Giovanni Cena


IN UMBRA



A LEONARDO BISTOLFI



DESIDERI TORBIDI


DISCENDEVA la sera

su l'erta solitaria.

Io ristetti. Non era

una voce nell'aria.

Solo nel fondo il fiume

dava un lamento roco

scintillando nel lume

del tramonto di fuoco.

A tratti, fra le chiome

oscure della selva

rifluivano come

aneliti di belva,

e nella luce estrema

tutti i colli riarsi

in una ansia suprema

parevano levarsi

rigidi, come dorsi

gigantei, da onde

voluttuose corsi;

e le forre profonde

anelavano aperte

com'arse fauci e rosse.

Qualcosa ch'era inerte

in me si schiuse e mosse.

E come in antro cieco

tortuosi grovigli

di lombrichi, che bieco

il sol tocchi e scompigli,

un fremito di vite

ignote e nove sorse

in me da le sopite

solitudini. Forse,

gioventù moribonda,

sentivi tu salire

il rimpianto, com'onda

amara? Impeti ed ire

covate a lungo e vani

rancori e odî occulti

e desiderî insani

suscitavan tumulti

sì violenti, ch'io

tutto m'eressi, tutto

vibrai, come restio

fusto che investe il flutto.

O da l'amore esclusa

anima taciturna!

Risonò come, chiusa

da lungo tempo, un'urna

da lungo tempo muta.

Come levossi allora

dentro d'essa un'acuta

voce clamando: "E' l'ora!"

Davan le fibre tòcche

un'ampia onda sonora:

sclamavan mille bocche

imperiose: "E' l'ora!"

E' l'ora? Ma non veggo

venir per il deserto

ombra: ma solo io seggo

su l'avello scoperto,

ove s'abbatte e spezza

la mia fede pugnace

ove la giovinezza

mia si compone in pace!

Amore, amor, vibranti

cantavano le cose.

Forse dai circostanti

colli un grido rispose?

O da l'amore esclusa

anima! Verso il blando

appello ansiosa illusa

si levò brancolando

per la tenebra densa

e protesa la mano

aspettò con intensa

speranza. Invano, invano!

E un soffio arido corse

lungo l'aeree vette.

La foresta si torse

viva sotto le strette

formidabili e giacque

rigida. Tacque il vento.

Solo nel fondo l'acque

ripetean il lamento.

Ma in occidente il cielo

poi che il sol si nascose

spiegossi, come un velo caldo

e piovevan rose.

Le rose sanguinose

caddero sui pendii

indi silenziose

l'ombre... Oh ch'io t'oblii,

livida sera in cui

l'anima inorridita

in faccia a' cieli bui

maledisse la Vita!



NOX.


L'ANIMA mia piena di cose oscure

brancola vagabonda: come un cieco

in sè guarda, si ascolta e parla seco

stessa parole a penetrarsi dure.

Sfioranla a volo le capigliature

buie dei sogni là dov'io la reco

e fra 'l notturno vento ella ode l'eco

di sordi passi su le sepolture.

L'anima mia profondi esseri cova.

Su lei sovente chino e senza fiato

li sento nella notte abbrividire.

E senza fine attendo che si mova

e schiuda il seme in lei dell'avvenire.

Muta la Morte vigila in aguato.



IL CIRENEO


Per le notturne vie mentre una trista

nebbia dal cielo desolato piove,

le case tue per cui lume non move

sembrano muti sepolcreti in vista,

o città fosca e taciturna, dove

io scesi altero un dì come a conquista,

dove l'anima mia piega e s'attrista

ad ogni passo di tristezze nuove.

Ma tu non dormi. Grondano le vie

lagrime e sangue: io sento questi immani

dolori sopra gli omeri gravarmi

come una croce smisurata, e parmi

piangere, solo, tutti i pianti umani,

agonizzar di tutte le agonie.



NELL'OSPEDALE


SOSPIRI ancora verso quelle nevi

sacre? Contendi a' liberi orizzonti?

Lungi le aurore sono ed i tramonti...

Or quest'uman dolore, anima, bevi.

Questo dolore assorbi e questo senso

oscuro d'una ignota Ombra vivente,

questo profumo di carne morente

ch'erra nell'aria come un acre incenso.

Anche dilaga il sol da le vetrate

nel tempio del dolore. Sole! Sole!

Quante d'amor ti mormoran parole

quest'anime di te non saziate!

Parole rotte da risa e singulti

tumide di follia, che celan cose

puerili, profonde e spaventose;

lumi gettati sovra abissi occulti.

Cavi occhi spenti, o vivi ancor di luce

ultima! Bocche immobili o tremanti!

Scarne mani che a gesti supplicanti

un istinto superstite conduce!

Splendono i letti quali candide are

ove consuman sacrifici lenti

ascoltano le vittime scienti

una micidiale arma fischiare.

Gemono alcuni, come bimbi in culla,

gemiti fiochi, lunghi come canti

lontani, e gli occhi lor non hanno pianti.

La nenia monotona li culla.

Guardano in cieli gemmei pallenti

gli ultimi voli far lunghi ricami

e dondolar gracili al vento rami,

irrugginirsi, diradarsi lenti.

Alcuno cui la vita amara porse

troppe angosce, la fine ultima invoca,

ma la vecchia speranza che s'affioca

susurra ancor, dolce e tenace: "Forse!..."

Vigilano altri: su la cute un gelo

striscia: qualcosa rompe dentro d'essi:

odono schianti e crepiti sommessi,

sentono immoti il rapido sfacelo.

Sentono Alcuno pur nella diurna

luce, tetro, che a l'anime sovrasta

e le assorbe nell'ala umida e vasta

che le trarrà nell'ombra taciturna.

Io seguivo ne' cieli di cristallo

le fluttuanti fragili chimere:

lungo i vetri passavan forme nere

e scivolavan tra 'l fogliame giallo,

quando l'ugna sentii dell'avvoltoio

premere nel costato e penetrare,

e mi pareva il mio respiro stare...

onde gridai con voce roca: Muoio!...

Convalescenti languidi con occhi

vagabondi implorando il sole, il sole,

mutano rare timide parole

vacillando su i trepidi ginocchi.

Ascoltano i rumori onde s'ingombra

l'orecchio, mormorii di frondi e d'acque,

i suoni della vita che rinacque

risospinta dal limite dell'ombra;

tentando i primi passi, con leggera

inquietudin, fino oltre le soglie;

e mentre aride rotean le foglie

odono in sè brusir la primavera.

O voci più che musica soavi,

leni feminee dita su febbrili

fronti! Le suore van, cogl'infantili

visi a la morte sorridendo gravi.

O fiori chiusi in orti di dolore,

cui traggono morenti occhi seguaci,

non vi darebber mai gli umani baci

una sì pia felicità d'amore!

Si schiuse il fior d'amore umile e solo,

il fior che non t'offersi e non hai colto,

quando vidi apparire il tuo bel volto,

gigli e rose nel candido soggolo,

suor Luciana; e forse t'avvedesti:

e come augel sotto amorose dita

forse tremò l'anima tua smarrita,

quando n'andavi china gli occhi onesti!

Ma quei che giace ed agonizza dietro

il paravento! Livida figura

irta, cava; socchiusa bocca oscura,

arida; occhi immobili di vetro.

Esce una man di scheletro che afferra

la coltre: il petto ondeggia sibilando.

Intorno a lo spettacolo nefando

Alcuno tetro ed invisibil erra...

Muore. La faccia si compone bianca

e sui lini la man si fa di cera.

Passò la morte. Cade la bufera

rapida. Torna la gran calma stanca.

Intanto scruta e palpa e si travaglia

la Scienza che passa curiosa.

Ahi se nell'agonia che non ha posa

chiusa è la gola come da tanaglia

e l'aria densa il petto inerte cerchia,

quegli occhi, che dilata un sovrumano

terrore, verso lei pregano invano,

come anneganti cui l'onda soverchia.

Non èvvi in petto d'uom fiato che inali

entro dei petti esanimi la vita:

la scienza degli uomini smarrita

disperando si perde in mezzo a' mali.

Oh Colui che sentiam dietro le ignude

apparenze, inflessibile e possente!

Colui che sta silenziosamente

dentro l'immensità che a noi si chiude!

Perché la nostra cieca mente indaga

l'ambigua Forma che ne l'aer oscilla?

Oh chiudiamo la debole pupilla

al mister che ci asseta e non ci appaga!

Invano l'uom si sfascia sotto i vasti

cieli, implorando Lui muto e lontano!

Cristo morente, come un giorno, invano

esclama: Padre, ché m'abbandonasti?

Ecco, in alto Gesù, china la bionda

testa nel sole, sanguinoso pende.

L'innocente la morte ancora attende

e non è sazia l'anima profonda.

Ecco 'l Figliuol dell'uomo; egli è 'l dolore

che in sè raduna tutta l'infinita

agonia dei viventi: egli è la Vita

che a morir nata eternamente muore.



LA CHIOCCIA


LA chioccia empiea di gridi la radura,

che aveva scorto la vivanda ghiotta,

e i pulcini correan avidi in frotta,

quand'ella vide in ciel la macchia scura.

Grifagno roteò su la pastura

il falco e scese, l'ali chiuse, a rotta:

ella aspettò, stridendo, irta, la lotta,

sovra i pulcini muti di paura,

O ire generose! Ma ghermita

rapidamente dentro l'ugne ladre

ascende nel tranquillo azzurro e spare.

Guardano in alto le pupille ignare.

Ed io che vidi ho l'anima smarrita:

e ricordando gemo: "Madre, madre!"



I BRUTI


1.

NELLA piccola culla io l'ho veduto.

La mamma ricantava un suo lamento

roco, il visino languido e paffuto

della culla seguìa l'ondulamento.

Ei nell'inconscia pace aperte a stento

le gravi ciglia, richiudeale muto:

e la madre sentiva un dubbio lento

figgersi in cuor come uno spillo acuto.

Ma ristando talor con un sussulto

afferrava il suo bimbo da la culla.

Oh scorgere in quegli occhi una scintilla!

E sorgean le sue viscere in tumulto:

Parla! guardami! ridi... Nulla, nulla!

Di luce muta era la gran pupilla.


2.

MENTR'EGLI cresce ed ella ancor attende,

solo e randagio trae per la campagna,

piene d'un sangue giallo che ristagna,

le membra dove lume non s'accende.

Egli ama il sole, il sol grande che fende

le nubi nel mattin su la montagna:

e un'adorazion muta il guadagna

per il bel dio che nell'azzurro ascende.

Egli ama il bacio della madre, e il viso

soffuso d'una sconsolata pace,

di lei che al pari d'un pulcin lo impinza.

Poi quand'ogni altra bramosia si tace,

sdraiasi al sole ed un beato riso,

mentre dorme, la faccia gli raggrinza.


3.

IO già li vedo scendere i deformi

ingordi quali corvi su carname:

flaccidi gialli: le mascelle enormi

lungamente digrignano per fame.

Nei cranî angusti gurgitano informi

pensieri d'odio e belluine brame:

s'adunan su le piazze orridi a stormi

e attendono, grugnendo, nello strame...

Così colei che fu matrigna sempre

anco per invecchiar non cangia tempre,

feconda ognora d'infelici vite.

Ed il giorno è pur lunge che una prole

nova uscirà nello splendor del sole

da le viscere sue ringiovanite.



EPIFANIA


PER loco ignoto, viator solingo,

brancolo nell'opaco tenebrore

e co' miei occhi, ad ingannarmi, aurore

e meriggi e tramonti aurei fingo.

Nè per ch'io passi in lunghi sogni l'ore

si fa più breve il mio cammin ramingo,

ché, quant'io lungi le pupille spingo,

non trema in oriente alcun bagliore.

O per gli umili stella che riluce

ancora, e là dov'è bimbo Gesù

per sentiero infallibile conduce!

Splendea pur nel mio cielo, or non è più!

Onde, con gli occhi vagabondi: O Luce,

io vo gridando: Luce ove sei tu?



CIELO


NUBI di perla tenui, fluenti

verso l'occaso, come grandi torme

di pascenti chimere, io seguo i lenti

giri e l' mutare delle vostre forme,

come un dì. Guardo: l'ombre vanienti

m'oscuran gli occhi di fuggevoli orme:

fumano desiderî sonnolenti

come vapori sopra il cuor che dorme.

Fuggiamo, anima mia, verso quel lembo

di cielo ove trovasti un dì soggiorno

per riposare, e per piangere un grembo!

Come un giorno tu sei nuda e fanciulla

il cielo è bello e grande come un giorno,

anima... Ma lassù non è più nulla!



ELEVAZIONE


UN tenacissimo arbusto

lunghesso l'antico spalto

fuor del mattone combusto

allunga il gracile fusto.

Quando nel ciel di cobalto

il vento l'urta e l'aggira,

s'anima, vibra a l'assalto,

par che si lanci ne l'alto.

La notte chiuso sospira,

solo, d'amor come un seno

abbandonato, ed aspira

a l'alba che s'inzaffira.

Un dì trarrà nel sereno

con folle slancio dell'ali.

Ahi! Sradicatosi appieno,

morrà sul nudo terreno!

Che importa? Anima! Sali!



TEDII


ATTESA

NON perché il novo sole abbia rimote

le brume, spoglia il cuor la sua gramaglia:

su la mia vita stanno l'ombre immote

e il diuturno gelo non si squaglia.

Solo tra la randagia nuvolaglia

qualche raggio sanguineo percote:

ma il sol ch'ora m'illude, ora m'abbaglia

dal sonno dov'io giaccio non mi scuote.

Ah prima che si sfrondi la virente

stagione, forse un vivido sorriso

espanderà dell'ansia anima il fiore?

Così nei cieli l'occhio paziente

sebbene il cor disperi, io tengo fiso,

pur se una tarda spunti alba d'amore.



ARTE

ARTE, vano e dolcissimo tormento

che di cose terribili m'invogli:

Arte, fonte di spasimi e d'orgogli

che m'adergi e mi prostri a tuo talento:

tu la mia cruda giovinezza sfogli

senza rimorso e gitti preda al vento,

sì ch'io m'avvedo e pur non fo lamento

ch'ogni virtù di vivere mi spogli.

Forti muscoli, arterie copïose

m'ebbi, ma nell'orribile fatica

tutte le forze mie giacquero dome:

e il cervel grava su le faticose

membra sì ch'io mi curvo e piego, come

su fragil gambo troppo colma spica.



IL VENTO


1.

GIE' da la notte s'ode il mugolio

iroso della valle: a la collina

quel solitario pino invan restìo

dondola il capo sotto la rapina.

E su la strada bianca presso il rio

grigio di foglie s'alza una cortina

a tratti e il bosco è tutto un arruffio

di criniere che il vento urge e mulina.

I bovi stanchi allungan la giogaia

annusando, le nari aride, invano

mentre l'aratro la gleba rimove;

e gira i dubitosi occhi il villano

nel ciel di vetro dove ala non move

se un fiocco bianco su le creste appaia.


2.

ANIMA mia che stai come un deserto

interminato dove ombra non scende

e più d'un solco a nobil seme aperto

alcun soffio di brezza invano attende;

anche su te disperso andò l'incerto

stuolo di nubi che sì dolci prende

forme di sogno: anche su te scoperto

il firmamento immoto arido pende.

Pure alcun tronco rami apre giganti

e alcun germoglio insinua le cieche

radiche nel profondo brancicanti,

anima! E guardan le pupille assorte

se appaia un segno in ciel e sia di bieche

forme o di liete, e gioia rechi o morte.



IL CUORE


OR mentre a me ricama

l'arte o rattoppa

alcuna futile trama,

un cavallo remoto galoppa.

Piano, come di state

su paglia o loppa

nell'aie già trebbiate.

E' il mio povero cuor che galoppa.

E' il mio cuore. Il destino

gli siede in groppa.

Sento: lontano vicino

lo scalpito fitto galoppa.

Animal generoso

era, di troppa

foga: oggi implora il riposo

Oh galoppa, galoppa, galoppa!

Ma il mostro che l'infrena

stringe e s'aggroppa

qual serpe, nè gli dà lena.

Oh galoppa, galoppa, galoppa!

Giovine, e quasi d'occhi

cieco, s'intoppa

e piegan fiacchi i ginocchi

O mio cuore, galoppa, galoppa!

Ma la morte sorgiunge

che non è zoppa.

L'ascolti? Più non è lunge

Non è lunge. Pur ella galoppa.



LE SIRENE


La vela mia da li error vaghi stanca

lunghesso il lido oblivioso viene,

dove, sostando, poi che il vento manca

abbrividisce a un suon di cantilene.

Oh saggia Circe! Ecco le bionde arene

animarsi, ondular seni tra bianca

spuma, snodarsi braccia di Sirene

e fiorir rosse bocche. Arranca! arranca!

Ahi ch'io di cera l'inesperto orecchio

prima, nè poi di vincoli impedii

le membra troppo obedienti al suono!

Chiamano: Vieni! vieni! Su lo specchio

del mar voluttuoso io piego. Oh sii,

tu che mi vuoi, la morte! Io m'abbandono!



L'INGANNO


Io la vestii di sogno: io su la chioma

nera da' violacei riflessi

cinsi timidamente i miei sommessi

desiri e fusi un delicato aroma.

Negli occhi oscuri, sotto grandi ciglia

simili ad ali fuggitive, ascosi

vaghi misteri, e fulgide composi

parole su la sua bocca vermiglia.

La persona bellissima di lume

aspersi tutta e involsi di profumi,

ed io che non credevo a finti numi

questo mi finsi per mio culto nume.

Poi caddi riverente sui ginocchi

a contemplar la bella creatura,

così divina ch'io m'ebbi paura

di mirar quel prodigio con quest'occhi.

Or che sarà di me s'ella da l'ara

scenda e si spogli di quell'aurea veste?

Scenderà l'amor mio dentro le meste

ombre e si chiuderà come in sua bara.

Amore, onde fiorisce il sogno e langue

la vita! Resterai, anima, sola,

perduta dietro la divina fola

intessuta con lagrime e con sangue;

e a lungo guarderai con occhi assorti

in quei giorni sì belli e sì fugaci,

mentr'ella in altro amor muterà baci

ignuda fra due braccia ignude e forti.



DORME


ELLA dorme alternando sommessi aliti brevi:

sogna. Sogna di me?

Mormorano le labbra, ridono risi lievi...

Non saprò mai perché!...

Non saprò mai: la guardo imporporarsi immersa

nel sogno. Alcuno l'ha

sua tra le braccia e nelle membra vibranti versa

acute voluttà.

Chi? Forse alcun che appena visto le apparve e sparve

entro la folla un dì?

Od altri che formato di sue verginee larve

venia nel sonno?... Chi?

Non so. Qualche sembianza aveva ella cercato

nel mio volto, di lui?

Uomo ei non era, ed era da' suoi desiri nato.

Non io sono, non fui.

E ti compiango, amante delusa, e mi vergogno.

E tremo anche, non tu

desta repente a sommo della gioia, ove il sogno

frale non regge più,

me vedendo curvato pallido sul tuo cuore

e il viso e gli occhi miei

tristissimi, balzando pazza per il terrore,

gridi: Chi sei? Chi sei?



FIOR DI SERRA


TANTO dai chiusi ripari

gli steli magri tendevi,

pianta, per suggere i rari

soli ed i zefiri avari!

Quella di che ti piangevi

interminata agonia

cessò. Ne' zefiri lievi

nuoti, di luce t'imbevi.

Or come par che tu sia

vinta d'ignoti languori,

chiusa da oscura malia?

L'ape ti sfiora e devia,

cadono i lieti colori

negletta resti, con sole

foglie diafane: i fiori

morirono tutti: e muori...

Amor, ch'io muoia di sole!



VANEGGIAMENTI


Io non so. Non mi dici nulla! Ché non difendi

l'amor nostro da queste nuvole di procella?

Sono inquieto e tanto triste!...sei tu che rendi

triste questo fanciullo che piange e si flagella.

Quando gli accorgimenti d'amante e di sorella

simuli delicatamente, mi riaccendi

il disgusto nel sangue che insorge e si ribella...

tu non comprendi, amante triste, tu non comprendi!

Io pure non comprendo. Guardiamo in noi. Sì fioco

è 'l lume, sì profonda l'ombra che ci riempie!

Le nostre anime sono due tenebrosi abissi.

..Non dirmi nulla! Ho tanto male, qui. Forse un poco

di febbre... ma che dissi? Carezzami le tempie

così... Piangi? Perdona... Perdonami! Che dissi?



PASSIONE


1.

IO sono stanco, instabile, inquieto,

il capo grave, ardenti le palpebre

come per mal che in me covi segreto;

e il sangue pulsa turgido per l'ebre

vene e gli occhi m'intorbida e la mente.

Questo è dunque l'amore? Questa febre,

quest'acuta follia che m'ha repente

sconvolto, le natie virtù disfatte,

scagliato come arbusto in un torrente?

Si levano le mie mani contratte,

tutto il mio corpo invaso da tremori

in preda a la vertigine s'abbatte,

quand'ella appare, fosca nei pallori

delle sue membra, accesa come lampa.

Allor salgono tutti i miei furori,

ed una smania di conquista avvampa

in me: su la sua bocca umida esangue

baci feroci la mia bocca stampa.

Indi in quel corpo che sùbito langue

la mia collera insana incrudelisce

come per un delirio di sangue.

Ondulano dinanzi agli occhi strisce

rosse. Ella giace e nel suo corpo attorto

corrono freddi scivolii di bisce.

E tutto l'esser suo vedendo morto

a sé, vivente solo al mio volere,

tutto da le mie brame ingorde assorto,

e lento consumar come un braciere

quel muto corpo ond'è l'anima lunge,

il disgusto m'assal del mio potere.

Quest'è la donna? Ed un rancor mi punge

contro lei, contro questa illusione

insensata che corpo a corpo giunge,

ch'esseri l'uno a l'altro estranei pone

in abbracci di morte e un tal furore

crea di possesso e di distruzione...

Non tal sognavi, anima mia, l'Amore!


2.

O Sogno della mia vita! La Donna

prima apparita a me fanciul novenne

incoronata il dì della Madonna,

quando una mano trepido mi tenne

che non era materna, pur mi pose

nel cuore un desiderio perenne.

Oh quante indi fantasime compose

il mio pensiero e quante bianche dita

il mio guancial fiorirono di rose!

Ma nella bionda vergine stupita

ai suoni uscenti di sue mani sante,

dipinta nella sua nicchia romita;

nella suora a la sua grata pregante,

chiusa tra' lini come in un bocciuolo,

negli occhi intravveduta un solo istante;

nelle figure che in fiorente stuolo

tornano agli occhi sul passato fissi,

il mio sogno, il mio sogno era uno solo!

Una la donna che adorando vissi

quando parlai d'amor, quando ascoltai,

quando ostinato sofferii, nè dissi.

Ella da l'ombre emergerà giammai?

Poi che non sei già tu fosca bambina,

che a me stesso per poco tolto m'hai.

Ella è colei che l'uom fece regina

della natura, eletta forma bella

cui la Forza ed il Genio s'inchina.

Di sé, del mondo ignara e pur sorella

dell'infinito, a lei levato è un lembo

del mistero e l'ignoto in lei favella.

Misericorde sì ch'io nel suo grembo

pieghi la fronte fatta oscura e triste,

come un dì bimbo quando urlava il nembo.

L'amor di lei fu sopra le conquiste

più terribili: accanto a la vittoria

erano Vita e Morte insiem commiste.

O visioni dolci a la memoria,

quando l'amor desiderabil era

per me più che i fantasmi della Gloria.

Amore! Amore! Esser la primavera,

il cielo, il mare, l'infinito e Dio!

Sentir gonfiarmi come la riviera,

come la terra nello sfavillio

argenteo del meriggio! E come il sole,

tese le braccia a tutto quel ch'è mio,

allegrare, guarire, indir parole

creatrici; far lieti i prati, biondi

tutti i campi, fiorir tutte le aiuole!

Di due congiunti spiriti profondi

che forse d'un'impronta egual sigilla

un altro amore in più remoti mondi,

compenetrar la duplice scintilla

in una fiamma luminosa e pura

imprigionata nella stessa argilla,

onde sorga la nova creatura

piena, vasta, molteplice, infinita,

cui segnino il destino e la natura

a reggere il dominio della vita!


3.

AHI! Da quel dì che prima al tuo cospetto

tremai di tenerezza e di terrore,

inutilmente in me guardo ed aspetto,

s'io senta un tratto rifluir dal cuore

le silenti certezze imperiose.

Quello ch'io sento è quel che nasce e muore.

L'anima mia che ha sete delle cose

eterne, lungi da l'impure brame,

nel suo mistico sogno si nascose.

La carne sola in questo brulicame

di desiderî, trionfando estolle

il grido della insaziabil fame.

La passione che sgorgava in polle

limpide, or tutta nel suo letto affonda

ingoiata dal fango, e rugge e bolle.

O abondanza di purissim'onda

che m'irrorò la prima giovinezza

or fatta un acquitrino in breve sponda!

Io gemo e ardo nella gran tristezza

del cielo, e giaccio su la terra dove

la salda fede mia s'abbatte e spezza...

Io fuggirò come il destin mi move

verso il mio sogno che nelle segrete

lontananze mi chiama per vie nuove.

Altre nel corso mi trarranno liete

promettitrici illusioni agli occhi

ed altre soste appariranno mete.

Ad altre larve piegherò i ginocchi

insanguinati, e vacue lontano

tosto dilegueran com'io le tocchi,

non senz'avere ad una ad una invano

gocciato in me veleno, ad una ad una

strappato al varco del mio cuore un brano,

fin che più grande pel dolor che aduna

cadendo su la meta faticosa

l'anima a piè s'inchini di quell'Una

che Amore e Morte m'hanno eletta sposa.



VA!...


VA... per ch'io ti rimpianga,

di te non sazio e t'ami:

ch'io per sempre ti brami

e deserto rimanga,

prima che il tempo franga

i mal tesi legami,

prima che a' tuoi richiami

sordo, io t'accusi e pianga.

Passa la morta gora

ove affoga ogni gioia:

il nostro amor v'è già.

Prima che tutto muoia,

o ancora amata, ancora

desiderata... va!



L'ABBANDONO


ODI... Nella menzogna

l'anima tua si culla:

chi ad amar si trastulla

n'abbia danno e vergogna.

La tua mente fanciulla

altra in me vede o sogna

io di quello che agogna

non le potrò dar nulla.

Freddo è il tuo cor: la mente

amò sola, d'un culto

ch'è per te stesso occulto.

Noi non ci amammo; addio...

Così diss'ella ed io

piansi tacitamente.



RAMMARICO


POVERO uccello, piegato

sul ramo ispido, china

la testa cieca da lato

sovra il tuo fianco forato!

Nel nido quella mattina

era un tepor così blando!

Forse credesti vicina

la primavera divina?

E la bufera scoppiando

negl'irti pruni ti spinse.

Battevi con miserando

palpito l'ale, pìando.

Di rare gocce si tinse

rosse il nivale candore:

poscia la tenebra vinse

e il picciol corpo ti cinse...

Cuore! Mio povero cuore!



IN VANO


UN tempo fu che l'anima si giacque

pensosa in un dolor torpido e molle,

e a la stagion che il sangue in cor ribolle,

di tristissime cose si compiacque.

Ma un dì vidi fiorir, tardi, corolle

languenti, chine in solitudin d'acque

ed il verno si sciolse e in cuor mi nacque

un turbamento desioso e folle.

Ahi! Rosee gote o pallide, occhi azzurri

o tenebrosi, chioma nera o flava,

in molli corpi anime ignare o false!

Tra i baci, i risi, i fremiti, i susurri,

virtù d'amore ad assopir non valse

nel mio cuor l'Ironia che vigilava!



LEMBI D'AZZURRO


A Mario Pilo


IL RIO


1.

SNODASI lenta l'onda fra le strette

ripe sotto l'intrico del fogliame,

e il sol di tra le fronde agili mette

su lo specchio brunito argentee trame.

Danzano moscerini e 'l mobil sciame

su l'acque un turbinio vivo riflette

le rondini si spiccan da le rame

radono l'onda via come saette.

Siedon sul ponte i vecchi novellando

l'uno con dubitoso viso addita

certe piccole nuvole raminghe.

Movono bimbi lungo il rio, le dita

protese, cauti, nei rovi, spiando

sui fiori le libellule guardinghe.


2.

Vedi, ove 'l rio sbuca da salci folti,

stuolo di donne a varia cura intento:

sciacquano strepitando i panni e sciolti

li appiccan su le tese funi al vento.

Svolano bruni riccioli sconvolti:

sobbalzan chiusi ne' corsetti a stento

pendenti seni e s'invermiglian volti:

s'alzano fiotti e polverii d'argento.

Si rincorrono ansanti oche loquaci

fra le gaggìe, dove lenzuoli al sole

brillano e pezze e fasce e camiciole.

Cianciano donne con gesti vivaci:

diconsi pianamente due figliole

parole rotte da risa fugaci.


3.

E' più lunge il molino. Per la china

scroscia e sibila il rio nella caduta,

e la rapida ruota una voluta

di spume dietro il suo giro trascina.

A lato il maglio dentro la fucina

ripicchia la monotona battuta:

aspettando l'incarco un ciuco fiuta

odor che giunge fresco di farina.

Volgi, macina, i giri lenti e grevi

mentre induran nei solchi l'altre spiche,

prima che l'aspro verno più t'aggrevi.

Spumeggia e canta il rio. Poi si racqueta,

poi c'ha fornite l'utili fatiche

e si rimbuca nell'ombria segreta.



PANE NOSTRUM

A G.Faldella


1.

QUANDO il primaveril sole s'accende

mite e la linfa nel terren ribolle

come in un corpo giovine, le zolle

brulicano e la scorza aspra si fende.

E mentre nella siepe un nido attende

una covata e schiudonsi corolle

come infantili occhi stupiti, un molle

tappeto lungo i solchi si distende.

Piegano brividendo le sottili

cime nella carezza che s'imprime

come in capigliature puerili.

e che allegrezza quando tenerine

sui culmi lunghi, fuor da le guaine

aguzze tremeran le spighe prime!


2.

SPLENDETE, o giorni, limpidi e benigni!

le spiche inturgidiscono e la veccia

tra' verdi gambi e fiordalisi intreccia:

cupi frastagli e petali rossigni.

Le mondaiole vanno e di sanguigni

papaveri s'infiorano la treccia:

cantando la canzone villereccia

svelgon dal grano i cespiti maligni.

E' il meriggio. La terra ardente e muta

nell'abbraccio del sol pare svenuta:

e 'l coro canta in voce illanguidita:

Quella mattina che l'andò nell'orto

vide la rosa bianca inaridita,