Niccolò Machiavelli
DELL'ARTE
DELLA GUERRA
Niccolò
Machiavegli,
cittadino e segretario fiorentino
sopr'al libro
dell'arte della guerra
a Lorenzo di Filippo Strozzi patrizio
fiorentino
PROEMIO
Hanno, Lorenzo, molti tenuto e tengono questa opinione: che e' non sia cosa alcuna che minore convenienza abbia con un'altra, né che sia tanto dissimile, quanto la vita civile dalla militare. Donde si vede spesso, se alcuno disegna nello esercizio del soldo prevalersi, che subito, non solamente cangia abito, ma ancora ne' costumi, nelle usanze, nella voce e nella presenza da ogni civile uso si disforma; perché non crede potere vestire uno abito civile colui che vuole essere espedito e pronto a ogni violenza- né i civili costumi e usanze puote avere quello il quale giudica e quegli costumi essere effeminati e quelle usanze non favorevoli alle sue operazioni; né pare conveniente mantenere la presenza e le parole ordinarie a quello che con la barba e con le bestemmie vuole fare paura agli altri uomini; il che fa in questi tempi tale opinione essere verissima. Ma se si considerassono gli antichi ordini, non si troverebbono cose più unite, più conformi e che, di necessità, tanto l'una amasse l'altra, quanto queste; perché tutte l'arti che si ordinano in una civiltà per cagione del bene comune degli uomini, tutti gli ordini fatti in quella per vivere con timore delle leggi e d'Iddio, sarebbono vani, se non fussono preparate le difese loro; le quali, bene ordinate mantengono quegli, ancora che non bene ordinati. E così, per il contrario, i buoni ordini, sanza il militare aiuto, non altrimenti si disordinano che l'abitazioni d'uno superbo e regale palazzo, ancora che ornate di gemme e d'oro, quando, sanza essere coperte, non avessono cosa che dalla pioggia le difendesse. E se in qualunque altro ordine delle cittadine de' regni si usava ogni diligenza per mantenere gli uomini fedeli, pacifici e pieni del timore d'Iddio, nella milizia si raddoppiava; perché in quale uomo debbe ricercare la patria maggiore fede, che in colui che le ha a promettere di morire per lei? In quale debbe essere più amore di pace, che in quello che solo dalla guerra puote essere offeso? In quale debbe essere più timore d'Iddio, che in colui che ogni dì, sottomettendosi a infiniti pericoli, ha più bisogno degli aiuti suoi? Questa necessità considerata bene, e da coloro che davano le leggi agli imperii, e da quegli che agli esercizi militari erano preposti, faceva che la vita de' soldati dagli altri uomini era lodata e con ogni studio seguitata e imitata. Ma per essere gli ordini militari al tutto corrotti e, di gran lunga, dagli antichi modi separati, ne sono nate queste sinistre opinioni, che fanno odiare la milizia e fuggire la conversazione di coloro che la esercitano. E giudicando io, per quello che io ho veduto e letto, ch'e' non sia impossibile ridurre quella negli antichi modi e renderle qualche forma della passata virtù, diliberai, per non passare questi mia oziosi tempi sanza operare alcuna cosa, di scrivere, a sodisfazione di quegli che delle antiche azioni sono amatori, della arte della guerra quello che io ne intenda. E benché sia cosa animosa trattare di quella materia della quale altri non ne abbia fatto professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole uno grado il quale molti, con maggiore prosunzione, con le opere hanno occupato; perché gli errori che io facessi, scrivendo, possono essere sanza danno d'alcuno corretti, ma quegli i quali da loro sono fatti, operando, non possono essere, se non con la rovina degli imperii, conosciuti. Voi pertanto, Lorenzo, considererete le qualità di queste mie fatiche e darete loro, con il vostro giudicio, quel biasimo o quella lode la quale vi parrà ch'elle abbiano meritato. Le quali a voi mando sì per dimostrarmi grato, ancora che la mia possibilità non vi aggiunga, de' benefizi ho ricevuto da voi, sì ancora, perché, essendo consuetudine onorare di simili opere coloro i quali per nobiltà, ricchezze, ingegno e liberalità risplendono, conosco voi di ricchezze e nobiltà non avere molti pari, d'ingegno pochi e di liberalità niuno.
Libro primo
Perché
io credo che si possa lodare dopo la morte ogni uomo, sanza carico,
sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non dubiterò
di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non fia mai
ricordato da me sanza lagrime, avendo conosciute in lui quelle parti
le quali, in uno buono amico dagli amici, in uno cittadino dalla sua
patria si possono disiderare. Perché io non so quale cosa si
fusse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli
amici volentieri da lui non fusse stata spesa; non so quale impresa
lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua
patria. E io confesso, liberamente, non avere riscontro, tra tanti
uomini che io ho conosciuti e pratichi, uomo nel quale fusse il più
acceso animo alle cose grandi e magnifiche. Né si dolse con
gli amici d'altro, nella sua morte, se non di essere nato per morire
giovane dentro alle sue case, e inonorato, sanza avere potuto,
secondo l'animo suo, giovare ad alcuno; perché sapeva che di
lui non si poteva parlare altro, se non che fusse morto uno buono
amico. Non resta però, per questo, che noi, e qualunque altro
che come noi lo conosceva, non possiamo fare fede, poi che l'opere
non appariscono, delle sue lodevoli qualità. Vero è che
non gli fu però in tanto la fortuna nimica, che non lasciasse
alcun breve ricordo della destrezza del suo ingegno, come ne
dimostrano alcuni suoi scritti e composizioni di amorosi versi; ne'
quali, come che innamorato non fusse, per non consumare il tempo
invano, tanto che a più alti pensieri la fortuna lo avesse
condotto, nella sua giovenile età si esercitava; dove
chiaramente si può comprendere con quanta felicità i
suoi concetti descrivesse, e quanto nella poetica si fusse onorato,
se quella, per suo fine, fusse da lui stata esercitata. Avendone
pertanto privati la fortuna dello uso d'uno tanto amico, mi pare che
non si possa farne altri rimedi che, il più che a noi è
possibile cercare, di godersi la memoria di quello e repetere se da
lui alcuna cosa fusse stata o acutamente detta o saviamente
disputata. E perché non è cosa di lui più
fresca, che il ragionamento il quale ne' prossimi tempi il signore
Fabrizio Colonna dentro a' suoi orti ebbe con seco (dove largamente
fu da quel signore delle cose della guerra disputato, e acutamente e
prudentemente in buona parte da Cosimo domandato); mi è parso,
essendo con alcuni altri nostri amici stato presente, ridurlo alla
memoria, acciò che, leggendo quello, gli amici di Cosimo che
quivi convennono, nel loro animo la memoria delle sue virtù
rinfreschino, e gli altri, parte si dolgano di non vi essere
intervenuti, parte molte cose utili alla vita non solamente militare,
ma ancora civile, saviamente da uno sapientissimo uomo disputate,
imparino.
Dico pertanto che, tornando
Fabrizio Colonna di Lombardia, dove più tempo aveva per il re
cattolico con grande sua gloria militato, diliberò, passando
per Firenze, riposarsi alcuno giorno in quella città, per
vicitare la eccellenza del duca e rivedere alcuni gentili uomini co'
quali per lo addietro aveva tenuto qualche familiarità. Donde
che a Cosimo parve convitarlo ne' suoi orti, non tanto per usare la
sua liberalità, quanto per avere cagione di parlar seco
lungamente, e da quello intendere ed imparare varie cose, secondo che
da un tale uomo si può sperare, parendogli avere occasione di
spendere uno giorno in ragionare di quelle materie che allo animo suo
sodisfacevano. Venne adunque Fabrizio, secondo che quello volle, e da
Cosimo insieme con alcuni altri suoi fidati amici fu ricevuto; tra'
quali furono Zanobi Buondelmonti, Batista della Palla e Luigi
Alamanni, giovani tutti amati da lui e de' medesimi studi
ardentissimi, le buone qualità de' quali, perché ogni
giorno e ad ogni ora per se medesime si lodano, ommettereno. Fabrizio
adunque fu, secondo i tempi e il luogo, di tutti quegli onori che si
poterono maggiori onorato, ma passati i convivali piaceri e levate le
tavole e consumato ogni ordine di festeggiare, il quale, nel
conspetto degli uomini grandi e che a pensieri onorevoli abbiano la
mente volta, si consuma tosto, essendo il dì lungo e il caldo
molto, giudicò Cosimo, per sodisfare meglio al suo disiderio,
che fusse bene, pigliando l'occasione dal fuggire il caldo, condursi
nella più segreta e ombrosa parte del suo giardino. Dove
pervenuti e posti a sedere, chi sopra all'erba che in quel luogo è
freschissima, chi sopra a sedili in quelle parti ordinati sotto
l'ombra d'altissimi arbori, lodò Fabrizio il luogo come
dilettevole; e considerando particolarmente gli arbori e alcuno di
essi non ricognoscendo, stava con l'animo sopeso. Della qual cosa
accortosi Cosimo, disse: - Voi per avventura non avete notizia di
parte di questi arbori; ma non ve ne maravigliate, perché ce
ne sono alcuni più dagli antichi, che oggi dal comune uso,
celebrati. - E dettogli il nome di essi, e come Bernardo suo avolo in
tale cultura si era affaticato, replicò Fabrizio: - Io pensava
che fusse quello che voi dite; e questo luogo e questo studio mi
faceva ricordare d'alcuni principi del Regno, i quali di queste
antiche culture e ombre si dilettano.- E fermato in su questo il
parlare e stato alquanto sopra di sé come sospeso, soggiunse:
- Se io non credessi offendere, io ne direi la mia opinione ma io non
lo credo fare, parlando con gli amici, e per disputare le cose e non
per calunniarle. Quanto meglio arebbono fatto quelli, sia detto con
pace di tutti, a cercare di somigliare gli antichi nelle cose forti e
aspre, non nelle delicate e molli, e in quelle che facevano sotto il
sole, non sotto l'ombra, e pigliare i modi della antichità
vera e perfetta, non quelli della falsa e corrotta; perché,
poi che questi studi piacquero ai miei Romani, la mia patria rovinò.-
A che Cosimo rispose... Ma per fuggire i fastidi d'avere a repetere
tante volte "quel disse e quello altro soggiunse", si
noteranno solamente i nomi di chi parli, sanza replicarne altro.
Disse dunque
Cosimo:
Voi avete aperto la via a uno ragionamento quale io desiderava, e vi
priego che voi parliate sanza rispetto, perché io sanza
rispetto vi domanderò; e se io, domandando o replicando,
scuserò o accuserò alcuno, non sarà per scusare
o per accusare, ma per intendere da voi la verità.
FABRIZIO
E
io sarò molto contento di dirvi quel che io intenderò
di tutto quello mi domanderete; il che se sarà vero o no, me
ne rapporterò al vostro giudicio. E mi sarà grato mi
domandiate, perché io sono per imparare così da voi nel
domandarmi, come voi da me nel rispondervi; perché molte volte
uno savio domandatore fa a uno considerare molte cose e conoscerne
molte altre, le quali, sanza esserne domandato, non arebbe mai
conosciute.
Cosimo:
Io voglio tornare a quello che voi dicesti
prima: che lo avolo mio e quegli vostri arebbero fatto più
saviamente a somigliare gli antichi nelle cose aspre che nelle
delicate; e voglio scusare la parte mia, perché l'altra
lascerò scusare a voi. Io non credo ch'egli fusse, ne' tempi
suoi, uomo che tanto detestasse il vivere molle quanto egli, e che
tanto fusse amatore di quella aspreva di vita che voi lodate;
nondimeno e' conosceva non potere nella persona sua, né in
quella de' suoi figliuoli, usarla essendo nato in tanta corruttela di
secolo, dove uno che si volesse partire dal comune uso, sarebbe
infame e vilipeso da ciascheduno. Perché se uno ignudo, di
state, sotto il più alto sole si rivoltasse sopr' alla rena, o
di verno ne' più gelati mesi sopra alla neve, come faceva
Diogene, sarebbe tenuto pazzo. Se uno, come gli Spartani, nutrisse i
suoi figliuoli in villa, facessegli dormire al sereno, andare col
capo e co' piedi ignudi lavare nell'acqua fredda per indurgli a poter
sopportare il male e per fare loro amare meno la vita e temere meno
la morte, sarebbe schernito e tenuto piuttosto una fiera che uno
uomo. Se fusse ancora veduto uno nutrirsi di legumi e spregiare
l'oro, come Fabrizio, sarebbe lodato da pochi e seguito da niuno. Tal
che, sbigottito da questi modi del vivere presente, egli lasciò
gli antichi, e in quello che potette con minore ammirazione imitare
l'antichità, lo fece.
Fabrizio:
Voi
lo avete scusato in questa parte gagliardamente, e certo voi dite il
vero; ma io non parlava tanto di questi modi di vivere duri, quanto
di altri modi più umani e che hanno con la vita d'oggi
maggiore conformità i quali io non credo che ad uno che sia
numerato tra' principi d'una città, fusse stato difficile
introdurgli. Io non mi partirò mai, con lo esempio di
qualunque cosa, da' miei Romani. Se si considerasse la vita di quegli
e l'ordine di quella republica, si vedrebbero molte cose in essa non
impossibili ad introdurre in una civilità dove fusse qualche
cosa ancora del buono.
Cosimo:
Quali cose sono quelle che voi vorresti
introdurre simili all'antiche?
Fabrizio:
Onorare
e premiare le virtù non dispregiare la povertà, stimare
i modi e gli ordini della disciplina militare, constringere i
cittadini ad amare l'uno l'altro, a vivere sanza sètte, a
stimare meno il privato che il publico, e altre simili cose che
facilmente si potrebbono con questi tempi accompagnare. I quali modi
non sono difficili persuadere, quando vi si pensa assai ed entrasi
per li debiti mezzi, perché in essi appare tanto la verità,
che ogni comunale ingegno ne puote essere capace; la quale cosa chi
ordina, pianta arbori sotto l'ombra de' quali si dimora più
felice e più lieto che sotto questa.
Cosimo:
Io non voglio replicare, a quello che voi avete
detto, alcuna cosa ma ne voglio lasciare dare giudicio a questi, i
quali facilmente ne possono giudicare; e volgerò il mio
parlare a voi che siete accusatore di coloro che nelle gravi e grandi
azioni non sono degli antichi imitatori, pensando, per questa via,
più facilmente essere nella mia intenzione sodisfatto. Vorrei
pertanto sapere da voi, donde nasce che dall'un canto voi danniate
quegli che nelle azioni loro gli antichi non somigliano; dall'altro,
nella guerra, la quale è l'arte vostra e in quella che voi
siete giudicato eccellente, non si vede che voi abbiate usato alcuno
termine antico, o che a quegli alcuna similitudine
renda.
Fabrizio:
Voi siete capitato appunta dove io
vi aspettava, perché il parlare mio non meritava altra
domanda, né io altra ne desiderava. E benché io mi
potessi salvare con una facile scusa, nondimeno voglio entrare, a più
sodisfazione mia e vostra, poi che la stagione lo comporta, in più
lungo ragionamento. Gli uomini che vogliono fare una cosa, deono
prima con ogni industria prepararsi, per essere, venendo l'occasione,
apparecchiati a sodisfare a quello che si hanno presupposto di
operare. E perché) quando le preparazioni sono fatte
cautamente, elle non si conoscono, non si può accusare alcuno
d'alcuna negligenza! Se prima non è scoperto dalla occasione;
nella quale poi, non operando,si vede o che non si è preparato
tanto che basti, o che non vi ha in alcuna parte pensato. E perché
a me non è venuta occasione alcuna di potere mostrare i
preparamenti da me fatti per potere ridurre la milizia negli antichi
suoi ordini, se io non la ho ridotta, non ne posso essere da voi né
da altri incolpato. Io credo che questa scusa basterebbe per risposta
all'accusa vostra.
Cosimo:
Basterebbe, quando io fussi certo che
l'occasione non fusse venuta.
Fabrizio:
Ma perché io so che voi
potete dubitare se questa occasione è venuta o no, voglio io
largamente, quando voi vogliate con pazienza ascoltarmi, discorrere
quali preparamenti sono necessarii prima fare, quale occasione
bisogna nasca, quale difficultà impedisce che i preparamenti
non giovano e che l'occasione non venga; e come questa cosa a un
tratto, che paiono termini contrarii, è difficilissima e
facilissima a fare.
Cosimo:
Voi non potete fare, e a me e a questi altri,
cosa più grata di questa; e se a voi non rincrescerà il
parlare, mai a noi non rincrescerà l'udire. Ma perché
questo ragionamento debbe esser lungo, io voglio aiuto da questi miei
amici, con licenza vostra, e loro e io vi preghiamo d'una cosa. Che
voi non pigliate fastidio se qualche volta, con qualche domanda
importuna, vi interrompereno.
Fabrizio:
Io sono contentissimo che voi,
Cosimo, con questi altri giovani qui mi domandiate, perché io
credo che la gioventù vi faccia più amici delle cose
militari e più facili a credere quello che da me si dirà.
Questi altri, per aver già il capo bianco e avere i sangui
ghiacciati addosso, parte sogliono essere nimici della guerra, parte
incorreggibili, come quegli che credono che i tempi e non i cattivi
modi costringano gli uomini a vivere così. Si che domandatemi
tutti voi sicuramente e sanza rispetto il che io disidero, si perché
mi fia un poco di riposo, sì perché io arò
piacere non lasciare nella mente vostra alcuna dubitazione. Io mi
voglio cominciare dalle parole vostre, dove voi mi dicesti che nella
guerra, che è l'arte mia, io non aveva usato alcun termine
antico. Sopra a che dico come, essendo questa una arte mediante la
quale gli uomini d'ogni tempo non possono vivere onestamente, non la
può usare per arte se non una republica o uno regno; e l'uno e
l'altro di questi, quando sia bene ordinato, mai non consentì
ad alcuno suo cittadino o suddito usarla per arte; né mai
alcuno uomo buono l'esercitò per sua particulare arte. Perché
buono non sarà mai giudicato colui che faccia uno esercizio
che, a volere d'ogni tempo trarne utilità, gli convenga essere
rapace, fraudolento, violento e avere molte qualita di le quali di
necessità lo facciano non buono; né possono gli uomini
che l'usano per arte, così i grandi come i minimi, essere
fatti altrimenti, perché questa arte non gli nutrisce nella
pace; donde che sono necessitati o pensare che non sia pace, o tanto
prevalersi ne' tempi della guerra, che possano nella pace nutrirsi. E
qualunque l'uno di questi due pensieri non cape in uno uomo buono;
perché dal volersi potere nutrire d'ogni tempo, nascono le
ruberie, le violenze, gli assassinamenti che tali soldati fanno così
agli amici come a' nimici; e dal non volere la pace nascono gli
inganni che i capitani fanno a quegli che gli conducono, perché
la guerra duri; e se pure la pace viene, spesso occorre che i capi,
sendo privi degli stipendi e del vivere, licenziosamente rizzano una
bandiera di ventura e sanza alcuna pietà saccheggiano una
provincia. Non avete voi nella memoria delle cose vostre come,
trovandosi assai soldati in Italia sanza soldo per essere finite le
guerre, si radunarono insieme più brigate, le quali si
chiamarono Compagnie, e andavano taglieggiando le terre e
saccheggiando il paese, sanza che vi si potesse fare alcuno rimedio?
Non avete voi letto che i soldati cartaginesi, finita la prima guerra
ch'egli ebbero co' Romani, sotto Mato e Spendio, due capi fatti
tumultuariamente da loro, ferono più pericolosa guerra a'
Cartaginesi che quella che loro avevano finita co' Romani? Ne' tempi
de' padri nostri, Francesco Sforza, per potere vivere onorevolmente
ne' tempi della pace, non solamente ingannò i Milanesi de'
quali era soldato, ma tolse loro la libertà e divenne loro
principe. Simili a costui sono stati tutti gli altri soldati di
Italia, che hanno usata la milizia per loro particolare arte; e se
non sono, mediante le loro malignita, diventati duchi di Milano,
tanto più meritano di essere biasimati, perché sanza
tanto utile hanno tutti, se si vedesse la vita loro, i medesimi
carichi. Sforza, padre di Francesco, costrinse la reina Giovanna a
gittarsi nelle braccia del re di Ragona avendola in un subito
abbandonata e in mezzo a' suoi nimici lasciatala disarmata, solo per
sfogare l'ambizione sua o di taglieggiarla o di torle il regno.
Braccio, con le medesime industrie, cercò di occupare il regno
di Napoli; e se non era rotto e morto a Aquila, gli riusciva. Simili
disordini non nascono da altro che da essere stati uomini che usavano
lo esercizio del soldo per loro propria arte. Non avete voi uno
proverbio il quale fortifica le mie ragioni, che dice: "La
guerra fa i ladri, e la pace gl'impicca?". Perché quegli
che non sanno vivere d'altro esercizio e in quello non trovando chi
gli sovvenga e non avendo tanta virtù che sappiano ridursi
insieme a fare una cattività onorevole, sono forzati dalla
necessità rompere la strada, e la giustizia è forzata
spegnerli.
Cosimo:
Voi m' avete fatto tornare questa arte del soldo
quasi che nulla, e io me la aveva presupposta la più
eccellente e la più onorevole che si facesse; in modo che, se
voi non me la dichiarate meglio, io non resto sodisfatto, perché,
quando sia quello che voi dite, io non so donde si nasca la gloria di
Cesare, di Pompeo, di Scipione, di Marcello, e di tanti capitani
romani che sono per fama celebrati come dii.
Fabrizio:
Io non ho ancora finito di
disputare tutto quello che io proposi, che furono due cose: L'una,
che uno uomo buono non poteva usare questo esercizio per sua arte;
L'altra, che una republica o uno regno bene ordinato non permesse mai
che i suoi suggetti o i suoi cittadini la usassono per arte. Circa la
prima ho parlato quanto mi è occorso: restami a parlare della
seconda, dove io verrò a rispondere a questa ultima domanda
vostra; e dico che Pompeo e Cesare, e quasi tutti quegli capitani che
furono a Roma dopo l'ultima guerra cartaginese, acquistarono fama
come valenti uomini, non come buoni; e quegli che erano vivuti avanti
a loro, acquistarono gloria come valenti e buoni. Il che nacque
perché questi non presero lo esercizio della guerra per loro
arte, e quegli che io nominai prima, come loro arte la usarono. E in
mentre che la republica visse immaculata, mai alcuno cittadino grande
non presunse, mediante tale esercizio, valersi nella pace, rompendo
le leggi, spogliando le provincie, usurpando e tiranneggiando la
patria e in ogni modo prevalendosi; né alcuno d'infima fortuna
pensò di violare il sacramento, aderirsi agli uomini privati,
non temere il senato, o seguire alcuno tirannico insulto per potere
vivere, con l'arte della guerra, d'ogni tempo. Ma quegli che erano
capitani, contenti del trionfo, con disiderio tornavono alla vita
privata; e quelli che erano membri, con maggior voglia deponevano le
armi che non le pigliavano; e ciascuno tornava all'arte sua mediante
la quale si aveva ordinata la vita; né vi fu mai alcuno che
sperasse con le prede e con questa arte potersi nutrire. Di questo se
ne può fare, quanto a' cittadini grandi, evidente coniettura
mediante Regolo Attilio; il quale, sendo capitano degli eserciti
romani in Affrica e avendo quasi che vinti i Cartaginesi, domandò
al senato licenza di ritornarsi a casa a custodire i suoi poderi che
gli erano guasti dai suoi lavoratori. Donde è più
chiaro che il sole, che, se quello avesse usata la guerra come sua
arte e, mediante quella, avesse pensato farsi utile, avendo in preda
tante provincie, non arebbe domandato licenza per tornare a custodire
i suoi campi; perché ciascuno giorno arebbe molto più,
che non era il prezzo di tutti quegli, acquistato. Ma perché
questi uomini buoni, e che non usano la guerra per loro arte, non
vogliono trarre di quella se non fatica, pericoli e gloria, quando e'
sono a sufficienza gloriosi disiderano tornarsi a casa e vivere
dell'arte loro. Quanto agli uomini bassi e soldati gregarii, che sia
vero che tenessono il medesimo ordine apparisce, Che ciascuno
volentieri si discostava da tale esercizio e, quando non militava,
arebbe voluto militare e, quando militava, arebbe voluto essere
licenziato. Il che si riscontra per molti modi, e massime vedendo
come, tra' primi privilegi che dava il popolo romano a un suo
cittadino, era che non fusse constretto fuora di sua volontà a
militare. Roma pertanto, mentre ch'ella fu bene ordinata (che fu
infino a' Gracchi) non ebbe alcuno soldato che pigliasse questo
esercizio per arte; e però ne ebbe pochi cattivi, e quelli
tanti furono severamente puniti. Debbe adunque una città bene
ordinata volere che questo studio di guerra si usi ne' tempi di pace
per esercizio e ne' tempi di guerra per necessità e per
gloria, e al publico solo lasciarla usare per arte, come fece Roma. E
qualunque cittadino che ha in tale esercizio altro fine, non è
buono; e qualunque città si governa altrimenti, non è
bene ordinata.
Cosimo:
o resto contento assai e sodisfatto di quello
che insino a qui avete detto, e piacemi assai questa conclusione che
voi avete fatta; e quanto si aspetta alla republica, io credo ch'ella
sia vera; ma quanto ai re, non so già, perché io
crederrei che uno re volesse avere intorno chi particolarmente
prendesse, per arte sua, tale esercizio.
Fabrizio:
Tanto più debbe uno regno
bene ordinato fuggire simili artefici. Perché solo essi sono
la corruttela del suo re e, in tutto, ministri della tirannide. E non
mi allegate all'incontro alcuno regno presente, perché io vi
negherò quelli essere regni bene ordinati. Perché i
regni che hanno buoni ordini, non danno lo imperio assoluto agli loro
re se non nelli eserciti; perché in questo luogo solo è
necessaria una subita diliberazione e, per questo, che vi sia una
unica podestà. Nell'altre cose non può fare alcuna cosa
sanza consiglio, e hanno a temere, quegli che lo consigliano, che gli
abbi alcuno appresso che ne' tempi di pace disideri la guerra, per
non potere sanza essa vivere. Ma io voglio in questo essere un poco
più largo, né ricercare uno regno al tutto buono, ma
simile a quegli che sono oggi; dove ancora da' re deono esser temuti
quegli che prendono per loro arte la guerra, perché il nervo
degli eserciti, sanza alcun dubbio, sono le fanterie. Tal che, se uno
re non si ordina in modo che i suoi fanti a tempo di pace stieno
contenti tornarsi a casa e vivere delle loro arti, conviene di
necessità che rovini; perché non si truova la più
pericolosa fanteria che quella che è composta di coloro che
fanno la guerra come per loro arte, perché tu sei forzato o a
fare sempre mai guerra, o a pagargli sempre, o a portare pericolo che
non ti tolgano il regno. Fare guerra sempre non è possibile;
pagargli sempre non si può; ecco che di necessità si
corre ne' pericoli di perdere lo stato. I miei Romani, come ho detto,
mentre che furono savi e buoni, mai non permessero che i loro
cittadini pigliassono questo esercizio per loro arte. Nonostante che
potessono nutrirgli d'ogni tempo, perché d'ogni tempo fecero
guerra. Ma per fuggire quel danno che poteva fare loro questo
continuo esercizio, poiché il tempo non variava, ei variavano
gli uomini, e andavano temporeggiando in modo con le loro legioni,
che in quindici anni sempre l'avevano rinnovate; e così si
valevano degli uomini nel fiore della loro età, che è
da' diciotto a' trentacinque anni, nel qual tempo le gambe, le mani e
l'occhio rispondevano l'uno all'altro; né aspettavano che in
loro scemasse le forze e crescesse la malizia, com'ella fece poi ne
tempi corrotti. Perché Ottaviano, prima, e poi Tiberio,
pensando più alla potenza propria che all'utile publico,
cominciarono a disarmare il popolo romano per poterlo più
facilmente comandare, e a tenere continuamente quegli medesimi
eserciti alle frontiere dello Imperio. E perché ancora non
giudicarono bastassero a tenere in freno il popolo e senato romano,
ordinarono uno esercito chiamato Pretoriano, il quale stava propinquo
alle mura di Roma ed era come una rocca addosso a quella città.
E perché allora ei cominciarono liberamente a permettere che
gli uomini deputati in quelli eserciti usassero la milizia per loro
arte, ne nacque subito la insolenza di quegli, e diventarono
formidabili al senato e dannosi allo imperadore; donde ne risultò
che molti ne furono morti dalla insolenza loro, perché davano
e toglievano l'imperio a chi pareva loro; e talvolta occorse che in
uno medesimo tempo erano molti imperadori creati da varii eserciti.
Dalle quali cose procedé, prima, la divisione dello Imperio e,
in ultimo, la rovina di quello. Deono pertanto i re, se vogliono
vivere sicuri, avere le loro fanterie composte di uomini che, quando
egli è tempo di fare guerra, volentieri per suo amore vadano a
quella, e, quando viene poi la pace, più volentieri se ne
ritornino a casa. Il che sempre fia, quando egli scerrà uomini
che sappiano vivere d'altra arte che di questa. E così debbe
volere, venuta la pace, che i suoi principi tornino a governare i
loro popoli, i gentili uomini al culto delle loro possessioni, e i
fanti alla loro particolare arte: e ciascuno d'essi faccia volentieri
la guerra per avere pace, e non cerchi turbare la pace per avere
guerra.
Cosimo:
Veramente questo vostro ragionamento mi pare
bene considerato; nondimeno, sendo quasi che contrario a quello che
io insino a ora ne ho pensato, non mi resta ancora l'animo purgato
d'ogni dubbio; perché io veggo assai signori e gentili uomini
nutrirsi a tempo di pace mediante gli studii della guerra, come sono
i pari vostri che hanno provvisioni dai principi e dalle comunità.
Veggo ancora quasi tutti gli uomini d'arme rimanere con le
provvisioni loro; veggo assai fanti restare nelle guardie delle città
e delle fortezze; tale che mi pare che ci sia luogo, a tempo di pace,
per ciascuno.
Fabrizio:
Io non credo che voi crediate
questo, che a tempo di pace ciascheduno abbia luogo; perché,
posto che non se ne potesse addurre altra ragione, il poco numero che
fanno tutti coloro che rimangono ne' luoghi allegati da voi, vi
risponderebbe: che proporzione hanno le fanterie che bisognano nella
guerra con quelle che nella pace si adoperano ? Perché le
fortezze e le città che si guardano a tempo di pace, nella
guerra si guardano molto più; a che si aggiungono i soldati
che Si tengono in campagna, che sono un numero grande, i quali tutti
nella pace si abbandonano. E circa le guardie degli stati, che sono
uno piccolo numero, papa Iulio e voi avete mostro a ciascuno quanto
sia da temere quegli che non vogliono sapere fare altra arte che la
guerra; e gli avete per la insolenza loro privi delle vostre guardie
e postovi Svizzeri, come nati e allevati sotto le leggi e eletti
dalle comunità, secondo la vera elezione; sì che non
dite più che nella pace sia luogo per ogni uomo. Quanto alle
genti d'arme, rimanendo quelle nella pace tutte con li loro soldi,
pare questa soluzione più difficile; nondimeno, chi considera
bene tutto, truova la risposta facile, perché questo modo del
tenere le genti d'arme è modo corrotto e non buono. La cagione
è perché sono uomini che ne fanno arte, e da loro
nascerebbe ogni dì mille inconvenienti nelli stati dove ei
fussono, se fussero accompagnati da compagnia sufficiente; ma sendo
pochi e non potendo per loro medesimi fare un esercito, non possono
fare così spesso danni gravi. Nondimeno ne hanno fatti assai
volte, come io vi dissi di Francesco e di Sforza, suo padre, e di
Braccio da Perugia. Sì che questa usanza di tenere le genti
d'arme, io non la appruovo, ed è corrotta e può fare
inconvenienti grandi.
Cosimo:
Vorresti voi fare sanza? O, tenendone, come le
vorresti tenere?
Fabrizio:
Per via d'ordinanza; non simile a
quella del re di Francia, perch'ella è pericolosa ed insolente
come la nostra, ma simile a quelle degli antichi; i quali creavano la
cavalleria di sudditi loro, e ne' tempi di pace gli mandavano alle
case loro a vivere delle loro arti, come più largamente, prima
finisca questo ragionamento, disputerò. Sì che, se ora
questa parte di esercito può vivere in tale esercizio, ancora
quando sia pace, nasce dall'ordine corrotto. Quanto alle provvisioni
che si riserbano a me e agli altri capi, vi dico che questo
medesimamente è uno ordine corrottissimo, perché una
savia republica non le debbe dare ad alcuno- anzi debbe operare per
capi, nella guerra, i suoi cittadini e, a tempo di pace, volere che
ritornino all'arte loro. Così ancora uno savio re o e' non le
debbe dare o, dandole, debbono essere le cagioni: o per premio di
alcuno egregio fatto, o per volersi valere d'uno uomo così
nella pace come nella guerra. E perché voi allegasti me, io
voglio esemplificare sopra di me; e dico non aver mai usata la guerra
per arte, perché l'arte mia è governare i miei sudditi
e defendergli, e, per potergli defendere, amare la pace e saper fare
la guerra. Ed il mio re non tanto mi premia e stima per intendermi io
della guerra, quanto per sapere io ancora consigliarlo nella pace.
Non debbe adunque alcuno re volere appresso di sé alcuno che
non sia così fatto, s'egli è savio e prudentemente si
voglia governare; perché, s'egli arà intorno, o troppi
amatori della pace, o troppi amatori della guerra, lo faranno errare.
Io non vi posso, in questo mio primo ragionamento e secondo le
proposte mie dire altro; e quando questo non vi basti conviene
cerchiate di chi vi sodisfaccia meglio. Potete bene avere cominciato
a conoscere quanta difficultà sia ridurre i modi antichi nelle
presenti guerre e quali preparazioni ad uno uomo savio conviene rare,
e quali occasioni si possa sperare a poterle esequire; ma voi di mano
in mano conoscerete queste cose meglio, quando non vi infastidisca il
ragionamento, conferendo qualunque parte degli antichi ordini ai modi
presenti.
Libro secondo
Io
credo che sia necessario, trovati che sono gli uomini, armargli; e
volendo fare questo, credo sia cosa necessaria esaminare che arme
usavano gli antichi, e di quelle eleggere le migliori. I Romani
dividevano le loro fanterie in gravemente e leggermente armate.
Quelle dell'armi leggieri chiamavano con uno vocabolo Veliti. Sotto
questo nome s'intendevano tutti quegli che traevano con la fromba,
con la balestra, co' dardi, e portavano la maggior parte di loro, per
loro difesa, coperto il capo e come una rotella in braccio.
Combattevano costoro fuora degli ordini e discosti alla grave
armadura; la quale era una celata che veniva infino in sulle spalle,
una corazza che con le sue falde perveniva infino alle ginocchia; e
avevano le gambe e le braccia coperte dagli stinieri e da' bracciali,
con uno scudo imbracciato lungo due braccia e largo uno, il quale
aveva un cerchio di ferro di sopra, per potere sostenere il colpo, e
un altro di sotto, acciò che, in terra stropicciandosi, non si
consumasse. Per offendere avevano cinta una spada in sul fianco
sinistro lunga uno braccio e mezzo, in sul fianco destro uno
stiletto. Avevano uno dardo in mano, il quale chiamavono pilo, e
nello appiccare la zuffa lo lanciavano al nimico. Questa era la
importanza delle armi romane, con le quali eglino occuparono tutto el
mondo. E benché alcuni di questi antichi scrittori dieno loro,
oltre alle predette armi, una asta in mano in modo che uno spiede, io
non so come una asta grave si possa da chi tiene lo scudo adoperare;
perché, a maneggiarla con due mani, lo scudo lo impedisce, con
una, non può fare cosa buona per la gravezza sua. Oltre a
questo, combattere nelle frotte e negli ordini con l'arme in asta è
inutile, eccetto che nella prima fronte dove si ha lo spazio libero a
potere spiegare tutta l'asta; il che negli ordini dentro non si può
fare, perché la natura delle battaglie, come nello ordine di
quelle vi dirò, è continuamente ristringersi; perché
si teme meno questo, ancora che sia inconveniente, che il
rallargarsi, dove è il pericolo evidentissimo. Tal che tutte
le armi che passano di lunghezza due braccia, nelle stretture sono
inutili; perché se voi avete l'asta e vogliate adoperarla a
due mani, posto che lo scudo non vi noiasse, non potete offendere con
quella uno nimico che vi sia addosso. Se voi la prendete con una
mano, per servirvi dello scudo, non la potendo pigliare se non nel
mezzo, vi avanza tanta asta dalla parte di dietro, che quelli che vi
sono di dietro v'impediscono a maneggiarla. E che sia vero, o che i
Romani non avessono queste aste, o che, avendole, se ne valessono
poco, leggete tutte le giornate nella sua Istoria da Tito Livio
celebrate, e vedrete, in quelle, radissime volte essere fatta
menzione delle aste; anzi sempre dice che, lanciati i pili, ei
mettevano mano alla spada. Però io voglio lasciare queste aste
e attenermi, quanto a' Romani, alla spada per offesa e, per difesa,
allo scudo con l'altre armi sopradette. I Greci non armavono sì
gravemente per difesa come i Romani, ma, per offesa, si fondavono più
in su l'asta che in su la spada; e massime le falangi di Macedonia,
le quali portavano aste che chiamavono sarisse, lunghe bene dieci
braccia, con le quali eglino aprivono le stiere nimiche e tenevano
gli ordini nelle loro falangi. E benché alcuni scrittori
dicono ch'egli avevano ancora lo scudo non so, per le ragioni dette
di sopra come e' potevano stare insieme le sarisse e quegli. Oltre a
questo, nella giornata che fece Paulo Emilio con Persa re di
Macedonia, non mi ricorda che vi sia fatta menzione di scudi, ma solo
delle sarisse e delle difficultà che ebbe lo esercito romano a
vincerle. In modo che io conietturo che non altrimenti fusse una
falange macedonica, che si sia oggi una battaglia di Svizzeri, i
quali hanno nelle picche tutto lo sforzo e tutta la potenza loro.
Ornavano i Romani, oltre alle armi, le fanterie con pennacchi, le
quali cose fanno l'aspetto d'uno esercito agli amici bello, a' nimici
terribile. L'armi degli uomini a cavallo, in quella prima antichità
romana, erano uno scudo tondo, ed avevano coperto il capo e il resto
era disarmato. Avevano la spada, e una asta con il ferro solamente
dinanzi, lunga e sottile, donde venivano a non potere fermare lo
scudo; e l'asta nello agitarsi si fiaccava, ed essi, per essere
disarmati, erano esposti alle ferite. Di poi con il tempo si armarono
come i fanti; ma avevano lo scudo più breve e quadrato e
l'asta più ferma e con due ferri, acciò che,
scollandosi da una parte, si potessero valere dell'altra. Con queste
armi, così di piede come di cavallo, occuparono i miei Romani
tutto il mondo; ed è credibile, per il frutto che se ne vide,
che fussono i meglio armati eserciti che fussero mai. E Tito Livio
nelle sue Istorie ne fa fede assai volte dove, venendo in
comparazione degli eserciti nimici, dice: "Ma i Romani per
virtù, per generazione di armi e disciplina erano superiori";
e però io ho più particolarmente ragionato delle armi
de' vincitori che de' vinti. Parmi bene solo da ragionare del modo
dello armare presente. Hanno i fanti, per loro difesa, uno petto di
ferro e, per offesa una lancia nove braccia lunga, la quale chiamano
picca, con una spada al fianco piuttosto tonda nella punta che acuta.
Questo è l'armare ordinario delle fanterie d'oggi, perché
pochi ne sono che abbiano armate le stiene e le braccia, niuno il
capo; e quelli pochi portano in cambio di picca una alabarda, l'asta
della quale, come sapete, è lunga tre braccia e ha il ferro
ritratto come una scure. Hanno tra loro scoppiettieri, i quali, con
lo impeto del fuoco, fanno quello ufficio che facevano anticamente i
funditori e i balestrieri. Questo modo dello armare fu trovato da'
populi tedeschi e massime dai Svizzeri; i quali, sendo poveri e
volendo vivere liberi, erano e sono necessitati combattere con la
ambizione de' principi della Magna; i quali, per essere ricchi,
potevano nutrire cavagli, il che non potevano fare quelli popoli per
la povertà; onde ne nacque che, essendo a piè e
volendosi difendere da' nimici che erano a cavallo, convenne loro
ricercare degli antichi ordini e trovare arme che dalla furia de'
cavagli gli difendesse. Questa necessità ha fatto o mantenere
o ritrovare a costoro gli antichi ordini, sanza quali, come ciascuno
prudente afferma la fanteria è al tutto inutile. Presono
pertanto per arme le picche, arme utilissima non solamente a
sostenere i cavagli, ma a vincergli. E hanno per virtù di
queste armi e di questi ordini presa i Tedeschi tanta audacia, che
quindici o ventimila di loro assalterebbero ogni gran numero di
cavagli; e di questo da venticinque anni in qua se ne sono vedute
esperienze assai. E sono stati tanto possenti gli esempli della virtù
loro fondati in su queste armi e questi ordini, che poi che il re
Carlo passò in Italia, ogni nazione gli ha imitati; tanto che
gli eserciti spagnuoli sono divenuti in una grandissima
reputazione.
Cosimo:
Quale modo di armare lodate voi più: o questo tedesco o lo
antico romano?
Fabrizio:
II romano sanza dubbio, e dirovvi il bene e il male dell'uno e
dell'altro. I fanti tedeschi così armati possono sostenere e
vincere i cavalli; sono più espediti al cammino e
all'ordinarsi, per non essere carichi d'armi. Dall'altra parte sono
esposti a tutti i colpi, e discosto e d'appresso, per essere
disarmati; sono inutili alle battaglie delle terre e ad ogni zuffa
dove sia gagliarda resistenza. Ma i Romani sostenevano e vincevano i
cavagli, come questi; erano securi da' colpi da presso e di lontano,
per essere coperti d'armi; potevano meglio urtare e meglio sostenere
gli urti, avendo gli scudi; potevano più attamente nelle
presse valersi con la spada~ che questi con la picca; e se ancora
hanno la spada, per essere sanza lo scudo. Ella diventa in tale caso
inutile. Potevano securamente assaltare le terre, avendo il capo
coperto e potendoselo meglio coprire con lo scudo. Talmente che ei
non avevano altra incommodità che la gravezza dell'armi e la
noia dello averie a condurre; le quali cose essi superavano con lo
avvezzare il corpo a' disagi e con indurirlo a potere durare fatica.
E voi sapete come nelle cose consuete gli uomini non patiscono. E
avete ad intendere questo: che le fanterie possono avere a combattere
con fanti e con cavagli. E sempre fieno inutili quelle che non
potranno o sostenere i cavagli, o potendoli sostenere, abbiano
nondimeno ad avere paura di fanterie che sieno meglio armate e meglio
ordinate che loro. Ora se voi considererete la fanteria tedesca e la
romana, voi troverrete nella tedesca attitudine, come abbiamo detto,
a vincere i cavagli, ma disavvantaggio grande quando combatte con una
fanteria ordinata come loro e armata come la romana. Tale che vi sarà
questo vantaggio dall'una all'altra: che i Romani potranno superare i
fanti e i cavagli, i Tedeschi solo i cavagli.
Cosimo:
Io disidererei che voi venissi a qualche esemplo più
particolare, acciò che noi lo intendessimo
meglio.
Fabrizio:
Dico così: che voi troverrete, in molti luoghi delle istorie
nostre, le fanterie romane avere vinti innumerabili cavagli, e mai
troverrete ch'elle siano state vinte da uomini a piè, per
difetto ch'ell'abbiano avuto nell'armare, o per vantaggio che abbia
avuto il nimico nell'armi. Perché, se il modo del loro armare
avesse avuto difetto, egli era necessario che seguisse l'una delle
due cose: o che, trovando chi armasse meglio di loro, ei non
andassono più avanti con gli acquisti, o che pigliassero
de'modi forestieri e lasciassero i loro. E perché non seguì
né l'una cosa né l'altra, ne nasce che si può
facilmente conietturare che il modo dell'armare loro fusse migliore
che quello di alcuno altro. Non è già così
intervenuto alle fanterie tedesche, perché si è visto
fare loro cattiva pruova qualunque volta quelle hanno avuto a
combattere con uomini a piè, ordinati e ostinati come loro, il
che è nato dal vantaggio che quelle hanno riscontro nelle armi
nimiche. Filippo Visconti, duca di Milano, essendo assaltato da
diciottomila Svizzeri, mandò loro incontro il conte
Carmignuola, il quale allora era suo capitano. Costui con seimila
cavagli e pochi fanti, gli andò a trovare, e, venendo con loro
alle mani, fu ributtato con suo danno gravissimo. Donde il
Carmignuola, come uomo prudente, subito conobbe la potenza dell'armi
nimiche, e quanto contro a' cavagli le prevalevano, e la debolezza
de' cavagli contro a quegli a piè così ordinati; e
rimesso insieme le sue genti, andò a ritrovare i Svizzeri e,
come fu loro propinquo, fece scendere da cavallo le sue genti d'armi;
e in tale maniera combattendo con quegli, tutti, fuora che tremila,
gli ammazzò; i quali, veggendosi consumare sanza avere
rimedio, gittate l'armi in terra, si arrenderono.
Cosimo:
Donde nasce tanto disavvantaggio?
Fabrizio:
Io ve l' ho poco fa detto; ma poiché voi non lo
avete inteso, io ve lo replicherò. Le fanterie tedesche, come
poco fa vi si disse, quasi disarmate per difendersi, hanno, per
offendere, la picca e la spada. Vengono con queste armi e con gli
loro ordini a trovare il nimico, il quale, se è bene armato
per difendersi, come erano gli uomini d'arme del Carmignuola che gli
fece scendere a piè, viene con la spada e ne' suoi ordini a
trovargli; e non ha altra difficultà che accostarsi a'
Svizzeri tanto che gli aggiunga con la spada; perché, come gli
ha aggiunti, li combatte securamente, perché il tedesco non
può dare con la picca al nimico che gli è presso per la
lunghezza della asta, e gli conviene mettere mano alla spada, la
quale è a lui inutile, sendo egli disarmato e avendo
all'incontro uno nimico che sia tutto armato. Donde chi considera il
vantaggio e il disavvantaggio dell'uno e dell'altro, vedrà
come il disarmato non vi avrà rimedio veruno; e il vincere la
prima punga e passare le prime punte delle picche non è molta
difficultà, sendo bene armato chi le combatte; perché
le battaglie vanno (come voi intenderete meglio, quando io vi arò
dimostro com'elle si mettono insieme) e, andando, di necessità
si accostano in modo l'una all'altra, ch'elle si pigliano per il
petto; e se dalle picche ne è alcuno morto o gittato per
terra, quegli che rimangono in piè sono tanti che bastano alla
vittoria. Di qui nacque che il Carmignuola vinse con tanta strage de'
Svizzeri e con poca perdita de' suoi.
Cosimo:
Considerate che quegli del Carmignuola furono uomini
d'arme, i quali, benché fussero a piè, erano coperti
tutti di ferro, e però poterono fare la pruova che fecero; sì
che io mi penso che bisognasse armare una fanteria come loro, volendo
fare la medesima pruova.
Fabrizio:
Se voi vi ricordassi come io dissi che i Romani
armavano, voi non penseresti a cotesto; perché uno fante che
abbia il capo coperto dal ferro, il petto difeso dalla corazza e
dallo scudo le gambe e le braccia armate, è molto più
atto a difendersi dalle picche ed entrare tra loro, che non è
uno uomo d'arme a piè. Io ne voglio dare un poco di esemplo
moderno. Erano scese di Sicilia nel regno di Napoli fanterie
spagnuole, per andare a trovare Consalvo che era assediato in
Barletta da' Franzesi. Fecesi loro incontro monsignore d'Ubignì
con le sue genti d'arme e con circa quattromila fanti tedeschi.
Vennero alle mani i Tedeschi. Con le loro picche basse apersero le
fanterie spagnuole; ma quelle, aiutate da' loro brocchieri e
dall'agilità del corpo loro, si mescolarono con i Tedeschi,
tanto che gli poterono aggiugnere con la spada; donde ne nacque la
morte, quasi, di tutti quegli e la vittoria degli Spagnuoli. Ciascuno
sa quanti fanti tedeschi morirono nella giornata di Ravenna; il che
nacque dalle medesime cagioni: perché le fanterie spagnuole si
accostarono al tiro della spada alle fanterie tedesche, e le arebbero
consumate tutte, se da' cavagli franzesi non fussero i fanti tedeschi
stati soccorsi; nondimeno gli Spagnuoli, stretti Insieme, si
ridussero in luogo securo. Concludo, adunque, che una buona fanteria
dee non solamente potere sostenere i cavagli, ma non avere paura de'
fanti; il che, come ho molte volte detto procede dall'armi e
dall'ordine.
Cosimo:
Dite, pertanto, come voi l'armeresti.
Fabrizio:
Prenderei delle armi romane e delle tedesche, e vorrei
che la metà fussero armati come i Romani e l'altra metà
come i Tedeschi. Perché, se in seimila fanti, come io vi dirò
poco di poi, io avessi tremila fanti con gli scudi alla romana e
dumila picche e mille scoppiettieri alla tedesca, mi basterebbono;
perché io porrei le picche o nella fronte delle battaglie, o
dove io temessi più de' cavaglì; e di quelli dello
scudo e della spada mi servirei per fare spalle alle picche e per
vincere la giornata, come io vi mostrerò. Tanto che io
crederrei che una fanteria così ordinata superasse oggi ogni
altra fanteria.
Cosimo:
Questo che è detto ci basta quanto alle fanterie, ma quanto a'
cavagli disideriamo intendere quale vi pare più gagliardo
armare, o il nostro o l'antico?
Fabrizio:
Io credo che in questi tempi, rispetto alle selle
arcionate e alle staffe non usate dagli antichi, si stia più
gagliardamente a cavallo che allora. Credo che si armi anche più
sicuro, tale che oggi uno squadrone di uomini d'arme, pesando assai,
viene ad essere con più difficultà sostenuto che non
erano gli antichi cavagli. Con tutto questo nondimeno, io giudico che
non si debba tenere più conto de' cavagli, che anticamente se
ne tenesse; perché, come di sopra si è detto, molte
volte ne' tempi nostri hanno con i fanti ricevuta vergogna, e la
riceveranno, sempre che riscontrino una fanteria armata e ordinata
come di sopra. Aveva Tigrane, re d'Armenia, contro allo esercito
romano del quale era capitano Lucullo, cento cinquantamila cavagli,
tra li quali erano molti armati come gli uomini d'arme nostri, i
quali chiamavano catafratti; e dall'altra parte i Romani non
aggiugnevano a seimila, con venticinquemila fanti, tanto che Tigrane,
veggendo l'esercito de' nimici disse: - Questi sono cavagli assai per
una ambasceria; - nondimeno, venuto alle mani, fu rotto. E chi scrive
quella zuffa vilipende quelli catafratti mostrandogli inutili, perché
dice che, per avere coperto il viso, erano poco atti a vedere e
offendere il nimico e, per essere aggravati dall'armi, non potevano,
cadendo, rizzarsi né della persona loro in alcuna maniera
valersi. Dico, pertanto, che quegli popoli, o regni, che istimeranno
più la cavalleria che la fanteria, sempre fieno deboli ed
esposti a ogni rovina, come si è veduta l'Italia ne' tempi
nostri; la quale è stata predata, rovinata e corsa da'
forestieri, non per altro peccato che per avere tenuta poca cura
della milizia di piè, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti
a cavallo. Debbesi bene avere de' cavagli, ma per secondo e non per
primo fondamento dello esercito suo; perché, a fare scoperte,
a correre e guastare il paese nimico, a tenere tribolato e infestato
l'esercito di quello e in sull'armi sempre, a impedirgli le
vettovaglie, sono necessarii e utilissimi; ma, quanto alle giornate e
alle zuffe campali che sono la importanza della guerra e il fine a
che si ordinano gli eserciti, sono più utili a seguire il
nimico, rotto ch'egli è, che a fare alcuna altra cosa che in
quelle si operi, e sono alla virtù del peditato assai
inferiori.
Cosimo:
E' mi occororno due dubitatazioni; l'una, che io so che i Parti non
operavano in guerra altro che i cavagli, e pure si divisono il mondo
con i Romani; l'altra, che io vorrei che voi mi dicessi come la
cavalleria puote essere sostenuta da' fanti, e donde nasca la virtù
di questi e la debolezza di quella.
Fabrizio:
O io vi ho detto, o io vi ho voluto dire, come il
ragionamento mio delle cose della guerra non ha a passare i termini
d'Europa. Quando così sia, io non vi sono obligato a rendere
ragione di quello che si è costumato in Asia. Pure io v'ho a
dire questo: che la milizia de' Parti era al tutto contraria a quella
de' Romani, perché i Parti militavano tutti a cavallo e, nel
combattere procedevano confusi e rotti- ed era uno modo di combattere
instabile e pieno di incertitudine. I Romani erano, si può
dire, quasi tutti a piè e combattevano stretti insieme e
saldi; e vinsono variamente l'uno l'altro secondo il sito largo o
stretto; perché, in questo, i Romani erano superiori, in
quello, i Parti; i quali poterono fare gran pruove con quella
milizia, rispetto alla regione che loro avevano a difendere; la quale
era larghissima, perché ha le marine lontane mille miglia, i
fiumi l'uno dall'altro due o tre giornate, le terre medesimamente e
gli abitatori radi; di modo che uno esercito romano, grave e tardo
per l'armi e per l'ordine, non poteva cavalcarlo sanza suo grave
danno, per essere chi lo difendeva a cavallo ed espeditissimo; in
modo ch'egli era oggi in uno luogo, e domani discosto cinquanta
miglia; di qui nacque, che i Parti poterono prevalersi con la
cavalleria sola, e la rovina dell'esercito di Crasso e i pericoli di
quello di Marco Antonio. Ma io, come v'ho detto, non intendo in
questo mio ragionamento parlare della milizia fuora d'Europa; però
voglio stare in su quello che ordinarono già i Romani e i
Greci, e oggi fanno i Tedeschi. Ma vegnamo all'altra domanda vostra,
dove voi disiderate intendere quale ordine o quale virtù
naturale fa che i fanti superano la cavalleria. E vi dico, in prima,
come i cavagli non possono andare, come i fanti, in ogni luogo. Sono
più tardi a ubbidire, quando occorre variare l'ordine che i
fanti; perché, s'egli è bisogno o andando avanti
tornare indietro, o tornando indietro andare avanti, o muoversi
stando fermi, o andando fermarsi, sanza dubbio non lo possono così
appunto fare i cavagli come i fanti. Non possono i cavagli, sendo da
qualche impeto disordinati, ritornare negli ordini se non con
difficultà, ancora che quello impeto manchi; il che rattissimo
fanno i fanti. Occorre, oltre a questo, molte volte, che uno uomo
animoso sarà sopra uno cavallo vile e uno vile sopra uno
animoso; donde conviene che queste disparità di d'animo
facciano disordine. Né alcuno si maravigli che uno nodo di
fanti sostenga ogni impeto di cavagli, perché il cavallo è
animale sensato e conosce i pericoli e male volentieri vi entra. E se
considererete quali forze lo facciano andar avanti e quali lo tengano
indietro, vedrete sanza dubbio essere maggiori quelle che lo
ritengono che quelle che lo spingono; perché innanzi lo fa
andar lo sprone, e dall'altra banda lo ritiene o la spada o la picca.
Tale che si è visto per le antiche e per le moderne esperienze
un nodo di fanti essere securissimo, anzi insuperabile da'cavagli. E
se voi arguissi a questo che la foga con la quale viene, lo fa più
furioso a urtare chi lo volesse sostenere, meno stimare la picca che
lo sprone, dico che, se il cavallo discosto comincia a vedere di
avere a percuotere nelle punte delle picche, o per se stesso egli
raffrenerà il corso, di modo che come egli si sentirà
pugnere si fermerà affatto, o, giunto a quelle, si volterà
a destra o a sinistra. Di che se volete fare esperienza, provate a
correre un cavallo contro a un muro; radi ne troverrete che, con
quale vi vogliate foga, vi dieno dentro. Cesare, avendo in Francia a
combattere con i Svizzeri, scese e fece scendere ciascuno a piè
e rimuovere dalla schiera i cavagli, come cosa più atta a
fuggire che a combattere. Ma, nonostante questi naturali impedimenti
che hanno i cavagli, quello capitano che conduce i fanti, debbe
eleggere vie che abbiano per i cavagli più impedimenti si può;
e rado occorrerà che l'uomo non possa assicurarsi per la
qualità del paese. Perché, se si cammina per le
colline, il sito ti libera da quelle foghe di che voi dubitate; se si
va per il piano, radi piani sono che, per le colture o per li boschi,
non ti assicurino; perché ogni macchia, ogni argine, ancora
debole, toglie quella foga, e ogni coltura, dove sia vigne e altri
arbori, impedisce i cavagli. E se tu vieni a giornata, quello
medesimo ti interviene che camminando, perché ogni poco di
impedimento che il cavallo abbia perde la foga sua. Una cosa
nondimeno non voglio scordare di dirvi: come i Romani istimavano
tanto i loro ordini e confidavono tanto nelle loro armi, che se gli
avessono avuto ad eleggere o un luogo sì aspro per guardarsi
dai cavagli, dove ei non avessono potuti spiegare gli ordini loro, o
uno dove avessono avuto a temere più de' cavagli, ma vi si
fussono potuti distendere, sempre prendevano questo e lasciavano
quello. Ma perch'egli è tempo passare allo esercizio, avendo
armate queste fanterie secondo lo antico e moderno uso, vedreno quali
esercizi facevano loro fare i Romani, avanti che le fanterie si
conduchino a fare giornata. Ancora ch'elle siano bene elette e meglio
armate, si deono con grandissimo studio esercitare, perché
sanza questo esercizio mai soldato alcuno non fu buono. Deono essere
questi esercizi tripartiti: l'uno, per indurare il corpo e farlo atto
a' disagi e più veloce e più destro; l'altro, per
imparare ad operare l'armi; il terzo, per imparare ad osservare gli
ordini negli eserciti, così nel camminare, come nel combattere
e nello alloggiare. Le quali sono le tre principali azioni che faccia
uno esercito perché, se uno esercito cammina, alloggia e
combatte ordinatamente e praticamente, il capitano ne riporta l'onore
suo ancora che la giornata avesse non buono fine. Hanno pertanto a
questi esercizi tutte le republiche antiche provvisto in modo, per
costume e per legge, che non se ne lasciava indietro alcuna parte.
Esercitavano adunque la loro gioventù per fargli veloci nel
correre, per fargli destri nel saltare, per fargli forti a trarre il
palo o a fare alle braccia. E queste tre qualità sono quasi
che necessarie in uno soldato; perché la velocità lo fa
atto a preoccupare i luoghi al nimico, a giugnerlo insperato e
inaspettato, a seguitarlo quando egli è rotto. La destrezza lo
fa atto a schifare il colpo, a saltare una fossa, a superare uno
argine. La fortezza lo fa meglio portare l'armi, urtare il nimico,
sostenere uno impeto. E sopratutto, per fare il corpo più atto
a'disagi, si avvezzavano a portare gran pesi. La quale consuetudine è
necessaria, perché nelle espedizioni difficili conviene molte
volte che il soldato, oltre all'armi, porti da vivere per più
giorni; e se non fusse assuefatto a questa fatica non potrebbe farlo;
e per questo o e' non si potrebbe fuggire uno pericolo o acquistare
con fama una vittoria. Quanto a imparare ad operare l'armi, gli
esercitavano in questo modo. Volevano che i giovani si vestissero
armi che pesassero più il doppio che le vere, e per spada
davano loro uno bastone piombato il quale, a comparazione di quella,
era gravissimo. Facevano a ciascuno di loro ficcare uno palo in terra
che rimanesse alto tre braccia, e in modo gagliardo, che i colpi non
lo fiaccassero o atterrassono; contro al quale palo il giovane con lo
scudo e col bastone, come contro a uno nimico, si esercitava; e ora
gli tirava come se gli volesse ferire la testa o la faccia, ora come
se lo volesse percuotere per fianco, ora per le gambe, ora si tirava
indietro, ora si faceva innanzi. E avevano, in questo esercizio,
questa avvertenza; di farsi atti a coprire sé e ferire il
nimico; e avendo l'armi finte gravissime, parevano di poi loro le
vere più leggieri. Volevano i Romani che i loro soldati
ferissono di punta e non di taglio, sì per essere il colpo più
mortale e avere manco difesa, sì per scoprirsi meno chi
ferisse ed essere più atto a raddoppiarsi che il taglio. Né
vi maravigliate che quegli antichi pensassero a queste cose minime,
perché, dove si ragiona che gli uomini abbiano a venire alle
mani, ogni piccolo vantaggio è di gran momento; e io vi
ricordo quello che di questo gli scrittori ne dicano, piuttosto che
io ve lo insegni. Né istimavano gli antichi cosa più
felice in una republica, che essere in quella assai uomini esercitati
nell'armi; perché non lo splendore delle gemme e dell'oro fa
che i nimici ti si sottomettono, ma solo il timore dell'armi. Di poi
gli errori che si fanno nell'altre cose, si possono qualche volta
correggere; ma quegli che si fanno nella guerra, sopravvenendo subito
la pena, non si possono emendare. Oltre a questo, il sapere
combattere fa gli uomini più audaci, perché niuno teme
di fare quelle cose che gli pare avere imparato a fare. Volevano
pertanto gli antichi che i loro cittadini si esercitassono in ogni
bellicazione, e facevano trarre loro, contro a quel palo, dardi più
gravi che i veri; il quale esercizio, oltre al fare gli uomini
esperti nel trarre, fa ancora le braccia più snodate e più
forti. Insegnavano ancora loro trarre con l'arco, con la fromba, e a
tutte queste cose avevano preposti maestri, in modo che poi, quando
egli erano eletti per andare alla guerra, egli erano già con
l'animo e con la disposizione soldati. Né restava loro ad
imparare altro che andare negli ordini e mantenersi in quegli, o
camminando o combattendo; il che facilmente imparavano, mescolandosi
con quegli che, per avere più tempo militato, sapevano stare
negli ordini.
Cosimo:
Quali esercizi faresti voi fare loro al presente?
Fabrizio:
Assai di quegli che si sono detti, come: correre e
fare alle braccia, fargli saltare, fargli affaticare sotto armi più
gravi che l'ordinarie, fargli trarre con la balestra e con l'arco; a
che aggiugnerei lo scoppietto, istrumento nuovo, come voi sapete, e
necessario. E a questi esercizi assuefarei tutta la gioventù
del mio stato, ma, con maggiore industria e più sollecitudine,
quella parte che io avessi descritta per militare; e sempre ne'
giorni oziosi si eserciterebbero. Vorrei ancora ch'egl'imparassino a
notare; il che è cosa molto utile, perché non sempre
sono i ponti a' fiumi, non sempre sono parati i navigli; tale che,
non sapendo il tuo esercito notare, resti privo di molte commodità,
e ti si tolgono molte occasioni al bene operare. I Romani non per
altro avevano ordinato che i giovani si esercitassero in Campo
Marzio, se non perché, avendo propinquo il Tevere, potessero,
affaticati nello esercizio di terra, ristorarsi nella acqua e parte,
nel notare, esercitarsi. Farei ancora, come gli antichi, esercitare
quegli che militassono a cavallo; il che è necessarissimo,
perché, oltre al sapere cavalcare, sappiano a cavallo valersi
di loro medesimi. E per questo avevano ordinati cavagli di legno,
sopr'alli quali si addestravano, saltandovi sopra armati e disarmati,
sanza alcuno aiuto e da ogni mano; il che faceva che ad un tratto e
ad un cenno d'uno capitano la cavalleria era a piè, e così
ad un cenno rimontava a cavallo. E tali esercizi, e di piè e
di cavallo, come allora erano facili, così ora non sarebbero
difficili a quella republica o a quel principe che volesse farli
mettere in pratica alla sua gioventù, come per esperienza si
vede in alcune città di Ponente dove si tengono vivi simili
modi con questo ordine. Dividono quelle tutti i loro abitanti in
varie parti, e ogni parte nominano da una generazione di quell'armi
che egli usano in guerra. E perché egli usano picche,
alabarde, archi e scoppietti, chiamano quelle; picchieri,
alabardieri, scoppiettieri e arcieri. Conviene, adunque, a tutti gli
abitanti dichiararsi in quale ordine voglia essere descritto. E
perché tutti, o per vecchiezza o per altri impedimenti, non
sono atti alla guerra, fanno di ciascuno ordine una scelta, e gli
chiamano i Giurati; i quali ne'giorni oziosi sono obligati a
esercitarsi in quell'armi dalle quali sono nominati. E ha ciascuno il
luogo suo deputato dal publico, dove tale esercizio si debba fare; e
quelli che sono di quello ordine, ma non de' Giurati, concorrono con
i danari a quelle spese che in tale esercizio sono necessarie. Quello
pertanto che fanno loro, potremmo fare noi; ma la nostra poca
prudenza non lascia pigliare alcuno buono partito. Da questi esercizi
nasceva che gli antichi avevano buone fanterie e che ora quegli di
Ponente sono migliori fanti che i nostri; perché gli antichi
gli esercitavano, o a casa, come facevano quelle republiche, o negli
eserciti, come facevano quegli imperadori, per le cagioni che di
sopra si dissono. Ma noi a casa esercitare non li vogliamo; in campo
non possiamo, per non essere nostri suggetti e non gli potere
obligare ad altri esercizi che per loro medesimi si vogliono. La
quale cagione ha fatto che si sono straccurati prima gli esercizi e
poi gli ordini, e che i regni e le republiche, massime italiane,
vivono in tanta debolezza. Ma torniamo all'ordine nostro; e,
seguitando questa materia degli esercizi, dico come non basta a far
buoni eserciti avere indurati gli uomini, fattigli gagliardi, veloci
e destri, ché bisogna ancora ch'egli imparino a stare negli
ordini, a ubbidire a' segni, a' suoni e alle voci del capitano, e
sapere, stando, ritirandosi, andando innanzi, combattendo e
camminando, mantenere quegli; perché sanza questa disciplina,
con ogni accurata diligenza osservata e praticata, mai esercito non
fu buono. E sanza dubbio gli uomini feroci e disordinati sono molto
più deboli che i timidi e ordinati; perché l'ordine
caccia dagli uomini il timore, il disordine scema la ferocia. E
perché voi intendiate meglio quello che di sotto si dirà,
voi avete a intendere come ogni nazione, nell'ordinare gli uomini
suoi alla guerra, ha fatto nell'esercito suo, ovvero nella sua
milizia uno membro principale; il quale, se l'hanno variato con il
nome, l'hanno poco variato con il numero degli uomini, perché
tutti l'hanno composto di sei in ottomila uomini. Questo membro da'
Romani fu chiamato legione, da' Greci falange, dai Franzesi caterva.
Questo medesimo ne' nostri tempi da' Svizzeri, i quali soli
dell'antica milizia ritengono alcuna ombra, è chiamato in loro
lingua quello che in nostra significa battaglione. Vero è che
ciascuno l'ha poi diviso in varie battaglie e a suo proposito
ordinato. Parmi, adunque, che noi fondiamo il nostro parlare in su
questo nome come più noto, e di poi, secondo gli antichi e
moderni ordini, il meglio che è possibile, ordinarlo. E perché
i Romani dividevano la loro legione, che era composta di cinque in
seimila uomini, in dieci coorti, io voglio che noi dividiamo il
nostro battaglione in dieci battaglie e lo componiamo di seimila
uomini di piè; e dareno a ogni battaglia quattrocentocinquanta
uomini, de' quali ne sieno quattrocento armati d'armi gravi e
cinquanta d'armi leggieri. L'armi gravi sieno trecento scudi con le
spade, e chiaminsi scudati; e cento con le picche, e chiaminsi picche
ordinarie; l'armi leggieri sieno cinquanta fanti armati di
scoppietti, balestra e partigiane e rotelle e questi da uno nome
antico si chiamino veliti ordinarii. Tutte le dieci battaglie
pertanto vengono ad avere tremila scudati, mille picche ordinarie e
cinquecento veliti ordinarii; i quali tutti fanno il numero di
quattromila cinquecento fanti. E noi diciamo che vogliamo fare il
battaglione di seimila, però bisogna aggiugnere altri mille
cinquecento fanti, de' quali ne farei mille con le picche, le quali
chiamerei picche estraordinarie, e cinquecento armati alla leggiera,
i quali chiamerei veliti estraordinarii. E così verrebbero le
mie fanterie, secondo che poco fa dissi, a essere composte mezze di
scudi e mezze fra picche e altre armi. Preporrei a ogni battaglia uno
connestabole, quattro centurioni e quaranta capidieci; e di più
un capo a' veliti ordinarii, con cinque capidieci. Darei alle mille
picche estraordinarie tre connestaboli, dieci centurioni e cento
capidieci; a' veliti estraordinarii due connestaboli, cinque
centurioni e cinquanta capidieci. Ordinerei di poi un capo generale
di tutto il battaglione. Vorrei che ciascuno connestabole avesse la
bandiera e il suono. Sarebbe pertanto composto uno battaglione di
dieci battaglie, di tremila scudati, di mille picche ordinarie, di
mille estraordinarie, di cinquecento veliti ordinarii, di cinquecento
estraordinarii; e così verrebbero ad essere seimila fanti, tra
quali sarebbero mille cinquecento capidieci e, di più,
quindici connestaboli con quindici suoni e quindici bandiere,
cinquantacinque centurioni, dieci capi de' veliti ordinarii, e uno
capitano di tutto il battaglione con la sua bandiera e con il suo
suono. E vi ho volentieri replicato questo ordine più volte,
acciò che poi, quando io vi mostrerò i modi
dell'ordinare le battaglie e gli eserciti, voi non vi confondiate.
Dico, pertanto, come quel re o quella republica dovrebbe quegli suoi
sudditi ch'ella volesse ordinare all'armi, ordinargli con queste armi
e con queste parti, e fare nel suo paese tanti battaglioni di quanti
fusse capace E quando gli avesse ordinati secondo la sopradetta
distribuzione, volendogli esercitare negli ordini, basterebbe
esercitargli battaglia per battaglia. E benché il numero degli
uomini di ciascuna di esse non possa per sé fare forma d'uno
giusto esercito, nondimeno può ciascuno uomo imparare a fare
quello che s'appartiene a lui particolarmente; perché negli
eserciti si osserva due ordini: l'uno, quello che deono fare gli
uomini in ciascuna battaglia, e l'altro, quello che di poi debbe fare
la battaglia quando è coll'altre in uno esercito. E quelli
uomini che fanno bene il primo, facilmente osservano il secondo; ma,
sanza sapere quello, non si può mai alla disciplina del
secondo pervenire. Possono, adunque, come ho detto, ciascuna di
queste battaglie da per sé imparare a tenere l'ordine delle
file in ogni qualità di moto e di luogo e, di poi, a sapere
mettersi insieme, intendere il suono mediante il quale nelle zuffe si
comanda sapere cognoscere da quello, come i galeotti dal fischio,
quanto abbiano a fare o a stare saldi, o gire avanti, o tornare
indietro, o dove rivolgere l'armi e il volto. In modo che, sappiendo
tenere bene le file, talmente che né luogo né moto le
disordinino, intendendo bene i comandamenti del capo mediante il
suono e sappiendo di subito ritornare nel suo luogo, possono poi
facilmente, come io dissi, queste battaglie, sendone ridotte assai
insieme, imparare a fare quello che tutto il corpo loro è
obligato, insieme con l'altre battaglie, in un esercito giusto
operare. E perché tale pratica universale ancora non è
da istimare poco, si potrebbe una volta o due l'anno, quando fusse
pace, ridurre tutto il battaglione insieme e dargli forma d'uno
esercito intero, esercitandogli alcuni giorni come se si avesse a
fare giornata, ponendo la fronte, i fianchi e i sussidi ne' luoghi
loro. E perché uno capitano ordina il suo esercito alla
giornata, o per conto del nimico che vede o per quello del quale
sanza vederlo dubita, si debbe esercitare il suo esercito nell'uno
modo e nell'altro, e istruirlo in modo che possa camminare e, se il
bisogno lo ricercasse, combattere, mostrando a' tuoi soldati, quando
fussero assaltati da questa o da quella banda, come si avessero a
governare. E quando lo istruisse da combattere contro al nimico che
vedessono, mostrar loro come la zuffa s'appicca, dove si abbiano a
ritirare sendo ributtati, chi abbi a succedere in luogo loro a che
segni, a che suoni, a che voci debbano ubbidire, e praticarvegli in
modo, con le battaglie e con gli assalti finti ch'egli abbiano a
disiderare i veri. Perché lo esercito animoso non lo fa per
essere in quello uomini animosi, ma lo esservi ordini bene ordinati,
perché se Io sono de primi combattitori, e lo sappia, sendo
superato, dove io m'abbia a ritirare e chi abbia a succedere nel
luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il soccorso
propinquo. Se io sarò de' secondi combattitori, lo essere
spinti e ributtati i primi non mi sbigottirà, perché io
mi arò presupposto che possa essere e l'arò disiderato,
per essere quello che dia la vittoria al mio padrone, e non sieno
quegli. Questi esercizi sono necessarissimi dove si faccia uno
esercito di nuovo; e dove sia lo esercito vecchio sono necessarii,
perché si vede come, ancora che i Romani sapessero da
fanciugli l'ordine degli eserciti loro, nondimeno quegli capitani,
avanti che venissero al nimico, continuamente gli esercitavano in
quegli. E Iòsafo nella sua Istoria dice che i continui
esercizi degli eserciti romani facevano che tutta quella turba che
segue il campo per guadagni, era, nelle giornate, utile; perché
tutti sapevano stare negli ordini e combattere servando quelli. Ma
negli eserciti d'uomini nuovi, o che tu abbi messi insieme per
combattere allora, o che tu ne faccia ordinanza per combattere con il
tempo, sanza questi esercizi, così delle battaglie di per sé,
come di tutto l'esercito, è fatto nulla; perché, sendo
necessarii gli ordini, conviene con doppia industria e fatica
mostrargli a chi non gli sa, che mantenergli a chi gli sa, come si
vede che per mantenergli e per insegnargli molti capitani eccellenti
si sono sanza alcuno rispetto affaticati.
Libro terzo
Cosimo:
Poiché noi mutiamo ragionámento, io voglio che
si muti domandatore, perché io non vorrei essere tenuto
presuntuoso; il che sempre ho biasimato negli altri. Però io
depongo la dittatura, e do questa autorità a chi la vuole di
questi altri miei amici.
Zanobi:
E' ci era gratissimo che voi seguitassi; pure, poiché
voi non volete dite almeno quale di noi dee succedere nel luogo
vostro.
Cosimo: Io
voglio dare questo carico al signore.
Fabrizio:
Io sono contento prenderlo, e voglio che noi seguitiamo il
costume viniziano: che il più giovane parli prima, perché,
sendo questo esercizio da giovani, mi persuado che i giovani sieno
più atti a ragionarne, come essi sono più pronti a
esequirlo.
Cosimo: Adunque
e' tocca a voi, Luigi. E come io ho piacere di tale successore, così
voi vi sodisfarete di tale domandatore. Però vi priego
torniamo alla materia e non perdiamo più tempo.
Fabrizio:
Io son certo che, a volere dimostrare bene come si ordina uno
esercito per far la giornata, sarebbe necessario narrare come i Greci
e i Romani ordinavano le schiere negli loro eserciti. Nondimeno,
potendo voi medesimi leggere e considerare queste cose mediante gli
scrittori antichi, lascerò molti particolari indietro, e solo
ne addurrò quelle cose che di loro mi pare necessario imitare,
a volere ne' nostri tempi dare alla milizia nostra qualche parte di
perfezione. Il che farà che in uno tempo io mostrerò
come uno esercito si ordini alla giornata, e come si affronti nelle
vere zuffe, e come si possa esercitarlo nelle finte. Il maggiore
disordine che facciano coloro che ordinano uno esercito alla
giornata, è dargli solo una fronte e obligarlo a uno impeto e
una fortuna. Il che nasce dallo avere perduto il modo che tenevano
gli antichi a ricevere l'una schiera nell'altra; perché, sanza
questo modo, non si può né sovvenire a' primi, né
difendergli, né succedere nella zuffa in loro scambio; il che
da' Romani era ottimamente osservato. Per volere adunque mostrare
questo modo, dico come i Romani avevano tripartita ciascuna legione
in astati, principi e triarii; de'quali, gli astati erano messi nella
prima fronte dello esercito con gli ordini spessi e fermi; dietro
a'quali erano i principi ma posti con gli loro ordini più
radi: dopo questi mettevano i triarii, e con tanta radità di
ordini che potessono, bisognando, ricevere tra loro i principi e gli
astati. Avevano, oltre a questi, i funditori e i balestrieri e gli
altri armati alla leggiera; i quali non stavano in questi ordini, ma
li collocavano nella testa dello esercito tra li cavagli e i fanti.
Questi, adunque, leggermente armati appiccavano la zuffa; se
vincevano, il che occorreva rade volte, essi seguivano la vittoria;
se erano ributtati, si ritiravano per i fianchi dello esercito o per
gli intervalli a tale effetto ordinati, e si riducevano tra'
disarmati. Dopo la partita de' quali venivano alle mani con il nimico
gli astati; i quali, se si vedevano superare, si ritiravano a poco a
poco per la radità degli ordini tra' principi e, insieme con
quegli, rinnovavano la zuffa. Se questi ancora erano sforzati, si
ritiravano tutti nella radità degli ordini de' triarii e,
tutti insieme, fatto uno mucchio, ricominciavano la zuffa; e se
questi la perdevano, non vi era più rimedio, perché non
vi restava più modo a rifarsi. I cavagli stavano sopra alli
canti dello esercito, posti a similitudine di due alie a uno corpo, e
or combattevano con i cavagli, or sovvenivano i fanti, secondo che il
bisogno lo ricercava. Questo modo di rifarsi tre volte è quasi
impossibile a superare, perché bisogna che tre volte la
fortuna ti abbandoni e che il nimico abbia tanta virtù che tre
volte ti vinca. I Greci non avevano con le loro falangi questo modo
di rifarsi, e benché in quelle fusse assai capi e di molti
ordini, nondimeno ne facevano un corpo, ovvero una testa. Il modo
ch'essi tenevano in sovvenire l'uno l'altro era, non di ritirarsi
l'uno ordine nell'altro, come i Romani, ma di entrare l'uno uomo nel
luogo dell'altro. Il che facevano in questo modo: la loro falange era
ridotta in file; e pognamo che mettessono per fila cinquanta uomini,
venendo poi con la testa sua contro al nimico; di tutte le file, le
prime sei potevano combattere perché le loro lance, le quali
chiamavano sarisse, erano sì lunghe che la sesta fila passava
con la punta della sua lancia fuora della prima fila. Combattendo,
adunque, se alcuno della prima o per morte o per ferite cadeva,
subito entrava nel luogo suo quello che era di dietro nella seconda
fila, e, nel luogo che rimaneva voto della seconda, entrava quello
che gli era dietro nella terza; e così successive in uno
subito le file di dietro instauravano i difetti di quegli davanti; in
modo che le file sempre restavano intere e niuno luogo era di
combattitori vacuo, eccetto che la fila ultima, la quale si veniva
consumando per non avere dietro alle spalle chi la instaurasse; in
modo che i danni che pativano le prime file consumavano le ultime. E
le prime restavano sempre intere; e così queste falangi, per
l'ordine loro, si potevano piuttosto consumare che rompere, perché
il corpo grosso le faceva più immobili. Usarono i Romani, nel
principio, le falangi, e instruirono le loro legioni a similitudine
di quelle. Di poi non piacque loro questo ordine, e divisero le
legioni in più corpi, cioè in coorti e in manipoli;
perché giudicarono, come poco fa dissi, che quel corpo avesse
più vita, che avesse più anime, e che fusse composto di
più parti, in modo che ciascheduna per se stessa si reggesse.
I battaglioni de' Svizzeri usano in questi tempi tutti i modi della
falange, così nello ordinarsi grossi e interi, come nel
sovvenire l'uno l'altro; e nel fare la giornata pongono i battaglioni
l'uno a' fianchi dell'altro; e, se li mettono dietro l'uno all'altro,
non hanno modo che il primo, ritirandosi, possa essere ricevuto dal
secondo; ma tengono, per potere sovvenire l'uno l'altro,
quest'ordine: che mettono uno battaglione innanzi e un altro dietro a
quello in su la man ritta, tale che, se il primo ha bisogno d'aiuto,
quello si può fare innanzi e soccorrerlo. Il terzo battaglione
mettono dietro a questi, ma discosto un tratto di scoppietto. Questo
fanno perché, sendo quegli due ributtati, questo si possa fare
innanzi, e abbiano spazio, e i ributtati e quel che si fa innanzi, a
evitare l'urto l'uno dell'altro; perché una moltitudine grossa
non può essere ricevuta come un corpo piccolo, e però i
corpi piccoli e dístinti che erano in una legione romana si
potevano collocare in modo che si potessono tra loro ricevere e l'uno
l'altro con facilità sovvenire. E che questo ordine de'
Svizzeri non sia buono quanto lo antico romano, lo dimostrano molti
esempli delle legioni romane quando si azzuffarono con le falangi
greche; e sempre queste furono consumate da quelle, perché la
generazione dell'armi come io dissi dianzi, e questo modo di rifarsi,
poté più che la solidità delle falangi. Avendo,
adunque, con questi esempli a ordinare uno esercito, mi è
parso ritenere l'armi e i modi, parte delle falangi greche, parte
delle legioni romane; e però io ho detto di volere in uno
battaglione dumila picche, che sono l'armi delle falangi macedoniche,
e tremila scudi con la spada, che sono l'armi de' Romani. Ho diviso
il battaglione in dieci battaglie, come i Romani; la legione in dieci
coorti. Ho ordinato i veliti, cioè l'armi leggieri, per
appiccare la zuffa come loro. E perché così, come
l'armi sono mescolate e participano dell'una e dell'altra nazione, ne
participino ancora gli ordini, ho ordinato che ogni battaglia abbia
cinque file di picche in fronte e il restante di scudi, per potere,
con la fronte, sostenere i cavagli e entrare facilmente nelle
battaglie de' nimici a piè, avendo nel primo scontro le
picche, come il nimico, le quali voglio mi bastino a sostenerlo, gli
scudi, poi, a vincerlo. E se voi noterete la virtù di questo
ordine, voi vedrete queste armi tutte fare interamente l'ufficio
loro, perché le picche sono utili contro a' cavagli, e, quando
vengono contro a' fanti fanno bene l'ufficio loro prima che la zuffa
si ristringa; perché, ristretta ch'ella è, diventano
inutili. Donde che i Svizzeri, per fuggire questo inconveniente
pongono dopo ogni tre file di picche una fila d'alabarde; il che
fanno per dare spazio alle picche, il quale non è tanto che
basti. Ponendo adunque le nostré picche davanti e gli scudi
dietro, vengono a sostenere i cavagli e, nello appiccare la zuffa,
aprono e molestano i fanti; ma poi che la zuffa è ristretta, e
ch'elle diventerebbono inutili, succedono gli scudi e le spade; i
quali possono in ogni strettura maneggiarsi.
Luigi:
Noi aspettiamo ora con disiderio di intendere come voi
ordineresti l'esercito a giornata con queste armi e con questi
ordini.
Fabrizio: E io
non voglio ora dimostrarvi altro che questo. Voi avete a intendere
come in uno esercito romano ordinario, il quale chiamavano esercito
consolare, non erano più che due legioni di cittadini romani,
che erano secento cavagli e circa undicimila fanti. Avevano di poi
altrettanti fanti e cavagli, che erano loro mandati dagli amici e
confederati loro; i quali dividevano in due parti e chiamavano,
l'una, corno destro e, l'altra, corno sinistro; né mai
permettevano che questi fanti ausiliari passassero il numero de'
fanti delle legioni loro; erano bene contenti che fusse più
numero quello de' cavagli. Con questo esercito, che era di
ventiduemila fanti e circa dumila cavagli utili, faceva uno consolo
ogni fazione e andava a ogni impresa. Pure, quando bisognava opporsi
a maggiori forze, raccozzavano due consoli con due eserciti. Dovete
ancora notare come, per l'ordinario, in tuttatré l'azioni
principali che fanno gli eserciti cioè camminare, alloggiare e
combattere, mettevano le legioni in mezzo perché volevano che
quella virtù in la quale più confidavano, fusse più
unita, come nel ragionare di tuttatré queste azioni vi si
mostrerà. Quegli fanti ausiliarii, per la pratica che avevano
con i fanti legionari, erano utili quanto quelli; perché erano
disciplinati come loro e però nel simile modo, nello ordinare
la giornata gli ordinavano. Chi adunque sa come i Romani disponevano
una legione nell'esercito a giornata, sa come lo disponevano tutto.
Però, avendovi io detto come essi dividevano una legione in
tre schiere, e come l'una schiera riceveva l'altra, vi vengo ad avere
detto come tutto lo esercito in una giornata si ordinava. Volendo io
pertanto ordinare una giornata a similitudine de' Romani, come quegli
avevano due legioni, io prenderò due battaglioni, e, disposti
questi, si intenderà la disposizione di tutto uno esercito;
perché nello aggiungere più genti non si arà a
fare altro che ingrossare gli ordini. Io non credo che bisogni che io
vi ricordi quanti fanti abbia uno battaglione, e come egli ha dieci
battaglie, e che capi sieno per battaglia, e quali armi abbiano, e
quali sieno le picche e i veliti ordinarii e quali gli
estraordinarii; perché poco fa ve lo dissi distintamente, e vi
ricordai lo mandassi alla memoria come cosa necessaria a volere
intendere tutti gli altri ordini; e però io verrò alla
dimostrazione dell'ordine sanza replicare altro. E' mi pare che le
dieci battaglie d'uno battaglione si pongano nel sinistro fianco e,
le dieci altre dell'altro, nel destro. Ordininsi quelle del sinistro
in questo modo: pongansi cinque battaglie l'una allato all'altra
nella fronte, in modo che tra l'una e l'altra rimanga uno spazio di
quattro braccia che vengano a occupare, per larghezza,
centoquarantuno braccio di terreno e, per la lunghezza, quaranta.
Dietro a queste cinque battaglie ne porrei tre altre, discosto per
linea retta dalle prime quaranta braccia; due delle quali venissero
dietro per linea retta alle estreme delle cinque, e l'altra tenesse
lo spazio di mezzo. E così verrebbero queste tre ad occupare
per larghezza e per lunghezza il medesimo spazio che le cinque; ma,
dove le cinque hanno tra l'una e l'altra una distanza di quattro
braccia, queste l'arebbero di trentatré. Dopo queste porrei le
due ultime battaglie pure dietro alle tre, per linea retta e
distanti, da quelle tre, quaranta braccia; e porrei ciascuna d'esse
dietro alle estreme delle tre, tale che lo spazio che restasse tra
l'una e l'altra sarebbe novantuno braccio. Terrebbero adunque tutte
queste battaglie così ordinate, per larghezza, centoquarantuno
braccio e, per lunghezza, dugento. Le picche estraordinarie
distenderei lungo i fianchi di queste battaglie dal lato sinistro,
discosto venti braccia da quelle, faccendone centoquarantatré
file a sette per fila; in modo ch'elle fasciassono con la loro
lunghezza tutto il lato sinistro delle dieci battaglie, nel modo da
me detto, ordinate; e ne avanzerebbe quaranta file per guardare i
carriaggi e i disarmati che rimanessono nella coda dello esercito,
distribuendo i capidieci e i centurioni ne'luoghi loro; e degli tre
connestaboli ne metterei uno nella testa, l'altro nel mezzo, il terzo
nell'ultima fila, il quale facesse l'ufficio del tergiduttore, ché
così chiamavano gli antichi quello che era proposto alle
spalle dello esercito. Ma, ritornando alla testa dello esercito, dico
come io collocherei appresso alle picche estraordinarie i veliti
estraordinarii, che sapete che sono cinquecento, e darei loro uno
spazio di quaranta braccia. A lato a questi, pure in su la man manca,
metterei gli uomini d'arme, e vorrei avessero uno spazio di
centocinquanta braccia. Dopo questi, i cavagli leggieri, a' quali
darei il medesimo spazio che alle genti d'arme. I veliti ordinarii
lascerei intorno alle loro battaglie, i quali stessono in quegli
spazi che io pongo tra l'una battaglia e l'altra, che sarebbero come
ministri di quelle, se già egli non mi paresse da metterli
sotto le picche estraordinarie; il che farei, o no, secondo che più
a proposito mi tornasse. Il capo generale di tutto il battaglione
metterei in quello spazio che fusse tra 'l primo e il secondo ordine
delle battaglie, ovvero nella testa e in quello spazio che è
tra l'ultima battaglia delle prime cinque e le picche estraordinarie,
secondo che più a proposito mi tornasse, con trenta o quaranta
uomini intorno, scelti e che sapessono per prudenza esequire una
commissione e per fortezza sostenere uno impeto; e fusse ancora esso
in mezzo del suono e della bandiera. Questo è l'ordine col
quale io disporrei uno battaglione nella parte sinistra, che sarebbe
la disposizione della metà dell'esercito; e terrebbe, per
larghezza, cinquecento undici braccia e, per lunghezza, quanto di
sopra si dice, non computando lo spazio che terrebbe quella parte
delle picche estraordinarie che facessono scudo a' disarmati, che
sarebbe circa cento braccia. L'altro battaglione disporrei sopra 'l
destro canto,in quel modo appunto che io ho disposto quello del
sinistro, lasciando dall'uno battaglione all'altro uno spazio di
trenta braccia; nella testa del quale spazio porrei qualche carretta
di artiglieria, dietro alle quali stesse il capitano generale di
tutto l'esercito e avesse intorno, con il suono e con la bandiera
capitana, dugento uomini almeno, eletti, a piè la maggior
parte, tra' quali ne fusse dieci o più, atti a esequire ogni
comandamento; e fusse in modo a cavallo e armato che potesse essere e
a cavallo e a piè secondo che il bisogno ricercasse.
L'artiglierie dell'esercito, bastano dieci cannoni per la
espugnazione delle terre, che non passassero cinquanta libbre di
portata; de' quali in campagna mi servirei più per la difesa
degli alloggiamenti che per fare giornata, l'altra artiglieria tutta
fusse piuttosto di dieci che di quindici libbre di portata. Questa
porrei innanzi alla fronte di tutto l'esercito, se già il
paese non stesse in modo che io la potessi collocare per fianco in
luogo securo dov'ella non potesse dal nimico essere urtata. Questa
forma di esercito così ordinato può, nel combattere,
tenere l'ordine delle falangi e l'ordine delle legioni romane; perché
nella fronte sono picche, sono tutti i fanti ordinati nelle file, in
modo che, appiccandosi col nimico e sostenendolo, possono ad uso
delle falangi ristorare le prime file con quelli di dietro.
Dall'altra parte, se sono urtati in modo che fieno necessitati
rompere gli ordini e ritirarsi, possono entrare negli intervalli
delle seconde battaglie che hanno dietro, e unirsi con quelle, e di
nuovo, fatto uno mucchio, sostenere il nimico e combatterlo. E quando
questo non basti, possono nel medesimo modo ritirarsi la seconda
volta, e la terza combattere; sì che in questo ordine, quanto
al combattere, ci è da rifarsi e secondo il modo greco e
secondo il romano. Quanto alla fortezza dell'esercito, non si può
ordinare più forte; perché l'uno e l'altro corno è
munitissimo e di capi e di armi, né gli resta debole altro che
la parte di dietro de' disarmati; e quella ha ancora fasciati i
fianchi dalle picche estraordinarie. Né può il nimico
da alcuna parte assaltarlo che non lo truovi ordinato; e la parte di
dietro non può essere assaltata, perché non può
essere nimico che abbia tante forze che equalmente ti possa assalire
da ogni banda; perché, avendole, tu non ti hai a mettere in
campagna seco. Ma quando fusse il terzo più di te e bene
ordinato come te, se si indebolisce per assaltarti in più
luoghi, una parte che tu ne rompa, tutto va male. Da' cavagli, quando
fussono più che i tuoi, sei sicurissimo; perché gli
ordini delle picche che ti fasciano, ti difendano da ogni impeto di
quegli, quando bene i tuoi cavagli fussero ributtati. I capi, oltre a
questo, sono disposti in lato che facilmente possono comandare e
ubbidire. Gli spazi che sono tra l'una battaglia e l'altra e tra
l'uno ordine e l'altro, non solamente servono a potere ricevere l'uno
l'altro, ma ancora a dare luogo a' mandati che andassono e venissono
per ordine del capitano. E com'io vi dissi prima, i Romani avevano
per esercito circa ventiquattromila uomini, così debbe essere
questo, e come il modo del combattere e la forma dell'esercito gli
altri soldati lo prendevano da'le legioni, così quelli soldati
che voi aggiugnessi agli due battaglioni vostri arebbero a prendere
la forma e ordine da quelli. Delle quali cose avendone posto uno
esemplo, è facil cosa imitarlo; perché, accrescendo o
due altri battaglioni all'esercito, o tanti soldati degli altri
quanti sono quegli, egli non si ha a fare altro che duplicare gli
ordini e, dove si pose dieci battaglie nella sinistra parte, porvene
venti, o ingrossando o distendendo gli ordini secondo che il luogo o
il nimico ti comandasse.
Luigi:
Veramente, signore, io mi immagino in modo questo
esercito, che già lo veggo, e ardo d'uno disiderio di vederlo
affrontare. E non vorrei, per cosa del mondo, che voi diventassi
Fabio Massimo, faccendo pensiero di tenere a bada il nimico e
differire la giornata, perché io direi peggio di voi che il
popolo romano non diceva di quello.
Fabrizio:
Non dubitate. Non sentite voi l'artiglierie? Le nostre
hanno già tratto, ma poco offeso il nimico; e i veliti
estraordinarii escono de' luoghi loro insieme con la cavalleria
leggiere, e, più sparsi e con maggiore furia e maggior grida
che possono, assaltano il nimico; l'artiglieria del quale ha scarico
una volta e ha passato sopra la testa de' nostri fanti sanza fare
loro offensione alcuna. E perch'ella non possa trarre la seconda
volta, vedete i veliti e i cavagli nostri che l'hanno già
occupata, e che i nimici, per difenderla, si sono fatti innanzi; tal
che quella degli amici e nimici non può più fare
l'ufficio suo. Vedete con quanta virtù combattono i nostri, e
con quanta disciplina, per lo esercizio che ne ha fatto loro fare
abito e per la confidenza ch'egli hanno nell'esercito; il quale
vedete che, col suo passo e con le genti d'arme allato, cammina
ordinato per appiccarsi con l'avversario. Vedete l'artiglierie nostre
che per dargli luogo e lasciargli lo spazio iibero, si sono ritirate
per quello spazio donde erano usciti i veliti. Vedete il capitano che
gli inanimisce e mostra loro la vittoria certa. Vedete che i veliti
ed i cavagli leggieri si sono allargati e ritornati ne' fianchi
dell'esercito, per vedere se possono per fianco fare alcuna ingiuria
alli avversarii. Ecco che si sono affrontati gli eserciti. Guardate
con quanta virtù egli hanno sostenuto lo impeto de nimici, e
con quanto silenzio, e come il capitano comanda agli uomini d'arme
che sostengano e non urtino e dall'ordine delle fanterie non si
spicchino. Vedete come i nostri cavagli leggieri sono iti a urtare
una banda di scoppiettieri nimici che volevano ferire per fianco, e
come i cavagli nimici gli hanno soccorsi: tal che, rinvolti tra l'una
e l'altra cavalleria, non possono trarre e ritiransi dietro alle loro
battaglie. Vedete con che furia le picche nostre si affrontano, e
come i fanti sono già sì propinqui l'uno all'altro, che
le picche non si possono più maneggiare; di modo che, secondo
la disciplina imparata da noi, le nostre picche si ritirano a poco a
poco tra gli scudi. Guardate come, in questo tanto, una grossa banda
d'uomini d'arme, nimici, hanno spinti gli uomini d'arme nostri dalla
parte sinistra. e come i nostri. secondo la disciplina, si sono
ritirati sotto le picche estraordinarie, e, con lo aiuto di quelle
avendo rifatto testa, hanno ributtati gli avversari e morti buona
parte di loro. Intanto tutte le picche ordinarie delle prime
battaglie si sono nascose tra gli ordini degli scudi, e lasciata la
zuffa agli scudati; i quali guardate con quanta virtù, sicurtà
e ozio ammazzano il nimico. Non vedete voi quanto, combattendo, gli
ordini sono ristretti, che a fatica possono menare le spade? Guardate
con quanta furia i nimici muoiono. Perché, armati con la picca
e con la loro spada, inutile l'una per essere troppo lunga, l'altra
per trovare il nimico troppo armato, in parte cascano fenti o morti,
in parte fuggono. Vedetegli fuggire dal destro canto; fuggono ancora
dal sinistro; ecco che la vittoria è nostra. Non abbiamo noi
vinto una giornata felicissimamente? Ma con maggiore felicità
si vincerebbe, se mi fusse concesso il metterla in atto. E vedete che
non è bisognato valersi né del secondo né del
terzo ordine; ché gli è bastata la nostra prima fronte
a supc,-argli. In questa parte io non ho che dirvi altro, se non
risolvere se alcuna dubitazione vi nasce.
Luigi:
Voi avete con tanta furia vinta questa giornata, che
io ne resto tutto ammirato e in tanto stupefatto, che io non credo
potere bene esplicare se alcuno dubbio mi resta nell'animo. Pure,
confidandomi nella vostra prudenza, piglierò animo a dire
quello che io intendo. Ditemi prima: perché non facesti voi
trarre le vostre artiglierie più che una volta? E perché
subito le facesti ritirare dentro all'esercito né poi ne
facesti menzione? Parvemi ancora che voi ponessi l'artiglierie del
nimico alte e ordinassile a vostro modo, il che può molto bene
essere. Pure, quando egli occorresse, che credo ch'egli occorra
spesso, che percuotano le schiere, che rimedio ne date? E poiché
io mi sono cominciato dalle artiglierie, io voglio fornire tutta
questa domanda, per non ne avere a ragionare più. Io ho
sentito a molti spregiare l'armi e gli ordini degli eserciti antichi,
arguendo come oggi potrebbono poco, anzi tutti quanti sarebbero
inutili, rispetto al furore delle artiglierie; perché queste
rompono gli ordini e passono l'armi in modo, che pare loro pazzia
fare uno ordine che non si possa tenere, e durare fatica a portare
una arme che non ti possa difendere.
Libro quarto
Luigi:
Poiché sotto l'imperio mio si è vinto una
giornata sì onorevolmente, io penso che sia bene che io non
tenti più la fortuna, sappiendo quanto quella è varia e
instabile. E però io desidero deporre la dittatura e che
Zanobi faccia ora questo ufficio del domandare, volendo seguire
l'ordine che tocchi al più giovane. E io so che non ricuserà
questo onore o, vogliamo dire, questa fatica, sì per
compiacermi, sì ancora per essere naturalmente più
animoso di me; né gli recherà paura avere a entrare in
questi travagli, dove egli potesse così essere vinto, come
vincere.
Zanobi: Io
sono per stare dove voi mi metterete, ancora che lo stessi più
volentieri ad ascoltare; perché, infino a qui, mi sono più
sodisfatte le domande vostre che non mi sarieno piaciute quelle che a
me, nello ascoltare i vostri ragionamenti, occorrevano. Ma io credo
che sia bene signore, che voi avanziate tempo e abbiate pazienza, se
con queste nostre cerimonie vi infastidissimo.
Fabrizio:
Anzi mi date piacere, perché questa variazione de'
domandatori mi fa conoscere i varii ingegni e i varii appetiti
vostri. Ma restavi cosa alcuna che vi paia da aggiugnere alla materia
ragionata ?
Zanobi: Due
cose disidero, avanti che si passi ad un'altra parte: l'una, è
che voi ne mostriate se altra forma di ordinare eserciti vi occorre;
l'altra, quali rispetti debbe avere uno capitano prima che si conduca
alla zuffa, e, nascendo alcuno accidente in essa, quali rimedii vi si
possa fare.
Fabrizio: Ie
mi sforzerò sodisfarvi. Non risponderò già
distintamente alle domande vostre, perché, mentre che io
risponderò a una, molte volte si verrà a rispondere
all'altra. Io vi ho detto come io vi proposi una forma di esercito,
acciò che, secondo quella, gli potesse dare tutte quelle forme
che 'l nimico e il sito ricerca; perché, in questo caso, e
secondo il sito e secondo il nimico si procede. Ma notate questo: che
non ci è la più pericolosa forma che distendere assai
la fronte dell'esercito tuo, se già tu non hai un
gagliardissimo e un grandissimo esercito; altrimenti tu l'hai a fare
piuttosto grosso e poco largo, che assai largo e sottile. Perché,
quando tu hai poche genti a comparazione del nimico, tu dei cercare
degli altri rimedii come sono: ordinare l'esercito tuo in iato che tu
sia fasciato o da fiume o da palude, in modo che tu non possa essere
circundato; o fasciarti da' fianchi con le fosse, come fece Cesare in
Francia. E avete a prendere in questo caso questa generalità:
di allargarvi o ristrignervi con la fronte, secondo il numero vostro
e quello del nimico; ed essendo il nimico di minore numero, dei
cercare di luoghi larghi, avendo tu massimamente le genti tue
disciplinate, acciò che tu possa non solamente circundare il
nimico, ma distendervi i tuoi ordini, perché ne' luoghi aspri
e difficili, non potendo valerti degli ordini tuoi, non vieni ad
avere alcuno vantaggio. Quinci nasceva che i Romani quasi sempre
cercavano i campi aperti e fuggivano i difficili. Al contrario, come
ho detto, dei fare se hai o poche genti o male disciplinate; perché
tu hai a cercare luoghi, o dove il poco numero si salvi, o dove la
poca esperienza non ti offenda. Debbesi ancora eleggere il luogo
superiore, per potere più facilmente urtarlo. Nondimanco si
debbe avere questa avvertenza: di non ordinare l'esercito tuo in una
spiaggia e in luogo propinquo alle radici di quella, dove possa
venire l'esercito nimico; perché in questo caso, rispetto alle
artiglierie, il luogo superiore ti arrecherebbe disavvantaggio;
perché sempre e commodamente potresti dalle artiglierie
nimiche essere offeso sanza potervi fare alcuno rimedio, e tu non
potresti commodamente offendere quello, impedito da' tuoi medesimi.
Debbe ancora, chi ordina uno esercito a giornata, avere rispetto al
sole e al vento, che l'uno e l'altro non ti ferisca la fronte, perché
l'uno e l'altro ti impediscono la vista, l'uno con i razzi, l'altro
con la polvere. E di più il vento disfavorisce l'armi che si
traggono al nimico e fa più deboli i colpi loro. E quanto al
sole, non basta avere cura che allora non ti dia nel viso, ma
conviene pensare che crescendo il dì, non ti offenda. E per
questo converrebbe, nello ordinare le genti, averlo tutto alle
spalle, acciò ch'egli avesse a passare assai tempo nello
arrivarti in fronte. Questo modo fu osservato da Annibale a Canne e
da Mario contro a' Cimbri. Se tu fossi assai inferiore di cavagli,
ordina l'esercito tuo tra vigne e arbori e simili impedimenti, come
fecero ne' nostri tempi gli Spagnuoli, quando ruppono i Franzesi nel
Reame alla Cirignuola. E si è veduto molte volte come con i
medesimi soldati, variando solo l'ordine e il luogo, si diventa di
perdente vittorioso, come intervenne a' Cartaginesi, i quali, sendo
stati vinti da Marco Regolo più volte, furono di poi, per il
consiglio di Santippo lacedemonio, vittoriosi; il quale gli fece
scendere nel piano, dove, per virtù de' cavagli e degli
liofanti, poterono superare i Romani. E mi pare, secondo gli antichi
esempli, che quasi tutti i capitani eccellenti, quando eglino hanno
conosciuto che il nimico ha fatto forte uno lato della battaglia, non
gli hanno opposta la parte più forte, ma la più debole,
e l'altra più forte hanno opposta alla più debole; poi,
nello appiccare la zuffa, hanno comandato alla loro parte più
gagliarda, che solamente sostenga il nimico e non lo spinga, e alla
più debole, che si lasci vincere e ritirisi nell'ultima
schiera dell'esercito. Questo genera due grandi disordini al nimico:
il primo, ch'egli si truova la sua parte più gagliarda
circundata; il secondo è che, parendogli avere la vittoria
subito, rade volte è che non si disordini, donde ne nasce la
sua subita perdita. Cornelio Scipione, sendo in Ispagna contro ad
Asdrubale cartaginese, e sappiendo come ad Asdrubale era noto ch'egli
nell'ordinare l'esercito poneva le sue legioni in mezzo, la quale era
la più forte parte del suo esercito e, per questo, come
Asdrubale con simile ordine doveva procedere; quando di poi venne
alla giornata, mutò ordine e le sue legioni messe ne'corni
dello esercito, e nel mezzo pose tutte le sue genti più
deboli. Di poi, venendo alle mani, in un subito quelle genti poste
nel mezzo fece camminare adagio ed i corni dello esercito con
celerità farsi innanzi; di modo che solo i corni dell'uno e
dell'altro esercito combattevano, e le schiere di mezzo, per essere
distante l'una dall'altra, non si aggiugnevano; e così veniva
a combattere la parte di Scipione più gagliarda con la più
debole d'Asdrubale; e vinselo. Il quale modo fu allora utile; ma
oggi, rispetto alle artiglierie, non si potrebbe usare, perché
quello spazio che rimarrebbe nel mezzo, tra l'uno esercito e l'altro,
darebbe tempo a quelle di potere trarre il che è
perniziosissimo, come di sopra dicemmo. Però conviene lasciare
questo modo da parte, e usarlo, come poco fa dissi, faccendo
appiccare tutto lo esercito e la parte più debole cedere.
Quando uno capitano si truova avere più esercito di quello del
nimico, a volerlo circundare che non lo prevegga, ordini lo esercito
suo di equale fronte a quello dello avversario; di poi, appiccata la
zuffa, faccia che a poco a poco la fronte si ritiri e i fianchi si
distendano; e sempre occorrerà che 'l nimico si troverrà,
sanza accorgersene, circundato. Quando uno capitano voglia combattere
quasi che sicuro di non potere essere rotto, ordini l'esercito suo in
luogo dove egli abbia il refugio propinquo e sicuro, o tra paludi o
tra monti o in una città potente; perché, in questo
caso, egli non può essere seguito dal nimico e il nimico può
essere seguitato da lui. Questo termine fu usato da Annibale, quando
la fortuna cominciò a diventargli avversa e che dubitava del
valore di Marco Marcello. Alcuni, per turbare gli ordini del nimico,
hanno comandato a quegli che sono leggermente armati, che appicchino
la zuffa, e, appiccata, si ritirino tra gli ordini; e quando di poi
gli eserciti si sono attestati insieme e che la fronte di ciascuno è
occupata al combattere, gli hanno fatti uscire per li fianchi delle
battaglie, e quello turbato e rotto. Se alcuno si truova inferiore di
cavagli, può, oltre a' modi detti, porre dietro a' suoi
cavagli una battaglia di picche, e, nel combattere, ordinare che
dieno la via alle picche; e rimarrà sempre superiore. Molti
hanno consueto di avvezzare alcuni fanti leggiermente armati a
combattere tra' cavagli; il che è stato alla cavalleria di
aiuto grandissimo. Di tutti coloro che hanno ordinati eserciti alla
giornata, sono i più lodati Annibale e Scipione quando
combatterono in Affrica; e perché Annibale aveva l'esercito
suo composto di Cartaginesi e di ausiliarii di varie generazioni,
pose nella prima fronte ottanta liofanti; di poi collocò gli
ausiliarii, dopo a' quali pose i suoi Cartaginesi; nell'ultimo luogo
messe gli Italiani, ne' quali confidava poco. Le quali cose ordinò
così, perché gli ausiliarii, avendo innanzi il nimico e
di dietro sendo chiusi da' suoi, non potessono fuggire; di modo che,
sendo necessitati al combattere, vincessero o straccassero i Romani,
pensando poi, con la sua gente fresca e virtuosa facilmente i Romani
già stracchi superare. All'incontro di questo ordine, Scipione
collocò gli astati, i principi e i triarii nel modo consueto
da potere ricevere l'uno l'altro e sovvenire l'uno all'altro. Fece la
fronte dello esercito piena di intervalli; e perch'ella non
transparesse, anzi paresse unita, li riempié di veliti; a'
quali comandò che, tosto ch'e' liofanti venivano, cedessero,
e, per li spazi ordinarii, entrassono tra le legioni e lasciassero la
via aperta a' liofanti; e così venne a rendere vano l'impeto
di quegli, tanto che, venuto alle mani, ei fu superiore.
Zanobi: Voi mi avete
fatto ricordare, nello allegarmi cotesta giornata, come Scipione nel
combattere non fece ritirare gli astati negli ordini de' principi, ma
gli divise e fecegli ritirare nelle corna dello esercito, acciò
che dessono luogo a' principi, quando gli volle spingere innanzi.
Però vorrei mi dicessi quale cagione lo mosse a non osservare
l'ordine consueto.
Fabrizio:
Dirovvelo. Aveva Annibale posta tutta la virtù del suo
esercito nella seconda schiera; donde che Scipione, per opporre, a
quella, simile virtù, raccozzò i principi e i triarii
insieme; tale che, essendo gli intervalli de'principi occupati da'
triarii, non vi era luogo a potere ricevere gli astati; e però
fece dividere gli astati e andare ne' corni dello esercito, e non gli
ritirò tra' principi. Ma notate che questo modo dello aprire
la prima schiera per dare luogo alla seconda, non si può usare
se non quando altri è superiore; perché allora si ha
commodità a poterlo fare, come potette Scipione. Ma essendo al
disotto e ributtato, non lo puoi fare se non con tua manifesta
rovina; e però conviene avere, dietro, ordini che ti ricevino.
Ma torniamo al ragionamento nostro. Usavano gli antichi Asiatici, tra
l'altre cose pensate da loro per offendere i nimici, carri i quali
avevano da' fianchi alcune falce ;tale che, non solamente servivano
ad aprire con il loro impeto le schiere, ma ancora ad ammazzare con
le falci gli avversarii. Contro a questi impeti in tre modi si
provvedeva: o si sostenevano con la densità degli ordini, o si
ricevevano dentro nelle schiere come i liofanti, o e' si faceva con
arte alcuna resistenza gagliarda; come fece Silla romano contro ad
Archelao, il quale aveva assai di questi carri che chiamavano
falcati, che, per sostenergli, ficcò assai pali in terra dopo
le prime schiere, da' quali i carri sostenuti perdevano l'impeto
loro. Ed è da notare il nuovo modo che tenne Silla contro a
costui in ordinare lo esercito; perché misse i veliti e i
cavagli dietro e tutti gli armati gravi davanti, lasciando assai
intervalli da potere mandare innanzi quegli di dietro quando la
necessità lo richiedesse; donde, appiccata la zuffa, con lo
aiuto de' cavagli a' quali dette la via, ebbe la vittoria. A volere
turbare nella zuffa l'esercito nimico, conviene fare nascere qualche
cosa che lo sbigottisca, o con annunziare nuovi aiuti che vengano, o
col dimostrare cose che gli rappresentino; talmente che i nimici
ingannati da quello aspetto, sbigottiscono e, sbigottiti, si possano
facilmente vincere. I quali modi tennono Minuzio Ruffo e Acilio
Glabrione consoli romani. Caio Sulpizio ancora misse assai saccomanni
sopra muli e altri animali alla guerra inutili, ma in modo ordinati
che rappresentavano gente d'arme, e comandò ch'eglino
apparissono sopra uno col le, mentre ch'egli era alle mani con i
Franzesi; donde ne nacque la sua vittoria. Il medesimo fece Mario
quando combatté contro a' Tedeschi. Valendo, adunque, assai
gli assalti finti mentre che la zuffa dura, conviene che molto più
giovino i veri, massimamente se allo improvviso nel mezzo della zuffa
si potesse di dietro o da lato assaltare il nimico. Il che
difficilmente si può fare se il paese non ti aiuta; perché,
quando egli è aperto, non si può celare parte delle tue
genti come conviene fare in simili imprese; ma ne' luoghi silvosi o
montuosi, e per questo atti agli agguati, si può bene
nascondere parte delle tue genti, per potere, in uno subito e fuora
di sua opinione, assaltare il nimico; la quale cosa sempre sarà
cagione di darti la vittoria. E' stato qualche volta di grande
momento, mentre che la zuffa dura seminare voci che pronuncino il
capitano de' nimici essere morto, o avere vinto dall'altra parte
dello esercito, il che molte volte a chi l'ha usato ha dato la
vittoria. Turbasi facilmente la cavalleria nimica o con forme o con
romori inusitati; come fece Creso, che oppose i cammegli agli cavagli
degli avversarii; e Pirro oppose alla cavalleria romana i liofanti,
lo aspetto de' quali la turbò e la disordinò. Ne'
nostri tempi il Turco ruppe il Sofì in Persia e il Soldano in
Sorìa, non con altro se non con i romori degli scoppietti; i
quali in modo alterarono con gli loro inusitati romori la cavalleria
di quegli, che il Turco potéo facilmente vincerla. Gli
Spagnuoli, per vincere l'esercito d'Amilcare, missero nella prima
fronte carri pieni di stipa tirati da buoi, e, venendo alle mani,
appiccarono fuoco a quella; donde che i buoi, volendo fuggire il
fuoco, urtarono nell'esercito di Amilcare e lo apersero. Soglionsi,
come abbiamo detto, ingannare i nimici nel combattere, tirandogli
negli agguati, dove il paese è accomodato; ma, quando fusse
aperto e largo hanno molti usato di fare fosse, e di poi ricopertole
leggermente di frasche e terra e lasciato alcuni spazi solidi da
potersi tra quelle ritirare, di poi, appiccata la zuffa, ritiratosi
per quelli, e il nimico seguendogli, è rovinato in esse. Se
nella zuffa ti occorre alcuno accidente da sbigottire i tuoi soldati,
è cosa prudentissima il saperlo dissimulare e pervertirlo in
bene, come fece Tullo Ostilio e Lucio Silla; il quale, veggendo come,
mentre che si combatteva, una parte delle sue genti se ne era ita
dalla parte inimica, e come quella cosa aveva assai sbigottiti i
suoi, fece subito intendere per tutto lo esercito come ogni cosa
seguiva per ordine suo, il che non solo non turbò lo esercito,
ma gli accrebbe in tanto lo animo, che rimase vittorioso. Occorse
ancora a Silla che, avendo mandati certi soldati a fare alcuna
faccenda, ed essendo stati morti, disse, perché l'esercito suo
non si sbigottisse, avergli con arte mandati nelle mani de' nimici
perché gli aveva trovati poco fedeli. Sertorio, faccendo una
giornata in Ispagna ammazzò uno che gli significò la
morte d'uno de' suoi capi, per paura che, dicendo il medesimo agli
altri, non gli sbigottisse. È cosa difficilissima, uno
esercito già mosso a fuggire, fermarlo e renderlo alla zuffa.
E avete a fare questa distinzione: o egli è mosso tutto, e qui
è impossibile restituirlo, o ne è mossa una parte, e
qui è qualche rimedio. Molti capitani romani con il farsi
innanzi a quegli che fuggivano, gli hanno fermi, faccendoli
vergognare della fuga, come fece Lucio Silla, che, sendo già
parte delle sue legioni in volta cacciate dalle genti di Mitridate,
si fece innanzi con una spada in mano, gridando: Se alcuno vi
domanda dove voi avete lasciato il capitano vostro, dite: "Noi
lo abbiamo lasciato in Beozia che combatteva". Attilio
consolo a quegli che fuggivano oppose quegli che non fuggivano, e
fece loro intendere che, se non voltavano, sarebbero morti dagli
amici e da' nimici. Filippo di Macedonia, intendendo come i suoi
temevano de' soldati sciti, pose dietro al suo esercito alcuni de'
suoi cavagli fidatissimi, e commisse loro ammazzassono qualunque
fuggiva; onde che i suoi, volendo più tosto morire combattendo
che fuggendo, vinsero. Molti Romani, non tanto per fermare una fuga,
quanto per dare occasione a' suoi di fare maggiore forza, hanno,
mentre che si combatte, tolta una bandiera di mani a' suoi e
gittatala tra' nimici e proposto premi a chi la riguadagna. Io non
credo che sia fuora di proposito aggiugnere a questo ragionamento
quelle cose che intervengono dopo la zuffa, massime sendo cose brevi
e da non le lasciare indietro e a questo ragionamento assai conformi.
Dico, adunque, come le giornate si perdono o si vincono. Quando si
vince, si dee con ogni celerità seguire la vittoria e imitare
in questo caso Cesare e non Annibale; il quale, per essersi fermo da
poi ch'egli ebbe rotti i Romani a Canne, ne perdé lo imperio
di Roma. Quello altro mai dopo la vittoria non si posava, ma con
maggiore impeto e furia seguiva el nimico rotto, che non l'aveva
assaltato intero. Ma quando si perde, dee un capitano vedere se dalla
perdita ne può nascere alcuna sua utilità, massimamente
se gli è rimaso alcuno residuo di esercito La commodità
può nascere dalla poca avvertenza del nimico, il quale, il più
delle volte, dopo la vittoria diventa trascurato e ti dà
occasione di opprimerlo; come Marzio Romano oppresse gli eserciti
cartaginesi, i quali, avendo morti i duoi Scipioni e rotti i loro
eserciti, non stimando quello rimanente delle genti che con Marzio
erano rimase vive, furono da lui assaltati e rotti. Per che si vede
che non è cosa tanto riuscibile quanto quella che il nimico
crede