Federico de Roberto



I VICERÉ






Parte prima


1


Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell'arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s'udì e crebbe rapidamente il rumore d'una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall'arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.

- "Don Salvatore?... Che c'è?... Che novità!..."

Ma quegli fece col braccio un gesto disperato e salì le scale a quattro a quattro.

Giuseppe, col bambino ancora in collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di Baldassarre, la lavandaia, una quantità d'altri servi già circondavano la carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente:

- "La principessa... Morta d'un colpo... Stamattina, mentre lavavo la carrozza..."

- "Gesù!... Gesù!..."

- "Ordine d'attaccare... il signor Marco che correva su e giù... il Vicario e i vicini... appena il tempo di far la via..."

- "Gesù! Gesù!... Ma come?... Se stava meglio? E il signor Marco?... Senza mandare avviso?"

- "Che so io?... Io non ho visto niente; m'hanno chiamato... Iersera dice che stava bene..."

- "E senza nessuno dei suoi figli!... In mano di estranei!... Malata, era malata; però, così a un tratto?"

Ma una vociata, dall'alto dello scalone, interruppe subitamente il cicaleccio:

- "Pasquale!... Pasquale!..."

- "Ehi, Baldassarre?"

- "Un cavallo fresco, in un salto!..."

- "Subito, corro..."

Intanto che cocchieri e famigli lavoravano a staccare il cavallo sudato e ansimante e ad attaccarne un altro, tutta la servitù s'era raccolta nel cortile, commentava la notizia, la comunicava agli scritturali dell'amministrazione che s'affacciavano dalle finestrelle del primo piano, o scendevano anch'essi giù addirittura.

- "Che disgrazia!... Par di sognare!... Chi se l'aspettava, così?..."

E specialmente le donne lamentavano:

- "Senza nessuno dei suoi figli!... Non aver tempo di chiamare i figli!..."

- "Il portone?... Perché non chiudete il portone?" ingiunse Salemi, con la penna ancora all'orecchio.

Ma il portinaio, che aveva finalmente affidato alla moglie il piccolino e cominciava a capire qualcosa, guardava in giro i compagni:

- "Ho da chiudere?... E don Baldassarre?"

- "Sst!... Sst!..."

- "Che c'è?"

I discorsi morirono ancora una volta, e tutti s'impalarono cavandosi i berretti ed abbassando le pipe, perché il principe in persona, tra Baldassarre e Salvatore, scendeva le scale. Non aveva neppure mutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar più presto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come un foglio di carta, volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti, intanto che dava sottovoce ordini a Baldassarre, il quale chinava il capo nudo e lucente ad ogni parola del padrone: - "Eccellenza sì! Eccellenza sì!" E il cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone saltò nella carrozza, con Salvatore in serpe: Baldassarre, afferrato allo sportello, stava sempre ad udire gli ordini, seguiva correndo il legnetto fin oltre il portone per acchiappare le ultime raccomandazioni: - "Eccellenza sì! Eccellenza sì!"

- "Baldassarre!... Don Baldassarre!..." Tutti assediavano ora il maestro di casa; poiché, lasciata la carrozza che scappava di corsa, egli rientrava nel cortile: - "Baldassarre, che è stato?... E ora che si fa?... Don Baldassarre, chiudere?..."

Ma egli aveva l'aria grave delle circostanze solenni, s'affrettava verso le scale, liberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e un - "Vengo!..." spazientito.

Il portone restava spalancato; tuttavia alcuni passanti, scorto lo straordinario movimento nel cortile, s'informavano col portinaio dell'accaduto; l'ebanista, il fornaio, il bettoliere e l'orologiaio che tenevano in affitto le botteghe di levante, venivano anch'essi a dare una capatina, a sentir la notizia della gran disgrazia, a commentare la repentina partenza del principe:

- "E poi dicevano che il padrone non voleva bene alla madre!... Pareva Cristo sceso dalla croce, povero figlio!..."

Le donne pensavano alla signorina Lucrezia, alla principessa nuora: sapevano nulla, o avevano loro nascosto la notizia?... E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non ordinava di chiudere ogni cosa?... Don Gaspare, il cocchiere maggiore, verde in viso come un aglio, si stringeva nelle spalle:

- "Tutto a rovescio, qui dentro."

Ma Pasqualino Riso, il secondo cocchiere, gli spiattellò chiaro e tondo.

- "Non avrete il disturbo di restarci un pezzo!"

E l'altro, di rimando:

- "Tu no, che hai fatto il ruffiano al tuo padrone!"

E Pasqualino, botta e risposta:

- "E voi che lo faceste al contino!..."

Tanto che Salemi, il quale risaliva all'amministrazione, ammonì:

- "Che è questa vergogna?"

Ma don Gaspare, a cui la certezza di perdere il posto toglieva il lume degli occhi, continuava:

- "Quale vergogna?... Quella d'una casa dove madre e figli si soffrivano come il fumo negli occhi?..."

Molte voci finalmente ingiunsero:

- "Silenzio, adesso!"

Però quelli che s'eran messi troppo apertamente con la principessa avevano il cuore piccino piccino, sicuri di ricevere il benservito dal figlio. Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava l'ordine? Senza l'ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava senza che l'ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? - "Chi ha detto che è morta?... Il cocchiere!... Ma non l'ha veduta!... Può aver capito male!..." Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe non sarebbe partito così a rotta di collo, se fosse morta, perché non avrebbe avuto nulla da fare lassù... E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci un malinteso, la principessa era soltanto in agonia, quando finalmente Baldassarre affacciossi dall'alto della loggia gridando:

- "Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie... Dite che chiudano le botteghe. Chiudete tutto!"

- "Non c'era fretta!" mormorò don Gaspare.

E come, spinto da Giuseppe, il portone girò finalmente sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi: - "Chi è morta?... La principessa?... Al Belvedere?..." Giuseppe si stringeva nelle spalle, avendo perso del tutto la testa; ma domande e risposte s'incrociavano confusamente tra la folla: - "Era in campagna?... Ammalata da quasi un anno... Sola?... Senza nessuno dei figli!..." I meglio informati spiegavano: - "Non voleva nessuno vicino, fuorché l'amministratore... Non li poteva soffrire..." Un vecchio disse, scrollando il capo: - "Razza di matti, questi Francalanza!"

I famigli, frattanto, sbarravano le finestre delle scuderie e delle rimesse; il fornaio, il bettoliere, l'ebanista e l'orologiaio accostavano anch'essi i loro usci. Un altro crocchio di curiosi radunati dinanzi al portone di servizio, rimasto ancora aperto, guardavano dentro alla corte dove c'era un confuso andirivieni di domestici; mentre dall'alto della loggia, come un capitano di bastimento, Baldassarre impartiva ordini sopra ordini:

- "Pasqualino, dalla signora marchesa e ai Benedettini… ma da' la notizia al signor marchese e a Padre don Blasco, hai capito?... non al Priore!... A te, Filippo: passa da donna Ferdinanda... Donna Vincenza? Dov'è donna Vincenza?... Prendete lo scialle e andate alla badia... parlate alla Madre Badessa perché prepari la monaca alla notizia... Un momento! Salite prima dalla principessa che ha da parlarvi... Salemi?... Giuseppe, ordine di lasciar passare i soli stretti parenti... È venuto Salemi?... Lasciate ogni cosa; il principe e il signor Marco v'aspettano lassù, che c'è bisogno d'aiuto. Natale, tu andrai da donna Graziella e dalla duchessa. Agostino, questi dispacci al telegrafo... e passa dal sarto..."

Secondo che ricevevano le commissioni, i servi uscivano, aprendosi la via in mezzo alla folla; passavano con l'aria affrettata di altrettanti aiutanti di campo tra i curiosi che annunziavano: - "Vanno ad avvertire i parenti... i figli, i cognati, i nipoti, i cugini della morta..." Tutta la nobiltà sarebbe stata in lutto, tutti i portoni dei palazzi signorili, a quell'ora, si chiudevano o si socchiudevano, secondo il grado della parentela. E l'ebanista la spiegava:

- "Sette figliuoli, possiamo contarli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia che è in casa con lui: due; il Priore di San Nicola e la monaca di San Placido: quattro; donna Chiara, maritata col marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta alla Pietra dell'Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha la figlia del barone Palmi... Poi vengono i cognati, i quattro cognati: il duca d'Oragua, fratello del principe morto; Padre don Blasco, anch'egli monaco benedettino; il cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda la zitellona..."

Ogni volta che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualche servo, i curiosi cercavano di guardare dentro il cortile; Giuseppe, spazientito, esclamava:

- "Via di qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?"

Ma la folla non si moveva, guardava per aria le finestre ora chiuse quasi aspettando l'apparizione della stampiglia coi numeri.

E la notizia correva di bocca in bocca come quella d'un pubblico avvenimento: - "È morta donna Teresa Uzeda..." i popolani pronunziavano Auzeda, - "la principessa di Francalanza... È morta stamani all'alba... C'era il principe suo figlio... No, è partito da un'ora." L'ebanista frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia dei Reali di Francia, continuava a enumerare il resto della parentela: il duca don Mario Radalì, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e Giovannino, da donna Caterina Bonello, e apparteneva al ramo collaterale dei Radalì-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d'una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perciò di tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzeri, zio della principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i parenti più lontani, gli affini, quasi tutta la nobiltà paesana: i Costante, i Raimonti, i Cùrcuma, i Cugnò... A un tratto s'interruppe per dire:

- "To'! Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!"


Don Mariano Grispo e don Giacinto Costantino arrivavano, come ogni giorno all'ora della colazione, per far la corte al principe, e non sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone chiuso, si fermarono di botto:

- "Santa fede!... Buon Dio d'amore!..."

E a un tratto affrettarono il passo, entrarono interrogando costernati il portinaio che dava le prime notizie: - "Non mi sembra vero!... Un fulmine a ciel sereno!..." Poi salirono per lo scalone con Baldassarre che risaliva anch'egli in quel punto dalla corte e faceva loro strada mormorando:

- "Povera principessa!... Non poté superarla!... Il signor principe è subito partito."

Traversando la fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce, come in chiesa:

- "È una gran disgrazia!... Per questa famiglia è una disgrazia più grande che non sarebbe per ogni altra..."

E piano anch'egli, don Mariano confermava, scrollando il capo:

- "La testa che guidava tutti, che aggiustò la pericolante baracca!..."

Introdotti nella Sala Gialla, si fermarono dopo qualche passo, non distinguendo nulla pel buio; ma la voce della principessa Margherita li guidò:

- "Don Mariano!... Don Giacinto!..."

- "Principessa!... Signora mia!... Com'è stato?... E Lucrezia?... Consalvo?... La bambina?..."

Il principino, seduto sopra uno sgabello, con le gambe penzoloni, le dondolava ritmicamente, guardando per aria a bocca aperta; discosta, in un angolo di divano, Lucrezia stava ingrottata, con gli occhi asciutti.

- "Ma com'è avvenuto, così a un tratto?" insisteva don Mariano.

E la principessa, aprendo le braccia:

- "Non so... non capisco... È arrivato Salvatore dal Belvedere, con un biglietto del signor Marco... Lì, su quella tavola, guardate... Giacomino è partito subito." A bassa voce, rivolta a don Mariano, intanto che l'altro leggeva il biglietto: - "Lucrezia voleva andare anche lei," aggiunse, - "suo fratello ha detto di no... Che ci avrebbe fatto?"

- "Confusione di più!... Il principe ha avuto ragione..."

- "Niente!" annunziava frattanto don Giacinto, finito di leggere il biglietto. - "Non spiega niente!... E hanno avvertito gli altri... hanno dispacciato?..."

- "Io non so... Baldassarre..."

- "Morire così, sola sola, senza un figlio, un parente!" esclamava don Mariano, non potendo darsi pace; ma don Giacinto:

- "La colpa non è di questi qui, poveretti!... Essi hanno la coscienza tranquilla."

- "Se ci avesse voluti..." cominciò la principessa, timidamente, più piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non finì la frase.

Don Mariano tirò un sospiro doloroso e andò a mettersi vicino alla signorina.

- "Povera Lucrezia! Che disgrazia!... Avete ragione!... Ma fatevi animo!... Coraggio!..."

Ella che se ne stava a guardare per terra, battendo un piede, levò la testa con aria di stupore, quasi non comprendendo. Ma, come udivasi un frastuono di carrozze che entravano nel cortile, don Mariano e don Giacinto tornarono ad esclamare, a due:

- "Che sciagura irreparabile!"

Arrivavano la marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella:

- "Lucrezia, la mamma!... Sorella!... Cugina!..."

Subito dopo entrò la zia Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani, mormorando:

- "Eccellenza!... Ha sentito?..."

La zitellona, asciutta asciutta, scrollava il capo; Chiara abbracciava Lucrezia piangendo; il marchese salutava mestamente i lavapiatti; ma la più commossa era donna Graziella: - "Non mi par vero!... Non volevo crederci!... Che si muore così?... E il povero Giacomo? Dice che è corso subito lassù?... Povero cugino!... Se almeno avesse potuto arrivare a chiuderle gli occhi!... Che dolore, non aver tempo di rivederla!..."

Udendo Chiara singhiozzare in seno alla sorella Lucrezia, esclamò: - "Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce n'è una sola!..."

Ella pareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticare perfino che la morta era sorella della sua propria madre. Si profferiva alla principessa; le diceva, traendola in disparte:

- "Hai bisogno di nulla?... Vuoi che ti dia una mano?... Come sta la mia figlioccia?... Che ha lasciato detto il cugino?..."

- "Non so... Ha ordinato a Baldassarre il da fare..."

Baldassarre, infatti, andava su e giù, mandando ancora messi, ricevendo quelli che tornavano dall'aver eseguito le ambasciate. Tutti i parenti, ormai, erano avvertiti: soltanto il famiglio mandato ai Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare, ma che Padre don Blasco non era nel convento.

- "Va' dalla Sigaraia... a quest'ora sarà da lei... Corri, digli che è morta sua cognata..."

Don Lodovico arrivò con la carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla tutti s'alzarono all'apparire del Priore. Chiara e Lucrezia gli andarono incontro, gli presero ciascuna una mano, e la marchesa, cadendo in ginocchio, proruppe:

- "Lodovico!... Lodovico!... La nostra povera mamma!"

Tacevano tutti, guardando quel gruppo: la cugina, con gli occhi rossi, mormorava:

- "È una cosa che strazia l'anima!"

Il Priore, chinatosi sulla sorella, la rialzò senza guardarla in viso, e nel silenzio generale, rotto da brevi singhiozzi repressi, disse, alzando gli occhi asciutti al cielo:

- "Il Signore l'ha chiamata a sé... Chiniamo la fronte ai decreti della Provvidenza divina..." e poiché Chiara voleva baciargli la mano, egli si schermì: - "No, no, sorella mia..." e la strinse al petto, baciandola in fronte.

- "Perché si nasce!..." esclamò dolorosamente don Giacinto all'orecchio di don Mariano; ma questi, scrollando il capo, si fece innanzi con piglio risoluto:

- "Basta adesso, signori miei!... I morti son morti, e il pianto non li risuscita... Pensate alla vostra salute, adesso, che è l'importante..."

- "Coraggio, poveretti!..." confermò la cugina Graziella, prendendo per mano le cugine, costringendole amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava sua moglie in fronte, le asciugava gli occhi, le parlava all'orecchio, e donna Ferdinanda, poco portata alle scene patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia.

Il biglietto del signor Marco passava di mano in mano; il Priore manifestava anch'egli l'intenzione di partire per il Belvedere, ma i lavapiatti protestarono.

- "Per far che cosa?... Angustiarsi per niente?... Se si potesse dar aiuto..."

- "Partirei io!" soggiunse la cugina.

- "Aspettiamo, piuttosto," propose il marchese. - "Giacomo manderà certo a dire qualcosa..."

L'arrivo di un'altra carrozza fece infatti supporre che venisse qualcuno dal Belvedere. Era invece la duchessa Radalì. Poiché ella aveva il marito impazzato e non faceva visite a nessuno, il suo pronto accorrere intenerì più che mai la cugina, che la chiamava zia, quantunque non ci fosse parentela tra loro; ma il ritorno di donna Vincenza da San Placido segnò il colmo della commozione. La cameriera non trovava parole per esprimere il dolore della monaca, giungeva le mani dalla pietà:

- "Figlia mia! Povera figlia!... Come una pazza, fa come una pazza!... E chiama: "Sorelle mie! Sorelle mie!...""

Lucrezia piangeva anch'ella, adesso; Chiara disse tra i singhiozzi:

- "Io vado alla badìa..."

- "Vostra Eccellenza farà un'opera santa... Anche la Madre Badessa piangeva: "Povera principessa!... Degna serva di Dio!""

La cugina s'offerse d'accompagnarla; ma poi, visto che la principessa non sapeva dove dar del capo:

- "Resto piuttosto ad aiutar Margherita," disse a Chiara; e questa s'alzò, mentre le raccomandavano: - "Baciala per me... e per me... Dille che domani andrò a trovarla..." E don Giacinto chiamava: - "Marchese, marchese!... accompagnate vostra moglie..."

In mezzo alla confusione, mentre la marchesa andava via col marito, spuntò finalmente don Blasco, col faccione sudato che luceva e il tricorno in capo. Entrò senza salutar nessuno, esclamando:

- "L'avevo detto, eh?... Doveva finire così!..."

Non gli risposero. Il Priore, anzi, chinò gli occhi a terra quasi cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per suo conto, pareva non essersi neppure accorta dell'arrivo del fratello. Il monaco si mise a passeggiare da un capo all'altro della sala, asciugandosi il sudore del collo e continuando a parlar solo:

- "Che testa!... Che testa!... Fino all'ultimo!... Andare a crepare in mano di quell'imbroglione!... Io l'avevo profetato, ah?... Dov'è?... Non è venuto?... È lui il padrone, qui dentro!"

Poiché nessuno fiatava, la cugina credé d'osservare:

- "Zio, in questo momento..."

- "Che vuol dire, in questo momento?..." rispose il monaco, piccato. - "È morta, Dio l'abbia in gloria!... Ma che s'ha da dire? Che ha fatto una gran cosa?... E Giacomo?... È andato?... È andato solo?... Perché non va nessun altro?... Ha proibito agli altri di andare?..."

- "No, Eccellenza..." rispose timidamente la principessa. - "È partito appena saputa la notizia."

- "Io volevo accompagnarlo..." disse Lucrezia; ma allora il Benedettino saltò su:

- "Tu? Per far che cosa? Sempre voialtre femmine tra i piedi? Vi pare che sappiate sole aggiustare il mondo?... Dov'è Ferdinando?... Non è venuto ancora?"

Sopravvenivano in quel momento il cavaliere don Eugenio e don Cono Canalà, altro dei lavapiatti. Don Cono entrò in punta di piedi, quasi per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi alla principessa esclamò, gestendo col braccio:

- "Immensa iattura!... Catastrofe immensurabile!... La parola spira sul labbro..." mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco.

Frattanto don Blasco, girando come un trottolone, soffermavasi dinanzi agli usci, guardava in fondo alla sfilata delle stanze, pareva fiutasse l'aria, borbottava: - "Che fretta!... Che affezione!..." ed altre parole incomprensibili.

Nel crocchio dei parenti, ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a bassa voce, accanto alla duchessa ed alla zia Ferdinanda, parlava della - "dolorosa ostinazione" della madre; ma tratto tratto, quasi pavido di far male discutendo anche rispettosamente la volontà della morta, s'interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta per la mancanza di notizie dal Belvedere:

- "Giacomo avrebbe potuto mandar qualcuno!..."

Per questo don Eugenio offrivasi di salir lassù, se gli facevano attaccare una carrozza; ma allora la principessa, imbarazzata, confusa, non sapendo che fare, osservò all'orecchio della cugina:

- "Non so... forse può dispiacere a Giacomo..."

E donna Graziella intervenne:

- "Aspettiamo un altro poco; forse il cugino tornerà egli stesso."

Il Priore e la duchessa tornarono a domandare:

- "Ferdinando? Non viene più?"

I lavapiatti corsero a interrogar Baldassarre; il maestro di casa rispose:

- "Non ho mandato nessuno dal cavaliere, perché il signor principe m'ha detto che passava lui a chiamarlo."

- "Sarà andato anch'egli al Belvedere... Se no a quest'ora sarebbe qui."

Per arrivare dalla Pietra dell'Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; tornò infatti prima dalla badìa la marchesa, alla quale la sorella monaca aveva consegnato un abitino della Madonna perché lo mettessero indosso alla morta.

- "Toccante tratto di pietà filiale!" sussurrò don Cono a don Eugenio.

Nessun altro parlava, in quei momenti di commozione; solamente la cugina, asciugandosi gli occhi rossi, propose all'orecchio della principessa:

- "Io vorrei profittare di questo momento per indurre lo zio Blasco a far pace con la zia Ferdinanda e con Lodovico. Che ne dici, Margherita?"

- "Come credi... se credi... fa' tu..."

E la cugina andò in cerca del monaco. Non si trovava, era scomparso. Baldassarre, incaricato di rintracciarlo, lo scoperse in fondo alla casa, dinanzi all'uscio serrato che metteva nelle stanze della morta. Udendo rumor di passi, il monaco si voltò di botto:

- "Chi è là?"

- "Aspettano Vostra Paternità nella Sala Gialla."

Il Benedettino tornò indietro, soffiando, e come la cugina, andandogli incontro con aria di mistero:

- "Eccellenza," gli disse, - "venga ad abbracciare sua sorella... Lodovico le bacerà la mano..." egli le voltò le spalle, esclamando forte, in modo che lo udirono sino nella corte:

- "Non facciamo pulcinellate."

Donna Graziella si strinse nelle spalle, con un gesto di rassegnazione dolente.

E il monaco, scorto il marchese che era tornato con la moglie dalla badìa, l'andò ad afferrare per un braccio e lo trascinò nella Galleria dei ritratti:

- "Che stai a far qui?... Perché non parti?... Quell'altro è scappato..."

- "Per far che cosa, Eccellenza?"

- "E sarai sempre minchione?... Quell'altro è scappato! A quest'ora fa scomparire ogni cosa!..."

- "Eccellenza!..." protestò il nipote, scandalizzato.

Don Blasco lo guardò nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo. Ma, come passava in fretta e in furia Baldassarre, girò sui tacchi, tonando:

- "Ah, no? E andate un poco a farvi friggere, tutti quanti!..."

Finito di dar ordini alla servitù, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poiché cominciavano a venire ambasciate dei parenti più lontani, degli amici, dei conoscenti che mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti. Il maestro di casa riceveva nell'anticamera dell'amministrazione le persone di riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai sopravvenienti. La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola, faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don Eugenio dava anch'egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: - "Lasciate fare a noi", egli vuotava i vassoi da restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci.

Per la duchessa Radalì che era andata via, non potendo lasciare a lungo il marito solo, dieci altre visite erano sopravvenute: il barone Vita, il principe di Roccasciano, i Giliforte, i Grazzeri, don Carlo Carvano, marito della cugina. Secondo che la giornata s'inoltrava, lettere e biglietti di condoglianza piovevano da tutte le parti: l'Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il lutto d'una famiglia devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovo associavasi al dolore dei suoi cari figli; dall'Orfanotrofio Uzeda, dall'Ospizio dei Vecchi, dagli altri istituti di beneficenza che i Francalanza avevano fondato o sussidiato, venivano i rettori, i cappellani, una quantità di tonache nere, oppure i poveri ospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico al portinaio o al sotto-cocchiere. Il comandante della guarnigione, il presidente della Gran Corte, tutte le autorità, tutta la città si condoleva con la famiglia. Gruppi di mendicanti aspettavano, con la speranza che avrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano con insistenza del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dal Belvedere, alcuni andavano via per tornare più tardi; altri si mettevano a passeggiare su e giù dinanzi alla casa, aspettando d'acchiapparlo al varco, pazientemente.

I due cortili parevano una fiera, dalle tante carrozze allineate all'ombra: i cavalli, con le teste dentro le coffe, ruminavano raspando tratto tratto il selciato con l'unghia. Ad uno ad uno, poiché imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i padroni; e la conversazione della servitù, animatissima, aggiravasi intorno all'avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran confusione, quell'andirivieni di gente, quel succedersi d'ambasciate e di lettere, compiangevano vivamente la principessa nuora: - "Povera signora! A quest'ora dev'essere sulle spine!..." Infatti, ella soffriva d'una specie di malattia nervosa per la quale non tollerava di star pigiata tra la gente, di toccar cose maneggiate da altri: fortunatamente la cugina era lì ad aiutarla. E alcuni facevano riflessioni filosofiche: - "Se invece d'oggi la madre del principe fosse morta sei anni addietro, la cugina, adesso, invece di aiutar la padrona, sarebbe lei la padrona qui dentro." Non era stato permesso dalla principessa vecchia, quel matrimonio, e il padrone aveva obbedito alla madre, sposando donna Margherita Grazzeri; però, bisognava dire la verità, la cugina s'era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvano, era rimasta affezionatissima alla zia che non l'aveva voluta per nuora, e aveva trattato come una vera sorella la moglie dell'antico suo innamorato. - "E il principe? Forse che pare si rammenti d'averle voluto bene in un certo modo?..." Per tanto, molti lodavano l'opera della morta: ella aveva ben fatto ad opporsi a quel matrimonio, poiché i due antichi innamorati s'eran messo il cuore in pace. - "Gran donna, la principessa! Basti dire che rifece la casa già fallita!" E tutti domandavano: - "A chi lascerà?..." Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessuno, neppure coi figli?... - "Se ci fosse stato il contino Raimondo, però!..."

Allora i partigiani del principe, senza tanti riguardi: - "La roba dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non ne avrà fatta un'altra delle sue!..." Infatti non aveva potuto soffrire il primogenito, prediligendo il contino Raimondo; e il contino, quantunque chiamato e richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine, non s'era mosso da Firenze!...

All'arrivo di fra' Carmelo, spedito dall'Abate di San Nicola per aver notizie di don Lodovico e di don Blasco, il discorso prese un'altra piega. Fra' Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci aveva accompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servitù lo conosceva e gli voleva bene, tant'era buono, con quel suo faccione che pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca.

- "Povera principessa!... Che gran disgrazia!"

Egli lodava la morta e rammentava i tempi del noviziato di Padre Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in permesso, le portava regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare.

- "Alla mano con tutti!... Affezionata con tutti!... Povero Padre Lodovico! Deve aver pianto!"

Le donne esclamarono:

- "Figuriamoci! Un santo come lui!..."

E fra' Carmelo:

- "Un vero santo! Non c'è monaci che gli possano stare a paragone. Non per nulla l'han fatto Priore a trent'anni!"

- "Suo zio don Blasco non gli somiglia?..." disse improvvisamente il cocchiere maggiore, con una strizzatina d'occhi.

- "È un'altra cosa. Tutti gli uomini possono esser formati a un modo?... Ma bravo anche lui!... Signore anche lui!..."

E giusto il discorso era a quel punto, quando un lontano rumore di carrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppe, guardando dallo sportello, spalancò il portone: il carrozzino della mattina entrò a rotta di collo e ne scesero il principe e il signor Marco che teneva una valigia in mano, mentre tutti si scoprivano e dalla loggia del piano nobile affacciavasi don Blasco.

Il ritorno del capo della famiglia, nella Sala Gialla, produsse una nuova commozione: sospiri, singhiozzi, mute strette di mano. Il principe era sempre pallido e parlava a stento, con gesti larghi di sconforto:

- "Troppo tardi!... Più nulla da fare!... Fino a iersera stava benissimo, mangiò anzi con appetito due uova e bevve una tazza di latte... All'alba di stamani, improvvisamente, chiamò e..." e tacque, quasi non potendo proseguire.

Il signor Marco, deposta la valigia, confermava:

- "Impossibile prevedere questa catastrofe... Nel primo momento, speravo fosse soltanto una sincope... ma purtroppo la triste verità..." Chiara e la cugina piangevano; il Priore deplorava specialmente che nessun sacerdote l'avesse assistita negli ultimi istanti; ma il signor Marco assicurò che ella erasi confessata due giorni innanzi, che il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darle l'assoluzione; mentre il principe da canto suo riferiva:

- "Abbiamo improvvisato una cappella ardente... tutti i fiori della villa... ne hanno mandati da ogni parte..."

- "E Ferdinando?" domandò Chiara

- "Non è venuto?... Ah!" Egli si battè a un tratto la fronte. - "Dovevo passar io ad avvertirlo!... Me ne sono scordato!... Baldassarre!... Baldassarre!..."

Ma, sul più bello, don Blasco, il quale aveva tenuto d'occhio la valigia quasi ci fosse dentro roba di contrabbando, lo tirò per la manica, domandando: - "E il testamento?"

Il principe, con un altro tono di voce, non più dolente, ma premuroso, pieno di scrupoli:

- "Il signor Marco qui presente" rispose, - "m'ha comunicato che le ultime volontà di nostra madre sono depositate presso il notaio Rubino. Noi aspetteremo, se credete, l'arrivo di Raimondo e dello zio duca... Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s'è trovato, per renderne stretto conto, a suo tempo, a chi di ragione... Il signor Marco possiede però un documento che riguarda i funerali... Credo che di questo si debba dar subito lettura..."

E il signor Marco, tratto di tasca un foglio, lesse in mezzo a un profondo silenzio:

- "In questo giorno, 19 maggio 1855, trovandomi sana di mente e non di corpo, io sottoscritta, Teresa Uzeda principessa di Francalanza, raccomando l'anima a Dio e dispongo quanto appresso. Il giorno che piacerà al Signore chiamarmi con sé, ordino che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito. Voglio che il funerale sia celebrato, con quel decoro che compete alla famiglia, nella chiesa dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata Ximena, nostra gloriosa parente, la cui salma nella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo che il mio corpo sarà imbalsamato, voglio, ordino e comando che esso sia vestito della tonaca delle Religiose di San Placido, e che alla cintura mi sia messa la corona del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta figlia Suor Maria Crocifissa il giorno della sua monacazione, e che sul petto mi sia posto il crocifisso d'avorio, memoria del mio amato consorte principe Consalvo di Francalanza. In segno di particolare penitenza ed umiltà, espressamente impongo che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nuda tegola: così voglio e non altrimenti. Per la necropoli dei Cappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristalli, dentro alla quale sarà posto il mio corpo nel modo di cui sopra; essa avrà una serratura con tre chiavi delle quali una rimarrà a mio figlio Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza pei servigi prestatimi, al signor Marco Roscitano, mio procuratore e amministratore generale, e la terza al reverendo Padre Guardiano di esso cenobio dei Cappuccini. Nel caso però che il detto signor Roscitano dovesse lasciare l'amministrazione della mia casa, ordino che la chiave passi all'altro mio figlio Lodovico, Priore nel monastero di San Nicola dell'Arena. Questa è la mia volontà e non altra.

Teresa Uzeda"


Il signor Marco, che s'era rispettosamente inchinato al passaggio relativo alla sua persona, abbassò il foglio; il principe disse guardando in giro gli astanti:

- "Le volontà di nostra madre sono leggi per noi. Sarà fatto secondo ha prescritto."

- "In tutto e per tutto..." confermò il Priore, chinando il capo.

Don Blasco, che soffiava come un mantice, non aspettò neppure che l'adunanza si sciogliesse. Afferrato il marchese per un bottone del soprabito, esclamò:

- "Sempre pulcinellate?... Fin all'ultimo?... Per far ridere la gente?..."

E il signor Marco era appena salito al primo piano, nelle stanze dell'amministrazione contigue al suo quartierino, per dare ai dipendenti gli ordini opportuni, che le persone venute a cercarlo si presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire cera di prima qualità, lavorata all'uso di Venezia, a sei tarì; il maestro Mascione portava una lettera dell'avvocato Spedalotti, il quale pregava il signor Marco di far eseguire la messa di requiem del giovane compositore; Brusa, il pittore, sollecitava l'appalto della decorazione pel funerale solenne della principessa...

- "Come sapete che ci sarà un funerale solenne?"

- "Per una signora come la principessa!"

- "Ripassate domani..."

E Baldassarre chiamava:

- "Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!..."

Ma nuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l'aveva ancor detto, ma si sapeva che la principessa di Francalanza non poteva andare all'altro mondo senza una gran cerimonia, senza un gran scialacquo di quattrini, e ognuno sperava di guadagnarne. Raciti, il primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre di suo figlio; saputo che Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalotti, era corso a sollecitare la raccomandazione più valevole del barone Vita; Santo Ferro, che aveva la manutenzione del giardino pubblico, sperava gli commettessero la camera ardente, e poiché Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare:

- "Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!..." il signor Marco si sbarazzò bruscamente dei postulanti:

- "Ma andate al diavolo!... Ho altro da fare, adesso!"


Un formicaio, la chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabato, che neppure il Giovedì Santo tanta gente traeva a visitarvi il Sepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono di martelli, d'asce e di seghe, e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno precedente. A buon'ora, dinanzi alla folla curiosa che gremiva la terrazza e le scalinate, avevano inchiodato sulla porta maggiore il drappellone di velluto nero con frange d'argento, sul quale leggevasi a caratteri d'oro:


PER L'ANIMA

DI

DONNA TERESA UZEDA E RISÀ

PRINCIPESSA DI FRANCALANZA

ESEQUIE


Verso sedici ore, don Carlo Canalà, col naso in aria, sotto la porta spiegava al principe di Roccasciano, tra le gomitate di quelli che entravano continuamente:

- "Veda: all'esterno non giudicai conveniente... dilungarmi del soverchio.. Massima semplicità: per l'anima... esequie... Penso che nella sua concisione... per avventura..."

Ma gli urti, le pestate di piedi, le esclamazioni dei curiosi non gli consentivano di filare il discorso; la gente sbucava a torrenti da tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava i mendicanti venuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi.

- "Sol esso il nome... onde i concetti, per avventura..."

Alla fine, don Cono si decise anch'egli ad entrare; ma, separato dal compagno, fu travolto, come un chicco di caffè nel macinino, dal turbine umano che per il troppo angusto passaggio s'ingolfava nella chiesa.

Essa era buia, pei veli delle finestre, pei manti neri che rivestivano le pareti e pendevano dalle arcate delle cappelle e si stendevano lungo il cornicione. Sopra una piattaforma alta sei o sette gradini dal pavimento e girata da una triplice fila di ceri, sorgeva il catafalco: una piramide tronca le cui quattro facce, tappezzate d'ellera e di mortella, portavano nel mezzo, disegnati a fiori freschi, quattro grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommo della piramide, due angeli d'argento inginocchiati da una sola gamba aspettavano di reggere il feretro. Ad ogni angolo inferiore del catafalco, su tripodi d'argento, erano confitte quattro torce grosse quanto le stanghe, con uno scudo di cartone legato a mezz'asta; sei valletti con le livree del secolo XVIII, rosse, nere e dorate, impalati come statue, con le facce rase di fresco, reggevano ciascuno una delle antiche bandiere d'alleanza; dopo i valletti dodici prefiche, vestite di neri manti, coi capelli scarmigliati, stavano tutt'intorno al catafalco coi fazzoletti in mano, per asciugarsi le lacrime. Ma bisognava lavorar di gomiti, camminare sui piedi dei vicini, lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare una camicia prima d'arrivare a quell'apparato, intorno al quale una folla d'operai, di servi, di donnicciuole stava estatica ad ammirare, in attesa del corteo, il finto marmo della piattaforma, le urne di cartone scaglionate sui gradini, le lacrime di carta argentata gocciolanti dai veli neri: - "Una galanteria!... Una cosa mai vista!... Per questo sono signoroni!... Lasciate fare a loro!... E dodici piangenti!... Neanche pel funerale del papa!... Ma il cadavere è già posto al colatoio per l'imbalsamazione." E Vito Rosa, il barbiere del principe, spiegava: - "Appena sceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli fecero girare gli appartamenti per l'ultima volta, come usano... Il cataletto era portato a spalla, senza stanghe... e tutta la parentela dietro, la servitù con le torce accese, come una processione!..." Le comari esclamavano: - "E una tegola sotto il capo!... Che gli mancavano forse cuscini di velluto?... Anzi, questo è per maggior penitenza, con la tonaca di San Placido: non capite?"

Ma la gente incalzava alle spalle e i discorsi s'interrompevano, i primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne andavano sotto il palco dell'orchestra, eretto a ridosso dell'organo, con quattro ordini di panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal più alto, ma ancora vuoto; o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive; e si fermavano, una volta fuor della ressa, a guardare l'altare scavato dove si vedeva, attraverso un vetro, la cassa antica rivestita di cuoio, che racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavano tornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioni attaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don Cono Canalà, data un'occhiata all'apparato, aveva tentato tre o quattro volte, per conto suo, d'avvicinarsi a qualcuno degli epitaffi, ma non era riuscito a spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato, il cappello ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia in sudore, tangheggiava come una barca in mezzo alla tempesta. Con belle maniere, dicendo: - "Di grazia!... La prego!... Mi scusi!..." arrivò finalmente a tiro della prima tabella, dove leggevasi:


SOTTO MULIEBRI SPOGLIE

CUORE GAGLIARDO PIETOSO

ANIMO ELETTO MUNIFICO

SPIRITO SVEGLIATO FECONDO

ONNINAMENTE DEGNA

DELLA MAGNANIMA STIRPE

CHE LA FE' SUA


- "Onninamente?...." disse il barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. - "Che cosa significa?"

- "Importa interamente, o vogliam dire del tutto... Onninamente degna della stirpe... Come le piace questo concetto?..."

- "Eh, va bene; ma non capisco perché si divertano a pescar le parole difficili!"

- "Veda..." spiegò allora don Cono, insinuante: - "lo stile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del sostenuto... Io non potevo adoprare..."

- "Ah, l'avete scritta voi?"

- "Sissignore... ma non solo, veramente: di unita col cavaliere don Eugenio... Io ho curato sovra tutto la forma... Bramerei vedere le altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio, in copiando..."

Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d'ora; e tutt'intorno la gente che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la cima della piramide, ingannava l'impazienza dell'attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: - "Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro..." - "I suoi figli: quali?..." - "Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!... Se campava ancora ci avrebbe messo anche l'altra!... Maritò Chiara perché questa non voleva maritarsi!... Tutto per amor d'un solo, del contino Raimondo..." - "Ma il padre?..." - "Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!..."

Però tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell'ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì; ma accorta, calcolatrice!

- "È vero che non sapeva leggere né scrivere?"

- "Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!"

Frattanto don Cono avvicinavasi, a passo di formica, alla seconda iscrizione:


ORBATA

DEL TUO FIDO CONSORTE

NEL MORTALE VIAGGIO

VECE FACESTI

AL TUOI FIGLI

DEL PADRE LORO.


Prima ancora di scorgere i caratteri, don Cono che la sapeva a memoria, recitò l'epigrafe al barone, fermandosi un poco a ciascuna parola, più a lungo ad ogni capoverso, gestendo con la mano come se spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi salienti:

- "Ignoro se approvate questo concetto: orbata... vece facesti..."

Ma nuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno. Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurro, perché i rintocchi del mortorio annunziavano finalmente la partenza del corteo dal palazzo.

Intorno alla casa Francalanza c'era sempre una fiera, per le tante carrozze aspettanti, pel tanto popolo fremente d'impazienza. Dal portone socchiuso vedevasi un'altra folla ragunata nei due cortili, uno sciame di servi con le livree nere che andavano e venivano, il maestro di casa senza cappello che s'affannava a dar ordini, la carrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carro funebre. Quando finalmente le due pesanti imposte girarono sui cardini, tutte le teste si voltarono, tutte le persone s'alzarono sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccini con la croce, poi la carrozza funebre, dentro alla quale si vedeva il feretro di velluto rosso, fiancheggiata da tutta la servitù con le torce in mano; poi l'Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa nuda; poi le ragazze dell'Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino a terra; poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro, cinque tiri a due, e poi ancora un altro gruppo di gente: una quarantina d'uomini, la più parte barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch'essi coi ceri in mano.

- "Chi sono?... Di dove spuntano?..."

Erano i zolfai delle miniere dell'Oleastro chiamati apposta da Caltanissetta per l'accompagnamento della padrona: quest'ultimo accessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non s'era vista una cosa simile!... Ma gli equipaggi che s'avanzavano da ogni parte per mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro che venivano a prendere i primi posti, tiri a due che rinculavano scalpitando tra un fitto schioccar di fruste; e i curiosi, a rischio di lasciarsi pestare sotto i piedi delle bestie, li venivano riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri:

- "Il duca Radalì... il principe di Roccasciano... il barone Grazzeri... i Cùrcuma... i Costante... non manca nessuno!..."

Di repente tutti si volsero a un lontano vocìo:

- "Che è?... Che cos'è stato?... La carrozza di Trigona!... Il cocchiere non vuole andare in coda, gli altri non cedono il posto... Ha ragione!... Questi sono soprusi!..."

Il cocchiere del marchese Trigona, appunto, quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non voleva mettersi in coda dove c'erano le carrozze dei non nobili più belle della sua. E Baldassarre, tutto in sudore per la fatica sostenuta nell'ordinare il corteo, nel far rispettare le precedenze, s'avanzava per dar ragione al cocchiere, aprendosi a stento il varco tra la folla, allungando ceffoni ai monelli che gli si mettevano fra i piedi, ingiungendo: - "Largo!... largo!..." mentre una buona metà dell'accompagnamento s'era avviata.

Il mortorio sonato da tutte le chiese della città chiamava gente da ogni parte sul suo passaggio; ma specialmente il campanone della cattedrale sospingeva a frotte i curiosi. Sonava a morto solo pei nobili e i dottori, e il suo nton nton grave e solenne costava quattr'onze di moneta; talché la gente, udendo la gran voce di bronzo, diceva: - "Se n'è andato qualche pezzo grosso!"

E ancora buon numero di carrozze, dopo quella di Trigona, aspettavano d'incamminarsi, che già la testa del corteo fermavasi ai Cappuccini.

Impossibile portare in chiesa la bara dalle scale. Non già che pesasse molto, ché anzi era vuota; ma la ressa, sulle scale, cresceva, nessuno poteva andare né avanti né indietro, solo il cannone avrebbe potuto far luogo. Bisognò girare la situazione, aprire un varco fra la turma che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e portare il feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi un'ora prima che fosse posto sul catafalco.

I sonatori avevano già preso posto sul palco e sfoderato i loro strumenti, i frati accendevano con le canne lunghe i ceri dell'altar maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando a parlar della morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si proponevano una quistione: - "Chi sarà l'erede?.." Nobili e plebei, ricchi e poveri, tutti volevano sapere che direbbe il testamento, come se la morta avesse potuto lasciar qualcosa a tutti i suoi concittadini. Aspettavano, al palazzo, l'arrivo del contino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le ultime volontà della principessa; e le opinioni, nel pubblico, erano diametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andato al contino; ma, quantunque la defunta odiasse il primogenito, era proprio possibile che lo diseredasse? - "Nossignore: tutto andrà al primogenito: è vero che non lo poteva soffrire, ma è il capo della casa, l'erede del principato!..."

Un nuovo pigia pigia troncò di botto ogni discorso, infittì la folla in fondo alla chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuore con le vesti verdi e gli scialletti bianchi; Baldassarre, tutto vestito di nero, le dirigeva verso l'altar maggiore, ingiungendo:

- "Largo, largo, signori miei!..."

Un bambino, mezzo soffocato tra la calca, si mise a strillare; un mendicante, riuscito ad entrare, inciampò contro un gradino d'altare e cadde per terra.


BENEFICENTE

COI DERELITTI

L'OBOLO DELLA CARITÀ

TI FIA RESO

CENTUPLICATO

CON L'ESPIATORIE PRECI


Don Cono declamava, a bassa voce, l'altra iscrizione al canonico Sortini che aveva pescato tra la folla:

- "Conciliar l'invenzione del concetto con la venustà della forma: difficoltà precipua dello stile epigrafico... L'obolo... centuplicato... non so se mi appongo..."

Adesso l'altar maggiore era tutto una fiamma, dai tanti ceri; il movimento dei frati e dei sagrestani cresceva; sul palco della musica accordavano gli strumenti, un clarino sospirava, gli archetti stridevano, un contrabbasso borbottava; e Baldassarre, aiutato dai camerieri di tutta la parentela, vestiti di nero anch'essi, faceva disporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute alte sulla folla, parevano navigare sul mar delle teste, e poiché sempre nuova gente entrava a furia, la ressa era terribile. I fiati, l'odor di moccolaia, il caldo della giornata facevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano già svenute, in due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli angoli, lungo i muri, avanti agli altari, i curiosi, gli scioperati rifacevano la storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze:

- "La cassa con tre chiavi!... Sarà tanto più difficile tornare a questo mondo!... E la tonaca e il rosario!... Tanta penitenza con un funerale da regina!"

A voce più bassa le male lingue aggiungevano:

- "Dopo l'allegra vita!..."

Accanto alla pila dell'acqua santa, in mezzo a un crocchio di nobilastri invidiosi e a corto di quattrini, don Casimiro Scaglisi annunziava:

- "E il principe? Non sapete che ha fatto il principe? Quand'ebbe la notizia della morte della madre, scappò al Belvedere senza far chiudere il portone, per avere il tempo d'arrivar solo alla villa, e senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell'Ovo..."

Alcuni protestarono: don Casimiro confermò:

- "Se ve lo dico io!... Per aver tempo di maneggiarsi, di far sparire carte e denari!"

Tutt'intorno scrollavano il capo: don Casimiro parlava così per astio, giacché fin a tre giorni addietro era stato lavapiatti di casa Francalanza, ma fin da quando la principessa era andata in campagna, il principe non l'aveva più ricevuto, credendolo iettatore.

- "Del resto, scusate," gli facevano osservare, - "che bisogno aveva mai il principe d'allontanare Ferdinando?"

- "Sissignori, fa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell'Ovo, non s'occupa d'affari e in famiglia lo chiamano il Babbeo, col soprannome messogli da sua madre. Ma che vuol dire? Babbeo o no, il principe non voleva nessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico che lo so di sicuro!"

Un altro osservò:

- "Non parlate male di Ferdinando; con le sue manìe non fa male a nessuno; è il migliore di tutta la casata."

- "Tanto che non parrebbe dello stesso seme..." rispose don Casimiro.

- "Sst, sst! Siamo in chiesa," gl'ingiunsero.

- "Passa don Cono."

Don Cono adesso traversava la chiesa per leggere l'iscrizione posta sulla pila dell'acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchio, lo fermarono:

- "Don Cono!... Don Cono!... Voi che avete la vista lunga; come dice lassù?"

E don Cono compitò:


IN QUESTO TEMPIO

OVE IL FRALE SI ACCOGLIE

DELLA BEATA UZEDA

CORROBORATE

FIENO LE PRECI

DALL'INTERCESSORA PARENTE


- "Bellissimo! Bravo!... Bene l'intercessora..." esclamarono in coro; ma un - "sst" prolungato passò di repente di bocca in bocca: il maestro Mascione, appollaiato in cima al palco dell'orchestra, aveva picchiato tre colpi sul leggìo; e le conversazioni morirono, tutte le teste si volsero verso i sonatori.

In mezzo all'attenzione generale don Casimiro urtò a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano:

- "Guardate! Guardate!"

Entrava in quel punto, protetto contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante l'età, reggeva ancora diritta l'alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com'acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come per incanto, l'orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le piangenti riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all'altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo vocìo sottentrò un raccoglimento profondo.

- "Guardate!..." ripeté don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. - "È venuto a dirle l'ultimo addio!"

Tutti avevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continuò, interrompendosi quando l'orchestra taceva:

- "Ed io che me lo rammento piangere come un bambino... come un disperato... quando la morta lo lasciò per Felice Cùrcuma... dopo quello che c'era stato fra loro!...Adesso lei è a marcire al colatoio... Lui camperà vent'anni ancora: una salute di ferro..." A voce più bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano Requiem aeternam dona eis, aggiunse: - "Ed ha la sua brava ragazza, in una villetta al Borgo... Tutte le sere le passa con lei!..."

Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poiché, principiata la messa, nessuno più si moveva, tornò indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l'aria fresca la fronte, si calcò il cappello sulla testa che non era ancor fuori.

- "Sic transit gloria mundi!..."

Però, passato il primo effetto della musica, le conversazioni andavano qua e là riappiccandosi; e Raciti, il primo violino del Comunale, borbottava in mezzo agli sconosciuti: - "Bell'apparato, non c'è che dire; bella funzione!... La quistione è di sapere chi pagherà!"

Era furente, dopo che il signor Marco aveva preferito la messa di Mascione a quella di suo figlio; ma si consolava sparlando della casata: non c'era l'eguale per la stitichezza nel pagare; e Titta Caruso, il bollettinaio del teatro, ne sapeva qualcosa, costretto com'era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima di vedersi pagato l'appalto del palchetto: oggi non c'era il principe, domani non c'era la principessa, un'altra volta mancava il signor Marco, poi erano tutti in campagna...

- "Mio figlio Salvatore non voleva offrir loro la sua messa? Meglio sonarla gratis per le anime del Purgatorio; almeno se ne guadagna altrettanta salute all'anima!"

E voltò le spalle, furioso, per andarsene, mentre intonavano il Tuba mirum rubato al Palestrina!... Come lui, erano venuti in chiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire i loro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le storie d'avarizia e d'intima spilorceria di quella famiglia il cui lusso era solo apparente: la principessa, una volta, non aveva fatto citare dinanzi al giudice il suo calzolaio perché le restituisse il prezzo di un paio di scarpe non riuscite di suo gradimento? E in cucina, il cuoco non aveva l'ordine di scolar l'olio rimasto nella padella dopo la frittura per riconsegnarlo alla padrona?

- "Più sono ricchi, cotesti porci, più sono spilorci!..."

Un - "zitti!" imperioso troncò le chiacchiere: l'orchestra intonava il Che dirò io misero? e la gente che stava attenta alla musica non voleva esser disturbata. Ma dopo un momento le conversazioni si riannodarono. In certi crocchi di liberali, vantavano il patriottismo del duca Gaspare, sottovoce, però, e guardandosi intorno per paura che qualche spia non udisse.

- "Un colpo al cerchio e un altro alla botte!" esclamava don Casimiro accanto alla pila. - "In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Giulente?..."

Il barone Carcaretta, unitosi ai maldicenti, protestò:

- "Non daranno mai un'Uzeda a un Giulente!"

E don Casimiro:

- "Per questo io dico che il Giulente è uno sciocco..."

- "Silenzio, eccoli lì."

Il giovanotto infatti entrava in quel momento insieme con suo zio don Lorenzo, il celebre liberale lavapiatti del duca.

- "E così?" domandò don Casimiro, - "quando la farete questa rivoluzione?"

- "Non lo diremmo a voi, in ogni caso", rispose Benedetto sorridendo. Allora l'altro si rivolse allo zio:

- "E il vostro amico, il duca? Gli muore la cognata, i suoi nipoti l'aspettano, e non parte subito? Che sta macchinando?"

- "A voi che importa?"

- "A me? Un fico secco! Io non faccio il lavapiatti a nessuno!"

- "I lavapiatti" rispose don Lorenzo, - "dovete sapere che io li ho tenuti sempre in cucina..."

- "Silenzio!... Siamo in chiesa."

La preghiera ieratica diceva giustamente: - "Serbami un posto nel gregge." Ma don Casimiro non voleva riconoscere che il dispiacere di non goder più dell'intimità degli Uzeda lo animava contro di loro.

- "Bestioni!" esclamò, quando i due Giulente si allontanarono. - "Mi diranno poi come finirà loro, con quei birbanti!"

Il principe di Roccasciano, che aveva girato per la chiesa sballottato dalla folla, fu sospinto in mezzo al gruppo; tutta la sua persona, così piccola e magra che pareva fatta in economia, esprimeva uno straordinario stupore:

- "Signori miei, che funerale! che spesa!... Ci saranno per lo meno cent'onze di cera! E l'apparato! La messa cantata! Io vi so dire che per la felice memoria di mio padre spesi sessantotto onze e tredici tarì, e che feci? Niente!... Qui vi dico che si sono spese cent'onze di sole torce..."

- "Sst... il Lux aeterna."

Ad ogni passaggio della messa operavasi un rimescolamento nella folla: alcuni tentavano uscire, la più parte mutavan di posto, giravano intorno al catafalco, andavano a leggere le iscrizioni. Restava a don Cono da verificar l'ultima; don Casimiro gli si pose alle costole, seguito da parecchi della comitiva.


AHI DURA MORTE

IL PIANTO

D'UNA ILLUSTRE PROSAPIA

D'UN POPOLO INTERO

A DISARMARE IL TUO BRACCIO

NON VALSE


- "Benissimo!" fece don Casimiro. - "La prosapia è illustre: discende difilato dall'anche d'Anchise. Il popolo piange: non vedete le lacrime?" e mostrava quelle d'argento che frangiavano l'addobbo funebre. - "Piangono anche le ragazze dell'Orfanotrofio... pensando che andranno a finir cameriere dell'illustre principe..."

- "Parmi sconvenga..." obiettò don Cono.

- "E v'accerto io che sono tutti disperati per bene che si vogliono in casa. Poh! Non possono stare un giorno senza abbracciarsi e baciarsi..."

- "Parmi sconvenga..."

- "Prudenza, signori miei... siamo in chiesa!"

Giusto, la ripresa del Dies irae assordava tutti; i frati erano scesi verso il catafalco, benedicendo; la musica intonava il Libera me, riprendeva le frasi del principio, implorava il Requiem. - "È finito?... Se Dio vuole!" E un rimescolamento generale: chi era rimasto lontano dal catafalco e dalle iscrizioni vi si dirigeva; molti che non reggevansi più in piedi dalla stanchezza, s'avvicinavano alle porte; ma lì la confusione e la ressa ricominciavano più grandi; perché tutta la gente rimasta fuori, credendo che, finita la messa, fosse agevole entrare, s'affollava tumultuosamente, cozzando contro quelli che volevano uscire, travolgendo gli storpi, i ciechi e i mutilati che arrischiavano nuovamente di tender la mano ai passanti. - "Adagio!... I piedi!... Che maniera!" e dominando quel vocìo veniva dalla piazza un incessante scalpitar di cavalli: le carrozze del corteo funebre che sfilavano una dopo l'altra andandosene.

Il principe di Roccasciano, affacciato dalla terrazza, le veniva numerando:

- "Sette tiri a quattro, sessantatrè carrozze padronali, dodici di rimessa" disse, quando passò l'ultima. E fece il conto: - "A dodici tarì l'una, tolte quelle di famiglia, sono trentaquattr'onze!..."

Allora l'onda degli spettatori cominciò a disperdersi. I poveri rimasti accoccolati lungo i muri poterono finalmente trascinarsi ai loro posti; ma oramai non passava più nessuno.




2.


Verso sera, mentre la servitù raccolta nel cortile commentava ancora la magnificenza del funerale, arrivò dalla via di Messina il conte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarre, udendo il tintinnìo delle sonagliere, si precipitò giù per lo scalone e arrivò allo sportello della corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e che il padrone saltava giù.

- "Chi c'è?" domandò il contino, troncando con voce breve le cerimonie di Baldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte.

- "Visite pel signor principe, Eccellenza..." e subito il maestro di casa prese l'aspetto grave e triste conveniente alla circostanza luttuosa.

Il conte s'avviò per lo scalone senza curarsi della moglie né del bagaglio. Baldassarre, a capo chino, offerse il gomito alla signora contessa, ma ella smontò senza appoggiarsi. - "Più bella che mai!" giudicavan le donne che le si appressavano rispettosamente, - "quantunque un po' dimagrata, in verità..." La moglie del portinaio osservò anche: - "Pare più afflitta lei del contino... E con che dolce voce pregava che portassero su le valige e i sacchi da notte, e rispondeva al: "Benvenuta, Eccellenza!" dei servi, informandosi della loro salute, domandando a Giuseppe se il suo bambino stava bene e a donna Mena se la sua figliuola s'era maritata!..."

Su, nelle anticamere, il principe e Lucrezia vennero incontro al fratello ed alla cognata. Raimondo si lasciò baciare dalla sorella, e, stretta la mano che Giacomo gli tendeva, entrò nella Sala Gialla, zeppa di gente al pari della Rossa, poiché, tolto il divieto di lasciar salire i soli prossimi parenti, ora i cugini in quarto e in quinto grado, gli affini, gli amici venivano in processione a condolersi della gran disgrazia. Tutti, all'apparire della contessa Matilde, si levarono, ad eccezione di don Blasco e di donna Ferdinanda. Quest'ultima, quando la nipote le baciò la mano, borbottò un: - "Ti saluto" freddo freddo; quanto a don Blasco, non le rispose neppure. Egli vociava, gesticolando:

- "Vogliono il resto? Ah, vogliono il resto? Se vogliono il resto, non hanno da far altro che chiederlo!..."

L'incontro del Priore con Raimondo fu osservato da tutti: il Priore che stava seduto accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi canonici, appena scorto il fratello s'alzò e gli aperse le braccia: Raimondo si lasciò abbracciare un'altra volta, ma quelle dimostrazioni d'affetto lo seccavano visibilmente. Poi il principe lo condusse via, e tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti.

In un gruppo di pezzi grossi dove c'erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d'alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti!

- "Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? È di quei ruffiani che per la loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono coi morti di fame!"

Egli l'aveva principalmente col fratello duca che s'era fitto in capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando però che i rivoluzionari, con o senza l'aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la città portava ancora i segni della terribile repressione dell'aprile Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all'ergastolo, gli esiliati.

Il Priore, tornato a sedere accanto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch'egli, a bassa voce, l'iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:

- "Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d'Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?..."

Dalla parte delle donne la principessa se ne stava in un angolo, un po' alla larga, per evitar contatti. Donna Ferdinanda, seduta vicino al principe di Roccasciano, parlava con lui d'affari, del raccolto, del prezzo delle derrate, mentre la principessa di Roccasciano raccontava alla baronessa Cùrcuma un suo sogno, la madre che le era apparsa con tre numeri in mano: 6, 39 e 70, sui quali avea giocato dodici tarì di nascosto del marito. Le ragazze Mortara e Costante, amiche di Lucrezia, parlavano d'abiti a quest'ultima, per divagarla, quantunque ella non desse loro ascolto e rispondesse a sproposito, com'era sua abitudine; ma la cugina Graziella teneva da sola animata la conversazione, rivolgendosi a tutti ed a ciascuno, passando da una sala all'altra chiacchierando d'abiti, di sarte, della Crimea, del Piemonte, della guerra, del colera. Stanca del viaggio, la contessa Matilde parlava poco, aspettando di ritirarsi nelle sue camere; don Cono, venuto a mettersele vicino, le recitava tutte le epigrafi da lui composte pel funerale: - "M'è sovvenuto d'una variante; bramo il giudizio della contessa..." E il cavaliere don Eugenio giudicava povertà il lusso dei moderni funerali a paragone di quello di un tempo: - "Nel 1692 fu perfino emanato un bando, in via di prammatica, per impedire l'eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!"

Tutti s'alzarono al sopravvenire di donna Isabella Fersa con suo marito don Mario e con Padre Gerbini: il Benedettino reggeva galantemente sul braccio un velo della dama. Questa baciò tutte le Uzeda, fuorché la principessa, la quale, schivandosi, presentò: - "Mia cognata Matilde..."

Donna Isabella strinse forte la mano alla contessa e le si mise a sedere a fianco, sospirando:

- "Che grande disgrazia! Ma bisogna fare la volontà di Dio!... Siete stati a Firenze?... Anche noi ci fummo l'anno scorso; ma voialtri allora eravate a Milazzo... Una sola bambina finora?... Il conte aspetta un maschietto, naturalmente. Felice voi che avete una figlia: v'invidio, contessa, sapete..."

Padre Gerbini faceva intanto il giro delle signore, discorrendo a lungo con le più giovani e belle, dicendo loro cose galanti e proibite. Egli prendeva le morbide e bianche mani femminili, le teneva un poco fra le sue egualmente bianche e inanellate, poi le baciava. Vedendo rientrare il principe col fratello, lasciò le dame per condurre Raimondo dinanzi alla Fersa.

- "Il conte di Lumera... donn'Isabella Fersa, la più bella dama del regno..."

- "Non gli creda, dice a tutte così..." esclamò ella sorridendo. - "Sono dolente di conoscerla," riprese, con altro tono di voce e stringendogli la mano, - "in questa triste circostanza..." Sospirò un poco, poi ricominciò: - "Giusto, la contessa mi diceva che arrivate da Firenze..."

- "Direttamente. Ci siamo fermati appena a Messina."

- "Per lasciar la bambina a vostro suocero. Avete fatto bene! Com'è questa Milazzo?"

- "Non me ne parli."

Per fortuna, egli ci stava il meno che poteva, sempre attirato a Firenze, dove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di Toscana, donna Isabella chinava ripetutamente il capo in atto affermativo: - "I Morsini, sicuro... i Realmonte..."

La contessa volgeva supplici sguardi al marito, quasi per dirgli: - "Portami via..." ma Raimondo non cessava di parlare del suo tema favorito. Fersa gli s'avvicinò un momento per stringergli la mano ed esprimergli il proprio rammarico.

- "Tuo zio il duca arriva domani?"

- "Così m'ha detto Giacomo."

- "E del testamento?"

- "Non si sa nulla."

Tra i discorsi di politica, di moda, di viaggi, quella domanda curiosa era sussurrata qua e là, e otteneva sempre la stessa risposta. Il presidente della Gran Corte, testimonio della consegna del testamento segreto fatta dalla principessa al notaio l'anno innanzi, non sapeva nulla intorno al contenuto della carta di cui aveva firmato la busta, e i figli della morta erano al buio peggio degli estranei. Forse, se Raimondo fosse venuto a tempo, quando sua madre lo aveva insistentemente chiamato, egli avrebbe saputo qualcosa; ma il conte, divertendosi a Firenze, aveva fatto orecchio da mercante, quasi non si trattasse dei suoi stessi interessi. Possibile, allora, che la principessa non si fosse confidata proprio a nessuno? a qualcuno dei cognati? a un uomo d'affari, almeno? Di botto don Blasco, lasciando in pace Cavour e la Russia:

- "E allora, che sugo ci sarebbe stato?" esclamò. - "Così fanno tutti coloro che ragionano, eh?... Ma in questa casa la logica era un'altra!... Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare a loro capriccio; sempre chiusi, sempre misteriosi, come se fabbricassero moneta falsa!"

Il presidente scrollava il capo con bonomia, per acquietare il monaco focoso; ma questi proseguiva:

- "Volete sapere che dirà il testamento? Domandatelo al confessore! Sissignori: al confessore!... Voi al confessore di che parlate? Dei peccati, eh? delle cose di coscienza?... Degli affari, naturalmente, incaricate gli avvocati, i notai, i parenti, sì o no?... Qui invece il confessore scriveva il testamento: forse il notaio impartiva l'assoluzione!"

Alcuni sorridevano a quelle sparate, e le supposizioni avevano libero corso. Il presidente era sicuro, checché si dicesse in contrario, che l'erede sarebbe stato il principe, con un forte legato al conte; e il generale confermava: - "Sicuramente, l'erede del nome!" ma il barone Grazzeri scrollava il capo: - "Se non andarono mai d'accordo?" Don Mario Fersa, infatti, piano al cavaliere Carvano, manifestava la sua opinione, secondo la quale l'erede sarebbe stato Raimondo. Forse il contegno di lui durante la malattia della madre, il costante rifiuto di venire a vederla, potevano avergli un poco nociuto; ma la predilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo era stata troppo grande perché in un momento ne andassero dispersi gli effetti. - "Non dimentichiamo," rammentava il cavaliere Pezzino, - "che la felice memoria non volle mai chiedere l'istituzione del maiorasco appunto per esser libera di fare a modo suo." Dunque si sarebbe proprio visto questa enormità? Il capo della casa diseredato? erede Raimondo che non aveva figli maschi? diseredato il principe che aveva già nel piccolo Consalvo il successore?... I lavapiatti, come familiari della defunta, erano richiesti della loro opinione, ma essi che ne sapevano meno di tutti rispondevano evasivamente, per non far torto a nessuno. - "E gli altri figli? Ferdinando? Le donne?..." La curiosità, benché contenuta ed espressa sotto voce, era vivissima. Il confessore, questo famoso Padre Camillo, non aveva parlato? - "Non c'è, è a Roma da parecchi mesi; e anche ci fosse, non parlerebbe: è volpe fina..." E tutti gli sguardi si volgevano naturalmente a Giacomo ed a Raimondo. Questi chiacchierava ancora con donna Isabella, e pareva che il testamento materno fosse l'ultimo dei suoi pensieri, anzi che egli ignorasse perfino la morte della madre; il principe invece aveva un aspetto più grave del consueto, quale conveniva alla tristezza di quei giorni; egli riceveva con espressioni di gratitudine le reiterate condoglianze delle persone che si congedavano. Alcune di queste però non riuscivano a trovarlo, andavano via senza poterlo salutare; e i familiari si guardavano con la coda dell'occhio, comprendendo. Egli aveva una folle paura della iettatura, attribuiva a una gran quantità d'individui il funesto potere; stava sulle spine in loro presenza, evitava di salutarli, con le mani in tasca. Ma il presidente della Gran Corte, appena alzatosi, se lo vide vicino:

- "Se lo zio arriverà domani, presidente, fisseremo per posdomani la lettura?"

- "Quando credete, principe mio! Sono agli ordini vostri!..."

- "Veramente..." aggiunse, abbassando la voce, - "io non avrei tanta fretta... anzi mi parrebbe una sconvenienza verso la memoria di nostra madre... Ma sapete come succede quando si è in molti... quando bisogna dar conto a tanti..." E poiché suo fratello il Priore se ne andava anche lui, insieme col Vescovo, li avvertì entrambi, essendo Monsignore un altro dei testimoni.

- "Fate, fate voialtri..." disse il Priore, disinteressato. - "Che bisogno avete di me?"

Ma Giacomo protestò:

- "No, no; che vuol dire! Bisogna fare le cose in regola, per soddisfazione di tutti..."

Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l'esempio, restò ancora un poco a cicalare con le signore; poi se n'andò anche lui. Restò, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l'ultimo al convento.

Adesso i servi accendevano le lampade; e con le finestre chiuse, il calore diveniva intollerabile nella sala. La contessa si sentiva mancare e non vedeva più il marito che aveva seguito donna Isabella nella Sala Rossa a discorrere di Parigi. Ancora una volta aveva accanto lo zio Eugenio e don Cono, i quali continuavano a sviscerare le antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio fiorito roba latina.

- "I funeri di Carlo V furono celebrati a presenza del Viceré Uzeda..."

- "La real cappella tolse luogo nel nostro Duomo, ove fu eretta un'altissima piramide ornata di busti e personaggi, fra i quali l'Italia, la Spagna, la Germania e l'India..."

- "Per lo appunto; anzi la epigrafe suonava così:


India mæsta sedet Caroli post funera Quinti..."


- "E il disvenamento del corsier favorito?"

- "Pei funerali di nostro nonno, alla più corta! Quando morì il principe nostro nonno, si svenò il suo cavallo di coscia..."

- "Uso barbarico anziché no. Il nobile corsiere rigava di sangue la via, finché cadeva spirando l'ultimo fia..."

A un tratto don Cono esclamò:

- "Contessa, gran Dio!"

Tutti accorsero. Era pallida e fredda, con gli occhi rovesciati e le labbra dischiuse. Suo marito, accorso anche lui con donna Isabella, disse:

- "Non è nulla... la fatica del viaggio..." E piano, quasi tra sé, mentre la portavano via: - "Le solite smorfie!..."


Giorni di continue novità, quelli! Il domani, come s'aspettava, arrivò il duca. Mancava da cinque anni, e nel primo momento la servitù e gli stessi parenti quasi non lo riconobbero: quand'era partito per Palermo aveva un bel collare di barba alla borbonica, adesso invece s'era lasciato crescere il pizzo che dava un altro carattere alla sua fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono la mano; egli s'informò della disgrazia e si scusò per non esser venuto più presto; si scusò anche, pel disturbo che gli dava, col principe, il quale gli aveva fatto preparare al terzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna prima di lasciarla. Ma il nipote protestò:

- "Vostra Eccellenza non mi disturba, mi aiuta... E in questo momento ho più bisogno dei suoi consigli..."

- "Sai nulla?"

- "Nulla!"

- "Tua madre non avrà fatto, spero, una delle sue pazzie..."

- "Quel che ha fatto mia madre sarà ben fatto!"

Fu così stabilita la lettura pel domani, a mezzogiorno, e il signor Marco ebbe ordine d'avvertire il notaio, il giudice e i testimoni perché si tenessero pronti. Intanto la notizia dell'arrivo del duca s'era subito diffusa per la città, e le prime visite gli furono annunziate che egli non s'era neppur riposato del viaggio. Venivano a cercarlo una quantità di persone che non si sapeva chi fossero: donna Ferdinanda, a udire i nomi annunziati da Baldassarre: Raspinato, Zappaglione, sgranava tanto d'occhi; don Blasco, da canto suo, soffiava come un mantice; ma il peggio fu verso sera, quando cominciò una vera processione - "di tutti i sanculotti morti di fame", gridava il monaco al marchese, - "che hanno scroccato o vogliono scroccar quattrini a quell'animale di mio fratello!" Mentre il duca dava udienza agli amici, l'Intendente Ramondino venne a far la sua visita di condoglianza al principe, il quale lo ricevé nella Sala Rossa, insieme col marchese di Villardita e don Blasco. Questi, dimenticando che a San Nicola stavano per serrare i portoni, fece una terribile sfuriata contro l'agitazione dei quarantottisti; ma il rappresentante del governo, stringendosi nelle spalle, pareva non desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in verità, a Palermo avevano arrestato qualche facinoroso; ma, al fresco, le teste calde si sarebbero subito calmate.

- "Perché non fate venire altra truppa? Perché non date un esempio?... Il bastone ci vuole: sante nerbate!"

Il monaco pareva inferocito; ma il capo della provincia stringevasi nelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione; non c'era paura di niente! Del resto, più che sulle baionette, il governo faceva assegnamento sull'influenza morale dei benpensanti... L'elogio era diretto al principe, che se lo prese; ma don Blasco girava gli occhi stralunati come se, avendo un boccone di traverso, facesse sforzi violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo.

- "E il testamento della felice memoria?" disse l'Intendente, curioso anche lui come tutta la città.

- "Sarà aperto domani..."

Entrò a un tratto il duca che strinse la mano all'Intendente e gli si mise a sedere a fianco. Allora don Blasco s'alzò rumorosamente per andar via. E nell'anticamera, al marchese che lo accompagnava:

- "Capisci?" gridò. - "Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all'autorità! Son cose che mi rivoltano lo stomaco!... In questa casa non metterò più piede!"

Anche donna Ferdinanda, nella stanza di lavoro della principessa, dov'era raccolto tutto il resto della famiglia e alcuni lavapiatti, fiottava contro il fedifrago; ma quando Baldassarre annunziò, sull'uscio, credendo che il duca fosse lì:

- "Don Lorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca…"

- "Non se ne può più!" proruppe la zitellona arrossendo fin nel bianco degli occhi. - "È uno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!"

Don Mariano, con aria costernata, esclamò:

- "Adesso anche il ragazzo!... È una cosa veramente dispiacevole!... Passi lo zio, che è morto di fame; ma il nipote?..."

- "Il nipote?" incalzò la zitellona. - "Voi non sapete che la volpe, quando non poté arrivare all'uva, disse che era acerba?"

Lucrezia, impallidita, teneva gli occhi bassi, strappando la frangia della poltrona; il principino Consalvo, seduto vicino alla zia, domandò:

- "Perché l'uva?"

- "Perché?... Perché pretendevano il consenso reale all'istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!... Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice civile che canta chiaro!" E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: - "Potrà domandarsene l'istituzione (del maiorasco) da quegl'individui i di cui nomi trovansi inscritti sia nel Libro d'oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell'attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta no-bil-nel Regno delle Due Sicilie..."

- "Io credo che i Giulente sono nobili," disse Lucrezia, prima che la zia finisse e senza alzare gli occhi.

- "Io credo invece che sono ignobili," ribattè secco donna Ferdinanda. - "Se possedevano documenti da far valere, avrebbero ottenuto l'approvazione reale."

- "Nobili di Siracusa..." cominciò don Mariano.

- "O Siracusa o Caropepe, se avevano i titoli non gli avrebbero negata l'iscrizione nel Libro rosso!"

- "Il Libro rosso è chiuso dal 1813," annunziò don Eugenio col tono di chi dà una notizia grave.

Lucrezia era rimasta a capo chino, guardando per terra. Quando la zia poté credere d'averla ridotta al silenzio, la ragazza riprese:

- "I Giulente sono nobili di toga."

Un risolino fine fine della zitellona le rispose:

- "Gli asini credono che la nobiltà di toga sia paragonabile a quella di spada!... Che differenza passava tra i sei giudici del Real Patrimonio, don Mariano? I tre di cappacorta erano nobili... nobili! e i tre di cappalunga, giurisperiti... giurisperiti!... Adesso sapete com'è?... Tutti i mastri notai si credono altrettanti principi!... Un tempo c'erano i baroni da dieci scudi, oggi ci sono quelli da dieci baiocchi..."

Allora la ragazza s'alzò e andò via. Donna Ferdinanda continuava a sorridere finemente, guardando la contessa Matilde.

Frattanto il signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei ritratti per la lettura del testamento. Il principe era stato un poco esitante sulla scelta del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala Rossa, discretamente addobbata, capiva poca gente: il Salone dei lampadari, vastissimo, non aveva altri mobili fuorché le lampade antiche pendenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; la Galleria, invece, conciliava la grandezza con la sontuosità, perché era vasta come due saloni messi in fila, e arredata di divani e sgabelli e mensole e tripodi dorati, e finalmente più degna, per le generazioni d'avi pendenti in effige dai muri, della solennità che radunava i nipoti. Nel mezzo di quella specie di grande corridoio, l'amministratore generale fece disporre una gran tavola coperta da un antico tappeto e provveduta d'un monumentale calamaio d'argento. Intorno alla tavola dodici seggioloni a bracciuoli aspettavano i testimoni e gl'interessati: quello del principe, più alto, volgeva la spalliera al grande ritratto centrale del Viceré Lopez Ximenes de Uzeda, a cavallo e in atto di frenare la bestia con la sinistra e d'appuntar l'indice destro al suolo come dicendo: - "Qui comando io!..." Torno torno, in alto e in basso, quanto la parete era lunga, quant'erano larghi i vani tra finestra e finestra nella parete di contro, una moltitudine d'antenati: uomini e donne, monaci e guerrieri, vescovi e dottori, dame e badesse, ambasciatori e viceré, di faccia, di profilo e di tre quarti; vestiti d'acciaio, di velluto, d'ermellino; col capo coronato d'alloro, o chiuso negli elmi, o coperto dai cappucci; con scettri e libri e bacoli e spade e fiori e mazze e ventagli in mano.

Il giorno stabilito, prima del notaio, del giudice e dei testimoni e d'ogni altro parente, spuntò don Blasco, rodendosi le unghie. Entrato che fu, si mise a girare per la casa ficcando gli occhi dappertutto, con le orecchie erte come un gatto, con le narici aperte quasi a fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda; e la servitù, giù nella corte, osservava che i cognati della morta, pei quali il testamento non aveva nessun interesse, erano più impazienti di conoscerlo che gli stessi figliuoli. Ma ormai la curiosità di tutti era divenuta insofferente e quasi nervosa: i lavapiatti, sopraggiungendo per aiutare il principe al ricevimento, scambiavano esclamazioni: - "Oramai ci siamo! Fra qualche mezz'ora!..." Il Priore venne con Monsignor Vescovo, riprotestando che la propria presenza era inutile; il principe ripeté che voleva tutti. Il giudice col notaio Rubino arrivò nello stesso tempo che il marchese con la moglie e don Eugenio. Poi il presidente della Gran Corte col principe di Roccasciano, altri testimoni; poi la cugina Graziella col marito, poi ancora la duchessa Radalì, poi i parenti più lontani, i Grazzeri, i Costante, poi l'ultimo testimonio, il marchese Motta: ma Ferdinando non si vedeva ancora. E don Blasco, pigliando pel bottone del soprabito il marchese, gli diceva:

- "Scommettiamo che hanno dimenticato un'altra volta d'avvertirlo?" L'attesa fu penosa. Nessuno parlava più del testamento, ma tutti gli sguardi erano rivolti alla cartella del notaio. I più indifferenti, tuttavia, parevano il conte Raimondo che chiacchierava con le signore e il principe che parlava col presidente d'una causa relativa alla dote della moglie. Mentre il fratello minore, però, saltava da un discorso all'altro con grande disinvoltura, il principe faceva lunghe pause, durante le quali i suoi occhi si fissavano, corrugati, e un pensiero molesto gli velava la fronte.

Quando finalmente Ferdinando spuntò, stralunato, assonnato, come caduto dalle nuvole, fu uno scandalo: mentre perfino la servitù era già vestita di nero, egli portava ancora l'abito di colore, e a don Blasco il quale gli diceva: - "Che diavolo hai fatto?" rispondeva, balbettando: - "Scusate... scusate... non ci pensavo più..."

All'invito del principe, passarono tutti nella Galleria: il principe, il duca, il conte, il marchese, il cavaliere, il signor Marco, il giudice col notaio e i quattro testimoni presero posto alla tavola; gli altri sederono sui divani tutt'intorno: la principessa appartata in un angolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da una parte; Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un'altra: il Priore, seduto sopra uno sgabello, incrociò le mani in grembo e alzò gli sguardi al soffitto con moto di rassegnata indifferenza; don Blasco, appoggiato in piedi allo stipite della finestra centrale, dominava l'adunanza come uno spettatore diffidente dinanzi a una prova di prestigio.

- "Vostra Eccellenza permette?" domandò il notaio, e ad un gesto d'assenso del principe cavò dalla cartella un plico sul quale tutti gli occhi si fermarono. Accertata l'incolumità dei suggelli, riscontrate le firme, egli aprì la busta e ne tolse un quadernetto di due o tre fogli. Dopo un breve scambio di cerimonie col giudice, questi, in mezzo a un religioso silenzio, cominciò finalmente la lettura:

- "Io, Teresa Uzeda nata Risà, principessa di Francalanza e Mirabella, vedova di Consalvo vii, principe di Francalanza e Mirabella, duca d'Oragua, conte della Venerata e di Lumera, barone della Motta Reale, Gibilfemi ed Alcamuro, signore delle terre di Bugliarello, Malfermo, Martorana e Caltasipala, cameriere di S. M. il Re (che Dio sempre feliciti).

In questo giorno 19 di marzo dell'anno di grazia 1854, sentendomi sana di mente ma non di corpo, raccomando l'anima mia a Nostro Signore Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria ed a tutti i gloriosi Santi del Paradiso e dispongo quanto segue:

I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casa Francalanza ed assunsi l'amministrazione del patrimonio, tali e tante passività oberavano la sostanza del mio consorte, che essa poteva considerarsi, anzi era effettivamente distrutta ed alla vigilia di venire smembrata tra i molteplici suoi creditori. Spinta pertanto dall'affetto materno che mi spronava a sacrificarmi pel bene dei miei figli amatissimi, io mi accinsi fin da quel giorno all'opera del riscatto, la quale è durata quanto tutta la mia vita. Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenti, coadiuvata dall'opera intelligente del signor Marco Roscitano, mio amministratore e procuratore generale, con l'aiuto della Divina Provvidenza alla quale ne rendo tutte le grazie del mio cuore, io oggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa..."

Il signor Marco, al passaggio che lo riguardava, aveva chinato rispettosamente il capo. Don Blasco, sempre in piedi, mutò posto: lasciata la finestra si mise dietro al giudice, in modo non solamente da udir meglio ma da verificare con l'occhio la fedeltà della lettura. Il principe teneva le braccia incrociate sul petto e il capo un po' chino; Raimondo batteva un piede, guardando per aria, seccato.

- "Di tutta questa sostanza io sono l'unica e sola donna e padrona, sì per la parte che rappresenta la mia dote in essa investita, sì perché il rimanente è frutto dei miei capitali parafernali e dell'opera mia, come ne fa ampia e piena fede il testamento del benamato mio sposo Consalvo vii, il quale dice così..."

Il giudice sostò un momento per osservare:

- "Credo che possiamo saltare questo passo..."

- "Infatti... È inutile," risposero parecchie voci.

Il principe invece, sciolte le braccia, protestò, guardando in giro:

- "No, no, io desidero che le cose si facciano in piena regola... Leggete tutto, di grazia."

- "...il quale dice così: "Sul punto di rendere a Dio l'anima mia, non avendo nulla da lasciare ai miei figli, perché, come essi un giorno sapranno, il nostro patrimonio avito fu distrutto in seguito a disgrazie di famiglia, lascio ad essi un prezioso consiglio: di obbedir sempre alla loro madre e mia diletta sposa, Teresa Uzeda, principessa di Francalanza, la quale, come si è finora sempre ispirata al bene della nostra casa, così continuerà per l'avvenire a non avere altra mira fuorché quella di assicurare, col lustro della famiglia, l'avvenire dei nostri figli benamati. Faccia il Signore che ella sia ad essi conservata per mille anni ancora, e il giorno che all'Onnipotente piacerà ridarmela compagna nella vita migliore, seguano i miei figli fedelmente le sue volontà come quelle che non potranno esser dirette se non al loro bene ed alla loro fortuna."

- "I miei cari figli, adunque," continuava la testatrice - "non potranno dare miglior prova della loro affezione e rispetto verso la memoria del padre loro e mia, se non scrupolosamente rispettando le disposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimerò.

Io nomino pertanto..." tutti gli occhi si fermarono sul lettore, don Blasco chinossi ancora un poco per meglio vedere lo scritto, - "eredi universali..." e le labbra del principe ebbero a un tratto un'impercettibile contrazione - "di tutti i miei beni, esclusi quelli che intendo siano distribuiti nel modo qui appresso indicato, i miei due figli Giacomo xiv principe di Francalanza e Raimondo conte di Lumera..."

Il giudice fece una breve pausa, durante la quale il Vescovo e il presidente scrollarono il capo, guardandosi, in atto di stupore approvativo. Il principe, incrociate di nuovo le braccia, aveva ripreso l'atteggiamento da sfinge; soltanto era un poco pallido; Raimondo pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che gli rivolgevano; donna Ferdinanda, con le labbra cucite, passava a rassegna i progenitori pendenti dalle pareti.

- "Intendo però," riprese il lettore, - "che nella divisione tra i due fratelli suddetti restino assegnati al principe Giacomo i feudi della famiglia Uzeda da me riscattati, e spettino a Raimondo conte di Lumera le proprietà di casa Risà e quelle che in progresso di tempo furono da me acquistate. Il palazzo avito toccherà al primogenito; ma mio figlio Raimondo avrà l'uso, vita natural durante, del quartiere di mezzogiorno e annesso servizio di stalla e scuderia."

Con ripetuti cenni del capo, il presidente e Monsignore continuavano ad esprimere la loro approvazione; si udì anche il marchese mormorare: - "Giustissimo." La cugina, ammutolita pel quarto d'ora, girava rapidamente gli sguardi dall'uno all'altro, come non sapendo che pesci pigliare. La lettura continuava:

- "Usando successivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri miei figli legittimari, e volendo dare a ciascuno di essi una prova della mia particolare affezione, assegno a ciascuno di essi, in compenso dei diritti di legittima, altrettanti legati superiori alla quota che loro spetterebbe per legge, nel modo qui appresso descritto.

Eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione, pei quali richiamo confermo e completo le disposizioni da me prese al tempo della loro professione, e cioè:

Primo: in favore del mio diletto figlio Lodovico, in religione Padre Benedetto della Congregazione Cassinese, decano nel convento di San Nicola dell'Arena in Catania, la dotazione di onze 36 (dico trentasei) annue, assegnategli con atto del 12 novembre 1844.

Secondo: in favore di mia figlia primogenita Angiolina, in religione Suor Maria Crocifissa, monaca nella badìa di San Placido in Catania, come segno di particolare soddisfazione e gradimento per l'obbedienza osservata nel contentare il mio desiderio di vederla abbracciare lo stato monastico, completo la mia disposizione del 7 marzo 1852, ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma di onze 2000 (due mila), valore del fondo denominato la Timpa, posto nel Bosco etneo, contrada Belvedere, ordinando che coi frutti di esso immobile siano celebrate tre messe quotidiane dentro la chiesa della predetta badìa di San Placido, e precisamente nell'altare del Crocifisso, dovendo tale celebrazione aver principio in seguito alla morte della predetta mia figlia Suor Maria Crocifissa, e intendendo che durante vita della stessa i frutti si debbano da lei percepire, a titolo di livello, vitaliziamente. Cessando di vivere essa mia figlia, ordino che l'amministrazione resti affidata alla Madre Badessa, pro tempore, della prefata badìa, alla quale superiora intendo che resti conferita la facoltà di eleggere i sacerdoti celebranti, e non ad altri.

Venendo poi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando..." e Ferdinando, che era stato a seguire il volo delle mosche, si voltò finalmente verso il lettore, - "la piena ed assoluta proprietà del latifondo denominato le Ghiande, situato in contrada Pietra dell'Ovo, territorio di Catania, perché conosco l'affezione particolare che egli porta a questa terra da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. E perché detto mio figlio abbia una prova speciale del mio affetto materno, intendo che gli siano condonati, come infatti gli condono, tutti gli arretrati della rendita da lui dovutami su detto latifondo in virtù dell'atto sopracitato, a qualunque somma essi arretrati siano per ascendere al momento dell'aperta successione."

Testimoni e lavapiatti, con gesti e sguardi e sommesse parole, esprimevano una sempre crescente ammirazione.

- "Restano così le mie due care figlie Chiara, marchesa di Villardita, e Lucrezia; a ciascuna delle quali, affinché esse lascino la proprietà immobiliare ai loro fratelli e miei eredi, voglio che sia pagata, sempre a titolo di legittima, la somma di 10.000 (dico diecimila) onze..." quasi tutti adesso si voltarono verso le donne con espressione di compiacimento, - "tre anni dopo l'aperta successione e con gli interessi, dal giorno dell'apertura, del cinque per cento; restando naturalmente inteso che mia figlia Chiara debba conferire la sua dotazione di duecento onze annuali di cui ai suoi capitoli matrimoniali. Inoltre come prova di gradimento per le nozze da lei contratte con mio genero il marchese Federico Riolo di Villardita, le lascio tutte le gioie da me portate in casa Uzeda, che si troveranno a parte inventariate e descritte; intendo che quelle avite di casa Francalanza, da me riscattate dalle mani dei creditori, restino, durante vita della mia diletta figlia Lucrezia, a quest'ultima; ma poiché essa ben conosce che lo stato maritale non è confacente né alla salute né al carattere di lei, voglio che ella ne goda a titolo di semplice depositaria, e che alla sua morte vengano divise in eguali porzioni tra il principe Giacomo e il conte Raimondo miei eredi universali come sopra.

Provvisto in tal modo all'avvenire dei miei figli amatissimi, passo all'assegnazione delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi dai miei eredi summentovati, e cioè:

A Monsignor Reverendissimo il Vescovo Patti, onze cinquecento, una volta tanto, perché le distribuisca ai poveri della città o perché ne faccia celebrare altrettante messe a sacerdoti bisognosi della diocesi, secondo stimerà conveniente nella sua alta prudenza..."

Monsignore si mise a scrollare il capo, a dimostrazione di gratitudine, di ammirazione, di rimpianto, di modestia ad un tempo; ma soprattutto d'ammirazione secondo che il giudice leggeva le pietose disposizioni dei paragrafi seguenti: - "Alla cappella della Beata Ximena Uzeda, nella chiesa dei Cappuccini in Catania, onze cinquanta annuali, per una lampada perpetua ed una messa ebdomadaria da celebrarsi pel riposo dell'anima mia. Alla chiesa dei Padri Domenicani in Catania, onze venti annue per elemosina e celebrazione di altra messa ebdomadaria come sopra. Alla chiesa di Santa Maria delle Grazie in Paternò onze venti come sopra. Ed alla chiesa del monastero di Santa Maria del Santo Lume al Belvedere, onze venti come sopra.

Spetterà inoltre ai miei eredi osservare l'istituzione dei seguenti legati, in favore dei creati che mi hanno fedelmente servita ed assistita durante il corso delle mie infermità, e cioè:

Eccettuo innanzi tutto il mio amministratore e procuratore generale signor Marco Roscitano, i cui eccellenti servigi non potendo essere paragonati a quelli d'un servo, non sono da compensare con moneta." Il signor Marco era diventato rosso come un pomodoro: o per le lusinghiere parole, o perché non gli toccava altro che parole. - "Lascio a lui pertanto gli oggetti d'oro, le tabacchiere, spille ed orologi pervenutimi dall'eredità di mio zio materno il cavaliere Risà, il cui elenco si troverà fra le mie carte; e faccio obbligo di coscienza ai miei eredi di continuare ad avvalersi dell'opera sua, non potendo essi trovare persona che meglio di lui conosca lo stato del patrimonio e delle liti pendenti, e che possa spendere maggior interesse per il loro meglio." Il principe pareva sempre non udire, con le braccia conserte e lo sguardo cieco. - "Tra i creati, lascio al mio cameriere Salvatore Cerra due tarì al giorno, vitaliziamente; altrettanti alla mia cameriera Anna Lauro. La somma di onze cento si paghi, una volta tanto, al mio maestro di casa Baldassarre Crimi, e di onze cinquanta al cocchiere maggiore Gaspare Gambino, e di onze trenta al cuoco Salvatore Briguccia.

Come piccoli ricordi ai miei amici destino inoltre:

L'orologio grande con miniature e brillanti del fu mio consorte, al principe Giuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a don Giacinto Costantino; il bastone col pomo d'oro cesellato a don Cono Canalà; i tre anelli di smeraldo a ciascuno dei tre testimoni del presente testamento solenne, escluso il principe di Roccasciano suddetto.

Indistintamente poi a tutti i miei congiunti: cognati, nipoti, cugini, ecc., si paghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto.

Fatto al Belvedere, scritto da persona di mia confidenza sotto la mia dettatura, da me letto, approvato e firmato.


Teresa Uzeda di Francalanza"


Già qualche minuto prima che il giudice abbassasse il foglio, don Blasco, lasciando la spalliera, aveva dato segno che la lettura stava per finire; e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativi, le scrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appena la voce del lettore si spense, il silenzio fu, per un istante, così profondo che si sarebbe sentito volare una mosca. A un tratto il principe, spinta indietro la sua seggiola:

- "Grazie a voi, signori ed amici; grazie di cuore..." cominciò, ma non finì; ché i testimoni, alzatisi anch'essi, lo circondarono, stringendogli le mani, stringendo le mani a Raimondo, rallegrandosi con tutti:

- "Non c'era veramente bisogno della lettura!... Si sapeva bene che la felice memoria non avrebbe... Un modello di testamento!... Che saggezza! Che testa!..."

Monsignore, specialmente, approvava:

- "Non ha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti..."

E Ferdinando, Chiara, Lucrezia, tutti e tutte ricevevano la loro parte di congratulazioni mentre il notaio e il giudice compivano le formalità del verbale. Ma don Blasco, che appena finita la lettura aveva ripreso a rodersi le unghie con più fame di prima, gironzolando intorno intorno come un calabrone, acchiappò Ferdinando mentre il presidente gli stringeva la mano e lo trasse nel vano di una finestra:

- "Spogliati! Spogliati! Siete stati spogliati! Spogliati come in un bosco!... Rifiutate il testamento, domandate quel che vi tocca!"

- "Perché?" disse il giovane, attonito.

- "Perché?" proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l'idea di una sciocchezza come quella del nipote, d'una ingenuità tanto balorda. - "Per questo!" e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese:

- "Rovinati, spogliati, messi nel sacco!" gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi. - "Divisione legittimaria? E come fa i conti?... Se accettate cotesto testamento, siete gli ultimi..." e giù un'altra mala parola. - "I conti ve li faccio io, in quattro e quattr'otto! E per te la collazione dell'assegno che non avesti! E neppure una parola sul legato di Caltagirone! Dichiara che rifiuti, seduta stante!"

Il marchese, sbalordito da quella furia, balbettò:

- "Eccellenza, veramente..."

- "Che veramente e falsamente mi vai...? O credi che a me ne entri qualche cosa?... Io dico pel vostro interesse, bestia che sei!"

- "Parlerò a mia moglie..." rispose il marchese; ma allora il monaco, guardatolo un momento fisso, lo mandò a carte quarantotto come quell'altro babbaccio, e si diresse verso la marchesa.

Questa era con tutte le altre signore che facevano cerchio a donna Ferdinanda: la zitellona non esprimeva il proprio parere, non rispondeva al cicaleccio degli astanti: - "Il giusto!... Tutti trattati bene!... Un modello di testamento..." E la cugina Graziella alla principessa: - "Le male lingue volevano dire che la zia avesse diseredato tuo marito! Come se il bene che voleva a Raimondo potesse impedirle di riconoscere in Giacomo il capo della casa, l'erede del titolo!" La duchessa Radalì, invece, con aria tra stupita e costernata, confessava a don Mariano: - "Non l'avrei mai creduto! Eredi tutti e due? E allora la primogenitura dove se ne va? Le case hanno proprio da finire?..." Ma la principessa, imbarazzatissima, non osava rispondere, non lasciava con gli occhi il principe. Questi, nel gruppo degli uomini che non cessavano di ripetere: - "Che saggezza! Che previdenza!" dichiarava con voce grave: - "Ciò che ha fatto nostra madre è ben fatto..." mentre il Priore ripeteva a Monsignore: - "La volontà della felice memoria sarà certo legge per tutti..." e solo Raimondo pareva stufo dei rallegramenti, insofferente delle strette di mano congratulatorie. Ma già Baldassarre, spalancato l'uscio di fondo, entrava seguito da due camerieri che reggevano due grandi vassoi di gramolate e di paste e di biscotti. Il principe cominciò a servire i testimoni; il maestro di casa si diresse dalla parte delle signore.

- "Rubati del vostro! Spogliati! Ridotti in camicia!" diceva frattanto don Blasco alla nipote Chiara che era riuscito ad agguantare. - "Per favorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di venirla a vedere prima che crepasse! E quell'altra villana ch'è venuta a ficcarsi qui dentro!" Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. - "Vi lascerete rubare così? Qui bisogna agire subito, spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento, che chiedete quel che vi viene..."

- "Io non so, zio..."

- "Come non sai?"

- "Parlerò a Federico..." Allora il monaco uscì fuori dei gangheri:

- "E andate un poco a farvi più che benedire, tu, Federico, tutti quanti siete, compreso io, più bestia di tutti che me ne prendo!... Qui!" ordinò a Baldassarre che andava a servire la contessa, e presa una gramolata, la bevve d'un sorso, per temperar la bile che gli saliva alla gola.

Suo fratello don Eugenio, zitto zitto, si ficcava a pugni nelle tasche paste e biscotti, ne masticava a due palmenti, ci beveva su bicchieri di Marsala, non acqua inzuccherata, come uno che non è certo di far colazione. Ciò nonostante badava ad approvare con grandi scrollate di capo Monsignor Vescovo, il quale, vedendo che il Priore don Lodovico rifiutava di rinfrescarsi a motivo che era vigilia, dichiarava al presidente: - "Un angelo! Tutto quel che è interesse mondano non l'ha mai toccato! Vivo esempio di virtù evangelica..." e il presidente, con la bocca piena: - "Famiglia esemplare!" confermava; - "dello stampo antico!... Dove mettete quell'eccellente principe?" E il principe, finalmente, ridottosi in un vano di finestra con lo zio duca:

- "Ha udito Vostra Eccellenza?" gli diceva con riso amaro.

- "Quel che pareva impossibile è vero!... La mia famiglia è rovinata!..."

- "Non credevo neppur io!" esclamava il duca. - "Che gli avrebbe fatto una posizione privilegiata tra i legittimari, sì; ma coerede?"

- "E perfino il quartiere qui in casa!... per farmi un'onta! La casa dei nostri maggiori ha da servire ai Palmi!..."

- "Dev'esser contenta la Palmi!" diceva ora la cugina Graziella alla duchessa. - "Suo marito coerede!... Il povero Giacomo costretto a dividere col fratello!... A me dispiace per quest'intrusa, che metterà ancora un altro poco di superbia..."

Pesavano sulla contessa Matilde gli sguardi irosi o severi di don Blasco, della cugina, del principe. Tutte le volte che Baldassarre s'era diretto a lei per servirla, qualcuno aveva fatto cenno al maestro di casa di servire un'altra o un altro. E adesso rimaneva lei soltanto; ma donna Ferdinanda, fatto venire il principino Consalvo, se lo mise a sedere sulle ginocchia e chiamò:

- "Qui, Baldassarre...



3.


Da quel giorno, don Blasco non ebbe più pace. A lui come a lui, che l'eredità andasse spartita in un modo piuttosto che in un altro, importava meno d'un fico secco; ma fin da quando egli era entrato al convento, non avendo più affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quelli degli altri.

Ragazzo, egli aveva visto i bei tempi di casa Uzeda, quando suo padre, il principe Giacomo xiii, spendeva e spandeva regalmente, con venti cavalli in istalla, uno sciame di servitori e un'intera corte di lavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e notte. Allora, il futuro Cassinese non aveva udito altri discorsi fuorché quelli delle straordinarie ricchezze di suo padre, dei grandi feudi che possedeva, delle rendite che riscoteva da mezza Sicilia; e glien'era naturalmente venuta una smania di godimenti, un'ingordigia di piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso; quando un bel giorno fu messo al noviziato di San Nicola e poi costretto a pronunziare i voti. Tutte quelle ricchezze erano del fratello primogenito: a lui non toccava altro che la dotazione di trentasei onze l'anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile badìa!... Si scialava, veramente, a San Nicola, forse meglio che in casa Francalanza. Il convento, immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c'eran le catene distese dinanzi al portone; e le rendite di cui godeva, circa settantamila onze l'anno, bastavano appena ad una cinquantina tra monaci, fratelli e novizi. Ma il lauto trattamento e l'allegra vita e la quasi assoluta libertà di fare quel che gli piaceva, non dissiparono dal cuore del monaco il cruccio per la violenza patita; tanto più che gli altri fratelli cadetti, il secondogenito Gaspare duca d'Oragua e lo stesso Eugenio, restavano al secolo, con pochi quattrini, in verità, ma con la possibilità di procacciarsene; liberi del tutto, a ogni modo, e padroni di vestirsi secondo la moda, non costretti a portar la tonaca che pesava a don Blasco più che a un servo la livrea. L'acrimonia del Benedettino, il suo dolore per le perdute ricchezze, la sua invidia contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono quindi con l'esercizio quotidiano d'una censura acerba e inesorabile su tutta la parentela. Egli ebbe tanto più campo di sfogarsi quanto che, venuti i nodi al pettine, distrutta in poco tempo la fortuna del padre, il principino Consalvo vii fu ammogliato a quella Teresa Risà che entrò a far da padrona in casa Uzeda. Secondo le tradizioni di famiglia, premendo d'assicurare la continuazione del ramo primogenito e più, in quelle speciali circostanze, di ristorare le sconquassate finanze con una grossa dote, Consalvo fu accasato a diciannove anni, quando don Blasco non aveva ancora pronunziato i voti; ma fin da quel momento il novizio concepì contro la cognata una particolare avversione che cominciò a manifestarsi più tardi, ad ogni momento, per tutto ciò che ella fece e che non fece.

Il barone di Risà di Niscemi, padre della sposa, era venuto a Catania dall'interno dell'isola per dar marito alle due uniche sue figliuole, alle quali, da principio, voleva spartire egualmente le sue grandi ricchezze; ma quando la maggiore, Teresa, fu proposta al principe di Mirabella, futuro principe di Francalanza, gli Uzeda gli fecero intendere che, quantunque falliti, essi non avrebbero dato Consalvo vii alla figlia d'un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Viceré. Tanto il barone che la ragazza riconobbero che questo era giusto; però, dando il padre quattrocentomila onze, cioè quasi tutto a Teresa e spogliando la minore Filomena che trovò poi per caso da maritarsi col cavaliere Vita e restò sempre in freddo con la sorella, pretese, d'accordo con la figliuola, che il matrimonio fosse contratto col regime della comunione dei beni e che a lei toccasse dirigere la baracca. Aveva quasi trent'anni, la promessa; dieci più di Consalvo vii, essendo nata nel 1795, e non avendo potuto trovare per molto tempo un partito conveniente; il suo carattere, già forte, s'era inasprito nella lunga attesa del matrimonio, e dalla grande ricchezza, dalla potenza quasi feudale esercitata dal padre nel paesetto nativo le veniva un bisogno di comando, d'autorità, di supremazia che ella volle esercitare nella sua nuova casa. Il principe Giacomo xiii dovette piegarsi a quelle dure condizioni per evitare il fallimento e la liquidazione; e così tanto suo figlio quanto egli stesso furono costretti a lasciar le redini in mano alla moglie e nuora. Donna Teresa salvò infatti la casa, ma vi esercitò un potere tirannico al quale si piegarono tutti, dal primo all'ultimo, fuorché don Blasco. Senza paura né di Dio né del diavolo, il monaco la fece costante bersaglio della sua più violenta opposizione. Se ella restrinse certe spese, la accusò di disonorar la famiglia con la sua tirchieria; se continuò a spendere in altre cose come prima, le rinfacciò di volerla portare all'ultima rovina; ascoltando gli altrui consigli, ella fu una bestia incapace di pensare col proprio cervello; se fece da sé, restò più bestia di prima, accoppiando la presunzione alla bestialità. I quattrini che aveva portato in dote che erano? Una miseria! Quando quella miseria puntellò e fortificò la pericolante baracca, divenne il prezzo col quale ella comprò il titolo di principessa. La sua nobiltà era della quinta bussola, non solo incapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d'uno dei loro lavapiatti, di quei nobilucci morti di fame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ella non poté ordinare un abito alla sarta, né comprare un cappellino o un paio di guanti, senza che il monaco criticasse l'occasione della spesa, la qualità dell'oggetto e la scelta del negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso era ridotto a vivere dell'elemosina della nuora, non il fratello che aveva lasciato portare i calzoni alla moglie, mentre egli portava invece... - "Santa prudenza! santa prudenza! aiutami tu!..." esclamava allora, tappandosi violentemente la bocca, dicendone più con quelle reticenze che non con un lungo discorso, confermando in tal modo le ciarle sparse sul conto della cognata, spiattellando poi in tutte sillabe il nome che conveniva a costei quando, morti i due principi padre e figlio nello stesso anno, la principessa restò sola, e molto più libera di prima, che era stata liberissima.

Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire di fare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blasco si dannava l'anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Il primogenito, in tutte le case di questo mondo, è il prediletto, va bene? Lì, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un - "porco"! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d'Oragua, era invece chiuso a San Nicola!...

La storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco, con questa differenza, tuttavia: che mentre don Blasco era cadetto del cadetto, Lodovico aveva dinanzi a sé soltanto il principe, e come duca d'Oragua avrebbe potuto sperare, se non dalla madre, almeno da qualche zio i quattrini occorrenti a portar con decoro quel titolo. Poiché era inteso che un altro Uzeda, in questa generazione, doveva entrare a San Nicola, la ragione e la tradizione designavano il terzogenito, Raimondo; ma donna Teresa, per far passare la propria volontà su tutte le leggi umane e divine, invertì l'ordine naturale, e avendo preso a proteggere Raimondo sopra gli altri fratelli, lo lasciò al secolo facendolo conte, e cominciò invece a lavorare perché il duchino Lodovico sentisse la vocazione. Nessuno, quindi, poté dare al ragazzo, in presenza di lei, il titolo che gli spettava; fin dalla puerizia egli fu vestito della nera tonaca benedettina; come balocchi non ebbe altro che altarini, piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di oggetti sacri. Quando la mamma gli domandava: - "Tu che vuoi divenire?" il bambino fu avvezzo a rispondere: - "Monaco di San Nicola." A questa risposta gli toccavano carezze e promesse di carlini, di svaghi, di passeggiate in carrozza; se talvolta egli osava rispondere: - "Non so..." donna Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlo piangere finché gli strappava la risposta obbligata. Il confessore di lei, frattanto, il Domenicano Padre Camillo, lavorava a quel risultato educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericale, mortificandone in ogni modo i sensi e la fantasia, dandogli la paura dell'Inferno, facendogli intravedere le letizie del Paradiso. Per meglio riuscire nell'intento, la principessa non mise presto il ragazzo al noviziato: lo tenne in casa fino ai quindici anni. Erano i tempi delle rigide economie, dei creditori affollati nelle stanze dell'amministrazione, dei debiti estinti a poco a poco; talché, dove don Blasco aveva udito parlare continuamente dei tesori che in parte erano colati sotto i suoi propri occhi, Lodovico non intese se non querimonie, minacce di gente che rivoleva il suo, l'eterno ritornello della madre esagerante a bello studio quelle strettezze: - "Siamo rovinati! Non c'è come fare! Non ci resterà più nulla!" E mentre al palazzo Francalanza la principessa lavorava di lesina e prodigava le più efficaci dimostrazioni della miseria in cui erano ridotti, raccogliendo fiammiferi spenti per riaccenderli dall'altro capo, rivendendo le sue vesti smesse prima di farsene una nuova; ella poi descriveva a Lodovico il monastero dei Benedettini come un luogo di eterna delizia, dove la vita passava, senza cure dell'oggi e senza paure del domani, tra lauti conviti, sontuose cerimonie, gaie conversazioni e scampagnate gioconde. E quando finalmente Lodovico entrò novizio a San Nicola poté riconoscere che la madre aveva detto la verità, perché il corno dell'abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sul monastero e la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che usciva dalla ferrea tutela della principessa e del confessore, apprezzava più specialmente la libertà, la quasi licenza che vedeva regnar nel convento; talché egli si persuase della convenienza, stillatagli fin da bambino, di entrare in quell'Ordine. Tuttavia, prima di pronunziare i voti, esitò un momento, comprendendo sul punto di compierlo la gravezza del sacrificio che gl'imponevano, fatto accorto da don Blasco dei raggiri materni; ma, oltre che egli non prestava molta fede al monaco, del quale conosceva l'implacabile critica, quella stessa terribile severità della madre alla quale egli era impaziente di sfuggire lo fece rinunziare, spaventato, ad ogni tentativo di aperta ribellione

Padre don Lodovico s'accorse del giuoco di cui era stato vittima troppo tardi, quando vide che le miserie lamentate dalla madre erano mentite, e che il posto a cui lo avevano costretto a rinunziare toccava al fratello Raimondo. Ma non era più tempo di tornare indietro: lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spalle fino alla morte. La ribellione, lo sdegno e l'odio scatenatisi nell'animo suo furono tanto più violenti di quelli provati dallo zio, quanto meno egli era capace, per il lungo abito della finzione e della mortificazione, di sfogarsi a parole come don Blasco. Nulla trapelò dei sentimenti che gli ribollivano in cuore: egli restò dinanzi alla madre riverente e sommesso come prima, prodigò dimostrazioni d'affetto veramente fraterno a quel Raimondo che godeva del posto usurpato; confermò, con una vita esemplare, la vocazione per lo stato monastico. Mentre don Blasco, grossolano, ignorante, avido di godimenti materiali, gozzovigliava coi peggiori monaci, giocava al lotto come un disperato per arricchire e portava tanto di coltello sotto i panni; don Lodovico, più fine, più istruito e soprattutto più accorto, più padrone di sé, fu additato come raro esempio di virtù ascetiche, come arca di dottrina teologica. Mentre lo zio, per vendicarsi del perduto potere mondano, pretendeva spadroneggiare nel convento, vociando contro l'Abate e il Priore e i Decani e i Cellerari, bestemmiando San Nicola e San Benedetto e tutti i loro celesti compagni, il nipote parve mettere ogni cura nel farsi da parte, non nutrire altra ambizione fuorché quella di studiare... In cuor suo egli smaniava di prender la rivincita. Poiché si trovava per sempre chiuso là dentro, voleva arrivare, presto, prima d'ogni altro, ai gradi supremi. Ai Benedettini, infatti, c'era un regno da conquistare: l'Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno! Don Lodovico volle pervenire a quel posto nel più breve tempo possibile; compresa qual era la via da tenere, non se ne discostò d'una linea: nessuno poté mai rimproverargli il più piccolo trascorso, nessuno lo poté mai trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci: appartato, quasi sempre chiuso in biblioteca, si guadagnava simpatie con l'umiltà del contegno, con l'obbedienza prestata ai maggiori ed anche agli eguali, con la stretta osservanza della Regola, con la fama di dottrina in brev'ora acquistata. Così era stato eletto Decano a ventisette anni; ma, portato in palma di mano dall'Abate e da quasi tutti i monaci, egli si attirò l'odio più acre e violento dello zio. Assetato di potere, don Blasco voleva anch'egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosa, il carattere violento, l'ignoranza supina gli rendevano, se non impossibile, per lo meno difficilissimo l'appagamento di quell'ambizione, tanto che non prima di quarant'anni era stato Decano; veder dunque a quel posto il nipote - "col guscio ancora in... capo" lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppiò alla morte del Priore Raimo, nei primi di quell'anno 1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti del convento, dovesse occupare la carica vacante, era fuori contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignità, né credeva che quel - "gesuita" del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe che quel - "porco" gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo zio, mancò poco non gli pigliasse un accidente. Ciò che gli uscì di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupola di San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti; il meno che gli disse fu - "ruffiano del Capitolo, vuotapitali dell'Abate e figlio di non so chi..." Don Lodovico lo lasciò dire, edificando l'intero monastero con l'umiltà opposta alla violenta aggressione dello zio. Era troppo sicuro del fatto suo: l'elezione di don Blasco, il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattro ganze, fra cui la famosa Sigaraia, ed era tanto ignorante e prepotente, giudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva il solo vantaggio dell'età, ma questo non era tale da compensare tutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu eletto don Lodovico; da quel giorno don Blasco diventò una bestia contro quel - "porco gesuita" e quella - "...", quella - "..." della principessa, alla quale fece naturalmente una nuova, più grave, imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel - "gesuita porco".

Né gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta, eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone grazie. Bastava già che fossero figli di colei ch'egli considerava come sua personale nemica; ma poi, ai suoi occhi, avevan torti particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito.

La gran colpa di quest'ultimo consisteva nell'esser stato scelto dalla principessa come genero e d'aver voluto bene a Chiara nonostante l'avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ciò don Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui che voleva - "ficcarsi per forza" in casa Uzeda, contro la principessa che voleva - "violentare" la figlia e contro la nipote - "sciocca e pazza tanto" da rifiutare un partito - "come quello!..." Resistendo alla madre, Chiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodi e incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto così, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. Il fidanzamento era stato perciò tutt'una guerra violenta fra cognato e cognata, tra zio e nipote ed anche tra madre e figlia, giacché la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue.

Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito. Questa idea salica, molto ben radicata nel suo cervello, ammetteva veramente qualche eccezione — ella stessa, per esempio — ma verso la prole era la sola che la guidasse. Fra gli stessi maschi, tuttavia, ella non ne aveva considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito e idolatrato Raimondo; ma l'odiato era l'erede del titolo, il futuro capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico, un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d'accordo il rispetto alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volontà deliberando, senza dirne nulla, di dividere le sue ricchezze ai due fratelli, cioè defraudando il primogenito, che avrebbe dovuto aver tutto, e favorendo l'altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri due, Lodovico era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un più profondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzo, lavorando a impedire che - "rubassero" i fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita, per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno di matrimonio, donna Teresa era vicina a partorire: aspettava un maschio, il primogenito, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza: ella non solo l'aspettava, ma non ammetteva che non venisse. Nacque invece una femmina: la madre non le perdonò più. Fin da quando la tolse dalle fasce la vestì da monachella: la bambina non parlava ancora che fu portata ogni giorno alla badìa di San Placido: a sei anni fu chiusa lì dentro - "per educazione", a sedici la mite e semplice creatura, ignara del mondo, soggiogata dalla volontà materna e dagli stessi impenetrabili muri del monastero, si sentì realmente chiamata a Dio: in tal modo morì Angiolina Uzeda e restò Suor Maria Crocifissa.

Chiara, venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il rigore materno; né la principessa l'aveva lasciata al secolo per paura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di due figliole; bensì per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza e un'autorità più severa e più forte di quella che la Badessa esercita in una badìa. - "Ma da una pazza come mia cognata," soleva dire don Blasco, - "e da una bestia come mio fratello, che cosa doveva venir fuori? Una bestiona arcipazza, naturalmente!" E che s'era visto, infatti? S'era visto che fin a quando la madre l'aveva tenuta in un pugno di ferro, questa figliuola aveva sempre chinato il capo, rispettosa e obbediente; il giorno poi che la principessa, trovato quello stupido del marchese di Villardita il quale s'offriva di sposare la giovane per niente, s'era persuasa di maritarla, ella aveva detto di no, di no, di no: cose veramente dell'altro mondo!... Il marchese, vista la ragazza di tanto in tanto, sotto lo scialle, in chiesa, se n'era innamorato, e la principessa, risolutissima a dargli la figliuola, lo aveva ammesso in casa; ma, scoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli si sarebbe ritirato in buon ordine, se donna Teresa, che quando pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro, non gli avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Così, quand'egli rivedeva la ragazza, seduta in un angolo, a capo chino, col fazzoletto in mano, aveva voglia di mettersi a piangere anche lui, - "quel vitello", diceva don Blasco, - "tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!" Chiara, infatti, non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: - "Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi che ti pigli?...", ma Chiara, di rimando: - "Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!..." Di prima impressione come tutti gli Uzeda, Chiara non aveva voluto sentirne di quel promesso, per l'unica e sola ragione che era un poco pingue; ma, una volta preso quel partito, la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto più che l'impressionabilità, era stata la più potente ragione della resistenza opposta alla madre: fino all'ultimo momento, pertinace, ostinata, inflessibile, aveva detto che mai, mai, mai avrebbe sposato quella mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le avevano spiegato che, se non era magro, il marchese possedeva un cuor d'oro, e che la sposava senza dote pel bene che le voleva, e che in casa di lui sarebbe stata da regina perché era solo e straricco, e che se lasciavasi sfuggire quel partito, la madre poteva tornare alla prima idea di non maritarla, di lasciarla invecchiar zitellona: coi piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l'aveva strapazzata come una serva, poi l'aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza vesti, con poco cibo; poi l'aveva cominciata a picchiare con le mani nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non si piegava. E al marchese il quale, preso dagli scrupoli, veniva a restituirle la sua parola: - "Nossignore," diceva: - "ha da sposarti, perché così voglio. Se lei è degli Uzeda, io sono dei Risà! E vedrai che cangerà!..." Ella sapeva com'eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s'incaponivano in un'idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! Ma da un giorno all'altro, quando uno meno se l'aspettava, senza perché, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico... Fino all'ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all'altare, con due campieri a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volontà aveva udito il - ""; ma il domani delle nozze, quando la famiglia andò a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?... - "Cose da far trasecolare!" gridava don Blasco. La gente di servizio, i famigliari, gli amici, scherzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quel giorno fu tutt'una cosa col marito, fino al punto che egli non poté tardare un quarto d'ora a rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servitù, fino ad essere gelosa dei suoi pensieri. E non ebbe più, in tutte le circostanze piccole e grandi, altra opinione che quella del marito; prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava cogli occhi quasi temendo di non dire ciò che egli stesso pensava; il suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui, dopo tre anni di matrimonio, dopo avere annunziato quattro o cinque volte, per troppa fretta, la propria gravidanza; ma anche così dimostrava il bene che voleva al suo Federico.

La principessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto le era nata, dopo i quattro maschi, una terza figlia, quindi ella aveva ragionato o - "sragionato", a giudizio di don Blasco, così: delle tre, la prima monaca, la seconda a marito, l'ultima in casa. Ora il marchese, innamorato della ragazza, prometteva non solo di prenderla senza dote, ma di prestarsi anche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era che la sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che la gente vantasse la generosità del genero nel prendersi Chiara senza un baiocco, quasi togliendola all'ospizio delle trovatelle. Pertanto, nei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figlia una rendita di dugent'onze annue: così diceva l'atto registrato dal notaio Rubino e così sapevano tutti; ma poi il marchese le aveva rilasciato un'àpoca, accusando ricevuta dell'intero capitale di quattromila onze, delle quali non aveva visto neppure tre denari!

Ora don Blasco, il quale s'era già messo contro al marchese pel matrimonio con Chiara, e contro Chiara per la repentina conversione dall'odio all'amore verso il marito, aveva fatto un torto estremo ad entrambi della finzione a cui s'eran prestati per obbedire a quella pazza da legare della cognata. Un altro torto più grosso, forse imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti all'eredità paterna. Infatti, secondo il Benedettino, la casa Uzeda non era interamente distrutta quando c'era entrata donna Teresa; e ad ogni modo, siccome le rendite delle proprietà erano state riscosse anche nei tempi peggiori, bisognava che la principessa le conteggiasse, potendo dare a bere solo ai gonzi che esse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevano aiutato, invece, a pagare i debiti e a salvar le proprietà; erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all'attivo del principe Consalvo vii. Costui, da quell'imbecille che era sempre stato, aveva potuto coronare la sua corta e stupida vita con quel pulcinellesco testamento, impostogli e dettatogli dalla moglie, col quale dichiarando distrutto il suo patrimonio per disgrazie di famiglia, - "la grazia delle disgrazie!", lasciava ai figli, - "cose, cose da far recere i cani!...", l'affetto della madre; i figli, però, se non erano più imbecilli del padre, dovevano chiedere i conti, fino all'ultimo tornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ai nipoti, fuorché a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre, incitandoli a farsi valere; ma nessuno, vivendo la principessa, aveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorpo scusati, attesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le era soltanto genero, che non doveva quindi temerla, che era stato giuntato una prima volta nell'affare dei capitoli, fu per don Blasco l'ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte; e perché poi? di grazia, perché? Perché dichiarava d'aver sposato Chiara pel bene che le voleva, non per i quattrini che potevano venirgli!... La collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso di bile; ma, col tempo, egli s'era acchetato, aspettando la morte della cognata per riscendere in campo. Crepata costei, finalmente, e aperto quel bestiale testamento, il furioso Cassinese dimenticava adesso le bestialità di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto, per deciderli a muoversi. La morta, invece di dichiarare - "onestamente" quant'era la parte del marito e dividerla - "equamente" a tutti i figli, disponeva invece dell'intero patrimonio come di cosa propria! Non contenta di ciò, defraudava i legittimari fingendo di assegnar loro una quota superiore alla legale, dando loro in realtà - "quattro grani"! Chiara, specialmente, era spogliata - "come in un bosco", giacché il testamento non diceva parola del legato del canonico Risà. Questo era un altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere la resistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marchese, ella aveva ricorso a quello dei quattrini e, per non sciogliere i cordoni della propria borsa, tirato in ballo un suo zio, il canonico Risà di Caltagirone, il quale prometteva un legato di cinquemila onze a favore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese di Villardita. Nell'atto era intervenuta donna Teresa per garantire l'assegno, a condizione che la somma si trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di lasciare ogni cosa a lei. Invece, due anni avanti il canonico era morto, dividendo la roba tra una sua perpetua e la principessa, e costei s'era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: né il marchese, per rispetto, per disinteresse, aveva pensato di chiederne l'esecuzione. Don Blasco, adesso, poiché neppure nel testamento la cognata s'era rammentata di quel suo obbligo, poiché ella aveva combinato - "con arte infernale" anche l'altra gherminella delle quattromila onze che Chiara non aveva ricevute e che doveva intanto conferire come se le avesse prese, andava tutti i giorni dal marchese per istigarlo contro la morta e gli eredi, incitandolo a reclamare: 1. la divisione legale; 2. l'assegno matrimoniale con tutti gli interessi arretrati; 3. la parte che veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del canonico; dimostrandogli in quattro e quattr'otto che non le diecimila onze assegnate nel testamento, ma tre volte tante gliene venivano per lo meno. Il marchese, pure ascoltandolo, chinando il capo a tutto quel che diceva il monaco, perché con quel Benedettino benedetto la discussione era impossibile, esprimeva alla moglie il desiderio di non dar l'esempio di una lite in famiglia, d'aspettare quel che avrebbero fatto gli altri; e Chiara consentiva in queste come in tutte le altre opinioni del marito; in cuor suo dava però ragione allo zio, voleva che le attribuissero ciò che le toccava, perché, gareggiando d'affetto con Federico, le doleva che egli dovesse sostener da solo il peso della casa; ma il marchese, da canto suo, protestava: - "Io t'ho presa per te e non per i tuoi denari! Anche se tu non avessi nulla, non m'importerebbe... Del resto, non vuol dire che rinunzieremo ai nostri diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e a Ferdinando; io non voglio essere il primo a intentare una causa alla tua famiglia..."

Quel disinteresse, quel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzeda, accrescevano la devozione e l'ammirazione di Chiara, la facevano uniformare ai suoi desideri con tanto maggior zelo, quanto che, giusto in quei giorni, votatasi per consiglio della Badessa di San Placido al miracoloso San Francesco di Paola, ella aveva di nuovo la speranza d'essere incinta. Così, per difendere il marito da quella mosca cavallina di don Blasco, teneva fronte lei stessa allo zio, gli diceva:

- "Sì, va bene; Vostra Eccellenza ha ragione, parla per amor nostro; ma il rispetto alla volontà di nostra madre..."

- "Tua madre era una bestia," gridava il monaco, - "più di te!... Qual è stata la volontà di tua madre? Quella di rovinarvi tutti per amore di Raimondo e per odio di Giacomo! Pazza tu e lei! Manata di pazzi tutti quanti!..." E montando più in bestia per le moine che marito e moglie si facevano tutto il giorno, specialmente all'ora del desinare, quando si servivano reciprocamente come in piena luna di miele e s'imbeccavano al pari di due colombi, il monaco scoppiava: - "Io non so veramente chi è più bestia, fra voi due!.."

Tanto che una volta Chiara, presolo a parte, protestò:

- "Vostra Eccellenza mi dica quel che le piace, ma non tocchi Federico. Non tollero che se ne parli male"

- "Che tolleri e talleri mi vai contando?" proruppe il monaco di rimando. - "O credi che la gente abbia dimenticato che prima non lo volevi neanche per cacio bacato e minacciavi piuttosto di lasciarti morire che sposar quel cocomero?..."

Così la nipote voltò le spalle allo zio; questi mandò a farsi friggere la nipote e non mise più piede in casa di lei, dandosi ad altissima voce del triplice minchione per lo stupido interesse portato verso quel paio di animali. Ma erano giuramenti da marinaio; egli non poteva rassegnarsi a star zitto, gli coceva troppo che la volontà della morta si compisse: e allora, aspettando un'occasione per tornare alla carica contro quelle bestie, cominciò a prendersela con Ferdinando.


A qualunque ora andasse a cercarlo, lassù, alla Pietra dell'Ovo, lo trovava, sempre solo, con la pialla o con la sega o con la zappa in mano, intento a lavorar da stipettaio o da giardiniere, in maniche di camicia, come un operaio o un contadino. Da bambino era stato così, Ferdinando: taciturno, timido, mezzo selvaggio per la mala grazia con cui lo aveva trattato sua madre, costretto a svagarsi da solo, come meglio poteva, poiché non gli toccava il regalo del più povero balocco. Era cresciuto quasi da sé, ingegnandosi a procacciarsi quel che gli bisognava, a cavarsi d'impiccio. Quando gli altri andavano a spasso, egli restava in casa, a sfasciar scatole di legno o di cartone per farne teatrini o altarini o casucce che regalava poi a chi glieli chiedeva, a Lucrezia specialmente, per la quale, come per una compagna di destino, sentiva molta affezione; e se talvolta lo cercavano perché c'eran visite, perché qualche parente voleva vederlo, egli scappava, si rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarlo, o si rifugiava nella bottega dell'orologiaio, suo grande amico, dal quale facevasi insegnar l'arte. Un giorno, per San Ferdinando, don Cono Canalà gli regalò il Robinson Crusoe; egli lo divorò da cima a fondo e restò sbalordito dalla lettura come da una rivelazione. Da quel momento la sua selvatichezza s'accrebbe; il suo unico e costante desiderio fu quello di naufragare in un'isola deserta e di provveder da sé al proprio sostentamento. Cominciò allora a fare esperimenti di coltura nel giardino e nella terrazza del palazzo, e gli venne il gusto della campagna, che la principessa assecondò. Gli aveva messo il soprannome di Babbeo per quelle sue sciocche manìe; ma comprendendo che favorivano i propri piani gli abbandonò, alla Pietra dell'Ovo, prima la brulla chiusa delle ginestre e dei fichi d'India, poi col tempo, maturando il suo piano della generale spogliazione a favore del primogenito e di Raimondo, tutto il podere, stipulando però un contratto in piena regola, col quale il figliuolo obbligavasi di pagarle cinquecent'onze l'anno sui frutti del fondo, restando a lui tutto il di più. Il contratto per donna Teresa fu un affare: innanzi tutto ella risparmiò le trentasei onze annue del fattore, giacché Ferdinando andò subito subito a stabilirsi lì per coltivare da sé l'isola che aveva acquistata; e poi assicurossi una rendita che il podere non dava. Il Babbeo faceva assegnamento sulle bonifiche per pagare le cinquecent'onze alla madre e restar padrone dell'avanzo; infatti, appena entrato in possesso, cominciò a dissodare, a scavar pozzi, a strappar mandorli per piantar limoni, a sbarbicar la vigna per ripiantarci i mandorli, a sbizzarrirsi in una parola come aveva sognato. Il suo piacere, veramente, sarebbe stato più grande se avesse potuto far tutto da solo; ma costretto a chiamar zappatori e giardinieri, egli stesso lavorava con loro, a strappar erbacce, a portar via corbelli di sassi, a rimondar alberi, facendo anche da falegname, da muratore e da decoratore, perché una delle sue prime occupazioni era stata quella d'ingrandire ed abbellire la vecchia casa del fattore. Egli era felice facendo la vita dell'eroe che gli aveva acceso la fantasia, come se veramente fosse in un'isola deserta, a mille miglia dal mondo. Dormiva sopra una specie di cuccetta da marinaio, costruiva da sé tavole e seggiole, e la casa pareva un arsenale dalla tanta roba che v'era sparsa; seghe, pialle, trapani, pulegge, zappe, picconi; e poi un assortimento di assi e di travi, e sacchi di farina per fare il pane, provviste di polvere, una scansìa di libri, tutta la roba che un naufrago può salvare dalla nave prima che questa si sfasci.

Fin dal primo anno, però, egli non aveva potuto pagare interamente la rendita promessa alla madre; restò a dargliene una buona metà che la principessa notò regolarmente a suo debito. Poi, a furia di mutar colture, di porre in atto le novità di cui udiva parlare o che leggeva nei trattati d'agricoltura o che speculava da sé, il frutto del podere gli si venne sempre più assottigliando tra mano. Colpa dei mercenari, diceva, che non eseguivano bene i suoi ordini, o dello scombussolamento delle stagioni; ma la madre lo canzonava, a posta, per incaponirlo in quella sua manìa, e vi riesciva a meraviglia. E il frutto delle Ghiande scemava sempre più, non arrivava neppure alle cent'onze, nonostante che ad esclusione degli strumenti e di qualche libro egli non spendesse nulla per sé e mangiasse frugalmente i prodotti dell'orto e della caccia e le rare volte che compariva al palazzo scandalizzasse perfino i servi, tanto era stracciato e unto e goffo nei panni vecchi di anni ed anni. Ma la principessa, deridendolo, lo lasciava fare, e segnava una dopo l'altra nel libro dell'avere tutte le somme che ogni anno egli le dava in meno. Esse formavano già un discreto capitale che il Babbeo non sapeva dove prendere; il suo continuo timore era perciò che la madre, stanca di non vedersi pagata, gli togliesse di mano il podere; e infatti la principessa più d'una volta lo aveva minacciato di questo. Il colpo maestro di costei, nel testamento, fu dunque l'assegnazione delle Ghiande a Ferdinando. Per lui quella proprietà valeva più d'un feudo; a scambiarla per tutta l'eredità dei fratelli maggiori temeva di rimetterci. Come se non bastasse, c'era anche il condono degli arretrati che sommavano ormai a mille e cinquecento onze; talché, al colmo della soddisfazione, egli si credette trattato benissimo, oltre ogni speranza, e a don Blasco, il quale gli si metteva alle costole per indurlo a ribellarsi:

- "Come?" diceva, candidamente, lasciando di piallare o di rimondare. - "Non è abbastanza quello che ho avuto?"

- "Ma ti tocca il triplo, per lo meno! Sei stato truffato con tutti gli altri! Ti tocca, in rate eguali con tutti gli altri, la parte di tuo padre, che è il momento di rivendicare! E non sai che Giacomo non ti mandò neppure a chiamare, il giorno della morte di tua madre?"

- "Non è possibile!" rispondeva Ferdinando, scandalizzato. - "E perché, poi?"

- "Per far sparire carte e valori! Scappò lassù, si mise a rovistolare tutta la villa: le cose si risanno! E poi ha fatto la commedia dei suggelli. Te ne accorgerai all'atto dell'inventario, anima vergine!"

Il monaco smaniava dall'impazienza per quest'inventario; ma il principe invece pareva non avere fretta di conoscere quel che c'era in casa, non parlava d'affari a nessuno dei fratelli e delle sorelle, neppure al coerede Raimondo, il quale da parte sua pensava a tutto, fuorché a chiedergliene conto. Nonostante il lutto, stava sempre fuori casa, al Casino dei Nobili, a ragionar di Firenze coi vecchi amici, a far la sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano nell'ora del passeggio. E don Blasco intronava le orecchie di Ferdinando di invettive contro il fratello. Era - "uno scandalo, una mancanza di rispetto alla morta calda ancora", la condotta di quello scapestrato che badava unicamente a spassarsi, che non era venuto a - "chiuder gli occhi alla madre", neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva dare brevi manu, - "rubandoli agli altri!..." Ora il giorno che, cominciato finalmente l'inventario, risultò che in cassa c'erano soltanto cinque onze e due tarì di contanti, e un titolo di rendita di cento ducati, il monaco corse alle Ghiande come impazzito.

- "Hai visto? Hai visto? Hai visto?... Che ti dicevo? Cinque onze! Tua madre non ne teneva mai meno di mille! E la rendita, la rendita! Fino a cinquemila ducati li sapevo io!... Capisci adesso! Hai visto come v'ha rubati il suo caro fratello? Quel ladro del signor Marco gli ha tenuto il sacco! Rubati! Rubati! Se non gridate, se non vi fate sentire, siete degni che vi sputino in viso."

Non la finiva più, dimostrando al nipote, intontito dalle grida, la nuova magagna. Perché mai, dunque, Giacomo lasciava al suo posto il signor Marco, mentre aveva già cacciato via tutti i servi protetti dalla madre, il cocchiere maggiore, il cuoco, tutti coloro ai quali ella aveva lasciato qualcosa? Quel - "porco" del signor Marco, l'- "anima dannata" della defunta, avrebbe dovuto esser preso - "a calci nel preterito" appena la sua protettrice aveva chiuso gli occhi; invece perché mai, dopo due mesi, era ancora in servizio? Appunto perché, appena morta la padrona antica, s'era buttato - "vigliaccamente" ai piedi del padrone nuovo, gli aveva consegnato ogni cosa, gli aveva lasciato - "rubare" i valori che andavano - "a tutti" o per lo meno - "al coerede!..."

E quella bestia di Ferdinando che faceva l'ingenuo, che non voleva credere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pel condono delle mille e cinquecent'onze! Quasi che quello strozzato contratto tra madre e figlio non fosse stato immorale, quasi che la principessa non avesse a bella posta stabilito un canone superiore al frutto del podere per meglio impaniar quell'allocco!... Tuttavia, a furia di predicargli che gli toccava di più, che avrebbe potuto essere ricco più del doppio, più del triplo, il monaco sarebbe forse riuscito a scuotere il nipote se, come parlando male del marito a Chiara, non avesse commesso anche con Ferdinando una grave imprudenza. Rifiutando il testamento, chiedendo la divisione legale, Ferdinando temeva che le Ghiande andassero in mano ad altri, o che, per lo meno, egli dovesse spartirle coi fratelli; don Blasco, che gli dimostrava la possibilità di tenerle tutte per sé, un giorno gli cantò:

- "E finalmente se perderai questo fondo, ne acquisterai in cambio un altro che varrà centomila volte più!..."

- "Eccellenza no," rispose Ferdinando; - "come questo non ce n'è altri in casa nostra..."

- "Le Ghiande?" scoppiò allora il monaco. - "Una terra che si chiamava le Ghiande? Buona veramente a buttarci una mandra di maiali? E che ci vengono, fuorché le ghiande? Ora specialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?"

Ferdinando, a sentirsi così buttar giù la terra e l'opera propria, ammutolì e arrossì come un pomodoro; poi, ricuperata la voce, dichiarò:

- "Eccellenza, sa come dice il proverbio? Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell'altrui!"

Allora il monaco, eruttata una buona quantità di male parole contro quel malcreato, non rifece più la via del suo - "porcile" e si ridusse a porre l'assedio intorno a Lucrezia. L'aveva serbata per l'ultima, poiché, se nutriva un'antipatia istintiva contro tutti i nipoti, era specialmente furioso contro questa qui.

Come Chiara e Ferdinando, Lucrezia non ricordava una carezza della madre; ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco il merito relativo della resistenza opposta alla principessa nell'affare del matrimonio, e Ferdinando quello d'essere andato via di casa, la nipote più piccola non aveva altro che torti, uno più capitale dell'altro. Sotto la sferza di donna Teresa, trattata con particolare durezza per esser nata quando costei non aspettava più altri figli, considerata come un'intrusa venuta a rubare parte della roba già destinata ai due maschi, Lucrezia era cresciuta come - "una marmotta", diceva il Benedettino: tarda, taciturna, selvatica come Ferdinando, e sempre così distratta che le sue risposte erano oggetto di risa per tutti fuorché per lo zio Blasco che se la mangiava viva.

Asservendo e maltrattando la figlia, la principessa non dimenticava tuttavia lo scopo principale da raggiungere: cioè di lasciarla zitellona in casa. Perciò ella dimostrava assiduamente, quotidianamente a Lucrezia che il matrimonio non era fatto per lei; prima di tutto per la cattiva salute — e invece la ragazza stava benissimo; poi perché così voleva il bene della casa — e le additava l'esempio di donna Ferdinanda; poi perché, senza quattrini, non avrebbe potuto mai trovare un partito conveniente — e l'eccezione del marchese Federico confermava la regola; e finalmente perché, quasi tutto questo non bastasse, era anche brutta — e qui diceva la verità. Quando la vedeva allo specchio, o le rare volte che la ragazza assisteva alle visite che venivano per la madre, costei esclamava: - "Ma come sei brutta, figlia mia!... Che disgrazia avere una figlia così brutta, è vero?" L'argomento più persuasivo era nondimeno quello della povertà: la roba apparteneva - "ai maschi"; quando i fattori le portavano sacchi di quattrini, ella diceva a Lucrezia: - "Vedi questi? Sono tutti dei maschi..." e se la ragazza alzava gli occhi alle mappe dei feudi appese nelle anticamere, la madre ripeteva: - "Che guardi? Sono le proprietà dei maschi!" Quando il discorso, presente la figlia, cadeva sui matrimoni, donna Teresa ammoniva: - "Di che parlate dinanzi alle ragazze?" e a quattr'occhi le diceva che pensare al matrimonio era peccato mortale, da confessarsene: e il confessore, Padre Camillo, confermava in queste idee Lucrezia; poi la principessa ricominciava, fino alla sazietà: - "Tu del resto non hai niente, devi restare in casa per forza: chi ti vorrà sposare senza denari?" Quanto a Chiara, era stata un'altra cosa: si era trovato uno che la prendeva con la sola camicia, perché la sapeva savia, timorata di Dio, obbediente alla madre. E addolcendo la pillola, la principessa si lasciava scappare di tanto in tanto: - "Se anche tu sarai come tua sorella, poi ti compenserò altrimenti."

Così era cresciuta Lucrezia: costantemente mortificata e umiliata, segregata dal mondo più che nella badìa, invisa ai fratelli maggiori ed agli stessi zii, tiranneggiata un poco anche da Chiara che per avere cinque anni più di lei faceva la grande; unicamente voluta bene e protetta da Ferdinando, col carattere del quale s'accordava molto il suo. Il Babbeo aveva già da badare a se stesso, non godendo troppe grazie in famiglia; ma dimostrava come poteva a Lucrezia il bene che le voleva. Maggiore appena d'un anno, egli giocò con lei, le diede i balocchi da lui stesso costruiti; più tardi, quando egli ebbe qualche nozione di lettere, quando apprese da sé a disegnare, a far minuti lavorucci, comunicò la sua scienza alla sorella per la quale non si faceva la spesa d'un maestro. Del resto la compagnia e la protezione di Ferdinando non fu la sola di cui godé Lucrezia: ella ebbe anche quella di donna Vanna, una delle cameriere; e la principessa, sempre all'erta, non vide il pericolo che correva da questa parte.

La servitù, in casa Francalanza, era pagata poco e avvezza a tremare dinanzi alla padrona; nondimeno raramente qualcuno andava via se non era congedato, perché tutti trovavano il mezzo di rifarsi moralmente e materialmente del cattivo trattamento. Il mezzo consisteva nel parteggiare segretamente per qualcuno dei figli o dei cognati contro la padrona, nel fomentare le ribellioni, nel far la spia: per questo v'erano altrettanti partiti, nel cortile, quante teste presumevano, su nel palazzo, di fare a modo proprio. Donna Vanna era dunque del partito delle - "signorine": come dapprima aveva incoraggiato la disperata resistenza di Chiara al matrimonio impostole, così più tardi venne narrando a Lucrezia la storia della sorella per dimostrarle le durezze e le strambità della madre; e le mise in testa che anche lei doveva maritarsi, e le diede la coscienza dei suoi diritti e delle sue qualità. Non era vero che ella fosse povera: la principessa poteva disporre solamente della metà della propria sostanza: l'altra metà andava egualmente divisa fra tutti i figli: - "S'ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima..." E Lucrezia l'ascoltava a bocca aperta, cercando di comprendere. Ella comprendeva più facilmente le adulazioni della cameriera che trovava recondite bellezze nella persona della padroncina, quando la vestiva o la pettinava: - "Com'è ben formata Vostra Eccellenza!... Sembra una palma!... E queste trecce! Corde di bastimento!" Poi concludeva: - "Ha da trovarsi uno che se la godrà!..."

Così accadde che, quando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto al palazzo dei Francalanza, donna Vanna disse alla signorina: - "Vostra Eccellenza ha visto il signorino Benedetto? Guardi che bel ragazzo!" Ella si mise a osservarlo dalla finestra, e fu del parere della cameriera. - "Vostra Eccellenza non s'è accorta come la guarda?" Lucrezia si fece rossa più d'un papavero, e da quel giorno i suoi occhi andarono spesso al balcone del giovanotto. Però, finché la principessa ebbe buona salute, la cosa non uscì da questi termini e nessuno la sospettò. Un brutto giorno donna Teresa, già malandata, si svegliò con un doloretto al fianco, del quale sulle prime non si curò, ma che un anno dopo doveva condurla al sepolcro. Quando la malattia della padrona aggravossi, e specialmente quando, per mutar d'aria, ella se ne andò al Belvedere, sola, giacché Raimondo, il beniamino, stava a Firenze e gli altri figliuoli erano qual più qual meno tutti aborriti, allora, più libera, donna Vanna favorì meglio l'amore della signorina; parlò al giovanotto, portò da una parte all'altra dapprima saluti, poi ambasciate e finalmente biglietti. In famiglia se ne accorsero, e tutti si scatenarono contro Lucrezia.

I Giulente, venuti circa un secolo addietro a Catania da Siracusa, appartenevano a una casta equivoca, non più - "mezzo ceto" cioè borghesia, ma non ancora nobiltà vera e propria. Nobili si credevano e si vantavano; ma questa loro persuasione non riuscivano a trasfondere negli altri. Da parecchie generazioni s'erano venuti imparentando con famiglie della vera - "mastra antica", ma avevano dovuto scegliere quelle ridotte a corto di quattrini, perché una ragazza nobile e ricca ad un tempo non avrebbe mai sposato un Giulente. Per giocare a pari coi baroni autentici avevano adottato tutti gli usi baronali: uno solo tra loro, il primogenito, poteva prender moglie; gli altri dovevano restar scapoli. L'abolizione del fedecommesso li aveva rallegrati, poiché in casa loro non c'era: istituito il maiorasco, avevano tentato di ottenerlo, senza riuscirvi. Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po' per l'esempio dello zio, un po' pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch'egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobiltà — quando la volpe non arriva all'uva! gridava la zitellona — e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d'avvocato. Quindi l'ira di don Blasco contro la nipote che s'arrischiava di fare all'amore senza chieder permesso a lui; e con chi? Con un Giulente, un liberale, un avvocato!

Ora, dopo la lettura del testamento, dopo le difficoltà opposte da Chiara, dal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioni, il monaco si rivolse a Lucrezia. Aveva maggiore speranza di riuscire con lei poiché, per l'amore di Giulente, ella aveva interesse a ribellarsi alla famiglia; è vero che gli toccava pel momento secondare o per lo meno fingere d'ignorare l'amoretto della nipote; ma pur di complottare e di metter zeppe e di farsi valere, don Blasco passava sopra a maggiori difficoltà. Egli cominciò dunque a dimostrare a Lucrezia il torto ricevuto, le ragioni da addurre, il furto di Giacomo appena morta la madre; e le rifece i conti e la stimolò a mettersi d'accordo con Ferdinando, sull'animo del quale ella sola poteva, per contrastar poi, uniti, al fratello maggiore.

Lucrezia, che all'opposizione dei parenti s'era impennata, come ogni Uzeda dinanzi alla contraddizione, ed aveva giurato a donna Vanna che avrebbe sposato Giulente a qualunque costo; udendo adesso il monaco parlarle dei suoi diritti, dimostrarle che ella era più ricca di quanto credeva, istigarla a far valere la propria volontà, gli dava ascolto, diffidente, tuttavia, sospettosa di qualche raggiro. La notte prendeva consigli dalla cameriera; e poiché donna Vanna la confortava a seguire il monaco, ella riconosceva, sì, che sua madre l'aveva messa in mezzo, come tutti gli altri, a profitto di due soli, e chinava il capo agli argomenti che don Blasco le ripeteva; ma sul punto d'impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomo, la paura l'arretrava. Era cresciuta con l'idea che egli fosse d'una pasta diversa, d'una natura più fine; mentre tutti i fratelli e le sorelle si davano del tu fra loro, al primogenito toccava del voi; e il principe che l'aveva sempre tenuta a distanza, guardandola d'alto in basso, adesso, dopo la lettura del testamento, mostravasi ancora più chiuso con tutti, ma specialmente con lei. Preparata a sostener la lotta per amore di Giulente, ella voleva riserbare le sue forze pel momento buono, non sciuparle per uno scopo che le pareva secondario. Benedetto le aveva fatto sapere che, appena laureato, voleva dire fra un paio di anni, avrebbe chiesto la sua mano; e che il duca d'Oragua, tanto amico di suo zio Lorenzo, li avrebbe sicuramente sostenuti; ma che frattanto bisognava aver pazienza e prudenza, studiare di non accrescere l'animosità degli Uzeda. Consultato intorno alla quistione del testamento, egli confermava il consiglio di non far nulla contro il principe; parte per le ragioni antiche, parte per non parere ingordo della maggiore dote di lei. - "Vede Vostra Eccellenza?" commentava la cameriera, udendo queste lettere che la padroncina le comunicava. - "Vede Vostra Eccellenza quant'è buono? Vuol bene a Vostra Eccellenza, non ai quattrini! Un altro che avesse uccellato alla dote, che cosa avrebbe risposto? "Facciamo la lite!"" Egli era veramente un buon giovane, studioso, un po' esaltato, infiammato dalle dottrine liberali dello zio, bruciante d'amore per l'Italia: scrivendo alla ragazza le diceva che le sue passioni erano tre: lei, la madre e la patria che bisognava redimere.

Così anche Lucrezia, dopo aver dato ascolto alle istigazioni di don Blasco, non faceva nulla di quel che voleva lo zio: anzi, una volta che costui fu più insistente, ella rispose:

- "Perché non parla Vostra Eccellenza con Giacomo?"

Il monaco, a quest'uscita, diventò paonazzo e parve sul punto di soffocare.

- "Ho da parlar io, ah, bestia? ah, bestiona? Vi piacerebbe, bestioni, prender la castagna con la zampa del gatto? Ah, volevate che parlassi io!... E che cavolo vi pare che me n'importi, in fin dei conti, se vi spoglia, se vi mangia tutti quanti, brancata di pazzi, di gesuiti e d'imbecilli, oh?..."


Parlare a Giacomo, prendere le parti di quei nipoti contro quell'altro, era veramente impossibile a don Blasco. Egli si sarebbe così impegnato definitivamente, avrebbe preso realmente un partito, non avrebbe potuto più dar torto a chi prima aveva dato ragione, e viceversa; e questo era per lui un bisogno. Così per esempio il principe, solo fra tutta la - "mala razza" (come il Benedettino chiamava i suoi nei momenti d'esasperazione, cioè quasi sempre), gli era stato dinanzi obbediente e sommesso, gli aveva dato ragione nella lotta contro la principessa; ora don Blasco, in cambio, gli rivoltava i fratelli e le sorelle. Ma il monaco non credeva di far male, così; scettico e diffidente, sapeva che Giacomo s'era messo con lui non già per affezione o per rispetto, ma per semplice tornaconto.

Il principe Giacomo, infatti, aveva obbedito a sue proprie ragioni. Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempo, quand'ella l'aspettava e lo voleva, la principessa non aveva fatto festa al primogenito dei maschi, il quale aveva anche messo in pericolo, nascendo, la vita di lei. Invece di volergli tanto più bene quanto più lo aveva desiderato e quanto più le costava, donna Teresa gliene aveva voluto tanto meno. Alla nascita di Lodovico era rimasta ancora indifferente e crucciata; le sue viscere materne s'erano improvvisamente commosse per Raimondo. Così, mentre tutti gli altri parenti che non eran - "pazzi" come lei, o che eran pazzi altrimenti, avevano dato a Giacomo l'idea che egli fosse da più di tutti come primogenito, come erede del titolo, la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo. E la protezione della madre era molto più efficace di quella del padre e degli zii; perché, mentre costoro davano a Giacomo, avido di quattrini, ingordo d'autorità, soltanto vane parole, Raimondo era colmato di regali, otteneva ragione su tutti, faceva legge dei propri capricci. Così cominciarono le risse tra i due fratelli, e Raimondo, più piccolo, ne toccò; ma quando la principessa si vide dinanzi in lacrime il suo protetto, Giacomo assaggiò le terribili mani di lei che lasciavano i lividi dove cadevano. Il ragazzo s'ostinò un pezzo, fino a mutar la freddezza della madre in odio deciso; poi, accortosi di sbagliar via, mutò tattica, divenne infinto, fece da spia a don Blasco, gustò il piacere della vendetta nel vedere Raimondo picchiato dal monaco in odio alla cognata. Ma furono soddisfazioni mediocri e di corta durata: con gli anni la principessa chiuse a San Nicola il secondogenito, diede a Raimondo il titolo di conte; avara, anzi spilorcia, largheggiò soltanto col beniamino; Giacomo non ebbe mai un baiocco, e i suoi abiti cadevano a brandelli quando l'altro pareva un figurino. Se Raimondo esprimeva un'opinione, subito era secondato, o per lo meno non deriso; Giacomo non potè disporre di nulla. Uno dei suoi più lunghi desideri era stato quello di far atto di padrone, in casa, riadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise di muovere una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l'architettura dell'edificio, il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poiché ognuno degli antenati s'era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare più là balconi, a innalzare piani da una parte per smantellarli dall'altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell'intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i - "pazzi", come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l'altro fatto e disfatto a modo loro. Il più grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo xiii, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella - "testa di zucca" di donna Teresa, invece di pensare all'economia, non s'era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novità?... Giacomo voleva anch'egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s'intendeva d'affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!... I due fratelli, quantunque avessero la stess'aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era bellissimo, Giacomo più che brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c'era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s'allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva più oscuro; un'estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un'estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne l'alterazione era più manifesta: Chiara e Lucrezia, quantunque fresche e giovani entrambe, erano disavvenenti, quasi non parevano donne; la zia Ferdinanda, sotto panni mascolini, sarebbe parsa qualcosa di mezzo tra l'usuraio e il sagrestano; ed altrettante figure maschilmente dure spiccavano fra i ritratti femminili di più fresca data; mentre, negli antichi, le strane acconciature e gli stravaganti costumi, gli strozzanti collari alla fiamminga che mettevano le teste come sopra un bacino, le vesti abbondanti che chiudevano il corpo come scaglie di testuggine, non riuscivano a nascondere la sveltezza elegante delle forme né ad alterare la purezza fine dei lineamenti. Tratto tratto, fra le generazioni più vicine, in mezzo alle figure imbastardite, se ne vedeva tuttavia qualcuna che rammentava le primitive; così, per una specie di reviviscenza delle vecchie cellule del nobile sangue, Raimondo rassomigliava al più puro tipo antico. Ridevano gli occhi alla principessa, quando lo vedeva, grazioso ed elegante, guidare, montare a cavallo, tirare di scherma; al primogenito invece dava altrettanti soprannomi quanti difetti trovava nella sua persona: l'Orso che balla, per la goffaggine; Pulcinella, per il lungo naso; il Nano, per la corta statura.

Così l'astio di Giacomo contro la madre e il fratello si manteneva sempre vivo; esso crebbe a dismisura quando donna Teresa colmò lo staio, dando moglie a Raimondo. La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall'istituzione del fedecommesso, stabiliva che nessuno fuorché il primogenito prendesse moglie; e infatti, nella generazione precedente, né il duca né don Eugenio s'erano accasati; ma la principessa, come sempre, s'infischiò delle regole e pensò di trovare un partito a Raimondo prima ancora che a Giacomo. Morendo lei e lasciando ad entrambi la sua sostanza, la condizione dei due fratelli sarebbe stata eguale; ma in vita, non volendo ella spogliarsi di nulla, Giacomo, che doveva necessariamente ammogliarsi per tramandare il principato, si sarebbe arricchito con la dote della moglie, mentre Raimondo, restando scapolo, non avrebbe avuto nulla. Persuasa quindi della necessità di dar moglie anche al beniamino, ella esitò nondimeno molto tempo prima di attuare la sua risoluzione, e non già perché sentisse scrupolo d'infrangere la tradizione, di creare nell'albero genealogico degli Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane: all'idea che un'altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno a fianco, una sorda gelosia la struggeva. Per questo, il giorno che finalmente si decise, non soffrì di dargli nessuna delle ragazze della città e neppure della provincia; ma cominciò invece a cercargli un partito a Messina, a Palermo, più lontano ancora, nel continente, con certi suoi criteri particolari, uno dei quali era che la sposa fosse orfana di madre. Cercò parecchi anni e nessuna la contentò. Alla fine, per mezzo d'un monaco benedettino compagno di don Blasco, Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese. Tuttavia, parendo troppo a lei stessa che Raimondo prendesse moglie prima di Giacomo, il quale a venticinque anni era ancora scapolo, caso unico nella storia della famiglia, provvide ad ammogliare i due fratelli nello stesso tempo, e destinò al primogenito la figlia del marchese Grazzeri.

Le liti scoppiate in quell'occasione furono straordinarie. Se il rancore di Giacomo per il matrimonio del fratello divenne più cocente, vedendo egli prepararsi accanto alla propria un'altra progenie di Uzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanze, non fu meno grande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violento, avido e arido com'era, egli aveva amoreggiato colla cugina Graziella, figlia della sorella della madre, e s'era messo in testa di sposarla, quantunque la dote di lei fosse infinitamente più scarsa di quella della Grazzeri; ma la principessa, un poco appunto per questa considerazione della maggiore ricchezza, un poco perché non era mai andata d'accordo con la sorella, anzi l'aveva sempre tenuta lontana da sé, e soprattutto pel gusto di contrariare l'inclinazione del figliuolo, lo sforzò invece a sposar la Grazzeri.

Giacomo non era più ragazzo, da obbedire alla madre per paura di castighi o di busse; ella aveva però un'arma più potente in mano, essendo padrona dei quattrini e potendo minacciare di diseredarlo. - "Neppure un grano!..." gli diceva, freddamente, facendo scattar l'unghia del pollice contro i denti; - "non avrai neppure un grano!..." e la poca simpatia dimostrata a quel figliuolo e la passione per Raimondo e il matrimonio imminente di quest'ultimo confermavano la minaccia, facevano sospettare che ella l'avrebbe compiuta. Il principe, che fino a quel punto non era riuscito interamente ad adottar la politica della finzione, dopo quest'ultimo e violento contrasto le s'inchinò, rassegnato e devoto, le prestò una obbedienza scrupolosa e cieca anche nelle cose inutili e ridicole, non parlò più se non d'amor fraterno, d'unione, di rispetto ai maggiori. Dentro, si rodeva; ed aspettando di cogliere il frutto di quella condotta, esercitava il proprio tirannico impero e faceva pesare il suo cruccio unicamente sulla moglie. Dal primo giorno del matrimonio questa fu trattata peggio d'una serva; non che volontà, non poté esprimere neppure opinioni; il principe l'addestrò ad obbedirgli a un semplice muover di sguardi; quando ella ebbe bisogno di comperare una matassa di cotone o un palmo di nastro, le convenne chiedere a lui i baiocchi occorrenti — e in dote gli aveva portato centomila onze. La sua missione fu quella di dare un erede al marito, di perpetuare la razza dei Viceré; compitala, ella fu considerata come una bocca inutile, peggio d'un lavapiatti; perché i lavapiatti facevano almeno la corte alla famiglia, all'occorrenza davano una mano al maestro di casa; mentre donna Margherita non sapeva far nulla e non pensava ad altro fuorché ad evitar contatti e vicinanze, con la manìa della nettezza e l'incubo dei contagi. Era del resto una creatura mite, senza volontà, cera molle che il principe plasmò a suo talento. In odio al figlio, non per amore che le portasse, la principessa suocera pigliò più d'una volta le sue difese; allora ella sofferse maggiormente, perché Giacomo, arrendendosi in apparenza, le faceva poi scontare più duramente quella protezione.

Se il matrimonio del principe andò tanto male, quello di Raimondo andò molto peggio. Giacomo non voleva la Grazzeri, amando la cugina; Raimondo invece non voleva nessuna, era deciso a non ammogliarsi. Le moine e le preferenze usategli dalla madre avevano destato in lui appetiti insaziabili di piaceri e di libertà; ma la protezione della principessa pesava quasi quanto la sua avversione, tanto ella era dispotica in tutto. Il suo protetto doveva fare quel che voleva lei, pagarle con una obbedienza più rassegnata i privilegi che ella gli accordava; né questi privilegi, straordinari a paragone della soggezione in cui erano tenuti gli altri figli, bastavano a Raimondo: svegliavano invece le sue voglie senza arrivare a soddisfarle. A lui solo, per esempio, toccavano quattrini da buttar via a suo capriccio; ma la principessa donava per lambicco; e il giovane che spendeva continuamente per gli abiti, per le donne, e avea fra l'altre la passione del giuoco, sciupava in una notte quel che la madre gli dava in un anno. Solo a lui, anche, era stato consentito di arrivare sino a Firenze, ma quella rapida corsa. mettendo in corpo al giovanotto la manìa dei viaggi, dei lunghi soggiorni nei paesi più belli e più ricchi, non poté esser seguìta da altre Quindi, benché trattati in modo tanto diverso, entrambi i fratelli aspettavano con eguale impazienza la morte della madre: Giacomo per esercitare la propria autorità di capo della casa, per vendicarsi dei maltrattamenti sofferti, per afferrare la roba; Raimondo per saldare i debiti nascostamente contratti, per buttar via i quattrini nella soddisfazione delle proprie voglie, per appagare il più grande desiderio che lo struggeva: andar via dalla Sicilia, veder Milano e Torino, vivere a Firenze o a Parigi.

Al primo annunzio del matrimonio egli si ribellò dunque apertamente alla madre, poiché solo fra tutti poteva dirle in faccia: - "Non voglio!" Il matrimonio era la catena al collo, la schiavitù, la rinunzia alla vita che egli sognava: a nessun patto poteva accettarlo. Ma la principessa, che verso gli altri figli adoperava i più acri sarcasmi, le imposizioni più dure e le minacce estreme, tenne a lui il linguaggio della persuasione. Voleva egli divertirsi, aver molti quattrini da spendere, far quello che gli piaceva? La dote gli avrebbe subito permesso ogni cosa! Quella gelosa che si adattava a dargli moglie per necessità, e non voleva la nuora del paese e gli andava invece a cercare un partito lontano, non poteva ammettere che suo figlio amasse quest'altra donna, che le fosse fedele, che le si credesse legato sul serio. - "Stupido che sei!" gli diceva dunque. - "Sposala per adesso; poi, se ti secca, la pianterai!" E solamente quel linguaggio e quegli argomenti indussero il giovane a dir di sì, persuadendolo che a quel modo egli sarebbe stato subito ricco e si sarebbe nello stesso tempo sottratto all'opprimente protezione della madre.

Don Blasco, al matrimonio di Giacomo, aveva fatto cose dell'altro mondo e vomitato gli ultimi vituperi sul nipote che s'era ficcato in testa di sposare la cugina Graziella, la figlia d'un'altra Risà! e sulla cognata che gli dava invece - "per forza" una Grazzeri! Ma a coronare l'opera mancava proprio il matrimonio di Raimondo!... Ammogliare un altro figliuolo? Creare una seconda famiglia? Venir meno alle tradizioni della casa? C'era esempio d'una pazzia più furiosa?... Don Blasco non badava alla contraddizione fra quel rispetto che pretendeva portassero alle tradizioni, ed il proprio insaziabile rancore per esser stato sacrificato alle tradizioni medesime: pur di fare l'opposizione, pur di sfogarsi in qualche modo, egli saltava ostacoli molto più grandi. E quel che più specialmente l'offendeva, nel matrimonio di Raimondo, era la scelta della sposa. Fra tanti partiti che le erano offerti, quale aveva preferito sua cognata? Quello proposto da Padre Dilenna, nemico personale di don Blasco!

Lassù, ai Benedettini, fra le molte fazioni in cui si dividevano i monaci, le più accanite eran le politiche: ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando ii. L'anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l'aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell'ufficio! Sceglier dunque per Raimondo la moglie proposta dal Dilenna, anzi la sua propria cugina, era veramente un po' troppo. Tutte le cose che don Blasco fece e disse, al palazzo, le seggiole che rovesciò, i pugni che lasciò cadere sui mobili, le male parole e le bestemmie che gli usciron di bocca, non si potrebbero ridire; tanto che la principessa, mentre prima lo aveva lasciato gridare, opponendogli una resistenza passiva, gli spiattellò finalmente sul muso che, in casa propria, ella aveva sempre fatto quel che le era piaciuto; e che lo stesso suo marito non s'era mai arrischiato di dirle una parola più forte d'un'altra: - "Sapete dunque che c'è? Fatemi il famosissimo piacere di non venirci più!" Don Blasco, botta e risposta: - "Mi dite voi di non venirci? E non sapete che io vi ho fatto un altissimo onore tutte le volte che sono entrato in questa bottega? E non sapete che di voi e di tutti i vostri me ne importa meno di quattordici paia di...? Ma andate un poco a farvi più che... tutti quanti siete, e maledetti siano i piedi d'asino e di porco che mi ci portarono!" Egli andò poi a dir cose, contro la cognata, fra i monaci amici, da far cascare il monastero, e non mise piede per più di un anno al palazzo struggendosi però di non poter più gridare, cadendone quasi ammalato; talché, alla nascita del principino Consalvo viii, quando Giacomo, tutto spirante pace ed amore, propose alla madre ed ottenne che s'invitasse lo zio alla festa del battesimo, il Cassinese riapparve in casa della cognata, per ricominciare, dopo un breve periodo di calma apparente, a gridar peggio di prima.


La principessa aveva dunque sostenuto, per accasar Raimondo, una lotta ora sorda, ora violenta non solo sul primogenito e con don Blasco, ma con lo stesso figlio di cui voleva assicurare l'avvenire, e perfino con se stessa. Ella ebbe in quell'occasione un altro nemico, e non meno terribile: donna Ferdinanda.

La zitellona contava allora trentotto anni, ma ne dimostrava cinquanta; né in età più fresca aveva mai posseduto le grazie del suo sesso. Destinata a restar nubile per non portar via nulla del patrimonio riserbato al fratello principe, ella sarebbe stata forse rinchiusa, per precauzione, in un monastero, se la sua bruttezza e più la naturale sincera avversione allo stato maritale non avessero assicurato i suoi parenti meglio della clausura contro i pericoli della tentazione. Non era parsa mai donna, né di corpo né d'anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un'onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori come il principe Giacomo xiii e il contino Raimondo; o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l'anima per un baiocco, come il principe Giacomo xiv e donna Ferdinanda. Costei aveva avuto dal padre una miseria, il così detto piatto, cioè tanto da assicurare il vitto quotidiano, la magra provvisione, durante il fedecommesso, dei cadetti e delle donne. Con quella miseria, donna Ferdinanda aveva giurato d'arrivare alla ricchezza. Tutti i suoi pensieri d'ogni giorno e d'ogni notte furono diretti a tradurre in atto il suo sogno. Appena in possesso di quelle miserabili sessant'onze annuali, ella cominciò a negoziarle, a darle in prestito contro pegno od ipoteca, secondo la solvibilità del debitore, scontando effetti cambiari, facendo anticipazioni sopra valori o sopra merci: ogni sorta d'operazioni bancarie da ghetto, poiché l'esiguità della sua rendita l'obbligava a contrattare con poveri diavoli, minuti industriali, mercantini, capimastri, rigattieri, vinai e perfino coi servi di casa. Ella non toccava un baiocco del capitale, arrischiava solo i frutti, cioè li raddoppiava, li triplicava, tanto genio degli affari aveva naturalmente, tanto era accorta, e dura, inesorabile quando si trattava di riavere i suoi quattrini e gli interessi, che pretendeva fin all'ultimo grano, sorda a preghiere ed a pianti di donne e di fanciulli; e più esperta, più cavillosa d'un patrocinatore, se le toccava ricorrere alla giustizia. Tanto era avara, anche; giacché non spendeva per sé più dei due tarì al giorno che passava alla principessa in cambio del vitto e del servizio che questa le assicurava: quanto all'alloggio, le avevano lasciato la cameruccia al terzo piano, sotto i tetti, che aveva occupata da bambina, e per vestirsi ricomprava le robe smesse dalla cognata. Così, a poco a poco, aveva esteso la cerchia dei suoi affari e formato un gruzzoletto che circolava tra persone di maggior levatura, negozianti in grosso, speculatori ragguardevoli, proprietari in imbarazzo. Allora, secondo che la sua sostanza venne crescendo, nacque una sorda gelosia nell'animo della principessa e di don Blasco contro la cognata e la sorella. Con metodi diversi, donna Ferdinanda lavorava al conseguimento d'uno scopo simile a quello di donna Teresa. Costei voleva salvare ed accrescere la fortuna degli Uzeda, quella aveva l'ambizione di crearne una di sana pianta. Ora, partendo donna Ferdinanda dal nulla, la sua gloria sarebbe stata maggiore, avrebbe offuscato quella di donna Teresa: di qui la sorda antipatia della principessa, i sarcasmi coi quali punzecchiava l'avarizia della cognata; giacché la propria era naturalmente legittima ed ammirabile. Quanto a don Blasco, il dolore da lui provato nel dover rinunziare al mondo s'inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava fama, potenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far quello che egli stesso avrebbe fatto, se fosse rimasto al secolo, e riuscire oltre ogni previsione, rapidamente, il sangue gli ribolliva, l'umore gli s'inaspriva, l'invidia lo avvelenava. Donna Ferdinanda parve insensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e del fratello. Le conveniva, pel momento, tacere, giacché era e voleva continuare ad esser ospite della principessa, finché i propri quattrini sarebbero stati tanti da permetterle di avere una casa propria. Parenti e amici la consigliavano ogni giorno di togliere quel suo peculio dalla circolazione troppo pericolosa, di acquistarne piuttosto solidi immobili; ella scrollava il capo, affermava che i suoi denari non correvano rischio di sorta, perché solo - "chi presta senza pegno perde i denari, l'amico e l'ingegno"; in realtà ella aspettava d'aver tanto da poter fare una compra ragguardevole. Nel '42, dieci anni dopo d'essere entrata in possesso del suo magro piatto, stupì tutta la parentela acquistando all'asta pubblica per cinquemila onze il fondo del Carrubo, bel pezzo di terra che ne valeva dieci; fortunata, cioè accorta anche in questo: nell'aver saputo cogliere la magnifica occasione. Era noto a tutti che possedeva un capitaletto, nessuno immaginava che in dieci anni avesse messo insieme una piccola sostanza. Cognata e fratello furono più mordenti di prima, specialmente vedendo che ella non spendeva per sé un carlino di più: ella lasciò dire, continuando a speculare con le quattrocent'onze di rendita che adesso possedeva. Le faceva fruttare quanto più poteva, non ne perdeva un grano, e quando le cambiali scadevano, il notaio, il sensale o il patrocinatore venivano a portarle il suo avere in tanti bei pezzi di colonnati lucenti e sonanti. Patrocinatore, notaio e sensale erano i suoi amici. Fra la gente che frequentava il palazzo Francalanza ella sceglieva, per tirarseli a fianco, i più destri, i più prudenti, quelli che avevano come lei l'intelligenza e la passione degli affari, dai quali poteva sperare informazioni e suggerimenti. E il principe di Roccasciano, gran signore da quanto gli Uzeda, ma con pochi quattrini che s'era proposto di moltiplicare e che moltiplicava infatti, pazientemente, prudentemente, senza la spilorceria e le durezze di lei, era il suo consigliere preferito. Nel '49, quando meno l'aspettava, le si presentò l'occasione di comprar la casa. Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell'esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda. Costei, fiutando il vento, volle esser pagata subito subito, e minacciò la espropriazione e lanciò la prima citazione. Il debitore venne a gettarlesi ai piedi, con le mani in testa, perché gli evitasse l'ultima rovina, e le offrì, tra le sue proprietà, quella che più le piaceva. Donna Ferdinanda le buttò per terra, piene com'erano d'iscrizioni, capaci di attirarle addosso un diluvio di carta bollata, e poiché l'altro insisteva, e le offriva la casa netta d'ipoteche, la zitellona torse il grifo, dicendo: - "Se ne può parlare." Ma ella pretendeva di averla per le sue mille e cent'onze, capitale, interesse e spese, senza metter fuori un carlino di più, mentre il proprietario la stimava duemila onze, per lo meno, e pretendeva il resto. La cosa andò a monte; donna Ferdinanda spinse avanti la procedura. L'altro, con l'acqua alla gola, spremuto dal figliuolo che da Torino chiedeva sempre quattrini, vessato dal governo per motivo del giovane esiliato, chinò finalmente il capo. - "Almeno faccia lei le spese dell'atto," le mandò a dire; ma donna Ferdinanda: - "Mille e cent'onze: ho una parola sola!" Così ella ebbe la casa. Era piccola, naturalmente, per quel prezzo: due botteghe fiancheggianti il portone, e un piano solo, sopra, con un balcone grande e due piccoli, nella facciata; ma aveva un valore inestimabile agli occhi di donna Ferdinanda; era posta ai Crociferi, che era il vecchio quartiere della nobiltà cittadina, ed essa stessa era una casa nobile, appartenendo da tempo ai Calasaro, signori della - "mastra antica".

Oltre quella dei quattrini, la zitellona aveva infatti la passione della vanità nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi della magnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammalata. Quando ella parlava di - "don Ramon de Uzeda y de Zuellos, que fue señor de Esterel", e venne di Spagna col Re Pietro d'Aragona a - "fondarsi" in Sicilia; quando enumerava tutti i suoi antenati e discendenti - "promossi ai sommi carichi del Regno": don Jaime i - "che servì al Re don Ferdinando, figlio dell'imperator don Alfonso, contra ai mori di Cordova nel campo di Calatrava"; Gagliardetto, - "caballero de mucha qualitad"; Attardo, - "cavaliero spiritoso, ed armigero"; il grande Consalvo - "Vicario della Reina Bianca"; il grandissimo Lopez Ximenes - "Viceré dell'invitto Carlo v"; allora i suoi occhietti lucevano più dei carlini di nuovo conio, le sue guance magre e scialbe s'accendevano. Indifferente a tutto fuorché ai suoi quattrini, incapace di commoversi per qualunque avvenimento o lieto o triste, ella s'appassionava unicamente alle memorie dei fasti degli antenati. V'era in casa, ai tempi di suo nonno, una bella libreria; ma, quando il principe Giacomo xiii cominciò a navigare in cattive acque, fu venduta prima di tutto; ella salvò una copia del famoso Mugnòs, Teatro genologico di Sicilia, dove il capitolo - "della famiglia de Vzeda" era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola secentesca era la sua lettura prediletta, l'unico pascolo della sua immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere gli eletti tra la turba, i veri nobili tra la plebe degli ignobili e la - "gramigna" dei nobili falsi. - "Chiaramente per tutti gli Hifpani genologifti fi fcorge, coi suoi felici fucceffi e con le occasioni debbite, qvale vna delle più antiche e fublimi famiglie delli regni di Valenza e d'Aragona la famiglia Vzeda, e per tvtto è uolgato effer ella fiffatamente cognominata dal nome, di vna fva terra detta la baronia di Vzeda, qvale alcanzò da qvei Re, in ricompenfo dei fvoi feruigi et indi coi Trionfi della militia nel Svpremo Cielo delle glorie militari peruenne." Questo stile era d'una suprema eleganza, d'una straordinaria magnificenza per donna Ferdinanda, la quale leggeva letteralmente uolgato, peruenne e faceva già troppo, poiché essendo una - "porcheria" per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni.

Ora, con questo infatuamento della zitellona per la propria eccelsa origine e per l'istituzione della nobiltà in generale, la principessa pensò di dar per moglie a Raimondo, chi? Una Palmi di Milazzo, la figliuola d'un barone - "da dieci scudi" del quale il Mugnòs non faceva e non poteva fare la più lontana menzione! Gloriavasi, questo - "barone" Palmi, di certi privilegi di centocinquant'anni addietro; ma che erano centocinquant'anni paragonati ai secoli di nobiltà degli Uzeda? Senza contare che di questi privilegi non parlava neppure il marchese di Villabianca, autore fiorito nientemeno che un secolo dopo il Mugnòs!... La principessa, a cui la nobiltà stava a cuore, se non quanto a donna Ferdinanda, certo moltissimo, aveva giudicato invece sufficienti e fors'anche soverchi quei centocinquant'anni dei Palmi, giusto perché, volendo che la moglie del suo Raimondo fosse sottomessa dinanzi al beniamino come una schiava dinanzi al padrone, e che egli potesse trattarla d'alto in basso e farne quel che gli piaceva, aveva perfino pensato un momento di sceglier per lui l'umile figliuola di qualche ricco fattore... Il dissidio fu quindi violento. Già donna Ferdinanda, acquistato lo stabile dei Calasaro, era andata via dal palazzo Francalanza e aveva messo casa, continuando a squartar lo zero ma pagandosi il lusso della carrozza. I legni erano due vecchi trespoli comprati per pochi ducati ma decorati dello stemma di casa Uzeda; i cavalli, due magre bestie a cui ella dava in pasto un po' di paglia del Carrubo, un pugno di crusca e la verdura marcita. Il cocchiere, oltre al servizio della stalla e della scuderia, faceva da cuoco e da staffiere. I sarcasmi della principessa eran divenuti, per tutto questo, naturalmente più aspri; e adesso la zitellona teneva fronte alla cognata. Ricca com'era di quattrini e come si credeva di senno, donna Ferdinanda pretendeva che le facessero la corte e la tenessero da conto; mentre prima, stando insieme coi parenti, era rimasta indifferente ai loro affari, voleva ora, lontana, ficcare anche lei il naso in tutte le quistioni di famiglia. Invece, la principessa non tollerava né protezione né imposizioni; quindi liti ogni giorno. Da un'altra parte don Blasco, esasperato per la fortuna della sorella, perdette il lume degli occhi vedendo costei fargli la concorrenza nella sua parte di critico minuto e di giudice infallibile; la zitellona, viceversa, gli disse il fatto suo per la vita scandalosa che conduceva; e un giorno, a proposito d'una certa balia da prendere per il principino, siccome a donna Ferdinanda il latte di costei pareva sospetto, mentre don Blasco lo dichiarava di prima qualità — le male lingue dicevano che aveva ragione di conoscerlo — fratello e sorella vennero quasi alle mani: chetàti a fatica dal nipote Giacomo, non si parlarono mai più. Il più strano era che, non parlandosi mai, evitandosi come la peste, essi soli, in quella casa, vedevano le cose a un modo e in tutto esprimevano eguali opinioni. Come don Blasco aveva gettato fuoco e fiamme contro il matrimonio di Raimondo, così donna Ferdinanda era divenuta una vipera. Non solamente quella bestia della cognata proteggeva il terzogenito in odio all'erede del titolo, non solamente si metteva sotto i piedi la - "legge" che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava in moglie, chi, Signore Iddio? Una Palmi di Milazzo!... Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come arma parlante ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano. Le due cognate, a furia di sarcasmi e di liti, per poco non si strapparono i capelli; come don Blasco, la zitellona non mise più piede in casa Francalanza; ma, come il fratello, non soffrendo di starne a lungo lontana, ci tornò alla prima occasione.


E solamente gli altri due cognati, il duca Gaspare e il cavaliere don Eugenio, non avevano dato tanti fastidi a donna Teresa.

Il Cavaliere don Eugenio, al tempo di quelle lotte, non era in Sicilia. Destinato sulle prime ad entrare anche lui ai Benedettini come il fratello don Blasco, s'era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c'era coscrizione e tra i popolani correva il motto: - "meglio porco che soldato", così neppure la nobiltà si dava alla milizia. Ma don Eugenio voleva anch'egli esser libero e guadagnarsi un posto nel mondo. Rimasto al Noviziato di San Nicola per educazione fin quasi a diciott'anni, se ne andò a Napoli all'uscir dal monastero, e fu ascritto alla nobile compagnia delle Reali Guardie del Corpo, certo di salir subito ai primi gradi. Dopo dieci anni era appena sotto-brigadiere. Infatuato come tutti gli Uzeda della sua nobiltà, aveva guardato d'alto in basso i compagni ed anche un poco i superiori, vantando, oltre i sublimi natali, sterminate ricchezze; invece, al momento di mostrarle coi fatti, i giovani signori napolitani mettevano fuori i quattrini, mentre il vanaglorioso cadetto siciliano si ritraeva o, peggio, faceva debiti che poi non pagava. Trattato da millantatore, fu posto quasi al bando dai compagni; e del resto egli stesso, riconoscendo di non aver raggiunto lo scopo, quantunque ai parenti scrivesse che il magro successo era da attribuire all'invidia ed all'ingiustizia, risolse un bel giorno di dar le dimissioni. Restò tuttavia a Napoli, donde annunziava che le case più ricche e nobili gli erano aperte come la sua propria, e che il duca Tale ed il principe Talaltro gli volevano dare in moglie le figliuole; nessuno di quei matrimoni, continuamente spacciati come certissimi, si combinava mai. Frattanto, abbruciato di quattrini, egli aveva chiesto un impiego a Corte; e nonostante i precedenti poco promettenti, pure, per ragioni politiche, premendo ai Borboni di tenersi amiche le grandi famiglie siciliane, egli fu nominato Gentiluomo di Camera, con esercizio. Nel 1852, inaspettato ospite, tornò a casa. Diceva d'esser passato dal servizio attivo all'onorario perché il clima di Napoli non gli conferiva; una certa voce sorda parlò invece di cose poco pulite combinate con un fornitore di Casa reale... Da Napoli, l'ex Guardia del Corpo e Gentiluomo di Camera tornò con una nuova vocazione: l'archeologia, la numismatica e l'arti belle. Portò con sé una quantità di rottami provenienti, diceva, da Pompei, da Ercolano, da Pesto, e rappresentanti un valore grandissimo; tante tele da farne la velatura d'un vascello, - "tutte dei più famosi autori: Raffaello, Tiziano, Tintoretto"; ricolmò di quella roba il quartierino che aveva preso in affitto — perché la principessa non volle saperne di riammetterlo in casa — e cominciò a far commercio d'antichità. Giacomo era ammogliato da due anni, ed aveva già l'aspettato primogenito; Raimondo stava a Firenze con la moglie, dove era loro nata una bambina.

Neppure il duca Gaspare s'era trovato in casa, al tempo dei matrimoni; ma, benché da lontano, fu l'unico che approvasse l'opera della cognata, attirandosi naturalmente per quell'approvazione, e più per il motivo che gliela dettava, i fulmini di donna Ferdinanda e di don Blasco. Questa ragione era d'indole tutta politica. Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d'antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s'era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell'esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.

Fino al Quarantotto, il duca, come tutti gli Uzeda, era stato borbonico per la pelle. Ma quantunque, come secondogenito e duca d'Oragua, avesse avuto qualcosa di più del magro piatto ed alcuni zii materni avessero contribuito ad impinguare il suo appannaggio, pure egli aveva un'invidia del primogenito e una smania d'arricchire e di farsi valere nel mondo più grande di quella dei fratelli, giacché la sua dotazione svegliava ma non appagava i suoi appetiti. Mentre era durato il fedecommesso, i cadetti avevano sopportato con discreta rassegnazione il loro stato miserabile, non potendo dar di cozzo contro la legge; ora che i primogeniti erano preferiti per un'idea che al soffio dei nuovi tempi pareva pregiudizio, l'invidia li rodeva. Per questo sentimento che aveva fatto di don Blasco un energumeno, e alimentato la cupidigia di don Eugenio, il duca aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionari, ai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante come il duca d'Oragua, secondogenito del principe di Francalanza. Egli non cessò per altro dal far la consueta corte all'Intendente, a fine di prepararsi un paracadute nel caso di possibili rovesci; associossi al Gabinetto di lettura, covo dei liberali, senza lasciare il Casino dei Nobili, quartier generale dei puri, e insomma si destreggiò in modo da navigar tra due acque. Al primo scoppio della rivoluzione, la paura fu più forte: dichiarando ai suoi nuovi amici che il moto era impreparato, inopportuno, destinato immancabilmente a fallire, mentre la gente s'armava e si batteva egli se la batté in campagna, e fece sapere ai capi del partito regio che aspettava la fine di quella - "carnevalata". Però la - "carnevalata" promise di durare; i soldati napolitani sgombrarono la Sicilia, e quantunque s'annunziasse ogni giorno il loro ritorno, non se n'ebbe più né nuova né vecchia, e il governo provvisorio si venne ordinando. Il duca, visto che non ne andava la pelle, tornò in città, porse orecchio alle lusinghe del partito trionfante che, per averlo dalla sua, gli prometteva tutto quel che desiderava. Egli stette ancora a vedere, tirò in lungo, consigliò prudenza, allegò il bene del paese, le insidie, i possibili pericoli, dando così un colpo al cerchio e un altro alla botte. Corto di vista e presuntuoso per giunta, proprio mentre le cose volgevano fatalmente al peggio, giudicò di potersi ormai gettare in braccio ai liberali. Stava già per abbruciare i suoi vascelli e già assaporava i primi frutti del favor popolare, quando un bel giorno il principe di Satriano sbarcò a Messina con dodicimila uomini per rimettere le cose al posto di prima. Il duca si stimò perduto, e la nuova, più grande tremarella gli fece commettere uno sproposito di cui più tardi ebbe a pentirsi: mentre la città s'apparecchiava alla resistenza, egli firmò con altri borbonici fedeli e liberali traditori una carta in cui s'invocava la pronta restaurazione del potere legittimo. Ai primi d'aprile, le compagnie della milizia siciliana che presidiavano Taormina sgombrarono all'apparire dei regi e ritornarono a Catania; il 7 Satriano entrò in città dopo un sanguinoso combattimento. Tutti gli Uzeda erano scappati alla Piana, il duca s'era barricato alla Pietra dell'Ovo perché era opinione generale che i napolitani si sarebbero presentati dalla parte opposta, cioé dalla via di Messina. Invece, essi spuntarono dalla strada del Bosco etneo, prendendo, dopo brevi zuffe, i posti della Ravanusa e della Barriera. Ora, giunto all'altezza della Pietra dell'Ovo, il generale borbonico entrò col suo stato maggiore nel podere degli Uzeda, dove il duca lo accolse come un padrone, come un salvatore, come un Dio, mentre i cannoni spazzavano la via Etnea, e le truppe regie, assalite alla Porta d'Aci dal disperato battaglione dei corsi, decimate a colpi di coltello, nell'ora triste del crepuscolo, da quel manipolo che si sentiva perduto, inferocivano e distruggevano fin all'ultimo quei mille uomini e sfogavano l'ira sulla inerme città... Amico di Satriano, protetto dalla firma posta a quell'atto di sottomissione che tra i liberali andò infamato col nome di Libro nero, protetto ancora più dal suo proprio nome, perché era impossibile che un Uzeda avesse potuto dire sul serio mettendosi coi rivoluzionari, il duca non solo non soffrì molestie di sorta nella reazione, ma fu anzi accarezzato. Invece, un sordo fermento si destò contro di lui nel partito dei vinti. Gli apponevano quella firma odiosa, ma più le accoglienze fatte a Satriano alla Pietra dell'Ovo. L'affare della firma era conosciuto da pochi, dai capi; la storia della Pietra dell'Ovo si diffuse tra i gregari e corse in mezzo al popolo; ciascuno v'aggiunse un po' di frangia, arrivarono a narrare che mentre la città agonizzava, il duca guardava lo spettacolo col cannocchiale di Satriano; che all'entrata del conquistatore della città gli aveva cavalcato al fianco. Don Lorenzo Giulente, rimastogli amico, ebbe un bel difenderlo, smentire le esagerazioni, asserire che il duca, solo ed inerme, non poteva mandare indietro il generale seguito da un intero esercito: gli animi amareggiati dal disinganno chiedevano un capro espiatorio; e come Mieroslawski, il polacco comandante della polizia, era stato accusato di tradimento, così il rancore popolare si rovesciò sul duca, quantunque mille più di lui lo meritassero perché di lui più colpevoli. In fin dei conti, egli non aveva preso né gradi, né stipendi, né appalti dalla rivoluzione: era stato a vedere, aspettandone la riuscita; mentre tanti altri, dopo aver fatto gazzarra e il mangia-mangia, si buttavano ai piedi dell'Intendente e salutavano col cappello fino a terra nominando Sua Maestà Ferdinando ii - "che Dio sempre feliciti!" Questo voleva dire il duca, in propria difesa; questo diceva Giulente; ma cantavano ai sordi, e il duca si vedeva segnato a dito, bollato col nome di traditore, insultato e fin minacciato da lettere anonime. Un giorno l'amico don Lorenzo gli consigliò di partire: solo la lontananza e il tempo potevano avere virtù di far sbollire quell'odio. Il duca non se lo fece dire due volte, e andò a Palermo. Lì, il partito d'azione, vinto egualmente, era tuttavia meno depresso: le speranze non erano morte o cominciavano a risorgere. Passata la paura che le ultime vicende gli avevano messa in corpo, rinatagli in cuore l'ambizione inappagata e mortificata, il duca prestò di nuovo orecchio alle sollecitazioni dei liberali, anche per dimostrare ai suoi cari concittadini che non meritava il loro disprezzo. E quantunque non s'allontanasse dalla consueta prudenza, e andasse ai conciliaboli rivoluzionari come ai ricevimenti del Luogotenente generale del Re, e tornasse insomma, con più prudenza, al giuoco di prima, arrivò tuttavia a Catania la voce che egli era nei comitati d'azione e in corrispondenza con gli emigrati, e che dava quattrini per la buona causa e che soccorreva i patriotti perseguitati. Oltre la voce, arrivarono anche i quattrini che egli mandava ai comitati locali, comprendendo finalmente che quella era la buona via; che uno come lui, senza fede e senza coraggio, non poteva far valere altri titoli se non i denari sonanti. E frattanto gli animi placati vedevano meglio, riconoscevano i maggiori colpevoli, rivolgevano contro costoro l'odio col quale avevano prima perseguitato il duca. Infine venne il matrimonio di Raimondo con la Palmi ad assicurargli nuove grazie. Egli aveva conosciuto il barone a Palermo, per mezzo degli agitatori che questi veniva a trovare da Milazzo, in barba alle autorità e col pretesto degli affari. Quando il duca seppe del matrimonio divisato dalla principessa, s'affrettò quindi non solamente ad approvarlo, ma anche ad offrirsi come mediatore, facendo valere l'amicizia che lo legava al barone. Egli sentiva che quell'alleanza del proprio nipote con la figlia dell'antico liberale non poteva se non favorirlo, aiutarlo a riacquistar credito presso la parte che aveva tradita. Quanto alla principessa, borbonica come tutti gli Uzeda, il liberalismo dei Palmi piuttosto che un ostacolo fu una ragione di più che le fece combinare quel matrimonio. Prima di tutto ella era borbonica d'istinto, ma non s'occupava di politica avendo altro da fare; poi, come le era piaciuto che la sposa non potesse vantare una eccelsa nobiltà, così vedeva bene che la famiglia di lei fosse perseguitata dal governo, affinché Raimondo potesse meglio imporsi, in tutti i modi, alla famiglia ed alla moglie.

Per le nozze del nipote, il duca tornò in patria. Erano passati appena due anni dai fatti che gli avevano valso l'odio dei suoi concittadini e già egli poté vedere gli effetti della lontananza e della sua nuova politica e dell'amicizia col barone Palmi e dell'adesione al matrimonio di Raimondo. Mentre don Blasco e donna Ferdinanda, in guerra a morte con la principessa, se la prendevano anche con lui per l'appoggio prestato alla cognata e per la politica che gli dettava quel contegno, e al colmo della rabbia lo vituperavano e per poco non lo denunziavano alle autorità pel suo liberalismo, e poi ne ridevano e quasi gli gettavano in faccia il tradimento del 1849, la firma del Libro nero, l'amicizia di Satriano; mentre suo fratello e sua sorella facevano ciò, molti di coloro che gli avevano tolto il saluto lo avvicinarono e gli strinsero la mano; altre paci furono facilmente suggellate per mezzo di Giulente; nessuno parve più rammentare le storie passate. Nondimeno, il duca ripartì, se ne tornò a Palermo, un poco perché aveva preso gusto a starci, ma anche per confermare quelle buone disposizioni.

Tornato in patria, adesso, per la morte della cognata, egli era accolto quasi in trionfo, la gente traeva a lui in processione. Non solo nessuno parlava più dei fatti del 1849, vecchi di sei anni; non solo egli era considerato come una delle speranze del partito; ma il lungo soggiorno alla capitale, la frequentazione dei maggiori uomini palermitani gli conferivano improvvisamente fama di grande dottrina. Egli citava le opinioni di Tizio e di Filano, celebri patriotti - "amici miei" — come don Eugenio aveva per amici i più gran signori napolitani —; infarciva i suoi discorsi di citazioni erudite di seconda e di terza mano; riesponeva a modo suo, quasi pensate da lui, le teorie economiche e politiche di cui aveva avuto qualche sentore nelle conversazioni di Palermo: e la gente gli stava dinanzi a bocca aperta. Il patriotta, è vero, riceveva visite dall'Intendente e le restituiva, e non aveva scrupolo di mostrarsi in compagnia dei più ferventi borbonici; ma ciò non gli era posto più a debito: bisognava fingere con l'autorità per non destarne i sospetti, per comprenderne il giuoco. Egli dava quattrini, non lasciava andare a mani vuote chi gli chiedeva soccorsi. Don Blasco e donna Ferdinanda lo vituperavano pertanto, ciascuno da canto suo, con più grande violenza di prima; egli li lasciava cantare, seguitava a giocare sulla carta della libertà come il monaco sopra i numeri del lotto e la zitellona sul credito della gente.

Come in politica si teneva bene con tutti, così in casa non parteggiava più per uno che per l'altro. Vedeva l'armeggio di don Blasco per sollevare i nipoti defraudati, sapeva le ragioni che militavano per essi; ma vedeva ancora la ciera accigliata del principe, udiva le sue amare lagnanze pel - "tradimento" che gli aveva fatto la madre: perciò stava al bivio, dava ragione un po' a tutti: al principe che gli offriva ospitalità e lo trattava con deferenza, a Lucrezia che amando e sposando il nipote del cospiratore Giulente, lo avrebbe aiutato ad entrar meglio nelle grazie dei liberali.




4.


- "Oggi non si mangia?"

Il principino moriva di fame. Da un pezzo l'ora del desinare non arrivava mai: un po' mancava il duca, un po' Raimondo, un po' lo stesso principe; quel giorno eran fuori tutti e tre, più Lucrezia e Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta la casa: correva su e giù dalla cucina alla scuderia, dalle stalle al giardino, inquietava la servitù vecchia e nuova intenta al lavoro. Come don Blasco aveva annunziato al Babbeo, tutti i servi protetti dalla principessa erano stati mandati via da Giacomo; invece i diseredati, quelli che per aver favorito il figliuolo avevano meritato l'avversione della madre, erano stati da costui riconfermati nel loro posto. Due sole eccezioni aveva fatto il principe: una a favore di Baldassarre e l'altra del signor Marco. Baldassarre, figliuolo d'una antica cameriera, allevato al palazzo e assunto giovanissimo all'ufficio di maestro di casa, sapeva fin da bambino il debole della famiglia, le rivalità, le avversioni e le manìe; aveva perciò badato esclusivamente al proprio servizio lodando tutti i padroni checché facessero o dicessero, tenendo in riga i suoi dipendenti che osavano mormorare dell'uno o dell'altro. Pertanto madre e figlio l'avevano ben visto entrambi, e il legato della principessa non gli procurava il congedo del principe. Quanto al signor Marco, lancia spezzata della morta, molti si meravigliavano che il figlio, da due mesi capo della casa, non se ne fosse ancora sbarazzato. Veramente, fin da quando la principessa era caduta inferma, l'amministratore aveva mutato tattica, prendendo con le buone il padrone nella previsione di doverlo presto servire; morta la madre, se non gli aveva proprio lasciato rubare il numerario, come diceva don Blasco, gli si umiliava certamente in tutti modi. Del resto, un procuratore come lui, che conosceva la casa da quindici anni, che sapeva le condizioni delle proprietà e lo stato delle liti, non si poteva surrogare da un momento all'altro.

- "Non si mangia più?... Che fate?... Voglio vedere!... Perché non allestite?... A me!"

In cucina, tolto di mano a Luciano, il credenziere, un coltello che questi stava nettando, il principino continuò egli stesso l'operazione.

- "Vostra Eccellenza, che fa mai!..." Il nuovo cuoco, monsù Martino, non sapeva come prenderlo. - "Se ne vada di sopra, ci lasci lavorare."

- "Lèvati di torno! Voglio far io!"

Bisognava lasciarlo fare. Se lo contrariavano, diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani. In verità il principe educava severamente il figliuolo, non gliene passava nessuna liscia; ma, da un'altra parte, non scherzava neppure con le persone di servizio se queste, messe con le spalle al muro e perduta la pazienza, rispondevano male al padroncino. E giusto adesso, dopo la morte della principessa, il posto di cuoco, in casa Francalanza, era divenuto più importante di prima. Giacomo dava punti alla madre quanto a diffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiave, voleva conto delle cose più miserabili, degli avanzi, delle croste di pane; ma insomma la spesa giornaliera, non contando l'aumento per gli ospiti, era considerevole e il trattamento più lauto: mangiavano adesso quattro piatti; mentre ai tempi della madre se ne facevano tre per lei e per don Raimondo: gli altri dovevano contentarsi, nei giorni ordinari, d'una minestra e d'un po' di carne o di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco della dote della moglie, la principessa, facendosi dare dal figlio la sua parte di spesa, aveva continuato a ordinare a modo suo, e il principe, fedele al proposito di mostrarlesi obbediente, era rimasto zitto. Così pure egli non aveva potuto eseguire nel palazzo le modificazioni da lungo tempo disegnate; morta donna Teresa, prese finalmente le redini della casa, metteva ora ogni cosa sossopra. S'udivano fino in cucina i colpi di piccone dei muratori, il cigolìo delle carrucole con le quali issavano i materiali dalla corte al piano di sopra; e i guatteri, occupati ad affettar patate e a sbatter uova, scambiavano fra loro osservazioni su quei lavori:

- "Levano la scala dell'amministrazione per guadagnare spazio..."

- "Io non avrei chiuso un pezzo della terrazza."

- "Il padrone però deve dar conto a suo fratello, essendo eredi tutt'e due."

- "Ma il palazzo è del principe! Il contino ha un solo quartiere..."

Il principino adesso non perdeva una parola del discorso.

- "Il contino scapperà subito fuori via... Non è fatto per star qui..."

Il lavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Luciano, con una strizzatina d'occhio, disse dopo un pezzo al compagno:

- "Ricomincia, eh?"

- "Lascialo fare! Quello è un vero signore!"

E Luciano chinò il capo, in segno d'approvazione ammirativa. Erano tutti pel conte, in cucina, come nelle anticamere, come nelle scuderie; perché il padrone giovane non rassomigliava al maggiore, tanto era dolce di comando e largo di mano.

- "Signore davvero, di modi e di pensieri. Non come l'amico..."

- "L'amico è volpe vecchia... com'era l'amica..."

- "Che dite?" domandò il principino.

- "Niente, Eccellenza!" rispose il cuoco; e vòlto ai dipendenti: - "Lavorate!" ingiunse, - "senza tante ciarle..."

- "Ah, non vuoi dirmelo?"

- "Ma che cosa, Eccellenza, se parlano così, a vanvera?"

- "Ah, non vuoi dirmelo?"

A un tratto, udendo la carrozza che entrava nel cortile, Consalvo scappò a vedere.

Tornavano finalmente le zie Lucrezia e Matilde andate alla badìa di San Placido. Il ragazzo, dimenticati la cucina e il cuoco, corse a raggiungerle di sopra, nella camera della madre, per vedere se gli portavano nulla.

La contessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la zia Lucrezia neppure gli badò, con tanta animazione teneva un discorso alla principessa:

- "Piangeva, capisci!... Abbiamo voluto parlare con la Badessa, che ci ha confermato ogni cosa; è vero, Matilde?... Che modo è questo!... Le messe per nostra madre..."

- "Sst..."

La principessa fece un segno alla cognata di tacere, per riguardo del ragazzo.

- "Mamma, oggi non si mangia più?..." domandò costui.

- "Se tuo padre non è ancora venuto!... Va', va' a vedere se arriva."

Il principino comprese che lo mandavano via. A sei anni, era curioso più di don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare che si faceva in quella casa, avevano destato di buon'ora la sua attenzione: dopo la morte della nonna, s'accorgeva, dal contegno dei parenti, dai discorsi dei servi, che l'avevano con suo padre, chi per una ragione e chi per un'altra, ma che nessuno ardiva prendersela direttamente con lui. Egli comprendeva tante altre cose: che la zia Ferdinanda non poteva soffrire la zia Matilde; che tra questa e suo marito c'erano dissapori: comprendeva e taceva, fingendo di non accorgersi di nulla, per non incorrere nella collera di nessuno. Infatti, lo zio don Blasco dava solenni scappellotti, la zia Lucrezia giocava anche lei a pizzicargli il braccio, specialmente quando egli andava a rovistarle la camera; ma specialmente suo padre, sempre burbero, gliene dava, alle volte, di quelle che radevano il pelo. Pertanto egli non se la diceva molto con lui, mentre invece non poteva stare lontano dalla mamma. Donna Ferdinanda, veramente, gli usava molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava i difetti del monello. Rabbrividendo, cadendo in convulsione se qualcuno le si metteva troppo dappresso, ella vinceva la manìa dell'isolamento soltanto per amore dei figli, si stringeva al petto e baciava furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era troppo netto, e con tanto maggior impeto quando più si difendeva da ogni altro contatto. Da un pezzo, nata la sorellina Teresa, le carezze non erano tutte per lui; nondimeno, solo la principessa riusciva ad ottenere qualche cosa da Consalvo con le buone, per amore.

- "Va', va' a vedere se il babbo è tornato..."

Il principe Giacomo rientrava in quel momento. Aveva una ciera più aggrottata del solito, e neppure salutò, entrando; Lucrezia ammutolì, alla sua vista. Egli domandò se il duca era rincasato, e udendo che no, diede ordine che servissero in tavola appena giunto lo zio. Poi se ne andò a chiudersi nel suo scrittoio col signor Marco. Consalvo restò un poco senza saper che fare, esitando tra il ritorno in cucina e una visita ai manovali. Invece, visto che la zia Lucrezia riprendeva a parlare con la mamma, salì nella camera di lei. Gli aveva proibito di entrarci perché adesso studiava il disegno d'acquarello e non voleva toccate le sue cose, specialmente pel pericolo che scoprissero le lettere di Benedetto Giulente; invece, i pezzi di colore, i piattelli da stemperare, i pennelli, la gomma, facevano gola al ragazzo. E nessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia; se reclamava, le toccavano soprammercato i rimproveri del fratello diventato intrattabile dopo la lettura del testamento; talché il monello, quando carpiva l'occasione, faceva man bassa in camera della zia. Salito dunque lassù, a quell'ora che era sicuro di non essere sorpreso, il principino cominciò a rovistare sul tavolino, in mezzo ai disegni, nella cartiera, nel comodino. Dov'erano nascoste le cose del disegno? Forse nelle cassette più alte di quell'armadio, dov'egli non arrivava. Intanto, dal cortile, s'udì la campana che annunziava l'arrivo del duca. Egli continuò a guardarsi intorno, a cercare febbrilmente sotto il letto, sotto l'armadio, nella specchiera. Questa era una piccola tavola ricoperta di tela ricamata: sollevatone un lembo, apparve la cassetta. Lì dentro, in mezzo ai vecchi pettini, a scatole vuote di pasta di mandorle, c'era un fascio di carte annodate con un nastro rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorinò le lettere. Improvvisamente Lucrezia apparve sull'uscio.

- "Ah!..." gridò, e slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone fu tutt'uno.

Il ragazzo cacciò uno strillo così acuto, come se lo stessero scannando.

- "T'ho detto mille volte di non toccare le cose mie! Non è possibile serbare più nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza..."

Accorse Vanna, la cameriera, agli urli disperati, ma aveva appena cominciato: - "Signorina... lo lasci andare..." che apparve il principe.

- "E per questo alzi le mani sul bambino?"

- "Se non posso essere ubbidita!... Se non sono padrona di serbare uno spillo!..."

Egli sollevò Consalvo da terra, lo prese per mano e disse, lentamente, guardandola bene in viso:

- "Un'altra volta, se t'arrischi di toccare mio figlio, ti piglio a schiaffi; hai capito?"

Ella rimase un momento come stordita. Visto uscire il fratello, corse a un tratto alla porta, la chiuse sbattendola violentemente e non rispose più a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare. Dové salire il duca a scongiurarla di aprirgli; alle raccomandazioni, alle ammonizioni dello zio, finalmente proruppe:

- "E che pazienza! Sono due mesi che mi tratta così!... Perché l'ha con me? Pel testamento di nostra madre? Fa' così per giocar di prima? Ha dunque ragione lo zio don Blasco?... Ha sentito, ha sentito Vostra Eccellenza, che ha fatto adesso?"

- "Che ha fatto?"

- "Non vuol riconoscere il legato alla badìa di San Placido!... Abbiamo trovato Angiolina che piangeva e la Badessa che gettava fuoco e fiamme!... Vuol far lui tutte le carte, e ci tratta poi così, d'alto in basso, per avvilirci tutti quanti..."

- "Piano!... Basta, per ora..." il duca tornava a raccomandarsi, per amor della pace. - "Basta!... Vieni a desinare, per ora... Ti prometto che poi gli parlerò io..."


Raimondo non era ancora rientrato quando tutta la famiglia, con l'assistenza di don Mariano, prese posto a tavola. Lucrezia aveva gli occhi ancora rossi, teneva il capo chino, non diceva una parola; ma il principe, fattosi improvvisamente sereno in vista, rivolgeva cortesie allo zio duca. Tutti i giorni così: dopo lunghe ore di mutria, di silenzi, di voltate di spalle al sopravvenire dei fratelli e delle sorelle e più della cognata Matilde, egli smetteva a tavola la ciera accigliata, per corteggiar lo zio. Non era la prima volta che il desinare cominciava senza Raimondo, e al malumore di Lucrezia faceva riscontro, quel giorno, un pensiero molesto sulla fronte di Matilde.

Non le facevano festa, in quella casa. Il principe, donna Ferdinanda, don Blasco, un po' anche la cugina Graziella, dovevano trovare in lei colpe imperdonabili, se la punzecchiavano assiduamente, se la trattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardo e gli sgarbi fatti a lei; non soffriva quelli che toccavano a suo marito. Forse era questa la sua grande colpa: l'amore che portava a Raimondo!... Lo amava fin da quando lo aveva visto, da prima ancora; fin da quando, fidanzata per lettera a quel conte di Lumera del quale suo padre, superbo d'imparentarsi coi Viceré, le faceva lodi senza fine, ella aveva lavorato con la fantasia a rappresentarlo bello, nobile, generoso, cavalleresco come un eroe del Tasso o dell'Ariosto. E la realtà aveva superato le sue stesse immaginazioni; tanto era fine, lo sposo suo, e leggiadro, ed elegante, e splendido; ed ella che non aveva conosciuto da vicino altri uomini, che s'era nutrita unicamente di sogni, di poesia, di fantasia alta e pura, gli aveva dato tutta l'anima, per sempre; lo aveva amato ancora nei suoi cari e idolatrato nella figlia nàtale da lui. Ella non aveva altra idea della vita che quella espressa dalla vita sua propria, semplice e piana, tutta trascorsa in mezzo alla sorellina Carlotta, alla mamma loro, soave ed amara ricordanza, ed al padre, uomo di passioni estreme, amico o nemico fino alla morte degli altri uomini, ma cieco e folle d'amore per le sue figlie... Mentre ella adesso si voltava ogni tratto a guardar l'uscio della sala con l'ansiosa aspettativa dell'arrivo di Raimondo, la scena che aveva dinanzi le rammentava, con un effetto di vivo contrasto, un'altra indelebilmente fitta nella sua memoria. La sua memoria le rappresentava il desco familiare, nella grande stanza da pranzo della casa paterna, a Milazzo: la mamma, la sorella, ella stessa intenta ai racconti del padre, sorridenti con lui, con lui tristi o dolenti; il padre tutto loro, coi pensieri e con le opere; e un costante e quasi superstizioso rispetto per le antiche abitudini, e una pace patriarcale, un amore reciproco, una confidenza assoluta. Se ella si guardava ora intorno, che vedeva? La principessa timida e paurosa dinanzi al marito, il ragazzo tremante a un'occhiata del padre, ma superbo dell'umiliazione inflitta alla zia; Lucrezia e il fratello ancora freddi e sospettosi l'uno verso l'altra; il principe ostentante il buon umore col duca dopo una giornata d'accigliato silenzio... Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quella famiglia, il giorno che vi era entrata come in un'altra famiglia sua propria: tanto più grande era stato il suo stupore, il suo dolore, nel vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavano, certo, che fosse indegna di Raimondo perché a lui inferiore: e nessuno quanto lei stessa lo poneva tanto alto; ma non le aveva giovato sentirsi e farsi umile dinanzi a lui e ad essi: l'astio non s'era placato. Allora ella aveva cominciato a comprendere le particolari passioni che, oltre all'orgoglio, animavano ciascuno di quegli Uzeda duri e violenti... La madre di Raimondo, per idolatria del figlio era gelosa di lei: riuscita ad ammogliarlo, ad assicurargli la dote, aveva umiliato la nuora, facendole sentire fin dal primo giorno la sua mano di ferro perché, più d'ogni altro, ella stessa sommessa dinanzi al beniamino; ma la sommessione idolatra, il cieco affetto della sposa, togliendole ogni pretesto d'incrudelire su lei, mettendo nuova esca al fuoco della sorda gelosia materna, l'aveva resa implacabile. Il fratello maggiore, non perdonando a Raimondo i suoi privilegi, non potendo rassegnarsi alla concorrenza che la famiglia di lui faceva alla propria, rovesciava il suo rancore sulla cognata. Tutti gli altri erano stati senza pietà per l'intrusa, o in odio alla principessa che l'aveva voluta in quella casa o in odio a Raimondo che la madre proteggeva. Così ella s'era vista bersaglio di quei parenti ai quali era venuta con animo confidente e cuore affezionato; e lo scoprire che il loro astio era tanto acre contro di lei quanto contro Raimondo, invece di attenuare aveva inacerbito la sua pena; poiché perduta d'amore pel marito, ella soffriva e gioiva in lui e per lui... In quello stesso momento che il principe pareva non veder la cognata o, se volgevasi dalla sua parte, smessa a un tratto la ciera gioconda, le mostrava un viso contegnosamente chiuso, peggio che se fosse una estranea, ella non soffriva tanto di quell'ostentata freddezza, quanto della trascuranza da tutti dimostrata verso suo marito. Il desinare progrediva come se egli non dovesse venire più, nessuno chiedeva di lui. Lucrezia teneva ancora il capo chino sul desco, la principessa badava a suo figlio, il principe parlava dello stato delle campagne, dei prezzi delle derrate, dei pericoli del colera; il duca discuteva della guerra d'Oriente; e solamente un estraneo, don Mariano, diceva tratto tratto:

- "E Raimondo?... Non si vede più!... Che gli è successo?"

Allora, come per virtù dell'eco, quella domanda si ripercoteva nel pensiero di lei: - "Non si vede più!... Che gli è successo?..." Perché mai tardava tanto? Perché la lasciava sola tra quegli estranei indifferenti od ostili?

- "I russi resistono ancora... un osso duro da rodere... Napoleone ne seppe qualcosa..."

Di nuovo assorta in pensieri più gravi e molesti, ella udiva brani di frasi, parole di cui non afferrava il senso. Da quanto tempo la lasciava sola, Raimondo! Da quanto, da quanto!... Ella rammentava assiduamente la prima pena che le aveva inflitta, tanto tempo addietro. Buono con lei nei primi tempi del matrimonio, durante il viaggio di nozze ed il soggiorno di Catania, appena giunto a Milazzo dove erano andati per affari, per vedere il padre e la sorella di lei, egli aveva dichiarato di non aver preso moglie per vivere in quella bicocca, per incappare nella tutela del suocero dopo essere uscito da quella della madre. Certo, ella non credeva che la vita nella sua cittadella natale potesse allettarlo molto; certo, lo avrebbe seguito dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimeno quel brusco giudizio intorno a cose e persone care al cuor suo le aveva procurato un senso d'angustia indimenticabile. Egli voleva lasciare per sempre la Sicilia, andarsene a vivere a Firenze; né la contraria volontà della madre gli era d'ostacolo; alla moglie, che per non discostarsi troppo dai suoi gliela rammentava esortandolo ad obbedirla, rispondeva bruscamente: - "Lasciami fare a modo mio." Ed ella, sì, aveva riconosciuto le sue ragioni. La Sicilia, la Toscana, qualunque parte del mondo dove sarebbero stati insieme felici, non doveva esser tutt'uno per lei? Il dispotico divieto della suocera poteva avere maggior peso per lei del desiderio del marito? E quel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo non era chiamato a figurare in mezzo alla società più eletta di una grande città? Giovani e ricchi, non sarebbero stati dovunque segno dell'invidia di tutti?... Ed ella non aveva perseverato nei tentativi di resistenza anche per un'altra ragione, più grave. Raimondo, del quale perdonava, anzi voleva ignorare i modi un po' bruschi, l'insofferenza della contraddizione, tutti i piccoli difetti di un figliuolo troppo vezzeggiato, si mostrava qual era anche col suocero. Il carattere di costui essendo pure molto forte, un dissenso poteva sorgere da un momento all'altro. Sulle prime, il barone aveva fatto una vera festa al genero, trattandolo quasi come la principessa, sedotto anche lui dalla grazia fine del giovane, inorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coi Francalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelanti, a tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto d'ora: - "Come si fa a vivere qui?..." Il barone aveva da lui la procura per amministrare le proprietà date alla figlia, e in questa amministrazione intendeva seguire i criteri e i sistemi antichi, dei quali sapeva la bontà; Raimondo invece, per occupar gli ozi di Milazzo, quando non passava le intere giornate giocando al casino con gli scapati presto conosciuti, si faceva render conto dal suocero dei suoi provvedimenti, per biasimarli, per suggerir quelli che, a suo giudizio, bisognava adottare. In questa materia, egli dimostrava un'assoluta ignoranza degli affari, una stravaganza di concetti molto simile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne rideva, egli se l'aveva a male. Le parti s'invertivano quando il barone gli chiedeva conto dell'impiego dei capitali dotali: allora egli biasimava certe operazioni bislacche del genero, e questi dichiarava al suocero che non ci capiva nulla. Spesso, in quei dibattiti, alle uscite vivaci di Raimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersi, per non dargli sulla voce; allora Matilde interveniva, mutava soggetto al discorso, componendo il lieve screzio coi sorrisi prodigati egualmente alle due persone che più amava al mondo. Il suo grande dolore fu perciò nell'accorgersi che, se voleva vederle in pace, le conveniva evitare che stessero a lungo insieme. Decisa così a secondare il desiderio del marito, ella lo aveva seguito a Firenze, ma quest'ultima risoluzione di Raimondo era stata causa della più viva opposizione del barone che voleva vicina la figlia e, giudicando troppo costosa la stabile dimora in una grande città, consigliava piuttosto brevi viaggi. Raimondo gli aveva risposto seccamente che quel consiglio era stupido, perché i viaggi appunto costano un occhio del capo; e lasciando in asso il suocero aveva dichiarato alla moglie, con brutte parole, troppo dure, ingiuste anche, di non voler più soffrire l'ingerenza di lui negli affari propri. Allora, per vincere l'opposizione del padre, ella aveva dovuto ricorrere all'espediente di cui s'era avvalsa tante volte, bambina: dirgli che il disegno di vivere un pezzo in Toscana era caro a lei stessa e pregarlo di farla contenta!...

- "Quattrini e vite sprecate!... La guerra a tanta distanza..."

Mentre il duca continuava a sviscerare la questione d'Oriente ed a proporre combinazioni diplomatiche, tutti si volsero verso l'uscio d'entrata. La contessa sussultò, sperando che fosse suo marito; s'avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canalà: - "Sia pro a ciascuno!... Ma non veggio il contino?..." Così, così a Firenze, in una città dove, non che un parente, non aveva da principio neppure una conoscenza, ella era rimasta lunghissime ore, tanti e tanti giorni ad aspettarlo invano. Lì aveva pianto le sue prime lacrime, quando s'era vista trascurata; lì s'era nascosta per piangere, giacché egli o la derideva per quella - "stupida" affezione, o dichiarava di non voler essere - "seccato"... Avevano un modo radicalmente diverso d'intendere la vita: mentre ella metteva innanzi tutto l'affetto di suo marito e le gioie della famiglia, e non desiderava se non prolungare al fianco di Raimondo, sia pure in altri luoghi, l'ineffabile felicità domestica provata da fanciulla; il giovane viziato dalle preferenze della madre e finalmente uscito dalla sua ferrea tutela, aspirava unicamente ai liberi piaceri mondani. E per questo, dicendo a se stessa che egli aveva il diritto di divertirsi, che non faceva poi nulla di male, che i gusti delle persone sono naturalmente diversi, ella aveva represso il proprio dolore, si era persuasa del proprio torto. Quasi premio di questa sua rassegnazione, aveva finalmente provato le ineffabili gioie della maternità, e allora, come per incanto i tempi felici della luna di miele parve tornassero, tra perché Raimondo divenne veramente migliore, tra perché ella stessa, assorta in soavi pensieri, in cure minute, pose meno mente alla vita di lui. Al padre, che la raggiunse in quell'occasione, ella poté mostrare un viso raggiante di gioia; felice con lei, il barone dimenticò interamente le piccole liti avute col genero, tornò a volergli bene come ai primi tempi... Tutti aspettavano un maschio, tranne lei stessa che, se avesse osato contrastare i desideri altrui e far differenze tra i figli, avrebbe preferita una bambina. Una bambina nacque infatti, e quando si trattò di battezzarla, quantunque ella e il padre avessero desiderato chiamarla come la loro cara perduta, riconobbero tuttavia la convenienza di darle il nome della principessa. Rammentava forse più la madre felice i trattamenti sgraziati della suocera e della parentela? Quell'angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa a Raimondo, a dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielo, non parlava unicamente di pace e d'amore?... Ahimè! Più presto che non credesse ella s'era accorta del proprio inganno. Già da quando erano venuti a Firenze, la suocera non le aveva più scritto, né risposto alle sue lettere, né accennato a lei nelle lettere che mandava al figliuolo. Il silenzio continuò durante la gravidanza, e dopo il parto comprese anche la bambina. Quando Teresina fu svezzata, Raimondo deliberò di fare una corsa in Sicilia; e da quel viaggio ella ripromettevasi la fine dell'incomprensibile rancore della principessa; invece, ella ricominciò a piangere allora... Donna Teresa Uzeda, non potendo prendersela con Raimondo per il trasferimento nella remota Toscana, ne aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia e il suo odio si erano raddoppiati, le facevano una colpa perfino della nascita della bambina!... Come dimostrare a quella spietata il suo torto? Come persuaderla che suo figlio, contro il piacere di tutti, aveva voluto a forza fare quel che si era proposto? Ingenuamente, il barone non aveva detto che Raimondo era andato a Firenze per far piacere a Matilde?... Ella aveva così apprestato, senza saperlo, una nuova arma alla suocera; per ottenere l'accordo fra il marito ed il padre, aveva scatenato quella furia contro se stessa...

- "La zia di Vostra Eccellenza!"

Annunziata dal maestro di casa, mentre il desinare stava per finire, entrava adesso donna Ferdinanda. Tranne il duca, tutti si levarono; la contessa con gli altri; ma la zitellona salutò tutti fuorché quest'ultima. Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per tutto saluto disse: - "Ancora a tavola?" e non parve neppure accorgersi di Matilde... Che era mai, pensava ella, la ostentata trascuranza di costoro, a paragone della guerra mossale, anni addietro, dalla principessa? Non era bastato farsi da parte, non esprimere mai volontà, né desideri, né opinioni: l'odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Esso riversavasi ancora contro l'innocente bambina che aveva il doppio torto d'appartenere al sesso disprezzato e d'esser nata da quella madre; e poiché, rassegnata personalmente a quei trattamenti, la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura, la principessa s'era messa a perseguitare con speciale accanimento la nipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nulla, l'abbandonava più a lungo che a Firenze, non credendo di lasciarla sola poiché ella restava - "in famiglia"; e il tormento di quella vita era divenuto in breve così acuto, che ella aveva sospirato il momento di tornarsene alla solitudine almeno tranquilla della sua casa di Firenze...

- "Dov'è quell'altro?..." domandò di botto don Blasco, sbuffante alle elucubrazioni politiche del fratello duca.

- "Quell'altro" doveva essere Raimondo; tutti lo compresero, rispondendo che non s'era visto, che forse era rimasto a desinare da qualche amico.

- "Avrebbe potuto avvertire..." osservò il principe.

E quantunque quell'osservazione fatta con tono severo, senza riguardo per lei che era sua moglie, ferisse Matilde, un'altra voce ora le diceva: - "È vero! Ha ragione!..." Ella stessa, tornata a Firenze, in quell'asilo che le era parso di pace e di felicità, non aveva forse pensato così, quando aspettando lungamente, di giorno e di notte, il ritorno di Raimondo che la lasciava ormai quasi sempre sola, s'era sentita struggere d'ambascia e di paura, non sapendo che cosa gli fosse accaduto, temendo sempre, con l'inferma immaginazione, pericoli e disgrazie? Suo marito, invece, non voleva renderle conto della propria vita, quasi fosse ancora scapolo, quasi ella non avesse nessun diritto su lui, quasi la loro bambina non esistesse! Quella figlia che doveva ancora più stringerli insieme, che per lo meno doveva essere, nel dolore, il gran rifugio della madre, non solo pareva non dir nulla al cuore di Raimondo, ma non bastava neppure a confortare lei stessa, poiché ella non poteva più scusare come nei primi tempi la condotta sempre più sfrenata del marito, poiché non ignorava più che egli la trascurava per altre donne, e poiché questa scoperta le faceva a un tratto sentire il coltello della gelosia... Ancora una volta, le passate sofferenze le erano parse nulla, paragonate a queste altre. Ella lo amava più che mai d'amore, per gli stessi difetti che gli aveva perdonati, per tutto quel che le costava; e le nuove, più brusche, più aperte dichiarazioni con le quali egli respingeva le preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi una colpa dell'amor suo, la stringevano a lui sempre più. No, sua figlia non le bastava, la creaturina non poteva consolarla, nessuno al mondo poteva consolarla, ella doveva perfino nascondere le proprie torture al padre, scrivergli che era contenta e felice, perché egli non venisse a chieder conto a Raimondo di quella condotta, perché tra quei due uomini non scoppiasse la guerra!... E ancora una volta s'era messa a sperare nel ritorno in Sicilia; la terribile casa degli Uzeda le parve ancora una volta un'oasi, non avendovi almeno conosciuto il sospetto roditore come un verme. Quando da Catania scrissero a Raimondo di venir presto a casa, quando la stessa madre moribonda lo chiamò, ella fece di tutto per indurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della morente, sordo alle stesse ragioni dell'interesse, restare a Firenze, l'angoscia di lei s'era esacerbata, tanto aveva dovuto credere potenti le ragioni, i legami che lo trattenevano... Giusto in quei giorni le sue viscere avevano avuto un nuovo fremito; ella era madre un'altra volta — fredda, cattiva madre, se non tripudiava a quella scoperta; ma come avrebbe potuto gioirne, quando il padre della sua creatura le cagionava tanta tristezza; quando, all'annunzio della nuova paternità, egli restava indifferente e quasi fastidito come per una nuova molestia?... Repentinamente, giunto il dispaccio che annunziava la morte della principessa, erano partiti, ed ella aveva tratto liberamente il respiro, chiedendo perdono al Signore della gioia che provava per causa d'una morte; ma l'implacata avversione dei parenti l'affliggeva ancora una volta come prova della insospettata malvagità umana; e adesso che Raimondo, senza rispetto per la memoria della madre, faceva ciarlare tutta la città con la sua vita sbrigliata, ella domandava tra sé, con lungo sconforto: - "Quando, dove avrò pace?..."

Il desinare era già finito e Lucrezia, la principessa e Consalvo s'erano già levati di tavola, quando Raimondo rientrò. Mostrava di esser molto allegro e d'aver buon appetito. Alla domanda del duca, rispose che gli amici lo avevano trattenuto, che non s'era accorto dell'ora tarda.

- "Del resto, qui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non si va a tavola prima dell'ave!"

Il principe non rispose. Alzandosi da tavola mentre il fratello divorava la minestra serbata in caldo, disse al duca:

- "Zio, vuol venire un momento con me?" e lo condusse nel suo scrittoio.

Stava di nuovo sull'intonato, come se dovesse stipulare un trattato. Chiuso a chiave l'uscio della stanza precedente, offerta una poltrona allo zio, egli stesso in piedi, cominciò:

- "Vostra Eccellenza mi scusi se la disturbo dopo tavola, ma dovendo parlare di affari importanti e non volendo portarle via il suo tempo..."

- "Ma che!..." fece il duca, interrompendo il preambolo. - "Tu non mi disturbi affatto... Parla, parla pure..." e accese un sigaro.

- "Vostra Eccellenza può vedere ogni giorno," riprese il principe, - "che vita fa Raimondo, e come, invece di darmi una mano a sistemar gli affari della successione, pensi a divertirsi lasciando tutto sulle mie spalle. Parlargli d'interessi è inutile: o non mi dà retta, o non capisce... o finge di non capire."

Il duca approvava con un cenno del capo. Tra sé, giudicava veramente un po' strane quelle lagnanze del nipote, che non avrebbe dovuto esser poi tanto scontento se il fratello non s'impacciava nelle quistioni dell'eredità e lo lasciava libero di fare a sua posta. E se Raimondo mostrava poca premura di partecipare agli affari, il fratello maggiore non ne aveva mostrata pochissima di renderne conto al coerede ed ai legatari? Non era forse quella la prima volta che egli teneva a qualcuno della famiglia un discorso di quel genere?

- "Ora," continuava frattanto Giacomo, - "io credo prima di tutto conveniente, nell'interesse comune, che la divisione si faccia al più presto; in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ciò che ho saputo in questi giorni io stesso..."

- "Che cosa?"

- "Una bella cosa!" esclamò, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausa, quasi a preparar l'animo dello zio alla dolorosa notizia: - "L'eredità di nostra madre è piena di debiti..."

Il duca si cavò il sigaro di bocca dallo stupore.

- "Vostra Eccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile? Dopo che abbiamo sentito tanto lodare, da tutti, il modo ammirabile tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa? Invece, c'è un baratro!... Fin all'altr'ieri, non sospettavo ancora nulla. È vero che nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madre, i possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime somme, di quei debitucci che tutti, in certi momenti, anche i più facoltosi, hanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invece sono migliaia e migliaia d'onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se continua di questo passo, il meglio dell'eredità se n'andrà in fumo?..."

- "Ma il signor Marco..."

- "Il signor Marco," riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l'obiezione, - "ne sapeva meno di me ed è più sbalordito di Vostra Eccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo, e si nascondesse non solamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia... Il signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte delle somme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sieno sotto. S'immagini che esistono effetti scaduti da tre, da quattro anni, e anche da cinque!... Le confesserò che, sul principio, ho temuto d'esser vittima, come tutti gli altri, d'una truffa spaventevole, d'aver a fare con un'associazione di falsari. Ho dovuto ricredermi: le firme sono lì, autentiche. Debbo dunque supporre che il sistema di ricorrere al credito, di cui la felice memoria faceva una colpa tanto grave a nostro nonno, non le dispiacesse poi troppo... E il peggio è di non poter sapere fin dove si estende il marcio! E questa è la famosa amministrazione di cui abbiamo sentito tante lodi... Ma dice che dei morti non si deve parlare... e basta!... Ora io ho voluto informare Vostra Eccellenza, prima di tutto perché era questo il mio dovere; secondariamente perché Vostra Eccellenza ne tenga parola a Raimondo. Se questi debiti hanno da pagarsi, e purtroppo c'è poca speranza del contrario, a ciascuno bisogna imputarne la sua parte. Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di avvisare gli altri, perché sappiano che i loro legati saranno anch'essi gravati in proporzione..."

Il duca ricominciò a scrollare il capo, ma con espressione diversa. I legatari lagnavansi d'aver avuto troppo poco; adesso bisognava dir loro che avevano anche meno!

- "Perché non parli loro tu stesso?" suggerì al nipote.

- "Perché?" rispose il principe, col leggiero fastidio di chi ode rivolgersi una domanda oziosa. - "E non sa Vostra Eccellenza come sono, qui in casa? Chiusi, sospettosi, diffidenti? Crede Vostra Eccellenza che io non mi sia accorto di certi maneggi, che non abbia udito certe accuse sorde sorde?... Pare che l'abbiano tutti con me, specialmente quella testa pazza di Lucrezia!... Anche oggi non ha fatto una scena?..."

- "No, no..." interruppe il duca; - "al contrario, t'assicuro. Si lagnava anzi del contrario, che tu l'abbia con lei, che non le parli mai..."

- "Io? E perché dovrei averla con lei?... Non ho parlato molto in questi giorni, è vero: ma come vuole Vostra Eccellenza che avessi voglia di parlare, con queste belle notizie? Perché dovrei averla con lei, o con altri? Io ho pensato sempre ed ho detto che la cosa principale, nelle famiglie, è la pace, l'unione, l'accordo!... È colpa mia se questo non fu possibile finché visse nostra madre? Vostra Eccellenza sa come fui trattato... meglio, molto meglio non parlarne!... Adesso, quantunque io sia stato spogliato, mi hanno udito esprimere una sola lagnanza? Ho detto primo di tutti: la volontà di nostra madre sarà legge! Invece, che cosa s'è visto? Mutrie a destra e a sinistra, Raimondo che non vuole occuparsi d'affari quasi per punirmi d'avergli preso mezza eredità..."

- "No, per spassarsi..." corresse il duca.

- "Lo zio don Blasco," proseguì il principe, quasi non udendo l'osservazione, - "che ho sempre trattato con rispetto e deferenza, come tutti gli altri, istigare contro di me i legatari..."

- "Quello è un pazzo!..."

- "O gli altri, dica Vostra Eccellenza, sono forse savi? Che vogliono, che pretendono? Di che m'accusano? Perché non vengono a dire le loro ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza; sentiamo: che ha detto?..."

Quantunque deciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora prima alla nipote, il duca, costretto dalla domanda, rispose, con un sorrisetto, per temperare quel che vi poteva essere di poco gradito nelle sue parole:

- "Tu ti lagni d'esser stato spogliato; e invece spogliati si credono essi..."

Il principe rispose, con un sorriso più amaro del primo:

- "Proprio, eh?... E come, perché?"

- "Perché avrebbero avuto meno di quel che gli spetta... perché c'è la parte di vostro padre..."

Giacomo s'accigliò un momento, poi proruppe, con mal contenuta violenza:

- "Allora perché accettano il testamento? Perché non chiedono i conti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!"

- "Tanto meglio, allora..."

- "Che cosa credono che sia l'eredità di nostra madre? Facciamo i conti, sissignore; facciamoli domani, facciamoli oggi! Anzi, perché non si rivolgono ai magistrati?..."

- "Che c'entra questo?"

- "M'intentino una lite! Facciamo ciarlare il paese, diamo questo bell'esempio d'amor fraterno! Raimondo s'unisca a loro; mi accusino di aver carpito il testamento, ah! ah! ah!... Sono capaci di pensarlo! Conosco i miei polli, non dubiti! Questo è il frutto dell'educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema..."

Era veramente concitato, parlava violentemente, aveva perduto la solenne compostezza dell'esordio. Il duca, buttato via il sigaro spento, riprendeva a scrollare il capo, quasi riconoscendo che alla fine fine non poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Però, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote:

- "Càlmati, andiamo!" esclamò. - "Non esageriamo né da una parte né dall'altra. La roba è lì..."

- "Nessuno la tocca!"

- "Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli..."

- "Ora, all'istante!..."

- "E dunque l'accordo è immancabile. Farete questi conti, vedrete se la divisione di vostra madre è giusta o no; accomoderete tutto con le buone."

- "Ora, all'istante!" ripeteva il principe seguendo lo zio che s'avviava. - "Perché non hanno parlato prima? Non sono già lo Spirito Santo per potere indovinare ciò che mulinano nelle teste bislacche!"

- "C'è tempo! c'è tempo!..." ripeteva il duca, conciliante, senza far notare al nipote la contraddizione in cui cadeva, avendo prima asserito di saper dei complotti. - "Non la pigliare così calda! Parlerò con Raimondo, poi con gli altri; la roba è lì; vedrete che non ci saranno quistioni... A proposito," esclamò, giunto all'uscio e voltandosi indietro, - "che cosa è l'affare della badìa?"

- "Qual affare?..." rispose il principe, stupito.

- "Il legato delle messe... Le mille onze che non vuoi dare ad Angiolina..."

- "Le mille onze? Io non voglio darle?..." esclamò allora Giacomo. - "Ma non vede Vostra Eccellenza come sono tutti d'una razza, falsi e bugiardi? Io non le voglio dare? mentre invece il legato di nostra madre è nullo, perché importa l'istituzione d'un beneficio, e le istituzioni di beneficio non reggono quando manca l'approvazione sovrana?..."

Nella Sala Gialla don Blasco rodevasi le unghie, sapendo quella bestia del fratello in confabulazione col nipote e non potendo udire i loro discorsi. Dalla contrarietà, stronfiava, spasseggiava in lungo e in largo, non udiva neppure quel che dicevano intorno a lui.

Era arrivata la cugina Graziella, la quale cicalava con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda; meno con Matilde, per mostrar di partecipare ai sentimenti degli Uzeda verso l'intrusa. Aveva creduto di poter entrare anche lei in casa Francalanza, la cugina; di prendersi anzi il primo posto, come moglie del principe Giacomo, ma l'opposizione della zia Teresa aveva trionfato di lei e del giovane. Invece che - "principessa", s'era chiamata semplicemente - "signora Carvano", ma quantunque il cugino, presa la moglie che la madre gli destinava, si fosse posto il cuore in pace e paresse perfino aver dimenticato che fra loro due c'erano state un tempo parole tenere, ella aveva continuato a fare all'amore, se non con lui, con la sua casa. C'era venuta assiduamente, aveva stretto amicizia con la principessa Margherita e indotto il marito a fare anche lui la corte agli Uzeda, e tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e in tutte le occasioni che le antiche fallite speranze non potevano intepidire in lei l'affezione verso tutti i cugini. Durante la malattia e dopo la morte di donna Teresa, specialmente, donna Graziella era quasi diventata una persona della famiglia; tutti i giorni e tutte le sere a prender notizie, a prodigar conforti, a suggerir consigli, a rendersi utile con le parole e con le opere. La principessa non solo non aveva ragione di esserne gelosa, poiché Giacomo dimostrava tanta indifferenza verso la cugina che certe volte neppure le rivolgeva la parola e, smesso il tu, le dava del freddo voi; ma era perfino incapace di provare gelosia o qualunque altro sentimento per lei come per ogni persona, tanto la naturale indolenza e il bisogno d'isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito la rendevano indifferente a tutto ed a tutti fuorché ai propri figli.

Quel pomeriggio appunto, dopo tavola, la balia era venuta a dirle che la bambina tossicchiava un poco; cosa da nulla, certo; ma ella se n'era inquietata, e la cugina, trovata quella dispiacevole novità, faceva sfoggio della sua scienza medica, consigliando la somministrazione di polveri e di decotti alla figlioccia, assicurando però che il male non era grave, sgridando nondimeno la balia che aveva dovuto lasciare il balcone aperto.

Raimondo, che d'ordinario scappava via appena finito di prendere un boccone, pareva volesse restare in casa, per suo piacere; e Matilde, tutta riconfortata, dimenticata a un tratto la tristezza di un'ora innanzi, lo seguiva con lo sguardo ridente. Era così fatta che una parola, un nulla la turbavano e la rassicuravano: e chiedeva tanto poco per essere felice! Se egli fosse stato sempre così, se avesse dedicato una parte del suo tempo alla famiglia, se avesse prodigato alla sua bambina le carezze che quella sera faceva al principino!... Questi, nel gruppo degli uomini, ripeteva le declinazioni al cavaliere don Eugenio, il quale s'era costituito suo maestro, tra gli applausi dei lavapiatti ad ogni risposta azzeccata; ma cominciando a confondersi, ad imbrogliarsi:

- "E non lo tormentare più, povero bambino!" esclamò donna Ferdinanda. - "Qui, con la zia! Ti rompono la testa con tutte queste storie, eh? Rispondi loro: "Debbo forse fare il mastro di penna?""

Don Eugenio, udendo disprezzare le belle lettere, rispose:

- "Bisogna studiare, invece!... L'uomo tanto più vale quanto più sa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati c'è don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!"

- "Don Ferrante?" esclamò la zitellona. - "Che fece don Ferrante?"

- "Come, che fece? Tradusse Ovidio dal latino, commentò Plutarco, illustrò le antichità patrie: templi, monete, medaglie..."

- "Aaah!... Aaah!..." Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva più, che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare.

- "Aaah!... Aaah!..." continuava a ridere donna Ferdinanda. - "Don Ferrante! Aaah!... Don Ferrante sai che fece?..." spiegò finalmente, rivolta al nipotino. - "Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione di due tarì il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto i libri, don Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!... Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!..."

Allora s'impegnò una gran discussione. Don Cono e il cavaliere sostenevano, a vicenda, che se l'antenato non aveva scritto materialmente le sue opere, ne aveva però dettato il contenuto; tanto è vero che le accademie di Palermo, Napoli e Roma lo avevano annoverato tra i loro soci; ma la zitellona interrompeva: - "Fatemi il piacere!..." intanto che la cugina, scrollando il capo, affermava che, veramente, gli studi non erano stati il forte dell'antica nobiltà.

- "Il forte?" esclamava la zitellona. - "Ma fino ai miei tempi era vergogna imparare a leggere e scrivere! Studiava chi doveva farsi prete! Nostra madre non sapeva fare la propria firma..."

- "Era forse una bella cosa?" obiettò don Eugenio.

- "Non mi parlare anche tu del progresso!" saltò su donna Ferdinanda. - "Il progresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libri come un mastro notaio! Ai miei tempi, i giovanotti imparavano la scherma, andavano a cavallo e a caccia, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni!..."

E mentre don Mariano approvava, con un cenno del capo, la zitellona si mise a tesser l'elogio di suo nonno, il principe Consalvo vi, il più compito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una così grande passione pei cavalli, che, d'inverno, ogni anno, si faceva costruire un passaggio coperto in mezzo alla pubblica via, affinché i suoi nobili animali restassero sempre all'asciutto.

- "E le altre persone potevano passarci?" domandò il principino.

- "Potevano passarci quando non era l'ora della passeggiata del principe," rispose donna Ferdinanda. - "Se usciva lui, tutti si tiravano da parte!... Una volta che il capitano di giustizia con la carrozza propria ardì passar innanzi alla sua, sai che fece mio nonno? Lo aspettò al ritorno, ordinò al cocchiere di buttargli addosso i cavalli, gli fracassò il legno e gli pestò le costole!... Si facevano rispettare i signori, a quei tempi... non come ora, che dànno ragione agli scalzacani!..."

La botta era tirata al duca che rientrava in quel momento nella Sala Gialla insieme col principe. Don Blasco, interrotta finalmente la sua corsa, piantò gli occhi addosso al fratello e al nipote.

- "Che diavolo hai fatto?" disse al principe.

- "Nulla... avevo certe notizie da domandare allo zio..."

Sopravvennero in quel momento Chiara e il marchese. Lucrezia, ancora imbronciata, salutò freddamente la sorella; ma costei non s'accorgeva di nulla, nervosa com'era, tutta piena d'una secreta idea.

- "Margherita," sussurrò alla cognata, in confidenza, - "questa volta credo sia per davvero!..." Erano quelli i sintomi? Poteva ingannarsi? Tante volte aveva sperato d'apporsi e festeggiato invano l'avvenimento, che adesso non ardiva più annunziare apertamente la gravidanza se non prima la vedeva confermata. Poi, lasciata la principessa, prese a parte Matilde e ricominciò a dirle: - "La levatrice n'è certa! Tu che cosa provi?... Come ti sei accorta?..."

Matilde non l'udiva. Adesso che don Blasco non misurava più la sala da un'estremità all'altra, Raimondo aveva ricominciato l'armeggio dello zio monaco, non stava fermo un momento, chiedeva continuamente che ora fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella era inquieta della sua inquietudine... Frattanto arrivavano nuove visite: la duchessa Radalì e il principe di Roccasciano, donna Isabella Fersa col marito. L'entrata di quest'ultima mise sottosopra la società: il principe, che ordinariamente non era molto galante con le signore, le andò incontro fino nell'anticamera; Raimondo anche lui l'ossequiò tra i primi. Ella portava, come sempre, un abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava ora con la coda dell'occhio, e la principessa, Chiara, tutte le altre, giudicavano a una voce elegantissimo.

- "Manifattura di Firenze, è vero, donn'Isabella?" domandò Raimondo.

- "Si vede che vostro marito se ne intende, contessa!" rispose ella indirettamente, volgendosi a Matilde.

Don Mariano parlava della parata della Regina, di cui quel giorno era il natalizio; Fersa del colera, della quarantena di dieci giorni decretata allora allora contro le provenienze da Malta, della fiera di Noto rimandata, del pericolo che correva un'altra volta la Sicilia; e il vocione di don Blasco rispondeva:

- "Questa è l'impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesi, capite?"

Il duca, quasi non comprendesse che l'allusione era diretta a lui, ripigliava il discorso della guerra interrotto a tavola, diceva che Cavour l'aveva sbagliata. La via era un'altra, raccogliersi, restarsene tranquilli, curare le piaghe del '48. Con lo stato indebitato fin agli occhi, come poteva pensare a fare nuovi debiti? - "È un principio d'economia politica..." e qui, col tono d'autorità portato da Palermo, un discorsone che faceva inghiottire botti di veleno a don Blasco, lardellato com'era di citazioni giornalistiche e parlamentari, infettato da teorie liberalesche. Il principe, udendo Fersa esprimere ancora una grande paura del colera, scrollava il capo:

- "Se a Napoli hanno ordinato di spargerlo un'altra volta..."

Come credeva alla iettatura, era incrollabile nell'opinione che il colera fosse un malefizio, un espediente di governo inteso a sfollare le popolazioni, a incutere un salutare timore nei superstiti. Dinanzi allo zio duca, sapendolo dell'opinione contraria, più - "progressista", cioè che la peste venisse per correnti atmosferiche, taceva prudentemente; ma con Fersa si sbottonava, derideva le quarantene e tutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi.

- "Non date retta a queste malinconie!" diceva frattanto Raimondo a donn'Isabella, a fianco della quale s'era seduto. - "Andrete alla serata di gala?"

- "Sì, conte; abbiamo il palco."

- "Che rappresentano?" domandò la principessa.

- "L'Elvira di Holbein e Un'eredità in Corsica di Dumanoir. Peccato che voi non possiate sentire Domeniconi, principessa. Che artista! E che compagnia!"

Anche don Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunale, per far sapere che, in qualità di Gentiluomo di Camera, era stato invitato nei palchi dell'Intendente. Ma egli aveva da concludere un affare, quella sera: la vendita di certe terrecotte - "importantissime", sulle quali avrebbe fatto un bel guadagno: aspettava anzi per questo il principe di Roccasciano, anche egli intenditore ed amatore di roba antica.

- "S'ha un bel dire, quindicimila uomini," perorava il duca da canto suo. - "E se la guerra dura un altro anno? Altri due, altri tre anni? Bisognerà mandar nuove truppe, far nuove spese, accrescere il deficit..."

- "A Messina aspettano l'arciduca Massimiliano."

- "Verrà anche da noi?"

Raimondo, a quella domanda di don Mariano, saltò su come morso da una vespa:

- "E che volete che venga a fare? Per vedere l'elefante di piazza del Duomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una città, e non volete capire che invece è un miserabile paesuccio ignorato nel resto del mondo. Donn'Isabella, dite voi: quando mai l'avete udito nominare, fuori?..."

- "È vero, è vero!..."

Ella agitava con moto graziosamente indolente il ventaglio di madreperla e merletti, dando ragione a Raimondo contro il paese nativo; e la contessa Matilde non sapeva perché la vista di quella donna, le sue parole, i suoi gesti, le ispirassero una secreta antipatia. Forse perché l'udiva approvare il sentimento di Raimondo che ella perdonava al marito ma biasimava negli altri? Forse perché scorgeva in tutta la persona di lei, nella ricchezza immodesta degli abiti, nell'eleganza degli atteggiamenti, qualcosa di studiato e d'infinto? Forse perché tutti gli uomini le si mettevano intorno, perché ella li guardava in un certo modo, troppo ardito, quasi provocante? O perché, una volta al suo fianco, Raimondo non si moveva più, pareva non volesse più andar fuori, non aspettar più nessuno?...

Ingolfato nel suo tema prediletto, egli parlava adesso a vapore, enumerando tutti i vantaggi della vita nelle grandi città, interrompendosi tratto tratto per domandare a donn'Isabella: - "È vero o no?" oppure: - "Parlate voi che ci siete stata!..." ripigliando a descrivere la grande società, gli spettacoli sontuosi, i piaceri ricchi e signorili. E donna Isabella a chinare il capo, ad aggiungere argomenti:

- "Quando vedremo, per esempio, le corse fra noi?"

Giusto in quel momento, don Giacinto entrò nella sala. Era così turbato in viso e si capiva così chiaramente che portava una cattiva notizia, che ognuno tacque.

- "Non sapete?"

- "Che cosa?... Parlate!..."

- "Il colera è scoppiato a Siracusa!..."

Tutti lo circondarono:

- "Come! Chi ve l'ha detto?"

- "Mezz'ora fa, alla farmacia Dimenza... Notizia sicura, viene dall'Intendenza!... Colera di quello buono: fulminante!..."

Subito, come se l'annunziatore lo portasse addosso, la conversazione si sciolse in mezzo ai commenti spaventati, alle esclamazioni dolenti: Raimondo accompagnò giù alla carrozza donna Isabella dandole il braccio; don Blasco vociava, in mezzo alla scala, sotto il naso del duca che andava a verificar la cosa:

- "Il regalo dei fratelli!... Ah, Radetzky, dove sei?... Ah, un altro Quarantanove!..."



5.


Ogni altro interesse cedé come per incanto dinanzi all'universale inquietudine per la salute pubblica, giacché della notizia portata da don Giacinto, sulle prime smentita, poi confermata, non fu possibile più dubitare quando, di lì a qualche giorno, non si parlò più di casi sospetti a Siracusa, ma del divampare del morbo a Noto. Il duca, deliberato di tornarsene a Palermo prima che le cose incalzassero e la via fosse chiusa, resisté ostinatamente agli inviti del principe, il quale s'apparecchiava a partire pel Belvedere all'annunzio del primo caso in città. L'anno innanzi, come nel '37, gli Uzeda erano scappati alla loro villa sulle pendici della montagna, e poiché il colera non arrivava mai lassù, erano certi di liberarsene. Il principe, smessa a un tratto l'acredine, riparlava d'accordo e di unione, voleva tutti con lui al sicuro, tutti gli zii, tutti i fratelli. Quantunque non fosse tempo di trattar d'affari, nondimeno, per dimostrare al nipote d'aver preso a cuore i suoi interessi, il duca, prima di partire, riferì a Raimondo il discorso delle cambiali e lo esortò a mettersi d'accordo col fratello. Raimondo lo ascoltò distrattamente, e gli rispose quasi infastidito:

- "Va bene, va bene; poi se ne parlerà..."

Anch'egli s'era mutato, ma al contrario di Giacomo, in peggio; era diventato nervoso, irascibile, verboso e di buon umore solo quando donna Isabella veniva al palazzo. I Fersa non sapevano ancora dove fuggire il colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto una casa al Belvedere, per esser vicini; e a donna Isabella sorrideva molto quel partito, benché sua suocera preferisse rifugiarsi a Leonforte come l'altr'anno.

- "Voi dove andrete?" domandava a Raimondo; e il giovane che le si trovava sempre a fianco:

- "Dove andrete voi stessa!"

Ella chinava gli occhi, con una severa espressione di biasimo, quasi offesa.

- "E vostra moglie? Vostra figlia?"

- "Parliamo d'altro!"

Nonostante l'allarme cagionato dalla pestilenza, l'intrinsichezza delle due famiglie si strinse ancora più in quei giorni. Fersa, che era stato sempre lieto e superbo di venire al palazzo Francalanza, adesso godeva nell'esservi ricevuto con segni di particolare gradimento; non solo Raimondo, ma anche e forse più Giacomo dimostrava molto piacere in compagnia di lui e di donna Isabella: quando sua moglie andò fuori la prima volta, dopo il lutto, egli volle che facesse loro una visita; la contessa, per desiderio del marito, accompagnò la cognata.

Da sola, Matilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Non voleva chiamare gelosia il sentimento che le ispirava: se Raimondo, galante con tutte, stava attorno a costei che tutti gli uomini accerchiavano, non era già meraviglia; ella stessa non ne riceveva continue proteste di calda amicizia?... Pure, tutte le volte che donna Isabella l'abbracciava e la baciava, ella doveva farsi forza per non sottrarsi a quella dimostrazione d'affetto. Non sapeva bene rendersi conto della repulsione quasi istintiva che provava ogni giorno più forte; quando tentava di spiegarla a se stessa, l'attribuiva più che ad altro alla radicale diversità del loro carattere; alla leggerezza, all'affettazione, alla mancanza di schiettezza che le pareva scorgere in lei. Non l'aveva anch'ella udita lagnarsi, a mezze parole, con allusioni velate, dei parenti del marito e dello stesso marito; mentre ella vedeva bene, quasi invidiandola, la devozione portatale da Fersa, e udiva ripetere che la suocera la trattava meglio d'una figliuola? Andata a farle visita in compagnia della principessa, non poté accertarsene coi propri occhi?

Donna Mara Fersa era una donna un po' all'antica, senza ombra d'istruzione, poco fine d'educazione anche; ma molto accorta, e semplice, alla mano come una buona massaia. Aveva sperato d'ammogliare il figliuolo a modo suo; ma questi, andato una volta a Palermo e vista l'Isabella Pinto, orfana di padre e di madre, l'aveva chiesta su due piedi, innamoratissimo, allo zio materno dal quale era stata educata. Nobilissima, la Pinto; ma senza dote; aveva però ricevuto un'educazione oltremodo signorile in casa dello zio facoltoso. I Fersa, invece, benché ammessi tra i signori, nascevano mediocremente; donna Ferdinanda, estimatrice ed amica di donna Isabella, li chiamava Farsa — farsa tutta da ridere —; ma possedevano gran quantità di quattrini. Donna Mara, sulle prime, aveva tentato di opporsi a quel matrimonio; ma poiché suo figlio era cotto dell'Isabella, e questa pareva più cotta di lui, aveva finalmente consentito. Così la nuora palermitana, elegante, istruita e nobile, venne a mettere nella sua casa una rivoluzione, che ella sopportò con molta buona grazia, per amore del figlio, comprendendo di non potersi opporre ai gusti ed anche alle fantasie dei giovani. Donna Isabella, chiamandola - "mamma", dimostrandole il rispetto che le doveva, pareva scontenta di lei, vergognosa della sua ignoranza e della sua semplicità. Era una cosa tanto sottile, che Matilde quasi incolpavasi di cattiveria, notandola: una specie di condiscendente compatimento verso le opinioni della suocera come per quelle di un bambino o d'un inferiore; una impercettibile esagerazione d'obbedienza, una cert'aria di sacrifizio che pareva volesse ispirare l'altrui compianto, ma che riusciva molto antipatica alla contessa.

Per altro, questa era sicura di non dover sopportare troppo a lungo la compagnia di lei. La necessità di sistemare gl'interessi poteva solo trattenere Raimondo in Sicilia, ma forse egli avrebbe affrettata la partenza per fuggire il colera. Già alle prime voci di pestilenza, inquieta per la lontananza del padre e della bambina, ella gli aveva domandato che volesse fare; ma suo marito non si era ancora deciso. L'anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia, del pazzo terrore che regnava nell'isola, dello scioglimento d'ogni civile consorzio, aveva espresso la propria soddisfazione per essere lontano dalla - "selvaggia" terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero sicuramente capitato in tempo d'epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro la bambina per via. Raimondo invece pareva esitante; se la pigliava, sì, con la cattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza nella trappola isolana, ma diceva di non potersi mettere in viaggio adesso che il male era scoppiato, anche per riguardo della gravidanza di lei. Frattanto il barone le scriveva da Milazzo di raggiungerlo lassù, poiché il colera veniva dal Mezzogiorno, e di far presto a lasciar Catania, di non dar tempo alla gente spaventata di sbarrar tutte le strade. Così, secondo che le notizie incalzavano, che le lettere del padre le facevano maggior premura, che il pericolo di restar divisa dalla sua bambina diveniva più grave, il cuore di lei si chiudeva, dal terrore, dall'ambascia, quasi ella fosse sul punto di perdere per sempre i suoi cari; allora esortava più caldamente Raimondo a prendere una decisione qualunque, ad andar subito via:

- "Andiamo via!... Andiamo per adesso a casa mia! Non voglio lasciar sola Teresina... Saremo anche più lontani dal focolaio della peste..."

- "Ho da chiudermi in un paesuccio di mare, in tempo di colera? Per crepare come un cane? Bisognerebbe che fossi impazzito! Scrivi piuttosto a tuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina."

Il barone invece tempestò, di risposta, che per niente avrebbe commesso quella sciocchezza, giacché il colera era alle porte di Catania, e ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche di lasciar solo Raimondo se costui rifiutavasi di accompagnarla... Allora ella non seppe più che fare né chi ascoltare, smaniando all'idea di restar divisa dalla figlia e dal padre, non tollerando neppure d'abbandonare Raimondo, poiché non poteva vivere lontana né dall'uno né dagli altri, in quella triste stagione. Il giorno che il duca, fatte le valige, partì per Palermo, ella si vide perduta...

Fino all'ultimo momento il principe aveva insistito presso lo zio affinché venisse con lui al Belvedere; il duca aveva continuato a rifiutare, adducendo gli affari che lo chiamavano alla capitale, la maggior sicurezza che c'era lì.

- "Non pensate a me," disse ai nipoti; - "io non correrò pericolo, mettetevi piuttosto in sicuro voialtri..."

- "Vostra Eccellenza stia tranquillo anche per me; ho tutto pronto per andar via al primo allarme," rispose Giacomo. Rivolto al fratello, al quale aveva già fatto un primo invito, ripeté, in presenza di Matilde:

- "Se volete venire anche voi, mi farete piacere."

Raimondo non rispose. Voleva dunque davvero restar diviso da sua figlia? Poteva così tranquillamente viverne lontano, nei terribili giorni che si preparavano? Matilde piangeva, scongiurandolo di non far questa cosa; egli le rispose, seccato:

- "Non so ancora ciò che farò. A Milazzo non vado di sicuro."

- "Lasceremo dunque sola quella creatura? Se impediranno il transito, se non potremo più vederla?"

- "Prima di tutto tua figlia non è abbandonata in mezzo a una via, ma sta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padre m'avesse ascoltato, a quest'ora l'avrebbe portata qui, e saremmo pronti ad andarcene tutti insieme al Belvedere, dove non c'è neppure l'ombra del pericolo... Insomma a Milazzo non vengo; già si parla di casi sospetti a Messina. Vattene sola, se vuoi."

E tutti gli Uzeda, quasi godendo dell'ambascia di lei, quasi per non lasciarla scappare dalle loro unghie, approvavano, dicevano che oramai ciascuno doveva restar dov'era. E suo padre la rimproverava acremente di ostinazione e d'egoismo, mentre ella credeva d'impazzire, sognando tutte le notti sogni spaventosi di lente agonie, di separazioni senza ritorno, di spietate torture; piangendo come morta la sua bambina, l'altra creatura che s'agitava nelle sue viscere; vedendo suo padre e Raimondo avventarsi l'uno contro l'altro... E un giorno terribile come una notte d'incubo il principe venne a dire che il primo caso s'era manifestato in città, che le strade si chiudevano, che bisognava subito partire pel Belvedere, dove anche i Fersa sarebbero venuti…


La villa Francalanza, al Belvedere, era tuttavia nello stato in cui trovavasi tre mesi addietro, al momento della morte della principessa. Là si riunirono, con la rispettiva servitù, la famiglia del principe ed i suoi ospiti, cioè Chiara e il marchese, donna Ferdinanda, il cavaliere don Eugenio, Raimondo e sua moglie. Ferdinando non aveva voluto sentirne di lasciar le Ghiande: c'era rimasto pel colera dell'altr'anno, voleva restarci anche per quest'altro, dichiarando che nessun luogo offriva maggiori garanzie d'immunità. Don Blasco e il Priore don Lodovico erano già scappati, con tutti i monaci di San Nicola, a Nicolosi.

La villa degli Uzeda era tanto grande da capire un reggimento di soldati, non che gl'invitati del principe; ma come il palazzo in città, a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio: non c'erano due finestre dello stesso disegno né due facciate dello stesso colore; la distribuzione interna pareva l'opera d'un pazzo, tante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell'annesso podere. Un tempo, sotto il principe Giacomo xiii, questo era quasi tutto un giardino veramente signorile; amante dei fiori, il principe aveva sostenuto per essi una delle tante spese folli che erano state causa della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo per trovare l'acqua, a traverso le secolari lave del Mongibello, fino alla profondità di cento canne; lavoro tutto di braccia, di colpi di piccone, durato qualcosa come tre anni. Trovata finalmente l'acqua, che un bindolo tirava su, egli giudicò che la coltura della vigna poteva vantaggiosamente esser sostituita da quella degli agrumi: quindi sradicò, in quel tratto del podere non ancora trasformato in giardino, tutte quante le viti per piantare aranci e limoni. Così le spese sostenute da suo nonno per costruire il palmento e la cantina andarono perdute. Ma, venuta donna Teresa, ogni cosa fu messa nuovamente sossopra. I fiori essendo - "robe che non si mangia", rose e gelsomini furono divelti, i pilastri ridotti a mattoni, la serra trasformata in istalla pei muli; e il vino avendo maggior prezzo degli agrumi, i bei piedi d'aranci e di limoni, tirati su con tanta fatica, furono sacrificati alle viti. Restò appena quattro palmi di giardino, tra il cancello e la casa, e tanti piedi d'agrumi quanti bastavano a far la limonata d'estate. Così tutte le somme buttate nel pozzo furon buttate nel pozzo davvero.

Ora, appena giunto, il principe ricominciava anche qui l'opera innovatrice iniziata al palazzo. Per verità, egli non toccava il podere, giudicando, come la madre, che le rose tisicuzze arrampicate sull'inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento della vista e dell'olfatto, e che i cavoli, le lattughe e le cipolle stessero molto meglio nelle antiche aiuole fiorite: ma, chiamati i manovali, ordinò che buttassero giù muri e dividessero stanze e condannassero porte e forassero nuove finestre. Era d'eccellente umore e trattava benissimo i suoi ospiti; faceva una corte devota alla zia Ferdinanda, usava molte cortesie al fratello ed alle sorelle, al cognato marchese ed alla stessa cognata Matilde; naturalmente, considerata la stagione, nessuno parlava d'affari. Molto più contenta di lui era Lucrezia, poiché i Giulente che in città non avevano casa propria, possedevano una delle più graziose ville del Belvedere, e venuto lassù con la famiglia alle prime voci del colera, Benedetto passava e spassava ad ogni ora del giorno dinanzi al cancello dei Francalanza. Contentone era anche il marchese, e Chiara non capiva nella pelle, poiché i sintomi della gravidanza si confermavano; marito e moglie s'angustiavano soltanto per non poter preparare il corredo del nascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava più accostabile, addomesticata dall'ospitalità che il principe le accordava, contenta di poter risparmiare la spesa dell'affitto d'un villino, non quella del vitto, perché ciascuno degli ospiti ci stava a suo costo. Ma il più contento di tutti era il principino; mattina e sera nella vigna, nel giardinetto, a zappare, a trasportar terra, a costruire case di creta; poi, quand'era stanco di queste occupazioni, su a cavallo d'un asino o d'una mula a scorrazzare di qua e di là, e se il cameriere, o il fattore o le altre sue guide non lo lasciavano andare dove gli talentava, dava all'uomo le frustate che sarebbero toccate alla bestia. Solamente la vista del padre l'infrenava, perché il principe lo aveva educato a tremare a un'occhiata; ma tutti gli altri parenti lo lasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la zia Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma don Eugenio lo contristava, adesso, peggio che in città con le sue lezioni. Il ragazzo, quando stava attento, comprendeva tutto, però il difficile era appunto che stesse tranquillo. - "Studia adesso, se no tuo padre ti metterà in collegio!" ammoniva lo zio; e infatti il principe aveva più d'una volta espresso l'intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà - "all'uso di Spagna", oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un'educazione non meno nobile. Consalvo non voleva andare né all'uno né all'altro posto, e la minaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature e a recitare le declinazioni; in premio, don Eugenio lo conduceva con sé per le campagne di Mompileri, dove, pochi giorni dopo il suo arrivo al Belvedere, aveva cominciato a fare certe gite misteriose.

Circa due secoli prima, nel 1669, le lave dell'Etna avevano coperto, da quelle parti, un villaggetto chiamato Massa Annunziata del quale, più tardi, s'eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugenio, che dal commercio dei cocci non ricavava molti guadagni, aveva concepito, pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo, il disegno d'iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e a Pompei, per discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secreto era necessario, affinché altri non gli portasse via l'idea; perciò, solo o accompagnato dal ragazzo, che andava per conto suo a caccia di lucertole e di farfalle, il cavaliere gironzava nei campi di ginestre e di fichi d'India sotto Mompileri, con antichi libri in mano, orientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e di Torre del Grifo, studiando la posizione, pigliando misure, a rischio di farsi accoppare come untore dai mulattieri e dai pecorai che lo scorgevano in quelle attitudini sospette. Ma non bastava mantenere il secreto sull'idea; bisognava anche spender molti quattrini per tradurla in atto. Un giorno perciò don Eugenio chiamò il principe in disparte e gli comunicò con gran mistero il suo disegno, chiedendogli di anticipargli le spese degli scavi.

- "Vostra Eccellenza scherza, o dice davvero? Scavar la montagna, per trovar che cosa? Scodelle dell'altr'ieri e qualche pezzo di rame? Bisognerebbe esser matti!..."

Indirettamente, il principe dava del matto a lui stesso con quella risposta che non si sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna Ferdinanda. Ma don Eugenio, in famiglia, godeva poca considerazione per le stramberie commesse a Napoli e soprattutto per l'assoluta mancanza di quattrini... Il cavaliere non riparlò più della sua idea. Mutata via, deliberò di scrivere al governo perché facesse gli scavi a spese dell'erario e con la speranza che affidassero a lui la direzione. Il principino respirò liberamente, perché le lezioni furono interrotte: appena finito di desinare, don Eugenio si chiudeva in camera sua, a lavorare alla memoria, e non si vedeva più per tutta la sera, mentre gli altri chiacchieravano o giocavano. A poco a poco una società numerosa s'era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti i signori rifugiati al Belvedere, tutti i personaggi ragguardevoli del luogo venivano alla villa Francalanza, dove, con un trattamento d'acqua e anice, il principe si faceva fare la corte. C'era mezza Catania, al Belvedere, e gli Uzeda, che in città erano molto severi, facevano adesso larghe concessioni, atteso il luogo e la stagione, ricevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobiltà, tutti coloro che donna Ferdinanda derideva o disprezzava, dei quali storpiava i nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gli Scilocca, che chiamava - "Si loca"; i Maurigno che si facevano dare del - "cavaliere" e che la zitellona chiamava - "cavalieri a piedi"; i Mongiolino che, discendendo da fornaciai arricchiti, dovevano portare nello scudo tegoli e mattoni. Solo i Giulente, di quella casta dubbia, non venivano alla villa, per via del figliuolo; ma il principe, quando incontrava Benedetto, o suo padre, o suo zio, al casino pubblico, rivolgeva loro la parola molto affabilmente; e il giovane, che non aveva interrotto la corrispondenza con Lucrezia, le riferiva tutto contento quelle amabili dimostrazioni. Ma la gioia invece di scemare accresceva l'abituale distrazione della ragazza: ella chiedeva notizie ai vedovi della salute delle mogli defunte, scambiava le persone, non rammentava nulla; una sera fece ridere tutta la società domandando allo speziale del Belvedere che aveva una sorella in convento: - "E vostra sorella monaca con chi è maritata?..."

Il tema obbligato di tutti i discorsi erano naturalmente le notizie della città dove il colera si diffondeva, lentamente però, senza divampare con la forza spaventosa dell'anno innanzi. Poi ciascuno dava notizie dei parenti e degli amici rifugiati qua e là pel Bosco etneo: la cugina Graziella, che era alla Zafferana, mandava biglietti o ambasciate coi carrettieri quasi tutti i giorni, per sapere come stavano i cugini, e dir loro come stava ella stessa e il marito, e salutarli caramente, e mandar regali di frutta e di vino; la duchessa Radalì Uzeda, dalla Tardaria, non scriveva, perché il duca, nel trambusto dell'improvvisa scappata, era diventato furioso. La pazzia, nel ramo dei Radalì, era una malattia di famiglia; il duca aveva dato nelle prime smanie tre anni innanzi, alla nascita del suo secondo figlio Giovannino. E la duchessa, fin da quel tempo, vistosi cadere sulle spalle il peso della casa, aveva rinunziato al mondo per tener luogo di padre ai figliuoli. Li voleva bene entrambi, ma le sue preferenze erano pel duchino Michele: non contenta dell'istituzione del maiorasco, lavorava a migliorare le proprietà, faceva una vita di economie e di sacrifizi per lasciarlo ancora più ricco. Ella non dava ombra a nessuno degli Uzeda; la stessa donna Ferdinanda, che si credeva la sola testa forte, l'approvava. Al Belvedere, nonostante il colera, la zitellona s'occupava d'affari, appartandosi con gli uomini che se ne intendevano, parlando di mutui, d'ipoteche, di crediti da poter accordare, di fallimenti da temere; e mentre il principe di Roccasciano esponeva alla speculatrice i piani laboriosi coi quali costruiva pazientemente e lentamente l'edifizio della propria fortuna, la principessa sua moglie, di nascosto da lui, si giocava con Raimondo e con altri appassionati delle carte tutto quel che aveva in tasca. Il principe Giacomo vedeva qualche volta giocare senza metter fuori un baiocco, ma il più del tempo discorreva con quelli del paese. Venivano a fargli la corte il medico, lo speziale, i possidenti più grossi, la gente la cui ciera gli andava a verso, perché quanti tra i familiari della madre gli parevano iettatori erano stati da lui messi fuori. Non mancavano il vicario, il canonico, tutte le sottane nere del villaggio. Come in città, la casa Uzeda era qui frequentata da tutto il clero regolare e secolare, per la sua fama di devozione, pel bene sempre fatto alla Chiesa. Il rifiuto del principe di riconoscere il legato alla badìa di San Placido non lo pregiudicava presso i Padri spirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per sé la più parte della roba; così pure aveva fatto sua madre; morendo, avrebbe poi largheggiato con la Chiesa per assicurarsi la salute dell'anima. Come capo della casa, egli aveva del resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati; lì al Belvedere, specialmente, ce n'era uno molto pingue, quello del Sacro Lume. Un Silvio Uzeda, dolce di sale, vissuto un secolo e mezzo addietro, era stato sempre attorniato da preti e frati: i monaci del convento di Santa Maria del Sacro Lume l'avevano persuaso che la Madonna voleva sposarsi con lui. Ed egli non era entrato nei panni, dal contento. La tradizione narrava che avevano compito la cerimonia con tutte le formalità: lo sposo, dopo essersi confessato e comunicato, era stato condotto, in abito di gala, dinanzi alla statua di Maria Santissima, e il sacerdote gli aveva regolarmente domandato se era contento di sposarla. - "Sì!..." aveva risposto l'Uzeda; poi la stessa domanda era stata fatta alla Regina del cielo; e per bocca del guardiano del convento, anche Ella aveva risposto sì. Poi s'erano scambiati gli anelli: la statua portava ancora al dito quello dello sposo, il quale aveva naturalmente lasciato alla consorte tutti i suoi beni. Una lunga lite ne era seguita, non avendo voluto gli eredi naturali riconoscere il testamento del matto; finalmente, per via di transazione, s'era istituita nel convento, con metà dei beni, una cappellania laicale, sulla quale gli Uzeda avevano esercitato il giuspatronato. Così tutti i monaci venivano la sera a fare la corte al principe, discutevano con lui gli affari del monastero. Tra tutta quella gente egli papeggiava, sputava tondo, ascoltato come un Dio; dimenticava il resto della società, le signore e le signorine che giocavano a tombola, o a spiegar sciarade, o combinavano escursioni per la montagna, e passavano il tempo così allegramente che, senza le notizie del colera e i paesani armati per tener lontani i tardi fuggiaschi, nessuno avrebbe pensato che quelli fossero tempi di pestilenza.

Solo la contessa Matilde, fra le comuni distrazioni, non riusciva a nascondere il proprio dolore. Ella era venuta via dalla città quasi fuori di sentimento, tanto forte era stata la prova a cui l'avevano messa. Con l'animo pieno di spavento e di rimorso, sul punto di partire per la campagna, aveva riconosciuto che la pena meno sopportabile non le veniva più dalla lontananza della sua bambina, ma dal tradimento di Raimondo. Come poteva più metterlo in dubbio? La verità non le si era improvvisamente svelata, all'annunzio che egli andava al Belvedere, dove andava la Fersa? Perché mai, tanto insofferente di vivere in Sicilia, s'era rifiutato a partire pel continente, se non perché voleva restare vicino a colei? E aveva finto di non sapersi decidere, per aspettare che si decidesse quell'altra; ed aveva mendicato pretesti, e accusato il suocero, e così bene temporeggiato che allo scoppio della pestilenza aveva fatto a modo suo!... Né in quelle finzioni, in quelle menzogne, ella vedeva più la conferma dei brutti lati del suo carattere; esse non l'accoravano perché egli ne era stato capace: solo il pensiero che le aveva adoperate per amor di quell'altra era il suo cruccio. Che non amasse la figlia, che fosse ingiusto verso il suocero e prepotente, capriccioso, sgraziato, non le faceva nulla: ella non voleva che fosse d'altri! A Firenze, la gelosia di lei non aveva avuto oggetto determinato, o aveva continuamente mutato d'oggetto, poiché egli faceva la corte a quante donne vedeva; ella stessa poi s'era fino ad un certo punto assicurata, giacché, galante a parole con le signore, la mutabilità e l'impazienza dei suoi desideri gli facevano preferire quell'altre, le donne che si pagano... Che vergognoso dolore era stato il suo nel vedersi ridotta al punto di doversene rallegrare! Eppure, ella invidiava ora le sofferenze passate, giudicando intollerabile l'idea di saperlo così pieno d'un'altra da abbandonar la figlia in quei terribili giorni per starle vicino! Poi il suo cruccio cresceva, misurando la rapidità con la quale egli progrediva nella via del tradimento. A Firenze aveva messo un certo pudore nelle sue tresche; s'era quasi studiato, a momenti, di farsele perdonare, tornando ad ora ad ora buono con lei; adesso sfrenavasi fino a costringerla d'essere spettatrice dell'infamia. Questo, soprattutto, la feriva: che potessero essere così tristi da darsi un simile convegno, sotto gli occhi di lei, mentre i cuori umani tremavano al pensiero della morte!... Che giorno, quello della fuga al Belvedere, per le vie arroventate dal sole, in mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante! Ella era nella stessa carrozza con Chiara, Lucrezia e il marchese, e la vista delle cure che questi prodigava alla moglie faceva più acuto il suo dolore. Raimondo non s'era voluto metter con lei, l'aveva lasciata sola in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava ogni persona ed ogni veicolo, contrastando il passo; ma comprendeva ella nulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedeva, con gli occhi della mente, Raimondo sorridente e felice a fianco di quella donna, come l'aveva visto in realtà tante volte senza che la sua nativa fiducia la insospettisse! Ora però tutte le cose che non aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: le lunghe uscite di Raimondo, le sue attese impazienti, il piacere che gli si leggeva negli occhi appena entrava colei, lo stesso misterioso istinto di repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dal primo momento... Come doveva esser falsa e malvagia, se le dava il tenero nome d'amica e l'abbracciava e la baciava mentre le portava via il marito? Egli stesso non era falso altrettanto? Quante menzogne! Aveva anch'addotto la gravidanza di lei per non lasciar la Sicilia, e non s'accorgeva d'attentare in quel modo alla vita della creatura che ella portava in grembo!... Che giorno terribile! Nella carrozza scottante come un forno, al cui sportello s'affacciavano visi sospettosi di contadini brutali, piena del nauseante odore della canfora che Chiara e Lucrezia tenevavano alle narici contro la mefite, ella sentiva mancarsi il respiro. Non sapeva dov'era, dove andava; voleva gridare al cocchiere, alle compagne di viaggio: - "Tornate indietro!... Non voglio venire!"; affrontar suo marito, buttargli in faccia il tradimento, scongiurarlo di non condurla vicino a quella donna, di non farla morire, di salvare la creatura che s'agitava nelle sue viscere, di ridar la pace al suo cuore, l'aria al suo petto. Aveva perduto i sensi, infatti, prima d'arrivare al Belvedere, non rammentava più come e quando fosse entrata alla villa...

Lì era cominciata per lei una vita di trepidazione continua. Ad ogni istante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte le volte che Raimondo era andato fuori, aveva pensato: - "Adesso è con lei..." e il non vederla, il non udirne parlare, accresceva il suo spavento, lo rendeva più oscuro, le procurava non sapeva ella stessa quali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a suo danno. Aveva trovato, sì, la forza incredibile di nascondere i suoi sentimenti per non insospettire il marito, per non dare buon giuoco ai nemici; ma il silenzio imposto a se stessa, rendendo più acuto il suo tormento, le aveva tolto il mezzo di saper nulla. Perché nessuno nominava quella donna? Perché non veniva alla villa, con tutti gli altri visitatori del principe? Dov'era andata a star di casa?... E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose che l'inquieta fantasia le suggeriva, ella dimenticava il colera, quasi non pensava alla figlia lontana, quasi non s'accorgeva del silenzio di suo padre. Questi doveva volergliene, credere che avesse abbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non le era accaduto sempre così, che tutto quanto aveva fatto contro voglia per obbedire agli altri, le era poi stato addebitato, da tutti, come capriccio e come colpa? Non era ella una di quelle creature disgraziate che non riuscivano a nulla di bene, destinate a spiacere ad ognuno? Però non piangeva: non pianse neppure quando, invece del padre, le scrisse la sorella Carlotta, per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non pianse, ma si sentì vinta da una cupa tristezza che non riuscì a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domandò:

- "Che scrive tua sorella?"

- "Nulla... che stanno tutti bene, che non corrono pericolo..."

- "Hai visto?... Quando io ti dicevo?..." e le voltò le spalle.

Erano passate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito parlare della Fersa. La sera di quel giorno, appena cominciò a venir gente, ella andò a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di spirito, ma anche fisicamente; la lunga agitazione travagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sul letto, con gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose previsioni dell'avvenire, quando fu picchiato all'uscio.

- "Cognata?..." era la voce del principe. - "Che fate? Perché non venite giù? C'è molta gente, stasera... si giuoca..."

Ella levossi, s'acconciò con mano tremante i capelli scomposti e discese. Certo, quell'altra era finalmente venuta! Certissimamente Raimondo le stava al fianco! La chiamavano per farla assistere a quello spettacolo e per goderne!... Guardò rapidamente nel salone zeppo: non c'era. Però, aveva appena preso posto accanto alle cognate, che la udì nominare: qualcuno diceva:

- "...la villetta affittata a donna Isabella..."

- "Un guscio di noce!" rispose un altro. - "I Mongiolino ci stanno come le acciughe in un barile."

Ella non comprendeva.

- "Ma i Fersa dove se ne sono andati?"

Era proprio Raimondo che faceva questa domanda? Non sapeva dunque dov'era colei?

- "Nella campagna di Leonforte; donna Mara ha preferito…."

Ella comprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata via senza dir nulla, traversò la casa con gli occhi gonfi e il cuore tumultuante; giunta nella sua camera, cadde ai piedi dell'imagine della Vergine, scoppiando in pianto dirotto; pianto di gioia, di gratitudine di rimorso anche: poiché ella aveva sospettato degli innocenti...

Le parve di tornare da morte a vita; coi sospetti, cessarono i dolori dell'anima e quelli del corpo; partecipò alla vita della famiglia, assaporò finalmente la dolcezza del riposo. Anche le notizie del colera non le davano timore pei cari lontani; dopo le stragi dell'anno innanzi la pestilenza pareva non trovasse più dove apprendersi, serpeggiava qua e là senza forza.

Alla villa Francalanza continuava la vita allegra; tutte le sere conversazione e giuoco. Raimondo era adesso il più assiduo alla tavola verde; quand'egli prendeva le carte, le poste aumentavano, il rischio cresceva. Molti s'alzavano, intendendo svagarsi e non lasciarvi la borsa; la principessa di Roccasciano, invece, non chiedeva di meglio, molte volte restava sola col conte a far la bazzica da dodici tarì. Si nascondeva dal marito, il quale, come tutti i parsimoniosi, biasimava ogni specie di giuoco: amici compiacenti stavano alle vedette per farle un segno appena egli s'avvicinava; allora ella e il suo complice facevano sparire i gettoni, interrompevano la partita e si lasciavano sorprendere intenti a una scopa innocente. Raimondo ci si spassava, incitava la principessa al giuoco forte, la tirava in una stanza fuori mano dove restavano più a lungo a contendersi i quattrini, mettendo poi in mezzo, con l'aiuto di tutta la società, il principe sospettoso. Matilde, sorridendo anche lei di quelle scene da commedia, giudicava tuttavia che suo marito facesse male a fomentare così il vizio della principessa; ma non le bastava il cuore di rimproverarlo, tanto la rinata fiducia la faceva indulgente. Purché egli non la tradisse, che le importava del resto? Tra le signore che venivano alla villa, Raimondo pareva non apprezzarne alcuna; stava poco in loro compagnia, si dava tutto al giuoco: il giorno al casino, la sera in casa. Non che biasimarlo, pertanto, ella avrebbe quasi voluto spingerlo in quella via che lo distoglieva da un'altra infinitamente più dolorosa. Il cuor suo lo avrebbe voluto senza nessun vizio, solo amante di lei, della famiglia, della casa; ma lo prendeva com'era, anzi come lo avevano fatto, giacché ella addebitava quel che trovava in lui di men bello alla soverchia indulgenza, al cieco amore della madre.

Lontano dalle carte, Raimondo s'annoiava. Se non poteva combinare una buona partita, smaniava contro la noia di quel villaggio, contro la conversazione dei villani, contro gli stupidi divertimenti della tombola e delle gite sugli asini. Ella poteva dirgli: - "Con chi te ne lagni? Non volesti venirci tu stesso?" Però taceva, affinché egli non prendesse quelle parole come un rimprovero. Invece, vedendolo di cattivo umore, gli domandava dolcemente che avesse.

- "Ho che mi secco, non lo sai?" le rispondeva.

- "Che vuoi farci!... Quando il colera cesserà torneremo a Firenze… Perché non vai al casino?"

Egli non se lo faceva ripetere. A poco a poco, il giuoco diveniva indiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaia d'onze. Nessuno, in casa, diceva nulla a Raimondo; il principe, già più alla mano con tutti, pareva studiarsi di non pesare per nulla sul fratello. Un giorno questi, poiché da Milazzo, per via del colera, tardavano a mandargli denari, gli chiese, in conto delle rendite ereditate, qualche centinaio d'onze: il principe mise la propria cassa a sua disposizione; egli tornò ad attingervi a più riprese. Naturalmente, se il colera non finiva, non si poteva far nulla per la sistemazione dell'eredità; nondimeno, il principe ne parlava adesso direttamente al coerede, gli comunicava i propri disegni. Avevano dato a intendere ai legatari che erano stati trattati male dalla madre, ma la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta. Già, né Ferdinando né Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbe subito convinta del proprio torto. Quindi, per amore della pace, per mettere in chiaro ogni cosa, quantunque avessero ancora tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al più presto quel peso di su le spalle? Avrebbero fatto un poco di economia per raccogliere le sedicimila onze occorrenti, giacché se Lucrezia doveva averne diecimila, a Chiara ne toccavano soltanto sei, dovendosi sottrarre le quattro da lei - "avute" nel maritarsi. Prima, però, bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito. Frattanto, per guadagnar tempo, potevano intendersi loro due, circa la divisione. E a nessuno di quei ragionamenti del fratello, Raimondo trovava nulla da obiettare. - "Va bene, va bene," era la sua risposta.

In mezzo a questa pace, piombò un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime settimane, per paura di prendere il colera con l'aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavano uomini e bestie, rassicuratosi sul pericolo del contagio, udito finalmente che al Belvedere facevano baldoria, non stette più alle mosse. Arrivò lì, fra colazione e desinare, annunziandosi con grandi vociate perché nessuno gli apriva il cancello; visto poi il principino che gli veniva incontro con una bacchetta in mano la quale spaventava la cavalcatura, gridò al ragazzo, come se volesse mangiarselo: - "Vuoi star fermo, che il diavolo ti porti?" e entrò finalmente nella villa esclamando: - "Non c'è nessuno, qui dentro?... Che stillate?..." Al principe che voleva baciargli la mano, spiattellò: - "Lascia stare queste smorfie..." e senza salutar nessuno, lo prese pel bottone dell'abito, lo trasse in disparte e gli domandò a bruciapelo:

- "È vero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha indosso? Com'è che puoi permettere una cosa simile?"

- "Vostra Eccellenza non conosce Raimondo?" rispose il principe, stringendosi nelle spalle. - "Chi può dirgli nulla? Provi Vostra Eccellenza a dissuaderlo..."

- "Io? Ah, io? A me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri! Questo è il frutto dell'educazione che gli hanno data! E quell'altra buona a nulla di sua moglie? Tutto il giorno a grattarsi la pancia piena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?..."

Non risparmiò nessuno: i discorsi di Chiara e del marchese relativi al corredo del nascituro gli fecero montare la mosca al naso, le notizie dei Giulente lo imbestialirono; ma quel che gli fece perdere il lume degli occhi fu la lettura del Giornale di Catania portato dal principe di Roccasciano nel pomeriggio, quando cominciarono a venire le prime visite. Subito dopo il bollettino del colera si leggeva in quel foglio: - "La generosità dei nostri cospicui patrizi non poteva mancare, in tempi tanto calamitosi, di venire in soccorso della sventura. L'Illustrissimo don Gaspare Uzeda duca d'Oragua, benché lontano dai suoi concittadini, pure ha fatto tenere al nostro Senato la somma di ducati cento da distribuirsi in soccorso dei più bisognosi..." Cento ducati buttati via, per soccorrere i bisognosi? Dite piuttosto per fregola di popolarità! Cento ducati buttati a mare, quasi che quella bestia avesse molto da scialare? A furia di largizioni un bel giorno avrebbe battuto il... capo sul lastrone, come meritava la sua sciocchezza: bestia, bestione, tre volte bestionaccio!... Il monaco era talmente fuori della grazia di Dio, che quando Roccasciano gli chiese notizie di suo nipote don Lodovico, si voltò come una furia:

- "Di che nipote m'andate nipotando?... Non li conosco!... Li rinnego tutti quanti!..." E preso anche quest'altro pel bottone della giacca, gli gridò all'orecchio: - "Vedete un po' quel che fanno?... Non sono tre mesi che han perduta la madre, e intanto se la spassano, senza un riguardo al mondo!..."

Qualche giorno dopo ci fu la visita del Priore. Arrivò in carrozza, riposato e sereno: salutò ed abbracciò tutti, volle entrare nella camera dov'era spirata la principessa, parlò della pestilenza attribuendola al corruccio del Signore per le nequizie dei tempi. Tutti lagnavansi dell'ostinata siccità, perché in tre mesi di torrida estate non era caduta una goccia d'acqua: egli riferì d'aver disposto un triduo, a Nicolosi, e una processione per impetrare la pioggia; altrettanto consigliò che facessero al Belvedere.

- "Non bisogna stancarsi di pregare l'Altissimo. Solo la preghiera e la penitenza potranno indurre la Divina Clemenza a perdonare i peccatori."

Poi annunziò che la cugina Radalì gli aveva scritto per avvertirlo che, appena cessato il colera, voleva mettere il secondogenito Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poiché, col marito in quello stato, la povera duchessa non poteva badare all'educazione di entrambi i figliuoli. Il principe disse che anch'egli forse avrebbe fatto altrettanto per Consalvo. La principessa chinò gli sguardi a terra, non osando replicare, ma non potendo soffrire di esser divisa dal suo bambino.

Così zio e nipote tornarono a venire, soli, in giorni diversi, incapaci di stare insieme, come cani e gatti. Però tutti riconoscevano che la colpa era di don Blasco: don Lodovico, con la sua natura veramente angelica, non avrebbe chiesto di meglio che far la pace; quell'altro invece non gli perdonava ancora l'assunzione al priorato. Comunque, la scissura era dispiacevole: gli amici di casa, i frequentatori del convento ne parlavano con dolore. Non ne parlava affatto fra' Carmelo, il quale venne anch'egli a far visita alla principessa ed a portarle le prime nocciuole e le prime castagne. Non voleva parlare della nimistà tra zio e nipote per amore della buona fama del convento, per rispetto ai Padri che, a suo giudizio, erano tutti buoni e bravi egualmente; ma in modo particolare per la venerazione che portava ai due Uzeda. Quei suoi sentimenti comprendevano tutta la parentela. Quando la principessa, in cambio della frutta che egli recava, gli faceva apprestare uno spuntino, il frate, sparecchiando rapidamente, esaltava la nobile casata, casata di signoroni come ce n'eran pochi. E la principessa gli voleva bene pel bene che egli dimostrava al piccolo Consalvo, per le carezze che gli faceva, per gli speciali regalucci che gli portava, singolarmente perché, narrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blasco, gli diceva:

- "Ce n'è stati tanti degli Uzeda, a San Nicola! Ma Vostra Eccellenza non l'avremo! Vostra Eccellenza è figliuolo unico, e non lo metteranno certamente al monastero!..."

Tutti i parenti, invece, tranne Chiara, che se avesse avuto un figliuolo se lo sarebbe cucito alla gonna, erano dell'opinione del principe, che per l'educazione e l'istruzione del ragazzo convenisse mandarlo fuori di casa. Don Blasco specialmente, alle monellate del pronipote, all'indulgenza della principessa, vociava: - "Ma come cresce, cotesto squassaforche!... Che educazione è questa qui!..." Donna Ferdinanda, quantunque giudicasse soverchia ogni istruzione, pure riconosceva anche lei che mettere il ragazzo in un nobile istituto sarebbe stato secondo le tradizioni della casa: tanto il collegio Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto molti di quegli antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino la storia. Quando Consalvo era stanco di molestare le persone e le bestie, se ne veniva infatti dalla zitellona e le diceva:

- "Zia, vediamo gli stemmi?"

Gli stemmi erano l'opera del Mugnòs, illustrata con le armi delle famiglie di cui il testo ragionava; e donna Ferdinanda passava intere giornate leggendola e commentandola al nipotino.

Gli aveva già fatto un piccolo corso di grammatica araldica, spiegandogli che cosa volesse dire scudo partito e diviso, inquartato e soprattutto; mettendo il dito adunco sul rame che rappresentava quello di casa Uzeda gliene faceva ogni volta la descrizione perché la mandasse a memoria:

- "Inquartato, al primo e al quarto partito, d'oro all'aquila nera, linguata e armata di rosso, e fusato d'azzurro e d'argento; al secondo e al terzo diviso, d'azzurro alla cometa d'argento e di nero al capriolo d'oro; sopra il tutto d'oro con quattro pali rossi che è d'Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d'alleanza."

Poi gliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza di fama e di gloria; il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere. Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi; gli Uzeda lo avevano ottenuto a poco a poco, non tutto in una volta: il primo palo al tempo di don Blasco ii.

- "Seruendo egli," la zitellona leggeva nel suo testo, - "all'inuitto Re don Giaime nella gverra ch'hebbe col conte Vguetto di Narbona e coi Mori nell'acquifto di Maiorca, non n'hebbe remvneratione uervna, perilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne andò coi fvoi al fuo Stato, et iui uedendo che il Re mandaua vna groffa fomma di denari alla Reina, con dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celato paffo fi pvofe, et agvatando i real carriaggi gli tolse i denari e quanto di fopra portauano, mandando a dire al Re ch'era lvi obbligato di pagar prima i feruiggi perfonali, e doppo fodiffar gli appetiti della Reina: ma fdegnatofi di qvefte attioni il Re moffe contra di Blafco graue gverra, che per l'interpofitione di molti baroni piaceuolmente fi disftaccò, et ottenne la baronia di Almeira nonché poteftà di poter imporre alle fve Arme vn palo roffo d'Aragona." La zitellona gongolava, leggendo quella storia, e dopo averla letta la ripeteva al nipotino con linguaggio meno fiorito perché egli ne intendesse meglio il senso: - "Bel Re, quello, eh? che si faceva servire dai suoi baroni e poi non voleva dar loro niente! Ma la pensata di don Blasco Uzeda non fu più bella? "Ah, non date niente a me che ho combattuto per voi, e pensate invece a mandar regali alla Regina? Aspettate che vi accomodo io!..."" La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia della rapina, e i suoi occhi furaci come quelli dell'antenato s'infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola, dei Viceré che avevano spogliato la Sicilia.

- "E gli altri pali?" domandava il principino, che pendeva dalle labbra della zia meglio che se gli raccontasse le fiabe di Betta Pelosa e della Mamma Draga.

La zitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava sul passaggio cercato.

- "A cagion di ciò auuenne ch'il predetto Gonzalo de Vzeda, effendo eccellente cacciatore, fv inuitato dal Re Carlo di andare a caccia nei bofchi fvoi, il qvale inuito fv dal Gonzalo accettato, e mentre ognvno fi procacciaua e'l Re medefmo di fegvire i Daini, Cinghiali, e Lepri, andò folo il Re appreffo vn groffo cinghiale, il quale aftvtamente fi trattenne nel corfo, ma perché il cauallo del Re fvriofamente di fopra gli correua, nel paffar impedito da quello, cafcò con tvtto il Re in vn fafcio per terra, il qvale reftò con vna gamba di fotto di cauallo, uedendo ciò il cinghiale, f'auuentò fopra il Re per vcciderlo, il qvale per non hauerfi potvto difbrigare fi difendeua folamente con vn pvgnale, e ne reftaua fenz'altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge Gonzalo del pericolo del fuo Re, corfe per soccorrerlo, et al primo incontro vccife il cinghiale, e scendendo poi da cauallo, l'aivtò poi a forgere e'l fè montar fopra il fuo cauallo, e tvtta via il Re ringratiandolo e lodandolo il chiamò: "Bon figlio!" perilche fvrono poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai Regi Siciliani col titolo di confangvinei, e portarono fovra l'arme l'Arme Regia di Aragona con tutti i fuoi poteri, come in effetto al prefente fpiegano, dicendo anche il cronista madrileno: "Los feruicios de los Vzedas fveron tantos, y tan buenos que por merced de los Reyes de Aragona hazian la mefmas armas que ellos...""

Chi poteva più arrestare donna Ferdinanda, una volta cominciato? Ella non aveva un uditore più attento del ragazzo, gli voleva bene appunto per questo, giacché gli altri parenti le prestavano un orecchio distratto, badavano alle loro - "sciocchezze", o lavoravano ad offuscar lo splendore della casa, come quel volpone del duca amoreggiante coi repubblicani, come quella pazza da legare di Lucrezia che non voleva smetterla d'aspettare al balcone il passaggio del Giulente!...

Solo fra tutti don Eugenio, quando non lavorava alla memoria per disseppellire la nuova Pompei, assisteva alla lettura del Mugnòs, citava altri storici della famiglia. Allora fratello e sorella passavano a rassegna il lungo ordine di avi, recitavano la cronaca delle loro gesta, il secolare sforzo per afferrare e mantener la fortuna; i tradimenti, le ribellioni, le prepotenze, le liti continue che gli scrittori narravano velatamente, e che essi magnificavano. Artale di Uzeda, - "giornalmente dal suo castello con i suoi armigeri uscendo, signoreggiava tutto il paese"; Giacomo, vissuto al tempo del Re Lodovico, - "dominò Nicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti dazi che impose"; don Ferrante, - "cognominato Sconza, che nel siculo idioma suona il medesimo che Guasta", perdé tutti i suoi feudi, - "mercé l'inobbedienza che usò col suo Re; ne ottenne quindi il perdono, ma non per questo dimorò nella fedeltà, poiché per sue cagioni si discostò di bel nuovo della Regia obbedienza, e preso e condannato a morte ebbe per Grazia Sovrana salva la testa", don Filippo fu celebrato - "pel valore che mostrò in favor del suo Re don Ferdinando contro al Re di Portogallo, di maniera, ch'essendo bandito della Corte per cagion d'omicidio, fu liberato e venne in Grazia del suo Re"; Giacomo v - "perché aveva venduto suoi feudi a Errico di Chiaramonte, pretese poi ricuperargli dal poter di quello, e gli tentò lite"; Don Livio - "si delettò di vendicarsi acerbamente degli oltraggi che gli furono fatti"; ecc. ecc. Questi erano, per donna Ferdinanda, atti di valore e prove d'accortezza. Né gli Uzeda avevano litigato coi sovrani e coi rivali soltanto, ma anche tra loro stessi: don Giuseppe, nel 1684, - "si casò con donna Aldonza Alcarosso, colla quale procreò a don Giovanni e a don Errico, che per la morte dei loro padri innanzi l'avo pretesero succedergli negli Stati di quello e litigarono lungo numero d'anni innanzi la Regia Corte"; don Paolo ebbe - "lunghe e criminose contese con suo padregno"; Consalvo, conte della Venerata - "per la morte del padre fu spogliato dal suo zio, e per aver repudiato l'infertile moglie combatté alcuni anni con suo cognato"; Giacomo vi - "cognominato Sciarra, che Rissa nel tosco idioma diremmo, non puoche differenze ebbe col padre". Consalvo iii, - "cognominato Testa di San Giovanni Battista, dolorò la fellonia dei figli che seguirono Federico conte di Luna, bastardo del Re Martino"; ma il più terribile di tutti fu il primo Viceré, il grande Lopez Ximenes, - "che perdette l'animo dei suoi soggetti, per i vizi d'un figliuol naturale molto prepotente e di sciolti costumi: onde il padre, avendolo trovato reo et incorreggibile, con somma severità lo condannò a morte, sentenzia che si sarebbe eseguita, se il Re don Ferdinando, che ritrovavasi in Sicilia, non avesse ordinato che non si effettuisse..." Don Eugenio, di tanto in tanto, per edificazione del ragazzo, giudicava conveniente fare qualche dissertazione morale; donna Ferdinanda invece lodava tutto, ammirava tutto. Col tempo, con l'esercizio del potere, la razza battagliera erasi infiacchita: il secondo Viceré, sfidato a duello da un barone ribelle, - "non puose prudentemente orecchio all'invito che questo sconsigliato giovane avevagli fatto"; la condotta dell'imbelle antenato, per la zitellona, era altrettanto lodevole quanto quella degli altri che avevano attaccato lite con tutti per niente. Ed a proposito di duelli, dove lasciare il famoso decreto di Lopez Ximenes?

- "Aveva mandato bandi sopra bandi," narrava la zitellona al nipotino, - "per proibire le sfide; ma a chi diceva, al muro? Non gli davano retta! Ah, no? Allora fece una pensata; aspettò il primo duello, che fu tra Arrigo Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte di Golisano, e confiscò tutti i loro beni: glieli tolse, hai capito?"

- "E chi se li prese?"

- "Tornavano al Re," spiegò don Eugenio; - "ma poi la faccenda s'accomodò: Ventimiglia se ne andò fuori Regno, e Cardona regalò al Viceré il suo castello della Roccella, per ottener perdono..."

A furia di simili pensate, il Viceré venne però in uggia a tutto il mondo, tanto che il Parlamento mandò deputazioni in Spagna perché il sovrano lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio della zitellona —, ma lui più fino di loro, che fece? Offrì al Re un dono di trentamila scudi, e così restò al suo posto; per poco, però. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacché nessun altro aveva tanta potenza, tanta ricchezza e tanta nobiltà. C'erano stati prima molti altri governatori della Sicilia che tenevano il luogo del Re, ma si chiamavano Presidenti del Regno, o Viceré non proprietari, e dovevano consultare Sua Maestà prima di eleggere qualcuno alle cariche di Mastro Giustiziere, d'Ammiraglio, di Gran Siniscalco, ecc.; e non potevano dare feudi o burgensatici che oltrepassassero la rendita di onze duecento castigliane, né somme di denaro superiori a duemila fiorini di Firenze; era loro egualmente proibito di nominare i castellani di Palermo, Catania, Mozia, Malta, ecc., ecc., mentre l'Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto: - "emanar leggi durature a suo piacere, condonare la pena di morte, conferire dignità, far tutto ciò che avrebbe fatto lo stesso Re, esercitare tutti gli atti riserbati alla suprema regalìa ed alla regia dignità, ancorché avessero ricercato un mandato speciale o specialissimo..." Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare alle famiglie più nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavano perfino d'una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secoli e mezzo addietro; maritata dal padre, per forza, al conte Guagliardetto, terribile nemico di Dio e degli uomini, aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita e dopo morte: il suo corpo, portentosamente salvato dalla corruzione, conservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!... E come, sfogliando il volume per vedere gli altri stemmi, quelli dei Radalì, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia perché non c'era quello della zia Palmi, la zitellona rispondeva, secco secco: - "Lo stampatore dimenticò di mettercelo; ma è così: suo padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma..."


Verso la fine di settembre il colera crebbe d'intensità; il 25 il bollettino segnò trenta morti, ma si diceva che fossero più e che gl'infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparso inquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; la vigilanza al Belvedere era continua perché non entrassero i fuggiti da luoghi sospetti: contadini e cittadini, armati di schioppi, carabine e pistole, facevano la guardia in tutte le vie che mettevano capo al paesello, esercitando una specie di polizia arbitraria e inappellabile; e poiché, ad ogni passaggio di fuggiaschi, avvenivano scene tra comiche e tragiche, Raimondo per vincer la noia — essendo il giuoco interrotto per quel nuovo spavento — gironzava spesso per i posti di guardia. Un giorno, saputosi che a Màscali c'era gente ammalata di colera, i carri e le carrozze provenienti di lì non furon lasciati passare. Mentre quelli del Belvedere intimavano il dietro-front con gli schioppi spianati, e gli emigranti facevano valere le loro ragioni, mostrando certificati, pregando, minacciando, gridando, Raimondo che se la godeva s'udì a un tratto chiamare: - "Don Raimondo!... Contino! Contino!..." e guardatosi intorno vide due donne che dallo sportello d'una polverosa carrozza gli facevano cenni disperati.

- "Donna Clorinda!... Voi qui?..."

Donna Clorinda era la vedova del notaio Limarra, famosa per l'allegria dimostrata in gioventù ed ora, nella maturità prossima al disfacimento, per la bellezza della figliuola Agatina, la quale, seguendo le orme della madre, aveva civettato, ragazza, con tutti i giovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata più tardi col patrocinatore Galano, gli procurava clienti d'ogni genere. Donna Clorinda, con un debole pei giovanotti nobili, era stata, più di dieci anni addietro, la prima conquista di Raimondo; lasciata la madre, egli aveva poi ruzzato con la figliuola, ma senza molto profitto, in verità, perché costei uccellava al marito; ammogliato egli stesso e andato via di Sicilia, le aveva perdute di vista. Adesso le due donne, ed anche il marito che se ne stava rannicchiato più morto che vivo in fondo alla carrozza, si mettevano sotto la sua protezione per ottenere un rifugio al Belvedere. Grazie a lui le lasciarono entrare; ma le difficoltà ricominciarono subito dopo, giacché, avendo i fuggiaschi invaso ogni buco, non c'erano in paese altro che le stalle dove poter mettere nuova gente. Nondimeno, per donna Clorinda e l'Agatina, che incontravano un nuovo amico ad ogni piè sospinto, tutto il Belvedere si mise in moto, finché trovarono loro due camerette terrene, un poco fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero una di quelle scatole a salottino da ricevere, e cominciò subito l'andirivieni di tutta la colonia cittadina messa in rivoluzione da quell'arrivo. Donna Clorinda, che non s'arrendeva ancora, dava udienza a tutti; ma il posto accanto alla figliuola fu serbato a Raimondo. Per la libertà che regnava in quella casa, pel buon umore delle due donne, anche i rimasti a bocca asciutta ci venivano a passare la sera meglio che al casino, giocando, ciarlando, cantando. E Raimondo, smessa la noia, smessa la mutria, non rincasava più, si faceva ancora una volta aspettare lunghe e lunghe ore dalla moglie triste ed inquieta pel rinnovato pericolo della pestilenza, pei sospetti che quel repentino cambiamento rievocava, accorata più tardi dalle allusioni con le quali donna Ferdinanda, il principe, le stesse persone di servizio le rivelavano gli antichi amori del marito. Poteva ella credere alla nuova tresca con la figlia dell'antica amante? Non era questo un peccato mortale, una mostruosità che la mente di lei rifiutavasi di concepire? Non doveva ella credere, piuttosto, che l'astio dei parenti contro Raimondo e lei stessa ordisse l'accusa maligna?...

Bruscamente ritolta alla pace, ella tornava a struggersi, a lottare contro se stessa, contro i sospetti che la riassalivano non appena scacciati, a passar le lunghe notti autunnali tremando nell'attesa del ritorno di lui, a piangere per gli sgarbi coi quali egli rispondeva alle sue inquietudini.

- "Perché resti fuori così tardi? Ho paura per la tua salute..."

- "Non sono più libero di restar fuori quanto mi piace?"

- "Sei libero, sì… Ma non andare in quella casa, tra quella gente che tuo fratello si vergogna di ricevere..."

- "Dove vado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?"

No, ella gli credeva, voleva e doveva credergli. Ma perché pesavano su lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta la famiglia e della servitù? Perché il discorso moriva in bocca alle persone alle quali ella s'avvicinava?... Una notte, dopo quattro mesi di siccità, scoppiò un terribile temporale; il cielo scuro fu solcato da saette lucenti come spade, le strade si mutarono improvvisamente in fiumane limacciose, la grandine strosciò sulle vetrate e sui tetti. Ella che aveva sperato di veder tornare Raimondo ai primi accenni dell'uragano, aspettava ancora tremante di paura. Non una voce, non un rumore di passi. Il temporale cessò dopo un'ora, Raimondo non tornava ancora... Non gli altri maligni, ma egli stesso era bugiardo e incestuoso: poteva più dubitarne? Quella spudorata non l'aveva anche lei guardata arditamente in viso, in atto di sfida, quasi dicendole: - "Sono più bella di te, perciò egli mi preferisce?..." Ed era vero: la sua gelosia era tanto più umiliata, quanto più ella riconosceva di non piacere a suo marito, ora specialmente che la gravidanza inoltrata la disformava. Ma aveva egli veramente giurato di attentare alla vita dell'essere che ella portava in grembo, infliggendole torture sopra torture, lasciandola così, nella notte oscura e tempestosa, con quello spasimo del peccato orribile, del nuovo tradimento, con l'anima piena di dolore e di vergogna e di spavento?... Egli rincasò a mezzanotte, fradicio intinto, con gli abiti talmente fangosi come se si fosse rotolato nella mota.

- "Maria Santissima!..." esclamò ella, giungendo le mani. - "Come ti sei conciato così?"

- "Pioveva; sei sorda? Non hai sentito l'acqua?"

- "Ma la pioggia è finita da un pezzo..."

- "Mi son inzuppato prima!..." gridò quasi egli. - "Ho da sentire anche te, adesso?"

Improvvisamente, ella ebbe conferma dei propri sospetti: rispondeva così quand'era colto in fallo, replicava con le violenze alla ragione; troncava la discussione coi gridi... Appoggiata la fronte a un vetro sul quale la nuova pioggia fine fine tirava umide righe, ella si mise a piangere silenziosamente. Il bene che gli voleva, l'obbedienza che gli prestava, la devozione sommessa di cui gli dava prova ogni giorno non bastavano, dunque: tutto era inutile, egli la sfuggiva, la tradiva, per chi?... E l'aveva costretta ad abbandonare la sua bambina e l'aveva esposta ai rimproveri di suo padre, per questo, per questo!... Un dolore sopra l'altro, sempre, sempre, anche adesso che ella avrebbe dovuto esser sacra per lui, perché i dolori potevano uccidere la creatura che stava per nascere!...

La voce di Raimondo, rauca, che chiamava il cameriere, la strappò all'alba di lì. S'era messo a letto, il ribrezzo della febbre gli faceva battere i denti. Allora ella asciugò le lacrime, corse ad assisterlo. Per tre giorni non lasciò un momento il suo capezzale, gli fece da infermiera e da cameriera, dimenticando la propria ambascia pel terrore che quel male degenerasse nella pestilenza influente, restando sola presso di lui quando, insospettiti, nessuno della famiglia volle più entrarci. Tremavano all'idea del contagio, avevano tutti paura di prenderlo. Raimondo più di tutti, nonostante le risate confortative del dottore, nonostante le assicurazioni di lei.

Guarito dell'infreddatura, egli non ebbe più nulla; però non era ancora del tutto ristabilito che pretese andar fuori.

- "Fàllo per noi!" scongiurò Matilde, a mani giunte; - "per nostra figlia! Non t'esporre a un altro malanno!..."

Non gli aveva detto nulla dei suoi sospetti, per non irritarlo mentr'era infermo, ma ora gli buttava le braccia al collo, gli diceva, guardandolo negli occhi, passandogli una mano sui capelli:

- "Dove vuoi andare? Perché mi lasci? Resta con me!"

- "Voglio far due passi; mi sento bene..." rispose, solleticato da quelle carezze, da quella sommessione di cane fedele.

- "Li faremo insieme nella vigna. Non c'è bisogno di andar fuori, se è vero che mi vuoi bene... me sola!... e che non pensi ad altri..."

- "A chi dovrei pensare?..." esclamò Raimondo, con un sorriso fatuo di compiacimento.

- "A nessuna?... A nessuna?... A colei?"

- "Ma a chi?"

- "Alla Galano?..." quel nome le bruciava le labbra.

- "Io?" rispose con tono di protesta. - "Ma neanche per sogno!... Vorrei un po' sapere chi ti mette in capo queste cose!"

- "Nessuno! Le temo io, perché ti voglio bene, perché sono gelosa..."

Egli rideva di tutto cuore, rassicurandola.

- "Ma no! Che ti salta in capo!... E poi, l'Agatina!... Una che è di tutti, di chi la vuole!..."

- "È vero? È vero?... Allora, perché ci vai?"

- "Ci vado perché mi diverto, perché è come andare al caffè, al circolo..."

- "Allora, la sera che prendesti l'infreddatura..."

- "M'inzuppai perché l'acqua mi colse alla Ravanusa; puoi domandarne, se non mi credi!"

Sì, ella gli avrebbe creduto, se la dolcezza con cui la trattava non fosse stata nuova, innegabile prova che aveva qualcosa da farsi perdonare... Ebbene, che le importava, se era per questo? Qualunque fosse il sentimento che gli dettava quelle parole, esse erano buone, la toglievano, almeno per poco, al suo cordoglio. E con l'anima che riaprivasi alla speranza, ella lo udiva proporle:

- "Del resto, ora che il colera sta per finire, andremo via tutti. Quando avrò sistemato gli affari della divisione con Giacomo, ce ne torneremo a Firenze. Ma per ora, se vuoi, faremo una corsa a Milazzo. Partorirai a casa tua; ti piace?"

6.


- "Abbas!... Abbas!..." disse il fratello portinaio, inchinandosi.

- "Che significa?" domandò, allo zio Priore, Consalvo che il padre conduceva per mano.

- "Vuol dire che l'Abate è in convento," spiegò Sua Paternità.

Su per lo scalone reale, tutto di marmo, il ragazzo guardava le pareti decorate di grandi quadri a mezzo rilievo di stucco bianco sopra fondo azzurrognolo: San Nicola da Bari, il martirio di San Placido, il battesimo del Redentore, con sciami d'angeli in giro, corone, festoni e rami di palme sulla vòlta. Lo scalone sbucava nel corridoio di levante, dinanzi alla grande finestra che metteva nella terrazza del primo chiostro.

- "È là," disse il Priore, inchinandosi verso un'ombra nera che passava dietro i vetri.

L'Abate, dall'esterno, attaccò il viso al finestrone e riconosciuti i visitatori esclamò, gestendo:

- "Apri, apri, Ludovì..."

Il Priore fece girare la spagnoletta e presa la mano del superiore la baciò rispettosamente; il principe e il principino seguirono l'esempio.

- "Benedetti, figliuoli, benedetti!... Questo è dunque il nostro monachino? Oh, che bel monachino ne vogliamo fare!... Consalvo, eh?" domandò rivolto al principe; poi, al ragazzo: - "Consalvo, tu sei contento di stare con noi, che?..."

- "Rispondi!... Rispondi a Sua Paternità..."

Il ragazzo disse, guardandolo in viso:

- "Sì."

- "Bravo!... Che bel ragazzo!... Che occhi!... Tu starai qui con lo zio, crescerai buono e santo come lui, che?..." e mise affabilmente una mano sulla spalla del Priore, il quale mormorò, arrossendo:

- "Padre Abate!..."

Questi s'avviò, appoggiandosi al bastone. Il Priore gli stava alla destra, il principe alla sinistra: Consalvo era andato ad affacciarsi all'inferriata, guardava giù nel chiostro contornato da un portico che reggeva la terrazza superiore, pieno di statue, di vasche dove l'acqua cantava, di sedili distribuiti fra le aiuole simmetriche, con un padiglione in centro, di stile gotico, a quattro archi, la cui vòlta di lastre lucide faceva specchietto al sole. Il ragazzo curiosava ancora quando suo padre lo chiamò: la comitiva dirigevasi al quartiere dell'Abate, posto accanto a quello del Re, nel corridoio di mezzogiorno, dove ogni uscio era sormontato da grandi quadri rappresentanti le vite dei santi. Giunto dinanzi alla sua porta, l'Abate diede qualche ordine al cameriere, poi tutti si diressero al Noviziato, pel corridoio dell'Orologio lungo più di cento canne, il cui finestrone di fondo pareva piccolo, dall'opposta estremità, come un occhio di bue. Passarono dapprima accanto al secondo chiostro, il quale aveva il portico al primo piano e la terrazza al piano superiore come l'altro; anch'esso coltivato: tutt'un boschetto di aranci e di cedri dal fogliame scuro che i frutti d'oro punteggiavano. Poi si lasciarono dietro il Coro di notte dove sbucava un'altra scala, poi l'orologio; né il corridoio finiva ancora. L'Abate, tra il principe e il Priore, chiacchierava con una volubilità straordinaria, seminando il discorso di - "che?..." aspirati ai quali non lasciava dare risposta. I fratelli che incontravano lungo il loro cammino si fermavano tre passi innanzi alla comitiva, chinavano il capo giungendo le mani sul petto al passaggio dei superiori. E sulla porta del Noviziato stava fra' Carmelo, che scorto il ragazzo gli aprì le braccia con aria festosa, esclamando:

- "C'è venuto!... C'è venuto!..."

Padre Raffaele Cùrcuma, il maestro dei novizi, venne incontro all'Abate, e gli fece strada fino alla sala delle lezioni dov'erano riuniti tutti i fanciulli, Giovannino Radalì fra gli altri, da sei mesi a San Nicola.

- "Questo è il nostro nuovo monachino," spiegava Sua Paternità. - "Abbraccia il cuginetto!... La tua camera è pronta, or ora ci andremo. Adesso tu lascerai il tuo nome; ti chiamerai Serafino. Il tuo cuginetto si chiama Angelico, che?... Questo qui è Placido, questo Luigi..."

Erano frattanto arrivati due camerieri con vassoi pieni di dolci, ai quali i novizi facevano festa.

- "Vedrai che è bello, qui," diceva il maestro al nuovo arrivato, accarezzandolo. - "Ti divertirai, con tanti compagni..."

Consalvo chinava il capo, lasciava che dicessero. La curiosità del primo momento gli era passata, sentiva adesso una gran voglia di piangere; nondimeno guardava tutti in viso, quasi in atto di sfida, per non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto ficcarlo lì dentro. E fra' Carmelo era stupito della sua franchezza: tutti gli altri ragazzi, il primo giorno, avevano gli occhi rossi, dicevano che non volevano starci, piangevano immancabilmente quando il barbiere recideva le loro chiome, quando lasciavano gli abiti secolari per vestire la nera tonacella. Invece il principino, andato via suo padre dopo l'ultimo predicozzo, li lasciava fare, vedeva cadere i capelli sotto le cesoie senza dir nulla, indossava il saio come se l'avesse portato fin dalla nascita.

- "Bravo!... Sempre così contento ha da starci!... Vedrà poi quanti giuochi, quanti spassi..."

Il ragazzo rispose, duramente:

- "Io sono il principe di Francalanza; non sempre ci starò."

- "Sempre?... Chi l'ha detto?... Ci starà qualche anno, finché imparerà... Sempre ci stanno i suoi zii... Adesso, adesso andremo da Padre don Blasco..."

E presolo per mano, gli fece rifare la via tenuta al venire, fino alla camera del Decano, che era nel corridoio di mezzogiorno, col quadro di San Giovanni Boccadoro sull'uscio.

- "Deo gratias?..."

- "Chi è?" rispose il vocione del monaco.

L'uscio s'aperse un poco, ed egli comparve, in pantaloni e maniche di camicia, con la pipa in bocca, in mezzo alla camera sottosopra come un campo lavorato.

- "Qui c'è il nipotino di Vostra Paternità, che viene a baciar la mano alla Paternità Vostra."

- "Ah, sei qui?" esclamò il monaco, nettandosi le labbra col rovescio d'una mano. - "Va bene, tanto piacere!" aggiunse senza fargli neppure una carezza; poi, rivolgendosi al fratello: - "Conducetelo a spasso nella Flora."

Dopo tante grida contro l'ignoranza e la mala educazione del pronipote, il monaco era montato in bestia quando il principe aveva deciso di metterlo a San Nicola. Ce lo mettevano per educazione? Voleva dire che non erano buoni di educarlo in casa! Allora aveva ragione lui quando diceva che davano al ragazzo di begli esempi? Ma Giacomo voleva mettere il figlio a San Nicola anche per gli studi: come se gli Uzeda avessero mai saputo fare di più della loro firma! E poi ci voleva molto a dargli qualche maestro, se avevano la fregola di farne un letterato? I maestri, però, poco o molto, bisognava pagarli, e questo era il solo e vero motivo della deliberazione: risparmiare i baiocchi; perché ai Benedettini non solamente non si pagava nulla, ma le stesse famiglie degli scolari ci guadagnavano qualcosa!...

Le camere del Noviziato aprivano tutte in un giardino destinato unicamente al diporto dei ragazzi; non c'erano soltanto fiori, ma alberi fruttiferi, aranci, limoni, mandarini, albicocchi, nespoli del Giappone, e la mattina un pigolìo assordante di passeri svegliava i novizi prima ancora che fra' Carmelo venisse a chiamarli per le divozioni che andavano a dire nella cappella. Finito di pregare tornavano tutti nelle loro camere, facevano una colazione frugale perché il pranzo era a mezzogiorno, e ripassavano le lezioni per trovarsi pronti all'arrivo dei lettori che insegnavan loro l'italiano, il latino e l'aritmetica, più la calligrafia e il canto corale, le domeniche. A terza, dopo le lezioni, c'era la messa, che scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande di Sicilia, tutta marmo e stucco, bianca e luminosa, con la cupola che sfondava il cielo e l'organo di Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e diecimila onze di denari. Subito dopo la messa, i novizi andavano al refettorio, certe volte in quello grande insieme coi Padri, certe altre da soli, nel piccolo, secondo prescriveva la Regola; ma lo spasso cominciava più tardi, dopo il desinare, quando si sparpagliavano per il giardino, dove si mettevano a giocare a rimpiattino, alle bocce, ai castelletti, oppure zappavano o coltivavano ciascuno i propri alberi, oppure mandavano per aria aquilotti e palloni. Oltre il muro di cinta distendevasi un terreno incolto, tutto lava e sterpi, fino alla Flora — il giardino grande destinato al diporto dei monaci, dove i ragazzi andavano di tanto in tanto, a rincorrersi pei grandi viali — e il principino che aveva subito preso le abitudini del convento ed era il più diavolo di tutti, spesso arrampicavasi su quel muro, tentava di scavalcarlo e andarsene nella sciara; ma allora il Padre maestro e fra' Carmelo ammonivano: - "Di là non si passa!... Non t'arrischiare da quella parte che ci bazzicano gli spiriti: se t'afferrano ti portano via con loro..."

- "Li hai visti tu, cotesti spiriti?" domandò una volta Consalvo a Giovannino Radalì.

- "Io, no; ci vanno la notte, dicono."

E la notte non potevano guardarci perché, dopo la passeggiata vespertina che facevano giù in città, e dopo la cena, rientravano per lo studio e per le preghiere della sera.

Fra' Carmelo teneva loro compagnia, badava che non mancassero di nulla, e quando non c'era da fare, li svagava parlando dei novizi d'un tempo, che adesso erano monaci o alle case loro, narrando le storie antiche, il famoso furto della cera nella notte del Santo Chiodo; la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e della Regina nel 1834; ma diffondendosi più che altro intorno alle vicende del monastero.

Nel primo principio non si sapeva bene chi lo avesse fondato, ma il 1136 certi santi Padri Benedettini s'eran ritirati, per meditare e far penitenza, nei boschi dell'Etna, e lì, coll'aiuto del conte Errico, avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei tanti crateri spenti del Mongibello, tutto coperto di boschi e sei mesi dell'anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adatta al santo scopo. In inverno la tramontana turbinava intorno al povero e rustico fabbricato, tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa: tanto che molti dei monaci s'eran buscate gravi malattie, non resistendo all'intemperie. Pertanto avevano ottenuto di poter mandare gl'infermi più giù, in un ospizio fabbricato nel bosco di San Nicola; e lì, come ci si stava meno a disagio, cominciarono ad andare anche parte dei monaci sani. A San Leo, intanto, oltre il freddo c'era un altro spavento, quando la montagna s'apriva, vomitando fuoco e cenere ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica, la lava distruggeva gli alberi e disseccava le cisterne, la cenere infocata bruciava ogni verdura. - "Potevano sopportare tanti guai, i poveri Padri?" La meditazione stava bene, ma se il suolo mettevasi a ballar la tarantella, chi poteva più riconcentrarsi e pregare? La penitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare che, a furia di mortificazioni, i penitenti non se ne andassero difilato all'altro mondo prima d'aver purgato i loro falli. Per conseguenza, impetrarono ed ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicola, intorno al quale venne crescendo un paesetto che, dal Santo, si chiamò Nicolosi per l'appunto. Lì, il convento fu costruito con qualche comodo, più grande dell'antico, e i monaci vi restarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso: la neve, se non per sei mesi, vi cadeva copiosa in inverno, e il freddo era ancora troppo pizzicante; tanto che gli ammalati bisognò mandarli in un altro ospizio fabbricato apposta più giù, alle porte di Catania; senza dire che i ladri infestavano quelle campagne. Veramente i monaci, che avevano fatto voto di povertà, non avrebbero dovuto temerli; perché - "cento ladri", come dice il proverbio, - "non possono spogliare un nudo"; ma Re, Regine, Viceré e baroni avevano cominciato a donar roba al convento; e a furia di raccoglier legati i Padri si trovavano possessori di un gran patrimonio. Ora, chi doveva godersi quelle ricchezze? i topi? Perciò nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente in città, mettendo la prima pietra d'un magnifico edifizio alla presenza del Viceré Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perché i suoi figli avevano lasciato i boschi e s'erano accasati da signori in città: menzogna patente, poiché, finito che fu il convento, il glorioso fondatore dell'Ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza fargli alcun danno. È vero che nel 1693 il terremoto rovinò l'edificio dalle fondamenta; però il castigo, se mai, non fu inflitto ai soli Padri, ma a mezza Sicilia che se ne cascò come un castello di carte. E allora finalmente cominciarono la costruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto grandioso che non si poté eseguir tutto: per portarne a compimento una metà, i lavori durarono fino al 1735. La ricchezza dei Padri era pervenuta al sommo: settantamila onze l'anno, e certi feudi erano così vasti, che nessuno ne aveva fatto il giro!

Quando parlava di queste cose, fra' Carmelo non ismetteva più, perché egli aveva passato più di cinquant'anni fra quelle mura, e voleva bene a' Padri, ai novizi, alle immagini della chiesa ed agli alberi della Flora, come se tutti fossero parte della sua famiglia. Conosceva i feudi, le tenute e i poderi meglio di tutti i Cellerari di campagna, ciascuno dei quali era preposto al governo d'una sola proprietà; e quando bisognava rammentar qualcosa, la data d'un avvenimento molto lontano, la misura d'un antico raccolto, tutti ricorrevano a lui.

Il principino era adesso la sua più grande affezione: egli se lo teneva vicino più che poteva, gli regalava dolci e balocchi, lo vantava all'Abate, al maestro dei novizi, agli zii ed a tutti. Il ragazzo, veramente, era troppo vivace, faceva il prepotente, attaccava lite coi compagni; fra' Carmelo, paziente ed indulgente, sapeva scusarlo presso il maestro, se commetteva qualche monellata, e raccomandava prudenza agli altri fratelli se di queste monellate essi scontavan la pena.

- "Bisogna lasciarli fare, i ragazzi; e poi sono signori, e a noi tocca obbedirli."

I fratelli, infatti, erano addetti alle grosse bisogne, servivano i Padri al refettorio, mangiavano alla seconda tavola; e quando i monaci dicevano l'uffizio in Coro, essi recitavano in un cantone il solo rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava esser nobili, e fra' Carmelo, fanatico di quelle cose quanto donna Ferdinanda, celebrava la nobiltà riunita a San Nicola. Vi si trovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la Sicilia, perché in tutta la Sicilia c'era solo un altro convento di Cassinesi, a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che mandavano lì da Catania i monaci stravaganti, per punizione. L'Abate era un gran signore napolitano, il secondogenito del duca di Cosenzano; da Monte Cassino era venuto anche il Padre Borgia, romano, di quella famiglia che aveva dato un Papa alla cristianità; e poi c'erano gli isolani, i Gerbini, che discendevano da Re Manfredi per via di donne; i Salvo, venuti in Sicilia con gli Svevi; i Toledo, i Requense, i Melina, i Currera spagnoli come gli Uzeda, i Cùrcuma e i Sagonti, di nobiltà longobarda; i Grazzeri, discesi di Germania; i Corvitini, fiamminghi; i Carvano, i Costante, francesi; gli Emanuele, appartenenti ad un ramo de' Paleologhi, imperatori d'Oriente.

- "Basta essere ai Benedettini, o monaco o novizio, per significare che uno è signore," spiegava fra' Carmelo al principino. - "Qui entrano soltanto quelli delle prime case, come Vostra Paternità."

Ai ragazzi toccava il - "Vostro Paternità" e il - "don" come ai monaci, e tutte le volte che un Padre o un novizio passava dinanzi ai fratelli questi dovevano inchinarsi, piegandosi in due, incrociando le braccia sul petto; e se erano seduti, alzarsi in piedi per salutare. C'era uno di questi fratelli, fra' Liberato, vecchissimo, quasi centenario, non più buono a nulla, il quale usciva dalla sua camera per tremare al sole sopra una sedia a bracciuoli; un giorno il principino gli passò dinanzi e il vecchio non s'alzò. Allora il ragazzo riferì la cosa al maestro, il quale fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi.

- "È istolidito, poveretto," disse fra' Carmelo, scusandolo. - "Quando ci facciamo vecchi, torniamo peggio di quand'eravamo bambini!"

Consalvo riceveva così le stesse lezioni che gli aveva fatte donna Ferdinanda, le digeriva meglio che non l'altre del latino e dell'aritmetica. Esse gli davano un'idea straordinaria di quel che valeva, ma gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagni, specialmente dai maggiori d'età, pel disprezzo col quale li trattava. Michele Rocca si gloriava d'avere anche lui un Viceré tra gli antenati; ma Consalvo correggeva: - "Viceré? Presidente del Regno!..." E l'altro: - "No, Viceré..." E Consalvo: - "No, Presidente..." finché Michelino, infuriato, gli si slanciava addosso. Allora, piuttosto che venire alle mani, egli gridava al soccorso e a fra' Carmelo toccava comporre la lite. Ma ricominciava con gli altri, attaccava brighe sopra brighe.

Quasi tutte quelle famiglie baronali avevano un nomignolo spesso ingiurioso o avvilitivo, col quale erano conosciute in città più che col vero nome. I Fiammona si chiamavano i Caratelli, perché corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piange le fave, allusione alla miseria in cui erano ridotti; i Currera Tignosi perché tutti con le teste calve come palle da bigliardo; i Salvo Mangia Saliva, altri peggio ancora. Il principino, a corto di argomenti, gridava ai compagni: - "Oh, dei Pancia-di-crusca!... Oh, dei Cute-di-porco!..." e quelli, non potendogli rendere pane per focaccia, giacché il nomignolo degli Uzeda, i Viceré, diceva la loro antica potenza, se lo mettevano sotto, quando riuscivano ad agguantarlo, e lo pestavano bene. Fra' Carmelo accorreva, con le mani in testa, per liberare il suo protetto e predicar la pace, l'amore reciproco, l'attenzione allo studio.

Durante le lezioni, quando si dava la pena di stare attento, Consalvo capiva tutto e raccoglieva lodi e premi; ma del resto non c'erano castighi, ché i maestri lettori, tutti preti di bassa estrazione, non osavano neppure dar dell'asino agli scolari. Il Priore, in segno di soddisfazione pei buoni rapporti del maestro, veniva a trovare qualche volta il nipote al Noviziato, portandogli regali di dolci e di libri sacri; don Blasco, al refettorio, gli dava qualche scappellotto, a modo di carezze; ma la prima volta che fra' Carmelo lo condusse al palazzo, in permesso, per mezza giornata, tutta la famiglia, riunita per la circostanza, gli fece gran festa.

- "Che bel monachino!... Che bel monachino!..."

La principessa, dolente di non averlo più con sé, ma rassegnata come sempre ai voleri del marito, se lo mangiava dai baci, l'abbracciava stretto stretto con tanta maggior forza quanto maggiore repulsione le ispiravano gli altri; donna Ferdinanda anche lei, venuta apposta al palazzo, gli prodigò molte carezze; Lucrezia, placatasi ormai che non correva più pericolo di vederselo in camera, gli diede confetti e biscotti; il principe, senza smettere l'abituale severità, lodò i figli obbedienti. Don Eugenio fece una predica intorno ai benefizi dell'istruzione; perfino lo zio Ferdinando scese dalle Ghiande per assistere a quella visita. Mancavano però la zia Chiara e il marchese: sicuri d'avere il tanto aspettato e desiderato figliuolo, un triste giorno la gravidanza era andata in fumo; essi portavano da quel momento il lutto della speranza perduta. C'era invece una bambina di sei anni che guardava il monachino con grandi occhi curiosi e una balia che teneva in braccio un lattante.

- "Le tue cugine, figlie dello zio Raimondo," spiegò la principessa.

- "E la zia Matilde?"

- "Sta poco bene..."

Ma donna Ferdinanda troncò quegli stupidi discorsi, e prese a interrogare il nipotino intorno ai compagni, alla vita del monastero, all'impiego della giornata, intanto che fra' Carmelo tesseva l'elogio del ragazzo alla madre.

- "Ti faresti monaco?" gli domandò il principe, per chiasso. - "Ci staresti sempre, al convento?"

- "Sì," rispose egli, per non dargliela vinta. - "È bello stare a San Nicola!..."

I monaci infatti facevano l'arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatisi, la mattina, scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nella chiesa, spesso a porte chiuse, per non esser disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera, a prendere qualcosa, in attesa del pranzo, a cui lavoravano, nelle cucine spaziose come una caserma, non meno di otto cuochi, oltre gli sguatteri. Ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone di quercia, per tenere i fornelli sempre accesi, e solo per la frittura il Cellerario di cucina consegnava loro, ogni giorno, quattro vesciche di strutto, di due rotoli ciascuna, e due cafissi d'olio: roba che in casa del principe bastava per sei mesi. I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire tutta una coscia di vitella e arrostire un pesce spada sano sano; sulla grattugia, due sguatteri, agguantata ciascuno mezza ruota di formaggio, stavano un'ora a spiallarvela; il ceppo era un tronco di quercia che due uomini non arrivavano ad abbracciare, ed ogni settimana un falegname, che riceveva quattro tarì e mezzo barile di vino per questo servizio, doveva segarne due dita, perché si riduceva inservibile, dal tanto trituzzare. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le olive imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano chiamato apposta da Napoli don Tino, il giovane del caffè di Benvenuto. Di tutta quella roba se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle famiglie dei Padri e dei novizi, e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci ripigliavano giornalmente quando quattro e quando sei tarì ciascuno.

Essi rifacevano le camere ai monaci, portavano le loro ambasciate in città, li accompagnavano al Coro reggendo loro le cocolle, e li servivano in camera se le LL. PP. si sentivano male, o si seccavano di scendere al refettorio. Lì il servizio toccava ai fratelli: a mezzogiorno, quando tutti erano raccolti nell'immenso salone dalla vòlta dipinta a fresco, rischiarato da ventiquattro finestre grandi come portoni, il Lettore settimanario saliva sul pulpito e alla prima forchettata di maccheroni, dopo il Benedicite, si metteva a biascicare. Il giro della lettura cominciava dai più piccoli novizi fino ai monaci più vecchi, per ordine d'età; ma una volta arrivato ai Padri di fresca nomina, ricominciava per evitare quel fastidio ai grandi, i quali se ne stavano comodamente seduti dinanzi alle tavole disposte lungo i muri, sopra una specie di largo marciapiedi; l'Abate, nel centro del gran ferro di cavallo, aveva una tavola per sé. I fratelli portavano intanto attorno i piatti, a otto per volta, sopra un'asse chiamata - "portiera" che reggevano a spalla. Distinguevansi i pranzi e i pranzetti, questi composti di cinque portate, quelli di sette, nelle solennità; e mentre dalle mense levavasi un confuso rumore fatto dell'acciottolio delle stoviglie e del gorgoglio delle bevande mesciute e del tintinnio delle argenterie, il Lettore biascicava, dall'alto del pulpito, la Regola di San Benedetto: - "... 34° comandamento: non esser superbo; 35°: non dedito al vino; 36°: non gran mangiatore; 37°: non dormiglione; 38°: non pigro..."

La Regola, veramente, andava letta in latino; ma al principino e agli altri novizi, aspettando che la potessero comprendere in quella lingua, la spiegavano nella traduzione italiana, una volta il mese. San Benedetto, al capitolo della Misura dei cibi, aveva ordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e una libbra di pane; - "se hanno poi da cenare, il Cellerario serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena"; ma questa era una delle tante - "antichità" — come le chiamava fra' Carmelo — della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola diceva pure: - "Ognuno poi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi"; ma tutti i giorni compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce. Molte altre - "antichità" c'erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro, diceva insomma un'altra quantità di coglionerie, come le chiamava più precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell'Ordine prescriveva che un'emina al giorno dovesse bastare; - "ma quelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersene, sappiano d'averne a ricevere propria e particolare mercede". Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d'oro posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il letto, al posto del pitale. Gli altri monaci, subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbini, la cui camera era piena di ventagli e d'ombrellini che le signore gli davano ad accomodare, cominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se ne andava dalla baronessa Lisi, Padre Broggi dalla Caldara, altri da altre signore ed amiche. Tornavano all'ave, per entrare in chiesa, ma quelli che venivano un poco più tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in camera; e non già per dormire, ché la sera, fino a tre ore di notte, quando si serravano i portoni, c'erano visite di parenti e d'amici, si teneva conversazione, molti Padri facevano la loro partita. Un tempo, anzi, per colpa di Padre Agatino Renda, giocatore indiavolato, c'era stato un giuoco d'inferno: in una sola sera Raimondo Uzeda aveva perduto cinquecent'onze, e più d'un padre di famiglia s'era rovinato; tanto che i superiori dell'Ordine, dopo aver chiuso un occhio su molte marachelle, avevano dovuto finalmente prendere qualche provvedimento. Era appunto allora venuto da Monte Cassino, in qualità di Abate, Padre Francesco Cosenzano, e per un po' di tempo, con l'autorità della fresca nomina, aiutato dai buoni monaci, che non ne mancavano, quel bravo vecchietto era riuscito a infrenare i peggiori; ma, poi, coll'andare del tempo, zitti zitti, a poco a poco, questi erano tornati alle abitudini di prima: giuoco, gozzoviglie, il quartiere popolato di ganze, i bastardi ficcati nel convento in qualità di fratelli — dei Padri — nuovo genere di parentela! E i timidi tentativi di resistenza dell'Abate gli avevano scatenato contro un'opposizione violenta. Don Blasco fu dei più terribili. Egli aveva tre ganze, nel quartiere di San Nicola: donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la Sigaraia, con una mezza dozzina di figliuoli: e l'Abate lasciava correre, sebbene fosse uno scandalo che tutte quelle mogli e quei figliuoli della mano manca, anzi di nessuna mano, venissero a udir la santa messa recitata dallo stesso monaco. Poi, tutte le mattine, egli scendeva in cucina, ordinando che mandassero i migliori bocconi alle sue amiche, e i giorni di magro si metteva sul portone per aspettar l'arrivo dei cuochi col pesce, in mezzo al quale faceva la sua scelta, ordinando: - "Taglia un rotolo di questa cernia e portalo a donna Lucia!" E l'Abate lasciava correre. Ma un giorno finalmente i nodi vennero al pettine, per causa di costei. Il convento possedeva una buona metà del quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre palazzotti della piazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantità di case terrene tutt'intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava una magra rendita, perché parte erano affittate a prezzi di favore a vecchi fornitori o sagrestani ritirati, parte erano addirittura concesse come elemosina a povera gente, a famiglie nobili cadute in bassa fortuna. Ora don Blasco, con una particolare affezione per donna Lucia Garino, la Sigaraia, le aveva fatto concedere un bel quartierino di abitazione nel palazzotto di mezzogiorno e una bottega sottoposta dove suo marito teneva il negozio dei tabacchi. L'Abate, visto che questa donna Lucia non era né indigente né nobile decaduta e che non vantava altro titolo, per godersi la casa, fuorché l'amicizia scandalosa di don Blasco, mentre poi tanti e tanti poveri diavoli non sapevano dove dar del capo, pensò di ordinarle che o pagasse regolarmente l'affitto del quartiere e della bottega, oppure che sgomberasse. Don Blasco, a cui già il fare da moralista del nuovo Abate aveva dato ai nervi, tanto che non aspettava se non l'occasione per aprire il fuoco, a questa intimazione riferitagli dall'amica piangente diventò una bestia, salvo il santo battesimo, e fece cose dell'altro mondo, gridando pei corridoi del convento, sotto il muso dei Decani e dietro l'uscio dell'Abate, che se qualcuno avesse osato dar lo sfratto o pretendere un baiocco dalla Sigaraia, l'avrebbe avuto a far con lui. E disciplinata l'opposizione ancora incerta e tentennante, raccolto intorno a sé la schiuma del convento, i monaci che non potevano digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine del giuoco e di tutti gli scandali, se prima era stato lo spavento del Capitolo, da quel giorno divenne un diavolo scatenato. Per amor della pace, il povero Abate dové rimangiarsi il suo provvedimento, ma l'Uzeda senior non si placò per questo, ché dove poté trovare argomento da suscitare mormorazioni e liti, non diede tregua al suo - "nemico". Giusto, l'Abate, ammirato dei severi costumi e della scienza di don Lodovico, s'era messo a proteggerlo, fino a sostenerne poi l'elezione al priorato; perciò don Blasco, il quale voleva aver egli quel posto, accomunò il nipote e il superiore nell'odio feroce e inestinguibile.

C'erano stati sempre numerosi partiti, a San Nicola; perché, trattandosi d'amministrare un patrimonio grandissimo, e di maneggiare grossi sacchi di denaro, e di distribuire larghe elemosine, e di dar lavoro a tanta gente, e d'accordar case gratuite e posti non meno gratuiti al Noviziato, e d'esercitare insomma una notevole influenza in città e nei feudi, ciascuno ingegnavasi di tirar l'acqua al suo mulino; ma, al tempo dell'ammissione del principino, i contrasti erano quotidiani e violenti. L'Abate aveva, prima di tutto, i suoi partigiani; ma non tutti i buoni monaci erano per lui, non garbando a qualcuno che il supremo potere fosse in mano d'un forestiere. Don Blasco col suo codazzo cercava d'attirar costoro, gridando che bisognava mandare a casa sua quel - "napolitano mangiamaccheroni"; ma, benché d'accordo su ciò, l'opposizione si divideva poi novamente, quando aveva da scegliere il successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano non aver partito; e don Lodovico, modello del genere, tenendosi da parte, navigando sott'acqua, era riuscito ad agguantare il priorato. Parecchi sostenevano anzi che, in fin dei conti, egli era il solo meritevole d'aspirare alla dignità abaziale; ma allora suo zio, per evitare che quel - "gianfottere" si ponesse in capo la mitra, quasi sosteneva l'Abate Cosenzano. Né lo stesso don Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione: se qualcuno gliela prediceva, protestava:

- "L'Abate per ora è Sua Paternità ed a me tocca obbedirlo prima d'ogni altro."

L'Abate in persona, stanco di quella galera, gli confidava di volersi ritirare per cedergli il posto: quando pure non avesse pensato a mettersi da canto, presto o tardi la morte non ci avrebbe pensato per lui? E il Priore:

- "Vostra Paternità non parli di queste cose!... Sono cose che contristano il cuore d'un figlio devoto, Padre Reverendissimo."

Il vecchio lo prendeva allora a suo confidente, si lagnava del poco rispetto dei monaci, dello scandalo che molti continuavano a dare con la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in atto dolente:

- "Il glorioso nostro fondatore, Padre dei monaci, ci insegna qual è il rimedio contro gli errori dei traviati: l'orazione dei buoni, acciocché il Signore, che tutto può, dia salute agli infermi fratelli..."

Pertanto egli non riprendeva nessuno, non dava corso ai richiami che spesso venivano a fargli, lasciava che ognuno cocesse nel proprio brodo. Fra quella trentina di cristiani non c'era mai un momento di pace e di accordo. Se la quistione delle persone divideva il convento in un certo modo, i partiti erano poi scompigliati dalla politica che raggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V'erano i liberali, quelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorio e ospitato la rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v'erano i borbonici, che i liberali chiamavano sorci. Don Blasco capitanava questi ultimi, in mezzo ai quali stavano molti amici del Priore; i liberali, che nelle quistioni d'ordine interno erano quasi tutti con l'Abate effettivo, borbonicissimo, obbedivano politicamente all'Abate onorario Ramira, quello del Quarantotto. Quindi, se spesso s'udivano le voci dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e mandavano a quel paese i camerieri, gli strepiti salivano al cielo appena cominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubblici, all'ombra dei portici o dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivano alle mani, a proposito della fine della guerra di Crimea, del Congresso di Parigi, della parte che vi sosteneva il Piemonte. Don Blasco era violento contro quel - "piemontese mangiapolenta" di Cavour e lo colmava d'improperi, rammentando la storia della rana e del bue, profetando che sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi come una vescica. Era più terribile ancora contro il sistema costituzionale di cui i liberali avevano l'uzzolo: esclamava che il miglior atto compiuto da Ferdinando ii era stato il 15 maggio, quando aveva fatto prendere a baionettate - "i buffoni e i ruffiani" di palazzo Gravina. E se i liberali dicevano che avrebbero dato il ben servito al Re un'altra volta, gridava:

- "Lo manderete via voi altri, se mai; ché ve ne basta l'animo, con quei pancioni!"

E quando sentiva esaltare la bontà del giovane Re di Sardegna, alzava le braccia sul capo, scotendo le mani come alacce di pipistrello, con un gesto d'orrore disperato: - "Passa Savoia!... Passa Savoia!..." Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di Sicilia, era venuto nell'isola, in pompa, traversandola da un capo all'altro, il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un pezzo non si rammentava l'eguale; e nelle popolazioni spaventate ed ammiserite era rimasto in proverbio quel detto: - "Passa Savoia! Passa Savoia!..." come il sintomo d'una sciagura, d'un castigo di Dio.

- "E volevano un altro dei loro, al Quarantotto, come se non fosse bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di fame che spoglia i conventi!..."

Anche tra i novizi v'erano partiti politici: i liberali, rivoluzionari, piemontesi; e i borbonici, napolitani, sorci; ma se fra i monaci i due campi disponevano di forze quasi eguali, qui i liberali erano in maggioranza.

- "Sono tutti i morti di fame," spiegava don Blasco al principino; - "quelli che a casa loro non hanno di che mangiare, e qui disprezzano il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell'e condite!"

Questo non era vero del tutto, perché capitanava i novizi liberali Giovannino Radalì Uzeda, il quale apparteneva ad una famiglia che per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli Uzeda del ramo diritto: quantunque secondogenito, se fosse rimasto al secolo gli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principino seguiva egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico e compagno di giuoco del cugino, era suo avversario in politica; e quando i rivoluzionari parlavano fra di loro, quando complottavano per sollevare il convento e scendere in piazza con una bandiera di carta tricolore, egli stava alle vedette e interrogava i più ingenui, e poi andava a ripetere le notizie allo zio, perché li denunziasse all'Abate; tanto che don Blasco ebbe presto in tutt'altra considerazione il pronipote.

- "Questo gianfottere non è poi tanto minchione quanto pare... Sì, sì," approvava, lodando lo spionaggio di Consalvo; - "ascolta quel che dicono e poi vieni a riferirmelo."

Anche tra i fratelli la politica metteva dissidi e nimistà; i più furbi, veramente, non s'impicciavano né di Cavour né di Del Carretto, e badavano a ingrassare le loro famiglie con le racimolature del monastero, ma parecchi parteggiavano o pel governo o per la rivoluzione. Uno specialmente, fra' Cola, capo rivoluzionario, parlava sempre di ricominciar la giocata del Quarantotto; i novizi liberali gli facevano raccontare la storia di quel tempo; e quando egli li serviva, a tavola, quando versava in giro l'acqua od il vino dal gran boccale di cristallo che reggeva con la destra, faceva di nascosto, con l'indice e il medio della sinistra, il segno d'una forbice che taglia. Il principino domandò un giorno a Giovannino Radalì che volesse dire; il cugino rispose:

- "Vuol dire che ai sorci bisogna tagliargli le code."

Consalvo riferì la cosa allo zio, e fra' Cola, in punizione, fu mandato alla casa di Licodia, in mezzo alla malaria. Fra' Carmelo, pertanto, non s'occupava mai di politica e quando gli domandavano se era liberale o borbonico, faceva il segno della santa croce:

- "Vi scongiuro per parte di Dio! So molto di queste cose! Queste sono opere del Nemico!"

Per lui non c'era altro mondo fuori di San Nicola, né altra potestà fuor di quella dell'Abate, del Priore e dei Decani. Bisognava sentirlo, quando enumerava tutti i diciotto titoli dell'Abate, quando nominava i Re, le Regine, i Principi reali, i Viceré, i baroni che avevano dotato il convento. Ogni domenica, in Capitolo, l'Abate leggeva la litania di quei reali o principeschi donatori, in suffragio delle cui anime andavano dette altrettante messe quotidiane; ma spesso ne recitavano una sola all'intenzione di tutti quanti: il ristoro dei morti era lo stesso, e i vivi non stavano a perdere tanto tempo.

In generale, i Padri avevano fretta di sbrigarsi, e intendevano fare il comodo loro. Per non scendere giù in chiesa, a mattutino, quando faceva freschetto, essi avevano ordinato, molti anni addietro, la costruzione di un altro Coro, chiamato Coro di notte, in mezzo al convento; ed anzi era costato parecchie migliaia d'onze, tutto di noce scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar lì, a due passi; restavano a covar le lenzuola fin a giorno chiaro, e il mattutino lo facevano recitare per loro conto ai Cappuccini, dietro pagamento. Viceversa poi, nelle grandi solennità religiose, a Natale, a Pasqua, per la festa del Santo Chiodo, tutti prendevano parte alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città.


Le prime a cui assistette il principino furono quelle della Settimana Santa. Durante un mese la chiesa fu sossopra, per la costruzione del Sepolcro, in fondo alla navata di sinistra: chiusa da un grande impalcato, con le finestre sbarrate, tutta adorna di candelabri di cristallo splendenti come blocchi di diamanti, e di vasi col grano lasciato crescere al buio perché non prendesse colore, e popolata di statue rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoli, era veramente irriconoscibile. Il giovedì, a terza, tutto il monastero scese in chiesa, pel Pontificale, con l'Abate alla testa, a cui i novizi portavano il bacolo, la mitra e l'anello e i caudatari reggevano lo strascico. L'apparato era quello della Regina Bianca, tutto di drappo rosso ricamato d'oro, e sull'organo maestoso di Donato del Piano, tenori, bassi e baritoni scritturati a posta cantavano il Passio che la folla pigiata stava a sentire come al teatro. Dirimpetto al soglio dell'Abate, nei posti migliori, c'erano tutti gli Uzeda: il principe e il conte con le mogli, donna Ferdinanda, Lucrezia, Chiara col marito; i quali, scorto Consalvo, gli facevano segno col capo, sua madre e la zitellona specialmente, ammirando la sua cotta candida e insaldata a mille piegoline, lavoro speciale delle Suore di San Giuliano. S'udiva per tutta la chiesa, quando la voce potente dell'organo taceva, un ronzìo come d'alveare, un urtarsi di seggiole, lo stropiccìo dei passi; luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti dinanzi alle tre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processione, più tardi. Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano entrati nel Coro; l'Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi — seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinché Sua Paternità per lavar quei piedi non s'insudiciasse le mani.

Un mormorìo venne in quel momento dal fondo della chiesa; Consalvo, dall'altare maggiore, si voltò e vide che lo zio Raimondo, lasciato il suo posto, si faceva largo tra la folla dirigendosi verso una signora. Era donna Isabella Fersa. Come tutte le altre dame, per la tristezza della Passione, vestiva di nero; ma il suo abito era così ricco, tanto guarnito di gale e di merletti, da parere un abito da ballo. Arrivata tardi, non trovava un buon posto; Raimondo, raggiuntala, le diede il braccio e la condusse, in mezzo a una doppia ala di curiosi, alla propria seggiola, accanto a quella di sua moglie. La contessa Matilde, che usciva quel giorno la prima volta dopo l'infermità, era tutta bianca in viso, e l'abito di lana nera contribuiva a farla parere ancora più pallida. Poi, giusto in quel punto Gesù moriva: la chiesa oscuravasi repentinamente, i fratelli rovesciavano i candelieri sugli altari, toglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano con quelle violacee, avvolgevano d'un velo la croce; e i monaci anch'essi, lasciati i paramenti di festa, indossavano quelli del corrotto. Nella penombra, i ceri risplendevano con fiamma più viva, e il Santo Sepolcro era una raggiera, dalle tante torce, dalle tante lampade, dai tanti riflessi dei cristalli e degli ori. Donna Isabella guardava con l'occhialetto lo spettacolo, mentre il conte, chino su lei, le nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi.

- "Quello lì non è il vostro nipotino?... Che bel chierichetto, contessa!..."

Matilde fece col capo un gesto ambiguo. L'organo intonava il Miserere, e il canto doloroso era pieno di sospiri profondi, di lunghi lamenti che facevano echeggiare ogni angolo della chiesa scura, di schianti terribili per cui l'aria tremava, di gemiti lunghi come quelli del vento invernale. Pareva che il mondo dovesse finire, che non vi fosse speranza più per nessuno; Gesù era morto, era morto il Salvatore del mondo; e i monaci, a due a due, con l'Abate a capo, scendevano dall'abside, giravano per l'immensa chiesa tra due file di soldati che contenevano la folla e presentavano le armi capovolte; poi l'Abate deponeva l'Ostia al Sepolcro. Inginocchiata col capo sulla seggiola e il viso nascosto dal fazzoletto, la contessa singhiozzava pianamente; donna Isabella esclamava:

- "Che effetto produce questa funzione!..."

Aveva anch'ella gli occhi un po' arrossati, ma quando il conte le ridiede il braccio per condurla in sagrestia s'appoggiò a lui languidamente.

- "Per legge, non potrei venire..." protestava. - "Sono ammesse le sole famiglie..."

- "Ma che!... Siete con noi! Diremo che siamo cugini..."

Nella sagrestia ai parenti dei monaci e dei novizi era offerto un lauto rinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolata fumante, con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvo, in mezzo alla mamma e a donna Isabella, riceveva carezze e complimenti pel modo esemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre Gerbini, senza avere ancora lasciato i paramenti mortuari, salutava le signore, le invitava per la cerimonia del domani.

E il venerdì gli Uzeda arrivarono coi Fersa; il conte dava il braccio a donna Isabella, che portava un altro abito nero, più galante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessi posti, facendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma i soldati la frenavano e quando l'organo accompagnava il canto lugubre delle Tre Ore d'agonia, il silenzio era profondo; solo Raimondo, seduto accanto a donna Isabella, le diceva all'orecchio cose che la facevano sorridere. Intanto l'Abate eseguiva la cerimonia della Deposizione della Croce: preso il Crocifisso velato, lo deponeva per terra, sopra uno dei gradini dell'altare, dove un cuscino di velluto, tutto trapunto d'oro, era preparato apposta. I monaci se ne andavano via, il Sepolcro restava un momento vuoto; a un tratto, mentre l'organo riprendeva più triste le sue lamentazioni, tutti riuscivano dalla sagrestia, in processione, a due a due, col Superiore alla testa; erano senza scarpe, coi piedi nelle calze di seta nera, per l'Adorazione della Croce. Inginocchiandosi a ogni passo, in mezzo alla siepe dei soldati, scendevano fino alla porta maggiore, risalivano fino all'altare, lì ad uno ad uno si buttavano per terra dinanzi al cuscino del Cristo morto e lo baciavano. La folla saliva sulle seggiole, per godersi meglio tutta la vista, donna Isabella e Raimondo si passavano il cannocchiale, intanto che la contessa, genuflessa, pregava piangendo. Alla fine della cerimonia, altro rinfresco in sagrestia; il principino, vezzeggiato da tutti, fece servire prima i suoi parenti: don Eugenio beveva cioccolata come fosse acqua, si ficcava in tasca i dolci che non poteva mangiare; ma la zia Matilde non prese nulla.

Il Sabato Santo, per la funzione della Resurrezione, Consalvo non la vide; lo zio Raimondo dava sempre il braccio alla signora Fersa.




7.


Ogni sera, al capezzale della bambina, tenendola per la manuccia fredda e bianca come di cera, senza fare alcun moto col braccio irrigidito per non destare la piccola dormiente, la contessa vegliava fino a tardi. A notte alta serravano i portoni e nella casa addormentata non s'udiva più alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo veniva il lieve russare della balia accanto al letticciuolo di Teresina. Raimondo non rientrava. Sul comodino stavano schierate le bottiglie dei medicamenti, i vasetti di pomata, tutta la farmacia prescritta dal dottore per la povera malatuccia. Era erpete quell'infermità, dicevano; cattivo umore che si sfogava con eruzioni cutanee, con ingorghi di glandole: tutti sintomi rassicuranti, poiché volevan dire che l'organismo espelleva il principio morboso.

Ella s'era votata alla Madonna delle Grazie, le aveva promesso di vestire il suo abito fino alla guarigione di Lauretta; in cuor suo aveva chiesto un'altra grazia alla Madonna: di illuminare Raimondo, di ridestare il suo affetto di marito e di padre.

Fin da quando erano andati a Milazzo, secondo la promessa fattale al Belvedere dopo il colera, egli aveva ricominciato a smaniare, a mostrarsi infastidito e crucciato, a dichiarare che non poteva restare a lungo lontano da casa sua per gli affari della divisione. Ed ella s'era appena sgravata, stava ancora tra vita e morte dopo un parto difficilissimo, quando, addotta una chiamata del fratello, egli se ne partì. Rimase lontano pochi giorni, ma era la prima volta che l'abbandonava giusto nel momento che la compagnia e l'assistenza di lui le erano più necessarie. La nuova tristezza non giovò certamente a darle forza per vincer presto il male; ma un dolore più grande l'aspettava e i suoi presagi dovevano tutti avverarsi, poiché la creatura che ella aveva portata in grembo mentre il suo cuore agonizzava era venuta al mondo così debole e stremata e cagionevole che pareva da un momento all'altro dovesse mancare. Lunghi e lunghi mesi erano così passati, quasi un anno intero, senza che ella potesse lasciar la casa paterna e il capezzale della bambina: durante quell'anno Raimondo era andato e venuto, partito e ritornato parecchie volte, ed ella aveva a poco a poco fatta l'abitudine a quelle assenze, non potendo seguirlo né opporsi alle ragioni d'affari che le adduceva. Quando i medici ordinarono il mutamento di aria alla creatura convalescente, egli volle condurre tutti a Catania. Anche il barone lasciava Milazzo, andava a Palermo con l'altra figlia Carlotta; perciò Teresina, non potendo restar sola, venne col babbo. Non era parso vero a Matilde di vedere Raimondo premuroso per le figlie, ed ella aveva quasi benedetto le sue sofferenze, se per esse godeva di quella tregua; ma appena arrivata in casa degli Uzeda, aveva visto ricadere la sua figliuolina e Raimondo trascurarla, lasciarla sola in mezzo a quei - "parenti" che la guardavano come prima di traverso e, cosa più dura al suo cuore di madre, la ferivano nelle sue bambine. Della più piccola deridevano le sofferenze e predicevano la morte; ma le maggiori ostilità erano contro Teresina. La bambina, vivace, curiosa, inquieta, commetteva spesso qualche monelleria, guastava qualche cosa nei suoi giuochi, gridava allegramente correndo per le stanze; allora la rimproveravano, la mandavano via; il principe diceva d'aver messo Consalvo ai Benedettini giusto per star tranquillo in casa, e invece gli disordinavano tutto, gli toccava udire strilli peggio di prima... Egli era più indulgente per la propria figlia, l'altra Teresina, e tutta la famiglia e gli stessi servi trattavano diversamente le due cuginette, dando il primo posto alla principessina. La stessa principessa Margherita, sola buona e dolce, non poteva nascondere la preferenza per la figliuola; e Matilde, benché riconoscesse che avevano ragione, soffriva di questa disparità di trattamento.

Teresina sua, a sei anni, era vana come una donnina: si guardava a lungo allo specchio, assisteva all'acconciarsi della mamma sgranando tanto d'occhi, andava matta pei nastri, per gli spilloni, per le pezze vecchie; e la zitellona se la prendeva con la civetteria di sua madre, scoteva la testa predicendo male dell'avvenire, faceva piangere la contessa a quella specie di malìa operata contro l'innocente. Incrudelivano su lei per un'altra ragione, adesso; perché il viaggio del barone a Palermo aveva lo scopo di combinare il matrimonio dell'altra figlia Carlotta. Pretendevano che questa non si maritasse, che ella s'opponesse ai disegni del padre, alla felicità della sorella, affinché tutta la sostanza paterna restasse un giorno a lei! E poiché simili calcoli non capivano nella sua mente, la guardavano in cagnesco, la martoriavano nelle sue bambine, quasi ella avesse loro portato via qualcosa...

Raimondo, in verità, non mostravasi per nulla crucciato dei disegni di matrimonio; ma ricominciava a trascurarla, scappava via subito dopo colazione, tornava al finire del desinare per andar fuori un'altra volta fino a notte tarda. A veder maltrattare le sue figlie, Matilde sentiva le lacrime salirle agli occhi; si chiudeva in camera con Teresina, la scongiurava di star buona, si studiava di trattenerla quanto più a lungo era possibile perché non tornasse di là; né quando Raimondo rincasava ella accusava i parenti di lui, per evitargli un dispiacere, perché non dicessero che veniva a seminar zizzania in famiglia: lo pregava soltanto di non lasciarla sempre sola... L'ostilità degli Uzeda verso di lei, i rimproveri e gli scherni rivolti alle sue creaturine, tutto le sarebbe parso nulla, se la gelosia non fosse tornata a roderla. Egli aveva ripreso a corteggiare la Fersa, andava a trovarla in casa, tutte le domeniche in chiesa s'incontravano alla stessa messa: ed ella non poteva più pregare, vedendosi dinanzi costei, comprendendo che egli non l'aveva dimenticata, che era di nuovo sedotto dalla sua eleganza, dalla languidezza dei suoi atteggiamenti, dai gesti studiatamente graziosi coi quali portavasi il fazzoletto profumato alle labbra, o agitava il ventaglio di piume, guardandosi attorno, o chinava il capo sul libro delle preghiere senza voltarne mai una pagina!... In chiesa! Nella casa di Dio!... Ella non poteva comprendere quella commedia, le pareva un continuo, enorme sacrilegio. E a San Nicola, per le cerimonie della Passione, era venuta con abiti di gala, come ad un allegro spettacolo, facendo voltar la gente con la sconvenienza del suo contegno!... Perché dunque Raimondo doveva metterle vicino costei, far notare anche lui alla gente un'assiduità che già dava argomento a mormorazioni?... Il giorno di Pasqua, piangendo di dolore e di tenerezza, ella s'era confessata con suo marito, al capezzale di quell'innocente: - "Per questo giorno solenne, per amore di questa innocente, giurami che non mi farai più soffrire..." Ed egli le aveva domandato: - "Che ti faccio? Di che mi accusi?..." - "Mi lasci, trascuri le tue figlie, non pensi a noi, non ci vuoi più bene..." Scrollando il capo, Raimondo aveva esclamato: - "Le tue solite fissazioni, le tue solite fantasie!... Ti trascuro? Come ti trascuro? Quando, perché, per chi ti dovrei trascurare?..." Per chi?... Per chi?... E con più calore egli aveva ripreso: - "Sicuro, per chi? Ricominci, colla tua sciocca gelosia? Ti sei messa qualche altra fisima in testa?... Per donn'Isabella, eh?..." L'aveva nominata lui! - "Ho capito! Perché le ho ceduto la mia sedia, perché l'ho invitata con noi!... Ma queste, cara mia, sono regole di buona creanza. Bisognava venire in questa bicocca miserabile per sentirsi rimproverare una cosa simile!..."

E in quell'estate del '57 fu visto più assiduo coi Fersa; al teatro, dove andava tutte le sere, nella barcaccia, saliva spesso nel loro palco quand'era la loro volta d'abbonamento; li incontrava anche dalla zia Ferdinanda, dalla quale donna Isabella andava spessissimo; al Casino dei Nobili giocava quasi sempre col marito, dal quale si lasciava vincere ogni giorno. Quantunque potesse servirsi della carrozza del fratello, aveva comperato una magnifica pariglia di purosangue e un phaeton nuovo fiammante col quale andava dietro alla carrozza dei Fersa: alla Marina, quando c'era musica, scendeva, lasciando le redini al cocchiere, per mettersi al loro sportello e chiacchierare con donna Isabella, con la suocera e col marito. Vestiva con maggiore ricercatezza del solito, non stava mai in casa se non, come per una coincidenza tutta fortuita, quando essi venivano a far visita alla principessa. Il tema del suo discorso era continuamente Firenze, la vita delle grandi città, l'eleganza e la ricchezza degli altri paesi; egli si metteva vicino a donna Isabella, esclamando: - "Voi sola mi capite!" quando se la prendeva con la sorte che l'aveva fatto nascere in quella bicocca e ve l'inchiodava, mentre non avrebbe voluto metterci i piedi, mai più: - "Ma che proprio ho da lasciar qui l'ossa? Non credo! Non è possibile!..." E udendolo parlare a quel modo, Matilde chiedeva a se stessa perché, dunque, egli non andava via e non manteneva l'altra parte della promessa fattale un anno e mezzo addietro, quella di tornare alla loro casa fiorentina. Per gli affari, forse? Ma quantunque Raimondo non le tenesse discorso di queste cose, ella sapeva che della divisione non si parlava ancora e non si sarebbe parlato per un pezzo.

Prima il colera, poi lo strascico d'inquietudini che la pestilenza aveva lasciato, poi la partenza del fratello, erano state ragioni per le quali il principe non aveva parlato della divisione. Adesso quel nuovo lusso costava a Raimondo; egli chiedeva continuamente a Giacomo somministrazioni in denaro, e questi non gli faceva ripetere le richieste, dimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere alla sistemazione definitiva dell'eredità; ma a Raimondo tornava comodo prendere i quattrini senza stare a far conti, a citare i pagatori morosi, o ad impacciarsi in tutte le noie grosse e piccole dell'amministrazione. Quando il fratello gli esponeva un dubbio, o chiedeva il suo parere intorno alla proroga d'un affitto, alla conclusione d'una vendita, egli rispondeva: - "Fa' tu, fa' come credi..." L'importante, per lui, era aver denari; alle volte, richiedendone con troppa frequenza, il principe gli diceva: - "Veramente, i fattori non hanno ancora pagato; abbiamo avuto molte spese: però, se vuoi, posso anticiparti quel che ti bisogna..." ed egli prendeva i quattrini a titolo d'anticipo o di prestito. Non s'occupava insomma di nulla fuorché di spendere, con una cieca fiducia nel fratello, la quale faceva andare in bestia don Blasco. Già il monaco, saputo l'affare delle cambiali, aveva gettato fuoco e fiamme contro il principe, dichiarandolo capace di aver falsificato la firma della madre, perché - "quella bestia di mia cognata era una testa di cavolo, sì, ma non al punto di piantar debiti da una parte e di serbar quattrini dall'altra". E aveva ricominciato ad aizzare gli altri nipoti contro - "quell'imbroglione", spingendoli ad impugnare la validità di quegli effetti che chiamava - "cavalli di ritorno" perché, se non erano falsi del tutto, dovevano essere vecchie cambiali ritirate dalla principessa, trovate da Giacomo tra le carte e rimesse a nuovo per la circostanza! Ma poiché quell'altre bestie di Chiara, del marchese, di Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante — come non si trattasse dei loro propri interessi! —, il monaco quasi quasi era stato sul punto di dimenticare l'antica avversione per Raimondo e di andare a svelargli le magagne del coerede e fratello, a gridargli: - "Apri gli occhi, se no ti metterà nel sacco e ti mangerà!..." Vedendo ora che erano tutt'una cosa, si rodeva il fegato notte e giorno, e un ultimo fatto l'aveva inviperito e indotto a strepitare contro quei - "pazzi e birbanti" al convento, nelle farmacie, anche per le pubbliche strade con la prima persona capitata. Alla zolfara dell'Oleastro gli Uzeda, scavando scavando, avevano oltrepassato, sotterra, il confine della proprietà superficiale: i proprietari limitrofi iniziavano quindi una lite. Raimondo, a cui l'apposizione d'una semplice firma in coda alle ricevute ed ai contratti già pesava, mostrò in quell'occasione al signor Marco, che veniva per fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per tutte quelle continue - "seccature"; allora il signor Marco gli propose: - "Vostra Eccellenza perché non fa una procura al signor principe? Così risparmierà tante noie e le cose anderanno anche più spedite, fin a quando, pagate le sorelle di Vostra Eccellenza, si procederà alla divisione..." Raimondo non se lo fece dire due volte e firmò subito l'atto col quale il principe ebbe mandato d'amministrare l'eredità in nome anche del coerede.

Ora Matilde, conosciuto l'accordo, aveva domandato a se stessa perché mai Raimondo restava ancora in Sicilia? Se non s'occupava più degli affari, qual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ella ricominciava a struggersi di gelosia, vedendolo ancora una volta accanto a quella donna, non potendo soffrire di vederla trattare da amica mentre una voce interiore l'avvertiva di non fidarsene. Ammalata di cuore e d'imaginazione, con la sensibilità eccitata dai dolori continui, ella adesso credeva ai funesti presentimenti, temeva e sospettava di tutto. Nella felice ingenuità di altri tempi, avrebbe mai accolto il sospetto che il principe lasciasse libero Raimondo di fare quel che più gli piaceva e quasi secondasse i suoi vizi, e lo incitasse a giocare e gli procurasse le occasioni di veder quella donna, per distorglierlo dagli affari ed averne solo il maneggio? Un sospetto così tristo non le sarebbe neppure passato pel capo quando ella credeva tutti buoni e sinceri; adesso, spaventata degli altri e di se stessa, non riusciva a combatterlo... Come respingerlo, se il principe pareva mettere ogni impegno perché quella donna Isabella venisse al palazzo Francalanza, mentre la suocera di lei, donna Mara Fersa, cominciava a mostrare una specie di diffidenza per quelle relazioni divenute troppo intime?...

Donna Mara Fersa aveva tollerato molte cose alla nuora palermitana; la rivoluzione mèssale in casa, il mal nascosto compatimento col quale la trattava, i gusti costosi e le opinioni ardite; ma chiusi tutt'e due gli occhi quando ne soffriva lei stessa, non intendeva chiuderne neppure uno se era in giuoco suo figlio. L'amicizia degli Uzeda, sissignore, stava benissimo e le faceva anche tanto piacere: ma che Raimondo stesse sempre alle costole dell'Isabella, in casa propria o in quella di lei, in chiesa, in teatro ed al passeggio, forse usava a Firenze ed era una cosa elegante, di quelle che lei, educata al vecchio modo, non comprendeva; ma non le piaceva nient'affatto e non intendeva che continuasse. Senza addurne la ragione per non mettere il carro avanti ai buoi, aveva fatto capire al figlio ed alla nuora che, trattando da buoni amici gli Uzeda, non c'era poi bisogno che si spartissero il sonno. Ella predicava ai turchi: Mario Fersa era più che mai infatuato del principe e del conte, donna Isabella sempre insieme con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda. Allora, vedendo inutili le proprie esortazioni, poco sofferente di sapersi disobbedita e inascoltata in una cosa che la nuora doveva intendere alla prima, donna Mara s'era mostrata, incapace di nascondere quel che aveva in corpo, inusitatamente acre ed ironica verso di lei, e nello stesso tempo aveva dichiarato al figliuolo il motivo delle proprie inquietudini. Tuttavia, per non precisar troppo, s'era mantenuta sulle generali, dicendo che quella vita in comune era pericolosa, che in casa Uzeda, oltre ai tanti uomini che vi bazzicavano, si trovavano due giovani come il principe e il conte accanto ai quali non istava bene che l'Isabella si lasciasse vedere continuamente... Suo figlio, però, non l'aveva lasciata finire: - "Il principe? Raimondo? I miei migliori amici?..." E dall'indignazione passando al riso: - "Sospettar di loro? Di due buoni padri di famiglia?..." Né le ragionate insistenze della madre ebbero altra risposta. Frattanto donna Isabella, al piglio severo, ai modi bruschi solitamente adottati dalla suocera, se prima aveva mostrato di stare in quella casa con una specie di prudente ma dolorosa rassegnazione, prendeva adesso decisamente l'attitudine d'una vera vittima. Con Raimondo, quando costui le diceva la noia, l'infelicità della vita di provincia, ella scrollava il capo, approvava, ma soggiungendo che si poteva star bene anche in una campagna o in un deserto, a patto di sentirsi circondati di premure e d'affetto... di vedersi intorno persone care... capaci di comprendervi e d'apprezzarvi... E donna Mara gonfiava, gonfiava, vedendo che niente riusciva, cercando un mezzo più energico per metter fine a quella - "commedia". Fersa, per conto suo, continuava a non accorgersi di nulla, perché avrebbe negato la luce del giorno prima di sospettar della moglie e di Raimondo, col quale faceva vita insieme e stava tutto il giorno e tutte le sere a chiacchierare o a giocare al casino o nella barcaccia del Comunale. Egli era più che mai orgoglioso dell'amicizia che gli dimostrava il principe, dei lunghi discorsi che questi gli teneva, mentre Raimondo e donna Isabella discorrevano in un angolo; e cascava poi dalle nuvole quando la madre gli veniva a dire, bruscamente: - "Andiamo via, che è tardi!..."

Ora un bel giorno Raimondo, andato a far visita in casa Fersa, e dopo aver visto donna Isabella dietro le vetrate, s'udì rispondere dalla cameriera che non c'era nessuno. Lì per lì, egli rimase; a un tratto fu per dare uno spintone alla porta ed entrare a viva forza; ma riuscito a stento a contenersi, scese le scale ed uscì nella via rosso in viso come per un colpo di sole. Subito aveva capito donde veniva la botta, essendosi già accorto della freddezza di donna Mara; e all'idea della contrarietà e dell'ostacolo, il sangue gli ribolliva nelle vene, gli saliva alla testa, gli faceva veder fosco... Fin a quel momento, egli aveva cercato la compagnia di donna Isabella perché gli pareva una delle poche signore con le quali poter discorrere, perché gli rammentava la società di fuori via, perché gli piaceva di persona, anche, ma non molto, non tanto da voltar l'animo alla sua conquista. Non l'idea di cagionare la rovina di lei, non l'amicizia del marito lo avevano distolto da questo proponimento; Fersa anzi, con la sua adorazione per la moglie e la cieca fiducia che dimostrava a lei ed a lui, gli pareva destinato alla solita disgrazia; e donna Isabella, con quel suo contegno da vittima, con l'istinto della civetteria che la dominava, con i suoi eterni discorsi sulle anime fatte per comprendersi, doveva provare troppa voglia d'esser compresa. Egli aveva sempre riso dell'amore, della passione, ed appunto perciò sua moglie lo seccava, perciò non aveva perseguito mai altro che il piacere comodo, pronto e sicuro; perciò la previsione delle noie che l'avventura con la Fersa avrebbe potuto cagionargli l'aveva indotto a non spingere troppo avanti le cose. Al Belvedere, pel colera, dove donna Isabella doveva venire e non era poi venuta, egli s'era quasi rallegrato del mancato ritrovo, divertendosi con l'Agatina Galano, quasi interamente dimenticando la lontana. Rivedutala, la tentazione era risorta, e allora i piagnistei di sua moglie l'avevano resa più forte; poi l'opposizione di donna Mara aveva messo nuova esca al fuoco. Era così fatto, che gli ostacoli lo eccitavano, lo rendevano smanioso e restìo come un puledro che senta il morso. Tuttavia s'era contenuto ancora, pensando all'avvenire, ai fastidi sicuri, ai pericoli possibili; ora, di repente, la consegna che gli vietava il passo in casa di lei gli metteva addosso una gran voglia di sfondare quell'uscio e di portar via quella donna. L'istinto sanguinario dei vecchi Uzeda predoni l'arrovellava; se avesse potuto, avrebbe fatto un eccesso come quell'avo che s'era buttato coi cavalli addosso al capitan di giustizia. Adesso, non tanto i tempi quanto le circostanze erano diverse; egli non poteva fare uno scandalo, gli conveniva piuttosto dissimulare, ricorrere alla politica ed all'astuzia... Appena arrivato a casa, scrisse all'amica per dirle che aveva compreso - "gl'ingiusti sospetti" dei suoi parenti, per lagnarsi che - "in quell'odioso paese" non fosse possibile stringere e mantenere - "le relazioni d'amicizia". La lettera fu recapitata per mezzo di Pasqualino Riso, cocchiere del principe, il quale la diede al cocchiere di donna Isabella, che gli era compare. Donna Isabella rispose immediatamente, per la stessa via, querelandosi della - "schiavitù" in cui era tenuta, della sospettosa - "cattiveria" esercitata su lei, ringraziandolo frattanto dei suoi - "delicati" sentimenti, dell'- "amicizia" di cui le dava prova e che ella ricambiava - "di tutto cuore"; scongiurandolo però di - "rinunziare a rivederla" per non urtare la suscettibilità di - "certe persone". Era lo stesso che dirgli: - "Fate di tutto per trionfare della loro opposizione..." I due cocchieri compari tornarono a vedersi tutti i giorni, a riferire ambasciate verbali: Pasqualino, di piantone all'angolo di casa Fersa, correva al Casino dei Nobili ad avvertire il padrone, che aveva messo lì il suo quartier generale, delle uscite di donna Isabella: così egli la seguiva egualmente da per tutto. Del resto, l'avvicinava ancora alla carrozza e le faceva visita al teatro le rare volte che non c'era la suocera; perché, sordo agli ammonimenti materni, dolente degli ingiusti sospetti, il marito era con lui come prima, anzi gli faceva maggiori dimostrazioni di amicizia, quasi a scusarsi della condotta della madre, e veniva assiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva si fossero data la voce per proteggere e secondare quei due. Mentre essi parlavano fra loro, in un angolo, il principe o donna Ferdinanda stavano a chiacchierare con Fersa, lo conducevano in un'altra stanza; la zitellona andava attorno con donna Isabella e quando incontrava il nipote si fermava per dargli l'agio di stare con l'amica; meglio, la invitava più spesso a casa e Raimondo non tardava a sopravvenire. Si vedevano anche dagli altri parenti dei Francalanza, dalla duchessa Radalì, dai Grazzeri, più spesso dalla cugina Graziella che era divenuta grande amica di donna Isabella. Tutti poi cospiravano per non lasciare accorgere di nulla la contessa; però, avvertita da una specie di senso divinatore, Matilde comprendeva che suo marito le sfuggiva; e dal dolore si struggeva in pianto. Ora che la sua bambina stava meglio, che ella avrebbe potuto respirare tranquilla, quel pensiero non le dava più pace. Ella sapeva che, a contrariarlo, Raimondo s'incaponiva peggio nei suoi capricci; che, se v'era un mezzo di ridurlo, questo consisteva nel lasciarlo fare di suo capo, ma come rassegnarsi a saperlo pieno di un'altra, a sentirsi un'altra volta guardata con occhio tra curioso e compassionevole da Lucrezia, dalla marchesa, dagli estranei, dai servi? E gli si stringeva al fianco timida e supplice, gli diceva la sua gelosia, lo scongiurava di non farla soffrire se era vero che non pensava a quella donna.

- "Maledetto paese!" esclamava con voce concitata suo marito. - "Chi è che inventa simili infamie? Sei stata tu stessa? Hai messo in piazza i tuoi sciocchi sospetti, di' la verità?"

- "Io?... Io?..."

- "Vuoi rovinarla, vuoi farmi ammazzare da suo marito?"

E allora un altro terrore l'aveva agghiacciata: se anche Fersa si fosse accorto di qualche cosa? Se avesse voluto vendicarsi?... A un tratto, ella vedeva suo marito freddato in mezzo a una strada, con una palla in fronte, con un colpo di pugnale al fianco: tutte le volte che egli tardava a rincasare, giungeva le mani, si premeva il cuore, quasi udendo le grida delle persone di servizio atterrite all'improvviso arrivo del corpo esanime; e accarezzando le sue bambine piangeva come se già fossero orfanelle. Le coceva sopra ogni cosa di non potersi sfogare con nessuno, di non aver qualcuno che la confortasse almeno di una buona parola. Al padre non poteva dir nulla, e gli Uzeda tenevano il sacco a quell'altra; chi non spingeva fino a tanto il rancore contro l'intrusa, restava neutrale, non s'accorgeva neppure di lei.


Don Eugenio aveva già finito e spedito a Napoli la memoria su Massa Annunziata. Portava per titolo: - "Intorno la convenienza — di essere intrapreso il discavo — della Sicola Pompei — ossivero Massa Annunziata —, vetusta terra mongibellese — sepolta nell'anno di grazia 1669 — dalle ignivome lave di quell'incendio vulcanico — con tutte le sue ricchezze che conteneva — memoria sommessa al Real Governo delle Due Sicilie — da don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella — Gentiluomo di Camera di Sua Maestà (con esercizio)." La sera, egli leggeva alla società la sua prosa, sulla brutta copia. C'erano espressioni di questo genere: - "Quandocchesia nel 1669 tra le più terribili eruzioni la nostra vi cadendo annoverata... Dopoché appiacevolirono alquanto i tremuoti... A quale opera tuttosì in Pompei intentando si viene... Non mi s'impunti in superbia alle conghietture azzardarmi..." Erano il frutto di riforme grammaticali da lui studiate. Perché apostrofare soltanto gli articoli, i pronomi e le particelle? Egli scriveva: - "Il flagell' accuorav' i naturali... La lav' avanzavas' incontr' a quel borgo..." Per dar più scioltezza al discorso diceva: - "ne continuando" invece di - "continuandone" ed anche - "gli proporre" invece di - "proporgli..." Don Cono soltanto gli dava retta, discutendo se solenne dovesse scriversi con una o con due elle; tutti gli altri voltavano le spalle a quella bestia che, dopo aver perduto per la sua bestialità due impieghi, aspettava d'esser nominato direttore degli scavi! Don Blasco e donna Ferdinanda, fra gli altri, ma ciascuno per suo conto, glielo spiattellavano sul muso, senza riguardi: cantavano ai sordi però, ché il cavaliere era sicuro questa volta d'aver afferrato la fortuna pel ciuffo. Il marchese e Chiara, venendo tutti i giorni al palazzo, era preciso come se non ci fossero; perché, mentre la gente parlava d'una cosa e d'un'altra, essi ad altro non pensavano che alla prole. Ogni mese, in un certo periodo, Chiara pareva proprio nelle nuvole: non rispondeva alle domande che le facevano, o rispondeva a vanvera; poi traeva in disparte tutte le signore, una dopo l'altra, e sottoponeva loro all'orecchio certi suoi quesiti. Pertanto, quando don Blasco andava a casa di lei, aizzandola nuovamente contro il principe e Raimondo, non gli dava retta, con la testa scombussolata dalla continua ed intensa aspettazione. Ferdinando, da canto suo, lasciava più che mai cantare lo zio monaco. Felice d'essere assoluto padrone delle Ghiande, vi s'era sbizzarrito a modo suo; a poco a poco però il podere era caduto in rovina, ed egli se n'era accorto. Tutte le cose lette nei libri d'agricoltura aveva voluto provare: appurato, per esempio, che in ogni albero i rami possono fare da radici e le radici da rami, aveva preso a sperimentar la verità, schiantando gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli capovolti: ad uno ad uno tutti gli alberi erano morti. Nondimeno egli non si sarebbe deciso a smettere quelle sue speculazioni, se non ne avesse pensate altre di diverso genere. Fra i molti libri che comprava glien'erano capitati alle mani alcuni di meccanica; allora, rammentati gli antichi amori con l'orologiaio, aveva preso un fattore per lasciargli in balia il podere, e s'era messo a fabbricare ruote ed ingranaggi. Perché mai l'acqua nelle pompe aspiranti non andava mai più su di cinque canne? Per la pressione atmosferica. Non c'era mezzo di controbilanciarla? Ed aveva costruito un suo trabiccolo dove, per lavorar di manubrio, l'acqua, non che a cinque canne, non saliva neppure ad un pollice. La colpa fu tutta degli operai che non avevano capito i suoi ordini: egli si mise intorno ad un problema molto più vasto: il moto perpetuo... Di quel che avveniva in casa, in quel che operavano gli altri non s'impacciava, diradava sempre più le sue visite al palazzo; se non fosse stato per Lucrezia, non ci sarebbe andato mai. Sua sorella, però, se era occupata a far segnali a Benedetto Giulente, non scendeva giù in sala. L'amoreggiamento continuava più forte di prima, in ogni sua lettera il giovane le diceva che il tempo della domanda si veniva sempre approssimando, che fra un anno il loro voto si sarebbe compiuto. Lucrezia, quantunque non ci fosse più quel diavolo di Consalvo, pure, perché non le frugassero in mezzo alle sue cose, chiudeva a chiave la sua camera quando scendeva al piano di sotto, né il principe diceva nulla pel disordine che ne derivava.

Così, nessuno dei legatari s'occupava della divisione; e quanto a Raimondo, egli era più che mai intento alla bella vita e ad inseguire donna Isabella in terra, in cielo e in ogni luogo. Pasqualino Riso non faceva quasi più servizio, occupato com'era a spiar le mosse della signora, a portar lettere ed ambasciate. Gli altri servi ne erano perfino gelosi: il sottococchiere, specialmente, a cui toccava tutta la fatica, e Matteo il cameriere. Essi parlavano a denti stretti della fortuna capitata al compagno, non capivano come il principe continuasse a pagarlo precisamente come prima, lasciandolo a disposizione del fratello; e dal dispiacere quasi voltavano casacca, perché, mentre prima erano contrari alla contessa, adesso la compiangevano, dicevano che non meritava quel tradimento e quel trattamento...

L'acredine degli Uzeda contro la Palmi diveniva veramente troppo viva, esercitavasi specialmente sulle figlie, perché i mali tratti usati ad esse addoloravano la contessa più che quelli diretti personalmente a lei. V'erano giorni terribili, quando donna Ferdinanda alzava la mano su Teresina, che ella passava a piangere come una bambina, a bere le sue lacrime perché non cadessero sulle lettere che scriveva al padre per nascondergli il proprio dolore, per dargli a intendere che era felice...

Ai primi di settembre, avvicinandosi la villeggiatura, il barone giunse da Milazzo per vedere le nipotine e condurre tutti con sé nelle sue campagne, dov'era venuto anche il promesso di Carlotta: il matrimonio si sarebbe celebrato fra un anno. Il principe lo volle ospite al palazzo, anche gli altri che erano tanto duri per la figlia lo accolsero con un certo garbo, quasi per non lasciargli sospettare la mala grazia usata con lei... Né egli le lesse in viso i lunghi patimenti: superbo di quella parentela, della nobiltà di quella casa, s'affermava nell'idea d'aver assicurato la felicità di Matilde. Questa, all'arrivo del padre, all'annunzio che egli veniva per condurli via tutti, ricominciò a tremare per un'altra ragione: per l'antica paura che tra il padre e il marito scoppiasse la guerra. Raimondo non si sarebbe rifiutato di seguire il suocero?... Invece, improvvisamente, un raggio di sole brillò nella sua lunga tristezza: all'invito del barone Raimondo rispose ordinando i preparativi del viaggio. Era niente, quel consenso; non poteva rassicurarla, giacché in città nessuno sarebbe rimasto, in quella stagione, e la Fersa andava come gli altri anni a Leonforte; pure, nell'angustia a cui era ridotta, l'idea di andar via dalla casa degli Uzeda, di tornar da suo padre, per consenso e in compagnia di Raimondo, le faceva trarre liberamente il respiro.

Il principe invitò tutti al Belvedere. Lì però le cose non andavano molto lisce, e i primi a provocare i dissidi furono Chiara e il marchese Federico. Cominciando a perdere la speranza di quel figlio tanto aspettato, quasi vergognosi di aver annunziato ogni momento una gravidanza che non si confermava mai, marito e moglie erano ormai pieni d'una malinconia che a poco a poco diventava una specie d'irritabilità, d'izza latente e senza oggetto determinato. La marchesa, per suo conto particolare, non poteva rassegnarsi alla mancata maternità, se n'accusava come d'una colpa, e per farsi perdonare dal marito, se prima aspettava ogni sua parola come quella d'un oracolo, adesso preveniva i suoi giudizi, intuiva le sue volontà. Egli non aveva il tempo di voltarsi, per esempio, al soffio molesto spirante da una finestra aperta, che Chiara già gridava alle persone di servizio di chiudere ogni cosa, minacciando di cacciar via tutti al rinnovarsi della trascuraggine; in conversazione, quando qualcuno raccontava un fatto o manifestava un'idea, ella leggeva negli occhi al marito se la cosa non gli andava a verso, e allora ribatteva vivacemente prima che egli avesse ancora aperto bocca. Federico, per non esser da meno, si mostrava dello stesso umore di lei, e così tutte le liti che evitavano tra loro le attaccavano invece con gli altri. Ora l'inizio della guerra col principe, del quale erano ospiti, fu l'affare del legato alla badìa di San Placido. Ostinandosi Giacomo a considerarlo nullo per la mancanza dell'approvazione regia, la Madre Badessa aveva chiamato gli avvocati del monastero, i quali ad una voce dichiararono che le ragioni del principe non valevano un fico secco; che la principessa, buon'anima, non aveva niente affatto istituito un benefizio, ma lasciata un'eredità cum onere missarum; quindi che mancava assolutamente la necessità dell'approvazione regia, quindi che il principe doveva metter fuori le duemila onze; questi invece si incaponiva nell'altra interpretazione, e la povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina. In un momento di malumore, viste inutili le trattative amichevoli, la Badessa aveva confidato al marchese ed a Chiara un'altra birbonata del principe: donna Teresa, felice memoria, prima di partire pel Belvedere, donde non doveva più tornare, le aveva affidato, perché la custodisse nel tesoro della badìa e la consegnasse al signor Marco, il quale doveva poi darla a Raimondo, una cassetta piena di monete d'oro e d'oggetti preziosi: appena spirata la madre, Giacomo s'era presentato per ritirare il deposito; e poiché ella aveva opposto qualche difficoltà, era tornato col signor Marco, al quale non aveva potuto rifiutarlo...

Marito e moglie restarono un poco scandalizzati, ma non si sarebbero smossi, se la Badessa, per tirarli dalla sua, non avesse loro detto che il glorioso San Francesco di Paola non aveva più reso fecondo il loro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo perché essi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa. Con questa pulce nell'orecchio, si rivoltarono tutt'e due contro il principe, ma specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate del fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e a poco a poco dalla fondazione delle messe e dal carpito deposito venivano alle altre quistioni dell'eredità: alla divisione arbitraria, al numerario sottratto, ai conti rifiutati, alla pretesa che la finta epoca dell'assegno facesse fede dell'avvenuto pagamento, a tutte le ragioni di don Blasco, il quale scendeva apposta da Nicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebbero compiuti i tre anni dalla morte della madre dopo i quali le donne dovevano riscuotere la loro parte, che il principe, quantunque avesse promesso di pagare anticipatamente, teneva ancora per sé; bisognava dunque mettere presto in chiaro tutte quelle cose, stabilire ciò che veramente toccava loro. Ma reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe messi in mezzo, né la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamente col fratello e cognato, tanto era forte l'istinto del rispetto verso il capo della casa. Chiara però volendo dimostrare il proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia, perché poi questa cercasse di trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera con la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le ragioni dello zio monaco, aggiungendo che lei, Lucrezia, era la più sacrificata di tutti, poiché, continuando la politica della madre, Giacomo non l'avrebbe maritata, o l'avrebbe maritata il più tardi possibile, per restar padrone d'amministrar la dote. Lucrezia, non comprendendo nulla degli affari, la lasciava dire, rispondeva: - "La vedremo!... Ho da dire anch'io la mia!..." Non confidava alla sorella di voler bene a Benedetto Giulente, né avrebbe dato retta alle istigazioni di lei, come non ne aveva dato a quelle dello zio monaco, se il principe, accortosi di quei secreti conciliaboli, di quei tentativi di congiura fatti nella sua propria casa, mentre godevano della sua ospitalità, non avesse trattato più freddamente le sorelle e tolto il saluto a Giulente. Lucrezia, risaputolo e consultatasi con la cameriera, la quale disse che era tempo di farsi sentire se il principe si portava male anche col - "signorino", aprì l'orecchio alle ragioni di Chiara. La sorda ostilità tra fratello e sorelle s'inasprì al ritorno dal Belvedere, quando Lucrezia cominciò a lagnarsi con Ferdinando, per farlo entrare nella lega. Allora entrò in scena Padre Camillo, il confessore.

Tornato da Roma dopo la morte della principessa, il Domenicano era rimasto, con stupore di tutti, confessore del principe come ai tempi della madre. Giacomo non solamente s'accostava al sacramento, ma chiamava in casa il padre spirituale, prendeva consiglio da lui come aveva fatto donna Teresa, e don Blasco fiottava contro - "questo collotorto Gesuita" che, dopo aver fatto da spia alla madre, faceva da spia al figliuolo, ragione per cui - "quel ladro" di Giacomo non lo aveva preso - "a calci nel preterito". Ma Padre Camillo, tutto Gesù e Madonna, neppure udiva le diatribe del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezia, le cominciò un lungo discorso per dirle che dichiararsi malcontenta del testamento materno era un peccato eguale a quello di disobbedire alla madre morta. La principessa, da madre saggia e giusta, aveva ripartita la sua sostanza - "con la bilancia", perché al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere - "egualmente cari". Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata; ma erano appunto il principe, cioè il capo della casa, l'erede del titolo, e il conte, cioè quell'altro dei figli maschi che aveva una famiglia da mantenere con lustro. Per gli altri, la sant'anima aveva fatto le parti eguali - "fino all'ultimo baiocco". Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terre, invece di moneta? Egli citò l'antichità, i testamenti dei defunti principi di Francalanza, l'istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando ad esempio quel che era avvenuto nella generazione precedente. Donna Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili? Adesso, sì, ne possedeva, ma perché, dotata di quello spirito di accorta prudenza che era tradizionale nella famiglia, aveva moltiplicato il capitale lasciatole dal padre, investendolo successivamente in case e poderi. C'era anzi di più: chi aveva preso moglie, fra tutti quei figli? Nessuno! Don Blasco, con vocazione - "esemplare", aveva rinunziato agli adescamenti del mondo per professarsi. La primogenita si era chiusa a San Placido, né il duca e don Eugenio avevano preso moglie, né donna Ferdinanda marito. Perché? Perché essi si consideravano come semplici depositari della loro parte di sostanza! Nella presente generazione, la regola aveva avuto due eccezioni: il conte che aveva sposato donna Matilde, Chiara che era diventata marchesa di Villardita. Ma qui rifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non tutte le persone son fatte ad un modo, ciò che ad uno pare soverchio od inutile è ad altri conveniente; chi si contenta di uno stato e chi ne soffre. La buon'anima aveva compreso che per la felicità di Raimondo il matrimonio era necessario, quindi gli aveva dato moglie, senza badare a sacrifizi. Per Chiara, una propizia occasione erasi presentata, ed a fine d'assicurare la felicità di quella figlia la principessa le aveva perfino forzato la mano: adesso il tempo dimostrava da qual parte fosse stata la ragionevolezza! Quanto a lei, Lucrezia, Dio aveva permesso che sua madre morisse prima del tempo in cui avrebbe dovuto pensare all'avvenire di lei; ma, se questa era stata una gran disgrazia, non voleva poi dire che l'avvenire di lei non stesse a cuore al fratello maggiore. Era strano parlare a una ragazza di certe cose, ma la necessità lo stringeva. Certo il desiderio della santa memoria, desiderio ragionatissimo, fondato sopra argomenti positivi e non sopra capricci, era che ella restasse in casa, ma se, tutt'al contrario, ella avesse creduto pel proprio meglio di fare altrimenti, le davano forse a intendere che, volendo ella maritarsi, il principe le si sarebbe opposto? Quando si fosse presentata l'occasione di accasarla bene, col decoro conveniente al suo nome, il principe non l'avrebbe lasciata sfuggire. Ma bisognava aver fiducia in lui, esser sicura che egli non poteva desiderare altro che il bene della sorella, considerandosi investito d'una specie di tutela morale. E non dare l'esempio d'un dissidio funesto, che sarebbe stato di scandalo in questo mondo, e d'infinita amarezza alla sant'anima nel mondo di là.

Mentre il confessore teneva questo discorso a Lucrezia, il principe ne teneva un altro un poco diverso a donna Ferdinanda. La zitellona, pure vituperando i Giulente, s'era col tempo rassicurata sulle loro pretese; quella bestia del duca non essendo più lì a secondarle, ella credeva che l'amoreggiamento fosse finito del tutto. Invece un giorno che si parlava della responsabilità dei capi di famiglia quando in casa vi sono ragazze da marito, Giacomo disse alla zia che anche Lucrezia avrebbe dovuto un giorno o l'altro accasarsi, che da parte sua l'avrebbe lasciata libera di prendersi chi meglio le piaceva, tanto più che una scelta ella doveva averla già fatta... La zitellona si rivoltò come un aspide:

- "Ha scelto? Ha scelto? E chi è che ha scelto?"

- "Chi? Il solito Giulente..."

Ella diventò rossa in viso quasi fosse sul punto di soffocare.

- "Ah sì... Ancora?... E tu l'hai lasciata fare?"

- "Vostra Eccellenza sa bene come siamo tutti di casa," rispose il principe, sorridendo. - "Quando ci mettiamo qualcosa in capo, è difficile ridurci a mutar sentimento..."

- "Ah, è difficile? Le farò veder io se è difficile o è facile!..."

Da quel momento la zitellona diventò una vipera con la nipote: le sgridate, per una ragione o per un pretesto qualunque, s'udivano fin giù nelle scuderie; le allusioni ironiche ai romanzetti fioccavano acri e pungenti, gl'insulti contro i Giulente si seguivano e non si rassomigliavano. Diceva cose enormi dei vicini, li accusava d'ogni porcheria e perfino di crimini. Non si contentava più di dire che erano ignobili, affermava che il nonno del vecchio Giulente aveva accumulato i primi quattrini facendo il bottinaio a Siracusa, suo figlio aveva rubato il Municipio, suo nipote il governo, tutte le donne erano state altrettante baldracche... Lucrezia la lasciava dire. Non capivano che più s'accanivano contro Giulente più ella pensava a lui, che ogni discorso diretto a distoglierla dal suo proposito glielo ribadiva in capo più saldo. - "Sposerò Benedetto, o nessuno," diceva alla cameriera, dopo quelle sfuriate. - "Hanno voglia di gridare; quando sarà l'ora, lo sposerò." Il principe intanto, dopo averle sciolto contro quel cane, la trattava meno duramente. Un giorno che la donna portava una lettera di Giulente alla padroncina, egli le tolse la carta di mano, ne lesse l'indirizzo, e gliela restituì. Donna Vanna corse dalla signorina per dirle, ansante: - "Vostra Eccellenza stia di buon animo! Vuol dire che ci ha piacere, che finalmente s'è persuaso..." Egli aveva anche raggiunto lo scopo di rompere la lega tramata contro di lui, perché il marchese Federico, fanatico della nobiltà quanto gli Uzeda, udendo che la cognatina incaponivasi nel voler sposare Giulente, aveva dimostrato il proprio dispiacere per quel partito; allora sua moglie s'era schierata con la zia contro la sorella, dandole della stravagante, accusandola di pazzia. Lucrezia invece, sfogandosi con Vanna, rammentava le smanie, i pianti, gli svenimenti di Chiara quando l'avevano costretta a sposare il marchese: - "E adesso si mette con quelli che vogliono costringere me! Non m'importa della sua opposizione! Una pazza di quella fatta! Una bandiera al vento! Ora è tutt'una cosa col marito che prima non poteva sentir nominare; domani cambierà un'altra volta: vedrai!..."


In mezzo a quella guerra, tornò Raimondo da Milazzo, senza la famiglia. Non s'occupò neppure un quarto d'ora della casa e dei parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualino, il domani fu visto seguire in chiesa la Fersa; le mormorazioni dei servi, dei curiosi, degli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono. Aveva detto a sua moglie che sarebbe rimasto lontano una settimana, per affari, ma dopo due mesi non le annunziava ancora il ritorno. Alle lettere di lei rispondeva chiedendo tempo, o non rispondeva affatto; in carnevale, Matilde lo raggiunse, accompagnata dal padre. Egli l'accolse con tre parole, pronunziate freddissimamente:

- "Perché sei venuta?"

Aveva combinato una serie di divertimenti con gli amici che gli davano mano; il giovedì grasso, in un carro rappresentante un vascello dove tutti erano mascherati da marinai, passò e ripassò sotto la casa di donna Isabella, scagliando fiori e confetti per un quarto d'ora ogni volta contro i suoi balconi; il sabato, a una festa a contribuzione nelle sale del Palazzo Comunale ballò tutta la sera con lei; il lunedì ricominciò, al veglione del Comunale. E Matilde, lasciata sola dal padre che era andato a raggiungere le bambine, ripeteva tra sé quella domanda, le sole parole che egli aveva trovato per rispondere alla premura di lei: - "Perché sono venuta?" Per assistere a questo!... Egli dunque continuava a fingere, a mentire, ad ingannarla; anzi, neppure se n'era data la pena! Appena arrivato a Milazzo, aveva smaniato come un pazzo contro la vita di quella spelonca, l'aveva torturata con lagnanze, con rimproveri, con un malcontento quotidiano, con un malumore di tutti i momenti, finché non era riuscito a scappare. Ma ingiustizie, sgarbi, violenze, gli avrebbe perdonato ogni cosa, tanto gli voleva ancora bene; gli perdonava perfino l'indifferenza con la quale trattava le sue figlie, le innocenti creature che erano sangue suo! Ma vederselo sfuggire, ma saperlo tutto d'un'altra, ma ritrovare sulla persona di lui il profumo degli abiti, delle mani, dei capelli di quell'altra; questo no, ella non poteva soffrirlo!

- "Ah, ricominci? Sei dunque venuta per rompermi di nuovo la testa?" rispondeva egli ai suoi tentativi di rimostranze, ai suoi timidi rimproveri. - "Perché non te ne sei rimasta con tuo padre, dunque?"

- "Perché io debbo stare con te, perché il mio posto è al tuo fianco, e perché nemmeno tu devi lasciarmi!"

- "E chi ti lascia? Se volessi lasciarti, ti pare che sarebbe troppo difficile? A quest'ora avrei già fatto fagotto, e me ne sarei andato a Firenze, a Parigi, o a casa del..."

- "Andiamo via insieme! Perché non torniamo a Firenze? Abbiamo là la nostra casa..."

- "Perché in questo momento ho qui da fare!"

- "Se hai dato la procura a tuo fratello..."

- "Ho dato la procura per gli affari ordinari dell'amministrazione; ora bisogna venire alla divisione e pagare le mie sorelle, perché compiscono tre anni dall'aperta successione: hai capito? O vuoi fatto il conto? Mia madre è morta nel maggio del '55 e siamo nel marzo del '58... Sono tre anni, sì o no? Vuoi saper altro?"

- "Perché mi parli così? Che t'ho detto di male?"

- "Nulla! Nulla! Nulla! Soltanto, ti pare che sia un bel gusto sentirsi rotto il capo ad ogni poco con questi sospetti continui?"

- "No, no; non lo farò più... non ti dirò più niente..."

Sarebbe stato capace di porre in atto la sua minaccia, di abbandonarla, di abbandonar le sue figlie!... Gli nascondeva quindi il proprio dolore, vedendo che egli continuava peggio di prima, come se ogni rimostranza fosse stata invece un incitamento. Adesso dicevasi che anche Fersa aveva finalmente dato ascolto alla madre, aprendo gli occhi, facendo capire al conte che quelle assiduità non gli piacevano; e infatti non conduceva più sua moglie dagli Uzeda, né si vedeva più Raimondo avvicinare donna Isabella in pubblico; viceversa egli seguiva la carrozza dei Fersa con la propria da per tutto, quasi inseguendoli; e in chiesa, al teatro, le si piantava dirimpetto, senza più lasciarla con gli occhi.

Un giorno la cugina Graziella, venuta al palazzo a chieder del principe, si chiuse con lui per dirgli:

- "Cugino, debbo tenervi un discorso molto grave..." Da molti anni, da quando Giacomo aveva preso moglie, si davano del voi. - "Donna Mara Fersa mi ha fatto parlare da un'amica... per questa storia di Raimondo!"

- "Quale storia?" domandò il principe, quasi non comprendendo.

- "Non sapete quel che si dice?... Raimondo s'è messo in testa d'inquietare donna Isabella... e se ne accorge ognuno, per dire il fatto della verità..."

- "Io non mi sono accorto di niente."

- "Non importa, cugino; ve lo dico io!... Ed è una cosa che non sta bene e che mi dispiace... Un tempo, s'incontravano spesso in casa mia, ed io li ricevevo a braccia aperte. Potevo sospettar niente di male? Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile! Raimondo è padre di famiglia, donna Isabella ha marito anche lei: che vogliono fare?... In casa Fersa c'è guerra scatenata tra suocera e nuora: bisognerebbe persuadere il cugino a farla finita, una buona volta."

- "E perché lo dite a me?" rispose Giacomo, stringendosi nelle spalle.

- "Perché? Perché io non ho molta confidenza con Raimondo... e poi, sarebbe meglio che gli parlaste voi, che siete il capo della casa, e potete..."

- "Sbagliate. Io non posso nulla: qui ciascuno fa a modo suo. Altro che capo! Persuadetevi che per poco non sono la coda!..."

La cugina tornava a invocare l'autorità del cugino, il principe a lagnarsi della mancanza d'accordo che c'era in quella famiglia, mentr'egli invece avrebbe voluto che tutti fossero uniti, affezionati l'uno con l'altro, disposti ad aiutarsi, a consigliarsi vicendevolmente.

- "Volete che io parli a mio fratello? È capace di rispondermi: "Di che cosa ti mescoli?" E non sarebbe la prima risposta di questo genere... Cara cugina, voi sapete che teste quadre sono le nostre!... No, no, credete a me: sarebbe inutile, se non peggio."

La cugina, a cui non pareva vero di poter mettere le mani in pasta, ricominciò quel discorso con la principessa.

- "Dici davvero?..." esclamò donna Margherita, la quale non si era avvista mai di niente.

- "Povera Matilde!... Non meritava questo trattamento!"

- "È quel che dico io! Con una moglie tanto graziosa, non si capisce perché Raimondo cerchi distrazioni fuori casa... Ma la testa degli uomini: chi sa leggere in questo libro?... Mi dispiace quanto l'anima! Due famiglie disturbate, mentre avrebbero potuto vivere in pace ed armonia!... Basta, il cugino dovrebbe adesso persuadersi di lasciar quieta donna Isabella. Per me, non avrei difficoltà di dirglielo a viso aperto: non ho già paura che mi mangi! Ma sai bene: è vero che siamo cugini; ma che si potrebbe dire, che io cerco di mettere il naso negli affari altrui? che cerco di seminar zizzania? mentre sa Dio se mi dispiace, quanto l'anima!..."

La principessa scrollava il capo, sinceramente addolorata, tanto più che non poteva far nulla. Suo marito non le aveva ingiunto di badare ai casi propri, sotto pena di averla a far con lui?... E la cugina Graziella cominciò ad armeggiare intorno a Matilde, deliberata di dire ogni cosa a lei stessa. Non era la moglie? Chi più di lei poteva aver diritto di parlare a Raimondo e interesse a distoglierlo da quella tresca?... Riuscita una sera a capitarla sola nella Sala Rossa, cominciò a chiederle notizie del barone, e del matrimonio della sorella, e della salute delle bambine.

- "Verranno qui, o andrete voi a raggiungerle?"

- "Non so," rispose Matilde, imbarazzata. - "Non so che deciderà Raimondo."

- "Capisco!" rispose la cugina, sospirando. - "Gli uomini vogliono far di loro capo... oggi una cosa, domani un'altra... Voi, naturalmente, vorreste andare al paese vostro, insieme con vostro padre. S'ha un bel dire, la famiglia del marito, sì, sì, sì, ma la propria non si dimentica mai! Anche il cugino dovrebbe persuadersi ad andar via di qui... sarebbe molto meglio... anche per lui..."

Matilde chinava il capo, evitando di guardarla, stringendo una mano con l'altra. La cugina continuò:

- "Anche per lui... si leverebbe dalle tentazioni... penserebbe soltanto alla sua famiglia!... Avete ragione d'essere inquieta, capisco, poveretta... Non meritavate un simile trattamento... Ma voi dovreste dirglielo!.. Siete sua moglie, insomma, la madre dei suoi figli... Potete parlar alto... obbligarlo a finirla, una buona volta!..."

Con tutto il sangue alla fronte, la contessa aveva chiuso gli occhi; poi s'era sentita agghiacciare; a un tratto portò le mani al viso e ruppe in singhiozzi.

- "Oh Signore!... Cugina!... Che avete?... Santo Dio!... Cugina, non fate così!…"

- "Io!... Io!..." balbettava Matilde, con le labbra amaramente contorte dall'ambascia. - "Io che piango da due anni... Io che non ho più figlie... Io che l'ho pregato come si prega Gesù!..."

- "Bontà divina!... Avete ragione!... Ma zitta, non piangete così... Cugina mia, fatevi animo... Solo alla morte non c'è rimedio!... Del resto io non credo che ci sia stato nulla di male!... Chiacchiere della mala gente!... Raimondo è un po' scapato; ma, questo? Non posso credere! La colpa, com'è vero Dio, è di quell'altra... Le piace farsi corteggiare un poco, ma dal conte di Lumera, figuriamoci! Pura vanità, statene certa e sicura! Ma non piangete!... Queste cose, santo Dio, mi fanno male... Una famiglia così bella, dove avrebbe potuto esserci la pace degli angeli, con due veri angioletti che sembrano scesi dal Paradiso!... Ma vostro marito deve saperlo; vedrete che capirà... Perché non chiamate vostro padre? Tocca a lui aiutarvi..."

Il barone, invece, le scriveva rimproverandole l'abbandono delle figlie, accusandola di voler più bene al marito che a quelle creature, chiamandola a casa per assistere al matrimonio della sorella. Ella tentò ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su lei, la tortura a cui la poneva con quelle accuse; ma nell'autunno egli venne a trovarla, improvvisamente, solo.

- "Che cosa succede? Sei ammalata? Che cos'ha tuo marito? Perché non m'hai scritto? Perché non sei venuta?"

Ella protestò che non accadeva nulla, che s'era sentita poco bene, che appunto per questo non aveva potuto andar da lui. L'imminenza d'una spiegazione tra suo padre e Raimondo l'atterriva; conoscendo il carattere prepotente, i modi sprezzanti di suo marito, e gli scatti d'ira di cui suo padre era capace, ella viveva con l'animo sospeso, dimenticava i suoi dolori per evitare uno scoppio, tanto più che il barone pareva non aver creduto alle sue proteste, mostrava un viso accigliato in quella casa che prima era stato superbo d'abitare. Adesso stava molto fuori, tornava con ciera più rannuvolata, non rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera si chiuse in camera con lei e le disse:

- "Mi vuoi dire finalmente quando la smetterai? Non negare, è inutile; so tutto..."

Ella tremava in tutta la persona, balbettando:

- "Che sai? Io non capisco... non so nulla..."

- "So che tuo marito fa una bella vita, ti dimostra un grande amore," esclamò il barone con voce gravida di sorde minacce. - "Ho ricevuto una lettera anonima; sono venuto per questo... La buona gente non manca!... Ma poiché tu non parli... poiché non ti confidi a tuo padre!... Adesso bisogna mettere le carte in tavola, hai capito?" e picchiò forte con una mano contro l'altra.

- "Sì, sì, non t'inquietare..."

Non sapeva adesso donde le venisse quella calma sovrumana, quella forza di negare la cagione del suo lungo cordoglio:

- "Non t'inquietare, babbo mio caro... non vedi come sono tranquilla?... Te lo giuro, non so nulla... Saranno calunnie... c'è tanta cattiva gente!... Un anonimo!... Prendi sul serio quel che scrive un anonimo?"

Il barone passeggiava per la camera facendo scoppiare l'indice contro il pollice, volgendo intorno accigliando gli sguardi.

- "Tanto meglio!... Tanto meglio!... Ma qui bisogna finirla con questo andirivieni continuo! Bisogna decidersi a stare in un posto qualunque, ma stabilmente, a casa propria, coi figli, come tutti gli altri cristiani..."

- "È quello che diciamo anche noi... Credi forse che non ne siamo persuasi?... Raimondo vuol tornare a Firenze; ci saremmo già se non fossero gli affari della divisione, il pagamento delle mie cognate..." E sorridendo soggiunse: - "Ti pesano forse, le bambine?"

- "Non far la stupida. Con me, sai, non ci riesci."

Ella sentiva in ogni parola del padre, in quell'impeto a stento frenato, che egli aveva acquistato la certezza del tradimento di Raimondo, di qualche cosa di più grave ancora; e il cuore le si chiudeva, le si chiudeva, come in una morsa, e le forze l'abbandonavano, e un brivido ricominciava a correrle per tutta la persona. Trasalì a un tratto udendo Raimondo che picchiava all'uscio, chiamandoli.

- "Che fate?" domandò loro entrando, guardandoli curiosamente.

- "Nulla..."

- "Nulla," ripeté il barone. - "Si parlava della decisione che dovete prendere... Vuoi continuare a star senza casa, a pagar quella di Firenze per tenerla chiusa?"

- "Io?" rispose Raimondo, con tono stupito, come cascando dalle nuvole. - "Io, se potessi," proruppe, - "a quest'ora sarei scappato anche a piedi da questo fetido paese. Ah, vi pare forse che ci stia per mio gusto, in mezzo a questi sciocchi, presuntuosi, ignoranti, pezzenti, invidiosi, maleducati?..."

Nessuno lo teneva, mai s'era scagliato con tanta violenza contro i propri concittadini; gestendo vivacemente, quasi gli contraddicessero, sfilava la litania delle recriminazioni, comprendeva nel proprio disgusto tutta la Sicilia, tutto il Napolitano, l'intera razza meridionale.

- "Allora, quando hai deciso di partire?" interruppe secco il barone.

- "Quando?..." ripeté Raimondo, guardandolo un momento. - "Non sapete che sono incatenato dagli affari?"

- "Gli affari, volendo, si sbrigano in otto giorni."

Raimondo tacque un poco; poi esclamò, stringendosi nelle spalle: - "Sbrigateli voi, se potete."

Il barone fece per replicare, ma la parola vivace gli rimase in gola. Raimondo, magro, grazioso, elegante, dominava con gli sguardi sprezzanti, con l'espressione sottilmente ironica del viso bianco e delicato, la persona forte e vigorosa del suocero, dalle spalle quadrate, dai polsi nodosi, dalla faccia abbronzata. Si guardarono un istante, mentre Matilde, impallidita, batteva i denti, come per febbre; poi il barone guardò sua figlia, vide lo sguardo smarrito che gli volgeva, e allora chinato il capo, mormorò:

- "Va bene... va bene... Procura soltanto di far presto... Fra giorni si marita mia figlia; vi aspetto..."

Ripartì il domani. Sul punto di andar via, disse a Matilde di tenersi pronta, risoluto com'era a condurla con sé, anche sola, per costringere il genero a raggiungerla. Ella chinò il capo, consentendo, gettandogli le braccia al collo dalla gratitudine, poiché comprendeva che s'era padroneggiato per amore di lei per risparmiarle il dolore d'una triste scena. Ma il barone era appena partito che Raimondo le disse:

- "Sai che è curioso, tuo padre? Crede forse che tutti debbano fare a modo suo? O che io abbia sposato lui?... Agli affari di casa mia voglio pensare da me, capisci; e andare dove mi pare e piace, quando mi pare e piace!..."

Ella gli diede ragione, soggiogata come sempre dalla volontà di lui, allegando appena come scusa dell'assente il bene che voleva ad entrambi.

Andarono a Milazzo pel matrimonio di Carlotta; poi, partiti gli sposi e il barone per Palermo, tornarono a Catania, anzi al Belvedere, dov'erano tutti gli Uzeda. Lì ella ebbe qualche mese di tregua: i Fersa non c'erano, gli Uzeda parevano di nuovo rabboniti. Suo padre scriveva un po' da Palermo, un po' da Milazzo, un po' da Messina; andò poi anche a Napoli; finalmente tornò nell'aprile, insieme col duca d'Oragua. Questi diceva d'esser venuto per affari, d'aver affrettata la partenza per viaggiare insieme col barone, ma parlava molto degli avvenimenti pubblici, della guerra di Lombardia, della malattia di Ferdinando ii. Il barone pareva un altro, in compagnia del duca; l'intimità che s'era stretta fra loro due durante il viaggio l'aveva placato. Nondimeno ripeté alla figlia l'offerta di condurla via con sé; ma poiché Raimondo le aveva dichiarato che non poteva muoversi ancora, ella rispose:

- "No, babbo... verremo tutti... presto, fra giorni."




8.


In piedi, con le braccia levate, rosso come un pomodoro, don Blasco pareva volesse mangiarsi vivi i suoi contraddittori:

- "E questo si chiama vincere, ah? Con l'aiuto dei più grossi, ah? Perché hanno chiamato aiuto, allora? Perché non si sono battuti da soli, se gli bastava l'animo? E questa la chiamate vittoria? In due contro uno?"

- "Nossignore!" protestò Padre Rocca. - "Erano ventimila di meno..." - "Centosessantamila austriaci contro centoquarantamila alleati," soggiunse Padre Dilenna.

- "E i piemontesi si sono battuti da soli!..." affermò Padre Grazzeri.

- "Come? Dove? Quando?" urlò don Blasco. - "Che cosa m'andate battendo?..."

- "Leggete i giornali, se non sapete!" fecero gli altri, a coro. Allora egli impallidì come per un'ingiuria mortale.

- "Leggere i giornali?... Leggere i vostri giornali?" Balbettava, pareva cercasse le parole. - "Ma dei vostri giornali io mi netto il fondamento!... Ah, no? non volete capire?... Me ne netto il fondamento, così..." e fece il gesto.

Il fratello portinaio mise il capo dietro il muro della scala; dalla terrazza affacciossi Padre Pedantoni per guardare giù nel portico dove s'accendeva la lite.

- "Questo non si chiama rispondere!... A voi, dunque, chi dà le notizie?... Avete un servizio d'informazioni particolare, se non leggete i giornali?"

- "Così!..." continuava a gestire don Blasco, fuori della grazia di Dio.

- "A me parlate della vostra carta sporca? A me che vi farei legare tutti quanti, voi e chi l'introduce qui dentro?"

- "Andate a denunziarci!... Ne sarete capace!..."

- "Farei il mio dovere!"

- "Fareste la spia!"

- "A me?..."

Padre Massei, che se la godeva seduto sopra un sedile, esclamò a un tratto, vedendo il gesto con cui don Blasco sfibbiava la sua cintola di cuoio:

- "Sst!... Sst!... Viene l'Abate..." ma don Blasco tonò. - "Me n'infondo dell'Abate, del Priore e del Capitolo! Avanti, chi si sente da più! A me spia, manetta di carognuoli?..."

Vedendo che diceva sul serio, Padre Dilenna gli si fece incontro, rabbuiato in viso. Allora Pedantoni fu costretto a mettersi in mezzo, per dividerli:

- "Andiamo, smettetela. È questo il modo?..."

Da un pezzo le discussioni finivano così, con le grida, gli insulti e le minacce. Don Blasco era diventato un energumeno dopo che i liberali rizzavano la cresta per via degli avvenimenti di Lombardia, della cacciata del Granduca da Firenze, dell'agitazione che propagavasi per tutta l'Italia. - "Questa volta è per davvero! Son sonate le ventiquattro!..." dicevano, ed egli prima si scagliava contro Napoleone iii, contro quel - "figlio di non so chi" al quale non bastava la propria tigna e veniva a grattare quella degli altri: poi tonava che Francesco ii li avrebbe costretti ad arar dritto: - "Perché è ragazzo? Perché non c'è più suo padre?... Vi farà legare dal primo all'ultimo! La vedremo!..." Ma il suo più grande furore scoppiava quando i liberali, dopo aver profetato imminenti novità in Sicilia, dopo aver parlato di moti rivoluzionari già belli e pronti, gli adducevano in prova il ritorno di suo fratello, del duca di Oragua, da Palermo. - "Quello lì in galera, legato mani e piedi; quell'imbecille, pazzo, brigante e traditore!..." Poi, ridendo di se stesso, lo vituperava altrimenti: - "Lui, pericoloso? Quel pezzo di coniglio? Lui congiurare? È tornato per la squacquerella che ha addosso!... Palermo è buona per bagordarvi, ma in tempo di trambusti è meglio il proprio paese, tapparsi in casa propria, ficcarsi dentro un forno!... Se tutti i sanculotti sono come lui, Francesco regnerà altri cent'anni."

Egli ripeteva quei discorsi fuori del convento, dinanzi agli estranei; dalla Sigaraia specialmente, dove andava tutti i giorni, uscendo dal refettorio. Donna Lucia, all'ora canonica, serrava la bottega e si metteva alla finestra per vederlo uscire dal portone del convento e infilare quello del palazzotto; allora gli andava incontro, fino a mezza scala, con le figlie e il marito. Le ragazze, che adesso avevano da dieci a dodici anni, erano tal e quale don Blasco: grasse e grosse come mezze botti; e gli baciavano la mano e gli davano del Vostra Eccellenza al pari di Garino, che si sbracciava per servirlo, per avanzargli la poltrona più comoda ed offrirgli i biscotti e il rosolio regalati dal monaco a spese di San Nicola. Quella era la visita pubblica che don Blasco faceva all'amica, perché poi ce n'era una seconda, quando Garino portava a spasso le ragazze, e i due restavano soli. Certe volte ce n'era una terza, nella tabaccheria. Oltre che il tabaccaio, Garino faceva il caffettiere e teneva due tavolini con sei chicchere per ciascuno, ad uso degli avventori, i quali erano la più parte spie e sbirri e sorci di polizia, giacché egli esercitava una terza professione, quella dell'orecchiante. Così, in mezzo a quel pubblico di fedeli, don Blasco si nettava la bocca contro i sanculotti in generale e il fratello in particolare, e apprendeva notizie di prima mano intorno ai movimenti dei traditori. Veramente, Garino protestava un gran rispetto pel duca d'Oragua, zio del principe di Francalanza, appartenente ad una delle prime famiglie del Regno; e a sentire i vituperi di don Blasco scrollava un poco il capo; ma, voltando pagina, Sua Paternità aveva poi tutti i torti? Il duca faceva male a frequentar troppo don Lorenzo Giulente, il quale era un liberale arrabbiato — naturalmente, non essendo signore! — e per mezzo del console inglese — la polizia sapeva ogni cosa! — faceva venire giornali, proclami e altra roba proibita; a don Lorenzo, anzi, avean fatto una visita domiciliare; ma dal duca non andavano, pel rispetto dovuto alla famiglia Uzeda... Questo appunto don Blasco non poteva soffrire: che egli godesse dell'immunità, che si parlasse di lui come d'un capo rivoluzionario senza che corresse rischi di sorta; voleva che lo trattassero come gli altri, che lo legassero più stretto degli altri. - "Sono tutti cani arrabbiati! ci vuole il bastone! Ci vuole la museruola!" Garino scrollava il capo: l'Intendente Fitalia non avrebbe potuto permettere che si molestasse il duca d'Oragua, finché, beninteso, egli non si arrischiava troppo; ma questo era certo e sicuro: che un gran signore come lui aveva tutto da perdere e niente da guadagnare mettendosi coi - "malpensanti" e gli arruffapopolo: il signor Intendente gliel'aveva detto a faccia a faccia!... Allora, udendo che suo fratello andava dal rappresentante del governo, don Blasco sfogava a un altro modo:

- "Volpone! Camaleonte! Giubba rivolta!... Come possono fidarsene? È del partito di chi vince! Li giuoca tutti! Tradirebbe suo padre che lo creò!..."

E andando via dalla Sigaraia ripeteva quei discorsi in pubblico, nella farmacia di Timpa, che era il quartier generale dei fedeli, mentre in quella di Cardarella si davan convegno i rivoluzionari. Se qualcuno, scandalizzato dalla violenza del monaco, gli faceva osservare che non stava bene parlare in tal modo, agli estranei, del proprio fratello:

- "Fratello?" protestava egli. - "Io non ho fratelli! Non ho parenti! Non ho nessuno: com'ho da cantarvelo?..."

Si dava al diavolo, perché niente andava a modo suo, al palazzo. L'anno innanzi, al momento della scadenza del termine stabilito dalla principessa pel pagamento alle figlie, Chiara e Lucrezia non erano andate d'accordo; il marchese, biasimando l'amore della ragazza per Giulente, s'era riavvicinato al principe, il quale gli aveva fatto la corte, trattandolo con le molle d'oro, per propiziarselo. Ferdinando, intento a mettere insieme un museo di storia naturale alle Ghiande, non si era neppure informato di quel che avveniva; così, non solamente i legatari non avevano chiesto i conti, ma il principe, adducendo la mancanza di quattrini, aveva ottenuto dal marchese di poter ritardare il pagamento fino all'altr'anno. La scadenza era arrivata, e Giacomo non pagava ancora, scusandosi con le inquietudini pubbliche, col ristagno degli affari, con la scarsità del raccolto e l'impossibilità di venderlo. E don Blasco non si dava pace udendo che i nipoti, dimenticate le loro ragioni, accettavano perfino i continui ritardi, i pretesti furbeschi del principe. Quelle bestie di Federico e di sua moglie, specialmente, non davano più retta a nessuno, al settimo cielo per la speranza d'un figliuolo — come se dalla pancia di Chiara dovesse venir fuori il Messia! — e quel babbeo di Ferdinando riduceva il giardino un pestilente carnaio, preso a un tratto dalla smania d'imbalsamare animali — senza accorgersi che il più animale di tutti era lui stesso! Quell'altra sciagurata di Lucrezia, poi, viveva nelle nuvole, più stravagante di prima, e impallidiva quando nominavasi Giulente, lo sbarbatello petulante che anche lui discorreva di costituzione e di libertà! Finalmente c'era la quistione impegnata tra Raimondo, che non voleva muoversi, e sua moglie che voleva andar via: in odio all'intrusa don Blasco si schierava a favore del nipote aborrito.

- "Partire? Per andare dove? A Firenze c'è il terremoto! Questi non sono tempi da lasciare il proprio paese!"

Raimondo adduceva la stessa ragione, e gli altri la ripetevano: Matilde sentiva ordirsi intorno un'altra congiura sempre più stretta; doveva adesso contentarsi di andare e venire da Milazzo ogni mese per veder le bambine, non potendo più reggere ai mali tratti che usavano loro quei parenti. Suo padre non l'aveva più con Raimondo, girava per la Sicilia col pretesto degli affari, ma per lavorare invece contro il governo: e don Blasco e donna Ferdinanda si divertivano a predire che un giorno o l'altro l'avrebbero buttato in galera, poiché quella predizione faceva piangere l'intrusa. Il duca, invece, parlava molto bene del barone, s'intratteneva a lungo con lui quando passava da Catania: adesso esaltava il genio di Cavour, i trionfi della sua politica; se gli rimproveravano le antiche critiche alla spedizione di Crimea, negava d'averne mai fatte; e giudicava che la via per la quale s'era posto Francesco ii fosse sbagliata: l'alleanza bisognava farla col Piemonte, non con l'Austria, e concedere la costituzione, non inquietare i patriotti, perché Napoleone aveva parlato chiaro: l'Italia doveva esser libera dall'Alpi all'Adriatico...

A don Blasco veniva di vomitare, udendo queste cose, e s'arrovellava, non potendo prendersela direttamente col fratello maggiore; ma il giorno che arrivò la notizia della pace di Villafranca, per poco non gli prese un accidente, dall'esultanza. Lungo i corridoi di San Nicola, dinanzi ai monaci dell'altro partito che tenevano, mogi mogi, la coda fra le gambe, vociava, trionfante:

- "Ah, il gran Cavour? Ah, il gran Piemonte? Dove sono adesso? Perché non continuano la guerra da soli? Dov'è andato l'Adriatico? Dov'è andato il Mar Tirreno? E quella bestia che sputava sentenza, empiendosi la bocca di nabboleone! Napoleone aveva confidato proprio a lui quel che voleva fare! Credevano d'esserselo posto in tasca, Napoleone!..."

- "O non l'avevate con lui perché non si grattava la sua tigna?"

- "Come? Quando? So molto io!... La baldoria è finita!... Ma che Re, Francesco ii? Ma che Re? Degno figlio di suo padre!..."

Se avessero fatto lui Re, non avrebbe messo più boria, non avrebbe guardato la gente da tant'alto. E si sgolava anche al palazzo, vedendo che il fratello scrollava il capo, udendogli sentenziare che l'ultima parola non era detta.

- "Che ultima e che prima! Il gran cavurre ha fatto fagotto! I principi legittimi tornano tutti quanti! L'avete schiacciata male, non volete capirlo?"

Ogni giorno s'informava se il duca aveva ordinato i preparativi della partenza: quel fratello gli pesava come un sasso sullo stomaco, non vedeva l'ora che se ne tornasse a Palermo, quasi in città non potesse regnar pace se colui non se n'andava. Al convento, insultava quelli che osavano ancora contraddirgli, le discussioni minacciavano di finir male; lo stesso Abate aveva dovuto pregare i Padri Dilenna e Rocca di lasciarlo dire per evitare un guaio. Il Priore, invece, non s'occupava di tutte queste cose: nessuno sapeva in qual modo egli la pensasse. Se gli parlavano di politica, stava a udire, scrollava il capo, rispondeva: - "Non sono affari che mi riguardano... Date a Cesare quel che è di Cesare..." Al Noviziato la lotta fra i due partiti s'era attizzata; il principino, a cui don Blasco dava l'imbeccata, prendeva anche lui l'aria di un trionfatore, dileggiava Giovannino Radalì, capo dei rivoluzionari, dandogli del - "barone senza baronia" e del - "figlio del pazzo". Il duca Radalì, infatti, era morto in un accesso di delirio furioso; la duchessa vedova aveva quindi stabilito che Giovannino, come secondogenito, pronunziasse i voti. E questo era un altro argomento col quale Consalvo schiacciava il cugino: - "Io andrò via, e tu resterai sempre qui!..." Giovannino, che nonostante le diverse idee politiche gli voleva bene, sopportava un poco i suoi dileggi; ma, a volte, infuriava in malo modo: il sangue gli montava alla testa, gli occhi gli s'accendevano; scagliatosi sul cugino, se lo metteva sotto, malmenandolo, finché fra' Carmelo accorreva, con le mani in testa:

- "Per l'amor di Dio!... Che modo è questo?... Non potete star cheti? Pensate a divertirvi!"

Composte le liti, i ragazzi si divertivano, infatti. I due cugini morivano dalla voglia di fumare; Giovannino aveva ottenuto da fra' Cola, in gran segreto, poca semente di tabacco, e l'aveva piantata in un angolo del giardino; cresceva rigogliosa, e presto ne avrebbe fatto sigari. Frattanto giocavano da mattina a sera, con pochi momenti di studio svogliato, con qualche ora di funzioni religiose.

Per la festa di Sant'Agata, in agosto, andarono a spasso tutti i giorni, assistettero alla processione del carro, all'oratorio cantato in piazza degli Studi, e con più piacere alle corse dei barberi, che Raimondo chiamava barbarie. Le facevano lungo la via del Corso, tra due siepi vive di curiosi, sui quali spesso i cavalli si gettavano, sparando calci ed ammaccando costole. I cavalli vincitori ripercorrevano poi la via al passo guidati dai palafrenieri che lanciavano tratto tratto un grido ai balconi:


Affacciatevi, principi e baroni,

Che sta passando il re degli animali!


E la folla: - "Olé..." Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco di quelle feste: il Senato della città, nella berlina di gala grande quanto una casa, preceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani che sonavano i tamburi, andava a prendere l'Intendente, il quale doveva farsi trovare sul portone: al senatore più giovane toccava mettere il piede sulla predella, in atto di scendere; ma allora il rappresentante del governo doveva avanzarsi con le braccia distese, per impedirgli di toccar terra. Erano le prerogative della città. Il Senato aveva avuto lunghe contese con le altre autorità circa il posto da occupare nella cattedrale, durante le grandi funzioni: per evitare liti ulteriori, s'era tracciata per terra una riga di marmo che nessuno poteva varcare.

Finita la festa di Sant'Agata, a San Nicola novizi e fratelli prepararono quella del Santo Chiodo, per cui ogni anno c'era grande aspettativa.


Il Re Martino, che la portava sempre al collo, aveva regalato quella reliquia ai monaci, nel 1393: era uno dei chiodi con un pezzetto del legno della croce sulla quale avevano suppliziato Gesù. Il 14 settembre la spera d'oro tutta gemmata dove serbavasi la sacra spoglia fu esposta all'adorazione dei fedeli, mentre l'Abate, circondato da tutti i Padri con la cocolla, celebrava, accompagnato dal grand'organo, il pontificale. Ma la vera festa fu quella della sera, quando la vasta piazza di San Nicola parve trasformata in un salone, dalle tante faci accese per ogni dove, dalle tante seggiole disposte per le signore che arrivavano in carrozza dalla Trinità e dai Crociferi, e venivano ad assistere alla processione. Questa usciva, a suon di banda e di campane, tra due file di soldati, dalla porta maestra della chiesa che pareva tutta una fiamma: l'Abate reggeva la spera, seguito da un lungo corteo che rientrava dopo compìto il giro della piazza: allora cominciavano i giuochi di fuoco, i razzi, le ruote, le fontane luminose, la gran macchina finale che mutava quattro volte di disegno e di colori e finiva col crepitare assordante d'un fuoco di fila mentre centinaia di serpenti luminosi si snodavano nell'aria scura... Il principino, accanto ai suoi parenti, non aveva tempo di dar retta a tutti, facendo gli onori di casa, giacché nella piazza e in tutto il quartiere la gente era ospite dei Benedettini. Tutta la città s'era riversata lassù: le signore con gli abiti estivi che portavano l'ultima volta, segnando quella solennità la fine della stagione. Donna Mara Fersa, con la nuora e i parenti di costei venuti da Palermo, stavano dalla parte opposta degli Uzeda; don Mario era in campagna. Adesso appena si salutavano, per l'occhio del mondo; a donna Isabella era stato proibito di andare più in casa di donna Ferdinanda o di altri parenti del conte; la gente, a poco a poco, aveva finito di chiacchierare su quel soggetto. Lo stesso Raimondo pareva essersi rassegnato; non lo vedevano più correre dietro alla signora, né costei litigava più con la suocera, né s'atteggiava a vittima come un tempo. Quella sera aveva un abito veramente sfarzoso, e tante gioie addosso, che tutti gli occhi si volgevano su lei. Quando la folla cominciò a diradarsi, Padre Gerbini, sempre galante, l'accompagnò alla carrozza; e come, giusto per combinazione, il cocchiere dei Fersa e quello del principe Francalanza avevano messo accanto i loro legni, Raimondo e il principe, nell'andar via, fecero una scappellata alle signore, alla quale risposero solo donna Isabella e lo zio palermitano.

Ora, il domani di quella festa, una notizia straordinaria, sbalorditiva, incredibile, corse di bocca in bocca per la città: donna Mara Fersa aveva cacciato di casa la nuora!... Era vero?... Non era possibile!... Se la sera innanzi erano state insieme a San Nicola?... E come? Perché? Quando tutto pareva finito?... Ma i bene informati dicevano che non era finito niente, e che la bomba era scoppiata giusto quella notte per l'assenza di don Mario. Donna Mara, dopo avere accompagnato i parenti della nuora all'albergo ed essere tornata a casa ed aver preso sonno, aveva udito rumore nella camera di donna Isabella: entrata da lei, l'aveva trovata mezzo nuda, con la finestra aperta e il cappello d'un uomo rotolato per terra. Se avesse fatto un momento più presto, li avrebbe colti sul fatto; ma dal balcone che dava sui tetti della scuderia, egli era scappato in un lampo. Senza bisogno di nominarlo, tutti comprendevano che egli era il conte... Bisognava vedere, aggiungevasi, donna Isabella, pallida come una morta, quando la suocera, con voce strozzata, le aveva gridato: - "Esci di casa mia!..." Lì per lì, senza darle neanche tempo d'infilarsi un paio di scarpe, in pantofole come si trovava! Ella se n'era andata, con la cameriera che le teneva il sacco, all'albergo dove si trovava quel suo zio provvidenzialmente piovuto da Palermo. - "E se non c'era? Dove l'avrebbe mandata? E don Mario, il marito?..."

Don Mario arrivò all'alba, a rotta di collo, mandato a chiamare con un espresso: il piangere che faceva! come un bambino!... Ne avea voluto del bene alla moglie! E allo stesso conte! Questo era stato lo sbaglio! Sua madre, no: l'amicizia degli Uzeda non le aveva dato alla testa; fin dal principio s'era accorta della piega che prendevano le cose. Se non fosse stata lei, il pasticcio sarebbe successo molto prima, Raimondo non avrebbe dovuto prender tante precauzioni. Egli rischiava infatti la vita, ogni volta. Quando Fersa andava in campagna, il conte entrava in casa di donna Isabella, avendo comperato tutte le persone di servizio: ma dal portone della stalla, che il cocchiere gli apriva, doveva salir sul tetto delle scuderie, scavalcarne la balconata e di lì entrare in camera dell'amica... Era stato un vero miracolo, se per tanto tempo non l'avevano sorpreso!... L'ultima notte, scappato senza cappello, gli sbirri di ronda l'avevano incontrato e stavano per arrestarlo; ma, conosciuto che era il conte Uzeda, l'avevano lasciato andare...

Gl'increduli, i curiosi, fecero capo alla polizia, ma lì furono mandati a spasso. E quel giorno stesso tutti videro il contino Raimondo al Casino dei Nobili dove giocò e chiacchierò del più e del meno, come di consueto. Possibile che sfidasse fino a questo punto l'opinione pubblica? O non era piuttosto da dubitare della storia che si narrava?.. Già correvano le versioni favorevoli a donna Isabella. Era levata, a mezzanotte? Non aveva sonno! La finestra aperta? Per il gran caldo. Il cappello per terra? Un vecchio cappello del cocchiere, il quale s'era divertito, nel pomeriggio, a buttarlo per aria!... Se tutte queste cose non s'erano messe in chiaro sul momento, bisognava incolpare quella furia di donna Mara. Non poteva soffrire la nuora, tutti sapevano come l'aveva maltrattata! Chi parlava del conte? Che c'entrava il conte? Chi l'aveva visto? Era a casa sua, si era raccolto subito dopo la processione del Santo Chiodo: il principe, la principessa, tutta la famiglia, tutti i servi potevano attestarlo! Forse perché aveva fatto qualche visita, tempo addietro, alla Fersa? Ma s'era allontanato subito, visto che prendevano in mala parte un'amicizia innocente! Aveva dunque ragione di non voler stare in quel paese, di ribellarsi contro la malignità dei propri concittadini!... E a poco a poco quelle voci acquistavano credito: dicevasi perfino che Fersa l'avesse con la madre, per non aver dato tempo all'accusata di provarsi innocente... Tutta la città discuteva, commentava, giudicava ogni notizia relativa al fatto, appassionandosi più che per una caduta di Regno. Chi parteggiava pel conte, protestando che un padre di famiglia come lui non si sarebbe messo a disturbare un'altra famiglia; chi lo giudicava capace di questo e d'altro, per soddisfare un capriccio. Scapolo, non aveva fatto una vitaccia? Ammogliato, non aveva fatto tanto soffrire la povera moglie? In quella circostanza, per buona sorte, ella era in casa di suo padre, a Milazzo.

Giusto, tre giorni dopo, i difensori di Raimondo trionfarono: egli partiva per Milazzo, raggiungeva la moglie e le figlie. Donna Isabella, da canto suo, era partita per Palermo con lo zio. Chi ardiva ancora affermare che ci fosse stato niente di male fra loro? Quella sconsigliata di donna Mara Fersa aveva fatta la frittata!... Gl'increduli andarono al palazzo Francalanza e all'albergo, per vedere se quelle partenze eran vere. Erano verissime: donna Isabella e Raimondo erano partiti, l'uno per Milazzo e l'altra per Palermo; il principe si apparecchiava ad andarsene al Belvedere; Fersa con la madre era già a Leonforte.


Durante la villeggiatura quei fatti furono il tema di ogni discorso.

A Nicolosi, tra i Padri Benedettini, se ne fece un gran parlare: Padre Gerbini, fra gli altri, sostenne a spada tratta l'innocenza di donna Isabella, forte del fatto che Raimondo, da Milazzo, era partito definitivamente per Firenze, dove tornava a domiciliarsi con la famiglia. Don Blasco però non aprì bocca su questo soggetto. Egli pareva avesse dimenticato tutti gli affari della parentela, occupato come era ad eruttar bestemmie all'annunzio delle novità pubbliche, dei voti delle Romagne e dell'Emilia per l'annessione al Piemonte, della dittatura di Farini, specialmente del trattato di Zurigo che gli dié materia da sbraitare durante tutto l'autunno e tutto l'inverno. Coi Padri del partito liberale impegnava novamente discussioni tempestose che minacciavano di non finir bene, a proposito del ritorno di Cavour al ministero, dei plebisciti dell'Italia centrale, di tutti i sintomi d'un mutamento radicale. Ma alla cessione di Nizza e della Savoia alla Francia gongolò come se le avessero date a lui; dopo l'abortito tentativo di sommossa del 4 aprile a Palermo, cantò vittoria, gridando:

- "Ah, non vogliono capirla, ah! Fermi con le mani! Giuoco di mano, giuoco villano! Parlate, gridate, sbraitate finché vi pare, ma senza rompere nulla! Chi rompe paga, e neppure i cocci sono suoi!"

- "Siete voi che non volete capirla! Non vedete che adesso non è più come al Quarantotto?"

- "Eh? Ah? Oh? Non più? Di grazia, che c'è di nuovo?"

- "C'è di nuovo che il Piemonte è forte... che la Francia sottomano l'aiuta... che l'Inghilterra... che Garibaldi…"

- "Chi?... Quando?... La Francia? Bel servizio! Bell'aiuto!... Garibaldi? Chi è Garibaldi? Non lo conosco!..."

Imparò a conoscerlo il 13 maggio, quando scoppiò come una bomba la notizia dello sbarco di Marsala. Ma, contro al suo solito, egli non gridò, non disse male parole: alzò le spalle affermando che al primo colpo di fucile dei napolitani i - "filibustieri" si sarebbero dispersi: i Murat, i Bandiera, i Pisacane informavano.

- "La sonata è un'altra!" gli disse sul muso Padre Rocca, dopo lo scontro di Calatafimi.

Allora egli scoppiò:

- "Ma razza di mangia a ufo che siete, dovete dirmi un poco perché fregate le mani? Avete vinto un terno al lotto? O credete che Garibaldi venga a crearvi Papi tutti quanti? Non capite, teste di corno, che avete tutto da perdere e niente da buscare?"

Non sapeva darsi pace; l'avanzarsi vittorioso dei garibaldini lo esasperava; la formazione di squadre di ribelli, il fermento che regnava in città e nelle campagne lo mettevano fuori di sé. Ma il suo furore rovesciavasi particolarmente sul duca, che prendeva decisamente posto coi rivoluzionari, fiutando già il cadavere. Il monaco diceva contro il fratello parole tali da far arrossire un lanciere, dava del traditore a tutte le autorità perché, invece di reprimere il movimento, aspettavano di vedere, grattandosi la pancia, se Garibaldi sarebbe entrato o no a Palermo.

- "A Palermo? Lanza lo schiaccerà! C'è ventimila uomini a Palermo! Ma bisogna dare esempi! Rizzar la forca in piazza del Fortino!"

Invece, le squadre dei rivoltosi si riunivano tutt'intorno alla città, i liberali parlavano a voce alta, gli sbirri fingevano di non udire, i - "benpensanti" erano costretti a nascondersi! E quella bestia del generale Clary, con tremila uomini sotto i suoi ordini, non usciva dal castello Ursino, non faceva piazza pulita, lasciava che il panico dei - "benpensanti" crescesse. La notte del 27, in mezzo al malcelato tripudio dei rivoluzionari, arrivò la notizia dell'entrata di Garibaldi a Palermo; le squadre minacciavano di scendere in città per attaccare le truppe di Clary. Il duca invece raccomandava la calma, assicurava che i napolitani sarebbero andati via senza tirare un colpo. Quantunque egli assumesse un'aria importante e protettrice in famiglia, quasi potesse far la pioggia e il bel tempo, Giacomo ad ogni buon fine prese le disposizioni per mettersi al sicuro al Belvedere. Lucrezia, vedendo quei preparativi di partenza, smaniava all'idea di lasciare Giulente, il quale le scriveva: - "L'ora del cimento sta per sonare; io correrò al posto dove il dovere mi chiama, col nome d'Italia ed il tuo sulle labbra!" Ma all'annunzio che, rotto ogni indugio, le squadre stavano per scendere in città, il principe andò a San Nicola per raccomandare il bambino all'Abate, al Priore e a don Blasco e, fatte attaccar le carrozze, partì con tutti i suoi, da Ferdinando in fuori, il quale né per pestilenze né per rivoluzioni lasciava le sue Ghiande. Allora il duca, per non restar solo nel palazzo deserto, se ne venne al convento, dove il nipote Priore gli dette una camera della foresteria. Don Blasco, vistolo lì dentro, parve uno spiritato; sulle prime non poté articolar parola; poi, corso fra i Padri della sua camarilla, vociferò:

- "L'eroe! L'eroe! L'eroe! Quel grande eroe!... Quel fulmine di guerra!... S'è ficcato qui per la paura! Finta che a casa non c'è più nessuno! Gli treman le chiappe, invece!..."

Il convento infatti cominciava a popolarsi di paurosi, di preti fuggiaschi, di spie borboniche, di gente invisa ai liberali; lo stesso castello non era giudicato altrettanto sicuro. Pei novizi, quantunque alcuni di essi fossero stati portati via dai parenti inquieti, era una festa: tante facce nuove, un incessante andirivieni, la continua aspettativa di non si sapeva che cosa. I ragazzi liberali avean formato anch'essi la loro squadra, a similitudine di quelle accampate fuori la città: Giovannino Radalì la capitanava, maturando il piano di sollevare il convento, di scendere in piazza e di unirsi ai rivoltosi grandi. Mancavano però di bandiere, e col pretesto di apparare un altarino mandarono il cameriere a comprar carta variamente colorata. Il cameriere, con la bianca e la rossa, ne portò dell'azzurra invece della verde; quello sbaglio fu causa che si perdesse un giorno. Il principino, al quale naturalmente, nella sua qualità di sorcio, i rivoluzionari non avevano detto niente, subodorata nondimeno qualche cosa per aria, aveva deliberato di scoprir paese. Una circostanza straordinaria lo aiutò. Il tabacco piantato insieme col cugino era maturo; le foglie, strappate, poste da qualche giorno al sole, cominciavano già ad accartocciarsi; gli bastò arrotolarle con le mani per ottenerne tre o quattro sigari che Giovannino giudicò pronti ad esser fumati. Allora, nascosti insieme in un angolo del giardino, perché, tolta la politica, erano amici, dettero fuoco ai fiammiferi e cominciarono a tirare le prime boccate. Usciva un fumo acre, amaro, pestifero, che bruciava gli occhi e la gola; Giovannino, pallidissimo, respirava a stento, ma continuava a tirare poiché Consalvo dichiarava:

- "Sono eccellenti!... Tutti tabacco vero!... Non ti piace?"

- "Sì. Un bicchier d'acqua... Mi gira il capo..."

Improvvisamente si fece bianco come la carta, gli si rovesciarono gli occhi e cominciò a vaneggiare:

- "Il maestro... acqua... le bandiere..."

Consalvo, sul quale il veleno agiva più lentamente, domandò:

- "Quali bandiere?... Dove sono?..."

- "Sotto il letto... la rivoluzione... Malannaggia!... Mi viene di vomitare..."

Il principino buttò il suo sigaro e rientrò. Sentiva un principio di nausea, aveva il piè malfermo, la vista un po' annebbiata; ma si trascinò fino dal maestro:

- "Han fatto le bandiere... per la rivoluzione... sotto il letto..."

- "Chi?"

- "Quelli... Giovannino... il complotto..."

La nausea saliva, saliva, gli stringeva la gola; le mani gli si diacciavano, ogni cosa gli girava intorno vorticosamente.

- "Ma di che complotto parli?... Che hai?"

- "Giovan... la ri..."

Stese le mani e cadde per terra come morto. Quando riacquistò i sensi si trovò a letto, con fra' Carmelo che lo vegliava. La luce era fioca, non si capiva se fosse l'alba oppure il tramonto; né una voce né un rumor di passi nel convento; solo il cinguettìo dei passeri sugli aranci in fiore.

- "Come si sente?" domandò il fratello, premurosamente.

- "Bene... Che è successo? Che ora è?"

- "Spunta adesso il sole!... Ci ha fatto una bella paura!... Non si rammenta?..."

Allora, confusamente, egli ripensò ai sigari, alla nausea, alla denunzia. Era dunque passata tutta una notte?... E Giovannino?

- "Anche lui!... Adesso sta meglio... Il maestro ha frugato in tutte le camere, sotto i letti... ha trovato tante bandiere... Sua Paternità se l'è presa con me... So molto, io, di queste diavolerie!..."

I congiurati, vistisi scoperti, erano disperati, non comprendendo donde venisse il colpo. Ma Giovannino, ristabilito anche lui, s'alzava in quel momento e passava tra i compagni costernati:

- "Com'è stato?... Sei stato tu?..."

- "Io?... Ah, quel giuda di mio cugino!..." E il sangue gli montò al viso con un impeto selvaggio di collera, da vero - "figlio del pazzo". - "Aspetta! Aspetta!"

Appostati in attesa che Consalvo uscisse, lo circondarono nel giardino; Giovannino gli si fece incontro, domandandogli:

- "Sei stato tu, pezzo di sbirro, che hai detto al maestro?..."

Consalvo capì. Pallido e tremante, cominciò a protestare...

- "Maria Santissima!... Il maestro... Non sono stato..."

Ma il cerchio gli si strinse intorno:

- "Negalo, anche?... Hai coraggio solo per mentire, sbirro schifoso? pezzo di boia?"

- "Vi giuro..."

- "Ah, spia fetente!..." e il primo pugno gli piovve sulle spalle. Tutti gli furono addosso, ed egli cominciò a gridare; ma nessuno poteva udir le sue grida, perché, a un tratto, a quell'ora insolita, tutte le campane di San Nicola si misero a stormeggiare formando un concerto così strano, che i ragazzi smisero di picchiare il delatore, guardandosi turbati. A un tratto Giovannino esclamò:

- "La rivoluzione!..." e rientrò di corsa.

Le squadre erano finalmente scese in città, per dar l'attacco ai napolitani. Tutti i monaci erano tappati dentro; l'Abate aveva fatto serrare i portoni dopo che tutta una popolazione spaventata s'era venuta a rifugiare nel convento. Solo il campanile era rimasto aperto ai rivoltosi, i quali continuavano a sonare a stormo mentre s'udiva il rombo delle prime cannonate del castello Ursino.

Don Blasco, nonostante il coltello che portava sotto la tonaca, verde dalla bile e dalla paura, era venuto a rifugiarsi, insieme coi borbonici più sospettati, al Noviziato, come in un cantone più sicuro, dove, per via dei bambini, nessuno sarebbe entrato; nondimeno diceva ira di Dio di quel vigliacco di suo fratello che era rimasto dentro col pretesto dei portoni chiusi, ma complottando ancora con quell'altro - "porco" di don Lorenzo Giulente.

- "Perché non scende in piazza? Perché non va a battersi? Gli apro io stesso, se vuole!... Carogna! Traditore!..."

Il duca, in confabulazione con l'Abate e col nipote Priore, disapprovava invece l'attacco, riferiva il savio e prudente ultimatum del generale Clary:

- "Clary mi disse ieri: "Aspettiamo quel che fa Garibaldi: se resta a Palermo, m'imbarco coi miei soldati e me ne vado; se no, avrete pazienza voialtri: resterò io." Mi pare che dicesse bene! Che bisogno c'era d'attaccarlo?... Le sorti della Sicilia non si decidono qui!... Ma non vogliono ascoltarmi! Che posso farci? Io me ne lavo le mani..."

- "Non vogliono ascoltarlo?" tempestava don Blasco. - "Dopo che li ha scatenati?... E adesso fa il Gesuita? Per restar bene col Clary, se la ciurmaglia ha la peggio?..."

Il cannone tonava di rado; gente arrivata dalla Botte dell'Acqua, cercando rifugio, diceva che la mischia più forte era impegnata ai Quattro Cantoni, ma che del resto i ribelli tiravano sulle truppe alla spicciolata, nascosti dietro gli angoli delle case, o dalle terrazze. Le spie borboniche, pallide, esterrefatte, andavano ficcandosi nelle celle dei fratelli; Garino, venuto dei primi a chiudersi a San Nicola, s'attaccava alla tonaca di don Blasco e pareva più di là che di qua. Anche il principino stava al fianco dello zio, non osando neppure lagnarsi delle busse ricevute, mentre Giovannino Radalì e gli altri ragazzi liberali, attorniato fra' Carmelo, gli dicevano:

- "Adesso arriva Garibaldi!... Andremo tutti via!... Non ci torneremo più!..."

Prima di sera cessò lo scampanìo e il cannoneggiamento; don Blasco, andato a interrogare i passanti dai muri della Flora, tornò agitando le braccia e smascellandosi dalle risa:

- "La gran rivoluzione è finita!... Sono usciti i lancieri, hanno nettato le strade!... Evviva!... Evviva!..."

La notizia venne confermata da tutte le parti, ma il duca, prudentemente, restò dentro pel momento. La gioia di don Blasco fu però di corta durata: il domani, avuti gli ordini da Napoli, Clary si preparò alla partenza e, consegnata la città a una Giunta provvisoria, s'imbarcò il giorno appresso con tutti i suoi soldati.


Don Lorenzo Giulente col nipote, saliti a San Nicola, invitarono il duca al Municipio, dove i migliori cittadini attendevano a disciplinare la rivoluzione. Già, partita la truppa, nella prima ebbrezza della liberazione, nel primo impeto della vendetta, torme di popolani avevano dato la caccia ad uno dei più tristi e odiati sorci di polizia, e uccisolo ne avevano portato in giro la testa. Tremava il cuore al duca, all'idea di lasciare il sicuro asilo del monastero e di scendere nella città in fermento; ma i due Giulente lo assicurarono che adesso tutto era cheto e che gli amici lo aspettavano. Così traversarono insieme le vie deserte peggio che in tempo di peste, con tutte le botteghe e le finestre sbarrate e un silenzio pauroso. Don Gaspare Uzeda, a dispetto delle assicurazioni dei Giulente, nonostante la prova della popolarità acquistata tra i liberali, temeva che qualcuno non gli rimproverasse il suo rimpiattamento a San Nicola, nel giorno dell'azione; che i rivoluzionari del Quarantotto non gli rammentassero le storie antiche; le gambe, pertanto, gli vagellavano nell'entrare al Municipio, nel traversar la corte piena di gente, nel salir su dove deliberavano; ma a poco a poco il sorriso gli spuntava sulle labbra pallide e chiuse, il sangue tornava a circolargli liberamente nelle vene, poiché da tutte le parti lo salutavano rispettosamente o cordialmente: i popolani s'inchinavano, gli amici stringevangli la mano, esclamando: - "Finalmente!... Ci siamo!... Non abbiamo più padroni!... Adesso finalmente i padroni siamo noi!..." La cosa più urgente era l'ordinamento d'una qualunque forza pubblica, d'una milizia civica che prestasse servizio sino alla formazione della Guardia nazionale. Occorrevano quattrini per l'armamento della milizia e della Guardia: aperta una sottoscrizione per raccogliere i primi fondi, il duca offerse trecent'onze. Nessuno aveva dato tanto, la cifra produsse grande effetto; quando la riunione si sciolse, parecchie dozzine di persone riaccompagnarono don Gaspare a San Nicola.

Il domani mattina egli aggiunse altre cent'onze per l'acquisto delle munizioni. Il favore universale gli crebbe intorno. Mancava lavoro, poiché la città era tuttavia un deserto: egli non lasciò andare a mani vuote nessuno di quelli che gli si rivolsero per sussidio. Preso coraggio, andò tutti i giorni al Gabinetto di lettura, dove i liberali commentavano con tripudio le notizie dei progressi della rivoluzione; si mise a capo delle dimostrazioni che andavano a prendere la musica dell'Ospizio di Beneficenza e al suono dell'inno garibaldino giravano per la città. A poco a poco, sempre più rassicurato, quasi domiciliossi al Municipio, dove chiedevano i suoi consigli. Mentre tutti parlavano di libertà e d'eguaglianza, nessuno pensava a prendere un provvedimento che dimostrasse al popolo come i tempi fossero cangiati e i privilegi distrutti e tutti i cittadini veramente ed assolutamente uguali. Egli propose e fece decretare l'abolizione del pane sopraffino. Allora diventò un grand'uomo.

Don Blasco, rimpiattato al convento, schiumava: non tanto, forse, per la rovina del suo partito e pel trionfo dell'eresia, quanto per sapere suo fratello considerato a un tratto come uno degli eroi della libertà: il Governatore non faceva nulla senza del duca, lo metteva in tutte le commissioni, un codazzo d'ammiratori lo accompagnava al palazzo Francalanza, che egli aveva fatto riaprire e riabitava perché la chiusura non s'imputasse al borbonismo della famiglia: e la gente minuta, gli operai, tutti quelli che non sapevano che cosa sarebbe successo, convertivansi al nuovo partito udendo che un gran signore come il duca d'Oragua, uno dei Francalanza, ne faceva parte: le dimostrazioni patriottiche, di giorno e di notte, con musiche e fiaccole e bandiere si succedevano sotto il palazzo come sotto le case dei vecchi liberali, di quelli che erano stati in galera o tornavano dall'esilio. Adesso tutti parlavano in piazza, dai balconi, per eccitare il popolo, o per discutere il da fare nei circoli che si venivano costituendo; ma il duca, incapace di dire due parole di seguito in pubblico, atterrito dall'idea di dover parlare dinanzi alla folla, scendeva giù a incontrarla al portone, se la cavava gridando con essa: - "Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele! Viva la libertà!..." conducendo al caffè i volontari garibaldini, pagando loro gelati, sigari e liquori. Formata la Guardia nazionale, lo fecero maggiore: tutti i giorni egli mandava ai corpi di guardia bottiglioni di vino, focacce, pacchi di sigari, regali di ogni genere. E la sua fama cresceva, cresceva; nelle dimostrazioni il grido di - "Viva Oracqua" — come pronunziavano i più — era altrettanto frequente quanto - "Viva Garibaldi" o - "Vittorio Emanuele!..." Queste enormità ridussero don Blasco a un cupo silenzio, più terribile delle grida; il monaco non era però alla fine delle prove. I forusciti, i briganti che s'arrolavano per seguire l'anticristo dove furono alloggiati? A San Nicola!...

All'annunzio che la colonna di Nino Bixio e di Menotti Garibaldi sarebbe giunta a Catania, il Governatore aveva mandato un ufficio all'Abate comunicandogli di aver disposto che i soldati della libertà fossero ospitati nel convento dei Padri Benedettini. L'Abate, borbonico fino alle ciglia, voleva fare qualche difficoltà; ma il Priore don Lodovico lo persuase che non era il caso di opporsi. Il 27 luglio la Guardia nazionale andò incontro, fuori le porte, alla colonna che entrò in città fra un uragano d'applausi; e i volontari s'acquartierarono a San Nicola, nei corridoi del primo piano e in quello dell'Orologio: la paglia sparsa per terra, le rastrelliere, i fucili, le giberne, le baionette, le canne di pipa ridussero il convento un assedio. Per andare al refettorio, don Blasco doveva traversare due volte il giorno quell'inferno; egli passava muto, pallido, fremente, mentre i soldati gridavano evviva al Priore don Lodovico che faceva distribuire vino e focacce! Tutto il giorno, giù nei cortili esterni, essi eseguivano esercizi; Bixio stava a invigilare con un frustino in mano, accarezzando tratto tratto le spalle dei più restii. - "In nome della libertà! In odio all'antica tirannide!.." facevano osservare i Padri sorci a don Blasco; ma questi neanche rispondeva, pareva non interessarsi più a nulla, come alla vigilia del finimondo.

Bixio e Menotti erano alloggiati alla foresteria; l'Abate li evitava, ma il Priore, per prudenza — diceva — usava agli ospiti tutti i riguardi, s'informava premurosamente se avevano bisogno di nulla, metteva la Flora a disposizione del figlio dell'anticristo, che passava i suoi momenti d'ozio coltivando rose. Un giorno, tra i novizi che erano scemati di numero perché molte famiglie avevano ritirato i loro ragazzi in quel trambusto, vi fu grande aspettativa: Menotti veniva da loro. Giovannino Radalì, Pedantoni, tutti i liberali lo guardarono con gli occhi spalancati, come uno piovuto dalla luna, senza saper dire una parola, mentre egli li accarezzava. Ma, nel giardino, Giovannino corse a cogliere la più bella rosa e gliel'offerse, chiamandolo: - "Generale!..." Consalvo se ne stette in disparte, aggrottato come lo zio don Blasco, con la coda tra le gambe.

- "Adesso non fai più il sorcio?" gli dissero i compagni quando Menotti andò via. - "Hai paura che ti taglino la coda?"

Egli non rispose. Suo padre, rassicurato sull'andamento della cosa pubblica, scese un giorno a trovarlo.

- "Non ci voglio più stare," gli disse il ragazzo; - "tanti se ne sono andati..."

- "Voglio?..." rispose il principe, con voce dura. - "Chi t'ha insegnato a dire voglio?... Per ora hai da star qui!"

E il duca non solo approvò quella decisione, ma indusse il nipote a tornarsene definitivamente con la famiglia in città, giacché non c'era pericolo di sorta, e quell'ostinata lontananza, quelle dimostrazioni di paura potevano esser prese in mala parte dal popolo. Arrivarono tutti dopo qualche giorno, il marchese e la marchesa soli e gongolanti nella loro carrozza che andava al passo, per riguardo della gravidanza di Chiara finalmente confermata ed arrivata al sesto mese; Lucrezia che metteva il capo ogni minuto allo sportello quando i posti di guardia facevano sostare la vettura, parendole di riconoscere Giulente in ogni soldato.

Ma Benedetto non era più in Sicilia. Nei primi giorni aveva aiutato lo zio Lorenzo e il duca a ordinare la rivoluzione, arringando il popolo, parlando nei circoli con una eloquenza che tutti ammiravano, scrivendo articoli nell'Italia risorta, fondata dallo zio per propugnare l'annessione al Piemonte; poi, nonostante l'opposizione del padre e della madre, s'era ingaggiato garibaldino, nel reggimento delle Guide, ed era partito pel continente. Arrivando in città, Lucrezia trovò una lettera del giovane, il quale le annunziava che andava a raggiungere Garibaldi per compiere il proprio dovere verso la patria e le raccomandava di non piangerlo se gli fosse toccata la grande sorte di morire per l'Italia. Ella cominciò a leggere tutti i giornali e tutti i bollettini per sapere che cosa avveniva di lui, ma ne capì meno di prima, incapace di farsi un'idea intorno alle mosse dell'esercito meridionale. Don Blasco, all'arrivo dei parenti, eruttò finalmente la bile accumulata in tre mesi. Ogni giorno, venendo al palazzo, vomitava improperi contro il fratello, colmava di male parole lo stesso principe perché permetteva che dal balcone di centro sventolasse l'aborrito tricolore, che mettessero fuori i lumi per festeggiare le vittorie dei - "briganti". Il principe si faceva tutto umile, gli dava ragione, esclamava: - "Che posso farci? È mio zio! Posso mandarlo via?" Ma si guardava bene di fare rimostranze al duca, troppo lieto che la popolarità del gran patriotta garantisse anche lui, la sua persona e la sua casa. Però dava un colpo al cerchio e uno alla botte; parlava contro il duca a don Blasco, contro don Blasco al duca, sicuro di non essere scoperto, poiché quei due s'evitavano come la peste. Gli toccava poi tenere a bada anche donna Ferdinanda, la quale era diventata una versiera, dopo la caduta del governo legittimo, e ne invocava il ritorno e andava fino a promettere una lampada a Santa Barbara perché questa saettasse tutti i suoi fulmini contro i traditori. Chiedeva che il principino fosse tolto dal convento infestato dai rivoluzionari; ingiungeva al nipotino, quando costui veniva a casa in permesso: - "Non t'arrischiar di parlare con quei nemici di Dio o non ti guarderò più in faccia!" Consalvo le rispondeva: - "Eccellenza sì!" come al duca quando costui, tutt'al contrario, gli diceva - "Che bei soldati, i garibaldini?..." Dolevano ancora le spalle al ragazzo, dalle busse toccate per lo spionaggio; e adesso egli faceva come vedeva fare allo zio Priore, che godeva la fiducia dell'Abate borbonico di tre cotte, e intanto era portato in palma di mano dai rivoluzionari... Che importava al principino di borbonici e di savoiardi? Egli voleva andar via dal Noviziato; perciò serbava un segreto rancore contro il padre che non l'aveva contentato. Del resto, con tutta la rivoluzione e la libertà e Vittorio Emanuele e l'abolizione del pane sopraffino, a San Nicola non si scherzava, articolo privilegi. Giusto in quei giorni i Giulente avevano raccomandato all'Abate un giovanetto, loro lontano parente, rimasto orfano a Siracusa e venuto a Catania per farsi Benedettino. Era tutto il contrario del cugino Benedetto, questo Luigi; non solo avversava la rivoluzione; ma aveva, col timor di Dio, una grande vocazione per lo stato monastico. E l'Abate, ritenendo provata la nobiltà della famiglia, l'aveva preso a proteggere e fatto entrare al Noviziato. Lì, i nobili compagni, senza distinzione di partito, se ne prendevano giuoco, lo beffavano, gliene facevano di tutti i colori, giudicandolo indegno di stare fra loro; e tra i monaci gli stessi liberali torcevano il muso: Vittorio Emanuele andava bene; l'annessione e la costituzione meglio ancora; ma rinunziare ai loro privilegi, fare d'ogni erba un fascio, questo era un po' troppo!...


La quistione dell'annessione, del miglior modo di votarla, appassionava in quel momento la pubblica opinione: alcuni volevano affidarne il mandato ad un'assemblea da eleggere, altri predicavano il suffragio diretto. Ogni giorno, col Governatore della città, e con don Lorenzo Giulente e i capi liberali, il duca sosteneva il plebiscito: - "Il popolo dev'essere lasciato libero di pronunziarsi. Si tratta delle sue sorti! Vedete come han fatto nel resto d'Italia!..." Questo consiglio, mentre accresceva a mille doppi la sua popolarità, gli scatenava addosso più violento l'odio di don Blasco e di donna Ferdinanda, la critica dello stesso don Eugenio. Il cavaliere, adesso, perduta la speranza degli scavi di Massa Annunziata, aveva concepito un nuovo disegno: farsi nominare professore all'Università. Non v'erano stati parecchi signori pubblici lettori? L'impiego era decoroso e nobile; la cattedra di storia, specialmente, gli faceva gola. Le sue conoscenze archeologiche, l'opuscolo sulla Pompei Sicola, erano buoni titoli: per averne ancora di migliori, egli scriveva una Istoria cronologica dei Viceré Uzeda, luogotenenti dei Regi Aragonesi nella Trinacria. Come Gentiluomo di Camera, non si lasciava molto vedere; ma certo che la rivoluzione sarebbe stata schiacciata da un momento all'altro, anche lui se la prendeva col duca.

- "Chi parla di popolo! Se tornassero i Viceré dall'altro mondo! Se sentissero di queste eresie, se vedessero un loro pronipote unirsi alla ciurmaglia!..."

Don Cono, don Giacinto, don Mariano, tutti i lavapiatti scrollavano il capo, addolorati anch'essi da quel tralignamento; però tentavano placare il giusto sdegno dei puri, giudicando il liberalismo del duca un liberalismo di parata, una necessità politica del momento; era impossibile che, in cuor suo, il figlio del principe di Francalanza, uno di quegli Uzeda che dovevano tutto alle legittime dinastie, potesse godere dell'anarchia e dell'usurpazione!

- "Tanto peggio!" urlava don Blasco. - "Capirei un fedifrago risoluto, che avesse il coraggio del tradimento! Ma se tornano i napolitani, colui andrà a baciar loro il preterito!... Vedrete, quando torneranno!..."

Ma non tornavano. Arrivavano invece, una dopo l'altra, le notizie della partenza di Francesco ii da Napoli, dell'ingresso trionfale di Garibaldi, dell'avanzarsi dei piemontesi incontro ai volontari. Al Belvedere, dove il principe tornò alla fine di settembre, per la villeggiatura, Lucrezia lesse i bollettini della battaglia del Volturno che portavano Benedetto Giulente tra i feriti. Ella non pianse, ma si chiuse in camera rifiutando il cibo, sorda ai conforti di Vanna la quale le prometteva che avrebbe cercato di aver notizie dalla famiglia di lui. Il Governatore però s'era già rivolto ai comandanti, al direttore dell'ospedale militare di Napoli; e la risposta, prima che sui bollettini, fu resa di pubblica ragione in un manifesto affissato al Municipio. Il volontario Giulente era ferito d'arma bianca alla coscia destra e si trovava nell'ospedale di Caserta; il suo stato era soddisfacente e la guarigione assicurata.

Egli arrivò quindici giorni dopo, la vigilia del plebiscito, con altri volontari siciliani reduci dal Volturno: lo zio Lorenzo, il duca di Oragua, il Governatore e la Guardia nazionale andarono loro incontro. Il giovane s'appoggiava a un bastone e sventolava il fazzoletto con la sinistra, rispondeva agli evviva della folla. Suo padre e sua madre piangevano, dalla commozione: il duca, facendo loro dolce violenza, prese il ferito nella propria carrozza che s'avviò al Municipio fra un'onda di popolo acclamante. Dal balcone del palazzo di città, gremito di guardie nazionali, di reduci, di patriotti, di cittadini ragguardevoli, Benedetto girò uno sguardo sulla piazza dove non sarebbe cascato un grano di miglio, poi levò la sinistra. La sua fama d'oratore era già stabilita; tacquero a quel gesto.

- "Cittadini!" cominciò con voce chiara e ferma. - "Noi non possiamo e non dobbiamo ringraziarvi di questa trionfale accoglienza, sapendo come i vostri applausi non siano diretti alle nostre persone, ma all'idea generosa e sublime che guidò il Dittatore da Quarto a Marsala." Scoppiò un uragano d'applausi in mezzo al quale la voce dell'oratore si perdé. - "...sogno di Dante e Machiavelli, sospiro di Petrarca e Leopardi, palpito di venti secoli... ad essa, alla gran patria comune... alla nazione risorta... all'Italia una... gli evviva, gli applausi, il trionfo..." Ad ogni periodo, un gran clamore veniva su dalla piazza; la gente pigiata nel balcone sventolava i fazzoletti, il duca esclamava all'orecchio dei vicini: - "Come parla bene!... Che giovane d'ingegno!..."

- "Noi abbiamo fatto il dover nostro," continuava l'oratore, - "come voi il vostro. Non poche gocce di sangue, ma la vita stessa avremmo voluto immolare alla gran causa... degni d'invidia, non di rimpianto, sono quelli che poteron dire morendo: "Alma terra natia, la vita che mi desti ecco ti rendo..." Onore ai forti che caddero!... A voi toccò ufficio non meno superbo: dare all'Europa ammirata l'esempio d'un popolo che, spezzate le sue catene, lasciato in balìa di se stesso, già mostrasi degno di quelle libere istituzioni che furono suo secolare retaggio... che un potere aborrito e spergiuro osò cancellare... ma che splenderanno di più vivido raggio!... Cittadini! Applaudite voi stessi... applaudite i vostri reggitori... applaudite questi guerrieri fratelli che, dolenti di non poter pugnare con noi, tutelarono i vostri focolari... applaudite questo insigne patrizio che alle glorie dell'avito blasone accoppia quelle del patriottismo più puro..." Egli additava alla folla il duca maestoso e marziale nella divisa di maggiore. Ma questi, all'idea di dover rispondere, si sentì a un tratto serrar la gola, vide a un tratto la piazza trasformata in un mare terribile, vorticoso e ululante, le cui ondate saettavano sguardi; e lo spasimo della paura fu tale ch'egli dovette afferrarsi alla balaustrata. Però Giulente riprendeva, nella stretta finale, tra applausi assordanti: - "Cittadini! Prodigioso è il cammino da noi fatto in cinque mesi; ma un ultimo passo ci resta... L'entusiasmo dal quale vi veggo animati mi dà guanto che sarà fatto... Il sole di domani saluti la Sicilia unita per sempre alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele!"


Già i colossali erano tracciati sui muri, sugli usci, per terra; al portone del palazzo il duca ne aveva fatto scrivere uno gigantesco, col gesso; e il domani, in città, nelle campagne, frotte di persone li portavano al cappello, stampati su cartellini di ogni grandezza e d'ogni colore. Donna Ferdinanda, al Belvedere, scorgendo i contadini che, per non saper leggere, avevano messo le schede sottosopra, esclamava:

- "Is! Is!" e pronunziando chis, chis, che è la voce con la quale si mandan via i gatti, commentava: - "Ma non dicono , dicono is, chis, chis! Fuori, chis!..."

Lucrezia gonfiava, eccitata dalle notizie del trionfo di Giulente, impaziente di tornare in città per rivederlo, irritata dagli sconvenienti motteggi della zia.

Il principe aveva fatto tracciare anche lui un gran sul muro della villa, per precauzione, e la folla dei contadini scioperati, giù in istrada, batteva le mani, gridava: - "Viva il principe di Francalanza!..." mentre, dentro, don Eugenio dimostrava, con la storia alla mano, che la Sicilia era una nazione e l'Italia un'altra; e donna Ferdinanda sgolavasi:

- "Ah, se torna Francesco!"

- "Zia, non tornerà..." esclamò alla fine Lucrezia.

Allora la zitellona parve volesse mangiarsela viva.

- "Anche tu, scioccona e bestiaccia? Sentite chi parla adesso! E non lo sai il nome che porti, pazza bestiona? Credi anche tu agli eroismi di questi rifiuti di galera? o dei bardassa sguaiati e ciarloni?"

La botta era tirata a Giulente; Lucrezia s'alzò e andò via sbattendo gli usci. Ma il furore di donna Ferdinanda passò il segno quando, fattasi alla finestra ad uno scoppio più nutrito di applausi, vide passare i novizi Benedettini, che venivano da Nicolosi a cavallo agli asini, tutti con gran ai tricorni. Cominciò a gridare così forte contro quel vituperio, che il principe accorse:

- "Zia, per carità, vuol farci ammazzare?"

- "È stato quel Gesuita di Lodovico!..." fiottava la zitellona, coi denti stretti, quasi per mordere. - "Anche i ragazzi! Anche Consalvo!" E come il principino salì un momento a salutare i suoi, ella gli strappò quel cartellino e lo fece in mille pezzi: - "Così!..."




9.


- "Bello!... Bello!... E questi bavagli, sono graziosi!... Le calzettine, le scarpette: avete pensato a tutto!"

La cugina Graziella esaminava, capo per capo, sotto gli occhi di Chiara e del marchese, il corredo del nascituro: sei grandi ceste piene di tanta roba da bastare a un intero ospizio di lattanti; e trovava parole d'ammirazione per tutte le fasce, per tutte le cuffie, per tutti i corpettini: ma ogni tanto si fermava, tirando forte il respiro, passandosi la lingua sulle labbra, gravida anche lei di qualche cosa che voleva dire, ma che né il marchese né Chiara si decidevano a domandarle.

- "E le vesticciuole, non l'avete viste ancora? Guardate, guardate!"

- "Oh, che bella cosa!... Dove hai trovato questi merletti?... Belle tutte, belle!... Ma più la bianca coi nastri celesti! Un amore!... Lucrezia ci ha lavorato?"

- "No, nessuno: ho voluto far tutto con le mie mani."

- "Ce n'è spesi quattrini, eh?... Il Signore possa benedirveli!... Avete aspettato un bel pezzo, ora la vostra felicità è assicurata!... Vi volete tanto bene!... Per me, mi gode l'animo quando vedo le famiglie tanto affiatate!... Così vorrei che anche Lucrezia fosse contenta... Voialtri non sapete?"

- "Che cosa?"

Ella abbassò un poco la voce per dire, con aria di mistero:

- "Giulente l'ha chiesta allo zio duca!"

Ma Chiara continuò a piegare la biancheria sulle ginocchia, quasi non avesse udito o non avesse compreso che si parlava di sua sorella: e solo il marchese domandò, distrattamente, riponendo con bell'ordine la roba nelle ceste:

- "Chi ve l'ha detto?"

Allora la cugina sfilò la corona:

- "Me l'ha detto mio marito, iersera: certo e sicuro com'è certo che siamo qui! La domanda è stata fatta da don Lorenzo, amichevolmente. Il duca vuol esser deputato, e il giovanotto sostiene la sua elezione scrivendo nell'Italia risorta, e discorrendo ogni sera al Circolo Nazionale in favore di lui, perché ha già preso la laurea d'avvocato. Quelli della Nazione Italiana gli oppongono l'avvocato Bernardelli, perché è stato in galera; non par vero, a che siamo ridotti!... Ma Giulente si batte come un leone... pel futuro zio... mi capite?... Lucrezia non entra nei panni, dalla contentezza; però gli zii don Blasco, donna Ferdinanda e don Eugenio le daranno da fare... e il cugino Giacomo anche... Un Giulente sposare un'Uzeda? Ci voleva la rivoluzione, il mondo sottosopra, perché si vedesse una cosa simile! Lo zio duca, mi dispiace, ha perduta la testa, dacché s'è messo nella politica; hanno ragione i suoi fratelli!... Voi che cosa ne dite?"

Chiara continuava a maneggiare la bella roba, bianca, fine e odorosa, del nascituro; e il marchese, temendo che quei movimenti, a lungo andare, potessero affaticarla, le disse:

- "Basta, adesso... lascia fare a me... Che cosa ne dico, cugina? Non dico niente: sono cose che non mi riguardano. Mio cognato è padrone di dare sua sorella a chi gli pare... Io non mi mescolo negli affari altrui."

- "Se Lucrezia lo vuole," rincarò Chiara, - "se lo prenda! In fin dei conti, dobbiamo sposarlo noi?" domandò ridendo a Federico.

- "Sicuro!... Io, cara cugina, sapete se ho sempre rispettato la famiglia di mia moglie. Se essi dicono di sì, e Lucrezia è contenta! Per conto mio, ringrazio il Signore che finalmente mi sta concedendo una gran consolazione; del resto, facciano quel che vogliono..."

E la cugina restò con tanto di naso, avendo fatto assegnamento sopra uno scoppio d'indignazione; ma, torta la bocca quasi per inghiottire un boccone amaro, esclamò:

- "Certamente! Sono cose che riguardano la sua coscienza!... E anche Lucrezia! Contenta lei!... È quel che dico anch'io!..."

Da quei due non c'era da cavar nient'altro, fuori del mondo com'erano per via della nascita del figliuolo ormai prossima: la cugina, che per trascorrer di tempo non dimenticava di mostrare il suo interesse per gli Uzeda, corse difilato in casa del principe. Sul portone, una comitiva di dieci o dodici individui, fra i quali c'erano i due Giulente, zio e nipote, cercavano del duca. Ella si fermò, sorridendo a don Lorenzo e a Benedetto, facendo loro segno con la mano per chiamarli.

- "Che ordite, in tanti rivoluzionari? Volete dar fuoco al palazzo?"

- "Veniamo ad offrire la candidatura al signor duca," rispose don Lorenzo, - "in nome delle società patriottiche."

- "Bravo! Mi rallegro della scelta!..."

E la commissione stava per salire dal grande scalone quando Baldassarre, spuntato dal secondo cortile, e fatta strada a donna Graziella, avvertì: - "Nossignori!... Favoriscano da questa parte..."

Il principe, infatti, approvando il liberalismo dello zio e godendo dei vantaggi della sua popolarità, non aveva potuto permettere che tutti gli scalzacani dai quali era circondato entrassero nel nobile quartiere della Sala Rossa e Gialla: aveva quindi destinato due stanze dell'amministrazione, a destra dell'entrata, perché il duca vi ricevesse anche i lustrastivali, se così gli era a grado. Mentre i delegati giravano dunque dalla parte delle stalle, donna Graziella saliva pomposamente il sontuoso scalone ed era introdotta presso la principessa. Il principe, in compagnia della moglie, gridava qualche cosa, quando, all'apparir della cugina, tacque subitamente.

- "Non sapete che ci sono visite?" disse costei, entrando. - "La commissione delle società... per offrire la candidatura al duca... Una bella commedia, giacché tutto fu combinato prima... E solo i Giulente, di persone conosciute; tutto il resto, certe facce!..."

- "Mio zio è padrone di ricevere chi vuole," rispose il principe. - "Adesso i tempi sono mutati, e non si posson fare tante difficoltà... È quel che dicevo anche a mia moglie..." E voltati i tacchi, stava per andarsene, quando la voce di donna Ferdinanda, che sopravveniva, lo fece fermare. La zitellona, più gialla del solito, sudava fiele, con una ciera arcigna e dura da mettere spavento.

- "Dunque è vero?" domandò a denti stretti, senza neppure accorgersi di donna Graziella.

- "Me l'ha detto lui stesso," rispose il principe. - "Dinanzi alla cugina possiamo parlare... Gli pare una cosa bellissima, un partito vantaggioso, un terno al lotto..."

- "E tu non gli hai detto nulla, tu?"

- "Io? Gli ho detto che dovrebbe tornare nostra madre dall'altro mondo, per sentire una cosa simile! Per vedere ciò che succede in questa casa! in qual modo si rispettano le sue volontà!... Questo gli ho detto; ma è lo stesso che dirlo al muro... Vostra Eccellenza sa come siamo fatti, in famiglia... Ma la colpa non è dello zio... Se Lucrezia non avesse dato retta a quel bardassa, crede Vostra Eccellenza che le cose sarebbero arrivate a tanto? I Giulente sono stati sempre presuntuosi, hanno avuto sempre la smania di giocare a pari con tutti; ma un'idea simile non sarebbe loro passata pel capo, senza la stramberia di mia sorella..."

La principessa non fiatava, donna Graziella non parlava neppur lei, ma guardando ora il principe ora donna Ferdinanda scrollava il capo, come per dire che era così, proprio così. La zitellona si mordicchiava le labbra sottili, torcendo il grifo, fiutando l'aria con le narici dischiuse.

- "Se mia sorella non fosse stravagante," continuava il principe, - "non penserebbe a maritarsi, con quella salute; non darebbe retta a quel rompicollo che le dice di volerle bene per vanità, facendo il repubblicano; e rispetterebbe invece i consigli di nostra madre, non darebbe motivo di dispiacere a noi, non si preparerebbe tanti guai... Perché, speriamo pure che si ravveda e lo zio muti opinione; ma se questo matrimonio dovesse farsi, la prima sacrificata sarebbe lei!... Crede di trovare in casa di quella gente quel che ha nella propria? Crede che potranno andare d'accordo, con tanta diversità d'educazione e di..."

A un tratto comparve Lucrezia. Il principe tacque come per incanto; la principessa si fece ancora più piccola sulla sua poltrona, la cugina spalancò meglio gli occhi e l'orecchie.

- "Buon giorno, zia..." cominciò la ragazza; ma donna Ferdinanda, levatasi da sedere e presala per mano, le disse brevemente: - "Vieni con me."

Passò di là e chiuse l'uscio. La cugina, che le aveva accompagnate con gli occhi, quando si voltò vide che il principe era scomparso da un'altra parte. Allora, rimasta sola con la principessa, cominciò a dimenarsi sulla sua seggiola. Sarebbe andata ad origliare, se avesse potuto, se avesse osato farne proposta; invece le toccava contenersi e chiacchierare, mentre udivasi tratto tratto la voce di donna Ferdinanda alzarsi tanto che le parole arrivavano intere: - "Voglio? Voglio?... Prima creperai!... L'avvocato?... Crepa, piuttosto!..."

- "Santo Dio, mi dispiace!... È una cosa, cugina..."

- "La vedremo, ti dico!..." gridava donna Ferdinanda; subito dopo la voce si spense; la cugina riprese:

- "Lucrezia dovrebbe pensare... dare ascolto a chi parla pel suo..."

- "Non vuoi sentirla, bestiaccia?..." Queste parole furono gridate così forte, che la cugina e la principessa tesero tutt'e due le orecchie. Passò qualche minuto di silenzio profondo; di botto, s'udì il rumore d'una seggiola rovesciata e subito dopo quello secco e brusco di un violento ceffone. La principessa levossi in piedi, giungendo le mani; la cugina corse all'uscio ad origliare. Più nulla: né voci, né pianto. Donna Ferdinanda ricomparve sola e venne a sedersi tranquillamente vicino alla nipote, stirandosi la palma della mano arrossata. Parlò del più e del meno, volle sapere che cosa avevano a desinare e domandò notizie di Teresina, che giusto quel giorno era a San Placido, dalla zia Crocifissa. Poi si alzò per andarsene; la cugina l'accompagnò.

Intanto giù nell'amministrazione i delegati delle società, ammessi in presenza del duca, erano stati da costui invitati a sedersi in giro; Giulente nipote, prendendo a parlare in qualità d'oratore, diceva:

- "Signor duca, in nome dei sodalizi patriottici il Circolo Nazionale, L'Unione Civica, la Lega Operaia, il Riscatto Italiano, i Figli della Nazione, dei quali le presento le rappresentanze... veniamo a compiere il mandato affidatoci, di pregarla affinché ella accetti la candidatura al Parlamento italiano. Il paese ben conosce di chiederle un sacrifizio, e un sacrifizio non lieve; ma il patriottismo di cui ella ha dato tante e sì splendide prove ci dà guanto che anche una volta vorrà rispondere all'appello del paese..."

I tre o quattro popolani tenevano il cappello con tutt'e due le mani, stretto come se qualcuno volesse portarlo loro via; Giulente zio guardava per terra. Il duca, finito il discorsetto del giovane, rispose, cercando le parole una dopo l'altra, con voce strozzata:

- "Cittadini, son confuso... e vi ringrazio, veramente... Sono stato felice... orgoglioso anzi direi... di aver potuto contribuire, come ho potuto, al riscatto nazionale... e alla grand'opera dell'unificazione della nazione... Ma, veramente, ciò che voi mi domandate... è superiore alle mie povere forze... È un mandato... Permettete!..." soggiunse con altro tono di voce, vedendo far gesti di diniego, - "che non saprei come disimpegnarlo... al quale è d'uopo attitudini speciali che io non possiedo... E non vi mancheranno patriotti che assai meglio di me... potranno rispondere agli interessi... della tutela degli interessi... del nostro paese!"

- "Perdoni!" riprese il giovanotto. - "Noi apprezziamo il delicato sentimento che le fa dire così: la sua modestia non le poteva dettare diversa risposta. Ma della capacità di lei dev'essere giudice, perdoni!, lo stesso paese. Se ella avesse altre ragioni per rifiutare, ragioni private o di affari, noi c'inchineremmo, non potendo permettere che il suo sacrificio vada troppo oltre. Ma se l'unica obiezione consiste nella sua incapacità, ci permetta di dirle che non tocca a lei riconoscere se è capace o pur no!"

Tacendo Giulente, il sarto Bellia, dei Figli della Nazione, disse:

- "Duca, l'operaio vuole a Vostra Eccellenza... Ci sono tanti che brigano il voto, ma non ci abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriotta e un signore come Vostra Eccellenza..."

Allora, rivolto ai compagni, Giulente zio disse, con tono di bonarietà scherzosa, accarezzandosi la barba:

- "Non abbiate paura: il duca vuol farsi pregare..."

- "Farmi pregare?" esclamò il candidato, ridendo. - "Mi prendete forse per un dilettante di pianoforte?"

Tutti sorrisero e il ghiaccio si ruppe. Smessi la dignità grave e il linguaggio fiorito dell'ambasceria, ognuno disse la sua, in dialetto, alla buona, per indurre il duca ad accettare. Sul nome di lui si sarebbero messi d'accordo; in caso di rifiuto, i voti si sarebbero sperperati sopra tre o quattro persone; e poiché era quella la prima elezione alla quale chiamavasi il paese, bisognava che essa riuscisse l'affermazione unanime della volontà del collegio. Questo risultato non poteva ottenersi se non per mezzo dell'accettazione del duca; dinanzi a lui tutti gli altri si sarebbero ritirati; il suo rifiuto avrebbe fatto pullulare altre ambizioncelle di patriotti dell'ultim'ora. A quell'insistenza, il duca esclamava:

- "Signori miei... mi confondete!... Siete troppo buoni... Non so che rispondere!..."

- "Risponda sì... accetti! Ci vuol tanto?... Se lo vogliamo!"

- "Ma io non sono adatto... Sento tutta la responsabilità del mandato... Non si scherza! Altro è dare qualche consiglio in Municipio, confortato da tutti voi; altro è sedere tra i rappresentanti del Parlamento!"

- "Signori miei," fece a un tratto Giulente zio, mettendo fine al cortese contrasto. - "Sapete che vi dico? La nostra commissione è compita: il duca sa qual è il desiderio di tutti; per ora egli non ci dice né sì né no; lasciamo che ci dorma sopra: domani, dopo domani, quando avrà ben ponderato, quando si sarà consigliato con i suoi amici, ci darà una risposta, e speriamo che sarà la desiderata..."

- "Ecco! Grazie, così..." rispose il duca. - "Benissimo; vi prometto che ci penserò, che farò il possibile... Ma intanto grazie a tutti! Ringraziate per me le società; verrò poi io stesso a fare il mio dovere!..."

Egli li trattenne ancora, discorrendo delle notizie del giorno, interessandosi alla cosa pubblica, toccando di sfuggita i provvedimenti che bisognava reclamare dal governo di Torino pel bene del paese, per il migliore assestamento del nuovo regime. Prese da un cassetto della scrivania una scatola di sigari: sigari d'Avana, color d'oro, dolci e profumati, e ne fece larga distribuzione, stringendo la mano a tutti, ma più forte ai due Giulente. Il domani, l'Italia risorta portava un articolo di fondo di Benedetto sulle imminenti elezioni, nel quale era detto: - "Due soltanto i criteri ai quali possono ispirarsi i votanti: l'intemerato patriottismo che sia arra dell'italianità dell'eletto e la cospicuità sociale che gli permetta di svolgere la propria missione con l'indipendenza che dà guanto di disinteresse e di sincerità. Ora allorquando il paese ha la fortuna di possedere un Uomo che risponde al nome di duca gaspare uzeda d'oragua, noi crediamo che ogni discussione si riduca un fuor d'opera, e che tutti i voti dei cittadini, giustamente gelosi del bene pubblico, debbano concentrarsi sul nome dell'illustre patrizio!"

La gran maggioranza del collegio era per lui e nel coro degli adepti le voci discordi rimanevano soffocate. I più infervorati erano i popolani, gli operai, la Guardia nazionale, la gente spicciola che non godeva del voto, ma trascinava con sé i votanti. Se qualcuno tentava addurre argomenti contro quella candidatura, era subito ridotto al silenzio. Gli Uzeda erano tutti borbonici fin sopra i capelli? Tanto maggior merito da parte del duca nell'aver abbracciato a dispetto della parentela la fede liberale! Al Quarantotto egli non aveva preso un partito? Ma non aveva tradito, come tant'altri!... Però quelle voci parevano ridotte al silenzio, e risorgevano a un tratto più insistenti. Fin dall'estate, fin da quando i napolitani erano andati via, di tanto in tanto si trovavano attaccati alle cantonate o circolavano pei caffè e le farmacie certi fogli anonimi dove si leggevano brutte notizie, giudizi inquietanti, oscure minacce; questa roba era divenuta più rara, ma adesso ricominciava a circolare e conteneva, oltre che funesti pronostici sull'avvenire della rivoluzione, allusioni maligne contro le persone più in veduta, e specialmente contro il duca. Erano poche parole, in forma dubitativa o interrogativa, ma trovavasi sempre qualcuno che le spiegava. Che cosa aveva fatto il Patriotta nella giornata del 31 maggio? S'era nascosto a San Nicola, diceva il commento. E il cannocchiale del Quarantotto? Quello col quale s'era goduto l'attacco e l'incendio, attorniato dai soldati di Ferdinando ii! E le visite all'Intendente? Per trovarsi dalla parte del manico, se alla rivoluzione toccavano colpi di granata...

Il duca, a cui i Giulente avevano tenuti nascosti quegli attacchi, ordinando perfino alle guardie nazionali di non presentare al maggiore quei manifesti quando li spiccicavano dai muri, cominciò a chiederne notizie, insistette per leggerli. Impallidì un poco vedendo il suo nome, percorrendo rapidamente le frasi in cui si parlava di lui; ma non disse nulla.

- "E non poter sapere da qual mano vengono!" esclamava Benedetto. - "Non poter dare una buona lezione a questi vigliacchi!"

- "Che possiamo farci!" rispose allora l'offeso. - "Sono i piccoli inconvenienti delle rivoluzioni e della libertà. Ma la libertà corregge se stessa... Non ve ne date pensiero..."

Però, appena quei due se ne furono andati, egli si mise il cappello in capo e salì difilato a San Nicola, dove chiese del Priore don Lodovico.

- "Guarda che tuo zio," gli disse tranquillamente, - "giuoca a un brutto giuoco. I cartelli anonimi vengono da lui e dalla sua comarca. Che egli se la prenda con me, non m'importa; mi giova, anzi, procurandomi maggiori simpatie; ma se continua a prendersela con tutti, a sparger sospetti e notizie bugiarde, potrà toccargli qualche dispiacere. Te l'avverto, perché tu che gli stai vicino glielo faccia sapere. A lungo andare tutto si scopre... Badi!"

Il priore non ne fiatò con don Blasco, ma riferì ogni cosa all'Abate perché questi ne tenesse parola con qualcuno degli amici del monaco. Padre Galvagno fu incaricato della commissione; all'udire quel discorso, don Blasco mutò di colore.

- "Dite a me?" esclamò. - "Siete impazziti, voi e chi vi manda. Dovete sapere che se io ho da dire ciò che sento, lo dico sul muso a chi si sia, occorrendo anche a Francesco ii, che Dio sempre feliciti!" e fece un inchino profondo. - "Figuratevi un po' se ho paura di questa manetta di briganti e carognuoli e..." e qui ricominciò a sfilare una litania più terribile delle solite.

Ma i cartelli anonimi dive