Antonio Fogazzaro
IL SANTO
Cap. 1
LAC D'AMOUR
Jeanne si posò aperto sulle ginocchia il volumetto sottile che stava leggendo presso la finestra. Contemplò pensosa dentro la ovale acqua plumbea, dormente a' suoi piedi, il passar delle nubi primaverili che ad ora ad ora trascoloravano la villetta, il giardino deserto, gli alberi dell'altra sponda, le campagne lontane, a sinistra il ponte, a destra le quiete vie che si perdevano dietro il "Béguinage", e i tetti acuti della grande mistica morta, Bruges. Ah se quella "Intruse" di cui stava leggendo, se quella funerea visitatrice movesse ora, invisibile, per la città sepolcrale, se le rughe brevi dell'acqua plumbea fossero l'orma sua, s'ella toccasse già la riva, la soglia della villetta, con il suo sospirato dono di sonno eterno! Suonarono le cinque, su su, presso le bianche nubi, magiche voci d'innumerevoli campane cantarono sopra le case, le piazze, le vie di Bruges il malinconico incantesimo, che ne eterna il sapore. Jeanne si sentì su gli occhi due mani fresche, un'aura profumata sul viso, e sui capelli un alito, un sussurro «"encore une intruse!"», un bacio. Non parve sorpresa. Alzò la mano ad accarezzare il viso chino sopra di lei e disse solamente:
«Addio, Noemi. Magari fossi tu l'"Intruse"!»
La signorina Noemi non intese.
«"Magari"?» diss'ella. «E' italiano, questo? Non è arabo? Spiegati subito.»
Jeanne si alzò.
«Non capiresti lo stesso» diss'ella con un sorriso triste. «Dobbiamo fare il nostro esercizio di conversazione italiana, adesso?»
«Ma, prego!»
«Dove sei andata con mio fratello?»
«All'Ospitale di San Giovanni a salutare Memling.»
«Bene, parla di Memling. - No, prima dirmi se Carlino ti ha fatto dichiarazioni.»
La signorina rise.
«Sì, mi ha dichiarato la guerra e io gli.»
«"E io a lui", si dice. - Vorrei che s'innamorasse di te» soggiunse Jeanne, seria. La signorina aggrottò le ciglia.
«Io non vorrei» diss'ella.
«Perché? Non è simpatico? Non ha spirito? Non è colto? Non è distinto? Ed è anche ricco, poi, sai. Disprezziamo pure la ricchezza, ma è una cosa comoda.»
Noemi d'Arxel posò le mani sulle spalle dell'amica e la guardò nelle pupille. Gli azzurri occhi indagatori erano gravi e tristi. I bruni occhi indagati sostenevano quello sguardo con fermezza lampeggiante a vicenda di sfida di cruccio e di riso.
«Intanto» disse la signorina «il signor Carlino mi piace per vedere Memling, per suonare a quattro mani musica classica e anche per farmi leggere Kempis, benché questo suo nuovo amore di Kempis pare una profanazione pensando che crede niente. "Je suis catholique autant qu'on peut l'être lorsqu'on ne l'est pas", eppure quando sento un miscredente come tuo fratello leggere Kempis così bene, perdo quasi anche la mia fede cristiana! Gli voglio poi bene perché è tuo fratello, ma è tutto! Oh, questa signora Jeanne Dessalle dice qualche volta cose... cose...! Non so, non so, non so. Ma "warte nur, du Rätsel", mi diceva la mia istitutrice. Aspetta, enigma!»
«Cosa devo aspettare?»
Noemi cinse di un braccio il collo all'amica:
«Io ti sonderò l'anima, con una sonda che porterà su perle tanto grandi, tanto belle e anche forse qualche alga, qualche poco di fango del fondo e forse una piccolissima "pioeuvre".»
«Non mi conosci» replicò Jeanne. «Sei la sola persona, fra i miei amici, che non mi conosce.»
«Già, solamente quelli che ti adorano ti conoscono, penso io, eh? Oh, sì, questa è una manìa che hai, di credere che tutta la gente ti adora.»
Jeanne fece la solita boccuccia di bambina infastidita.
«Che sciocca!» diss'ella. E subito corresse la parola con un bacio e una smorfia, mezza sorriso, mezza lamento.
«Le donne!» riprese. «Le donne, ti ho sempre detto, mi adorano! Vuoi dire che non mi adori, tu?»
«"Mais point du tout!"» esclamò Noemi. Jeanne brillò negli occhi di malizia e di dolcezza:
«In italiano si dice: sì, di tutto cuore!»
I fratelli Dessalle avevano passato l'estate precedente a Maloja, Jeanne studiandosi di essere una compagna gradevole, nascondendo quanto poteva la sua insanabile piaga; Carlino cercando, nelle ore mistiche, a Sils Maria e nei dintorni, le tracce di Nietzsche, farfalleggiando nelle ore mondane di dama in dama, pranzando spesso a Saint Moritz e persino a Pontresina, facendo musica con un addetto militare dell'ambasciata germanica di Roma e con Noemi d'Arxel, discorrendo di religione con la sorella e il cognato di lei. Le due sorelle d'Arxel, orfane, erano belghe di nascita, olandesi di origine e protestanti. La maggiore di esse, Maria, aveva sposato, dopo un idillio singolare e poetico, il vecchio pensatore italiano Giovanni Selva, che sarebbe popolare in Italia se gl'italiani avessero maggiore interesse per gli studi religiosi; poiché il Selva è forse il più legittimo rappresentante italiano del cattolicismo progressista. Maria si era fatta cattolica prima del matrimonio. I Selva passavano l'inverno a Roma, il resto dell'anno a Subiaco. Noemi, serbatasi fedele alla religione de' suoi padri, alternava Bruxelles con l'Italia. Ora la vecchia istitutrice, colla quale viveva, era morta a Bruxelles da un mese, alla fine di marzo. Né Giovanni Selva né sua moglie avevano potuto, per una indisposizione del primo, venire ad assistere Noemi in quei frangenti. Jeanne Dessalle, che si era legata particolarmente a Noemi, aveva persuaso il fratello a un viaggio nel Belgio, da lui non conosciuto, e quindi offerto ai Selva di recarsi a Bruxelles in loro vece. Così era avvenuto che Noemi si trovasse con i Dessalle a Bruges verso la fine di aprile. Vi abitavano una villetta in riva al breve specchio d'acqua che chiamano "Lac d'amour". Carlino si era innamorato di Bruges e particolarmente del "Lac d'amour" come titolo di un romanzo che andava sognando di scrivere, senza tenerne ancora in mente molto più che la compiacenza profetica di aver mostrato al mondo uno squisito e originale magistero di arte.
«"En tout cas"» replicò Noemi «di tutto cuore, no!»
«Perché?»
«Perché il mio cuore lo sto dedicando a un'altra persona.»
«A chi?»
«A un frate.»
Jeanne trasalì, e Noemi, confidente dell'amica, del suo insanabile amore per l'uomo scomparso, probabilmente sepolto in qualche ignota solitudine claustrale, tremò di avere sbagliato il tono dell'esordio di un discorso che aveva in mente.
«A proposito, Memling!» diss'ella arrossendo forte. «Dobbiamo parlare di Memling!»
Lo disse in francese e Jeanne le sussurrò:
«Sai che devi parlare italiano.»
Gli occhi suoi erano così tristi e amari che Noemi non parlò italiano, le disse, ancora in francese, tante cose tenere, implorò una parola buona, un bacio, ebbe l'una e l'altro. Non riuscì a rasserenare Jeanne che tuttavia, blandendo a due mani l'amica lungo l'arco dei capelli e guardando il proprio lavoro amoroso, le diceva piano che non temesse di averla ferita. Triste, sì lo era. Che novità! Vero, gaia non era mai, Noemi lo ammise; oggi però le nuvole interne parevano più dense.
Colpa della "Intruse", forse. Jeanne fece «proprio!» con un viso e un accento che significavano come l'"Intruse" colpevole della sua malinconia non fosse quella immaginaria del libro ma la Falciatrice terribile in persona.
«Ho avuto una lettera dall'Italia» diss'ella dopo avere debolmente resistito alle domande pressanti di Noemi. «E' morto don Giuseppe Flores.»
Flores? Chi era? Noemi non lo ricordava più e Jeanne la rimproverò con acerbità, come se una tale smemoratezza la rendesse indegna del suo ufficio di confidente. Don Giuseppe Flores era il vecchio prete veneto che le aveva portato a villa Diedo l'ultimo messaggio di Piero Maironi. Ella lo aveva creduto consigliere all'amante della sua uscita dal mondo e non le era bastato di fargli un'accoglienza gelida, lo aveva trafitto di allusioni ironiche all'azione sua, proprio degna di un ministro della infinita Pietà. Il vecchio le aveva risposto con tanto lume, nelle parole gravi e soavi, di sapienza spirituale, il suo bel viso si era fatto, parlando, così augusto, ch'ell'aveva finito con domandargli perdono e pregarlo di venire qualche volta da lei. C'era infatti ritornato due volte e mai ella non s'era trovata in casa.
Allora lo aveva visitato lei nella sua villa solitaria e di quella visita, di quella conversazione col vecchio tanto alto d'intelletto, tanto umile di cuore, tanto caldo nell'anima, tanto verecondo e quasi timido nella parola, serbava ricordi non cancellabili. Egli era morto, le scrivevano, donandosi dolcemente alla Divina Volontà. Poco prima di morire, durante una notte intera, aveva sognato senza tregua le parole del servo fedele nella parabola dei talenti: «ecce superlucratus sum alia quinque» e l'ultima voce era stata: «non fiat voluntas mea sed tua». Chi le aveva scritto non sapeva che malgrado certi turbamenti del senso interno, malgrado certi assalti di desideri religiosi, Jeanne respingeva, tanto inesorabilmente quanto in passato, Iddio e l'immortalità umana come illusioni eterne, ch'ell'andava di quando in quando a messa per non darsi l'aria spiacente di libera pensatrice e non per altro.
Ella non raccontò a Noemi quei particolari della morte di don Giuseppe ma li ripensava con l'oscuro senso, mortalmente amaro, di una ben altra sorte che le sarebbe toccata s'ella pure avesse potuto credere così, perché in fondo all'anima di Piero Maironi vi era sempre stata una religiosità atavica e oggi ella era convinta che confessandogli, la sera dell'eclissi, di non credere, aveva scritto la propria sventura nel libro del destino. E pensava un'altra taciuta parte angosciosa della lettera venuta dall'Italia. Si vedeva il suo soffrire benché non lo dicesse. Noemi le posò, le fermò silenziosamente le labbra in fronte, vi sentì l'occulto dolore che accettava la sua pietà, si sciolse infine dal bacio lenta lenta, quasi temendo guastar qualche delicato filo tra le congiunte anime, mormorò:
«Forse questo vecchio buono sapeva dove... Credi che fosse in relazione... ?»
Jeanne accennò di no. Nel settembre successivo al luglio doloroso il suo disgraziato marito era morto a Venezia, di "delirium tremens".
Ella era andata a villa Flores nell'ottobre e là nello stesso giardino dove anche la marchesa Scremin era venuta aprendo a don Giuseppe il suo povero vecchio cuore tribolato, gli aveva espresso il desiderio che Piero sapesse di questa morte, sapesse di poter pensare a lei, se ciò gli avvenisse mai, senza ombra di colpa. Don Giuseppe l'aveva prima dolcemente sconsigliata dal perdersi dietro a quel sogno, e poi le aveva detto, con sincerità intera, che nessuna notizia gli era pervenuta mai di Piero dal giorno della sua scomparsa.
Temendo altre domande, schiva di sentirsi toccar la ferita da mani inesperte, Jeanne, desiderò uscire dall'argomento.
«Raccontami pure del tuo frate» diss'ella. Ma proprio allora si udì nell'anticamera la voce di Carlino.
«Adesso no» rispose Noemi. «Stasera.»
Carlino entrò, fasciato il collo di seta bianca, brontolando contro il "Lac d'amour" che infine era una grandissima corbellatura, e infettava poi anche l'aria di piccole creature odiose, velenose per le sue tonsille.
«Già» diss'egli. «L'amore stesso non vale meglio.»
Noemi gli volle proibire di parlar dell'amore. Lui, parlarne, che non lo intendeva! Carlino la ringraziò. Stava appunto per innamorarsi di lei, ne aveva avuto una paura enorme. Queste parole venute presto presto dopo l'apparizione di certa disordinata piuma sopra un cappello detestabile e dopo certa frase, molto borghesemente ammirativa, su quel povero diavolo noioso di Mendelssohn, lo avevano salvato "à jamais". I due si scambiarono altre impertinenze e Carlino fu tanto brioso malgrado le tonsille infette, che la signorina d'Arxel lo felicitò per il suo romanzo.
«Si capisce che va bene» diss'ella.
«Che! Punto!» risponde il romanziere. Non andava punto bene, anzi aveva dato nelle secche di una situazione disperata. Lo sapeva l'esofago dell'autore che ci aveva lì due personaggi incapaci di scendere e di risalire, uno grasso e buono, l'altro sottile e pungente, similissimo alla signorina d'Arxel. Gli pareva di aver inghiottito insieme un fico e un'ape, come certo disgraziato contadino toscano che n'era morto in quei giorni. L'ape capì che aveva voglia di parlarne, lo punse e lo ripunse tanto che infatti ne parlò. Il suo romanzo poggiava sopra un caso curioso di contagio spirituale. Il protagonista era un prete francese di ottant'anni, pio, puro e dotto.
Francese? Perché francese? Ma! Perché il personaggio abbisognava di certo colore di fantasia poetica, di certa mobilità sentimentale, e queste belle cose non si trovano in un prete italiano, secondo Carlino, a sgusciarne mille. Accadeva un giorno a questo prete di confessare un uomo di grande ingegno, combattuto da terribili dubbi circa la fede. A confessione finita il penitente se n'andava tranquillo e il confessore rimaneva scosso nelle credenze proprie. Qui doveva seguire un'analisi minuta e lunga dei successivi stati di coscienza di questo vecchio, che aspettava la morte di giorno in giorno con lo sgomento di uno scolare il quale attenda nell'anticamera della scuola il suo turno di esame e non si trovi più in testa niente.
Egli capita a Bruges. Qui l'ostile interruttrice esclamò:
«A Bruges? Perché?»
«Perché io sono il suo Papa» rispose Carlino «e lo mando dove voglio.
Perché a Bruges c'è un silenzio di anticamera dell'Eternità, e quel carillon, che in fondo comincia a seccarmi, può anche passare per un richiamo di angeli. Finalmente perché a Bruges c'è una signorina brunetta, sottile, alta e che si può anche dire intelligente benché parli l'italiano male e non capisca la musica.»
Noemi porse le labbra e arricciò il naso.
«Che sciocchezza!» diss'ella.
Carlino proseguì dicendo che non sapeva ancora come, ma che insomma, in qualche modo, la brunetta sarebbe diventata penitente del vecchio prete. Noemi protestò ridendo: come mai? allora non era lei! Un'eretica? Confessarsi? Carlino si strinse nelle spalle. Dramma di follia più, dramma di follia meno, protestantesimo e cattolicismo erano la stessa cosa. Dunque il vecchio prete ritroverebbe la sua fede antica nel contatto di quella semplice e sicura di lei. Qui Carlino aperse una parentesi nel suo racconto per confessare che veramente non sapeva che qualità di fede avesse Noemi. Ella arrossì, rispose che aveva la fede protestante. Protestante, sì; ma semplice? Ma sicura? Noemi s'impazientì.
«Insomma sono protestante» diss'ella «e Lei non si occupi della mia fede!»
In fatto Noemi era molto ferma nella propria religione non per virtù di ragionamenti ma per affetto riverente alla memoria dei genitori, e in cuor suo non aveva approvato la conversione della sorella.
Carlino tirò avanti. Una influenza mistica del sesso conduce il vecchio a ricercare un'armonia di anime con la fanciulla. «Che pasticcio!» fece Noemi con il solito atto delle labbra. E Carlino tirò imperterrito avanti. Il fine, il nuovo, lo squisito del suo libro era l'analisi appunto di questa recondita influenza del sesso sul vecchio prete e anche sulla fanciulla.
«Carlino!» fece Jeanne. «Cosa ti viene in mente? Un vecchio di ottant'anni?»
Carlino guardò in aria come per dire a qualche invisibile amico superiore:
«Non capiscono niente!»
Il suo desiderio era d'invecchiare ancora il prete e dargliene novanta degli anni, farne una specie di essere intermedio fra l'uomo e lo spirito, che avesse negli occhi le profondità nebulose delle cose eterne imminenti. E la signorina avrebbe nel sangue quella misteriosa inclinazione comune ai vecchi, non rarissima nel suo sesso, ch'è il vero stigma della nobiltà femminile, per il quale la donna si distingue dalla femmina. Carlino si sentiva in mente delle cose divine a dire su questo mistico senso che attrae la fanciulla di ventiquattro anni verso l'uomo di novanta, sacerdote, quasi già eternato, diafano, non però curvo né tremolo né infiacchito nella voce. Si vedono di questi vecchioni che lo spirito alto erige, invitti dal tempo. Ma come finirebbe poi tutto ciò? Né Noemi né Jeanne sapevano immaginarlo. Eh già, Carlino lo aveva ben detto fin dal principio, il fico e l'ape che non potevano né scendere né risalire. Se ne consolava però. Questa necessità di finire, in fondo, è un pregiudizio da droghiere. Cosa finisce mai al mondo? Va bene, dicevano le signore, ma il libro deve pure avere una fine. Oh certo! L'ultima scena, di bellezza ineffabile, sarebbe una passeggiata notturna, al chiaro di luna, del prete e della giovine per le vie di Bruges, dove le loro anime si aprirebbero a confidenze quasi di amanti, a sogni quasi di profeti. I due si troverebbero a mezzanotte davanti alle acque addormentate del "Lac d'amour", ascolterebbero immobili il suono mistico del carillon sotto le nuvole e avrebbero allora la rivelazione vaga di una sessualità delle loro anime, di un avvenire di amore nella stella Fomalhaut.
«Perché mai proprio in Fomalhaut?» esclamò Noemi
«Lei è insopportabile!» rispose Carlino. «Perché è un nome delizioso ha il suono di una parola indurita dal gelo tedesco ma piena di anima, che si scioglie nel sole di Oriente.»
«Dio mio, che chimica! A me piace Algol.»
«Lei e il Suo pastore andranno in Algol.»
Noemi rise, e Carlino si appellò a Jeanne. Quale stella preferiva? Jeanne non sapeva, non aveva fatto attenzione. Carlino ne fu irritatissimo, parve volerla rimproverare non tanto della distrazione quanto degli occulti pensieri che ne fossero in colpa, e, quasi temendo dir troppo, la mandò a meditare, a sognare, a scrivere la filosofia del fumo e delle nuvole. Ma poi quand'ella, niente malcontenta, se n'andava, la richiamò per domandarle se almeno avesse udito come il romanzo si sarebbe chiuso. Sì, questo lo aveva udito: con una passeggiata dell'eroina e dell'eroe per Bruges, al chiaro di luna.
«Bene» fece Carlino, «siccome stasera c'è luna, io ho bisogno di passeggiare dalle dieci a mezzanotte con Noemi e te per prender note.»
«Debbo vestirmi da prete?» rispose Jeanne, uscendo. Noemi voleva seguirla ma la stessa Jeanne la pregò di rimanere. Rimase per dire a Carlino ch'egli era indegno di una simile sorella. Carlino andò a pescare nel portamusica un fascicolo di Bach brontolandole che lei non sapeva niente, non sapeva niente. Scaramucciarono alquanto e neppure Bach li poté pacificare subito; per un bel pezzo tennero duro, anche suonando, a insolentirsi, prima per Jeanne, poi per le note sbagliate.
Finalmente il musicale rivo limpido che le loro collere rompevano come sassi spumeggianti, le soverchiò, corse via liscio, specchiando cielo e idilliache sponde.
Jeanne si portò in camera l'"Intruse", ma non la lesse più. Anche la sua camera guardava il "Lac d'amour". Sedette presso la finestra contemplando di là da un ponte, di là da vette spoglie di alberi tondeggianti fra casa e casa, il fantasma piramidale di una torre altissima velata di nebbioline azzurrognole. Udiva discorrere pietosamente la vena limpida di Bach e pensava a don Giuseppe col malinconico senso di chi si allontana per sempre da una casa diletta, e vi torna con lo sguardo ogni momento, e ad una svolta del cammino ne vede sparire l'ultimo angolo, l'ultima finestra. La sua tristezza aveva una viva punta inquieta. Le avevano scritto che fra le carte del morto si era trovato un plico suggellato con questa soprascritta di suo pugno: «Da consegnarsi per cura del mio esecutore testamentario nelle mani di Monsignor Vescovo.» L'incarico era stato adempiuto e voci uscite dall'episcopio dicevano che fossero nel plico una lettera di don Giuseppe a Sua Eccellenza e una busta suggellata con la scritta di altra mano: «Da aprirsi dopo la morte di Piero Maironi.» Riferivano pure questo motto del Vescovo: «Speriamo che il signor Piero Maironi, d'ignota dimora, ricomparisca per farci sapere che è morto.»
Jeanne ignorava che Pietro Maironi, prima della notte in cui era fuggito di casa senza lasciare traccia di sé, avesse consegnato a don Giuseppe il racconto scritto di una visione della propria vita nel futuro e della propria morte, visione pure ignorata da lei, avuta da Piero nella chiesetta vicina al manicomio dove sua moglie stava morendo. Che mai poteva contenere la busta suggellata? Certo uno scritto suo; ma quale? Una confessione, probabilmente, delle sue colpe. Il concetto e la forma dell'atto rispondevano bene al suo misticismo innato, al predominio della sua fantasia sulla ragione, alla sua fisonomia intellettuale. Tre anni erano corsi dal giorno in cui Jeanne, disperata, a Vena di fonte Alta, si era detto che non avrebbe più voluto amare Piero e che niente altro mai avrebbe potuto amare al mondo. Ancora lo amava così e ancora, come in passato, lo giudicava col suo intelletto indipendente dal cuore: indipendenza cara al suo orgoglio. Lo giudicava severamente in tutte le sue azioni, in tutto il suo contegno, dal momento in cui lo aveva conquistato di viva forza nel monastero di Praglia sino al momento in cui le loro labbra si erano congiunte presso la vasca dell'Acqua Barbarena. Egli si era mostrato incapace di amare, incapace di agire, irresoluto femmineo nella mobilità dell'animo. Ecco, lo era stato fino all'ultimo, femmineo; femmineo, inetto a esercitare alcuna critica virile sul proprio isterismo mistico. Vi era forse in questo giudizio una sincerità imperfetta, un eccesso di acerbità voluto, un proposito vano di ribellione contro il prepotente, invincibile amore.
Se si era fatto frate, Jeanne prevedeva che si sarebbe pentito. Era troppo sensuale. Passato un primo periodo di dolore e di fervore, la sensualità si sarebbe risvegliata, lo avrebbe ricondotto alla rivolta contro una fede radicata piuttosto nel sentimento e nelle abitudini dell'età prima che nell'intelletto. Ma si era veramente fatto frate? Jeanne pensò che la torre colossale di "Notre-Dame" colla sua sottile punta saettata nel cielo, e le mura tristi del "Béguinage", e il povero stagnante scuro "Lac d'amour", e lo stesso silenzio solenne della città morta le significassero di sì, ma che sarebbe superstizioso di creder loro.
«Dove andiamo?» chiese Jeanne, alle dieci, mettendo i guanti, mentre Carlino, dato a tenere a Noemi un capo della sua sciarpa sesquipedale ben tesa, se ne fermava l'altro all'occipite e rotava poi sul proprio asse come un fuso, sino a farsi il collo più grosso della testa. «E il prete di novant'anni ho proprio a esser io?»
Carlino si arrabbiò perché Noemi rideva e non teneva tesa a dovere la sciarpa.
«Tu o lei non importa» rispose, quando Noemi, fermatagli la sciarpa con uno spillo, licenziò il romanziere in fasce. «E andate dove volete! Purché adesso si vada verso il centro e si ritorni per l'altro lato del Lac d'amour. E parlate di qualche cosa che v'interessi molto.»
«Presente Lei?» fece Noemi. «Com'è possibile?»
Carlino le spiegò che non si sarebbe accompagnato a loro, che le avrebbe seguite col taccuino e la matita alla mano. Bisognava però che sostassero di tratto in tratto a piacer suo, e che, s'egli significasse loro qualche altra sua volontà, obbedissero.
«Va bene» disse Noemi. «Intanto andiamo al "Quai du Rosaire" a vedere i cigni.»
Si avviarono verso "Notre-Dame", Carlino dietro le signore, a venti passi. In principio fu un continuo battibecco, per le vie deserte, fra l'avanguardia e la retroguardia. L'avanguardia camminava troppo forte, e Carlino: «A novant'anni? A novant'anni?» oppure rideva, e Carlino:
«Ma che fate? Ma che fate? Zitto!» oppure si fermava a guardar una chiesa antica, le cuspidi, i pinnacoli strani al chiaro di luna, il cimitero accanto alla chiesa, e Carlino: «Ma parlate, discorrete, fate qualche gesto! Niente il naso all'aria!» Dall'avanguardia venivano le ribellioni; le più acerbe, da Noemi. Ella si voltò sul "Dyver" battendo i piedi e protestando di volersene ritornare a casa se il noiosissimo romanziere in fasce non la smetteva con i suoi comandi e rimbrotti. Allora Jeanne le sussurrò:
«Parlami del tuo frate.»
«Ah, il frate, sì!» rispose Noemi e gridò a Carlino che l'avrebbero accontentato ma che stesse più lontano.
Dal "quai du Rosaire" non si vedevano più i cigni che Noemi aveva scorti la mattina pavoneggiarsi nel canale, turbandovi con le scie lente i languidi spettri di quell'accozzaglia di case e casucce che levano dall'acqua, come bestie satolle, le lunghe facce orecchiute, e guardano stupide, quale a un verso quale a un altro, nella custodia dell'imminente torrione delle "Halles". Ora la luna batteva di sghembo alle case, stampava sulle une l'ombra delle altre, e glorificava comignoli e pinnacoli, l'aguzzo cappello da mago caldeo di una vecchia torricciuola, e sopra la intera scena il sublime diadema ottagonale della torre possente; ma non toccava l'acqua nera. Tuttavia Jeanne e Noemi, chine sulla sbarra del parapetto, guardarono a lungo, Noemi parlando sempre, nell'acqua nera; tanto a lungo che Carlino ebbe tempo di riempire tre o quattro pagine del suo taccuino e anche di disegnare i fregi onde un ambizioso mercante brugitano cinse sulla facciata della propria casa le cifre dell'anno memorabile 1716, in cui fu veduta per la prima volta dal sole, dalla luna e dagli astri.
Il frate era un benedettino del monastero di Santa Scolastica in Subiaco. Si chiamava don Clemente. Era un conoscente dei Selva.
Giovanni lo aveva incontrato la prima volta per caso sul sentiero di Spello, presso certe rovine. Gli aveva chiesto della via, eran venuti a discorrere. Mostrava aver passato di poco i trent'anni, aveva modi e aspetto signorili. Il discorso era stato prima delle rovine, poi dei monasteri e della Regola, poi di religione. Dalla stessa voce del benedettino spirava come un aroma di santità. Si sentiva però in lui uno spirito avido del sapere e del pensiero moderno. Si erano lasciati col desiderio reciproco e la promessa di rivedersi. A Giovanni era stata benefica l'aura spirituale del giovine monaco illuminato nel viso da una bellezza interna; e il giovine monaco aveva sentito il fascino della cultura religiosa di Giovanni, degli orizzonti che la breve conversazione aveva pure aperti alla sua fede cupida di lume razionale. Giovanni aveva inteso parlare a Subiaco di un giovine di nascita nobile, venuto a vestir l'abito benedettino in Santa Scolastica per la morte di una donna amata. Non dubitava che fosse lui. Ne aveva poi chiesto ad altri monaci senza poterne cavar niente.
Ma si erano riveduti più volte e trattenuti lungamente insieme.
Giovanni aveva prestato dei libri a don Clemente e don Clemente era venuto a casa Selva, aveva conosciuto Maria. Vi si era rivelato musicista, aveva suonato un «Salmo dell'aurora» composto da lui per organo e canto, dopo aver udito Selva paragonare il lento manifestarsi del sole, dal primo punto rutilante fra i vapori alla gloria trionfale del mezzogiorno, con il manifestarsi lento di Dio dal fumo lampeggiante intorno agli alti dirupi del Sinai fino alla gloria trionfale che ancora tutta non si è svolta nello spirito dell'uomo.
Un'altra volta Giovanni gli aveva proposta certa questione già da lui dibattuta con Noemi: se le anime umane all'uscir di questa vita sieno subito fatte conscie della loro sorte futura. La risposta di don Clemente era stata che dopo la morte...
A questo punto della narrazione di Noemi, Carlino domandò se dovesse piantare lì tre tabernacoli per passarvi la notte. Le signore si rizzarono e si avviarono per la "rue des Laines".
«La risposta» riprese Noemi «era stata che probabilmente dopo la morte le anime umane si troveranno in uno stato e in un ambiente regolati da leggi naturali come in questa vita; dove, come in questa vita, l'avvenire potrà prevedersi per indizi, senza certezza.»
Un viandante, che avevano incontrato all'entrata della stretta via tenebrosa, tornò indietro e ripassando accanto alle signore, le guardò fisso. Jeanne pretese di aver paura di quell'uomo, si fermò, chiamò Carlino, propose di ritornare a casa. La sua voce era veramente alterata, ma Carlino non poteva credere che avesse paura. Paura di che? Non vedeva là davanti, a pochi passi, i lumi della "Grande Place"? Egli conosceva, del resto, quell'uomo e lo avrebbe posto nel suo romanzo. Era il fratello di Edith dal collo di cigno ora spirito delle tenebre, condannato a vagare la notte per le vie di Bruges in pena di avere tentata la seduzione di Santa Gunhild, sorella di re Harold. Ogni volta che Carlino si era avventurato la notte per i quartieri più deserti di Bruges, aveva veduto aggirarvisi come a caso quell'uomo sinistro.
«Bel modo» fece Noemi «di rassicurare la gente!»
Carlino si strinse nelle spalle e dichiarò che l'incontro era stato fortunato perché gli aveva fatto venire in mente il nome di Gunhild per la sua eroina, Noemi essendo un nome da suocera.
Nell'ombra nera delle "Halles" enormi, torreggianti da manca sulla via, l'uomo sinistro ritornato sui suoi passi sfiorò quasi il fianco di Jeanne che stavolta rabbrividì davvero. In quel mentre le innumerevoli campane suonarono fra le nubi sopra il suo capo.
Ella strinse convulsivamente, senza parlare, il braccio di Noemi.
Attraversarono la piazza in silenzio. Carlino le mise per una via a sinistra, pure deserta ma tutta chiara della luna imminente ai dentati culmini bruni delle case. Jeanne mormorò alla sua compagna:
«Affrettiamo, ritorniamo a casa presto.»
Ma Carlino, udendo un suono di musica da ballo venire dall'"Hôtel de Flandre", ordinò loro di fermarsi e diede di piglio al taccuino. Noemi stava dicendo qualche cosa dell'"Hôtel de Flandre", dove aveva alloggiato anni prima, quando Jeanne le domandò di scatto:
«E' Maria che ti scrive una storia tanto lunga?»
Noemi rispose, non sorpresa ma piuttosto trepidante:
«Sì, Maria.»
«Non capisco» replicò Jeanne «perché si sia presa tutta questa briga.»
Noemi non rispose. Carlino diede l'ordine di rimettersi in cammino.
S'incamminarono e Noemi non parlava.
«Eh?» riprese Jeanne. «Perché si sarà presa tutta questa briga?»
Noemi non parlò. Jeanne le scosse il braccio che teneva ancora.
«Non rispondi? Cosa pensi?»
Benché ambedue, ora, tacessero, non udirono Carlino che gridava di piegare a sinistra. Egli sopraggiunse arrabbiato, le spinse, tempestando, per le spalle, alla volta di un'altra via, ed esse ubbidirono senz'accorgersi mai di quelle voci né di quel modo.
«Non rispondi?» ripeté Jeanne fra risentita e attonita.
Noemi le strinse il braccio alla sua volta.
«Aspettiamo di essere a casa» diss'ella.
Carlino gridò:
«Fermatevi sotto gli alberi.»
Ma Jeanne si fermò subito, nell'affacciarsi a un improvviso largo, a piccoli alberi, a un gran fianco di cattedrale vetusta, battuto dalla luna. Si fermò e allungando il braccio che teneva sotto quello di Noemi, le afferrò la mano, le disse vibrando affannosamente:
«Noemi, dimmelo subito; hai raccontato qualche cosa a tua sorella?»
Carlino gridò che potevano fermarsi anche lì, ma che simulassero un discorso interessante.
Noemi rispose all'amica un sì così debole, che Jeanne capì tutto.
Maria Selva credeva che il suo frate, questo don Clemente, fosse Piero Maironi.
«Oh, Signore!» esclamò stringendo forte forte la mano di Noemi. «Ma lo dice, lo dice, anche?»
«Cosa?»
«Eh, cosa!»
Santo cielo, che ci voleva per farla parlar chiaro, questa creatura? Jeanne si sciolse da lei che subito, spaventata, le si riappiccò al braccio.
«Brave!» gridò Carlino. «Ma non troppo!»
«Perdonami!» supplicò Noemi. «E' un dubbio, dopo tutto, è una congettura. Sì, lo dice.»
«No!» fece Jeanne, risoluta, scotendo via il dubbio e la congettura.
«Non è lui, non è possibile. Non è mai stato musicista!»
«No, no, non sarà lui, non sarà lui» si affrettò a dire Noemi, sottovoce, perché veniva Carlino. Questi sopraggiunse, lodò, espresse il desiderio che si inoltrassero lentamente fra gli alberi.
Sotto gli alberi Jeanne si dolse, quasi sdegnosamente, che l'amica avesse aspettato quel momento a farle un discorso simile, che non avesse parlato prima, in casa. E tornò a protestare che questo benedettino non poteva essere Maironi, che Maironi non era mai stato musicista. Noemi si giustificò. Aveva avuto in animo di parlare al ritorno dall'Ospitale di San Giovanni, dalla visita ai Memling, ma Jeanne era già tanto triste! Però ne avrebbe parlato se non fosse venuto Carlino. E ora, a passeggio, interrogata, non aveva saputo schermirsi. Se, quando erano ferme presso l'"Hôtel de Flandre", Jeanne non avesse ricondotto il discorso a quel tema, sarebbe stata finita, e lei Noemi, non ne avrebbe riparlato che a casa.
«E tua sorella crede proprio...?» disse Jeanne.
Ecco, Maria dubitava. Pareva che il più persuaso fosse Giovanni, Giovanni era certo; almeno Maria scriveva così. A questa risposta di Noemi Jeanne scattò. Come poteva esser certo, suo cognato? Che ne sapeva? Maironi non era capace di metter giù un accordo, sul piano.
Ecco la bella certezza! Noemi osservò sommessamente che in tre anni poteva avere imparato, che i frati hanno interesse a educare dei musicisti per l'organo.
«Allora lo credi anche tu?» esclamò Jeanne. Noemi balbettò un "non so" così incerto che Jeanne, agitatissima, dichiarò di voler partire subito per Subiaco, di voler sapere. C'era già l'intelligenza con Maria Selva di condurle sua sorella. Adesso penserebbe lei a persuadere Carlino di partire immediatamente. Noemi si mostrò spaventata. Suo cognato non avrebbe voluto che la Dessalle venisse più a Subiaco, tanto per la pace di lei quanto per la pace di don Clemente. Noemi aveva la missione di farle comprendere la convenienza di una tale rinuncia. Selva era guarito e offriva di venir lui a prendere la cognata; anche nel Belgio, se fosse necessario. Ella si provò a combattere intanto, l'idea di partire subito. Non fece che irritare Jeanne, la quale protestò e riprotestò che i Selva s'ingannavano; né seppe dare altra ragione del suo violento resistere.
Carlino, udito un aspro «basta!» di sua sorella, accorse. Litigavano, il prete e la signorina? Adesso che dovevano cominciare le tenerezze mistiche?
«Ci lasci in pace» rispose Noemi. «A quest'ora il Suo prete di novant'anni sarebbe morto dieci volte di stanchezza. Non ci dia più ordini. Guiderò io che conosco Bruges meglio di Lei. E Lei stia cento passi indietro.»
Carlino non seppe replicare che «oh oh! - oh oh! - oh oh!» e la d'Arxel si portò via Jeanne avviandosi lungo la cancellata del piccolo cimitero di "Saint-Sauveur". Le parve giunto il momento di metter fuori l'ultima rivelazione.
«Credo che Giovanni abbia ragione, sai» diss'ella. «Questo don Clemente è di Brescia.»
Allora Jeanne, presa da un impeto di dolore, cinse con un braccio il collo dell'amica, ruppe in singhiozzi. Noemi, atterrita, la supplicò di chetarsi.
«Per amor di Dio, Jeanne!»
Questa le domandò, fra un singhiozzo soffocato e l'altro, se Carlino sapesse. Oh no, ma che direbbe adesso?
«Qui non può vedere» singhiozzò Jeanne. Erano nell'ombra della chiesa.
Noemi ammirò che Jeanne, in preda a quell'emozione, se ne fosse accorta.
«Per carità, non sappia niente! Per carità!»
Noemi promise di non parlare. Jeanne si venne a poco a poco chetando e fu la prima a muoversi. Ah, esser sola, esser sola nella sua camera! La vista della torre di "Notre-Dame" saettante il cielo con la guglia affilata le fece male come la vista di un nemico vincitore e implacabile. Lo comprendeva bene adesso, si era illusa per tre anni di non avere più speranza. Come soffriva e si dibatteva la sua speranza creduta morta, come si ostinava a tempestarle nel cuore: no, no, non si è fatto frate, non è lui! Ella strinse con uno spasimo di desiderio il braccio di Noemi. La voce consolatrice si affievolì, venne meno.
Probabilmente era lui, probabilmente tutto era proprio finito per sempre. Il silenzio della notte, la tristezza della luna, la tristezza delle vie morte, un'aria gelida che s'era levata, consentivano con i pensieri amari.
Oltrepassata di poco "Notre-Dame", ecco ancora scivolar lungo il muro, dalla parte ombrosa della via, l'uomo sinistro. Noemi affrettò il passo, desiderosa ella pure di arrivare a casa. Quando Carlino si avvide che le signore andavano diritte alla villetta invece di pigliar il ponte che conduce all'altra sponda del "Lac d'amour", protestò.
Come? E l'ultima scena? Avevano dimenticato? Noemi voleva ribellarsi, ma Jeanne, trepidante che Carlino venisse a scoprire qualche cosa, la pregò di cedere.
«Sul ponte» gridò Carlino «fermatevi due minuti!»
Si appoggiarono alla sbarra, guardando l'ovale specchio dell'acqua immobile. La luna si era nascosta dietro le nuvole.
«Questa illunità è divina per me» disse Carlino. «Ma ora io darei metà della mia gloria futura perché nelle nuvole si aprisse una piccola finestra con una piccola stella nel mezzo, che si potesse vedere nell'acqua. Voi non sapete immaginare come mi verrà quest'ultimo capitolo. Sentite. Sul "quai du Rosaire" voi guardavate i cigni.»
«Ma non c'erano» interruppe Noemi.
«Non importa» riprese Carlino. «Voi guardavate i cigni illuminati dalla luna.»
«Ma la luna non batteva sull'acqua» fece ancora Noemi.
«Ma che importa?» replicò Carlino, seccato. E siccome Noemi osservò che allora era inutile di trascinarle attorno per Bruges a quell'ora, egli paragonò poeticamente il suo studio preparatorio, le sue note quasi fotografiche, all'aglio che in cucina serve ma in tavola non si porta. E continuò a dire dei cigni e della luna.
«Voi avete allora paragonato il candor vivente e il candor morto. Il vecchio prete vien fuori con questa squisita cosa che forse il candore vivo della giovinetta irradia i suoi pensieri scolorati, come i suoi capelli, da un principio di morte e ch'egli si sente ora nell'anima un'alba di candore tepido. Mormora poi fra sé involontariamente: "Abisag". Allora la fanciulla dice: "Chi è Abisag?" perché è ignorante come voi due che non conoscete Abisag, il mio primo amore. Il prete non risponde, si avvia con la ragazza per la "rue des Laines". Ella domanda ancora chi sia Abisag e il vecchio tace. Ecco quell'ombra torva, nera, che va, che viene, che si dilegua al suono delle ventiquattro campane.»
«Non è esatto» mormorò Noemi. Carlino fu per dirle: stupida!
«Il prete» proseguì «paragona quell'ombra nera a uno spirito maligno che va e viene intorno agli spiriti candidi, voi non capite il legame ma il legame c'è, avido di cacciarvisi a star dentro lui con altri peggiori di lui. Poi, qui il legame non l'ho ancora trovato ma lo troverò, si viene a parlar dell'amore. Voi avete attraversato la "Grande Place". Questa sera non c'era la musica, ma di solito c'è e suppongo che allora vi si faccia molto all'amore cogli occhi come in tutto il mondo. Il vecchio torrione e il vecchio prete mostrano certa indulgenza; invece la giovinetta trova stupide queste forme dell'amore, le sdegna. E' l'amore della terra, dice il prete. Ed ecco l'"Hôtel de Flandre", la musica del ballo di nozze.»
«Come?» esclamò Noemi. «Era un ballo di nozze?»
Carlino strinse, scrollò i pugni, soffiando dall'impazienza; e proseguì, dopo un sospiro:
«La giovinetta domanda: vi è un amore del cielo? Allora io vi ho detto di fermarvi sotto gli alberi di "Saint-Sauveur" e voi vi siete invece fermate all'entrata della piazza. Fa niente, si vedeva la cattedrale, basta. Il prete risponde sì, vi è un amore del cielo. La maestà della cattedrale antica, della notte, del silenzio, lo esalta. Egli parla.
Io non posso dirvi adesso la sua tirata, l'ho in mente assai confusa, ma insomma il succo è questo che anche l'amore del cielo nasce sulla terra e che non vi matura mai. Il vecchio si lascerà andare quasi a delle confessioni. Confesserà col petto ansante, colla parola accesa, di aver sentito, non particolari inclinazioni a persone, né inclinazioni da doversene vergognare, ma un'aspirazione intellettuale e morale a congiungersi con una femminilità incorporea che fosse complemento dell'essere suo incorporeo, restandone però insieme tanto divisa da poter intercedere amore fra l'una e l'altro.»
«Misericordia!» mormorò Noemi. Carlino si era tanto riscaldato che non la udì.
«Pare al vecchio» diss'egli «d'intravvedere in questa unione una trinità umana simile alla Trinità divina e trova quindi giusto, trova santo che l'uomo vi aspiri. Finalmente egli tace, tutto pieno, tutto fremente delle cose che ha dette; e s'incammina verso "Notre-Dame". La fanciulla gli prende il braccio. Ecco l'uomo sinistro, lo spirito tentatore. Lo avete ben veduto! Dite se tutto questo non è ben trovato, non è combinato bene! Il vecchio e la fanciulla lo sfuggono, ma, come il cielo, anche il loro cuore si oscura. Adesso mi occorrerebbe un finestrino nelle nuvole, una stellina nel mezzo. Il vecchio e la fanciulla guarderebbero silenziosi la stellina tremolare nel "Lac d'amour" e tanti movimenti secreti dei loro pensieri metterebbero capo a quest'idea: forse, oltre le nuvole della Terra, là, in quel mondo lontano!»
Jeanne non aveva mai detto parola né mostrato di fare attenzione al racconto di suo fratello. China sulla sbarra, guardava nell'acqua scura. A questo punto si rizzò impetuosamente.
«Ma tu non lo credi!» esclamò. «Tu lo sai che sono illusioni, sogni! Tu non vorresti mai che io credessi così! Saresti capace di cacciarmi!»
«No!» protestò Carlino.
«Sì! E per fare della bella letteratura ti metti a fomentare anche questi sogni che snervano già tanto la gente, che sviano già tanto dalla vita vera! Non mi piace niente! Un incredulo come te! Uno persuaso, come sono persuasa io, che noi siamo bolle di sapone, che si brilla un momento, e poi si ritorna, non nel niente ma nel tutto!»
. «Io?» rispose Carlino, intontito. «Io non sono persuaso di niente. Io dubito. E' il mio sistema, lo sai bene. Se adesso uno mi dicesse che la religione vera è quella dei Cafri o quella delle Pelli Rosse, direi: forse! Non le conosco! Io vedo la falsità di quelle che conosco e per questo non vorrei certo che tu diventassi cattolica sul serio. Cacciarti di casa, poi...!»
«Intanto ci posso andare, prima di esserne cacciata?»
Così dicendo, Jeanne prese il braccio di Noemi. Carlino pregò che facessero il giro del "Lac d'amour". Chi sa, forse intanto si aprirebbe il finestrino nel cielo. Ci teneva. Noemi espresse il dubbio, ricordando la conversazione di poche ore prima, che alla finestra ci venisse proprio la signorina Fomalhaut.
«Già» fece Carlino, pensieroso. «Non avevo più pensato a Fomalhaut. Se non sarà Fomalhaut adesso, sarà Fomalhaut allora.»
Ma Noemi non aveva finito con le sue difficoltà. Se alla finestra non ci venisse nessuna stella, né grande, né piccola? A questo, Carlino trovò subito rimedio. La stella ci sarà. Potrà essere telescopica, perduta in una profondità immensa, ma ci sarà. La fanciulla non la vede; la vede il prete, con i suoi occhi di presbite decrepito. Dopo la vede anche la fanciulla, per fede.
«E così quella povera fanciulla» disse Jeanne amaramente «sulla fede di un vecchio prete mezzo cieco vedrà delle stelle che non ci sono, perderà il suo buon senso, la sua giovinezza, la sua vita, tutto. La farai bene seppellire li al "Béguinage", dopo?»
E si avviò con Noemi senz'attendere la risposta.
Fatto il giro del "Lac d'amour", le due signore si trattennero lungamente sull'altro ponte; ma nessun finestrino si aperse nel cielo.
Il torrione lontano delle "Halles", il campanile enorme di "Notre- Dame", una tozza torre imminente allo stagno, gli acuti comignoli del "Béguinage" si disegnavano, venerabile concilio di alti vecchioni sulle nubi lattee. Carlino, non potendo far di meglio, incominciò un ragionamento ad alta voce sul posto più opportuno per la sua finestra.
«Che giorno è, oggi?» chiese Jeanne all'amica, sottovoce.
«Sabato.»
«Domani parlo a Carlino, lunedì e martedì si regolano tante cose, mercoledì si fanno i bagagli e giovedì partiamo. Puoi scrivere a tua sorella che saremo a Subiaco l'altra settimana.»
«Non decidere così! Pensaci!»
«Ho deciso. Voglio sapere. Se è lui, non lo impedirò nel suo cammino.
Ma voglio vederlo.»
«Ne riparleremo domani, Jeanne. Non decidere ancora.»
«Ho pensato e ho deciso.»
Mezzanotte suonò al torrione delle "Halles"; suonò nelle nuvole, a lungo, il solenne canto malinconico delle innumerevoli campane. Noemi, che prima voleva insistere, tacque, piena il cuore di sgomento; come se quelle malinconiche voci del cielo notturno parlassero a lei di un destino dell'amica sua, di un destino di amore e di dolore, che si dovesse compiere.
Cap. 2
DON CLEMENTE
La luce veniva meno, nello studio di
Giovanni Selva, sul tavolino
ingombro di libri e di carte. Giovanni
si alzò, aperse la finestra di
ponente. L'orizzonte ardeva, dietro il
prossimo Subiaco, sulla obliqua
fuga dei monti Sabini che da Rocca di
Canterano e Rocca di Mezzo vanno
verso Rocca San Stefano. Subiaco,
l'aguzza catasta di case e casupole
grigie che si appunta nella Rocca del
Cardinale, si era velata di
ombra, non si moveva fronda degli ulivi
affollati a tergo della
villetta rossa dalle persiane verdi,
ritta in testa dello scoglio
tondo cui la pubblica via cinge al
piede; non si moveva fronda della
gran quercia pendente al suo fianco,
sopra il piccolo oratorio antico
di Santa Maria della Febbre. L'aria,
odorata di erbe selvagge e di
pioggia recente, spirava fresca da
Monte Calvo. Erano le sette e un
quarto. Nella conca bella che l'Aniene
riga le campane suonarono;
prima la grossa di Sant'Andrea poi le
querule di Santa Maria della
Valle e in alto, a destra, dalla
chiesetta bianca presso la grande
macchia, quelle dei Cappuccini, poi
altre ancora, lontane. Una
femminile voce sommessa, soave, una
voce di venticinque anni, disse
all'uscio socchiuso alle spalle di
Giovanni, quasi timidamente, in
francese:
«Posso venire?»
Giovanni si volse a mezzo, sorridendo, stese un braccio, raccolse e strinse a sé la giovine signora senza rispondere.
Ella sentì che non doveva parlare, che suo marito seguiva con l'anima la luce moribonda e il canto mistico delle campane. Gli piegò il capo sull'omero e solo dopo un minuto di silenzio religioso, gli disse piano:
«Diciamo la nostra preghiera?»
Una stretta del caro braccio le rispose. Né le labbra di lei né quelle di lui si apersero. Soltanto gli occhi dell'una e dell'altro ingrandirono aspirando all'Infinito, si colorarono di riverenza e di tristezza, dei pensieri che non si dicono, nell'incerto futuro, delle porte oscure che mettono a Dio. Le campane tacquero e la signora Selva pose negli occhi del marito gli azzurri suoi, avidi, gli porse la bocca. La testa canuta dell'uomo e la bionda della donna si congiunsero in un lungo bacio che avrebbe fatto stupire il mondo.
Maria d'Arxel si era innamorata a ventun anno di Giovanni Selva per averne letto un libro di filosofia religiosa, tradotto in francese.
Scrisse all'ignoto autore parole tanto calde di ammirazione che Selva le rispose accennando ai suoi cinquantasei anni e ai suoi capelli bianchi. La signorina replicò che sapeva che non offriva né chiedeva amore, che avrebbe soltanto desiderato qualche rigo di tanto in tanto.
Le sue lettere lucevano d'ingegno infuocato. Giunsero a Selva mentr'egli si dibatteva in una oscura crisi, in una lotta amarissima che non accade raccontare qui. Pensò che questa Maria d'Arxel poteva essere una stella di salute. Le scrisse ancora.
«Sai che anniversario è oggi?» disse Maria. «Ti ricordi?»
Giovanni ricordava; era l'anniversario del loro primo incontro. Le due anime si erano rivelate l'una all'altra, nella corrispondenza, sino al fondo, con indicibili ardori di sincerità; e le persone non si erano vedute che nei ritratti. Sin dalla quarta o dalla quinta lettera scambiata, Giovanni aveva chiesto alla signorina sconosciuta il suo; attesa, temuta domanda. La signorina consentì a patto di riavere tosto la fotografia, e spasimò fino a che non le giunse di ritorno con parole dolcissime dell'amico rapito dalla giovanilità intellettuale, appassionata, del viso di lei, dalla dolcezza degli occhi grandi, dalla eleganza del busto. Poi, quando si erano accordati d'incontrarsi, venendo lui dal lago di Como e lei da Bruxelles, a Hergyswyl, presso Lucerna, erano state febbri di terrori per l'uno e per l'altra. Ella pensava:
«Il ritratto piacque ma le movenze della persona vera, una linea, un colore delle vesti, il modo dell'incontro, le parole prime, il tono della voce possono forse distrugger d'un colpo il suo amore.»
Egli pensava:
«Conosce il mio viso guasto dagli anni, i miei capelli bianchi, li ama nei ritratti; ma ogni giorno più mi sciupa: forse, al vedermi, questo incredibile amore cadrà di un colpo.»
Egli era giunto a Hergyswyl qualche ora prima di lei col piroscafo; ella, partita il mattino da Basilea, vi era arrivata nel pomeriggio.
«Sai» soggiunse Maria, «quando non ti vidi alla stazione il mio primo sentimento fu di piacere; tremavo tanto! Il secondo no, il secondo fu di terrore.»
Giovanni sorrise.
«Questo non me lo hai mai raccontato» diss'egli.
La giovine moglie lo guardò, sorrise alla sua volta.
«Anche tu, forse, non mi hai detto proprio tutto tutto di quei momenti.»
Giovanni le prese il collo fra le mani, le mormorò all'orecchio:
«Vero.»
Ella trasalì, rise di aver trasalito, e Giovanni rise con lei.
«Cosa, cosa?» diss'ella, rossa in viso, malcontenta e tuttavia ridente. Suo marito le sussurrò ancora, in tono di grande mistero:
«Che avevi il cappello in disordine.»
«No, non è vero! Non è vero!»
Scintillante di riso e fremente insieme all'idea di un gran pericolo corso senza saperlo, ella protestò che non era possibile, che si era tanto guardata, prima di arrivare a Hergyswyl, nello specchietto del suo "nécessaire".
E riandarono insieme, scherzando, baciando ella spesso il petto di lui ed egli i capelli di lei, ogni momento di quell'ora passata da due anni. Giovanni non l'aveva attesa alla stazione dov'era una folla di villeggianti, ma pochi passi lontano, sulla via dell'albergo. L'aveva veduta venire, alta, snella, con una piccola fronda in seno di "olea fragrans", il segno convenuto, le era andato incontro a capo scoperto, si erano stretta la mano forte forte, senza parlare. Egli aveva fatto cenno al portiere, che seguiva con la valigia della viaggiatrice, di precederli. Poi si erano incamminati adagio, stretti alla gola da una emozione senza nome. Ell'aveva sussurrato per la prima, con la sua voce dolce e fine di dama:
«"Mon ami".»
Allora egli aveva parlato sommessamente, con parole rotte, della sua ebbrezza, del suo amore, del suo rapimento, e non si era poi accorto di avere oltrepassato l'albergo e per ben due volte né l'una né l'altro avevano udito il portiere chiamarli alle spalle: «"Monsieur! Madame! C'est ici! C'est ici!"» Poi la viaggiatrice era salita nella sua camera, sorridente, ma pallida di stanchezza e di mal di capo.
Giovanni aveva ripreso a passeggiare fra gli orti e i frutteti piani di Hergyswyl, a caso, respirando da uomo spossato per l'eccesso del sentire, benedicendo ogni sasso e ogni foglia del verde angolo di terra straniera, il lago che gli dorme in seno, la folla, in faccia, delle grandi religiose montagne, benedicendo Iddio che gli aveva donato, alla sua età, un tale amore. Ed era ritornato presto, troppo presto, all'albergo. I due soli ospiti del piccolo albergo in quel giorno di maggio, un vecchio professore tedesco e sua figlia, erano saliti al Pilato. Nel salottino di lettura non c'era nessuno. In quel salottino Maria e Giovanni avevano passato due ore felici tenendosi per mano, parlando a bassa voce, palpitando spesso di paura che qualcuno entrasse.
«Ti ricordi» disse Maria «che nel salottino, di fianco al canapé dove eravamo seduti, ci stava un caminetto?»
«Sì, cara.»
«E che faceva freddo benché fosse maggio, tanto che un cameriere è venuto ad accendere il fuoco?»
«Sì, e mi ricordo che allora ti ho fatto piangere.»
«Potresti ripeterla, oggi, quella cosa?»
«Oh no!»
Così dicendo Giovanni baciò riverente la bianca fronte della donna sua come una cosa santa. Quando a Hergyswyl il cameriere era venuto ad accendere il fuoco nel salottino, Giovanni aveva lasciato la mano diletta, e, indugiandosi colui, aveva detto: «il vecchio ceppo brucierà bene sino alla fine, ma chi sa quanto possa durare la vampa giovine?» Maria non aveva risposto, lo aveva guardato con occhi dilatati, offuscati nel freddo tocco dell'ingiusto sospetto, come vetri di una serra infocata nel tocco del gelo esterno.
No, Giovanni non aveva mai più pensata una cosa simile. Si dicevano spesso, egli e Maria, che non v'era forse sulla terra un'altra unione come la loro, altrettanto piena e penetrata di pace, per la sicurezza solennemente grave e dolce che, comunque Iddio avesse a disporre le esistenze loro dopo la morte, certo l'uno e l'altro spirito sarebbero stati congiunti nell'amore della Divina Volontà. Però non lasciavano di confidare al Signore il sospiro dell'anima. La preghiera che avevano dianzi pregata insieme contemplandola nel proprio interno, era stata composta da Giovanni e diceva così:
«Padre, sia di noi come pregò Gesù l'ultima sera; una vita con Esso e in Voi, per l'eternità.» Eran due e uno anche in presente, nel senso più stretto ed esatto della parola, perché pure nella loro unità spirituale si vedeva la dualità; come a una corrente cerulea talvolta si confonde una corrente verde e nel primo lor fluire commisto balenano qua e là rotte ondate color di bosco, rotte ondate color di cielo. Giovanni era un mistico che di ogni amore umano si faceva in cuore un'armonia col divino. Sua moglie, venuta per lui dal protestantesimo, a un cattolicismo assetato di ragione, gli si era infusa quanto aveva potuto nell'anima mistica; ma in lei l'amore di Giovanni soverchiava ogni altro sentimento. Ella era ricca, egli agiato; vivevano tuttavia quasi poveramente, per aver modo di liberalità larghe, l'inverno in Roma, dall'aprile al novembre in Subiaco, nella modesta villetta di cui avevano appigionato il secondo piano. Non spendevano abbondantemente che in libri e nella corrispondenza. Giovanni preparava un'opera sulle ragioni della morale cristiana. Sua moglie leggeva per lui, scriveva sunti, pigliava note.
«Mi piacerebbe tanto andare a Hergyswyl, l'anno venturo» diss'ella.
«Vorrei che tu vi scrivessi l'ultimo capitolo del libro, il capitolo della Purità!»
Giunse le mani, così dicendo, felice nella visione del paesello appiattato fra i meli in fondo al piccolo golfo, del lago sereno, delle grandi montagne religiose, di giorni tranquilli dati al lavoro e alla contemplazione in pace. Conosceva tutto il disegno dell'opera di suo marito e la tesi di ogni capitolo con i suoi principali argomenti.
Il capitolo della Purità le piaceva più di tutti, per la forte trama razionale. Suo marito intendeva porvi e sciogliervi questo problema:
«Perché il Cristianesimo esalta come un elemento di perfezione umana la rinuncia che contraddice alle leggi della Natura, che travaglia l'uomo di lotte fierissime senza giovare a nessuno, che a possibili vite umane chiude la via dell'esistere?» La risposta doveva discendere dallo studio del fenomeno morale nelle sue origini storiche e nel suo sviluppo, cui erano dedicati i primi capitoli dell'opera. Selva vi dimostrava con l'esempio de' bruti che si sacrificano per la prole o per i compagni del branco e sono talvolta capaci di unioni strettamente monogamiche, come nella natura animale inferiore lo stimolo morale si palesi e si venga sviluppando in antagonismo con gli stimoli dell'istinto corporeo. Egli vi sosteneva l'ipotesi che si elaborasse così progressivamente nelle specie inferiori la coscienza umana. Si proponeva ora di rifarsi da queste conclusioni e determinare il principio generale che la rinuncia al piacere corporeo per una soddisfazione di ordine superiore significa sforzo della specie verso una superiore forma di esistenza. Avrebbe quindi esaminato il fatto straordinario di quegl'individui umani che agli stimoli del piacere corporeo, grandementeringagliarditiperlacomplicità dell'intelligenza e della immaginazione col senso, contrappongono energie di rinuncia più forti ancora, senz'altro obbietto che di onorare la Divinità. Avrebbe dimostrato che parecchie religioni ne forniscono esempi, che la rinuncia vi è glorificata, che resta però sempre un atto libero dell'individuo. Avrebbe riconosciuto che sarebbe atto biasimevole e stolto se non rispondesse a un misterioso impulso della stessa natura dell'elemento detto spirituale che persiste nell'antico antagonismo con gli stimoli dell'istinto corporeo per effetto di una legge cosmica. Inconsci collaboratori di Colui che governa l'Universo, gli eroi della rinuncia suprema si credono di onorarlo col semplice sacrificio, mentre incarnano in fatto, giusta il Divino Disegno la energia progressiva della specie, preparano al proprio elemento spirituale il potere di crearsi una forma corporea superiore, più simile ad esso; onde la purità loro è perfezione umana, è altezza in cui la natura nostra culmina e tocca i nebulosi principii d'una ignota natura sovrumana.
«Se io penso alla Purità incarnata» disse Giovanni «mi vedo davanti don Clemente. Ti ho detto che viene alla riunione di stasera? Scenderà subito dopo cena.»
Maria trasalì. «Oh!» diss'ella, «e io che dimenticavo! Mi ha scritto Noemi. Partiva da Milano ieri, con i Dessalle. Si fermano a Roma forse un paio di giorni e poi vengono.»
«Te ne sei ricordata perché ho nominato don Clemente» disse Giovanni sorridendo.
«Sì» rispose sua moglie «ma però, sai che non credo.»
L'alta fronte, gli occhi azzurri di don Clemente tanto sereni e puri, come avrebbero conosciuta la passione? Anche nella voce soffice, sommessa, quasi timida del giovine benedettino, era, secondo Maria, un troppo delicato pudore, un candore troppo virgineo.
«Non credi» replicò Giovanni «e forse avrai ragione, forse non sarà Maironi. Però stasera converrà pure fargli sapere, in qualche modo, che questa signora Jeanne Dessalle sta per venire a Subiaco e che visiterà, naturalmente, i Conventi. E' anche il padre foresterario, lui; dovrebbe accompagnarla.»
Di questo non c'era dubbio. Lo avvertirebbe lei, Maria. Poiché non lo credeva l'amante della Dessalle, le sarebbe più facile di parlargliene con semplicità. Che cosa terribile, però, se fosse veramente lui, Maironi, e nessuno l'avvertisse e si trovassero improvvisamente a fronte nel monastero, egli e questa donna! Era certo, Giovanni, che il frate venisse alla riunione? Sì, n'era certissimo. Don Clemente ne aveva ottenuto il permesso dal Padre Abate stando lui, Giovanni, al monastero; e glielo aveva detto subito. Verrebbe e condurrebbe seco quel garzone ortolano di cui gli aveva parlato, per farglielo conoscere. Così un'altra volta l'ortolano verrebbe solo e gl'insegnerebbe a rincalzar le patate nel campicello dietro la villa che Giovanni aveva pure preso in affitto per lavorarlo con le proprie mani. Questa del lavoro manuale, era una piccola mania di Giovanni, venutagli tardi, che dispiaceva un poco a Maria, parendole cosa non più conveniente alle sue abitudini, alla sua età. La rispettava, però, e tacque. In quel momento la ragazza di Affile che li serviva entrò ad avvertire che quei signori stavano salendo la scala, e che la cena sarebbe pronta subito.
Tre persone salivano infatti per la scaletta a chiocciola del villino.
Giovanni scese loro incontro. Il primo era il suo giovine amico di Leynì, che si scusò, salutandolo, di precedere i compagni, due ecclesiastici.
«Sono il cerimoniere» diss'egli. E li presentò lì sulla scala.
«Il signor abate Marinier, di Ginevra. Don Paolo Farè, di Varese, che Lei conosce già di nome.»
Selva rimase un po' perplesso ma poi si affrettò a far salire i suoi visitatori, li avviò alla terrazza dov'erano già disposte delle sedie.
«E Dane?» diss'egli, inquieto, a di Leynì pigliandolo a braccetto. «E il professor Minucci? E il padre Salvati?»
«Son qui» rispose il giovine sorridendo. «Sono all'"Aniene". Le racconterò, è tutta una storia, verranno subito.»
Intanto l'abate Marinier esclamava uscendo sulla terrazza.
«"Oh, c'est admirable!"»
E don Paolo Farè, da buon comasco, mormorava: «Sì, bello, bello» col tono discreto di chi pensa: «Ma se vedeste il mio paese!»
Sopraggiunse Maria, si rinnovarono le presentazioni e di Leynì raccontò la sua storia, mentre Marinier girava i piccoli occhi scintillanti per il paesaggio, dalla piramide di Subiaco, quinta fosca del chiaro sfondo di ponente, ai prossimi carpineti selvaggi del Francolano che serra, scuro e grande, il levante.
Don Farè divorava con gli occhi Selva, l'autore di scritti critici sul Vecchio e Nuovo Testamento, e particolarmente di un libro sulle basi della futura teologia cattolica, che avevano innalzata e trasfigurata la sua fede. La storia del barone di Leynì era che alla stazione di Mandela tirava un gran vento, che il professore Dane temeva forte di esservisi buscata un'infreddatura, che sospettando di non trovare cognac in casa di un odiatore dell'alcool come il signor Selva, ed essendo anche l'ora in cui soleva pigliare ogni giorno due uova, s'era fermato all'Albergo dell'"Aniene" per avere le uova e il cognac; che sulla terrazza della trattoria, verso il fiume, c'era troppa aria e negli stanzini attigui troppo poca; che si era fatto servire il suo pasto in una camera dell'albergo e aveva rimandato le uova due volte, che loro erano partiti a piedi lasciando il professore Minucci e il padre Salvati a tenergli compagnia.
Poiché il delicato, freddoloso professore Dane non c'era, Giovanni propose di cenare sulla terrazza. Ne smise però subito l'idea vedendo che garbava poco all'abate di Ginevra. L'elegante, mondano Marinier, amico di Dane, aveva la stessa cura del proprio individuo, con maggiore dissimulazione e senza scuse di salute. Non aveva cenato all'"Aniene" con l'amico suo perché la cucina dell'"Aniene" gli era parsa, in una sua prima visita a Subiaco, troppo semplice, e sperava dalla signora Selva una cena francese. Di Leynì sapeva bene quanto la speranza fosse fallace; maliziosamente, non lo aveva istruito. Nel salottino da pranzo appena ci capivano i cinque commensali. Guai se fossero venuti anche gli altri due! Per verità né l'abate Marinier, né don Farè erano attesi. Altri, invece, mancava. Mancavano un frate e un prete, uomini conosciuti, che avrebbero dovuto venire dall'alta Italia. Si erano scusati l'uno e l'altro, per lettera, con vivo rincrescimento di Selva e di Farè pure, e del di Leynì. Marinier si scusò invece, di essere venuto. Era stato Dane, il colpevole. E per don Paolo Farè il colpevole era stato di Leynì. Selva protestò. Amici di amici, come non sarebbero graditi? E tanto di Leynì quanto Dane sapevano di potere accompagnare persone di loro fiducia, persone che dividessero le loro idee. Maria non parlava; Marinier le piaceva poco.
Anche le pareva che Dane e di Leynì avrebbero fatto bene a non portare altri senza avvertire. Parlò Marinier, dopo aver esplorato con gli occhi, aggrottando lievemente le sopracciglia, una zuppa di fave.
«Io non so» diss'egli «se recheremo noia alla signora Selva discorrendo un poco adesso di quello che sarà poi il discorso della riunione.»
Maria lo rassicurò. Ella non avrebbe partecipato alla riunione ma pigliava moltissimo interesse allo scopo.
«Bene» proseguì Marinier, «allora sarà molto utile per me che io conosca esattamente questo scopo, perché Dane me ne ha parlato non con tanta precisione, e io non posso essere sicuro di dividere le vostre idee in tutto.»
Don Paolo non seppe trattenere un gesto d'impazienza. Anche Selva parve un po' seccato, perché davvero un consenso in certe idee fondamentali era necessario. Senza di esso la riunione poteva riescire peggio che inutile, pericolosa.
«Ecco» diss'egli, «siamo parecchi cattolici, in Italia e fuori d'Italia, ecclesiastici e laici, che desideriamo una riforma della Chiesa. La desideriamo senza ribellioni, operata dall'autorità legittima. Desideriamo riforme dell'insegnamento religioso, riforme del culto, riforme della disciplina del clero, riforme anche nel supremo governo della Chiesa. Per questo abbiamo bisogno di creare un'opinione che induca l'autorità legittima ad agire di conformità sia pure fra venti, trenta, cinquant'anni. Ora noi che pensiamo così siamo affatto disgregati. Non sappiamo l'uno dell'altro, eccetto i pochi che pubblicano articoli o libri. Molto probabilmente vi è nel mondo cattolico una grandissima quantità di persone religiose e colte che pensano come noi. Io ho pensato che sarebbe utilissimo, per la propaganda delle nostre idee, almeno di conoscerci. Stasera ci si riunisce in pochi per una prima intesa.»
Mentre Giovanni parlava, gli altri tenevano gli occhi sull'abate ginevrino. L'abate guardava nel suo piatto. Seguì un breve silenzio.
Giovanni lo ruppe il primo.
«Il professore Dane» diss'egli «non Le aveva detto questo?»
«Sì sì» rispose l'abate, levando finalmente gli occhi dal piatto,
«qualche cosa di simile.»
Il tono fu d'uno che approvasse poco. Ma perché, allora, era venuto? Don Paolo faceva smorfie di malcontento, gli altri tacevano. Vi fu un momento d'imbarazzo. Marinier disse:
«Ne riparleremo stasera.»
«Sì» ripeté Selva tranquillo. «Ne riparleremo stasera.»
Pensava che avrebbe trovato nell'abate un avversario e che Dane aveva commesso un errore di giudizio e di tatto invitandolo alla riunione.
Si confortò in pari tempo con la tacita riflessione che l'udirsi rappresentare tutte le obbiezioni possibili sarebbe utile, e che un amico del professore Dane sarebbe almeno onesto, non propalerebbe nomi e discorsi ancora da tacersi. Invece il giovine di Leynì si crucciava di questo pericolo, sapendo quante e quanto diverse amicizie tenesse l'abate Marinier in Roma, dove dimorava da cinque anni per certi suoi studi storici e si crucciava di non avere saputo della sua venuta in tempo di scriverne ai Selva, per suggerir loro che intraprendessero la sua conquista incominciando dal palato. La mensa di casa Selva, sempre nitidissima e fiorita, era, quanto ai cibi, molto parsimoniosa, molto semplice. I Selva non bevevano vino mai. Il vino chiaretto, acerbetto di Subiaco non poteva che inasprire un uomo avvezzo ai vini di Francia.
La ragazza di Affile aveva già servito il caffè quando arrivarono, a un punto, don Clemente a piedi da Santa Scolastica, Dane, il padre Salvati, e il professore Minucci in un legno a due cavalli da Subiaco.
Ma don Clemente, ch'era seguito dal suo ortolano, vista la carrozza muovere verso il cancello del villino e non dubitando che portasse gente a casa Selva, affrettò il passo perché Giovanni e l'ortolano potessero vedersi, parlarsi un minuto, prima della riunione.
I Selva e i loro commensali si erano levati da cena e Maria, uscendo, a braccio del cavalleresco abate Marinier, sulla terrazza, vide, benché annottasse già, il benedettino sul ripido sentiero che sale dal cancello aperto sulla via pubblica. Lo salutò dall'alto e lo pregò di aspettare, a piè della scala, che gli facessero lume. Scese ella stessa col lume la scala a chiocciola, accennò a don Clemente di volergli parlare e diede un'occhiata significativa all'uomo che gli stava dietro le spalle. Don Clemente si voltò a costui, gli disse di stare ad attenderlo li fuori sotto le robinie; e saliti, al muto invito della signora, alcuni scalini, sostò ad ascoltarla.
Ella gli parlò, frettolosa, dei suoi tre ospiti e particolarmente dell'abate Marinier. Disse che stava in pena per suo marito il quale aveva posto tanto amore e tanta fede nell'idea di quest'associazione cattolica e ora si troverebbe a fronte di una inattesa opposizione.
Desiderava che don Clemente lo sapesse, che fosse preparato. Glielo diceva lei perché suo marito non poteva in quel momento lasciare i suoi ospiti. E si congedava, nel tempo stesso, da don Clemente, non avendo intenzione, lei donna e tanto ignorante, di assistere alla seduta. Forse lo avrebbe riveduto fra pochi giorni, al monastero. Non era il padre foresterario, egli? Ella verrebbe forse fra tre o quattro giorni a Santa Scolastica con una sua sorella...
A questo punto la signora Selva alzò involontariamente il lume per veder meglio il suo interlocutore in viso, e subito se ne pentì come di un mancato rispetto a quell'anima certamente santa, certamente pari di virile e verginale bellezza all'alta, snella persona, al viso eretto abitualmente in atto quasi di franca modestia militare tanto nobile nella fronte spaziosa, negli occhi cerulei chiari, spiranti a un punto dolcezza femminea e maschio fuoco.
«Ci sarà pure» disse a bassa voce, vergognando di sé «un'amica intima di mia sorella, certa signora Dessalle.»
Don Clemente voltò la testa di scatto, e Maria n'ebbe il contraccolpo, tremò. Era dunque lui! Egli le rivolse subito il viso da capo. Era un po' acceso ma composto.
«Scusi» diss'egli, «questa signora, come si chiama?»
«Chi? La Dessalle?»
«Sì.»
«Si chiama Jeanne.»
«Che età può avere?»
«Non lo so. Tra i trenta e i trentacinque anni, direi.»
Adesso Maria non comprendeva più. Il padre faceva queste domande con tanto indifferente calma! Ne arrischiò una essa pure.
«Lei la conosce, padre?»
Don Clemente non rispose.
Sopraggiungeva in quel momento il povero gottoso Dane, che con grande stento si era trascinato su dal cancello a braccio del professore Minucci. Erano amici di casa l'uno e l'altro; la signora Selva fece loro un'accoglienza gentile ma lievemente distratta.
La seduta si tenne nello studiolo di Giovanni. Era così piccolo che il bollente don Farè, non potendosi tenere aperte le finestre per un dovuto riguardo ai reumi di Dane, vi si sentiva soffocare e lo disse con la sua rudezza lombarda. Gli altri finsero di non udire, meno di Leynì, che gli accennò silenziosamente di non insistere, e Giovanni che aperse l'uscio del corridoio e l'altro vicino che dal corridoio mette sulla terrazza. Dane sentì subito un odore di bosco umido e bisognò chiudere. Sullo scrittoio ardeva una vecchia lampada a petrolio. Il professore Minucci soffriva di occhi e chiese timidamente un paralume, che fu cercato, trovato e posto. Don Paolo si fremette dentro: «questa è un'infermeria!» e anche il suo amico di Leynì, a cui pareva che tante piccole cure si dovessero in quel momento dimenticare, ebbe uno spiacevole senso di freddo. Lo ebbe lo stesso Giovanni ma riflesso; sentì l'impressione che del Dane e forse anche del Minucci dovevano riportare coloro, fra i presenti, che non lo conoscevano. Egli li conosceva. Il Dane, con tutti i suoi reumi e nervi e i sessantadue anni, possedeva, oltre al sapere grande, una indomita vigoria di spirito, un coraggio morale a tutta prova. Andrea Minucci, malgrado il biondo pelo rabbuffato, gli occhiali, certa rigidezza di movimenti, che gli davano un aspetto di erudito tedesco, era una giovane anima delle più ardenti, provata dalla vita, non effervescente alla superficie come l'anima del prete lombardo, ma chiusa nel proprio fuoco, severa, probabilmente più forte.
Giovanni prese la parola con animo franco. Ringraziò i presenti e scusò gli assenti, il frate e il prete, dolendosi però molto che mancassero. Disse che a ogni modo la loro adesione era sicura e insistette sul valore di quest'adesione. Soggiunse parlando più alto e più lento, tenendo gli occhi sull'abate Marinier, che per ora stimava prudente non divulgare niente né della riunione, né delle deliberazioni che vi si prendessero; e pregò tutti a considerarsi legati al silenzio da un impegno di onore. Quindi espose l'idea che aveva concepita, lo scopo della riunione, un po' più diffusamente che non avesse fatto a cena.
«E adesso» conchiuse «ciascuno dica quel che pensa.»
Seguì un silenzio profondo. L'abate Marinier stava per parlare quando si alzò in piedi, stentatamente, Dane. Il suo pallido viso scarno, fine, pregno d'intelletto, era atteggiato a gravità solenne.
«Io credo» diss'egli in un italiano esotico, rigido e tuttavia caldo di vita «che trovandoci noi sul cominciamento di una comune azione religiosa dobbiamo fare due cose: subito! Prima cosa! Dobbiamo raccogliere l'anima nostra in Dio, silenziosamente, ciascuno la sua, fino a sentire la presenza, in noi, di Dio stesso, il desiderio Suo stesso, nel nostro cuore, della Sua propria gloria. E' questo che io faccio e prego fare con me.»
Ciò detto, il professore s'incrociò le braccia sul petto, piegò il capo, chiuse gli occhi. Tutti si alzarono e, meno l'abate Marinier, giunsero le mani. L'abate se le raccolse al petto con un ampio gesto, abbracciando l'aria. Si poté udire un gemer dolce della lucerna, un passo al piano terreno. Marinier fu il primo a guardar sottecchi se gli altri pregavano ancora.
Dane alzò il capo e disse:
«Amen.»
«Seconda cosa!» soggiunse. «Noi ci proponiamo di obbedire sempre l'autorità ecclesiastica legittima...»
Don Paolo Farè scattò. «Secondo!»
Un vibrare di subiti pensamenti, un fremere sordo di parole non nate scosse ogni persona. Dane disse lentamente: «esercitata con le debite norme.» Quel moto discese a un mormorio di consenso, posò. Dane riprese:
«Ancora questo! Mai non sarà odio né su nostro labbro, né in nostro petto verso nessuno!»
Don Paolo scattò da capo. «Odio no ma sdegno sì! "Circumspiciens eos cum ira!"»
«Sì» disse don Clemente con la sua dolce voce velata, «quando avremo edificato Cristo in noi, quando sentiremo una collera di puro amore.»
Don Paolo, che gli stava vicino, non rispose niente, lo guardò con le lagrime agli occhi, gli afferrò una mano per baciargliela. Il benedettino la ritrasse spaventato, tutto una fiamma in viso.
«E non edificheremo Cristo in noi» disse Giovanni, commosso anche lui, felice di quel mistico soffio che gli pareva spirare nell'adunanza «se non purificheremo nell'amore le nostre idee di riforma, se, quando venisse il momento di operare, non ci purificheremo prima le mani e gli strumenti. Questo sdegno, questa ira che Lei, don Paolo, dice, è una grande potenza del Maligno sopra di noi, appunto perché ha un'apparenza e qualche volta, come nei Santi, una sostanza di bontà.
In noi è quasi sempre vera inimicizia perché non sappiamo amare. La preghiera a me più cara dopo il "Pater noster" è la preghiera dell'Unità, la preghiera che ci unisce allo spirito di Cristo quando prega il Padre così: «ut et ipsi in nobis unum sint.» Abbiamo sempre il desiderio e la speranza dell'unità in Dio con i fratelli che sono divisi da noi nelle idee. E adesso, dunque, dite se accettate la proposta di fondare l'associazione che io vi propongo. Prima discutete questo e, poi, se la proposta è accettata, si vedrà in qual modo sia da porla in atto.»
Don Paolo esclamò impetuosamente che il principio nemmanco era da discutere e Minucci osservò in tono sommesso che lo scopo della riunione era stato conosciuto da tutti i presenti prima d'intervenire, che perciò, intervenendo, essi lo avevano implicitamente approvato, avevano implicitamente consentito di legarsi per un'azione comune, salvo appunto a decidere sui modi e le forme. L'abate Marinier chiese di parlare.
«Me ne rincresce veramente» diss'egli sorridendo, «ma per legami io non ho portato con me il menomo filo. Io sono pure di coloro che vedono molte cose andar male nella Chiesa e tuttavia, quando il signor Selva mi ha bene spiegato, prima a cena e ora qui, la sua idea che non avevo bene compresa dal mio amico professore Dane, mi si sono affacciate obbiezioni che credo serie.»
«Già» pensò Minucci che aveva udito parlare di certe ambizioni del Marinier, «se vuoi far carriera non ti devi mettere con noi.» E soggiunse forte:
«Dica!»
«In primo luogo, signori» cominciò il fine abate, «mi pare che abbiate principiato dalla seconda riunione. Dirò con un rispetto grande che voi mi parete bravissime persone, le quali si mettano festosamente a sedere per giuocare insieme alle carte, e non possono andare avanti perché uno ha le carte italiane, un altro le francesi, un altro le tedesche e non s'intendono. Io ho udito parlare di idee comuni, ma forse vi ha fra noi piuttosto una comunanza di idee negative. Noi siamo d'accordo, probabilmente, in questo, che la Chiesa Cattolica è venuta somigliando a un tempio antichissimo di grande semplicità originaria, di grande spiritualità, che il seicento, il settecento e l'ottocento hanno infarcito di pasticci. Forse i più maligni di voi diranno pure che vi si parla forte solamente una lingua morta, che le lingue vive appena vi si possono parlare piano e che il sole vi prende alle finestre un colore falso. Ma io non posso credere che siamo poi tutti d'accordo nella qualità e nella quantità dei rimedii. Prima dunque di iniziare questa frammassoneria cattolica, io credo che vi converrebbe intendervi circa le riforme. Dirò di più; io credo che anche quando fosse fra voi un pienissimo accordo nelle idee, io non vi consiglierei di legarvi con un vincolo sensibile come propone il signor Selva. La mia obbiezione è di una natura molto delicata. Voi pensate certo di poter navigare sicuri sott'acqua come pesci cauti, e non pensate che un occhio acuto di Sommo Pescatore o vice-Pescatore vi può scoprire benissimo e un buon colpo di fiocina cogliere. Ora io non consiglierei mai ai pesci più fini, più saporiti, più ricercati, di legarsi insieme. Voi capite cosa può succedere quando uno è colto e tirato su. E, voi lo sapete bene, il grande Pescatore di Galilea metteva i pesciolini nel suo vivaio, ma il grande Pescatore di Roma li frigge.»
«Questa è buona!» fece don Paolo con un sussulto di riso. Gli altri tacevano, gelidi. L'abate continuò:
«Non credo poi che con questa lega possiate far niente di buono. Le associazioni fanno progredire forse i salari, forse le industrie, forse i commerci; la scienza e la verità, no. Le riforme si faranno un giorno, perché le idee sono più forti degli uomini e camminano; ma voi, armandole in guerra e facendole marciare per compagnie, le esporrete a un fuoco terribile che le arresterà per un pezzo. Sono gl'individui, i Messia, che fanno progredire la scienza e la religione. Vi è un Santo fra voi? Oppure sapete dove prenderlo? Prendetelo e mandatelo avanti. Parola ardente, grande carità, due o tre piccoli miracoli, suggeritegli quello che deve dire e il vostro Messia farà più che tutti voi insieme.»
L'abate tacque e Giovanni prese la parola.
«Forse il signor abate» diss'egli «non ha potuto formarsi ancora un giusto concetto della unione che noi desideriamo. Noi ci siamo associati testé in una preghiera silenziosa e intensa, cercando di tenerci uniti nella Presenza Divina. Questo indica il carattere della nostra unione. Considerando i mali che affliggono la Chiesa, i quali, in sostanza, sono disaccordi del suo elemento mutabile umano con il suo elemento immutabile di Verità Divina, noi ci vogliamo unire in Dio Verità col desiderio ch'Egli tolga questi disaccordi; e vogliamo sentirci uniti. Una tale unione non ha bisogno di intelligenze circa idee particolari, benché alcuni di noi ne abbiamo alquante di comuni.
Noi non pensiamo di promuovere una azione collettiva né pubblica né privata per attuare una riforma o l'altra. Io sono abbastanza vecchio per ricordare i tempi del dominio austriaco. Se i patrioti lombardi e veneti si raccoglievano allora a parlare di politica, non era mica sempre per congiure, per atti di rivoluzione; era per comunicarsi notizie, per conoscersi, per tener viva la fiamma dell'idea. E' questo che noi vogliamo fare nel campo religioso. Lo creda il signor abate Marinier, quell'accordo negativo ch'egli diceva può bastare benissimo.
Facciamo che si allarghi, che abbracci la maggioranza dei fedeli intelligenti, che salga nella gerarchia; vedrà che gli accordi positivi vi matureranno dentro occultamente come semi vitali dentro la spoglia caduca del frutto. Sì, basta un accordo negativo. Basta di sentire che la Chiesa di Cristo soffre, per unirci nell'amore di nostra Madre e almeno pregare per essa, noi e i nostri fratelli che, come noi, la sentono soffrire! Che ne dice, signor abate?»
L'abate mormorò con un lievissimo sorriso:
«"C'est beau mais ce n'est pas la logique."»
Don Paolo scattò:
«Ma che logica!»
«Ah!» rispose il Marinier con una maligna faccia compunta. «Se rinunciate alla logica...!»
Don Paolo, tutto acceso, era per protestare ma il professore Dane gli accennò di chetarsi.
«Noi non vogliamo rinunciare alla logica» diss'egli. «Solamente non è facile misurare il valore logico di una conclusione in materia di sentimento, di amore, di fede, come è facile misurare il valore logico di una conclusione in materia di geometria. Nella materia nostra il procedimento logico è occulto. Certo il mio caro amico Marinier, una delle menti acutissime che io conosco, non ha voluto dire questa cosa in risposta al mio caro amico Selva, che quando una persona molto amata da noi cade inferma, è necessario a noi di accordarci sulla cura che le faremo, prima di correre insieme al suo letto!»
«Queste sono bellissime figure» disse l'abate Marinier alquanto vivacemente. «Ma sapete bene che le similitudini non sono argomenti!»
Don Clemente, che stava in piedi nell'angolo tra l'uscio del corridoio e la finestra, e il professore Minucci seduto presso a lui, fecero atto di parlare. Subito si arrestarono, volendo ciascuno dei due cedere la parola all'altro. Selva propose che prima parlasse il monaco. Tutti guardarono a quel nobile viso di arcangelo, arrossente ma eretto. Don Clemente esitò un poco, e quindi parlò con la sua voce sofflce, velata di modestia:
«Il signor abate Marinier ha detto una cosa che io credo molto vera.
Ha detto: ci vuole un Santo. Io pure lo credo. Chi sa? Io non dispero che possa già esistere.»
«Lui» mormorò don Paolo.
«Ora» proseguì don Clemente «io vorrei dire al signor abate Marinier: siamo in qualche maniera i profeti di questo Santo, di questo Messia, prepariamo le sue vie, che poi significa solo far sentire universalmente il bisogno di un rinnovamento di tutto che nella religione nostra è veste, non corpo della verità, anche se questo rinnovamento sarà doloroso per certe coscienze. "Ingemiscit et parturit"! E far sentire tutto ciò stando sopra un terreno assolutamente cattolico, aspettando le nuove leggi dalle autorità vecchie, dimostrando però che se non si cambiano le vesti portate da tanto tempo, fra tante intemperie, nessuna persona civile si avvicinerà più a noi, e Dio non voglia che molti di noi le svestano senza permesso, per un disgusto insopportabile. Vorrei anche dire al signor abate Marinier, se me lo permette: non abbiamo troppi timori umani!»
Un mormorio caldo di assenso gli rispose e Minucci scattò tutto vibrante. Mentre parlava l'abate Marinier, di Leynì e Selva lo avevano visto bollire accigliato; e appunto Giovanni che conosceva il carattere fiero di quel mistico asceta, si era proposto, facendo parlare prima don Clemente, di dargli tempo a chetarsi. Egli scattò.
La parola non gli veniva fluida, gli si rompeva per soverchio impeto, e rotta gli sgorgava dal labbro a ondate, precisa, però, e potente nel vigoroso accento romano.
«Ecco! Non abbiamo timori umani! Noi vogliamo cose troppo grandi e le vogliamo troppo fortemente per avere timori umani! Noi vogliamo comunicare nel Cristo vivo, quanti sentiamo che il concetto della Via, della Verità e della Vita si... si... si... - si dilata, ecco, si dilata nel nostro cuore, nella nostra mente! E rompe tante - come dirò? - vecchie fasce di formule che ci stringono, che ci soffocano, che soffocherebbero la Chiesa, se la Chiesa fosse mortale! Noi vogliamo comunicare nel Cristo vivente, quanti abbiamo sete - sete, signor abate Marinier! sete! sete! - che la nostra fede, se perde di estensione, cresca di intensità - a cento doppi, cresca, viva Dio! - e possa radiare fuori di noi, e possa, dico, purificare, come il fuoco, prima il pensiero e poi l'azione cattolica - ecco. Noi vogliamo comunicare nel Cristo vivente quanti sentiamo ch'Egli prepara una lenta ma immensa trasformazione religiosa per opera di profeti e di Santi, la quale si opererà con sacrificio con dolore, con divisione di cuori; quanti sentiamo che i profeti sono sacri al soffrire e che queste cose non ci vengono rivelate dalla carne o dal sangue ma dall'Iddio vivo nelle anime nostre! Comunicare, vogliamo, tutti, di ogni paese, ordinare la nostra azione. Massoneria Cattolica? Sì, Massoneria delle Catacombe. Lei teme, signor abate? Teme che si taglino tante teste con un colpo solo? Io dirò: dov'è la scure per un tal colpo? Uno alla volta tutti si possono colpire: oggi il professore Dane, ad esempio, domani don Farè, posdomani qui il padre; ma il giorno in cui quella fantastica fiocina del signor abate Marinier pescasse, attaccati a un filo, laici di grido, preti, frati, vescovi, cardinali fors'anche, quale sarà, ditemi, il pescatore piccolo o grande, che non lascerà cadere nell'acqua, spaventato, la fiocina e ogni cosa? - Ma poi mi perdoni, signor abate, se io dico a Lei e ai prudenti come Lei: dov'è la nostra fede? Esiterete voi, per paura di Pietro, a servire Cristo? Uniamoci contro il fanatismo che lo ha crocifisso e che avvelena ora la Sua Chiesa e se ne avremo a soffrire, ringraziamone il Padre: «"beati estis cum persecuti vos fuerint et dixerint omne malum adversum vos, mentientes, propter me".»
Don Paolo Farè saltò in piedi e abbracciò l'oratore. Di Leynì si affisava in lui con occhi accesi di entusiasmo. Dane, Selva, don Clemente, l'altro frate tacevano, imbarazzati sentendo, specie i tre ecclesiastici, che Minucci era trascorso troppo, che le sue frasi sulla estensione e la intensità della fede, sul timore di Pietro, non erano misurate, che tutta la intonazione del suo discorso era stata troppo bellicosa e non si accordava né col mistico esordio di Dane né con le parole usate da Selva a delineare il carattere dell'unione proposta. L'abate di Ginevra non aveva levato un momento dal viso di Minucci, mentr'egli parlava, i suoi piccoli occhi brillanti. Guardò l'amplesso di don Paolo con un misto di ironia e di pietà, poi si alzò in piedi:
«Sta bene» diss'egli. «Io non so se il mio amico Dane in particolare divida le opinioni del signore. Veramente ne dubito un poco. Il signore ha nominato Pietro. Ecco, mi pare che qui ci si dispone a uscire dalla barca di Pietro sperando forse di camminare sopra le onde. Io dico umilmente che non ho fede abbastanza e andrei subito al fondo. Io intendo di restare nella barca e forse tutt'al più adoperarvi qualche piccolo remo secondo la mia intenzione, perché come ha detto il signore, sono molto pauroso. E' dunque necessario che ci separiamo e non mi resta che a domandarvi perdono di essere venuto. Ho anche bisogno di una piccola passeggiata per la mia vile digestione. - Caro amico» soggiunge rivolgendosi a Dane, «ci ritroveremo all'"Aniene".»
E mosse verso Selva con la mano stesa per accomiatarsi. Subito gli furono tutti attorno, meno don Paolo e Minucci, per non lasciarlo partire. Egli insisteva tranquillo, arrestava ora con un gelido sorrisetto, ora con una parolina graziosamente sarcastica, ora con un gesto elegante gli assalitori troppo veementi. Di Leynì si voltò a Farè, gli accennò di unirsi agli altri; ma il focoso don Paolo gli rispose con una violenta spallata, con una smorfia di fastidio.
Intanto dal gruppo che attorniava il Marinier una voce toscana si alzò sopra le altre:
«Sia bono! Non si è ancora deciso niente! Aspetti! Io non ho ancora detto la mia!»
Era il padre Salvati, scolopio, che aveva parlato; un vecchio dai capelli candidi, dal volto rubizzo, dagli occhi vivaci.
«Non si è ancora deciso niente!» ripeté. «Io, per esempio, per l'unione ci sto ma io vorrei una cosa e i discorsi che si son fatti me ne arieggiano un'altra. Progresso intellettuale, sta bene; rinnovamento delle formole della fede secondo vogliono i tempi, sta bene; riforma cattolica, benissimo! Io sto con Raffaello Lambruschini, che era un grand'omo; io sto con i "Pensieri di un solitario"; ma per il signor professore Minucci il carattere della riforma mi pare che avrebbe a essere sopra tutto intellettuale, e questo, scusate...»
Qui Dane alzò la sua bianca, piccola mano di dama.
«Permetta, padre» diss'egli. «Il mio caro amico Marinier vede che si ritorna a discutere. Io lo prego di rimettersi a sedere.»
L'abate levò un poco le ciglia in su, mise un sospiro scettico e obbedì. Gli altri sedettero pure, soddisfatti. Non si fidavano della discrezione dell'abate, sarebbe stato un grosso guaio ch'egli fosse partito "ab irato". Il padre Salvati riprese a parlare.
Egli era contrario a che s'imprimesse al movimento riformista un carattere sopra tutto intellettuale, non tanto per il pericolo di Roma quanto per il pericolo di turbare nella loro fede semplice una quantità immensa di anime tranquille. Voleva che l'Unione si proponesse anzi tutto una grande opera morale, il richiamo dei credenti alla pratica della parola evangelica. Illuminare i cuori era secondo lui il primo dovere di uomini, che aspiravano a illuminare gl'intelletti. Evidentemente non importava tanto di trasformare secondo un ossequio razionale la fede cattolica nella Bibbia, quanto di rendere effettiva la fede cattolica nella parola di Cristo.
Bisognava dimostrare che generalmente dai fedeli si onora Cristo con le labbra ma che il cuore del popolo è lontano da lui; dimostrare quanto posto sia lasciato agli egoismi da certe pietà fervorose che credono santificarsi...
Qui don Paolo e Minucci brontolarono:
«Questo non c'entra.»
Il Salvati esclamò che c'entrava benissimo e che avessero la bontà di aspettare. Continuò a dire di un pervertimento generale nel concetto del dovere cristiano intorno alla ricerca e all'uso della ricchezza, pervertimento difficilissimo a raddrizzare perché indurato da secoli e secoli nelle coscienze cristiane con la piena complicità del clero.
«Il tempo, signori» esclamò il vecchio frate, «domanda un'azione francescana. Ora io non ne vedo segno. Vedo antichi Ordini religiosi che non hanno più forza di agire sulla Società. Vedo una Democrazia Cristiana amministrativa e politica che non ha lo spirito di S.
Francesco, che non ama la santa Povertà. Vedo una società di studi francescani; trastulli intellettuali! Io intenderei che noi si provvedesse all'azione francescana. Dico se si vuole una riforma cattolica!»
«Ma come?» domandò Farè. Minucci brontolò seccato:
«Non è questo.»
Selva sentiva disgregarsi le anime che si erano unite in un primo slancio. Sentiva che Dane, Minucci, probabilmente anche Farè, intendevano, com'egli stesso intendeva, iniziare un movimento intellettuale e che quella divampata francescana era venuta fuor di tempo e fuor di luogo. Era tanto più inopportuna quanto più calda di verità viva. Perché molta verità c'era senza dubbio nelle parole del padre Salvati, egli lo riconosceva, egli che si era più volte dibattuto nel pensiero il dubbio se non convenisse promovere, per il bene della Chiesa, un'azione piuttosto morale che intellettuale. Ma egli non sentiva in sé attitudini all'apostolato francescano e non le vedeva negli amici suoi, neppure nel più ardente, Andrea Minucci, un solitario, un asceta schivo della folla come lui, Selva. Le ragioni del Salvati valevano a guastare e non a edificare. Giovanni sentiva segrete ironie andare al Marinier e anche al Dane, di cui si conoscevano i gusti poco francescani, il palato difficile, i nervi delicati, gli affetti dati a cagnolini e a pappagalli. Se si voleva riescire a qualche cosa, conveniva correre al riparo.
«Mi perdoni» diss'egli «il carissimo padre Salvati se io gli osservo che il suo discorso, tanto caldo di spirito cristiano, è intempestivo.
Mi pare ch'egli consenta con noi nel desiderio di una riforma cattolica. Stasera non è davanti a noi che una proposta; quella di promuovere una specie di Lega fra quanti hanno lo stesso desiderio.
Ora decidiamo questo!»
Lo scolopio non si arrese. Non poteva comprendere una Lega inattiva, e un'azione secondo le idee degli intellettuali non gli piaceva. L'abate ginevrino esclamo:
«"Je l'avais bien dit!"»
E si alzò per andarsene davvero, stavolta. Selva non lo permise, propose di sciogliere la seduta, pensando di richiamare l'indomani o più tardi il professore Dane, Minucci, di Leynì, Farè. Con Salvati non c'era niente a fare ed era meglio lasciar partire Marinier dandogli a credere che tutto fosse andato a monte. Minucci indovinò il suo pensiero e tacque, l'inconsiderato don Paolo non capì nulla e strepitò che si doveva deliberare, votare subito.
Selva, e, per ossequio a Selva, di Leynì, lo fecero aspettare.
Fremeva, però; fremeva contro lo svizzero, sopra tutto. Dane e don Clemente erano poco soddisfatti, quale per una ragione, quale per un'altra. Dane era molto irritato in cuor suo contro Marinier e si doleva di averlo portato con sé, don Clemente avrebbe voluto dire che le parole del padre Salvati erano state molto belle e sante e non intempestive perché anzi era bene che ciascuno lavorasse giusta la vocazione propria, gl'intellettuali per una via, i francescani per un'altra. Colui che chiama provvederebbe a coordinare l'azione dei chiamati; le diverse vocazioni potevano benissimo stare insieme nella Lega. Avrebbe voluto dire così ma non fu pronto; lasciò passare il momento, anche per verecondia intellettuale, per paura di non dir bene, per un riguardo verso Selva, che desiderava evidentemente di troncare. E fu troncato, tutti si alzarono, uscirono sulla terrazzina, meno Dane e Giovanni.
L'abate Marinier intendeva recarsi l'indomani a Santa Scolastica e al Sacro Speco; poi, forse, ritornare a Roma per Olevano e Palestrina, una via nuova per lui. Chi gliela poteva indicare di lì? Gliela indicò don Clemente. Era la stessa che aveva percorso venendo da Subiaco.
Passava lì sotto, valicava l'Aniene poco più a sinistra, sul ponte di San Mauro, volgeva a destra saliva verso i monti Affilani, là di fronte. L'aria veniva, odorata di boschi, dalla gola stretta ond'esce il fiume sonoro sotto i Conventi. Il cielo era coperto, salvo sul Francolano. Là sopra il gran monte nero tremolavano due stelle.
Minucci le mostrò a di Leynì. «Guardi» diss'egli «quelle due stelline come sfavillano! Dante le direbbe le fiammelle di San Benedetto e di Santa Scolastica che sfavillano vedendo nell'ombra un'anima simile ad esse.»
«Voi parlate di Santi?» fece Marinier, accostandosi. «Io ho domandato poco fa se avete un Santo e vi ho augurato di possederne uno. Queste sono figure oratorie, perché so bene che non le avete. Se lo aveste, il vostro Santo sarebbe subito ammonito dalla questura o spedito in China dalla Chiesa.»
«Ebbene?» rispose di Leynì. «E se fosse ammonito?»
«Se fosse ammonito oggi, sarebbe imprigionato domani.»
«Ebbene?» replicò il giovane. «E San Paolo, signor abate?»
«Eh, mio caro, San Paolo, San Paolo...!»
Con questa reticenza l'abate Marinier intendeva probabilmente dire che San Paolo era San Paolo. L'altro pensò invece che Marinier era Marinier. Don Clemente osservò che neppure tutti i Santi si potevano mandare in China. Perché non sarebbe laico il futuro Santo?
«Questo lo credo» esclamò il padre Salvati.
Invece l'entusiasta don Farè si teneva certo che sarebbe Sommo Pontefice. L'abate rise. «Idea semplice ed eccellente» diss'egli. «Ma io sento la carrozza che viene a pigliarci, Dane, me e chi vuol venire con noi a Subiaco per cui vado a congedarmi dal signor Selva.»
Si chinò dal parapetto a cogliere una frondetta dell'olivo piantato nel terrazzo del piano inferiore.
«Dovrò presentargli questo» disse. «E anche a Loro signori» soggiunse con un gesto grazioso, sorridendo. E uscì della terrazza.
Si udì infatti, giù nella strada, il rumore di un legno a due cavalli che, venendo da Subiaco, girò lo scoglio sul quale la villetta è assisa e si fermò davanti al cancello. Pochi momenti dopo vennero nella terrazza Maria Selva e Dane col suo gran pastrano e il grandissimo cappello nero a cencio. Seguivano Giovanni e l'abate.
«Chi viene con noi?» disse Dane.
Nessuno parlò. S'intesero, sul rumore fondo dell'Aniene, voci e passi che salivano dal cancello verso la villa. Minucci che stava sull'angolo di levante della terrazza, guardò e disse:
«Signore. Due signore.»
Maria trasalì. «Due signore?» diss'ella. Balzò al parapetto, vide due figure chiare che salivano lentamente, facevano allora la prima svolta del ripido viottolo. Non era possibile distinguerne le forme, erano ancora troppo giù e faceva troppo scuro. Giovanni osservò che probabilmente si trattava di persone dirette al primo piano, a visitare i padroni di casa. Il professore Dane sorrise misteriosamente.
«Potrebbero venire anche al secondo» diss'egli. Maria esclamò:
«Lei sa qualche cosa!» e gridò abbasso:
«"Noemi! est-ce vous?"»
La voce limpida di Noemi rispose:
«"Oui, c'est nous!"»
Si udì un'altra voce femminile dirle forte:
«Che bambina! Dovevi tacere!»
Maria mise un piccolo grido di gioia e disparve, corse giù per la scala a chiocciola.
«Lei sapeva, professore Dane?» fece Selva. Sì, Dane sapeva, aveva veduto a Roma la signora Dessalle, conosciuta da lui nella sua villa del Veneto, nella villa degli affreschi del Tiepolo. Suo fratello, il signor Carlino Dessalle, era rimasto a Firenze. Lei e la signorina d'Arxel volevano fare una sorpresa, gli avevano proibito di parlare.
Il nome Dessalle richiamò alla mente di Selva, in un baleno, quello cui subito non aveva pensato, la presenza di don Clemente, il dubbio che fosse lui l'amante scomparso di quella signora, la necessità di evitare un incontro che poteva essere terribile per l'una e per l'altro. Del colloquio fra sua moglie e il padre non sapeva, naturalmente. Intanto si udì scender di corsa il sentiero, poi suonare le esclamazioni e i saluti festosi. Dane, inquieto per la troppo lunga fermata sulla terrazza, propose di scendere. Quelle signore si erano certo servite della carrozza che veniva a prender lui! Anche don Clemente pareva molto inquieto. Selva si affrettò, dissimulando la commozione propria, di prenderlo a braccetto.
«Se Lei non vuole imbarazzarsi con signore» diss'egli «venga subito con me che La faccio passare dal casino per il sentiero alto.» Il padre parve contentissimo, i due partirono in gran fretta, il benedettino senza nemmeno salutare.
«E' anche tardi» diss'egli. «Ho detto all'abate, chiedendogli il permesso, che sarei ritornato alle nove e mezzo.»
Scesero a precipizio la scala a chiocciola; ma, quando uscirono sul piazzaletto delle robinie, Jeanne Dessalle, vi metteva il piede dall'altro capo con Maria e Noemi.
Non era tanto buio, sotto le robinie, che Maria non potesse riconoscere suo marito e don Clemente nelle due ombre che uscivano di casa sua. Ella che a fianco di Jeanne precedeva sua sorella, prontamente piegò e fece piegare a destra la sua vicina, verso il piccolo casino ch'è un'appendice della villa, voltando le spalle a questa. Dal canto suo, Selva, vedendo l'atto di sua moglie, prontamente sussurrò al padre:
«Scenda diritto, subito!»
Ma non valse.
Non valse perché Noemi, meravigliata di veder sua sorella svoltare a destra, si fermò esclamando: «Dove andate?» e don Clemente, forse per aver veduta questa signora ferma sulla via, invece di passare e scendere, andò a raccogliere l'ortolano che lo attendeva nell'angolo più oscuro del piazzaletto, dove il fianco della casa s'incontra col monte. Chiamò «Benedetto!» e si volse a Selva. «Se lei volesse mostrargli il campicello?» Giovanni rispose: «A quest'ora?» mentre sua moglie diceva piano a Noemi: «C'è forestieri che partono, lasciamoli passare, restiamo qui al casino.» Ella le accennò in pari tempo del capo così risolutamente che la Dessalle se ne avvide, pensò tosto a qualche mistero.
«Perché» disse. «Sono terribili?» E rallentò il passo. Invece Noemi che aveva afferrato l'intenzione della sorella, non però le ragioni occulte, mise troppo zelo a secondarla, abbracciò alla vita le due compagne, le spinse verso il casino. Jeanne Dessalle ebbe un moto istintivo di ribellione, si voltò di botto dicendo: «Che fai?», vide Selva che veniva alla loro volta e che subito salutò allargando le braccia, come per nascondere don Clemente, il quale seguito dall'ortolano, passò frettolosamente a cinque passi da Jeanne, prese la discesa.
Noemi, che al saluto di suo cognato si era pure voltata, corse ad abbracciarlo. Intanto Selva si compiacque di vedere che don Clemente era sfuggito all'incontro. Selva, scioltosi dall'abbraccio di Noemi, stese la mano a Jeanne, che non se ne avvide e mormorò, trasognata, qualche incomprensibile parola di saluto. In quel momento uscirono dalla villa Dane, Marinier, Farè, di Leynì, il padre Salvati. I due Selva mossero loro incontro, lasciando Noemi e la Dessalle ad aspettare in disparte. I saluti di commiato furono abbastanza lunghi.
Dane desiderava salutare anche la Dessalle. Maria non la scorse più dove l'aveva lasciata, suppose che lei e Noemi fossero entrate in casa girando alle loro spalle, s'incaricò dei saluti del professore.
Finalmente quando i cinque discesero, accompagnati da Giovanni, si udì chiamare da Noemi:
«Maria!»
Un accento particolare nella voce della sorella le disse ch'era accaduto qualche cosa. Accorse; la signora Dessalle, seduta sopra un fascio di legna, nell'angolo lasciato cinque minuti prima dall'ortolano di Santa Scolastica, ripeteva con voce debole: «Niente, niente, niente, adesso entriamo, adesso entriamo.» Noemi, tutta palpitante, raccontò che l'amica si era sentita mancare a un tratto mentre quei signori discorrevano e che a lei era appena riuscito di trarla fino a quel fascio di legna.
«Andiamo, andiamo» ripeté Jeanne e si sforzò di alzarsi, si trascinò, sorretta dalle altre due, fino all'uscio della villa, sedette sullo scalino, aspettando un po' d'acqua che poi assaggiò appena. Altro non volle e presto si rimise tanto da poter salire, adagio adagio, le scale. Si scusava ad ogni sosta e sorrideva; ma la fantesca che saliva innanzi col lume, a ritroso, venne quasi meno ella stessa vedendo quegli occhi smarriti, quelle labbra bianche, quel terribile pallore.
La condussero al canapé del salottino; e là, dopo un momento di silenzioso abbandono a occhi chiusi, ella poté dire alla signora Selva sorridendo ancora, ch'erano effetti di anemia e che c'era avvezza.
Noemi e Maria si parlarono piano fra loro. Jeanne intese le parole «a letto» e assentì del capo con uno sguardo di gratitudine. Maria aveva disposto per lei e per Noemi la migliore camera del piccolo alloggio, la camera d'angolo opposta allo studio di Giovanni, dall'altra parte del corridoio. Mentre Jeanne vi si avviava stentatamente a braccio di Noemi, ritornò Selva che aveva accompagnato gli amici sino al cancello. Sua moglie ne udì il passo sulla scala, gli scese incontro, lo trattenne. Si parlarono al buio, sottovoce. Era dunque lui, ma come lo aveva riconosciuto? Eh, Giovanni aveva ben cercato di frapporsi, nel momento pericoloso, fra la signora e don Clemente, il padre era anche passato quasi di corsa, ma egli aveva sospettato subito, perché la Dessalle non aveva quasi risposto al suo saluto, non gli aveva stesa la mano, era rimasta come una statua. Anche il padre, quando aveva udito sulla terrazza ch'era arrivata la signora Dessalle, si era mostrato inquieto; poi aveva mostrato un vivo desiderio di evitarla; si era però serbato molto padrone di sé. Oh sì, molto padrone di sé! Questo era pure il giudizio di Maria che raccontò il suo colloquio con lui, li in fondo alla scala. Marito e moglie salirono lentamente, compresi di quello straordinario dramma, di quel dolor mortale della povera donna, dell'impressione terribile che doveva aver riportato anche lui, dopo tutto, della notte che passerebbero l'uno e l'altra; pensosi di quel che accadrebbe l'indomani, di quel che farebbe lui, di quel che farebbe lei.
«Per queste cose è bene di pregare, non è vero?» disse Maria.
«Sì, cara, è bene. Preghiamo ch'ella sappia donare il suo amore e il suo dolore a Dio» rispose suo marito.
Entrarono, tenendosi per mano, nella camera nuziale, divisa in due da un cortinaggio pesante. Si affacciarono alla finestra guardando il cielo, pregarono silenziosamente. Un alito di tramontana passò come un lamento per la quercia che pende sulla piccola Santa Maria della Febbre.
«Povera creatura!» disse Maria. Parve a lei e a suo marito di amarsi anche più teneramente del solito e tuttavia sentirono ambedue, senza dirselo che qualche cosa li tratteneva dal bacio dell'amore.
Jeanne, appena Noemi ebbe chiuso dietro a sé l'uscio della loro camera le si avvinghiò al collo, ruppe in singhiozzi irrefrenabili. La povera Noemi avendo compreso, per l'effetto vedutone, che quell'ecclesiastico passato in fretta davanti all'amica sua era Maironi, si struggeva di pietà. Disse parole della più ardente, della più soave tenerezza con la voce di chi blandisce un bambino che soffre. Jeanne non rispondeva, singhiozzava sempre.
«E' quasi meglio, cara» si arrischiò a dire Noemi, «è quasi meglio che tu sappia, che tu non possa illuderti; è quasi meglio che tu lo abbia veduto con quell'abito!»
Stavolta udì rispondersi fra i singhiozzi, tanti appassionati «no, no»
così strani nel loro impeto quasi non doloroso, che ne rimase interdetta. Riprese quindi i suoi conforti ma più timidamente.
«Sì, cara, sì, cara, perché non essendoci più rimedio...»
Jeanne alzò il viso tutto lagrimoso.
«Non capisci che non è lui?» diss'ella. Noemi si sciolse, stupefatta, dalle sue braccia.
«Come, non è lui? Tutto questo perché non è lui?»
Ancora Jeanne le si lanciò al collo. «Non è quel frate che mi è passato davanti» disse fra i singhiozzi «è l'altro!»
«Chi, l'altro?»
«Quell'uomo che lo seguiva, che è partito con lui!»
Noemi neppure se n'era accorta, di quest'uomo. Jeanne le strinse il collo da soffocarla, con un riso convulso.
Cap. 3
NOTTE DI TEMPESTE
Nello scendere al cancello della villa
don Clemente si domandava con
ansia segreta: l'avrà
riconosciuta o no? e se l'ha riconosciuta, quale
impressione gli avrà fatto?
Giunto al cancello, si voltò a colui che
aveva chiamato Benedetto, gli scrutò
il viso, un viso scarno, pallido,
intellettuale. Non vi lesse turbamento.
Quegli occhi lo fissavano
attoniti, quasi dicendo: perché
mi guarda? Il monaco pensò: forse non
l'ha riconosciuta o forse non suppone
che io sappia del suo arrivo.
Passò il braccio sotto quello del compagno, pigliò, tenendoselo stretto senza parlare, a sinistra, verso la fragorosa gola oscura dell'Aniene. Fatti pochi passi sotto gli alberi che fiancheggiano la via, gli disse: «Non mi domandi della riunione?» con maggiore dolcezza che le parole indifferenti non comportassero. Quegli rispose:
«Sì, mi racconti.»
La voce era fioca e vuota di desiderio. Don Clemente si disse: «L'ha riconosciuta» e parlò della riunione come persona preoccupata di altro, senza calore, senza cura di particolari; né fu interrotto mai dal compagno con domande o commenti.
«Ci si è sciolti» diss'egli «senza conchiuder nulla, anche perché sono arrivati dei forestieri. Così non ho potuto nemmeno combinar niente per te col signor Giovanni. Ma domani, o tutti o in parte, credo che ci riuniremo ancora. E tu» soggiunse esitante, «sei disposto a ritornare o non sei disposto?»
Benedetto rispose nel medesimo tono sommesso di prima e sempre camminando:
«Le forestiere che ho vedute, restano?»
Don Clemente gli strinse il braccio forte forte.
«Non so» diss'egli. E soggiunse con un'altra stretta, commosso:
«Se avessi saputo...!»
Benedetto aperse la bocca per parlare ma si trattenne. Procedettero così in silenzio verso le due nere fronti della gola fragorosa, e, lasciata la strada maestra volgente a cavalcar l'Aniene sul ponte di San Mauro, presero la mulattiera dei Conventi che sale alla fronte di sinistra. Là in faccia l'obliquo scoglio enorme parve a don Clemente, in quel momento, simbolo minaccioso di una demoniaca forza ferma sul cammino di Benedetto; come gli parve minacciosa simbolicamente la cresciuta oscurità, minaccioso il cresciuto rombo profondo del fiume nella solitudine.
Passato l'Oratorio di San Mauro, dove la mulattiera dei Conventi gira a sinistra, sul fianco del monte, verso la Madonnina dell'Oro, e un'altra mulattiera entra diritta alla gola per i ruderi delle Terme neroniane, Benedetto si sciolse dolcemente dal braccio del monaco e si fermò.
«Senta, padre» diss'egli. «Avrei bisogno di parlarle. Forse un poco a lungo.»
«Sì, caro, ma è tardi. Entriamo nel monastero.»
Benedetto abitava nell'Ospizio dei pellegrini, la casa rustica dove sono anche le stalle di Santa Scolastica, a cui si accede da un cortile che comunica per un cancello grande colla via pubblica e per un cancello piccolo con il corridoio del monastero, che dalla via pubblica mette alla chiesa e al secondo del tre chiostri.
«Non vorrei entrare nel monastero, stanotte, padre mio» diss'egli.
«Non vorresti entrare?»
Altre volte Benedetto, nei tre anni passati al servizio libero del monastero, aveva ottenuto da don Clemente licenza di passar la notte fuori, sulla montagna pregando. Il Maestro pensò tosto che fosse giunto per il discepolo uno di quei terribili cimenti interni che gli facevano fuggire il povero giaciglio e le ombre chiuse, complici del Maligno nel martoriargli la immaginazione.
«Mi ascolti, padre» disse Benedetto.
Il suo accento fu così fermo, significò a don Clemente tanta gravità di prossime parole, che questi non credette di dover insistere sull'ora inoltrata. Uditi in alto zoccoli ferrati di cavalcature scendere alla loro volta, i due uscirono sul breve piano erboso che porta umili avanzi delle magnificenze neroniane incontro ad archi sperduti nel carpineto selvaggio dell'altra sponda, membra un tempo delle uniche Terme, cui ora divide in profondo il pianto dell'Aniene.
Sopra quegli archi era la dimora del prete diabolico e delle peccatrici insidianti ai figli di san Benedetto. Il monaco pensò a Jeanne Dessalle. Là in fondo alla gola, alte sopra il monte Preclaro e il monte di Jenne Vecchio, splendevano le due stelle di cui si era parlato sulla terrazza dei Selva come di luci sante.
Aspettarono che passassero le cavalcature. Passate che furono, Benedetto abbracciò il suo maestro in silenzio. Don Clemente, sorpreso, sentendolo scosso da tremiti, da sussulti, immaginando che lo avesse turbato così la vista di quella signora, gli ripeteva:
«Coraggio, caro, coraggio, questa è una prova che il Signore ti manda.»
Benedetto gli mormorò:
«Non è quello che Lei pensa.»
E, ricomposto, pregò il Maestro di sedere sopra un rudero al quale egli stesso, postosi ginocchioni sull'erba, appoggiò le braccia incrociate.
«Da questa mattina» diss'egli «io ho segni di una volontà nuova del Signore, a mio riguardo, senza ch'io possa intendere quale. Ella sa cosa mi è avvenuto tre anni sono in quella piccola chiesa dove stavo pregando mentre la mia povera moglie era per morire.»
«Vuoi parlare della tua Visione?»
«No, prima della Visione, tenendo chiusi gli occhi, mi sono lette nelle palpebre le parole di Marta: MAGISTER ADEST ET VOCAT TE. Questa mattina, mentre Lei celebrava, all'Elevazione, mi sono vedute nel mio interno le stesse parole. Ho creduto a un ritorno automatico di ricordi. Dopo la Comunione ebbi un momento di ansia, parendomi che Cristo mi dicesse nell'anima: non intendi, non intendi, non intendi? Passai la giornata in un'agitazione continua, benché cercassi di affaticarmi più del solito nell'orto. Nel pomeriggio stetti un poco a leggere sotto il leccio dove si raccolgono Loro padri. Avevo Sant'Agostino: "De opere monachorum". Passa gente sulla strada alta, discorrendo forte. Io alzo il viso, meccanicamente. Poi, non so perché, invece di riprendere la lettura, chiudo il libro, mi metto a pensare. Pensavo a quello che scrive Sant'Agostino del lavoro manuale dei monaci, pensavo alla Regola di san Benedetto, a Rancè, e come si potrebbe ritornare, nell'Ordine benedettino, al lavoro manuale. Poi, in un momento di stanchezza, a