Emilio de Marchi

ARABELLA



PARTE PRIMA





1. IL TESTAMENTO RATTA

Milano, la grande città del fracasso, dopo aver mandato a casa l'ultimo ubbriaco, si sprofondò nel silenzio grave delle piccole ore di notte.

A San Lorenzo sonarono due tocchi languidi, rotti dalla neve, che cadeva a fiocchi larghi.

Il Berretta, buttato l'ultimo pezzo di legno nel caminetto, fregandosi in fretta i ginocchi, brontolò in fondo alla gola:

"Basta, finirà anche questa".

Nella stanza vicina, dove malamente ardeva una candeluccia benedetta, stava nel suo letto distesa la povera signora Ratta, morta, vestita di una logora gonnella di cotone color terra secca, con in capo la più sgangherata delle sue cuffie famose e sulle gambe sottili un paio di calze di filugello bigio.

Il portinaio Berretta, che aveva aiutato i becchini a collocare sul letto la povera cristiana, che le aveva legate non senza fatica le mani colla corona del rosario, non poteva ora togliersi dagli occhi il fantasma della morta benedetta, quantunque l'uscio della stanza fosse chiuso con due bei giri di chiavetta, e lui, imbacuccato nella pistagna d'un suo antico tabarro fin oltre gli orecchi, voltasse le spalle all'uscio, e cacciasse la testa tutta quanta nel vano del caminetto.

Per non irrigidire nella paura, che è la più gran cosa fatta di niente, il portinaio, che non aveva ereditata da natura un'anima di drago, due o tre volte si sforzò di ragionare su cose inconcludenti, di appassionarsi, di accalorarsi nei pensieri, di ripetere gli avvenimenti della faticosa giornata suscitando in se stesso dei rancori e delle smanie, per aver un motivo di brontolare e di rompere quel tremendo silenzio di morte, destando degli stimoli d'egoismo colla prospettiva d'una grossa mancia, o d'un lascito, o di qualche regalo. La vecchia Carolina Ratta nei dodici o tredici anni dacché era venuta ad abitare in Carrobbio (prima stava in Borgo di San Gottardo), si era sempre servita di un Berretta come una serva adopera, parlando con poco rispetto, una scopa che ha sotto la mano. I portinai sono la scopa degli inquilini: "Berretta, mi fate un piacere?" gli pareva di sentirla negli orecchi la voce tremula e fessa della vecchia ottuagenaria. "Mi comprate il tabacco, Berretta? Badate che sia albania." E non dava mai un soldo, l'avaraccia, salvo il rispetto ai morti. "Berretta, la mia gatta l'avete vista?" Anche questa: gli era toccato qualche volta di girare mezza la casa dal solaio alla cantina, in cerca della gatta. Per cui se la sora Carolina gli avesse lasciato nel testamento cento, duecento, trecento lirette una volta per sempre, proprio niente di male. Don Giosuè Pianelli, il confessore della povera cristiana, gli aveva fatto capire che il suo nome era scritto su un foglio di carta. Cento lirette le aveva guadagnate soltanto a correre quel dì. Quando la Giuditta venne a dire che la sora Carolina pareva morta davvero nel suo seggiolone colla solita calza in mano, in cui aveva litigato fino all'ultimo la sua grande vitalità, bisognò subito correre ad avvertire il sor Tognino. Poi bisognò correre al Municipio per le formalità e aspettare due ore che i signori impiegati si degnassero di scrivere. Poi di nuovo bisognò correre alla Società anonima a ordinare la carrozza da morto; poi correre, gambe in spalla, a San Lorenzo, a combinare coi preti. E tira e tira, tra i preti che volevano la polpetta grossa e il sor Tognino che odia i preti, fu quasi una commedia in sagrestia. Poi correre ancora, auf! a recapitare una cinquantina di lettere coll'orlo nero ai quattro punti di Milano... e quando, finalmente, pareva che tutto fosse finito "Neh, Berretta" venne fuori a dire il sor Tognino fresco come un sorbetto "bisognerà che tu rimanga stanotte a far la guardia alla morta. Sul tardi verrò anch'io: ma intanto bada a non lasciar passare nessuno. Se vengono i parenti con un pretesto o coll'altro, tu di' che hai l'ordine di non lasciar passare nessuno, nes... suno, neh!..."

"Ho capito subito che cosa voleva dire con quel dito in aria. Ci vuol poco a capire che il signor Tognino ha paura dei parenti. La vecchia lascia un carro di denari, dei fondi, e un paio di case in Milano e convien sempre mettersi a tavola pei primi. Eredi legittimi non ne ha, ma c'è una nidiata di parenti pitocchi, e i corvi passano dove c'è odor di morto. Staremo a vedere anche questo. Che sugo però di obbligare un povero portinaio, stanco morto, a far la sentinella a un altro morto!"

Il Berretta si sforzò di ridere sulla sua facezia; ma il piccolo nitrito che uscì di sotto al bavero di vecchio pelo, risonando nella canna del camino, gli parve una tal voce che trasalì.

La stanchezza, la rottura degli occhi lo tiravano a dormire. La paura lo tirava invece a immaginazioni stupide, senza senso, che lo riducevano freddo e stecchito sulla sedia di paglia. Come tra due pettini di ferro spasimava e invocava l'ora che codesto sor Tognino benedetto si lasciasse vedere. Erano già le due; nevicava sempre.

"Che sugo," ripigliò sbarrando le pupille asciutte sulle braci, che gli ammiccavano dalla cenere "i morti non scappano mica. Che se, per una supposizione, la sora Carolina avesse bisogno di bere, io non sarei mai quel brav'uomo capace di portarle un bicchiere d'acqua. Uno può avere il coraggio di cento leoni, per un'ipotesi, e non sentirsi quello di litigare coi morti. Non è paura, è una... sollecitudine così. Mi contava un maresciallo dei carabinieri a cavallo, il quale... col quale…"

Uno scricchiolio secco di un vecchio mobile spezzò a questo punto le riflessioni del portinaio, che non trasalì, perché ormai l'uomo e la sedia facevano un pezzo solo, ma la vita precipitò sul cuore, come se si distaccasse a pezzi e a croste. Torcere il collo non poteva più per una dolente rigidezza dell'osso che si attacca alla spina dorsale, colla quale l'uomo sentivasi attaccato alla sedia, e colla sedia e colle gambe attaccato alla pietra del caminetto.

Era un silenzio di tomba. Parevan morti tutti a Milano, il freddo scendeva dalla canna del camino e infilava l'uomo per i piedi e per la bocca dei calzoni. La candela di sego col lucignolo che faceva il fungo nella fiamma, pareva anch'essa annoiata di far chiaro ai mobili del salotto, che appoggiati colle spalle alle pareti, mandavano di tempo in tempo dei gemiti di stanchezza dalle giunture.

"È ridicolo alla tua età aver paura dei morti" seguitò il Berretta con un burbero rimorso di coscienza. "È ridicolo: ma è pur vero che questo morire è una figura birbona. Oggi sei sano, vispo come un pesciolino, ti piace il vino bianco e la buona compagnia e domani flich, sei un brutto macaco non buono nemmeno per essere imbalsamato. Nemmeno buono a far legna, sei: ma un essere che puzza, sei; e ti casca il naso, ti cascano gli orecchi, Dio spaventato!"

La predica mentale fu interrotta un'altra volta da un passo che veniva su per le scale, urtando coi piedi nei gradini. Il passo si avvicinò all'uscio e andò oltre. Non era il sor Tognino. Di sopra abitava il cuoco di casa Mainona, che tornava spesso a casa collo spirito santo in corpo. Vi abitava anche una cantante, che da un pezzo non cantava più, se pure aveva mai cantato qualche cosa la bella e incipriata sora Olimpia. In certe ore vi andava un vecchio colonnello... Una volta ci andava anche il sor Lorenzo, quel caro figliuolo del sor Tognino, detto il Bomba; e così mentre da una parte il padre avaro sparagnava il centesimo, tirando la pelle in capo agli operai, il Bomba gettava i marenghi in questo pozzo. A padre avaro figliuolo prodigo, a padre furbo figliuolo bislacco. È una legge così, è una tragedia così, la vita. Di sotto una vecchia di ottant'anni che fa la sua ultima smorfia sull'assa, colle gambe in due calze lunghe di filugello, e di sopra la bella Olimpia che canta e che non canta...

Un gran colpo di vento scosse le imposte della finestra, la neve picchiò nei vetri, il turbine ululò in gola al caminetto. La fiamma della candela posta sul caminetto, cedendo al filo d'aria, allungò l'anima sullo stoppino. Il Berretta stava ancora brontolando: soffia, scoppia... quando un altro urto di vento spalancò furiosamente le gelosie nella camera della morta.

I becchini non avevano che avvicinate le gelosie per lasciar corso all'aria, e ora la neve, portata dentro da quel demonio di vento, fioccava quasi addosso al cadavere.

"Sacco rotto!" bestemmiò il portinaio "anche questa! Ma se la sora Carolina ha freddo, non so proprio che cosa dire. Vada lei a chiudere: per me non mi muovo. Fossi bestia! già, non piglierà la tosse lo stesso."

E preso al fascino di questa nuova e strana fantasia, cominciò a dispetto della sua volontà, a immaginare che la morta scendesse veramente dal suo letto di legno, si accostasse alla finestra a chiudere: poi tornasse indietro a prendere la candela in terra, aprisse l'uscio del salotto, cacciasse il capo nello spiraglio, agitando l'enorme cuffia sfarfallata, colla bocca aperta e indurita a un oibò!... Era un fascino maledetto, seducente, irresistibile e se lo creava lui quel tormento birbone per una specie di voluttà poetica; ne soffriva orribilmente ma non poteva sottrarsene.

"Sei qui?"

Il Berretta mandò fuori un ululo d'uomo strozzato...

Era il signor Tognino.

"Pazienza, mi ha fatta una..." e non ebbe la forza nemmeno di nominarla.

Il padrone era entrato così repentinamente nel mezzo delle sue idee, che queste trabalzarono come i bicchierini sopra un vassoio, a cui un matto appioppi un pugno di sotto.

A tutta prima il portinaio stentò a riconoscere il suo padrone di casa. Invece del consueto paltò col bavero di castoro e del solito cappello duro portava indosso in questa delicata escursione notturna un mantello bigio a pieghe fitte e pesanti e in testa aveva un cappello molle di campagna a tese larghe. Mantello e cappello erano pieni di neve.

"Finalmente!" ripeté il portinaio, levandosi col dolore d'uno che si schiodi da un'assa. "Credevo che non venisse più stasera."

"Fa del fuoco, fa del fuoco" brontolò stizzito il padrone.

"Vado fuori a pigliare qualche fascinetta..."

Il Berretta accese l'altra candela che stava sul camino e uscì, mentre il signor Tognino, scrollata la neve dalle spalle e sbattuto il cappello contro la schiena della sedia, buttava la roba sul tavolo e andava a sedersi davanti al caminetto per riattizzare un po' di fiamma.

Era un uomo di sessantatré anni, con una testa piccola, quadra, intelligente, i capelli non bianchi del tutto, il viso secco e colorito, d'una magrezza solida e risoluta che tradiva dai lineamenti sciupati il giovane galante d'altri tempi. Gli occhi piccini di un grigio freddo e duro guardavan sempre diritto, come quelli di un cocchiere che ha nelle mani dei cavalli cattivi su per una strada cattiva. Due modesti baffi quasi bianchi, d'un pelo duro e regolato, coprivano una bocca sottile senza labbra.

Vestiva con la trascurata proprietà d'un uomo d'affari, che può spendere e vestirsi bene, ma non ha tempo di spazzolarsi e di star sull'etichetta.

Tognino era primo cugino della defunta Carolina e da qualche tempo suo amministratore, suo factotum e suo braccio destro nei mille affari d'una grossa azienda domestica.

La Ratta, vedova d'un capo-mastro arricchitosi ai tempi dell'Austria con gli appalti militari, possedeva una bella sostanza valutata sulle quattrocentomila lire, parte in case, parte in titoli bancari, parte in fondi a San Donato presso Chiaravalle.

La vecchia Carolina nei quarant'anni di vedovanza aveva fatto dei risparmi, senza troppa fatica, largheggiando in elemosine, sostenendo la causa del sommo Pontefice, incoraggiando dei giovani sacerdoti, e favorendo colla sua pietà tutte quelle istituzioni che mirano specialmente a far guerra ai framassoni. Negli ultimi anni aveva finito col cadere in mano ai preti; ma furba la sua parte, cresciuta com'era in mezzo agli affari, quando capì che i preti e il famoso avvocato Baruffa, tutta roba dei preti anche lui, miravano a tirare troppo l'acqua al loro molino, un bel dì mandò a chiamare il cugino e gli disse:

"Guarda un po', Tognino, io sono vecchia ma non voglio morire minchiona. Non ti pare che l'avvocato abusi della mia fiducia?"

Tognino non stentò a trovare capi d'accusa, si fece autorizzare e a poco per volta tolse di mano al Baruffa tutta l'amministrazione; non solo, ma gli fece capire che sarebbe stato utile alla sua fama e alla sua dignità di non opporsi alla volontà dei parenti: lo mise, insomma, delicatamente alla porta.

Poi, suscitando le speranze dei Maccagno e dei Ratta, dimostrando alla vecchia cugina che frati e preti minacciavano di mangiarla viva, ridestando in lei degli scrupoli per riguardo ai parenti più bisognosi, ch'era ingiustizia abbandonare, riuscì ad avere in mano una procura legale, che l'abile affarista adoperò come una solida spada. Fece ai preti, a don Giosuè, a don Felice un'aria poco respirabile; mandò via una certa Santina, una bigotta messa in casa a far la spia, e prese al servizio una certa Giuditta di piena sua fiducia. Aprì la porta ai parenti più miserabili, ch'egli presentò alla decrepita cugina con parole affettuose, ottenendo da lei oggi un sussidio per una povera donna partoriente, domani una limosina per un infermo, o dei prestiti o dei riscatti di pegno, guadagnando la simpatia e la popolarità di tutti i Ratta più rosicchiati dalla miseria. Quando il figlio d'un Giacomino Ratta celebrò la prima messa nell'oratorio degli Angeli, Tognino volle assistere come padrino a nome della vecchia benefattrice, quantunque da cinquant'anni non vedesse più un Cristo in croce, e seppe tanto fare che passò per un mezzo santo.

Tre volte la settimana menava in casa Aquilino Ratta, uno dei veterani del quarantotto e ora vice-ricevitore in un banco del regio lotto, uomo pieno di rispetto, e lasciava che il buon parente divertisse la vecchia ottuagenaria colle storie dell'assedio di Venezia e delle varie combinazioni con cui si può vincere un terno. Alla sera Aquilino e la Giuditta lo aiutavano a fare il quartetto a tarocco, un gioco vecchio e sempre nuovo, in cui la Ratta, quantunque le carte le svolazzassero di mano da tutte le parti, era una birbona matricolata. E mentre si giocava, Tognino, ch'era stato uomo di mondo, contava o ricordava molte storie del suo buon tempo, quand'era di moda portare i calzoni bianchi e il panciotto di piqué, quando c'erano i bei veglioni alla Scala e il risottino alla milanese, dopo il veglione, al famoso caffè della Cecchina.

Attingendo agli aneddoti dei "Cento Anni" del Rovani, il bravo cugino sapeva con brio suscitare nei morti sensi della vecchia bigotta l'eco di reminiscenze che risalivano ai baccanali della Cisalpina e della famigerata compagnia della "Teppa". L'aneddoto lesto, raccontato con spirito, senza mai urtare la religione cattolica e il sommo Pontefice, strappava alle volte dal petto della paralitica un cachinno asmatico e strascicato, rotto da colpetti di tosse che davano il rimbombo d'un cembalino scordato e lasciavano nelle profonde rughe della sua faccia accartocciata e morta una sgocciolatura di lagrime contente.

Era in questi istanti di serenità, specie dopo certi pranzetti, in cui la Ratta aveva fatto onore al così detto latte dei vecchi, che Tognino le dava a firmare delle note, dei conterelli, delle quietanze. E così andarono avanti benissimo le cose quasi più di tre anni.

Solamente negli ultimi tempi l'uomo aveva trascurato un poco la vecchia cugina e gli affari, grazie al matrimonio del figliuolo e a cento altre faccende che assorbirono le sue giornate; poi si dette il caso che verso la fine di dicembre dovette recarsi come giurato a Lodi in un interminabile processo. Un gusto! Proprio in quei giorni la vecchia Ratta ebbe il primo urto della morte. Chiamato in fretta il canonico don Giosuè Pianelli, suo confessore, ricevette i santi sacramenti.

Sul punto di battere alla gran porta dell'eternità, tocca e spaventata dalle parole del canonico, le parve di aver diffidato troppo dei vecchi amici, di aver creduto troppo alle parole di Tognino, di aver tradito le pie istituzioni di beneficenza. Lì per lì, sul tamburo della morte, don Giosuè suggerì un codicillo che in nome della santissima Trinità distruggeva quelle qualsiasi disposizioni che avesse potuto dettare o sottoscrivere negli ultimi tre anni e richiamava in vigore un testamento del 1878, già consegnato all'avvocato Baruffa. Don Giosuè scrisse la rettifica sopra un foglio di carta comune e corse in cerca di un notaio. Ma nel frattempo arrivò da Lodi tutto trafelato il cugino, a cui la Giuditta aveva mandato tre telegrammi.

Credeva di trovare la cugina agonizzante e invece vide che stava meglio. Sicuro! la consolazione morale di ricevere i sacramenti e di compiere un atto di riparazione aveva fatto tanto bene alla malata, che il giorno del santo Natale poté ancora assaggiare la sua fetta di panettone nel vin bianco. La Giuditta mise a parte il padrone della manovra dei preti, ma non seppe dire se la vecchia avesse o non avesse firmata la carta. La vigilia dell'Epifania, dopo un'agonia in cui la morte ebbe a sudare tre camicie, la buona cristiana in compagnia dei tre Re Magi andò a trovare il suo Ratta in paradiso, se pur ci vanno in paradiso gli appaltatori.

Il Berretta tornò con un fascetto di legna, s'inginocchiò davanti al caminetto, e cominciò a soffiare nel fuoco, gonfiando le ganasce. Presto la fiamma si risvegliò, riempì il camino e ravvivò la stanza.

"C'è stato nessuno?"

"Nessuno."

"Che cosa voleva Aquilino?"

"Che Aquilino?"

"Il vice-ricevitore del lotto. L'ho visto sulla porta verso le cinque."

"Voleva vedere la morta."

"E tu, asino, l'hai lasciato passare?"

"Niente passare. Ho detto che non avevo le chiavi."

"Però c'è stato don Giosuè."

"Quest'oggi non l'ho visto."

Il signor Tognino, carezzando coll'ugna del pollice l'orlo dei baffi (era un suo movimento naturale nei momenti di riflessione), lasciò cadere lo sguardo sul portinaio, che gli stava davanti inginocchiato nella luce viva della fiamma. Era un occhio abituato a pesare gli uomini, che non sbagliava quasi mai, come non sbaglia l'occhio d'un vecchio mediatore nel calcolare il peso di un fascio di legna.

"E l'avvocato Baruffa non è venuto?"

"Mai..."

"Non c'è stato nemmeno un tale dalle gambe lunghe, un giovinotto smorto, senza barba, con un occhio bianco, più grosso dell'altro?..."

"Gamba lunga? Occhio bianco?" ripeté lentamente il Berretta, crollando il capo.

"Pare anche lui un mezzo prete, o un mezzo avvocato."

"Uhm, non l'ho visto."

"Un certo Mornigani; lo chiamano precisamente el mèz avvocat..."

"Non lo conosco."

"Aquilino che cosa ti ha detto?"

"Mi ha domandato l'ora dei funerali. Gli ho detto: domani alle nove e mezza."

"E la Santina che cosa è venuta a fare?"

"Che uomo!" pensò in fretta prima di rispondere il portinaio "che diavolo d'uomo!" Poi soggiunse a voce alta: "La Santina voleva ritirare alcune sue robe. Dice che la padrona le aveva lasciato un anello con un diamante."

"E tu, bestia, l'hai lasciata passare?"

"Ha fatto il diavolo sulle scale, ma io son stato agli ordini. Nix per passare."

Il padrone tornò a fissare gli occhi acuti e fini sulla nuca del Berretta e sul rovescio delle sue larghe orecchie trasparenti alla luce del fuoco. Vecchio strologo di uomini, credeva di saper scoprire dai movimenti della collottola gli sforzi di una coscienza.

Tenne dietro un mezzo minuto di silenzio, durante il quale i due uomini stettero ad ascoltare il muggito e il crepitio della vampa, che riempì la bocca del caminetto. Quindi il padrone uscì a dire:

"Chi va adesso da Olimpia?"

"Gente ne passa sempre. Cantanti, impresari, gente da teatro."

Il padrone fissò gli occhi nel fuoco e lentamente, come se arrischiasse una parola, domandò:

"È vero che ci torna ancora qualche volta il mio Lorenzo? "

"Io non l'ho visto più dopo che ha fatto giudizio."

"Guarda che se gli tieni mano…"

"Sor Tognino, che cosa dice?" interruppe con fiera dignità il portinaio, facendo un mezzo giro sui ginocchi.

"Ben, ben... uomo avvisato!... Adesso, metti un altro pezzo di legna sul fuoco e apri bene gli orecchi che ho un'altra cosa a dirti."

Il Berretta obbedì e pensò intanto:

"Che cosa avrà ancora questo demonio d'uomo?"

Il padrone, dopo essersi un poco fregate le gambe, picchiò colla mano due colpetti brevi sulla spalla del portinaio, e riprese a dire:

"Dalla cantina della mia povera cugina sono scomparse dal settembre a questa parte circa trenta bottiglie di vecchio barolo e mancano tre o quattro fasci di legna forte. Io ho le prove in mano che questa roba fu rubata e che il ladro è in questa casa. Sentiamo un po' che cosa ne sai tu, il mio galantuomo..."

"Io, io non so niente" balbettò il Berretta, alzandosi, appoggiando una mano alla pietra del camino, grattando coll'altra i pochi capelli ruvidi. E aggiunse mentalmente questa riflessione: "Stavolta è la Giuditta che ha parlato".

"Allora" ripigliò l'altro, soffiando sulle parole una specie di sorriso ironico "allora se tu non sai nulla, io sono più fortunato di te, perché so dove bottiglie e legna sono andate a finire. E siccome di ladri in casa mia non ne voglio, così domani farò la mia brava deposizione alla Questura."

"O caro signor Tognino, non mi rovini, per carità" proruppe il Berretta, congiungendo le mani in atto di supplica.

"Ah, tu non sai nulla…"

"Per i miei poveri morti, per l'anima di quella povera donna, dirò tutto, pagherò tutto, ma non mi faccia, per amor di Dio, questa brutta figura. Servo da trent'anni e non ho mai toccato..."

"L'acqua piovana..."

"Posso quasi giurare..."

"Non hai mai rubato un pilastro, tu: ma il vino ti piace e se è buono meglio."

"Se mi lascia dire confesserò tutto. Sono un uomo onesto."

"Quando non hai sete..." insistette il padrone colla crudeltà di chi piglia a tormentare con una lesina un topo preso vivo nella trappola.

"I casigliani possono far fede che non ho mai toccato un soldo a nessuno."

"Un soldo no, ma trenta bottiglie di vin vecchio a tre lire la bottiglia, fanno quanti soldi? E la legna è venuta da sé a farsi bruciare?"

"Allora dica che vuol la mia morte e addio!" esclamò il Berretta, asciugandosi la fronte madida d'un sudor freddo. "Non sa che mi ammazzo, se mi fa questa figura? Io giuro, presente cadavere, mi ammazzo."

"Non hai pensato, o gola lunga, che quel vino poteva farti male? non hai pensato che devi il buon esempio a tuo figlio?"

"Sor padrone, sor padrone, mi senta; io son qui in ginocchio" e il Berretta s'inginocchiò un'altra volta e alzò le due mani in atto di santo martire. "Servirò per nulla fin che campo, fin che non avrò pagato tre volte il mio debito: ma per carità, non dica nulla al mio Ferruccio. Non mi faccia questa tremenda figura davanti a quel bravo ragazzo."

"Capisco che ti deve dispiacere che Ferruccio sappia queste tue prodezze. È un buon giovinotto che ha bisogno di farsi una posizione e non è certamente una raccomandazione l'avere il papà al cellulare."

"O Madonna santissima, non lo dica nemmeno..." singhiozzò il povero Berretta.

"Io potrei far del bene a questo tuo ragazzo. A Natale gli ho dato sessanta lire e potrò dargliene di più, ma non per merito tuo, birbaccione."

"Sono stato così malato st'inverno e la povera anima, a nominarla come viva, non dava mai niente."

"E hai voluto pagarti da mugnaio."

"Ho fatto male, non dico, ma per un po' di vino non si ammazza mica un uomo, angeli custodi!"

"Basta, non voglio altro. Se tu mi darai una prova sicura..."

"Non vede che piango come un ragazzo?"

"Le tue lagrime non valgono il mio vino: ma se potrai darmi una prova seria, con giuramento..."

"Son pronto a giurare sull'anima mia."

"Allora, va, chiudi bene l'uscio della scala, tira innanzi una sedia, e ascoltami."

Il Berretta, rianimato dal tono più dolce con cui gli parlava quell'uomo tremendo, corse e girò la chiave dell'uscio, accostò una sedia al camino, sedette, appoggiò le mani sui ginocchi e ancor tutto tremante stette a sentire.

Il padrone con voce fredda e precisa, senza distaccar gli occhi dal fuoco, cominciò:

"Ora io vado di là a cercare una carta che mi interessa, ma tu devi giurarmi prima che non dirai a nessuno ch'io sono stato qui stanotte. Vedi questo foglio di carta?" e glielo mise sotto il naso. "Qui è scritta la denuncia del furto delle bottiglie, eccetera. Un avvocato mi ha detto che, trattandosi di un furto qualificato di un valore superiore a cento lire, con uso di chiave falsa, il reo non potrebbe cavarsela con meno di due anni di reclusione. Vedi, Berretta? io posso buttare questo foglio sul fuoco..."

"Lo butti, in nome della benedetta Madonna!" pregò l'altro, alzando le mani.

"No, questa sarà la mia garanzia. Se tu ti lasci scappare una parola di quel che vedi e senti stanotte, sai quel che ti spetta."

E intascò la carta.

"Faccia conto che io sia un uomo morto."

"Per quante domande ti possa fare don Giosuè, l'avvocato Baruffa, Aquilino Ratta, la Giuditta, il mio Lorenzo, il tuo Ferruccio, o il mezzo avvocato... tu, tu non sai niente, non hai visto niente."

"Niente, niente" ripeté il Berretta, chiudendo gli occhi e spazzando l'aria colle mani davanti a sé.

"Ci sarà della gente che ti offrirà del denaro per farti cantare: ma tu sarai muto come questo sasso..."

Il signor Tognino toccò tre volte col dito il marmo del caminetto.

"Come questo sasso, lo giuro: ma non mi faccia una brutta figura. O poveri morti, due anni di reclusione!"

"Ben, sta zitto e tien vivo il fuoco. Ora vo di là."

Il signor Tognino prese uno dei lumi, e girata la chiavetta nella toppa, entrò nella camera della morta, lasciando solo il portinaio davanti al fuoco.

L'ombra sconnessa di quest'uomo rannicchiato sulla sedia, sbattuta dalla fiamma sul soffitto, e ballonzolante alle scosse del fuoco sui marmi e sui mobili, poteva dare un'idea dello stato d'animo e dell'agitazione di tutti i suoi pensieri, che guizzavano senza ordine e senza contorno nel suo povero cervello. Egli conosceva il sor Tognino, e sapeva che con quel carattere non c'era da scherzare. Aizzato negli interessi, il vecchio signore diventava una tigre. L'aveva visto sulle furie il giorno che colse la povera Santina in atto di far la spia dietro l'uscio; misericordia! se non la pigliò a colpi di piede, fu merito della donna, che seppe infilar l'uscio e le scale. Ma dovette far fagotto e andarsene col salario in mano, dopo quasi quindici anni di servizio. Che cosa arresta l'uomo aizzato nel suo interesse? che cosa arresta il toro quando vede rosso? Come, quando, aveva scoperta questa faccenda delle trenta bottiglie? e dire che egli non s'era manco accorto di berne tante... Lo bevevano tutti quel vino, lo beveva anche la Giuditta: e veramente la vecchia Ratta non poteva portarselo via nella cassa: e quando un pover'uomo è malato, e passa la sua vita in una tana scura e umida, se cede a una tentazione, Dio spaventato, non si dovrebbe parlare di furto qualificato e di cellulare!... E ora che cosa andava a fare, lui, nella stanza della morta?

L'altro, rinchiuso colle spalle l'antiporto, si fermò sulla soglia un momento, sollevò il lume, cercò la sua morta.

La vecchia Ratta giaceva supina sul letto, col volto sprofondato nelle crespe della cuffia, colla povera gonnella indosso, da cui uscivano le gambe sottili, colle mani legate sul ventre, ferma, fissa in quella rigidità quasi violenta che pigliano i corpi nei momenti che presentono l'ultima distruzione.

Il signor Tognino, abituato a veder la vecchia cugina raggomitolata nella sua poltrona in preda a una tremolante convulsione, non poté sottrarsi a un senso di stupore, rivedendola a un tratto tanto ingrandita sul suo letto di morte; e suo malgrado fu tratto a riflettere qualche cosa su questa stupida commedia della vita, senza però sprofondarsi troppo nella filosofia, ciò che non era nella sua natura, anzi sforzandosi d'infuriare dentro di sé contro gli imbecilli che non avevano ben chiuso e lasciavano che la neve entrasse dalla finestra.

La neve, fioccando nello spazio aperto, aveva già coperto il pavimento presso il candeliere in cui la candela benedetta, ridotta agli estremi, sbrodolava da tutte le parti. Collocato il lume sopra uno stipo, andò a chiudere in fretta i vetri e accostò con una certa furia le due imposte di legno, non osservando nel venir via che una di queste, respinta dal contraccolpo e dall'elasticità stessa del legno, tornò a poco a poco a lasciare un vetro scoperto, in modo che un curioso avrebbe potuto, supponiamo il caso, da una finestra del cortile spiare comodamente nella stanza.

Evitando, per un senso di rispetto, di guardare in faccia alla morta, trasse di tasca un mazzo di piccole chiavi e cominciò ad aprire il vecchio scrigno di mogano, di un bello stile napoleonico, ornato di massiccie borchie di bronzo dorato, nel quale la cugina custodiva gelosamente le gioie della sua giovinezza e le sue carte più preziose. Egli conosceva il mobile più che l'anima sua. Aprì, fece scattare i segreti, cavò fuori i tiretti, correndo presto coll'occhio prima ancora che arrivasse la luce della candela. Da un cassetto levò un grosso astuccio di cui seppe far saltare la molla, afferrò colla sinistra tutto il barbaglio d'oro e di brillanti che riempiva il logoro damasco, intascò tutta sta bella roba come avrebbe fatto con un moccichino; mormorando mentalmente:

"A buon conto".

Posto il lume nel mezzo del mobile, la mano continuò ad aprire e chiudere. L'occhio entrava dappertutto, scivolando, inventariando, seguito da un pensiero non meno svelto dell'occhio che, infilando roba su roba, sommava, computava, registrava tutto in un certo libro. Ma non era venuto per la roba stasera. Era venuto per la carta, se veramente la vecchia aveva sottoscritta una carta, come dubitava la Giuditta. Visto e accertato che nello scrigno non c'era nulla d'importante, chiuse dappertutto, tolse un'altra chiavetta e cominciò ad aprire i tiretti d'un canterale pure di mogano, del medesimo stile dello stipo.

Nel primo tiretto trovò una sterminata quantità di calze, ripiegate, sciolte, irrigidite dal bucato, rattoppate, da rattoppare. Entrò colle due mani in quel caos di calze, smosse, palpò, ghermì quella che dette un tintinnìo, la rovesciò sul marmo del mobile... Con un rumorio squillante di gioia cento o centocinquanta vecchie doppie di Genova, d'un bell'oro giallo, uscirono dal pedule e si schierarono in fila, irritando Tognino, che cercava la carta, che, stizzito, votò tutto quel giallo nel tiretto, chiuse respirando forte a denti stretti: aprì l'altro tiretto... Che gl'importava delle doppie e dei marenghi? per lui era più una questione di puntiglio.

La carta voleva!... E siccome aveva in testa che una carta ci doveva essere, secondo ciò che aveva riferito la Giuditta, così cominciava a irritarsi di non trovarla subito. Aprì un altro cassetto, dove la padrona teneva la biancheria. Entrò con le due mani in questa roba coll'avidità, colla nervosità di un gatto che graffia un canestro chiuso pieno di pesci.

Anche in mezzo alle camicie e ai corsetti non c'eran carte. Aprì allora il terzo cassetto, l'ultimo, che depose sul pavimento, quindi piegato il ginocchio, mentre colla sinistra faceva chiaro, coll'altra mano toccò, palpò, agitò, sconvolse la roba: giubboncini di lana, cuffie di renza e di tulle, gonnelle di varie stoffe, sottovesti, una quantità di vecchi guanti, borsette, manichette, scapolari, boccette d'acque odorose, mozziconi di candela benedetta... tutta roba che la mano eccitata dalla passione scrollò nell'aria, ributtò con rabbia, per tornare di nuovo a toccare, a palpare, a premere. Non c'era uno straccio di carta a pagarlo un milione. Si fermò a riflettere. Che i preti avessero ritirata la carta per farla saltar fuori a tempo opportuno? ciò era in contraddizione con quanto aveva riferito la Giuditta, alla quale pareva di aver visto a firmare una carta, ma da quel momento nessuno aveva accostato la vecchia padrona, tranne lei e il sor Tognino. O la Giuditta aveva fatto un sogno o la carta doveva essere in casa.

Intanto il Berretta, cogli occhi addolorati dalle lagrime, sempre fisso nel fuoco non poteva a suo dispetto non sentire il rimestare e il tabussare che faceva il padrone nella stanza della morta. Parlando al fuoco con l'aria di canzonatura, disse (tra sé, s'intende): "Ecco il galantuomo che vuol mandar me al cellulare per una dozzina di bottiglie... ah!" e allungò un muso che non seppe più disfare.

La notte, cessato quasi subito il vento, ricadde nel freddo silenzio di prima.

Unico rumore era il rimestare, l'aprire, il chiudere che faceva quel diavolo d'uomo, con nessun rispetto al cadavere, accecato dalla cupidigia della roba, più ladro lui cento volte in quel momento che non possa esserlo in cento anni un poveraccio di portinaio che patisce la sete. Ma così va il mondo. O non bisogna rubare o bisogna rubar bene. La discrezione è l'asinità dei ladri.

Rimesso a posto non senza qualche stento il cassetto, l'altro si alzò col corpo indolenzito, girò gli occhi per la stanza, li fissò sul letto, sul corpo della cugina, che giaceva colle mani legate nella sua impetuosa immobilità, sentì il freddo della notte cadergli addosso e col freddo un risentimento d'indignazione, che aveva bisogno di scatenarsi sopra qualcuno. Si mosse, tornò in salotto, e stette un momento in mezzo alla stanza come perduto e sconcertato ne' suoi pensieri.

"Tu hai ricevuto del denaro" uscì un tratto a dire con furia irragionevole, correndo sopra il Berretta, che trasalì, vedendolo comparire così livido e stravolto. "Tu sai che c'è stato don Giosuè uno di questi giorni, ma ti hanno pagato a tacere. Giura un po' che non ci fu don Giosuè stasera."

"Caro sor Tognino," rispose il Berretta colla voce del fanciullo che piange "lei può dire che ho ammazzato quella povera donna."

"Andiamo, non farmi delle commedie" soggiunse il padrone più rabbonito. "Non sai che mia cugina abbia sottoscritta una carta?"

"Gesù, come posso saper io..."

"Vuoi guadagnare qualche cosa subito? devi aiutarmi a cercare una carta che mi preme. Si tratta forse di un intrigo e di un tradimento a danno della povera gente e dei parenti, capisci? Vieni di là, immagino dove è la carta, ma non posso cercarla da solo. Fammi chiaro."

Alle scosse violente il Berretta trascinato da quella forza che s'impadronì della sua volontà, dopo aver girato gli occhi trasognati, barcollando come un ubbriaco, mosse i piedi, prese il lume dalla mano del padrone, andò dietro a quel demonio incarnato che lo tirava per la camicia, che gli parlava quasi senza voce col fiato, cogli occhi, si fermò sull'uscio, mentre gli orecchi fischiavano come il vapore. Una volta ancora si sentì tirato innanzi, spalancò gli occhi per veder fuori e scorse il padrone in ginocchio nella stretta del letto, che cacciava la mano tra i materassi, dando certe scosse alla donna... Chiuse gli occhi. Era... era un'infamia, un sacrilegio, per la roba, manomettere i poveri morti. No, Gesù non si può, non si deve in coscienza benedetta!

"O Signor, Signor..." sospirò stillando ad una ad una le sillabe con un brivido di raccapriccio.

L'altro gli rispose con un soffio di noia.

Nel cacciare le mani sotto il materasso aveva sentito qualche cosa di nascosto.

Bisognava mandar via il portinaio, che scrollando la candela con scosse di paralitico buttava sego dappertutto e pareva sul punto di cadere in terra sfasciato.

"Non c'è nulla, tanto meglio così... Avevo sospettato un tiro. A ogni modo non dire a nessuno che son venuto a cercare. Va a prender dell'aria, Berretta, e in quanto alla denuncia sia per non detto, ma guarda che io so tutto, che a me non la si fa. Va a dormire adesso. Resto io fino a domani. Ho piacere che non ci sia nulla; ma avevo motivo di dubitare. Su, su, non hai ammazzato nessuno, perbacco! Non dirò nulla della faccenda delle bottiglie al tuo Ferruccio; ma segreto per segreto va bene? E se mai vedessi che il mio Lorenzo ripiglia a passare di qui, metto sulla tua coscienza l'obbligo d'avvertirmene, ve'... O che ora non conosci nemmeno l'uscio?"

Il sor Tognino rise un poco freddamente, mentre apriva l'uscio di scala e spingeva fuori con una certa furia amorosa il più spaventato degli uomini. Gli mise nelle mani il candeliere, chiuse l'antiporto colla chiave e venne di nuovo a sedersi al caminetto, aprendo le mani al fuoco, coi tratti del volto induriti e contraffatti a un amaro sogghigno, fisso a una cosa sola, che nella rigidezza della mente non sapeva esprimere che con una sola parola con penosa e irritante monotonia: "la carta la carta la carta..." Questa non poteva essere che là, tra un materasso e l'altro.

Rimasto a tu per tu colla morta, non avendo ora da fare che con lei, con lei sola, si accorse che anche i morti hanno della forza. In certi casi ne hanno forse più dei vivi. Un vivo lo puoi battere e ammazzare: ma un morto no. Questo nella sua rassegnata impassibilità ti si stende davanti e ti sfida. Forse siamo noi che gli diamo la forza e che lo armiamo delle nostre paure; o è lui che ci disarma là dove la natura è più forte, nell'orgoglio. Non era filosofo abbastanza per risolvere, e neanche per proporsi delle questioni di questo genere: ma se le sentiva addosso, sotto la forma di un malessere che non si sa da dove viene, ma che tiene il corpo in brividi. Si pentì d'aver mandato via il Berretta, che colle smorfie irritava gli spiriti e rendeva almeno grottesca la paura.

Palpando nei materassi gli era capitato di sentire sotto la mano il grosso e il liscio d'una certa borsa di seta, che la povera Carolina era solita portare sul braccio e recare tutte le sere in letto, con dentro, insieme al manuale di Filotea, le più care e gelose memorie, in mezzo ai gomitoli e alla calza. Gliel'aveva vista sul braccio fino agli ultimi momenti, e là dentro, senza dubbio, bisognava cercare il documento, se Giuditta non aveva visto male. La curiosità non ammetteva indugio e titubanze.

Saltò in piedi di scatto, prese di nuovo il lume, traversò la stanza, pose il ginocchio in terra, ficcò la mano sotto, dove aveva sentito prima il grosso, tirò...

Il corpo oscillò sul suo duro giaciglio e mentre Tognino si alzava colla candela in una mano, la preda nell'altra, l'ombra grande della cuffia che il lume prima proiettava sul soffitto, svolazzò abbassandosi sulla parete, si sciolse e lasciò vedere un enorme profilo umano, un fantasma che balzò al capo dell'uomo e l'avviluppò come l'ombra d'un uccellaccio. Fu un colpo di pietra al cuore: ma subito il vivo riprese vantaggio. Alzò il lume, sprofondò l'ombra sfigurata, si volse dall'altra parte, buttò la borsa sul cassettone, ne sciolse i cordoni, la sventrò di tutte le anticaglie che conteneva e vide uscire santini, corone, occhiali, gomitoli; e finalmente una carta ancor fresca, piegata in quattro, che Tognino ghermì, svolse, portò sotto la fiamma.

Era una scrittura grossa, sconnessa, traballante che cominciava precisamente nel nome della santissima Trinità e sotto, dove corse l'occhio saltando il testo, uno scarabocchio di firma, il solito "Carolina Ratta", che visto da lontano dava l'idea d'uno scorpione schiacciato, colla sua bella data fresca vicina, tutto in perfettissima regola. E lo scritto, forse copiato da un modello, diceva… Provò a leggere qualche cosa di quelle cinquanta righe, ma alle prime parole gli occhi si fecero pieni di sangue, le lettere balzarono fuori dalla carta, un gruppo di biscie lo morsero alla gola, mentre due piccole lagrime di veleno uscivano a irritare le pupille. Con un secondo sforzo afferrò il senso, e il primo atto fu di voltarsi verso la morta, e la guardò con occhi cattivi come se la provocasse. Che parole gli venissero alla bocca non si può dire perché più che parole erano frantumi d'immagini e di sensi, impastati tutti insieme sotto il peso d'una collera terribile. Finì col sorridere e ciò lo sollevò.

Quando Tognin Maccagno tornò il solito Tognin Maccagno, ripiegò lentamente la carta in quattro, se la cacciò in tasca accanto alla denuncia che doveva mandare il Berretta al cellulare. Raccolse con calma, fin con precisione i gomitoli, gli occhiali, i santini, ne riempì di nuovo il ventre della borsa, tirò i cordoni, l'attaccò alla maniglia dell'uscio e uscì mormorando in fondo dell'anima una frase scomposta e indecisa, qualche cosa che mirava ad augurare la buona sera... e tornò nel salotto.

"Svelti i pretoccoli!" fu la prima espressione che dal guazzabuglio di tante sensazioni uscì con una formula logica.

Buttò un'altra fascinetta sulla brace, e nel crepitìo allegro della fiamma colorita, rallegrò, riscaldò gli spiriti, dissipò le ombre e il ribrezzo.

"Svelti i pretonzoli!" tornò a dire mentalmente, corrugando nella piccola fronte un fascio di rughe.

E dunque un uomo furbo come lui aveva lavorato tre anni a salvare la sostanza Ratta dalle mani degli intriganti: un uomo abile come lui aveva ristaurato una ricchezza che dilagava come un vino prezioso da una vecchia botte fessa; per tre anni egli aveva sopportato le più strambe fantasie d'una vecchia bisbetica, diviso con lei i suoi pranzi di magro e i due soldi delle eterne partite a tarocco; si era fatto odiare e maledire per venire a questo bel costrutto, che un pezzo di carta, richiamando in vigore il testamento del '78, la dava vinta all'avvocato Baruffa e lasciava il sor Tognin Maccagno con tanto di naso. Oltre il danno, si vide davanti la bocca larga di don Giosuè Pianelli, e a questa idea della canzonatura, lo spirito selvatico si arruffò... Ma il più dannato era il pensiero di dover rendere dei conti a questa gente, di dover forse restituire ciò che non si poteva più restituire... Carta per carta, valevan di più quelle che da sei mesi egli aveva consegnate al notaio Baltresca.

La fiamma, dopo aver avviluppato il grosso della fascinetta, scoppiò in una vampa rossastra che vibrò e ruggì nella piccola gola, riempiendo il salotto di vita e di calore, ammaliando colle sue lingue serpentine il vecchio affarista, che data un'occhiata intorno, cacciò la mano nella tasca di sotto. Le due carte uscirono insieme: confrontò alla luce del fuoco, ne scelse una, e obbedendo a uno scatto nervoso, vide il bianco nel fuoco prima che avesse deliberato di buttarvela. Le fiamme mordevano il cartoccio, destando nell'uomo quasi un senso di meraviglia. il cuore d'acciaio picchiò cinque o sei colpi, la bocca si storse a un sogghigno senza gioia, le mani si apersero irrigidite e si aggrapparono alle due gambe anteriori della sedia, come se cercassero un appoggio. La carta ripiegata in quattro resistette più che poté alle lame taglienti, si accartocciò sugli angoli, mostrò nella brace purpurea i graffi della scrittura, ma la santissima Trinità non poté impedire che una sostanza di quasi quattrocento mila lire, scritta in quel foglio, diventasse per chi l'aveva scritta un pizzico di carbone.

Tognino Maccagno rimase a contemplare indurito in un senso di stupore quel pugnetto di carta nera, che si ostinava a star compatta in bocca al fuoco, mostrando i segni rossastri della scrittura. Era un acre piacere che lo inchiodava a contemplare gli avanzi di un tradimento. Tradimento di chi? non andò a cercare. Prese le molle e con un colpo violento sfondò sparpagliò, confuse, scombuiando nella cenere e nel fuoco la carta che mandò molte piccole anime nere su per la canna.



2. IL FUNERALE

Il giorno dopo, con un tempo umido e freddo, il portico, l'andito, la portineria, la scala furono fin dalle prime ore pieni di gente accorsa a far onore alla povera signora Carolina.

Il signor Tognino, per mettere un argine ai pitocchi veri e falsi, che accorrono ai grossi morti come i mosconi sullo zucchero, ordinò che si chiudesse un battente della porta e vi piantò due belle guardie di Questura.

La vecchia benefattrice era troppo conosciuta da quelle parti, perché la notizia della sua morte non avesse a tirar gente dalle più lontane case del Borgo. Verso le dieci in Carrobbio si stentava a passare tanta era la folla.

Dei parenti non ne mancava uno, così dei Ratta come dei Maccagno, oltre i parenti dei parenti, gli amici, i curiosi, venuti chi per interesse, chi per pietà, chi per dovere, chi per vedere.

I Maccagno, gente benestante, vestivano in nero e affettavano una certa preminenza, perché la morta era una Maccagno. Pareva quasi che se ne vantassero. I Ratta invece si comportavano più dimessamente. Ce n'era d'ogni colore, portinai, stampatori, mastri di muro (Gioacchino Ratta aveva cominciato anche lui col portar la secchia della calce), piccoli bottegai, venditori girovaghi, quasi tutti con qualche segno del mestiere e della miseria indosso, chi male infagottato nei panni d'inverno, chi livido e fresco nei pochi vestiti della festa.

Un piccolotto nero colla faccia fasciata in un fazzoletto pretendeva di cacciar indietro Giovan dell'Orghen, un poveraccio quasi senza scarpe, col pretesto che non era un parente, ma Aquilino Ratta dimostrò che i pitocchi son tutti fra loro fratelli nella santa miseria.

Il sor Tognino, bello e sbarbato, in abito nero, col cilindro fasciato a lutto, faceva gli onori di casa, tra l'anticamera, l'uscio e il pianerottolo, stringendo la mano ai parenti di riguardo, salutando colla mano in aria i più poveri, alzando le spalle, ritraendo il capo, socchiudendo gli occhi a quell'espressione politica e filosofica, che tradotta in parole verrebbe a dire: "Che dobbiamo farci?" La Sidonia Maccagno, sorella di Tognino, maritata all'impresario Mauro Borrola, sotto un gran cappello alla don Carlos, richiamava ancora gli occhi della gente colla sua bellezza teatrale, che né i quarant'anni sonati, né le ciprie del palcoscenico avevano potuto cancellare dalla sua faccia larga e matronale di Norma. Il cavaliere suo marito, glorioso avanzo d'una mezza dozzina di fallimenti, dominava anche lui colle spalle e colla voce baritonale, d'un sonoro accento padovano, con cui in nome dell'ostia seguitava a brontolar contro la folla dei pitocchi, come se avesse pagato il posto e il diritto di brontolare.

Vedendo che una nuvola di questa marmaglia sforzavasi d'invadere la scala, alzata una canna con grosso pomo d'argento, sempre in nome dell'ostia, minacciò quella canaglia di far chiamare le guardie.

Il povero Berretta, livido come un panereccio e non ancora rimesso dallo spavento della notte, movevasi col passo legato d'un sonnambulo in mezzo alla gente, sollevando ora una mano ora l'altra, senza impedir nulla, sotto la persecuzione continua del cavalier Borrola, che gonfiando le ganasce, soffiando l'anima, lo minacciava dai primi scalini col bianco degli occhi. E il bello è che il portinaio né conosceva quel grasso signore dai baffi tirati in punta, dipinto come una tavolozza, né capiva quel che volesse da lui col suo bastone in aria e col suo fiol d'on can.

Arrivò a tempo Ferruccio con un fascio di candele che consegnò a suo padre perché fossero distribuite.

Entrò a tempo anche la carrozza funebre, che, descritto un bell'ovale nella neve fresca della corte, venne a collocarsi sotto il portico, tagliando in due parti la folla, i signori verso la scala, la poveraglia verso la cantina. Sui berretti molli, sui cappelli a cencio, sui fazzoletti delle povere donne svolazzava il tricorno di don Giosuè Pianelli, un vecchio prete sepolto nel bavero d'un gran tabarro allacciato con una grossa catena di ferro sotto il mento.

Accanto gli stava cogli occhi velati dai neri sopracigli l'avvocato Baruffa, di cui la testa lucida e nuda splendeva in mezzo ai colori scuri come un grosso uovo di struzzo.

Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del regio lotto, cercò d'accostare il prete e d'interrogarlo pulitamente, col dovuto rispetto alla circostanza, su quelle che dicevano le probabilità d'un testamento, mediante il quale... per il quale... Don Giosuè, scrollando il tabarro in furia, brontolò qualche cosa in fondo al bavero, e cambiò posto. Fu avvicinato da questa parte da Salvatore Boffa, il fonditore di caratteri di stampa (l'uomo dalla ganascia fasciata), che, soffiando le parole come gli permetteva la flussione, toccò ancora il tasto del testamento. Don Giosuè alzò gli occhi al cielo e parve sprofondare nel bavero come in una botola.

Nell'angusto passo della portineria la Santina, la donna di servizio che il sor Tognino aveva messo rabbiosamente alla porta, si profondeva in lagrime avvolta in uno scialle nero che le dava l'aspetto di una sanguisuga.

Con tanta ressa di gente che ingombrava la scala e il portico la povera vecchia Ratta stentò a farsi strada, quando la portarono abbasso nel suo ultimo vestito di legno bianco. Intanto la processione dei preti e dei chierici colla croce, preso in mezzo Lorenzo Maccagno, lo trascinò, rimorchiandolo fin presso le ruote del carro, tenendolo imprigionato in un cerchio di candele accese. I preti cominciarono a brontolare orazioni. Lorenzo, chiuso in mezzo dalle cotte, cercò di salvare il cappello nuovo dalle sgocciolature, e se ne servì come di scudo per difendersi dagli occhi maliziosi della zia Sidonia, che rideva dietro le spalle massiccie del cavalier marito. Nell'andar via cogli occhi da quella tentazione, ne incontrò un'altra, a una finestra del secondo piano, dove la bella Olimpia, ancora spettinata, stava spiando nello spiraglio tra due gelosie.

Il brontolamento dei preti rimescolò subito le viscere del cavalier Borrola, libero pensatore e framasson padovan, che non poté trattener anche lui il suo rosario contro il botteghin e il bottegon, contro una razza di mangiapan, che vivono alle spalle dei credenzoni...

Il bravo fallito, gonfiando gli occhi, esprimeva questi suoi sentimenti con una voce di moscone irritato, movendo la punta dei baffi come gli indici d'un grosso orologio. Un poco di più avrebbe fatto nascere uno scandalo, se a un tratto la voce stizzosa e chiara del sor Tognino in cima alla scala e lo scalpitare dei cavalli, che menavan via la morta, non avessero sviata l'attenzione dei dolenti per così chiamarli.

Una donna, certa Angiolina, ortolana di professione, parente anche lei della defunta, essendo venuta in cognizione che la vecchia Ratta aveva lasciato delle disposizioni a favore dei parenti poveri, sgusciando tra la folla in coda ai becchini, aveva colto il bravo sor Tognino sulla soglia dell'appartamento e pretendeva avere da lui qualche notizia positiva. Il sor Tognino la fermò sull'uscio e cercò mostrarle che non era proprio il momento più opportuno di parlar di affari, per bacco! Le carte erano nelle mani del notaio Baltresca...

"Baltresca o Baltrosca..." ribatté la donna, che dalle voci era indotta a creder poco al bravo parente, "vuol dire che ci saremo anche noi." E usando la metafora che in verziere è come un manico d'avorio infilato sopra una lama ordinaria, seguitò, alzando la voce: "Badiamo a non fare il gatto, perché noi ai gatti che allungano troppo lo zampino tagliamo la coda e se non basta la coda tagliamo anche gli orecchi..."

Il sor Tognino colse un buon momento e chiuse l'uscio sul muso alla pettegola.

Il corteo, infilato l'androne della porta piegò a sinistra e si distese come una vera biscia lungo il corso di Porta Ticinese, verso la parrocchiale di San Lorenzo. Ai cordoni si trovarono, un po' per caso, un po' per accordi presi, Sidonia Maccagno maritata al cavalier Borrola, Celestina maritata a Michele Ratta lattivendolo, Paolina Bianconi maritata a un Maccagno, orefice all'insegna dell'àncora, e Arabella Pianelli, da tre mesi sposa a Lorenzo Maccagno. Casa Maccagno su tutta la linea.

Nel via vai delle vetture, dei carri, dei tram, della folla che brulica in quel popoloso quartiere, il funerale si allungò nel piacicchiccio sudicio della strada, dove il fango affogava la neve, passando a sinistra delle antiche colonne romane, che sfidano nella loro marmorea indifferenza l'indifferenza più che marmorea che i cinquemila bottegai della parrocchia dimostrano per la loro classica antichità.

La gente si arrestava a guardare un poco, sbadatamente, a questo fatto così comune del morto che passa, che nelle grandi città non suscita più in chi vede se non il fastidio di aspettare che passi. Quindi la folla si rimescola e seguita a scorrere nel declivio dolce e potente della vita.

Il sor Tognino aspettò che tutti fossero usciti e, chiuso l'appartamento, tenne dietro al funerale col suo passetto corto e strisciato, mentre andava infilando un paio di guanti di pelle. Raggiunto il corteo si accostò a Lorenzo e gli disse:

"Perché hai permesso ad Arabella d'uscire con questo tempo? Non avete proprio nessun giudizio".

"Se tu sai persuadere le donne quando si fissano un'idea..." osservò sorridendo il giovine.

"Nel suo stato è giusto prudenza uscir di casa e il cacciarsi nella folla!"

"Bravo, diglielo..."

Il vecchio Maccagno aspettò il momento che la morta stava per entrare in chiesa, chiamò in disparte la nuora, e le disse:

"Non voglio che lei resti a prender altro freddo. Dia ascolto a me, torni a casa..."

"Mi sento bene..."

"Oggi si sente bene e domani potrebbe sentirsi male. Venga con me, abbia pazienza. Passa il tram, torni a casa, e si faccia dare una bell'acqua calda dall'Augusta. E cambi subito le scarpe. Nel suo stato non deve esporsi agli strapazzi."

"Obbedirò..." disse Arabella con un leggiero sorriso.

"Brava, venga con me."

Il suocero tornò dieci passi indietro, fece arrestare un tram, accompagnò la nuora fino al carrozzone, ne pagò il posto, osservando che non fosse sulla corrente dell'aria, e tornò a dire:

"Faccia fermare davanti alla porta". E rivoltosi al conduttore, soggiunse: "Fermati in via Torino, alla porta del dentista..."

"Lo so" disse il conduttore, salutando il signor Maccagno come persona conosciuta.

Il vecchietto seguitò cogli occhi un pezzo la carrozza, e indicando colla mano le scarpe, raccomandò ancora una volta all'Arabella di cambiare le sue appena a casa. Quindi tornò in chiesa, mentre i preti intonavano il "Beati mortui", e andò a collocarsi vicino al Botola, un suo vecchio amico d'infanzia, col quale cominciò un discorso molto vivo. Tre passi dietro di lui l'ortolana, alzando la voce come se fosse in verziere, ripeteva al Boffa e ad Aquilino Ratta:

"Per me, se non vedo le cose chiare, l'ho dichiarato a questo impostore: faccio un altro quarantotto".



3. NELL'AMMEZZATO

"Io ti regalerò questo paio di calze, Ferruccio, ma tu devi spiegarmi un mistero, cioè, come ha fatto il signor Lorenzo a sposare la signora Arabella."

Così prese a dire la zia Colomba, una vecchietta forte e vivace, mentre scioglieva i gruppi di un grosso fagotto che teneva sui ginocchi.

Ferruccio arrossì un poco e prima ch'egli avesse tempo di rispondere, la zia Colomba riprese:

"Dimmi un po': non è essa la figliuola di quel povero sor Cesarino, che si è ammazzato per debiti otto o dieci anni fa? Devi ricordartene, perché fu uno di quei casi che fanno impressione. La sua mamma sposò in seconde nozze un buon uomo di campagna, se non mi sbaglio".

"È così."

"I Pianelli abitavano in Carrobbio, quando io servivo presso i Grissini e mi ricordo bene di quella cara biondina, che aveva due occhi pieni di sentimento. Era una donnina fin d'allora. L'ho ben riconosciuta l'altro dì al funerale della povera signora e ho visto che è diventata una bell'asta di donna, con un faccino rosso e delicato. Come ha fatto a sposare questo disutile dal faccione grasso di frate sbarbato?"

Ferruccio, alzando un dito davanti alla bocca l'avvertì di parlar pianino. Il sor Tognino poteva entrare da un momento all'altro.

"Quel suo patrigno" seguitò poi sottovoce "fece delle cattive speculazioni, si trovò in gravi imbarazzi e dovette cercare dei capitali al sor Tognino, capitali che non fu più in grado di restituire. Il matrimonio, pare, accomodò molti interessi"

"Ho capito. Sempre così. Gli uomini fanno i cattivi affari e tocca alle povere donne d'aggiustarli. Voi stracciate e a noi tocca rattoppare, birboni..."

"Però" s'arrischiò a dire il ragazzo "in casa le voglion bene e la trattano con tutti i riguardi."

"È vero, sì o no, che questo babbeo di suo marito ha sempre fatta una vita allegra coi denari del papà e che fino a ieri ha mandato in lusso una cantante?"

Ferruccio tornò ad arrossire, come se la zia Colomba gliene facesse carico a lui.

"Non è un uomo cattivo nemmeno lui" disse dopo un istante. "Non nego che abbia fatte le sue: è ricco, ha buon cuore."

"Dàllo ai merli questo cuore!" ripigliò con una certa furia la zia Colomba, agitando le cocche del bel fazzoletto di seta, che aveva posato sulla testa contro i rigori del freddo. "Tu sei un mezzo chierico e non conosci il mondo; ma dacché sei entrato in questa casa, io non ho mai avuto il cuore tranquillo. Tutti i giorni faccio le mie indagini e, dico la verità, vedrei volentieri che tu cercassi qualche cosa di meglio. Tu non hai sposato nessuno, fortunatamente, e puoi spolverare le scarpe quando vuoi e andartene. Non è il nostro genere. Gente senza legge e senza fede, che per un quattrino venderebbero l'anima a berlicche! Di religione non si parla; il padre peggiore del figlio e il figlio sulla strada di diventar peggiore del padre. A me, ripeto, dispiace immensamente che tu sia venuto a masticare questo pane; lo dicevo anche ieri alla zia Nunziadina. In questa tana non hai nulla di buono da imparare."

Ferruccio indicò col pollice un uscio dietro di lui e si portò di nuovo l'indice alla bocca.

La zia Colomba alzò le spalle, come se non gliene importasse nulla che la sentissero, tentennò un pezzo il capo, e abbassando di nuovo la voce fin dove glielo permetteva il calore del discorso, soggiunse:

"Sì, mi rincresce, e vedrei volentieri che tu cercassi un altro sito, il mio bene".

Ferruccio, figlio di Pietro Berretta, da un anno circa, dacché rinunciando alla vocazione era uscito dal Seminario, andava cercando la sua strada, e solamente per non essere d'aggravio ai suoi, s'era adattato a scrivere nello studio del sor Tognino.

Non avendo potuto trovar posto nella portineria, era andato a convivere colla zia Colomba e colla zia Nunziadina, sorelle di sua madre, in una casetta di via San Barnaba, posta tra il convento dei barnabiti e l'ospedale, un luogo segreto tra molti giardini, dove l'erba si fa strada in mezzo ai ciottoli, dove qualche macchia di vecchie piante resiste ancora agli urti della civiltà.

La zia Nunziadina, una nanina che reggevasi su due piccole gruccie, alta un braccio da terra, con un faccino profilato e bianco, tutta cuor di Gesù, lavorava i pizzi da chiesa, mentre la Colomba, che potevasi paragonare a un gruppo di rovere, andava intorno coi fagotti, al Monte di Pietà a comperare e per le case a vendere.

La povera nanina non era meno attaccata a Ferruccio di quel che fosse la sorella.

Anche lei, che viveva in un guscio, aveva seguito il figlio della povera Marietta per tutti gli anni che il chierico rimase in Seminario, mettendo in disparte i pizzi più belli e un cassettone di refe per le gambe del futuro ministro di Dio.

Quel dì che per qualche contrasto il ragazzo dichiarò di non voler andar avanti, la zia Nunziadina non gli tolse il suo amore per questo. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventò ancora più tenero, quando le due zitellone, conosciute nel quartiere col nome di "due beate", ebbero la fortuna di tirarsi il giovane in casa e di covarlo come si cova un uovo. La zia Nunziadina gli cedette subito il suo stanzino pieno di quadretti e di rosari, che dava sul giardino di casa Merliani, e lei si ridusse a dormire nella stanza vicina, insieme alla Colomba. In mezzo non c'era che una cucina, che serviva anche di salotto, col telaio e il seggiolone della sciancatella sotto la finestra vicino al ballatoio. Davanti apriva il suo grandioso ombrello un vecchio castano amaro, dalle braccia robuste, che d'estate sbatteva nelle chiare stanzette una fresca e tremolante luce verdognola. Le "due beate" vivevano come in paradiso, al di sopra degli stenti, colla chiesa sull'uscio, colla vista dei giardinetti, risparmiando ogni giorno qualche soldo, che andava a ingrossare un libretto di risparmio, che la zia Colomba consegnava per sicurezza al padre Barca, il dotto rosminiano, autore di una "Cosmogonia mosaica" molto riputata.

Ferruccio, per non essere di aggravio alle zie, procurava di tornar utile in casa, attingendo acqua, portando legna e carbone, uscendo e tornando colla cesta della roba stirata, aiutando la zia Nunziadina a increspare, a incannettare le cotte e i camici, a riscaldare i ferri: o correva al Monte, durante la vendita, per aiutare la zia Colomba a trasportare la mercanzia. Il suo sogno era di poter entrare presso un libraio a far pratica, dove potesse adoperar meglio le cognizioni e l'ingegno, e per un pezzo sperò colla raccomandazione del padre Barca di essere assunto da un editore di operette religiose; ma sul più bello il libraio fece affari d'autore e fallì. Seguirono giorni di grande malinconia per il povero ragazzo, che si vedeva lungo e inutile. Egli non poteva passar la vita a contemplare la zia Nunziadina, che lavorava le sue dodici ore senza far rumore, tra le tortorelle che passeggiavano in cucina a beccare nelle screpolature dei mattoni. In questi momenti tanta tristezza gl'invadeva il cuore, che se ne trovava il viso molle.

"Come si fa, zia? i posti non si trovano mica sempre secondo i nostri desideri, e io sono stufo di vivere alle vostre spalle, povera gente anche voi. Del resto, in cinque mesi che mi trovo a lavorare col sor Tognino, non mi sono accorto ch'egli sia quel diavolo d'usuraio che dite voi. È un uomo d'ingegno, lesto, che lavora come un giovinotto. Ora mi dà sessanta lire e capite, zia, che nel mio caso non è facile trovarle dappertutto sessanta lire."

Questi discorsi avevano luogo in un basso ammezzato che serviva di anticamera allo studio del sor Tognino.

Una larga finestra, che occupava quasi tutta la parete, riceveva luce da una corte in cui l'aria colava con un color scialbo d'aria vecchia. In giro eran molte finestre che si guardavano in faccia.

La casa è un'alta e bella costruzione recente, posta quasi nel cuore della città, con molte botteghe verso la via Torino, con eleganti balconi al primo e secondo piano, con un portone signorile, su cui domina l'iscrizione cubitale d'un dentista tra due massicci denti molari. Sugli stipiti sono molti cartelli e lamine scritte, che dànno all'edificio il carattere d'un gran magazzino.

Dalla parte degli ammezzati invece una porta secondaria viene quasi ad addossarsi alle logore costruzioni della vecchia Milano, e serve di sfogo ai retrobottega e agli appartamenti, a cui si accede per via d'una scaluccia sempre sporca e bagnata. Qui era lo studio del padrone di casa, ossia di colui che i casigliani riconoscevano per il padrone di casa, perché a lui pagavano due volte l'anno la pigione; ma in realtà il signor Maccagno non era che rappresentante o subaffittario interessato d'una Compagnia di assicurazione che aveva fatto poco buoni affari.

Dopo un po' di silenzio la Colomba, che per la prima volta poneva il piede in quella tana, prese a dire:

"Io non voglio, il mio bene, importi la mia volontà. Tu hai raggiunta l'età del giudizio e sai distinguere da te quel che va fatto. Hai studiato anche il latino, sicché, figuriamoci! Ciò che importa a questo mondo è di non perdere il timor di Dio. Anche di camicie stai male, ma spero rilevarne una mezza dozzina al Monte al prezzo di quattro lire l'una, se quel della tromba manterrà la parola. Son belle camicie nuove, di tela forestiera, che forse hanno appartenuto a qualche conte sbagliato. Son forse, un po' larghe, ma tu pensa a ingrassare, anima mia... E quella chi è?"

L'improvvisa domanda fu accompagnata da un gesto verso una ragazza che scendeva la scala (di cui vedevasi un gomito dalla finestra) facendo cantare un secchiello di rame.

"È la cameriera della signora."

"Come si chiama?"

"Augusta."

"È un bel nome, ma ha certi occhi! Non sarebbe meglio che tu voltassi le spalle alla finestra, quando scrivi?"

"Non ci si vede, cara zia" rispose Ferruccio, ridendo con sicurezza, come chi ha l'animo tranquillo.

"Tu che hai studiato il latino sai come si dice: Oculos porta peccatorum."

La vecchietta allegra e rubizza rideva ancora a sentirsi in bocca il latino, quando l'uscio si aprì bel bello ed entrarono Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del lotto, Salvatore Boffa il fonditore di caratteri e l'Angiolina l'ortolana, venuti in deputazione per parlare al sor Tognino, loro mezzo parente, sull'argomento del testamento Ratta.

Era il consiglio che aveva dato loro l'avvocato Baruffa.

"Non c'è," disse Ferruccio "ma tornerà verso mezzodì. Se possono aspettare cinque minuti..."

"A me pare che dal momento che siamo venuti possiamo anche aspettare..." osservò il vice-ricevitore col tono di chi fa una proposta ragionevole.

"Aspettiamo pure" gorgheggiò con una cantilena tutta sua particolare l'ortolana, che, riconosciuta la Colomba, riprese a dire: "Come? anche la Colomba nella casa dei ladri?"

La donna, che stava stringendo i gruppi di due grossi involti, l'uno di panno verde l'altro in un fazzoletto rosso di cotone, raccontò d'esser venuta a parlare a quel suo ragazzo, che era figlio della povera sua sorella Marietta. Toccava a lei a fargli da mamma e a rattoppargli i quattro stracci, perché il figliuolo, dacché era uscito dal Seminario, si trovava come perso nel mondo. A trovare un onesto boccone di pane, spavento! in giornata è diventato un affar serio.

"In giornata la fortuna è dei ladri e dei Tognini" declamò l'Angiolina colla voce fresca, che usava in verziere al tempo delle prime fragole.

"Io direi, punto primo, di non guastare la torta" osservò colla naturale prudenza il vice-ricevitore, che amava in ogni questione star sempre dalla parte della ragione.

Prima di fare degli scandali era bene parlare amichevolmente col loro parente, sentir le due campane e ragionare. A ragionare ci s'intende, e per ragionare non è necessario gridare...

Salvatore Boffa, quel piccolotto nero che aveva ancora la faccia rifasciata nel fazzoletto, alzò il capo, socchiuse gli occhi, dimenò le mani forse per dire: "Le donne, falle tacere le donne..." Ma non uscì che un sordo mugolìo.

"Torto o torta, qualche cosa dovremo rompere del sicuro" seguitò colla sua indomabile ostinazione la donna, facendo scorrere le mani sulle maniche, come se si preparasse a lavare. "La Colomba sa bene anche lei di che cosa si tratta."

"Io non so nulla, caro il mio bene. Io sto laggiù a San Barnaba, fuori del mondo."

"Come? non sapete che Tognino Gattagno" (e accompagnò il nome col gesto di chi gratta l'aria) "ha fatto scomparire un testamento di quattrocento mila lire?" "Scomparire..." osservò sorridendo Aquilino, che non amava le asserzioni avventate. "Punto primo..."

"Sissignori! un testamento, in cui, dire a dire, è impegnato il sangue di tanta povera gente."

"Noi non sappiamo se l'ha fatto sparire o se non l'ha fatto..."

"Caro il mio regio impiegato, si vede proprio che il cilindro vi scalda la testa."

Angiolina volle alludere al cappello che Aquilino aveva preso per la circostanza, perché Tognino non dicesse in nessun modo che i parenti gli avevano mancato dei debiti riguardi.

"Non sappiamo? è vero o non è vero che quella vecchia ha lasciato una sostanza di quattrocento mila lire? non l'ha detto il notaio? non l'ha detto l'avvocato? non l'ha detto don Giosuè? è vero o non è vero che questo birbone s'è pappato tutto?"

"Noi siamo venuti per discorrere, e per discorrere bisogna, punto primo, discorrere, è vero?"

Aquilino, che non si curava mai del punto secondo dei suoi ragionamenti, si volse verso Ferruccio per avere una testimonianza in un giovinotto serio, che sapeva scrivere.

Anche il vice-ricevitore, per dir la verità, lusingato un po' troppo nelle sue speranze, dopo aver lasciato vincere alla vecchia parente delle partite a tarocco, ch'era un peccato a strapazzarle a quel modo, anche lui era rimasto scosso e mortificato quando il notaio assicurò che Tognino aveva ereditato tutto. Un uomo, per quanto prudente e ragionevole, non è di legno. Alla povera Carolina, Aquilino aveva fin strappato un dente, ed è sempre una cosa ingrata dover sputar fuori una buona speranza.

Il testamento faceva obbligo all'erede universale di assegnare ai parenti di secondo e terzo grado un regalo, una mancia una volta tanto: ma Aquilino Ratta aveva dignitosamente rifiutato l'elemosina. Un Aquilino che si è battuto a Mestre e ha fatto il quarantotto non riceve elemosine. Con tutto questo non poteva approvare il sistema di violenza con cui i diseredati credevano di farsi rendere giustizia, punto primo, perché la violenza ha sempre torto...

"Non conoscevo questa storia del testamento" disse la Colomba, cercando cogli occhi il figliuolo, che stava lì come incantato anche lui a sentire. "Possibile? una sostanza di quattrocento mila lire?"

"Tutta lui!" ripigliò l'Angiolina, agitando i dieci diti raccolti in due pugnetti sotto il naso della Colomba. "E questo cilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno della galera... E dire a dire che siamo una masnada di bisognosi, senza contare i morti di fame, corpo d'una biscia! che stentano a star diritti se tira vento. Infame, tutto per lui e per le sue sgualdrine!"

La donna eccitata e sferzata dalla sua passione parlava cogli occhi infiammati, colla faccia in su, coi pugni chiusi e puntellati sul grosso dei fianchi, assorbendo in sé tutta l'anima della Colomba e dei tre uomini che le stavano intorno.

"Quattro...cento...mila lire!" sillabò ancora una volta, parlando quasi coi denti, verso la Colomba, che infilati i due fagotti, congiunse le mani in un atto di pietosa commiserazione.

E l'ortolana, postandosi sul piede destro, avanzato l'altro come se si preparasse a ballare il minuetto, colle due braccia piegate sulle anche, come due solide anse d'un'olla di bronzo, stava per aggiungere una lunga frangia, quando, proprio in quel punto, l'uscio di scala si schiuse, spinto da una mano dolce, e Arabella entrò col suo passo leggiero, dicendo:

"Scusi, signor Ferruccio..." e vista dell'altra gente, fece un inchino colla testa, ripetendo: "Scusino..."

Era vestita d'un lungo soprabito di velluto con orli e risvolti di pelliccia, con un cappello di mezzo lutto guarnito di nastri violetti, che scendevano a fasciarle le fattezze delicate del volto. Teneva le mani in un piccolo manicotto d'un pelo lungo e floscio, che premeva sul grembo. Entrò col respiro un po' affaticato (essa era già sui due mesi) portando in quell'aria ottenebrata e pregna dell'acre odore della muffa e dell'inchiostro un delicato profumo di ireos...

Porse un foglio a Ferruccio, dicendo:

"Le ho portato il promemoria della povera Teresa Stella. Sono stata ieri a vederla e fa veramente compassione. Ha il marito malato all'Ospedale e tre figliuoletti senza pane. La stanza non può pagarla assolutamente; non è mica un pretesto. Lo dica a mio suocero".

"Sissignora, glielo dirò."

"Se no, pagherò io per lei."

"Sissignora..." rispose di nuovo Ferruccio, movendo il capo come un arlecchino snodato.

"Se le può perdonare il semestre, fa un'opera di carità."

"Sissignora."

Ferruccio rosso più del fuoco corse ad aprir l'uscio, come se avesse bisogno di mandarla via subito. Tremava tutto.

"La permette, la mia bella signora, che io la riverisca?" disse la zia Colomba, facendosi avanti con una riverenza e co' suoi due fagotti infilati sulle braccia. E mentre Arabella le fissava gli occhi in faccia: "Son la Colomba, che servivo i Grissini, la zia di questo figliuolo, si ricorda?"

"Molto bene: e vi trovo tal e quale. Come state, Colomba?"

"Si resiste. E la sua bella mammina sta bene? Come s'è fatta grande e bella, angeli custodi. Non è più quella magrina bionda che trovavo sulle scale, si ricorda? Ho dovuto domandare a Ferruccio..."

"Brava! venite a trovarmi qualche volta."

"Certo, volentieri: mi farà una grazia."

"Lei si ricorda..." riprese a dire Arabella rivolta verso il giovane. "una carità..."

"Sissignora..."

Ferruccio aprì di nuovo l'uscio e si affrettò a chiuderglielo dietro le spalle, come se cercasse di tenerla fuori per sempre.

"Ci vuol altro che vestirsi di velluto, brutta smorfiosa" entrò a dire l'Angiolina subito dopo. "Ci vuol altro che i cappellini e che il fare la carità col sangue della povera gente, sgualdrinetta."

"Che colpa ne ha lei?..." osservò la Colomba.

"Le solite esagerazioni..." soggiunse Aquilino, crollando il capo in aria di compatimento.

Ferruccio, pallido e irritato, stava cercando anche lui una parola di difesa, quando la voce chiara e nervosa del sor Tognino, che risonò sul pianerottolo, diede una scossa ai pensieri dei tre delegati e agitò la zia Colomba, che avrebbe voluto essere già lontana tre miglia.

"Non voglio assolutamente che lei passi di qui" diceva il vecchio suocero ad Arabella. "Sta bene, sta bene, ma può parlare con me senza bisogno di tanti avvocati."

E ancora infiammato in viso aprì l'uscio e con gli occhi semichiusi, come fanno oltre ai corti di vista coloro che non vogliono vedere, adocchiò gli illustri personaggi che stavano aspettando l'udienza.

Aquilino, volendo prendere una rispettosa iniziativa, dondolò un poco sulle gambe a guisa di canna, e agitando il suo cilindro prese a dire:

"Sono io, caro sor Tognino, io Aquilino Ratta, sicuro: e questi son due nostri buoni parenti, coi quali, per i quali siamo venuti, se lei ha tempo un piccolo momentino, perché vorressimo, punto primo, discorrere un poco in intuito di quel testamento di quella povera Carolina nostra parente, per la quale..."

"Aaah!" cantarellò in tono nasale il vecchio affarista, come se cascasse dalle nuvole. "Passate di qui…" ed entrò per primo nello studio.

Aquilino si rivolse all'Angiolina e alzato un dito diritto come una lancia, le raccomandò ancora una volta la prudenza. "Parlo io!" disse con quel dito in aria, e andò avanti. Il Boffa lo seguì. Ultima fu l'Angiolina che, data una scossa tremenda alla Colomba, volle tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:

"O vediamo i soldi, Colomba, o si fa il quarantotto!"

E trottolò dietro gli uomini.

"O zia Colomba!" proruppe Ferruccio, pallido in viso, correndo presso la donna. "Che storia è questa? avete sentito che brutte parole? e che c'entra la signora Arabella?"

"Io non so niente, il mio bene, io sto a San Barnaba; ma non mi meraviglio di niente. Il denaro è peggiore del diavolo che l'ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi farò contare la storia di questo testamento. Io ho detto subito che quella povera creatura era in bocca ai cani..."

"Saranno le solite esagerazioni..."

"Non mi meraviglio di nulla, e torno a dire, vedrei volentieri che tu cercassi un pane migliore. Vieni a casa presto stasera e ne parleremo anche colla zia Nunziadina."

 

4. I PENSIERI DELLA ZIA COLOMBA

La Colomba tornò a casa un po' più tardi del solito, avendo voluto prima parlare con suo cognato Berretta, circa le voci che correvano su questa benedetta eredità.

Essa temeva che Ferruccio avesse a trovarsi implicato in qualche brutto intrigo e desiderava ancora più di prima che, potendo, cambiasse aria al più presto.

Trovò il Berretta più brutto del solito nel bugigattolo della portineria, tutto occupato a far dei punti in una vecchia livrea di casa Mainona, al lume di un moccoletto di sego, che se rompeva il buio della stanzuccia, sfigurava davanti al chiaro della strada. A Sant'Antonio il giorno si prolunga di un'ora buona: e in certe giornate serene il sole arriva quasi a tempo a vedere la minestra in tavola.

"Ho visto Ferruccio" cominciò la Colomba, mettendosi a sedere senza tirar le braccia dai grossi fagotti, che appoggiò sui ginocchi "e mi ha detto che il suo principale gli ha aumentato il mese. È una bella cosa, ma non vorrei che con questi denari il povero figliuolo avesse a comperarsi dei fastidi e molto meno degli aggravi di coscienza. Che razza d'uomo è questo vostro principale? Io non l'ho visto che alla sfuggita e mi ha la figura di una faina. È vero che ha fatto i denari in ogni maniera? che a Milano possiede certe case dove, per esempio, non vorrei che Ferruccio andasse a dire il rosario? e che storia è questa del testamento rubato, che so io? di un'eredità di quattrocento mila lire; che il bravo uomo, si dice, avrebbe fatto scappare? Voi che cosa ne sapete? perché io ho sentito oggi parole di fuoco e quando la gente comincia a tirar sassi contro un cane rabbioso c'è pericolo che i sassi rompano qualche cosa e colpiscano la testa della gente che passa. Ferruccio è un povero chierico che ha ancora la sua prima innocenza e non vorrei che si trovasse, senza accorgersi, implicato in un affaraccio. Il gatto bianco che va a dormire nel carbone bisogna che si svegli nero la mattina. Siamo povera gente a cui piace morire in pace; e il male, parlando con poco rispetto, è come la rogna: chi l'ha l'attacca."

Il Berretta lasciò cadere il lavoro sui ginocchi e, guardando la cognata attraverso i vetri grossi degli occhiali, prese a dire con un tono mezzo canzonatorio:

"Vedete che io faccio il sarto"

"Il fare il sarto non v'impedisce di vedere chi va e chi viene dalla vostra porta, e non deve nemmeno impedirvi d'occuparvi del bene del vostro figliuolo."

"Egli aveva trovato un benefattore che lo faceva studiare."

"Lasciamo stare questa storia, che non c'entra adesso. Se il figliuolo non si è sentito di fare il prete, ha mostrato della forza d'animo e della coscienza a buttare il collarino nelle ortiche. Di preti senza vocazione il Signore non sa che cosa farne. Io parlo del Ferruccio d'oggi, anima benedetta!"

"Se gli dànno sessanta lire al mese..." brontolò svogliato il portinaio, ripigliando a far dei punti nella livrea.

"Scusate, Pietro: ci sono dei mestieri, in cui si possono guadagnare comodamente duecento e trecento lire al mese solamente ad aprir l'uscio al diavolo. Se voi mi servite per sessanta lire di chiodi in minestra e se io devo digerire la vostra generosità, grazie della vostra minestra: preferisco la polenta condita di fame. Ora i rimorsi sono come un carico di chiodi per la coscienza."

Il sarto chinò il capo, addentò il gruppo del filo e se lo rosicchiò, alzando le spalle, come se il discorso non lo riguardasse.

"Che cosa c'è di vero dunque in questa storia dell'eredità?" tornò a domandare la Colomba, appoggiando il viso al fagotto rosso.

"Domandate a me?"

"Con chi parlo se non con voi?" scattò a dire la donna facendosi rossa come il suo fagotto. "L'Angiolina l'ortolana, Aquilino Ratta, se non isbaglio, un ometto magro che parla bene..."

"Conosco io questa gente?" ribatté il portinaio, quasi contento di poter rispondere alle domande con altre domande altrettanto noiose e inconcludenti.

"È impossibile che non ne sappiate qualche cosa. La Ratta non è morta qui?"

"E sono io il confessore delle vecchie che muoiono?"

"Saprete almeno dire se il vostro padrone è un galantuomo e se quel che dicono di lui sono bugie?"

"Io?" tornò a domandare il Berretta, indicandosi colle grosse cesoie. "Io faccio il sarto."

"Sapete almeno quel che vi costa l'acquavite che bevete in un giorno e che vi rende stordito come una oca?" proruppe la Colomba alzandosi, colle fiamme ai pomelli del viso, fiutando nell'aria il puzzo di cui era impregnato lo stanzino. "Io sono venuta per il bene di Ferruccio e non per sapere gli affari degli altri, e molto meno i vostri. Voi fate il sarto e io compero la roba al Monte: state allegro e diverrete grasso, Berretta."

E se ne andò dopo aver infilato l'uno dopo l'altro i due fagotti nello stretto passaggio dell'invetriata.

Il Berretta buttò le cesoie sul tavolo con grande fracasso, soffiando forte di dispetto e di disperazione. Che venivano a rompere la testa a lui? potevano battere un morto con più profitto. Quando un uomo è sull'orlo di essere impiccato, è giusto a lui che si deve far la questione di che filo è fatta la corda! Lui non conosceva nessuno, né Aquilino, né Pasqualino, né Maddalena, né Bartolomeo; lui faceva il sarto. Chi sa dire fin dove un uomo è galantuomo e fin dove è briccone? ma quando il sor Tognino avesse dato corso alla denuncia, non c'era più un cane in Milano che avrebbe potuto salvare un povero tristo dal cellulare. A quest'idea il povero Berretta rabbrividiva fin nel fondo degli ossi e non era che per cacciar quel freddo dalla midolla che, non avendo più vino, raccomandavasi all'acquavite.

La Colomba, co' suoi due fagotti infilati sulle braccia, traversò mezzo Milano nell'ora che già cominciavano a illuminarsi le botteghe e a spuntare le fiammelle rossiccie dei lampioni a gaz nella lunghezza delle strade.

Dal Carrobbio alla via di San Barnaba è una bella passeggiata ma la buona donna, che dalle undici batteva il selciato e aveva fatto più di una scala, non sentì la fatica, se non quando pose il corpo a riposare sopra una sedia. Allora le gambe e i due polsi indolenziti dal peso della roba cominciarono a protestare e si lamentarono tutta la notte. Ma fin che fu in moto ella non si accorse del peso degli anni e del corpo, come se un pensiero più forte di lei la tirasse dietro e la facesse camminare un dito sollevata da terra.

Quel benedetto figliuolo le stava sul cuore.

Dacché Ferruccio aveva lasciato il seminario, vale a dire da quasi un anno, non aveva mai potuto imbroccare una buona strada e c'era pericolo che domani avesse a trovarsi da capo, al sicut erat in principio, perché non basta dire: questo è pane... ma bisogna sapere di che cosa è fatto il pane che si mangia. Ora, quando Ferruccio avesse dovuto ingrassare il corpo a danno dell'anima, né la Colomba, né la Nunziadina non avrebbero permesso, e bisognava tornar da capo a cercare un boccone meno duro.

Seguendo le peripezie per cui era passato il ragazzo ne' suoi vent'anni di vita, dal dì che era venuto al mondo, dando la morte alla sua mamma, il pensiero della Colomba tornava indietro e arrestavasi alla storia della povera Marietta, che aveva sposato il Berretta, ma che proprio un gran bene non l'aveva mai voluto a quel povero martoro di sarto. La Marietta era stata una testa romantica e anche Ferruccio aveva una tendenza a scaldarsi l'immaginazione dietro alle idee. Era un ragazzo da poter far bene una vita tranquilla, nella bottega d'un mercante o d'un libraio, era più stoffa da maestro che pasta d'uomo d'affari, molto meno affari confusi in cui il diavolo c'entra o coi corni o colla coda. Quel vederlo rintanato in una stanzuccia oscura, in mezzo ai libri mastri, obbligato a scrivere numeri tutto il santo giorno, a litigare col quattrino, a fare il tiranno colla povera gente (lui, con quel cuore di piccione), a imparare le malizie dell'interessaccio sotto la guida di quella vecchia volpe, era una condizione che stringeva lo stomaco, anche prescindendo dalle belle voci che correvano.

Camminando, per dir così, su questi pensieri che non le lasciavano sentire il sasso, la Colomba arrivò a casa, salì le scale ed entrò, mentre la Nunziadina appoggiata alle gruccette metteva il formaggio nella pentola della minestra.

La piccola tavola era preparata nel mezzo della cucina, coi soliti tre posti, rischiarati da una lampadina a petrolio coperta da un verde paralume di carta. La Nunziadina, quantunque non arrivasse colla punta del mento all'altezza della tavola, saltellando sulle gruccette come un passerino sugli staggi della gabbia, accudiva con agile abilità alle faccende di casa, cercando di render utile la sua piccola persona, anche nei momenti che le sue mani preziose non rammendavano il pizzo. La Colomba, prima di uscire la mattina per andare al Monte, preparava il riso e il lardo e il pentolino all'altezza della nanina, che pensava ad accendere il fuoco e a mettere la minestra in tavola per l'ora che la sorella e Ferruccio tornavano pieni di fame e di freddo.

"Tu hai tardato più del solito stasera e anche Ferruccio non è ancora tornato. Cominciavo a pensar male. Vedi il sor Galimberti?"

"Cara Madonna, non l'avevo visto, sor Galimberti: son così stanca" disse la Colomba, lasciandosi cadere sopra una sedia.

"Come va la nostra Colomba?" chiese colla solita tenera tranquillità e pazienza il delegato, che stava sorbendo una tazza di caffè. "La nostra Nunziadina ha voluto favorirmi una goccia del nèttare degli dèi, e io stavo dicendo che in Milano non ci siete che voi che sapete fare un caffè buono. Dopo che hanno inventato tante macchinette e filtri e diavolerie, non c'è più quell'aroma che si sentiva ai nostri tempi: non è vero Colomba?"

"Noi andiamo all'antica: lo facciamo nel bricco, rimestandolo con un legnetto."

"Sarà effetto del legnetto allora," soggiunse il delegato con un riso grasso in fondo alla gola "ma un caffè come il vostro non lo si beve nemmeno al Cova. Quando sarò in punto di morte vi farò avvertire, perché io credo che questo aiuti a salvar l'anima."

"Lei vien giovane e grasso tutti i giorni e parla di morire. Lei non ha fastidi" disse la Colomba, inginocchiandosi sulla pietra del camino per ravvivare il fuoco sotto la pentola.

"Giovane? da quanto tempo mi conoscete, Colomba! Vostro padre aveva ancora la sostra di legna, carbone e carbonella in piazza della Rosa, quando io vi conobbi la prima volta. Allora io non era che un modesto sorvegliante urbano e so che la mia palandrana e il mio cappellone vi facevan tanto ridere; specialmente la Marietta rideva, quel diavolo pieno di spirito, di cui ero innamorato come un gatto e che avrei sposato, se non fosse stata la vergogna di quella benedetta palandrana tanto disprezzata."