Marco Polo
IL MILIONE
(a cura di Rustico da Pisa)
1.
Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Pe rsia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v'à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l'altre per udita, acciò che 'l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna.
Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro primo padre insino al dí d'oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno uomo di niuna generazione non vide né cercò tante maravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo. E però disse infra se medesimo che troppo sarebbe grande male s'egli non mettesse in iscritto tutte le maraviglie ch'egli à vedute, perché chi non le sa l'appari per questo libro.
E sí vi dico che egli dimorò in que' paesi bene trentasei anni; lo quale poi, stando nella prigione di Genova, fece mettere in iscritto tutte queste cose a messere Rustico da Pisa, lo quale era preso in quelle medesime carcere ne gli anni di Cristo 1289.
2. Lor partita di Gostantinopoli
Egli è vero che al tempo che Baldovino era imperadore di Gostantinopoli - ciò fu ne gli anni di Cristo 1250 -, messere Niccolaio Polo, lo quale fu padre di messere Marco, e messere Matteo Polo suo fratello, questi due fratelli erano nella città di Gostantinopoli venuti da Vinegia con mercatantia, li quali erano nobili e savi sanza fallo. Dissono fra loro e ordinorono di volere passare lo Gran Mare per guadagnare, e andarono comperando molte gioie per portare, e partironsi in su una nave di Gostantinopoli e andarono in Soldania.
Quand'e' furono dimorati in Soldania alquanti dí, pensarono d'andare piú oltre. E missonsi in camino e tanto cavalcarono che venne loro una ventura che pervennero a Barca, re e signore d'una parte de' Tarteri, lo quale era a quel punto a Bolgara. E lo re fece grande onore a messere Niccolaio e a messere Matteo ed ebbe grande allegrezza della loro venuta. Li due fratelli li donarono delle gioe ch'egli avevano in gran quantità, e Barca re le prese volentieri e pregiogli molto; e donò loro due cotanti che le gioie non valevano.
3.
Quando furono stati un anno in questa città, si levò una guerra tra lo re Barca e Alau, re de' Tarteri del Levante. E l'uno venne contro all'altro, e qui ebbe gran battaglia e morí una moltitudine di gente, ma nella fine Alau vinse; sicché per le guerre niuno potea andare per camino che non fosse preso. E questo Alau era da quella parte donde i dui frategli erano venuti; ma innanzi potevano eglino bene andare, e misorsi con loro mercatantia a andare verso levante per ritornare da una parte. E partiti da Bolgara, andarono a un'altra città la quale à nome Ontaca, ch'era alla fine delle signorie del Ponente. E da quella si partirono e passarono il fiume del Tigri e andarono per uno diserto lungo diciotto giornate; e non trovarono n(i)una abitazione, ma Tarteri che stavano sotto loro tende e viveano di loro bestiame.
4. Come si partiro dal re Barca
Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero a una città ch'à nome Baccara, la piú grande e la piú nobile del paese; e eravi per signore uno ch'avea nome Barac. Quando i due fratelli vennero a questa città, non poterono passare piú oltre e dimoró(n)vi tre anni.
Adivenne in que' tempi che 'l signore del Levante mandò imbasciadori al Gran Cane, e quando vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande maraviglia perché mai none aveano veduto niuno latino; e fecionne gran festa e dissono loro, s'eglino voleano venire con loro al Grande Signore e Gran Cane, e egli gli porrebbe in grande istato, perché il Gran Kane none avea mai veduto nessuno latino. Li dui fratelli risposono: "Volentieri".
5.
Or si misero li due fratelli (a) la via con questi ambasciadori, e andarono uno anno per tramontana e per uno vento ch'à nome greco. E prima che là giugnessero, (trovarono) grande maraviglia, le quali si conteranno poscia.
6. Come giunsono al Gran Cane
Quando li due frategli vennero al Grande Kane, egli ne fece grande festa e grande gioia, siccome persona che mai non avea veduto latino niuno. E dimandògli dello imperadore, che signore era, e di sua vita e di sua iustizia e di molte altre cose di qua; e dimandògli del papa e de la chiesa di Roma e di tutti i fatti (e stati) de' cristiani. Li due frategli rispuosero bene (e saviamente), siccome savi uomini ch'egli erano; e bene sapéno parlare tartaresco.
7. Come il Grande (Kane) mandò gli due (fratelli) al papa per amb(asciadori)
Quando lo Grande Signore, che Cablai avea nome, ch'era signore di tutti li Tartari del mondo e di tutte le province e regni di quelle grandissime parti, ebbe udito de' fatti de' latini dagli due frategli, molto gli piacque, e disse fra se stesso di volere mandare mesaggi a messer lo papa. E chiamò gli due frategli, pregandoli che dovessero fornire questa ambasciata a messer lo papa. Gli due frategli rispuosero: "Volontieri". Alotta lo Signore fece chiamare uno suo barone ch'avea nome Cogotal, e disseli che volea ch'andasse co li due frategli al papa. Quegli rispuose: "Volentieri", siccome per signore.
Alotta lo Signore fece fare carte bollate come li due frategli e 'l suo barone potessero venire per questo viaggio, e impuosegli l'ambasciata che volea che dicessero, tra le quali mandava dicendo al papa che gli mandasse 100 uomini savi e che sapessero tutte le 7 arti, e che sapessero bene mostrare a l'idoli e a tutte altre generazione di là che la loro legge era tutta altramenti e come ella era tutta opera di diavolo, e che sapessero mostrare per ragione come la cristia(n)a legge era migliore. Ancora pregò li due frategli che gli dovessero recare de l'olio de la làmpana ch'arde al sepolcro (di Cristo) in Gerusalem.
8. Come 'l Grande Kane donò a li due fratell(i) la tavola de l'oro
Quando lo Grande Kane ebbe imposta l'ambasciata a li due frategli e al barone suo, sí li diede una tavola d'oro ove si contenea che gli mesaggi, in tutte parti ove andassero, li fosse fatto ciò che loro bisognasse. E quando li mesaggi furo aparecchiati di ciò che bisognava, presero comiato e misersi in via.
Quando furo cavalcati alquanti die, lo barone ch'era cogli (due) fratelli non potte piú cavalcare, ch'era malato, e rimase in una città ch'à nome Alau. Li due frategli lo lasciaro e misersi in via; e in tutte le parti ov'egli giugneano gli era fatto lo magiore onore del mondo per amore de la tavola, sicché gli due frategli giunsero a Laias. E sí vi dico ch'egli penaro a cavalcare tre anni; e questo venne ché non poteano cavalcare per lo male tempo e per li fiumi ch'eran grandi.
9. Come li due fratelli vennero a la città d' A (cri)
Or si partiro da Laias e vennero ad Acri del mese d'aprile ne l'anno 1272; e quivi seppero che 'l papa era morto, lo quale avea nome papa Clement. Li due frategli andaro a uno savio legato, ch'era legato per la chiesa di Roma ne le terre d'Egitto, e era uomo di grande ottulitade, e avea nome messer Tedaldo da Piagenza. E quando li due frategli gli dissero la cagione perché andavano al papa, lo legato se ne diede grande meraviglia; e pensando che questo era grande bene e grande onore de la cristianitad(e), sí disse che 'l papa era morto e che elli si soferissoro tanto che papa fosse chiamato, che sarebbe tosto; poscia potrebbero fornire loro ambasciata. Li due frategli, udendo ciòe, pensaro d'andare in questo mezzo a Vinegia per vedere loro famiglie; alora si partiro d'Acri e vennero a Negroponte e poscia a Vinegia. E qui vi trovò messer Niccolao che la sua moglie era morta, e erane rimaso uno figliulo di 15 anni, ch'avea nome Marco; e questi è quello messer Marco di cui questo libro parla. Li due frategli istettero a Vinegia 2 anni aspettando che papa si chiamasse.
10. Come li due fra(telli) si partiro da Vine(gia) per tornare al Grande (Kane)
Quando li due frategli videro che papa non si facea, mossersi per andarne al Grande Cane, e menarne co loro questo Marco, figliuolo di messer Niccolao. Partirsi da Vinegia tutti e tre, e vennero ad Acri al savio legato che v'aveano lasciato, e disserli, poscia che papa non si facea, voleano ritornare al Grande Cane, ché troppo erano istati; ma prima voleano la sua parola d'andare in Gerusale(m) per portare al Grande Kane de l'olio de la làmpana del Sepolcro: e 'l legato gliele diede loro.
Andaro al Sepolcro e ebbero di quello olio; e ritornaro a lo legato. Vede(n)do 'l legato che pure voleano andare, fece loro grande lettere al Grande Cane, come gli due frategli erano istati cotanto per aspettare che papa si facesse, per loro testimonianza.
11. Come li due fratelli si partiro d'Acri
Or si partiro gli due frategli da Acri colle lettere del legato, e giunsero a Laias. E stando a Laias, udirono la novella come questo legato ch'aveano lasciato in Acri, era chiamato papa: e ebbe nome papa Gregorio di Piagenzia. In questo istando, questo legato mandò un messo a Laias dietro a questi due frategli, ché tornassero adrieto. Quelli con grande alegrezza tornaro adrieto in su una galea armata che li fece aparechiare lo re d'Erminia. Or se tornan li due frategli al legato.
12. Come li due fratelli vanno al papa
Quando li due frategli vennero ad Acri, lo papa chiamato fece loro grande onore e ricevetteli graziosamente, e diedegli due frati ch'andassero co loro al Grande Kane, li piú savi uomini di quelle parti: e l'uno avea nome frate Niccolao da Vinegia e l'altro frate Guiglie(l)mo da Tripoli. E donògli carte e brivilegi, e impuosegli l'ambasciata che volea che facessero al Grande Kane. Data la sua benedizione a tutti questi 5 - cioè li due frati e li due fratelli e Marco, figliuolo di messer Niccolao -, partirsi d'Acri e vennero a Laias. Come quivi furono giunti, uno ch'avea nome Bondocdaire, soldano di Babilonia, venne con grande oste sopra quella contrada, faccendo grande guerra. E li due frati ebbero paura d'andare piú inanzi, e diedero le carte e li brivilegi a li due frategli, e no andaro piú oltra; e andaronsine a(l) signore del Tempio quelli due frati.
13. Come li due frate(lli) vegnono a la città di Chemeinfu, ov 'è lo ( Gran ) de Kane
Messer Nicc(o)lao e messer Matteo e Marco, figliulo di messer Niccolao, si misero ad andare tanto che egli si erano giunti ove era lo Grande Cane, ch'era a una città ch'à nome Chemeinfu, cittade molto ricca e grande. Quello che trovaro nella via no si conta (ora), perciò che si conterà inanzi. E penaro ad andare tre anni per lo male tempo e per li fiumi, ch'erano grandi e di verno e di state, sicché non poteano cavalcare. E quando il Grande Cane seppe che gli due frategli veniano, egli ne menò grande gioia e ma(n)dògli i messi incontro bene 40 giornate; e molto furo serviti e 'norati.
14. Come i due fratelli vennero al Grande Cane
Quando li due frategli e Marco giugnéro a la grande città, andaro al mastro palagio, ov'era il Grande Cane e co molti baroni, e 'nginocchiarsi dinanzi al Grande Cane e molto s'umiliaro a lui. Egli gli fece levare e molto mostrò grande alegrezza, e dimandò chi era quello giovane ch'era con loro. Disse messer Niccolò: "Egli è vostro uomo e mio figliuolo". Disse il Grande Cane: "Egli sia il benvenuto, e molto mi piace". Date ch'ebbero le carte e' privilegi che recavano dal papa, lo Grande Cane ne fece grande alegrezza, e dimandò com'erano istati. "Messer, bene, dacché v'abiàno trovato sano ed allegro". Quivi fu grande alegrezza della ro venuta; e de quanto istettero ne la corte ebbero onore piú di niuno altro barone.
15. Come lo Grande Kane mandò Marco, figliuolo di messer Nicolao, per suo messaggio
Or avenne che questo Marco, figliuolo di messer Nicolao, poco istando nella corte, aparò li costumi de' Tartari e loro lingue e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E quando lo Grande Cane vide in questo giovane tanta bontà, mandòllo per suo mesaggio a una terra, ove penò ad andare 6 mesi.
Lo giovane ritornò: bene e saviamente ridisse l'ambasciata ed altre novelle di ciò ch'elli lo domandò, perché 'l giovane avea veduto altri ambasciadori tornare d'altre terre, e non sappiendo dire altre novelle de le contrade fuori che l'ambasciata, egli gli avea per folli, e dicea che piú amava li diversi costumi de le terre sapere che sapere quello perch'egli avea mandato. E Marco, sappiendo questo, aparò bene ogni cosa per ridire al Grande Cane.
16. Come messer Marco tornò al Grande Kane
Or torna messer Marco al Grande Kane co la sua ambasciata, e bene seppe ridire quello perch'elli era ito, e ancora tutte le meraviglie e le nuove cose ch'egli avea trovate, sicché piacque al Grande Cane e tutti suoi baroni, e tutt(i) lo comendaron di grande senno e di grande bontà; e dissero, se vivesse, diventerebbe uomo di grandissimo valore. Venuto di questa ambasciata, sí 'l chiamò il Grande Cane sopra tutte le sue ambasciate.
E sappiate che stette col Grande Kane bene 27 anni, e in tutto questo tempo non finò d'andare in ambasciate per lo Grande Kane, poiché recò cosí bene la prima ambasciata; e faceali (il Gran Cane) tanto d'onore che gli altri baroni n'aveano grande invidia. E questo è la ragione perché messer Marco seppe piú di quelle cose che niuno uomo che nascesse anche.
17. Come messer Niccolao e messer Mafeo e messer Marco dimandaro comiato dal Grande Kane
Quando messer Niccolao e messer Mafeo e messer Marco furono tanto istato col Grande Kane, volloro lo suo comiato per tornare a le loro fameglie; tanto piacea lo loro fatto al Grande Kane che per nulla maniera glile volle dare.
Or avenne che la reina Bolgara, ch'era moglie d'Argon, si morío, e la reina lasciò che Argon non potesse tòrre moglie se non di suo legnaggio. E ' mandò tre ambasciadori al Grande Kane - uno de li quali avea nome Oularai, l'altro Pusciai, l'atro Coia - con grande compagnia, ché gli dovesse mandare moglie del legnaggio della raina Bolgara, imperciò che la reina era morta e lasciò che non potesse prendere altra moglie. E ('l) Grande Cane gli mandò una giovane di quello legnaggio e forní l'ambasciata di coloro con grande festa e alegrezza.
In quella messer Marco tornò d'un'ambasciaria d'India, dicendo l'ambasciata e le novitade ch'avea trovate. Questi tre ambasci(a)dori ch'erano venuti per la raina, dimandaro grazia al Grande Cane che questi 3 latini dolvessero acompagnare loro in quella andata co la donna che menavano. Lo Grande Cane gli fece la grazia a pena e malevolentieri, tanto gli amava, e dée parola a li tre latini ch'acompagnassoro li tre baroni e la donna.
18. Qui divisa come messer Marco e messer Niccolao e messer Mafeo si partiro dal Grande Cane
Quando lo Grande Cane vide che messer Niccolao e messer Mafeo e messer Marco si doveano partire, egli li fece chiamare a sé, e sí li fece dare due tavole d'oro, e comandò che fossero franchi per tutte sue terre e fosseli fatte tutte le spese a loro e a tutta loro famiglia in tutte parti. E fece aparecchiare 14 nave, de le quali ciascuna avea quattro alberi e molto andavano a 12 vele.
Quando le navi furo aparechiate, li baroni e la donna e questi tre latini ebbero preso commiato dal Grande Kane, si misero nelle navi co molta gente; e 'l Grande Kane diede loro le spese per due anni. E vennero navicando bene tre mesi, tanto che giunsero a l'isola Iava, nella quale à molte cose meravigliose che noi conteremo in questo libro.
E quando elli furono venuti, que' trovaro che Argon era morto (colui a cui andava questa donna). E dicovi sanza fallo ch'entrò nel(e n)avi bene 700 persone senza li marinari; di tutti questi non campò se no 18. E' trovaro che la segnoria d'Argon tenea Acatu. Quando ebbero raccomandata la donna e fatta l'ambasciata che gli era imposta dal Grande Kane, presero comiato e misersi a la via. E sappiate che Acatu donò a li tre latini, mesaggi del Grande Kane, 4 tavole d'oro (...) e l'altra era piana, ove era iscritto che questi tre latini fossero serviti e 'norati e dato loro ciò che bisognava per tutta sua terra. E cosíe fue fatto: ché molte volte erano acompagnati da 400 cavalieri e piú e men(o), quando bisognava.
Ancora vi dico per riverenza di questi tre mesaggi, che 'l Grande Cane sí fidava di loro che egli gli afidò la reina Cacesi e la figliuola del re de' Mangi, che le dorvesser menare ad Argon, al signore di tuttutto il Levante; e cosí fu fatto. E queste reine li tenevano per loro padri, e cosí gli ubidiano; e quando questi si partiro per tornare in loro paese, queste reine pia(n)sero di grande dolore. Sapiate che, poscia che due sí grandi reine furono fidate a costoro di menare a loro segnori sÍ a lunga parte, ch'egli erano bene amati e tenuti in grande capitale.
Partiti li tre mesaggi d'Acatu, sí se ne vennero a Trapisonde, e poscia a Costantinopoli, e poscia a Negropont 'e poscia a Vinegia; e questo fue de l'anni 1295.
Or v'ò conta(to) lo prolago del libro di messer Marco Polo, che comincia qui.
19. Qui divisa de la (provincia) d'Erminia
Egli è vero che sono due Armin(i)e, la Picciola e la Grande. Nella Picciola è signore uno che mantiene giustizia buona e è sotto lo Grande Cane. Quine àe molte ville e molte castella, e abondanza d'ogni cosa; e àvi ucellagioni e cacciagioni assai. Quivi solea già essere di valentri uomini; or sono tutti cattivi, solo gli è rimasa una bontà, che sono grandissimi bevitori. Ancora sappiate che sopra il mare è una villa ch'à nome Laias, la quale è di grande mercatantia; e quivi si sposa tutte le spezierie che vengono di là entro, e li mercatanti di Vinegia e di Genova e d'ogni parti quindi le levano, e li drappi di làe e tutte altre care cose. E tutti li mercatanti che voglio andare infra terra, prende via da questa villa.
Or conteremo di Turcomania.
20. Qui divisa de la provincia di Turcomannia
In Turcomannia è tre generazione di genti. L'una gente sono turcomanni e adorano Malcometto; e sono semplice genti e ànno sozzo linguaggio. E' stanno in montagne e 'n valle e vivono di bestiame; e ànno cavagli e muli grandi e di grande valore. E gli altri sono armini e greci che dimorano in ville e in castella, e viveno di mercatantia e d'arti. E quivi si fanno li sovrani tappeti del mondo ed i piú begli; fannovisi lavori di seta e di tutti colori. Altre cose v'a che non vi conto. Elli sono al Tartero del Levante.
Or ci partiremo di qui e anderemo a la Grande Arminia.
21. De la Grande Erminia
La Grande Erminia è una grande provincia; e nel cominciamento è una città ch'à nome Arzinga, ove si fa lo migliore bucherame del mondo, ov'è la piú bella bambagia del mondo e la migliore. Quivi à molte cittadi e castella, e la piú nobile è Arzinga, e àe arcivescovo; l'altr(e) sono Arziron ed Arzici. Ell'è molto grande provinci(a): quivi dimorano la state tutto il bestiame de' Tartari del Levante per lo buono pasco che v'è; di verno non vi stanno per lo grande freddo, ché non camperebbono le loro bestie.
Ancor vi dico che in questa Grande Erminia è l'arca d(i) Noè in su una grande montagna, ne le confine di mezzodie in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestarini, delli quali diremo inanzi. Di verso tramontana confina con Giorgens, e in queste confine è una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma egli non è buono a mangiare, ma sí da ardere, e buono da rogna e d'altre cose; e vegnoro gli uomini molto da la lunga per quest'olio; e per tutta quella contrada non s'arde altr'olio.
Or lasciamo de la Grande E(r)minia, e vi conteremo de la provincia di Giorgens.
22. Del re di Giorgens
In Giorgens à uno re lo quale si chiama sempre David Melic, ciò è a dire in fra(n)cesco David re; e è soposto al Tartaro. E anticamente a tutti li re, che nascono in quella provincia, nasce uno (segno) d'aquila sotto la spalla diritta. Egli sono bella gente, prodi di battaglie e buoni ar(c)ieri. Egli sono cristiani e tengono legge di greci; li cavalli ànno piccoli (a) guisa di chereci.
E questa è la provincia che Alessandro non potte passare, perché dall'uno lato è 'l mare e (da)ll'atro le montagne: ... da l'altro lato è la via sí stretta che non si può cavalcare; e dura questa istretta via piú (di) 4 leghe, sicché pochi uomini terebbero lo passo a tutto il mondo: perciò non vi passò Alesandro. E quivi fece fare Alesandro una torre con grande fortezza, perché coloro non potessero pasare per venire sopra lui; e chiamasi la Porta del Ferro. E questo è lo luogo che dice lo libro d'Alesandro, che dice che rinchiuse li Tartari dentro da le montagne; ma egli non furono Tartari, ma furo una gente ch'ànno nome Cuma(n)i e altri generazioni asai, ché Tartari non erano a quello tempo. Egli ànno cittadi e castella assai, e ànno seta assai e fanno drappi di seta e d'oro assai, li piú belli del mondo. Egli ànno astori gli migliori del mondo, e ànno abondanza d'ogni cosa da vivere. La provincia è tutta piena di grande montagne, sí vi dico che li Tartari non pòttero avere interamente la segnoria ancora di tutta.
E quivi si è lo monistero di santo Leonardo, ove è tale meraviglia, che d'una montagna viene uno lago dinanzi a questo munistero e no mena niuno pesce di niuno tempo, se no di quaresima; e comincia lo primo die di quaresima e dura infino a sabato santo, e e' viene in grande abondanza. Dal dí inanzi uno no vi si ne truova, per maraviglia, infino a l'altra quaresima.
E sappiate che 'l mare ch'i' v'ò contato si chiama lo mare di Geluchelan, e gira 700 miglia e è di lungi da ogni mare bene 12 giornate; e venev'entro molti grandi fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova navica per quello mare. Di là viene la seta ch'è chiama ghele.
Abiàno contado de le confini che sono d'Arminia di verso (tramontana); or diremo de li confini che sono di verso mezzodie e levante.
23. Del reame di Mosul
Mosul è uno grande reame, ove è molte generazioni di genti, le quali vi conterò incontenente. E v'à una gente che si chiamano arabi, ch'adorano Malcometto; un'altra gente v'à che tengono la legge cristiana, ma no come comanda la chiesa di Roma, ma fallano in piú cose. Egli sono chiamati nestorini e iacopi, egli ànno uno patriarca che si chiama Iacolic, e questo patriarca fa vescovi e arcivescovi e abati; e fagli per tutta India e per Baudac e per Acata, come fa lo papa di Roma; e tutti questi cristiani sono nestorini e iacopit.
E tutti li panni di seta e d'oro che si chiamano mosolin si fanno quivi, e li grandi mercatanti che si chiamano mosolin sono di quello reame di sopra. E ne le montagne di questo regno sono genti che si chiamano ... di cristiani nestorini e iacopit; l'altre parti sono saracini ch'adorano Malcometto, e sono mala gente, e rubano volontieri li mercatanti. Ora diremo de la grande città di Baudac.
24. Di Baudac, come fu presa
Baudac è una grande cittade, ov'è lo califfo di tutti li Saracini del mondo, cosí come a Roma il papa di tutti li cristiani. Per mezzo la città passa uno fiume molto grande, per lo quale si puote andare infino nel mare d'India, e quindi vanno e vegnono me(r)catanti e loro mercatantie. E sappiate che da Baudac al mare giú per lo fiume àe bene 18 giornate. Li mercatanti che vanno in India vanno per quello fiume infino a una città ch'à nome Chisi, e quivi entrano nel mare d'India. E su per lo fiume tra Baudac e Chisi (è) una cittade ch'à nome Bascra, e per quella cittade e per li borghi nasce gli migliori dattari del mondo. In Baudac si lavora diversi lavorii di seta e d'oro in drappi a bestie e a uccelli. Ell'è la piú nobile città e la m(a)giore di quella provincia.
E sappiate ch'a(l) califfo si trovò lo maggiore tesoro d'oro e d'ariento e di priete preziose che mai si trovasse alcuno uomo. Egli è vero che in anni Domini 1255 lo grande Tartero ch'ave' nome Alau, fratello del signore che oggi regna, ragunò grande oste, e venne sopra Baudac e la prese per forza. E questo fue grande fatto, imperciò che 'n Baudac avea piú de 100.000 di cavalieri, senza li pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò al calif piena una torre d'oro e d'ariento e d'altro tesoro, sí che giamai non si ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro, molto si ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sí li disse: "Califfo, perché raunasti tanto tesoro? Che ne volevi tue fare? Quando tu sapei ch'io venía sopra te, ché none soldavi tu cavalieri e genti per difendere te e la terra tua e (la tua) gente?". Lo calif non li seppe rispondere. Alotta disse Alau: "Calif, da che tue ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare". E fecel mettere in questa torre, e comandò che no li fosse dato né mangiare né bere; e disse: "Ora ti satolla del tuo tesoro". Quattro die vivette e poscia si trovò morto. E perciò me' fosse che l'avesse donato a gente per difendere sua terra; né mai poscia in quella città no ebbe califo alcuno.
Non diremo piú di Baudaca, però che sarebbe lunga matera; e diremo della nobile città di Toris.
25. Della nobile città di Toris
Toris è una grande cittade ch'è in una provincia ch'è chiamata Irac, nella quale è ancora piú cittadi e piú castella. Ma contarò di Toris, perch'è la migliore città de la provincia.
Gli uomini di Tor(i)s vivoro di mercatantia e d'arti, cioè di lavorare drappi a seta e a oro. E è in luogo sí buono, che d'India, di Baudac e di Mosul e di Cremo vi vengono li mercatanti, e di molti altri luoghi. Li mercatanti latini vanno quivi per le mercatantie strane che vegnono da lunga parte e molto vi guadagnano; quivi si truova molte priete preziose. Gli uomini sono di piccolo afare, e àvi di molte fatte genti. E quivi àe armini, nestarini, iacopetti, giorgiani, i persiani, e di quelli v'à ch'aorano Malcometto, cioè lo popolo de la terra, che si chiamano taurizins. Atorno a la città è belli giardini e dilettevoli di tutte f(r)utte. Li saracini di Toris sono molti malvagi e disleali.
26. De la maravigli(a) di Baudac, de la montagna
Or vi conterò una maraviglia ch'avenne a Baudac e Mosul. Nell'anno del 1275 era uno calif in Baudac che molto odiava li cristiani (e ciò è naturale a li saracini). E' pensò via di fare tornare li cristiani saracini (o) d'uccidelli tutti; e (a) questo avea suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califo per li cristiani ch'erano di là, e miseli dinanzi questo punto: che elli trovava in uno Va(ngelo) che se alcuno cristiano avesse tanta fede quant'è uno grano di senape, per suo priego che facesse a Dio, farebbe giugnere due montagne insieme; e mostrògli lo Va(ngelo). I cristiani dissero che be(n) era vero. "Dunque," disse lo califo, "tra voi tutti dé essere tanta fede quant'è uno grano di senape; ordunque fate rimuovere quella montagna o io v'ucciderò tutt(i), o voi vi farete saracin(i), ché chi non à fede d(é) essere morto". E di questo fare li diede termine 10 die.
27.
Quando li cristiani udirono ciò che 'l calif disse, ebbero grandissima paura e non sapeano che si fare. Raunarosi tutti, piccioli e grandi, maschi e femine, l'arcivescovo e 'l vescovo e' pre(ti), ch'aveano assai; aste(t)taro 8 die e tutti in orazione ché Dio gli aiutasse e guardasseli di sí crudele morte. La nona notte aparve l'angelo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e disseli ch'andasse la mattina a cotali ciabattieri, e che li dicesse che la montagna si muterebbe.
Quello ciabattie(r) era buono uomo e di sí buona vita, che uno die una femmina venne a sua bottega, molto bella, ne la quale p(e)ccò cogli occhi, e elli co la lesina vi si percosse, sí che mai non ne vide; sicché egli era santo e buono.
28. Quando la visione venne al vescovo che per lo priego del ciabattiere si mutarebbe la montagna
Quando questa visione venne al vescovo, fece ragunare tutti li cristiani e disse la visione. Lo vescovo pregò lo ciabattiere che pregasse Idio che mutasse la montagna; egli disse che non era uomo soficiente a ciò. Tanto fue pregato per li cristiani che 'l ciabattiere si mise in orazione.
29.
Quando lo termine fue compiuto, la mattina tutti li cristiani andarono a la chiesa e fecero cantare la messa, pregando Idio che gli 'iutasse. Poscia tolsero la croce e andaro nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi erano, tra maschi e femine e piccioli e grandi, bene 100.000. E 'l califa vi venne co molti saracini armati per uccidire tutti li cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando li cristiani dinanzi a la croce in ginocchioni pregando Idio di questo fatto, la montagna cominciò a ruvinare e mutarsi. Li saracini, vedendo ciòe, si maravigliaro molto, e 'l califfo si convertío e molti saracini. E quando lo califa morío, si trovò una croce a collo; e li saracini, vedendo questo, nol sotteraro nel munimento cogli altri califfi passati, anzi lo misero in un altro luogo.
Or lasciamo de Toris e diciamo di Persia.
30. De la grande provincia di Persia: de' 3 Magi
Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma 'l presente l'ànno guasta li Tartari. In Persia è l(a) città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente.
Andando 3 giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco 'castello de li oratori del fuoco'; e è ben vero che quelli del castello adoran lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre lo' re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s'era signore terreno, incenso per sapere s'era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia 'l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p(er) sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch'avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d'andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch'era, cioè fanciullo di 13 die.
Allora ofersero l'oro, lo 'ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.
31. De li tre Magi
Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che 'l fanciullo avea donato loro. Aperso(r)o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch'aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch'aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l'orig(i)nale, che sempre sta aceso, né mai non l'accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada; e tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade. L'uno delli re fu di Saba, l'altro de Iava, lo terzo del Castello.
Or vi diremo de' molti fatti di Persia e de' loro costumi.
32. De li 8 reami di Persia
Sappiate che in Persia àe 8 reami: l'ono à nome Causom, lo secondo Distan, lo terzo Lor, lo quarto Cielstan, lo quinto Istain, lo 6° Zerazi, lo 7° Soncara, lo 8° Tunocain, che è presso a l'Albaro Solo.
In questo reame à molti begli distrieri e di grande valuta, e molti ne vegnono a vendere in India: la magiore parte sono di valuta di libbre 200 di tornesi. Ancora v'à le piú belle asine del mondo, che vale l'una ben 30 marchi d'argento, che bene corrono e ambiano. Gli uomini di questa contrada menano questi cavagli fino a due cittade che sono sopra la ripa del mare: l'una à nome Achisi e l'altra Acummasa; quivi sono i mercatanti che li menano in India.
Questi sono mala gente: tutti s'uccid(o)no tra loro, e se non fosse per paura del signore, cioè del Tartaro del Levante, tutti li mercatanti ucciderebboro.
Quivi si fa drappi d'oro e di seta; e quivi àe molta bambagia, e quivi àe abondanza d'orzo, di miglio e di pan(i)co e di tutte biade, di vino e di frutti.
Or lasciamo qui, e conteròvi de la grande città d'Iadis tutto suo afare e suoi costumi.
33. Della città di Iadis
Iadis è una cittade di Persia molto bella, grande, e di grandi mercatantie. Quivi si lavora drappi d'oro e di seta, che si (chi)ama ias(d)i, e che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto.
Quando l'uomo si parte di questa terra per andare inanzi, cavalca 7 giornate tutto piano; e non v'à abita(zione) se no in tre luoghi, ove si possa albergare. Quivi àe begli boschi e piani per cavalcare; quivi àe pernice e cuntornici asai. Quindi si cavalca a grande solazzo, quivi àe asine salvatiche molto belle.
Di capo di queste 7 giornate àe uno reame ch'à nome Creman.
34. Del reame di Creman
Creman è uno regno di Persia che solea avere signore per eredità, ma poscia che li Tartari lo presero, vi màndaro signore cui loro piace. E quivi nasce le prietre che si chiamano turchies(ch)e in grande quantità, che si cavano de le montagne; e ànno (vene) d'acciaio e d'andan(i)co assai. Lavorano bene tutte cose da cavalieri, freni, selle e tutte arme e arnesi. Le loro donne lavorano tutte cose a seta e ad oro, a ucelli e a bestie nobilemente, e lavorano di cortine e d'altre cose molto riccamente, e coltre e guanciali e tutte cose. Ne le montagne di questa contrada nasce li migliori falconi e li piú volanti del mondo, e sono meno che falconi pelegrini: niuno uccello no li campa dinanzi.
Quando l'uomo si parte di Creman, cavalca 7 giornate tuttavia per castela e per cittade con grande solazzo; e quivi àe uccellagioni di tutti uccelli. Di capo de le 7 giornate truova una montagna, ove si scende, ché bene si cavalc(a) due giornate pure a china, tuttavia trovando molti frutti e buoni. Non si truova abitazioni, ma gente co loro bestie assai. (E) da Cre(man) infino a questa iscesa è bene tale freddo di verno, che no vi si può passare se non co molti panni.
35. Di Camandi
A la discesa de la montagna àe uno bello piano, e nel cominciamento àe una città ch'à nome Camandi. Questa solea essere magiore terra che no è, ch'e Tartari d' altra parte gli ànno fatto danno piú volte. Questo piano è molto cavo.
E questo reame à nome Reobales, suoi frutti sono dattari, pistacchi, frutti di paradiso e altri frutti che non son di qua. Ànno buoi grandi e bianchi come nieve, col pelo piano per lo caldo luogo, le corne cort'e grosse e non agute; tra le spalle ànno uno gobbo alto due palmi, e sono la piú bella cosa del mondo a vedere. Quando si vogliono caricare, si conciano come camegli, e caricati cosí, si levano, ché sono forti oltra misura. E v'à montoni come asini, che li pesa la coda bene 30 libbre, e sono bia(n)chi e begli e buoni da mangiare.
In questo piano à castella e città e ville murate di terra per difender(si) da scherani che vanno ro(b)ando. E questa gente che corre lo paese, per incantamento fanno parere notte 7 giornate a la lunga, perché altri non si possa guardare; quando ànno fatto questo, vanno per lo paese, ché bene lo sanno. E' son bene 10.000, talvolta piú e meno, sicché per quello piano no li scampa né uomo né bestia: li vecchi ucidono, gli giovani ménagli a vendere per ischiavi. Lo loro re à nome Nogodar, e sono gente rea e malvage e crudele. E sí vi dico che messer Marco vi fu tal qual preso in quella iscuritade, ma scampò a uno castello ch'à nome Canosalmi, e de' suo compagni furo presi asai e venduti e morti.
36. De la grande china
Questo piano dura verso mezzodie 5 giornate. Da capo de le cinque giornate è un'altra china che dura 20 miglia, molto mala via, e àvi molti mali uomini che rubano.
Di capo della china à uno piano molto bello, che si chiama lo piano di Formosa, e dura due giornate di bella riviera; e quivi àe francolini, papagalli e altri uccelli divisati da li nosti.
Passate due giornate, è lo mare Oziano e 'n su la ripa è una città con porto, ch'à nome Cormos, e quivi vegnono d'India per navi tutte ispezzerie, drappi d'oro e (denti di) leofanti (e) altre mercatantie assai; e quindi le portano li mercatanti per tutto lo mondo. Questa è terra di grande mercatantia; sotto di sé àe castella e cittadi assai, perch'ella è capo de l(a) provincia; lo re à nome Ruccomod Iacomat. Quivi è grande caldo; inferma è la terra molto, e se alcuno mercatante d'altra terra vi muore, lo re piglia tutto suo avere.
Quivi si fa lo vino di dattari e d'altre ispezie asai, e chi 'l bee e non è uso, sé 'l fa andare a sella e purgalo; m(a) chi n'è uso fa carne assai. Non usano nostre vivande, ché se manicassero grano e carne, infermarebbero incontanente; anzi usano per loro santà pesci salati e dattari e cotali cose grosse, e con queste dimorano sani.
Le loro navi sono cattive e molte ne pericala, perché non sono confitte con aguti di ferro, ma con filo che si fa della buccia delle noci d'India, che si mette in molle ne l'(a)cqua e fassi filo come setole; e con quello le cuciono, e no si guasta per l'acqua salata. Le navi ànno una vela, un timo(n)e, uno àbore, una coverta, ma quando sono caricate, le cruopono di cuoie, e sopra questa coverta pongono i cavalli che menano in India. No ànno ferro per fare aguti e è grande pericolo a navicare con quelle navi.
Questi adorano Malcometto. E èvi sí grande caldo, che se no fosse li giardini co molta acqua di fuori da la città, ch'egli ànno, non camperebboro. Egli è vero che vi viene uno vento la state talvolta di verso lo sabione con tanto caldo che, se gli uomini non fugissoro a l'acqua, non camperebboro del caldo. Elli seminano loro biade di novembre e ricogliele di marzo, e cosí fanno di tutti loro frutti; a da marzo inanzi non si truova niuna cosa viva, cioè verde, sopra terra, se non lo dattaro, che dura infino a mezzo maggio; e questo è per lo grande caldo. Le navi non sono impeciate, ma sono unte d'uno olio di pesce. E quando alcuno vi muore, sí fanno grande duolo; e le donne si pia(n)gono li loro mariti bene quattro anni, ogne die almeno una volta, con vi(ci)ni e co' parenti.
Or tornaremo per tramontana per contare di quelle province, e ritornaremo per un'altra via a la città di Creman, la quale v'ò contato, perciò che (a) quelle contrade ch'io vi voglio contare, no vi si può andare se non da Creman. E vi dico che questo re Ruccomod Iacamat, do(nde) noi ci partiamo aguale, è re di Creman. E in ritornare da Cormos a Creman à molto bello piano e abondanza di vivande, e èvi molti bagni caldi; e àvi ucelli assai e frutti. Lo pane del grano è molto amaro a chi non è costumato, e questo è per lo mare che vi viene.
Or lasciàno queste parti, e andiamo verso tramontana; e diremo come.
37. Come si cavalca per lo diserto
Quando l'uono si pa(r)te da Crema(n), cavalca sette giornate di molta diversa via; e diròvi come. L'uomo va 3 giornate che l'uono non truova acqua, se non verde come erba, salsa e amara; e chi ne bevesse pure una gocciola, lo farebbe andare bene 10 volte a sella; e chi mangiasse uno granello di quello sale che se ne fa, farebbe lo somigliante; e perciò si porta bevanda per tutta quella via. Le bestie ne beono per grande forza e per grande sete, e falle molto scorrere. In queste 3 giornate no à abitazione, ma tutto diserto e grande secchitade, bestie non v'à, ché no v'averebboro che mangiare.
Di capo di queste 3 giornate si truova un altro luogo che dura 4 giornate, né più né meno fatto, salvo che vi si truovano asine salvatiche.
Di capo di queste 4 giornate finisce lo regno di Creman e truovasi la città di Gobiam.
38. De Gobiam
Cobia(m) è una grande cittade. E' adorano Macomet. Egli ànno ferro e acciaio e andanico assai. Quivi si fa la tuzia e lo spodio, e diròvi come. Egli ànno una vena di terra la quale è buona a ciò, e pongolla nella fornace ardente, e 'n su la fornace pongono graticole di ferro, e 'l fumo di quella terra va suso a le graticole: e quello che quivi rimane apiccato è tuzia, e quello che rimane nel fuoco è spodio.
Ora andiàno oltre.
39. D'uno diserto
Quando l'uomo si parte de Gobia(m), l'uomo va bene per uno diserto 8 giornate, nel quale à grande sechitadi, e non v'à frutti né acqua, se non amara, come in quello di sopra. E quelli che vi passano portano da bere e da mangiare, se non che gli cavagli beono di quella acqua malvolontieri.
E di capo delle 8 giornate è una provincia chiamata Tonocan; e àvi castella e cittadi asai, e confina con Persia verso tramontana. E quivi è una grandissima provincia piana, ov'è l'Albero Solo, che li cristiani lo chiamano l'Albero Secco; e diròvi com'egli è fatto. Egli è grande e grosso; sue foglie sono da l'una parte verdi e da l'altr(a) bianche, e fa cardi come di castagne, ma non v'à entro nulla; egli è forte legno e giallo come busso. E non v'à albero presso a 100 miglia, salvo che da l'una parte a 10 miglia. E quivi dicono quelli di quella parte che fu la bataglia tra Allexandro e Dario. Le ville e le castelle ànno grande abondanza d'ogne buona cosa; lo paese è temperato, e adorano Malcometto. Quivi àe bella gente e le femine sono belle oltra misura.
Di qui ci partiamo e direnvi d'una contrada che si chiama Milice, ove il Veglio della Montagna solea dimorare.
40. Del Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assessini
Milice è una contrada ove 'l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l'afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.
Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e 'l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò 'l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò 'l fece simile a quello ch'avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.
E in questo giardino non intrava se none colui cu' e' volea fare assesin(o). A la 'ntrata del giardino ave' uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.
41.
Quando li giovani si svegliavano e si trovavano là entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso. E queste donzelle sempre stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí quello che voleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino. E 'l Veglio tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli di quella montagna che cosí sia com'è detto.
E quando elli ne vuole mandare niuno di quegli giovani ine uno luogo, li fa dare beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in su lo suo palagio. Quando coloro si svegliono (e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, ché si truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli dimand(a) onde vegnono. Rispondono: "Del paradiso"; e contagli tutto quello che vi truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso.
E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fà cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu'elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura.
42. Come Alau, signore de' Tarteri del Levante il distrusse
Egli è vero che 'n anni 1277 Alau, signore delli Tartari del Levante, che sa tutte queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere, e mandò de' suoi baroni a questo giardino. E' stettero 3 anni attorno a lo castello prima che l'avessero, né mai non l'avrebboro avuto se no per fame. Alotta per fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in qua non vi fue piú Veglio niuno: in lui s'è finita tutta la segnoria.
Or lasciamo qui, e andiamo inanzi.
43. De la città Supunga
Quando l'uomo si parte di questo castello, l'uomo cavalca per bel piano (e) per belle coste, ov'è buon pasco e frutti assai e buoni; e dura 7 giornate. E àvi ville e castella asai, e adorano Macomet. E alcuna volta truova l'uomo diserti di 50 miglia e di 60, nelle quali non si truova acqua, e conviene che l'uomo la porti e per sé e per le bestie, infino che ne sono fuori.
Quando àe passato 7 giornate, truova una città ch'à nome Supunga. Ella è terra di molti alberi. Quivi àe li migliori poponi del mondo e ('n) grandissima quantità, e fannogli seccare in tale maniera: egli gli tagliano atorno come coreggie, e fannogli seccare, e diventano piú dolci che mèle. E di questo fanno grande mercatantia per la contrada. E v'è cacciagioni e uccellagioni assai.
Or lasciamo di questa, e diremo di Balac.
44. Di Balac
Balac fue già una grande città e nobile piú che non è oggi, ché li Tartari l'ànno guasta e fatto grande danno. E in questa cittade prese Alesandro per moglie la figliuola di Dario, siccome dicono quegli di quella terra. E' addorano Maccometto. E sappiate che fino a questa terra dura la terra del signore delli Tartari del Levante, e a questa cittade sono li confini di Persia entr(o) creco e levante.
Quando si passa per questa terra, l'uomo cavalca bene 12 giornate tra levante e greco, che no si truova nulla abitazioni, perché gli uomini, per paura de la mala gente e degli osti, sono tutti iti a le fortezze de le montagne. In questa via àe acqua asai e cacciagioni e leoni. In tutte queste 12 giornate non truovi vivande da mangiare, anzi conviene che si porti.
45. De la montagna del sale
Quando l'uomo à cavalcato queste 12 giornate, trova uno castello ch'à nome Tahican, ov'è grande mercato di biada; e è bella contrada. E le montagne di verso mezzodie sono molto grandi, e sono tutte sale. E vengono da la lunga 30 giornate per questo sale, perch'è lo migliore del mondo; e è sí duro che no se ne può rompere se non con grandi picconi di ferro; e è tanto che tutto il mondo n'avrebbe assai i(n)fino a la fine del secolo.
Partendosi di qui, l'uomo cavalca 3 giornate tra greco e levante, sempre trovando belle terre e belle abitazioni e frutti e biade e vigne. E' adorano Maccomet. E' sono mala gente e micidiale: sempre stanno col bicchiere a bocca, ché molto beono volontieri, ché egli ànno buono vino cotto. In capo non portano nulla, se no una corda lunga 10 palmi si volgono atorno lo capo. E' sono molto begli cacciatori e prendono bestie molte, e de le pelle si vestono e calzano; e ogni uomo sa conciare le pegli de le (bestie) che pigliano.
Di làe tre giornate àe cittade e castella asai, e èvi una città ch'à nome Scasem, e per lo mezzo passa uno grande fiume. Quivi àe porci ispinosi assai.
Poscia si cavalca tre giornate che no si truova abitazione, né bere né mangiare. Di capo de le 3 giornate si truova la provincia de Balascam. e io vi conterò com'ell'è fatta.
46. Di Balascam
Balasciam è una provincia che la gente adorano Malcometo, e ànno lingua per loro. Egli è grande reame e discende lo re per reditade; e scese del legnaggio d'Allesandro e de la figlia di Dario, lo grande signore di Persia. E tutti quegli re si chiamano Zulcarnei in saracino, ciò è a dire Ales(a)ndro, per amore del grande Allexandro.
E quivi nasce le priete preziose che si chiamano balas(c)i, che sono molto care, e cavansi ne le montagne come l'altre vene. E è pena la testa chi cavasse di quelle pietre fuori del reame, perciò che ve n'à tante che diventerebboro vile. E quivi, in un'altra montagna, ... ove si cava l'azurro, e è 'l migliore e 'l piú fine del mondo; e le pietre onde si fa l'azurro, è vena di terra. E àvi montagne ove si cava l'argento.
E la provincia è molto fredda. E quivi nasce cavagli assai e buoni coritori, e non portano ferri, sempre andando per le montagne. E nascevi falconi molto volanti e li falconi laineri: cacciare e uccellare v'è lo migliore del mondo. Olio non ànno, ma fannone di noci. Lo luogo è molto forte da guerra; e' sono buoni arcieri e vestonsi di pelle di bestie, perciò ch'ànno caro di panni. E le grandi donne e le gentili portano brache, che v'è ben 100 braccia di panno bambagino, e tal 40 e tal 80; e questo fanno per parere ch'abbiano grosse le natiche, perché li loro uomini si dilettano in femine grosse.
Or lasciamo questo reame, e conteremo d'una diversa gente, ch'è lungi da questa provincia 10 giornate.
47. De la gente di Bastian
Egli è vero che di lungi a Balascia(m) 10 giornate àe una provincia ch'à nome Bastian; e ànno lingua per loro. Egli adorano gl'idoli e suno bruni; e sanno molto d'arti de diavoli e sono malvagia gente. E' portan agli orecchi cerchiegli d'oro e d'ariento e di perle e di pietre preziose.
Quivi àe molto grande caldo. Loro vivande è carne e riso.
Or lasciamo questa, e anderemo a un'altra ch'è di lungi di questa 7 giornate verso isciro(cc)o, ch'à no(me Che)simu(n).
48. Di Chesimun
Chesimun è una provincia che adorano idoli e àe lingua per sé. Questi sanno tanto d'incantamento di diavolo che fanno parlare gl'idoli; e fanno cambiare lo tempo e fanno grandi iscuritadi e fanno tali cose che non si potrebbe credere. E sono capo di tutti gl'idoli, e de lor descese gl'idoli. E di questo luogo si puote andare al mare d'India.
Gli uomini e le femine sono bruni e magri; lor vivande è riso e carne. E è luogo temperato, tra caldo e freddo. E là à castella assai e diserti; e è luogo molto forte, e tiensi per sé medesimo; e èvi re che mantiene giustizia. E quivi àe molti romitaggi e fanno grande astinenzia, né non fanno cosa di peccato né che sia contra loro fede per amore di loro idoli; e ànno badie e monisteri di loro legge.
Or ci partiamo di qui e anderemo inanzi, perciò che ci converrebbe intrare in India; e noi non vogliamo entrare, perché al ritornare de la nostra via conteremo tutte le cose d'India per ordine. E perciò retornaremo a nostre province verso Baudascian, perciò che d'altra parte non potremo passare.
49. De(l) grande fiume di Baudascian
E quando l'uomo si parte da Baudascian, sí si va 12 giornate tra levante e crego su per uno fiume, che è del fratello del segnore di Baudascian, ov'è castella e abitazioni assai. La gente è prode e adorano Macometto. Di capo di 12 giornate si truova una provincia piccola che dura 3 giornate da ogne parte, e à nome Vocan. E' adorano Macometto e ànno lingua per loro e sono prodi uomini; e sono sottoposti al signore di Baudascian. Egli ànno bestie salvatiche assai, cacciagioni e uccellagioni d'ogne fatt(a).
E quando l'uomo va tre giornate piú inanzi, va pure per montagne; e questa si dice la piú alta montagna del mondo. E quando l'uomo è 'n su quell'alta montagna, truova uno piano tra due montagne, ov'è molto bello pasco, e quivi è uno fiume molto bello e grande; e è sí buono pasco una bestia magra vi doventa grassa in 10 dí. Quivi àe tutte salvagine e assai; e èvi montoni salvatich(i) asai e grandi, e ànno lunghe le corne 6 spanne, e almeno 4 o 3; e in queste corni mangiano li pastori, che ne fanno grande scodelle. E per questo piano si va bene 12 giornate senza abitazione, né non si truova che mangiare, s'altri nol vi porta. Niuno uccello non vi vola, per l'alto luogo e freddo, e 'l fuoco non v'à lo colore ch'egli àe in altre parte, né non è sí cocente colà suso.
Or lasciamo qui e conteròvi altre cose per greco e per levante. E quando l'uomo va oltra 3 giornate, e' conviene che l'uomo cavalca bene 40 giornate per montagne e per coste, tra creco e levante, e per valle, passando molti fiumi e molti luoghi diserti. E per tutto questo luogo non si truova abitazione né albergagione, ma conviene che si porti la vivanda. Questa contrada si chiama Belor. La gente dimora ne le montagne molto alte: adorano idoli e sono salvatica gente, e vivono de le bestie che pigliano. Loro vestire è di pelli di bestie, e sono uomini malvagi.
Or lasciamo questa contrada, e diremo de la provincia di Casciar.
50. Del reame di Casciar
Casciar fue anticamente reame; aguale è al Grande Kane; e adorano Malcometto. Ell'à molte città e castella, e la magiore è Casciar; e sono tra greco e levante. E' vivono di mercatantia e d'arti. Egli ànno begli giardini e vigne e possessioni e bambagie assai; e sonvi molti mercanti che cercano tutto il mondo. E' sono gente scarsa e misera, ché male mangiano e mal beono. Quivi dimorano alquanti cristiani nestorini, che ànno loro legge e loro chiese; e ànno lingua per loro. E dura questa provincia 5 giornate.
Ora lasciamo di questa, e andremo a Samarcan.
51. Di Samarcan
Samarcan è una nobile cittade, e sonvi cristiani e saracini. E' sono al Grande Cane, e sono verso maestro. E diròvi una maraviglia ch'avenne in questa terra.
E' fu vero, né no è grande tempo, che Gigata, fratello del Grande Cane, si fece cristiano, e era signore di questa contrada. Quando li cristiani della cittade videro che lo signore era fatto cristiano, ebbero grande alegrezza; e allora fecero in quella cittade una grande chiesa a l'onore di san Giovanni Batista, e cosí si chiama. E' tolsero una molto bella pietra ch'era dei saracini e poserla in quella chiesa e miserla sotto una colonna in mezzo la chiesa, che sostenea tutta la chiesa. Or venne che Gigatai fu morto e gli saracini, vedendo morto 'l segnore, abiendo ira di quella pietra, la volloro tòrre per forza; e poteallo fare, ch'erano 10 cotanti che gli cristiani. E mossorsi alquanti saracini e andarono a li cristiani, e dissero che voleano questa pietra. Li cristiani la voleano comperare ciò che ne voleano; li saracini dissero che no voleano se non la pietra. E alott(a) l(i) signoregiava lo Grande Cane, e comandò a li cristiani che 'nfra 2 die Ii rendessero la loro pietra. Li cristiani, udendo lo comandamento, funno molto tristi e non sapeano che si fare. La mattina che la pietra si dovea cavare di sotto dalla colonna, la colonna si trovò alta di sopra a la pietra bene 4 palmi; e non toccava la pietra per lo volere del Nostro Signore. E questa fue tenuta grande meraviglia e è ancora; e tuttavia v(i) stette poscia la prieta.
Or lasciamo qui, e diròvi di un'altra provincia ch'à nome Carcam.
52. De Carcam
Carcam è una provincia che dura 5 giornate. E' adorano Macometto; e sonvi cristiani e nestorini. E' sono al Grande abondanza ... d'ogni cose. Quivi non à altro da ricordare.
Or lasciamo qui, e diremo di Cotam.
53. Di Cotam
Cotam è una provincia tra levante e greco, e dura 8 giornate. E' sono al Grande Kane, e adorano Malcometo tutti. E v'à castella e città assai e son nobile gente; e la migliore città è Cotam, onde si chiama tutta la provincia. Quivi àe bambagia assai, vino, giardini, tutte cose. Vivono di mercatantia e d'arti; non sono da arme.
Or ci partiamo di qui, e andiamo a un'altra provincia ch'à nome Pein.
54. Di Pein
(P)ein è una piccola provincia ch'è lunga 5 giornate tra levante e greco. E' sono al Grande Kane e adorano Maccomet. E v'à castella e città assai, e la piú nobile è Pein. Egli ànno abondanza di tutte cose e vivoro di mercatantie e d'arti. E ànno cotal costume, che quando alcuono uomo ch'à moglie si parte di sua terra per stare 20 die, com'egli è partito, la moglie puote prendere altro marito, per l'usanza che v'è; e l'uomo, ove vae, puote prendere altra moglie. Altresí sappiate che tutte queste province che io v'ò contate, da Cascar infin'a qui, sono de la Grande Turchia.
Or lasciamo qui, e conteròvi d'una provincia chiamata Ciarcian.
55. Di Ciarcian
Ciarcian è una provincia de la Grande Turchia tra greco e levante. E adorano Macomet; e àvi castella e città assai, e l(a) mastra città è Ciarcian. E v'à fiume che mena diaspido e calciadonio, e pòrtalle a vendere au Ca(t)a, e ànnone asai e buoni. E tutta questa provincia è sabione, e de Cotam (a) Pein altressí sabione. E èvi molte acque amare e ree, e ancora v'à de le dolci e buone.
E quando l'uomo si parte di Ciarcan, va bene 5 giornate per sabione, e àvi di male acque e amare, e àvi de le buone. E a capo de le 5 giornate si truova una città ch'è a capo del grande diserto, ove gli uomini prendono vivanda per passare lo diserto.
Or vi diremo di piú inanzi.
56. Di Lop
Lop è una grande città ch'è a l'intrata del grande diserto, ch'è chiamo lo diserto de Lop, e è tra levante e greco. E' sono al Grande Cane e adorano Macomet. E quelli che vogliono passare lo diserto si riposano in Lop per una settimana, per rinfrescare loro e loro bestie; poscia prende vivande per uno mese per loro e per loro bestie.
E partendosi di questa città, entra nel diserto, e è tamanto che si penerebbe a passare bene uno anno; ma per lo minore luogo si pena lo meno a trapassare uno mese. Egli è tutto montagne e sabione e valle, e non vi si truova nulla a mangiare; ma quando s'è ito uno die e una notte, si truova acqua, ma non tanta che n'avesse oltra 50 o 100 uomini co loro bestie. E per tutto 'l diserto conviene che si vada uno die e una notte prima che acqua si truovi: e in tre luoghi o in quattro truova l'uomo l'acqua amara e salsa, e tutte l'altre sono buone, che sono nel torno da 28 acque. Non v'à né uccelli né bestie, perché non v'ànno da mangiare. E sí vi dico che quivi si truova tal maraviglia.
Egli è vero che, quando l'uomo cavalca di notte per quel diserto, egli aviene questo: che se alcuno remane adrieto da li compagni, per dormire o per altro, quando vuole pui andare per giugnere li compagni, ode parlare spiriti in aire che somigliano che siano suoi compagnoni. E piú volte è chiamato per lo suo nome propio, ed è fatto disviare talvolta in tal modo che mai non si ritruova; e molti ne sono già perduti. E molte volte ode l'uomo molti istormenti in aria e propiamente tamburi. E cosí si passa questo grande diserto.
Or lasciamo del diserto, e diremo dell(e) provinc(e) che sono all'uscita del diserto.
57. De la grande provincia di Ta(n)gut
A l'uscita de(l) diserto si truova una città ch'à nome Sachion, che è a lo Grande Cane. La provincia si chiama Tangut; e adorano l'idoli (ben è vero ch'egli v'à alquanti nestorini, e àvi saracini). La terra è tra levante e greco. Quegli dagl'idoli ànno per loro speziale favella; no sono mercatanti, ma vivono di terra. Egli ànno molte badie e monisteri, tutti piene d'idole di diverse fatte, a li quali si fa sagrifici grandi e grandi onori. E sapiate che ogni uomo che à fanciulli fae notricare uno montone a onore degl'idoli. A capo dell'anno, ov'è la festa del suo idolo, lo padre col figliuolo menano questo montone dinanzi a lo suo idolo, e fannogli grande riverenza con tutti li figliuoli. Poscia fanno correre questo montone; fatto questo, rimenall(o) davanti a l'idolo, e tanto vi stanno ch'è detto loro uficio e loro prieghi, ch'elli salvi li loro figliuoli. Fatto questo, danno la loro parte della carne a l'idolo; l'altra tagliano e portano a loro casa o a altro luogo ch'egli vogliono, e mandano per loro parenti, e mangiano questa carne con grande festa e reverenza; poi ricolgono l'ossa e ripongolle in sopidiani o in casse molto bene. E sappiate che tutti gl'idolatori, quando alcuno ne muore, gli altri pigliano lo corpo morto e fannolo ardere. E quando si cavano di loro casa e sono portati al luogo dove debbono essere arsi, nella via li suoi parenti in piú luoghi ànno fatte certe case di pertiche o di canne copert(e) di drappi di seta e d'oro. E quando sono col morto dinanzi da questa casa, sí posano lo morto dinanzi a questa casa, e quivi ànno vino e vivande assai; e questo fanno perché sia ricevuto a cotale onore nell'altro mondo. E quando lo corpo è menato al luogo ove dé essere arso, quivi ànno uomini di carte intagliati e cavagli e camegli e monete grosse come bisanti, e fanno ardere lo corpo con tutte queste cose, e dicono che quello morto avrà tanti cavagli e montoni e danari e ogn'altra cosa nell'altro mondo quant'egli fanno ardere per amore di colui in quello luogo dinanzi dal corpo. E quando lo corpo si va ad ardere, tutti li stormenti de la terra vanno sonando dinanzi a questo corpo.
Ancora vi dico che quando lo corpo è morto sí manda gli parenti per astronomi e indivini, e dicogli lo die che nacque questo morto; e coloro, per loro incantesimi de diavoli, sanno dire a costoro l'ora che questo corpo si dee ardere. E tengollo talvolta li parenti in casa, quel morto, 8 die e 15 e uno mese, aspettando l'ora che è buona da ardere, secondo quelli indovini, né mai no gli arderebboro altrimenti. (T)engono questo corpo in una cassa grossa bene uno palmo bene serata e confitta e coperta di panno co molto zafferano e spezie, sí che no puta a quelli della casa. E sappiate che quegli della casa fanno mettere tavola dinanzi dalla cassa ov'è 'l morto, con vino e con pane e con vivande come s'egli fosse vivo, e questo fanno ogne die fino che si dee ardere. Ancora quegli indovini dicono a li parenti del morto che no è buono trare lo morto per l'uscio, e mettono cagioni di qualche stella ch'è incontra a l'uscio, onde li parenti lo mettono per altro luogo, e tale volta rompono lo muro della casa da l'altro lato. E tutti gl'idoli del mondo vanno per questa maniera.
Or lasciamo di questa e direnvi d'altre terre che sono verso lo maestro, presso al capo di questo diserto.
58. De Camul
Camul è una provincia, e già anticamente fue reame. E àvi ville e castella assai; la mastra città à nome Camul. La provincia è in mezzo di due diserti: da l'una parte è 'l grande diserto, da l'altra è uno piccolo diserto di tre giornate. Sono tutti idoli; lingua ànno per sé. Vivono de' frutti de la terra e ànno assai da mangiare e da bere, e vendonne asai. E' sono uomini di grande solazzo, che non attendono se no a sonare in istormenti e 'n cantare e ballare. E se alcuno forestiere vi va ad albergare, egli sono troppi alegri e comandano alle loro mogli che li servano in tutto loro bisogno. E 'l marito si parte di casa e va a stare altrove 2 dí o 3; e 'l forestieri rimane colla moglie e fa con lei quello che vuole, come fosse sua moglie, e stanno in grandi solazzi. E tutti quegli di questa provincia sono bozzi delle loro femine, ma nol si tengono a vergogna; e le loro femine sono belle e gioiose e molto alegre di quella usanza.
Or avenne che al tempo di Mogu Kane, segnore de' Tartari, sappiendo che tutti gli uomini di questa provincia faceano avolterare loro femine a' forestieri, incontanente comandò che niuno dovesse albergare niuno forestiere e che no dovessero avolterare loro femine. E quando quelli di Camul ebbero questo comandamento, furono molto tristi, e fecero colsiglio e mandaro al signore uno grande presente; e mandarollo pregando che gli lasciasse fare la loro usanza e degli loro antichi, però che gli loro idoli l'aveano molto per bene, e per quello lo loro bene de la terra è molto moltiplica(t)o. E quando Mogu Kane intese queste parole, rispuose: "Quando volete vostra onta, e voi l'abiate". E tuttavia mantengon quella usanza.
Or lasciamo di Camul e diremo d'altre province tra maestro e tramontana.
59. Chingitalas
Chingitalas è una provincia che ancora è presso al diserto, entro tramontana e maestro. E è grande 6 giornate e è del Grande Kane. Quivi àe città e castella assai; quivi à 3 generazioni di genti, cioè idoli, e quegli ch'adorano Maccomet, e cristiani nestorini.
Quivi àe montagne ove à buone vene d'acciaio e d'andanico; e in queste montagne è un'altra vena, onde si fa la salamandra. La salamandra non è bestia, come si dice, che vive nel fuoco, ché neuno animale puote vivere nel fuoco; ma diròvi come si fa la salamandra. Uno mio compagno ch'à nome Zuficar - èe un Turchio - istede in quella contrada per lo Grande Kane signore 3 anni e facea fare queste salamandre; e disselo a me, e era persona che le vide assai volte, e io ne vidi de le fatte. Egli è vero che quella vena si cava e stringesi insie(me) e fa fila come di lana; e poscia la fa seccare e pestare in grandi mortai di covro, poscia la fanno lavare e la terra sí cade, quella che v'è apiccata, e rimane le file come di lana; e questa si fila e fassine panno da tovaglie. Fatte le tovaglie, elle sono brune, mettendole nel fuoco diventano bianche come nieve; e tutte le volte che sono sucide, si pognono nel fuoco e diventano bianche come neve. E queste sono le salamandre, e l'altre sono favole. Anco vi dico che a Roma à una di queste tovaglie che 'l Grande Kane mandò per grande presenti, perché 'l sudario del Nostro Signore vi fosse messo entro.
Or lasciamo di questa provincia e anderemo a altre province tra greco e levante.
60. De Succiur
Quando l'uomo si parte di questa provincia, l'uomo va 10 giornate tra greco e levante. E in tutto questo no si truova se no poca abitazione, né non v'è nulla da ricordare.
Di capo di queste 10 giornate è una provincia ch'è chiamata Succiur, nella quale àe castella e cittadi asai. Quivi àe cristiani e idoli, e sono al Grande Kane. E la grande provincia jeneraus ov'è questa provincia, e queste due ch'io v'ò contato in arieto, è chiamata Cangut. E per tutte sue montagne si truova lo reubarbaro in grande abondanza, e quivi lo comperano li mercatanti e portalo per tutto il mondo. Vivon del frutto della terra, non si travagliano di mercata(n)tie.
Or ci partiremo di qui, e diremo di Canpicion.
61. Di Ca(n)picion
Canpicion è una cittade ch'è in Ta(n)gut, e è molto nobile e grande; e è capo della provincia di Tangut. La ge(n)te sono idoli, e àvi di quelli ch'adorano Malcomet, e èvi cristiani; e èvi in quella città 3 chiese grandi e belle. Gl'idoli ànno badie e monisteri secondo loro usanza; egli ànno molti idoli, e ànnone di quegli che sono grandi 10 passi, tale di legno, tale di terra e tali di pietra; e sono tutti coperti d'oro, molto begli.
Or sappiate che gli aregolati degl'idoli vivono piú onestamente che gli altri. Egli si guarda de lusuria, ma no l'ànno per grande peccato; ma se truovano alcuno uomo che sia giaciuto con femina contra natura, egli lo condanna a morte. E sí vi dico ch'egli ànno lunare come noi abiamo lo mese. E è alcuno lunare che niuno idolo ucciderebbe alcuna bestia per niuna cosa; e dura per 5 giorni, né non manicherebboro carne uccisa in quegli 5 die. E' vivono piú onesti questi 5 die che gli altri. Egli prendono fino in 30 femine e piú e meno, secondo chi è ricco, ma sapiate che la prima tiene per la migliore; e se alcuna non li piace, egli la puote bene cacciare. Egli prendo per moglie la cugina e la zia, e nol tengono peccato. Egli vivono come bestie.
Or ci partiamo di qui, e conteremovi d'altre verso tramontana. E sí vi dico che messer Niccolò e messer Mafeo e messer Marco dimorarono uno anno per loro fatti in questa terra. Ora anderemo 60 giornate verso tramontana.
62. De Ezima
Or truova Ezima dopo 12 giornate, che è al capo del diserto del sabion, e è de la provincia di Ta(n)gut. E' sono idoli. Egli ànno camegli e bestie assai; e quivi nasce falconi lanieri assai e buoni. Elli vivono di terra e no sono mercatanti.
E in questa città si piglia vivanda per 40 giorni per uno diserto, onde si conviene andare, ché non v'è abitagione né erbe né frutto, se none la state vi sta certa gente. Quivi à valle e montagne, e ben vi si truova bestie salvatiche assai, come asine salvatiche. Quivi àe boschi di pini. E quando l'uomo à cavalcato 40 giornate per questo diserto, truova una provincia verso tramontana: udirete quale.
63. Di Carocaron
Carocaron è una città che gira tre miglia, nella quale fue lo primo signore ch'ebbero i Tartari, quando egli si partiro di loro contrada. E io vi conterò di tutti li fatti delli Tartari, e com'egli ebbero segnoria e com'egli si sparsero per lo mondo.
E' fu vero che gli Tartari dimoravano in tramontana, entro Ciorcia; e in quelle contrade àe grandi piagge, ove non è abitagione, cioè di castelle e di cittadi, ma èvi buon(e) past(ure) e acque assai. Egli è vero ch'egli none aveano signore, ma faceano reddita a uno signore, che vale a dire in francesco Preste Gianni; e di sua grandezza favellava tutto 'l mondo. Li Tartari li davano d'ogni 10 bestie l'una.
Or avenne che li Tartari moltiplicaro molto. Quando Preste Gianni vide ch'egli moltipricavano cosí, pensò ch'egli li puotessero nuocere, e pensò di partigli per piú terre. Adonqua mandò de' suo baroni per fare ciò; e quando li Tartari udiro quello che 'l signore volea fare, egli ne furo molto dolenti. Alora si partiro tutti insieme e andarono per luoghi diserti verso tramontana, tanto che 'l Preste Giovanni non potea loro nuocere; e ribellàrsi da lui e no gli facean nulla rendita. E cosí dimorarono uno grande tempo.
64. Come Cinghis fue il primaio Kane
Or avenne che nel 1187 anni li Tartari fecero uno loro re ch'ebbe nome Cinghis Kane. Costui fu uomo di grande valenza e di senno e di prodezza; e sí vi dico, quando costui fue chiamato re, tutti li Tartari, quanti n'era al mondo che per quelle contrade erano, s(i) vennero a lui e tennello per signore; e questo Cinghis Kane tenea la segnoria bene e francamente. E quivi venne tanta moltitudine di Tartari che no si potrebbe credere; quando Cinghi si vide tanta gente, s'aparechiò con sua gente per andare a conquistare altre terre. E sí vi dico ch'egli conquistò bene otto province in poco tempo, né no li face' male a cui egli pigliava né no rubavano, ma menavaglisi drieto per conquistare l'altre contrade, e cosí conquistò molta gente. E tutta gente andavano volontieri dietro a questo signore, veggendo la sua bontà; quando Cinghi si vide tanta gente, disse che volea conquistare tutto 'l mondo.
Alotta mandò suo messaggi al Preste Gianni - e ciò fue nel 1200 anni -, e mandògli a dire che volea pigliare sua (figliuola) per moglie. Quando 'l Preste Gianni intese che Cinghi avea dimandata la figliuola, tenneselo a grande dispetto, e disse: "Non à Cinghi grande vergogna a dimandare mia figlia per moglie? Non sa egli ch'egli è mio uomo? Or tornate, e ditegli ch'io l'arderei inanzi ch'io gliele dessi per moglie; e ditegli che conviene ch'io l'uccida siccome traditore di suo signore". E disse a li messi: "Partitevi incontanente e mai non ci tornate". Li messaggi si partiro e vennersine al Grande Kane, e ridissorli quello che 'l Preste Gianni avea detto tutto per ordine.
65. Come Cinghi Kane fece suo sforzo contra Preste Gianni
E quando Cinghi Kane udío la grande villania ch 'l Preste Gianni gli avea mandata, enfiò sí forte che per poco non li crepò lo cuore entro 'l corpo, perciò ch'egli e(ra) uomo molto segnorevole. E' disse che conviene che cara gli costi la villania che gli mandò a dire, e che egli gli farebbe sapere s'egli è suo servo. Alotta Cinghi fece lo magiore isforzo che mai si facesse, e mandò a dire al Preste Gianni che si difendesse. Lo Preste Gianni fue molto lieto, e fece suo isforzo, e disse di pigliare Cinghi e ucciderlo; e fecisene quasi beffe, non credendo che fosse tanto ardito. Or quando Cinghi Kane ebbe fatto suo isforzo, venne a uno bello piano ch'à nome Tanduc, ch'è presso al Preste Gianni, e quivi mise lo campo. Udendo ciòe, lo Preste Gianni si mosse co sua gente per venire contra Cinghi; quando Cinghi l'udío, fu molto lieto.
Or lasciamo de Cinghi Kane, e diciamo del Preste Gianne e di sua gente.
66. Come 'l Preste G(i)anni venne contra Cinghi
E quando lo Preste Gianni seppe che Cinghi era venuto sopra lui, mossesi con sua gente, e venne al piano ov'era Cinghi, presso al campo di Cinghi a 10 miglia. E ciascuno si riposò per essere freschi lo dí della battaglia; e l'uno e l'altro istava nel piano de Ten(d)uc. Uno giorno fee venire Cinghi suoi astorlogi cristiani e saracini, e comandògli che gli dicesse(r) chi dovea vincere. Li cristiani fecero venire una canna e fesserla nel mezzo, e dilungaro l'una da l'altra, e l'una misero da la parte di Cinghi e l'altra da la parte di Preste Gianne; e miser el nome di Preste Gianni sulla canna dal suo lato e 'l nome di Cinghi in su l'altra, e dissero: "Qual canna andarà su l'altra, quegli sarà vincente". Cinghi Kane disse che questo volea egli bene vedere, e disse che glil mostrassero il piú tosto che potessoro. Quegli cristiani ebbero lo Saltero e lessero certi versi e salmi e loro incantamenti; alora la canna ov'era lo nome di Cinghi montò su l'altra, e questo vide ogni uomo che v'era. Quando Cinghi vide questo, egli ebbe grande alegrezza, perché vide li cristiani veritieri. Li saracini istarlogichi di queste cose non seppero fare nulla.
67. De la battaglia
(A)presso quello die s'aparecchiaro l'una parte e l'altra, e combattérsi insieme duramente, e fue la magior battaglia che mai fosse veduta. E fue lo magiore male e da una parte e da l'altra, ma Cinghi Kane vinse la battaglia; e fuvi morto lo Preste Giane, e da quello die inanzi perdéo sua terra tutta. E andolla conquistando, e regnò 6 anni su questa vittoria, pig(li)ando molte province. Di capo di 6 anni, istando a uno castello ch'à nome Caagu, fu fedito nel ginocchio d'uno quadrello, ond'egli si ne morío; di che fue grande danno, perciò ch'egli era prode uomo e savio.
Ora abiamo contato come gli Tartari ebboro in prima segnore - ciò fue Cinghi Kane, - com'egli vinse lo Preste Giani. Or vi diremo di loro costumi e di loro usanza.
68. Del novero degli Grandi Cani, quanti furo
Sappiate veramente ch'apresso Cinghin Cane fue Cin Kane, lo terzo Bacchia Kane, lo quarto Alcon, lo quinto Mogui, lo sesto Cublam Kane. E questi àe piú podere, ché se tutti gli altri fossero insieme, non poterebboro avere tanto podere com'àe questo Kane dirieto ch'à oggi, e à nome Cablam Kane. E dicovi piú, ché se tutti li signori del mondo, e saracini e cristiani, (fossero insieme), non potrebboro fare tanto tra tutti come farebbe Coblam Kane.
E dovete sapere che tutti li Grandi Kani disces(i) da Cinghi Kane sono sotterati a una montagna grande, la quale si chiama Alcai; e ove li grandi signori de' Tartari muoiono, se morissoro 100 giornate di lungi a quella montagna, sí conviene ch'egli vi siano portati. E sí vi dico un'altra cosa, che quando l(i) corp(i) de li Grandi Kani sono portati a sotterare a questa montagna, e egli sono lungi 40 giornate e piú e meno, tutte le gente che sono incontrate per quello viaggio dove si porta lo morto, tutti sono messi a le spade e morti. E dicogli, quando gli uccidono: "Andate a servire lo vostro signore ne l'altro mondo", ché credono che tutti quegli che sono morti, per ciò lo debbiano servire ne l'altro mondo. E cosí uccidono gli cavagli, e pure gli migliori, perché 'l signore gli abbia ne l'altro mondo. E sappiate, quando Mo(gui) Kane morío, furo morti piú di 20.000 uomini che 'ncontravano lo corpo che s'anda(va) a sotterare.
Da che ò cominciato de' Tartari, sí ve ne dirò molte cose. Li Tartari dimorano lo verno in piani luoghi ove ànno erba e buoni paschi per loro bestie; di state in luoghi freddi, in montagne e in valle, ov'è acqua e (a)sai buoni paschi. Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e pòrtallesi dietro in ogni luogo ov'egli vanno, però ch'egli ànno ordinate sí bene le loro pertiche, ond'egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggeremente. In tutte le parti ov'egli vogliono queste loro case, sempre fanno l'uscio verso mezzodie. Egli ànno carette coperte di feltro nero che, per che vi piova suso, non si bagna nulla che entro vi sia. Egli le fanno menare a buoi e a camegli, e'n su le carette pongono loro femmine e loro fanciugli. E sí vi dico che le loro femmine comperano e vendono e fanno tutto quello che agli loro mariti bisogna, però che gli uomini non sanno fare altro che cacciare e ucellare e fatti d'oste. Egli vivono di carne e di latte e di cacci(a)gioni; egli mangiano di pomi de faraon, che vi n'à grande abondanza da tutte parti; egli mangiano carne di cavallo e di carne e di giument'e di buoi e di tutte carni, e beono latte di giumente. E per niuna cosa l'uomo non toccarebbe la moglie de l'altro, però che l'ànno per malvagia cosa e per grande villania. Le donne sono buone e guarda bene l'onore de' l(oro) signori, e governano bene tutta la famiglia. Ciascheuno puote pigliare tante mogli quant'egli vuole infino in 100, se egli àe da poterle mantenere; e l'uomo dàe a la mad(r)e della femina, e la femina non dà nulla a l'uomo, ma ànno per migliore e per piú veritier(a) la prima moglie che l'altre. Egli ànno piú figliuoli che l'altra gente per le molte femmine. Egli prende per moglie le cugine e ogni altra femina, salvo la madre; e prendono la moglie del fratello, s'egli muore. Quando piglia moglie, fanno grandi nozze.
69. Del dio de' Tartari
Sappiate che loro legge è cotale, ch'egli ànno un loro idio ch'à nome Natigai, e dicono che quello è dio terreno, che guarda loro figliuoli e loro bestiame e loro biade. E' fannogli grande onore e grande riv(er)enza, ché ciascheuno lo tiene in sua casa. E' fannogli di feltro e di panno, e 'l tengono in loro casa; e ancora fanno la moglie di questo loro idio, e fannogli filiuoli ancora di panno. La moglie pongono dal lato manco e li figliuoli dinanzi: molto gli fanno onore. Quando vengono a mangiare, egli tolgono de la carne grassa e ungogli la bocca a quello dio e sua moglie e a quegli figliuoli. Poscia pigliano del brodo e gittanne giú da l'usciuolo ove stae quello idio. Quando ànno fatto cosí, dicono che lor dio e sua famiglia àe la sua parte. Apresso questo, mangiano e beono; e sappi(a)te ch'egli beono latte di giumente, e cónciallo in tal modo che pare vino bianco: è buono a bere, e chiàmallo chemmisi.
Loro vestimenta sono cotali: gli ricchi uomini vestono di drappi d'oro e di seta, e ricche pelli cebeline e ermine e de vai e de volpi molto riccamente; e li loro arnesi sono molto di grande valuta. Loro arme sono archi, spade e mazze, ma d'archi s'aiutano piú che d'altro, ché egli sono troppi buoni archieri; in loro dosso portano armadura di cuio di bufalo e d'altre cuoia forti.
Egli sono uomini in battaglie vale(n)tri duramente. E diròvi come eglino si possono travagliare piú che l'altri uomini, ché, quando bisognerà, egli andrà e starà un mese senza niuna vivanda, salvo che viverà di latte di giumente e di carne di loro cacciagioni che prendono. Il suo cavallo viverà d'erba ch'andrà pascendo, che no gli bisogna portare né orzo né paglia. Egli sono molto ubidienti a loro signore; e sappiate che, quando bisogna, egli andrà e starà tutta notte a cavallo, e 'l cavallo sempre andarà pascendo. Egli sono quella gente che piú sostengono travaglio e (male), e meno vogliono di spesa, e che piú vivono, e sono per conquistare terre e regnami.
Egli sono cosí ordinati che, quando uno signore mena in oste 100.000 cavalieri, a ogne mille fa uno capo, e a (o)gne 10.000, sicché non àe a parlare se non con 10 uomini lo signore de li 10.000, e quello de' 100.000 non à a pa(r)lare se no co 10; e cosí ogni uomo risponde al suo capo. E quando l'oste vae per monti e per valle, sempre vae inanzi 200 uomini per sguardare, e altrettanti dirietro e da lato, perchè l'oste non possa essere asalito che nol sentissoro. E quando egli vanno in oste da la lunga, egli portano bottacci di cuoio ov'egli portano loro latte, e una pentolella u' egli cuocono loro carne. Egli portano una piccola tenda ov'egli fuggono da l'acqua. E sí vi dico che quando egli ha bisogno, eglino cavalcano bene 10 giornate senza vivanda di fuoco, ma vivono del sangue delli loro cavalli, ché ciascheuno pone la bocca a la vena del suo cavallo e bee. Egli ànno ancora loro latte secco come pasta, e mettono di quello latte nell'acqua e disfannolovi entro e poscia 'l beono.
Egli vincono le battaglie altresí fuggendo come cacciando, ché fuggendo saettano tuttavia, e gli loro cavagli si volgoro come fossero cani; e quando gli loro nemici gli credono avere isconfitti cacciandogli, e e' sono sconfitti eglino, perciò che tutti li loro cavagli sono morti per le loro saette. E quando li Tartari veggono gli cavagli di quegli che gli cacciano morti, egli si rivolgono a loro e sconfiggoli per la loro prodezza; e in questo modo ànno già vinte molte battaglie.
Tutto questo ch'io v'ò contato e li costumi, è vero de li diritti Tartari; e or vi dico che sono molto i bastardi, ché quegli che usano au Ca(t)a se mantengono li costumi degl'idoli, e ànno lasciata loro legge; e quegli che usano in levante tegnono la maniera degli saracini.
La giustizia vi si fa com'io v(i) diròe. Egli è vero, se alcuno àe imbolato una picciola cosa, ch'egli (non) ne debbia perdere persona, e gli è dato 7 bastonate o 12 o 24, e vanno infino a le 107, secondo ch'à fatta l'ofesa; e tuttavia ingrossano giugne(ndo)ne 10. E se alcuno à tolto tanto che debbia perdere persona o cavallo o altra grande cosa, si è taglia(t)o per mezzo con una ispada; e se egli vuole pagare 9 cotanto che non vale la cosa ch'egli à tolta, campa la persona.
Lo bestiame grosso non si guarda, ma è tutto segnato, ché colui che 'l trovasse, conosce la 'nsegna del signore e rimandal(o); peccore e bestie minute bene si guardano. Loro bestiame è molto bello e grosso.
Ancora vi dico un'altra loro usanza, ciò che fanno ma(trimoni) tra loro di fanciulli morti, ciò è a dire: uno uomo à uno suo fanciullo morto; quando viene nel tempo che gli darebbe moglie se fosse vivo, alotta fa trovare uno ch'abbia una fanciulla morta che si faccia a lui, e fanno parentado insieme e danno la femina morta a l'uomo morto. E di questo fanno fare carte; poscia l'ardono, e quando veggono lo fumo in aria, alotta dicono che la carta vae nell'altro mondo ove sono li loro figliuoli, e queglino si tengono per moglie e per marito nell'altro mondo. Egli ne fanno grandi nozze e versane assai, ché dicono che vae a li figliuoli ne l'altro mondo. Ancora fanno dipignere in carte uccegli, cavagli, arnesi, bisanti e altre cose assai, e poscia le fanno ardere, e dicono che questo sarà presentato da divero ne l'altro mondo a li loro figliuoli. E quando questo è fatto, egli si tengono per parenti e per amici, come se gli loro figliuoli fossero vivi.
Or v'abiamo contato l'usanze e gli costumi de' Tartari; ma io non v'ò contato degli grandi fatti de li Grandi Cani e di sua corte; ma io ve ne conterò in questo libro, ove si converàe. Or torneremo al grande piano che noi lasciammo quando cominciammo a ragionare de li Tartari.
70. Del piano di Bangu
Quando l'uomo si parte de Caracoron e de Alcai, ov'è lo luogo ove si sotterrano li corpi de li Tartari, sí come v'ò contato di sopra, l'uomo vae piú inanzi per una contrada verso tramontana, l(a) quale si chiama lo piano di Bangu, e dura bene 40 giornate. La gente sono chiamate Mecricci, e sono salvatica gente; egli vivono di bestie e 'l piú di cerbi. E' sono al Grande Kane. Egli non ànno biade né vino; la state ànno cacci(a)gioni e uccellagioni assai, di verno non vi stae né bestie né uccelli per lo grande freddo. E quando l'uomo è di capo dalle 40 giornate, l'uomo truova lo mare Azziano. E quivi àe montagne ove li falconi pelegrini fanno loro nidio, né no v'à se no una generazione d'uccegli, de che si pascono quegli falconi, e son grandi come pernice, e chiamansi bugherlac; egli ànno fatto li piedi come papagallo, la coda come rondene, e molto sono volanti. E quando 'r Grande Kane vuole di quegli falconi, manda a quella montagna. E nell'isol(e) di quello mare nasce gli gerfalchi. E sí vi dico che questo luogo è tanto verso la tramontana, che la tramontana rimane adrieto verso mezzodie. E di quegli gerfalchi v'à tanti che 'l Grande Kane n'à tanti com'egli vuole; e ... quegli che porta questi girfalchi a li Tartari li portino al Grande Kane e a li segnori del Levante, cioè ad Argo ed agli altri.
Or v'abiàno contato tutti li fatti delle province de la tramontana fino al mare Ozeano. Oggiomai vi conteremo d'altre province, e ritorneremo al Grande Kane; e ritorneremo a una provincia che noi abiamo iscritta in nostro libro, ch'à nome Canpitui.
71. Del reame d 'Erguil
E quando l'uomo si parte di questo Canpitui che io v'ò contato, l'uomo vae 5 giornate per luogo ove è molti spiriti, li quali l'uomo gli ode parlare per l'aria la notte piú volte. A capo di queste 5 giornate, l'uomo truova uno reame ch'à nome Erguil, e è al Grande Kane; e è de la grande provinc(ia) di Tengut, che àe piú reami. Le genti sono idoli, e cristiani nestorini, e quegli che adorano Malcomet. E v'àe cittadi asai, e la mastra cittade à nome Ergigul.
E uscendo di questa città, andando verso Catai, si truova una città ch'a no(m)e Singui. E àvi ville e castelle assai, e sono di Tangut medesimo, e è al Grande Kane. Le genti sono idoli, e che adorano Malcomet, e cristiani. E v'à buoi salvatichi che sono grandi come leofanti, e sono molto begli a vedere, ché egli sono tutti pilosi, fuor lo dosso, e sono bianchi e neri, lo pelo lungo 3 palmi: e' sono sí begli ch'è una meraviglia. E de questi buoi medesimi ànno de' dimestichi, perch'ànno presi de' salvatichi e ànnogli fatt'alignare dimestichi; egli gli caricano e lavorano con essi, e ànno forza due cotanto che gli altri.
E in questa contrada nasce lo migliore moscado che sia al mondo. Sapiate che 'l moscado si truova in questa maniera, ch'ell'è una picciola bestia come una gatta, ma è cosí fatta: ella àe pelo de cerbio, cosí grosso lo piede come gatta, e àe 4 denti, due di sotto e due di sopra, che sono lunghi tre dita e sono sotile, li due vanno in giuso e le due in suso. Ell'è bella bestia.
Lo moscado si truova in questa maniera, che quando l'uomo l'àe presa, l'uomo truova tra la pelle e la carne, dal bellíco, una postema, e quella si taglia con tutto 'l cuoio, e quello è lo moscado, di che viene grande olore. E in questa contrada n'àe grande abonda(n)za, cosí buono com'i' v'ò detto.
Egli vivono di mercatantia e d'arti, e ànno biade. La provincia è grande 15 giornate. E v'à fagiani due cotanto grandi ch'e' nostri: egli sono grandi come paoni, un poco meno; egli ànno la coda lunga 10 palmi e 9 e 8 e 7 almeno. Ancora v'à fagiani fatti come quegli di questo paese.
Le gente sono idole, e grasse, e ànno piccolo naso, li capelli neri; non ànno barb(a) se no al mento. Le donne non ànno pelo adosso in niuno luogo, salvo che nel capo; elle ànno molto bella carne e bianca, e sono bene fatte di loro fattezze, e molto si dilettano con uomini. E puossi pigliare tante femine come altri vuole, abiento il podere; e se la femina è bella e è di piccolo legnaggio, uno grande uomo la toglie e dàe a la mad(r)e molto avere e di ciò ch'egli s'accordano.
Or ci partiamo di qui, e anderemo a un'altra provincia verso levante.
72. De l'Egrig(a)ia
E quando l'uomo si parte d'Erguil e vassi per levante 8 giornate, egli truova una provincia chiamata Egrigaia. E èvi cittadi e castella assai, e è di Tengut, la mastra città è chiamata Calatian. La gente adorano idoli: e àvi tre chiese de cristiani nestorini. E sono al Grande Kane. In questa città si fa giambellotti di pelo di camello, li piú belli del mondo; e de lana bianca fanno giambellotti bianchi molto begli, e fannone in grande quantitade e portansi in molte parti.
Ora usciamo di questa provincia, e 'nteremo in un'altra provincia chiamata Tenduc; e enteremo in nelle terre del Preste Giovanni.
73. De la provincia di Tenduc
Tenduc è una provincia verso levante, ov'à castella e cittadi assai. E' sono al Grande Kane, e sono discendenti dal Preste Giovanni. La mastra cittade è Tenduc. E de questa provincia è re uno discendente de legnaggio del Preste Giovanni, e ancora si è Preste Gianni, e suo nome si è Giorgio. Egli tiene la terra per lo Grande Kane, ma non tutta quella che tenea lo Preste Gianni, ma alcuna parte di quelle medesime. E sí vi dico che tuttavia lo Grande Kane à date di sue figliuole e de sue parenti a quello re discendente del Preste Gianni.
In questa provincia si truova le pietre onde si fa l'azurro molto buono; e v'à giambellotti di pelo di gamello. Egli vivono di frutti della terra; quivi si à mercatantie ed arti.
La terra tengono li cristiani, ma e' v'à degl'idoli e di quelli ch'adorano Maccometo. Egli sono li piú bianchi uomini del paese e i piú begli e i piú savi e i piú uomini mercatanti.
E sappiate che questa provincia era la mastra sedia del Preste Gianni, quando egli signoregiava li Tartari e tutta quella contrada; e ancora vi stae li suoi descendenti; el re che la segnoreggia è de suo legnaggio. E questo è lo luogo che noi chiamiamo Gorgo e Magogo, ma egli lo chiamano Nug e Mungoli; e in ciascheuna di queste province àe generazione di gente (...) e in Mugul dimorano li Tartari.
E quando l'uomo cavalca per questa provincia 7 giornate per levante verso li Tartari, l'uomo truova molte cittadi e castelle, ov'è gente ch'adorano Malcomet, e idoli, e cristiani nestorini. Egli vivono d'arti e di mercatantie. Egli sanno fare drappi dorati che si chiama nasicci, e drappi di seta di molte maniere. Egli sono al Grande Kane.
E v'è una città ch'à nome Sindatui, ove si fa molte arti, e favisi tutti fornimenti da oste. E àe una montagna ov'è una molto buona argentiera. Egli ànno cacciagioni di bestie e d'uccegli.
Noi ci partiremo di qui e anderemo 3 giornate e troveremo una città che si chiama Ciagannuor, nella quale àe uno grande palagio che è del Grande Kane. E sappiate che 'l Grande Kane dimora volontieri i(n) questa città e in questo palagio, perciò ch'egli v'àe lago e riviera assai, ove dimora molte grue; e àvi uno molto bello piano, ove dimora grue assai, fagiani e pernici e di molte fatte d'uccelli. E per questo vi prende il Grande Kane molto solazzo, perch'egli fa uccellare a gerfalchi e a falconi, e prendono molti uccelli. E' v'à 5 maniere di grue: l'una sono tutti neri come carboni, e sono molto grandi; l'altra sono tutti bianchi e ànno l'alie molto belle, fatte come quelle del paone, lo capo ànno vermiglio e nero e molto bene fatto, lo collo nero e bianco, e sono magiori de l'altre assai; la terza maniera sono fatti come li nostri la quarta maniera sono piccoli e ànno agli orecchi penne nere e bianche; la quinta sono tutti grigi, grandissimi, e ànno lo capo bianco e nero.
E apresso a questa città à una valle ove 'l Grande Kane à fatte fare molte casette, ov'egli fa fare molte cators, cioè contornici, e a la guardia di questi uccegli fa stare piú òmini. E àvine tanta abondanza che ciò è meraviglia; e qua(n)do lo Grande Kane viene in quella contrada àe di questi uccegli grande abondanza.
Di qui ci partiremo, e andaremo tre giornate tra tramontana e greco.
74. De la città di Giandu
Quando l'uomo è partito di questa cittade e cavalca 3 giornate, sí si truova una cittade ch'è chiamata Giandu, la quale fee fare lo Grande Kane che regna, Coblai Kane. E àe fatto fare in questa città uno palagio di marmo e d'altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente. E atorno a questo palagio è uno muro ch'è grande 15 miglia, e quivi àe fiumi e fontane e prati assai. E quivi tiene lo Grande Kane di molte fatte bestie, cioè cerbi, dani e cavriuoli, per dare mangiare a' gerfalchi e a' falconi ch'egli tiene in muda: in quello lugo egli v'à bene 200 gerfalchi. Egli medesimo vuole andare bene una volta ogne settimana (a vedere). E piú volte quando 'l Grande Kane vae per questo prato murato, porta uno leopardo in sulla groppa del cavallo; e quando egli vuole fare pigliare alcuna di queste bestie, lascia andare lo leopardo, e 'l leopardo la piglia e falla dare a