Pietro Metastasio
(pseudonimo di Pietro Trapassi)
LETTERE
I - A Francesco d'Aguirre,Torino
Roma I4 gennaio I7I8,
Il dolore, la confusione e la natural repugnanza a sì funesto ufficio mi scuseranno appo V. S. illustrissima, se nello scorso ordinario non le recai la dolente novella dell'immatura morte del mio caro maestro e benefattore, del fu signor abate Gravina, che Dio abbia in cielo. Fra le lagrime di tutta l'Europa, che farà giustizia a quel grande uomo, so che più giuste non potranno spargersene delle mie che, dopo essere stato da lui dall'undecimo fino al vigesimo anno dell'età mia con tanto dispendio e contraddizione alimentato e educato, e, quello che maggior tenerezza mi desta, ammaestrato, sono ancor dopo la sua morte rimasto con più vivo argomento dell'amor suo nell'elezione ch'egli ha di me fatta per suo successore nei beni così di Roma che di Napoli. Raccolga ella in qual costernazione io rimanga di ciò che ho perduto. Ma, poiché così piace a chi può dell'universo a suo talento disporre, cangi almeno V. S. illustrissima per mio conforto, tutto l'affetto ed amicizia che pel povero mio maestro nodriva, in altrettanto compatimento e favore verso di me, poiché così ella facendo mi renderà in gran parte ciò che la disavventura mi tolse. La mia umilissima servitù, che a lei ho fin da' più teneri anni già consacrata, come cosa non più mia non istimo dover nuovamente offerirle; in niun tempo però mi sarebbono più soavi i riveriti di lei comandi che in questo; onde di essi divotamente supplicandola, resto facendo sì a lei che alla gentilissima signora sua consorte e a tutti di casa umilissima riverenza.
II - A Francesco d'Aguirre,Torino
Roma 26 febbraio I7I8.
... A ciò ch'ella mi richiede sopra gli scritti e la morte del fu signor abate risponderò brevemente; e forse sarà ancor troppo tardi, essendolene, come credo, per altre parti giunto l'avviso.
Gli scritti in primo luogo sono in sicuro, e si penserà a suo tempo di non defraudare il mondo letterario di così belle produzioni e insieme di accrescere ornamento alla memoria di quel grande uomo, perché altrimenti facendo crederei mancare alla mia educazione ed all'obbligo di gratitudine.
Quanto alla malattia, giacché il di lei comando mi richiama alle lagrime, dirò solo che fu tanto breve, e così poco da lui e da me, per l'abituazione di tale infermità, apprezzata, che non diede neppur tanto timore che bastasse a preparare né anche in piccola parte l'animo nostro al funesto accidente. La domenica alle sei ore della notte egli fu assalito da' soliti dolori di stomaco ferocemente, i quali durarongli tutta la notte ed il seguente giorno. Il martedì poi mancarono di molto, e gli lasciarono un intermesso singulto. Io senza sua saputa mi portai dal medico Campioli, ed avendogli raccontato lo stato dell'infermo ebbi una piccola ricetta, colla quale si ottenne di rimovere quasi pienamente il suddetto singulto, talché il martedì notte riposò qualche tempo. Il mercoledì mattina egli si sentì sgravato quanto al dolore considerabilmente, ma si sentiva altresì una eccessiva fiacchezza ed affanno. Il mercoledì sera io, secondo il mio costume, tornai dal Campioli, e, riferitogli il tutto, egli ordinò varie cose, che furono tutte eseguite. Si sollevò egli in qualche parte, ma non potea in verun conto prender riposo. In fine alle dieci ore supraggiunto da un vomito d'atra bile, e forse da accidente, spirò nelle mie braccia.
Questa è la funesta istoria del mio povero benefattore e maestro. Ella intanto, se qualche momento le avanza dalle pubbliche cure, non isdegni darmi talora argomento dell'alta sorte ch'io godo della sua grazia; e facendo umilissima riverenza alla signora sua consorte e a tutti di casa, mi confermo...
III - A Francesco d'Aguirre,Torino
Napoli 23 dicembre I7I9.
Non ascriva V. S. illustrissima a mia dimenticanza o trascuraggine l'aver fino ad ora differito l'ufficio da me particolarmente dovutole nell'occasione delle presenti solennità e del principio del nuovo anno, avendo io ciò fatto a bello studio per rendermi in tal forma distinto dalla numerosa serie degli altri suoi servitori, siccome lo sono per venerazione, per stima e per affetto, fin dall'età puerile. Augurandole adunque adesso ogni piena felicità così in queste S.S. Feste come nel nuovo anno, ed in molti altri insieme, espongo a V. S. illustrissima sotto gli occhi quel desiderio che in ogni tempo nudrisco della sua prosperità, e l'assicuro che fra gl'infiniti che ne avrà ricevuti, questo augurio ch'io faccio è il più sincero ed il più appassionato.
I miei domestici interessi mi trasportarono, già molti mesi sono in Napoli, e mi ci ritenne poi la considerazione del pertinace odio che ancor si conserva in Roma non meno al nome che alla scuola tutta dell'abate Gravina, beata memoria, mio venerato Maestro. Qual odio, se non in tutto almeno in parte, si è trasfuso, e come discepolo eletto e come erede, sovra di me. Ed ancorché possa io con le mie rendite onestamente vivere in Roma, ho stimato prudente risoluzione il vivere lontano per non vivere fra nemici. Confesso però con tutta l'ingenuità che mi riesce più noioso questo soggiorno perché la rozzezza del paese, cagionata dalla mancanza della Corte, è così contraria al commercio civile, che malagevolmente un onest'uomo, educato in una città dominante, può assuefarvisi. Felice V. S. illustrissima che ha avuta la sorte d'incontrarsi in un principe che sa così bene conoscere ed esaltare il suo merito, così rara cosa ad incontrarsi presentemente. Le giuro su l'onor mio, ch'io sono così innamorato di codesto re, fin da quando ella ritornando in Roma me ne fece quel vivo ritratto, che tutte le mie meditazioni sono sempre state dirette a rendermi possibile il vantaggio di vederlo prima ch'io muoia. Poté bene la mia disavventura troncarmi nella morte del mio maestro la vicina speranza, già da me concepita, di adempiere allora questa brama, ma non fu già valevole ad iscemare un punto del mio desiderio; anzi tanto più mi si accrebbe, quanto era stato più vicino il conseguimento. La mia toleranza in questo paese non so quanto sia per durare, onde è certo che volendo io esentarmi di qui, e non potendo sperare in Roma alcun incamminamento fin che dura questo vento, passerò ultra montes, per cercare ove far nido, e probabilmente a Vienna, ove molti padroni ed amici, che colà dimorano, mi persuadono e promettono assistenza ed aiuto. In tal caso voglio in ogni conto passar per costà, e la supplicherò che mi dia l'onore di vedere, e, se sarà possibile, inchinarmi a Sua Maestà.
Se in cotesta città appresso ad un principe così distinto per tante sue particolari qualità mi fosse lecito di sperare qualche decente impiego, lascerei di buona voglia qualunque altro incamminamento, sì perché così mi persuade il mio genio, come ancora perché senza uscir d'Italia in tal caso avrei ritrovato a fondar le mie radici. Ed in fine perché potrei allora vivere appresso al mio caro e riverito signor avvocato, il quale fra tanti e tanti conoscenti, e miei e della beata memoria dell'abate Gravina, è stato il solo e l'unico che senza doppiezza mi abbia mostrato costantemente un amore candido e sincero ed una vera amicizia a differenza degli altri, che invece di difendere e sostenere nella mia persona l'onore della scuola e l'elezione del comune Maestro, hanno caricato e detratto le mie operazioni, pieni di malignità e di veleno. Io mi tratterrei volentieri più lungamente in questa lettera, ma non voglio che il mio piacere abbia a rendersi noioso a V. S. illustrissima. Si degni adunque di passare a mio nome il medesimo ossequioso ufficio, che con lei passo, con la signora sua consorte, e con tutta la sua riveritissima casa. E pregandola a rammentarsi della mia servitù e della mia vera amicizia, le faccio umilissima riverenza.
IV - Ad Apostolo Zeno, Vienna
Roma 5 novembre I729.
Non credeva di poter aver maggior titolo di rispetto per V. S. illustrissima di quello che m'imponeva il suo nome, che da me fu dal principio de' miei studi insieme con tutta l'Italia venerato; ma ora mi si aggiunge una inescusabile necessità, poiché senza taccia d'ingrato non posso dissimulare di dovere alla generosità sua tutta la mia fortuna. Ella mi ha abilitato, facendosi da me ammirare ed imitare; mi ha sollevato all'onore del servizio cesareo col peso considerabile della sua approvazione; onde ardisco di lusingarmi che, riguardandomi come un'opera delle sue mani, seguiti a proteggere quasi in difesa del suo giudizio la mia pur troppo debole abilità ed a regolare a suo tempo la mia condotta, facendomi co' suoi consigli evitare quegli scogli che potrebbe incontrare chi viene senza esperienza ad impiegarsi nel servizio del più gran monarca del mondo. La confessione di questi miei obblighi verso di V. S. illustrissima e le speranze che io fondo nella sua direzione, sono finora note a tutta la mia patria, e lo saranno per fin che io viva, dovunque io sia mai per ritrovarmi, unico sfogo della mia verso di lei infruttuosa gratitudine. Non essendomi prescritto tempo alla partenza, ho creduto che mi sia permesso di differirla fino alla quaresima ventura. Ho spiegato prolissamente a Sua Eccellenza il signor principe Pio le cagioni di tale dilazione. Supplico V. S. illustrissima ancora a sostenerle, perché io possa venire senza il seguito di alcun pensiero noioso, quando però sia tutto questo di pienissima soddisfazione dell'augustissimo padrone; e baciandole umilmente le mani, le faccio profondissima riverenza.
V - A un amico, Roma
Vienna 25 luglio I730.
Tornai martedì all'udienza per ordine del padrone a Laxenburg, assistei alla tavola, pranzai col signor principe Pio, e poi alle tre dopo il mezzogiorno fui ammesso alla formale udienza di Cesare. Il cavaliere che mintrodusse mi lasciò su la porta della camera nella quale il padrone era appoggiato ad un tavolino in piedi con il suo cappello in capo, in aria molto seria e sostenuta. Vi confesso che per quanto mi fossi preparato a quest'incontro, non potei evitare nell'animo mio qualche disordine. Mi venne a mente che mi trovava a fronte del più gran personaggio della terra e che doveva esser io il primo a parlare: circostanza che non conferisce ad incoraggire. Feci le tre riverenze prescrittemi, una nell'entrar della porta, una in mezzo della stanza, e l'ultima vicino a Sua Maestà; e poi posi un ginocchio a terra, ma il clementissimo padrone subito m'impose d'alzarmi, replicandomi: Alzatevi, alzatevi. Qui io parlai con voce non credo molto ferma, con questi sentimenti: Io non so se sia maggiore il mio contento, o la mia confusione nel ritrovarmi a' piedi di Vostra Maestà Cesarea. È questo un momento da me sospirato fin da' primi giorni dell'età mia, ed ora non solo mi trovo avanti il più gran monarca della terra, ma vi sono col glorioso carattere di suo attual servitore. So a quanto mi obbliga questo grado, e conosco la debolezza delle mie forze, e se potessi con gran parte del mio sangue divenir un Omero, non esiterei a divenirlo. Supplirò per tanto, per quanto mi sarà possibile, alla mancanza di abilità, non risparmiando in servigio della Maestà Vostra attenzione e fatica. So che, per quanto sia grande la mia debolezza, sarà sempre inferiore all'infinita clemenza della Maestà Vostra, e spero che il carattere di poeta di Cesare mi comunichi quel valore che non ispero dal mio talento.
A proporzione che andai parlando, vidi rasserenarsi il volto dell'augustissimo padrone, il quale in fine assai chiaramente rispose: Era già persuaso della vostra virtù, ma adesso io sono ancora informato del vostro buon costume, e non dubito che non mi contenterete in tutto quello che sarà di mio cesareo servizio, anzi mi obbligherete ad esser contento di voi. Qui si fermò ad attendere se io voleva supplicarlo di altro, ond'io, secondo le istruzioni avute, gli chiesi la permissione di baciargli la mano, ed egli me la porse ridendo e stringendo la mia: consolato da questa dimostrazione di amore strinsi con un trasporto di contento la mano cesarea con entrambe le mie, e le diedi un bacio così sonoro, che poté il clementissimo padrone assai bene avvedersi che veniva dal cuore. Vi ho scritto minutamente tutto, perché approvo la vostra curiosità ragionevole in questo soggetto.
VI - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna 27 gennaio 173I.
Ricevo questa mattina le lettere non solo della presente ma anche della scorsa settimana, e mi sollevo dalla malinconia che nella mancanza di quelle mi avea assalito, pel sospetto che qualche anima pia si fosse impiegata a scemarmi la pena di leggerle prevenendomi alla posta. Vi rendo grazie delle minute notizie che mi date di coteste opere e commedie, e godo che il nostro Ciullo si sia fatto onore. Spero che il posto in cui l'ha fatto impiegare Sua Santità non gli sarà infruttuoso. Avvisatemene, e frattanto salutatelo a mio nome. Oggi è appunto il primo giorno delle maschere, e io son qui a gelarmi. Pure mi trattengo piacevolmente, figurandomi voi impiegata e divertita. In questo momento, che secondo l'orologio di Roma saranno le 21 ore, comincerà la frequenza de' sonagli pel Corso. Ecco il signor canonico de Magistris, che apre l'antiporta. Ecco il signor abate Spinola. Ecco Stanesio. Ecco Cavanna. Ecco tutti i musici di Aliberti. Chi sarà mai quella maschera che guarda tanto le nostre fenestre? Fa un gran tirar di confetti, e non può star ferma. È certo l'abatino Bizzaccari. E quel bauttone così lungo che esamina tutte le carrozze, fosse mai il bellissimo Piscitelli? Certo senza dubbio. Ecco il conte Mazziotti, che va parlando latino. Ecco i cortegiani affettati vestiti di carta. Ma che baronata è mai questa! Quasi tutte le carrozze voltano a San Carlo. Che cosa è? Il segno. Presto. Viene il bargello. Venga, signor agente di Genova. Non importa. Ma se v'è luogo per tutti? Vede ella? Vedo benissimo. Ma mi pare che stia incomodo. Mi perdoni, sto da re. Eccoli, eccoli. Quanti sono? Sette. Chi va innanzi? Il sauro di Gabrielli, ma Colonna lo passa Uh, Gesù Maria! Che è stato? Una creatura sotto un barbero. Sarà morta certo. Povera madre! Lo portano via? No, no. Era un cane. Manco male. Dica chi vuole, è un gran piacere la forte immaginativa. Io ho veduto il Corso di Roma dalla piazza de' gesuiti di Vienna. Ora, per passare dal ridicolo al burlesco, io sto tormentato al solito dalla mia tossetta, e non mi resta oramai altra speranza che la buona stagione. Ho finito l'Oratorio, che in qualche maniera verrà a Roma subito stampato. Ho parlato all'ambasciatrice di Venezia per la toilette consaputa, ed è rimasta stupita, perché le avevano scritto d'averla consegnata: sentiremo che rispondono alle repliche della medesima. Dalle nevi e dal freddo che soffrite in Roma argomentate quelli di Vienna. Non passa settimana che non si senta qualche povero villano o passeggere sorpreso dal freddo e rimasto morto per le campagne. Qui per la città si cammina sopra tre palmi di ghiaccio cocciuto più delle pietre. La neve poi, che cade continuamente, si stritola e si riduce a tal sottigliezza che vola e si solleva come la polvere dell'agosto. Eppure vi sono delle bestie che vanno in slitta la notte. Io so che per reggermi in piedi ho dovuto far mettere le sole di feltro alle scarpe, perché in quel solo passo indispensabile che debbo fare per montare in carrozza ho dato solennemente il cul per terra, senza danno però della macchina. Insomma conoscendo la lubricità del paese mi son premunito. Voi mi domandate parere di un sonetto d'Ignazio de Bonis che io non ho veduto e non so di che tratti per conseguenza.
Al signor agente di Genova le mie riverenze e ringraziamenti pei saluti che mi ha mandati nelle lettere del segretario della sua Repubblica. Addio N. M., state allegra.
VII - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna I2 gennaio I732.
Voi sarete in mezzo a' divertimenti teatrali, ed io ho cominciato a seccarmi intorno all'Oratorio. Divertitevi voi per me; ché vi assicuro che il piacer vostro fa gran parte del mio.
Ho molto pensato per mandarvi un foglio di direzione, toccante il mio Demetrio: ma esaminando l'opera, parmi così poco intricata, che farei torto a voi ed a me se volessi istruirvi. L'unica scena un poco intricata, per la situazione de' personaggi, è quella del porto nell'atto primo, quando la regina va a scegliere, e sopraggiunge Alceste. In detta scena il trono deve stare, secondo il solito, a destra e deve avere da' lati quattro sedili o sian cuscini alla barbara, cioè due per parte; e questi servono per li Grandi del regno. Due altri somiglianti sedili debbono esser situati in faccia al trono, dalla parte del secondo cembalo, ma più vicino all'orchestra che sia possibile. Ed appresso a questi, altri tre sedili pur simili per Fenicio, Olinto ed Alceste. Onde i sedili in tutto dovranno essere nove, cioè sei per li Grandi e tre per li personaggi. Quelli però per li Grandi possono farsi attaccati a due per due per comodo maggiore: ma i musici devono avere ciascuno il suo. Se conserverete la situazione che vi ho detto, che comprenderete anche meglio nel disegno che vi accludo, troverete che tutto il resto va bene.
L'altra scena poi non facile a recitare è quella delle sedie nell'atto secondo fra Cleonice ed Alceste: debbono sedere dopo il verso: Io gelo e tremo. Io mi consolo e spero. Alceste deve alzarsi al verso So che non m'ami, e lo conosco assai: e Cleonice fa l'istesso al verso Deh non partir ancor! Tornano entrambi a sedere al verso: Non condannarmi ancor. M'ascolta e siedi. Cleonice comincia a pianger al verso: Va: cediamo al destin; e quando è arrivata alle parole Anima mia, non deve più poter parlare se non che interrotta da pianto, e con questa interruzione ed affanno ha da terminare il recitativo. Alceste s'alza da sedere e s'inginocchia al verso: Perdono anima bella, oh Dio, perdono! e poi s'alzano entrambi ai versi: Sorgi, parti, s'è vero ch'ami la mia virtù. Questo ordine io ho tenuto ed ho veduto pianger gli orsi. Fate voi.
L'eminentissimo arcivescovo Coloniz per far la fede della mia sopravvivenza vuol vedermi: onde non posso mandarla che nella settimana ventura.
Non vi è cosa di nuovo della malattia della madre della padrona, onde l'Issipile si farà. Vi è una parte preziosa da corsaro che raggira tutta l'opera; e sarà preziosa per il nostro Berenstadt, che insieme coll'amica rondinella abbraccio teneramente. Lo stesso dico a Bulga e a Leopoldo. Ed a voi raccomandando voi stessa intendo raccomandare il vostro N. Addio. Avrete lo scenario, ma oggi non posso.
VIII - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna 2I giugno I732.
Che sconvolgimento è mai questo di tutte le cose del mondo, così picciole che grandi? Si può immaginare accidente più funesto di quello che vi scrissi l'ordinario scorso? E si può in altro genere immaginare maggiore desolazione di quella che voi vivamente mi rappresentate nella lettera di questa mattina? In somma, dove si mischia Porpora entra per necessità la disgrazia. Guardatevi per carità di non aver mai il minimo affare in sua compagnia. È però una gran cosa, che una città intera abbia a soffrir la pena de' capricci di un solo: e che per motivi così leggieri non si abbia repugnanza di nuocere a tanti, e dispiacere a tutti. Compatisco quei che risentono il danno, perché, senza questo motivo, sento la mia repugnanza ad essere indifferente.
Il padrone, dopo l'accidente funesto, tornò a Praga, dove, per quello che dicono, chiuso in una stanza senza voler vedere persona, rimase un giorno ed una notte. Il principe Eugenio fu il primo che con rispettosa violenza penetrò fino a lui, ed interruppe la sua solitudine e la profonda afflizione nella quale era immerso. Frutto della sua cura si crede universalmente l'aver permesso alla fine il padrone che per lo sconvolgimento sofferto se gli cavasse sangue, e l'essersi poi portato in Carlsbad, dove presentemente dimora e dove intraprenderà la cura già stabilita delle acque. La minore arciduchessa Marianna è stata assalita, già sei giorni sono, dal vaiuolo, notizia che accrescerà le agitazioni de padroni per esser così lontani da lei. È ben vero che il male non ha sintomi che minaccino pericolo ed i medici pronosticano esito felice. Intanto la maggiore arciduchessa Teresa è stata divisa dalla sorella per evitare che non le comunichi l'infermità. L'imperatrice Amalia, vedova di Giuseppe, è uscita dal suo monastero, dove vive ritirata, per assistere la suddetta arciduchessa Teresa, e coabitar seco nell'imperial Favorita finché il male dell'altra permetta che le sorelle si riuniscano.
Io sto bene di salute, ma male d'animo. Tutte queste cose mi funestano, e la pubblica malinconia si comunica insensibilmente anche agl'indifferenti. Finora non si sanno le direzioni del ritorno de' padroni. Il caso avvenuto e la malattia dell'arciduchessa si crede che lo solleciterà; ma finora sono pure induzioni. Non ho cosa che mi rallegri, se non la vostra buona salute: conservatela gelosamente e credetemi il vostro N. Addio, N. M.
IX - A Giuseppe Riva, Linz
Vienna 20 settembre I732.
Non da bella e candida mano, ma da man maestra ed eccellente avete avuto il mio Adriano, e se non di primo colpo, almeno di ripicco. Io non vi dissimulo la mia collera contro chi mi ha levato il piacere, che mi figuravo, di leggervelo io medesimo, e contro chi osserva così poco le leggi che impone agli altri. Nulladimeno tacerò. Il vostro amore per me è così eccessivo che non lascia maniera di dubbio; onde non già i vostri savi ed amichevoli avvertimenti, ma le vostre replicate proteste con cui gli accompagnate, meritano qualche risentimento. Ho tanta stima di voi e son così dubbio sul merito de' miei scritti, che senza esaminar il peso delle vostre osservazioni avrei forse riformati i luoghi da voi disegnati. Ma facendo il conto de' giorni io non potea essere in tempo a mandar le variazioni in Italia. Ricevei la vostra lettera il mercoledì passato la sera, ed anche per casualità, non avendo pensato che per accidente a mandare alla posta di Lintz, donde non attendevo lettere, avendole ricevute nel piego di madama Ferrari. Per Casalmaggiore non si scrive che il mercoledì; e s'io lo facessi oggi, lo farei invano, perché all'arrivo della mia lettera sarebbe necessariamente terminata la musica; e se non lo fosse, non sarebbe in tempo l'opera pel giorno di San Carlo. Questa impossibilità d'ubbidirvi mi ha fatto pensar minutamente a quanto mi scrivete; e così pensando, combinando e riflettendo, a poco a poco (forse effetto dell'amor proprio) mi sono cominciate a parer molto leggere le vostre opposizioni. E perché non abbiate a credermi sulla mia parola, ve ne dirò brevemente le ragioni colla nostra amichevole e confidente libertà.
Quell'Aquilio gran Brighella del dramma intrica troppo. Egli non fa che due macchine, ed una molto distante dall'altra, occorrendo una nel primo atto e l'altra nel terzo. Giudicate se questo è troppo pel numero o per la qualità, non ingannando che donne.
Non mi par verisimile che quella romana aderisca al consiglio d'Aquilio etc. Primieramente, ella ubbidisce ad un ordine, non aderisce ad un consiglio. Cessando il supposto ordine d'Adriano, cessa il fondamento della risoluzione di Sabina. Supponiamo prima che l'ordine sia vero; Sabina deve ubbidire, altrimenti farebbe, contro il suo carattere tollerante e virtuoso, un'azione irregolare e temeraria. Ha da dubitar della verità dell'ordine? perché? forse per sospetto d'Aquilio? non mi pare. Ella sa che questo è il favorito d'Adriano, e che sino a quel punto non ha compresa cosa alcuna dell'amore del medesimo per lei; né dee figurarlo cattivo senza ragione. Una malvagità eccessiva non si crede facilmente, quando non si veggono le utilità ch'essa si propone: notizie che appunto mancano a Sabina.
Dovrebbe ella forse dubitar della verità dell'ordine per relazione al carattere d'Adriano? Neppure. Ella ha cento motivi convincenti per credere che l'imperatore sia così cieco per Emirena e così freddo per lei, che non vegga l'ora di levarsela d'intorno, e come impedimento alla di lui felicità e come rimprovero continuo della sua incostanza. Né deve Sabina (prudentemente ragionando) riferire ad altro motivo l'esser ella tollerata in Antiochia che alla mancanza d'un apparente e lodevole pretesto per allontanarla. Sente da Aquilio che pur questo si è ritrovato nel consiglio e nell'aiuto da lui prestato nella fuga di Emirena e Farnaspe: reato che, ingrandito dalla passione di Adriano, è velo soprabbondante per mascherare di giustizia il comando interessato e violento: onde alla povera Sabina non rimane ragione di sperar né su l'amore di Adriano, né su la cura del medesimo di salvar l'apparente onestà. Eppure le rimane qualche filo di speranza. Dee esser quello di poter vincer cedendo e tollerando. Questo è il consiglio al quale si appiglia, sì perché non ve ne sono altri, come perché si confà col carattere ch'io le do dal principio dell'opera sino al fine. Osservate che, qualunque volta, per non fingerla insensibile, io la faccio scaldare su i torti che riceve, faccio che immediatamente rifletta e si corregga, ritornando alla naturale sua prudenza e tolleranza. Qualità che fanno strada, anzi sono necessarie, perché possano gli spettatori crederla capace della straordinaria generosità che usa nello scioglimento dell'opera. Qualità che mi hanno fatto rigettare, come distruttive delle medesime, l'espediente di farla partire per motivo di gelosia e di proprio consiglio, benché nel mio primo scenario io l'avessi scritto, come vedrete. Poiché, per ridursi a tale risoluzione, bisogna supporla non solo gelosa, ma altiera, intollerante e violenta; il che io non voglio, né debbo.
Finora ero sicurissimo che gl'imperatori romani, quando la prima volta si mostravano agli eserciti, erano per lo più sollevati su gli scudi de' soldati. Il vostro dubbio però mi fa dubitare. Nulladimeno aprendo Svetonio ho ritrovato nella vita di Ottone: Omissa mora succollatus et a praesente comitatu imperator consalutatus etc.; e poco dopo nella vita di Vitellio: Imperator est consalutatus circumlatusque etc. Qui non si nominano scudi, ma naturalmente non gli avranno portati a cavalluccio. Di questo però spererei di potervi promettere testi più chiari e precisi. Non mi sono determinato di chiamar testuggine quella unione di scudi sopra cui farò portare Adriano, poiché quella voce è troppo comunemente intesa per una testura di scudi atta agli assalti murali d'una città, e le figure di esse sono e più vaste e più semplici di quella che faremo vedere in teatro, che sarà più picciola e più ornata. Né mi è occorso vocabolo più significativo che carro artificioso, appunto perché quella tale unione di segni aquile e scudi imiterà la forma di un carro trionfale, che non farà cattivo effetto ben eseguito; e conservando per quanto si può il costume, lusinga il genio del teatro, che ha bisogno di spettacoli maestosi. Finalmente non posso chiamarla testuggine, perché la testuggine era composta di soli scudi, e nella macchina che noi esporremo gli scudi avranno, per così dire, la minor parte.
La parola grossolana è tale che non saprei trovar l'eguale per ispiegare il mio sentimento. Il vocabolario della Crusca nella voce grossolanamente spiega semplicemente, rozzamente, senza delicatezza; ed è appunto quello che io voglio dire in una sola parola. Il vocabolo è bello, usato, sonoro e significativo. Perché non vi finisce? Questi sono odii peccaminosi.
Fra gl'infiniti significati della voce convenire il Vocabolario mette prima di ogni altro venire nella medesima sentenza: onde è certo che questo è il senso più ovvio di tal parola. Vi saranno senza dubbio molti esempi di poeti epici e lirici che l'avranno usata in questo senso, ma io non saprei produrveli così di repente. Vi dico però che, quando anche in tali poeti non si ritrovasse, non dovrei per ciò astenermene; poiché i lirici e gli epici, parlando essi pensatamente, in materia di locuzione sono soggetti a leggi più ristrette di quello che sieno i poeti drammatici, che introducono persone che parlano all'improvviso, e perciò dobbiamo valerci assai discretamente degli ornamenti de' quali i primi abbondano, ed avvicinarci, quanto si possa senza avvilimento, al parlar naturale, ch'è quello della prosa. Onde pochissime sono le voci ch'essendo permesse al prosatore siano viziose nel poeta drammatico.
Io credo che vorreste esser digiuno di avermi mai avvertito, tanto vi avrò seccato colla mia prolissità. Soffritela pazientemente; e credete che, quantunque io sia molto quieto per le accennate ragioni su i dubbi che mi proponete, io ve ne sono nulladimeno gratissimo, perché mi confermano nella sicurezza della sollecitudine che avete per i progressi della mia riputazione. Cura tenerissima, obbligantissima e generosissima, che mi farà essere perpetuamente.
X - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna 6 giugno I733.
Ho passata la metà del terzo atto della mia prima opera, onde sabato che viene spero di potervi scrivere d'averla finita. Ma quando sarà che sia terminata anche l'altra, alla quale non ho né pur pensato? E pure al fin d'agosto bisognerebbe che fosse. Auguratemi salute e pazienza, che tutto anderà bene. Con tutta la mia assidua applicazione, e la stagione ben poco favorevole, io mi son quasi affatto rimesso: dico quasi, perché di quando in quando la testa non vuole stare a segno, effetto senza dubbio del poco che si traspira per cagione dell'aria umida e fresca che qui pertinacemente dura. Ed io, quanto già in Italia provava nemico il calore, altrettanto in Germania esperimento nocivo il freddo: tanto fa variar natura la variazione del clima. Io non lo sento solo in questo; le pruove continue di tolleranza alle quali io presentemente sto saldo, non sono certamente miei pregi naturali. Conosco che la tardità di quest'aria si comunica agli spiriti e ne scema la soverchia prontezza.
Eccovi un sonetto morale, scritto da me nel mezzo d'una scena patetica che mi moveva gli affetti, onde ridendomi di me stesso che mi ritrovai gli occhi umidi per la pietà d'un accidente inventato da me, feci l'argomento ed il discorso nella mia mente che leggerete nel sonetto. Il pensiero non mi dispiacque e non volli perderlo tanto più che serve per argomento della mia esemplare pietà. Leggetelo, e se vi pare, fatelo leggere. Dopo averlo composto mi è venuto a solito uno scrupolo, ed è che l'undecimo ed il decimo verso spieghino una proposizione troppo generale dicendo
... ma quanto temo o spero
tutto è menzogna...
E non vorrei che un seccapolmoni potesse dirmi: "Non temete voi l'inferno? Non isperate voi in Dio benedetto? Or Dio benedetto e l'inferno sono a parer vostro menzogne?". È vero ch'io potrei rispondergli: "Signor Pinca mia da seme, lo so meglio di voi, che Dio e l'Inferno sono verità infallibili, e se non fosse questa la mia credenza, non mi raccomanderei a Dio come faccio nella chiusa: e le speranze ed i timori, di cui si parla nel sonetto, sono quelli che procedono dagli oggetti terreni". Vedete che la risposta è assai solida, ed il contravveleno si ritrova nel sonetto medesimo. Nulla di manco ho voluto mutare l'undecimo verso per meglio spiegare di quali timori e speranze mintendo di parlare. L'ho cambiato, l'ho fatto sentire, e trovo che non solo a me, ma a tutti gli altri ancora piace più la prima maniera, ed in quella ve lo scrivo, aggiungendo nel fine del sonetto il verso mutato, per vostra soddisfazione, e per poter contentare alcuno che vi trovasse le difficoltà mie. Leggetelo e ditemene il vostro parere, senza tacermi quello del nostro monsignor Nicolini, che mi fa molto peso dopo quella dispendiosa legatura.
Saluto tutti di casa, ed a voi raccomando il vostro N. N. M., addio.
XI - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna 4 luglio I733.
Mi volete suggerire un soggetto per l'opera che ho da incominciare? sì, o no? Io sono in un abisso di dubbi. Oh non ridete con dire che la malattia è nelle ossa, perché la scelta di un soggetto merita bene questa agitazione e questa incertezza. La fortuna mia si è che bisogna risolversi assolutamente, e non vi è caso di evitarlo. Se non fosse questo, dubiterei fin al giorno del giudizio, e poi sarei da capo. Leggete la terza scena dell'atto terzo del mio Adriano: osservate il carattere che fa l'imperatore di se medesimo, e vedrete il mio. Da ciò si comprende che io mi conosco; ma non per questo correggomi. Questa pertinacia di un vizio, che mi tormenta senza darmi in ricompensa piacere alcuno, e ch'io comprendo benissimo senza saperlo deporre, mi fa riflettere qualche volta alla tirannia che esercita su l'anima nostra il nostro corpo. Se discorrendo ordinatamente, e saviamente riflettendo, l'anima mia è convinta che quest'eccesso di dubbiezze sono i vizi incomodi, tormentosi, inutili, anzi d'impaccio all'operare, perché dunque non se ne spoglia? Perché non eseguisce le risoluzioni tante volte prese di non voler più dubitare? La conseguenza è chiara: perché la costituzione meccanica di questa sua imperfetta abitazione le fa concepire le cose con quel colore che prendono per istrada prima di giungere a lei, come i raggi del sole paiono agli occhi nostri or gialli, or verdi, ora vermigli secondo il colore del vetro o della tela per cui passano ad illuminare il luogo dove noi siamo. E quindi è assai chiaro, che gli uomini per lo più non operano per ragione, ma per impulso meccanico: adattando poi con l'ingegno le ragioni alle opere, non operano a tenore delle ragioni; onde chi ha più ingegno comparisce più ragionevole nell'operare. Se non fosse così, tutti coloro che pensan bene opererebbero bene; e noi vediamo per lo più il contrario. Chi ha mai meglio d'Aristotile esaminata la natura delle virtù, e chi è stato mai più ingrato di lui? Chi ha mai meglio insegnato a disprezzar la morte e chi l'ha più temuta di Seneca? Chi ha mai parlato con più belle massime d'economia del nostro don Paolo Doria, e chi ha mai più miseramente di lui consumato il suo patrimonio? In somma il discorso è vero ed ha salde radici; ma non curiamo di vederne tutti i rami, perché si va troppo in là.
Non vi seccate se faccio il filosofo con voi: sappiate che non ho altri con chi farlo; e facendolo per lettera mi risovvengo di quei discorsi di questa specie, co' quali abbiamo passate insieme felicemente tante ore de' nostri giorni. Oh quanta materia ho radunata di più con l'esperienza del mondo! Ne parleremo insieme una volta se qualche stravaganza della fortuna non intrica le fila della mia onorata e faticosa tela. Conservatevi voi intanto, e credete costantemente che io penso e travaglio sempre per maturare la mia prima risoluzione e non sono in cattive acque. Addio, N. M. Io sono e sarò sempre il vostro N.
XII - A Marianna Bulgarelli Benti, Roma
Vienna I8 luglio I733.
Viva per mille anni il mio augustissimo padrone, il quale ieri fece pubblicare nel supremo Consiglio di Spagna un suo veramente cesareo decreto, col quale mi conferì la Percettoria, o sia Tesoreria della provincia di Cosenza nel regno di Napoli, ufficio che non si perde che con la vita. Questo a chi lo esercita di persona rende un pingue frutto, autorità e decoro in quella provincia; ma non potendosi, o non volendosi esercitare di persona, come succede a me, si può sostituire un'altra; avendo l'espressa facoltà nel decreto di farlo, e lasciando al sostituto ogni provento, se ne ritrae, come per ragion d'affitto, una sufficiente annualità, la quale mi fanno sperare che non sarà meno di mille e cinquecento fiorini per ciascun anno. Voi vedete che la grazia è considerabile pel suo lucro; ma assicuratevi che l'onore, qual mi produce la maniera sollecita, affettuosa e clemente con cui il padrone si è degnato di conferirmela, sorpassa di gran lunga qualunque utile. Si è dichiarato alla pubblica tavola con uno de' consiglieri del Consiglio suddetto di voler ch'io l'avessi, ricordandosi delle mie fatiche e presenti e passate, ed è arrivato a dire ch'egli pretendeva questa grazia nel Consiglio per me e che per giustizia mi conveniva. Questa pubblica dimostranza di parzialità dell'augustissimo a mio favore ha fatto tale impressione che ieri, contro il solito, quando si pubblicò il decreto non vi fu alcuno dei consiglieri che ardisse di replicare una parola; ma parte dissero seccamente che si eseguisse, e parte uscirono nelle lodi della giustizia che il mio padron mi rendeva. Il più bello è che non mi sono prevaluto della minima raccomandazione per ottener simil grazia; onde la deggio interamente al gran cuore di Cesare, che Dio faccia vivere lungamente e sempre più fortunato e glorioso. Converrà adesso ch'io stringa un poco i denti per le spedizioni, che credo saranno assai dispendiose; ma comincerò subito a rimborsarmi.
Ieri dopo il pranzo, per moderarmi il piacere di questa fortuna, mi successe una disgrazia che poteva esser grande, ma non fu niente: nel salire a riconoscere il teatro della Favorita per obbligo del mio impiego, mi si staccò sotto i piedi una scala di legno, sopra la quale io era; onde, in un fascio con quella, andai a ritrovare il piano; e pure, a riserva di due leggiere ammaccature, non ne ho risentito alcun danno. Questa grazia non è stata minor della prima. In questo punto vado a dimandare udienza per ringraziare l'augustissimo padrone. Nel venturo ordinario saprete quello che mi dirà. Addio, N. M. Il vostro N.
XIII - A Domenico Bulgarelli, Roma
Vienna I3 marzo I734.
Non so donde incominciare questa lettera, tanto son io oppresso dal doloroso colpo della morte della povera signora Marianna. Egli mi è intollerabile per tante parti, che non so da qual canto gittarmi per provare meno sensibile il dolore; onde non mi fate accusa se non vi produco argomenti per consolarvi della vostra perdita, perché fin ora non ne ritrovo alcuno sufficiente per consolar me medesimo.
L'ultima disposizione della povera defunta a mio favore aggrava a ragione di piangerla, e mi mette in obbligo di dare al mondo una prova incontrastabile della disinteressata amicizia che le ho professata vivendo e che conserverò alla sua onorata memoria fino allultimo momento della mia vita. Questa prova sarà un effetto di quella cognizione che io ho di ciò che voi avete meritato dalla povera Marianna col vostro amore, assistenza e servitù esemplare, ed a me darà motivo d'esser grato alla memoria della medesima, facendo cadere nella vostra sola persona quel beneficio ch'ella ha voluto dividere fra voi e me. In fine io faccio libera rinuncia dell'eredità della medesima, non già perché io la sdegni (Dio mi preservi da sentimenti tanto ingrati), ma perché credo che questo sia il mio dovere e come uomo onorato e come cristiano. Non avrò ricevuto piccol vantaggio da questa eredità, quando il sapere che mi era destinata mi serva per continua testimonianza della vera amicizia della generosa testatrice, ed il poterla rinunciare a voi mi serva di prova del mio disinteresse a riguardo di quella e della mia giustizia a riguardo vostro.
Io (grazie a Dio, che mi felicita tanto soprabbondantemente a' miei meriti) non ho presentemente bisogno di questo soccorso, onde non vi faccio sacrificio alcuno che abbia a costarmi sofferenza.
Benché nella rinuncia che vi accludo non ponga condizione alcuna per non intrigarvi, ho nondimeno delle preghiere da farvi e de' consigli da suggerirvi.
La prima preghiera è: che la suddetta rinuncia non abbia da dividere in conto alcuno la nostra amicizia, ma che, seguitando il desiderio della povera Marianna, viviamo in quella medesima corrispondenza come se ella vivesse, subentrando voi in tutto e per tutto in luogo di lei. Secondo: che vi piaccia incaricarvi dell'esazione delle mie rendite, cioè delli tre miei uffici esistenti in Roma e di tutte le mie entrate di Napoli, appunto come faceva la vostra incomparabile Marianna. A qual fine vi mando procura per esigere con facoltà di sostituire (e scrivo in Napoli al signor Niccolò Tenerelli che vi consideri come la signora Marianna medesima, e mandi in vostra mano il denaro che andrà di tempo in tempo esigendo per conto mio), continuando alla mia povera casa il solito assegnamento, e vivendo, se così vi piace, col mio fratello.
I consigli che sono obbligato a darvi sono: che abbiate riguardo alla povera famiglia del signor Francesco Lombardi, e, per quanto potete, cerchiate di far loro sperimentare quegli atti di carità che desiderereste voi di esigere nel caso de' medesimi. Io avrei potuto nella rinuncia obbligarvi a qualche soccorso per loro; ma, oltre che non ho voluto intrigarvi, son troppo sicuro del vostro buon cuore; onde nella carità che loro farete ho voluto lasciare tutto il merito alla vostra libera determinazione. Pel di più provvedete voi come padrone ed erede a tutti quegli espedienti che richiederanno le occasioni e vi suggeriranno la vostra prudenza e necessità. Io sono in istato presentemente di non fissarmi a pensare come consigliarvi su i particolari della vostra condotta. Dico bene, che mi parrebbe che doveste vender tutto quello che non vi serve, per farne capitale, restringendovi in una casa più piccola.
Io credo di non potervi dare testimonianze più sicure della mia amicizia e della mia confidenza in voi. Datemene voi altrettante della vostra corrispondenza, considerando i miei interessi come vostri ed il mio come vostro fratello. Non posso più scrivere. A mente più serena vi dirò qualche altro pensiero che possa venirmi. Intanto amatemi; consolatevi; e se posso io far altro per voi, siate sicuro che lo farò. Addio.
XIV - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna I3 marzo I734.
Nell'agitazione in cui sono per l'inaspettato colpo della morte della povera e generosa Marianna, io non ho forze per dilungarmi. Posso dirvi solo che il mio onore e la mia coscienza mi hanno persuaso a rinunciare in persona del signor Domenico di lei consorte l'eredità, per cui la medesima mi aveva nominato. Io son debitore al mondo di un gran disinganno; cioè che la mia amicizia per essa avesse fondamenti d'avarizia e d'interesse. Io non devo abusare della parzialità della povera defunta a danno del di lei marito; ed il Signore Iddio mi accrescerà per altre parti quello che io rinuncio per questa. Per la mia persona non ho bisogno di cosa alcuna, per la mia famiglia ho tanto in Roma, che potrò farla sussistere onestamente; e se Dio mi conserverà quello che ho in Napoli, darò altri segni dell'amor mio a' miei congiunti, ed a voi penserò seriamente. Comunicate questa mia risoluzione a nostro padre, al quale non ho tempo di scrivere. Assicuratelo della mia determinazione d'assisterlo sempre, come ho fatto finora; anzi di accrescere le assistenze, se non mi mancheranno le mie rendite di Napoli: in somma fatelo entrar nelle mie ragioni affinché non mi amareggi con la sua disapprovazione questa onesta e cristiana risoluzione. Di più, vedendo il signor Luti, riveritelo a mio nome, e ringraziatelo. Pregatelo poi a compatirmi, se oggi non gli rispondo, perché non ho veramente forza, né tempo di farlo.
Voi seguitate intanto ad essere unito col signor Domenico, che spero mostrerà con voi quella buona amicizia, che merita la maniera e confidenza con la quale tratto con lui. Egli ha procura per esigere con facoltà di sostituire: onde tutte le cose andranno come andavano. Solo la povera Marianna non tornerà più, né io spero di potermene consolare; e credo che il rimanente della mia vita sarà per me insipido e doloroso. Iddio mi aiuti, e mi dia forza a resistere, perché, caro Leopoldo, io non me la sento.
Scrivetemi per carità ogni settimana, ve ne priego per mia consolazione e per vostro vantaggio. E riposate sopra di me, che io penserò a voi, se Dio mi darà il modo. Non disapprovate la mia risoluzione. E credete ch'io sarò sempre.
P.S. Cercate di vedere il signor Francesco Lombardi e ditegli che se l'intenda col signor Bulgarelli, che ho pensato a lui, e che gli scriverò l'ordinario venturo.
XV - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna 24 aprile I734.
La vostra sorpresa intorno agli affari di Napoli non è niente maggior della nostra.
Vi sono circostanze così contradditorie che, per coloro che non sono ne' segreti del gabinetto, si rendono inconciliabili. Ragionando finora ordinatamente su le nozioni pubbliche, non ho mai dedotta una conseguenza che l'evento abbia poi verificata. Onde se non ho saputo pronosticar felicemente, ho almeno acquistata l'umiltà di non tentarlo più in avvenire. Nel caso presente poi è più necessaria che in qualunque altro questa rassegnazione; poiché a voler investigare i principii di tali effetti, chi sa dove mai si andrebbe a dar di capo? Lasciamoci portare dal vortice che ci rapisce; e giacché non ne possiamo regolare i moti, non ne cerchiamo le cagioni. Chi sa, voi mi dite, come anderà per noi circa le rendite di Napoli? Questo pensiero mi ha alquanto turbato, e non già per me, ma per voi e per la mia famiglia. Io mi sento già tanto capital di costanza da non risentirmene molto, ma non posso promettermi tanto dagli altri. Nulladimeno la favola non è terminata: chi può mai indovinarne la catastrofe? Io mi sono tante volte rattristato di cose che mi hanno poi prodotta utilità, e tante volte rallegrato di quelle che ho poi trovate nocevoli, che non so più di che io abbia veramente a rallegrarmi o dolermi: e quando finalmente l'evento presente fosse di quelli che possono chiamarsi disgrazie, contento di non averlo meritato, e persuaso di non poterlo evitare, lo soffrirò come si soffrono le intemperie delle stagioni, e gli assalti delle infermità non procurate con l'irregolarità della vita.
Consegnate l'acclusa al signor Parrino; abbracciate a mio nome il signor Domenico, dal quale avrete inteso qual uso dobbiate fare delle mie lettere che la povera signora Marianna avea conservate. Queste non possono servir che d'imbarazzo; onde ardetele pur tutte, come fedelmente lo stesso ho fatto anch'io delle sue. Al signor Residente di Genova ricordatevi di portare i miei rispetti, ed agli altri amici che si sovvengono di me ringraziamenti e saluti. L'istesso a casa. E voi amatemi e credetemi.
XVI - A Giuseppe Peroni, Roma
Vienna 8 gennaio I735.
A dispetto delle modestissime preparazioni che si vanno facendo in Roma per la rappresentazione delle mie due opere, il sentir parlar solamente de' nostri teatri, il figurarmi il vespaio di questi nostri inquietissimi abatini, la gara delle belle cacciatrici, il calor delle fazioni, la moltiplicità dei giudizi e quel bulicame universale che costì si risveglia in somigliante stagione mi fa stare in quella inquieta intolleranza colla quale stanno i cavalli barberi al canape aspettando il momento della libertà. E se le pubbliche circostanze influissero meno su le private, avrei senza fallo ottenuta per quest'anno la permissione di venire per alcun tempo a respirare l'aria paterna ed a purgarmi nel Tevere della fuliggine che mi va insensibilmente ricoprendo coll'assiduo fumo di queste stufe: ma questo per ora non è possibile; onde converrà accomodarsi al mondo, giacché non si può accomodare il mondo a noi.
Voi l'intendete assai bene, facendo da pacifico spettatore nelle concorrenti vicende teatrali. Desidererei che il nostro Bulgarelli non si lasciasse trasportare a segno dal zelo di assistere alle mie opere, che avesse da incontrare anch'egli qualche amarezza. A proposito di ciò, non ricevo in questo ordinario lettere né dal suddetto né da mio fratello. Non so figurarmi onde nasca la mancanza. Dalla posta no certo, perché ho ricevute le altre di Roma; e mi parrebbe troppo strano che si corrispondesse così male alla mia non interrotta premura d'informarli regolatamente ogni ordinario dello stato di mia salute; tanto più che questa piccola fatica in loro è alternativa, per mio consenso, e però più leggera della mia, che sono solo. Ricordatevi, vedendoli, di farne loro a mio nome una fraterna rimostranza.
Leggerò, e consegnerò al padre Timoteo, la parte della vostra lettera che gli appartiene: intanto io, approfittandomi dell'opportunità, l'ho letta, e non ho lasciato di accompagnarla colle dovute risate. I miei soliti sinceri rispetti alla gentilissima signora Caterina; e voi, come solete, amatemi, comandatemi e credetemi.
XVII - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna 25 giugno I735.
Se per suggerire soggetti bastasse formare un indice di eroi romani, voi me ne avreste fornito a dovizia: ci vuol altro che pannicelli caldi. Bisogna trovare un'azione che impegni; che sia capace di soffrire il telaio; che sia una; che possa terminarsi in un luogo ed in un giorno solo; che sospenda l'attenzione o per le vicende di un innocente sventurato, o per la caduta di qualche malvagio punito, o per le dilazioni di qualche felicità sospirata, o pel rincontro in fine di tali eventi che diano occasione al contrasto degli affetti, e campo di porre nel suo lume qualche straordinaria virtù per insinuarne l'amore, o qualche strepitoso vizio per ispirarne l'aborrimento. Che mi dite mai, accennandomi: io ci ho Silla; io ci ho Cesare; io ci ho Pompeo? Gran mercé del regalo: questi ce li ho ancor io, e gli ha ognuno che sappia leggere. Bisogna dirmi: nella vita di Silla mi pare che si potrebbe rappresentare la tale azione, perché interessa per tal motivo; perché dà luogo a tali episodi; perché sorprende per tal ragione. Io ci ho il Silla! oh bontà di Dio! E che vorreste voi? che io ne scrivessi la vita? Non mi mancherebbe altro! In quanto poi al volermi persuadere a scrivere soggetti già scritti, suderete poco perché non vi ho la minima repugnanza. Vedetelo dal Gioas, che è un archetipo di monsieur Racine, e non mi ha spaventato. Quelli che non iscrivo volentieri sono i soggetti trattati dallo Zeno.
Mi sono incontrato già due volte con lui; e non è mancato chi subito voluto attribuirmi la debolezza d'averlo fatto a bello studio, che mai non mi è caduto in pensiero. Questo non mi piace per non dare occasione o di rammarico o di trionfo; tutto il resto è campo libero, e non ho dubbio di mettervi la mia falce, purché vi sia che mietere. Io ci ho il Silla! oh madre di Dio!
State sano, abbracciate il nostro Bulgarelli, e credetemi.
XVIII - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna 7 aprile I736.
Vi rendo grazie della cura che vi prendete della lite del signor Bulgarelli; procurate di ridurla a buon fine, ed io ve ne sarò grato come di cosa propria, dimostrandovene qualche segno in effetto. Non potreste avvertirmi di cosa più grata al mondo, che di questa per altro così dovuta vittoria. In quanto poi alle mie speranze non dico che siano estinte, ma si sono andate tanto allontanando che, per non perderle di vista, ho di bisogno del cannocchiale del Galileo. Con tutto ciò il grande argomento di consolarmi è la medesima violenza con la quale la fortuna ci ha così d'improvviso assaliti. Se seguita questo stile, non possiamo sperare che bene. Ella è incostante ed il male è all'eccesso.
Tutto si muta in breve,
e il nostro stato è tale,
che, se mutar si deve,
sempre sarà miglior.
È egli possibile che la nostra plebe istrutta ed assuefatta per tanti secoli alla cristiana rassegnazione, prorompa ora in questi sediziosi tumulti? Chi le ha mai ricordato che così facevano altre volte radunati sul Monte Sacro o su l'Aventino gli atavi de' tritavi de' loro bisavi? Il Signore gli illumini. Sarà fuoco di paglia; ma oggetto di molta curiosità, perché nessuno l'aspettava. Informatemi esattamente del come è finita. Al signor Peroni, ai signori abate Fiorilli e Staniz mille saluti. Abbraccio il signor Domenico, e voi con lui. Addio.
XIX - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna 9 dicembre I736.
Nello scorso ordinario non vi scrissi, perché non ricevei vostre lettere. Sento dalla vostra, che oggi mi giunge, che avrei dovuto riceverne, onde mi avveggio essersi disperse. Qualunque ne sia la cagione, importa poco, né io voglio esaminarla. Il matrimonio del signor Domenico non so quali conseguenze sarà per avere; ma non dubito che, con tanta esperienza di mondo, egli avrà maturamente pensato a' casi suoi; e quando, trasportato da una violenta passione, non avesse esaminato l'affare che superficialmente, non toccherebbe a me altra parte che quella di compatirlo, come suo buon amico. Ognuno erra, e non bisogna usar rigore negli errori degli altri se pretendiamo indulgenza a' nostri. Nel giudicar di voi sono più scrupoloso, e lo sono in eccesso con me medesimo, perché l'amor proprio mi fa desiderar perfezione in quello che mi appartiene; onde mi offende qualunque picciolo fatto. Dalle cose succedute comprendo non esser più possibile che né voi né altri di mia casa abbiano più commercio col signor Domenico senza pericolo di qualche commedia. Io provvederò presto che non abbiate necessità di trattar con esso lui. Intanto non ne parlate né bene né male, siccome altre volte vi ho incaricato, e siate sicuro che io non lascerò di pensare a voi se seguiterete le mie massime e mi farete giungere migliori notizie della vostra condotta. Godo che sia stata provata la vostra innocenza e che con questa occasione vi siate fatto conoscere.
Voglia Dio che, siccome voi medesimo sperate, sia questo un principio del vostro incamminamento; conferiteci principalmente voi, ch'io non trascurerò di farlo ancora, sol che me ne sappiate aprir la via. Mille riverenze a mio padre, col quale vi prego di regolarvi saviamente; cioè tollerando con pazienza ed insinuandovi con dolcezza ed aria di sommissione, che per legge di natura è nostro debito di conservare.
Del resto conservatevi ed amatemi, se volete ch'io v'ami, ma amatemi da uomo, che vuol dire rivolgete in vostro utile e gloria quell'amor proprio che suol essere lo scoglio di ciascheduno; e questo si conseguisce sacrificando il presente al futuro. Addio.
XX - A Leopoldo Trapassi, Roma
Di Vienna 5 gennaio I737.
Bench'io entri necessariamente a parte del vostro turbamento e della vostra oppressione d'animo, nella quale vi conosco immerso nell'ultima vostra lettera, non posso dissimulare che me ne raddolcisce la compassione la speranza che, uscito da questa tempesta, diverrete miglior piloto di quello che non siete stato per lo passato. Io mi sono spiegato abbastanza nelle mie precedenti che vi credo innocente ma non eccessivamente prudente, e come le massime hanno minor efficacia a persuadere che l'esperienza, parmi ben fondata la mia speranza. Del resto dipenderà da voi il ritrovarmi sempre lo stesso, siccome mllle volte mi sono professato, ma vorrei cominciare a veder qualche frutto utile a voi della mia fraterna benevolenza. E vi avrei perdonato volentieri la poca costanza alle applicazioni lucrose, se il mondo avesse qualche vostra lodevole produzione che ve ne scusasse, compensandovi con usura di lode le mancanze dei comodi. Ma, caro fratello, il vedervi all'età che siete egualmente digiuno e di questi e di quella, anzi obbligato a scrivere apologie, non posso negare che mi contrista e mi irrita. Ma il fatto è fatto. Io non voglio rammentarvi il passato se non quanto possa servirvi di stimolo per l'avvenire. Eccomi l'istesso in assistervi, siate voi tutt'altro in corrispondermi. Prendete un sistema costante, e sia qual più vi piace. Fate miglior uso de' felici talenti e delle erudite notizie delle quali siete provveduto, e credete costantemente che così facendo troverete non solo in me un fratello, ma un amico il più tenero che possiate mai desiderarvi. Nelle sanguinose discussioni fra voi ed il Bulgarelli, io ho dovuto fortificarmi contro la natural passione dalla quale mi sentivo troppo inclinato a pronunciar per voi. Sarò forse stato ingiusto per soverchio timore di divenirlo. Se mai vi avessi fatto torto (che in questo caso di tutto il mio core lo desidero) ve ne dimando scusa, e procurerò di ristorarvene. Del resto amatemi quanto io vi amo, che saremo contenti l'uno dell'altro. Addio.
XXI - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna I4 giugno I738.
Facciamo un poco di parentesi al mal umore: voi ne abbondate, io non ne ho penuria, e la materia è comunicabile. Se ce la fomentiamo a vicenda troveremo la via più corta per impazzare. Moto di mente e di corpo vuol essere per non affogarsi in questo pantano. Non si va a galla senza menar le braccia e le gambe. Questa è la miserabile condizione degli uomini: non possono liberarsi dalla fatica né pure rinunciando a tutte le felicità che promette l'avarizia e l'ambizione; e quando nulla si desideri, conviene ad ogni modo agitarsi per non imputridire come un'acqua stagnante. La tranquillità alla quale continuamente si aspira ha tanta solidità in rerum natura quanto l'imaginata età dell'oro e la sognata felicità degli dei d'Epicuro. Quindi vedete più miseri quelli appunto che abbondano di tutto ciò che a noi manca, perché, oltre i mali universali, soffrono quelli ancora che produce il soverchio riposo, il quale a conto lungo stanca e danneggia assai più di qualunque fatica. Dunque che dobbiam fare? Occuparci, scuoterci, e non crederci più infelici degli altri.
Ricordi ch'io scrivo a voi e ripeto a me stesso esposto pur troppo alle medesime malattie.
Salutate gli amici e tutti di casa e credetemi.
XXII - A Leopoldo Trapassi, Roma
Vienna I2 settembre I739.
Il calore col quale voi declamate scrivendo contro il costume de' tempi correnti, mi fa argomentare quel che farete parlando. Se la vostra eloquenza potesse introdurre una riforma, io vorrei espormi con voi al pericolo di urtar nell'ira de' potenti; ma senza sperar di giovare né a sé né ad altri, io non posso perdonarvi questa imprudenza. Cessate per l'amor di Dio di farmi sempre tremar per voi: riflettete che non siete il più infelice de' viventi, se non quanto volete esserlo: pensate che potete errare ne' vostri giudizi, e che, quando ancor non erraste, la copia de' conoscitori rende assai meschina la gloria della scoperta. Se poi l'abbondanza dell'atrabile non vi soffre tranquillo, scatenatevi contro Newton, contro Cartesio, contro Aristotile e gridate finché abbiate fiato. Fratel caro, se mi amate e se vi amate, pensateci.
Dite al signor Peroni che non ho ricevuta la risposta dell'amico ch'egli mi accenna; che per l'affare di Centomani mi trovo avergli scritto fin dall'altra settimana alla quale in tutto il resto mi rimetto. Abbracciatelo per me, e non gli parlate delle nuove d'Ungheria, come io non ne parlo con voi. So che vi sorprenderanno, e vi compatisco, ma noi che ignoriamo le cagioni non possiamo giudicar degli effetti. Procurerò di valermi a vostro vantaggio della notizia che mi avanzaste intorno all'agenzia del principe di Bamberga. Saluto tutti di casa, bacio la mano a mio padre, v'abbraccio, e sono.
XXIII - A Giuseppe Peroni, Roma
Vienna 20 ottobre I740.
Ieri nell'entrare del giovedì un'ora e mezza dopo la mezzanotte passò all'altra vita il mio augustissimo padrone Carlo VI. Non occorre che vi dica di più per farvi concepire la mia desolazione. Gli ultimi giorni della sua vita preziosa ci hanno fatto conoscere il peso della nostra perdita, poiché non ci è stato momento in cui non abbia date prove di pietà, di costanza ed amore verso i suoi popoli. È spirato, adempiendo fin all'ultimo istante le parti di cristiano, di padre, di principe e di eroe. Le mie lagrime, che non ispargerò più giustamente, non mi permettono di dilungarmi. Mi trovo così oppresso dall'aspetto della pubblica disgrazia, che non sono ancora capace di esaminare le circostanze della mia. La sua infermità ha durato sette giorni ed alcune ore, ed è stata una infiammazione di stomaco mal conosciuta da' medici. Imploratemi costanza da Dio, che veramente non me ne sento abbastanza provveduto. Addio, caro amico.
XXIV - A Luidi di Canale, Roma
Czakathurn, I3 ottobre I74I.
La felicità del nostro comodissimo viaggio, la sibaritica lussuria del nostro soggiorno, la salute e la tranquillità che godiamo in quest'isola incantata già vi saranno note, veneratissimo mio signor conte, e per le lettere di monsignor nunzio e per quelle del signor marchese Bartolommei, onde sarà bene di trascurarne la repetizione, e di risparmiare in tal guisa qualche senso peccaminoso d'invidia alla vostra delicatissima conscienza. È vero che
mentre d'intorno
d'alto incendio di guerra arde il paese,
noi ce ne stiamo in placido soggiorno,
senza temer le militari offese,
ma pure questo beneficio ha la sua punizione, ed è la mancanza di notizie. Non già delle pubbliche (perché questa non saprei se vada fra' difetti o fra le prerogative del nostro ritiro), ma bensì delle private, e di quelle che specialmente riguardano le persone più stimate e più care. Io lasciai partendo da Presburgo la vostra stimabilissima persona con un catarro (per altro meritato con una corsa in sedia scoperta), e sono sollecitissimo d'assicurarmi che sia stato pienamente superato, come spero. La degnissima signora contessa era in procinto d'arricchir la terra di nuovi Canali, e sono impazientissimo di sapere se l'abbia valorosamente fatto: e con quella felicità ch'io le augurava. Di me non vi figurate cosa alcuna di lodevole. Son divenuto più pigro che mai, e così in nihil agendo occupato che a gran fatica ho rubato il momento per scrivere questa lettera. Egli è vero che la stagione è bellissima, e noi aspettando di giorno in giorno l'arrivo dell'imminente inverno, procuriamo con somma diligenza di ritrarre tutto il profitto possibile da questo deliziosissimo autunno. Ho fatto proponimento d'esser uomo di garbo ne' mesi freddi: vedrete allora le belle cose ch'io vi scriverò, e come il nostro Giovenale sarà trattato. Intanto per tutti i disegni del caro Bertoli vi scongiuro a non corrucciarvi meco, ed a trattarmi come il vostro Orazio vuol si trattin gli amici chiudendo gli occhi a' loro difetti, o cambiando lor nome: Strabonem appellat paetum pater.
La nostra generosa benefattrice mi ha commesso di dirvi tante cose in suo nome, e tante altre mi ha imposto di pregarvi che diciate alla signora contessa Canale ch'io non so donde incominciare. Non saprei esprimervi la sua impazienza di saper vostre nuove e quanto le sia sensibile questa divisione ch'ella non può figurarsi sì corta come vorrebbe.
Chi sa se vi sarete rammentato di attestare al signor ambasciatore di Venezia ch'io procurai di far loro riverenza partendo da Presburgo? Se non volete una satira in lode fatelo almeno adesso, adornando quest'atto del mio dovuto ossequio con la vostra incomparabile energia.
La carta finisce e la posta pure, onde abbracciandovi con quella tenerezza che la bontà vostra permette al mio vero rispetto vi prego ad amarmi ed a credermi.
XXV - A Luidi di Canale, Roma
Czakathurn, 8 dicembre I74I.
Le vostre private amarezze, veneratissimo signor conte, e le pubbliche calamità, delle quali mi date contezza nella felice vostra epistola scritta in data del 2 di dicembre, mi hanno oppresso di tal sorte che non so ancora riguadagnare quell'aria filosofica con la quale voi le soffrite, ne parlate, e ne scrivete in latino. Oltre mille altri titoli per i quali io vi rispetto ed onoro, certamente codesta vostra invidiabile imperturbabilità, che non è frutto in modo alcuno di poca delicatezza nel senso, mi fa riguardar con particolare ammirazione la fermezza poco comune dell'animo vostro, atto a canonizzarvi fra noi, ed a contarvi fra i Catoni dell'antichità. Mi figuro di vedervi intenerito dalla perdita d'una figlia, commosso dal giusto dolore d'una madre che amate, ferito dalle sventure d'un'adorabile regina, di cui vi conosco parziale; spettatore della desolazione di tanti e tanti amici che giustamente vi apprezzano, e circondato da mille incomodi che portan seco i presenti universali sconvolgimenti, ed a dispetto di tante interne ed esterne agitazioni ricercar placidamente fra i tesori della vostra memoria le più elette frasi de' latini scrittori di cui faceste già da tanto tempo raccolta, e di cui fate ora così buon uso. Felice voi che nella scuola del mondo avete così presto conseguito ciò che costava tante meditazioni e sudori a tutti gli eroi del vostro Diogene Laerzio! Io confesso che, avvezzo a trovarmi sempre involto fra la rappresentazione delle più violente passioni, e per abito contratto e per fiacchezza di natura non mi sento capace di tanto. Tutto ciò che mi appartiene risente vivamente gli effetti dannosissimi di questa orribile tempesta, toltone la mia salute: questa ancorché lentamente va ogni giorno acquistando terreno, e bench'io non ne senta il progresso son forzato a confessarlo comparandomi al passato. Non so spiegarvi quanto sia stata sensibile la mia generosissima ospite alla vostra domestica sventura; ma mi ha commesso dopo i soliti saluti di condolermene vivamente con esso voi, rimettendo alla vostra prudenza il passar a nome suo il medesimo doloroso ufficio con la povera signora contessa Canale, quando e come stimerete che si corra rischio minore di ritentar indiscretamente la troppo recente ferita. Quando aggiungo al già detto che qui la campagna comincia ad esser poco praticabile, che le nuove che ci mandate non ci provvedono di materia onde rallegrarci in casa, ho finito di spacciar tutta la mia mercanzia: provvedeteci per carità di novelle da rallegrarci, amatemi, come per bontà vostra avete fatto sin ora e credetemi pieno d'una tenera e rispettosa amicizia.
XXVI - A Francesco Algarotti, Dresda
Vienna I742.
Sarei colpevole, riveritissimo signor conte, di troppo grave fallo presso la pregiabilissima sua persona, se avessi tanto tempo volontariamente differita la risposta ch'io dovea all'obbligantissima sua lettera, capitatami fin dagli ultimi giorni dello scorso settembre, ma un violento catarro che, corteggiato da molte incomode circostanze, mi ha lungamente afflitto e non ancor del tutto abbandonato, se ha potuto già farmi comparir disattento vaglia almen ora per discolparmi. Non è facile ch'io le spieghi quanti motivi di ammirazione e di compiacenza abbia incontrato nel suo riveritissimo foglio. Che un'opera mia sia costì stata scelta al divertimento reale; che la Didone abbia potuto esser eletta, anche senza l'incendio a cui l'ho sempre creduta in gran parte debitrice di sua fortuna; che dovendo farsi in essa cambiamento sia caduta in mani così amiche e così maestre che la sua scrupolosa delicatezza abbia e voluto e saputo far uso così leggiadro de' più minuti ritagli d'un panno immeritevole di tanto risparmio; e che finalmente l'incomparabile sua cortesia si sia ridotta fin all'eccesso di giustificarsi d'un beneficio, son tutte riflessioni che mi sorprendono e mi consolano, e che mi tentano tanto di vanità, quanto mi riempiono di riconoscenza. Quali grazie poi le renderò mai per la bellissima licenza di cui si è compiaciuto di farmi parte? essa è ben degna e del soggetto e dello scrittore, ed ha saldamente confermata in me la stima che da lungo tempo mi aveano giustamente inspirata per lei non meno il voto del pubblico che le dotte ed ingegnose sue produzioni. Me ne rallegro seco, ma forse meno che con me stesso, di cui è tutto profitto l'aggiunta d'un ornamento di tanto pregio.
Oh son pur contento che ella sia finalmente risoluta di far godere all'Italia il frutto delle sue lunghe peregrinazioni! Ponga sollecitamente in effetto così giusto pensiere; io ne sono impaziente e per la gloria che ne presagisco alla nostra patria e per quel piacere che mi prometto nel suo passaggio per questa città. Riserbo a quel tempo tutti i rendimenti di grazie ch'io debbo alla sua troppo generosa parzialità, la quale per altro è così prodiga delle mie lodi che giungo ad arrossirne, benché poeta. Se ella non pensa a moderarla, è pericolo che alla fine il mio rossore degeneri in vanità. Io non sono incallito abbastanza nelle massime di Zenone e di Crisippo per difendermi da simili tentazioni, che congiurano per sedurmi con tutto il merito d'un lodator così degno.
Subito che mi sia permesso d'uscir di casa, dirò al signor Bertoli quanto si è ella compiaciuta di commettermi. Ei ne sarà contentissimo, né lo sarà meno il signor conte Canale nel trattar un uomo così ammirabile per la sua eccellenza, come adorabile per il suo costume. E augurandomi intanto la sorte di meritare alcun suo comando pieno di stima, di gratitudine e di rispetto mi sottoscrivo.
XXVII - A Felice Trapassi, Roma
Vienna I3 giugno I744.
Gratissima, come tutto ciò che da voi mi viene, mi è stata l'affettuosa vostra lettera delli 16 del caduto, sì per le felici nuove di vostra salute, come per le prove, che in essa mi date, del vostro affetto. Le quali, benché superflue a persuadermi, sono sempre opportune a consolarmi. È verissimo che le torbide circostanze nelle quali io mi son trovato secondano il maligno lavoro che gli anni vanno facendo in questo mio non solidissimo edifizio. Mi avevano ridotto più malinconico che io per natura soleva essere, ma ora, lodi al Cielo, mercé l'aspetto funesto de' pubblici affari e l'assiduo commercio co' miei libri, che mi seducono dalle riflessioni moleste, ho sensibilmente migliorato. Io v'imito nel desiderio delle felicità che voi presagite, ma non già nelle speranze. Sono tanto avvezzo ad esser deluso da queste, che allora meno me ne fido quando paiono più ridenti; e con questa incredulità divido gran parte del colpo che si riceve quando svaniscono. Voi fate ottimamente a nudrirle, perché vi approfittate intanto del piacere che si gode nell'aspettazione di un bene riputato sicuro; e quando giunge il disinganno, avete in pronto una copia invidiabile di speranze nascenti che immediatamente succedono all'estinte e vi sostengono nel felice possesso di consolarvi del presente immaginando il futuro. Io, che per mia disgrazia sono sterilissimo di speranze, prendo il cammino opposto; altrimenti quello che per voi è balsamo per me sarebbe veleno. Voglia il Cielo che siate profeta, e che io possa darvi segni meno limitati del mio amore e del mio rispetto.
Non ho ancora le lettere della posta, onde non ho che scrivere al signor Perroni. Vi prego di abbracciarlo per me e dargli nuove di mia salute. Fate lo stesso con tutti di casa, e voi conservatevi attentamente, beneditemi, e credetemi con la devota sommissione.
XXVIII - A Francesco Algarotti, Dresda
Vienna 7 maggio I746.
A dispetto d'una febbretta che chiamano questi signori medici efimera estense depurativa, la quale mi favorisce da tre giorni in qua, non tralascerò di rispondere alla gratissima vostra scritta petrarchevolmente nel giorno che al sol si scoloraro ecc. Circostanza che non mi dispiace perché mi lusinga di qualche specie d'analogia fra la corrispondenza di madonna Laura col Petrarca e quella di voi con me. Duolmi bene che abbiate risentito nella salute l'avvicinamento de' sette gelidi Trioni: ma non dubitate che il vostro amico Apollo, che si va di giorno in giorno accostando, prenderà cura di conservarvi.
Il signor conte di Canale, tanto sollecito di possedere il cuore degli amici del vostro merito quanto tranquillo sul corso delle sue faccende, è stato lietissimo della vostra memoria, e con molti saluti mi ha commesso ringraziarvene ed abbracciarvi: rimettendo le sue commissioni al quando al come ed al se vi caderà in acconcio, o vi piacerà di eseguirle.
E la signora contessa d'Althann, ed il suo divino Correggio desiderano che venghiate voi medesimo ad assicurargli della vostra ricordanza, e frattanto la prima mi ha ordinato di rendervi grazie con tutte l'espressioni di stima che vi sono giustamente dovute.
Non ho nuova letteraria da darvi, se non che l'Arte poetica del nostro Flacco è già quasi affatto travestita. Grazie al Cielo che non è vera la metempsicosi. S'ei fosse in corpo di qualche uccel di rapina, verrebbe senza fallo a beccarmi gli occhi. Conservatevi, amatemi, che io non cesserò mai d'essere il vostro tenerissimo.
XXIX - A Francesco Algarotti, Dresda
Joslowitz 27 ottobre I746.
Come per lo più avviene di tutto ciò che piace e si desidera, la carissima vostra lettera del 20 d'agosto con l'epistola sul commercio e la nuova stampa del Congresso di Citera mi sono giunte tardissimo.
Non prima d'avanti ieri mi furono trasmesse da Vienna dal nostro signor conte di Canale, ed io mi son vendicato della lunga aspettazione rileggendo già ben tre volte questo vostro nuovo componimeno, e sempre con nuova specie di piacere. L'idea che voi avete saputo render poetica è degna d'un savio e buon cittadino. Vi trovo de' versi incomparabili, come
Parte maggior del veneto destino...
Piagata il sen dalle civili guerre...
ed i tre seguenti:
La tarda prole del palladio ulivo...
L'obbliquo riso...
e molti altri ch'io non voglio trascrivere. Vi si conosce per tutto l'uomo che pensa, e non il parolaio, carattere d'una gran parte de' nostri cinquecentisti. Si vede quanto voi conoscete che gli aggiunti sono il colorito della poesia, onde i vostri non son mai oziosi. E soprattutto ho ammirato la facilità con la quale vi è riuscito di superare quella vostra natural propensione alla folla de' pensieri, scoglio di tutti gl'ingegni fecondi, per cui avviene delle idee quello che delle piante, che germogliando in copia non proporzionata al terreno si usurpano a vicenda e lo spazio ed il nutrimento, onde la maggior parte riman soffocata e quasi nessuna matura. Io mi rallegro con esso voi di questo invidiabil dominio che avete su voi medesimo per cui sarà sempre per voi l'istesso il conoscere il buono che il conseguirlo. Ma, perché non crediate ch'io voglia unicamente lisciarvi (mestiere indegno dell'amicizia, e di cui ho tanto orrore che procuro evitarne fino il sospetto), vi dirò sinceramente ancora tutto quello in che io ho inciampato: non intendo che la mia delicatezza sia però misura del vostro giudizio. Il verso Te vidi un tempo ecc. co' quindici seguenti pare che interrompano l'unione del proemio con la materia, nella quale entrate dal verso Piagata il sen ecc. Veggo benissimo che non è così, poiché in detti versi voi provate la proposizione, che al vostro eroe stia sempre nel cuore il patrio bene. Ma io avrei voluto che voi aveste un poco più aiutato il lettore a conoscer subito la legatura; essendo io persuaso che nessuno di quanti ci leggono vuole affaticarsi per lodarci, ma che tutti all'incontro precipitano i giudizi che ci condannano. Desidererei che alcuna volta aveste un poco più di condescendenza per la ritrosia dell'orecchio italiano, avvezzo come quelli de' Greci e de' Latini a distinguere la lingua della poesia da quella della prosa: legame che non hanno i Francesi. Voi talvolta, benché non frequentemente, pur che una parola esprima la vostra idea e goda la cittadinanza fiorentina non avete repugnanza a valervene, ancorché sia essa straniera a' poeti, come imbriacare, rinculare, banderuole, molla o altre simili. Sono parole ottime e sonore; ma, non impiegate fin ora affatto, o pochissimo, ne' lavori poetici, fanno una tal qual dissonanza dal tenore di tutto il rimanente, e presentano i pensieri non rivestiti di tutta quella decenza che, come appunto nelle vesti, dipende in gran parte dal costume. È bellissima, per esempio, la voce molla nel senso metaforico in cui voi l'usate; ma non crediate che muova con la medesima sollecitudine ad un italiano l'idea medesima che muove la parola ressort ad un francese, appresso di cui il senso traslato di detta voce è divenuto proprio per la forza dell'uso. Se ne conoscerà fra noi il prezzo, ma dopo qualche riflessione, e questo sensibilmente diminuito dal rincrescimento della novità e dalla malvagità dei lettori, che tutti son uomini e per lo più ci puniscono della tardità del loro intelletto. La vivacità del vostro talento, intollerante d'ogni specie di servitù, vorrebbe scuotere questo giogo, ed io mi unirei volentieri in lega con voi, se credessi la provincia men dura: ma così in questa come nella maggior parte delle costumanze civili io credo impresa meno difficile l'accomodar me alla moltitudine che quella di disingannarla, ed evitando in tal guisa una quantità di risse importune procuro d'acquistare tempo per opere migliori di quello che sogliono essere i pedanteschi contrasti de' letterati, ripieni per lo più di ciancie inutili e di mal costume. A tutta questa lunga cicalata voi per altro risponderete con due parole dicendo: che lo stile della vostra epistola come che talvolta a seconda della materia e sorga e s'ingrandisca su l'esempio di Orazio, è nulla di meno sempre stile d'epistola, esente da' rigori della tibia, della tromba e della lira, e non obbligata a comparir sempre vestita da festa. Non avrei che replicare a questa risposta, se voi non aveste eletto e sostenuto in tutta l'epistola vostra un tuono nobile e poetico che non s'accosta mai al familiare; onde contraete co' lettori una specie d'impegno di non cambiarlo senza evidente ragione. Oltre a ciò, quella metafora al fiume un giogo ecc. non finisce di contentarmi, particolarmente nel sito in cui la trovo: essa è sempre un poco ardita (con buona pace della venerabile autorità de' Latini), ma in bocca de' barcaiuol parmi che s'allontani troppo dall'imitazione del parlare de' medesimi; e l'imitazione è il primo debito dell'arte nostra. Veggo che abuso indiscretamente della vostra pazienza: ma poiché ho intrapreso d'ubbidirvi, soffrite ancora quest'altra breve seccaggine. Nel terzo verso dell'ultima pagina voi dite
Ma non però, signore, il piede arresta.
Ora non mi sovviene esempio d'un imperativo usato come voi l'usate, e non ho qui libri per cercarlo. So che si dice ottimamente t'arresta, fa, dì, vieni, va; ma con la particola negativa non ho memoria d'aver trovato tale imperativo se non che con la terminazione dell'infinito, Non t'arrestare, non fare, non dire, non venire, non andare. Può essere che siano mie traveggole; ma questa volta ho risoluto di dirvi quanto penso; onde fatene voi quel caso che meritano. Ed eccovi quanto, rivestendo con grandissima ripugnanza il personaggio di censore che mi sta sì male, ho saputo ritrovar di dubbioso nella vostra bella epistola. Sono tutte bazzecole, e più tosto miei per avventura che vostri errori. Bisogna amarvi quanto io vi amo e stimarvi quanto voi meritate, per rompere il proposito di non credere all'istanze degli autori che dimandano il rigoroso giudizio degli amici, per esigere panegirici in contraccambio della loro apparente sommissione. Incominciando prima da me medesimo, io non credo infallibile se non il papa quando pronuncia ex cathedra; e so che avendo ancor voi questo giusto concetto degli uomini, vi compiacerete di quello che trovate tollerabile negli scritti miei, e mi perdonate le inavvertenze, quas vel incuria fudit vel humana parum cavit natura. Ma ormai potrebbero offendervi queste lunghe proteste, e con molta ragione.
La nostra degnissima signora contessa d'Althann mi commette mille saluti per voi. La disposizione in cui eravate di trattenervi un mese e più con esso noi ha resi più sensibili gl'impedimenti che ci hanno defraudato di tal piacere; desideriamo almeno che siano tanto a voi profittevoli, quanto sono stati a noi svantaggiosi. Amatemi intanto, perdonate la negligenza della lunga lettera che non ho tempo di rileggere, e credetemi.
XXX - A Francesco Algarotti, Dresda
Vienna I dicembre I746.
Ho intrapreso ben quattro o cinque volte di scrivervi, ma sono tanti i debiti de' quali voi mi caricate, e così poco discreti gli acidi miei e gli stiramenti de' nervi del mio stomaco e della mia testa, che, non sapendo trovar proporzione fra quel ch'io posso e fra quello che vi deggio, sono andato differendo, e senza aumentare in facoltà ho perduto il merito della diligenza. Onde, per non rendermi più reo di quel che già sono, ho risoluto d'arrossir piuttosto per la mia debolezza che somministrarvi motivi onde ragionevolmente dubitare dell'amor mio e della mia riconoscenza. E incominciando per ordine vi dirò in primo luogo che mi piace molto il cambiamento fatto da voi nella lettera del commercio, usando ingegni invece di molle, ed io non trovo che facciano oscurità i due significati della parola ingegno; nulladimeno, come io so già il vostro sentimento, non è meraviglia se lo riconosco immediatamente: per assicurarmi io ne farei pruova leggendo il passo a persona non prevenuta, ed osserverei se la parola muove l'idea che si vuole, con la necessaria sollecitudine. A tutte le altre vostre ingegnose ed erudite difese troverete la replica nella mia prima lettera; e a quella delle venerabili autorità che voi producete, per sostener l'uso delle parole, che sono straniere in Parnaso, io vi dirò che negli scritti de' nostri divini maestri v'è numero considerabile di cose da rispettarsi sempre, e non imitarsi mai, e che a dispetto della profonda venerazione che voi ed io abbiamo per il nostro Dante, non sarà possibile che ci riduciamo a scrivere:
E quello che del cul facea trombetta.
Nessuno è reo,
se basta a' falli sui
per difesa produr l'esempio altrui.
Ho riletto attentarnente il Congresso di Citera, e mi sono tanto compiaciuto delle sue nuove bellezze, quanto del più vantaggioso lume in cui avete poste le antiche; me ne congratulo con esso voi: vi consiglio di non accostar più la lima a così forbito lavoro, perché alla fine si perde il buono cercando l'ottimo, e l'eccesso della diligenza tira seco gli svantaggi della trascuraggine, e ve ne parlerei più lungamente se l'impazienza di ragionar della bellissima lettera che vi è piaciuto indirizzarmi non vincesse ogni altro mio desiderio. Sappiate dunque che io l'ho già letta molte volte e sempre con nuovo piacere; che mi pare ch'essa si lasci molto indietro l'altra sua sorella del commercio; che scintilla tutta d'un certo vivace fuoco poetico ond'è tutta ripiena d'anima in ciascuna sua parte; che vi sono de' versi che hanno subito occupato luogo nella mia memoria, e non saprei farli tacere, tanto essi vi risuonano, come per esempio:
Il nuovo Achille tuo, che già nel seno
l'omeriche faville agita e versa.
Né il latino Ocean tentar nel greco.
Giaceano a terra squallide e dolenti,
involte ancor nell'unnica ruina.
Né ancor avea
Michelagnolo al Ciel curvato e spinto
il miracol dell'arte in Vaticano.
E quella invida lode
che solo in odio a' vivi i morti esalta.
Degli erranti fantasmi ordinatrice
aura divina.
e altri molti che io tralascio per non trascriver la maggior parte della vostra lettera. È frutto in somma che mi fa compiacer de' miei presagi sul vigore del vostro ingegno, quando non se ne ammiravano che i fiori. Né vi cada in mente che questo mio giudizio sia un cortese contraccambio delle lodi, delle quali con tanta profusione mi caricate. Veggo assai bene che queste potrebbero risvegliarmi quell'invidia che non sono giunti gli scritti miei a meritare: mi compiaccio in esse della cagione che vi seduce, e trovo argomenti in loro d'esser più contento di voi che di me. Comunque la faccenda si vada, io confesso il mio debito, ma non intenderei mai pagarlo con la moneta adulterina di menzognere lodi, indegne di essere introdotte ne' sacri penetrali dell'amicizia. E perché abbiate nuovi argomenti della mia sincerità, io vi dirò liberamente quanto nella vostra lettera ho incontrato capace di qualche maggiore ornamento, non bisognoso di correzione.
Per ragion d'esempio io farei che scambiasser luogo il quinto verso col quarto, e direi:
...ov'io
Orazio non ugual d'Augusto al peso,
le giuste lodi al mio signor scemai.
e ciò solamente per approssimar quel nominativo d'opposizione all'io da cui egli è retto, ed alleggerirne la fatica al lettore.
Dal decimo terzo sino al decimo ottavo verso, tratto per altro ammirabile, io inciampo tre volte: desidero in primo luogo che abbia il suo articolo quella tragica Musa come cosa non generica ma particolare. È vero che vi sono dei casi ne' quali l'articolo si trascura con eleganza, ma voi sapete meglio di me quando, come e perché; né questo è il luogo di fare una dissertazione. Secondariamente (oh qui sì che mi chiamerete la seccaggine) non mi si accomodano all'orecchio quei vostri palchetti, profanatori d'uno de' più nobili poetici tratti della vostra lettera; e finalmente quel bellissimo aggiunto di grato, che voi date al popolo, vorrei che fosse o in principio di verso o altrove situato in guisa che, senza dover tornare in dietro con la mente, facesse conoscere ch'ei regge tutto ciò che siegue del periodo, e per darvi un'idea della maniera che io intendo di spiegare, eccovi come vorrei organizzato tutto quel passo:
Al tragico tuo canto
dal basso pian, dagli ordini sublimi,
sonori ognor, di giusto plauso, il folto
popolo spettator tributi invia:
grato che alfin le invereconde un tempo
scurrili scene, or, tua mercé, pudico
passeggi e grave il Sofocleo coturno.
La correzione in margine evita il pericolo di attribuir l'aggiunto sonori ad altro che a' tributi. Forse non vi piacerà la lunga trasposizione, ed io non intendo difenderla: voglio solamente farvi comprendere qual sarebbe l'ordine che io desidererei, lasciando a voi la cura di eseguirlo a vostro talento quando così non v'aggradi. Nel verso 23 vorrei che faceste dono d'un articolo a quel: da tua Dido infelice cosa facilissima col suo cambiamento dell'aggiunto, come per ragion d'esempio:
... dall'afflitta tua Dido.
Voi potrete difendere la vostra maniera, se così vi piace; troverete esempi confacenti, e chi volesse convincervi con grammatici, dopo aver riletti il Salviati, il Pergamini e il Buommattei, non saprà ancora con qual sicurezza, dove possa trascurarsi l'articolo, e dove no; tanto infelicemente si sono questi studiati di darne regola certa. Sicurissimo è per altro che l'articolo particolareggia e determina il nome a cui s'unisce. Fiume che inondi i campi, non disegna qual fiume. Ma il fiume inondò i campi disegna quel tal fiume, di cui si è parlato; questa regola ha alquante eccezioni, e più che ogni altra cosa gli orecchi bastantemente sicuri mi sogliono determinare i dubbi di tal fatta.
Nel v. 33, quel non ti dolga l'udire, parmi che muova l'idea di stato d'afflizione e di bisogno di consolatore e lusingherebbe assai più la mia umanità e seconderebbe il vero chi dicesse:
v. 33 A ragion tu non curi obliqua voce.
v. 37 Sai che di tal reo verme è pasto e nido.
v. 38 Né meraviglia è già.
Nel v. 43, Col valor che ha negli occhi io direi su gli occhi, poiché negli occhi vuol dir dentro.
V. 45, E i buon Pisoni, quel buon per buoni è licenza della quale non farei uso in piccolo componimento, tanto più che E fra' Pisoni sta ottimamente.
v. 55 Che più d'uno è tra noi (bene su l'Istro
ten' pervenne il romor).
Quel più d'uno, val molti. Io spero che non lo siano paragonati a' loro contrari, e se lo fossero, non mi par salubre il confessarlo. Direi dunque
Che taluno è fra noi (bene su l'Istro ecc.
Quel bene dovrebbe esser tronco, come ben su l'Istro. Vi saranno pochi esempi in contrario, e quando anche ve ne fossero a dovizia, io credo che si debbano evitare al possibile le licenze che sempre accusano l'angustia dello scrittore. Che sia pervenuto su l'Istro il romore ch'han fatto i nostri Pantili, fa loro molto onore, e non è vero; onde se non avete motivo politico per asserirlo, io direi: Ben taluno è fra noi ritrovo, e impronto ecc.
V. 69, Non aureo tutto ecc. desidererei che la fedele e bella traduzione del verso: nil praeter Calvam et doctum cantare Catullum, non fosse tanto disgiunta dal nome Demetrio, tanto più che quell'in tempo non aureo tutto, e pien d'opre antiche, non si conosce subito a qual oggetto si dice.
V. 95, O di servile età povere menti: io non mi scaglierei contro il secolo, che non è certamente del genio di Pantilio, anzi odia lo stile petrarchevole secco ed esangue, ed esclamerei piuttosto contro Pantilio, dicendo:
O di mente servil miseri ceppi,
lacci meschini o comunque meglio vi piacerà.
V. 121, Lungo la costa, e su per li valloni: questo verso mi par che cada, né so perché, forse quel per li è la pietra dello scandalo:
Su pe' valloni e per la scabra costa,
si sosterrebbe più.
V. 186. Se io fossi l'autore della bellissima vostra lettera, sarei vivamente tentato di terminarla con quel verso di Dante, ma in modo che il verso medesimo chiudesse il senso e non rimanesse staccato, cioè nella seguente o altra simil maniera:
A piena man spargete
sovra lui fiori, e del vivace alloro
nobil mercé, de' bei sudori altrui
"Onorate l'Altissimo Poeta".
Non perderete i quattro ultimi versi, che rappresentano l'invidia domata; quella immagine entrerà in altro componimento quando vi piaccia; ed io sarei contento che il fine della vostra lettera lasciasse il lettore più persuaso dell'amor vostro per me che del vostro sdegno verso Pantilio.
Un cavaliere d'ottimo gusto, che ha trovata la vostra lettera sul mio tavolino e che l'ha tutta letta con sommo piacere, mi sono accorto ch'è inciampato nel v. 67: Di costoro cotale è il cicalio. Se in grazia sua volete o togliere o troncare quel vostro cotale, eviterete che un altro non se ne offenda.
Ma io abuso troppo della vostra docilità e della vostra pazienza, non meno che della povera mia testa tormentata dagli incomodi suoi: tutto quello che ho osservato nella vostra lettera può difendersi quando si voglia: io non intendo di far da correttore, come voi sapete, anzi protesto di nuovo che il più grande argomento che io possa darvi dell'amor mio è la fiducia con la quale con voi ragiono delle vostre cose, fiducia che (avendola appresa a mie spese) non avrei con chicchessia.
Eccovi acclusa la lettera di ritorno del povero Gorani, che avete ragion di compiangere e per i meriti suoi e per l'amore che vi portava.
Rispondo con questa a tre vostre lettere, che tutte fedelmente ho ricevuto. Vi assicuro del sommo aggradimento della degnissima contessa d'Althann alla vostra gentile memoria, ed abbracciandovi teneramente insieme col mio conte Canale, pieno di stima e di riconoscenza sono e sarò eternamente il vostro.
XXXI - Alla Contessa di Sangro, Napoli
Vienna I5 aprile I747.
Mi onora a tal segno e solletica in guisa tale la mia vanità il suo desiderio di mie lettere provato dalla ingiusta accusa di negligenza che Vostra Eccellenza mi ripete nel veneratissimo suo foglio del 7 del caduto marzo, che (potendolo con somma facilità) io trascuro a bello studio di difendermi, anzi le rendo vive e sincerissime grazie d'un'ingiustizia di cui son superbo. La moderazione poi con la quale ella riguarda ciò che scrive non è misura del giusto pregio in cui tengo la sua eloquenza, nella quale ritrovo tutti i caratteri di una bella mente non contaminata dalla pedanteria. Ed io sono molto più contento di quelle amenità che somministra ad alcuni suoi favoriti terreni la maestra ed industriosa natura, che di tutti i parterri e bersò e di mille altre ridicole invenzioni che intraprendono d'adornarla e la disfigurano. Volesse il Cielo, riverita mia signora contessa, che le mie indisposizioni fossero solamente morali! contro di tali morbi io ho farmachi potentissimi, e sarei indegno di vivere se, avendoli tanto praticati nei versi miei, fossi poi così poco atto a farne uso ne' miei bisogni. Non mi creda così fanciullo. La teorica e la pratica delle vicende umane non mi hanno lasciato per esse se non se quella sensibilità che esse meritano. Ho abbastanza esaminato il di dietro del teatro, e so assai bene quanto sconce, sudice e puzzolente siano quelle tele medesime che rapiscono di piacere e meraviglia la credula e ingannata platea: ma tutta questa pratica dottrina, avvalorata dalle più solide massime di Zenone, di Crisippo, di Seneca e di Epitteto, non vale un fico contro gli incomodi fisici che, mercé del suo cattivo alloggio, tormentano questa povera animetta, mal difesa dalla pioggia, dal vento, e da tutte le inclemenze delle alterne stagioni. Quei buoni antichi, che credevano permesso di loggiarne a lor posta, aveano pur un ricorso; ma noi più illuminati di loro convien che fissiamo gli occhi nell'immortalità, della quale oltre l'autorità e la tradizione io trovo un grande argomento nelle nostre miserie medesime. Poiché non saprei come immaginarmi che l'Eterna Provvidenza avesse creata sì bella cosa, quale è l'anima nostra, unicamente per incepparla fra le imperfezioni di questa nostra fragile ed infelice macchinetta... Ma non predichiamo.
Temo pur troppo che la Palinodia sia giunta a Napoli prima di questa che le invio: ma non è mia colpa. Vostra Eccellenza sa a chi e perché ho dovuto darla. Per compenso della tardanza eccole la musica della medesima: cosa rara a' tempi nostri essendo musica d'un poeta. Ho sentito con somma pena l'incomodo dell'eccellentissimo signor conte suo consorte, cui dopo aver fatte le mie riverenze la priego dimandar se la filosofia è buona contro i dolori colici. E dalla sua risposta si regoli nel giudicar de' miei malanni, ma la carta manca: onde pieno di vero rispetto mi ripeto.
XXXII - A Francesco Algarotti, Berlino
Vienna I3 maggio I747.
Mi ha ben fuor di misura consolato la dolcissima vostra lettera del dì 28 dello scorso aprile da Potsdam con le liete novelle ch'ella mi reca, ma non mi ha punto sorpreso. Il mio socratico demone mi avea già fatto pregustare tutto il dolce delle vostre allor future vicende, e ciò fin dal dì che vi piacque di comunicarmi l'idea e gli stimoli di quel viaggio che, differito poi per cagioni a me ignote, avete pur finalmente ridotto ad effetto. Non credo necessario mettermi in ispesa per esagerarvi il mio contento: voi sottile investigatore del cuor degli uomini, e già da lungo tempo pacifico poss