Emilio Praga



TRASPARENZE

 

 

 

 

I 
ALLA MUSA
I
Era l'estate e l'alba - un'alba pura
di amaranto, di viola e di carmino -
parean soli olezzar nella natura
la viola e il gelsomino.
Dissi alla Musa : - Usciamo, andiam nei prati! 
Di illusïoni abbellirà la strada
il ronzìo degli insetti spensierati
che imperla la rugiada.
La abbellirà la placida melode
che è il benvenuto della terra al sole, 
fruscìo di selve, mormorìo di prode,
mirifiche parole!
Ma tu più bella d'ogni Bello, o Diva,
la abbellirai cantando! Andiam nei prati.
E intorno a noi si susurri: "...Giuliva 
coppia di innamorati! ". -
Deh! resta, resta, o santa Musa, il mio
immacolato amor! l'ultimo... eterno,
se un inganno non è l'occhio di Dio
che nelle tombe io scerno. 
Siam da tempo compagni! e fu la bella
allegria dei fanciulli il nostro invito:
fu certo un cenno della mia sorella
che di me ti ha invaghito,
o un sospir di mia madre! - Ero un intruso 
di cui dicean " morrà presto ", ero un bimbo
pallido e biondo e tutto in sé racchiuso,
quasi agognante al limbo;
un'arpa eolia a cui l'aura mancava!...
Musa, a mia madre tu ti festi ancella, 
mi apparisti nei dolci occhi dell'ava
e della mia sorella...
E fui poeta. - Un povero poeta
di te indegno, o divina; un sognatore
cui mancâr l'ali alla celeste meta, 
ma non mancò l'amore!

II
Quanti sogni, quante favole,
che follie, che visïoni,
non scandemmo, o Musa, al facile
rimeggiar delle canzoni!
Si cantò la luna, il pallido 
astro immerso nel mistero,
si cantò d'amor, di gloria,
e l'aprile e il cimitero.
Color bruni e color ceruli,
pianti, inganni e dubbio e speme... 
quanti sogni, quante favole
non cantammo, o Musa, insieme!
Mi credetti il santo apostolo,
il Veggente, a quindici anni,
delirando nel tripudio, 
delirando negli affanni.
Oh! quei dì!... quand 'era un subito
apparir di giovinetta,
nel mio cor - tempesta candida-
il baleno e la saetta! 
Quando inconscio, ardente, fulgido
come i cherubi felici,
tutto il cielo eran le vergini,
tutto il mondo eran gli amici!
Corse ai monti e sull'Oceano, 
fantasie di pellegrino,
abbandoni, ebbrezze, incurie
della vita e del destino!
O memorie!... beatitudini
come nuvole svanite! 
O miei fiori in preda al turbine,
o mie ninfe incanutite!
Tu lo sai, Musa, nell'estasi
quanto visse il mio pensiero,
delirando in mezzo ai pampini, 
delirando in cimitero!
Ma crescea nell'ombra il demone,
il gemello inesorato...
innocenza, fede... - un tumulo-
e un'epigrafe : - Passato! - 
Disperammo, o cosa orribile!
Giovinetti ancora e buoni,
l'empietà sposando al facile
rimeggiar delle canzoni.
Assai più che nella crapula 
non sian tristi i baci e il riso,
i miei versi al fango attinsero
ciò che niega il paradiso.
Pur fra i rovi, in mezzo ai triboli,
oggi Satana, domani 
in ginocchio nella polvere
implorando a giunte mani;
or frenetico di orgoglio,
or gemente e vergognoso,
come un uom che in una reggia 
porti un abito cencioso;
né in quei dì che al vol fantastico
del novissimo poeta
che apparìa nel ciel d'Italia
come pallida cometa, 
la rugiada dell'encomio
fu profusa al mio passaggio,
e stupii, povera lampada,
d'esser vista e d'esser raggio;
né quel dì che un primo fischio 
mi trafisse a parte a parte,
per scoprirmi all'occhio attonito
le voragini dell'Arte;
Musa altera - oh! dillo all'anime
ansie ancor del mio destino, 
e susurralo all'orecchio
del mio pallido bambino:
non un verso a Bruto o a Cesare,
non un sol gettato ai venti
in cui freme e rugge e turbina 
la bufera degli eventi!
Non un solo all'empia Satira,
alla livida Ironia...
Diedi il braccio alla mia patria,
le negai la poesia. 
Beli o ragli altri! - Io, mia Vergine,
io ti amai ben d'altri amori!
Dappertutto dove nuvole
van pel cielo o spuntan fiori,
dappertutto dove un atomo 
l'universo mi palesa,
dove un astro od una lucciola
mi rivelano la chiesa,
dappertutto, o bionda Vergine,
o mia santa, o Musa mia, 
fosti il culto e la vertigine,
gaudio, amor, malinconia,
di cui fatto ho il reliquario
che ognun dee comporsi in terra.
Poche perle vi sfavillano, 
molte lagrime rinserra...
L'uom nol curi o lo ripudii;
non mi cale...: - è l'umil fiore
che, borsel dell'elemosina,
porrò a' piè del Creatore. 

III
E or già comincia ad esser bianco il crine,
e più spessa sul core
cade la neve... - Svaniron le larve,
il sogno sparve.
Quante stoltezze in questa vita grama, 
quanto, quanto dolore!
E come tutto è fumo, e la mestizia
e la letizia!
Candida, tu, consolatrice e il biondo
crin d'un fanciullo al mondo 
restate a me; la sorella e la madre
son lungi - e lungi è il padre!
Pur versi il soffio creatore a questo
ingegno infermo,
angelo tutelar dì e notte chino 
sul mio destino!
Tu ancor mi adduci, solitario e mesto,
alla chiesetta, all'ermo
del colle, alle fontane, ai boschi queti,
sacri ai poeti. 
Mi affacci ancora ai burroni sognanti
elfi, gnomi e giganti;
mi insegni il blando linguaggio dei fiori
e i miti dei colori.
Leghi il mio spirto al carro di Boote 
con sottil filo d'oro;
mi fai pensoso davanti allo stagno,
immobil lagno!
Tutto che in terra fulge o soffre od ama,
nell'onta o nel decoro, 
tu mi assimili, o Musa, e me ne fai
e ditirambi e lai!
Amo, per Te, la bellezza gentile
del sesso femminile:
amo, per Te, la pulce insidiosa, 
e il moscherin che su un verso si posa.
Amo la casa mia, penso al deserto,
all'oasi ed ai ghiacciai...
ho ancor sogni bizzarri alle mie notti...
e crudi e cotti. 
I crudi sono quelli che non sono;
gli altri, o Musa, li sai!...
Oh! come fumo è tutto, e la letizia,
e la mestizia!...
Candida, tu, consolatrice, e il biondo 
crin di un fanciullo, al mondo
restate a me... la sorella e la madre
son lungi - e lungi è il padre!
Dicembre 1873.


2 - LA STRADA FERRATA
A CLETTO ARRIGHI
Addio, bosco di frassini ombrosi,
ondeggianti campagne di biade!
del villaggio tranquille contrade
dove giuocano i bimbi al mattin.
Addio, pace de' campi pensosi, 
solitarie abitudini, addio;
l'operaio sul verde pendìo
già distende il ferrato cammin.
Passerà nell'antico convento,
sulle fosse dei monaci estinti; 
se all'inferno non giacciono avvinti
lo sa Iddio che stupor li corrà!
Dove il cantico, inutile, lento,
si perdea per la pinta navata,
volerà, dal suo genio portata, 
via, fischiando, la scettica età.
Che terrori nel nido latente
degli ignari augelletti quel giorno!
Da tugurio a capanna d'intorno
che susurro, che ciancie, quel dì! 
Che dirà questa povera gente,
cui repente - il miracolo appare ?
Vecchierelli, aspettate a spirare
quando giunta la strada sia qui.
Che diran gli infelici cui preme 
la tremenda miseria del pane?
E cui nulla concede il dimane,
nella vita, che affanni e sudor?
Quando accanto all'aratro, che geme
lentamente nei solchi girando, 
scorrerà, quasi ai pigri insultando,
l'uragano del nostro vapor?
Ahi l'aratro, il congegno diletto,
che diventa al confronto fatale?
Veh! Coll'oro si fabbrican l'ale! 
Veh, se i ricchi le sanno pensar!
E, tornando al miserrimo tetto,
scorderan per quel dì la canzone,
e nei sogni la strana visione
tornerà nuovi enigmi a fischiar. 
Ma le vispe fanciulle dei campi,
che cullato ancor bimbi non hanno,
e ancor tutti gli stenti non sanno
che si sposano ai cenci quaggiù;
ma i garzoni che guardano i lampi 
quando tuona, con ciglia inarcate,
ma le donne, filando invecchiate,
cinto il cuore di arcigne virtù,
che clamori faran sulla via,
quando giunge il convoglio solenne; 
chi dirà di vedervi le penne,
chi Satàna a tirarlo con sé;
e del fumo, che lento si svia
mentre lungi già il treno è trascorso,
seguiran quasi estatici il corso 
brontolando : " No, fumo non è! ".
Ma i più furbi bisbigliano invece
" Sì, che è fumo, e ai vigneti fatale:
la campagna di un soffio letale
può colpir tutta vasta quant'è. 
Ah il Signor queste cose non fece;
no, per me, non ci vado in vapore.
Chi compar! L'asinello è migliore;
questo almeno il Signor ce lo die' ".
Razza mesta, alle celie bersaglio 
della plebe, cui sopra tu stai,
sul mio volto quel dì non vedrai
insolente il sorriso spuntar.
Ma deposto il mio caro bagaglio
io verrò ne' tuoi crocchi festivi, 
non più in traccia di baci furtivi,
ma coi maschi da senno a parlar.
E dirò: " Questo fischio fugace
gira il mondo e affratella le genti,
rispondetegli intorno plaudenti, 
cospergete il gran carro di fior.
Esso è l'arca novella di pace,
che i futuri destini rinserra,
non più stragi di popoli in guerra,
non più schiavi di avaro lavor! 
Voleran da villaggio a cittade
nuovi patti: cultore e artigiano
stesa ai ricchi la nòbile mano
insiem l'almo edificio alzeran.
E tesoro di nuove rugiade 
l'umil scienza anche ai cenci concessa,
vi dirà, benché in veste dimessa,
sante cose, che i preti non san.
Vi dirà che gli è sacro al paese
il sudore dei volti onorati, 
come sacro è il valor dei soldati,
come sacra è la mente del Re.
Che non siete più mandre indifese,
voi famiglie dei solchi dìlette,
ma dal vostro vessillo protette, 
ma da legge che ingiusta non è.

* * *
O Musa mia, perdonami
se ti ho costretta a far da moralista!
Ma sai quanto mi strazii
dei miseri la vista! 
E poiché sì cattolico e stecchito
promette poco il parroco del sito,
Musa, a quel primo fischio
bravi sarem, se andremo in compagnia
nella turba dei poveri, 
sparsi lungo la via,
a seminar qualche parola onesta:
la mission sacrosanta, o Musa, è questa!
Ma poi pagato l'obolo,
chi niegherà, mia cara, al tuo pittore 
di spiegar l'ali a sciogliere
l'inno del suo dolore?
Deh guarda che monotona pianura!
Ve' in che forma han conciata la natura!
Il mio convento gotico
sparve, e die' passo a un muricciuola bianco
che dritto e ugual due miglia
va della selva al fianco.
Un ridotto di terra alzò la fronte,
e questo è il nostro fulgido orizzonte. 
Dimmi, in che selve vergini
anderemo a studiar, Musa, dal vero?
Di pali il mondo copresi
che pare un cimitero;
si abbatton torri e quercie e campanili, 
il cielo è tutto un rabesco di fili,
costumi e tipi perdonsi,
presto la moda viaggierà in vapore;
ammireranno i ciondoli
villico e pescatore. 
Musa! E noi pingerem carta bollata
e canterem... la fisica applicata!

3 - SOLE ASSENTE
ALL'AMICO RIGHETTI
Sole, non io ti accuserò di assenza;
gli uomini, infin, che mostranti di bello?
Che non osan costoro in tua presenza?
Vieni, vai,... non si levano il cappello.
Splendi agognando al dì della partenza; 
e ristucco di farci il zolfanello,
di tanto in tanto perdi la pazienza!
Sole, il mondo è un rachitico fratello,
di cui ti stanca la elegante posa;
e tu cali il telone, schiudi i tubi, 
lasci la folla vana e vanitosa
agli ombrelli, alla noia ed agli incùbi;
e il tuo sguardo frattanto si riposa
sopra un abisso di deserte nubi.
In casa di Cletto Arrighi il 21 dicembre 1862.

4 - IN MORTE DI MASSIMO D'AZEGLIO
Quando muore un poeta il ciel sorride;
quel sorriso lo sente il volgo umano,
e si guardano in faccia, e li conquide
uno sgomento arcano.
Veggono il genio allor nell'interezza, 
veggon Dio che all'azzurro il riconduce,
lasciando ai vivi un po' più di tristezza,
e un po' meno di luce.
Volgo io non son; né attenderò giammai
che il cimiter si schiuda alle canzoni 
per amarle e sposare a' vacui lai
le balde ammirazioni.
Però nel giorno che un tonfo di bara
scote il torpore del mio suol natìo,
fra i tardi inchini della folla avara 
posso prostrarmi anch'io!
Eravam giovinetti, eravam belli;
il frutto della vita era ancor fiore
che si schiudea fra l'oro dei capelli
e le perle del core; 
non si sapea di patria, eppur s'amava
qual della Musa asilo e della gloria,
ch'ora, ironie dell'esistenza schiava,
piangon nella memoria.
Albe, concenti, aureole svanite, 
in cui fu il mio bambino animo assorto,
voi siete un'altra volta oggi partite
col poeta ch'è morto!
Tu l'avevi abbracciato, Arte divina,
col più fecondo de' tuoi casti amplessi; 
tutti i tesori della tua dottrina
li avevi a lui concessi.
Il desiderio delle ignote vie,
i connubi dei versi e dei colori,
l'alte superbie, e le malinconie, 
e i prepotenti amori!
Ed Ei brillava come un bardo antico
dei mercatanti fra l'ignobil greggie,
che stupito il vedea, del plettro amico,
a passeggiar le reggie. 
 Mia madre intanto, imagin benedetta,
nella sua sala profumata e fosca,
mi dicea di Fiorenza e di Barletta,
Fanfulla e Fieramosca...
Né per mutar d'affetti e d'ideale, 
né per lotte indurate ad altro intento,
oblïerò quel fascino geniale
che mi fe' allora attento!
Voi l'obliaste, per viltà grifagna,
vecchi poeti in legulei mutati; 
ed oh! come il mordeste alle calcagna,
coi ceffi imparruccati,
quando un pensier che non è vostro il tenne,
e alla fucina delle vostre chiose
la sua fronte magnanima e solenne 
arditamente espose!
E vivo ancora fu chiamato estinto...
or per la terra, da cui van fuggendo
le caste Muse che la Prosa ha vinto,
risuscitò morendo. 
Monti, verzure del suo dolce lago,
limpidezze, bisbigli, alta quïete
che un desio di sparir trepido e vago
sull'anime piovete,
oh già da tempo al vecchio avventuroso 
detto avevate che di tutte al mondo
le vicende che il fan gaio o doglioso
la migliore sta in fondo:
infranti i ceppi delle forme prave,
come una goccia cader nel tuo seno, 
morte, tranquillo oceano, soave
plenilunio sereno!
Gennaio 1866.
5
IL NO DELLE DONNE
I
- Giovinettina pallida,
deh mostrami, se il sai,
mostrami il mio sentier!
- Come potrei mostrartelo,
se ignoro ove te 'n vai, 
leggiadro cavalier ?
- Il tuo labbruzzo è roseo,
e la tua chioma è d'oro,
ove me 'n vada ignoro.
Ove tu vai me 'n vo! 
- Allor tu vieni al placido
tetto ove veglia Iddio
su un povero pastor:
corro a portargli l'umide
rose del labbro mio 
e la mia chioma d'or!
- Se basta amarti, o pallida
bimba, per esser tuo,
vale il mio cuore il suo,
e un regno io ti darò. 
Sù, monta in groppa! è splendida
col cavalier la vita,
fuggi, amor mio, con me!
- La tua corazza è fulgida,
la spada tua forbita, 
bella sarei con te...
Ma il mio pastor giuravami
che la sua vita io sono;
pensa, se l'abbandono,
ch'egli potrìa morir! 
- In groppa, in groppa! o pallida
bimba, avrai perle e fiori
sull'abito nuzial;
avrai collana e strascico,
avrai profumi e allori 
sul morbido guancial!
- Egli morrà, giuravalo...
E poi, mio bel Sultano,
se non mi dai la mano
come potrei salir? 
II
Vorrei vederla nuda!... o Anacreonte,
o Teocrito, o mio fulgido Orazio,
per veder le beltà dell'Ellesponte, 
dell'Egitto e del Lazio!
E' Frine: il guardo, se lo fa parlare,
com'ella sa per infortunio mio,
non l'Areopago può al perdon chinare
ma la Corte d'Iddio!
E se il tien muto, e se, immobile finge
di non udir ciò che di dirle ardisco,
ti dà il vago stupor che dà la sfinge
davanti all'Obelisco.
Se folleggia, se canta e se m'insidia
concedendomi un po' della sua mano
pel Dio Termine! E' Clori, è Filli, è Lidia
ed io sono un romano!
Nuda!... del nonno mio rinnegherei
La fede, e con qualunque apostasia
Fuorchè nel caso in cui potesi a lei
spiegar l'Eucarestia.

6 - SERENATA
Coll'ultima cadenza
l'aurora in ciel spuntò,
coll'ultima cadenza
la bella si svegliò!
Al davanzal la povera 
fanciulla accorsa è già,
ed occhieggiando mormora:
- Chi mai, chi mai sarà? -
Orsù, guitarra e liuto,
una sirventa ancor: 
orsù, guitarra e liuto,
parlatele d'amor!
D'amor che raggi e musiche
fan lieto al novo dì,
e che sì spesso il vespero 
non sa bear così...
Coll'ultima cadenza
l'affetto si destò,
coll'ultima cadenza
la gioia tramontò! 

7 - ALLA DUCHESSA E. L.
Terror et Pietas.
 
 Duchessa, l'epigrafe
del vostro blasone
par scritta da un angelo
mutato in leone...
il motto al mio genio 
Dio forse avea dato,
ma l'uom l'ha graffiato,
non leggesi più!
E ho già la vertigine,
e ho già la canizie, 
e sento l'esercito
dell'ore propizie
che lungi perdendosi,
velati i tamburi,
nei tramiti oscuri 
mi lascia quaggiù.
 Ma Voi, la fantastica
che amate il mio canto,
che avete nell'anima
di tergergli il pianto, 
di alzarlo sui vertici,
di dirgli : Coraggio!
di accenderlo al raggio
dei nobili amor!...
Voi piena di fascini, 
voi piena di azzurro,
voi fate i miracoli
col vostro susurro...
mi sento ancor giovane
per dirvi gentile, 
per darvi l'aprile
ritorno cantor.
Parlate e, progenie
di giorni dispersi,
al vostro ginocchio 
cadranno i miei versi;
parlate, e le imagini
verran dalle stelle
per farsi più belle
tra i vostri doppier! 
..............
..............
..............
Volete la cantica
del bruno castello,
del paggio, del monaco,
del pio menestrello?...
Le facili istorie 
del vecchio Turpino
mi fan cittadino
del tempo che fu!
Volete travolgervi
tra gli elfi, tra i gnomi? 
Di tutte le silfidi
so i piccoli nomi;
da pari mi trattano
le streghe e le fate,
mi accordano occhiate, 
mi danno del tu.
Vi piaccion le musiche
dei chioschi orientali?
Ne ho chiuse nell'anima
le note fatali; 
son rose, son mammole
che Voi preferite,
son perle rapite
nei ceruli mar ?...
Conosco i bei margini, 
conosco le spiaggie,
le grotte, delizia
dell'erbe selvaggie,
le cime diafane,
le glauche scogliere: 
ché all'albe e alle sere
le ho viste brillar!
Volete la nenia
dei fulvi ragazzi
che a Noli riposano     
sui bianchi terrazzi?
Si spande per l'aria,
dal cedro alla palma,
sì mesta, si calma
che sembra un sospir.   
La sente, e soffermasi
la donna che reca
le olive al suo burchio
nell'anfora greca;
e a notte, dal tacito 
pendìo che le ascose,
le coppie amorose
si veggon redir!
Parlate, sia gemito,
sia riso, sia pianto, 
se è vostra elemosina,
se è vostro il mio canto,
duchessa, avrà l'iridi,
l'ebbrezze e i tesori
di tutti gli amori, 
di tutte le fé.
E quando, dai fulgidi
sentier ricaduto,
riavranmi le tenebre,
attonito e muto, 
né in mezzo al tripudio
che Iddio vi mantenga,
più voce non venga
che parli di me!...
quel dì sarà il premio, 
sarà la mia gloria,
se i mesti fantasimi
tornando a memoria,
che in voi si animarono,
serafica creta, 
trovato il poeta
del tempo che fu,
direte: l'epigrafe
che m'orna il blasone
par scritta da un angelo 
mutato in leone...
il motto al suo genio
Dio certo avea dato,
ma l'uom l'ha graffiato,
non leggesi più! 
Febbraio 1866.

8 - LA BASTERNA DI MESSALINA
Era in legno di cedro all'Asia tolto,
e in porpora di Tiro
e in vaghe piume di colibrì avvolto.
Le gemme, a mille e mille,
quelle dei glauchi oceani, 
quelle cui veglian, nelle grotte buie,
gli Incubi, iddii dalle pupille fuie,
la cospergean di innumeri scintille.
Rosseggiava il rubino,
come attraverso al sole opimo vino; 
parea ruscello immobile il zaffiro,
e lo smeraldo egizïan splendea
del color che, a ciel fosco, ha la marea.
Ma il topazio, l'elettrica
gemma all'oro rivale, 
quella che svia dai cori
la tristezza fatale,
l'altre tutte vincea co' suoi splendori.
E sola era bandita
dalla basterna d'ogni onor vestita 
l'amatista pudica,
dei folli sogni e dell'oblio nemica.
Non olezzò di ambrosia
delle Pimplee la chioma,
sul fonte di Ippocrene, 
come, con mossa or vorticosa or lene,
quel cocchio, in mezzo ai propilei di Roma,
e notte e dì vagante.
Era mirra? era nardo?... Al suo passaggio,
ai giovinetti dalla toga bianca 
salìa pei nervi un fremito,
e pensavano ai bagni ove Eulïade
e Lidia e Pirra altra non portan tunica
che il crin disciolto sulle bianche spalle.
Quattro chiomati Etìopi 
la sorreggono, e par, tanto han negli occhi
splendor misterïoso,
che, di là dentro, il sol voluttüoso
li irraggi della lor terra natìa.
Però, scenda del Tevere alla valle, 
o salga al Campidoglio,
o dai quadrivii del suburbio sbocchi,
la folla, senator, consoli, schiavi,
liberti e sacerdoti,
si fanno immoti.
E fosse anche il pontefice di Giove,
errante nella sua sedia di avorio,
umilmente si inchina - e si prosterna...
E' il cocchio imperatorio - è la basterna
di Messalina!
.............................
.............................

9 - IN MORTE DI ABBONDIO CHIALIVA
Era canuto e amava il crine biondo,
la gioventù d'Arte e d'Onor vestita;
avea lottato come pochi al mondo,
senza odiar mai la vita.
Era il pugilatore e il patriarca; 
rassomigliava a Spartaco e ad Abramo,
all'uom che pugna e il campo orribil varca
dicendo intorno : " V'amo ".
D'alte vicende altamente cercate,
di prepotenti affetti e di visioni 
nell'invocato Avvenir divinate
o in le sante illusioni,
la bella fronte rifulgea. Non disse
parola mai blandissima o feroce...
vedeano il Ver le sue pupille fisse 
nel tenebror precoce! -
Oh! il focolar dove accogliea gli amici,
dove erravan su noi, poveri illusi,
come in un tempio l'onde ammaliatrici
dei profumi diffusi, 
le care istorie degli anni passati!...
Ai piè dell'Alpi, oltre il mare, avventure
fortunose, poesie... casi ignorati
di sogni e di congiure,
epopea di cui rapsode avvilita 
è l'età che noi giovani viviamo!...
Ma parmi udir, da questa tomba uscita,
una parola : " Io v'amo! ".
Amor sia dunque il motto, Amor di tutto
che fu culto di lui ch'oggi si plora!... 
Certo egli or geme di vederci in lutto,
ma ci sorride ancora.
31 dicembre 1870

10 - VECCHIA SATIRA

 . . . . . . . . . . . . . Rammento
una favola udita da fanciullo. Il buon vento
or me la riconduce tutta fresca: la narro.
La Cicala, la Talpa, il Bòtolo e il Ramarro
da molte albe tacevano nell'edere e nel loto. 
Il giardino pareva attonito ed immoto,
e dal loto e dall'edere correano invide occhiate
dietro il vol di Libellula dalle ali dorate.
La leggiadra creatura, bianca come la neve,
fulgida come l'astro e come l'aura lieve, 
vedea sotto le spire della sua danza folle
insuperbirsi i petali, schiudersi le corolle:
rose, geranii, mammole, anemoni e giacinti,
come da un vago fascino di arcana ebbrezza avvinti,
si curvavano, quasi invitando umilmente; 
il cielo era sereno, limpido, trasparente,
la farfalla volava, e volava, e volava;
or su un cespo, or sull'altro un attimo posava,
e via, via, nell'azzurro, ratta, vertiginosa,
dalla mammola al giglio, dal geranio alla rosa, 
come chi cerca alcuno nella folla, né il vede,
s'alza, scende, fa sosta, si dilegua, riede...
E' sparita!
- Ma dove?
- Dove il vento conduce:
forse in fondo alla tenebra, forse in mezzo alla luce...
. . . . . . . . . . . . . . . 
Come appena disparve il fulgor di quell'ale 
i Bòtoli, i Ramarri, le Talpe e le Cicale
intuonarono un inno; i minuscoli insetti
cantarono alleluia, e dai solchi reietti
s'alzò un coro di festa.
"- Era troppo superba!
- Mai non volle fermarsi per cinguettar coll'erba! 
- Sdegnò sempre dell'orto la procace verdura!
- Del limo in cui cantiamo pareva aver paura! ".
Oh! triste a dirsi! fiori!... i fiorellini anch'essi,
poiché fur nella disputa per alcun po' perplessi,
diedero poi ragione ai bruti e alla cicoria! 
Le favole ritornano care nella memoria,
come il primo giuocatolo e come il primo amore;
ma poi, quando più invecchia e si fa triste il core,
ci avvediamo, sgomenti, che favole non sono.-
Chieggo a cui ciò non piaccia umilmente perdono. 

14 gosto 1870.


11 - SULLA TOMBA DI I. U. TARCHETTI
Nato pel cielo, e tutto in quello assorto,
spirto in esilio sulla nostra mota -
spirto creato per fulgere - e morto
come un ilota!
Anima invasa da beati inganni,
milite sacro ad una santa guerra -
milite già vincente - ed a trent'anni
posto sotterra!
Gentile e casto e intemerato ingegno,
amico nostro... se dal Fato assolto,
tu ci potessi, dal carcer di legno,
sporgere il volto!...
Se questa terra diventasse vetro,
e il tuo tramonto diventasse aurora,
forse ameresti tu... povero spetro,
la vita ancora!
Oh! la ameresti ancor! Ti sovverresti
unicamente degli amici buoni;
dei nostri viaggi pe' sentieri agresti,
delle canzoni!
Del focolar con cui spesso, nel verno,
si viveva del prossimo in disparte,
rimescolando fra di noi l'eterno
tema dell'arte.
Rammenteresti il dì, quando s'andava 
passeggiando e sognando in compagnia!...
E in tutto e in tutti il tuo pensier trovava
la poesia.
Riameresti la vita, Ugo! - la vita
che per te fu battaglia e fu vittoria! 
Veh! la tua fronte austera oggi è colpita
da un po' di gloria!
Né il triste e dolce cammino interrotto
rimpiangeresti... e la precoce meta,
se tu leggessi come noi: "Qui sotto 
dorme un poeta " .

Settembre 1871

12 MANZONI
O Musa bionda, o giovinetta mia,
bella, dolce, soave,
che mi dici al mattin la Poesia
ed alla sera l'Ave...
tu che, in mezzo alla torbida procella 
di questo improbo viaggio
che si chiama la vita, una sorella
e una madre miraggio
dei miei pensieri facesti, o mia Musa.
soccorrimi! un bel canto
ispirami! ... E' una tomba, è muta, è chiusa.
Ed illumina tanto!
Ispirami!... La chioma orna di viole,
di rose e di verbene,
e adergi, o Dea, nel sempiterno sole 
le pupille serene!
E allor non mi dirai che senti cose
da gran tempo obliate;
e le rime, castissime mimose,
non ci saranno ingrate; 
e i bianchi crini del bel veglio, pari
ad aureola di santo,
c'inviteran, come raggi lunari,
alla mestizia e al pianto!
E noi riparlerem di quando ancora 
l'Arte era un sogno vago;
era la Notte che aspetta l'Aurora,
la Ubbia che attende il Mago.
Blanda infanzia! Mia seria adolescenza!..
Io vi chiamo Manzoni!... 
Dalla sua cetra ebbero forse essenza
le mie poche canzoni!
Sospeso al labbro della madre pia
che mi leggea gli Sposi
le prime perle dell'Arte ch'è or mia 
in fondo al cor deposi!
Oggi piangendo vi rammento insieme,
o mia madre, o Poeta!..
Ella che vive di fede e di speme,
te arrivato alla meta! 

II
Volge la nostra età per via funesta;
Cristo è di nuovo in croce;
e la vestal nella sua bianca vesta
trema e non ha più voce!
La libertà che idoleggiasti l'hanno 
i tribuni e i liberti;
e i liberi davver mutoli stanno
d'infingardia coperti.
Così nell'Arte!... Oh! eran belli i tuoi tempi,
Goethe, Toscolo... Porta! 
Una falange di sublimi esempi,
una olimpica scorta!
Noi vaghiam nell'Ignoto. I figli siamo
del Dubbio (oh i grandi estinti!),
siamo i reietti, i fuggiti da Adamo, 
dal ciel, dal fango vinti!
E cantiamo una squallida canzone,
che al tuo sereno irride,
una canzon che muove a compassione,
che ride e non sorride!... 
Eppur nel fondo vergine del core
una fede ci resta,
che si rivela in preghiera d'amore...
e la preghiera è questa:
casto Poeta del Buono e del Bello, 
guardaci ancor dal cielo;
e sia la croce del tuo sacro avello
luce immensa... non velo!
27 maggio 1873.

13 - SATANA E LA BOTTIGLIA
Sotto colla bottiglia!
La mia pugna somiglia
a quella di Gesù,
quando dal monte Satana
lo fe' guardare in giù. 
- Pensa - il diavol mi dice-
alla ridda felice
che ti farò danzar:
sarai del ciel più fulgido,
più profondo del mar! 
Ti sentirai poeta,
ti sentirai profeta,
re, satrapo, pascià...
l'illusïon baciandoti
per man ti prenderà. 
Vedrai l'Iside austera,
fatta mite e ciarliera,
inchinarsi al tuo piè,
e dirti: " Ogni mio simbolo
vo' rivelar per te". 
Andrai con essa ai lidi
dove si fanno i nidi
dal tramonto all'albor;
dove compendian gli attimi
un secolo d'amor. 
Vedrai colline e valli
di perle e di coralli
e cieli di zaffir;
e sarà tanto il gaudio
che ti parrà morir! 
Udrai la greca Diana
e l'Ondina Ossïana
gridarti : " Endimïon! ";
le abbraccerai, di eolie
cetre e di tube al suon. 
Risorgerano i giorni
dell'innocenza adorni;
farai ritorno al dì
che il primo endecasillabo
dalla tua penna uscì. 
Ritornerai bambino;
vedrai la mamma al vino
per te l'acqua sposar,
mentre gli altri, bevendolo
schietto, parean burlar!... 
Fu con questo lontano
ricordo che Satàno
il nappo in man mi die'.
Or posso dir che il Diavolo
un mentitor non è! 

1873

14 - IL BRUCO
(Versi scritti in giardino)
ALLA SIGNORA CONTESSA ERMELLINA DANDOLO
Mi parve una farfalla, ed era un bruco.
Movea sul tavolo
coll'incesso di un bimbo o di un bisavolo;
zoppicava, aleggiava,
certo in cerca di un buco,
sul foglio sparso di versi neonati.
Rideano i giorni in cui sbuccia il sambuco,
e vanno i grilli a spasso.
La sempiterna Venere
rigonfiava d'amor le foglie tenere, 
e il giardino olezzava,
e le mandre belavano nei prati.
- Che avventura fatal, dimmi, animuccia,
dal tuo pertugio
qui ti ha sospinta ad implorar rifugio? 
Forse un ciottol franato,
o una caduta buccia,
o il piè dell'uom che inconsciamente cruccia
o uccide ad ogni passo ?...
Il giorno ride ed il sambuco sbuccia... 
Perché lasciasti gli onici,
gli intenti fiori, i ruscelletti fonici,
la bruna tanicciuola,
per errar tutta sola?
Ira ti spinge nelle vie d'esilio, 
noia, vaghezza, amore?
Perché lasciasti gli acidi
succhi delle radici e perché i placidi
sospir dell'erbe che ti fean ventaglio?
Va saltellando il grillo, 
la sempiterna Venere
già rigonfia d'amor le foglie tenere...
Perché affrontar lo spillo
e la fiala, il droghiere e l'entomologo?-
............................
Ma, sordo al mio monologo, 
il nomade doglioso,
coll'incesso di un bimbo o di un bisavolo,
tutto ha percorso il tavolo,
e allo spigolo arrestasi
come chi apprestasi 
ad un periglio, volente e restìo,
e s'accomanda a Dio...
Ha fatto il salto, è sul terren sabbioso:
ogni gleba è montagna,
ogni zolla è voragine! 
Lo striscïante di martire è imagine,
è imagine di eroe:
la scossa foglia il bagna,
lo punge il rovo... ei va, sosta, si arrampica,
scende, incespica, cade..., e non si lagna. 
E va, lento, ma va. Dove? alla pergola
che ombreggia il pozzo
buio, profondo e tozzo.
Desìo lo assal dell'alto... ecco già in tralice
lungo il nodoso salice 
si inerpica e più aderge e più leggiero
diventa e meno zoppicante e nero.
Lo attrae lo screzio dei molli frondami,
frasche, virgulti, rami,
voluttuoso amplesso!... 
Di estasïarsi egli desìa con esso.
Ecco, ecco quasi ha raggiunta la festa...
ormai più non gli resta,
bruco felice, che avvinghiarsi a un'ultima
pensil feluca... Esita ancor... vacilla 
la debile fibrilla...
Dov'è?... dov'è?... - Die' in uno spin di cozzo,
precipitò nel pozzo!
. . . . . . . . . . . .
Quanti uomini non vidi, al bruco simili,
non so perché comparsi, 
non so perché scomparsi...
dall'Ignoto - nel Vuoto!
Adro, ottobre 1873

15 - IL BIMBO MALATO
Il bambin che cantai nelle canzoni
che son piaciute ai buoni,
è malato, e, tuttor, nel contemplarlo,
nell'indagar sulle sue guancie smorte
se al suicidio mi ha dannato Iddio, 
errarmi intorno mi parea sentire
l'alito della morte.
O mia ricchezza unica, o bimbo mio,
lo sai tu chi son io?
Sono il povero armadio e sono il tarlo, 
sono il martel spietato e il debil muro,
e in questa vita da cui vuoi fuggire,
è da gran tempo che a sarcasmi immani,
esterrefatto, induro.
Eppur se il sole che verrà domani 
dalle bianche cortine
sul letticciuolo, troverà un sorriso
men scolorito sotto il biondo crine,
e per gli effluvii del tuo dolce viso
io potrò ancora credere e sperare 
di valer qualche cosa;
o mio bambino, unica mia dolcezza,
o mio giglio, o mimosa,
qui chiamato da un attimo di ebrezza
per esser schiavo a un secolo di noia, 
mi farò ancor cattolico, e all'altare
ricercherò di quando ero io pur bimbo
lo sgomento e la gioia.
Mi inchinerò dei serafini al nimbo
sulla madonna chino, 
e ginocchioni e con giunte le mani!...
E dalle pinte finestre i bei santi
mi ridiranno ancor le avemarie,
e svaniran l'ombre del tuo destino
nelle fulgenze mie! 
Bimbo, non tossir più! Son tanti e tanti
gli orror di questa vita!...
Perché farmi tremar come un pusillo? -
Dormi, guarisci, la coltre è pulita,
tepida è l'aura e tutto è pace intorno... 
- Sai che per te vo' comperar domani
un famoso gingillo?
Non so se oggi lo vidi, o un altro giorno:
rappresenta un pastore
che accarezza una pecora, e dagli occhi 
par che la gioia di averla trabocchi..
- Non infrangerlo sai, quel dono mio!
Del pastor che avverrebbe, o santo Iddio,
se la pecora muore?

Gennaio 1872

16 - ALLA SULTANA
(Dopo una lettura triste)
Aiutami a vivere,
mia bella sultana,
la vita dei reprobi
volubile e vana.
Sia sole, sia nebbia, 
m'innonda di baci!
Se inneggio o bestemmio
tu ascoltami e taci.
Deh!... Taci ed ascoltami :
mi adora e non parla! 
L'amore ineffabile
detesta la ciarla!
Di sguardi satanici,
di eterei sorrisi,
i nostri s'infiammino 
due pallidi visi!
Facciam delle coltrici
gli Elisi e l'Inferno!...
Si ingoii l'assenzio
se manca il Falerno! 
Te nuda assomiglio,
mia carne ideale,
al legno d'un feretro
che avesse le ale.
Oh!... I mistici effluvii 
che hai tu nella gonna!...
Talvolta fantastico
che il Nume è la donna.
Che l'Arte è la femmina,
che il cielo è l'amore, 
che il lezzo è profluvio,
che il fango è splendore!
Oh!... Candida, candida
la nostra cortina
da cui, stanchi e lividi, 
ci assal la mattina!
Tu dici: " O amatissimo,
sei Giove, e io son Frine!... "
scotendo sugli omeri
le chiome corvine... 
Rispondo : " Silenzio...
non parlo e tu taci!...
Ritorna qui al tiepido...
m'innonda di baci!...".

Milano, marzo 1874

17 - DE PROFUNDIS CLAMAVI
È l'ora in cui gli augelli accovacciati
la testolina ascondon sotto l'ala;
le lucciolette ricamano i prati,
e canta a vespro la fulva cicala.
Traversa il cielo un vento accidioso,
della sua meta incerto e senza lena;
al suo passaggio il bosco pensieroso
saluta sì, ma rispettoso appena.
Giù nel fosco lontan di quando in quando
guizza un baleno debole e perplesso; 
d'amor regna sull'orbe un senso blando,
e un vago accenno di pietà con esso.
Raccogliti, cor mio, l'ora è solenne!
Le rondini più e più stringon le spire
dei vispi voli in cui beâr le penne, 
e le assal delle gronde il sovvenire.
Così dell'uomo; la flebile calma
sull'agonia dell'universa luce
alle parvenze del mister lo impalma,
e a un altar malinconico lo adduce. 
Raccogliti, cor mio, povero core!
Raccogliti, e preghiam; la prece è bella
qui dove un vale, un sì del creatore
giunge col raggio di ciascuna stella.
Onnipotente! oh! fa' che non si ammali 
la mia pallida musa, illusione
ultima e santa dei miei dì fatali!...
Il mio pan quotidiano è la canzone.
Manda sul mi