Antonio Pigafetta
RELAZIONE
DEL PRIMO VIAGGIO
INTORNO AL MONDO
ANTONIO PIGAFETTA PATRIZIO
VICENTINO E CAVALIER DE RODI
A L'ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO
SIGNOR FILIPPO DE VILLERS LISLEADAM,
INCLITO GRAN MAISTRO DI RODI,
SIGNOR SUO OSSERVANDISSIMO.
Perché sono molti curiosi, illustrissimo ed eccellentissimo signor, che non solamente se contentano de sapere e intendere le grandi ed ammirabili cose che Dio me ha concesso di vedere e patire ne la infrascritta mia longa e pericolosa navigazione, ma ancora vogliono sapere li mezzi e modi e vie che ho tenuto ad andarvi, non prestando quella integra fede a l'esito se prima non hanno bona certezza de l'inizio; pertanto saperà vostra illustrissima signoria, che, ritrovandomi nell'anno della natività del Nostro Salvatore 1519 in Spagna, in la corte del serenissimo re dei Romani con el reverendo monsignor Francesco Chieregato, allora protonotario apostolico e oratore de la santa memoria di papa Leone X, che per sua virtù dappoi è asceso a l'episcopato de Aprutino e principato de Teramo, avendo io avuto gran notizia per molti libri letti e per diverse persone, che praticavano con sua signoria, de le grandi e stupende cose del mare Oceano, deliberai, con bona grazia de la maestà cesarea e del prefato signor mio, far esperienzia di me e andare a vedere quelle cose, che potessero dare alcuna satisfazione a me medesimo e potessero partorirme qualche nome appresso la posterità.
Avendo inteso che allora se era preparata una armata in la città di Siviglia, che era de cinque nave, per andare a scoprire la spezieria nelle isole di Maluco, de la quale era capitanio generale Fernando de Magaglianes, gentiluomo portoghese, ed era commendatore di Santo Jacobo de la Spada, più volte con molte sue laudi aveva peregrato in diverse guise lo Mar Oceano, mi partii con molte lettere di favore da la città de Barsalonna dove allora resideva sua maestà, e sopra una nave passai sino Malega, onde, pigliando il cammino per terra, giunsi a Siviglia; ed ivi, essendo stato ben circa tre mesi, aspettando che la detta armata si ponesse in ordine per la partita, finalmente, come qui de sotto intenderà Vostra eccellentissima signoria, con felicissimi auspizî incomensiammo la nostra navigazione: e perché ne l'esser mio in Italia, quando andava a la santità de papa Clemente, quella per sua grazia a Monteroso verso di me si dimostrò assai benigna e umana e dissemi che li sarebbe grato li copiassi tutte quelle cose aveva viste e passate nella navigazione, benché io ne abbia avuta poca comodità, niente di meno, secondo il mio debil potere, li ho voluto satisfare.
E così li offerisco in questo mio libretto tutte le vigilie, fatiche e peregrinazioni mie, pregandola, quando la vacherà dalle assidue cure rodiane, si degni trascorrerle; per il che mi parerà esser non poco rimunerato da vostra illustrissima signoria, a la cui bona grazia mi dono e raccomando.
Avendo deliberato il capitano generale di fare così longa navigazione per lo mare Oceano, dove sempre sono impetuosi venti e fortune grandi, e non volendo manifestare a niuno de li suoi el viaggio che voleva fare, acciò non fosse smarrito in pensare de fare tanto grande e stupenda cosa, como fece con l'aiuto di Dio, (li capitani sui che menava in sua compagnia, lo odiavano molto non so perché, se non perché era Portughese ed essi Spagnoli), volendo dar fine a questo che promise con giuramento a lo imperatore don Carlo re di Spagna, acciò le navi ne le fortune e ne la notte non se separaseno una da l'altra, ordinò questo ordine e lo dette a tutti li piloti e maestri de le sue navi: lo qual era:
Lui de notte sempre voleva andar innanzi de le altre navi ed elle seguitasseno la sua con una facella grande di legno, che la chiamano farol quale portava sempre pendente da la poppa la sua nave. Questo segnale era a ciò continuo lo seguitasseno. Se faceva uno altro fuoco con una lanterna o con un pezzo de corda de giunco, che la chiamano strengue, di sparto molto battuto ne l'acqua e poi seccato al sole ovvero al fumo, ottimo per simil cosa, gli rispondesseno, acciò sapesse per questo segnale che tutte venivano insieme. Se faceva dui fuochi senza lo farol, virasseno, o voltasseno in altra banda quando el vento non era buono e al proposito per andar al nostro cammino, o quando voleva far poco viaggio. Se faceva tre fuochi, tollesseno via la bonetta, che è una parte di vela che se attacca da basso de la vela maggiore, quando fa bon tempo, per andar più: la se tol via acciò sia più facile a raccogliere la vela maggiore, quando si ammaina in pressa in un tempo subito. Se faceva quattro fuochi, ammainassero tutte le vele, facendo poi lui uno segnale di fuoco come stava fermo. Se faceva più fuochi, ovvero tirava alcuna bombarda, fosse segnale de terra o de bassi. Poi faceva quattro fuochi, quando voleva far alzare le vele in alto, acciò loro navigassero seguendo sempre per quella facella de poppa. Quando voleva far mettere la bonetta, faceva tre fuochi: quando voleva voltare in altra parte faceva due. Volendo poi sapere se tutte le navi lo seguitavano e venivano insieme, faceva uno, perché così ogni nave facesse e gli rispondesse.
Ogni notte se faceva tre guardie: la prima nel principio de la notte, la seconda, che la chiamano modoro nel mezzo, la terza nel fine. Tutta la gente de la nave se (s)partiva in tre colonelli; il primo era del capitano, ovvero del contro maistro, mutandose ogni notte; lo secondo del pilota o nocchiero, il terzo del maestro.
Luni a 10 agosto, giorno de santo Laurenzio, ne l'anno già detto, essendo la armata fornita di tutte le cose necessarie per mare e d'ogni sorte de gente (eramo duecento e trentasette uomini) ne la mattina si feceno presti per partirse dal molo di Siviglia, e tirando artigliaria detteno il trinchetto al vento; e vennero abbasso del fiume Betis, al presente detto Gadalcavir, passando per uno luogo detto Gioan Dalfarax, che era già grande abitazione de Mori, per mezzo lo quale stava un ponte che pasava el ditto fiume per andare a Siviglia, del che è restato fin al presente nel fondo dell'acqua due colonne, che quando passano le navi hanno bisogno de uomini che sappiano ben lo loco delle colonne, perciò non desseno in esse, ed è bisogno passarle quando el fiume sta piú crescente, ed anche per molti altri luoghi del fiume, che non ha tanto fondo che basti per passare le navi cargate e quelle non siano troppo grandi. Poi venirono ad un altro, che se chiama Coria, passando per molti altri villaggi a lungo del fiume, tanto che giunseno ad uno castello del duca di Medina Cidonia, il quale se chiama S. Lucar, che è posto per entrare nel mare Oceano, levante ponente con il capo di Sant Vincent, che sta in 37 gradi di latitudine e lungi dal detto posto 10 leghe. Da Siviglia fin a qui per lo fiume gli sono 17 o 20 leghe. Da lì alquanti giorni venne el capitano generale con li altri capitani per lo fiume abbasso ne li battelli de le navi et ivi stessimo molti giorni per fornire l'armata di alcune cose le mancavano; e ogni dí andavamo in terra ad aldir messa ad un loco che se chiama Nostra Donna di Baremeda, circa San Lucar. E avanti la partita lo capitano general volse tutti se confessasseno e non consentitte ninguna donna venisse ne l'armada per meglior rispetto.
Marti a XX de settembre, nel medesimo anno, ne partissemo da questo loco, chiamato San Lucar, pigliando la via di garbin, e a 26 del detto mese arrivassemo a una isola de la Gran Canaria, che se dice Tenerife in 28 gradi di latitudine, per pigliar carne, acqua e legna. Stessemo ivi tre giorni e mezzo per fornire l'armata delle dette cose: poi andassemo a uno porto de la medesima isola, detto Monte Rosso, per pegola, tardando due giorni. Saperà Vostra illustrissima signoria che in quelle isole de la Gran Canaria c'è una in tra le altre, ne la quale non si trova pur una goccia de acqua che nasca, se non nel mezodí discendere una nebola dal cielo e circonda uno grande arbore che è nella detta isola, stillando dalle sue foglie e rami molta acqua; e al piede del detto arbore è addrizzata in guisa de fontana una fossa, ove casca l'acqua, de la quale li uomini abitanti e animali, cosí domestici come salvatici, ogni giorno de questa acqua e non de altra abbondantissimamente se saturano.
Luni a tre d'ottobre a mezzanotte se dette le vele al cammino de l'austro, ingolfandose nel mare Oceano, passando tra Capo Verde e le sue isole in 14 gradi e mezzo; e cosí molti giorni navigassimo per la costa della Ghinea, ovvero Etiopia, (ne la quale ha una montagna, detta Sierra Leone, in 8 gradi di latitudine) con venti contrari, calme e piogge senza venti fino a la linea equinoziale, piovendo sessanta giorni di continuo contra la opinione de li antichi. Innanzi che giungessimo a la linea, 14 gradi, molte gropade da venti impetuosi e correnti de acqua ne assaltarono contra el viaggio. Non possendo spuntare innanzi, a ciò che le navi non pericolasseno, se calavano tutte le vele: ed a questa sorte andavano de mare in traverso finché passava la gropada, perché veniva molto furiosa. Quando pioveva non era vento; quando faceva sole era bonaccia. Venivano al bordo de la nave certi pesci grandi, che se chiamano tiburoni, che hanno denti terribili e se trovano uomini nel mare li mangiano. Pigliavamo molti con ami de ferro, benché non sono buoni da mangiare, se non li piccoli, e anche loro mal boni.
In queste fortune molte volte ne apparse il Corpo Santo, cioè Santo Elmo, in lume fra le altre in una oscurissima notte, di tal splendore, come è una facella ardente, in cima de la maggiore gabbia, e stiè circa due ore e piú con noi, consolandone che piangevamo. Quando questa benedetta luce si volse partire da noi, tanto grandissimo splendore dette ne li occhi nostri, che stettemo piú de mezzo quarto de ora tutti ciechi, chiamando misericordia, e veramente credendo esser morti. Il mare subito se aquietò.
Vidi molte sorte di uccelli, tra le quali una che non aveva culo; un'altra, quando la femina vuol far li ovi, li fa sopra la schiena del maschio, e ivi si creano; non hanno piedi e sempre vivono nel mare; un'altra sorte, che vivono del sterco de li altri uccelli e non di altro: sí come vidi molte volte questo uccello, qual chiamano cagassela, correr dietro ad altri uccelli, fin tanto quelli sono costretti mandar fuora el sterco; subito lo piglia e lascia andare lo uccello. Ancora vidi molti pesci che volavano, e molti altri congregati insieme, che parevano una isola. Passato che avessimo la linea equinoziale, in verso el meridiano, perdessimo la tramontana, e cosí se navigò tra il mezzogiorno e il garbin fino in una terra, che si dice la terra del Verzin in 23 gradi 1/2 al polo antartico, che è terra del capo de Santo Agostino, che sta in 8 gradi al medesimo polo: dove pigliassemo gran rinfresco de galline, batate, pigne molto dolci, frutto in vero piú gentil che sia, carne de anta come vacca, canne dolci ed altre cose infinite, che lascio per non essere prolisso. Per un amo da pescare o uno cortello davano 5, o 6 galline: per uno pettine uno paro de occati; per uno specchio o una forbice, tanto pesce che avrebbe bastato a X uomini; per uno sonaglio o una stringa, uno cesto de batate; queste batate sono al mangiare come castagne e longhe come napi; e per uno re de danari, che è una carta da giocare, ne detteno 6 galline e pensavano ancora averne ingannati. Intrassemo in questo porto il giorno del Sancta Lucia e in quel dì avessimo il sole per zenit e patissimo più caldo quel giorno e li altri, quando avevamo il sole per zenit, che quando éramo sotto la linea equinoziale.
Questa terra del Verzin è abbondantissima e più grande che la Spagna, Franza e Italia tutte insieme: è del re de Portugallo. Li popoli di questa terra non sono Cristiani e non adorano cosa alcuna; vivono secondo lo uso della natura e vivono centovincinque anni e cento quaranta; vanno nudi cosí uomini, come femmine; abitano in certe case lunghe che le chiamano boii e dormono in rete de bambaso, chiamate amache, legate ne le medesime case da un capo e da l'altro a legni grossi: fanno foco in fra essi in terra. In ognuno di questi boii stanno cento uomini con le sue mogli e figlioli facendo gran rumore. Hanno barche d'uno solo albero, ma schize chiamate canoe, (s)cavate con menare di pietra. Questi popoli adoperano le pietre, come noi il ferro, per non aver(n)e. Stanno trenta e quaranta uomini in una di queste; vogano con pale come da forno e cosí negri, nudi e tosi assomigliano quando vogano a quelli della Stige palude.
Sono disposti uomini e femmine come noi; mangiano carne umana de li suoi nemici, non per buona, ma per una certa usanza. Di questa usanza, lo uno con l'altro, fu principio una vecchia, la quale aveva solamente uno figliuolo, che fu ammazzato da li suoi nemici, per il che, passati alcuni giorni, li suoi pigliarono uno de la compagnia che aveva morto suo figliuolo e lo condussero dove stava questa vecchia. Ella, vedendo e ricordandose del suo figliuolo, come cagna arrabbiata, li corse addosso e lo mordette in una spalla. Costui de lì a poco fuggì ne li suoi e disse come lo volsero mangiare, mostrandoli el segnale de la spalla. Quando questi pigliarono poi di quelli, li mangiarono, e quelli de questi; sí che per questo è venuta tale usanza. Non se mangiano subito; ma ogni uno taglia uno pezzo e lo porta in casa, mettendolo al fumo; poi ogni 8 giorni taglia uno pezzetto, mangiandolo brustolato con le altre cose per memoria degli sui nemici. Questo me disse Ioanne Carvagio piloto, che veniva con noi, il quale era stato in questa terra quattro anni.
Questa gente si dipingono meravigliosamente tutto il corpo e il volto con fuoco in diverse maniere; anche le donne; sono tosi e senza barba, perché se la pelano. Se vestono de vestiture de piume di pappagallo, con rode grandi al culo de le penne maggiori, cosa ridicola. Quasi tutti li uomini, eccetto le femmine e fanciulli, hanno tre busi nel labbro de sotto, ove portano pietre rotonde e longhe uno dito, e piú e meno di fuora pendente. Non sono del tutto negri, ma olivastri; portano descoperte le parte vergognose; el suo corpo è senza peli, e cosí omini qual donne sempre vanno nudi. Il suo re è chiamato cacich. Hanno infinitissimi pappagalli e ne dànno 8, o 10 per uno specchio; e gatti maimoni piccoli; fatti come leoni, ma gialli, cosa bellissima. Fanno pane rotondo bianco de midolla de arbore, non molto buono, che nasce fra l'arbore e la scorza ed è come ricotta: hanno porci che sopra la schiena tenono il loro ombelico, e uccelli grandi che hanno el becco come uno cucchiaro, senza lingua.
Ne davano per una accetta o coltello grande una o due delle loro figliole per schiave; ma sue mogliere non dariano per cosa alcuna. Elle non farebbero vergogna a' suoi mariti per ogni gran cosa, come ne è stato riferito. Di giorno non consentono a li loro mariti, ma solamente di notte. Esse lavorano e portano tutto el mangiare da li monti in zerli, ovvero canestri sul capo o attaccati al capo; però essendo sempre seco suoi mariti solamente con un arco de verzin o de palma negra e uno mazzo di frezze de canna: e questo fanno perché sono gelosi. Le femmine portano sui figlioli (at)taccati al collo in una rete da bambaso. Lascio altre cose per non esser più lungo.
Si disse due volte messa in terra per il che questi stavano con tanta contrizione in ginocchioni, alzando le mani giunte, che era grandissimo piacere vederli. Edificarono una casa per noi, pensando dovessimo star seco alcun tempo, e tagliarono molto verzin per darnelo a la nostra partita. Era stato forse due mesi non aveva piovesto in questa terra; e quando giongessemo al porto, per caso piovette. Per questo dicevano noi venire dal cielo e avere menato nosco la pioggia. Questi popoli facilmente se converterebbono a la fede di Gesù Cristo. Imprima costoro pensavano li battelli fosseno figlioli de le navi e che elli li partorisseno quando se buttavano fora de nave in mare; e stando così al costado, come è usanza, credevano le navi li nutrissero.
Una giovane bella venne un dì nella nave capitania, dove io stava, non per altro se non per trovare alcuno recapito. Stando così aspettando, buttò lo occhio sopra la camera del maestro, e vide uno chiodo longo piú de un dito, il che pigliando, con grande gentilezza e galanteria se lo ficcò a parte a parte de li labbri della sua natura; e subito bassa bassa se partitte, vedendo questo il capitano generale e io.
Alcuni vocaboli de questi popoli del Verzin
Al miglio = maiz.
Alla farina = hui.
All'amo = pinda.
Al coltello = tacse.
Al pettine = chigap.
Alla forbice = pirame.
Al sonaglio = itanmaraca.
Buono più che buono = tum maragatum.
Stessimo 13 giorni in questa terra. Seguendo poi il nostro cammino andassemo fino a 34 gradi e uno terzo al polo Antartico, dove trovassemo, in uno fiume de acqua dolce, uomini che se chiamano Canibali e mangiano la carne umana. Venne uno de la statura quasi come uno gigante nella nave capitania per assicurare li altri suoi. Aveva una voce simile a uno toro. Intanto che questo stette ne la nave, li altri portorono via le sue robe dal loco dove abitavano, dentro de la terra, per paura de noi. Vedendo questo, saltassimo in terra cento uomini per avere lingua e parlare seco, ovvero per forza pigliarne alcuno. Fuggitteno, e fuggendo facevano tanto gran passo che noi saltando non potevamo avanzare li sui passi. In questo fiume stanno sette isole. Ne la maggior de queste se trova pietre preziose, che si chiama Capo de Santa Maria.
Già se pensava che da qui se passasse al mare de Sur, cioè mezzodì, nè mai più oltre fu discoverto. Adesso non è capo, se non fiume e ha larga la bocca 17 leghe. Altre volte in questo fiume fu mangiato da questi Canibali, per troppo fidarse, uno capitano spagnolo, che se chiamava Iohan de Solís e sessanta uomini, che andavano a discoprire terra come noi.
Poi seguendo el medesimo cammino verso el polo Antartico, accosto da terra, venissemo a dare in due isole piene di occati e lupi marini. Veramente non se poría narrare il gran numero de questi occati. In una ora cargassimo le cinque navi. Questi occati sono negri e hanno tutte le penne ad uno modo, così nel corpo come nelle ali: non volano e vivono de pesce. Erano tanto grassi che non bisognava pelarli ma scorticarli. Hanno lo becco como uno corvo. Questi lupi marini sono de diversi colori e grossi come vitelli e il capo come loro, con le orecchie piccole e tonde e denti grandi. Non hanno gambe, se non piedi tacadi al corpo, simili a le nostre mani, con unghie piccole e fra li diti hanno quella pelle le oche. Sarebbero ferocissimi se potessero correre: nodano e vivono de pesce. Qui ebbeno le navi grandissima fortuna, per il che ne apparsero molte volte li tre Corpi Santi, cioè Sant'Elmo, Sancto Nicolò e Santa Chiara; e subito cessava la fortuna.
Partendo de qui arrivassemo fino a 49 gradi a l'Antartico. Essendo l'inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l'improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. Il capitano generale mandò uno de li nostri a lui, acciò facesse li medesimi atti in segno di pace, e, fatti, lo condusse in una isoletta dinanzi il capitano generale. Quando fu nella sua e nostra presenzia, molto se meravigliò e faceva segni con un dito alzato, credendo venissemo dal cielo. Questo era tanto grande che li davamo alla cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo delle galte. Li pochi capelli che aveva erano tinti de bianco: era vestito de pelle de animale coside sottilmente insieme; el quale animale ha el capo et orecchie grande come una mula, il collo e il corpo come uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavallo; e nitrisce come lui: ce ne sono assaissimi in questa terra. Aveva alli piedi albarghe de la medesima pelle, che coprono li piedi a uso de scarpe, e nella mano uno arco curto e grosso, la corda alquanto piú grossa di quella del liúto, fatta de le budelle del medesimo animale, con uno mazzo de frecce de canne non molto longhe, impennate come le nostre. Per ferro, ponte de pietra de fuoco bianca e negra, a modo de frezze turchesche, facendole con un'altra pietra.
Lo capitano generale li fece dare da mangiare e bere, e, fra le altre cose che li mostrette, li mostrò uno specchio grande de azalle. Quando el vide sua figura, grandemente se spaventò, e saltò in dietro e buttò tre o quattro de li nostri uomini per terra. Da poi gli dette sonagli, uno specchio, uno pettine e certi paternostri e mandollo in terra con 4 uomini armati. Uno suo compagno, che mai volse venire a le navi, quando el vide venire costui con li nostri, corse dove stavano gli altri; se misseno in fila tutti nudi.
Arrivando li nostri ad essi, comensorono a ballare e cantare, levando un dito al cielo e mostrandoli polvere bianca de radice da erba, poste in pignatte di terra, che la mangiasseno, perché non avevano altra cosa. Li nostri li fecero segno dovesseno venire a le navi e che li aiuterebbono portare le sue robe, per il che questi uomini subito pigliarono solamente li suoi archi; e le sue femmine, cargate come asine, portarono il tutto.
Queste non sono tanto grandi, ma molto più grosse. Quando le vedessimo, grandemente stessemo stupefatti. Hanno le tette longhe mezzo braccio; sono dipinte e vestite come loro mariti, se non dinnanzi a la natura hanno una pellesina che la copre. Menavano quattro de questi animali piccoli, legati con legami a modo de cavezza. Questa gente, quando voleno pigliare di questi animali, legano uno di questi piccoli a uno spino; poi véneno li grandi per giocare con li piccoli; ed essi, stando ascosi, li ammazzano con le frezze. Li nostri ne condussero a le navi disdotto tra maschi e femmine, e furono ripartite a le due parti del porto acciò pigliasseno de li detti animali.
Di lì a 6 giorni fu visto uno gigante, depinto e vestito de la medesima sorte, da alcuni che facevano legna. Aveva in mano un arco e frezze. Accostandosi a li nostri, prima se toccava el capo, el volto e el corpo, e il simile faceva a li nostri, e dappoi levava le mani al cielo. Quando el capitano generale lo seppe, lo mandò a torre con lo schifo e menollo in quella isola che era nel porto, dove avevano fatta una casa per li fabbri e per metterli alcune cose de le nave. Costui era piú grande e meglio disposto de li altri e tanto trattabile e grazioso. Saltando ballava e, quando ballava, ogni volta cacciava li piedi sotto terra un palmo. Stette molti giorni con noi, tanto che 'l battizzassemo, chiamandolo Giovanni. Costui chiaro pronunziava Gesú, Pater Noster, Ave Maria e Giovanni come noi, se non con voce grossissima. Poi el capitano generale li donò una camisa, una camisotta di panno, braghesse di panno, un bonet, un specchio, uno pettine, sonagli e altre cose e mandollo da li sui. Ghe li andò molto allegro e contento. Il giorno seguente costui portò uno di quelli animali grandi al capitano generale, per il che li dette molte cose acciò ne portasse de li altri: ma piú nol vedessimo. Pensassimo li suoi lo avessero ammazzato per aver conversato con noi.
Passati 15 giorni, vedessemo quattro de questi giganti senza le sue armi, perché le avevano ascose in certi spini: poi li due che pigliassemo ne le insegnarono. Ognuno era dipinto differenziatamente. Il capitano generale ritenne due, li più giovani e piú disposti, con grande astuzia, per condurli in Ispagna. Se altramente avesse fatto, facilmente avrebbeno morto alcun de noi. L'astuzia che usò in ritenerli fu questa: ghe dette molti cortelli, forbice, specchi, sonagli e cristallino. Avendo questi due le mani piene de le dette cose, il capitano generale fece portare due para de ferri, che se mettono a li piedi, mostrando de donarli, e elli, per esser ferro, gli piacevano molto, ma non sapevano come portarli e li rincresceva lassarli: non avevano dove mettere quella merce e bisogniavali tenersi con le mani la pelle che avevano intorno. Li altri due volevano aiutarli, ma il capitano non volse. Vedendo che li rincresceva lasciare quelli ferri, li fece segno li farebbe a li piedi e quelli porterebbeno via. Essi risposero con la testa di sì. Subito ad uno medesimo tempo li fece mettere a tutti due, e quando l'inchia(va)vano con lo ferro che traversa, dubitavano; ma securandoli il capitano, pur stetteno fermi; avvedendosene poi de l'inganno, sbuffavano come tori, chiamando fortemente Setebos, che li aiutasse. Agli altri due, appena potessemo legarli le mani, li mandassemo a terra con nove uomini, acciò guidasseno li nostri dove stava la moglie de uno di quelli avevamo presi, perché fortemente con segni la lamentava acciò ella intendessemo. Andando, uno se desligò le mani e corse via, con tanta velocità che li nostri lo perseno di vista. Andò dove stava la sua brigata e non trovò uno de li suoi, che era rimasto con le femmine, perché era andato alla casa. Subito lo andò a trovare e contògli tutto il fatto. L'altro tanto se sforzava per desligarse che li nostri lo ferirono un poco sopra la testa e sbuffando condusse li nostri dove stavano le loro donne. Giovan Carvagio piloto, capo de questi, non volse torre la donna quella sera, ma dormitte ivi, perché se faceva notte. Li altri due vennero e vedendo costui ferito, se dubitavano e non dissero niente allora, ma nell'alba parlorono a le donne. Subito fuggiteno via e correvano più li piccoli che li grandi, lassando tutte le loro robe. Dui se trasseno da parte, tirando a li nostri frezze; l'altro menava via quelli suoi animaletti per cacciare; e così combattendo, uno de quelli passò la coscia con una frezza a uno de li nostri, il quale subito morì. Quando visteno questo, subito corseno via. Li nostri avevano schioppetti e balestre, e mai non li poterono ferire. Quando questi combattevano, mai stavano fermi, ma saltando de qua e de là. Li nostri seppellirono lo morto e brusarono tutte le robe, che avevano lassate. Certamente questi giganti correno piú (dei) cavalli e sono gelosissimi de loro mogliere.
Quando questa gente se sente male al stomaco, in loco de purgarse, se mettono ne la gola dui palmi e piú d'una frezza e gomitano colore verde mischiato con sangue, perché mangiano certi cardi. Quando li dole el capo, se dànno nel fronte una tagiatura nel traverso, e così ne le bracce, ne le gambe e in ciascuno loco del corpo, cavandose molto sangue. Uno di quelli avevamo presi, che stava ne la nostra nave, diceva come quel sangue non voleva stare ivi e per quello li dava passione. Hanno li capelli tagliati con la chierega a modo de frati, ma piú longhi, con uno cordone de bambaso intorno al capo, nel quale ficcano le frezze quando vanno a la cazza. Legano el suo membro dentro del corpo per lo grandissimo freddo. Quando more uno de questi, ge appareno X o dodici demoni, ballando molto allegri intorno al morto, tutti depinti. Ne vedono uno sovra li altri assai più grandi, gridando e facendo più gran festa. Così come el demonio li appare depinto, de quella sorte se depingono. Chiamano el demonio maggior Setebos, a li altri Cheleulle. Ancora costui ne disse con segni avere visto li demoni con due corni in testa e peli longhi che coprivano li piedi, gettare foco per la bocca e per il culo. Il capitano generale nominò questi popoli Patagoni. Tutti se vestono de la pelle de quello animale già detto. Non hanno case, se non trabacche de la pelle del medesimo animale e con quelle vanno mo' di qua, mo' di là, come fanno li Cingani. Vivono di carne cruda e de una radice dolce, che la chiamano chapae. Ogni uno de li due, che pigliassemo, mangiava una sporta de biscotto e beveva in una fiata mezzo secchio de acqua. E mangiavano li sorci senza scorticarli.
Stessemo in questo porto, el quale chiamassemo porto de Santo Giuliano, circa di cinque mesi, dove accaddettero molte cose. Acciò che Vostra illustrissima signoria ne sappia alcune, fu che, subito entrati nel porto, li capitani de le altre quattro navi ordinarono uno tradimento per ammazzare il capitano generale: e questi erano el vehadore de l'armata, che se chiamava Gioan de Cartagena, el tesoriero Alovise de Mendoza, el contadore Antonio Cocha e Gaspar de Casada. E squartato el vehador da li uomini, fu ammazzato lo tesoriero a pognalade, essendo descoperto lo tradimento. De lì alquanti giorni Gaspar de Cazada per voler fare un altro tradimento, fu sbandito con un prete in questa terra Patagonia. El capitano generale non volle farlo ammazzare perché lo imperatore don Carlo lo aveva fatto capitano.
Una nave, chiamata Sancto Iacopo, per andare a descovrire la costa si perse. Tutti gli uomini si salvarono per miracolo, non bagnandose. Appena due de questi venirono a le navi e ne dissero el tutto. Per il che el capitano generale ghe mandò alcuni uomini con sacchi de biscotto. Per due mesi ne fu forza portarli el vivere; perché ogni giorno trovavano qualche cosa de la nave. El viaggio de andare era longo 24 leghe, che sono cento miglia; la via asprissima e piena de spini. Stavano 4 giorni in viaggio; la notte dormivano in macchioni; non trovavano acqua da bevere, se non ghiaccio, il quale ne era grandissima fatica. In questo porto era assaissime cappe longhe, che le chiamano missiglioni, avevano perle nel mezzo, ma piccole, che non le potevano mangiare. Anco se trovava incenso, struzzi, volpe, pàssae e conigli più piccoli assai de li nostri. Qui, in cima del piú alto monte, drizzassemo una croce in segno de questa terra che era del re di Spagna, e chiamassemo questo monte Monte de Cristo.
Partendone de qui, in 51 grado manco un terzo all'Antartico, trovassemo uno fiume de acqua dolce nel quale le navi quasi perseno per li venti terribili; ma Dio e li Corpi Santi le aiutarono. In questo fiume tardassemo circa due mesi per fornirne de acqua, legna e pesce, longo uno brazzo e piú, con squame. Era molto buono, ma poco: e innanzi se partissemo de qui el capitano generale e tutti noi se confessassemo e comunicassemo come veri cristiani.
Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve. Non li potevamo trovar fondo se non con lo proise in terra in 25 e 30 brazza. E se non era el capitano generale non trovavamo questo stretto, perché tutti pensavamo e dicevamo come era serrato tutto intorno: ma il capitano generale, che sapeva de dover fare la sua navigazione per uno stretto molto ascoso, come vide ne la tesoreria del re di Portugal in una carta fatta per quello eccellentissimo uomo Martin di Boemia, mandò due navi, Santo Antonio e la Concezione, che così le chiamavano, a vedere che era nel capo della baia.
Noi, con le altre due nave, la capitania, se chiamava Trinidade, l'altra la Victoria, stessemo ad aspettarle dentro ne la baia. La notte ne sopravvenne una grande fortuna, che durò fino a l'altro mezzogiorno, per il che ne fu forza levare l'ancore e lasciare andare de qua e de là per la baia. A le altre due navi li era traversia e non potevano cavalcare uno capo, che faceva la baia quasi in fine, per venire a noi, sì che le era forza a dare in secco. Pur accostandose al fine de la baia, pensando de essere persi, vitteno una bocca piccola, che non pareva bocca, ma uno cantone, e come abbandonati se cacciarono dentro, sì che per forza discoperseno el stretto; e vedendo che non era cantone, ma uno stretto de terra, andarono piú innanzi e trovarono una baia. Poi, andando più oltra, trovarono uno altro stretto e un'altra baia più grande che le due prime. Molto allegri, subito voltorno indietro per dirlo al capitano generale.
Noi pensavamo fossero perse, prima per la fortuna grande, l'altra perché erano passati dui giorni e non apparevano, e anco per certi fumi che facevano dui de li sui mandati in terra per avvisarne. E così stando sospesi, vedemmo venire due navi con le vele piene e con le bandiere spiegate verso di noi. Essendo così vicine, subito scaricarono molte bombarde e gridi; poi tutti insieme, rengraziando Iddio e la Vergine Maria, andassemo a cercare più innanzi.
Essendo entrati in questo stretto, trovassemo due bocche, una al scirocco, l'altra al garbino. Il capitano generale mandò la nave Santo Antonio insieme con la Concezione per vedere se quella bocca, che era verso scirocco, aveva esito nel mare Pacifico. La nave Santo Antonio non volle aspettare la Concezione, perché voleva fuggire per ritornare in Ispagna, come fece. Il piloto de questa nave se chiamava Stefan Gomes, lo quale odiava molto lo capitan generale, perché, innanzi si facesse questa armata, costui era andato da lo imperatore per farse dare alcune caravelle per discovrire terra; ma per la venuta del capitano generale sua magestà non le li dette. In questa nave era l'altro gigante, che avevamo preso, ma, quando entrò nel caldo, morse.
La Concezione, per non poter seguire questa, la aspettava andando di qua e di là. La Santo Antonio a la notte tornò indietro e se fuggì per lo medesimo stretto. Nui eramo andati a descovrire l'altra bocca verso el garbin. Trovando per ogni ora el medesimo stretto, arrivassemo a uno fiume, che 'l chiamassemo fiume delle Sardine, perché appresso de questo ne erano molte: e così quivi tardassemo quattro giorni per aspettare le due navi. In questi giorni mandassemo uno battello ben fornito per descoprire el capo de l'altro mare. Venne in termine di tre giorni e dissero como avevano veduto el capo e el mare amplo.
El capitano generale lagrimò per allegrezza, e nominò quel capo Deseado, perché l'avevamo già gran tempo desiderato. Tornassemo indietro per cercare le due navi e non trovassemo se non la Concezione. E, domandandoli dove era l'altra, rispose Gioan Serrano, che era capitano e pilota de questa e anco de quella che se perse, che non sapeva e che mai non l'aveva veduta dappoi che ella entrò nella bocca. La cercassemo per tutto lo stretto fin in quella bocca dov'ella fuggitte. Il capitano generale mandò indietro la nave Victoria fino al principio del stretto per vedere se ella era ivi, e, non trovandola, mettesse una bandiera in cima de alcuno monticello con una lettera in una pignattella, ficcata in terra presso la bandiera, acciò vedendola, trovassero la lettera e sapessero lo viaggio che facevano: perché così era dato lo ordine fra noi, quando se smarrivano le navi una de l'altra. Se mise due bandiere con le lettere, una a uno monticello ne la prima baia, l'altra in una isoletta nella terza baia, dove erano molti lovi marini e uccelli grandi.
Il capitano generale l'aspettò con l'altra nave appresso el fiume Isleo; e fece mettere una croce in una isoletta circa de questo fiume, el quale erra tra alte montagne caricate de neve e descende al mare appresso el fiume de le Sardine. Se non trovavamo questo stretto, el capitano generale aveva deliberato andare fino a 75 gradi al polo antartico, dove in tale altura al tempo de la estate non ce è notte, e, se glie n'è, è poca, e così nell'inverno giorno.
Acciò che vostra illustrissima signoria il creda, quando éramo in questo stretto, le notte erano solamente de tre ore e era nel mese d'ottobre. La terra di questo stretto a man manca era voltata al scirocco e era bassa. Chiamassemo a questo stretto el stretto patagonico, in lo qual se trova, ogni mezza lega, securissimi porti, acque eccellentissime, legna se non di cedro, pesce, sardine, missiglioni e appio, erba dolce, ma ce n'è anche di amare; nasce attorno le fontane, del quale mangiassimo assai giorni per non aver altro. Credo non sia al mondo el piú bello e miglior stretto, come è questo. In questo mar Oceano se vede una molto dilettevole caccia de pesci. Sono tre sorte de pesci longhi uno braccio e più, che se chiamano doradi, albacore e boniti, li quali seguitano pesci che volano, chiamati colondrini, longhi un palmo e più; e sono ottimi al mangiare. Quando quelle tre sorte trovano alcuni di questi volanti, subito li volanti saltano fora de l'acqua e volano, finché hanno le ale bagnate, più d'uno trar di balestra. Intanto che questi volano, gli altri li corrono indietro, sott'acqua, a la sua ombra. Non sono così presto cascati ne l'acqua, che subito li pigliano e mangiano: cosa invero bellissima da vedere.
Vocaboli de li giganti Patagoni
Al capo = her
All'occhio = other
Al naso = or
Alle ciglia = occhechel
Alle palpebre = sechechiel
A li busi del naso = oresche
A la bocca = xiam
A li labbri = schiahame
A li denti = phor
Alla lingua = schial
Al mento = sechen
A li peli = archiz
Al volto = cogechel
A la coppa = schialeschin
A la gola = ohumez
A le spalle = pelles
Al gomito = cotel
A la mano = chene
A la palma de la mano = caimeghin
Al dito = cori
A le orecchie = sane
Sotto al braccio = salischin
A la mammella = othen
Al petto = ochii
Al corpo = gechel
Al membro = sachet
A li testicoli = sacancos
A la natura delle donne = jsse
All'usar con esse = jo hoi
A le cosce = chiane
Al ginocchio = tepin
Al culo = schiaguen
A le culatte = hoij
Al brazzo = maz
Al polso = holion
A le gambe = coss
Al piede = thee
Al calcagno = tere
A la caviglia del piè = perchi
A la sola del piè = caotscheni
A le unghie = colim
Al core = thol
Al grattare = gechare
A l'uomo guercio = calischen
Al giovane = calemi
A l'acqua = holi
Al fuoco = ghialeme
Al fumo = giaiche
Al no = ehen
Al sì = rey
A l'oro = pelpeli
A le pietre azzurre = secheg
Al sole = calexcheni
Alle stelle = settere
Al mare = aro
Al vento = oni
A la fortuna = ohone
Al pesce = hoi
Al mangiare = mechuiere
A la scodella = elo
A la pignatta = aschanie
Al domandare = ghelbe
Vien qui = hai si
Al guardar = chonne
A l'andar = rey
Al combattere = oamaghce
A le frezze = sethe
Al cane = holl
Al lupo = ani
A l'andar longe = schien
A la guida = anti
A la neve = theu
Al correre = hiam
Al struzo uccello = hoihoi
A la polvere d'erba che mangiano = capac
A li sui = om jani
A l'odorare = os
Al pappagallo = cheche
A la gabiota uccella = cleo
Al misiglion = siameni
Al panno rosso = torechai
Al bonnet = aichel
Al colore negro = ninel
Al rosso = taiche
Al giallo = peperi
Al cucinare = yrocoles
A la cintura = cathechin
A l'oca = cache
Al diavolo grande = Setebos
A li piccoli = Cheleule
Tutti questi vocaboli si pronunciano in gorga, perché così li pronunziano loro.
Me disse questi vocaboli quel gigante, che avevamo nella nave, perché domandandome capac, cioè pane, che così chiamano quella radice che usano loro per pane, e oli, cioè acqua, quando el me vide scrivere questi nomi, domandandoli poi de li altri con la penna in mano, me intendeva. Una volta feci la croce e la baciai, mostrandogliela. Subito gridò Setebos, e facemi segno, se più facessi la croce, me intrerebbe nel corpo e farebbe crepare. Quando questo gigante stava male, domandò la croce abbracciandola e baciandola molto. Se volle far cristiano innanzi la sua morte. El chiamassemo Paolo. Questa gente quando voleno far fuoco, fregano uno legno pontino con un altro, in fine che fanno lo fuoco in una certa medolla d'arbore, che è fra questi due legni.
Mercore a 28 de novembre 1520 ne disbucassemo da questo stretto s'ingolfandone mar Pacifico. Stessemo tre mesi e venti giorni senza pigliare refrigerio di sorta alcuna. Mangiavamo biscotto, non più biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate, perché essi avevano mangiato il buono: puzzava grandemente de orina de sorci, e bevevamo acqua gialla già putrefatta per molti giorni, e mangiavamo certe pelle de bove, che erano sopra l'antenna maggiore, acciò che l'antenna non rompesse la sartia, durissime per il sole, pioggia e vento. Le lasciavamo per quattro o cinque giorni nel mare, e poi se metteva uno poco sopra le brace e così le mangiavamo, e ancora assai volte segatura de asse. Li sorci se vendevano mezzo ducato lo uno e se pur ne avessemo potuto avere. Ma sovra tutte le altre sciagure questa era la peggiore: crescevano le gengive ad alcuni sopra li denti così de sotto come de sovra, che per modo alcuno non potevano mangiare, e così morivano per questa infermità. Morirono 19 uomini e il gigante con uno Indio de la terra del Verzin. Venticinque o trenta uomini se infirmarono, chi ne le braccia, ne le gambe o in altro loco, sicché pochi restarono sani. Per la grazia de Dio, io non ebbi alcuna infermitade.
In questi tre mesi e venti giorni andassemo circa de quattro mila leghe in uno golfo per questo mar Pacifico (in vero è bene pacifico, perché in questo tempo non avessimo fortuna) senza vedere terra alcuna, se non due isolotte disabitate, nelle quali non trovassimo altro se non uccelli e arbori; le chiamassemo Isole Infortunate.
Son lungi l'una dall'altra duecento leghe. Non trovavamo fondo appresso de loro, se non vedevamo molti tiburoni. La prima isola sta in 15 gradi di latitudine a l'australe, e l'altra in 9. Ogni giorno facevamo cinquanta, sessanta e settanta leghe a la catena, o a poppa. E se Iddio e la sua Madre benedetta non ne dava così buon tempo, morivamo tutti de fame in questo mare grandissimo.
Quando fossimo usciti da questo stretto, se avessemo navigato sempre al ponente, averessimo dato una volta al mondo senza trovare terra niuna se non el capo de le XI mila Vergine, che è capo de questo stretto al mar Oceano, levante ponente con lo capo Deseado del mare Pacifico, li quali due capi stanno in 52 gradi di latitudine puntualmente al polo Antartico.
Il polo Antartico non è così stellato come lo Artico. Se vede molte stelle piccole, congregate insieme, che fanno in guisa de due nebule poco separate l'una dall'altra e uno poco offusche, in mezzo delle quale stanno due stelle molto grandi, nè molto relucenti e poco se moveno. La calamita nostra, zavariando uno sempre, tirava al suo polo Artico; niente de meno non aveva tanta forza come da la banda sua. E però, quando èramo in questo golfo, il capitano generale domandò a tutti li piloti, andando sempre a la vela, per qual cammino navigando pontasseno su le carte. Risposero tutti: Per la sua via puntualmente data: li rispose che pontavano falso, così come era, e che conveniva aiutare la guglia del navigare, perché non riceveva tanta forza dalla parte sua. Quando èramo in questo golfo vedessimo una croce de cinque stelle lucidissime, dritto al ponente e sono giustissime una con l'altra.
In questi giorni navigassemo tra il ponente e il maestrale e a la quarta del maestrale in verso ponente e al maestrale, finché giungessimo a la linea equinoziale, lungi dalla linea de la ripartizione cento e vinti gradi. La linea de la ripartizione è 30 gradi lungi dal meridionale: el meridionale è 3 gradi al levante lungi da Capo Verde. In questo cammino passassemo poco lungi da due isole ricchissime, una in venti gradi di latitudine al polo Artico, che se chiama Cipangu; l'altra in quindici gradi, chiamata Sumdit Pradit. Passata la linea equinoziale, navigassero tra ponente e maestrale e alla quarta del ponente verso il maestrale; poi duecento leghe al ponente, mutando il viaggio a la quarta verso garbin fin in 13 gradi al polo Artico per apropinquarse più a la terra del capo de Gaticara, el qual capo, con pardon de li cosmografi perché non lo visteno, non si trova dove loro li pensavano, ma al settentrione in 12 gradi, poco più, poco manco.
Circa de settanta leghe alla detta via, in dodeci gradi di latitudine e 146 de longitudine a 6 de marzo discoprissemo una isola al maistrale piccola e due altre al garbin. Una era più alta e più grande delle altre due. Il capitano generale voleva fermarse nella grande per pigliare qualche refrigerio; ma non potè, perché la gente de questa isola entravano ne le navi e rubavano chi una cosa, chi l'altra, talmente che non potevamo guardarsi. Volevano calare le vele a ciò andassimo in terra: ne roborono lo schifo che stava legato da poppa de la nave capitana con grandissima prestezza. Per il che corrucciato il capitano generale andò in terra con quaranta uomini armati e brusarono da quaranta o cinquanta case con molti barchetti e ammazzarono sette uomini, e riebbe lo schifo. Subito ne partissemo seguendo lo medesimo cammino. Innanzi che dismontassemo in terra alcuni nostri infermi ne pregorono, se ammazzavamo uomo o donna, li portassemo li interiori, perché subito sarebbeno sani.
Quando ferivamo alcuni di questi con li verrettoni, che li passavano li fianchi da l'una banda all'altra, tiravano il verrettone mo' di qua, mo' di là, guardandolo; poi lo tiravano fuora meravigliandosi molto, e così morivano: e altri che erano feriti nel petto facevano il simile. Ne mosseno a gran compassione. Costoro vedendone partire ne seguitarono con più de cento barchetti più d'una lega: se accostavano a le navi mostrandone pesce con simulazione de darnelo; ma traevano sassi e poi fuggivano. Andando le navi con vele piene, passavano fra loro e li battelli con quelli suoi barchetti molto destrissimi. Vedessimo alcune femmine in li barchetti gridare e scapigliarsi, credo per amore de li suoi morti.
Ognuno de questi vive secondo la sua volontà; non hanno signore: vanno nudi, e alcuni barbati, con li capelli negri fino a la cinta ingruppati. Portano cappelletti de palma come li Albanesi; sono grandi come noi e ben disposti; non adorano niente; sono olivastri, ma nascono bianchi: hanno li denti rossi e negri, perché la reputano cosa bellissima. Le femmine vanno nude; se non che dinnanzi a la sua natura portano una scorza stretta, sottile come la carta, che nasce fra l'albore e la scorza della palma; sono belle, delicate e bianche più che li uomini, con li capelli sparsi e longhi, negrissimi, fino in terra. Queste non lavorano, ma stanno in casa tessendo store, casse de palma e altre cose necessarie a casa sua. Mangiano cocchi, batate, uccelli, fichi longhi uno palmo, canne dolci e pesci volatori con altre cose. Se ungono il corpo e li capelli con olio de cocco e di giongioli; le sue case sono tutte fatte di legno, coperte di tavole con foglie di figàro, de sopra lunghe due braccia, con solari e con fenestre; le camere e li letti tutti forniti di store bellissime de palma. Dormono sovra paglia molto molle e minuta. Non hanno arme, se non certe aste con un osso pontino de pesce ne la cima.
Questa gente è povera, ma ingegnosa e molto ladra: per questa chiamassemo queste tre isole le isole de li ladroni. El suo spasso è andare con le donne per mare con quelle sue barchette. Sono come le fucelere, ma più strette; alcune negre, bianche, e altre rosse. Hanno da l'altra parte della vela un legno grosso, pontino ne le cime, con pali attraversati, che il sostentano ne l'acqua per andare più securi alla vela. La vela è di foglie de palma cucite insieme e fatta a modo della latina. Per timone hanno certe pale, come da forno, con un legno in cima: fanno della poppa prora e de la prora poppa; e sono come delfini nel saltar a l'acqua de onda in onda. Questi ladroni pensavano, a li segni che facevano, non fossero altri uomini al mondo, se non loro.
Sabato, a 16 de marzo 1521, dessemo, ne l'aurora, sovra una terra alta, lungi trecento leghe dalle isole de li Ladroni, la qual è isola e se chiama Zamal. El capitano generale nel giorno seguente volse dismontare in un'altra isola desabitata, per essere più sicuro che era di dietro de questa, per pigliare acqua e qualche diporto. Fece fare due tende in terra per li infermi e fece li ammazzare una porca. Luni a 18 di marzo vedessemo da poi disnare venire verso di noi una barca con nove uomini, per il che lo capitano generale comandò che niuno si movesse, nè dicesse parola alcuna senza sua licenza. Quando arrivorono questi in terra, subito lo suo principale andò dal capitano generale, mostrandose allegro per la nostra venuta. Restarono cinque de questi più ornati con noi; li altri andorono a levare alcuni altri, che pescavano; e così venirono tutti.
Vedendo lo capitano generale che questi erano uomini con ragione, li fece dare da mangiare e li donò bonetti rossi, specchi, pettini, sonagli, avorio, boccasini e altre cose. Quando visteno la cortesia del capitano, li presentorono pesci, uno vaso de vino de palma, che lo chiamavano vraca, fichi più lunghi d'un palmo e altri più piccoli, più saporiti, e due cocchi. Allora non avevano altro. Ne fecero segni con la mano che in fino a quattro giorni portarebbero umany, che è riso, cocchi e molta altra vittuaglia.
I cocchi sono frutti de la palma. Così come noi avemo il pane, il vino, l'olio e l'aceto, così hanno questi popoli ogni cosa da questi arbori. Hanno el vino in questo modo: forano la ditta palma in cima nel coresino, detto palmito, dal quale stilla uno liquore, come è mosto, bianco, dolce, ma un poco bruschetto, in canne grosse come la gamba e più: le attaccano a l'arbore la sera per la mattina e la mattina per la sera. Questa palma fa uno frutto, il quale è lo cocco. Questo cocco è grande come il capo, e più e meno. La sua prima scorza è verde e grossa più di dui diti, ne la quale trovano certi filetti, che fanno le corde che legano le sue barche. Sotto di questa ne è una dura e molto più grossa di quella de la noce. Questa la brusano e fanno polvere buona per loro. Sotto di questa è una medolla bianca, grossa come un dito, la qual mangiano fresca con la carne e il pesce, come noi lo pane, e di quel sapore che è la mandorla. Chi la seccasse, se farebbe pane. In mezzo de questa medolla è una acqua chiara, dolce e molto cordiale; e quando questa acqua sta un poco accolta, se congela e diventa como uno pomo. Quando voleno fare olio, pigliano questo cocco e lassano putrefare quella medolla con l'acqua e poi fanno bollire e viene olio come butirro. Se può fare anche latte, come noi facevamo. Grattavamo questa medolla, poi la mischiavamo con l'acqua sua medesima strucandola in uno panno, e così era latte como di capra. Queste palme sono como palme de li datteri, ma non così nodose, se non lisce. Una famiglia di X persone, con due di queste se mantengono fruendo 5 otto giorni l'una e otto giorni l'altra per lo vino: se altramente facessono, se seccherebbeno: e durano cento anni.
Grande familiaritade pigliarono con nui questi popoli. Ne dissero molte cose come le chiamavano e li nomi de alcune isole, che se vedevano de qui. La sua se chiama Zuluan, la quale non è troppo grande. Pigliassemo gran piacere con questi, perché erano assai piacevoli e conversabili. Il capitano generale, per farli più onore, li menò a la sua nave e li mostrò tutta la sua mercadanzia, garofoli, cannella, pevere, noce moscada, macia, oro e tutte le cose che erano nella nave; fece descaricare alcune bombarde. Ebbero gran paura e volsero saltar fuora de la nave. Ne fecero segni quelli dove noi andavamo nascessevano le cose suddette. Quando si volsero partire, pigliarono licenza con molta grazia e gentilezza, dicendo che tornarebbeno secondo la sua promessa. La isola dove éramo se chiama Humunu; ma noi, per trovarli due fontane de acqua chiarissima, la chiamassemo l'Acquata de li buoni segnali, perché fu il primo segno de oro che trovassemo in questa parte. Qui si trova gran quantitade de coralli bianchi e arbori grandi, che fanno frutti poco minori de la mandorla e sono come li pignoli; e anco molte palme, alcune buone e alcune altre cattive. In questo loco sono molte isole; per il che lo chiamassemo l'arcipelago de San Lazzaro, descovrendolo ne la sua Domenica; il quale sta in X gradi di latitudine al polo Artico e centosessantauno di longitudine della linea de la ripartizione.
Venere a 22 di marzo venirono in mezzodì quelli uomini, secondo ne avevano promesso, in due barche con cocchi, naranzi dolci, uno vaso de vino de palma, e uno gallo per dimostrare che in queste parti erano galline. Se mostrarono molto allegri verso de noi; comprassemo tutte quelle cose. Il suo signor era vecchio e depinto; portava due schione de oro a le orecchie, li altri molte maniglie de oro a li brazzi, con fazoli intorno al capo. Stessemo quivi otto giorni, ne li quali el nostro capitano andava ogni dì in terra a visitare li infirmi; e ogni mattina li dava con le sue mani acqua del cocco, che molto li confortava.
De dietro de questa isola stanno uomini che hanno tanto grandi li picchetti de le orecchie, che portano li bracci ficcati in loro. Questi popoli sono Cafri, cioè Gentili, vanno nudi con tele de scorza d'arbore intorno le sue vergogne; se non alcuni principali, con tele de bambaso lavorate ne li capi con seta a guchia. Sono olivastri, grassi, depinti, e se ongeno con olio de cocco e de giongioli per lo sole e per il vento. Hanno li capelli negrissimi, fino a la cinta, e hanno daghe, coltelli, lance de oro, targoni, fiocine, arponi e reti per pescare come rezzali. Le sue barche sono come le nostre.
Nel luni santo, a venticinque de marzo, giorno de la Nostra Donna, passato mezzodì, essendo di ora in ora per levarsi, andai a bordo della nave per pescare, e, mettendo li piedi sopra una antenna per discendere ne la mesà di guarnigione, me slizegarono li piedi perché era piovesto, e così cascai nel mare che niuno me vide. E essendo quasi sommerso, me venne ne la mano sinistra la scotta de la vela maggiore, che era ascosa ne l'acqua: me tenni forte e comensai a gridare, tanto che fui aiutato con lo battello. Non credo già per miei meriti, ma per la misericordia di quella fonte di pietà, fossi aiutato. Nel medesimo giorno pigliassemo tra il ponente e garbin infra quattro isole: Cenalo, Hiunanghan, Ibusson e Abarien.
Iove, a ventiotto de marzo, per aver visto la notte passata fuoco in una isola, ne la mattina sorgessimo appresso de questa: vedessemo una barca piccola che la chiamano boloto, con otto uomini de dentro appropinquarse ne la nave capitanea. Uno schiavo del capitano generale, che era de Zamatra, già chiamata Traprobona, li parlò, il quale subito intesono: vennero nel bordo della nave, non volendo intrare dentro, ma stavano uno poco discosti. Vedendo el capitano che non volevano fidarse de noi, li buttò un bonnet rosso e altre cose ligate sopra un pezzo de tavola. La pigliarono molto allegri e subito se partirono per avvisare il suo re. Da lì circa due ore vedessimo vegnire due balangai (che sono barche grandi e così le chiamano) pieni di uomini: nel maggiore era lo suo re sedendo sotto uno coperto de store.
Quando el giunse sotto la capitana, el schiavo li parlò; il re lo intese, perché in questa parte li re sanno più linguaggi che li altri: comandò che alcuni suoi intrasseno ne la nave. Lui sempre stette nel suo balangai poco longe de la nave, finché li suoi tornarono e, subito tornati, se partì. Il capitano generale fece grande onore a quelli, che venirono ne la nave; e donolli alcune cose, per il che il re, innanzi la sua partita, volle donare al capitano una barra de oro grande e una sporta piena de gengero; ma lui, ringraziando molto, non volse accettarle. Nel tardi andassemo con la nave appresso la abitazione del re.
Il giorno seguente, che era il Venerdì Santo, il capitano generale mandò lo schiavo, che era lo interprete nostro, in terra in uno battello a dire al re, se aveva alcuna cosa da mangiare, la facesse portare in nave, che resteriano bene satisfatti da noi, e come amici e non come nemici eramo venuti a la sua isola. El re venne con sei, ovvero otto uomini, nel medesimo battello ed entrò ne la nave, abbracciandosi col capitano generale e donògli tre vasi di porcellana coperti de foglie, pieni di riso crudo e due orate molto grandi con altre cose. El capitano dette al re una veste de panno rosso e giallo fatta a la turchesca e uno bonnet rosso fino: a li altri sui, a chi coltelli e a chi specchi. Poi li fece dare da colazione e, per il schiavo, li fece dire che voleva essere con lui casi casi, cioè fratello: rispose che così voleva essere verso de lui. Da poi lo capitano gli mostrò panno de diversi colori, tela, coralli e molta mercanzia e tutta l'artigliaria, facendola descargare.
Alcuni molto se spaventorno; poi fece armare uno uomo con un uomo d'arme e li messe attorno tre con spade e pugnali, che li davano per tutto el corpo; per la qual cosa el re restò quasi fora di sè. Li disse per il schiavo che uno de questi armati valeva per cento de li suoi: rispose che era così e che in ogni nave ne menava duecento, che se armavano de quella sorte. Li mostrò corazzine, spade e rotelle e fece fare a uno una levata. Poi lo condusse sopra la tolda della nave, che è in cima de la poppa e fece portare la sua carta da navigare e la bussola e li disse per l'interprete como trovò lo stretto per venire a lui e quante lune sono stati senza vedere terra. Se meravigliò: in ultimo li disse che voleva, se li piacesse, mandare seco due uomini, acciò li mostrasse alcune de le sue cose. Respose che era contento. Io ce andai con un altro.
Quando fui in terra, il re levò le mani al cielo e poi se volse contro noi dui; facessemo lo simile verso de lui; così tutti li altri fecero. Il re me pigliò per la mano; uno suo principale pigliò l'altro compagno, e così ne menarono sotto un coperto de canne, dove era uno balangai longo ottanta palmi de li miei, simile a una fusta. Ne sedessimo sopra la poppa de questo, sempre parlando con segni. Li suoi ne stavano in piedi attorno attorno con spade, daghe, lance e targoni. Fece portare uno piatto de carne de porco con uno vaso grande pieno de vino. Bevevamo ad ogni boccone una tazza de vino: lo vino che li avanzava qualche volta, benché fosseno poche, se metteva in uno vaso da per sè. La sua tazza sempre stava coperta; ninguno altro lì beveva se non il re e io. Innanzi che il re pigliasse la tazza per bere, alzava le mani giunte al cielo e verso de noi, e quando voleva bere, estendeva lo pugno de la mano sinistra verso di me (prima pensava me volesse dare un pugno) e poi beveva; faceva cosí io verso il re. Questi segni fanno tutti l'uno verso de l'altro, quando beveno. Con queste cerimonie e altri segni de amicizia merendassemo.
Mangiai nel Venere Santo carne, per non potere fare altro. Innanzi che venisse l'ora de cenare, donai molte cose al re, che avevo portate: scrissi assai cose come le chiamavano. Quando lo re e li altri me visteno scrivere e li diceva quelle sue parole, tutti restorono attoniti. In questo mezzo venne l'ora de cenare. Portorono due piatti grandi de porcellana, uno pieno de riso e l'altro de carne de porco con suo brodo. Cenassimo con li medesimi segni e cerimonie; poi andassimo al palazzo del re, el quale era fatto come una teza de fieno, coperto de foglie de figàro e de palma. Era edificato sovra legni grossi, alti de terra, che 'l se conviene andare con scale. Ne fece sedere sopra una stora de canne, tenendo le gambe attratte come li sarti. De lì a mezza ora fu portato uno piatto de pesce brustolato in pezzi e zenzero, per allora colto, e vino.
El figliuolo maggiore del re, ch'era il principe, venne dove èramo: il re li disse che sedesse appresso noi, e così sedette. Fu portato due piatti, uno de pesce con lo suo brodo, e l'altro de riso, a ciò che mangiassemo col principe. Il nostro compagno per tanto bere e tanto mangiare diventò briaco. Usano per lume gomma de arbore, che la chiamano anime, voltata in foglie de palma e de figàro.
El re ne fece segno che 'l voleva andare a dormire; lassò con nui lo principe, con quale dormissemo sopra una stora de canne con cuscini de foglie. Venuto lo giorno, el re venne e me pigliò per la mano: così andassemo dove avevamo cenato per far colazione, ma il battello ne venne a levare. Innanzi la partita, el re molto allegro ne basò le mani e noi le sue; venne con noi uno suo fratello, re d'un'altra isola, con 3 uomini; lo capitano generale lo ritenette a disnare con noi e donògli molte cose.
Nella isola de questo re, che condussi a le navi, se trova pezzi de oro, grandi come noci e uovi, crivellando la terra. Tutti li vasi de questo re sono de oro e anche alcuna parte de la casa sua. Così ne riferitte lo medesimo re. Secondo lo suo costume, era molto in ordine e lo più bello uomo, che vedessimo tra questi popoli. Aveva li capelli negrissimi fino a le spalle, con un velo de seta sopra lo capo, e due schione grande de oro taccate a le orecchie; portava uno panno de bombaso tutto lavorato de seta, che copriva da la cinta fino al ginocchio. Al lato una daga con lo manico alquanto longo, tutto de oro; il fodero era de legno lavorato: in ogni dente aveva tre macchie d'oro, che pareva fosseno legati con oro: oleva de storac e belgiovì; era olivastro e tutto depinto. Questa sua isola se chiama Butuan e Calagan. Quando questi re se vòleno vedere, vèneno tutti due a la caccia in quest'isola, dove èramo; el re primo se chiama Colambu, il secondo raià Siain.
Domenica, ultimo de marzo, giorno de Pasqua, ne la mattina per tempo el capitano generale mandò il prete con alquanti a apparecchiare per dovere dire messa, con lo interprete a dire che non volevamo discendere in terra per desinar seco, ma per aldire messa, per il che lo re ne mandò dui porchi morti. Quando fu ora de messa, andassemo in terra forse cinquanta uomini, non armati la persona, ma con le altre nostre arme, e meglio vestiti che potessemo. Innanzi che arrivassemo a la riva con li battelli, furono scaricati sei pezzi de bombarde in segno de pace. Saltassemo in terra: li due re si abbrazzarono lo capitano generale e lo mèsseno in mezzo de loro: andassemo in ordinanza fino al logo consacrato, non molto lungi dalla riva. Innanzi se cominciasse la messa, il capitano bagnò tutto il corpo de li due re con acqua moscata. Se offerse a la messa: li re andarono a baciare la croce come noi, ma non offerseno.
Quando se levava lo corpo de Nostro Signore, stavano in genocchioni e adoravanlo con le mani gionte. Le navi tirarono tutta la artiglieria in un tempo, quando se levò il corpo de Cristo, dandogli lo segno da la terra con li schioppetti. Finita la messa, alquanti de li nostri se comunicarono. Lo capitano generale fece fare uno ballo con le spade, de che li re ebbeno gran piacere; poi fece portare una croce con li chiodi e la corona, a la qual subito fecero reverenzia. Li disse per lo interprete come questa era il vessillo datogli da lo imperatore suo signore, acciò, in ogni parte dove andasse, mettesse questo suo segnale, e che voleva metterlo ivi per sua utilità, perché, se venissero alcune nave de le nostre, saperiano, con questa croce, noi essere stati in questo loco, e non farebbero despiacere a loro nè a le cose; e, se pigliassero alcuno de li suoi, subito, mostrandogli questo segnale, lo lasseriano andare; e che conveniva mettere questa croce in cima del più alto monte che fosse, acciò, vedendola ogni mattina, la adorassero; e se questo facevano, nè tuoni nè fulmini in tempesta li nocerebbe in cosa alcuna.
Lo ringraziarono molto che farebbono ogni cosa volontieri. Anche li fece dire se erano Mori o Gentili, o in che credevano. Risposero che non adoravano altro, se non alzavano le mani giunte e la faccia al cielo e che chiamavano lo suo Dio Abba: per la qual cosa lo capitano ebbe grande allegrezza. Vedendo questo, el primo re levò le mani al cielo e disse che vorria, se fosse possibile, farli vedere il suo amore verso de lui. Lo interprete gli disse per quale ragione aveva quivi così poco da mangiare. Rispose che non abitava in questo loco, se non quando veniva a la caccia e a vedere lo suo fratello; ma stava in una altra isola, dove aveva tutta la sua famiglia.
Li fece dire se aveva nemici lo dicesse, perciò andrebbe con questa nave e distruggerli e farìa lo obbediriano. Lo rengraziò e disse che aveva bene due isole nemiche, ma che allora non era tempo de andarvi. Lo capitano li disse , se Dio facesse che un'altra fiata ritornasse in queste parte, condurria tanta gente che farebbe per forza esserli soggette, e che voleva andar a disnare e dappoi tornerebbe per far porre la croce in cima del monte. Risposero erano contenti. Facendosi un battaglione con scaricare gli schioppetti e abbracciandosi lo capitano con li due re, pigliassimo licenza.
Dopo disnare tornassemo tutti in giubbone e andassemo insieme con li due re nel mezzodì in cima del più alto monte che fosse. Quando arrivassemo in cima, lo capitano generale li disse come aveva caro avere sudato per loro, perché, essendo ivi la croce, non poteva se non grandemente giovarli. E domandolli qual porto era migliore per vettovaglie. Dicessero che ne erano tre; cioè Ceylon, Zubu e Calaghan; ma che Zubu era più grande e de miglior traffico e se profferseno de darne piloti che ne insegnerebbeno il viaggio.
Lo capitano generale li ringraziò e deliberò di andar lì, perché così voleva la sua infelice sorte. Posta la croce, ognuno disse uno Pater noster e una Ave Maria, adorandola: così li re feceno. Poi discendessimo per li suoi campi lavorati e andassimo dove era lo balangai. Li re fecero portare alquanti cocchi, acciò se rinfrescassimo. Lo capitano li domandò li piloti, perché la mattina seguente voleva partirsi e che li tratterebbe come sè medesimo, lasciandogli uno dei nostri per ostaggio. Risposero che ogni ora li volesse erano al suo comando; ma ne la notte il primo re se mutò d'opinione. La mattina, quando èramo per partirsi, el re mandò a dire al capitano generale che, per amore suo, aspettasse due giorni, finché facesse cogliere el riso ed altri suoi minuti, pregandolo mandasse alcuni uomini per aiutarli, acciò più presto se spacciasse, e che lui medesimo voleva essere lo nostro piloto.
Lo capitano mandogli alcuni uomini, ma li re tanto mangiarono e bevetteno che dormitteno tutto il giorno. Alcuni per escusarli dissero che avevano uno poco de male. Per quel giorno li nostri non fecero niente, ma negli altri dui seguenti lavorarono. Uno de questi popoli ne portò forse una scodella de riso con otto o dieci fichi, legati insieme, per barattarli con uno coltello che valeva al più tre quattrini. Il capitano, vedendo questo non voleva altro se non un coltello, lo chiamò per vedere più cose; mise mano a la borsa e li volse dare per quelle cose uno reale: lui nol volse; gli mostrò uno ducato, manco lo accettò: al fine li volse dare un doppione di due ducati; non volse mai altro che un coltello e così glie lo fece dare. Andando uno de li nostri in terra per torre acqua, uno de questi li volse dare una corona pontina de oro massiccio, grande come una colonna, per sei filze di cristallino: ma il capitano non volle che la barattasse, accioché in questo principio sapessero per periziavamo più la nostra mercanzia che lo suo oro.
Questi populi sono Gentili; vanno nudi e depinti: portano un pezzo de tela de arbore intorno le sue vergogne; sono grandissimi bevitori. Le sue femmine vanno vestite de tela de arbore da la cinta in giù, con li capelli negri fino in terra, hanno forate le orecchie e piene de oro. Questa gente sempre masticano uno frutto che chiamano areca; è come uno pero. Lo tagliano in quattro parti, e poi lo volveno ne le foglie del suo albero, che le nominano betre; sono come foglie del moraro, con uno poco de calcina, e, quando le hanno ben masticate, le sputano fora: fanno diventare la bocca rossissima. Tutti li popoli de questa parte del mondo le usano perché rinfrescali molto el core. Se restasseno de usarle, morirebbeno.
In questa isola sono cani, gatti, porci, galline, capre, riso, zenzero, cocchi, fichi, naranzi, limoni, miglio, panico, sorgo, cera e molto oro. Sta de latitudine in 9 gradi e due terzi all'Artico, e 162 de longitudine della linea de la ripartizione, e 25 leghe longe de la Acquada, e se chiama Mazana.
Stessemo sette giorni quivi; poi pigliassimo la via del maestrale passando prima cinque isole, cioè Ceylon, Bohol, Canigran, Bagbai e Gatighan. In questa isola de Gatighan sono barbastelli grandi come aquile; perché era tardi ne ammazzassemo uno: era come una gallina al mangiare. Ce sono colombi, tortore, pappagalli e certi uccelli negri, grandi come galline, con la coda lunga; fanno ovi grandi come de oca, li mettono sotto la sabbia per lo gran caldo li crea. Quando sono nasciuti alzano la arena e vieneno fora. Questi ovi sono boni da mangiare. Da Mazana a Gatighan sono venti leghe. Partendone da Gatighan al ponente, il re di Mazana non ne potè seguire; perché lo aspettassemo circa tre isole, Polo, Ticobon e Poxon. Quando el gionse, molto se meravigliò del nostro navigare. Lo capitano generale lo fece montare ne la sua nave con alcuni suoi principali, del che ebbero gran piacere, e così andassemo in Zubu. Da Gatighan a Zubu sono quindici leghe.
La domenica, a 7 de aprile, a mezzo dì, intrassemo nel porto di Zubu; passando per molti villaggi vedevamo molte case fatte sopra li arbori. Appropinquandose a la città, lo capitano generale comandò le nave s'imbandierasseno: furono calate le vele e poste a modo de battaglia e scaricò tutta l'artigliaria, per il che questi popoli ebbero grandissima paura. Lo capitano mandò uno suo allievo, con lo interprete, ambasciatore al re de Zubu. Quando arrivorno ne la città, trovorono infiniti uomini insieme con lo re, tutti paurosi per le bombarde. L'interprete li disse questo essere nostro costume, entrando in simili luoghi, in segno de pace e amicizia e per onorare lo re del luogo, scaricavamo tutte le bombarde. El re e tutti li suoi se assecurorno; e fece dire a li nostri per lo suo governatore che volevano. L'interprete rispose come el suo signore era capitano del maggiore re e principe fosse nel mondo, e che andava a discovrire Malucco; ma per la sua buona fama, come aveva inteso dal re de Mazana, era venuto solamente per visitarlo e pigliare vittuaglia con la sua marcadanzia.
Li disse che in bona ora era venuto, ma che aveva questa usanza: tutte le navi che entravano nel porto suo pagavano tributo, e che non erano quattro giorni che uno giunco cargato d'oro e de schiavi, li aveva dato tributo; e per segno de questo gli mostrò uno mercadante de Ciama che era restato per mercadantare oro e schiavi. Lo interprete li disse como el suo signore, per essere capitano de tanto gran re, non pagava tributo ad alcuno signore del mondo, e se voleva pace, pace avrebbe e se non guerra, guerra. Allora el Moro mercadante disse al re: Cata, raja, chiba, cioè: Guarda bene, signore: questi sono de quelli che hanno conquistato Calicut, Malacca e tutta l'India Maggiore. Se bene se li fa, bene si ha; se male, male e peggio, come hanno fato a Calicut e a Malacca.
L'interprete intese lo tutto e dissegli che 'l re suo signore era più potente de gente e de navi che lo re del Portogallo, e era re de Spagna e imperatore de tutti li Cristiani e, se non voleva esserli amico, li mandaria un'altra fiata tanta gente che lo destrueriano. Il Moro narrò ogni cosa al re. Allora li disse se consigliarebbe con li sui, e nel dì seguente li responderebbe. Poi fece portare una colazione de molte vivande, tutte de carne, poste in piatti de porcellane, con molti vasi de vino. Data la colazione, li nostri retornorono e ne dissero lo tutto. Il re de Mazana, che era lo primo dopo questo re e signore de alquante isole, andò in terra per dire al re la gran cortesia del capitano generale.
Luni mattina il nostro scrivano insieme con l'interprete andorono in Zubu: venne il re con li suoi principali in piazza e fece sedere li nostri appresso lui. Li disse se più d'uno capitano era in questa compagnia, e se 'l voleva lui pagasse tributo a l'imperatore suo signor. Rispose de non, ma voleva solamente mercatandasse con lui e non con altri. Disse che era contento; e, se lo capitano nostro voleva essere suo amico, li mandasse un poco de sangue del suo braccio diritto, e così farebbe lui, per segno de più vera amicizia. Rispose che lo faria. Poi lo re li disse come tutti li capi che venivano quivi se davano presenti l'uno con l'altro e se lo nostro capitano o lui doveva cominciare. L'interprete li disse poi che lui voleva mantegnire questo costume, comenzasse; così comenzò.
Marti mattina el re de Mazana con lo Moro venne a le navi, salutò lo capitano generale da parte del re e disseli como el re de Zubu faceva adunare più vittuaglia poteva per darnela, e come manderebbe, dopo disnare, uno suo nipote con due o tre de sui principali per fare la pace. Lo capitano generale fece armare uno de le sue proprie arme e feceli dire come tutti noi combattevamo de quella sorta. Il Moro molto si spaventò: il capitano li disse non si spaventasse, perché le nostre arme erano piacevoli a li amici e aspre a li nemici; e così come li fazoli asciogano il sudore, così le nostre arme atterrano e destruggeno tutti li avversari e malevoli della nostra fede. Fece questo acciò el Moro, che pareva essere più astuto de li altri, lo dicesse al re.
Dopo disnare venne a le navi lo nipote del re, che era principe, col re di Mazana, il Moro, il governatore e il bargello maggiore con otto principali, per fare la pace con noi. Lo capitano generale, sedendo in una cattedra de velluto rosso, li principali in sedie de corame e li altri in terra sovra store, li disse per lo interprete, se lo suo costume era di parlare in secreto, ovvero in pubblico, e se questo principe col re de Mazana avevano il potere di fare la pace. Rispose che parlavano in pubblico e che costoro avevano il potere de far la pace.
Lo capitano disse molte cose sovra la pace e che 'l pregava Iddio la confirmasse in cielo: dissero che mai non avevano aldite cotali parole e che pigliavano gran piacere a udirle. Vedendo lo capitano che questi volontieri ascoltavano e rispondevano, li cominciò dire cose per indurli a la fede.
Domandò qual dopo la morte del re succedesse a la signoria: rispose che lo re non aveva figlioli, ma figliole, e che questo suo nipote aveva per moglie la maggiore; perciò era lo principe e quando li padri e madri erano vecchi non si onoravano piú, ma li figlioli li comandavano. Lo capitano li disse come Iddio fece lo cielo, la terra, lo mare e tante altre cose, e come impose se dovessero onorare li padri e madri e, chi altramente faceva, era condannato nel fuoco eterno; e come tutti descendevamo da Adam e Eva, nostri primi parenti; e come avevamo l'anima immortale, e molte altre cose pertinenti a la fede. Tutti allegri lo supplicorono volesse lasciarli due uomini, o almeno uno, acciò li ammaestrasse ne la fede e che li farebbeno grande onore. Gli rispose che allora non poteva lasciarli alcuno, ma se volevano essere Cristiani, lo prete nostro li battezzerebbe, e che un'altra fiata menaria preti e frati, che li insegnerebbero la fede nostra. Risposero che prima volevano parlare al re e poi diventarebbero Cristiani. Lagrimassemo tutti per la grande allegrezza.
Lo capitano li disse che non se fecero Cristiani per paura nè per compiacerne, ma volontariamente, e, a coloro che volevano vivere secondo la sua legge, non li sarebbe fatto dispiacere alcuno; ma li Cristiani sariano meglio visti e carezzati che gli altri. Tutti gridarono ad una voce, che non si facevano Cristiani per paura, nè per compiacerne, ma per spontanea volontade.
E allora li disse che, se diventavano Cristiani, gli lascerebbe una armatura; perché così li era stato imposto dal suo re, e come non potevano usare con le sue donne, essendo Gentili, senza grandissimo peccato; e come li assecurava, che, essendo Cristiani, non li apparirebbe più el demonio, se non nel punto estremo della sua morte. Disseno che non sapevano risponderli per le sue belle parole, ma se rimettevano nelle sue mani e facesse de loro come dei suoi fedelissimi servitori. Lo capitano, piangendo, li abbrazzò, e aggiungendo una mano del principe e una del re fra le sue, li disse per la fede portava a Dio e per lo abito che aveva, li prometteva che li dava la pace perpetua col re di Spagna. Risposeno che lo simile promettevano.
Conclusa la pace, lo capitano fece dare una colazione; poi lo principe e re presentarono al capitano, da parte del suo re, alquanti cestoni de riso, porci, capre e galline, e gli dissero li perdonasse per ciò tal cose erano poche a uno simile a lui. Lo capitano donò al principe uno panno bianco di tela sottilissima, uno bonnet rosso, alquante filze de cristallino e uno bicchier dorato de vetro. Li vetri sono molto apprezzati in queste parti. Al re di Mazana non li dette alcun presente, perché già li aveva dato una veste de Cambaya con altre cose, e a li altri a chi una cosa, a chi un'altra.
Mandò poi al re de Zubu, per mi e uno altro, una veste di seta gialla e morella a guisa turchesca, uno bonnet rosso fino, alquante filze de cristallino, posto ogni cosa in uno piatto d'argento e due biccheri dorati in mano.
Quando fossimo ne la città, trovassemo lo re in suo palazio con molti uomini, che sedeva in terra sovra una stora de palma: aveva solamente uno panno de tela de bombaso dinanzi alle sue vergogne, uno velo intorno al capo, lavorato a gucchia, una collana al collo de gran prezio, due schione grande de oro taccate a le orecchie, con pietre preziose attorno.
Era grasso e piccolo e depinto con lo fuoco a diverse maniere: mangiava in terra sovra un'altra stora ovi de bissa scutellara, posti in due vasi de porcellana; e aveva dinnanzi quattro vasi pieni de vino de palma, serrati con erbe odorifere, e ficcati quattro cannuti: con ogni uno de questi beveva.
Fatta la debita reverenza, l'interprete li disse como lo suo signore lo rengraziava molto del suo presente, e che li mandava questo, non per il suo, ma per lo trinsico amore li portava. Li vestissimo la veste, gli ponessimo il bonnet in capo e li dessemo le altre cose: e poi baciando li vetri e ponendoli sovra lo capo, le li presentai e facendo lui il simile, li accettò. Poi il re ne fece mangiare de quelli ovi e bere con quelli cannuti. Li altri sui in questo mezzo gli dissero lo parlamento del capitano sovra la pace e lo esortamento per farli Cristiani.
Il re ne volse tener seco a cena; li dicessemo non potevamo allora restare. Pigliata la licenza, il principe ne menò seco a casa sua, dove sonavano quattro fanciulle, una de tamburo a modo nostro, ma era posta in terra; un'altra dava con un legno, fatto alquanto grosso nel capo con tela de palma, in due borchie piccate, uno in l'uno, uno in l'altro: l'altra in una borchia grande col medesimo modo: la ultima con due borchiette in mano; dando l'una nell'altra, facevano un soave suono. Tanto a tempo sonavano, che pareva avessero gran ragion del canto. Queste erano assai belle e bianche, quasi come le nostre e così grandi: erano nude, se non che avevano tela de arbore da la cinta fino al ginocchio, e alcune tutte nude, col picchietto de le orecchie grande, con un cerchietto de legno dentro, che lo tiene tondo e largo; con li capelli grandi e negri, e con uno velo piccolo attorno al capo, e sempre discalze. Il principe ne fece ballare con tre, tutte nude. Merendassemo e da poi venissemo alle navi. Queste borchie sono de metallo e se fanno nella regione del Signio Magno, che è detta la China. Quivi le usano come noi le campane e le chiamano aghon.
Mercore mattina, per esser morto uno dei nostri ne la notte passata, l'interprete ed io andassemo a domandare al re dove lo poteriamo seppellire. Trovassemo lo re accompagnato da molti uomini, a cui, fatta la debita reverenzia, li lo dissi. Rispose: "se io e li miei vassalli semo tutti del tuo signore, quanto maggiormente deve esser la terra ". E li dissi come volevamo consecrare il luogo e metterli una croce: rispose che era molto contento e che la voleva adorare come noi altri. Fu sepolto lo morto ne la piazza, al meglio potessemo, per darli bon esempio; e poi la consacrassemo; sul tardi ne seppellissimo un altro. Portassemo molta mercanzia in terra, e la mettessemo in una casa, qual el re la tolse sovra sua fede, e quattro uomini che erano restati per mercatandare in grosso.
Questi popoli vivono con giustizia, peso e misura; amano la pace, l'ozio e la quiete: hanno bilance de legno. Lo legno ha una corda nel mezzo con la quale se tiene; d'uno capo è piombo, e de l'altro segni come quarti, terzi e libbre. Quando voleno pesare pigliano la bilancia, che è con tre fili como le nostre, e la metteno sovra li segni, e così pesano giusto. Hanno misure grandissime senza fondo. Le giovani giocano a la zampogna, fatte come le nostre, e le chiamano subin. Le case sono de legno de tavole e de canne, edificate sopra pali grossi, alte da terra, che bisogna andarvi dentro con scale e hanno camere come le nostre. Sotto le case teneno li porci, capre e galline.
Se trovano quivi cornioli grandi, belli a vedere, che ammazzano le balene, le quale li inghiottono vivi. Quando loro sono nel corpo, veneno fuora del suo coperto e li mangiano el core. Questa gente li trovano poi vivi appresso del core de le balene morte. Questi hanno denti, la pelle negra, il coperto bianco e la carne: sono boni da mangiare e li chiamano laghan.
Venere li mostrassemo una bottega piena de le nostre mercanzie, per il che restorono molto ammirati: per metallo, ferro e l'altra mercanzia grossa ne davano oro: per le minute ne davano riso, porci e capre con altre vettovaglie. Questi popoli ne davano X pesi de oro per XIIII libbre de ferro: un peso è circa d'uno ducato e mezzo. Lo capitano generale non volse se pigliasse troppo oro, perché sarebbe stato alcuno marinaro che avrebbe dato tutto lo suo per uno poco de oro, e averia disconciato lo traffico per sempre.
Sabato, per avere promesso lo re al capitano de farsi Cristiano ne la Domenica, se fece ne la piazza, che era sacrata, uno tribunale adornato de tapezzeria e rami de palme per battizzarlo: e mandolli a dire che nella mattina non avesse paura de le bombarde, per ciò era nostro costume, ne le feste maggiore, descaricarle senza pietre.
Domenica mattina, a quattordese de aprile, andassemo in terra quaranta uomini, con due uomini tutti armati dinanzi a la bandiera reale. Quando dismontassemo, se tirò tutta la artiglieria. Questi popoli seguivano de qua e de là. Lo capitano e lo re se abbracciorono. Li disse che la bandiera reale non se portava in terra, se non con cinquanta uomini, come erano li dui armati, e con cinquanta scoppettieri; ma per lo suo grande amore così la aveva portata. Poi tutti allegri andassemo presso al tribunale. Lo capitano e lo re sedevano in cattedre de velluto rosso e morello, li principali in cuscini, li altri sovra store.
Lo capitano disse al re, per lo interprete, ringraziasse Iddio per ciò lo aveva inspirato a farse Cristiano, e che vincerebbe più facilmente li sui nemici che prima. Rispose che voleva esser Cristiano; ma alcuni suoi principali non volevano obbedire, perché dicevano essere così uomini come lui. Allora lo nostro capitano fece chiamare tutti li principali del re, e disseli, se non obbedivano al re come suo re, li farebbe ammazzare e darìa la sua roba al re. Risposero lo obbedirebbono. Disse al re , se andava in Spagna, ritornerebbe un'altra volta con tanto potere, che lo faria lo maggiore re de quelle parte, perché era stato primo a voler farse Cristiano. Levando le mani al cielo, lo ringraziò e pregò alcuni de li suoi rimanesse, acciò meglio lui e li suoi popoli fossero istruiti nella fede. Lo capitano rispose che per contentarlo li lasserebbe dui; ma voleva menar seco dui fanciulli de li principali, acciò imparassero la lingua nostra, e poi, a la ritornata, sapessero dire a questi altri le cose di Spagna.
Se mise una croce grande nel mezzo de la piazza. Lo capitano li disse , se si volevano far Cristiani, come avevano detto ne li giorni passati, li bisognava brusare tutti li suoi idoli, e nel luogo loro mettere una croce e ogni dì con le mani giunte adorarla e ogni mattina nel viso farsi lo segno de la Croce, mostrandoli come se faceva; e ogni ora, almeno de mattina, dovessero venire a questa croce e adorarla in genocchioni, e quel che avevano già detto, volesser con le buone opere confirmarlo. El re con tutti li altri volevano confirmare lo tutto. Lo capitano generale li disse come s'era vestito tutto de bianco per mostrarli lo suo sincero amore verso de loro. Risposero per le sue dolci parole non saperli respondere. Con queste buone parole lo capitano condusse lo re per la mano sul tribunale per battizzarlo, e disseli se chiameria don Carlo, como a l'imperatore suo signore; al re de Mazana Gioanni; a uno principale Fernando, come il principale nostro, cioè lo capitano; al Moro Cristoforo; poi a li altri a chi uno nome, a chi uno altro.
Foreno battizzati innanzi messa cinquecento uomini. Udita la messa, lo capitano convitò a disnar seco lo re con altri principali: non volsero; ne accompagnarono fino a la riva, le navi scaricarono tutte le bombarde; e abbracciandose presero commiato.
Dopo disnare el prete e alcuni altri andassemo in terra per battezzar la regina, la quale venne con quaranta dame. La conducessemo sopra lo tribunale, facendola sedere sovra un cuscino, e l'altre circa ella, fin che 'l prete s'apparò. Le mostrai una immagine de la Nostra Donna, uno bambino di legno bellissimo e una croce: per il che le venne una contrizione che, piangendo, domandò lo battesimo. La nominassemo Giovanna, come la madre dello imperatore; sua figliola, moglie al principe, Caterina; la reina de Mazana Lisabetta; a le altre ognuna lo suo nome.
Battezzassemo ottocento anime fra uomini, donne e fanciulli. La regina era giovane e bella, tutta coperta d'uno panno bianco e nero: aveva la bocca e le onghie rossissime; in capo uno cappello grande de foglie de palma a modo de solana con una corona incirca de le medesime foglie, como quello del Papa: nè mai va in alcuno loco senza una de queste. Ne domandò il Bambino per tenerlo in loco de li suoi idoli; e poi se partì sul tardi. Il re e la reina con assaissime persone venerono al lido. Lo capitano allora fece tirare molte trombe de foco e bombarde grosse, per il che pigliarono grandissimo piacere. El capitano e lo re se chiamavano fratelli: questo re si chiamava rajà Humabon.
Innanzi passassero otto giorni furono battizzati tutti de questa isola, e de le altre alcuni. Brusassemo una villa, per non volere obbedire al re, nè a noi, la quale era in un'isola vicina a questa. Ponessemo quivi la croce, perché questi popoli erano Gentili. Se fossero stati Mori li avessemo posto una collana in segno di più durezza, perché li Mori sono assai più duri per convertirli, che a li Gentili.
In questi giorni lo capitano generale andava ogni dì in terra per udire messa e diceva al re molte cose della fede. La regina venne un giorno, con molta pompa, per udire la messa. Tre donzelle li andavano dinnanzi con tre de li sui cappelli in mano: ella era vestita de negro e bianco, con uno velo grande de seta, traversato con liste de oro, in capo, che li copriva le spalle, e con il suo cappello. Assaissime donne la seguivano, le quali erano tutte nude e discalze, se non intorno alle parte vergognose havevano uno paniocolo de tela de palma e attorno lo capo uno velo piccolo e tutti li capelli sparsi. La regina, fatta la reverenza a l'altare, sedette sopra uno cuscino lavorato di seta. Innanzi se comenzasse la messa, il capitano la bagnò con alcune sue dame de acqua rosa muschiata: molto se dilettavano de tale odore. Sapendo lo capitano che 'l Bambino molto piaceva a la reina, gliel donò e le disse lo tenesse in loco de li sui idoli, perché era in memoria del figlio di Dio. Ringraziandolo molto, lo accettò.
Uno giorno lo capitano generale, innanzi messa, fece venire lo re vestito con la sua vesta de seta e li principali de la città. Il fratello del re, padre del principe, se chiamava Bendara, un altro fratello del re, Cadaio, e alcuni Simiut, Sibnaia, Sicacai, e Maghelibe, e molti altri che lascio, per non esser longo. Fece tutti questi giurare obbedienza al suo re, e li basarono la mano; poi fece che 'l re d'essere sempre obbediente e fedele al re de Spagna: così lo giurò. Allora il capitano cavò la sua spada, innanzi l'immagine de Nostra Donna, e disse al re quando cosi se giurava, più presto doveriasi morire che a rompere un simile giuramento: sicché 'l giurava per questa immagine, per la vita de lo imperatore suo signore e per il suo abito, d'esserli sempre fedele.
Fatto questo, lo capitano donò al re una cattedra de velluto rosso, dicendoli dovunque andasse, sempre la facesse portare dinanzi da uno suo propinquo, e mostròli come la si doveva portare. Respose lo farebbe volontier, per amore suo, e disse al capitano como faceva fare una gioia per donarlila, la qual era due schione d'oro grande per taccare a le orecchie, due per mettere a li brazi, sovra li gomiti, e due altre per porre a li piedi, sovra le calcagne, e altre pietre preziose per adornare le orecchie. Questi sono li più belli adornamenti possono usare li re de queste bande, li quali sempre vanno descalzi, con uno panno de tela da la cinta fino al ginocchio.
Il capitano generale uno giorno disse al re e a li altri per qual cagione non brusavano li suoi idoli, come li avevano promesso, essendo Cristiani, e perché se li sacrificava tanta carne. Resposero quel che facevano non lo facevano per loro, ma per uno infermo, acciò li idoli li dasse la salute, lo quale non parlava già quattro giorni. Era fratello del principe e lo più valente e savio de la isola. Lo capitano gli disse che brusassero li idoli e credesseno in Cristo: e se l'infermo se battizzasse, subito guarirebbe; e se ciò non fosse, gli tagliassero lo capo. Allora rispose lo re lo farebbe, perché veramente credeva in Cristo. Facessemo una processione da la piazza fino a la casa de lo infermo, al meglio potessemo, ove lo trovassemo che non poteva parlare nè moverse. Lo battezzassemo con due sue mogliere e X donzelle. Poi lo capitano gli fece dire come stava: subito parlò e disse come per la grazia de Nostro Signore stava assai bene.
Questo fu uno manifestissimo miracolo nelli tempi nostri. Quando lo capitano lo udì parlare, rengraziò molto Iddio: e allora li fece bevere una mandolata, che già l'aveva fatta fare per lui: poi mandógli uno matarazzo, uno paro de lenzoli, una coperta de panno giallo e uno cuscino: e ogni giorno, finché fu sano, li mandò mandolati, acqua rosa, olio rosato e alcune conserve de zuccaro. Non stette cinque giorni, che 'l cominciò a andare: fece brusare uno idolo, che tenevano ascoso certe vecchie in casa sua, in presenza del re e tutto lo popolo. E fece disfare molti tabernacoli per la riva del mare, ne li quali mangiavano la carne consacrata. Loro medesimi gridando Castiglia! Castiglia! li rovinavano; e disseno, se Dio li prestava vita, brusarebbeno quanti idoli potesse trovare, e se bene fossero ne la casa del re.
Questi idoli sono de legno, concavi, senza le parti de dietro; hanno li brazzi aperti e li piedi voltati in suso, con le gambe aperte e lo volto grande, con quattro denti grandissimi come porci cingiari e sono tutti depinti.
In questa isola sono molte ville, li nomi de le quali e de li suoi principali sono questi: Cinghapola: li sui principali Cilaton, Cigubacan, Cimaningha, Cimatighat; Cimabul: una Mandani; il suo principale Apanovan: una Lalan, il suo principale Theten; una Lalutan, il suo principale Iapan, una Cilumai e un'altra Lubucun. Tutti questi ne obbedivano e ne davano vittuaglia e tributo.
Appresso questa isola de Zubu ne era una, che se chiama Matan, la qual faceva lo porto, dove èramo. Il nome de la sua villa era Matan, li sui principali Zula e Cilapulapu. Quella villa, che brusassemo, era in questa isola, e se chiamava Bulaia.
Acciò che Vostra illustrissima signoria sappia le cerimonie, che usano costoro, in benedire lo porco: primamente sonano quelle borchie grandi: poi se porta tre piatti grandi, due con rose e fogace de riso e miglio, cotte e rivolte in foglie, con pesce brustolato; l'altro con panni de Cambaia e due bandierette di palma. Uno panno de Cambaia se distende in terra: poi veneno due femmine vecchissime, ciascuna con un trombone di canna in mano. Quando sono montate sul panno, fanno reverenza al sole, poi se vestono con li panni. Una si pone un fazzolo ne la fronte con dui corni e piglia un altro fazzolo ne le mani, e ballando e sonando con quello, chiama il sole: l'altra piglia una di quelle bandierette e suona col suo trombone. Ballano e chiamano così un poco, fra sè dicendo molte cose al sole. Quella del fazzolo piglia l'altra bandieretta e lascia lo fazzolo; e ambedue sonando con li tromboni gran pezzo ballano intorno lo porco legato. Quella de li corni sempre parla tacitamente al sole, e quella altra risponde. Poi a quella de li corni li è presentato una tazza de vino, e ballando e dicendo certe parole e l'altra rispondendoli, e facendo vista quattro o cinque volte de bevere el vino, sparge quello sovra el core del porco, poi subito torna a ballare. A questa medesima vien dato una lancia; lei vibrandola e dicendo alquante parole, sempre tutte due ballando e mostrando quattro o cinque volte de dare con la lancia nel core del porco, con una subita prestezza lo passa da parte a parte. Presto si serra la ferita con erba. Quella che ha mazzato il porco, ponendosi una torcia accesa in bocca, la smorza, la quale sta sempre accesa in questa cerimonia: l'altra col capo del trombone, bagnandolo nel sangue de porco, va sanguinando con lo suo dito la fronte prima a li suoi mariti, poi a li altri; ma non venerono mai a noi; poi se disvesteno e vanno a mangiare quelle cose che sono ne li piatti, e convitano se non femmine.
Lo porco se pela con lo fuoco. Sicché nissuno altro, che le vecchie, consacrano la carne di porco; e non la mangiariano, se non fosse morto de quella sorte.
Questi popoli vanno nudi; portano solamente uno pezzo de tela de palme attorno le sue vergogne. Grandi e piccoli hanno passato il suo membro, circa de la testa, da l'una parte all'altra con uno ferro de oro, ovvero de stagno, grosso come una penna de oca, e in uno capo e l'altro del medesimo ferro alcuni hanno come una stella, con punte sovra li capi, altri como una testa de chiodo da carro. Assaissime volte lo volsi vedere da molti, così vecchi come giovani, perché non lo poteva credere. Nel mezzo del ferro è un buso per il quale urinano; il ferro e le stelle sempre stanno ferme. Loro dicono che le sue moglie voleno così, e, se fossero d'altra sorte, non usariano con elli. Quando questi voleno usare con le femmine, loro medesime lo pigliano non in ordine, e cominciano pian piano a mettersi dentro prima quella stella de sovra e poi l'altra. Quando è dentro, diventa in ordine, e così sempre sta dentro fin che diventa molle, perché altramente non lo porriano cavare fuora. Questi popoli usano questo, perché sono de debile natura.
Hanno quante moglie voleno, ma una principale. Se uno dei nostri andava in terra, così come de dì come de notte, ognuno lo convitava perché mangiasse e bevesse. Le sue vivande sono mezze cotte e molto salate; bevono spesso e molto con quelli sui cannuti da li vasi; e dura cinque o sei ore uno suo mangiare. Le donne amavano assai più noi che questi. A tutte, da sei anni in su, li aprono la natura a poco a poco per cagion de quelli suoi membri.
Quando uno de li suoi principali è morto, li usano queste cerimonie: primamente tutte le donne principali de la terra vanno a la casa del morto: in mezzo de la casa sta lo morto in una cassa: intorno la cassa poneno corde, a modo d'uno steccato, ne le quali attaccano molti rami de arbore. In mezzo de ogni ramo è uno panno di bombaso a guisa di paviglione, sotto li quali sedeano le donne più principali, tutte coperte de panni bianchi de bombaso, con una donzella per ogni una, che le faceva vento con uno sparaventolo di palma; le altre sedeano intorno la camera meste; poi era una che tagliava a poco a poco con uno coltello li capelli al morto: un'altra, che era stata la moglie principale del morto, giaceva sovra lui e giungeva la sua bocca, le sue mani e li sui piedi con quelli del morto. Quando quella tagliava li capelli, questa piangeva, e quando restava di tagliarli, questa cantava. Attorno la camera erano molti vasi de porcellana con fuoco, e sopra quello, mirra, storace e belgiovì, che facevano olere la casa grandemente. Lo teneno in casa cinque o sei giorni con queste cerimonie credo sia unto de canfora ; poi lo seppellisseno con la medesima cassa, serrata con chiodi de legno, in uno luogo coperto e circondato da legni.
Ogni notte in questa città, circa de la mezza notte, veniva uno uccello negrissimo, grande come uno corvo, e non era così presto ne le case che 'l gridava: per il che tutti li cani urlavano: e durava quattro o cinque ore quel suo gridare e urlare. Non ne volseno mai dire la cagione de questo.
Venere, a ventisei de aprile, Zula, principale de quella isola Matan, mandò uno suo figliuolo con due capre a presentarle al capitano generale e dicendoli come li mandava tutta sua promessa, ma per cagion de l'altro principale, Celapulapu, che non voleva obbedire al re di Spagna, non aveva potuto mandargliela: e che ne la notte seguente li mandasse solamente uno battello pieno de uomini, perché lui li aiutaria e combatteria. Lo capitano generale deliberò de andarvi con tre battelli. Lo pregassemo molto non volesse vegnire, ma lui, come bon pastore, non volse abbandonare lo suo gregge. A mezza notte se partissemo sessanta uomini armati de corsaletti e celate, insieme al re cristiano, li principi e alcuni magistri, e venti o trenta balangai, e tre ore innanzi lo giorno arrivassemo a Matan. Lo capitano non volse combatter allora; ma li mandò a dire, per lo Moro, che se volevano obbedire al re di Spagna e recognoscere lo re cristiano per suo signore e darne lo nostro tributo, li sarebbe amico: ma, se volevano altramente, aspettasseno come ferivano le nostre lance. Risposero se avevamo lance, avevano lance de canne brustolate e pali brustolati, e che non andassimo allora ad assaltarli, ma aspettassemo venisse lo giorno, perché sarebbono più gente.
Questo dicevano, a ciò andassemo a ritrovarli, perché avevano fatto certi fossi tra le case per farne cascar dentro. Venuto lo giorno, saltassemo ne l'acqua fino alle cosce quarantanove uomini; e così andassimo più di due tratti di balestra innanzi potessimo arrivar al lito. Li battelli non poterono venire più innanzi per certe pietre che erano nell'acqua. Li altri undici uomini restarono per guardia de li battelli. Quando arrivassemo in terra, questa gente avevano fatto tre squadroni de più de millecinquecento persone. Subito, sentendone, ne venirono addosso con voci grandissime, due per fianco e l'altro per contro. Lo capitano, quando viste questo, ne fece due parti e così cominciassemo a combattere. Li schioppettieri e balestrieri tirarono da lungi quasi mezza ora invano, solamente passandoli li targoni fatti de tavole sottili e li brazzi. Lo capitano gridava "non tirare, non tirare", ma non li valeva niente. Quando questi visteno che tiravamo li schioppetti invano, gridando deliberarono a star forte, ma molto più gridavano. Quando erano descaricati li schioppetti, mai non stavano fermi, saltando de qua e de là: coperti con li sui targoni ne tiravano tante frecce, lance de canna (alcune de ferro al capitano generale), pali pontini brustolati, pietre e lo fango, appena se potevamo defendere.
Vedendo questo, lo capitano generale mandò alcuni a brusare le sue case per spaventarli. Quando questi visteno brusare le sue case, diventarono più feroci. Appresso de le case furono ammazzati due de li nostri, e venti, o trenta case li brusassemo; ne venirono tanti addosso, che passarono con una frezza venenata la gamba dritta al capitano: per il che comandò che se retirassimo a poco a poco: ma loro fuggirono, sicché restassimo da sei o otto con lo capitano.
Questi non ne tiravano in altro, se non a le gambe, perché erano nude. Per tante lancie e pietre che ne traevano non potessemo resistere. Le bombarde de li battelli, per esser troppo lungi non ne potevano aiutare; sì che venissemo retirandosi più de una buona balestrata lungi dalla riva, sempre combattendo ne l'acqua fino al ginocchio. Sempre ne seguitorno e ripigliando una medesima lancia quattro o sei volte, ne la lanciavano. Questi, conoscendo lo capitano, tanti se voltorono sopra de lui, che due volte li buttarono lo celadone fora del capo; ma lui, come buon cavaliero, sempre stava forte. Con alcuni altri più de una ora così combattessemo e, non volendosi più ritirare, uno Indio li lanciò una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò e lasciogliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non potè cavarla, se non mezza per una ferita de canna aveva nel brazzo. Quando visteno questo tutti andorono addosso a lui: uno con un gran terciado (che è como una scimitarra, ma più grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale cascò col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono.
Quando lo ferivano, molte volte se voltò indietro per vedere se èramo tutti dentro ne li battelli: poi, vedendolo morto, al meglio potessemo, feriti, se ritrassemo a li battelli, che già se partivano. Lo re cristiano ne avrebbe aiutato, ma lo capitano, innanzi desmontassimo in terra, gli commise non si dovesse partire dal suo balangai e stesse a vedere in che modo combattevamo. Quando lo re seppe come era morto, pianse.