Buonarroti Michelangelo
RIME
Molti
anni fassi qual felice, in una
brevissima ora si lamenta e dole;
o
per famosa o per antica prole
altri s'inlustra, e 'n un momento
imbruna.
Cosa
mobil non è che sotto el sole
non vinca morte e cangi la
fortuna.
Sol
io ardendo all'ombra mi rimango,
quand'el sol de' suo razzi el
mondo spoglia:
ogni altro per piacere, e io per doglia,
prostrato
in terra, mi lamento e piango.
Grato
e felice, a' tuo feroci mali
ostare e vincer mi fu già
concesso;
or lasso, il petto vo bagnando spesso
contr'a mie
voglia, e so quante tu vali.
E se i
dannosi e preteriti strali
al segno del mie cor non fur ma'
presso,
or puoi a colpi vendicar te stesso
di que' begli occhi,
e fien tutti mortali.
Da quanti lacci
ancor, da quante rete
vago uccelletto per maligna sorte
campa
molt'anni per morir po' peggio,
tal di me,
donne, Amor, come vedete,
per darmi in questa età più
crudel morte,
campato m'ha gran tempo, come veggio.
Quanto
si gode, lieta e ben contesta
di fior sopra ' crin d'or d'una,
grillanda,
che l'altro inanzi l'uno all'altro manda,
come ch'il
primo sia a baciar la testa!
Contenta è
tutto il giorno quella vesta
che serra 'l petto e poi par che si
spanda,
e quel c'oro filato si domanda
le guanci' e 'l collo di
toccar non resta.
Ma più lieto quel
nastro par che goda,
dorato in punta, con sì fatte
tempre
che preme e tocca il petto ch'egli allaccia.
E
la schietta cintura che s'annoda
mi par dir seco: qui vo' stringer
sempre.
Or che farebbon dunche le mie
braccia?
I' ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l'acqua
a' gatti in Lombardia
o ver d'altro paese che si sia,
c'a forza
'l ventre appicca sotto 'l mento.
La barba
al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e 'l petto fo
d'arpia,
e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia
mel fa, gocciando,
un ricco pavimento.
E' lombi entrati mi
son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ' passi
senza gli occhi muovo invano.
Dinanzi mi
s'allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e
tendomi com'arco sorïano.
Però
fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché
mal si tra' per cerbottana torta.
La mia
pittura morta
difendi orma', Giovanni, e 'l mio onore,
non
sendo in loco bon, né io pittore.
Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è
ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu
hai creduto a favole e parole
e premiato chi è del ver
nimico.
I' sono e fui già tuo buon
servo antico,
a te son dato come e' raggi al sole,
e del mie
tempo non ti incresce o dole,
e men ti piaccio se più
m'affatico.
Già sperai ascender per
la tua altezza,
e 'l giusto peso e la potente spada
fussi al
bisogno, e non la voce d'ecco.
Ma 'l cielo
è quel c'ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se
vuol c'altri vada
a prender frutto d'un arbor ch'è secco.
Chi
è quel che per forza a te mi mena,
oilmè, oilmè,
oilmè,
legato e stretto, e son libero e sciolto?
Se
tu incateni altrui senza catena,
e senza mane o braccia m'hai
raccolto,
chi mi difenderà dal tuo bel volto?
Come
può esser ch'io non sia più mio?
O
Dio, o Dio, o Dio,
chi m'ha tolto a me stesso,
c'a me fusse più
presso
o più di me potessi che poss'io?
O
Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi
tocchi?
Che cosa è questo,
Amore,
c'al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro
par che cresca?
E s'avvien che trabocchi?
Colui
che 'l tutto fe', fece ogni parte
e poi del tutto la più
bella scelse,
per mostrar quivi le suo cose eccelse,
com'ha
fatto or colla sua divin'arte.
Qua
si fa elmi di calici e spade
e 'l sangue di Cristo si vend'a
giumelle,
e croce e spine son lance e rotelle,
e pur da Cristo
pazïenzia cade.
Ma non ci arrivi più
'n queste contrade,
ché n'andre' 'l sangue suo 'nsin alle
stelle,
poscia c'a Roma gli vendon la pelle,
e ècci
d'ogni ben chiuso le strade.
S'i' ebbi ma'
voglia a perder tesauro,
per ciò che qua opra da me è
partita,
può quel nel manto che Medusa in Mauro;
ma
se alto in cielo è povertà gradita,
qual fia di
nostro stato il gran restauro,
s'un altro segno ammorza l'altra
vita?
Quanto
sare' men doglia il morir presto
che provar mille morte ad ora ad
ora,
da ch'in cambio d'amarla, vuol ch'io mora!
Ahi,
che doglia 'nfinita
sente 'l mio cor, quando li torna a mente
che
quella ch'io tant'amo amor non sente!
Come
resterò 'n vita?
Anzi mi dice, per
più doglia darmi,
che se stessa non ama: e vero
parmi.
Come posso sperar di me le
dolga,
se se stessa non ama? Ahi trista sorte!
Che
fia pur ver, ch'io ne trarrò la morte?
Com'arò
dunche ardire
senza vo' ma', mio ben, tenermi 'n vita,
s'io non
posso al partir chiedervi aita?
Que' singulti e que' pianti e que' sospiri
che 'l miser core voi
accompagnorno,
madonna, duramente dimostrorno
la mia propinqua
morte e ' miei martiri.
Ma se ver è che per assenzia mai
mia fedel servitù
vadia in oblio,
il cor lasso con voi, che non è mio.
La
fama tiene gli epitaffi a giacere; non va né inanzi né
indietro, perché son morti, e el loro operare è
fermo.
El
Dì e la Notte parlano, e dicono:
Noi abbiàno col
nostro veloce corso condotto
alla morte el duca Giuliano; è
ben giusto
che e' ne facci vendetta come fa.
E la vendetta è questa: che avendo noi
morto lui, lui così
morto ha tolta la luce a noi
e cogli occhi chiusi ha serrato e'
nostri,
che non risplendon più sopra la terra.
Che arrebbe di noi dunche fatto, mentre vivea?
Di
te me veggo e di lontan mi chiamo
per appressarm'al ciel dond'io
derivo,
e per le spezie all'esca a te arrivo,
come pesce per
fil tirato all'amo.
E perc'un cor fra dua
fa picciol segno
di vita, a te s'è dato ambo le
parti;
ond'io resto, tu 'l sai, quant'io son, poco.
E
perc'un'alma infra duo va 'l più degno,
m'è forza,
s'i' voglio esser, sempre amarti;
ch'i' son sol legno, e tu se'
legno e foco.
D'un
oggetto leggiadro e pellegrino,
d'un fonte di pietà nasce
'l mie male.
Crudele,
acerbo e dispietato core,
vestito di dolcezza e d'amar pieno,
tuo
fede al tempo nasce, e dura meno
c'al dolce verno non fa ciascun
fiore.
Muovesi 'l tempo, e compartisce
l'ore
al viver nostr'un pessimo veneno;
lu' come falce e no'
siàn come fieno,
. . . . . . . . . . . . . .
La
fede è corta e la beltà non dura,
ma di par seco par
che si consumi,
come 'l peccato tuo vuol de' mie danni.
. . . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . .
sempre fra noi
fare' con tutti gli anni.
Mille
rimedi invan l'anima tenta:
poi ch'i' fu' preso alla prestina
strada,
di ritornare endarno s'argomenta.
Il
mare e 'l monte e 'l foco colla spada:
in mezzo a questi tutti
insieme vivo.
Al monte non mi lascia chi
m'ha privo
dell'intelletto e tolto la ragione.
Natura ogni
valore
di donna o di donzella
fatto ha per imparare, insino a
quella
c'oggi in un punto m'arde e ghiaccia el core.
Dunche
nel mie dolore
non fu tristo uom più mai;
l'angoscia e
'l pianto e ' guai,
a più forte cagion maggiore
effetto.
Così po' nel diletto
non
fu né fie di me nessun più lieto.
Tu
ha' 'l viso più dolce che la sapa,
e passato vi par sù
la lumaca,
tanto ben lustra, e più bel c'una rapa;
e'
denti bianchi come pastinaca,
in modo tal che invaghiresti 'l
papa;
e gli occhi del color dell'utriaca;
e' cape' bianchi e
biondi più che porri:
ond'io morrò, se tu non mi
soccorri.
La tua bellezza par molto più
bella
che uomo che dipinto in chiesa sia:
la bocca tua mi par
una scarsella
di fagiuo' piena, si com'è la mia;
le
ciglia paion tinte alla padella
e torte più c'un arco di
Sorìa;
le gote ha' rosse e bianche, quando stacci,
come
fra cacio fresco e' rosolacci.
Quand'io ti
veggo, in su ciascuna poppa
mi paion duo cocomer in un
sacco,
ond'io m'accendo tutto come stoppa,
bench'io sia dalla
zappa rotto e stracco.
Pensa: s'avessi
ancor la bella coppa,
ti seguirrei fra l'altre me' c'un
bracco;
dunche s'i massi aver fussi possibile,
io fare' oggi
qui cose incredibile.
Chiunche
nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e 'l sole
niuna cosa
lascia viva.
Manca il dolce e quel che dole
e gl'ingegni e le
parole;
e le nostre antiche prole
al sole ombre, al vento un
fummo.
Come voi uomini fummo,
lieti e
tristi, come siete;
e or siàn, come vedete,
terra al
sol, di vita priva.
Ogni cosa a morte
arriva.
Già fur gli occhi nostri
interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e
neri,
e ciò porta il tempo seco.
Che fie di
me? che vo' tu far di nuovo
d'un arso legno e d'un afflitto
core?
Dimmelo un poco, Amore,
acciò
che io sappi in che stato io mi truovo.
Gli
anni del corso mio al segno sono,
come saetta c'al berzaglio è
giunta,
onde si de' quetar l'ardente foco.
E'
mie passati danni a te perdono,
cagion che 'l cor l'arme tu'
spezza e spunta,
c'amor per pruova in me non ha più loco;
e
s'e' tuo colpi fussin nuovo gioco
agli occhi mei, al cor timido e
molle,
vorria quel che già volle?
Ond'or
ti vince e sprezza, e tu tel sai,
sol per aver men forza oggi che
mai.
Tu speri forse per nuova
beltate
tornarmi 'ndietro al periglioso impaccio,
ove 'l più
saggio assai men si difende:
più corto è 'l mal
nella più lunga etate
ond'io sarò come nel foco el
ghiaccio,
che si distrugge e parte e non s'accende.
La
morte in questa età sol ne difende
dal fiero braccio e da'
pungenti strali,
cagion di tanti mali,
che non perdona a
condizion nessuna,
né a loco, né tempo, né
fortuna.
L'anima mia, che con la morte
parla,
e seco di se stessa si consiglia,
e di nuovi sospetti
ognor s'attrista,
el corpo di dì in dì spera
lasciarla:
onde l'immaginato cammin piglia,
di speranza e timor
confusa e mista.
Ahi, Amor, come se'
pronto in vista,
temerario, audace, armato e forte!
che
e' pensier della morte
nel tempo suo di me discacci fori,
per
trar d'un arbor secco fronde e fiori.
Che
poss'io più? che debb'io? Nel tuo regno
non ha' tu tutto el
tempo mio passato,
che de' mia anni un'ora non m'è
tocca?
Qual inganno, qual forza o qual
ingegno
tornar mi puote a te, signore ingrato,
c'al cuor la
morte e pietà porti in bocca?
Ben
sare' ingrata e sciocca
l'alma risuscitata, e senza stima,
tornare
a quel che gli diè morte prima.
Ogni
nato la terra in breve aspetta;
d'ora in or manca ogni mortal
bellezza:
chi ama, il vedo, e' non si può po'
sciorre.
Col gran peccato la crudel
vendetta
insieme vanno; e quel che men s'apprezza,
colui è
sol c'a più suo mal più corre.
A
che mi vuo' tu porre,
che 'l dì ultimo buon, che mi
bisogna,
sie quel del danno e quel della vergogna?
I'
fu', già son molt'anni, mille volte
ferito e morto, non che
vinto e stanco
da te, mie colpa; e or col capo bianco
riprenderò
le tuo promesse stolte?
Quante volte ha'
legate e quante sciolte
le triste membra, e sì spronato il
fianco,
c'appena posso ritornar meco, anco
bagnando il petto
con lacrime molte!
Di te mi dolgo, Amor,
con teco parlo,
sciolto da' tuo lusinghi: a che bisogna
prender
l'arco crudel, tirare a voto?
Al legno
incenerato sega o tarlo,
o dietro a un correndo, è gran
vergogna
c'ha perso e ferma ogni destrezza e moto.
I'
fe' degli occhi porta al mie veneno,
quand' el passo dier libero
a' fier dardi;
nido e ricetto fe' de' dolci sguardi
della
memoria che ma' verrà meno.
Ancudine
fe' 'l cor, mantaco 'l seno
da fabricar sospir, con che tu m'ardi.
Quand'il
servo il signor d'aspra catena
senz'altra speme in carcer tien
legato,
volge in tal uso el suo misero stato,
che libertà
domanderebbe appena.
E el tigre e 'l serpe
ancor l'uso raffrena,
e 'l fier leon ne' folti boschi nato;
e
'l nuovo artista, all'opre affaticato,
coll'uso del sudor doppia
suo lena.
Ma 'l foco a tal figura non
s'unisce;
ché se l'umor d'un verde legno estinge,
il
freddo vecchio scalda e po' 'l nutrisce,
e tanto il torna in verde
etate e spinge,
rinnuova e 'nfiamma, allegra e
'ngiovanisce,
c'amor col fiato l'alma e 'l cor gli cinge.
E
se motteggia o finge,
chi dice in vecchia etate esser
vergogna
amar cosa divina, è gran menzogna.
L'anima
che non sogna,
non pecca amar le cose di natura,
usando peso,
termine e misura.
Quand'avvien
c'alcun legno non difenda
il propio umor fuor del terreste
loco,
non può far c'al gran caldo assai o poco
non si
secchi o non s'arda o non s'accenda.
Così
'l cor, tolto da chi mai mel renda,
vissuto in pianto e nutrito di
foco,
or ch'è fuor del suo propio albergo e loco,
qual
mal fie che per morte non l'offenda?
Fuggite,
amanti, Amor, fuggite 'l foco;
l'incendio è aspro e la
piaga è mortale,
c'oltr'a l'impeto primo più non
vale
né forza né ragion né mutar
loco.
Fuggite, or che l'esemplo non è
poco
d'un fiero braccio e d'un acuto strale;
leggete in me,
qual sarà 'l vostro male,
qual sarà l'impio e
dispietato gioco.
Fuggite, e non tardate,
al primo sguardo:
ch'i' pensa' d'ogni tempo avere accordo;
or
sento, e voi vedete, com'io ardo.
Perché
pur d'ora in ora mi lusinga
la memoria degli occhi e la
speranza,
per cui non sol son vivo, ma beato;
la forza e la
ragion par che ne stringa,
Amor, natura e la mie 'ntica
usanza,
mirarvi tutto il tempo che m'è dato.
E
s'i' cangiassi stato,
vivendo in questo, in quell'altro morrei;
né
pietà troverei
ove non fussin quegli.
O
Dio, e' son pur begli!
Chi non ne vive non è nato ancora;
e
se verrà dipoi,
a dirlo qui tra noi,
forz'è che,
nato, di subito mora;
ché chi non s'innamora
de' begli
occhi, non vive.
Ogn'ira,
ogni miseria e ogni forza,
chi d'amor s'arma vince ogni fortuna.
Dagli
occhi del mie ben si parte e vola
un raggio ardente e di sì
chiara luce
che da' mie, chiusi ancor, trapassa 'l core.
Onde
va zoppo Amore,
tant'è dispar la soma che conduce,
dando
a me luce, e tenebre m'invola.
Amor
non già, ma gli occhi mei son quegli
che ne' tuo soli e
begli
e vita e morte intera trovato hanno.
Tante
meno m'offende e preme 'l danno,
più mi distrugge e
cuoce;
dall'altra ancor mi nuoce
tante amor più quante
più grazia truovo.
Mentre ch'io
penso e pruovo
il male, el ben mi cresce in un momento.
O
nuovo e stran tormento!
Però non mi
sgomento:
s'aver miseria e stento
è dolce qua dove non è
ma' bene,
vo cercando 'l dolor con maggior pene.
Vivo
al peccato, a me morendo vivo;
vita già mia non son, ma del
peccato:
mie ben dal ciel, mie mal da me m'è dato,
dal
mie sciolto voler, di ch'io son privo.
Serva
mie libertà, mortal mie divo
a me s'è fatto. O
infelice stato!
a che miseria, a che viver
son nato!
Sie
pur, fuor di mie propie, c'ogni altr'arme
difender par ogni mie
cara cosa;
altra spada, altra lancia e altro scudo
fuor delle
propie forze non son nulla,
tant'è la trista usanza, che
m'ha tolta
la grazia che 'l ciel piove in ogni loco.
Qual
vecchio serpe per istretto loco
passar poss'io, lasciando le
vecchie arme,
e dal costume rinnovata e tolta
sie l'alma in
vita e d'ogni umana cosa,
coprendo sé con più sicuro
scudo,
ché tutto el mondo a morte è men che
nulla.
Amore, i' sento già di me
far nulla;
natura del peccat' è 'n ogni loco.
Spoglia
di me me stesso, e col tuo scudo,
colla pietra e tuo vere e dolci
arme,
difendimi da me, c'ogni altra cosa
è come non
istata, in brieve tolta.
Mentre c'al corpo
l'alma non è tolta,
Signor, che l'universo puo' far
nulla,
fattor, governator, re d'ogni cosa,
poco ti fie aver
dentr'a me loco;
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
.
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
che
d'ogn' uomo veril son le vere arme,
senza le quali ogn' uom
diventa nulla.
La
vita del mie amor non è 'l cor mio,
c'amor di quel ch'i'
t'amo è senza core;
dov'è cosa mortal, piena
d'errore,
esser non può già ma', nè pensier
rio.
Amor nel dipartir l'alma da Dio
me
fe' san occhio e te luc' e splendore;
nè può non
rivederlo in quel che more
di te, per nostro mal, mie gran
desio.
Come dal foco el caldo, esser
diviso
non può dal bell'etterno ogni mie stima,
ch'exalta,
ond'ella vien, chi più 'l somiglia.
Poi
che negli occhi ha' tutto 'l paradiso,
per ritornar là
dov'i' t'ama' prima,
ricorro ardendo sott'alle tuo ciglia.
El
ciglio col color non fere el volto
col suo contrar, che l'occhio
non ha pena
da l'uno all'altro stremo ov'egli è
volto.
L'occhio, che sotto intorno adagio
mena,
picciola parte di gran palla scuopre,
che men rilieva suo
vista serena,
e manco sale e scende quand'
el copre;
onde più corte son le suo palpebre,
che manco
grinze fan quando l'aopre.
El bianco
bianco, el ner più che funebre,
s'esser può, el
giallo po' più leonino,
che scala fa dall'una all'altra
vebre.
Pur tocchi sotto e sopra el suo
confino,
e 'l giallo e 'l nero e 'l bianco non circundi.
Oltre
qui fu, dove 'l mie amor mi tolse,
suo mercè, il core e vie
più là la vita;
qui co' begli occhi mi promisse
aita,
e co' medesmi qui tor me la volse.
Quinci
oltre mi legò, quivi mi sciolse;
per me qui piansi, e con
doglia infinita
da questo sasso vidi far partita
colui c'a me
mi tolse e non mi volse.
In
me la morte, in te la vita mia;
tu distingui e concedi e parti el
tempo;
quante vuo', breve e lungo è 'l viver
mio.
Felice son nella tuo
cortesia.
Beata l'alma, ove non corre
tempo,
per te s'è fatta a contemplare Dio.
Quanta
dolcezza al cor per gli occhi porta
quel che 'n un punto el tempo
e morte fura!
Che è questo però
che mi conforta
e negli affanni cresce e sempre dura.
Amor,
come virtù viva e accorta,
desta gli spirti ed è più
degna cura.
Risponde a me: - Come persona
morta
mena suo vita chi è da me sicura. -
Amore
è un concetto di bellezza
immaginata o vista dentro al
core,
amica di virtute e gentilezza.
Del
fiero colpo e del pungente strale
la medicina era passarmi 'l
core;
ma questo è propio sol del mie signore,
crescer la
vita dove cresce 'l male.
E se 'l primo
suo colpo fu mortale,
seco un messo di par venne d'Amore
che mi
disse: - Ama, anz'ardi; ché chi muore
non ha da gire al
ciel nel mondo altr'ale.
I' son colui che
ne' prim'anni tuoi
gli occhi tuo infermi volsi alla beltate
che
dalla terra al ciel vivo conduce. -
Quand'Amor
lieto al ciel levarmi è volto
cogli occhi di costei, anzi
col sole,
con breve riso ciò che preme e dole
del cor mi
caccia, e mettevi 'l suo volto;
e s'i'
durassi in tale stato molto,
l'alma, che sol di me lagnar si
vole,
avendo seco là dove star suole,
. . . . . . . . .
. .
Spirto
ben nato, in cu' si specchia e vede
nelle tuo belle membra oneste
e care
quante natura e 'l ciel tra no' può fare,
quand'a
null'altra suo bell'opra cede:
spirto
leggiadro, in cui si spera e crede
dentro, come di fuor nel viso
appare,
amor, pietà, mercé, cose sì rare,
che
ma' furn'in beltà con tanta fede:
l'amor
mi prende e la beltà mi lega;
la pietà, la mercé
con dolci sguardi
ferma speranz' al cor par che ne doni.
Qual
uso o qual governo al mondo niega,
qual crudeltà per tempo
o qual più tardi,
c'a sì bell'opra morte non
perdoni?
Dimmi
di grazia, Amor, se gli occhi mei
veggono 'l ver della beltà
c'aspiro,
o s'io l'ho dentro allor che, dov'io miro,
veggio
scolpito el viso di costei.
Tu 'l de'
saper, po' che tu vien con lei
a torm'ogni mie pace, ond'io
m'adiro;
né vorre' manco un minimo sospiro,
né
men ardente foco chiederei.
- La beltà
che tu vedi è ben da quella,
ma cresce poi c'a miglior loco
sale,
se per gli occhi mortali all'alma corre.
Quivi
si fa divina, onesta e bella,
com'a sé simil vuol cosa
immortale:
questa e non quella agli occhi tuo precorre. -
La
ragion meco si lamenta e dole,
parte ch'i' spero amando esser
felice;
con forti esempli e con vere parole
la mie vergogna mi
rammenta e dice:
- Che ne riportera' dal
vivo sole
altro che morte? e non come fenice. -
Ma poco giova,
ché chi cader vuole,
non basta l'altru' man pront' e
vittrice.
I' conosco e' mie danni, e 'l
vero intendo;
dall'altra banda albergo un altro core,
che più
m'uccide dove più m'arrendo.
In
mezzo di duo mort' è 'l mie signore:
questa non voglio e
questa non comprendo:
così sospeso, el corpo e l'alma
muore.
Mentre
c'alla beltà ch'i' vidi in prima
appresso l'alma, che per
gli occhi vede,
l'immagin dentro cresce, e quella cede
quasi
vilmente e senza alcuna stima.
Amor,
c'adopra ogni suo ingegno e lima,
perch'io non tronchi 'l fil
ritorna e riede.
Ben
doverrieno al sospirar mie tanto
esser secco oramai le fonti e '
fiumi,
s'i' non gli rinfrescassi col mie pianto.
Così
talvolta i nostri etterni lumi,
l'un caldo e l'altro freddo ne
ristora,
acciò che 'l mondo più non si
consumi.
E similmente il cor che
s'innamora,
quand'el superchio ardor troppo l'accende,
l'umor
degli occhi il tempra, che non mora.
La
morte e 'l duol, ch'i' bramo e cerco, rende
un contento avenir,
che non mi lassa
morir; ché chi diletta non
offende.
Onde la navicella mie non
passa,
com'io vorrei, a vederti a quella riva
che 'l corpo per
a tempo di qua lassa.
Troppo dolor vuol
pur ch'i' campi e viva,
qual più c'altri veloce andando
vede,
che dopo gli altri al fin del giorno arriva.
Crudel
pietate e spietata mercede
me lasciò vivo, e te da me
disciolse,
rompendo, e non mancando nostra fede,
e la memoria a
me non sol non tolse,
. . . . . . . . . . . .
Se
'l mie rozzo martello i duri sassi
forma d'uman aspetto or questo
or quello,
dal ministro che 'l guida, iscorge e tiello,
prendendo
il moto, va con gli altrui passi.
Ma quel
divin che in cielo alberga e stassi,
altri, e sé più,
col propio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si
può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E
perché 'l colpo è di valor più pieno
quant'alza
più se stesso alla fucina,
sopra 'l mie questo al ciel n'è
gito a volo.
Onde a me non finito verrà
meno,
s'or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo,
c'al mondo era solo.
Quand'el
ministro de' sospir mie tanti
al mondo, agli occhi mei, a sé
si tolse,
natura, che fra noi degnar lo volse,
restò in
vergogna, e chi lo vide in pianti.
Ma non
come degli altri oggi si vanti
del sol del sol, c'allor ci spense
e tolse,
morte, c'amor ne vinse, e farlo il tolse
in terra vivo
e 'n ciel fra gli altri santi.
Così
credette morte iniqua e rea
finir il suon delle virtute sparte,
e
l'alma, che men bella esser potea.
Contrari
effetti alluminan le carte
di vita più che 'n vita non
solea,
e morto ha 'l ciel, c'allor non avea parte.
Come
fiamma più cresce più contesa
dal vento, ogni virtù
che 'l cielo esalta
tanto più splende quant'è più
offesa.
Amor,
la tuo beltà non è mortale:
nessun volto fra noi è
che pareggi
l'immagine del cor, che 'nfiammi e reggi
con altro
foco e muovi con altr'ale.
Che
fie doppo molt'anni di costei,
Amor, se 'l tempo ogni beltà
distrugge?
Fama di lei; e anche questa
fugge
e vola e manca più ch'i' non vorrei.
Oilmè,
oilmè, ch'i' son tradito
da' giorni mie fugaci e dallo
specchio
che 'l ver dice a ciascun che fiso 'l guarda!
Così
n'avvien, chi troppo al fin ritarda,
com'ho fatt'io, che 'l tempo
m'è fuggito:
si trova come me 'n un giorno vecchio.
Né
mi posso pentir, né m'apparecchio,
né mi consiglio
con la morte appresso.
Nemico di me
stesso,
inutilmente i pianti e ' sospir verso,
ché non è
danno pari al tempo perso.
Oilmè,
oilmè, pur riterando
vo 'l mio passato tempo e non
ritruovo
in tutto un giorno che sie stato mio!
Le
fallace speranze e 'l van desio,
piangendo, amando, ardendo e
sospirando
(c'affetto alcun mortal non m'è più
nuovo)
m'hanno tenuto, ond'il conosco e pruovo,
lontan certo
dal vero.
Or con periglio pèro;
ché
'l breve tempo m'è venuto manco,
né sarie ancor, se
s'allungassi, stanco.
I' vo lasso, oilmè,
né so ben dove;
anzi temo, ch'il veggio, e 'l tempo
andato
mel mostra, né mi val che gli occhi chiuda.
Or
che 'l tempo la scorza cangia e muda,
la morte e l'alma insieme
ognor fan pruove,
la prima e la seconda, del mie stato.
E
s'io non sono errato,
(che Dio 'l voglia ch'io sia),
l'etterna
pena mia
nel mal libero inteso oprato vero
veggio, Signor, né
so quel ch'io mi spero.
S'alcun
se stesso al mondo ancider lice,
po' che per morte al ciel tornar
si crede,
sarie ben giusto a chi con tanta fede
vive servendo
miser e 'nfelice.
Ma perché l'uom
non è come fenice,
c'alla luce del sol resurge e riede,
la
man fo pigra e muovo tardi el piede.
Chi
di notte cavalca, el dì conviene
c'alcuna volta si riposi e
dorma:
così sper'io, che dopo tante pene
ristori 'l mie
signor mie vita e forma.
Non dura 'l mal
dove non dura 'l bene,
ma spesso l'un nell'altro si trasforma.
Io
crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch'i'
potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi
morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co'
pianti, co' sospir, co' prieghi miei.
Sendo
vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t'ama e serve che de' creder
poi?
I' non posso altro far che
seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
Tu
non se' fatta com'un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove
drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c'un dì
tu mi fara' contento:
ché 'l morso il ben servir togli' a'
serpenti,
come l'agresto quand'allega i denti.
E'
non è forza contr'a l'umiltate,
né crudeltà
può star contr'a l'amore;
ogni durezza suol vincer
pietate,
sì come l'allegrezza fa 'l dolore;
una nuova
nel mondo alta beltate
come la tuo non ha 'ltrimenti il
core;
c'una vagina, ch'è dritta a vedella,
non può
dentro tener torte coltella.
E non può
esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie
cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici,
che è sì rara;
. . . . . . . . . . .
. . . . . .
. . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
.
Quando un dì sto che veder non ti
posso,
non posso trovar pace in luogo ignuno;
se po' ti veggo,
mi s'appicca addosso,
come suole il mangiar far al digiuno;
. .
. . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
com'altri il ventre di
votar si muore,
ch'è più 'l conforto, po' che pri' è
'l dolore.
E non mi passa tra le mani un
giorno
ch'i' non la vegga o senta con la mente;
né
scaldar ma' si può fornace o forno
c'a' mie sospir non
fussi più rovente;
e quando avvien ch'i' l'abbi un po'
dintorno,
sfavillo come ferro in foco ardente;
e tanto vorre'
dir, s'ella m'aspetta,
ch'i' dico men che quand'i' non ho
fretta.
S'avvien che la mi rida pure un
poco
o mi saluti in mezzo della via,
mi levo come polvere dal
foco
o di bombarda o d'altra artiglieria;
se mi domanda, subito
m'affioco,
perdo la voce e la risposta mia,
e subito s'arrende
il gran desio,
e la speranza cede al poter mio.
I'
sento in me non so che grand'amore,
che quasi arrivere' 'nsino
alle stelle;
e quando alcuna volta il vo trar fore,
non ho buco
sì grande nella pelle
che nol faccia, a uscirne, assa'
minore
parere, e le mie cose assai men belle:
c'amore o forza
el dirne è grazia sola;
e men ne dice chi più alto
vola.
I' vo pensando al mie viver di
prima,
inanzi ch'i' t'amassi, com'egli era:
di me non fu ma'
chi facesse stima,
perdendo ogni dì il tempo insino a
sera;
forse pensavo di cantare in rima
o di ritrarmi da ogni
altra schiera?
Or si fa 'l nome, o per
tristo o per buono,
e sassi pure almen che i' ci sono.
Tu
m'entrasti per gli occhi, ond'io mi spargo,
come grappol d'agresto
in un'ampolla,
che doppo 'l collo cresce ov'è più
largo;
così l'immagin tua, che fuor m'immolla,
dentro
per gli occhi cresce, ond'io m'allargo
come pelle ove gonfia la
midolla;
entrando in me per sì stretto vïaggio,
che
tu mai n'esca ardir creder non aggio.
Come
quand'entra in una palla il vento,
che col medesmo fiato
l'animella,
come l'apre di fuor, la serra drento,
così
l'immagin del tuo volto bella
per gli occhi dentro all'alma venir
sento;
e come gli apre, poi si serra in quella;
e come palla
pugno al primo balzo,
percosso da' tu' occhi al ciel po'
m'alzo.
Perché non basta a una
donna bella
goder le lode d'un amante solo,
ché suo
beltà potre' morir con ella;
dunche, s'i' t'amo, reverisco
e colo,
al merito 'l poter poco favella;
c'un zoppo non
pareggia un lento volo,
né gira 'l sol per un sol suo
mercede,
ma per ogni occhio san c'al mondo vede.
I'
non posso pensar come 'l cor m'ardi,
passando a quel per gli occhi
sempre molli,
che 'l foco spegnerien non ch'e' tuo
sguardi.
Tutti e' ripari mie son corti e
folli:
se l'acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a
camparmi dal mal ch'i' bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O
cosa strana,
se 'l mal del foco spesso il foco sana!
I'
t'ho comprato, ancor che molto caro,
un po' di non so che, che sa
di buono,
perc'a l'odor la strada spesso imparo.
Ovunche
tu ti sia, dovunch'i' sono,
senz'alcun dubbio ne son certo e
chiaro.
Se da me ti nascondi, i' tel
perdono:
portandol dove vai sempre con teco,
ti troverei,
quand'io fussi ben cieco.
Vivo
della mie morte e, se ben guardo,
felice vivo d'infelice sorte;
e
chi viver non sa d'angoscia e morte,
nel foco venga, ov'io mi
struggo e ardo.
S'i'
vivo più di chi più m'arde e cuoce,
quante più
legne o vento il foco accende,
tanto più chi m'uccide mi
difende,
e più mi giova dove più mi nuoce.
Se
l'immortal desio, c'alza e corregge
gli altrui pensier, traessi e'
mie di fore,
forse c'ancor nella casa d'Amore
farie pietoso chi
spietato regge.
Ma perché l'alma
per divina legge
ha lunga vita, e 'l corpo in breve muore,
non
può 'l senso suo lode o suo valore
appien descriver quel
c'appien non legge.
Dunche, oilmè!
come sarà udita
la casta voglia che 'l cor dentro
incende
da chi sempre se stesso in altrui vede?
La
mie cara giornata m'è impedita
col mie signor c'alle
menzogne attende,
c'a dire il ver, bugiardo è chi nol
crede.
S'un
casto amor, s'una pietà superna,
s'una fortuna infra dua
amanti equale,
s'un'aspra sorte all'un dell'altro cale,
s'un
spirto, s'un voler duo cor governa;
s'un'anima
in duo corpi è fatta etterna,
ambo levando al cielo e con
pari ale;
s'amor d'un colpo e d'un dorato strale
le viscer di
duo petti arda e discerna;
s'amar l'un
l'altro e nessun se medesmo,
d'un gusto e d'un diletto, a tal
mercede
c'a un fin voglia l'uno e l'altro porre:
se
mille e mille, non sarien centesmo
a tal nodo d'amore, e tanta
fede;
e sol l'isdegno il può rompere e sciorre.
Tu
sa' ch'i' so, signor mie, che tu sai
ch'i vengo per goderti più
da presso,
e sai ch'i' so che tu sa' ch'i' son desso:
a che più
indugio a salutarci omai?
Se vera è
la speranza che mi dai,
se vero è 'l gran desio che m'è
concesso,
rompasi il mur fra l'uno e l'altra messo,
ché
doppia forza hann'i celati guai.
S'i' amo
sol di te, signor mie caro,
quel che di te più ami, non ti
sdegni,
ché l'un dell'altro spirto s'innamora.
Quel
che nel tuo bel volto bramo e 'mparo,
e mal compres' è
dagli umani ingegni,
chi 'l vuol saper convien che prima mora.
S'i'
avessi creduto al primo sguardo
di quest'alma fenice al caldo
sole
rinnovarmi per foco, come suole
nell'ultima vecchiezza,
ond'io tutt'ardo,
qual più veloce
cervio o lince o pardo
segue 'l suo bene e fugge quel che
dole,
agli atti, al riso, all'oneste parole
sarie cors'anzi,
ond'or son presto e tardo.
Ma perché
più dolermi, po' ch'i' veggio
negli occhi di quest'angel
lieto e solo
mie pace, mie riposo e mie salute?
Forse
che prima sarie stato il peggio
vederlo, udirlo, s'or di pari a
volo
seco m'impenna a seguir suo virtute.
Sol
pur col foco il fabbro il ferro stende
al concetto suo caro e bel
lavoro,
né senza foco alcuno artista l'oro
al sommo
grado suo raffina e rende;
né
l'unica fenice sé riprende
se non prim'arsa; ond'io,
s'ardendo moro,
spero più chiar resurger tra coloro
che
morte accresce e 'l tempo non offende.
Del
foco, di ch'i' parlo, ho gran ventura
c'ancor per rinnovarmi abbi
in me loco,
sendo già quasi nel numer de' morti.
O
ver, s'al cielo ascende per natura,
al suo elemento, e ch'io
converso in foco
sie, come fie che seco non mi porti?
Sì
amico al freddo sasso è 'l foco interno
che, di quel
tratto, se lo circumscrive,
che l'arda e spezzi, in qualche modo
vive,
legando con sé gli altri in loco etterno.
E
se 'n fornace dura, istate e verno
vince, e 'n più pregio
che prima s'ascrive,
come purgata infra l'altre alte e dive
alma
nel ciel tornasse da l'inferno.
Così
tratto di me, se mi dissolve
il foco, che m'è dentro
occulto gioco,
arso e po' spento aver più vita
posso.
Dunche, s'i' vivo, fatto fummo e
polve,
etterno ben sarò, s'induro al foco;
da tale oro e
non ferro son percosso.
Se
'l foco il sasso rompe e 'l ferro squaglia,
figlio del lor medesmo
e duro interno,
che farà 'l più ardente
dell'inferno
d'un nimico covon secco di paglia?
In
quel medesmo tempo ch'io v'adoro,
la memoria del mie stato
infelice
nel pensier mi ritorna, e piange e dice:
ben ama chi
ben arde, ov'io dimoro.
Però che
scudo fo di tutti loro...
Forse
perché d'altrui pietà mi vegna,
perché
dell'altrui colpe più non rida,
nel mie propio valor,
senz'altra guida,
caduta è l'alma che fu già sì
degna.
Né so qual militar
sott'altra insegna
non che da vincer, da campar più
fida,
sie che 'l tumulto dell'avverse strida
non pèra,
ove 'l poter tuo non sostegna.
O carne, o
sangue, o legno, o doglia strema,
giusto per vo' si facci el mie
peccato,
di ch'i' pur nacqui, e tal fu 'l padre mio.
Tu
sol se' buon; la tuo pietà suprema
soccorra al mie preditto
iniquo stato,
sì presso a morte e sì lontan da Dio.
Nuovo
piacere e di maggiore stima
veder l'ardite capre sopr'un
sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e 'l mastro
lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza
rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga,
che ha 'l cor di ferro,
star co' porci, in contegno, sott'un
cerro;
quant'è veder 'n un eminente
loco
e di pagli' e di terra el loro ospizio:
chi ingombra 'l
desco e chi fa fora 'l foco,
sott'a quel faggio ch'è più
lor propizio;
chi ingrassa e gratta 'l porco, e prende gioco,
chi
doma 'l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche
parole,
fuor dell'uscio a sedere, e stassi al sole.
Di
fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete
alcuna.
El giorno c'a solcare i colli
vanno,
contar puo' lor ricchezze ad una ad una.
Non
han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla
fortuna;
po', doppo l'opra, lieti el sonno tentano;
sazi di
ghiande, in sul fien s'adormentano.
L'invidia
non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si
divora.
Avide son di qualche verde
prato,
o di quell'erba che più bella infiora.
Il
lor sommo tesoro è uno arato,
e 'l bomero è la gemma
che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le
pale e le zappe e' vasi d'oro.
O avarizia
cieca, o bassi ingegni,
che disusate 'l ben della
natura!
Cercando l'or, le terre e ' ricchi
regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
L'accidia,
la lussuria par v'insegni;
l'invidia 'l mal d'altrui provvede e
cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che 'l tempo è
breve e 'l necessario è poco.
Color
c'anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d'acqua e
ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle
delizie, alle vivande.
Porgete al mie
parlare un po' l'orecchio:
colui che 'l mondo impera, e ch'è
sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e 'l
villanel la gode co' suo buoi.
D'oro e di
gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va
pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri
e ' prodigi va notando.
La lieta Povertà,
fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o
quando;
secur ne' boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor
d'obrighi, di cure e di letigi.
L'avere e
'l dar, l'usanze streme e strane,
el meglio e 'l peggio, e le cime
dell'arte
al villanel son tutte cose piane,
e l'erba e l'acqua
e 'l latte è la sua parte;
e 'l cantar rozzo, e ' calli
delle mane,
è 'l dieci e 'l cento e ' conti e lo suo
carte
dell'usura che 'n terra surger vede;
e senza affanno alla
fortuna cede.
Onora e ama e teme e prega
Dio
pe' pascol, per l'armento e pel lavoro,
con fede, con
ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
El
Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no 'l può
ma' far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede
adora e prega
Iddio e 'l ciel, l'un lega e l'altro piega.
El
Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la
locuste,
tremando d'ogni tempo per natura,
qual suole al vento
far canna paluste.
El Perché è
magro, e 'ntorn'alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto
giuste,
c'agugina gl'ingegni della porta,
e va di notte, e 'l
buio è la suo scorta.
El Come e 'l
Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande
altezza,
c'al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur
per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co' fieri
petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie
fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà
forte.
Povero e nudo e sol se ne va 'l
Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio
ha sol, qual è lucente e mero,
e 'l corpo ha d'oro, e
d'adamante 'l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e 'n
mille luoghi nasce, se 'n un muore;
di fuor verdeggia sì
come smeraldo,
e sta co' suo fedel costante e saldo.
Cogli
occhi onesti e bassi in ver' la terra,
vestito d'oro e di vari
ricami,
il Falso va, c'a' iusti sol fa guerra;
ipocrito, di
fuor par c'ognuno ami;
perch'è di ghiaccio, al sol si
cuopre e serra;
sempre sta 'n corte, e par che l'ombra brami;
e
ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la
Bugia.
L'Adulazion v'è poi, ch'è
pien d'affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più
color coperta di più panni,
che 'l cielo a primavera a'
fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e
sol di quel che piace altrui ragiona;
ha 'l pianto e 'l riso in
una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
Non
è sol madre in corte all'opre orrende,
ma è lor
balia ancora, e col suo latte
le cresce, l'aümenta e le
difende.
Un
gigante v'è ancor, d'altezza tanta
che da' sua occhi noi
qua giù non vede,
e molte volte ha ricoperta e franta
una
città colla pianta del piede;
al sole aspira e l'alte torre
pianta
per aggiunger al cielo, e non lo vede,
ché 'l
corpo suo, così robusto e magno,
un occhio ha solo e
quell'ha 'n un calcagno.
Vede per terra le
cose passate,
e 'l capo ha fermo e prossim'a le stelle;
di qua
giù se ne vede dua giornate
delle gran gambe, e irsut' ha
la pelle;
da indi in su non ha verno né state,
ché
le stagion gli sono equali e belle;
e come 'l ciel fa pari alla
suo fronte,
in terra al pian col piè fa ogni
monte.
Com'a noi è 'l minuzzol
dell'arena,
sotto la pianta a lui son le montagne;
fra ' folti
pel delle suo gambe mena
diverse forme mostruose e magne:
per
mosca vi sarebbe una balena;
e sol si turba e sol s'attrista e
piagne
quando in quell'occhio il vento seco tira
fummo o
festuca o polvere che gira.
Una gran
vecchia pigra e lenta ha seco,
che latta e mamma l'orribil
figura,
e 'l suo arrogante, temerario e cieco
ardir conforta e
sempre rassicura.
Fuor di lui stassi in un
serrato speco,
nelle gran rocche e dentro all'alte mura;
quand'è
lui in ozio, e le' in tenebre vive,
e sol inopia nel popol
prescrive.
Palida e gialla, e nel suo
grave seno
il segno porta sol del suo signore:
cresce del mal
d'altrui, del ben vien meno,
né s'empie per cibarsi a tutte
l'ore;
il corso suo non ha termin né freno,
e odia
altrui e sé non porta amore;
di pietra ha 'l core e di
ferro le braccia,
e nel suo ventre il mare e ' monti
caccia.
Sette lor nati van sopra la
terra,
che cercan tutto l'uno e l'altro polo,
e solo a' iusti
fanno insidie e guerra,
e mille capi ha ciascun per sé
solo.
L'etterno abisso per lor s'apre e
serra,
tal preda fan nell'universo stuolo;
e lor membra ci
prendon passo passo,
come edera fa el mur fra sasso e sasso.
Ben
provvide natura, né conviene
a tanta crudeltà minor
bellezza,
ché l'un contrario l'altro ha temperato.
Così
può 'l viso vostro le mie pene
tante temprar con piccola
dolcezza,
e lieve fare quelle e me beato.
Crudele
stella, anzi crudele arbitrio
che 'l potere e 'l voler mi stringe
e lega;
né si travaglia chiara stella in cielo
dal
giorno [in qua?] che mie vela disciolse,
ond'io errando e
vagabondo andai,
qual vano legno gira a tutti e' venti.
Or
son qui, lasso, e all'incesi venti
convien varar mie legno, e
senza arbitrio
solcar l'alte onde ove mai sempre andai.
Così
quagiù si prende, preme e lega
quel che lassù già
'll'alber si disciolse,
ond'a me tolsi la dote del cielo.
Qui
non mi regge e non mi spinge il cielo,
ma potenti e terrestri e
duri venti,
ché sopra di me non so qual si disciolse
per
[darli mano?] e tormi del mio arbitrio.
Così
fuor di mie rete altri mi lega.
Mie colpa
è, ch'ignorando a quello andai?
Maladetto
[sie] 'l dì che ïo andai
col segno che correva su nel
cielo!
Se non ch'i' so che 'l giorno el
cor non lega,
né sforza l'alma, ne' contrari venti,
contra
al nostro largito e sciolto arbitrio,
perché [...] e pruove
ci disciolse.
Dunche, se mai dolor del cor
disciolse
sospiri ardenti, o se orando andai
fra caldi venti a
quel ch'è fuor d'arbitrio,
[...], pietoso de' mie caldi
venti,
vede, ode e sente e non m'è contra 'l cielo;
ché
scior non si può chi se stesso lega.
Così
l'atti suo perde chi si lega,
e salvo sé nessun ma' si
disciolse.
E come arbor va retto verso il
cielo,
ti prego, Signor mio, se mai andai,
ritorni, come quel
che non ha venti,
sotto el tüo grande el mïo
arbitrio.
Colui che sciolse e lega 'l mio
arbitrio,
ov'io andai agl'importuni venti,
fa' mie vendetta, s'
tu mel desti, o cielo.
I'
l'ho, vostra mercè, per ricevuto
e hollo letto delle volte
venti.
Tal pro vi facci alla natura i
denti,
co' 'l cibo al corpo quand'egli è pasciuto.
I'
ho pur, poi ch'i' vi lasciai, saputo
che Cain fu de' vostri
anticedenti,
né voi da quel tralignate altrimenti;
ché,
s'altri ha ben, vel pare aver perduto.
Invidiosi,
superbi, al ciel nimici,
la carità del prossimo v'è
a noia,
e sol del vostro danno siete amici.
Se
ben dice il Poeta di Pistoia,
istieti a mente, e basta; e se tu
dici
ben di Fiorenza, tu mi dai la soia.
Qual
prezïosa gioia
è certo, ma per te già non si
intende,
perché poca virtù non la comprende.
Se
nel volto per gli occhi il cor si vede,
altro segno non ho più
manifesto
della mie fiamma; addunche basti or questo,
signor
mie caro, a domandar mercede.
Forse lo
spirto tuo, con maggior fede
ch'i' non credo, che sguarda il foco
onesto
che m'arde, fie di me pietoso e presto,
come grazia
c'abbonda a chi ben chiede.
O felice quel
dì, se questo è certo!
Fermisi
in un momento il tempo e l'ore,
il giorno e 'l sol nella su'
antica traccia;
acciò ch'i' abbi, e
non già per mie merto,
il desïato mie dolce
signore
per sempre nell'indegne e pronte braccia.
Mentre
del foco son scacciata e priva,
morir m'è forza, ove si
vive e campa;
e 'l mie cibo è sol quel c'arde e avvampa,
e
di quel c'altri muor, convien ch'i' viva.
I'
piango, i' ardo, i' mi consumo, e 'l core
di questo si nutrisce. O
dolce sorte!
chi è che viva sol
della suo morte,
come fo io d'affanni e di dolore?
Ahi!
crudele arcier, tu sai ben l'ore
da far tranquille l'angosciose e
corte
miserie nostre con la tuo man forte;
ché chi vive
di morte mai non muore.
Egli
è pur troppo a rimirarsi intorno
chi con la vista ancide i
circustanti
sol per mostrarsi andar diporto attorno.
Egli
è pur troppo a chi fa notte il giorno,
scurando il sol co'
vaghi e be' sembianti,
aprirgli spesso, e chi con risi e
canti
ammuta altrui non esser meno adorno.
Non
so se s'è la desïata luce
del suo primo fattor, che
l'alma sente,
o se dalla memoria della gente
alcun'altra beltà
nel cor traluce;
o se fama o se sogno
alcun produce
agli occhi manifesto, al cor presente,
di sé
lasciando un non so che cocente
ch'è forse or quel c'a
pianger mi conduce.
Quel ch'i' sento e
ch'i' cerco e chi mi guidi
meco non è; né so ben
veder dove
trovar mel possa, e par c'altri mel mostri.
Questo,
signor, m'avvien, po' ch'i' vi vidi,
c'un dolce amaro, un sì
e no mi muove:
certo saranno stati gli occhi vostri.
Se
'l foco fusse alla bellezza equale
degli occhi vostri, che da que'
si parte,
non avrie 'l mondo sì gelata parte
che non
ardessi com'acceso strale.
Ma 'l ciel,
pietoso d'ogni nostro male,
a noi d'ogni beltà, che 'n voi
comparte,
la visiva virtù toglie e diparte
per
tranquillar la vita aspr'e mortale.
Non è
par dunche il foco alla beltate,
ché sol di quel s'infiamma
e s'innamora
altri del bel del ciel, ch'è da lui
inteso.
Così n'avvien, signore, in
questa etate:
se non vi par per voi ch'i' arda e mora,
poca
capacità m'ha poco acceso.
Dal
dolce pianto al doloroso riso,
da una etterna a una corta
pace
caduto son: là dove 'l ver si tace,
soprasta 'l
senso a quel da lui diviso.
Né so
se dal mie core o dal tuo viso
la colpa vien del mal, che men
dispiace
quante più cresce, o dall'ardente face
de gli
occhi tuo rubati al paradiso.
La tuo beltà
non è cosa mortale,
ma fatta su dal ciel fra noi
divina;
ond'io perdendo ardendo mi conforto,
c'appresso
a te non esser posso tale.
Se l'arme il
ciel del mie morir destina,
chi può, s'i' muoio, dir
c'abbiate il torto?
Felice
spirto, che con zelo ardente,
vecchio alla morte, in vita il mio
cor tieni,
e fra mill'altri tuo diletti e beni
me sol saluti
fra più nobil gente;
come mi fusti
agli occhi, or alla mente,
per l'altru' fiate a consolar mi
vieni,
onde la speme il duol par che raffreni,
che non men che
'l disio l'anima sente.
Dunche, trovando
in te chi per me parla
grazia di te per me fra tante cure,
tal
grazia ne ringrazia chi ti scrive.
Che
sconcia e grande usur saria a farla,
donandoti turpissime
pitture
per rïaver persone belle e vive.
I'
mi credetti, il primo giorno ch'io
mira' tante bellezze uniche e
sole,
fermar gli occhi com'aquila nel sole
nella minor di tante
ch'i' desio.
Po' conosciut'ho il fallo e
l'erro mio:
ché chi senz'ale un angel seguir vole,
il
seme a' sassi, al vento le parole
indarno isparge, e l'intelletto
a Dio.
Dunche, s'appresso il cor non mi
sopporta
l'infinita beltà che gli occhi abbaglia,
né
di lontan par m'assicuri o fidi,
che fie
di me? qual guida o qual scorta
fie che con teco ma' mi giovi o
vaglia,
s'appresso m'ardi e nel partir m'uccidi?
II
Ogni
cosa ch'i' veggio mi consiglia
e priega e forza ch'i' vi segua e
ami;
ché quel che non è voi non è 'l mie
bene.
Amor, che sprezza ogni altra
maraviglia,
per mie salute vuol ch'i' cerchi e brami
voi, sole,
solo; e così l'alma tiene
d'ogni alta spene e d'ogni valor
priva;
e vuol ch'i' arda e viva
non sol di voi, ma chi di voi
somiglia
degli occhi e delle ciglia alcuna parte.
E
chi da voi si parte,
occhi, mie vita, non ha luce poi;
ché
'l ciel non è dove non siate voi.
Non
posso altra figura immaginarmi
o di nud'ombra o di terrestre
spoglia,
col più alto pensier, tal che mie voglia
contra
la tuo beltà di quella s'armi.
Ché
da te mosso, tanto scender parmi,
c'Amor d'ogni valor mi priva e
spoglia,
ond'a pensar di minuir mie doglia,
duplicando, la
morte viene a darmi.
Però non val
che più sproni mie fuga,
doppiando 'l corso alla beltà
nemica,
ché 'l men dal più veloce non si
scosta.
Amor con le sue man gli occhi
m'asciuga,
promettendomi cara ogni fatica;
ché vile
esser non può chi tanto costa.
Veggio
nel tuo bel viso, signor mio,
quel che narrar mal puossi in questa
vita:
l'anima, della carne ancor vestita,
con esso è già
più volte ascesa a Dio.
E se 'l
vulgo malvagio, isciocco e rio,
di quel che sente, altrui segna e
addita,
non è l'intensa voglia men gradita,
l'amor, la
fede e l'onesto desio.
A quel pietoso
fonte, onde siàn tutti,
s'assembra ogni beltà che
qua si vede
più c'altra cosa alle persone accorte;
né
altro saggio abbiàn né altri frutti
del cielo in
terra; e chi v'ama con fede
trascende a Dio e fa dolce la morte.
Sì
come nella penna e nell'inchiostro
è l'alto e 'l basso e 'l
medïocre stile,
e ne' marmi l'immagin ricca e vile,
secondo
che 'l sa trar l'ingegno nostro;
così,
signor mie car, nel petto vostro,
quante l'orgoglio è forse
ogni atto umile;
ma io sol quel c'a me propio è e simile
ne
traggo, come fuor nel viso mostro.
Chi
semina sospir, lacrime e doglie,
(l'umor dal ciel terreste,
schietto e solo,
a vari semi vario si converte),
però
pianto e dolor ne miete e coglie;
chi mira alta beltà con
sì gran duolo,
ne ritra' doglie e pene acerbe e certe.
Com'io
ebbi la vostra, signor mio,
cercand'andai fra tutti e' cardinali
e
diss'a tre da vostra part' addio.
Al
Medico maggior de' nostri mali
mostrai la detta, onde ne rise
tanto
che 'l naso fe' dua parti dell'occhiali.
Il
servito da voi pregiat' e santo
costà e qua, sì come
voi scrivete,
n'ebbe piacer, che ne ris'altro tanto.
A
quel che tien le cose più secrete
del Medico minor non l'ho
ancor visto;
farebbes'anche a lui, se fusse prete.
Ècci
molt'altri che rinegon Cristo
che voi non siate qua; né dà
lor noia
ché chi non crede si tien manco tristo.
Di
voi a tutti caverò la foia
di questa vostra; e chi non si
contenta
affogar possa per le man del boia.
La
Carne che nel sal si purg' e stenta
che saria buon per carbonat'
ancora
di voi più che di sé par si rammenta.
Il
nostro Buonarroto, che v'adora,
visto la vostra, se ben veggio,
parmi
c'al ciel si lievi mille volte ogn'ora;
e
dice che la vita de' sua marmi
non basta a far il vostro
nom'eterno,
come lui fanno i divin vostri carmi.
Ai
qual non nuoce né state né verno,
dal temp' esenti e
da morte crudele,
che fama di virtù non ha in
governo.
E come vostro amico e mio
fedele
disse: - Ai dipinti, visti i versi belli,
s'appiccon
voti e s'accendon candele.
Dunque i' son
pur nel numero di quelli,
da un goffo pittor senza valore
cavato
a' pennell' e alberelli.
Il Bernia
ringraziate per mio amore,
che fra tanti lui sol conosc' il
vero
di me; ché chi mi stim' è 'n
grand'errore.
Ma la sua disciplin' el lum'
intero
mi può ben dar, e gran miracol fia,
a far un uom
dipint' un uom da vero. -
Così mi
disse; e io per cortesia
vel raccomando quanto so e posso,
che
fia l'apportator di questa mia.
Mentre la
scrivo a vers'a verso, rosso
diveng'assai, pensando a cui la
mando,
send' il mio non professo, goffo e grosso.
Pur
nondimen così mi raccomando
anch'io a voi, e altro non
accade;
d'ogni tempo son vostro e d'ogni quando.
A
voi nel numer delle cose rade
tutto mi v'offerisco, e non
pensate
ch'i' manchi, se 'l cappuccio non mi cade.
Così
vi dico e giuro, e certo siate,
ch'i' non farei per me quel che
per voi:
e non m'abbiat'a schifo come frate.
Comandatemi,
e fate poi da voi.
Ancor
che 'l cor già mi premesse tanto,
per mie scampo credendo
il gran dolore
n'uscissi con le lacrime e col pianto,
fortuna
al fonte di cotale umore
le radice e le vene ingrassa e
'mpingua
per morte, e non per pena o duol minore,
col
tuo partire; onde convien destingua
dal figlio prima e tu morto
dipoi,
del quale or parlo, pianto, penna e lingua.
L'un
m'era frate, e tu padre di noi;
l'amore a quello, a te l'obrigo
strigne:
non so qual pena più mi stringa o nòi.
La
memoria 'l fratel pur mi dipigne,
e te sculpisce vivo in mezzo il
core,
che 'l core e 'l volto più m'affligge e
tigne.
Pur mi quieta che il debito,
c'all'ore
pagò 'l mio frate acerbo, e tu maturo;
ché
manco duole altrui chi vecchio muore.
Tanto
all'increscitor men aspro e duro
esser dié 'l caso quant'è
più necesse,
là dove 'l ver dal senso è più
sicuro.
Ma chi è quel che morto non
piangesse
suo caro padre, c'ha veder non mai
quel che vedea
infinite volte o spesse?
Nostri intensi
dolori e nostri guai
son come più e men ciascun gli
sente:
quant'in me posson tu, Signor, tel sai.
E
se ben l'alma alla ragion consente,
tien tanto in collo, che vie
più abbondo
po' doppo quella in esser più
dolente.
E se 'l pensier, nel quale i' mi
profondo
non fussi che 'l ben morto in ciel si ridi
del timor
della morte in questo mondo,
crescere' 'l
duol; ma ' dolorosi stridi
temprati son d'una credenza ferma
che
'l ben vissuto a morte me' s'annidi.
Nostro
intelletto dalla carne inferma
è tanto oppresso, che 'l
morir più spiace
quanto più 'l falso persuaso
afferma.
Novanta volte el sol suo chiara
face
prim'ha nell'oceàn bagnata e molle,
che tu sie
giunto alla divina pace.
Or che nostra
miseria el ciel ti tolle,
increscati di me, che morto vivo,
come
tuo mezzo qui nascer mi volle.
Tu se' del
morir morto e fatto divo,
né tem'or più cangiar vita
né voglia,
che quasi senza invidia non lo
scrivo.
Fortuna e 'l tempo dentro a vostra
soglia
non tenta trapassar, per cui s'adduce
fra no' dubbia
letizia e certa doglia.
Nube non è
che scuri vostra luce,
l'ore distinte a voi non fanno forza,
caso
o necessità non vi conduce.
Vostro
splendor per notte non s'ammorza,
né cresce ma' per giorno,
benché chiaro,
sie quand'el sol fra no' il caldo
rinforza.
Nel tuo morire el mie morire
imparo,
padre mie caro, e nel pensier ti veggio
dove 'l mondo
passar ne fa di raro.
Non è,
com'alcun crede, morte il peggio
a chi l'ultimo dì
trascende al primo,
per grazia, etterno appresso al divin
seggio
dove, Die grazia, ti prosumo e stimo
e spero di veder,
se 'l freddo core
mie ragion tragge dal terrestre limo.
E
se tra 1' padre e 'l figlio ottimo amore
cresce nel ciel,
crescendo ogni virtute,
. . . . . . . . . . .
Vorrei
voler, Signor, quel ch'io non voglio:
tra 'l foco e 'l cor di
ghiaccia un vel s'asconde
che 'l foco ammorza, onde non
corrisponde
la penna all'opre, e fa bugiardo 'l foglio.
I'
t'amo con la lingua, e poi mi doglio
c'amor non giunge al cor; né
so ben onde
apra l'uscio alla grazia che s'infonde
nel cor, che
scacci ogni spietato orgoglio.
Squarcia 'l
vel tu, Signor, rompi quel muro
che con la suo durezza ne
ritarda
il sol della tuo luce, al mondo spenta!
Manda
'l preditto lume a noi venturo,
alla tuo bella sposa, acciò
ch'io arda
il cor senz'alcun dubbio, e te sol senta.
Sento
d'un foco un freddo aspetto acceso
che lontan m'arde e sé
con seco agghiaccia;
pruovo una forza in due leggiadre braccia
che
muove senza moto ogni altro peso.
Unico
spirto e da me solo inteso,
che non ha morte e morte altrui
procaccia,
veggio e truovo chi, sciolto, 'l cor m'allaccia,
e
da chi giova sol mi sento offeso.
Com'esser
può, signor, che d'un bel volto
ne porti 'l mio così
contrari effetti,
se mal può chi non gli ha donar
altrui?
Onde al mio viver lieto, che m'ha
tolto,
fa forse come 'l sol, se nol permetti,
che scalda 'l
mondo e non è caldo lui.
Veggio
co' be' vostr'occhi un dolce lume
che co' mie ciechi già
veder non posso;
porto co' vostri piedi un pondo addosso,
che
de' mie zoppi non è già costume.
Volo
con le vostr'ale senza piume;
col vostro ingegno al ciel sempre
son mosso;
dal vostro arbitrio son pallido e rosso,
freddo al
sol, caldo alle più fredde brume.
Nel
voler vostro è sol la voglia mia,
i miei pensier nel vostro
cor si fanno,
nel vostro fiato son le mie parole.
Come
luna da sé sol par ch'io sia,
ché gli occhi nostri
in ciel veder non sanno
se non quel tanto che n'accende il sole.
I'
mi son caro assai più ch'i' non soglio;
poi ch'i' t'ebbi
nel cor più di me vaglio,
come pietra c'aggiuntovi
l'intaglio
è di più pregio che 'l suo primo
scoglio.
O come scritta o pinta carta o
foglio
più si riguarda d'ogni straccio o taglio,
tal di
me fo, da po' ch'i' fu' berzaglio
segnato dal tuo viso, e non mi
doglio.
Sicur con tale stampa in ogni
loco
vo, come quel c'ha incanti o arme seco,
c'ogni periglio
gli fan venir meno.
I' vaglio contr'a
l'acqua e contr'al foco,
col segno tuo rallumino ogni cieco,
e
col mie sputo sano ogni veleno.
Perc'all'estremo
ardore
che toglie e rende poi
il chiuder e l'aprir degli occhi
tuoi
duri più la mie vita,
fatti son calamita
di me,
de l'alma e d'ogni mie valore;
tal c'anciderm' Amore,
forse
perch'è pur cieco,
indugia, triema e teme.
C'a
passarmi nel core,
sendo nel tuo con teco,
pungere' prima le
tuo parte streme
e perché meco insieme
non mora, non
m'ancide. O gran martire,
c'una doglia mortal, senza
morire,
raddoppia quel languire
del qual, s'i' fussi meco,
sare' fora.
Deh rendim' a me stesso, acciò
ch'i' mora.
Quantunche
'l tempo ne costringa e sproni
ognor con maggior guerra
a
rendere alla terra
le membra afflitte, stanche e pellegrine,
non
ha per 'ncor fine
chi l'alma attrista e me fa così
lieto.
Né par che men perdoni
a
chi 'l cor m'apre e serra,
nell'ore più vicine
e più
dubiose d'altro viver quieto;
ché l'error consueto,
com
più m'attempo, ognor più si fa forte.
O
dura mia più c'altra crudel sorte!
tardi
orama' puo' tormi tanti affanni;
c'un cor che arde e arso è
già molt'anni
torna, se ben l'ammorza la ragione,
non
più già cor, ma cenere e carbone.
Spargendo
il senso il troppo ardor cocente
fuor del tuo bello, in alcun
altro volto,
men forza ha, signor, molto
qual per più
rami alpestro e fier torrente.
Il cor, che
del più ardente
foco più vive, mal s'accorda
allora
co' rari pianti e men caldi sospiri.
L'alma
all'error presente
gode c'un di lor mora
per gire al ciel, là
dove par c'aspiri.
La ragione i
martiri
fra lor comparte; e fra più salde tempre
s'accordan
tutt'a quattro amarti sempre.
D'altrui
pietoso e sol di sé spietato
nasce un vil bruto, che con
pena e doglia
l'altrui man veste e la suo scorza spoglia
e sol
per morte si può dir ben nato.
Così
volesse al mie signor mie fato
vestir suo viva di mie morta
spoglia,
che, come serpe al sasso si discoglia,
pur per morte
potria cangiar mie stato.
O fussi sol la
mie l'irsuta pelle
che, del suo pel contesta, fa tal gonna
che
con ventura stringe sì bel seno,
ch'i'
l'are' pure il giorno; o le pianelle
che fanno a quel di lor basa
e colonna,
ch'i' pur ne porterei duo nevi almeno.
Rendete
agli occhi mei, o fonte o fiume,
l'onde della non vostra e salda
vena,
che più v'innalza e cresce, e con più lena
che
non è 'l vostro natural costume.
E
tu, folt'aïr, che 'l celeste lume
tempri a' trist'occhi, de'
sospir mie piena,
rendigli al cor mie lasso e rasserena
tua
scura faccia al mie visivo acume.
Renda la
terra i passi alle mie piante,
c'ancor l'erba germugli che gli è
tolta,
e 'l suono eco, già sorda a' mie lamenti;
gli
sguardi agli occhi mie tuo luce sante,
ch'i' possa altra bellezza
un'altra volta
amar, po' che di me non ti contenti.
Sì
come secco legno in foco ardente
arder poss'io, s'i' non t'amo di
core,
e l'alma perder, se null'altro sente.
E
se d'altra beltà spirto d'amore
fuor de' tu' occhi è
che m'infiammi o scaldi,
tolti sien quegli a chi sanz'essi
muore.
S'io non t'amo e ador, ch'e' mie
più baldi
pensier sien con la speme tanto tristi
quanto
nel tuo amor son fermi e saldi.
Al
cor di zolfo, a la carne di stoppa,
a l'ossa che di secco legno
sièno;
a l'alma senza guida e senza freno
al desir
pronto, a la vaghezza troppa;
a la cieca
ragion debile e zoppa
al vischio, a' lacci di che 'l mondo è
pieno;
non è gran maraviglia, in un baleno
arder nel
primo foco che s'intoppa.
A la bell'arte
che, se dal ciel seco
ciascun la porta, vince la
natura,
quantunche sé ben prema in ogni loco;
s'i'
nacqui a quella né sordo né cieco,
proporzionato a
chi 'l cor m'arde e fura,
colpa è di chi m'ha destinato al
foco.
A
che più debb'i' omai l'intensa voglia
sfogar con pianti o
con parole meste,
se di tal sorte 'l ciel, che l'alma veste,
tard'
o per tempo alcun mai non ne spoglia?
A
che 'l cor lass' a più languir m'invoglia,
s'altri pur dee
morir? Dunche per queste
luci l'ore del fin fian men
moleste;
c'ogni altro ben val men c'ogni mia doglia.
Però
se 'l colpo ch'io ne rub' e 'nvolo
schifar non posso, almen, s'è
destinato,
chi entrerà 'nfra la dolcezza e 'l duolo?
Se
vint' e preso i' debb'esser beato,
maraviglia non è se nudo
e solo
resto prigion d'un cavalier armato.
Ben
mi dove' con sì felice sorte,
mentre che Febo il poggio
tutto ardea,
levar da terra, allor quand'io potea,
con le suo
penne, e far dolce la morte.
Or m'è
sparito; e se 'l fuggir men forte
de' giorni lieti invan mi
promettea,
ragione è ben c'all'alma ingrata e rea
pietà
le mani e 'l ciel chiugga le porte.
Le
penne mi furn'ale e 'l poggio scale,
Febo lucerna a' piè;
né m'era allora
men salute il morir che
maraviglia.
Morendo or senza, al ciel
l'alma non sale,
né di lor la memoria il cor ristora:
ché
tardi e doppo il danno, chi consiglia?
Ben
fu, temprando il ciel tuo vivo raggio,
solo a du' occhi, a me di
pietà vòto,
allor che con veloce etterno moto
a
noi dette la luce, a te 'l vïaggio.
Felice
uccello, che con tal vantaggio
da noi, t'è Febo e 'l suo
bel volto noto,
e più c'al gran veder t'è ancora
arroto
volare al poggio, ond'io rovino e caggio.
Perché
Febo non torce e non distende
d'intorn' a questo globo freddo e
molle
le braccia sua lucenti, el vulgo volle
notte chiamar quel
sol che non comprende.
E tant'è
debol, che s'alcun accende
un picciol torchio, in quella parte
tolle
la vita dalla notte, e tant'è folle
che l'esca col
fucil la squarcia e fende.
E s'egli è
pur che qualche cosa sia
cert'è figlia del sol e della
terra;
ché l'un tien l'ombra, e l'altro sol la cria.
Ma
sia che vuol, che pur chi la loda erra,
vedova, scura, in tanta
gelosia,
c'una lucciola sol gli può far guerra.
O
notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn' opra
sempr' al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t'esalta,
e
chi t'onor' ha l'intelletto intero.
Tu
mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l'umid' ombra
ogni quiet' appalta,
e dall'infima parte alla più alta
in
sogno spesso porti, ov'ire spero.
O ombra
del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l'alma, al cor
nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu
rendi sana nostra carn' inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni
fatica,
e furi a chi ben vive ogn'ira e tedio.
Ogni
van chiuso, ogni coperto loco,
quantunche ogni materia
circumscrive,
serba la notte, quando il giorno vive,
contro al
solar suo luminoso gioco.
E s'ella è
vinta pur da fiamma o foco,
da lei dal sol son discacciate e
prive
con più vil cosa ancor sue specie dive,
tal c'ogni
verme assai ne rompe o poco.
Quel che
resta scoperto al sol, che ferve
per mille vari semi e mille
piante,
il fier bifolco con l'aratro assale;
ma l'ombra sol a
piantar l'uomo serve.
Dunche, le notti più
ch'e' dì son sante,
quanto l'uom più d'ogni altro
frutto vale.
Colui
che fece, e non di cosa alcuna,
il tempo, che non era anzi a
nessuno,
ne fe' d'un due e diè 'l sol alto
all'uno,
all'altro assai più presso diè la
luna.
Onde 'l caso, la sorte e la
fortuna
in un momento nacquer di ciascuno;
e a me consegnaro il
tempo bruno,
come a simil nel parto e nella cuna.
E
come quel che contrafà se stesso,
quando è ben
notte, più buio esser suole,
ond'io di far ben mal
m'affliggo e lagno.
Pur mi consola assai
l'esser concesso
far giorno chiar mia oscura notte al sole
che
a voi fu dato al nascer per compagno.
Non
vider gli occhi miei cosa mortale
allor che ne' bei vostri intera
pace
trovai, ma dentro, ov'ogni mal dispiace,
chi d'amor l'alma
a sé simil m'assale;
e se creata a
Dio non fusse equale,
altro che 'l bel di fuor, c'agli occhi
piace,
più non vorria; ma perch'è sì
fallace,
trascende nella forma universale.
Io
dico c'a chi vive quel che muore
quetar non può disir; né
par s'aspetti
l'eterno al tempo, ove altri cangia il
pelo.
Voglia sfrenata el senso è,
non amore,
che l'alma uccide; e 'l nostro fa perfetti
gli amici
qui, ma più per morte in cielo.
Per
ritornar là donde venne fora,
l'immortal forma al tuo
carcer terreno
venne com'angel di pietà sì
pieno,
che sana ogn'intelletto e 'l mondo onora.
Questo
sol m'arde e questo m'innamora,
non pur di fuora il tuo volto
sereno:
c'amor non già di cosa che vien meno
tien ferma
speme, in cui virtù dimora.
Né
altro avvien di cose altere e nuove
in cui si preme la natura, e
'l cielo
è c' a' lor parti largo s'apparecchia;
né
Dio, suo grazia, mi si mostra altrove
più che 'n alcun
leggiadro e mortal velo;
e quel sol amo perch'in lui si specchia.
Gli
occhi mie vaghi delle cose belle
e l'alma insieme della suo
salute
non hanno altra virtute
c'ascenda al ciel, che mirar
tutte quelle.
Dalle più alte
stelle
discende uno splendore
che 'l desir tira a quelle,
e
qui si chiama amore.
Né altro ha il
gentil core
che l'innamori e arda, e che 'l consigli,
c'un
volto che negli occhi lor somigli.
Indarno
spera, come 'l vulgo dice,
chi fa quel che non de' grazia o
mercede.
Non fu', com'io credetti, in vo'
felice,
privandomi di me per troppa fede,
né spero
com'al sol nuova fenice
ritornar più; ché 'l tempo
nol concede.
Pur godo il mie gran danno
sol perch'io
son più mie vostro, che s'i' fussi mio.
Non
sempre a tutti è sì pregiato e caro
quel che 'l
senso contenta,
c'un sol non sia che 'l senta,
se ben par
dolce, pessimo e amaro.
Il buon gusto è
sì raro
c'al vulgo errante cede
in vista, allor che
dentro di sé gode.
Così,
perdendo, imparo
quel che di fuor non vede
chi l'alma ha
trista, e ' suo sospir non ode.
El mondo è
cieco e di suo gradi o lode
più giova a chi più
scarso esser ne vuole,
come sferza che 'nsegna e parte duole.
Io
dico a voi c'al mondo avete dato
l'anima e 'l corpo e lo spirto
'nsïeme:
in questa cassa oscura è 'l vostro lato.
S'egli
è, donna, che puoi
come cosa mortal, benché sia
diva
di beltà, c'ancor viva
e mangi e dorma e parli qui
fra noi,
a non seguirti poi,
cessato il dubbio, tuo grazia e
mercede,
qual pena a tal peccato degna fora?
Ché
alcun ne' pensier suoi,
co' l'occhio che non vede,
per virtù
propia tardi s'innamora.
Disegna in me di
fuora,
com'io fo in pietra od in candido foglio,
che nulla ha
dentro, e èvvi ciò ch'io voglio.
Il
mio refugio e 'l mio ultimo scampo
qual più sicuro è,
che non sia men forte
che 'l pianger e 'l pregar? e non
m'aita.
Amore e crudeltà m'han
posto il campo:
l'un s'arma di pietà, l'altro di
morte;
questa n'ancide, e l'altra tien in vita.
Così
l'alma impedita
del mio morir, che sol poria giovarne,
più
volte per andarne
s'è mossa là dov'esser sempre
spera,
dov'è beltà sol fuor di donna altiera;
ma
l'imagine vera,
della qual vivo, allor risorge al core,
perché
da morte non sia vinto amore.
Esser
non può già ma' che gli occhi santi
prendin de' mie,
com'io di lor, diletto,
rendendo al divo aspetto,
per dolci
risi, amari e tristi pianti.
O fallace
speranza degli amanti!
Com'esser può
dissimile e dispari
l'infinita beltà, 'l superchio lume
da
ogni mie costume,
che meco ardendo, non ardin del pari?
Fra
duo volti diversi e sì contrari
s'adira e parte da l'un
zoppo Amore;
né può far forza che di me
gl'incresca,
quand'in un gentil core
entra di foco, e d'acqua
par che n'esca.
Ben
vinci ogni durezza
cogli occhi tuo, com'ogni luce ancora;
ché,
s'alcun d'allegrezza avvien che mora,
allor sarebbe l'ora
che
gran pietà comanda a gran bellezza.
E
se nel foco avvezza
non fusse l'alma, già morto sarei
alle
promesse de' tuo primi sguardi,
ove non fur ma' tardi
gl'ingordi
mie nimici, anz'occhi mei;
né doler mi potrei
di questo
non poter, che non è teco.
Bellezza
e grazia equalmente infinita,
dove più porgi aita,
men
puoi non tor la vita,
né puoi non far chiunche tu miri
cieco.
Lezi,
vezzi, carezze, or, feste e perle,
chi potria ma' vederle
cogli
atti suo divin l'uman lavoro,
ove l'argento e l'oro
da le'
riceve o duplica suo luce?
Ogni gemma più
luce
dagli occhi suo che da propia virtute.
Non
mi posso tener né voglio, Amore,
crescendo al tuo
furore,
ch'i' nol te dica e giuri:
quante più inaspri e
'nduri,
a più virtù l'alma consigli e sproni;
e
se talor perdoni
a la mie morte, agli angosciosi pianti,
com'a
colui che muore,
dentro mi sento il core
mancar, mancando i mie
tormenti tanti.
Occhi lucenti e santi,
mie
poca grazia m'è ben dolce e cara,
c'assai acquista chi
perdendo impara.
S'egli
è che 'l buon desio
porti dal mondo a Dio
alcuna cosa
bella,
sol la mie donna è quella,
a chi ha gli occhi
fatti com'ho io.
Ogni altra cosa oblio
e
sol di tant'ho cura.
Non è gran
maraviglia,
s'io l'amo e bramo e chiamo a tutte l'ore;
né
propio valor mio,
se l'alma per natura
s'appoggia a chi
somiglia
ne gli occhi gli occhi, ond'ella scende fore.
Se
sente il primo amore
come suo fin, per quel qua questa
onora:
c'amar diè 'l servo chi 'l signore adora.
Ancor
che 'l cor già molte volte sia
d'amore acceso e da troppi
anni spento,
l'ultimo mie tormento
sarie mortal senza la morte
mia.
Onde l'alma desia
de' giorni mie,
mentre c'amor m'avvampa,
l'ultimo, primo in più tranquilla
corte.
Altro refugio o via
mie vita non
iscampa
dal suo morir, c'un'aspra e crudel morte;
né
contr'a morte è forte
altro che morte, sì
c'ogn'altra aita
è doppia morte a chi per morte ha vita.
Dal
primo pianto all'ultimo sospiro,
al qual son già
vicino,
chi contrasse già mai sì fier destino
com'io
da sì lucente e fera stella?
Non
dico iniqua o fella,
che 'l me' saria di fore,
s'aver disdegno
ne troncasse amore;
ma più, se più la miro,
promette
al mio martiro
dolce pietà, con dispietato core.
O
desiato ardore!
ogni uom vil sol potria
vincer con teco,
ond'io, s'io non fui cieco,
ne ringrazio le
prime e l'ultime ore
ch'io la vidi; e l'errore
vincami; e
d'ogni tempo sia con meco,
se sol forza e virtù perde con
seco.
Ben
tempo saria omai
ritrarsi dal martire,
ché l'età
col desir non ben s'accorda;
ma l'alma, cieca e sorda,
Amor,
come tu sai,
del tempo e del morire
che, contro a morte ancor,
me la ricorda;
e se l'arco e la corda
avvien che tronchi o
spezzi
in mille e mille pezzi,
prega te sol non manchi un de'
suoi guai:
ché mai non muor chi non guarisce mai.
Come
non puoi non esser cosa bella,
esser non puoi che pietosa non
sia;
sendo po' tutta mia,
non puo' poter non mi distrugga e
stempre.
Così durando sempre
mie
pietà pari a tua beltà qui molto,
la fin del tuo bel
volto
in un tempo con ella
fie del mie ardente core.
Ma
poi che 'l spirto sciolto
ritorna alla suo stella,
a fruir quel
signore
ch'e' corpi a chiunche muore
eterni rende o per quiete
o per lutto;
priego 'l mie, benché brutto,
com'è
qui teco, il voglia in paradiso:
c'un cor pietoso val quant'un bel
viso.
Se
'l foco al tutto nuoce,
e me arde e non cuoce,
non è mia
molta né sua men virtute,
ch'io sol trovi salute
qual
salamandra, là dove altri muore.
Né
so chi in pace a tal martir m'ha volto:
da te medesma il volto,
da
me medesmo il core
fatto non fu, né sciolto
da noi fia
mai il mio amore;
più alto è quel signore
che ne'
tu' occhi la mia vita ha posta.
S'io
t'amo, e non ti costa,
perdona a me, come io a tanta noia,
che
fuor di chi m'uccide vuol ch'i' muoia.
Quante
più par che 'l mie mal maggior senta,
se col viso vel
mostro,
più par s'aggiunga al vostro
bellezza, tal che
'l duol dolce diventa.
Ben fa chi mi
tormenta,
se parte vi fa bella
della mie pena ria:
se 'l mie
mal vi contenta,
mie cruda e fera stella,
che farie dunche con
la morte mia?
Ma s'è pur ver che
sia
vostra beltà dall'aspro mie martire,
e quel manchi
al morire,
morend'io, morrà vostra leggiadria.
Però
fate ch'i' stia
col mie duol vivo, per men vostro danno;
e se
più bella al mie mal maggior siete,
l'alma n'ha ben più
quiete:
c'un gran piacer sopporta un grande affanno.
Questa
mie donna è sì pronta e ardita,
c'allor che la
m'ancide ogni mie bene
cogli occhi mi promette, e parte tiene
il
crudel ferro dentro a la ferita.
E così
morte e vita,
contrarie, insieme in un picciol momento
dentro a
l'anima sento;
ma la grazia il tormento
da me discaccia per più
lunga pruova:
c'assai più nuoce il mal che 'l ben non
giova.
Tanto
di sé promette
donna pietosa e bella,
c'ancor mirando
quella
sarie qual fu' per tempo, or vecchio e tardi.
Ma
perc'ognor si mette
morte invidiosa e fella
fra ' mie dolenti e
' suo pietosi sguardi,
solo convien ch'i' ardi
quel picciol
tempo che 'l suo volto oblio.
Ma poi che
'l pensier rio
pur la ritorna al consueto loco,
dal suo fier
ghiaccio è spento il dolce foco.
Se
l'alma è ver, dal suo corpo disciolta,
che 'n alcun altro
torni
a' corti e brevi giorni,
per vivere e morire un'altra
volta,
la donna mie, di molta
bellezza agli occhi miei,
fie
allor com'or nel suo tornar sì cruda?
Se
mie ragion s'ascolta,
attender la dovrei
di grazia piena e di
durezza nuda.
Credo, s'avvien che
chiuda
gli occhi suo begli, arà, come rinnuova,
pietà
del mie morir, se morte pruova.
Non
pur la morte, ma 'l timor di quella
da donna iniqua e
bella,
c'ognor m'ancide, mi difende e scampa;
e se talor
m'avvampa
più che l'usato il foco in ch'io son corso,
non
trovo altro soccorso
che l'immagin sua ferma in mezzo il core:
ché
dove è morte non s'appressa Amore.
Se
'l timor della morte
chi 'l fugge e scaccia sempre
lasciar là
lo potessi onde ei si muove,
Amor crudele e forte
con più
tenaci tempre
d'un cor gentil faria spietate pruove.
Ma
perché l'alma altrove
per morte e grazia al fin gioire
spera,
chi non può non morir gli è 'l timor caro
al
qual ogni altro cede.
Né contro
all'alte e nuove
bellezze in donna altera
ha forza altro
riparo
che schivi suo disdegno o suo mercede.
Io
giuro a chi nol crede,
che da costei, che del mio pianger
ride,
sol mi difende e scampa chi m'uccide.
Da
maggior luce e da più chiara stella
la notte il ciel le sue
da lunge accende:
te sol presso a te rende
ognor più
bella ogni cosa men bella.
Qual cor più
questa o quella
a pietà muove o sprona,
c'ognor chi arde
almen non s'agghiacc'egli?
Chi, senza
aver, ti dona
vaga e gentil persona
e 'l volto e gli occhi e '
biondi e be' capegli.
Dunche, contr'a te
quegli
ben fuggi e me con essi,
se 'l bello infra ' non
begli
beltà cresce a se stessi.
Donna,
ma s' tu rendessi
quel che t'ha dato il ciel, c'a noi l'ha
tolto,
sarie più 'l nostro, e men bello il tuo volto.
Non
è senza periglio
il tuo volto divino
dell'alma a chi è
vicino
com'io a morte, che la sento ognora;
ond'io m'armo e
consiglio
per far da quel difesa anzi ch'i' mora.
Ma
tuo mercede, ancora
che 'l mie fin sie da presso,
non mi rende
a me stesso;
né danno alcun da tal pietà mi
scioglie:
ché l'uso di molt'anni un dì non toglie.
Sotto
duo belle ciglia
le forze Amor ripiglia
nella stagion che
sprezza l'arco e l'ale.
Gli occhi mie,
ghiotti d'ogni maraviglia
c'a questa s'assomiglia,
di lor fan
pruova a più d'un fero strale.
E
parte pur m'assale,
appresso al dolce, un pensier aspro e forte
di
vergogna e di morte;
né perde Amor per maggior tema o
danni:
c'un'or non vince l'uso di molt'anni.
Mentre
che 'l mie passato m'è presente,
sì come ognor mi
viene,
o mondo falso, allor conosco bene
l'errore e 'l danno
dell'umana gente:
quel cor, c'alfin consente
a' tuo lusinghi e
a' tuo van diletti,
procaccia all'alma dolorosi guai.
Ben
lo sa chi lo sente,
come spesso prometti
altrui la pace e 'l
ben che tu non hai
né debbi aver già mai.
Dunche
ha men grazia chi più qua soggiorna:
ché chi men
vive più lieve al ciel torna.
Condotto
da molt'anni all'ultim'ore,
tardi conosco, o mondo, i tuo
diletti:
la pace che non hai altrui prometti
e quel riposo
c'anzi al nascer muore.
La vergogna e 'l
timore
degli anni, c'or prescrive
il ciel, non mi rinnuova
che
'l vecchio e dolce errore,
nel qual chi troppo vive
l'anima
'ncide e nulla al corpo giova.
Il dico e
so per pruova
di me, che 'n ciel quel sol ha miglior sorte
ch'ebbe
al suo parto più presso la morte.
-
Beati voi che su nel ciel godete
le lacrime che 'l mondo non
ristora,
favvi amor forza ancora,
o pur per morte liberi ne
siete?
- La nostra etterna quiete,
fuor d'ogni tempo, è
priva
d'invidia, amando, e d'angosciosi pianti.
-
Dunche a mal pro' ch'i' viva
convien, come vedete,
per amare e
servire in dolor tanti.
Se 'l cielo è
degli amanti
amico, e 'l mondo ingrato,
amando, a che son
nato?
A viver molto? E questo mi
spaventa:
ché 'l poco è troppo a chi ben serve e
stenta.
Mentre
c'al tempo la mie vita fugge,
amor più mi distrugge,
né
mi perdona un'ora,
com'i' credetti già dopo
molt'anni.
L'alma, che trema e
rugge,
com'uom c'a torto mora,
di me si duol, de' sua etterni
danni.
Fra 'l timore e gl'inganni
d'amore
e morte, allor tal dubbio sento,
ch'i' cerco in un momento
del
me' di loro e di poi il peggio piglio;
sì dal mal uso è
vinto il buon consiglio.
L'alma,
che sparge e versa
di fuor l'acque di drento,
il fa sol perché
spento
non sie da loro il foco in ch'è conversa.
Ogni
altra aita persa
saria, se 'l pianger sempre
mi resurge al tuo
foco, vecchio e tardi.
Mie dura sorte e
mie fortuna avversa
non ha sì dure tempre,
che non
m'affligghin men, dove più m'ardi;
tal ch'e' tuo accesi
sguardi,
di fuor piangendo, dentro circumscrivo,
e di quel
c'altri muor sol godo e vivo.
Se
per gioir pur brami affanni e pianti,
più crudo, Amor, m'è
più caro ogni strale,
che fra la morte e 'l male
non
dona tempo alcun, né brieve spazio:
tal c'a 'ncider gli
amanti
i pianti perdi, e 'l nostro è meno
strazio.
Ond'io sol ti ringrazio
della
mie morte e non delle mie doglie,
c'ogni mal sana chi la vita
toglie.
Porgo
umilmente all'aspro giogo il collo
il volto lieto a la fortuna
ria,
e alla donna mia
nemica il cor di fede e foco pieno;
né
dal martir mi crollo,
anz'ogni or temo non venga meno.
Ché
se 'l volto sereno
cibo e vita mi fa d'un gran martire,
qual
crudel doglia mi può far morire?
In
più leggiadra e men pietosa spoglia
altr'anima non
tiene
che la tuo, donna, il moto e 'l dolce anelo;
tal c'alla
ingrata voglia
al don di tuo beltà perpetue pene
più
si convien c'al mie soffrire 'l cielo.
I'
nol dico e nol celo
s'i' bramo o no come 'l tuo 'l mie
peccato,
ché, se non vivo, morto ove te sia,
o, te
pietosa, che dove beato
mi fa 'l martir, si' etterna pace
mia.
Se dolce mi saria
l'inferno teco,
in ciel dunche che fora?
Beato a doppio
allora
sare' a godere i' sol nel divin coro
quel Dio che 'n
cielo e quel che 'n terra adoro.
Se
l'alma al fin ritorna
nella suo dolce e desïata spoglia,
o
danni o salvi il ciel, come si crede,
ne l'inferno men doglia,
se
tuo beltà l'adorna,
fie, parte c'altri ti contempla e
vede.
S'al cielo ascende e riede,
com'io
seco desio
e con tal cura e con sì caldo affetto,
fie
men fruire Dio,
s'ogni altro piacer cede
come di qua, al tuo
divo e dolce aspetto.
Che me' d'amarti
aspetto,
se più giova men doglia a chi è
dannato,
che 'n ciel non nuoce l'esser men beato.
Perc'all'alta
mie speme è breve e corta,
donna, tuo fé, se con san
occhio il veggio,
goderò per non peggio
quante di fuor
con gli occhi ne prometti;
ché dove è pietà
morta,
non è che gran bellezza non diletti.
E
se contrari effetti
agli occhi di mercé dentro a te
sento,
la certezza non tento,
ma prego, ove 'l gioire è
men che 'ntero
sie dolce il dubbio a chi nuocer può 'l
vero.
Credo,
perc'ancor forse
non sia la fiamma spenta
nel freddo tempo
dell'età men verde,
l'arco subito torse
Amor, che si
rammenta
che 'n gentil cor ma' suo colpo non perde;
e la
stagion rinverde
per un bel volto; e peggio è al sezzo
strale
mie ricaduta che 'l mio primo male.