Antonio Fogazzaro
LEILA
Sommario
Cap. 1: Preludio mistico.
Cap. 2: Fusi e fila.
Cap. 3: Trame
Cap. 4: Forbici
Cap. 5: Spunta l'ombra del sior Momi
Cap. 6: Nella torre dell'orgoglio
Cap. 7: Verso l'alto e verso il profondo
Cap. 8: Sante alleanze
Cap. 9: Nel Villino delle spine
Cap. 10: In giuoco
Cap. 11: Contro il mondo e contro l'amore
Cap. 12: Intorno a un'anima
Cap. 13: "Aveu"
Cap. 14: Una goccia di sangue paterno
Cap. 15: O mi povr'om!
Cap. 16: Notte e fiamme
Cap. 17: La Dama bianca delle rose
"A mia figlia Maria".
Capitolo Primo
PRELUDIO MISTICO
.
1.
"SIGNORINA" disse Giovanni, il domestico, entrando frettoloso, ansante, nella sala da pranzo. Aveva cercato inutilmente la signorina Lelia nel giardino, nel salone, nella sua camera. Erano le nove di sera, il padrone e la signorina avevano finito di pranzare prima delle otto, il padrone si era chiuso quasi subito nel suo studio, la signorina era uscita in giardino, a Giovanni non poteva venire in mente che fosse ritornata nella sala da pranzo. Ella era lì, alla finestra.
Pareva guardare l'oscuro bosco di castagni, a levante della villa, oltre il borro dove un'acquicella querula scende dal piccolo lago nascosto, più su, dietro un giro di erbosi dorsi, cinto alla grande, severa montagna di Priaforà. Tendeva in fatto l'orecchio a un remoto fragore che cresceva e mancava collo spirare del vento: al fragore di un treno ancora lontano, in corsa verso quella conca della Val d'Astico che la villa signoreggia. Intanto si sgualciva lentamente una lettera nella mano inquieta. Alla chiamata del domestico si voltò di soprassalto, stringendosi la lettera nel pugno.
"Che c'è?" diss'ella, corrucciata.
"Credo" rispose il domestico "che il signor padrone non stia bene."
La signorina Lelia mise una esclamazione di sgomento:
"Cosa?"
L'altro rimase lì, sciocco, a guardarla. Ella diede un balzo verso l'uscio del salone, si arrestò di botto, si voltò al melenso uomo, lo interrogò:
"Dov'è?"
"Nello studio, credo."
"Cielo!" ripeté Lelia, sdegnosamente. Corse nel salone. Sull'entrata della sala del biliardo, che mette allo studio, incontrò la cameriera Teresina. La cameriera le si fece incontro accennandole, a mani spiegate, di fermarsi.
"Niente niente" diss'ella, sottovoce. "Non è niente." Avvertì la signorina che le si era aperto il medaglione pendente dalla cintura, glielo chiuse. Lelia s'impazientì che si occupasse del medaglione invece di raccontarle l'accaduto; ma ne fu tranquillata.
"Vada, Lei, Giovanni" disse Teresina al domestico, che aveva seguito la signorina e ascoltava fra stupido e curioso. "Prepari l'acqua fresca nella camera dei forestieri."
Lelia tremò daccapo. C'era qualche cosa che Giovanni non dovesse sapere? "Non signora no" rispose Teresina al suo modo trentino. Però parve a Lelia ch'ella tardasse troppo a spiegarsi, che fosse preoccupata di non spaventar lei.
"Ma insomma?" diss'ella, impaziente.
Infatti la cameriera, molto superiore per criterio, per tatto, per educazione, al proprio stato, aveva cose piuttosto gravi a dire e le faceva pena la signorina così delicata, così nervosa, così eccitabile.
Diede un'occhiata all'uscio dello studio.
"Se vien fuori" disse piano "ci trova qui a discorrere, s'insospettisce. Sarebbe meglio passare di là."
Lelia attraversò rapidamente il salone, ritornò nella sala da pranzo, colla cameriera. Benché fosse impaziente di udirne il racconto, fece attenzione per un momento al fischio del treno, si domandò se fischiasse da San Giorgio o dalla stazione di Seghe.
"Dunque?" diss'ella.
Dunque; Teresina aveva recato al padrone la corrispondenza, secondo il solito, nello studio. Proprio nel momento dell'entrarvi, lo aveva veduto piegare il capo, prima all'indietro e poi sulla spalla destra, chiudere gli occhi, aprirli stralunati, chiuderli daccapo e daccapo mostrarne il bianco.. Allora gli aveva spruzzato il viso d'acqua, aveva suonato per il domestico, lo aveva spedito in cerca della signorina; perché, a dir vero, un po' di spavento, da principio, lo aveva provato. Intanto il signore, dato un gran sospiro, si era ricomposto, aveva parlato di un assalto di sonno. Poi si era messo ad aprire i giornali e le lettere; e perché Teresina stava lì dubbiosa se uscire o rimanere, se fargli qualche domanda o no, l'aveva congedata.
Ella si era trattenuta fuori dell'uscio, a origliare. Non aveva udito che spiegazzar carte. Perciò...
Due tocchi di campanello elettrico.
"Il signor padrone!" esclamò Teresina. "Per me!"
E corse via.
Lelia la seguì per alcuni passi, si fermò nel salone a guardarle dietro, a guardar l'uscio della sala del biliardo che tornava lentamente a chiudersi, stette in ascolto, aspettando ch'ella ricomparisse. Intanto il treno fischiò sotto l'altura di Santa Maria, poco prima di entrare nella stazione capolinea di Arsiero, a dieci minuti dalla villa dove Lelia viveva col signor Marcello Trento, detta "la Montanina" perché, assisa sotto un cappello di tetti acuti, col dorso alla montagna fra selvette e prati pendenti al Posina profondo, ha l'aria di una boscaiuola discesa dai dirupi della Priaforà, che riposi seduta sotto il grave carico e guardi.
Teresina, devota al signor Marcello come lo era stata per vent'anni alla sua povera moglie morta da due anni, bussò all'uscio dello studio, tremando che il padrone si sentisse male. Udito un franco "avanti!" si rincorò, entrò sorridente perché non le si scoprissero in viso le tracce del passato sgomento.
L'uscio dello studio si apriva a sinistra del seggiolone dove il signor Marcello sedeva davanti a un tavolo ingombro di carte, nella luce dell'antica lucerna fiorentina di ottone a tre beccucci, che aveva illuminato il capo canuto di suo padre e ora illuminava il suo.
Il suo portava una selvaggia criniera mista di grigio e di fulvo, irta come forse ne gittano i cranii di tempra più maschia. All'entrare di Teresina egli girò verso di lei il viso, dove i baffi e il pizzo duravano più accesi dei capelli, e, sotto la breve fronte rugosa, si aprivano gli occhi quasi bianchi, terribili nella collera, dolcissimi nella tenerezza: un duro viso, in quel momento, d'inquisitore. Ella sentì crucciandosene invano, di arrossire fino al collo.
"Come va" diss'egli "che qui è tutto bagnato?"
"Non so no" rispose la cameriera, arrossendo ancora di più.
"Come, "non so no"? I miei capelli, chi me li ha bagnati. Chi, dico, chi? Non capite? Cosa serve che facciate l'oca?"
La cameriera comprese che a negare ancora avrebbe fatto peggio.
"Lei aveva preso un po' di sonno" diss'ella. "Ho creduto che si sentisse male e Le ho spruzzato addosso dell'acqua. Scusi tanto!"
"Che oca!" fece il signor Marcello. "Prima non capivo, ma poi me lo sono immaginato che doveva essere successo così. Siete una grande oca, però!"
"Eh, sissignore."
Teresina era contenta. Non le pareva vero che il padrone continuasse a credere di aver dormito. Si ritirò in fretta, ma il signor Marcello la fermò con un gesto.
"Chi vi ha ordinato di andar via? Ditemi se il treno di Schio è arrivato."
"Non so no" rispose Teresina e si scusò tosto del suo modo trentino che irritava sempre il signor Marcello. Girò adagio davanti al padrone e prese lo smoccolatoio per un lucignolo della lucerna fiorentina che fumava.
"Lasciate stare!" esclamò il padrone, incollerito. "Volete che non sappia smoccolare meglio di voi?"
La cameriera si scusò daccapo, umilmente, e, camminando in punta di piedi per non irritare il padrone anche col suo passo, uscì. Aveva appena incominciato a informare Lelia di questo colloquio, quando due nuovi tocchi di campanello la richiamarono.
"Cosa vuole, adesso?" pensò Teresina, turbata, ritornando in fretta verso lo studio.
Vide subito che il signor Marcello aveva un'altra faccia, una faccia mansueta.
"Scusate" diss'egli quasi sottovoce. "Forse sono io, la bestia. Come avevo gli occhi quando dormivo?"
"Chiusi."
"Non li ho aperti mai? Non ne avete veduto il bianco?"
Teresina si sentì gelare. Negò, ma dopo un istante di silenzio. Il padrone le piantò in viso quel suo sguardo investigatore che le dava i brividi. Ella si confuse. Invece di negare ancora, disse che non ricordava.
"E dove avete trovata l'acqua?" riprese il signor Marcello, tranquillamente.
Teresina ne aveva preso un bicchiere nell'attigua camera da letto di lui, al robinetto del lavabo. Capì che, dicendolo, veniva ad ammettere una tal quale durata di quel dubbio sonno, non trovò lì per lì bugie opportune, rispose la verità, ma col tono incerto di chi la mette fuori a malincuore. Il signor Marcello la guardò ancora un poco, disse dolcemente:
"Andate pure, cara. E quando arriverà il signor Alberti, avvertitemi."
Teresina uscì, tutta sgomentata, senza saper perché, di quella gran dolcezza. Era la terza volta, in ventidue anni che il padrone le diceva "cara". Gliel'aveva detto la prima volta, con indifferenza, salutandola quando si era presentata per entrare al suo servizio.
Gliel'aveva detto la seconda volta, con un impeto di commozione, quando gli era morto l'unico figliuolo, Andrea, ringraziandola dell'assistenza che gli aveva fatta insieme a lui, la madre essendo inferma del male che la uccise un anno e mezzo più tardi. La dolcezza tranquilla del terzo "cara" era una cosa nuova.
Rimasto solo, il signor Marcello si alzò lentamente in piedi, pallido.
Voltosi alla grande finestra, giunse le mani in atto di preghiera, guardando il cielo tenebroso sul Torraro, sulla folla dei grandi castagni scendenti per la costa di Lago di Velo al burrone del Posina.
Le sue labbra non si mossero; parlarono gli occhi gravi, solenni, riverenti. Egli toccava i settantadue anni come suo padre quando, una sera, questi era stato visto piegar il capo mentre conversava, stralunar gli occhi e riaversi, persuaso di aver dormito. Il medico aveva avvertito la famiglia che si trattava di arteriosclerosi e che conveniva prepararsi al peggio. Cinque mesi dopo, il giusto pio vecchio era stato trovato morto nel suo letto, ardendogli a fianco la stessa lucerna di ottone che ardeva ora sul tavolo del figliuolo.
La fiamma silenziosa pareva vivere e ricordare, pareva intendere il tragico momento. Esso non era tragico nella mente del vecchio; era solenne. Era il vago annuncio dell'approssimarsi di un altro momento, il più felice, oramai, che Iddio potesse concedergli sulla terra, il momento di partirsene, di ricongiungersi per sempre alle care anime desiderate, il momento per il quale aveva tanto pregato, con tanto ardenti lagrime. Ora il suo cuore era pieno di dolcezza e anche di tremore; era pieno di Dio buono e anche di Dio giudice. L'anima sua ardeva e tremava, senza formar parole, come la conscia inquieta fiammella della lucerna.
La cameriera dubitò che il padrone potesse aver pensato al modo della fine di suo padre, da lei conosciuto. Non ne parlò alla signorina, che probabilmente non sapeva. Solo le propose di avvertire il medico e di evitare al signor Marcello per quella sera, la commozione di un incontro con questo giovine Alberti, l'amico prediletto del suo povero Andrea. L'Alberti, veramente, veniva a Velo per visitarvi il curato di Sant'Ubaldo; ma il prete, non lo potendo alloggiare, aveva chiesto per lui l'ospitalità della Montanina.
"Proprio stasera" brontolò Teresina "ha da venire!"
Lelia credette udire un passo in giardino.
"Lui sicuramente" disse la cameriera. "E' un pezzo che il treno ha fischiato..."
Lelia scattò. "Non chiamarmi!" diss'ella, e corse via per l'uscio che mette alla scala di servizio, salì adagio adagio, sostando spesso a tender l'orecchio, nella sua camera. Si affacciò alla finestra. Nessun passo, nessuna voce. Pensò, malcontenta di sé: "che me ne importa?".
E, lasciata la finestra, rilesse la lettera sgualcita che si era stretta nel pugno alla chiamata di Giovanni. La rilesse corrugando le sopracciglia, levandone talvolta gli occhi, due occhi singolari, d'indefinibile colore, a guardar fieramente qualche proiezione del suo pensiero nell'aria. Poi se la strinse ancora in pugno, la gittò a terra.
In quel momento entrò dalla finestra aperta un suono di voci lontane.
Lelia trasalì, porse il viso ascoltando. Le voci venivano dal basso, dal fondo del giardino, dove, presso la chiesina di Santa Maria ad Montes, è l'entrata dei pedoni. E subito le sopracciglia bionde si corrugarono ancora, il piccolo viso capriccioso riprese una espressione indicibile di fierezza altera. Ella si alzò, raccattò la lettera e chiuse la finestra Che le poteva importare di questo Alberti?
Non era né figlia né congiunta del signor Marcello. Era il fiore puro di uno stelo amaro, spuntato fra la putredine. Il figlio unico dei Trento, il povero Andrea, l'aveva amata quasi bambina, voleva farla sua sposa. Morto lui, i suoi genitori, che gli avevano sempre contrastato risolutamente questo matrimonio, si erano presa in casa Lelia, comperandola, si può dire, a denari, perché la fanciulla, statagli così cara, fosse preservata dalle corruzioni del mondo; e anche per un rimorso, non della coscienza ma dell'amore, per il dolore di aver fatto soffrire il loro diletto.
Fin da giovinetta ell'aveva conosciuto i suoi a fondo, sopra tutto sua madre, con acume precoce, per l'esperienza di se stessa, delle tendenze che sentiva nel suo proprio sangue, avvertite a dodici anni, quando la vita, grazie a quel che vedeva e udiva in casa, non aveva più misteri per lei, tendenze disprezzate e odiate con tutta la forza del suo spirito altero, come nell'intimo suo disprezzava la madre, tanto che il disprezzo le sprizzava talvolta di sotto i modi corretti duramente. Tra i dodici e i quindici era stata in collegio, al Sacro Cuore, distinguendovisi per ingegno, amore allo studio, singolari attitudini musicali. A sedici aveva creduto riamare Andrea Trento.
Egli era sui diciotto e studiava matematiche a Padova, patria di Lelia, natavi dal signor Girolamo e dalla signora Chiara Camin, che si facevano chiamare da Camin. Il sior Momi era un volgare affarista, fallito più di una volta, mescolatosi anche, in vario modo, alla politica.
La signora Chiara aveva militato, non senza gloria, nella galanteria, si era divisa dal marito, in via sommaria, quando appunto lo studente Trento, vicino di casa dei Camin, aveva incominciato a innamorarsi della figliuola. Già matura, si era stabilita a Milano con un vecchio signore austriaco, morto poi quasi subito, e ne aveva ereditata una discreta fortuna. Allora si era data alla pietà, aveva aperto la sua casa a preti, a frati, a suore, che facilmente, senza tanto indagare, l'avevano creduta vedova e nulla sapevano del marito di Padova.
Questi, alla sua volta, si teneva in casa una donnaccia per governante, dissimulando molto le proprie debolezze ma tollerando troppo che la rozza creatura prendesse delle arie da padrona.
Lelia aveva accettato l'amore di Andrea per gratitudine, per compiacenza di giovinetta ammirata e desiderata, piuttosto che per un vero ricambio di sentimento. Egli era troppo giovane, per lei, troppo gaio, troppo immaturo a penetrare con adeguato sentimento in quel dramma morale che si agitava nel profondo dell'anima di lei. Bello, intelligente, generoso, Andrea Trento era un umile di cuore; ingiusto verso il proprio ingegno, era pronto ad ammirare l'altrui.
Fra i suoi amici prediligeva Massimo Alberti, di Milano cui era legato piuttosto per vecchie relazioni delle due famiglie che per consuetudini di Università. Massimo Alberti maggiore di parecchi anni, stava compiendo a Padova gli studi di medicina, cominciati a Roma, quando Andrea passò dal liceo all'Università. Questi ammirava l'amico per l'ingegno e la cultura singolari, per la severità del costume.
Stimava grandemente superiore a sé anche Lelia e le parlava molto di Alberti, ch'ella non aveva veduto mai. Era giunto a dirle, in un impeto di amore e di umiltà, che Alberti sarebbe stato per essa un marito più degno. Lelia, punto umile di cuore, usa correr diritta alle ultime conseguenze di un principio accolto, aveva pensato: "discorso virtuoso, ma spiacente e inopportuno". Ella non intendeva l'amore così. E si era rifiutata sempre, con pretesti, a conoscere questo amico del suo innamorato. La morte di Andrea l'addolorò tanto ch'ella si fece allora un concetto esagerato del proprio amore, lo misurò insieme alla pietà, senza distinguere. Quando suo padre le disse, piagnucolando, che gli s'imponeva un grande sacrificio per il bene di lei, che i vecchi Trento la desideravano per figliuola in memoria del loro caro perduto, e che, quantunque gliene sanguinasse il cuore, egli era pronto ad accettare una proposta così vantaggiosa per lei, ella indovinò il mercato che suo padre le taceva, ebbe uno scatto di ripulsa, un impeto di offesa dignità, rivendicò a sé per un momento la tutela dell'onore familiare, affidata male a un padre spregevole; ma poi lo sdegno contro di esso, lo schifo delle lordure da lui portate nel focolare domestico, furono così grandi ch'ella ritornò sulla sua ripulsa e, pensando al povero caro morto, accettò.
Accettò, ma l'atto dell'entrare, comperata, in casa Trento, le fu durissimo. Capì subito che una condizione del mercato era stata il divieto a suo padre di metter piede alla Montanina. Ne godette e ne soffrì al tempo stesso. Il suo contegno verso i Trento fu, sulle prime, freddo. Ella ebbe l'aria di significar loro, senza parole, che non sentiva gratitudine, che sapeva di essere stata desiderata soltanto come una specie di reliquia del loro figliuolo, che i beneficati erano essi, ch'ella pure si era fatta loro benefattrice solo in memoria di lui e non per affetto. Posto il carattere focoso del signor Marcello, c'era pericolo di una rottura. Vi ebbero infatti, dopo le prime tenerissime accoglienze di lui, alquante burrasche. La dolce mansuetudine della signora Trento e il talento musicale di Lelia salvarono il nuovo legame. La signora Trento ammansò il marito coll'autorità della sua virtù e anche delle sofferenze che in breve la condussero a morte. La musica fece il resto. Il signor Marcello, discreto pianista, vi cercava le parole impossibili degl'intimi suoi sentimenti del dolore, della speranza, dei vaghi ricordi e rimpianti, della emozione mistica. Lelia ed egli portavano al piano la stessa intensa passione e gli stessi gusti. Certo antagonismo segreto poté restare lungamente nel cuore di entrambi; ma il caldo consenso nei giudizi e nei godimenti musicali rese loro più facile il reciproco riconoscimento, misurato sì e intermittente, di quanta morale bellezza era nelle loro nature, e la reciproca tolleranza, pure misurata e intermittente, di quanto all'uno spiaceva nell'altro.
La morte della signora Trento determinò una crisi nelle loro relazioni. Lelia si era lasciata prendere, poco a poco, dalla mansuetudine dolce della signora, e le sue cure, le sue attenzioni affettuose per la povera ammalata avevano intenerito il cuore del signor Marcello. Ogni giorno più mitemente paterno con essa, ogni giorno più declinante, nell'aspetto e nel portamento, verso l'ultima vecchiaia, ogni giorno più indifferente alle cose terrene, fuorché alla musica e, un poco, ai fiori, più raccolto nei pensieri delle cose eterne, egli aveva finito con ispirarle riverenza filiale, con farle spesso dimenticare i sentimenti provati al primo suo ingresso in casa Trento. Il caso del deliquio inavvertito, la faccia, più che le parole, della cameriera Teresina, la turbarono di un'afflizione sincera, benché la sua mente fosse tanto presa dall'annunciato arrivo di Massimo Alberti. Tre anni erano trascorsi dalla morte di Andrea e, dopo i funerali dell'amico, Alberti non si era più fatto vedere alla Montanina. Solo si ricordava negli anniversarii e a capo d'anno, affettuosamente, al signor Marcello. Questi glien'era riconoscente, ne parlava, in quelle occasioni, a Lelia, si doleva qualche altra volta con lei di non averlo più riveduto. Lelia lasciava sempre cadere il discorso. Le spiacenti parole del povero Andrea non le erano mai uscite dalla memoria e la tenacità di questo suo ricordo le dava noia, disgusto di se stessa. Se udiva quel nome dalle labbra del signor Marcello, vi sentiva una specie di persecuzione; e difficilmente il signor Marcello lo pronunciava senz'aggiungervi qualche parola di stima o di simpatia, che la irritava di più. Tale istintiva repulsione, invece di attenuarsi coll'andar del tempo, si era venuta aggravando. Ella non poté a meno di associarla, nelle sue riflessioni, all'impallidire dell'immagine di Andrea e ad altri oscuri moti dell'anima sua: tristezze senza nome, fiamme di allegrie inesplicabili ch'ella durava fatica a comprimere, lagrime provocate dalla musica, ebbrezze brevi ma quasi paurose comunicatele dalla vita della natura, da prati in fiore, da boschi nel rigoglio fresco del giugno. Il senso di questi moti oscuri non le sfuggiva interamente. L'idea di tendere all'amore, di esservi tratta da istinti ciechi del sangue trasmessole da sua madre e da suo padre, si associava nella sua mente al dubbio di un particolare germe di passione che potesse annidarsi in lei, metter radice. Si spiegò così l'avversione a quel nome a quella persona; e il veder chiaro nel proprio interno la irritò maggiormente contro di sé.
Era dovere per lei di non amare mai più: dovere verso la memoria di Andrea; dovere verso il signor Marcello, tacitamente accettato coll'accettare la parte di reliquia viva del morto; dovere, sopra tutto, verso se stessa che non si abbasserebbe mai a essere una delle solite, una delle infinite, avendo sortito dal destino, con i genitori disonorati e il sangue infetto, la offerta di una purezza gloriosa.
Nello stato del suo spirito e de' suoi sensi, il solo considerarsi nel fondo della memoria la materia oscura dove si poteva celare un germe di passione, faceva affluire il sangue a quella cellula cerebrale e qualche cosa vi si formava realmente per la potenza plastica del sangue. L'annuncio datole dal signor Marcello lietamente, che Massimo Alberti era per venire alla Montanina come ospite, la fece rabbrividire. Seguì una reazione di sdegno, quasi di rimorso; ma insomma nell'esclamare "cosa m'importa di questo Alberti?" Lelia sapeva di non essere, pur troppo, sincera.
Prima di porsi a letto, baciò il ritratto di Andrea che portava nel medaglione, baciò l'anellino ch'egli le aveva donato in segno di pace dopo una viva contesa. Spento il lume, si voltò sul fianco, verso il muro, si tirò il lenzuolo fin sopra i capelli, e pianse.
2.
Massimo Alberti, arrivato da Milano dopo un viaggio di quasi ott'ore nel caldo di un giugno ardente, nella polvere, nel fumo, nello strepito, credeva, salendo a piedi dalla stazione di Arsiero alla Montanina, sognare. Il cielo, senza luna, era coperto; grandi fumate di nebbia pesavano, biancastre, sulla fronte della Priaforà, sulle scogliere del Summano, aguzze nel cielo come una sega adagiata sopra le morbide vette delle boscaglie; la brezzolina del monte spandeva sull'erta sentori selvaggi, molte voci di acquicelle cascanti nei cavi dei burroni e non una sola nota di vita umana. La strada odorava di fango; piacevolmente, dopo tanta polvere. Dove essa svolta dentro un vallone e tutto si discopre, nell'alto, l'ammasso lunato di castagni, che porta un diadema nero di vette d'abeti, il contadino di Lago di Velo, certo Simone, detto Cioci, che precedeva Massimo con le valigie, si fermò per domandargli se andasse a Velo, o a Sant'Ubaldo, o alla Montanina.
"Ma come?" fece Massimo, sorpreso. "Vado da don Aurelio, a Sant'Ubaldo."
Allora quella testa fine che alla Stazione gli aveva solamente fatte le scuse di don Aurelio rimasto a Lago per assistere un vecchio infermo, gli disse tranquillamente:
"Perché nol ga posto, salo, el prete."
Massimo restò sbalordito. Come, non aveva posto? Se gli aveva scritto di una camera preparata per lui? Cioci gli spiegò la cosa a suo modo:
"Per via de Carnesecca, salo".
Peggio che peggio. Carnesecca? Cos'era Carnesecca?
"Per via ch'el se l'à tolto in casa, salo."
Massimo rinunciò a capire. Insomma, dove lo mandava don Aurelio, poiché non gli poteva dare alloggio? Cavò stentatamente alla sua guida che don Aurelio le aveva dato l'ordine di accompagnare il forestiere alla Montanina. E perché, santo cielo, non lo aveva detto subito?
"Sempre che La comandasse, me intendeva mi" disse Cioci.
Massimo lo pregò di tirare avanti verso la Montanina. Era malcontento.
Pensò che i preti, anche i migliori, anche i più cari, mancano, almeno un poco, di tatto. Venerava il signor Marcello ma gli seccava di prendersi una ospitalità non offerta, gli seccava d'incontrarsi forse, alla Montanina, con altri ospiti, gli seccava di non potervi godere la libertà e la quiete, tanto sospirate, che si era ripromesse partendo da Milano, gli seccava di non essere stato avvertito in tempo. Avrebbe ritardato. Fatto un centinaio di passi, il bravo Cioci si fermò e si voltò da capo a parlargli.
Il "prete" gli faceva dire che il signor Trento lo ringraziava tanto di andare a casa sua.
All'ultima svolta. dove la strada della Montanina si diparte da quella di Velo, Cioci fece un'altra sosta e un'altra commissione tempestiva.
Il "prete" faceva dire al signore di avvertire, se avesse bagaglio spedito, il signor capostazione che lo si sarebbe mandato a prendere l'indomani mattina con un carretto.
Massimo sorrise. No, no, non aveva bagaglio spedito. Rise anche Cioci, questa volta.
"Cossa vorla, sior! Le gera tante!"
Alla Montanina, dunque. Il primo malumore di Massimo cedette ad altri pensieri. Gli strinse il cuore la memoria del morto giovinetto amico, tanto caro, buono, franco, brioso, che gli parlava con entusiasmo di Velo d'Astico e della Montanina, della sua fiducia nella dolce bontà di sua madre che avrebbe piegato presto ai suoi desideri, che poi gli avrebbe ottenuto anche il consenso del padre alle nozze sospirate. E gli descriveva il quartierino della sua futura felicità, tre stanze e una terrazza sul lato di ponente della villa. Dov'erano la gioia e la dolcezza di tante speranze, dov'era quel capo biondo, dov'era quel bel viso scintillante di vita e di gaiezza, dov'era quel cuore aperto e caldo? Sotterra; e le montagne, e i boschi e la voce del Posina profondo, e i sussurri delle acquicelle querule, tutto durava come prima, amaramente. Ecco il castagno antico, dal tronco tripartito a candelabro, ecco, sullo svoltar della salita, il biancor fioco della chiesetta bizzarra, ecco il biancor fioco, in alto, della villa e il fosco sopracciglio della grande, pensosa Priaforà.
Un anno prima che Andrea morisse, Massimo ed egli avevano discorso insieme, sotto il castagno antico, della famiglia Camin, della necessità di tener lontano da Lelia, dopo il matrimonio, anche suo padre. Andrea n'era persuaso e diceva che la fanciulla lo desiderava quanto egli. Si era sfogato a esaltare la nobiltà d'animo di lei e anche la maturità precoce della sua intelligenza. A questo proposito aveva confessato di non essere stato sincero con i propri genitori, indicando loro l'età della ragazza. Lelia era sui sedici anni ed egli aveva detto diciotto.
Massimo si fermò istintivamente a toccare il tronco del castagno, testimonio superstite, pensò il giovinetto in Dio, gli parve che l'albero e la umile chiesina e l'accigliata montagna lo pensassero con lui.
"Xela straco, signor?" gli chiese Cioci che si era fermato anch'egli.
Massimo si scosse.
"No no, andiamo" diss'egli, e, anche per levarsi dai tristi pensieri, domandò a Cioci del suo curato. Dovevano essere contenti, a Sant'Ubaldo, del loro curato!
"Ah, cossa vorla!" esclamò Cioci. Era un panegirico, era come dire:
"In qual modo vorrebbe Lei che io esprimessi l'inesprimibile?". E soggiunse: "Un capo grando, salo!".
Mentre i due passavano davanti alla chiesina di Santa Maria ad Montes, una voce femminile chiamò dall'alto:
"Cioci! Qua, Cioci!"
"Siora!" rispose Cioci, sostando.
La "siora" era Teresina, che comparve presto al cancello del portico, di fianco alla chiesa, dov'è l'entrata dei pedoni. Fece entrare Cioci, lo avviò alla villa col suo carico e trattenne Alberti.
Ella gli si ricordò come la cameriera che gli aveva fasciata una distorsione buscatasi nello scendere dal Colletto Grande col povero signor Andrea. Le premeva di avvertirlo che il suo padrone, il signor Marcello, era tanto felice di ospitarlo ma che le sue condizioni di salute non erano troppo buone, che questo incontro lo avrebbe certamente commosso. Perciò si permetteva di pregarlo a fingersi molto stanco del viaggio e a ritirarsi presto, perché si ritirasse anche il padrone. Tale era pure, diss'ella, il desiderio della signorina.
La signorina? Certo; Massimo non ci aveva pensato. Adesso, alla Montanina, c'era la signorina da Camin. Massimo sulla fede di Andrea e Andrea sulla fede del sior Momi, l'avevano sempre chiamata così e non col suo vero nome, Camin. Lelia stessa si credeva da Camin. Massimo non l'aveva veduta che una volta, per via, da lontano. Ne conosceva due fotografie mostrategli dall'amico e ricordava perfettamente le due impressioni del tutto diverse, che gli avevano fatte. Ricordava una testolina di dieciott'anni, ben pettinata, dalle linee non tanto regolari, dagli occhi sorridenti che guardavano l'obbiettivo dicendo "va bene così?".
Ricordava un'altra testolina dai capelli un po' scomposti, chinata leggermente in avanti e che guardava basso, per cui gli occhi non le si vedevano. Alla prima non aveva fatto, quasi, attenzione; la seconda lo aveva colpito. Il secondo viso poteva essere il viso di una creatura conscia di qualche sua colpa grave oppure di un triste destino; poteva essere un viso guardato con amore e inteso a celare amore; poteva essere semplicemente il viso di una giovinetta che pensa. Era, in paragone dell'altro, un viso più giovanile di un'anima più profonda; era il viso di una bambina di quindici anni moralmente e intellettualmente matura quanto una donna di trenta. Anche l'idea di farsi un ritratto simile indicava qualche cosa di strano e di forte nella intelligenza che l'aveva concepita. Massimo n'era stato preso, e restituendolo all'amico, gli aveva taciuto il dubbio che quella tentante creatura, dall'aria di sfinge pensosa e triste, convenisse al suo carattere, potesse renderlo felice. Per molti giorni, ora se ne rammentò, la figura della giovinetta sfinge gli si era affacciata, nella immaginazione, con insistenza tormentosa. Mentre seguiva Teresina, le due testoline differenti gli balenarono ancora in mente.
La domanda se avrebbe trovato l'una o l'altra fu per formarsi nel suo pensiero, ma egli non la stimò conveniente e non se la permise. Ne lo distrasse anche Teresina, parlandogli del desiderio inquieto col quale lo attendeva, fin dalla mattina, il signor Marcello. Aveva, con pretesti, allontanato lei, allontanato il domestico, allontanata pure la signorina, che tuttavia se n'era accorta, con lo scopo di non essere veduto entrare nella camera preparata per l'ospite. Prima era disceso in giardino a cogliere colle proprie mani delle rose. Le aveva portate in quella camera di furto. Non che presumesse tener segrete queste sue attenzioni; le persone di servizio dovevano pur entrare nella camera prima dell'ospite, all'ultimo momento, per l'acqua fresca, per vedere se tutto fosse in ordine. Soltanto non voleva che lo vedessero mentre vi entrava e vi stava egli, certo perché gli pareva esserne spiato nell'anima, mostrare il suo sentimento intimo; e da questo abborriva.
Prima di raggiungere la villa, Teresina e Alberti incontrarono Cioci, sciolto del suo carico, che desiderando, per fini poco reconditi, ossequiare il forestiere, aveva preso quella via molto viziosa di salire a Lago, invece di andarvi diritto attraverso la parte superiore del giardino. "Ben, sior" diss'egli, sberrettandosi: "felice notte, salo".
Avuto quel che aspettava e ringraziato il munifico viaggiatore, annunciò a Teresina che il suo padrone stava scendendo dietro a lui.
"Ecco!" esclamò la cameriera. "Me lo immaginavo!"
S'incontrarono a pochi passi dalla spianata dove sorge la villa.
Faceva scuro, il signor Marcello scendeva curvo, con passo malfermo.
Massimo gli salì rapido incontro, ne fu abbracciato strettamente, silenziosamente, cominciò subito a scusarsi della intrusione accusandone don Aurelio, mentre il vecchio ripeteva commosso:
"Lei non sa, Lei non sa, Lei non sa che gioia mi è di vederla e di abbracciarla!" E se lo strinse al petto un'altra volta.
Dalla spianata entrarono, per la sala da pranzo, nel salone, il signor Marcello appoggiandosi al braccio di Massimo. Egli volle che l'ospite fosse subito accompagnato nella sua camera. Sarebbero stati insieme più tardi. Massimo avrebbe preferito rimanere allora un poco perché poi il signor Marcello se n'andasse a letto; ma il signor Marcello non ne voleva sapere, e Teresina, conoscendo il cuore di fanciullo del suo vecchio padrone, lo indovinò impaziente che l'ospite vedesse cosa gli aveva preparato in camera, desideroso di affrettargliene la impressione. Perciò unì il suo sommesso invito alle insistenze del padrone, per modo che Massimo intese la opportunità di cedere.
Il signor Marcello gli disse, nel congedarlo, che lo avrebbe atteso lì per prendere il caffè insieme.
Teresina accompagnò l'ospite proprio nel quartiere dove il povero Andrea si era visto, sognando l'avvenire, con Lelia. Lo introdusse nella cameretta che si apre, a tramontana, sulla terrazza. Accese la luce, vide il lavoro del suo padrone, disse sottovoce "povero signore!", diede a Massimo, con molte scuse, il consiglio di far capire al padrone che aveva veduto ma di non parlare, e si ritirò.
Sul piano di marmo del cassettone una sola splendida rosa bianca si piegava, dall'orlo di un alto e sottile calice di cristallo, sopra la fotografia del povero Andrea. Sul tavolino da notte un piccolo fascio di lettere, legato con un nastro nero. Massimo lo aperse curiosamente.
Erano lettere sue al povero Andrea. Aperse poi l'Imitazione, immaginando che fosse pure un ricordo, e vi trovò scritto:
"Al caro Andrea, nel giorno della sua prima Comunione, Rachele Alberti Vittuoni."
Era il nome di sua madre, morta ella pure da parecchi anni. Vi posò le labbra. Entravano per la finestra aperta, col vento della notte, la voce grave del Posina, la voce sommessa della Riderella che fugge per il giardino a pochi passi dalla villa; nessun altro suono. Nel senso di quel silenzio, di quel riposo, della natura innocente, della maestà della notte, la cameretta gli fu, con i suoi ricordi, una chiesa. Levò le labbra dallo scritto pregando ancora e, spenta la luce, uscì. Sul corridoio lo aspettava Teresina. Il padrone le pareva un poco sovreccitato. Premeva che si ritirasse presto. In fatto il signor Marcello si era doluto dell'assenza di Lelia, non se ne dava pace. Ma questo, la cameriera lo tacque.
Massimo non lo trovò più nel salone. Era in giardino sopra uno dei sedili disposti a ponente della villa. Aspettava Massimo, lì, perché l'incontro avvenisse al buio. Massimo volle baciargli la mano. Egli non lo permise, lo abbracciò, se lo fece sedere vicino, gli passò un braccio intorno al collo.
Stettero lungamente silenziosi, nel freddo alito della nera imminente Priaforà, il signor Marcello fissando, senza sguardo, l'ombra, Massimo ascoltando le voci del Posina e della Riderella, che lo riconducevano nella camera dei ricordi guardando, anch'egli senza attenzione, i lumi di Arsiero, disseminati come uno sciame di lucciole per le tenebre, un po' in basso e a destra, oltre il vallone del Posina, nel grembo scendente dal colle di San Rocco e dalle balze del Caviogio acuto nel cielo. Dopo un tratto il giovine accennò timidamente all'ora tarda. Il signor Marcello gli trasse il capo impetuosamente a sé.
"No no no!" diss'egli. E gli fu addosso con una subita foga di domande intorno a don Aurelio, intorno a lui stesso. Massimo dovette pure raccontargli, il più brevemente che poté, come si fosse incontrato in Roma, da studente di medicina, coll'attuale curato di Lago, come don Aurelio ed egli avessero per comune amico un uomo di cui si era parlato molto, in bene e in male, una specie di apostolo laico.
Massimo supponeva che il signor Marcello ne avesse udito qualche cosa da don Aurelio e si meravigliò che tanto il nome di Piero Maironi quanto il nome di Benedetto gli fossero invece del tutto sconosciuti.
Massimo non credette opportuno di entrare in quel discorso che lo avrebbe condotto per le lunghe, si limitò a dire come don Aurelio, non avendo in Roma occupazione stabile, fosse stato accolto, per i buoni uffici di un sacerdote, dal vescovo di Vicenza nella propria diocesi e destinato alla curazia di Lago di Velo. Lo disse un uomo di Dio, tutto dato al proprio ministero, tutto carità e amor divino, alieno da ogni disputa religiosa. Nelle lodi il signor Marcello consentì con emozione così forte da soffocargli, quasi, la voce. Era sopra tutto, lo si sentiva nei sospiri uniti alle parole, emozione di desiderio che la Chiesa potesse avere molti sacerdoti simili a don Aurelio.
La voce di Teresina nel buio:
"Signor padrone, guardi che il signor Alberti sarà stanco."
"Andate, andate" le disse il signor Marcello, abbastanza pacificamente. "Lo so, lo so, quel che volete. E' tutto lo stesso, non mi fa niente."
"Gesù!" si gemette nel cuore la povera cameriera sbigottita: e non osò insistere.
Massimo fu ora costretto a dire di sé, della sua renitenza a esercitare la professione benché avesse ormai compiuto e studi e pratica, delle occupazioni che ne lo avevano distratto. Anche qui si figurò che don Aurelio avesse parlato, che il signor Marcello sapesse delle sue conferenze, delle sue pubblicazioni di carattere filosofico- religioso, delle aspre guerre, delle contumelie che si era tirate addosso da diverse parti, della stanchezza di spirito e del desiderio di pace che lo avevano condotto alle solitudini montane di Velo d'Astico.
Il signor Marcello non sapeva e se ne mostrò assai turbato. Strinse nuovamente a sé il capo del giovine.
"Sì sì" diss'egli, "stia qui e lasci andare la filosofia. Quei lumicini là nel buio, ecco la filosofia. Chi va intorno la notte con un lume così non vede più le stelle. Ah le stelle, le stelle!"
Massimo osservò sorridendo che quella sera, lumi o non lumi, non si vedevano stelle.
"Oh io le vedo!" esclamò con fuoco il signor Marcello. "Ho visto anche stasera una cara parola che vi è scritta per me! L'ho vista là, là, proprio là!"
Indicò le nubi grigie sopra il nero Torraro. La frase e il gesto furono i soli segni di una lieve sovreccitazione mentale, che Massimo potesse notare nel vecchio durante tutta la conversazione. Furono però tali che, collegandoli col discorso della cameriera, se ne sgomentò.
Si alzò risolutamente, si confessò stanco e chiese licenza di ritirarsi.
"Non abbiamo preso il caffè" disse il signor Marcello.
Massimo non prendeva caffè, la sera. Il vecchio lo pregò di fargli almeno compagnia mentre lo prendeva egli. Massimo tentava di resistere temendo essere ancora tirato a discorrere, quando Teresina che stava in agguato nella veranda aperta sulla fronte della villa, a due passi dai sedili, ne uscì fuori e disse al padrone che gli aveva portato il caffè in camera. Prima ancora che il padrone, sorpreso, protestasse, ella correva già verso la cucina per fare della sua menzogna una specie di profezia. Vinse così la partita. Massimo salì la scala di legno che mette dal salone, con due branche, al primo piano e il signor Marcello si avviò alla sua camera del pian terreno, attigua allo studio, volta alle immediate pendici della Priaforà.
3.
Tutta la casa dormiva, oscurata da un pezzo, quando egli uscì di camera, alta figura curva, spenzolando la lucerna fiorentina nella sinistra e tenendosi sul petto, nella destra, un portafogli chiuso.
Passò lentamente per lo studio e per la sala del biliardo, entrò nel salone, levò la lucerna sul piano posato per isghembo quasi sotto una branca della scala uscendogli allora dall'ombra il rugoso volto soffuso di dolcezza e di beatitudine. Posò sul leggio il portafogli e lo aperse pian piano, con mani tremanti. Apparve un ritratto, il ritratto di suo figlio. Vi si affisò lungamente. Anche le labbra gli tremavano; gli occhi erano pieni di lagrime. La lucernina di ottone, a lui più cara delle eleganti lampade che pendevano dal soffitto, parve contenta di mostrargli il bel viso del giovinetto, spirante in quel momento una dolce parola, una parola nuova, misteriosa. Il signor Marcello riprese il portafogli, baciò il ritratto in fronte, lungamente, lo ripose adagio adagio, con riverenza, sul leggio, calò alla tastiera le grandi mani scarne, cominciò a suonare a faccia levata e a occhi chiusi.
Non era un forte pianista ma possedeva un'anima di musica. La sua profonda fede religiosa, i suoi affetti, il suo caldo senso di ogni bellezza di arte e di natura, tendevano alla espressione musicale.
Venerava Beethoven non meno di Dante e, quasi, di San Giovanni Apostolo; Haydn, Mozart e Bach non meno di Giambellino e, quasi, di San Marco, di San Matteo e di San Luca. E, come nel Vangelo, così leggeva ogni giorno qualche pagina dei quattro evangelisti della musica. Spesso la sera, nell'ora dei ricordi e del fantasticare, si abbandonava, sul piano, all'estro. Trovando accenti commossi, commovendosi della sua commozione stessa, suonava, suonava, tutto nello sforzo di adeguare la parola musicale al proprio senso interno, dimenticava le cose presenti, il passar del tempo. A faccia levata, a occhi chiusi, egli adesso tentava la tastiera con le grandi mani scarne, come il cieco tenta l'aria. Cercava l'ultimo canto del Pergolese:
"Quando corpus morietur
Fac ut animae donetur
Paradisi gloria."
Non seppe trovarlo, tentò affannosamente la ricerca di un simile cascar di suoni, più e più gravi, nel profondo, che dicesse uno sfasciarsi lento delle fibre mortali, uno stanco tramontar di giornata; cercò un risalire dei suoni, incalzante, ansante, delirante, verso visioni di gioia. Lasciò allora le tracce del Pergolese, effuse in musica l'anima piena ed ebbra delle parole "Paradisi gloria"
colandogli per le gote lagrime silenziose. Egli s'infondeva col suo Andrea, col suo caro, col suo amore, dentro un altro infinito amore, tutto luce, tutto musica, forse; e la sua musica terrestre fremeva di desiderio verso la musica divina, come il getto d'acqua che fiotta spumante al vertice nella brama impotente dell'altezza originaria. Poi lo stringevano altri subiti ricordi dei suoi peccati, delle debolezze della sua carne, balzanti su, tutti insieme, dalle ombre della memoria con una vivezza paurosa, come nemici dimenticati che gli corressero sopra in folla da un agguato, gridando ciascuno il proprio nome sinistro. La gloria del Paradiso, l'incontro col suo morto diletto, per quanto fosse forte la sua fede in Dio, per quanto salda fosse la sua previsione di una morte vicina, erano realtà senza forme distinte, nuclei luminosi nascosti nei vapori della propria luce. Gli era facile pensarne e parlarne in musica. Non fu così per i ricordi mordenti del peccato. Le mani gli piegarono, pendettero senza moto, aggrappate alla tastiera muta; la testa gli si chinò sul petto.
Per brevi momenti. Nell'umiltà sua, ignara dell'orgoglioso sdegno che rende tanto amare le cadute morali, gli era facile l'abbandono alla divina pietà. Rialzò il viso, rialzò le mani, trasfuse nel piano la preghiera dell'anima, un "Miserere" pieno di passione, sì, ma puranco di soavità, pieno del senso di un lavacro largo che fluisse sulle colpe, pieno di gratitudine, quasi, e di letizia; come se il penitente si compiacesse della propria necessità che il Padre Celeste fosse a lui più amoroso e pio di un padre umano. Le mani svolgevano una melodia di dolore e di amore, nata da inconsci ricordi belliniani:
"Vieni, dicea, concedi
Ch'io mi prostri ai tuoi piedi."
Mai, certo in vita sua, Marcello non aveva costretto il suo piano a cantare così: Lo sentiva e ne godeva, pur non fermando in questo il pensiero; e alla sua commozione si confondeva un'ombra di tenerezza per il vecchio strumento sfiatato, per il confidente dei suoi sogni, disprezzato da Lelia, prossimo a qualche miserevole fine.
Suonava, suonava, né gli veniva in mente che altri lo ascoltasse.
Teresina, che per quella notte si era prudentemente preparato il letto in una camera a terreno, udito il piano, corse fuori a spiare, vide il padrone, salì tremante, smarrita, ad avvertire Lelia che dormiva al primo piano, verso levante, si consultò con lei. Era in sé, il padrone? O cominciava un processo mentale morboso? Non sarebbe opportuno di scendere, di persuaderlo a coricarsi? Chi dovrebbe scendere? Lei o la signorina? Aiutò Lelia a vestirsi in fretta, ripetendo sottovoce: Gesù, Gesù! Lelia non disse niente, risoluta di vedere e di udire, anzi tutto. Scivolarono ambedue, pian piano, in punta di piedi, nella galleria ove montano dal salone, congiungendosi pochi gradini più sotto, le due branche della scala di legno. Dalla galleria si guarda giù nel salone per l'apertura della scala e anche fra le colonnette che legano, ai due lati di quell'apertura, un parapetto al soffitto. Ma neppure sporgendo il capo fra colonnetta e colonnetta era possibile vedere il piano. Le due donne, poiché il signor Marcello era un po' sordastro, osarono calare per la scala, prendere la branca di destra fino al punto in cui videro bene il dorso del suonatore, curvo nel fioco lume della lucerna posata sul coperchio del piano. Anche quel dorso curvo e quel gran capo, seguendo l'onda della musica, parevano penetrati, in qualche oscuro modo, di passione.
"Oh Dio, signorina, io scendo" mormorò la cameriera. Lelia le afferrò un braccio, la trattenne con impeto, aggrottando le ciglia. Teresina la guardò, attonita; le vide accostare l'indice alle labbra. Non poté intendere quanto sicuramente la signorina, musicista squisita, sentisse in quelle note una mente accesa di estro e non torbida di delirio. Intese solo che non doveva muoversi e che non era creduta capace di capirne il perché.
Marcello pose fine alla sua improvvisazione, mistico preludio di un futuro dramma, con accordi gravi. Chiuse il portafogli e, incrociate le braccia, vi posò la fronte su. La cameriera trasalì. "Gesù Signore"
diss'ella, facendo l'atto di scendere. Lelia la trattenne ancora, le sussurrò "vado io" e discese.
Discese lentamente colla mano alla ringhiera, facendo scricchiolare gli scalini di legno, fermo l'occhio a Marcello. Non aveva sospetti paurosi, vedeva nell'attitudine di lui la emozione vibrata prima nella sua musica, attribuiva questa emozione all'incontro coll'amico del povero Andrea. Scendeva per indurlo a coricarsi senza mettergli spavento, come forse gliel'avrebbe messo Teresina. Non era giunta a metà della scala che Marcello la udì, alzò il capo e chiese bruscamente:
"Chi è?"
"Io, papà" diss'ella, e scese leggera, correndo, gli fu in un momento a fianco.
"Tu? Qui? Non sei a letto, tu?"
Marcello pareva sorpreso ma contento.
Lelia sorrise.
"Eh!" rispose "non pare!"
E soggiunse con certo delizioso accento che aveva imparato in collegio da una ragazza di Roma, per certe speciali parole:
"Ci tiene svegliati tutti!"
Le sovvenne allora che nel primo tempo della sua dimora in casa Trento le era avvenuto di dire al signor Marcello le stesse parole, non sapeva più a quale proposito, collo stesso accento esprimente una necessità cui è forza piegare. Il signor Marcello se n'era divertito, ma poi, avendogli ella detto distrattamente che quella inflessione di voce piaceva molto al povero Andrea, si era oscurato in silenzio.
Adesso, appena pronunciate le parole "ci tiene svegliati tutti!" le risalì alla memoria quel silenzio scuro, credette leggere in viso al signor Marcello ch'egli pure ricordasse e abbassò gli occhi, confusa.
Marcello la guardò fiso, teneramente, posò le mani sulla tastiera, accennò, sempre guardando lei, la melodia di Schumann che il povero Andrea era solito canterellare, che Lelia gli suonava qualche volta all'oscuro, senza parlarne né prima né poi:
"Almen ch'io mora sognando
Che stretta al suo petto sto..."
Lelia trasalì. Le parve che il signor Marcello le dicesse colle note dolcissime: parlami pure di lui. Egli tolse gli occhi da lei, li alzò come se cercasse le note nella memoria, mentre le grandi mani ossute dicevano con subita passione:
"In estasi spasimando
Contenta allor morrò."
Ella ne trepidò, gli posò dolcemente una mano sulla spalla, mormorò piano piano:
"Basta, papà! Lei si commove troppo. E' tardi. Vada a letto."
Marcello smise di suonare, prese la mano che si veniva ritraendo dalla sua spalla, la tenne affettuosamente fra le proprie, gelate.
"Sto bene, sai, Leila" diss'egli. "Sto tanto bene."
Negli ultimi due mesi della sua vita, dopo un piccolo litigio con Lelia, il povero Andrea l'aveva chiamata quasi sempre "Leila". Per Marcello, che lo aveva saputo dalla sua povera moglie, dire "Leila"
era quasi un dire "Andrea", quasi un pronunciare un nome ch'egli non sapeva udire senza soffrirne come di una profanazione, il nome che si diceva nel cuore sempre, colle labbra soltanto nel segreto della sua camera, quando nessuno poteva, non che udirlo, vederlo.
"Leila, sì, Leila" soggiunse, sorridendo dello smarrimento di lei che si domandava cos'avvenisse in quella mente di cui si veniva scoprendo il più chiuso profondo.
"Sì, papà" diss'ella. "Ma ora non si stanchi più, si ritiri, riposi."
Non sapeva trovare parole adatte a persuaderlo, temeva di parere indifferente alla sua tenerezza, temeva di parere sgomentata dalle sue parole nuove. E quella sera sentiva uno strano bisogno di stringersi spiritualmente al padre di Andrea come a un difensore, a un rifugio.
Egli si alzò dal piano ma non accennò a ritirarsi, non prese la lucerna. Invitò Lelia, corrugando la fronte come soleva per ogni comunicazione grave, a uscire con lui sul terrazzino che corre lungo la fronte del salone. Lelia non osò resistere, lo seguì, palpitante.
Certo il signor Marcello voleva parlare del povero Andrea. E Teresina, che stava lassù in vedetta, che poteva scendere male a proposito!
Malgrado la poca speranza di esser veduta, Lelia si voltò a gittarle un gran gesto rapido, un silenzioso "via!" e raggiunse Marcello alla balaustrata del terrazzino.
"Piove" diss'ella, tentando ancora sottrarsi.
Il nebbione fasciava le scogliere del Barco e del Caviogio, un venticello umido tirava da Val di Posina; ma non pioveva.
"No" fece Marcello, "vieni."
Volevainfattiparlarlepoichéell'era discesa,quasi provvidenzialmente, alla sua musica; ma non trovava la via di cominciare.
"Se mai" disse alfine "tu desiderassi disfare quelle scogliere artificiali, che ti dispiacciono, a fianco del ponte e lungo la Riderella, disfà pure senza scrupoli. Forse le avrei disfatte anch'io, ma, dopo... non mi sono più curato di niente."
Anche la paroletta "dopo", tanto piena di sventura e di anni amari, fu pronunciata placidamente.
Lelia comprese lo scopo intimo del discorso, n'ebbe un brivido, esclamò:
"Io?"
E non soggiunse altro per non provocare parole che non desiderava udire. Questo sospetto che il signor Marcello la volesse sua erede, le stava confitto nella mente da molto tempo, come uno spino avvelenato.
Sapeva che i domestici, i dipendenti, il paese, tutti n'erano persuasi, perché parenti stretti del signor Marcello non si conoscevano ed ella era considerata come una sua figliuola di adozione, benché non fossero intervenuti né potessero intervenire atti legali. Ora ella era ferma di non volere le sostanze, non grandi ma ragguardevoli, di casa Trento. Se suo padre l'avesse venduta, non si venderebbe lei! Aveva inteso donarsi ai genitori di Andrea in memoria di lui. Averne gratitudine, sì; altri compensi, no. Possibile che il signor Marcello non avesse qualche parente lontano? Egli era molto benefico. Se non aveva parenti, poteva lasciare il suo ai poveri. Le piaceva giustificare a se stessa il proprio sentimento con quella prima ragione; in fatto le faceva orrore anche l'idea di venire giudicata un'astuta lusingatrice, una cacciatrice di eredità. Altro motivo di temerla, questa eredità: se alla morte del signor Marcello si trovasse un testamento a suo favore, se fosse costretta a un rifiuto, quale disgustosa lotta con suo padre! Egli simulava miseria con lei; le scriveva spesso lettere ignobili, chiedendo denaro. Ne aveva ricevuta una quella sera stessa. Lo vedeva già piombare, se il signor Marcello morisse, alla Montanina, infettarla colla sua presenza, aggrapparvisi. Confidava nella propria energia, non aveva paura di suo padre; ma ribrezzo sì.
Tutto questo sentì e pensò esclamando "io?". Marcello le prese una mano, gliela strinse, con intenzione che le dita parlassero.
"Sì, cara" diss'egli, tranquillo. "Tu."
Gli rispose un sussurro, un alito lieve lieve:
"No, papà."
Marcello sorrise, ingannandosi sulla qualità di quel diniego.
"Sono vecchio" diss'egli "e non tanto robusto, credo. Potrei vivere degli anni, ma il Signore potrebbe anche chiamarmi presto. Ti pare proprio che mi debba rincrescere di partire presto, colla speranza che ho?"
Lelia, per tutta risposta, si chinò a baciar la mano che stringeva sempre la sua.
"Dunque!" proseguì Marcello. "E' naturale che si parli insieme di certe cose. La Montanina gli è stata cara e io ho fatto tanto perché gli fosse cara! Sarà cara, spero, anche a te. Volevo dirti delle scogliere. E volevo anche dirti che se ti si offre occasione di comperare i castagni oltre la strada, devi farlo; perché lo potrai fare, largamente."
Lo interruppe un appassionato gemito:
"No, papà, no, papà, non mi parli di questo!"
Marcello tacque ed ella sentì il bisogno di chiarirgli il suo inganno:
"Non pensi a me per Sua erede! Non posso, io, essere Sua erede!"
Marcello, offeso, si turbò.
"Perché?" diss'egli, severo.
"No, caro papà, non posso, non posso! Non parliamo più di queste cose!
Si ritiri, vada a riposare!"
"Ma perché?" replicò Marcello. "Dimmi perché!"
Lelia gli prese il braccio, lo supplicò di non parlarne più, almeno quella sera.
"Ma bisogna che tu ti spieghi!" esclamò egli. Il cruccio gli saliva, più e più scuro, nella faccia sepolcrale.
Allora Teresina, che spiava tuttavia dall'alto, udendo il padrone alzar la voce, accese la luce nella galleria dove stava, chiamò la signorina, disse di averla cercata in camera inutilmente. Le occorrevano certe chiavi per l'indomani mattina, per il caffè del forestiere. Lelia si congedò timidamente, pian piano: "papà... buona sera..." come supplicando di essere lasciata partire. Il signor Marcello non parlò, mosse lento, curvo, verso il piano, prese la lucerna, se ne andò spenzolandola, senza saluti.
Chiuso dietro a sé l'uscio della sua camera, posata la lucerna sul tavolino da notte, si svestì adagio, pieno di malcontento come uno che avviandosi stanco, assonnato, al letto del suo riposo, lo veda tanto sossopra da dovere spender fatica e tempo a rifarlo. I muscoli della faccia sepolcrale si contrassero in un afflusso di pensiero iroso e duro. Dubitava di aver letto nel cuore di Lelia le ragioni della ripulsa che l'offendeva. Lelia non voleva essere sua erede perché non si sentiva la forza di tener lontani i suoi genitori e capiva che la loro presenza alla Montanina sarebbe stata una offesa mortale alla memoria di lui. Gli bastava di pensare a quei due per intorbidarsi nell'anima e nel viso. La fantasia glieli mostrò un momento trionfanti, spadroneggianti nella sua casa. Oh questo no, mai.
Benedetta ragazza che non aveva saputo aspettare! Era bene a quel punto lì ch'egli voleva condurre il discorso. Si era stillato il cervello per trovare un modo decente d'impedire, con una disposizione testamentaria, che il padre e la madre della sua erede mettessero piede alla Montanina, non lo aveva trovato. Conosceva Lelia. Lelia non avrebbe accettato una clausola in questo senso, un obbligo espresso, pubblico; molto meno, un obbligo sancito da una penale. Avrebbe rifiutata l'eredità. Non c'era che parlargliene prima, ottenere una promessa. Discorso difficile, ma insomma quello appunto cui intendeva venire. Ripigliare la conversazione l'indomani: altro non gli restava.
Come fu a letto, incrociate le mani dietro la nuca, appoggiato il capo alla spalliera, pensò: e se Lelia avesse in mente di prender marito, se rifiutasse per questo? Era un caso previsto. Ne avevano discusso, egli e la sua povera moglie.
La moglie, persona pratica, prevedeva che la fanciulla, piacente e intelligente, sarebbe stata ricercata e che, un giorno o l'altro, avrebbe amato ancora. Secondo lei, Marcello avrebbe dovuto limitarsi ad assegnarle una rendita fino al giorno in cui prendesse marito.
Marcello non se n'era persuaso. Si compiacque, da poeta, della bellezza ideale di un sacrificio al quale associava l'anima del figliuol suo, sciolta da legami terreni, amorosa tuttavia certo, ma di affetti sovrumani, puri di egoismo, non d'altro desiderosi e paghi che di saper felici le creature amate. Volle che Lelia avesse la ricchezza offertale dal povero Andrea. Gli era dolce d'immaginarla fedele ad Andrea; desiderò che, anche cedendo a un altro amore, avesse a benedire la memoria del primo, la desiderò felice e non le prescrisse, nell'istituirla erede, condizione alcuna. Gli conveniva ora di parlare, di farle conoscere il suo sentimento?
Sospirò all'idea che se la morte fosse venuta quella notte, la sua casa sarebbe caduta nelle mani del sior Momi Camin, il padre di Lelia, oppure, ove Lelia non accettasse l'eredità, nelle mani di un suo giovine cugino in terzo grado, rovinatosi col giuoco e colle donne. Il pensiero che le camere di sua moglie e di suo figlio fossero un giorno abitate così, gli fu come una punta, nel cuore, di dolor sordo. Pensa e pensa, questa stessa molesta inquietudine, gli fece comprendere ch'era più attaccato alla vita, alle cose della Terra, di quanto avesse creduto poche ore prima. Se ne rimproverò, meditò le parole che il suo avo, edificatore della Montanina, scrisse sulla meridiana della villa: "Terrestres horae, fugiens umbra". Fece proposito di andarsi a confessare, l'indomani mattina, a Lago di Velo, e, preso il suo caro piccolo Kempis che si teneva sempre sul tavolino da notte, vi lesse con intensa compunzione il capitolo cinquantesimo secondo del Libro Terzo. Nel prendere lo spegnitoio pendente da una catenella della lucerna, pensò che suo padre era stato colto dalla morte prima di spegnere e rimase un momento colla mano sospesa in aria, senza saper perché. Sorrise di se stesso, spense, guardò un poco nel chiaror fosco della grande finestra il monte imminente, così pieno di quella indifferenza che riposa, si distese sotto le coltri e aspettò il sonno colle braccia incrociate sul petto, come un bambino.
4.
Rientrato in camera, Massimo disfece buona parte delle sue valigie, mentre, nel primo malcontento di non poter venire ospitato da don Aurelio, si era proposto di levarne il puro necessario per la notte.
Ora gli rimordeva di quel malumore egoistico, tanto lo aveva commosso l'affetto del signor Marcello, il gentile affetto presente anche lì, nella cameretta stata cara al povero Andrea, nei mesti ricordi del passato, nella rosa bianca, disposta a piegare sopra il reciso fiore di quel passato la sua morente bellezza. Spense la luce, si affacciò alla finestra, e, appoggiati i gomiti al davanzale, guardò le nubi dove il signor Marcello aveva letto parole di stelle. Sotto quelle nubi il sopracciglio, appena curvo, del Torraro tagliava lo sfondo aperto fra i due grandi profili neri della Priaforà e del Caviogio, discendenti con maestà l'uno incontro all'altro, simili a manti di giganteschi sovrani. Era una scena di pace pensosa, rispondente alla sete dell'anima sua.
Oh sì, che gran ristoro aver lasciato Milano almeno per qualche settimana, aver lasciato il tanfo e la viltà delle plebi libere pensatrici, che lo vituperavano come un debole perché professava fedeltà militare alle leggi della Chiesa, aver lasciato il tanfo e la viltà delle plebi farisee, che lo vituperavano come un eretico perché pensava, parlava, scriveva da uomo del suo tempo! Che gran ristoro aver lasciato una società oziosa che pretendeva imporgli una parte qualsiasi nella sua eterna commedia, che gli faceva sentire, ora con sorrisi, ora con lodi sarcastiche, ora con noncuranze, il proprio disprezzo per un giovine schivo del piacere da lei discretamente offerto e protetto come lo scopo, non sempre confessabile ma unico, in fatto, della vita! Oh dimenticare, almeno per qualche giorno, le lotte del pensiero, faticose, ingloriose, combattute spesso col tragico sforzo di nascondere le eclissi della speranza e anche, non tanto di rado, quelle della fede! Gli si riaccese nell'anima la vampa di una tentazione soffocata più volte, giammai spenta: la tentazione di ritrarsi dal campo di azione religiosa dov'era entrato col suo morto Maestro di Roma, dove si era spinto alquanto più avanti, insieme ad altri, di quel Maestro, dove non aveva riportato che ferite, disinganni, umiliazioni per servire una causa forse perduta fin dal principio, una religione condannata forse, fatalmente, a perire; per servirla contro farisei e contro liberi pensatori. Perché non lasciarli a sbrigarsela fra loro, perché non vivere per tanta bellezza ch'è nel mondo e nella vita, per l'amore e per la gioia, per il piacere squisito, armonico nei suoi elementi di intelletto, di cuore e di senso?
Erano una forma di sfogo amaro, questi pensieri; non una tentazione vera e propria. L'attitudine pubblicamente presa nelle questioni filosofico-religiose con saggi di riviste, conferenze, articoli di polemica, gli aveva composto una figura morale che, se gli era sostegno e decoro, anche gli era carcere, in certi momenti. Lo sapeva e, pensandolo, si alzava già dal davanzale della finestra per rompere il corso delle immaginazioni vane, quando udì voci dalla strada che, sbucando da un folto di castagni, scende lungo la rete di cinta della Montanina. Gli parve distinguere la voce di don Aurelio e una voce di donna. I due parlavano forte a un terzo, entrato nel recinto. Pareva che gli dessero degli ordini. Infatti un individuo comparve sul ponte della Riderella. Nei lievi chiarori stellari che ora rompevano le nuvole Massimo credette discernere, oltre il ponte, due figure ferme, una nera e l'altra bianca. Quell'individuo avanzò dal ponte, si arrestò, perplesso, a guardare la villa, ne fece il giro, s'indugiò un poco dalla parte della cucina, ricomparve; si allontanò verso il ponte e Massimo lo intese dir forte che dormivano tutti. Allora i due si ritirarono verso il cancello. Poi Massimo credette vedere sulla strada, fra il gruppo di betulle che fiancheggia il cancello e il gruppo, più in basso; di pioppi, la figura bianca coll'individuo stesso che aveva fatto il giro della villa.
Don Aurelio, se era lui, doveva essere risalito verso Lago. Il giovine suppose che la signora fosse una tale Vayla di Brea, della quale don Aurelio gli parlava nelle sue lettere come di una donna singolare per ingegno e nobiltà di animo. Tutto ritornò nel silenzio.
Ecco, dall'interno della villa, la voce di un piano; almeno pareva.
Massimo aperse cautamente l'uscio, stette in ascolto. Sì, un piano, un cattivo strumento. Chi suonava? Il signor Marcello no; il signor Marcello era andato a letto. Il povero Andrea gli aveva parlato con ammirazione del talento pianistico della sua Lelia. Gli parve di conoscere il pezzo lamentoso e appassionato; ma poi vi si smarrì. Un momento era lo "Stabat" del Pergolese, un momento era altra cosa. Uscì pian piano nel corridoio, per udir meglio. Il suono veniva dal basso e da sinistra, certo dal salone, dove Massimo aveva veduto un piano. Che strano suonare, che potenza espressiva di tocco, che passione e che disordine!
Un'improvvisazione,senzadubbio.Quale anima di fuoco, l'improvvisatrice, se proprio fosse la signorina Lelia! Massimo si rivide in mente la piccola testa enigmatica dai capelli scomposti, dagli occhi raccolti in basso. Quella musica non diceva un'anima chiusa nel dolore, un'anima che nulla più attendesse dalla vita; diceva dolore, sì, ma sete, anche, di amore e di gioia. Una sosta della musica; passi e bisbigli vicini al corridoio dov'era Massimo, che si ritirò fino al suo uscio; musica daccapo. Accenti gravi e soavi di lamento, stavolta, e di preghiera. E passione, quindi, ancora passione tenera, ardente. Ah, Norma!
"Vieni, dicea, concedi
C'io mi prostri ai piedi..."
Dio, pareva una confessione, questa musica! Perché quello che seguì non era più Norma, era fantasia. Dunque la suonatrice aveva voluto esprimere con le note divine un sentimento suo proprio. Ma come, ma perché questo sfogo musicale nel cuore della notte? Ripensò il bel viso di Sfinge, le palpebre calate come veli sopra un mistero. Ma era veramente lei, la suonatrice? Da un lato gli pareva troppo strano che fosse lei, da un altro lato la qualità della musica e l'ora rispondevano appunto alla stranezza del piccolo viso. E se non era lei, chi poteva essere? Forse una sua damigella di compagnia, di cui Massimo ignorava la esistenza. O un ospite che non si era lasciato vedere. Oh ma era lei, era una creatura dolorosamente avida di amare ancora e di essere amata, che amava già, forse.
La musica tacque ed egli si ritirò in camera, chiuse l'uscio, ritornò alla finestra, immaginò quasi automaticamente, un amore di fuoco, l'oblio del mondo fra quel tacito dramma di montagne atteggiate quasi a fronteggiarsi con passione e sfida. Si scosse, mise un sospiro, chiuse la finestra, si rimproverò il vano fantasticare. Guardò lungamente la fotografia di Andrea. Era bello e gaio nel volto, il povero giovinetto, come un raggio di sole. E quanto gli aveva voluto bene! Sentì un dolente desiderio, senza sapere perché, di giunger le mani e di piegar il viso davanti a quella fronte serena. Coricatosi, si figurò di non poter dormire, causa la musica. Invece il sonno lo prese abbastanza presto. Chi non chiuse occhio per tutta la notte fu Lelia.
Capitolo Secondo
FUSI E FILA
1.
La mattina seguente Massimo discese in salone alle sei e mezzo, con grande sgomento del domestico Giovanni che lasciò di strofinare, fra un gran disordine di mobili, l'impiantito e corse per il caffè.
Soffiavano da ogni parte nel salone ventolini freschi per le grandi aperture, spalancate a mezzogiorno sullo smeraldo dei ripidi pendii che i castagni coronano, a tramontana sulle nude scogliere enormi del Barco, a ponente sui divi del giardino pendenti alla via di Lago, sul tremolio brillante delle betulle e dei pioppi aggruppati lungo la rete di cinta, sui burroni del Posina, sul gregge, oltre i burroni, delle case di Arsiero raccolte nel verde a piè della chiesa signoreggiante, sulla gola scura, tagliata nello scoglio, dietro la quale si accavallano dorsi su dorsi, varii di luce e di ombre, fino al Torraro sovrano.
"Bella giornata" disse il domestico, ritornando col caffè. Intanto Massimo, più che alle visioni di monti e di valli, di sole e di verde, aveva guardato alla musica sparsa sul piano. Un grosso volume di Clementi e un fascicolo di Corelli portavano scritto a grandi caratteri: "Leila".
Mentre sorseggiava il caffè, seppe dal domestico che il signor Marcello era uscito da un pezzo. Se fosse in giardino o in chiesa, se avesse preso la via di Velo o la via di Arsiero, Giovanni lo ignorava.
Massimo uscì pure, per andare da don Aurelio. Stava chiedendo al custode, che gli teneva aperto il cancello, la via di Lago, quando colui salutò rispettosamente qualcuno che passava dietro le spalle di Massimo. Questi si voltò. Passava una signora, non giovane, alta e magra, col capo scoperto e un ombrellino in mano, chiuso benché il sole ardesse già la stradicciuola sassosa. Con grande meraviglia del giovine, la signora si fermò e gli sorrise.
"Signor Alberti?" diss'ella.
La voce soave parve a Massimo quella che aveva udito, nella notte, alternarsi colla voce di don Aurelio. Salutò imbarazzato, guardando la signora come uno che si scusa di non riconoscere chi gli parla. Gli stava davanti una nobile figura di donna fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, pallida, quasi olivastra, dall'aria sofferente, dai capelli interamente bianchi, dai grandi occhi luminosi, molto giovani ancora, spirante dignità signorile e dolcezza dai modi come dalla voce e dal parlar lento.
"Sono amica di don Aurelio" diss'ella, sorridendo. "Siamo passati di qua insieme iersera, colla speranza di vederla, ma Lei dormiva già."
Massimo confessò che aveva veduto dalla finestra una figura nera e una figura bianca.
"Infatti" disse la signora "avevo uno scialle bianco. Lei va da don Aurelio? Ci vado anch'io."
Massimo s'inchinò, la interrogò, più cogli occhi che colla bocca.
"Allora Lei?"
"Vayla di Brea" rispose la signora col suo dolce sorriso. "Don Aurelio Le ha scritto qualche cosa di me? E il mio nome Le è riuscito nuovo?
Affatto nuovo?"
Massimo riconobbe umilmente che gli era riuscito nuovo.
"Vede" riprese la signora, "io mi sento un poco nonna con Lei, quasi.
Sua madre non era una Vittuoni? Non aveva nome Rachele? Sono stata in collegio con Sua madre a Milano, da madama Bianchi Morand. Sua madre era delle piccole, io ero delle grandi. L'avevo molto cara e mi divertivo qualche volta a fare la mamma, con lei."
Si avviarono insieme sulla stradicciuola che, a due passi dal cancello, entra in un fresco di ombre, fra i castagni grandi della costa precipitante al burrone onde salgono i colpi misurati e sordi delle turbine di Perale.
La signora parlò subito del gran dispiacere di don Aurelio per non aver potuto alloggiare Massimo e neppure andargli incontro alla stazione. Raccontò che si era preso in casa, da due giorni, un infermo, un povero reietto, un venditore di bibbie protestanti, che a Posina era stato malmenato a furor di popolo e cui nessuno voleva ospitare.
"Poveretto!" esclamò la signora. "E' un tipo! Un tipo!" E rise di un riso breve, tosto represso perché la pietà prevalse al senso del comico e alla voglia di sfogarlo.
"E' un certo Pestagran" diss'ella, "ma qui gli hanno posto nome Carnesecca perché nei suoi discorsi, che sono sempre lirici, nomina spesso Carnesecchi. Egli si rifà, del resto. Una volta chiamava "pesci" i suoi concittadini di Lago: pesciolini, anguille, pesce popolo, marsoni, qualche volta gamberi. Adesso li chiama pescicani."
Ella continuò a parlare del disgraziato Carnesecca con un umorismo placido e fine, che divertì Massimo e non gli lasciò indovinare in lei un'assidua visitatrice pia dell'infermo. S'interruppe tre volte, per incontri diversi, prima all'uscita della selvetta di castagni, poi nel verde grembo fiorito che i meli e i noci ombreggiano, dove le donne di Lago hanno il lavatoio e la maestà delle pendici silenziose incombe sull'idillio. Prima una vecchia miserabile, poi un povero sciancato trattennero la signora per raccontarle guai. Ella stessa fermò una fanciullina scalza, sudicia, che portava un canestro. Parlò a ciascuno affabile, dolce, chiamandolo per nome, chiedendo di altre persone, di malati, di lontani. Alla fanciullina disse una parola di rimprovero.
Aveva saputo da un uccelletto certe cose! Congedati con bontà i poveri, riprendeva a pennelleggiare la figura e le varie gesta eroicomiche di Carnesecca, intercalandovi di tempo in tempo un "poveretto!" come a soddisfazione della coscienza che le rimordesse di questo umorismo poco cristiano.
Le prime casucce e stallucce di Lago, guardate dai noci e porgenti fresche ombre di viti sui vicoli che sanno di fieno e di fimo, la signora e Massimo toccarono il piazzaletto dove poche abitazioni linde ascoltano rispettosamente il sermone sulla pulizia che una fontana recita proprio a loro mentre la canaglia delle catapecchie sporche si tiene alla larga, come la canaglia viziosa dai sermoni del prete. A sentire la contadina intenta ad attinger acqua, Carnesecca era morto nella notte. Uno scamiciato in zoccoli che se n'andava per i fatti suoi colla falce in spalla, la rimbeccò, senza degnare di fermarsi, né di guardarla, né di smentirla.
"Cossa volìo saver vu ca sì foresta?"
La donna stridette le sue proteste, non già perché, sebbene forestiera, poteva sapere, ma perché era di Maso, un casolare lontano mezzo chilometro. Il passo pesante dell'uomo si perdette giù per le casucce sporche, mentre la voce insolente ripeteva:
"Foresta, foresta, foresta!"
Allora una ragazza che stava annaffiando dei garofani, si porse dalla finestra, salutò la signora, le disse che aveva portato il latte a don Aurelio un'ora prima e che Carnesecca si sentiva molto meglio. L'altra si scusò a questo modo: aveva sperato che fosse morto, il brutto uomo!
E siccome la signora le fece rimprovero della speranza crudele, prese la sua rivincita sopra di lei.
"Parché no La sa, Ela! Parché la xe foresta! E anca el prete, me par mi, siben che l'è un santo omo..."
"E' foresto" disse la signora. E soggiunse volgendosi a Massimo con un sorriso: "E' samaritano".
"Eccu!" conchiuse acutamente la forestiera di Maso. "El sarà de quel paese che La dise Ela."
Massimo e la signora presero ridendo l'erta che conduce alla chiesuola di Sant'Ubaldo, presso la quale è l'abitazione del curato. Videro aperta la porta della chiesa, udirono la voce di don Aurelio ed entrarono. Egli celebrava. La messa era al "Pater". Due sole persone assistevano; una vecchietta nell'ultima panca; sulla prima, davanti all'altare, china la testa selvosa, raccolto nell'atto della preghiera intensa, il signor Marcello. I due sopraggiunti s'inginocchiarono accanto alla vecchietta.
Quando, poco prima della comunione, il signor Marcello sorse, quasi a stento, in piedi, e andò curvo a inginocchiarsi davanti alla balaustrata, donna Fedele Vayla di Brea pose a quel vecchio capo grigio-fulvo gli occhi pieni di dolcezza grave e solo ne li tolse, per abbassarli, allorché il celebrante gli si accostò con l'ostia consacrata e le parole di vita eterna.
Ell'aveva conosciuto Marcello da bambina. Era sui dieci anni quando, all'indomani della liberazione del Veneto, il colonnello Vayla di Brea comperò il villino delle Rose, presso Arsiero. Marcello aveva passati i trenta. I suoi genitori vivevano ancora e le due famiglie, use godersi le vacanze in Val d'Astico, si legarono subito. La piccola Fedele diede segno di una simpatia strana per Marcello. Egli si divertiva spesso a suonare con lei a quattro mani, tocco da quel sentimento infantile. Quando si fidanzò, la bambina, ch'era sui quindici anni e si faceva assai grande, mutò contegno, parve evitare Marcello anziché ricercarlo come in passato; ed egli fu il solo a sospettare voluto questo mutamento, a sospettarvi una di quelle vere e proprie inclinazioni amorose, che qualche volta si son viste, di ragazze giovanissime per uomini maturi. Quindi, non per diffidenza di sé, che anzi n'era annoiato, ma per riguardo alla ragazza, smise ogni familiarità con essa. A diciott'anni donna Fedele era una bella bruna, alta, slanciata, dai magnifici occhi, dalla voce soave, molto elegante, scarsa di parole, profonda e inesplorabile nei sentimenti, un po' bizzarra di gusti e di abitudini. Le relazioni fra lei e la moglie di Marcello erano buone, affettuose. Solamente la musica pareva ancora legare Fedele e Marcello; e da questo legame la signora Trento, che non sapeva di musica, era esclusa. Donna Fedele cominciò, poco a poco, a ricercare da capo la compagnia di Marcello e Marcello a goderne. I loro sguardi s'incontrarono più spesso che non convenisse.
Un giorno, durante una gita sulle alture alpestri di Luserna e di Monterovere, il caso divise per qualche tempo lei e lui dagli altri della brigata. Si smarrirono in una foresta di abeti. L'appassionata fanciulla aveva forse prima sognato un sogno di gioia e di tempesta.
Si aggirarono per il bosco palpitando, tremando, senza parlarsi, senza guardarsi mai. Nell'uscirne, Marcello colse un ciclamino e lo porse alla fanciulla, in silenzio. Donna Fedele lo prese, vi posò le labbra, brillandole negli occhi due lagrime.
Non suonarono più a quattro mani, quasi per una tacita intesa; ma donna Fedele non dimenticò. Indusse suo padre a lasciare Arsiero e le rose che tanto amava, che coltivava colle sue mani e aveva prodigiosamente moltiplicate intorno al villino rosso. Andarono a villeggiare presso Santhià dove avevano dei parenti. Passavano l'inverno a Torino e donna Fedele vi fu molto corteggiata, parve talvolta non insensibile agli amori che destava. Si parlò anche di passioni, di qualcuno che, respinto, si era ammazzato per lei. In fatto non si decise mai a prender marito. Le imbiancarono i capelli, le morirono i genitori. Rimasta sola a quarant'otto anni, stanca della vita cittadina, si ricordò di Arsiero, abbandonò Torino e Santhià per il villino delle Rose. Il povero Andrea Trento era già malato. Nel tempo breve che corse fra la morte di lui e la morte di sua madre, donna Fedele si recò spesso alla Montanina. Del sentimento antico per Marcello le restava una specie di rispettosa deferenza, cresciuta, per la sventura di lui, quasi a venerazione.
Ma, dopo la morte della signora Trento e un primo scambio di visite, né Marcello venne più al villino delle Rose né donna Fedele si recò più alla Montanina. Il raffreddamento seguì per causa di Lelia. Lelia aveva provato una impetuosa simpatia per donna Fedele al primo vederla e donna Fedele era stata involontariamente glaciale con lei, o per distrazione o per qualche nube di malumore che le offuscasse i pensieri. Ciò le accadeva, i suoi geli incomprensibili avevano spesso fatto stupire la gente. Aveva sorriso alla fanciulla un momento, le aveva dato un languido buon giorno, poi non le aveva parlato più durante tutta la visita. Lelia la giudicò altera e si persuase di esserle antipatica. Tenne quindi con essa un contegno tanto più fieramente freddo quanto più si sentiva portata a un'amicizia calda. E donna Fedele, lontana dal sospettare il vero, credette alla sua volta di averle ispirato antipatia. Se ne dolse in cuore, ma non era nel suo carattere, poco espansivo, di fare qualche cosa per guadagnarsi l'animo della giovinetta. Dopo la morte della signora Trento, vedendosi mal gradita dalla persona che a Marcello era cara e sacra come una parte superstite di suo figlio, si astenne dal recarsi alla Montanina. S'incontravano abbastanza spesso, ella e Marcello, sulla strada che da Velo mette ad Arsiero passando poco sotto la villa.
Allora conversavano, facevano cammino insieme. Di Lelia non parlavano mai. Quello era un punto freddo che neppure Marcello amava toccare.
Perché conosceva le singolarità di donna Fedele, inclinata a sentire fortemente simpatie e antipatie, si era persuaso che Lelia le fosse antipatica e n'era ferito nella religione di suo figlio. Come da piccoli fori profondi sino alle viscere di certe montagne fiata, l'estate, per l'erba un freddo che l'esperto avverte anche nel sole, così nell'amicizia di Marcello per donna Fedele spirava da quel punto oscuro una lieve freddezza, occulta ma sensibile. Donna Fedele lo comprendeva e taceva. Non avrebbe voluto che il vecchio sapesse di chi era veramente, secondo lei, la colpa, se colpa v'era. Mai non gli avrebbe detta una parola contro Lelia. Nel riverente affetto di lei nessun freddo era spirato.
Ella rialzò gli occhi sul volto del vecchio che ritornava dalla balaustrata, tutto raccolto in sé, alla sua panca, mentre don Aurelio si voltava, a dire: "Dominus vobiscum". Massimo guardò l'amico, pensando esserne veduto; ma l'amico non lo vide. I suoi occhi mistici non parevano vedere le cose della terra. Il giovine lo trovò dimagrato e invecchiato dopo l'ultimo loro incontro. Era dimagrato, invecchiato e più illuminato, nel viso, di spirito.
Finita la messa, donna Fedele sussurrò a Massimo:
"Lei aspetterà don Aurelio. Io vado dal mio amico. Verrà anche Lei, vero, più tardi?"
Lì per lì, Massimo non intese che l'amico era Carnesecca. Fece, a caso, un cenno di assenso e sedette aspettando don Aurelio.
Dovette aspettare un pezzo. Il ragazzo che aveva servito la messa spense le candele e se n'andò per i fatti suoi. Il signor Marcello, dopo avere pregato alquanto, si alzò dalla sua panca, entrò in sagrestia. Massimo udì un bisbiglio e poi più nulla. Passavano i minuti, né il signor Marcello né don Aurelio ricomparivano. Egli non n'era impaziente. Godeva il senso di pace diffuso intorno a lui nelle povere mura, nei poveri vecchi arredi che gli suggerivano immagini di case anche più povere, di gente semplice, di feste della fede ingenua; mentre il vento vivo della porta aperta gli portava odori freschi di bosco e di prato, voci dai campi, lontane. Godeva il ristoro dagli strepiti e dalla polvere di Milano infocata, come la sera prima, salendo alla Montanina sul fianco del vallone scuro dove canta l'acqua cadente nel folto delle macchie. Gli era dolce di sentire e di non pensare. Anche gli suonava nella memoria, come un canto lontano lontano, la musica della notte. Lo invase, poco a poco, un sopore pieno di vaghe immaginazioni. Le voci di un coro sotterraneo empivano soavemente la chiesa, mentre una giovine donna, con i capelli scomposti e le palpebre abbassate, usciva dalla sagrestia, veniva lenta fino a lui, si chinava a toccarlo sulla spalla destra. Trasalì dal cuore, aperse gli occhi, vide don Aurelio, solo, che lo aveva toccato e sorrideva.
Chiusa a chiave la porta della chiesa, don Aurelio infilò il braccio sotto quello di Massimo e strinse affettuosamente il giovine a sé. Don Aurelio, nativo di Roma, aveva studiato a Propaganda col proposito di farsi missionario. Una lunga malattia e la volontà dei Superiori, che diffidavano della sua resistenza fisica, lo avevano costretto a rinunciarvi. Amico intimo del benedettino don Clemente, di Santa Scolastica in Subiaco, aveva conosciuto Benedetto a Subiaco, lo aveva riveduto, anche per desiderio dell'amico, a Roma, si era legato di grande affetto a lui e a Massimo. Nella convalescenza di una recidiva il suo medico gli consigliò l'aria di montagna. Un prete vicentino, stato suo condiscepolo e suo estimatore a Propaganda, volle adoperarsi perché il vescovo di Vicenza lo accogliesse nella sua diocesi e lo destinasse alla curazia di Lago di Velo. Il mansueto don Aurelio lasciò fare, contento che la Provvidenza disponesse di lui, contento di avere a comunicare in Cristo con anime semplici, contento di conservarsi nella sua nativa povertà. E venne a Lago, solamente questo sapendo della sua nuova residenza, ch'era ben povera. Non dimenticò l'anima cara di Massimo. Gli scriveva spesso, vegliava sopra di lui, non come un padre disposto ad assisterlo nelle sue lotte di fervente discepolo dell'uomo sepolto a Campo Verano, ma come una madre che trepidasse per l'anima sua. Lo sapeva tentato fieramente d'ira e di odio per la ingiusta guerra che gli era mossa da opposti lati; lo sapeva tentato di deviare dalla retta dottrina religiosa come ne avevano deviato non pochi amici suoi, quali per innato orgoglio, quali per impeti di reazione; lo sapeva tentato, finalmente, anche dalle corruzioni del mondo. Sapeva, per confidenze dello stesso Massimo, di donne belle ed eleganti che gli si erano offerte. Sapeva com'egli avesse a lottare col proprio profondo senso poetico della donna, forse più duramente ancora che col proprio corpo. Lo vedeva in pericolo grave fino a che non avesse incontrato e amato di amore una donna degna di diventare sua moglie; la quale, liberandolo dalle tentazioni, gli creasse intorno una rete di affetti e d'interessi familiari, che valesse anche ad appartarlo dalle lotte religiose. Don Aurelio, sia per la mitezza del carattere, sia per il suo concetto dei particolari doveri impostigli dall'abito ecclesiastico, non era uomo di combattimento. Nelle questioni religiose non apriva la sua mente che a Dio, da Lui solo aspettava, pregando, il trionfo della verità e della Chiesa. Una conferenza di Massimo sugli eretici italiani del secolo sedicesimo, tenuta recentemente a Milano, gli aveva suscitato contro una tale tempesta d'insulti rossi e neri, un tale putiferio di commenti anche dalla gente amica del quieto vivere e ostile a chi non le somiglia, che don Aurelio consigliò il giovine amico di togliersi per qualche tempo da quel trambusto e gli offerse la propria ospitalità, povera di agi, ricca di pace.
"Bravo che sei venuto!" esclamò. Poi, come per un sopraggiunto moto dell'animo, strinse ancora più forte il braccio che già teneva stretto a sé. Massimo sentì nella stretta qualche cosa che lo turbò. Dubitò che quella tacita dimostrazione di affetto intenso coprisse giudizi non voluti esprimere o forse li precedesse: giudizi non scevri di biasimo. Gli parve un'antecipata scusa, una protesta di non volerlo offendere.
"Mi ha disapprovato anche Lei" diss'egli, triste.
"Caro" rispose don Aurelio, "posso non averti approvato in tutto, ma in questo momento penso solamente che hai sofferto."
- "Posso non averti approvato in tutto". - A queste parole Massimo si sentì nel petto come un arresto del sangue e poi un freddo, un formicolio, un peso di tristezza. Non replicò niente, lì per lì. Solo quando don Aurelio entrò, avanti a lui, nel recinto dove, oltre una legnaia mezzo diroccata, è la povera casuccia del curato, mentre l'amico gli diceva il suo dispiacere di non averlo potuto alloggiare, lo trattenne, gli chiese, quasi angosciosamente, cosa non avesse approvato. In quel momento venne loro incontro donna Fedele. Don Aurelio fece le presentazioni, meravigliandosi prima e poi rallegrandosi di vedere i due sorriderne. Carnesecca stava benino; era però inquieto, domandava continuamente di don Aurelio. Don Aurelio non avrebbe voluto che lo si chiamasse Carnesecca; ma donna Fedele protestò vivacemente, alzando le sopracciglia e parlando, contro l'usato, frettolosa, di essere popolo e di voler esprimersi come il popolo.
"Vuole che lo chiami come lo chiama l'arciprete?" diss'ella.
L'arciprete, scherzando sul nome Pestagran, lo chiamava Gran Peste.
Don Aurelio diventò rosso. Non gli piaceva il nomignolo appioppato dall'arciprete a quel misero errante di buone intenzioni; ma neppure gli piaceva udir parlare dell'arciprete in tono di biasimo e d'ironia.
"Eccomi" diss'egli, entrando con Massimo dal fresco vivo della scala nella camera dell'infermo, in un'afa appestata di puzze farmaceutiche.
Donna Fedele era rimasta fuori. Una vecchietta seduta accanto al letto dove la vecchia faccia raggrinzita di Carnesecca sporgeva giallognola, come un pugno di creta, fra il berretto da notte e la rimboccatura delle lenzuola, si alzò in piedi, giunse le mani, beata, esclamò:
"Oh sia lodato, ch'el xe qua!"
L'infermo alzò un poco il capo e il busto, puntellandosi sopra un gomito e alzando l'altro braccio a recar la mano, militarmente, al berretto da notte. Poi, volto alla vecchia, le disse, solenne:
"Lùzia."
Distese il braccio con un maestoso e lento girar della mano fino a mostrarne alto il palmo verso l'uscio; e proseguì:
"Andate pure a fare i vostri mistieri."
La vecchietta se n'andò, ripetendo "vago vago" e il palmo levato ricadde, con un gran colpo sordo, sulle coltri.
"La buona donna soffriva della mia naturale impazienza."
Così dicendo, il signor Ismaele Pestagran soffiò forte per le narici e strinse i suoi piccoli occhi in due faville nere. Si accorse di Massimo entrato alle spalle di don Aurelio e si recò ancora la mano al berretto da notte. "Questo signore?..."
Non pareva contento della presenza di "questo signore". Massimo capì e si affrettò a ritirarsi. Carnesecca, vedendolo movere verso l'uscio, gli disse solamente "scusi!". Nello stesso tempo, donna Fedele, che lo aspettava sul pianerottolo della scala, lo invitò a scendere con lei.
Accadeva qualche cosa che Massimo doveva sapere. Mentre don Aurelio stava celebrando, era venuto il sagrestano di Velo con una lettera dell'arciprete. Aveva lasciato la lettera e parlato colla Lùzia, la quale poi si era espressa con Ismaele così: "Coi vostri malegnazi libri, vu andarì all'inferno e mi me farì andar per carità". Non aveva voluto spiegarsi di più ma Ismaele era convinto che i preti di Velo volevano cacciare don Aurelio da Lago per causa sua. Massimo domandò se vi fosse realmente questo pericolo. Come saperlo? La Lùzia aveva portato il messaggio dell'arciprete nello studio del padrone e don Aurelio non vi era ancora entrato. Ma donna Fedele che ne pensava?
Donna Fedele temeva moltissimo. Forse per confidenze di don Aurelio?
Nemmen per sogno. Don Aurelio non parlava dei Superiori che per dirne bene. Secondo lei c'era più a temere del cappellano di Velo che dell'arciprete e più dell'arciprete che del vescovo. Il vescovo, anzi, pareva molto benevolo a don Aurelio. Questo cappellano, questo arciprete, che uomini erano? Del cappellano donna Fedele non volle dir niente. Dell'arciprete disse ch'era un uomo difficile a conoscere. Ora pareva bonario, ora duro; ora gioviale, ora sarcastico; ora liberale, ora retrivo. Come prete, incensurabile. E qui donna Fedele dichiarò, per debito di coscienza, che anche i costumi del cappellano erano incensurabili. Don Aurelio diceva l'arciprete buon teologo e buon latinista, gli attribuiva tutti i meriti di cui essa non poteva giudicare. Fra lui e il vescovo, uomo di cuore caldo, di grande carità verso amici e nemici, non c'era buon sangue. Si poteva scommettere che l'arciprete avesse subito don Aurelio a Lago per forza e con dispetto.
Secondo lei, don Aurelio era sospetto da un pezzo per la sua predicazione, continuamente sorvegliata, della quale il cappellano aveva insinuato che fosse troppo abbondante di morale pura e di sentimento mistico, troppo scarsa di teologia e di ascetismo.
Stando Massimo e donna Fedele a discorrere così sull'entrata della casa, passò la Lùzia che andava nell'orto a coglier piselli. Donna Fedele la trattenne. Dunque, cos'aveva detto, veramente, questo sagrestano? Aveva detto: "Fèghe drio, fèghe drio, vu, a Gran Peste!
Stavolta el vostro prete el trota". "Curate, curate Gran Peste, voi!
Questa volta il vostro prete se ne va."
Donna Fedele si accese in viso di collera e un fuoco amaro salì anche nel cuore di Massimo. L'erba del prato, le foglie dei gelsi, tremolanti, luccicanti nella brezza pura, le facce placide delle montagne beate nel sole, il gran sereno, tutto, anche l'orticello colle selvette dei piselli, era pieno di bontà, era una musica di bontà intorno alla povera umile casa dell'uomo di Dio, dell'anima penetrata di Cristo. Adesso niente aveva più espressione. Le buone voci delle cose tacevano, colte da un gelo. Né Massimo né donna Fedele osarono dire il loro sdegno nella vicinanza di don Aurelio come non l'avrebbero detto in chiesa. Udirono il passo del curato sulla scala e la voce di Carnesecca che gridava: "Voglio, signore! Voglio!". Udirono don Aurelio rispondere: "No! No!". Poi più nulla.
"Vorrà partire" mormorò donna Fedele "per causa della lettera.
Figurarsi se don Aurelio lo lascia partire in quello stato!"
Don Aurelio non compariva. Donna Fedele si spiccò da Massimo, prese la scala, entrò, senza bussare, da Carnesecca. Massimo fu molto meravigliato di vederla scendere tosto, ridendosi nelle mani strette sul viso. Aveva trovato Carnesecca colle gambe nude fuori del letto.
Erano due tali trampoli neri e secchi di gambe e il pover uomo si era messo a gridare così disperatamente "via! via!" tirandosi addosso le lenzuola, che donna Fedele, col suo carattere, non avrebbe potuto trattenere le risa neppure se le fossero morti il padre o la madre quella mattina.
Ella raggiunse la Lùzia fra i piselli, la consigliò di andare ad assistere il suo ammalato. La Lùzia non volle saperne. Faceva sempre così, quell'uomo. Voleva scendere dal letto senza aiuto. Mandava fuori anche lei, allora. Ma se gli venisse un capogiro? Se cadesse? Se si rompesse un braccio? Se si rompesse il femore?
"Vergine benedeta, quante robe!" fece la Lùzia, dura.
"Eh, quante robe!" ribatté donna Fedele, ridendo. "Mi pare che basterebbe una."
Rise anche la Lùzia e continuò la sua vendemmia di piselli. Allora Massimo si avvicinò, propose di andar egli. La Lùzia approvò subito.
"El vade, El vade!" Invece donna Fedele fece "hm!" e sorrise di un sorriso enigmatico che punse la curiosità di Massimo. Ella gli spiegò allora con parecchi altri sorrisi e parecchie reticenze, ch'egli non era affatto sul buon libro di Carnesecca. Carnesecca leggeva i giornali, credeva che Massimo fosse un modernista, uno di coloro che studiano la Bibbia per trovarvi delle falsità, degli errori, delle contraddizioni, delle interpolazioni, mentre per lui tutto vi era scritto dalla mano di Dio. Era molto contento che don Aurelio non avesse simpatia per la critica biblica. Diceva che circa questo punto gli piacevano più gli ebrei di tanti cattolici. Infatti uno degli amici suoi più cari era un rabbino di Londra. Massimo, non occupatosi mai di critica biblica, si divertì molto dell'orrore che ispirava e anche di quest'amicizia col rabbino di Londra. Donna Fedele gli raccontò che Carnesecca aveva passato parecchi anni in Inghilterra, dove si era fatto protestante, e che vi aveva conosciuto un rabbino, uomo di scienza, dal quale aveva appreso come il corpo umano si componga di trecentosessantacinque ossa. Soggiunse, colorendo forse un poco la cosa colla propria fantasia di umorista, che, in seguito al suo martirio di sassate e di legnate cattoliche, Ismaele sosteneva di sentirsene dolere trecentocinquantanove. I due discorrevano così, quietamente, fra i piselli, mentre la Lùzia era intenta a coglierli. A un tratto li scosse la voce di don Aurelio, affacciato a una finestra del suo studio:
"Massimo! Vieni?"
Massimo corse in casa e donna Fedele, mezzo morta di stanchezza, pregò la Lùzia che le portasse fuori una sedia, si dispose ad aspettare lì qualche notizia del messaggio arcipretale.
Don Aurelio venne incontro a Massimo sul pianerottolo della scala, gli tese le mani, le tenne un poco fra le proprie, guardandolo in silenzio e sorridendo. Poi lo introdusse in un povero studiolo pieno di luce, dal soffitto di graticci imbiancati, dall'impiantito di mattoni, dove non erano che una libreria, un tavolo di abete, poche vecchie seggiole impagliate, un seggiolone di cuoio sdrucito onde scappavano ciuffi di stoffa; e, sopra il seggiolone, un crocefisso di legno. In faccia alla libreria si apriva un camino. La libreria era piena zeppa di libri, il tavolo n'era carico e così la caminiera e così le seggiole, meno una.
Non v'era però disordine; erano cataste regolari, disposte simmetricamente. E non v'era polvere, tutto era mondo come la tonaca e le mani signorili di don Aurelio. Sopra il camino, fra le due finestre, si vedevano due fotografie; una del Sacro Speco di Subiaco e l'altra del Chiostro dei Cosmati a Santa Scolastica. I libri erano in grandissima parte di argomento religioso. Don Aurelio teneva molto alla sua collezione di grandi mistici e alle opere complete di Antonio Rosmini e del padre Gratry. Queste ultime, come pure la raccolta degli oratori sacri di "Notre Dame" e i molti volumi di moderni scrittori cattolici francesi, erano dono della Vayla e avevano appartenuto a suo padre. Don Aurelio veniva mostrando le proprie ricchezze con tanto sereno compiacimento, trattenne con tanta pace il suo giovine amico alla finestra, indicandogli le montagne per nome, i casolari, le vie lontane, che Massimo pensò: o non sa o non è vero. Sentiva intanto di avere un'aria così distratta, di mostrare un interesse così scarso per le cose di cui don Aurelio gli parlava, da trovarsene male egli stesso.
Colse un momento in cui don Aurelio gli nominò Velo d'Astico, per chiedergli quali fossero le sue relazioni coll'arciprete.
"E' un buonissimo uomo" rispose don Aurelio. E soggiunse sorridendo:
"Forse non ha una grande simpatia per me".
Non v'era una ragione di sorridere. Massimo capì che don Aurelio sapeva.
"Perché sorride?" diss'egli.
Il curato non rispose.
Si udì la voce della Lùzia che saliva le scale gridando:
"Smèle, Smèle! Xelo là, Smèle?"
Ella entrò in furia e, guardatosi attorno, parve tramortire, giunse le mani, esclamò: "Gèsumarìte che nol ghe xe!"
Chi, non c'era? - Ma, Smèle! - Che Smèle? - Cape, Carnesecca!
Sicuro, entrando nella camera dell'ammalato, la Lùzia non lo aveva trovato più. Don Aurelio intese, diede un balzo precipitò dalle scale, seguito da Massimo e dalla Lùzia. Proprio vero, la camera era vuota. E gli abiti, gli abiti? Gli abiti erano scomparsi.
"Gèsumarìte, poro can!" fece la Lùzia. "El me ga lassà un franco."
La moneta brillava sulla paglia della sedia, accanto a un gomitolo e a due ferri da calze.
"El se ga desmentegà l'orologio" soggiunse.
"Massimo!" esclamò don Aurelio. "Vieni con me!"
Incontrarono sulla porta di casa donna Fedele, che, udite le grida della Lùzia, le voci commosse degli altri, veniva a vedere di che si trattasse. La informarono rapidamente. Allibì. Allora era vero? La lettera portata dal sagrestano?.. Carnesecca era partito per questo?
Oh Signore!
Donna Fedele parve annientata.
"E' vero" rispose don Aurelio placidamente, "ma quel pover uomo non c'entra per nulla e adesso si fa del male stamattina aveva ancora febbre. E Lei non lo ha veduto uscire?"
Donna Fedele, intenta a guardare la Lùzia che stava raccogliendo piselli, non aveva veduto né udito, come non aveva veduto né udito la Lùzia.
Don Aurelio pensò un piano d'inseguimento. Conveniva decidersi. "Io non posso correre" disse donna Fedele, sorridendo. Poteva correre tanto poco che, dopo avere stretto in silenzio la mano al curato, si ricondusse alla sua seggiola. Più tardi le bisognò pregare la ragazza di Lago, portatrice del latte, che le desse di braccio fino al castagno candelabro dove l'attendeva una carrozzella da nolo.
Don Aurelio scese di corsa verso Lago coll'idea che Ismaele si fosse diretto alla Montanina. Massimo salì verso Maso. Il curato giunse fino ai castagni della costa dove biancheggia la villa Trento, senza incontrare anima viva. Possibile che Ismaele fosse già passato? Un uomo sulla sessantina, febbricitante, quasi digiuno? Impossibile. Don Aurelio si fermò colpito da un'idea. Se quel diavolo d'uomo, supponendo tutto quello che supponeva, fosse andato ad affrontare l'arciprete? Pensandoci, la cosa gli parve più che probabile. Pur troppo! Si batté la fronte, ritornò frettoloso sui suoi passi invece di salire diritto, per l'accorciatoia, da Lago a Sant'Ubaldo, prese la via che, a pochi passi dalla Chiesa, raggiunge l'altra, scendente a Velo. Ecco Massimo che ha trovato gente sulla strada di Maso. Nessuno ha veduto Carnesecca. Don Aurelio non dubitò più.
"Vado io, a Velo" diss'egli, "e ci devo andare solo. Tu va alla Montanina, dove ti aspetteranno."
Massimo gli domandò se, quando non gli riuscisse di ricondursi Pestagran a casa, la camera di Pestagran restando vuota...
Don Aurelio lo interruppe.
"No, caro, non è possibile, ti dirò..."
E perché leggeva nel viso di Massimo altre domande, altri sospetti, parole di dolore, parole di sdegno, lo spinse via:
"Va va dal signor Marcello che t'aspetta, va, parleremo, adesso devo cercare quel disgraziato, devo impedire che faccia qualche sciocchezza, va, va! Il signor Marcello mi ha invitato a colazione. Se posso, vengo."
Il messaggio dell'arciprete conteneva una lettera della Curia Vescovile di Vicenza coll'asciutto licenziamento di don Aurelio, dentro il termine di quindici giorni, dalla curazia di Lago di Velo.
Conteneva inoltre alcune corrette righe dell'arciprete, il quale, dicendosi dolente della inattesa comunicazione, pregava don Aurelio di voler provvedere a che, dentro il termine stabilito, la casa fosse libera da mobili e da persone; il suo successore dovendo portare con sé la madre e una sorella.
Era un'amara cosa venir cacciato da quel nido di pace, separato dal piccolo, caro gregge, non saper dove trovare un tetto, un pane.
"Libera da mobili e da persone". Non era possibile che lo cacciassero per causa d'Ismaele, ma qualche cosa, poste le circostanze, quella parola "persone" significava.
Passato il primo momento di stupore e di dolore, don Aurelio si era sentito nell'anima una dolcezza serena, quasi per le maniamorose di Cristo, che gli posassero sul capo. Adesso non pensava più affatto al suo triste caso, pensava soltanto a due cose: a trovare il venditore di Bibbie e a certo discorso gravissimo, delicatissimo, che il signor Marcello gli aveva fatto in sagrestia, dopo la messa.
Passò, camminando in fretta, davanti a un'osteria solitaria. L'oste, un lombardo barbuto, stato giardiniere al villino delle Rose, fumava la pipa, scamiciato, sulla porta. All'avvicinarsi di don Aurelio gli voltò le spalle, entrò nell'osteria, dicendo abbastanza forte:
"Porci di preti, buttano un moribondo in strada e poi vanno a vedere se è crepato."
E sputò con disprezzo. Don Aurelio mosse difilato alla volta dell'uomo, lo affrontò.
"Galantuomo" diss'egli.
Colui, stupefatto, si levò la pipa di bocca.
"Mezzo litro, reverendo?"
"Dov'è" chiese don Aurelio con piglio risoluto "il moribondo che ho buttato in istrada?"
"Ah, l'uomo delle Bibbie, neh?" rispose l'oste, pacifico. "Scusi se ho detto quella cosa. Non la ho detta per Lei. Del resto, per me, meglio i preti che quel Bibbia lì. E' qui, è qui. Lo ha trovato la donna sulla strada, mezzo morto. Ma non ci sta mica, sa. Se l'è per quello, stia tranquillo, el dica, che se non va via con i piedi suoi, lo faccio andare cont'i miei, di piedi. Eh? Se prima ho parlato male, parlo mica bene, adesso, forsi? Buon giorno, giovinotti!"
Entrava nell'osteria una frotta di alpini assetati. L'oste li accolse fregandosi le mani: "Buon giorno, buon giorno! Rampicanti! Rampicanti sempreverdi!".
Intanto don Aurelio era svoltato nel cortile a fianco dell'osteria, onde venivano grida femminili quasi angosciose. A due passi dal letamaio, sopra un vecchio carcame di sedia mal piantato nella fanghiglia nera, posava l'altro vecchio carcame di Carnesecca, mal sorretto dalla moglie dell'oste, che gridava: "Checa! Checa! Presto!
presto!" con quanto fiato aveva in corpo. Don Aurelio si precipitò, rimise alla meglio in equilibrio il povero Carnesecca che rovinava da tutte le parti, smorto come un cencio lavato male; rimproverò la donna di non averlo portato in casa. La donna, un po' gridava "Checa!", un po' si scusava. Era il suo uomo, Gesummaria, che non aveva voluto. E neanche Carnesecca, Maria Vergine. Pareva rinvenuto, appena tolto su dalla strada. Non era come adesso. Anzi aveva detto: "Mettìtimi sul letamaglio, che son Giopo, io". A questo punto Carnesecca aperse un poco gli occhi e brontolò, col mento sul petto:
"Giobe, no giopo!"
"Sì sì" fece la donna. "Tasì, che adesso i ve porta el cafè."
Ecco la Checca, finalmente, una pollastrona flemmatica di sedici anni, bianca e rossa, che arriva lemme lemme col caffè, non il caffè del padrone e dei clienti, ma quello della padrona e della serva, un caffè simbolico, nel quale il frumento tostato entra per quattro quinti.
Ma intanto una gallina, che fino a quel momento era andata placidamente a diporto sul letamaio, ora guardando con orgoglio ora beccando con umiltà, impaurita dal cane di casa, starnazzò le ali giù nel cortile e s'imboscò in una siepe.
"Gèsu, la galina, parona!" fece la Checca, fermandosi sui due piedi.
"Gèsu, ciàpela ciàpela!" gridò la padrona, conscia di un buco nella siepe e di certi feroci propositi del vicino contro le incursioni gallinacee.
Don Aurelio strappò alla Checca il vassoio del caffè e le due donne, la padrona davanti, la Checca dietro, via come il vento ciabattando per la fanghiglia nera. Un sorso di caffè bastò a rianimare il venditore di Bibbie, che fissò don Aurelio, a bocca aperta, senza dir nulla, con uno sguardo fra trasognato e ridente.
"Cos'avete fatto, benedetto uomo? Cos'avete fatto? Cosa vi è venuto in mente?"
A questa domanda del curato, Carnesecca sorrise e rispose nel suo italiano di Val d'Astico:
"Gliela ho fata, vede. Glielo avevo deto. Gliela ho fata."
Un altro sorso di caffè.
"A me? A voi l'avete fatta. Ma dove volete andare?"
Ancora un sorso, dopo il quale Carnesecca affondò lo sguardo indagatore nel liquido, con una eloquente contrazione delle labbra.
"Dove voglio andare?" diss'egli guardando ancora nel caffè di frumento. "Prima dal Sommo Sacerdote di Velo."
"Questo lo proibisco!" esclamò don Aurelio.
"Vado con rispetto e mansuetudine" riprese placido Carnesecca "dal Sommo Sacerdote di Velo e gli dico: saziati di me, fammi crocifiggere, perché questa è Gerusalemme, tu sei Caifasso e io sono il figlio dell'Agnello."
Don Aurelio andò fuori dei gangheri:
"Non dite stupidità! E' tutta una stupidità vostra quello che supponete! Non è vero niente! Voi ritornerete subito a casa mia!"
Il figlio dell'Agnello, colpito dal volto acceso e dall'accento furioso di Don Aurelio, lo guardò:
"Ben! - Ben! - Ben!" diss'egli, parlando a colpi di pistole. "Se non è vero, non vado. Ma piuttosto morire sul quel letamaio che ritornare da Lei! Domanderò asilo alla Dama bianca delle Rose, la quale..."
"Calàpo!" gridò l'ostessa che aveva acciuffata la gallina e se la riportava fra le braccia. "Calàpo! Calàpo! Cosa feu, Calàpo?"
Calàpo, un omiciattolo tozzo, scamiciato e scalzo, che stava tirando una carrettella fuori della rimessa, vociò alla sua volta che attaccava l'asino per andare a Piovene. L'ostessa andò sulle furie.
"Gnente, gnente, ch'el ga i duluri el musso, bestiulo!"
Carnesecca, disturbato all'inizio di un panegirico della Dama bianca delle Rose, com'egli chiamava la Vayla, cercò di alzarsi per andarsene. Don Aurelio lo trattenne. Aveva pensato che, poste le circostanze, fosse meglio, per molte ragioni, lasciarlo andare al villino delle Rose. Ma non era possibile lasciarvelo andare a piedi.
Pregò l'ostessa di permettere almeno, se non voleva ospitarlo, che Calàpo lo conducesse al villino coll'asino. Ma l'ostessa allegava le sofferenze del "bestiulo", Calàpo urtava la carrettella indietro al suo posto e Carnesecca pretendeva di poter andare a piedi. Don Aurelio si mosse per affrontare l'oste e chiedergli di ricoverare quell'uomo, almeno fino a sera. Calàpo gli si avvicinò e si offerse di fare da "musso". S'impegnava di tirare la carrettella fin al villino. Intanto un alpino aveva chiamato la Checca sulla strada, dietro a quello n'erano venuti degli altri, l'avevano presa in mezzo, rossa e ridente.
L'ostessa chiamò "ohe, Checa!". La Checca rientrò, gli alpini la seguirono e uno di essi, udendo l'amico Calàpo insistere nella sua offerta che don Aurelio esitava ad accettare, gli gridò:
"Vusto? Te juto!" Anche i suoi compagni, per far chiasso, offersero il loro aiuto. Si combinò che avrebbero tirata, tutti insieme, la carrettella fino a Velo, dove si sarebbe cercato un asino sano. Calàpo entrò fra le stanghe della carrettella, due alpini levarono Carnesecca di peso e ve lo adagiarono dentro. Proposero, ad alte grida, di farvi salire anche la Checca, ma la Checca scappò da una parte e Carnesecca fece l'atto di buttarsi giù, sdegnosamente, dall'altra. L'ostessa accomodò le cose. "Del peso, tusi? ve servo!" Mandò Calàpo per due sacca di grano da portare al mugnaio. Ma Carnesecca chiamò Calàpo a sé, gli domandò se veramente si sentisse in grado di trascinare da solo la carrettella fino a Velo. "Fino a Velo?" rispose Calàpo. "Fino a Piovene!"
Allora Carnesecca, al quale ripugnava l'accompagnamento chiassoso degli alpini, si voltò ad essi e chinando il capo fra le mani spiegate come due grandi appendici degli orecchi, ringraziò a destra, ringraziò a sinistra, fece capire che non occorreva si disturbassero. Pareva un Papa in sedia gestatoria, che benedicesse.
Gli alpini, malcontenti della Checca negativa e delle sacsa positive, si scostarono.
"Andiamo, Calàpo" fece Carnesecca, dolce dolce. "La benedico" disse a don Aurelio "per la Sua ospitalità." E all'ostessa: "Vi benedico anche voi per questa carrettella, per la sedia e... siamo misericordiosi...
anche per il caffè". Ecco l'oste che sbuca da una porticina laterale dell'osteria, vede e sbuffa: "Cosa l'è questa commedia?". Carnesecca lo guarda, placido. "Vi benedico" dice "anche voi, galantuomo, perché avete una moglie cristiana e la moglie cristiana giova al marito idolatra. Andiamo, Calàpo."
L'oste rimase di stucco, Calàpo, gobbo sotto l'arco delle cinghie, svoltò dal portone in strada, gli alpini gli tennero dietro motteggiandolo: "Arri, Calàpo! Arri, Calàpo!". Don Aurelio, guardato un poco il bizzarro gruppo che si allontanava verso Velo, riprese la via di Sant'Ubaldo.
2.
Egli aveva nel cuore, adesso, e nella mente, soltanto il colloquio avuto col signor Marcello, dopo la messa, in sagrestia. Il signor Marcello gli aveva parlato come uno che si crede vicino a morire, senza volerne spiegare il perché, solo accennando ai suoi settantadue anni. Qualche mutamento doveva essere avvenuto in lui. Lo dicevano certa placidità, e certa dolcezza nuova della voce e degli occhi. E gli aveva fatto un discorso tanto impensato! Il discorso del signor Marcello era stato, in sostanza, questo. Inquieto circa l'avvenire della persona che considerava come figlia propria, preso dal timore che non volesse accettare di venir beneficata da lui per testamento, che ricadesse in balia dell'uno o dell'altro dei suoi genitori, aveva pensato, superando le renitenze del suo cuore mortale coll'immaginarsi nell'eternità, che, se fosse possibile un matrimonio della ragazza coll'amico del suo povero figliuolo, con Massimo Alberti, almeno il più grave di quei pericoli, il secondo, verrebbe sicuramente evitato.
E sarebbe probabile che si evitasse in parte anche il primo; perché egli potrebbe, soddisfacendo in parte il desiderio di Lelia, legarle solamente la villa. C'era da sperare che né lei né il marito volessero offendere la sua memoria rifiutando il legato.
Non si poteva domandare a una ragazza di ventidue anni un lutto eterno, una rinuncia irrevocabile al matrimonio. E bisognava farle intendere che si prevedeva, che si accettava per lei un'altra sorte.
Forse, almeno vivo lui, Marcello, ella non avrebbe voluto far cosa che paresse quasi oltraggio alla memoria del povero Andrea. Incoraggiata, fatta persuasa che il povero Andrea non poteva disapprovare, dal cielo, questa unione, si sarebbe decisa. Il signor Marcello lo credeva. L'incognita del problema era Massimo Alberti.
Il signor Marcello ne aveva udite molte lodi da don Aurelio, ma non sapeva se avesse legami, se avesse affetti, se intendesse prendere moglie o no. Per questo aveva aperto il cuore a don Aurelio, per questo gli chiedeva aiuto: aiuto d'informazioni, aiuto di consigli, aiuto più diretto, se la cosa fosse possibile, presso il giovane che lo amava tanto.
Il discorso aveva fatto salire fiamme di turbamento al viso del curato. Massimo non aveva legami non confessabili. Di questo si teneva sicuro. Neppure lo credeva innamorato, benché non l'avrebbe potuto giurare. Lo conosceva facile alle simpatie. Il giovine non gli aveva taciuto, scrivendogli, i sentimenti fugaci che uno sguardo accendeva in lui e una conversazione spegneva. Quali erano le sue disposizioni rispetto al matrimonio? Contrarietà certamente no, ma volontà fermissima di non legarsi senz'amore, di non lasciarsi suggerire la scelta da chicchessia. Un consiglio di questo genere lo aveva distolto da certo matrimonio che, senza lo zelo del consigliere, forse si sarebbe fatto. Ci voleva qui un'arte che don Aurelio, nuovo a siffatti negozii, conosceva di non possedere. Sarebbe stato contento di averla, desiderava che Massimo prendesse moglie, gli pareva capace di formarsi una famiglia ideale, ma...
Disse al signor Marcello tutto ciò e gli tacque la spina che lo pungeva di più. La signorina Lelia gli era un enigma, un astuccio chiuso, che poteva contenere gioie buone oppure gioie false. Il signor Marcello insistette, mostrando fretta, anche. Don Aurelio aveva imparato a venerare, nel breve tempo da che lo conosceva, quel vecchio dall'anima calda, aperta, umile, tutta fede candida e amore della Parola Divina. Non seppe rifiutargli la grazia che gli domandava, promise di fare del suo meglio.
Fare, sì; ma cosa?, pensava camminando lentamente sulla via bruciata di Sant'Ubaldo. Scoprire, intanto, se Massimo avesse o no il cuore libero. Questo non era difficile. E poi, se aveva il cuore libero, come avviarlo a quella parte senza aver l'aria di una intenzione? E il tempo? Quando aveva parlato col signor Marcello non sapeva di dover partire fra quindici giorni. Non vorrebbe partire anche Massimo? Ed era impresa, quella, da condurre a fine in quindici giorni? Qui era il caso di confidarsi a donna Fedele. Donna Fedele s'intendeva di queste cose, poteva consigliarlo bene. E donna Fedele, benché non frequentasse la Montanina, poteva sapere della signorina Lelia più cose che non ne sapesse egli. Guardò l'orologio. Dieci e mezzo. Aveva il tempo di andare al villino e di ritornare alla Montanina per l'ora di colazione. Le occasioni di studiare da vicino la signorina Lelia e di vedere i due giovani assieme erano adesso preziose. Affrettò il passo e prese la strada che scende a Lago prima di toccare Sant'Ubaldo. Attraversando il verde girone ombreggiato di meli e di noci, corso da rivoletti, dove il monte, fra la costa di Lago e la costa della Montanina, riposa, si cercò nella memoria le poche tracce lasciatevi dalla signorina Lelia. L'aveva udita suonare il piano con molta espressione. L'aveva veduta qualche volta scendere per la strada che da Sant'Ubaldo conduce alla Batteria, recando fasci di fiori selvaggi. Parole ne ricordava ben poche e insignificanti. Quando gli avveniva di celebrare a Santa Maria ad Montes, ella c'era sempre, accanto al signor Marcello. Presente a una conversazione fra il signor Marcello e lui circa la lettura abituale del Vangelo, non aveva mostrato alcun interesse per l'argomento. Anzi, ora se ne sovvenne, glien'era rimasto il dubbio che non avesse letto il Vangelo per intero. Non gli pareva brutta ma neppure sufficientemente bella per conquistare Massimo d'un colpo. La sua impressione dell'aspetto era che rivelasse molta intelligenza, un carattere misto di schivo e di capriccioso.
Assorto in questo problema, sarebbe forse passato accanto a donna Fedele senza vederla, s'ella non avesse esclamato: "Oh, don Aurelio!".
Era seduta colla ragazza di Lago sopra un grosso tronco atterrato, poco più su della svolta che piega verso la Montanina.
"E dunque?" diss'ella. "Lo ha trovato?"
All'udire che Carnesecca era in viaggio verso il villino delle Rose, si alzò in piedi stupita, contenta che fosse così, desiderosa di affrettare il ritorno al villino. Congedò, benché mortalmente stanca, la ragazza di Lago, per poter discorrere con don Aurelio del suo licenziamento, delle forme, delle ragioni. C'era poco a dire e don Aurelio troncò anche le congetture ch'ella proponeva, sia perché gli stava sul cuore un altro discorso, sia perché temeva parole di lei troppo sdegnose contro i preti di Velo. E mise subito in campo la sua necessità di conferire con lei circa un argomento assai grave. "Più grave di questo?" chiese donna Fedele. Sì, più grave. Questo era semplice e l'altro era complicatissimo. Avevano quasi raggiunta, discendendo, la carrozzella da nolo che dal castagno candelabro era salita fino al cancello della Montanina. Il curato si fermò, volendo parlare subito.
"Don Aurelio" disse la signora "se ha il coraggio di darmi il braccio, mi fermo; altrimenti vado a sedere in carrozza." Era pallida, pallida; eppure i dolci grandi occhi sorridevano.
Poiché non erano ancora le undici, donna Fedele trovò che il curato poteva venire al villino con lei e farsi ricondurre alla Montanina per mezzogiorno. Anche se la presenza del vetturino impedisse loro di discorrere durante il tragitto, potevano avere al villino un quarto d'ora di libertà. Cinque minuti prima di mezzogiorno, don Aurelio spingeva il cancello del portichetto che fiancheggia Santa Maria ad Montes e mette nel giardino della Montanina. Quel gran peso di prima gli si era alleggerito non poco. Donna Fedele aveva accettato di aiutarlo con tale una commozione di buona volontà, ch'egli, ignaro del profondo cuore di lei, ne fu alla sua volta commosso di riconoscenza, come se quella buona volontà si fosse accesa solamente per lui.
3.
Massimo discese da Sant'Ubaldo col cuore amaro per don Aurelio, non dubitando, come Carnesecca, che occasione del colpo fosse stata l'ospitalità concessa al propagandista luterano. E si domandava con pena dove potesse il suo povero amico trovare appoggio. Se il povero prete dovesse andarne randagio in cerca di un'altra diocesi, non lo seguirebbero le calunnie dappertutto? Non troverebbe dappertutto malvolere, o diffidenza, o timidezza?
Appena toccato il cancello della Montanina, un'ansia differente gli salì dentro questa e lo soverchiò. Pensò all'incontro imminente colla signorina, desiderandolo e temendolo. La scena, intorno alla villa bianca, di verdi rive, di alberi lentamente mossi dal vento, di ruscelli mormoranti, di rose arrampicate ai massi o pendenti, a ciuffi, sull'acqua corrente aveva per lui un'anima segreta di pauroso incanto. Invece di movere diritto alla villa, prese a sinistra, passò il drappello di pioppi, il ponte quasi affogato nelle rose, andò lungo la Riderella fino ai noci, dove un picciol salto dell'acqua canta presso alle ombre. Poi si domandò con impazienza la qualità del suo turbamento per una creatura non mai veduta. Non trovò risposta. Invece gli si riaffacciarono le due fotografie colla domanda: quale delle due vedrò? L'idea di vedere il viso marmoreo dagli occhi bassi gli fece paura. Si alzò dal sedile e si avviò alla villa, cercando penetrarsi d'indifferenza. Non incontrò nessuno; né padroni, né domestici. Vide da lontano, verso la scuderia, Teresina che parlava con un signore.
Seppe da lei più tardi che quel signore era il medico del paese, il quale non aveva creduto opportuno di visitare il signor Marcello fino a che non se ne trovasse un pretesto. Salì nella sua camera e, guardato a lungo il ritratto di Andrea, cambiò riguardosamente, quasi con rispetto, l'acqua del vaso alla rosa che pendeva più curva, più languida, tocca nell'esterno dai primi lividori della morte. Rilesse le sue lettere al perduto amico, ancora più avvizzite del fiore. Stava contemplando dalla finestra, senza pensiero, la festa del sole, del vento, delle cose vive esortanti a vivere, quando udì un camminar pesante nel corridoio, un lieve spingere dell'uscio. Era il signor Marcello, che, vedendolo, mise un'esclamazione di scusa.
"Non sapevo che fosse rientrato" diss'egli.
Teneva in mano una rosa fresca, una magnifica rosa, bianca come l'altra. Si guardarono, s'intesero cogli occhi, in silenzio. Massimo prese, commosso, la rosa e il signor Marcello si ritirò.
Verso le undici e mezzo, mentre Massimo stava scrivendo lettere, Giovanni venne a pregarlo di scendere, da parte del padrone.
"E' nel salone colla signorina" diss'egli.
Massimo pensò subito: "quale delle due vedrò?" e si avviò a discendere per la scala di legno.
Lelia sedeva alla scrivania posta per isghembo fra la grande vetrata e il camino a cappa, e voltando le spalle alla scala. Ella fremeva di sentirsi tanto battere il cuore, non voleva confessare a se stessa la curiosità ardente di vedere l'uomo che stava discendendo le scale, non avrebbe mosso il capo a guardarlo né allora né poi se lo avesse potuto fare senza taccia di pazza villania.
"Lelia" disse il signor Marcello, dolcemente.
Ella depose la penna, aperse il cassetto per posarvi qualche cosa, vi frugò dentro, e, finalmente, si alzò, si voltò.
Il signor Marcello la presentò:
"Mia figlia."
Ella salutò appena. Massimo fece un inchino mormorando qualche cosa d'indistinto di cui s'intese solo "piacere".
Sì, piacere. Non era né l'uno né l'altro viso. Era il viso compunto della fanciulla che accoglie, per la prima volta, un amico del suo fidanzato morto. Era il viso di una persona che fu tutta per l'amore ed è tutta per la morte. Massimo sarebbe stato severo alle irregolarità di quel viso se l'espressione ne fosse apparsa diversa.
Invece, non parendogli tale da doversene guardare, lo trovò quasi bello. E trovò graziosa la persona, non alta ma perfetta di forme nel semplice vestito cenere guernito di nero, basso di accollatura. I capelli biondi gli parvero magnifici sulla testa piccola e il collo d'avorio, elegante. Egli prese tosto un'aria più sciolta.
Invece Lelia parve farsi anche più rigida. Il signor Marcello si avvide, a un impercettibile moto di lei, che stava per prendere il volo come un bambino atteso al giuoco, cui brucia il pavimento. Volle trattenerla parlando di lei.
"Si è sacrificata per la mia povera moglie e per me" disse egli.
Raggiunse l'effetto opposto. Lelia esclamò in tono di rimprovero:
"Papà!" e corse via, verso la sala da pranzo. Il signor Marcello la richiamò dolente: "Lelia!".
Ella si fermò proprio sulla soglia della sala da pranzo si voltò e stette, colle mani agli stipiti. Massimo trasalì. Era il viso temuto, la Sfinge marmorea dagli occhi bassi. La visione non durò tre secondi.
Lelia alzò gli occhi, sorrise di un sorriso forzato.
"Devo andare, papà" diss'ella, "se vuole far colazione."
"Allora..." fece il signor Marcello, più malcontento che rassegnato.
Appena ella fu scomparsa, ne fece grandi elogi. Era buona, intelligente, musicista nell'anima, abile nella direzione della casa, che teneva lei. Massimo ascoltava e taceva. Mise, quando poté, il discorso sul licenziamento di don Aurelio, del quale, naturalmente, il signor Marcello nulla sapeva. Massimo non ne conosceva ancora i particolari ma il fatto era certo.
Il signor Marcello ne fu più sbigottito e dolente che irritato.
Ventiquattr'ore prima non sarebbe stato così. Di Carnesecca, Massimo non poté riferire che la fuga. Era molto dubbio, secondo lui, che don Aurelio potesse tenere l'invito a colazione. Parlò anche di donna Fedele, senza sapere quali fossero le relazioni di lei colla Montanina. Il signor Marcello mostrò di compiacersi molto che vi fosse fra loro un legame, v'insistette senza dirne il perché, senza lodi speciali delle persone e prese a raccontare come i Vayla di Brea si fossero stabiliti ad Arsiero. Intanto sopraggiunse don Aurelio.
Egli entrò lieto. Alle domande ansiose di Massimo e del signor Marcello rispose corto. Sì sì, era vero, doveva lasciare la curazia dentro quindici giorni, sì. Ma non c'era da accusare nessuno. Ismaele era un povero uomo, un visionario. Le sassate di Posina gli facevano vedere persecutori dappertutto. A Lago sarebbe venuto un prete con famiglia: madre e sorella. Probabilmente si trattava di procurargli un pane, poveretto; mentre egli, solo soletto com'era... E si strinse nelle spalle come se per lui trovar pane fosse affare da nulla. Si dilungò invece a raccontare l'odissea di Carnesecca, ch'era già beatamente a letto in una bella cameretta del villino. Ossia, beatamente no, perché le trecentocinquantanove ossa gli avevano ripreso a dolere forte; ma insomma...! Il domestico annunciò che la colazione era servita. Lelia aspettava nella sala da pranzo.
I quattro commensali sedettero alla tavola quadrata, uno per lato:
Lelia in faccia alla porta vetrata che mette in giardino e guarda le scogliere del Barco, Massimo alla sua sinistra, in faccia alla finestra che si apre sulla imminente, scura, profonda selva di castagni. Alla destra di Lelia era don Aurelio, che le rivolse presto la parola, le disse di averla veduta spesso discendere per la strada militare della Batteria, recando fiori. Le parlò dei molti rododendri che macchiano le frane della Priaforà. Ella li conosceva pure e confessò di prediligere quei luoghi selvaggi. Aveva una voce più grave meno dolce della voce di donna fedele, morbida e calda, mossa, dentro i confini delle note femminili, da una corda di violoncello, ricca di contenuto passionale in potenza.
Alla domanda di don Aurelio se amasse le solitudini, rispose di slancio che sì, molto. Soggiunse, per timore di un equivoco:
"La solitudine, Lei dice?"
"Dicevo "le solitudini" veramente."
Ella si avvide, senza guardare da quella parte, di un movimento delle labbra di Massimo. Si affrettò a riannodare il discorso con don Aurelio, gli chiese se avesse veduto fioriti i rododendri della Priaforà. Eh no, non era possibile, la signorina dimenticava che don Aurelio era venuto a Sant'Ubaldo nell'ultimo ottobre.
"Li vedrà in luglio" diss'ella.
Don Aurelio sorrise.
"Sai" disse il signor Marcello malinconicamente, "don Aurelio ci abbandona."
"A dire il vero" osservò Massimo, "non è lui..."
"Ci abbandona?" interruppe Lelia più sorpresa che dolente.
"Lo cacciano via" disse Massimo con una punta di dispetto, volendo imporsi all'affettata noncuranza della signorina. Ella gli lanciò uno sguardo freddo come per dire: cosa c'entra Lei? E ripeté la domanda:
"Ci abbandona?".
Ma, quando Alberti s'impuntava, non era facile, metterlo da parte così.
"Eh sì, lo cacciano via!" ripeté alla sua volta, parlando piuttosto allo stesso don Aurelio che a Lelia. "Lo caccia via l'arciprete! Lo caccia via perché si è tenuto il protestante in casa! Oppure lo caccia via perché lo crede modernista, non dica di no!"
A Massimo la umile mansuetudine di don Aurelio verso i suoi nemici pareva qualche volta soverchia, riusciva irritante. Gli era parsa soverchia un momento prima, quando l'amico aveva parlato del suo successore bisognoso di pane per la famiglia. Bruciava di dirglielo in faccia, di fargli riconoscere espressamente la verità. Durante la sua sfuriata, don Aurelio non fece che protestare a monosillabi; poi espresse il vivo dolore che gli facevano quelle violenze di linguaggio, quelle accuse non dimostrate.
"Eh capace!" si brontolava, a capo chino, il signor Marcello, pensando all'arciprete. "Capace! Capace!"
"L'arciprete sa benissimo che non sono modernista!" esclamò ancora, con un ultimo gesto di protesta, don Aurelio, cui l'arciprete aveva fatto realmente, circa quel punto le più ampie dichiarazioni di stima.
"Euh!" fece il signor Marcello. "Lei, modernista!"
"Non lo è certo" disse Massimo. "E' forse tutt'al più un modernista come poteva esserlo Antonio Rosmini. - Lo dicono anche di me"
soggiunse candidamente.
Don Aurelio ebbe un sussulto di riso.
"Tu... tu... tu...!" esclamò con una reticenza eloquente.
Massimo sentì e, volti gli occhi, incontrò il lampo di uno sguardo di Lelia, che gli passò il cuore come una saetta di fuoco, si spense.
N'ebbe annebbiata per un istante la vista e gli fu duro lo sforzo di rispondere abbastanza prontamente a don Aurelio.
"Sì" rispose, "sarò più modernista di Lei, ma modernista non sono."
Non era stato uno sguardo della Sfinge marmorea, un lampo rivelatore?
Il signor Marcello allungò la mano a prendere quella di lui, stesa sulla tavola.
"Caro caro" diss'egli. "Tenga a mente le parole di un vecchio: non vi ha che un solo modernismo buono ed è quello di Dante."
"Via via!" fece don Aurelio, sorridendo. "Alberti è più moderno di me, ma non è modernista. Che!"
"Dante, caro!" ricominciò il signor Marcello. "Tutta la credenza cattolica, fino all'ultimo iota, con fede intensa, e tutto il Vangelo, a tutti gli uomini, di qualunque colore portino l'abito, fino all'ultimo iota, con parola franca! Dante, caro, Dante, Dante! - E adesso parlate di rododendri."
Invece che di rododendri, Massimo parlò della camera lasciata vuota, a Sant'Ubaldo, da Carnesecca, disse al signor Marcello che non aveva più ragione di dargli incomodo. Il signor Marcello, sorpreso, quasi offeso di tali cerimonie, protestò che non l'avrebbe lasciato partire. Il discorso di Massimo parve dare ai nervi anche di don Aurelio, cui era più facile manifestare il suo animo con un inquieto agitarsi di tutta la persona che con parole. Massimo insisteva; egli pure, come don Aurelio, accompagnando parole rotte con moti diversi della persona e del viso, con segni visibili di argomenti invisibili.
"Insomma" esclamò il suo amico, mezzo serio, mezzo ridente, "stando in casa mia tu mi faresti più male di quell'altro ch'è scappato e non ti voglio! Devi accontentare il signor Marcello."
Massimo ebbe il senso, con una gran vampa nel petto, di qualche cosa di grave che maturasse in quel momento, per lui. Gli si alzarono in mente, con un debole moto, le parole "allora vado a Milano" e ricaddero. Tacque.
Lelia non aveva mai aperto bocca dopo incontrato lo sguardo che diceva "prende interesse a me?". Non si perdonava lo sguardo proprio. Capiva il dispiacere del signor Marcello; non capiva che don Aurelio non desiderasse il suo amico a Sant'Ubaldo. Questo era un enigma, per lei.
E si lavorava in cuore un artificiale disprezzo per Massimo, che, volendo veramente partire, avrebbe dovuto, invece di parlarne a colazione, scendere più tardi colle sue valigie fatte e dire al signor Marcello: "Non c'è più ragione che lo stia qui, me ne vado". Naturale, il signor Alberti preferiva una bella camera, una bella casa, una buona tavola alla stamberga e alla cucina penitenziale del curato di Lago.
Anche modernista, era, dunque! Di modernismo Lelia sapeva meno che niente. Le era antipatico il nome, antipatico il senso che gli attribuiva nella sua ignoranza. Ella non aveva mai considerato il perché del suo fedele seguire automatico. Le pratiche religiose.
Creatura d'istinti e di passioni piuttosto che di ragionamento, non si sentiva legata per niente da quelle pratiche nei moti della fantasia e delle idee. Concepiva il modernismo non come uno sforzo di adattamento del cattolicismo tradizionale all'ambiente moderno ma come una dottrina che agli obblighi religiosi antichi della tradizione cattolica ne sostituisse di nuovi, più estesi, più indeterminati, più pesanti.
Qualche volta pregava di cuore, sempre nelle forme tradizionali e non mai mentalmente, per obbietti immediati particolari e non per amore divino, per elevazione dello spirito; ma con impeto sincero. Le piaceva di poter pregare così. Si figurava, e le era odioso, che il modernismo fosse inconciliabile colla preghiera tradizionale. Il solo carattere del modernismo che potesse sedurla era quello di sorgere come una ribellione; ma lo giudicava una ribellione a mezzo, un aborto di ribellione. E il signor Alberti era un modernista! Ciò l'aiutava nei suoi propositi di disprezzo.
Le frutta erano state servite. Ella si alzò.
L'ostinato silenzio di lei dopo lo sguardo di fuoco, che gli bruciava nel cuore sempre più forte come una ferita nel raffreddarsi, si accordava nella mente di Massimo con quello sguardo, continuava la rivelazione lenta, paurosa della Sfinge marmorea. Nell'alzarsi cogli altri all'alzarsi di Lelia, il giovine ricordò certe parole volgarucce di un amico, di cui si seccava ancora nella memoria: "Tu non hai ancora preso cotte ma quando ne prenderai una, sarà fulminea e terribile". Entrando nel salone dietro a lei, le vide sulla nuca bianca un lieve spruzzo di minuti rossori. Gli fece bene di vederli; gli parve che almeno l'attrazione fisica di quella strana creatura ne fosse un poco diminuita. E prese a braccetto don Aurelio, si dolse affettuosamente che non lo volesse a Sant'Ubaldo. Don Aurelio aveva trovato la scappatoia buona. "Mi comprometti, mi comprometti!"
diss'egli, ridendo di quel suo riso che gli faceva sobbalzare la persona. "Non è vero, signorina?"
"Tanto" diss'ella, senza guardare né l'uno né l'altro, "oramai mi pare lo stesso."
E si dispose a servire il caffè. Don Aurelio era tardo a raccogliere le scortesie e non raccolse neppure questa che feriva Massimo più di lui. Mormorò umilmente: "Scherzo, scherzo" e soggiunse nella sua innocente inesperienza di certi sottintesi:
"Povero Massimo, non può compromettere nessuno."
Massimo rimase un po' male ma non fiatò. Lelia ebbe un lievissimo sorriso che rivelò a don Aurelio il suo fallo.
"Ah! sì, bene, mio Dio, che sciocchezze!" diss'egli, rispondendo, con un riso quasi di compassione, a parole non dette. "Io parlo semplice, bisogna intendere!"
Il signor Marcello chiamò tutti al terrazzo per vedere un effetto di nubi temporalesche. A settentrione il sole batteva le cime di Rotzo in Val d'Astico, dorate nel limpido azzurro; e il ciglio dello stesso altipiano era sfolgorato a levante da un continuo lampeggiar muto del cielo turchino. Lelia corse al richiamo, avida, fingendo dimenticare che non aveva servito ancora il caffè ad Alberti. Quando, un momento dopo, questi e don Aurelio uscirono pure sul terrazzo, ella se ne ritrasse, scivolò nella sala da pranzo, fino alla soglia dell'uscita in giardino. I temporali le mettevano nei nervi un tripudio folle.
Allora voleva essere sola a goderne, a risponder loro come un'altra piccola nube satura di elettrico. Se il vento avesse soffiato, sarebbe corsa fuori ad ogni patto, come faceva qualche volta la notte sciogliendosi i capelli. Poiché non si moveva foglia e udì il signor Marcello domandar di lei, ritornò sul terrazzo.
"Il caffè, cara?" disse il vecchio. "Alberti e io non l'abbiamo avuto."
Ella si scusò. Nel servire Massimo non fu propriamente sgarbata; però qualche cosa di poco gentile nel suo viso e nei suoi atti ci fu. Don Aurelio, che mansuetamente ma finemente notava, pensò, nel suo ingegnoso ottimismo, che la memoria del fidanzato non fosse più tanto viva nel cuore di lei s'ella si mostrava tale verso il suo amico prediletto.
"Lei" disse "ex abrupto" il signor Marcello, rivolgendosi a Massimo, "quel Benedetto di Subiaco, dove lo ha conosciuto?"
"A Jenne."
"E com'era?"
"Senta; non dirò che l'ho adorato perché la parola non mi piace, dirò che l'ho amato come non ho amato nessuno al mondo, fuori di mia madre."
Massimo non si attendeva una parola dalla Sfinge.
"Ma era proprio un Santo?" diss'ella.
"Scusi, signorina" rispose, "non ho affatto bisogno che le persone cui voglio bene sieno sante."
Ella insistette.
"Non è vero che faceva miracoli?"
"No, signorina; non faceva miracoli."
"E' vero che morì nelle braccia di una signora?"
Don Aurelio, stupefatto che una giovinetta si esprimesse così, non poté reprimere una esclamazione di protesta.
"Lelia!" fece il signor Marcello, severamente.
Massimo esclamò, infiammato nel viso:
"E' una calunnia vilissima! Non l'ho intesa mai!"
"Io l'ho letta" disse Lelia tranquillamente.
Don Aurelio intervenne.
"Senta, signorina. L'uomo di cui parla poté errare in cose di dottrina, di questo non rispondo. Del resto sarebbe stato il primo a riconoscerlo se la Chiesa glielo avesse detto. Quanto a vita, dopo la sua conversione, è stato purissimo. Di questo rispondo."
Il signor Marcello, che seguiva la discussione con un moto inquieto di tutti i muscoli, di tutte le rughe del viso parlante, la interruppe con autorità. Allegò un suo desiderio di conferire con don Aurelio e propose a Lelia una passeggiata in giardino con Alberti. Lelia lo guardò, attonita, e guardò Massimo, come cercando appoggio:
"Fa tanto caldo!" diss'ella.
Il giovine osservò che poteva benissimo andar solo. Ma il signor Marcello non accettò le scuse. Una flotta di grandi nuvole in corsa oscurava rapidamente il verde intorno alla villa. Era più a temere la pioggia che il caldo.
"Lei conosce bene la Montanina?" disse Lelia uscendo dalla porta di mezzogiorno, che si affaccia al pendio verde, sparso di abeti, di larici e di faggi, coronato, in alto, di castagni. "Lei ha visto la Meridiana, il beato Alberto Magno, la testa di caprone che butta l'acqua della Riderella?" Aveva l'aria di recitare una lezione noiosa recitata cento volte. Non parve accorgersi, camminando davanti a Massimo, ch'egli non rispondeva. Si avviò per il sentiero che sale a tergo della villa. "Conosce anche fonte Modesta?" diss'ella, passando presso il piccolo cavo e il mormorio sommesso della fonte. E procedette senza curarsi del mutismo di Alberti, indicando, secca secca, ora questo ora quello, come un cicerone indifferente.
Mentre stava dicendo "la sorgente della Riderella", Massimo, che soltanto aspettava di essere abbastanza lontano da casa, la interruppe.
"Signorina" diss'egli, "non ho insistito col signor Marcello perché vedevo che gli avrei fatto dispiacere, ma ora Le dico ch'Ella non deve disturbarsi per me. Se permette, vado solo."
Lelia rispose gelida:
"Come vuole."
E si fece da banda sullo stretto sentiero, aspettò ferma, cogli occhi bassi, marmorea, ch'egli passasse.
"Grazie" disse il giovine e passò, senza guardarla, fremente. Cosa si era messa in capo, questa signorina, per trattarlo così? Ch'egli volesse farle la corte? Altro non era possibile supporre. Perché anche le sciocche domande su Benedetto erano state impertinenze volute.
Farle la corte? Una bella presunzione!
Però, quello sguardo di fuoco! Collo sguardo di fuoco, Massimo ripensò anche la musica della notte. Cos'aveva nell'anima, la misteriosa creatura? Le rigidezze, le noncuranze, le impertinenze tacite, le impertinenze espresse, erano ostentazioni, a ben considerarle, incomprensibili. Perché, come poteva ella supporre in lui la intenzione di farle la corte? Che segno ne aveva egli dato? Gli passò per la mente un sospetto. Don Aurelio si era fitto in testa ch'egli dovesse prender moglie presto. Possibile che avesse pensato a questa signorina? Che qualche cosa ne fosse trapelato a lei stessa?
No, impossibile, per cento ragioni. Non foss'altro, per l'amicizia che legava don Aurelio al signor Marcello. E allora? Allora una sola cosa era chiara: la voluta ostilità della fanciulla. Si poteva interpretarla come una difesa contro l'amore nascente, se l'amore avesse avuto il tempo di nascere. Ma così?
Sostò a un sedile rustico sotto il castagno dove la costa gira. Le grandi nubi veleggiavano al Torraro, le ombre degli alberi si movevano al vento sulle rive fiorite, la villa bianca rideva laggiù nel sole, il fragore sordo del torrente e delle turbine di Perale saliva nel silenzio del castagneto. Massimo non godeva l'ombra, né il vento fresco né la bellezza gentile e grande delle cose. La sentiva straniera al suo cuore amaro, si sentiva straniero ad essa. Meditò che dovesse fare. Rimanere alla Montanina, no. O persuadere don Aurelio a ospitarlo, o ritornare a Milano. Si rimescolò volontariamente nel cuore tutte le amarezze, quelle posate al fondo, quasi fuori della memoria, insieme alle ultime. Fermò il pensiero sul caso doloroso di don Aurelio. Perché, infine, non valeva proprio la pena di turbarsi per le impertinenze della signorina Lelia. Ma don Aurelio! La tentazione antica ritornava scura, violenta: non era da romperla una buona volta con questa gente che perseguitava uomini come don Aurelio, sale della Terra? Subito sentì sopra di sé lo sguardo severo dello stesso don Aurelio, del perseguitato mansueto ai suoi persecutori; e quell'impeto di ribellione cadde. Lasciare però di combattere per la Chiesa contro i nemici di lei, incrociare le braccia davanti al conflitto: questa non era una tentazione, questo era un consiglio buono, da seguire. E che fare, allora, nel mondo? Dimenticarlo, il mondo, farsi eleggere medico condotto, perché no?, in un bel paese perduto fra le montagne, comporsi un focolare di amore, non sarebbe la felicità? Chiuse gli occhi, immaginò due braccia morbide che gli cingevano il collo, due labbra che s'imprimevano sulle sue, due roventi labbra che gli si affondavano nell'anima, le labbra di una giovinetta semplice, dallo spirito gentile, punto Sfinge, ch'egli stesso formerebbe al senso delle cose belle e dell'alto Divino, all'amore squisito. Riaperse gli occhi, sospirando, nel gran verde. Le ombre mosse lentamente, in qua e in là, sull'erba fiorita, le voci lievi del vento, il tremolio brillante dei pioppi nel prossimo valloncello non gli erano stranieri come prima, lo blandivano di un assenso pio. Vide don Aurelio uscire dalla villa, guardare in su, movere verso lui. Si alzò, gli discese incontro. Don Aurelio parve sorpreso di vederlo solo.
"E la signorina?" diss'egli.
Massimo rispose che l'aveva pregata di non incomodarsi per lui. Si affrettò a soggiungere, che, rimasto solo, aveva pensato ai casi propri. Era risoluto di lasciare la Montanina quella sera stessa.
Sperava ancora nella camera del protestante. Don Aurelio rispose, dolente ma fermo, di avere promesso proprio allora al signor Marcello ch'egli resterebbe alla Montanina un paio di settimane almeno, se non tutto il tempo di cui aveva prima disposto per Lago di Velo. Massimo replicò che restare alla Montanina gli era del tutto impossibile. Se don Aurelio non lo voleva ospite in quegli ultimi giorni del suo ministero pastorale, sarebbe ritornato a Milano. Don Aurelio colse l'occasione propizia.
"C'è qualche interesse" diss'egli "per qualche persona che ti richiama a Milano?"
Massimo negò vivacemente, sorridendo.
"No davvero? Me lo assicuri?"
"No, ecco!" rispose il giovine, porgendogli la mano.
Don Aurelio la strinse.
"Allora" diss'egli "non devi assolutamente dare un tal dispiacere a questo povero vecchio!"
Poiché Massimo resisteva, intuì che qualche cosa di increscioso doveva essere accaduto. Gli domandò se l'avessero offeso le domande della signorina su Benedetto. No, la signorina non sapeva, aveva riferito calunnie di un giornale. - Ma forse ne avevano riparlato dopo, in giardino? Neppure. - Don Aurelio insistette tanto che Massimo, finalmente, confessò il vero. La signorina non lo poteva soffrire e glielo aveva fatto intendere. Don Aurelio non voleva credere, si fece raccontare le ostilità di Lelia, ben poca cosa a udirle riferire.
Ammise che certe cose si vedono poco e si sentono molto. Ottenne a stento che il giovine differisse la sua partenza all'indomani. Poteva partire l'indomani sera, se proprio si confermasse nelle sue impressioni. E gli consigliò una immediata visita di congedo, per ogni evento, al villino delle Rose. Gl'indicò il villino, la casina, rossa come una fragola, sull'orlo del piano di Arsiero che guarda Seghe Volle che si mettesse in cammino subito, senza rientrare in casa, per esser sicuro di trovare la signora.
Quando lo ebbe perduto di vista, andò diritto dal signor Marcello, ebbe con lui un lungo colloquio; dopo il quale si congedò per ritornarsene a Sant'Ubaldo. Il signor Marcello fece venire Lelia. Le disse che il giovane Alberti gli era molto caro ed ella ne intendeva bene il perché. Desiderava si trattenesse alla Montanina un po' a lungo; la pregava quindi a essergli assai gentile. Parlò così con voce sommessa, con dolcezza grande, come chi vuole infondere in una preghiera molta gravità di cose sottintese. Lelia lo ascoltò in piedi, livida, immobile. Mormorò che non sapeva di essere stata poco gentile.
Il signor Marcello la guardò senza rispondere. Poi disse soltanto, colla stessa dolcezza di prima:
"Ti prego."
Ella rispose, appena udibilmente:
"Sì, papà."
Salì a chiudersi nella sua camera e vi ebbe una violenta crisi di lagrime.
4.
Massimo ritornò dal villino delle Rose poco prima dell'ora di pranzo.
Il signor Marcello gli andò incontro, lo prese amorevolmente a braccetto, gli parlò con tenerezza della propria consolazione di averlo alla Montanina. Si proponeva di mostrargli tante vecchie preziose lettere, nelle quali era parlato di lui. Solo pochi giorni prima non si sarebbe creduto in grado di farlo. Adesso si sentiva forte. C'era forse qualche altra cagione di questo mutamento, ma la prima cagione n'era la presenza sua. Massimo, turbato, commosso, non sapeva come riavviare il penoso ma necessario discorso della partenza.
Cercava, cercava, quando suonò la campanella del pranzo. Non osò più parlare, rimise le parole difficili a più tardi.
Lelia venne a pranzo in ritardo. Vestiva di nero e portava alla cintura un mazzo di fiori della memoria. Pallidissima, non toccò, quasi, cibo. Rivolse a Massimo, con visibile sforzo, qualche domanda intorno a ciò che aveva veduto e fatto nella giornata, senza prestare attenzione alle risposte di lui. Il signor Marcello le guardava spesso quel nero e quei fiori con un misto di tenerezza e di rincrescimento.
Parlò molto di donna Fedele, con ammirazione affettuosa e riverente.
Parlò della sua passata bellezza, della gioventù sopravvivente nei grandi occhi bruni, nella voce dolcissima. Si dolse, guardando Lelia, che non frequentasse la Montanina come in passato.
"Per verità" disse la fanciulla, "si dovrebbe andar noi da lei."
Il signor Marcello, irradiato di piacere, di gratitudine, le prese e strinse una mano, che rimase inerte nella sua.
La conversazione si voltò alla cacciata di don Aurelio. "Chi è questo arciprete?" domandò Massimo. "Gesummaria!" esclamò il signor Marcello.
E si coperse gli occhi colle grandi mani ossute, significando un mondo di cose. Più di "Gesummaria!" non disse né Massimo domandò altro.
Lelia teneva gli occhi bassi, ma il viso non era di Sfinge; era piuttosto di persona che non approva e si rattrista. Massimo ne fu punto a dire di don Aurelio come di un prete che gli intransigenti non avevano ragione alcuna di perseguitare. Era un rosminiano, non sospettato di modernismo neppure a Roma, quando vi dimorava. Qualche domanda del signor Marcello condusse facilmente il giovine a discorrere del suo soggiorno in Roma, di Subiaco e di Jenne, a raccontare l'origine delle sue relazioni con don Aurelio, con don Clemente, con Benedetto, a dire i casi di quest'ultimo, dalla notte in cui era scomparso dalla sua casa di Oria in Valsolda e dal mondo per donarsi a Dio, fino alla sua morte in Roma, nella casina del giardiniere di villa Mayda. Fece la storia delle sue ultime ore e mise in chiaro la parte presavi da Jeanne Dessalle. Aveva cominciato a parlare alle frutta. Quand'ebbe finito, imbruniva. Non si era pensato a prendere il caffè né a far accendere le lampade. Il signor Marcello e Lelia tacevano, Giovanni entrò a chiedere se dovesse accendere. "No"
disse Lelia, pronta, sottovoce. Domandò a Massimo se avesse conosciuta la signora Dessalle. Egli rispose che appunto l'aveva veduta quella sera, a casa Mayda.
Era bella? Non poteva dirlo. Gli era passata davanti un momento, in un'anticamera. Non era notte ancora ma pioveva forte, nell'anticamera c'era poca luce. La figura gli era parsa elegante. Lelia domandò ancora cosa fosse avvenuto di lei. Nessuno ne sapeva niente. E Benedetto, dov'era sepolto? Massimo esitò un momento.
"Per ora... a Campo Verano" diss'egli.
"Per ora?"
La stessa domanda stupefatta venne alle labbra di Lelia e del signor Marcello. Massimo non rispose.
"E don Aurelio" chiese Lelia, "che farà? Dove andrà?"
"Non lo so."
La sala era piena d'ombra. I tre si alzarono da tavola in silenzio.
Giovanni, avuto l'ordine di accendere nel salone, accese quella delle quattro grandi lampade ad acetilene ch'è più vicina al camino. Il signor Marcello pregò Lelia di mettersi al piano, di far udire all'ospite qualche cosa. In pari tempo suonò perché si accendesse la lampada più vicina al piano. Lelia lo trattenne, quasi con impeto:
"No, papà, La prego."
Preferiva quella mezza oscurità. Il signor Marcello non insistette, andò, curvo, a sedere sul terrazzo, a guardare, verso ponente, le tenebre punteggiate dai lumi brillanti di Arsiero.
"Che musica desidera?" disse Lelia. "Seria? Allegra?"
"Signorina" rispose Massimo, "non vorrei che Ella s'incomodasse per me."
Lelia pensò, ricordando il dialogo nel giardino: non sa dire altro.
"Forse non ama la musica" diss'ella.
"Forse no."
Rispondendo così, il giovine ebbe un lieve sorriso che la ferì come un buffetto sulla guancia. Ella era in piedi, teneva la mano sopra una catasta di musica. Non disse parola, aperse bruscamente il piano, suonò a memoria un pezzo del Carnevale di Schumann.
Lo eseguì troppo nervosamente, senza dolcezza. Quand'ebbe finito, non si mosse. Massimo ringraziò, asciutto. Quello sarebbe stato il momento di avvicinarsi al signor Marcello, di ritornare sul discorso della partenza. Esitò. Il contegno della signorina gli veniva prendendo un altro carattere. Il vestito nero, i fiori della memoria lo avevano urtato come un avvertimento, fuor di proposito, a lui; ma le domande rivoltegli durante il pranzo, l'interesse posto ai suoi racconti, e ora quel modo di rispondere al suo "forse no", quell'avere inteso il suo sentimento e la sua ironia, la scelta dell'autore e del pezzo appassionato, la stessa nervosità dell'esecuzione, quella successiva immobilità, gli davano l'idea di uno stato d'animo che non fosse né ostilità né indifferenza. E non poteva a meno di trovare un po' strano anche il signor Marcello, che li metteva insieme e poi si appartava così. Lelia passò un momento, piano, la mano destra sugli acuti, gli domandò, con voce indifferente, se desiderasse altra musica.
Gli venne in mente la melodia belliniana che aveva udito la notte.
"Vorrebbe farmi sentire: "Sola furtiva al tempio"?"
Lelia lo guardò.
"Norma?" diss'ella.
Cercò lo spunto colla mano destra, dopo le prime note ne toccò una falsa, ne tentò altre, a caso, mormorò "non la so", tolse la mano dalla tastiera. Massimo fu per dire "stanotte la sapeva". Intanto la fanciulla ritentò distrattamente la prova. Le fallì una seconda volta.
Allora disse, quasi sottovoce, guardandosi nel palmo della mano:
"Non era un eretico, il Suo Benedetto?"
"No" rispose Massimo. "Può aver detto degli errori, ma è vissuto nell'obbedienza della Chiesa e l'ha predicata sempre."
"Vorrebbe spiegarmi allora perché lo combattevano come un eretico?"
L'accento della domanda fu ostile. Però Massimo rispose:
"Volentieri. Subito."
"No no. Domani, dopodomani. Adesso suono per papà."
Lelia chiuse con quattro accordi il dialogo rapido e sommesso, attaccò uno studio di Heller. Massimo pensò che la signorina non desiderava le sue spiegazioni, ma che, a ogni modo, era impossibile interromperla per dirle che dopodomani sarebbe stato troppo tardi.
"Per papà, sa" disse Lelia, suonando. "A me non piace."
Egli stette un poco ascoltandola e poi si alzò per andare dal signor Marcello. Si fermò davanti al camino, dove la luce dell'acetilene batteva in pieno sul fregio di margherite, corso dal ripetuto motto:
"Forse che sì, forse che no". Il motto rispondeva tanto alle sue incertezze ch'egli si accostò al camino per vedere come finisse.
Pensò: se è troncato e finisce col "sì", parto. Se non è troncato e finisce col "no", resto. Aveva l'idea così, pensando, che, ragionevolmente, dovesse finire col no. Il motto finiva:
"Forse che..."
Massimo restò lì a guardare, attonito. C'era un'altra via da prendere.
Le margherite si vengono, sul fregio, sfogliando. Quella dove il motto muore troncato ha tuttavia qualche foglia. Si poteva sfogliarla idealmente, vedere se l'ultima foglia fosse un "sì" o un "no".
Una voce piana e soave sussurrò alle spalle di Massimo.
"Lei consulta l'oracolo?"
Il giovine si voltò. Donna Fedele gli sorrideva, col dito alla bocca perché lo studio di Heller non era finito. Ella era giunta mentre Lelia stava suonando Schumann e aveva tenuto compagnia al signor Marcello fino a che, visto Massimo in contemplazione davanti al camino, gli era venuta alle spalle.
"Sono qui per Lei" diss'ella, sorridendo sempre. Il piano tacque ed ella si staccò dal camino per movere verso Lelia che si era alzata.
L'abbracciò affettuosamente come se il freddo di un'ombra non avesse mai tocca l'amicizia sua per la fanciulla. La felicitò per la musica, ritornò, tenendola a braccetto, verso il camino, mentre il signor Marcello, lasciata la sua poltrona, si affacciava al salone.
"Sai" diss'ella a Lelia "che la madre del signor Alberti e io siamo state amiche? Domani pranza da me, perché ne dobbiamo parlar molto, di sua madre. Era tanto cara, poveretta!"
Massimo, sorpreso, commosso, seppe dire solamente:
"Grazie, ma..."
"Pensa" continuò donna Fedele, come se non avesse udito il "ma", "che il signor Alberti oggi ha avuto la bontà di venire al villino e io, che avevo tanto in mente, fino da ieri sera, d'invitarlo, non gli ho detto niente, distratta come sono. Stasera sono venuta invece di scrivere, perché, tanto, ho dovuto andare ad Arsiero e avevo la carrozza. Adesso è tardi e vado."
Abbracciò ancora Lelia, strinse la mano al signor Marcello, la stese a Massimo dicendogli col suo sorriso dolcissimo e con un lieve piegar del mento al seno:
"Alle sette."
"Per un giorno" disse il signor Marcello, lietamente, "concediamo."
Donna Fedele uscì con Lelia che l'accompagnò fino alla carrozza, rimasta fuori del cancello grande.
Massimo si acquietò all'idea di rinunciare, almeno per l'indomani, alla partenza, persuadendosi che n'era contento perché ne sarebbe stato contento don Aurelio. Il signor Marcello se lo fece sedere vicino sul terrazzo, gli posò una mano sulla spalla, ve l'aggrappò.
"Caro Alberti" diss'egli, sospirando. Il giovine gli prese l'altra mano con ambedue le proprie, rispose:
"Non dimentico, sa."
La vecchia mano strinse, convulsa, le giovani. Seguì un lungo silenzio. Non si udivano passi sulla ghiaia. Il signor Marcello guardò nel salone. Non c'era nessuno.
"Le avrà parlato, vero" diss'egli a voce bassa, "della famiglia di Lelia?"
Massimo, sulle prime non si raccapezzò, non intese a chi alludesse il suo interlocutore. Poi, colpito, esclamò:
"Ah, sì, più volte."
"E cosa Le diceva, proprio?"
"Diceva che Lei era contrario appunto per questo motivo, ma ch'egli era sicuro della ragazza e che, dopo il matrimonio, avrebbe saputo tener lontani i suoi genitori."
"Li conosceva proprio bene, i genitori? Domando perché, parlando con me, pareva che non li conoscesse bene."
"Sì sì, li conosceva bene. Mi diceva che il padre era corrotto, copertamente, quanto la madre che ha una storia pubblica."
Il signor Marcello stette ancora in ascolto e quindi parlò di Lelia ch'era una smentita vivente alle teorie sull'eredità. Ne lodò la purezza adamantina, il cuore ardente che la spingeva non di rado a follie di carità e la faceva idolatrare dalle persone di servizio, malgrado qualche scatto brusco. Ricordò il fatto di un bambino, orfano di madre, che un giorno ella si era portato a casa per sottrarlo alle brutalità del padre ubbriacone, disposta a prenderne cura ella stessa, benché non sapesse, povera ragazza, da qual parte cominciare. Ammise certe singolarità più apparenti che reali del suo carattere, la scusò del linguaggio talvolta, per una fanciulla, crudo, ricordando le sue passate esperienze tristi della vita, così precoci.
Ora, pensando all'avvenire, pensando a quei genitori, il suo cruccio di lasciare Lelia senz'appoggi era grande. Sperava solo in Dio. Non gli chiedeva più niente di terreno se non questo: un buon appoggio per lei che gli era più cara di una figliuola.
"Lei vivrà lungamente" disse Massimo.
"Caro Alberti, Le pare una cosa da desiderarmi? E poi..."
Il vecchio s'interruppe.
"Scusi" fece Massimo, "e poi...?"
"E poi, caro, so qualche cosa che non dico."
Passi sulla ghiaia, dal ponte della Riderella. Il signor Marcello tacque. I sonagli di un uscio annunciarono Lelia ch'entrava nel salone dalla veranda aperta. Ella uscì sui terrazzo, diede al signor Marcello il bacio della buona notte salutò Massimo abbastanza gentilmente e si ritirò.
Erano passate le dieci. Giovanni portò al signor Marcello il caffè e la lucernina accesa. Quando l'uscio della sala del biliardo si fu chiuso dietro a lui, Massimo s'indugiò sul terrazzo a contemplare le grandi ombre delle montagne, respirando il vento freddo della notte e riflettendo ai discorsi alquanto stranamente confidenziali del signor Marcello; il quale non aveva pensato, senza dubbio, che potevano avere il senso più ripugnante al suo cuore di padre. Confessò in pari tempo a se stesso che all'udire il passo di Lelia sulla ghiaia, qualche fibra aveva vibrato dentro di lui e che il saluto gentile di congedo gli aveva dato dispiacere e dolcezza. Meglio non pensarci tanto.
Rientrò nel salone per andare a letto.
Passando davanti al camino, alzò involontariamente gli occhi al fregio di margherite, al misterioso "Forse che". Non era più il caso d'interrogare la margherite sulla partenza e la dimora. Fu tentato d'interrogarle su altra cosa. non volle. Si allontanò dal camino, e invece di salire le scale, andò, senz'averne coscienza, verso il piano. Accortosene, se ne domandò il perché, guardò il fascicolo di Heller aperto sul leggio, come se fosse venuto là per quello. Ma sentiva e assorbiva l'aura di Lelia, di una femminilità spirante dalle cose, come una fragranza sensibile allo spirito non all'odorato. E vide sul sedile del piano un fiore della memoria, certamente caduto dalla cintura della signorina. Si chinò per raccoglierlo, se ne ritrasse, si allontanò, prese a salire la scala, resistendo alla tentazione insistente di ridiscendere. Giovanni capitò, udendone i passi, nel salone, gli domandò se potesse spegnere l'acetilene, spense. Massimo, lì per lì, ne fu contento. Entrato nella sua camera, si disse che se avesse raccolto il fiorellino della memoria, lo avrebbe posato presso la fotografia del suo povero amico. E provò rincrescimento di non averlo raccolto.
Malgrado gli scongiuri di Teresina, Lelia si era empita la camera, per la notte, di rose, di fiori di madreselva e di acacia. Era una sua mania. Si faceva portare in camera quanti fiori poteva, all'insaputa del signor Marcello, prediligendo gli odori più acuti. Quella sera ne aveva un mare. Infisse più fasci di acacie fra la spalliera del letto e la parete, un fascio di rose fra la parete e la immagine sacra. La sua delizia, stando a letto, era di sentirsi cadere sui capelli, sul viso, petali di fiori. Teresina la supplicò di tenere tutti aperti i tre fori della finestra invece di uno, come soleva. Acconsentì. Appena uscita Teresina, spense la luce, si coricò sul fianco ascoltando le fragranze come parole mute, carezzevoli, di vite amorose, guardando per la finestra la nera lunata corona del bosco, le Dolomiti aguzze nel cielo notturno; non pensando, non volendo pensare.
Capitolo Terzo
TRAME
1.
Don Tita Fantuzzo, arciprete di Velo d'Astico, detta la messa, come di solito, alle sette e mezzo e pregato in sagrestia lungamente, raggiunse, sulla scala che dalla chiesa mette alla canonica, sua cognata, la signora Bettina Pagan, vedova Fantuzzo, e il cappellano, don Emanuele Costi de Villata, che scendevano insieme e non insieme, il cappellano precedendo di alcuni gradini con un passo trattenuto dal senso della persona che seguiva, la siora Bettina venendogli dietro con un passo trattenuto dall'ossequio verso la persona che precedeva e anche un poco dal senso della sua propria retroguardia.
"Per cossa andeu in fila come i cavai de carretta?" disse il gioviale arciprete alle spalle della cognata:
"Se casco mi Caschemo tuti tri".
"Versi de Zanella!"
Sotto la veletta nera della siora Bettina il naso vermiglio si colorò di più vivo cinabro e un lieve sorriso passò negli occhi acquosi di don Emanuele, in segno piuttosto di rispetto che di stima per l'umorismo dell'autorità.
"Cape!" mormorò la siora Bettina. Questa sua familiare apostrofe a popolari crostacei marini significava una dolce difesa, la debita riverenza che le aveva impedito di camminare a fianco del cappellano.
Il cappellano non fiatò. Alla porta della canonica egli si fece da banda a destra, la siora Bettina si fece da banda a sinistra, e l'arciprete, affrettata l'andatura, "son qua, son qua", passò trionfalmente, con grandi sventolate di tonaca. Nessuno dei tre udì, per fortuna, due liberi parlatori dire fra loro venendo dal Municipio verso la strada di Seghe:
"Quelo, ciò, xe un terno!"
"Ciò, el Padre, el Figlio e la Spirita Santa."
Il terno si raccolse nel salottino da pranzo della canonica, dov'era preparato il caffè per l'arciprete e per la siora Bettina che si accostava ogni giorno alla Comunione. Don Emanuele aveva celebrato alle cinque; chiese licenza di ritirarsi a studiare. L'arciprete lo trattenne:
"No studiè tanto, ca diventarè mato" diss'egli.
L'altro, buon simulatore, finse di rimanere per pura compiacenza, mentre rimaneva per segreti accordi col superiore; e si mise a parlare di certo malato grave, visitato da lui quella mattina stessa. Intanto l'arciprete prendeva il caffè e latte in una miserabile scodella slabbrata, intingendovi poveri avanzi di pane del giorno prima; e la siora Bettina lo prendeva in una scodella simile ma con i celebrati "pandoli" di Schio.
"Me vergogno, don Tita, de sti pandoli" diss'ella, nell'accostarne uno alle labbra.
"Vergognève pure" rispose l'ottimo don Tita, ridendo. "El xe un bon sentimento" e perché ella esitava, rossa e silenziosa, a mordere la punta del "pandolo", riprese, ridendo tuttavia:
"Andè là, andè là! Non sì dal Dolo, vu? No xelo pan del Dolo, quelo?"
"Povero il mio Dolo!" disse la siora Bettina, rivolgendosi in italiano a don Emanuele con un sorriso. "Cosa Le pare? Il signor arciprete non me lo perdona!"
"Il signor arciprete non perdona neppure Udine a me" rispose il cappellano, sorridendo anche lui.
"Grazie tante!" esclamò don Tita. "Udine! fontane senz'acqua e nobiltà senza creanza!"
Don Emanuele era udinese e nobile, ma don Tita scherzava. Il viso, la persona, i modi, il linguaggio, tutto diceva, nel giovine cappellano, la nobiltà del sangue e la squisitezza dell'educazione. Egli era, quanto all'esteriore, il contrapposto di don Tita. Don Tita, aitante della persona, rubicondo, ilare la faccia, grossa come le sue facezie, lucente gli occhi, malgrado una pietà sincera, di astuzia terrestre più che di desideri celestiali, era trascurato assai nel vestire, sprezzatore, quanto a pulizia, degli scrupoli, bonario e semplice di modi, talvolta rude. Nel giovine don Emanuele, alto e smilzo, si vedeva il virgulto prelatizio. La faccia era di asceta: fronte alta sotto un sottile arco perfetto di capelli biondastri; gote magre; occhiaie molto cave, ombrate di folti sopraccigli, occhi cerulei chiari, dalle pupille misteriose, annacquati, nelle iridi, di mansuetudine, aperti alla luce e chiusi sull'anima come finestre dipinte. Nel portamento, nel gesto, era una precoce dignità, un senso precoce della misura. E così nel linguaggio tutto era studio e cautela. Parlava sommesso, con voce fredda, un po' nasale. Aveva l'erre aristocratico. Si diceva che da giovinetto si fosse proposto di entrare in un Ordine religioso e che il suo vescovo ne lo avesse distolto, non si sapeva perché. Dicevano pure che la famiglia lo desiderasse a Roma, in Curia, e che fosse stata sua ferma volontà di dedicarsi prima, almeno per qualche tempo, alla cura d'anime, lontano dai suoi, in un'altra diocesi. Nella persona interiore don Tita e don Emanuele erano pure dissimili, ma non quanto nell'esterna. Don Tita era più complicato. Lo spirito di don Tita si sarebbe potuto paragonare alla sua faccia ilare, dove i muscoli pieghevoli e l'adipe molle celavano l'intima durezza del teschio; oppure, meno lugubremente, a un campo verde e fiorito dove, a un palmo sotterra, trovi la roccia; oppure a certe piccole morbide pesche di montagna, dove, se metti il dente, incontri subito un nocciuolo invincibile.
Tutto molle e tepido, alla superficie, di bonarietà, di condiscendenze verbali, di facili piacevolezze, egli aveva un nocciuolo freddo e duro di coscienza religiosa irrigidita nella forma impressale da maestri antiquati, dominata dai doveri di carattere intellettuale, dallo zelo per la tradizione, per la lettera della Legge, per l'autorità della Gerarchia. Era una coscienza convinta, fusa colla volontà di compiere il dovere religioso dappertutto e sempre, a qualunque patto. Ma il religioso dovere di carità verso il prossimo non coincideva in lui cogl'impulsi del sentimento, gli era impero di un'austera legge esterna piuttosto che impero di una legge scritta nel suo cuore e sancita da Cristo. Larghissimo, in omaggio al Vangelo, di elemosine, non amava né stimava i poveri. I peccati più gravi e scandalosi dei suoi parrocchiani, sopra tutto le pubbliche mancanze di rispetto alle vesti sacerdotali, più che non lo affliggessero, lo irritavano, gli facevano pruder le mani, ch'eran pesanti, e non affatto inesperte di arte oratoria. Quanto ai costumi, era di una purezza scrupolosa, quasi ombrosa. Uomo di molte preghiere, disprezzava la religiosità mistica, che gli pareva sentimentalismo umano. Nei Santi e nei libri dei Santi, no; ma i Santi erano per lui esseri speciali, erano uomini nati coll'aureola per effetto della canonizzazione decretata loro dopo la morte. Aveva una sufficiente cultura teologica e non era interamente digiuno di cultura letteraria. Era stato professore di latino e greco in Seminario, benché di greco non sapesse. Non leggeva che giornali, riviste e libri cattolici. Per conto di lui non entravano in canonica che stampe italiane, mentre per conto di don Emanuele vi entravano le "Stimmen aus Maria Laach" e altre pubblicazioni straniere, sopra tutto tedesche. Questo non era pane per i denti dell'eccellente don Tita, era pane che gli metteva un'ammirazione mal celata per i denti del cappellano. Ammirazione e non invidia; perché poi don Tita non era un ambizioso, si accontentava della sua sorte, desiderava forse una parrocchia di città per uscire dalle montagne, che gli pesavano sullo stomaco, e per ritrovarsi con vecchi colleghi e amici, non guardava più in là. Pensava invece che don Emanuele, nipote di un Cardinale, figlio di un cameriere segreto di Sua Santità, fratello di una guardia nobile fosse destinato a salire chi sa quanto. Se l'umile cappellano di Riese era diventato Pontefice, perché non lo diventerebbe un cappellano favorito dalla fortuna come don Emanuele? Il suo contegno verso costui non era facilmente definibile. Ne aveva soggezione, in fondo, e la dissimulava con giocose familiarità. Ne subiva l'ascendente, non si sentiva, con lui, interamente a suo agio. Lo reputava una cima perché sapeva il tedesco. Era tuttavia convinto di predicar meglio di lui. Si compiaceva, nel suo amor proprio, di averlo per cappellano; e tante volte gli veniva in mente, mal suo grado, che, partito don Emanuele, in canonica si respirerebbe meglio.
Don Tita avrebbe respirato meglio, forse perché don Emanuele non parlava il dialetto, aveva modi aristocratici figurava la negazione vivente della giovialità. Erano ambedue, in sostanza, dello stesso minerale; ma l'arciprete andava raschiato forte prima di trovarvi la roccia elementare, mentre invece il cappellano era un levigato monolito. Tuttoché conoscesse assai bene il diabolico tedesco, don Emanuele non arrivava l'arciprete d'ingegno. Figlio di una gentildonna austriaca, aveva imparato il francese e l'inglese dalle "bonnes" e dalle istitutrici delle sue sorelle. Si diceva che negli studi teologici avesse zoppicato alquanto, pur essendo uno sgobbone. Però i lunghi soggiorni fatti a Roma presso lo zio Cardinale, uomo d'ingegno, molto socievole, ricco di amicizie, gli erano giovati come a certi biscotti insipidi un lungo bagno nel bordeaux. Questo gran zio, il Nume della famiglia, era stato un sole per l'asteroide-nipote, ne aveva attratto il corso al proprio cielo, senza volerlo, senza saperlo, fin da quando l'asteroide studiava grammatica. Vero che questi mostrava nel carattere, e anche nel viso, singolari predisposizioni all'alta prelatura. A dieci anni era già un omino educato ai modi della migliore società, alieno da ogni giuoco e dalle amicizie, ordinato, rispettoso, assennatino nel raro discorrere, misurato nella espressione degli affetti ai parenti secondo il grado della parentela, devoto, chiuso. Sua madre, la sorella del Cardinale, molto pia, era insieme contenta e malcontenta di questo figliuolo. Le era dolcezza di conoscerlo sinceramente religioso e inquietudine di non conoscerne che questo. Il Cardinale non era mai stato così, aveva un carattere aperto. Il piccolo Emanuele, fra i sei e gli otto anni, a chi gli domandava cosa avrebbe fatto da uomo, soleva rispondere "il Vescovo"; fra gli otto e i dodici "il sacerdote"; fra i dodici e i quattordici "non so, non so", ostinatamente, cogli occhi a terra.
Allora la risposta sincera sarebbe stata "il Cardinale". Non era tuttavia né un ipocrita né un conscio ambizioso. Chiamato a servire la Chiesa si sentiva veramente; e si era persuaso, ragionando con se stesso, che la nascita e le aderenze lo predisponessero provvidenzialmente a salire in dignità e in potenza per il servizio della Chiesa, che questo sentimento superiore gli santificasse i desideri ambiziosi, dei quali sul principio aveva intesa in sé qualche voce, e provato quindi qualche scrupolo. Un po' alla volta essi gli si erano talmente avviluppati dentro il mantello del desiderio santo, da nascondersi del tutto alla sua coscienza. Il mantello era molto ampio e pesante. Lo zelo religioso di don Emanuele non era meno sincero dello zelo religioso di don Aurelio, le sue convinzioni religiose non erano meno profonde, la sua vita e il suo pensiero non erano meno puri, meno immuni da qualsiasi macchia di concessioni a concupiscenze.
Era invece diverso il suo concetto di Dio e, sopra tutto, era diverso il suo concetto della Chiesa. La paternità di Dio era per lui piuttosto una formola creduta che una verità sentita e cara. Le sue labbra lo chiamavano Padre mentre il suo cuore lo sentiva monarca. Il nonno di don Emanuele era stato un imperioso, formidabile monarca della nobile famiglia, che governava imponendole il suo austero ascetismo e un timore di Dio non riuscito ben distinto, nei figli e nei nipoti, dal timore di lui. Invece il padre, assai poco intelligente, era mite e debole. Nella testa di don Emanuele l'idea di Dio aveva preso forma dall'impero e dalla pietà del nonno. Il suo Dio era una specie di Nonno infinito, santo e terribile. E la Chiesa per lui, era la sola Gerarchia, era un po' la casa del nonno, dove preti e frati venivano sempre accolti come esseri celesti, superiori all'umanità.
Come veramente don Emanuele fosse capitato da Udine a fare il cappellano in Velo d'Astico, il solo arciprete, in Velo d'Astico, lo sapeva. Era stato volere del Cardinale che suo nipote, prima ancora di venire ordinato sacerdote, conoscesse di doversi dedicare, per desiderio dello zio, non alla carriera prelatizia ma bensì alla cura d'anime, lontano dai suoi parenti, dalle sue aderenze aristocratiche, in una diocesi dove il suo nome fosse affatto sconosciuto. L'arciprete lo aveva saputo dal Vescovo di Vicenza. Don Emanuele non gliene aveva detto niente, non parlava mai, né di sé, né della sua famiglia, né dei suoi piani di avvenire. Non parlava volontieri neppure del Cardinale.
L'arciprete, che sulle prime si era ingegnato di spillargli tante cose di questo Cardinale, finì con persuadersi che il nipote non avesse per lo zio tanta simpatia quanta riverenza; e non gli parlò più dell'Eminentissimo che a Natale, a Capodanno, a Pasqua e la vigilia di San Giovanni, giorno onomastico di Sua Eminenza, per dirgli: "Ohe, don Emanuele, scrivendo a Roma, semo intesi, se credì, umilmente". O anche solo: "Ohe, scrivendo...". E allora compieva la frase con un riverente piegar del capo e del busto e un ossequente spiegar delle mani.
2.
"Madre Santa, cosa dice mai!" esclamò la siora Bettina, molto arrossendo e guardando il cappellano all'uscita dell'arciprete sulla nobiltà di Udine. Quel montone insolente del gregge di don Tita aveva torto di appiccicare alla siora Bettina il nomignolo di Spirita Santa.
Ella non intendeva ispirare né il cognato né don Emanuele, non attendeva che alla santificazione sua propria. Rimasta vedova a cinquantadue anni del dottor Fantuzzo, senza figliuoli, provveduta sufficientemente, aveva accettato di occupare nell'ampia canonica di Velo d'Astico, dalla fine di aprile al principio di novembre, un alloggio del quale pagava l'affitto a don Tita. Faceva cucina a parte, non prendeva con don Tita che il caffè della mattina. Nata di famiglia civile del Dolo, era fedele ad abitudini di vita un po' diverse da quelle dell'arciprete, e gelosa, con tutto l'ossequio agli ecclesiastici, della propria indipendenza. Anche la sua ferventissima pietà aveva un fondamentale carattere d'indipendenza dal prossimo. La buona siora Bettina desiderava e pregava, per la gloria di Dio, che il prossimo buono si conservasse tale, che il prossimo cattivo si convertisse, ma poi non voleva per casa né l'uno né l'altro; non voleva brighe. All'anima sua ci pensava lei; gli altri dovevano pensare alla loro. Quando soccorreva i poveri la sua mano sinistra non lo sapeva, ma non lo sapeva neppure il suo cuore. Il suo cuore sapeva di prendere ipoteche su poderi celesti. E a questi patti prestava più volentieri a Domeneddio, il cognato aiutando, camici, pianete, tovaglie di altare, vasi sacri, messe, uffici funebri, che opere di carità del prossimo. Il suo cuore non era sempre stato così. Era stato nella prima giovinezza, un cuore pieno di segrete immaginazioni pericolose. Il fu dottor Fantuzzo, buon diavolo d'uomo, parecchio campagnolo, bevitore ammirato, non aveva corrisposto ai suoi sogni di fanciulla. Uscita da una famiglia religiosissima, ella si era un giorno atterrita, nella sua sincera pietà, di sentirsi tentata come non avrebbe immaginato mai. Si rifugiò in un fervido ascetismo, in tutte quelle pratiche esterne che meglio le potevano creare intorno una veste e una fama d'invulnerabilità. Aiutata da un rigido teologo diffidente di ogni misticismo, venne così trasformando i propri focherelli terrestri in un fuoco unico, nominalmente di amor di Dio, realmente di desiderio della salute propria. Il mondo, sempre severo colle persone pie, sempre disposto a esigerne tutte le perfezioni e tutti gli eroismi, l'avrebbe facilmente bollata per egoista. Ma che sa il mondo? Un ambiente di famiglia diverso, una cultura religiosa superiore, una direzione spirituale più conforme allo spirito del Vangelo, non avrebbero atrofizzati nella siora Bettina gli effetti non pericolosi che avevano resa amabile la sua fanciullezza e l'adolescenza. Ella non somigliava per questo verso a don Tita somigliava piuttosto al cappellano. L'allegro don Tita era proclive alle amicizie, aveva facili le comunicazioni con tutti. Don Emanuele non aveva mai avuto un solo amico; a vederlo fra la gente allegra faceva l'impressione di un corvo attonito fra un chiasso di galli e di galline. Ma don Emanuele non aveva ancora trovata la sua pace e la Fantuzzo sì. Sotto il suo spegnitoio ascetico ella non aveva tentazioni altre a temere che quella di prendere tre pandoli nel caffè e latte invece di due, quella di dire all'arciprete che smettesse di pulirsi la penna nei capelli diventati grigi, e quella di pregare il Signore che facesse morire la gatta scandalosa del calzolaio.
Somigliava più a don Emanuele che a don Tita; e in fatto, senza formulare giudizi comparativi, ché ne avrebbe avuto scrupolo, sentiva per don Emanuele una riverenza, un'ammirazione che non amava esprimere, gli professava un culto interno molto acceso, mentre il suo culto esterno andava principalmente all'arciprete.Parlando dell'arciprete, la siora Bettina poteva talvolta sorridere; parlando di don Emanuele, non lo poteva.
Preso il caffè e latte, la Fantuzzo stese la mano alla veletta nera che aveva posata sulla tavola.
"Ben!" diss'ella. "Don Tita..."
Questa era la sua solita formola di congedo. Don Tita le stese incontro la mano spiegata.
"A pian! Fermi là! Savìo come i ve ciama, sta bona zente de Velo?"
"Géstene mundi! mi no" rispose la cognata, arrossendo forte perché lo sapeva benissimo e le pareva che ammettere di saperlo, di aver tollerato in silenzio che le si affibbiasse il titolo di Terza Persona della Santissima Trinità, fosse quasi confessare una colpa.
"I ve ciama" proseguì l'arciprete "vardè che canaje!, la Spirita Santa. Xele canaje?" E diede in una bonaria risata mentre don Emanuele rimaneva impassibile.
"Un bel posto, capìo, ma ghe xe da far. Oh ghe xe da far! E ghe xe da far subito."
"Il signor arciprete è sempre di buon umore, non è vero don Emanuele?"
disse la siora Bettina, alzandosi per andarsene. Ma il signor arciprete non intendeva affatto che se ne andasse e mise fuori una fila interminabile di "no no no" di "La favorissa, La favorissa, La favorissa". Siccome in quel momento era entrata la fantesca per portar via il vassoio del caffè, don Tita le ordinò di andarsene.
"Lassène quieti" diss'egli. E, per maggiore cautela, passò nello studio attiguo col cappellano impassibile e colla siora Bettina, turbata dal timore di qualche briga, che fosse per capitarle addosso.
Lo scherzo dell'arciprete le faceva supporre che si trattasse solamente di dare un consiglio; ma, però, anche questa era una briga.
Per verità, ella non confessava a se stessa di abborrire dalle brighe; credeva soltanto di abborrire da ogni dubbio di coscienza, e certamente ogni briga, sia di fatti sia di consigli, porta con sé qualche dubbio di coscienza. In passato il suo direttore spirituale le aveva consigliati certi libri fatti apposta per compiere molto bene, nell'anima sua, l'opera di una incipiente paralisi scrupolifera.
"Ecco qua, cara Bettina" cominciò l'arciprete. "Se no se tratasse de la gloria de Dio e del ben del prossimo, no ve incomodaressimo; vero, don Emanuele?"
Don Emanuele, che teneva gli occhi fissi sull'arciprete, come per dominarne e dirigerne la parola facile alle imprudenze, alle sconsideratezze bonarie, ebbe nello sguardo e nella persona un impulso tanto evidente di offerta, che l'arciprete lo afferrò subito.
"Volìo parlar vu?" diss'egli. "Parlè vu!"
E don Emanuele, rientrando prontamente nel suo guscio freddo di compostezza prelatizia, parlò, ben sicuro di non guastare, come l'arciprete avrebbe fatto, certa delicata macchina messa in moto, forse con poco utile del prossimo, ma indubbiamente, secondo il cappellano, per molta gloria di Dio. Egli si credeva più accorto dell'arciprete per la grammatica di finezze che aveva studiata; ma s'ingannava. L'arciprete era un accorto per natura, un accorto inconscio al quale giovavano, per i suoi fini, anche le imprudenze e le sconsideratezze del parlare. Per esso appariva semplice a chi lo conosceva poco; forse non c'era in paese nessuno che lo conoscesse molto, tranne il signor Marcello e donna Fedele, ai quali bastavano due o tre conversazioni, due o tre fatterelli, per cogliere una figura morale.
"Ecco" disse don Emanuele, "si tratta di salvare una povera figlia."
"Ah! - Sì! - M'immagino, m'immagino" fece la siora Bettina, illuminandosi di una contentezza verniciata di compunzione.
"M'immagino."
L'argomento era spinoso e doloroso, ma la briga era piccola. La giovine sorella della sua donna di servizio era assediata da un corpo del Regio Esercito e dall'anima perversa del medesimo.
Eh lo so!" riprese sospirando. "Lo so pur troppo. L'ho saputo ieri e voleva anzi parlarne io all'arciprete."
"Sì a tòrzio, sì a tòrzio, fiola" mormorò don Tita, volendo dire ch'ella prendeva abbaglio. E il tono della voce, sommesso, grave, significava: "Si tratta di ben altro".
"Può essere che sappia, può essere che sappia" osservò don Emanuele, mellifluo, all'arciprete. "Si tratta, signora di quella giovine, di quella signorina che sta col signor Trento, che doveva sposare suo figlio."
L'arciprete guardò sua cognata per vedere che viso facesse. Lo faceva molto brutto.
"Géstene, non la conosco" diss'ella.
Se sperò aver trovato un rifugio nella indicata ignoranza, la sua illusione durò poco.
"Andè là!" disse l'arciprete.
"Sarebbe meglio che la conoscesse" osservò don Emanuele, pensoso. "Non la conosce proprio niente? Proprio niente?"
"Di vista. Di vista sì" rispose la Fantuzzo, rosea. Ma don Emanuele, che la sapeva lunga, tacque come chi non è persuaso e, per discrezione, non insiste con parole, insiste col silenzio di un'attesa sicura.
"Le avrò forse parlato una volta" soggiunse la siora Bettina, scarlatta.
"Oh brava!" fece l'arciprete.
"Ma non le parlo più, non le parlo più, non le parlo più!"
Pareva inorridita, la povera Bettina. Continuava a protestare: "Eh no no! eh no no!". L'arciprete esclamò infastidito: "Ma parché? Ma parcossa?". Ella rispose che quella persona le faceva troppa soggezione, troppa soggezione. Il perché vero era diverso. Lelia le si era, un giorno, trovata vicina in chiesa. La povera siora Bettina aveva un copricapo eteroclito che mise di buon umore il gruppo delle villeggianti, otto o dieci signorine, una più passera dell'altra.
Lelia se ne avvide, prese subito la povera Fantuzzo sotto la sua protezione. Le offerse la propria sedia, le raccattò un intero volo di Santi sfuggitole dal libro di preghiere, uscì quando ella si mosse, trovò modo di rivolgerle, nello scender la gradinata della Chiesa, qualche parola di lode al sermone che aveva tenuto l'arciprete. Chi sa perché, le cortesie della signorina turbarono la Fantuzzo. Parve che con una ondata di simpatia per essa le salisse in cuor anche un riflusso di quei vaghi sentimenti giovanili che l'avevano, a lor tempo, atterrita. Farsi amica della signorina, comunicare con un'anima giovane, esperta dell'amore e del mondo, riassaggiare ancora di seconda mano, dell'uno e dell'altro: ecco la tentazione di cui la siora Bettina sentì un lieve alito. Bastò perché rientrasse in canonica con un precipizio, nella gola, di giaculatorie e di "basta basta basta!" che significavano il proposito di non avvicinare mai più quella pericolosissima persona.
"Sarebbe meglio che le parlasse" rispose don Emanuele guardando l'arciprete "ma non mi pare che sia proprio necessario."
"No so po" fece l'arciprete. I tre monosillabi, veramente magistrali, parvero significare ch'egli non vedeva modo di giungere a un desiderato fine, se la cognata si ostinasse a non voler parlare colla signorina. In fatto un tale colloquio non era per niente nelle vedute né dell'arciprete né del cappellano, e la loro tattica era di preparare con arte una proposta che venisse in figura di transazione.
Ma don Emanuele era corso un po' troppo e il "no so po" dell'arciprete era stato un colpettino artistico di freno. Don Emanuele lo capì, retrocesse con un "ma!" pieno di dubbi, di rincrescimenti di mezze rinunce, di mezze esortazioni.
Siccome, poi, tacevano ambedue, la siora Bettina si sperò liberata e, avanzando la persona nell'atto di alzarsi, mise fuori un altro:
"Ben."
"Spetè, fiola" disse l'arciprete, fermandola con un gesto. E si voltò a don Emanuele:
"Tanto fa che ghe disemo tuto. Dopo la dirà ela cossa che la pol far.
Ve pare?"
Don Emanuele, memore della lezioncina toccatagli un momento prima da chi avrebbe reputato scolaro e non maestro, drizzò come ventagli le due mani ferme sulle ginocchia e mormorò alla sua volta:
"Non so."
Don Tita prese un tono deciso.
"Sì, sì, contè" diss'egli, "contè."
Allora don Emanuele si raccolse la sottana sulle gambe con un gesto quasi femminile e disse:
"La cosa è semplice."
Evidentemente, la cosa era complicatissima ed egli non sapeva da qual parte cominciare.
"La signorina" disse "ha vivi i suoi genitori. Il padre... sa..."
Il cappellano soffiò un lungo soffio gentile, senza gonfiar le gote, senza movere, quasi, le labbra, come se del padre ci fosse da dir bene e da dir male e, tirate le somme, il miglior consiglio paresse quello di tacerne.
"Invece" riprese, "la madre..."
"Sì, la madre..." commentò don Tita in tono di basso profondo, di soddisfazione grave, e scotendo il capo a negare silenziosamente che se ne potesse dir male.
"Gesummaria, don Tita!" sussurrò sgomenta, guardando il cognato, la siora Bettina, che aveva udite, in addietro, ben altre campane.
Il cappellano la placò.
"No" diss'egli. "Ecco. In passato ci fu da dire. Certamente. Ci furono delle leggerezze. Adesso è una donna che ripara. E' una donna che pensa unicamente a opere di pietà, a opere di carità, che vive a Milano una vita edificante, ch'è in relazione con ottimi sacerdoti. E' divisa dal marito, sì; ma forse ci sono delle ragioni plausibili, forse ci sono dei malintesi. Dopo Dio, dopo la Chiesa, il suo pensiero è la figlia. Relazioni dirette con essa non ne può avere perché il signor Trento, uomo di cuor duro, religioso sì e no, non permette. In questo momento trepida per la figlia. Me lo ha scritto l'altro giorno un sacerdote, un degno sacerdote che l'avvicina."
"Gavìo la lettera?" interruppe l'arciprete. "Lezìla."
Don Emanuele guardò il Superiore con una faccia contrita.
"Per verità" diss'egli, "è una lettera riservatissima..."
"Gnente gnente!" esclamò don Tita. "Basta basta!"
Il cappellano proseguì:
"Questo sacerdote scrive che la signora da Camin è venuta a sapere come si trovi presentemente, da parecchi giorni, in casa Trento un giovine milanese molto conosciuto a Milano, tristemente conosciuto".
"Un infelice!" mormorò l'arciprete. "Un disgraziato!"
Lo disse coll'accento pacifico di chi constata una disgrazia irrimediabile, una infelicità definitiva.
La siora Bettina prese timidamente la parola per dire che credeva di aver veduto il giovine in chiesa, la domenica precedente. Don Emanuele sospirò e tacque.
"Sì sì!" disse don Tita. "Lo gavarì visto. Va in ciesa, va in ciesa.
Ma el xe pezo de quei che no ghe va. Una testa, fiola! Amigo de quell'altra bela testa del curato de Lago. El xe uno de questi che vorìa cambiar tuto nela Religion."
La siora Bettina sibilò succhiando aria come se si fosse scottata la lingua. Don Emanuele sospirò da capo.
"Pur troppo!" diss'egli. "E la madre vive nell'angoscia perché teme che la figliuola possa prendere interesse a questo giovine, e che questo giovine, essendo lei una figlia vistosa, con grandi aspettazioni..."
"Mancarìa altro..." esclamò don Tita "ch'el s'inzeregasse qua!"
La siora Bettina sibilò.
"Ora" riprese don Emanuele, "il sacerdote che mi scrive ha potuto sapere, per una grazia, dico io, della Divina Provvidenza..."
Pausa.
"Fora fora!" esclamò don Tita. "Corajo! Ben, andarò avanti mi. Pare che ghe sia un potàcio fra el toso e una siora de Milan. Maridada, capìo"
Sibili e sibili della siora Bettina.
"E se discorea, capìo" riprese don Tita, "l'altra sera, qua con don Emanuele, de cossa che se podarìa far, perché la tosa lo savesse.
Pensa e pensa, no se gà trovà gnente. Ossia se ga trovà, ieri, che non ghe saressi che vu."
"Géstene, don Tita!"
L'accento di questa giaculatoria profana faceva pietà.
Silenzio.
"No ghin parlemo altro" disse l'arciprete. "La tosa se rovinarà e mi no ghin avarò colpa."
La Fantuzzo, ch'era seduta presso la scrivania dell'arciprete, vi stese la mano a un libro e, trattolo a sé, parve considerarlo. Era rossa come un gambero.
"Volìo véder" esclamò don Tita "che la sa qualcossa sta malindreta!"
La Fantuzzo protestò che non sapeva niente, ma l'arciprete non faticò molto a cavarle che la cuoca di casa Trento amica della sua fantesca, aveva parlato a quest'ultima di novità che c'erano in casa dopo la venuta del signore di Milano, di malumori del padrone, di malumori della cameriera Teresina, di gran pianti della signorina. Una mattina la cameriera era venuta stravolta a ordinare un caffè fortissimo perché la signorina aveva fatta la pazzia, con tutti i fiori che voleva in camera la notte, di tener chiuse le finestre e credeva di morire dal mal di capo. La cuoca aveva detto allora:
"Vuole ammazzarsi, quell'anima!" La cameriera aveva risposto colle lagrime agli occhi: "Ma!...".
"Credo" soggiunse la buona signora Bettina "che tutto sarà perché questo giovine era tanto amico del suo fidanzato e glielo farà venire in mente."
"Cara" disse don Tita, "vu sì una macaca."
Intanto don Emanuele pensava con animo grato al visibile favore della Provvidenza per le mire sue e dell'arciprete. In fatto né l'uno né l'altro aveva mirato a fare della siora Bettina uno strumento unico e diretto della stessa Provvidenza. Molto soddisfatti di possedere un'arma contro l'amico di don Aurelio, il famigerato Alberti, avevano ideato che la siora Bettina confidasse alla sua fantesca il "potàcio"
dell'Alberti colla signora maritata di Milano, nella fiducia che la fantesca, della quale conoscevano l'amicizia con quella cuoca, l'avrebbe confidato e costei e che costei l'avrebbe riferito alla cameriera. Ed ecco che la fiducia diventava certezza il tubo ideato esisteva già, lavorava già per la condotta di segreti aeriformi dell'identica specie.
"Allora" cominciò il virgulto prelatizio con un'aria innocente "capisco che fra la Sua fantesca e la cuoca di casa Trento..."
Fu bussato all'uscio.
"Avanti!" fece il bonario don Tita.
Il cappellano ammutolì e abbassò gli occhi acquosi senza dare alcun altro segno del proprio malcontento per la interruzione consentita dal Superiore. Era proprio la serva della Fantuzzo che veniva in cerca della sua padrona. Don Tita, illuminato nello spirito da un'idea subitanea, la pregò di aspettare fuori dell'uscio; un momento, un momento solo! Andò egli stesso a chiuder l'uscio con un gran colpo che lo lasciò aperto; poi si mise a declamare, sulle facce meravigliate della siora Bettina e del cappellano:
"Sentì, cugnà, sentì, capelan. Vualtri no parlarè, ma mi ve la digo.
Savìo quel toso de Milan che xe alla Montanina, che xe ligà le buele là col curato de Lago; savìo che perla ch'el xe? El se la intende, capìo, a Milan, perché mi lo so, co una siora che ga marìo, tosi..."
"Géstene!" mormorò la siora Bettina. "Anca tosi?"
"Ciò" rispose piano don Tita "la xe maridà, ah?" E riprese a voce alta: "Speremo che nol gabia dele idee, quel berechin, su sta fiola qua che xe col vecio Trento. Se lo savesse so mama, pora dona!".
Detto questo, don Tita si alzò, disse sottovoce "fato, fato, fato" e guardando don Emanuele coll'aria di chi a un collega d'arte si mostrò maestro, avvicinossi all'uscio in punta di piedi, lo spalancò d'un colpo, gridando:
"Dove xela...? Ah, scusè!" diss'egli, perché la donna era lì, mezzo tramortita dal colpo dell'uscio. La siora Bettina si alzò, beata della sua liberazione. Il cappellano, non interamente sicuro che l'alzata d'ingegno fosse riuscita bene, se ne stava meditabondo, quando entrò in fretta e in furia la serva dell'arciprete, che disse al suo padrone:
"Ghe sarìa la Fedele."
Il nome insolito della Vayla era spesso cambiato, in paese, per un cognome.
L'arciprete domandò, attonito:
"Quala Fedele?"
"Eh, nol sa? Quela de Arsiero. Quela dei cavigi bianchi."
La siora Bettina sgattaiolò via in fretta; l'arciprete chiuse gli occhi e soffiò come se gli avessero offerto un bicchiere d'olio di ricino; il cappellano mormorò: "Arciprete!" e si fece vedere dal principale a giunger le mani, ad alzare lo sguardo al cielo, volendo insieme raccomandare all'uomo di star fermo e al Signore di tener l'uomo fermo. Dopo di che se ne andò frettoloso a capo basso.
L'arciprete fece entrare donna Fedele, certo, come il cappellano, che venisse per parlargli di don Aurelio, delle istanze del popolo di Lago che si disponeva di ricorrere magari a Sua Santità perché il curato non partisse.
3.
Donna Fedele era venuta dal villino delle Rose col suo solito calessino da nolo. Aveva incontrato Massimo poco oltre il ponte del Posina e gli aveva detto ridendo: "Vado dall'arciprete! Per il covo!".
Le erano pervenute, per un tubo affatto simile a quello posto in opera fra la canonica e la Montanina, parecchie notizie interessanti e anche questa che, in canonica, il suo villino era stato qualificato, per causa di Carnesecca, un covo. Alla esortazione scherzosa di Massimo:
"Gliele canti!" aveva sorriso senza rispondere, col suo sorriso dolce quanto la voce. Svoltato il calessino a sinistra sulla salita, i nobili lineamenti avevano presa una espressione di tristezza. Non era il viso di chi avesse a cantarle a qualcheduno. Però il cuore lo era; e anche il cervello. Nel cuore, donna Fedele aveva un risentimento altero; qui c'entrava forse anche il famoso covo. Nel cervello aveva una collezione bene ordinata di parole fredde, chiare e dure, da mettere a posto, bisognando, in un altro cervello che non le dimenticasse; e qui il covo non c'entrava per nulla.
L'incontro di Massimo le aveva fatto salire al viso un'ombra di malinconia. Non ci vedeva chiaro in quella faccenda. Vedeva Massimo esser preso ogni giorno più, questo sì; ma vedeva il signor Marcello inquieto e Lelia paurosamente enigmatica. Le pareva una creatura in lotta con se stessa. Supponeva in lei un conflitto di sentimenti e, nel tempo stesso, più la conosceva, più si persuadeva che fosse orgogliosissima, che a voler influire sulle sue decisioni si farebbe peggio. S'era amicata Teresina, da Teresina aveva saputo il fatto dei fiori e delle finestre chiuse, non da prendere troppo sul serio, ma neppure da trascurare. L'idea di Teresina era che la ragazza fosse innamorata e che si vergognasse di esserlo, che si tenesse legata nell'onore alla memoria del povero signor Andrea, alla fiducia del signor Marcello. Insomma quell'ombra di malinconia saliva da un oscuro gruppo di dubbi, di pene, di supposizioni, di presentimenti.
Nel salotto della canonica, la siora Bettina e don Emanuele diedero alla visitatrice un'idea così viva di due polli spaventati che le sguisciassero a fianco lungo la parete, e le venne in mente così rosso certo bitorzolo sopra l'occhio sinistro dell'arciprete, che si colorava sempre quando egli era turbato, che un colpo di riso la strinse alla gola. Fu appena in tempo di rifarsi, entrando nello studio, un viso serio.
Il bitorzolo era scarlatto ma l'accoglienza fu espansiva. Il buon don Tita parve incapace di contenere nella propria persona, non sottile vaso, una miscela effervescente di sorpresa, di piacere e di ossequio.
Don Tita non era un ipocrita, in quel momento. Alzandosi e movendo incontro alla signora con una sequela di: - Oh guarda guarda guarda! - Chi vedo chi vedo chi vedo! - Servitorsuo servitorsuo servitorsuo! - il buon prete non obbediva a nessun calcolo. Egli aveva nel sangue una invincibile officiosità che, a fronte di ogni persona ragguardevole, lo rendeva sull'istante cerimonioso e cordiale. Sentiva allora diminuire in sé, come per miracolo, le distanze di opinione e di sentimenti che lo separavano, eventualmente, da quella persona; e, volere o non volere, bisognava pure che con parole e con gesti e col giuoco della fisonomia le desse a capire di essere molto più del suo avviso ch'essa non avrebbe pensato. Donna Fedele si divertì molto, nel proprio interno, di queste accoglienze previste, pensando al mutamento di scena che doveva seguire. Si divertì anche di accettare la poltrona dell'arciprete, di figurarsi, nella propria gonna violetta, un vescovo e dell'idea di dar mano alla tabacchiera ch'era lì sul tavolo davanti a lei, aperta.
"Sono venuta" diss'ella con una dolce flemma sonnolenta che pareva velarle anche i begli occhi "per farle vedere che cerco di essere una cristiana, non dirò buona, ma discreta."
L'arciprete rise rumorosamente.
"Oh bella bella bella! Ma chi ne dubita, signora? Ma ma ma ma! Chi ne dubita?"
Donna Fedele sorrise. Mentre le labbra sorridevano, gli occhi ingrandirono e diedero un lampo di luce viva.
"Eh!" diss'ella. Anche la voce ebbe un lampo.
Don Tita mostrò di non capire, di non ricordare certa concessione del giardino di donna Fedele per una festa contadinesca complicatasi di ballonzoli, certa sua sconveniente predica fattagli rimangiare dalla signora; e ricominciò:
"Ma ma ma ma!"
La bella voce riprese blanda:
"Lei non ha pensato così una volta e neppure adesso quando mi sono presa Pestagran in casa."
Don Tita diventò rosso come un lampone.
"Io?" diss'egli. "Tutt'altro. Carità, signora! Carità, carità. Altro era la casa di un sacerdote, capirà, signora, e altro è una casa laica."
"Un covo laico" si mormorò donna Fedele fra i denti.
L'arciprete non poté udire ed ella confessò, sempre blanda, di non avere saputo, una volta, che i sacerdoti fossero meno obbligati dei laici alla carità. Oppose alle proteste di don Tita uno sguardo fisso e un silenzio altero.
Il povero don Tita, memore di aver detto che la magra signora era una Carnesecca peggiore di Gran Peste, lontano dal pensare che donna Fedele, se l'avesse saputo, se ne sarebbe tanto divertita da diventargli più benigna, stava sui carboni ardenti.
"Ma io" ella riprese "non sono venuta per parlarle di Pestagran né d'altro dove c'entri Pestagran."
"Ben, signora. Ben ben ben ben."
L'arciprete disse così, concedendosi un piccolo sfogo di dialetto, ma pensò "male, male" perché almeno quell'altra pillola era inghiottita e chi sa cosa diavolo avesse "in pectore" madama Carnesecca.
"Siccome Lei e io c'interessiamo di una stessa persona, sono venuta per domandarle una informazione che potrebbe, in certi casi, riguardare indirettamente questa persona."
Adesso donna Fedele aveva parlato con voce chiara e piuttosto alta, articolando bene le parole e guardando risolutamente don Tita in faccia. Era una faccia attonita. Chi poteva essere questa persona? La Bettina, no. Il cappellano, meno. Che fosse proprio don Aurelio?
"Non è vero" chiese donna Fedele "che Lei s'interessa molto della signorina che sta in casa Trento?"
Don Tita, contento che non fosse venuto fuori don Aurelio, batté palma a palma.
"Io, signora? M'interesso...? No, sa, signora. Proprio no, sa."
Donna Fedele pensò: adesso, il bitorzolo!
"Come, niente" esclamò sorridendo, "se vuol farle sapere che deve guardarsi da un certo Alberti perché questo Alberti ha un intrigo con una signora maritata?"
L'arciprete, fulminato, credette a una incarnazione del diavolo in donna Fedele. Balbettò "come. come, come?" e, riprendendo gli spiriti smarriti, chiamò in cuor suo - mostra mostra mostra! la sua serva che sola aveva potuto origliare, udire, chiacchierare. E intanto non rispondeva. Donna Fedele attese un poco e poi gli domandò, colla sua dolce flemma spietata, se negasse o confermasse la cosa.
"Nego" rispose don Tita riavendosi dal colpo. "Posso negare, signora.
Nego di avere alcun interesse in questa faccenda. La sapevo, signora, ma il segreto non era mio."
Donna Fedele si rimproverò mentalmente di non avere contati, questa volta, i - signora - dell'arciprete. Un'altra volta ne aveva contati o almeno pretendeva averne contati cento e uno in mezz'ora. Riprese la sua fredda opera di tortura.
"Vede, arciprete" diss'ella, "se qui si sa molto di quello che si fa e si dice in casa mia, è giusto che in casa mia si sappia un pochino di quello che si fa e si dice qui."
Donna Fedele era convinta che la serva dell'arciprete avesse l'incarico di spillare alla sua ortolana tutto il possibile della padrona, di don Aurelio, di Carnesecca e di Massimo Alberti. La serva poi, per comprare, vendeva. E l'ortolana chiacchierava colla cameriera. Donna Fedele non voleva saperne di pettegolezzi, rimproverava le sue donne, ma non poteva turarsi gli orecchi; e stavolta, per verità, li aveva aperti bene.
Tutta la faccia di don Tita prese il colore del bitorzolo.
"Ah La mi scusi poi tanto, signora" diss'egli con voce risentita, "ma questa poi... questa... oh...! oh!... oh!"
Dondolava il capo come sopra un perno, aggrottando le sopracciglia.
Si udì un flebile "con permesso", l'uscio fu aperto piano, ecco la delinquente col caffè e i pandoli per donna Fedele. Era una vecchietta grossa, dalla voce di pecora e dalla faccia furba. Posò il vassoio sulla scrivania e guardò il padrone, aspettando che si alzasse come il solito, imbrandisse il cucchiaino, e vociferasse "quanti, signora, quanti?". Il padrone si alzò ma non subito e lentamente. Le diede poi un'occhiata che la fece tremare di avere sbagliato portando il caffè.
"Cape!" mormorò la povera donna, usa, come la Fantuzzo, appellarsi a quei lontani invisibili crostacei. Quella donna trasognata, ignara della propria situazione di "lupus in fabula", quella faccia di don Tita, costretto a nutrire di caffè e pandoli una creatura odiosa che lo aveva insolentito, l'idea della scenata che doveva infallibilmente seguire, partita lei, fra serva e padrone, misero tanto di buon umore il piccolo demone comico annidato nel cervello di donna Fedele, che invece di rifiutare il caffè o almeno i pandoli, com'era stato il suo primo sentimento, ella prese dell'uno e degli altri, tanto per ridere più gustosamente della sorte amara di don Tita e per sorridere di se stessa.
Però, dopo il caffè e i pandoli, smise di torturare il povero uomo.
Donna Fedele capace di antipatie fiere, non sentiva per l'arciprete che indifferenza. Lo credeva piuttosto debole che doppio, piuttosto guasto da una educazione insufficiente e malsana che basso di natura, astuto sì ma di un'astuzia grossa, facile a penetrare; e ne riconosceva le qualità buone, il disinteresse, il desiderio sincero di servire Iddio. Partita la fantesca ella gli disse, molto pacificamente, che aveva serie ragioni di voler sapere il vero circa le accuse che riguardavano il giovine Alberti. Don Tita, presto rabbonito, si trincerò e chiuse nella frase del segreto altrui, ma per aprire subito un usciolino, compiacendosi di fare, quasi di soppiatto, cosa grata alla sua interlocutrice. Il segreto era del cappellano.
Guai se il cappellano sapesse che il segreto non è ben custodito! - E mio padrone, sa. - La capisce - un scheo de cardinal, digo mi un centesimo di cardinale. L'arciprete chiamava così don Emanuele quando presumeva di parlare con un avversario del cappellano. E ora non s'ingannava davvero perché nessuno al mondo era tanto antipatico a donna Fedele quanto il cappellano di Velo d'Astico. Ella domandò subito di parlargli e don Tita si affrettò ad andarne in cerca. Donna Fedele si tenne sicura che il cappellano non sarebbe venuto e infatti don Tita ricomparve, dopo un'assenza lunghetta, a dire, mogio come un cane frustato, che il cappellano era fuori.
"Ritornerà" disse donna Fedele, alzandosi. Sì, certo, don Emanuele sarebbe ritornato, ma difficilmente prima di mezzogiorno. Erano le nove e mezzo. Donna Fedele non poteva restare due ore e mezzo in canonica. Uscì senza dire le proprie intenzioni. Domandò a una contadina seduta sulla porta del suo casolare, a due passi dalla canonica, se avesse veduto don Emanuele. Quella rispose: "El xe passà adesso, signora. El xe andà in ciesa".
Donna Fedele si voltò di scatto, credette vedere sparire precipitosamente in canonica la tonaca dell'arciprete che avesse, dall'ingresso, spiati i suoi passi, salì la gradinata, entrò in chiesa, vide il cappellano che, inginocchiato nella prima panca davanti all'altar maggiore, pregava fervorosamente. Stese per istinto la mano alla piletta dell'acqua santa e si pentì prima di toccar l'acqua, ritirò la mano, sentendosi troppo cattiva cristiana.
Quell'uomo inginocchiato, col viso fra le mani, le metteva ira Lui, fare il santo, lui, quel cuore duro, quel cuore malvagio, lui, il coperto nemico, il denunciatore di don Aurelio, si poteva giurarlo, lui che ora tramava perfidie contro Alberti perché lo credeva un eretico! Anche questo avrebbe giurato donna Fedele benché non ne sapesse niente, benché fosse venuta per sapere appunto se l'accusa contro l'Alberti avesse un fondamento reale o no. Entrò in una panca vicina alla porta laterale, nell'ombra e, dopo un momento di esitazione, s'inginocchiò. Era credente e pia, per tradizione antica della sua casa. Aveva una fede semplice, non si occupava né voleva occuparsi delle questioni religiose che dividono i cattolici, diceva volentieri di preferire la famosa "foi de charbonnier", come l'aveva preferita suo padre; ma detestava tutto che le paresse doppiezza, ipocrisia, perfidia; e oltre al piccolo demone comico aveva nel cervello un piccolo demone strano, uno spirito bizzarro che le suggerì di pregare contro le preghiere di quel prete curvo davanti all'altar maggiore. Inginocchiandosi, pensò: "Ascoltate me, Signore, e non lui", poi, appena posate le braccia sulla panca: "forse non prega niente".
Lo credeva un fariseo e non si avvide, per questo, di attuare a rovescio la parabola del Vangelo, meditando, come il fariseo di quella, la divina condanna. Il suo sospetto era poi anche ingiusto.
Don Emanuele pregava con tutte le forze dell'anima sua. Pregava secondo la sua natura, la sua educazione, come non avrebbe potuto altrimenti. In casa sua nessuno aveva osato chiedere direttamente alcunché al nonno terribile. Gli facevano parlare da un prete, o da un fattore, o da una vecchia cameriera. Così don Emanuele pregava, più che il Nonno infinito, i servi di Lui. Adesso pregava San Luigi Gonzaga; non come altri potrebbe invocare lo spirito di un giovine nobile e puro, morto in servizio di Dio e degli uomini, che s'infondesse all'anima del supplicante per innalzarla seco nella regione della purezza eterna, ma come un principe deificato, che stando sul trono, in pompa magna, cinto di fiori e di angioletti alati, piegasse il capo, benignamente, verso di lui e comandasse al demonio di lasciarlo. Così pregava, come poteva, il povero don Emanuele, inorridito dall'asprezza delle tentazioni dalle quali avrebbe voluto farsi credere immune; ed è da ritenere che Iddio, cui sono aperte tutte le origini e tutte le cause; gli fosse molto più clemente che donna Fedele; la quale, pregando contro le intenzioni del cappellano, avrebbe fatto, se Iddio l'ascoltava, una bella frittata.
Poco dopo aver udito una persona entrare in chiesa, don Emanuele finse, nel porsi a sedere, di guardare se il sedile fosse sgombero, sbirciò la signora e si pose a leggere il breviario. Egli ricambiava, nel suo coperto modo particolare, l'avversione di donna Fedele.
L'offendeva quella sincerità franca di lei, fatta più irritante dal tono mansueto della voce. E la sapeva amica di don Aurelio, amica del giovine Alberti, due persone ch'egli abborriva di un abborrimento pio; credeva detestarne le idee e non le persone. Sentendo fra don Aurelio e sé un indistinto ma profondo dissenso, provando per lui un'avversione istintiva, era tratto ad attribuirgli, per comodità della propria coscienza, idee veramente detestabili, opinioni veramente indegne di un cattolico qualsiasi nonché di un prete. E lo irritava la irresponsabilità sì delle sue azioni che delle sue parole.
Per lui, don Aurelio era un ipocrita. Di Alberti poi, per quello che ne aveva letto nei giornali, per quello che gliene avevano scritto da Milano, sentiva una specie di ribrezzo. L'amica dell'uno e dell'altro non poteva essere troppo diversa da loro.
Udendola annunciare dalla serva dell'arciprete, aveva pensato che fosse venuta a perorare la causa di don Aurelio. Adesso sapeva ch'era invece venuta per la faccenda di Alberti, che la serva dell'arciprete aveva origliato e chiacchierato, che quel benedetto uomo ne aveva fatta una delle sue, lo aveva compromesso. Appena la vide, ne indovinò il proposito, si chiuse tutto, leggendo il breviario, in un'armatura ideale di piastre e di punte.
La placida signora non accennando a levar l'assedio, s'inginocchiò da capo; e dopo avere immaginato, colla testa fra le mani, il momento dell'assalto e predisposta la difesa, passò in sagrestia.
Immediatamente donna Fedele si alzò e lo seguì, com'egli aveva previsto. Non potendo evitare un colloquio, il cappellano lo preferiva in sagrestia, anziché all'aperto o in canonica.
Donna Fedele gli domandò gelida, velata gli occhi d'indifferenza sprezzante, se potesse parlargli. Egli rispose, egualmente gelido, con un cenno silenzioso di assenso.
"Preferirei non qui" diss'ella. Egli esitò un poco e poi le propose di aspettarlo in chiesa. Sarebbero usciti insieme. Si trattenne in sagrestia dieci minuti almeno, fece davanti all'altar maggiore una genuflessione che ne durò altri due.
"Desidero da Lei una informazione sicura" disse donna Fedele uscendo con lui dalla chiesa, tutta fremente d'impazienza.
"Se posso" rispose don Emanuele, mansueto e duro. "Se posso."
La signora frenò a stento uno scatto.
"S'intende, se può. Ma può certo. E, potendo, deve!"
"Se posso" ripeté il cappellano, più mansueto e più duro. "Se posso.
Dica."
Donna Fedele, rossa in viso, gli osservò che si trattava di faccende delicate. Parlarne in piazza non era conveniente. Allora il prete cavò l'orologio.
"Devo andare a Mea" diss'egli, con quell'aria di gravità, d'impenetrabilità e di compunzione, con quel tono di "Dominus vobiscum", che donna Fedele non poteva soffrire. Ella ebbe un altro lieve scatto.
"Va bene. L'accompagnerò io. Ho la carrozza."
"Scusi scusi, signora; vado a piedi."
Parve a donna Fedele che le parole frettolose, le sopracciglia aggrottate, gli occhi bassi, dicessero un pudibondo timore, almeno di dare scandalo. Fu per dargli dello sciocco in viso ma si contenne.
"Verrò a piedi anch'io" diss'ella. "La carrozza ci seguirà."
Don Emanuele si contorse ancora un poco, ma non disse parola. Donna Fedele non avrebbe creduto, due minuti prima, di poter fare mezzo chilometro a piedi. Ora si sentì nei nervi una energia capace di portarla fino a Vicenza. Pescò all'albergo del Sole il suo vetturino che, appena giunto a Velo, aveva legato il cavallo a un'inferriata per mettersi a contendere imprudentemente con un vino più gagliardo di lui. Appena oltrepassata la piazza, i due cominciarono a discorrere, seguendoli, a distanza, la carrozzella. Il prete camminava come se il suolo gli bruciasse i piedi, come se cercasse di stancare la sua persecutrice.
Ella gli dichiarò, asciutto e netto, che, per sue particolari ragioni, il giovine Alberti le stava molto a cuore. Sapeva benissimo che gli erano attribuite delle idee religiose non ortodosse. Sperava che gli fossero attribuite a torto ma insomma non le conosceva, non se ne intendeva, non voleva occuparsene. Ora lo si accusava, in canonica, d'immoralità. Qui, anche lei era giudice. Voleva sapere. Le era necessario di sapere. Ne aveva parlato all'arciprete. Chi sapeva, le aveva detto l'arciprete, era il cappellano. A questo punto il cappellano fece un gesto di acquiescenza.
"Lei sa, dunque?" esclamò donna Fedele fermandosi su due piedi. Si fermò anche don Emanuele. Sperava che, avuta la sua risposta, la terribile signora sarebbe ritornata indietro.
"Pur troppo" diss'egli. "Lo so. Cosa grave. Gravissima. Relazione colpevole con persona non libera. Pur troppo, pur troppo."
"Ma Lei, come lo sa?"
"Oh, fonte, fonte, fonte...!"
Parve non trovare, per la eccellenza della fonte, un epiteto abbastanza superlativo.
"Ma, fonte fonte!" esclamò donna Fedele, non credendo sincera la ricerca dell'epiteto. "Quale fonte?"
"La cosa è" rispose il cappellano, solenne, convinto. "La cosa è. Non posso nominare la fonte."
"Mi dica almeno il nome della persona non libera!"
"Non posso!"
Questo non lo poteva davvero e le sue parole suonarono naturalmente, più convinte che mai. Ma la pazienza di donna Fedele aveva toccato i suoi limiti.
"Sa cosa penso?" diss'ella. "Che non vi è fonte ma che vi è fabbrica!"
"Lo pensi pure" fece il cappellano, pallido; e, toccatosi la berretta in segno di saluto, riprese a gran passi la via di Mea.
"Don Emanuele!" esclamò la signora. Il vetturino, mezzo ubbriaco, che si era fermato a due passi, colla mano alla briglia della sua bestia, lasciò andar la briglia, passò donna Fedele correndo e gridando:
"Ca lo ciapa? Ca lo ciapa?"
"Fermo!" gridò la signora. L'ubbriaco afferrò il cappellano per un braccio:
"El se ferma, putélo!"
"No, voi voi fermo, voi, vergogna!" gl'intimò donna Fedele e, raggiunto il gruppo, rimandò il vetturino alla sua bestia tanto imperiosamente che quegli obbedì.
"Vada!" diss'ella allo sbigottito cappellano, con un'alterezza, con una energia, con un fuoco, che le ridonarono quasi lo splendore della sua gioventù. "Continui a servire Iddio calunniando la gente, faccia con Alberti come ha fatto col curato di Lago e trionfi pure! io ritorno alla mia casa, che Loro hanno la bontà di chiamare un covo, molto più contenta di me e del mio covo che non lo sarà Lei di se stesso e del suo palazzo quando diventerà cardinale!" E gli voltò le spalle.
"Siora!" le intuonò, tragico, il vetturino recandosi la sinistra al petto e alzando la destra colla frusta impugnata:
"Se La comanda, sibene che l'è un prete, Gesummaria, io ci tiro el colo!"
Chi sa dove si fosse assopito il piccolo demone comico di donna Fedele. Ella non ebbe neppure un sorriso. Fece voltare il calessino e vi salì non curando l'ubbriachezza del vetturale. Non avrebbe potuto fare altri due passi. Tutto il suo vigore si era sciolto in un tremito che la scoteva da capo a piedi. Il buon vento di Val d'Astico, fresco e puro, che faceva stormire gli alberi, ondulare le ombre sulla strada bianca, la ristorò alquanto. Paga del suo sfogo, sentì, pensando al cappellano, una specie di pietà. Ma ne tolse presto il pensiero, lo pose alla Montanina, al capo grigio del vecchio venerato amico all'ultimo, malinconico desiderio di lui, la unione di Lelia e di Alberti, agli enigmi dei loro intimi sentimenti e della sorte.
Capitolo Quarto
FORBICI
1.
A Lago di Velo la notizia della partenza del curato aveva addolorato il popolo. Ch'egli si fosse preso Carnesecca in casa, era spiaciuto, per dir vero, a parecchi; ma poi ch'egli ebbe spiegato il proprio atto dall'altare, riprovando le dottrine del venditore di Bibbie e ricordando il Vangelo, nessuno osò più di censurarlo. Si seppe a un punto che Carnesecca era partito e che il curato doveva partire.
Il Capo della contrada, come ivi è chiamato colui al quale i suoi compaesani volontariamente deferiscono per tutte le faccende di comune interesse, tenne consiglio con i padri di famiglia, parlò da uomo religioso e sensato. Niente tumulti, niente disordini, niente pressioni sul prete per farlo desistere. Il prete è prete e deve obbedire ai Superiori. Bisogna pregare i Superiori. Questi non erano i sentimenti di tutti, nel paese. Le donne parlavano già di non lasciar partire il curato a nessun patto, di ricorrere anche al Papa, se fosse necessario. Il Capo le persuase a chetarsi, ad attendere in pace l'esito delle prime pratiche. Si recò dall'arciprete con una Commissione. L'arciprete diede un rabbuffo alla Commissione, trattò quella brava gente da zucche, da ignoranti, da prepotenti. Se ne ritornarono scornati e il fermento crebbe.
Don Aurelio, dopo avere cercato invano di dissuadere privatamente il suo gregge da qualunque pratica, ripeté la stessa esortazione, con parole insieme affettuose e severe, dall'altare.Andarono dall'arciprete, a nome del popolo di Lago, anche alcuni villeggianti, persone ragguardevoli, perché s'interponesse presso la Curia. A loro l'eccellente don Tita diede parole buone, disse di non essere entrato per nulla nel provvedimento increscioso, lodò don Aurelio, promise di fare, di dire, di scrivere. Il gregge ascoltò don Aurelio rispettosamente, senza la menoma idea di obbedirgli, ascoltò le informazioni della seconda Commissione senza la menoma fede nelle promesse dell'arciprete. Il Capo tenne un'altra riunione, i riuniti decisero di presentarsi tutti insieme al Vescovo per ottenere, intanto, almeno una proroga. Appreso ciò, don Aurelio li pregò a voler prima udire una sua parola. Era un venerdì e mancavano ancora cinque giorni al termine dentro il quale egli avrebbe dovuto lasciare la curazia. I contadini intendevano recarsi a Vicenza, dal Vescovo, la domenica mattina. Accettarono di andare da don Aurelio l'indomani, sabato, a mezzogiorno. Verso la sera del venerdì don Aurelio discese al villino delle Rose. Poi, nel ritorno, entrò alla Montanina.
Mancavano pochi minuti alle otto. Udito da Giovanni che i signori erano ancora a pranzo, non volle che fossero avvertiti, si trattenne nel salone a guardare la bibliotechina di fianco al camino. Non v'erano che libri di botanica e di giardinaggio, libri del signor Marcello. Don Aurelio sapeva ben poco delle letture di Lelia e avrebbe voluto saperne di più. A una sua domanda diretta, rivoltale negli ultimi giorni, la ragazza aveva risposto che leggeva di preferenza poeti stranieri. Don Aurelio, poco pratico di poesia straniera, non aveva osato spingersi più oltre colle domande. Gli era poi stato riferito da donna Fedele il frutto di scandagli suoi. Pareva che i poeti stranieri preferiti da Lelia fossero Shelley e Heine. Il primo era interamente sconosciuto a don Aurelio, il nome del secondo gli rendeva un suono di scetticismo funesto. E che nell'anima di Lelia vi fosse un fondo amaro di scetticismo lo sospettava da qualche dì per un discorso spiacente di lei, riferitogli, anche questo, da donna Fedele.
Ell'aveva sostenuto contro donna Fedele la tesi che gli atti apparentemente più generosi degli uomini non hanno altro movente che l'egoismo; e qualche sua parola era parsa ferire indirettamente l'atto del signor Marcello che si era portata in casa una memoria viva del figliuolo morto.
Don Aurelio se n'era sdegnato e l'amica, più indulgente, aveva durato fatica a pacificarlo, rappresentandogli l'ambiente nel quale era cresciuta Lelia, le origini dolorose del suo scetticismo. Donna Fedele era meno inquieta di lui circa l'avvenire di Massimo, se questo matrimonio si facesse. Le stranezze della fanciulla non facevano a lei la stessa penosa impressione che a don Aurelio. Ella ricordava l'adolescenza propria, stata fantastica e appassionata la sua parte, comprendeva tante cose incomprensibili a lui. Credeva intravvedere tesori nel cuore di Lelia e provava una simpatia vivissima per quella sua intelligenza tutta penetrata e calda di sentimento.
Finito di esplorare inutilmente i libri della bibliotechina, don Aurelio vide la cameriera affacciarsi alla porta di fondo del salone, movere verso di lui, silenziosa, in punta di piedi. Le andò incontro.
Teresina aveva un messaggio segreto per donna Fedele, che, sofferente più del solito dopo l'assalto alla canonica, non si lasciava vedere da due dì, mentre prima non passava quasi giorno senza una sua visita.
"Se la vede" sussurrò la cameriera, "le dica che si va peggio."
Don Aurelio non capiva. Teresina si spiegò. Dopo il fatto delle finestre chiuse, ella si era incaricata di riferire a donna Fedele tutto della signorina che le paresse degno di nota.
"Adesso" diss'ella "ha potuto avere la chiave del Parco di Velo e da due sere, quando si fa notte, va nel Parco sola soletta, vi passa delle ore. Cosa faccia lì dentro non lo so. Mi costringe a dire bugie al padrone, a rispondergli, se domanda di lei, ch'è a letto col mal di capo. Egli domanda sempre, naturalmente. Io poi devo andare ad aspettarla al cancello del Parco alle undici. E per verità ho anche paura. Ma guai se parlo! Iersera è rientrata a mezzanotte. Domandi, La prego, a donna Fedele, cosa debbo fare! Lo domando anche a Lei, don Aurelio."
"Prima di tutto L'avverto" rispose don Aurelio "che a donna Fedele non potrò dir niente."
Teresina, stupefatta, ne chiese il perché.
"Non importa" rispose ancora don Aurelio. "Lei ha fatto molto male a non parlare. Deve parlare assolutamente. E subito!"
L'uscio della sala da pranzo fu aperto. Comparve il signor Marcello in persona, vociferando proteste per le cerimonie dell'amico che non si era fatto annunciare. Lo prese a braccetto, lo condusse in sala da pranzo.
Lelia salutò appena; tanto che il signor Marcello la richiamò.
"Distratta!" diss'egli. "C'è don Aurelio."
Da più giorni questi aveva creduto notare che il gelo abituale di lei a suo riguardo fosse ancora disceso di un grado. Ora ne fu convinto.
Anche Massimo gli parve rannuvolato. Raccontò la sua visita al villino, descrisse le condizioni della salute di donna Fedele, tutt'altro che buone a giudicarne dall'aspetto e da qualche cenno fugace di lei. Lelia, riconquistata dal fascino e dalle dimostrazioni affettuose della Vayla, si fece attentissima. E don Aurelio parlava veramente in modo da imporre attenzione.
"Quella è una donna" diss'egli "che, se non si cura come va e subito, si rovina. Voi siete amici suoi, avete il dovere di ottenerlo."
Il signor Marcello, colpito dal tono di quelle parole più ancora che dalle parole stesse, domandò che si potesse fare, quale fosse veramente il male di cui la Vayla soffriva. Don Aurelio rispose che non lo sapeva ma che lo sospettava per la stessa renitenza della sofferente a prendere un consulto. E un consulto era necessario.
Seguì, nella sala, un silenzio dolente, attonito. Don Aurelio si alzò, dicendo che doveva rincasare. Massimo si alzò pure, per accompagnarlo fino a Sant'Ubaldo. Il curato si avvicinò a Lelia, le disse gravemente:
"Signorina, donna Fedele Le vuole molto bene. La raccomando particolarmente a Lei. Quella è una vita necessaria a molte persone."
Il signor Marcello si era pure levato in piedi.
"Dunque, don Aurelio" diss'egli, "Lei ha questa riunione domani? Potrà portarvi qualche buona notizia?"
"Senta" rispose don Aurelio col suo bell'accento romano, colla sua voce calda: "io non so se il rimanente sia buono. Intanto Iddio mi dice che buono è l'obbedire."
Seguì una lotta fra i due perché il signor Marcello voleva baciar la mano che l'altro ritirò con terrore. Si abbracciarono. Don Aurelio sentì lagrime sul viso del vecchio, uscì mormorando: "Poveretto, poveretto!"
Uscendo dal vestibolo disse a Massimo che, s'egli non fosse offerto di accompagnarlo a Sant'Ubaldo, ne lo avrebbe richiesto. Il giovine non rispose. Don Aurelio lo guardò; pareva che non avesse udito. Nessuno dei due parlò più fino al cancello. Imbruniva, altro suono non era nell'aria che il fioco della Riderella e il profondo del Posina. In quel silenzio, come di chiesa, le montagne grandi e i boschi e l'erbe dei prati parevan avere un senso sacro dei mondi ignoti che avanzavano da ogni parte nel cielo, tremandone già qualche fioco lume per le profondità serene. Fuori del cancello don Aurelio si fermò, posò la mano sulla spalla del suo compagno, ve la calcò forte, senza parlare.
Aveva negli occhi qualche cosa di nuovo che Massimo non vide. Massimo non aveva sensi che per il suo proprio interno. Forse la poesia della sera gli acuiva una febbre; ma egli sentiva la sola febbre, non la poesia. Era penetrato di un'altra persona, in ogni fibra, e ogni fibra gli era dolore, gli era dolcezza, spasimo di confondersi con quella persona senza fine e per sempre. Dieci giorni di convivenza, momenti divini di contatto in uno sguardo, altre comunicazioni indirette, involontarie, fugaci, di anima e d'istinto, avevano operato questo; né il gelo e le tenebre di cui si avvolgeva quasi continuamente l'altra persona lo avevano impedito. Oscure parole di donna Fedele, oscure parole dello stesso signor Marcello, parole di favore che gli entravano, ripensandole più e più addentro nella mente come gocce assidue nella neve, gli avevano attutito quel senso di rimorso che, sulle prime, gli si accompagnava ai moti dell'amore nascente. Gli pareva di essere avviluppato da una trama di complici e anche questo gli era inesplicabile. Credeva e discredeva cento volte al giorno, che il signor Marcello, con quel volerlo trattenere alla Montanina nel nome della persona che aveva tanto amato Lelia, con quelle confidenze sulla famiglia di lei, sui timori che lo agitavano pensando all'avvenire della fanciulla, con altre vaghe allusioni, avesse l'intenzione di significargli la speranza che egli volesse prendere il posto del povero Andrea. Ci si perdeva. Per lui non esisteva in quel momento che Lelia, radiante le onde oscure dell'amore, oscura ella stessa e cinta di oscurità, di tormentose dubbiezze. Quando la mano di don Aurelio si posò sulla sua spalla, gli pesava sul cuore che Lelia, durante il pranzo, non gli avesse rivolto né uno sguardo né una parola. Intese l'atto del suo amico come un ammonimento.
"Lei ha capito" diss'egli. "Mi tradisco tanto?"
La sorpresa silenziosa di don Aurelio gli rivelò che si era tradito in quel momento.
"Scusi" esclamò turbato, "perché mi ha posto la mano sulla spalla?"
"Povero Massimo!" rispose sorridendo don Aurelio quando gli parve di aver capito veramente.
"Dunque stavolta è proprio una cosa seria?"
"Dio, Lei ride!" esclamò Alberti.
Così dicendo, l'uomo cacciato con amara ingiustizia dalla sua casipola d'infimo pastore, prossimo al momento in cui non avrebbe saputo dove posare il capo, prese a braccetto e trasse con sé, per confortarlo, l'amico dimentico di ciò, preso tutto dall'egoismo dell'amore.
"E' una cosa, vedi, che fa piacere a me e che farà piacere anche ad altri" gli disse entrando nella buia ombra dei grandi castagni.
Massimo si arrestò di colpo.
"Anche al signor Marcello? Proprio? Proprio vero?"
L'ombra era tanto nera che don Aurelio non si fidò di rispondere. O nella strada stessa o, peggio, nel recinto della Montanina, qualcuno poteva, senza esser veduto, ascoltare. Solo dove la stradicciuola esce dai castagni e svolta, girando a sinistra, sul ciglio scoperto della conca di Lago, don Aurelio rivelò all'amico tremante il desiderio segreto del signor Marcello.
Massimo lo abbracciò di slancio.
"Cosa fai, cosa fai, cosa fai?" diss'egli svincolandosi a stento.
"Ma la signorina Lelia, la signorina Lelia?" chiese Massimo, palpitante. "Cosa pensa la signorina Lelia?"
"Oh questo poi" rispose don Aurelio, "io non lo so. Non me ne intendo, ma mi pare, scusa, che dovresti saperlo tu."
Massimo si disperò.
"Ma non capisce che non lo so e non lo so e non lo so?"
Don Aurelio non sapeva, alla sua volta, cosa dire. Credeva che Massimo avesse ragione di sperar bene perché questa era l'opinione di donna Fedele. Massimo ebbe una vampa di gioia. Non s'indugiò a domandare come e perché don Aurelio e donna Fedele avessero parlato insieme di ciò, domandò per quali ragioni, per quali segni donna Fedele opinasse così. Ma! Avrebbe potuto dirlo solamente lei.
"Vado da lei!" esclamò il giovine Don Aurelio si oppose, risoluto.
"No, caro. Adesso ho bisogno che tu venga con me."
Massimo ne chiese il perché. Don Aurelio gli rispose che gliel'avrebbe detto a casa. Fatti pochi passi, il giovine si fermò, pregò ancora, scongiurò di essere lasciato andare subito al villino delle Rose. Don Aurelio gli domandò alla sua volta, tristemente, se proprio per lui non esistesse più che la signorina Lelia. Le parole dolenti furono un tocco di fuoco al cuore di Massimo, lo fecero rientrare in sé. Afferrò a due mani un braccio dell'amico, non ebbe pace fino a che don Aurelio non lo baciò in segno di perdono.
Passarono in silenzio fra le casupole tenebrose di Lago. Fuori del villaggio, girando l'alto dorso erboso che porta la chiesa di Sant'Ubaldo, Massimo si aperse tutto all'amico, gli disse l'impressione avuta dalla fotografia della signorina Lelia mentre ancora viveva il povero Andrea, quella riportatane al primo incontro con essa, le vicende strane, tentanti, del contegno di lei, il fascino delle profondità ch'egli intravvedeva in quell'anima, i primordi della passione, il rimorso, l'attitudine inesplicabile del signor Marcello, il crescere dell'ebbrezza, il sogno fisso dei suoi giorni e delle sue notti: uscir del mondo, dimenticarlo, passar la vita con lei, in qualche solitudine di montagna, facendo il medico, servendo gli uomini, praticando la religione colla tacita libertà dell'anima, inespugnabile da qualsiasi dispotismo.
Don Aurelio ascoltò in silenzio. Giunto alla chiesa, ne aperse la porticina laterale, vi entrò a pregare. Massimo lo seguì ma non pregò.
Pensò Lelia, malcontento di pensarla in chiesa e tuttavia cedendo al dolce pensiero. La mattina di quello stesso giorno, Lelia, dopo averlo trattato con indifferenza quasi sprezzante, si era improvvisamente seduta al piano, aveva suonato "Aveu" di Schumann. Ferma nel cuore un'acuta dolcezza, egli aveva seguito la deliziosa musica guardando in alto, attraverso la galleria cui salgono le scale del salone, una piccola obliqua punta di dolomia perduta nei vapori azzurrini del cielo, un aereo profilo di sogno. E adesso, nelle tenebre della chiesina, cercava rievocare quel momento inenarrabile, richiamare i tocchi delicati del capriccio musicale dolcissimo, la visione della punta di dolomia perduta nel vaporoso sereno, una punta di passione, lanciata su, fuori del mondo, cinta di abissi e di cielo.
La Lùzia, udendo venire il padrone, aveva preparato un lume nel salottino del piano terreno.
Don Aurelio prese il lume, salì con Massimo la scaletta di legno.
"Prima discorriamo di te" diss'egli, posato ch'ebbe il lume sulla scrivania dello studio. Indicò a Massimo una sedia in faccia alla sua, con certa solennità che sgomentò il giovine. E riprese:
"Devi rispondere a una mia domanda. Pensa bene prima di rispondere".
Scrutò in silenzio gli occhi attoniti, avidi, che lo interrogavano.
"La domanda è questa" diss'egli. "Sai che si sia parlato a Milano di una tua relazione con una signora maritata? Pensa."
Massimo sorrise, rasserenato, della ingenuità di quel sant'uomo, vissuto fuori del mondo.
"Ma certo" rispose, "e non con una, ma con due, forse con tre. Lei non sa cosa è Milano. Ma Lei vi ha creduto? Ha dubitato? Non sa tutto di me?"
Don Aurelio si affrettò a dichiarare che non aveva creduto. Pareva tuttavia perplesso. Allora Massimo intuì qualche cosa di funesto, esclamò atterrito:
"Ah capisco! E' la signorina Lelia che lo crede!"
No, don Aurelio non sapeva che si fosse parlato di ciò alla Montanina.
Se n'era parlato al villino. Neppure donna Fedele credeva; ma era necessario che Massimo la rassicurasse. A Massimo pareva opportuno che questo passo lo facesse don Aurelio.
"Io, caro?"
Don Aurelio pensò un poco e soggiunse sottovoce, gravemente:
"Io parto questa notte."
Massimo diede un balzo sulla sedia.
"Cosa? Parte? No! Dica!"
Il suo primo pensiero fu: mi abbandona in questo momento! Il secondo fu: perché parte quando c'è ancora speranza che lo lascino qui? E perché stanotte? Dove vuole andare? Proruppe in tali domande.
Don Aurelio lo fermò subito, si mise un dito alla bocca. La Lùzia poteva udire! Nessuno sapeva, nessuno doveva sapere. Non c'era speranza che i Superiori lo lasciassero a Lago, e c'era pericolo che il popolo di Lago lo volesse trattenere colla violenza. Il suo dovere preciso, assoluto, era di partire subito, segretamente. Sarebbe partito a piedi, nella notte, per prendere a Schio il treno delle cinque per Vicenza, presentarsi al Vescovo, purgarsi delle accuse che supponeva gli fossero state fatte e poi... affidarsi alle mani della Divina Provvidenza. Egli era persuaso che il Vescovo lo avrebbe aiutato a trovarsi un collocamento in qualche altra diocesi, dove fossero cappellanie di montagna, ancora più segregate dal mondo che Sant'Ubaldo.
"In ogni modo" diss'egli, "il Signore non mi abbandonerà." E perché Massimo ebbe uno scatto d'ira contro i suoi presunti persecutori, gl'impose silenzio con impeto. "Credono di far bene. Vedi tu i loro cuori? Vedi le loro coscienze? Bisogna pregare per essi. Prometti!"
Così dicendo, stese al giovane una mano che questi afferrò con ambedue le proprie, impresse delle sue labbra infuocate.
"Adesso aiutami" disse don Aurelio, alzandosi.
Fecero insieme la separazione dei libri da restituire a donna Fedele e al signor Marcello e di quelli di proprietà di don Aurelio, che Massimo gli avrebbe spediti là dove il destino fosse per portarlo. Con sé don Aurelio non poteva tenere che il Breviario, una piccola Bibbia tascabile e l'Imitazione. Nel prendere e mettere da parte i cari libri le mani gli tremavano, povero prete; ma non gli sfuggì una parola di lamento. Solo una volta, porgendo a Massimo una bella edizione delle Confessioni di Sant'Agostino, che gli ricordava molte ore di lettura e di meditazione religiosa nelle ombre segrete del Parco di Velo, presso il mormorar pio di acque correnti, gli mancò la forza di dire "questo al signor Marcello". Massimo, vistagli la faccia, indovinò, non prese il libro, prese e strinse la mano, dolorando. "Al signor Marcello, al signor Marcello!" esclamò subito don Aurelio con uno sforzo, come se la smarrita memoria, e non l'emozione, gli avesse trattenuta la voce.
Non ebbe più un solo momento di debolezza, anzi rimproverò Massimo che, a mezzo il lavoro, non potendone più, si era rifiutato, un momento, di continuare, voleva tentare ancora di smuoverlo dal suo proposito. Appena ebbero finito, la Lùzia entrò col pretesto di vedere se le imposte fossero chiuse. Don Aurelio le ordinò di andare a letto.
"Grazie, signor" disse, uscendo, la vecchia, che appunto desiderava quest'ordine.
Don Aurelio stette pensoso. Gli conveniva rimunerare in qualche modo la Lùzia, oltre al salario mensile, già messo da parte. Donna Fedele gli aveva regalato una bella sveglia, troppo elegante per lui.
"Bella, vero?" diss'egli a Massimo, facendogliela vedere. "Fammi il piacere di venderla per conto della Lùzia."
Ah, Massimo non aveva pensato che il povero prete non aveva forse tanto in tasca da vivere fuori per due giorni! Offerse le cinquanta lire che teneva nel portafogli. Don Aurelio ne possedeva tre e ne accettò, con semplicità francescana, dodici per il viaggio a Vicenza e, occorrendo da Vicenza a Milano, dove, nella peggiore ipotesi, avrebbe chiesta l'ospitalità, offertagli più volte, di un suo amico prete. Non ci fu verso di fargli accettare di più.
"Queste dodici te le avrei domandate" diss'egli. Poi, arrossendo molto, mostrò a Massimo il cassettone dove teneva le biancherie, documento segreto della sua povertà. Avrebbe scritto da Vicenza indicando il luogo dove spedirgli quelle poche robe e le fotografie di Subiaco. Quanto ai libri, pensò che il miglior partito fosse incassarli e affidarne a donna Fedele la custodia. Erano da incassare anche i pochi mobili. Gli tornò in mente che la Lùzia gli aveva detto una volta: "S'El va via, don Aurelio, El me lassarà el leto, vero?".
Ecco, valeva meglio lasciarle il letto e non vendere la sveglia.
Povera Lùzia, dopo quel primo discorso, insinuava dolcemente, a ogni occasione, che il suo letto era "un strazzon", "un covile da bruciare".
"Ma, caro amico" esclamò Alberti per una ispirazione subitanea, "come posso restare io se Lei parte?"
Il natio fuoco generoso dell'anima sua diede, attraverso e sopra gli egoismi dell'amore, una improvvisa vampa:
"Ah, don Aurelio, perché non l'ho pensato subito? Parto con Lei!
L'accompagno!"
Don Aurelio aperse le braccia, se lo strinse al petto.
"Mi perdona" disse piano il giovine "di non averlo pensato subito?"
Don Aurelio lo strinse più forte e non rispose. Alfine lo scostò da sé dolcemente, lo baciò in fronte.
"Non ti voglio, sai" diss'egli.
"Non mi vuole? Perché non mi vuole? Vengo anche se non mi vuole!"
Il lumicino a petrolio accennava a venir meno, Don Aurelio lo spense.
"Ci deve servire più tardi" diss'egli "e io non so né se vi sia dell'altro petrolio in casa, né, se c'è, dove sia. Sediamo."
Oscuri volumi di nubi senza luna macchiavano appena nell'apertura di una finestra, le tenebre. Don Aurelio, invisibile al suo interlocutore, prese a parlargli sottovoce, colla gravità di un padre.
"Sono io, caro, che resto con te. Non te l'ho detto ma ho tanto pregato Iddio che ti donasse quello che ora ti sta donando, un amore forte, grande, pieno e santo. Tu non sei fatto per il celibato, tu sei fatto per una unione idealmente umana, idealmente cristiana, idealmente bella. Tu sei fatto per avere una progenie forte e pura. La tradizione delle grandi famiglie devote eroicamente al Re è spenta.
Bisogna fondare famiglie devote eroicamente a Dio, dove la devozione a Dio si perpetui come un titolo di nobiltà, come il sentimento giusto, tradizionale della nobiltà. Tu ne devi fondare una. E' il mio sogno.
Era il sogno..."
La voce di don Aurelio discese a sussurrare un nome tacque.
"Davvero?" fece Massimo.
"Sì, era il sogno, per te, del povero Benedetto."
Il fantasma di un caro viso macilento, dagli occhi grandi, parlanti, balenò a Massimo nell'ombra della camera. Benedetto aveva pensato a una felicità di amore per lui! Il caro viso gli balenò ancora, supino, senza vita, cereo. Un moto di lagrime gli gonfiò il petto, ridiscese compresso.
"Non puoi allontanarti" proseguì don Aurelio. "Domattina per tempo devi vedere donna Fedele, assicurarla di quello che sai. Non dubita di te, ma siccome le è affidato un incarico, desidera questa parola tua.
Poi, domani stesso parlerà alla signorina Lelia, la interrogherà a nome del signor Marcello che ne l'ha fatta pregare da me. Domani sera saprai. Donna Fedele si tiene sicura di una risposta buona. Allora parlerai tu, direttamente."
Il tavolo sul quale Massimo puntava i gomiti, tenendosi le tempie fra le mani, vibrò come un corpo vivo.
"Se tutto sarà andato bene" riprese don Aurelio, "mi manderai un telegramma a Vicenza, fermo in ufficio. - Tu temi?" continuò, perché il tavolo vibrava vibrava. "Donna Fedele dice ch'è un'anima chiusa, difficile a penetrare, ma non la crede legata a una memoria, crede che senta bisogno di amore, di avvenire. La crede un tesoro di energie morali, un poco infetto di fermenti amari, di esperienze tristi della vita; ecco, questo sì. Crede che certe singolarità spariranno, quando queste energie siano ben ordinate, ben dirette da qualcuno in cui ell'abbia fede."
Massimo tacque. La credeva egli pure un paradiso chiuso, oscurato dall'ombra, troppo fosca, di un albero della scienza del bene e del male, troppo grande. Richiesto da don Aurelio se proprio avesse indizi un po' chiari dell'intimo sentimento di lei a suo riguardo rispose sospirando:
"Direi che qualche cosa di me l'attragga e qualche cosa la respinga."
"Cosa la respinge?"
"Benedetto."
Don Aurelio ne stupì. Che sapeva mai questa ragazza di Benedetto?
Massimo si spiegò. Don Aurelio ricordava bene la conversazione del primo giorno, a tavola, le parole della signorina Lelia su Benedetto, che l'avevano offeso? Ella gliene aveva riparlato poco dopo, sempre con un tono ostile. Lo credeva un eretico. Pareva disposta, lì per lì, ad ascoltare le difese ch'egli ne avrebbe fatte, ma poi si era sempre sottratta, con intenzione, evidentemente.
"Sì, va bene, va bene" fece don Aurelio, "ma poi!"
Non gli riusciva proprio di credere che quella ragazza ci tenesse tanto a questioni di religione da guastarsi la vita per esse. Sentì subito che questo scetticismo, colorito apparentemente di mediocre stima, era dispiaciuto a Massimo. Cercò nell'ombra le mani dell'amico, le strinse, non parlò più di Lelia.
"Dobbiamo appunto parlare di Benedetto" diss'egli. "Oggi mi ha scritto Elia Viterbo. Avrebbe scritto a te ma nessuno, a Roma, sa dove tu sia.
Suppongono che ne sia informato io. E' corsa persino la voce, a Roma, che tu fossi rifugiato a Praglia, guarda."
Don Aurelio non poté a meno di commentare con un sobbalzo di riso:
"Grazie, che Praglia!" E continuò. "M'incarica di farti sapere che, per le povere ossa di Benedetto, i tuoi amici hanno deliberato di accettare la tua proposta e ti pregano di farti vivo. Perché, a quanto pare, confidano in te, che sei vicino a Oria, per aiutare a porla in atto."
Alcuni discepoli di Benedetto avevano divisato, mesi prima, di erigergli un modesto ricordo in Campo Verano, aprendo una sottoscrizione. Ad altri discepoli la proposta era parsa inopportuna per lo scarso risultato che si ripromettevano dalla sottoscrizione, perché era tale da spiacere allo spirito del Maestro. N'era venuto un aspro dissidio. Massimo, avverso alla proposta, aveva cercato una via di pace, giovandosi di un certo discorso tenutogli da Benedetto una volta che avevano visitato insieme Campo Verano. Gli aveva detto:
"Finirò qui e mi piacerebbe invece esser portato nel Camposanto di Oria; ma è una vanità". Propose di rinunciare al ricordo e di soddisfare quel desiderio toccante. Un picciol posto, lontano dalle contese del mondo, nel campo dove dormivano i genitori di Piero Maironi, dove aveva desiderato di riposare anche la sua povera moglie:
ecco il migliore dei monumenti. Ora dunque era deciso. Si farebbe così "Ci sarà anche Lei, quel giorno, a Oria?" domandò Massimo.
Don Aurelio non poteva prometterlo. Non sapeva da qual paese avrebbe dovuto venirvi. A ogni modo non ci sarebbe venuto che se si fosse dato al trasporto un carattere lontano da qualsiasi manifestazione religiosa sconveniente per un sacerdote. Ciò detto si alzò, riaccese il lume.
"E' tardi" diss'egli. "Tu devi ritornare alla Montanina." Aperse un cassetto della scrivania, ne tolse due lettere, pregò Massimo di farle pervenire l'indomani mattina, dopo averle lette, al loro indirizzo.
Una era per l'arciprete, l'altra per il Capo di contrada. Il lume moribondo diede un guizzo e si spense.
"Oh!" esclamò don Aurelio. "E io che pensavo adesso di scrivere due righe!"
Massimo accese un fiammifero:
"Faccia" diss'egli.
Don Aurelio prese un foglietto, vi scrisse alcune parole mentre Massimo accendeva un fiammifero dopo l'altro, gli porse il foglietto dicendo: "Per la signorina Lelia, quando ti avrà detto di sì".
Massimo lesse, tremando per l'emozione:
"Permetta che un povero prete benedica il Suo amore nel nome dell'Amore infinito, al quale attinga vita perpetua.
DON AURELIO."
In quel momento fu bussato forte all'uscio di strada. Don Aurelio si strappò da Massimo che gli aveva gittato le braccia intorno alla persona, corse alla finestra. Era Giovanni, della Montanina. Il signor Marcello lo aveva mandato a vedere se fosse accaduto qualche cosa al signor Alberti.
"No no, viene subito!" rispose don Aurelio. Lasciata la finestra, si sentì abbracciare le ginocchia da Massimo, cadutogli ai piedi.
"Va va" diss'egli. "Dio ti benedica!" Non si sarebbero divisi senza uno strappo violento. Massimo scattò in piedi, precipitò fuori dell'uscio e giù per le scale, sparì di corsa nella notte. Don Aurelio si ritirò nella sua camera da letto e, inginocchiato davanti al Crocifisso, pregò con affannoso impeto, quasi lottando contro un intimo nemico, per i due preti di Velo, per tutti quei Superiori che lo volevano avvilito, ramingo, affamato:
"Padre Padre, credono di servir Te, credono di servir Te perdona, perdona!"
Il signor Marcello, veramente inquieto, andava immaginando possibili cause del ritardo di Massimo che, alle dieci, non era ancora di ritorno, pur sapendo come alla Montanina le dieci fossero l'ora del coprifuoco. S'irritò un poco anche contro Lelia che non ammetteva fosse avvenuto niente.
"E' sempre nelle nuvole" diss'ella. "Sarà andato al villino delle Rose, credendo di venir qua."
Pareva che la simpatia di donna Fedele per Massimo le desse noia. Il signor Marcello se n'era accorto e l'accenno al villino delle Rose gli dispiacque. Le domandò se facesse colpa a Massimo di andar volentieri al villino. Ella protestò vivacemente. Tutt'altro! Non disse di più ma faceva invece colpa a donna Fedele di proteggere tanto Massimo, benché non avrebbe saputo spiegarne il perché. Ebbe paura di nuove domande e si ritirò.
Salì nella sua camera col proposito di non rinunciare benché fosse tardi, alla passeggiata notturna nel Parco, di aspettarvi anzi l'aurora della luna. La luna doveva nascere, quella sera, a mezzanotte. Ritornato Alberti, il signor Marcello andrebbe a coricarsi ed ella potrebbe scendere. Non accese la luce, si buttò in una poltrona in faccia alla grande trifora che guarda il nero alto culmine del bosco e, sopra quello, le scogliere dentate del Summano. Ripensò le parole del signor Marcello: gli faceva una colpa? Dunque sarebbe dispiaciuto al signor Marcello ch'ella glielo toccasse appena, il suo Alberti, con una punta di censura! Non era la prima volta, dopo il sermone di quel giorno, che il signor Marcello prendeva, contro di lei, le difese di Alberti a proposito d'inezie. E lo tratteneva alla Montanina con tante istanze! Possibile, povero vecchio, ch'egli lo credesse tanto devoto alla memoria di suo figlio da non essere neppur tentato di un tradimento?
A questo punto del suo lavoro mentale, le balenò l'idea di una commedia che si rappresentasse intorno a lei. Se si fosse tutto combinato, l'invito di don Aurelio ad Alberti e l'ospitalità della Montanina! Se anche il voltafaccia di donna Fedele, le sue visite quotidiane avessero lo stesso segreto fine? Se il signor Marcello fosse stato lavorato dal prete di Sant'Ubaldo e dalla signora del villino? Se lo avessero persuaso a rassegnarsi, chi sa con quali argomenti? In un lampo tutto le parve chiarissimo. Il signor Alberti, invitato da persone che avevano disposto di lei, era venuto a conoscere e conquistare la erede del signor Marcello Trento. Strinse con ira i bracciuoli della poltrona, si morse il labbro per non piangere. Non pianse ma il compresso flutto del pianto le urtava e riurtava il petto ansante. Che rabbia se avesse a piangere! Disprezzo, disprezzo, disprezzo!
Accese la luce e suonò per Teresina che l'avvertisse del ritorno di Massimo. Non s'era veduto. Teresina apprese con terrore che la signorina si era messa in testa di scendere nel Parco anche quella sera. Supplicò, scongiurò, minacciò di parlare, si prese un rabbuffo terribile, finì con accontentarsi della speranza che quella sarebbe stata l'ultima volta. Ella doveva recarsi, l'indomani mattina, a Schio. Lelia levò dal cassetto della scrivania una lettera chiusa, che vi stava presso l'altra spiegazzata dalle Sue mani la sera dell'arrivo di Massimo.
"Il solito" diss'ella, consegnandola alla cameriera. Era denaro che Lelia mandava a suo padre. Faceva queste spedizioni per mezzo di Teresina, da Schio, temendo che, per indiscrezioni degli ufficiali postali di Velo d'Astico o di Arsiero, il signor Marcello venisse a sapere. Teresina godeva delle confidenze che le permettevano di salire un poco dalla devozione verso l'amicizia. La confidenza di quella sera le servì per avviare piano piano un rivoletto di chiacchiere simile ai rivoletti naturali che piegano e girano fra gl'inciampi e trovano sempre un varco a quell'acqua grossa cui mirano. Incominciò, molto timidamente, a dire del guardaroba assai manchevole della signorina che spendeva troppo poco per il vestire. Anche il padrone se ne accorgeva e rimproverava lei. Ma che ci poteva far lei? Dirlo alla signorina. Ecco, lo aveva detto. Non lusso, no; il lusso sarebbe stato fuori di posto, alla Montanina; ma un po' di eleganza! Il padrone consigliava di rivolgersi a donna Fedele per la scelta di una buona sarta. Donna Fedele si serviva a Torino, sì, ma, secondo Teresina, da una sartuzza di quart'ordine. Lelia, che si serviva a Vicenza, le domandò se avesse a raccomandare una sarta di Schio. Teresina protestò, piccata. Non c'era Milano? Sì, Milano! E quale preferiva, la dotta Teresina, fra le grandi sarte di Milano? Qui il rivoletto non trovò uscita da nessuna parte e fece uno stagno. Teresina tacque.
Salito alquanto lo stagno, il rivoletto ne rise a un orlo "Io no, signorina, non le conosco" ardì finalmente dire la cameriera, "ma ci sarà bene chi le conosce."
"Chi?"
Adesso bisognò che il rivoletto traboccasse.
"Suppongo che il signor Alberti avrà delle signore, nella sua famiglia."
Cascata.
"Lascia un poco stare il signor Alberti!" esclamò Lelia.
Non per confidenze di donna Fedele, ma per un sottinteso indistinto ch'ella sentiva nei discorsi di lei circa la signorina, per certe novità nel fare e nel dire del signor Marcello, l'astuta cameriera aveva fiutato nell'ambiente un oscuro favore al sentimento colto ben presto da lei negli occhi di Massimo. Della signorina non sapeva che pensare. Quando le pareva una cosa, quando un'altra; e ora aveva gittato lo scandaglio. Trovato duro, ritentò la prova.
"Io, signorina" diss'ella, "che lo lasci stare? Vedo che il signor padrone ci ha posto proprio il cuore in quel giovine! Una cosa grande, sa."
Lelia troncò bruscamente, la mandò a vedere se Massimo fosse arrivato.
Ecco, n'era certa, Teresina non avrebbe parlato così se non gliel'avessero detto. Era nella congiura anche lei. Ah no, signori!
No, signor cacciatore di doti, no no no! Afferrò sul tavolo una vecchia fotografia del signor Marcello, la stracciò d'un colpo. Certo egli pure aveva fatto un mercato, come il signor Alberti, aveva venduto un'anima, tradita una religione di memorie perché la sua Montanina e i suoi quattrini non andassero in mano dei genitori di lei o chi sa in quali altre mani simili. No, signor Marcello, no, signori, ah no! E Teresina non ritornava Possibile che Alberti fosse già rincasato e che la perfida non venisse a riferirlo per impedire la passeggiata nel Parco? Uscì nel corridoio, irritata. Erano quasi le undici e mezzo! Tese l'orecchio. Ecco il passo di Teresina nel corridoio di sotto.
"Dunque?" fremé Lelia, dall'alto.
"Adesso, signorina" risponde l'altra, mogia. "In questo momento."
Un quarto d'ora dopo, quando poté credere che il signor Marcello e Alberti si fossero ritirati nelle loro camere, Lelia uscì della villa e del giardino, si avviò al cancello di legno che mette nel Parco dalla via pubblica, poco sotto la chiesina di Santa Maria ad Montes.
Ferma la mente in un giudizio fiero dell'uomo venuto da Milano col suo bel progetto di matrimonio ricco in tasca, pensò che se suo padre e sua madre non fossero stati gente disonesta, si sarebbe rifugiata presso l'uno o presso l'altra. Ma non poteva andar a convivere colla ganza del primo né farsi mantenere dalla seconda coi denari del vecchio austriaco. E le soccorse un altro pensiero, un vecchio pensiero, salitole nel cuore a quattordici anni, blandito, accarezzato come un amico dolcissimo, perdutosi nel fondo dell'anima durante l'amore di Andrea, risalitone quindi e ridiscesovi più volte: uscire dal mondo. Il sinistro pensiero non aveva preso mai la intensità di un proposito. Anche la sera in cui Lelia chiuse le finestre della sua camera piena di gigli e di tuberose, non credette che ne sarebbe morta. Le era piaciuto di affrontare alla spensierata un pericolo, una possibilità. Infatti, svegliatasi con un gran peso in tutte le membra, colla fronte stretta in un cerchio di ferro col naso, la bocca, la gola satura del profumo acre, che le parve sentire persino negli orecchi, si era slanciata ad aprire la finestra. Neppure adesso, movendo verso il Parco che nelle sue grandi ombre chiude un laghetto profondo, in parte, oltre a due metri, alcun triste proposito era in lei. Le bastava la certezza di avere un rifugio pronto, le bastava dirsi in cuore: quando voglio, posso. Però, nell'aprire e spingere il cancelletto, le tremò un poco la mano. S'inoltrò nella radura dove, fra giganti guardie di alberi, si apre l'ingresso al regno del Silenzio. Scendendo sulla ghiaia del giardino e della via pubblica, aveva tremato che il suo passo, pur tanto leggero, si udisse. Ora ogni suono n'era spento. Ell'andava sull'erba falciata di fresco, silenziosamente, come uno spirito. Ogni senso di sgomento l'abbandonò.
Perdersi fra quelle tacite ombre, per le molli erbe senza via, sotto il cielo buio, le fu come un uscir del mondo in seno a tenebre materne. Seguì sussurri di rivi per grembi ascosi, per grembi scoperti del monte, affondò spesso il piede nell'erba pregna di acque segrete.
L'aria era immobile, fresca e odorata di umidore nelle cavità ombrose, calda sui pendii scoperti e viva di fragranze selvagge, di amorose voci mute dell'erbe. Si gittò supina sopra uno di questi pendii, come vinta dalla tepida dolcezza. Materna materna era la notte alle cose!
Le dolci loro anime vi si effondevano libere e Lelia stessa era una piccola creatura della notte, una sorella delle cose amorose. Giacque nella dolcezza di desideri indistinti, senza pensare, come talvolta nel suo letto, piovendole sui capelli e sul guanciale petali di fiori.
Lo spirito voluttuoso che le ascendeva nella persona dalla terra tepida, fragrante, tacendole il cielo chiuso sulla faccia supina, le ammolliva le resistenze dell'orgoglio all'amore. Ella svelse un pugno d'erba e lo morse.
Si alzò allora, riluttante a rimanere, riluttante a lasciare il giaciglio profumato. Salì, poco più su, nel tubo nero di una lunga carpinata. Alla sua destra un piccolo chiarore fioco segnava la bocca lontana del tubo. Alla sinistra le tenebre non avevano fine e suonavano di acqua cadente. Prese a sinistra di certo sentiero uscente dal viale a un folto di acacie dove corre il rivoletto che poi salta e suona. Lo trovò, si fermò fra le acacie, sul margine del rivoletto che udiva senza vederlo. All'invito della voce blanda cominciò, come per istinto, a spogliarsi. Accortasi di quel che faceva, sostò. Saggiò l'acqua colla mano. Era fredda. Meglio; le farebbe bene, così fredda.
E continuò a spogliarsi, senza nemmanco vedere dove posasse le sue robe, fino all'ultimo vestimento, che non lasciò. Pose il piede nella corrente, rabbrividì. Ne tentò il fondo: ghiaia e due palmi d'acqua.
Vi pose anche l'altro piede e, stretta il cuore dal gelo, chiusi gli occhi, semiaperte le labbra, calò piano piano, con piccoli gemiti, si adagiò, si distese. L'acqua le corse via intorno alla persona, tutta carezze gelide, le fluì tutta piccole voci soavi intorno al collo e sul petto ansante. Le si faceva meno e meno gelida. Altre voci soavi sussurrarono per l'aria. Lelia aperse gli occhi, si drizzò a sedere stupefatta. Vide se stessa bianca, vide un chiaror diffuso su l'acqua tremula, i margini, le sue vesti, nella selva che moveva le vette argentee, mormorando, al vento. Era l'aurora della luna, era un misterioso destarsi delle cose nel cuore della notte. Dalle acacie piovevano fiori sul ruscello, sui margini. La fanciulla si compresse il petto colle braccia incrociate, gemendo, nel crescente chiarore lunare, nella fragranza del bosco, nella pioggia fiorita, di uno spasimo dolce, senza nome, che le gonfiò il petto di lagrime. Lagrime e lagrime le caddero silenziose nell'acqua tremula, lagrime ardenti dell'anima rapita nel divino incanto. Risalì sul margine del ruscello, si vestì alla meglio e, battendole a furia il cuore, discese in fuga la via percorsa nel salire, non diede uno sguardo alla luna splendente, fra nuvola e nuvola, sul ciglio del Monte Paù, uscì del cancello di legno col senso di un naufrago che si salva. Teresina, che l'aspettava nel portichetto dell'ingresso al giardino rabbrividendo di mille paure, l'accolse col medesimo senso di conforto.
"Ha preso paura anche Lei, però, signorina" diss'ella vedendole dare un tremito e non sapendo della camicia inzuppata che aveva addosso.
"No no" rispose Lelia, "ma non ci ritorno più."
2.
Alle sette e mezzo della mattina seguente Massimo era già al villino delle Rose. Sapeva che donna Fedele si alzava sempre alle sei. Quella mattina la trovò a letto. La cameriera gli disse sospirando che la sua signora doveva essere molto sofferente se mancava così alle sue abitudini mattiniere. Tollerantissima del dolore fisico, donna Fedele non parlava quasi mai delle proprie sofferenze, tali da impensierire chi avesse guardata la morte con minore indifferenza; ma qualche volta non era in grado di condurre la vita solita, mirabilmente attiva, tutta presa dalla cura della sua casa e delle sue rose, da visite a malati e a poveri, dalla corrispondenza, da letture e persino da lezioni. Esercitava nel comporre e nell'aritmetica una ragazza dei suoi portinai, insegnava il francese a un'altra fanciullina, figlia del medico di Arsiero, non sapeva rifiutare a nessuno, così malata, la carità dell'opera propria.
Ella udì Massimo discorrere in giardino colla cameriera, suonò per questa, gli fece dire di aspettare, se aveva pazienza, un quarto d'ora. Massimo sentì benissimo la malizia di quella frase: se aveva pazienza. Ella discese infatti nel salotto sorridendo di un sorriso nel quale continuava la dolce malizia. Era pallida, aveva cerchiati di nero i grandi occhi, e tuttavia pareva gaia, niente in lei dava segno di sofferenze. Massimo cominciò a scusarsi di essere venuto a quell'ora. Ella lo interruppe subito con un "lasci lasci!". Il sorriso disparve dal suo volto.
"Dunque è partito?" soggiunse. Massimo rispose che lo credeva.
"Ah, Lei non era con lui quando è partito?"
"Non mi è stato possibile."
Donna Fedele tacque. Il suo silenzio, il suo viso parvero dire: doveva esserle possibile!
"Volevo partire con lui" diss'egli. "Si è opposto. Stamattina sono qui per volontà sua."
"Questo lo capisco" disse donna Fedele, un po' fredda. Avrebbe desiderato che Massimo restasse a ogni modo con don Aurelio fino all'ultimo. Ma, non conoscendo le circostanze, non giudicò. Chiese di quel che avesse detto, di quel che avesse fatto il fuggitivo nelle ultime ore. Durante il racconto di Massimo, andava ripetendo: "Povero don Aurelio! Povero don Aurelio!". Massimo raccontò quello che poteva raccontare.
"Adesso saranno contenti" diss'ella amaramente, alzandosi. Si assicurò che gli usci del salotto fossero chiusi e ritornò a Massimo, dicendo:
"Non mi fido di nessuno, siamo nel regno dello spionaggio, a onore e gloria della onestà e della carità cristiana". Ed entrò subito nell'argomento delicato, scusandosi di entrarvi. Più diplomatica di don Aurelio, cominciò con domandare al giovine se si fosse ingannata attribuendogli una inclinazione seria per la signorina Lelia; e, avuta la risposta, soggiunse che per l'amicizia corsa fra lei e sua madre, posto quanto le aveva detto di lui don Aurelio, gli offriva volentieri il proprio aiuto.
"Credo" diss'ella "che col signor Marcello appena ve ne sia bisogno.
Il signor Marcello comprende che non può e non deve esigere dalla ragazza il sacrificio della sua vita intera. E per Lei, poi, ha un grande affetto. Ma la ragazza stessa? Io credo che abbia un sentimento per Lei e che lotti contro se stessa, forse per esser fedele a una memoria, forse per non offendere il signor Marcello, forse..."
Donna Fedele abbassò la voce e sorrise, continuando:
"...per qualche fantasia. Perché è un po' strana, sa, la Sua Lelia"
Sorrise anche Massimo.
"Le pare?" diss'egli.
"Oh sì sì!" esclamò donna Fedele, ridendo addirittura. "Lei già se n'è innamorato anche per questo! Anch'io, guardi. Perché ne sono innamorata anch'io, essendo un poco della stessa famiglia, a quello che tanti dicono. I preti di Velo, per esempio; e anche un orefice qui di Arsiero, al quale il mio custode portò iersera a mostrare un pezzo da venti lire ch'egli temeva falso e ch'era solamente fesso. Sa cosa gli ha detto? - El xe come la to parona, ciò. El xe bon e el sona da mato. - Mi credono senza testa, sopra tutto perché mi vedono sempre andare attorno senza cappello, ma poi anche perché tengo un pluviometro e perché la notte non chiudo le mie finestre. Anche Carnesecca, che se n'è andato finalmente dal covo, mi ha detto di confortarmi se il mondo mi chiama pazza, perché lo chiama pazzo anche lui. E adesso mi chiamerà pazza anche Lei, caro Alberti, se Le farò certa domanda molto ardita?"
"Riderò" rispose il giovine "e i miei conoscenti mondani di Milano riderebbero anche più di me!"
Donna Fedele lo guardò un poco, affettuosa, parlandogli cogli occhi.
"Allora" diss'ella "oggi vedrò Lelia, cercherò di capire qualche cosa.
Va bene?"
Massimo si profuse in ringraziamenti. Poi certa sua irrequietudine le significò ch'egli sperava di vederla partire subito per la Montanina.
"Ho ordinato la carrozza per le nove" diss'ella, sorridendo. "Non Le basta? E vede che fiducia nella Sua risposta di poco fa! Che fiducia in Lei, per dir meglio!"
Massimo le prese e baciò le mani. Ella, ridente, lasciò fare. Poi si alzò. Aspettava una scolaretta. Massimo poteva ritornare, per saper qualche cosa, verso le due. Troppo tardi? Allora poteva venire a colazione. S'incaricava lei di avvertire, alla Montanina, che lo aveva invitato. Intanto egli poteva restare, andare, fare come gli piacesse.
Se voleva leggere, c'era la piccola biblioteca del villino. Se non voleva restare, aveva quattr'ore per una passeggiata.
"Faccia una bella passeggiata lunga, di quelle che rinfrescano l'anima."
Detto così colla sua dolcezza lievemente canzonatoria, donna Fedele stese la mano al suo giovine amico. Questi la pregò di ascoltarlo ancora un momento. Credeva ella che la voce di una sua relazione a Milano fosse giunta all'orecchio della signorina? Donna Fedele non sapeva che le fosse giunta. Ma chi l'aveva sparsa? Donna Fedele tacque, con uno sforzo virtuoso, dei preti di Velo, accennò alla madre di Lelia senza spiegarsi di più, né Massimo osò domandare di più.
Solo, prima di congedarsi, desiderò che donna Fedele sapesse dell'antipatia di Lelia per il suo Maestro. Ella non gli lasciò finire il discorso. Che importava mai ciò? Ignara di modernismo e di antimodernismo, contenta di credere e vivere secondo la tradizione antica della sua pia famiglia, donna Fedele vedeva Massimo praticare, Lelia praticare, non intendeva un dissidio religioso fra l'uno e l'altra. Per verità, certe parole di Lelia le avevano data l'idea di una religiosità inserta in lei meccanicamente e nutrita di abitudine assai più che di Vangelo. Appunto per questo le sarebbe piaciuto ch'ella sposasse un uomo ricco di sentimento religioso come Alberti.
"Che importa ciò?" diss'ella. "L'amore accomoderà queste cose molto facilmente. Del resto, anche da me, che pure Le voglio bene, Ella non pretenderà mica del fanatismo per il Suo Maestro. Mi pare che un Maestro lo abbiamo già da mille e novecent'anni e che quello basti."
Massimo avrebbe voluto replicare ma donna Fedele lo licenziò con un "vada vada" accompagnato del suo solito sorriso ironico e dolce.
Massimo prese la via dell'alta Val d'Astico, che più lo allontanava dalla Montanina. Oltrepassò il villaggio di Barcarola, si lasciò a destra il ponte di Pedescala, discese, attraverso i prati, sulla riva dell'Astico, stette lungamente a vedere passar veloce l'acqua verde, ad ascoltarne il murmure eguale, a sentirsi battere il cuore. Il cielo era velato di grigio, le montagne imminenti al fiume da destra e da sinistra, chiuse nei loro grandi mantelli scuri, parevano visitatori muti in un'ora di lutto.
Poco dopo le nove la carrozzella democratica di donna Fedele saliva lentamente dal ponte del Posina verso la Montanina. Nello svoltare verso il castagno candelabro ella udì con sorpresa la campanella querula di Santa Maria ad Montes. Chi vi celebrava di tempo in tempo nei giorni feriali era sempre don Aurelio. Possibile che non fosse partito? Scese di carrozza presso il castagno, salì a piedi fino alla chiesina, vi entrò. Era vuota, ma qualcuno si moveva in sagrestia.
Andò a vedere, si trovò faccia a faccia con don Emanuele. Non poté trattenere un oh! di meraviglia e si ritirò in fretta mentre il cappellano, dal canto suo, piombava sull'inginocchiatoio per la preparazione. Il chierichetto la informò poi che la messa si diceva per l'anima della signora Trento, ricorrendo l'anniversario della sua morte. La preparazione fu lunga, la campanella querula suonò altre due volte. Donna Fedele, seduta presso la piletta di pietra che ha un fregio di stelle alpine, pensò, con certa commiserazione, quanto dovesse penare il povero cappellano a rimettersi della sorpresa spiacevole. Ricordando l'arrabbiatura ch'egli le aveva fatto prendere, ebbe un moto di pentimento e di umiltà. Fra il fogliame della vigna mistica dipinta nell'abside è visibile la parola di Cristo: "ego sum vitis, vos palmites". Il diavolino sarcastico del suo cervello prese una rivincita, le suggerì che don Emanuele era forse un pampano infecondo ma ella si sdegnò delle idee che le venivano proprio in chiesa e guardando la vigna del Signore. Almeno, pensò, il cappellano sarebbe un pampano verde mentre io sono un pampano secco. Entrò il signor Marcello che non si aspettava di vederla e la ringraziò collo sguardo, credendo fosse venuta per l'anniversario. Dopo di lui entrò Lelia. Don Emanuele celebrò con gravità di asceta e di prelato. Il più raccolto degli ascoltatori fu il signor Marcello che, inforcati gli occhiali, lesse l'Imitazione dal principio alla fine della Messa, senza sedere mai. Lelia non pregava, guardava spesso, per la porticina di fianco, la verde scena del Parco di Velo, la chiara lama di prato, fra i castagni, dove era passata nella notte. Donna Fedele guardava spesso, con pena, il signor Marcello che le pareva dimagrato e, peggio che pallido, giallastro. Guardava pure Lelia, svogliata e scura. Non poté a meno di pensare, pure rimproverandosi della distrazione, al prossimo colloquio con lei, al dolore del povero Alberti se, per caso, la risposta fosse negativa, alla impressione mista di compiacenza e di tristezza che ne avrebbe il signor Marcello. Perché don Aurelio le aveva detto che il signor Marcello si sarebbe certamente compiaciuto della fedeltà di Lelia, se rifiutasse; ma che, se consentisse, gli sarebbe parso di ricuperare in Massimo Alberti qualche cosa di suo figlio, di evitare il pericolo che Lelia ricadesse in balia dei suoi, che facesse, tardi, chi sa quale disgraziato matrimonio. Ella si acquietò mestamente nella continua sommessa parola della fonte che diceva dietro a lei, nel piccolo vestibolo: passeranno queste incertezze, passerà il colloquio, passerà quel che verrà dopo, e di triste e di lieto, forse presto passerai tu stessa. E non pose più mente che alle parole eterne del sacerdote. Un quarto d'ora di carrozza era bastato ad acuire le sue sofferenze. Alla Comunione fu costretta di sedere. Sentiva di parere un cadavere. Il chierichetto che serviva la messa la guardò mentre attendeva, colle ampolle nelle mani, che il sacerdote gli porgesse il calice; ed ella, vedendo il suo sgomento, ebbe un sorriso interno. Finita la messa, si alzò con indomita volontà, uscì per la porticina laterale, seguita da Lelia. Il signor Marcello si fece aspettare un poco. I suoi ringraziamenti umiliarono donna Fedele, che, però, credette opportuno di accettarli.
"Sono anche venuta per una passeggiatina con Lelia" diss'ella. "E poiché son qui, vorrei prima pregar Lei di un consiglio."
Egli parve un po' sorpreso.
"Si figuri!" rispose. "Come posso."
Era nella voce dell'uno e dell'altra, quando si parlavano, un tono di affetto contenuto, riverente; da parte di lei quasi timido. Mentre salivano alla villa, sopraggiunse il chierichetto a dire che don Emanuele non sarebbe venuto a prendere il caffè, causa un impegno.
"L'impegno sono io" pensò donna Fedele.
"E che Le pare di don Aurelio?" diss'ella.
Il signor Marcello ebbe un fremito muto, le rughe si addensarono sulla sua fronte, le chiare iridi gli arsero di corruccio.
Donna Fedele credeva ch'egli avesse appresa la notizia da Massimo. No, Alberti non aveva parlato, al suo ritorno da Lago, ed era uscito, la mattina, per tempo. La notizia l'aveva portata don Emanuele. E in che modo l'aveva portata! Era venuto senza dir niente, il signor Marcello l'aveva trovato, con sua grande sorpresa, in sagrestia, credendo di trovarvi don Aurelio. Il cappellano gli aveva detto allora di essere venuto a celebrare in sostituzione di don Aurelio, per ordine dell'arciprete. E c'era voluto il cavatappi a strappargli che il signor arciprete era stato pregato da don Aurelio di sostituirlo, che don Aurelio non era ammalato, che si era allontanato dal paese, che vi era una sua lettera, nella quale riconosceva il proprio dovere di partire. Anche la bella fronte di donna Fedele si oscurò e un lampo di sdegno passò nei grandi occhi bruni. Lelia sapeva il fatto perché il signor Marcello era risalito subito alla villa e gliel'aveva raccontato. Ora si contentò di osservare freddamente che don Aurelio aveva fatto bene. Una fugace fiamma salì al volto pallido di donna Fedele. Ella si contenne, e preso il braccio della fanciulla, le disse che, dopo una breve conferenza col signor Marcello, l'avrebbe pregata di mostrarle certo vicino angolo romito del Parco di Velo, di cui le aveva parlato con lode. Lelia freddamente ancora, consentì.
Il signor Marcello chiese all'amica se preferisse il suo studio, per questo consiglio, o i sedili all'aperto. Ella accettò lo studio, sorridendo, come per significare che si trattava di un consiglio delicato, di carattere intimo. Nello studio il suo viso prese la gravità dolce che lo rendeva così nobile così bello di quella bellezza dignitosa che niente ha di giovanile e tanto d'immortale, che viene illuminando i lineamenti e gli occhi per la virtù lungamente attiva di una vita interna pura e profonda.
"Caro amico mio" diss'ella, usando questi termini la prima volta nella sua vita "se uno cui Ella fosse legato di affetto e di rispetto Le affidasse un incarico per mezzo d'altri, facendole anche dire di non parlarne direttamente a lui, e Lei, eseguito l'incarico, non potesse più servirsi dell'intermediario per informarne il Suo amico, gli parlerebbe direttamente malgrado il divieto, o cosa farebbe?"
Mentr'ella parlava lenta lenta, negli occhi del signor Marcello conscio di aver dato appunto quelle istruzioni a don Aurelio, spuntava un sorriso triste.
"Ho avuto torto" diss'egli. "Suppongo che questa passeggiata..."
A un cenno di assenso dell'amica, riprese:
"Ella verrà qua e parleremo, mi perdoni!"
Donna Fedele protestò impetuosamente. Era tanto naturale quel desiderio di silenzio! Ma il signor Marcello insistette più impetuosamente ancora:
"No no, mi perdoni, mi perdoni!"
Ella non ebbe lagrime negli occhi, solo batté un poco le palpebre. Era il primo ritorno, dopo lunghissimi anni, di una intimità contenuta sempre dentro i confini del dovere, ma conscia del dolce segreto chiuso nelle due anime. Il dolce segreto n'era evaporato col volger del tempo. Non ne restava che un'aura diffusa, appena sensibile nell'anima di lui, più viva in quella di lei. Ma ora tornava lenta e irrefrenabile l'onda del ricordare, molto dolce al cuore di donna Fedele, molto triste al cuore del signor Marcello, cui pareva essere in colpa di quella gioventù sfiorita senza nozze, senza maternità. E, per un momento eterno, nessuno dei due poté proferir parola.
La prima a rompere il silenzio fu donna Fedele.
"Capisco tanto il Suo sentimento" diss'ella "in questa cosa."
E perché allora il signor Marcello le prese e strinse una mano, soggiunse sottovoce:
"Povero amico!"
Egli tacque ancora, stringendo sempre quella mano. Quindi parlò, sufficientemente pacato. Disse come gli fosse venuta l'idea di questo matrimonio. Aveva istituita erede Lelia. La sera stessa dell'arrivo di Alberti, discorrendo con essa, le aveva dato qualche segno di ciò a proposito della Montanina; perché lo avrebbe particolarmente contristato l'idea che la Montanina, tanto cara ai suoi cari, capitasse in mani sconosciute. Ella si era ribellata. Per fierezza, probabilmente, posto il suo carattere; per non volere un premio della sua fedeltà di cuore; o forse anche, per essere più libera di sé, un giorno. Ciò lo aveva molto afflitto. E ripensando discorsi antichi, fatti colla sua povera moglie, si era persuaso che la ragazza, molto appassionata di natura, finirebbe certo con prender marito, che a lui convenisse perciò di affrettare questo avvenimento, per poter influire sulla scelta ch'essa farebbe. Il caso che gli aveva portato alla Montanina l'amico migliore e più caro del suo povero figliuolo, gli era parso provvidenziale. Subito subito, la mattina dopo, egli aveva fatto a don Aurelio quella confidenza.
"La mia prima idea" conchiuse "è stata ch'Ella scandagliasse i sentimenti di Lelia. Ora, non so perché, mi ha preso una vera impazienza. Voglia dirle addirittura che se Alberti le proponesse di diventare sua moglie ed ella consentisse, morirei in pace."
"Non parli di morire, caro amico."
A queste parole di donna Fedele il vecchio rispose asciutto:
"Lasciamo."
Ell'aveva desiderato chiedergli della sua salute e non l'osò più. Si attentò invece a osservargli che se Lelia non intendeva accettare la sua eredità, la Montanina sarebbe pur sempre andata, malgrado il matrimonio, in altre mani. Egli rispose che, appena Lelia e Alberti si fossero fidanzati, avrebbe mutato il testamento e legata la villa ad Alberti.
"Speriamo" disse donna Fedele alzandosi e ritornando al suo abituale sorriso "che tutto vada bene. Dopo che avrò parlato con Lelia, La trovo qui?"
"Sì, mi trova qui. Scommetto ch'Ella pensa: Come mai è tanto attaccato, questo vecchio, alla sua casa? Come mai pretende di possederla ancora, in qualche modo, quando..."
Donna Fedele lo interruppe: "No no, zitto zitto!".
E uscì dello studio. Il signor Marcello prese una Bibbia che aveva sempre sul tavolo, vi rilesse il capitolo decimottavo del Libro Primo dei Re, il Capitolo delle anime compenetrate di David e di Jonathan.
Fanciullo ancora, egli aveva pianto sul fato del nobile principe Jonathan, il suo eroe prediletto. Rilesse le pagine mirabilmente vive, pensò che Jonathan, cadendo a Gelboè, si sarebbe rallegrato di vedere nel futuro l'amico suo possedere il trono cui era nato egli.
Donna Fedele trovò nel salone Lelia che l'aspettava sprofondata in una poltrona, coll'ombrellino fra le mani.
"Andiamo proprio?" diss'ella. Parve a donna Fedele di sentire nella domanda l'ironia di chi ha compreso ciò che gli si vuole nascondere e lo fa capire. Come il tono della voce così gli occhi di Lelia dicevano: "Il passeggio è un pretesto, tu sei venuta per farmi un discorso, adesso hai avuto una conferenza, a questo proposito, con papà, forse non è più il caso del discorso".
"Ma si! Perché mi domandi?"
"Perché" disse Lelia, alzandosi, ma senza allontanarsi dalla poltrona "mi pare che Lei non debba aver voglia di passeggiare. Se vedesse com'è pallida! Si guardi nello specchio. Se mi deve dire qualche cosa, può dirmelo anche qui."
Il discorso no ma l'accento di Lelia fu impertinente.
"Sì, cara" rispose donna Fedele con fredda imperiosità, "desidero parlarti, ma non qui; dove ti ho detto."
Lelia si mosse in silenzio.
"In questo momento ho l'autorità del signor Marcello" soggiunse donna Fedele, molto dolcemente, temperando la pressione del suo impero. Ora Lelia non dubitò più di una trama cui l'amica avesse parte. L'assenza di Massimo, l'ostinazione di donna Fedele a volerle parlare in un luogo tanto appartato, le misero il sospetto che ella tenesse un incarico da lui col consenso del signor Marcello; consenso strappatogli, forse, in quello stesso momento. E l'offese lo zelo per Massimo, l'offese la violenza morale esercitata sul signor Marcello.
Scendeva muta e scura il viottolo del giardino, precedendo la compagna che non poté seguirne il passo e la pregò di rallentare. Lelia le additò il sedile fra i noci, presso la Riderella. Non si potevano fermare lì? All'asciutta domanda donna Fedele rispose egualmente asciutta:
"No, cara."
Lelia non replicò. Le due signore entrarono, per il cancello di legno, nel Parco.
"Bellissimo!" disse donna Fedele.
Lelia fece una boccuccia sprezzante. Come si poteva dire "bellissimo"
appena passato il cancello? Si aveva la stessa veduta che dalla strada pubblica. Già, donna Fedele era molto intelligente ma sentiva poco la natura. Non disse niente. Si avviò e, seguendo una traccia appena segnata nell'erba, svoltò a destra fra una verruca del monte, coronata di grandi noci e castagni, e la opposta riva di un'acquicella che sbuca lì presso da folte macchie di faggi e di frassini, gira nella stretta, fugge a saltar di burrone in burrone. Oltre la stretta quella traccia moriva in un bel cavo di prato fiorito, dagli alti orli boscosi. Donna Fedele sedette, all'ombra dei noci, dove la traccia muore, stette un poco a guardar pensierosa nell'acqua scura e poi domandò, piano, a Lelia, che stava in piedi e scriveva nell'erba, colla punta dell'ombrellino:
"Sai di cosa mi ha parlato papà?"
"Forse sì" rispose Lelia continuando a scrivere.
"Brava. Sentiamo."
"No, non lo dico."
"Lo capisco" fece donna Fedele, remissiva. "E' una cosa molto intima, molto delicata. Ma è meglio parlarne. Tanto, la tua volontà tu l'hai espressa e non ti si può mica costringere."
"La mia volontà?" esclamò Lelia, di soprassalto. "La mia volontà?"
"Eh, non lo hai detto, a papà, che non accetti di essere sua erede?"
"E' di questo che hanno parlato?"
Lelia smise la sua attitudine ostilmente svogliata. Non scrisse più colla punta dell'ombrellino.
"Di questo e di altro. Ma è di questo che desidero parlarti, adesso.
Siedi, non farmi torcere il collo."
"Discorsi inutili" diss'ella vivacemente.
"Saranno inutili, ma bisogna che tu mi ascolti. Perché vuoi dare un tal dolore a quel povero vecchio?"
"Perché posso abbandonargli tutto, ma non la mia dignità."
Donna Fedele alzò un poco la voce, ebbe un sorriso diverso dal solito, il sorriso che si ha quando si ribatte una parola offensiva e non si vuole aver l'aria di pigliarla in tragico.
"Credi che ti possa consigliare una cosa contro la tua dignità?"
Anche Lelia rispose vibrata, cogli occhi bassi:
"Lei sentirà in un modo e io sento in un altro."
E alzò gli occhi a donna Fedele, come per dire: "A te! Cosa puoi replicare?".
Donna Fedele non replicò niente. Aspettò un poco e fece il secondo passo della sua via meditata.
"E quando non ci sarà più il signor Marcello, cosa farà la fidanzata di suo figlio?"
"Forse non ci sarà più neppure lei" rispose Lelia, pronta.
Donna Fedele non si scompose.
"Forse" diss'ella. "Ma se ci fosse?"
Lelia giuocò un po' colla punta dell'ombrellino nell'erba e rispose "Ci penserò allora."
"Bambina bambina!"
"No, donna!" esclamò Lelia. "E mi figuravo che Lei m'intendesse meglio!"
Così dicendo, le s'inumidirono gli occhi. Donna Fedele avrebbe voluto dirle che la intendeva, ma si trattenne per non guastarsi il piano strategico.
"Pensa anche al tuo avvenire, cara" diss'ella con dolcezza.
"Sarà quel che sarà" fece Lelia, tranquilla.
Donna Fedele mosse il terzo passo.
"E vuoi che questo non sia un cruccio per il signor Marcello?"
Silenzio.
"E' un cruccio tanto grande" proseguì donna Fedele, "che se potesse collocarti bene, anche subito, ne sarebbe felice."
La parola "collocarti" fu sbagliata. Lelia gelò e arse nel tempo stesso.
"Ah!" esclamò. "Collocarmi! Benissimo. E il collocamento, per un caso strano, è pronto."
La punta dell'ombrellino frugò nell'erba, con impeto.
Anche donna Fedele ebbe un palpito di collera, alzò le sopracciglia, guardò, severa, la sua vicina che guardava sempre la punta inquieta dell'ombrellino, ne scrutò il viso ostile la interrogò.
"Cosa vuoi dire?"
Lelia le gittò alla sua volta un rapido sguardo, rificcò gli occhi nel proprio giuoco nervoso.
"Oh, Lei lo sa bene" diss'ella. "Per un caso strano qualcuno che doveva andare a Lago è venuto alla Montanina. Per un caso strano questo tale è giovine, è celibe, vorrebbe collocarsi anche lui, non è uno speculatore troppo cattivo e sa recitare la commedia. Tutti casi strani."
Le sopracciglia di donna Fedele si alzarono più di prima, e la voce, che in quella interrogazione aveva vibrato, suonò mortalmente gelida.
"Ti accorgi che insulti anche me?"
La punta dell'ombrellino quietò.
"No, Lei non La insulto. Insulto lui, quel signore ch'è venuto per caso. Lei lo crede, forse, che sia venuto per caso."
"Povera Lelia!" sospirò donna Fedele, senza collera, con pietà profonda.
"Oh no no, sa!" fece Lelia, piano. "Niente "povera Lelia!""
Tacquero a lungo l'una e l'altra, guardando l'acqua fuggire con accorato lamento. Finalmente donna Fedele ripeté:
"Proprio povera Lelia! E tu non sai" soggiunse "perché lo dico. Lo dico perché vedo nel tuo cuore."
"Lei non vede niente nel mio cuore."
In questo negare donna Fedele sentì una confessione implicita. Attese ancora un poco e poi domandò alla fanciulla, con piglio risoluto, se le si fosse riferito qualche cosa contro Alberti.
"Cosa vuole che mi abbiano riferito?" esclamò Lelia, sdegnosa. "E cosa vuole che me ne importi?"
Questa volta donna Fedele scattò.
"Oh sì che te ne importa! Come puoi negarlo se ti irriti a quel modo contro di lui per questa calunnia stupida ch'egli sia venuto a caccia di una dote!" Così dicendo, la povera malata si sforzò di alzarsi.
"Lì c'entro io!" esclamò Lelia. E non pensò che tardi ad aiutare l'amica. Se ne scusò, le propose di far scendere la sua carrozzella ch'era salita alla scuderia della villa. Donna Fedele voleva rifiutare ma, fatti pochi passi, confessò, col suo stoico sorriso, che l'impresa era troppo dura per lei. E di vedere il signor Marcello non poteva a meno. Lelia fece scendere la carrozzella per lei.
Il signor Marcello le venne ansioso incontro sulla soglia dello studio. Ella entrò serena, disse che le parole erano state non buone ma che, secondo lei, con un poco di arte si poteva riuscire. Il signor Marcello domandò subito, con un'aspettazione dolcemente commossa, se fosse ancora troppo vivo, in quel cuore, l'affetto antico. Donna Fedele gli stese in silenzio la mano ch'egli prese ma non strinse, presago di una risposta penosa. Il silenzio parlò.
"E allora ?" diss'egli.
L'amica gli riferì come, appena veduta Lelia nel salone, avesse indovinate le sue disposizioni di persona adombrata da sospetti e ostile; come avesse allora cambiato i suoi piani per non arrischiare di guastar tutto per sempre; come fosse venuta poi a parlare di Alberti e l'avesse trovata fiera contro di lui, tanto fiera da non potersi spiegare la sua violenza che con un conflitto di sentimenti.
La ragazza era persuasa ch'egli fosse venuto a Velo col proposito di tentare un matrimonio ricco. Se si riuscisse a persuaderla del contrario, si vincerebbe la partita. Ma ci voleva una prudenza grande.
Il signor Marcello domandò consiglio. Il solo consiglio fu di non trattenere più oltre Alberti alla Montanina, di non tentarlo neppure; perché non c'era dubbio che Alberti partirebbe subito. Qui donna Fedele credette opportuno di comunicare il colloquio avuto da lei col giovine, che ora stava in attesa di notizie. Poi si offerse quasi timidamente, col suo sorriso dolcissimo, per il compito delicato e difficile che verrebbe in seguito.
"E' molto naturale, caro amico; no?" diss'ella vedendo la sua gratitudine turbata. Si divisero senz'altre parole, con una lunga stretta di mano.
Ritornata poscia al villino, donna Fedele non vi trovò Massimo. Non comparve che verso mezzogiorno. Incontrò la cameriera al cancello e seppe da lei che la signora era rientrata in casa alle undici e mezzo, che aveva dimenticato di avvertire alla Montanina, com'egli non vi sarebbe andato a colazione e mandava lei per questo. Nei brevi passi dal cancello al villino Massimo pensò, con alterni palpiti di angoscia e di speranza, che gl'indizi erano cattivi perché se le cose si fossero avviate bene, donna Fedele, invece di avvertire, lo avrebbe subito spedito alla Montanina; ch'erano buoni, perché, se le cose si fossero avviate male, ella non avrebbe probabilmente dimenticato di annunciare l'assenza di lui. La cameriera gli aveva sorriso; questo andava bene. Donna Fedele non gli veniva incontro; questo andava male.
In fatto ella gli venne incontro ma solo nella veranda che sporge dalla fronte del villino a guardare i fianchi del Summano e della Priaforà da un lato, quelli del Barco dall'altro, lo sfondo, in faccia, del cielo curvo sulle umili alture che fra le aperte braccia della valle ne partono l'estremo dal piano infinito. Lo aveva visto venire dal cancello e lo incontrò lì, né proprio in casa né proprio fuori, né sorridente né triste. Egli le lesse subito in viso la sua sentenza, mormorò:
"Sapevo."
Ella non disse subito le parole di conforto che pensava, gli porse le mani. Lo vide allora talmente impallidire sotto il colpo, benché si sforzasse di parere impassibile, che non poté a meno di rincorarlo.
"Le cose" disse "hanno una faccia brutta, questo non lo posso negare, ma, forse, un'anima buona. Adesso Le dirò tutto, venga venga." E s'illuminò del sorriso abituale. Gli raccontò minutamente, nel piccolo studio del pian terreno, il suo colloquio con Lelia, nulla omettendo, nulla velando. Furono frustate che Massimo toccò senza batter ciglio.
"Va bene" diss'egli, quando l'amica ebbe finito di parlare. "Questa ragazza è sciocca, in fondo." Nel dir così gli s'infuocò il viso di tutto lo sdegno che aveva represso.
"Non è sciocca" ribatté donna Fedele. "Ho paura, invece, che non sia stata sincera. Ho paura che le abbiano parlato realmente di questa relazione che Lei avrebbe a Milano. E penso un'altra cosa."
Massimo non le domandò cosa pensasse. In quel momento gli pareva di non amare più. Non sentiva che desiderio acuto di partire per sempre.
Gli rimorse di avere pensato, anche per pochi giorni, a lasciare il campo dell'azione per il Bene e per il Vero, a seppellirsi in un amore. Ringraziò mentalmente l'orgoglio meschino, sciocco della signorina che lo affrancava. Si alzò in piedi, gli parve essere cresciuto di un palmo.
"Lei non mi domanda" insistette donna Fedele "cosa penso?"
"Dovevo telegrafare a don Aurelio" diss'egli. "Invece vado."
"Non mi domanda cosa penso?" ripeté l'amica, alzando la voce, e strascicando le parole Egli le domandò "cosa pensa?" per farle piacere e non per curiosità che lo pungesse. Allora ella mise fuori, un po' esitante la propria opinione sui sentimenti reconditi di Lelia.
Massimo si mostrò amaramente incredulo. A colazione non parlò, quasi, né toccò cibo. Avendo l'amica ricordato don Aurelio, le disse che lo avrebbe veduto la sera stessa. Presero il caffè nella veranda.
"Credo che Le convenga di partire subito a ogni modo" mormorò donna Fedele quando la cameriera li ebbe lasciati soli. "Ma Lei non deve giudicare Lelia così a precipizio. Lasci ch'io vada un poco al fondo.
Poi La informerò."
Massimo rispose che gli rincresceva di avere chiamato sciocca la signorina ma ch'era inutile di pensarci più. Gli era bastato una volta, per guarire dall'amore di una signorina, ch'ella dicesse pollìne invece di polline. Fra la signorina Lelia e lui vi erano disarmonie di pensiero ben più gravi che qualsiasi disarmonia di cultura.
"Potrei partire subito?" diss'egli a un tratto, dopo avere guardato l'orologio. Vi era un treno alle quattordici e trentasette. Se mandasse un rigo al signor Marcello scusandosi con un richiamo improvviso, pregando di fargli spedire la sua roba a Milano?
Donna Fedele protestò. Doveva invece recarsi subito alla Montanina, dire che quando don Aurelio gli aveva confidato il proposito di fuggire, la sua prima idea era stata di non lasciarlo partire solo, ma che l'amico gli aveva dato degli incarichi. Massimo la interruppe.
Certo! questo non era un pretesto, era vero. E lo aveva dimenticato!
Doveva recarsi a Sant'Ubaldo, per forza. Impossibile partire prima delle sei.
"Vada a Sant'Ubaldo e parli colla Lùzia" disse donna Fedele. "I libri penserò io a farli portare qui. E anche i mobili. Vedrà che un giorno o l'altro ritornerà da queste parti. E allora certe convenienze non permetteranno ch'Ella alloggi alla Montanina. Alloggerà al villino delle Rose."
Sorrise, così dicendo; e il giovine intese l'allusione al costume locale che interdice ai fidanzati di dormire sotto lo stesso tetto.
"No no!" diss'egli. La signora rise di un riso aperto.
"Come? Non vuole venire da me? Ha paura di compromettermi?"
"Lei mi ha capito!" esclamò il giovine. "Lei mi ha capito!" E prese frettolosamente congedo senza ricordarsi del cappello che gli fu portato in giardino dalla cameriera, suonandole dietro l'argentino riso di donna Fedele.
Dopo il colloquio amaro, Lelia si rifugiò nella galleria cui mettono capo le scale del salone, vi stette in agguato, a spiare l'uscita di donna Fedele dallo studio del signor Marcello, volendo sapere quanto vi si trattenesse e non desiderando incontrarsi con lei. La udì, più presto che non avrebbe creduto, aprire l'uscio che dalla stanza del biliardo mette nel salone, la vide entrare, guardarsi attorno come cercando qualcuno. Si ritirò per non esserne scoperta, stette immobile, in attesa di una chiamata, fino a che la sonagliera dell'uscio l'avvertì che donna Fedele partiva senza domandare di lei.
Era finito, dunque. Non l'avrebbero molestata più. Non si sentiva contenta, però. Alla irritazione di prima era sottentrato un senso di tedio e di fastidio. Sentiva fastidio di stare, di leggere, di suonare. Le era piaciuto, fino a un'ora prima, di contemplarsi in uno specchio della mente, di vedersi nell'atto di respingere l'amore per orgoglio come, per orgoglio, aveva respinto la ricchezza. Adesso la mordeva un dubbio crudele. Se non vi fossero state trame, se Alberti fosse venuto alla Montanina veramente per caso! Volle disprezzarlo a ogni modo perché non si era spiegato direttamente con lei. Gli diede, in cuor suo, dello sciocco; e nel pensare il silenzioso insulto le parve avere schiaffeggiato e spinto via la passione di cui vergognava.
Le venne in mente di andare a Lago per distrarsi, per sentire cosa vi si dicesse dalla fuga di don Aurelio. E quell'altro, pensò, come giustificherà la sua dimora qui, adesso che don Aurelio è partito?
Pensò così e le corse nel sangue un doloroso brivido; la passione cacciata ritornava come ritorna l'onda. Prima di arrivare al cancello le nacque il dubbio d'incontrare Alberti, cambiò idea, prese il sentiero dei castagni, sedette sul primo sedile che trovò, cercò di non pensare, di addormentare le proprie inquietudini tormentose ascoltando i sussurri del vento, guardando le inquietudini dell'erba fiorita. Tacque infatti nel suo interno il pensiero ed entrò il sogno.
Egli la sorprendeva, di notte, nel Parco di Velo al sussurro del vento, al chiarore incerto della luna, nella piova odorosa dei fiori di acacia. Le cingeva la vita di un braccio, l'attirava a sé, le premeva le labbra sulle labbra e il Parco, la luna, il vento, la piova di fiori, tutto cessava di esistere. Ella piegò sul sedile, chiusi gli occhi, semiaperte le labbra, attirata da un fantasma, cedendo; e anche il tempo cessò per lei di esistere.
La campanella della colazione la richiamò alla realtà incresciosa.
Incontrò all'entrata della villa la cameriera venuta col messaggio di donna Fedele. Il messaggio, in quel momento di reazione contro i tradimenti del sognare, le fu gradito. Trovò il signor Marcello già seduto a tavola con una faccia che non prometteva niente di buono. La salutò appena. A lei questi modi facevano bollire il sangue. Li attribuì al suo persistente rifiuto dell'eredità anzi che all'altro.
Perché pretendere d'imporle quello che a lui pareva un beneficio e a lei no? Ella si chiuse alla sua volta in un ostinato silenzio. Primo si mansuefece alquanto il signor Marcello, benché gli pesasse sul cuore che la fanciulla avesse detto a donna Fedele di non voler accettare le sue sostanze per un sentimento di dignità. Molto orgoglio, aveva pensato il vecchio, e poco affetto. Si mansuefece alquanto, le osservò, abbastanza dolcemente, che non aveva preso nulla. Quasi più che dei suoi cipigli Lelia soffriva della susseguente mansuetudine colla quale egli pretendeva saldare le partite. Si alzò appena preso il caffè e uscì silenziosamente, anche per nascondere lagrime prossime a cadere; lagrime ond'ella stessa non avrebbe saputo dire se venissero dal dispetto, o dall'angoscia del suo conflitto interno, o da un'acre pietà di se stessa; perché in fatto bruciavano di tutti questi bruciori.
Il signor Marcello si alzò un minuto dopo di lei, andò curvo, colle braccia inarcate e le mani sui fianchi, nel salone, sperando trovarvela. Stette un poco piantato lì ad ascoltare se ne udisse una voce, un passo. Nulla. Allora sedette malinconicamente al piano, si mise a suonare. Lelia, che stava nella galleria superiore affisandosi nella ripida costa verde coronata di castagni, leggendovi i propri pensieri, riconobbe il tema del Pergolese sul quale egli aveva fantasticato la notte susseguente al deliquio. Anche adesso le mani frementi di spirito toccavano il piano in un modo inimitabile, vi trasfondevano le amarezze interne del suonatore. Il pianto dell'antico poeta, il pianto dell'antico musicista le suonò pianto del vecchio solitario che tutto aveva perduto sulla terra, che sentiva intorno a sé un gelo di opposizioni. Ella gli perdonò i cipigli, discese lenta lenta in salone, studiandosi di non far rumore, sedette poco discosto dal piano, dove il signor Marcello potesse vederla facilmente. La vide infatti e cessò di suonare. Ella desiderò dirgli "continui" e non seppe, la parola le si ruppe sulle labbra, malgrado lei stessa, contro un suggello di orgoglio. Il signor Marcello non avrebbe potuto a ogni modo continuare. Quella presenza, in quel momento, gli legava la vena dell'ispirazione. Stese la mano a un portamusica, prese il pezzo che aveva toccato a caso, lo aperse sul leggio e stette a contemplarlo senza suonare, aspettando, non di proposito ma per istinto, una parola. Lelia non poté a meno, stavolta, di mormorare: "Cos'è?". L'uno e l'altra sentirono subito un principio di pace. Il pezzo era un'aria manoscritta della vecchia opera buffa "Le prigioni di Edimburgo". Il signor Marcello andò a rimetterla nel portamusica ma Lelia credette fargli piacere insistendo perché la suonasse. Infatti egli si arrese subito, cominciò, contento, a suonare, e Lelia ascoltò contenta il pezzo indifferente a ciascuno dei due. Ma presto il suonatore provò fastidio di quella musica. "Aspetta aspetta" diss'egli. "Senti questo." Buttò via il manoscritto, pose sul leggio un grosso volume di Clementi, vi cercò certa pagina tutta segnata di annotazioni a matita.
Lelia conosceva il volume, non ricordava quella pagina. Il signor Marcello, chino il busto in avanti, aggrappate ai tasti le grandi mani adunche come artigli di falco, fissi gli occhi accesi sulla musica, corrugata la fronte in uno sforzo di lettura e d'interpretazione che gli fremeva nelle mascelle inquiete e persino nei capelli irti, superò se stesso. Com'ebbe finito, Lelia espresse la sua simpatia per Clementi, prese in mano il volume.
"Povero Clementi!" disse il signor Marcello. "Chi sa dove andrà a finire!"
Ella non capì subito.
"Dove vuole" disse "che vada a finire?"
"Eh, in una bottega di libri vecchi!"
Le mancò il coraggio di protestare, di dire che se non accettava la ricchezza, avrebbe però accettato il libro. Tacque.
"Ah Signore!" sospirò il vecchio, sfiduciato, squadernandosi e premendosi le mani sul viso, traendole giù lentamente fino a scoprirsi il bianco degli occhi. Lelia, intenerita, cercò ancora una parola buona, una parola del suo rifiuto che ne levasse l'acerbità. Non seppe trovarla. Sentivano ambedue, ella e il signor Marcello, che ciascuno avrebbe volentieri parlato se l'altro cominciasse e tacevano, ella in piedi guardando nel volume di Clementi, egli seduto, cogli occhi al leggio vuoto e le mani abbandonate sulle ginocchia. Finalmente il signor Marcello si alzò, disse con dolcezza triste "addio, cara", e si avviò verso la stanza del biliardo per passare di là nel suo studio.
Lelia, assorta nel confuso agitarsi de' propri sentimenti, non aveva risposto al saluto inaspettatamente dolce. Si riscosse, trasalì, seguì pian piano il vecchio fino all'uscio, mormorò "papà" e quando egli si voltò, sorpreso, gli porse il viso, per un bacio.
Egli la baciò in fronte, lievemente, con una espressione di beatitudine. Le prese quindi una mano, dicendo: "Vieni, cara", la trasse con sé. Ella intese ch'egli avesse interpretato il suo atto come un principio di consenso ai propri desideri, ebbe un momento di esitazione, lo seguì, battendole il cuore.
Lo seguì nella camera del biliardo. Egli chiuse dietro a lei l'uscio del salone, ritornò a lei, le pose le due mani sul capo, le disse, sorridendo negli occhi umidi:
"Hai pensato ad Andrea?"
Ella non comprese, lì per lì, la ragione della domanda rispose a caso:
"Sì, papà."
E tremava per il timore di un equivoco provocato da lei stessa, tremava per la commozione di avergli udito nominare Andrea.
"Sii benedetta, cara" disse il vecchio.
Ella rabbrividì. Perché la benediceva? Avrebbe voluto ch'egli si spiegasse e non era possibile domandarlo. Il vecchio non l'aveva benedetta per alcun equivoco, ma solo per l'atto pio, affettuoso di lei. Un atto affettuoso, una parola gentile bastavano sempre a fargli dimenticare ogni ragione di corruccio. Certo in fondo al suo cuore prendeva radice la speranza che, di fronte alla preghiera di un morto, Lelia non avrebbe persistito nel suo rifiuto. "Addio" diss'egli lasciandola per ritirarsi nello studio. La vide incerta se restare o muoversi, parlare o tacere. Allora, per quella sua tenerezza impulsiva che gli faceva talvolta passare il segno delle condiscendenze, le prese le mani, le disse sorridendo:
"Ho visto la Vayla dopo che avete parlato insieme. Devo dire, per la verità, che a quella tal cosa ho pensato io quando quel tale venne qua, per non sacrificarti a un mio egoismo. Mi pareva che anche Andrea ne sarebbe stato contento. Ma poi, se il restare come sei non è un sacrificio per te, io ne sono felice."
Lelia non rispose, parve non voler comprendere. Di fronte a quel silenzio, il signor Marcello si pentì di essere andato nell'ultima parte del suo discorso, tant'oltre. Ma non c'era da ritornare indietro.
"Va" diss'egli, "prendi un po' d'aria. Dovresti andar a vedere cosa succede a Lago dopo la partenza di don Aurelio"
Ella non avrebbe voluto uscire. Avrebbe voluto chiudersi nella sua camera, scrutare, in un crogiuolo ideale le parole del signor Marcello: "a quella tal cosa ho pensato io, quando quel tale venne qua". Ebbe paura di farlo. Meglio uscire, andare a Lago. Uscì in giardino per la veranda aperta, si sforzò di pensare alla fuga di don Aurelio, a quel che direbbe e farebbe la gente di Lago. Ma gli stessi alberi presso i quali passava, gli abeti davanti alla scuderia, le betulle presso il cancello parevano dirle col loro rigido silenzio:
non è questo che ti sta a cuore, è un'altra cosa che noi sappiamo e non diciamo. Ella affrettò il passo per liberarsi dalla ossessione della loro chiaroveggenza. Giunta fra i grandi castagni, sull'erta, dovette rallentarlo. E allora i grandi castagni bonari, dalle pietose braccia sparse, le mormorarono: "povera, tu dicevi no al suo amore quando gli altri dicevano sì. Adesso che il signor Marcello dice no anch'egli, povera, non sai più dirlo tu, non ne hai più la forza, vorresti dire sì e nessuno te lo domanderà più mai, povera povera povera". Ella respingeva questa voce, orgogliosamente; ma sentì che le si serrava la gola e reagì, riprese a salir veloce. Là dove si spicca dalla via di Lago il sentiero che gira, sul margine della quieta conca, verso una scura corona di carpini, pensò il breve lago immobile dentro quella corona, le batté il cuore, passò. Fra le casupole di Lago non incontrò anima viva. In piazza una vecchierella stava attingendo acqua alla fontana. Lelia la interrogò. Proprio vero che don Aurelio era fuggito? "Gèsu, se xe vero!" E cosa dice, qui, la gente? "La tasa, siora, che i xe tuti a Sant'Ubaldo che i fa un bordèlo, Gèsu! I dise che i vol copar l'anziprete. La vade, siora, La vade. Ghe xe quel sior giovane ch'el ghe dise su, quelo che sta da Ela. La vade. La ghe diga su anca Ela. La ghe diga."
Lelia, pallida, trasognata, guardava la vecchia senza parlare, dubbiosa di ritornare sui propri passi.
"La vade, La vade!" insistette colei. Lelia si sdegnò di avere esitato visibilmente. Le pareva di essersi tradita.
"Oh sì sì!" diss'ella. "Vado."
Prese la via di Sant'Ubaldo. A pochi passi dalla carreggiabile che scende a Velo incontrò due donne e un uomo che discorrevano pacificamente, camminando. "Torto tuti!" diceva l'uomo. "El prete che xe scapà cofà un ladro, l'anziprete che à volesto cazzarlo via parché l'è stà un bon cristian, e le femene che no vol pì andar in cièsa, dal Santissimo, parché no le ghe trova el curato giovine."
"Eccu!" fece una donna, approvando. E salutò Lelia:
"Serva sua."
L'uomo si toccò il cappello con un secco "oh!". Lelia li trattenne.
Cos'era successo? Il prete di Lago era scappato, le "femene" del paese, furenti contro l'arciprete e contro il Vescovo, si erano raccolte, presenti anche parecchi uomini, e avevano giurato di non andare più in chiesa né per domeniche né per Pasque né per battesimi né per matrimoni, se il curato non ritornava. Un signore, un bel signore giovine aveva parlato bene, da buon cristiano, ma non era riuscito a niente. Le femmine avevano scritto qualche cosa col carbone sulle due porte della chiesa. E adesso cosa facevano? Adesso si erano disperse tutte, ma dicendo di volersi riunire la sera. E il giovine signore? Partito anche lui. "Patrona, patrona, patrona", la triplice compagnia si rimise in cammino e Lelia proseguì. Presso la chiesa non c'era nessuno. Si fermò a leggere, sulla porticina laterale: "Ciuso fino che torna don Urelio".
Passi dietro a lei: Alberti e la Lùzia, con un catino e una spugna.
Massimo, quando Lelia lo vide, si era già composto un contegno d'indifferenza serena e cortese. Aveva fatto il possibile per pacificare gli animi, aveva cercato di scolpare l'arciprete, di scolpare il Vescovo, ai quali delle persone maligne avevano certo riferito chi sa cosa. Ripeté su tutti i toni che giurando di non andare più in chiesa non solo avrebbero recato a don Aurelio un dolore mortale, ma gli avrebbero anche nociuto presso i Superiori. Infatti i Superiori avrebbero detto: che razza di religione insegna questo curato? E poi aveva parlato del Sacramento, al quale si doveva più amore e più rispetto che a un prete qualsiasi. Non era riuscito a persuadere, ma si sentiva pago, nella sua coscienza, di essersi levato sopra risentimenti e rancori come si sarebbe levato don Aurelio. E da questa elevazione gli veniva una serenità grande a fronte di Lelia. Si sentiva più alto di lei, dei suoi giudizi ingiuriosi, più fermo nel nuovo proposito di considerare il suo periodo di amore come un periodo di debolezza, di soffocare un sentimento che non si accordava colla sua dignità, di serbarsi per un'altra donna, più affine a lui di pensiero e di cuore.
"Buon giorno, signorina" diss'egli, sorridendo. "Non ho ottenuto quel che volevo colle parole, vedrò se la cosa mi riesce meglio colla spugna."
E si mise a strofinare gagliardamente la scritta. Lelia, pallidissima, gli domandò, come se non sapesse nulla di nulla, chi avesse scritto così. Massimo depose la spugna nel catino, raccontò il fatto, tranquillamente. In principio Lelia pensò che donna Fedele non gli avesse riferito il loro colloquio, ma poi quei suo fare sciolto le parve troppo diverso dal solito, poco naturale. Intanto un contadino sopraggiunto dal Maso, visto il catino, la spugna e il lavoro fatto, si fece piuttosto scuro, consigliò Massimo di non continuare perché altrimenti gli potevano toccare dei dispiaceri.
"Da chi, questi dispiaceri? Da voi?" fece Massimo, risoluto. Quegli rimase un po' sconcertato, brontolò "eh, non signor", se n'andò con altri sommessi brontolii.
"Signorina" disse Massimo, nel tono indifferente del primo saluto, "Lei prosegue o scende?"
Lelia lo guardò, attonita.
"Io devo restare ancora un poco" diss'egli, leggendole in viso ch'ella temeva di udirsi offrire la sua compagnia. I nuvoloni che pesavano sulla fronte della turchina Priaforà diedero un tuono. Non c'era da temere di pioggia prossima, il sole splendeva, oltre il piede della Priaforà, sui casali e sul verde, i denti del Summano ardevano dorati nel sereno, ma quel tuono aiutò Lelia nel suo imbarazzo.
"Scenderò" diss'ella.
"Allora, signorina" riprese Massimo, "La prego di avvertire il signor Marcello che devo partire alle sei per Vicenza e, probabilmente, per Milano. Ora mi trattengo qui per un incarico di don Aurelio e poi verrò a congedarmi."
Si levò il cappello.
"Non Le do la mano" diss'egli. "Non lo merita."
Lelia trasalì.
"Dico la mia mano sudicia!"
Il giovine sorrise mostrando la mano che aveva tenuto la spugna. Lelia salutò con un solo chinar del capo e prese la scorciatoia che scende direttamente dalla chiesa. Avrebbe pianto di rabbia, sicura com'era della intenzione insolente di lui, irritata con se stessa per aver sottolineata l'ingiuria con quel trasalire. A Lago trovò Teresina che, ritornata da Schio, le veniva incontro per ordine del padrone, recando la chiave del Parco di Velo. Il padrone aveva pensato che forse piacerebbe alla signorina di cogliervi fiori per la mensa. Lelia preferì scendere direttamente a casa. Non toccò della partenza di Alberti che doveva annunciare. Ne toccò invece, molto riguardosamente, la cameriera. Espresse il dubbio, lontano e vago, che, partito don Aurelio, il signor Massimo intendesse abbreviare la sua dimora. Udito che partiva la sera stessa, mise un'esclamazione di sollievo. Domandò, adducendo la ragione di doversi regolare per certe biancherie del giovine mandate al bucato, se il signor padrone non gli avrebbe fatto grandi istanze perché rimanesse. "Oh no no!" esclamò Lelia con tanto sdegnosa sicurezza, che l'altra osò parlar chiaro.
"Allora sono contenta!" diss'ella. Lelia non parlò ma l'esclamazione della cameriera le parve assai strana, perché Teresina era solita parlarle di Alberti con un vero lirismo di ammirazione. Teresina attese infatti una parola di sorpresa, una domanda. Poiché la signorina non accennava a rompere il silenzio, si decise a spiegarsi.
Disse, sorridendo, che ne aveva udito di belle, quella mattina, del signor Alberti. Era discesa alla stazione in compagnia della cuoca che si recava ad Arsiero per le provviste. La cuoca le aveva riferito un discorso tenutole dalla donna di servizio della signora Bettina Pagan, della cognata dell'arciprete. Lo conoscevano bene, nella canonica di Velo, il signor Alberti. Sapevano che sebbene andasse in chiesa era molto peggiore, quanto a religione, di Carnesecca. Ma poi sapevano pure che faceva una vita cattiva, che aveva relazioni, a Milano, con signore maritate. "Ah sì ?" fece Lelia, indifferente. E altro non disse. La cameriera si sgomentò un poco di quel mutismo, domandò scusa di avere parlato di cose che non la riguardavano. Lelia, per tutta risposta, si strinse nelle spalle. Passavano allora il cancello della Montanina. La cameriera non aperse più bocca, se ne andò per le sue faccende. Lelia si fermò al parapetto del ponte sulla Riderella, si curvò a guardar nell'acqua; straziata il cuore da un amaro acre dolore, da un amaro acre piacere che vi si torcevano insieme, dicevano insieme: era dunque indegno, era dunque indegno. Altro non pensò, irrigidita, che le tre parole crude, mentre da diritta e da manca grandi braccia di rosai le slanciavano grappoli di rose rosse e il vento, odorato di fieni, le moveva mollemente perché ella desse ascolto ai voluttuosi fiori. Vi è amore ancora, dicevano, vi è ancora vita. Non li vide, non li ascoltò; li avrebbe insultati, i bugiardi.
Non lo sapeva ella prima ancora di questa rivelazione? Per lei non vi era più amore, non vi era più vita.
Il signor Marcello accolse la notizia della prossima partenza di Massimo con apparente soddisfazione. Lelia pensò che sarebbe stato anche più soddisfatto se avesse saputo quello che sapevano i preti di Velo. Le parve che, raccontandolo, ne avrebbe fatto anche se stessa più certa. Nel momento di parlare, una voce contraria le vibrò nel profondo. Ella parlò tuttavia, sentì, parlando, che faceva male male male, che avrebbe dovuto interrompersi e parlò sino al fondo, col viso in fiamme. Il signor Marcello ascoltò accigliato, osservò che i preti di Velo avrebbero fatto assai meglio a non divulgare queste cose, che non ne credeva niente, cosa potevano saperne loro? ma che del resto, giunte le cose a quel punto, era inutile occuparsene. Uscita dallo studio, Lelia passò nel salone. Nel vedere la poltrona dove si era seduta qualche ora prima coll'ombrellino in mano, aspettando, le venne in mente donna Fedele e subito dopo ricordò una parola dimenticata del colloquio: "Ti hanno raccontato qualche cosa". La voce profonda disse:
donna Fedele conosce l'accusa e non crede.
Alberti ritornò alla Montanina circa alle quattro e mezzo. Vi trovò un telegramma di don Aurelio coll'annuncio che partiva per Milano e una lettera di un amico milanese, troppo lunga e, com'egli si figurò, anche troppo poco interessante per leggerla subito, in quella ristrettezza di tempo. Fece le sue valigie e discese nel salone. Non v'era nessuno. Guardò il piano, pensò il fiore della memoria caduto dalla cintura di Lelia, la musica di "Aveu", immaginò con impeto di stringere nelle sue braccia la donna che lo aveva illuso così, la disprezzò subito in cuore, con risoluta volontà. Alzo gli occhi alla punta di dolomia, ve li fermò un istante amaramente, diede le spalle a tutto, d'un colpo, si avviò per la stanza del biliardo allo studio del signor Marcello.
"Dunque Lei parte proprio?" disse il vecchio con un imbarazzo di cui Massimo non afferrò il senso che in parte.
"Proprio" rispose. Gli mostrò il telegramma di don Aurelio, gli disse che a Milano don Aurelio aveva un amico ma che, almeno in quei primi momenti, desiderava trovarvisi anche lui, dargli quell'aiuto che poteva. Venendo poi ai ringraziamenti di prammatica, disse che sentiva una gratitudine immensa e non per l'ospitalità sola. Tacque, vinto dalla commozione.
Il signor Marcello, commosso egli pure, avrebbe giudicato che i preti di Velo o erano stati ingannati o mentivano. Avrebbe voluto dirgli:
ritorni presto! Ma si contenne. Lo pregò, invece, di scrivergli, di dargli spesso notizie di sé e anche di don Aurelio. Quando Massimo, consultato l'orologio, si alzò per partire, si alzò egli pure, lo accompagnò fuori, dispose che le valigie gli fossero portate alla stazione, lo baciò due volte: "Uno per lui" disse "e uno per me!".
"Ne sono degno, sa" mormorò il giovine.
Si udì rispondere con una energia che lo fe' trasalire, tanto pareva piena di reconditi sensi:
"Lo credo!"
Massimo aveva già impugnata la maniglia dell'uscio a sonagli ed esitava ad aprire. Si vedeva che pensava qualche ragione d'indugio e non osava dirla.
"Lei vorrà salutare Lelia?" domandò il signor Marcello.
"Se posso" rispose Massimo inchinandosi lievemente.
Fu cercato di Lelia. Era uscita colla chiave della chiesina.
"Allora potrà vederla passando" disse il signor Marcello; e rinunciò tacitamente al proposito di accompagnare Massimo fino alla chiesa.
Questi discese solo, chiedendosi se dovesse entrare in chiesa o passar oltre; poiché, apparentemente, la signorina desiderava evitare di vederlo. Giunto al portico, si fermò, incerto.
Lelia ne aveva riconosciuto il passo e indovinò, udendolo arrestarsi, la sua incertezza. Si alzò anch'ella dall'inginocchiatoio, egualmente incerta se uscire o no. Aveva sperato che passasse oltre. Ebbero ambedue lo stesso pensiero: meglio fare ciò che farebbe un indifferente. Ella si mosse per uscire ed egli per entrare.
S'incontrarono sulla soglia.
"Parte?" diss'ella, senza stendergli la mano. "Buon viaggio. A rivederla."
"Che ci rivediamo non sarà facile" soggiunse Massimo, sorridendo. "Ma non dimenticherò i giorni che ho passati in casa Sua."
"In casa mia? No" interruppe Lelia.
"E Le auguro" proseguì Massimo senza tener conto dell'interruzione "tutto il bene possibile per lunghissimi anni. Proprio di cuore, signorina."
"Grazie" rispose Lelia.
Massimo salutò, uscì del cancello, si allontanò a gran passi, contento di sé, di essersi mostrato più disinvolto e più orgoglioso di lei, di averle parlato come se non avesse a rivederla mai più e gliene importasse meno che nulla.
3.
Lelia era andata in chiesa per evitare, se possibile, l'incontro di congedo con Alberti. Uscì del breve colloquio malcontenta, come sempre, di sé, irritata del tono d'indifferenza quasi sprezzante che aveva preso egli. Lo torse a una interpretazione voluta. Era il tono di uno che si era visto fallire, non una speranza di amore ma una trama d'inganno. Invece di risalire alla villa, prese il sentiero che costeggia la Riderella, cadde, mortalmente stanca, sul sedile rustico all'ombra dei noci. Vi fu presa da una crisi nervosa che la scosse di sussulti da capo a piedi, le diede il senso di una sospensione della vita. Si rimise lentamente, ascoltò senza pensiero, dolendole il cuore, la sommessa vocina della prossima cascatella. Quindi, il primo pensiero fu: se ritornasse, sarei contenta? Si rispose di no. Teresina le aveva portato da Schio una lettera di suo padre che le soleva scrivere indirizzando le lettere al nome della cameriera, Teresina Scotz, ferma in Posta, Schio. L'aveva già letta e se l'era posta nella cintura per gettarla nella Riderella. Non la ricordava più, la rilesse. Erano poche righe. Suo padre chiedeva se la lettera precedente si fosse smarrita, domandava una risposta, quella tale risposta che Teresina aveva recato a Schio. Lelia stracciò il foglio in pezzi minuti, li gettò nell'acqua.
Ella soleva mandare a suo padre gran parte dell'assegno che il signor Marcello le faceva per le sue spese personali, accompagnando le spedizioni con poche parole asciutte. Lo disprezzava, sapeva di disprezzarlo e se ne credeva in diritto. Mandava il denaro senza rimproveri né consigli, come cosa spregevole a spregevole persona. Lo sapeva pieno di debiti e tuttavia non credeva un iota delle miserie ch'egli le raccontava. Certe parole udite, certi fatti osservati durante la sua dimora nella casa paterna l'avevano persuasa ch'egli possedesse a fondo l'arte di gabbare i creditori, che ostentasse miseria e nascondesse quattrini. Ma che ne importava a lei? Se sua madre le avesse chiesto danaro ne avrebbe mandato anche a sua madre.
Invece sua madre le scriveva, di tempo in tempo, domandandole affetto con parole piene di unzione religiosa. Lelia non le rispondeva mai, aveva persino rimandato immediatamente il pio dono materno di un rosario benedetto dal Santo Padre. Bella fine, pensò, che farebbero i denari di casa Trento se io fossi l'erede! Le rinacque il dubbio di un equivoco in cui fosse caduto il signor Marcello per causa di quel bacio. In qual modo uscirne? Cessò dal faticoso pensare, si affisò inerte nella cascatella. Con altre immagini nascenti della mente sua torpida come vapori di palude, le ascese lenta la visione dello stagno bruno, cinto di carpini che si piegano a guardarvi dentro; e passò.
Le fu assai grave, due ore dopo, dover scendere dalla sua camera per il pranzo. Sentiva di non poter mangiare, prevedeva l'interrogatorio del signor Marcello che osservava tutto, indagava tutto, voleva saper tutto; specie quando le sue disposizioni erano affettuose. Perciò, se non fosse discesa sarebbe salito egli, avrebbe frugato nell'anima sua, Dio sa con quante domande. Discese e allegò, per non mangiare, un dolor di capo fantastico. Il signor Marcello le fece dire una fila di bugie con una fila di domande. Parte umiliata del proprio mentire, parte impaziente, ella fu per esclamare rabbiosamente che non aveva nulla di nulla. Non lo fece e il signor Marcello tacque triste, sempre più inclinato a dubitare che donna Fedele avesse ragione, che la ragazza soffrisse della partenza di Massimo. Tacque fino a che Giovanni, servito il pranzo, non li lasciò soli. Appena uscito Giovanni, prima che Lelia finisse di prendere il caffè, le domandò se avesse veduto Alberti che desiderava congedarsi anche da lei. Ella rispose un sì mezzo apatico mezzo annoiato, finì di prendere il caffè, si alzò e chiese il permesso di ritirarsi.
"Va pure, cara" rispose il signor Marcello. La richiamò quand'era per uscire.
"Senti" diss'egli. "Io ti benedico fin d'ora a ogni modo, sia che tu prenda marito sia che tu preferisca di viver sola. Ma, se vivrai sola, spero che non mi accuserai di egoismo perché io avevo pensato..."
E sorrise di un suo sorriso patetico, pieno di tristezza e di tenerezza.
"Grazie, papà" mormorò Lelia. E non si trattenne dal soggiungere, pensando al possibile equivoco:
"Non so se merito la Sua benedizione."
Le parole fredde dispiacquero al povero vecchio. Lelia sentì di avergli fatto male, gliene dolse ma non poté pentirsi di parole che miravano a levargli dannose illusioni. Scivolò in silenzio fuori della sala, chiudendo l'uscio dietro a sé piano piano.
Il signor Marcello non si mosse. Da gran tempo la casa non gli era parsa tanto triste, tanto vuota. Raccolse a sé uno dei due calici ch'erano sulla mensa con pianticelle vive di ciclamini non fioriti, un capriccio di Lelia, disapprovato da lui. Considerò con affettuosa pietà le foglie scure, striate di verde chiaro, il bottone dall'aereo stelo, la picciola vita innocente che, svelta dal suo natio nido di musco a piè di un castagno, posta in quella innaturale dimora, era per donare un fiore ai suoi tormentatori. Il signor Marcello aveva molto amato e coltivato i fiori, se n'era sentito riamare quando tergeva loro le foglie polverose o li dissetava coll'acqua della Riderella, fatta intepidire al sole. La pianticella martoriata, che lo ricreava col suo bel verde cupo, gli era più affettuosa di Lelia che teneva per sé tanta parte dell'anima propria, che difendeva così gelosamente la propria indipendenza morale. Avrebbe volontieri baciata la piccola vita se non se ne fosse vergognato come di un sentimentalismo ridicolo.
Un lungo rombo sordo di tuono dalla Priaforà, stata minacciosa tutto il dì, gli ruppe il fantasticare. Gli venne in mente che la grande invetriata del salone era aperta. Per non disturbare Giovanni che stava pranzando, andò egli stesso a chiudere. Fece il giro del piano terreno, chiuse dappertutto, fedele alla sua abitudine di servirsi dei domestici il meno possibile, e ritornò nel salone. Si faceva notte rapidamente, quasi un'ora prima del tempo. Un lampo arse, sparì; da capo il fragor sordo del tuono fece tremare i vetri. Entrò Giovanni, per chiudere. Vide il padrone, al chiarore dei lampi, gli domandò se desiderasse lume. Il padrone non voleva lume lo mandò a chiudere le finestre del piano superiore, si appressò all'invetriata per guardare le tenebre sferzate dai lampi che gli battevano e ribattevano in faccia, silenziosi, da Val d'Astico. Gli suonava sopra il capo la tumultuaria difesa contro il temporale, voci vibrate, passi correnti, colpi d'imposte. Le grandi scogliere tragiche del Barco balenavano livide, scomparivano. Balenavano, scomparivano i pioppi lungo la Riderella, rigidi nell'aria senza vento, come avamposti di un corpo di riserva che aspettassero, immobili e muti, l'avanzare della battaglia impegnata sulla loro fronte. Scrosciò a piombo, di colpo, la pioggia, cessarono i lampi, non si vide più niente. Il signor Marcello restò a guardare nell'ombra sonora fino a che udì Giovanni entrare collo scalone per accendere le lampade. Gli diede l'ordine di non accendere, com'era la regola quando non si avevano ospiti, o quando la signorina non passava la sera in salone. Bastava portargli la sua lucerna.
Quando l'ebbe si piantò sul naso gli occhiali e si mise a leggere un giornale. Cosa insolita, se ne stancò subito. Non erano che le nove e mezzo, non aveva sonno; e poiché da qualche tempo soffriva d'insonnia, non desiderava coricarsi presto. Neppure aveva voglia di suonare.
Suonava volontieri nelle ore di mestizia calda. Non era una di quelle; era un'ora di cuor pesante e freddo. Di salute si sentiva bene, nessun altro segno premonitore aveva seguito quel deliquio. S'egli si fosse ingannato a quel proposito? Se lo aspettassero lunghi anni di una vita simile? Almeno, se vivesse, vivere per qualche cosa di utile! Aveva meditata in passato, per consiglio di un amico, la istituzione di una colonia agricola. Perché non riprenderebbe quell'idea? Potrebbe intanto scriverne all'amico, domandargli la sua opinione. Pensò come gli dovesse scrivere, se impegnarsi o tenersi libero. E il proposito gli languì nella mente, appena concepito. Si alzò con uno sforzo di volontà per non lasciarlo spegnere del tutto, per andare a scrivere; ma poi non si decise, si impietrò colla lucerna in mano, pensando. Lo scroscio della pioggia era disceso a un sussurro eguale, triste. Il vecchio posò la lucerna, andò nella veranda aperta a guardar la notte.
Pioveva a distesa, senza vento, come di autunno. La pioggia velava le montagne, velava anche i lumi di Arsiero. Quello era il posto dov'egli soleva prendere il caffè con don Aurelio, quando il curato aveva detto messa a Santa Maria dei Monti. Era partito anch'egli, il caro don Aurelio, partito per sempre. Non lo rivedrebbe più.
Ritornò nel salone col cuore grosso. Parole amare contro i preti di Velo gli montarono alla bocca, gli mossero silenziosamente tutti i muscoli del viso, mentre riprendeva la lucerna per andarsene a letto, ché di scrivere aveva perduta ogni voglia. Alla vista della Bibbia e dell'Imitazione che si teneva sul tavolino da notte, si sgomentò di avere ceduto agl'impulsi della sua natura focosa, di avere mancato di carità egli stesso che ne rimproverava gli altri. Se ne confessò a Dio con uno slancio dell'anima e, presa la piccola Bibbia, la strinse a due mani, senza aprirla, come il naufrago una corda, fino a che si sentì fluire pace nel cuore. Posando la Bibbia, gli venne l'idea di andarsi a confessare, l'indomani, proprio dall'arciprete. Tranquillo in questo proposito, registrò, come faceva ogni sera, le spese della giornata. Poiché era l'ultimo del mese e aveva dimenticato di pagare i salari dei domestici, li preparò con cura, ben distinti, sulla piccola scrivania. Preparò anche altri gruzzoli di sussidi mensili a poveri.
Il malinconico sussurro della pioggia lo fece risovvenire dei due calici di cristallo colle pianticelle di ciclamini che erano nella sala da pranzo. Rovistò in un ripostiglio fino a che n'ebbe trovati i due vasetti di terra onde erano stati levati per collocarli barbaramente, come a lui pareva, nel cristallo. Ve li rimise, contento dell'atto pio. Come se udissero piovere e soffrissero di non godere l'acqua vitale del cielo, disse loro, proprio parlando, che li avrebbe portati fuori. E li portò amorosamente fuori, senza curarsi della pioggia, li collocò uno presso all'altro dietro la villa, sul margine del pendio erboso. Raddrizzando la persona fu preso da vertigini. Non vi badò. Gli era successo più volte, anche da giovane, di venir preso da vertigini nell'alzarsi dopo aver frugato nella terra intorno alle sue pianticelle. Attese che fossero passate, ritornò in camera, recitò in ginocchio le preghiere della sera e, spogliatosi, salì sul letto, entrò colle gambe sotto le coltri. In quel momento lo ripresero le vertigini, violente. Appoggiò la testa alla spalliera del letto. Lo corse allora, dalla nuca fino alle gambe, un fulmine. Credette gridare e non gridò, sentì farsi di gelo le braccia, conobbe ch'era la morte, agitò inutilmente le labbra per dire "in manus tuas, Domine" e tutto era già finito, non viveva più nella camera che la fiammella indifferente della lucerna, illuminando il viso di marmo giallognolo reclinato alla spalliera, composto, grave, la selva dei capelli grigio-fulvi. Solo vi aveva battiti il piccolo indifferente cuore dell'orologio d'oro, sul tavolino da notte.
Capitolo Quinto
SPUNTA L'OMBRA DEL SIOR MOMI
1.
Donna Fedele arrivò in carrozzella, alle dieci. Aveva saputo alle nove, da un biglietto desolato di Lelia. Discese all'entrata della veranda aperta per non passare davanti alla camera della Morte. Lelia le venne incontro nella veranda. Le due si abbracciarono, senza parole. Lelia aveva gli occhi lagrimosi; donna Fedele era cadaverica ma non aveva lagrime. Entrarono nel salone. Teresina che vi entrava pure in quel momento dalla sala da pranzo, vista donna Fedele, scoppiò in singhiozzi, si coperse il viso col fazzoletto. Come poté dominarsi, porse a Lelia un telegramma. Donna Fedele la interrogò sottovoce mentre Lelia apriva e leggeva. Si erano accorte di niente, ieri, durante la giornata o almeno la sera?
Di niente, di niente. Non era stato di buon umore, questo bisognava dirlo, ma si sapeva che tanto la fuga di don Aurelio quanto la partenza del signor Alberti lo avevano molto afflitto. Parve che Teresina diventata verbosa. volesse dire altro e poi, fra i singhiozzi, se ne pentisse. E come avevano scoperto?
Rispose Lelia. Giovanni era andato a portargli il caffè alle sette, lo aveva trovato cadavere. Era a letto, seduto, col busto fuori delle coltri e il capo appoggiato alla spalliera. La morte, anche a giudizio del medico, aveva dovuto essere istantanea perché il corpo era composto, il viso tranquillo, non c'era stato tentativo di scendere né di suonare il campanello. Istantanea e avvenuta quando egli era appena salito sul letto, prima che si disponesse a prender sonno. La lucerna ardeva ancora. Teresina aggiunse altri particolari, Giovanni, che dormiva a pian terreno, aveva udito, prima ancora di porsi a letto, il padrone passare e ripassare davanti al suo uscio, aprire la porta della villa verso il monte. E la mattina per tempo, nel mettere in ordine la sala da pranzo, non aveva trovate certe pianticelle poste dalla signorina in vasi di cristallo. Le aveva poi trovate il custode, in vasi di terra all'aperto. Nessuno di casa ne sapeva niente. Certo le aveva portate fuori il padrone perché prendessero la pioggia.
Allora due lagrime spuntarono anche negli occhi di donna Fedele, che parevano insieme sorridere di commozione tenera.
"Avrai bisogno di aiuto" diss'ella, dopo un momento di lotta colla sua commozione, a Lelia. Questa le porse il telegramma ricevuto allora.
Era l'agente del signor Marcello, che annunciava il suo prossimo arrivo da Vicenza con un notaio.
Donna Fedele domandò se ci fossero parenti da avvertire. Teresina sapeva che c'erano dei cugini in terzo o quarto grado, ma il padrone le aveva detto più volte, perché lo ridicesse, che, s'egli venisse a morte, non fossero incomodati.
Entrò Giovanni e chiamò la cameriera. Costei rientrò a dire che l'arciprete e il cappellano chiedevano se la signorina li volesse ricevere. Lelia, seccata, interrogò donna Fedele, che le diede il consiglio di riceverli.
"Intanto" diss'ella, "se permetti..."
Lelia intese, mormorò: "Si figuri". L'altra si avviò, grave, alla camera della Morte per la sala del biliardo e lo studio. Passando per lo studio, la sua mirabile fortezza fu per venirle meno. Ella si era trattenuta ivi con lui poche ore prima. Vedeva il viso rugoso e tuttavia parlante giovanilmente, gli occhi tanto mobili agl'impulsi dell'anima calda, udiva la voce sincera. Pareva che ne fosse uscita allora allora. La sedia a bracciuoli, dietro il tavolo, era spostata per isghembo. Sul tavolo, davanti alla sedia, si vedeva un registro aperto. L'uscio della camera da letto era socchiuso. Donna Fedele lo spinse pian piano, con riverenza, entrò. Vide sul letto, fra due ceri ardenti, il suo vecchio amico vestito di nero, col crocifisso nelle mani di avorio. La moglie del custode, seduta in faccia al letto, presso la finestra, si alzò in piedi. Donna Fedele le propose dolcemente di uscire per una mezz'ora. Intanto sarebbe rimasta lei.
Uscita la donna, si avvicinò al letto, contemplò, stando in piedi, il volto cereo dell'uomo che, solo, aveva in gioventù veramente amato. Lo contemplò con tristezza dolce e serena. La dolorosa sera della sua lunga giornata si era chiusa, egli stava col suo diletto. Se la sorte di lui e di lei fosse stata diversa, s'ell'avesse potuto diventare sua moglie, l'ora della separazione le sarebbe suonata terribile. Sospirò, quasi rimpiangendo che non fosse stata terribile. Chiuse gli occhi, lo vide giovine, ripensò il segreto amore di allora, così delizioso anche nelle sue inquietudini torbide e amare, ripensò in un baleno le ore di musica, le ore di conversazione, i momenti in cui più avevano parlato gli sguardi, in cui si erano quasi detto, velatamente, il loro amore, ragionando di racconti d'amore, di poesie d'amore, di drammi d'amore nella vita reale. Avevano errato, allora, l'uno e l'altra, si erano troppo poco guardati da un gran pericolo. Più lei, più lei, che, s'egli avesse parlato, s'egli avesse voluto, gli avrebbe tutto sacrificato con gioia! Viveva ancora suo padre, allora. Dio, se fosse caduta così, quale orrore! Si chinò a baciare le mani di avorio, s'inginocchiò, pregò, promise al morto amico di essere materna per la donna ch'era stata l'amore del figliuol suo. E poiché egli aveva desiderata, alla vigilia di morire, l'unione che gli pareva buona per lei, buona per la propria casa, promise che quella unione sarebbe. Si alzò, consolata. Udiva distintamente il battere dell'orologio d'oro sul tavolino da notte. Era come se qualche cosa di lui vivesse ancora, potesse avere inteso. Fiori erano stati sparsi sul letto. Ella pensò che altri ne avrebbe tolto uno per memoria. Non seppe farlo né seppe cosa la trattenesse. Baciò ancora le mani di avorio, baciò il crocifisso, a suggello della promessa.
2.
Ella fu molto sorpresa, uscendo dalla camera della Morte, di trovare Lelia nello studio. Era fremente, irritata contro l'arciprete e il cappellano, sopra tutto contro quest'ultimo; tanto irritata che non volle parlarne, lì, presso la salma. Passò con donna Fedele nella sala del biliardo. Sì l'arciprete che il cappellano avevano molto deplorata, nel senso religioso, la fine repentina del signor Marcello; e alle parole di lei che ricordava la vita immacolata e caritatevole dell'estinto, la pietà grande, i Sacramenti ricevuti pochi giorni prima, l'arciprete non aveva risposto che dei freddi "speriamo" e il cappellano niente. Poi l'arciprete si era permesso di accennare ai bisogni della sua chiesa, supponendo evidentemente di parlare coll'erede. Finalmente il cappellano, tutto compunto, le aveva chiesto se quel giovine fosse ancora alla Montanina: "Ho risposto di sì"
diss'ella "per rabbia e perché sono dei ficcanaso. Sapevano certo che Alberti è andato via, perché l'arciprete diventò rosso e il cappellano diventò giallo".
Se donna Fedele avesse saputo che Lelia era stata informata delle voci partite dalla canonica circa gli amori milanesi di Alberti, si sarebbe meglio spiegata quella straordinaria irritazione, un elemento della quale sfuggiva alla coscienza della stessa Lelia. Questa si dolse di non aver fatto subito ciò che intendeva fare adesso: chiudersi nella camera del signor Marcello, non uscirne più che per uscire anche dalla casa. Tanto, in quella casa, ella non era più niente. Il suo dovere era di stare col signor Marcello fino all'ultimo. Partito il signor Marcello, per lei alla Montanina non c'era più posto. Donna Fedele cercò di richiamarla a riflessioni diverse. Visto che si esasperava, giudicò prudente di non insistere, prese congedo, dicendo che sarebbe ritornata la sera. Lelia non disse di gradirlo, le diede un bacio in silenzio e si avviò alla camera sacra. Donna Fedele non voleva partire senz'avere parlato a Teresina. Non ebbe la forza di andarne in cerca, si lasciò cadere in una poltrona del salone, aspettando che passasse qualcuno. Proprio non ne poteva più. Finalmente udì Giovanni e la cuoca discorrere nella sala da pranzo. Giovanni si affacciò prudentemente al salone per vedere se la conversazione fosse sicura; e così donna Fedele poté far chiamare Teresina, dirle di Lelia che si era voluta chiudere lì dentro, che parlava di allontanarsi subito dopo il funerale.
"Spero che verrebbe da me" diss'ella "almeno per qualche tempo, ma non so cosa possa avere in testa, se voglia andare da suo padre o che fare."
Teresina era tranquilla. Allontanarsi? Ma che allontanarsi? L'erede era lei. Il povero padrone glielo aveva fatto intendere, a Teresina, molto chiaro. Donna Fedele espresse un dubbio: se non accettasse l'eredità? Teresina trasecolò. Come mai non accetterebbe? Non foss'altro, accetterebbe per aiutare suo padre. E raccontò del denaro ch'ella era solita spedire per incarico della signorina. Anche lei, la signorina stessa, come vivrebbe? "Cara" disse donna Fedele "quando c'entra l'orgoglio!..." Ma la cameriera non poteva comprendere un tale orgoglio e la signora rinunciò a spiegarglielo. La pregò, invece, di avvertire il vetturale che intendeva di ritornare al villino. Teresina la supplicò di rimanere fino a che venissero il notaio e l'agente, e si potesse sapere qualche cosa del testamento. Non riuscì a persuaderla. Rispose che non voleva parere un'intrusa, che verrebbe se la richiamassero.
Non fu richiamata. Ricevette verso sera le seguenti righe dall'agente del defunto:
"Nobilissima Signora, Per incarico della cameriera Teresina Scotz, mi pregio di farle sapere che stamane mi recai col signor notaio dottor Camilli dal R. Pretore di Schio, presso il quale venne aperto il testamento olografo del povero signor Padrone, ch'era depositato regolarmente presso il suddetto signor notaio. Mi pregio anche di farle sapere che la signorina Lelia Camin è erede universale e che la cameriera Teresina Scotz ha un legato di giornaliere lire cinque, con esenzione dalla tassa. Le notifico pure, sempre a istanza della signora Scotz, che è qui pervenuto al mio indirizzo un telegramma da Padova, sottoscritto Girolamo da Camin, contenente condoglianze, la dichiarazione di essere padre della signorina Lelia, minorenne, e l'annuncio del suo arrivo in giornata, che potrà verificarsi coll'ultimo treno di stasera. La signorina erede ha ammesso di essere figlia del detto signore e di avere vent'anni e pochi mesi; mentre è a mia notizia che il compianto signor Padrone la credeva più vecchia. Col massimo rispetto.
Velo d'Astico (Vicenza), 1 luglio...
Umilissimo e Devotissimo RAG. MATTEO CARROZZI.
Capitolo Sesto
NELLA TORRE DELL'ORGOGLIO
1.
L'ingegnere Luigi Alberti, zio di Massimo, discendente da un vecchio ceppo della media borghesia milanese, abitava un quartierino al terzo piano, in via S. Spirito. Modesto, ordinato all'antica, arredato di vecchi mobili, di vecchi quadri assai buoni, ricco di vecchi libri, sfornito di comodità moderne, di acqua potabile, di gaz, di luce elettrica, l'alloggio rendeva immagine del padrone. L'ingegnere Alberti era veramente nella struttura monolitica del carattere, nella solidità delle convinzioni religiose morali, nella ferrea coerenza delle azioni colle idee, nei criteri del giudicare uomini e cose, nella fede alla tradizione, un superstite di generazioni antiche. Egli stesso si qualificava nel modo milanese che segue, coll'aria di appartarsi contento dal mondo moderno in un suo ideale angolo solitario, spregiato e caro: "sont on andeghee", sono un antiquario, un uomo del passato. Nella umiltà del cuore, nella noncuranza dei beni e dei piaceri terreni, nella purezza verginale del costume, nella dissimulata generosità, era un cristiano dei tempi evangelici.
Parsimonioso per sé, era largo al nipote Massimo, orfano e in cattive condizioni di fortuna. Gli voleva bene piuttosto per un dovere di coscienza che per impulso del cuore. Il suo cuore era tutto raccolto in un culto sacro, nella memoria della sua povera moglie, morta da qualche anno senz'avergli dato figli, donna di esemplari virtù cristiane, di vivace intelligenza, di modi soavi, che aveva fedelmente amato il marito malgrado le sue scarse attrattive fisiche, le inettitudini alla vita sociale, certe piccole stranezze incomode, le resistenze a quel ragionevole spirito di modernità cui ella avrebbe volontieri aperta la casa e conformate le abitudini del vivere. Non prese il nipote presso di sé per non dover modificare ii proprio antiquato regime di vita e quello dei suoi vecchi domestici, un cuoco e una cameriera, che gli erano affezionatissimi. Gli assegnò invece tre stanze al secondo piano della stessa sua casa, dove la moglie del cuoco gli faceva il servizio. Nel trattare col nipote, l'ingegnere era sempre un po' impacciato, non proprio cerimonioso, ma piuttosto gentile che cordiale. Il padre e la madre di Massimo avevano sciupate le loro sostanze vivendo troppo signorilmente; e delle abitudini signorili di Massimo lo zio pareva quasi aver soggezione.
Nell'offrirgli, come al parente più prossimo, il proprio benefico appoggio, un quartiere, un assegno, la mensa quando gli piacesse, se n'era quasi scusato come di un'offerta inferiore alla sua condizione.
Avrebbe trattato Massimo con più schietta familiarità se non avesse sentita una gran distanza fra il nipote e sé, distanza sentita pure da Massimo, penosamente. Non era soltanto distanza di abitudini; era sopra tutto distanza d'idee. In politica l'ingegnere era un giudice appassionato dei partiti e degli individui di tendenze opposte alle sue. Discorrendone nell'intimità andava facilmente, se contraddetto, fuori dei gangheri, una irascibilità strana gli divampava così da inceppargli, quasi la parola. Modernismo e riformismo religioso gli dispiacevano più ancora che socialismo e radicalismo. Non era però clericale. Lettore assiduo della "Perseveranza", votava secondo le indicazioni della "Perseveranza", era sempre andato alle urne politiche anche quando l'Autorità ecclesiastica non lo permetteva.
Voleva i preti in chiesa e in sagrestia, non nella vita pubblica, non nella stampa politica. Ma in chiesa e in sagrestia ne riveriva l'autorità con soggezione intera. Perciò quando udì parlare di Massimo come di un discepolo di Benedetto e di Benedetto come di un eretico e di un ribelle se ne turbò molto. Interrogò qualche prete per averne notizie certe, non osando aprirsi direttamente al nipote. Ora trovò chi gli disse che suo nipote si avviava purtroppo per la stessa strada dei ribelli all'Autorità, di coloro che non ammettevano i dogmi fondamentali del Cattolicismo, i Sacramenti, l'autorità del Pontefice; ora trovò chi credette di poterlo rassicurare circa tutti questi punti. Rifuggì sempre dal parlarne a Massimo per paura di esserne tirato a discutere, ciò che nella sua candida fede, avida di affermazione, non avrebbe voluto far mai. Una sola volta gli toccò, per lettera, di questi suoi timori. La risposta del giovine, molto serena, schiettamente ortodossa, lo rassicurò, ma solo per qualche tempo. Gli dispiaceva pure che Massimo non pensasse sul serio a trar profitto de' suoi studi di medicina. Udiva parlare di altri studi, religiosi e letterari, di conferenze sulla scienza e la Fede, sul socialismo cristiano. "Bellissim rob" aveva detto a un tale che gli vantava l'operosità di Massimo, "bellissim rob che concluden nient."
Neppure intorno a ciò si apriva con Massimo. Lo stimava inutile, si rassegnava a non comprendere questo esemplare della nuova generazione e a non esserne compreso. Ragione voleva che Massimo fosse il suo erede ed egli intendeva disporre dei propri averi secondo ragione, ma poi il suo ritornello mentale era: "Troverà quel che troverà".
Dopo la morte della moglie l'ingegnere non teneva nessun conto del denaro. Viveva con una piccola parte delle sue rendite discrete. Il resto era, misuratamente per Massimo, senza misura per quanti bisognosi facessero appello alla sua carità, per Istituti pii e persino per il piccolo Comune dove aveva villeggiato con sua moglie durante lunghi anni.
Un mese prima del suo viaggio a Velo d'Astico, Massimo tenne due conferenze all'Università Popolare sui Riformatori italiani del Secolo sedicesimo. Vi sostenne la tesi che se quegli uomini, alcuni dei quali esaltò per l'ingegno e la virtù, non si fossero ribellati all'autorità della Chiesa, le loro idee avrebbero fatto maggior cammino, con vantaggio della Chiesa stessa. L'ingegnere ne fu scandolezzato al pari di quasi tutti i conservatori milanesi, che si accordarono con radicali e socialisti nel gridare la croce addosso al conferenziere.
Per i primi egli era un eretico ipocrita, per i secondi un debole, quasi un vigliacco, per tutti un sognatore. L'ingegnere si sfogò con qualche amico, fra gli altri con un prete, certo don Santino Ceresola, generoso uomo, infervorato nelle opere di carità, che appunto allora ne pensava una molto bella ma superiore anche molto alle sue forze.
Egli aveva già ottenuto dall'ingegnere somme rilevanti per altri scopi e adesso non poté a meno di pensare che, se avvenisse una rottura fra zio e nipote, ne potrebbe approfittare il suo futuro Pensionato di studenti delle scuole medie. Quando aveva in mente una Istituzione di carità da fondare, o almeno da soccorrere, un'idea buona qualsiasi da porre in atto, se ne invasava e gli pareva che tutti avessero a diventarne egualmente invasati, a profondergli denaro in proporzione delle loro sostanze. E nella sua testa le proporzioni ingrossavano facilmente. L'ottimo uomo non pensava che a quello, non parlava che di quello, riusciva a infastidire mezzo mondo, a far prendere in uggia lui, le sue opere, il Bene sociale, morale, intellettuale, ogni altra sorta di Beni seccatori; e anche però a prosciugare le tasche, con soddisfazione vicendevole, di qualche rara persona pia, candida, denarosa, come, del resto, si era da un pezzo prosciugate le proprie.
Cipigli di parenti che si tenevano defraudati da lui del proprio, ne incontrava molti. Qualche figliuolo lo aveva messo, di nascosto dal padre e dalla madre, alla porta. Ma questi non erano dolori per lui che, toccatone uno, se ne andava felice del suo minuscolo martirio, pieno di cielo nel cuore, giustificando il nomignolo di "Beata Ciapasü" procacciatogli dal suo viso di vecchia monaca, dalla sua voce sottile, dalla eguale beatitudine colla quale si prendeva quattrini e strapazzate. Egli aveva parlato più volte all'ingegnere del Pensionato, e l'ingegnere, cuor generoso ma testa quadra, aveva sempre cercato di persuaderlo che sognava, che neppure sarebbe riuscito a trovare i quattrini per l'area. Partito Massimo per Velo d'Astico, egli capitò un giorno tutto gongolante in via S. Spirito colla notizia che una vecchia dama gli aveva regalato duemila metri di terreno a Porta Vittoria; e siccome l'ingegnere meravigliato, esclamò "ovèj!", egli rispose tacitamente, nei proprio interno, con un altro "ovèj!" di rideste speranze e decise di porre l'ennesimo assedio al forzierino che tante volte gli aveva aperto gli sportelli. Cominciò a pregare l'ingegnere di allestirgli un progetto, un progettino, uno schizzo, per ora, con un preventivo sommario, due righette, un numerino.
L'ingegnere capì benissimo dove si andava a finire con tanti diminutivi. Si schermì, sulle prime. "Ben, ch'El senta!" proruppe finalmente alle insistenze dell'altro "il progetto, come posso, mi ghel foo, ma denari...!" E rise di un riso eloquente. La Beata protestò - oh dess oh dess! che a domandargli denari non aveva mai pensato. Ma intanto l'uncino prese e le visite di don Ceresola spesseggiarono. L'ingegnere dovette recarsi più volte con lui a Porta Vittoria. Una volta il prete non lo trovò in casa e si trattenne colla cameriera, la Bigin, sua penitente, candida a sessant'anni come lo era stata a dodici. Don Santino la mise a parte dei suoi disegni con grandi raccomandazioni di segretezza, le insegnò come dovesse fare per dargli aiuto, quasi quasi le prometteva il Paradiso se riuscisse a far mettere il Pensionato nel testamento del padrone. Toccò il tasto delle relazioni fra zio e nipote, seppe che una volta lo zio aveva detto scioperata la vita del nipote. La Bigin non poté promettere molto perché il padrone "dininguarda a parlagh di soeu rob! El dà minga confidenza". Ma insomma, se si presentasse l'occasione... L'occasione non si presentò anche perché la buona creatura non avrebbe capito in cent'anni a cosa servisse il Pensionato, del quale credette da principio che fosse un impiegato in pensione, caduto nella miseria.
"Minga minga minga!" fece don Santino, senza ridere. E lei: "Ah no ah no ah no?". Dopo di che si accontentò di stamparsi bene in testa queste cinque parole: "il Pensionato di don Santino" e di ripetere al padrone, a proposito e a sproposito, che a don Santino, lei, se fosse stata ricca, avrebbe dato persino la camicia; cosa che, a dir vero, avrebbe potuto fare anche essendo povera e non fece.
2.
Massimo, partito da Arsiero alle sei della sera, arrivò a Milano dopo le sei della mattina. A San Spirito non lo aspettavano. L'ingegnere, lievemente indisposto da due giorni, riposava ancora. Il cuoco e sua moglie fecero al padroncino accoglienze insolitamente festose. Sarebbe stato ben difficile intenderne il perché recondito. I coniugi avevano presto subodorato la ragione delle visite frequenti di don Santino:
qualche diavoleria da cavar gran danari al padrone. "Vedaret" aveva detto la moglie del cuoco, la Peppina, al suo Togn: "quell lì el va adree, el va adree, fina ch'el ghe mangia foeura tusscoss". E allora veniva in campo la morale: il padrone muore pelato dal prete, le pensioncine della servitù se ne vanno in Emmaus, Togn e Peppina d'accordo non rifinivano di dare alla Bigia della stupida perché magnificava la santità del suo confessore e non si accorgeva che il confessore l'avrebbe messa sul lastrico. La buona donna rispondeva tutta scandolezzata: "Gavii minga vergogna de pensà a quii rob lì?
Gavii minga vergogna?"
I due fecero dunque accoglienze insolite a Massimo che consideravano come un socio del pericolo e nell'intervento del quale ponevano, perciò, la loro maggiore speranza. Pensarono subito a metterlo sull'avviso. Non credettero però conveniente di farlo a bruciapelo e prima di aver meditato bene il modo di entrar in discorso. La Peppina, più avida, più biliosa, più inquieta, avrebbe voluto parlare quella mattina stessa. Mentre ne discuteva con suo marito, Massimo uscì di casa per andare verso Porta Magenta, d'ove, a due passi dal Monastero Maggiore, dimorava l'amico di don Aurelio.
Camminava adagio, pensando Velo, il silenzio dei castagneti e dei prati, il rumore profondo del Posina, pensando Lelia e non volendo pensarla, sentendosi stringere l'anima fra le facce volgari delle case di destra e di sinistra come da una rigida morsa, soffrendo anche di mescolarsi alla gente. Nel suo desiderio di don Aurelio erano pure i ricordi della quiete di Lago, della piccola chiesa, della umile canonica. Le pietre dei sentieri solitari di Velo gli erano parse avere senso dell'anima sua. Nelle pietre delle vie di Milano sentiva uno spirito di ripulsione, lo spirito della lunga lettera ricevuta alla Montanina poco prima di partire, letta, riletta dieci volte, in viaggio, coll'amara crudele compiacenza di farsi male a sangue, di tentarsi e ritentarsi la ferita. Gliel'aveva scritta un amico del quale Massimo dubitava che oscillasse un poco, segretamente, nelle opinioni e nei sentimenti professati a voce, che piegasse un poco a ogni assalto di avversari, che si compiacesse un poco di esagerarsi, con lui, il dovere della schiettezza per riferirgli spiacevoli giudizi sul conto suo, di fronte ai quali l'amico stesso, in fondo, aveva tentennato. La lettera era una minuta relazione di atti e di parole ostili a Massimo, che l'informatore aveva raccolto nel campo dei clericali intransigenti, in quello dei modernisti, nella società elegante e scettica. La Società di S. Vincenzo de' Paoli aveva deliberato di espellere il socio che per poco non si era fatto apologista degli eretici italiani del secolo sedicesimo. Era stato proibito ai librai cattolici di vendere le conferenze. In una casa clericale si era asserito che Alberti era a Velo d'Astico per preparare, insieme a don Aurelio, la pubblicazione di un periodico modernista. Un frate aveva alluso dal pergamo, poco velatamente, al Discorso sugli eretici come a una opera di sottile arte diabolica, più pericolosa dei libri apertamente blasfematorii e delle pubblicazioni oscene. Un giornale clericale aveva commiserato l'autore, chiamandolo infelice. Si erano anche fatte correre, sempre nel campo clericale, voci poco edificanti sulle sue relazioni con certa signora. Questa fu la sola parte della lettera che divertisse Massimo, perché quella povera signora, una bravissima donna, era proprio la negazione della bellezza, della grazia, dell'amabilità. Nel campo modernista si disprezzava Massimo come un povero untorello, un fiacco, un timido, uno che non sapeva sciogliersi dalle pastoie della tradizione né far fronte alla tirannia esercitata sulle coscienze, un giovine vecchio, rimasto indietro di vent'anni, non proprio un clericale ma poco diverso da un clericale; e ne ridevano.
La società elegante, scettica, era male disposta verso di lui. Le donne, salvo poche eccezioni, gli erano ancora più contrarie che gli uomini. Gli uomini lo giudicavano un indeciso, una mediocrità da mezzi termini. Le donne, anche talune di quelle che andavano a messa, avrebbero voluto che in tutto esaltasse i ribelli o in tutto li condannasse. Lo accusavano di farisaismo e di viltà. L'amico scriveva di essersi trovato solo a difenderlo, una sera, in certa casa patrizia, contra la Dea Maggiore e la Dea Minore del luogo, madre e figlia, accanite, invelenite sue accusatrici. Scriveva di averlo difeso ma non era chiaro se il difensore fosse ben convinto delle proprie tesi, o no. Pareva piuttosto che lo fosse a mezzo, pareva che ostentasse troppo il suo zelo, che volesse troppo evidentemente farsene un merito.
Niente di tutto ciò poteva riuscire nuovo a Massimo che appunto aveva lasciato Milano durante la tempesta; ma poiché gli pareva di esserne stato lontano un secolo, non si aspettava davvero di ritrovarvela tanto grossa. Al posto suo, don Aurelio avrebbe mansuetamente pregato per i maligni offensori, si sarebbe consolato colle parole dell'Imitazione: "Quid sunt verba nisi verba?". Massimo, che non era un tal santo, discese invece, a ristoro, in una sua interna onda saliente di orgoglio, si consolò erigendosi nel segreto del cuore, con tacito disprezzo, su tutte le plebi, sulla plebe clericale fanatica, sulla plebe modernista presuntuosa, malsicura di quel che pensa, di quel che vuole, sulla plebe dei salotti aristocratici, delle donnine inverniciate di cultura o anche gregge, che si arrogavano di sentenziare per dritto e per traverso, senza intelletto, abituatevi dalla cortesia servile degli uomini. Se mai negli ultimi tempi aveva dubitato della propria fede, se mai era stato tentato di appartarsi da qualunque lotta religiosa, adesso, a fronte di tante facce ostili o ironiche o commiseranti, arse di mostrarsi loro sdegnosamente fermo sulla propria via.
Non trovò don Aurelio presso il suo amico prete. Erano usciti ambedue.
La fantesca credeva che fossero andati dall'Arcivescovo. Potevano forse ritornare da un momento all'altro. Infatti Massimo li incontrò sulla scala, discendendo. Don Aurelio, sulle prime, non lo ravvisò. A Milano? Come mai? L'altro prete, vedendo Massimo, si oscurò in viso.
Era un ottimo uomo, rigidissimo in fatto di dottrina ma non portato a pensar male, a fiutare eresie ed eretici dappertutto, pieno di carità, giusto, incapace di spionaggi e d'ipocrisie. Proteggeva don Aurelio perché ne conosceva le opinioni rosminiane, avverse all'agnosticismo, il costume e la pietà esemplari. Di Massimo non pensava così. Ne aveva disapprovato il discorso, prestava fede, non conoscendolo che di saluto, a certe calunnie di origine farisaica.
Massimo comprese e invece di trattenersi con don Aurelio lo pregò a voler passare da lui verso mezzogiorno. Malgrado l'ora mattutina, erano appena le dieci, pensò di recarsi appunto da quella signora il cui nome era stato malignamente accoppiato al suo. Ella gli aveva mandato, giorni prima, un biglietto a San Spirito colla preghiera di passare da lei, a qualunque ora, appena ritornasse a Milano. Massimo vi andò per cortesia ma non volentieri, malgrado l'affinità d'idee politico-religiose che lo aveva legato un tempo a quella signora in una comune azione di propaganda. La buona signora, che aveva un marito molto accorato delle sue inquietudini idealistiche e quattro grossi figliuoli, uno più maleducato e sudicione dell'altro, lo accolse con una esplosione spaventevole di angoscie affettuose. Ma finalmente! Ma finalmente! Ma, caro Alberti, caro Alberti! Cosa ha fatto? Dove si è cacciato? Perché è fuggito? Perché è stato fuori tutto questo tempo?
Cosa Le è venuto in mente? Ma non sa come le cose sono andate peggiorando qui? Non sa che sono tutti contro di Lei? Se fosse stato qui, avrebbe potuto difendersi, persuadere, e Lei si eclissa, non se ne sa più niente! Qualcuno ha persino detto ch'Ella era entrato in un convento come il Suo maestro. Chi diceva a Subiaco, chi diceva a Praglia. E non sa questo? E non sa quello? Qui la signora, che professava in teoria un disprezzo mistico del mondo e in pratica si prendeva una scalmana per ogni chiacchiera un po' salata che le riferissero, raccontò a Massimo le stesse cose, su per giù, che gli aveva riferite l'amico. Quando venne alla più delicata si coperse a due mani il viso quadragenario ed esclamò, fra gemebonda e ridente:
"Oh Dio Dio, Alberti Alberti, ma non sa ch'Ella non dovrebbe venire da me, che forse faccio male a riceverla? Non sa cos'hanno avuto il coraggio di dire?".
La signora aveva una cameriera molto bella. Massimo era tanto seccato da quel torrente di ciarle rotto in mille sprazzi, sentì così acuto il ridicolo della situazione, che gli scappò detto: "Cosa? Forse che vengo per la Sua cameriera?".
La signora rimase un momento interdetta, ma era troppo buona e semplice per offendersi, fu anzi contenta dell'equivoco, non suppose Alberti capace di malignità. Solamente dopo la sua partenza, riflettendo sull'equivoco, si domandò come mai egli avesse notato la gioventù e le grazie della cameriera, si disse nel segreto del suo cuore candido: "Guarda on poo!". Allora troncò il discorso con un frettoloso "Basta basta basta, meglio non parlarne!". E mise in campo la proposta che le stava a cuore: una terza conferenza. Bisognava tenere assolutamente una terza conferenza, per spiegare la prima e la seconda, correggere certe impressioni, sopra tutto quella di un ossequio esagerato all'Autorità.
Ella ne aveva conferito con alcune amiche. Era in grado di proporgli un tema bellissimo e opportunissimo: "Da Dollinger a Loisy". "Cara amica" rispose Massimo, "se riprendo la penna, non sarà per scrivere delle conferenze, sarà per farne una striglia. Ma non credo che la riprenderò."
Ritornato a casa verso mezzogiorno, trovò un telegramma di donna Fedele coll'annuncio della morte del signor Marcello. Ne rimase esterrefatto, desolato. Non avrebbe creduto di volergli tanto bene!
Andò a salutare lo zio col telegramma in mano e la faccia stravolta.
Di solito i loro incontri erano penosamente silenziosi e tanto lo zio quanto il nipote, ma il nipote assai più, si torturavano il cervello per cercare temi di conversazione che permettessero loro di rompere il silenzio senza contatti sgradevoli d'idee e di giudizi. Il funebre telegramma diede loro argomento di discorrere e fu, in quel primo incontro, un sollievo, perché l'uno e l'altro avrebbero avuto la mente imbarazzata di troppi temi da non toccare. Il telegramma ne prometteva un altro col giorno e l'ora del funerale. L'ingegnere domandò: "Vai?".
Massimo esitò un momento. Il sì gli salì fino alla gola. Rispose "no"
risolutamente, per legarsi, togliersi al pericolo di qualche possibile debolezza. L'ingegnere non parlò ma gli si vide in faccia che quel "no" gli era parso strano. "Vorrai mandare un telegramma" diss'egli, e offerse di farlo spedire dal cuoco, dopo colazione. Massimo rispose che non occorreva. Ci avrebbe pensato egli. Fece colazione collo zio e salì nel suo quartiere, pieno il cuore di Lelia in lagrime, sola nella villa ottenebrata dalla Morte. Prese la penna per preparare il telegramma. Ancora lo strinse alla gola il desiderio di andare, di vederla. Gittò la penna, dicendo forte, rabbiosamente:
"Dio, come son vile!"
E si guardò intorno, atterrito che qualcuno avesse potuto udirlo.
Riprese la penna, pensò. Cercò parole diverse dalle solite, parole espressive dei suoi particolari sentimenti verso il morto e verso la viva. Non venivano. Gli parve che sarebbe stato più opportuno un telegramma incolore. E se, invece di un telegramma, spedisse una lettera? Decise di telegrafare a donna Fedele e di scrivere alla signorina. Scrisse queste poche parole, rapidamente:
"Signorina, Ella piange, immagino, un uomo che La beneficò paternamente. Io lo piango più ancora di Lei per il beneficio che n'ebbi, superiore a qualsiasi altro: per un alto, spirituale, inestimabile beneficio di affetto e di stima. Sia benedetta, come la memoria del figlio, la memoria del padre.
Dev.mo MASSIMO ALBERTI.
Entrò la Peppina e annunciò don Aurelio. La triste notizia datagli da Massimo lo addolorò, non lo sorprese. Prevedeva; solo non avrebbe creduto così presto. Povero signor Marcello! Dopo essersi confessato da lui l'ultima volta, gli aveva parlato della signorina Lelia, del suo dolore di lasciarla, probabilmente presto, sola, senz'appoggio, esposta a ricadere in mano di suo padre, a finire Dio sa come. Don Aurelio non andò più oltre, interrogò Massimo collo sguardo. "Cosa è successo?" dicevano quegli occhi inquieti, presaghi di una risposta non lieta. Massimo non aspettò parole, rispose:
"Mi vede qui." Don Aurelio tacque, addolorato. Poi gli domandò sottovoce se non andasse al funerale. "No" rispose il giovine.
"Scrivo. Anzi ho scritto. Vuol leggere?" E gli porse la lettera. Don Aurelio lesse, durò a guardare lo scritto dopo averlo letto.
"Va bene" disse finalmente, "ma capisco che tu abbia scritto "affetto", non capisco che abbia scritto anche "stima"."
"E la parola che ci vuole" rispose Massimo. "Lo creda pure"
Don Aurelio gli restituì, sospirando, la lettera, non chiese spiegazioni che sarebbero state, lo indovinava, penose. E raccontò la visita fatta all'Arcivescovo cui aveva recato una lettera di presentazione del Vescovo di Vicenza. Sua Eminenza lo aveva accolto con molta bontà, gli aveva promesso di accettarlo nella sua diocesi.
Certo un po' di tempo, per metterlo a posto, ci voleva. Intanto, perché potesse guadagnarsi un pane, gli si potevano cercare delle ripetizioni. Si avvicinava l'autunno, c'erano gli esami di ottobre, il momento era buono. Gli consigliò finalmente di vivere a sé, con grande prudenza. Disse questo paternamente e paternamente anche sorrise dei preti di Velo d'Astico. "Me li immagino; buona gente, brava gente, ma che vede eretici dappertutto. Conosco un prete ch'è venuto a denunciarmi come eretico un collega che abborre tanto il vino da condire l'insalata col limone invece che coll'aceto." Don Aurelio era molto contento. E i suoi libri? Cosa ne succederebbe, ora? Massimo lo rassicurò. Donna Fedele avrebbe pensato a tutto. Egli era curioso di sapere cos'avesse detto di lui l'amico di don Aurelio quando si erano incontrati sulla scala.
"Ho visto" diss'egli "la faccia che ha fatto!"
Don Aurelio sorrise.
"Mi ha detto molto male di te, ma in buona fede, pover uomo, per averlo inteso dire. Mi ha detto che sei teosofo, che non credi nella divinità di Cristo, che non credi nella Risurrezione, che non credi nella Presenza reale e via di questo passo. Insomma ho avuto molto da fare a persuaderlo che s'ingannava. Quando si è persuaso, ne è stato molto felice, però mi ha consigliato di vederti poco."
"Ci scriveremo" disse Massimo. "Del resto io non desidero certo di rimanere a Milano lungamente."
Informò l'amico dei fastidi e degli sdegni che gli rendevano grave il soggiorno di Milano. Poi gli si aperse circa certe preoccupazioni di carattere diverso che gl'impedivano di ripartire al più presto. Di proprio non possedeva che un capitale di quarantamila lire, investito in un mutuo ipotecario di prossima affrancazione. Dallo zio aveva l'alloggio e il servizio, la mensa quando gli piacesse, e un assegno di duecento lire il mese. Le milleseicento lire che gli fruttava quel capitale erano la piccola rocca della sua indipendenza. Malgrado l'affetto che sentiva per lo zio, la venerazione che gl'ispiravano le grandi virtù di lui, temeva sempre che dal profondo disaccordo latente delle loro idee, delle loro tendenze intellettuali, potesse venire una crisi nella quale gli riuscisse grave il giovarsi ancora della sua generosità. Perciò, inclinando poco all'esercizio della medicina, non avendo modo di campare coi lavori prediletti, gli era necessario di collocar bene quel danaro. Lo disse a don Aurelio sorridendo malinconicamente delle preoccupazioni materiali cui non possono sottrarsi neppure i più fervidi idealisti. Nel caso suo gli s'imponevano ricerche di persone che avessero bisogno di danaro, pratiche con notai, contratti; oppure indagini sulla solidità di titoli bancarii, di titoli industriali, negoziazioni di quel genere.
Non poteva pensare alla rendita pubblica che al tasso di allora gli avrebbe reso quasi duecento lire meno. "Anche duecento lire"
diss'egli, "per me possono significar molto."
I due amici uscirono insieme; don Aurelio per una visita che avrebbe potuto fruttargli due lezioni la settimana, Massimo per mettere alla Posta la sua lettera e per telegrafare a donna Fedele.
3.
L'indomani mattina la Peppina disse a Massimo che suo marito lo pregava di volerlo ascoltare. Il marito venne e ricomparve anche la Peppina, si tenne presso l'uscio, quattro passi più indietro del consorte, in un'attitudine di sostegno. Il Togn, appena oltrepassato l'iniziale "ch'el senta", s'impelagò in un mare di scuse per quello che intendeva dire in un mare di - L'à de perdonà - tocariss minga a mi mi me sta minga ben - el soo - l'è inscì - ma insomma - eccola - certi rob - mi l'è la premura che goo per Lü - se po minga tasè - certi rob - vera ti? - La mogli, interpellata così, mormorò "sì, già"
e con un - eccola - finale il Togn chiuse il suo esordio.
Aperse la seconda parte dell'orazione presso a poco nello stesso modo:
"Donca, ch'el senta." E volgendosi ogni tanto a raccogliere le conferme della moglie con dei "vera ti?", si mise a raccontare le gesta della Beata Ciapasü. Ne fece la biografia, trattenendosi particolarmente sull'ultimo episodio, sul progetto di fabbrica a Porta Vittoria, sul dono della dama, sulle visite quotidiane, o quasi, all'ingegnere. Preparò così una uscita di effetto nella quale innalzò anche un pochino il linguaggio, colorendolo colla cantilena speciale degli avvertimenti profetici. "E ben, io ci dico che quel Ciapasü lì el sarà la rüina di questa casa. Mi L'avvertissi, io L'avvertisco, perché l'è il mio dovere che giüsta sem d'accordi anca cont la donna chì - vera ti? - E Lü ch'el se fida de io. Adess el sentirà."
Massimo non udì il racconto profetico delle macchinazioni che minacciavano il gruzzolo dell'ingegnere, perché, quando gli parve di avere afferrato il senso intimo del discorso, interruppe l'oratore.
Come? Non era padrone dei suoi danari, il signor ingegnere? Che ragione avevano loro di dolersi che li spendesse in un modo o in un altro? Vista la mala parata, i due s'infervorarono a protestare che si erano decisi a quel passo unicamente per il suo interesse. Allora Massimo andò tanto sulle furie che i due malaccorti coniugi - ch'el scüsa ch'el scüsa ch'el scusa - infilarono l'uscio.
Egli si recò, più tardi, dal suo notaio. Ritornando a casa, incontrò l'amico che gli aveva scritto la famosa lettera. Costui era andato a cercarlo a San Spirito, lo voleva portare a colazione da una dama di conoscenza comune. Massimo rifiutò. L'amico insistette. Aveva un biglietto napoleonico della dama: "So che Alberti è a Milano. Me lo porti domani a colazione, vivo o morto". Egli stesso era invitato da tre giorni, supponeva che vi fosse molta gente. La dama, un'egoista intelligente, sentimentale, colta, si prendeva talvolta il gusto d'invitare una quantità di persone delle più opposte tendenze, accontentandosi, se erano stupide, che fossero ricche o titolate, se erano intellettuali, che avessero la camicia pulita, pigliandole anche colla camicia sudicia se celebri. Qualcuno si seccava e non ci ritornava più. La maggior parte ci ritornava, chi per la conversazione arguta della dama, chi per l'eleganza delle sale, chi per l'abilità del cuoco, chi per la squisitezza dei vini, chi per vantarsene e vantare ogni cosa, chi per vantarsene e dir male di ogni cosa. Massimo immaginò che la dama ci tenesse tanto ad averlo, per darlo in pasto ad avversari suoi. Gli pareva già di udirla giustificarsi. "La ho desiderata per amicizia, perché Ella potesse dire le Sue ragioni", mentre in fatto il solo suo fine era di divertirsi, mettendo alle prese fra loro della gente d'ingegno. Ella lo sospetterebbe forse di viltà, ma che gliene importava? In nessun caso e da nessuno avrebbe accettato un invito a colazione mentre il povero signor Marcello giaceva ancora sul suo letto funebre. L'amico trovò esagerato questo riguardo, ma non lo poté discutere.
Massimo fece colazione collo zio che trovò perfettamente bene e in colloquio con don Santino, il quale, al comparire del giovane, sgattaiolò via quasi a precipizio. Lo zio non parlò di questa visita se non dopo che fu portato il caffè, quando la Bigin, che aveva servito, se ne fu andata a far colazione per conto proprio. Allora ne parlò, sottovoce, esagerando il tono della confidenza, come se il dire solo "t'è vist quel pret?" fosse già mostrare un segreto della cassaforte. La confidenza continuò, sempre sottovoce, bonaria, insolitamente affettuosa, un po' confusa però, per la preoccupazione di un fine premeditato, per il dubbio di urtare in qualcheduno o in qualche cosa prima di arrivarvi. Il viso dell'ingegnere era ilare; anzi, sulle prime, furono più le risatine che le parole. Le risatine andavano al cuoco e alla moglie del cuoco, che non potevano vedere il prete. Il padrone se n'era accorto, aveva indovinato i loro timori segreti e rideva; perché la sua grande indulgenza per i domestici non gli toglieva di giudicarli per quello che valevano e forse anche per meno. Aveva dunque indovinato che vedevano di mal occhio il prete "perché creden de restà in camisa lor". Il cuoco gli aveva detto una volta, quasi aspramente: "El sa quell ch'el fa, quel pret lì, a vegnì chi!". La cameriera no. La cameriera era tutta cosa di don Santino.
Alla cameriera l'ingegnere aveva detto un giorno, sicuro ch'essa lo avrebbe riferito al cuoco, che a quel sant'uomo egli sarebbe disposto di dare tutto il suo. Qualcosa di simile aveva detto anche alla Peppina. "Foo a posta!" diss'egli piano, in falsetto, spalancando la bocca con una risatina di soddisfazione per la propria malizia feroce.
Poi parlò sul serio dei progetti del prete e delle proprie disposizioni. Intendeva dare per niente l'opera propria d'ingegnere e cinquemila lire. Il prete sperava molto di più ma, quanto a questo, conchiuse l'eccellente uomo, "l'è matt". Soggiunse che conosceva i propri doveri e non soltanto quelli verso i domestici. Massimo pensò ch'egli avesse saputo delle informazioni dategli dal Togn e che tutto il discorso avesse lo scopo di rassicurarlo. Ne fu molto seccato.
Protestò di non conoscergli altri obblighi oltre a quelli verso i domestici. Mentre parlava così, lo zio borbottava continuamente: "Ma ma ma ma ma", tenendo gli occhi sulla tovaglia e scotendo le mani, come per allontanar da sé le parole del nipote. Messo fuori, quando poté, un "te vedet?", fece, con certo suo particolare tono di fermezza blanda, una dichiarazione di principii testamentari. Di quello che aveva guadagnato colla professione poteva disporre liberamente; quello che aveva ereditato da parenti doveva andare a parenti. Siccome Massimo protestava più che mai, si oscurò nel viso, parve volergli fare intendere che non era questione di affetto ma di coscienza, esclamò concitato: "Pientèmela lì, pientèmela lì, perché adesso io devo fare i miei mille passi per la mia digestione" e, alzatosi da tavola, congedò il nipote. Quando faceva i mille passi per la digestione percorrendo cinquanta volte in su e in giù quattro stanzette in fila, voleva esser solo. Massimo uscì, risoluto di abbandonare Milano, di provvedere a se stesso, di fare quanto stava in lui perché lo zio non lo considerasse un ostacolo, un limite, alle sue buone opere.
4.
Prima di pranzo quel tale amico venne a cercare di lui. La dama, desolata di non averlo avuto a colazione, sperava vederlo la sera. Non era una sera di ricevimento. Alberti non avrebbe trovato che pochi intimi.
Vi andò alle nove e mezzo. Trovò la dama sola con una sua figliuola nubile, una signorina sui venticinque anni. La dama non l'aspettava così presto e quasi ne parve inquieta, tanto temé in cuor suo che fosse venuto presto per partirsene anche presto, ciò non essendo nei disegni di lei. Fu molto gentile, gli parlò di questa morte che lo aveva turbato, s'informò del morto, della villa, del paese. In breve il povero signor Marcello fu da lei sepolto e dimenticato. Passando dallo stile compunto allo stile scherzoso, ella domandò, sorridendo senza dirne il perché, se Praglia fosse molto lontana da Velo d'Astico. Massimo diventò rosso e stava per rispondere che era lontana quanto tutte le lingue milanesi, meno la sua propria, messe in fila, quando, per fortuna, sopraggiunsero due signore e due signori, accolti molto festosamente dalla signorina, che con Massimo era stata quasi impertinente, aveva persino letto un giornale mentr'egli parlava della Montanina e del signor Marcello. Le due signore erano straniere. Una di esse, giovine e bella, era russa; l'altra, vecchia e brutta, era svizzera. Il più anziano dei due signori era un professore di Pavia, grande e grosso, mal tagliato, rumoroso e galante. L'altro, giovine e piccolo, era un uomo politico, molto curioso di cose intellettuali, galante anch'egli, ma con assai maggiore finezza del professore.
Massimo li conosceva più o meno tutti e quattro. Il nome della bella russa, una teosofa mistica, era stato accoppiato qualche volta, nelle conversazioni milanesi, al suo. In fatto ella gli aveva mostrato simpatia e Massimo le perdonava la sua mitologia teosofica in grazia della bellezza, dell'ingegno e anche del misticismo. La vecchia svizzera, fredda positivista, parlava di lui come di un bigotto, di un retrivo. L'uomo politico, benché lontano dalle idee religiose, da ogni religione positiva, era fortemente inclinato a stimare questo giovine pieno d'idealità, che tanti vituperavano; ma, privo di coraggio civile, non avrebbe osato prenderne le difese.
Massimo sentì subito, vedendo entrare quella gente, che appunto la dama si era proposta di dare a sé, e anche a loro, lo spasso di un torneo intellettuale. Fu contento di vedere la vecchia svizzera e il professore, che gli eccitavano l'estro bellicoso. Nessuno dei sopravvenuti si occupò, sulle prime, di lui. Il professore e la vecchia svizzera furono subito alle prese fra loro. Avevano in tutto le stesse idee, ma se in una discussione la svizzera si trovava a fronte una donna giovine e non troppo brutta, il professore si metteva subito con questa. Allora l'altra se ne stizziva tanto, gli diceva tante ingiurie ch'egli ci si divertiva un mondo. Non mancava mai, quando ne aveva l'occasione, di provocare discussioni a questo fine.
In principio la vecchia abboccava; poi si accorgeva del tiro e si chiudeva in un silenzio gelido. Allora egli blandiva ed ella si liquefaceva; in parole grosse, ma si liquefaceva; e la commedia ricominciava. L'esca che il professore adoperava spesso per accendere il fuoco era qualche stramberia sull'amore. Oramai, però, l'amore non serviva più. La vecchia capiva subito. Questa volta il professore aveva adoperato un'altra esca, troppo grossa: la Russia dovrebbe dichiarare la guerra alla Svizzera per causa dei rifugiati nihilisti.
La vecchia lo investì in malo modo: "Sono vecchia" diss'ella, "ma crede Lei di essere giovine? Crede di essere seducente? Crede di piacere a questa signorina, dicendo stupidità di orso? Lei starebbe bene nella fossa di Berna. Si vergogni, brutto uomo. E' facile che la Russia sia conquistata dalla Svizzera con sue piccole mani, piuttosto che da Lei con Sua grossa pancia"
Tutti risero, la signorina russa e il professore più degli altri, mentre la vecchia continuava in francese il suo sfogo contro "cet homme insupportable" rivolgendosi alla dama. L'uomo politico, al quale la Russia piaceva molto, si offerse negoziatore di pace a Pietroburgo.
La vecchia s'inviperì anche contro di lui, facendosi applaudire dal professore; tanto che la padrona di casa alzò faticosamente la sua vocina velata come gli acuti di un piccolo piano chiuso dentro un grande imballaggio e suonato da spiriti: "Basta, basta, la pace la detto io! E lei cosa dice, Alberti? Dica qualche cosa!".
Non l'imperioso "basta" ma il nome Alberti fece l'effetto dell'olio sulle onde. Quel silenzio improvviso parve significare: "Che c'entra lui? Cosa può dire?". Infatti Alberti rispose che non aveva proprio niente a dire e che, in ogni caso, poiché c'erano conflitti, egli si atteneva alla neutralità armata. "Allora ci avrà tutti contro" disse la Svizzera. La Russia, che non aveva quasi ancora aperto bocca, disse piano: "Oh sì" e la signorina di casa ebbe un sorriso significativo.
Il professore prese nota, tutto contento, di questi brutti segni: O' ò ò, qui va male, caro Alberti! "Ma è armato, Alberti" osservò con simpatia l'uomo politico. La dama, contenta ella pure della piega che prendeva la conversazione, le diede la spinta definitiva.
"Lei ha fatto bene ad armarsi, Alberti" diss'ella ridendo, "perché la signorina Grussli ha delle intenzioni bellicose."
"Oooh siii, oooh siii" esclamò la sessantenne signorina Grussli. "E ho piacere di dirlo al signor Alberti perché in passato avevamo discorso insieme, e, benché non abbiamo le stesse opinioni, non ero malcontenta di lui come adesso. Oooh nooo!"
"Ma perché, perché?" domandò la dama, avida di soffiar nel fuoco.
"Inutile dire! Tutti questi signori sanno e anche il signor Alberti."
"Io veramente no" rispose Alberti, con un sorriso freddo. "Ma del resto..."
"Lei vuol dire che non importa di me? Ma importerà forse di altri, credo. Se Lei non sa, io dirò. Io sono stata a Sue conferenze, signore, su eretici del secolo sedicesimo. Non è piaciuto niente né me né altri, come Lei ha detto che quelli dovevano tacere, obbedire.
Domandi questi signori."
Il professore protestò. Dichiarò di essere un positivista troppo lontano dalle idee di Alberti, da qualunque idea religiosa, per aver piacere o dispiacere che si parlasse degli eretici in un modo o nell'altro. Egli non faceva differenza fra eretici di qualunque tinta e cattolici di qualunque scuola. Tutt'al più poteva dire che per lui i cattolici intransigenti erano i più logici e perciò i più simpatici.
La svizzera lo rimbeccò aspramente. Anche per lei eretici, modernisti e papisti si valevano, ma poi c'era una questione morale, una questione di dignità, di sincerità. "Mi pare!" fece la damigella di casa. Ma la bella Làlina, la russa, rincarò la dose.
"Io non sono positivista" diss'ella, parlando francese, "e ho avuto una disillusione molto maggiore di quella della signorina Grussli e ho piacere di dirlo direttamente al signor Alberti. Io ho le idee di Annie Besant, ma forse non sarei stata lontana dal farmi cattolica se le idee che ho letto negli articoli del signor Alberti fossero state accolte dalla sua Chiesa. Io ero entusiasta di quegli articoli.
Credevo che il signor Alberti sarebbe stato un apostolo pieno di fede e pronto al martirio. Invece la sua conferenza mi ha fatto intendere ch'egli non era questo apostolo, che neanche un piccolo rogo freddo era di suo gusto."
Qui la damigella di casa rise, cercando metter nel riso tutta l'insolenza possibile; e sua madre credette medicare le ferite russe, gemendo, non senza ilarità negli occhi:
"Oh povero Alberti, come me lo maltrattano!"
"Quanto a rogo" disse l'uomo politico, "mi pare anzi che il signor Alberti lo abbia cercato e che in questo momento vi stia proprio sopra. Non sarà il rogo della Santa Inquisizione, sarà un rogo di "bois de sandale" ma però io sento odore di arsiccio. Del resto, signorina Grussli, ardo anch'io senza il rogo."
"Oh" esclamò la Grussli "ma Lei non sa di bruciato, Lei sa di cotto!"
Intanto Alberti pensava: "Non dirò il fatto loro a queste sciocche perché sono signore? Ancora un po' e lo dico". La dama lo apostrofò:
"E Lei, Alberti, non dice nulla! Non si difende?"
"E' bruciato!" esclamò allegramente il professore. "Rispettiamo almen le ceneri!"
"No" rispose Massimo, contento di avere trovato una risposta dura.
"Non mi difendo. Avrei paura di persuadere. Ho fatto il vuoto intorno a me. Ella non può credere quanto mi sia delizioso di esser solo. Non sento proprio nessun bisogno di difendermi. Mi lasci tacere. Se parlassi, direi forse parole troppo poco umili e troppo poco gentili."
"Ma non Le si domanda umiltà, non Le si domanda gentilezza" ribatté la dama. "Le si domandano ragionamenti."
"No no, cara signora, non ho udito che nessuno mi domandi ragionamenti."
"Ma io" esclamò la donna, "io, li domando!"
"Ah, Lei!" fece Massimo. Tacque un poco e riprese sorridendo: "Domando qualche cosa anch'io. Non ho voluto il piccolo rogo freddo della signorina Làlina perché non mi poteva servire neanche per il thè.
Domando se quest'altro terribile rogo sul quale ho udito che sto, mi possa scaldare una tazza di thè".
"Non sia così rabbioso, Alberti!" replicò la dama.
La damigella mormorò:
"A momenti ci morde."
"Oh no, signorina" rispose Massimo ridendo "In avvenire, si guardi; ma per ora ho la museruola."
Il thè fu servito in un'altra sala. La dama si prese Massimo in disparte.
"Perché non si è difeso?" diss'ella. "E' stato male. Il professore ha fatto un gran chiasso contro di Lei, persino in iscuola."
"E che me ne importa?" rispose Massimo. E andò a conversare colle due straniere, fu molto amabile. Non si curò invece di essere amabile colla damigella di casa. La Grussli e la Làlina erano persone poco equilibrate, poco riflessive, ineguali, intellettualmente, alla parte che volevano rappresentare, ma sincere e appassionate per le loro idee. L'ostilità della damigella di casa era meno rispettabile, era l'attitudine presuntuosa di una donna superiore per natali e ricchezze, mediocre per ingegno e cultura, che, pigliando sul serio gli omaggi resi alla sua femminilità aristocratica alla sua istruzione più appariscente che solida, si erige a giudice di uomini e d'idee senz'averne la competenza, sentenzia secondo un suo semplicismo sentimentale, con gran sicumera, di cose che mal conosce e poco è atta a comprendere. A Massimo che l'aveva udito proclamare, in fatto di religione, di non creder questo, di non creder quello, cose grosse, e poi la vedeva correre a messa la domenica, ella irritava i nervi assai più delle altre due avversarie. Non le parlò più per tutta la serata.
Nell'uscire gli si accompagnò l'uomo politico. "Senta senta, caro Alberti" diss'egli quando furono in strada, prendendolo a braccetto.
"Lei ha fatto benissimo a non discutere. Quella è gente che ragiona poco e male. Il professore è fine come un rinoceronte e le donnette, poverine, fanno quel che possono. Anche la russa. Carina tanto, ma non è di religione che vorrei discutere con lei. Carina tanto, del resto.
Ma lasciamo andare. Illumini un poco me che mi trovo al buio. Mi risponda proprio sul serio, proprio secondo il suo pensiero intimo e io prometto di non tradirla. Crede Lei davvero che questa vecchia barca di San Pietro non deva fatalmente andar a finire in un magazzeno del Ministero della Marina? O almeno crede Lei che possa andare avanti a remi o a vela, che anche San Pietro non sia costretto, un giorno o l'altro, di prendere un motore? Lei non mi risponda come risponderebbe in pubblico. So bene come risponderebbe. Si capisce, Lei si professa cattolico. Tanto sarebbe fare una domanda simile al cardinale di Milano. Io Le domando la Sua convinzione intima, qui, a quattr'occhi.
Vuol dirmela?"
"Perché no?" fece Massimo. "Le risponderò come Pio nono ai cardinali che gli parlavano della barca sicura fra le tempeste. La barca non affonda, né si arena, né finisce in un magazzeno. Quanto ai barcaiuoli, è un altro affar."
"Via via" rispose il suo interlocutore, malcontento. "Questi sono dei motti. Io non Le domando dei motti."
"Ma, scusi, anche il magazzeno, i remi e il motore sono dei motti. Del resto, se desidera, Le risponderò diversamente. Se io credessi che la Chiesa, nella quale sto, potesse cadere, non aspetterei il terremoto, ne uscirei subito. Ma Le assicuro che neanche un terremoto me ne farebbe uscire, tanta è la mia fede nelle sue fondamenta e nella coesione delle sue pietre."
"Beato Lei!" esclamò l'onorevole deputato fermandosi e sciogliendo il suo braccio da quello di Massimo. "Dica un po'. Non ci avete, oltre la Chiesa visibile, anche la Chiesa invisibile, voialtri cattolici? Sì, vero ? Ebbene, io, se fossi Lei, pensando al terremoto, mi sentirei più sicuro nella Chiesa invisibile."
Erano davanti al caffè Cova. L'uomo politico era aspettato lì, da un gruppo di amici. "Senta" diss'egli, "Ella è giovine, io sono quasi vecchio; ho molta simpatia per Lei, mi permetto di darle un consiglio.
Non si occupi tanto di religione. Si accontenti delle Sue credenze, delle Sue pratiche, ma non si occupi di questioni religiose per il pubblico. Il nostro pubblico, a parlargli tanto di religione, si secca. Non capisce che un giovine come Lei si perda intorno a cose che riguardano un altro mondo e non questo. Ha inteso?" In quel familiare, sorridente "ha inteso?" l'uomo politico mise l'accento caldo della sua simpatia e anche un accento gentile di autorità, dell'autorità di quel mondo che non comprendeva Massimo, di un grande e potente mondo, composto di uomini arrivati a comodi seggi, esperti della vita, persuasi che il problema dei problemi è viverla il più gradevolmente possibile; composto di altri uomini non arrivati ancora, presi dalla politica, avvezzi a considerarla come la suprema realtà, a stimar poco, non a parole ma in cuor loro, tutto che non ha valore politico, ch'è fuori della contesa per il potere politico.
"Non ho capito" rispose Massimo, ridendo. "Io ho piacere, sa, di seccare il pubblico."
"Gusti, caro!" disse l'altro, entrando nel caffè.
Massimo, rimasto solo, si avviò a casa. Era contento di sé, amaramente, fieramente. Si stava bene, a fronte di Lelia a fronte dello zio, a fronte del mondo nemico, del mondo schernitore, del mondo indifferente, nella sua torre di orgoglio. Se la innalzò, nel pensiero, fino alle nuvole, se la rivestì di acciaio e d'oro, si compiacque di stare nella Inespugnabile, solo. Invece di svoltare da via Manzoni in via del Monte Napoleone, proseguì distratto fino agli archi di Porta Nuova. Adesso la questione era di scegliere il posto, fuori di Milano, dove portarsi la sua torre. Pensando, cercando, passò anche gli archi. L'idea di concorrere a una condotta medica in montagna, balenatagli fra i castagni della Montanina, lo riprese. E andò intanto fino al Sottopassaggio, dove il senso della realtà topografica lo riafferrò.
Rientrato in casa, scrisse a donna Fedele per giustificarsi di non andare al funerale. Scrivendo gli venne l'idea di fare invece, fra qualche giorno, una visita al cimitero di Velo. Si poteva andarvi dalla stazione di Seghe fra un treno e l'altro. Stracciò la lettera e ne scrisse un'altra coll'annuncio che il quattro luglio, al tocco, sarebbe sceso a Seghe per questa visita, esprimendo la speranza di avervi compagna l'amica.
Capitolo Settimo
VERSO L'ALTO E VERSO IL PROFONDO
1.
Il quattro luglio, alle dodici e tre quarti, donna Fedele arrivava, nel solito biroccino tirato dal solito cavalluccio, alla stazione di Seghe. Si divertì a far conversazione, nella sala d'aspetto, con un vecchio mandriano puzzolente, dal quale l'ostessa del villaggio si era allontanata con una smorfia di schifo. Udito il fischio del treno da San Giorgio, uscì nel sole ardente senza curarsi di aprire l'ombrellino. Prima ancora che il minuscolo treno si fermasse, vide Massimo affacciato al finestrino dell'ultima carrozza, gli mosse incontro, sorridente. Massimo la trovò tanto pallida, tanto sofferente nell'aspetto, ch'ella gli lesse in viso la sua impressione. Nessuno dei due, nel primo momento, cercò parole a quel moto dell'anima che li univa nel senso della recente sventura. Uscendo dalla stazione, ella gli domandò quando intendesse ripartire. Subito, col treno successivo, per ritornare direttamente a Milano. Avevano due ore di tempo. Lo invitò a salire nel biroccino che in pochi minuti li avrebbe portati a San Giorgio, dov'è il cimitero. Si avviarono lungo l'Astico grosso e sonante per una gran pioggia caduta nella notte. Ella parlò della sventura, ricordò i segni premonitori, i particolari dell'ultima sera, il temporale, i fiori portati all'aperto, il denaro deposto sulla scrivania, la lucerna trovata accesa, l'aspetto del cadavere. Parlava quieta quieta, nel triste rombo delle acque correnti, che stringeva il cuore. Stringeva il cuore anche il riso dei prati e dei pioppi nel vento. Di Lelia non fu detta una parola, perché il vetturino avrebbe udito. A San Giorgio il custode del cimitero indicò loro una macchia nera di terra smossa e si tenne in disparte. Donna Fedele, che aveva portato con sé due rose, ne diede una a Massimo. S'inginocchiarono nell'erba, posarono le rose sulla terra smossa, senza sfogliarle, pregarono in silenzio, mentre il custode era alle prese con una frotta di fanciulli curiosi, sdrucciolati dentro il cancello. Quelle voci disturbavano, parevano offendere anche il povero morto. Donna Fedele si alzò, ordinò ai fanciulli di inginocchiarsi e di stare zitti.
Obbedirono, affascinati dal suo impero dolce. Ella ritornò dove Massimo l'aspettava. Rimasero ancora due minuti. Egli ebbe l'impressione di un sentimento, in lei, più forte del suo proprio. Del passato non sapeva niente e questa impressione lo distraeva, lo faceva pensare più a lei che al morto.
Prima di risalire nel biroccino, ella gli disse che desiderava parlargli di cose delicate. In carrozza non era possibile per la presenza del vetturino. Nella sala d'aspetto di Seghe non era piacevole. Propose di passare il ponticello di legno che congiunge Seghe alle case dette gli Schiri e di prendere il sentiero ombroso che scende sulla sinistra dell'Astico.
"Devo parlarle di Lelia" diss'ella quando, lasciato il biroccino presso l'ufficio postale di Seghe, si misero per un viottolo fra casupole nere. "Devo?" pensò Massimo. Perché, deve? Ha un incarico?
Tacque, si mise in difesa.
"Devo domandarle consigli" riprese donna Fedele "non tanto per Lelia quanto per me, riguardo a lei."
Il discorso fu interrotto per l'incontro di una brigata di signori e signore, conoscenti di donna Fedele, che salivano dal ponte. Intanto, all'uscita dalle casupole, apparvero le correnti larghe, irritate, dell'Astico e il gran verde, il cielo aperto fra le due ali della valle scendenti al piano.
"Questo punto" diss'ella "piaceva tanto al povero signor Marcello."
"Consigli per Lei?" chiese Massimo.
"Eh sì, per me" rispose donna Fedele. "Sa che Lelia è in casa mia, adesso?"
Massimo si fermò su due piedi. Donna Fedele guardò l'orologio.
"Abbiamo un'ora e un quarto" diss'ella. "Andiamo a sedere."
Passarono il ponte, svoltarono a destra, sedettero sur una muriccia, nelle ombre mobili e rotte dei carpini che porgevano frondi agitate sopra la corrente luccicante di sole, in faccia alle casupole nere, alte nel verde, oltre il fiume. Donna Fedele cominciò a dire del testamento, dell'errore in cui era stato il povero signor Marcello circa l'età della ragazza. Suo figlio gli aveva detto che toccava i diciott'anni quando ne aveva solamente sedici. Forse era stato ingannato anche lui.
"Il padre di Lelia" proseguì donna Fedele, "informato subito, non si sa come, fece sapere per telegrafo che la ragazza era minorenne e che veniva, naturalmente, a prendere il suo posto di padre. Lelia ebbe una crisi terribile. Rifiutò di vedere suo padre. Egli mi fece pregare di andarla a prendere. Me la portai a casa. Si fecero i funerali. Ella non vi andò. Neppure avrebbe potuto. Passò la intera giornata a letto, con una emicrania violenta. Andai io. Il padre c'era."
"Che uomo è?" interruppe Massimo.
Ella ebbe un'esclamazione di ribrezzo.
"Ah! Schifoso, all'aspetto. Si figuri una testa di cera da parrucchiere, vecchia, mal dipinta, sporca. Parla come uno stupido, duro duro. Si direbbe paralizzato dalla soggezione. Di me, almeno, ha mostrato una gran soggezione. Dice sempre di sì a tutto, pare incapace di dire di no. Se non si sapesse ch'è un volpone, lo si crederebbe un cretino. Dopo il funerale è venuto a farmi visita: "a far un "dovare", un "dovare". Pronuncia così. Domandò se si potesse vedere Lelia, come lo avrebbe domandato un fattore e non un padre. Ella non volle saperne e lui "povareta, povareta" se ne andò contento egualmente. Un tipo unico. Stamattina mi mandò un biglietto per farmi sapere che partiva coll'agente, che sarebbe stato fuori tre o quattro giorni e che sperava, ritornando, di trovare Lelia alla Montanina. Ma Lelia..."
Donna Fedele pronunciò queste due ultime parole piano piano e tacque, segnando lentamente nell'erba una domanda che non venne.
"Lelia mi dà un gran pensiero" diss'ella, ancora sottovoce, ancora segnando geroglifici nell'erba, "e vorrei un consiglio, vorrei avere qui don Aurelio, domandarlo a lui."
Massimo prese a parlarle di don Aurelio, delle sue condizioni presenti, delle sue speranze. In altri momenti donna Fedele lo avrebbe ascoltato avidamente, gli avrebbe fatte mille domande. Adesso lo ascoltò malvolentieri, sentendolo renitente a parlare di Lelia.
"Dovrebbe domandarglielo Lei, per me" diss'ella.
Massimo rispose freddamente, che, se lo desiderava, lo avrebbe fatto.
"Ma bisognerebbe che Lei la vedesse, Lelia."
Il giovine trasalì. Com'era possibile se non mancava più che mezz'ora alla partenza del treno?
"Si fermi" mormorò donna Fedele.
Fermarsi? Oh no! La dura risposta fu data con veemente commozione, parve una protesta, quasi un rimprovero.
"Le farebbe piacere."
Malgrado il rifiuto veemente, donna Fedele pronunciò queste parole con imperturbata placidezza. Massimo era intrepido quanto lei nel non udire tutto che non voleva udire, nel non intendere tutto che non voleva intendere.
"Lei le ha scritto, però" riprese. "Lo so perché le hanno portata la lettera al villino mentre stava a letto. La ricevetti io. Cosa le ha scritto?"
"Non vorrei perdere il treno" disse Massimo, facendosi sordo alla sua volta. "Ho poco più di venti minuti."
"Lo perda!"
Adesso donna Fedele si accalorò alquanto. "Lo perderebbe certo"
continuò "se avesse udita la confessione che Lelia mi ha fatto stamattina."
"Che confessione?"
"Se vuole saperlo, si fermi."
Massimo si alzò, pallido per ii violento assalto della tentazione, per la violenta ripulsa che gli batteva nel cuore: no, no, no, no.
"Non devo!" diss'egli. "E Lei, scusi, non dovrebbe domandarmelo.
Sarebbe una tale viltà, dopo l'insulto! Adesso perdo il treno davvero.
A rivederla!"
"Vada" rispose donna Fedele, senz'alzarsi, "ma è un gran bambino, Lei."
"Un bambino?"
"Eh sì, un bambino. Non conosce l'amore, ancora. Non sa che, quando si ama, si ama. Non c è viltà, non ci sono insulti. Quando si ama, si ama."
Il treno fischiò nella stazione di Arsiero. Massimo salutò e corse via. Donna Fedele sapeva che il treno fischiava sempre, in stazione, prima di partire, manovrando. Si alzò pian piano anche lei, ripensò le proprie parole: - Quando si ama, si ama.
Un lontano momento là nei boschi di Lavarone, il momento in cui se Marcello avesse voluto gli si sarebbe data a occhi chiusi, dimenticando tutto, le risalì dal fondo dell'anima, non già in forma di memoria, ma proprio vivo, caldo di giovinezza, di amore, di dolcezza, di terrore. Ella pose gli occhi, smarrita, nelle acque sonanti, piangenti. E il momento passò.
Raggiunse Massimo alla stazione, quando il treno vi entrava, ebbe il tempo di dirgli sottovoce:
"Si fermi, Lo ama, me lo ha quasi detto."
"Lo ama." Le due parole lo trapassarono come una saetta di gelo e di fuoco che lo configgesse al suolo. Non poté muoversi né parlare. La signora sperò che rimanesse. Egli si spiccò da lei a un tratto e salì nel treno senza sapere che si facesse. La macchina si staccò per andare a raccogliere dei carri e donna Fedele poté parlargli ancora, sotto il finestrino della carrozza di prima classe, dov'erano altri viaggiatori. Gli domandò, per norma della corrispondenza, se intendesse passare il luglio a Milano. Egli rispose che una lettera da Roma gli affidava un incarico molto pio e molto caro, per il quale avrebbe dovuto allontanarsi da Milano subito, recarsi sul lago di Lugano. E per l'avvenire aveva altre idee. La macchina fu riattaccata.
Donna Fedele accostò il viso al finestrino, vi gittò un ultimo sussurro:
"Lo ama."
Il treno si mosse. Preso da vertigine, Massimo chiuse gli occhi, anche per non esser costretto di salutare un viaggiatore, suo conoscente.
Finse di dormire. Vide Lelia che gli porgeva le labbra. Subito aperse gli occhi, per non vederla più, sul verde fuggente della valle incantevole. E li richiuse per vederla ancora. Vide l'ovale biondo della testa chinata sul petto, come a nascondere il viso. Vide poi le due piccole bianche mani che si alzavano, che si alzavano lentamente, lentamente restando immobile l'ovale biondo, che gli si posavano sulle spalle. Riaperse gli occhi trasalendo, gli parve che le mani si ritirassero, ma non vide il verde lucente, vide ancora l'ovale biondo.
Il treno entrò tuonando nella galleria di Mea. Si sentì allora le dolcissime braccia intorno al collo, il dolcissimo viso sul viso, e baci, e lagrime, e un ripetere "ti amo, ti amo, ti amo". Il respiro gli si fece greve. Pensò, accorgendosene: "Che stupido sono! E la mia torre di orgoglio?". Mise il viso al finestrino, guardò il fuggire dei rami e dell'erba, dicendosi nel cuore: "Stupido stupido stupido!".
Aveva poi detto "quasi" donna Fedele, la prima volta. Era lei, era lei, che cercava di accomodare. Però, se fosse! Gli si riapersero in mente gli occhi magnetici, dalle subite fiamme. Tolse il viso dal finestrino, si cercò in tasca un giornale che non c'era più, salutò il viaggiatore scusandosi di non averlo riconosciuto e parlò con lui della ferrovia che sarebbe salita un giorno da Rocchette ad Asiago.
A Vicenza dovette aspettare due ore. Non vi conosceva nessuno. Andò camminando su e giù lentamente per i viali che mettono alla Stazione e sotto i platani volti in colonne oblique dal Caffè Turco al ponte sul Retrone. Erano le cinque, faceva caldo, radi oziosi camminavano, com'egli, in silenzio per le ombre afose. Ebbe l'idea di venir a vivere in quella piccola città pacifica, ignoto. No, Velo era troppo vicina. Rientrò alla Stazione mentre vi si gridava: "Thiene-Schio!".
Prendendo quel treno sarebbe arrivato prima di notte al villino delle Rose. Addio addio, verdi valli, correnti limpide, rose ondulanti al vento delle montagne! Entrò nel caffè, vi lesse il "Corriere della Sera" fino agli annunci, si tuffò anche in quelli. Vi trovò questo:
"E' aperto a tutto agosto il concorso alla condotta medicochirurgica dei Comuni consorziati di Valsolda. Stipendio L. 3500. Rivolgere istanze e documenti al sindaco di Drano (Como). Mezz'ora dopo fu gridato: "Verona-Brescia-Milano!".
Massimo si alzò trasognato, tenendo ancora in mano il "Corriere".
2.
Prima di ritornare al villino, donna Fedele visitò un povero giovine di Seghe, tisico all'ultimo stadio, che l'adorava come un essere celeste. L'aveva conosciuta lavorando al villino da garzone di pittore. Si era guadagnato il male con ogni sorta di stravizi, e ricordando allora la dolcezza grave degli avvertimenti di donna Fedele, gli si erano aperti gli occhi sulla sua vita pessima, aveva fatto dire alla signora, sapendola visitatrice di afflitti, che andasse anche da lui. Le si era quasi confessato, se n'era lasciato facilmente persuadere a riconciliarsi con Dio e colla Chiesa, si mostrava tanto felice delle sue visite, tanto riconoscente, ch'ella andava spesso a vederlo, a leggergli, a mostrargli libri illustrati e fotografie. Ora lo trovò triste, inquieto. Il cappellano di Velo gli aveva veduto in camera gli Evangeli pubblicati dalla Società di San Girolamo, dono della signora, e lo aveva sconsigliato dal leggerli dicendo che non li poteva intendere. Donna Fedele nascose il proprio interno bollire, promise al povero ammalato di leggergli e spiegargli il Vangelo ella stessa e se ne andò lasciandolo contento, portandosene via la tristezza, un altro peso sul suo cuore amaro. Realmente Lelia non le aveva detto di amare Massimo. Le aveva solamente offerto di lasciare il villino se, posto che il signor Alberti era tanto irritato contro di lei, la sua presenza fosse di ostacolo a una visita desiderata. Le parole non erano state che queste, ma la voce, il modo, il viso avevano detto altro. Se Massimo avesse ceduto, se fosse rimasto, forse...
Massimo era partito, nel cuore di donna Fedele speranze scendevano, angoscie salivano. Nello stato d'animo di Lelia ella vedeva il pericolo di un sinistro. Con lei la ragazza non aveva tenuto propositi che potessero dar sospetto. Aveva detto invece, più di una volta, alla cameriera Teresina, in passato, che se fosse costretta di vivere con suo padre, si ammalerebbe. Ai rimproveri di Teresina, seriamente religiosa, aveva risposto che vivere con suo padre voleva dire per lei odiarlo a morte, perdere il senso morale; e che, in quel caso, si sarebbe ammalata non già con disprezzo della legge divina, ma proprio per obbedire alla voce del Signore il quale, pure non permettendo, di regola, il suicidio, era certamente in facoltà di comandarlo. La povera Teresina, tutta sgomentata, la credette pazza. Donna Fedele ne fece un giudizio diverso. La giudicò strana, sì, ma sopra tutto vittima di un concetto storto della religione, frutto in parte d'ignoranze, in parte di congenite anomalie dell'intelletto, in parte d'istruzione cattiva e di pessimi esempi. Sperava che i discorsi tenuti alla cameriera non avessero un carattere serio, ma temeva particolarmente i lunghi, scuri silenzi attuali. Non avrebbe voluto che uscisse sola. Perciò quando seppe, arrivando al villino, che Lelia era uscita sola, rabbrividì. Cercò rassicurarsi pensando all'offerta che la ragazza le aveva fatto di lasciare il villino se fosse venuto Massimo. La gente di casa non sapeva dove la signorina fosse andata.
Era uscita dal cancello grande. Poteva essere andata verso Arsiero, poteva essere andata verso la Barcarola. Donna Fedele, inquietissima, andò a interrogare il custode. Il custode, operaio della cartiera di Perale, era al lavoro. Sua moglie rispose tranquillamente che la signorina l'aveva incaricata, uscendo, di dire alla padrona ch'era andata alla Montanina a pigliarsi certe cose e che ritornerebbe dopo le sei. "Ritornerebbe dopo le sei." Evidentemente Lelia aveva pensato che Alberti, se venisse al villino, ripartirebbe con quel treno. Il suo messaggio significava ch'ella non voleva essere d'impaccio. A ogni modo donna Fedele mandò la cameriera alla Montanina col pretesto di aiutare, se occorresse.
Lelia ritornò alle sei colla cameriera del villino e con Teresina, che aveva chiesto di accompagnarla per vedere il villino dove non era entrata mai. Salutò affrettatamente donna Fedele, non le chiese né di Alberti né della visita al cimitero, andò a chiudersi nella sua stanza. Donna Fedele rispose con un sorriso grazioso al desiderio espressole da Teresina; ma il viso della cameriera, oscuratosi di pena e d'imbarazzo appena uscita Lelia, le apprese ch'era successo qualche cosa e che il desiderio di vedere il villino era un pretesto per parlarne con lei.
"Cominceremo dal mio studio" diss'ella.
Lo studio, nell'angolo del villino fra mezzogiorno e ponente, era la stanza più sicura dalle intrusioni e dalle curiosità delle persone di servizio. Appena donna Fedele n'ebbe chiuso l'uscio dietro Teresina, le domandò, a bassa voce, se fosse accaduto qualche cosa di male. Per tutta risposta, la cameriera si coperse il viso colle mani e si mise a piangere. Incoraggiata dolcemente a spiegarsi, protestò, con voce rotta dalla commozione, di non essere in colpa, di aver creduto far bene, di avere detto, in fin de' conti, la verità. Donna Fedele non capiva. Cos'aveva fatto, dunque, cos'aveva detto? Poco a poco la donna si chetò e prese a parlare.
"Io non mi aspettavo" disse "di vedere la signorina. Stavo al lavatoio dietro la cucina, quando udii camminare nel passaggio fra la cucina e la casa. Guardai chi fosse. Era lei, mi salutò affettuosamente. Pareva serena, mi disse ch'era venuta a prendersi le fotografie del povero signor Andrea che erano rimaste nella camera del povero padrone e quella che il padrone aveva posto nella camera del signor Alberti.
"Viene a prenderle?" dico io. "Ma non ritorna, Lei, alla Montanina?"
Mi risponde fiera: "No no". Ho capito bene il suo pensiero perché Lei sa quello che mi ha detto di suo padre, dello stare con suo padre, anche prima, quando si serviva di me per mandargli denaro. Ho capito ma non osai dir niente. "Devo venire anch'io?" dico. "No, no" dice.
"Lei stia pur qui a lavare. Vado sola. C'è nessuno, in casa?" Risposi che non c'era nessuno perché il signor da Camin è partito stamattina col fattore e il domestico aveva le sue ore di libertà. Era fuori anche la cuoca. Andò e intanto io stavo un poco inquieta, pensando che le potesse occorrere qualche cosa. Non ritornava mai. Mi decisi di entrare. Aspettai un pezzo fuori della stanza del povero padrone, credendo che fosse lì. A un tratto udii camminare al piano superiore, appunto verso la camera dei forestieri. Passai nel salone. Ella discendeva la scala di legno. Quando mi vide arrossì, ebbe un movimento d'impazienza. Mi scusai, le domandai se non volesse prendere un caffè o qualche altra cosa. Neppure mi rispose. "Parte subito?"
dico. "Sì" dice, "presto." Andò nella camera del povero padrone dove credevo che fosse andata per la prima cosa. Stette pochi minuti e uscì colle fotografie. Rientrò nel salone, si buttò in una poltrona senza dir niente. Io non sapevo se star lì o andarmene. Pensai che fosse meglio andarmene. Quando ero per uscire, mi richiamò. "Sa" dice, "che il signor Alberti abbia avuto il permesso di portarsi via la fotografia?" Io resto stupefatta. "No" dico. Lei allora fa una smorfia. "Che vergogna!" dice. "Ma" dico, "scusi, la fotografia c'è.
L'ho posta io in un cassetto del tavolino. Mi sono scordata, poco fa, di dirglielo." E andai a prendere la fotografia, gliela portai. Poi, cosa vuole, siccome ho saputo tante cose, mi sono permessa di dire una parola, così in generale, a favore del signor Alberti. Lei si arrabbia. "Cosa mi viene a contare, adesso? Non si ricorda cosa mi ha detto del signor Alberti?""
Qui Teresina interruppe il suo racconto, si scusò umilmente delle parole che stava per riferire, e riprese:
""Sarà stata donna Fedele" dice "a farle la lezione." "No" dico "donna Fedele, dopo il funerale, non la ho più veduta." E' verissimo che Le ho raccontato delle brutte cose del signor Alberti, ma poi ho saputo che non erano sicure.""
A questo punto Teresina riferì, confusa e dolente, il primo discorso fatto da lei a Lelia sugli amori milanesi di Alberti e le sue scoperte posteriori. Il giorno del funerale, la cognata dell'arciprete, parlando di Alberti con certa Angela, sarta, le aveva detto che quel giovine amico del curato di Lago e del signor Marcello era un individuo diabolico, un nemico mortale dei sacerdoti, che il merito di averlo fatto partire era stato di suo cognato; che il cappellano aveva ricevuto una lettera d'un sacerdote milanese conoscente di una signora, affezionata alla signorina Lelia, la quale era in gran pena per la presenza qui di questo diavolo di giovine, che si credeva, a Milano, in relazione con una donna maritata; che suo cognato aveva trovato il modo di far sapere alla Montanina di questa relazione, che allora il giovine, venuto appunto coll'idea di fare un matrimonio ricco, vistosi scoperto e scornato, aveva preso la ferrovia; che l'arciprete aveva in mente un conte di Vicenza fatto apposta per la signorina, ma che questo era un segreto. L'Angela sarta si era poi tenuta in obbligo di riferire ogni cosa all'amica Teresina.
"Le ho detto queste cose con buona intenzione" continuò costei, "perché avevo capito che c'era stato un complotto contro quel povero signor Alberti e mi pareva quasi di esserci entrata anch'io, ne provavo rimorso."
"E allora?" chiese donna Fedele, commossa.
"Sentirà" rispose Teresina sospirando. "Prima la vedo scura, Gesù, nera. Ma, parlare, non parla. Dopo comincia a farmi domande, mi fa ripetere cento volte quello che mi ha detto l'Angela. Finalmente si alza, sale la scala di corsa, prende a sinistra, verso la sua camera.
Aspetto un poco e poi vado su anch'io, pian piano, entro nel corridoio, chiamo: "Vuole qualche cosa, signorina?". Sento chiudere l'uscio a chiave con un colpo rabbioso, non sento altro. Sto lì un poco e poi, per paura che si arrabbi peggio se vien fuori e mi trova, mi allontano. Non avevo fatto ancora due passi che sento un grido, piuttosto un urlo soffocato che un grido, e poi certe voci che fa lei, che le ho udite fare un'altra volta per una lettera di suo padre, voci che non sono né gemiti né grida, né pianto né riso: ah-ah-ah, come se le mancasse il respiro. Si quietò presto, però, e io pensai bene di scendere ad aspettarla in salone.
"Infatti, pochi minuti dopo, vedo scendere anche lei. Era bianca come la bianca Morte, ma composta. Mi disse che partiva. Le chiesi il permesso di venire con lei a vedere il villino. Pareva indecisa se rispondermi di sì o di no. In quel momento capitò la Sua cameriera. Si partì insieme. Prima di arrivare al ponte del Posina, guardi che destino, vedo l'arciprete che viene verso di noi. Quando siamo a due passi l'arciprete dice "servo" sorridendo; e giù una grande scappellata, come fa lui. La signorina, Gesummaria se l'avesse veduta!, si drizza come quei militari che salutano colla sciabola. Ma non saluta mica no. Fissa bene il prete con due occhi freddi come il ghiaccio e passa. Io non ho più detto niente, lei non ha più detto niente e così siamo arrivate qua."
Donna Fedele sorrise "povera Teresina!" come se provasse pietà di una commozione esagerata, e offerse alla cameriera di continuare la visita del villino, con tanta flemma che Teresina ne sentì un freddo. "Scusi"
diss'ella "se mi sono permessa..."
Donna Fedele capì, e, uscita da quell'apparente apatia che in fatto era un dilungarsi di pensiero in pensiero dal senso delle persone e delle cose presenti, abbondò di parole buone, senza entrare in alcun commento dell'incidente. Chiese poi del padre di Lelia. Appena uditone il nome, Teresina esclamò:
"Gesù, che mi dimenticavo!" Aveva un peso sul cuore per causa di quel brutto uomo. Prima di partire col fattore egli l'aveva presa a parte, le aveva domandato, con un risolino mezzo stupido mezzo malizioso, dei gioielli della povera padrona. Ell'aveva risposto di non saperne niente. Figurarsi! In quelle mani! Sapeva benissimo che c'erano molti anelli e braccialetti, un vezzo di perle e zaffiri, un fiore di brillanti. Il povero padrone non aveva scrigno, li teneva in camera da letto, in un segreto della scrivania.
"Sa perché me ne ha domandato?" esclamò Teresina. "Lo giurerei; perché li ha già presi! Per un giorno intero non ha fatto che passar carte e passar carte nello studio, avrà trovato qualche nota, qualche indicazione. Il fatto è che stanotte l'ho udito andar in camera del povero padrone e non ne è venuto fuori che dopo un gran pezzo.
Giurerei che i gioielli della povera signora sono in viaggio, adesso.
E me li domanda a me! Capisce il pensiero che ho io, le accuse che quell'uomo è capace d'inventare!"
Donna Fedele cercò di rassicurarla e, congedatala, andò a riposare perché non poteva più reggersi. La quiete benefica del corpo le acuì le inquietudini dell'animo. Quel benedetto Alberti, pensava, se fosse qui, ora! Altro che amore, altro che passione! E lui fa l'orgoglioso!
E magari sarà capace di fare l'orgogliosa lei, se quest'altro piega!
Vedeva dalla sua finestra l'aperto levante, il grande arco di cielo fra le due ali di montagne distese al piano. Il suo sguardo passava sopra il cimitero di San Giorgio. Amara cosa, pensare la Montanina in mano di quell'uomo che fruga, che ruba, che infetta, e lui, il suo povero vecchio amico, impotente a tutto, escluso da tutto, buttato là in un angolo, per sempre. Interrogò la propria fede per potersi dire ch'egli stava in pace, che vedeva l'ordine di tutte le cose, diretto a un Bene finale ed eterno attraverso mali di ogni specie. Ma la sua fede aveva momenti paurosi di eclissi, ella temette di sentirne venire uno e non volle più pensare al cimitero di San Giorgio. Ripensò invece un'idea venutale la notte, nel suo letto insonne: chiedere al padre di Lelia il permesso di portarsi la ragazza in Piemonte, allontanarle, così, almeno per qualche tempo, l'incubo della convivenza con lui.
Respirerebbe, intanto; e poi potevano succedere tante cose. Sì, appena colui ritornasse, andrebbe a parlargli. Non pensò più a niente, chiuse gli occhi, sperando poter dormire.
3.
Dormiva infatti quando, mezz'ora dopo, venne la cameriera per annunciarle ch'era servito il pranzo. Domandò se la signorina Lelia fosse stata avvertita. La signorina stava già abbasso. Donna Fedele fu tentata di non scendere, tanto si sentiva ancora spossata e tanto le ripugnava di prender cibo. Fece uno sforzo e discese. Il pranzo era apparecchiato nella veranda, sulla fronte del villino. Lelia pareva tanto serena che donna Fedele, consolata, le parlò della visita di Massimo, delle notizie di don Aurelio. E si aperse, parlando di don Aurelio, sulle sue necessità spirituali, disse quanto sentiva la mancanza di quella parola savia e mansueta.
"Perché sono cattiva, sai" diss'ella, "avrei bisogno di essere più mite, più caritatevole verso i preti che non somigliano a lui."
Lelia lasciò cadere il discorso. Parlò, invece, del piccolo cimitero, dove non era stata mai. Aveva pensato di recarvisi l'indomani mattina.
Sperava che ci potesse venire anche l'amica. Porterebbero con sé delle rose, tante rose. Avrebbe desiderato delle rose bianche ma in quel momento il villino dal nome grazioso non aveva che poche rose rosse.
Parlarono di rose. Donna Fedele non era contenta delle sue. Le pareva che il villino meritasse allora di venir chiamato dalle spine.
Bisognava mettervi molti rosai di più. Il villino doveva parere posato sopra un canestro di rose, esser fasciato di rose fino al tetto.
"Faremo una corsa a Milano" diss'ella, "andremo da tutti quei floricultori, sceglieremo il buono e il meglio. Vuoi?"
Lelia parve contenta, disse di confidare che suo padre le ne avrebbe dato il permesso. Tanta mansuetudine fece stupire donna Fedele.
"Avrei anche necessità" diss'ella "di vedere certi miei affari in Piemonte. Vuoi che gli domandiamo di lasciarti venire in Piemonte con me per tre o quattro settimane?"
Lelia rispose di sì, aspettò che la cameriera se ne andasse dopo aver servito il caffè, prese a giocherellare col cucchiaino, disse sorridendo di un sorriso livido:
"Adesso che tutto è finito, posso sapere se proprio non era combinato che quel signore venisse alla Montanina?"
Donna Fedele trasalì alzando le sopracciglia, offesa da quel dubbio sulla sua sincerità.
"Adesso che tutto è finito" rispose vibrata, "ti assicuro che non mento mai e che non era combinato niente! Quando Alberti è venuto pensava a sposar te come io penso a sposare Carnesecca."
Lelia rise forte, d'un riso forzato.
"Come Le viene in mente Carnesecca?" diss'ella.
"Perché lo vedo!" rispose donna Fedele. "Eccolo là ch'è venuto dal cancelletto piccolo, dimenticato aperto dal signor custode, come il solito."
Lelia si guardò alle spalle. Infatti l'amico Carnesecca, più scarno e giallo che mai, avanzava a passi lenti, col cappello in mano, verso la veranda. Giunto agli scalini si fermò malgrado il sorriso incoraggiante di donna Fedele.
"Avanti, Carnesecca!" disse questa e si affrettò a correggersi: "Oh scusi scusi! Ismaele!".
"Ma di che mai si scusa, Dama bianca delle Rose?" fece il venditore di Bibbie. "Ma di che mai? Mi hanno posto un nome di scherno perché predico Gesù e i migliori servi di Gesù. Così mi hanno assicurato un piccolo posto tra i beati. Beati estis cum dixerint omne malum. Io mi glorio di quel nome!"
Donna Fedele protestò che non aveva voluto schernirlo lo invitò a salire e sedere, gli fece portare il caffè. Poi gli domandò come mai fosse ritornato in quei paesi tanto infausti per lui. Rispose che andava a Laghi, disposto a subirvi da capo il martirio giù subito a Posina.
"A questa stagione" disse donna Fedele con molta gravità, "probabilmente, patate."
"Magari!" rispose colui. "Ma se a Laghi vi è un Caifasso simile a quello di Velo, ho paura che saranno "pere" come dicono nel Suo paese di Piemonte."
"Dica; mi pare che dovrei forse, in coscienza, gettargliene una anch'io!"
A questa uscita, fra seria e scherzosa, di donna Fedele, Carnesecca alzò le braccia al cielo, mostrando per alquante scuciture il bigio di una camicia poco pulita.
"No, Dama bianca delle Rose. Ella non mi deve gettare il menomo sassolino. Io non offro Bibbie a Lei perché Lei ne ha già una, io ne sono certo. Io non cerco che Lei si faccia protestante, perché Lei è una cattolica veramente cristiana. Io sono venuto questa sera per ringraziarla ancora della carità che mi ha fatto accogliendomi sotto il Suo tetto."
Donna Fedele gli domandò se intendesse andare a Laghi quella sera stessa. No, era stanco. Veniva da Vicenza, aveva camminato sette ore.
Donna Fedele lo compianse molto ma gli tolse una cara illusione. Se lo aveva ospitato colle ossa rotte, non intendeva però di ospitarlo quando si disponeva a farsele rompere ancora. Egli parlò, rassegnato, di una vaga speranza, per la prossima notte, nel fienile della Montanina. Non sapeva della morte del signor Marcello né conosceva Lelia. Questa restò muta e impassibile mentre l'amica gli dava, quasi esitando, quasi sottovoce, la lugubre notizia. Carnesecca ne rimase interdetto, e, preso congedo, se ne andò senza dire se avesse cambiato idea, per la notte, o no.
Le due signore scesero a un angolo del giardino, dov'erano disposte delle sedie.
""Dama bianca delle Rose"" disse Lelia. "Un bel nome!"
"Troppo bello, per me" osservò donna Fedele, "ma Carnesecca farebbe certo meglio a inventar nomi che a predicare Lutero o Calvino o non so chi."
Lelia le domandò distrattamente chi fosse quest'uomo e come avesse abbracciato il protestantesimo. Donna Fedele le ne fece la biografia.
Andò molto per le lunghe, e si accorse assai tardi che Lelia non l'ascoltava più. Lelia fissava una sedia vuota. Donna Fedele tacque e l'altra continuò a fissare la sedia vuota. Benché fossero quasi le nove, benché il cielo si andasse annuvolando, su quel piano del giardino, alto, scoperto, bianco di ghiaia, faceva ancora chiaro.
Lelia si accorse alla sua volta che donna Fedele la osservava. Cessò di guardare la sedia ma non ruppe il silenzio. Cominciò a cadere qualche gocciolina e donna Fedele propose di rientrare. Vista la cameriera che sparecchiava, le ordinò di mandare il custode a chiuder bene il cancelletto per il quale era entrato e uscito Carnesecca.
Lelia si affrettò a dire che desiderava fare due passi e che andava lei.
Il custode stava per coricarsi quando ella entrò nella casina attigua al cancello grande. Fu ricevuta da sua moglie, chiese di vederne un bambino ammalato, s'informò di tante cose, a proposito di questo bambino, con tanto affettuosa premura che la donna ne fu intenerita.
Rimase forse dieci minuti e ritornò al villino senz'avere parlato del cancello. Entrò nel salotto, al buio, udì la voce di donna Fedele:
"Hai mandato?". Rispose franca: "Sì".
Donna Fedele la pregò di suonarle qualche cosa. Così al buio? Sì, così al buio. Il vecchio piano del villino dormiva in pace da molti mesi, perché la sua padrona, discreta musicista in gioventù, aveva abbandonato l'arte, non lo toccava più che qualche rara volta, per divertire dei bambini. Lelia suonò una composizione del povero signor Marcello, l'unica sua, una barcarola scritta trent'anni addietro.
Terminato che ebbe il pezzo, aspettò in silenzio una parola dell'amica, una domanda di altra musica. L'amica non parlò. Non parlarono che il tic-tac frettoloso di un orologio a sveglia e, dalla finestra aperta di ponente, un lieve mormorio di pioggia sulla ghiaia.
"La conosce, vero, questa musica?" disse Lelia.
La dolce voce rispose piano, dall'ombra:
"Oh sì."
Quel piano, dolce "oh sì" disse alla fanciulla tante cose già vagamente da lei pensate. Si alzò dal piano, andò verso l'angolo del salotto ond'era venuta la voce, si chinò su donna Fedele, le cercò le mani e senza proferir parole, gliele baciò, una dopo l'altra. Donna Fedele si concedette dolcemente a quei baci che dicevano: "Son donna e ti ho intesa". Avevano anche un secondo significato, ancora segreto.
"Non suoni più?" mormorò donna Fedele, subito. Era stata contenta dei baci; avrebbe avuto orrore di una parola. Lelia non rispose. Le teneva sempre le mani, le stringeva.
"Vuoi che andiamo a letto?" riprese la prima. Allora Lelia lasciò andare le mani. "Lei" rispose, "deve andare a letto. Io, se permette, resto un poco a suonare." E accese la luce. Donna Fedele si alzò dalla sua poltrona, sorridendo. "Brava!" diss'ella. L'abbracciò e, suonato per la cameriera, si ritirò.
Lelia attese immobile, in piedi, che si perdesse sulla scala il rumore dei passi. Poi si mise al piano, suonò a caso, come le mani andavano, fino a che la cameriera ritornò e si accinse a chiudere l'uscio pesante, a due battenti, che si apre sulla veranda. Lelia la pregò di lasciarlo aperto. Chiuderebbe lei. Prima, forse, uscirebbe un poco a pigliare il fresco.
"Piove, signorina" disse la cameriera, "e adesso si leva anche il vento." Poiché Lelia riprese a suonare senza darle risposta, la donna stette un momento incerta e poi pensò bene di andarsene lasciando aperto. Lelia s'interruppe, tese l'orecchio, la udì salir le scale, camminare al piano superiore. Si alzò, andò ad assicurarsi che avesse lasciato aperto, si fermò un momento a guardar nella notte, colle mani ai due battenti. Non c'era, quasi, vento, ma pioveva forte, le tenebre erano nere. Ritornò al piano, si chiuse il viso nelle mani, come cercandosi nella memoria, pensando cosa dovesse suonare. Le mani le discesero sui tasti a un accordo, vi rimasero affondate, piegandovisi su il viso cogli occhi fissi. Si alzò da capo, andò da capo a guardare nelle tenebre mormoranti, vi si trattenne a lungo, a lungo. Accostò i due battenti, tirò i chiavistelli rumorosamente, chiudendo e riaprendo. Spense la luce e salì nella sua camera, posta in un angolo dell'ultimo piano. L'unica finestra, nella parete di mezzogiorno, guardava il piano di Arsiero, la Priaforà e la Montanina. Era aperta.
Là in faccia, fra il piano di Arsiero e la Priaforà, correva, invisibile, il Posina. Lelia stette in ascolto. No, la voce del fiume non si udiva. Ebbe la visione del ponte che lo cavalca, delle acque rumoreggianti in profondo per la ghiaia biancastra, della roggia che corre a fianco di esse più alta, e poi gira, ombrata da robinie, verso settentrione, silenziosa e rapida. Una folata di vento le soffiò la pioggia in viso. Chiuse in fretta la finestra e poi sorrise di se stessa, di avere temuto uno spruzzo d'acqua. Guardò l'orologio. Erano le dieci e mezzo. Mancavano due ore all'ora in cui aveva stabilito di uscire per andare a gittarsi dal ponte nella roggia silenziosa e rapida.
Sedette al tavolino, sotto la luce, colla persuasione che fosse conveniente di scrivere due parole. Scrisse:
"Cara amica, vado a morire non so perché, ma so ancor meno perché dovrei vivere."
E adesso? Chieder perdono? Di che? E se non era per chieder perdono, a che scrivere? Per un saluto? Donna Fedele ricorderebbe i suoi ultimi baci. Neppure le venivano in mente parole opportune, non era più nel suo interno che duro gelo di volontà, tesa per l'azione. Lacerò lo scritto, si alzò dal tavolino e cambiò vestito. Quello che indossava, di stretto lutto, glielo aveva prestato donna Fedele. Mise il vestito grigio che aveva messo per venire al villino. Prese quindi la borsetta di rete di argento, regalo del povero Andrea, dove teneva pochi altri ricordi di lui. Nella rete era inserta una piccola piastra col nome incisovi: Leila. Gli occhi le caddero sulla piccola piastra, sul nome che le ricordava una disputa. Depose e riprese la borsetta più volte, incerta se lasciarla o portarla con sé. Un impulso interno la costrinse a lasciarla. E in quello istesso istante tutto il gelo del cuore le si fuse in una subita tempesta di desiderio. Tornò ad aprire la finestra, disfrenò il desiderio, gittò l'anima là, là, dovunque egli fosse: ti amo, ti amo, mi dono, prendimi, prendimi intera prima che io vada a morire, baciami, baciami, fammi male con i tuoi baci!
Aperse e distese le braccia, si torse tutta in uno spasimo. Si raccolse e calcò un braccio sulla bocca, lo morse ansando, vi tenne i denti fino a che non le si chetò il batter violento del cuore e delle arterie. L'orologio di Arsiero suonò le undici. Tolse dalla borsetta di argento una fotografia del povero Andrea, vi scrisse sotto:
"4 luglio... vengo."
La posò sul tavolino, presso il calamaio, per modo che fosse veduta subito. E risolse, per un altro impulso opposto al primo, di prendere la borsetta con sé. Si lavò accuratamente col sapone una piccola macchia d'inchiostro che si era fatta sull'indice. Poi, guardatasi attorno col pensiero di lasciare ogni cosa in ordine, levò dal tavolino da notte il "Journal d'Eugénie de Guérin", datole a leggere da donna Fedele e lo posò sul cassettone, pensando che il lasciarlo sul tavolino da notte fosse un atto d'ipocrisia. Sentiva di non avere niente di comune con Eugénie de Guérin. Posando il libro sul cassettone, pensò quale orrore avrebbe provato la Guérin, in quel momento, di lei e quanto invece fosse lontano da lei ogni turbamento di carattere religioso, quanto le fossero indifferenti le proibizioni del Dio dei preti. Ebbe uno slancio di preghiera grata e dolce verso un Ignoto col quale si sentiva in pace. Guardò l'orologio. Non erano che le undici e un quarto. Ma chi poteva andare attorno in quella notte piovosa, tenebrosa? Incontri non erano a temere, decise di non aspettare più oltre. Tagliò il cordoncino di una tenda per toglierne con sé un pezzo da legarsene, prima del salto, le sottane che non le si rovesciassero così da scoprire le gambe. Mise le soprascarpe di gomma, per non far rumore scendendo le scale. Spense la luce e uscì.
Attraversò pian piano, al buio, una stanza vuota, tremando di fare scricchiolare l'impiantito di legno ed essere udita dalla cameriera o dalla cuoca, le camere delle quali mettevano, come la sua, in quella stanza vuota. Giunta sulla scala si sentì più tranquilla. Nel discendere, colla visione ai suoi piedi della roggia profonda e delle robinie verdi-chiare che vi sporgono sopra da sinistra, le vennero in mente certi grossi pali neri, vedutivi nel ritorno dalla Montanina.
Erano piantati nella roggia o fuori? Non sapeva più. Se cadesse dal parapetto del ponte, a perpendicolo, nella roggia, batterebbe probabilmente sui pali, e vi si sfracellerebbe. Non voleva morire così scomposta. Bisognava dunque saltar lontano, il più possibile. Le passò un brivido nella persona. E riprese a discendere. Giunta in fondo, si arrestò ancora. Aveva dimenticato di distruggere o di portare con sé i pezzi dello scritto stracciato. Risalire a prenderli? Si strinse nelle spalle, attraversò il salotto ascoltando i battiti precipitosi dell'orologio nelle tenebre, regolandosi da quelli nel movere verso la veranda. Aperse adagio adagio i battenti accostati, uscì rapidamente.
Fatti due passi, si gittò di slancio a sinistra, rovesciando sedie, perché una forma umana era balzata in piedi davanti a lei. Non gridò, saltò sugli scalini che scendono al giardino, disparve. Intanto donna Fedele, che aveva le finestre aperte, secondo la sua abitudine, udito il rumore delle sedie rovesciate, chiamò: "Chi è?". Rispose la voce di Carnesecca: "Una donna! E uscita una donna!".- "Che donna?... Dov'è?"
gridò ancora donna Fedele, angosciata, dalla finestra. "Non so! E fuggita! E sparita!" - "La insegua! E' sonnambula!"
Carnesecca sparve di corsa, nel buio, verso il cancello piccolo.
Mortale silenzio. Un grido! Donna Fedele, ravvolta in un accappatoio, scendeva già gli scalini della veranda, avendo intuita la cosa terribile. Udì la voce di Carnesecca, blanda, carezzevole: "Si svegli, signora! Si svegli, signora!". Ah, era salva! Le mancarono le forze, cadde a sedere sull'ultimo scalino, nella pioggia. Lelia, raggiunta sul pendio erboso imminente al cancelletto, aveva gridato nel sentirsi afferrare ed era caduta come morta.
"Fortuna, signora" disse Carnesecca riportando in casa la svenuta coll'aiuto della cameriera e della cuoca, "che non ho trovato da mettermi al coperto in nessun luogo e che allora mi sono permesso di venir a passare la notte sulla Sua terrazza! Altrimenti poteva andarsi a rovinare, questa creatura del Signore, se è sonnambula!"
"Sì sì, fortuna!" disse donna Fedele, ancora tutta tremante. La cameriera e la cuoca ripetevano sottovoce:
"Gesusmaria Signore, Gesusmaria Signore!"
Capitolo Ottavo
SANTE ALLEANZE
1.
Tre giorni dopo, un venerdì, il ragioniere Girolamo Camin, il dottor Francesco Molesin e Carolina Gorlago, governante del Camin, arrivati insieme ad Arsiero col primo treno, si acconciarono alla meglio, con borse e ombrelli, in una delle carrozzelle che sempre abbondano in quella stazione per trasportare viaggiatori al paese di Arsiero, a Tonezza, a Lavarone. Il dottor Molesin, all'atto di salire, fece qualche complimento colla Carolina; ma poi, incoraggiato dall'amico Momi, l'amico Checco salì nell'interno. La Carolina, una robusta donna sui trentacinque anni, dalla faccia volgare e dalla voce grossa, si arrampicò imbronciata a fianco del vetturale che frustò il cavallo e prese la via della Montanina.
Il ragioniere Camin, che si faceva chiamare da Camin in onore della celebre famiglia antica di quel nome, era brutto di una bruttezza particolare, non tanto disegnata nei lineamenti come puzzante, dalle tumidezze, dalle cisposità, dai colori falsi di quel viso giallognolo, di quegli occhi rossi, di quel collare di barba, mezzo tinto e mezzo stinto, misto di grigio, di rossastro e di violaceo. Portava un cappello di paglia, un lungo zimarrone color oliva, vecchio di un secolo, una sciarpa, sulle spalle, di seta rossa e gialla, pronta a riparare il collo padovano dai temuti aliti delle montagne iperboree di Val d'Astico. Per consiglio dell'amico anche il dottor Molesin, chiuso in un soprabito marrone, portava intorno al collo una pesante sciarpa bianca e nera. Il dottor Molesin non somigliava per niente all'amico. Più vecchio di lui, pareva più sano. I piccoli occhi cisposi del sior Momi avevano una fissità vuota di qualsiasi espressione. Quelli del sior Checco, piuttosto grandi e bruni, spiravano, sotto il decoroso cappello di feltro, certa gravità malinconica. Erano malinconici anche nel sorriso. Molesin non portava che baffi, due baffetti fra biondeggianti e grigi sotto le narici selvose. La donna grandeggiava accanto al piccolo vetturale, un ragazzo, sotto un modesto cappellino nero, un boa mezzo spelacchiato, un mantelletto nero, una sottana cenere. I due viaggiatori dell'interno parevano alquanto preoccupati dell'età giovanile del cocchiere. Il dottor Molesin, particolarmente inquieto, non osava abbandonare il dorso allo schienale della carrozzella, perseguitava d'interpellanze, con detrimento della propria gravità abituale, il ragazzo: "Ciò, digo!". "A pian, digo!... Perché i me par siti da romperse el colo, digo!" L'altro non era certamente un viaggiatore intrepido ma forse il timore di una ribaltata non era, nel suo cuore, la inquietudine più grossa. Aveva notato il broncio della Carolina e le blandiva spesso le spalle poderose con parole di affettuosa premura: "Se tienla?... La se tegna!... La se tegna, sala!". La grossa Carolina stringeva forte colla sinistra il ferro del serpe, ma non degnò mai rispondere. Passato il ponte del Posina, che fece rabbrividire Molesin, la carrozzella si mise al passo.
"Signor, Ve ringrazio" mormorò il sior Checco. Udito che la Montanina era vicinissima, considerata l'andatura flemmatica del ronzino, riprese coll'amico la conversazione di affari che avevano interrotta lasciando il treno. Il vetturino, curioso come un giornalista, udendo che i due discorrevano animatamente di cose da lui non capite, cercò di far cantare la sua vicina Chi era il signore che stava dietro a lui? La donna rispose asciutta:
"So minga."
"E Ela, xela parente de quell'altro sior che xe de drio de Ela?"
"So minga."
"Maledeta!" pensò il ragazzo linguacciuto. E si divertì a tormentarla con un'altra domanda:
"No La xe miga de sti paesi, Ela?"
"Sonto di un paese più meglio."
Era di Cantù. Un capomastro comasco l'aveva conosciuta serva di osteria e, sposatala, se l'era portata a Padova. Divisasi dal marito, ell'aveva preso servizio presso il sior Momi, prima come cuoca, poi come governante. Infatti serviva e governava. Da giovine, Momi Camin era stato ascritto al partito clericale. Poi. avendo arrischiata la prigione per certi imbrogli, n'era stato escluso. Dopo un breve passaggio al radicalismo anticlericale dove, allora, c'era poco da rodere, aveva preso a servire, agente elettorale apprezzato e disprezzato, i moderati. Le necessità di un'alleanza clerico-moderata lo avevano messo nuovamente in relazione cogli amici antichi, alcuni dei quali, brave persone, lo ritenevano calunniato, gli concedevano una stima che nessun altro, a Padova, gli concedeva più. Egli aspirava a ritornare in grazia del partito. La Carolina era una difficoltà benché quelle brave persone si ostinassero a credere ch'egli peccasse, a tenersela in casa, d'imprudenza e non d'altro. I capi del partito erano meno babbei. Davanti alla chiesina di Santa Maria, il dottor Molesin si toccò rispettosamente il cappello. Camin se lo toccò pure, ma in ritardo. Allora Molesin fece una smorfia quasi impercettibile.
"Parcossa?" disse il sior Momi, con un sorriso stentato.
"Gnente gnente" rispose l'altro.
Si erano intesi benissimo. Molesin aveva voluto dire, pensando alla Carolina: non basta toccarsi il cappello. E il sorriso del sior Momi era stato mezzo di smentita e mezzo di confessione soddisfatta.
"Xela questa, sta Montanina?" chiese Molesin alzando gli occhi lungo il pendio verde di cui la carrozzella radeva il piede. Considerato il gran cappello aguzzo della villa, i piccoli sparsi cappelli aguzzi della cucina, della scuderia e della chiesa, ricordò i cosiddetti "casoni" del piano, capanne dal tetto di paglia, e pronunciò il seguente giudizio memorabile:
"Un cason che gà famegia."
Il sior Momi rise di un riso particolare - aho aho - a bocca spalancata.
"Bela bela bela" diss'egli. "Un cason, aho aho."
La finezza del dottor Molesin gli si leggeva in viso. Quella del sior Momi era molto più recondita, portava una perfetta maschera d'insulsaggine. Momi Camin pareva un insulso timido che sapesse soltanto far eco, ridacchiando, alle parole argute dei suoi interlocutori. Soleva poi risuggerirle all'autore, per adulazione.
Quel giorno, perché Molesin si scandolezzava della strana casa, ebbe a ripetergli due volte, guardandolo cogli occhi stupidi:
"Cason, aho aho. Cason che gà famegia, aho aho aho."
Teresina e Giovanni ricevettero i nuovi arrivati all'entrata di mezzogiorno. Giovanni, a vedere quel carico di zimarroni e di sciarpe eteroclite, per poco non scoppiò a ridere. Teresina invece aveva un viso funebre. Ella accompagnò la governante del nuovo padrone nella stanza del secondo piano, che le aveva destinata. Per via la governante le annunciò che sapeva com'ella fosse la cameriera della "popòla", della "sura Lella". Forse perché "el Lella" è un personaggio popolare in Lombardia, la Gorlago non seppe mai nominare Lelia che così.
"Andaremo d'accordi" diss'ella nel suo lombardo macchiato di padovano.
Poi le fece gli elogi del suo "sciòr", proprio un buon omaccio, di cuore.
"Però" soggiunse con un sorriso degno dell'originaria osteria, "che La se guarda, perché ghe pias minga mal i bej donnett." "Eh ben" rispose Teresina rossa rossa, "no l'è discorsi per mi no, questi." E pensò:
"Gèsu, che compagnia!". La Gorlago fu poco soddisfatta della camera ch'era spaziosa e alta ma prendeva luce da un abbaino. Prese possesso, senza cerimonie, di un'altra camera, sulla fronte della villa, sopra il salone. In casa la chiamavano la camera delle rondinelle, per certa decorazione. Il povero signor Marcello aveva detto a Teresina, molti anni addietro, quando suo figlio era ancora un ragazzotto: "Nella camera delle rondinelle andranno i bambini di Andrea". Teresina lo ricordava bene e quando la Gorlago, con quell'aria di donna mal ritirata dagli affari sporchi, entrò lì dentro da padrona, si sentì venir le lagrime agli occhi e andò a sfogarsi nella sua camera. Vi capitò subito Giovanni. Il padrone la voleva. "Che padrone! La padrona è la signorina" diss'ella, irritata. "Io credo" rispose Giovanni "che non ci pagherà mica la signorina. Sarà lui che ci pagherà. E allora io lo chiamo padrone."
Il sior Momi si era scelta la stanza d'angolo al primo piano, che guarda la cucina. Poco gl'importava della vista, a lui; quella camera lì era buona per la vigilanza sui domestici, per spiare e origliare.
Domandò se il caffè e latte fosse pronto anche per la governante e quale camera avesse occupato costei. Udito che non era stata contenta di quella preparatale, la sua maschera barbuta di vecchia cera non fece una grinza né gli occhi cisposi espressero un sentimento qualsiasi; ma la bocca disse con una voce di automa: "Male male male"
per l'abitudine antica di blandire, nelle prime, chiunque gli parlasse. Finalmente domandò di Lelia. Teresina aveva una lettera, per lui, di donna Fedele. Gliela diede e si ritirò, dicendo che andava a portare il caffè e latte in sala da pranzo. Appena uscita rientrò, esitante. Anche la governante avrebbe preso il caffè e latte in sala da pranzo? Stavolta la maschera barbuta di vecchia cera e gli occhi cisposi ebbero un lieve sorriso.
"No no no, con Ela con Ela con Ela."
A Teresina quell'uomo pareva un vero cretino. Se non era per l'affare dei gioielli, le sarebbe bisognato un atto di fede a crederlo il furbo disonesto il cui solo nome era stato insopportabile al signor Marcello.
Il dottor Molesin aveva un interesse speciale per gli affari dell'amico Momi e Momi era pieno di riguardi per l'amico Checco. Il sior Momi aveva trovato modo di mangiar quattrini, con mille pasticci, a una quantità di gente e d'ingolfarsi, in pari tempo, nei debiti. Un bel giorno, dichiarando di non poterli pagare, aveva offerto ai creditori il venti per cento. I creditori, riunitisi e consultatisi, si erano rivolti, per la tutela dei loro interessi, a Molesin.
Alquanti dei poveretti infinocchiati e mezzo rovinati dal sior Momi erano sacerdoti, e nel mondo ecclesiastico le abilità forensi e finanziarie del dottor Molesin godevano di molto credito. Costui, che avendo studiato leggi due anni e assai frequentate le preture si faceva passare per dottore in giurisprudenza, accettò l'incarico a patto di prelevare il trenta per cento sul soprappiù che gli riuscisse di spremere da Momi oltre la sua proposta. Momi, invitato a trattare con lui, non seppe di questo patto e credette potersi guadagnare l'avversario con l'offerta di un buon regalo se la proposta venisse accettata. Molesin, convinto che l'amico avesse quattrini nascosti, pieno di speranza nell'attesa eredità di Lelia, la quale, venuta in possesso degli averi Trento, vorrebbe certo salvar l'onore del suo nome, fece lo scrupoloso. Lo fece mollemente perché gli sorrideva l'idea di condurre le cose in modo da pigliarsi tutti e due gli zuccherini. Il sior Momi, dal canto suo, non dubitò un momento che quegli onesti scrupoli non si potessero tradurre in cifre.
Siccome il morto l'aveva e grosso, si riservò di regolarsi, colle cifre, secondo il vento. Intanto spillava denari alla figliuola con piagnistei, celava, quanto poteva, la buona cucina e la buona cantina di cui era solito attenuare le proprie sventure coniugali e quelle della Carolina, consociate a mutuo conforto. All'annuncio della eredità conseguita da Lelia, tuttora minorenne, Molesin affilò, gongolando, le unghie. Adesso era il momento di sorvegliare Momi, un "macaco" che mirerebbe certamente a inghiottire il più possibile e a sputar fuori il meno possibile. Adesso era il momento di sorvegliare anche la figlia. Della figlia egli si era già occupato, ma da lontano.
Coetaneo, condiscepolo, amico dell'arciprete di Velo d'Astico, teneva con esso una corrispondenza discretamente attiva, collo scopo dichiarato di avere notizie della signorina Camin da comunicare all'amico Momi, cui erano interdette le relazioni colla Montanina.
L'arciprete credeva in buona fede che le curiosità del vecchio amico Checco non avessero altri fini e scriveva. Scrisse anche dell'arrivo alla Montanina del famoso giovine modernista. Molesin si spaventò poco del modernista e molto del giovine. Un matrimonio di Lelia avrebbe facilmente mandate a male le sue speranze maggiori. Egli trovò modo d'informare la signora Camin, che faceva dire molte messe a Sant'Antonio e mandava da Milano quattrini a sacerdoti di Padova per opere di pietà e di beneficenza. La sera stessa che morì il signor Marcello, l'arciprete scrisse a Molesin che quel famoso modernista era fuggito, e che forse certe notizie poco edificanti sul suo conto, venute da Milano, avevano condotto a questa soddisfacente soluzione.
Poi, l'astuto dottore sollecitò, senza troppi complimenti, dal padre dell'erede, un invito alla Montanina. L'invito fu fatto immediatamente secondo lo stile del sior Momi: "Certo certo, sipo, un piacere, aho aho".
E lì su due piedi, in casa Camin, presente la Carolina che il suo padrone era venuto a prendere, fu combinato il viaggetto per l'indomani mattina. Quella notte l'onesto dottore dormì poco. Sapeva di andar a giuocare un partita d'impegno col "macaco", un avversario sopraffino. Non lo stimava però suo pari. Ne conosceva una tara. Lo definiva da mercante di cavalli: "Fin, ma debole de zenoci". Molesin disprezzava ogni debolezza per le donne. Lì peccavano, secondo lui, i "zenoci" del sior Momi; il quale, altrimenti, col gran dono fattogli dal Signore di quella faccia da cretino, non avrebbe avuto eguali. "Se no ghe fosse la doneta, oooh! Ma ghe xe la doneta."
Il non avere ancora veduto Lelia, né udito chiederne da suo padre, lo turbò un poco. Ne chiese a Giovanni salendo con lui alla camera destinatagli: "La signorina?". Giovanni rispose: "E' fuori" e Molesin credette che fosse a passeggio. Scendendo per il caffè e latte, incontrò Teresina sulla scala e domandò anche a lei: "La signorina?"
"No la gh'è no."
"Come no la ghe xe?"
Teresina lo guardò, colpita dal suo accento.
"Non signor. L'è dalla signora Vayla."
"E Momi che no parla!" pensò Molesin, avviandosi alla sala da pranzo.
Mentre egli vi entrava da una parte, la Gorlago ne usciva, scura scura, dall'altra, mentre il sior Momi le brontolava dietro:
"Gala capìo? Da brava!" L'aveva chiamata per dirle di levarsi dalla camera delle rondinelle e di andare dove aveva prima disposto Teresina.
Molesin non sapeva né chi fosse né dove abitasse questa signora Vayla.
Il suo fiuto gli diceva un cattivo odore di guai fra padre e figlia.
Gli venne in testa, prendendo silenziosamente il caffè e latte, che la ragazza non volesse trovarsi colla Gorlago. Voleva sapere. Aveva necessità di sapere. Se padre e figlia vivevano come cane e gatta, visto che fra pochi mesi la ragazza sarebbe diventata libera dispositrice delle proprie sostanze, il sior Momi avrebbe cercato di arraffare in quei pochi mesi quanto poteva, danaro, titoli, gioie, tutto ciò che può sparire senza lasciar traccia e poi... chi s'è visto s'è visto, si sarebbe al punto di prima, con una speranza di meno.
"La senta, caro Momi" diss'egli, prendendo pacificamente il caffè e latte, "quando se podarà riverir la putela?"
Momi rispose ch'era ammalata.
"Oh, povareta povareta!"
Molesin s'intenerì. "La gavemio disturbada?" Momi rassicurò l'innocente amico. Lelia non era in casa. Era presso una signora di Arsiero, una vecchia amica del signor Marcello. Aveva voluto andare presso questa signora subito dopo la disgrazia. L'amicizia fra la Vayla e sua figlia era una spina per lui. Lelia, testa falsa, testa bizzarra, era stata sempre aizzata contro suo padre; prima da sua madre, poi dai Trento. C'era da scommettere che l'amica di Arsiero facesse con lei la stessa parte. Anzi, una lettera della signora, ricevuta in quel momento, ne forniva quasi le prove. Il sior Momi si levò di tasca la lettera e la porse candidamente a Molesin. Questi la prese, pensando che, se gli si faceva leggere, doveva essere una carta nel giuoco avversario.
Lesse:
"Villino delle Rose, 6 luglio.
"Egregio Signore, "Ho il dispiacere di comunicarle che la notte fra il 4 e il 5 Sua figlia fu presa da una febbre forte. Il medico la qualificò reumatica.
Ora è quasi sfebbrata ma le è rimasta una prostrazione di forze assai sensibile. Il medico vuole che le si eviti qualunque emozione e perciò non crederei opportuna, per il momento, una Sua visita.
"Mi permetto di soggiungere che le scosse morali di questi ultimi giorni hanno sicuramente male influito sulla salute di Lelia. Tanto il medico quanto io siamo persuasi che sarebbe utilissimo di portarla, almeno per qualche giorno, in un altro ambiente. I Suoi affari non Le permetteranno senza dubbio di allontanarsi per ora. Io ho necessità di recarmi a Torino e Le offro ben volentieri di prendere con me Lelia che mi sarebbe una compagna preziosa. In attesa di Sua cortese parola di consenso, La prego a credermi Dev.
FEDELE VAYLA Dl BREA."
Mentre il dottor Molesin stava ancora leggendo, il sior Momi si tenne in dovere di metter fuori il suo sorriso cretino e la sua voce di palato:
"Eh ma vado istesso, ah? - Vado, no? - Son papà gò dirito patria potestà - no? - Ah? - Vado?"
Ora pareva affermare un proposito, ora chiedere un consiglio, e quel tono e questo e le parole e il sorriso non erano che un automatico blandire al gattone; il quale, posata la lettera, durò a covar il sorcio cogli occhi, in silenzio, anche quando le voci della bestia inferiore cessarono. Finalmente gli uscì, con una lieve scossa di spalle e di ventre, questa parola profonda:
"Benon."
Il sior Momi comprese la parola profonda, come aveva compreso la smorfia per la sua levata di cappello e ne diede segno eguale:
"Parcossa?"
"Benon, digo" ripeté l'altro, stavolta con un tono incoraggiante.
"Intanto" diss'egli, alzandosi, "andemo a veder el cason."
Si alzò anche Camin ma battendo e ribattendo le palpebre sugli occhi cisposi, unico abituale segno esterno delle sue interne inquietudini.
Insistette nel chieder consiglio, stavolta con una voce di gola, blandamente grave.
"No, no, andemo, jà, el diga. Ca vada?"
"Quando che ghe digo - benon!" ripeté Molesin. "El vada, el staga, tutto benon." Soggiunse che se il sior Momi si risolvesse a quella visita, egli andrebbe intanto a trovare l'arciprete.
Stavolta fu il sior Momi che disse "benon", ma non lo disse troppo di buona voglia. Sentiva le diffidenze del formidabile ospite a proposito di quella lettera e del suo commento, si domandava quali macchine potesse montare coll'arciprete per venire in chiaro del suo piano ch'era quello appunto di far credere fredde le proprie relazioni colla figliuola e di conquistarsela invece segretamente. Batté ancora due o tre volte le palpebre prima di saperle contenere, e poi intraprese, coll'ospite, l'ispezione della villa, applicando regolarmente il solito riso adulatorio alle osservazioni di Molesin. Le scale del salone, il camino, le policromie dei soffitti, il testone della terrazza, il fresco del Beato Alberto Magno sulla facciata di mezzogiorno, tutto era giudicato dal Dottor Sottile colle stesse parole: "Mato ingegner, mato pitòr, mato paron". E Momi faceva eco:
"Mati mati, aho aho". Solamente le soffitte ebbero un grugnito di approvazione. Il sacco della Carolina era ancora nella camera delle rondinelle. Molesin lo notò e il sior Momi se ne accorse. La Gorlago stava visitando la villa per proprio conto. I due la incontrarono sulla scala del salone, nel discendere.
"Ohe" le disse Camin con un fare da padrone duro, "quel sacco, a posto!"
La donna gli diede un'occhiata rabbiosa e tirò via. Molesin la seguì cogli occhi fino al pianerottolo superiore.
"Caro Momi" diss'egli, posando una mano sulla spalla dell'amico e articolando lentamente le parole per farne sentire il doppio fondo, "go paura che i carateri, digo i carateri, de so fiola e de sta siora qua no i se convegna."
"Aho, parcossa?"
"Gnente."
"Aho aho! O'l d'un!" Il sior Momi, pratico di doppi fondi e solito renderli innocui colle sue risate cretine, vi aggiungeva, nei casi più gravi, questo "òl d'un!", questo ridente smozzicato "fiol d'un can!", giocoso insulto ammirativo di una malizia canagliesca.
2.
Verso le undici l'ottimo Camin, dopo una breve conferenza, nello studio, con Teresina, annunciò all'amico la propria partenza per il villino delle Rose e lo invitò a uscire con lui se intendesse recarsi a far visita all'arciprete. Al trivio dove la stradicciuola della Montanina muore nella strada maestra, gl'indicò il campanile di Velo posato elegantemente a chiudere nell'aperto sole lo sfondo della via, oltre un alto arco di ombre. E, congedatosi, prese la via opposta. Il Dottor Sottile, fatti piano piano pochi passi, ristette, si guardò alle spalle e, non vedendo più Momi, ritornò indietro. L'eccellente sior Momi non avrebbe mancato, scorgendo questa manovra, di mormorarsi nella gola, intero e sul serio, coi denti stretti, quel "fiol d'un can!" (che aveva prima messo fuori smozzicato e burlesco, e si sarebbe applaudito così: "No son po miga Marco Paparèle gnanca mi". Marco Paparèle è un leggendario tipo veneto di scimunito. Il sior Momi, prevedendo che, nella sua assenza, Molesin avrebbe cercato di far cantare Teresina come a lui non piaceva che cantasse, l'aveva istruita per bene.
Molesin ritornò alla Montanina in cerca della sua sciarpa, artificiosamente dimenticata nel vestibolo. Presa la sciarpa, andò fiutando le orme di Teresina e, trovatala, spiegatole il perché del suo ritorno, la pregò di fargli vedere la chiesina, non ancora visitata. Nello scendere colla cameriera per il giardino, le domandò, tutto amabile, le sue impressioni del nuovo padrone. Teresina si schermì. Allora Molesin: "Gran bon omo, gran bon omo! Disgrazià, disgrazià! Disgrazià nella mojer, disgrazià nei afari! E come xela mo, co sta fiola, come xela mo, co sta fiola? Xela contenta mo, povareta, de star col papà, adesso? Tanto, m'immagino, vero? Tanto, vero?".
La faccia malinconica, la voce dolce dolce del Dottor Sottile non toccarono Teresina. Il sior Momi aveva studiato fin dal primo momento di guadagnarsela, le aveva promesso un aumento di salario e mostrata la massima fiducia, ma non fu per far piacere al sior Momi ch'ella si chiuse in un riserbo diplomatico; fu perché la faccia, la voce, i blandimenti di Molesin le ripugnavano. Rispose che non sapeva niente, che non poteva dir niente. Molesin entrò in chiesa, si fece devotamente il segno della croce coll'acqua santa, s'inginocchiò un momento prima di andar toccando e fiutando altare, candelabri, lampade, pilette. Egli credeva tutto che la Chiesa crede, così a fascio e senza averne notizia chiara praticava nella misura esterna che la Chiesa esige; e poiché non pigliava il denaro altrui proprio dalle tasche né dai forzieri, poiché il mentire era per lui un elemento costitutivo di qualunque affare e gli affari non sono proibiti dalla Chiesa, non si era figurato mai che fra le sue pratiche religiose e le sue pratiche civili ci fosse una stridente contraddizione. Anzi, quanto più s'infervorava nelle seconde, tanto più s'infervorava nelle prime. Quando aveva meglio imbrogliato e spennacchiato il prossimo, si studiava d'imbrogliare anche Domeneddio con qualche "pater ave gloria" con qualche messa di più. Solamente, a lui non pareva d'imbrogliare né il prossimo né il Signore. Non si credeva un ipocrita. Teneva sul serio a un posticino in paradiso.
Ascritto al partito clericale, n'era mal tollerato per la sua dubbia riputazione, ma fingeva di non avvedersene. Si appoggiava molto a qualche amicizia, da lui vantata e gonfiata, di preti che lo conoscevano poco. Uno di costoro era l'arciprete di Velo d'Astico, suo coetaneo e compagno di scuola.
"E quel giovinotto?" diss'egli uscendo di chiesa. "Quel giovinotto di Milano ch'è stato qui! Buon giovine, vero? Mi sarei figurato che si potesse intendere colla signorina. Buon giovine, sa. Bravo giovine.
Umh! E non s'intendevano? Peccato! Proprio, dico; non s'intendevano?"
"Cosa ne sai tu del giovinotto di Milano?" pensò Teresina. Stavolta rispose risentita. Che poteva saper lei di queste cose che non la riguardavano?
Molesin riprese la via di Velo a capo basso, simile al giuocatore di bocce che si è illuso di aver fatto il punto, è corso a vedere e ritorna mogio mogio, colla seconda boccia nelle mani, mulinandoci su come gli convenga tirare il nuovo colpo. Si rodeva anche per la sciarpa, inutilmente ripresa, che gli pesava sul braccio, ridicola nel sollione delle undici.
"Maledetta anche questa!" si disse, sudando come un uovo. L'altra maledetta, naturalmente, era Teresina.
Non trovò l'arciprete in casa. Era in chiesa. Domandò della cognata.
Era in chiesa. E il cappellano? In chiesa.
"Il Suo nome, di grazia?" fece la fantesca, vedendolo seccato. Udito il nome venerabile - dottor Molesin - s'illuminò tutta. Lo sapeva tanto amico del signor arciprete, aveva portato alla Posta tante lettere del padrone per lui! Lo trattenne. Andrebbe subito a chiamarlo, il signor arciprete. Prese quindi un'aria misteriosa e, in gran segreto, in gran confidenza, trattandosi di un amico del padrone, gli spifferò che il cappellano aveva ricevuto allora allora una lettera dello zio Cardinale coll'annuncio che l'arciprete sarebbe fatto Vescovo. Il padrone si era tanto commosso; molto per il vescovado, un poco anche per l'idea di essere forse mandato "in quel de Napoli che i xe paesi tanto bruti". Padrone, siora Bettina e cappellano erano subito andati in chiesa e ci stavano ancora.
"Allora La diventa un poco vescovessa anca Ela" disse lo scherzoso dottore. E pensò: "Saprà qualche cosa, costei? Sarà cagna come quell'altra?". La pregò di non avvertire, di non incomodare nessuno.
Era disposto ad attendere. Magnificò la virtù di don Tita, che meritava, meritava! La serva lo fece entrare nel salotto di ricevimento. Colà, seduto sul canapè, raccontò aneddoti del tempo in cui egli e l'arciprete facevano il ginnasio insieme. "Bela elezion!"
esclamò finalmente. "Gran bela elezion! Sala cossa? Vado in ciesa anca mi. Ma prima La me cava una curiosità."
Le domandò se conoscesse la signorina Camin, quella che stava col vecchio Trento. La fantesca fece il viso brutto. Lo sapeva bene, il signore, quello ch'era successo? No, non sapeva niente. "Madre Santa, la ga tentà de scapare."
"De scapare?" fece Molesin, sbalordito. Udite voci di fuori, la fantesca esclamò "eccoli!" e corse via. L'arciprete e i suoi due compagni erano di ritorno dalla chiesa. Confabularono colla serva fuori della porta e il solo arciprete entrò nel salotto.
Egli lesse nel viso di Molesin un tale stupore che non dubitò nell'interpretarlo: "La ciacolona ga ciacolà". Sentiva trasfigurato il proprio stesso viso dall'emozione interna. Non aveva bisogno, lo sentiva, di parole per confermare la notizia data dalla fantesca.
Disse solamente "caro" e abbracciò, colle lagrime agli occhi, l'amico del quale non aveva mai voluto credere che fosse un ipocrita, un disonesto. Erano lagrime sincere, pregne di sensi diversi. Vi era il senso trepido del suo innalzamento, per volontà di Dio e del Vicario di Cristo, a una dignità onde a lui, uomo di ferrea fede, appariva, non lo splendore esterno e mondano, ma l'importanza religiosa. Vi era il senso tenero della fiducia dimostratagli dai Superiori. Vi era un ravvivamento profondo del suo fervore religioso, una tensione della volontà verso la vita semplice austeramente, esemplarmente pia, di un degno Pastore di pastori. Vi era il senso dolente della fine prossima di una parte della sua vita, la penultima, che si allontanerebbe da lui per sempre, insieme a tante lunghe consuetudini di luoghi e di persone. Il dottor Molesin, benché sbalordito dalla bomba della fantesca, intese il granchio pigliato dall'arciprete e approfittò dell'abbraccio, lo prolungò tanto da rimettersi bene a posto, da potere sfoderar poi, anch'egli come l'arciprete, un metro di fazzolettone turchino e stropicciarsene con zelo gli occhi.
"Bela elezion!" esclamò ripiegando il fazzolettone. "Gran bela elezion!" Intanto si era riordinato anche l'arciprete. Supplicò Molesin di essere discreto; e perché il dottore gli domandò, titubante, il nome della diocesi, gli troncò le parole: "No se sa gnente, no se sa gnente, no se sa gnente". Lo richiamò ad altro argomento con uno di quei "dunque?" che si gettano a uncinare il prossimo come ami legati a un filo, invisibile sì ma ben conosciuto dall'uncinato, che ne sperimenta subito il tirar forte.
"Dunque" disse Molesin parlando italiano per aggiungere importanza al discorso "il gran modernista ha dovuto levare i tacchi; come il prete suo amico, mi hanno detto."
L'arciprete rise.
"Storie vecchie, queste" diss'egli. "Storie vecchie, caro. Parliamo del presente."
Lo sapeva bene, Molesin che il "dunque?" dell'arciprete era stato un uncino gittatogli per tirarlo al torbido presente: anch'egli voleva venire al presente ma non tiratovi a forza con pericolo d'inciampare.
Voleva mettere i piedi dove piaceva a lui. Cosa poteva egli dire del presente che l'arciprete non sapesse già? La morte del vecchio Trento, il suo testamento, Momi Camin alla Montanina...
"Fin che no vien Spazzacamin."
L'arciprete non sapeva quanto la sua freddura fosse atroce per Molesin, il quale la sostenne imperturbato. Disse che Momi lo aveva invitato a vedere la villa. Era venuto principalmente per il piacere di visitare l'arciprete. Però gli era stato gradito anche di accontentare Momi. E qui fece prudenti elogi di Momi, disgraziato, sì, nella famiglia e negli affari, uscito forse un po' fuori di strada in cose politiche, ma buon diavolaccio, in fondo, e buon cristiano poi; oh, questo sì, buon cristiano, di quelli all'antica.
"A pian a pian" fece don Tita. "I me dise che in casa a Padova, ghe sia del sporcheto."
Molesin aggrottò le ciglia, strinse e porse le labbra con un lungo mugolio sordo, interrotto di scatti negativi: "no - no no", che finirono in un dubitativo: "proprio no credaria apparenze!". E continuò a dire dei buoni principii, delle buone pratiche del suo amico. Si teneva sicuro che sarebbe un eccellente parrocchiano, un parrocchiano generoso per la chiesa, generoso per i poveri; mentre se per disgrazia, un giorno o l'altro, la Montanina capitasse in mano di quel tale, di quel signor Alberti...
"Pur troppo, fiolo" disse don Tita. "La ghe capita."
"Da bon?"
Molesin perdette un momento il suo equilibrio.
"La ghe capita" confermò don Tita. E raccontò la fuga tentata da Lelia.
"Combinà, capìo" diss'egli. "Tutto combinà."
Secondo lui, la ragazza non voleva assolutamente saperne di vivere con suo padre. Donna Fedele la protegge, ma non può tenersela se il padre la vuole. Pochi mesi ancora, e la ragazza è maggiorenne, diventa libera. Si tratta, per loro, di far passare questi pochi mesi. E si è pensato il bel colpetto. Una notte la ragazza scappa. E'una ragazza ardita, anzi sfacciata, e l'arciprete dice di averne le prove. Piglia un treno in qualche parte, come aveva fatto don Aurelio, e va in Piemonte. In Piemonte la sua protettrice ha un nuvolo di parenti. La ragazza si nasconde un po' qui un po' lì, fino a che passano questi benedetti mesi. Intanto l'altra lavora per il signor Alberti, suo protetto anche quello. Lo ha già fatto venire a Ceghe, da Milano, dopo la sua fuga. Sono stati veduti insieme in un luogo solitario, sulla riva dell'Astico, a far complotti. Ma c'è la Provvidenza. La Provvidenza si serve di un eretico, di un birbante, per rompere le ova nel paniere di quell'altro. La Provvidenza lo conduce a dormire, una notte di pioggia, dove la ragazza non credeva certo di trovarlo. E succede il patatrac.
Don Tita descrisse il patatrac e venne alla morale. La commedia si ripeterebbe certo e il signor Camin o da Camin doveva pensare al riparo se non voleva che arrivasse Spazzacamin.
Tutta questa industriosa architettura non era farina del sacco di don Tita. Era farina del sacco di don Emanuele. Il sacco di don Emanuele era un sacco a doppio fondo. Don Emanuele aveva informazioni che comunicava e informazioni che non comunicava a don Tita. Gli comunicava quanto reputava utile o almeno indifferente che fosse poi ripetuto dall'arciprete senza prudenza. Non gli comunicava ciò che, conosciuto segretamente da lui, gli procacciava un monopolio di sapienza direttiva e la coscienza gradevole di tale superiorità. Ma, sul conto di don Tita, egli s'ingannava. Don Tita pareva più grosso di lui ed era invece più fine. Don Tita si era accorto del giuoco e fingeva di lasciarsi giuocare. Non credeva, per esempio, nella storia raccontata a Molesin, credeva soltanto che fosse utile raccontarla. E lo capiva. Capiva perfettamente che fosse utile di seminare discordia fra la Vayla, tanto avversa a lui e al cappellano, e il nuovo padrone della Montanina, il quale avrebbe potuto far molto per la chiesa, bisognosa di riparazioni, di panche, di pavimento. Capitatogli fra i piedi l'amico Molesin, aveva intuito come quello fosse un canale buonissimo da versarvi le parole che avrebbero posto in guardia Camin contro donna Fedele e preparata, fra il clero di Velo e il sior Momi, un'alleanza vantaggiosa per la chiesa e per i poveri della parrocchia.
Non credeva che donna Fedele avesse fatto fuggire la signorina di notte a quel modo pericoloso, mentre le sarebbe stato tanto facile di farle prendere il treno ad Arsiero come lo aveva preso altre volte, sola, per andare a Seghe o a Rocchette; ma don Emanuele gli aveva asseverata la cosa ed egli credeva quindi poterla dare, in coscienza per vera. E si era interdetta qualunque indagine. "Se don Emanuele"
pensava "sa una cosa e ne dice un'altra, buon' pro gli faccia. A me va bene questa." Infatti don Emanuele sapeva che le persone di servizio del villino credevano a un tentativo di suicidio, per certi pezzi di carta scritta che poi le avevano trovato in camera. Supponevano che la ragazza intendesse appiattarsi nel bosco, sotto la chiesa del Camposanto di Arsiero, per aspettarvi il treno delle quattro e gittarsi sulle rotaie, o saltare nella roggia che taglia la strada di Seghe volgendo verso la Pria.
Molesin ascoltò molto attentamente il racconto. Se le cose stavano a quel modo e se ora Momi consentisse a lasciar viaggiare sua figlia colla Vayla, bisognava aspettarsi il peggio. Colei farebbe scappare la ragazza e bravo chi la scova dopo. Pochi mesi ancora e arriva Spazzacamin. La ragazza assegnerà una pensione a suo padre; più di così, probabilmente, non vorrà concedergli e sarà come nulla. Bisogna ch'essa ritorni alla Montanina, bisogna che Momi voglia e sappia riguadagnarsene l'animo. Brutto affare.
"Povero Momi!" diss'egli, malinconicamente. E, senza fiatare delle lettere di donna Fedele, passò a un altro discorso. Domandò Se Momi avesse fatto celebrare un ufficio funebre nel giorno settimo della morte del vecchio Trento. No, nessuno ne aveva parlato. In circostanze ordinarie, l'arciprete avrebbe fatto interrogare in proposito la famiglia. In quelle circostanze, il signor Camin essendosi impensatamente allontanato la mattina del quattro, sua figlia non trovandosi a casa, non se n'era fatto niente. Ignorava se il cappellano ne sapesse qualche cosa di più ma non lo credeva.
"Adesso sentiremo" diss'egli. E suonò per far venire il cappellano.
Molesin si era incontrato una volta con don Emanuele a Padova. Lo aveva fiutato avverso. Si era sentito a disagio come se quell'occhio acquoso, gelido, lo spogliasse di tutte le morbide pelli finte che portava sulla dura pelle vera. Aveva fiutato bene. Don Emanuele la sapeva lunga sul suo conto; lo aveva tenuto a distanza, pensatamente.
Molesin avrebbe fatto volentieri a meno d'incontrarsi ancora con lui.
Ma quando il cappellano entrò nel salotto e salutò l'ospite, questi si accorse tosto, con recondita dolcezza, che l'occhio acquoso era meno gelido dell'altra volta. Infatti l'occhio acquoso vedeva ora nell'onesto Molesin l'uomo che aveva fatto conoscere alla pia signora Camin, e quindi agli ecclesiastici suoi amici e consiglieri, la pericolosa presenza di Massimo Alberti alla Montanina. Nel salutarlo, il suo volto si atteggiò a un lieve sorriso, parve dire tacendo: "Ah, è Lei!". Udito che neppure don Emanuele aveva parlato con alcuno di quel tale ufficio funebre e che d'altra parte, per certe ragioni di rito, non sarebbe stato possibile di celebrarlo nel giorno settimo, ciò cui l'arciprete non aveva ora pensato, dichiarò che si prendeva la responsabilità di ordinarlo a nome dell'amico. Per l'ora si sarebbero intesi. E a nome dell'amico pregò che lo si aiutasse a trovare un sacerdote per la messa festiva nella chiesina della villa. L'arciprete avrebbe risposto con effusione cordiale se non lo tratteneva un'ombra sul viso del cappellano. Così rispose un vago "vedremo". Allora Molesin, cui non era sfuggita l'ombra, fece intravvedere daccapo, attraverso una nebbia di mezze parole, le belle cose che Momi Camin potrebbe fare se trovasse simpatia e se avesse la pace in casa. Non specificò le belle cose né altro; e l'arciprete, contento che non specificasse, che non proponesse una specie di contratto, accompagnava i suoi giri e rigiri di frasi con certi "ben - ben - ben" che, per l'oratore, erano tante gocce di balsamo.
Ma don Emanuele, temendo evidentemente, per i suoi reconditi fini, che il principale si compromettesse con parole poco misurate, gli ricordò certe faccende urgenti da sbrigare insieme, per cui Molesin fu costretto a levare il campo. L'arciprete gli domandò se intendesse partire quel giorno stesso. Rispose di essere venuto da Padova con quest'idea. Ma il paese era troppo bello e l'amico Momi gli faceva tanta violenza perché restasse! Restava. Proclamato enfaticamente questo fantastico atto di sottomissione, prese congedo, trottò verso la Montanina, ora meditando il racconto dell'arciprete e l'ombra enigmatica sul viso di don Emanuele, ora struggendosi di sapere come fosse andato il colloquio di Momi con quella signora Baila, o Balia, o il diavolo che la porti. Quando arrivò alla meta, il sior Momi non era ancora ritornato. Ritornò poco dopo. Molesin, che stava informandosi della colazione in cucina, lo udì chiamare per la casa: "Dotòr! Sior Checco! Sior Checco! Dotòr!". Criticata l'opera della cuoca circa un baccalà che stava preparando, e istruitala secondo i propri gusti, rientrò in casa, vociferò alla sua volta: "Momi, Momi!