Pietro Bembo



Gli Asolani



PRIMO LIBRO


1.I. Suole a' faticosi navicanti esser caro, quando la notte, da oscuro e tempestoso nembo assaliti e sospinti, né stellascorgono, né cosa alcuna appar loro che regga la lor via, col segno della indiana pietra ritrovare la tramontana, in guisa che,quale vento soffi e percuota conoscendo, non sia lor tolto il potere e vela e governo là, dove essi di giugnere procacciano oalmeno dove più la loro salute veggono, dirizzare; e piace a quelli che per contrada non usata caminano, qualora essi, a partevenuti dove molte vie faccian capo, in qual più tosto sia da mettersi non scorgendo, stanno in sul piè dubitosi e sospesi,incontrare chi loro la diritta insegni, sì che essi possano all'albergo senza errore, o forse prima che la notte gli sopragiunga,pervenire. Per la qual cosa avisando io, da quello che si vede avenire tutto dì, pochissimi essere quegli uomini, a' quali nelperegrinaggio di questa nostra vita mortale, ora dalla turba delle passioni soffiato e ora dalle tante e così al vero somigliantiapparenze d'openioni fatto incerto, quasi per lo continuo e di calamita e di scorta non faccia mestiero, ho sempre giudicatograzioso ufficio per coloro adoperarsi, i quali, delle cose o ad essi avenute o da altri apparate o per se medesimi ritrovatetrattando, a gli altri uomini dimostrano come si possa in qualche parte di questo periglioso corso e di questa strada, a smarrirecosì agevole, non errare. Perciò che quale più graziosa cosa può essere che il giovare altrui? O pure che si può qua giù fare,che ad uom più si convenga, che essere a molti uomini di lor bene cagione? E poi, se è lodevole per sé, che è in ogni manieralodevolissimo, un uom solo senza fallimento saper vivere non inteso e non veduto da persona, quanto più è da credere chelodar si debba un altro, il quale e sa esso la sua vita senza fallo scorgere e oltre a ciò insegna e dona modo ad infiniti altriuomini, che ci vivono, di non fallire? Ma perciò che tra le molte cagioni, le quali il nostro tranquillo navicar ci turbano e ilsentiero del buon vivere ci rendono sospetto e dubbioso, suole con le primiere essere il non saper noi le più volte quale amorebuono sia e qual reo, il che non saputo fa che noi, le cose che fuggire si devrebbono amando e quelle che sono da seguire nonamando, e tal volta o meno o più del convenevole ora schifandole e ora cercandole, travagliati e smarriti viviamo, ho volutoalcuni ragionamenti raccogliere, che in una brigata di tre nostre valorose donne e in parte di madonna la Reina di Cipri, pochi dìsono, tre nostri aveduti e intendenti giovani fecero d'Amore, assai diversamente questionandone in tre giornate, affine che ilgiovamento e pro che essi hanno a me renduto, da loro che fatti gli hanno sentendogli, che nel vero non è stato poco, possanoeziandio rendere a qualunque altro, così ora da me raccolti, piacesse di sentirgli. Alla qual cosa fare, come che in ciascuna etàstia bene l'udire e leggere le giovevoli cose e spezialmente questa, perciò che non amare come che sia in niuna stagione non sipuò, quando si vede che da natura insieme col vivere a tutti gli uomini è dato che ciascuno alcuna cosa sempre ami, pure io, chegiovane sono, i giovani uomini e le giovani donne conforto e invito maggiormente. Perciò che a molti e a molte di loro peraventura agevolmente averrà che, udito quello che io mi profero di scriverne, essi prima d'Amore potranno far giudicio che eglidi loro s'abbia fatto pruova. Il che, quanto esser debba lor caro, né io ora dirò, e essi meglio potranno ne gli altri loro più maturianni giudicare. Ma di vero, sì come nel più delle cose l'uso è ottimo e certissimo maestro, così in alcune, e in quellemassimamente che possono non meno di noia essere che di diletto cagione, sì come mostra che questa sia, l'ascoltarle oleggerle in altrui, prima che a pruova di loro si venga, senza fallo molte volte a molti uomini di molto giovamento è stato. Per laqual cosa bellissimo ritrovamento delle genti è da dir che sieno le lettere e la scrittura, nella qual noi molte cose passate, che nonpotrebbono altramente essere alla nostra notizia pervenute, tutte quasi in uno specchio riguardando e quello di loro che facciaper noi raccogliendo, da gli altrui essempi ammaestrati ad entrare nelli non prima o solcati pelaghi o caminati sentieri della vita,quasi provati e nocchieri e viandanti, più sicuramente ci mettiamo. Senza che infinito piacere ci porgono le diverse lezioni, dellequali gli animi d'alquanti uomini, non altramente che faccia di cibo il corpo, si pascono assai sovente e prendono insieme da essedilettevolissimo nodrimento. Ma lasciando questo da parte stare e alle ragionate cose d'Amore, che io dissi, venendo, acciò chemeglio si possa ogni lor parte scorgere tale, quale appunto ciascuna fu ragionata, stimo che ben fatto sia che, prima che io passidi loro più avanti, come il ragionare avesse luogo si faccia chiaro.


1.II. Asolo adunque, vago e piacevole castello posto ne gli stremi gioghi delle nostre alpi sopra il Trivigiano, è, sì comeogniuno dee sapere, di madonna la Reina di Cipri, con la cui famiglia, la quale è detta Cornelia, molto nella nostra città onoratae illustre, è la mia non solamente d'amistà e di dimestichezza congiunta, ma ancora di parentado. Dove essendo ella questosettembre passato a' suoi diporti andata, avenne che ella quivi maritò una delle sue damigielle, la quale, perciò che bella ecostumata e gentile era molto e perciò che da bambina cresciuta se l'avea, assai teneramente era da lei amata e avuta cara. Perche vi fece l'apparecchio delle nozze ordinare bello e grande, e, invitatovi delle vicine contrade qualunque più onorato uomov'era con le lor donne, e da Vinegia similmente, in suoni e canti e balli e solennissimi conviti l'un giorno appresso all'altro nemenava festeggiando con sommo piacer di ciascuno. Erano quivi tra gli altri, che invitati dalla Reina vennero a quelle feste, tregentili uomini della nostra città, giovani e d'alto cuore, i quali, da' loro primi anni ne gli studi delle lettere usati e in essi tuttaviadimoranti per lo più tempo, oltre a ciò il pregio d'ogni bel costume aveano, che a nobili cavalieri s'appartenesse d'avere. Costorper aventura, come che a tutte le donne che in que' conviti si trovarono, sì per la chiarezza del sangue loro e sì ancora molto piùper la viva fama de' loro studi e del lor valore fosser cari, essi nondimeno pure con tre di loro belle e vaghe giovani e di gentilicostumi ornate, perciò che prossimani eran loro per sangue e lunga dimestichezza con esse e co' lor mariti aveano, i quali tutti etre di que' dì a Vinegia tornati erano per loro bisogne, più spesso e più sicuramente si davano che con altre, volentieri sempre insollazzevoli ragionamenti dolci e oneste dimore traendo. Quantunque Perottino, che così nominare un di loro m'è piaciuto inquesti sermoni, poco e rado parlasse, né fosse chi riso in bocca gli avesse solamente una volta in tutte quelle feste veduto. Ilquale eziandio molto da ogniuno spesse volte si furava, sì come colui che l'animo sempre avea in tristo pensiero; né quivi venutosarebbe, se da' suoi compagni, che questo studiosamente fecero, acciò che egli tra gli allegri dimorando si rallegrasse, astretto esospinto al venirvi non fosse stato. Né pure solamente Perottino ho io con infinta voce in questa guisa nomato, ma le tre donnee gli altri giovani ancora; non per altro rispetto, se non per tôrre alle vane menti de' volgari occasione, i loro veri nomi nonpalesando, di pensar cosa in parte alcuna meno che convenevole alla loro onestissima vita. Con ciò sia cosa che questi parlari,d'uno in altro passando, a brieve andare possono in contezza de gli uomini pervenire, de' quali non pochi sogliono esser coloroche le cose sane le più volte rimirano con occhio non sano.


1.III. Ma alle nozze della Reina tornando, mentre che elle così andavano come io dissi, un giorno tra gli altri nella fine deldesinare, che sempre era splendido e da diversi giuochi d'uomini che ci soglion far ridere e da suoni di vari strumenti e da cantiora d'una maniera e quando d'altra rallegrato, due vaghe fanciulle per mano tenendosi, con lieto sembiante al capo delle tavole,là dove la Reina sedea, venute, riverentemente la salutarono; e poi che l'ebbero salutata, amendue levatesi, la maggiore, unbellissimo liuto che nell'una mano teneva al petto recandosi e assai maestrevolmente toccandolo, dopo alquanto spazio colpiacevole suono di quello la soave voce di lei accordando e dolcissimamente cantando, così disse:


Io vissi pargoletta in festa e 'n gioco,

De' miei pensier, di mia sorte contenta:

Or sì m'afflige Amor e mi tormenta,

Ch'omai da tormentar gli avanza poco.


Credetti, lassa, aver gioiosa vita

Da prima entrando, Amor, a la tua corte;

E già n'aspetto dolorosa morte:

O mia credenza, come m'hai fallita.


Mentre ad Amor non si commise ancora,

Vide Colco Medea lieta e secura;

Poi ch'arse per Iason, acerba e dura

Fu la sua vita infin a l'ultim'ora.Detta dalla giovane cantatrice questa canzone, la minore, dopo un brieve corso di suono della sua compagna che nelle primenote già ritornava, al tenor di quelle altresì come ella la lingua dolcemente isnodando, in questa guisa le rispose:


Io vissi pargoletta in doglia e 'n pianto,

De le mie scorte e di me stessa in ira:

Or sì dolci pensieri Amor mi spira,

Ch'altro meco non è che riso e canto.


Arei giurato, Amor, ch'a te gir dietro

Fosse proprio un andar con nave a scoglio;

Così là 'nd'io temea danno e cordoglio,

Utile scampo a le mie pene impetro.


Infin quel dì, che pria la punse Amore,

Andromeda ebbe sempre affanno e noia;

Poi ch'a Perseo si diè, diletto e gioia

Seguilla viva, e morta eterno onore.


Poi che le due fanciulle ebber fornite di cantare le lor canzoni, alle quali udire ciascuno chetissimo e attentissimo era stato,volendo esse partire per dar forse a gli altri sollazzi luogo, la Reina, fatta chiamare una sua damigiella, la quale, bellissima sopramodo e per giudicio d'ogniun che la vide più d'assai che altra che in quelle nozze v'avesse, sempre quando ella separatamentemangiava di darle bere la serviva, le impose che alle canzoni delle fanciulle alcuna n'aggiugnesse delle sue. Per che ella, presauna sua vivola di maraviglioso suono, tuttavia non senza rossore veggendosi in così palese luogo dover cantare, il che fare nonera usata, questa canzonetta cantò con tanta piacevolezza e con maniere così nuove di melodia, che alla dolce fiamma, che lesue note ne' cuori degli ascoltanti lasciarono, quelle delle due fanciulle furono spenti e freddi carboni:


Amor, la tua virtute

Non è dal mondo e da la gente intesa,

Che, da viltate offesa,

Segue suo danno e fugge sua salute.

Ma se fosser tra noi ben conosciute

L'opre tue, come là dove risplende

Più del tuo raggio puro,

Camin dritto e securo

Prenderia nostra vita, che no 'l prende,

E tornerian con la prima beltade

Gli anni de l'oro e la felice etade.



1.IV. Ora soleva la Reina per lo continuo, fornito che s'era di desinare e di vedere e udire le piacevoli cose, con le suedamigielle ritrarsi nelle sue camere, e quivi o dormire o, ciò che più le piacea di fare facendo, la parte più calda del giornoseparatamente passarsi, e così concedere chell'altre donne di sé facessero a lor modo, infino a tanto che venuto là dal vesprotempo fosse da festeggiare; nel qual tempo tutte le donne e gentili uomini e suoi cortigiani si raunavano nelle ampie sale delpalagio, dove si danzava gaiamente e tutte quelle cose si facevano che a festa di reina si conveniva di fare. Cantate adunquedalla damigiella e dalle due fanciulle queste canzoni e a tutti gli altri sollazzi di quella ora posto fine, levatasi dall'altre donne laReina, come solea, e nelle sue camere raccoltasi, e ciascuno similmente partendo, rimase per aventura ultime, le tre donne, cheio dissi, co' loro giovani per le sale si spaziavano ragionando, e quindi, da' piedi e dalle parole portate, ad un veronepervennero, il quale da una parte delle sale più rimota sopra ad un bellissimo giardino del palagio riguardava. Dove comegiunsero, maravigliatesi della bellezza di questo giardino, poi che di mirare in esso alquanto al primo disiderio sodisfatto ebbero,ora a questa parte ora a quella gli occhi mandando dal disopra, Gismondo, che il più festevole era de' suoi compagni evolentieri sempre le donne in festa e onesto giuoco teneva, a loro rivoltosi così disse: - Care giovani, il dormire dopo 'l cibo aquesta ora del dì, quantunque in niuna stagion dell'anno non sia buono, pure la state, perciò che lunghissimi sono i giorni, comequello che cosa piacevole è, da gli occhi nostri volentieri ricevuto, alquanto meno senza fallo ci nuoce. Ma questo mese siincomincia egli a perder molto della sua dolcezza passata e a farsi di dì in dì più dannoso e più grave. Per che, dove voi questavolta il mio consiglio voleste pigliare, le quali stimo che per dormire nelle vostre camere a quest'ora vi rinchiudiate, io direi chefosse ben fatto, lasciando il sonno dietro le cortine de' nostri letti giacere, che noi passassimo nel giardino, e quivi al rezzo, nelfresco dell'erbe ripostici, o novellando o di cose dilettevoli ragionando, ingannassimo questa incresciosa parte del giorno, infinche l'ora del festeggiare venuta nelle sale ci richiamasse con gli altri ad onorare la nostra novella sposa -.

Alle donne, le quali molto più le ombre de gli alberi e gli accorti ragionamenti de' giovani che il sonno delle coltre regali ele favole dell'altre donne dilettavano, piacque il consiglio di Gismondo. Per che, scese le scale, tutte liete e festose insieme conlui e cogli altri due giovani n'andarono nel giardino.


1.V. Era questo giardino vago molto e di maravigliosa bellezza; il quale, oltre ad un bellissimo pergolato di viti, che largo eombroso per lo mezzo in croce il dipartiva, una medesima via dava a gl'intranti di qua e di là, e lungo le latora di lui ne ladistendeva; la quale, assai spaziosa e lunga e tutta di viva selce soprastrata, si chiudeva dalla parte di verso il giardino, solo chedove facea porta nel pergolato, da una siepe di spesissimi e verdissimi ginevri, che al petto avrebbe potuto giugnere col suosommo di chi vi si fosse accostar voluto, ugualmente in ogni parte di sé la vista pascendo, dilettevole a riguardare. Dall'altraonorati allori, lungo il muro vie più nel cielo montando, della più alta parte di loro mezzo arco sopra la via facevano, folti e inmaniera gastigati, che niuna lor foglia fuori del loro ordine parea che ardisse di si mostrare; né altro del muro, per quanto essicapevano, vi si vedea, che dall'uno delle latora del giardino i marmi bianchissimi di due finestre, che quasi ne gli stremi di loroerano, larghe e aperte, e dalle quali, perciò che il muro v'era grossisimo, in ciascun lato sedendo si potea mandar la vista soprail piano a cui elle da alto riguardano. Per questa dunque così bella via dall'una parte entrate nel giardino le vaghe donne co' lorogiovani caminando tutte difese dal sole, e questa cosa e quell'altra mirando e considerando e di molte ragionando, pervenneroin un pratello che 'l giardin terminava, di freschissima e minutissima erba pieno e d'alquante maniere di vaghi fiori dipinto perentro e segnato; nello stremo del quale facevano gli allori, senza legge e in maggior quantità cresciuti, due selvette pari e nereper l'ombre e piene d'una solitaria riverenza; e queste tra l'una e l'altra di loro più a drento davan luogo ad una bellissima fonte,nel sasso vivo della montagna, che da quella parte serrava il giardino, maestrevolmente cavata, nella quale una vena non moltogrande di chiara e fresca acqua, che del monte usciva, cadendo e di lei, che guari alta non era dal terreno, in un canalin dimarmo, che 'l pratello divideva, scendendo, soavemente si facea sentire e, nel canale ricevuta, quasi tutta coperta dall'erbe,mormorando s'affrettava di correre nel giardino.


1.VI. Piacque maravigliosamente questo luogo alle belle donne, il quale poi che da ciascuna di loro fu lodato, madonnaBerenice, che per età alquanto maggiore era dell'altre due e per questo da esse onorata quasi come lor capo, verso Gismondoriguardando disse: - Deh come mal facemmo, Gismondo, a non ci esser qui tutti questi dì passati venute, ché meglio in questogiardino che nelle nostre camere aremmo quel tempo, che senza la sposa e la Reina ci corre, trapassato. Ora, poi che noi quiper lo tuo avedimento più che per lo nostro ci siamo, vedi dove a te piace che si segga, perciò che l'andare altre parti delgiardin riguardando il sole ci vieta, che invidiosamente, come tu vedi, se le riguarda egli tuttavia.

A cui Gismondo rispose: - Madonna, dove a voi così piacesse, a me parrebbe che questa fonte non si dovesse rifiutare,perciò che l'erba è più lieta qui che altrove e più dipinta di fiori. Poi questi alberi ci terranno sì il sole, che, per potere che egliabbia, oggi non ci si accosterà egli giamai -.

- Dunque - disse madonna Berenice - sediamvici, e dove a te piace, quivi si stia; e acciò che di niente si manchi al tuoconsiglio seguire, col mormorio dell'acque che c'invitano a ragionare e con l'orrore di queste ombre che ci ascoltano, disponti tua dir di quello che a te più giova che si ragioni, perciò che e noi volentieri sempre t'ascoltiamo e, poi che tu ad essi così vagoluogo hai dato, meritamente dee in te cadere l'arbitrio de' nostri sermoni -.

Dette queste parole da madonna Berenice, e da ciascuna dell'altre due invitato Gismondo al favellare, esso lietamentedisse: - Poscia che voi questa maggioranza mi date, e io la mi prenderò -.

E poi che, fatta di loro corona, a sedere in grembo dell'erbetta posti si furono, chi vicino la bella fonte e chi sotto gliombrosi allori di qua e di là del picciol rio, Gismondo, accortamente rassettatosi e pel viso d'intorno piacevolmente le belledonne riguardate, in questa guisa incominciò a dire: - Amabili donne, ciascuno di noi ha udite le due fanciulle e la vagadamigiella, che dinanzi la Reina, prima che si levassero le tavole, due lodando Amore e l'altra di lui dolendosi, assaivezzosamente cantarono le tre canzoni. E perciò che io certo sono che chiunque di lui si duole e mala voce gli dà, non benconosce la natura delle cose e la qualità di lui e di gran lunga va errando dal diritto camin del vero, se alcuna di voi è, belledonne, o di noi, che so che ce ne sono, che creda insieme con la fanciulla primiera che Amore cosa buona non sia, dica sopraciò quello che ne gli pare, che io gli risponderò, e dammi il cuore di dimostrargli quanto egli con suo danno da così fattaopenione ingannato sia. La qual cosa se voi farete, e doverete voler fare, se volete che mio sia quello che una volta donatom'avete, assai bello e spazioso campo aremo oggi da favellare -.

E, così detto, si tacque.


1.VII. Stettero alquanto sopra sé le oneste donne, intesa la proposta di Gismondo, e già mezzo tra se stessa si pentivamadonna Berenice d'avergli data troppa libertà nel favellare. Pure, riguardando che, quantunque egli amoroso giovane esollazzevole fosse, per tutto ciò sempre altro che modestamente non parlava, si rassicurò e con le sue compagne cominciò asorridere di questo fatto; le quali insieme con lei altresì dopo un brieve pentimento rassicurate, s'accorsero, raccogliendo leparole di Gismondo, che egli la fiera tristizia di Perottino pugneva e lui provocava nel parlare, perciò che sapevano che egli dicosa amorosa altro che male non ragionava giamai. Ma per questo niente rispondendo Perottino e ogniuno tacendosi,Gismondo in cotal guisa riparlò: - Non è maraviglia, dolcissime giovani, se voi tacete; le quali credo io più tosto di lodareAmore che di biasimarlo v'ingegnereste, sì come quelle cui egli in niuna cosa può aver diservite giamai, se onesta vergogna esempre in donna lodevole non vi ritenesse. Quantunque d'Amore si possa per ciascun sempre onestissimamente parlare. Made' miei compagni sì mi maraviglio io forte, i quali doverebbono, se bene altramente credessero che fosse il vero, scherzandoalmeno favoleggiar contra lui, affine che alcuna cosa di così bella materia si ragionasse oggi tra noi; non che dovessero essi ciòfare, essendovene uno per aventura qui, che siede, il quale male d'Amor giudicando tiene che egli sia reo, e sì si tace -.

Quivi non potendosi più nascondere Perottino, alquanto turbato, sì come nel volto dimostrava, ruppe il suo lungo silenziocosì dicendo: - Ben m'accorgo io, Gismondo, che tu in questo campo me chiami, ma io sono assai debole barbero a cotalcorso. Per che meglio farai se tu, in altro piano e le donne e Lavinello e me, se ti pare, provocando, meno sassosi erincrescievoli aringhi ci concederai poter fare -.

Ora quivi furono molte parole e da Gismondo e da Lavinello dette, che il terzo compagno era, acciò che Perottinoparlasse; ma egli, non si mutando di proposito, ostinatamente il ricusava. La qual cosa madonna Berenice e le sue compagneveggendo, lo 'ncominciaron tutte instantemente a pregare che egli e per piacer di ciascuno e per amor di loro alcuna cosadicesse, disiderose di sentirlo parlare; e tanto intorno a ciò con dolci parole or una or altra il combatterono, che egli alla finevinto rendendosi disse loro così: - E il tacere e il parlare oggimai ugualmente mi sono discari, perciò che né quello debbo, néquesto vorrei. Ora vinca la riverenza, donne, che io a' vostri commandamenti sono di portar tenuto, non già a quelli diGismondo, il quale poteva con suo onore, miglior materia che questa non è proponendoci, e voi e me e se stesso ad un trattodilettare, dove egli tutti insieme con sua vergogna ci attristerà. Perciò che né voi udirete cose che piacevoli sieno ad udire, e iodi noiose ragionerò, e esso per aventura ciò che egli non cerca sì si troverà; il quale, credendosi d'alcuna occasion dare a' suoiragionamenti col mio, ogni materia si leva via di poter, non dico acconciamente, ma pure in modo alcuno favellare. Perciò cheravedutosi, per quello che a me converrà dire, in quanto errore non io, cui egli vi crede essere, ma esso sia, che ciò crede, seegli non ha ogni vergogna smarrita, esso si rimarrà di prender l'arme contra 'l vero; e quando pure ardisse di prenderlesi, fare no'l potrà, perciò che non gli fia rimaso che pigliare.

- O armato o disarmato - rispose Gismondo - in ogni modo ho io a farla teco questa volta, Perottino. Ma troppo credi,se tu credi che a me non debba rimaner che pigliare, il quale non posso gran fatto pigliar cosa che arma contra te non sia. Ma tunondimeno àrmati, ché a me non parrebbe vincere, se bene armato non ti vincessi -.


1.VIII. Riser le donne delle parole di due pronti cavalieri a battaglia. Ma Lisa, che l'una dell'altre due così mi piacque dinominare, a cui parea che Lavinello tacendosi occasione fugisse di parlare, a lui sorridendo disse: - Lavinello, a te fie divergogna, se tu, combattendo i tuoi compagni, con le mani a cintola ti starai: egli conviene che entri in campo ancor tu -.

A cui il giovane con lieta fronte rispose: - Anzi non posso io, Lisa, in cotesto campo più entrare, che egli di vergogna nonmi sia. Perciò che come tu vedi, poi che i miei compagni già si sono ingaggiati della battaglia tra loro, onesta cosa non è che io,con un di lor mettendomi, l'altro, a cui solo converria rimanere, faccia con due guerrieri combattitore. - Non t'è buona scusacotesta, Lavinello - risposero le donne quasi con un dire tutt'e tre; e poi Lisa, raffermatesi l'altre due, che a lei lasciavano larisposta, seguitò: - E non ti varrà, nello non volere pigliar l'arme, il difenderti per cotesta via. Perciò che non sono questicombattimenti di maniera, che quello si debba osservare che tu di', che da due incontro ad uno non si vada. Egli non ne muoreniuno in così fatte battaglie: entravi pure e appigliati comunquemente tu vuoi -.

- Lisa, Lisa, tu hai avuto un gran torto - rispose allora Lavinello, così con un dito per ischerzo minacciandolagiochevolmente. Indi, all'altre due giratosi disse: - Io mi tenni, testé, donne, tutto buono, estimando, per lo vedervi intente allazuffa di costor due, che a me non doveste volger l'animo, né dare altro carico di trappormi a queste contese. Ora, poscia che aLisa non è piaciuto che io in pace mi stia, acciò che almeno doler di me non si possano i miei compagni, lasciamgli far da loro alor modo; come essi si rimarranno dalla mischia, non mancherà che, sì come i buoni schermidori far sogliono, che a sé riservanoil sezzaio assalto, così io le lasciate arme ripigliando, non pruovi di sodisfare al vostro disio. -


1.IX. Così detto e risposto e contentato, dopo un brieve silenzio di ciascuno, Perottino, quasi da profondo pensiero toltosi,verso le donne levando il viso, disse:

- Ora piglisi Gismondo ciò che egli si guadagnerà; e non si penta, poscia che egli questo argine ha rotto, se per aventura ea lui maggiore acqua verrà addosso che bisogno non gli sarebbe d'avere, e di voi altramente averrà che il suo aviso non saràstato. Ché, come che io non speri di potere in maniera alcuna, quanto in così fatta materia si converrebbe, di questo universaledanno de gli uomini, di questa generalissima vergogna delle genti, Amore, o donne, raccontarvi, perciò che non che io il possa,che uno e debole sono, ma quanti ci vivono, pronti e accorti dicitori il più, non ne potrebbono assai bastevolmente parlare; puree quel poco che io ne dirò, da che io alcuna cosa ne ho a dire, parrà forse troppo a Gismondo, il quale altramente si fa acredere che sia il vero, che egli non è, e a voi ancora potrà essere di molto risguardo, che giovani sete, ne gli anni che sono avenire, il conoscere in alcuna parte la qualità di questa malvagia fiera -.

Il che poi che esso ebbe detto, fermatosi e più alquanto temperata la voce, cotale diede a' suoi ragionamenti principio: -Amore, valorose donne, non figliuolo di Venere, come si legge nelle favole de gli scrittori, i quali tuttavia in questa stessa bugiatra se medesimi discordando il fanno figliuolo di diverse Idie, come se alcuno diverse madri aver potesse, né di Marte o diMercurio o di Volcano medesimamente o d'altro Idio, ma da soverchia lascivia e da pigro ozio de gli uomini, oscurissimi evilissimi genitori, nelle nostre menti procreato, nasce da prima quasi parto di malizia e di vizio; il quale esse menti raccolgono e,fasciandolo di leggierissime speranze, poscia il nodriscono di vani e stolti pensieri, latte che tanto più abonda, quanto più nesugge l'ingordo e assetato bambino. Per che egli crescie in brieve tempo e divien tale, che egli ne' suoi ravolgimenti non cape.Questi, come che, di poco nato, vago e vezzoso si dimostri alle sue nutrici e maravigliosa festa dia loro della prima vista, eglinondimeno alterando si va le più volte di giorno in giorno e cangiando e tramutando, e prende in picciolo spazio nuove faccie enuove forme, di maniera che assai tosto non si pare più quello che egli, quando e' nacque, si parea. Ma tuttavia, quale che eglisi sia nella fronte, egli nulla altro ha in sé e nelle sue operazioni che amaro, da questa parola, sì come io mi credo, assaiacconciamente così detto da chiunque si fu colui il quale prima questo nome gli diè, forse a fine che gli uomini lo schifassero, giànella prima faccia della sua voce avedutisi ciò che egli era. E nel vero chiunque il segue, niuno altro guiderdone delle sue fatichericeve che amaritudine, niuno altro prezzo merca, niuno appagamento che dolore, perciò che egli di quella moneta paga i suoiseguaci, che egli ha, e sì n'ha egli sempre grande e infinita dovizia, e molti suoi tesorieri ne mena seco che la dispensano edistribuiscono a larga e capevole misura, a quelli più donandone, che di se stessi e della loro libertà hanno più donato allusinghevole signore. Per la qual cosa non si debbono ramaricar gli uomini se essi amando tranghiottono, sì come sempre fanno,mille amari e sentono tutto 'l giorno infiniti dolori, con ciò sia cosa che così è di loro usanza, né può altramente essere; ma cheessi amino, di questo solo ben si debbono e possonsi sempre giustamente ramaricare. Perciò che amare senza amaro non sipuò, né per altro rispetto si sente giamai e si pate alcuno amaro che per amore. -


1.X. Avea dette queste parole Perottino, quando madonna Berenice, che attentissimamente le raccoglieva, così a luiincominciò traponendosi: - Perottino, vedi bene già di quinci ciò che tu fai; perciò che, oltra che a Gismondo dia l'animo dipienamente alle tue proposte rispondere, sì come egli testé ci disse, per aventura il non conciederti le sconcie cose eziandio aniuna di noi si disdice. Se pure non c'è disdetto il trametterci nelle vostre dispute, nella qual cosa io per me tuttavia errare nonvorrei o esser da voi tenuta senza rispetto e presontuosa.

- Senza rispetto non potrete voi essere, Madonna, né presontuosa da noi tenuta parlando e ragionando, - disse alloraGismondo - e le vostre compagne similmente, poi che noi tutti venuti qui siamo per questo fare. Per che tramettetevi ciascuna,sì come più a voi piace, ché queste non sono più nostre dispute che elle esser possano vostri ragionamenti.

- Dunque - disse madonna Berenice - farò io sicuramente alle mie compagne la via -. E, così detto, a Perottino rivoltasiseguitò: - E certo se tu avessi detto solamente, Perottino, che amare senza amaro non si possa, i' mi sarei taciuta, né ardireidinanzi a Gismondo di parlare; ma lo aggiugnervi che per altro rispetto amaro alcuno non si senta che per amore, soverchio m'èparuto e sconvenevole. Perciò che così potevi dire, che ogni dolore da altro che d'amore cagionato non sia; o io bene le tueparole non appresi.

- Anzi le avete voi apprese bene e dirittamente, - rispose Perottino - e cotesto stesso dico io, Madonna, che voi dite:niuna qualità di dolore, niun modo di ramarico essere nella vita de gli uomini, che per cagion d'amore non sia, e da lui, sì comefiume da suo fonte, non si dirivi. Il che la natura medesima delle cose, se noi la consideriamo, assai ci può prestamente farchiaro. Perciò che, sì come ciascun di noi dee sapere, tutti i beni e tutti i mali, che possono a gli uomini come che sia o dilettorecare o dolore, sono di tre maniere e non più: dell'animo, della fortuna e del corpo. E perciò che dalle buone cose dolorealcuno venir non può, delle tre maniere de' mali, dalle quali esso ne viene, ragioniamo. Gravose febbri, non usata povertà,sceleratezza e ignoranza che sieno in noi, e tutti gli altri danni a questi somiglianti che infinita fanno la loro schiera, ci apportanosenza fallo dolore e più e men grave secondo la loro e la nostra qualità; il che non averrebbe se noi non amassimo i lorocontrari. Perciò che se il corpo si duole, d'alcuno accidente tormentato, non è ciò se non perché egli naturalmente ama la suasanità; ché se egli non l'amasse da natura, impossibile sarebbe il potersene alcun dolere, non altramente che se egli di seccolegno fosse o di soda pietra. E se, d'alto stato in bassa fortuna caduti, a noi stessi c'incresciamo, l'amore delle ricchezze il fa ede gli onori e dell'altre somiglianti cose, che per lungo uso o per elezione non sana si pon loro. Onde se alcuno è che non le ami,sì come si legge di quel filosofo che nella presura della sua patria niente curò di salvarsi, contento di quello che seco sempreportava, costui certamente de gli amari giuochi della fortuna non sente dolore. Già la bella virtù e il giovevole intendere, chealbergano ne' nostri animi, amati sogliono da ciascuno essere per naturale instinto e disiderati; perché ogniuno, da occultopungimento stimolato, della sua malvagità e della sua ignoranza ravedutosi, si ramarica come di cose dolorose. E se pure siconcedesse alcuno potersi trovare, il quale, viziosamente e senza lume d'intelletto vivendo, non s'attristasse alle volte del suomal vivere come che sia, a costui senza dubbio, o per diffalta estrema di conoscimento o per infinita ostinazione della perdutausanza, il virtuosamente vivere e lo essere intendente in niun modo non sarebbe caro. Né pur questo solamente cade ne gliuomini, ma egli è ancora manifestamente conosciuto nelle fiere; le quali amano i loro figliuoli assai teneramente per lo generaleciascuna, mentre essi novellamente partoriti in loro cura dimorano. Allora, se alcun ne muore o vien lor tolto come che sia, essesi dogliono quasi come se umano conoscimento avessero. Quelle medesime, i loro figliuoli cresciuti e per se stessi valevoli, sepoi strozzare dinanzi a gli occhi loro si veggono e sbranare, di niente s'attristano, perciò che esse non gli amano più. Di cheassai vi può esser chiaro che, sì come ogni fiume nasce da qualche fonte, così ogni doglia procede da qualche amore e, sì comefiume senza fonte non ha luogo, così conviene esser vero quello che voi diceste, che ogni dolore altro che d'amore non sia. Eperciò che non è altro l'amaro che io dissi, che il tormento e dolor dell'animo che egli per alcuno accidente in sé pate, quelmedesimo conchiudendo, Madonna, vi raffermo, che voi ripigliaste: che per altra cagione amaro alcuno non si sente da gliuomini, né si pate, che per amore. -


1.XI. Taceva da queste parole soprapresa madonna Berenice e sopra esse pensava, quando Gismondo sogghignando cosìdisse: - Senza fallo assai agevolmente aresti tu oggi stemperata ogni dolcezza d'amore con l'amaro d'un tuo solo argomento,Perottino, se egli ti fosse conceduto. Ma perciò che a me altramente ne pare, quando più tempo mi fie dato da risponderti,meglio si vedrà se cotesta tua cotanta amaritudine si potrà raddolcire. Ora insegnaci quanto quell'altra proposta sia vera, dovetu di' che amare senza amaro non si puote.

- Quivi ne veniva io testé - rispose Perottino - e di quello che io mi credo che ciascun di noi tuttavia in se stesso pruovi,ragionando, potrei con assai brievi parole, Gismondo, dimostrarloti. Ma poscia che tu pure a questi ragionamenti mi traesti, ame piace che più stesamente ne cerchiamo. Certissima cosa è adunque, o donne, che di tutte le turbazioni dell'animo niuna ècosì noievole, così grave, niuna così forzevole e violenta, niuna che così ci commuova e giri, come questa fa, che noi Amorechiamiamo; gli scrittori alcuna volta il chiaman fuoco, perciò che, sì come il fuoco le cose nelle quali egli entra egli le consuma,così noi consuma e distrugge Amore; alcuna volta furore, volendo rassomigliar l'amante a quelli che stati sono dalle Furiesollecitati, sì come d'Horeste e d'Aiace e d'alcuni altri si scrive. E perciò che per lunga sperienza si sono aveduti niuna esserepiù certa infelicità e miseria che amare, di questi due sopranomi, sì come di proprie possessioni, hanno la vita de gli amantiprivilegiata, per modo che in ogni libro, in ogni foglio misero amante, infelice amante e si legge e si scrive. Senza fallo essoAmore niuno è che piacevole il chiami, niun dolce, niuno umano il nomò giamai: di crudele, d'acerbo, di fiero, tutte le carte sonpiene. Leggete d'Amore quanto da mille se ne scrive: poco o niente altro in ciascun troverete che dolore. Sospirano i versi inalcuno; piangono di molti i libri interi; le rime, gl'inchiostri, le carte, i volumi stessi son fuoco. Sospizioni, ingiurie, nimicizie,guerre già in ogni canzone si raccontano, nella quale d'amor si ragioni; e sono questi in amore mediocri dolori. Disperazioni,rubellioni, vendette, catene, ferite, morti, chi può con l'animo non tristo o ancora con gli occhi asciutti trappassare? Né pur diloro le lievi e divolgate favole solamente de' poeti, o ancora quelle che, per essempio della vita, scritte da loro state sono piùgiovevolmente, ma eziandio le più gravi historie e gli annali più riposti ne son macchiati. Che per tacere de gl'infelici amori diPiramo e di Tisbe, delle sfrenate e illecite fiamme di Mirra e di Bibli e del colpevole e lungo error di Medea e di tutti i lorodolorosissimi fini, i quali, posto che non fosser veri, sì furono essi almeno favoleggiati da gli antichi per insegnarci che talipossono esser quelli de' veri amori; già di Paolo e di Francesca non si dubita che nel mezzo de' loro disii d'una medesima mortee d'un solo ferro amendue, sì come d'un solo amore traffitti, non cadessero. Né di Tarquinio altresì fingono gli scrittori, al qualefu l'amore, che di Lucrezia il prese, e della privazion del regno e dell'essiglio insieme e della sua morte cagione. Né è chi pervero non tenga che le faville d'un Troiano e d'una Greca tutta l'Asia e tutta l'Europa raccendessero. Taccio mille altri essempisomiglianti, che ciascuna di voi può e nelle nuove e nelle vecchie scritture aver letti molte fiate. Per la qual cosa manifestamentesi vede Amore essere non solamente di sospiri e di lagrime, né pur di morti particolari, ma eziandio di ruine d'antichi seggi e dipotentissime città e delle provincie istesse cagione. Cotali sono le costui operazioni, o donne, cotali memorie egli di sé halasciato, affine che ne ragioni chiunque ne scrive. Vedi tu dunque, Gismondo, se vorrai dimostrarci che Amore sia buono, chenon ti sia di mestiero mille antichi e moderni scrittori, che di lui come di cosa rea parlano, ripigliare. -


1.XII. Detto fin qui da Perottino, Lisa in seder levatasi, che con la mano alla gota e col braccio sopra l'orlo della fonte tuttain sul lato sinistro ascoltandolo si riposava, così ne 'l dimandò e disse: - Perottino, quello che a Gismondo faccia mestiero diripigliare egli il si veda, che t'ha a rispondere, quando ad esso piacerà o sarà tempo. A me ora rispondi tu. Se è cagione Amoredi tanti mali quanti tu di' che i vostri scrittori gli appongono, perché il fanno eglino Idio? Perciò che, sì come io ho letto alcunafiata, essi il fanno adorar da gli uomini e consacrangli altari e porgongli voti e dannogli l'ali da volare in cielo. Chiunque male fa,egli certamente non è Idio, e chiunque Idio è, egli senza dubbio non può far male. Dunque, se ti piace, dimmi come questo fattosi stia. E per aventura che tu in ciò a madonna Berenice e a Sabinetta non meno che a me piacerai, le quali possono altresìcome io altra volta sopra questo dubbio aver pensato, né mai perciò non m'avenne di poterne dimandare così bene o pure cosìa tempo, come fa ora. - Alle cui parole continuando le due donne e mostrando che ciò sarebbe loro parimente caro a dover daPerottino udire, esso, alquanto prima taciutosi, così rispose:

- I poeti, Lisa, che furono primi maestri della vita, ne' tempi che gli uomini rozzi e salvatichi non bene insieme ancora siraunavano, insegnati dalla natura, che avea dato loro la voce e lo 'ngegno acconcio a.cciò fare, i versi trovarono, co' qualicantando amollivano la durezza di que' popoli che, usciti de gli alberi e delle spelunche, senza più oltre sapere che cosa sifossero, a caso errando ne menavan la loro vita sì come fiere. Né guari cantarono que' primi maestri le lor canzoni, che essiseco ne traevano quegli uomini selvaggi, invaghiti delle lor voci, dove essi n'andavano cantando. Né altro fu la dilettante cetarad'Orfeo, che le vaghe fiere da' lor boschi e gli alti alberi dalle lor selve e da' lor monti le sode pietre e i precipitanti fiumi da' lorcorsi ritoglieva, che la voce d'un di que' primi cantori, dietro alla quale ne venivano quegli uomini che con le fiere tra gli alberinelle selve e ne' monti e nelle rive de' fiumi dimoravano. Ma altre a.cciò, perciò che, raunata quella sciocca gente, bisognavainsegnar loro il vivere e mostrar loro la qualità delle cose, acciò che seguendo le buone dalle ree si ritraessero, né capeva inquegli animi ristretti la grandezza della natura e nelle loro sonnocchiose menti non poteva ragione entrare, che lor si dicesse,trovarono le favole altresì, sotto il velame delle quali la verità, sì come sotto vetro traparente, ricoprivano. A questa guisa delcontinuo dilettandogli con la novità delle bugie, e alcuna volta tra esse scoprendo loro il vero, ora con una favola e quando conaltra gl'insegnarono a poco a poco la vita migliore. In quel tempo adunque che il giovane mondo i suoi popoli poco ammaestratiavea, fu Amore insieme con molti altri fatto Idio, sì come tu di', Lisa, non per altro rispetto, se non per dimostrare a quellegrosse genti con questo nome d'Idio quanto nelle umane menti questa passione poteva. E veramente se noi vogliamoconsiderando trapassar nel potere, che Amore sopra di noi ha e sopra la nostra vita, egli si vedrà chiaramente infiniti essere isuoi miracoli a nostro gravissimo danno e veramente maravigliosi, cagione giusta della deità dalle genti datagli, sì come io dico.Perciò che quale vive nel fuoco come salamandra, quale ogni caldo vital perdutone si raffredda come ghiaccio, quale comeneve a sole si distrugge, quale a guisa di pietra, senza polso, senza spirito, mutolo e immobile e insensibile si rimane. Altri fia chesenza cuore si viverà, a donna che mille stratii ad ogni ora ne fa avendol dato; altri ora in fonte si trasmuta, ora in albero, ora infiera; e chi, portato da forzevoli venti, ne va sopra le nuvole, stando per cadere tuttavia, e chi nel centro della terra e ne gliabissi più profondi si dimora. E se voi ora mi dimandaste come io queste così nuove cose sappia, senza che elle si leggono, vidico che io tutte le so per pruova e, come per isperienza dotto, così ne favello. Oltra che maravigliosa cosa è il pensare chenti equali sieno le disagguaglianze, le discordanze, gli errori, che Amore nelle menti de' servi amanti traboccando accozza congravosa disparità. Perciò che chi non dirà che essi sieno sopra ogni altra miseria infelici, quando e allegrissimi sono edolorosissimi una stessa ora e da gli occhi loro cadono amare lagrime con dolce riso mescolate, il che bene spesso suoleavenire; o quando ardiscono e temono in uno medesimo instante, onde essi, per molto disiderio pieni di caldo e di focosoardire, impallidiscono e triemano dalla gelata paura; o quando da diversissime angoscie ingombrati e orgoglio e umiltà eimprontitudine e tiepidezza e guerra e pace parimente gli assalgono e combattono ad un tempo; o quando, con la lingua tacendoe col volto, parlano e gridano ad alta voce col cuore? e sperano e disperano e la lor vita cercano e abbracciano la lor morteinsiememente? e per lo continuo dando luogo in sé a due lontanissimi affetti, il che non suole potere essere nelle altre cose, e daessi straziatamente qua e là in uno stesso punto essendo portati, tra queste e somiglianti distemperatezze il senso si dilegua loroe il cuore? E fannoci a credere che vero sia quello che alcun filosofo già disse, che gli uomini hanno due anime ciascuno, conl'una delle quali essi all'un modo vogliono e con l'altra vogliono all'altro; perciò che egli non pare possibile che con una solaanima si debba poter volere due contrari.


1.XIII. Le quali maniere di maraviglie, come che tutte s'usino nell'oste che Amor conduce, pure l'ultima, che io dissi, v'è piùsovente che altra e, tra molta dissonanzia d'infiniti dolori, ella quasi giusta corda più spesso al suono della verità risponde, sìcome quella che è la più propria di ciascuno amante e in sé la più vera, ciò è che essi la lor vita cercano e abbracciano la lormorte tuttavia. Con ciò sia cosa che mentre essi vanno cercando i diletti loro e quelli si credono seguitare, dietro alle lor noieinviati e d'esse invaghiti sì come di ben loro, tra mille guise di tormenti disconvenevoli e nuovi alla fin fine si procacciano diperire, chi in un modo e chi in altro, miseramente e stoltamente ciascuno. E chi negherà che stoltamente e miseramente nonperisca chiunque, da semplice follia d'amore avallato, trabocca alla sua morte così leggiero? Certo niuno, se non quei che 'lfanno; a' quali spesse volte tra per soverchio di dolore e per mancamento di consiglio è così grave il vivere, che pure non che laschifino, anzi essi le si fanno incontro volentieri: chi perché ad esso pare così più speditamente che in altra maniera poter finire isuoi dolori, e chi per far venire almeno una volta pietà di sé ne gli occhi della sua donna, contento di trarne solamente duelagrime per guiderdone di tutte le sue pene. Non pare a voi nuova pazzia, o donne, che gli amanti per così lievi e istrane cagionicerchino di fuggire la lor propria vita? Certo sì dee parere; ma egli è pure così. E non che io in me una volta provato l'abbia, maegli è buon tempo che, se mi fosse stato conceduto il morire, a me sarebbe egli carissimo stato e sarebbe ora più che mai. Aquesto modo, o donne, s'ingegnano gli amanti contro al corso della natura trovar via; la quale, avendo parimente ingenerato intutti gli uomini natio amore di loro stessi e della lor vita e continua cura di conservarlasi, essi odiandola e di se stessi nimicidivenuti amano altrui, e non solamente di conservarla non curano, ma spesso ancora, contro a se medesimi incrudeliti,volontariamente la rifiutano dispregiando. Ma potrebbe forse dire alcuno: ‘Perottino, coteste son favole a quistioned'innamorato più convenevoli, sì come le tue sono, che a vero argomentare di ragionevole uomo. Perciò che se a te fosse statocosì caro il morire, come tu di', chi te n'averebbe ritener potuto, essendo così in mano d'ogni uomo vivo il morire, come non èpiù il vivere in poter di quelli che son già passati? Queste parole più follemente si dicono che i fatti non si fanno di leggiere’.Maravigliosa cosa è, o donne, ad udir quello che io ora dirò; il che, se da me non fosse stato provato, appena che io ardissid'imaginarlomi, non che di raccontarlo. Non è, sì come in tutte l'altre qualità d'uomini, ultima doglia il morire ne gli amanti; anziloro molte volte in modo è la morte dinegata, che già dire si può che in somma e strema miseria felicissimo sia colui che puòmorire. Perciò che aviene bene spesso, il che forse non udiste voi, donne, giamai, né credevate che potesse essere, che, mentreessi dal molto e lungo dolor vinti sono alla morte vicini e sentono già in sé a poco a poco partire dal penoso cuore la lor vita,tanto d'allegrezza e di gioia sentono i miseri del morire, che questo piacere, confortando la sconsolata anima tanto più, quantoessi meno sogliono aver cosa che loro piaccia, ritorna vigore ne gl'indeboliti spiriti, i quali a forza partivano, e donasostentamento alla vita che mancava. La qual cosa, quantunque paia nuova, quanto sia possibile ad essere in uomo innamorato,io ve ne potrei testimonianza donare, che l'ho provata, e recarvi in fede di ciò versi, già da me per lo adietro fatti, che lodiscrivono, se a me non fosse dicevole vie più il piagnere che il cantare. -


1.XIV. Quivi, come da cosa molto disiata sopragiunta e tutta in se stessa subitamente recatasi, madonna Berenice: - Deh -disse - se questo Idio ti conceda, Perottino, il vivere lietamente tutti gli anni tuoi, prima che tu più oltre vada ragionando, dicciquesti tuoi versi. Perciò che buona pezza è che io son vaga sommissimamente d'udire alcuna delle tue canzoni, e certa sono chetu, le ne dicendo, diletterai insiememente queste altre due che t'ascoltano, né meno di me son vaghe d'udirti; perciò che bensappiamo quanto tra gl'intendenti giovani sieno le tue rime lodate -.

A cui Perottino, un profondissimo sospiro con le parole mandando fuora, in questa guisa rispose: - Madonna, questoIdio, male per me troppo bene conosciuto, i miei anni lieti non può egli più fare né farà giamai, quando ancora esso far lietiquegli di tutti gli altri uomini potesse, sì come non puote. Perciò che la mia ingannevole fortuna di quel bene m'ha spogliato,dopo il quale niuna cosa mi può essere, né sarà mai, né lieta né cara, se non quella una che è di tutte le cose ultimo fine; la qualeio ben chiamo assai spesso, ma ella sorda, con la mia fortuna accordatasi, non m'ascolta, forse perché io, soverchio vivendo,rimanga per essempio de' miseri bene lungamente infelice. Ora poscia che io ho già preso ad ubidirvi e ho a voi fatto palesequello che nascondere arei potuto, e sarebbe il meglio stato, ché men male suole essere il morirsi uom tacendo chelamentandosi, quantunque le mie rime da esser dette a donne liete e festeggianti non siano, io le pure dirò. - Mossono a pietà ipieghevoli cuori delle donne queste ultime parole di Perottino; quando egli, che con fatica grandissima le lagrime a gli occhiritenne, alquanto riavutosi, così incominciò a dire:


Quand'io penso al martire,

Amor, che tu mi dai, gravoso e forte,

Corro per gir a morte,

Così sperando i miei danni finire.


Ma poi ch'i' giungo al passo,

Ch'è porto in questo mar d'ogni tormento,

Tanto piacer ne sento,

Che l'alma si rinforza, ond'io no 'l passo.


Così 'l viver m'ancide,

Così la morte mi ritorna in vita:

O miseria infinita,

Che l'uno apporta e l'altra non recide.


1.XV. Lodavano le donne e gli altri giovani la canzone da Perottino recitata, e esso interrompendogli, soverchio delle suelode schifevole, volea seguitando alle prime proposte ritornare, se non che madonna Berenice, ripigliando il parlare: - Almeno -disse - sii di tanto contento, Perottino, poi che l'essere lodato contra l'uso di tutti gli altri uomini tu pure a noia ti rechi, che, doveacconciamente ti venga così ragionando alcun de' tuoi versi ricordato, non ti sia grave lo sporloci; perciò che e noi tutte e tre,che del tuo onore vaghissime siamo, e i tuoi compagni medesimamente, i quali son certa che come fratello t'amino, quantunqueessi altre volte possano le tue rime avere udite, sollazzerai con tua pochissima fatica grandemente -.

A queste parole rispostole Perottino che come potesse il farebbe, così rientrò nel suo parlare: - E che si potrà dir qui, senon che per certo tanto stremamente è misera la sorte de gli amanti, che essi, vivendo, perciò che vivono, non possono viveree, morendo, perciò che muoiono, non possono morire? Io certamente non so che altro succhio mi sprema di così nuovoassenzo d'amore se non quest'uno, il quale quanto sia amaro siate contente, giovani donne, il cui bene sempre mi fie caro, diconoscere più tosto sentendone ragionare che gustandolo. Ma, o potenza di questo Idio, non so qual più noievole omaravigliosa, non si contenta di questa loda né per somma la vuole de' suoi miracoli Amore; il quale, perciò che si puòargomentare che, sì come la morte può ne gli amanti cagionar la noia del vivere, così può bastare a cagionarvi la vita la gioiache essi sentono del morire, vuole tal volta in alcuno non solamente che esso non possa morire senza cagione avere alcuna divita, ma fa in modo che egli di due manifestissime morti, da esse fierissimamente assalito, sì come di due vite si vive. A memedesimo tuttavia, donne, pare oltre ogni maniera nuovo questo stesso che io dico; e pure è vero: certo così non fosse eglistato, che io sarei ora fuori d'infinite altre pene, dove io dentro vi sono. Perciò che avendo già per li tempi adietro Amore il miomisero e tormentato cuore in cocentissimo fuoco posto, nel quale stando egli conveniva che io mi morissi, con ciò sia cosa chenon avrebbe la mia virtù potuto a cotanto incendio resistere, operò la crudeltà di quella donna, per lo cui amore io ardeva, cheio caddi in uno abondevolissimo pianto, del quale l'ardente cuore bagnandosi opportuna medicina prendeva alle sue fiamme. Equesto pianto averebbe per sé solo in maniera isnervati e infieboliti i legamenti della mia vita e così vi sarebbe il cuore allagatodentro, che io mi sarei morto, se stato non fosse che, rassodandosi per la cocitura del fuoco tutto quello che il piantostemperava, cagione fu che io non mancai. In questa guisa l'uno e l'altro de' miei mali pro facendomi, e da due mortalissimiaccidenti per la loro contraoperazione vita venendomene, si rimase il cuore in istato, ma quale stato voi vedete, con ciò sia cosache io non so quale più misera vita debba potere essere, che quella di colui è, il quale da due morti è vivo tenuto e, perciò cheegli doppiamente muore, egli si vive. -


1.XVI. Così avendo detto Perottino, fermatosi e poi a dire altro passar volendo, Gismondo con la mano in ver di lui apertasostandolo, a madonna Berenice così disse: - Egli non v'attien, Madonna, quello che egli v'ha testé promesso di sporvi delle suerime, potendol fare. Perciò che egli una canzone fe' già che di questo miracolo medesimo racconta, vaga e gentile, e non la vidice. Fate che egli la vi dica, che ella vi piacerà. -

Il che udito, la donna subitamente disse: - Dunque ci manchi tu, Perottino, della tua promessa così tosto? O noi ticredavamo uom di fede. - E con tai parole e con altre scongiurandol tutte, non solamente a dir loro quella canzone della qualeGismondo ragionava, ma ancor dell'altre, se ad uopo venissero di quello che egli dir volea, il constrinsero, e fattolsi riprometterepiù d'una volta, egli alla canzone venendo con voce compassionevole così disse:


Voi mi poneste in foco,

Per farmi anzi 'l mio dì, Donna, perire;

E perché questo mal vi parea poco,

Col pianto raddoppiaste il mio languire.

Or io vi vo' ben dire:

Levate l'un martire,

Ché di due morti i' non posso morire.


Però che da l'ardore

L'umor che ven de gli occhi mi difende,

E che 'l gran pianto non ditempre il core

Face la fiamma che l'asciuga e 'ncende.

Così quanto si prende

L'un mal, l'altro mi rende,

E giova quello stesso che m'offende.


Che se tanto a voi piace

Veder in polve questa carne ardita,

Che vostro e mio mal grado è sì vivace,

Perché darle giamai quel che l'aita?

Vostra voglia infinita

Sana la sua ferita,

Ond'io rimango in dolorosa vita.


E di voi non mi doglio,

Quanto d'Amor che questo vi comporte;

Anzi di me, ch'ancor non mi discioglio".

Ma che poss'io? con leggi inique e torte

Amor regge sua corte.

Chi vide mai tal sorte:

Tenersi in vita un uom con doppia morte?



1.XVII. E così detto seguitò: - Parti, Lisa, che a questi miracoli si convenga che il loro facitore sia Idio chiamato? Parti chenon senza cagione que' primi uomini gli abbiano imposto cotal nome? Perciò che tutte le cose che fuori dell'uso naturaleavengono, le quali per questo si chiamano miracoli, che maraviglia a gli uomini recano o intese o vedute, non posson procedereda cosa che sopranaturale non sia, e tale sopra tutte l'altre è Dio. Questo nome adunque diedero ad Amore, sì come a colui lacui potenza sopra quella della natura ad essi parea che si distendesse. Ma io a dimostrarloti, più vago de' miei mali che de glialtrui, non ho quasi adoperato altro, sì come tu hai veduto, che la memoria d'una menomissima parte de' miei infiniti e dolorosimartiri; i quali però insieme tutti, avenga che essi di soverchia miseria fare essempio mi potessero a tutto il mondo in fede dellapotenza di questo Idio, se bene in maggior numero non si stendessero che questi sono, de' quali tu hai udito, pure, acomperazione di quelli di tutti gli altri uomini, per nulla senza fallo riputar si possono o per poco. Che se io t'avessi volutodipignere ragionando le historie di centomila amanti che si leggono, sì come nelle chiese si suole fare, nelle quali dinanzi ad unoIdio non la fede d'un uom solo, ma d'infiniti, si vede in mille tavolette dipinta e raccontata, certo non altramente maravigliata tene saresti che sogliano i pastori, quando essi primieramente nella città d'alcuna bisogna portati, a una ora mille cose veggonoche son loro d'infinita maraviglia cagione. Né perché io mi creda che le mie miserie sien gravi, come senza fallo sono, è egliperciò da dire che lievi sieno l'altrui, o che Amore ne' cuori di mille uomini per aventura non s'aventi con tanto impeto, conquanto egli ha fatto nel mio, e che egli cotante e così strane maraviglie non ne generi, quante e quali son quelle che egli nel mioha generate. Anzi io mi credo per certo d'avere di molti compagni a questa pruova per grazia del mio signore, quantunque essinon così tutti vedere si possano da ciascuno e conoscere, come io me stesso conosco. Ma è appresso le altre questa, una dellesciocchezze de gli amanti, che ciascuno si crede essere il più misero e di ciò s'invaghisce, come se di questa vittoria ne glivenisse corona, né vuole per niente che alcuno altro viva, il quale amando possa tanto al sommo d'ogni male pervenire, quantoegli è pervenuto. Amava Argia sanza fallo oltre modo, se alle cose molto antiche si può dar fede, la quale chi avesse udita,quando ella sopra le ferite del suo morto marito gittatasi piagneva, sì come si dee pensare che ella facesse, averebbe inteso cheella il suo dolore sopra quello d'ogni altra dolente riponeva. E pure leggiamo d'Evadna, la quale in quella medesima sorte dimiseria e in un tempo con lei pervenuta, sdegnando alteramente la propria vita, il suo morto marito non pianse solamente, maancora seguìo. Fece il somigliante Laodomia nella morte del suo, fece la bella asiana Pantea, fece in quella del suo amante lainfelice giovane di Sesto questa medesima pruova, fecero altresì di molt'altre. Per che comprender si può ogni stato d'infelicitàpotersi in ogni tempo con molti altri rassomigliare; ma non di leggier si veggono, perciò che la miseria ama sovente di starnascosa. Tu dunque, Lisa, dando alle mie angoscie quella compagnia che ti parrà poter dare, senza che io vada tutte le historieravolgendo, potrai agevolmente argomentare la potenza del tuo Idio tante volte più distendersi di quello che io t'ho co' mieiessempi dimostrato, quanti possono esser quelli che amino come fo io, i quali possono senza fallo essere infiniti. Perciò che adAmore è per niente, che può essere, solo che esso voglia, ad un tempo parimente in ogni luogo, di cotali prodezze, a rischiodella vita de gli amanti, in mille di loro insieme insieme far pruova. Egli così giuoca e, quello che a noi è d'infinite lagrime ed'infiniti tormenti cagione, suoi scherzi sono e suoi risi non altramente che nostri dolori. E già in modo ha sé avezzo nel nostrosangue e delle nostre ferite invaghito il crudele, che di tutti i suoi miracoli quello è il più maraviglioso, quando egli alcuno ne faamare, il qual senta poco dolore. E perciò pochissimi sono quegli amanti, se pure alcuno ve n'è, che io no 'l so, che possanonelle lor fiamme servar modo; dove in contrario si vede tutto 'l giorno, lasciamo stare che di riposati, di riguardosi, di studiosi, difilosofanti, molte volte rischievoli andatori di notte, portatori d'arme, salitori di mura, feritori d'uomini diveniamo, ma tutto dìveggiamo mille uomini, e quelli per aventura che per più costanti sono e per più saggi riputati, quando ad amar si conducono,palesemente impazzare.


1.XVIII. Ma perciò che, fatto Idio da gli uomini Amore per queste cagioni che tu vedi, Lisa, parve ad essi convenevoledovergli alcuna forma dare, acciò che esso più interamente conosciuto fosse, ignudo il dipinsero, per dimostrarci in quel modonon solamente che gli amanti niente hanno di suo, con ciò sia cosa che essi stessi sieno d'altrui, ma questo ancora, che essid'ogni loro arbitrio si spogliano, d'ogni ragione rimangono ignudi; fanciullo, non perché egli si sia garzone, che nacque insiemeco' primi uomini, ma perciò che garzoni fa divenire di conoscimento quei che 'l seguono e, quasi una nuova Medea, con istraniveneni alcuna volta gli attempati e canuti ribambire; alato, non per altro rispetto se non perciò che gli amanti, dalle penne de'loro stolti disideri sostentati, volan per l'aere della loro speranza, sì come essi si fanno a credere, leggiermente infino al cielo.Oltre a.cciò una face gli posero in mano accesa, perciò che, sì come del fuoco piace lo splendore ma l'ardore è dolorosissimo,così la prima apparenza d'Amore, in quanto sembra cosa piacevole, ci diletta, di cui poscia l'uso e la sperienza ci tormentanofuor di misura. Il che se da noi conosciuto fosse prima che vi si ardesse, o quanto meno ampia sarebbe oggi la signoria diquesto tiranno e il numero de gli amanti minore che essi non sono. Ma noi stessi, del nostro mal vaghi, sì come farfalle ad essan'andiam per diletto; anzi pure noi medesimi spesse volte ce l'accendiamo, onde poi, quasi Perilli nel proprio toro, così noi nelnostro incendio ci veggiamo manifestamente perire. Ma per dar fine alla imagine di questo Idio, male per gli uomini di sì diversicolori della loro miseria pennellata, a tutte queste cose, Lisa, che io t'ho dette, l'arco v'aggiunsero e gli strali, per darci adintendere che tali sono le ferite che Amore ci dà, quali potrebbono essere quelle d'un buono arciere che ci saettasse; le qualiperò in tanto sono più mortali, che egli tutte le dà nel cuore, e questo ancora più avanti hanno di male, che egli mai non si stancaod a pietà si muove, perché ci vegga venir meno, anzi egli tanto più s'affretta nel ferirci, quanto ci sente più deboli e piùmancare. Ora io mi credo assai apertamente averti, Lisa, dimostrato quali fossero le cagioni che mosser gli uomini a chiamareIdio costui, che noi Amore chiamiamo, e perché essi così il dipinsero, come tu hai veduto; il quale, se con diritto occhio si mira,non che egli nel vero non sia Idio, il che essere sarebbe sceleratezza pure a pensare non che mancamento a crederlo, anzi eglinon è altro se non quello che noi medesimi vogliamo. Perciò che conviene di necessità che Amore nasca nel campo de' nostrivoleri, senza il quale, sì come pianta senza terreno, egli aver luogo non può giamai. È il vero che, comunque noi, ricevendolo,nell'animo gli lasciamo aver piè e nella nostra volontà far radici, egli tanto prende di vigore da se stesso, che poi nostro malgrado le più volte vi rimane, con tante e così pungenti spine il cuore affligendoci e così nuove maraviglie generandone, come benchiaro conosce chi lo pruova.


1.XIX. Ma perciò che io buona via mi sono teco venuto ragionando, tempo è da ritornare a Gismondo, il quale io lasciai,dalla tua voce richiamato, già su ne' primi passi del mio camino, avendom'egli dimandato come ciò vero fosse, che io dissi, cheamare senza amaro non si puote. Il che quantunque possa senza dubbio assai esser chiaro conosciuto per le precedenti ragionida chi per aventura non volesse a suo danno farsi sofistico contra 'l vero, pure sì perché a voi, donne, maggiore utilità ne segua,le quali, perciò che femine siete e per questo meno nel vivere dalla fortuna essercitate che noi non siamo, più di consiglio avetemestiero, e sì perché a me già nel dolermi aviato giova il favellare bene in lungo de' miei mali, sì come a' miseri suole avenire, piùoltre ancora ne parlerò; e così forse ad una ora a voi m'ubrigherò ragionando e disubrigherò consigliando e per le cose, chepossono a chi non l'entendesse di molta infelicità esser cagione, discorrendo e avisando -. Avea dette queste parole Perottino etacevasi, apparecchiandosi di riparlare, quando Gismondo, riguardate l'ombre del sole che alquanto erano divenute maggiori,alle donne rivoltosi, così disse: - Care donne, io ho sempre udito dire che il vincere più gagliardo guerriere fa la vittoriamaggiore. Per che di quanto più rinforza Perottino argomentando le sue ragioni e più lungamente nella iniqua sua causas'affatica, aguzzando la punta del suo ingegno, di parlare, di tanto egli alle mie tempie va tessendo più lodevole e più graziosacorona. Ma io temo, se io gli arò a rispondere, che non mi manchi il tempo, se noi vorremo, sì come usati siamo, all'ora delfesteggiare insieme con gli altri nel palagio ritrovarci. Perciò che il sole già verso il vespro s'inchina e a noi forse non fie guari piùd'altrettanto spazio di qui dimorarci conceduto, di quello che c'è passato poi che noi ci siamo; e l'ora è sì fuggevole e così cipigliano l'animo le vezzose parole di Perottino, che a me pare d'esserci apen'apena venuto -.

A cui Sabinetta, che la più giovane era delle tre donne, e nel principio di questi ragionamenti postasi a sedere nell'erbettasotto gli allori, quasi fuori de gli altri stando e ascoltando, poi che Perottino a favellare incominciò, niente ancora avea parlato,anzi acerbetta che no, disse: - Ingiuria si farebbe a Perottino se tu, Gismondo, per cotesto dir volessi che egli a ristrigneredovesse avere i suoi sermoni. Parlisi a suo bell'agio egli oggi quanto ad esso piace: tu gli potrai rispondere poscia domani, conciò sia cosa che e a noi fie più dilettevole il pigliarci questo solazzo e diporto medesimamente dell'altre volte, che qui abbiamopiù dì a starci, e a te potrà essere più agevole il rispondere, che averai avuto questo mezzo tempo da pensarvi. -


1.XX. Piacque a ciascuno l'aviso di Sabinetta, e così conchiuso che si facesse, in quello medesimo luogo il seguente giornoritornando, poi che ogniun si tacque, Perottino incominciò: - Sì come delle vaghe e travagliate navi sono i porti riposo e dellecacciate fiere le selve loro, così de' quistionevoli ragionamenti sono le vere conclusioni; né giova, dove queste manchino, moltevoci rotonde e segnate raunando e componendo, le quali per aventura più da coloro sono con istudio cercate, che più da sé laverità lontana sentono, occupar gli animi de gli ascoltanti, se essi non solamente la fronte e il volto delle parole, ma il pettoancora e il cuor di loro con maestro occhio rimirano. Il che temo io forte, o donne, non domani avenga a Gismondo, il quale piùdel suo ingegno confidandosi che avendo risguardo a quello di ciascuna di voi o pure alla debolezza della sua causa rispetto epensiero alcuno, spera di questa giostra corona. Nella quale sua speranza assai gli sarebbe la fortuna favorevole stata, più lungospazio da prepararsi alla risposta concedendogli che a me di venire alla proposta non diede, se egli alla verità non fosse nimico.E perché egli in me non ritorni quello che io ora appongo a lui, alla sua richiesta venendo, dico che quantunque volte adivieneche l'uom non possegga quello che egli disidera, tante volte egli dà luogo in sé alle passioni; le quali, ogni pace turbandogli, sìcome città da' suoi nimici combattuta, in continuo tormento il tengono più e men grave, secondo che più o men possenti i suoidisideri sono. E possedere qui chiamo non quello che suole essere ne' cavalli o nelle veste o nelle case, delle quali il signore èsemplicemente possessor chiamato, quantunque non egli solo le usi o non sempre o non a suo modo, ma possedere dico ilfruire compiutamente ciò che altri ama, in quella guisa che ad esso è più a grado. La qual cosa perciò che è per se stessamanifestissima, che io altramente ne quistioni non fa mestiero. Ora vorre' io saper da te, Gismondo, se tu giudichi che l'uomoamante altrui possa quello che egli ama fruire compiutamente giamai. Se tu di' che sì, tu ti poni in manifesto errore, perciò chenon può l'uom fruir compiutamente cosa che non sia tutta in lui; con ciò sia cosa che le strane sempre sotto l'arbitrio dellafortuna stiano e sotto il caso e non sotto noi, e altri, quanto sia cosa istrana, dalla sua voce medesima si fa chiaro. Se tu di' cheno, confessare adunque ti bisognerà, né ti potranno gli amanti difendere, o Gismondo, che chiunque ama, senta e sostengapassione a ciascun tempo. E perciò che non è altro l'amaro dell'animo che il fele delle passioni che l'avelenano, di necessità siconchiude che amare senza amaro non è più fattibile che sia che l'acque asciughino o il fuoco bagni o le nevi ardano o il solenon dia luce. Vedi tu ora, Gismondo, in quanto semplici e brievi parole la pura verità si rinchiude? Ma che vo io argomentandodi cosa che si tocca con mano? che dico io con mano? anzi pur col cuore. Né cosa è che più a drento si faccia sentire o più nelmezzo d'ogni nostra midolla penetrando traffigga l'anima di quello che Amore fa, il quale, sì come potentissimo veneno, al cuorene manda la sua virtù e quasi ammaestrato rubator di strada, nella vita de gli uomini cerca incontanente di por mano.


1.XXI. Lasciando adunque da parte con Gismondo i silogismi, o donne, al quale più essi hanno rispetto, sì come a.llorguerriere, che a voi che ascoltatrici siete delle nostre quistioni, con voi me ne verrò più apertamente ragionando quest'altra via.E perciò che, per le passioni dell'animo discorrendo, meglio ci verrà la costui amarezza conosciuta, sì come quella che egli sitrae dall'aloe loro, poi che in esse col ragionare alquanto già intrati siamo e a voi piace che il favellare oggi sia mio, il quale pocoinnanzi a Gismondo donato avevate, seguitando di loro vi parlerò, più lunga tela tessendovi de' lor fili. Sono adunque, o donne,le passioni dell'animo queste generali e non più, dalle quali tutte le altre dirivando in loro ritornano: soverchio disiderare,soverchio rallegrarsi, soverchia tema delle future miserie e nelle presenti dolore. Le quali passioni, perciò che sì come venticontrari turbano la tranquillità dell'animo e ogni quiete della nostra vita, sono per più segnato vocabolo perturbazioni chiamateda gli scrittori. Di queste perturbazioni, quantunque propria d'Amore sia la primiera, sì come di quello che altro che disiderionon è, pure egli, non contento de' suoi confini, passa nelle altrui possessioni, soffiando in modo nella sua fiaccola, chemiseramente tutte le mette a fuoco; il quale fuoco, gli animi nostri consumando e distruggendo, trae spesse volte affine la nostravita o, se questo non ne viene, a vita peggior che morte senza fallo ci conduce. Ora per incominciar da esso disiderio, dicoquesto essere di tutte le altre passioni origine e capo e da questo ogni nostro male procedere, non altramente che faccia ognialbero da sue radici. Perciò che comunque egli d'alcuna cosa s'accende in noi, incontanente ci sospigne a seguirla e a cercarla,e così seguendola e cercandola a trabocchevoli e disordinati pericoli e a mille miserie ci conduce. Questo sospigne il fratello acercare dalla male amata sorella gli abominevoli abbracciamenti, la matrigna dal figliastro e alcuna volta, il che pure a dirlo m'ègrave, il padre medesimo dalla verginetta figliuola: cose più tosto mostruose che fiere. Le quali, perciò che vie più bello è iltacersi che il favellarne, lasciando nella loro non dicevole sconvenevolezza stare e di noi favellando, così vi dico, che questodisio i nostri pensieri, i nostri passi, le nostre giornate dispone e scorge e trae a dolorosi e non pensati fini. Né giova spessevolte che altri gli si opponga con la ragione, perciò che quantunque d'andare al nostro male ci accorgiamo, non pertanto ce nesappiam ritenere o, se pure alcuna volta ce ne riteniamo, da capo, come quelli che il male abbiam dentro, al vomito conmaggior violenza di stomaco ritorniamo. E aviene poi che, sì come quel sole, nel qual noi gli occhi tenevamo stamane quando e'surgea, ora dilungatosi fra 'l giorno abbaglia chi lo rimira, così bene scorgiamo noi da prima il nostro male alle volte, quando e'nasce, il quale medesimo, fatto grande, accieca ogni nostra ragione e consiglio.


1.XXI. Ma non si contenta di tenerci Amore d'una sola voglia, quasi d'una verga sollecitati, anzi sì come dal disiderar dellecose tutte le altre passioni nascono, così dal primo disiderio che sorge in noi, come da largo fiume, mille altri ne dirivano, equesti sono ne gli amanti non men diversi che infiniti. Perciò che quantunque il più delle volte tutti tendano ad un fine, pure,perché diversi sono gli obbietti e diverse le fortune de gli amanti, da ciascuno senza fallo diversamente si disia. Sono alcuni che,per giugnere quando che sia la lor preda, pongono tutte le forze loro in un corso, nel quale o quante gravi e dure coses'incontrano, o quante volte si cade, o quanti seguaci pruni ci sottomordono i miseri piedi! e spesse fiate aviene che prima siperde la lena che la caccia si tenga. Alcuni altri, possessori della cosa amata divenuti, niente altro disiderano se non dimantenersi in quello medesimo stato, e quivi fisso tenendo ogni loro pensiero e in questo solo ogni opera, ogni tempo loroconsumando, nella felicità son miseri e nelle ricchezze mendici e nelle loro venture sciagurati. Altri, di possessione uscito de' suoibeni, cerca di rientrarvi, e con mille dure condizioni, con mille patti iniqui, in prieghi, in lagrime, in strida consumandosi, mentredel perduto contende, pone in quistion pazzamente la sua vita. Ma non si veggono queste fatiche, questi guai, questi tormenti ne'primi disii. Perciò che sì come nell'entrar d'alcun bosco ci pare d'avere assai spedito sentiero, ma quanto più in esso penetriamocaminando, tanto il calle più angusto diviene, così noi primieramente ad alcuno obbietto dall'appetito invitati, mentre a quello cipare di dover potere assai agevolmente pervenire, ad esso più oltre andando di passo in passo troviamo più ristretto e piùmalagevole il camino. Il che a noi è delle nostre tribolazioni fondamento, perciò che, per vi pure poter pervenire, ogniimpedimento cerchiamo di rimuovere che il ci vieti, e quello che per diritto non si può, conviene che per oblico si fornisca.Quinci le ire nascono, le quistioni, le offese, e troppo più avanti ne segue di male, che nel cominciamento non pare altrui esserpossibile ad avenire. E affine che io ogni cosa minuta raccontando non vada, quante volte sono da alcuno state per questacagione le morti d'infiniti uomini disiderate? e per aventura alcuna volta de' suoi più cari? Quante donne già dall'appetitotrasportate hanno la morte de' loro mariti procacciata? Veramente, o donne, se a me paresse poter dire maggior cosa chequesta non è, io più oltre ne parlerei. Ma che si può dir più? il letto santissimo della moglie e del marito, testimonio della piùsecreta parte della lor vita, consapevole de' loro dolcissimi abbracciamenti, per nuovo disio d'amore essere del sangueinnocente dell'uno, col ferro dell'altro, tinto e bagnato.


1.XXIII. Ora facendo vela da questi duri e importuni scogli del disio, il mare dell'allegrezza fallace e torbido solchiamo.Manifesta cosa vi dee adunque essere, o donne, che tanto a noi ogni allegrezza si fa maggiore, quanto maggiore ne gli animinostri è stato di quello il disio che a noi è della nostra gioia cagione; e tanto più oltre modo nel conseguire delle cercate cose cirallegriamo, quanto più elle da noi prima sono state cerche oltra misura. E perciò che niuno appetito ha in noi tanto di forza, nécon sì possente impeto all'obbietto propostogli ci trasporta, quanto quello fa che è dalli sproni e dalla sferza d'Amore punto esollecitato, aviene che niuna allegrezza di tanto passa ogni giusto segno, di quanto quella de gli amanti passar si vede, quandoessi d'alcuno loro disiderio vengono a riva. E veramente chi si rallegrerebbe cotanto d'un picciolo sguardo, o chi in luogo disomma felicità porrebbe due tronche parolette o un brieve toccar di mano o un'altra favola cotale, se non l'amante, il quale è diqueste stesse novelluzze vago e disievole fuor di ragione? certo, che io creda, niuno. Né perciò è da dire che in questo a migliorcondizione, che tutti gli altri uomini, siano gli amanti, quando manifestamente si vede che ciascuna delle loro allegrezze le piùvolte, o, per dir meglio, sempre, accompagnano infiniti dolori, il che ne gli altri non suole avenire, in modo che quello che unavolta sopravanza nel sollazzo è loro mille fiate renduto nella pena. Senza che niuna allegrezza, quando ella trapassa i termini delconvenevole, è sana, e più tosto credenza fallace e stolta che vera allegrezza si può chiamare. La quale è ancora per questodannosa ne gli amanti, che ella in modo gli lascia ebbri del suo veleno che, come se essi in Lete avessero la memoria tuffata,d'ogni altra cosa fatti dimentichi salvo che del lor male, ogni onesto ufficio, ogni studio lodevole, ogni onorata impresa, ogni lordebito lasciato a dietro, in questa sola vituperevolmente pongono tutti i loro pensieri; di che non solamente vergogna e danno nesegue loro, ma oltre a.cciò, quasi di se stessi nimici divenuti, essi medesimi volontariamente si fanno servi di mille dolori. Quantenotti miseramente passa vegghiando, quanti giorni sollecitamente perde in un solo pensiero, quanti passi misura in vano, quantecarte vergando non meno le bagna di lagrime che d'inchiostro l'infelice amante alcuna volta, prima che egli una ora piacevole siguadagni? la qual per aventura senza noia non gli viene, sì come di lamentevoli parole spesse volte e di focosi sospiri e di veropianto mescolata, o forse non senza pericolo stando della propria persona o, se alcuna di queste cose no 'l tocca, certo condoloroso pungimento di cuore che ella sì tosto fuggendo se ne porti i suoi diletti, i quali egli ha così lungamente penato peracquistare. Chi non sa quanti pentimenti, quanti scorni, quante mutazioni, quanti ramarichii, quanti pensieri di vendetta, quantefiamme di sdegno il cuocono e ricuocono mille volte, prima che egli un piacere consegua? Chi non sa con quante gelosie, conquante invidie, con quanti sospetti, con quante emulazioni e in fine con quanti assenzi ciascuna sua brevissima dolcezza siacomperata? Certo non hanno tante conche i nostri liti né tante foglie muove il vento in questo giardino, qualora egli più verde sivede e più vestito, quanti possono in ogni sollazzo amoroso esser dolori. E questi medesimi sollazzi, se aviene alcuna fiata chesieno da ogni loro parte di duolo e di maninconia voti, il che non può essere, ma posto che sì, allora per aventura ci sono eglinopiù dannosi e più gravi. Perciò che le fortune amorose non sempre durano in uno medesimo stato, anzi elle più sovente simutano che alcuna altra delle mondane, sì come quelle che sottoposte sono al governo di più lieve signore che tutte le altre nonsono. Il che quando aviene, tanto ci appare la miseria più grave, quanto la felicità ci è paruta maggiore. Allora ci lamentiamo noid'Amore, allora ci ramarichiamo di noi stessi, allora c'incresce il vivere, sì come io vi posso col mio misero essempio in questerime far vedere. Le quali se per aventura più lunghe vi parranno dell'usato, fie per questo, che hanno avuto rispetto alla gravezzade' miei mali, la quale in pochi versi non parve loro che potesse capere.


1.XXIV.


I più soavi e riposati giorni

Non ebbe uom mai né le più chiare notti,

Di quel c'ebb'io, né 'l più felice stato,

Alor ch'io incominciai l'amato stile

Ordir con altro pur che doglia e pianto,

Da prima entrando a l'amorosa vita.


Or è mutato il corso a la mia vita

E volto il gaio tempo, e i lieti giorni,

Che non sapean che cosa fosse un pianto,

In gravi, travagliate e fosche notti,

Col bel suggetto suo cangiâr lo stile

E con le mie venture ogni mio stato.


Lasso, non mi credea di sì alto stato

Giamai cader in così bassa vita

Né di sì piano in così duro stile.

Ma 'l sol non mena mai sì puri giorni,

Che non sian dietro poi tante atre notti:

Così vicino al riso è sempre il pianto.


Ben ebbi al riso mio vicino il pianto

E io non me 'l sapea, che 'n quello stato

Così cantando e 'n quelle dolci notti

Forse avrei posto fine a la mia vita,

Per non tardar al fel di questi giorni,

Che m'ha sì inacerbito e petto e stile.


Amor, tu che porgei dianzi a lo stile

Lieto argomento, or gl'insegni ira e pianto,

A che son giunti i miei graditi giorni?

Qual vento nel fiorir svelse 'l mio stato

E fe' fortuna a la tranquilla vita

Entro li scogli a le più lunghe notti?


U' son le prime mie vegghiate notti

Sì dolcemente? u' 'l mio ridente stile

Che potea rallegrar ben mesta vita?

E chi sì tosto l'ha converso in pianto?

C'or foss'io morto alor, quando 'l mio stato

Tinse in oscuro i suoi candidi giorni.


Sparito è 'l sol de' miei sereni giorni

E raddoppiata l'ombra a le mie notti,

Che lucean più che i dì d'ogni altro stato.

Cantai un tempo e 'n vago e lieto stile

Spiegai mie rime, e or le spiego in pianto,

C'ha fatto amara di sì dolce vita.


Così sapesse ogniun qual è mia vita

Da indi in qua, ch'e miei festosi giorni,

Chi sola il potea far, rivolse in pianto;

Che pago mi terrei di queste notti,

Senza colmar de' miei danni lo stile;

Ma non ho tanto bene in questo stato.


Ché quella fera, ch'al mio verde stato

Diede di morso e quasi a la mia vita,

Or fugge al suon del mi' angoscioso stile

Né mai, per rimembrarle i primi giorni

O raccontar de le presenti notti,

Volse a pietà del mio sì largo pianto.


Eco sola m'ascolta, e col mio pianto

Agguagliando 'l suo duro antico stato,

Meco si duol di sì penose notti;

E se 'l fin si prevede da la vita,

Ad una meta van questi e quei giorni,

E la mia nuda voce fia 'l mio stile.


Amanti, i' ebbi già tra voi lo stile

Sì vago, ch'acquetava ogni altrui pianto:

Or me non queta un sol di questi giorni.

Così va chi 'n suo molto allegro stato

Non crede mai provar noiosa vita

Né pensa 'l dì de le future notti.


Ma chi vol si rallegri a le mie notti,

Com'anco quella, che mi fa lo stile

Tornar a vile e 'n odio esser la vita,

Ch'io non spero giamai d'uscir di pianto.

Ella se 'l sa, che di sì lieto stato

Tosto mi pose in così tristi giorni.


Ite, giorni gioiosi e care notti,

Che 'l bel mio stato ha preso un altro stile,

Per pascer sol di pianto la mia vita.


1.XXV. Voi vedete, o donne, a che porto la seconda fortuna ci conduce. Ma io, quantunque la morte mi fosse più cara,pure vivo, chente che la mia vita si sia. Molti sono stati, che non sono potuti vivere: così viene a gli uomini grave dopo la moltaallegrezza il dolore. Ruppe ad Artemisia la fortuna con la morte del marito la felicità de' suoi amori, per la qual cosa ella visse inpianto tutto il rimanente della sua vita, e alla fine piangendo si morì: il che avenuto non le sarebbe, se ella si fosse mezzanamentene' suoi piaceri rallegrata. Abandonata dal vago Enea la dolorosa Elisa se medesima miseramente abandonò uccidendosi, allaqual morte non traboccava, se ella meno seconda fortuna avuta avesse ne' suoi amorosi disii. Né parve alla misera Niobe peraltro sì grave l'orbezza de' suoi figliuoli, se non perciò che ella a somma felicità l'avergli s'avea recato. Così aviene che, se lemisere allegrezze de gli amanti sono di sé sole ben piene, o a morti acerbissime gli conducono o d'eterno dolore gli fannoheredi; se sono di molta noia fregiate, elle senza dubbio alcuno e, mentre durano, gli tormentano e, partendo, niente altrolasciano loro in mano che il pentimento; perciò che di tutte quelle cose che a far prendiamo, quando ci vanno con nostro dannofallite, la penitenza è fine. O amara dolcezza, o venenata medicina de gli amanti non sani, o allegrezza dolorosa, la qual di tenessun più dolce frutto lasci a' tuoi possessori che il pentirsi; o vaghezza che, come fumo lieve, non prima sei veduta chesparisci, né altro di te rimane ne gli occhi nostri che il piagnere; o ali che bene in alto ci levate perché, strutta dal sole la vostracera, noi con gli omeri nudi rimanendo, quasi novelli Icari, cadiamo nel mare. Cotali sono i piaceri, donne, i quali amando sisentono. Veggiamo ora quali sono le paure.


1.XXVI. Fingono i poeti, i quali sogliono alcuna volta favoleggiando dir del vero, che ne gli oscuri abissi tra le schieresconsolate de' dannati è uno fra gli altri, cui pende sopra 'l capo un sasso grossissimo, ritenuto da sottilissimo filo. Questi, alsasso risguardando e della caduta sgomentandosi, sta continuamente in questa pena. Tale de gl'infelici amanti è lo stato, i qualisempre de' loro possibili danni stando in pensiero, quasi con la grave ruina delle loro sciagure sopra 'l capo, i miseri vivono ineterna paura, e non so che per lo continuo il tristo cuore dicendo loro, tacitamente gli sollecita e tormenta, seco stesso ad ogniora qualche male indovinando. Perciò che quale è quello amante che de gli sdegni della sua donna in ogni tempo non tema? oche ella forse ad alcuno altro il suo amore non doni? o che per alcun mondo, che mille sempre ne sono, non gli sia tolta a' suoiamorosi piaceri la via? Egli certamente non mi si lascia credere che uomo alcuno viva, il quale amando, comunque il suo stato sistia, mille volte il giorno non sia sollecito, mille volte non senta paura. E che poi, di queste sollecitudini, hassene egli altro dannoche il temere? Certo sì, e non uno, ma infiniti, ché questa stessa tema e pavento sono di molti altri mali seme e radice. Perciòche per riparare alle ruine che, lasciate in pendente, crediamo che possano cadendo stritolare la nostra felicità, molti tortipontelli con gli altrui danni o forse con le altrui morti cerchiamo di sottoporre a' lor casi. Uccise il suo fratel cugino, che dallalunga guerra si ritornava, il fiero Egisto, temendo non per la sua venuta rovinassero i suoi piaceri. Uccise simigliantementel'impazzato Oreste il suo, e dinanzi a gli altari de gli idii, nel mezzo de' sacrificanti sacerdoti il fe' cadere, perché in piè rimanessel'amore che egli alla sorella portava. A me medesimo incresce, o donne, l'andarmi cotanto tra tante miserie ravolgendo. Pure seio v'ho a dimostrare quale sia questo Amore, che è da Gismondo lodato come buono, è uopo che io con la tela delle sue opereil vi dimostri; delle quali per aventura tante ne lascio adietro ragionando, quante lascia da poppa alcuna nave gocciole d'acquamarina, quando più ella da buon vento sospinta corre a tutte vele il suo camino.


1.XXVII. Ma passiamo nel dolore, acciò che più tosto si venga a fine di questi mali. Il qual dolore, quantunque abbia le sueradici nel disiderio, sì come hanno le altre due passioni altresì, pure tanto egli più e men crescie, quanto prima i rividell'allegrezza l'hanno potuto più o meno largamente inaffiare. Assai sono adunque di quegli amanti i quali, da una tortaguatatura delle lor donne o da tre parole proverbiose quasi da tre ferite traffitti, non pensando più oltre quanto elle spesse volteil soglian fare senza sapere il perché, vaghe d'alcuno tormentuzzo de' loro amanti, si dogliono, si ramaricano, si tormentanosenza consolazione alcuna. Altri, perché a pro non può venire de' suoi disii, pensa di più non vivere. Altri, perché venutovicompiutamente non gode, a questo apparente male v'aggiugne il continuo rancore e fallo veramente esistente e grave. E molti,per morte delle lor donne a capo delle feste loro pervenuti, s'attristano senza fine, e altro già che quelle fredde e pallide imagini,dovunque essi gli occhi e il pensier volgono, non viene loro innanzi. A' quali tutti il tempo, sì come né anco il verno le foglie atutti gli alberi, la doglia non ne leva, anzi, sì come ad alquante piante sopra le vecchie frondi ne crescono ogni primavera dinuove, così ad alquanti di questi amanti duolo sopra duolo s'aumenta e, più che essi dopo le loro amate donne vivono, piùvivono tormentati e miseramente di giorno in giorno fanno le loro piaghe più profonde, pure in sul ferro aggravandosi chegl'impiaga. Né mancherà poi chi, per crudeltà della sua donna dalla cima della sua felicità quasi nel profondo d'ogni miseriacaduto, a doversi dilungare nel mondo per farla ben lieta si dispone. E questi nel suo essiglio di niuna altra cosa è vago se non dipiagnere, niente altro disidera che bene stremamente essere infelice. Questo vuole, di questo si pasce, in questo si consola, aquesto esso stesso s'invia. Né sole, né stella, né cielo vede mai che gli sia chiaro. Non erbe, non fonti, non fiori, non corso dimormoranti rivi, non vista di verdeggiante bosco, non aura, non fresco, non ombra veruna gli è soave. Ma solo, chiuso semprene' suoi pensieri, con gli occhi pregni di lagrime, le meno segnate valli o le più riposte selve ricercando, s'ingegna di far brieve lasua vita, talora in qualche trista rima spignendo fuori alcun de' suoi rinchiusi dolori, con qualche tronco secco d'albero o conalcuna soletaria fiera, come se esse lo 'ntendessero, parlando e agguagliando il suo stato. Ora daratti il cuore, Gismondo, didimostrarci che cosa buona Amor sia? Che Amore sia buono, Gismondo, daratti l'animo dicci dimostrare?


1.XXVIII. Conosciuti adunque separatamente questi mali, o donne, del disiderio, dell'allegrezza, della sollecitudine e deldolore, a me piace che noi mescolatamente e senza legge alquanto vaghiamo per loro. E prima che io più ad un luogo che ad unaltro m'invii, mi si para davanti la novità de' principii che questo malvagio lusinghiero dà loro ne gli animi nostri, quasi se disollazzo e giuoco, non di doglia e di lagrime e di manifesto pericolo della nostra vita fossero nascimento. Perciò che mille fiateadiviene che una paroletta, un sorriso, un muover d'occhio con maravigliosa forza ci prendono gli animi, e sono cagione che noiogni nostro bene, ogni onore, ogni libertà tutta nelle mani d'una donna riponiamo, e più avanti non vediamo di lei. E tutto 'lgiorno si vede che un portamento, un andare, un sedere sono l'esca di grandissimi e inestinguibili fuochi. E oltre a ciò quantevolte avenne, lasciamo stare le parti belle del corpo, delle quali spesse fiate la più debole per aventura stranamente ci muove,ma quante volte avenne che d'un pianto ci siamo invaghiti? e di quelle, il cui riso non ci ha potuti crollare di stato, una lagrimettaci ha fatti correre con frezzolosi passi al nostro male? A quanti la pallidezza d'una inferma è stata di piggior pallidezza principio?e loro, che gli occhi vaghi e ardenti non presero ne' dilettevoli giardini, i mesti e caduti nel mezzo delle gravose febbri legarono,e furono ad essi di più perigliosa febbre cagione? Quanti già finsero d'esser presi e, nel laccio per giuoco entrati, poi vi rimaseromal loro grado con fermissimo e strettissimo nodo miserabilmente ritenuti? Quanti volendo spegnere l'altrui fuoco, a semedesimi l'accesero e ebbero d'aiuto mestiero? Quanti sentendo altrui ragionar d'una donna lontana, essi stessi s'avicinaronomille martiri? Ahi lasso me, questo solo vorre' io aver taciuto. -


1.XXIX. Appena ebbe così detto Perottino, che de gli occhi gli caddero alquante subite lagrime e la presta parola gli morì inbocca. Ma poi che, tacendosi ogniuno, vinti dalla pietà di quella vista, esso si riebbe, così con voce rotta e spessa seguitandoriprese a dire: - Di cotai faville, o donne, poi che vede gli animi nostri raccesi questo vezzoso fanciullo e fiero, aggiugnenutrimento al suo fuoco, di speranza e di disiderio pascendolo, de' quali quantunque alcuna volta manchi la prima in noi, sì comequella che da istrani accidenti si crea, non perciò menoma il disiderio né cade sempre con lei. Perciò che, oltra che noi, duragente mortale, da natura tanto più d'alcuna cosa c'invogliamo, quanto ella c'è più negata, ha questo Amore assai sovente in séche, quanto sente più in noi la speranza venir meno, tanto più con disiderii soffiando nelle sue fiamme le fa maggiori; le qualicome crescono, così s'aumentano le nostre doglie, e queste poi e in sospiri e in lagrime e in strida miseramente del petto sispargon fuori, e le più delle volte in vano: di che noi stessi ravedutici tanto sentiamo maggior dolore, quanto più a' venti nevanno le nostre voci. Così aviene che, delle nostre lagrime spargendolo, diviene maravigliosamente il nostro fuoco più grave.Allora, vicini ad ucciderci, morte per estremo soccorso chiamiamo. Ma pure con tutto ciò, quantunque il dolerci in questamaniera ci accresca dolore e misera cosa sia l'andarsi così lamentando senza fallo alcuno, è tuttavia ne' grandi dolori alcunacosa il potersi dolere. Ma più misera e di più guai piena è in ogni modo il non poter noi nelle nostre doglie spandere alcuna voceo dire la nociva cagione, qualora più disideriamo e abbiam di dirla mestiero. Malvagissima e dolorosissima poi fuor di misura ilconvenirci la doglia nascondere sotto lieto viso solo nel cuore, né poter dare uscita pure per gli occhi a gli amorosi pensieri, iquali rinchiusi non solamente materia sostentante le fiamme sono, ma aumentante, perciò che quanto più si strigne il fuoco, tantoegli con più forza cuoce. E questi tutti vengono accidenti non meno domestici de gli amanti che sien dell'aere i venti e le pioggiefamigliari. Ma che dico io questi? essi pure sono infiniti e ciascuno è per sé doloroso e grave.


1.XXX. Questi segue una donna crudele, il quale pregando, amando, lagrimando, dolente a morte, tra mille angosciosipensieri durissima fa la sua vita, sempre più nel disio raccendendosi. A colui, servente d'una pietosa divenuto, la fortuna niega ilpotere nelle sue biade por mano, onde egli tanto più si snerva e si spolpa, quanto più vicina si vede la disiderata cosa e piùvietata, e sentesi sciaguratamente, quasi un nuovo Tantalo, nel mezzo delle sue molte voglie consumare. Quell'altro, di donnamutabile fatto mancipio, oggi si vede contento, domani si chiama infelice e, quali le schiume marine dal vento e dall'ondesospinte ora innanzi vengono e quando adietro ritornano, così egli, or alto or basso, or caldo or freddo, temendo, sperando,niuna stabilità non avendo nel suo stato, sente e pate ogni sorte di pena. Alcun altro, solo di poca e debole e colpata speranzapascendosi, sostenta miseramente a più lungo tormento gli anni suoi. E fie chi, mentre ogni altra cosa prima che la sua promessafede o il suo lieto stato crede dovere poter mancare e rompersi, s'avede quanto sono di vetro tutte le credenze amorose e, nelsecco rimanendo de' suoi pensieri, sta come se il mondo venuto gli fosse meno sotto a' piedi. Surgono oltre a questerepentinamente mille altre guise di nuove e fiere cose, involatrici d'ogni nostra quiete e donatrici d'infinite sollecitudini e di diversitormenti apportatrici. Perciò che alcuno piagne la sùbita infermità della sua donna, la quale nel corpo di lei l'anima suamiseramente tormenta e consuma. Alcuno, d'un nuovo rivale avedutosi, entra in subita gelosia e dentro tutto ardendo vi sidistrugge, con agro e nimichevole animo ora il suo aversario accusando e ora la sua donna non iscusando, né sente pace se nontanto, quanto egli solo la si vede. Alcuno, dalle nuove nozze della sua turbato, non con altro cuore