Giuseppe Parini
IL GIORNO
Il
Mattino
Alla moda
Lungi da queste carte i cisposi occhi già da un secolo rintuzzati, lungi i fluidi nasi de malinconici vegliardi. Qui non si tratta di gravi ministeri nella patria esercitati, non di severe leggi, non di annoiante domestica economia, misero appannaggio della canuta età. A te, vezzosissima dea, che non sí dolci redine oggi temperi e governi la nostra brillante gioventù, a te sola questo piccolo libretto si dedica e si consagra. Chi è che te, qual sommo nume, oggimai non riverisca ed onori, poiché in sí breve tempo se giunta a debellar la ghiacciata Ragione, il pedante Buon Senso e lOrdine seccagginoso, tuoi capitali nemici, ed hai sciolto dagli antichissimi lacci questo secolo avventurato? Piacciati adunque di accogliere sotto alla tua protezione (ché forse non nè indegno) questo piccolo poemetto. Tu il reca su i pacifici altari, ove le gentili dame e gli amabili garzoni sagrificano a se medesimi le mattutine ore. Di questo solo egli è vago, e di questo solo andrà superbo e contento. Per esserti più caro egli ha scosso il giogo della servile rima, e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi specialmente ora godi e ti compiaci. Esso non aspira allimmortalità, come altri libri, troppo lusingati da loro autori, che tu, repentinamente sopravvenendo, hai seppelliti nelloblio. Siccome egli è per te nato, e consagrato a te sola, così fie pago di vivere quel solo momento, che tu ti mostri sotto un medesimo aspetto, e pensi a cangiarti, e risorgere in più graziose forme. Se a te piacerà di riguardare con placidocchio questo Mattino, forse gli succederanno il Mezzogiorno e la Sera; e il loro autore si studierà di comporli ed ornarli in modo, che non men di questo abbiano ad esserti cari.
(riassunto come per la Gerus. Lib.) - in preparazione
Giovin
Signore, o a te scenda per lungo
di magnanimi lombi ordine il
sangue
purissimo celeste, o in te del sangue
emendino il
difetto i compri onori
e le adunate in terra o in mar
ricchezze
dal genitor frugale in pochi lustri,
me precettor
damabil rito ascolta.
Come
ingannar questi nojosi e lenti
giorni di vita, cui sì lungo
tedio
e fastidio insoffribile accompagna
or io tinsegnerò.
Quali al mattino,
quai dopo il mezzodì, quali la sera
esser
debban tue cure apprenderai,
se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti
resta
pur di tender gli orecchi a versi miei.
Già
lare a Vener sacre e al giocatore
mercurio ne le Gallie e in
Albïone
devotamente hai visitate, e porti
pur anco i segni
del tuo zelo impressi:
ora è tempo di posa. In vano Marte
a
sé tinvita; che ben folle è quegli
che a
rischio de la vita onor si merca,
e tu naturalmente il sangue
aborri
né i mesti de la Dea Pallade studj
ti son meno
odiosi: avverso ad essi
ti feron troppo i queruli ricinti
ove
larti migliori, e le scienze
cangiate in mostri, e in vane
orride larve,
fan le capaci volte echeggiar sempre
di giovanili
strida. Or primamente
odi quali il mattino a te soavi
cure
debba guidar con facil mano.
Sorge
il mattino in compagnìa dellalba
innanzi al sol che
di poi grande appare
su lestremo orizzonte a render
lieti
gli animali e le piante e i campi e londe.
Allora
il buon villan sorge dal caro
letto cui la fedel sposa, e i
minori
suoi figlioletti intepidìr la notte;
poi sul
collo recando i sacri arnesi
che prima ritrovâr Cerere, e
Pale,
va col bue lento innanzi al campo, e scuote
lungo il
picciol sentier da curvi rami
il rugiadoso umor che, quasi
gemma,
i nascenti del sol raggi rifrange.
Allora sorge il
fabbro, e la sonante
officina riapre, e allopre
torna
laltro dì non perfette, o se di chiave
ardua
e ferrati ingegni allinquieto
ricco larche assecura, o
se dargento
e doro incider vuol giojelli e vasi
per
ornamento a nuove spose o a mense.
Ma
che? tu inorridisci, e mostri in capo,
qual istrice pungente, irti
i capegli
al suon di mie parole? Ah non è questo,
signore,
il tuo mattin. Tu col cadente
sol non sedesti a parca mensa, e al
lume
dellincerto crepuscolo non gisti
jeri a corcarti in
male agiate piume,
come dannato è a far lumile vulgo.
A
voi celeste prole, a voi concilio
di Semidei terreni altro
concesse
Giove benigno: e con altrarti e leggi
per novo
calle a me convien guidarvi.
Tu
tra le veglie, e le canore scene,
e il patetico gioco oltre più
assai
producesti la notte; e stanco alfine
in aureo cocchio,
col fragor di calde
precipitose rote, e il calpestìo
di
volanti corsier, lunge agitasti
il queto aere notturno, e le
tenèbre
con fiaccole superbe intorno apristi,
siccome
allor che il siculo terreno
dalluno allaltro mar
rimbombar feo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
le tede
de le Furie anguicrinite.
Così
tornasti a la magion; ma quivi
a novi studj ti attendea la
mensa
cui ricoprien pruriginosi cibi
e licor lieti di francesi
colli,
o dispani, o di toschi, o longarese
bottiglia
a cui di verde edera Bacco
concedette corona; e disse: siedi
de
le mense reina. Alfine il Sonno
ti sprimacciò le morbide
coltrici
di propria mano, ove, te accolto, il fido
servo calò
le seriche cortine:
e a te soavemente i lumi chiuse
il gallo
che li suole aprire altrui.
Dritto
è perciò, che a te gli stanchi sensi
non sciolga da
papaveri tenaci
Morfeo prima, che già grande il
giorno
tenti di penetrar fra gli spiragli
de le dorate imposte,
e la parete
pingano a stento in alcun lato i raggi
del sol
checcelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre
cure
denno aver del tuo giorno; e quinci io debbo
sciorre il
mio legno, e co precetti miei
te ad alte imprese ammaestrar
cantando.
Già
i valetti gentili udîr lo squillo
del vicino metal cui da
lontano
scosse tua man col propagato moto;
e accorser pronti a
spalancar gli opposti
schermi a la luce, e rigidi osservâro,
che
con tua pena non osasse Febo
entrar diretto a saettarti i
lumi.
Ergiti or tu alcun poco, e sì ti appoggia
alli
origlieri i quai lenti gradando
allomero ti fan molle
sostegno.
Poi collindice destro, lieve lieve
sopra gli
occhi scorrendo, indi dilegua
quel che riman de la cimmeria
nebbia;
e de labbri formando un picciol arco,
dolce a
vedersi, tacito sbadiglia.
Oh! se te in sì gentile atto
mirasse
il duro capitan qualor tra larmi,
sgangherando le
labbra, innalza un grido
lacerator di ben costrutti orecchi,
onde
a le squadre varj moti impone;
se te mirasse allor, certo
vergogna
avria di sé più che Minerva il giorno
che,
di flauto sonando, al fonte scorse
il turpe aspetto de le guance
enfiate.
Ma
già il ben pettinato entrar di novo
tuo damigello i
veggo; egli a te chiede
quale oggi più de le bevande
usate
sorbir ti piaccia in preziosa tazza:
indiche merci son
tazze e bevande;
scegli qual più desii. Soggi ti
giova
porger dolci allo stomaco fomenti,
sì che con
legge il natural calore
varda temprato, e al digerir ti
vaglia,
scegli l brun cioccolatte, onde tributo
ti dà
il guatimalese e il caribbèo
cha di barbare penne
avvolto il crine:
ma se nojosa ipocondrìa topprime,
o
troppo intorno a le vezzose membra
adipe cresce, de tuoi
labbri onora
la nettarea bevanda ove abbronzato
fuma, ed arde
il legume a te dAleppo
giunto, e da Moca che di mille
navi
popolata mai sempre insuperbisce.
Certo
fu duopo, che dal prisco seggio
uscisse un regno, e con
ardite vele
fra straniere procelle e novi mostri
e teme e
rischi ed inumane fami
superasse i confin, per lunga
etade
inviolati ancora: e ben fu dritto
se Cortes, e Pizzarro
umano sangue
non istimâr quel choltre lOceàno
scorrea
le umane membra, onde tonando
e fulminando, alfin
spietatamente
balzaron giù da loro aviti troni
re
messicani e generosi Incassi,
poiché nuove così
venner delizie,
o gemma degli eroi, al tuo palato.
Cessi
l cielo però, che in quel momento
che la scelta
bevanda a sorbir prendi,
servo indiscreto a te improvviso
annunzj
il villano sartor che, non ben pago
daver teco
diviso i ricchi drappi,
oso sia ancor con pòlizza
infinita
a te chieder mercede: ahimè, che fatto
quel
salutar licore agro e indigesto
tra le viscere tue, te allor
farebbe
e in casa e fuori e nel teatro e al corso
ruttar
plebejamente il giorno intero!
Ma
non attenda già chaltri lo annunzj
gradito ognor,
benché improvviso, il dolce
mastro che i piedi tuoi come a
lui pare
guida, e corregge. Egli allentrar si fermi
ritto
sul limitare, indi elevando
ambe le spalle, qual testudo il
collo
contragga alquanto; e ad un medesmo tempo
inchini l
mento, e con lestrema falda
del piumato cappello il labbro
tocchi.
Non
meno di costui facile al letto
del mio signor taccosta, o tu
che addestri
a modular con la flessibil voce
teneri canti, e tu
che mostri altrui
come vibrar con maestrevol arco
sul cavo
legno armoniose fila.
Né
la squisita a terminar corona
dintorno al letto tuo manchi,
o signore,
il precettor del tenero idioma
che da la Senna de le
Grazie madre
or ora a sparger di celeste ambrosia
venne
allItalia nauseata i labbri.
Allapparir di lui litale
voci
tronche cedano il campo al lor tiranno;
e a la nova
ineffabile armonìa
de soprumani accenti, odio ti
nasca
più grande in sen contro alle impure labbra
chosan
macchiarsi ancor di quel sermone
onde in Valchiusa fu lodata e
pianta
già la bella francese, et onde i campi
allorecchio
dei re cantati furo
lungo il fonte gentil de le bellacque.
Misere
labbra che temprar non sanno
con le galliche Grazie il sermon
nostro,
sì che men aspro a dilicati spirti,
e men
barbaro suon fieda gli orecchi!
Or
te questa, o signor, leggiadra schiera
trattenga al novo giorno; e
di tue voglie
irresolute ancora or luno, or laltro
con
piacevoli detti il vano occùpi,
mentre tu chiedi lor tra i
lenti sorsi
dellardente bevanda a qual cantore
nel vicin
verno si darà la palma
sopra le scene; e segli è
il ver, che rieda
lastuta Frine che ben cento folli
milordi
rimandò nudi al Tamigi;
o se il brillante danzator
Narcisso
tornerà pure ad agghiacciare i petti
de
palpitanti Italici mariti.
Poiché
così gran pezzo a primi albori
del tuo mattin teco
scherzato fia
non senzaver licenziato prima
lipocrita
pudore, e quella schifa,
cui le accigliate gelide matrone
chiaman
modestia, alfine o a lor talento,
o da te congedati escan
costoro.
Doman si potrà poscia, o forse laltro
giorno
a precetti lor porgere orecchio,
se meno choggi a te
cure dintorno
porranno assedio. A voi divina schiatta,
vie più
che a noi mortali il ciel concesse
domabile midollo entro al
cerèbro,
sì che breve lavor basta a
stamparvi
novelle idee. In oltre a voi fu dato
tal de
sensi e de nervi e degli spirti
moto e struttura, che ad un
tempo mille
penetrar puote, e concepir vostralma
cose
diverse, e non però turbarle
o confonder giammai, ma scevre
e chiare
ne loro alberghi ricovrarle in mente.
Il
vulgo intanto a cui non dessi il velo
aprir de venerabili
misterj,
fie pago assai, poi che vedrà sovente
ire e
tornar dal tuo palagio i primi
darte maestri, e con aperte
fauci
stupefatto berà le tue sentenze.
Ma
già veggio, che le oziose lane
soffrir non puoi più
lungamente, e in vano
te lignavo tepor lusinga e molce,
però
che or te più gloriosi affanni
aspettan lore a
trapassar del giorno.
Su
dunque o voi del primo ordine servi
che degli alti signor ministri
al fianco
siete incontaminati, or dunque voi
al mio divino
Achille, al mio Rinaldo
larmi apprestate. Ed ecco in un
baleno
i tuoi valetti a cenni tuoi star pronti.
Già
ferve il gran lavoro. Altri ti veste
la serica zimarra ove
disegno
diramasi chinese; altri, se il chiede
più la
stagione, a te le membra copre
di stese infino al piè
tiepide pelli.
Questi al fianco ti adatta il bianco lino
che
sciorinato poi cada, e difenda
i calzonetti; e quei, dalto
curvando
il cristallino rostro, in su le mani
ti versa acque
odorate, e da le mani
in limpido bacin sotto le accoglie.
Quale
il sapon del redivivo muschio
olezzante allintorno; e qual
ti porge
il macinato di quellarbor frutto,
che a Ròdope
fu già vaga donzella,
e chiama in van sotto mutate
spoglie
Demofoonte ancor Demofoonte.
Lun di soavi essenze
intrisa spugna
onde tergere i denti, e laltro appresta
ad
imbianchir le guance util licore.
Assai
pensasti a te medesmo; or volgi
le tue cure per poco ad altro
obbietto
non indegno di te. Sai che compagna
con cui divider
possa il lungo peso
di questinerte vita il ciel destìna
al
giovane Signore. Impallidisci?
No non parlo di nozze: antiquo e
vieto
dottor sarei se così folle io dessi
a te
consiglio. Di tantaltre doti
tu non orni così lo
spirto, e i membri,
perché in mezzo a la tua nobil
carriera
sospender debbi l corso, e fuora uscendo
di
cotesto a ragion detto bel mondo,
in tra i severi di famiglia
padri
relegato ti giacci, a un nodo avvinto
di giorno in giorno
più penoso, e fatto
stallone ignobil de la razza umana.
Daltra
parte, il marito ahi quanto spiace,
e lo stomaco move ai
dilicati
del vostrorbe leggiadro abitatori
qualor de
semplicetti avoli nostri
portar osa in ridicolo trionfo
la
rimbambita Fé, la Pudicizia
severi nomi! E qual non suole a
forza
in que melati seni eccitar bile
quando i calcoli
vili del castaldo
le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi
di que
sì dolci suoi bambini altrui,
gongolando, ricorda; e non
vergogna
di mischiar cotai fole a peregrini
subbietti, a nuove
del dir forme, a sciolti
da volgar fren concetti onde savviva
da
begli spirti il vostro amabil globo.
Pera dunque chi a te nozze
consiglia.
Ma non però senza compagna andrai
che sia
giovane dama, ed altrui sposa;
poiché sì vuole
inviolabil rito
del bel mondo onde tu se cittadino.
Tempo
già fu, che il pargoletto Amore
dato era in guardia al suo
fratello Imene;
poiché la madre lor temea, che il
cieco
incauto nume perigliando gisse
misero e solo per oblique
vie,
e che bersaglio aglindiscreti colpi
di senza guida,
e senza freno arciero,
troppo immaturo al fin corresse il
seme
uman chè nato a dominar la terra.
Perciò
la prole mal secura allaltra
in cura dato avea, sì
lor dicendo:
«Ite o figli del par; tu più possente
il
dardo scocca, e tu più cauto il guida
a certa meta».
Così ognor compagna
iva la dolce coppia, e in un sol
regno,
e dun nodo comun lalme stringea.
Allora fu
che il sol mai sempre uniti
vedea un pastore, ed una
pastorella
starsi al prato, a la selva, al colle, al fonte;
e
la suora di lui vedeali poi
uniti ancor nel talamo beato
chambo
gli amici numi a piene mani
gareggiando spargean di gigli e
rose.
Ma che non puote anco in divino petto,
se mai saccende
ambizion di regno?
Crebber lali ad Amore a poco a poco,
e
la forza con esse; ed è la forza
unica e sola del regnar
maestra.
Perciò a pocaere prima, indi più
ardito
a vie maggior fidossi, e fiero alfine
entrò
nellalto, e il grande arco crollando,
e il capo, risonar
fece a quel moto
il duro acciar che la faretra a tergo
gli
empie, e gridò: solo regnar voglio.
Disse, e volto a
la madre «Amore adunque
il più possente in fra gli
dei, il primo
di Citerea figliuol ricever leggi,
e dal minor
german ricever leggi
vile alunno, anzi servo? Or dunque Amore
non
oserà fuor chuna unica volta
ferire unalma come
questo schifo
da me vorrebbe? E non potrò giammai
dappoi
chio strinsi un laccio, anco slegarlo
a mio talento, e
qualor parmi un altro
stringerne ancora? E lascerò pur
chegli
di suoi unguenti impeci a me i miei dardi
perché
men velenosi e men crudeli
scendano ai petti? Or via perché
non togli
a me da le mie man questarco, e queste
armi da
le mie spalle, e ignudo lasci
quasi rifiuto de gli dèi,
Cupido?
O il bel viver che fia qualor tu solo
regni in mio
loco! O il bel vederti, lasso!
Studiarti a torre da le
languidalme
la stanchezza e l fastidio, e spander
gelo
di foco in vece! Or genitrice intendi,
vaglio, e vo
regnar solo. A tuo piacere
tra noi parti limpero, ondio
con teco
abbia omai pace, e in compagnìa dImene
me
non trovin mai più le umane genti».
Qui tacque Amore,
e minaccioso in atto,
parve allidalia dea chieder
risposta.
Ella tenta placarlo, e pianti e preghi
sparge ma in
vano; onde a due figli volta
con questo dir pose al
contender fine.
«Poiché nulla tra voi pace esser
puote,
si dividano i regni. E perché luno
sia
dallaltro germano ognor disgiunto,
sieno tra voi diversi, e
l tempo, e lopra.
Tu che di strali altero a fren non
cedi
lalme ferisci, e tutto il giorno impera:
e tu che di
fior placidi hai corona
le salme accoppia, e collardente
face
regna la notte.» Ora di qui, signore,
venne il rito
gentil che a freddi sposi
le tenebre concede, e de le
spose
le caste membra: e a voi beata gente
di più nobile
mondo il cor di queste,
e il dominio del dì, largo
destìna.
Forsanco un dì più liberal
confine
vostri diritti avran, se Amor più forte
qualche
provincia al suo germano usurpa:
così giova sperar. Tu
volgi intanto
a miei versi lorecchio, et odi or
quale
cura al mattin tu debbi aver di lei
che spontanea o
pregata, a te donossi
per tua dama quel dì lieto che a
fida
carta, non senza testimonj furo
a vicenda commessi i patti
santi,
e le condizïon del caro nodo.
Già
la dama gentil de cui bei lacci
godi avvinto sembrar le
chiare luci
col novo giorno aperse; e suo primiero
pensier fu
dove teco abbia piuttosto
a vegliar questa sera, e
consultonne
contegnosa lo sposo il qual pur dianzi
fu la mano a
baciarle in stanza ammesso.
Or
dunque è tempo che il più fido servo
e il più
accorto tra i tuoi mandi al palagio
di lei chiedendo se tranquilli
sonni
dormìo la notte, e se dimagin liete
le fu
Mòrfeo cortese. È ver che ieri
sera tu lammirasti
in viso tinta
di freschissime rose; e più che mai
vivace
e lieta uscìo teco del cocchio,
e la vigile tua mano per
vezzo
ricusò sorridendo allor che lampie
scale
salì del maritale albergo:
ma ciò non basti ad
acquetarti, e mai
non obliar sì giusti ufici. Ahi
quanti
Genj malvagi tra l notturno orrore
godono uscire
ed empier di perigli
la placida quïete de mortali!
Potria,
tolgalo il cielo, il picciol cane
con latrati improvvisi i cari
sogni
troncare a la tua dama, ondella, scossa
da sùbito
capriccio, a rannicchiarsi
astretta fosse, di sudor gelato
e la
fronte bagnando, e il guancial molle.
Anco potria colui che, sì
de tristi
come de lieti sogni è
genitore,
crearle in mente di diverse idee
in un congiunte
orribile chimera,
onde agitata in ansioso affanno
gridar
tentasse, e non però potesse
aprire ai gridi tra le fauci
il varco.
Sovente ancor ne la trascorsa sera
la perduta tra l
gioco aurea moneta
non men che al cavalier, suole a la dama
lunga
vigilia cagionar: talora
nobile invidia de la bella
amica
vagheggiata da molti, e talor breve
gelosìa nè
cagione. A questo aggiugni
glimportuni mariti i quali in
mente
ravvolgendosi ancor le viete usanze,
poi che cessero ad
altri il giorno, quasi
abbian fatto gran cosa, aman dImene
con
superstizion serbare i dritti,
e dellombre notturne esser
tiranni,
non senzaffanno de le caste spose
chindi
preveggon tra pocanni il fiore
de la fresca beltade a sé
rapirsi.
Or
dunque ammaestrato a quali e quanti
miseri casi espor soglia il
notturno
orror le dame, tu non esser lento,
signore, a chieder
de la tua novelle.
Mentre
che il fido messaggier si attende,
magnanimo signor, tu non
starai
ozioso però. Nel dolce campo
pur in questo
momento il buon cultore
suda, e incallisce al vomere la
mano,
lieto, che i suoi sudor ti fruttin poi
dorati cocchi, e
peregrine mense.
Ora per te lindustre artier sta fiso
allo
scarpello, allasce, al subbio, allago;
ed ora a tuo
favor contende, o veglia
il ministro di Temi. Ecco te pure
te
la toilette attende: ivi i bei pregi
de la natura accrescerai con
larte,
ondoggi uscendo, del beante aspetto
beneficar
potrai le genti, e grato
ricompensar di sue fatiche il mondo.
Ma
già tre volte e quattro il mio signore
velocemente il
gabinetto scorse
col crin disciolto e su gli omeri sparso,
quale
a Cuma solea lorribil maga
quando agitata dal possente
nume
vaticinar sudìa. Così dal capo
evaporar
lasciò degli olj sparsi
il nocivo fermento, e de le
polvi
che roder gli potrien la molle cute,
o datroce
emicrania a lui le tempia
trafigger anco. Or egli avvolto in
lino
candido siede. Avanti a lui lo specchio
altero sembra di
raccor nel seno
limagin diva: e stassi agli occhi
suoi
severo esplorator de la tua mano
o di bel crin volubile
architetto.
Mille dintorno a lui volano odori
che a le
varie manteche ama rapire
lauretta dolce, intorno ai vasi
ugnendo
le leggerissimale di farfalla.
Tu chiedi in prima
a lui qual più gli aggrada
sparger sul crin, se il
gelsomino, o il biondo
fior darancio piuttosto, o la
giunchiglia,
o lambra preziosa agli avi nostri.
Ma se la
sposa altrui, cara al signore,
del talamo nuzial si duole, e
scosse
pur or da lungo peso il molle lombo,
ah fuggi allor
tutti gli odori, ah fuggi;
che micidial potresti a un sol
momento
tre vite insidiar: semplici sieno
i tuoi balsami allor,
né oprarli ardisci
pria che su lor deciso abbian le
nari
del mio signore, e tuo. Pon mano poscia
al pettin liscio,
e collottuso dente
lieve solca i capegli; indi li turba
col
pettine e scompiglia: ordin leggiadro
abbiano alfin da la tua
mente industre.
Io
breve a te parlai; ma non pertanto
lunga fia lopra tua; né
al termin giunta
prima sarà, che da più strani
eventi
turbisi e tronchi a la tua impresa il filo.
Fisa i lumi
allo speglio, e vedrai quivi
non di rado il signor morder le
labbra
impaziente, ed arrossir nel viso.
Sovente ancor se
artificiosa meno
fia la tua destra, del convulso piede
udrai lo
scalpitar breve e frequente,
non senza un tronco articolar di
voce
che condanni, e minacci. Anco taspetta
veder
talvolta il mio signor gentile
furiando agitarsi, e destra e
manca
porsi nel crine; e scompigliar con lugna
lo studio
di moltore in un momento.
Che più? Se per tuo male un
dì vaghezza
daccordar ti prendesse al suo
sembiante
ledificio del capo, ed obliassi
di prender
legge da colui che giunse
pur jer di Francia, ahi quale atroce
folgore,
meschino! allor ti penderìa sul capo?
che il
tuo signor vedresti ergersin piedi;
e versando per gli occhi
ira e dispetto,
mille strazj imprecarti; e scender fino
ad
usurpar le infami voci al vulgo
per farti onta maggiore; e di
bastone
il tergo minacciarti; e violento
rovesciare ogni cosa,
al suol spargendo
rotti cristalli e calamistri e vasi
e pettini
ad un tempo. In cotal guisa,
se del Tonante allara o de la
Dea,
che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo,
Tauro
spezzava i raddoppiati nodi
e libero fuggìa, vedeansi al
suolo
vibrar tripodi, tazze, bende, scuri,
litui, coltelli, e
dorridi muggiti
commosse rimbombar le arcate volte,
e
dogni lato astanti e sacerdoti
pallidi allurto e
allimpeto involarsi
del feroce animal che pria sì
queto
gìa di fior cinto, e sotto la man sacra
umilïava
le dorate corna.
Tu non pertanto coraggioso e forte
soffri, e
ti serba a la miglior fortuna.
Quasi foco di paglia è il
foco dira
in nobil cor. Tosto il signor vedrai
mansuefatto
a te chieder perdono,
e sollevarti oltrogni altro
mortale
con preghi e scuse a niun altro concesse;
onde securo
sacerdote allora
limmolerai qual vittima a Filauzio
sommo
Nume de Grandi, e pria dognaltro
larga otterrai del
tuo lavor mercede.
Or,
signore, a te riedo. Ah non sia colpa
dinanzi a te sio
travviai col verso
breve parlando ad un mortal cui degni
tu
degli arcani tuoi. Sai, che a sua voglia
questi ogni dì
volge, e governa i capi
de più felici spirti; e le
matrone,
che da sublimi cocchi alto disdegnano
volgere il
guardo a la pedestre turba,
non disdegnan sovente entrar con
lui
in festevoli motti allor chesposti
a la sua man sono
i ridenti avorj
del bel collo e del crin laureo
volume.
Perciò accogli ti prego i versi miei
tuttor
benigno: et odi or come possi
lore a te render graziose
mentre
dal pettin creator tua chioma acquista
leggiadra o almen
non più veduta forma.
Picciol
libro elegante a te dinanzi
tra gli arnesi vedrai che larte
aduna
per disputare a la natura il vanto
del renderti sì
caro agli occhi altrui.
Ei ti lusingherà forse con
liscia
purpurea pelle onde fornito avrallo
o mauritano
conciatore, o siro;
e doro fregi dilicati, e vago
mutabile
color che il collo imiti
de la colomba vavrà posto
intorno
squisito legator batavo, o franco.
Ora il libro gentil
con lenta mano
togli; e non senza sbadigliare un poco
aprilo a
caso, o pur là dove il parta
tra una pagina e laltra
indice nastro.
O
de la Francia Proteo multiforme
Voltaire troppo biasmato e troppo
a torto
lodato ancor che sai con novi modi
imbandir ne
tuoi scritti eterno cibo
ai semplici palati; e se maestro
di
coloro che mostran di sapere,
tu appresta al mio signor leggiadri
studj
con quella tua fanciulla agli angli infesta
che il grande
Enrico tuo vince dassai,
lEnrico tuo che non peranco
abbatte
litalian Goffredo ardito scoglio
contro a la
Senna dogni vanto altera.
Tu
de la Francia onor, tu in mille scritti
celebrata Ninon novella
Aspasia,
Taide novella ai facili sapienti
de la gallica Atene i
tuoi precetti
pur dona al mio signore: e a lui non meno
pasci
la nobil mente o tu cha Italia,
poi che rapîrle i tuoi
loro e le gemme,
invidiasti il fedo loto ancora
onde
macchiato è il certaldese, e laltro
per cui va sì
famoso il pazzo conte.
Questi,
o signore, i tuoi studiati autori
fieno e millaltri che
guidâro in Francia
a novellar con le vezzose schiave
i
bendati sultani i regi persi,
e le peregrinanti arabe dame;
o
che con penna liberale ai cani
ragion donâro e ai barbari
sedili,
e diêr feste e conviti e liete scene
ai polli ed
a le gru damor maestre.
O
pascol degno danima sublime!
O chiara o nobil mente! A te
ben dritto
è che si curvi riverente il vulgo,
e gli
oracoli attenda. Or chi fia dunque
sì temerario che in suo
cor ti beffi
qualor partendo da sì begli studj
del tuo
paese lignoranza accusi,
e tenti aprir col tuo felice
raggio
la gotica caligine che annosa
siede su gli occhi a le
misere genti?
Così non mai ti venga estranea cura
questi
a troncar sì preziosi istanti
in cui non meno de la docil
chioma
coltivi ed orni il penetrante ingegno.
Non
pertanto avverrà, che tu sospenda
quindi a pochi momenti i
cari studj,
e che ad altro ti volga. A te questora
condurrà
il merciajuol che in patria or torna
pronto inventor di
lusinghiere fole,
e liberal di forestieri nomi
a merci che non
mai varcâro i monti.
Tu a lui credi ogni detto: e chi vuoi,
chosi
unqua mentire ad un tuo pari in faccia?
Ei fia che
venda, se a te piace, o cambj
mille fregi e giojelli a cui la
moda
di viver concedette un giorno intero
tra le folte dinezie
illustri tasche:
poi lieto sen andrà con luna
mano
pesante di moltoro; e in cor giojendo,
spregerà
le bestemmie imprecatrici,
e il gittato lavoro, e i vani passi
del
calzolar diserto, e del drappiere;
e dirà lor: ben degna
pena avete
o troppo ancor religiosi servi
de la necessitade,
antiqua è vero
madre e donna dellarti, or
nondimeno
fatta cenciosa e vile. Al suo possente
amabil
vincitor vera assai meglio,
o miseri, ubbidire. Il lusso il
lusso
oggi sol puote dal ferace corno
versar sullarti a
lui vassalle applausi
e non contesi mai premj e dovizie.
Lora
fia questa ancor che a te conduca
il dilicato miniator di
belle,
chè de la corte dAmatunta e
Pafo
stipendiato ministro atto a gli affari
sollecitar
dellamorosa dea.
Impaziente or tu laffretta e
sprona
perché a te porga il desiato avorio
che de le
amate forme impresso ride,
o che il pennel cortese ivi
dispieghi
lalme sembianze del tuo viso ondabbia
tacito
pasco allor che te non vede
la pudica daltrui sposa a te
cara;
o che di lei medesma al vivo esprima
limagin vaga;
o se ti piace, ancora
daltra fiamma furtiva a te
presenti
con più largo confin le amiche membra.
Ma
poi che al fine a le tue luci esposto
fia il ritratto gentil, tu
cauto osserva
se bene il simulato al ver risponda,
vie più
rigido assai se il tuo sembiante
esprimer denno i colorati
punti
che larte ivi dispose. O quante mende
scorger tu vi
saprai! Or brune troppo
a te parran le guance; or fia
checceda
mal frenata la bocca; or qual conviensi
al
camuso etiòpe il naso fia.
Ti giovi ancora daccusar
sovente
il dipintor, che non atteggi industre
lagili
membra e il dignitoso busto,
o che con poca legge a la tua
imago
dia contorno o la posi o la panneggi.
È
ver, che tu del grande di Crotone
non conosci la scuola; e mai tua
mano
non abbassossi a la volgar matita
che fu nellaltra
età cara a tuoi pari
cui sconosciute ancora eran più
dolci
e più nobili cure a te serbate.
Ma che non puote
quel dogni precetto
gusto trionfator che allordin
vostro
in vece di maestro il Ciel concesse,
et onde a voi coniò
le altere menti
acciò che possan de volgari
ingegni
oltre passar la paludosa nebbia,
e daere più
puro abitatrici
non fallibili scerre il vero e il bello?
Perciò
qual più ti par loda, riprendi
non men fermo dallor
che a scranna siedi
Rafael giudicando, o laltro eguale
che
del gran nome suo lAdige onora:
e a le tavole ignote i noti
nomi
grave comparti di color che primi
fûr tra
pittori. Ah saltri è sì procace
chosi
rider di te, costui paventi
laugusta maestà del tuo
cospetto,
si volga a la parete; e mentrei cerca
por freno
in van col morder de le labbra
allor scrosciar de le importune
risa
che scoppian da precordj, violenta
convulsione a lui
deformi il volto,
e lo affoghi aspra tosse; e lo punisca
di sua
temerità. Ma tu non pensa
chaltri ardisca di te rider
giammai;
e mai sempre imperterrito decidi.
Or
limmagin compiuta intanto serba
perché in nobile
arnese un dì si chiuda
con opposto cristallo ove tu
facci
sovente paragon di tua beltade
con la beltà de la
tua dama; o agli occhi
deglinvidi la tolga, e in sen
lasconda
sagace tabacchiera, o a te riluca
sul minor dito
fra le gemme e loro;
o de le grazie del tuo viso desti
soavi
rimembranze al braccio avvolta
de la pudica altrui sposa a te
cara.
Ma
giunta è al fin del dotto pettin lopra.
Già il
maestro elegante intorno spande
da la man scossa un polveroso
nembo
onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.
Dorribil
piato risonar sudìo
già la corte dAmore.
I tardi vegli
grinzuti osâr coi giovani nipoti
contendere
di grado in faccia al soglio
del comune Signor. Rise la
fresca
gioventude animosa, e dagri motti
libera punse la
senil baldanza.
Gran tumulto nascea, se non che Amore
chogni
diseguaglianza odia in sua corte
a spegner mosse i perigliosi
sdegni:
e a quei che militando incanutîro
suoi servi
impose dimitar con arte
i duo bei fior che in giovenile
gota
educa e nutre di sua man natura:
indi fé cenno, e
in un balen fûr visti
mille alati ministri alto
volando
scoter le piume, e lieve indi fiocconne
candida polve
che a posar poi venne
su le giovani chiome; e in bianco volse
il
biondo, il nero, e lodiato rosso.
Locchio così
nellamorosa reggia
più non distinse le due opposte
etadi,
e solo vi restò giudice il tatto.
Or
tu adunque, o Signor, tu che se il primo
fregio ed onor
dellamoroso regno
i sacri usi ne serba. Ecco che sparsa
pria
da provvida man la bianca polve
in piccolo stanzin con laere
pugna,
e degli atomi suoi tutto riempie
egualmente divisa. Or
ti fa cuore,
e in seno a quella vorticosa nebbia
animoso ti
avventa. O bravo o forte!
Tale il grandavo tuo tra l
fumo e l foco
orribile di Marte, furiando
gittossi allor
che i palpitanti Lari
de la patria difese, e ruppe e in fuga
mise
loste feroce. Ei non pertanto
fuliginoso il volto, e datro
sangue
asperso e di sudore, e co capegli
stracciati ed
irti da la mischia uscìo
spettacol fero a cittadini
istessi
per sua man salvi; ove tu assai più dolce
e
leggiadro a vedersi, in bianca spoglia
uscirai quindi a poco a
bear gli occhi
de la cara tua patria a cui dellavo
il
forte braccio, e il viso almo, celeste
del nipote dovean portar
salute.
Ella
ti attende impaziente, e mille
anni le sembra il tuo tardar
pocore.
È tempo omai che i tuoi valetti al dorso
con
lieve man ti adattino le vesti
cui la Moda e l Buongusto in
su la Senna
tabbian tessute a gara, e qui cucite
abbia
ricco sartor che in su lo scudo
mostri intrecciato a forbici
eleganti
il titol di Monsieur. Non sol dia leggi
a la
materia la stagion diverse;
ma sien qual si conviene al giorno e
allora
sempre varj il lavoro e la ricchezza.
Fero
genio di Marte a guardar posto
de la stirpe de numi il caro
fianco,
tu al mio giovane eroe la spada or cingi
lieve e corta
non già, ma, qual richiede
la stagion bellicosa, al suol
cadente,
e di triplice taglio armata e delsa
immane.
Quanto esser può mai sublime
lannoda pure, onde
limpugni alluopo
la furibonda destra in un momento:
né
disdegnar con le sanguigne dita
di ripulire et ordinar quel
nodo
onde lelsa è superba; industre studio
è
di candida mano: al mio signore
dianzi donollo, e gliel appese al
brando
la pudica daltrui sposa a lui cara.
Tal del famoso
Artù vide la corte
le infiammate damor donzelle
ardite
ornar di piume e di purpuree fasce
i fatati guerrieri,
onde più ardenti
gisser poi questi ad incontrar periglio
in
selve orrende tra i giganti e i mostri.
Figlie
de la memoria inclite suore
che invocate scendeste, e i feri
nomi
de le squadre diverse e degli eroi
annoveraste ai grandi
che cantâro
Achille, Enea, e il non minor Buglione,
or
mè duopo di voi: troppardua impresa,
e
insuperabil senza vostraita
fia ricordare al mio signor di
quanti
leggiadri arnesi graverà sue vesti
pria che di se
medesmo esca a far pompa.
Ma
qual tra tanti e sì leggiadri arnesi
sì felice sarà
che pria d'ogn'altro,
signor, venga a formar tua nobil soma?
Tutti
importan del par. Veggo lastuccio
di pelle rilucente ornato
e doro
sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero
occupar
di sua mole: esso a milluopi
opportuno si vanta, e in grembo
a lui
atta agli orecchi, ai denti, ai peli, allugne
vien
forbita famiglia. A lui contende
i primi onori
dodoriferonda
colmo cristal che a la tua vita in
forse
rechi soccorso allor che il vulgo ardisce
troppo accosto
vibrar da la vil salma
fastidiosi effluvj a le tue nari.
Né
men pronto di quella alluopo istesso
limitante un
cuscin purpureo drappo
mostra turgido il sen derbe
odorate
che laprica montagna in tuo favore
al possente
meriggio educa e scalda.
Seco vien pur di cristallina
rupe
prezïoso vasello onde traluce
non volgare confetto
ove agli aromi
stimolanti sunìo lambra o la
terra,
che il Giappon manda a profumar de grandi
letereo
fiato; o quel che il caramano
fa gemer latte dallinciso
capo
de papaveri suoi perché, qualora
non ben
felice amor lalma tattrista,
lene serpendo per le
membra, acqueti
a te gli spirti, e ne la mente induca
lieta
stupidità che mille aduni
imagin dolci e al tuo desìo
conformi.
A questi arnesi il cannocchiale aggiugni,
e la
guernita doro anglica lente.
Quel notturno favor ti presti
allora
che in teatro tassidi, e tavvicini
gli
snelli piedi e le canore labbra
da la scena rimota, o con
maligno
occhio ricerchi di qualchalta loggia
le abitate
tenebre, o miri altrove
gli ognor nascenti e moribondi amori
de
le tenere dame onde sappresti
per leloquenza tua nel
dì vicino
lunga e grave materia. A te la lente
nel
giorno assista, e de gli sguardi tuoi
economa presieda, e sì
li parta,
che il mirato da te vada superbo,
né i
malvisti accusarti osin giammai.
La lente ancora allocchio
tuo vicina
irrefragabil giudice condanni
o approvi di Palladio
i muri e gli archi
o di Tizian le tele: essa a le vesti,
ai
libri, ai volti feminili applauda
severa o li dispregi. E chi del
senso
comun sì privo fia che opporsi unquanco
osi al
sentenzïar de la tua lente?
Non
per questi però sdegna, o signore,
giunto a lo specchio, in
gallico sermone
il vezzoso giornal; non le notate
eburnee
tavolette a guardar preste
tuoi sublimi pensier fin chabbian
luce
doman tra i begli spirti; e non isdegna
la picciola guaina
ove a tuoi cenni
mille stan pronti ognora argentei spilli.
O
quante volte a cavalier sagace
ho vedutio le man render
beate
uno apprestato a tempo unico spillo!
Ma dove, ahi dove
inonorato e solo
lasci l coltello a cui loro e
lacciaro
donâr gemina lama, e a cui la madre
de la
gemma più bella dAnfitrite
diè manico elegante
ove il colore
con dolce varïar liride imìta?
Opra
sol fia di lui se ne superbi
convivi ogni altro avanzerai
per fama
desimio trinciatore, e se linvidia
de
tuoi gran pari ecciterai qualora,
pollo o fagian con la forcina in
alto
sospeso, a un colpo il priverai dellanca
mirabilmente.
Or ti ricolmi alfine
dambo i lati la giubba, ed
oleosa
Spagna e rapè cui semplice origuela
chiuda, o a
molti colori oro dipinto;
e cupide ad ornar tue bianche
dita
salgan le anella in fra le quali assai
più caro a
te delladamante istesso
cerchietto inciso damorosi
motti
stringati alquanto, e sovvenir ti faccia
de la pudica
altrui sposa a te cara.
Compiuto
è il gran lavoro. Odi, o Signore,
sonar già intorno
la ferrata zampa
de superbi corsier che irrequieti
ne
grandatri sospigne arretra e volge
la disciplina dellardito
auriga.
Sorgi, e tappresta a render baldi e lieti
del tuo
nobile incarco i bruti ancora.
Ma a possente signor scender non
lice
da le stanze superne infin che al gelo,
o al meriggio non
abbia il cocchier stanco
durato un pezzo, onde luom servo
intenda
per quanto immensa via natura il parta
dal suo signore.
I miei precetti intanto
io seguirò; che varie al tuo
mattino
portar dee cure il varïar dei giorni.
Tal
dì ti aspetta deloquenti fogli
serie a vergar, che al
Rodano, al Lemano
all Amstel, al Tirreno, allAdria
legga
il libraio che Momo, e Citerea
colmâr di beni, o il
più di lui possente
appaltator di forestiere scene
con
cui per opra tua facil donzella
sua virtù merchi, e non
sperato ottenga
guiderdone al suo canto. O di grandalma
primo
fregio ed onor Beneficenza,
che al merto porgi, ed a virtù
la mano!
Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalzi,
ed al
concilio de gli Dei lo aggiugni.
Tal
giorno ancora, o dogni giorno forse
den qualchore
serbarsi al molle ferro
che il pelo a te rigermogliante a
pena
din su la guancia miete, e par che invidj,
chaltri
fuor che lui solo esplori o scopra
unqua il tuo sesso. Arroge a
questi il giorno
che di lavacro universal convienti
bagnar le
membra, per tua propria mano,
o per altrui con odorose
spugne
trascorrendo la cute. È ver che allora
desser
mortal ti sembrerà; ma innalza
tu allor la mente, e de
grandavi tuoi
le imprese ti rimembra e gli ozj illustri
che
insino a te per secoli cotanti
misti scesero al chiaro altero
sangue,
e lubbioso pensier vedrai fuggirsi
lunge da te
per laere rapito
su lale de la Gloria alto volanti;
et
indi a poco sorgerai qual prima
gran Semidèo che a sé
solo somiglia.
Fama è così, che il dì quinto
le Fate
loro salma immortal vedean coprirsi
già
dorribili scaglie, e in feda serpe
volta strisciar sul suolo
a sé facendo
de le inarcate spire impeto e forza;
ma il
primo sol le rivedea più belle
far beati gli amanti, e a un
volger docchi
mescere a voglia lor la terra e il mare.
Fia
duopo ancor, che da le lunghe cure
tallevj alquanto, e
con pietosa mano
il teso per gran tempo arco rallenti.
Signore,
al ciel non è più cara cosa
di tua salute: e troppo
a noi mortali
è il viver de tuoi pari util tesoro.
Tu
adunque allor che placida mattina
vestita riderà dun
bel sereno
esci pedestre, e le abbattute membra
allaura
salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuojo a te la gamba
calzi
purpureo stivaletto, onde il tuo piede
non macchino
giammai la polve e l limo,
che luom calpesta. A te
savvolga intorno
leggiadra veste che sul dorso sciolta
vada
ondeggiando, e tue formose braccia
leghi in manica angusta a cui
vermiglio
o cilestro velluto orni gli estremi.
Del bel color
che lelitropio tigne
sottilissima benda indi ti fasci
la
snella gola: e il crin... Ma il crin, Signore,
forma non abbia
ancor da la man dotta
dellartefice suo; che troppo
fora,
ahi! troppo grave error lasciar tantopra
de le
licenziose aure in balìa.
Non senzarte però
vada negletto
su gli omeri a cader; ma, o che natura
a te il
nodrisca, o che da ignota fronte
il più famoso parrucchier
lo tolga,
e ladatti al tuo capo, in sul tuo capo
ripiegato
lafferri e lo sospenda
con testugginei denti il pettin
curvo.
Poi
che in tal guisa te medesmo ornato
con artificio negligente
avrai,
esci pedestre a respirar talvolta
laere mattutino;
e ad alta canna
appoggiando la man, quasi baleno
le vie
trascorri, e premi ed urta il volgo
che soppone al tuo
corso. In altra guisa
fora colpa luscir, però che
andriéno
mal distinti dal vulgo i primi eroi.
Ciò
ti basti per or. Già loriolo
a girtene ti affretta.
Ohimè che vago
arsenal minutissimo di cose
ciondola
quindi, e ripercosso insieme
molce con soavissimo tintinno!
di
costì che non pende? avvi per fino
piccioli cocchi e
piccioli destrieri
finti in oro così, che sembran vivi.
Ma
vhai tu il meglio? ah sì, che i miei precetti
sagace
prevenisti: ecco che splende
chiuso in picciol cristallo il dolce
pegno
di fortunato amor. Lunge o profani,
che a voi tantoltre
penetrar non lice.
E voi dellaltro secolo feroci,
ed
ispidavi i vostri almi nipoti
venite oggi a mirar. Co
sanguinosi
pugnali a lato le campestri rocche
voi godeste
abitar, truci allaspetto,
e per gran baffi rigidi la
guancia
consultando gli sgherri, e sol giojendo
di trattar
larme che dorribil palla
givan notturne a traforar le
porte
del non meno di voi rivale armato.
Ma i vostri almi
nipoti oggi si stanno
ad agitar fra le tranquille dita
Delloriolo
i ciondoli vezzosi;
ed opra è lor se allinnocenza
antica
torna pur anco, e bamboleggia, il mondo.
Or
vanne, o mio signore, e il pranzo allegra
de la tua dama: a lei
dolce ministro
dispensa i cibi, e detta al suo palato
e a la
sua fame inviolabil legge.
Ma tu non obliar, che in nulla
cosa
esser mediocre a gran Signor non lice:
abbia il popol
confini; a voi natura
donò senza confini e mente, e
cuore.
Dunque a la mensa, o tu schifo rifuggi
ogni vivanda, e
te medesmo rendi
per inedia famoso, o nome acquista
dillustre
voratore. Intanto addio
degli uomini delizia, e di tua stirpe,
e
de la patria tua gloria e sostegno.
Ecco che umìli in
bipartita schiera
taccolgono i tuoi servi: altri già
pronto
via se ne corre ad annunciare al mondo,
che tu vieni a
bearlo; altri a le braccia
timido ti sostien mentre il
dorato
cocchio tu sali, e tacito, e severo
sur un canto ti
sdrai. Apriti o vulgo,
e cedi il passo al trono ove sasside
il
mio signore: ahi te meschin sei perde
un sol per te de
preziosi istanti.
Temi l non mai da legge, o verga, o
fune
domabile cocchier, temi le rote,
che già più
volte le tue membra in giro
avvolser seco, e del tuo impuro
sangue
corser macchiate, e il suol di lunga striscia,
spettacol
miserabile! segnâro.
Il Mezzogiorno
Ardirò
ancor tra i desinari illustri
sul meriggio innoltrarmi umil
cantore,
poiché troppa di te cura mi punge,
signor,
ch'io spero un dì veder maestro
e dittator di graziosi
modi
all'alma gioventù che Italia onora.
Tal
fra le tazze e i coronati vini,
onde all'ospite suo fe' lieta
pompa
la punica regina, i canti alzava
Jopa crinito: e la
regina intanto
da' begli occhi stranieri iva beendo
l'oblivion
del misero Sichèo:
e tale allor che l'orba Itaca in
vano
chiedea a Nettun la prole di Laerte,
Femio s'udìa
co' versi e con la cetra
la facil mensa rallegrar de' proci
cui
dell'errante Ulisse i pingui agnelli
e i petrosi licori, e la
consorte
invitavano al pranzo. Amici or piega,
giovin signore,
al mio cantar gli orecchi
or che tra nuove Elise, e novi proci,
e
tra fedeli ancor Penelopèe,
ti guidano a la mensa i versi
miei.
Già
dal meriggio ardente il sol fuggendo
verge all'occaso: e i
piccioli mortali
dominati dal tempo escon di novo
a popolar le
vie ch'all'oriente
volgon ombra già grande: a te
null'altro
dominator fuor che te stesso è dato.
Alfin
di consigliarsi al fido speglio
la tua dama cessò. Quante
uopo è volte
chiedette, e rimandò novelli
ornati;
quante convien de le agitate ognora
damigelle or con
vezzi or con garriti
rovesciò la fortuna; a se
medesma
quante volte convien piacque e dispiacque;
e quante
volte è d'uopo a sé ragione
fece, e a' suoi
lodatori. I mille intorno
dispersi arnesi alfin raccolse in uno
la
consapevol del suo cor ministra;
alfin velata d'un leggier
zendado
è l'ara tutelar di sua beltate;
e la seggiola
sacra, un po' rimossa,
languidetta l'accoglie. Intorno ad
essa
pochi giovani eroi van rimembrando
i cari lacci altrui,
mentre da lungi
ad altra intorno i cari lacci vostri
pochi
giovani eroi van rimembrando.
Il
marito gentil queto sorride
a le lor celie; o s'ei si cruccia
alquanto,
del tuo lungo tardar solo si cruccia.
Nulla però
di lui cura te prenda
oggi, o signore, e s'egli a par del
vulgo
prostrò l'anima imbelle, e non sdegnosse
di
chiamarsi marito, a par del vulgo
senta la fame esercitargl'in
petto
lo stimol fier degli oziosi sughi
avidi d'esca: o s'a un
marito alcuna
d'anima generosa orma rimane,
ad altra mensa il
piè rivolga; e d'altra
dama al fianco s'assida il cui
marito
pranzi altrove lontan d'un'altra a lato
ch'abbia lungi
lo sposo: e così nuove
anella intrecci a la catena
immensa
onde, alternando, Amor l'anime annoda.
Ma
sia che vuol, tu baldanzoso innoltra
ne le stanze più
interne: ecco precorre
per annunciarti al gabinetto estremo
il
noto stropiccìo de' piedi tuoi.
Già lo sposo
t'incontra. In un baleno
sfugge dall'altrui man l'accorta mano
de
la tua dama: e il suo bel labbro intanto
t'apparecchia un sorriso.
Ognun s'arretra
che conosce i tuoi dritti, e si conforta
con le
adulte speranze a te lasciando
libero e scarco il più beato
seggio.
Tal colà dove infra gelose mura
Bizanzio ed
Ispaàn guardano il fiore
de la beltà che il popolato
Egèo
manda, e l'armeno, e il Tartaro, e il circasso
per
delizia d'un solo, a bear entra
l'ardente sposa il grave
munsulmano.
Tra 'l maestoso passeggiar gli ondeggiano
le late
spalle, e sopra l'alta testa
le avvolte fasce: dall'arcato
ciglio
ei volge intorno imperioso il guardo;
e vede al su'
apparire umil chinarsi,
e il piè ritrar l'effeminata,
occhiuta
turba, che sorridendo egli dispregia.
Ora
imponi, o signor, che tutte a schiera
si dispongan tue grazie; e a
la tua dama
quanto elegante esser più puoi ti
mostra.
Tengasi al fianco la sinistra mano
sotto il breve
giubbon celata; e l'altra
sul finissimo lin posi, e
s'asconda
vicino al cor: sublime alzisi 'l petto,
sorgan gli
omeri entrambi, e verso lei
piega il duttile collo; ai lati
stringi
le labbra un poco; ver lo mezzo acute
rendile alquanto,
e da la bocca poi
compendiata in guisa tal sen esca
un non
inteso mormorio. La destra
ella intanto ti porga: e molle
caschi
sopra i tiepidi avorj un doppio bacio.
Siedi tu poscia;
e d'una man trascina
più presso a lei la seggioletta.
Ognuno
tacciasi; ma tu sol curvato alquanto
seco susurra ignoti
detti a cui
concordin vicendevoli sorrisi,
e sfavillar di
cupidette luci
che amor dimostri, o che lo finga almeno.
Ma
rimembra, o signor, che troppo nuoce
negli amorosi cor lunga e
ostinata
tranquillità. Su l'oceàno ancora
perigliosa
è la calma: oh quante volte
dall'immobile prora il buon
nocchiere
invocò la tempesta! e sì crudele
soccorso
ancor gli fu negato; e giacque
affamato assetato estenuato
dal
velenoso aere stagnante oppresso
tra l'inutile ciurma al suol
languendo.
Però ti giovi de la scorsa notte
ricordar le
vicende; e con obliqui
motti pungerl' alquanto, o se nel
volto
paga più che non suole accôr fu vista
il
novello straniere; e co' bei labbri
semiaperti aspettar, quasi
marina
conca, la soavissima rugiada
de' novi accenti: o se
cupida troppo
col guardo accompagnò di loggia in loggia
il
seguace di Marte, idol vegliante
de' feminili voti, a la cui
chioma
col lauro trionfal s'avvolgon mille
e mille frondi
dell'idalio mirto.
Colpevole
o innocente allor la bella
dama improviso adombrerà la
fronte
d'un nuvoletto di verace sdegno
o simulato; e la nevosa
spalla
scoterà un poco; e premerà col dente
l'infimo
labbro: e volgeransi alfine
gli altri a bear le sue parole
estreme.
Fors'anco rintuzzar di tue querele
saprà
l'agrezza; e sovvenir faratti
le visite furtive ai tetti, ai
cocchi
ed a le logge de le mogli illustri
di ricchi cittadini a
cui sovente,
per calle che il piacer mostra, piegarsi
la maestà
di cavalier non sdegna.
Felice
te, se mesta e disdegnosa
la conduci a la mensa; e s'ivi puoi
solo
piegarla a comportar de' cibi
la nausea universal. Sorridan pure
a
le vostre dolcissime querele
i convitati; e l'un l'altro
percota
col gomito maligno: ah nondimeno
come fremon lor alme;
e quanta invidia
ti portan, te veggendo unico scopo
di sì
bell'ire! Al solo sposo è dato
nodrir nel cor magnanima
quiete,
mostrar nel volto ingenuo riso, e tanto
docil fidanza
ne le innocue luci.
O
tre fiate avventurosi e quattro
voi del nostro buon secolo
mariti
quanto diversi da' vostr'avi! Un tempo
uscìa
d'Averno con viperei crini,
con torbid'occhi irrequieti, e
fredde
tenaci branche un indomabil mostro
che ansando e
anelando intorno giva
ai nuziali letti; e tutto empiea
di
sospetto e di fremito e di sangue.
Allor gli antri domestici, le
selve,
l'onde, le rupi alto ulular s'udièno
di feminili
strida: allor le belle
dame con mani incrocicchiate, e luci
pavide
al ciel, tremando lagrimando,
tra la pompa feral de le
lugubri
sale vedean dal truce sposo offrirsi
le tazze
attossicate o i nudi stili.
Ahi pazza Italia! Il tuo furor
medesmo
oltre l'alpi, oltre 'l mar destò le risa
presso
agli emoli tuoi che di gelosa
titol ti diero; e t'è serbato
ancora
ingiustamente. Non di cieco amore
vicendevol desire,
alterno impulso,
non di costume simiglianza or guida
gl'incauti
sposi al talamo bramato;
ma la prudenza coi canuti padri
siede
librando il molt'oro, e i divini
antiquissimi sangui: e allor che
l'uno
bene all'altro risponde, ecco Imenèo
scoter sua
face; e unirsi al freddo sposo,
di lui non già, ma de le
nozze amante
la freddissima vergine che in core
già
volge i riti del bel mondo; e lieta
l'indifferenza maritale
affronta.
Così non fien de la crudel Megera
più
temuti gli sdegni. Oltre Pirene
contenda or pur le desiate
porte
ai gravi amanti; e di feminee risse
turbi Oriente: Italia
oggi si ride
di quello ond'era già derisa; tanto
puote
una sola età volger le menti!
Ma
già rimbomba d'una in altra sala
il tuo nome, o signor; di
già l'udìro
l'ime officine ove al volubil
tatto
degl'ingenui palati arduo s'appresta
solletico che molle
i nervi scota,
e varia seco voluttà conduca
fino al core
dell'alma. In bianche spoglie
s'affrettano a compir la nobil
opra
prodi ministri: e lor sue leggi detta
una gran mente del
paese uscita
ove Colbert, e Richelieu fûr chiari.
Forse
con tanta maestade in fronte
presso a le navi ond'Ilio arse e
cadèo,
per gli ospiti famosi il grande Achille
disegnava
la cena: e seco intanto
le vivande cocean sui lenti fochi
Pàtroclo
fido, e il guidator di carri
Automedonte. O tu sagace mastro
di
lusinghe al palato udrai fra poco
sonar le lodi tue dall'alta
mensa.
Chi fia che ardisca di trovar pur macchia
nel tuo
lavoro? Il tuo signor farassi
campion de le tue glorie; e male a
quanti
cercator di conviti oseran motto
pronunciar contro te;
ché sul cocente
meriggio andran peregrinando poi
miseri
e stanchi, e non avran cui piaccia
più popolar con le lor
bocche i pranzi.
Imbandita
è la mensa. In piè d'un salto
alzati e porgi, almo
signor, la mano
a la tua dama; e lei dolce cadente
sopra di te
col tuo valor sostieni,
e al pranzo l'accompagna. I
convitati
vengan dopo di voi; quindi 'l marito
ultimo segua. O
prole alta di numi
non vergognate di donar voi anco
pochi
momenti al cibo: in voi non fia
vil opra il pasto; a quei soltanto
è vile,
che il duro irresistibile bisogno
stimola e
caccia. All'impeto di quello
cedan l'orso, la tigre, il falco, il
nibbio,
l'orca, il delfino, e quant'altri mortali
vivon
quaggiù; ma voi con rosee labbra
la sola Voluttade inviti
al pasto,
la sola Voluttà che le celesti
mense
imbandisce, e al nèttare convita
i viventi per sé
dèi sempiterni.
Forse
vero non è; ma un giorno è fama,
che fûr gli
uomini eguali; e ignoti nomi
fûr plebe, e nobiltade. Al
cibo, al bere,
all'accoppiarsi d'ambo i sessi, al sonno
un
istinto medesmo, un'egual forza
sospingeva gli umani: e niun
consiglio
niuna scelta d'obbietti o lochi o tempi
era lor
conceduta. A un rivo stesso,
a un medesimo frutto, a una
stess'ombra
convenivano insieme i primi padri
del tuo sangue, o
signore, e i primi padri
de la plebe spregiata. I medesm'antri
il
medesimo suolo offrieno loro
il riposo, e l'albergo; e a le lor
membra
i medesmi animai le irsute vesti.
Sol' una cura a tutti
era comune
di sfuggire il dolore, e ignota cosa
era il desire
agli uman petti ancora.
L'uniforme
degli uomini sembianza
spiacque a' celesti: e a variar la terra
fu
spedito il Piacer. Quale già i numi
d'Ilio sui campi, tal
l'amico genio,
lieve lieve per l'aere labendo
s'avvicina a la
terra; e questa ride
di riso ancor non conosciuto. Ei move,
e
l'aura estiva del cadente rivo,
e dei clivi odorosi a lui
blandisce
le vaghe membra, e lentamente sdrucciola
sul
tondeggiar dei muscoli gentile.
Gli s'aggiran d'intorno i Vezzi e
i Giochi,
e come ambrosia, le lusinghe scorrongli
da le fraghe
del labbro: e da le luci
socchiuse, languidette, umide fuori
di
tremulo fulgore escon scintille
ond'arde l'aere che scendendo ei
varca.
Alfin sul
dorso tuo sentisti, o Terra,
sua prim'orma stamparsi; e tosto un
lento
tremere soavissimo si sparse
di cosa in cosa; e ognor
crescendo, tutte
di natura le viscere commosse:
come nell'arsa
state il tuono s'ode
che di lontano mormorando viene;
e col
profondo suon di monte in monte
sorge; e la valle, e la foresta
intorno
mugon del fragoroso alto rimbombo,
finché poi
cade la feconda pioggia
che gli uomini e le fere e i fiori e
l'erbe
ravviva riconforta allegra e abbella.
Oh
beati tra gli altri, oh cari al cielo
viventi a cui con miglior
man Titano
formò gli organi illustri, e meglio tese,
e
di fluido agilissimo inondolli!
Voi l'ignoto solletico
sentiste
del celeste motore. In voi ben tosto
le voglie
fermentâr, nacque il desio.
Voi primieri scopriste il buono,
il meglio;
e con foga dolcissima correste
a possederli. Allor
quel de' due sessi,
che necessario in prima era
soltanto,
d'amabile, e di bello il nome ottenne.
Al giudizio di
Paride voi deste
il primo esempio: tra feminei volti
a
distinguer s'apprese; e voi sentiste
primamente le grazie. A voi
tra mille
sapor fûr noti i più soavi: allora
fu il
vin preposto all'onda; e il vin s'elesse
figlio de' tralci più
riarsi, e posti
a più fervido sol, ne' più
sublimi
colli dove più zolfo il suolo impingua.
Così
l'Uom si divise: e fu il signore
dai volgari distinto a cui nel
seno
troppo languir l'ebeti fibre, inette
a rimbalzar sotto i
soavi colpi
de la nova cagione onde fûr tocche:
e quasi
bovi, al suol curvati ancora
dinanzi al pungol del bisogno
andâro;
e tra la servitute, e la viltade,
e 'l travaglio,
e l'inopia a viver nati,
ebber nome di plebe. Or tu signore
che
feltrato per mille invitte reni
sangue racchiudi, poiché in
altra etade
arte, forza, o fortuna i padri tuoi
grandi
rendette, poiché il tempo alfine
lor divisi tesori in te
raccolse,
del tuo senso gioisci, a te dai numi
concessa parte:
e l'umil vulgo intanto
dell'industria donato, ora ministri
a te
i piaceri tuoi nato a recarli
su la mensa real, non a gioirne.
Ecco
la dama tua s'asside al desco:
tu la man le abbandona; e mentre il
servo
la seggiola avanzando, all'agil fianco
la sottopon, sì
che lontana troppo
ella non sia, né da vicin col
petto
prema troppo la mensa, un picciol salto
spicca, e chino
raccogli a lei del lembo
il diffuso volume. A lato poscia
di
lei tu siedi: a cavalier gentile
il fianco abbandonar de la sua
dama
non fia lecito mai, se già non sorge
strana cagione
a meritar, ch'egli usi
tanta licenza. Un nume ebber gli
antichi
immobil sempre, e ch'allo stesso padre
degli dèi
non cedette, allor ch'ei venne
il Campidoglio ad abitar, sebbene
e
Giuno e Febo e Venere e Gradivo
e tutti gli altri dèi da le
lor sedi
per riverenza del Tonante uscîro.
Indistinto
ad ognaltro il loco sia
presso al nobile desco: e s'alcun
arde
ambizioso di brillar fra gli altri,
brilli altramente. Oh
come i varj ingegni
la libertà del genial convito
desta
ed infiamma! Ivi il gentil Motteggio,
maliziosetto svolazzando
intorno,
reca su l'ali fuggitive ed agita
ora i raccolti da la
fama errori
de le belle lontane, ora d'amante
o di marito i
semplici costumi:
e gode di mirare il queto sposo
rider
primiero, e di crucciar con lievi
minacce in cor de la sua fida
sposa
i timidi segreti. Ivi abbracciata
co' festivi Racconti
intorno gira
l'elegante Licenza: or nuda appare
come le Grazie;
or con leggiadro velo
solletica vie meglio; e s'affatica
di
richiamar de le matrone al volto
quella rosa gentil che fu già
un tempo
onor di belle donne, all'Amor cara
e cara
all'Onestade; ora ne' campi
cresce solinga, e tra i selvaggi
scherzi
a le rozze villane il viso adorna.
Già
s'avanza la mensa. In mille guise
e di mille sapor, di color
mille
la variata eredità degli avi
scherza ne' piatti; e
giust'ordine serba.
Forse a la dama di sua man le dapi
piacerà
ministrar, che novo pregio
acquisteran da lei. Veloce il ferro
che
forbito ti attende al destro lato
nudo fuor esca; e come quel di
Marte,
scintillando lampeggi: indi la punta
fra due dita ne
stringi, e chino a lei
tu il presenta, o signore. Or si
vedranno
de la candida mano all'opra intenta
i muscoli giocar
soavi e molli:
e le grazie, piegandosi dintorno,
vestiran nuove
forme, or da le dita
fuggevoli scorrendo, ora su l'alto
de' bei
nodi insensibili aleggiando,
et or de le pozzette in sen
cadendo,
che dei nodi al confin v'impresse Amore.
Mille baci di
freno impazienti
ecco sorgon dal labbro ai convitati;
già
s'arrischian, già volano, già un guardo
sfugge dagli
occhi tuoi, che i vanti audaci
fulmina, et arde, e tue ragion
difende.
Sol de la fida sposa a cui se' caro
il tranquillo
marito immoto siede:
e nulla impression l'agita e scuote
di
brama, o di timor; però che Imene
da capo a piè
fatollo. Imene or porta
non più serti di rose avvolti al
crine,
ma stupido papavero grondante
di crassa onda letèa:
Imene, e il Sonno
oggi han pari le insegne. Oh come spesso
la
dama dilicata invoca il Sonno
che al talamo presieda, e seco
invece
trova Imenèo; e stupida rimane
quasi al meriggio
stanca villanella
che tra l'erbe innocenti adagia il fianco
queta
e sicura; e d'improviso vede
un serpe; e balza in piedi
inorridita;
e le rigide man stende, e ritragge
il gomito, e
l'anelito sospende;
e immota e muta, e con le labbra
aperte
obliquamente il guarda! Oh come spesso
incauto amante a
la sua lunga pena
cercò sollievo: et invocar
credendo
Imene, ahi folle! invocò il Sonno; e questi
di
fredda oblivion l'alma gli asperse;
e d'invincibil noia, e di
torpente
indifferenza gli ricinse il core.
Ma
se a la dama dispensar non piace
le vivande, o non giova, allor tu
stesso
il bel lavoro imprendi. Agli occhi altrui
più
brillerà così l'enorme gemma,
dolc'esca agli usurai,
che quella osâro
a le promesse di signor
preporre
villanamente: ed osservati fieno
i manichetti, la più
nobil opra
che tessesse giammai anglica Aracne.
Invidieran tua
dilicata mano
i convitati; inarcheran le ciglia
sul difficil
lavoro, e d'oggi in poi
ti fia ceduto il trinciator coltello
che
al cadetto guerrier serban le mense.
Teco
son io, signor; già intendo e veggo
felice osservatore i
detti e i motti
de' semidei che coronando stanno,
e con vario
costume ornan la mensa.
Or chi è quell'eroe che tanta
parte
colà ingombra di loco, e mangia e fiuta
e guata e
de le altrui cure ridendo
si superba di ventre agita mole?
Oh
di mente acutissima dotate
mamme del suo palato! oh da
mortali
invidiabil anima che siede
tra la mirabil lor testura;
e quindi
l'ultimo del piacer deliquio sugge!
Chi più
saggio di lui penètra e intende
la natura migliore; o chi
più industre
converte a suo piacer l'aria, la terra,
e
'l ferace di mostri ondoso abisso?
Qualor s'accosta al desco
altrui, paventano
suo gusto inesorabile le smilze
ombre de'
padri, che per l'aria lievi
s'aggirano vegliando ancora intorno
ai
ceduti tesori: e piangon lasse
le mal spese vigilie, i sobrj
pasti,
le in preda all'aquilon case, le antique
digiune rozze,
gli scommessi cocchj
forte assordanti per stridente ferro
le
piazze e i tetti: e lamentando vanno
gl'invan nudati rustici, le
fami
mal desiate, e de le sacre toghe
l'armata in vano autorità
sul vulgo.
Chi
siede a lui vicin? Per certo il caso
congiunse accorto i due
leggiadri estremi
perché doppio spettacolo campeggi;
e
l'un dell'altro al par più lustri e splenda.
Falcato dio
degli orti a cui la greca
Làmsaco d'asinelli offrir
solea
vittima degna, al giovine seguace
del sapiente di Samo i
doni tuoi
reca sul desco: egli ozioso siede
dispregiando le
carni; e le narici
schifo raggrinza, in nauseanti rughe
ripiega
i labbri, e poco pane intanto
rumina lentamente. Altro giammai
a
la squallida fame eroe non seppe
durar sì forte: né
lassezza il vinse
né deliquio giammai né febbre
ardente;
tanto importa lo aver scarze le membra,
singolare il
costume, e nel bel mondo
onor di filosofico talento.
Qual anima
è volgar la sua pietade
all'Uom riserbi; e facile
ribrezzo
déstino in lui del suo simile i danni,
i
bisogni, e le piaghe. Il cor di lui
sdegna comune affetto; e i
dolci moti
a più lontano limite sospinge.
«Pera
colui che prima osò la mano
armata alzar su l'innocente
agnella,
e sul placido bue: né il truculento
cor gli
piegâro i teneri belati
né i pietosi mugiti né
le molli
lingue lambenti tortuosamente
la man che il loro fato,
ahimè, stringea.»
Tal ei parla, o signore; e sorge
intanto
al suo pietoso favellar dagli occhi
de la tua dama
dolce lagrimetta
pari a le stille tremule, brillanti
che a la
nova stagion gemendo vanno
dai palmiti di Bacco entro commossi
al
tiepido spirar de le prim'aure
fecondatrici. Or le sovviene il
giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia
de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan
del servo con l'eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli
audace
con sacrilego piè lanciolla: e quella
tre volte
rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le
molli
nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti
alzando: aita aita
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei
l'impietosita Eco rispose:
e dagl'infimi chiostri i mesti
servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide
tremanti
precipitâro. Accorse ognuno; il volto
fu
spruzzato d'essenze a la tua dama;
ella rinvenne alfin: l'ira, il
dolore
l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul
servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia:
e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder
sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le grazie
alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì
la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non
valse
zelo d'arcani uficj: in van per lui
fu pregato e
promesso; ei nudo andonne
dell'assisa spogliato ond'era un
giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò;
ché le pietose dame
inorridìro, e del misfatto
atroce
odiâr l'autore. Il misero si giacque
con la
squallida prole, e con la nuda
consorte a lato su la via
spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia,
idol placato
da le vittime umane, isti superba.
Fia
tua cura, o signore, or che più ferve
la mensa, di vegliar
su i cibi; e pronto
scoprir qual d'essi a la tua dama è
caro:
o qual di raro augel, di stranio pesce
parte le aggrada.
Il tuo coltello Amore
anatomico renda, Amor che tutte
degli
animali noverar le membra
puote; e discerner sa qual abbian
tutte
Uso, e natura. Più d'ognaltra cosa
però ti
caglia rammentar mai sempre
qual più cibo le nuoca, o qual
più giovi;
e l'un rapisci a lei, l'altro concedi
come
d'uopo ti par. Serbala, oh dio,
serbala ai cari figlj. Essi dal
giorno
che le alleviâro il dilicato fianco
non la rivider
più: d'ignobil petto
esaurirono i vasi, e la
ricolma
nitidezza serbâro al sen materno.
Sgridala, se a
te par, ch'avida troppo
agogni al cibo; e le ricorda i mali
che
forse avranno altra cagione, e ch'ella
al cibo imputerà nel
dì venturo.
Né al cucinier perdona a cui non
calse
tanta salute. A te sui servi altrui
ragion donossi in
quel felice istante
che la noia, o l'amor vi strinser ambo
in
dolce nodo; e dier ordini e leggi.
Per te sgravato d'odioso
incarco
ti fia grato colui che dritto vanta
d'impor novo
cognome a la tua dama;
e pinte trascinar su gli aurei
cocchi
giunte a quelle di lei le proprie insegne:
dritto
illustre per lui, e ch'altri seco
audace non tentò divider
mai.
Ma
non sempre, o signor, tue cure fieno
a la dama rivolte: anco
talora
ti fia lecito aver qualche riposo;
e de la quercia
trionfale all'ombra
te de la polve olimpica tergendo,
al vario
ragionar degli altri eroi
porgere orecchio, e il tuo sermone ai
loro
ozioso mischiar. Già scote un d'essi
le
architettate del bel crine anella
su l'orecchio ondeggianti; e ad
ogni scossa,
de' convitati a le narici manda
vezzoso nembo
d'arabi profumi.
Allo spirto di lui l'alma Natura
fu prodiga
così, che più non seppe
di che il volto abbellirgli;
e all'Arte disse:
- Compisci 'l mio lavoro; - e l'Arte
suda
sollecita d'intorno all'opra illustre.
Molli tinture,
preziose linfe,
polvi, pastiglie, dilicati unguenti
tutto
arrischia per lui. Quanto di novo,
e mostruoso più sa
tesser spola,
o bulino intagliar francese ed anglo
a lui primo
concede. Oh lui beato,
che primo può di non più
viste forme
tabacchiera mostrar! l'etica invidia
i grandi
eguali a lui lacera, e mangia;
ed ei pago di sé,
superbamente
crudo fa loro balenar su gli occhi
l'ultima gloria
onde Parigi ornollo.
Forse altera così d'Egitto in
faccia
vaga prole di Semele apparisti
i giocondi rubini alto
levando
del grappolo primiero: e tal tu forse
tessalico garzon
mostrasti a Jolco
l'auree lane rapite al fero drago.
Vedi,
o signor, quanto magnanim'ira
nell'eroe che vicino all'altro
siede
a quel novo spettacolo si desta:
vedi come s'affanna, e
sembra il cibo
obliar declamando. Al certo al certo
il nemico è
a le porte: ohimè i Penati
tremano, e in forse è la
civil salute.
Ah no; più grave a lui, più
preziosa
cura lo infiamma: - Oh depravati ingegni
degli
artefici nostri! In van si spera
dall'inerte lor man lavoro
industre,
felice invenzion d'uom nobil degna:
chi sa
intrecciar, chi sa pulir fermaglio
a nobile calzar? chi tesser
drappo
soffribil tanto, che d'ornar presuma
le membra di signor
che un lustro a pena
di feudo conti? In van s'adopra e stanca
chi
'l genio lor bituminoso e crasso
osa destar. Di là
dall'Alpi è forza
ricercar l'eleganza: e chi giammai
fuor
che il Genio di Francia osato avrebbe
su i menomi lavori i Grechi
ornati
recar felicemente? Andò romito
il bongusto finora
spaziando
su le auguste cornici, e su gli eccelsi
timpani de le
moli al nume sacre,
e agli uomini scettrati; oggi ne scende
vago
alfin di condurre i gravi fregi
infra le man di cavalieri e
dame:
tosto forse il vedrem trascinar anco
su molli veli, e
nuziali doni
le greche travi; e docile trastullo
fien de la
moda le colonne, e gli archi
ove sedeano i secoli canuti -.
-
Commercio! - alto gridar; gridar: - commercio! -
all'altro lato de
la mensa or odi
con fanatica voce: e tra 'l fragore
d'un
peregrino d'eloquenza fiume,
di bella novità stampate al
conio
le forme apprendi, onde assai meglio poi
brillantati i
pensier picchin la mente.
Tu pur grida: - Commercio! e la tua
dama
anco un motto ne dica. Empiono è vero
il nostro
suol di Cerere i favori,
che tra i folti di biade immensi
campi
move sublime; e fuor ne mostra a pena
tra le spighe
confuso il crin dorato.
Bacco, e Vertunno i lieti poggi intorno
ne
coronan di poma: e Pale amica
latte ne preme a larga mano, e
tonde
candidi velli, e per li prati pasce
mille al palato uman
vittime sacre:
cresce fecondo il lin soave cura
del verno
rusticale; e d'infinita
serie ne cinge le campagne il tanto
per
la morte di Tisbe arbor famoso.
Che vale or ciò? Su le
natie lor balze
rodan le capre; ruminando il bue
lungo i prati
natii vada; e la plebe
non dissimile a lor, si nutra e vesta
de
le fatiche sue; ma a le grand'alme
di troppo agevol ben schife
Cillenio
il comodo presenti a cui le miglia
pregio acquistino,
e l'oro; e d'ogn'intorno:
commercio, risonar s'oda,
commercio.
Tale dai letti de la molle rosa
Sìbari ancor
gridar soleva; i lumi
disdegnando volgea dai campi aviti,
troppo
per lei ignobil cura; e mentre
Cartagin dura a le fatiche, e
Tiro,
pericolando per l'immenso sale,
con l'oro altrui le
voluttà cambiava,
Sìbari si volgea sull'altro
lato;
e non premute ancor rose cercando,
pur di commercio
novellava, e d'arti.
Né
senza i miei precetti, e senza scorta
inerudito andrai, signor,
qualora
il perverso destin dal fianco amato
t'allontani a la
mensa. Avvien sovente,
che un grande illustre or l'Alpi, or
l'oceàno
varca, e scende in Ausonia, orribil ceffo
per
natura o per arte, a cui Ciprigna
rose le nari; e sale impuro e
crudo
snudò i denti ineguali. Ora il distingue
risibil
gobba, or furiosi sguardi,
obliqui o loschi; or rantoloso
avvolge
tra le tumide fauci ampio volume
di voce che gorgoglia,
ed esce alfine
come da inverso fiasco onda che goccia.
Ora
d'avi or di cavalli ora di Frini
instancabile parla, or de'
celesti
le folgori deride. Aurei monili,
e gemme e nastri
gloriose pompe
l'ingombran tutto; e gran titolo suona
dinanzi a
lui. Qual più tra noi risplende
inclita stirpe, che onorar
non voglia
d'un ospite sì degno i lari suoi?
Ei però
sederà de la tua dama
al fianco ancora: e tu lontan da
Giuno
tra i silvani capripedi n'andrai
presso al marito; e
pranzerai negletto
col popol folto degli dèi minori.
Ma
negletto non già dagli occhi andrai
de la dama gentil, che
a te rivolti
incontreranno i tuoi. L'aere a quell'urto
arderà
di faville: e Amor con l'ali
l'agiterà. Nel fortunato
incontro
i messaggier pacifici dell'alma
cambieran lor novelle,
e alternamente
spinti, rifluiranno a voi con dolce
delizioso
tremito sui cori.
Tu le ubbidisci allora, o se t'invita
le
vivande a gustar che a lei vicine
l'ordin dispose, o se a te
chiede in vece
quella che innanzi a te sue voglie punge
non col
soave odor, ma con le nove
leggiadre forme onde abbellir la
seppe
dell'ammirato cucinier la mano.
Con la mente si pascono
gli dèi
sopra le nubi del brillante Olimpo:
e le labbra
immortali irrita e move
non la materia, ma il divin lavoro.
Né
intento meno ad ubbidir sarai
i cenni del bel guardo allor che
quella
di licor peregrino ai labbri accosta
colmo bicchiere a
lo cui orlo intorno
serpe dorata striscia; o a cui vermiglia
cera
la base impronta, e par, che dica:
- Lungi o labbra profane: al
labbro solo
de la diva che qui soggiorna e regna
il castissimo
calice si serbi:
né cavalier con l'alito maschile
osi
appannarne il nitido cristallo,
né dama convitata unqua
presuma
di porvi i labbri; e sien pur casti e puri,
e
quant'esser si può cari all'amore.
Nessun'altra è di
lei più pura cosa;
chi macchiarla oserà? Le Ninfe in
vano
da le arenose loro urne versando
cento limpidi rivi, al
candor primo
tornar vorrièno il profanato vaso;
e degno
farlo di salir di novo
a le labbra celesti, a cui non
lice
lnviolate approssimarsi ai vasi
che convitati cavalieri, e
dame
convitate macchiâr coi labbri loro. -
Tu ai cenni
del bel guardo, e de la mano
che reggendo il bicchier, sospesa
ondeggia,
affettuoso attendi. I guardi tuoi
sfavillando di
gioia, accolgan lieti
il brindisi segreto; e tu ti accingi
in
simil modo a tacita risposta.
Immortal
come voi la nostra Musa
Brindisi grida all'uno, e all'altro
amante;
all'altrui fida sposa a cui se' caro,
e a te, signor,
sua dolce cura e nostra.
Come annoso licor Lièo vi
mesce,
tale Amore a voi mesca eterna gioia
non gustata al
marito, e da coloro
invidiata che gustata l'hanno.
Veli con
l'ali sue sagace oblìo
le alterne infedeltà che un
cor dall'altro
potrièno un giorno separar per sempre
e
sole agli occhi vostri Amor discopra
le alterne infedeltà
che in ambo i cori
ventilar possan le cedenti fiamme.
Un
sempiterno indissolubil nodo
Àuguri ai vostri cor volgar
cantore;
nostra nobile Musa a voi desia
sol fin che piace a voi
durevol nodo.
Duri fin che a voi piace; e non si sciolga
senza
che fama sopra l'ali immense
tolga l'alta novella, e grande
n'empia
col reboàto dell'aperta tromba
l'ampia cittade,
e dell'Enotria i monti
e le piagge sonanti, e s'esser puote,
la
bianca Teti, e Guadiana, e Tule.
Il mattutino gabinetto, il
corso,
il teatro, la mensa in vario stile
ne ragionin gran
tempo: ognun ne chieda
il dolente marito; ed ei dall'alto
la
lamentabil favola cominci.
Tal su le scene ove agitar
solea
l'ombre tinte di sangue Argo piagnente,
squallido messo
al palpitante coro
narrava, come furiando Edipo
al talamo
corresse incestuoso;
come le porte rovescionne, e come
al
subito spettacolo risté
quando vicina del nefando
letto
vide in un corpo solo e sposa e madre
pender strozzata; e
del fatale uncino
le mani armossi; e con le proprie mani
a sé
le care luci da la testa
con le man proprie, misero! strapposse.
Ecco
volge al suo fine il pranzo illustre.
Già Como, e Dionisio
al desco intorno
rapidissimamente in danza girano
con la libera
gioia: ella saltando,
or questo or quel dei convitati lieve
tocca
col dito; e al suo toccar scoppiettano
brillanti vivacissime
scintille
ch'altre ne destan poi. Sonan le risa;
e il clamoroso
disputar s'accende.
La nobil vanità punge le menti;
e
l'Amor di sé sol, baldo scorrendo,
porge un scettro a
ciascuno, e dice: - Regna. -
Questi i concilj di Bellona, e
quegli
penetra i tempj de la pace. Un guida
i condottieri: ai
consiglier consiglio
l'altro dona, e divide e capovolge
con
seste ardite il pelago e la terra.
Qual di Pallade l'arti e de le
Muse
giudica e libra: qual ne scopre acuto
l'alte cagioni; e i
gran principj abbatte
cui creò la natura, e che
tiranni
sopra il senso degli uomini regnâro
gran tempo in
Grecia; e ne la tosca terra
rinacquer poi più poderosi e
forti.
Cotanto
adunque di sapere è dato
a nobil mente? Oh letto, oh
specchio, oh mensa,
oh corso, oh scena, oh feudi, oh sangue, oh
avi,
che per voi non s'apprende? Or tu signore,
col volo ardito
del felice ingegno
t'ergi sopra d'ognaltro. Il campo è
questo
ove splender più dei: nulla scienza,
sia
quant'esser si vuole arcana e grande,
ti spaventi giammai. Se cosa
udisti,
o leggesti al mattino onde tu possa
gloria sperar; qual
cacciator che segue
circuendo la fera, e sì la guida
e
volge di lontan, che a poco a poco
s'avvicina a le insidie, e
dentro piomba;
tal tu il sermone altrui volgi sagace
finché
là cada over spiegar ti giovi
il tuo novo tesor. Se nova
forma
del parlare apprendesti, allor ti piaccia
materia espor
che, favellando, ammetta
la nova gemma: e poi che il punto hai
colto,
ratto la scopri, e sfolgorando abbaglia
qual altra è
mente che superba andasse
di squisita eloquenza ai gran
convivj.
In simil guisa il favoloso amante
dell'animosa vergin
di Dordona
ai cavalier che l'assalien superbi
usar lasciava
ogni lor possa ed arte;
poi nel miglior de la terribil
pugna
svelava il don dell'amoroso mago:
e quei sorpresi
dall'immensa luce
cadeano ciechi e soggiogati a terra.
Se alcun
di Zoroastro, e d'Archimede
discepol sederà teco a la
mensa,
a lui ti volgi: seco lui ragiona;
suo linguaggio ne
apprendi, e quello poi
quas'innato a te fosse, alto ripeti:
né
paventar quel che l'antica fama
narrò de' suoi compagni.
Oggi la diva
Urania il crin compose: e gl'irti alunni
smarriti
vergognosi balbettanti
trasse da le lor cave ove pur dianzi
col
profondo silenzio e con la notte
tenean consiglio: indi le serve
braccia
fornien di leve onnipotenti ond'alto
salisser poi
piramidi, obelischi
ad eternar de' popoli superbi
i gravi casi:
oppur con feri dicchi
stavan contro i gran letti; o di
pignone
audace armati spaventosamente
cozzavan con la piena, e
giù a traverso
spezzate, dissipate rovesciavano
le tetre
corna, decima fatica
d'Ercole invitto. Ora i selvaggi amici
Urania
incivilì: baldi e leggiadri
nel gran mondo li guida o tra
'l clamore
de' frequenti convivj, oppur tra i vezzi
de'
gabinetti ove a la docil dama,
e al saggio cavalier mostran qual
via
Venere tenga; e in quante forme o quali
suo volto
lucidissimo si cambi.
Né
del poeta temerai, che beffi
con satira indiscreta i detti
tuoi;
né che a maligne risa esponer osi
tuo talento
immortal. Voi l'innalzaste
all'alta mensa: e tra la vostra
luce
beato l'avvolgeste; e de le Muse
a dispetto e d'Apollo, al
sacro coro
l'ascriveste de' vati. Egli 'l suo Pindo
feo de la
mensa: e guai a lui, se quinci
le dèe sdegnate giù
precipitando
con le forchette il cacciano! Meschino!
Più
non potria su le dolenti membra
del suo infermo signor chiedere
aita
da la buona Salute; o con alate
odi ringraziar, né
tesser inni
al barbato figliuol di Febo intonso:
più del
giorno natale i chiari albori
salutar non potrebbe, e l'auree
frecce
nomi-sempiternanti all'arco imporre:
non più gli
urti festevoli, o sul naso
l'elegante scoccar d'illustri dita
fora
dato sperare. A lui tu dunque
non isdegna, o signor, volger
talvolta
tu' amabil voce: a lui declama i versi
del dilicato
cortigian d'Augusto,
o di quel che tra Venere, e Lièo
pinse
Trimalcion. La Moda impone,
ch'arbitro, o Flacco a un bello spirto
ingombri
spesso le tasche. Il vostro amico vate
t'udrà,
maravigliando, il sermon prisco
or sciogliere or frenar qual più
ti piace:
e per la sua faretra, e per li cento
destrier focosi
che in Arcadia pasce
ti giurerà, che di Donato al paro
il
difficil sermone intendi e gusti.
Cotesto
ancor di rammentar fia tempo
i novi sofi, che la Gallia, e
l'Alpe
esecrando persegue: e dir qual arse
de' volumi infelici,
e andò macchiato
d'infame nota: e quale asilo
appresti
filosofia al morbido Aristippo
del secol nostro; e
qual ne appresti al novo
Diogene dell'auro spregiatore,
e della
opinione de' mortali.
Lor volumi famosi a te verranno
da le
fiamme fuggendo a gran giornate
per calle obliquo, e compri a gran
tesoro
o da cortese man prestati, fièno
lungo ornamento
a lo tuo speglio innanzi.
Poiché scorsi gli avrai pochi
momenti
specchiandoti, e a la man garrendo indotta
del
parrucchier; poiché t'avran la sera
conciliato il facil
sonno, allora
a la toilette passeran di quella
che
comuni ha con te studi e liceo
ove togato in cattedra
elegante
siede interprete Amor. Ma fia la mensa
il favorevol
loco ove al sol esca
de' brevi studj il glorioso frutto.
Qui
ti segnalerai co' novi sofi
schernendo il fren che i creduli
maggiori
atto solo stimâr l'impeto folle
a vincer de'
mortali, a stringer forte
nodo fra questi, e a sollevar lor
speme
con penne oltre natura alto volanti.
Chi por freno oserà
d'almo signore
a la mente od al cor? Paventi il vulgo
oltre
natura: il debole prudente
rispetti il vulgo; e quei, cui dona il
vulgo
titol di saggio, mediti romito
il ver celato; e alfin
cada adorando
la sacra nebbia che lo avvolge intorno.
Ma il mio
signor, com'aquila sublime
dietro ai sofi novelli il volo
spieghi.
Perché più generoso il volo sia,
voli
senz'ale ancor; né degni 'l tergo
affaticar con penne.
Applauda intanto
tutta la mensa al tuo poggiare ardito.
Te con
lo sguardo, e con l'orecchio beva
la dama dalle tue labbra
rapita:
con cenno approvator vezzosa il capo
pieghi sovente: e
il «calcolo», e la «massa»,
e l'«inversa
ragion» sonino ancora
su la bocca amorosa. Or più non
odia
de le scole il sermone Amor maestro;
ma l'accademia e i
portici passeggia
de' filosofi al fianco, e con la molle
mano
accarezza le cadenti barbe.
Ma guàrdati, o signor, guàrdati
oh Dio!
dal tossico mortal che fuora esala
dai volumi famosi; e
occulto poi
sa, per le luci penetrato all'alma,
gir serpendo
nei cori; e con fallace
lusinghevole stil corromper tenta
il
generoso de le stirpi orgoglio
che ti scevra dal vulgo. Udrai da
quelli,
che ciascun de' mortali all'altro è pari;
che
caro a la Natura, e caro al cielo
è non meno di te colui
che regge
i tuoi destrieri, e quei ch'ara i tuoi campi;
e che
la tua pietade, e il tuo rispetto
dovrien fino a costor scender
vilmente.
Folli sogni d'infermo! Intatti lascia
così
strani consiglj; e sol ne apprendi
quel che la dolce voluttà
rinfranca,
quel che scioglie i desiri, e quel che nutre
la
libertà magnanima. Tu questo
reca solo a la mensa: e sol da
questo
cerca plausi ed onor. Così dell'api
l'industrioso
popolo ronzando,
gira di fiore in fior, di prato in prato;
e i
dissirnili sughi raccogliendo,
tesoreggia nell'arnie: un giorno
poi
ne van colme le pàtere dorate
sopra l'ara de' numi;
e d'ogn'intorno
ribocca la fragrante alma dolcezza.
Or
versa pur dall'odorato grembo
i tuoi doni o Pomona; e l'ampie
colma
tazze che d'oro e di color diversi
fregiò il
sàssone industre; il fine è giunto
de la mensa
divina. E tu dai greggi
rustica Pale coronata vieni
di melissa
olezzante e di ginebro;
e co' lavori tuoi di presso
latte
vergognando t'accosta a chi ti chiede,
ma deporli non
osa. In su la mensa
potrien deposti le celesti nari
commover
troppo, e con volgare olezzo
gli stomachi agitar. Torreggin
solo
su' ripiegati lini in varie forme
i latti tuoi cui di
serbato verno
rassodarono i sali, e reser atti
a dilettar con
subito rigore
di convitato cavalier le labbra.
Tu,
signor, che farai poiché fie posto
fine a la mensa, e che
lieve puntando
la tua dama gentil fatto avrà cenno,
che
di sorger è tempo? In piè d'un salto
balza prima di
tutti; a lei t'accosta,
la seggiola rimovi, la man porgi;
guidala
in altra stanza, e più non soffri,
che lo stagnante de le
dapi odore
il célabro le offenda. Ivi con gli
altri
gratissimo vapor t'invita, ond'empie
l'aria il caffè
che preparato fuma
in tavola minor cui vela ed orna
indica
tela. Ridolente gomma
quinci arde intanto; e va lustrando e
purga
l'aere profano, e fuor caccia del cibo
le volanti
reliquie. Egri mortali
cui la miseria e la fidanza un giorno
sul
meriggio guidâro a queste porte;
tumultuosa, ignuda, atroce
folla
di tronche membra, e di squallide facce,
e di bare e di
grucce, ora da lungi
vi confortate; e per le aperte nari
del
divin pranzo il néttare beete
che favorevol aura a voi
conduce:
ma non osate i limitari illustri
assediar, fastidioso
offrendo
spettacolo di mali a chi ci regna.
Or
la piccola tazza a te conviene
apprestare, o signor, che i lenti
sorsi
ministri poi de la tua dama ai labbri:
or memore avvertir
s'ella più goda,
o sobria o liberal, temprar col dolce
la
bollente bevanda; o se più forse
l'ami così, come
sorbir la suole
barbara sposa, allor che, molle assisa
su'
broccati di Persia, al suo signore
con le dita pieghevoli 'l
selvoso
mento vezzeggia, e la svelata fronte
alzando, il
guarda; e quelli sguardi han possa
di far che a poco a poco di man
cada
al suo signore la fumante canna.
Mentre
il labbro, e la man v'occupa, e scalda
l'odorosa bevanda, altere
cose
macchinerà tua infaticabil mente.
Qual coppia di
destrieri oggi de' il carro
guidar de la tua dama; o l'alte
moli
che su le fredde piagge educa il cimbro;
o quei che
abbeverò la Drava, o quelli
che a le vigili guardie un dì
fuggîro
da la stirpe campana. Oggi qual meglio
si
convenga ornamento ai dorsi alteri:
se semplici e negletti; o se
pomposi
di ricche nappe e variate stringhe
andran su l'alto
collo i crin volando;
e sotto a cuoi vermigli e ad auree
fibbie
ondeggeranno li ritondi fianchi.
Quale oggi cocchio
trionfanti al corso
vi porterà: se quel cui l'oro copre;
o
quel su le cui tavole pesanti
saggio pennello i dilicati
finse
studj dell'ago, onde si fregia il capo
e il bel sen la
tua dama; e pieni vetri
di freschissima linfa e di fior varj
gli
diede a trascinar. Cotanta mole
di cose a un tempo sol nell'alta
mente
rivolgerai: poi col supremo auriga
arduo consiglio ne
terrai, non senza
qualche lieve garrir con la tua dama
servi le
leggi tue l'auriga: e intanto
altre v'occupin cure. Il gioco
puote
ora il tempo ingannare: ed altri ancora
forse ingannar
potrà. Tu il gioco eleggi
che due soltanto a un tavoliere
ammetta;
tale Amor ti consiglia. Occulto ardea
già di
ninfa gentil misero amante
cui null'altra eloquenza usar con
lei,
fuor che quella degli occhi era concesso;
poiché il
rozzo marito ad Argo eguale
vigilava mai sempre; e quasi
biscia
ora piegando, or allungando il collo,
ad ogni verbo con
gli orecchi acuti
era presente. Oimè, come con cenni,
o
con notata tavola giammai
o con servi sedotti a la sua
ninfa
chieder pace ed aita? Ogni d'Amore
stratagemma finissimo
vinceva
la gelosìa del rustico marito.
Che più
lice sperare? Al tempio ei corre
del nume accorto che le serpi
intreccia
all'aurea verga, e il capo e le calcagna
d'ali
fornisce. A lui si prostra umile;
e in questa guisa, lagrimando,
il prega:
- O propizio agli amanti, o buon figliuolo
de la
candida Maja, o tu che d'Argo
deludesti i cent'occhi, e a lui
rapisti
la guardata giovenca, i preghi accetta
d'un amante
infelice; e a me concedi
se non gli occhi ingannar, gli orecchi
almeno
d'un marito importuno. - Ecco si scote
il divin
simulacro, a lui si china,
con la verga pacifica la fronte
gli
percote tre volte: e il lieto amante
sente dettarsi ne la mente un
gioco
che i mariti assordisce. A lui diresti,
che l'ali del suo
piè concesse ancora
il supplicato dio; cotanto ei
vola
velocissimamente a la sua donna.
Là bipartita
tavola prepara
ov'ebano, ed avorio intarsiati
regnan sul piano;
e partono alternando
in dodici magioni ambe le sponde.
Quindici
nere d'ebano girelle
e d'avorio bianchissimo altrettante
stan
divise in due parti; e moto e norma
da due dadi gittati attendon,
pronte
ad occupar le case, e quinci e quindi
pugnar contrarie.
Oh cara a la Fortuna
quella che corre innanzi all'altre, e seco
ha
la compagna, onde il nemico assalto
forte sostenga! Oh giocator
felice
chi pria l'estrema casa occupa; e l'altro
de le proprie
magioni ordin riempie
con doppio segno, e quindi poi, securo,
da
la falange il suo rival combatte;
e in proprio ben rivolge i colpi
ostili.
Al tavolier s'assidono ambidue,
l'amante cupidissimo, e
la ninfa:
quella occupa una sponda, e questi l'altra.
Il marito
col gomito s'appoggia
all'un de' lati: ambi gli orecchi tende;
e
sotto al tavolier di quando in quando
guata con gli occhi. Or
l'agitar dei dadi
entro ai sonanti bossoli comincia;
ora il
picchiar de' bossoli sul piano;
ora il vibrar, lo sparpagliar,
l'urtare,
il cozzar de' due dadi; or de le mosse
pedine il
martellar. Torcesi e freme
sbalordito il geloso: a fuggir
pensa,
ma rattienlo il sospetto. Il romor cresce
il rombazzo,
il frastono, il rovinìo.
Ei più regger non puote; in
piedi balza,
e con ambe le man tura gli orecchi
tu vincesti o
Mercurio: il cauto amante
poco disse, e la bella intese assai.
Tal
ne la ferrea età quando gli sposi
folle superstizion
chiamava all'armi
giocato fu. Ma poi che l'aureo fulse
secol di
novo, e che del prisco errore
si spogliâro i mariti, al sol
diletto
la dama, e il cavalier volsero il gioco
che la
necessità scoperto avea.
Fu superfluo il romor: di molle
panno
la tavola vestissi, e de' patenti
bossoli 'l sen: lo
schiamazzìo molesto
tal rintuzzossi; e durò al gioco
il nome
che ancor l'antico strepito dinòta.
Già
de le fere, e degli augelli il giorno,
e de' pesci notanti, e de'
fior varj,
degli alberi, e del vulgo al suo fin corre.
Di sotto
al guardo dell'immenso Febo
sfugge l'un mondo; e a berne i vivi
raggi
Cuba s'affretta, e il Messico, e l'altrice
di molte perle
California estrema.
Già da' maggiori colli, e da
l'eccelse
torri il sol manda gli ultimi saluti
all'Italia,
fuggente; e par, che brami
rivederti, o signore, anzi che
l'Alpe,
o l'Appennino, o il mar curvo ti celi
agli occhi suoi.
Altro finor non vide,
che di falcato mietitore i fianchi
su le.
campagne tue piegati e lassi,
e su le armate mura or fronti or
spalle
carche di ferro, e su le aeree capre
degli edificj tuoi
man scabre e arsicce,
e villan polverosi innanzi ai carri
gravi
del tuo ricolto, e sui canali
e sui fertili laghi irsute
braccia
di remigante che le alterne merci
al tuo comodo guida
ed al tuo lusso,
tutt'ignobili oggetti. Or colui vegga,
che da
tutti servito, a nullo serve.
Già
di cocchi frequente il Corso splende:
e di mille che là
volano rote
rimbombano le vie. Fiero per nova
scoperta biga il
giovine leggiadro
che cesse al carpentier gli avìti
campi
là si scorge tra i primi. All'un de' lati
sdrajasi
tutto: e de le stese gambe
la snellezza dispiega. A lui nel
seno
la conoscenza del suo merto abbonda;
e con gentil sorriso
arde e balena
su la vetta del labbro; o da le ciglia,
disdegnando,
de' cocchi signoreggia
la turba inferior: soave intanto
egli
alza il mento, e il gomito protende;
e mollemente la man
ripiegando,
i merletti finissimi su l'alto
petto si ricompon
con le due dita.
Quinci vien l'altro che pur oggi al cocchio
dai
casali pervenne, e già s'ascrive
al concilio de' numi. Egli
oggi impara
a conoscere il vulgo, e già da quello
mille
miglia lontan sente rapirsi
per lo spazio de' cieli. A lui
davanti
ossequiosi cadono i cristalli
de' generosi cocchi
oltrepassando;
e il lusingano ancor perché sostegno
sia
de la pompa loro. Altri ne viene
che di compro pur or titol si
vanta;
e pur s'affaccia, e pur gli orecchi porge,
e pur
sembragli udir da tutti i labbri
sonar le glorie sue: mal abbia il
lungo
de le rote stridore, e il calpestìo
de' ferrati
cavalli, e l'aura, e il vento
che il bel tenor de le bramate
voci
scender non lascia a dilettargli 'l core.
Di momento in
momento il fragor cresce,
e la folla con esso. Ecco le vaghe
a
cui gli amanti per lo dì solenne
mendicarono i cocchi. Ecco
le gravi
matrone che gran tempo arser di zelo
contro al bel
Mondo, e dell'ignoto Corso
la scelerata polvere dannâro;
ma
poi che la vivace amabil prole
crebbe, e invitar sembrò con
gli occhi Imene,
cessero alfine; e le tornite braccia,
e del
sorgente petto i rugiadosi
frutti prudentemente al guardo
aprîro
dei nipoti di Giano. Affrettan quindi
le belle
cittadine, ora è più lustri
note a la Fama, poi che
ai tetti loro
dedussero gli dèi; e sepper meglio,
e in
più tragico stil da la toilette
ai loro amici
declamar l'istoria
de' rotti amori; ed agitar repente
con
celebrata convulsion la mensa,
il teatro, e la danza. Il lor
ventaglio
irrequieto sempre or quinci or quindi
con variata
eloquenza esce e saluta.
Convolgonsi le belle: or su l'un
fianco
or su l'altro si posano tentennano
volteggiano si
rizzan, sul cuscino
ricadono pesanti, e la lor voce
acuta
scorre d'uno in altro cocchio.
Ma
ecco alfin che le divine spose
degl'Italici eroi vengono
anch'esse.
Io le conosco ai messaggier volanti
che le annuncian
da lungi, ed urtan fieri,
e rompono la folla; io le conosco
da
la turba de' servi al vomer tolti,
perché oziosi poi
diretro pendano
al carro trionfal con alte braccia.
Male a
Giuno ed a Pallade Minerva
e a Cinzia e a Citerea mischiarvi
osate
voi pettorute Naiadi e Napee
vane di picciol fonte o
d'umil selva
che agli Egipani vostri in guardia diede
Giove
dall'alto. Vostr'incerti sguardi,
vostra frequente inane
maraviglia,
e l'aria alpestre ancor de' vostri moti
vi
tradiscono, ahi lasse, e rendon vana
la multiplice in fronte ai
palafreni
pendente nappa, ch'usurpar tentaste,
e la divisa onde
copriste il mozzo
e il cucinier che la seguace corte
accrebber
stanchi, e i miseri lasciâro
canuti padri di famiglia
soli
ne la muta magion serbati a chiave.
Troppo da voi diverse
esse ne vanno
ritte negli alti cocchi alteramente;
e a la turba
volgare che si prostra
non badan punto: a voi talor si volge
lor
guardo negligente, e par, che dica:
- Tu ignota mi sei; - o nel
mirarvi
col compagno susurrano ridendo.
Le
giovinette madri degli eroi
tutto empierono il Corso, e tutte han
seco
Un giovinetto eroe, o un giovin padre
d'altri futuri eroi,
che a la toilette
a la mensa, al teatro, al corso, al
gioco
segnaleransi un giorno; e fien cantati,
s'io scorgo
l'avvenir, da tromba eguale
a quella che a me diede Apollo, e
disse:
canta gli Achilli tuoi, canta gli Augusti
del secol tuo.
Sol tu manchi, o Pupilla
del più nobile mondo: ora ne
vieni,
e del rallegratore de le cose
rallegra or tu la
moribonda luce.
Già
d'untuosa polvere novella
di propria man la tabacchiera empisti
a
la tua dama, e di novelli odori
il cristallo dorato; ed al suo
crine
la bionda che svanìo polve tornasti
con piuma
dilicata; e adatto al giorno
le scegliesti 'l ventaglio: al pronto
cocchio
di tua man la guidasti, e già con
essa
precipitosamente al corso arrivi.
Il memore cocchier serbi
quel loco
che voi dianzi sceglieste, e voi non osi
tra le
ignobili rote esporre al vulgo,
se star fermi vi piace, od oltre
scorra,
se di scorrer v'aggrada. Uscir del cocchio
ti fia
lecito ancor. T'accolgan pronti
allo scendere i servi. Ancora un
salto
spicca; e rassetta i rincrespati panni,
e le trine sul
petto: un po' t'inchina,
ed ai lievi calzàri un guardo
volgi;
ergiti, e marcia dimenando il fianco.
Il corso misurar
potrai soletto,
s'ami di passeggiare; anzi potrai
dell'altrui
dame avvicinarti al cocchio,
e inerpicarti, et introdurvi 'l
capo
e le spalle e le braccia, e mezzo ancora
dentro versarti.
Ivi sonar tant'alto
fa le tue risa, che da lunge gli oda
la tua
dama, e si turbi, ed interrompa
il celiar degli eroi che accorser
tosto
tra 'l dubbio giorno a custodir la bella
che solinga
lasciasti. O sommi numi
sospendete la Notte; e i fatti egregi
del
mio giovin signor splender lasciate
al chiaro giorno. Ma la Notte
segue
sue leggi inviolabili, e declina
con tacit'ombra sopra
l'emispero;
e il rugiadoso piè lenta movendo,
rimescola
i color varj infiniti,
e via gli spazza con l'immenso lembo
di
cosa in cosa: e suora de la morte
un aspetto indistinto, un solo
volto
al suolo, ai vegetanti, agli animali,
a i grandi, ed a la
plebe equa permette;
e i nudi insieme, ed i dipinti visi
de le
belle confonde, e i cenci e l'oro.
né veder mi concede
all'aer cieco
qual de' cocchi si parta, o qual rimanga
solo
all'ombre segrete; e a me di mano
toglie il pennello; e il mio
signore avvolge
per entro al tenebroso umido velo. 1195
Il
Meriggio
Ardirò
ancor tra i desinari illustri
sul meriggio innoltrarmi umil
cantore,
poi che troppa di te cura mi punge,
signor, ch'io
spero un dì veder maestro
e dittator di graziosi
modi
all'alma gioventù che Italia onora.
Tal,
fra le tazze e i coronati vini,
onde all'ospite suo fe' lieta
pompa
la punica regina, i canti alzava
Jopa crinito: e la
regina in tanto
dal bel volto straniero iva beendo
l'oblivion
del misero Sicheo:
e tale, allor che l'orba Itaca in vano
chiedea
a Nettun la prole di Laerte,
Femio s'udìa co' versi e con
la cetra
la facil mensa rallegrar de' Proci
cui dell'errante
Ulisse i pingui agnelli
e i petrosi licori, e la
consorte
convitavano in folla. Amici or china,
giovin signore,
al mio cantar gli orecchi
or che tra nuove Elise, e novi Proci,
e
tra fedeli ancor Penelopee,
ti guidano a la mensa i versi miei.
Già
dall'alto del cielo il sol fuggendo
verge all'occaso: e i piccoli
mortali
dominati dal tempo escon di novo
a popolar le vie
ch'all'oriente
spandon ombra già grande: a te
null'altro
dominator fuor che te stesso è dato,
stirpe
di numi: e il tuo meriggio è questo.
Alfin
di consigliarsi al fido speglio
la tua dama cessò. cento
già volte
o chiese o rimandò novelli ornati;
e
cento ancor de le agitate ognora
damigelle or con vezzi or con
garriti
rovesciò la fortuna. A sé medesma
quante
volte convien piacque e dispiacque;
e quante volte è d'uopo
a sé ragione
fece e a' suoi lodatori. I mille
intorno
dispersi arnesi alfin raccolse in uno
la consapevol del
suo cor ministra;
alfin velata di legger zendado
è l'ara
tutelar di sua beltate;
e la seggiola sacra, un po'
rimossa,
languidetta l'accoglie. Intorno a lei
pochi giovani
eroi van rimembrando
i cari lacci altrui, mentre da lunge
ad
altra intorno i cari lacci vostri
pochi giovani eroi van
rimembrando.
Il marito gentil queto sorride
a le lor celie; o
s'ei si cruccia alquanto,
del tuo lungo