Giovanni Pascoli



POEMI ITALICI





AD ALFREDO STRACCALI

A FEDELE ROMANI

A GIOVANNI SETTI

SANTI CUORI CHE NON BATTONO PIU'

NOBILI MENTI CHE PENSANO ANCORA

DOLCI MEMORIE CHE RESTERANNO

SEMPRE

 

 PAULO UCELLO

 

Capitolo I

In prima come Paulo dipintore fiorentino s'invogliò d'un monachino o ciuffolotto e non poté comprarlo e allora lo dipinse.

Di buona ora tornato all'abituro

Paulo di Dono non finì un mazzocchio

ch'egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell'occhio

dalla mattina, che con Donatello

e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quelli compravan uova. Esso un fringuello

in gabbia vide, dietro il banco, rosso

cinabro il petto, e nero un suo mantello;

nero un cappuccio ed un mantello indosso.

Paulo di Dono era assai trito e parco;

ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l'aveva. Andò a dipinger l'arco

di porta a San Tomaso. E gli avveniva

di dire: E` un fraticino di San Marco.

Ne tornò presto. Era una sera estiva

piena di voli. Il vecchio quella sera

dimenticò la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera

nella parete, al fiammeggiar del cielo.

E il monachino rosso, ecco, lì era,

posato sopra un ramuscel di melo.

 

 

Capitolo II

Della parete che Paulo dipingeva nella stanzuola, per sua gioia, con alberi e campi in prospettiva.

 

Ché la parete verzicava tutta

d'alberi: pini dalle ombrelle nere

e fichi e meli; ed erbe e fiori e frutta.

E sì, meraviglioso era a vedere

che biancheggiava il mandorlo di fiori,

e gialle al pero già pendean le pere.

Lustravano nel sole alti gli allori:

sur una bruna bruna acqua di polle

l'edera andava con le foglie a cuori.

Sorgeva in fondo a grado a grado un colle,

o gremito di rosse uve sui tralci

o nereggiante d'ancor fresche zolle.

Lenti lungo il ruscello erano i salci,

lunghi per la sassosa erta i cipressi.

Qua zappe in terra si vedean, là falci.

E qua tra siepi quadre erano impressi

diritti solchi nel terren già rotto,

e là fiottava un biondo mar di messi.

E là, stupore, due bovi che sotto

il giogo aprivan grandi grandi un solco,

non eran grandi come era un leprotto

qua, che fuggiva a un urlo del bifolco.

 

 

Capitolo III

Come in essa parete avea dipinti d'ogni sorta uccelli, per dilettarsi in vederli, poi che averli non poteva.

 

E uccelli, uccelli, uccelli, che il buon uomo

via via vedeva, e non potea comprare:

per terra, in acqua, presso un fiore o un pomo:

col ciuffo, con la cresta, col collare:

uccelli usi alla macchia, usi alla valle:

scesi dal monte, reduci dal mare:

con l'ali azzurre, rosse, verdi, gialle:

di neve, fuoco, terra, aria, le piume:

con entro il becco pippoli o farfalle.

Stormi di gru fuggivano le brume,

schiere di cigni come bianche navi

fendeano l'acqua d'un ceruleo fiume.

Veniano sparse alle lor note travi

le rondini. E tu, bruna aquila, a piombo

dal cielo in vano sopra lor calavi.

Ella era lì, pur così lungi! E il rombo

del suo gran volo, non l'udian le quaglie,

non l'udiva la tortore e il colombo.

Sicuri sulle stipe di sodaglie,

tranquilli su' falaschi di paduli,

stavano rosignoli, forapaglie,

cincie, verle, luì, fife, cuculi.

 

 

Capitolo IV

Come mirando le creature del suo pennello non disse l'Angelus e fu tentato.

 

Poi che senza né vischio ebbe né rete

anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,

Paulo mirò la bella sua parete.

E non udì che gli avea fatto motto

la vecchia moglie; e non udì sonare

l'Avemaria dal campanil di Giotto.

Le creature sue piccole e care

mirava il terziario canuto

nella serenità crepuscolare.

E non disse, com'era uso, il saluto

dell'angelo. Saliva alla finestra

un suono di vivuola e di leuto.

Chiara la sera, l'aria era silvestra:

regamo e persa uliva sui balconi,

e giuncava le vie fior di ginestra.

Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni

incominciati di ser Brunellesco.

Cantavano laggiù donne e garzoni.

C'era tanto sussurro e tanto fresco

intorno a te, Santa Maria del fiore!

E Paulo si scordò Santo Francesco,

e fu tentato, e mormorò nel cuore.

 

 

Capitolo V

Della mormorazione che fece Paulo, il quale avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.

 

Pensava: "Io sono delle pecorelle,

Madonna Povertà, di tua pastura.

E qui non ha né fanti né fancelle.

E vivo di pan d'orzo e d'acqua pura.

E vo come la chiocciola ch'ha solo

quello ch'ha seco, a schiccherar le mura.

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,

come Donato: ma un cantuccio d'orto

sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.

Ch'egli è pur, credo, il singolar conforto

un capodaglio per chi l'ha piantato!

Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

dipinto a secco. E s'io non son Donato,

son primo in far paesi, alberi, e sono

pur da quanto chi vende uova in mercato.

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono

sta contento, poderi, orti, a vederli:

ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

Uno di questi picchi o questi merli,

in casa, che ci sia, non che ci paia!

un uccellino vero, uno che sverli,

e mi consoli nella mia vecchiaia".

 

 

Capitolo VI

Come santo Francesco discese per la bella prospettiva che Paulo aveva dipinta, e lo rimbrottò.

 

Cotale fu la mormorazione,

sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli

l'intese il fi di Pietro Bernardone.

Ecco e dal colle tra le viti e i meli

Santo Francesco discendea bel bello

sull'erba senza ripiegar gli steli.

Era scalzo, e vestito di bigello.

E di lunge, venendo a fronte a fronte,

diceva: "O frate Paulo cattivello!

Dunque tu non vuoi più che, presso un fonte,

del tuo pezzuol di pane ora ti pasca

la Povertà che sta con Dio sul monte!

Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca

dalla mensa degli angeli, e vorresti

danaro e verga e calzamenti e tasca!

O Paulo uccello, sii come i foresti

fratelli tuoi! Ché chi non ha, non pecca.

Non disfare argento, oro, due vesti.

Buona è codesta, color foglia secca,

tale qual ha la tua sirocchia santa,

la lodoletta, che ben sai che becca

due grani in terra, e vola in cielo, e canta".

 

 

Capitolo VII

Come il santo intese che il desìo di Paulo era di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.

 

Così dicendo egli aggrandìa pian piano,

e gli fu presso, e con un gesto pio

gli pose al petto sopra il cuor la mano.

Non vi sentì se non un tremolìo,

d'ale d'uccello. Onde riprese il Santo:

"O frate Paulo, poverel di Dio!

E` poco a te quel che desii, ma tanto

per l'uccellino che tu vuoi prigione

perché gioia a te faccia del suo pianto!

E' bramerebbe sempre il suo Mugnone

o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico

dando per ogni bruco una canzone.

O frate Paulo, in verità ti dico

che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada

che in gabbia un alberello di panico.

Lasciali andare per la loro strada

cantando laudi, il bel mese di maggio,

odorati di sole e di rugiada!

A' miei frati minori il mio retaggio

lascia! la dolce vita solitaria,

i monti, la celluzza sur un faggio,

il chiostro con la gran cupola d'aria!"

 

 

Capitolo VIII

Come il santo partendosi da Paulo, che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui una grande parola.

 

Partiva, rialzando ora il cappuccio:

ché con l'ignuda Povertà tranquilla

Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

Lasciava Paulo, al suono d'una squilla

lontana, quando quel tremolìo d'ale

d'uccello vide nella sua pupilla.

Ne lagrimò, ché ben sapea che male

non era in quel desìo povero e vano,

ch'unico aveva il fratel suo mortale.

Venìa quel suono fievole e lontano

di squilla, lì dai monti, da un convento

che Paulo vi avea messo di sua mano.

Veniva il suono or sì or no col vento,

dai monti azzurri, per le valli cave;

e cullava il paese sonnolento.

Santo Francesco sussurrò: "Di' Ave

Maria"; poi senza ripiegar gli steli

movea sull'erba, e pur dicea soave:

"Sei come uccello ch'uomini crudeli

hanno accecato, o dolce frate uccello!

E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

e cerchi un chicco, e pieno è l'alberello".

 

 

Capitolo IX

Come il santo gli mostrò che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri e vivi anch'essi, e suoi sol essi.

 

E lontanando si gettava avanti,

a mo' di pio seminator, le brice

cadute al vostro desco, angeli santi.

Paulo guardava, timido, in tralice.

Le miche egli attingeva dallo scollo

del cappuccio, e spargea per la pendice.

Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo

di foglie, come a un soffio di libeccio.

Scattò il colombo mollemente il collo.

Si levava un sommesso cicaleccio,

fin che sonò la dolce voce mesta

delle fedeli tortole del Greccio.

Dal campo, dal verzier, dalla foresta

scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,

in grembo, sulle braccia, sulla testa.

Vennero a lui le quaglie coi lor branchi

di piccolini, a lui vennero a schiera

sull'acque azzurre i grandi cigni bianchi.

E sminuiva, e già di lui non c'era,

sui monti, che cinque stelline d'oro.

E, come bruscinar di primavera,

rimase un trito becchettìo sonoro.

 

 

Capitolo X

All'ultimo come cantò il rosignolo, e Paulo era addormito.

 

E poi sparì. Poi, come fu sparito,

l'usignolo cantò da un arbuscello,

e chiese dov'era ito... ito... ito...

Ne stormì con le foglie dell'ornello,

ne sibilò coi gambi del frumento,

ne gorgogliò con l'acqua del ruscello.

E tacque un poco, e poi sommesso e lento

ne interrogò le nubi a una a una;

poi con un trillo alto ne chiese al vento.

E poi ne pianse al lume della luna,

bianca sul greto, tremula sul prato;

che alluminava nella stanza bruna

il vecchio dipintore addormentato.

 



ROSSINI 



PRELUDIO

Di sghembo entrò, cantarellando roco,

nella sua stanza, e s'avviò pian piano

alla finestra. Aveva, dentro, il fuoco.

Nella via scura, ormai deserta, un coro

ebbro e discorde si perdea lontano.

Ma il cielo pieno era di note d'oro.

 

Era la Lira, appesa al cielo, in riva

della Galassia, sovra il monte santo.

Al soffio eterno ella da sé tinniva.

Al suo tinnir cantava il Cigno immerso

nell'onde bianche, e col suo grande canto

placido navigava l'Universo.

 

Ma no: Rossini non udia che quelle

voci ebbre e scabre. L'uggiolìo terreno

velava tutto il canto delle stelle.

Prese una carta e la lasciò cadere.

S'alzò, sedé, non la guardò nemmeno.

La carta piena era di note nere.

 

Imprecò muto. Minacciò per aria

Otello e Iago. Prese un foglio, e disse:

"Che altro occorre? una romanza? un'aria?

Assisa a piè..." Rise, e piantò nel cielo

della sua stanza due pupille fisse.

Pensava a un roseo fiore senza stelo...

 

Poi sbadigliò, poi chiuse pari pari

gli occhi, e nella dolcezza di quell'ora

dormì, sbuffando il sonno dalle nari.

Quegli stridori come d'aspra sega

stupì la Lira risonante ancora

del cilestrino tremolìo di Vega;

 

e sobbalzò dall'angolo solingo

il clavicembalo, e ronzava a lungo...

 



CANTO PRIMO

I.

E si levò la Parvoletta in pianto.

Piangea, la povera anima, e mirava

il suo fratello rauco gramo franto...

"Se tu crescesti, se, qual ero, io resto,

piccola, perché farne la tua schiava,

di me che nacqui, tu lo sai, più presto?"

 

Piangea la semplice anima fanciulla:

"Sono più grande! Quando tu, smarrito

del mondo immenso, pigolavi in culla,

io era là, tra l'ombre mute e sole,

fui io che il tenero umido tuo dito

guidai ver' gli occhi di tua madre e il sole!

 

Fui io che prima, per un tuo gran male,

ti dissi, St! ascolta!... Una soave

nenia sonava presso il tuo guanciale.

E tu la udisti, e ti chetavi, attento

attento, di sulla tua lieve nave

che uguale uguale dondolava al vento...

 

Io, che così, con una piuma, il viso

ti vellicai, che tu torcesti alquanto

le labbra, e nacque il primo tuo sorriso!

Io, che picchiando sulla sponda un giglio,

battevo il tempo, e tu movesti al canto

la bocca, e nacque il tuo primo bisbiglio!

 

Io, che girai, per darti gioia, il talco

d'una stellina, che agitai gli squilli

d'un sistro, onde stridivi come un falco

di nido; e quando, solo, in mano a Dio,

restavi, a sera, in casa, coi gingilli

tuoi, bono bono, era che c'ero anch'io!"

 

II

Lagrime salse le piovean dagli occhi.

Piangea la povera anima, una mano

sul tenue seno e l'altra sui ginocchi.

"Oh! la tua buona Parvola, che chiudi

sola, laggiù, nel carcere lontano,

pieno di spettri e di fantasmi nudi!

 

E mi spaura, chiusa in fondo anch'ella

come son chiusa io così pura e saggia,

fragrante ancora dell'odor di stella,

la Bestia, ahimè! che mangia e ringhia e freme

sopra il presepe, e scalpita selvaggia

tutta la notte! Noi vegliamo insieme,

 

la Bestia e io! così che i dolci modi

che ti cantai, che andavi zingarello

di fiera in fiera, ora non più tu li odi.

Allor, sul carro, io ti mutava in note

d'una viola e d'un violoncello

lo strido assiduo delle trite rote.

 

A cui, crescendo, s'aggiungean fanfare

di trombe e corni, ed, ecco, un infinito

coro di voci alte nel cielo e chiare.

Giungeva sempre più canoro il nembo

sopra il tuo capo pendulo, sopito,

ch'allor tua madre s'accostava al grembo.

 

Passava il nembo, lontanava l'inno

con le grandi ali tremole e sonore,

lasciando alfine un sol, di sé, tintinno,

piano, più piano... era dell'arpa mia...

e tu la udivi con l'orecchio al cuore

della tua madre, per la lunga via..."

 

III

Poi disse: "Pensa al giorno, così lento,

quand'eri messo a lavorare il ferro.

Movevi tu da striduli otri il vento.

E quattro fabbri mezzo neri e nudi

traeano il masso dal carbon di cerro

e lo battean sull'echeggiante incudine.

 

Ero con te. Battevo lieve l'ale

assecondando quell'ansar concorde

e quello squillo de' martelli uguale.

Toccavo un poco l'arpa tra il lavoro

sonante, e il suono tu delle mie corde

udivi sotto il muto gesto loro.

 

Io nel gran bosco ch'urla al nembo ignoto,

fo che tu senta il canto d'un uccello

che gonfia il collo ed apre il becco a vuoto.

Io fo che in mezzo ad un crosciar di frane

e di valanghe, là, d'un paesello

soavi e piane oda le tre campane.

 

Io per te colgo il suono d'ogni cosa.

Su tutte io picchio le mie tenui dita,

stelle del cielo o petali di rosa.

Di tutte io sento il dolce flutto occulto,

il cadenzato palpito di vita,

la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.

 

E tu mi scacci! E chiudi me che volo!

che senza me, per te sarebbe il mondo

tutto silenzio! un grande fragor solo!

Ma, non so come, tutto quel fragore

interminabile, io te lo nascondo

dietro il ronzio d'un'ape attorno un fiore".

 

Parlava; e l'altro udiva in sogno; anch'esso,

il clavicembalo; e fremea sommesso.

 

 

CANTO SECONDO

I

La Parvoletta volse gli occhi muta

alle sue stelle. Erano nuove ancora,

ancora ansanti della lor venuta:

come quand'ella dirigea la prora

tra queste e quelle, stando presso al bianco

timonier cauto che attendea l'aurora;

o quando sola era a vegliar tra il branco

ed i pastori: ella sentìa crosciare

le foglie secche ad un mutar di fianco.

Sola vegliava la crepuscolare

pia fanciulletta sulla terra oscura,

soletta sull'irrequieto mare.

Mirava in alto, alta gentile e pura.

Ed era pieno anche lassù d'erranti,

navi sull'onde, greggi alla pastura;

di lenti carri, d'uomini giganti,

pieno di draghi, pieno di chimere;

e risonava anche lassù di pianti.

Vedeva dietro sartie nere o nere

quercie passare il cielo a poco a poco.

Nascean le stelle al puro suo vedere.

Poi si spegneano come in terra il fuoco.

Raggiava allora qualche striscia viva

come gli stami dentro fior di croco.

Era l'eternamente fuggitiva...

- Son come te: la prima: avanti giorno:

rorida e fresca anche nell'afa estiva -

dicea fuggendo. - Fuggo sì, ma torno

sempre! - Ed il sole ecco appariva truce

e solo; e tutti, con un guardo intorno,

traeva dietro il gran carro di luce.

 

II

E si scopriva, il mondo, a lei! Ma quanto

ella vedeva, ella voleva, piena

di meraviglia, e lo chiedea col canto.

Tutto chiedeva l'esile Sirena

con dolci lodi: anche, prendeva andando

una conchiglia od uno stel d'avena;

e vi soffiava l'alito suo blando,

che ciò che amava e trascorrea veloce,

sostasse un poco, udisse il suo dimando.

Tutto fluiva verso la sua foce.

Ella ascoltava, ella cantava a prova

gittando lor di terra la lor voce.

In mezzo a tanta meraviglia nuova

era quaggiù come l'uccello, attento

da un ramo o di sulle sue tepide ova:

studia e rifà le querule acque, e il vento

cupo, e la pioggia stridula, e, nel fine,

lo sgocciolare cristallino e lento,

il crepito di scorze aspre e di pine,

i sussulti dell'eco ultimi, il frale

fruscìo di frondi e sgrigiolìo di brine;

che impara a volo il sibilo dell'ale

sue stesse aperte... Anch'ella, sì, la romba

dell'ale sue, la vergine immortale!

Fermava il volo sopra la sua tomba,

tremulo; appiè, gli accordi avea del mare

che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba.

Cantava ella, chiamando al lor passare

lo sciame, a sé, degli attimi disperso,

e nel ronzante piccolo alveare,

libero, e suo, chiudeva l'Universo!

 

III

Ed ora è ancora, l'esile fanciulla,

quella che fu. Tutto le par novello.

Ancor non parla: canta; e non sa nulla.

Tutto è fanciullo, tutto è suo gemello,

nato con lei; perciò le piace, e l'ama;

e perché l'ama, è così buono e bello!

Ell'è terrena verginetta grama,

ma il sole è pure della sua famiglia;

e quando va, lo piange e lo richiama.

Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia

occhi ridenti. Sono le sue suore;

tutta la notte ella con lor bisbiglia.

Qualcuna scende fino a lei: ne muore.

Ma le ritrova in mezzo alle corolle,

essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.

Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle

di guazza anch'ella, muove tra il frastuono,

de' quattro fiumi, all'ombra del bel colle.

E` il tempo primo, il primo tempo buono,

ch'è buona anche la Morte che deforme

segue la vita come l'eco il suono.

Buona anche lei, la nera ombra senz'orme,

la vecchierella che sa dir le fole,

trista bensì, ma che con quelle addorme!

Ognun la schifa. E la fanciulla suole,

benché la tema, esserle pia: s'attarda

spesso a sentire lunghe sue parole:

- C'è buio, sì. Non c'è che un lume, ch'arda.

Son io la guida del meandro vano;

io cieca. E brutta... Non guardarmi! Guarda

solo il lumino. Io vo con quello in mano. -

 



CANTO TERZO

I.

Fioriva il cielo azzurro già di stami

di fior di croco. "Io era innamorata

di te, ma tu, che amai, non mi riami!

T'amai più che nessuno, più che tutti.

Doni ti feci meglio che una fata:

ma non li prendi: a' piedi te li butti!

 

Fui la tua schiava e t'ebbi come sire;

eppur ti feci, povera fanciulla,

doni immortali: e tu li fai morire!

Io t'ho donato i canti dell'aurora,

quando sbocciava il tutto su, dal nulla:

eppure al mondo niuno li ode ancora!"

 

Piangea la pura vergine: "Io so molti,

molti altri canti, ma perché li canto,

se tu sei come un morto, e non m'ascolti?

Io ne so uno così tristo e pio,

dolce come l'amore dopo il pianto...

Ma tu non odi, tu non mi ami, addio!

 

Io voglio andare, e più con te non resto.

Che è? Gli occhi mi pungono. Non voglio...

Salice! Salice! oh! il mio canto mesto!

Un vecchio canto. E non l'udrai, mio bene!

E sembra fatto per il mio cordoglio.

E questa notte sempre al cor mi viene.

 

Cantate il verde salice! Non t'amo,

ché t'amo sola. E sola io parto. Avanti,

pur mi farò ghirlanda d'un suo ramo.

E non so fare ch'io non pieghi, o caro,

da un lato il capo, e che tra me non canti

il vecchio canto dell'amore amaro..."

 

 II

Ecco... le stelle chine sullo stelo

si richiudean nei bocci rosa ed oro:

trascolorava in oro e rosa il cielo...

l'uomo la vide! Ella sedeva in riva

d'un ruscel fresco, presso un sicomoro.

L'acqua gemeva, l'albero stormiva.

 

E delle stelle aperte era la bella

sola. Il suo florido alito lontano

giungeva all'aspra terra, alla sorella.

Alla fanciulla, le cadea dagli occhi

dentro il ruscello il pianto. Ed una mano

tenea sul petto e il capo sui ginocchi.

 

Erano i suoi sospiri che le fronde

facean brusire, e le lagrime amare

facean or sì or no risonar l'onde.

Come era grande, il suo dolore, e grave!

Ma ella lo sentiva tramutare

in un accordo tinnulo e soave.

 

Ella piangea l'aurora senza giorno,

ella piangea l'amore senz'amore,

e la felicità senza ritorno.

Piangeva sotto il sicomoro, in riva

del bel ruscello. Al grande suo dolore

l'acqua cantava, l'albero brusiva.

 

Soltanto luce ed ombra era a mirarla,

e la sua voce era esile, di morta,

di morta quando torna in sogno, e parla.

Apriva un po' le palpebre come ali

d'una farfalla, un po' la bocca smorta:

salice... salice... salice...

 

III

E balzò su, come di sé stupita,

e levò alto e vie più alto un canto,

toccando l'arpa con le lievi dita.

Filò, guizzò nel cielo azzurro ed oro

il puro canto e rimbalzò rinfranto

in un immenso singultìo sonoro.