Antonio Fogazzaro




PICCOLO MONDO MODERNO






CAPITOLO PRIMO

AB OVO



I


La vecchia marchesa Nene Scremin stava spolverando ella stessa, in abito di ricevimento e con un viso arcigno, il suo salotto. Strofinava col fazzoletto le spalliere delle sedie appoggiate alle pareti, gl'intagli del canapè e delle poltrone, i piani delle cantoniere, la campana della pendola. Alzava uno a uno i candelieri dorati dalla caminiera di marmo nero, alzava dal tavolo di marmo bianco, uno a uno, i porta-fiori, i porta-ritratti, le bomboniere, i ninnoli accumulati da una serie favolosa di natalizi e di anniversari, strofinava il marmo, cancellava le piccole nuvolette di polvere, brontolando contro quel benedetto Federico che pretendeva di avere spolverato. Il povero Federico, mezzo storpio, mezzo sdentato, mezzo calvo, capitò in quel punto, nella sua blusa di fatica, a dirle che c'era il giardiniere vecchio, quello licenziato da due mesi, e che desiderava di parlarle.

“Ch'el speta!” disse la marchesa. “E vu, benedeto, cossa feu che no ve vestí? No savì che xe marti? Che spolverar feu, vu? No vedì che stala che xe qua?”

“Che stala?” fece Federico, intontito. “Che stala? Cape, mi so che son sta qua do ore stamatina.”

“Ben, gavarì dormìo. Gài portà l'ovo a la Tonina?”


La Tonina era una vecchia cameriera inferma, mantenuta dagli Scremin per carità. Federico dichiarò di non sapere se a mezzogiorno le avessero portato il solito uovo, e in quel punto venne la cuoca a ripetere il messaggio del giardiniere licenziato. Ne seguì un battibecco fra i due servi, appunto per questa replica non richiesta, malgrado la presenza della padrona. Ma la marchesa, dominata da tetri presentimenti, voleva notizie dell'uovo e seppe dalla cuoca che l'uovo alla Tonina lo aveva portato la guattera e che la Tonina, sentendosi poco bene, non lo aveva preso. Questo fu il principio di un dramma. Cos'era accaduto dell'uovo? Silenzio. Possibile che qualcuno l'avesse mangiato? Che si fosse dimenticata la quaresima? Federico brontolò: “El sarà in cusina”. La marchesa intascò il suo fazzoletto sudicio, andò diritta in cucina. Cerca qua, cerca là, niente uovo. Andò alla finestra e chiamò il cocchiere che stava ripulendo finimenti nel cortile. Mentre colui saliva ella si affacciò alla buia scaletta di servizio per chiamar la guattera, vide qualcuno nell'ombra, lo credette il cocchiere e gli domandò bruscamente: “Gavìo tolto un ovo?”. “Mi, signora?” rispose colui, timido. “Mi no so gnente de ovi.” Allora la marchesa lo giudicò un accattone, gli gittò un brusco “No ghe xe gnente!” Quegli replicò ch'era il giardiniere vecchio. “Oh, ben, spetè.” E la vecchia dama ricominciò la sua caccia all'uovo.

Nessuno aveva preso l'uovo, nè la guattera, nè il cocchiere, nè la cameriera. La marchesa andò in cerca del fattore che di solito dopo mezzogiorno pigliava un caffè in cucina. “Galo visto un ovo?”. “Un ovo, signora?” Il povero fattore, non potendo negare di aver veduto un uovo durante la sua carriera mortale e non osando affermarlo in quel momento, rimase a bocca aperta. Intanto i cinque domestici, quale sulla scala, quale in una stanza, quale in un corridoio, quale in cucina, brontolavano soliloqui alquanto scorretti e l'uovo scomparso empiva la casa di sè.

“Per un ovo!” fremeva il cocchiere, seccatissimo di aver fatto tante scale per niente “e i tien carozza e cavài, sti fioi de cani!” Proprio in quel momento la padrona lo chiamò da capo. Voleva sapere se avesse visto il padrone. Colui rispose di no, sgarbatamente. “Sarà in Duomo, il signor padrone” disse la cameriera alle spalle della marchesa. “Sarà andato a far l'ora.” La vecchia signora sapeva che da qualche tempo suo marito, per certe coperte ambizioni politiche, non vestiva più la cotta di socio della confraternita del Duomo. Tacque, però. In quel momento un ragazzotto uscì dalla scuderia con una bracciata di fieno. “Dove va quel fien, ohe?” gridò la vecchia, imperiosa. Stavolta il cocchiere rispose con affettata solennità, compiacendosi di farla tacere e di esprimere insieme un coperto disprezzo per qualcun altro: “Fien del paron giovine! Ordine del paron giovine!”.

Federico, che stava abbottonandosi la livrea, masticò un altro soliloquio sulla clientela di straccioni che aveva il “paron giovine”, il genero dei padroni vecchi, che abitava un'ala del palazzo e teneva in scuderia un cavallo da sella. Anche i brumisti disperati, venivano, adesso, a spremerlo! Anche fieno regalava! Federico diede al giardiniere, nella sua sapienza, il consiglio di andarsene e di ritornare verso le quattro quando veniva a casa il “paron giovine”. “Ancò, ciò, la parona la ga in testa un ovo e diman la gavarà in testa un galeto. Vien dal paron giovine. Adesso che i lo ga fato anca consiglier!”


L'arrivo delle prime visite interruppe le indagini della marchesa mentre stavano per approdare a una scoperta impensata e imbarazzante. Ella era in relazione con tutta la città. Aveva nel suo taccuino una nota di novantasette visite a fare in dicembre e in aprile, residuo delle centoquarantasei cui era giunta, per compiacere al marito, nella sua giovinezza e forse anche negli anni faticosi e tormentosi in cui aveva dovuto mettere in mostra la figliuola. I suoi ricevimenti del martedì erano però di solito molto scarsi perchè le amiche intime e le amiche umili evitavano il giorno solenne. Invece quel martedì, natalizio della padrona di casa, un po' per questo un po' per caso, venne molta gente. Le amiche umili capitarono presto per non abbattersi nelle amiche grandi. Erano tre o quattro vecchiette dignitosamente composte nel decoro delle loro maniere cerimoniose e della loro seta, nella coscienza della loro modesta civiltà. Il tu che davano alla marchesa Nene aveva una segreta, commovente anima di soggezione e d'intima compiacenza. La marchesa se la intendeva con loro meglio che con le altre, anche perchè in fatto di pratiche religiose, di magri, stretti magri e digiuni avevano tutte, come lei, una coscienza di ermellino, così candida che persino la più minuta goccia di latte avrebbe potuto macchiarla. Le vecchie signore si eran sempre tanto guardate, nei loro colloqui, dal menomo accenno a cose politiche, a elezioni, a Consigli comunali come da ogni altro discorso che non riguardasse il tempo, la salute, gli interessi, le vicende familiari di qualche persona, tutt'al più l'ingegno e i polmoni di un predicatore; avevano così regolarmente ammutolito e con tale identico sussiego udendo altrui parlar di faccende pubbliche e di faccende sporche, che adesso non sapevano come felicitar la suocera per la elezione del genero a consigliere comunale, avvenuta due giorni prima.

Dopo aver lamentato, tutte a una voce, la fortunatissima recrudescenza di freddo che alimentava i languenti colloqui dei salotti cittadini, la più ardita arrischiò una parolina: “El ga avudo una bela sodisfazion, to genero, i me ga dito. L'è tanto bon, po, poareto!”.

Le altre vecchiette, preso animo, gracidarono con le loro fesse voci untuose: “Eh quel che xe, po! - Tanto bon, tuti no fa che dire. - Se consolemo tanto”.

La marchesa Nene fece un viso grave e disse loro: “Conforti magri”. Allora venne dalle amiche qualche triste, misteriosa parola di compianto e di speranza che cadde non raccolta. Il discorso ritornò alle virtù del genero e le buone signore, invece di parlarne alla suocera, ne parlarono, per un raffinamento di adulazione, tra loro. Una di esse aveva udito il parroco del Duomo levare a cielo la pietà del signor Maroni; un'altra riferì che la sua domestica s'incontrava ogni mattina col signor Maroni alla prima messa. La più timida non fece che correggere sottovoce le altre quando nominavano il lodato, ma per quanto mormorasse “Maironi, Maironi”, esse continuavano col loro Maroni; scusabili, perchè anche la marchesa, usa a rimpastar nel dialetto nomi e cognomi, diceva Maroni tre volte su quattro. La conversazione passò quindi al matrimonio di un garzone della merciaiuola dove tutte quelle signore si provvedevano di aghi e di refe.


Più tardi, partite le pedine, arrivarono quasi a un punto alcune dame e un paio di cavalieri, che si eran data la posta per alleviar le noie di questa visita a una vecchia signora, che non viveva abbastanza nel mondo per poterle parlare di cose mondane nè abbastanza fuori di esso per poterla piantare del tutto. Fu suonata la stessa musica di prima, in tono diverso. Si parlò di freddo e ci furon brevi accenni fra le dame e i cavalieri a un picknick, a una grossa questione diplomatica, a certe persone non desiderate nella compagnia. L'idea di una trottata mattutina in stage metteva segreti brividi a molti, ch'eran però contenti di gelare per l'eleganza della partita e della brigata. Poi una dama politicante entrò a spada tratta nell'argomento dell'elezione, mentre le altre la guardavano come un fenomeno di eloquenza e di ardire e uno dei cavalieri faceva di soppiatto qualche smorfia burlesca. Costui fece pure rumorosamente le sue felicitazioni ma intercalandovi sottovoce, per uso delle vicine, certe giaculatorie: “Atenti che adesso vien Federico con quattro cichere de aqua santa. - Scommessa che el consiglier xe in camera col piviale ch'el canta el Te Deum davanti a l'altariolo. - Me par de sentirlo in Consiglio: et cum spiritu tuo”. Le vicine si mordevano le labbra, gli sussurravano: “El tasa!” ed egli pretendeva che la marchesa fosse sorda. “Ahi, ahi” brontolò udendo annunciare il Prefetto, “ahi che adesso bisogna parlar pulito! Se savea portava la gramatica!”

Il commendatore Prefetto, un buon toscano, amante del quieto vivere, venuto da un mese appena nella sua modesta sede veneta, era stato presentato alla marchesa da suo marito, in ferrovia, e ora veniva per la visita d'obbligo, ben contento di blandire il marchese Zaneto, di servirsi delle sue velleità senatoriali per staccarlo poco a poco dal partito clericale.

La marchesa, impacciatissima con la gente che parlava italiano, lo accolse in modo da farlo rimanere impacciato anche lui. Per fortuna la signora eloquente si era incontrata più volte col commendatore in una casa di amici, a Firenze. Ella fece subito pompa di questa relazione, gli parlò con familiarità, e poichè tra lei e lui era seduta un'altra signora, lo presentò sottovoce per far intendere che sapeva come ciò sarebbe toccato alla padrona di casa ma che si pigliava una licenza amabile. “Disemoghe a la Nene” mormorò allora il cavaliere satirico alle vicine “che qua gnente ocore e che la pol andar a dar fora el butiro in cusina”. Infatti la povera marchesa, nota per la sua severa economia domestica, assisteva muta al duetto brillante dell'amica e del commendatore, al quale non era parso vero, in quel primo smarrimento, di afferrare la sola mano offertagli. Egli non fiatò, naturalmente, dell'elezione clericale Maironi, fece alla padrona di casa, non sapendo che dirle, dei complimenti per il suo bel palazzo del Quattrocento, si udì rispondere che lo aveva tenuto in gran pregio anche il fu professor Canella e senza domandar chi diavolo fosse questo illustre uomo, visto alzarsi il cavalier faceto e la signora eloquente, si alzò anch'egli.

Fuori, la via deserta luceva nel sole di marzo. La irrequieta dama, invece di salire in carrozza, si portò i suoi due compagni, a piedi, sotto gl'ippocastani del passeggio pubblico, già tutti spruzzati di verde. Il Prefetto s'informò con una faccia ossequiosa se la signora fosse cugina degli Scremin. Udito che no, si volse all'altro: “Allora è Lei?” diss'egli. “No, neppur Lei? Dio La honservi!” Dopo un mese di residenza nel suo minuscolo principato egli s'era fitto in capo che tutti i nobili vi fossero, fra loro, poter del mondo, almeno “hugini!” Immaginava con terrore le loro affinità e parentele come un garbuglio inestricabile, un'arruffata matassa enorme che a tirarne un poco il menomo filo vien tutta addosso. Perciò non s'attentava mai a parlar di nobili con altri nobili senza infiniti riguardi e cerimonie. Voleva dunque sapere quanto valesse questo nuovo consigliere clericale, questo genero senza moglie, di questa suocera senza figlia. Non lo conosceva affatto, non s'era mai incontrato con lui neppure in una visita. E perchè, Dio bono, quest'uomo che non si vede sta in casa di questa donna che non parla?

Tanto la dama politicante quanto il cavaliere di spirito possedevano una scienza minuta di tutti gli Scremin e persino dei loro domestici, dal famoso Federico ch'era stato licenziato dal Vescovo per causa di certa piacente pollivendola, sino alla guattera, cugina della bella Matilde di casa X, tanto cara al padrone. Sapevano quanto la vecchia marchesa spendeva il mese nello zucchero e nel caffè, e a quale altezza favolosa giungevano le calze del marchese. Avrebbero potuto offrire al Prefetto la completa biografia del nuovo consigliere, ornata di un ritratto cui non sarebbe mancato un pelo. Forse gli sarebbero soltanto mancate certe ombre recondite nell'occhio, inafferrabili dal loro intelletto e di pochissimo conto per l'amministrazione provinciale.

Ma nessuno dei due s'attentò d'istruire il Prefetto in presenza dell'altro che lo avrebbe poi raccontato al mondo. Convien dire altresì che se non eran parenti nè amici degli Scremin, sentivano però di avere un decoro comune con quei nobili di vecchia razza e il linguaggio poco riguardoso del Prefetto li aveva turbati come un leggero urto di contraccolpo all'aristocratico sedile onde assorbivano, dissimulandolo, coperte, intime dolcezze. Il nobile signore arguto poteva bene burlarsi degli Scremin in privato, come fece poi quando gli riescì di cavare a Federico la storiella dell'uovo, ma in pubblico era un'altra cosa e quando gli capitava d'incontrar la carrozza della marchesa Nene, salutava solenne e compunto come se passasse una persona della Sacra Famiglia. Così il Prefetto potè solamente sapere che Piero Maironi, nato dalle nozze poco savie del nobile Franco Maironi, bresciano, con una persona inferiore, orfano dall'infanzia, era stato pupillo del marchese Scremin suo parente per parte di una defunta marchesa Scremin maritata Maironi, bisnonna del giovane; che aveva sposato l'unica figliuola degli Scremin; che sventuratamente la giovane signora, colta pochi mesi dopo il matrimonio da grave malattia mentale, giaceva da quattro anni, senza speranza, in una casa di salute. Il marito non se n'era consolato mai, non andava in società, viveva ritiratissimo, frequentava molto le chiese, studiava molto. Ricco assai per la eredità della bisnonna, più ricco degli Scremin, non si occupava punto de' suoi affari, largheggiava in beneficenze.

Il povero Prefetto sarebbe rimasto male se, partita la dama col cavaliere nel coupé che li seguiva, avesse udito l'arguto gentiluomo commentar piacevolmente il suo copricapo, un Pantheon, e, rifacendogli il verso, la sua larga cravatta: “Un vero hollare di haval di harretta dello Stato!”. Quanto a Maironi, nè il cavaliere nè la dama lo potevano soffrire, e dopo servito il Prefetto si sfogarono sul nuovo consigliere, un antipatico, un baciapile, un orso, uno strambo, un ambizioso coperto che probabilmente sapeva collocare le sue beneficenze a frutto. Il cavaliere neppure voleva credere alla santità di un uomo giovane, da quattro anni ammogliato e non ammogliato. Povero cavaliere, povera dama, essi pure sarebbero rimasti male se, due minuti dopo saliti in carrozza, avessero udito il capitano Reggini di Nizza cavalleria, famoso cinico, affrontar sotto gli ippocastani il Prefetto, suo compaesano, a questo modo: “O che ci faceva Lei, commendatore mio, fra quella vecchia scatola e quel coperchio? Per causa Sua non combaciavano!”.



II


La marchesa Nene non si trovò col marito sola e sicura dalle curiosità domestiche se non assai tardi nel dopopranzo, poco prima dell'ora di conversazione. “L'ovo!” diss'egli umile, quando sua moglie lo interrogò con un lugubre cipiglio. “Tasi, xe vero, lo go tolto mi. No magnarme, son andà in oca. Cossa vustu? Son andà in oca.” Egli offerse, nella sua mansueta virtù, una confessione pubblica in cucina. “Sempiezzi!” brontolò la moglie, accigliata. Il marito, molto superiore a lei di cultura e molto inferiore d'animo, largamente fornito di ambizioni a lei sconosciute, sapeva camminar bene certe mobili vie delle nuvole e anche certe altre vie sotterranee, certe gallerie elicoidali che potevano condurre piano piano su qualche cima dominatrice il suo carico di desideri e di scrupoli, ma non era mai riuscito ad impratichirsi delle vie comuni dove il volgo cammina spedito, anzi non sapeva raccapezzarsi neppure in casa propria dove camminava spedita sua moglie. Invece costei, natura complicatissima d'intelligenza e di tardità, di larghezza e di parsimonia, di gentilezze poetiche e di fermezze quasi dure, nata immune da fantasie, da passioni e anche da egoismo, ma curante di sè e pur sempre tenace, in palese o in segreto, de' suoi propositi, pronta alle franchezze difficili e custode gelosa degl'intimi propri pensieri, possedeva un senso acuto dell'angusta realtà dentro la quale chiudeva l'energia instancabile de' suoi affetti oscuri e profondi, i suoi disegni sapienti e i suoi discorsi insipidi.

Ella era devota al marito, come al solo uomo cui avesse pensato mai; devota a quella felicità del marito che nel campo morale rispondeva non tanto ai desideri di lui quanto alle idee di lei. Le inettitudini di Zaneto alla vita pratica la irritavano nel suo segreto. Nè una discreta fama di archeologo, nè l'ambito seggio in Senato, nè un portafogli di ministro avrebbero scemato d'un atomo la occulta disistima ond'era partito adesso quello scatto: “Sempiezzi!”. Un'ombra di malcontento le restò in viso per tutta la serata, benchè di tempo in tempo il vecchio sposo cercasse farle, quasi di soppiatto, qualche amabilità, e benchè la conversazione dei soliti amici, preti e piccoli borghesi, clienti della nobile famiglia, fosse più vivace del solito.


Il salotto di casa Scremin era una specie di laboratorio dove si recavano ogni sera, per la descrizione e l'analisi, parole raccolte per le altre case e per le vie, parole di riconosciuti proprietari, parole vaganti senza padrone, ogni voce da cui si potesse spremere qualche curioso fatto altrui, qualche sospetto solleticante, qualche materia oscura ove far comparire, mediante reagenti opportuni, le ombre mobili di un intrigo, ove trovar col fiuto le orme di una persona nota e seguirla poi all'odore e pungerla se possibile nella sua via nascosta e morderla un poco, tanto da gustarne anche il sapore o almeno da cogliere qualche minuscolo filo delle tenui trame di commedia che la vita continuamente ordisce, sperde e ricompone intorno a ogni persona umana. Il laboratorio non mancava nè di sali nè di acidi. Vi si faceva della maldicenza misurata e garbata su tutti i peccati del prossimo salvochè su quelli di amore.

I peccati di amore non si potevano assolutamente introdurre nella conversazione. Se i due o tre più liberi parlatori della brigata si arrischiavano a infrangere il divieto, subito il marchese Zaneto alzava la voce: “Ta ta ta!” e accadeva ben di rado ch'egli fosse costretto dalla protervia di un ribelle a continuare di galoppo e più forte: “Taratatà, taratatà, taratatà!”. Il buon uomo, che avrebbe avuto una spiccata inclinazione a mettersi con i farisei e a lapidar l'adultera, non usava altrettanto rigore che per le espressioni poco esatte in materia di fede. Quando non si trattava di malcostume nè di dogmi lasciava correre. Guardingo egli stesso in ogni sua parola, pareva quasi compiacersi che gli altri non lo fossero altrettanto. Una certa dose di sale comune l'avevan tutti. C'era poi un burbero giudice in pensione che aveva sempre in pronto il sale amaro e c'era un vecchio lungo, magro, giallo, arcigno, che veniva assiduamente con una moglie lunga, magra, gialla, malinconica e che non parlava se non per schizzare qualche goccia di acido.

Quella sera i chimici di casa Scremin avevano nel crogiuolo il fiore del mondo elegante, l'Olimpo della piccola città. Trattar quest'Olimpo con acidi e sali era il loro più squisito piacere. Da buoni botoli borghesi non si pigliavano alcuna soggezione della grossa bestia rampante sullo stemma di casa. La marchesa Nene non pareva tener gran fatto alla bestia; il marchese Zaneto, affabile e umile con tutti, sapeva coprir bene un certo debole per essa. I nobili coniugi appartenevano a un gruppo scuro, pesante, malinconico di nobili codini, fra i quali e l'Olimpo dei ricevimenti eleganti, dei balli, dei pick_nicks, del lawn_tennis, del pattinaggio, le relazioni erano scarse e fredde. Un prete bonario, assai curioso e ambizioso cronista, mise fuori, appena venuto, la sua ghiotta primizia: “Dunque, picche nicche, gnente!”. Subito il signore acido e il signore amaro, che quando potevano mordere il prete ci avevano un gusto matto, esclamarono: “Vècia, vècia! Barba, barba!”. Il prete, sbalordito, irritato, rosso, affermò che la risoluzione di mandar tutto a monte era stata presa tre ore prima, alle sei, e i suoi tormentatori perpetui replicarono che alle sei e mezzo se n'era parlato al caffè e che il picknick era andato in fumo per causa dei forestieri di villa Diedo. “Vedìo, che no saví gnente!” fece il prete trionfante. Egli aveva una versione diversa. “E la mia xe sicura!” Una gran dama anfibia, tutta chiesa alla mattina e tutta Olimpo alla sera, aveva raccontato il fatto a suo marito in presenza del medico di casa, e il medico, amico del prete, lo aveva incontrato, gli aveva detto: “Vai a casa Scremin, stasera? Conta questa”. E il prete cominciò solennemente, in lingua aulica:

“Bisogna sapere che parecchie signore avevano posto per condizione che il picche_nicche si facesse di domenica per rispetto alla quaresima.” “No credo un corno” brontolò il signore acido. Gli altri zittirono, il prete ribattè in dialetto: “La fazza de manco” e risalì subito sul suo pulpito dell'italiano, pulpito, per verità, un po' sconnesso e sdrucciolevole.

“Dunque si sceglie domenica; questa che viene. Intanto succede che Pittimèla, Loro sanno chi è, incontra a passeggio i Zigiotti, marito e moglie, e, da balordo, li invita. I Zigiotti, figuremose!, beati, beati! La cosa si spande, succede un putiferio. Nessuno vuole i Zigiotti, specialmente le signore. Pittimèla prende una fila di titoli, ma come si fa? dicono i promotori del picche_nicche, i direttori. "Come si fa?' dice una signora. "S'intima a Pittimèla, poichè ha fatto la frittata, che se la mangi e che ci liberi come può.' Un'altra dice: "Si pianta anche Pittimèla'. Un'altra dice: "Si manda tutto a monte'. Una quarta non dice niente, ma subito, ticche tacche, si ammala.”

“Benone!” brontola il signore amaro. “S'indovina chi è.” “La tale!” dice il signore acido. “Mi no so gnente!” esclama il prete. “Eh caro, come se no lo savesse tuti che fra so marìo e la Zigiotta...”. “Ta ta ta, ta ta ta!” squilla in furia il marchese Zaneto. “Avanti, don Serafin.” E il prete continua: “I promotori, disperati, non sanno a che santo votarsi. Però, adesso vi dirò come stamattina tutto pareva accomodato per modo che alle tre una Commissione andò a villa Diedo per invitare i signori Dessià!.” “Dessalle!” interruppe qualcuno. “Va ben, va ben, de sal, de pevere, de quel che i xe.”

Appena uditi nominare i Dessalle, i forestieri di villa Diedo, il signore acido che li aveva designati come colpevoli della catastrofe e s'era udito smentire dal prete, cominciò a storcere la bocca, il naso, tutti i muscoli del suo viso di cartapecora, con le più lugubri e fantastiche smorfie. Don Serafino lo guardò e prima ancora che colui aprisse bocca, gli disse: “La spèta!”.

“Mi no parlo, benedèto!”

Il prete riprese:

“Fatalità volle che i signori Dessalle aspettassero amici da Venezia proprio per domenica.” “E dunque?” brontolò colui che non parlava. A misura che don Serafino veniva raccontando come per effetto del rifiuto dei Dessalle si fossero divise le opinioni circa il fare e il non fare il picknick, il signore acido e il signore amaro lo interrompevano sempre più forte: “E dunque? E dunque?”. Qualche altro più sommesso “e dunque?” scattava qua e là dall'uditorio. Per un poco il prete andò avanti e poi, perduta la pazienza, si mise esemplarmente a gridare: “Pazienza! pazienza!”. Quindi scese dal pulpito: “Le lassa andar avanti, Le lassa, corpo de mi solo!” - “Zitto, zitto, buoni, buoni!” gridava Zaneto. Ma quando il prete, rosso come un gambero, abbaiò che non sapevano niente, no, niente; e che per il rifiuto dei Dessalle si era dibattuta da capo la questione Zigiotti; e che per causa della Zigiotti “tin tun tan para martella, i ga mandà tuto per aria”, allora gli altri si misero ad abbaiargli contro che senza il rifiuto Dessalle non sarebbe tornata in campo la questione Zigiotti e abbaiarono tanto forte che Zaneto diede un gran colpo di timone e voltò il discorso verso il naso del signor Carlino Dessalle. “L'ho visto una volta sola, ma un gran naso!” “Non lo tocchi, marchese!” esclamò l'uomo acido.

“Tutto dev'essere perfetto a casa Dessalle; anche i nasi. Forestieri, marchese, gente che invita, gente che spende, signor mio! Adoriamoli, ungiamoli, lecchiamoli, andiamo in visibilio, andiamo in deliquio! Che distinti, che amabili, che cari, che spirito, che bellezza! Ella, marchese, mi parla del naso di lui, ma giurerei che qui si trova bello anche il naso di lei!”

“Peuh!” fece don Serafino, come per dire che questo secondo naso non gli pareva poi tanto obbrobrioso.

“Ma sì, caro! Sente, marchese? Anche il clero! Ci perde la testa anche il clero, ci perde! Eppure quella è gente che non va a messa. Gente, ute religion, che qua se ghe dise pamòi”.

Questa parola pamòio che nel dialetto del luogo significa tanto una zuppa quanto una persona di dubbia ortodossia, forse per le parvenze incolori, per la poco nutriente virtù di un tal cibo e di un tal credo, fece succedere un altro tafferuglio. Il prete gridava: “Cossa vienlo fora? cossa m'importa a mi che i sia pamòi o che no i sia pamòi? Cossa ga da far i pamòi col naso?”. Il censore bilioso gridava: “Sissignor, sissignor, pamòi, pamòi! Pamòio lu e pamòia ela!”. Gli altri ridevano e li aizzavano. Zaneto, fra ridente e contrito per la mala riuscita della sua manovra, cercava metter pace. Durante la zuffa un signore ossequioso seduto presso alla marchesa Nene le domandò sommessamente il suo parere. La marchesa, che lavorava di calze, non alzò gli occhi dai ferri e rispose:

“Mi no vado a zavariarme.”

La vecchia marchesa non si “zavariava” mai, ossia non si dava mai fastidio per ciò che non la riguardava. Così almeno pareva; perchè nel fondo dell'anima sua vi era una quantità di celle segrete e chiuse a chiave dov'ella custodiva note raccolte in silenzio su tante cose cui non pareva badare, fila intricate di tenebrosi disegni per il bene di questa o quella persona in qualche caso futuro e incerto, simpatie e antipatie non confessate mai, giudizi sugli uomini e sulle cose tenuti occulti ma inflessibili e duri come il bronzo, idee parte diritte, parte storte che davano qualche rara volta, nei colloqui più intimi, parole impensate, ben diverse da quei comuni ferravecchi di cui teneva un magazzino in bocca. Ella era, del resto, imbronciata, quella sera; e il marchese Zaneto, con la sua coscienza tutta intrisa dell'uovo illegittimo preso per distrazione in cucina, colse il tempo in cui gli altri, infervorati nella disputa per i nasi Dessalle, non badavano a loro, si accostò alla sua sposa, si mise a farle delle moine contrite che la seccarono. “Va là! Lasciami stare!” diss'ella brusca. “Non far sciocchezze!” Il pover uomo si voltò mogio mogio a don Serafino che stava rimbeccando un interruttore. “Abramo? Cossa vienlo fora con Abramo questo qua, adesso?” “Sì”, rispondeva colui: “Abramo e Rebecca, no, e Sara, cossa xela!” Poichè i Dessalle si erano fatti conoscere come fratello e sorella, s'insinuava benignamente che qualche Faraone avrebbe forse potuto dire una cosa diversa. Più voci protestarono. I Dessalle erano conosciutissimi a Roma e a Venezia come fratelli, orfani di un ricchissimo banchiere di Marsiglia e di una Guglielmucci romana.

Don Serafino diceva di non saperne se fossero pamòi o no. Avevano invitato il loro parroco a pranzo, certo, e largheggiavano con lui di danaro per i poveri. La signora gli aveva anche offerto qualche cosa per la chiesa. “Una santa!” brontolò l'uomo acido con un ghigno pieno di reticenze. “Oh no se sa po gnente!” esclamò don Serafino. “Ela, no La sa gnente!” ribattè l'altro: e si fermò lì per paura dei “ta ta ta” di Zaneto. “E pur la gavarà i so trenta” brontolò il signore amaro, a epilogo di parole taciute. Allora gli scoppiò da ogni parte un fuoco vivo di “Cossa, trenta? Cossa, trenta?” “Venticinque!” “Vintidò!” L'acido venne in soccorso dell'amaro: “Mo sì! Undese! Diese!”.


Al battere delle undici tutta la brigata si rovesciò in frotta dal salotto sulle scale. Nell'atrio del palazzo cominciarono i bisbigli sul muso lungo della marchesa. Che diavolo aveva? Appena uscito lo sciame sulla via sopraggiunse l'ultimo amico di casa che s'era indugiato con Federico sulle scale appunto per spillargli il segreto del muso lungo. Sopraggiunse correndo, ridendosi nel bavero rialzato, fregandosi le mani, ripetendo a se stesso: “Bela, bela, bela, bela!”. Subito gli furono tutti attorno, tutti sorbirono con voluttà il famoso uovo, tutti fecero eco: “Bela! Bela!” meno don Serafino che trattandosi di materia molto delicata, rideva con riserbo e diceva solo: “Povareta! Povareta!” in tono di blando compatimento. Dopo il muso lungo della marchesa venne la volta della lucerna. “Che puzzo di petrolio! Che indecenza!”. “E il caffè?” esclamò don Serafino. “Non era proprio acqua sporca, stasera?” Anche qui gli amici fecero eco; solo il signore acido sostenne ch'era acqua pulita.

Il prete raccontò che in passato aveva fatto qualche osservazione a Federico. Federico s'era scusato accusando la padrona. “Avarizia cagna, sior.” Ogni mese, appena pagato il conto del droghiere, la padrona andava in cucina a predicare sul caffè troppo forte. Ripagata così la ospitalità degli Scremin dove quei piccoli borghesi gustavano da lunghi anni un odore, un sapore di padronanza sulla nobile casa molto voluttuosi ai loro sensi democratici, la brigata si sciolse sotto il fanale di un crocicchio, si sparse per tre o quattro vie deserte. Di qua l'uomo acido riprese il tema Dessalle brontolando con l'asprezza di una stizzosa virtù cose da fare spiritare quattro Zaneti e strillar “ta ta ta” anche alle vecchie metope del Cinquecento, che dall'alto delle cornici palladiane guardavan giù nella via. Di là era l'uovo che si frullava da capo fra bisbigli e risatine; e si ricommentava l'uscita di Zaneto dalla confraternita del Duomo. Poi si faceva l'autopsia del vecchio amico per trovargli l'ulcus senatorium e l'uomo amaro andava ripetendo: “Mondo! Tuti compagni! Mondo!”. “Caspita!” diceva un altro: “Un ovo de matina, la quaresima! Atenti ch'el se fa turco!” Poi vennero in campo certe promesse di Zaneto al deputato del collegio. Figurarsi, Zaneto che dopo il 1870 non aveva mai votato! Parlarono anche di pratiche fatte per lui dal deputato del collegio presso una dama romana amica di due ministri.

“Capìo?” diceva uno. “Amiga de do! Figurève che dama! altro che ta ta ta!” Un altro alluse discretamente a un potentato della città, a un uomo politico detto per antonomasia il Commendatore, basso di statura. “Sì, ma se el picoleto no lo aiuta!...”

Per una terza straduccia don Serafino trotterellava verso il suo umile nido insieme a un compagno che aveva nidificato negli stessi paraggi. Anche questi due frullarono l'uovo ma con mansuetudine. Si figuravano i rimorsi di Zaneto per lo scandalo dato. “Perchè l'è un santo omo, savìo!” diceva il prete. “Perchè mi so!” E raccontò al suo compagno atti di ascetismo compiuti dal marchese Scremin in segreto. Ci aveva in corpo quel baco del Senato, sì; un baco guastamestieri! Don Serafino stava considerando minutamente, a bassa voce, il disgraziato baco e i suoi malefizi, quando, allo svoltar d'un canto, il suo compagno lo interruppe con un colpo di gomito. Quegli aveva sfiorato, svoltando, un signore astratto che svoltava nel senso opposto, e camminava adagio, con le mani nelle tasche del soprabito.

“Gala visto el consiglier!” diss'egli, fatti pochi passi.

“Mi no. Che consiglier?”

“Eh, cosso! Maironi!”

Maironi! A quest'ora! Da queste parti! Dove sarà andato? In conversazione non si vede più. Tanti lo trovano più distratto, quel giovine, più cupo. Ogni mattina a messa, ogni sera alle funzioni, ogni otto giorni ai Sacramenti. E` sempre stato pio ma non a questo punto. E carità, carità senza fine. “Perchè mi so!” La sua disgrazia, sì! Ma insomma non è cosa nuova, son quattro anni, adesso.

No, non poteva esser questo. Un buon giovine, ma un po' strano anche lui, sapete. Il sangue non è acqua, dicono che sua madre sia stata una testa calda, e suo padre: hèhèoli! Buono, però! Ecco, un santo davvero. Una fede, una carità! E devoto alla causa! Clericale proprio di quei convinti, capite; perchè, inter nos, anche fra i nostri della zizzania ce n'è! C'è chi tira alla scarsella e c'è chi tira a far chiasso, a farsi un nome, un'influenza. Pochi, ma ce n'è! Quello lì no; eh, quello lì! E talento. Talento grande. - Qui don Serafino si fermò sui due piedi, cavò la tabacchiera e, ficcate le dita nel tabacco, soggiunse con importanza: “Adesso lo femo sindaco, capìo”.



III


Intanto il signore astratto si avviava con un'andatura stanca verso il palazzo Scremin. Trovò il portone chiuso, spento il gas nell'atrio, spento il gas sulle scale. Entrò nel suo appartamento, al primo piano, in faccia a quello abitato dagli Scremin. Si stava levando il soprabito nell'anticamera quando fu leggermente bussato all'uscio. Aperse. Era la giovane cameriera della marchesa Nene, una figurina snella e alta, bionda, vestita di scuro, con i capelli arruffati sulla fronte. Egli impallidì, le domandò, tenendo la maniglia dell'uscio, che volesse. La ragazza lo fissò, pallida anche lei, con due belli occhi azzurri, arditi nel fondo, velati di dolcezza. “Scusi un momento” diss'ella. “C'è una cosa.” Si guardò, con una mossa rapida, alle spalle e ripetè: “Le avrei a dire una cosa”. La voce, un po' fioca, un po' grossa, era tuttavia musicale. Il giovane esitò un momento, poi mormorò: “Avanti” e si fece da banda. La camerierina passò sfiorandolo col suo odor tepido di capelli giovani e di persona monda, sussurrò un “grazie” pieno di senso, pigliò il soprabito del signore, s'indugiò ad appenderlo all'attaccapanni, ad assettarvelo con leggeri colpettini delle mani non bianche ma piccole e sottili. La lucernetta, che ardeva sulla consolle in faccia all'attaccapanni, le dorava i capelli magnifici attorti sulla nuca come un groppo di serpi.

“C'è stato il giardiniere” diss'ella accarezzando ancora il soprabito e parlando piano, quasi con tenerezza, come se le parole fossero state più di quell'abito e di quelle carezze, che d'altro. “Il giardiniere ch'è andato via.”

Per qualche momento ella non si udì risponder nulla, e le sue mani parvero moversi incerte, a caso. Poi il giovine disse: “Cosa...” con voce diversa dalla solita e non compiè la frase. Ella si chinò a raccattar chi sa che, gli offerse un baleno del suo fine collo bianco.

“Dice” riprese ancora più sottovoce, “che forse andrà dai signori Dessalle e che i signori Dessalle domanderanno informazioni alla mia marchesa e che allora Lei ci potrebbe forse mettere una parola buona. Dice pure che Lei ora diventerà sindaco e che gli raccomanda un suo figliuolo per la biblioteca.”

Si voltò, diede un'occhiata alla lucerna che fumava, si mosse, adagio adagio, per andarne ad abbassare il lucignolo e nel passar davanti a Maironi gli alzò in viso due occhi grandi, vitrei, pieni di una chiara proposta. Egli fremette ma non disse niente. La biondina si pose ad abbassar lentamente il lucignolo, giù, giù, senza sosta, quasi fino a spegnere. Allora Maironi disse brusco:

“La signora ha suonato.”

“Ha suonato?”. Colei trasalì, rialzò il lucignolo, guardò il giovine in viso, capì subito di avere passato il segno.

“Se quell'uomo ritorna” riprese Maironi, “gli dica che per le informazioni parlerò.”

La ragazza rispose asciutta “va bene”, se n'andò dritta e seria senza degnarlo nè d'un saluto nè d'uno sguardo.

Rimasto solo, il giovane si strinse i pugni alle tempie, li battè con impeto sul piano della consolle, ve li tenne per un momento, ansante, guardandosi nello specchio, interrogando, quasi, l'immagine di se stesso.

Poi, a un tratto, come se avesse paura del proprio viso, del proprio sguardo, dei propri pensieri, soffiò furiosamente sulla lucerna, entrò al buio nella sua camera da letto, si gittò ginocchioni sull'obliqua lama di luce biancastra che per una grande finestra il cielo notturno gittava sul tappeto del pavimento, giunse le mani di slancio, guardando il chiaror fioco delle nuvole.

Passati alcuni secondi, gli occhi suoi poco a poco discesero fino al davanzale della finestra, fino all'ombra; si fermarono come smarriti in una visione. Egli pareva immaginare con la volontà sospesa, nè consentendo nè resistendo alle immaginazioni, cose che gli togliessero il respiro. Si scosse, si gettò bocconi a terra figgendo il viso sul pavimento. Poi balzò in piedi, accese una candela e, snudatosi il braccio destro, lo tenne a più riprese, stringendo il pugno, sulla fiamma. Si guardò le grandi macchie rosse delle scottature, mise un sospiro di sollievo, trasse il portafogli, lo aperse, contemplò una piccola fotografia ovale, il viso di una giovinetta sui diciott'anni, regolare, freddo nella espressione e tuttavia non senza una tal quale malinconica dolcezza nell'occhio e una più spiccata fermezza nel mento. L'acconciatura altissima, passata di moda da cinque o sei anni, lo guastava come un goffo accento circonflesso e faceva pensare a una persona morta. Il giovane se lo accostò alle labbra ma poi non ebbe cuore di baciarlo, parendogli esserne indegno, depose sospirando il portafogli sul tavolino da notte e soltanto allora vi scorse un mazzolino di violette sopra una lettera.

Il suo pensiero corse alla cameriera toscana. Era lei, forse, che aveva scritto, che offriva i fiori. Nè volendo nè disvolendo mosse lentamente la mano, tolse le violette di su la lettera e restò con la mano in aria, tutto amaro di vergogna.

Non era una lettera, era un cartoncino e aveva due sole parole di pugno della marchesa Nene:

17 marzo.


Piero Maironi ed Elisa Scremin, la donatrice del portafoglio, si erano fidanzati il 17 marzo 1882 e ogni anno la marchesa Nene, con un delicatissimo, poetico pensiero, aveva silenziosamente ricordato così a suo genero il giorno felice, diventato giorno di lagrime. Ora, per la prima volta, il 17 marzo era giunto senza ch'egli ricordasse. Neppure le viole glielo avevano rammentato. Dio, e aver pensato che venissero dalla cameriera! Ne chiese mentalmente perdono alla riverita vecchia signora con uno slancio che subito gli mancò nella morta sfiducia montante dal fondo dell'anima. Si coricò senza pregare, covando un disordine di sentimenti informi: umiliato amor proprio, cruccio di non sentirsi alcuna dolcezza della vittoria materiale sulla tentazione, rancore sordo contro Iddio che taceva, dubbi che il suo lottare con la natura fosse inutile e stolto, dubbi di essere un miserabile schiavo inconscio di pregiudizi religiosi e morali impressi dagli altri, e per sempre, nella sua molle coscienza infantile, terrore e rimorso di questi dubbi, propositi di lottare ancora. Poi, chetati alquanto i moti incomposti dell'animo e successovi un lieve sopore, gli risalì nell'ombra interna del capo e gli fugò il sonno l'immagine più e più viva della donna che si era offerta, degli occhi vitrei, parlanti e brucianti.

Cacciò la visione voluttuosa, la richiamò, la respinse ancora con più molle difesa. Ebbe, con un gran batter del cuore, l'idea che un velo denso e molle si stendesse lentamente sopra di lui, chiudesse il cielo. Ebbe il senso di una liberazione, di un'ebbrezza saliente dalla terra calda, di un abbandono, di un'amorosa estasi in cui tutta la più occulta parte dell'esser suo, una magnifica potenza intatta di passione, di gioia e di follia gli sarebbe scoppiata dal cuore, dal pensiero, dai sensi. Diverse forme gli lampeggiavano nella visione interna: l'ardita cameriera bionda, la bella signora Dessalle, incontrata un giorno in ferrovia, dai grandi occhi bruni che tanto lo avevan guardato, e altre ancora, cui egli si foggiava con violenza in una forma sola, in un essere solo, creandole di sè con un pensato magico bacio fra l'orecchio e il collo, creando nella cameriera come nella dama, con irresistibile impero, la donna voluta da lui, animando della propria sua fiamma la donna da lui uscita e da riaspirare in sè. Balzò a sedere sul letto. Nel silenzio della notte, nel lume tremante della candela le stesse cose intorno a lui parevano guardarlo attonite. Scese, aperse la finestra, bevve l'aria fredda, scura e muta.

Ore dalla torre di città: una, due. Silenzio. Ore dalla prossima chiesa: una, due. Paiono voci tristi e gravi che si scambiano un lugubre saluto claustrale: memento. Altre voci solenni, vicine, lontane, nell'interno stesso della casa, ripetono: una, due: memento. Maironi si fece macchinalmente il segno della croce, mormorò macchinalmente: “Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo, amen”.

Sentì la preghiera cader senza eco nel mistero vuoto e sordo, giunse le mani, chiamò a sè, quasi per un cieco istinto, due persone non conosciute mai, immaginate in diverse forme infinite, talvolta dimenticate, talvolta desiderate intensamente, strette a lui dal più tenero affetto, ma impedite di rispondere al suo richiamo, dormenti l'ultimo sonno nel povero camposanto di Oria in Valsolda: “Madre mia! padre mio!”.


Si ricordò di avere una lettera urgente a scrivere, volle farlo subito. Si trattava di rispondere a monsignor De Antoni, canonico del Duomo, ch'era venuto il giorno prima da lui con una missione segreta di S.E. il Vescovo. La maggioranza clericale del Consiglio, uscita dalle recenti elezioni, avrebbe corso pericolo di vita se non metteva alla luce il giovane sindaco da lei concepito. Questo frutto restìo del suo seno era Piero Maironi. Le pratiche fatte presso di lui prima dell'elezione non avevano approdato; Maironi non voleva saperne, l'aveva dichiarato a monsignor De Antoni. Il mansueto monsignor De Antoni a forza di spiccicare durante le sue proteste dei vischiosi “ben, ben, sissignor, sissignor”, a forza di sorrisetti, di contorcimenti, di blandi “ho capito” e di vispi “facciamo così” aveva ottenuto una proroga alla risposta definitiva. Ora Maironi era impaziente di sbarazzarsi del tutto. Se si era lasciato portare dagli amici per disciplina di parte e anche per un desiderio indefinito di moto e di lavoro, non voleva però, nuovo agli affari, esser posto a capo dell'amministrazione comunale in un momento difficile, in cui la sua inesperienza poteva costar cara al partito e più al pubblico.

Gli ripugnava pure di lasciar del tutto, sui due piedi, l'abito di vita bigia che portava da quattro anni. Qualche altra cosa gli ripugnava forse nell'offerta degli amici, cui neppure voleva confessare a se stesso. Ed era ritornato a casa, quella sera, col proposito di scrivere subito, per finirla.

Nel pensare, con la penna in mano, le frasi di cui vestire i suoi argomenti per modo che persuadessero il Vescovo al quale la lettera sarebbe stata indubbiamente mostrata da monsignor De Antoni, nel cercare gli epiteti delle difficoltà, dei pericoli, delle cure, delle angustie che lo avrebbero atteso sullo scanno sindacale, un pensiero nuovo gli si affacciò alla mente. E se accettasse? Se le difficoltà, i pericoli, le cure, le angustie potessero cacciare i fantasmi amorosi, e voluttuosi che lo assediavano? Se questo dubbio glielo ispirassero suo padre e sua madre allora invocati? Se l'offerta degli amici e le premure del Vescovo celassero un coperto aiuto di Dio? Pensò, pensò fino a che il capo gli s'intorbidò di stanchezza, di sonno; e rimise la decisione all'indomani mattina.


Egli dormiva ancora quando gli capitò in camera, guardingo, con la faccia piena di rincrescimento e la bocca piena di scuse, il marchese Zaneto. Aveva una tal quale necessità di parlare al genero, non gli era venuto in mente, conoscendo le sue abitudini, che potesse dormire ancora, gli parlerebbe adesso, se però il genero non ne fosse troppo incomodato. Dopo il successo elettorale di Maironi il suocero lo trattava con una officiosità così impacciata e fredda che Piero n'era seccato e aspettava sempre di vederne comparire la cagione occulta. Udito quell'esordio, pensò: "Ci siamo" e rispose: “Figurati!”.

“Bene, ecco, due cose” cominciò Zaneto lentamente, guardando in terra e spremendosi a più riprese, dalle guance con la mano sinistra, le parole che parvero colar vischiose dalla bocca: “due cose”.

Aperta così la vena del discorso, alzò gli occhi, non però in viso al suo interlocutore, e parlò un poco più fluido:

“Sono venute da me alcune persone del tuo partito. Dico del tuo partito perchè forse le mie idee... sì, dico, non so... insomma per intenderci meglio. Persone ottime e anche, dirò, autorevoli. Sì sì, autorevoli. Desideravano che io ti persuadessi ad accettare l'ufficio di sindaco. Io ho risposto che parlerei per riferire, semplicemente. Dicono...”

Qui la voce di Zaneto cambiò, prese l'accento caricato di chi ripetendo parole altrui, vuol fare intender chiaro che parla così un altro e non egli.

“Dicono che sei indicato per la posizione sociale, per la votazione stessa, che nessun altro sindaco è possibile fuori di te, che se non accetti è un danno gravissimo della città e così via.”

Zaneto tacque un momento, poi guardò finalmente suo genero e lasciò cascare floscia floscia questa chiusa:

“Ecco.”

“E tu” domandò Piero, “cosa ne dici?”

Zaneto si fece un po' scuro, prese un'aria di Sibilla restìa e dopo aver taciuto alquanto rispose con insolita risolutezza:

“Dispensami!”

“Eh no!” rispose il giovane ironicamente, volendo pur aver ragione di tanta diplomazia.

“Perchè dispensarti?”

Zaneto fece un gran gesto silenzioso, menò il braccio destro in aria, sorrise come per dire “cosa serve?” e ripetè:

“Dispensami!”

“Ci vuol tanto” esclamò Piero “a dire che sei contrario?”

“No” rispose Zaneto, “io non sono nè contrario nè favorevole. Ti dico subito che di questo stesso argomento mi ha parlato un'altra persona per indurmi a sconsigliarti dall'accettare, ed io l'ho pregata, come adesso te, a dispensarmi.”

“E chi era questa persona?”

Zaneto si scosse, si contorse con un brontolìo che pareva nascergli nel ventricolo. Suo genero indovinò subito.

“Il Prefetto” diss'egli. “Non c'è dubbio.”

“Piano, piano” fece Zaneto sconcertato. “Io non ho detto niente e non dico niente. Del resto ieri son venuti molti a parlarmi del tuo sindacato. Il primo è venuto alle otto della mattina, un individuo che non conosco. - Chi è Lei? - Sono uno che suona il pelittone in fa bemolle. - Bravo. E allora?... Se dicesse una parola a Suo genero che sarà il nostro sindaco... se mi facesse prendere nella banda municipale... - A mezzogiorno ne capita un altro; anche lui per avere la tua protezione, perchè tu gli faccia impiegare un figliuolo alla Posta e collocar la madre al Ricovero comunale. Un terzo è venuto ieri a sera, un diurnista del Municipio. Dice che fra pochi giorni sarai eletto sindaco, che vorrebbe presentarsi a te per farti i suoi ossequi e anche per certe sue istanze particolari, ma che si trova in condizioni miserabili di vestito e gli occorrerebbe una giacca decente, se puoi aiutarlo. Vedi vedi, che tesoro di clienti ti fai!”

Piero lo fissò in silenzio, leggendogli nelle pieghe dell'anima, e, finito di leggere, cambiò discorso.

“Avevi un'altra cosa, mi pare” diss'egli.

Il marchese ostentò di reprimere grosse ondate di riso, ostentate anche quelle.

“Sì, un'altra cosa” diss'egli. “Un'altra cosa sicut et in quantum.”

E mise fuori l'altra cosa, non senza sussultare ancora, tratto tratto, di riso represso.

Un ambasciatore della stessa risma di coloro ch'eran venuti colla fascia sindacale in tasca, aveva picchiato all'uscio di Zaneto molto più segretamente e timidamente per averne aiuto a cavare quattrini dal genero in pro del giornale clericale. Zaneto riferì il messaggio con lo stesso umorismo di cui aveva lievemente condite, poco prima, le suppliche di quei tali clienti, aggiunse sale alla vivanda amara volendo renderla impossibile al palato, non tanto per una paterna cura de' quattrini insidiati quanto per il desiderio che il giornale più inviso alla Prefettura non ricevesse aiuti da casa sua. “La parte mia” conchiuse il vecchio diplomatico, “l'ho fatta.” E si alzò.

Maironi credette finito il colloquio, ma s'ingannava. Il suocero si accostò al suo letto, gli prese una mano, gli disse sottovoce, tutto mutato in viso: “Senti”, represse a stento dei singhiozzi come prima aveva represso il riso e potè finalmente spiccicare queste due parole: “Quando vai?...”

“Al solito” rispose Piero, pure sottovoce. “Posdomani.”

“E credi che la vedrai?”

“Ma no, lo sai bene che da molto tempo il direttore non vuole più.”

Allora Zaneto ruppe in singhiozzi più forti. Maironi sapeva che il vecchio portava veramente affetto alla figliuola reclusa in un luogo di sventura; sapeva che quelle lagrime non si potevano dir false. Pure, siccome il modo suo di sentire e di esprimere il dolore era affatto diverso, le dimostrazioni così rumorose e intempestive di Zaneto gli ferivano i nervi come a suo padre le dolcezze della süra Peppina. Il sangue che ora gli corse al viso era proprio il buon sangue impetuoso del povero Franco.

“Oh Signore!” mormorò Zaneto asciugandosi gli occhi con un fazzolettone biancastro.

“Cosa?” Piero trasalì. Che c'era di nuovo, adesso?

“Oh! Una cosa, una cosa! Uno sforzo tale che debbo fare!”

Nuovi singhiozzi, nuove lagrime, affannosa ricerca del fazzolettone per tutte le tasche, brancicamento, molto spiacevole a Piero, delle lenzuola, scoperta, finalmente, del sudicio coso fra le gambe della sedia quando gli occhi si erano asciugati da sè e Zaneto non poteva, decentemente, rimettersi a lagrimare.

“Cosa vuoi? Bisogna pur parlare. Sai che il termine dopo il quale tu puoi conseguire il capitale della dote di...”

Una pausa, una contrazione del viso, una vittoria della volontà.

“... scade l'anno venturo. Occorre dunque parlarne. Ora ti confesso che nelle mie condizioni il metter fuori questa somma...”

Piero lo interruppe. Ma di che si crucciava mai? Ma che termini, che scadenze! Facesse il comodo suo. Allora il buon Zaneto s'impelagò in un mar di parole ingarbugliate, nè avrebbe riguadagnata la riva senza il soccorso altrui. In sostanza quel chieder la proroga dell'affranco della dote non era stato che un esordio, una introduzione alla proposta di addossare per l'avvenire al genero il pagamento della ricchezza mobile. Piero capì subito che il pover uomo recitava male una lezioncina spuntata, meditata e composta dentro quel duro e freddo bernoccolo degli affari che fioriva sotto le trecce grigie della marchesa Nene, in amichevole compagnia con parecchi altri bernoccoli di opposta indole.

“Ma tutto quel che volete!” diss'egli, sdegnoso.

“Abbi pazienza” fece il povero Zaneto. “Abbi pazienza. Le cose bisogna dirle, eh!”

Cavò l'orologio, trasalì, fece “ohe, ohe!” e scappò dicendo che aveva l'impegno di andare con la Nene in Duomo alla novena di san Giuseppe.


Uscito Zaneto, Piero pensò lungamente guardando nella sedia vuota la impronta sincera del suocero pesante, lo sgualcimento scandaloso e ignobile, senza velature diplomatiche, senz'alcuno di quegli accomodamenti studiati ch'erano familiari a Zaneto quando intendeva produrre impressione in altrui con una parte diversa di sè, con la parte superiore e più degna. Poi si vestì e scrisse la seguente lettera a monsignor De Antoni:


Monsignore, Voglia, La prego, informare monsignor Vescovo che se i miei colleghi penseranno proprio di chiamarmi a quell'ufficio malgrado le mie scarse attitudini e la mia totale inesperienza della cosa pubblica, lo accetterò. Gli dica pure che confido molto nelle sue preghiere. Mi raccomandi a Dio, monsignore, anche Lei.

Suo devotissimo

P. Maironi


Rilesse e si disse: “Fino a qual punto sono sincero? Fino a qual punto sono ipocrita?”.

Entrò Federico recando una lettera.

"Qualcuno' pensò Piero, "che suonerà il pelittone in mi.' Si disdisse subito. Era una busta di carta pergamena, leggermente profumata di violetta, con questo semplice indirizzo: - Signor Maironi - a caratteri grandi e sicuri. Chi l'aveva portata? Un cameriere dei forestieri di villa Diedo.

Piero aperse e lesse:


Signore, Un tale Pomato ci si è offerto per giardiniere asserendo di essere stato lungamente al Suo servizio. Mi permetto di chiederle, a nome pure di mio fratello, ch'è assente, qualche informazione circa l'abilità e l'onestà di quest'uomo. Gradisca le mie scuse per l'incomodo che Le reco.

Jeanne Dessalle

P.S. Sono in casa il lunedì e il venerdì dalle cinque alle sette.


Federico domandò se vi fosse risposta. Maironi tacque, assorto nelle due righe discrete, significanti del poscritto. Egli aveva viaggiato due mesi prima in ferrovia con una giovane signora elegantissima, dai lineamenti molto spiccati, ma bella, dagli occhi grandi, intelligenti e dolci che troppe volte si erano incontrati con i suoi e gli erano poi rimasti parecchi giorni nel cuore. La signora era discesa con lui e nello staffiere in livrea che ne aveva preso la valigetta egli aveva riconosciuto un antico domestico di casa Scremin, passato al servizio dei Dessalle. Adesso i due grandi, intelligenti, dolci occhi gli si erano riaperti nel cuore.

“Risposta?” diss'egli, guardando ancora il poscritto. “No, adesso no.” Ma poi, quando Federico era già uscito, lo richiamò: “Aspetta, sì, c'è risposta”. E scrisse:


Signora,

Il Pomato fu veramente al servizio del marchese Scremin, mio suocero. Lo credo abile. Ho inteso dire che fa professione d'idee socialiste. Non so che gli Scremin abbiano mai sospettato della sua probità.

Con perfetto ossequio.

Devotissimo

P. Maironi


Consegnò a Federico il biglietto senza rileggerlo e congedò bruscamente il povero diavolo sbalordito: “va là! va là”, come se temesse di pentirsi ancora.




CAPITOLO SECONDO


NEL MONASTERO


I


Un servo tagliato all'antica introdusse nella sala del biliardo il signore che aveva chiesto di don Giuseppe. “Il suo nome, di grazia?” diss'egli.

“Maironi.”

Quegli andò in cerca del padrone.

L'uscio a vetri, che dalla sala del biliardo mette per cinque scalini al giardino della villa Flores, era aperto. Un languido sole d'aprile moriva sulla coperta grigia del biliardo e sul chiaro impiantito di abete. Entrava con l'aria tepida un odor lieve della pioggerellina fine fine che si vedeva tremolar nel sole, annebbiar le campagne da lontano, sotto il cielo turchino. Il prato pendente in giro alla fronte dell'edificio alto e scoperto, i grandi alberi, che fanno ala quasi a un atteso corteo di principi, suggevano la pioggerellina dolce senza un bisbiglio. Così taceva la casa vuota. Lì nella sala le sedie addossate alle pareti, i pochi altri arredi simmetricamente disposti, il biliardo coperto, parevan tristi come cose morte che serbassero il ricordo della vita.

Il domestico non ritornava. Piero uscì sulla scalinata a guardar la pioggerellina muta, e un sentor debole di viole gli rese la visione voluttuosa del primo incontro con la persona che ora gli riempiva il cuore. La vide schiuder lentamente il mantello di pelliccia, mostrar il busto squisito, odorante di viola, il mazzolino degli scuri fiori alla cintura. Sentì lo sguardo intelligente, che gli aveva fatto allora dolere il petto, entrargli ancora e diffonderglisi con tanta dolcezza nella persona. “Non lo trovo, signore” disse il vecchio domestico alle sue spalle. “In camera non c'è, nella chiesetta neppure. Sarà sul monte, forse.” Soggiunse che sarebbe andato a rintracciarlo. Maironi non lo permise, prese egli stesso la via dell'umile poggio che sale dietro il cortile della villa, blando verso mezzogiorno e rigato per traverso di viti a filari, cui fende una sottile processione ascendente di cipressi; erto, boscoso verso occidente, allacciato da grandi maglie bizzarre di sentieri che ne legano il rotto cadere. Per uno di quei sentieri Piero scorse calar il vecchio prete che cercava, don Giuseppe Flores, l'ultimo della sua famiglia, il solo signore della villa deserta, del poggio, dei bassi prati dove nel gran silenzio del mezzogiorno gurgugliavan tacchini, schiamazzavano anitre e oche, delle folte macchie di alberi esotici e nostrali che lì salivano i valloncelli e i dorsi del poggio fino al ciglio degli alti vigneti.

Don Giuseppe scendeva passo passo, leggendo, non curando le rade, fini goccioline di pioggia. Quando alzò gli occhi dal libro, Maironi salutò accelerando il passo. Sulle prime il vecchio prete non lo riconobbe; poi mise un “oh!” lieto, scese con vivacità giovanile, a braccia aperte, il cappello in una mano e il libro nell'altra, tutto lucente in viso di sorpresa e di piacere. Era un nobile viso dove le linee maschie delle ossa inferiori e il grande arco del naso compievano degnamente, per così dire, l'alta parola della fronte ampia, solenne; e gli occhi scuri, vivi, dolci austeramente, pronti a colorarsi di ogni baleno, di ogni fiamma, di ogni ombra dello spirito, dicevano la calda purezza interna, la soavità recondita di quella parola così maestosa.

Ora scintillavano veramente, perchè don Giuseppe aveva conosciuto in Valsolda, prima del 1859, standovi ospite di certi suoi parenti, Franco e Luisa Maironi, i genitori di Piero; e godeva sempre di veder Piero che gli ricordava quelle elette creature, quel poetico lago romito e i giorni suoi più sereni. S'incontravano di rado. Prossimo ai settanta, solo, lontano dalla città nove mesi l'anno, don Giuseppe, che aveva un tempo frequentato casa Scremin ed era stato confessore della marchesa Nene, non ci andava quasi più. S'incontrava qualche volta con Piero l'inverno al gabinetto di lettura o fuori porta, sulle vie solitarie della collina.

“Caro signor sindaco, caro signor sindaco!” esclamò tutto ridente, posando le mani affettuose alle braccia del giovane che gli stava davanti pur sorridente ma in atto di riverenza. “Che miracolo! Come mai?”

“Lei è sempre stato così buono con me, mi ha detto tante volte di venire, e oggi me ne sono rammentato, ho avuto una ragione di rammentarmene.”

“Bene bene bene” fece don Giuseppe e gli venne in mente che al Municipio volessero qualche cosa da lui, forse imporgli la soma di un ufficio pubblico. Si avviò con l'ospite verso la villa senza parlare, pensando a levarsi d'impaccio e preparando difese, vecchio e infiacchito come si sentiva. Anche Maironi camminava preoccupato e taciturno. Don Giuseppe fu il primo a sentir la molestia di quel silenzio, chiese notizia degli Scremin. Poi si fermò e guardò Piero sorridendo con certa innocente malizia.

“È vero” diss'egli, “quello che mi hanno detto del marchese?”

“Cosa?”

“Che presto sarà fatto senatore?”

Piero si strinse nelle spalle.

“Può darsi” rispose. “Non lo so. Non ne stupirei. Ma dica: io Le reco incomodo? Ella sarebbe rimasto fuori, ora?”

Don Giuseppe protestò e si confermò nell'idea che il sindaco fosse venuto per uno scopo determinato. Presso il cancello del cortile convenne ai due di arrestarsi per una torma di buoi che andavano all'abbeveratoio.

“Sudditi suoi?” fece Maironi. “Cento volte migliori di certi sudditi miei, gliel'assicuro.”

L'accento fu così amaro che don Giuseppe, stupito, esclamò:

“Dispiaceri? Ha dispiaceri al Municipio?”

“No, no, no” s'affrettò a rispondere Maironi. “Questo non importa affatto. Dicevo per dire.”

V'era dunque un'altra cosa che importava. Don Giuseppe introdusse l'ospite nella sala del biliardo e lo invitò a sedere.

“Scusi” disse Maironi, restando in piedi. “Se mi permette, Le vorrei parlare.” E poichè don Giuseppe, con un cenno di assenso, insisteva per farlo sedere lì, lo guardò un poco senza rispondere. Il vecchio prete capì. “Come vuole, come vuole” diss'egli, e accostatagli una mano al braccio, lo avviò verso l'uscio che metteva in un suo freddo e umido studiolo.

“Scusi, sa” fece Maironi sottovoce.

No, non potevano essere affari del Municipio, quella non era la solita voce di Piero Maironi.

“Qui non entra nessuno?” diss'egli.

Don Giuseppe chiuse l'uscio a chiave e rispose:

“Ecco.”

Dubitava, per certe voci, che gli Scremin fossero un po' squilibrati nelle finanze.

Una confidenza circa questo punto? O circa la infelice reclusa? Mentre fantasticava così, Piero Maironi, seduto accanto a lui sul vecchio logoro canapè rosso, stava silenzioso a capo chino. “Don Giuseppe” cominciò finalmente, e stese una mano al prete senza guardarlo, senza volgere il viso, “io sono venuto da Lei come un figlio.”

Don Giuseppe gli prese la mano, gliela strinse commosso, con un tacito moto delle labbra, con un lampo affettuoso del viso.

“Io ho per Lei la riverenza che hanno tutti; sì, sì, me lo lasci dire! Ma poi ci ho anche un'affezione particolare e Lei ne sa il perchè. Ho un bisogno immenso di Lei, adesso.”

Il viso del candido, umile prete si colorò di meraviglia.

“Bisogno di me?”

“Sì. Bisogno di Lei. Son venuto da Lei come da un padre, ma da un padre ch'è sacerdote.”

Don Giuseppe gli riprese la mano, gliela strinse ancora, senza parole.

“Non si meravigli di nulla, sa! Pensi ch'io sia il penitente e Lei il confessore. Prima di tutto Le domando questo: secondo le leggi della Chiesa, è mai possibile, in nessun caso, che un uomo coniugato, il quale ha la moglie viva ma demente da più anni, proprio affatto e senza speranza, ottenga il permesso di entrare in una corporazione religiosa?”

“Eh, no.”

Maironi tacque.

“Può ritirarsi dal mondo” s'affrettò a dire don Giuseppe, “può vivere con Dio nella solitudine, comporsi lui una regola, santificarsi.”

La fronte solenne, gli occhi gravi, la voce dolce e bassa spiravano ossequio al gran dolore, alla gran fede che apparivano congiunti nel desiderio del giovane.

Maironi rispose sottovoce: “Questo non è possibile”.

Nel silenzio che seguì lampeggiò in mente a don Giuseppe una parola dimenticata di donna Luisa Maironi Rigey, la madre di Piero. Salivano insieme, i Maironi, i Pasotti e lui a piedi, il signor Giacomo Puttini sull'asino del mugnaio, al Boglia per la via di Castello. Presso Muzzaglio don Franco Maironi era uscito a dire: “Bel posto, eh, per un monastero!”. E donna Luisa aveva mormorato: “Troppo bello per gente inutile”. N'era venuta poi una gran discussione. Adesso dopo tanti anni, cose umane! il figlio di Luisa, non ancor nato in quel tempo, sentiva il fascino del monastero.

“Ella non comprenderà” riprese Maironi, “perchè non mi sia possibile ritirarmi dal mondo senza un abito religioso, senza un voto. Questo dipende dallo stato dell'anima mia. Vede, io son venuto veramente per parlarle dell'anima mia. Immaginavo che circa l'altra cosa Ella mi avrebbe risposto come mi ha risposto. E parlarle dell'anima mia mi è tanto difficile! Non riesco a comprendere bene me stesso. Se penso una cosa di me mi vien subito in mente qualche ragione di pensarne l'opposta. Bisogna che Lei mi aiuti, don Giuseppe. Soffro, sa; e Lei ha voluto bene, non è vero, al povero papà e alla povera mamma?...”

Dicendo queste parole sorrise un poco di un sorriso tanto triste che passò il cuore a don Giuseppe. “Sì, sì” diss'egli, “tanto!” E tacque, esitando ancora a cercar consiglio e conforto per una ultima resistenza dell'umiltà sua nativa.

“Mi dica” incominciò finalmente sottovoce con un albore in volto di letizia santa: “questa idea della professione religiosa, intendo che Le è venuta dal dolore, ma quando? Come ha principiato in Lei?”

“Oh, don Giuseppe, non mi è mica venuta dal dolore.”

“No?”

Il viso di Maironi, giunto dalla tempesta interna, si scompose. La voce obbediva ancora al freno, ma tremava.

“No, don Giuseppe, sono un vile, non sento più nessun dolore per lo stato di mia moglie.”

Don Giuseppe lo guardò, sgomentato più ancora dal disordine di quel volto che dalle parole. L'altro ripetè, a stento, con soffocata voce:

“Nessuno.”

Don Giuseppe aperse le braccia.

“E allora?” diss'egli quasi severamente. Maironi scattò in piedi, andò alla finestra, vi stette un minuto voltando al prete le spalle che sussultavano. Quando ritornò al canapè il viso era ricomposto e la voce ferma.

“Bisogna che Le spieghi tutto” diss'egli. “Avrà pazienza, don Giuseppe?” Alla protesta muta del vecchio, continuò:

“Ella sa come sono entrato in casa Scremin. Sa che restai senza padre appena nato, si può dire; perchè mio padre morì a Oria delle conseguenze della sua ferita nel 1860 e io nacqui nel '59. Sa che mia madre morì, pure a Oria, due anni dopo, che mia bisnonna Maironi non volle tenermi in casa e mi affidò ai suoi parenti Scremin. Il marchese è figlio di un fratello della bisnonna. Morì presto anche lei, lasciò erede me e nominò mio tutore il marchese. Credo che sin da quel giorno gli Scremin abbiano pensato a me per la povera Elisa. Sono diventato uomo in casa loro, studiando con don Paolo, com'Ella sa, senza libertà di scegliermi degli amici, frequentando sempre la stessa gente, impregnata delle stesse idee. Io voglio ancora bene a quell'eccellente don Paolo, ma da ragazzo, poi, l'ho adorato. Quanto ho pensato allora di farmi religioso anch'io! Il solo odore d'incenso che don Paolo serbava nella tonaca quando veniva a pigliarmi, dopo le funzioni, per il passeggio, mi metteva una riverenza! E pensavo allo stato religioso come ad uno stato quasi divino. Durante le funzioni, al suono dell'organo, la mia delizia era di sognare la Tebaide o il Libano o anche spesso un monastero fantastico perduto in mezzo al mare del Nord. In pari tempo...”

Qui Piero s'interruppe.

“Mi ascolti come nel sacramento” diss'egli sottovoce. E ripigliò:

“Dunque, io che sognavo monasteri e vita religiosa, è incredibile come dai primi anni della fanciullezza, prima di possedere il senso morale, fossi soggetto ad accessi strani di sensualità; di una sensualità che la mia ignoranza, fortunatamente durata moltissimo, rendeva cieca e particolarmente tormentosa. Quando il mio senso morale si risvegliò, siccome poi religiosissimo ero già da prima, non Le so dire i miei terrori e le penitenze segrete! Allora, molto molto presto, siccome per un certo tempo dopo ch'ero andato ai Sacramenti avevo delle estasi religiose, dei rapimenti inesprimibili, dei giorni in cui l'idea della menoma impurità mi metteva schifo, cominciai a pensare sul serio che per liberarmi dalle ossessioni dello spirito immondo avrei dovuto entrare in un Ordine religioso.

Una volta fui condotto a vedere l'abbazia di Praglia, negli Euganei, che Lei conosce; dev'essere a sei o sette miglia da qui. Là, proprio nelle logge del cortile pensile, mi venne l'idea di farmi benedettino. Avevo quindici anni, allora. Ne parlai a don Paolo e don Paolo mi disse ch'ero troppo giovine per pensare a queste cose. Capii da certe vaghe parole del mio confessore che il discorso era stato riferito in famiglia, che l'avevano preso sul serio e ch'erano contrarissimi. Infatti mi mandarono a viaggiare con don Paolo, mi fecero condurre qualche volta al teatro da un amico di casa. Io avevo sempre combattimenti interni, ma duravo fermo nel mio proposito. Studiavo il latino e il greco assai volentieri ed ero contento che il mio tutore non mi facesse seguire un corso regolare di studi perchè prima ancora di pensare a farmi frate, quando mi avevano detto che gli studi regolari potevano solamente condurmi a diventare avvocato, o impiegato, o medico, o ingegnere, o professore, n'ero rimasto sorpreso e afflitto. Non mi sentivo nato ad alcuna di queste vie, avevo creduto che nel mondo ve ne fosse un'altra buona per me, mi accoravo del mio inganno come di non saper decifrare in me stesso i desideri che mi rendevano inquieto. L'idea di farmi religioso mi parve una rivelazione, mi diede un benessere profondo, per qualche tempo; vorrei dire fino a sedici anni. A sedici anni un certo senso di diventar diverso io e di veder diverse tutte le cose, certi sguardi, nuovi, di donne, certe rivelazioni del mondo e della vita mi sconvolsero l'anima. Però nelle mie agitazioni indicibili di quel tempo, anche nei momenti in cui abborrivo dalla vita religiosa, l'idea di renderla impossibile col matrimonio m'ispirava un inesplicabile terrore; proprio terrore. Intanto mi tenevo attaccato a tutte le esteriorità religiose, alla Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, al Circolo della gioventù cattolica, per istinto, perchè lì almeno c'è qualche cosa di fermo. Gli anni passavano, avrei potuto cominciare a occuparmi de' miei affari ma non ci pensavo. Capivo che il mio tutore non lo desiderava e mi era facile di compiacerlo: non ho affetto alla proprietà. Dal partito ero accarezzato molto. Lei lo sa. Mi elessero vicepresidente del Circolo. Mi affidarono dei lavori, delle traduzioni dal tedesco e dal francese di scritti cattolici, mi parlavano sempre del mio ingegno, di uffici pubblici cui sarei stato chiamato, di una grande parte che mi era serbata nell'azione cattolica, mi chiusero nella loro cerchia, mi rappresentarono corrotti e pericolosi tutti i giovani non clericali, m'insinuarono spesso idee di matrimonio con allusioni alla cuginetta ch'era in collegio. Ciò che dovevo fare per il Circolo lo facevo senz'amore. Non ho fatto con amore che una traduzione di Ketteler. Capivo che per l'idea d'una legislazione sociale cristiana avrei potuto appassionarmi, ma sentivo in pari tempo che fra i miei compagni di partito e me vi erano delle dissonanze profonde, che un'azione comune con essi, proprio ex corde, non mi sarebbe stata possibile. Mi pareva che avessero acqua nelle vene, acqua santa, se vuole, ma troppo diversa da quel sangue pieno di fuoco latente che mi sentivo io, e ricadevo in una specie di letargo, confortandomi con la speranza stupida di una potenza ignota che maturasse dentro di me.

Quanto al matrimonio incominciai a considerarne l'idea come un nuotatore stanco incomincia a pensare di abbandonarsi. Avevo ventun anni quando gli Scremin levarono di collegio l'Elisa che ne aveva diciassette. Allora ebbi un quartierino a parte, un domestico a parte. Il marchese mi dichiarò solennemente che le convenienze volevano così; tanto solennemente che mi parve quasi essere giudicato indegno di aspirare alla mano di mia cugina. In apparenza ero libero. In fatto la marchesa, con tutte le piccole buone arti che possiede, mi teneva più schiavo di prima. L'Elisa mi piaceva come persona, mi piaceva per un certo che di enigmatico nella sua stessa freddezza e severità, mi piaceva sopra tutto, credo, perchè mi ero accorto di piacere a lei. Però, siccome mi ero finalmente anche accorto delle manovre di suo padre e di sua madre, n'ero seccato e mi difendevo; perchè poi proprio innamorato non ero. In questo stato d'animo, una sera, a Venezia, io che fino a quel momento mi ero serbato materialmente puro...”

Silenzio.

“Passi, passi” mormorò don Giuseppe. Piero ripetè:

“La reazione di vergogna e di nausea fu violentissima. Allora il matrimonio con una fanciulla tanto pura e severa come mia cugina mi parve un asilo di pace. Quando la sposai mi credetti innamoratissimo di lei. Però neppure a lei ho voluto raccontare i miei propositi segreti di una volta. Solo mi ricordo che si visitò insieme Praglia, che il trovarmi nel cortile pensile con mia moglie mi fece un'impressione straordinaria e che mia moglie mi domandò e mi ridomandò se mi sentissi male. Adesso, don Giuseppe, viene qualche cosa di tanto penoso a dire! Mi pare una viltà di raccontare certe cose quando...”

Piero non potè continuare, non potè reprimere un singhiozzo violento.

“Ecco” ripigliò alfine, “dopo i primi giorni mi trovai disilluso, in certe cose, riguardo a mia moglie. Intanto, malgrado il suo affetto, aveva freddezze invincibili. Mi perdoni; a un padre devo pur dire tutto! Non mi pareva più enigmatica, mi pareva chiusa, sì, ma vuota. La portai in Valsolda per una visita ai miei morti, avrei voluto che pigliasse affetto al paese, alla casa che mi è tanto cara. Invece si mostrò gelida. Ne fui offeso amaramente. La malattia terribile incominciò con prostrazioni, terrori, presentimenti sinistri e accessi strazianti di affetto per me. Allora non Le so dire i miei rimorsi, mi sono disprezzato, odiato! Mi sono proposto di adorarla, se guariva, come una creatura del cielo. Non avrei voluto la casa di salute; cedetti perchè solo a quel patto i medici mi permettevano di sperare. Quel che ho sofferto Iddio lo sa, ma confidavo in lui, tanto! Dopo un anno vennero certe parole dubbie, scure dei medici, che prima mi avevano sempre confortato. La impressione fu terribile, ma poco a poco passò; qualche momento buono di tempo in tempo c'era e bastava per rialzarmi. Mia suocera, poveretta, aveva tanta fiducia! Nel primo tempo parlava sempre di sua figlia come se avesse a guarire l'indomani, poi non ne parlava più, ma io sapevo che faceva segretamente preparare in campagna un quartiere per lei.

Si figuri che vi faceva collocare stufe perchè fosse pronto ad accoglierla in qualunque momento, che vi andava raccogliendo certi vecchi mobili stati cari all'Elisa da ragazza. Andai avanti così un altro paio d'anni con un'altalena continua d'illusioni e di disillusioni. Finalmente vi fu un primo momento in cui, pensando a mia moglie, mi tornò in mente qualche suo atto, qualche sua parola che mi aveva fatto cattiva impressione. Mi spaventai. Possibile che il mio dolore cominciasse a venir meno? Cacciai quei ricordi come tentazioni diaboliche. Ma tornavano. Reagii quanto potei, pregai e feci pregare più di prima, esagerai nelle dimostrazioni. Non so, per esempio disposi la camera da letto e il gabinetto di toeletta di mia moglie come s'ella vi fosse ancora, con tutti i suoi ninnoli, i profumi, sino all'accappatoio sulla poltroncina. Per un po' di tempo questo mi giovava, mi ravvivava le memorie; ma poi! Vedevo la tenerezza negli occhi de' miei suoceri, vedevo la pietà negli occhi dei miei conoscenti. Era una cosa terribile perchè non soffrivo più, non amavo più, mi sentivo, con orrore, un ipocrita. Non basta; prima non avrei guardato una donna in viso due volte, per la sua bellezza. Poi...”

Il giovane si coperse gli occhi con le mani ripetendo che voleva dire tutto, tutto! Scopertosi il viso continuò:

“Un giorno, proprio ritornando dal luogo dov'è mia moglie, m'incontrai nel treno con una signora giovine e bella che certo mi conosceva perchè mi avvidi subito che mi guardava con curiosità e interesse. Quella è la prima persona che ha sospettato il vero de' miei sentimenti perchè mi parve leggerle in viso, dopo averla guardata due o tre volte, una sorpresa, una specie di sorriso interno; capisce? Per molto tempo non mi potei levare quegli occhi dalla memoria. M'infervorai sempre più nelle pratiche ascetiche, pregai Dio che mi aiutasse e mi parve infatti di aver dimenticato.”

Tutto quest'ultimo racconto Maironi lo fece ansando, con voce rotta dallo sforzo di strapparsi dall'anima cose tanto compresse nell'interno di lei. Don Giuseppe lo ascoltava triste, senza guardarlo, con l'aria rassegnata di uno che non si meraviglia più, che sa di aver ad ascoltare la solita, eterna, uniforme storia. Piero prosegui:

“Il fervore ascetico durò poco. Qui devo anche dire che non sotto il colpo della mia sventura ma più tardi, quando il dolore diminuiva, proprio quando mi davo più che mai alle pratiche religiose, cominciarono a venirmi dei pensieri strani, novissimi per me, dei dubbi circa la fede, fulminei, che mi scuotevano e che io cacciavo restandone tutto tremante. Una sera la cameriera di mia suocera, giovane, graziosa, venne da me con un pretesto. Mi contenni, il mio viso, le mie parole furono di ghiaccio ed ella se ne andò, ma vi ebbe poi un momento in cui mi domandai perchè se Dio voleva proprio un simile tormento delle sue creature non le aiutasse di più! Perchè mi facesse incontrare quella signora nel treno e quella ragazza in casa di mia suocera! Mi venivano impeti di ribellione, una domanda insistente, acre, mi martellava il cervello: e se Dio non ci fosse? E se Dio non ci fosse? Se tutta la mia fede fosse un tessuto di illusioni? Se io fossi uno schiavo di pregiudizi altrui, d'idee cacciatemi nella testa quando non potevo pensare? Se io fossi in fatto di religione una miserabile scimmia della gente che ho sempre veduto intorno a me? Oh, don Giuseppe, don Giuseppe, mi salvi Lei!”

Il giovine gettò le braccia al collo del vecchio prete singhiozzando.

Don Giuseppe corrispose all'abbraccio, sussurrò con dolcezza: “Sì, sì caro, io no ma il Signore La salverà. Sì, confidi, confidi!”.

Il servitore bussò e annunciò il caffè. Don Giuseppe credette bene di aprirgli. Maironi riprese l'impero di se stesso, e quando il domestico se ne fu andato continuò il suo racconto.

“Proprio quella notte mi decisi di accettare l'ufficio di sindaco. Vi ripugnavo moltissimo, prima. Ogni volta che ho pensato, dopo la mia sventura, a occupare in qualche modo stabile la mia vita così vuota, a legarmi in qualche modo, mi arrestò sempre uno sgomento istintivo. Sempre mi veniva in mente di essere destinato da Dio a qualche cosa ch'Egli non mi rivelava ancora, sempre mi pareva di far male se pigliavo un'altra via. Quella notte pensai che fosse bene di costringermi a tanti pensieri nuovi, a tante preoccupazioni nuove, a lavorare assai, a occuparmi degli altri più che di me. Guardi, mi decido e poco dopo ecco un biglietto di quella signora incontrata in ferrovia, che mi domanda certe informazioni e mi fa capire, non proprio chiaramente, ma copertamente, che gradirebbe una mia visita. Ebbi come un'ondata di amarezza per questa tentazione che Iddio mi mandava appena compiuto un sacrificio grande per serbarmi fedele alla sua legge. Presi la penna e spedii sull'atto alla signora le informazioni richieste, togliendo ogni ragione di visita. Poi mi diedi tutto alla preparazione che mi era necessaria prima di assumere l'ufficio di sindaco. Mio Dio, don Giuseppe, è passato un anno e sto ancora tanto male; se c'è per me una via di salute, non è che questa: uscire dal mondo!”

Il giovine tacque. Poi afferrò un braccio al prete, glielo strinse in uno spasimo di passione: “Don Giuseppe, don Giuseppe, pensi, pensi se proprio non è possibile! Un romitaggio libero non fa per me. Ho bisogno contro me stesso di un carcere, di quattro pareti sepolcrali, dure, fredde, mute, e in questo momento sono ancora pronto, andrei con gioia, domani non so! La supplico nel nome del mio povero papà, della mia povera mamma che Lei ricorda tanto. La scongiuro!”

Fece l'atto, così dicendo, di buttarsi ginocchioni. Don Giuseppe lo abbracciò di slancio, lo trattenne. La gran fronte maestosa irradia