Antonio Pazzoni



TEUZZONE


(da un dramma di Apostolo Zeno

messo in musica da Antonio Vivaldi)



Personaggi:


TRONCONE, imperatore della Cina tenore

TEUZZONE, suo figlio soprano

ZIDIANA, sposa ma non moglie di Troncone alto

ZELINDA, principessa tartara alto

CINO, governatore del regno soprano

SIVENIO, generale del regno basso

EGARO, capitano delle guardie alto

ARGONTE, principe tartaro tenore

CORO di soldati, guardie e popolo

L'azione si svolge nella capitale dell'Impero della Cina, in epoca imprecisata



ATTO PRIMO


Scena I


Campo di battaglia illuminato di notte. Padiglione reale ove sta Troncone

ferito, appoggiato a grand'asta.

Troncone, Cino, Sivenio.


Troncone: Nostro, amici, è il trionfo. Ingo ribelle

cadde, e la pace al nostro Impero è resa.

Ruoti or la falce, e tronchi

i miei stami vitali invida Parca:

quello di mie vittorie

l'ultimo è dei miei dì. Più nobil fine

non poteami dal Cielo esser prescritto:

s'applauda; vissi assai, se moro invitto.

Cino: Lascia, o Signor, che su le regie piume,

posta all'esame la ferita...

Troncone: Eh, Cino,

morire in piedi un Re sol dee. Tu primo

del voler nostro interprete e custode,

prendi, su, questo foglio

chiuso dal regio impronto.

Chiamo l'erede alla corona, accresco

titoli al sangue, e alla Natura applaudo.

Gli da il testamento sigillato.

Cino: Bacio la man che a tanto onor m'innalza.

Troncone: E tu Sivenio, o primo

duce del campo, al cui valor tenute

di non lievi trofei son le nostr'armi,

prendi: il regal sigillo

nella tua man depongo, e tu lo rendi

a chi dovrà le leggi impor del trono.

Gli da il sigillo reale.

Sivenio: Chino a terra la fronte, e bacio il dono.

Troncone: Ma già vien meno il cor, perpetua notte

mi toglie il giorno, il favellar... m'è rotto.

Nel nuovo erede

chiedo in ultimo don la vostra fede.

Muore, e si chiudono l'ali del padiglione.



Scena II

Zidiana che esce dal suo padiglione piangendo, poi Egaro.



Zidiana: Al fiero mio tormento

par che pianga il ruscel, languisca il fiore.


[dopo l'arioso di Zidiana la partitura reca un'aria dello stesso personaggio

che non è compresa nel libretto:]

Alma mia, fra tanti affanni

a che giova il lagrimar?

Dopo l'impeto de' pianti

ci mostriamo più costanti,

e si pensi anco a regnar. (da capo)

Egaro: Reina, egli è ben giusto il tuo dolore,

se perdi in un momento e regno, e sposo.

Zidiana: Fabbro è ognun di sua sorte: io già che seppi

il diadema acquistar, saprò serbarlo.

Egaro: Nobil, ma vana speme.

Zidiana: Pria che fossi reina,

sai che per me avvampar Sivenio e Cino.

Egaro: Di questo cielo i fermi poli.

Zidiana: Il foco

cercò sfera maggior; nel re mio sposo

alzò la fiamma e dilatò la vampa.

Egaro: Che pro? Rompono l'armi

il nodo maritale.

Zidiana: Ed in un punto

vergine, sposa, vedova già sono.

Egaro: A lasciar già vicina,

asceso appena, è mal gustato il trono.

Zidiana: Lasciar il trono? Ah, pria

mi si strappi dal sen l'alma e la vita.

Caro Teuzzon, perdona

se t'insidio l'onor della corona.

Egaro: Qual pietà, qual affetto!

Zidiana: Amo Teuzzone; il Cielo,

che ben vedea quanto l'amassi, intatta

mi toglie al padre e mi preserva al figlio.

Egaro: Strano amor!

Zidiana: Vuò regnar per regnar seco,

vuò ch'egli abbia il diadema

da me, non dal suo sangue, e a me frattanto

servan le fiamme altrui. Cino s'inganni,

Sivenio si lusinghi,

e per regnar tutto si tenti alfine;

l'amante in braccio e la corona al crine.

Egaro: Come suol la navicella

tra le Sirti e la procella

sospirar l'amato lido,

tal si lagna il tuo bel cor.

Gran nocchiero è il dio di Gnido,

ma nel mare della speme

a fugar l'aure serene

move i nembi reo timor. (da capo)




Scena III

Sivenio e Zidiana.



Sivenio: Ne' miei lumi, o reina,

legger ben puoi la comun sorte e 'l danno.

Zidiana: (a parte) Cominci da costui l'opra e l'inganno.

(forte) Nel regio sposo, o duce,

molto perdei. Pur, se convien ne' mali

temprar le pene e raddolcir il pianto,

sol col mio re, non mio consorte ancora,

una fiamma s'è spenta

ch'illustre mi rendea, ma non contenta.

Sivenio: Ahimè, che più non lice all'amor mio

a quel d'una regina alzar i vanni.

Zidiana: I miei voti seconda, e tua mi giuro.

Sivenio: Come?

Zidiana: Serbami un trono

che il Ciel mi diede, e non soffrir, se m'ami,

che abbietta io serva, ove regnai sovrana.

Altri m'abbi regina,

tu m'abbi sposa. A che tacer? Che pensi?

Sivenio: Non ascriver, s'io tacqui, il tacer mio

a rimorso o a viltà. Facile impresa

m'è una guerra svegliar dubbia e feroce;

ma agli estremi rimedi

tardi s'accorra, e giovi

tentar vie più sicure e men crudeli.

Zidiana: Quai fien queste?

Sivenio: Conviene

Cino anche trar nelle tue parti.

Zidiana: Egli arde

per me d'amore.

Sivenio: E per Teuzzon di sdegno.

Zidiana: L'odio dunque l'irriti.

Sivenio: E l'amor lo lusinghi, o mia regina.

Zidiana: Mal può, perché ben ama,

gli affetti simular l'anima mia.

Sivenio: La prim'arte in chi regna il finger sia.

Zidiana: Fingasi, se ti piace; e tu con Cino

primo l'opra disponi, offri, prometti.

Io, poco avvezza, intanto

seguirò l'arti; ma te sol, mio caro,

tutta fida, amorosa,

sposo e re abbraccerò, regina e sposa.

Tu, mio vezzoso,

diletto sposo,

mi sii fedele,

e son contenta.

Mio sia quel core,

e del nemico

destin crudele

l'ira e il furore

non mi spaventa. (da capo)


[La partitura offre a questo punto un'aria alternativa di Zidiana (Caro

adorato bene), cassata da Vivaldi].



Scena IV

Sivenio e Cino.



Sivenio: Signor, te appunto io qui attendea.

Cino: Gran duce!

Sivenio: Poss'io scoprirmi alla tua fede?

Cino: Impegno

nel segreto il mio onor. Parla, t'ascolto.

Sivenio: Del re l'infausta morte

periglio comun: molti e molti anni

noi regnammo con lui. Teuzzon, suo figlio,

ci riguardò come nemici, e in noi

a gran colpa imputò l'amor del padre.

Cino: È vero; ma impotente è l'odio nostro.

Sivenio: Siegui i miei voti, e preveniamo i mali.

Cino: Ne addita il modo.

Sivenio: Allor ch'è vuoto il soglio,

sai che non basta al più vicino erede

il titolo del sangue.

Vuol la legge, e vuol l'uso

che lo confermi, in chiare note espresso,

il real testamento, e che deporsi

deggia in sua mano il regio impronto; or ambi

Troncon morendo a nostra fè commise.

D'ambi a nostro piacer possiam disporre,

e tor con arte il regno

a chi per noi tutto è livore e sdegno.

Cino: Ma come il foglio aprir, come il real[e]

carattere mentirne?

Sivenio: Consenti all'opra, e n'assicuro i mezzi.

Cino: In chi cadranno i nostri voti?

Sivenio: In quella

che del tuo amor fu meta.

Cino: Nella regina?

Sivenio: Appunto.

Poi farò sì che del favor eccelso

ella il premio ti renda in farti sposo.

Cino: (a parte) Qual assalto, o mio cor!

Sivenio: Pensa, e trionfa

d'un inutil timore;

e soddisfa egualmente

nel tuo illustre destin l'odio e l'amore.

In trono assiso

ben vince amore

con frode e core

fiera beltà;

e s'egli prega,

pregando lega

la crudeltà.

Di quel nemico

trionferà

fè lusinghiera

non più sincera,

dando l'assalto

con cuor di smalto

che fingerà. (da capo)



Scena V

Cino solo.



Cino: Innocenza, ragion, vorrei che ancora

in quest'alma regnaste;

ma s'ora deggio in sacrificio offrirvi

l'ambizïon, l'amore e la vendetta,

perdonatemi pur: mi sono a core,

più che i vostri trofei, le mie ruine,

e mi siete tiranne, e non regine.

Taci per poco ancora,

ingrato cor spietato,

e lascia che favelli

di fido amante il cor.


Al bel che t'innamora

ritornerai costante,

tanto più grato amante

quanto più traditor. (da capo)




Scena VI

Luogo de' sepolcri.

Teuzzone, poi Zelinda con seguito.



Teuzzone: Ove giro il mesto sguardo

trovo pena e trovo orrore.

Zelinda, oh Dio, Zelinda,

tanto in vano aspettata

e tanto sospirata,

pur qui ti rivedrò. Sei lune, e sei

corsero già dal giorno

che nel tartaro cielo io ti lasciai.

Vieni, che qui doglioso,

sposa e amante t'attendo, amante e sposo.


[A questo punto la sola partitura reca un duetto fra Teuzzone e Zelinda (Che

amaro tormento), seguito da un breve recitativo di Teuzzone (È impossile, o

cara) - entrambi cassati da Vivaldi].


Zelinda: O sposo, o dolce

di quest'alma fedele unica speme;

o felice momento

che dilegui il mio affanno e il mio spavento.

Teuzzone / Zelinda: (a due) Lega pietoso amore

con bel nodo alma ad alma, e core a core.

Zelinda: Ma qual dolor v'ha, che non lascia intero

alla tua gioia il corso?

Teuzzone: Negar nol so: il Genitor mi tolse

empia immatura morte: ah, tu perdona

s'ora divide i suoi tributi il ciglio

tra gl'uffici d'amante e quel di figlio.

Zelinda: Del tuo duol degno è il padre.

Teuzzone: Or or con sacra

pompa verrà qui alla sua tomba il regno

per onorarne il funeral primiero.

Zelinda: Io, se v' assenti, ad ogni sguardo ignota

ne osserverò la strana pompa e 'l rito.

Teuzzone: Poi, quando alzato m'abbia

al comando sovrano

col pubblico voler quello del padre,

vieni sposa, ed accresci

del fausto dì col tuo bel volto i rai.

In offrirti le porpore...

Zelinda: Eh, Teuzzone;

tutto, tutto il mio orgoglio

regnar sul tuo cor, non sul tuo soglio.




Scena VII

Teuzzone, Zidiana, Cino, Sivenio, Egaro.

Popoli e soldati cinesi dalla città con insegne reali, spoglie guerriere, stendardi, ombrelle.


Coro: Da gl'Elisi ove posate

risorgete, alme reali,

e il maggior de' vostri figli,

ombre avite, ombre immortali,

d'onorar non vi sdegnate.

Teuzzone: Perché l'ora più fausta al tuo riposo

splenda, o mio genitore, arda e consumi

queste la viva fiamma

figlie di puro sol candide perle.

Zidiana: Io vi getto l'amare

memorie del mio amore.

Cino: Ed io le ricche

spoglie de' tuoi trionfi.

Sivenio: Io d'ostro...

Egaro: Io d'oro...

Sivenio: ...spargo la vampa...

Egaro: e il sacrificio onoro.

Coro: Da gl'Elisi ove posate

risorgete, alme reali,

e il maggior de' vostri figli,

ombre avite, ombre immortali,

d'onorar non vi sdegnate.





Scena VIII

Zidiana, Sivenio e Cino.


Sivenio: (piano, a Zidiana) D'arte e d'inganno ecco, reina, il tempo.

Zidiana: (piano, a Sivenio) Ma te non turbi intanto

un geloso timor. Già sai ch'io fingo.

Cino: (a parte) Siete in porto, o miei voti,

se l'aureo scettro e il caro bene io stringo.

Zidiana: Cino, l'amor, con cui m'è gloria al fine

ricompensar tua fede,

io non vorrei che interpretassi a fasto.

Ragion mi move ad accettar la destra

che mi ferma sul trono.

Godrò d'esser regina

per esser tua. Da quel poter, cui piacque

innalzarmi agli Dei,

cader senza tua colpa io non potrei.

Cino: Per una sorte onde m'invidii il Cielo

non ricuso cimenti;

o cadrò esangue, o tu sarai reina.

Zidiana: Oh, come dolce allora

fia l'abbracciarti!

Sivenio: (piano, a Zidiana) O Dio, troppo amorosa

seco favelli.

Zidiana: (piano, a Sivenio) E' tutto inganno, il sai.

Cino: Miglior sorte in amor chi può aver mai?

Zidiana: Più non s'indugi; andiamo, o Prence, e svelto

cada di mano al fier Teuzzon lo scettro.

Sivenio: Lascia ch'io teco adempia

il dover di vassallo.

Cino: Anzi d'amico.

Sivenio: Mio re t'adoro.

Cino: In amistà t'abbraccio.

Zidiana: (a parte) E due cori così prendo ad un laccio.

(a Cino) Sarò tua, regina e sposa.

(a Siveno) Non temere, ch'io l'inganno.

(a parte) So ben io qual fa per me.

(a Cino) Ama pur, bocca amorosa

(a Sivenio) Sebben fingo, io non l'adoro;

(a parte) ma se fingo so perché. (da capo)




Scena IX

Zelinda sola.



Zelinda: Udiste, o Cieli, udiste; e che far posso,

donna sola e straniera in tal periglio?

Suggeritemi, o Dei, forza e consiglio.

Per non solite vie tentar conviene

la comune salute.

Miei fidi, si taccia

la sorte mia; voi nella reggia il passo,

cauti e occulti v'aprite. Ove fia d'uopo,

al vostro braccio avrò ricorso. Argonte

solo mi segua ove m'inspira il Cielo,

e verran meco ardir, costanza e zelo.

Partono i soldati e resta uno.

La timida cervetta,

che fugge il cacciator,

va errando per timor

per la foresta.

Tal io colma d'affanni,

in mezzo a tanti inganni

errando vado ognor,

confusa dal timor

che il sen m'infesta. (da capo)




Scena X


Anfiteatro preparato per la dichiarazione del nuovo imperatore, con trono

reale, popolo spettatore e sedili.

Zidiana, Teuzzone, Cino, Sivenio ed Egaro. Popolo e soldati.

Sivenio: Pria che del morto re l'alto si spieghi

voler sul nuovo erede,

serbar le prische leggi ognun qui giuri.

Zidiana: Alma bella che vedi il mio core,

sarà eterna la fè che prometto.

Teuzzone: Anche estinto, mio padre diletto,

m'avrai figlio d'ossequio e d'amore.

Sivenio: Col mio labbro giura il campo.

Cino: Giura Cino, e giura il regno.

(vanno a sedere)

Questo, o principi, o duci,

chiuso dal regio impronto,

del morto Troncon l'alto decreto;

gia l'apro e leggo, udite:

(legge)

"Noi, della Cina imperator, Troncone,

vogliamo - e serva di destin la legge -

che dopo noi sovra il Cinese impero

passi la nostra autorità sovrana

in chi n'ha la virtù. Regni Zidiana.

Teuzzone: (si leva con impeto) Zidiana?

Cino: A chiare note,

leggi, Troncone ei stesso scrisse.

Teuzzone: Il padre?

...Regni Zidiana.

Sivenio: Ed a Zidiana, o prence,

supremo voler ch'io porga il sacro

riverito sigillo.

Ubbidisco, o regina, e adoro il cenno.

Coro: Viva Zidiana, viva.

Zidiana scende sul trono.

Zidiana: Cinesi, i re temuti

non fa il sesso, ma il core.

Norma delle mie leggi

sarà il pubblico bene. A' vostri sonni

veglieran le mie cure;

pia, giusta, e tale insomma

che non abbia a pentirsi

del suo amor, di sua scelta, il re mio sposo.

Cercherò sol nel vostro il mio riposo.

Egaro: Magnanimi pensieri!

Cino: Io primo in grado

gl'altri precedo, e voi,

gran ministri del regno,

meco giurate e vassallaggio, e fede.

Egaro: Seguo l'invito, e l'umil bacio imprimo.

Sivenio: Dell'armi io primo duce

rendo a' minori esempio,

e in bacio riverente il giusto adempio.

Cino: (a Teuzzone) Principe, a che più tardi?

Suddito della legge

tu pur nascesti; a giurar vieni, e vieni...

Teuzzone: Che vassallo? Che fede?

Cinesi, i Numi invoco,

di quel trono usurpato alme custodi,

che voi siete ingannati ed io tradito.

In che errai? Quando offesi

la chiarezza del sangue,

l'amor paterno e le speranze vostre?

Ah, che solo m'esclude

l'altrui perfidia; e ch'io lo soffra? E voi

lo soffrirete? Il Cielo,

protettor di ragione e d'innocenza,

meco sarà, meco sarà virtude,

meco ardir, meco fè.

Chi del giusto è amator segua il suo re.

Come fra' turbini

scendono i fulmini,

fra le stragi e le ruine

sul tuo crine

questa spada, empio ribelle,

tutta sdegno piomberà.

E l'orgoglio,

atterrato a' pie' del soglio,

le mie glorie segnerà. (da capo)





Scena XI

Zidiana, Cino, Sivenio ed Egaro.



Cino: Custodi, il contumace

s'arresti, anzi s'uccida.

Zidiana: S'uccida?

Sivenio: Sì, che puote