LORENZO STERNE



YORIK

VIAGGIO SENTIMENTALE LUNGO LA FRANCIA E L’ITALIA


TRADUZIONE DI

DIDIMO CHIERICO

(pseudonimo di UGO FOSCOLO)





Orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta e cuor gentile.



DIDIMO CHIERICO


A' LETTORI SALUTE


Lettori miei, era opinione del reverendo Lorenzo Sterne, parroco in Inghilterra, che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita(1), ma pare ch'egli inoltre sapesse che ogni lacrima insegna a' mortali una verità. Poiché assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo, insegnarci a conoscere gli altri in noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze del prossimo. Però io lo aveva, or son piú anni, tradotto per me: ed oggi che credo d'avere una volta profittato delle sue lezioni, l'ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno arbitrariamente ho saputo, per voi.

Ma e voi, lettori, avvertite che l'autore era d'animo libero, e spirito bizzarro, ed argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità de' potenti, l'ipocrisia degli ecclesiastici e la servilità magistrale degli uomini letterati; pendeva anche all'amore e alla voluttà; ma voleva ad ogni modo parere, ed era forse, uomo dabbene e compassionevole seguace sincero dell'Evangelo, ch'egli interpretava a' fedeli. Quindi ei deride acremente, e insieme sorride con indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti di desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioia, sospira; e, mentre le sue immaginazioni prorompono tutte ad un tempo discordi e inquietissime, accennando piú che non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con l'apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato. Anzi in questo libricciuolo, ch'ei scrisse col presentimento avverato della prossima morte, trafuse con piú amore il proprio carattere; quasi ch'egli nell'abbandonare la terra, volesse lasciarle alcuna memoria perpetue d'un'anima sì diversa dalle altre.

Se dunque, lettori di Yorick e miei, la novità vi rendesse men agevole la lettura, ascrivetelo (e ve ne esorto per puro amore della giustizia) parte all'autore, parte a me, e parte anche a voi stessi. E quando mai le poche postille da me compilate per amor vostro non giovassero a diradarvi l'oscurità, riposatevi alquanto dalla lettura, e rileggete l'epigrafe del mio frontispizio.

E ve la ho posta, perché mi fu suggerita da un vecchio prete, che con un volumetto immortale indusse anch'egli i nostri magnifici sfaccendati, non dirò a ravvedersi, ma a ridere al men da se stessi della lor vanità: e anch'egli bramò solamente, siccome Yorick, la cara salute in compagnia della pacifica libertà(2): e non fu esaudito dal cielo; ma non pianse mai fuorché per amore, o per compassione. Alcuni di voi, o lettori, sanno che non s'è potuto trovare la lapide che copre l'ossa di quel buon prete. Ma voi, se non altro, pregate pace all'anima sua, e all'anima del povero Yorick; pregate pace anche a me finch'io vivo.


Calais, 21 settembre 1805.

I


A questo in Francia si provvede meglio — diss'io.

— Ma, e vi fu ella? — mi disse quel gentiluomo; e mi si volse incontro prontissimo, e trionfò urbanissimamente di me.

— Poffare! — diss'io, ventilando fra me la questione — adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non si corre né piú né meno) conferiranno sí fatti diritti? Vo' esaminarli. — E, lasciando andare il discorso, m'avvio diritto a casa: mi piglio mezza dozzina di camicie, e un paio di brache di seta nera.

— L'abito che ho indosso — diss'io, dando un'occhiata alla manica — mi farà.

Mi collocai nella vettura di Douvre: il navicello veleggiò alle nove del dí seguente: e per le tre mi trovai addosso a un pollo fricassé (3) a desinare - in Francia - e sì indubitabilmente che, se mai quella notte mi fossi morto d'indigestione, tutto il genere umano non avrebbe impetrato che le mie camicie, le mie brache di seta nera, la mia valigia e ogni cosa non andassero pel droit d'aubaine (4) in eredità al re di Francia - anche la miniatura ch'io porto meco da tanto tempo e che io tante volte, o Elisa(5), ti dissi ch'io porterei meco nella mia fossa, mi verrebbe strappata dal collo. - Vedi scortesia! E questo manomettere i naufragj di un passeggiere disavveduto che i vostri sudditi allettano a' loro lidi - per Dio! Sire, non è ben fatto: e sí che mi rincresce d'avere che dire col monarca di un popolo tutto cuore e sí incivilito e cortese e sí rinomato per la gentilezza de' sentimenti.

Ma tocco appena i vostri domini(6).



II


CALAIS


Finito ch'ebbi di desinare, compiacqui all'animo mio facendo un brindisi al re di Francia; - e non che gli serbassi rancore, io l'onorava anzi altamente per l'umanità della sua indole - e per questa riconciliazione mi rizzai ingrandito di un pollice.

«No» diss'io «i Borboni non sono razza crudele: saranno forse traviati come tanti altri; ma sono pur nati con la dolcezza nel sangue(7).» E quanto io me ne persuadeva, tanto piú mi sentiva su per le guance gratissima una specie di soffusione; né il vin di Borgogna (da due lire almen la bottiglia, come io ne avea bevuto) potea produrla sí calda e sí propizia al mortale.

«Bontà divina!» esclamai, sgombrandomi dinanzi d'un calcio la mia valigia «questi beni di quaggiú son poi tali da inasprire gli animi nostri, e ridurre tanti e tanti cordiali fratelli a infellonire e insidiarci, come purtroppo facciamo, incontrandoci nel viaggio brevissimo della vita? Ove l'uomo sia in pace con l'uomo, oh come il gravissimo de' metalli gli vola quasi di mano! Traesi la borsa, e sospendendola con due dita, guarda intorno a chi darne almen la metà.»

Frattanto io mi sentiva le vene dilatarmisi per la vita; le mie arterie battevano in armonia; e tutte le mie potenze vitali adempivano a' loro uffizi con attrito cosí soave, che io avrei confuso la piú saccente fisichessa di Francia(8); appena con tutto il suo materialismo si sarebbe attentata di chiamarmi una macchina.

«Mi torrei l'impresa,» diss'io, «di mandarle sossopra il suo Credo(9).» Nell'armarmi di questa fiducia, la natura si esaltò in me quanto mai poteva esaltarsi. «Io era dianzi in pace col mondo; ma cosí conclusi la pace con me medesimo.

«Or» esclamai «foss'io re di Francia! Or sí che un orfano dovrebbe ridomandare a me la valigia del suo povero padre.»



III


IL FRATE


CALAIS


Com'io finiva la parola, un povero frate di San Francesco entrò in camera a questuare per il suo convento. Nessuno vuol essere virtuoso a beneplacito delle contingenze; oppure uno è generoso come un altro è potente; sed non, quoad hanc! - e sia che può - da che non si può logicamente discorrere sul flusso e riflusso de' nostri umori, il quale, a quanto io so, obbedirà alle medesime cause influenti nelle maree - ipotesi che ci tornerebbe spesso a men biasimo: e, per dir di me solo, son certo che in piú incontri mi loderei assaissimo del mio prossimo, se dicesse che io non me la intendo con la luna, e mi governo con essa; - e non avrei colpa in ciò né vergogna - anziché col mio proprio atto e consenso; - e ogni colpa e vergogna sarebbe mia.

Ma sia che può. Dal punto che io posai l'occhio sul frate, io aveva prestabilito di non dargli un unico soldo; e consentaneamente mi riposi la borsa dentro al taschino; lo abbottonai; mi misi alquanto in sussiego, e mi feci incontro con gravità; e temo d'averlo guardato in guisa da non dargli molta fiducia. L'immagine di lui torna or agli occhi, e vedo ch'ei meritava ben altre accoglienze.

Il frate, com'io giudicai dal calvo della sua tonsura e da' pochi crini bianchi che soli gli rimanevano diradati intorno alle tempie, poteva avere da settant'anni. Se non che le sue pupille spiravano di un cotal fuoco, rattemprato, a quanto pareva, più dalla gentilezza che dall'età, che tu glie ne avresti dato appena sessanta. Il vero è forse fra due. Certo egli n'aveva sessantacinque; e tutto insieme il suo aspetto, quantunque paresse che qualche cosa vi avesse solcate le rughe anzi tempo, torna bene col conto.

Era una testa di quelle dipinte spesso da Guido: dolce, pallida, penetrante, disinvolta da tutte le trivialissime idee della crassa e paga ignoranza china sempre con gli occhi a terra: guardava diritto; ma come per mirare a cosa di là dal mondo. Come mai uno di quell'ordine conseguisse sí fatta testa, sappialo il cielo che di lassú la lasciò cascare fra le spalle di un frate! Ma avria quadrato a un bramino; e s'io l'avessi incontrata sulle pianure dell'Indostano, l'avrei venerata.

Il rimanente della sua figura può darsi, e da chiunque, in due tratti: era e non era elegante, tuttavia secondava il carattere e l'espressione: svelto, esile, di statura un po' piú che ordinaria, sebbene quel piú si smarrisse per l'inclinazione della persona, ma era l'atteggiamento della supplicazione: e quale mi sta ora davanti al pensiero, ci guadagna piú che non perde.

Inoltratosi tre passi nella mia stanza, ristette; e ponendosi la palma sinistra sul petto (tenea nella destra un bastoncello bianco con che camminava) quand'io gli fui presso, mi s'introdusse con la storiella delle necessità del suo convento, e della povertà del suo ordine, e con grazia sí schietta, e con tal atto di preghiera negli sguardi ed in tutta la persona… io era ammaliato, non essendone stato commosso.

Ragione migliore si è ch'io aveva prestabilito di non dargli neppure un soldo.



IV


IL FRATE


CALAIS


Ben è vero — diss'io, rispondendo all'alzata d'occhi con che conchiuse la sua domanda — ben è vero; e Dio non abbandoni mai chi non ha altro rifugio fuorché la carità del mondo, la quale temo non abbia assai capitale che basti a tante grandi pretese - e perpetue.

Mentr'io proferiva le parole «grandi pretese», ei lasciò correre l'occhio sopra la manica della sua tonaca. Sentii tutto il significato di quel richiamo.

— Lo so — diss'io — una ruvida vesta, e ad ogni terz'anno, con una magra dieta, non è gran cosa. E appunto rincresce alla vera pietà, che, potendosi sí poca cosa guadagnar con poco sudore e con pochissima industria sopra la terra, il vostro ordine brami piuttosto di procacciarsela instando per quel capitale che è l'unico avere del zoppo, del cieco, del decrepito e dell'infermo. Lo schiavo che coricandosi va piú e piú sempre numerando i giorni delle sue tribolazioni, si strugge anch'egli per la sua parte: e se voi, anziché di S. Francesco, foste dell'ordine del Riscatto(10), povero com'io pur sono — continuai accennando la mia valigia — la vi sarebbe di lietissimo animo aperta per la redenzione dell'infelice. — Il frate mi s'inchinò.— Ma piú d'ogni altro — io soggiunsi — l'infelice della nostra patria ha certamente i primi diritti; ed io ne ho lasciati a migliaja nella miseria su per le spiagge ov'io nacqui. — Il frate crollò affettuosamente il capo, volendo dire: — Pur troppo! la miseria è in tutti gli angoli della terra come nel nostro convento. — Ma noi distinguiamo — diss'io, posando la mano su la manica della sua tonaca, in risposta al richiamo — noi distinguiamo, mio buon padre, que' tanti che bramerebbero di sostentarsi col solo pane del proprio sudore, da tanti che si vogliono sempre satollar dell'altrui; e non hanno per istituto di vita fuorché di passarsela nel non fare e nel non saper nulla per l'amore di Dio.

Il povero francescano non aprí labbro; le guance gli sfavillarono d'una striscia di fuoco(11) che non poté rimanervi, e in un minimo punto di tempo svaní: avresti detto che tutti i risentimenti della natura si fossero esauriti in quel vecchio; non ne mostrò; ma, lasciando cadere il suo bastoncello fra le due braccia, si strinse con rassegnazione le palme una sovra l'altra sul petto; e si ritirò.



V


IL FRATE


CALAIS


Mi palpitò il cuore nel punto che egli serrava la porta. «Freddure!» dissi io, affettando di non curarmene; «freddure!» e lo ridissi tre volte, ma senza pro: ed ogni sillaba discortese da me pronunziata mi ripiombava sull'anima. «Or sia che tu avessi diritto di non esaurire quel povero francescano; non era ella forse pena bastante a confonderlo, senza la giunta d'amare parole?» E considerava i suoi crini canuti; e mi pareva che quella figura sua liberale rientrasse, e m'interrogasse cortesemente, che ingiuria m'avesse mai fatto? - e perché mai l'avessi trattato a quel modo? Avrei dato venti lire per un avvocato. «Ti sei portato pur male!» dissi a me stesso «ma esco appena a far i miei viaggi; imparerò modi migliori andando innanzi.»



VI


LA «DÉSOBLIGEANTE» (12)


CALAIS


Per altro l'uomo malcontento di sé comincia a sentirsi ottimamente disposto a un contratto; e questo è pure un compenso. Or il viaggio lungo la Francia e l'Italia sottintende di necessità la carrozza; onde io, poiché la natura suole spronare i suoi figliuoli che si provvedano, me ne andava alla volta della rimessa a comperarmi o noleggiare ciò che mi potesse fare a proposito; quando in un cantuccio di quel cortile una vecchia désobligeante mi diè nell'occhio alla prima, e senza star a pensare v'entrai: né la mi parea dissonante da' miei desiderj; e dissi al ragazzo che mi chiamasse monsieur Dessein - ma monsieur Dessein, padrone dell'hôtel, era a' vespri: e perché d'altra parte non mi giovava d'affacciarmi al mio frate, ch'io nell'opposto canto adocchiava molto alle strette con una signora smontata allora all'albergo, tirai tra me e loro le tendine di taffettà; e siccome io aveva decretato di scrivere il mio itinerario, mi cavai di tasca il calamaio e la penna, e scrissi il proemio nella désobligeante.




VII


PROEMIO NELLA «DÉSOBLIGEANTE»


E' fu, senza dubbio da molti filosofi peripatetici già notato, che di propria irrepugnabile autorità la Natura piantò termini ed argini certi onde circoscrivere l'umana incontentabilità: il che le venne fatto col tacito e sicuro espediente di obbligare il mortale ai doveri quasi indispensabili di apparecchiarsi il proprio riposo, e di patire i travagli suoi dove è nato, e dove soltanto fu da lei provveduto di oggetti piú atti a partecipare della sua felicità, e a reggere una parte di quella soma che in ogni terra ed età fu sempre assai troppa per un solo pajo di spalle. Vero è che noi siamo dotati di tal quale imperfetto potere di propagare alle volte la nostra felicità oltre que' termini; cosí nondimeno che il difetto d'idiomi, di aderenze e di dipendenze, e la diversità d'educazione, usi e costumi attraversino tanti inciampi alla comunione de' nostri affetti fuori della nostra sfera natía, che per lo piú sí fatto potere risolvesi in una espressa impossibilità.

E però la bilancia del sentimentale commercio preponderà sempre e poi sempre in discapito dello spatriato venturiere. Poiché, dovendo a stima altrui comperare ciò che men gli bisogna, né potendo forse mai permutare senza larghissimo sconto la propria con l'altrui conversazione; ed essendo quindi perpetuamente costretto a raccomandarsi di mano in mano a' men indiscreti sensali di società che gli verrà fatto di ritrovare, si può senza grande profetica ispirazione pronosticargli il suo estremo rifugio.(13)

Qui sta il nodo del mio discorso; e le sue fila mi guidano a dirittura (ove il su e il giú di questa désobligeante mi lasci tirare innanzi) sí alle efficienti che alle finali cause de' viaggi.

Gli scioperati vostri si svogliano del loro fuoco paterno, e ne vanno lontani per alcuna ragione o ragioni derivanti per avventura da una di queste cause generali:

infermità di corpo,

imbecillità di mente,

inevitabile necessità.

Quanti per terra o per acqua viaggiano, travagliandosi d'orgoglio, di curiosità, d'albagia, d'ipocondria, suddivisi e combinati in infinitum, sono tutti mossi dalle prime due cause.

Alla terza causa soggiace tutto quanto l'esercito de' pellegrini martiri, specialmente chiunque si mette in cammino «col beneficio del clero»(14); come a dire delinquenti dati in custodia ad alcuni pedagoghi eletti dai magistrati, o giovani gentiluomini esiliati dalla crudeltà de' congiunti o de' tutori, e custoditi da alcuni pedagoghi d'Oxford, d'Aberdeen e di Glascovia(15).

Avvi un'altra classe - né forse merita distinzione, tanto è scarsa di numero, se in opera come la mia non fosse d'assoluta necessità d'osservare quanto piú rigorosamente ogni precisione a scansare la confusione de' caratteri - vo' dire, degli uomini che traversano i mari, e si domiciliano e vivono da forestieri con intenti di economia per vari motivi e sotto vari colori; ma poiché, risparmiando i danari a casa loro potrebbero risparmiare a sé medesimi e agli altri molte inutili noje, e d'altra parte i loro motivi d'andare attorno non sono poi cosí complicati quanto quelli delle altre classi pellegrinanti, noi distingueremo questi signori col nome di

semplici viaggiatori.

Laonde l'universalità de' viaggiatori può ripartirsi per capi, cosí:

viaggiatori scioperati,

viaggiatori curiosi,

viaggiatori bugiardi,

viaggiatori orgogliosi,

viaggiatori vani,

viaggiatori ipocondriaci.

Seguono i viaggiatori per necessità:

il viaggiatore delinquente e il fellone,

il viaggiatore disgraziato e l'innocente,

il viaggiatore semplice.

Ultimo (se vi contentate)

il viaggiatore sentimentale.

E qui intendo di me: e però mi sto qui ora seduto a darvi ragguaglio del mio viaggio; viaggio fatto di necessità, e pour besoin de voyager, quanto ogni altro di questa classe.

Non già che io non sappia che in grazia dei miei viaggi e delle mie osservazioni, poiché le sono tutte di stampa affatto diversa da quelle de' miei precursori, potrei aggiudicarmi una nicchia tutta mia propria; se non che romperei forse i confini sulla giurisdizione del «viaggiatore vano», presumendo di farmi guardare dal popolo prima ch'io almeno non abbia alcun merito alquanto migliore della novità della mia vettura(16).

Per ora il lettore mio si contenti, se da quanto potrà qui discernere e meditare s'abiliterà ad assegnarsi (s'ei fu mai viaggiatore) il luogo e il grado che piú in questo catalogo gli si adatta. E' sarà cosí men lontano di un passo dalla cognizione di se medesimo; da che si potrebbe giurare che tutto ciò che egli aveva già inviscerato nell'anima, l'accompagnò in tutti i suoi viaggi, né si sarà poscia sí fattamente alterato ch'ei non possa tuttavia ravvisarlo.

Colui che primo trapiantava la vite di Borgogna al Capo di Buona Speranza (nota che era olandese) non sognò mai di bere in Affrica di quel vino stesso spremuto su' colli francesi da quella vite - non sono sogni da uomo flemmatico questi - ma fuor di dubbio aspettavasi di bere un liquore vinoso; se poi squisito, scipito, o tollerabile; quel buon uomo non era sí nuovo de' fatti di questo mondo da non sapere ch'ei non ci aveva che fare; ma che il successo pendeva tutto da quell'arbitro che comunemente chiamasi «Caso». Ad ogni modo sperava; e cosí sperando, Mynheer(17) per una presuntuosa fiducia nell'acume del proprio cervello e nella sagacità del suo accorgimento, arrischiava di capitombolare e con la sagacità e l'acume nella sua nuova vigna e denudando le sue vergogne farsi favola del paese(18).

Cosí va per l'appunto quel povero viaggiatore navigante e posteggiatore(19) lungo i reami piú colti del globo a caccia di cognizioni e incrementi.

Cognizioni e incrementi s'acquisteranno, nol niego, navigando e posteggiando per essi; ma se utili cognizioni, e incrementi da farne poi capitale, qui tu getti le sorti: e bada, che ove tu sia avventuroso, poco frutto o nessuno ti daranno poi quegli acquisti, se tu non gli adoperi con sobrietà ed avvertenza. Ma perché le sorti scorrono a dismisura contrarie sí all'acquisto che all'uso, parmi che farebbe da savio chiunque impetrasse da se medesimo di viversi pago senza cognizioni e incrementi d'altri paesi, massimamente ove egli abbia una patria che non n'ha penuria assoluta; e davvero, e' mi è piú e piú volte costato de' gran crepacuori, considerando quanti mali passi misura il viaggiatore curioso di ammirare spettacoli e d'investigare scoperte; cose tutte ch'egli, come Sancio consigliava tempo fa a Don Chisciotte, potrebbe a piè asciutto vedere nella propria contrada. È secolo questo sí ridondante di luce, che tu non trovi, non che paese, ma né cantuccio forse d'Europa, ove i raggi non s'incrocicchino e vicendevolmente non si permutino. Il sapere, in molte sue derivazioni e in piú incontri, è come la musica per le vie dell'Italia, ove può goderne chi nulla paga. Ma non v'è terra illuminata dal sole - Dio mi ascolta, al cui tribunale dovrò un dí comparire a dar conto di questo libro; non parlo io no per millanteria - ma non v'è terra illuminata dal sole ove non abbondi piú moltiplicità di sapere, ove le scienze abbiano piú diligenti cultori o rendano frutti piú certi che qui(20), ove le arti siano piú favorite, e promettano di salire a tanta altezza sí presto, ove la Natura (giudicatela in complesso) meriti d'essere meno incolpata, ove in somma si trovi piú ingegno e maggior varietà di caratteri, che ti sveglino l'intelletto.

— Or, o miei diletti compatriotti, ove andate voi dunque?

— Stiam qui solamente — mi dissero guardando questo calesse.

— Padroni miei riveriti — diss'io, uscendo d'un salto, e salutandoli di cappello(21).

— E' ci dava assai da pensare — mi disse l'uno ch'io conobbi per viaggiatore curioso — da che mai provenisse quel moto.

— Dall'agitazione — risposi freddissimamente — di chi scrive un proemio.

— Non ho udito mai — disse l'altro che era un viaggiatore semplice — di proemio scritto in una désobligeante.

— Sarebbe riuscito migliore — risposi in un vis-à-vis(22).

Siccome un inglese non viaggia per vedere Inglesi, io m'avviai alla mia camera.









VIII


CALAIS


M'accorsi ch'io solo non potevo ombrare tanto quel corridoio donde io passavo tornandomi alla mia camera: ed era di fatti monsieur Dessein, padrone dell'hôtel, tornato appunto da' vespri, che col suo cappello sotto l'ascella mi veniva dietro officioso per farmi risovvenire del mio bisogno. Io aveva già bell'e cancellata dal mio libro quella désobligeante; e monsieur Dessein parlandone, si ristrinse nelle spalle, come la non facesse per me: e però mi si piantò subito nel cervello che quella derelitta spettasse a qualche viaggiatore innocente, il quale, tornando al paese, l'avesse rimessa nell'onestà di monsieur Dessein che le trovasse padrone alla meglio. Quattro mesi erano scorsi da che era venuta a riposarsi nel cantuccio di quel cortile da tutto il suo giro d'Europa; giro a cui s'era accinta già benemerita e raffazzonata; e fu inoltre svitata due volte sul Moncenisio; né avresti detto che tante vicende l'avessero ridotta men misera, ma peggio che peggio standosi nel fondo del cortile di monsieur Dessein per tutti quei mesi incompianta. Veramente non si poteva dir gran che in suo favore - alcun che ad ogni modo - e quando poche parole possono scampare la misera dalla desolazione, io maledico chi n'è spilorcio.

— Or, foss'io padrone di questo hôtel! — dissi posando la punta del mio indice sul petto a monsieur Dessein — mi piccherei di tormi a ogni costo di dosso questa malaugurata désobligeante, la quale sta dondolandovi de' rimbrotti quante volte voi le passate davanti.

Mon Dieu! — disse monsieur Dessein io non ci ho interesse.

— Lasciamo star l'interesse — diss'io, — che le anime di certa tempra, Monsieur Dessein, sogliono connumerare fra' loro affetti: sono persuaso che mettendovi, come uomo, negli altrui panni, voi ad ogni notte piovosa, volere e non volere, vi sentirete cascare il cuore; voi, monsieur Dessein, ci patite quando la macchina.

Ho sempre notato che, ove il complimento abbia del dolce e del brusco, un Inglese sta in sempiterno sospeso s'ei lo piglia o lo lascia. Un Francese non mai: monsieur Dessein mi fece un inchino.

E rispose:

C'est bien vrai; ma io baratterei affanno per affanno e giuntandoci. La si figuri signor mio caro, s'io le vendessi un calesse che si sfasciasse prima ch'ella fosse a mezza via di Parigi; la si figuri come mi starebbe il cuore, sapendo d'aver dato sí tristo saggio de' fatti miei ad un uomo d'onore, e senza scampo vedendomi a discrezione d'un homme d'esprit.

La dose era condizionata appunto secondo la mia ricetta; me la sono dunque sorbita; e poi ch'ebbi restituito l'inchino a monsieur Dessein, ci siamo senza altre sofisticherie di coscienza(23) incamminati verso la rimessa a dare una occhiata al magazzino de' suoi calessi.






IX


SU LA VIA


CALAIS


E' pare che questo sia naturalmente un mondo tutto guerra; da che il compratore (foss'anche d'una meschina sedia da posta) non può moversi fuor della porta per venire a un accordo col venditore, e non mirarlo subitamente con quell'occhio e con quella disposizione d'animo con cui andrebbe seco ad eleggere il campo nel Hyde-Park(24) a duellare. Quanto a me, spadaccino dappoco né da stare a petto a monsieur Dessein, io mi sentiva ne' precordi tutta la rotazione dei moti propri alla congiuntura; io passava con gli occhi da parte a parte monsieur Dessein: ei camminava; ed io lo considerava di profilo poi di prospetto: avrei giurato ch'egli avesse faccia d'ebreo, anzi di turco: lo malediva con tutti i miei dei(25), e lo raccomandava al demonio.

— Adunque una miseria di tre o quattro louis d'or - ed era quel piú ch'ei mi poteva frodare - attizzerà cosí il nostro cuore? Bassa passione! — esclamai, voltandomi naturalmente come chi in un subito si ravvede; — bassa villana passione! la tua mano sta contro d'ogni uomo, e la mano d'ogni uomo contro di te.

— Dio ne guardi! — disse ella coprendosi d'una mano la fronte, perch'io m'era voltato a occhio a occhio incontro alla gentil donna da me poc'anzi veduta in ragionamenti col frate; e ci seguitò inosservata.

— Certo, donna gentile — diss'io — Dio ne guardi! — e le offersi la mano.

Ella portava de' guanti neri aperti soltanto nel pollice, e nelle due prime dita; onde accettò senza ritrosia; ed io la guidai alla porta della rimessa.

Cinquanta e piú diavoli(26) aveva monsieur Dessein chiamati addosso alla chiave, prima d'accorgersi che la non era quella della rimessa: e a noi pure pareva mill'anni di vedere aperto; sicché, standoci attenti all'ostinazione di quella chiave, io teneva la signora per mano quasi senza saperlo, quando monsieur Dessein ci lasciò con le mani cosí congiunte, e co' visi rivolti alla porta della rimessa.

— Torno fra cinque minuti — diss'egli.

Or un colloquio di cinque minuti equivale ad uno di cinque secoli co' visi verso la strada: in questo caso tu devi attingerlo dalle occasioni e dagli oggetti esteriori; ma cogli occhi confinati ad una parete, tu lo attingi tutto quanto da te. Un sol attimo di silenzio, dopo partito monsieur Dessein, sarebbe stato micidiale alla congiuntura: non v'ha dubbio, la signora si sarebbe rivoltata; onde avviai immediatamente la conversazione.

Ma quali si fossero allora le mie tentazioni (perch'io scrivo non l'apologia, ma la storia delle fralezze del mio cuore lungo il viaggio) si vedranno descritte qui con quella naturalezza con cui le provai.



X


LA PORTA DELLA RIMESSA


CALAIS


Allorché dissi al lettore che non mi giovava d'uscire della désobligeante perch'io vidi il frate alle strette con una signora smontata in quel punto all'albergo, io gli dissi il vero; ma non tutto il vero: perch'io mi sentiva piú che mai allettato dalla sembianza avvenente della signora; e intanto il sospetto mi martellava dicendo: «Vedi che il frate le narra ogni cosa di te». In questa mia perplessità, mi sarebbe piaciuto che il frate fosse nella sua cella.

Ove il cuore precorra l'intelletto, libera sempre da mille travagli il giudizio; ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette dalla Natura: tuttavia non ci pensai più; e attesi a scrivere il mio proemio.

Nel nostro incontro in mezzo alla via l'impressione tornò: e la vereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me del buon senso e dell'ottima educazione di quella dama; e nel guidarla io sentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza, che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti.

«Dio mio! oh come un uomo condurrebbe sí fatta creatura intorno il globo con sé!»

Io non aveva ancor veduto il suo volto - e non mi premeva: l'effigie fu presto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all'uscio della rimessa, la fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta la testa, e si compiaceva dell'adottata sua diva, quanto se si fosse tuffata per essa nel Tevere(27). Pur tu se' una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi sette volte al giorno con le pitture e con le immagini tue, tu hai sí dolci malie e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze di altrettanti angeli di luce, ch'ei saría gran peccato a inimicarsi con te.

Quando fummo alla porta della rimessa, la signora abbassò dalla fronte la mano, e mi lasciò vedere l'originale: un volto di forse ventisei anni, d'un trasparente bruno vaghissimo, schiettamente adornato senza cipria né rouge; e non era regolarmente bello; ma spirava un non so che, che nel mio stato d'allora m'attraeva che nulla piú; mi toccava il cuore; ed immaginai che vestisse i caratteri d'un sembiante vedovile, e che il cordoglio, avendo già superati i primi due parossismi, si trovasse allora in declinazione, e andasse adagio adagio rassegnandosi alla sua perdita; se non che mille disgrazie diverse poteano avere dipinto di tant'afflizione quel volto; ed io mi struggea di saperlo; e se le bon ton della conversazione me l'avesse consentito come a' dí d'Esdra, l'avrei interrogata senz'altro: «E che mal ti tormenta? e perché se' tu inquieta? e perché è sí turbato l'animo tuo? (28)» In somma io mi sentiva della benevolenza per lei; e disegnai, s'io non poteva la mia servitú, d'offerirle, non foss'altro, com'io poteva il mio obolo di cortesia.

Sí fatte erano le mie tentazioni, e cosí l'anima mia le ascoltava, quand'io rimasi solo con la signora, e con la sua mano nella mia, e co' visi rivolti all'uscio della rimessa: e piú presso di quello che fosse essenzialmente necessario.



XI


L'USCIO DELLA RIMESSA


CALAIS


Certo, donna gentile — diss'io sollevandole alquanto la mano — e questo è pure uno de' tanti capricci della fortuna: ecco come ha congiunte due mani di persone ignote fra loro, diverse di sesso, e forse di diversi canti del globo; e congiunte in un attimo, e in sí cordiale attitudine, che né pur l'amicizia, se ci avesse pensato da un mese, avrebbe forse saputo far tanto.

— E si vede dalla vostra riflessione, monsieur, che la fortuna v'imbroglia non poco co' suoi capricci.

Ove la congiuntura ti giovi, oh quanto importunamente vai stuzzicando il perché e il come è avvenuta!

— Voi ringraziate la fortuna — continuò la signora — e cosí andava fatto; il cuore sapeva ogni cosa, e n'era contento; ma chi mai, fuorché un filosofo inglese, n'avrebbe mandate novelle al giudizio perché annullasse la sentenza del cuore?

E parlando liberò la sua mano con un'occhiata che mi fu chiosa bastante a quel testo.

È pur deplorabile la pittura ch'io paleserò qui del mio fievole cuore! Confesso dunque ch'ei fu straziato da tanta pena, che piú degne occasioni non avrebbero potuto infliggergli mai. Io era mortificato d'avere perduta quella mano; e il modo ond'io l'aveva perduta non recava né olio né vino su la ferita: né mai da che vivo ho sí miseramente provato la confusione d'una sguajata inferiorità.

Ma in un vero cuor femminile il trionfo di queste sconfitte è brevissimo; ed ella assai prima d'un mezzo minuto aveva, come per finire il discorso, posata già la sua mano sulla balzana del mio abito: cosí che - ma io non so come sappialo Dio! - riacquistai la mia posizione. Ella non avea piú che dire.

E immediatamente ripresi a modellare una conversazione piú confacente all'ingegno ed all'animo della signora, da che m'accorsi ch'io n'aveva mal conosciuto il carattere; ma, mentr'ella rivolgevasi a me, vidi che gli spiriti, i quali avevano animato la sua risposta, s'erano a un tratto smarriti: i muscoli rallentavansi; ed io contemplava di nuovo quell'aspetto di sventura derelitta che mi fece a bella prima tutto suo. Che passione a veder tanto brio mortificato dall'afflizione! Il mio cuore gemeva per lei di pietà. Or voi, anime assiderate, vorreste provarvi di ridere: ma io avrei potuto abbracciarla, e senza arrossirne, e riconfortarla, anche in mezzo alla via, sul mio petto.

E in quello io temeva d'essermi tanto quanto provato di stringere un po' piú la sua mano, perch'io mi sentiva nella palma una sottilissima sensazione, non come se la signora volesse ritrarre la mano, ma che ci pensasse; ed io irremissibilmente la riperdeva, se l'istinto, piú che la ragione, non m'avesse guidato all'ultimo ripiego, in tali frangenti, di tenerla lentissimamente e quasi lí lí per lasciarla da me. Cosí ella lasciò correre, finché monsieur Dessein tornò con la chiave; ed io in quel mezzo fantasticava: «Certo certo, se il povero francescano le avesse ridetto il suo caso meco, e' bisogna pure che io mi liberi dal tristo concetto che le si sarà piantato nell'animo: ma e come?». Mi posi a cercar questo come.




XII


LA TABACCHIERA


CALAIS


Quel buon vecchio del frate, mentr'io dubitava di lui, non m'era lontano sei passi; e ci veniva incontro un po' di traverso fra il sí e il no. Pur giunto a noi, si fermò con indicibile ingenuità, presentandomi aperta la sua tabacchiera di corno ch'egli avea tra le mani.

— Saggerete un po' del mio — dissi a lui; e mi trassi di tasca e gli porsi una scatoletta di tartaruga.

— Squisito! — disse il frate.

— Or fatemi il favore — soggiunsi — di gradire il tabacco e la scatola; e pigliandovi alcuna presa ricordivi di tanto in tanto che questa fu l'offerta di pace d'un uomo che vi ha una volta trattato ruvidamente, ma non col cuore.

Il povero frate si fe' di scarlatto.

Mon Dieu! — diss'egli a mani giunte — voi non m'avete trattato ruvidamente mai.

— Non mi pare — aggiungea la signora — non mi pare capace. — E mi feci anch'io rosso; e per quali emozioni, chi sente - e non avrà di molti compagni - lo esplori.

— Perdoni, madama — diss'io — io l'ho trattato acerbissimamente, e non fui provocato.

— No, non può darsi — tornò a dir la signora.

— Dio mio! — esclamò il frate con tal fuoco d'asseveranza, che non pareva a lui proprio — la colpa era mia, e della indiscretezza del mio zelo.

La gentildonna gli contradisse, ed io con lei, sostenendo ch'egli era impossibile che un animo sí ben composto potesse mai recar noja a veruno.

Io non sapeva che un alterco potesse, com'io pur sentiva allora in me stesso, riescire sí soave e sí piacevole a' nervi. Si restò taciti senza verun senso di quell'angustia scimunita che sottentra quando in un crocchio vi guardate per dieci minuti l'un l'altro in viso senza dirvi una sillaba. Strofinava frattanto il frate quella sua tabacchiera di corno sulla manica della sua tonaca; e, come vide che avea acquistato certa apparenza piú lucida, mi fece un inchino profondo e disse: ch'era ormai tardi, né si poteva dir per allora se piú la debolezza che la bontà dell'indole nostra ci avesse involti in quella contesa; ma comunque si fosse, mi pregava che tra di noi cambiassimo tabacchiera. E parlando mi offeriva la sua da una mano, e dall'altra accettava la mia, e baciatala, con un profluvio di buon naturale negli occhi, se la ripose nel seno, e s'accomiatò.

Io mi serbo la sua tabacchiera tra le parti istrumentali(29) della mia religione, e quasi scala alla mia mente a piú alte cose; e per verità io esco di rado senz'essa, e per essa ben assai volte richiamo lo spirito cortese del suo donatore a guidare anche il mio attraverso le burrasche del mondo, le quali (com'io poi seppi dalla storia di lui) l'aveano esercitato pur troppo sino a' quarant'anni dell'età sua, allorquando egli, vedendosi male rimunerato de' meriti suoi militari, e malavventurato nella tenerissima delle passioni, abbandonò la spada insieme e l'amore, e rifuggí nel sacrario non tanto del suo convento quanto di se stesso.

E sento un peso nell'animo or ch'io devo scrivere che, quando ultimamente ripassai per Calais chiesi che n'era del padre Lorenzo, ed udii come egli da tre mesi era morto e seppellito, non già nel suo convento, ma, secondo la sua volontà, in un piccolo camposanto de' frati, sei miglia fuor di città. Né io mi poteva acquetare se non vedeva dove l'aveano deposto. E là, pigliandomi in mano la sua scatoletta di corno, e guardandola, e sedendo sulla sua fossa, e sradicandovi dal colmo parecchie ortiche che non avevano a che allignare lassú - tutto questo mi ripercosse sí fieramente gli affetti, ch'io prorompeva in dirottissime lacrime… Ma io sono debole quanto una femmina! e prego voi tutti di non sogghignarne; commiseratemi.




XIII


L'USCIO DELLA RIMESSA


CALAIS


Intanto io non aveva lasciata mai la mano della mia dama; e sarei stato incivile s'io l'avessi, dopo tanto ch'io la teneva, lasciata innanzi di accostarla a' miei labbri; e la baciai; e il sangue, e gli spiriti, che avevano poc'anzi mutato corso, si riaffollavano sulle guance di quel l'afflitta.

Or avvenne che i due viaggiatori, i quali mi aveano parlato nel cortile, passarono nel frangente di quella crisi, ed osservando la nostra dimestichezza, s'avvisarono naturalmente che noi fossimo marito e moglie almeno; però soprastando su l'uscio della rimessa l'un d'essi, ed era il viaggiatore curioso, c'interrogò:

— E domattina partirete voi per Parigi?

— Posso rispondere per me solo — diss'io: e la signora soggiunse che andava a Amiens.

— Vi abbiamo desinato jeri — disse il semplice viaggiatore.

— E voi andando a Parigi — mi disse l'altro — vi passerete propriamente per mezzo.

Poco mancò ch'io non gli rendessi infinite grazie della notizia che Amiens fosse su la strada di Parigi; ma, avvedendomi ch'io pigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del mio povero frate, risposi pacificamente con un inchino; ed augurai loro un tragitto prospero a Douvre. Ci lasciarono soli.

«Or chi pregasse quest'afflitta gentildonna perch'ella accetti la metà del mio sterzo? e che male ci sarebb'egli?» dissi tra me «e che infortunio tremendo ne verrebb'egli?»

Ogni sordida passione, e trista propensione della mia natura gridarono all'arme, mentr'io proponeva il partito.

— Ci vorrà il terzo cavallo — dicea l'Avarizia; — e ti trarrà di tasca un'altra ventina di lire.

— Tu non sai chi mai sia costei — dicea la Diffidenza(30).

— Né in che brighe questo imbroglio può avvilupparti — bisbigliava la Codardia.

— Fa conto, Yorick! — dicea la Circonspezione — ch'e' si dirà che tu viaggi con l'amica, e che vi siete data la posta a Calais.

— Tu non potrai piú, d'oggi in poi — gridò strepitando l'Ipocrisia — mostrar la tua faccia al popolo.

— Né promuoverti — aggiunse la Mediocrità(31) — nelle dignità della Chiesa.

— E finché tu campi — disse l'Orgoglio — ti rimarrai prebendario cencioso.

— Ma io fo pure una gentilezza — diss'io. E perché per lo piú mi governo col primo impulso, e perciò quasi mai non do retta a cotali cabale che non ti giovano a nulla, ch'io sappia, fuorché a smaltarti il cuor di diamante, mi volsi tosto alla dama.

Ma, mentre il concilio mio disputava(32), la dama se n'era ita, né me n'accorsi, anzi nel punto che io pronunziava la mia sentenza, ella avea fatto da dieci a dodici passi lungo la via, e m'affrettai dietro a lei per farle con bella maniera la mia proferta: ma notai ch'ella se n'andava con la guancia appoggiata alla palma, col tardo e misurato portamento della meditazione, e con gli occhi fitti di passo in passo sul suolo; onde venni in pensiero ch'andasse anch'ella agitando la stessa lite.

«Dio l'ajuti!» diss'io «ch'ella avrà al pari di me alcuna suocera, o zia pinzochera, o vecchia scema da consultar sul partito.» Né mi parve bene d'interrompere quel litigio, stimando atto piú cavalleresco di pigliarla a patti, anziché di sorpresa. Voltai dunque le spalle, e me n'andava in giú e in su davanti l'uscio della rimessa mentre la signora ruminando se n'andava dall'altra parte.




XIV


SU LA VIA


CALAIS


Avendo io la mia fantasia, come prima vidi quella signora, già stabilito «che fosse una delle predilette della Natura» e piantato per secondo e non meno incontrastabile assioma «che essa era vedova, e che vestiva i caratteri della sventura» non andai punto piú in là; io aveva terreno bastante alla posizione che mi giovava; e quand'anche ella fosse restata meco braccio a braccio sino a mezza la notte, io mi sarei attenuto leale al mio sistema, considerandola sempre ed unicamente con quell'idea generale.

Ma non mi si scostò venti passi, che una voce nel mio secreto mi sollecitava ad indagini assai piú distinte - ed era suggerita dal presentimento d'una piú lunga separazione. Poteva anche darsi che io non la rivedessi mai piú: il cuore invigila a preservare tutto quello ch'ei può; e mi bisognava almeno una guida affinché i miei sospiri non si smarrissero, se mai non mi fosse piú dato di congiungermi a lei che co' soli sospiri. E per dirla, io bramava di sapere il suo nome, il suo casato, la sua condizione; e, poiché io sapeva dov'ella s'avviava, mi era pur necessario di non ignorare donde veniva. Ma come mai, senza violare tanti dilicati rispetti che le custodivano, poteva io raccôrre tutte queste notizie? Macchinai venti varj disegni: io non poteva capacitarmi che un uomo la interrogasse cosí a dirittura; era cosa impossibile.

Un Francesino de bon air, capitano, che veniva per via saltellando, mi fe' vedere che la cosa era sí facile che nulla piú; perché, affrontandoci appunto mentre la gentildonna tornavasi all'uscio della rimessa, si piantò tra noi due, e senza farsi ben conoscere, s'introdusse mio conoscente; e mi richiese dell'onore di presentarlo alla dama. Io non le era stato presentato, io: però volgendosi a lei, le si presentò né piú né meno da sé, interrogandola se venisse di Parigi.

— No — ma rispose che andava per quella strada.

Vous n'êtes pas de Londres?

— No — diss'ella.

Dunque madama dovea venir dalle Fiandre:

Apparemment vous êtes Flamande — tornò a dire il capitano francese. La dama rispose che sí.

Peut-être de Lille? — disse ch'ella non era di Lilla.

— Né d'Arras? - né di Cambrai? - né di Gand? - né di Brusselle?

Rispose ch'essa era di Brusselle.

Egli aveva avuto l'onore, diceva, d'intervenirvi al bombardamento nell'ultima guerra: - era galantemente situata pour cela, e piena di noblesse, allorché gl'Imperiali ne furono cacciati da' Francesi (la gentildonna fece una riverenza); e cosí ragguagliandola della vittoria e del merito che anch'egli n'ebbe, la pregò dell'onore di sapere il nome di lei, e le fece un inchino.

Et madame a son mari? — disse: fe' due passi; guardò addietro, e senza aspettare risposta, saltellò per la via.

Quando avessi fatto sett'anni di noviziato in una bottega di belle creanze, non avrei imparato a far tanto.



XV


LA RIMESSA


CALAIS


Mentre il capitanetto francese si liberava di noi, monsieur Dessein capitò con la chiave della rimessa a introdurci nel magazzino de' suoi calessi.

La prima ad affacciarmisi, allorché egli spalancava le imposte, fu un'altra vecchia sdruscita désobligeante; e quantunque fosse l'effige sputata di quella che un'ora fa nel cortile m'avea dato tanto nel genio, il vederla e il sentirmi rimescolare fu tutt'uno; e pensai che doveva pur essere un selvatico animale colui al quale venne prima nel cuore di costruire sí trista macchina; né io aveva piú di carità per l'uomo che si pensasse mai d'adoprarla.

Parvemi che neppure la signora ne fosse molto invaghita; e monsieur Dessein, come savio, ci guidò verso un paio di sedie da posta, una accanto all'altra; dicendo, nel raccomandarcele, che le furono comperate da Lord A. e B. per il grand tour, ma che non oltrepassarono Parigi, ed erano buone per tutti i conti quanto se le fossero nuove. Erano troppo buone, e m'attenni a un'altra, e incominciava già a contrattarla:

— Ma ci capiranno al piú due persone — dissi tirando a me lo sportello; e v'entrai.

— Piaccia a madama — disse monsieur Dessein, e le porgeva il braccio — piacciale di salirvi.

La signora ci pensò un minuto secondo, e salí: in quella il ragazzo accennò di voler parlare al padrone: e monsieur Dessein serrò lo sportello, e ci lasciò dentro.




XVI


LA RIMESSA


CALAIS


C'est bien comique, bizzarra cosa! — disse la signora; e sorrise, avvisandosi com'essa per un gruppo d'accidenti da nulla erasi trovata cosí sola meco due volte — c'est bien comique — diceva ella.

— Mancherebbe alla bizzarria — le diss'io — l'uso comico che la galanteria d'un Francese ne trarrebbe: amoreggiandovi al primo momento, e offerendosi a voi con tutta la sua persona al secondo.

C'est leur fort — replicò la signora.

— Portano almen questo vanto — diss'io — se poi ci riescano, e come, io nol so; certo è ch'ei sono in concetto di intendersi d'amore, e di professarne l'arte meglio d'ogni altro popolo sotto il cielo: ma io gli ho per guastamestieri solenni, e veramente per pessimi fra quanti arcieri tentarono mai l'arco e la benignità di Cupido.

Voler fare all'amore per sentimenti!(33) pensate! Come s'io presumessi di farmi un elegante abito intero con de' ritagli; e fanno all'amore, affrontandovi, con una dichiarazione alla prima, ed avventurando l'offerta e se stessi con tutti i pour e contre al bilancio d'un animo freddo.

La signora ascoltava quasi aspettando ch'io continuassi.

— Or madama rifletta — soggiunsi posando una mano sovra le sue — che

«le persone gravi odiano l'amore in grazia del nome,

«gli egoisti in grazia di se stessi,

«gli ipocriti in grazia del cielo;

«e noi tutti quanti, giovani e vecchi, siamo ben dieci volte piú sbigottiti che offesi dal solo rumore. E oh come si fa scorgere poveretto e novizio in questo commercio chiunque si lascia scappare la parola d'amore, se per un'ora o due per lo meno non l'ha prima repressa con un silenzio ormai divenuto cocente! Persevera nelle gentilezze, e che le sieno delicatissime e tacite, e non dieno tanto nell'occhio da insospettire, ma né tanto poco da essere trascurate: e di tanto in tanto un'occhiata parziale; dir pochissimo o nulla… Lascia con l'amica tua la Natura, e le comporrà in cuore l'amore a suo modo.»

— Dunque dichiaro solennemente — disse la signora arrossendo — che voi sino ad ora m'avete fatto sempre all'amore.




XVII


LA RIMESSA


CALAIS


Monsieur Dessein tornò a trarci di quella sedia, e annunziò alla signora, che il conte di L***, fratello di lei, arrivava all'albergo. È vero ch'io le desiderava ogni bene; pur non dirò che quell'annunzio giungesse lieto al mio cuore né ho potuto tacerne.

— E cosí dunque, donna gentile — diss'io — uscirò di speranza che voi accettiate l'esibizione?…

— Né occorre che me la spiegate — m'interruppe ella, posando fra le mie la sua mano.

— Rare volte, mio buon signore, un uomo s'accinge a un'offerta di cordialità verso una donna, e che essa non n'abbia presentimento un po' prima.

— Ed è un'arma che la Natura le dà — risposi io — per la preservazione immediata.

— Non però credo — diss'ella mirandomi in viso — ch'io avessi dovuto star in sospetto; anzi per trattarvi candidamente, io disegnava già d'accettare; e se… — (e tacque alquanto) sí — continuò — credo che la vostra amorevolezza m'avrebbe confortata a narrarvi una storia per cui la pietà sarebbe stata l'unica cosa pericolosa del viaggio.

E mentre parlavami, non le spiacque ch'io le baciassi e ribaciassi la mano; e con uno sguardo affettuoso misto di rincrescimento, uscí della sedia, e disse addio.










XVIII


SU LA VIA


CALAIS


Non ho, da che vivo, sbrigato piú speditamente d'allora un negozio di dodici ghinee. Il tempo, dopo quell'«addio», m'era grave; vidi che ogni momento si sarebbe pigramente raddoppiato per me fino a che non avessi pigliato le mosse: ordinai sul fatto i cavalli, e m'affrettai verso l'albergo.

«Re del cielo!» esclamai nell'udire che all'oriuolo della città batteano le quattro, e accorgendomi ch'io mi trovava da poco piú d'un'ora in Calais.

Vedi che gran libro può in sí breve tratto di vita arricchir d'avventure chi s'affeziona col cuore a ogni cosa, e chi, avendo occhi per vedere ciò che l'occasione ed il tempo gli vanno di continuo mostrando a ogni passo del suo cammino, non trascura nulla di quanto egli può lecitamente toccare!

Se non riesce una cosa, riescirà un'altra; né importa: fu un saggio a ogni modo dell'umana natura; la mia fatica m'è premio; mi basta: il diletto dell'esperimento tien desti i miei sensi e la parte spiritosa del mio sangue, e lascia dormir la materia.

Compiango l'uomo che può viaggiare da Dan a Bersabea(34), ed esclama: «Tutto è infecondo!» ed è: e tale è l'universo per chiunque non vede quanto ei sarà liberale a chi lo coltiva.

«Ponetemi» diss'io stropicciandomi lietamente le mani «dentro a un deserto, e troverò di che farmi rivivere tutti gli affetti: ne farei dono, non fosse altro a qualche mirto soave; e mi cercherei per amico un malinconico cipresso: corteggerei le loro ombre, e li ringrazierei affabilmente della loro ospitalità: vorrei intagliare il mio nome sovr'essi, e giurerei ch'ei sono i piú amabili fra gli alberi del deserto: se le loro foglie appassissero, imparerei a condolermene; e quando si rallegrassero, mi rallegrerei con essi.»

Smelfungus, uomo dotto, viaggiò da Bologna-a-mare a Parigi, da Parigi a Roma, e via cosí; ma si partí con l'ipocondria e l'itterizia; ed ogni oggetto da cui passava era scolorato e deforme: scrisse la storia del suo viaggio; la storia appunto de' suoi miseri sentimenti.

Incontrai Smelfungus sotto il gran portico del Pantheon: ei n'esciva.

La è poi — mi diss'egli — un'enorme arena da galli.

— Non aveste almen detto peggio della Venere de' Medici — gli risposi; da che, passando per Firenze, io aveva risaputo ch'egli s'era avventato alla Dea e trattatala peggio d'una sgualdrina e senza la minima provocazione in natura.

M'avvenni anche in Torino, mentr'egli ripatriava, in Smelfungus; e aveva da narrare un'odissea di sciagurate vicende, «ov'ei di casi miserandi dirà per onde e campi, e di cannibali che si divorano, e di antropofagi»(35), e che l'avevano scorticato ch'ei ne sfidava san Bartolommeo, e diabolicamente arrostito vivo(36) ad ogni osteria dov'ei si posava.

— E lo dirò — gridava Smelfungus — lo dirò all'universo.

— Ditelo al vostro medico — rispos'io — sarà meglio(37).

Mundungus, e la sua sterminata opulenza, percorsero tutto il gran giro, andando da Roma a Napoli; da Napoli a Venezia; da Venezia a Vienna, a Dresda, a Berlino: e non riportò né la rimembranza d'una sola generosa amicizia, né un solo piacevole aneddoto da raccontar sorridendo: correva sempre diritto, senza guardar né a sinistra né a destra, temendo non la compassione o l'amore l'adescassero fuor di strada(38).

Pace sia con loro! se pur v'è pace per essi: ma né l'empireo, se è possibile che sí fatte anime arrivino lassú, avrà mai tanto da contentarli. Ogni spirito gentile aleggerebbe su le penne d'Amore a benedire la loro assunzione; ma svogliatamente ascoltando, le anime di Smelfungus e di Mundungus pretenderebbero antifone di gioja sempre diverse, sempre nuove estasi d'amore, e sempre congratulazioni migliori per la loro comune felicità. Non sortirono, e li deploro cordialmente, non sortirono indole atta a goderne; e fosse pure assegnata a Smelfungus e Mundungus la beatissima tra le sedi del paradiso, ei sarebbero sí lungi dalla beatitudine, che anzi le anime di Smelfungus e di Mundungus vi farebbero penitenza per tutta quanta l'eternità.





XIX


MONTREUIL


Io aveva una volta perduto la valigia di dietro il calesse: io era due volte smontato alla pioggia, e un'altra volta nel fango sino al ginocchio a dar mano al postiglione tanto che la rassettasse; né mi venne mai fatto d'accorgermi del difetto: e solo, come giunsi a Montreuil, alla prima parola dell'oste che mi chiese se m'occorresse un servo, m'avvidi che questo era appunto il difetto.

— Un servo! e' m'occorre pur troppo — risposi.

Perché, monsieur dicea l'oste abbiamo uno sveltissimo giovinotto a cui non parrebbe vero di aver l'onore di servire un Inglese.

Ma, e perché un Inglese piú ch'altri?

Sono sí generosi! replicò l'oste.

Frustatemi dissi meco s'io non mi troverò una lira di meno in saccoccia, e stassera.

Ma hanno anche il modo, monsieur — disse l'oste.

Nota a mio debito un'altra lira dissi io.

Ier sera per l'appunto continuò l'oste un mylord anglois présentoit un écu à la fille de chambre.

Tant pis pour mademoiselle Jeanneton — rispos'io.

Or Jeanneton era figliuola dell'oste; e l'oste, pigliandomi per novizio di francese, m'avvertí con mia buona licenza, ch'io non doveva dire tant pis, ma tant mieux.

Tant mieux toujours, monsieur, se molto o poco si busca; tant pis, se nulla.

Gli è poi tutt'uno(39) risposi.

Pardonnez-moi disse l'oste.

E qui gioverà piú che altrove un avvertimento: badateci ora per sempre. Tant pis e Tant mieux sono due cardini della conversazione francese; e quel forestiero che se ne impraticherà innanzi di entrare in Parigi, farà da savio.

Un disinvoltissimo marchese francese, alla mensa del nostro ambasciadore, interrogò mister Hume, s'egli era Home poeta?

No rispose Hume mansuetissimamente.

Tant pis soggiunse il marchese.

Questi è Hume storico disse un altro.

Tant mieux soggiunse il marchese. E mister Hume, uomo d'ottimo cuore gli rese grazie per tutti e due(40).

Poiché l'oste m'ebbe addottrinato di questo punto, chiamò La Fleur, nome del giovinotto.

Le dirò monsieur dicea l'oste ch'io non presumo di parlare dell'abilità del giovine: monsieur ne sarà giudice competente; ma circa la fedeltà, mi scrivo mallevadore con tutto il mio.

Alle parole dell'oste, e piú al modo con che le disse, l'animo mio si deliberò detto fatto; e La Fleur, che stava fuori aspettando con quel batticuore affannoso che ciascuno di noi tutti figliuoli della Natura avrà alla sua volta provato, entrò.





XX


MONTREUIL


Io sono corrivo ad appagarmi d'ogni sorta di gente alla prima; ma piú che mai se un povero diavolo viene a esibire la sua servitú a un sí povero diavolo come io sono: e perch'io so che ci pecco, comporto sempre che il mio giudizio riveda la mia stima difalcandovi, piú o meno, secondo il mio modo d'allora, il caso, e dirò anche il genere della persona ch'io dovrò governare(41).

Vedendo La Fleur, io concedeva il difalco che io poteva in coscienza; ma l'idea tutta ingenua e il primo aspetto del giovane, gli diedero vinta la lite: e però prima l'assoldai, poscia presi a informarmi di ciò ch'ei sapeva fare: se non che dissi meco, scoprirò le sue abilità secondo i bisogni: e poi, un Francese fa di tutto.

Or il povero La Fleur non sapeva far altro sopra la terra che battere il tamburo, e suonare due o tre marcie sul piffero. Ad ogni modo mi posi in cuore che le sue abilità mi bastassero; e posso dire che la mia dabbenaggine non fu mai tanto derisa dal mio senno quanto per questo esperimento.

La Fleur era comparso nel mondo per tempo, e cavallerescamente come i piú de' Francesi, servendo(42) per alcuni anni; a capo de' quali, vedendo pago il suo genio, e che egli forse, o senza forse, doveva starsi contento dell'onore di battere il tamburo, il che gli precludeva ogni piú largo sentiero alla gloria, s'era ritirato à ses terres, e viveva comme il plaisoit à Dieu: di pazienza.

Su via disse il Senno percorri la Francia e l'Italia con un tamburino: bel compagno di viaggio! e pagalo.

E tu cianci gli risposi io che? la metà della nostra baronia non fa ella forse con un tamburo(43) compagnon de voyage il medesimo giro, o non ha ella il piffero(44) e il diavolo, ed ogni cosa da pagare per giunta? Chi ne' combattimenti ineguali può schermirsi con un équivoque non ha sempre la peggio. Pur tu saprai fare qualche altra cosa, La Fleur? — Oh, qu'oui, sapea cucire un pajo di calzerotti, e suonare un poco il violino.

Bravo! mi gridò il Senno.

Perché no? gli risposi suono anch'io il violoncello; ci accorderemo benissimo. Tu saprai maneggiare i rasoj, e racconciare un po' una parrucca, La Fleur? Quest'era appunto la sua vocazione.

Per mia fè! basta diss'io interrompendolo e dee bastare per me. Venne intanto la cena; e vedendo un vispo bracchetto inglese da un lato della mia seggiola, e dall'altro un valletto francese a cui la natura aveva con liberalissimo pennello dipinto il volto d'ilarità, tutta la gioja dell'anima mia esultava del mio impero; e se i monarchi sapessero cosa si vogliano, esulterebbero al pari di me.




XXI


MONTREUIL


Perché La Fleur fece meco tutto il viaggio di Francia e d'Italia, e verrà spesso in iscena, parmi di affezionargli alquanto meglio i lettori. Sappiate ch'io non ebbi mai da pentirmi sí poco degli impulsi, che per lo piú mi fanno risolvere, come con questa creatura fedelissima, affettuosa, semplice creatura fra quante mai s'affannarono dietro le calcagna di un filosofo; e quantunque delle sue perizie di suonatore di tamburo, e di sarto da calzerotti, ottime in sé, non potessi veramente giovarmi, la sua giovialità m'era largo compenso: suppliva a tutti i difetti: i suoi sguardi m'erano fidato rifugio in tutti i disagi e pericoli: intendo solo de' miei; perché La Fleur era inviolabile: e se fame, o sete, o nudità, o veglia, o qualunque altra sferzata di mala ventura coglieva nei nostri pellegrinaggi La Fleur, tu non ne vedevi né ombra né indizio in quel volto; ed era eternamente tal quale: e però s'io, e Satanasso a ogni poco mi tenta con quest'albagia, s'io pure mi sono un pezzo di filosofo, la mia boria è mortificata quando considero l'obbligazione ch'io ho alla complessionale filosofia di questo povero compagnone, il quale a forza di farmi vergognare mi ridusse uomo di razza migliore. Nondimeno La Fleur mi sapeva alquanto di fatuo; ma pareva alla prima piú fatuo di natura che d'arte; né fui tre giorni fra i Parigini, ch'ei non mi sembrò punto fatuo(45).




XXII


MONTREUIL


Al dí seguente La Fleur assumea la sua carica; e gli consegnai la valigia e la chiave, con l'inventario della mia mezza dozzina di camicie e delle brache di seta nera: gli ordinai d'assettare ogni cosa sopra il calesse, di far attaccare i cavalli e di dire all'oste che salisse col conto.

C'est un garçon de bonne fortune disse l'oste; e m'additava dalla finestra mezza dozzina di sgualdrinelle tutte intorno a La Fleur; e gli dicevano amorosamente buon viaggio: ed egli, tanto che il postiglione menava fuori i cavalli, baciava la mano a tutte attorno attorno; e tre volte si asciugò gli occhi; e tre volte promise che porterebbe a tutte delle indulgenze da Roma.

— Quel giovinotto — mi disse l'oste — è benvoluto da tutto il paese; ogni cantuccio di Montreuil s'accorgerà ch'egli manca. Gran disgrazia per altro! — continuò l'oste — ed è la sola ch'egli abbia: «È sempre innamorato».

— Beato me! — gli risposi — ch'io non avrò il fastidio di rimpiattarmi le brache sotto il guanciale(46). — Queste parole erano piú a lode mia, che di La Fleur. Vissi innamorato sempre or d'una principessa or d'un'altra; e cosí spero di vivere fino al momento ch'io raccomanderò il mio spirito a Dio; perché la mia coscienza è convinta che, s'io commettessi una trista azione, la commetterei sempre quando un amore è in me spento ed il nuovo non è per anche racceso: e nel tempo dell'interregno m'accorgo che il mio cuore fa il sordo, e mi concede a stento sei soldi da far elemosina alla miseria: però mi sollecito a rompere questo gelo; e il raccendermi e il risentirmi pieno di generosità e di benevolenza è tutto un punto: e farei di tutto per tutti, e con tutti, purché mi persuadessero ch'io non farei peccato. Ma… e queste parole sono certamente piú a lode della passione che mia.




XXIII


FRAMMENTO


La città d'Abdera, quantunque vi abitasse Democrito e s'industriasse di farla, con tutta l'efficacia dell'ironia e del ridicolo, ravvedere, era dissoluta ed abiettissima fra le città della Tracia: ed era da tanti veneficj e assassinj e congiure libelli e pasquinate e tumulti appestata che pochi vi giravano sicuri di giorno, e di notte nessuno.

Or mentre ogni cosa andava alla peggio, avvenne che l'Andromeda d'Euripide(47) si rappresentasse in Abdera, e con sommo diletto del popolo; ma piú ch'altro que' tocchi che la Natura aveva divinamente suggeriti al poeta nella patetica invocazione di Perseo:


Re de' celesti e de' mortali, Amore — e segg.


que' teneri tocchi vinsero tutti i cuori.

E quasi tutti, il dí dopo, parlavano in jambi schietti; e non parlavano che della patetica invocazione di Perseo:


Re de' celesti e de' mortali, Amore!


Per ogni via d'Abdera, per ogni casa:


O Amore! Amore!


E per ogni labbro quasi note di musica naturale modulate inavvedutamente per soave forza di melodia, scorreano queste parole:


O Amore! o re de' numi e de' mortali!


E furono faville d'immensa fiamma; perché la città, come fosse il cuore d'un uomo solo, s'aperse tutta quanta all'Amore.

Né speziale trovava da vendere piú ormai dramma di elleboro, né verun armajuolo si attendeva di temprare un solo stromento omicida: l'amicizia e la virtú s'incontravano baciandosi per le vie: il secolo d'oro tornava pendendo su la città d'Abdera: ogni Abderita diè di piglio alla sua zampogna, e tutte le donne Abderite, smettendo i loro trapunti di porpora, sedevano vereconde ad ascoltar la canzone.

Quel Nume (dice il frammento) che regna dal cielo alla terra e negli abissi del mare, poteva solo oprar tanto.




XXIV


MONTREUIL


Quando tutto è in punto, e s'è discusso col locandiere ogni articolo e s'è pagato, ove questo avvenimento non t'abbia un po' inacerbito, tu non puoi salire nel tuo calesse, se prima non disponi sull'uscio un altro affaruccio co' figliuoli e con le figliuole della povertà, che ti attorniano. Deh! non t'esca mai detto: — Vadano al diavolo! — durissimo viaggio per que' tapini, i quali, credimi, camminano con una croce assai grave sopra la terra. Ond'io credo meglio di provvedere la mia mano d'alquanti soldi; e chiunque tu sia, io ti conforterò, o viaggiatore cortese, a imitarmi: e non accade se tu non registri esattamente i motivi di questa partita. Tal v'è, che altrove li nota per te.

Io do sí poco che nessuno dà meno; ma conosco pochissimi i quali abbiano sí poco da poter dare: e però non ne parlerei, se or non fosse mio debito di dar conto del mio primo pubblico atto di carità in Francia.

— Guai a me! — diss'io. — Ecco otto soldi in tutto — e li mostrava schierati su la mia palma — ed ecco otto poveri ed otto povere.

Una povera anima sdruscita senza camicia indosso, rivocò subitamente la sua pretesa, ritraendosi due passi dal cerchio(48) e confessando con un tacito inchino ch'ei non potea presumere tanto. Se tutto il parterre avesse unanimemente esclamato: «Place aux dames!» non avrebbe espresso sí vivamente il sentimento di deferenza verso il bel sesso.

Tu hai certamente, mio Dio! ordinato che la pitoccheria e l'urbanità, le quali nell'altre contrade si guardano nimichevolmente, s'affratellassero in questa; ma e questo è puro un arcano de' tuoi sapienti consigli!

Indussi quel meschinello a gradire il presente d'un soldo, e solo in grazia della sua politesse.

Un povero compagnone mezzo pigmeo tutto brio, che mi stava a rincontro nel cerchio, s'acconciò prima sotto l'ascella un non so che, che fu già cappello; poi si trasse di tasca la tabacchiera, l'apri, e n'esibiva a destra e a sinistra: ma perché il dono era di qualche rilievo, non fu dagli altri, come discreti, accettato: quel poveretto gli andava con atti d'accoglienza animando: — Prenez-en, prenez — e cosí dicendo non guardava la tabacchiera; però ciascheduno si pigliò la sua presa.

— Peccato se la tua scatola ne mancasse mai! — e vi misi dentro due soldi, pigliandomi a un tempo una lieve presa per farglieli parere piú cari; e di ciò si mostrò piú tenuto che del danaro: l'elemosina era elemosina; ma la mia degnazione gli faceva onore; e mi corrispose con un inchino profondo sino a terra.

— To' — dissi a un vecchio soldato monco che era stato sbattagliato e rotto a morte militando — to' un pajo di soldi o infelice!

Vive le Roi! — gridò il veterano.

Mi rimanevano appena tre soldi; ne diedi uno puramente pour l'amour de Dieu, titolo per cui mi fu chiesto; e quella povera femmina era sciancata, né si potea appormelo, credo, ad altro motivo.

Mon cher et très charitable monsieur.

— Non si può contraddirgli — diss'io.

Mylord anglois — il suono solo merita quattrini: e lo pagai col mio ultimo soldo.

Ma, nella mia foga, io aveva trascurato un pauvre honteux, che non aveva chi domandasse un quattrino per esso, e che forse si sarebbe lasciato morire anziché domandarlo da sé. Stava ritto accanto al calesse alquanto fuori del cerchio, e rasciugava una lagrima da quegli occhi i quali, a quanto pensai, aveano veduto giorni migliori. «Mio Dio!» dissi meco «né mi avanza piú un solo soldo da dargli.»

«Ah tu ne hai mille!» gridarono tutte le potenze della Natura agitandosi dentro di me; e gli diedi, non giova dir quanto: ora mi par troppo, e me ne vergogno, allora io invece vergognava, parendomi poco. Or che il lettore ha questi due dati, potrà, se pur gliene importa, congetturando sulla disposizione dell'animo mio, discernere, lira piú lira meno, la somma precisa.

Agli altri io non poteva dare piú ormai se non un: Dieu vous bénisse.

Et que le bon Dieu vous bénisse encore — disse il veterano monco, il nano ecc. Il pauvre honteux non potea dir parola: s'asciugava il viso col suo fazzoletto e partiva; ed io pensai che egli mi ringraziava assai meglio degli altri.




XXV


IL «BIDET»


Cosí disposti tutti questi affarucci, m'adagiai; né mai né in verun'altra sedia da posta piú agiatamente d'allora: m'adagiai nella mia sedia da posta. La Fleur mettendo da un fianco del bidet(49) uno stivalone da botta, e un altro stivalone dall'altra (le sue gambe non vanno contate) mi precorreva galoppando felice e con l'equilibrato contegno d'un principe.

Ma che è mai la felicità? che è mai la grandezza in questa dipinta favola della vita? Un asino morto, e non s'era corso una lega, s'attraversa improvvisamente come una sbarra alla carriera di La Fleur: il ronzino non voleva passarvi: vengono a rissa tra loro; e il povero ragazzo fu propriamente sbalestrato fuor de' suoi stivaloni alla prima coppia di calci.

La Fleur tollerò la sua caduta da cristiano francese, e non disse né piú né meno di: diable! Rizzasi senz'altro; si rappicca col ronzino: lo inforca; e battealo come avrebbe battuto il tamburo.

Il ronzino salta di qua, risalta di là, e ricalcitra, torna di qua e poi di là, da per tutto insomma fuorché verso l'asino morto. La Fleur voleva spuntarla, e il ronzino te lo scavalca.

— Che hai tu, La Fleur — gli diss'io — con quel tuo bidet?

Rispose: — Monsieur, c'est un cheval le plus opiniâtre du monde.

Ed io: — Se la bestia è cocciuta, si trovi la strada a sua posta.

La Fleur smontò, accomiatandolo con una sonora scuriata; e il ronzino mi pigliò in parola, e si mise la via di Montreuil fra le gambe.

Peste! — disse La Fleur.

Or qui, da che non cade mal-à-propos, noteremo, che quantunque La Fleur non siasi valuto se non se di due diversi vocaboli d'esclamazione, cioè diable! e peste! l'idioma francese non per tanto ne ha tre, a guisa di positivo, comparativo e superlativo; ciascheduno de' quali si adopera ad ogni impensato gitto di dadi nel mondo.

Le diable! è primo, positivo grado, regolarmente usitato nelle ordinarie commozioni dell'animo. Poniamo, ti riescono i dadi in doppietto; La Fleur scavalcato; e via via; per la ragione medesima al cocuage(50), basta sempre le diable!

Ma se il caso ti tenta nella pazienza, come questo del ronzino che scappa alla stalla piantando La Fleur tutto d'un pezzo ne' suoi stivaloni, vuolsi il grado comparativo: e allora: Peste!

E quanto al superlativo…

Ma il cuore mi si stringe di compassione e d'amore del prossimo, considerando quali misure denno esserle toccate in sorte, e quanto deve essere stata martoriata a sangue una nazione sí dilicata se fu violentata ad usarne.

Ispiratemi voi, o potenze che nel dolore snodate la lingua all'eloquenza! Comunque corra il mio dado, ispiratemi esclamazioni timorate, tanto ch'io non nomini invano la mia natura.

Ma questa è grazia che non si può in Francia impetrare; onde mi rassegnai di lasciarmi all'occasione sferzare dalla fortuna senza mandare esclamazione veruna.

La Fleur che seco non avea questi patti, appostò con gli occhi il ronzino finché gli svaní dalla vista; e allora… ma chi vuole, supplisca del suo l'esclamazione con cui La Fleur uscí finalmente di quella briga.

E siccome non v'era verso d'inseguire con gli stivaloni un cavallo adombrato, a me non rimaneva se non il partito di pigliarmi La Fleur o dietro la sedia o dentro.

— Starà meglio dentro — diss'io; e in mezz'ora fummo alla posta di Nampont.






XXVI


NAMPONT


L'ASINO MORTO


E questa — diceva egli riponendo i frusti di una crosta di pane nella sua bisaccia; — e questa saria la tua parte se tu vivessi a mangiartela meco. — Dall'espressione mi parve che egli parlasse all'ombra del suo figliuolo: parlava al suo asino; e appunto all'asino morto su per la strada, e che diè la mala ventura a La Fleur. E quel pover'uomo mostrava di rammaricarsene pur assai; e mi tornò subito a mente la lamentazione di Sancio per l'asino suo: ma l'uomo ch'io udiva, doleasi con tratti di natura piú schietti.

Il dolente sedeva a un muricciolo dell'uscio, col basto e la briglia del suo asino accanto; e di tanto in tanto li ripigliava, poi li posava; rimiravali, e crollava la testa. Ripigliò la crosta di pane fuori della bisaccia, quasi volesse mangiarne; la tenne alquanto, e poi la posò sul morso della briglia dell'asino: mirò pensieroso all'apparecchio ch'egli avea fatto, e sospirò.

La semplicità del suo cordoglio gli trasse attorno assai gente; fra gli altri La Fleur; ed io, tanto che si allestivano i cavalli, rimasi nella mia sedia, donde poteva vedere e ascoltare sovr'essi.

Disse ch'ei veniva di Spagna, dov'era ito dagli ultimi confini della Franconia; e, trovandosi ancor sí lontano dalla sua terra, l'asino suo gli morí. Mostravasi ognuno bramoso d'udire perché mai un uomo sí vecchio e sí povero si fosse tolto dal proprio tetto ed accinto a tanto cammino.

Piacque al cielo, ei diceva, di benedirlo di tre figliuoli, bellissimi fra tutti i garzoni in Germania; ma in una settimana perdé i due primogeniti di vajuolo; e ne ammalò anche il minore: però, temendo di rimanersi deserto nella sua casa, fe' voto che, se Dio non si toglieva anche questo, egli per gratitudine peregrinerebbe a sant'Jago in Ispagna.

Qui tacque, perché la natura gli ridomandava il tributo; e pianse amaramente.

Poi disse che il cielo aveva accettati i patti, e ch'egli erasi partito dal suo tugurio con quella povera creatura, la quale gli fu pazientissima compagnia nel suo viaggio, e che aveano in tutto il loro cammino mangiato del medesimo pane; e vissero come due amici.

Tutti i circostanti ascoltavano contristati. La Fleur gli esibiva del danaro.

— N'ho un poco e non piango — dicea quel dolente — l'importo; piango la morte dell'asino: l'asino mio, e ne sono sicuro, mi amava.

Su di che raccontò la lunga storia di certo disastro per cui, mentre passavano i Pirenei, s'erano per tre giorni smarriti l'un lontano dal l'altro; che in que' tre giorni l'asino aveva cercato di lui quanto egli aveva cercato dell'asino; e che non aveano quasi mai toccato pane né acqua, finché non si furono riveduti.

— Tu hai, se non altro, una consolazione, o uomo dabbene — io gli dissi — nella perdita della tua povera bestia: perch'io sono certo che tu gli fosti misericordioso padrone.

— Ohimè! — mi rispose quell'addolorato — cosí anch'io mi credeva finché il mio asino visse; non cosí ora ch'è morto; e temo che il peso di me, e delle mie afflizioni insieme, non gli sia stato assai grave e avrà logorato la vita a quella povera creatura: e temo che dovrò renderne conto.

«Vergogna a noi!» dissi meco «se tra di noi almeno ci amassimo quanto questo povero vecchio amava il suo asino non saria poco».




XXVII


NAMPONT


IL POSTIGLIONE


Alla mestizia di cui la storia di quel poveretto m'aveva inondato bisognava alcuna caritatevole cura; ma il postiglione non ci badò: e mi rotolò sul pavé di scappata(51).

L'anima del pellegrino assetato nelle solitudini piú arenose d'Arabia non si strugge per un bicchiere d'acqua di fonte, quanto allora la mia per moti gravi e posati; ed avrei fatto moltissima stima del postiglione, s'egli si fosse dileguato meco a passi quasi pensosi: invece, finito appena il piagnisteo del dolente, quel ghiottoncello lasciò andare un'inumana frustata all'uno e all'altro de' suoi ronzini; e pigliò la mossa col fracasso di mille diavoli.

Io gli gridava a tutta voce: — Per Dio! va' piú adagio — e tanto io piú grido, e tanto piú spietatamente ei galoppa. — Il demonio sel porti e gli cavalchi in groppa! — diss'io. — Vedilo? costui andrà straziandomi i nervi a brani finché m'abbia malamente cacciato in una collera matta; poscia se n'andrà a piè di piombo tanto ch'io possa assaporarmela a sorsi.

Il postiglione coglieva il punto a pennello: e, mentre giungeva appiè di un'erta poco piú d'un miglio fuor di Nampont, egli m'aveva già fatto entrare in collera contro di lui e contro di me e della mia collera.

A questo mio nuovo stato bisognava cura diversa; e un buon galoppo fragoroso m'avrebbe ridato la vita.

— Or, pregoti, va', mio figliuolo — diss'io.

Il postiglione m'additò l'erta. M'ingegnai dunque di ritessermi, com'io poteva, la storia dello sconsolato Tedesco e dell'asino; ma il filo mi s'era rotto, e il rappiccarlo era disperata impresa per me, siccome il trotto per quel postiglione.

«Ma se l'ho detto che il demonio ci mette la coda! Eccomi» diceva io «qui seduto, sinceramente disposto quant'altri mai a ridurre in meglio il peggio, e tutto mi s'attraversa».

Tuttavia la Natura si riserva un lenitivo soave ne' mali; ed io l'accolsi grato dalle sue mani e m'addormentai. La prima parola che mi svegliava fu Amiens.

«Se Dio m'aiuti!» esclamai stropicciandomi le palpebre «questa è la città dove sta per venire la mia povera dama.»




XXVIII


AMIENS


Le parole m'usciano di bocca, quando trapassò in posta il calesse del conte de L*** e di sua sorella, la quale ebbe appena tempo di farmi un saluto di riconoscimento; anzi un saluto che mi significava che non era per anche tra noi finita ogni cosa. Ella avea tanta bontà nell'animo quanta negli occhi. Un servo di suo fratello venne, mentr'io sedeva ancora a cena nella mia stanza con un biglietto in cui ella dicevami: «Che si faceva ardita di raccomandarmi una lettera ch'io recherei di mia mano a madame de R*** la prima mattina che non avessi altro da fare in Parigi»: e soggiungeva: «che le rincresceva, e non sapeva ancora dire per quale penchant, ma pure le rincresceva che le fosse conteso di narrarmi la sua storia; e se ne chiamava mia debitrice; e se il mio viaggio mi conducesse mai per Brusselle, ed io non mi fossi dimenticato del nome di madame de L***, madame de L*** si sarebbe volentierissimo sdebitata».

«Sí, ti rivedrò» dissi «anima bella! a Brusselle quando d'Italia, lungo la Germania e l'Olanda per la via delle Fiandre, tornerò a casa mia: dieci poste al piú fuor di strada; e siano pur dieci mila! Oh di che voluttà spirituale coronerò allora il mio viaggio, raccogliendo nel mio secreto il dolore de' lamentevoli casi d'un racconto di sciagura narratomi da sí amabile sconsolata! Vedrò le sue lagrime; né potrò inaridire la fonte di quelle lagrime! Le rasciugherò se non altro (dolcissimo ufficio per me!) dalle guance della prima e leggiadrissima delle donne, e, tenendo il mio fazzoletto, mi starò per tutta la sera seduto silenzioso al suo fianco.» Desiderio innocente; pur nondimeno io lo rinfacciai immantinente, e con amarissime e rimordenti parole, al mio cuore.

So d'aver detto a' lettori ch'io per grazia singolare del cielo vivo quasi dí e notte misero servo d'amore. Or, poiché mentr'io voltava improvviso una cantonata, la mia ultima fiamma dal vedere al non vedere si spense d'un soffio di gelosia, la raccesi, e correa già il terzo mese, alla candida face d'Elisa, giurando che arderebbe per tutto il mio viaggio. Ma perché dirò timidamente la verità? Giurai fedeltà eterna; però tutti gli affetti miei erano di ragione d'Elisa e, dividendoli, io gl'indeboliva; cimentandoli, io li mettea a repentaglio: al cimento sta sempre allato la perdita. E che potresti piú, Yorick! che mai potresti rispondere a un cuore tutto pieno di lealtà e di fiducia, sí generoso e sí candido, e incapace perfino di rinfacciarti?

«No; non andrò a Brusselle» diss'io interrompendomi: ma questo era poco alla mia fantasia, e mi ricordava le occhiate d'Elisa nel frangente della nostra separazione, quando nessuno de' due aveva cuore di dire addio: io contemplava il ritratto che le mani d'Elisa appendevano con un nastro nero al mio collo e, contemplandolo, io arrossiva; avrei data l'anima per poterlo baciare; ma io arrossiva. «E questo tenero fiore» dissi chiudendolo fra le mie mani «sarà calpestato fino alla sua radice e calpestato, Yorick, da te! da te, che hai promesso di proteggerlo nel tuo seno?

«Eterna fonte di felicità!» dissi inginocchiandomi a terra «siimi tu testimonio, e teco mi sia testimonio ogni spirito casto che tu disseti e consoli: non andrò a Brusselle, se Elisa non m'accompagna; no, quand'anche per quella strada s'arrivasse ne' cieli.»

Il cuore, ne' suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione, dir troppo.




XXIX


AMIENS


LA LETTERA


La fortuna non arrideva a La Fleur; e non solo gli si mostrò poco amica nelle sue imprese cavalleresche(52), ma da ch'ei s'arrolò mio scudiere, ed erano ormai ventiquattr'ore, gli fu avarissima di occasioni da poter segnalare il suo zelo. L'anima sua spasimava già d'impazienza; quando capitò la lettera di madame de L***. E La Fleur, afferrando questo primo praticabile incontro, invitò il servo in un salotto della locanda, e ad onore del proprio padrone lo trattò di due bicchieri del vino migliore di Piccardia: e il servo in contraccambio, e per non cedere in cortesia, lo condusse à l'hôtel del conte de L***, dove La Fleur, perché aveva il passaporto spiegato sul viso, s'affratellò, in grazia dalla sua prévenance, con tutta la gerarchia della cucina. E siccome un Francese, qualunque abilità egli possieda, non ha ritrosia veruna a sfoggiarla, non erano corsi cinque minuti che La Fleur s'era già tratto di tasca il suo piffero, e, menando egli la danza, mise in ballo al primo preludio la fille-de-chambre(53), il maître-d'hôtel, il cuoco, la guattera, tutti i servi, i cani, i gatti, e un vecchio scimmiotto: né credo che dal diluvio in qua vi sia stata mai cucina piú allegra.

Passando dalle stanze del conte alle sue, madame de L*** udí quel tripudio. Suonò chiamando la fille-de-chambre, e ne chiese; e come seppe che il valletto del gentiluomo inglese avea col suo piffero messa in brio la famiglia, comandò ch'ei salisse.

Ma il cattivello, che non sapeva come presentarsele a mani vote, saliva le scale addossandosi mille e piú complimenti in nome del suo padrone: v'aggiunse una serie d'apocrife inchieste sulla salute di madame; le significò che monsieur suo padrone era au désespoir(54), temendo ch'ella si risentisse de' disagi del viaggio; e, per dir tutto, che monsieur aveva ricevuto la lettera di cui madame l'onorò.

— E mi onora egli — disse madame de L*** interrompendo La Fleur — di un biglietto in risposta?

Madame de L*** lo interrogò con tanta fiducia che a La Fleur non bastò l'animo di contraddirle; e gli tremava il cuore per l'onor mio, e probabilmente per l'onore suo proprio, come s'egli fosse uomo da starsi con un padrone trascurato en égards vis-à-vis d'une femme; e non sí tosto madame de L*** gli domandò se le recava un biglietto:

Oh qu'oui — le rispose; e gittandosi a piedi il cappello, e pigliandosi con la mano sinistra la falda della tasca dritta, comincia a frugarvi con l'altra mano: tenta l'altra falda — Diable! — fruga per ogni tasca: tasca per tasca in giro, né si dimentica del taschino — Peste! — votò dunque le tasche sul pavimento, esponendo un collarino sudicio, un pettine, una pezzuola, un frustino, un cuffiotto, e dava un'occhiata dentro e fuori al cappello — Quelle étourderie! — Aveva lasciato il biglietto sulla tavola della locanda; correva per esso, né starebbe tre minuti a portarlo.

Io m'alzava da cena, quando La Fleur capitò a ragguagliarmi del caso, e me lo contò puntualmente, suggerendomi, con mia buona grazia che, se monsieur (par hasard) si fosse dimenticato di rispondere alla lettera di madame, quest'espediente gli dava adito di ripiegare al faux pas: quando che no, le cose starebbero come stavano.

Veramente io non era certo se la mia étiquette m'ingiungeva di scrivere o no; ma quand'anche io scrivessi, neppure il diavolo poteva adirarsene(55): né io doveva mostrarmi ingrato allo zelo ufficioso d'un servo tenero dell'onor mio; e quand'anche egli avesse errato ed io mi vedessi mal mio grado impacciato, non si poteva imputarlo al suo cuore. Per verità, non era necessario ch'io rispondessi; ma come mai mortificare quel ragazzo che diceva con gli occhi: — Non ho io forse ben fatto?

— Va tutto bene, La Fleur — dissi; e bastò. Spiccasi, che parea lampo, di camera; torna col calamaio, e con l'altra mano piena di penne e di fogli; accostasi al tavolino; m'apparecchia ogni cosa davanti, mostrando in vista tal compiacenza, ch'io non ho potuto non pigliare la penna.

Cominciai, ricominciai; e, sebbene io dovessi dir poco o nulla, e quel nulla potesse esprimersi in mezza dozzina di righe, imbrattai di varj esordj mezza dozzina di fogli; né v'era verso ch'io mi appagassi.

La Fleur uscí, e mi recò in un bicchiere un po' d'acqua da stemperarmi l'inchiostro; mi provvide di cera-lacca e di polverino. Tant'era, scrissi, riscrissi, cassai, stracciai, arsi, riscrissi:

Le diable l'emporte! — borbottai meco tra' denti — ch'io non sappia scrivere una misera lettera! — E gittai disperato la penna.

Gittai la penna; e La Fleur accostandosi ossequioso, e con preghiere senza fine implorando ch'io gli perdonassi l'ardire, mi confidò che un tamburino del suo reggimento aveva scritto alla moglie d'un caporale una lettera.

— E la ho qui in tasca — diss'egli — e spero che farà forse a proposito.

A me non dispiaceva che quel povero giovinotto si sbizzarrisse.

— L'avrò caro — gli dissi — fa' ch'io la veda.

Ed ecco fuor di tasca di La Fleur un piccolo taccuino miseramente logoro, traboccante di letterine mal conce e di billets doux; e posandolo sul tavolino, e slacciando una stringa che legava ogni cosa, andò uno per uno scartabellando quei fogli, finché adocchiò la lettera sospirata.— La voilà! — e cosí dicendo picchiava le palme; la spiegò; me la pose sott'occhio; e si scostò tre passi dal tavolino. Io lessi




LA LETTERA


Madame,


Je suis pénétré de la douleur la plus vive, et réduit en même temps au désespoir par le retour imprévu du caporal, qui rend notre entrevue de ce soir la chose du monde la plus impossible.

Mais vive la joie! et toute la mienne sera de penser à vous.

L'amour n'est rien sans sentiment.

Et le sentiment est encore moins sans amour.

On dit qu'on ne doit jamais se désespérer.

On dit aussi que monsieur le caporal monte la garde mercredi: alors ce sera mon tour.


CHACUN A SON TOUR


En attendant — vive l'amour! et vive la bagatelle!

Je suis, Madame,

Avec tous les sentiments

les plus respectueux et les plus tendres,

Tout à vous


JACQUES ROQUE.


Bastava dar la contea al caporale, e non dire un iota della guardia da montarsi mercoledí; e non c'era né bene né male. Cosí, per compiacere a quel buon ragazzo che stava lí ritto in orazione, per l'onor mio, per l'onor suo e per l'onore della sua lettera, ne estrassi dilicatamente la quintessenza, e tornai a lambiccarla a mio modo; e, poiché l'ebbi munito del mio sigillo, La Fleur ricapitò il foglio a madame de L***; e al nuovo dí proseguimmo il nostro viaggio per Parigi.





XXX


PARIGI


Per chi può difendere le proprie ragioni con l'eloquenza dell'equipaggio, e trionfare fragorosamente precorso da mezza dozzina di lacché e da un pajo di cuochi, Parigi è un'ottima piazza d'arme, ed ei potrà campeggiarla quanto è lunga e larga a sua posta.

Un povero principe mal armato di cavalleria e la cui fanteria non oltrepassa un pedone, farà saviamente, cedendo il campo, e segnalandosi, purché egli possa salirvi, nel gabinetto; salirvi, da che non vi si scende come mandati dal cielo dicendo: «Me voici, mes enfants!» Eccomi, per quanto parecchi sel credano(56).

Confesso che non sí tosto fui tutto solo nella camera dell'hôtel, le adulatrici speranze che mi scortavano sino a Parigi fuggirono a un tratto umiliate. Io m'accostava con gravità alla finestra vestito del mio polveroso abito nero; e, osservando da' vetri, io vedeva gran gente a drappelli, che in panni gialli, verdi ed azzurri correvano l'arringo del piacere: i vecchi con lance spezzate e con elmi che aveano perduta ormai la visiera, i giovani con armatura sfolgorante d'oro tersissima, lussureggianti d'ogni piú gaja penna d'oriente; e tutti tutti, emulando i cavalieri incantati, che ne' torneamenti del buon tempo antico armeggiavano per la gloria e l'amore.

E gridai: — Ahi povero Yorick! e che puoi tu far qui? Alla prima tua prova in questa splendida giostra tu se' ridotto subito al niente: ricovrati, ricovrati in uno di que' tortuosi viali che un tourniquet(57) suole proteggere dalla prepotenza de' cocchi e da' raggi ardenti de' flambeaux, e dove potrai conversare soavemente con una benigna grisette(58), moglie di qualche barbiere e, accomodandoti a quelle modeste brigate, consolare in pace l'anima tua.

«Possa io morire se mi ci accomodo!» Cosí dicendo, cercai la lettera ch'io doveva presentare a Madame de R***. «E per prima cosa visiterò questa dama.» Chiamai La Fleur perché andasse immediatamente per un barbiere, e tornasse a spazzolarmi l'abito nero.





XXXI


LA PERRUCCA


PARIGI


Venne il barbiere, e protestò ch'ei non intendeva d'impacciarsi per nulla con la mia perrucca, da che l'impresa era maggiore e minore dell'arte sua(59). M'attenni dunque al necessario partito di comperarmene una bella e fatta a sua stima.

— Ma terrà egli poi questo riccio? Amico, ho paura — diss'io.

— Lo tuffi — ei replicò — nell'Oceano; e terrà.

Vedi come ogni cosa in questa città è graduata con una grandissima scala!(60) «L'immersione del riccio in un secchio d'acqua» sarebbe l'estremo termine dell'idee di un parrucchiere di Londra. Che divario! il tempo e l'eternità.

Io mi professo capitalmente nemico dell'immagini grette e de' freddi pensieri che le producono; e tanto le opere grandi della Natura m'allettano sempre alla maraviglia che, s'io m'attendessi, non deriverei le mie metafore mai fuorché da una montagna almeno. Solamente potrebbesi, con questo esempio del riccio, opporre alla magniloquenza francese: «Che il sublime consiste piú nella parola che nella cosa». Certo è che l'Oceano ti schiude un'interminabile scena alla mente; ma, poiché Parigi giace tanto dentro terraferma, chi mai poteva aspettarsi ch'io per amore dell'esperimento corressi per cento e piú miglia le poste? Certo che il mio barbiere non ci pensava.

Il secchio d'acqua, a fronte degl'immensi abissi, fa pur la grama figura nell'orazione. Ma si risponde: «Ha un vantaggio: tu l'hai nello stanzino qui accanto; e puoi senz'altra noja sincerarti del riccio».

Sia detto con candida verità e dopo l'esame spassionato della questione: L'elocuzione francese non attiene quanto promette.

Parmi che i precisi e invariabili distintivi del nazionale carattere si ravvisino piú in queste minuzie che ne' gravissimi affari di Stato né quali i magnati di tutti i popoli hanno dicitura e andatura sí indistintamente uniforme ch'io, per potermi scegliere piú l'uno che l'altro di que' signori, non isborserei nove soldi.

E c'è tanto voluto innanzi ch'io uscissi di mano al barbiere, che per quella sera io non poteva, in ora sí tarda, recare a madame de R*** la mia lettera. Ma quand'uno è bello e attillato per uscire di casa, le riflessioni sopraggiungono fuor di tempo: pigliai dunque ricordo del nome dell'hôtel de Modène dov'io m'era albergato, e mi avviai senza prefiggermi dove. - Camminando ci penserò.





XXXII


IL POLSO


PARIGI


Siate pur benedette, o lievissime cortesie! voi spianate il sentiero alla vita; voi, gareggiando con la Bellezza e le Grazie che fanno alla prima occhiata germinare in petto l'amore, voi disserrate ospitalmente la porta al timido forestiero(61).

— Di grazia, madame, favorisca di dirmi da che parte si va all'Opéra Comique?

— Volentierissimo, monsieur — mi diss'ella; e lasciò il suo lavoro da parte.

Camminando, io aveva alla sfuggita spiato mezza dozzina di botteghe per discernere un viso il quale verosimilmente non si turbasse alla mia improvvisa domanda, finché questo m'andò a genio, ed entrai.

Sedeva nel fondo della bottega, sovra una poltroncina rimpetto all'uscio, e lavorava un pajo di manichini.

Très volentiers — e, cosí dicendo, posava il lavoro sopra una sedia vicina. — Volentierissimo — e si rizzò con sí lieto atto, e con sembiante sí lieto, che, s'io avessi speso seco cinquanta louis d'or, avrei detto: «La è donna riconoscente».

— Volti, monsieur — mi diceva, accompagnandomi sino all'uscio ed additandomi a capo di quella via la strada ch'io doveva tenere — volti prima a mano manca: mais prenez garde: le cantonate sono due; faccia due passi di piú, e pigli la seconda; poi tiri un po' innanzi, e vedrà una chiesa; e come l'avrà passata, piacciale di voltare subito a mano ritta, e si troverà a dirittura a' piedi del Pont Neuf, dove ognuno, s'ella vorrà degnarsi di chiederne, si compiacerà d'avviarla.

E mi ripeteva tre volte gli avvisi, e tanto alla prima quanto alla terza volta con la medesima cordiale pazienza: e se i toni e i modi hanno pure un significato (e l'hanno di certo, fuorché per le anime che fanno le sorde), avresti detto veramente sollecita ch'io non mi smarrissi.

Ne supporrò che la gioventú e l'avvenenza (era non di meno bellissima fra quante grisettes io mai vedessi in mia vita) mi facessero piú grato alla cortesia; questo so, che, mentre io le diceva quanto gliene fossi obbligato, io teneva tutti gli occhi ne' suoi, e ch'io le ripeteva i ringraziamenti quant'essa m'aveva ripetuti gli avvisi.

Né io m'era dilungato dieci passi dall'uscio, quando m'accorsi ch'io non sapeva piú sillaba di ciò ch'ella mi aveva insegnato; però, volgendomi, e vedendola tuttavia su la soglia, quasi badando s'io pigliava la buona strada, me ne tornai per domandarle se la prima cantonata era mano destra o sinistra.

— Me ne sono affatto dimenticato.

— Possibile! — mi diss'ella; e sorrise.

— Possibilissimo — risposi io — per chi pensa piú alla persona che a' suoi buoni consigli.

Ed era la verità schietta; e la bellissima grisette se la pigliò com'ogni donna si piglia le cose di sua ragione: con una riverenza.

Attendez! — mi soggiunse, posando una mano sovra il mio braccio per trattenermi; e diceva nel fondachetto interno a un suo fattorino che allestisse un pacchetto di guanti. — Sto per mandare verso quelle parti — seguitò a dirmi — e se a lei non rincresce di soffermarsi, il fattorino si spiccia a momenti, e la servirà fino all'Opéra.

M'inoltrai dunque seco nella bottega; e mentr'io toglieva dalla sedia, quasi volessi sedermivi, il manichino che essa vi aveva lasciato, la bellissima grisette adagiavasi nella sua poltroncina, ed io mi assisi tosto al suo fianco.

— Si spiccia a momenti — diss'ella.

— E in questi momenti bramerei — le diss'io — di potere rispondere con una gentilezza a tanti favori. Tutti possono fare un atto accidentale di bontà; ma la continuità fa vedere che la bontà vive nella tempra della persona: e davvero che, se il medesimo sangue che sgorga dal cuore discende anche all'estremità (e le toccai presso al polso), voi fra tutte le donne avrete sicuramente polso migliore.

— Lo tasti — diss'ella porgendomi il braccio. Io posai il mio cappello; misi in una delle mie mani la sua; e applicai le due prime dita dell'altra mia mano all'arteria.

Deh! perché il cielo, Eugenio mio(62), non volle che tu allora passassi a vedermi seduto, in abito nero, con questa mia faccia svenevolmente cachettica(63), intento a contare ad una ad una le pulsazioni, e con gravissima applicazione, come s'io stessi esplorando il periodo critico della sua febbre: oh quanto t'avrei veduto ridere e moralizzare su la nuova mia professione! E quando tu avessi finito di ridere e di moralizzare a tuo senno, «Fidati, Eugenio mio» t'avrei detto «vedrai il mondo affaccendarsi peggiormente che a tastare il polso a una donna(64)». «Ma d'una grisette?» dirai tu «e in una spalancata bottega? Yorick!»

«Meglio: quando ho rette intenzioni, non ne do nulla che l'universo non mi veda o mi veda col polso fra le dita.»





XXXIII


IL MARITO


PARIGI


Io aveva già contate venti battute, e mi mancava poco alla quarantesima, quando il marito comparí da una retrostanza improvviso, e guastò sul piú bello i miei conti.

— Non è se non mio marito — diss'ella.

Io dunque mi rifeci a contare da capo. — Monsieur è tanto garbato — diceva ella al marito — che, passando da noi, s'è voluto incomodare a tastarmi il polso. — Il marito si levò il cappello, mi s'inchinò, disse ch'io gli facea trop d'honneur: disse, si ripose il cappello, e se n'andò.

«Dio mio, Dio mio!» dissi meco «e questo uomo sarà egli marito di questa donna?»

Quei pochi che sanno il perché della mia esclamazione non s'abbiano a male s'io la commento in grazia di chi non lo sa.

In Londra un bottegaio e la moglie d'un bottegaio paiono d'una polpa e d'un osso(65); e benché le doti del corpo e dell'animo sieno in essi diverse, sono nondimeno ripartite tra di loro in tal guisa ch'ei si stieno appajati e d'accordo per quanto tra marito e moglie si può.

In Parigi troveresti a fatica due individui di specie cosí svariate come il bottegaio e la moglie del bottegaio. La potestà legislatrice e l'esecutrice della bottega non risiedono nel marito. Miracolo se ci passa; ma in qualche sua cieca malaugurata camera siede insociabile, al buio, con quel suo cuffiotto di notte, figliuolo selvatico della Natura, e tal quale la Natura se lo lasciò scappare di mano.

Cosí, poiché il genio d'un popolo il quale osserva la legge salica(66) unicamente per la corona ha ceduto questa e molte altre aziende alle donne, le donne, per un assiduo diverbio dal mattino alla sera con avventori d'ogni indole e di ogni grado, si vanno, a guisa di sassuoli dibattuti a lungo insieme in un sacco, non solo per quell'attrito amichevole dirozzando dell'asprezza delle loro scaglie, ma si ritondano e si bruniscono, e spesso acquistano l'iride del diamante. Monsieur le mari è di poco migliore del ciottolone che ti sta sotto a' piedi.

Certo, certo, o mortale! non ti sta bene quel sederti là solo(67); tu se' nato al conversare socievole e alle cortesi accoglienze; e per prova me ne riporto al miglioramento che ne deriva alla nostra natura.

— E come batte il mio polso, monsieur?

— Soavissimamente, e com'io me l'aspettava — risposi, mirandola placidamente negli occhi. Essa non rispondeva per ringraziarmene; se non che il fattorino venne in bottega co' guanti.

À propos — dissi — me ne bisognano appunto due paia.





XXXIV


I GUANTI


PARIGI


E la bellissima grisette s'alzò; e, facendosi dietro al banco, arrivò col braccio un involto e lo sciolse: io me le appressai dirimpetto di qua dal banco; ma i guanti m'erano tutti assai larghi. La bellissima grisette misuravali uno per uno su la mia mano; ma né cosí poteva alterare le dimensioni: mi pregò che mi provassi un paio che unico parea men grande; e mi teneva aperti gli orli del guanto: la mia mano vi sdrucciola dentro.

— Non serve — diss'io scuotendo il capo.

— No — diss'ella col medesimo cenno.

Senz'altro; vi son certi sguardi animati d'ingenuità e di malizia, ne' quali il senno, il capriccio, la serietà e la scempiaggine sono sí fattamente stemprati insieme che, se tutte le lingue di Babele si sfrenassero a gara, non saprebbero esprimerli mai; e sono inoltre scoccati e colti cosí di volo, che voi non potreste mai dire donde spiri primo o piú s'innesti l'aculeo(68). Su di che lascio che i vostri parolai dissertino ampollosamente in piú pagine(69); a me basti di ridirvi per ora, che i guanti non mi servivano: e ci siamo l'uno e l'altra appoggiati con le braccia incrociate sul banco ch'era un po' stretto, e tra noi due vi capiva appena l'involto che giaceva nel mezzo.

La bellissima grisette guardava or i guanti, or verso la finestra, poi guardava i guanti poi me. Io non mi sentiva di rompere quel silenzio; e seguendo l'esempio, guardai