Giacomo Leopardi
OPERETTE MORALI
Sommario
Dialogo della Moda e della Morte
Proposta di premi fatta dall'accademia dei Sillografi
Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo
Dialogo di Malambruno e Farfarello
Dialogo della Natura e di un'anima
Dialogo della Terra e della Luna
Dialogo di un Fisico e di un Metafisico
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio Familiare
Dialogo della Natura e di un Islandese
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie
Detti memorabili di Filippo Ottonieri
Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez
Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco
Dialogo di Timandro e di Eleandro
Dialogo di Plotino e di Porfirio
Dialogo di un Venditore d'almanacchi e di un Passeggere
Dialogo di Tristano e di un Amico
Narrasi
che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero
creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero
nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti
favoleggiarono dell'educazione di Giove. E che la terra fosse molto
più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani,
il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel
mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si
scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di
riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene
sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti,
ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di
leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e
traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti,
crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di
felicità. Così consumata dolcissimamente la
fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in età più
ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocché
le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di
giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che
meritassero poca fede; e contentarsi di quello che presentemente
godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva
loro di potere, massimamente che l'aspetto delle cose naturali e
ciascuna parte della vita giornaliera, o per l'assuefazione o per
essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non
riusciva loro di gran lunga così dilettevole e grata come a
principio. Andavano per la terra visitando lontanissime contrade,
poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi
piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltà;
e dopo non molti anni, i più di loro si avvidero che la terra,
ancorché grande, aveva termini certi, e non così larghi
che fossero incomprensibili; e che tutti i luoghi di essa terra e
tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli
uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza
di modo che essi non erano ancora usciti della gioventù, che
un espresso fastidio dell'esser loro gli aveva universalmente
occupati. E di mano in mano nell'età virile, e maggiormente in
sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio,
alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando
la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto
amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne
privarono.
Parve
orrendo questo caso agli Dei, che da creature viventi la morte fosse
preposta alla vita, e che questa medesima in alcun suo proprio
soggetto, senza forza di necessità e senza altro concorso,
fosse a disfarlo. Né si può facilmente dire quanto si
maravigliassero che i loro doni fossero tenuti così vili ed
abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e
rigettarli; parendo loro aver posta nel mondo tanta bontà e
vaghezza, e tali ordini e condizioni, che quella stanza avesse ad
essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia
animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato
con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel medesimo
tempo, oltre all'essere tocchi da non mediocre pietà di tanta
miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio
che rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe
umana fra poca età, contro l'ordine dei fati, venisse a
perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava
loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli
uomini.
Deliberato
per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si
richiedesse, lo stato umano, e d'indirizzarlo alla felicità
con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano
principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né
infinite di beltà, di perfezione e di varietà, come
essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte
imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo
dell'età provetta, ma della matura, e della medesima gioventù,
e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano
ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella
perseverare tutta la loro vita. Della qual cosa non potea Giove
soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed
a quegli uffici e quelle utilità che gli uomini dovevano,
secondo l'intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Né
anche poteva comunicare la propria infinità colle creature
mortali, né fare la materia infinita, né infinita la
perfezione e la felicità delle cose e degli uomini. Ben gli
parve conveniente di propagare i termini del creato, e di
maggiormente adornarlo e distinguerlo: e preso questo consiglio,
ringrandì la terra d'ogn'intorno, e v'infuse il mare,
acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la
sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero
facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini,
ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine
dell'immensità. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la
terra Atlantide, non sola essa, ma insieme altri innumerabili e
distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale,
sopravvissuta alla moltitudine dei secoli. Molti luoghi depresse,
molti ricolmò suscitando i monti e le colline, cosperse la
notte di stelle, rassottigliò e ripurgò la natura
dell'aria, ed accrebbe il giorno di chiarezza e di luce, rinforzò
e contemperò più diversamente che per l'addietro i
colori del cielo e delle campagne, confuse le generazioni degli
uomini in guisa che la vecchiezza degli uni concorresse in un
medesimo tempo coll'altrui giovanezza e puerizia. E risolutosi di
moltiplicare le apparenze di quell'infinito che gli uomini sommamente
desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere della
sostanza), e volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni,
dalla virtù delle quali principalmente comprendeva essere
proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra i
molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello del mare),
creato l'eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle
selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle
loro cime. Creò similmente il popolo de' sogni, e commise loro
che ingannando sotto più forme il pensiero degli uomini,
figurassero loro quella pienezza di non intelligibile felicità,
che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini
perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe
voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva
produrre alcun esempio reale.
Fu
per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto l'animo degli
uomini, e rintegrata in ciascuno di loro la grazia e la carità
della vita, non altrimenti che l'opinione, il diletto e lo stupore
della bellezza e dell'immensità delle cose terrene. E durò
questo buono stato più lungamente che il primo, massime per la
differenza del tempo introdotta da Giove nei nascimenti, sicché
gli animi freddi e stanchi per l'esperienza delle cose, erano
confortati vedendo il calore e le speranze dell'età verde. Ma
in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novità, e
risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si
ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si
crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni
popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano
i parenti e loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel
giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi
coll'estinto. All'ultimo tutti i mortali si volsero all'empietà,
o che paresse loro di non essere ascoltati da Giove, o essendo
propria natura delle miserie indurare e corrompere gli animi eziandio
più bennati, e disamorarli dell'onesto e del retto. Perciocché
s'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata
primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle
cose commesse contro agli Dei; ma per lo contrario non d'altronde
ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro
calamità.
Ora
poiché fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la
protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli
scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e
Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente
giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in
cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non
che temessero né deplorassero il fato comune. Non per tanto,
ammoniti da Giove di riparare alla solitudine della terra; e non
sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare
opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo
che dagli Dei fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle,
restaurarono la specie umana. Ma Giove fatto accorto, per le cose
passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro
bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni
dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque
stato l'impossibile, tanto più si travagliano con questo
desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali;
deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero
genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro
vita di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad
effetto d'intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si
potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di
quella loro incognita e vana felicità.
Quindi
primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un
infinito genere di altre sventure: parte volendo, col variare le
condizioni e le fortune della vita mortale, ovviare alla sazietà
e crescere colla opposizione dei mali il pregio de' beni; parte
acciocché il difetto dei godimenti riuscisse agli spiriti
esercitati in cose peggiori, molto più comportabile che non
aveva fatto per lo passato; e parte eziandio con intendimento di
rompere e mansuefare la ferocia degli uomini, ammaestrarli a piegare
il collo e cedere alla necessità, ridurli a potersi più
facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli animi
affievoliti non meno dalle infermità del corpo che dai
travagli propri, l'acume e la veemenza del desiderio. Oltre di
questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi dai morbi e
dalle calamità, fossero meno pronti che per l'addietro a
volgere le mani contra se stessi, perocché sarebbero
incodarditi e prostrati di cuore, come interviene per l'uso dei
patimenti. I quali sogliono anche, lasciando luogo alle speranze
migliori, allacciare gli animi alla vita: imperciocché
gl'infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi
quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la
natura dell'uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere
in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei
nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il
tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle
quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di
spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i
presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora,
non tanto gl'infelici, ma quelli eziandio che l'avessero in maggiore
abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla.
E
per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il
bisogno e l'appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose
non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove
insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano
pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori
somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e
facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì
alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò
ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle
parti dell'anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in
tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non
avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l'innanzi furono
costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e
inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le prime città,
e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo
gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e
quelle altre arti, che sì per la natura e sì per
l'origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine. Esso
medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in
ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò
tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai
quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di
esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor
patrio e con altri sì fatti nomi. Tra i quali fantasmi fu
medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente,
siccome anco gli altri, venne in terra: perciocché innanzi
all'uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità, non
dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei
bruti, spingeva l'uno sesso verso l'altro, nella guisa che è
tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti, i quali non si amano
veramente, ma si appetiscono.
Fu
cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini consigli alla
vita mortale, e quanto la nuova condizione degli uomini, non ostante
le fatiche, gli spaventi e i dolori, cose per l'addietro ignorate dal
nostro genere, superasse di comodità e di dolcezza quelle che
erano state innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran
parte da quelle maravigliose larve; le quali dagli uomini furono
riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore
inestimabile e con vaste e portentose fatiche per lunghissima età;
infiammandoli a questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i
nobili artefici; tanto che un grandissimo numero di mortali non
dubitarono chi all'uno e chi all'altro di quei fantasmi donare e
sacrificare il sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse
discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, così per altri
rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini tanto meno
facili a gittare volontariamente la vita, quanto più fossero
pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose. Anche di durata
questi buoni ordini eccedettero grandemente i superiori; poiché
quantunque venuti dopo molti secoli in manifesto abbassamento,
nondimeno eziandio declinando e poscia precipitando, valsero in
guisa, che fino all'entrare di un'età non molto rimota dalla
presente, la vita umana, la quale per virtù di quegli ordini
era stata già, massime in alcun tempo, quasi gioconda, si
mantenne per beneficio loro mediocremente facile e tollerabile.
Le
cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti ingegni trovati
dagli uomini per provvedere agevolmente e con poco tempo ai propri
bisogni; lo smisurato accrescimento della disparità di
condizioni e di uffici constituita da Giove tra gli uomini quando
fondò e dispose le prime repubbliche; l'oziosità e la
vanità che per queste cagioni, di nuovo, dopo antichissimo
esilio, occuparono la vita; l'essere, non solo per la sostanza delle
cose, ma ancora da altra parte per l'estimazione degli uomini, venuta
a scemarsi in essa vita la grazia della varietà, come sempre
suole per la lunga consuetudine; e finalmente le altre cose più
gravi, le quali per essere già descritte e dichiarate da
molti, non accade ora distinguere. Certo negli uomini si rinnovellò
quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati avanti il
diluvio, e rinfrescossi quell'amaro desiderio di felicità
ignota ed aliena dalla natura dell'universo.
Ma
il totale rivolgimento della loro fortuna e l'ultimo esito di quello
stato che oggi siamo soliti di chiamare antico, venne principalmente
da una cagione diversa dalle predette: e fu questa. Era tra quelle
larve, tanto apprezzate dagli antichi, una chiamata nelle costoro
lingue Sapienza; la quale onorata universalmente come tutte le sue
compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresì al
pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperità dei
secoli scorsi. Questa più e più volte, anzi
quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di voler
loro mostrare la Verità, la quale diceva ella essere un genio
grandissimo, e sua propria signora, né mai venuta in sulla
terra, ma sedere cogli Dei nel cielo; donde essa prometteva che
coll'autorità e grazia propria intendeva di trarla, e di
ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra gli uomini: per
l'uso e per la familiarità della quale, dovere il genere umano
venire in sì fatti termini, che di altezza di conoscimento,
eccellenza d'instituti e di costumi, e felicità di vita, per
poco fosse comparabile al divino. Ma come poteva una pura ombra ed
una sembianza vota mandare ad effetto le sue promesse, non che menare
in terra la Verità? Sicché gli uomini, dopo lunghissimo
credere e confidare, avvedutisi della vanità di quelle
profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose nuove, massime per
l'ozio in cui vivevano; e stimolati parte dall'ambizione di
pareggiarsi agli Dei, parte dal desiderio di quella beatitudine che
per le parole del fantasma si riputavano, conversando colla Verità
essere per conseguire; si volsero con instantissime e presuntuose
voci dimandando a Giove che per alcun tempo concedesse alla terra
quel nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle sue
creature l'utilità infinita che dalla presenza di quello
riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della sorte umana,
rinnovando le antiche e odiose querele della piccolezza e della
povertà delle cose loro. E perché quelle speciosissime
larve, principio di tanti beni alle età passate, ora si
tenevano dalla maggior parte in poca stima; non che già
fossero note per quelle che veramente erano, ma la comune viltà
dei pensieri e l'ignavia dei costumi facevano che quasi niuno oggimai
le seguiva; perciò gli uomini bestemmiando scelleratamente il
maggior dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali,
gridavano che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai
maggiori, ai quali la stirpe umana più condecentemente
s'inchinerebbe, non essere degno né lecito di porre il piede
in questa infima parte dell'universo.
Molte
cose avevano già da gran tempo alienata novamente dagli uomini
la volontà di Giove; e tra le altre gl'incomparabili vizi e
misfatti, i quali per numero e per tristezza si avevano di
lunghissimo intervallo lasciate addietro le malvagità
vendicate dal diluvio. Stomacavalo del tutto, dopo tante esperienze
prese, l'inquieta, insaziabile, immoderata natura umana; alla
tranquillità della quale, non che alla felicità, vedeva
oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire,
niun luogo essere bastante; perché quando bene egli avesse
voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti della terra, e
l'università delle cose, quella e queste agli uomini,
parimente incapaci e cupidi dell'infinito, fra breve tempo erano per
parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in ultimo quelle stolte
e superbe domande commossero talmente l'ira del dio, che egli si
risolse, posta da parte ogni pietà, di punire in perpetuo la
specie umana, condannandola per tutte le età future a miseria
molto più grave che le passate. Per la qual cosa deliberò
non solo mandare la Verità fra gli uomini a stare, come essi
chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra
loro, ed esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi
avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente
umana.
E
maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come quelli ai
quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello
stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li
rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i
geni, eziandio grandi, sono di proprietà benefici, non essere
tale l'ingegno della Verità, che ella dovesse fare gli stessi
effetti negli uomini che negli Dei. Perocché laddove
agl'immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli
uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi
agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a
questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per
niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né
mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la più parte dei loro
mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti
essere da chi li sostiene, e più o meno gravi secondo che esso
gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento
sia per essere agli uomini la presenza di questo genio. Ai quali
niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di
tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni
cosa fuorché dei propri dolori. Per queste cagioni saranno
eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al
presente, più che con altro diletto o conforto alcuno,
sostentarono la vita. E nulla sperando, né veggendo alle
imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza
ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la
comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da quella dei
sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza non potranno fuggire
che il desiderio di un'immensa felicità, congenito agli animi
loro, non li punga e cruci tanto più che in addietro, quanto
sarà meno ingombro e distratto dalla varietà delle cure
e dall'impeto delle azioni. E nel medesimo tempo si troveranno essere
destituiti della naturale virtù immaginativa, che sola poteva
per alcuna parte soddisfarli di questa felicità non possibile
e non intesa, né da me, né da loro stessi che la
sospirano. E tutte quelle somiglianze dell'infinito che io
studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli,
conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati,
riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e per gli
abiti che eglino apprenderanno dalla Verità. Di maniera che la
terra e le altre parti dell'universo, se per addietro parvero loro
piccole, parranno da ora innanzi menome: perché essi saranno
instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perché
quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto
più strette a ciascuno, quanto egli ne ha più notizia.
Finalmente, perciocché saranno stati ritolti alla terra i suoi
fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli
uomini avranno piena contezza dell'essere di quelli, mancherà
dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di
pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma
il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per
ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati
di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e
facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie;
ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti
saranno uomini. Perciocché non si proponendo né patria
da dovere particolarmente amare, né strani da odiare;
ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il
suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi
sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare. Né per tanta
e sì disperata infelicità si ardiranno i mortali di
abbandonare la luce spontaneamente: perocché l'imperio di
questo genio li farà non meno vili che miseri; ed aggiungendo
oltremodo alle acerbità della loro vita, li priverà del
valore di rifiutarla.
Per
queste parole di Giove parve agli Dei che la nostra sorte fosse per
essere troppo più fiera e terribile che alla divina pietà
non si convenisse di consentire. Ma Giove seguitò dicendo.
Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi
chiamano Amore; il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri,
lasciare nel consorzio umano. E non sarà dato alla Verità,
quantunque potentissima e combattendolo di continuo, né
sterminarlo mai dalla terra, né vincerlo se non di rado.
Sicché la vita degli uomini, parimente occupata nel culto di
quel fantasma e di questo genio, sarà divisa in due parti; e
l'uno e l'altro di quelli avranno nelle cose e negli animi dei
mortali comune imperio. Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni
pochi e di picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli
uomini. Alle età gravi il difetto delle consolazioni di Amore
sarà compensato dal beneficio della loro naturale proprietà
di essere quasi contenti della stessa vita, come accade negli altri
generi di animali, e di curarla diligentemente per sua cagione
propria, non per diletto né per comodo che ne ritraggano.
Così
rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manco
nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini la Verità,
e diedele appo loro perpetua stanza e signoria. Di che seguitarono
tutti quei luttuosi effetti che egli avea preveduto. E intervenne
cosa di gran maraviglia; che ove quel genio prima della sua discesa,
quando egli non avea potere né ragione alcuna negli uomini,
era stato da essi onorato con un grandissimo numero di templi e di
sacrifici; ora venuto in sulla terra con autorità di principe,
e cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti gli altri
immortali, che più chiaramente manifestandosi, appaiono più
venerandi, contristò di modo le menti degli uomini e
percossele di così fatto orrore, che eglino, se bene sforzati
di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo. E in vece che quelle larve in
qualunque animo avessero maggiormente usata la loro forza, solevano
essere da quello più riverite ed amate; esso genio riportò
più fiere maledizioni e più grave odio da coloro in che
egli ottenne maggiore imperio. Ma non potendo perciò né
sottrarsi, né ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali
in quella suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e
sempre sosterranno.
Se non che la pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta, commosse, non e gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infelicità; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d'intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio. Avevano usato gli Dei negli antichi tempi, quando Giustizia, Virtù e gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora l'uno ora l'altro in terra, e qui significando la loro presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in particolare. Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo la conversazione umana. Ora Giove compassionando alla nostra somma infelicità, propose agl'immortali se alcuno di loro fosse per indurre l'animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a sé, indegni della sciagura universale. Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l'avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl'immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all'imperio della Verità. Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la generale indegnità della gente umana, come che gli Dei sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l'essere pieni del suo nume vince per sé qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli Dei. E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri. Molti mortali, inesperti e incapaci de' suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto è da natura magnanimo e mansueto. Oltre che gl'immortali, contenti della vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell'insanabile miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli uomini; né d'altro in particolare sono puniti i frodolenti e gl'ingiusti e i dispregiatori degli Dei, che di essere alieni anche per proprio nome dalla grazia di quelli.
Ercole:
Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti saluti da sua parte,
e in caso che tu fossi stracco di cotesto peso, che io me lo addossi
per qualche ora, come feci non mi ricordo quanti secoli sono, tanto
che tu pigli fiato e ti riposi un poco.
Atlante: Ti
ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla maestà
di Giove. Ma il mondo è fatto così leggero, che questo
mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa più; e
se non fosse che la volontà di Giove mi sforza di stare qui
fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porrei
sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a un pelo
della barba, e me n'andrei per le mie faccende.
Ercole:
Come può stare che sia tanto alleggerita? Mi accorgo bene che
ha mutato figura, e che è diventata a uso delle pagnotte, e
non è più tonda, come era al tempo che io studiai la
cosmografia per fare quella grandissima navigazione cogli Argonauti:
ma con tutto questo non trovo come abbia a pesare meno di prima.
Atlante: Della causa non so. Ma della leggerezza
ch'io dico te ne puoi certificare adesso adesso, solo che tu voglia
torre questa sulla mano per un momento, e provare il peso.
Ercole:
In fe' d'Ercole, se io non avessi provato, io non poteva mai credere.
Ma che è quest'altra novità che vi scuopro? L'altra
volta che io la portai, mi batteva forte sul dosso, come fa il cuore
degli animali; e metteva un certo rombo continuo, che pareva un
vespaio. Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un oriuolo che
abbia rotta la molla; e quanto al ronzare, io non vi odo un zitto.
Atlante: Anche di questo non ti so dire altro, se
non ch'egli è già gran tempo, che il mondo finì
di fare ogni moto e ogni romore sensibile: e io per me stetti con
grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in
giorno che m'infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo
potessi seppellire, e l'epitaffio che gli dovessi porre. Ma poi
veduto che non marciva, mi risolsi che di animale che prima era, si
fosse convertito in pianta, come Dafne e tanti altri; e che da questo
nascesse che non si moveva e non fiatava: e ancora dubito che fra
poco non mi gitti le radici per le spalle, e non vi si abbarbichi.
Ercole: Io piuttosto credo che dorma, e che questo
sonno sia della qualità di quello di Epimenide , che durò
un mezzo secolo e più; o come si dice di Ermotimo , che
l'anima gli usciva del corpo ogni volta che voleva, e stava fuori
molti anni, andando a diporto per diversi paesi, e poi tornava,
finché gli amici per finire questa canzona, abbruciarono il
corpo; e così lo spirito ritornato per entrare, trovò
che la casa gli era disfatta, e che se voleva alloggiare al coperto,
gliene conveniva pigliare un'altra a pigione, o andare all'osteria.
Ma per fare che il mondo non dorma in eterno, e che qualche amico o
benefattore, pensando che egli sia morto, non gli dia fuoco, io
voglio che noi proviamo qualche modo di risvegliarlo.
Atlante:
Bene, ma che modo?
Ercole: Io gli farei toccare una
buona picchiata di questa clava: ma dubito che lo finirei di
schiacciare, e che io non ne facessi una cialda; o che la crosta,
atteso che riesce così leggero, non gli sia tanto
assottigliata, che egli mi scricchioli sotto il colpo come un uovo. E
anche non mi assicuro che gli uomini, che al tempo mio combattevano a
corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla
percossa tutti in un tratto. Il meglio sarà ch'io posi la
clava e tu il pastrano, e facciamo insieme alla palla con questa
sferuzza. Mi dispiace ch'io non ho recato i bracciali o le racchette
che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o
nell'orto: ma le pugna basteranno.
Atlante: Appunto;
acciocché tuo padre, veduto il nostro giuoco e venutogli
voglia di entrare in terzo, colla sua palla infocata ci precipiti
tutti e due non so dove, come Fetonte nel Po.
Ercole:
Vero, se io fossi, come era Fetonte, figliuolo di un poeta, e non suo
figliuolo proprio; e non fossi anche tale, che se i poeti popolarono
le città col suono della lira, a me basta l'animo di spopolare
il cielo e la terra a suono di clava. E la sua palla, con un calcio
che le tirassi, io la farei schizzare di qui fino all'ultima soffitta
del cielo empireo. Ma sta sicuro che quando anche mi venisse fantasia
di sconficcare cinque o sei stelle per fare alle castelline, o di
trarre al bersaglio con una cometa, come con una fromba, pigliandola
per la coda, o pure di servirmi proprio del sole per fare il giuoco
del disco, mio padre farebbe le viste di non vedere. Oltre che la
nostra intenzione con questo giuoco e di far bene al mondo, e non
come quella di Fetonte, che fu di mostrarsi leggero della persona
alle Ore, che gli tennero il montatoio quando salì sul carro;
e di acquistare opinione di buon cocchiere con Andromeda e Callisto e
colle altre belle costellazioni, alle quali è voce che nel
passare venisse gittando mazzolini di raggi e pallottoline di luce
confettate; e di fare una bella mostra di sé tra gli Dei del
cielo nel passeggio di quel giorno, che era di festa. In somma, della
collera di mio padre non te ne dare altro pensiero, che io m'obbligo,
in ogni caso, a rifarti i danni; e senza più cavati il
cappotto e manda la palla.
Atlante: O per grado o
per forza, mi converrà fare a tuo modo; perché tu sei
gagliardo e coll'arme, e io disarmato e vecchio. Ma guarda almeno di
non lasciarla cadere, che non se le aggiungessero altri bernoccoli, o
qualche parte se le ammaccasse, o crepasse, come quando la Sicilia si
schiantò dall'Italia e l'Affrica dalla Spagna; o non ne
saltasse via qualche scheggia, come a dire una provincia o un regno,
tanto che ne nascesse una guerra.
Ercole: Per la
parte mia non dubitare.
Atlante: A te la palla. Vedi
che ella zoppica, perché l'è guasta la figura.
Ercole:
Via dàlle un po' più sodo, ché le tue non
arrivano.
Atlante: Qui la botta non vale, perché
ci tira garbino al solito, e la palla piglia vento, perch'è
leggera.
Ercole: Cotesta è sua pecca vecchia,
di andare a caccia del vento.
Atlante: In verità
non saria mal fatto che ne la gonfiassimo, che veggo che ella non
balza d'in sul pugno più che un popone.
Ercole:
Cotesto è difetto nuovo, che anticamente ella balzava e
saltava come un capriolo.
Atlante: Corri presto in
là; presto ti dico; guarda per Dio, ch'ella cade: mal abbia il
momento che tu ci sei venuto.
Ercole: Così
falsa e terra terra me l'hai rimessa, che io non poteva essere a
tempo se m'avessi voluto fiaccare il collo. Oimè, poverina,
come stai? ti senti male a nessuna parte? Non s'ode un fiato e non si
vede muovere un'anima e mostra che tutti dormano come prima.
Atlante:
Lasciamela per tutte le corna dello Stige, che io me la raccomodi
sulle spalle; e tu ripiglia la clava, e torna subito in cielo a
scusarmi con Giove di questo caso, ch'è seguito per tua
cagione.
Ercole: Così farò. È
molti secoli che sta in casa di mio padre un certo poeta, di nome
Orazio, ammessoci come poeta di corte ad instanza di Augusto, che era
stato deificato da Giove per considerazioni che si dovettero avere
alla potenza dei Romani. Questo poeta va canticchiando certe sue
canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si
muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini
sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è
mosso.
Atlante: Chi dubita della giustizia degli
uomini? Ma tu non istare a perder più tempo, e corri su presto
a scolparmi con tuo padre, ché io m'aspetto di momento in
momento un fulmine che mi trasformi di Atlante in Etna.
DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE
Moda:
Madama Morte, madama Morte.
Morte: Aspetta che sia
l'ora, e verrò senza che tu mi chiami.
Moda:
Madama Morte.
Morte: Vattene col diavolo. Verrò
quando tu non vorrai.
Moda: Come se io non fossi
immortale.
Morte: Immortale? Passato è già
più che 'lmillesim'anno che sono finiti i tempi
degl'immortali.
Moda: Anche Madama petrarcheggia
come fosse un lirico italiano del cinque o dell'ottocento?
Morte:
Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo,
e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma
levamiti d'attorno.
Moda: Via, per l'amore che tu
porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto, e
guardami.
Morte: Ti guardo.
Moda:
Non mi conosci?
Morte: Dovresti sapere che ho mala
vista, e che non posso usare occhiali, perché gl'Inglesi non
ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me
gl'incavalcassi.
Moda: Io sono la Moda, tua
sorella.
Morte: Mia sorella?
Moda:
Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla
Caducità?
Morte: Che m'ho a ricordare io che
sono nemica capitale della memoria.
Moda: Ma io me
ne ricordo bene; e so che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare
e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu
vadi a questo effetto per una strada e io per un'altra.
Morte:
In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi
dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le
parole; che se mi vai borbottando tra' denti con quella vocina da
ragnatelo, io t'intenderò domani, perché l'udito, se
non sai, non mi serve meglio che la vista.
Moda:
Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si
usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e
tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu
vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare
continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle
persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe,
dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose
tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non
manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come
verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e
stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori;
abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo
che essi v'improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con
fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini
del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in
America e in Asia ; storpiare la gente colle calzature snelle;
chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura
dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente
parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a
sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori
e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi
portano. Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature,
delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane,
quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di
tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio,
difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e
fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro
danno.
Morte: In conclusione io ti credo che mi sii
sorella e, se tu vuoi, l'ho per più certo della morte, senza
che tu me ne cavi la fede del parrocchiano.' Ma stando così
ferma, io svengo; e però, se ti dà l'animo di corrermi
allato, fa di non vi crepare, perch'io fuggo assai, e correndo mi
potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela,
ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e
rimanti col buon anno.
Moda: Se noi avessimo a
correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova,
perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in
un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo
a correre, e correndo, come tu dici, parleremo dei casi
nostri.
Morte: Sia con buon'ora. Dunque poiché
tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi
giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda:
Io l'ho fatto già per l'addietro più che non pensi.
Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le
altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica
di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a
oggi dal principio del mondo.
Morte: Gran miracolo,
che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda:
Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte: Ben bene: di cotesto saremo a tempo a
discorrere quando sarà venuta l'usanza che non si muoia. Ma in
questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m'aiutassi a ottenere
il contrario più facilmente e più presto che non ho
fatto finora.
Moda: Già ti ho raccontate
alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie
per comparazione a queste che io ti vo' dire. A poco per volta, ma il
più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in
disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben
essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che
abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo
ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa,
così per rispetto del corpo come dell'animo, e più
morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità
che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu
non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e
polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai
terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro
piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché
tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più,
dove per l'addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera
mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti
pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che
sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore
speranza. Finalmente perch'io vedeva che molti si erano vantati di
volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché
una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani,
io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o
altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da
burla, e non godevano della loro fama più che si patissero
dell'umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che
questo negozio degl'immortali ti scottava, perché parea che ti
scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di
cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure
alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta
sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli
conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che
sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste
cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte
finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra,
com'è seguito. E per quest'effetto sono disposta a far ogni
giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono
andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l'avanti non ci
partiamo dal fianco l'una dell'altra, perché stando sempre in
compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere
migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad
esecuzione.
Morte: Tu dici il vero, e così
voglio che facciamo.
PROPOSTA DI PREMI FATTA DALL'ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI
L'Accademia dei Sillografi attendendo di continuo, secondo il suo principale instituto, a procurare con ogni suo sforzo l'utilità comune, e stimando niuna cosa essere più conforme a questo proposito che aiutare e promuovere gli andamenti e le inclinazioni
Del fortunato secolo in cui siamo,
come
dice un poeta illustre; ha tolto a considerare diligentemente le
qualità e l'indole del nostro tempo, e dopo lungo e maturo
esame si è risoluta di poterlo chiamare l'età delle
macchine, non solo perché gli uomini di oggidì
procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i
passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle
macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto
giorno trovando ed accomodando a tanti e così vari esercizi,
che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire,
trattano le cose umane e fanno le opere della vita. Del che la detta
Accademia prende sommo piacere, non tanto per le comodità
manifeste che ne risultano, quanto per due considerazioni che ella
giudica essere importantissime, quantunque comunemente non avvertite.
L'una si è che ella confida dovere in successo di tempo gli
uffici e gli usi delle macchine venire a comprendere oltre le cose
materiali, anche le spirituali; onde nella guisa che per virtù
di esse macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei
fulmini e delle grandini, e da molti simili mali e spaventi, così
di mano in mano si abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e
facciasi grazia alla novità dei nomi), qualche parainvidia,
qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di
salute o altro ingegno che ci scampi dall'egoismo, dal predominio
della mediocrità, dalla prospera fortuna degl'insensati, de'
ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza e dalla miseria de'
saggi, de' costumati e de' magnanimi, e dagli altri sì fatti
incomodi, i quali da parecchi secoli in qua sono meno possibili a
distornare che già non furono gli effetti dei fulmini e delle
grandini. L'altra cagione e la principale si è che disperando
la miglior parte dei filosofi di potersi mai curare i difetti del
genere umano, i quali, come si crede, sono assai maggiori e in più
numero che le virtù; e tenendosi per certo che sia piuttosto
possibile di rifarlo del tutto in una nuova stampa, o di sostituire
in suo luogo un altro, che di emendarlo; perciò l'Accademia
dei Sillografi reputa essere espedientissimo che gli uomini si
rimuovano dai negozi della vita il più che si possa, e che a
poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. E
deliberata di concorrere con ogni suo potere al progresso di questo
nuovo ordine delle cose, propone per ora tre premi a quelli che
troveranno le tre macchine infrascritte.
L'intento
della prima sarà di fare le parti e la persona di un amico, il
quale non biasimi e non motteggi l'amico assente; non lasci di
sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga
la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere il riso degli uomini, al
debito dell'amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver
materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si
prevalga della familiarità e della confidenza dell'amico a
soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; non porti
invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o
di riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a' suoi
bisogni, altrimenti che in parole. Circa le altre cose nel comporre
questo automato si avrà l'occhio ai trattati di Cicerone e
della Marchesa di Lambert sopra l'amicizia. L'Accademia pensa che
l'invenzione di questa così fatta macchina non debba essere
giudicata né impossibile, né anche oltre modo
difficile, atteso che, lasciando da parte gli automati del
Regiomontano, del Vaucanson e di altri, e quello che in Londra
disegnava figure e ritratti, e scriveva quanto gli era dettato da
chiunque si fosse; più d'una macchina si e veduta che giocava
agli scacchi per sé medesima. Ora a giudizio di molti savi, la
vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che ella è
cosa ancora più lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco
degli scacchi è più secondo ragione, e i casi più
prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita. La quale
oltre a ciò, per detto di Pindaro, non essendo cosa di più
sostanza che un sogno di un'ombra, ben debbe esserne capace la veglia
di un automato. Quanto alla favella, pare che non si possa volgere in
dubbio che gli uomini abbiano facoltà di comunicarla alle
macchine che essi formano, conoscendosi questa cosa da vari esempi, e
in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone e
della testa fabbricata da Alberto magno, la quale era sì
loquace, che perciò san Tommaso di Aquino, venutagli in odio,
la ruppe. E se il pappagallo di Nevers , con tutto che fosse una
bestiolina, sapeva rispondere e favellare a proposito, quanto
maggiormente è da credere che possa fare questi medesimi
effetti una macchina immaginata dalla mente dell'uomo e construtta
dalle sue mani; la quale già non debbe essere così
linguacciuta come il pappagallo di Nevers ed altri simili che si
veggono e odono tutto giorno, né come la testa fatta da
Alberto Magno, non le convenendo infastidire l'amico e muoverlo a
fracassarla. L'inventore di questa macchina riporterà in
premio una medaglia d'oro di quattrocento zecchini di peso, la quale
da una banda rappresenterà le immagini di Pilade e di Oreste,
dall'altra il nome del premiato col titolo: PRIMO VERIFICATORE DELLE
FAVOLE ANTICHE.
La
seconda macchina vuol essere un uomo artificiale a vapore, atto e
ordinato a fare opere virtuose e magnanime. L'Accademia reputa che i
vapori, poiché altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano
essere di profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli
esercizi della virtù e della gloria. Quegli che intraprenderà
di fare questa macchina, vegga i poemi e i romanzi, secondo i quali
si dovrà governare circa le qualità e le operazioni che
si richieggono a questo automato. Il premio sarà una medaglia
d'oro di quattrocento cinquanta zecchini di peso, stampatavi in sul
ritto qualche immaginazione significativa della età d'oro e in
sul rovescio il nome dell'inventore della macchina con questo titolo
ricavato dalla quarta egloga di Virgilio, QVO FERREA PRIMVM DESINET
AC TOTO SVRGET GENS AVREA MVNDO.
La
terza macchina debbe essere disposta a fare gli uffici di una donna
conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassar Castiglione,
il quale descrisse il suo concetto nel libro del Cortegiano, parte da
altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza
fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del
Conte. Né anche l'invenzione di questa macchina dovrà
parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che
Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze si poté
fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse
la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi
all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di
cinquecento zecchini, in sulla quale sarà figurata da una
faccia l'araba fenice del Metastasio posata sopra una pianta di
specie europea, dall'altra parte sarà scritto il nome del
premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E DELLA FELICITÀ
CONIUGALE.
L'Accademia
ha decretato che alle spese che occorreranno per questi premi,
suppliscasi con quanto fu ritrovato nella sacchetta di Diogene, stato
segretario di essa Accademia, o con uno dei tre asini d'oro che
furono di tre Accademici sillografi, cioè a dire di Apuleio,
del Firenzuola e del Macchiavelli; tutte le quali robe pervennero ai
Sillografi per testamento dei suddetti, come si legge nella storia
dell'Accademia.
DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO
Folletto:
Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
Gnomo:
Mio padre m'ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano
macchinando questi furfanti degli uomini; perché ne sta con
gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, e
in tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli
apparecchino qualche gran cosa contro, se però non fosse
tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento;
o se i popoli civili non si contentassero di polizzine per moneta,
come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come
fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le leggi di
Licurgo, che gli pare il meno credibile.
Folletto:
Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di
una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
Gnomo:
Che vuoi tu inferire?
Folletto: Voglio inferire che
gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta.
Gnomo:
Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s'è
veduto che ne ragionino.
Folletto: Sciocco, non
pensi che, morti gli uomini, non si stampano più
gazzette?
Gnomo: Tu dici il vero. Or come faremo a
sapere le nuove del mondo?
Folletto: Che nuove? che
il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua
o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché,
mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi
gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle
braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più
mettervi le mani; non si trova più regni né imperi che
vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti
sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l'uno
all'altro come uovo a uovo.
Gnomo: Né anche
si potrà sapere a quanti siamo del mese, perché non si
stamperanno più lunari.
Folletto: Non sarà
gran male, che la luna per questo non fallirà la strada.
Gnomo: E i giorni della settimana non avranno più
nome.
Folletto: Che, hai paura che se tu non li
chiami per nome, che non vengano? o forse ti pensi, poiché
sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami?
Gnomo:
E non si potrà tenere il conto degli anni.
Folletto:
Così ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non
misurando l'età passata, ce ne daremo meno affanno, e quando
saremo vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in
giorno.
Gnomo: Ma come sono andati a mancare quei
monelli?
Folletto: Parte guerreggiando tra loro,
parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi
non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte
stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e
disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far
contro la propria natura e di capitar male.
Gnomo: A
ogni modo, io non mi so dare ad intendere che tutta una specie di
animali si possa perdere di pianta, come tu dici.
Folletto:
Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere che il caso non è
nuovo, e che varie qualità di bestie si trovarono anticamente
che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti. E certo che
quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che,
come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione.
Gnomo: Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o
due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che
penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato
il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi
credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro
soli.
Folletto: E non volevano intendere che egli è
fatto e mantenuto per li folletti.
Gnomo: Tu
folleggi veramente, se parli sul sodo.
Folletto:
Perché? io parlo bene sul sodo.
Gnomo: Eh,
buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo e fatto per gli gnomi?
Folletto: Per gli gnomi, che stanno sempre
sotterra? Oh questa e la più bella che si possa udire. Che
fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare, le campagne?
Gnomo: Che fanno ai folletti le cave d'oro e
d'argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?
Folletto: Ben bene, o che facciano o che non
facciano, lasciamo stare questa contesa, che io tengo per fermo che
anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia
fatto a posta per uso della loro specie. E però ciascuno si
rimanga col suo parere, che niuno glielo caverebbe di capo: e per
parte mia ti dico solamente questo, che se non fossi nato folletto,
io mi dispererei.
Gnomo: Lo stesso accadrebbe a me
se non fossi nato gnomo. Ora io saprei volentieri quel che direbbero
gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra l'altre cose che
facevano a questo e a quello, s'inabissavano le mille braccia
sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si
apparteneva al genere umano, e che la natura gliel'aveva nascosta e
sepolta laggiù per modo di burla, volendo provare se la
troverebbero e la potrebbero cavar fuori.
Folletto:
Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le cose del
mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma
facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano
rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti, storie del
mondo: benché si potevano numerare, anche dentro ai termini
della terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma
solamente di animali, quanti capi d'uomini vivi: i quali animali, che
erano fatti espressamente per coloro uso, non si accorgevano però
mai che il mondo si rivoltasse.
Gnomo: Anche le
zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini?
Folletto:
Sì erano; cioè per esercitarli nella pazienza, come
essi dicevano.
Gnomo: In verità che mancava
loro occasione di esercitar la pazienza, se non erano le
pulci.
Folletto: Ma i porci, secondo Crisippo ,
erano pezzi di carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine
e le dispense degli uomini, e, acciocché non imputridissero,
conditi colle anime in vece di sale.
Gnomo: Io
credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco
di sale in vece dell'anima, non avrebbe immaginato uno sproposito
simile.
Folletto: E anche quest'altra è
piacevole; che infinite specie di animali non sono state mai viste né
conosciute dagli uomini loro padroni; o perché elle vivono in
luoghi dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute
che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire. E di
moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli ultimi tempi.
Il simile si può dire circa al genere delle piante, e a mille
altri. Parimente di tratto in tratto, per via de' loro cannocchiali,
si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per
migliaia e migliaia d'anni, non avevano mai saputo che fosse al
mondo; e subito lo scrivevano tra le loro masserizie: perché
s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli
da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle
signorie loro, che la notte avevano gran faccende.
Gnomo:
Sicché in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle
fiammoline che certe notti vengono giù per l'aria, avranno
detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per servizio
degli uomini.
Folletto: Ma ora che ei sono tutti
spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono
stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più
da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si
rasciughi.
Gnomo: E le stelle e i pianeti non
mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie.
Folletto: E il sole non s'ha intonacato il viso di
ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della
quale io credo ch'ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò
la statua di Pompeo.
DIALOGO DI MALAMBRUNO E DI FARFARELLO
Malambruno:
Spiriti d'abisso, Farfarello, Ciriatto, Baconero, Astarotte,
Alichino, e comunque siete chiamati; io vi scongiuro nel nome di
Belzebù, e vi comando per la virtù dell'arte mia, che
può sgangherare la luna, e inchiodare il sole a mezzo il
cielo: venga uno di voi con libero comando del vostro principe e
piena potestà di usare tutte le forze dell'inferno in mio
servigio.
Farfarello: Eccomi.
Malambruno:
Chi sei?
Farfarello: Farfarello, a' tuoi
comandi.
Malambruno: Rechi il mandato di Belzebù?
Farfarello: Sì recolo; e posso fare in tuo
servigio tutto quello che potrebbe il Re proprio, e più che
non potrebbero tutte l'altre creature insieme.
Malambruno:
Sta bene. Tu m'hai da contentare d'un desiderio.
Farfarello:
Sarai servito. Che vuoi? nobiltà maggiore di quella degli
Atridi?
Malambruno: No.
Farfarello:
Più ricchezze di quelle che si troveranno nella città
di Manoa quando sarà scoperta?
Malambruno:
No.
Farfarello: Un impero grande come quello che
dicono che Carlo quinto si sognasse una notte?
Malambruno:
No.
Farfarello: Recare alle tue voglie una donna
più salvatica di Penelope?
Malambruno: No. Ti
par egli che a cotesto ci bisognasse il diavolo?
Farfarello:
Onori e buona fortuna così ribaldo come sei?
Malambruno:
Piuttosto mi bisognerebbe il diavolo se volessi il
contrario.
Farfarello: In fine, che mi
comandi?
Malambruno: Fammi felice per un momento di
tempo.
Farfarello: Non posso.
Malambruno:
Come non puoi?
Farfarello: Ti giuro in coscienza
che non posso.
Malambruno: In coscienza di demonio
da bene.
Farfarello: Sì certo. Fa conto che
vi sia de' diavoli da bene come v'è degli uomini.
Malambruno:
Ma tu fa conto che io t'appicco qui per la coda a una di queste
travi, se tu non mi ubbidisci subito senza più
parole.
Farfarello: Tu mi puoi meglio ammazzare, che
non io contentarti di quello che tu domandi.
Malambruno:
Dunque ritorna tu col mal anno, e venga Belzebù in
persona.
Farfarello: Se anco viene Belzebù
con tutta la Giudecca e tutte le Bolge, non potrà farti felice
né te né altri della tua specie, più che abbia
potuto io.
Malambruno: Né anche per un
momento solo?
Farfarello: Tanto è possibile
per un momento, anzi per la metà di un momento, e per la
millesima parte; quanto per tutta la vita.
Malambruno:
Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera, ti basta l'animo
almeno di liberarmi dall'infelicità?
Farfarello:
Se tu puoi fare di non amarti supremamente.
Malambruno:
Cotesto lo potrò dopo morto.
Farfarello: Ma
in vita non lo può nessun animale: perché la vostra
natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa, che questa.
Malambruno: Così è.
Farfarello:
Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu sei
capace, necessariamente desideri il più che puoi la felicità
propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo
tuo desiderio, che è sommo, resta che tu non possi fuggire per
nessun verso di non essere infelice.
Malambruno: Né
anco nei tempi che io proverò qualche diletto; perché
nessun diletto mi farà né felice né pago.
Farfarello: Nessuno veramente.
Malambruno:
E però, non uguagliando il desiderio naturale della felicità
che mi sta fisso nell'animo, non sarà vero diletto; e in quel
tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di
essere infelice.
Farfarello: Non lascerai: perché
negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicità,
quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di
quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa.
Malambruno: Tanto che dalla nascita insino alla
morte, l'infelicità nostra non può cessare per ispazio,
non che altro, di un solo istante.
Farfarello: Sì:
cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie uno
sfinimento o altro che v'interrompa l'uso dei sensi.
Malambruno:
Ma non mai però mentre sentiamo la nostra propria
vita.
Farfarello: Non mai.
Malambruno:
Di modo che, assolutamente parlando, il non vivere è sempre
meglio del vivere.
Farfarello: Se la privazione
dell'infelicità è semplicemente meglio
dell'infelicità.
Malambruno:
Dunque?
Farfarello: Dunque se ti pare di darmi
l'anima prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela.
DIALOGO DELLA NATURA E DI UN'ANIMA
Natura:
Va, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per
lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice.
Anima:
Che male ho io commesso prima di vivere, che tu mi condanni a cotesta
pena?
Natura: Che pena, figliuola mia?
Anima:
Non mi prescrivi tu di essere infelice?
Natura: Ma
in quanto che io voglio che tu sii grande, e non si può questo
senza quello. Oltre che tu sei destinata a vivificare un corpo umano;
e tutti gli uomini per necessità nascono e vivono
infelici.
Anima: Ma in contrario saria di ragione
che tu provvedessi in modo, che eglino fossero felici per necessità;
o non potendo far questo, ti si converrebbe astenere da porli al
mondo.
Natura: Né l'una né l'altra
cosa è in potestà mia, che sono sottoposta al fato; il
quale ordina altrimenti, qualunque se ne sia la cagione; che né
tu né io non la possiamo intendere. Ora, come tu sei stata
creata e disposta a informare una persona umana, già
qualsivoglia forza, né mia né d'altri, non e potente a
scamparti dall'infelicità comune degli uomini. Ma oltre di
questa, te ne bisognerà sostenere una propria, e maggiore
assai, per l'eccellenza della quale io t'ho fornita.
Anima:
Io non ho ancora appreso nulla; cominciando a vivere in questo punto:
e da ciò dee provenire ch'io non t'intendo. Ma dimmi,
eccellenza e infelicità straordinaria sono sostanzialmente una
cosa stessa? o quando sieno due cose, non le potresti tu scompagnare
l'una dall'altra?
Natura: Nelle anime degli uomini,
e proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può
dire che l'una e l'altra cosa sieno quasi il medesimo: perché
l'eccellenza delle anime importa maggiore intensione della loro vita;
la qual cosa importa maggior sentimento dell'infelicità
propria; che e come se io dicessi maggiore infelicità.
Similmente la maggior vita degli animi inchiude maggiore efficacia di
amor proprio, dovunque esso s'inclini, e sotto qualunque volto si
manifesti: la qual maggioranza di amor proprio importa maggior
desiderio di beatitudine, e però maggiore scontento e affanno
di esserne privi, e maggior dolore delle avversità che
sopravvengono. Tutto questo è contenuto nell'ordine primigenio
e perpetuo delle cose create, il quale io non posso alterare. Oltre
di ciò, la finezza del tuo proprio intelletto, e la vivacità
dell'immaginazione, ti escluderanno da una grandissima parte della
signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente ai fini
che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli
uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti
ordinariamente dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano
mille dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire.
I meno atti o meno usati a ponderare e considerare seco medesimi,
sono i più pronti al risolversi, e nell'operare i più
efficaci. Ma le tue pari, implicate continuamente in loro stesse, e
come soverchiate dalla grandezza delle proprie facoltà, e
quindi impotenti di se medesime, soggiacciono il più del tempo
all'irresoluzione, così deliberando come operando: la quale è
l'uno dei maggiori travagli che affliggano la vita umana. Aggiungi
che mentre per l'eccellenza delle tue disposizioni trapasserai
facilmente e in poco tempo, quasi tutte le altre della tua specie
nelle conoscenze più gravi, e nelle discipline anco
difficilissime, nondimeno ti riuscirà sempre o impossibile o
sommamente malagevole di apprendere o di porre in pratica moltissime
cose menome in sé, ma necessarissime al conversare cogli altri
uomini; le quali vedrai nello stesso tempo esercitare perfettamente
ed apprendere senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori a te,
ma spregevoli in ogni modo. Queste ed altre infinite difficoltà
e miserie occupano e circondano gli animi grandi. Ma elle sono
ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che
frutta a questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità
della ricordanza che essi lasciano di sé ai loro posteri.
Anima: Ma coteste lodi e cotesti onori che tu dici,
gli avrò io dal cielo, o da te, o da chi altro?
Natura:
Dagli uomini: perché altri che essi non li può dare.
Anima: Ora vedi, io mi pensava che non sapendo fare
quello che è necessarissimo, come tu dici, al commercio cogli
altri uomini, e che riesce anche facile insino ai più poveri
ingegni; io fossi per essere vilipesa e fuggita, non che lodata, dai
medesimi uomini; o certo fossi per vivere sconosciuta a quasi tutti
loro, come inetta al consorzio umano.
Natura: A me
non è dato prevedere il futuro, né quindi anche
prenunziarti infallibilmente quello che gli uomini sieno per fare e
pensare verso di te mentre sarai sulla terra. Ben è vero che
dall'esperienza del passato io ritraggo per lo più verisimile.
che essi ti debbano perseguitare coll'invidia; la quale è
un'altra calamità solita di farsi incontro alle anime eccelse;
ovvero ti sieno per opprimere col dispregio e la noncuranza. Oltre
che la stessa fortuna, e il caso medesimo, sogliono essere inimici
delle tue simili. Ma subito dopo la morte, come avvenne ad uno
chiamato Camoens, o al più di quivi ad alcuni anni, come
accadde a un altro chiamato Milton, tu sarai celebrata e levata al
cielo, non dirò da tutti, ma, se non altro, dal piccolo numero
degli uomini di buon giudizio. E forse le ceneri della persona nella
quale tu sarai dimorata, riposeranno in sepoltura magnifica; e le sue
fattezze, imitate in diverse guise, andranno per le mani degli
uomini; e saranno descritti da molti, e da altri mandati a memoria
con grande studio, gli accidenti della sua vita; e in ultimo, tutto
il mondo civile sarà pieno del nome suo. Eccetto se dalla
malignità della fortuna, o dalla soprabbondanza medesima delle
tue facoltà, non sarai stata perpetuamente impedita di
mostrare agli uomini alcun proporzionato segno del tuo valore: di che
non sono mancati per verità molti esempi, noti a me sola ed al
fato.
Anima: Madre mia, non ostante l'essere ancora
priva delle altre cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore, anzi
il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicità.
E posto che io sia capace di quel della gloria, certo non altrimenti
posso appetire questo non so se io mi dica bene o male, se non
solamente come felicità, o come utile ad acquistarla. Ora,
secondo le tue parole, l'eccellenza della quale tu m'hai dotata, ben
potrà essere o di bisogno o di profitto al conseguimento della
gloria; ma non però mena alla beatitudine, anzi tira
violentemente all'infelicità. Né pure alla stessa
gloria è credibile che mi conduca innanzi alla morte:
sopraggiunta la quale, che utile o che diletto mi potrà
pervenire dai maggiori beni del mondo? E per ultimo, può
facilmente accadere, come tu dici, che questa sì ritrosa
gloria, prezzo di tanta infelicità, non mi venga ottenuta in
maniera alcuna, eziandio dopo la morte. Di modo che dalle tue stesse
parole io conchiudo che tu, in luogo di amarmi singolarmente, come
affermavi a principio, mi abbi piuttosto in ira e malevolenza
maggiore che non mi avranno gli uomini e la fortuna mentre sarò
nel mondo; poiché non hai dubitato di farmi così
calamitoso dono come è cotesta eccellenza che tu mi vanti. La
quale Sarà l'uno dei principali ostacoli che mi vieteranno di
giungere al mio solo intento, cioè alla beatitudine.
Natura:
Figliuola mia; tutte le anime degli uomini, come io ti diceva, sono
assegnate in preda all'infelicità, senza mia colpa. Ma
nell'universale miseria della condizione umana, e nell'infinita
vanità di ogni suo diletto e vantaggio, la gloria è
giudicata dalla miglior parte degli uomini il maggior bene che sia
concesso ai mortali, e il più degno oggetto che questi possano
proporre alle cure e alle azioni loro. Onde, non per odio, ma per
vera e speciale benevolenza che ti avea posta, io deliberai di
prestarti al conseguimento di questo fine tutti i sussidi che erano
in mio potere.
Anima: Dimmi: degli animali bruti,
che tu menzionavi, e per avventura alcuno fornito di minore vitalità
e sentimento che gli uomini?
Natura: Cominciando da
quelli che tengono della pianta, tutti sono in cotesto, gli uni più,
gli altri meno, inferiori all'uomo; il quale ha maggior copia di
vita, e maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di
tutti i viventi il più perfetto.
Anima:
Dunque alluogami, se tu m'ami, nel più imperfetto: o se questo
non puoi, spogliata delle funeste doti che mi nobilitano, fammi
conforme al più stupido e insensato spirito umano che tu
producessi in alcun tempo.
Natura: Di cotesta
ultima cosa io ti posso compiacere; e sono per farlo; poiché
tu rifiuti l'immortalità, verso la quale io t'aveva
indirizzata.
Anima: E in cambio dell'immortalità,
pregoti di accelerarmi la morte il più che si possa.
Natura:
Di cotesto conferirò col destino.
DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA
Terra:
Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una
persona; secondo che ho inteso molte volte da' poeti: oltre che i
nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi,
come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in
quell'età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a
me, non dubito che tu non sappi che io sono né più né
meno una persona; tanto che, quando era più giovane, feci
molti figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi
parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata
vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho
fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno
tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare.
Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire
che vanno co' loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia:
però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi
molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua
molestia.
Luna: Non dubitare di cotesto. Così
la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che
tu non me ne darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo
piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi,
io t'ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti
servigio.
Terra: Senti tu questo suono
piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?
Luna:
A dirti il vero, io non sento nulla.
Terra: Né
pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da'
miei poli all'equatore, e dall'equatore ai poli, e non mostra saper
niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un
certo suono così dolce ch'è una maraviglia; e che anche
tu vi hai la tua parte, e sei l'ottava corda di questa lira
universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e però
non l'odo.
Luna: Anch'io senza fallo sono
assordata; e, come ho detto, non l'odo: e non so di essere una
corda.
Terra: Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei
tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi
antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi
sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e
picchi; colla punta delle quali ti vengo mirando, a uso di lumacone;
non arrivo a scoprire in te nessun abitante: se bene odo che un cotal
Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta
certi, che spandevano un bucato al sole.
Luna: Delle
tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.
Terra:
Di che colore sono cotesti uomini?
Luna: Che uomini?
Terra: Quelli che tu contieni. Non dici tu d'essere
abitata?
Luna: Sì, e per questo?
Terra:
E per questo non saranno già tutte bestie gli abitatori tuoi.
Luna: Né bestie né uomini; che io non
so che razze di creature si sieno né gli uni né
l'altre. E già di parecchie cose che tu mi sei venuta
accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io non
ho compreso un'acca.
Terra: Ma che sorte di popoli
sono coteste?
Luna: Moltissime e diversissime, che
tu non conosci, come io non conosco le tue.
Terra:
Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l'udissi da te
medesima, io non lo crederei per nessuna cosa del mondo. Fosti tu mai
conquistata da niuno de' tuoi?
Luna: No, che io
sappia. E come? e perché?
Terra: Per
ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti politiche, colle
armi.
Luna: Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti
politiche, in somma niente di quel che tu dici.
Terra:
Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la guerra: perché,
poco dianzi, un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che
sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto costì
una bella fortezza, co' suoi bastioni diritti; che è segno che
le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.
Luna: Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un
poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua
suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio
che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del
mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto
altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico
di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei
debbono essere uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che
sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità
e gli stessi casi de' tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non
so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre
cose, io crederò che abbiano la buona vista de' tuoi
fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io
non so dove me gli abbia.
Terra: Dunque non sarà
né anche vero che le tue province sono fornite di strade
larghe e nette; e che tu sei coltivata; cose che dalla parte della
Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente .
Luna:
Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le
veggo
Terra: Cara Luna, tu hai a sapere che io sono
di grossa pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che
gli uomini m'ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non
si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza
pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù
si posero in animo di conquistarti esse; e a quest'effetto fecero
molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi altissimi, e
levandosi sulle punte de' piedi, e stendendo le braccia, non ti
poterono arrivare. Oltre a questo, già da non pochi anni, io
veggo spiare minutamente ogni tuo sito, ricavare le carte de' tuoi
paesi, misurare le altezze di cotesti monti, de' quali sappiamo anche
i nomi. Queste cose, per la buona volontà ch'io ti porto, mi è
paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di
provvederti per ogni caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata
da' cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano
altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perché anticamente
ne fu varia opinione . È vero o no che gli Arcadi vennero al
mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba
chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggiù
non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come
crede un fisico moderno? che sei fatta, come affermano alcuni
Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che
fosse, ti spartì per mezzo, come un cocomero; e che un buon
tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come
stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del
bairam?
Luna: Va pure avanti; che mentre seguiti
così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio
mio solito. Se hai caro d'intrattenerti in ciance, e non trovi altre
materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso
intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un
altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e abitato alla
tua maniera. Tu non sai parlare altro che d'uomini e di cani e di
cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole grande
grande, intorno al quale odo che giri il nostro sole.
Terra:
Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi
da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci
avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a
tirarmi l'acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere?
Luna:
Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque
altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu similmente, per
quello che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che
debbono essere tanto maggiori de' miei, quanto tu mi vinci di
grandezza e di forza.
Terra: Di cotesti effetti
veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te
la luce del sole, e a me la tua; come ancora, che io ti fo gran lume
nelle tue notti, che in parte lo veggo alcune volte . Ma io mi
dimenticava una cosa che importa più d'ogni altra. Io vorrei
sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che
ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la
bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei
buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i
fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le instituzioni
utili; tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano
tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli
uomini. In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere
così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente
che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose
(verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità,
la rettitudine), non già solo in parte, e l'uno o l'altro di
loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se
elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro
luogo. Però vorrei che noi facessimo insieme una convenzione,
per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte
queste cose; donde io penso che tu medesima abbi caro di essere
sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì
un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli
anni una buona somma di danari.
Luna: Tu ritorni
agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta
da' tuoi confini, vuoi farmi impazzire a ogni modo, e levare il
giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si
sia, né se vada o resti in nessuna parte del mondo; so bene
che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu
chiedi.
Terra: Almeno mi saprai tu dire se costì
sono in uso i vizi, i misfatti, gl'infortuni, i dolori, la
vecchiezza, in conclusione i mali? intendi tu questi nomi?
Luna:
Oh cotesti sì che gl'intendo; e non solo i nomi, ma le cose
significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono tutta
piena, in vece di quelle altre che tu credevi.
Terra:
Quali prevalgono ne' tuoi popoli, i pregi o i difetti?
Luna:
I difetti di gran lunga.
Terra: Di quali hai maggior
copia, di beni o di mali?
Luna: Di mali senza
comparazione.
Terra: E generalmente gli abitatori
tuoi sono felici o infelici?
Luna: Tanto infelici,
che io non mi scambierei col più fortunato di loro.
Terra:
Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi
sì diversa nelle altre cose, in questa mi sei conforme.
Luna:
Anche nella figura, e nell'aggirarmi, e nell'essere illustrata dal
sole io ti sono conforme; e non è maggior maraviglia quella
che questa: perché il male è cosa comune a tutti i
pianeti dell'universo, o almeno di questo mondo solare, come la
rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più
né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi
udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro
mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità,
e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe
come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose
Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo
più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete
che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho
detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella
risponderebbero altrettanto.
Terra: Con tutto
cotesto io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono
per l'avvenire molte felicità.
Luna: Spera a
tuo senno: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.
Terra:
Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono a romore:
perché dalla parte della quale io ti favello, è notte,
come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e
allo strepito che noi facciamo parlando, si destano con gran
paura.
Luna: Ma qui da questa parte, come tu vedi, è
giorno.
Terra: Ora io non voglio essere causa di
spaventare la mia gente, e di rompere loro il sonno, che è il
maggior bene che abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo.
Addio dunque; buon giorno.
Luna: Addio; buona notte.
L'anno
ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove, il
collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare nei
luoghi pubblici della città e dei borghi d'Ipernéfelo,
diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori,
e gli altri abitanti della detta città, che recentemente o in
antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o
effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati
da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota povertà non
si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto,
prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più
bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di
poterla portare in capo il dì e la notte, privatamente e
pubblicamente, in città e fuori; e poter essere dipinto,
scolpito, inciso, gittato, figurato in qualunque modo e materia, col
segno di quella corona dintorno al capo.
Concorsero
a questo premio non pochi dei celesti per passatempo; cosa non meno
necessaria agli abitatori d'Ipernéfelo, che a quelli di altre
città; senza alcun desiderio di quella corona; la quale in sé
non valeva il pregio di una berretta di stoppa; e in quanto alla
gloria, se gli uomini, da poi che sono fatti filosofi, la
disprezzano, si può congetturare che stima ne facciano gli
Dei, tanto più sapienti degli uomini, anzi soli sapienti
secondo Pitagora e Platone. Per tanto, con esempio unico e fino
allora inaudito in simili casi di ricompense proposte ai più
meritevoli, fu aggiudicato questo premio, senza intervento di
sollecitazioni né di favori né di promesse occulte né
di artifizi: e tre furono gli anteposti: cioè Bacco per
l'invenzione del vino; Minerva per quella dell'olio, necessario alle
unzioni delle quali gli Dei fanno quotidianamente uso dopo il bagno;
e Vulcano per aver trovato una pentola di rame, detta economica, che
serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente. Così,
dovendosi fare il premio in tre parti, restava a ciascuno un
ramuscello di lauro: ma tutti e tre ricusarono così la parte
come il tutto; perché Vulcano allegò che stando il più
del tempo al fuoco della fucina con gran fatica e sudore, gli sarebbe
importunissimo quell'ingombro alla fronte; oltre che lo porrebbe in
pericolo di essere abbrustolato o riarso, se per avventura qualche
scintilla appigliandosi a quelle fronde secche, vi mettesse il fuoco.
Minerva disse che avendo a sostenere in sul capo un elmo bastante,
come scrive Omero, a coprirsene tutti insieme gli eserciti di cento
città, non le conveniva aumentarsi questo peso in alcun modo.
Bacco non volle mutare la sua mitra, e la sua corona di pampini, con
quella di lauro: benché l'avrebbe accettata volentieri se gli
fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna;
ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo
che ella si rimase nel loro comune erario.
Niuno
dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre Dei che
l'avevano conseguito e rifiutato, né si dolse dei giudici, né
biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo,
venuto a parte del concorso con mandarvi il modello di terra che
aveva fatto e adoperato a formare i primi uomini, aggiuntavi una
scrittura che dichiarava le qualità e gli uffici del genere
umano, stato trovato da esso. Muove non poca maraviglia il
rincrescimento dimostrato da Prometeo in caso tale, che da tutti gli
altri, sì vinti come vincitori, era preso in giuoco: perciò
investigandone la cagione, si è conosciuto che quegli
desiderava efficacemente, non già l'onore, ma bene il
privilegio che gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano
che intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo contro
alle tempeste; secondo si narra di Tiberio, che sempre che udiva
tonare, si ponea la corona; stimandosi che l'alloro non sia percosso
dai fulmini . Ma nella città d'Ipernéfelo non cade
fulmine e non tuona. Altri più probabilmente affermano che
Prometeo, per difetto degli anni, comincia a gittare i capelli; la
quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia,
e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non
essendone persuaso, che e più credibile, voleva sotto il
diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nudità del capo.
Ma per tornare al
fatto, un giorno tra gli altri ragionando Prometeo con Momo, si
querelava aspramente che il vino, l'olio e le pentole fossero stati
anteposti al genere umano, il quale diceva essere la migliore opera
degl'immortali che apparisse nel mondo. E parendogli non persuaderlo
bastantemente a Momo, il quale adduceva non so che ragioni in
contrario, gli propose di scendere tutti e due congiuntamente verso
la terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in ciascuna delle
cinque parti di quella scoprissero abitato dagli uomini; fatta prima
reciprocamente questa scommessa: se in tutti cinque i luoghi, o nei
più di loro, troverebbero o no manifesti argomenti che l'uomo
sia la più perfetta creatura dell'universo Il che accettato da
Momo, e convenuti del prezzo della scommessa, incominciarono senza
indugio a scendere verso la terra; indirizzandosi primieramente al
nuovo mondo; come quello che pel nome stesso, e per non avervi posto
piede insino allora niuno degl'immortali, stimolava maggiormente la
curiosità. Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato
settentrionale, poco lungi dal fiume Cauca, in un luogo dove
apparivano molti segni di abitazione umana: vestigi di cultura per la
campagna; parecchi sentieri, ancorché tronchi in molti luoghi,
e nella maggior parte ingombri; alberi tagliati e distesi; e
particolarmente alcune che parevano sepolture, e qualche ossa
d'uomini di tratto in tratto. Ma non perciò poterono i due
celesti, porgendo gli orecchi, e distendendo la vista per
ogn'intorno, udire una voce né scoprire un'ombra d'uomo vivo.
Andarono, parte camminando parte volando, per ispazio di molte
miglia; passando monti e fiumi; e trovando da per tutto i medesimi
segni e la medesima solitudine. Come sono ora deserti questi paesi,
diceva Momo a Prometeo, che mostrano pure evidentemente di essere
stati abitati? Prometeo ricordava le inondazioni del mare, i
tremuoti, i temporali, le piogge strabocchevoli, che sapeva essere
ordinarie nelle regioni calde: e veramente in quel medesimo tempo
udivano, da tutte le boscaglie vicine, i rami degli alberi che,
agitati dall'aria, stillavano continuamente acqua. Se non che Momo
non sapeva comprendere come potesse quella parte essere sottoposta
alle inondazioni del mare, così lontano di là, che non
appariva da alcun lato; e meno intendeva per qual destino i tremuoti,
i temporali e le piogge avessero avuto a disfare tutti gli uomini del
paese, perdonando agli sciaguari, alle scimmie, a' formichieri, a'
cerigoni, alle aquile, a' pappagalli, e a cento altre qualità
di animali terrestri e volatili, che andavano per quei dintorni. In
fine, scendendo a una valle immensa, scoprirono, come a dire, un
piccolo mucchio di case o capanne di legno, coperte di foglie di
palma, e circondata ognuna da un chiuso a maniera di steccato:
dinanzi a una delle quali stavano molte persone, parte in piedi,
parte sedute, dintorno a un vaso di terra posto a un gran fuoco. Si
accostarono i due celesti, presa forma umana; e Prometeo, salutati
tutti cortesemente, volgendosi a uno che accennava di essere il
principale, interrogollo: che si fa?
Selvaggio: Si
mangia, come vedi.
Prometeo: Che buone vivande
avete?
Selvaggio: Questo poco di carne.
Prometeo:
Carne domestica o salvatica?
Selvaggio: Domestica,
anzi del mio figliuolo.
Prometeo: Hai tu per
figliuolo un vitello, come ebbe Pasifae?
Selvaggio:
Non un vitello ma un uomo, come ebbero tutti gli altri.
Prometeo:
Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria?
Selvaggio:
La mia propria no, ma ben quella di costui che per questo solo uso io
l'ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo.
Prometeo:
Per uso di mangiartelo?
Selvaggio: Che maraviglia? E
la madre ancora, che già non debbe esser buona da fare altri
figliuoli, penso di mangiarla presto.
Momo: Come si
mangia la gallina dopo mangiate le uova.
Selvaggio:
E l'altre donne che io tengo, come sieno fatte inutili a partorire,
le mangerò similmente. E questi miei schiavi che vedete, forse
che li terrei vivi, se non fosse per avere di quando in quando de'
loro figliuoli, e mangiarli? Ma invecchiati che saranno, io me li
mangerò anche loro a uno a uno, se io campo .
Prometeo:
Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione medesima, o di qualche
altra?
Selvaggio: D'un'altra.
Prometeo:
Molto lontana di qua?
Selvaggio: Lontanissima: tanto
che tra le loro case e le nostre, ci correva un rigagnolo. E
additando un collicello, soggiunse: ecco là il sito dov'ella
era; ma i nostri l'hanno distrutta . In questo parve a Prometeo che
non so quanti di coloro lo stessero mirando con una cotal guardatura
amorevole, come è quella che fa il gatto al topo: sicché,
per non essere mangiato dalle sue proprie fatture, si levò
subito a volo; e seco similmente Momo: e fil tanto il timore che
ebbero l'uno e l'altro, che nel partirsi, corruppero i cibi dei
barbari con quella sorta d'immondizia che le arpie sgorgarono per
invidia sulle mense troiane. Ma coloro, più famelici e meno
schivi de' compagni di Enea, seguitarono il loro pasto; e Prometeo,
malissimo soddisfatto del mondo nuovo, si volse incontanente al più
vecchio, voglio dire all'Asia: e trascorso quasi in un subito
l'intervallo che è tra le nuove e le antiche Indie, scesero
ambedue presso ad Agra in un campo pieno d'infinito popolo, adunato
intorno a una fossa colma di legne: sull'orlo della quale, da un
lato, si vedevano alcuni con torchi accesi, in procinto di porle il
fuoco; e da altro lato, sopra un palco, una donna giovane, coperta di
vesti suntuosissime, e di ogni qualità di ornamenti barbarici,
la quale danzando e vociferando, faceva segno di grandissima
allegrezza. Prometeo vedendo questo, immaginava seco stesso una nuova
Lucrezia o nuova Virginia, o qualche emulatrice delle figliuole di
Eretteo, delle Ifigenie, de' Codri, de' Menecei, dei Curzi e dei
Deci, che seguitando la fede di qualche oracolo, s'immolasse
volontariamente per la sua patria. Intendendo poi che la cagione del
sacrificio della donna era la morte del marito, pensò che
quella, poco dissimile da Alceste, volesse col prezzo di se medesima,
ricomperare lo spirito di colui. Ma saputo che ella non s'induceva ad
abbruciarsi se non perché questo si usava di fare dalle donne
vedove della sua setta, e che aveva sempre portato odio al marito, e
che era ubbriaca, e che il morto, in cambio di risuscitare, aveva a
essere arso in quel medesimo fuoco; voltato subito il dosso a quello
spettacolo, prese la via dell'Europa; dove intanto che andavano, ebbe
col suo compagno questo colloquio.
Momo: Avresti tu
pensato quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo
per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali
per cuocersi l'un l'altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi
spontaneamente?
Prometeo: No per certo. Ma
considera, caro Momo, che quelli che fino a ora abbiamo veduto, sono
barbari: e dai barbari non si dee far giudizio della natura degli
uomini; ma bene dagl'inciviliti: ai quali andiamo al presente: e ho
ferma opinione che tra loro vedremo e udremo cose e parole che ti
parranno degne, non solamente di lode, ma di stupore.
Momo:
Io per me non veggo, se gli uomini sono il più perfetto genere
dell'universo, come faccia di bisogno che sieno inciviliti perché
non si abbrucino da se stessi, e non mangino i figliuoli propri:
quando che gli altri animali sono tutti barbari, e ciò non
ostante, nessuno si abbrucia a bello studio, fuorché la
fenice, che non si trova; rarissimi si mangiano alcun loro simile; e
molto più rari si cibano dei loro figliuoli, per qualche
accidente insolito, e non per averli generati a quest'uso. Avverti
eziandio, che delle cinque parti del mondo una sola, né tutta
intera, e questa non paragonabile per grandezza a veruna delle altre
quattro, è dotata della civiltà che tu lodi; aggiunte
alcune piccole porzioncelle di un'altra parte del mondo. E già
tu medesimo non vorrai dire che questa civiltà sia compiuta,
in modo che oggidì gli uomini di Parigi o di Filadelfia
abbiano generalmente tutta la perfezione che può convenire
alla loro specie. Ora, per condursi al presente stato di civiltà
non ancora perfetta, quanto tempo hanno dovuto penare questi tali
popoli? Tanti anni quanti si possono numerare dall'origine dell'uomo
insino ai tempi prossimi. E quasi tutte le invenzioni che erano o di
maggiore necessità o di maggior profitto al conseguimento
dello stato civile, hanno avuto origine, non da ragione, ma da casi
fortuiti: di modo che la civiltà umana è opera della
sorte più che della natura: e dove questi tali casi non sono
occorsi, veggiamo che i popoli sono ancora barbari; con tutto che
abbiano altrettanta età quanta i popoli civili. Dico io
dunque: se l'uomo barbaro mostra di essere inferiore per molti capi a
qualunque altro animale; se la civiltà, che è l'opposto
della barbarie, non è posseduta né anche oggi se non da
una piccola parte del genere umano; se oltre di ciò, questa
parte non è potuta altrimenti pervenire al presente stato
civile, se non dopo una quantità innumerabile di secoli, e per
beneficio massimamente del caso, piuttosto che di alcun'altra
cagione; all'ultimo, se il detto stato civile non è per anche
perfetto; considera un poco se forse la tua sentenza circa il genere
umano fosse più vera acconciandola in questa forma: cioè
dicendo che esso è veramente sommo tra i generi, come tu
pensi; ma sommo nell'imperfezione, piuttosto che nella perfezione;
quantunque gli uomini nel parlare e nel giudicare, scambino
continuamente l'una coll'altra; argomentando da certi cotali
presupposti che si hanno fatto essi, e tengonli per verità
palpabili. Certo che gli altri generi di creature fino nel principio
furono perfettissimi ciascheduno in se stesso. E quando eziandio non
fosse chiaro che l'uomo barbaro, considerato in rispetto agli altri
animali, è meno buono di tutti; io non mi persuado che
l'essere naturalmente imperfettissimo nel proprio genere, come pare
che sia l'uomo, s'abbia a tenere in conto di perfezione maggiore di
tutte l'altre. Aggiungi che la civiltà umana, così
difficile da ottenere, e forse impossibile da ridurre a compimento,
non è anco stabile in modo, che ella non possa cadere: come in
effetto si trova essere avvenuto più volte, e in diversi
popoli, che ne avevano acquistato una buona parte. In somma io
conchiudo che se tuo fratello Epimeteo recava ai giudici il modello
che debbe avere adoperato quando formò il primo asino o la
prima rana, forse ne riportava il premio che tu non hai conseguito.
Pure a ogni modo io ti concederò volentieri che l'uomo sia
perfettissimo, se tu ti risolvi a dire che la sua perfezione si
rassomigli a quella che si attribuiva da Plotino al mondo: il quale,
diceva Plotino, è ottimo e perfetto assolutamente; ma perché
il mondo sia perfetto, conviene che egli abbia in sé, tra le
altre cose, anco tutti i mali possibili; però in fatti si
trova in lui tanto male, quanto vi può capire. E in questo
rispetto forse io concederei similmente al Leibnizio che il mondo
presente fosse il migliore di tutti i mondi possibili. Non si dubita
che Prometeo non avesse a ordine una risposta in forma distinta,
precisa e dialettica a tutte queste ragioni; ma è parimente
certo che non la diede: perché in questo medesimo punto si
trovarono sopra alla città di Londra: dove scesi, e veduto
gran moltitudine di gente concorrere alla porta di una casa privata,
messisi tra la folla, entrarono nella casa; e trovarono sopra un
letto un uomo disteso supino, che avea nella ritta una pistola;
ferito nel petto, e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini,
medesimamente morti. Erano nella stanza parecchie persone della casa,
e alcuni giudici, i quali le interrogavano, mentre che un officiale
scriveva.
Prometeo: Chi sono questi sciagurati?
Un
famiglio: Il mio padrone e i figliuoli.
Prometeo:
Chi gli ha uccisi?
Famiglio: Il padrone tutti e
tre.
Prometeo: Tu vuoi dire i figliuoli e se
stesso? Famiglio. Appunto.
Prometeo: Oh che è
mai cotesto! Qualche grandissima sventura gli doveva essere
accaduta.
Famiglio: Nessuna, che io
sappia.
Prometeo: Ma forse era povero, o disprezzato
da tutti, o sfortunato in amore, o in corte?
Famiglio:
Anzi ricchissimo, e credo che tutti lo stimassero; di amore non se ne
curava, e in corte aveva molto favore.
Prometeo:
Dunque come e caduto in questa disperazione?
Famiglio:
Per tedio della vita, secondo che ha lasciato scritto.
Prometeo:
E questi giudici che fanno?
Famiglio: S'informano se
il padrone era impazzito o no: che in caso non fosse impazzito, la
sua roba ricade al pubblico per legge: e in verità non si
potrà fare che non ricada.
Prometeo: Ma,
dimmi, non aveva nessun amico o parente, a cui potesse raccomandare
questi fanciullini, in cambio d'ammazzarli?
Famiglio:
Sì aveva; e tra gli altri, uno che gli era molto intrinseco,
al quale ha raccomandato il suo cane. Momo stava per congratularsi
con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra la
contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita; e voleva
anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si
uccide volontariamente esso medesimo, né spegne per
disperazione della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne; e senza
curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò
la scommessa.
DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO
Fisico:
Eureca, eureca .
Metafisico: Che è?
che hai trovato?
Fisico: L'arte di vivere lungamente
.
Metafisico: E cotesto libro che porti?
Fisico:
Qui la dichiaro: e per questa invenzione, se gli altri vivranno lungo
tempo, io vivrò per lo meno in eterno; voglio dire che ne
acquisterò gloria immortale.
Metafisico: Fa
una cosa a mio modo. Trova una cassettina di piombo, chiudivi cotesto
libro, sotterrala, e prima di morire ricordati di lasciar detto il
luogo, acciocché vi si possa andare, e cavare il libro, quando
sarà trovata l'arte di vivere felicemente.
Fisico:
E in questo mezzo?
Metafisico: In questo mezzo non
sarà buono da nulla. Più lo stimerei se contenesse
l'arte di viver poco.
Fisico: Cotesta è già
saputa da un pezzo; e non fu difficile a trovarla.
Metafisico:
In ogni modo la stimo più della tua.
Fisico:
Perché?
Metafisico: Perché se la vita
non è felice, che fino a ora non è stata, meglio ci
torna averla breve che lunga.
Fisico: Oh cotesto no:
perché la vita è bene da se medesima, e ciascuno la
desidera e l'ama naturalmente.
Metafisico: Così
credono gli uomini; ma s'ingannano: come il volgo s'inganna pensando
che i colori sieno qualità degli oggetti; quando non sono
degli oggetti, ma della luce. Dico che l'uomo non desidera e non ama
se non la felicità propria. Però non ama la vita, se
non in quanto la reputa instrumento o subbietto di essa felicità.
In modo che propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorché
spessissimo attribuisca all'una l'amore che porta all'altra. Vero è
che questo inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali. Ma
che l'amore della vita negli uomini non sia naturale, o vogliamo dire
non sia necessario, vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di
morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la
morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che
non potrebbero essere se l'amore della vita per se medesimo fosse
natura dell'uomo. Come essendo natura di ogni vivente l'amore della
propria felicità, prima cadrebbe il mondo, che alcuno di loro
lasciasse di amarla e di procurarla a suo modo. Che poi la vita sia
bene per se medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o
fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la
vita felice, saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita.
La vita infelice, in quanto all'essere infelice, è male; e
atteso che la natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e
infelicità non si possono scompagnare, discorri tu medesimo
quello che ne segua.
Fisico: Di grazia, lasciamo
cotesta materia, che è troppo malinconica; e senza tante
sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l'uomo vivesse e potesse
vivere in eterno; dico senza morire, e non dopo morto; credi tu che
non gli piacesse?
Metafisico: A un presupposto
favoloso risponderò con qualche favola: tanto più che
non sono mai vissuto in eterno, sicché non posso rispondere
per esperienza; né anche ho parlato con alcuno che fosse
immortale; e fuori che nelle favole, non trovo notizia di persone di
tal sorta. Se fosse qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe
dare un poco di lume; essendo vissuto p