Antonio Fogazzaro



DANIELE CORTIS

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

VENTO, PIOGGIA E CHIACCHIERE.

 

 

Le palle cozzarono insieme due volte, forte.

"Tac tac!" fece il conte Perlotti guardandole correre attento, con il gesso nella destra e la stecca nella sinistra.

"Santo diavolo!" esclamò il senatore. "Non c'è taglio. Che stecche avete, contessa Tarquinia? Non si può giuocare."

"E dàlli!" disse la contessa, sottovoce, fra un gruppo di signore.

"Genero mio benedetto" soggiunse allargando le braccia, "piú che scrivere e riscrivere che me ne mandino!"

Si voltò alla Perlotti che sorrideva silenziosamente guardando il tempo dall'uscio a vetri.

"Bello, sai" brontolò. "Sarà la ventesima volta che me lo dice. Vuole che le faccia io le stecche?"

"Che tempo!" disse la signora, prudente. "Fa paura."

In faccia all'uscio a vetri il grande cipresso morto, avvolto nel glicine sino alla punta, rizzava il suo chiaro verde nel cielo livido; radi goccioloni macchiavano la ghiaia.

"Eh, sí signora, paura. Proprio, anche: paura. Paura, non è vero? Paura, sipo."

Era un coro di quattro o cinque fra signore e signorine in fronzoli, molto serie, molto irrigidite dal grande onore di trovarsi in casa della contessa Tarquinia Carrè.

"Sei punti a me!" gridò il senatore.

"Quanti?" rispose un personaggio invisibile.

"Sei, sei, sei! Siete sordo?"

"No, ma i preti ah!"

"Già; è un baccano! Fate un poco tacere a quei preti, contessa Tarquinia!"

I preti giuocavano a tresette nella stanza del piano, vociavano, schiamazzavano.

"Scusate caro voi, Grigioli" disse la contessa a un giovane che parlava con la baronessa Elena Carrè di Santa Giulia, seduta sul canapè vicino. "Andate a pregare i reverendi, con buona maniera, di non far tanto chiasso."

Quegli s'inchinò.

"Benedetta la Sicilia" gli disse piano la contessa.

"A proposito, mi raccomando, eh!"

"Cosa, contessa?"

"Dove avete la testa? Cortis."

"Eh sí, va benone, contessa. Cinquanta voti sicuri, qui. Lo dicevo adesso alla baronessa Elena."

"Non parlate, caro voi, di queste cose a mia figlia, che non sa cosa siano né la destra né la sinistra. Andate là, andate là da quei reverendi... Dov'è Cortis?" diss'ella a sua figlia, poi che il giovane si fu allontanato.

"Andate, andate, giovinotto, fate tacere a preti" disse il senatore a colui che passava lungo il biliardo. "Dite che imparino un poco da questi altri signori. Fate tacere a don Bartolo!"

Presso un'altra porta a vetri della gran sala a crociera un gruppo d'uomini discorreva di qualche argomento molto misterioso, pareva, e molto importante.

Uno di loro chiamò:

"Dottor Grigiolo!"

"Comandi!" rispose il giovane. "Vengo subito." E tirò avanti verso la stanza del piano.

"È medico quel giovinotto?" disse il senatore al suo compagno.

"No signore, dottore in legge" disse questi ossequiosamente.

I preti avevano smesso di giuocare. Il cappellano don Bortolo teneva un foglio in mano e declamava dei versi tra le risate dei colleghi.

"La permetta, don Bortolo" disse l'ambasciatore.

"Bravo, dottore" rispose don Bortolo. "La venga qua, La senta anche Lei:

 

El sindaco risponde: a ghí rason."

 

"No, La permetta."

"Ma La perdoni, La senta!"

Il dottor Grigiolo si rassegnò fremendo ad ascoltare un'altra strofa che finiva cosí:

 

E el sindaco: anca vú gaví rason.

 

"Va bene, ma La permetta."

"Ma La perdoni, perché non La sa. Adesso viene il bello."

Don Bortolo, riscaldato da parecchie tazzette, come le chiamava, continuò a declamare una satira anonima, la descrizione di un battibecco fra certi consiglieri comunali intorno a un sindaco che dava ragione a tutti.

 

El sindaco tasea col collo storto.

E po infin l'à concluso: a no ghí torto.

 

Scoppiarono risate in tutti i toni.

"Bella, bellissima, arcibellissima" esclamò indispettito il dottor Grigiolo, "ma, caro cappellano benedetto, non vedo poi la necessità di rompere i timpani al prossimo. Capisce bene, di là ci sono tante signore e proprio la contessa pregherebbe..."

"Le femmine?" rispose don Bortolo. "Perché non ne sanno fare del chiasso, le femmine!"

"Zitto, zitto, andiamo, state quieto, cappellano" dissero i colleghi.

"Bravi, mi raccomando; anche per il conte Lao, che sta poco bene."

Il dottor Grigiolo guardò il piú vecchio di quei sacerdoti, l'arciprete, con una faccia tra seria e compunta.

"Venga qua" esclamò l'incorreggibile don Bortolo, "venga qua, dottore, non stia a combattere colle femmine e beva una tazzetta con noi. Cosa mi conta del conte Lao? Non La capisce che la sua camera è dall'altra parte? Non La sa che il conte Lao sta meglio di Lei e di me? Non La sa che è matto?"

"Fate tacere a don Bartolo!" gridò il senatore dalla sala.

"Oh, hanno capito?" sussurrò il dottor Grigiolo con gli occhi fuori della testa. "L'Etna, corpo! Capace di venir qua con la stecca, perdia!"

"Campanile!" fece il cappellano.

La sua uscita e il suo comico sgomento misero nella brigata una cosí clamorosa, irrefrenabile ilarità, che Grigiolo scappò via con le mani nei capelli, mentre don Bortolo, rinfrancato, si accingeva a leggere la chiusa del poema, quest'apostrofe agli elettori:

 

E se no sí na massa de marson,

Spetèi sti fioi de pipe a le elezion,

A man che i ve vien soto parei fora,

E mandèi tuti oto a la malora.

 

"Fiasco, Grigioli!" gridò da lontano la contessa Tarquinia. Un'altra voce partí dal gruppo dei cospiratori:

"Viene, dottor Grigiolo?"

Egli rispose "un momento; vengo subito" e tirava via; ma il senatore barone di Santa Giulia gli piantò sullo stomaco una mano da San Cristoforo e lo fermò di botto.

"Rispondi!" diss'egli con il suo vocione tonante. "Sei Grigioli o Grigiolo?"

Lo smilzo e garbato giovinetto trasalí, diede un passo indietro e guardò il senatore come avrebbe guardato Attila.

"Grigioli, veramente" rispose, "ma il popolo..."

"Il popolo L'aspetta se La si degna" disse colui che l'aveva chiamato prima.

"Ah, il popolo! Ho capito" disse il barone. "Voi non avete saputo far tacere a Bartolo."

"Impossibile, senatore. Impossibile, contessa. Il Suo vin bianco è troppo generoso. Ci vorrebbe una pompa e dell'acqua. A momenti ne vien giusto giú un diluvio."

"Credete, sí?"

"Oh sí, contessa."

"Non vi pare che si alzi un poco, il tempo?"

"Non vedo, contessa."

"Avete guardato bene?"

"Contessa sí."

"E non vedete?"

"Contessa no."

"Santo diavolo, che contessamento in questo paese!" borbottò fra i denti il senatore, curvo sul biliardo, provando e riprovando il colpo, con gli occhi alla palla avversaria.

"L'uso, barone" osservò sommessamente Perlotti, ritto in faccia a lui.

"Via, che gli elettori vi aspettano" disse piano la contessa Tarquinia a Grigiolo, e lo spinse via con le mani, perché quegli, seccato, non ci voleva andare, preferiva la compagnia delle signore alla sua missione elettorale. Poi la contessa si volse al gruppo e disse:

"Scommetto che questo tempo non fa nulla..."

E subito le voci ossequiose: "Direi anch'io, contessa. Pare di no, contessa. Non fa niente, nopo."

Nello stesso tempo il fragor del tuono empí la sala, tutti i vetri suonarono.

"Ohe!" esclamò il senatore, buttando la stecca sul biliardo.

"Gesummaria!" disse la contessa. "Le finestre! Le finestre di sopra!"

E corse al campanello.

Una signorina, che prima non aveva mai aperto bocca, si mise a gemere.

"Oh che nero! Oh che inferno!" gridava il dottor Grigiolo. "Venga da questa parte, contessa, se vuol vedere!"

Un furioso colpo di vento irruppe dalla porta che mette in loggia, buttò le cortine all'aria, soffiò via giornali e carte, stridendo, dalle quattro cantoniere intorno al biliardo. Mentre Perlotti correva a chiudere, l'arciprete scappò fuori in furia.

"Arciprete, arciprete!" gridò Perlotti, passando la testa fra i due battenti. "È matto?"

"Mi cercheranno per benedire il tempo" rispose il prete con le mani al cappello e le falde dell'abito al vento.

Il temporale, venuto su dietro le montagne di ponente, aveva girato a mezzogiorno. Turchino cupo sopra le creste cineree del Rumano, minacciava lo scuro piede selvoso del monte, le povere case sparsevi, le praterie distese davanti alla villa Carrè, falciate di recente, dorate da un chiarore sinistro.

La contessa Tarquinia, il Perlotti, il barone di Santa Giulia, le signore, Grigiolo e i suoi amici erano tutti là nel braccio della crociera che guarda mezzogiorno.

"Tempo brutto" disse il dottor Picuti, notaio del paese.

"San Giovanni e San Pietro" osservò un altro "gran mercanti di grandine".

Il conte Perlotti espresse, con grazia, il timore che quel povero arciprete non potesse arrivare a casa in tempo.

"Guardo il frumento, io" esclamò il grosso signor Checco Zirisèla che aveva il piú bel podere della vallata e non andava a messa

"Già! u frumento!" disse il barone.

"E l'uva, cazza! L'uva!" sussurrò la signora Zirisèla.

I preti non si erano mossi dal loro salotto, strepitavano peggio di prima, quasi per soverchiar la voce dei tuoni e del vento che ruggiva rabbioso intorno ai canti della casa, sbatteva, al secondo piano, usci ed imposte, schiacciava a terra le vegellie, i philadelphus frenetici del giardino.

Neppure la baronessa Elena, rimasta sola, parea commuoversi del temporale. Abbandonata la persona sulla spalliera del canapè, teneva il viso un po' chino al petto e le braccia strette alla vita sottile, come se avesse freddo. Gli occhi grandi, neri, guardavan le vette dei giovani abeti del giardino, agitate senza posa; parevano, nella vitrea e grave immobilità loro, vedere tra quelle vette, nel cielo oscuro, qualche fantasma, qualche solenne parola di tristezza invisibili altrui. Improvvisamente una furia obliqua di piova strepitò sui vetri, sulla mura, nascose il cielo, le montagne e gli abeti, mise un baglior bianco a tutte le porte e le finestre della sala ombrosa.

S'udí la contessa Tarquinia dir forte:

"Daniele ha preso radice di sopra. Se permettono vado un momento a vedere cosa succede."

Ella si accostò a sua figlia, le disse piano e lamentevolmente:

"Ti prego, sai, Elena, mi lasci proprio sempre sola, non mi aiuti niente. Perché tuo marito non ci soffre, anche!"

La baronessa alzò appena la testa, e rispose senza guardar sua madre:

"Mio marito non mi abbada."

Ella aveva una voce un po' grave ma dolcissima, un accento d'indifferenza molle, come di chi riposa ne' propri pensieri e, richiamatone un momento, risponde distratto, a fior di labbro, per non guastarne la trama, per riposarvisi ancora.

"Giusto quello!" disse la contessa.

"Oh che contrattempo, Elena! C'è qui la mamma!" esclamò l'amabile Perlotti, comparendo alle spalle di quest'ultima. "Io che venivo a farvi la corte!"

La giovane signora alzò gli occhi al cielo.

"Va là, Elena, va là" insisteva sua madre.

"Poveretta, la si secca, e che torto!" osservò Perlotti carezzevole, quasi flebile.

"C'è bene Sofia di là" disse la baronessa.

"Mia moglie? Sí, ma non è mica padrona di casa, lei."

"Neppur io."

Con questa risposta data un po' sdegnosamente, la baronessa Elena si alzò, e andò a raggiungere gli ospiti.

"Ho paura, cara Tarquinia, che vi tocchi alloggiarli tutti qui stanotte" disse Perlotti all'orecchio della contessa, appoggiando leggermente le mani alle braccia di lei, bella donna ancora e molto elegante.

"Signore, non ci mancherebbe altro! Mi sono tutti tanto cari, ma vengono un paio di volte alla stagione, e signor sí che hanno da capitare stasera!"

"Me mi metterete con quella biondina, quella Zireseta, Ziresèla, cos'è, quella biondina piccolina."

"Scempio!" disse la contessa, voltando il viso ridente. "Vado da Lao."

E andò via, seguita da una sghignazzata di Perlotti.

Si fermò in fondo alla sala, sulla porta che mette allo scalone del primo piano.

"Finalmente!" diss'ella. "Come lo hai trovato?"

Una voce virile rispose:

"Triste."

"Che novità mi conti! Il suo male è tutto lí, perché lui mangia, perché lui dorme, perché lui passa le ore con le ore a leggere e suonare. Questi dolori ci saranno, io non dico, ma anche lui si ascolta molto. Il medico dice che bisogna distrarlo. Andiamo avanti, e come si fa con quella eterna luna? E poi se tu sapessi, caro te, quanta voglia posso avere di distrarre gli altri! Se tu sapessi i fastidi che ho, e la fatica che faccio a mandarli giú!"

"Fastidi, zia?..."

La contessa tacque un poco, si morse le labbra, soffocò un singulto.

"Niente, niente" rispose nervosamente, battendo le palpebre sugli occhi che luccicavano. "Non andrai mica via subito con questo tempo? Bravo, fammi un po' di corte a quelle signore."

Ella salí lo scalone e il suo interlocutore entrò in sala, mentre le signore tornavano dallo spettacolo del temporale ai canapè fronteggiantisi con le loro ali di sedie vuote, fra il biliardo e la porta di ponente. La baronessa Elena fe' un giro per passargli vicino, gli disse sottovoce:

"Grazie, sai, Daniele, che hai fatto tanta compagnia allo zio."

Cortis le strinse la mano, senza parlare. Elena lo guardò meglio, trasalí.

"Che c'è?" diss'ella.

"Una cosa grave" rispose quegli.

"Oh, ecco il nostro signor candidato!" esclamò il barone. "Questi bravi signori vogliono sapere se abbaierete a Tunisi e se morderete i ministri."

Con la sua grande persona, con la sua gran barba fulva, con la sua gran voce, il barone pareva un brigante normanno antico.

"Che fare di Tunisi? A noi non importa di Tunisi" disse il signor Checco Zirisèla, un patriota che non aveva soggezione di nessuno. "Non siamo mica in Sicilia, qua."

"Evviva l'Italia!" rispose il senatore. "Pensateci voi."

E si allontanò.

"Lasciamolo andare, quel trombone" sussurrò il dottor Grigiolo. "Signor Cortis" diss'egli al nuovo venuto, "qui i nostri amici della sezione desideravano dirle una parola."

Daniele Cortis s'avvicinò agli amici, che in attitudine rispettosa, ma fermi al loro posto nella mal dissimulata coscienza della sovranità, guardavano, con le spalle alla porta, l'uomo ch'entrava nella luce piovosa, un'alta persona elegante, una bizzarra fisonomia nobile, improntata di dignità e di risoluzione militare, due occhi azzurri, intelligenti e fieri.

"Niente" disse il dottor Picuti che incominciava sempre cosí le sue orazioni piú gravi "niente. Qui siamo tutti persuasi, ma siccome, giusto, La sa, si parla qualche volta con amici delle altre sezioni; io per esempio, La supponga, e qua il mio compare Zirisèla..."

"Appunto" disse Zirisèla, incoraggiando l'amico a continuare.

"Colla cosa, dico, che noi due e anche altri qui del paese si va spesso, giusto, nelle altre sezioni, e dappertutto si sente questa musica ch'Ella è poco conosciuta (cosa vuole, ignoranti!) e che non si sa come la pensi su questo e su quello; cosí sarebbe sorto, giusto, il desiderio che, sia con un discorso, sia con la stampa, non so se mi spiego..."

"Vogliono u programma" disse il barone alle signore con voce abbastanza prudente, nell'altro braccio della sala. "Hanno ragione. Quando s'è visto un candidato che non tiene u programma? È come una casa senza facciata."

"Meglio cosí che tante facciate senza casa, che tanti programmi senza un uomo dentro" disse sua moglie vivacemente.

"È vero, Elena" saltò su la contessa Sofia, "che tuo cugino ha nome Daniele Volveno?"

"Sí" rispose Elena, asciutta.

"Che nomi strampalati avete qui voialtri!" esclamò il senatore.

"Non è mica nostro veneto, barone, questo nome" rispose la Perlotti, battendosi dispettosamente un ginocchio con il ventaglio.

"È friulano. Il signor Cortis è friulano."

"Ma se lo so! Non volete che lo sappia? E che cos'è il Friuli? Non è Veneto? Che razza di geografia volete insegnarmi?"

La signora si morse le labbra. "Domando scusa" diss'ella "ma..."

Qui suo marito pensò bene di correre a mettere il naso sui vetri, gridando: "Oh Dio, guardate, guardate! Che sia Malcanton quello là?"

Si vedeva un ombrello venir su traballando lungo gli abeti velati dalla pioggia.

Tutti corsero a guardare, tranne il senatore e sua moglie.

"Malcanton, Malcanton!"

"Sí, per bacco che è lui!... Malcanton, contessa; è qui Malcanton!"

"Oh Dio" gridò la contessa Tarquinia che rientrava allora in sala. "Io che me l'ero dimenticato!" Aveva mandato questo Malcanton, poche ore prima, a far delle commissioni.

"Eh, ma dimenticato del tutto" soggiunse. "Dio, che figura! Pare un topo annegato."

Ella aperse la porta, mise una vocina graziosa, porgendo il capo e ritirando la persona. "Presto, presto! Dentro, dentro!"

Il signor Malcanton entrò, si scosse come un can barbone, tenendo l'ombrello a braccio disteso, mentre la contessa gemeva a mani giunte.

"Oh Dio, poveretto, in che pena, in che pena sono stata! Poveretto, come siete rovinato! Che rimorsi! Presto, presto, di sopra, di sopra, un punch, subito!"

"Fatto tutto, contessa, fatto tutto!" ripeteva il can barbone. "Fatto tutto. Parlato al signor Momi, alla signora Catina, inteso col dottore, impegnata la banda, telegrafato per i fuochi."

"E imbarcata l'acqua" mugghiò il barone seduto dietro gli altri, sul biliardo, con le gambe penzoloni. Tutti risero, tranne Malcanton che guardò colui a bocca aperta.

"Grazie, grazie infinite; ma di sopra, adesso, di sopra!" insistè la contessa, ricacciandosi il riso nel petto. "Elena, vai su dallo zio? Ti prego allora, passando, questo punch."

"A proposito" riprese Malcanton, "sarà anche scritto per questo libretto del Laven-tennis e per sapere come si pronuncia."

"Laan-tennis" disse la contessa Perlotti.

"Loon, loon" mugghiò il barone.

"O laan o loon, io dico laven" replicò Malcanton. "Del resto sentiremo."

La contessa Tarquinia aveva fatto venire un gioco di lawn-tennis, il primo della provincia. Nessuno sapeva adoperarlo e nemmanco si andava d'accordo sul modo di pronunciarne il nome; ma intanto alla villa Carrè c'era il lawn-tennis. Anche al Caffè d'Italia, in città, ne avevan parlato, avean disputato molto sul laan e sul loon.

"Intanto, con permesso" concluse Malcanton, e si avviò dietro la baronessa, mentre il senatore diceva con un tono singolare:

"Grandi cose, dunque, contessa Tarquinia! Un san Pietro colossale, quello dell'81!"

"Pur troppo" sussurrò Malcanton, compunto, alla sua compagna, cui ostentava di parlare molto familiarmente, come se fosse ancora la bambina di una volta. "Credi, Elena, che una lavata simile..."

La giovane signora non gli badò, volò su per le scale, dimenticando il punch, ed entrò nel chiarore della grande sala vuota del secondo piano.

Udí le voci dei preti e del senatore salire, mezzo spente, dal pavimento, e la pioggia eguale venir giú a distesa, confermar con l'ampia e bassa sua voce quelle tre parole torbide: una cosa grave. Attraversò la sala adagio adagio, con gli occhi alla porta della camera dove Daniele era stato tanto tempo.

Una cosa grave!

Appoggiò la fronte all'uscio e picchiò due colpi sommessi.

Si rispose forte: "Avanti!"

 

CAPITOLO SECONDO

 

UNA COSA GRAVE

 

"Avanti" disse il conte Lao "e chiudi presto che viene un'aria d'inferno da quella porta. È ora che ti si veda! Ed è o non è un gridare che fanno quei diavoli di preti? Corpo, e non poter andar giú con un bastone! Non sa far altro tua madre che invitar preti? Saranno tutti ubbriachi, già. Che vino ha dato quell'oca?"

Elena, seria seria, fece una profonda riverenza.

"Vado a vedere, conte" diss'ella.

"Ah! Scempia!" rispose il conte Lao, rabbonito. "Vien qua, andiamo. Scusa, la mi vien su, saranno dieci minuti, fresca come una rosa, a domandarmi se voglio niente. Bisogna avere una testa da passera. Se voglio niente! Con questo baccano che passa i muri! Voglio che li mandiate tutti al diavolo, dico. Ma, dice, credevo che non udiste. Bella, sai? Non bastano quei pochi malanni che ho; anche sordo ho da essere. Andiamo, avanti! Cosa fai là sulla porta? Perché mi guardi in quel modo? Sarò pallido, ah? Sarò verde o almeno giallo? Avrò l'aria d'un morto?"

"Ma no, ma no, zio; hai l'aria d'un orso in collera".

"D'un orso bianco?"

"D'un orso grigio, zio."

Invece di rispondere il conte Ladislao trasse di tasca uno specchietto e si avvicinò alla finestra.

"Oh no" diss'egli, "mica pallido. Eh, niente. Solo un pochetto."

Era pallido infatti: d'un pallore accresciuto da due grandi occhi neri, dalla barba nera, corta ma foltissima, dall'alta fronte giallognola, dove i capelli brizzolati facevano appena una punta.

Voltò le spalle a sua nipote e si guardò la lingua.

"Sei bello, zio" diss'ella. "Sei una bellezza; sta tranquillo."

Lo zio si voltò in fretta, si eresse.

"Dopo tutto" esclamò "se non fossi malato..."

Era alto e di persona elegante; un gran naso aristocratico non guastava la sua fisonomia, tra sentimentale e beffarda.

"Se non sognassi di essere malato" disse la baronessa Elena.

"Ah, sogno? La faccio per piacere questa vita? Mi diverto io, a non digerire, il giorno, e a non dormire, la notte? Mi diverto a esser pieno di dolori tredici mesi all'anno? Sentili quei mascalzoni di preti? Oh mi diverto! Taci, vien qua, e suonami ancora la pastorale di Corelli."

Si sdraiò in una poltrona rintanata dietro un tavolino, nell'angolo piú buio dell'ampia camera, piú lontano dalla porta e dalle tre finestre. Alla sua dritta, il piano verticale, appoggiato al muro, era aperto.

"Non ci vedo, zio" disse Elena.

"Va là che la sai a memoria!"

Egli si pose a canterellare il motivo della pastorale con una voce dolce, intonatissima, piena di sentimento.

"Non ho voglia, stasera, di suonare".

"Perché?"

Elena non rispose. Seduta, tra una finestra e la scrivania, in faccia a suo zio, lo guardava accarezzando un libro aperto, posato là a sbieco sull'orlo della scrivania stessa. Il conte Lao interpretò certo quel silenzio in un dato modo perché non insistette, accese una sigaretta.

"La colpa non è certo mia", diss'egli, buttando nel portacenere il fiammifero acceso.

"Che colpa, zio?".

Il conte Lao appoggiò le braccia sul tavolino e guardò il fiammifero fin che si spense.

"Se siamo a questi passi" diss'egli.

Elena non capiva.

"Val poco quel poeta inglese" esclamò il conte Lao, come per rompere una rete di pensieri penosi. "Pochissimo! Pieno di barocchismi. Me lo immaginavo. Il cielo che diventa sette volte piú divino per l'assunzione di Mazzini"! Corbellerie. E genitivi, poi, genitivi! Santo Dio!"

"A che pensi, zio?" disse Elena, alzandosi.

Venne a sedergli vicino, sullo sgabello del piano.

"Eh!" rispose lo zio. "Dove hai la testa adesso? Dimmi un po'; hanno giuocato al biliardo poco fa, prima del temporale?".

"Sí, zio."

"Anche tuo marito, già?"

"Sí, lui e Perlotti."

"Filosofo, lui!"

Restò pensoso un momento, poi scattò in piedi gittando via la sigaretta, andò ad afferrar per le tempie Elena, che tentò, con alterezza involontaria, rialzar la testa.

"Senti" diss'egli curvandosela a forza sul petto: "hai una gran canaglia di marito." Le chinò le labbra sui capelli e disse sottovoce:

"Lo accoppo, io."

Elena si sciolse sdegnosamente da quella stretta, guardò suo zio con occhi scintillanti.

"Sai che soffro" diss'ella, "di questi discorsi. Sai che mi offendono. L'ho ben conosciuto, prima di sposarlo. Gli ho ben permesso d'essere mio fidanzato prima e mio marito poi. Pensa quello che vuoi, ma non parlarmi cosí. Non mi ha ingannata, è stato sempre lo stesso uomo. Non sarebbe niente affatto nobile, da parte mia, di permettere che mi si parli cosí."

Gli voltò le spalle e andò a guardare dalla finestra, mentre suo zio, irritato ripeteva:

"Giàa! Giàa! Giàa! Perché nessuno sa ch'eri una bambina! Perché nessuno sa che te l'hanno imposto!".

"No, niente imposto!" rispose la giovane signora voltandosi impetuosamente. La mamma mi spingeva forse un poco, ma il povero papà mi ha ripetuto fino all'ultimo momento: Ricordati che sei libera, ricordati che c'è ancora tempo! E non ce n'era bisogno, perché non è vero ch'io fossi una bambina. Diciannove anni, avevo; e non capivo le cose troppo male!"

"E allora, perché hai detto di sí? Ti giuro che se c'ero io non lo dicevi!"

"Oh, signor zio!" diss'ella con alterezza. Sdegnava di parlare, di dire che aveva accettato il primo marito offertole, perché certi intrighi di sua madre non le piacevano.

"E adesso" proruppe "cosa c'è di nuovo? Che orribili cose ha fatto mio marito? Vi avrà chiesto un po' dei vostri danari, già. Sarà per questo che la mamma ha le malinconie e tu le convulsioni".

"Ah, corpo!" esclamò lo zio voltando e squassando lentamente il capo verso degli esseri immaginari, dei giudici d'appello invisibili "A voialtri, cari."

Alzò le mani, le lasciò ricadere sulle coscie rumorosamente.

"Non ne parliamo piú" diss'egli.

Sedette al piano come se non fosse affar suo e suonò, a mezza voce, una polka sciocca, brontolandosi mentre suonava:

"Bella educazione che ha avuto!... Sí, perdiana!... Un po' dei vostri danari, cosa serve?... Un po' di danari, euh!... Bella educazione!... Sí perdiana...

Bellissima!"

"Smetti, smetti, zio" disse Elena. "Come sei triviale stasera! Non ti ho mai conosciuto cosí."

"Balla, cara, balla!" rispose Lao, sdolcinato. "Ma balla, tesoro. Non senti che suono? Cos'hai da saper tu di danari! Balla che sei beata."

"Che sciocchezze, zio! Vuoi che mi crucci per i danari! Smetti! È stupida, sai, questa musica."

Il conte afferrò a due mani lo sgabello su cui stava seduto e si girò di netto.

"Oh lo so" diss'egli "e mi dirai poi cosa sono i tuoi discorsi. Non ti fa niente a te che tuo marito, dopo essersi giuocata la roba sua e la tua, pazienza! si voglia giuocare anche la nostra? Non ti fa niente a te che venga qui a fare il prepotente, a pretendere del danaro che non gli spetta, a dire che tu spendi e spandi..."

"Può essere" disse Elena, fredda.

"... a minacciare di confinarti per sempre a Cefalú, come una moglie indegna se non gli si danno questi danari."

La baronessa trasalí e chiese bruscamente:

"Lo ha detto a te?"

Il conte Lao si mise l'indice al petto, alzando le sopracciglia.

"A me?" diss'egli. "Glieli avrei dati subito e poi lo avrei buttato dalla finestra, lui e i danari in un mucchio. Ha detto cosí o press'a poco, a tua madre."

"Quando?"

"Stamattina. Mi pare impossibile che tu non lo sappia."

"Non lo sapevo."

"Allora non sai neppure cosa gli ho fatto dire, io, al tuo senatore."

"No."

Gli ho fatto dire che venisse da me a ripetere questa bella cosa. Ma già tua madre gliel'avrà detto. Tua madre ha sempre voluto star col diavolo e anche con l'acquasanta. Non sa che piagnucolare, lei. Di' la verità che non sapevi niente?"

"Sapevo che mio marito ha bisogno di danari. Prima di venir qua, mi ha pregato, alla sua maniera, di domandarvene. Io gli dissi che lo lasciavo perfettamente libero di trattar lui con voialtri come voleva, ma che, per conto mio, non vi avrei detto una parola."

"Chi sa che scena ti avrà fatto!"

"Scena? Non me ne ha parlato piú. Non me ne fa, scene."

"Non te ne fa?"

Il conte Lao pareva incredulo.

"Eh no, proprio scene, no" disse la baronessa, quasi sorpresa di dover affermare una cosa due volte. "Sai, se me ne facesse, con poche parole lo metterei a posto."

L'altro tacque.

Ecco dunque, pensò Elena, la cosa grave. Tanto grave davvero? Le gesta di suo marito la toccavano poco. Era poi evidente che lo zio non l'avrebbe lasciata confinare a Cefalú. Si crucciava quasi, malgrado se stessa, che Daniele avesse detto cosí. E sempre veniva giú a distesa la pioggia eguale, l'ampia voce triste parlava ancora.

"Zio" disse la baronessa, "cosa t'è venuto in mente di raccontar queste cose a Daniele?"

"Io? Perché? Non ho raccontato niente, io, a Daniele."

"Niente? Eppure l'ho visto adesso che usciva di qua e mi ha detto ch'era succeduta una cosa grave."

"Una cosa grave? Non so."

Elena sentí nella voce di suo zio un sospetto cambiamento di tono, una indifferenza esagerata.

"Non ti par grave" diss'ella sorridendo "una relegazione a Cefalú?"

"Ah sí, questo sí; sarà stato questo."

"Ma zio..."

"Oh, sai che mi secchi!" esclamò il conte. "Non si tratta né di tuo marito, né di te, né di me; e se vuoi delle confidenze, va da Daniele."

Elena non rispose.

"Scusami" ripigliò suo zio. "È una cosa che riguarda lui solo. Non posso parlare."

Ella si pentí d'aver palesato quelle due parole di suo cugino che potevano attestare un'amicizia, molto intima e confidente. A un tratto tese l'orecchio, s'avvicinò alla finestra e l'aperse. Una gran voce d'acqua corrente entrò nella camera.

"Sei matta?" gridò il conte Lao, scappando, col bavero del soprabito alzato, alla poltrona d'angolo. "Chiudi per amor di Dio! Cosa diavolo fai?"

Non pioveva piú; appena qualche grossa goccia batteva sulla ghiaia dalle grondaie.

"Se non piove, zio! Se non c'è un fil d'aria!"

"Oh non c'è aria! Santo Dio, non c'è aria! Non la chiude mica, sapete. Con questo umido! Il Rovese che pare in camera e non ci sarà aria, ohe. Andiamo, finiamola, serra!"

Elena non gli diede retta.

"Scusa, zio" diss'ella in fretta e sottovoce, "ho udito aprire l'uscio della sala. Voglio vedere chi esce."

Uscivano i preti con un grande stropicciar di piedi, con una ressa di strascicati saluti. Il senatore era con loro. Prese a braccetto il parroco di Caodemuro e gli disse qualche cosa all'orecchio. Tutti gli altri gli si strinsero intorno. Colui, un prete stecchito, rubicondo, dagli occhiali d'oro rispose forte:

"La sa, noialtri si deve star col papa; direttamente non si può far nulla. Non expedit. Io se avessi cento voti e potessi votare, certo non ne darei uno solo a questo signore qui, e sarò molto contento se farà un bel fiasco. Ma ho paura, perché qui votano tutti per lui. Quello che possiamo far noi è di persuaderne qualcuno a star a casa. Ma poi..."

"Anniamo, anniamo avantI" disse il senatore. Non gli garbava che si parlasse forte di queste cose tanto vicino a casa. Ma in quel momento Elena lo chiamò dalla finestra.

"Carmine!"

Il barone si voltò, guardò in su. I preti si voltarono pure, salutarono con certa sgomenta umiltà piegando il collo, alzando gli occhi. La baronessa accennò appena del capo e chiese a suo marito se Cortis fosse ancora in sala.

"Sí" diss'egli. "Perché?"

"Perché gli debbo parlare" rispose Elena tranquillamente; e chiuse la finestra.

"E la mamma?" diss'ella, volgendosi a suo zio. "Cosa dice la mamma?"

"Hai chiuso bene?" rispose il conte, tirandosi giú il bavero. "Lei si cruccia, lei piange, lei se la piglia con me perché non sono persuaso niente affatto di accontentare il suo signor genero. Né mi persuaderò mai. Se vuole far lei dei sacrifici con la roba sua, padrona: ma non credo che ci senta molto da quell'orecchio."

"Povera mamma!" disse Elena, sorridendo. "Le lagrime le costano meno. Addio, zio."

Gli stese la mano. Il conte Lao la strinse forte fra le sue, la trattenne un momento senza parlare.

"Senti" mormorò con voce soffocata. "Mi conosci, ah?"

Ella gli offerse anche la sinistra, e raccolse a sè, con impeto affettuoso, le mani di lui.

"Basta" diss'egli.

Elena era ben sicura di quel virile cuore, tanto leale, tanto caldo sotto un'inerzia lunatica, nata da qualche difetto segreto dello spirito, favorita dalle tradizioni nobiliari, cresciuta con l'abitudine, sancita da sofferenze reali nel corpo o nella immaginazione, confermata dallo scetticismo amaro dell'uomo come degna del mondo e di lui.

Un domestico venne a vedere se il signor Daniele avesse dimenticato lí i suoi guanti.

La baronessa si spiccò in fretta da suo zio, balzò fuori della stanza, scese in loggia per un'oscura scaletta di servizio. Verso il fondo trovò qualcuno che saliva.

"Chi è?" diss'ella.

"Quel del pesce, contessina: Pitantoi."

"Oh bravo! Tu voti per il signor Daniele?"

"Io? Quando voteranno i marsoni e tutto quanto il pesce popolo, voterò anch'io, signora contessina. Ma dicono che la legge non sia ancora fatta."

"Non sei elettore, tu?"

"Mi pare di no, signora contessina. Cosa vuole? Abbiamo una manica di elettori, qua, che non mi degnerei neanche, La guardi. E poi..."

La baronessa gli passò davanti, scese velocemente. Cortis entrava con Grigiolo dalla loggia nel porticato rustico che la continua, quando Elena vi entrava pure dalla scaletta segreta.

"Parti?" diss'ella.

Egli le stese la mano.

"Sí" rispose "vado a casa."

"Perché ti vorrei dire una parola" replicò Elena. Il dottor Grigiolo diede due passi indietro rispettosamente.

"Mi fa piacere, Grigiolo, di avvertire la mamma che sono uscita un momento con Daniele?"

Elena parlava sorridendo, con la piú franca indifferenza.

"Volo, baronessa, volo" rispose lo zelante giovinotto. "Dunque, signor Cortis, per parlare di questo programma vengo da Lei domattina?"

"No" rispose l'altro, "io domattina vado via."

"Come, va via? Ma torna presto?"

"Eh, non lo so."

"Non lo sa? Ma prima dell'elezione, spero!"

"Non lo so."

"E allora, cosa facciamo? Scusi per carità, baronessa."

"Oh" esclamò Elena, "La prego! Se m'interessa moltissimo tutto questo! Sono un poco agente elettorale anch'io, sa."

Intanto Cortis rifletteva.

"Venga stasera" diss'egli.

Grigiolo s'imbarazzò un poco. La contessa Tarquinia contava su di lui per far divertire le signore. Come si poteva adesso...?

"Venga quando la società sarà sciolta" disse Cortis. "Alle undici, a mezzanotte, quando vuole".

L'altro, a corto di scuse, masticò un bene soddisfatto, pieno di pigrizia e di sonno anticipato. Ma Cortis, fosse perché non comprendeva neppure queste mollezze, fosse perché aveva il capo ad altro tenne la cosa per ferma e, congedato il giovane, si voltò ai grandi occhi gravi che lo interrogavano.

Rispose loro con uno sguardo pur grave e lungo. Né l'uno né l'altra parlarono. Dopo momenti che a lui parvero eterni s'incamminarono tutti e due, adagio, verso il portone, per un tacito consenso non sapendo chi si fosse mosso prima. Giunsero in silenzio all'aperto dove una stradicciuola corre a destra le praterie verso Villascura e casa Cortis, un'altra scende a sinistra nel fragore del Rovese, in faccia alle nude scogliere imminenti del monte Barco, una terza va diritta a tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendío fronteggiano la vallata. Elena trepidò pensando che forse suo cugino avrebbe preso a destra, verso casa sua. Potrebbe seguirlo ancora, in questo caso, costringerlo, quasi, a parlare? Egli tirò avanti diritto, verso gli abeti. Le balzò il cuore, una vampa le salí al viso.

"Cara Elena" disse Cortis.

La maschia voce morbida e sonora cadde spossata come sotto un dolor mortale.

"Una cosa grave" diss'egli; e si fermò, guardò sua cugina. Dovette leggerle una gran commozione in viso, perché soggiunse subito, premurosamente:

"No, cara, non è una cosa piú forte di me."

"Lo credo" diss'ella guardando diritto avanti a sè con gli occhi vitrei. Non pareva piú, né all'accento né allo sguardo, la stessa Elena che aveva parlato, due minuti prima, al dottor Grigiolo.

"Tu la devi sapere" soggiunse Cortis "ma non è facile il dirla."

"Non dirmi niente" rispose Elena sottovoce, sempre senza guardarlo. "Sono stata una stordita di venire a impormi cosí."

Pensò che, a rigore, era ancora in tempo di non imporsi e stese la mano a suo cugino con un sorriso forzato.

"Buon viaggio" diss'ella.

Egli fece un atto d'impazienza e disse solo:

"Oh!"

La giovane signora arrossí, come se in quell'oh avesse inteso ricordarsi, con affettuoso rimprovero, tante cose intime, tanti segni d'un'amicizia piú sentita che espressa. Ritirò la mano e disse timidamente:

"Scusa."

"Va bene" rispose Cortis. "Andiamo avanti, e pensa se, col tuo istinto, puoi indovinare qualche cosa."

Fecero alcuni passi in silenzio. Adesso Elena figgeva a terra gli occhi veementi.

Rialzò a un tratto la testa.

"Mio marito?..." diss'ella. Non l'aveva ancor detto che Cortis rispose: "No, no!" Ella si pentí subito amaramente, s'irritò con se stessa. Suo marito non era mai nominato nelle conversazioni fra lei e Cortis. Non un atto era seguito, non una parola era corsa fra loro di cui egli potesse dolersi.

Intanto erano giunti agli abeti che rumoreggiavano in alto, pieni di vento, e piovevano grosse gocce. A sinistra il piú vecchio dei tre inclinava le sue lunghe frange nere sull'angolo dell'altipiano e sui rapidi declivi che scendono verso le praterie e verso il fiume.

A destra la strada svoltava giú per la costa erbosa.

"Dove andiamo?" disse Cortis.

L'uno e l'altra, nel loro turbamento, erano entrati, camminando diritto, nell'erba folta, fradicia di pioggia. Tornarono sulla strada, e Cortis non parlò piú fino a che non furono discesi tanto nel quieto grembo della costa, da venirne riparati alle spalle.

Allora si fermò.

"Senti" diss'egli. "Tu sai cosa vi è stato di triste, molti anni or sono, in casa mia?"

Ella si ricompose, dimenticò la sua domanda stordita di prima e rispose pronta: "Lo so."

Non s'aspettava questo. Sapeva che la madre di Cortis, trovata infedele dal marito, n'era stata cacciata di casa pochi anni dopo la nascita di Daniele, ed era poi morta subito, nell'abbandono.

Pensò.

"Forse" esclamò, sottintendendo tutto "ha lasciato..."

Cortis la interruppe con uno scoter del capo.

"No" diss'egli, dopo un momento.

Elena si ricordò di aver udito che il nome del seduttore non si era mai saputo con sicurezza, e arrischiò un'altra supposizione:

"Forse hai scoperto chi..."

Cortis scosse ancora il capo.

"Pensa la cosa piú incredibile" disse; e guardò sua cugina in modo che il vero le brillò al cuore.

"Ah!" diss'ella, afferrandogli un braccio.

Egli accennò di sí.

Continuarono a guardarsi, muti, incontrandosi lo stupore dell'una con la gravità accorata dell'altro.

"E non lo hai mai sospettato?" sussurrò Elena.

Cortis alzò le braccia.

"Mai" rispose. "Mio padre mi ha sempre fatto credere che fosse morta. Però una volta, me ne sono ricordato oggi, una volta che gli chiesi tante cose, avrei dovuto capire, se non fossi stato un ragazzo, ch'egli mi nascondeva la verità."

Ella non osò andar oltre, fargli tante domande: temeva apprendere chi sa quali cose orribili.

"Che vuoi?" disse Cortis. "Non so ancora niente. Finora non ho che una lettera."

"Di lei?"

"No, di una signora che vive con lei."

"Dove?"

"A Lugano. Una lettera che mi farebbe impazzire se non avessi un cervello d'acciaio."

"Questa persona scrive che mia madre vive, è malata, e vorrebbe vedermi" soggiunse, rispondendo agli occhi ansiosi d'Elena. "Potrebbe essere una felicità grande, ma poi bisogna mettere insieme la storia di mia madre con le trivialità retoriche e anche con la carta profumata di quest'amica sua, per intendere."

Un singhiozzo gli ruppe la parola.

"Sí, sai, Elena" rispose con voce appena intelligibile. "Avevo pensato qualche volta: se ella vivesse ancora, se fosse sepolta in un ritiro o se si guadagnasse pane e rispetto col suo lavoro, e ch'io la potessi trovare, dimenticherei persino quello che mio padre ha sofferto. Una gran cosa, Elena: perché tu non sai che cuore aveva mio padre e con che lagrime mi faceva recitare ogni sera, capisci? ogni sera, un requiem per la povera mamma. Ma io pensavo che avrei dimenticato tutto, che..."

Cortis s'interruppe. Non v'erano parole umane per esprimere la tempesta di passione che lo avrebbe portato nelle braccia di sua madre. Si staccò bruscamente da Elena, che rimase immobile.

"Ma ci vai?" diss'ella con improvviso fuoco.

Cortis si voltò.

"Lo sai bene" rispose severamente "che andrei se ne dovessi morire."

"Oh sí, va!" esclamò Elena facendoglisi vicina. "Pensa quanto avrà sofferto? Ci andrei io se potessi!"

"Tu? E se non avesse sofferto niente?"

Elena trasalí, sorpresa.

"Oh, è impossibile!" diss'ella.

L'uomo d'acciaio non ebbe forza di replicare: il pianto lo soffocava. Con tutto il suo vigor leonino, egli aveva spesso, nel dolore e nella gioia degl'impeti infantili, che passavano come nembi caldi d'inverno.

Ad Elena quelle lagrime rivelarono cosa egli temesse; ella si dolse di essere cosí ignorante, cosí tarda a comprendere certe depravazioni di cui aveva inteso parlare senza credervi mai interamente; si dolse d'aver suggerito a Cortis, senza volerlo, un paragone amaro fra lei che non poteva neppure capire il male e una madre che forse non poteva capire il rimorso. Assalita e vinta dall'emozione di lui, gli parlò ansando, con una strana voce nuova che voleva essere calma.

"Ma ella ti desidera" disse: "questo esprime tante cose..."

"Basta, cara" rispose Cortis, pacato. "È una follia di turbarsi cosí; in questo luogo poi anche. Si fa quel che si deve e basta; non è vero, Elena? Guarda che bel cielo!"

Il basso oriente dove si toccano, fra montagna e montagna, il cielo e la sconfinata pianura veneta, luceva di cristallino sereno, ma una tenda pesante di nuvoloni copriva ancora la valle, gittava sulle tempie dei monti la sua ombra azzurro-nera; e i radi abeti austeri che a sommo della costa spiccavano sul cielo, parevano attendere la seconda tempesta.

Elena guardò un momento il lontano sereno con gli occhi lagrimosi, e disse:

"Parti domattina?"

"Sí, cara. Come tremano tutti, questi poveri fiori nell'erba! E quegli abeti lassú come sono intrepidi!"

Elena guardò il verde tempestato di margherite che ascendeva liscio fino alle piante nere.

"A che ora?" diss'ella.

"Presto. All'alba. Mi rincresce non potermi trovare alla vostra festa. Mi scuserai tu colla mamma; non è vero? Le ho già detto che dovevo partire per affari urgenti, ma glielo ripeterai, eh? Prima d'informarla voglio accertarmi che non si tratti poi di un'impostura; tutto è possibile! A ogni modo le dirai che mi rincresceva tanto di mancare al suo invito."

Elena non fe' neppur cenno di aver inteso e disse:

"Scrivimi."

"Sí" disse Cortis "ma..."

Ella arrossí leggermente.

"No, no" disse "puoi star sicuro."

"E quanto ti fermi ancora?"

"Non lo so. La mamma vorrebbe andar via a mezzo luglio se lo zio è contento, noi si potrebbe anche partire da un momento all'altro, se vi fosse un richiamo al Senato."

"E poi, ti fermeresti a Roma o andresti in Sicilia?"

"Ma, si parlava di Aix-les-bains, una volta; adesso non so piú nulla."

Ambedue stettero immobili e muti, come se le parole "non so piú nulla" avessero risposto, nella loro mente, a un soggetto ben piú grave. Non sapevano piú nulla, Elena né Daniele, del loro cammino nel mondo; non potevano prevedere neppure un avvenire probabile, né quando mai si sarebbero ancora incontrati. Sicilia, Aix; che suono triste, questi nomi! Il cielo scuro, il Rovese con la sua cupa voce collerica parevano consci di un futuro sinistro. Gran colpi d'aria passavano alti sul capo di Cortis e di sua cugina che non sapevano staccarsi da quell'asilo quieto dove il vento taceva sí che vi si udiva il sugger lieve della ghiaia bagnata di fresco, dopo una lunga aridità.

"Pensa a me, qualche volta" disse Cortis, sottovoce.

Elena non gli rispose.

Si avviarono lentamente verso casa; ella con il volto chino e le labbra serrate, egli parlando sempre, a scatti, con inquietudine febbrile.

"Lo so" disse, "lo so che sei una buona amica. È una brutalità stupida ch'io ti dica di non dimenticarmi. Sai cosa mi sento invece qui nel cuore, di doverti dire? Che forse sarebbe bene, per te, dimenticarmi. Che addio ti faccio, Elena! Ma forse in un altro momento non avrei la forza di dirtelo. La mia vita diventa una battaglia fiera, vedi. Non so ancora quando, ma presto. Non posso perder tempo perché il mio posto è avanti, molto avanti, e dovrò battermi giorno e notte per arrivarvi. Tu conosci le mie idee; sai se lascerò del sangue sulla via! No, no, non mette conto di legarsi a me; non c'è che da soffrire. È meglio lasciarmi solo, Elena."

"Questo?" diss'ella alzando il viso.

La baronessa, quand'era con Daniele Cortis, diventava umile e timida come nessuno l'aveva veduta mai, neppure da bambina; ma ora tutta la sua naturale alterezza le lampeggiava in fronte. Cortis aveva parlato con la coscienza di una energia superiore e si sentiva subitamente in faccia un'eguale, statagli sconosciuta fino a quel punto. I suoi occhi potenti si dilatarono.

"Allora..." cominciò egli con impeto.

Ella lo interruppe, pallidissima, si mise l'indice alla bocca. Cortis tacque, la guardò attonito, triste. "Tu non devi restar solo, con quella vita che farai" riprese Elena piano, con voce tremante. "Tu hai bisogno di una famiglia. So che la mamma ha dei progetti per te; dei buoni progetti, anche."

In fatti la contessa Tarquinia s'era fitta in capo di fargli sposare una signorina di V... bella, ricca, intelligente. "Dei sogni" diss'egli, freddo. "Io non prendo moglie."

Non parlarono piú sino al crocicchio dove avevano a dividersi. Elena si fermò la prima.

"Addio" diss'ella, "va." E poiché gli occhi di Cortis si riaccendevano come un momento addietro e la passione gli fremeva nella persona, lo chetò ancora con un cenno, gli porse la mano che quegli prese con ambo le sue.

Le smorte labbra d'Elena si agitarono un momento prima di poter dire:

"Confortala."

Daniele non rispose. Ella si sciolse dalle mani gagliarde che la stringevano, e mosse verso l'entrata del portico. Di là si voltò a gittargli negli occhi, con un rapido porger del viso, l'anima; e disparve.

 

CAPITOLO TERZO

 

LE IDEE DI DANIELE CORTIS

 

Poco prima di mezzanotte il dottor Grigiolo suonò al cancello di villa Cortis. Un domestico sonnolento gli aperse, lo condusse, girando l'ala destra della villa, allo scalone che ne divide a mezzo la lunga fronte.

"Resti servito" diss'egli. "Intanto vado a chiamare il padrone."

"Cosa?" esclamò Grigiolo stupefatto. "Senti, caro te; non è in casa il padrone?"

"Signor no."

"Benedetto! Ma dov'è?"

"Nei giardini."

"A quest'ora? Anima mia! Tutti i gusti son gusti. E adesso ci vorrà una mezz'ora a cercarlo: no?"

"Eh, signor no, signor no" rispose colui avviandosi senza troppa fretta.

"Piano, tesoro, che non La si faccia male" brontolò Grigiolo sfiduciato.

Diede un'occhiata al cielo.

"Con questo po' d'acqua che vien giú a momenti!"

Cielo e montagne, tutto era nero, dal Passo Grande che porta sul primo scaglione villa Cortis con le sue solitudini di boschi e di prati, fino a monte Barco e all'alta gola stretta da cui sbocca il Rovese. A sommo dello scalone, sulla macchia biancastra della casa, una porta brillava illuminata. Grigiolo si decise a salire, scotendo il capo, non potendosi dar pace che a quell'ora, con quel tempo, senza luna (pazienza con la luna!) si avesse l'idea di cacciarsi nei cosí detti giardini, che son poi boschi, per il puro gusto di rompersi il naso a un tronco, perché altro no!

Entrò in casa. Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra una tavola greggia, illuminando, dal pavimento alle nere travi enormi, la sala con le sue quattro porte laterali accigliate, con il suo disordine di carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavola, sparsi sul canapè e sulle sedie, con le due aquile piantate ad ali aperte negli angoli opposti all'entrata. Fra questi due angoli, la gran porta che mette al giardino francese era aperta. Grigiolo vi si affacciò. Aveva sul viso il Passo Grande, tutto nero; a destra, in alto, le vette del bosco denso che sale il monte, scende nella valle, copre dorsi e valloni, ruscelli e laghetti con l'orrore delle sue ombre.

Il meraviglioso getto d'acqua del giardino parlava, invisibile, nella notte.

"Santo cielo!" esclamò il dottor Grigiolo, tornando in sala per buttarsi sopra uno stretto canapè incomodo. "Se non sono matti non li vogliamo. E stimo che li facciamo deputati!"

Guardava la gran lucerna là in mezzo alla sala, con il fastidioso pensiero che bisognava aspettar lí chi sa quanto, poi dire chi sa che, poi fare un miglio a piedi prima di toccare il suo letto morbido di villa Carrè.

La ferma luce indifferente della lucerna gli faceva rabbia.

Un cane enorme entrò di trotto dalla porta della facciata, con la coda in aria.

"Eccomi" disse la voce squillante di Daniele Cortis. "Saturno, qua!"

Il cane gli corse alle gambe ed egli si voltò per dire a qualcuno ch'era rimasto fuori:

"Il caffè."

"Come va?" diss'egli poi, stendendo la mano a Grigiolo. "Lei è esatto come gli astri."

Il giovane s'inchinò sorridendo. Si aspettava delle scuse e stava già per dire: "Niente, si figuri", ma Cortis non gli fece scuse, entrò di schianto nell'argomento.

"Lei vuole dunque" diss'egli "che parliamo di questa elezione. Si accomodi, La prego. Non guardi se io sto in piedi, perché sono nervoso e ho bisogno di muovermi; si accomodi. Ecco, vede; io non amerei di parlare nel seno dell'Associazione Costituzionale; ma qui in mezzo ai boschi, in una casa vuota, io parlerò volentieri, molto chiaro."

Era nervoso davvero. Andava e veniva con le mani in tasca e il cane alle gambe, davanti a Grigiolo seduto nell'attitudine piú rispettosa possibile, con tanto d'occhi sbarrati. Quando si fermava, tutti i muscoli delle sue braccia e delle gambe aperte vibravano.

"Sa" diss'egli "io sono molto grato a loro signori del loro appoggio. Loro mi appoggiano perché le mie aderenze personali sono moderate, e perché, sinora, la mia scarsa azione pubblica non ha potuto autorizzare alcuno a credermi amico del Ministero che la Provvidenza ha sputato sull'Italia."

Si fermò un momento, guardò Grigiolo con un acuto riso sarcastico negli occhi.

"Ma io non sono un moderato" diss'egli.

"Neanche!" esclamò Grigiolo, candidamente.

"Come, neanche?"

Grigiolo si morse la lingua. Aveva pensato: portare un matto simile che non è neanche moderato!

"Ah niente" rispose. "Dicevo..." Ma Cortis non si curò di ascoltarlo, gli ruppe la parola.

"Io mi trovo però in condizioni" diss'egli "di potere onestamente accettare l'appoggio dell'Associazione."

"Cosa comoda" pensò Grigiolo.

"Noti" continuò l'altro "che siccome in politica bisogna riuscire, e siccome io non ho la ipocrita vanità della modestia, cosí lavoro io stesso come ogni probo cittadino lo può, per la mia elezione; e l'appoggio di alcuni gentiluomini lontani, se aiuta molto il mio cuore, aiuta poco il mio successo."

Il dottor Grigiolo, piccato, si alzò.

"Oh Dio" diss'egli, "se Ella crede..."

"No, no, no" lo interruppe Cortis, "si accomodi, si accomodi. Adesso prendiamo il caffè."

Entrava allora il servitore portando un vassoio carico di due tazze enormi.

"Grazie" disse Grigiolo spaventato. "La prego a dispensarmi. Non dormo."

"Quello che ci vuole, caro Lei, non dormire!"

"Eh sí signore, capisco. No, grazie, proprio."

Cortis mandò via il domestico, si versò un mare di caffè e ricominciò a parlare con la tazza nella destra e la sottocoppa nella sinistra.

"Non è mica un torto che vi faccio. Io considero una grande umiliazione questa che per entrare con forza nella vita pubblica bisogna strisciare sotto una porta cosí bassa: il patriottismo e la sapienza politica degli elettori. Io vi lodo di non saper né voler parlare il linguaggio che questi elettori intendono. Quanto a me che ho poi anche sfangato nell'economia politica per far piacere a voialtri borghesi, omnia praecepi atque animo mecum ante peregi."

Qui Cortis si accostò la tazza alle labbra, tenendo gli occhi sfavillanti su Grigiolo.

"Non è necessario" continuò "commettere disonestà, né bassezze. Non occorre spendere denari e tre o quattro coccarde politiche come il mio competitore, ma bisogna avere una opinione sugli interessi locali del collegio. Io li conosco tutti in tutti i Comuni, e i grandi elettori di ciascuna sezione lo sanno, come sanno che oggi ho degli amici potenti, e indovinano, perché sono acuti, che domani sarò qualche cosa io stesso. Ci è poi... (Cortis nominò un pezzo grosso del collegio) che ha in pugno solamente limoni strizzati e ora s'immagina potere strizzar me."

"Oh! Davvero!" esclamò Grigiolo, sorpreso. "Allora siamo a cavallo!"

"Sí, mio caro, se però io non faccio un programma sulla falsariga e col visto dell'Associazione Costituzionale, perché in questo caso l'uomo mi abbandona. Io poi non intendo fare nessun programma. Io intendo concorrere per titoli e non per esame, ecco."

Si mise a centellinare il suo caffè, adagio, adagio. Grigiolo guardò l'orologio per esprimere discretamente la sua umile opinione che fosse da sbrigarsi presto.

L'altro alzò le labbra nella tazza, e disse a mezza voce, tranquillo:

"È cattolico, Lei?"

Grigiolo trasalí

"Io?" rispose. "Ma..."

Cortis vuotò e posò la tazza, e ripigliò con voce concitata il discorso di prima.

"Per i miei elettori sono il deputato provinciale Cortis; per voialtri sono Daniele Cortis che ha scritto sul bimetallismo e sulla pluralità delle banche; e sono poi anche il consigliere provinciale Cortis che ha votato con i vostri amici, quando gli altri vollero fare della politica nella nomina dell'ufficio di presidenza. Questo vi deve bastare. Programma non ne faccio; non è ancora l'ora mia. Bada Lei a quei quattro chiacchieroni di stasera? Non mi si conosce? Non si sa come la penso? Mi si darà il voto egualmente, stia tranquillo; e in ogni caso possiamo ben fare a meno degli uomini politici... di... e di... Dunque appoggiatemi perché, se non altro, io sono un gentiluomo, e il mio avversario è un farabutto; ma non aspettatevi adesioni da me. Vi ripeto poi lealmente: se io rifiuto di aderire in pubblico alle idee della Costituzionale, non è per conservarmi l'appoggio di un potente; è perché quelle idee non sono le mie."

"Chi sa che razza d'idee ha costui" pensò Grigiolo; "chi sa che razza di deputato vien fuori!"

Gli venne in mente che i suoi amici dell'Associazione potrebbero rimproverargli di non aver saputo apprezzare l'importanza del colloquio e costringere Cortis a spiegarsi un po' meglio.

"Senta" diss'egli, "queste idee sono proprio tanto tanto distanti?..."

"Altro, mio caro!" rispose sottovoce Cortis, tenendo le braccia incrociate sul petto e alzando le sopracciglia.

"Aspetti!" diss'egli.

Diede una strappata al cordone che pendeva presso il canapè. Il campanello chiamò furiosamente, lontano. Saturno saltò sulla porta, abbaiò alla notte.

"Cosa diavolo vuol fare?" disse Grigiolo, fra sè.

Il domestico venne subito.

"Un tavolino davanti al signore" disse Cortis. "Due candele, carta e calamaio."

"Ma..." osservò Grigiolo guardando ancora l'orologio. "Sono le dodici e mezzo passate."

"Io non dormo, stanotte" interruppe l'altro, asciutto.

"Va benissimo; ma..."

"Due candele, carta e calamaio" ripeté Cortis al domestico, vedendolo venire con il tavolino.

 

 

Grigiolo ammutolí. Il domestico, grave come un ministro, portò quanto gli era stato ordinato, accese le candele, e, a un cenno del suo padrone, se ne andò.

"Debbo scrivere una lettera politica, stanotte" disse Cortis. "Privata però, sa. La creo mio segretario. Quanti anni ha?"

"Ventisette."

"Io ne ho trentadue. Ça va. Scriva.

"Caro amico. Questo amico è un ex deputato di destra, un dotto, un animale a citazioni che non può muoversi perché ha ingoiati troppi libri. Mi ha offerto l'aiuto pubblico dell'Associazione Costituzionale centrale."

Grigiolo scrisse dolcemente, alzò il viso, e ripeté "caro amico."

"Ti ringrazio" seguitò Cortis, dettando, "ma siccome io considero la mia candidatura come assicurata..."

"Eh" brontolò Grigiolo, scrivendo, "avendo dalla Sua il rettore del collegio, capisco. Assicurata."

Cortis alzò la voce:

"... anche senza influenze esterne... (scusi, sa) cosí... cosí è inutile che la Centrale si disturbi per un pensatore libero dai vostri dogmi e dai vostri dèi. Ha scritto?"

"Sí."

"A capo. Debbo pur dirvelo. Entrando nella Camera italiana io non sognerò come tanti di voi, o chimerici amici, di trovarmi nella House of Commons..."

"Cosa diavolo?" interruppe Grigiolo.

"Nella House of Commons, nella Camera dei Comuni... di trovarmi nella House of Commons a sedere sopra uno scanno di sei secoli. Non credo che la religione costituzionale inglese ci convenga; non credo ai benefizi del vostro dispotismo parlamentare, qualunque sia il colore della maggioranza. La rapida metamorfosi che fu imposta al paese si può molto bene giustificare con Ovidio; ma sarebbe un cómpito piú duro di giustificarla con la esperienza e con la teoria. Se Iddio e i futuri conti di Moriana..."

"Euh!" esclamò Grigiolo, tralasciando di scrivere. "Proprio?"

"Non so niente. Scriva. Se Iddio e i futuri conti di Moriana perdoneranno all'on. Sella di non aver composto il Ministero, o ad altri di averglielo impedito, sarà forse perché..."

"Perché" ripeté Grigiolo aspettando con la penna in aria.

"Santo Dio, non lo so" rispose Cortis. "Metta cosí:... perché forse dagli anditi parlamentari, dalle sale della reggia non si udí la voce che chiamava un uomo di cuore a rialzare in nome della patria la autorità reale, a raccogliere la nazione intorno al Palatino."

"Al Quirinale, La vuol dire?"

"Sí, ha ragione, al Quirinale. Cosa vuole? Non lo posso mandar giú quel Quirinale. Ci volevano le grandi idee dei conquistatori di settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi che la monarchia è solamente buona per far ballare e cenare a casa sua, per portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare le nostre prosaiche figure con un poco di sentimentalismo cavalleresco, non vorrei crucciarmi tanto per essa. Ma io la credo ancora buona, mio caro amico, a qualche cosa di meglio. Io la credo buona per finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio Emanuele ha dato all'Europa; io la credo buona, sopra tutto per fare con l'altra monarchia ecclesiastica una politica che abbia senso comune e stabilità; una politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesa, ci dia tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali."

"Piano!" disse Grigiolo, scrivendo precipitosamente.

"A me importerebbe poco" seguitò Cortis, infiammandosi nella parola e nel volto "essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la muta dei radicali e dei dottrinari italiani..."

"Piano, piano, per amor di Dio, un momento!" gemeva il segretario, scalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.

"... se potessi far solida e potente la patria, ottenerle l'onore di guidare una rivoluzione sociale ordinata. Non ci vogliono per questo né superstizioni politiche, né scetticismo religioso, né bigottismo scientifico, né..."

Cortis affrettava ed alzava la voce tanto che il cane gli saltò avanti, lo guardò menando la coda, latrando.

"La scusi" esclamò "ma come vuole che faccia?"

Non ne poteva piú.

Cortis si asciugò la fronte senza parlare, sedette sul canapè, e dettò da capo, tranquillamente, sino alla frase interrotta, la chiuse cosí "né polso che tremi."

"Io scrivo" osservò l'onesto Grigiolo "ma non controfirmo mica, sa."

"Naturale" rispose Cortis ridendo. "Ci sono molti in Italia che vorrebbero fare lo stesso, mettere fuori queste idee senza firmarle. Ci vorrà uno che firmi per tutti. Concludiamo."

"Volentieri."

"Allora scriva. Credi pure che queste idee non mi servono ad ammollire i preti del mio collegio, quattro quinti dei quali mi combattono, mentre l'altro quinto sta a vedere."

"Vero, questo!" osservò il segretario scrivendo. "Sacrosanto!"

"Perché sanno che io li ho sempre trattati da ciechi e da ignoranti quanti sono; e sanno che io, cattolico..."

"Se la stampassimo, eh, questa lettera!" disse Grigiolo, scrivendo.

"Crede che avrei paura? Lo dirò alla Camera, coram hominibus. Voglio vedere in faccia questi forti pensatori che si burleranno di me. Scriva dunque. Sanno che io, cattolico, se diventassi ministro, sarei capace di costringerli a studiare, con una legge di maggio, qualche cosa di piú che la Summa contra gentes. Vuol avere la bontà di rileggere?"

Grigiolo rilesse.

"La chiusa la farò io" disse Cortis. "Dunque, cosa Le pare?"

"Idee rispettabili" rispose il segretario "ma per noi, adesso, con questa trasformazione che c'è per aria, come è possibile?"

"Ecco!" replicò l'altro. "Vedete se siamo distanti?"

Grigiolo si alzò.

"Sí" diss'egli, "distanti; e a me, per andare a letto, ci vogliono venti minuti."

"Ha ragione, sono stato indiscreto."

"Oh?"

"Adesso La faccio accompagnare."

"No, per carità; non occorre, si figuri."

Cortis suonò.

"E il tempo?" diss'egli. Ordinò al domestico di approntare una lanterna e venne con Grigiolo alla porta. La bianca facciata, le bianche ali della villa, brillavano e sparivano ogni momento. Non s'udiva però il tuono.

"Dorma qui" disse Cortis. "Avrebbe forse uno scrupolo costituzionale di passare una notte sotto il mio tetto?"

Grigiolo ringraziò e protestò. Non poteva assolutamente restare. Non aveva paura del tempo e poi, a parer suo, non sarebbe neanche piovuto.

"E Lei" diss'egli "parte domattina?"

"Sí, signore."

"Con qualunque tempo?"

"Sí, signore."

Tacquero ambedue. Dietro ad essi la lucerna fumava e si oscurava, morente. I lampi sfolgoravano in sala. Di là dalla sala, brillavano e sparivano il getto argentino, la ghiaia bianca.

Venne il servitore con la lanterna.

"Dunque..." cominciò Grigiolo.

L'altro l'interruppe. "Vengo un tratto anch'io" diss'egli pigliandogli il braccio e traendolo giú per gli scalini senza dargli il tempo di schermirsi.

"Lei mi crede un conservatore?"

"Ma, dico, non so, in un certo senso mi pare."

"E lo dirà a' Suoi amici, naturalmente; dirà, non è vero, che io sono un fungo di questo nuovo genere. Bene, dica a' Suoi amici, che aspettino a giudicarmi."

Tacque un momento, aperse la bocca con impeto, poi si contenne e ripeté solo: "Che aspettino."

Fece ancora due passi e si fermò di schianto:

"Santo Dio" diss'egli, "questa Italia, che non abbia piú niente da insegnare al mondo? La Provvidenza l'avrà risuscitata dai morti per fare della cattiva democrazia e della cattiva letteratura che si freghino insieme?"

"Non ne parliamo" rispose Grigiolo.

"Crede Lei" continuò Cortis "che se la fosse cosí, mi passerebbe per il capo di cercare la deputazione? Se conoscesse lo stato dell'animo mio non lo crederebbe. Dica pure a' suoi amici che mi si potrà trovare nelle file d'un partito conservatore, ma che io sono una forza motrice. Addio."

Fe' un rapido gesto di saluto e, voltate le spalle, disparve nella notte. Grigiolo rimase lí, pietrificato, finché Saturno, ch'era corso avanti, gli tempestò via furiosamente a fianco. Un lampo lo mostrò da lontano, presso al suo padrone.

"Per conto mio" pensò Grigiolo "facciamolo pure, ma è matto."

 

CAPITOLO QUARTO

 

FRA LE ROSE

 

La chiesettina di Villa Carrè, accoccolata in un canto del giardino, fra il cancello e una macchia d'abeti, non aveva quasi mai posato, la notte fra il 28 e il 29 giugno, di far chiasso con le sue campanelle. Venne il giorno, venne il sole, venne il gaio vento del nord a scoter il fogliame dei pioppi lungo la strada maestra, a bisbigliar fra le rose che si arrampicano fino al graticolato metallico proteso, con una tenda, davanti alla finestra della baronessa Elena; le campanelle tintinnavano ancora. Elena, che aveva preso un po' di sonno sull'alba, si svegliò di colpo alzando il capo dal guanciale. Non avevan suonato il campanello e portato una lettera di Daniele? Non l'avevan posata lí sul tavolino? No, sul tavolino v'erano i suoi anelli, il suo braccialetto, il suo Chateaubriand aperto. Un sogno, un sogno, era stato un sogno. Elena si alzò, aperse le finestre all'odor fresco delle montagne e del verde. Sul letto bianco, sulle pareti chiare della cameretta chiusa, come un nido d'usignuolo, nell'angolo della villa che le rose e i gelsomini nascondono, si vedeva un azzurro, s'indovinava il sereno, la purezza dell'aurora. "Festa, festa" dicevano le campane. Elena si sentí una gran voglia di piangere. Al primo svegliarsi era sempre cosí; poi il suo cuore si chiudeva sulla passione, e non s'apriva piú, fino a sera, se non quando Elena, trovandosi sola, discendeva in sè avidamente, godeva toccarsi, foss'anche per un momento, quel fondo oscuro del cuore, sentirvi un fuoco di dolore e di vita.

Ella si vestí e si pettinò sola, in fretta. Era come una dolce musica quella cameretta; troppo dolce! Le rose avevano un odore troppo molle, una grazia troppo delicata. Si soffriva, lí, si perdeva tutto il vigore dello spirito; bisognava esser felici per abitare un nido simile, non aver nell'anima quello che ci aveva lei e che si accordava tanto, in un certo doloroso modo, con l'ambiente. Elena guardò un momento dalla finestra attraverso il fogliame delle rose battute dal vento. Le cime dei monti eran tutte vermiglie; un'ombra azzurrognola copriva i prati, le macchie, i bianchi viali del giardino, che alcuni contadini stavano rastrellando. Pensò che incominciava il terzo giorno dalla partenza di Cortis e che forse fra poche ore sarebbe venuta una lettera.

Ah, la doveva, la poteva desiderare questa lettera? Lo amava nel suo segreto; da quanto tempo! Ma non avrebbe voluto, una volta, ch'egli pensasse molto a lei. Le bastava uno sguardo amichevole, una buona parola, ogni segno di quieta benevolenza. E solo quieta benevolenza voleva dimostrargli dal canto suo, accettando di amare e di soffrire in silenzio, con l'appassionata speranza di poter fare qualche cosa per esso, non sapeva che, di poter operare su questa via un po' di bene al mondo. Altrimenti, senza figli, divisa nell'anima dal marito, avrebbe attraversato la vita come un'ombra, mettendo forse intorno a sè un fugace ristoro su qualche afflitto, ma riportando a Dio, tremante come il servo del Vangelo, tanti inutili tesori sepolti nel suo cuore.

Ma adesso sapeva di essere amata, non dubitava di essere stata intesa da lui, adesso tutta l'anima sua era una dolcezza torbida, piena di dubbio e di tormento.

Lasciò la finestra e prese avidamente il libro posato sul tavolino. Era il terzo volume delle Mémoires d'Outre-tombe di Chateaubriand, prestatele da Cortis. Questi le aveva detto di aver concepito, da fanciullo, un amore fantastico per Lucile de Chateaubriand, contessa di Caud; ed ella ora cercava con gelosa cura nelle memorie del gran poeta ogni parola che ricordasse la figura di sua sorella; voleva evocarne la bellezza piena di malinconia, lo spirito pieno di mistero e di genio, che si credeva superfluo sulla terra, e cosí difficile a conoscere, "tant il y a de diverses pensées dans ma tête", com'ella scriveva a Chateaubriand: "tant ma timidité et mon espèce de faiblesse extérieure sont en opposition avec ma force intèrieure."

Il volume era aperto in principio del libro terzo, dov'è parlato del ritiro di madama di Caud alle Dames Saint-Michel, in Parigi, e son deposte, come reliquie, le ultime lettere di lei a suo fratello. Elena era giunta, la notte, a questo passo d'una lettera senza data:

"Quelle pitié que l'attention que je me porte! Dieu ne peut plus m'affliger qu'en toi. Je le remercie du précieux, bon et cher présent qu'il m'a fait en ta personne et d'avoir conservé ma vie sans tache; voilà tous mes trésors. Je pourrais prendre pour emblème de ma vie la lune dans un nuage, avec cette devise: Souvent obscurcie, jamais ternie."

Elena si era fermata qui con le lagrime agli occhi. Questo fratello che Lucilla chiamava la miglior parte di se stessa e dono di Dio, non era egli mai stato un pericolo per lei? Quale inconscio sentimento la portava a Renato, quando, tra i boschi di Combourg, non viveva che dell'anima di lui, e, oppressa da tristezze senza nome, traduceva con esso il Taedet animam meam vitae meae di Job, o scriveva quelle brevi prose liriche all'aurora e alla luna, cosí malinconiche e pure nel pensiero, cosí mollemente musicali nella parola? Elena si era posta, leggendo la lettera, in luogo della scrittrice; ella stessa diceva cosí a Daniele.

Riprese ora la lettura; ma aveva il capo cosí torbido e infiammato, il petto cosí oppresso che non poté proseguire. Si sentiva bisogno d'aria e di moto. Tolse il volume e uscí per l'anticamera appuzzata di sigaro, camminando in punta di piedi onde non svegliare il barone che dormiva fragorosamente nello stanzino attiguo al suo, con la porta aperta.

Discese in giardino, pigliò il viale che scende con i declivi erbosi e con le selvette di sempreverdi alla chiesuola di San Pietro e al cancello sulla strada maestra. Incontrò il gastaldo che aveva un telegramma per il barone senatore di Santa Giulia; e, datogli ordine di portarlo subito a suo marito, uscí dal cancello, s'avviò a destra, per la strada fiancheggiata di pioppi, verso le casupole di Passo di Rovese e il fiume. Pensava a Lugano, dov'era stata due giorni qualche anno addietro. Vedeva una coppa di acque azzurre, una lunga riva di case bianche, gialle, grigie, una corona di poggi e monti verdi fino alla cima. Dov'era Daniele? La sua fantasia gli mutava luogo ogni momento. Era alla finestra dell'Hôtel du Parc, dove aveva fantasticato lei, era in un bigio villino sul lago, di cui si ricordava, o in un altro giallo e rosso sul colle? E immaginava presso a lui un'altra persona in tutte le forme, pietose o ributtanti, della vecchiaia, in tutti gli atteggiamenti del dolore, sinceri o falsi. L'incontro di Daniele con sua madre doveva essere accaduto da due giorni. Non era possibile che ne passasse un altro senza lettere. La posta non arrivava che alla sera.

"Dodici ore ancora!" pensava Elena ferma sul ponticello di legno a guardar le acque ombrose del Rovese, a bere il vento vitale, odorante di prati alpini e di abeti. Passò il padrone della vicina sega idraulica e salutò attonito la "contessina" come, a Passo di Rovese, tutti la chiamavano ancora. Ella lo trattenne amabilmente, lo condusse, tra seria e scherzosa, a parlare di elezioni. Colui, un elettore influente, era stato lavorato a dovere dal barone Di Santa Giulia, e le rispose misterioso, sorridendo con un'aria di finezza che, a prima giunta, turbò Elena. Ella penetrò l'arcano e soffiò via in un momento le ragnatele elettorali del barone. Disse ridendo che in politica lei e suo marito si facevano la guerra e che anche il conte Lao ci teneva molto all'elezione di Cortis. Era una considerazione vitale, questa; perché casa Carrè sosteneva volontariamente per metà le spese di manutenzione del ponte che era stato costruito dal proprietario della sega. Costui promise, contrito, che avrebbe votato per il signor Daniele. "Quando La mi dice cosí, quando La mi dice cosí!" E fatta una grande scappellata, tirò via per la sua strada.

Elena si avviò alla sinistra del Rovese, fra gli ontani che nascondono il fiume alle praterie. Qua il bosco fitto è lambito dalla corrente; là un seno erboso della riva accoglie l'acqua che vi gira lenta, tornando indietro. Elena si fermò, con il suo libro chiuso fra le mani, a guardar la corrente e, sull'altra sponda, in alto, i vecchi abeti di casa sua. Non vi era anima viva sul sentiero né sulle praterie; nuvole bianche passavano sopra le vette degli abeti, velavano lentamente il sole. Che dolce sogno nascondersi con lui, per sempre, in questa quiete pensosa! "No!" diss'ella a mezza voce "no, no, no!" Riprese sospirando la via, aperse lo Chateaubriand alle ultime pagine, ben lontano dalle lettere della contessa di Caud, lesse un periodo o due su Bonaparte e richiuse il libro. Passando presso un grosso pioppo si ricordò d'essersi provata ad incidervi, parecchi anni addietro, il nome di un'amica. Guardò e non trovò niente; neppure un segno di quel tempo felice le restava piú. Folli allegrie, speranze fantastiche, malinconie amorose di un giorno, profondi dolori di un'ora, dov'erano andati? Quell'amica viveva adesso in una lontana cittaduzza del Piemonte. Aveva perduto il suo unico bambino e non voleva essere consolata; non le rispondeva piú.

Aveva inciso il suo nome lí, nell'autunno del 1869, a sedici anni, pochi mesi dopo aver conosciuto Daniele Cortis, che poteva essere allora sui venti. Si ricordava della prima visita dello zio e del cugino Cortis, nel maggio di quell'anno. Solo dopo il suo matrimonio, Elena aveva saputo che il vecchio dottor Cortis, già emigrato in Piemonte, non si era voluto, per causa della sua sciagura domestica, restituire nel 1866, al Friuli; e che era stato indotto dalla sorella Tarquinia a comperare Villascura. Quanto tempo trascorso, quante cose! La sonora corrente del Rovese aveva un rombo che stringeva il cuore.

"Dio, com'ero bambina!" pensava Elena. Suo cugino, un bel giovane pieno d'ingegno e di fuoco, la guardava volentieri, ma ella non se n'era accorta che piú tardi, ritornando a quei giorni con la memoria, quando ormai il vecchio Cortis era morto e Daniele andato via nel mondo con la corrente sonora.

Egli aveva viaggiato lungamente, aveva studiato economia pubblica a Berlino, l'aveva insegnata a Firenze ed era tornato dopo sette lunghi anni a Villascura per prepararsi un avvenire politico. Che anni per lei, quelli! Elena aperse il libro, si ripose in cammino, leggendo senza capir nulla, chiudendosi alle sciagurate memorie che l'assalivano.

Ogni tanto apriva loro disperatamente il cuore per finir l'angoscia di lottare con esse. Udiva allora sua madre presentarle per la prima volta il colonnello barone di Santa Giulia, lo vedeva piegare appena il capo e porgerle la mano. Poi si ritrovava nel suo letto di fanciulla, una eterna notte di dicembre, a dibatter seco stessa se rimanere in quella casa dove certi occulti segni di colpa le mettevano orrore, se dire un sí mortalmente amaro. Le sue mani strinsero il libro, gli occhi vi si confissero; ella ne lesse alcune parole a caso per aggrapparvisi; per salvarsi da quelle immagini.

Cadde su queste:

"Il n'y a qu'un déplaisir auquel je crains de mourir difficilement, c'est de heurter en passant, sans le vouloir, la destinée de quelque autre."

Passò oltre e non s'accorse che una riga piú sotto d'esserne stata morsa. Allora vi ritornò di slancio, vi si dimenticò dentro fino a che il sole, uscendo dalle spalle della montagna imminente, le sfolgorò sul libro. Sedette sopra un muricciuolo dove moriva il bosco e la strada calava al fiume che spandeva al sole le sue ghiaie scoperte, i rivi brillanti.

Ebbe un assalto di scoramento mortale. Sempre questo dubbio, questo rimorso, quest'ombra nemica: nuocere a lui quand'anche una sola parola d'amore non corresse fra loro, essere un traviamento ne' suoi affetti, un inciampo nella sua vita! Depose il libro sul muricciuolo e cessò di pensare, assopita nel sole caldo, nella voce del Rovese. Dopo un pezzo riprese il libro, cercovvi lentamente, con le mani gelate, le parole: "Il n'y a qu'un déplaisir..." Lo richiuse subito, si alzò dal muricciuolo, pieni gli occhi di lagrime, e si avviò verso casa.

Passando sotto le finestre del conte Lao lo vide che le faceva gran saluti dietro le invetriate. Gli accennò di aprire, ma n'ebbe in risposta un gesto d'orrore, una indicazione muta degli alberi che dondolavan le punte al vento. Malcanton e il conte Perlotti giravano per il giardino col gastaldo, davan ordini, pigliavano misure, studiavano il terreno, affaccendati come se dirigessero una fortificazione di campagna in faccia al nemico. Avevano a disporre il posto per la banda, il piano dell'illuminazione. Malcanton era specialmente incaricato di preparare il lawn-tennis prima che arrivassero dalla città gli ospiti attesi. Appena vide Elena da lontano, le agitò in aria una lettera, le gridò con le palme alla bocca:

"Laan, laan!"

Elena trasalí, gli andò frettolosa incontro.

"È venuta la posta?" diss'ella.

"Sí, quell'asino di fattorino ha trovato comodo di tenersela in tasca da ieri sera. C'è anche una lettera per te. Son venute le istruzioni, del resto; e quel tale scrive che si pronuncia laan, come dicevi tu. Ecco qua, adesso ti leggo."

Mentre Malcanton si palpava e si frugava in tutti i taschini cercando le sue lenti, Elena gli voltò le spalle.

"Ehi" diss'egli. "Elena!" Ma Elena era già in casa, onde il pover'uomo, brontolando un "bene, servitor suo" tornò al suo lavoro.

Ella trovò suo marito che tempestava e sagrava in camicia, tutto rabbuffato, contro di lei, per quella maledetta passione di andar fuori prima del sole.

Elena non attese che finisse, gli chiuse l'uscio in faccia; ma egli vi sferrò dentro un gran calcio, uscí, tal quale si trovava, in sala.

"Non scherziamo!" disse. "T'ho a parlare molto sul serio."

"Parlare, quanto vuoi" rispose Elena, "ma a quel modo no."

"Dentro!" replicò il barone tenendo l'uscio spalancato. "Faremo il grazioso per amore di Vostra Grazia. Andiamo! Fammi il piacere, santo Dio!"

Elena entrò; suo marito chiuse l'uscio a chiave con un grugnito di soddisfazione e brontolò: "Che suscettibilità!"

"Lasciamo andare!" soggiunse, perché Elena voleva dir qualche cosa. "Si parte stasera. Siedi."

"Perché? Ho capito, si parte stasera. Che altro c'e?"

"C'è, c'è che cosí non si può partire."

Elena si gettò in una poltrona, si pose a leggere Chateaubriand.

"Accidenti ai libri!" esclamò il barone. "Favorisci di stare attenta. Ti dico che cosí non si può partire."

"Ma se non so nulla, se non capisco nulla! Perché, cosí non si può partire?"

"Già! Quella vive a quindici mila metri sopra le nuvole. Crederesti che io fossi venuto per divertirmi in questo ladro paese di reumi, dove si gela, santo diavolo, in giugno, e piove seicento e sessantasei volte il giorno? Non ci sono neanche venuto, sai, per il gusto di dormire in un dannato guscio di noce come quello lí, con i piedi fuori dell'uscio. Questo lo sai, eh?"

"Se non lo sapessi, l'avrei indovinato."

"Non occorre tanta finezza. Te l'ho detto."

"E poi?"

"E poi..."

Il barone abbassò la voce per dire con una imprecazione oscena che non aveva ottenuto niente di quanto voleva.

"È per questo che mi aspettavi?" disse Elena alzandosi e afferrando la maniglia dell'uscio della sua camera.

"E per che diavolo vuoi che sia?"

"Ma c'entro, io, in questo?"

"A spendere, Dio santo, c'entri bene, eh?"

Elena sapeva perfettamente per quali occulte vie partissero i danari di suo marito, ma sdegnò di rispondere e disse solo:

"E perciò?"

"E perciò, se quel mastino di tuo zio..."

Elena, in un lampo, scomparve nella sua camera; ma prima che potesse chiudervisi dentro, il barone la seguí, gridò infastidito:

"Eh, andiamo che..."

"Fuori!" diss'ella sottovoce voltandosi a mezzo.

Egli lasciò la parola in tronco, ammutito dagli occhi sfolgoranti di lei, stette un momento incerto, e finí con trarsi indietro, sbattendo l'uscio dispettosamente.

 

 

Elena vide una lettera sul tavolino, la prese palpitando. Era di Cortis da Lugano. Aspettò un momento, poi l'aperse e lesse:

"Cara Elena, "Partirò probabilmente domani per costà, pregando Dio di trovarti ancora. Ho un bisogno immenso di te. A voce ti dirò tutto. Sono affranto. Come prima, non ho, per riposare il cuore, che te! E non avrò mai altri. DANIELE."

Ella stessa non avrebbe saputo dire da quanto tempo tenesse la lettera in mano, quando suo marito rientrò annodandosi la cravatta.

"T'è passata?" diss'egli.

Ella posò la lettera aperta sul tavolo senza scomporsi e rispose tranquillamente:

"Cosa vuoi da me?"

"Cosa voglio? Voglio dirti questo, che il danaro mi abbisogna e che se non l'avrò, te ne pentirai, perché io t'inchiodo a Cefalú per tutti i sempiterni secoli, e non c'è Roma, e non c'è Veneto, e non c'è Cristo che ti levi di lí. Oh vedrai che l'avrò!"

"Come, lo avrai?"

"Adesso, subito, da tuo zio. Se non il danaro, una righetta o anche una parola perché sono un buon ragazzo e mi voglio fidare. Mi basta averlo a Roma fra otto giorni, il danaro. Credi che abbia paura di tuo zio? Ora gli vado in camera e gli metto la questione: o Cefalú o danaro. Se griderà lui griderò anch'io, eh?"

Si prese la lunga barba fulva, se la fece passare e ripassare tra le mani.

Elena cercò di leggergli in viso se avesse parlato sinceramente o con l'intento di ottenere da lei che si interponesse. A dir vero, una sua sincerità soldatesca il barone l'aveva; e fronte imperterrita pure.

"Farò io" diss'ella; e gli colse negli occhi un lampo di contentezza. "Farò io" soggiunse "a un patto."

"Che patto?"

"Che tu non dica una sola parola. Capisci! Una sola! Altrimenti è inutile."

"Non la dirò."

"Con nessuno!"

"Con nessuno."

"Adesso va e chiudi l'uscio."

L'onorevole barone aveva adocchiato la lettera aperta sul tavolo, ma uscí senza farne motto. Si riaffacciò però subito alla porta e disse:

"Sai, tu devi chiedere un'anticipazione su quello che tuo zio non ti vorrà togliere. Possono bastare quindici mila lire per ora; devi dire che ne ho bisogno per l'ultimo versamento del prestito di Cefalú, per non perdere gli altri. E devi dirgli che se non ho i quattrini porto il reggimento a Cefalú e lo metto a mezza razione. Capisci? O Cefalú, o danaro."

Elena rileggeva la lettera e rispose senza nemmanco voltarsi:

"Va bene."

L'uscio si chiuse; era sola. Allora depose la lettera e sedette nel suo letto sfatto, guardando alla finestra di ponente le rose da cui traspariva un lontano pieno di sole. Pensieri e pensieri le salivano dal cuore, disegni e propositi le si formavano dentro la fronte con un lento lavoro, e non se ne vedeva ombra nell'occhio vitreo. Solo le labbra si movevano a quando a quando senza voce, articolavano una sillaba muta, come tocche dalla parola interiore ne' suoi scatti piú veementi. Ella si alzò finalmente, andò alla finestra e, celata dietro le rose, pianse.

 

CAPITOLO QUINTO

 

PER LUI, PER LUI!

 

Malcanton e il conte Perlotti vennero a fermarsi sotto le finestre d'Elena per picchiare alle imposte chiuse dal dottor Grigiolo che dormiva a pianterreno. Elena si trasse dentro con un atto risoluto, si mise il cappello e i guanti, andò da sua madre che dormiva ancora, e le annunciò senza molti preamboli che doveva partire la stessa sera. La contessa pensò subito ai danari che suo genero voleva, si spaventò all'idea di una scena proprio in quel giorno, con la casa piena d'ospiti. Figurarsi Lao, col suo temperamento! Maledisse i soldi e la gente vulcanica. "Anche tu, benedetta" diss'ella, "non parlar mai, non metterti di mezzo, che tuo zio fa tutto quello che vuoi!" Le raccontò degli spasimi che soffriva da quindici giorni, fra le torture di suo genero e le strapazzate di suo cognato.

"E tu che non volevi mai sentirne a parlare!"

Elena la interruppe, le disse ch'era accomodato tutto, e, senz'altre spiegazioni, le chiese di permettere che la sua cameriera le allestisse i bagagli.

"Accomodato tutto? Ma che? Ma come?" La contessa Tarquinia, fuor di sè dallo stupore, non poté cavar nulla di piú chiaro da sua figlia, che l'abbracciò pregandola di non crucciarsi piú, di non pensarvi nemmeno, e scappò via. La contessa suonò il campanello di furia, la fece richiamare. Non sapeva ancora per dove partissero, se per Roma, se per Aix! Allora Elena si accorse di non saperlo ella stessa. Suo marito non l'aveva detto, ella non gliel'aveva chiesto. Per Roma, certo, perché era giunto un telegramma, e Di Santa Giulia si attendeva appunto da qualche giorno un richiamo al Senato.

La contessa Tarquinia avrebbe desiderato una certezza maggiore, ma Elena corse via e andò dritta dallo zio Lao, che, alzatosi un momento per guardare il tempo, s'era coricato da capo. Quando Elena, entrando in cappello e guanti, gli disse a bruciapelo: "Vado via", credette che partisse subito, balzò a sedere sul letto. L'indugio di dodici ore gli parve sulle prime un guadagno: c'era il tempo di discutere, almeno. Assalí sua nipote con una furia di domande. Non si potrebbe far questo? Non si potrebbe far quello? Il signor barone non potrebbe andarsene solo, nel santo nome di Dio! a Roma e anche piú in la? Non arrivò sino a proporre ad Elena di accompagnargliela piú tardi egli stesso, ma parlò del fattore, di quell'insulso Malcanton, che non era buono ad altro, e toccherebbe il cielo col dito. Visto che non c'era verso di spuntarla, s'arrabbiò, si ricacciò sotto le coperte, e, voltato il viso al muro, gridò a sua nipote che andasse via, che andasse pur subito a farsi benedire, che non gliene importava nientissimo, che andasse a Roma o in Sicilia o in Africa o dove diavolo voleva lei, e che non stesse a tornare per un gran pezzo.

Elena, commossa, si accostò in silenzio al letto, vi si piegò su; anche la faccia mezzo nascosta fra il guanciale e le coltri era commossa.

"Ah" fece il conte Lao con voce brusca, come per respingere ogni carezza, ogni parola amorevole. Tuttavia Elena lo baciò in fronte.

"È il mio dovere" diss'ella dolcemente.

Poi cominciò a parlargli del danaro. Lao si venne voltando a poco a poco, l'ascoltò attentamente. Elena gli disse ridendo di non spaventarsi; gli ordinava solo di rispondere a sua madre, se gliene parlasse, che s'era inteso con lei, Elena; non una parola di piú. Lo zio non capiva, voleva delle spiegazioni. Ella gli diede un altro bacio e scappò via con la scusa della messa, benché alla messa dei padroni, nella chiesetta di casa, ci mancasse ancora un'ora e mezzo.

Si fece portare in carrozza a Villascura e scese dall'arciprete. Costui era in chiesa, ma una melliflua governante pregò la signora contessina di voler pazientare un momentino e si ritirò discretamente quando sopraggiunse l'arciprete con una giusta miscela, negli affrettati saluti, di ossequio, di meraviglia e di aspettazione. Elena era venuta a congedarsi dal signor arciprete. Esclamazioni dolenti di questo, ch'era stato qualche volta ministro delle sue carità segrete. Anche ora gli voleva affidare un simile incarico; le occorreva essere informata, consigliata. L'arciprete si struggeva in ringraziamenti a nome de' suoi poveri. Egli sperava poi sempre nell'appoggio del signor senatore in una certa questione che aveva col demanio. La baronessa gli fece intendere che suo marito non poteva molto, ma che ella aveva mezzi validissimi di aiutarlo, e lo pregò sorridendo, nel congedarsi, di voler benedire gli erbaggi anche a coloro che si proponessero di votare per Daniele Cortis. L'arciprete diventò rosso rosso, protestò di non aver mai rifiutato, per questo motivo, le sue benedizioni. Infatti correva una storia assai fondata di cavoli del partito Cortis non voluti salvare dai bruchi. Elena lo tranquillò; c'era tempo, in ogni caso, al rimedio. Il signor arciprete non conosceva bene Cortis, una volta; adesso potrebbe affermare in coscienza agli elettori, che Daniele Cortis non era un nemico della religione, tutt'altro: ne rispondeva lei. L'arciprete promise tutto quello che la signora baronessa volle, anche di accordare la sua propaganda elettorale con quella della contessa Tarquinia, e accompagnò la signora baronessa, a capo scoperto, sino alla carrozza.

"Villa Cortis" disse Elena al cocchiere, salendo.

Passate le ultime casupole del paesello, vide il muraglione del giardino francese e, al di sopra, il getto bianco, il bosco pendente della montagna. Smontò pallida e accigliata sulla spianata verde davanti alla casa, s'avviò per il cortile rustico al cancello dei giardini e si perdette nelle ombre del bosco. Si perdette nel mistero delle ombre che posano in giro al cancello il loro silenzioso invito, e che si chiudono a pochi passi, dense, sulla via che gira e scompare, sui sentieri che accennano e dileguano. Vi sono là dentro colli e valloni perpetuamente ombrosi, laghi e prati cinti d'ombra, taciti canali che tremolano nell'ombra, voci di fontane invisibili. Le vette degli alti alberi in giro al cancello annunciano ondulando, mormorando al vento, questo poema dell'ombra e della vita, ne promettono le oscure magnificenze.

Elena sparve là dentro per la via larga che gira a sinistra.

Si sarebbe forse potuto udire per un momento da qualche orecchio ben fine il suo passo leggero; ma poi, se qualcuno l'avesse seguita con cautela, si sarebbe vista davanti, dopo una svolta, la via vuota, avrebbe teso l'orecchio invano.

Ella risaliva il valloncello che mette capo da sinistra, a quella svolta; lo stretto valloncello dove un rivolo gorgoglia fra le ninfee, l'erba affoga il sentiero e, in alto, le acacie dell'uno e dell'altro pendío confondono nel sole il loro verde, spandono al di sotto un'ombra dorata. Si ascende per di là ad un quieto seno aperto del colle, e quindi, fra gli alberi, al piano erboso dove una colonna di marmo antico, portata dalle terme di Caracalla in quest'altra solitudine reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le seguenti parole:

 

HYEME ET AESTATE

ET PROPE ET PROCUL

USQUE DUM VIVAM ET ULTRA.

 

 

Elena ricomparve mezz'ora dopo, piú pallida. Chiuso il cancello dietro a sè vi appoggiò la fronte a guardar ancora una volta le care, care piante, a dir loro: "Vi vedrò io piú mai?" Le alte piante non la intendevano, offrivano sempre, ondulando e mormorando al vento, il poema dell'ombra e della vita, la pace, il fantasticar dolce dell'amore. Ma non voleva udirle, si tolse di là sospirando, se ne andò a capo chino, con le parole della vecchia lapide nel cuore: "D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e piú in là."

Si fermò a messa a Villascura. Uscendo di chiesa trovò Pitantoi e don Bortolo in amichevole confabulazione col cocchiere. Il piccolo don Bortolo si fece avanti con la sua comica familiarità, rimproverò la contessina di volersene andare cosí presto come aveva inteso.

"Contessina" disse Pitantoi, stando rispettosamente indietro, "la va benone per il signor Daniele, anche se qua il nostro religioso ci si arrabbia."

"Cosa, cosa, cosa?" sbuffò don Bortolo, voltandosi, e stringendo il suo nocchieruto bastone. Elena non lo guardò neppure, salutò l'altro affabilmente.

"Mi raccomando" diss'ella. I cavalli partirono di galoppo, gittando un nuvolo di polvere sui due contendenti.

La contessa Tarquinia era in giardino con i Perlotti. Malcanton, rosso e sudato come un facchino, non era ancor giunto, malgrado l'aiuto del gastaldo a disporre il lawn-tennis; il dottor Grigiolo dal canto suo gridava "colla, colla!" da un finestrino del granaio dove stava preparando palloni e palloncini di carta per lo spettacolo della sera. Com'ebbe veduto entrare la carrozza d'Elena scappò giú a salti dal suo laboratorio, raggiunse Perlotti e Malcanton che le andavano incontro per salutarla e dolersi dell'annunciata partenza. La Perlotti le disse che aveva combinato con il barone di partire insieme alle dieci e mezzo dopo l'illuminazione e i fuochi. La contessa Tarquinia, immaginandosi di che parlavano, cominciò a gridar da lontano "no no!" e a far gesti negativi col ventaglio.

"La tua mamma non vuol sentirla" disse la Perlotti. "Sempre tanto gentile, poveretta. Ma bisogna proprio!"

"Eh, bisogna proprio" ripeté il marito malgrado alcuni dubbi sommessi di Malcanton e del dottor Grigiolo.

"Io sono egoista" disse Elena sorridendo. "Ho piacere di partire con voi."

Tutti si avviarono verso la contessa Tarquinia che accennava con l'ombrellino di venire all'ombra, tra la casa e il cipresso morto, vestito di glicine. Il barone ve li raggiunse subito. Sua suocera gli disse amabilmente, scherzosamente, le piú fiere impertinenze per questa fuga improvvisa; pregò daccapo i Perlotti di fermarsi. Il barone aveva un braccio di muso; pareva dire: "A che tutte queste commedie?" Elena taceva, lasciava parlare sua madre senza commuoversi. Ad un tratto l'uscio della sala si aperse e comparve il conte Lao ch'ebbe un'accoglienza rumorosa. Ben di rado lo si vedeva uscir di camera tanto per tempo! Rispose con un cenno del capo al burbero "buon giorno" del barone, e fece capire agli altri che tutti lo seccavano, tranne Elena, la quale trovò modo intanto di pregare sua madre che non insistesse con i Perlotti.

Era venuta l'ora della messa e tutti, fuorché Elena e suo zio, s'incamminarono, piú o meno di buona voglia, verso la chiesetta; ultimo il barone, che voltava l'occhio di tratto in tratto a guardar quei due.

Perlotti domandò in segreto alla contessa Tarquinia se Lao non andasse mai a messa.

"Euh!" diss'ella. "Casa Carrè! Non sapete? Sempre stati turchi. Tutti quanti."

Ed entrarono sotto gli abeti. Allora Lao prese il braccio di sua nipote.

"Adesso spiegami" diss'egli.

"Cosa, zio?"

Ella lo guardò con due occhi ingenui, alzando le sopracciglia, sorridendo: poi fece un sommesso "ah!" come risovvenendosi.

"Tu vieni sempre dal mondo della luna" disse il conte Lao, corrucciato. "Credi ch'ella abbia tardato un pezzo a venirmi a domandare cosa era successo?" Lao non nominava quasi mai sua cognata: diceva solo: "ella".

"E cosa le hai risposto?"

"Io fui, sono e sarò sempre una bestia. Le ho risposto come hai voluto tu, che si era aggiustato fra te e me, e che cosí bastava, e che non mi seccasse. Per lei, dica quel che vuole, non me ne importa niente; ma a me bisogna bene che tu spieghi..."

"S'è aggiustato tutto!" interruppe Elena ridendo. "Cosa vuoi che ti spieghi? Andiamo, andiamo, zietto!"

Gli propose un giro in giardino, gli offerse il braccio, ma lui non ne volle sapere; richiese queste spiegazioni, irritato di vederla cosí gaia.

"Oh zio!" diss'ella, mettendogli le mani sulle spalle, facendosi grave.

"Scusa" disse Lao, rabbonito, "capisci bene, devo pur sapere."

Ella lo guardò ancora un momento negli occhi senza parlare, poi gli prese il braccio, gli disse "vien qua", lo trasse verso la fattoria, graziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia di tramontana, bizzarramente mascherata da rovina medioevale, e quella di levante tutta verde e rose dal prato al tetto. Elena vi entrò dal lato di mezzogiorno per la porticina del suo studiolo di fanciulla, picciol nido nascosto dietro una vite e le rose, di fronte al prato disteso verso Villascura e la montagna del Passo Grande.

"Che idea ti salta di condurmi in questa scatola?" brontolò il conte Lao chinandosi per entrare.

"Sentite" diss'ella "che orso senza gusto e senza cuore!"

Lo trasse a sedere sul piccolo divano, gli fece ammirare per forza la vista delle praterie, della montagna, il nido civettuolo dall'impiantito di noce alla colomba dorata, nel mezzo del soffitto, dove convergono le pieghe del padiglione bianco e rosa.

"Sí, sí" conchiuse Lao, "una vecchia bomboniera vuota e unta. Dunque?"

"Non hai proprio fede in me, zio? Vuoi tante ragioni per farmi un piacere? Via, non impazientarti! Ti dirò, ti spiegherò. Sei molto amorevole, però, in queste ultime ore che passo qui!"

"E tu tienti i tuoi misteri, che Dio ti benedica!" esclamò il conte Lao, buttando via il cappello. "Camperai un secolo di piú. Oh santo Dio!"

"Zitto, zitto, zitto" l'interruppe Elena. "Adesso ti dico tutto. Bei misteri! Se non c'è niente! Capisci? Niente. Ne ho discorso con mio marito stamattina e lui non ne parlerà piú."

"Benissimo. Ma, e allora, perché devo recitare la commedia io?"

Elena battè il piede a terra.

"Come sei duro, zio! Non capisci niente!"

"Durissimo" rispose Lao, "non capisco niente di niente; manco di prima."

"Ma per la mamma, per la mamma! Perché mio marito ha sempre trattata questa cosa con la mamma, perché le ha sempre detto che non sarebbe partito senza questo denaro, che ne aveva assolutamente bisogno; e ora, mi par chiaro, bisogna salvare il suo amor proprio, bisogna che la mamma creda tutto accomodato secondo il desiderio di lui!"

"E lui, poi, come si è deciso a non domandar piú niente?"

"Questo non te lo posso dire."

Il conte Lao tacque e guardò sua nipote in modo ch'ella arrossí.

"Basta" diss'egli finalmente. "E, dopo Roma, che piani hai?"

Non le piacque ch'egli troncasse il discorso cosí. Temeva in lui un sospetto, ma non osò chiarirsene. Parlarono di quel che sarebbe stato di loro fino all'ottobre quando Elena era solita ritornare in famiglia per un mese. Una nuova freddezza era entrata in essi; discorrevano senza guardarsi, senza rammarico nella voce, né desiderio; e tacquero presto, malcontenti l'uno dell'altro.

"Quanto mai diavolo voleva tuo marito?" uscí improvvisamente a dire il conte Lao.

"Non lo so" rispose Elena senza sorpresa, come se avesse veduti fin da prima i pensieri di suo zio. "Un quindicimila lire, credo."

Ell'aperse il cassetto del tavolino che sta davanti al divano, vi prese una matita e scrisse sotto una fila di altre date: "29 giugno 1881?" Da molti e molti anni ell'aveva sempre segnato là dentro i giorni dei suoi arrivi e delle sue partenze. Stavolta aggiunse alla data un punto interrogativo e chiuse il cassetto.

"Cos'hai fatto?" le chiese il conte Lao.

"Prendi moglie, zio" diss'ella.

"Stupida!"

Uscirono, con questa parola, dal freddo imbarazzo che incominciava a pesar loro. Ella rise, prese una mano allo zio, vi fece su un discorsino tutto vezzi, col ritratto d'una zia ideale, d'una bellezza matura e maestosa....

"Misericordia!" esclamò a questo punto il conte Lao che sulle prime, malgrado il suo stupida, si divertiva della proposta. "So cosa vuol dire. Grazie tante. Un barcone in fascio!"

Litigato un poco, tornarono in giardino, a braccetto, vi trovarono un vetturale di Villascura ch'era stato fatto chiamare dal barone di Santa Giulia, perché la contessa Tarquinia non poteva dare ad Elena, quella sera, i cavalli di casa, dovendo fare l'indomani una visita alla villa R...

Il conte Lao andò sulle furie, dichiarò ad Elena che i cavalli di casa dovevano servire per lei e che guai se ell'aprisse bocca; poi intimò al vetturale di andarsi a intendere per la visita dell'indomani con la contessa Tarquinia che usciva appunto allora insieme ai suoi ospiti dal boschetto degli abeti. Il barone discorreva con Perlotti, distratto, guardando sua moglie e il conte Lao. Non s'era ancor trovato solo con sua suocera, non sapeva quindi dell'annuncio datole da Elena circa il danaro. Ora Elena doveva aver parlato allo zio mentre loro erano a messa. Con quale frutto? Gli parvero tutt'e due di buon umore; si rallegrò. In quel punto un domestico uscí dalla sala, venne ad annunciare l'arrivo di una comitiva di signori dalla città.

"Elena, Elena!" esclamò la contessa spaventata, "aiutami, cara te, per la colazione, va la, disponi. A quest'ora, benedetti da Dio!"

Ella corse incontro ai nuovi arrivati con Perlotti, Malcanton e Grigiolo. Di Santa Giulia trovò modo, nella confusione, di sussurrare ad Elena:

"Parlato?"

"Cosa fatta" diss'ella, affrettandosi verso casa.

Di Santa Giulia restò solo con il conte Lao per un momento, perché Elena si voltò, prima d'entrare in casa, a chiamar quest'ultimo. Il barone gli stese la mano:

"Grazie" diss'egli.

"Non occorre" rispose Lao asciutto, pensando essere stato ringraziato per i cavalli; e gridò ad Elena:

"Vengo!"

Il barone lo lasciò andare, s'incamminò a gran passi, con il cappello sulla nuca e la barba al vento, verso uno sciame d'ombrellini che si vedeva presso due carrozze ferme davanti alla scuderia. Erano arrivate almeno otto o dieci persone fra uomini e signore.

Il conte Lao fece il miracolo quel giorno di venir a colazione benché la colazione fosse stata ritardata oltre un'ora per causa dei nuovi ospiti. Costoro parlarono subito, flebili, della partenza d'Elena.

"A proposito, contessa Tarquinia" saltò su il barone, "s'è intesa Lei col vetturale?"

"Eh" diss'ella di malumore, "non ve l'ha detto, mio cognato, che vi si danno i cavalli?"

Di Santa Giulia piegò un poco il capo verso lo zio, gli grugní un ringraziamento.

"Ma cosa?" disse quegli sorpreso che il barone non sapesse dei cavalli; e si fermò subito. La contessa Tarquinia chiese ad Elena, appena lo poté, se fosse una strega. Tutto accomodato e si facevano persino dei complimenti! Seppe anche gittar nell'orecchio di suo genero un "Sarete contento adesso!", cui l'altro rispose forte: "Sicuramente."

Ella propose poi un giuoco di società al biliardo, ma Elena consigliò invece una gita ai giardini Cortis e ci mandò suo marito in vece sua, scusandosi con i preparativi della partenza. Il barone sarebbe rimasto volentieri per saper meglio da sua moglie com'era andata la faccenda; ma con l'idea che la conclusione n'era stata buona, volle mostrarsi amabile e partí insieme agli altri. Il solo Grigiolo rimase a disporre i palloncini per la illuminazione del giardino, della villa e della fattoria.

"Adesso spiegami questa" disse il conte Lao a sua nipote, appena partita la compagnia.

"Cosa c'è?"

"Tuo marito che poco fa, tornando dalla messa, mi dice un grazie come se gli avessi salvata la vita, ciò che non farei..."

"Zio!"

"Ciò che non farei! Ti domando il perché di questo grazie."

"Per i cavalli, m'immagino".

"Che cavalli, se allora non lo sapeva neppure! Non hai udito a tavola?"

"Non so, per la tua ospitalità di questi venti giorni, forse."

Lo zio tacque e guardò Elena come l'aveva guardata nello studiolo della fattoria. Elena non arrossí questa volta, fece l'indifferente. Si trattenne ancora un momento con lo zio, poi disse che doveva salire in camera per dare un'occhiata alle sue valigie.

"E Cortis?" esclamò il conte Lao mentr'ella poneva il piede sulla scala.

Elena trasalí all'udir quel nome, si fermò senza dir motto né voltarsi. Non aveva piú parlato di Daniele Cortis con lo zio, da quando gli era venuta a riferire quelle tre parole: una cosa grave.

"Non è mica tornato?" chiese ancora il conte.

"Non credo" rispose Elena con voce incerta.

"Vedremo quest'elezione" diss'egli.

Elena salí adagio adagio la scala senza rispondergli. Piú si avvicinava il momento di partire, piú le mancava il coraggio di parlare di lui, la forza di comprimersi il cuore.

Fece le sue valigie in fretta, aiutata dalla cameriera di sua madre, poi si recò a salutare la gastalda e altre due o tre contadine. Mentre tornava a casa, suo zio la pregò, dalla finestra, di salire da lui.

"Senti" diss'egli. "Ti occorrono danari?"

Rispostogli da Elena che non le occorrevano, insistette, la pregò di parlare schietto, poiché del danaro ce n'era d'avanzo e lei ne poteva chiedere, per sè, fin che volesse. Già doveva diventar tutta roba sua un giorno o l'altro. Elena esitò un istante, poi rifiutò. Il conte Lao non ne parlò piú.

"Salutiamoci adesso" diss'egli, stringendosela sul cuore. "Stasera, con tanti seccatori, non ti si potrà avere sola un momento. E ricordati: in qualunque tempo, in qualunque luogo, per qualunque cosa tu avessi bisogno di me...! Lo faccio per te e anche..." La baciò in fronte "per tuo padre!" soggiunse rialzando il viso. Elena lo guardò commossa, gli strinse le mani forte forte. Il padre di lei e il conte Lao erano stati fratelli, ma non amici: una delle ragioni per cui quest'ultimo aveva vissuto lontano dalla patria. Guastataglisi la salute e preso suo fratello dalla malattia che lo uccise, era venuto a riconciliarsi con lui, a raccogliere, per espresso desiderio suo, l'autorità sulla famiglia.

La spedizione di Villascura doveva tornare un po' prima del pranzo. Elena diede ordine che il pranzo fosse anticipato di qualche minuto, per cui lo si annunciò alla contessa Tarquinia mentre scendeva di carrozza; e né lei, né il barone ebbero agio di farsi raccontar da Elena come si fossero passate le cose, appuntino, con lo zio.

Verso la fine del pranzo entrò in giardino, suonando, la banda di Villascura e il factotum Malcanton corse a riceverla e accompagnarla nell'angolo tra la fattoria e gli allori che chiudono a ponente il giardino. Dietro alla banda c'era molta gente: i Zirisèla, i Picuti, tutta la buona società di Villascura e di Passo di Rovese. Un momento dopo la contessa Tarquinia uscí in giardino con tutti i commensali, meno Lao che corse a chiudersi in camera. Mentre, all'apparire della contessa, la banda intonava una fantasia sui Vespri Siciliani, mentre i Zirisèla e i Picuti, in gran gala, si facevano avanti, e un brulichío di persone si raccoglieva nelle lunghe ombre del giardino sfolgorato dal sole cadente, il barone di Santa Giulia passò una mano sotto il braccio di sua moglie, la trasse in disparte.

"Santo diavolone" diss'egli, "non si può mai dire una parola! Contami di questo affare. Prima di tutto, quanto...?"

"Aspetta" rispose Elena. Si fermò su due piedi e si guardò alle spalle.

"Scusa" diss'ella, balzandogli di mano. "Quelle signore che venivano proprio da me! Come volevi tu!" soggiunse, e corse dalle signore Zirisèla.

Anche la contessa Tarquinia aveva detto a suo genero prima di andare ai giardini: sarete contento, adesso! Non c'era dubbio, dunque, che l'intento non fosse raggiunto; ma pure il barone avrebbe amato sapere qualche cosa di piú.

Le ombre del giardino diventavano sempre piú lunghe, il vino correva a rivi nell'angolo tra la fattoria e i lauri e metteva quindi nelle trombe e nei tromboni di Villascura una foga sempre piú indiavolata. Davanti alla banda, sul prato, ballavano i signori; i contadini ballavano piú lontano. L'infaticabile Perlotti, inzuppato di sudore, voleva far ballare Elena a ogni patto, faceva mille smancerie. Elena, annoiata, stava per liberarsene con una parolina secca, quando sua madre s'interpose.

"Lasciatemela un poco anche a me" diss'ella "che stasera la perdo".

Madre e figlia s'allontanarono insieme per la stradicciuola che corre lungo un ruscello, di là dalla fattoria, fra il prato e i campi.

In presenza della gente la contessa era sempre tutta tenerezza con sua figlia, benché questa vi rispondesse freddamente; da sola a sola si teneva molto piú in riserbo, non avendo comuni con Elena né le idee, né le inclinazioni, sentendola superiore moralmente e intellettualmente a sè, e conscia in qualche parte di certe galanterie passate che la contessa, col suo buon cuore, si perdonava senza sperare uguale indulgenza dalla puritana figliuola. Ella si dolse con Elena di non poter passare con lei, con lei sola, almeno quelle poche ultime ore. Ma com'era possibile, con tanti ospiti, in un giorno simile? Se ne voleva ricompensar largamente in ottobre. Raccomandò ad Elena di tornar presto; doveva guardar bene di non lasciarsi condurre in Sicilia; non era neppur prudente, se passavano l'estate al mare, di andar a Napoli. Se suo marito non voleva assolutamente saperne di Venezia, c'era Livorno, Genova, cento altri luoghi piú opportuni di Napoli. E perché non Dieppe, perché non Ostenda? Se poi non andavano al mare, che pareva meglio, c'era questo Aix. Di Santa Giulia aveva ben parlato d'Aix in principio, se gli riusciva di ottenere il danaro. Adesso Elena poteva ricordargli le sue parole e tener fermo. E, scegliesse Aix o qualunque altro luogo, doveva portar seco la cameriera, esigerla da suo marito. Adesso non le potrebbe opporre pretesti d'economia.

"A proposito" disse la contessa a questo punto, "come hai fatto a convertir lo zio e cos'avete concluso?"

"Sai bene" rispose Elena "cosa voleva mio marito?"

"Sí, sí, voleva almeno quindicimila lire, che, dopo tutto, non erano mica la morte d'un uomo; e il tuo signor zio poteva farsi pregar meno, mi pare."

"E a te, mamma, cosa t'ha detto una volta? Non t'ha detto che se non ottenesse il danaro mi confinerebbe a Cefalú, per sempre?"

"Bestia!" esclamò la contessa. "Sí che me l'ha detto! Sí, sí."

"Bene, ora è concluso che a Cefalú non ci vado se non lo voglio proprio io."

"Sia ringraziato Dio! ma..."

Elena ebbe un sussulto che le scosse tutta la persona.

"Cosa c'è?" esclamò sua madre. "Cosa è nato?"

Elena riprese in un lampo l'impero di sè.

"Niente" rispose, "proprio niente."

La contessa, inquietissima, insistette, ma senza frutto. Intanto sopravvenne Malcanton a domandarle se durante le funzioni religiose si dovessero fare entrare i suonatori nel palazzo a riposare un poco, invece di mandarli a suonare in chiesa come avrebbero voluto i preti. Elena lasciò quei due a consultare e andò verso la scuderia per vedere se le valigie fossero state portate nel baroccio, se c'era tutto e bene in ordine. Suo marito si avviava pure dalla casa a quella volta gridando a un domestico: "La baronessa è lí?" Elena tornò indietro. Adesso bisognava evitar sua madre che, sbrigatasi in fretta da Malcanton, le veniva incontro. Entrò in casa, si rifugiò presso il conte Lao. Nel bussare alla sua porta si ricordò di quella torbida sera quando la piova metteva un velo bianco a tutte le finestre, ed ella bussava alla stessa porta con lo sgomento d'un pericolo sconosciuto e vicino. Adesso la cheta luce della sera posava sul pavimento, le campanelle di San Pietro suonavano sotto il limpido cielo, allegre voci salivano dal giardino alle finestre aperte; tutto le diceva: va via, tu dai tristi pensieri.

Il conte Lao aveva già il lume e stava scrivendo.

"Sei tu?" diss'egli. "Che ore sono?"

"Quasi le nove, zio."

"C'è ancora un'ora, dunque? Scusa, debbo scrivere una lettera e non l'ho ancor finita."

Elena sedette in silenzio presso la finestra. V'era già una fila di lumicini intorno alla guglia del piccolo campanile dietro gli abeti. Altri lumi giravano per il giardino e il chiasso cresceva sempre. Si udiva gridare il dottor Grigiolo, direttore dell'illuminazione.

Un domestico venne in cerca di Elena. La signora contessa la voleva subito. Ell'aspettava sua figlia fuori dell'uscio, nella sala oscura. La contessa Tarquinia non pretendeva d'essere una santa ma era convinta d'aver buon cuore e voleva ora dimostrarlo ad Elena. La pregò di parlare, di confidarsi a lei se aveva qualche cosa sul cuore.

"Non ho la tua virtú" diss'ella umilmente "né il tuo talento, ma sono tua madre, dopo tutto."

Elena si commosse, l'abbracciò con maggior affetto che non le avesse dimostrato da molto tempo.

"Niente" rispose, "quando tu hai detto sia ringraziato Dio, mi è passato per la mente un pensiero stupido, una paura di non tornare piú e ho fatto cosí, ho avuto una scossa!"

Sua madre la baciò, la rimproverò di lasciarsi venire questi pensieri stupidi. In cuor suo non era punto tranquilla; sapeva che Elena non era solita commuoversi di fantasie vane.

Il dialogo fu interrotto dai Perlotti che uscirono dalla loro camera in assetto da viaggio.

"È presto" disse la contessa Tarquinia alla sua amica.

"Sí, cara, ci vuole quasi un'ora, ma Grigiolo ci ha raccomandato di perdere il meno possibile dell'illuminazione."

Discesero insieme. Festoni di palloncini colorati penzolavano tra gli alberi, tra le finestre della villa e della fattoria. Si era terminato in quel punto di cingerne fin quasi alla cima il gran cipresso morto che saliva nella notte nera come un obelisco di fuoco. La gente gridava, batteva le mani. Allora la banda si mosse suonando, fece un giro tra gli alberi illuminati, poi andò sul prato tutto buio, a mezzogiorno della villa. Un razzo sfolgorò lontano, di là dal prato, fra le tenebre; poi un altro, un altro ancora; stelline d'ogni colore cadevan lente dal cielo. Tutta la gente correva da quella parte. Il barone, che cercava sua moglie sagrando fra i denti, la trovò finalmente con sua madre e i Perlotti sulla porta della sala che guarda il prato.

"Elena" diss'egli, "ascolta un momento".

La trasse in sala, presso il biliardo. Era in collera per non averle mai potuto parlare.

Questo danaro? Lo aveva? Aveva una carta? Una parola, forse? Si era accontentata d'una parola? Elena gli rispose sdegnosamente ch'egli stesso aveva detto di volersene accontentare, e che se avesse anche solo una parola di suo zio, essa varrebbe piú dell'oro e di qualunque carta. Gli disse di far attaccare, e tornò dove sua madre e i Perlotti la chiamavano.

Dopo i razzi s'era fatto salire un pallone con fuochi artificiali che sprizzavano, fischiando, da ogni parte.

"Viva Grigiolo!" gridò Perlotti.

Il barone, invece di far attaccare, salí dal conte Lao. Lo incontrò sulle scale che scendeva con una lettera in mano, e gli disse che veniva a congedarsi, a ringraziarlo.

"Non occorre" interruppe il conte.

"Mi dispiace" soggiunse Di Santa Giulia "che questo versamento mi ha costretto d'incomodarvi..."

"Cosa? Che versamento?"

Lao aggrottò le ciglia come chi raccoglie i propri pensieri per ricordarsi.

"Eh!" esclamò il barone, pigliando subito fuoco. "Elena vi ha ben detto la ragione per cui mi occorrevano..."

Compí la frase con una specie di rantolo espressivo.

Il conte tacque, lo fissò un poco, poi si scosse e rispose:

"Lo so, va bene."

Discese, lasciando il suo interlocutore non troppo contento.

"Come parlano oggi tutti questi briganti!" brontolò il barone fra sè, e andò a far attaccare.

Il conte Lao, chiuso nel soprabito, con il bavero rialzato, raggiunse in giardino il gruppo dov'era sua nipote, davanti all'uscio di mezzogiorno della sala. Due minuti dopo vi capitò correndo il dottor Grigiolo tutto scalmanato, con l'orologio in mano.

"Per amor di Dio, baronessa Elena, sono appena le nove e Lei fa già attaccare! Per carità, baronessa, adesso viene il piú bello."

"Andiamo, andiamo" disse il barone sopravvenendogli alle spalle. "Il piú bello è di non perdere il treno. Io ho bisogno di essere a Roma domani sera."

"Dieci minuti, dieci minuti soli!" disse Grigiolo correndo via.

"Cinque!" gli gridò dietro il barone.

Fu acceso un razzo e quasi subito brillarono fuochi di bengala qua e là per la valle, sul campanile di Villascura e fra i boschi del Passo Grande. Vi furono degli "oh" d'ammirazione, degli applausi. Allora altri fuochi bianchi divamparono a destra e a sinistra del prato, gettando un chiaror d'argento sulla ghiaia e sull'erba, sul nero brulichío della gente. La banda intuonò il coro del Nabucco. Elena, la contessa Tarquinia, il conte Lao, il barone, stavan lí in un gruppo, sulle spine d'occulte inquietudini.

"Mi rincresce che abbiamo dovuto strozzar tutto" disse Grigiolo ritornando, umile nella sua gloria.

Vennero ad avvertire che la carrozza era pronta.

"Andiamo" grugní il barone.

Lao strinse la mano a sua nipote e rientrò in casa.

Malgrado il bengala non ci si vedeva molto presso la carrozza ferma tra la scuderia e le poderose magnolie che cingono il prato da quella parte. Contadini, servi, ragazzi, si accalcavano intorno ai cavalli. C'era della confusione. La Perlotti non trovava la sua borsa da viaggio, temeva fosse caduta fra le ruote.

"Faccio accendere un bengala!" gridò Grigiolo.

Elena gli prese il braccio, glielo strinse forte.

"No, no" diss'ella con voce piena di lagrime.

Seguirono i baci e gli addio. La vecchia balia di Elena, moglie del gastaldo, singhiozzava. Tutti erano a posto, mancava solo la borsa della contessa Sofia. Finalmente venne in chiaro ch'era stata collocata per errore sulla carretta dei bauli d'Elena, partita mezz'ora prima.

"Andiamo!" disse ancora il barone. "Complimenti a tutti questi signori."

I cavalli s'impennarono, la ghiaia stridette sotto le ruote pesanti. Nell'entrar sotto il portico, Perlotti agitò il cappello e sua moglie il fazzoletto; le ruote, le zampe ferrate dei cavalli tuonarono un momento sul ciottolato, sulla soglia del portone, e subito il suono morí nella campagna oscura.

Ma Grigiolo e un suo aiutante corsero sotto il colossale abete che dal ciglio dell'altipiano stendeva le sue frange nere sulla valle. Quando la carrozza passò lí sotto, lungo il Rovese, un fuoco bianco di bengala, come un'occhiata di sole nella notte, mostrò, in alto, a Elena il vecchio albero inclinato sul pendío.

"Buon viaggio!" urlò Grigiolo a squarciagola. Elena scattò su a raccogliersi quell'ultima visione nel cuore.

"Quello è matto" disse il barone.

Rientrata ogni cosa nel buio, non si udí che il fragor del Rovese, misto al trotto eguale dei cavalli. I Perlotti si provaron bene, sulle prime, di chiacchierare, ma nessun discorso attecchiva, e finirono con addormentarsi tutt'e due. Ci son tre buone ore da Passo di Rovese alla città dove i Di Santa Giulia dovean prendere il treno di Roma.

Il barone non dormiva né parlava. Avviluppato in uno scialle di sua moglie, vi masticava dentro ogni tanto un pezzo di soliloquio sull'umido infame della notte, sui cavalli gottosi della contessa Tarquinia. Elena, rincantucciata in fondo al legno, muta, teneva gli occhi fissi sulla strada.

Alla stazione i Perlotti ripresero la loro borsa e vollero poi trattenersi fino alla partenza d'Elena per poter scrivere a sua madre, l'indomani, che l'avevan proprio accompagnata fino al treno. Mentre Di Santa Giulia si occupava dei bagagli, il domestico di casa Carrè, ch'era venuto a cassetta col cocchiere, consegnò ad Elena una lettera da parte del conte Lao.

Ella vide ch'era diretta a lei e la ripose subito, soggiungendo:

"Va bene."

Dopo un quarto d'ora giunse il treno con molta gente. Di Santa Giulia fece tanto suonare i suoi titoli parlamentari che s'attaccò un'altra carrozza di prima classe perché l'onorevole senatore potesse trovarsi solo con la sua signora.

"Oh!" diss'egli buttandosi a giacere sul sedile, con le gambe accavalciate e le mani dietro la nuca. "Finalmente non c'è piú seccatori! Conta su, di questo danaro. Come hai concluso?"

"Come volevi tu, ho concluso."

"Quindici?"

Stavolta gli rispose il fischio furioso della locomotiva. Il treno mosse avanti.

"Quindici?" gli rispose il barone.

Elena indugiò un momento a rispondere, tenne il viso allo sportello fino a che tutti i fanali e gli uffici illuminati della stazione le ebbero sfilato sugli occhi.

"No" diss'ella, ritraendo il capo. "Ho scelto diversamente."

"Cosa?" esclamò il barone rizzandosi di botto in faccia a sua moglie. "Cosa, scelto diversamente?"

"Tu mi hai detto" rispose Elena con voce ferma e alta per vincere lo strepito del treno lanciato a corsa "che senza il danaro mi avresti portata in Sicilia e che non si sarebbe piú parlato né di Roma né di Veneto. Hai detto chiaro che intendevi porre la questione a mio zio cosí; o danaro, o Cefalú. Bene, siccome si trattava di me, ho pensato che il diritto di scegliere era tutto mio e ho scelto Cefalú."

Durante questo discorso il barone s'era venuto mutando in viso. All'ultima parola le afferrò i ginocchi, si chinò tutto a lei.

"Dunque" diss'egli con i denti stretti, "dunque vuoi dire che del danaro non hai parlato?"

Elena non rispose né si mosse.

"Non hai parlato?" replicò lui, stringendole e scotendole i ginocchi con furore.

"No, certo, non ho parlato" diss'ella.

Il barone credette che mentisse, che lei, suo zio, sua madre si fossero accordati per farsi giuoco di lui; acceso d'ira alzò la mano.

"Coraggio!" diss'ella, piano, senza batter ciglio.

Colui non osò.

"Ah" disse "non hai parlato?".

Il treno entrò allora, tuonando, in una galleria. Elena vedeva suo marito gesticolar furioso, lo udiva urlare, non sapeva che. Colse a un tratto questa parola: "Ipocrita." Gli occhi le lampeggiarono. Appuntò a suo marito, in risposta, l'indice della destra.

"Io?" ringhiò l'uomo.

Tacque, e tacque anche Elena fino a quando il fragore del treno, fuori della galleria, cadde.

"Perché ti occorreva il danaro?" diss'ella.

Le rispose brutalmente che gli occorreva per il piacer suo. Non era vero; si trattava d'impegni formidabili; ma egli voleva offenderla. Soggiunse che la prima ipocrita era lei, che lo aveva ingannato all'altare col suo falso "sí" pieno d'avversione.

Elena n'ebbe una stretta al cuore. Era vero, era vero, conosceva la propria colpa, l'egoismo di una risoluzione presa per uscire dalla casa paterna. Sdegnò rispondere che quand'anche non avesse a creder piú in Dio, morrebbe prima di smentire quel "sí" dell'altare, prima di dolersene. Bisognava subirne la pena, tutta, fino all'ultimo, in silenzio.

Suo marito le domandò se credeva che avesse parlato di Cefalú per ischerzo.

"Spero di no" diss'ella.

"Spero!" ripeté il barone con un ghigno "spero!"

"Rideranno di me, adesso" soggiunse, "quegli altri due briganti, ma Dio mi stritoli se li guarderò in faccia mai piú in eterno, se prenderò mai da loro una goccia d'acqua, dovessi scoppiar di sete!"

Alle proteste d'Elena che i suoi parenti non c'entravano, oppose un gesto di disprezzo, e, cacciatosi nell'angolo piú opposto del vagone, non aperse piú bocca.

Guardavano entrambi, ciascuno dal proprio lato, egli torvo, ella grave, nella notte fredda e nera che soffiava per i finestrini, facendo tremare il lume sonnolento, come se ne avesse paura. Elena si ricordò presto della lettera di suo zio, la lesse a stento. Il conte Lao le diceva brevemente che, non credendo affatto a quanto ella gli aveva raccontato e temendo di qualche sciocchezza sentimentale, le avrebbe mandate a Roma per mezzo della Banca Nazionale quindicimila lire ch'ella gli avrebbe riportate in ottobre, se proprio non le occorrevano. Elena ripose la lettera e tornò a guardare dal finestrino.

A poco a poco lo strepito del treno diventava per lei un battere e ribattere d'onde, diventava tumulto e grida di gente sconosciuta; le scure campagne le figuravano un mare, e tre occhi fissi di pianeti vicini all'orizzonte, la chiamavan lontano, conoscendo, come a lei pareva, la sua recondita idea; "per lui, per lui, per non contristar la sua vita." Le rade fermate interrompevano per breve tempo questi pensieri. Viaggiatori salivano e scendevano senza che gli occhi aperti di lei si movessero. Verso l'alba, il treno entrò con gran fragore in mezzo ad alte spranghe di ferro tra cui si vedeva una grande acqua chiara e le fioche immagini delle stelle. Qualcuno disse sottovoce.

"Il Po."

Elena uscí dai suoi pensieri, sentí dolore di quel primo barlume del giorno; e, fermi gli occhi alla sponda fuggente, immaginò, respinse, richiamò con passione le parole della povera pietra nascosta là, in fondo all'orizzonte, fra gli alberi di Villa Cortis: D'inverno e d'estate da presso e da lontano fin ch'io viva e piú in là.

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

LA SIGNORA FIAMMA

 

Cortis arrivò a Lugano a sera inoltrata e scese alla modesta Pension du Panorama, una delle casine che biancheggiano col nome di Paradiso sull'orlo del lago, in quel curvo seno lontano dalla città, onde ascendono le subite pendici del San Salvatore. Uscí tosto dall'albergo e prese la stradicciuola che sale queste pendici sino alla terra di Pazzallo. L'amica di sua madre, la signora Leonora Fiamma, gli aveva scritto che abitavano un villino tra il Paradiso e Pazzallo, a sinistra della strada, poco piú su di un'osteria appiattata fra le ombre dense d'un vallone boscoso. Bisognava suonare al cancello rosso fra due gelsi.

Cortis trovò il cancello e suonò. S'era fatto precedere da un telegramma; sapeva quindi di essere atteso.

Una cameriera venne ad aprire.

"La signora Fiamma?" diss'egli.

"Sí, signore."

"Come sta l'altra signora?"

La cameriera esitò un poco.

"Lei" rispose "è ben quel signore che ha mandato un telegramma?"

"Sí."

"Bene, la signora sta lo stesso."

"Male?"

"Lo stesso."

"Intendo che mi rispondiate" replicò aspramente Cortis "se sta male o no."

"Glielo dirà la mia signora" rispose indispettita colei; e gli aperse con mal garbo l'uscio d'un salottino a pian terreno.

"C'è qui quel signore" soggiunse guardando verso un angolo del salotto.

Cortis entrò. Vide in quell'angolo e in alto una lampada; sotto la lampada, nell'ombra d'una gran poltrona, de' lucidi capelli neri, una figura femminile, pure sfiorata qua e là dalla luce.

La testa lucida accennò lievemente di sí, e dopo qualche momento di silenzio, una voce non giovanile né dolce, ma molto languida e triste, disse piano:

"È Lei il signor Cortis?"

L'accoglienza e la voce dispiacquero a Cortis, che non rispose direttamente.

"La sua amica" diss'egli "come sta?"

"Sempre nello stesso triste stato" riprese la signora. "Si accomodi. Sarà impossibile che Lei la veda questa sera, perché il medico non lo crede opportuno. Le domando scusa" soggiunse "se la mia accoglienza Le pare fredda, se non esprimo tutta la gratitudine che debbo sentire e sento per Lei; ma sono anch'io cosí sofferente!"

La signora Fiamma pronunciò queste ultime parole c