Giacomo Leopardi


LETTERE

AL PADRE


In appendice:

lettere alla madre e allo zio






1.

Quatuor sunt dies ex quo iterum summa nostra laetitia studia incepimus, quae utinam juxta tui, ac Praeceptoris desiderium evenirent. In haec incumbere toto animo volo, et erit gratius mihi studium, quam ludus. Tamen cupio etiam interdum animum relaxare, et tu cogitare debes mihi indulgere. Hoc spero, quia scio quantum me amas, et vellem posse respondere, sicut debeo, benevolentiae, quam mihi demonstras. Hoc, Deo auxiliante, faciam; interim curam habe de tua valetudine, ut cito redire possis mecum ad convivendum, et cum aliis omnibus domesticis, qui ex corde te salutant. Sine me osculari manum tuam, et demisse me subscribere Tui Pater dilectissime Recineti postridie idus Octobris millesimo octingentesimo septimo

Umil.mus obb.mus Filius

Iacobus



2.

Di casa ai 24 Decembre 1810


Carissimo e Stimatissimo Signor Padre.

Il ritrovarmi in quest'anno colle mani vuote non m'impedisce di venire a testificarle la mia gratitudine augurandogli ogni bene dal Cielo nelle prossime festive ricorrenze. Certo, che ella saprà compatirmi per la mia sventura lo faccio colla stessa animosità, colla quale solea farlo negli anni trascorsi.


Crescendo la età crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di occupare nello studio fece, che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d'uopo di anni. Quindi è che malgrado le mie speranze, e ad onta del mio desiderio, non mi fu possibile di terminare veruno di quelli, che mi ritrovo avere cominciati. Tuttoché però mi vedessi inabile ad adempire all'atto di dovere, che la costumanza fra noi da qualche tempo addottata ha congiunto alla Sacra vicina festività; fece nondimeno la viva gratitudine ai di lei benefici da me gelosamente serbata nell'animo, che osassi anche in quest'anno di presentarmi a lei per augurarle a viva voce quella prosperità che di continuo le auguro nel mio cuore. I vantaggi da lei proccuratimi in ogni genere, ma specialmente in riguardo a quella occupazione, che forma l'oggetto del mio trastullo, mi ha riempito l'animo di una giusta gratitudine, che non posso non affrettarmi a testimoniarle. Conosco la cura grande, che ella compiacesi di avere pei miei vantaggi, e dietro alla chiara cognizione, viene come indivisibile compagna la riconoscenza. Se ella non conobbe fin qui questo reale sentimento del mio cuore, a me certo se ne deve il rimprovero, sì come a quello, che non seppe verso la sua persona mostrarsi così ossequioso come ad un figlio sì beneficato era convenevole di fare con un Padre sì benefico.

Amerei, che ella illustrato da un lume negato dalla natura a tutti gli uomini potesse nel mio cuore leggere a chiare note quei sentimenti, che cerco di esprimerle colle parole. Non v'ha in esse, nè esagerazione, nè menzogna. Non potendo ella penetrare nel mio interno può sicuramente riposare sulla testimonianza della mia penna.

Rinnuovati i voti sinceri per la sua perpetua felicità mi dichiaro col più vivo sentimento

Suo umilissimo obbligatissimo figlio Giacomo.



3.

Tre-cher Père

Encouragé par vôtre éxemple je ai entrepris d'ecrire une Tragedie. Elle est cette, que je vous present. Je ne ai pas moins profité des vôtres oeuvres que du vôtre exemple. En effet il paroît dans la premiere des vôtres Tragedies un Monarque des Indies occidentelles, et un Monarque des Indies orientelles paroît dans la mienne. Un Prince Roïal est le principal auteur du second entre les vôtres Tragedies, et un Prince Roïal soutient de le même la partie plus interessant de la mienne. Une Trahison est particulierement l'objet de la troisieme, et elle est pareillement le but de ma Tragedie. Si je sois bien, ou mal reussi en ce genre de poesie, ceci est cet, que vous devez juger. Contraire, ou favorable que soit le jugement, je serais toujours Votre tre-humble fils Jacques.

De la Maison 24 Decembre 1811.



4.


Recanati 12 Agosto

Signor Padre mio carissimo. Non avendo l'altra volta potuto risponderle come desiderava, voglio farlo adesso, per non defraudarmi di una soddisfazione che mi dispiacque di non aver potuto proccurarmi.

Il piacere che suo figlio prova nel trattenersi con lei può esser compreso solamente da un padre com'ella.

La sua assenza che lascia un gran vuoto nella mia vita ordinaria mi affliggerebbe sensibilmente, e dopo qualche tempo mi riuscirebbe intollerabile, se non conoscessi ciò, che la cagiona. Vedendo che essa ha per oggetto di produrre dei veri, e sodi vantaggi per i nostri amatissimi simili, che esiggono dal nostro cuore, e dalla nostra buona volontà i più grandi sacrifizi, mi consolo di una cosa, che mi amareggerebbe, mentre rifletto ancora che tutti quelli che hanno voluto travagliare per il bene dello stato, o per farsi un nome che viva onorato, e caro nella memoria dei posteri, hanno dovuto far sacrifici molto maggiori.


L'interesse vivissimo che io prendo per tutto ciò che riguarda il bene della sua persona non le può essere ignoto.

Io dubito se ella stessa ne abbia tanto per se medesima.

Ella conoscerà che io non esagero quando le dico, che ciò che le avviene di dispiacevole, e che giunge a mia cognizione mi rende inquietissimo, e mi turba grandissimamente. Sarei bene afflitto se potessi sospettare che ella dubitasse della mia corrispondenza alla tenerezza, che ella ha per noi. Il solo ricordarmi questo mio dovere è un rimprovero per me, mentre mi fa credere di aver dato luogo a qualche sospetto sopra materia troppo gelosa. Ciò mi avverte però ad esser più cauto nell'avvenire.

La posso assicurare che i sentimenti che le ho espressi sono communi a tutti i miei fratelli, in ispecie a quello che io conosco più intimamente, nè infatti si può aspirare a divenir saggio senza pensare in questa guisa. Essi m'impongono di salutarla da parte loro, e di baciarle la mano, ciò che io faccio in loro e in mio nome, pregandola a credermi immutabilmente suo affezionatissimo figlio Giacomo.


5..


Mio Signor Padre.

Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amata e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch'io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d'ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l'Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch'ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di se. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente. Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi tutti hanno in quell'età nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava ai 21 anno. Ma lasciando questo, benché io avessi dato saggi di me, s'io non m'inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno solamente molto dopo l'età consueta, cominciai a manifestare il mio desiderio ch'Ella provvedesse al mio destino, e al bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra, e sapeva poi d'infinite altre straniere, che per qualche leggero barlume d'ingegno veduto in qualche giovane loro individuo, non esitavano a far gravissimi sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de' suoi talenti. Contuttoché si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, Ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che perciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'Ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia, Ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'Ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttociò Ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione, e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, mi persuasero ch'io benché sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte. Io so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero.

So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d'ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche. Ma quanto a ciò molti sono d'altra opinione; quanto a noi, siccome il disperare di se stessi non può altro che nuocere, così non mi sono mai creduto fatto per vivere e morire come i miei antenati.

Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da Lei, per l'espressioni ch'Ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io son grato sino all'estremo dell'anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cioè l'ingratitudine. La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione della mia disavventura. È piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola è il pensare che questa è l'ultima molestia ch'io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l'avvenire, Mio caro Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d'ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.

L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori



6.

Spoleto 20 Novembre 1822.


Carissimo Signor Padre.

Scrivo in gran fretta e a un barlume per darle nuova del mio arrivo felice in questa città con ottimo tempo, e perfetta salute. Il dolor di testa ha fatto risolvere il zio Momo di allungare d'un giorno il nostro viaggio. Saremo a Roma sabato, piacendo a Dio. Il zio Carlo co' suoi compagni ha seguito la sua strada, e sarà a Roma venerdì. Riserbo a un'altra lettera tutte le espressioni della mia vera ed eterna gratitudine verso di Lei, e del mio fermo proposito di far sempre quello che io creda doverle essere di maggior piacere. La prego de' miei saluti alla cara Mamma, al fratello Carlo, e agli altri tre; e similmente de' saluti del zio Momo, il quale dal primo giorno del viaggio in poi, non ha più sofferto, e sta bene.

Perdoni l'orridezza dello scrivere, il qual è dopo cena, in tavola, fra molte persone che mi assordano. Le bacio le mani, e con gran tenerezza mi segno Suo affettuosissimo e riconoscentissimo figlio Giacomo.



7.


Roma 9 Decembre 1822.


Carissimo Signor Padre.

Tutte le lettere ch'io ricevo da casa mia, e specialmente le sue, mi consolano e mi rallegrano sopra ogni altra cosa, perché in verità io ebbi sempre ed avrò sempre bisogno della comunicazione del cuore e dei sentimenti, la quale non posso trovare appresso i miei ospiti, quantunque non mi lascino mancare di nessun'altra cosa o necessaria o comoda. Ma i principii e gli elementi eterocliti ed affatto anomali di cui sono composti i loro naturali, e il disordine incredibile e inconcepibile che regna nel giornaliero di questa famiglia, non mi lasciano esser con loro altro che forestiere. Sono stato dalla Contessa Mazzagalli, la quale ho trovato bene, e le ho fatto i suoi saluti e quelli della Marchesa Roberti. Ringrazia e saluta Lei e la Marchesa, alla quale forse a quest'ora avrà scritto in proposito. Sono anche stato a posta dal Padre Trachini, il quale è molto invecchiato, ma il suo aspetto è sano. Ha gradito la visita, e la memoria ch'Ella tiene di lui, e m'ha incaricato di riverirla da sua parte. Di qui a pochi mesi, o forse a pochi giorni, compie il triennio del suo Procuratorato generale, e potrebb'essere che tornasse a stabilirsi costì. Ho mostrato a Melchiorri la descrizione ch'Ella mi consegnò della medaglia iscritta M. CARR. L'ha fatta vedere ad Alessandro Visconti che passa per il primo Numismatico di Roma, e (dicono costoro) d'Europa: e questi ha creduto che la medaglia appartenga alla famiglia Papiria, e che l'iscrizione si debba leggere M. CARB. cioè M. Carbo. Così veramente la riportano il Vaillant, l'Ekhel ed altri, come ho veduto io medesimo: e la descrizione che fanno della medaglia, concorda appunto colla sua. Farò ricerca dell'Arvood, e s'altro m'occorrerà in materia Bibliografica che faccia a proposito, non mancherò d'avvertirla. Cercherò anche il noto opuscolo di San Girolamo nell'edizione Vallarsiana, ch'è l'ultima e la più completa, delle opere di questo Padre. La ringrazio molto delle notizie ch'Ella mi dà, e godo che il fratellino stia meglio: desidero sapere che sia guarito, e spero che Ella o altri non lascerà di darmi notizia di lui ne' prossimi ordinarii. Del Grutero non dubito che non sia cosa magnifica, com'Ella dice, e son certo ch'è utilissima, e poco meno che necessaria, massimamente a una Biblioteca.

Quanto ai letterati, de' quali Ella mi domanda, io n'ho veramente conosciuto pochi, e questi pochi m'hanno tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare all'immortalità in carrozza, come i cattivi Cristiani al Paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell'uomo è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un letterato Romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia.

Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco; senza la perfetta cognizione delle quali lingue, Ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità. Tutto il giorno ciarlano e disputano, e si motteggiano ne' giornali, e fanno cabale e partiti, e così vive e fa progressi la letteratura romana. Quanto a me, alcuni di costoro mi conoscevano avanti il mio arrivo, altri no. Quelli mi trattano molto bene, questi poco, come accade all'uomo nuovo, e massimamente ad uno che non s'è mai curato di farsi conoscere in questa città, e che non sa parlare della loro scienza favorita, o che s'annoia di parlarne. Cancellieri è insopportabile per le estreme lodi che colla maggiore indifferenza del mondo dice in faccia di chiunque lo va a trovare: ed è famoso per questa brutta proprietà, che rende la sua conversazione affatto insignificante, non potendosegli mai credere.

Monsignor Mai è tutt'altro da questa canaglia; è gentilissimo con tutti, compiacentissimo in parole, politico in fatti; mostra di voler soddisfare a ciascuno, e fa in ultimo il suo comodo; ma quanto a me, non solo non ho che lagnarmene, anzi debbo dire che m'ha compiaciuto realmente in ogni mia domanda, e che mi tratta quasi con rispetto.

Dopo il mio arrivo è uscita la sua Repubblica, la quale è una bella cosa, e molto lodata da chi la capisce, come biasimata dal partito contrario a Mai. Presto uscirà il Frontone accresciuto del doppio da quel che fu nell'edizione di Milano, in modo che gran parte delle sue opere viene ad essere intera e senza lagune. Ho conosciuto il Cav. Marini Direttore generale de' catasti, uomo coltissimo, il quale mi parlò subito di Lei, e de' suoi affari al tempo dell'annona, ne' quali anch'egli, come mi disse, ebbe parte; e mi dimostrò molta stima per la sua persona. Ha una ricchissima libreria, ch'è, si può dire, a disposizione di Melchiorri e mia. Non è pubblica. Quivi passiamo, per lo più, buona parte della mattina, e ordinariamente siamo soli. Presso il Ministro d'Olanda, (che mi chiese nuove di Lei, e volle la sua opera sulla nostra Zecca, avendola veduta annunziata nelle Effemeridi) ho conosciuto alcuni dotti forestieri, (ben altra cosa che i Romani). Uno de' quali venne ieri da me a posta, e spontaneamente; e mi pregò che gli comunicassi alcune osservazioni ch'io sono per fare stampare; le lodò, e mi dimandò dell'ora in cui sarebbe potuto tornare a côsare con me. Questi è un professore di letteratura greca di Monaco, uomo celebre, che io conosceva già di nome da più anni in qua. La ho trattenuta di queste bagattelle, perché credo, ed Ella m'assicura che si compiace d'essere informata delle cose mie. Desidero che il suo nuovo impiego le rechi il minor possibile incomodo: auguro e confido che riesca in benefizio della patria. La prego de' miei saluti a tutti i nostri, particolarmente alla Mamma, e de' miei ossequi alla Marchesa Roberti. Mi benedica: non è necessario dirle che mi comandi: solamente ne la posso pregare, perch'io abbia la consolazione di renderle qualche servigio secondo le mie forze.

Il suo tenero figlio Giacomo.


8.

Roma 27 Decembre 1822.


Carissimo Signor Padre.

Le scrissi già l'ordinario passato, rispondendo alla sua graziosissima dei 16 Decembre. Oggi m'è resa l'altra dei 20, benché arrivata qui fino dal 22, come leggo nell'impronta. Sarebbe quasi inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa, e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo Signor Padre, quali sono i miei sentimenti, ancorché io non li sappia esprimere. E per tanto mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco dall'antico e tenero, e forse pur troppo non meritato amore, ch'Ella mi porta: il quale amore però, quando anche non meritato, certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili dell'animo mio. Scrivo qui dietro a Pietruccio per non moltiplicare le lettere. Salutai da sua parte il Cav. Marini, e gli feci l'invito ch'Ella mi scrisse. Ma il Cav. è così occupato, che difficilmente avrà mai libertà di muoversi da Roma. La ringrazia molto e la riverisce: e mi disse che non solamente si ricorda di Lei, ma che dal vederla e conoscerla prese ottima idea della prontezza, del talento e del buon tratto de' Signori Marchegiani. Non ho ancora vedute Fusconi, perché nessuno m'ha saputo dire dove abiti, ma lo saprò, e farò quanto Ella mi prescrive. Tutti (compreso anche me) stanno bene; e tutti la salutano; particolarmente Donna Marianna, alla quale ho dato da sua parte notizia dell'Opera di Recanati. Vorrebbe che io, per contraccambio, e quasi per soverchieria, le descrivessi l'opera d'Argentina che vedemmo ier sera, ma queste descrizioni non fanno per Lei nè per me. L'Opera è nuova, del maestro Caraffa: non mi parve gran cosa, benché avesse un incontro sufficiente. I politici di qui tengono per certa la guerra di Spagna e Francia, e molti vogliono, ma non so con qual fondamento, che le ostilità siano cominciate.

La prego de' miei amorosi saluti alla Mamma e ai fratelli, e baciandole la mano con tutta l'anima, mi confermo Suo riconoscentissimo figlio Giacomo.


9..

Roma 31 Decembre


Carissimo Signor Padre.

Peppino è stato contentissimo della descrizione ch'Ella gli ha favorito del Codice di Varrone, e m'assicura che questa è l'edizione principe, e che gli sarà di grandissima utilità il consultarla, mandandogliela Ella a suo comodo per occasione opportuna.


L'altro giorno fu da me Luigi Sorini, e mi disse che per gli armadi da lui fatti in cotesto archivio comunale, Ella promise di fargli avere gli armadi vecchi, ovvero otto scudi in danaro, oltre il resto del prezzo convenuto per la sua fattura. Disse ch'era stato pagato del resto, ma non aveva avuto nè gli armadi vecchi nè gli otto scudi; che non si curerebbe di averli se il suo credito fosse con Lei, ma ch'essendo colla Comune, non vedeva nessun motivo di trascurarlo: in somma mi pregò che gliene scrivessi, come faccio; ed Ella disporrà come crederà meglio, rispondendomi, se le piacerà, quello ch'io gli dovrò dire, in caso che torni. Ho trovato la cartina del Teopompo fra i miei scartafacci, e mi dispiace d'averle dato inutilmente l'incomodo di cercarla. Ho anche trovato qui fra i libri di Peppe Antici il 9° tomo del Metastasio, ediz. del Zatta, segnato Luigi Leopardi. M'immagino che questo tomo debba mancare nel nostro corpo, e perciò l'avverto ch'è nelle mie mani. Reinhold, dal quale fummo a pranzo Domenica, mi disse di Lei molte cose obbliganti, e fra l'altre, che aveva ricevuta una sua lettera, e fattale la risposta.

La sua carissima de' 20 Decembre, mi giunse ritardata, come mi pare averle scritto. Da quando io la ricevetti, non mi sono potuto muovere da casa se non di rado, e andando a poca distanza, a motivo de' geloni che ho ai piedi e che m'infastidiscono assai. Non sono dunque potuto andare alla posta a riscuotere il Franco di cui Ella si compiaceva di farmi dono e di darmi notizia. Ed essendo somma in questo paese la difficoltà di riscuotere i Franchi senz'andare in persona, non ho trovato chi mandare per me, fino a questa mattina. Così non prima di questa mattina ho potuto sapere che i dieci scudi non sono ancora arrivati. Del che mi pare di dovere avvisarla.

Questa notte, dopo dieci giorni di mal di punta, se n'è andato il povero Giuseppe Quercia. Anche la sua de' 13, come scrissi ieri a Paolina, m'è giunta ritardatissima, cioè avanti ieri, benché fosse arrivata a suo tempo in Roma. Non mancherò, com'Ella amorosamente mi ordina, di fare che ogni ordinario parta qualche mia lettera diretta alla mia famiglia. Nella quale, Ella dice troppo bene, che regna un ordine veramente raro, il qual ordine tanto più si stima, quanto più si conosce il disordine delle altre famiglie nel loro interno. Lo stesso prendersi un poco d'incomodo verso gli altri, affinché tutti gli altri lo prendano verso di voi, è la più comoda cosa del mondo; e un piccolo e moderato codice di creanza è necessarissimo anche nel più intimo ed assoluto domestico. Ma qui, dove niuno si vuole incomodare; dove i figli alla Madre, la Madre ai figli, il marito alla moglie, la moglie al marito si contrastano abitualmente e sinceramente le pagnotte di pane, i sorsi di vino, i migliori bocconi delle vivande, e se li negano scambievolmente, e se li tolgono di bocca, e se li rimproverano, e si danno dei ghiotti gli uni cogli altri; ciascheduno è incomodato da tutti e tutti da ciascuno. Ma sarebbe impresa troppo lunga il descrivere minutamente le assurdità del sistema di questa famiglia, e le contraddizioni che vi si trovano in ogni articolo. Io credo di potere, colla debita prudenza, farle fare molte risate innocenti sopra questo proposito, parlandole a voce.

Desidero ch'Ella s'abbia riguardo in questo inverno, che qui è considerato come straordinario, e secolare. Ed augurandole un felice cominciamento del nuovo anno e delle fatiche della sua carica, le bacio la mano e domando la sua benedizione.

Amorosissimo figlio Giacomo.



10.

Roma 4 del 1823.


Carissimo Signor Padre.

Scrivo questa per avvisarla che ieri mi furono resi dalla posta gli scudi dieci, e per darle nuova di me, che in questi giorni me la passo per lo più in casa, stando con due piaghette l'una alla mano e l'altra al piede, molto irresoluto s'io le debba medicare o no, e che cosa converrebbe metterci. Finora non ci ho fatto nulla: non mi danno dolore, stando fermo; e io mi contento di riguardarle. Lo stampatore De Romanis mi ha proposto d'intraprendere per lui una traduzione di tutte le opere di Platone. Questo lavoro si fa contemporaneamente in Germania e in Francia nelle rispettive lingue; ed è molto desiderato in Italia. Tutti i letterati nazionali e forestieri ai quali s'è parlato di questo disegno, l'hanno lodato infinitamente; lo Stampatore n'è invaghito; e credo anch'io che quest'impresa ben eseguita potrebbe far grande onore.

M'hanno consigliato di domandare a De Romanis 100 scudi per ciascun tomo della traduzione, la quale verrebbe a portare quattro o cinque tomi. Sono quasi nell'impegno; e se le condizioni mi converranno, penso di stringerlo. Mi sarà molto caro il suo parere in questo proposito. Il freddo qui è mitigato, ma pare presto voglia riprendere il suo rigore.

Mercoldì Roma era bianca dalla neve.

Saluti di tutti a tutti. La prego in particolare de' miei, specialmente alla cara Mamma e ai fratelli. E baciandole la mano, mi ripeto suo affettuosissimo e gratissimo figlio Giacomo.



11.

13 Gennaio


Carissimo Signor Padre.

Ho ricevuto oggi la sua amorosissima dei 10. Manderò alla posta a riscuotere l'unguento e il resto ch'Ella con tanta premura m'invia, e ne farò uso secondo il mio stato. Scrivo brevemente perché sono in letto, dove fo conto di passare una settimana, avendo veduto che la mia piaghetta, benché leggera, aperta da quindici giorni, non ha mai migliorato per la cura che gli ho avuta stando in piedi. Con un poco di pazienza spero di guarire. Non potendo scrivere a lungo, Ella mi perdonerà se non mi stendo sufficientemente sull'affare del Platone, intorno al quale Ella ha la bontà di consigliarmi e istruirmi così amorosamente. Le dirò solo che l'affare non è d'un triennio, ma di più o meno a piacer mio: che a piacer mio saranno ancora tutte le circostanze sì del lavoro, sì dell'impegno, quando si contragga; giacché per uso e per ragione gli autori non si legano cogli stampatori come due parti contraenti, ma li trattano a modo loro: che De Romanis è un buon uomo, non estremamente interessato, e se non altro, maneggiabile: che in Italia, e massimamente in Roma, com'Ella sa, non si può pretender gran cosa per lavori letterarii, giacché il guadagno degli stampatori è ristretto, e il numero di copie ch'Ella dice, non credo che possa trovar esito, anzi sarebbe molto che se n'esitasse la metà: che nell'impresa di De Romanis non avrebbe luogo il testo, ma la sola traduzione con note o filosofiche o storiche, ma non filologiche: che ho già presso di me un Platone di Lipsia 1819-22 in-8°, volumi, finora, 3, datomi da De Romanis gratis, come anche gratis mi dovrà proccurare qualunque altra opera, edizione ec. sia necessaria al proposito; e che finalmente o non si farà scrittura, ed io resterò libero di far quanto mi piacerà, e d'interrompere il lavoro subito che lo stampatore non corrisponda il convenuto; o dovendosi fare obbligazione in iscritto, non mancherò di comunicarnele il tenore antecedentemente. Mi sono sempre dimenticato di dirle che tempo fa Monsignor Nembrini mi parlò di Lei con gran lode, e m'incaricò di salutarla. Ho dato la sua risposta a Sorini, che la ringrazia e se le raccomanda. Saluti di tutti, e particolari del Zio Momo e del Zio Carlo.

Oggi (15) la mia piaghetta va meglio, ma mi ostino in letto finché non sia guarita in modo che non si debba riaprire.

Le bacio la mano, e chiedendole la benedizione mi ripeto il suo affettuosissimo figlio Giacomo.



12.

Roma 24 del 1823.


Carissimo Signor Padre.

Ricevo la sua graziosissima dei 20. Come scrissi già coll'ordinario passato, i miei geloni, grazie a Dio ed alla mia pazienza, son guariti. Ieri tornai ad uscire per la prima volta dopo 13 giorni. Oggi piove, come ha fatto per tutta quanta la settimana passata, e se dura così, il Carnevale vorrà esser magro, e si dovranno mangiare in casa i Confetti ch'Ella così gentilmente mi regala. Farò valere la pagella nel miglior modo possibile. Del Cav. Marini, dopo la morte di sua moglie, corse qui in Roma quella voce di cui Ella mi domanda. Ma egli se ne ride, e invece della prelatura, è verisimile che prenda un'altra moglie. D. Luigi Santacroce era l'altra sera al teatro, e non so ch'abbia avuto alcun male. Tornano i discorsi di guerra, ma non so con quanto fondamento. La promozione è stata prorogata fino a Quaresima. La prego a incaricarsi de' miei saluti, e baciandole amorosamente la mano mi confermo

Suo affezionatissimo figlio Giacomo.



13.

Roma 30 Gennaio 1823


Amatissimo signor Padre

Sono due ordinarii che io non ho lettere da casa, bench'io non abbia mai lasciato di scrivere. Da parecchi giorni il freddo è cessato, anzi abbiamo una specie di primavera. Io, grazie al cielo, sono guarito perfettamente da' geloni e sto benissimo. Siamo tutti in gran movimento per il carnevale incominciato oggi, e prevedo che in questi giorni non si potrà far nulla.

Domani avremo i famosi funerali di Canova a SS. Apostoli, e l'ingresso a questa funzione è molto ricercato, come sono qui tutte le corbellerie.

Saluti di tutti, e in particolare del zio Carlo. Le bacio la mano, e col solito invariabile affetto mi ripeto il suo amorosissimo figlio Giacomo.



14.


Carissimo Sig. Padre.

Sono cinque ordinarii continui ch'io manco di lettere sue o di casa. Non sapendo trovar colpa in me, spero che questo silenzio non derivi se non dalle sue occupazioni, o che tutto si debba alla posta. Noi stiamo, grazie a Dio, benissimo, e la primavera comincia a lasciarsi vedere. Sapendo ch'ella s'interessa delle cose mie, non voglio tacerle che da qualche tempo ho trovato mezzo di farmi incaricare del Catalogo de' Codici greci che sono nella Biblioteca Barberina; il qual Catalogo non era stato mai fatto, se non trascuratissimamente, e la maggior parte di quei codici, che non son pochi, era sconosciuta. Ho preso questo incarico colla speranza di far qualche scoperta, e di potermene servire, in caso che mi riuscisse di farne. Il che è difficilissimo in questa città, dove i Bibliotecari sono così gelosi ed avari come ignoranti, e non permettono quasi a niuno l'uso degl'infiniti codici che si conservano in queste librerie. Da parecchie settimane ho incominciato il Catalogo, e ultimamente, oltre varie scoperte minori, ho trovata un'operetta greca sconosciutissima, la quale essendo quasi intera, e di secolo e stile assolutamente classica, viene ad essere di tanta importanza quanto le più famose scoperte del nostro Mai.

Sono ora occupato a copiarla, nel che debbo superare infinite difficoltà, perché da una parte mi conviene combattere coll'oscurità del codice, e dall'altra sfuggire o deludere continuamente con vari pretesti la vigilanza del Bibliotecario. Per ora non si parlerà in nessun modo di questa scoperta, finché non sia finito il Catalogo, e trovato e copiato tutto quello che si troverà di nuovo e di buono nella Barberina. Solamente ho mostrato il Codice a un letterato tedesco, il quale è convenuto del pregio della scoperta, e mi ha confermato nelle mie congetture e opinioni intorno all'autore, al secolo ec. Quando sarà tempo, metteremo il campo a romore.

Le bacio la mano, e pregandola a non volermi privare delle sue nuove, e a ripetermi ch'ella mi ama, con tutto il cuore mi confermo Suo amantissimo figlio Giacomo.



15.

Roma 15 Marzo 1823.


Carissimo Sig. Padre.

Ricevetti coll'ultimo ordinario la sua graziosissima dei 10, e col penultimo, cioè ai 9 di questo, aveva riscossa l'altra dei 28 febbraio, benché giunta qui fino dai 2 del corrente. Nello stesso ordinario mi fu resa una lettera di Lombardia, giunta qui a' 27 di febbraio. Dico questo per toglierla da qualunque sospetto relativo a rivista di lettere o altro, giacché queste lettere, benché ritardate per negligenza dell'uffizio, erano però intatte. Il zio Carlo ed io siamo restati sorpresi del suo pensiero e desiderio circa la collocazione del nuovo teatro, giacché il zio Carlo aveva concepito questo medesimo progetto, e ce l'aveva esposto più volte, e desiderava ancor egli che fosse posto in opera: onde io da principio pensai ch'ella ed egli si fossero comunicato scambievolmente questo disegno. Ma il zio m'assicura di no, e compiacendosi di questa non proccurata conformità d'idee, vuole che io ne la ragguagli. Avrà già saputa la destinazione improvvisa dell'avvocato Fusconi al posto di Promotor della Fede; posto che l'avvocato, per quanto si dice, non ha voluto accettare.


Al pranzo, del quale ella mi domanda, dato da monsignor Mai, fummo il dott. De-Matthaeis che gode qui molta opinione in letteratura (ossia in antiquaria), monsignor Marini nepote del famoso Gaetano Marini e suo successore nell'impiego di archivista vaticano, l'abate Palcani ex gesuita, un ecclesiastico che non conoscevamo, ed io. Cadde il discorso sopra i celebri funerali di Canova fatti qui pochi giorni avanti, e sull'orazion funebre recitata dall'abate Missirini, la quale non valeva nulla; ma il carnevale e l'orazione del Missirini erano i discorsi della giornata, e conveniva adattarvisi. Io dissi sopra quella orazione il mio parere, che fu seguito e confermato dagli altri, fuorché da monsignor Mai, che per accidentalità non attese al discorso.

In somma l'orazione fu disapprovata a pieni voti. Dopo il pranzo, avanti di prendere il caffè, si seppe che quell'ecclesiastico sconosciuto era l'abate Missirini, che mons. Mai aveva inavvertitamente trascurato di far conoscere ai commensali. Dispiacque a tutti l'inconveniente; ma non essendovi neppur luogo a scuse, convenne dissimulare. Usciti di là, io non parlai, ma tutti gli altri, e lo stesso Missirini, raccontarono subito il fatto a mezzo mondo, e tutta Roma letterata fu piena di questa bagattella, della quale Missirini ed io fummo i protagonisti, perché gli altri erano venuti dietro al parer mio. Veramente le risate che furono fatte di questo incidente in vari luoghi non furono alle mie spalle. Seppi poi che Missirini aveva mandati a monsignor Mai certi pettegolezzi perché li rimettesse a me, e che monsignore era stato a posta da lui e l'aveva persuaso a non farne altro. Le ho raccontato questa storiella per ubbidirla. Noi abbiamo un gran freddo, e la primavera si tira sempre addietro, ma tutti stiamo bene.

La prego de' miei rispetti alla marchesa Roberti ed anche de' miei saluti al povero dottor Masi, s'ella ha occasione di vederlo. E baciandole la mano, mi ripeto suo amorosissimo figlio.



16.

Roma 2 Aprile 1823.


Amatissimo Sig. Padre.

Rispondo all'ultima sua carissima del 28 dello scorso. Il Cavalier Marini all'aspetto è un uomo d'età fra i quarantacinque e i cinquant'anni; di viso non affatto giovanile, ma niente vecchio; fisonomia molto amabile e per lo più ridente; occhi vivi; colorito sanissimo; complessione forte; statura mediocre e personale proporzionato. Tutto insieme, avuto riguardo al solo fisico, è dieci volte più amabile di quel che fosse Peroli. Ma perché gli uomini si rendono aggradevoli colle maniere molto più che col semplice aspetto, le dirò che le maniere del Cav. Marini sono piacevolissime, e che il Cav. avendo sempre trattato e trattando con ogni genere di persone, ed anche nella Corte, possiede ottimamente l'arte di farsi amare.

Quanto al carattere, io non saprei desiderare in lui cosa alcuna; anzi trovo in lui molto più e molto meglio di quello che avrei mai potuto sperare in un uomo di mondo e di lettere. Il Cav. è disingannato affatto del mondo e della società, ed ella se lo deve immaginare principalmente sotto questo aspetto. I suoi piaceri e i suoi desideri sono l'amicizia sincera, la pace domestica e i sentimenti del cuore che in lui sono vivissimi. Amava svisceratamente la sua moglie benché zoppa e brutta, e s'attristò della sua morte in modo che non trovava consolazione: io stesso l'ho veduto piangere sopra la sua perdita, due mesi e più dopo accaduta. D'allora in poi è stato sempre, ed è ancora, occupato ad onorare la memoria della sua compagna, con busti in marmo, iscrizioni, elogi che fa comporre da' suoi amici.


Pochissimo si diverte; attende per lo più agli affari del suo impiego, ed agli studi, nei quali consiste la sua principale ambizione: ma con tutto ciò non manca ai doveri sociali, e non trascurerebbe certo i riguardi che si dovessero alle inclinazioni giovanili d'una sua sposa, anzi sarebbe impegnatissimo di proccurarle tutti i passatempi convenienti, e di prendervi parte, e soddisfare anche all'ambizioncella naturale alle donne in una città grande: perché il suo carattere è veramente moderato, e formato dall'esperienza e dalla cognizione degli uomini. Mi par molto religioso: certamente la sua condotta pubblica in questa parte è esemplare; e i suoi discorsi anche i più confidenziali lo dimostrano espressamente Cristiano. Quanto alle sue finanze, io posso dirle, che tra' suoi pari, è de' più ricchi, e fa continuamente delle spese che non si farebbero forse in provincia dalle più ricche famiglie. So di alcuni suoi fondi nelle vicinanze di Roma o nell'interno; ma credo che la maggior parte della sua possidenza (oltre l'emolumento considerabile del suo impiego) consista in danaro. È per dare alla sua figlia (ch'è sola, e in trattativa di matrimonio) ventimila scudi di dote. Più di questo non posso dirle per ora, ma non mancherà poi modo d'informarsi meglio. So di certo che, riprendendo moglie, farà molto più caso delle qualità morali e intellettuali della persona, che della dote. Farà anche caso della nobiltà, della gioventù, e delle qualità fisiche: ma credo nel punto dell'interesse non sarà molto esigente; e in qualunque modo, egli è così trattabile e così ragionevole, che secondo me, sarà molto facile il ridurlo su questo articolo, quando anche presentemente egli avesse delle viste superiori a quelle che si richiederebbero nel caso nostro.

Certo è che il Cavaliere non è niente attaccato al danaro, e cerca la sua felicità per tutt'altra via. Da tutto questo le sarà facile di tirare quella conchiusione ch'Ella mi domanda, se questo trattato sia da coltivarsi o no. Io lo credo convenientissimo ad ambe le parti: e mi persuado che sia fattibilissimo dal lato del Cavaliere. Dal lato di Paolina spero che debba esserlo altrettanto; e che i molti e grandi vantaggi di questo partito debbano compensare appresso di lei quel poco di gioventù ch'è l'unica cosa che manchi al Cavaliere. I vantaggi, com'Ella ben vede, sono, vivere in una capitale, al fianco di un uomo ricco, amato e considerato da chi comanda, buono, di molto spirito, prudentissimo, interessatissimo alla felicità della sua sposa, cordiale, religioso, compiacente, non per dabbenaggine ma per riflessione per carattere e per sentimento. Di più la facilità di accomodarsi circa l'interesse, che in questi tempi e nelle date circostanze è pur molto, massimamente trattandosi di un paese che non sia di montagna, e molto più, di una capitale.

Scrivo tutto ciò per ubbidirla, e sottomettendo queste mie opinioni al suo giudizio, com'è naturale. Poco dopo ch'ebbi letta la sua lettera, il Zio Carlo mi fece sotto un altissimo secreto la confidenza della proposta ch'egli le aveva fatta, e ch'io dissimulai totalmente di sapere.

La nostra partenza, cioè del Zio Girolamo e mia, par fissata agli ultimi dell'entrante. Credo che possa piuttosto essere anticipata che differita: così almeno mi par d'intendere.

Non è necessario ch'io le significhi con quanto affetto e desiderio giungerò a rivederla e baciarle la mano, come fo presentemente di qua, pregandola a benedirmi e credermi il suo affezionatissimo figlio Giacomo.



17.

Roma 5 Aprile 1823.


Carissimo Sig. Padre.

Coll'ultimo ordinario risposi dettagliatamente alla sua graziosissima dei 28 Marzo. Ora debbo avvertirla che il Cav. Marini, avendo ricevuta, com'Ella certamente già sa, la nota proposizione di matrimonio, si è confidato segretissimamente su questo panto col mio cugino Melchiorri, ch'è suo intimo; e questo, non avendo alcuna cosa segreta per me, mi ha riferito il suo discorso, quantunque il Cav. l'avesse pregato di tacermelo.

Il Cav. è molto propenso a questo trattato, e benché sul momento non si trovi all'ordine di venire alle seconde nozze, desidera che l'affare non manchi di effetto. Stima molto la parentela, ed è contentissimo dell'educazione, delle qualità morali, e dello spirito della giovane, secondo i ragguagli che ne ha potuto avere. Conosco che mi usa più buone grazie del solito, anzi ultimamente m'invitò a pranzo.


Mio cugino mi assicura che il Cav. sarà trattabilissimo circa la dote, e che anche sopra di questa si è spiegato con lui in genere, molto favorevolmente. Ho creduto di doverla informare di tutto questo, e di non far torto con ciò a mio cugino che mi ha pregato di non parlarne ad alcuno: come anche ho creduto di doverlo intieramente tacere al Zio Carlo. So che questi le ha scritto del Memoriale che ho fatto presentare al Segretario di Stato per consiglio e col favore del Ministro di Prussia. Se il Ministro mi avesse lasciato tempo di chiedere a Lei i suoi consigli e il suo piacere, non avrei voluto che alcuno l'informasse di questo affare prima di me. Ma trovandosi allora il Ministro sul punto di partire (come è partito già da parecchi giorni), mi disse espressamente che non v'era luogo a dilazioni, e però mi convenne decidere dalla mattina alla sera circa l'impiego che s'aveva a domandare; e dentro due giorni portare il Memoriale in Segretarìa di Stato. Non potendo interrogar Lei, consultai la cosa coi miei due Zii, e volendo il Ministro ch'io domandassi qualche impiego specificato e non in genere, mi decisi per quello di Cancelliere del censo, non solamente perché così parve ai miei Zii, ma perché credetti che così piacesse anche a Lei, avendomi detto spesso la Mamma che questo era l'unico impiego che mi convenisse. Presentato il Memoriale, e non restando a far altro per parte mia, non nego ch'io ebbi in animo di farle una sorpresa al mio ritorno, raccontandole il tutto a voce.

Ora sapendola già informata, non voglio più mancare di scriverlene io stesso, e quantunque da una parte io non creda che si possa molto sperare da una protezione già lontana, dall'altra parte non veda qual altro passo utile si possa fare, contuttociò desidero ch'Ella si compiaccia di darmi su questo proposito i suoi consigli e i suoi ordini, che avrei già domandati antecedentemente, se dopo presentata la Supplica, avessi creduta o utile o possibile qualche altra pratica, o se avessi dovuto fare qualunque passo ulteriore.

Tutti stiamo bene, e da quindici giorni e più, abbiamo un bellissimo tempo. I Zii la salutano. Io la prego a benedirmi, e continuarmi l'amor suo, e baciandole la mano mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.



18.

Roma 16 Aprile 1823.


Carissimo Sig. Padre.

Non ho che soggiungere alle sue savissime riflessioni espresse nella lettera dei 10 corrente. Ma, com'Ella dice, non si rischia nulla, cercando un impiego, intorno al quale, ottenuto che fosse, e conosciutene le condizioni e circostanze, si avrebbe sempre luogo a deliberare se fosse da accettarsi, o da ricusarsi o rinunziarsi. Mi farei difficilmente credere se dicessi che il soggiorno di Recanati per se medesimo mi sia più grato che il soggiorno di Roma. Ma come quello indubitatamente mi è più caro per la presenza di Lei e della mia famiglia, così anche per tutti gli altri riguardi, Ella si deve persuadere che se io non considero il mio ritorno con gioia, neppur lo considero colla minima pena. Io sono naturalmente inclinato alla vita solitaria. Contuttociò non posso negare ch'io non desideri una vita distratta, avendo veduto per esperienza che nella solitudine io rodo e divoro me stesso. Ma fuor di ciò, qualunque soggiorno m'è indifferentissimo, e quello della mia famiglia, che non mi può essere indifferente, mi sarà sempre carissimo. La nostra partenza è fissata per li 28 del corrente. Essendo forse questa l'ultima lettera della quale potrò avere risposta qui in Roma, la prego a volermi sollecitamente dichiarare il suo parere e il suo giudizio circa le mancie che si dovranno lasciare alla famiglia de' miei ospiti. Questa è composta presentemente di due servitori di sala, che non mi hanno fatto altro se non servirmi in tavola e alzarmi qualche volta le portiere qui in casa; e due ufficiali di cucina e credenza insieme, che le mattine ch'io sono stato in camera, mi hanno mandato, per ordine de' padroni, il caffè. Due altri sono usciti di servizio un mese fa: l'uno era uffiziale di credenza, e questo mi aveva mandato il caffè nello stesso modo; l'altro, servitor di sala, e mi aveva salutato spesso quando io passava, e non altro. Tutti due hanno promesso o minacciato al Zio Momo e a me, di tornarci a riverire alla nostra partenza, e tutt'altro si può sperare, fuor che non mantengano la parola. Sono dunque in tutto, sei individui da riconoscersi. Le donne non hanno avuto mai niente a far con me, per nessun titolo. Quanto al Cameriere del Zio Momo, il quale mi ha discretamente servito per tutto questo tempo, potremo, s'Ella crede, discorrerne a Recanati, giacché il medesimo tornerà con noi. La prevengo che a conti fatti, mi resterà una quindicina di scudi in mano, prima di mettermi in viaggio, disponibili in queste mancie, se, e come Ella crederà. Il Cav. Marini è tornato a parlare con molto interesse a Melchiorri del noto affare, domandandogli ragguagli di Paolina, e mostrando molta indifferenza circa la quantità della dote.

Augurandomi di farlo presto in presenza, le bacio la mano col cuore, e mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.



19.

Amatissimo Signor Padre.

Seguendo il suo parere, mi sono spiegato sull'affare di Paolina col Zio Carlo, dal quale ho saputo quello che io già immaginava. Il Zio, (non volendo espor Lei ad un rifiuto) prima di scrivere a Lei il suo pensiero, o nello stesso tempo che le ne scrisse, fece parlare al Cavalier Marini da persona amica dell'uno e dell'altro, la quale parlò al Cavaliere come da sè. La risposta fu equivoca, cioè che in quel momento il Cavaliere aveva per le mani un altro partito, com'era verissimo. Il Zio Carlo ricevette questa risposta dopo aver già scritto a Lei la prima volta; e ricevutala, credette bene di significarne a Lei la sostanza, senza dirle di aver fatto interpellare il Cavaliere, e ciò per non inquietarla. Egli credette che questa risposta fosse stato un pretesto, e avendo pure inteso che il Cavaliere avesse forti pretensioni circa la dote, stimò che l'affare non fosse combinabile, e in questo sentimento le scrisse la lettera ch'Ella m'ha inviato, e che le rimando. Ora mosso dalla sua ultima, voleva per mezzo della stessa persona già da lui adoperata, fare avanzare al Cavaliere una proposizione decisa, per averne una risposta della stessa natura. Ma informato da me delle cose che ho saputo da Melchiorri, e persuaso che il Cavaliere non è alieno dal nostro partito, ha giudicato bene che il portatore di questa proposizione (o comunque si dovrà chiamare) sia lo stesso Melchiorri, ch'è il fa-tutto del Cavaliere, e il quale, ottenendo una risposta soddisfacente, potrà poi intendersela col Zio Carlo, e direttamente con Lei, per tutte le particolarità che si dovranno combinare.

Parlerò dunque a Melchiorri (autorizzato come sono da Lei), e farò che colla dovuta prudenza, cerchi di trarre dal Cavaliere una risposta concludente, com'Ella desidera. Sono certissimo che il Cavaliere gli risponderà sincerissimamente e col cuore sulle labbra, perché così suol fare con lui.

Questo è già molto. Ma di più spero che la risposta non sarà dispiacevole per noi, quando anche per l'esecuzione del trattato, il Cavaliere fosse per domandare qualche dilazione: giacché sento che per sua quiete e della sua futura sposa, desideri di maritar la figlia prima di ristringersi in matrimonio; e sta già in varie trattative per maritarla.

Ho consegnato al Cavaliere Marini la sua Memoria raccomandandogliela caldamente. Mi ha promesso di far tutto il possibile dal canto suo, e son certo che non mancherà.

Avrebbe voluto che la stessa Delegazione scrivesse al Buon Governo, ed assumesse (com'egli dice) l'iniziativa in questo reclamo, del quale egli ha pienamente e altamente riconosciuto la giustizia. Son persuaso che a Lei non sarà sfuggito il pensiero di mettere la Delegazione attivamente dalla sua parte, e che quando non l'abbia fatto, ciò sarà provenuto da qualche impedimento che il Cavaliere ed io non possiamo conoscere. Prima di consegnar la Memoria, l'ho fatta leggere al Zio Carlo, il quale ha concepito molta indignazione sul contenuto della medesima, e me l'ha fatta copiare, per mettere in opera, come ha già fatto, alcuni altri mezzi che ha creduto opportuni per farle ottenere la giustizia ch'Ella domanda.

Noi partiremo prestissimo, ma non posso ancora sapere il giorno preciso, benché questa settimana addietro, la partenza fosse stata fissata ai 28, come le scrissi col penultimo ordinario. Certo è che poco si potrà scostare dal detto termine, e pertanto non so se potrei ricevere il riscontro della presente.

Mille saluti de' Zii, e mille affettuosi ossequii del suo amorosissimo figlio Giacomo.



20.

Bologna 19 Luglio 1825.


Caro signor Padre.

Giunsi iersera in Bologna stanco, ma sano. I miei occhi, malgrado il gran sole e il gran caldo patiti pel viaggio, non sono peggiorati. Ancora non posso decidere se mi conviene di proseguire il viaggio per Milano, o di tornarmene indietro. Col venturo ordinario saprò darlene notizia positiva. Ho veduto qui Brighenti che mi ha pregato di riverirla da sua parte. Ho veduto anche Giordani, che mi ha raccomandato molto di salutarla a suo nome e di fare altrettanto a Carlo e a Paolina. La prego de' miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Non ho scritto pel viaggio, perché lo scrivere di sera al lume mi era difficile, e la mia stanchezza era eccessiva. Pur vedo che il moto mi va lentamente giovando.

Ella séguiti ad amarmi, come so e vedo che ha sempre fatto, e creda alle sincere e fervorose proteste di amore e di riconoscenza eterna del suo affettuosissimo figlio Giacomo.



21.

Bologna 22 Luglio 1825.


Carissimo signor Padre.

Ho ricevuta la cara sua dei 15.

Nella mia di Lunedì scorso fui brevissimo perché mi trovava la testa imbarazzata da mille faccende a cui non sono assuefatto. Mi dimenticai anche di dirle che vidi a Sinigaglia la Zia Eleonora, che sta bene e saluta caramente Lei e la Mamma. A Pesaro non ebbi tempo di vedere se non la famiglia Cassi che sta tutta bene, e quel che si è detto costì di Schiavini è un sogno. Io ho sofferto nel viaggio e qui in Bologna un caldo orribile, e dovendo girare continuamente nelle ore più abbruciate mi sono strutto e mi struggo ogni giorno in sudore. Il termometro è arrivato qui a 29 gradi. Con tutto questo, in vece di peggiorare, come io teneva per certo, sono anzi talmente migliorato della salute, che nessuno strapazzo mi fa più male, mangio come un lupo, e il solo incomodo che io abbia è tutto il contrario che per il passato, cioè una stitichezza di ventre che arriva ad un grado che io non ho mai più provato in mia vita. Anche gli occhi sono migliorati assai. Sono stato tentatissimo di fermarmi qui in Bologna, città quietissima, allegrissima, ospitalissima, dove ho trovato molto buone accoglienze, ed avrei forse modo di mantenermivi con poca spesa, occupandomi di qualche impresa letteraria che mi è stata offerta, e che non richiederebbe gran fatica, nè mi obbligherebbe per troppo tempo. Ma il Sig. Moratti, (il corrispondente di Stella), mi ha rappresentato che Stella avrebbe ben ragione di dolersi di me se io mancassi all'impegno contratto con lui, e non avendo potuto persuaderlo colle mie ragioni, sono stato costretto quasi per forza a consentire di veder Milano a spese di Stella.

Ancora non abbiamo determinato il giorno nè il modo della partenza, ma credo che questa sarà in breve. Fin qui non ho potuto vedere il Zio Raimondo perché, per quanto ne abbia cercato, nessuno mi ha saputo dire dove abiti. In ogni modo proccurerò ancora di vederlo, e se occorre, ne domanderò in Polizia. A caso ho saputo che D. Rodriguez, di cui la Mamma mi disse d'informarmi, sta passabilmente bene, quantunque più che ottuagenario. Io sono stato e sono ancora alloggiato ai Frati Conventuali, cioè nel Convento del mio compagno di viaggio. A Milano non contrarrò impegni troppo durevoli, perché, oltre che non piacciono a Lei, non piacerebbero nè anche a me. La ringrazio degli avvertimenti che Ella mi dà con tanto affetto, e propongo di seguirli in ogni parte. Se avrò un momento di tempo, le tornerò a scrivere prima di partire, se no, le scriverò da Milano. La prego dei miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli, e più la prego ad amarmi e a persuadersi della sincerità dell'affetto, con cui mi protesto Suo amorosissimo e gratissimo figlio Giacomo.

Scrivo oggi anche allo Zio Ettore.



22.

Bologna 26 Luglio 1825.

Carissimo signor Padre.

Non avendo potuto liberarmi dall'impegno di andare a Milano, partirò domani dopo pranzo per colà, con animo di restarvi non più che un mese circa, e poi tornare a Bologna, dove non le posso esprimere quante accoglienze, e quante premure mi sono state fatte perché io rimanga, e dove mi occuperò in cose letterarie che non mi impediranno di tornare a Recanati quando le piaccia. Ho ricevuto la sua del 22, nella quale mi raccomanda di scriverle spesso. Nel poco tempo che io conto di passare a Milano, forse le mie lettere non saranno molto frequenti, perché ciascuna mi costerà per francarla baiocchi otto, e ogni lettera di fuor dello Stato mi costerà per riscuoterla baiocchi sedici. Ma poi da Bologna non mancherò di scrivere il più spesso che potrò. La mia salute, grazie a Dio, è buona. Oggi abbiamo una giornata piovosa e fresca, che mi fa sperare un viaggio non troppo travagliato dal caldo.

I miei saluti amorosissimi a tutti; ed Ella mi ami, mi benedica, e mi creda sempre suo affettuosissimo figlio.



23.

Milano 24 Agosto 1825.


Carissimo Signor Padre.

Sono in gran confusione, non avendo mai ricevuto lettere da casa da che sono in Milano.

L'ultima che ricevetti a Bologna era di Carlo, in data dei 25 Luglio. Io scrissi di qua subito arrivato, dando le mie nuove e domandando le loro. Stava aspettando la risposta, acciocché le lettere non s'incrociassero, perché la spesa postale qui è veramente eccessiva, e anche maggiore di quel che le scrissi. Ma non vedendo mai nulla, non posso più tardare a pregarla di farmi giungere qualche loro notizia per levarmi di pena, benché mi paia di non potere attribuire il loro silenzio se non a qualche errore di posta. Io sto bene, quantunque l'aria, i cibi e le bevande di Milano sieno il rovescio di quello che mi bisognerebbe, e forse le peggiori del mondo. Contava di partire di qua sulla fine del mese, ma vedo che senza mancare alla civiltà verso lo Stella, non potrò mettermi in viaggio se non dentro il mese venturo, nel qual termine spero di avere sbrigato tutto quello che la creanza esige che io faccia per lui, non già tutto quello che egli desidererebbe da me, perché a far questo ci vorrebbero più anni, come sa bene egli stesso, il quale mi mostra chiaramente che vorrebbe trattenermi seco quasi per sempre. Ma nè Milano nè una casa d'altri sono soggiorni buoni per me. Bensì se potrò essergli utile da lontano, non mancherò di farlo, e da lontano farò che anch'egli sia utile a me, perché da vicino le cose vanno in complimenti. Si compiaccia, caro Sig. Padre, di salutare teneramente tutti da mia parte, e di credermi ch'io la amo quanto Ella merita, cioè con tutto il cuore. Non mi privi dei suoi caratteri, per amor di Dio. Le chieggo la sua benedizione, e mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.



24.

Milano 7 Settembre 1825.


Carissimo Signor Padre.

Finalmente coll'ordinario passato, per la prima volta da che sono in Milano, ho ricevuto nuove di casa mia per mezzo della cara sua dei 30 Agosto. Ella s'immagini che consolazione fosse questa per me, che passai quella sera quasi in festa. Mi pareva di trovarmi in mezzo alla mia famiglia, l'amore verso la quale è anche accresciuto in me dalla lontananza. Nell'ultima mia non le dissi nulla del segretariato di Bologna, perch'è una cosa della quale io spero pochissimo, e non sapendone ancora niente di certo, non mi pareva che valesse la pena di parlarne; tanto più che anche senza l'impiego, non mi mancherebbero mezzi di vivere onoratamente in Bologna qualche parte dell'anno. Con grandissima consolazione ho sentito che il Zio Ettore sia pienamente ristabilito. Io ne stava in pena, avendo saputo a Bologna il suo incomodo, ed essendo stato poi tanto tempo senza loro lettere. Gli scrissi già direttamente da Bologna, ma forse la mia lettera l'avrà trovato incomodato. La prego a fargli i miei rallegramenti, e a salutarlo caramente per me. Col Conte Alborghetti, ch'è un uomo veramente amabile, farò le sue parti, quando e se lo potrò rivedere, perch'egli è ora in campagna, e da che fui a pranzo da lui, poco dopo arrivato in Milano, non l'ho più veduto. Io sto bene, e l'appetito che mi tornò a Bologna, non mi ha più lasciato; tanto più che qui non si cena, e il pranzo è spesso un esercizio di temperanza. Spero sempre di poter partire dentro questo mese, benché Stella che ha deciso di ritenermi in tutti i modi, mi usi tutte le cortesie possibili; il che m'imbarazza un poco, per quel gran difetto che io ho sempre avuto, di non saper dir di no anche a chi mi bastona, molto meno a chi mi prega. Ma vedrò pure di farmi forza, e intanto séguito sempre a dire di non volermi trattenere.

Mi ami, caro Signor Padre, e mi saluti teneramente la Mamma. Ai fratelli scrivo qui dietro. Sono e sarò sempre il suo affettuosissimo figlio Giacomo.



25.

Bologna 3 Ottobre 1825


Carissimo Signor Padre.

All'ultima sua che mi giunse in Milano, ed era dei 30 di Agosto, risposi ai 7 di Settembre, e finora non ne ho ricevuto replica. Partii da Milano il 26, secondo ch'io le aveva scritto di voler partire dentro il mese, ed arrivai qua con un ottimo viaggio, la mattina dei 29. Avrei voluto scriverle subito, ma nella locanda non potei trovar calamaio con inchiostro.

Qui ho tolto a pigione per un mese un appartamentino in casa di un'ottima e amorevolissima famiglia, la quale pensa anche a farmi servire e a darmi da mangiare, perché io non amo di profittar molto degli inviti che mi si fanno di pranzare fuori di casa. Lo Stella, che mi ha lasciato partire con molto dispiacere, mi ha assegnato per i lavori fatti e da farsi, dieci scudi al mese, come un acconto, senza pregiudizio di quel più che potranno meritare le mie fatiche letterarie dentro l'anno. Queste fatiche sono a mia piena disposizione, cioè io potrò occuparmi a scrivere quello che vorrò, dando le mie opere a lui. Per un'ora al giorno che io spendo in leggere il latino con un ricchissimo Signore greco, ricevo altri otto scudi al mese. Un'altr'ora e mezza passo a leggere il greco e il latino col Conte Papadopoli, nobile veneziano, giovane ricchissimo, studiosissimo, e mio grande amico, col quale non ho alcun discorso di danaro, ma son certo che ciò sarà senza mio pregiudizio. Eccole descritta la mia situazione, la quale proverò un poco come mi riesca. Io non cerco altro che libertà, e facoltà di studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun luogo nè la libertà nè i comodi di casa mia; e finora qui in Bologna vivo molto malinconico. Ella si può poi figurare per un'altra parte, quanto ardente sia il mio desiderio di riveder Lei, la Mamma e i fratelli. L'unica cosa che mi consigli di sopportare gl'incomodi della mia situazione (la quale però non sarebbe forse incomoda a nessun altro) è l'aver provato troppo lungamente e conosciuto con troppa certezza che quanto più io cerco di non patire, tanto più patisco, perché la pigrizia, e lo studio senza distrazioni grandi e continue, sono la rovina della mia salute.

Ella mi ami, e saluti caramente per me la Mamma, i fratelli, e il zio Ettore, ai quali scriverò quando avrò un poco più di agio. Io l'amo, come sempre e come debbo, con tutto il cuore, e desidero infinitamente le sue nuove e quelle della famiglia. E baciandole la mano mi ripeto teneramente suo affettuosissimo figlio Giacomo.



26.

Bologna 10 Ottobre 1825.


Carissimo sig. Padre.

Effettivamente le lettere che Ella dice di avermi scritte dopo ricevuta la mia dei 7 settembre, non mi sono mai giunte. Uno dei più forti motivi che mi hanno determinato a lasciar Milano, dove alla fine io mi era quasi accomodato, e dove si vive certamente meglio che a Bologna, è stata la troppa lontananza di quel luogo da casa mia, e il desiderio di ricevere le loro nuove più spesso e più facilmente, e di essere in maggiore unione con loro. L'appuntamento che io ricevo da Stella, non è altro che un a conto per i lavori letterarii che io gli farò, e se questi importeranno di più, egli me ne compenserà alla fine dell'anno. Il ricever poi questo danaro mensilmente, piuttosto che tutto in una volta alla fine di un lavoro, mi è di un gran vantaggio, per la certezza che me ne segue di avere di mano in mano quella tal somma da disporre. I lavori poi ch'io debbo fare, sono interissimamente a mia disposizione, giacché Stella non mi ha detto e ripetuto altro, se non che egli spera che le opere che io farò, non le manderò ad altri che a lui. Del resto, che io faccia quelle opere che mi piace. In queste cose a me pare che non vi sia nulla di umiliante. Quello che io ricevo dal Greco, sarebbe forse un poco meno nobile, come è seccantissima per me quell'ora che passo con lui. Nondimeno nelle idee di questa città non vi è nulla di vile annesso alla funzione di precettore; anzi qui tutti i letterati forestieri si chiamano professore; e Costa, nobile ravennate, fa professione espressa d'insegnar per danaro a parecchi giovani, fra i quali anche al mio Greco. Costa è uno dei letterati più rinomati di qui.

Della licenza dei libri proibiti le scriverò in caso che mi occorra. Al zio Antici ho scritto costà una lettera, la quale lo avrà trovato assente. Da Bunsen ebbi notizia prima di partire da Milano, che il Segretario di Stato non aveva avuto risposta da questa Legazione sopra il mio affare. Ne ho parlato al Direttor Generale di Polizia, il quale mi ha promesso di sentirne qualche cosa dal Legato con cui ha molta entratura. Mi dispiace assai del raffreddore della Mamma. Non le scrivo per non annoiarla, e perché so che questa lettera sarà comune anche a lei. Ma Ella le dica, la prego, le più tenere cose per me, e mi dia nuove della sua salute. Così anche del Zio Ettore, il quale saluto di tutto cuore. Non lasci anche di dirmi come sta Ella, e come la trattano i primi freddi, che qui sono assai vivi.

Mi ami, mi benedica, e mi creda pieno di amore e di gratitudine, e persuaso che io non potrò mai trovare in nessun luogo affezione e bontà uguale alla sua. Suo affezionatissimo figlio Giacomo.



27.

Bologna 24 Ottobre 1825.


Carissimo Signor Padre.

Risposi lungamente alla sua dei 6 del corrente, dopo la quale non ho veduta altra lettera di costà. Questo silenzio mi farebbe molta pena se io non l'attribuissi intieramente alla posta, la quale, al solito, mi priverà delle lettere che Ella o quei di casa mi avranno scritte. Bensì non posso a meno di lamentarmi di questa infame negligenza, che mi toglie uno dei maggiori piaceri, anzi forse il maggior piacere che io possa provare in questo tempo. Riconosco però coll'esperienza propria quello di cui mi era tante volte lagnato costì, come Ella forse si ricorda, cioè che le lettere di Recanati, non so per qual fatalità particolare, non arrivano al loro destino se non per miracolo, massimamente quelle dirette verso Lombardia.

In ogni modo la prego a non stancarsi di scrivermi, e a dirmi se ha ricevuta la mia lunga risposta alla sua dei 6.

Desidero anche ardentissimamente le sue nuove e quelle della Mamma, dei fratelli e del Zio Ettore, i quali saluto tutti con tutta l'anima. La Mamma come sta del raffreddore che Ella mi diceva? Io sto bene, e l'amo quanto Ella merita.

Ella mi ami, come fa, e mi benedica. Le bacio la mano e mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.

Credo che a quest'ora il Zio Carlo sarà tornato costì da Urbino, e le avrà parlato di una lettera di Bunsen che egli mi spedì da Urbino a Milano, e che io ricevetti qui coll'ultimo ordinario; nella quale Bunsen mi dice per parte del Segretario di Stato che ne lo ha incaricato, che io non accetti nessuna proposizione che potesse venirmi dalla Toscana o d'altronde, avendo il Governo Pontificio fissato gli occhi sopra la mia persona per impiegarla degnamente.

Scrivo oggi medesimo al Zio Carlo costà.



28.

Bologna 23 Novembre 1825.


Amatissimo Signor Padre.

Ricevetti, benché molto ritardata al solito, la sua carissima in data dei 29 Ottobre, alla quale rispondo. Le sue osservazioni circa la Cattedra di Roma sono, come ogni sua cosa, giustissime e amorosissime. Le dico con verità che io non mi curo molto di quella Cattedra, perché le Cattedre sono poco adattate al mio fisico e morale, e poco amerei ancora di stare in Roma, dove l'aria nell'estate è così cattiva. Non nego però che la sua riflessione sopra la certezza di non esser più abbandonati dal governo se una volta si è ottenuto un posto, non mi faccia qualche forza. Intanto Bunsen mi scrive da Roma che non vi è niente di nuovo, e che l'emolumento ordinario della Cattedra è di 200 scudi, il quale se non si aumenta, io non so veramente che farmi di un impiego che non basterebbe per vivere. Bunsen avrebbe voluto ch'io mi portassi subito a Roma, assicurandomi che in tal caso io otterrei indubitatamente e prontamente un buon impiego, ma ho dovuto confessargli che in questo momento non mi sarebbe possibile di pormi in viaggio. Lo confesso ora anche a Lei volentieri, perché, grazie a Dio, posso aggiungerle di star meglio. Il viaggio fatto da me quest'estate mi guarì di ogni altro incomodo, ma mi proccurò una riscaldazioncella d'intestini che mi ha poi sempre perseguitato. A Milano l'incomodo non fu grave e lo disprezzai, ma da che fui tornato in Bologna, andò sempre crescendo in modo che per certo tempo, a causa della stitichezza eccessiva, io non poteva più andar di corpo se non a forza di lavativi. Ora, grazie a Dio, sto meglio, vado senza lavativo, e dopo una ventina di giorni passati in casa perch'io non poteva sopportare il moto, sono tornato a uscire. Con un poco di pazienza e di cura spero di guarire affatto, e così mi assicura un Medico che mi assiste, e mi dice che il mio incomodo è lungo, ma che non è niente.

Ho avuto carissimo di sentire che Pietruccio ha ricevuto la prima tonsura, e spero che ciò tornerà in vantaggio suo e della casa. Ella non mi dice nulla della sua salute, nè se Ella sia interamente ristabilita dai residui della malattia di questa primavera. Me ne dia un cenno, la prego. Il Zio Carlo è ancora costì? E il di lei ufficio o incomodo di Gonfaloniere dura ancora? Ella mi ami, e saluti infinitamente per me la mia cara, carissima Mamma, ed anche il Zio Ettore, e il Curato, e il Zio Carlo, se non è già partito. Io l'amo con tutto il cuore, e smanio di rivederla, e chiederle la benedizione a voce come gliela chiedo ora per lettera.

Il suo tenero figlio Giacomo.



29.

Bologna 4 Decembre 1825.

Carissimo Signor Padre. Ricevo in questo momento la sua cara dei 30. Non la ringrazierò dell'amore che Ella mi dimostra, perché nessun ringraziamento sarebbe proporzionato, e perché esso non mi giunge nuovo. Senza nasconderle nulla, le dico con verità ch'io vo migliorando di giorno in giorno sensibilmente, benché lentissimamente. Ma il Medico, ed altri che hanno patito di questo medesimo male, mi dicono che la lentezza del guarire è una sua qualità ordinaria, tanto più non usando certi rimedi forti, che il medico voleva porre in opera a ogni patto, come sanguigne o mignatte al sedere, ec. e che io non ho voluti.

Intanto vo passeggiando ogni giorno anche lungamente, e non sento più dolore nè gran calore al basso ventre come per l'addietro. Vedrò molto volentieri Setacci, e gli farò la migliore accoglienza che mi sarà possibile. Del Zio Ettore mi dispiace moltissimo, sebbene non lascio di sperare. Se le pare opportuno, lo saluti tanto da mia parte, e gli significhi il dispiacere che ho del suo incomodo. Già Carlo quest'estate mi aveva scritto che il male era una specie di apoplessia. Quanto al Segretariato, siamo ancora alle parole. Bunsen mi scrive che il Cardinal Camerlengo, al quale veramente appartiene la nomina, ha positivamente promesso al Segretario di Stato di conferir l'impiego a me, ma ecco tutto. Mi aggiunge che egli tiene la cosa per fatta.

Le occupazioni dell'impiego si riducono, per quel che sento, a tener certi registri e a fare una volta all'anno un discorso che poi si stampa. Dell'emolumento non saprei precisamente dirle, ma credo che basti a mantenersi sufficientemente in una città come questa. I miei saluti amorosissimi a tutti, e in particolare alla cara Mamma, la quale ricordo ogni giorno con tenerezza. Ella mi benedica, e mi conservi il suo amore.

Le bacio la mano, e con tutto il cuore mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.


Tanti saluti a tutti per parte di Angelina, della quale in altro ordinario scriverò più dettagliatamente.



30.

Bologna 25 Dicembre 1825.


Carissimo Signor Padre.

Ella può figurarsi con quanto dolore leggo la carissima sua dell'altro ieri, che ricevo in questo momento. La bontà del povero Zio e l'amore che mi portava, mi fanno dolere della sua perdita fino all'anima; tanto più che io mi lusingava che la sua malattia, essendo di natura da andare in lungo, se anche non si fosse potuta guarire, mi avrebbe almeno lasciato tempo di riabbracciarlo.

Sia fatta la volontà di Dio. Spero che il buon Zio starà presentemente a goderlo, e pregherà per me e per la sua famiglia che l'ha amato veramente. Ella si accerti che il mio rammarico per questa disgrazia si raddoppia a pensare al dolore che Ella mi dice e io so ben che Ella ne sente. Se la presenza mia fosse buona a consolarla, e se io potessi ora mettermi in viaggio, l'assicuro che non tarderei un momento a volar da Lei per abbracciarla, e, se non altro, dividere la sua afflizione con Lei; ma le confesso che con questa stagione il viaggiare mi sarebbe insopportabile, ed Ella sa bene come la mia complessione è sensibile e nemica del freddo. A primo tempo, se Dio mi dà vita e salute spero che avrò questa gran consolazione di rivederla. Ma Ella non mi scriva più di se stessa quelle espressioni che io trovo nella sua lettera. Pensi, caro Papà, che ferita debbono fare in un cuore che l'ama più di se stesso, nel cuor di un figlio che darebbe volentieri il suo sangue (e glielo giuro) per ricomprare un solo dei di Lei giorni. Ella pensi un poco più lietamente, e si persuada che il suo figlio non ha cosa al mondo più cara e più adorata di Lei, come non ha maggiore desiderio che di stringerla novamente tra le braccia.

Eseguirò la sua commissione col marchese Mosca. La ringrazio molto del tabacco, che mi servirà assai. I miei teneri saluti alla Mamma e ai fratelli.

Le bacio la mano colle lagrime sugli occhi; e con tutto l'affetto dell'animo, domandandole la benedizione, mi dico il suo amorosissimo Giacomo.



31.

Bologna 13 Gennaio 1826.


Carissimo Signor Padre.

La ringrazio moltissimo della premura di spedirmi il tabacco che farò subito riscuotere, e mi sarà certamente molto a proposito. Similmente debbo ringraziarla dell'affettuosa offerta che Ella mi fa del benefizio. Poiché Ella mi dice che gradirebbe molto di darlo a me, io non sono alieno dal riceverlo, come son pieno di gratitudine alla sua bontà. Se in casa non vi fosse stato a chi darlo, io l'assicuro che mi sarei sottomesso a qualunque condizione per averlo. Ma ora che con mio grandissimo piacere, Pietruccio è in istato di riceverne la nomina, mi è permesso di accettarlo con alcune riserve, che Ella troverà, spero, giuste o condonabili. La prima è che io desidererei non essere obbligato ad altro abito e tonsura se non quello che usano qui anche i preti, e consiste solamente in abito nero o turchino, e fazzoletto da collo nero. La seconda è che bisognerebbe che io fossi dispensato dall'obbligo dell'Ufficio divino, perché, come Ella ben vede, quest'obbligo mi priverebbe quasi della facoltà di studiare. Io non posso assolutamente leggere se non la mattina. Se questa dovessi spenderla a dir l'Uffizio, non mi resterebbe altro tempo per le mie faccende. Mi basterebbe di esser dispensato dall'Uffizio divino anche a condizione di recitare una quantità di preci equivalenti, giacché, tolta la mattina, tutto il resto della giornata io non ho da far nulla, e ben volentieri ne spenderei qualche ora in preghiere determinate, purché queste non fossero da leggersi. Mi pare che si potrebbe anche rappresentare ingenuamente la cosa, e lo stato fisico de' miei occhi a chi può dar la dispensa, e che questa sarebbe una ragione sufficiente per ottenerla. Del resto, quando io fossi sicuro di ciò, se per qualche giorno da principio, bisognasse recitar l'Ufficio divino, non ci avrei difficoltà. Mi rimetto a Lei, ed Ella saprà meglio di me, se e con quali mezzi si possa ottenere una tal dispensa prontamente.

Io sto, grazie a Dio, passabilmente di salute, e forse o anche senza forse, starei bene, se non fosse l'inverno, che per me sarà sempre una malattia grave. Aspetto e invoco a ogni minuto la primavera. I miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. Veramente mi ha un poco sorpreso l'eccesso dell'impudenza usata nello spogliare il povero Zio.

Ella mi ami come io l'amo, che è quanto so e posso, mi benedica e mi creda suo affettuosissimo figlio Giacomo.



32.

Bologna 25 Gennaio 1826.


Carissimo Signor Padre.

Le considerazioni giustissime che Ella mi pone innanzi nella cara sua dei 16, e delle quali non posso che ringraziarla, mi convincono pienamente della impossibilità di conciliare la mia vita presente colla condizione di benefiziato ecclesiastico. Quanto al mutare stato, sebbene io non lasci di apprezzare infinitamente gli amorosi consigli che Ella mi porge, e le ragioni che ne adduce, debbo confessarle con libertà e sincerità filiale che io vi provo presentemente tal repugnanza, che quasi mi assicura di non esservi chiamato ed anche di dovere riuscire poco atto all'adempimento de' miei nuovi doveri in caso che io li volessi abbracciare. Prevedo non impossibile, anzi più possibile che forse Ella stessa non crede, che col crescere dell'età, la mia disposizione si cangi totalmente, e mi conduca a quella risoluzione, alla quale ora sono così poco inclinato, ma in ciò mi pare di non dover prevenire l'effetto del tempo, prendendo oggi un partito che io sento che sarebbe affatto prematuro. Circa il benefizio, Ella può ben credere che vedendone investito un mio fratello, io ne proverò quella stessissima soddisfazione che avrei se lo vedessi nelle mie mani. In ogni modo però torno a ringraziarla con tutto il cuore della bontà con cui le è piaciuto di rimettere a me la determinazione sopra questo punto.

Qui non abbiamo gran neve, ma freddi intensissimi, che mi tormentano in modo straordinario, perché la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce l'uso del fuoco, il camminare e lo star molto in letto. Sicché dalla mattina alla sera non trovo riposo, e non fo altro che tremare e spasimare dal freddo, che qualche volta mi dà voglia di piangere come un bambino. Ma del resto, grazie a Dio, sto bene di salute.

Sospiro continuamente la primavera e il momento di baciarle la mano in presenza, come faccio ora col cuore, chiedendole la sua benedizione e ripetendomi con tutta la tenerezza possibile suo affettuosissimo figlio Giacomo.



33.

Bologna 8 Febbraio 1826.


Carissimo Sig. Padre.

Le scrivo oggi una lettera ostensibile, del tenore indicatomi da Lei nella cara sua dei 31 Gennaio. Confesso che non senza pena, e solo per ubbidirla, mi sono indotto a scrivere il paragrafo del Benefizio nel modo che Ella vedrà e che mi fu suggerito da Lei; giacché io, e quando scrissi le mie lettere passate, ed ora, e sempre, intendevo ed intendo, che in qualunque maniera e sotto qualunque nome Ella sia per disporre del benefizio, le rendite dovessero e debbano restar sempre a Sua piena disposizione, per applicarle a me o ad altri, in tutto o in parte, come cosa Sua, e come le rendite della Casa sua propria, e non altrimenti. Nondimeno ho scritto come a Lei è piaciuto, giudicando che ciò potesse servire alle Sue intenzioni in qualunque modo, e non potesse nuocere.

Con tutto il cuore sulla penna, dimandandole nuovamente la Sua benedizione, mi ripeto Suo affettuosissimo e riconoscentissimo figlio Giacomo.



34.

Bologna 8 Febbraio 1826.


Carissimo Signor Padre.

Ricevo la cara sua dei 31 Gennaio. Già fin dal primo di questo mese, il freddo qui, grazie a Dio, è molto scemato, anzi abbiamo avuto qualche giorno quasi di primavera: io ho ripreso le mie passeggiate campestri, e mi pare di esser rinato. Non ho ancora veduto Fusello. Il dono che Ella mi manda mi sarà carissimo, e mi servirà per farmi onore con questi miei amici, presso i quali trovo che l'olio e i fichi della Marca sono già famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano più del parmegiano, il quale non ardisce di comparire in una tavola signorile: bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può avere, che è cosa rara. Ella non dubiti che i suoi libri non sieno per esser tenuti con tutta la cura possibile, e restituiti puntualmente. Io me ne faccio responsabile. A momenti debbo avere occasione di scrivere a Melchiorri, e gli ricorderò la restituzion del Varrone, secondo che Ella mi scrive. Ricevetti per la Diligenza l'abito e il tabacco, e ne la ringrazio di nuovo cordialmente. Il tabacco ho cominciato subito a usarlo, e mi piace molto.

Circa il benefizio; dopo scritta l'ultima mia, ho inteso che Roma accorda qualche volta ai patroni la facoltà di sospendere la presentazione del nuovo rettore per sei o otto anni, e di applicare intanto le rendite a un uso onesto, sopportati i pesi consueti. Ella saprà meglio di me se questo sia vero, come mi si assicura. In tal caso, e se Ella a quest'ora non avesse già disposto altrimenti del Benefizio, e credesse di potere ottenere senza troppa difficoltà e incomodo una tal dispensa, riconoscerei come un segnalato favore della sua bontà, se Ella volesse prevalersi di questo temperamento per farmi godere, finché a Lei piacerà, questa provvisione; la quale certamente mi riuscirà molto utile. In questo modo, senza dare alla Casa altro incomodo, come io non ne do presentemente, e spero in Dio di non essere obbligato a darne per l'avvenire, io sarò pur debitore a Lei ed alla famiglia, di una provvista che mi porrebbe in un certo agio. La prego delle mie più tenere espressioni alla Mamma e ai fratelli, ed anche, se le piace, dei miei complimenti alla Marchesa Roberti, e dei saluti al Curato e a D. Vincenzo.

Ella mi ami e mi benedica come suo affettuosissimo figlio Giacomo.



35.

Bologna 20 Febbraio 1826.


Carissimo Signor Padre.

Quando mi giunse la sua dei 12, io aveva già poco prima riscossa finalmente la roba portata da Fusello. I fichi e l'olio sono qui applauditissimi e graditissimi, e quantunque in casa io non fossi solito di mangiar de' fichi, adesso, non so come, trovo che sono pure una cosa di un sapore eccellente, e ho pensato di salvarne un poco anche per me, giacché Ella me ne ha favorito così liberalmente che ve n'è abbastanza per me e per gli altri.

È ben giusta la sua maraviglia che costà non si pensi punto a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa formaggio se non pochissimo e cattivo. Veramente non si può scusare l'indolenza della nostra provincia nel mettere a profitto i tanti generi squisiti che essa possiede, e che eccedono il consumo dell'interno: giacché i formaggi non sono il solo capo che manca in altre parti d'Italia, e che sarebbe ben accolto, ma noi abbiamo ancora molti e molti altri capi che da noi non si stimano e non si trovano a vendere perché soprabbondano, e altrove sarebbero ricercatissimi. E i nostri vini, che noi mandiamo solamente a Roma e in piccola quantità, mentre ne abbiamo tanta abbondanza, non si venderebbero qui nel Bolognese a preferenza di questi vini fatturati e pessimi della provincia, tutti ingrati al gusto, e scomunicati generalmente da tutti i medici? Certo non fa per i possidenti di attendere al traffico; ma se nella nostra provincia ci fossero altri che vi attendessero, si arricchirebbero essi, e i possidenti avrebbero modo di vendere i loro generi a prezzi convenienti. Mi rallegro con Lei della riacquistata libertà. Ho già scritto a Melchiorri del Varrone. Qui continuano le giornate temperate, che mi han fatto tornare in vita da una vera morte, perché le pene che ho provate in quest'inverno non sono descrivibili.

Saluti tenerissimi alla Mamma e ai fratelli; e così vedendo il Zio Vito o la sua famiglia, la prego a salutarli in mio nome; come anche il Dott. Masi e il Chirurgo Prosperi, se Ella ne ha occasione. Mi ami, mi benedica e mi creda sempre suo affettuosissimo figlio Giacomo.



36.

Bologna 1 Marzo 1826.


Carissimo signor padre.

La ringrazio infinitamente della Leggenda che Ella mi ha favorita, e della noia che per amor mio Ella si è voluto prendere di copiarla. Lo stile non è di autore toscano, ma marchegiano o romano. Ma il monumento è curiosissimo, e certamente antichissimo, giacché oltre l'epoca che Ella mi accenna del 1326, epoca già molto antica, la dicitura mi dà indizio di maggiore antichità, ed io la credo cosa del secolo del duecento. Forse non mi mancherà occasione di farne uso presto. Intanto se Ella mi sapesse dir qualche cosa circa il tempo in cui si sa o si crede che sia vissuto quel San Gerio, ciò sarebbe molto a proposito. La traduzione che ho mandata a Paolina, è mia veramente, come Ella dice, benché passi per opera del trecento. Il mettere il nome della mia patria in fronte ai volumi delle mie operette, e nel manifesto ec., non ha la menoma difficoltà, ed io lo farò volentierissimo, specialmente essendo cosa di suo piacere. Quanto ai formaggi, di cui Paolina mi scrive per di Lei parte, la ringrazio della sua intenzione, e parlerò coll'uffiziale di questa posta, ma bisognerebbe lasciar passare qualche giorno, perché avendomi egli favorito poco fa, temerei se io gli chiedessi ora un piacere simile, che la cosa non gli paresse troppo frequente e indiscreta, ed anche tale da comprometterlo. Io sto, grazie a Dio, sufficientemente bene, e trovandomi entrato in Marzo, fo conto di averla vinta per quest'anno.

Mi benedica e mi voglia bene; e con tutto il cuore mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.



37

17 Aprile 1826.

Carissimo Signor Padre.

Eccola servita subito. Veramente queste bestialità sono cose da far perdere la pazienza, ed io compatisco ben di cuore a chi deve soffrirle, ed alla pena e briga che le costa il rimediarvi. Ecco poi come vanno gli affari anche del più gran momento, e come noi siamo governati. Ringrazio Dio che tutti loro stieno bene. Io coll'inoltrarsi della primavera, vengo migliorando di quel poco di disturbo che mi aveva cagionato il primo caldo, che qui è stato ed è tuttavia straordinario. Sono tornato nel gran mondo, che avevo abbandonato affatto questo inverno.

Ultimamente ho riveduto il zio Mosca, che sta bene, e saluta lei e tutta la famiglia. La prego de' miei tenerissimi saluti alla Mamma e ai fratelli. I miei complimenti alla marchesa Roberti. Non ho potuto mai più riveder Setacci, benché sia stato da lui due volte, ma chi lo vuol trovare, deve cercarlo da per tutto fuorché in casa. Solamente l'incontrai una volta, ma me ne accorsi troppo tardi, ed egli non mi conobbe.

Ella benedica ed ami il suo affettuosissimo ed amantissimo figlio Giacomo.



38.

Bologna 24 Aprile 1826.


Amatissimo signor Padre.

Ho ricevuto la carissima sua dei 21. Ella dev'esser certa della mia piena segretezza circa l'affare della Rinunzia. RingraziandoLa poi sinceramente e vivamente della bontà con cui Ella mi ha destinati i Benefizii e desidera ch'io li ritenga, le confermo la mia intenzione di rinunziarli per non portare i pesi annessi ed indispensabili. Quello che io farò, sarà di tenermi in casa per questo tempo, senza uscire se non intabarrato. A Lei non mancano cagi