Carlo Bini


MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO





You smile? t'is better thus than sigh.
Byron



V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima; - almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa con­tratti perpetui con nessuno. Il suo corso è a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco al­l'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.


Epigrafe che va per conto mio



CAPITOLO PRIMO


Il cervello dell'uomo appena è in istato di eserci­tare le sue funzioni può rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne conoscete, - senz'altro le conoscerete anche tutte, perché non sono arcani di astronomia; - son cose semplici, e dappertutto si sentono dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono fino dal principio dei secoli. Elle pertanto son queste:


Scuola della Fede;

Scuola del Dubbio;

Scuola dell'Incredulità.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il cervello. La prima è più frequen­tata di tutte; - la seconda più della terza; quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale stesso è sì angusto che non potrebbe capirne una folla, e per entrarvi ci vogliono certi dati requi ­ siti, che non son comuni. Sic se res habet. V'è chi crede in tutto; v'è chi dubita di tutto; v'è chi non crede in nulla, V'è chi crede che il Sole abbia gli occhi, il naso e la bocca come abbiamo noi; - v'è chi dubita che il Sole non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; - vi sono certi pochi dispe­rati che non credono in nulla, - né anche nel sasso dove urtano, - né anche nell'acqua che li bagna. - La Verità dove siede? - Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perché" non saprei di dove cominciare a rispondervi. Quello che è vero, scuola la pretende esclusivamente nel suo retto, - e le ha destinato un bel seggiolo e a brac­cioli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non sì può negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, ma v'è la sua propria ragione; - la Verità è un ente invisibile. Forse la Verità imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue sessioni ora in questa ora in quella città, regolandosi con una giusta vicenda.

Io per cominciare ab ovo, come dicono i retori, primamente entrai nella scuola della Fede, palpan­do l'ombre come cose sensibili, fino a che il tatto educato dall'uso non uscì d'inganno. Allora prote­stai nelle debito forme; - tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi alla scuola del Dubbio. Non operò la stanchezza o il capriccio; furon la coscien­za e il puntiglio che mi fecero divorziare colla Fede. La Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste, Mi dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; - e quanto spesso, per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare un conto due volte!

Un tempo io mi dava a credere che un effetto solo e determinato fosse prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo io lo credeva, - e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, - e forse invece voleva dirmi di no,

Oggi il mio credo è sensibilmente variato quasi in tutti i suoi articoli, e tale è il frutto degli anni. Ma son io più felice? siete voi più felici, voi, che spettaste con tanto anelito il benefizio del tempo? - Gli anni mi hanno guarito di certe poche malat­tie, che non mi facevano né bene né male, e mi hanno guarito di più altre malattie, che mi face­vano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma è tardi, - e poi quel che è stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la lusinga di una scorza lieta dì bellezza e di luce. Oh! la dot­trina degli anni! io la lascerei volentieri a chi la vuole, se il Fato non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa. È una dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone solamente a far piovere.

Ma veniamo al dunque. - Io voleva dire che un effetto solo non dipende sempre da una causa sola:

anzi spesso può dipendere sempre da due cagioni diametralmente opposte fra loro. - Un fulmine può scoppiare a ciel sereno, - può scoppiare in burrasca. - Non so se in Fisica regga; ma l'ho detto così per dare un certo rilievo al mio disegno, - e in ogni caso sapete dove trovarmi; - io son qua per le debito scuse. - L'uomo può andare in prigione per i suoi meriti, exempli gratia per un furto, - etiam può andarvi per un qui pro quo. Un qui pro quo non è cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte, è vero, può farvi ridere; - sovente an­cora può farvi corrugare la fronte. Un qui pro quo può mettervi ai fatto d'un segreto che non avreste mai sospettato; - può dare e toglier l'ale a una vittoria; - può mandarti in prigione, e viceversa può farti vescovo.




CAPITOLO SECONDO


Lo conoscete voi Sancio Pansa? quel tipo verace di buon senso greggio e originale, tale e quale co­me la natura se lo cava di manica? - Ma diamine! v'è mestieri di domandano? Prendete l'uomo il più idiota, e rammentategli Sancio Pansa, si mette su­bito a ridere. Sancio Pansa è conosciuto in Europa, è conosciuto in America e sarà pur conosciuto in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno leggere nei nostri libri. Sancio Pansa è il buon umore incarnato, - grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordaggini, grazioso a piedi, grazioso sull'asino. - Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; - potete scuotere a vostra posta, San­cio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quanto Il primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate Cesare o Buo­naparte.

Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a co­noscere! Io l'ho benedetto le mille volte Sancio Pansa, perché mi ha fatto del bene. L'ho benedetto co­me il maestro che ml ha insegnato tante cose, che l'accigliata filosofia non sapeva Insegnarmi; l'ho be­nedetto come il sogno allegro delle mie veglie, - come l'amico che nell'ora nera veniva di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. - Sia lieve la terra sulle sue ossa; sia lieve ancora su quelle del suo asino. - Quest'ultima prece con­solerà il suo spirito quanto la prima.

Sancio Pansa dunque era quell'uomo. che voi tutti ben conoscete. Aveva anch'egli una madre, perché Sancio Pansa fu una persona vera e viva di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta che sua madre, per arguzia di na­tura e per vecchiaia, era una donna pratica assai delle cose umane. Narra di più, che un giorno ra­gionando di nobiltà, di casate illustri, di origini an­tiche, sua madre chiuse il discorso affermando sin­ceramente di non aver conosciuto al mondo se non due sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente che, non so come, l'istin­to la portava a dirsela più volentieri colla famiglia dei possidenti.

Dunque nota bene: chi va in prigione è povero o ricco.



CAPITOLO TERZO


Quando va in prigione un Signore, è un avveni­mento che nessuno se lo aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di sì, chi dice di no.

La città è seminata di gruppi, e per mezza gior­nata almeno non fanno più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: pre­cisamente come quando segue l'eclisse del Sole Un Signore in prigione pare alla plebe impossibile. - La plebe, che, somma fatta, in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta, è inutile, non se ne persuade, perché non ce ne vede mai dei signori, o così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per sé; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi, è un fatto che la percuote, le sembra quasi un'usurpa­zione. - Tanta è la potenza dell'uso. - La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine, e anche di porpora; - crede che la colpa vada so­lamente vestita di cenci, scalza, e col capo ignudo. - E sì che tutto giorno ha in bocca un proverbio pieno di verità che dice: L'abito non fa il monaco. Non giova: - quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la mente non l'accorda. - La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta persua­sione oggimai s'è ossificata con lei.

Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un Signore va in prigione.

Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta risoluto, - fa il viso più imperioso del solito, - squadra il carceriere dai capelli alle piante, - poi gli ficca gli occhi negli occhi. - La­sciatelo fare: il Signore legge qualche cosa in que­gli occhi. È una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, - e il Signore se ne trova contento.

Se ne trova contento, e mette mano alla borsa; - la dondola con due dita un momento per aria, - la fa suonare, - dice qualche cosa che non vuoi dir nulla, - e il soprastante che è un gran chierco in tutte le lingue, - anche in quella dei muti, - ri­sponde subito: comandi, comandi, - in quella stes­sa maniera, né più né meno, che rispondevano gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra, e dell'inferno. Mal abbia l'Inquisizione che accese un così gran fuoco che distrusse questa ed altre meraviglie: di­strusse infine anche se stessa!

Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: co­mandi, comandi. E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro è così improvvisa, così universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno degli incantesimi. In cinque minuti il Signore è stato in­trodotto in un nuovo quartiere; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, così preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva preso un tredici per un quindici; e il Signore per tutta risposta gli ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe, ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza, e le finestre arri­vano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, dove il Signore può fare anche all'amore, -e senza scandalo.

Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! - Fervet opus. - Le piume sottentrano al pagliericcio, - le sedie all'unica panca, - i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio. - << Fate piano con quello specchio, - badate al canterale, è nuovo di zecca; - ehi! quel Napoleone non è mica di piombo, è d'alabastro, voi lo maneggiate come una brocca, - sagratissi­mo diavolo! - ci vuoi maniera, - badate, ve lo dico, chi rompe paga; - dove sono i vasi dei fiori? >> Così grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai.

In questo mentre il Signore ha girato per tutti i versi la sua nuova abitazione: - ha veduto e ri­veduto minutamente; ha disposto dove far la tal cosa, dove far la tal altra: - dove dormire, - dove vegliare, dove pensare, - dove non pensare. ha fatto di quando in quando diverse dimande, e il so­prastante spesso gli ha risposto un no invece d'un sì, e viceversa. È un cattivo momento per discorrer con lui; - ha l'animo troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiero gli ha rubato la mano. Ella è finita, - vuoi farsi onore, - nes­suno lo frastorni, - tanto non dà retta a nessuno.

Laudato Iddio! l'assetto è finito, - si può respi­rare, - respiro anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno. Alla buon'ora. Adesso il soprastante è contento; - se lo guardate bene nella statura, vi pare un dito più alto. - Si asciuga il sudore della faccia, - si raffazzona i capelli, - compone io scompiglio delle vesti, - scuote d'in­dosso la polvere, - si mette insomma in buono stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al Signore con un mezzo sorriso tra la com­piacenza e l'orgoglio, e il Signore gli corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora è tempo che anch'ei se ne vada. E di fatti vedetelo là col cappello in mano, che se ne va all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta. Oh! il soprastante è un uomo di mondo. Sicura­mente, ha detto: servo devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, - e l'ha detto in tono di basso assoluto.

Ora manca null'altro? - Non saprei: - v'è la prigione, e il Signore v'è dentro. Oh! le belle pri­gioni che son quelle dove vanno i signori! La po­vera gente le scambierebbe volentieri con la sua libertà. Cosa manca al Signore là dentro? Il sopra­stante gli ha pur detto: comandi, comandi; - ed egli non ha inteso a sordo. Gli dà noia il divario, la novità del locale? Può immaginarsi finita la scrit­ta della casa abitata prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; - può immaginarsi il suo pa­lazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri, e che per questo abbia condotto a pigione provvisoriamente una casa, come veniva veniva. Gli dà noia forse il non potere uscir fuori? - Bene, può mettersi- in capo che non ha voglia d'uscire, - che l'acqua vien giù a rovesci, - che si è stravolto un piede montando a cavallo, - che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi an­che un bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. - L'immaginazione è là come un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi mille fantasmi, e si protesta ai vendere a buon mercato.



CAPITOLO QUARTO



Fra bene e male una buona mezz'ora è passata. Cos'abbia fatto il Signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono Sant'Antonio, non posso trovarmi al tempo stesso In due luoghi. Ho lasciato il Signore, e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta lontananza. Il soprastante ha girato due strade, - poi è riuscito sur una piazza. Quivi a passi misurati s'è accostato a uno stabile di bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle regole con certe parole cubitali, che dicevano Restaurateur. Come ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, - ha preso tabacco, - ha fatto uno sternuto, - poi s'è infilato su per le scale. E io die­tro senza perder tempo. To son l'ombra del soprastante; - non mica per nulla, vedete, - ma son curioso anch'io, - forse troppo; - già sono stato sempre, - curioso forse come una femmina, o co­me un confessore.

Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avven­tore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare, a un cert'uomo, che stava chinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s'è riscosso, - s'è rigirato in un fiat, e veduto il soprastante, ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che si trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, - hanno parlato forte, - si sono bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare, - si è messo in ordine, e son venuti via di conserva. Eccoli insieme alle carceri; - già salgono una scala, - due scale, - tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco che il primo mette adagio adagio la chiave, - la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, - e prima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

- É permesso? si può passare?

- Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

- Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi.

- Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

- Son venuto a sentire quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

- Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

- Sono un trattore bello e buono ai servigi di Vossignoria.

- Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.

- Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuoi essere borsa, e buon umore.

- Come vi chiamate?

- Marco Trappolanti, ai servigi di Vossignoria.

- Avete un nome curioso.

- Eh! Signore! Che vuole? tanto il nome che il grado son cose che bisogna portarle come Dio ce le mette addosso. Se stesse a noi scegliere, non an­drebbe così; - io mi sarei messo un nome lungo e liscio come una coda di cavallo, e invece di cu­cinare per gli altri farei cucinare per me. Non so se dico bene; sono un ignorante.

- Bisogna contentarsi. La Provvidenza ha sa­puto quello che ha fatto. Ma veniamo al pranzo. Come mi tratterete?

- Vossignoria di certo non vorrà stare all'ordi­nario, - mi parrebbe un'offesa a proporglielo. Del resto la tratterò come merita, come vuoi esser ser­vita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; - com'ella vede, ci sono invecchiato. Scelga, che io son qua tutto per lei. Vuoi cucina alla Francese? alla Pie­montese? la vuole all'Inglese?

- Per non confondermi le assaggerò tutte. L'or­dinario non lo voglio; - mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota, che vi darò. Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; - mi conten­to, che me lo diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare che col fatto smentirete la cattiva impressione che produce il suono del vostro cognome. Scommetto che siete un galantuomo. Dite di no?

- Eh! non ho detto nulla, - e come vede io non sono in prigione.

- Bravo! è una risposta che vale un paolo. Pren­dete (gli dà un paolo). Andate, - spicciatevi, - ser­vitemi bene, - ed io penserò a voi.



CAPITOLO QUINTO



Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla famiglia dei poveri. Povero! - ma sentite che voce? - La combinazione stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo è una cosa che dà addosso; - il nome stesso è così fiacco, che non si regge ritto,

No, - io non ci credo, - non ci credo neppure se me lo dicesse ella stessa. La Natura non ha fatto i poveri: - ella è buona, - ella è savia, - è madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e vuoi bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai stampato questa moneta, bisogna pur dire che non avesse più credito, che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto meglio a rompere il conio - avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa è tuttavia di metallo, - ha un valore, benché minimo: - il povero è peggio, - è una moneta di fango.

I poveri, via, non ci volevano; - essi stessi ne vanno d'accordo. - Ma come mai son diluviati in questo mondo ad Ingombrare le strade, i vicoli, le piazze, in guisa che il signore per poter passare disperatamente è costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho dimandato perfi­no agli stessi poveri, e mi hanno risposto chieden­domi qualche cosa per amore di Dio.

Così è, - la storia è come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi, la stampa, non serbano traccia né del come né del quando fosse fondata la setta dei poveri; - non serbano neppure il nome del fondatore. L'antiquaria ha cercato dappertutto, - per terra, - per mare, - per aria, ma non ha tro­vato né pergamena, né medaglia, né altro docu­mento, che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in grado di rizzare né an­che un tronco d'albero in memoria della sua origine. Quel poco che ne sappiamo è che la setta ri­monta col suo principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal dominio della sto­ria, e conta un'antichità canuta tanto da dar gelosia a chi stima di attingere un merito a questa sor­gente. Un gentiluomo è sempre prudente, - ma tuttavia, per le buone regole, credo bene avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato e chi sa dove lo menerebbe l'in­dagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli avi suoi in cotai luogo da fargli salire i rossori sul viso? Quando Adamo zappava ed 'Eva filava, dove era allora il gentiluomo?

Povero! - Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io ipso facto lo dichiaro matematico più valente di Galileo. I poeti, per dare un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; - potevano toglierla ancora dai poveri della terra, e così avrebbero avu­to un paragone di più. - Non v'è che dire, - è la più vasta setta di quante apparissero mai, - rima­sta sempre in seduta permanente, - e riceve gli adepti alla rinfusa, - senza chieder loro come si chiamino, - senza guardarli neppure in faccia. Non ha misteri, - non ha sotterranei, - cospira sotto la cappa del sole, non ha timore della Police. Ella non è una setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.

O poveri! - Voi siete ricchi di pazienza più che altri non crede. Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte Voi vedete le stelle, chi non fosse povero bestemmierebbe, - penserebbe al freddo, - alla guazza, - alla pioggia, - al malore che gliene potrebbe incogliere. - E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un dì saranno casa vostra, - che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, - che avrete tutti i giorni domenica, - che le anime vostre potranno svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra un tappeto. Così sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni, di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebria, - vi affascina il cuore, - colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma profonda. - O poveri! Voi siete ricchi dl pazienza, e Dio, se non sa darvi di meglio, vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? la piramide starebbe, quando si scommo­vesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?



CAPITOLO SESTO



Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemi pensare un momento: buoni, buoni, ho ritrovato il filo. - Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi, - io sono avvezzo troppo a di vagare, tanto che non mi sembra neppure, Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi sa dove, - forse in un pantano, - forse sur un prato fiorito, - allora tentatemi per un braccio, - tira­temi una falda, - rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n'ho bisogno, - voi lo vedete da voi;- non posso camminar diritto, - serpeggio sempre, - ormai è un vizio che s'è convertito in una se­conda natura. - Per questo ho stimato bene avvisarvene. - Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva novamente di mano. - Su dunque, all'opera.

Ecco, il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il Ca­vallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o le­gato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! - Cos'ha fatto? - Come si chiama? È del paese? - È forestiere? - È un ladro? - È un assassino? - Dove ha rubato? - Conoscete l'ammazzato? - Quante ferite? - E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono a un tempo. - Ma non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse innocente? - Po­trebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha detto. Ei, l'infelice, percorre le vie di fretta più che non vorrebbe; - il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo così pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito, - tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più grottesca, il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era già un cappello vecchio, - ora è uno sgomento a definirla. - E la camicia non è di canapa, non è di lino, - né di cotone, - né di stoppa: - è d'una stoffa che non è stoffa, d'un colore che non è co­lore; una camicia che ha una manica e mezzo. Oh davvero è meglio contentarsi della pelle che ti die' tua madre, che avere una camicia come quella! - E i calzoni! che labirinto! - Non si sa se Sono a diritto o a rovescio, se il davanti è di dietro, o se il di dietro è davanti; - Se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perché ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante Sono! e come affollate! e si montano addosso una sull'altra, come una turba di curiosi quando c'è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandoli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano. - Tutto questo non vuoi dir nulla; così vestito com'è, viene avanti; - un piede ha calzato di mota, - l'altro gli sta in una scarpa ; mezzo sì, mezzo no. Ei, l'infelice, è vicino a toccare la metà del suo viaggio. È un viaggio che i poveri fanno trequentemente, - di rado sciolti, più spesso legati, e non lo stampano, perché son modesti, né li rode la smania di farsi un nome à tout prix. È un viaggio che non fanno mai in vet­tura. È scritto che il povero vada sempre a piedi, - sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in pri­gione; - e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. - Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo, - dalla vita all'eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d'ingresso, - all'arco trionfale della miseria, del delitto; dell'innocenza che la calunnia può convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, - col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, o l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario. - Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, - trionfo di vergogna e di dolore. - La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos'altro più aspetti; ella non è sazia ancora.



CAPITOLO SETTIMO



Il Povero è avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono più volte; - voltano a de­stra, voltano a manca; - è un intreccio che la mente alla prima non può raccogliere in ordine; - in fine danno in un corridone lugubre lugubre dove si può vedere l'oscurità, come disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti in fondo si fermano. Di lì a pochi minuti s'ode un rumor di passi che sempre più s'avvicina; - fi­nalmente, senza averlo veduto, comparisce un uomo con un mazzo di chiavi, - un uomo così per dire, con un viso duro, un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. Gli sbirri non gli dicono che due parole, e poi se ne vanno.

Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. - Ma non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il povero non osa, il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso più dell'uomo che deve passarvi, - poi si tira un passo indietro, come per dire al Povero: - entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il piè sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompa­gnarlo, ma gli dà una spinta, e lo butta là come una cosa che non è più buona a nulla. E così come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non è troppo lunga, e con una spinta. s'andrebbe anche più là' se il muro non si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono salmi e candele. Egli non è tentato di frugarsi le tasche, perché non ha tasche; - e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e coniati piovessero giù dal cielo come le gocce dell'acqua. E in verità, io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo; - forse un conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, - forse un rosario, se pure la Miseria col suo flato ardente non gli ha cancellato dall'anima quel segno lieve di fede che l'amor di sua madre v'impresse quando egli era un fanciullo.

Arrivato in fondo si volta, ma come una macchi­na; sta un istante fra il sì e il no; poi cerca di con­durre sulle labbra un sorriso, e tenta di farlo, - ma il soprastante con un volto di pietra gli disfà quel sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, - tituba, - gli sembra che il suolo si avvalli; - era pallido pallido, e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; - cerca una parola, e non la trova; - se avesse il cuore pacato la tro­verebbe di certo, ma un nodo di affetti gli scompi­glia la mente, gli chiude la gola. Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; - si affacciano tutti in un gruppo, - non possono sboccare. Però, se tu guardi attento, su quella faccia v e un 'espressione di preghiera; - un senso profondo di supplica, - non per sé, - ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, - alcune poi vorrebbe dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa sua una parola di amore, una consolazione; e se invece dl un carceriere avesse un uomo d'innanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano di carezze, di baci, di mille dimande, - e mangiavano insieme il pane delle sue fatiche; - aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire. Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi ama, e che vi nodrisce? La sera è diventata notte, e non lo vedono venire; poveri suoi figliuoli! Lo vanno a cercare di su e di giù, ne dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s'è fatto più tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che sarà successo di lui? - Allora il dubbio “comincia le sue torture, - li fa sperare, e disperare, - piangere e ridere, - li rende insani col vortice della sua fantasmagoria, - vortice infernale, illuminato d'una luce livida, dove passano rapide mille figure diverse, dove or sì, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, né mangeranno. - E la fame non è sola; - la fame ha fatto alleanza col crepacuore.



CAPITOLO OTTAVO



Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si è ricacciato nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue orientali, - fosse pure un Mezzofanti, - non sa leggere la sventura, o se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso volume di affetti che spiegava la tramutata faccia del carcerato; - o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolìo delle chiavi, e dei catenacci.

Il soprastante è partito. Va', va', miserabile! Tu sei più abietto dei rettili e degli insetti che albergano lo squallore delle tue case. Dio ti perdoni, se può: - Dio perdoni, se può, chi vien prima e dopo di te. Giudice, soprastante, carnefice! siete una trinità tenebrosa - siete un mostro a tre teste senza occhi, che gira una falce a destra e a sinistra. - Sapete voi dove sono gl'innocenti? Certamente sono a destra e a sinistra; - ma voi mietete spietatamente da una parte e dall'altra. - Piuttosto che esistere come voi è meglio essere scellerati: questi almeno trascorrono una carriera di delitto più breve. Il peccato, il bisogno, l'innocenza tradita sono il vostro patrimonio; se queste sciagure non fossero, voi morreste di fame. Il letto dove dormite è un fascio d'ossa umane indistinto, - l'armonia delle vostre sale è il gemito dei tormentati, - il pane che mangiate gronda di lagrime, - il vino che bevete, se aveste parlato d'uomo, sentireste che sa di sangue. Giudice, soprastante, carnefice, trinità spaventosa, che facesti gemere, che fai gemere, che farai gemere, se un dì la vendetta degli uomini non t'infrange, che dirai d'innanzi al trono dl Dio, quando sulla bilancia de' tuoi misfatti metterà il sangue innocente gridando: il sangue della virtù era quello delle mie vene? Vi dissi io di versano? Ora pensate a pagarmelo. -

E Dio per punirvi non aprirà i vostri codici ingegnosamente feroci; - non v'immergerà in un oceano di fuoco; - vi lascerà come siete; - voi meritate di rimaner tali. Dio non abbasserà l'ira sua sopra cose striscianti come voi. - Ei non vuole, ci non deve contaminarsi; - non calca le vipere. - Dio peserà le vostre iniquità, - poi ve la renderà; - ma voi non le porterete più come una piuma; - le porterete come un cilizio grave del giudizio di Dio, - come un peso che potrebbe schiacciare un gigante, un mondo, tutto, fuorché una cosa che non può perire. Dio desterà la vostra coscienza all'immortalità del rimorso. - E allora vi rotolerete per lo spazio infinito; - cercherete un perdono, un conforto, una stilla di rugiada, anche una maledizione, e non troverete che silenzio e deserto. Invocherete la morte, e questa fiera che un dì vi obbediva sommessa come una schiava, al vostro aspetto atterrita, fuggirà colle mani alle orecchie. Fulminati non d'altra pena, che della vostra stessa esistenza, abbandonati come la dispe­razione, la vostra eternità non sarà misurata che da due sensazioni; li rimorso e la solitudine.

E tu, pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle tue passioni. Il peggio è che non puoi piangere ancora; ma piangerai più tardi, - non può mancare. - Una lacrima fu data alla gioia, una lacrima alla sciagura; - la prima rinfresca, l'altra arde come la lava. - Piangerai più tardi, e il tuo pianto sarà bello, perché non sarà tutto per te; - piangerai pei tuoi figli, per la madre, se l'hai, forse per un amore, forse ancora per una patria.

E perché vi stringete nelle spalle, come se il cuo­re del povero non potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana? Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vei pensate, potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron, un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi, e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, - ma la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino, e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe un cognome, - sarebbe un mendicante, - al più un lavoratore della campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakespeare, Rousseau, Franklin, di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da quel verme, un dì sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? - L'organismo umano rompe le leggi della gerarchia sociale, e quando l'Occasione bat­te sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar più scintille. Allora la Storia non è più confinata in un gabinetto a sommare le partite di frodi che la Diplomazia ha segnato nei numerosi suoi protocolli; non è più stipendiata a descrivere una guerra querilmente sanguinosa, ove non li vedono in cozzo che due bastoni di maresciallo. La Storia si slancia da quelle angustie, e la superficie del mondo è la sua pagina, ed ogni linea che v'incide è un tratto di luce; - allora la Rivolu­zione francese sorge come una epopea magnifica, immensa sorge Mina e l'indipendenza spagnuola; sorge la lotta titanica della Grecia moderna. Oh gli ultimi eroi della Grecia non erano cavalieri dello spron d'oro!

Sì, pover'uomo; il tuo cuore può gemere per me, per la patria e per te. Dacché non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai più buono e più generoso dei mio. Io non voglio toglierti quel­lo che non posso darti.

Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per questo più o meno miseri di noi, a quest'ora avresti già preso il tuo partito; - avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna; - avresti cantato non so quante canzoni; perché il povero in mezzo agli stenti e alla sua nudità, quando ha il cuore franco, canta del continuo, - canta allegramente come un uccello, che si alimen­ta di quel che trova, e muta nido ogni sera.

Ma tu non sei solo; - e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore. Ora perché guardi le muraglie? perché crolli mestamente la testa? - Tu hai ragione: - non hai che due mani, e non son buone a fare una breccia; - tu guardi l'inferriata, ma è doppia, e ci vuole una scala a salirvi; - tu guardi la porta, ma è grossa, foderata di ferro, e sigillata in maniera che non dà l'adito neppure a un sospiro. Oh! il tuo sospiro non penetra di là nel mondo; e il mondo già non l'udrebbe, o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuoi godere, e chiama breve la vita, breve tanto, che a mala pena dà tempo di pensare a sé. E poi, il mondo non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato mille delitti, che la Natura umana non riconosce? - Requiem aeternam. - Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei anche morto; - t'hanno deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di rumore e di vita.

O pover'uomo ­potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il dolore non dorme mai; - veglia inesorabilmente, veglia come un marito geloso, perché il mondo è suo, perché addormentandosi teme d'allentare gli artigli, teme che la preda gli sfugga.



CAPITOLO NONO



- Uf! non è anche finita con quel vostro Pove­ro? Quasi quasi gli date più noia voi che la sua di­sgrazia. - Queste parole mi pare di sentirmele già arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere. Ma che volete? Il solo Dio è senza di­fetti. Io l'ho questo vizio, preso fin dai primi anni; quando comincio, non la farei più finita. E non ho riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; - non serve che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino, tutt'altro; - allora vado più che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e può darsi: non lo sapete il proverbio? - Ogni vipera ha il suo veleno. - E tutto il male fos­se qui! lasciamo andare; - ci sarebbe da discorrer troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quei mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere; - quando è vero, è vero. Figuratevi! non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E oramai chi sa se sono più in tempo! E' la verità che i signori vanno tardi a pran­zo, e durano un pezzo; ma non c'è rimedio; - ho fatto tardi; - l'orologio mi condanna. Questo poi mi dispiace. Son tanto curioso! vorrei veder tutte le cose, - anche quelle che mi facessero storcer la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere stare accanto, senza esser veduto, a un Bar­gello, a un direttor di coscienze! Dio sa quanto pa­gherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del mondo; - non mica che vi sia nulla di male, - ma per non entrare in intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente. Io sono il cri­stianello fuggifatica per eccellenza; - mi basta di sapere, e non vado più in là. - Ma che faresti di tante cose, quando tu l'avessi sapute? - Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli, tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conoscete appieno chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh se potessi rubare quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! Immaginate voi che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva all'insù, - che dormiva per parte, - che aveva in capo un berretto, o una cuffia! che faceva una tal faccenda buona a farsi e non a ridirsi, immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando io ci penso, vado in estasi! Altri sogna dì vincere un temo, altri d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; - io sogno sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che farei miracoli; mi adatterei a lavorare una parte della giornata, - mi adatterei, per averlo, anche a camminar lesto.

Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, - ora a forza di darle è più tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso. È inutile, - io lo so, - il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo in tempo. Chi vuoi venir meco? Su via, qualcheduno venite; - ho piacere che tutti godano. Ehi! là, galantuomo! voi che mi avete l'aria di esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare così fino a dimani, volete venire a sentire e a vedere? Guardate! un cane è già sotto alle fi­nestre, - ha levato il muso da terra, - e guarda in su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo bene quel riso amaro che avete fatto; - il supplizio di Tantalo non vi ag­grada. Il cane è corso per le sue buone ragioni; quella bestia è a miglior partito di voi. Un cane può mangiare un osso, se non gli danno la carne; - l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli servono.

Amici, io ci sono: - Vedo il Signore che lavora, lavora con un coltello intorno a non so qual cosa, - par che tagli un non so che di duro: - in che diavolo si affanna il Signore? - di qui non ci scorgo troppo, - voglio farmi più appresso.

Pta! l'avete sentito? un tappo ha baciato i travi­celli; è sciampagna, per Dio!

Io lo sapeva, - la pigrizia è la mia rovina; - ella mi si è fitta nell'ossa, e per cagion sua non sarò mai un uomo comme il faut. Sono arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio. Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il dessert. Ci vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho fatto. È una perdita seria, effettiva, Io che son tanto cu­rioso non ho potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine! io che ho veduto così di rado desinar dei signori, - che vedo sempre a mangiare dei poveri, - e che perfino quando man­gio io stesso ho di faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice tutto appuntito, e senza pietà! È una stizza maledetta che mi farebbe dare al diavolo; - non c'è maniera né anche di potersi illudere.

Io ve l'ho detto, - la pigrizia è la mia rovina; - che ci fareste voi, che non ci avete niente che fare? io stesso, io parte interessata, non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo In carità; - parmi di sentire aprir l'uscio pian piano; - ella è così; - l'orecchio non mi tradisce, - è lungo più del bisogno; - la mia vocazione era di farmi dottore, mio padre non ha voluto, - io non ci ho colpa.

Ella è così: - l'orecchio non mi tradisce; è stata schiusa la porta. Venite, venite; io non dico per ischerzo; il carceriere s'inoltra in punta di piedi, - non fa un rumore, - è leggiero come un alito; un gatto ne perderebbe al paragone; - è carico, che non ne può più. Cosa ha messo su quella ta­vola? - Ora ho visto bene: - è un bel lume al­l'inglese; - ora ha posato un calamaio, della carta, del libri; poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si leva di seno; - oh bella! sono i giornali! e perché no? - il Signore deve sapere come vanno gli affari, - anch'egli ha il suo partito in politica, -. e poi una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli di Londra; - se non gli premono i Tories, o gli Whigs, se non gli preme il juste milieu, la gauche, o la droite, i consolidati gli premono: - premerebbero anche a voi, se ave­ste che fare coi fondi.

Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in faccende, e tiene un bicchier di Porto vicino due dita alla bocca. Il Signore è tranquillo, beve, e lascia fare il soprastante.

- Or ora verrà il caffettiere. Vossignorla beverà un Moka stupendo, e bollente. Sentirà che Rum! Giammaica di nome e di fatti.

Il Signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il soprastante riverisce, e butta giù stringendo gli occhi.

- Quegli avanzi li volete?

- Troppa grazia, Signore,

- Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.

- Con Vossignoria io non so che obbedire.

E la sua parola non manca. Gli avanzi del pasto son lauti; - prende, prende e riprende. Soprastan­te! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo. Quando si tratta dl prendere, la gioia ti moltiplica le mani; - per pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo per infino una posata fra gli avanzi, e se n'è accorto per miracolo. Ora è così pieno zeppo di roba, che vuoi essere un brutto impaccio a licenziarsi col solito inchino; - nondimeno vuoi fare il suo inchino; - eh! soprastante! hai avuto propriamente un San­to dalla tua! la testa ti pesa più che non credi, e poco è mancato che tu non faccia un capitombolo.

Il Signore ha riso veramente di cuore, e si è le­vato da tavola.



CAPITOLO DECIMO



Che buon odor di caffè! Sentite, il profumo vien fino a noi; - come mi lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta; è un Levante legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so come, ma me ne intendo.

Attenzione! Attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; ecco là fisso fisso; - ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha ritirato, come se noi non fossimo nessuno: - eh! ve l'ho detto sem­pre; saranno buoni, affabili come volete, ma, dàgli e ridàgli, il ticchio del Signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! - bianca come il latte; - non è mica di gesso, che abbiate a credere! - è spuma di mare, e sarà costata le belle monete. E il ta­bacco? è Latakia pretto pretto, come voi siete un uomo. - E che foglio legge? - che disgrazia l'esser miope! - Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso quel vostro paio d'occhiali, ché voglio leg­gere il titolo del giornale; - tanto voi non sapete leggere; - ho capito: Journal des Débats; ho capito; il Signore è del partito ministeriale; - non può essere a meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne avete? - Come legge attento! Si vede bene che vuole intendere. - E non è mica brutto il Signore! - colore bianco e rosso, carni fresche, un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede l'uomo, che se la gode, e lascia arrugginirsi chi vuole; - è nel suo giusto embonpoint; se non capite il Francese, andate a scuola io lo capisco. E quant'anni gli date? - Alto alto a vederlo io dico che passa la trentina; - come no? sentite, giù per lì dev'essere; sbaglio di rado in quanto a fisionomie. - E il Signore non ha moglie, Chi ve l'ha detto? l'ha presa non e anche un anno e di par suo; - e che buona dote! e che bella i ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in un bicchier d'acqua. - E le vuoi bene? Così così tra il freddo e il caldo; - badiamo veh' non la strapazza mica, non la ba­stona, che non aveste a crederlo voi altri, che mi­surate tutto sul vostro braccio, - non la cura troppo; - eh il Signore ha un affare vecchio! non lo può lasciare; ha provato, ha riprovato, - è stato impossibile; c'è una malìa di mezzo - forse qualche figliuolo; - ve ne fareste meraviglia? - Son cose di questo mondo; - chi non fa non falla.

E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur anche.

Caspita! quel chiudere ancora le imposte m e an­data giù male. Se avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere metà dai vetri, e metà coll'indovinare, faute de mieux, mi sarei contentato. È agra davvero, e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi che stravaganze! Che il Signore faccia la siesta è nelle regole, lo vuole il bon ton, lo vuole il benes­sere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire è una stravaganza: - lo dico e lo sostengo, ora e sempre, - ahora y siempre. - Come farò a ren­der conto del come dorma il Signore? Se dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spo­gliato? Poh! è una disgrazia, è una lacuna irrepa­rabile in questa istoria, che non saprei come riem­pire, se non coll'andare a dormire pur io. E badate che ci riesco, e son capace di farlo, Vedete voi, che stravaganze! quel chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto tesoro d'osser­vazioni avrei potuto raccogliere dal sonno! Vedete, io sono così sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni che gli passeranno traverso il cervello. E poi, non poteva darsi che fosse un di coloro, che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sa­pere? - cose, che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe dette né anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capez­zale del letto, quando il prete ti dà un passaporto in latino per l'altro mondo: Proficiscere, anima christiana; che significa: vattene, anima cristiana. Il tono è un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di provvedessi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. - Ve­dete voi, che stravaganze! sul più bello mi chiude in faccia le imposte! io ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene dell'inferno.

Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che volete? I signori non russano Oibò! la bienséance non lo permette. Dormono leggieri leggieri, che non è cosa da credersi. Dormono con tanta disinvoltura, che io n'ho veduti di quelli, che tutti credevano desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, - ma il suo perché ci dev'esser sotto. Basta, quando io sarò signore, venite, e ve ne dirò la ragione.

Non v'è rimedio; - il meglio è darsi pace. Vuoi dormire il Signore senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso proibire. Si­lenzio dunque; lasciatelo dormire.



CAPITOLO UNDICESIMO



Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le fi­nestre son sempre chiuse, - nessuno si fa vivo. Non so più quel che fare; - sono andato su e giù lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, non ne vogliono più sapere. Che dia­volo! quel Signore non ha discrezione; ora potrebbe alzarsi! - il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel che è peggio, fa ottusa la testa. È vero ch'ei può farne di meno, - ha una buona borsa, - ha più del bisogno. Giova tanto poco la testa: per i più non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo, e Dio voglia che resti lì. - Ma le finestre son sempre chiuse! O pazienza! pazienza! è passato un carro, che ha fatto rintronare anche i tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene che ha una buona coscienza! dormire di quella fatta! come farà stanotte? felice lui! non ha debiti, non ha inquietudini, e però fa tutta una tirata. Eh! non son bagattelle! son due ore buone che dorme! - il Sole è andato sotto, che non è poco; - già già si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore, che farà un'opera meritoria per me. Se potesse segnarsi ch'io son qua fuora, e mi struggo per lui, già si sarebbe levato. Sì, ho un bel dire; egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.

Tanto tonò, che piovve. Ho sentito rumore, - qualche sedia rimossa dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non entro più in me dall'allegrezza! Potrò novamente veder qualche cosa, - potrò raccontarla. Mi son sentito ri­nascere; - viva il mio buon Signore! egli ha dor­mito di pro, - si scorge agli occhi, alla faccia, alle membra che stira saporosamente. Ora beve un bel bicchier d'acqua; eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; - sta nelle regole di chi sa ben vivere. - La buona vita fa la buona morte, Ora si affaccia alla finestra canterellando un'arietta; - mi par della Gazza ladra, se non m'inganno; - e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca di capelli castani, e intanto respira l'aria fresca della sera, che finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.

Appena il mio Signore è ben desto, scuote risolu­tamente la testa in atto di accingersi a qualche faccenda di rilievo. Staremo a vedere quello che saprà fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi accorgo che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere, perché rimane nel buio. Già me lo immagino; sarà il soprastante. Già ho capito il tenore dell'ordine; era di accendere il lume; - non pensate mica un lume solo; - tutt'al­tro! - questo non usa che in casa vostra, quando non è Luna piena, perché allora prendete quel della Luna, che non ha bisogno di essere smoccolato, e dura tutta la notte; - ma avranno acceso benis­simo la mezza dozzina di lumi, e più ancora. Guar­date che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! Non vi sentite rallegrare a guardarla? È incontrastabile, - i lumi son sei, se non son otto; - vorreste negar la luce?

Ma stiamo attenti a quello che vuol fare il Si­gnore. Ecco, egli ha tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; - ecco, ne tempera una, ne tem­pera due, - ne tempera tre. Badate là, - ora pren­de un quaderno di carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco! è fine davvero quella carta, e in­dorata sugli orli! Eh! non vuoi mica scrivere al fat­tore; - si vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!

Non vi movete. Che ve ne andate di già? - ora viene il meglio. Ecco, il mio Signore s'è messo al tavolino; - ecco che ha già cominciato. Fin qui non v'è molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa. Per un curioso tutto è buono - il minimo che mena a delle scoperte importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa via via inclinarsi e rilevarsi; - vedo tuffar la penna; - ora s'è grattato dietro all'orecchio destro; - ha stracciato un foglio; - la lettera non veniva a modo suo; - un foglio nuovo, e da capo. Ora sì che tira via, - ha trovato la strada, - non si ferma un istante, - la passione gli guida la ma­no. Oh! se la passione crescesse! se io impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate, spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v'è più ritegno. Dimandatene agli scrittori; - pare che quel dir forte l'idea, che vanno a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti è così; la declamazione è il colorito del pensiero. Ma zitti! zitti! il Signore s'impegna; - sento un mormorio; - crescerà, se Dio vuole, - diventerà voce scol­pita; - diventa, diventa! - Oh! io son un uomo felice, io credo nella mia buona stella! - Ascoltiamo; - uh! se non fosse il vento, che me le man­gia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi contento; - ascoltiamo: ... una nera calunnia... così non si tratta un gentiluomo... badare a ciò che si fa... sco­prire la cabala... guai a lui!... so maneggiare una spada... Siamo il più... sostegno dell'ordine.. la ca­naglia in prigione, sta bene; ha... d'un freno;... l'anarchia regnerebbe... le... classi vanno rispettate... riprese, ma non punite... la canaglia si crede qualche... e la Ragion di Stato è… principii son conosciuti... innocente... non deroga a se stesso... riparazione pubblica... conveniente alla mia condizio­ne.. servo - Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi.

Oh! vediamo, se la metto insieme; - ho tanto in mano da ripromettermene bene.


<<Eccellenza!

<<Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa città, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto che Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, darà tutte le disposizioni necessarie, perché io sia quanto prima rimesso in libertà. Credo fermamente che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Però così non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ciò che si fa in materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a scoprire la cabala, e l'uomo perfido che l'ha tramata. Guai a lui! se arrivo un giorno a conoscerlo; - so maneggiare una spada, e sul terreno vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il più saldo sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo, Che vada la canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo l'anarchia regnerebbe. Vostra eccellenza conosce, e sente, che le alte classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non punite così volgarmente. Se no, la cana­glia si erede qualche cosa, - l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato è perduta. Io fortunatamente non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei principii son conosciuti abbastanza; - sono innocente; - e un gentiluomo par mio per nessuna bassezza non deroga a se stesso. Mi dirigo pertanto a Vostra Eccellenza, perché l'onor mio abbia una riparazione pubblica, immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra Eccellenza accolga le proteste della mia più alta considera­zione.

<<Di vostra Eccellenza

<<Umilissimo e Devotissimo Servo

<<Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi>.


Ah! mi sento riavere. Mi è costata fatica, ma pure l'ho messa insieme. Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto più d'un notomista quando da pochi fram­menti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura d'un corpo qualunque. Sì, ho fatto più d'un notomista; - il corpo è una cosa certa, e definita; - lo spirito è vario, incerto, e mobilissimo. Son contento come una pasqua, contento come un sonettista quando ha trovato una bella chiusa! Sì, ne son contento, ne vado superbo, - confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una sillaba.

Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera, un po' col compiacermene, il tempo è trascorso, e il mio Signore ha scritto le rimanenti, ed ora v'è sopra a calcare il sigillo. Ma va, che l'ho fatta buona! e adesso come si stilla! è una rottura, che non si accomoda; - chi è che sappia leggere una lettera già sigillata? Potessi averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; - ma valle a toccare, se ti riesce! - Eccole là! io magari le toccherei! - ma il Signore non ci è per nulla in questo mondo? - Eh! non c'è rimedio! eccole là! - il morto è sulla bara; - quattro giuste giuste; - posso sfogarmi a leggere la sopraccarta, mercé delle lettere lunghe un mezzo dito: - basta! è meglio poco che nulla; - eccole là! son quattro in fila, né più né meno; si leggono come di giorno; - la pri­ma al Marchese, l'altra al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare! si vede bene che al Signore è già venuta a noia la prigione, che vuole uscirne per fas e per nefas. Tutto vien messo in moto, tutto a contributo, per uscir di pri­gione; - la toga, e la spada; lo scrigno, la cantina e la donna. - In prigione ci hanno a stare i poveri e i matti. Voi parlate come un libro, mio bel Si­gnore. Sì, venite fuori, anch'io lo desidero; - così potrò vedere più da vicino i fatti vostri. Voi n'uscirete senz'altro, avete troppe ragioni dalla vo­stra; - solamente quei titoli, che a profferirli sol­tanto fanno tremare i chiavistelli! SI, mio bel Si­gnore, voi n'uscirete e presto; - io lo desidero an­ch'io, per voi, e per me.

Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, sì che a guardarla gli sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto! è un billet doux, - è una cosa che mi passa l'anima per non averla sentita. Scrivermi un billet doux sotto gli occhi, e non poterlo sentire! Se ci penso un mo­mento di più, addio cervello, addio tutto. Un billet doux! non vi par di dir nulla, un billet doux? Io che per leggere un billet doux non avrei quasi scru­polo di portarlo! Io, che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far più altro; lascerei tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e le virtù; - non mangerei, non dormirei, farei la vita di un martire, mi ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro, voi ne vedrete delle belle! - una e una due; - ma questa è più agra dell'altra; - questa, e l'affar delle imposte mi fanno dubitare della mia buona stella.

Certo la mia buona stella in questi due casi si è portata male; una cometa non poteva farmi di peggio; - e poiché ella ha preso la mala piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada, onde non m'avesse a incogliere un qualche malanno più grave. Già l'ora è tarda; - saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa più un'anima. Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolentieri. Non so chi mi lega, ma ci starei tutta Ta notte. Ma zitto! sento salire una scala, - sento girar mollemente una chiave; - vedete cosa vuoi dire un minuto? Un minuto spesso decide tutto; spesso non ci è tesoro che possa pagare il valor d'un minuto, - E chi sarà in un'ora sì tarda? - Oh bella, è il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita frase:

- È permesso? si può passare?

- Appunto voi; passate, passate.

- Ho forse tardato troppo?

- No, siete venuto in tempo; ho finito in questo momento. Eccovi un mazzo di lettere; dimani, a un'ora competente, che sieno tutte spedite. Non fate sbagli, vi raccomando, son cose che premono.

- Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a cui vanno, e senza adulazione posso dire che Vossignoria non potrebbe esser meglio appoggiata; - son persone che fanno e disfanno, e dopo non c'è nulla a ridire. Ella già non ha bisogno di tutto questo; si vede bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei esser nei piedi di chi s'è preso un simile arbitrio. Specialmente quando lo saprà la Contessa, è capace di sputar fuoco. Io son vecchio di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti di travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra Vossignoria; - riposi bene; - se stanotte ha bisogno, non faccia che chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.

- Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete già scordato l'affare di cui vi ho parlato stamani?

- Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato. Ora però mi ricordo di tutto. Il numero, mi pare, 1613?

- Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la letterina; fate che si recapiti con bel garbo. Già non ci andrete voi?

- Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire Ci mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da comandarmi?

- Null'altro per ora.

- Dunque la lascio in libertà; riposi bene; - buona notte.

- Buona notte.

Ed io Scrittore, che sono in. prigione anch'io, e non ho nessuno che me la dia, giacché la buona notte mi è capitata sotto la penna, me la do dà me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.



CAPITOLO DODICESIMO



- Ma il Povero dov'è rimasto? - Che v'importa del Povero? Se, invece di essere freddamente cu­riosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non mi avre­ste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi sareste venuti dietro, vi sareste arrampicati l'uno sull'altro per arrivare alle sbarre della pri­gione, - avreste consolato quel misero colla vista d'un volto umano, - vista più cara del cielo in quella oscura solitudine; - lo avreste chiamato per nome, - gli avreste gittato un pane, una parola soave di compianto; - avreste infuso olio e vino nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; - e invece avete fatto peggio del Fariseo, - non gli siete passati neppure d'accanto. Che v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori velocemente come dardi, e il calcolo non aveva tem­po neppure di coprir loro le vergogne? - Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perché veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero non aveva nulla da farsi invidiare, - invece aveva bisogno d'una consolazione, e d'un tozzo di pane. - Ecco perché non siete venuti meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un egoista? Io non mi fido della mia pietà; e, se l'ultima somma è più sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo per cui mi son trattenuto tanto tempo con quel mio Povero. Sentite, se vi torna. Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, - e allora io mi son mosso, - gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per contradizione. - Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; - e, se la cosa è così come io la espongo, allora alla pietà tocca il secondo luogo, se pure un luogo le tocca. Non sono io pure un egoista? non è la contradizione un egoismo? - La beneficenza stessa non è sovente un egoismo? Perché in certi Stati si sviluppa più che altrove lo Spirito di associazione, lo spirito di sovvenimento? - Perché l'ambizione è palpata, perché l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il nome di chi l'ha fatto. Gesù Cristo conobbe questo peccato dell'umana natura, e per questo inculcò come un dovere sacro, come un precetto di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede; tentando così con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando di assuefare l'umanità a fare il bene sempre, e sinceramente, non a balzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e giudicate,

Avete deciso? - Il primo prossimo è sé medesimo. - Questo grido fu infuso nel sangue, e circola per le vene di ogni mortale; - ponetelo pure in qualsivoglia grado di società; - prendetemi pure il selvaggio errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente, dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione sommaria di una lunga e costante esperienza, questo è il Vangelo di tutti i proverbi passati, presenti e futuri. La mag­gior parte vede l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. - La maggior parte non capisce nulla in questa materia. - Quel tale, che lapidasse il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo, è pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore dl un sentimento, che gli rappresenta più della vita; muore, perché, sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso, un dolore intollerabile; muore, perché nel suo speciale organismo in certi dati casi la vita è una perdita, la morte è un guadagno. L'egoismo è un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni, un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo è l'uomo, o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi ne fate una pietra; non ha più ragione di operare né il bene né il male. L'egoismo è l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione; potete bensì modificarlo, se vi piace; potete modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima della educazione. L'educazione è buona o cattiva, come sapete; - e dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può esprimere tutte le gradazioni della virtù, tutte quelle del vizio. La buona educazione lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene generale, Così l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo un milione, orna invece la sua città di utili istituzioni, e in capo all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavitù del peccato e della ignoranza. E questo perché? Vuoi dire che la buona educazione con un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo. Vanità, affascinandogli gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un oggetto in un altro. - La trista educazione lascia andare l'egoismo come un toro infuriato, e gli aggiunge stimoli sovente; allora ei non cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; - e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purché la trovi di mezzo fra sé e la borsa. Così dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo del demonio; - può essere la Ragione o il Fanatismo, la cicuta o la rosa, - può essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare, e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e le stigmate della infamia.

L'egoismo è il Proteo del Bene e del Male.



CAPITOLO TREDICESIMO



Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e tornate al vostro proposito; - sarà meglio per tutti. Coteste cose, di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa e in rima, - son cose vecchie quanto l'egoismo; e che per questo? - mostratemene il frutto; - coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato solo non si può che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi? Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar sistematico? Vi troverete a de' begli scon­certi. Fino che son teorie, le cose camminano be­ne; - vincete sempre voi, - come quel giuocatore che giuocava da sé. Alla pratica poi s'impara a. di­stinguere i bufali dalle oche. Io lo so come vorreste gli uomini; - li vorreste tutti di tre braccia, - di struttura slanciata, - un bel viso color di rosa, - occhio ceruleo, - zazzera bionda, - vestiti di una tunica bianca, - calzati di verde, - e che proffe­rissero da mane a sera orazioni giaculatorie di amor fraterno. E vi dico che a prima giunta sarebbe un bel colpo d'occhio, - in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe non l'avete voi, e il vo­stro desiderio non può avere sfogo; - e invece di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un miscuglio bizzarro oltremodo, un caos che non finisce più mai. Vedete nani e gigan­ti; uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento colori; - vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini ignudi, - chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto, - e via discorrendo. E per questo? perché una vostra idea non ha sfogo, vorreste andare a finire in un pozzo? Oibò, non vi fate tentare. Il mondo va preso come il vento, - va preso come viene. Volete contra­stare con la corrente? - pensateci prima due volte, - il minor rischio è quello di annegare. Tanto voi lo vedete; - non si sa chi abbia ragione, se il Torto, o il Diritto, Se l'uno vince oggi, l'altro vince domani; è un circolo vizioso, - è la serpe, che si piglia in bocca la coda... non ci si conosce né principio, né fine. Tant'è, dopo tante prediche e tante esperienze, a veder le cose come sono, mi vien fatto quasi di credere in una Provvidenza. Il Bene e il Male sono i due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto il Male, il mondo perderebbe l'equilibrio e cadrebbe tutto da una parte, e così viceversa del Bene. Se poi voi persistete nella vostra idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; - voi che veniste a caso in questo mondo, siete però il padrone di uscirne quando volute, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre ragioni. Non dubitate, al confini della vita non ci son dogane. Ma forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie, non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? - Bon! cosa ne concludete? - Che l'Errore è un guanciale morbido a modo e a verso, come può esser la Verità, e che metà del mondo dorme i suoi sonni placidi sopra questo, come l'altra metà li dorme su quell'altro. Mi faccio intendere? parlate schietto, perché io amo di ragionare, Non avete osservato che i popoli tengono della natura degli uccelli? che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due principi diversi possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza mai toccarsi? che la Libertà può affacciarsi al suo balcone, e dalla finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? Chi è convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo come chi è convinto d'un buono; - non esiste fra loro che un divario metafisico. - L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione, è superiore o inferiore al sistema che lo circonda, - non può negarsi, - ei ci vive a disagio, - ebbene, vi è il suo rimedio, - scuota la polvere delle sue iscarpe, e se ne vada gridando come Scipione: ingrata Patria, non avrai le mie ossa. V'è il suo rimedio: il Francese Carlista può andare in Ispagna, - il Liberale Spagnulo può venirsene in Francia. La terra è larga abbastanza: - Nemo propheta in patria sua. - Lo vedo anch'io, che, senza sottoporre l'umanità all'archipendolo delle vostre geometrie, starebbero tiene tante belle cose! Per esempio, sarebbe bene che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per vedere almeno chi piglia; - sarebbe bene che la Giustizia tenesse una stadera sola, e non una per il povero e una per il ricco; - sarebbe bene che il Giudice quando va in Tribunale appiccicasse al cappellinaio anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poiché bere un fiasco di vino di più non è un terremoto, dell'altro vino si trova; ma una testa di più o di meno è una cosa seria, attesoché l'uomo non n'abbia che una; - vi ripeto, starebbero bene tante belle cose! starebbe bene anche ch'io non fossi in prigione; - e per questo, - se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? Che serve ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa infranta; e finché non giunga il tempo ad hoc, il vostro sangue non sarà considerato; - i contemporanei appena si prenderanno la briga di guardare se il vostro sangue era del solito colore, o no.

- E voi avete finito? Il vostro è un discorso diabolico, e si scorge bene, che siete di coscienza larga come i Gesuiti. Dovreste essere un gran partigiano del quieto vivere, - uno scettico. Lo scetticismo è il sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire che abbiate spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro quadro che ai più sembrerà plausibile. Avete esposto del fatti, avete detto delle verità, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho detto, siete uno scettico. E credete che, a guardare minutamente da vicino, il buco nella calza si trova, e quel vostro discorso in parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare, e specialmente con voi, - con voi che sareste uomo da addormentarvi a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate più differenza dal Sole d'Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al vostro pretendere che l'uomo si perda dietro ad un'idea che non può mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto nel fatto, e senza' avvedervene avete dato nella rete, che volevate scansare; voi filosofo sperimentale questa vol­ta mi siete riuscito un idealista; - avete preteso che la mente umana si sottragga da un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione? può darsi anche questo, perché siete malizioso la vostra parte. Non avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono uomini fatalmente avvinghiati a un'idea fissa, - un'idea talvolta capace anche a falciare la vita d'una generazione; - un'idea che amano col furore della gelosia; che non lasciano mai, benché la veggano confinar col patibolo? Questi uomini nell'epoca loro hanno due facce: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li chiama pazzi od eroi, secondo da chi è scritta la storia. Al giudizio pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due facce, una delle due denominazioni.




CAPITOLO QUATTORDICESIMO


Ma il Povero dov'è rimasto? è morto di angoscia o di fame? Chi sa? tutto può darsi. - Le carceri vivono alla buona, non tengono storici al loro stipendio, non registrano né date, né nomi, né avvenimenti; le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo, - d'un'esistenza sotterranea, - e temono la luce come cosa nemica; - pure così all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, - d'un viso truce, - d'un pugnale, o d'un laccio, - d'un gemito cordiale, - d'una caduta pesante; si rammentano ancora di certuni entrati sani e gagliardi, che diii a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto d'acqua, e di pane. - Fu questa dimenticanza, o caso pensato? - Non precipitiamo nei nostri giudizi. - Dio è il revisore delle coscienze; e Dio, che può convertire in uno scherno il diadema e la testa del prepotente, un giorno vorrà conoscere il pro e il contra di queste ed altre bisogne.

Ma dunque è morto quel pover'uomo? E così solo, solo, e infelice, come avrà fatto a reggere il peso dell'agonia? - e se avrà chiesto un sorso di acqua per mitigare la febbre delle sue viscere, chi gli avrà bagnato la bocca? - e se l'asma lo soffocava, chi l'avrà sollevato a mezza vita? - Chi gli avrà asciugato la fronte, e scaldate l'estremità irrigidite? - Chi gli avrà dato una croce a baciare? - Chi avrà risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che vede il Diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera, fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avrà aperte le finestre, perché beva un ultimo alito d'aria pura, perché veda il cielo e la speranza? Oh! la speranza è un letto di piume al moribondo, ove egli a quando a quando dimen­tica le spine sulle quali sì giace! è un'ala candidis­sima sulla quale l'anima del morente va a posarsi via via, provandosi così per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! - E i suoi figliuoli? perché Dio non rompe le porte della prigione, onde passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli be­nedire, non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora innanzi chi darà loro del pane? Misero padre! questo pensiero ti sta come una lastra infuocata sul cuore; - è l'unica striscia di ragione e di memoria che sia rimasta intatta nel naufragio della tua mente; questo pensiero è la tua vera agonia; - agonia di coscienza, e di sensibilità - questo pensiero ti fa dubitare di Dio, ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto infinito per meritarti un tormento infinito?

Ma dunque è morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi? chi l'ha baciato cadavere?

Il pover'uomo non è morto ancora, - almeno giova sperarlo. E s'ei fosse morto, chi l'avrebbe potuto sapere fin ora? Presso a poco è trascorsa una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa importa al soprastante se il Povero sia morto o vivo, purché sia in prigione? Cosa importa al potente che esista un povero di più o di meno? Non è egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure? l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente di rado è iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia, non è più po­tente; - ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori gemono, quante lacrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gli insegna che il dolore solo è re della terra in eterno, e che la Sorte dona colla destra e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compa­tire le debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiat­ta dannata a travolgersi fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere che l'errore è un elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non è mai infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa di leva per suscitare i prostrati, e non a gravano come un flagello? - Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo; - lo chiudono fuori dell'umanità; - lo chiudono in un palazzo assiepato di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infe­lice; - gli fanno vedere il mondo traverso un pri­sma colorato d'oro e di porpora; - gli empiono l'aule di festa e d'armonia continua; - gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperità ottusa e solitaria, - talché se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio, dimanda: - perché sospira quel miserabile? - è egli così fiacco? io non ho mai sospirato. - Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori d'una santa filosofia come atti di ribellione; gli fanno credere ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. - Gli comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in versi, - nel bene e nel male; lo posano sopra un 'ara; - gli mettono in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; - tanto che, se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli, crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facoltà del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che trasporta a suo talento i numeri da una estremità all'altra, e per uno sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh, la potenza senza freno d'umane simpatie è un dono funesto! Trista è la potenza che può emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; e che può annientare una generazione, e non può risuscitare un verme quando l'ha spento!




CAPITOLO QUINDICESIMO


- Devo dirla come la penso? Per un tratto del vostro discorso mi avete fatto una paura dia­bolica; io credeva che voi voleste volare; - io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; - vi ho guardato i piedi, e li ho veduti immobili e fissi come chiodi. - Per altro, avete fatto un gran fare; - sbracciavate, - sbuffavate; - gli occhi fuori dell'orbita, - il volto infiammato, - le vene della fronte rigonfie; - vi pare a voi? - è la maniera di farsi venir male, E che paroloni! sesquipedalia verba; e che voce avete fatto! ne ho sempre rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto paura! io già pensava a una cavata di sangue.

Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, - non è per voi, - non ci guadagnerete che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato, - non potete esserlo, - avete troppo umore. Io lo so; - vorreste esser poeta; - ognuno ambisce di esser quel che non può. Invece di un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro, - per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle saette. Ma datevi pace, l'alloro non è per voi; - se ve ne regalassero anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; - gran mercé, se voi ne cavaste una frasca da osterie. - Io lo so; - vorreste esser poeta, e vorrei esserlo anch'io; - ma come fareste quando il filo non arriva? - Vi compatisco; - avete letto Dante, l'Ariosto, Byron, Schiller, Goethe; li avete gustati, - li avete sentiti; vi compatisco; vorreste anche voi avere un 'anima temprata come l'arpa eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia; - vorreste avere un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si rifiettesse come in uno specchio. Ma è tutt'uno, - non siete nato, - i poeti nascono belli e fatti: Vates nascuntur. Ditemi voi, - dove andarono a scuola Omero, Ossian, Burns? - E poi sentite questi due versi, che paiono fatti a posta per voi:


In cui Natura non lo volle cure

Non dirian mille Rome, e mille Ateni.


Avete capito? - e, badate, son versi di un classicista, che credeva nell'Arte forse più del dovere. - Smettete, - vi ripeto, - sarà meglio per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; - non farete mai male. Perché, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo? Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti, e così vi acquisterete una lode moderata, è vero, ma pure una certa lode. - Non fate l'astronomo; - potreste scambiare un fanale col mondo di Saturno, e allora - risum teneatis, amici? - Smettete lo stile eroico, - non è per voi; invece di fare della poesia, fate della rettorica, - cosa veramente insoffribile in un secolo come il nostro. Non ve l'ho detto io sempre? il cavalcare non è per voi; credete di fare la figura di un San Giorgio, e invece siete una balla a cavallo. Non ve ne abbiate a male, - andate a piedi, - è la vostra condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso, come usava nel cinquecento e nel settecento, - vada; avete l'orecchio abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase elegante. Ma tutto questo non è poesia, - è un lavoro da monache. Avete bensì l'anima spruzzata di poesia, - ma quella vena larga, inesausta, - che costituiva Dante e compagni, - voi non l'avete. - Non bisogna pretendere di far tutto, - anche il Genio ha i suoi limiti. - Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa dei firmamento, si smarrì nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riuscì un infelice teologo. - Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso, - chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola - è inutile, - non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando si propose anch'egli di fare una stoffa! - Fece una tal cosa che anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma non fu così quando si trattò di rodere; - vero è bensì, che in ultimo torse la bocca, perché le tinte delle vesti corrose contenevano troppo d'acido. - Smettete, - non cesserò mai di ripetervelo, - lo stile poetico; - credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che gonfiar le guance. Voi non siete veramente né poeta, né oratore, né storico, né filosofo, né tignuola; - siete un non so che, che non lo sappiamo né io né voi. - Quando la Natura vi architettava, invece di farvi la testa, sopra pensiero fece una gabbia da grilli; - poi si accorse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasciò il lavoro come stava; pure, perché la gabbia avesse uno scopo, una conveniente destinazione, la riempì liberamente di grilli, e così voi siete riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, - l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; - voi non potete aspirare che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona; alla sans souci, e terminate la storia del Povero carcerato.




CAPITOLO SEDICESIMO


E così mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.

Il pover'uomo non è morto ancora; - prova ne sia ch'io l'ho veduto. - Come mai? - mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, faceva­mo cammino, e questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinanzi alla carcere, e di lì a minuti è stata aperta, ond'io ho potuto vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. - Il pover'uomo, come sapete, non è morto ancora; e s'ei fosse morto (questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui), s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, - solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Pietà sta di mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'in­gresso come la spada del cherubino alle mura dell'Eden.

Il pover'uomo non era più stupido, come quan­do io lo lasciai; - mi pareva anzi irritato, - e forse troppo. Le sue passioni erano rimontate, - le passioni fanno come la marea. Allora sì mi pareva che più di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e con suoni di conforto si pro­vasse di acchetare quella tempesta che gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeg­giava furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza; - spesso si dava nella fronte con una palma, - spesso batteva coi piedi la terra; - ora fischiava turbinosamente, ora cantava in una lingua e in una musica affatto nuova; - ora s'incrociava le mani sul petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una volta si mise una mano sul cuore e fece atto di strapparselo, e di lanciarlo in aria con un grido disperatamente salvatico, - uno di quei gridi che atterriscono l'uomo e la fiera, - il grido della madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca, - uno di quei gridi che devono far pentire Dio di aver creato la sensibilità. Dipoi si riconcentrò, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione; - quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo fra le ginocchia. - Col capo in quella maniera, io non potei vedere se pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre cose confusamente insieme; - forse era assorto in una di quelle estasi, prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme strane, non mai vedute, non mai pensate, - dove l'anima giace immemore di quello che fu, di quello che è; - e solamente, tra il sì e il no, sogna che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe cercarvi, non è tentata a farlo.

A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; - e vidi che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso l'inferriata. - E l'inferriata confina col palco, e la persona non può salirvi. - Gli sia contesa anche la vista del cielo: - così hanno detto, e così hanno fatto. - Un raggio scarso di Sole entrava malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava giù in fondo, lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da po­vero. Forse quel raggio era pietoso, e tramutava così la sua pompa per mettersi d'accordo col Povero, - per non unirsi all'oltraggio degli uomini.

Arrivato a questo punto, io non vidi più nulla. Il soprastante chiuse e partì. - Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore percuote a gran masse l'anima umana, è una vista che si può reggere; - e talvolta è uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un vigore proporzionato alla forza delle percosse; e quel combattimento tra il mortale e il Destino, tra il signore e io schiavo, ha un non so che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi come sono volentieri si chiudono.

Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. - Il Soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente aveva portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'aveva deposto per terra.