Pietro Bembo
RIME
Sonetto I
Piansi e cantai lo strazio e l'aspra guerra,
Ch'i' ebbi a sostener molti e molti anni
E la cagion di così lunghi affanni,
Cose prima non mai vedute in terra.
Dive, per cui s'apre Elicona e serra,
Use far a la morte illustri inganni,
Date allo stil, che nacque de' miei danni,
Viver, quand'io sarò spento e sotterra.
Che potranno talor gli amanti accorti,
Queste rime leggendo, al van desio
Ritoglier l'alme col mio duro exempio,
E quella strada, ch'a buon fine porti,
Scorger da l'altre, e quanto adorar Dio
Solo si dee nel mondo, ch'è suo tempio.
Sonetto II
Io, che già vago e sciolto avea pensato
Viver quest'anni, e sì di ghiaccio armarme
Che fiamma non potesse omai scaldarme,
Avampo tutto e son preso e legato.
Giva solo per via, quando da lato
Donna scesa dal ciel vidi passarme,
E per mirarla, a pie mi cadder l'arme,
Che tenendo, sarei forse campato.
Nacque ne l'alma insieme un fiero ardore,
Che la consuma, e bella mano avinse
Catene al collo adamantine e salde.
Tal per te sono, e non men pento,
Amore, purché tu lei, che sì m'accese e strinse,
Qualche poco, Signor, leghi e riscalde.
Sonetto III
Sì come suol, poi che 'l verno aspro e rio
Parte e dà loco a le stagion migliori,
Giovene cervo uscir col giorno fuori
Del solingo suo bosco almo natio,
Et or su per un colle, or lungo un rio
Gir lontano da case e da pastori,
Erbe pascendo rugiadose e fiori,
Ovunque più ne 'l porta il suo desio;
Né teme di saetta o d'altro inganno,
Se non quand'egli è colto in mezzo 'l fianco
Da buon arcier, che di nascosto scocchi;
Tal io senza temer vicino affanno
Moss'il piede quel dì, che i be' vostr'occhi
Me 'mpiagar, Donna, tutto 'l lato manco.
Sonetto IV
Picciol cantor, ch'al mio verde soggiorno
Non togli ancor le tue note dolenti,
Ben riconosco in te gli usati accenti,
ma io, qual me n'andai, lasso, non torno.
Alta virtute e bel sembiante adorno
Dier lo mio debil legno a fieri venti:
Tosto avrai tu, chi suoi novi lamenti
Giunga agli antichi tuoi la notte e 'l giorno.
Già m'hai veduto a questo fido orrore
Venir co' miei pensieri amici appresso,
E lieto, et io di me vivea signore.
Or mi vedrai col mio nimico expresso,
E far de la mia pena cibo al core,
Del ciglio altrui sproni e freno a me stesso.
Sonetto V
Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura,
Ch'all'aura su la neve ondeggi e vole,
Occhi soavi e più chiari che 'l sole,
Da far giorno seren la notte oscura,
Riso, ch'acqueta ogni aspra pena e dura,
Rubini e perle, ond'escono parole
Sì dolci, ch'altro ben l'alma non vòle,
Man d'avorio, che i cor distringe e fura,
Cantar, che sembra d'armonia divina,
Senno maturo a la più verde etade,
Leggiadria non veduta unqua fra noi,
Giunta a somma beltà somma onestade,
Fur l'esca del mio foco, e sono in voi
Grazie, ch'a poche il ciel largo destina.
Sonetto VI
Moderati desiri, immenso ardore,
Speme, voce, color cangiati spesso,
Veder, ove si miri, un volto impresso,
E viver pur del cibo, onde si more,
Mostrar a duo begli occhi aperto il core,
Far de le voglie altrui legge a se stesso,
Con la lingua e lo stil lunge e da presso
Gir procacciando a la sua donna onore,
Sdegni di vetro, adamantina fede,
Sofferenza lo schermo e di pensieri alti
Lo stral e 'l segno opra divina,
E meritar e non chieder mercede,
Fanno 'l mio stato, e son cagion ch'io speri
Grazie, ch'a pochi il ciel largo destina.
Sonetto VII
Poi ch'ogni ardir mi circonscrisse Amore
Quel dì, ch'io posi nel suo regno il piede,
Tanto ch'altrui, non pur chieder mercede,
Ma scoprir sol non oso il mio dolore,
Avess'io almen d'un bel cristallo il core,
Che, quel ch'i' taccio e Madonna non vede
De l'interno mio mal, senza altra fede
A' suoi begli occhi tralucesse fore;
Ch'io spererei de la pietate ancora
Veder tinta la neve di quel volto,
Che 'l mio sì spesso bagna e discolora.
Or che questo non ho, quello m'è tolto,
Temo non voglia il mio Signor, ch'io mora:
La medicina è poca, il languir molto.
Sonetto VIII
Ch'io scriva di costei, ben m'hai tu detto
Più volte, Amor; ma ciò, lasso, che vale?
Non ho né spero aver da salir ale,
Terreno incarco a sì celeste obietto.
- Ella ti scorgerá, ch'ogni imperfetto
Desta a virtute, e di stil fosco e frale
Potrà per grazia far chiaro immortale,
Dandogli forma da sì bel suggetto.
Forse non degna me di tanto onore;
Anzi nessun; pur se ti fidi in noi;
Esser può, ch'arco in van sempre non scocchi.
Ma che dirò, Signor, prima? che poi?
Quel, ch'io t'ho già di lei scritto nel core;
E quel, che leggerai ne' suoi begli occhi.
Sonetto IX
Di que' bei crin, che tanto più sempre amo,
Quanto maggior rnio mal nasce da loro,
Sciolto era il nodo, che del bel tesoro
M'asconde quel, ch'io più di mirar bramo;
E 'l cor, che 'ndarno or lasso a me richiamo,
Volò subitamente in quel dolce oro,
E fe' come augellin tra verde alloro,
Ch'a suo diletto va di ramo in ramo.
Quando ecco due man belle oltra misura,
Raccogliendo le treccie al collo sparse,
strinservi dentro lui, che v'era involto.
Gridai ben io, ma le voci fe' scarse
Il sangue, che gelò per la paura:
Intanto il cor mi fu legato e tolto.
Sonetto X
Usato di mirar forma terrena
Quest'anni adietro e torbido splendore,
Vidi la fronte, di celeste onore
Segnata e più che sol puro serena.
Corsemi un caldo allor di vena in vena
Dolce et acerbo e passò dentro al core,
Del qual poi vissi, come volle Amore,
Ch'or pace e gioia, or mi dà guerra e pena.
La pena è sola, ma la gioia mista
D'alcun tormento sempre, e quella pace
Poco secura, onde mia vita è trista.
E 'l divin chiaro sguardo sì mi piace,
Ch'io ritorno a perir de la sua vista,
Come farfalla, al lume che la sface.
Sonetto XI
Ove romita e stanca si sedea
Quella, in cui sparse ogni suo don natura,
Guidommi Amor, e fu ben mia ventura,
Che più felice farmi non potea.
Raccolta in sé, co' suoi pensier parea
Ch'ella parlasse; ond'io, che tema e cura
Non ho mai d'altro, a guisa d'uomi che fura,
Di paura e di speme tutto ardea.
E tanto in quel sembiante ella mi piacque,
Che poi per meraviglia oltre pensando,
Infinita dolcezza al cor mi nacque;
E crebbe allor che 'l bel fianco girando
Mi vide, e tinse il viso, e poi non tacque,
Tu pur qui se', ch'io non so come, o quando.
Sonetto XII
Amor, che meco in quest'ombre ti stavi,
Mirando nel bel viso di costei,
Quel dì che volentier detto l'avrei
Le mie ragion, ma tu mi spaventavi,
Ecco l'erbetta, e i fior lieti e soavi,
Che preser nel passar vigor da lei,
E 'l ciel, ch'acceser que' begli occhi rei,
Che tengon del mio petto ambe le chiavi.
Ecco ove giunse prima e poi s'assise,
Ove ne scorse, ove chinò le ciglia,
Ove parlò Madonna, ove sorrise.
Qui come suoi, chi se stesso consiglia,
Stette pensosa: o sue belle divise,
Come m'avete pien di meraviglia!
Sonetto XIII
Occhi leggiadri, onde sovente Amore
Move lo stral, che la mia vita impiaga,
Crespo dorato crin, che fai sì vaga
L'altrui bellezza e 'l mio foco maggiore,
E voi, man preste a distenermi 'l core
E più profonda far la mortal piaga,
Se del vedervi sol l'alma s'appaga,
Perché sì rado vi mostrate fore?
Non ti doler di noi, che ne convene
Seguir le voglie de la donna nostra:
Dì questo a lei, che 'n tal guisa ne tene.
Pur potess'io; ma con la vista vostra
M'abbaglia sì, ch'a forza le mie pene
Oblio tutte, ov'ella mi si mostra.
SonettoXIV
Porto, se 'l valor vostro arme e perigli
Guerreggiando piegâr né mica unquanco,
E Marte v'ha tra' suoi più cari figli,
Difendervi d'Amor non potrete anco.
Non vai, perch'uom di ferro il petto e 'l fianco
Si copra, e spada in mano o lancia pigli,
Con lui, che spesso Giove e tutto stanco
Ha 'l ciel, non ch'ei qua giù turbe e scompigli.
Più gioverà mostrarvi umile e piano
e volontariamente preso andarne,
com'ho fatt'io, che contrastar in vano.
Anzi pregate, poi ch'egli ha in sua mano
Nostra vita, né pote altro salvarne,
Vi doni a cor non da pietà lontano.
Canzone I (XV)
Tutto quel che felice et infelice
Viverò per inanzi, a voi si scriva,
Del mio bene e mal sola radice,
fonte onde 'l mio stato si deriva:
Che tante cose Amor di voi mi dice,
Tante ne leggon le mie fide scorte
Negli occhi, ond'è la face sua più viva;
Ch'i' voglio anzi per voi tormento e morte,
Che viver e gioir in altra sorte.
Canzone II: (XVI)
La mia leggiadra e candida angioletta,
Cantando a par de le Sirene antiche,
Con altre d'onestade e pregio amiche
Sedersi a l'ombra in grembo de l'erbetta
Vid'io pien di spavento:
Perch'esser mi parea pur su nel cielo,
Tal di dolcezza velo
Avolto avea quel punto agli occhi miei.
E già dicev'io meco: o stelle, o dei,
O soave concento!
Quand'i m'accorsi ch'ell'eran donzelle,
Liete, secure e belle.
Amore, io non mi pento
D'esser ferito de la tua saetta,
S'un tuo sì picciol ben tanto diletta.
Canzone III (XVII)
Or che non s'odon per le fronde i venti,
Né si vede altro che le stelle e 'l cielo,
Poi che scampo non ho dal mio bel sole,
Se non quest'un, del suo celeste lume
Conven ch'io parli, e come foco e ghiaccio
Fa di me spesso fuor d'usanza e tempo.
Forse fia questo aventuroso tempo
A le mie voci, e gli amorosi venti,
Ch'io movo di sospiri al duro ghiaccio,
Faran del mio languir pietate al cielo:
A Madonna non già, che tanto lume
A le tenebre mie non porta il sole.
Or dico che di me, sì come il sole
Muta girando le stagioni e 'l tempo,
Fa l'altero fatal mio vivo lume:
Ch'or provo in me sereno, or nube, or venti,
Or pioggie, e spesso nel più freddo cielo
Son foco e nel più caldo neve e ghiaccio.
Foco son di desio, di tema ghiaccio,
Qualor si mostra agli occhi miei quel sole,
Ch'abbaglia più che l'altro, ch'è su in cielo:
Seren la pace e nubiloso tempo
Son l'ire e 'l pianto pioggia, i sospir venti,
Che move spesso in me l'amato lume.
Così sol per virtù di questo lume
Vivendo ho già passato il caldo e 'l ghiaccio,
Senza temer che forza d'altri venti
Turbasse un raggio mai di sì bel sole
Per chinar pioggia o menar fosco tempo,
Grazia e mercé del mio benigno cielo.
E prima fia di stelle ignudo il cielo
E 'l giorno andrà senza l'usato lume,
Ch'io muti stile o volontà per tempo;
Né spero già scaldar quel cor di ghiaccio,
Per provar tanto, ai raggi del mio sole,
Foco, gelo, seren, nube, acque e venti.
Quanto soffiano i venti e volge il cielo,
Non vide il sol giamai si chiaro lume,
Pur che 'l ghiaccio scacciasse un caldo tempo.
Canzone IV (XVIII)
Amor la tua virtute
Non è dal mondo e dalla gente intesa:
Che da viltate offesa
Segue suo danno, e fugge sua salute.
Ma se fosser tra noi ben conosciute
L'opre tue, come là dove risplende
Più del tuo raggio puro;
Cammin diritto e securo
Prenderia nostra vita, che no 'l prende,
E tornerian con la prima beltade
Gli anni dell'oro, e la felice etade.
Canzone V (XIX).
Come si converria, de' vostri onori
S'io non canto, Madonna, e non ragiono,
Ben me ne dee venir da voi perdono:
Che da la chiara e gran virtute vostra,
Ch'è quasi un sol, ch'ogni altro lume adombra,
E da quella celeste alma beltade,
Cui par non vide o questa od altra etade,
Quand'io vo per ritrarle,
Tal diletto, e sì novo a me si mostra,
Che l'alma in tanto resta vinta e sgombra
Di saper, e lo stil non può formarle,
Ch'al ver non sian pur come sogno et ombra;
Se non in quanto a voi fan puro dono
De la mia fede e testimon ne sono.
SonettoXV (XX)
O imagine mia celeste e pura,
Che splendi più che 'l sole agli occhi miei
E mi rassembri 'l volto di colei,
Che scolpita ho nel cor con maggior cura,
Credo che 'l mio Bellin con la figura
T'abbia dato il costume anco di lei,
Che m'ardi, s'io ti miro, e per te sei
Freddo smalto, a cui giunse alta ventura.
E come donna in vista dolce, umile,
Ben mostri tu pietà del mio tormento;
Poi, se mercè ten prego, non rispondi.
In questo hai tu di lei men fero stile,
Né spargi sì le mie speranze al vento,
Ch'almen, quand'io ti cerco, non t'ascondi.
SonettoXVI ( XXI)
Son questi quei begli occhi, in cui mirando
senza difesa far perdei me stesso?
È questo quel bel ciglio, a cui sì spesso
invan del mio languir mercé dimando?
Son queste quelle chiome, che legando
vanno il mio cor, sì ch'ei ne more espresso?
O volto, che mi stai ne l'alma impresso,
perch'io viva di me mai sempre in bando,
parmi veder ne la tua fronte Amore
tener suo maggior seggio, e d'una parte
volar speme, piacer, tema e dolore;
da l'altra, quasi stelle in ciel consparte,
quinci e quindi apparir senno, valore,
bellezza, leggiadria, natura ed arte.
SonettoXVII (XXII)
Grave, saggio, cortese, alto signore,
Lume di questa nostra oscura etate,
Che desti 'l mondo e 'l chiami in libertate
Da servitute, e nel suo antico onore,
Solo refugio in così lungo errore
De le nove sorelle abandonate,
Figliuol di Giove, amico d'onestate,
Per cui 'l ben vive e 'l mal si strugge e more,
O Ercole, che travagliando vai
Per lo nostro riposo, e 'n terra fama
E 'n ciel fra gli altri Dei t'acquisti loco,
Sgombra da te le gravi cure omai
E qua ne ven, ove a diletto e gioco
L'erba, il fiume, gli augei, l'aura ti chiama.
SonettoXVIII (XXIII)
Re degli altri, superbo e sacro monte,
Ch'Italia tutta imperioso parti
E per mille contrade e più comparti
Le spalle, il fianco e l'una e l'altra fronte;
De le mie voglie mal per me sì pronte
Vo risecando le non sane parti,
E raccogliendo i miei pensieri sparti
Sul lito, a cui vicin cadeo Fetonte:
Per appoggiarli al tuo sinistro corno,
Là dove bagna il bel Metauro e dove
Valor e cortesia fanno soggiorno;
E s'a prego mortal Febo si move,
Tu sarai 'l mio Parnaso, e 'l crine intorno
Ancor mi cingerai d'edere nove.
Sonetto XIX (XXIV)
Del cibo, onde Lucrezia e l'altre han vita,
In cui vera onestà mai non morio,
L'un pasca il digiun vostro lungo e rio,
Donna più che mortal, saggia e gradita.
L'altro la faccia bianca e sbigottita
Dal tuon, che qui sì grande si sentio,
Depinga col liquor d'un alto oblio
E vi ritorni vaga e colorita.
E 'l terzo vi stia inanzi a tutte l'ore,
E s'aven che Medusa a voi si mostri,
Schermo vi sia, che non s'impetre il core.
Per me si desti tanto il mio Signore,
Ch'io trovi loco in grembo a' pensier vostri,
Tal che 'nvidia non basti a trarmen fore.
Sonetto XX (XXV)
Tommaso, i venni, ove l'un duce mauro
fece del sangue suo vermiglio il piano,
di molti danni al buon popol romano,
cui l'altro afflitto avea, primo restauro.
Qui miro col piè vago il bel Metauro
gir fra le piaggie or disdegnoso or piano,
per mille rivi giù di mano in mano
portando al mar più ricco il suo tesauro.
Talor m'assido in su la verde riva,
e mentre di Madonna parlo o scrivo,
ad ogni altro penser m'involo spesso.
Così con l'alma solitaria e schiva
assai tranquillo e riposato vivo,
sprezzando 'l mondo, e molto più me stesso.
Canzone VI (XXVI).
Felice stella il mio viver sognava
Quel dì, ch'inanzi a voi mi scorse Amore,
Mostrando a me di fore
Il ben, che dentro agli altri si celava,
In tanto che 'l parlar fede non trova.
Ma perché ragionando si rinova
L'alto piacer, i dico che 'l mio core,
Preso al primo apparir del vostro lume,
L'antico suo costume
Lasciando incontro al dolce almo splendore,
Si mise vago a gir di raggio in raggio,
E giunse ove la luce terminava,
Che gli diè albergo in mezzo al vivo ardore.
Ma non si tenne pago a quel viaggio
L'ardito e fortunato peregrino;
Anzi seguì tant'oltre il suo destino,
Ch'ancor cercando più conforme stato
A la primiera vita, in ch'era usato,
Passò per gli occhi dentro a poco a poco
Nel dolce loco, ove 'l vostro si stava.
E quei, come dicesse: io men vo
Gire dritto colà, donde questi si parte;
Ché, stando in altra parte,
Quel innocente ne potria perire;
Sen venne a me stranier cortese e fido.
Da indi in qua, come in lor proprio nido,
Spirando vita pur a l'altrui parte,
Meco il cor vostro e 'l mio con voi dimora.
Né loco mai né ora,
Che gli altri amanti si spesso diparte
E di vera pietade li depinge.
Pò noi un sol momento dipartire;
Con tal ingegno Amor, con sì nov'arte
Fè la catena, che ne lega e stringe.
E quanto in duo si sprezza o si desia,
È bisogno che sia
Sprezzato e desiato parimente;
Che l'un per l'altro a se stesso consente.
Così si prova in questa frale vita
Gioia infinita senza alcun martire.
Canzone VII (XXVII)
Preso al primo apparir del vostro raggio
Il cor, che infin quel dì nulla mi tolse,
Da me partendo a seguir voi si volse;
E come quei, che trova in suo viaggio
Disusato piacer, non si ritenne,
Che fu negli occhi, onde la luce uscia,
Gridando a queste parti Amor m'invia.
Indi tanta baldanza appo voi prese
L'ardito fuggitivo a poco a poco,
Ch'ancor per suo destin lasciò quel loco
Dentro passando; e più oltra si stese,
Che 'n quello stato a lui non si convenne:
Finchè poi giunto, ov'era il vostro core,
Seco s'assise, e più non parve fore.
Ma quei, come 'l movesse un bel desire
Di non star con altrui del regno a parte,
O fosse 'l ciel, che lo scorgesse in parte,
Ov'altro Signor mai non devea gire;
Là, onde mosse il mio, lieto sen venne:
Così cangiaro albergo, e da quell'ora
Meco 'l cor vostro, e 'l mio con voi dimora.
Sonetto XXI (XXVIII)
De la gran quercia, che 'l bel Tebro adombra,
Esce un ramo, ed ha tanto i cieli amici,
Che gli onorati sette colli aprici
E tutto 'l fiume di vaghezza ingombra.
Questi m'è tal, che pur la sua dolce ombra
Far pote i giorni miei lieti e felici:
Ed ha sì nel mio cor le sue radici,
Che né forza né tempo indi lo sgombra.
Pianta gentil, ne le cui sacre fronde
S'annida la mia speme e i miei desiri;
Te non offenda mai caldo né gelo:
E tanto umor ti dian la terra e l'onde
E l'aura intorno sì soave spiri,
Che t'ergan sovr'ogni altra infino al cielo.
Sonetto XXII (XXIX)
Io ardo, dissi, e la risposta invano,
Come 'l gioco chiedea, lasso, cercai;
Onde tutto quel giorno e l'altro andai
Qual uom, ch'è fatto per gran doglia insano.
Poi che s'avide, ch'io potea lontano
Esser da quel penser, più pia che mai
Ver me volgendo de' begli occhi i rai,
Mi porse ignuda la sua bella mano.
Fredda era più che neve; né 'n quel punto
Scorsi il mio mal, tal di dolcezza velo
M'avea dinanzi ordito il mio desire.
Or ben mi trovo a duro passo giunto,
Che, s'i non erro, in quella guisa dire
Volle Madonna a me, com'era un gelo.
Sonetto XXIII (XXX)
Viva mia neve, e caro e dolce foco,
Vedete com'io agghiaccio e com'io avampo,
Mentre, qual cera, ad or ad or mi stampo
Del vostro segno, e voi di ciò cal poco.
Se gite disdegnosa, tremo, e loco
Non trovo che m'asconda, e non ho scampo
Dal gelo interno; se benigno lampo
Degli occhi vostri ha seco pace e gioco,
Surge la speme, e per le vene un caldo
Mi corre al cor, e sì forte l'infiamma,
Come s'ei fosse pur di solfo e d'esca.
Né per questi contrari una sol dramma
Scema del penser mio tenace e saldo,
C'ha ben poi tanto, onde s'avanzi e cresca.
Sonetto XXIV (XXXI)
Bella guerriera mia, perché sì spesso
V'armate incontro a me d'ira e d'orgoglio;
Che in atti ed in parole a voi mi soglio
Portar sì reverente e sì dimesso?
Se picciol pro del mio gran danno espresso
A voi torna o piacer del mio cordoglio,
Né di languir né di morir mi doglio,
Ch'io vo solo per voi caro a me stesso.
Ma se con l'opre, ond'io mai non mi sazio,
Esser vi pò d'onor questa mia vita;
Di lei vi caglia e non ne fate strazio.
L'istoria vostra col mio stame ordita,
Se non mi si darà più lungo spazio,
Quasi nel cominciar sarà finita.
Sonetto XXV (XXXII)
A questa fredda tema, a questo ardente
Sperar, a questo tuo diletto e gioco,
A questa pena Amor, perché dai loco
Nel mio cor ad un tempo, e sì sovente?
Ond'è, ch'un'alma fai lieta e dolente
Insieme spesso, e tutta gelo e foco?
Stati contrari e tempre, era a te poco,
Se separatamente uom prova e sente?
Risponde: - Voi non durereste in vita,
Tanto è 'l mio amaro, e 'l mio dolce mortale,
Se n'aveste sol questa, o quella parte.
Confusi, mentre l'un con l'altro male
Contende e scemal di sua forza in parte,
Quel, che v'ancideria per se, v'aita.
Sonetto XXVI (XXXIII)
Nei vostri sdegni, aspra mia morte e viva,
S'io piango e sfogo in voci alte e dolenti;
Tal voi risguardo avete a' miei lamenti,
Qual rapido torrente a letto o riva.
S'io taccio; l'alma, d'ogni speme priva,
Brama, che 'l nodo suo tosto s'allenti,
Certa, che allor di voi le nostre genti,
Anciso il suo fedel mentre e' fioriva,
Diranno; e già non sete voi si vostra,
Com'io, da che primier vi scorsi e dissi:
Questa è lo specchio e 'l sol de l'età nostra.
E 'n tante carte poi lo sparsi e scrissi,
Che, s'a mia voglia ancor poco si mostra,
Pur saprà ognun, ch'io mori' vostro e vissi.
Sonetto XXVII (XXXIV)
Sì come quando il ciel nube non ave
E l'aura in poppa con soave forza spira,
Senza alternar di poggia e d'orza
Tutta lieta sen va spalmata nave;
E come poi che 'l tempestoso e grave
Vela, remi, governo, ancore sforza
E l'arte manca e 'l mar poggia e rinforza,
Sente dubbio il suo stato e del fin pave,
Tal io, da speme onesta e pura scorto,
Assai mi tenni fortunato un tempo,
Mentre non m'ebbe la mia donna in ira;
E tal, or che mi sdegna a sì gran torto,
L'alma offesa da lei piagne e sospira,
Che gir si vede a morte anzi 'l suo tempo.
Sonetto XXVIII (XXXV)
La mia fatal nemica è bella e cruda,
COLA, né so qual più, ma cruda e bella,
Quanto il sol caldo e chiaro, e ben tal ella
Nel cor mi siede, che n'agghiaccia, e suda.
Già bella solo: or di pietà sì nuda
Insieme, lasso, e sì d'amor rubella,
Che, vedete tenor di fera stella,
Temo non morte le mie luci chiuda,
Prima ch'io scorga in quel bel viso un segno,
Non dico di mercé, ma che le 'ncresca
Pur solamente del mio, strazio indegno.
Felice voi già preso a più dolce esca,
Cui micidial di lei vaghezza, o sdegno
Gelo e foco ne l'alma non rinfresca.
Sonetto XXIX (XXXVI)
Mostrommi Amor da l'una parte, ov'era,
Quanta non fu giamai fra noi né fia,
Bellezza in sé raccolta e leggiadria
E piano orgoglio ed umiltate altera:
Brama, ch'ogni viltà languisca e pera,
E fiorisca onestate e cortesia:
Donna in opre crudel, in vista pia;
Che di nulla qua giù si fida o spera:
Da l'altra speme al vento, e tema invano,
Fugace allegrezza, e fermi guai,
E simulato riso, e pianti veri;
E scorno in su la fronte, e danno in mano:
Poi disse a me: seguace, quei guerrieri,
E questo guiderdon tu meco avrai.
Canzone VIII (XXXVII)
Sì rubella d'amor, nè sì fugace
Non presse erba col piede;
Nè mosse fronda mai Ninfa con mano;
Nè treccia di fin oro aperse al vento;
Nè in drappo schietto care membra accolse
Donna sì vaga e bella; come questa
Dolce nemica mia.
Quel, che nel mondo, e più ch'altro mi spiace,
Rade volte si vede,
Fanno in costei pur sovra il corpo umano
Bellezza e castità dolce concento:
L'una mi prese il cor, come Amor volse;
L'altra l'impiaga sì leggiadra e presta;
Ch'ei la sua doglia oblia.
Sola in disparte, ov'ogni oltraggio ha pace,
Rosa o giglio non siede;
Che l'alma, non gli assembri a mano a mano
Avvezza nel desio, ch'i serro dentro,
Quel vago fior, cui par uom mai non colse:
Così l'appaga, e parte la molesta
Secura legiadria .
Caro Armellin, ch'innocente si giace,
Vedendo, al cor mi riede
Quella del suo penser gentile e strano.
Bianchezza, in cui mirar mai non mi pento:
Sì novamente me da me disciolse
La vera maga mia, che di rubesta
Cangia ogni voglia in pia.
Bel fiume, allor ch'ogni ghiaccio si sface,
Tanta falda non diede,
Quanta spande dal ciglio altero e piano
Dolcezza, che può far altrui contento,
E se dal dritto corso unqua non tolse:
Nè mai s'inlaga mar senza tempesta,
Che sì tranquillo sia.
Come si spegne poco accesa face,
Se gran vento la fiede;
Similemente ogni piacer men sano
Vaghezza in lei sol d'onestate ha spento.
O fortunato il velo, in cui s'avvolse
L'anima saga, e lei, ch'ogni altra vesta
Men le si convenia.
Questa vita per altro a me non piace,
Che per lei, sua mercede;
Per cui sola dal vulgo m'allontano;
Ch'avvezza l'alma a gir là 'v'io la sento;
Sì ch'ella altrove mai orma non volse;
E più s'invaga, quanto men s'arresta
Per la solinga via.
Dolce delfin, che così gir la face:
Dolci dei mio cor prede;
Ch'altrui sì presto, a me '1 fan sì lontano
Asprezza dolce, mio dolce tormento:
Dolce, miracol, che vedcr non suolse:
Dolce ogni piaga, che per voi mi resta,
Beata compagnia.
Quanto Amor vaga, par beltate onesta
Non fu giammai, nè fia.
Capitolo I (XXXVIII)
Amor è, donne care, un vano e fello,
Cercando nel suo danno util soggiorno,
Altrui fedele, a sé farsi rubello:
Un desiar, ch'in aspettando un giorno
Ne porta gli anni e poi fugge com'ombra;
Né lascia altro di se, che doglia e scorno;
Un falso imaginar, che sì ne ingombra
Or di tema or di speme e strugge e pasce,
Che del vero saper l'alma ne sgombra:
Un ben, che le più volte more in fasce;
Un mal, che vive sempre e, se per sorte
TAllor l'ancidi, più grave rinasce:
Un agli amici suoi chiuder le porte
Del cor, fidando al nemico la chiave,
E far i sensi a la ragione scorte;
Un cibo amaro, e sostegno aspro e grave;
Un digiun dolce, e peso molle e leve,
Un gioir duro, e tormentar soave:
Un dinanzi al suo foco esser di neve,
E tutto in fiamma andar sendo in disparte;
E pensar lungo, e parlar tronco e breve;
Un consumarsi dentro a parte a parte,
Mostrando altrui di for diletto e gioia,
E rider finto, e lagrimar senz'arte;
Un, perché mille volte il dì si moia,
Non cercar altra sorte e gir contento
A la sua ferma e disperata noia:
Un cacciar tigri a passo infermo e lento,
E dar semi a l'arena, e pur col mare
Prati rigar, e nutrir fiori al vento:
Le guerre spesse aver, le paci rare,
La vittoria dubbiosa, il perder certo;
La libertate a vil, le pregion care;
L'entrar precipitoso, e l'uscir erto,
Pigro il patti servar, pronto il fallire,
Di poco mel molto assenzio coperto,
E 'n altrui vivo, in se stesso morire.
Canzone IX (XXXIX)
Quanto alma è più gentile,
Donna d'Amor e mia, tanto raccoglie
Più lietamente onesto servo umile.
Perché se 'l Tosco, che di Laura scrisse,
Ven reverente a far con voi soggiorno,
Dolce vi prove più, che non provo io.
Forse leggendo come sempre e' visse
Più fermo in amar lei di giorno in giorno,
Direte: ben è tale il fedel mio.
Basso pensero o vile
Non scorgerete in lui, ma sante voglie
Sparse in leggiadro ed onorato stile.
Sonetto XXX (XL.)
Siccome sola scalda la gran luce
E veste 'l mondo e sola in lui risplende;
Così nel penser mio sola riluce
Madonna, e sol di se l'orna e raccende.
E qual il velo, che la notte stende,
Febo ripiega e seco il dì conduce;
Tal ella, i mali che la vita adduce
Sgombrando, al cor con ogni ben si rende.
Tanta grazia del ciel chi vede altrove?
Rivolgete, scrittor famosi e saggi
Tutte in lodar costei le vostre prove.
Ma tu, che vibri sì felici raggi,
Mio bel Pianeta, onor di chi ti move,
Non tôrre a l'alma i tuoi dolci viaggi.
Sonetto XXXI (XLI)
L'alta cagion, che da principio diede
A le cose create ordine e stato,
Dispose ch'io v'amassi, e dielmi in fato,
Per far di se col mondo esempio e fede.
Che siccome virtù da lei procede,
Che 'l tempra e regge, e come è sol beato
A cui per grazia il contemplarla è dato,
Ed essa è d'ogni affanno ampia mercede:
Così 'l sostegno mio da voi mi vene
Od in atti cortesi od in parole;
E sol felice son, quand'io vi miro.
Né maggior guiderdon de le mie pene
Posso aver di voi stessa: ond'io mi giro
Pur sempre a voi, come Elitropio al Sole.
Sonetto XXXII (XLII)
Verdeggi all'Appennin la fronte e 'l petto
D'odorate felici Arabe fronde,
Corra latte il Metauro; e le sue sponde
Copran smeraldi, e rena d'oro il letto.
Al desiato novo parto eletto
De la lor donna, a cui foran seconde
Quante prime fur mai, la terra e l'onde
Si mostrin nel più vago e lieto aspetto.
Taccian per l'aere i venti, e caldo o gelo,
Come pria, no 'l distempre, e tutti i lumi,
Che portan pace a noi, raccenda il cielo.