Alessandro Manzoni
FERMO E LUCIA
INTRODUZIONE
( PRIMA INTRODUZIONE)
"La Storia si può veramente chiamare una guerra illustre contro la Morte: poiché richiamando dal sepolcro gli anni già incadaveriti, gli passa di nuovo in rassegna, e li ordina di nuovo in battaglia: onde i perspicaci ingegni che in questo arringo raccolgono palme conservano al loro nome quella immortalità che agli altri conferiscono. Ma questi nobili campioni della memoria non fanno all'obblio se non furti splendidi e rapiscono soltanto le spoglie le più ricche e brillanti, imbalsamando coi loro inchiostri i fatti dei prencipi e potentati, e personaggi, tessendo come in feral tela le battaglie, e trapuntando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta che formano un perpetuo ricamo di azioni gloriose. Però non essendo alla debolezza del mio ingegno concesse queste vittorie, ed avendo io osservato nel lungo giro dei miei anni molte e straordinarie vicende le quali mi sono sembrate degne di memoria, ma di memoria defraudate saranno e per essere avvenute in gran parte a persone meccaniche e di bassa condizione e non avere portata mutatione nelle ruote degli stati: ho stimato di lasciarne una ricordanza ai posteri o almeno ai miei discendenti, collo scolpirle in queste carte, parendomi che le cose private di questi tempi sieno meritevoli di quella osservazione che i dotti danno alle cose mostruose, perché in picciolo teatro vi si veggono luttuose tragedie di calamità, e scene di malvagità grandiosa. Onde si vede esser vero quel detto che il mondo invecchiando peggiora, ma non credo che sarà vero d'ora in poi, perché avendo il male ormai passato i termini della comparazione, ha toccato l'apice del superlativo, e il pessimo non è di peggioramento capace. Si vedrà anche come l'umana malizia ha saputo superare tutti i ritegni, e spezzare tutti i freni più ben temprati, avendo potuto moltiplicare ogni sorta di sevizie, perfidie ed atti tirannici a dispetto delle leggi divine ed humane. E considerando che questi stati sieno soggetti alla Maestà del re Cattolico che è quel sole che mai non tramonta, e che sovra di essi con riflesso lume qual luna risplenda chi ne fa le veci, e gli amplissimi senatori quali stelle fisse vi scintillino, e gli altri magistrati come erranti pianeti portino la luce in ogni parte, venendo così a formare un nobilissimo cielo, si vedrà che gli atti tenebrosi che a malgrado di tante provvidenze si sono moltiplicati essere altro non possono che arte e fattura diabolica, poiché l'humana potenza del male bastare a tanto non dovrebbe. Narrando adunque come fedele spettatore li accidenti singolari da me osservati, tacerò per degni rispetti molti nomi di personaggi e di luoghi che potrebbero servire come di indizio e di guida a trovare i personaggi nel covile oscuro della dimenticanza: né per ciò si dirà che questa sia imperfezione alla suddetta mia storia; a meno che non fosse letta da persone ignare della filosofia, e gli uomini dotti ben vedranno che nulla manca alla sostanza; perché essendo fuori di ogni dubitazione che il nome altro non è che purissimo accidente...".
Aveva trascritta fino a questo punto una curiosa storia del secolo decimosettimo, colla intenzione di pubblicarla, quando per degni rispetti anch'io stimai che fosse meglio conservare i fatti e rifarla di pianta. Senza fare una lunga enumerazione dei giusti motivi che mi vi determinarono, accennerò soltanto il vero e principale. L'autore di questa storia è andato frammischiando alla narrazione ogni sorta di riflessioni sue proprie; a me rileggendo il manoscritto ne venivano altre e diverse; paragonando imparzialmente le sue e le mie, io veniva sempre a trovare queste ultime molto più sensate, e per amore del vero ho preferito lo scrivere le mie a copiare le altrui; stimando anche che chi ha una occasione per dire il suo parere sopra che che sia non debba lasciarsela sfuggire.
Le mezze confidenze del narratore e le ommissioni frequenti dei cognomi dei personaggi, e dei nomi dei luoghi, non fanno a dir vero oscurità: veggio nullameno per esperienza che sono fastidiose a chi legge, e avrei desiderato trovare altrove ciò che è solamente indicato nel manoscritto, ma non mi venne fatto: in qualche luogo però le indicazioni di luogo sono così chiare e moltiplici che il nome si è potuto trovare certamente e facilmente, ed allora l'ho scritto.
È qui il luogo d'antivenire un'accusa la quale per grave e pericolosa ch'ella sia, potrà leggermente esser data a questo scritto: cioè che non sia altrimenti fondato sopra una storia vera di quel tempo, ma una pura invenzione moderna. Prego coloro i quali fossero disposti ad ammettere questo sospetto, a riflettere che essi verrebbero ad accusare l'editore niente meno che di aver fatto romanzo, genere proscritto nella letteratura italiana moderna, la quale ha gloria di non averne o pochissimi. E benché questa non sia la sola gloria negativa di questa nostra letteratura pure bisogna conservarla gelosamente intatta, al che ben provvedono quelle migliaja di lettori e di non lettori i quali per opporsi a ogni sorta d'invasioni letterarie si occupano a dar se non altro molti disgusti a coloro che tentano d'introdurre qualche novità. Oltre di che questo genere, quand'anche non sia altro che una esposizione di costumi veri e reali per mezzo di fatti inventati è altrettanto falso e frivolo, quanto vero e importante era ed è il poema epico e il romanzo cavalleresco in versi. Per queste ragioni ognun vede quanta debba importare all'editore di allontanare da sé questo sospetto. Certo, il migliore espediente sarebbe di mostrare il manoscritto, ma a questo egli non può indursi per altri e pur degni rispetti. Il più degno dei quali si è, che se il manoscritto fosse mostrato a pochissimi ed amici, l'incredulità durerebbe, e se a molti si diffonderebbe l'opinione che la vecchia e originale storia è molto meglio scritta che la nuova e rifatta, che v'era in quella un certo garbo, una certa naturalezza, un sapore di verità, un'aria di contemporaneità che è svanita affatto nella copia. Si direbbe che veramente il reo gusto del secolo si fa sentire nello stile del vecchio scrittore ma che però vi è una certa fragranza (dico bene?) di lingua che ben fa vedere che di poco era spirato quell'aureo cinquecento, quel secolo nel quale tutto era puro, classico, lindo, semplice, nel quale la buona lingua si respirava per così dire coll'aria, si attaccava da sé agli scritti, dimodoché, cosa incredibile e vera! fino i conti delle cucine e gli editti pubblici erano dettati in buono stile. Che se nel secolo susseguente tutto si alterò, almeno almeno la corruttela non era straniera, era un lusso un abuso delle ricchezze patrie, una sazietà del bello o almeno non si leggevano ancora libri francesi, perché la Francia non aveva ancora quegli insigni scrittori che per disgrazia delle lettere ebbe dappoi.
Non volendo adunque mostrare il manoscritto originale, ha l'editore pensato un altro mezzo per convincere i lettori della realtà di questa storia. I dubbj su di essa non possono nascere da altro che dal non trovare verità nel costume, nei fatti, e nei caratteri del tempo rappresentato: poiché se si venisse a concedere che questa verità si trova, allora il dire che la storia è inventata potrebbe quasi quasi parere più che un biasimo una lode, dal che bisogna guardarsi ben bene. Ora per certificare i più increduli che i costumi sono veramente quelli del tempo, l'editore propone loro di fare ciò ch'egli stesso ha fatto per giungere a questo convincimento. A dir vero molte gli parevano tanto strane, ch'egli non sapeva risolversi a crederle realmente avvenute, perloché si pose a frugare molto nei libri e nelle memorie d'ogni genere che possono dare una idea del costume e della storia pubblica e privata del Milanese nella prima metà del secolo decimosettimo. Tutte le sue ricerche lo condussero a risultati talmente somiglianti a ciò che egli aveva veduto nel manoscritto che non gli rimase più dubbio della veracità della storia che vi si contiene. Per comodo di chi volesse rifare queste ricerche egli pone qui una scelta delle letture opportune a mettere chicchessia in caso di giudicare da sé questo fatto.
Nota di libri, memorie etc.
......
Ma di questi libri, dirà taluno; alcuni sono difficili a ritrovarsi, e la più parte nojosi a leggersi, e scritti in uno stile tra il goffo e il lezioso, tra il barbaro e il pedantesco. Alcuni poi sono in latino e come pretendere che si leggano libri latini per convincersi se una storia è vera o supposta? Chi non sa che le signore non imparano pur troppo il latino, e che le signore appunto sono quelle che più si dilettano di leggere storie private? dimodoché i mezzi di fare questa verificazione sarebbero appunto interdetti a chi più probabilmente avrà letta la storia. Rispondo anche a questa obbiezione, pregando il lettore a non farmene più altre per non farmi perdere il tempo in ciarle, e ritardare così quello che importa cioè il racconto.
Rispondo dunque: che fra i pochi lettori di questa storia, vi saranno certamente molti, i quali benché virtualmente sappiano che nel passato vi sono stati gli anni 1628-29 e -30, non hanno però mai pensato a questi anni, e che molto meno sanno che cosa in quegli anni si facesse, come si vivesse, se vi sia stato un po' di fame, di guerra, e dl peste, e di quelle altre coserelle che si vedranno in questa storia. Questi ch'io dico penseranno dunque a quest'epoca per la prima volta leggendo questa storia, e da essa ne ricaveranno tutte le notizie. E appena avranno letta qualche pagina cominceranno a trovare che la tal cosa non è verisimile, che la tal altra non ha il colore del tempo e simili scoperte. Ora fra questi lettori scommetterei che forse non vi sarà una sola signora. In generale elle non conoscono la maniera dotta e ingegnosa di leggere per cavillare lo scrittore, ma si prestano più facilmente a ricevere le impressioni di verità, di bellezza, di benevolenza che uno scritto può fare; quando non vi trovino nulla di simile, chiudono il libro, lo ripongono senza gettarlo con rabbia, e non vi pensano più. Sicché io confido che la veracità di questa storia esse la sentiranno senza discuterla, che non si divertiranno a sottilizzare per trovare il falso dove non è; e per conseguenza la nota riportata di sopra è affatto inutile per loro.
V'è poi un'altra obbiezione che non si può lasciare senza risposta, una obbiezione che l'editore farebbe a se stesso quando fosse certo che non verrà in capo a nessuno. La pubblicazione di questa storia non è cosa affatto inutile, non è una occasione di far perdere qualche ora a pochi lettori? Lettori miei, se dopo aver letto questo libro voi non trovate di avere acquistata alcuna idea sulla storia dell'epoca che vi è descritta, e sui mali dell'umanità, e sui mezzi ai quali ognuno può facilmente arrivare per diminuirli e in sé e negli altri, se leggendo voi non avete in molte occasioni provato un sentimento di avversione al male di ogni genere, di simpatia e di rispetto per tutto ciò che è pio, nobile, umano, giusto, allora la pubblicazione di questo scritto sarà veramente inutile, l'obbiezione sarà ragionevole, e l'editore avrà un dispiacere reale del tempo, e che ha fatto gittare agli altri, e del molto più che egli stesso vi ha speso.
INTRODUZIONE RIFATTA DA ULTIMO
"L'Historia si può veramente chiamare una guerra meravigliosa contro la Morte; perché togliendoli di mano gl'anni già suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li chiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma li illustri Campioni che in tal arringo fanno messe di palme, rapiscono soltanto le spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando coi loro inchiostri i fatti de Prencipi e Potentati e qualificati Personaggi, tessendo come in feral tela i conflitti di Marte, e trapontando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta che formano un perpetuo ricamo di azzioni gloriose. Però alla mia debbolezza non è lecito solleuarsi a tal argomenti, e sublimità pericolose; essendo che la Politica rinchiusa nelli latiboli delli Gabinetti come la Dea cacciatrice negl'horrori del fonte, secondo che attesta Ouidio, se qualche Atteone spinge lo sguardo troppo curioso a spiare i suoi segreti, sprizzandoli l'acqua misteriosa nel fronte, lo tremuta in ceruo, con diuenir bersaglio de veltri. Solo che hauendo io hauuto notitia di fatti degni di memoria, auuegnaché successi a gente meccaniche et di piccol affare, ho stimato bene di lasciarne una ricordanza a posteri con scolpirli in queste carte. Nelle quali si vedranno in piccol teatro luttuose Traggedie di calamità, et scene di malvaggità grandiosa, con intermezi di imprese virtuose, et bontà angeliche che s'oppongono all'operationi diaboliche. Et veramente considerando che questi Stati sijno soggetti alla Maestà del Re Cattolico, che è quel Sole che mai non tramonta, et che sopra di essi, con riflesso lume, qual Luna non mai calante risplenda chi ne fa le veci, et gl'amplissimi Senatori quali Stelle fisse vi scintillino, et gl'altri Magistrati come erranti Pianeti portino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo cielo, altra caggione non si può dare delli fatti tenebrosi, prepotenze, sevitie ed atti tirannici che si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica: poiché l'humana malitia per se sola, forza bastante hauer non dovrebbe per deludere la vigilanza di tanti Heroi, che vanno continuamente trafficandosi per il pubblico emolumento. Perloché descrivendo questo racconto auuenuto nelli tempi di mia gioventù, abbenché la più parte delle Persone in esso nominate sijno passate ad altra vita, pure tacerò per degni rispetti li loro nomi, et il medemo farò delli luoghi, solo indicando li territorij senza specificar il paese. Nè alcuno dirà che questa sij imperfezzione del racconto, a meno non sij persona del tutto ignara della Filosofia: che quanto agl'huomini dotti, ben vedranno nulla manca alla sostanza di detto racconto; perché essendo fuori d'ogni dubitatione che i nomi altro non sono se non purissimi accidenti..."
Tale è il proemio d'una curiosa storia, che avevamo animosamente impresa a trascrivere da un dilavato autografo del secolo decimo settimo, ad intento di pubblicarla. Ma copiate le poche righe che abbiam qui poste per saggio, il fastidio che provammo d'una prosa così fatta ci fece avvertire a quello che ne proverebbero i lettori, e intralasciare una fatica che sarebbe probabilmente gittata. È ben vero che il nostro anonimo dopo essersi sul principio sbizzarrito in concettini e in figure, piglia poi nel racconto un andamento più posato e più piano, e solo di tratto in tratto spicca qualche salterello d'ingegno, dove il soggetto lo richiede a parer suo. Ma quando egli cessa d'esser gonfio diviene così pedestre! così sguaiato! Anzi, come il lettore ha potuto accorgersene, ha l'arte di riunire queste qualità opposte in apparenza, e d'esser rozzo insieme e affettato nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo: arte del resto comune a quasi tutti gli scrittori del suo tempo, nel paese dove egli scrisse.
Ogni epoca letteraria ha un carattere generale suo proprio, una maniera, per dir così, che si fa scorgere a prima vista negli scritti dozzinali, e dalla quale i più distinti e originali non vanno mai esenti del tutto. In Italia poi, spesso e forse ad ogni epoca, oltre la maniera generale v'ebbe in ciascuno Stato e principalmente in ciascuna città capitale una maniera particolare per dir così una sotto-maniera che era una modificazione di quella: ne riteneva alcuni caratteri e ne aveva altri suoi proprii. Erano come tante varietà d'una specie. Di tutte queste differenze si ponno trovare ad ogni caso molte cagioni nelle varie circostanze dei diversi stati: una cagione comune è l'essere in ciascuno di essi adoperato nei discorsi un dialetto particolare anche tra le persone colte. Ogni lingua, ogni dialetto oltre i segni d'idee per così dire semplici e che hanno segni sinonimi in ogni altra lingua, ha segni particolari, e ancor più frasi che esprimono o accennano un giudizio o pongono la questione in un modo particolare. La moltitudine di questi vocaboli e di queste frasi particolari dà ad ogni dialetto un carattere, un colore suo proprio, e v'introduce una specie di criterio individuale.
Quando l'uomo che parla abitualmente un dialetto si pone a scrivere in una lingua, il dialetto di cui egli s'è servito nelle occasioni più attive della vita, per l'espressione più immediata e spontanea dei suoi sentimenti, gli si affaccia da tutte le parti, s'attacca alle sue idee, se ne impadronisce, anzi talvolta gli somministra le idee in una formola; gli cola dalla penna e se egli non ha fatto uno studio particolare della lingua, farà il fondo del suo scritto.
Di questo colore municipale si è fatto in varii tempi rimprovero a molti scrittori: che deturpasse gli scritti non v'ha dubbio: quanto agli scrittori, prima di rimproverarli così acremente si sarebbe dovuto pensare che non è cosa tanto facile prescindere da quelle formole alle quali sono unite per abito tutte le memorie, tutti i sentimenti, tutta la vita intellettuale. Non è cosa facile certamente; e non è pur certo se questo sia un mezzo di far buoni libri.
Questa irruzione inevitabile di ciascun dialetto negli scritti generalmente parlando, ha quindi contribuito grandemente a dare agli scritti d'ogni parte d'Italia un carattere speciale: carattere così distinto che un uomo il quale abbia un po' frugato nelle opere buone e triste dei varii tempi della letteratura italiana, potrà dal solo stile d'un'opera argomentar quasi sempre non solo il secolo ma la patria dello scrittore, e apporsi. Lo stile lombardo per esempio ha un carattere suo proprio riconoscibile in tutti i tempi, e quasi in tutti gli scrittori. Due classi ne ritengono meno degli altri: quegli che hanno fatto uno studio particolare della lingua toscana; e quegli altri che trattando materie generali, discusse dai primi scrittori di Europa, si sono serviti di uno stile per dir così europeo etc. etc.
Nella seconda metà del secolo decimo settimo, quando scriveva il nostro autore, quella maniera che dominava in tutta la letteratura italiana e ha conservata una turpe celebrità sotto il nome di secentismo; e che consisteva principalmente in uno sforzo per trovare il maraviglioso ebbe nei diversi paesi d'Italia diverse modificazioni, e tendenze principali: dove fu principalmente una affettazione di sagacità raffinata, dove una esagerazione impetuosa d'idee di sentimenti e d'immagini. In Lombardia, dove pochissime idee erano diffuse e ventilate, donde nessun libro veramente importante era uscito fin allora, dove la lingua toscana si studiava pochissimo e da pochissimi, e da nessuno per così dire le lingue straniere, le quali del resto non avendo ancora opere ben pensate non potevan comunicare idee in Lombardia dove alcuni pochi studii erano coltivati in un modo pedantesco, e molti studii trascurati anzi sconosciuti, il linguaggio comune doveva esser rozzo, incolto, inesatto, arbitrario, casuale; e lo era infatti al massimo grado. Sur un tal fondo si ricamava poi di quelle arguzie, si appiccava quella ricercatezza che era la tendenza generale di tutta la letteratura italiana; e ne usciva quel complesso di goffaggine prosuntuosa, d'ignoranza affermativa, quella continuità d'idee storte espresse in solecismi, lo scrivere insomma di cui si è dato un saggio. E il nostro autore non era uno dei peggiori del suo tempo: era anzi alquanto al di sopra della proporzione media: ma in verità s'io avessi avuta la pazienza di trascrivere la sua storia voi non avreste quella di leggerla.
La storia però ci parve interessante, e ci sapeva male ch'ella dovesse rimanersi sempre sconosciuta. Ci siamo quindi risoluti di rifarla interamente, non pigliando dall'autore che i nudi fatti.
Ma, rigettando, come intollerabile, lo stile del nostro autore, che stile vi abbiamo noi sostituito? Qui giace la lepre.
Che giova dissimulare? Confessiamo sinceramente che anche noi abbiamo adoperata qua e là, non solo nei dialoghi, ma anche nella narrazione qualche parola, qualche frase assolutamente lombarda. E questa libertà l'abbiamo presa, perché quelle frasi, quantunque usitate soltanto in questa parte d'Italia, si fanno intendere a prima giunta ad ogni lettore italiano. Se noi avessimo conosciute frasi dello stesso valore, le quali fossero non solo intelligibili, ma adoperate negli scritti e nei discorsi per tutta Italia, certamente le avremmo preferite a quelle nostre, sagrificando di buona voglia l'imitazione d'una verità locale alla purezza della lingua; persuasi come siamo che quel primo vantaggio sia da trascurarsi, anzi non sia vantaggio quando non si possa conciliare col secondo.
Oh! dirà qui taluno, è questa una giustificazione o una burla? Come pensate voi a scusarvi di quella picciola libertà, quando una così grande e così strana ne avrete presa in ogni luogo? quando tutta questa vostra dicitura è un composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un po' anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall'una o dall'altra di esse? quando perfino conciliando, come il nostro autore, due vizii opposti avete più d'una volta peccato di arcaismo e di gallicismo in un solo vocabolo? dimodoché non si potrà forse nemmeno dire dove specialmente pecchi questa lingua che adoperate, e non si può dire se non che è cattiva lingua. Voi fate come chi dopo aver pesto un galantuomo a furia di sassate gli chiedesse poi scusa di avergli fatta qualche picciola macchia su l'abito.
Ringrazio prima di tutto, molto cordialmente il cortese che mi fa questa censura; perché dessa prova ch'egli ha letto o tutto o almeno in gran parte il mio scritto. E appresso, lo prego di scusarmi se non gli posso rispondere. Non è già ch'io non abbia ragioni da addurre per mia discolpa, non è nemmeno perché io mi vergogni di diffondermi in un sì frivolo argomento come sarebbe la mia propria giustificazione: giacché lasciando da parte questa miserabile applicazione, la questione generale è per sè vasta e importante. E questo appunto è il motivo per cui non posso rispondere al cortese censore; perché le ragioni son troppe. Ci bisognerebbe un libro: e il cortese censore sarà d'accordo con me che di libri uno per volta è sufficiente, quando non è troppo.
Basta all'autore che altri non creda avere egli scritto male per noncuranza di chi legge, per dispregio del bello e purgato scrivere, che sia di quelli che hanno per gloria lo scriver male. Per gloria! quand'anche ella fosse impresa difficile, tanti vi hanno sì ben riuscito, che poca gloria ne debbe toccare a ciascuno. Scrivo male: e si perdoni all'autore che egli parli di sè: è un privilegio delle prefazioni, un picciolo e troppo giusto sfogo concesso alla vanità di chi ha fatto un libro: scrivo male a mio dispetto; e se conoscessi il modo di scriver bene, non lascerei certo di porlo in opera. I doni dell'ingegno non si acquistano, come lo indica il nome stesso; ma tutto ciò che lo studio, che la diligenza possono dare, non istarebbe certamente per me ch'io non lo acquistassi.
Che cosa poi significhi scriver bene non credo che alcuno possa definirlo in poche parole, e per me, anche con moltissime non ne verrei a capo. Ecco però alcune delle idee che mi sembra doversi intendere in quella formola. A bene scrivere bisogna sapere scegliere quelle parole e quelle frasi, che per convenzione generale di tutti gli scrittori, e di tutti i favellatori (moralmente parlando) hanno quel tale significato: parole e frasi che o nate nel popolo, o inventate dagli scrittori, o derivate da un'altra lingua, quando che sia, comunque, sono generalmente ricevute e usate. Parole e frasi che sono passate dal discorso negli scritti senza parervi basse, dagli scritti nel discorso senza parervi affettate; e sono generalmente e indifferentemente adoperate all'uno e all'altro uso. Parole e frasi divenute per quest'uso generale ed esclusivo tanto famigliari ad ognuno, che ognuno (moralmente parlando) le riconosca appena udite; dimodoché se un parlatore o uno scrittore per caso adoperi qualcheduna che non sia di quelle, o travolga alcuna di quelle ad un senso diverso dal comune, ognuno se ne avvegga e ne resti offeso; e per provare che quella parola sia barbara, o inopportuna non debba frugare un vocabolario, né ricordarsi (memoria negativa che debb'esser molto difficile) che quella parola non è stata adoperata dai tali e dai tali scrittori, ma gli basti appellarsene alla memoria, all'uso, al sentimento degli altri ascoltatori, i quali fossero mille, converranno tosto del sì o del no.
Parole e frasi tanto famigliari ad ognuno che il parlatore triviale e l'egregio cavino dallo stesso fondo, e dopo d'averli uditi successivamente, un uomo colto senta fra di loro differenza d'idee, di raziocinio, di forza etc. ma non di lingua. Parole e frasi, per finirla, tanto note per uso, e immedesimate col loro significato, che quando uno scrittore ingegnoso, per mezzo di analogia le fa servire ad un significato pellegrino, quel nuovo uso sia inteso senza oscurità e senza equivoco, ed ogni lettore vi senta in un punto e l'idea comune, e quel passaggio, quella estensione etc. che ha in quell'uso particolare.
Per bene usare parole e frasi tali, cioè per bene scrivere sono necessarie due condizioni. Che lo scrittore (lasciando sempre da parte l'ingegno) le conosca, che abbia letto libri bene scritti, e parlato con persone colte, che abbia posto studio nell'udire e nel leggere e ne ponga nel parlare. Ma questa condizione è la seconda. La prima è che parole e frasi adottate esclusivamente per convenzione generale esistano, che moltissimi scrittori e parlatori, come d'accordo, abbiano formata questa lingua ch'egli debbe scrivere, gli abbiano preparati i materiali. Se in Italia vi sia una lingua che abbia questa condizione, è una quistione su la quale non ardisco dire il mio parere. È ben certo che v'ha molte lingue particolari a diverse parti d'Italia, che in una sfera molto ristretta di idee certamente, ma hanno quell'universalità e quella purità. Io per me, ne conosco una, nella quale ardirei promettermi di parlare, negli argomenti ai quali essa arriva, tanto da stancare il più paziente uditore, senza proferire un barbarismo; e di avvertire immediatamente qualunque barbarismo che scappasse altrui: e questa lingua, senza vantarmi, è la milanese. Ve n'ha un'altra in Italia, incomparabilmente più bella, più ricca di questa, e di tutte le altre, e che ha materiali per esprimere idee più generali etc. ed è, come ognun sa, la toscana. Se poi anche questa lingua, la quale, fino ad una certa epoca bastava ad esprimere le idee più elevate etc. era al livello delle cognizioni europee, lo sia ancora, se possa somministrare frasi proprie alle idee che si concepiscono ora, se abbia avuto libri sempre pari alle cognizioni, se abbia seguito il corso delle idee, è un'altra quistione su la quale non ardisco dire il mio parere.
Frattanto, desidero ardentemente che tutti gli scrittori, e i parlatori convengano una volta dove sia questa lingua, e come abbia a nominarsi. Dico tutti, o il grandissimo numero, perché uno, due, tre, cento non possono aver ragione soli in una tal materia. La ragione non è in quel che si possa, in quel che convenga fare, in quel che sia da desiderarsi, ma in quello che è: è quistione di fatto; e il fatto su cui si disputa è appunto se esista o no questo universale o quasi universale uso d'una lingua comune. E a dir vero il solo cercarla è un gran pregiudizio ch'ella non vi sia. Certo dove ella v'è, non si fa la quistione, e se uno la proponesse, non sarebbe pure inteso.
TOMO PRIMO
Cap. I
IL CURATO DI...
Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si viene tutto ad un tratto a ristringere; ivi il fluttuamento delle onde si cangia in un corso diretto e continuato di modo che dalla riva si può per dir così segnare il punto dove il lago divien fiume. Il ponte che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: poiché gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le avviano rapide sotto gli archi; e presso quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso romore dell'acqua, la quale qui viene a rompersi in piccioli cavalloni sull'arena, e a pochi passi tagliata dalle pile di macigno scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale. Dalla parte che guarda a settentrione e che a quel punto si può chiamare la riva destra dell'Adda, il ponte posa sopra un argine addossato alla estrema falda del Monte di San Michele, il quale si bagnerebbe nel fiume se l'argine non vi fosse frapposto. Ma dall'opposto lato il ponte è appoggiato al lembo di una riviera che scende verso il lago con un molle pendio, sul quale per lungo tratto il passaggero può quasi credere di scorrere una perfetta pianura. Questa riviera è manifestamente formata da tre grossi torrenti i quali spingendo la ghiaja, i ciottoli, e i massi rotolanti dal monte, hanno a poco a poco spinte le rive avanti nel lago, ed erano abbastanza vicini perché le ghiaje gettate da essi a destra e a sinistra abbiano potuto col tempo toccarsi e formare un terreno sodo. Allora hanno cominciato a correre in un letto alquanto più regolare, poiché questi stessi depositi hanno loro servito d'argine, e il successivo loro impicciolimento cagionato dall'abbassamento dei monti, dal diboscamento, e dalla dispersione delle acque gli ha rinchiusi in un letto più angusto. Così il terreno che li divide ha potuto essere abitato e coltivato dagli uomini. Il lembo della riviera che viene a morire nel lago è di nuda e grossa arena presso ai torrenti, e uliginoso negli intervalli, ma appena appena dove il terreno s'alza al disopra delle escrescenze del lago e del traripamento della foce dei torrenti, ivi tutto è prati campagne e vigneti, e questo tratto d'ineguale lunghezza è in alcuni luoghi forse d'un miglio. Dove il pendio diventa più ripido son più frequenti, e assai più lo erano per lo passato, gli ulivi; al disopra di questi e sulle falde antiche dei monti cominciano le selve di castagni, e al di sopra di queste sorgono le ultime creste dei monti in parte nudo e bruno macigno in parte rivestite di pascoli verdissimi, in parte coperte di carpini, di faggi, e di qualche abete. Fra questi alberi crescono pure varie specie di sorbi, e di dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno, ed altre piante montane le quali rallegrano e sorprendono il cittadino dilettante di giardini che per la prima volta le vede in quei boschi, e che non avendole incontrate che negli orti e nei giardini è avvezzo a considerarle colla fantasia come quasi un prodotto della coltura artificiale piuttosto che una spontanea creazione della natura. Dove però la mano dell'uomo ha potuto portare una più fruttifera coltivazione fino presso alle vette, non ha lasciato di farlo, e si vedono di tratto in tratto dei piccioli vigneti posti su un rapido pendio, e che terminano col nudo sasso del comignolo. La riviera è tutta sparsa di case e di villaggi: altri alla riva del lago, anzi nel lago stesso quando le sue acque s'innalzano per le piogge, altri sui varj punti del pendio, fino al punto dove la montagna è nuda, perpendicolare, ed inabitabile.
Lecco è la principale di queste terre e dà il nome alla riviera: un grosso borgo a questi tempi, e che altre volte aveva l'onore di essere un discretamente forte castello, onore al quale andava unito il piacere di avervi una stabile guarnigione, ed un comandante, che all'epoca in cui accade la storia che siamo per narrare era spagnuolo. Dall'una all'altra di queste terre, dalle montagne al lago, da una montagna all'altra corrono molte stradicciuole ora erte, ora dolcemente pendenti, ora piane, chiuse per lo più da muri fatti di grossi ciottoloni, e coperti qua e là di antiche edere le quali, dopo aver colle barbe divorato il cemento, ficcano le barbe stesse fra un sasso e l'altro, e servono esse di cemento al muro che tutto nascondono. Di tempo in tempo invece di muri passano le anguste strade fra siepi nelle quali al pruno e al biancospino s'intreccia di tratto in tratto il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. Una di queste strade percorre tutta la riviera ora abbassandosi, ora tirando più verso il monte, ora in mezzo alle vigne, ed ora sulla linea che divide i colti dalle selve. Questa strada è talvolta seppellita fra due muri che superano la testa del passaggero, dimodoché egli non vede altro che il cielo e le vette dei monti: ma spesso lascia un libero campo alla vista la quale quasi ad ogni passo scopre nuovi ampi e bellissimi prospetti. Poiché guardando verso settentrione tu vedi il lago chiuso nei monti, che sporgono innanzi e rientrano, e formano ad ogni tratto seni, o ameni o tetri, finché la vista si perde in uno sfondo azzurro di acque e di montagne; verso mezzogiorno vedi l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte torna a pigliar figura di lago, e poi si ristringe ancora e scorre come fiume dove il letto è occupato da banchi di sabbia portati da torrenti, che formano come tanti istmi: dimodoché l'acqua si vede prolungarsi fino all'orizzonte come una larga e lucida spira. Sul capo hai i massi nudi e giganteschi, e le foreste, e guardando sotto di te, e in faccia, vedi il lungo pendio distinto dalle varie colture, che sembrano strisce di varj verdi, il ponte ed un breve tratto di fiume fra due larghi e limpidi stagni, e poscia risalendo collo sguardo lo arresti sul Monte Barro che ti sorge in faccia, e chiude il lago dall'altra parte. Ma non termina quel monte la vista da ogni parte, poiché di promontorio in promontorio declina fino ad una valle che lo separa dal monte vicino; e come in alcune parti la stradetta si eleva al disopra del livello di questa valle, da quei punti il tuo occhio segue fra i due monti che hai in prospetto un'apertura che dalla valle ti lascia travedere qualche parte dell'amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro. La giacitura della riviera, i contorni, e le viste lontane, tutto concorre a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia, e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni.
Su questa stradetta veniva lentamente dicendo l'ufizio, ed avviandosi verso casa, una bella sera d'autunno dell'anno 1628, il Curato di una di quelle terre che abbiamo accennate di sopra. (Questa è la prima reticenza del nostro storico). Talvolta tra un salmo e l'altro metteva l'indice nel breviario al luogo dov'era rimasto, e tenendo così socchiuso il libro nella destra mano, e la destra nella sinistra dietro le spalle, continuava il suo passeggio guardando in qua e in là, e ripigliando i pensieri oziosi che erano stati sospesi così così nel tempo che aveva recitata l'ultima parte di ufizio. Uscendo poi da questa meditazione egli girava gli occhi intorno, e arrestava lo sguardo sulle cime del monte, osservando come aveva fatto tante altre volte sul monte i riflessi del sole già nascosto, ma che mandava ancora la sua luce sulle alture, distendendo sulle rupi e sui massi sporgenti come larghi strati di porpora.
Ripigliato poscia il breviario e recitato un altro pezzo di vespro giunse ad una rivolta della strada dov'era solito di alzar gli occhi dal libro e di guardare quasi macchinalmente dinnanzi a sè, e così fece anche quel giorno. Dopo la rivolta la strada andava diritta forse un centinajo di passi, e poi si divideva; a destra saliva verso il monte, e dall'altro lato scendeva nella valle fino ad un torrente. Da questa parte il muro non giungeva che all'anche del passaggero, e lasciava libera la vista del pendio sottoposto, fino al torrente, e ad un pezzo di monte che lo rinchiudeva dall'altra parte. In faccia a colui che aveva voltata la strada, e alla separazione delle due strade v'era una cappelletta sulla quale erano dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, e terminate in punta che nella intenzione del pittore, e agli occhi degli abitanti del vicinato volevano dir fiamme, e fra l'una e l'altra certe altre figure da non potersi descrivere, che volevano dire anime del purgatorio; anime e fiamme color di mattone su un fondo bianco con qualche scrostatura in varie parti. Al rivolgimento dunque della strada alzando gli occhi verso la cappelletta il nostro Curato vide una cosa che non si aspettava e che non avrebbe voluta vedere. Due uomini stavano uno rimpetto all'altro ai due capi della strada: uno seduto a cavalcioni sul muricciuolo con l'un piede appoggiato sul terreno della strada e l'altro penzoloni giù lungo il muro, l'altro in piedi appoggiato al muro con una gamba sopra l'altra, e le braccia incrocicchiate sotto le ascelle. L'abito e il portamento non lasciavano dubbio della loro professione. Avevano entrambi una reticella verde in capo la quale cadeva su una spalla terminata in un gran fiocco di seta: due grandi mustacchi inanellati all'estremità, il lembo del farsetto coperto e avviluppato da una cintura lucida di cuojo, ripiena di cartoccini di polvere, ed alla quale erano appese due pistole con uncini: un picciol corno ripieno di polvere appeso al collo come i vezzi delle signore: alla parte destra delle larghe e gonfie brache una tasca donde usciva un manico di coltellaccio, due legacce rosse al disotto del ginocchio a un dipresso come i cavalieri della giarrettiera: uno spadone dall'altro lato con una elsa di lamette d'ottone attorcigliate come una cifra; al primo aspetto si mostravano di quella specie d'uomini tanto comune a quei tempi, che avevano nome di bravi, specie che ora si è del tutto perduta come tante altre buone istituzioni.
Che quei due stessero lì aspettando qualcheduno era cosa troppo evidente; ma quello che più spiacque al Curato fu di accorgersi per certi atti che quegli che aspettavano era egli poiché al suo apparire si erano guardati alzando la testa, con un moto che dava a divedere che avevan detto tutti e due a un tratto: egli è desso: e quegli che stava a cavalcioni tirò la sua gamba sulla strada e si alzò, l'altro si staccò dal muro; e si avvicinarono rivolti verso il curato. Questi tenendo sempre il breviario aperto dinanzi come se leggesse, alzava gli occhi per ispiare i loro movimenti e vedendoli inviarsi così verso di lui, mille pensieri alla rinfusa gli corsero pel capo. Domandò subito in fretta a se stesso, se tra i bravi e lui vi fosse qualche uscita di strada a dritta o a sinistra, e gli sovvenne tosto di no. Pensava se avesse qualche inimicizia, se potesse temere qualche vendetta, e in quel turbamento il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto; ma i bravi si avvicinavano. Pose la mano nel collare, come per ricomporlo e intanto piegò indietro la testa e guardò colla coda dell'occhio fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse, e non vide nessuno. Diede un'occhiata al disopra del muricciolo, nei campi; nessuno: guardò sulla via che gli era dinanzi; nessuno fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: fuggire; era lo stesso che farsi inseguire, o peggio. Non potendo fuggire il pericolo gli corse incontro; perché i momenti di quella incertezza erano allora così penosi per lui che non desiderava altro che di abbreviarli: allungò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete ed ilarità che potè, fece ogni sforzo per preparare un sorriso, e quando fu accostato dai due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò sui due piedi.
"Signor curato": disse uno di quei due, piantandogli gli occhi in faccia.
"Chi mi comanda?" rispose subito il curato alzando gli occhi dal libro e tenendolo spalancato e sospeso con ambe le mani.
"Ella ha intenzione", proseguì l'altro, "di sposare domani Fermo Spolino, e Lucia Zarella".
"Non lo posso negare": rispose il curato col tuono d'un uomo convinto d'una trista azione; e soggiunse tosto: "io non c'entro: fanno gli aggiustamenti fra di loro, vengono da noi, noi siamo i servitori del pubblico..."
"Bene bene", interruppe il bravo, "questo matrimonio non si deve fare, ma né domani né mai". "Ma, Signori miei", replicò il curato colla voce d'un uomo che vuol persuadere un impaziente, "ma signori miei, si degnino di mettersi nei miei panni: se la cosa dipendesse da me..."
"Orsù" interruppe ancora il bravo che pareva avesse giurato di non lasciargli compire un periodo, "se la cosa andasse a ciarle, ella ne avrebbe più di noi: ma noi non sappiamo né vogliamo sapere altro: era nostro dovere d'avvisarla e l'abbiamo fatto". "Ma loro signori son troppo giusti, e ragionevoli..."
"Ma", interruppe questa volta quell'altro che non aveva parlato fino allora, "ma il matrimonio non si farà e" (qui una buona bestemmia) "chi lo farà non se ne pentirà perché non ne avrà tempo e..."
"Zitto, zitto", ripigliò quell'altro, "il signor Curato sa che noi siamo galantuomini, e non vogliamo fargli del male, se egli opererà da galantuomo. Signor Curato, ci ha intesi, l'illustrissimo Signor Don Rodrigo nostro padrone le fa i suoi complimenti". "Se mi sapessero suggerire;..." disse il curato: "Oh! suggerire a lei che sa il latino!", rispose il bravo con un riso tra lo sguajato e il feroce. "Ella troverà un mezzo, Signor curato, e sopratutto non si lasci uscire una parola di questo avviso che le abbiamo dato per suo bene, perché altrimenti sarebbe per lei come se avesse fatto quel tal matrimonio. Buona notte Signor Curato". Così dicendo, si svilupparono dal curato, il quale pochi momenti prima avrebbe dato qualche gran cosa per isfuggirli, e allora avrebbe voluto prolungare la conversazione, e avviandosi dalla parte donde egli era venuto, presero la strada, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero Curato pigliò delle due strade quella che andava a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra, che gli parevano ingranchite, e con animo che il lettore comprenderà meglio dopo d'avere appreso qualche cosa di più dell'indole di questo personaggio, e della condizione dei tempi in cui gli era toccato di vivere.
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L'impunità era organizzata, e aveva molte altre cause di simil genere, e la trepidazione nell'eseguire le gride nata da queste cause, e la sicurezza già antica nei trasgressori educati a soperchiare. Ora questa impunità minacciata ed insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva ad ogni minaccia e ad ogni insulto fare nuovi sforzi per conservarsi, aumentare la sua forza, resistere, atterrire, tenersi unita, e così faceva difatti. Quindi la grida al suo nascere trovava molta gente che aveva già prese le disposizioni necessarie per continuare a fare ciò ch'ella veniva a proibire. Nessuna libertà nelle cose oneste perché col fine di aver sotto la mano ogni uomo per prevenire e punire ogni delitto, le gride assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario di mille magistrati, ed esecutori d'ogni sorta. Ma chi si era messo in istato di guerra colle gride, e cogli ordini d'ogni specie, chi aveva già disposti i suoi mezzi di difesa nella forza aperta, o nelle astuzie legali, o nella protezione, o nella connivenza allora comune e scandalosa dei giudici, chi poteva e voleva ammazzare o dar la mancia ad un birro, quegli era libero nelle sue operazioni, al sicuro delle gride, e in caso di rivolgerle anche contro gli altri quando i suoi mezzi privati non fossero stati bastanti. Accadeva a taluno di costoro di morire di morte violenta, di esser sbanditi, vivevano in continuo sospetto, che vuol dire, erano nella condizione di tutti i loro contemporanei. Quegli stessi che non avevano un animo provocatore ed ingiusto si trovavano come costretti di guardarsi e di stare sulle difese, il che teneva per dir così una quantità di forze sempre in presenza e dava a tutta la società un'aria di sospetto, di offesa. Ad ogni momento tutto era pronto, per venire alle mani.
L'uomo che teme l'offesa e che vuole offendere, cerca compagni, quindi la tendenza universale a quei tempi di arruolarsi per dir così, in classi, in corpi, in maestranze, in confraternite. Alcune classi già anticamente costituite avevano anche per questa circostanza una forza preponderante e spaventosa, quindi gli altri per non trovarsi sempre individui contra una società, dovevano esser contenti di trovare un motivo per riunirsi, di avere deliberazioni, massime comuni, privilegi, e una bandiera, e di potere, quando fossero toccati, rivolgere le forze solidali di molti a loro difesa. Il clero era geloso sostenitore delle sue immunità, e come ad esso stava in gran parte il decidere fin dove giungessero, non si deve domandare se le estendesse fin dove potevano, e fin dove non potevano giungere. Che gli ecclesiastici vuoti di spirito sacerdotale, ambiziosi, violenti, avari riponessero tutta la religione in questa immunità non è da stupirsene, poiché è chiaro che è cosa molto comoda l'avere una scomunica da opporre ad una ragione, e cessare ogni pericolo con un privilegio d'inviolabilità indefinita. Ma quello che merita più considerazione si è come i buoni non cedessero ai tristi in questa specie di zelo, come uomini pii e d'una virtù molto superiore alla onestà, uomini certamente di alto ingegno, potessero combattere acremente, lungamente, mettere tutto a repentaglio per pretese, le quali non sembra che non possano conciliarsi col minimo grado di riflessione, e con un grano di buona fede. Per ispiegare questo fenomeno si dice che erano idee del tempo alle quali i migliori e più sinceri intelletti pagavano tributo come gli altri. Ma questa spiegazione non ha senso se non si trovano le cagioni per cui essi pure dovessero affezionarsi a queste idee, quando il loro amore per la verità, e la loro attitudine a trovarla dovevano condurli a scoprire il debole di queste idee. Le quali cagioni appariscono chiare a chi dà una occhiata allo stato della società in quei tempi. Tante erano le volontà d'impedire ogni esercizio delle facoltà le più legittime, d'inceppare ogni diritto, e queste volontà erano così potenti, che il clero non poteva concepire come avrebbe potuto agire a malgrado di esse, senza avere una forza propria. Quindi tribunali civili e criminali per assicurare ai suoi membri una giustizia imparziale o per opporre una parzialità ad un'altra, quindi minacce spirituali e temporali ad ogni attentato contro le persone o i beni del clero, quindi forza per eseguire le sue leggi etc. Malgrado queste immunità, le quali con nome non affatto improprio allora si chiamavano libertà, il Clero si trovava ad ogni istante inceppato da altre forze organizzate, non è quindi da maravigliarsi se i meno ambiziosi le credessero non solo necessarie, ma insufficenti, se cercassero di estenderle, se vedessero nella diminuzione di quelle, la diminuzione della religione stessa, e se gridassero altamente che chi le intaccava, voleva rendere impossibile l'esercizio della religione stessa. Tutto questo non è detto per provare che avessero ragione di pensare e di operare a quel modo, ma per ridurre il torto alla sua giusta misura, e per ricondurlo alle sue vere cagioni, e per riflettere che vi hanno degli inconvenienti che oltre il male diretto che fanno, ne producono dei grandissimi forzando quasi gli uomini a cercare dei rimedi che non sono né ragionevoli, né perfettamente onesti, e che oltre l'effetto per cui sono posti in opera ne producono molti altri impreveduti e pessimi.
Abbondio non nobile, non ricco, non animoso, si era presto avveduto di essere nella società come il vaso di terra cotta in compagnia di molti vasi di bronzo sempre in movimento. Aveva quindi secondata assai lietamente la volontà dei suoi parenti che lo avevano avviato allo stato ecclesiastico. A dir vero il suo fine principale non era stato quello di servire agli altri col ministero. Egli aveva pensato a trovare un modo di vivere, e a porsi in una classe rispettata e forte, nella quale il debole fosse difeso dalle forze riunite degli altri. Ma non basta appartenere ad una classe per goderne tutti i vantaggi, come ognun sa: bisogna anche che l'individuo sappia dirizzare a suo uso il più che può delle forze che la sua società può mettere in opera, e non v'è organizzazione comune che dispensi l'individuo dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio non poteva adottare un sistema nel quale fosse necessaria una qualunque parte di risoluzione, di attività, di resistenza, e altronde alla fin fine il pover'uomo non domandava altro che quiete, vivere e lasciar vivere, come si dice. Il suo sistema era dunque di evitare tutti i contrasti, e di cedere in quelli che non avesse potuto evitare. Se egli era assolutamente forzato a prender parte fra due contendenti, stava dalla parte più forte, procurando però di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente avverso, che potendo fare a suo modo sarebbe stato neutrale: pareva che gli dicesse: - Ma perché non avete saputo essere il più forte? io sarei allora con voi. - Con queste arti il pover'uomo era riuscito a poter giungere senza forti burrasche fino all'età di cinquant'anni.
Ma il povero Don Abbondio non avrebbe voluto esser conscio a se stesso di esser mosso da principj bassi e da non confessarsi; e si era quindi fatto (come accade sempre) una dottrina sua propria, secondo la quale la sua condotta era ragionevole anzi la sola ragionevole e onesta. Quando poi si vide in virtù di questa sua buona condotta, bastantemente al coperto dalle offese altrui, pensò, come accade, ad attaccare, e divenne un rigido censore delle azioni e degli uomini che non tenevano la sua condotta, quando però questa sua censura potesse esercitarsi senza alcuno anche lontano pericolo.
Chi era stato percosso e non era in caso di far vendetta era almeno almeno un imprudente, un ammazzato era certamente un torbido, e se non lasciava parenti irritati della sua morte, era un birbante; ma chi aveva commesso un omicidio poteva esser certo che Don Abbondio non gli avrebbe mai trovato un difetto. Quello poi che più gli dava collera era il vedere qualcuno dei suoi confratelli pigliare le parti di un debole, difenderlo contro una soperchieria. Questo chiamava egli un comprarsi le brighe a contanti, un volere addirizzare le gambe ai cani. I potenti, i ricchi, i facinorosi, i protettori, i protetti, insomma i vittoriosi d'ogni genere erano per lui uomini d'oro, e ne parlava sempre col mele alla bocca. E se qualche seccatore trovava da apporre ad alcuno di questi, mettendo il discorso sopra qualche grossa bricconeria commessa da alcuno di questi grandi galantuomini, Don Abbondio si metteva a declamare contro quel vizio di pretendere che gli uomini sieno perfetti. E quanto a quelli che avevano sofferto di quella bricconeria, egli sapeva trovar loro qualche torto, il che non è mai difficile, perché tra lo scellerato e l'onesto, la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che l'uno stia tutto da una parte, e l'altro tutto dall'altra. E sigillava sempre il discorso col suo assioma favorito, proferendo il quale rifletteva con compiacenza sopra di sè: e l'assioma era: che ad un galantuomo che vuol viver quieto, che sa stare nel fatto suo, non accadono mai brutti incontri.
S'immagini ora il lettore che colpo doveva essere stato questo per Don Abbondio. L'impressione di spavento per quei visi e per quelle minacce, l'idea d'un pericolo associata a ogni momento dell'avvenire, il frutto di tanti anni di studio e di politica perduto in un giorno, l'unica teoria sulla quale era fondata tutta la sua speranza di quieto vivere, rovinata, e un passo stretto, pericoloso da attraversare, un passo del quale non si vedeva una uscita. Poiché se si avesse potuto mandare in pace Fermo con un bel no, l'affare sarebbe stato finito, essendo la coscienza di Don Abbondio bastantemente soddisfatta della idea che a lui era stata fatta violenza. Ma Fermo vorrà delle ragioni, e non istarà quieto, e la ragione buona non si poteva dire a tutto il mondo, troverà strano questo ritardo, e molto più una ripulsa, mormorerà, e che cosa rispondere? E se Fermo ricorre? Angustiato da questi pensieri il nostro Curato per sollevarsi un poco si scatenava in suo cuore contro chi era venuto a togliergli per sempre la sua pace. Egli non conosceva Don Rodrigo che di nome, e di vista, e non aveva avuta altra relazione con lui che di fargli una grande scappellata quando lo incontrava e di riceverne un mezzo saluto di protezione. Gli era occorso talvolta di difenderlo, quando si parlasse di qualche soperchieria da lui fatta, e aveva detto forse cento volte che Don Rodrigo era un degno cavaliere. Ma ora gli diede in suo cuore tutti i titoli contro i quali l'aveva difeso in altre occasioni. Ma l'ira sua maggiore era forse contro quei due sposi che in fondo erano la prima cagione di una tanta sua angustia. Ragazzi, - andava ripetendo - ragazzi, non pensano che a maritarsi e non si fanno carico dei fastidj in cui pongono un galantuomo.
Colla compagnia di questi pensieri giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono più difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d'un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l'agitazione di Don Abbondio erano così vivamente dipinti negli occhi, negli atti e in tutta la persona che per distinguerli non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.
"Ma che cosa ha, Signor padrone?"
"Niente niente".
Questa risposta di formalità, Vittoria se la doveva aspettare, e non la contò per una risposta, e proseguì.
"Come, niente? Signor padrone: ella ha avuto uno spavento: vuol darmi ad intendere?..."
"Quando dico niente", ripigliò Don Abbondio con impazienza, "o è niente, o è cosa che non posso dire". Vittoria, vedendolo più presso alla confessione che non avrebbe sperato in due botte e risposte, andò sempre più incalzando.
"Che non può dire nemmeno a me? Oh bella, chi si piglierà cura della sua salute? Chi rimedierà?..."
"Tacete, tacete, e non parecchiate altro, che questa sera non cenerò".
Quando Vittoria intese questo fu certa che v'era una cosa da sapersi e che la cosa era grave, e giurò a se stessa di non lasciare andare a dormire il Curato senza averla saputa. "Ma, signor padrone, per l'amor di Dio mi dica che cosa ha: vuol ella ch'io sappia da altra parte che cosa le è accaduto?" "Sì sì, da brava, andate a fare schiamazzo, a metter la gente in sospetto". "Ma io non dirò niente se ella mi toglie da questa inquietudine". "Non direte niente come quando siete corsa a ripetere alla serva del curato nostro vicino tutti i miei lamenti contro il suo padrone, e m'avete messo nel caso di domandargli scusa, come quando..." Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla allontana da questo intento come il piatire sopra cose estranee. Interruppe dunque Don Abbondio, ma in aria sommessa: "Oh per amor del cielo, che va ella mai rimescolando: sono stata ben castigata, non aveva creduto far male, e dopo d'allora guarda che mi sia uscita una parola. Signor padrone, se io parlo..." "Via, via, non giurate". "Ma vorrei poterla soccorrere, chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l'ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa", e qui fece voce da piangere, "ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere..."
In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti le narrò il miserabile caso, mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo, e l'inquietudine del fatto che non poteva esser lieto, spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno che tenne puntato sulla tavola. "Misericordia!" sclamò Vittoria: "oh gente senza timor di Dio, oh prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei poverelli, oh tizzoni d'inferno!" "Zitto zitto, a che serve tutto questo?" "Ma come farà Signor padrone?" "Oh! vedete", disse il curato in collera, "i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell'impiccio e che toccasse a me cavarnela". "Sa il cielo se me ne spiace, Signor padrone, ma bisogna pensarci". "Sicuro, e nell'imbroglio son io".
"Pur troppo", disse Vittoria, "ma non si lasci spaventare: eh! se costoro potessero aver fatti come parole, il mondo sarebbe loro: Dio lascia fare ma non strafare: e qualche volta cane che abbaja non morde". "Lo conoscete voi questo cane? e sapete quante volte ha morso?..." "Lo conosco e so bene che..." "Zitto, zitto, questo non serve". "Signor padrone, ella ci penserà questa notte, ma intanto non cominci a rovinarsi la salute per questo: mangi un boccone".
"Ma se non ho voglia". "Ma se le farà bene", e detto questo, si avvicinò al seggiolone dov'era il curato e lo mosse alquanto come per dargli la leva: il curato si alzò, ella spinse il seggiolone vicino alla tavola: il curato vi si ripose, e mangiato un boccone di mala voglia, facendo di tempo in tempo qualche esclamazione, come: - Una bagattella! ad un galantuomo par mio: - ed altre simili, se ne andò a letto colla intenzione di consultare tranquillamente, e ordinatamente sui casi suoi.
Cap. II
FERMO
La consulta fu tempestosa e durò tutta la notte. L'egoismo, la debolezza, e la paura vi si trovavano come in casa loro, l'astuzia doveva quindi essere invitata, e ricevere L'incarico di proporre il partito, e così fu. Senza annojare il lettore colla relazione di tutte le fluttuazioni, dei ripieghi accettati e rigettati, basterà il dire che il partito di fare quello che si doveva senza darsi per inteso della minaccia non fu nemmeno discusso, che si pensò a quello di assentarsi, tanto da aspettare qualche beneficio dal tempo, ma questo anche fu rigettato perché non v'era spazio per eseguirlo. La celebrazione del matrimonio era stabilita pel giorno vegnente, e una partenza di buon mattino, senza lasciare nessuna disposizione avrebbe avuto tutto il colore d'una fuga, ed esponeva a molti impicci, e rendiconti. Fu però riservato questo ripiego per l'ultimo, cercando intanto di guadagnar tempo e di agire sulla parte più debole. Don Abbondio si preparò a questo esperimento; passò in rassegna tutti i mezzi di superiorità e d'influenza che l'autorità, la scienza, (in paragone di Fermo), e la pratica gli davano sopra quel povero giovane, e pensò al modo di farli giuocare. Questi bei trovati di Don Abbondio appariranno più chiaramente nel discorso ch'egli ebbe con Fermo. Fermo non si fece aspettare, e appena appena gli parve ora da potersi presentare al Curato senza indiscrezione, vi andò colla lieta impazienza di un giovane che in quel giorno deve sposare quella ch'egli ama. Era Fermo un tessitore di seta, sorta d'industria che da una grande attività era allora in decadenza, ma non però al segno che l'operajo abile non potesse onestamente vivere del suo lavoro. L'emigrazione di molti lavoranti suppliva per così dire alla diminuzione del lavoro lasciandone a sufficienza a quelli che rimanevano. In progresso di tempo crescendo a dismisura le cause che avevano diminuita quella industria, essa fu ridotta quasi a niente. Oltre la sua professione aveva Fermo un pezzo di terra che faceva lavorare, e che lavorava egli stesso nel tempo in cui era disoccupato dal filatojo, dimodoché non aveva a contrastare col bisogno. Era in quel giorno vestito dalla festa con piume di vario colore al cappello, col suo coltello dal bel manico, e mostrando in tutto l'abito e nel portamento un'aria di festa e nello stesso tempo di braveria, comune a quei tempi anche agli uomini i più quieti, come infatti era Fermo. L'accoglimento serio, freddo, misterioso di Don Abbondio fece un contrapposto singolare coi modi gioviali e risoluti di Fermo. Ecco una parte del dialogo curioso che ebbe luogo fra quei due: "Son venuto, signor Curato", disse il giovane, "per sapere a che ora le convenga che noi veniamo alla Chiesa".
"Di che giorno intendete?"
"Oggi, Signor curato; non siamo intesi così?"
"Oggi?" replicò il curato come se ne sentisse parlare per la prima volta. "Oggi, non posso".
"Come non può? che cosa è accaduto?"
"Prima di tutto non mi sento bene, vedete".
"Ma grazie al cielo il suo incomodo non è serio, e quello ch'ella ha da fare è cosa di sì poco tempo, e di sì poca fatica..."
"E poi, e poi, e poi..."
"E poi che cosa, Signor curato?"
"E poi ci sono degl'imbrogli".
"Degl'imbrogli? che imbrogli ci ponno essere?"
"Avete buon tempo voi altri, che non vi pigliate briga di niente, e vi fate servire, e non avete conti da rendere. Ma io sono troppo dolce di cuore, procuro di togliere gli ostacoli, di facilitare tutto, di fare quello che gli altri vogliono, e trascuro il mio dovere, e poi mi toccano dei rimproveri, e peggio".
"Ma per carità, non mi tenga così sulla corda; mi dica che cosa c'è".
"Sapete voi quante e quante formalità sono necessarie per fare un matrimonio che non levi il sonno a chi lo ha fatto?"
"Ma queste formalità non si sono già fatte?"
"Fatte, fatte, pare a voi, perché la bestia son io che trascuro il mio dovere per non far penare la gente. Ma ora, so io quel che dico, non posso più fare a questo modo".
"Ma via, quale è la formalità com'ella dice, che bisogni fare? La si farà subito".
"Ecco: nessuno è contento a questo mondo: voi stavate bene colla vostra professione, libero, industrioso, col tempo avreste potuto comperarvi un luoghetto vicino al vostro e poi un altro, e a poco a poco vivere d'entrata: ecco che vi salta in capo di ammogliarvi".
"Ma a che serve questo discorso? appunto perché Dio mi dà un poco di bene voglio maritarmi; io non son venuto adesso a domandarle un parere, ma a sapere quando mi vuol maritare".
"Sapete voi quanti sono gl'impedimenti dirimenti?"
"Che vuole che sappia io d'impedimenti? Mi sbrighi, mi dica che cosa manca, ed io farò tutto".
"Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis..."
"Si piglia ella giuoco di me? Ella sa che io non so il latino".
"Dunque se non sapete le cose, rimettetevene a chi le sa".
"Mi rimetterò alla ragione, quando ella me ne dia una, e mi dica quello che vuol da me, perché io non capisco niente".
"Tutti questi che vi ho detti, sono impedimenti, e non son tutti, eh, ce n'è una filza".
"Insomma al mio matrimonio c'è un impedimento?"
"Ve ne possono esser dieci, dodici".
"Voglio sapere quale è l'impedimento a fare il mio matrimonio".
Fermo disse queste parole con voce tranquilla ma con un rovello interno che cercava di contenere.
Don Abbondio non si avvide dello sforzo di Fermo, e tra perché lo conosceva come giovane buono e l'aveva provato sempre rispettoso e quieto, e tra perché il dover sempre arzigogolare pretesti, mentre aveva una buona ragione che non poteva dire, lo aveva messo di mal umore, vi si abbandonò e rispose con tuono di corruccio e d'impazienza. "Voglio, voglio, tocca a voi dir: voglio?" Queste parole sciolsero l'ultimo freno alla pazienza di Fermo che già aveva voluto scappare più volte, come il lettore avrà veduto nel caldo crescente delle sue risposte. "Lo voglio per..." gridò con una subita trasformazione, "e s'ella crede di farsi beffe di me perché son povero figliuolo, le farò vedere che quando mi si fa torto, so fare anch'io uno sproposito come qualunque signore".
"Via via", rispose Don Abbondio spaventato, "non siete più quel buon giovane ch'eravate?"
"Mi dia ragione, se non vuol portarmi fuori di me".
"Se volete ch'io possa parlare tranquillatevi".
"Son tranquillo, e parli".
"Sappiate adunque che è nostro dovere, dovere preciso di fare ricerche, ricerche esatte per vedere se non ci sieno impedimenti".
"Ma se ve ne fosse, perché non me li sa indicare?"
"Ma non basta il non saperne, bisogna aver fatte quelle tali ricerche, e poi bisogna informarsi di molte altre cose, altrimenti?... il testo è chiaro: Antea quam matrimonium denunciet, cognoscet quales sint..."
"Non voglio latino. Ma perché non le ha fatte prima queste ricerche?"
"Ecco mi rimproverate la mia troppa bontà. Ma adesso, mi son venute... basta, so io".
"Insomma quanto tempo ci vuole?"
"Molto, molto".
"Quanto?"
"Almeno un mese".
"Un mese?" sclamò Fermo con volto burbero e sorpreso.
"Via in quindici giorni si procurerà..."
"Signor Curato..."
"Ebbene voi non volete intender ragione, vedrò se in una settimana..."
"Or bene, aspetterò una settimana, mi esporrò alle ciarle, ed ai fastidj di questo ritardo. Ma la prevengo che questo ritardo non mi renderà di buon umore, né disposto a contentarmi di ciance. S'ella vuol farmi una ingiustizia, si ricordi che tutto quello che può accadere è sulla sua coscienza. La riverisco". E così detto se ne andò facendo un inchino frettoloso, e molto meno riverente del solito, e lasciò Don Abbondio più soprappensiero di prima.
Il povero sposo che, entrato nella casa del Curato per parlare di nozze e di festa, non aveva sentito altro che impedimenti ed imbrogli, in mezzo alla stizza che lo rodeva, andava però riflettendo sui discorsi e sul contegno del Curato, e trovava tutto pieno di mistero...
L'accoglimento freddo e imbarazzato, l'impazienza e quasi la collera, il tuono continuo di rimbrotto senza un perché, quel farsi nuovo del matrimonio che pure era concertato per quel giorno, e non ricusando mai di farlo quando che sia, parlare però come se fosse cosa da più non pensarvi, le insinuazioni fatte a Fermo di metterne il pensiero da un canto: il complesso insomma delle parole di Don Abbondio presentava un senso così incoerente, e poco ragionevole, che a Fermo, ripensandovi così nell'uscire, non rimase più dubbio che non vi fosse di più, anzi tutt'altro di quello che Don Abbondio aveva detto. Stette Fermo in forse di ritornare al Curato per incalzarlo a parlare, ma sentendosi caldo, temette di non passare i limiti del rispetto, pensò alla fin fine che una settimana non ha più di sette giorni, e si avviò per portare alla sposa questa trista nuova. Sull'uscio del Curato si abbattè in Vittoria che andava per una sua faccenda, e tosto pensò che forse da essa avrebbe potuto cavar qualche cosa, e salutatala entrò in discorso con lei:
"Sperava che saremmo oggi stati allegri insieme, Vittoria".
"Ma! quel che Dio vuole, povero Fermino".
"Ditemi un poco, quale è la vera ragione del Signor Curato per non celebrare il matrimonio oggi come s'era convenuto".
"Oh! vi pare ch'io sappia i secreti del Signor Curato?" È inutile avvertire che Vittoria pronunziò queste parole come si usa quando non si vuole esser creduto.
"Via, ditemi quel che sapete, ajutate un povero figliuolo".
"Mala cosa nascer povero, il mio Fermino".
Per timore di annojare il lettore non trascriverò tutto il dialogo, dirò soltanto che Vittoria fedele ai suoi giuramenti non disse nulla positivamente, ma trovò un modo per combinare il rigore dei suoi doveri colla voglia di parlare. Invece di raccontare a Fermo ciò ch'ella sapeva, gli fece tante interrogazioni, e che toccavano talmente il fatto noto a Vittoria, che avrebbero messo sulla via anche un uomo meno svegliato di Fermo, e meno interessato a scoprire la verità. Gli chiese se non s'era accorto, che qualche signore, qualche prepotente, avesse gettati gli occhi sopra Lucia, etc.,parlò dei rischj che un curato corre a fare il suo dovere, del timore che uno scellerato impunito può incutere ad un galantuomo, fece insomma intender tanto che a Fermo non mancava più che di sapere un nome. Finalmente per timore come si dice, di cantare, si separò da Fermo raccomandandogli caldamente di non ridir nulla di ciò che le aveva detto.
"Che volete ch'io taccia", disse Fermo, "se non mi avete voluto dir nulla".
"Eh! non è vero che non vi ho detto nulla? Me ne potrete esser testimonio, ma vi raccomando il segreto". Così dicendo si mise a correre per un viottolo che conduceva al luogo ov'ella era avviata. Fermo che aveva acquistata tutta la certezza che una trama iniqua era ordita contro di lui, e che il Curato la sapeva, non potè più tenersi, e tornò in fretta alla casa di quello, risoluto di non uscire prima di sapere i fatti suoi che gli altri sapevano così bene. Entrò dal curato, lo sorprese nello stesso salotto, e gli si avvicinò con aria risoluta: "Eh! eh! che novità è questa", disse Don Abbondio.
"Chi è quel birbante", disse Fermo colla voce d'un uomo che non vuole esser più burlato, "chi è quel birbante che non vuole ch'io sposi Lucia?"
Don Abbondio diede un salto dal suo seggiolone per correre alla porta, Fermo vi balzò prima di lui, come doveva accadere, la chiuse e si pose la chiave in tasca.
"Ah! ah! Signor Curato, adesso, parlerà ella?"
"Fermo, Fermino, per amor di Dio, aprite, guardate quel che fate, pensate all'anima vostra".
"Che pensare? Mi si è coperta la vista", rispose Fermo; un Toscano avrebbe detto: non vedo più lume. E continuò: "lo voglio sapere subito, subito", e così dicendo pose forse inavvertitamente la mano al coltello che però non si cavò di tasca. "Jesummaria!" sclamò Don Abbondio.
"Lo voglio sapere", gridò ancor più forte il giovane.
"Volete voi la mia morte?"
"Voglio sapere ciò che ho ragione di sapere".
"Ma se parlo, io son morto. Non m'ha da premere la mia vita?"
"Ah! le preme dunque la sua vita? Bene la sua vita è in mano mia in questo momento. Parli".
"Oh povero me! mi promettete, mi giurate di non dir niente?"
"Le prometto di fare uno sproposito se non parla subito".
Di botta in risposta il volto di Fermo diveniva più infocato, il labbro più tremante, e l'occhio più stralunato. Don Abbondio vide che non poteva cavarsela che col proferire una parola, e articolò: "Don..." "Don", replicò Fermo come per ajutare Don Abbondio a pronunziare il resto: "Don Rodrigo" disse finalmente il Curato. E non l'ebbe appena proferita, che sentendo cessato il pericolo imminente, e vedendo che Fermo non aveva più pretesto da minacciarlo, la paura si cangiò in collera e cominciò a rimproverarlo. "Avete fatta una bella azione. Mi avete reso un bel servizio". "Signor Curato", interruppe Fermo che provava una gioja trista e feroce di conoscere il suo nemico, "Signor Curato, ho fallato, le domando scusa, ma si metta una mano al petto, e pensi se nel mio caso Ella avrebbe avuto più pazienza".
"Sì sì, voi sarete cagione della morte del vostro Curato: aprite almeno, aprite".
Fermo sentiva un vero rimorso di aver minacciato e trattato a quel modo il Curato, e gli domandò di nuovo perdono sommessamente. "Aprite, aprite", replicò il Curato. Fermo si tolse la chiave di tasca, e la presentò al curato col volto confuso d'un uomo che sente d'aver commessa una violenza. Il Curato la prese, aperse, e andò verso l'uscio della via, mentre Fermo lo seguiva colla testa bassa, e fremendo nello stesso tempo. Quando furono sulla porta: "Mi promettete ora", disse il curato, "di non dir niente?" Fermo, senza rispondere gli chiese di nuovo perdono e
da lui che molto anco volea
chiedere e udir qual lume al soffio sparve.
Don Abbondio dopo d'averlo invano richiamato, tornò in casa, cercò Vittoria; Vittoria non v'era; egli non sapeva più quello che si facesse.
Spesse volte personaggi assai più importanti di Don Abbondio trovandosi in situazioni imbrogliate a segno di non sapere quale determinazione prendere, e non avendo nulla di opportuno da fare, e non potendo stare senza far nulla senza una buona ragione, trovarono che una febbre è una ragione ottima, e si posero a letto colla febbre. Questo disimpegno Don Abbondio non ebbe bisogno d'andarlo a cercare perché se lo trovò naturalmente. Lo spavento del giorno passato, l'agitazione della notte, e lo spavento replicato di quella mattina lo servirono a maraviglia. Si ripose sul seggiolone tremando del brivido e guardandosi le unghie e sospirando; giunse finalmente Vittoria. Risparmio al lettore i rimproveri e le scuse. Basti dire che Don Abbondio ordinò a Vittoria di chiamare due contadini suoi affidati e di tenerli come a guardia della casa, e di far sapere che il curato aveva la febbre. Dati questi ordini si pose a letto, dove noi lo lasceremo senza più occuparci di lui per un lungo tratto di tempo, nel quale egli cessa d'avere un rapporto diretto colla nostra storia. Soltanto per prestarmi alla debolezza di quei lettori che non capiscono che l'uomo timido il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento merita meno pietà dello scellerato consumato il quale cercando il male, e facendolo spontaneamente mostra almeno di avere una gran forza d'animo, e di sentire le alte passioni, e che potrebbero essere solleciti per quel meschino, credo di doverli informare che Don Abbondio non morì di quella febbre.
Fermo toltosi in fretta dalla vista di Don Abbondio, uscito del villaggio, si avviò a gran passi quasi senza avvedersene da quella parte che conduceva al palazzotto di Don Rodrigo, ch'egli desiderava in quel momento d'incontrare come un amico dopo una lunga assenza. I provocatori, i soperchianti, tutti quelli che in ogni modo invadono i diritti altrui, sono rei non solo del male che fanno, ma del pervertimento a cui portano gli animi di coloro che offendono. Fermo era come l'abbiam detto un giovane tranquillo, ed innocuo, ma in quel punto il suo cuore non batteva che per l'omicidio. Andava dunque per affrontare lo scellerato quando pensò che a quella casa benché discosta alquanto dall'abitato, pure era cosa insensata e piena di pericolo l'avvicinarsi con mire ostili; giacch'ella era una specie di picciol forte con una guarnigione di bravi. Egli sentì tosto che ad una sola parola irriverente che avesse detta sarebbe stato scacciato, che mostrandosi, anche senza parlare, intorno a quella casa sarebbe stato provocato, e ucciso, e che i suoi uccisori lo avrebbero dipinto come un assassino. Ma risoluto alla vendetta, pensò che l'unico modo di eseguirla era aspettare un momento in cui per caso Don Rodrigo uscisse scompagnato dai suoi bravi, di aspettarlo dietro una macchia o un muricciuolo. In questa risoluzione si rivolse quasi macchinalmente per tornare a casa a prendere il suo archibugio. Andando, egli s'immaginava di starsene appiattato, gli pareva di sentire una pedata, di alzare chetamente la testa, di vedere Don Rodrigo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere, gli lanciava una maledizione, e correva verso il confine per mettersi in salvo. E mentre tripudiava in questa immaginazione, gli si attraversò un pensiero: - E Lucia... che ne sarà? - Appena la catena delle idee feroci che lo dominava in quel punto fu interrotta, le migliori idee a cui era avvezzo entrarono in folla. Si ricordò la consolazione che aveva tante volte provata pensando di esser mondo di sangue, gli avvisi di suo padre, le preghiere ripetute e sollecite di sua madre moribonda, pensò all'inferno, a Dio, alla Beata Vergine, e si risvegliò da quel sogno di sangue con ispavento e con rimorso, e con una specie di gioja di non aver fatto niente. - Dio mi ajuterà - disse, e deposto ogni pensiero di pigliar l'archibugio, continuò la sua strada per andare ad informare Lucia e la madre del tristo stato delle cose. In mezzo alla ripugnanza che sentiva a dovere dare una tal novella alla sua sposa, egli ardeva di parlargliene per togliersi un fiero sospetto dal cuore. La prepotenza di don Rodrigo non poteva venire da altro, che da una sua brutale passione per Lucia. E Lucia ne era ella informata? Così arrovellato giunse nel cortiletto della casa, e sentì un gridio nella stanza superiore dov'era Lucia e s'immaginò che sarebbero amiche e comari, e non si volle mostrare. Una fanciulletta che si trovava nel cortile gli corse incontro gridando: "lo sposo, lo sposo!" "Zitto, zitto", disse Fermo, "sali da Lucia, pigliala in disparte e dille all'orecchio, ma all'orecchio ve', che ho da parlarle, e che l'aspetto nella stanza terrena, e non lo dire a nessun altro".
La fanciulletta salì subito le scale, lieta di avere una incombenza segreta da eseguire.
Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche se la rubavano, e le facevano forza perché si lasciasse vedere, ma ella si schermiva con quella modestia un po' guerriera delle foresi, chinando la faccia sul busto e facendole scudo col gomito. Aveva i neri capegli spartiti sulla fronte con una dirizzatura ben distinta, e ravvolti col resto delle chiome dietro il capo in una treccia tonda e raggomitolata a foggia di tanti cerchi, e trapunta da grossi spilli d'argento che s'aggiravano intorno alla testa in guisa d'una diadema, come ancora usano le donne del contado milanese. Al collo una collana di molte fila, di granate alternate con bottoni d'oro a filigrana. Un bel busto di broccato a fiori, le maniche corte fino al gomito dello stesso colore, allacciate sopra le spalle con nastri di seta, e terminate da due gran manichetti, una gonnella corta di filaticcio di seta terminata all'allacciatura con fitte e spesse pieghe, due calze vermiglie, e due pianelle coperte di seta e ricamate sul piede. Oltre questo che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza, la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poiché appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza, e di timore e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete non turba la bellezza, ma l'accresce, e le dà un carattere particolare. La picciola Santina entrò nella stanza, non fece vista di nulla, aspettò un momento in cui Lucia si era staccata dalle donne, le disse la sua parolina all'orecchio, e se ne andò, per timore di non lasciarsi scorgere di quello che aveva fatto. Lucia disse, "torno", e scese in fretta in fretta. La faccia stravolta e il portamento agitato di Fermo la spaventò. "Che c'è di nuovo?" gli chiese ansiosamente. "Lucia", disse Fermo, con una voce nella quale più non si distingueva che la tristezza, "Lucia per oggi è finita, e Dio sa quando saremo marito e moglie". "Perché perché?" chiese ancor più spaventata Lucia. Fermo le narrò brevemente tutta la storia di quella mattina, tacendo però il nome di Don Rodrigo.
"Ah! non può essere che quel demonio in carne", sclamò Lucia pallida, e sconfortata. "Chi?" domandò Fermo. "Don Rodrigo". "Dunque voi sapevate?..."
"Pur troppo" interruppe Lucia, "e non ve ne ho parlato per buone ragioni; ora vi dirò il tutto: lasciate che possiamo esser sole con voi". Così detto salì in fretta le scale, ritornò nella stanza dove le donne erano radunate, e componendo il volto come potè meglio: "Il signor Curato", disse, "è ammalato, e per oggi non si fa nulla". Detto questo salutò le donne e ripartì.
Quando non ci fosse stata altra cagione di ritardo, la situazione era abbastanza imbarazzante in una sposa per motivare la sua subita scomparsa. La società si disciolse: la madre seguì la figlia per ansietà e per curiosità di saper tutto, e le donne uscirono per potere verificare il fatto, e far congetture.
Ma la verità del fatto le troncò tutte. Fermo seppe allora dalle donne gli antecedenti che noi racconteremo nel seguente capitolo.
Cap. III
IL CAUSIDICO
I tre rimasti a consiglio erano agitati, turbati per la stessa causa ma in diverso modo. Fermo si trovava nello stato di un uomo il quale ad un tratto dalla prosperità e dalla gioja è balzato in una sventura della quale non conosce che una parte; è ansioso di sapere il di più, vuole essere informato di tutto, aspetta, sospira nuove rivelazioni, e non ne può aspettare che non accrescano il suo rammarico, che non peggiorino la sua condizione. Al dolore, al rancore, alla rabbia, si aggiungeva ora il martello della gelosia. Egli aveva sempre avuta piena fede in Lucia, ma un mistero di questo genere, un silenzio in questa materia lo tormentava, egli era come spaventato di conoscere che Lucia aveva una cosa sul cuore, e ch'egli non ne aveva saputo nulla. Agnese, la madre di Lucia era pure stupita, scandalizzata di essere all'oscuro d'una cosa simile: ella che sapeva tante cose che non la toccavano per nulla, ignorare una cosa tanto importante della sua Lucia! Agnese le avrebbe fatto un rabbuffo terribile, se in questo caso il bisogno d'ascoltare non avesse vinto d'assai quello di parlare. Lucia... ma dalle sue parole il lettore intenderà lo stato del suo animo. "Parla! parla! Parlate, parlate!" gridavano in una volta la madre e Fermo. Lucia atterrita, costernata, vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: "Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio di Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro facendo a questa e a quella mille vezzi l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista a chi una peggio: e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e purtroppo v'era chi lasciava fare! Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: "badate a fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi", e borbottava poi: "gli è un cavaliere; gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso". Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: "ci vedremo": i suoi amici ridevano di lui, ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po' di baruffa colla Marcellina, per avere un pretesto, e vi ricorderete mamma ch'io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire per grazia di Dio, e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre di modo ch'egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui, mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete mamma ch'io vi dissi che aveva paura d'andar sola e non ci andai più: mi aspettava quand'io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla, forse ho fatto male. Ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora..." Qui le parole della povera Lucia furono tronche da un violento scoppio di pianto. "Birbone! assassino! dannato!" sclamava Fermo, correndo su e giù per la stanza, e mettendo di tratto in tratto la mano sul manico del suo coltello. "Ma perché non parlarne a tua madre?" disse Agnese: "se io l'avessi saputo prima..." Lucia non rispose perché la risposta che si sentiva in mente non era da dirsi a sua madre: tutto il vicinato ne sarebbe stato informato. I singulti di Lucia la dispensavano dall'obbligo di parlare. "Non ne hai tu fatto parola con nessuno?" ridimandò Agnese. "Sì mamma, l'ho detto al Padre Galdino, in confessione". "Hai fatto bene; ma dovevi dirlo anche a tua madre. E che ti ha detto il Padre Galdino?" "Mi ha detto che cercassi di evitare colui; che non vedendomi non si curerebbe più di me; che affrettassi le nozze; e che se durava la persecuzione egli ci penserebbe". "Oh che imbroglio! che imbroglio!" riprese la madre. Fermo si arrestò tutt'ad un tratto; guardò Lucia con un atto di tenerezza accorata e rabbiosa, e disse: "Questa è l'ultima che fa quel birbante". "Ah no Fermo per amor del cielo!", gridò Lucia, gettandogli quasi le braccia al collo: "No no per amor del cielo, Dio c'è anche pei poveri! Come volete ch'egli ci ajuti se facciamo del male?" "No, no per amor del cielo", ripeteva Agnese. "Fermo!" disse Lucia, "voi avete un mestiere, ed io so lavorare, andiamo lontano tanto che costui non senta più parlare di noi". "Ah! Lucia! e poi? non siamo ancora marito e moglie: il curato vorrà farci la fede di stato libero? Non saremo pigliati come vagabondi? dove andarci a porre?" Lucia ricadde nel pianto. "Sentite!" disse Agnese: "sentitemi che son vecchia". Era questa una confessione che la buona Agnese faceva di rado, in caso di somma necessità, e quando si trattava di dar fede alle sue parole. "Io ho veduto un poco il mondo: non bisogna spaventarsi troppo: il diavolo non è mai brutto come si dipinge; e a noi povera gente le cose pajono talvolta imbrogliate imbrogliate perché non abbiamo la pratica per uscirne. Ma, sapete, c'è della gente che si ride degli imbrogli. Fate a modo mio Fermo. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! che doveva sgozzare io questa mattina pel banchetto: teneteli bene stretti, per le gambe, andate a Lecco: sapete dove abita il dottor Pettola?" "Lo so benissimo". "Bene andate da lui, presentategli i capponi: perché vedete quando si vede che uno può regalare gli si dà retta. Contategli tutto il fatto, e domandategli parere. Eh ne ho visto io della gente che non sapevano dove dar del capo, che andando a consultarsi con lui non trovavano la strada, e dopo d'avergli parlato tornavano a casa vispi come un timollo che saltellando nella barca per disperazione cade nell'acqua, e si trova in casa sua. Fate così Fermo". Nelle situazioni molto imbrogliate il parere che piace più è quello di pigliar tempo per avere un altro parere definitivo: ogni consiglio definitivo e determinato presenta ostacoli, difficoltà, nuovi imbrogli: ma questo di consigliarsi di nuovo e meglio è semplice, non nuoce, e nello stesso tempo dà una lusinga indeterminata che per questo mezzo si troverà una uscita.
Fermo adunque abbracciò molto volentieri il parere. Lucia vi aggiunse la sua approvazione. Agnese superba di averlo dato pigliò i capponi, riunì le loro otto gambe come se facesse un mazzo di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e consegnò la preda in mano a Fermo, che date e ricevute parole di speranza uscì per una porticella dell'orto, onde non esser veduto dai ragazzi che gli correrebbero dietro gridando: lo sposo, lo sposo. Così attraversando i campi, o come dicono colà, i luoghi andò a prendere il viottolo che guida a Lecco, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al Dottor Pettola. Lascio poi pensare al lettore come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie così legate, e tenute per le zampe nella mano d'un uomo agitato da tante passioni, e che di tempo in tempo stendendo con forza il braccio in un momento d'ira o di risoluzione, o di disperazione, dava scosse terribili a quei prigionieri e faceva balzare le loro quattro teste spenzolate le quali si andavano beccando l'una l'altra, come succede troppo sovente fra compagni di sventura. In poco d'ora Fermo giunse a Lecco, e s'avviò alla casa del dottore. All'entrare si sentì sorpreso da quella timidità che i poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dottore, dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati, ma diede un'occhiata ai capponi, e si rincorò pensando che non veniva colle mani vuote. Entrato in cucina chiese alla fantesca del signor dottore: la fantesca vide le bestie, e come avvezza a simili doni vi pose le mani sopra, mentre Fermo le andava ritirando, perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Il dottore giunse in fatti mentre la fantesca diceva: "date qui, e passate nello studio". Fermo fece un grande inchino al dottore, che lo accolse umanamente con un: "venite figliuolo", e lo fece entrare con sè nello studio. Era questo una stanza con un grande scaffale di libri vecchi e polverosi, un tavolo gremito di allegazioni, di suppliche, di papiri, e intorno tre o quattro seggiole, e da un lato un seggiolone a bracciuoli con un appoggio quadrato coperto di vacchetta inchiodatavi con grosse borchie, alcune delle quali cadute da gran tempo lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'incartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d'una lurida toga che gli aveva servito molti anni addietro per perorare nei giorni di apparato, quando andava a Milano per qualche gran causa. Chiuse la porta e rincorò Fermo con queste parole: "Figliuolo, ditemi il vostro caso".
"Vorrei dirle una parola in confidenza", rispose Fermo. "Son qui per questo", rispose il dottore: "parlate"; e si pose a sedere sul seggiolone. Fermo stette ritto dinnanzi al tavolo con le mani nel suo cappello.
"Vorrei sapere da lei che ha studiato..." "Già", interruppe il dottore, "già voi altri siete tutti così; invece di contare il fatto spiccio a chi può ajutarvi, cominciate a fare interrogazioni come se doveste esaminare il causidico. Ma via, qualche minuto di più non fa niente: parlate a modo vostro".
"Ella ha da scusarmi signor dottore: noi altri poveri non abbiamo studio. Vorrei dunque sapere se a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c'è penale".
- Ho capito (disse fra sè il dottore, che in verità non aveva capito) ho capito, - e pensò subito al modo di cavare partito da quello ch'egli aveva immaginato. Si fece dunque serio, ma in guisa di chi teme per uno che vuol soccorrere: strinse fortemente le labbra facendone uscire un suono inarticolato che accennava il sentimento che espressero più chiaramente le sue prime parole: "Caso serio, figliuolo, caso contemplato. Avete fatto bene a venire da me. Non è mica vedete una di quelle cose che si decidono con leggi vecchie, scritte in latino, nelle quali ci è sempre una decisione per una parte e per l'altra. È un caso chiaro, deciso in una grida, confermata da una grida, tenete, dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore del ducato di Milano. Vedete, figliuolo", e qui si alzò, pose le mani su un fascio di gride, scartabellò un momento, e subito ne prese una, e segnando col dito, "sapete leggere?", dimandò. "Qualche cosa, signor dottore". "Orbene ecco il vostro caso".
"...quel prete non faccia quel che è obbligato per l'officio suo: ecco ci siamo: non è questo il caso vostro". "Pare che abbiano fatta la grida per me". "Vedete figliuolo? ora mò sentite la penale...
Mentre il dottore leggeva ad alta voce, pronunziando distintamente le parole che risguardavano il caso, per incutere a Fermo quello spavento salutare di cui il dottore aveva bisogno, Fermo compitando lentamente, seguiva coll'occhio la lettura cercando di cavare il costrutto chiaro, e di vedere proprio quelle benedette parole che gli parevano dover essere il suo ajuto. Il dottore alzò gli occhi intanto, squadrò Fermo, e gli disse: "Ah! ah! figliuolo vi siete fatto radere il ciuffo: avete avuto prudenza: ma volendo venire da me non faceva bisogno: si vede che non mi conoscete: non sapete quello ch'io sia in caso di fare: vi avrei cavato anche di questo". Per aver la ragione di questa uscita del dottore, bisogna che l'ignaro apprenda e il dotto si ricordi che a quei tempi coloro che facevano il mestiere di bravi, e che vivevano di soprusi fatti spontaneamente o per mandato, usavano molti ingegni per travisarsi, e non esser riconosciuti, e togliere così una prova materiale del delitto. L'uso più comune era quello di portare un lungo ciuffo che ordinariamente lasciavano cadere dietro la testa, e si gettavano poi sul volto come una visiera al momento di affrontare qualcheduno, di far qualche impresa che era meglio di poter poi negare. Per togliere questo abuso si erano fatte gride sopra gride, le quali proibivano che si portassero capelli lunghi, sotto pena... e discendendo al particolare ordinavano al barbiere come dovesse tosare uno, intimando a chi lasciasse capelli più lunghi dell'ordinario la pena di 100 scudi, o tre tratti di corda colla solita estensione di pena maggiore all'arbitrio di S.E. Quale effetto producessero queste gride è manifesto dalle diverse date di quelle.
La grida si ristampava di tempo in tempo coll'avvertenza che ciò era necessario perché fino allora non aveva giovato a nulla: e come nella medicina, si cresceva la dose. Il ciuffo era dunque come un'insegna di bravo, e di scapestrato. Da questa foggia è nato un termine metaforico tuttavia in uso nel dialetto milanese: e non vi sarà forse alcuno, dei miei lettori milanesi che non si ricordi di aver sentito, nella sua adolescenza, alcuno de' suoi parenti, o il maestro del collegio, o il servo che lo conduceva a scuola, o la fante dare di lui questo giudizio: gli è un ciuffo: gli è un ciuffetto. Prego il lettore di perdonarmi questa digressione e come necessaria, e in grazia della condizione che gli ho data, e ripiglio il dialogo.
"In verità, da povero figliuolo", rispose Fermo, "ch'io non ho mai portato ciuffo in vita mia".
"Non facciamo niente" riprese il dottore, scotendo il capo, con un sorriso tra maligno e impaziente: "se non avete fede in me, non facciamo niente. Chi dice bugia al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. Io non ho tempo da perdere. Se volete ch'io v'ajuti, voi dovete contarmi tutto dall'a alla zeta, sinceramente, come al confessore. Dovete dirmi chi vi ha dato il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; ed allora io andrò da lui a fare un atto di dovere: non gli dirò mica, vedete, ch'io sappia da voi che vi ha mandato egli: fidatevi: gli dirò che vengo ad implorare la sua protezione per un povero giovane calunniato. E tutto si aggiusterà a vostra soddisfazione: capite bene che salvando sè, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro, ho cavato altri da peggio imbrogli, e pur ché non abbiate offesa persona di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio, con un po' di spesa. Basta che mi sappiate dire chi è l'avversario, che forse forse troveremo modo di appiccicargli qualche criminale, e forse forse lo metteremo in panni più stretti dei vostri, e lo faremo venire a domandar grazia. Ma come vi ho detto, se non avete un uomo, un uomo, il caso è serio, la grida canta chiaro, e se la cosa si deve decidere fra la giustizia e voi così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo chiaro: le scappate bisogna pagarle: se volete dormir quietamente sopra questa faccenda; denari, e sincerità, parlare col cuore in mano, e poi obbedire, fare quello che vi sarà suggerito".
Mentre il dottore faceva questa cicalata, Fermo lo stava ascoltando coll'attenzione d'un uomo che sognando, s'immagina di cercar qualche cosa, ed ora gli pare d'averla trovata, di mettergli le mani sopra, e poi la vede scomparire, e ne va di nuovo in cerca: tanto era lontano dal sospettare l'equivoco preso dal dottore. Quando questi ebbe terminato, Fermo ebbe inteso: e tra un poco di collera, però quella collera che un buon uomo di contado può avere contra un signore che sa, e tra un certo orgoglio di farsi vedere libero da quei timori che il dottore supponeva, rispose: "Oh signor dottore: la cosa non è così: io non ho minacciato nessuno: io non faccio di queste azioni, e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che io non ho mai avuto che fare con la giustizia.La bricconeria l'hanno fatta a me; e vengo da lei per informarmi come io possa farmi dar ragione; e son ben contento d'aver veduta quella grida". "Diavolo!" disse il dottore, "che confusione mi avete fatta? tant'è siete tutti così, possibile che non sappiate farvi intendere?" "Ma signor dottore, mi scusi io non le ho contata la cosa, ora le conterò. Deve sapere ch'io doveva sposare oggi", e qui il povero Fermo si commosse, "doveva sposare oggi Lucia Zarella, una giovane che non ha mai dato da dire a nessuno, e avevamo fatto tutto da galantuomini, e il curato che doveva sposarci oggi non volle perché... perché gli fu minacciata la vita. Quel prepotente di Don Rodrigo..."
Il dottore si fece serio davvero, e dando sulla voce a Fermo: "Eh!" gridò, "che mi venite a contare di queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri che non sapete misurare le parole, e non venite a farli con un galantuomo che sa che cosa vuol dire parlare. Andate, andate; non sapete quel che vi diciate: io non m'impaccio con ragazzi, non voglio sentire discorsi in aria". "Lo giuro!" "Andate vi dico, siete un ragazzo, pare che parliate ad un uomo che non abbia mai sentito giurare. Andate, io non c'entro: imparate a parlare: non si viene così a sorprendere un galantuomo". Con queste frasi spezzate, il dottore spingeva verso la porta Fermo, il quale andava ripetendo: "ma senta, ma senta". Il dottore aperta la porta chiamò Felicita, e le disse: "restituite subito a quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente". Felicita dacché era ai servigi del dottore non aveva mai eseguito un ordine simile; ma era dato con una tale risoluzione, ch'ella non esitò ad obbedire: prese le quattro povere bestie, e le diede a Fermo, guardandolo con un'aria di compassione spregiante che pareva volesse dire: costui deve stare in cattivi panni, ne ha fatta una grossa. Fermo voleva far cerimonie, ma il dottore fu inespugnabile; e Fermo attonito, e trasognato, e stizzito dovette ripigliarsi le vittime rifiutate, e partirsi di là senza poter riposare il suo pensiero in altra determinazione, che di tornarsene a casa sua, a riferire alle donne il tristo risultato della sua consulta.
Lucia al suo partire era rimasta nel pianto a cangiare la sua veste nuziale coll'umile abito quotidiano, a sentire le consolazioni e i pareri della madre, e a rispondere singhiozzando alle minute interrogazioni ch'ella le andava facendo, mischiandole di qualche rimprovero sul suo aver sempre taciuto. Fra questi tristi discorsi la madre e la figlia si erano sedute insieme presso il suo arcolajo a dipanar seta. Ma la povera sposa andava pensando a quello che si potesse fare; il primo ripiego che viene in mente ai poverelli è quello di aver parere ed ajuto, e Lucia si sovvenne del Padre Galdino. Andare al convento, ch'era distante forse due miglia; ella non ardiva, in questo frangente, e aveva ragione, pensava dunque di cercare qualche garzoncello disinvolto e fidato, per cui potesse fare avvertire il buon Capuccino. Mentre ella stava per informare la madre del suo disegno s'ode picchiare all'uscio, e nello stesso momento un sommesso ma distinto "Deo gratias..." Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto. "Frà Canziano" dissero le due donne. "Il Signore sia con voi", disse il frate: "vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono voi ne darete a Dio la sua parte, affinché ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo". "Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri" disse Agnese. Lucia si alzò, e si avviò all'altra stanza, ma prima di entrarvi ristette dietro le spalle di frà Canziano che rimaneva ritto nella medesima positura, e ponendosi l'indice sulla bocca diede alla madre una occhiata che domandava il segreto con tenerezza, con supplicazione, con fierezza, e anche con una certa autorità. Partita Lucia, frà Canziano disse ad Agnese: "E questo matrimonio? si doveva pure fare oggi: ho veduto nel paese come una confusione, come qualche cosa che indichi una novità; che c'è?"
"Il Signor curato è ammalato, e bisogna differire", rispose in fretta Agnese, e per cangiare di discorso richiese come andasse la cerca.
"Poco bene, buona donna, poco bene. Vedete tutto quello che ho. Son tutte qui", e così dicendo si tolse la bisaccia dalle spalle e la fece saltare agli occhi di Agnese; "son tutte qui, e per raccogliere questo ho mendicato in dieci case". "Mah! l'anno è scarso, fra Canziano, e i poverelli mancano di pane, quando il pane è caro tutto si misura più per sottile".
"Perché l'anno è scarso, buona donna? pei nostri peccati; e per far tornare l'abbondanza che rimedio c'è? l'elemosina. Eh! quando io era cercatore in Romagna, la limosina delle noci era tanto abbondante, che bisognò che un benefattore ci facesse la carità d'un asino, perché il cercatore non poteva durare. E si faceva tant'olio al convento che i poveri venivano a prendere ogni volta che ne avevano bisogno. Ma in quel paese avevano più carità perché avevano avuta una grande scuola. Sapete di quel miracolo?" "No in verità: contate contate". "Oh! dovete dunque sapere che molti anni prima ch'io andassi in quel convento v'era stato un padre che era un santo; il padre Agapito. Un giorno d'inverno ch'egli passava per un viottolo in un campo d'un nostro benefattore, uomo dabbene anch'egli, dunque il padre Agapito vide il benefattore vicino ad un gran noce, e quattro contadini colle scuri al piede per gettarlo a terra; e avevano già fatta una fossa intorno per iscoprire le radici. - Che fate a quella povera pianta? disse il nostro religioso. - Eh padre sono anni che non fa più frutto ed io penso di farne legna. - Non fate non fate, disse il padre; sappiate che quest'anno la porterà più noci che foglie. - Il benefattore che sapeva con chi parlava, ordinò subito ai lavoranti che gettassero di nuovo la terra sulle radici, e chiamato di nuovo il padre che continuava la sua strada, - Padre Agapito, gli disse, la metà del raccolto sarà pel convento. - Si sparse la voce della profezia, e tutti correvano a guardare il noce: infatti a primavera, fiori a furia, e poi noci noci a furia.
Ma, Dio non volle che il benefattore avesse la consolazione di abbachiare quelle noci, e lo chiamò a sè prima del raccolto. La consolazione toccò al figliuolo, ma fu corta perché era un poco di buono, come sentirete. Ora dunque, al raccolto il cercatore andò per riscuotere la metà che era dovuta al convento; e colui si fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non