Renato Fucini
LE VEGLIE DI NERI
Il matto delle giuncaie
Quella sera non stavo bene di spirito. Alla smodata allegria d'un intiero giorno passato sulle praterie in mezzo a cari amici, laggiù convenuti per esser pronti la mattina dopo ad aprire la caccia, era subentrata una profonda tristezza, alimentata forse dalla scena mestissima d'un tramonto di sole in padule.
Alcuni de' miei compagni, occupati in varie faccenduole riguardanti la caccia del domani, si erano accoccolati sull'erba, smontando schioppi, lustrando fiaschette, facendo cartucce e tante altre simili cose; altri, stanchi, s'eran buttati sopra uno strapunto di paglia nella Casina delle Guardie e s'erano addormentati; ed io, senza avvedermene, avevo preso lungo l'alberata e, passo passo, m'ero allontanato d'un buon tratto, quando, accortomi di non esser seguìto da nessuno, provai come un senso di repugnanza ad inoltrarmi maggiormente in quella solitudine; ma siccome ero stanco, prima di tornare indietro, mi fermai un poco per riposarmi.
Seduto sull'argine erboso d'un canale, lasciavo correre l'occhio smarrito su quella immensa superficie d'acqua stagnante e di lunghe cannéggiole, e fantasticando dinanzi a quel malinconico quadro, richiamavo alla mente i più minuti ricordi della prima giovinezza, e per un misterioso fenomeno psicologico, anco le più liete memorie prendevano in me in quel momento l'aspetto di tristissime cose. E mi sentivo stringere il cuore, e quasi avrei pianto senza saperne di perché.
Il caldo era soffocante e non dava respiro nonostante una leggera brezza di marino che sulla sera si era alzata languida languida e che, insieme con qualche raro fischio di uccelli palustri, rompeva l'alto silenzio di quella deserta pianura, correndo fra i biódi e le cannéggiole che, tremolando e lievemente fra loro percotendosi, mandavano un rumore come d'una moltitudine che lontana lontana applaudisse gridando e battendo le mani.
A mano a mano che il sole calava dietro le colline dal lato opposto del padule, si stendeva su quello un leggiero velo di nebbia bianchiccia, rendendo di minuto in minuto più squallida la scena che mi stava davanti.
Ed intanto io pensavo; e quasi che un velo di nebbia si addensasse anche su i miei pensieri, mi si affollavano alla mente mille idee confuse e ondeggianti, che rapidamente passavano per dar luogo ad altre più delle prime annebbiate, confuse ed incerte. E quel vasto campo che un istante prima mi parlava di morte, lo vedevo ora popolato da una quantità innumerevole di pallide e rabbuffate figure padulane dalla fibra d'acciaio e dall'animo generoso e feroce, nel petto delle quali le passioni scoppiano con tal violenza, che il delitto ne diventa spesso il termine funesto. E idillj soavi e drammi sanguinosi si svolgevano dinanzi alla mia immaginazione, e la tristezza intanto si faceva maggiore nell'animo mio, quando una voce di fanciulla, di una di quelle tante miserabili che vivono felici in quell'ambiente mefitico i mesi e gli anni interi, lavorando con l'acqua fino alla cintola e il fango fino alle ginocchia, intonò un canto malinconico, piano come la superficie dello stagno, lento come le acque del canale, e portò fino a me queste dolenti parole:
È morto l'amor mio che amavo tanto:
Ahi! dal dolor più reggere non posso;
L'han portato laggiù nel camposanto,
E gli han buttato anco la terra addosso.
Dimmelo te, te che lo sai, gran Dio,
Se mai lo rivedrò l'angiolo mio;
Dimmelo te, gran Dio... ma il mio lamento
Vola e si perde sull'ali del vento.
- Ho bisogno di veder gente... ho bisogno di rivedere i miei amici... mi annoio, mi annoio, mi annoio troppo. E così pensando mi alzai, e con passi concitati tornai al punto di convegno.
- Son tutti a dormire, mi disse una guardia.
- Come! così presto?, osservai.
- Cascavano a pezzi. O lei non va?
- No.
- O che vòl fare?
- Non lo so nemmen'io; ma qualche cosa inventerò: non ho sonno.
- Vòl venire con me? vado a rivedere i bertuelli.
- Se mi lasci andar solo, vado; con te non vengo.
- Ma sarà bono di maneggiare il barchino?
Lo guardai ridendo.
- O senta, veh. Una dozzina sono nel canaletto subito dopo il ponte; altri sei a quello degli Sparacannelle, e due, quelli meglio, al canale traverso... Che lo sa il canale traverso?
- Non me ne ricordo, ma ne domanderò.
- O a chi ne vòl domandare?
- Ho sentito cantare...
- Ah, sì ha ragione! c'è quelle donne; eppoi a quest'ora, verso le Svolte, troverà il Matto di certo.
Una mezz'ora dopo, aiutandomi col forcino a sfondare le foglie di copripentole e quei viluppi foltissimi di alghe d'ogni genere che nell'estate permettono appena la navigazione negli stretti fossi del padule, avevo già vuotato sul pagliòlo una dozzina di libbre di pesce fra lucci, tinche e anguille, quando, non sapendo dove trovare chi mi indicasse il canale traverso, mi alzai in piedi per vedere se potevo scorgere anima viva da domandarglielo...
- Che ci ha una pipata di tabacco?
A quella voce che si partiva da un folto cespuglio di salci, mi scossi quasi impaurito e, voltomi indietro, vidi una figura semiselvaggia che, mostrandomi una pipa spenta, aspettava la mia risposta.
- Tabacco non ne ho, risposi. - Se vuoi un sigaro....
- E allora lo ringrazierò. Lo butti, lo butti.
- Non vorrei che andasse nell'acqua.
- O aspetti, veh.
Così dicendo si alzò e reggendosi con la destra ad un ramo, si spenzolò tenendo nella sinistra il cappello, e:
- Lo butti, lo butti qui; se va nell'acqua lo ripiglio io.
Tirai il sigaro nel suo cappello; lo prese e mi ringraziò di nuovo, mettendosi subito a stritolarlo nella pipa.
- Che vado bene per andare al canale traverso?
- Sissignore; eccolo subito lì... O chi è lei?
- Sono il figliolo del sor Giuseppe.
- Senti, senti! Del sor Giuseppe! O il sor Federigo come verrebbe a essere di lei?
- Zio. O che lo conosci?
- Se lo conosco! Siamo stati ragazzi insieme e mi rammento di quando veniva in padule... Ah! e mandò un sospiro.
- Sarà ora un affar di trent'anni.
- Non per sapere i fatti tuoi, o tu chi sei?
- Oh! non se ne dia pena, di saperlo.
- E perché?
- Perché... perché... Che ci ha un fiammifero?
- Tieni. O che mestiere fai?
- Ott'anni sono stato in galera; dopo andai guardia con un signore... e ora pesco e vo a caccia.
- In galera?!...
- Ah! non abbia paura. Lo vede questo ràgnolo che mi rampica su per le gambe? non l'ammazzerei per tutto l'oro del mondo... ci hanno a essere anche loro, povere bestie! ma se mi pinzasse, oh! allora...
- Otto anni in galera! O come mai? Forse qualche sbaglio di gioventù?
- Sbaglio?! L'ammazzai quel cane... Lì... guardi... lì era quel demonio... e m'impostò lo schioppo, e rideva e il pinsacchio restò a lui... ma non lo mangiò!
- Come! E un miserabile pinsacchio fu la causa...?
- Non mi pigli per un assassino, signore; non mi pigli per un òmo disonorato... Bisognerebbe saperle tutte, bisognerebbe... La faccia l'avrò brutta, ma me l'hanno fatto diventar loro... E ho voluto tanto bene a tanti! E chi chiedeva un piacere a quest'assassino, lo veniva a conoscere se dentro a queste costole c'era qualcosa... E ora mi chiamano il Matto!
- Ah! sei il Matto delle Giuncaie?
- Sissignore. E patisco la fame, capisce? la fame; e non ho fatto mai male a nessuno... Eh! a lui sì, glielo feci;... ma la volle, la volle... glie l'avrebbe tirata anche la Santissima Vergine.
- Ma dunque, racconta...
- O andiamo, via; mi servirà anche di sfogo, perché n'ho bisogno... Ah!... lei non l'ha conosciuta di certo, ma non importa. Era bionda e si chiamava Stella, ma le stelle eran meno belle di lei. Cantava sempre e io passavo le giornate intere acquattato tra i giunchi per starla a sentire. Ma un giorno non potei più reggere e glielo dissi. Lei cominciò a piangere e scappò via, e io stetti quasi un mese senza rivederla, ché tutti mi domandavano cosa avevo fatto, perché, dice, ero diventato che parevo un morto... Io avevo diciannov'anni e lei quindici... La vede quella cappellina bianca?... è sotterrata lassù!... Ah! lei signoria non l'ha conosciuta. Son già passati dodici anni e se fossi com'un pittore la dipingerei.
Finalmente una sera trovo su' padre, e mi dice: "Che è vero che vo' discorrereste volentieri colla mi' Stella?". Io, da primo restai un po' abusato ma poi dico: "Sì". "Dunque", dice lui, "state a sentire. Dispiacere non mi dispiacete, perché de' fatti vostri nessuno m'ha detto nulla di male, ma a mezzi come si sta? Io a quella ragazza qualche soldarello glielo darò, non gran cosa, ma insomma...".
Cotesta sera si fissò tutto. Lui mi disse che pensassi a trovare i mezzi di metter su un po' di casa; lei mi disse che mi voleva bene, e la mattina dopo, avanti giorno, ero già per strada che andavo in Maremma a lavorare. Abbia pazienza, che ci ha un altro fiammifero?...
Dopo un anno e mezzo tornai... Arrivo a casa... picchio, e la mi' povera mamma bon'anima (non avevo altro che lei) mi viene ad aprire. Appena mi vede, senza dirmi nulla, mi si butta al collo e comincia a piangere.... Se non mi venne un accidente fu un miracolo del Signore! "È morta?", urlai... Dio lo volesse che fosse stato vero! Avrebbe patito meno anche lei, povera creatura, e forse chi sa?... Ma Dio benedetto, però, ci pensò lui a quel cane di vecchio, perché il giorno preciso dell'anello, appena esciti di chiesa, lo prese un accidente a gocciola e crepò nel mezzo di strada com'un rospo!
- O come mai? e allora perché promettere?...
- L'interesse, capisce, l'interesse! Gli venne fra' piedi quell'altro infame a fargli vedere una casuccia e qualche cento di scudi, e quell'aguzzino di vecchio... Già è meglio che mi cheti perché è morto... e ai morti c'è chi ci pensa.
A me mi venne una malattia che mi tenne a letto tre mesi. Patii dimolto, ma mi chiusi tutto nel core, perché ormai non c'era rimedio, e lei, poverina!, che non ci aveva che fare, era più disgraziata di me e non gli volli dare altri dispiaceri.
A questo punto tacque; si alzò in piedi, dette un'occhiata in giro al di sopra delle piante palustri, e ricadde a sedere con le braccia incrociate sulle ginocchia e il mento su quelle, quasi aggomitolato sopra se stesso, fissando nell'acqua gli occhi invetrati.
A che pensavo io? Quale poteva essere la causa di un brivido che mi gelava? Il ribrezzo o la compassione? Non lo so... L'avrei volentieri invitato a seguitare, ma non me ne dava il core. Dopo qualche momento, però, sempre tenendo gli occhi ficcati al suolo, proseguì:
- Doveva finire a quella maniera!... Sapevo che lui se n'era anche vantato e m'era stato perfino fatto risapere che mi voleva far cavare il sonetto!... Ma io li scansavo tutti e due, perché non lo sapevo dove sarei andato a cascare se mi fossi combinato faccia a faccia con lui; e per un pezzo mi riescì, ma poi...
La prima fu lei, che me la trovai quanto di qui a lì per la processione delle Rogazioni. Non l'avevo nemmeno riconosciuta: povera Stella, non aveva altro che gli occhi! La guardavo fissa fissa, perché mi pareva e non mi pareva, e quando mi passò davanti fece le viste di accomodarsi i capelli e inciampò due o tre volte e gli cascò la candela di mano: io mi messi la pezzòla in bocca e la morsi com'un cane arrabbiato per non urlare. Chi mi riportasse a casa cotesto giorno non lo so!.
A questo punto alzò di nuovo la testa per guardarsi d'intorno; scosse con un movimento convulso la cenere della pipa e dopo un sospiro che parve un ruggito, seguitò:
- Poi rintoppai anche lui... la mattina dopo!... Quando si levò il pinsacchio s'era nel folto, e io non avevo visto lui né lui aveva visto me. Gli si tirò quasi insieme; io un batter d'occhio prima di lui, e non lo sbagliai di certo. Mi ficco giù per le cannéggiole, faccio una diecina di passi e me lo trovo davanti!... Anime sante del Purgatorio, che v'avevo io fatto di male?
Il prim'impeto fu di tirargli, ma Dio benedetto mi dette tanta forza che mi voltai per tornare indietro.
Quest'assassino, che avrebbe dovuto attaccare il voto alla Madonna del Rosario, cosa ti fa? Comincia a ridermi dietro e a urlare: "T'avevi a provare a raccattarlo, pezzo di galeotto, eppoi...". "Io in galera e te all'inferno!", urlai, e gli lasciai andare la canna mancina nel core... Gli avrebbe tirato anche lei, dica la verità, gli avrebbe tirato anche lei!.
Così dicendo, cominciò a gesticolare come un ossesso e saltò, per andarsene, nel suo barchino, sempre guardandosi d'intorno quasi che uno spettro lo perseguitasse.
- Pare che tu abbia paura di qualche cosa; perché vai via?, gli domandai.
- Mi lasci andare, mi lasci andare, m'è parso di sentirla di certo.
- Ma che cosa?
- Lei, la su' sorellina minore che canta come cantava lei.
- Ma io non sento nulla.
Stette un po' in orecchio, e:
- Ha ragione; m'era parso.
Io che mi struggevo di sentirlo dell'altro raccontare, lo tentai di nuovo così:
- E dopo quegli otto anni, andasti guardia con quel signore, eh?.
- Sì.
- Eppoi venisti via anche da lui?
- Mi mandò via.
- Ah! e perché?
- Da tanto che mi voleva bene, tutti gli altri servitori s'erano perfino ingelositi di me: mi rivestì tutto da capo a piedi; mi regalò un bello schioppo, eccolo qui: mi dette anche l'oriolo e mi menava sempre con sé, e quando veniva de' signori di fòri, mi mandava a chiamare perché ci discorressi. E il giorno che gli ripresi il su' figliolo che era cascato nel pollino cominciò a piangere e mi baciò e mi disse che sare' morto in casa sua.
Cotesta sera fu di cattivo augurio. Arrivò un branco di signori di Volterra e uno di questi mi guardò tanto, fisso fisso...
La mattina dopo, quando m'aspettavo che il padrone m'ordinasse di menarli a caccia, mi sento invece chiamare dal fattore nello scrittoio e mi dice: "Il padrone ha saputo tutto: dice che gli dispiace, ma che vi dà licenza subito, sul tamburo! A voi, questo è il vostro schioppo e queste son cinquecento lire che vi regala"
Le cinquecento lire non le volli; presi solamente lo schioppo e me ne venni.
Fece una breve pausa; s'asciugò il sudore con una manica della cacciatora e continuò:
- Ora son nov'anni che son qui! mi chiamano il Matto; mi rincorrono, m'urlano dietro e mi tirano le schioppettate da lontano per farmi paura. Ma me le merito, perché dopo ammazzato lui, invece d'andare dal maresciallo a farmi pigliare, mi dovevo legare un sasso al collo e farla finita.
- Ma se tu avessi un bisogno... nel caso d'una malattia non hai un parente?
- Nessuno!
- Nemeno un amico?
- Un amico sì; e che amico! Lo vòl conoscere?
Fece un fischio, e sbucò, sguazzando nell'acqua fino alla pancia, un vecchio restone, quasi non reggendosi in gambe, il quale movendo festosamente la coda, andò con fatica a mettere le zampe davanti sul barchino del suo padrone, e guardandolo con occhi lustri, mandò con voce rauca un latrato di gioia.
Il Matto lo accarezzò ruvidamente tirandogli un orecchio; e siccome il cane sentì male, si mise a guaire.
- Zitto, zitto, Moro!, disse il Matto. - Eppure lo sai che se qualcuno ci sente, bisogna scappare, se non si vòl essere impallinati. Tieni, povero vecchio!
E così dicendo, gli buttò un tozzarello di pan secco, che sparì, senza toccargli un dente, nella gola del povero Moro, come un sasso buttato nell'acqua.
Il cane rimase un momento a guardarlo con la testa alta e legermente inclinata sopra una parte, come per domandargli: - Ce n'è altro?.
Il Matto guardò lui con tenerezza e scotendo il capo, rispose sospirando: - Per oggi, no.
- Gli vuoi bene a cotesta bestia?, domandai.
- Più che all'anima mia.
- Lo venderesti?
- Piuttosto l'ammazzerei!
- O se ti morisse?
- Morirei anch'io.
In questo momento lo vidi puntare il forcino con furia vertiginosa, e, datasi una vigorosa spinta, si dileguò come un fantasma tra i ciuffi di vetrice e la nebbia che si era fatta foltissima, mentre una lieve folata di vento mi portò all'orecchio ma quasi impercettibile, la voce della fanciulla che ripeteva la sua canzone:
Dimmelo te, gran Dio... Ma il mio lamento
Vola e si perde sull'ali del vento.
Circa due mesi dopo, tornando in padule domandai alla solita guardia:
- O il Matto?.
- Glielo dicevo che era mezzo stregone quel brutto coso?... O che non ne sa nulla?
- No...
- O di quel canaccio nero che aveva, se ne rammenta?
- Quel restone vecchio?
- Sissignore. Cotesto serpente, gli cascò morto di vecchiaia, di cimurro, di fame, o che lo so? e quattro giorni dopo fu trovato stecchito anche lui nelle giuncaie mezzo mangiato dagli animali... Dica la verità, ci ha avuto piacere anche lei?!
Non risposi e mutai discorso.
Perla
- Secondo me, siccome son tre o quattro giorni che non fa altro che passar militari che vanno alla finta battaglia, questo qui lo deve avere smarrito di certo qualche uffiziale, perché, lo so, que' signori ci ambiscono a tenere di questi animali buffi. Ma guardi com'è festoso! Io lo terrei magari per me, ma è proprio un peccato che non abbaj punto, perché io sul barroccio ho bisogno di tenerci un cane che quando s'accosta gente si faccia sentire, se no, addio la mi' roba. L'avrebbe a pigliar lei, vede. E a lei glielo do volentieri anche per nulla.
Così mi diceva una mattina Pasquale barrocciaio, che incontrandomi per la strada aveva fermato il mulo per mostrarmi un bel cagnolino da lui trovato la sera avanti sul greto d'Arno, mentre era per buttarsi nell'acqua e traversare il fiume a guado.
- Lo prenderei tanto volentieri, risposi, - perché dopo esser così festoso è anche d'una razza molto rara; ma, che vuoi? fra grossi e piccini ce n'ho cinque per la casa, e non ho voglia davvero di mettermi d'intorno un'altra di queste seccature.
- Guà! mi rincresce. A lei signoria gliel'avré dato dimolto volentieri.
- Ti ringrazio, Pasquale.
- O andiamo. Dunque, mi comanda nulla lei, di lassù?
- Se vedi il sor Luigi e il sor Roberto, salutameli tanto.
- Non pensi, sarà servito. A rivederlo signoria. Là, Giovanni, là, s'è fatto tardi.
E accompagnando con una frustata queste ultime parole che erano rivolte al suo mulo, si allontanò.
Quello che segue, lo seppi qualche giorno dopo.
Circa due miglia lontano dal punto dove c'eravamo lasciati, Pasquale trovò da esitare il cane per una dozzina di carciofi a una famiglia di contadini che stavano lungo la via maestra. Concluso il contratto con la consegna del cane da una parte e dei carciofi dall'altra, il capoccia chiese al barrocciaio:
- Dico bene: o come si domanda egli quest'animale?.
- Io lo chiamavo Pillàcchera, perché quando lo trovai era più lercio del fruciandolo del forno; ma se poi questo nome non vi garbasse...
- E allora si chiamerà Pillàcchera anco noi. To', Pillàcchera, to'.
E il canino corse a leccare la mano del nuovo padrone che lo menò in casa.
Il povero Pillàcchera non dette nel genio al resto della famiglia: ed anche lo stesso capoccia, dopo il mezzogiorno, aveva già cominciato a lavorare di pedate alla sua usanza, perché l'aveva visto ricusare un pezzo di pan nero e non aveva voluto abbaiare dietro al calesse del fattore.
Ai giovani non piacque, perchè quando si doveva prendere un cane, dissero loro, era meglio prenderlo da caccia.
La massaia poi era implacabile. Con quella dozzina di carciofi attraverso all'anima, diceva che cani a quella maniera non n'aveva mai visti; ma sopra tutto, poi, quel pelo lungo che gli nascondeva affatto gli occhi, era per lei qualche cosa che non le voleva andar giù in nessuna maniera.
Pillàcchera passò la giornata fra 'l dolore d'una pedata e la paura d'averne un'altra. Finalmente, sulla sera, la famiglia si radunò tutta in cucina per la cena. Dopo aver messo in tavola il tegame della minestra, la massaia s'accostò al capoccia che stava pensieroso nel canto del fuoco, e gli disse in tono burbero all'orecchio:
- O voi l'avete preso l'ulivo benedetto?.
- Per che farne?
- A voi; e tenetevelo addosso, vecchio grullo! e datene una foglia per uno anche a que' ragazzi.
Si misero a tavola serî e molto sospettosi, serrandosi l'uno addosso all'altro, perché ormai, col calar della sera, s'era fortemente insinuato nell'animo di tutti il dubbio d'essersi messi le streghe in casa. Masticavano scongiuri, facevan corna ad ogni momento, e pareva loro mill'anni d'arrivare in fondo alla cena per dire il rosario.
In un momento di silenzio, Pillàcchera, che s'era rintanato sotto la madia, stimolato dalla fame, escì di là sotto adagio adagio e inosservato; e cercando forse di mettere a profitto una delle sue abilità per intenerire i nuovi padroni, si mise in mezzo alla stanza, ritto sulle gambe di dietro.
Un grido straziante escì dal petto della massaia; tutti impallidirono e quasi fuori di sé si precipitarono spaventati, facendosi segni di croce e urlando - misericordia!, verso un crocifisso che pendeva ad una parete della stanza.
Pillàcchera rientrò spaurito sotto la madia.
- Animo, Angiolo!, disse il capoccia al maggiore de' suoi figlioli. - Io, con quell'animale in casa la nottata non la passo. Fànne quel che ti pare, ma levamelo di lì.
Angiolo non rispose.
Il capoccia che intese di che si trattava, replicò:
- Se hai paura, piglia con te chi ti pare, ma levami quella bestia di casa, se no mi danno.
Angiolo legò il cane con una cordicella e s'avviò, strascinandoselo dietro, verso l'uscio, fra le imprecazioni dei rimasti, mentre la massaia non trovando altro che le venisse alle mani o forse annettendoci qualche importanza antidiabolica, si levò uno scarpone di vacchetta e lo tirò con tanta rabbia contro il povero Pillàcchera, che lo ridusse ad allontanarsi zoppicando e mandando lamentosi guaiti.
Angiolo ed il suo compagno tornarono presto e con aria molto soddisfatta; la cena fu terminata tranquillamente, ed il rosario, cotesta sera, fu detto di quindici poste.
Il giorno dipoi, su tutte le cantonate del paese vicino si leggeva quest'avviso:
<I>Quattrocento lire di cortesia a chi riporterà al Comando militare una cagnolina maltese di pelame bianco finissimo, che risponde al nome di Perla. Oltre che alla detta somma, colui che la riporterà, avrà diritto alla imperitura gratitudine del proprietario.</I>
Passarono tre giorni, e nessuno comparve al Comando militare.
Intanto, nella famiglia dei contadini, dopo che ebbero saputo dell'avviso, seguirono violentissime scene che dettero poi motivo al padrone di licenziarli dal podere ed alla massaia di convincersi sempre più che il diavolo in forma di cane era stato in casa sua.
Quello stesso giorno fu veduto un Colonnello d'artiglieria percorrere ansante le vie del paese, parlare concitato con Pasquale e dopo poco, con aria lietissima, entrare con lui in un legno di vettura e prendere la via della campagna.
Il vento della mattina, impregnato del profumo dei fiori di mandorlo, si divertiva ad arruffare i folti baffi del Colonnello, tutto buonumore, offrendo a Pasquale un sigaro d'avana gli domandava:
- Che è molto distante?.
- Neanche quattro miglia. In una mezz'ora siamo lassù.
- E l'avranno sempre loro, ne siete proprio sicuro?
- Perdinci bacco! o che n'hanno a aver fatto?
In un trasporto d'allegrezza il Colonnello abbracciò Pasquale; gli parlò dell'affezione di sua figlia per la piccola Perla e dello stato di disperazione nel quale da tre giorni si trovava; lodò il sistema toscano della mezzeria e parlò con entusiasmo dell'indole mite e de' costumi semplici e patriarcali de' nostri contadini.
Il cavallo intanto divorava la via a trotto serrato, e dopo poco, di sopra ad una svoltata a secco della strada, dalla quale si dominava la vallata, Pasquale gridò:
- Eccola laggiù!.
- Chi?, domandò con impeto il Colonnello.
- La casa...
Dieci minuti dopo erano già arrivati. Il Colonnello tirò fuori il portafogli perché era impaziente di ricompensare, così diceva lui, quelle buone creature; saltò dal legno e tutto lieto corse incontro alla massaia che era comparsa arcigna sulla porta. Dopo che ebbero scambiato fra loro poche parole, la massaia rientrò in casa brontolando e voltandosi indietro a squadrare sospettosa il Colonnello che immobile e taciturno era rimasto a guardarla con le braccia incrociate sul petto.
Pasquale, che aveva osservato attento quella scena scacciando le mosche al cavallo: - Dio del cielo!, gridò a un tratto spaurito, - o che è stato?.
- Queste buone creature!..., esclamò il Colonnello con angosciosa ironia. - Queste buone creature! E stringendo convulsamente il portafogli, tornò frettoloso alla vettura...
La povera Perla, sotto il nome di Pillàcchera, già da tre giorni dormiva accanto alle radici d'un olivo, con la testa fracassata da un colpo di vanga.
In quella casa ora ci si sente, e nessuno dei dintorni s'azzarderebbe a dormir solo in una certa camera, nemmeno per tutto l'oro del mondo. Eccone le cause.
Dopo quel fatto, ogni volta che un cane passava davanti alla casa del contadino, tutti gli uomini gli erano dietro per prenderlo: ma per qualche tempo fu possibile d'agguantarne nemmeno uno. Finalmente uno si lasciò prendere, ma con gran fatica, e dopo aver addentato ripetutamente il capoccia alle gambe ed alle mani.
Costui aspettò ansioso il desiderato avviso su le cantonate, ma comparve invece un certo malarello che in tre giorni lo mandò nel mondo di là, senza che nemmeno al Priore potesse riuscire di fargli prendere l'ostia consacrata.
- Neanche nell'acqua! capisce?, mi diceva Pasquale con gli occhi stralunati dallo spavento, - neanche nell'acqua, Dio del cielo! ci fu verso di fargliela ingozzare! E quando la vedeva: mugli che pareva un liofante... Arrabbiato?... O senta, veh! il dottore è padrone di dire quel che gli pare e piace; ma quello lì, e giocherei la testa, è morto, Gesù ci liberi tutti, dannato!
Lucia
Con la sua voce d'argento chiamò: - Bianchina, Bianchina e rimase attenta ad ascoltare... Un merlo, spaurito, fuggì chioccolando da un cespuglio prossimo alla rupe, in vetta alla quale stava Lucia chiamando la sua capretta, ma la capretta non rispose. - O Dio! chi mi rende la mia Bianchina? Chi mi rende la Bianchina mia? e ponendosi afflitta a sedere, col mento appoggiato ad una mano, tende l'occhio addolorato alle pendici del colle e tristamente si abbandona ai suoi pensieri.
Il sole bacia le sue spalle nude, e la brezza della sera la investe fasciandole i panni alla persona elegante e le assalta briosa la chioma, come se volesse rubarle quel fiore dei campi che agitato rosseggia fra le sue lucide trecce.
Come sei bella in mezzo alla primavera, o fresca Lucia! e sei sola sulla terra, povera Lucia!
Il padre suo morì di febbre in Maremma: la madre è lontana, ha la sua casetta su quelle montagne azzurre laggiù in fondo in fondo, ed è vecchia per gli stenti ed inferma... se a quest'ora non è già a riposarsi nel cimitero di fianco alla chiesa. E il fratello? Chi sa! Andò soldato; lo mandarono di là dal mare; e non ha scritto più nulla da due anni... dove sarà?
Cacciata dal bisogno, dopo aver abbracciato i suoi cari, scese dalle montagne natie, ed ora, garzona di un contadino delle valli, fila, guarda quei monti lontani e guida le capre alla pastura.
La madre ed il fratello erano così da lei chiamati, ma non erano tali. L'avevano allevata e tenuta cara finché l'Ospizio dei Trovatelli passò loro quindici lire al mese; dopo, con un tozzo di pane ed un paio di scarpe nuove, le insegnarono la strada, e serrandole dietro la porta: - Dio t'accompagni, bambina mia! e Lucia scese al piano ed ora fila, guida le capre alla pastura e guarda quei monti lontani.
- Se ritorni senza la capra, pover'a te!, le ha detto dianzi Rosalba cacciandola a spintoni fuori della stalla. E Lucia lo sa che cosa l'aspetta se la capretta fosse smarrita per sempre; lo sa, e col mento appoggiato sopra una mano tende l'occhio addolorato alle pendici del colle e pensa e singhiozza.
- Se non ritrovo la mia capretta, stasera non mi daranno da cena e Rosalba mi picchierà come l'altra volta... mi fece tanto male al petto! O Dio, Dio!
Un ramarro, verde come le foglie del fico selvatico sul quale si era arrampicato per cercare gli ultimi raggi del sole cadente, vibrando la lingua veloce, la fissava, non visto, coi suoi occhi d'ebano, e Lucia singhiozzando pensava:
- Mi manderanno via... domani! forse stasera! e non ci ho colpa. Le ho munte stamani alle sei, le ho contate e c'erano tutte... Dodici lire! e dove le trovo per dire a Rosalba: "Tenete; la capra è smarrita e queste sono le dodici lire che costava?". Non mi daranno da cena; Rosalba mi picchierà e mi chiameranno... O Dio, Dio!.
Una folata di vento più forte le portò via il fiore dai capelli; si alzò lesta per riprenderlo e il core le fece un balzo d'allegrezza al rapido fruscio che sentì tra le foglie a pochi passi da lei e credé ritrovata la sua capretta. Il ramarro, spaventato dal movimento di Lucia, s'era lasciato cadere dal ramo del fico selvatico, e, strisciando come una saetta, era corso a rifugiarsi nel cavo d'una ceppa di castagno.
Raccolse il fiore e se lo accomodò più forte tra i capelli. A Lucia era caro quel fiore come tutti gli altri che ogni mattina coglieva per adornarsene il capo e per offrirli la sera alla Madonna che pendeva a capo del suo letticciuolo. Anche quella sera non sarebbe mancato alla Vergine l'omaggio di quel povero fiore.
Lucia guardò il sole, e vedendo il suo disco mezzo tuffato sotto l'orizzone lontano, sentì il proprio sgomento farsi maggiore e disperata chiamò per l'ultima volta: - Bianchina, Bianchina mia, teeeh!.
Un leggiero belato si udì ad un trar di ramo da lei; un lampo di gioia le balenò nei limpidi occhi celesti e, tra le spine, tra i sassi, attraverso ai rovi, ferendosi i piedi scalzi e gridando allegramente: - Bianchina, Bianchina bella, Bianchina mia, corse affannata verso il cespuglio dal quale era partito il belato, e, ficcandosi smaniosa tra i suoi rami fronzuti, sparì fra quelli tutti lieta, e sorridente.
Lucia dall'alto della sua rupe non aveva scorto due occhi umani che da un'ora lacrimavano di stanchezza, avventando faville assetate agli occhi suoi, alle sue spalle, al suo colmo seno, e credé messo dalla sua capretta il belato che il ruvido Tonio scaltramente aveva imitato, ed era corsa... ed era corsa, povera Lucia! lieta e sicura, come l'usignolo innocente corre gorgheggiando nella bocca del rospo che digiuno lo guarda.
Il vento è cessato; di quel ciuffo di frassini nessuna foglia si muove, e il sole già tramontato si tira dietro gli ultimi lembi del suo manto di luce.
Appena scesa la notte, la capra tornò belando alla casa in cerca delle sue compagne. Tutti le mossero lieti incontro; Lucia sola non si mosse né si rallegrò. Aveva il viso acceso, un livido in una gota e i capelli e le vesti in disordine... - Se ti senti male, va' a letto, le disse Rosalba fattasi cortese dopo il ritorno della capra. E Lucia s'avviò stanca alla sua cameretta... Cercò il fiore per offrirlo alla Regina degli Angioli, ma l'aveva perduto! Sentì una stretta al core, dette in uno scoppio di pianto e cadde sul suo letticciuolo dove aspettò il giorno spasimando.
Tonio quella sera non aveva sonno. Aguzzò tutti i pali per i gelsi della colmata; rifece la traversa all'erpice vecchio e fino al tocco dopo la mezzanotte rimase a frescheggiare sull'aia, cantando a gola spiegata.
Era uno stellato di paradiso.
L'oriolo col cucùlo
I tre soliti scoppi di frusta convenzionali dati dal braccio robusto di Fiore si fecero finalmente sentire; la vecchia e fida Gigia si mise al galoppo scotendo allegra la groppa umida e fumante; Fiore sbadigliò pensando alla cena, e il sor Pasquale, levando per un momento la destra, che il freddo gli aveva intorpidita, dall'involto che gelosamente si teneva sulle ginocchia, s'asciugò con un moto rapido il naso, e con altrettanta rapidità la rimise al posto, brontolando un - Oh! di compiacenza che voleva dire: - Finalmente siamo arrivati!.
In quello stesso momento, alla quiete ordinaria che aveva regnato dalle ventiquattro in poi nella casa del sor Pasquale, successe un movimento rumoroso: i ragazzi cominciarono a strillare, Toppa s'avviò latrando incontro al calesse del padrone e la sora Flaminia corse in cucina a buttar giù ogni cosa. Buttò giù nella pentola i taglierini fatti in casa colle sue proprie mani; buttò giù nel paiolo che brontolava da un pezzo il cavol fiore còlto nel suo campicello della fonte; buttò in padella quattro manate di bròccioli saltellanti, pescati la mattina da' suoi ragazzi; buttò giù quella po' di dose di malumore che aveva messa insieme nel veder passata d'una quarantina di minuti l'ora solita del ritorno del suo marito dal mercato di Cutigliano, e attese seriamente a dare l'ultima mano alla sua faccenda prediletta.
Cinque minuti dopo la Gigia, che fu tirata subito in rimessa per non lasciarla così sudata alla brezza tagliente della montagna, rispondeva soffiando e dimenando gli orecchi alle sgarbate carezze dei monelli di casa e alle linguate di Toppa, che non era tanto per saltare addosso al padrone, a Fiore e al muso della cavalla.
Ma quella sera, o almeno in quel momento, il sor Pasquale non voleva carezze né dai figlioli né dal cane. Domandò che ore erano, brontolò una buona sera a' suoi ragazzi, dette un'ombrellata a Toppa e corse subito in camera col suo misterioso fagotto.
La sora Flaminia, che lo aspettava a stirizzirsi alla fiammata del fritto, restò sorpresa di non vederlo comparire in cucina; ma pensando che fosse andato subito a levarsi da dosso i panni fradici, continuò a soffiare nel fuoco e a tirare avanti la cena, che in quel giorno, come in tutti gli altri di mercato, diventava un vero e proprio desinare.
- Lo lascino stare stasera il babbo, disse Fiore ai ragazzi mentre faceva il letto alla Gigia; - lo lascino stare perché stasera non è serata.
- O che ha? o che ha?
- Che sappia io, nulla; ma mi pare che abbia de' pensieri e dimolti.
- Che t'ha gridato per la strada?
- No, gridato no; ma tutte le volte che aprivo bocca mi dava del bestione per nulla. Io l'ho lasciato sempre dire, perché tanto lo so che è fatto a quella maniera: ma mi c'è voluta tutta la mi' pazienza! Si figurino che m'ha avuto a mangiare perché gli ho detto che l'oriolo vecchio di cima scala me lo giocherei con mezzo mondo.
E lui a dirmi che ero un bestione! e io a dirgli che in ventiquattr'anni che sono nella su' casa non l'ho ma' visto né dal maniscalco né fare un minuto... O non l'ha detto tante volte anche lui? Ma stasera, no! E lì a dire che non era vero nulla; e io a lasciarlo dire. E lì brontola, e lì brontola!... O che lo so che abbia in corpo stasera? Cecchino si fermi, lasci stare la cavalla! eppure l'altro giorno... se n'avrebbe a rammentare!... Natale, codesto povero cane! Ecco! o se gli desse un morso, o che non gli starebbe bene?... Ahi! no, Peppe, colla frusta poi s'ha a fermare... ahi, permio!
- Ragazzi! Pasquale!
- Sentono? la padrona li chiama a cena. Via, via, si levino un po' di torno.
- Pasquale! ragazzi! a tavola!, ripeté la sora Flaminia.
- Accidenti ai ragazzi!, disse Fiore fra i denti, e rimettendo al suo beccatello la frusta, la fece vedere a Toppa, che, capìta l'antifona, corse di galoppo in casa colla coda fra le gambe.
Per liberare le tre eterne vittime di quelle quattro forche di figlioli, non ci voleva altro. Corsero tutti in salotto scapaccionandosi, e si piantarono a tavola tirando su col naso e preparati alla solita osservazione, appena fosse scodellata la minestra: - Così poca?.
Rimasero meravigliati di non vedere ancora scodellato; si guardarono fra loro, tossirono, shignazzarono, s'asciugarono coi tovaglioli la bocca e tutto il resto, e dimenandosi sulle seggiole, domandarono tutti insieme: - O babbo?.
La sora Flaminia intanto, col cucchiaione in una mano e la prima scodella nell'altra, aspettava guardando la porta dalla quale doveva comparire il marito.
Era quasi un par di minuti che la zuppiera mandava la sua nuvola di fumo appetitoso ad investire il lume a petrolio attaccato al palco sul mezzo della tavola, quando compare Fiore nella stanza, e appena entrato:
- O il padrone?, domandò.
- Ma dove s'è cacciato? che fà? Signore Dio!, domandò impazientemente Flaminia. - Dategli una voce, via, Fiore; mi pare di sentirlo su nello scrittoio.
- Sissignora; senta! è su che armeggia. Pare che metta delle bullette.... chi lo sa?
- Sì, sì. Andatelo a chiamare e ditegli che io intanto scodello, perché se no, questi taglierini mi diventano un pastone.
Il sor Pasquale in quel momento era felice. S'era già alleggerito del misterioso fagotto che con tante pene aveva portato intatto attraverso al freddo e al nevischio per quattordici miglia di montagna, ed ora, prima di scendere a mangiare, contemplava attaccato a una parete del suo scrittoio un ordinarissimo oriolo col cucùlo, che gli era stato appiccicato da un imbroglione qualunque come un oggetto d'una rarità favolosa. E pregustando le gioie della sorpresa che preparava ai suoi ragazzi, ai montanini dei dintorni, al parroco e alla sora Flaminia, la quale in quel momento pensava che il suo marito doveva avere per la testa qualcuna delle sue solite grullerie, e pregustando, come dicevo, le gioie di tale sorpresa, dimenticò perfino il malumore che gli avevano messo addosso alcune persone incontrate in un caffè, le quali glielo chiamarono girarrosto, stimandogli dodici lire quell'oriolo che lui aveva pagato quarantacinque, credendolo una bazza.
- Eccomi, eccomi, Fiore; vengo subito, rispose amorosamente al servitore che lo chiamava, e allegro come quella pasqua dalla quale aveva preso il nome, tutto inzaccherato e con gli stivali motosi sempre in piedi, scese in mezzo alla sua famiglia.
Nel movimento d'allegrezza che si manifestò nei ragazzi alla vista del babbo, che in quel momento significava - mangiare, un bicchiere schizzò, dopo avere empito di vino la tovaglia, a stritolarsi in mezzo alla stanza, accompagnato da una sonora risata del sor Pasquale, che due sere innanzi, alla stessa ora precisa, s'era mezzo slogato il pollice della mano destra a scapaccionare Cecchino per un caso simile.
La sora Flaminia allora sempre più si persuase che Pasquale doveva averla fatta grossa. Pensa tu, - per dire come pensò lei, - pensa tu che razza di lavativo gli hanno appiccicato questa volta!
E i timori della sora Flaminia erano anche troppo giustificati, perché dai tre mercati ai quali era stato in quell'anno, non era mai tornato colle mani vuote. La prima volta tornò con una dozzina di pezzuole di seta tutte di cotone; la seconda. con la Bibbia del Diodati per il priore che gli aveva ordinato quella del Martini: la terza, con un par di calzoni bell'e fatti di casimirra inglese di Prato, che quando se li provò gli arrivavano a mezza polpa.
- E questa volta? Dio me la mandi bona!, pensò la sora Flaminia; e guardò pietosamente le pillacchere di Pasquale, che ingozzava rumoroso la minestra ridendo da sè sotto i baffi.
- Dio me la mandi bona!, e in tempo che raffreddava, soffiandovi, la prima cucchiaiata:
- Dimmi, domandò a Pasquale che guardava il suo oriolo da tasca, - o quello delle castagne l'hai veduto?
- Chi?... Ah!! zitta, zitta, via!, rispose Pasquale indispettito. - Guarda con che mi viene fòra ora!
- O non sei andato apposta al mercato?
- Fiore!, chiamò il sor Pasquale. - Fiore! E rispondendo alla moglie:
- Sì, hai ragione; ma credo che l'abbia visto Fiore... Fiore!.
- Comandi sor padrone...
- Ditemi, Fiore, che ci avete parlato voi con Luc'Antonio?
- Nossignore; siccome lei signoria m'aveva detto che ci voleva parlar da sé...
- Ma poi non v'avevo anche detto?...
- Sissignore, che se lo vedevo l'avessi mandato da lei all'appalto, come di fatti alle dieci precise...
- Non ce l'avete mandato!
- Sissignore che ce l'ho mandato! ma gli hanno detto che lei...
- Avete ragione, sì, avete ragione! Con tanti affari per la testa... Ma che ce n'avevo una stamani? Ci avevo da veder Luc'Antonio... ci avevo... ci avevo da veder Luc'Antonio, eppoi ci avevo... insomma ce n'avevo tante che questa m'è passata di mente. 'Gnamo, 'gnamo, finiamola con queste seccature! guardate se questo è il momento!... Andate, andate, Fiore, e fate chetare quell'accidente di cane, se no vengo di là e lo stronco. O a chi abbaia?
- C'è il contadin novo...
- Ah! ditegli che stia zitto anche lui.
La signora Flaminia stava zitta e non alzava il capo dalla scodella.
- Andate, andate, disse poi anch'essa a Fiore; - con Luc'Antonio ci ho parlato io. Ho mandato Cecco sulla via maestra a aspettarlo, e l'ho fatto venir qui. Poi cavandosi un foglio di seno e mostrandolo al marito: - Tieni, disse; - il fattore delle monache t'ha rimandato questa ricevuta perché tu ci faccia la data che ci manca.
Il sor Pasquale rimase sconfitto. Guardò la moglie, guardò la ricevuta, adagio adagio rimise in tasca l'oriolo, poi, con un movimento brusco, si rinsaccò nelle spalle, non sapendo come giustificarsi, e ripeté a tutti che stessero zitti mentre nessuno fiatava.
L'ora solenne, intanto, s'avvicinava a gran passi.
Il sor Pasquale, dopo aver attaccato l'oriolo alla parete dello scrittoio, proprio di faccia alla sua poltrona, l'aveva rimesso col suo da tasca già regolato scrupolosamente al mezzogiorno di quello di Cutigliano, e fra due minuti doveva sonare le sei; fra due minuti la sua famiglia avrebbe goduto della cara sorpresa, e la sua vittoria contro gli eterni dubbi, contro il tormentoso malumore di sua moglie sarebbe stata completa.
Voleva star fermo sulla sedia, e non gli riusciva: avrebbe voluto mangiare e bere indifferentemente, e non poteva: tantoché una volta si mise in bocca un tappo di sughero sbagliandolo col pane; e un'altra, vuotò l'ampolla dell'aceto nel bicchiere di Cecchino, credendo di mescergli il vermutte. Avrebbe voluto anche stare zitto, e questa era la cosa più importante, ma anche quello non gli riuscì, e:
- Ragazzi, ci manca poco!, disse non potendo più reggere! - Ci manca poco! e dette un sogghigno e rimpiattò furbescamente la testa fra le spalle e il petto, come uno spinoso al quale si tocchi la groppa. - Ci manca poco!
- A che? a che?, domandarono tutti strillando, credendosi autorizzati da quella confidenza paterna a fare un baccano del diavolo. - A che? a che?
- A nulla!, rispose desolatamente Pasquale mortificato da un sospiro della moglie, più sonoro di tutti gli altri.
- A nulla!, disse un'altra volta il sor Pasquale; quando, cavato fuori l'oriolo sotto la tavola, sentì rintuzzarsi il dolore che gli era costato quel sospiro, nel vedere che mancava soltanto un mezzo minuto alle sei, e:
- Ora poi, zitti davvero!, disse con voce tremante; buttò sotto la tavola un pezzo di lesso per chetare Toppa che mugolava e con una mano alzata e guardando in estasi la sora Flaminia, che mangiava distratta e più seria di prima, rimase ad aspettare.
Che tempesta di pensieri deve aver attraversato la testa di lui in quel mezzo minuto! Cambiò due volte colore, sorrise, aggrottò le ciglia spaurito come se guardasse in un precipizio, gli occhi gli si inumidirono di tenerezza, poi tornò cupo un'altra volta; tratteneva il respiro, ma il core gli si vedeva battere sotto il corpetto di pelle d'agnello, quando ad un tratto mandò un urlo roco, i ragazzi strillarono come anime dannate. Toppa cominciò ad abbaiare disperatamente, ma fu subito chetato dagli scarponi del signor Pasquale, e il cuculo mandò a breve intervallo tondo e sonoro, il suo secondo <I>cuccù</I> in mezzo al silenzio generale; eppoi mandò il terzo, e il sor Pasquale arrantolò un - Ah! di ruvida gioia verso la moglie; e il cuculo, continuando, mandò il suo quarto lamento, eppoi... rimase lì.
L'oriolo di cima scala, puntuale, suonò in quel momento le sei.
La sora Flaminia guardò Pasquale, e nel vederne tanto grottescamente stralunata la faccia, non si poté più contenere e scoppiò in una larga risata che per un mezzo minuto almeno, buttatasi indietro a braccia aperte sulla spalliera della seggiola, rimase con la sua fresca bocca spalancata, ripigliando a stento respiro.
Il sor Pasquale era rimasto come fulminato. I ragazzi avrebbero voluto fare allegria, ma un'occhiata della madre, aiutata da un certo senso di paura che, a quel rumore nuovo che veniva di su d'accanto alla camera dove era morto lo zio Nastasio, era entrato nelle loro teste già riquadrate dalle novelle di quella vecchia che veniva prima a fare il burro, bastò a tenerli al posto.
La sora Flaminia, intanto, dopo aver cantato l'inno alla sua vittoria con quella omerica risata, si trovò a sua volta sconfitta ad un tratto dal dolore del suo Pasquale, che cogli occhi ammammolati guardava stupefatto ora i figli, ora la moglie, senza poter pronunziar parola che accusasse il suo profondo turbamento.
Fiore interruppe quel silenzio doloroso comparendo sulla porta a domandare a bassa voce, tutto spaurito:
- Hanno sentito nulla loro? O che è stato.
- Fiore, accendetemi un lume, disse il sor Pasquale, facendo un movimento come per alzarsi: ma la sora Flaminia lo prevenne, si alzò, e amorosamente gli disse: - Dove vuoi andare? sei stracco; vado io. E preso un lume s'avviò allo scrittoio.
Passarono pochi momenti, alla fine dei quali, avendo la signora Flaminia rimediato allo sbaglio che Pasquale aveva commesso nella furia rimettendo l'oriolo, il cucùlo cantò allegramente le sei.
Il sor Pasquale allora dette la via a tutto il suo buonumore. Mangiò pochissimo, sorrise alla moglie, accarezzò i figlioli, fece prendere una mezza indigestione a Cecchino che gli stava accanto, empiendogli continuamente il piatto e il bicchiere; e lo stesso Toppa, incalorito dagli ossi del lesso e dalle lische dei bròccioli che il sor Pasquale gli dette e gli fece dare, insudiciò nella nottata anche il salotto bono, e stette tutto il giorno dipoi nell'orto a mangiare il palèo che scaturiva di sotto la neve.
Il contadin novo, che era venuto per parlare di stime morte, fu fatto passare in salotto, e anche con lui il sor Pasquale si sfogò quando poté. Lo chiamò sempre galantuomo, lo prese tre o quattro volte per il ganascino, gli dette da bere, e poi gli parlò un po' di tutto: di politica, d'orioli, di storia, di geografia e del lunario novo; gli disse che le stelle eran mondi come il nostro, che dentro la terra c'è una fornace di foco come in una carbonaia, e tante altre cose, con molto disordine, ma con senno abbastanza; e soltanto perdeva la bussola quando il contadino gli entrava nelle stime morte E allora, giù attraverso, mescolava stime morte e cucùli vivi, e stime vive e cucùli morti, e durò finché i ragazzi, che avevan cominciato a cascare addormentati per le seggiole e sulla tavola, non furono uno dopo l'altro raccattati tutti, come feriti sul campo di battaglia, da Fiore e dalla sora Flaminia, che li portarono a letto.
Allora il sor Pasquale si chetò; licenziò il contadino, soffiò il lume della tavola, e, presa la sua lucernina, s'avviò soddisfatto e rosso com'un pomodoro verso la sua camera, dove la sora Flaminia l'aspettava per vedere se almeno fosse stato possibile cavargli di sotto quanto l'aveva pagato.
Come son volati gli anni! e come tutto è cambiato anche in quella famiglia di buoni campagnoli! Belli quei giorni per il sor Pasquale! Che gioie sconfinate erano per lui quando dal suo scrittoio, dove stava chiòtto chiòtto ad ascoltare, sentiva i contadini aggruppati sul prato discorrere del suo oriolo d'autore e della somma favolosa che doveva essergli costato e della impossibilità di trovare il compagno, perché quello doveva esser venuto dicerto dall'Americhe di là dal mare. E che risate di core, quando sentiva gli uomini far la baiata alle donne e ai bambini che ad ogni canto del cucùlo correvano a rimpiattarsi dietro al faggio della burraia tappandosi gli orecchi colle dita! Che carnevale fu quello per lui! Ma quando lo vide per la prima volta il priore! O quando lo fece vedere al cappellano che ebbe paura? O il sindaco che non ci voleva credere? Ma quel prato, che cos'era quel prato le domeniche dopo le funzioni! Bisogna essercisi ritrovati, via, se no, è inutile ragionarne.
Ed ora su quel prato un mucchio di passerotti beccuzzano fra l'erba e si leticano tranquillamente, perché da quella casa non parte nessun rumore che possa disturbarli.
Gli anni volano! Ne sono già passati quindici da quella sera che fu tanto procellosa per l'animo del buon Pasquale, e tutto è cambiato anche in quella casa di allegra e buona gente! I due figli mezzani, Natale e Gosto, sono morti: Peppe è segretario in un lontano comunello della Garfagnana, e non rimane in casa che Cecchino, ora giovinotto di ventidue anni, destinato a continuare nell'amministrazione del piccolo patrimonio.
E anche il povero Toppa non è più! Morì di vecchiaia cinque anni sono, ed ora si riposa sotto al ciliegio vìsciolo delle ghiacciaie, dove Fiore lo sotterrò pietosamente, pensando che per due anni almeno lì non ci sarebbe stato bisogno di pecorino. Ogni cosa è cambiata! Fiore è incanutito, la vecchia Gigia l'ebbe un barrocciaio di Pracchia, e non se n'è saputo più nulla; la sora Flaminia ha perso quasi tutti que' bei denti bianchi che metteva fuori fino agli ultimi quando rideva di core e il sor Pasquale è su a letto malato: oggi sta un po' meglio, ma è malato gravemente.
La sua forte costituzione, che pareva dovesse condurlo senza difficoltà oltre la settantina, restò profondamente scossa alla morte del primo figliolo, ma per allora il colpo più forte lo risentì nel morale, poiché si fece malinconico e taciturno al punto che solamente un giorno o due della settimana usciva di casa, standosene tutti gli altri, tranne poche ore, ritirato nel suo scrittoio a leggere e a pensare. Alla morte del secondo, poi, si ammalò. Passò fra letto e poltrona qualche mese, e dopo non fu più lui.
Nella sua mente, insieme con gli altri generi di turbamento, era entrata una specie di fissazione, per una di quelle strane combinazioni che si crederebbero opera soprannaturale, se il caso non ce ne fornisse esempi continui.
Fosse il tonfo di un uscio sbatacchiato, fosse una dimenticanza di caricarlo o qualunque altra malaugurata accidentalità, il fatto si è che il suo impareggiabile oriolo col cucùlo che, sia detto fra parentesi, era riuscito una perla, in due anni si fermò due volte, e quelle due volte erano state appunto alla morte del primo ed a quella dell'altro figliolo.
- Quando si fermerà un'altra volta, tocca a me!, diceva sospirando il povero sor Pasquale tutte le sere, mentre lo caricava prima d'andarsene a letto. - Quest'altra volta tocca a me! E lo diceva con tanta convinzione che nessuno fu buono di levargli dal capo quel pregiudizio che a poco a poco diventò una vera fissazione che finì di rovinare affatto la sua indebolita salute.
La primavera era inoltrata, e colle prime tepide brezze del maggio quella oppressione di respiro che lo tormentava, si aggravò tanto, che il medico credé suo debito dire alla sora Flaminia che pensasse a parlarne col parroco; e la sora Flaminia mandò un sospiro e disse che l'avrebbe fatto. Ma la misura era presso a poco inutile, perché il taciturno don Silvio, già da un paio di settimane, passava quasi intere le giornate a capo del letto del suo vecchio amico, tenendogli affettuosa compagnia quando quelli di casa dovevano allontanarsi per le loro faccende.
- Ma che oriolo, don Silvio!, osservò un mattina Pasquale dopo che da diverse ore, oppresso dall'affanno, non aveva aperto bocca. - Che oriolino è stato quello! Ha sentito le dieci? guardi a cotesto costì della piletta.
- Son le dieci precise, rispose don Silvio.
- Ha capito?! Oggi finiscono venti giorni che lo rimessi quando m'alzai e non ha fatto un minuto; ma quando si fermerà...
Don Silvio lo pregò di stare zitto, e con una scusa si allontanò tutto contento in cerca della sora Flaminia che era scesa a scaldargli una tazza di brodo, per dirle che Pasquale aveva discorso tanto e che proprio stava veramente benino. E ritornò su dietro di lei che, entrando in camera con la tazza, accennò subito sorridendo al marito che non parlasse. Lo trovò infatti che stava un po' meglio; se non che un'ora dopo Fiore correva ansante a chiamare il medico per il padrone che da un momento all'altro aveva fatto un peggioramento da mettere in pensiero.
Quando entrò il medico, Pasquale gli sorrise e gli disse: - Mi rincresce per lei, povero sor dottore, che l'hanno fatto scomodare.... Eppoi, rivolgendosi alla moglie e a Cecchino: - Voi altri badate che non resti scarico e non abbiate paura di nulla.... E rivoltosi di nuovo al medico: - Che mi farebbe male quell'uscio e quella finestra aperta?.
- Anzi..., rispose il medico.
E Cecco e la sora Flaminia corsero subito a spalancare ogni cosa, e alla folata di maestrale che inondò la camera, Pasquale mandò un sospiro di contentezza e disse: - Ah! come mi fa bene!.
I boscaioli cantavano nella faggeta; il medico e il priore si misero alla finestra a contemplare silenziosi l'orizzonte che di là si stendeva immenso sulla pianura lontana.
Dopo qualche momento, il priore, sentendo sonare il mezzogiorno alla sua parrocchia, si ricordò del desinare, si staccò dalla finestra andando verso Pasquale per congedarsi, e lo vide con gli occhi fuori dell'orbita che, senza articolar parola, ma indicando di voler parlare, stendeva un braccio tremante verso il suo oriolo da tasca appeso a capo del letto.
Corsero là tutti, intesero, staccarono l'oriolo dal muro e glielo mostrarono. Il sor Pasquale si alzò a sedere sul letto, ci ficcò sopra gli occhi e cadde giù spossato balbettando: - Anche l'ora di Pasquale è sonata... è sonata... è sonata!.
Erano le dodici e due minuti; l'oriolo di cima scala le aveva sonate, e il cucùlo era rimasto in silenzio!
La sera dipoi, quando la campana della parrocchia sonava alle forre della montagna l'<I>Ave Maria</I> della sera. il sole mandò i suoi ultimi raggi a riflettersi sulle fronti aduste e madide di sudore di un gruppo di boscaioli che, inginocchiati sui tronchi de' faggi abbattuti, accanto alle loro scuri luccicanti, dicevano il primo <I>De Profundis</I> all'anima benedetta del povero sor Pasquale.
La fatta
- E allora, disse furibondo il signor Cavaliere, - quando uno è testardo fino a questo punto, si fa così. Tirò fuori il roncolo, si chinò e, ficcandolo nel terreno acquitrinoso del prato, levò un piccolo piallaccio sul quale era una macchia biancastra come di gesso spento; lo rinvoltò nella pezzola e piantatoselo nella carniera, sputò con rabbia un pezzo di canfora che teneva sempre in bocca pel dolore di denti, e senza neanche guardare i suoi compagni disse: - Io me ne vo!.
I suoi compagni erano due: il Guardia della bandita nella quale si trovavano a caccia, e il sor Alceste, figlio del segretario comunale e promesso sposo alla figlia del signor Cavaliere, il quale, alla improvvisa sfuriata del futuro suocero, rimase allibito a bocca spalancata a guardare ora il Guardia, ora il signor Cavaliere, che zoppicando, perché i calli, con la variazione del tempo, non gli avevano dato pace in tutta la mattinata, proprio se n'andava senza voltarsi neanche una volta indietro.
Aveva già passato il ponte della Fossaccia quando il Guardia si risentì:
- Sangue d'un cane! quelle lì non son le maniere. O dunque se la fatta a me non mi pareva di beccaccia, dovevo stare zitto e dirgli: 'gnorsì, sissignore, come vòl lei?... Di beccaccia, Dio mi mandi un tremoto, non è positivo. E quando farò lo speziale m'ha a venire a dettar leggi su quest'affari; ma ora come ora, a Gianni Cerri no, per los Deo santissimo benedetto!.
Il Sor Alceste sospirava. E il Guardia continuò:
- Lei signorìa ha fatto da omo a non riscaldarsi. Ma quando m'ha detto che come cacciatore aveva più stima a me che a lui, gli avre' dato un bacio. E come l'ha presa attraverso! Ecco, ora si fa per dire, o che son mosse quelle da un signore par suo? E ora che ha preso la fatta con sé, com'essere, che ne vorrà fare?.
E il sor Alceste guardò la buchetta fatta dal roncolo del sor Cavaliere e sospirò di nuovo.
- Se a me, per esempio, mi dicessero: Cerri, te lo vòi giocare il cane? Mi gioco anco lo schioppo, risponderei, che la fatta è di péccola o, a sprofondare, di porciglione; ma di beccaccia no, eppoi no, anche se Santa Lucia benedetta m'avesse fatto la grazia di vedergliela fare.
Il signor Alceste non dava segni d'attenzione; per cui il Guardia gli domandò:
- Che si deve andar via anche noi, oppure s'ha a guardare...? Badi! stia attento, perché 'l mi' cane ha un fiato nel naso.
Difatti l'egregio Burrasca, un cane che Gianni Cerri diceva che neanche 'n palazzo Pitti di quelle razze li non n'avevan mai bazzicate, se n'andava a vento, a testa alta, indicando d'aver nel naso qualche cosa di buono davvero.
- Avanti! avanti, sor Alceste, venga via, venga via!, diceva il Guardia a mezza voce, seguitando il cane. E il sor Alceste, tutto cascante e sempre pallido come un morto, si avviò dietro al Cerri, che badava a dire:
- Non faccia furia, non faccia furia, perché tanto, alle mani di Burrasca, si va sul sicuro; punta che pare un masso... Ora sente a bono davvero! S'accosti, s'accosti, perché gli si potrebbe levare anche avanti... Ma che canino! cento lire m'avrebban dato que' signori di padule! Ma io gli mandai a dire... Guardi! Ma lo guardi ora, eppoi mi dica se un cristiano potrebbe andare con più delicatezza sull'animale!... e io gli mandai a dire che se anche Vittorio Emanuelle....
Il Cerri non finì. Burrasca, dopo una braccata furiosa, aveva agguantato roba. Gianni riconobbe subito il posto dove, il giorno avanti, il Piovano aveva fatto colazione con quel signore forestiero, cambiò colore, corse, s'avventò a Burrasca, e fu in tempo a fargli posare la seconda buccia di cacio con una tal pedata furibonda che se l'avesse colto in pieno, il povero Burrasca avrebbe finito per sempre di far digiuni.
- Gianni, disse finalmente il sor Alceste, che assorto ne' suoi pensieri non aveva visto la scena che era accaduta, - se ti vuoi trattenere, fai pure il comodo tuo: io arrivo qui dal contadino a bere un bicchier d'acqua e me ne vado.
Ma Gianni non poteva intendere, perché era già un chilometro distante, sempre a corsa dietro al cane, quando, non potendolo raggiungere, per fargli pagar cara la brutta figura che gli aveva fatto fare, mandando fischi e urli, gli lasciò andare dietro una schioppettata che fortunatamente non lo colse.
Alle ventiquattro e mezzo il padre d'Alceste, tutto rannuvolato in viso, bussava alla porta del signor Cavaliere suo buon amico; ma la serva gli disse che era fuori. Domandò allora della signorina Ginevra.
- È sul letto, perché si sente male.
- Potrei vedere la signora Irene?
- È di là in camera della signora Ginevra, tutta sottosopra; e io direi di lasciarle stare.
- Ritornerò più tardi.
Il signor Cavaliere intanto, dopo aver sigillato accuratamente in una cassettina di truciolo il piallaccio colla fatta, era andato a consegnarla al procaccia insieme con una lettera, raccomandandogli di depositare il tutto in proprie mani della persona alla quale era diretto, via tale, numero tale, secondo piano a destra:
- Procaccia, mi raccomando!.
- Lei non dubiti.
All'or di notte tutto il paese era al fatto dell'accaduto. La serva del Cavaliere l'aveva detto con segretezza, dalla finestra sulla corte, all'ortolana; e l'ortolana l'aveva detto, come in confessione, al suo marito, il quale, dopo dieci minuti, l'aveva fatto risapere a bassa voce nella calzoleria del Nardini, che quella sera appunto era più zeppa del solito dei medesimi fannulloni freddolosi, seduti in giro al braciere di rame, coi capi abbassati su quello, a mescolare il fumo e lo sfriggolìo delle loro pipe lerce di gruma.
Di lì partì la bomba: e un quarto d'ora dopo non v'era anima viva, dallo zoppo di Lacchie al Sindaco, e da Melevizze al signor Piovano, che non s'occupasse seriamente della cosa.
Come capitò a proposito quell'avvenimento per gli sfaccendati del paese! Erano cinque o sei giorni che in verità non sapevano che pesci si pigliare. Passò quell'omo coll'orso tre settimane fa, è vero; ma se n'era già parlato tanto, s'eran buttati all'aria tanti libri di storia naturale, s'erano agitate tante questioni zoologiche in canonica, dallo speziale e da Cencio tabaccaio, che ormai tutti erano stufi. Era stata proprio un'annata senza risorse. Che altro era accaduto? Mah! poco o nulla: lo scandalo di que' villeggianti col su' figliolo che s'era messo colla macellarina, ma finì presto perché se n'andarono; quelle po' di legnate quella sera della prova della banda; eppoi? È finito qui. Ma ora, se Dio vòle, ce n'è per tutti, se l'oste ne còce.
Ci furono molti quella sera che non finiron neanche di cenare per andar fuori ad informarsi meglio; e molti lasciarono perfino la biscola e il fiasco, perché, secondo loro, l'affare era serio.
In farmacia, dopo l'otto, v'eran già cose gravi, e lo dimostravano anche al di fuori i capannelli di curiosi che vi passeggiavano davanti, accostandosi più che fosse possibile alla vetrata; e lo dava a divedere anche il Piovano che al rumore che veniva di là dentro era sceso sul cimitero in ciabatte e colla pipa per ascoltar meglio e per domandar notizie ai passanti.
- A me non me la cantate, caro speziale, perché io l'ho vista!, diceva il Sindaco passeggiando concitato in su e in giù per la bottega. - Me l'ha fatta vedere prima di portarla al procaccia; e per me il Cavaliere ha ragione!... Che ne dice lei, maestro? Eppure c'era anche lei!
Il maestro della banda era di parere contrario; ma non volendo compromettersi, badava a strisciare la groppa al gatto che gli era saltato sulle ginocchia, e non trovava la via a rispondere. Ma finalmente, per uscirne, disse a fior di labbra: - Eh! sì! lo direi anch'io.
- Allora poi cotesto, abbia pazienza se glielo dico, cotesto si chiama aver quattro facce come Giano della Bella!, gridò lo speziale invelenito, che la mitologia l'aveva sulle dita quasi più della storia. - Sissignore! lei, precisamente lei, dieci minuti fa, prima che entrasse il signor Sindaco, si spassionava tutto in un'altra maniera! Giano della Bella, sissignore, caro il signor maestro dei miei tromboni!
- Ma se lei avesse un po' d'educazione, saltò su il maestro masticando veleno, - lei non offenderebbe, e lei è un ignorante!
Il medico che in quel momento smaltiva taciturno la solita sbornia d'aleatico asciutto: - Bravo!, urlò al maestro, al quale curava la moglie anche quando stava bene. - Bravo!
- Eh sì! anche lei è un buon arnese!, gridò al medico lo speziale, più inviperito che mai. - Si sanno tutte, non pensi, noi! Si sa, non abbia paura, di quel disgraziato che ammazzò alle Case Rosse, eppoi, sotto sotto, andò a dire che avevo sbagliato io la ricetta!... Oeh! non s'accosti al banco, perché gli rompo un barattolo nel muso!... Noe, noe! lasciami stare anche te, camorro sdentato!
Quest'ultima apostrofe era toccata alla sua moglie che lo reggeva per le braccia, la quale mandò uno strillo acuto al tonfo che fece, sfondando uno staccio attaccato al muro, la ciotola del polverino tirata con quanta forza aveva, dal medico, il quale urlando: - Vado via per non compromettermi! prese la porta e se n'andò.
Di fuori intanto s'eran già formati i partiti; ed il medico ebbe una salva di fischi dalla metà di que' venti o trenta che s'eran radunati, mentre l'altra metà batteva le mani e urlava - Bravo! a squarciagola. E lo speziale, che era corso sull'uscio, gridava da sentirlo a un miglio di distanza:
- C'è il tribunale, però, per la canaglia di cotesta risma! c'è il tribunale! E domani... stasera... subito!... tanto lo vo' dire a tutti, sissignore! a tutti lo vo' dire che quel disgraziato delle Case Ros....
Ma non finì perché il Sindaco gli tappò la bocca col pastrano, e con un spintone lo rificcò in bottega.
Il maestro della banda, uscendo, poco dopo, colla coda fra le gambe dietro al Sindaco, si provò a dirgli:
- Sa? e' son gente quelle che dopo cena....
- Che li era anche un calunniatore me l'avevano detto...
- Ma lei signorìa ora...
- Basta così! Della fiducia immeritatamente accordatami da Sua Mestà saprò farne quell'uso che crederò migliore; intanto non mi occorre nulla da lei; vada pure, ché a casa so andarvi anche solo.
E si allontanò soddisfatto e altamente compreso del suo dovere, mentre il maestro schizzando bile se n'andò anch'egli a casa, dove quella sera devon esser accadute di gran cose vergognose, dissero i casigliani di sotto, perché si sentiron di gran tonfi e di grand'urli della sora Giuseppina, povera creatura, fin dopo la mezzanotte sonata. Ce ne passa tante, poverina, con quell'omaccio!
Il Piovano, che per raccattar notizie aveva mandato lo Scardigli a prendere un sigaro da cinque e una scatola di fiammiferi, seppe che nella bottega della Biagiotta s'eran picchiati, e gli avevan rotto un vetro che costava du' franchi. In fattoria poi, il sor Gustavo e il Rapalli (un fiero agente elettorale che prima d'aver sette ponci in corpo non andava mai a letto) avevan fatto una scommessa di cento lire.
- Poco giudizio, poco giudizio!, osservò il Piovano. E dopo aver disputato un po' col Cappellano, al quale quella sera dette anche di bestia mentre in tempi normali lo chiamava solamente zuccone, dette un'occhiata al tempo e se n'andò a letto.
In casa del Cavaliere non si sa quello che accadesse, perché dopo tornato lui da consegnare quella roba al procaccia, tutte le finestre restarono chiuse ermeticamente, e soltanto l'uscio di strada si riaprì un momento alle dieci quando Gustavo tornò di fattoria; poi silenzio perfetto.
In casa del Segretario erano sgomenti. Le donne non fecero altro che piangere tutta la sera; lui andò a letto alle nove con un dolor di capo da impazzire, e il povero sor Alceste non trascurò, è vero, per distrarsi, la sua occupazione geniale di fare fiorellini di carta colorata, ma svogliato e senza ombra d'ispirazione.
Nessuno a cena volle mangiare, e lui solo, per non dare, disse, altri dispiaceri alla mamma, inzuppò un biscottino nel rosolio, e alle nove e un quarto si ritirò.
Siamo all'ottavo giorno dopo l'accaduto. Il postino è disperato perché il signor Cavaliere da sei giorni non gli lascia pelle addosso, e lo minaccia di fargli perdere il posto, perché, secondo lui, deve avergli smarrito una lettera. O quell'altro noioso del Rapalli che ha la febbre addosso per via della scommessa! Ma stamani gliel'ha detto, veh! - O senta: la lettera non c'è, l'ha capita? e smetta di rompermi... Perché se siamo poveri, non ci hanno mica a mangiare a morsi peggio del pane... Sissignore! E quando la lettera ci sarà, accidenti a chi gliel'ha scritta!
Il postino si lasciò andare un po' troppo, lo disse anche il Nardini; ma era compatibile, perché bisogna sapere che il Rapalli da due anni si scordava di dargli il Ceppo, e il povero postino l'avrebbe infilato, tanto più che da otto mesi, facendo il Rapalli all'amore con una di Certaldo, tutte le settimane c'era due o tre lettere che parevan processi, e gli toccava portargliele fino a casa sua, quasi un miglio più su della Madonna del Grilli.
- Questi bighelloni mangiapanacci a ufo!, continuò il postino, fermandosi a dare una cartolina alla Biagiotta.
- Che v'hanno fatto, che v'hanno fatto, postino?, domandò la Biagiotta, che a sentir dire male del prossimo ci stava con più devozione che alla messa cantata.
- A me? nulla. Ma da una parte gli stanno bene, veh! Intanto quel prepotente del dottore, se Dio vòle, se ne va.
- A rotta di collo!
- Brava Biagiotta! a cotesta maniera!
- E più che altro, l'ho caro per quella strega muffosa della su' moglie. Bella, collo spènserre di velluto! e poi lo leva e va a rigovernare. L'ho vista io, sapete? con tutta la su' superbia che quando passa di qui a naso ritto, par che si puzzi tutti!
- O quell'ignorante del maestro, Biagiotta?! Già, quello lì, levato de' piatti di cucina, credo che non sappia sonare neanche le campane.
- Non potevi dir meglio. E per me, se avanti che se ne vada, gli dessero un carico di legnate, come l'ebbe quello delle Scòle anno di là, vorre' dare una candela d'un paolo al Santissimo Crocifisso, e da cena a tutti. O del Guardia Cerri l'avete saputo?
- Che gli hanno fatto?
- Dice che è sotto processo, perché quel giorno che il signor Cavaliere e Alcestino si presero a parole ne' prati dell'Arzillo, tirò, dice, una schioppettata al su' cane, e prese invece un contadino che era a far l'erba in una fossa, che l'acciecò mezzo, e gli fece subito referto.
- Non lo sapevo.
- È un affar di nulla! Fu arrestato la mattina subito, e dice che gli ci vorrà du' mesi di prigione e secento lire di multa, se gli basteranno.
- Ci ho gusto!
- Sode!
- Guah! ecco quello sbuccione del procaccia. O che va dal sor Cavaliere?
- Pare!
- Ah! ho capito. Di certo gli porta la risposta di quella famosa roba.
- Mah!
- A proposito! e questo matrimonio dice che sia bell'e andato all'aria. Ma sia vero?
- Dice di sì. Meglio per lui, povero sor Alcestino, meglio per lui.
- Arrivederci, Biagiotta.
- Addio, postino. Vi volete rinfrescare?
- Grazie tante; un'altra volta.
- Come vole.
- Addio.
- State bene, postino.
La tranquillità monotona del paese era in quel giorno apparentemente la medesima, ma gli animi bollivano. Il Segretario era ben visto da una gran parte della popolazione per la sua bontà; il Cavaliere era nelle grazie dei più pei suoi quattrini. E i partiti s'erano definiti nettamente in questa occasione, e si guardavano in cagnesco.
Il procaccia s'era fermato davvero a bussare alla porta del Cavaliere, ed era già entrato, quando Cencio tabaccaio, che era sull'uscio a sbirciare, chiamò il Rapalli:
- Sor Rapalli, sor Rapalli!.
- Che c'è?, domandò il Rapalli che era occupatissimo a non far nulla dal caffettiere difaccia, per arrivare all'ora del desinare.
- Il procaccia è andato dal sor Cavaliere. Secondo me ci ha la risposta di quella roba. Vada, vada.
- Vado subito. E voi, Cencio, fatemi il piacere: mandate ad avvisare il sor Gustavo che a quest'ora dev'essere in quel posto di certo.
Il Rapalli andò dal Cavaliere; Gostino co