Emilio De Marchi




IL SIGNOR DOTTORINO







La bella strada che costeggia il lato destro del lago di Como, poche braccia al di sopra delle acque, segue le sinuosità della scogliera, ora abbassandosi con dolce pendio fino al letto d'un torrente, che scavalca, ora elevandosi a raggiungere l'altezza d'un dosso ed ora nascondendosi fra le case di una borgata, che discendono fino al ghiaieto. Le ville e i casini con nomi allegri o mesti, secondo ricordano un voto compiuto od una sventura, sfilano quasi in catena non interrotta, dipinti, sospesi, nascosti, rannicchiati, a solatío, su per le radici dei monti, che ripidi e coperti di poco verde s'inerpicano fino all’altezza delle nubi. Sull'ora del tramonto quando l'onda ha meno dell’azzurro del sole e acquista piú del ferrigno, quando suonano campane invisibili e del sole non restano che le ultime pennellate sanguigne sulle cime delle Alpi, quando sembrano piú rumorosi i torrenti, piú querule le ondate che si frangono alla riva, piú melanconiche le note d'un piano fuggenti da una finestra aperta ove si agita un'ombra - sull'ora del tramonto qualche amico de' libri siede alla sponda a far nulla. Osserva il cielo e l'acqua, il muschio e il lichene dello scoglio, una frotta di pesciolini, e finalmente se ha una fanciulla lontana sente piú ardente che mai il desiderio di vederla in quell'ora, tra quel bisbiglio di suoni e quel miscuglio di tinte vaporose, in quella penombra che facendosi man mano piú fissa versa tanta malinconia nell’anima.


Non affatto diversi erano i pensieri che passavano nella mente del dottorino, mentre passeggiava sulla bassa ora d'un giorno di settembre lungo il tratto di strada che da Moltrasio va a Torriggia.

Dottorino era chiamato dalla gente dei dintorni or sono molti anni un giovane medico d'uno di que' paesi, studioso e valente, ma ancor piú stimato per la nobiltà del suo carattere e per l’affabilità del suo tratto.

Da due anni esercitava l'arte sua in que' luoghi fortunati, e la dolorosa via crucis della condotta era per lui piuttosto una perpetua campagna; infatti il clima è mitissimo, i malati pochi, e fra quei pochi de' ricchi stranieri venuti a mendicare al dolce far niente un po' di salute. Chi ha la fortuna d'una gioventù sana cerca alla bella natura o la consolazione d'un affanno, o l'oblio d'una colpa, o la meditazione dei casi andati, o le idee d'un libro, o lusinghe d'amore; il buon Lario, co' tremolii riflessi, colle calme profonde e col variare dei cento azzurri ha una parola per tutti. Per il povero pescatore ha invece de' buoni agoni e de' lucci saporiti e tratto tratto qualche rabbiosa tempesta, che sprigionatasi dal Bisbino, piomba tra le gole a spezzare un remo e ad uccidere un padre di famiglia. Ogni bella ha le sue stizze.

Il dottorino tornava verso casa, ma fosse la sera che gli piacesse, colle pallide luci e col molle spirare della brezza, o fossero i pensieri che gli facessero ingombro, si appoggiò a un muricciuolo che difendeva la strada in un punto solitario e fissò lo sguardo alla villa Pliniana, sulla riva opposta, che spiccava come una macchia bianca di calce nel nero bigio del ceppo e nel verdone dei boschi. Ma egli non pensava a Plinio e nemmeno al fenomeno della fontana intermittente e nemmeno alle fresche ombre e alle cascate che stillano piú che da mill'anni da que' classici tufi. Un altro giorno forse si sarebbe smarrito alla contemplazione delle ninfe e delle naiadi che insieme alle belle di Roma avevano popolato la deserta riva, care ai naviganti; ma quella sera tutta quanta la gentilezza dei pensieri si raccoglieva sull'immagine unica di Severina, che egli aveva veduto pochi istanti prima e della quale gli titillava ancora nelle orecchie il dolcissimo “buona sera!”

Chi era Severina? - La figlia del barone Adriano Siloe, venuto dalla Toscana due mesi prima ad abitare un villino svizzero, oggidí distrutto per cedere il posto a un massiccio albergo, e che per la tranquillità del sito veniva chiamato il Ritiro.

Il dottore sapeva che Severina aveva capelli castagni chiari, occhi del colore de' capelli, volto delicatissimo soffuso d'una tinta leggermente accesa, una testa fatta al pennello sottile, senza eccessi di carne e di luce, quanto bastava insomma perché Severina fosse creatura di questo mondo.

Il dottorino le sapeva queste cose per essere solito ogni giorno passar sotto il Ritiro, a cavallo, tornando dalle sue cure e fors'anche per segrete ricerche che aveva fatto. Ma perché Severina salutasse lui tutte le sere e sorridesse al suo passaggio, perché ieri avesse scosso un fazzoletto, perché oggi avesse lasciato cadere un garofano rosso dal davanzale sulla via, erano problemi che invano cercava risolvere a memoria fissando l'occhio nell'ombra.

Egli esitava a pronunziare un giudizio che fosse troppo acerbo, perché que' sorrisi e quelle grazie gli erano, dopo tutto, carissime; gli pareva anzi che un po' di franca audacia non dicesse male a una bellezza cosí solitaria; oppure s'ingegnava di supporre in lei un'anima fanciullescamente inesperta, che sconoscendo le vecchie regole del decoro sociale, si abbandonava senza rimorso alla libera manifestazione d'un sentimento vergine, tal quale veniva da natura; oppure essa era la vittima di una ferrea disciplina, condannata forse dal rigore paterno a vita serrata fra le quattro pareti, tra i libri, il pennello e il piano, ma senza un'ora di follia giovanile su per i prati, senza un'ora di conversazione con un uomo di mondo.

Il barone Adriano, giudicato a vista, era uomo freddo e forse troppo lontano per età e per indole dalla giovinezza per sentire queste necessità e per provvedervi. Il dottorino Marco l'aveva incontrato qualche volta per via, fosco in cera, curvo sotto il peso di gravi riflessioni, sdegnoso di tutto quanto lo circondava, segno d'animo superbo e meschino, sempre solo colla noiosa compagnia di sé stesso. Non lo conosceva piú in là, e meno di lui conosceva sua figlia; ma, tornato a casa, stentò a trovare il sonno e voltandosi nel letto andava sospirando come uomo còlto da scalmana.

Per quanto in seguito domandasse alle persone del paese, non gli venne dato di cucire altre notizie, perché il barone non aveva amici, sua figlia non usciva mai, e il vecchio servitore incaricato delle provvigioni parlava un napoletano burbero, ma abbastanza chiaro per dar una lezione di prudenza ai curiosi.

Tutte le sere si rinnovavano le lusinghe: anzi una volta donna Severina, posata la punta delle dita alle labbra, lanciò al lago un bacio, che fece arrossire e tremare il povero Marco; dopo il primo smarrimento, egli prese la corsa su per un viottolo alpestre, non curando i triboli e i ciottoli, cacciato da una folla di fantasmi schiamazzanti, finché cadde sfinito sul sagrato d'un tabernacolo montano; abbrancò l'erba, la strappò dalle radici, e stendendo le braccia al bigio villino che appariva di sotto fra una corona di lauri e di magnolie gridò al cospetto del cielo e della terra: Divina! Divina!

La vita gli diveniva ogni giorno piú nojosa: cogli infermi era spiccio e trasognato, cogli amici collerico, coi libri adirato: amava la solitudine, il languore, e il giacere lunghe ore sotto un noce in cima a un pascolo, cogli occhi fissi al vario movimento delle frasche, all'andare e venire dei pettirossi e dei merli, allo svolazzare voluttuoso d'una farfalla felice piú di lui, perché poteva senza pericolo discender basso basso fino a quel davanzale, dare una volta in quella cameretta destando accenti di amore e di tenerezza.

In quella dormiveglia febbrile andava sognando cento espedienti che lo potessero avvicinare a Severina: tutto gli pareva abbastanza onesto, foss'anche un assalto al suo balcone, un malanno che lo facesse cadere agonizzante sotto la finestra di lei, o un incendio, di cui egli solo avesse il dominio.

Lanciarsi tra le fiamme, salire di volo la scala correre fino a lei sbigottita, afferrarla, discendere con essa per una scala sottile e cinta dalle fiamme, deporla sopra una zolla fiorita, dirle: Tu mi devi la vita! e poi fuggire, e sparire per sempre dalla faccia della terra... ecco le dolcezze sognate nei deliri d'amore all’ombra d'un noce di duecent'anni.

Ma da sé il buon dottorino non sarebbe venuto a capo di nulla; la condizione del barone Adriano non gli permetteva neppure di sognare tanto scioccamente.

Un giorno, il vecchio servo entrò in farmacia tutt'affannato cercando del medico.

- Son qui - rispose Marco, e uscí come una saetta e corse senza perder tempo e fiato, fin alle ultime case del paese. Non osava domandare notizie, per lusingarsi alla speranza di poterle toccare il polso; camminò per un lungo tratto di via senza rompere il fascino dell'ignoto e sol quando fu al cancello della villa si fermò ad aspettare il vecchio che ansava e gli chiese:

- È malata?

- È il gondoliere di Sua Eccellenza, un veneto goloso di ostriche, che vuol morire di indigestione; Zeno dovrebbe sapere che i pesci grossi uccidono mangiando e i pesciolini lasciandosi mangiare.

Gli antichi diedero segno di somma sapienza quando figurarono amore in un fanciullo, perché nessun altro sentimento è tanto irragionevole. Il dottorino desiderava che donna Severina fosse malata, e si rattristò della burla.

Quando attraversò il giardino alla volta d'una casa rustica, appartata, udí la voce di Severina che cantava o meglio trillava sulle note alte, toccando tratto tratto i tasti bassi del pianoforte.

- Non sa la signora che vi è un malato in casa?

- Saperlo o non saperlo, è lo stesso - rispose con nebulosità sibillina il vecchio burbero arrestando i gesti in aria come usano spesso i napolitani.

Il gondoliere guarí, e fatto il solito giuramento e le solite croci contro le ostriche tornò al remo, all'acqua e al vino, specialmente sotto il Grotto del Nino o alla riva di Lemna dove lo si vendeva buono. Ma il dottorino era malato gravemente, e sparsa la voce d'una rabbiosa febbre intermittente scrisse al suo vicino collega, raccomandandogli per quindici giorni i suoi infermi e offrendogli il proprio cavallo; col permesso de' superiori aveva intenzione di andarsene lontano, e presa la via delle Alpi, penetrare nella Svizzera tedesca, spendere un migliaio di lire, salire i gioghi ghiacciati, litigare coi vetturali, colle guide, cogli osti e colle paffute montanare e ritornare finalmente piú povero, piú stracciato, piú bisognoso, ma guarito da quell'amore che minacciava la sua fortuna, e la dignità d'una famiglia illustre. Le intenzioni del signor Marco erano buone; preparata una piccola valigia aspettava il piroscafo della sera, quando il suo domestico gli consegnò un biglietto di visita dicendo: - Egli aspetta.

Il dottore lesse: Barone Commend. Adriano Siloe.



Il barone chinò la testa a un dignitoso saluto.

Egli forse non oltrepassava i cinquant'anni; vestiva elegantemente di nero; scarno era il viso ma di linee belle; alta la fronte con rari capelli, lentissimo il gesto, profonda la voce, ma che tratto tratto si faceva melodiosa quasi rispondesse a sentimenti improvvisamente piú lieti.

- Riesco importuno, signor dottore? - chiese fissando gli occhi al suolo secondo il costume e arrestandosi immobile in mezzo alla stanza.

- Ella mi onora - fu presto a rispondere il dottorino, che non sapeva spiegarsi questa visita inattesa, e aggiunse: - Se avessi saputo, sarei venuto io stesso.

- Grazie, ma la prudenza mi consigliò di prevenirla. - Il tono di voce naturale e conveniente a un uomo di tanto riguardo, parve in sulle prime misterioso e provocante al povero dottorino, onde cominciò a temer forte che il noce della montagna non avesse scosso dai rami qualche segreto.

Sedettero entrambi, e il barone, senza torcere gli occhi dal suolo come se vi leggesse quello che stava per dire, incominciò:

- Sento che ella gode bella fama non solo di medico provetto, ma anche di uomo saggio e generoso, onde, sebbene io disperi degli aiuti della scienza, tuttavia un barlume di speranza brilla ancora in me per quella scienza che ha, dirò cosí, la baldanza della gioventù. Inutilmente ho interrogato i piú sapienti medici d'Europa...

A questo preambolo recitato colla moderazione d'un uomo che pensa quel che dice e al modo migliore di dirlo, il dottorino spalancò tanto d'occhi ed entrò in maggiore curiosità; però, fatto un cenno d'umiltà innanzi a elogio sí ragguardevole, si atteggiò in modo da non perdere una sillaba sola di quelle preziose parole. Il piccolo sospetto natogli in principio, cioè che il barone avesse letto nel suo cuore l'amore per donna Severina, si sciolse da sé stesso, e Marco, osservando il colore olivigno e quasi terreo di quel viso e il corrugarsi frequente di quella fronte, pensò di aver innanzi un illustre infermo.

Ma il barone l'imbarazzò alquanto allorché gli disse: - L'ammalata è mia figlia, donna Severina. Essa è l’immagine viva di un’altra donna che nella mia giovinezza amai e venerai in appresso per piú di vent'anni di matrimonio. Morta mia moglie, mi restò Severina unico amore, unica ragione della mia vita; la mia natura essendo inclinata a melanconia, e la mia mente al dubbio d'ogni cosa, soltanto Severina poté colla soavità delle sue parole e coll'eloquenza de' suoi sguardi indurmi a poco a poco a persuasioni piú sante, o dirò meglio piú umane. Ma Severina da un anno è molto malata.

Il barone corrugò la fronte in un modo strano e trasse un lungo sospiro.

- Posso io... - mormorò premurosamente il dottore, ma anche la sua voce tremava, e a stento gli riuscí nascondere il turbamento che questa notizia aveva gettato nel suo cuore. Il barone con un segno della mano graziosamente lo interruppe ed... - È necessario - disse - che io narri prima la cagione di questa malattia, se lo permette...

- Si figuri.

- Severina fu già fidanzata a un nobile toscano, il conte Giulio - taccio per pietà il nome del casato. - Essa lo aveva conosciuto in una di quelle feste eleganti in cui le giovinette frequenti volte incominciano fra la musica, le danze e i fiori una storia che finisce in pianti e in vergogne. Giovane di acuto ingegno, bello di aspetto, di parola facile e ornata, discreto scrittore, don Giulio era ben accetto anche fra i crocchi nei quali oltre il vano cicaleccio ha pur qualche valore una parola seria e sincera. La fanciulla rispose ai primi sguardi alle prime parolette con quella commozione di tutti gli spiriti, con que' rapidi rossori e quell'immobilità pensosa degli occhi, onde per la prima volta si manifesta l'amore. Essendo però fanciulla savia e schiva dai sotterfugi, venne subito da me, e sedendo, come soleva spesso, sulle mie ginocchia, mi disse: “Papà, io amo.... La fissai e mi accorsi che amava molto. Umide erano le ciglia, accesa la fronte, trepide le labbra e in tutte le membra irrequieta, come se le scorresse l'elettrico entro i nervi.

“Intanto il conte Giulio passava due o tre volte al giorno a cavallo sotto il terrazzo della nostra villa presso Fiesole; io non so negare che in qualche tramonto non gli rispondesse una voce modulata al canto, o uno stormire insolito dei lauri sopra la cinta del giardino, o un saluto indiscreto; mi spiaceva soltanto che il contino non uscisse da quelle incertezze, per verità sconvenienti e pericolose. Ma non tardò molto. Suo padre, il venerando conte Gian Andrea, il fratello del quale fu cardinale di Gregorio XVI, venne regolarmente e come richiedevano le leggi d'onore, da me. Illustre era il casato, secondo i voti del mio cuore, o, se le piace, secondo pregiudizî di vecchia data, che io non intendo però né difendere né accusare, ma che per antica tradizione domestica hanno per me santità di legge. Tra le due famiglie si strinsero nodi di amicizia: inutile il dimostrare come i parenti esultassero, come la città ne parlasse, come Severina corresse a imaginare l'avvenire d'oro. A dieciott'anni ognuno di noi suol ricrearsi un mondo di suo genio, quasi correggendo l'opera di Dio; fatica vana per chi deve ben tosto distruggerlo colle proprie mani e inciampare e seppellirsi nelle sue rovine. Verso la fine del verno notai sulla fronte di don Giulio una nube ostinatamente fissa e in tutto lui un languore insolito, inesplicabile in un giovane della sua età, del suo ingegno, e che poteva col semplice specchiarsi in due pupille conoscere quanto la sua esistenza fosse preziosa e cara. Amava i lunghi ragionari della politica, pendeva precocemente al grave, al triste, e se pur talvolta sforzavasi richiamare gli antichi spiriti, non gli veniva affatto di nascondere interamente l'artificio delle arguzie e dei sorrisi fatui.

“Un giorno mi raccontò d'una certa causa presentata ai tribunali per la rivendicazione di non so quali terre nelle Romagne, per la quale gli era giuocoforza ritardare il matrimonio di qualche stagione; anzi per la composizione di questa causa interessante don Giulio doveva allontanarsi spesso da Firenze, e privava in tal modo Severina delle sue visite preziose.

“Com'era mio dovere, lo spiai, e non fui il primo in Firenze a scoprire la vera causa di queste titubanze. Severina ne sapeva qualche cosa? prima di me aveva scoperta l'immensa noia che travagliava il suo povero amico e ne piangeva in segreto, e veniva a chiedermi spiegazioni con voce straziante, pregandomi d'indicarle in che cosa ella fosse mancata verso don Giulio. Io, naturalmente, sperando sempre in un vicino ravvedimento, andava lusingandola con parole vaghe, le dimostrava come l'esito di quella causa fosse veramente tale da compromettere la felicità di don Giulio. Dovevo forse dirle: Asciuga gli occhi, poverina: egli ama un'altra donna?”.

- Un'altra donna! - interruppe il dottore coll'esclamazione d'uomo che stenta a credere; difatto, secondo il suo sentimento, come si poteva amare un'altra donna dopo aver conosciuto Severina?

Il barone confermò:

- Era costei, - disse, - una celebre cantante francese che in quella stagione aveva trionfato per bellezza e per arte al teatro della Pergola; don Giulio aveva fatto a fidanza della propria virtù e sebbene non venisse a quest'altro amore per malanno, sebbene lottasse per onor delle armi co' propri scrupoli, qual vantaggio per Severina? La città intanto ne sussurrava colla solita compiacenza.

“Non da padre sdegnato, ma da umile supplicante scrissi una lettera al vecchio conte, che mi rispose cortesi promesse, ma dalle quali traspariva un amaro cordoglio. Don Giulio, che non osava lasciar la mia casa, fidandosi nella nostra cecità, tornò con varie pretese sí indiscrete alle quali io non poteva cedere senza offendere Severina e l'integrità del mio nome. Evidentemente egli cercava un pretesto per rompere ogni promessa, e fra noi due si scambiarono parole asprissime. Severina n'ebbe sentore, si meravigliò che don Giulio s'arrestasse innanzi a qualche articolo di contratto nuziale, ma non mi avvidi che ella conoscesse ancora la dura verità. Perché non le giungesse sgarbatamente qualche voce della cronaca cittadina la condussi meco a Livorno, ove abbiamo una vecchia parente. Ella mi seguí docilmente, e quando ci trovammo soli, lontani dai luoghi testimoni della prima felicità, ella mi si abbandonò piangendo al collo e mi disse: Padre, perdonagli; cedi alla sua inesperienza; io lo amo...

“Terribile momento fu quello, dottore; la parola crudele mi corse alla lingua, litigò fra i denti, ma temendo che Severina non mi cadesse morta ai piedi o che smarrisse la chiara coscienza di quelle virtù per cui sua madre era tanto benedetta, preferii comparire io stesso come il gran colpevole e promisi ravvedermi. Le narrai minutamente la storia del nostro diverbio; le dissi come, impaurito per l'esito fatale di quella sciagurata causa, io secondava di malgrado quel matrimonio, ma, dal momento che ella ne soffriva, avrei fatto ampie scuse all'amico; insomma mentii per la prima volta in vita mia, ma trassi piú sicuro il respiro quando vidi tornare un sorriso di speranza sulle labbra di Severina. Ma perché l'aveva io tornata alla speranza? perché le andava promettendo che don Giulio sarebbe arrivato di giorno in giorno? io temeva dire la verità, ma qual beneficio era mai il mio infingere? Lottava come uomo che sta per affogare: ad altre mie lettere non si rispose piú da Firenze: Severina era angustiata, seccante, insistente.

“Una mattina essa sedeva al balcone, gli occhi fissi al mare, donde io avevo molte volte promesso che don Giulio sarebbe arrivato. Aveva tra le mani una lettera d'una sua amica, maritata da un anno, la quale col diritto dell'esperienza si faceva ardita di darle consolazione e avvertimenti non chiesti. Un poscritto diceva: "Egli è partito per Parigi; sei benedetta da Dio, Severina". Severina guardava fisso il mare, come se volesse scoprire lontano lontano le coste di Francia; una povera cameriera, messa alle strette, aveva narrato tutto”.

- Mio Dio! - esclamò sottovoce il dottore.

Don Giulio aveva seguito il corso della sua stella e andava incolpando me d’intolleranza e d’avarizia.

- Il barone cosí dicendo sorrise amaramente.

- Posi una mano sulla testa della fanciulla, che levati gli occhi, mi sorrise mestamente. Era bella, giovane, innamorata, semplice ne' suoi affetti come una bambina e non sapeva persuadersi di quanto le avevano narrato.

“Fissava il mare placidamente azzurro, il colore de' suoi pensieri, e non si ricordava che anche il mare ha le sue orribili tempeste nelle quali si frangono le piú belle opere degli uomini. Ella non saliva tanto alto nella considerazione del male, ma io, caro dottore, io che teneva una mano sul di lei capo, che nella vita ero passato attraverso dure esperienze, che mi vedeva offeso e tradito nella parte migliore di me, non seppi raffrenare un urlo di rabbia feroce, come di belva, a cui ella si scosse e rispose con un grido...

“Ah! dottore, odio gli uomini; odierei anche Iddio, se lo conoscessi!”.

Il povero dottorino chinava la testa mortificato, come se di quella storia egli fosse un po' colpevole: osservò di sottecchi l'aspetto del barone e n'ebbe tanta compassione che per poco non ruppe in singhiozzi.

Dopo un istante, nel quale si udí persino il rumore del pendolo sul camino, il barone ripigliò:

- Da quel giorno Severina è malata e la scienza mi rifiuta ogni consolazione. Quel giorno che ella avesse chiusi gli occhi io tornerei alla mia libertà, e...

- Non lo dica, signore...

- Non sono avvezzo a promettere senza mantenere: quel giorno mi ucciderei.

- Ringrazio Dio che il signor barone non sia tutt'affatto deluso della scienza.

- Voglio morire, s'intende, senza l'ombra d'un rimorso. - Le risposte del barone erano brevi, decise e pronunciate a testa bassa.

- Se è vero che per volontà degli uomini avvengono spesso dei miracoli, io voglio tentarne uno - disse il dottore colla sicurezza dello scienziato.

- Ella avrà piena libertà in casa mia.

Il dottorino, preso, non so come, da un vago presentimento che in quell'incontro vi fosse la mano di Dio, si fece animo e interrogò il barone sopra alcuni particolari della malattia, dicendo:

- Forse donna Severina sentí il contraccolpo di quella sventura nel sistema nervoso, o ne patirono i bronchi, o...

- Dottore - interruppe ruvidamente il barone - non ho ancora detto che Severina...

Il povero padre si coprí il volto colle mani, e ritornato a poco a poco all'abituale sua freddezza, seguitò con voce calma e quasi indifferente: - Non ho ancora detto che Severina è pazza?

Il dottorino balzò in piedi e gli parve che precipitasse la notte.


Severina era pazza! il povero padre non sapendo resistere alla pietà di quel racconto, piegò la testa sul petto e strinse i pugni quasi sfidasse il proprio destino, mentre poche lagrime gli solcarono, suo malgrado, le guancie. Il dottorino invece mosse qualche passo per la stanza, ricordò rapidamente tutte le grazie di Severina e i suoi inesplicabili sorrisi, crollò la testa sbalordita per quella notizia e stette alcun tempo incapace di trovare parole che non tradissero i suoi segreti innanzi al barone. Finalmente, usando una vecchia frase, esclamò:

- Dio solamente può consolare questi dolori.

- Dio! - replicò con asprezza il barone - difatto non può essere che un Dio quei che ce li manda.

- Sia pure! se vinceremo la prova, questo Dio sarà qualche cosa meno di noi - osservò il nostro dottorino con parole piú gonfie e che nella loro misteriosa nebulosità velavano assai bene il vero stato dell'animo suo. Ma venendo all'argomento aggiunse: - Non senza trepidazione, confesso, oso tentare anch'io un esperimento che ha già deluso i piú dotti; ma se mi regge l'animo gli è perché qualche volta gli uomini sono preziosi non per la loro speciale virtù e sapienza, ma per la condizione speciale in cui si trovano rispetto agli altri. La formica non gareggierà coll'elefante, ma nel caso di appiattarsi ognuno di noi vorrebbe essere formica.

- E quali sarebbero queste condizioni?

- Sono eventuali, né io le conosco.

Il dottorino avrebbe voluto aggiungere: l'amore è maestro, l'amore rende audaci e presuntuosi anche i piú timidi; ma tutti questi pensieri non si manifestarono che in un mesto sorriso, onde il barone che sentí tremar la mano di lui nella sua, gliela strinse cordialmente e disse: - Ella mi riconcilia quasi con gli uomini. Quando verrà a veder Severina?

- Quando ella vuole.

- Per non darle sospetto venga domattina a colazione da noi; io lo presenterò come il figlio d'un mio vecchio amico.

- Benissimo.

E cosí si lasciarono. Il dottorino, restato solo, cominciò da capo a passeggiare su e giù, in lungo e in largo per la stanza, tirato dal filo delle sue idee, inconsapevole di tutto ciò che avveniva fuori di lui, anzi in gran parte ignoto egli stesso a sé, finché stanco e col capogiro sedette presso la finestra. Sul ponte si raccoglievano già i crocchi di coloro che aspettavano il piroscafo, dei curiosi, e insieme molte belle fanciulle villeggianti, con abiti freschi e leggieri, molti stranieri dai cappellacci pesti, sul ghiaieto e sulla piazzetta molti monelli scalzi che si rincorrevano alzando il chiasso.

Lo scarlatto acceso degli scialletti di lana, che riparavano le belle spalle dalle punte della brezza, il bianco dei grembiuli e delle cuffie delle bambinaie, il bigio e il verde dei parasoli, tocchi appena da un raggio roseo, le sciarpe e i veli azzurri dei cappellini e dei cappellacci, le tende vergate delle gondole, le bandiere tricolori sulle prore risaltavano dal piano liscio dell'acque, che, splendidamente azzurre, man mano si allontanavano da questa riva mescevano allo zaffiro ombre sempre piú dense, finché finivano all'altra riva, sotto il riflesso dei macigni, in un grigiastro quasi nero.

Tutti questi colori si movevano sotto la luce fuggitiva del sole e allorché dalla punta di Torno squillò la campana si fece piú caldo il bisbiglío, il correre, l'urtarsi dei carri e dei facchini, il baciare e il baciucchiarsi delle donne, sempre piú amorose quando si abbandonano: il piroscafo si avanzava a corsa, poi rallentò l'ansia e a poco a poco, come cosa viva, venne docile e umile a bacío della sponda.

Selmo, il domestico di Marco, entrò in fretta e in furia, ma il padrone gli disse:

- Non parto piú. - Marco stette colle braccia e il volto appoggiati al davanzale, cogli occhi fissi, ma stupidamente fissi su que' colori e sul vivo agitarsi di tanti uomini e di tante cose. In ogni giovinetta gli pareva rivedere Severina; tutte le somigliavano nelle curve dei fianchi, nella dolcezza dei movimenti, nel candore del volto, nelle onde lusinghiere dei capelli; ma tutte queste avevano la coscienza della loro bellezza, dei loro dieciott'anni, e trepidavano sotto quel raggio e allo spirare di quella brezza come arboscelli che sentono la primavera. Invece Severina era pazza, peggio che morta! vive erano ancora le sue guancie, accesi gli occhi, magico il sorriso, ma da quegli sguardi e da quelle labbra scattava un pensiero scemo, vanesio, dolorosamente buffo. - O perché dissipi tanti colori e tanta bellezza, o natura? - esclamò a mezza voce battendosi la fronte.

Il suo cuore si rimpiccioliva innanzi a questa verità, ma ei l'andava contemplando e ripetendo con quella voluttà di strazio che spinge il romito a battersi il petto con un ruvido sasso.

Chiuse gli occhi e imaginò l'istante nel quale ei si sarebbe accostato alla fanciulla, a lei dalla quale avrebbe voluto prima esser lontano le cento miglia; egli avrebbe scrutato fondo in quelle pupille, e toccata quella testa con tutti i diritti che gli dava la scienza. Perché aveva accettato questo esperimento pericoloso?

- Ma alfine - disse direttamente a sé stesso - posso io amarla ancora? quelle grazie che mi fecero innamorare di lei erano funesti segni di follia, e non per me soltanto. Persistere in un sentimento che oggi ha radice soltanto in una materiale compiacenza mi sembra indegno d'uomo onesto. No, no, svegliamoci da questo sogno e contiamola fra le avventure di gioventù.

Quando il dottore riaprí gli occhi il piroscafo era già scomparso e scendeva piú fitta la sera. Gli parve riconoscere la voce del burbero napoletano che parlava sotto la sua finestra con un signore, ma mentre stava per tendere l'orecchio, due colpi secchi all'uscio lo fecero trasalire.

Era il dottor Celestino, suo collega, che dietro suo invito veniva a sostituirlo per quindici giorni. Costui aprí l'uscio con un grosso bastone e gridò fermandosi sul limitare:

- Ohe! Selmo, portami da bere.

Era un giovinotto dell'età di Marco ma per robustezza di membra e per prosperità di salute ne valeva cento. Entrò trafelato, sebbene l'ora non fosse cocente, rosso cotto in viso, colle scarpe impolverate, un cappello molle e schiacciato sulla nuca e una pipa lunga in bocca.

- Come mai? non sei tu partito? - domandò a Marco.

- Mi pare di no.

- Cosa mi hai scritto?

- L'uomo propone e Dio dispone.

- Dio ti benedica, anima mia.

- Tu non giungi importuno perché quindici giorni di riposo mi faranno bene.

- Difatto, mi hai una cera da candela benedetta. Cosa mi fai, Marcuccio? sentiamo il polso: vediamo la lingua... Sporca, sporca - e Celestino tentennava il capo. - Vuoi un mio parere?

- Sentiamolo.

- Prendi moglie.

- Credeva che mi ordinassi del reobarbaro - disse Marco ridendo.

- Questi libri ti assottigliano la vita, asinaccio.

Selmo portò del vino e dell'acqua che Celestino bevette d'un fiato come un pesce che sfuggito dal carniere si rintuffa nel fiume. Poi si spogliò del ferraiuolo, del panciotto e del colletto e col tono d'un prete che canti l'epistola ricominciò: - Questi libri ti assottigliano la vita. Cosa sperate dal vostro studiar giorno e notte? di scoprir l'arte di non morir piú? Bel servizio rendereste, in mia fede, all'egra umanità, togliendole quest'unico sfogo! ah! ah! ai tempi di Galeno si campava forse piú vecchi.

Celestino, come si vede, prendeva la vita piú alla buona e si sarebbe detto, guardandolo in viso, ch'egli avesse scoperto il segreto di crepar di salute. Egli aveva un cuor d'oro, ed essendo per natura inclinevole alla bontà, né sapendo d'altro lato sopportare il fastidio della tenerezza, la disperdeva in risate sonore, in pugni sulle spalle degli amici e in prediche stravaganti che avevano però la virtù di mettere sete al predicatore. Cosí anche il peggior vino gli sembrava discreto.

Marco in confidenza narrò all'amico la storia del suo innamoramento e della visita e dell'invito ricevuto e quando Celestino ebbe inteso il casetto strano non seppe trattenere le lagrime pel tanto ridere che ne fece, e giurò di raccontare la panzana al dottor Pellani, e al sindaco di Vercurago e al curato di Moltrasio; ma il nostro Marco, colto il momento che egli vuotava il bicchiere, gli raccomandò il piú scrupoloso silenzio.

- Come vuoi; - rispose Celestino - comunque sia puoi guadagnare de' bei soldi.

Marco tacque ma non poté nascondere un senso di dispiacere a queste parole egoistiche dell'amico, onde questi sdraiandosi sul divano, e soffiando larghi buffi di fumo esclamò:

- Ho capito, sempre magnanimo il nostro dottorino.

In compagnia cosí allegra, Marco ritrovò il retto senso della vita, il quale spesse volte sfugge a chi col fantasticare va creandosi un mondo che non esiste nella lista dei pianeti.

Al mattino seguente il dottorino camminava verso il Ritiro.

Marco, uscito allo spuntar del sole, trovò le griglie e gli usci del villino ancor chiusi e per ingannare il tempo, che gli pareva lento e nojoso, salí il sentiero che menava al tabernacolo alpestre, dove aveva molte volte pensato a Severina; e di là girò gli occhi ai monti, al lago e al campo sereno del cielo. Credeva di esser guarito, ma l'aspetto di quei luoghi ridestò nuovamente il malanno de' suoi pensieri, che gli erano brulicati in testa durante la notte. La malinconia lo sorprese e a stento frenò le lagrime al rivedere di sotto, fra il verde delle piante, il tranquillo villino dove forse a quell'ora essa dormiva e sognava. Molte volte questo abbandono dello spirito aveva funestato la vita del nostro amico, sia per una falsa coscienza della propria nullità, sia per un'inaspettata delusione, sia per un desiderio immenso di amore e di verità; dalla lotta fra il volere e l'essere scaturivano giorni di amara tristezza, di languida noja, per la quale la vita gli si rimpiccioliva alle misure di un sogno, la natura gli appariva a colori scialbi, le speranze si facevano sceme e fatue, e i grandi travagli della umanità gli stuzzicavano un sogghigno crudele. Scarsi erano questi giorni, ma egli li assaporava ora per ora in un ozioso dispetto, quasi succhiasse il sugo di una vita inutile, penoso e troppo a sé stesso, invocando l'antica sorte delle fate, lo scomparire.

Una parola amica, un guardo benevolo avrebbero bastato a ritornarlo al migliore sentimento di quegli istanti in cui egli inorgoglivasi della propria virtù, fissava il pensiero a tutte le glorie umane, lasciava che il fascino etereo delle idee e della natura lo rapisse ne' suoi giri vorticosi. Allora egli sentiva questa natura, che aveva studiato sui libri, palpitare viva dentro di sé e fuggendo il cicaleggio degli uomini soleva contemplare i vergini pascoli delle alpi, ove un popolo d'erbe e di bruchi ama e soffre; di là sentiva la divinità propagarsi e gli pareva d'esser vicino a scoprire il grido selvaggio dell'uomo nudo, adoratore della madre terra. Ma Severina gli negava questa parola amica e i suoi sguardi vitrei lo spingevano al furore.

Discese a rapidi passi, giurando in cuor suo di essere uomo serio e obbediente al proprio dovere.

Quella mattina s'era messo l'abito nero e i guanti, aveva tocca col rasojo la barba che gli scendeva in due pizzi dal mento; i capelli rovesciati sulla testa lasciavano aperta la fronte alta e senza rughe; era insomma il solito dottorino ma piú bello e piú galante.

Il barone lo accolse in un salottino arredato splendidamente, gli strinse la mano e lo fe' sedere vicino. Severina s'era già levata, secondo il solito, da una mezz'ora e attendeva alla sua toletta:

- Severina - disse il barone - non ha per nulla cambiate le abitudini della sua vita, ma colla mente ella sposta il tempo e lo arresta ora a un momento ora ad un altro del suo passato. Oggi, per esempio, mi parla di don Giulio come di persona incontrata poco prima alla festa della contessa Emma; domani mi racconta ch'egli è passato a cavallo sotto la villa e che l'ha salutata: un altro giorno siede sulle mie ginocchia e mi confessa il suo amore con tanta vivacità, con tanto rossore ch'io non reggo allo strazio. Quando io la condussi sul lago di Como sperai che il quadro diverso della natura divergesse l'ostinato corso delle sue idee; ma ella rivide nel lago il mare, e crede d'essere a Livorno al tempo in cui si ruppero i buoni accordi fra noi e don Giulio...

- Non chiede mai di don Giulio?

- No, perché va ingannandosi da sé stessa. Può avvenire che lo aspetti per qualche ora, ma subito dopo ne ragiona come di persona partita di recente. Soltanto verso sera o nei giorni piú nebulosi si raccoglie in brevi silenzî, arcigna, fosca in viso come se cercasse penetrare le nebbie d'un mistero; ma ne esce spensierata, allegra, siede al pianoforte, disegna, scrive molte lettere a Giulio.

- Poverina! - disse sospirando il dottore.

- Io conservo queste lettere ed ella, dottore, potrà, leggendole, scoprire la legge di questa ragione inferma; vedrà come raramente divaghi dal retto senso delle parole e del pensiero e conversando con lei avrà qualche cosa a imparare.

- Dunque, se don Giulio ritornasse...

- L'ho già pensato - interruppe rannuvolandosi il barone; - ma don Giulio non lo sa, e quel giorno ch'io l'incontrassi sulla mia strada non gli chiederei certamente una grazia. Severina direbbe ch'io ho insultato la sua infelicità.

- Dubito che per altra via si possa giungere a miglior risultato.

- Ho parlato ieri sera di lei a Severina: fra poco essa scenderà a colazione.

- Mi manca il cuore... - disse con fil di voce il dottorino, che si pose a notare non so che sull'album delle sue memorie.

Dalla finestra del salotto vedevasi un largo tratto di lago, di cui la riva opposta stendendosi in giro, popolata di case e di alberi, formava come un lungo braccio di golfo; dagli stipiti delle finestre sporgevano ramicelli di edera di cui era tappezzata la parete esterna, e dal piede spuntavano le teste dei fiori. Mobili intarsiati e vasi d'erbe esotiche negli spigoli, specchi e ritratti rendevano geniale quel salottino silenzioso e profumato; le farfalle venivano e posavano sulle foglie, e si sperperavano quasi scosse dal vento. In questo casino fresco e romito, dove la natura si era lasciata educare dall'arte, ove non giungeva che il rumor dell'onda, o il fruscío degli alberi o il ronzare di qualche ape lavoratrice, un uomo e una donna, giovani e innamorati, avrebbero potuto dimenticare il cielo e la terra e tentare di nuovo la virtù degli angeli.

Cosí almeno la pensava Marco, rimasto solo, mentre il barone era presso la figliola a ricevere e a dare il bacio del buon giorno. Un servo l'invitò nella sala vicina ove era preparata la tavola della colazione: dal balcone scoperse la strada per la quale egli soleva passare a cavallo, col cuore in tempesta e cogli occhi fissi a quel gruppo di oleandri. Staccò una foglia, ma la abbandonò all'aria. Così era svanita la sua felicità.

Fra cinque minuti egli l'avrebbe riveduta, ne avrebbe udita la voce armoniosa, e stretta la mano. Si sforzò di pensare alla sacra missione per cui era venuto, ai lobi del cervello, e agli autori alienisti, che aveva sfogliato, consultato quella notte; e fu sí forte il suo proposito che, quando riudí la voce del barone e uno strascico d'un vestito di seta, stette ritto in piedi senza tremiti, senza titubanze, nella placidezza solenne d'un sacerdote. Forse da un primo sguardo egli poteva scoprire un sistema, od ottenere il dono di un'ispirazione: perciò l'occhio doveva essere limpido, sereno, attento: la mente signora di tutte le sue forze; il cuore non valeva nulla questa volta.

Il barone diceva a Severina: - Tu non lo conosci, ma il figlio d'un mio amico ha diritto alle tue grazie. Caro dottore, presento mia figlia...

Il dottorino s'inchinò: avrebbe dato metà del suo sangue per una parola che lo togliesse subito d'imbarazzo, ma sebbene l'avesse pensata e preparata, alla vista di Severina vestita tutta di bianco si smarrí.

Severina gettò un grido e lasciò il braccio del padre. Severina sorrise, si fregò la faccia come per togliersi una nebbia dagli occhi; e con vivace trasporto esclamò:

- È lui? è lui?.. Ah! papà briccone, e cosí inganni la tua bambina? quando sei arrivato, Giulio...? vedi, babbo, se io avevo ragione? O mio Dio, quanta gioia!... Giulio, amico mio, anima mia!...

Severina corse verso il dottore, gli cinse il collo con ambo le braccia e posò la fronte alle di lui labbra.

Il dottorino perdette per un istante la coscienza di sé stesso, ma stette rigidamente ritto al suo posto, come una colonna.

Come ognun vede Severina era vittima di un nuovo inganno, e il barone se ne accorse subito nel riconoscere al portamento all'abito, e all'eleganza del dottore una non lontana rassomiglianza con don Giulio; ma per Severina questo inganno era già cominciato quel giorno che il dottore passando a cavallo sotto il villino, aveva rinnovato, senza saperlo, le usanze del bel contino innamorato.

Marco interrogò d'uno sguardo il barone, che a testa bassa e con voce sommessa esclamò:

- Secondiamola, per pietà.

- Non mi dici niente? - interrogò la fanciulla. - Non mi dai neppure un bacio sulla fronte? sei proprio adirato con noi?

- Perché dovrei essere adirato? - balbettò Marco e posò ad occhi chiusi un bacio su quella candida fronte.

- Avete fatto la pace, uomini seri? - esclamò Severina. - Papà non sperava piú di vederti, ma io gli andava dicendo: Verrà, verrà... e toh! eccolo qui... Dimmi, e questa causa eterna di rivendicazione...?

- È vinta - disse il barone soccorrendo il povero dottore.

- Dunque non c'è piú pericolo che per una questioncella di dote e controdote mi vogliate morta.. Come sono cattivi gli uomini d'affare...! ma tu cos'hai che non parli?

- Il signor barone... - mormorò! con voce moribonda il dottore.

- Ah! ho capito, non siete ancora assolti e benedetti: ebbene qua le vostre mani e che tutto sia finito in nome di Dio e della mia povera mamma. - Il dottore e il barone si strinsero la mano, ma non osarono mirarsi in volto. Essi tremavano.

- Ora che i nostri feudi sono rivendicati, pensiamo a far colazione perché la vostra castellana sente il pizzico della fame. Signor cavaliere errante, è pregato...

Marco sedette ed era tempo perché sembrava accasciato, e supplicò di nuovo il barone di toglierlo d'imbarazzo.

- Il nostro Giulio è alquanto turbato - disse il barone Adriano - perché ha lasciato a Firenze il suo povero padre gravemente infermo.-.

- Davvero? oh poverino!...

- Anzi - fu presto ad aggiungere Marco - la mia dimora a Livorno non sarà che di poche ore.

Severina tentennò il capo, si accigliò, raccolse la mente, ma tratta da un'altra idea piú lieta domandò: - Hai ricevuto tutte le mie lettere?

- Sí.

- Perché non mi hai risposto?

- Don Giulio aspettava da me il permesso di risponderti - osservò il barone.

- Ebbene, se ora ti faccio una domanda hai il permesso di rispondermi?

- Credo di sí - disse il dottore.

Severina si chinò quasi sulla spalla del dottore e scotendo con aria civettuola il fascio de' suoi capelli domandò sottovoce: - Mi vuoi proprio bene?

Il barone mormorò con voce cupa: - Il nostro Dio si diverte.



- Mi vuoi proprio bene? - ridomandò Severina.

- Perché lo dimandi? - chiese alla sua volta il dottore.

- Perché ho sognato brutte cose di te.

- Non credere a' sogni, che sono l'ombra de' nostri pensieri - osservò il barone.

- Cos'hai sognato di me? - domandò il dottore che desiderava scendere piú a fondo in quella fantasia.

- T'ho veduto passeggiare colla moglie di Putifarre. - Severina cosí dicendo ruppe in un riso smodato e scemo, che conturbò il nostro dottorino, nuovo a questi sbalzi e che sentiva quasi scivolare fuor di mano il filo logico di quella ragione.

- Don Giulio - riprese il barone tentennando il capo - vide ieri i nostri amici di Firenze.

- E che si dice laggiù del nostro matrimonio?

- Tutti applaudiscono - rispose Marco - ma la gioia di tutti è oggi funestata dalla malattia del mio povero babbo.

- È proprio vero che il conte Gian Andrea sia malato?

- Perché dovrei mentire sul capo di mio padre? - rispose seriamente il dottore, a cui premeva piú d'ogni altra cosa persuaderla di questo fatto e della necessità del suo ritorno, unico mezzo, per vero dire, di rompere quella rete magica nella quale erano fatalmente caduti.

- Mi meraviglio - continuò in aria di rimprovero il dottore - che per te mio padre sia semplicemente il conte Gian Andrea e che il suo pericolo ti commuova sí poco, come s'ei fosse uomo qualunque.

Severina spalancò tanto d'occhi, sospesa tra la meraviglia e l'ilarità, e pareva chiedere una spiegazione a suo padre, il quale, colta la palla al balzo, seguitò nell'istesso tono:

- Don Giulio ha ragione: una grave sventura minaccia la sua casa; rapidamente venne a Livorno per salutarti, per piangere un po' con te e lo ricevi distratta, non prendi nessuna parte al suo dolore, non ti ricordi che fra poco egli ritornerà presso il letto d'un moribondo.

Queste parole passando nella testa e nel cuore della fanciulla vi destarono un'insolita compassione, cosicché le pupille le si empierono di lagrime e brillando andavano chiedendo perdono ora dal padre, ora dal dottore; questi sentivasi struggere.

- Povero padre! - mormorò anch'essa giungendo le mani in atto di preghiera e sprofondandosi in una difficile meditazione.

- Severina - disse il barone di lí a poco - vuoi preparare un mazzo di fiori come tu sai cosí bene? i fiori piacciono agli infermi e il povero conte, sapendo che vengono dalle tue mani ti manderà una benedizione.

Severina si mosse; spiccò dalla parete un cappellino di paglia bianca, e un piccolo canestro di vimini. Non osava parlare, ma dalle contrazioni del mento e del collo vedevasi chiaramente come ella lottasse contro i singhiozzi; scese i gradini che conducevano al giardino, col grembiule agli occhi.

- Crudeli! - mormorò il dottore.

- Forse abbiamo buon filo in mano per uscir da questo labirinto - osservò il barone. - Severina oggi è inclinevole a lasciarsi persuadere, e una volta che ella, dottore, sia partito in pace, spero che non si ricorderà di lei come di persona non vista mai.

Il dottore seguiva intanto cogli occhi il muoversi di quel bianco cappellino di paglia che spiccava sotto il sole e sopra il color vario delle aiuole: per quanto ei fosse venuto disposto ai miracoli vedeva benissimo come l'opera sua, insistendo, anziché districare ingarbugliasse vieppiú la matassa.

- Ella, dottore, potrà incominciare da lontano una cura intesa piú a mitigare che non a sanare le aberrazioni di questa mente.

Il dottore non udiva e gli sortí questa frase: - Sarei ben felice di poter continuare questo pietoso inganno.

- Avventura da romanzo, caro mio.

- Certamente impossibile - aggiunse alla sua volta il dottore che gli pareva d'aver detto troppo, ma nel fondo del cuore gli spiacque che il barone trovasse avventura da romanzo un tentativo che non gli sarebbe spiaciuto provare. Forse, oltre le cento ragioni che ognun vede da sé, il barone temeva questa comedia anche per quel sentimento aristocratico, che confondendosi spesso colla dignità e col dovere, erasi fatto in lui la legge suprema della vita. Forse anche il dottore la pensava cosí perché rispose alquanto acre e imperioso: - Allora, signore, un uomo solo è qui necessario.

- No, dottore - rispose fieramente il barone - ho già espressa la mia opinione a proposito di quello sciagurato... Basta! Poiché il mio destino è superiore a qualunque volontà e a qualunque scienza, io la ringrazio, dottore, della sua buona intenzione. Non le resta che di trovar modo di licenziarsi da Severina senza irritarla, e da uomo che obbedisce suo malgrado a una suprema necessità. Perdoni, povero signore - e il barone gli stendeva la mano - ella non è stato piú fortunato degli altri, anzi mi rincresce che per un'ora abbia rappresentato una brutta parte.

- In verità, sono umiliato! - disse il dottore chinando la testa; il barone riprese il suo passeggiar lento e grave.

Intanto Severina era venuta a sedersi sulla gradinata che dal salotto scendeva al giardino col canestro pieno di verbene, di fuchsie, di basilico e d'altre erbe e frasche odorose, di cui prese a formare un mazzo. Vedendo il dottore fisso in lei gli fe' cenno colla mano d'accostarsi, e volle che sedesse sul medesimo gradino, sotto un pergolato di non so quali arrampicanti americani, tra il profumo dei fiori e colla vista innanzi del lago e dei monti.

La fanciulla era docile, graziosa e dolcissima; toccava al buon dottorino cogliere il momento opportuno per tôrre congedo da lei, senza urto, e in capo andava preparando un discorso eloquente; Sua Eccellenza, accostandosi tratto tratto gli susurrava qualche consiglio, ma la parola, la prima parola non gli voleva uscire come se fosse impiombata in cuore.

Il sole facevasi varco fra i rami di quel pergolato che un vento sottile di meriggio scuoteva a intervalli e che disegnava una scacchiera di luci e di ombre tenuissime e balzanti sulla balaustra, sui gradini, sul vestito e sul cappello di Severina; in quell'ora calda il silenzio era profondo, non interrotto che da un fruscío passeggiero di foglie, o dal ronzare di un moscone, o da qualche squillo lontano di cornetta, o da qualche scoppio di mina lontano lontano nelle vallate.

Marco cercò la manina bianca della fanciulla e fattosi coraggio in nome del proprio dovere e in considerazione del momento solenne incominciò con voce calma e quasi armoniosa:

- Perdonami, Severina, se poco fa, dimenticando la tua età e la tua naturale allegria, usai teco parole troppo aspre; ma io sono partito dal letto d'un infermo e sto per ritornare al letto d'un moribondo; tu sai chi sia quel venerando vecchio! Questa sventura tocca sí da vicino anche la tua sorte, ch'io vorrei vederti piangere con me. - Il dottore si faceva a carezzare un nodo di capelli che le scendeva sopra una spalla. - Il dovere e l'amore vogliono invece che io mi allontani subito da te; avrai tu il coraggio di restar sola? potrai dimostrarmi come una donna sappia soffrire piú dignitosamente di questi poveri uomini seri, pasciuti di vanagloria? Saprai dirmi addio senza tremare?..

Ma la voce del dottore incominciava a tremare; per quanto studiasse di resistere agli scherzi della fortuna e di consumare tutto intero il suo dovere, non poteva non sentire le voci del cuore smarrito e tocco. Il barone applaudí fra sé a quel lungo e artificioso discorso, che pronunciato veramente col calore della persuasione e della verità pareva s'insinuasse sufficientemente nel cervello di Severina; costei infatti che in quelle parole e in quell'accento aveva scoperto non so quale nuova tenerezza, fece puntello d'una mano alla testa e socchiuse voluttuosamente gli occhi.

- Sono cattiva, n'è vero? - disse abbandonandosi fanciullescamente sulle spalle di Marco.

- No, tu non sei cattiva, tu sei un angelo.

Il barone passeggiava grave e solenne nel salotto.

Impeti affannosi provò il cuore del dottore sotto il fascino di quella tentazione esagerata per la virtú d'un uomo: cosa avrebbe fatto don Giulio al suo posto? non aveva egli diritto di fare altrettanto? l'ardore che uscí dalle sue labbra entrò nelle vene di Severina che riarse negli occhi, in viso e nelle mani.

Il dottorino balzò in piedi e disse freddamente: - Addio!

Severina stese una mano, senza levar gli occhi e raccapricciò.

- Addio, signorina - ripeté quasi in atto di scusa il dottore.

- Tu parti?

- Sí.

- Quando ritornerai?

- Quando potrò.

L'infelice si fregò la fronte bagnata di sudore e un lampo sinistro brillò nel bianco della sua pupilla; il barone preso sotto braccio il dottore lo trascinò quasi fino in alto del terrazzo. Il canestrino dei fiori cadde dalle ginocchia di Severina e rotolò spargendo poche foglie fino al basso della gradinata.

Adriano susurrò a Marco: - Ella mi riconcilia cogli uomini - alle quali parole il dottore sospirò coll'affanno di chi ha l'anima aggravata e non erano ancora a mezzo del salotto quando un acutissimo grido li fe' trasalire. Marco si sciolse dal braccio del barone, che si turò con ambo le mani le orecchie.

A un secondo grido piú rantoloso il dottore precipitò fuor della stanza lasciando il suo ospite in una rigida immobilità. Scese i gradini e vide la fanciulla, che distesa, rovesciata, faceva strazio de' capelli, come se volesse strapparli; l'occhio era squallido; bieche le labbra e spaventoso il lamento; le imprigionò le mani nelle sue e gridò tre volte: - Severina! - ella colla forza d'un epilettico si svincolò dalle sue strette e afferrandolo per le spalle esclamò: - Assassino! So dove vai! tu ami un'altra donna... Uccidimi prima...

Il dottore sia che intendesse o no queste parole, girò le braccia attraverso di lei e tentennando la portò sopra i pochi gradini, fissandola in viso come se volesse ammaliarla, e appoggiandone, per meglio sorreggerla, la testa al suo petto.

Accorsero alle grida le donne di casa che tolta Severina in braccio la portarono pesa come corpo morto fino alla sua camera: all'ira era succeduto uno sfinimento di tutte le forze e un pallore letale e un sudore freddo che grondava dal viso e le inumidiva le mani. Quando fu collocata nel suo letto il dottore notò che una crisi pericolosa minacciava l'inferma e diede i primi ordini per acquetarne il sistema nervoso e per impedire che ella si facesse ancora violenza colle proprie mani. Nel pericolo Marco sapeva sempre trovare la chiara coscienza di sé, e infatti assisté le donne e le rincorò, scrisse una ricetta, mandò un servo alla farmacia, parlò, consigliò, si mosse insomma con quella sollecita prudenza che prevede il pericolo senza sgomentarsene.

Ben presto si avvide che il barone non li aveva seguiti e preso da un pauroso sospetto discese precipitosamente dabbasso dove lo trovò ancor immobile, come lo aveva lasciato, fitto al suolo l'occhio nerissimo, solcato da un'onda sanguigna e che brillava di luce tetra nell'orbita livida e profonda.

Le grida e i rantoli di Severina avevano avuto per il povero padre qualche cosa di non mai udito e dubitò che quella esistenza, mantenuta finora da un duro inganno non si fosse spezzata come una bolla di vetro compatto che il martello non rompe, ma che un leggiero contatto spesse volte frantuma.

- È morta? - domandò quando vide il dottore.

- No.

- V'è speranza che muoia?

Il dottore osservò un guardo fuggitivo del barone verso la parete donde pendeva una bella pistola cesellata e si ricordò la promessa che il signore aveva fatto a sé stesso.

- Forse non morrà - rispose quasi con freddezza il dottore; - però se in questo doloroso istante le venisse meno la protezione paterna sarei costretto a ricoverarla in un manicomio.

Il barone rabbrividí e Marco fu contento d'aver toccato una corda sensibile, anzi aggiunse con accento vibrato e solenne: - La pazzia è sempre da preferirsi alla disperazione: quella ignora sé stessa, questa...

- Questa fa dimenticare i propri doveri - seguitò il barone con voce profonda.

- Signore, ella m'intende piú che io non mi spieghi: quanto avviene intorno a noi è straordinario, ma non è quanto di piú terribile videro gli occhi miei nel breve corso della mia vita. Vidi delle povere donne di campagna piangere per fame, cinte dai loro figliuoli e non perdere mai la speranza. Esse erano forse superstiziose, ma sarebbe doloroso che la loro superstizione fosse dappiú della nostra sapienza.

Il barone si trascinò fin presso a una poltrona e sedette in modo di rivolgere le spalle al dottore, che nell'aspetto e nella voce gli aveva apparenza d'un giudice severo; posò la testa alla sponda e coprendosi il viso con ambo le mani esclamò: - Si può soffrire piú di cosí? - uno scoppio di pianto disse quanto non è concesso a noi di imaginare.

Il dottore lasciò che quelle lagrime scendessero liberamente e, sedutosi appresso, dopo cinque minuti di silenzio ripigliò senza esitazioni e come se leggesse in una pagina scritta:

- Signor barone, voglio manifestare una speranza che mi viene dalla considerazione di questi avvenimenti e da quel po' d'esperienza che ho acquistato in questi pochi anni. La mente di donna Severina non è sconvolta in modo da non lasciar nessun barlume di ragione, ma solamente spostata e fissa a momenti imaginarî o a rimembranze passate. Da un anno fu chiusa come in un anello, che oggi per la prima volta noi, senza volerlo, abbiamo spezzato. Difatti non è la prima volta che si ricorda del tradimento del conte?

- Sí, è la prima volta.

- È la prima volta che al suo furore segue tanta prostrazione di forze?

- Sí.

- Ebbene da questo pericolo può scaturire la sua salvezza e veda come io la ragioni: Severina ha perduto ogni sentimento, la febbre la percuote, il delirio l'inganna e anziché oppormi a questa guerra che le fa il male, aggiungerò le mie cure per maggiormente abbattere la natura e la fantasia vivacemente accesa. Ella fra qualche giorno uscirà dal lungo letargo, stupita, fiacca, direi quasi distrutta, ma disposta a lasciarsi ricreare; la reazione non avrà piú forza contro la mano medica e soltanto allora credo possibile dare alle sue facoltà mentali quella piega dolce, vera, e pietosa che si desidera. Insomma per venire al caso pratico, supponiamo che donna Severina si riscuota, giri gli occhi intorno, domandi con un fil di voce dove si trovi, che avvenga intorno a lei; non vede, signore, come sarà facile riconciliarla col suo passato? Le si dirà che ella è molto malata, che da tre mesi lotta fra la vita e la morte; che trasportata a stento sul lago di Como, comincia appena a riaversi; che accanto al suo letto vegliò per tre mesi suo padre, attento ad ogni suo delirio, e non solo il padre, ma il fidanzato e le amiche... Tutti questi vengono ad uno ad uno presso al suo letto, si rallegrano con lei che incominci a sorridere e a guarire; allora tutto il passato si presenterà all'inferma colla leggerezza d'un sogno, o d'un delirio... Don Giulio siede veramente vicino al suo letto, e lo può toccare con mano, ne ode la voce lacrimosa, ne sente i baci sulla fronte. Forse avremo un minuto di tentennamento fra la verità e l'apparenza, fra il passato e il presente, ma tocca alla nostra solerzia scacciare le nebbie de' suoi sogni e porle questo presente e questa realtà. Mi par di udirla: “Dunque fu un sogno!” -. “Sí, infelice, fu un sogno di moribonda” le risponderei; “tutto quanto hai sofferto non fu che un rodimento febbrile che noi colle veglie, colle cure, colle preghiere abbiamo guarito; vieni e contempla com'è bella la natura; vedi quanto ha sofferto tuo padre e il tuo sposo....

- Signor barone - esclamò levandosi in piedi - m’inganno troppo? non può avvenire quel che suppongo?

- Può avvenire.

- Perciò è nostro dovere di provare.

- Ma noi torniamo...

- Io ripeto per la terza volta una preghiera, che potrebbe essere ormai anche un comando. È necessaria la presenza del conte.

Il barone non rispose, ma dal suo volto traspariva la lotta ch’egli combatteva presso di sé fra la pietà e l'orgoglio. Il dottorino nell’entusiasmo della sua sacra missione aveva dimenticato del tutto le sue piccole follie, e in tutto il ragionamento tenuto al barone il cuore non aveva dato un sussulto, come se la causa del cuore fosse innanzi all'interesse della scienza. Forse Marco poteva ingannarsi, ma presentemente non vedeva altro rimedio che la presenza di Giulio, talché per vincere del tutto la ripugnanza del barone aggiunse: - Questo solo mi risulta, e sarei costretto a ritirarmi se mi fosse rifiutato quanto ho il diritto di avere.

- Non ci abbandoni, dottore - rispose svegliandosi di sbalzo il barone; - non ha inteso quelle strida? non ha visto quegli sguardi? Dottore, io non mi rifiuto, ma penso al modo di obbedirla.

Seguí un momento di muta riflessione per entrambi, nel quale ciascuno si raccolse piú attentamente sui piú intimi affetti.

Il barone man mano che si persuadeva della bontà di quel consiglio, e si disponeva a seguirlo, sentiva l'anima rallegrarsi come se uscisse da una rete sottilissima di rimorsi, di rammarichi, di odi e di grettezza; il dottore invece a cui sorrideva la certezza d'un miracolo, e che aveva tanto santamente adempiuto il proprio dovere, era meno disposto al compiacersi di sé stesso, e starei per dire che nel fondo del suo cuore pullulasse una radice amara.

- Si scriva dunque al conte - disse il barone, che sebbene fosse disposto a farlo, andava cercando quella via di mezzo che non conduce gli uomini alla gloria. E continuò come se parlasse a sé stesso:

- Quanto mi dice, dottore, ha tutta l'apparenza dell'utilità e sarebbe colpa d'entrambi se non si tentassero anche i rimedi eroici; ma come scriverò a don Giulio? debbo pregare o minacciare? non sarebbe piú opportuno che scrivesse per me qualche persona estranea all'offesa?

- Sia pure - disse il dottore che non vide di malanimo questo breve imbarazzo del barone.

- Se scrivere al conte fosse delle mie forze crede ella che io non l'avrei già fatto?

- È una lettera difficile, ne convengo.

- Difficilissima per me, non per una terza persona che senza preoccupazioni la scrivesse come da uomo onesto a uomo onesto; supponga che il conte sia ancora un uomo onesto.

- Si cerchi un amico comune il quale s'incarichi di questo atto di carità.

- Io vivo solo da un anno, né conosco persona piú adatta di lei, dottore...

- Io? - disse il dottore con eccessiva sorpresa.

- Chi meglio di lei può narrare al conte la miseria di Severina? come medico e amico mio si presenta a don Giulio, non in mio nome, s'intende, ma in nome della scienza e della umanità.

- Ma io, sconosciuto al conte... - balbettò il dottore.

- Un uomo che ha persuaso me, saprà persuadere anche don Giulio, ma voglio che la lettera abbia un carattere segreto, come se io non ne sapessi nulla, ed ella mi tendesse una rete amorosa.

- Ebbene, quando ella vuole...

Il dottorino che pareva alquanto umiliato alzò di subito la fronte e disse:

- Scusi, Eccellenza, ma chi sa dove il conte si trovi?

- Io lo so: da un anno lo seguo coll'occhio per tutta Europa e ciò prova che da un anno teneva in petto il desiderio di riaccostarmi a lui. Fra poco le farò avere l'indirizzo.

- Va bene! - mormorò Marco col tono di chi dica: Pazienza!

- Ella è mio ospite e padrone della mia casa.

Il barone incrociate le braccia al petto si fece a considerare il volto di Marco, che sorrise mestamente: - Dottore - disse - ella è un uomo generoso e forse in questa rara virtù sta il segreto de' suoi miracoli. Accetta la mia amicizia?

- Come onore e come ricompensa.

Si strinsero la mano commossi e mentre il barone, tocco dalle parole del suo giovane amico, sentivasi inclinato perfino a perdonare, il dottorino non pareva troppo festoso di questi trionfi, e non poteva impedire che un maligno demonio non gli soffiasse nell'orecchio una parola strana, non mai compresa, e di minaccia contro un uomo lontano, non mai conosciuto e punto invidiabile. Egli doveva invitare quest'uomo in nome dell'umanità e della scienza alle dolcezze de' baci di Severina... Diciamolo: il dottorino incominciava a odiare.

La storia della fanciullezza di Severina somiglia a quella di molte fanciulle gentili, cui la modestia cela agli occhi de' curiosi e piú a loro stesse. Le preghiere confidate alla mamma, i consigli materni, la lettura scelta, la compagnia onesta avevano fatto sí che a quella tenera età in cui la vita non è che un miscuglio dell'anima col corpo, esistessero già in lei uno spirito padrone e un corpicino obbediente come un novizio.

Quattro noci, un panino, una mela e qualche confetto e acqua di fonte saziavano Severina a dodici anni, ma gli occhi insaziabili giravano irrequieti per la campagna, per il cielo, tra la varietà dei fiori, sui vari riflessi delle acque e si fissavano estatici sugli splendori delle notti d'estate. Il suono di una cantilena, d'una campana lontana l'arrestava su' due piedi, e se squillavano a morto piangeva senza saperlo; altre volte rideva pazzamente colle sue compagne, mentre colle dita magre e lunghe andava tagliando fiori di carta o ricamando merletti sottili come la nebbia. Ma le ginocchia soffrivano del troppo star sul freddo sasso innanzi all'altare, dove ella ritiravasi all'avemaria a pregare, fissa nella vergine Maria, a cui il bagliore rossigno d'una lampada dava risalto e movimento.

Come piacciono a quest'età le finestre ad angolo acuto, i castellacci neri, le vetriate dipinte, le ombre lunghe che scappano via dai capitelli su per le pareti d'una chiesa lombarda; si potrebbe dire che ciascuno di noi passa nelle diverse età per quei medesimi sentimenti che il popolo provò nel succedersi dei secoli, e che a dodici anni si viva misticamente come san Francesco e il beato Jacopone.

Anche Severina ebbe le sue estasi e le sue visioni di angeli custodi (chi di noi non ne vide alcuno?) dei quali anzi sentí piú volte un batter d'ali, che movendo l'aria intorno al suo collo circondava tutto il corpo di una voluttuosa frescura: ogni musica aveva le cadenze dell'organo di chiesa, e nei sogni sfilavano le tredicimila vergini di santa Chiara intorno al suo letto, le quali cantando e con fiori in mano portavano a seppellire una bambina, vestita di bianco e benedetta da un raggio bianco di luna. Chi era la bambina? lei stessa, che si deliziava di quel giacere colle mani incrociate sul petto: e cosí via via cento altri simili fantasmi o sognati o pensati o ricordati in questa età in cui si sa come si muore, non come si nasce.

Ma un giorno Severina si avvide che il suo abito era stretto, se ne meravigliò e pensò con pena al perché: nello stesso tempo le parve che crescesse il bisbiglio della gente sul suo passaggio, e sebbene non osasse levare le palpebre, pure sentiva molti sguardi fitti in lei, come per delicatezza di nervi una cieca sente il colore delle cose. Certe mattine, svegliandosi avanti l'alba, sedeva sul letto, le mani in mano, i capelli sciolti, gli occhi fissi alla punta de' piedi che sporgevano da un lembo di coltre, senza un pensiero determinato, senza una volontà, col solo desiderio di piangere, ma pur sorridendo di queste sue sciocche melanconie. Stava cosí lunga pezza stringendosi colle mani le spalle, e abbracciando sé stessa strettamente per immenso bisogno di amare qualcuno. Cosí infatti cominciano ad amarci le fanciulle, prima che ci conoscano, e quando ci presentiamo loro la prima volta, esse ci guardano come gente non affatto ignota e potrebbero dire a ciascuno di noi: È un pezzo che ti sento venire.

Quando Severina conobbe don Giulio, senza ombra di peccato le si presentò l'amore, perché là dove pur le sembrava che morisse la grazia della fanciulla, le dissero incominciare la santità della madre; così la virtù lega la donna d'una catena d'anelli diversi, che essa porta come il suo piú bel monile. Ma la pazzia aveva frantumato questo monile. In Severina erano bensí rimasti tutti i sogni e tutte le speranze della fanciulla e della donna, ma orribilmente sconvolti; la natura cieca - e il dottorino se ne accorse subito - continuava contro di lei una gara vigliacca, poiché il pensiero balzano non solo non difendevasi, ma ingigantiva e sconciava i fantasmi della colpa. Così dell'antica severità non era rimasta che l'apparenza, e delle virtù una fredda abitudine, mentre l'occhio acceso e sinistramente poetico, le labbra semiaperte a bevere ogni soffio di brezza, i gridi improvvisi tradivano una povera natura che si rifaceva selvatica.

- Insensato! - disse Marco a sé stesso la notte, quando fu solo nella camera che gli ebbero assegnata. - Come si chiama questo mio amore? credo follia, ma follia indegna di ogni compassione.

Colui che costringe la vita in una precoce serietà vi muore racchiuso come una larva nel suo involucro. Severina può intendere questi miei spasimi? quel barlume di intelligenza che splende in lei, quel po' d'anima che la fa piangere e sorridere non sono per me, ma io rubo ciò che altri ha ispirato. Ecco il destino di coloro che a vent'anni sono già virtuosi fossili, i quali per amore del giusto perdono sovente il senso del dolce e dell'utile e finiscono miserandi o grotteschi.

Cosí lamentavasi fra sé il povero dottorino, girando gli occhi intorno e rimirando i mobili di quercia e il ricco padiglione di pizzo che scendeva sopra il suo letto.

Dov'era egli? perché era venuto in quel palazzo incantato? perché non posava la testa sopra i grossi libri che ragionano dell'anatomia del cuore umano? v'era anche una piaga del cuore?

Sullo scrittoio trovò un fascio di carte e un biglietto manoscritto; le une erano lettere scritte da Severina a varie persone nel corso di quell'anno fatale, e l'altro l'indirizzo del conte Giulio, Hôtel Suisse, Genève. Vi tenne gli occhi fissi, incantati, temendo che se vi ponesse la mano sopra non isparisse tutta la magia di quel palazzo e di quel sogno. Suonarono le undici e mezzo al paese vicino ed egli, immerso in una poltrona d'alto schienale, e al lume di una lucerna d’argento meditava ancora sulla sua sorte, e ricamava intorno a quell’indirizzo una storia capricciosa e galante, ma non piú lieta della sua.

La vecchia Marianna bussò dolcemente all'uscio e riferí come Severina, cessato il delirio e lo spasimo, fosse caduta in un sonno piú tranquillo; Marco le raccomandò di sorvegliarla tutta la notte e chiuse l'uscio con due giri di chiave come se avesse bisogno di segregarsi e di venire dimenticato.

La finestra dava non sul lago, ma sull'erto dosso dei monti a’ piedi de' quali sorgeva il Ritiro, un pendío piuttosto ripido, coperto di folta e boscosa vegetazione, a quell'ora tocco lentamente dal raggio della luna, sotto il quale spiccava qua un sentiero che s’inerpicava, là il bianchiccio d'un ghiaieto, piú su la figura d'un campanile ritto come un gendarme di guardia; si udivano tratto tratto susurri misteriosi di acque e di frondi secondo la direzione del vento, rauco e sommesso giungeva in quella parte il batter dell’onda contro la riva e lento, quasi pauroso, il battere delle ore. Da una finestra a lui nascosta usciva un raggio che si rifletteva nel verde lucido del boschetto di magnolie, sul quale si disegnava l'ombra mobile d’una cuffia gigantesca; quel lume usciva dalla camera di Severina posta in un angolo della villa e il dottorino esclamò: - E se ella morisse? - Ma non volle durare in queste melanconie, onde tornato allo scrittoio prese a sorte una di quelle lettere e lesse a caso: “Ti aspetto, ti aspetto! guardo il lembo ultimo del mare sperando che tu spunti di là come una rondine; se tu venissi sarei piú contenta del grillo che fa cri cri nell'angolo del focolare e della cavalletta verde che salta sull'erba. Senza di te l'anima mia è vuota, mentre vicina a te sento la voglia di cantare e di arrampicarmi sulle quercie come fanno i passeri, gli usignoli, i pettirossi e le allodole. Senza di te io sono zoppa; vieni, mio caro bastone. Se tu mi lasci sola voglio vivere sotterra vestita di ragnatele”.

Il dottorino lasciò cadere il foglio e tornò alla finestra perché il disastro di tanti sentimenti e di tante idee lo adirava; suonò in quel mentre la mezzanotte e ricorrendo col pensiero a casa sua si compiacque d'imaginare Celestino sdraiato nel suo letto, colle coltri alla rinfusa, immerso in uno di quei beatissimi sonni che Dio concede soltanto a' suoi frati. Gli parve vedere gli abiti buttati come Dio vuole sopra una sedia, i coturni distesi in mezzo alla camera, la pipa sul tavolino da notte fra gli zolfanelli, la borsa del tabacco, le poesie di Guadagnoli, il ritratto d'un'osteria e una bottiglia coperta da un bicchiere. - Lui felice! - mormorò il dottorino. - Infelici coloro che non vogliono essere quel che sono!

Frattanto senza avvedersi andava stropicciando fra le dita l'indirizzo del conte, e quando si allontanò dalla finestra sentissi il collo indurito, e un brivido nelle spalle; era stanco di pensare e cercò di impiegar meglio il tempo scrivendo la lettera al conte, come aveva promesso.

Infatti prese un foglio, bagnò la penna, si fregò la fronte e cominciò a pensare al principio che è sempre la metà d'ogni impresa; le lettere di Severina stavano sparpagliate dinanzi, e Marco quasi a suo dispetto invece di scrivere lesse a caso anche questa pagina:


“Cara contessa Emma,

“Finalmente ieri sera don Giulio si è presentato col suo venerando genitore a mio padre. Quante belle cose mi disse sottovoce, mentre i due babbi favellavano, e quante altre piú belle io gli tacqui! Mi serrò il mignolo col suo mignolo, e sarei stata contenta se un anellino di ferro mi avesse in quel momento legata a lui per sempre. Era il primo uomo, dopo mio padre, che osasse toccarmi un dito, e sentii un fluido venire da lui a me, come quando in collegio tutte in catena si provava la scossa elettrica. Davvero, n'ebbi lo stesso fremito e quell'istessa convulsione che fa ridere, che strappa le lagrime e fa gridare: ahi! ahi! Cos'è l'amore? La nostra madre superiora, te ne ricordi? soleva nelle commediole sostituire a questa brutta parola o amicizia, o stima, o gratitudine, o riverenza e cento altre parole consimili; mettine pur mille e sommate tutt'assieme e non avrai ancora il sinonimo d'amore. Questa è un'idea di Giulio, veh!- se sentissi, come ragiona!

“Ieri sera presi la mia Celeste sulle ginocchia e mi sono seduta alla riva del mare. La chiamai Celeste perché è il colore che piace ai poeti, al Padre Eterno, e a lui. Non l'hai mai vista la mia bambina? è bionda, magrina, vispa, e sapiente! quando pongo le labbra sulla pozzetta del suo collo mi sembra di succhiare tutte le debolezze di cui è ripieno il paradiso. O cara Emma, ho bisogno di parlare, di gridare, di propagarmi come una divinità antica, e invidio la pioggia d'autunno che si riversa, e bagna tutto, e scorre da per tutto e si sprofonda in tutte le screpolature della terra...”.

"Se nella mia vita" pensò il dottore, "mi fosse dato trovare una donna che sentisse razionalmente come Severina; se ella stessa guarita, volesse dire a me quanto scrive d'un ingrato, potrei io resistere all'oceano traboccante di questa felicità? mi sazierei di quest’onda? invecchierei ancora un giorno nella mia vita? Quest’amore ha istinti immortali e se l'anima dell'uomo spirasse in queste maestose imaginazioni, porterebbe seco la gioia per tutta l'eternità." Ma che penso io mai? non sono idee da matto anche queste? perché vado aizzandomi? questo silenzio mi sgomenta...".- No, no - gridò a voce alta lacerando coi denti l'indirizzo del conte, alle quali parole rispose un gemito, e un fruscio di foglie nel giardino.

Il dottore già coi nervi irritato e la fantasia tesa si sgomentò come innanzi a un grave pericolo e tese ancora l'orecchio, ma non udí che un suono di piccoli passi scricchiolanti sulla sabbia. "Chi passeggia a quest'ora?" pensò " chi sospira?". Prese la lucernetta e si accostò alla finestra: ma un buffo improvviso di vento gliela spense: sparito era anche il lume dalla camera di Severina; buio e silenzioso il giardino. Scoccò un'ora. Il dottorino corse fino al letto e vi si buttò vestito come uomo che per paura si rintani. - È questo l'amore? - domandò a sé stesso e quando a Dio piacque si addormentò.


Appena desto, coll'alacrità che ispira l'aria fresca del mattino e la luce del sole, sedette allo scrittoio e scrisse d'un getto questa lettera:


“Illustrissimo signor conte,


“Non si meravigli se uno sconosciuto si rivolge a Lei coll’autorità d'un superiore, ma io parlo in nome del dovere e della pietà. Chiamato dall’illustrissimo signor barone commendatore Adriano Siloe per esercizio del mio ministero conobbi una donna infelice, pazza da un anno, della quale non oso pronunciare il nome innanzi a lei sperando che sia ancor vivo nel suo cuore.

Forse Dio vuol servirsi di me, ultimo uomo della scienza, per guarire questa ragione che una grave sventura ha crudelmente ferito; ma io non potrei far nulla senza la presenza di V. S., perciò venga senza indugio a **** sul lago di Como e cerchi del dottore sottoscritto”.


Questa lettera mostra evidentemente come Marco obbedisse di malanimo al suo dovere, perché non bisognava, io credo, usare uno stile troppo asciutto e rigido verso una persona che si doveva persuadere e commovere. Ma il dottorino quando contemplò queste quattro righe buttate là nel peggior modo e colla peggior penna si rallegrò come se avesse riportato un trionfo sopra sé stesso o piuttosto per quel suo pregare ruvido che aveva l'aria d'una sfida.

Scrisse anche un biglietto a Celestino, dandogli sue notizie, ma prima di chiudere le lettere, quasi gli piacesse d'indugiare, visitò l'inferma. Poca luce entrava nella camera di Severina, e il dottore poté avvicinarsi al suo letto quasi senza essere scorto dalla povera Marianna che sonnecchiava nella poltrona. La febbre tormentava ancora Severina, ma già le sue forze parevano piú stremate, gli occhi piú languidi, e meno accese le guancie. L'inferma non sentí la mano che le toccò i polsi e la fronte, e solo mormorò colle labbra aride parole inintelligibili; il dottorino però interpretando il suo desiderio sollevò di una mano la testa della fanciulla e porse una tazza d'acqua ghiacciata a quelle labbra sitibonde; poi ricompose le coltri fino al mento, raccomandò il silenzio e l'oscurità e usci in punta di piedi. La malattia seguiva secondo i suoi desideri e se ne fregò le mani d'allegrezza: - Diavolo! il mondo ne avrebbe parlato...

Un servo lo fermò nel corridoio e gli consegnò un biglietto del barone che dopo aver vegliato gran parte della notte, si era buttato nel letto sul far della mattina. Il biglietto diceva brevemente: “Spero che ella avrà spedita la lettera al conte colla posta della mattina; se non lo ha fatto, non perda piú tempo”

- A che ora parte la posta della mattina?

- Alle cinque.

- Sono le otto: vieni da me fra un quarto d'ora - e il dottorino ritornò nella sua camera molto indispettito con Sua Eccellenza che dopo un anno di perditempo diventava a un tratto scrupoloso dell'ora e del minuto.


Dopo lunghe ricerche ho finalmente scoperto che la celebre cantante, per la quale don Giulio erasi fatto cosí leggiermente spergiuro, chiamavasi Adriana Saintrose, bellissima donna, una delle stelle fisse dell'Opéra. Alla Pergola, e specialmente dal primo ordine di palchi, era furiosamente applaudita tutte le sere e piú ancora lo fu, quando si seppe che fra i suoi antichi amanti erasi iscritto anche un alto personaggio della corte francese. Molti di quei signori dalla testa lucida si mantenevano dapprima in un dignitoso riserbo, temendo di aver tra le mani una prima donna comune; ma dopo che il marchese Ercole portò da Parigi la peregrina notizia, cessarono gli scrupoli, e l'entusiasmo lanciò via il tappo. Il contino Leopoldo che allora faceva le prime armi nel bel mondo possedeva un guanto rapito ad Adriana, mentre ella saliva in carrozza; reliquia, che se a uno spirito chiuso e alieno da queste delizie sembra poco meno che inutile tornava invece preziosa fra persone sensibilissime alle grazie della bellezza e dell'arte.

Adriana, da parte sua, rispondeva con tanti baci, buttati a piene mani qua e là sull'amato pubblico, e questi baci pur troppo erano colpi di sasso per molti cuori di vetro; gli animi, riscaldati da sguardi, si erano a poco a poco accesi e si era giunti al punto che ognuno credeva follia la speranza di essere prediletto.

Si disse che il conte Giulio dal suo p