Luigi Pulci
MORGANTE
CANTARE
PRIMO
1.
In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui:
questo era nel principio, al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m'accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.
2.
E tu, Vergine, figlia e madre e sposa
di quel Signor che ti dètte la chiave
del Cielo e dell'abisso e d'ogni cosa
quel dì che Gabriel tuo ti disse "Ave",
perché tu se' de' tuoi servi pietosa,
con dolce rime e stil grato e soave
aiuta i versi miei benignamente
e 'nsino al fine allumina la mente.
3.
Era nel tempo quando Filomena
con la sorella si lamenta e plora,
ché si ricorda di sua antica pena,
e pe' boschetti le ninfe innamora,
e Febo il carro temperato mena,
ché 'l suo Fetonte l'ammaestra ancora,
ed appariva appunto all'orizonte,
tal che Titon si graffiava la fronte,
4.
quand'io varai la mia barchetta prima
per obedir chi sempre obedir debbe
la mente, e faticarsi in prosa e in rima,
e del mio Carlo imperador m'increbbe;
ché so quanti la penna ha posti in cima,
che tutti la sua gloria prevarrebbe:
è stata questa istoria, a quel ch'io veggio,
di Carlo, male intesa e scritta peggio.
5.
Diceva Leonardo già Aretino
che s'egli avessi avuto scrittor degno,
com'egli ebbe un Ormanno e 'l suo Turpino,
ch'avessi diligenzia avuto e ingegno,
sarebbe Carlo Magno un uom divino,
però ch'egli ebbe gran vittorie e regno,
e fece per la Chiesa e per la Fede
certo assai più che non si dice o crede.
6.
Guardisi ancora a San Liberatore,
quella badia là presso a Menappello
giù nell'Abruzzi, fatta per suo onore,
dove fu la battaglia e 'l gran flagello
d'un re pagan, che Carlo imperadore
uccise, e tanto del suo popul fello,
e vedesi tante ossa, e tanti il sanno
che tante in Giusaffà non ne verranno.
7.
Ma il mondo cieco e ignorante non prezza
le sue virtù com'io vorrei vedere.
E tu, Fiorenzia, della sua grandezza
possiedi e sempre potrai possedere:
ogni costume ed ogni gentilezza
che si potessi acquistare o avere
col senno, col tesoro e colla lancia,
dal nobil sangue è venuto di Francia.
8.
Dodici paladini aveva in corte
Carlo, e 'l più savio e famoso era Orlando;
Gan traditor lo condusse alla morte
in Roncisvalle, un trattato ordinando,
là dove il corno e' sonò tanto forte:
"dopo la dolorosa rotta quando...",
nella sua Comedìa Dante qui dice,
e mettelo con Carlo in Ciel felice.
9.
Era per pasqua, quella di Natale:
Carlo la corte avea tutta in Parigi:
Orlando, com'io dico, è il principale;
èvvi il Danese, Astolfo ed Ansuigi;
fannosi feste e cose trïunfale,
e molto celebravan san Dionigi;
Angiolin di Baiona ed Ulivieri
v'era venuto, e 'l gentil Berlinghieri.
10.
Eravi Avolio ed Avino ed Ottone,
di Normandia Riccardo paladino,
e 'l savio Namo e 'l vecchio Salamone,
Gualtieri da Mulione, e Baldovino
ch'era figliuol del tristo Ganellone:
troppo lieto era il figliuol di Pipino,
tanto che spesso d'allegrezza geme,
veggendo tutti i paladini insieme.
11.
Ma la Fortuna attenta sta nascosa
per guastar sempre ciascun nostro effetto.
Mentre che Carlo così si riposa,
Orlando governava in fatto e in detto
la corte e Carlo Magno ed ogni cosa;
Gan per invidia scoppia, il maladetto,
e cominciava un dì con Carlo a dire:
- Abbiàn noi sempre Orlando a obedire?
12.
Io ho creduto mille volte dirti:
Orlando ha in sé troppa presunzione.
Noi siàn qui conti, re, duchi a servirti,
e Namo, Ottone, Uggieri e Salamone,
per onorarti ognun, per obedirti;
che costui abbia ogni reputazione
nol sofferrem, ma siam deliberati
da un fanciullo non esser governati.
13.
Tu cominciasti insino in Aspramonte
a dargli a intender che fussi gagliardo
e facessi gran cose a quella fonte.
Ma se non fussi stato il buon Gherardo,
io so che la vittoria era d'Almonte;
ma egli ebbe sempre l'occhio allo stendardo,
che si voleva quel dì coronarlo:
questo è colui c'ha meritato, Carlo.
14.
Se ti ricorda, già sendo in Guascogna,
quando e' vi venne la gente di Spagna,
il popol de' cristiani avea vergogna
s'e' non mostrava la sua forza magna.
Il ver convien pur dir quando e' bisogna:
sappi ch'ognuno, imperador, si lagna.
Quant'io per me, ripasserò que' monti
ch'io passai in qua con sessantaduo conti.
15.
La tua grandezza dispensar si vuole
e far che ciascuno abbi la sua parte;
la corte tutta quanta se ne duole:
tu credi che costui sia forse Marte? -
Orlando un giorno udì queste parole,
che si sedeva soletto in disparte:
dispiacquegli di Gan quel che diceva,
ma molto più che Carlo gli credeva.
16.
E volle colla spada uccider Gano;
ma Ulivieri in quel mezzo si mise
e Durlindana gli trasse di mano,
e così il me' che seppe gli divise.
Orlando si sdegnò con Carlo Mano,
e poco men che quivi non l'uccise;
e dipartissi di Parigi solo,
e scoppia e 'mpazza di sdegno e di duolo.
17.
A Ermellina, moglie del Danese,
tolse Cortana, e poi tolse Rondello,
e inverso Brava il suo camin poi prese.
Alda la bella, come vide quello,
per abbracciarlo le braccia distese:
Orlando, che smarrito avea il cervello,
com'ella disse: - Ben venga il mio Orlando -
gli volle in su la testa dar col brando.
18.
Come colui che la furia consiglia,
e' gli pareva a Gan dar veramente:
Alda la bella si fe' maraviglia.
Orlando si ravvide prestamente,
e la sua sposa pigliava la briglia,
e scese del caval subitamente;
ed ogni cosa diceva a costei,
e riposossi alcun giorno con lei.
19.
Poi si partì, portato dal furore,
e terminò passare in Pagania;
e mentre che cavalca, il traditore
di Gan sempre ricorda per la via.
E cavalcando d'uno in altro errore,
in un deserto truova una badia,
in luoghi scuri e paesi lontani,
ch'era a' confin tra' Cristiani e' Pagani.
20.
L'abate si chiamava Chiaramonte:
era del sangue disceso d'Angrante.
Di sopra alla badia v'era un gran monte
dove abitava alcun fero gigante,
de' quali uno avea nome Passamonte,
l'altro Alabastro, e 'l terzo era Morgante:
con certe frombe gittavan da alto,
ed ogni dì facevan qualche assalto.
21.
I monachetti non potieno uscire
del monistero o per legne o per acque.
Orlando picchia, e non voleano aprire,
fin ch' a l'abate alla fine pur piacque.
Entrato dentro, cominciava a dire
come Colui che di Maria già nacque
adora, ed era cristian battezato,
e come egli era alla badia arrivato.
22.
Disse l'abate: - Il ben venuto sia.
Di quel ch'io ho, volentier ti daremo,
poi che tu credi al Figliuol di Maria;
e la cagion, cavalier, ti diremo,
acciò che non la imputi villania,
perché all'entrar resistenzia facemo
e non ti volle aprir quel monachetto:
così intervien chi vive con sospetto.
23.
Quand'io ci venni al principio abitare,
queste montagne, ben che sieno oscure
come tu vedi, pur si potea stare
sanza sospetto, ché l'eran sicure;
sol dalle fiere t'avevi a guardare:
fernoci spesso di strane paure.
Or ci bisogna, se vogliamo starci,
dalle bestie dimestiche guardarci.
24.
Queste ci fan più tosto stare a segno:
sonci appariti tre feri giganti,
non so di qual paese o di qual regno;
ma molto son feroci tutti quanti.
La forza e 'l mal voler giunta allo 'ngegno
sai che può il tutto; e noi non siàn bastanti:
questi perturban sì l'orazion nostra
ch'io non so più che far, s'altri nol mostra.
25.
Gli antichi padri nostri nel deserto,
se le loro opre sante erano e giuste,
del ben servir da Dio n'avean buon merto;
né creder sol vivessin di locuste:
piovea dal ciel la manna, questo è certo;
ma qui convien che spesso assaggi e guste
sassi che piovon di sopra quel monte,
che gettano Alabastro e Passamonte.
26.
Il terzo, che è Morgante, assai più fero,
isveglie e pini e' faggi e' cerri e gli oppi,
e gettagli insin qui, questo è pur vero:
non posso far che d'ira non iscoppi. -
Mentre che parlan così in cimitero,
un sasso par che Rondel quasi sgroppi,
che da' giganti giù venne da alto,
tanto che e' prese sotto il tetto un salto.
27.
Tìrati drento, cavalier, per Dio! -
disse l'abate - ché la manna casca. -
Rispose Orlando: - Caro abate mio,
costui non vuol che 'l mio caval più pasca:
veggo che lo guarrebbe del restio;
quel sasso par che di buon braccio nasca. -
Rispose il santo padre: - Io non t'inganno:
credo che 'l monte un giorno gitteranno. -
28.
Orlando governar fece Rondello
ed ordinar per sé da collezione;
poi disse: - Abate, io voglio andare a quello
che dètte al mio caval con quel cantone. -
Disse l'abate: - Come car fratello
consiglierotti sanza passïone:
io ti sconforto, baron, di tal gita,
ch'io so che tu vi lascerai la vita.
29.
Quel Passamonte porta in man tre dardi,
chi frombe, chi baston, chi mazzafrusti:
sai che' giganti più di noi gagliardi
son, per ragion che sono anco più giusti;
e pur se vuoi andar, fa' che ti guardi,
ché questi son villan molto e robusti. -
Rispose Orlando: - Io lo vedrò per certo. -
Ed avvïossi a piè sù pel deserto.
30.
L'abate il crocïon gli fece in fronte:
- Va', che da Dio e me sia benedetto. -
Orlando, poi che salito ebbe il monte,
si dirizzò, come l'abate detto
gli aveva, dove sta quel Passamonte;
il quale, Orlando veggendo soletto,
molto lo squadra di drieto e davante,
poi domandò se star volea per fante;
31.
e prometteva di farlo godere.
Orlando disse: - Pazzo saracino,
io vengo a te, come è di Dio volere,
per darti morte, e non per ragazzino;
a' monaci suoi fatto hai dispiacere:
non può più comportarti, can meschino. -
Questo gigante armar si corse a furia,
quando sentì ch' e' gli diceva ingiuria.
32.
E ritornato ove aspettava Orlando,
il qual non s'era partito da bomba,
sùbito venne la corda girando,
e lascia un sasso andar fuor della fromba,
che in sulla testa giugnea rotolando
al conte Orlando, e l'elmetto rimbomba;
e cadde per la pena tramortito,
ma più che morto par, tanto è stordito.
33.
Passamonte pensò che fussi morto,
e disse: "Io voglio andarmi a disarmare;
questo poltron, per chi m'aveva scorto?".
Ma Cristo i suoi non suole abandonare,
massime Orlando, ch'Egli arebbe il torto.
Mentre il gigante l'arme va a spogliare,
Orlando in questo tempo si risente
e rivocava e la forza e la mente.
34.
E gridò forte: - Gigante, ove vai?
Ben ti pensasti d'avermi ammazzato!
Volgiti addrieto, ché se alie non hai
non puoi da me fuggir, can rinnegato:
a tradimento ingiurïato m'hai! -
Donde il gigante allor maravigliato
si volse addrieto e riteneva il passo;
poi si chinò per tòr di terra un sasso.
35.
Orlando avea Cortana ignuda in mano;
trasse alla testa, e Cortana tagliava:
per mezzo il teschio partì del pagano,
e Passamonte morto rovinava;
e nel cadere il superbo e villano
divotamente Macon bestemiava;
ma mentre che bestemia il crudo e acerbo,
Orlando ringraziava il Padre e 'l Verbo,
36.
dicendo: - Quanta grazia oggi m'hai data!
Sempre ti sono, o Signor mio, tenuto:
per te cognosco la vita salvata,
però che dal gigante ero abbattuto;
ogni cosa a ragion fai misurata:
non val nostro poter sanza 'l tuo aiuto.
Priegoti sopra me tenghi la mano,
tanto ch'ancor ritorni a Carlo Mano. -
37.
Poi ch'ebbe questo detto, se n'andòe
tanto che truova Alabastro più basso,
che si sforzava, quando e' lo trovòe,
di sveglier d'una ripa fuori un masso.
Orlando, come e' giunse a quel, gridòe:
- Che pensi tu, ghiotton, gittar quel sasso? -
Quando Alabastro questo grido intende,
subitamente la sua fromba prende,
38.
e trasse d'una pietra molto grossa,
tanto ch'Orlando bisognò schermisse,
ché se l'avessi giunto la percossa
non bisognava il medico venisse.
Orlando adoperò poi la sua possa:
nel pettignon tutta la spada misse,
e morto cadde questo badalone,
e non dimenticò però Macone.
39.
Morgante aveva a suo modo un palagio
fatto di frasche e di schegge e di terra;
quivi, secondo lui, si posa ad agio,
quivi la notte si rinchiude e serra.
Orlando picchia, e daràgli disagio,
per che il gigante dal sonno si sferra;
vennegli aprir come una cosa matta,
ch'un'aspra visïone aveva fatta.
40.
E' gli parea ch'un feroce serpente
l'avea assalito, e chiamar Macometto;
ma Macometto non valea nïente;
onde e' chiamava Iesù benedetto,
e liberato l'avea finalmente.
Venne alla porta ed ebbe così detto:
- Chi bussa qua? - pur sempre borbottando.
- Tu 'l saprai tosto - gli rispose Orlando.
41.
Vengo per farti come a' tuoi fratelli;
son de' peccati tuoi la penitenzia,
da' monaci mandato cattivelli,
come stato è divina providenzia:
pel mal ch'avete fatto a torto a quelli,
è data in Ciel così questa sentenzia.
Sappi che freddo già più ch'un pilastro
lasciato ho Passamonte e 'l tuo Alabastro. -
42.
Disse Morgante: - O gentil cavaliere,
per lo tuo Iddio non mi dir villania.
Di grazia, il nome tuo vorrei sapere;
se se' cristian, deh, dillo in cortesia. -
Rispose Orlando: - Di cotal mestiere
contenterotti, per la fede mia:
adoro Cristo, che è Signor verace,
e puoi tu adorarlo, se ti piace. -
43.
Rispose il saracin con umil voce:
- Io ho fatta una strana visïone,
che m'assaliva un serpente feroce:
non mi valeva, per chiamar, Macone;
onde al tuo Iddio che fu confitto in croce
rivolsi presto la mia divozione;
e' mi soccorse e fui libero e sano,
e son disposto al tutto esser cristiano. -
44.
Rispose Orlando: - Baron giusto e pio,
se questo buon voler terrai nel core,
l'anima tua arà quel vero Iddio
che ci può sol gradir d'eterno onore;
e s' tu vorrai, sarai compagno mio
ed amerotti con perfetto amore;
gl'idoli vostri son bugiardi e vani,
e 'l vero Iddio è lo Dio de' cristiani.
45.
Venne questo Signor sanza peccato
nella sua madre virgine pulzella.
Se cognoscessi quel Signor beato
sanza 'l qual non risplende sole o stella,
aresti già Macon tuo rinnegato
e la sua fede iniqua, ingiusta e fella:
battézati al mio Iddio di buon talento. -
Morgante gli rispose: - Io son contento. -
46.
E corse Orlando sùbito abbracciare.
Orlando gran carezze gli facea,
e disse: - Alla badia ti vo' menare. -
Morgante: - Andianvi presto: - rispondea
- co' monaci la pace si vuol fare. -
Della qual cosa Orlando in sé godea,
dicendo: - Fratel mio divoto e buono,
io vo' che chiegga all'abate perdono.
47.
Da poi che Iddio ralluminato t'ha
ed accettato per la sua umiltade,
vuolsi tu usi anco tu umilità. -
Disse Morgante: - Per la tua bontade,
poi che il tuo Iddio mio sempre omai sarà,
dimmi del nome tuo la veritade;
poi, che di me dispor puoi al tuo comando. -
Onde e' gli disse com'egli era Orlando.
48.
Disse il gigante: - Gesù benedetto
per mille volte ringraziato sia:
sentito t'ho nomar, baron perfetto,
per tutti i tempi della vita mia;
e com'io dissi, sempre mai suggetto
esser ti vo' per la tua gagliardia. -
Insieme molte cose ragionaro,
e 'nverso la badia poi s'invïaro.
49.
E fêr la via da quei giganti morti.
Orlando con Morgante si ragiona:
- Della lor morte vo' che ti conforti,
e poi che piace a Cristo, a me perdona;
a' monaci avean fatti mille torti,
e la nostra Scrittura aperto suona:
il ben remunerato e 'l mal punito;
e mai non ha questo Signor fallito;
50.
però ch'Egli ama la giustizia tanto
che vuol che sempre il suo giudicio morda
ognun ch'abbi peccato tanto o quanto;
e così il ben ristorar si ricorda,
e non saria sanza giustizia santo.
Adunque al suo voler presto t'accorda,
ché debbe ognun voler quel che vuol Questo,
ed accordarsi volentieri e presto.
51.
E sonsi i nostri dottori accordati,
pigliando tutti una conclusïone,
che que' che son nel Ciel glorificati,
s'avessin nel pensier compassïone
de' miseri parenti che dannati
son nello inferno in gran confusïone,
la lor felicità nulla sarebbe;
e vedi che qui ingiusto Iddio parrebbe.
52.
Ma egli hanno posto in Iesù ferma spene,
e tanto pare a lor quanto a Lui pare;
afferman ciò che E' fa, che facci bene,
e che E' non possi in nessun modo errare;
se padre o madre è nell'eterne pene,
di questo e' non si posson conturbare,
ché quel che piace a Dio, sol piace a loro:
questo s'osserva nello eterno coro.
53.
Al savio suol bastar poche parole: -
disse Morgante - tu il potrai vedere
de' miei fratelli, Orlando, se mi duole,
e s'io m'accorderò di Dio al volere
come tu di' che in Ciel servar si suole.
Morti co' morti; or pensian di godere;
io vo' tagliar le mani a tutti quanti
e porterolle a que' monaci santi,
54.
acciò ch'ognun sia più sicuro e certo
come e' son morti, e non abbin paura
andar soletti per questo deserto;
e perché vegga la mia mente pura
a quel Signor che m'ha il suo regno aperto
e tratto fuor di tenebre sì oscura. -
E poi tagliò le mani a' due fratelli,
e lasciagli alle fiere ed agli uccelli.
55.
Alla badia insieme se ne vanno,
ove l'abate assai dubioso aspetta;
e' monaci, che 'l fatto ancor non sanno,
correvono all'abate tutti in fretta,
dicendo paürosi e pien d'affanno:
- Volete voi costui drento si metta? -
Quando l'abate vedeva il gigante,
si turbò tutto nel primo sembiante.
56.
Orlando, che turbato così il vede,
gli disse presto: - Abate, datti pace:
questo è cristiano e in Cristo nostro crede,
e rinnegato ha il suo Macon fallace. -
Morgante i moncherin mostrò per fede
come i giganti ciascun morto giace;
donde l'abate ringraziava Iddio,
dicendo: - Or m'hai contento, Signor mio. -
57.
E riguardava e squadrava Morgante
la sua grandezza ed una volta e due;
e poi gli disse: - O famoso gigante,
sappi ch'io non mi maraviglio piùe
che tu svegliessi e gittassi le piante,
quand'io riguardo or le fattezze tue.
Tu sarai or perfetto e vero amico
a Cristo, quanto tu gli eri nimico.
58.
Un nostro apostol, Saül già chiamato,
perseguì molto la fede di Cristo.
Un giorno poi, dallo Spirto infiammato,
"Perché pur mi persegui?" disse Cristo.
E' si ravvide allor del suo peccato;
andò poi predicando sempre Cristo,
e fatto è or della fede una tromba,
la qual per tutto risuona e rimbomba.
59.
Così farai tu ancor, Morgante mio;
e chi s'emenda, è scritto nel Vangelo
che maggior festa fa d'un solo Iddio
che di novantanove altri sù in Cielo.
Io ti conforto ch'ogni tuo desio
rivolga a quel Signor con giusto zelo,
ché tu sarai felice in sempiterno,
ch'eri perduto e dannato allo inferno. -
60.
E grande onore a Morgante faceva
l'abate, e molti dì si son posati.
Un giorno, come a Orlando piaceva,
a spasso in qua ed in là si sono andati.
L'abate in una camera sua aveva
molte armadure e certi archi appiccati:
Morgante gliene piacque un che ne vede,
onde e' sel cinse, benché oprar nol crede.
61.
Avea quel luogo d'acqua carestia.
Orlando disse: - Come buon fratello,
Morgante, vo' che di piacer ti sia
andar per l'acqua. - Onde e' rispose a quello:
- Comanda ciò che vuoi, ché fatto fia. -
E posesi in ispalla un gran tinello
ed avvïossi là verso una fonte,
dove e' solea ber sempre appiè del monte.
62.
Giunto alla fonte, sente un gran fracasso
di sùbito venir per la foresta.
Una saetta cavò del turcasso,
posela all'arco ed alzava la testa.
Ecco apparire una gran gregge, al passo,
di porci, e vanno con molta tempesta,
ed arrivorno alla fontana appunto,
donde il gigante è da lor sopraggiunto.
63.
Morgante alla ventura a un saetta:
appunto nell'orecchio lo 'ncartava;
dall'altro lato passò la verretta,
onde 'l cinghial giù morto gambettava.
Un altro, quasi per farne vendetta,
addosso al gran gigante irato andava;
e perché e' giunse troppo tosto al varco,
non fu Morgante a tempo a trar coll'arco.
64.
Vedendosi venuto il porco addosso,
gli dètte in su la testa un gran punzone,
per modo che gl'infranse insino all'osso,
e morto allato a quell'altro lo pone.
Gli altri porci, veggendo quel percosso,
si misson tutti in fuga pel vallone.
Morgante si levò il tinello in collo,
ch'era pien d'acqua, e non si muove un crollo.
65.
Dall'una spalla il tinello avea posto,
dall'altra i porci, e spacciava il terreno;
e torna alla badia, ch'è pur discosto,
ch'una gocciola d'acqua non va in seno.
Orlando, che 'l vedea tornar sì tosto
co' porci morti e con quel vaso pieno,
maravigliossi che sia tanto forte;
così l'abate; e spalancan le porte.
66.
I monaci, veggendo l'acqua fresca,
si rallegrorno, ma più de' cinghiali,
ch'ogni animal si rallegra dell'esca;
e posono a dormire i brevïali.
Ognun s'affanna, e non par che gl'incresca,
acciò che questa carne non s'insali
e che poi secca sapessi di vieto;
e le digiune si restorno addrieto.
67.
E ferno a scoppiacorpo per un tratto,
e scuffian che parean dell'acqua usciti,
tanto che 'l can se ne doleva e 'l gatto,
ché gli ossi rimanean troppo puliti.
L'abate, poi che molto onore ha fatto
a tutti, un dì, dopo questi conviti,
dètte a Morgante un destrier molto bello,
che lungo tempo tenuto avea quello.
68.
Morgante in su 'n un prato il caval mena
e vuol che corra e che facci ogni pruova,
e pensa che di ferro abbi la schiena,
o forse non credeva schiacciar l'uova.
Questo caval s'accoscia per la pena,
e scoppia e in sulla terra si ritruova.
Dice Morgante: - Lieva sù, rozzone. -
E va pur punzecchiando collo sprone.
69.
Ma finalmente convien ch'egli smonte,
e disse: - Io son pur leggier come penna,
ed è scoppiato; che ne di' tu, conte? -
Rispose Orlando: - Un albero d'antenna
mi par' più tosto, e la gaggia la fronte.
Lascialo andar, ché la fortuna accenna
che meco a piede ne venga, Morgante.
- Ed io così verrò - disse il gigante.
70.
Quando sarà mestier, tu mi vedrai
com'io mi proverrò nella battaglia. -
Orlando disse: - Io credo tu farai
come buon cavalier, se Dio mi vaglia;
ed anco me dormir non mirerai.
Di questo tuo caval non te ne caglia:
vorrebbesi portarlo in qualche bosco,
ma il modo né la via non ci conosco. -
71.
Disse il gigante: - Io il porterò ben io,
da poi che portar me non ha voluto,
per render ben per mal, come fa Iddio;
ma vo' ch'a porlo addosso mi dia aiuto. -
Orlando gli dicea: - Morgante mio,
s'al mio consiglio ti sarai attenuto,
questo caval tu non vel porteresti,
ché ti farà come tu a lui facesti.
72.
Guarda che non facessi la vendetta
come fece già Nesso, così morto:
non so se la sua istoria hai intesa o letta;
e' ti farà scoppiar, datti conforto. -
Disse Morgante: - Aiuta ch'io mel metta
addosso, e poi vedrai s'io ve lo porto:
io porterò, Orlando mio gentile,
con le campane là quel campanile. -
73.
Disse l'abate: - Il campanil v'è bene,
ma le campane voi l'avete rotte. -
Dicea Morgante: - E' ne porton le pene
color che morti son là in quelle grotte. -
E levossi il cavallo in su le schiene,
e disse: - Guarda s'io sento di gotte,
Orlando, nelle gambe, o s'io lo posso. -
E fe' duo salti col cavallo addosso.
74.
Era Morgante come una montagna:
se facea questo, non è maraviglia.
Ma pure Orlando con seco si lagna,
perché pure era omai di sua famiglia:
temenza avea non pigliassi magagna;
un'altra volta costui riconsiglia:
- Posalo ancor, nol portare al deserto. -
Disse il gigante: - Io il porterò per certo. -
75.
E portollo e gittollo in luogo strano,
e torna alla badia subitamente.
Diceva Orlando: - Or che più dimoriàno?
Morgante, qui non facciàn noi nïente. -
E prese un giorno l'abate per mano,
e disse a quel molto discretamente
che vuol partir dalla sua riverenzia
e domandava e perdono e licenzia;
76.
e degli onor ricevuti da questo
qualche volta, potendo, arà buon merito.
E dice: - Io intendo ristorare, e presto,
i persi giorni del tempo preterito;
e son più dì che licenzia arei chiesto,
benigno padre, se non ch'io mi perito:
non so mostrarvi quel che drento sento,
tanto vi veggo del mio star contento.
77.
Io me ne porto per sempre nel core
l'abate, la badia, questo deserto,
tanto v'ho posto in picciol tempo amore:
rendavi sù nel Ciel per me buon merto
quel vero Iddio, quello eterno Signore
che vi serba il suo regno al fine aperto.
Noi aspettiam vostra benedizione;
raccomandianci alle vostre orazione. -
78.
Quando l'abate il conte Orlando intese,
rintenerì nel cor per la dolcezza,
tanto fervor nel petto se gli accese,
e disse: - Cavalier, se a tua prodezza
non sono stato benigno e cortese
come conviensi alla gran gentilezza,
ché so che ciò ch'i' ho fatto è stato poco,
incolpa l'ignoranzia nostra e il loco.
79.
Noi ti potremo di messe onorare,
di prediche, di laude e paternostri,
più tosto che da cena o desinare
o d'altri convenevol che da chiostri.
Tu m'hai di te sì fatto innamorare,
per mille alte eccellenzie che tu mostri,
ch'io me ne vengo, ove tu andrai, con teco,
e d'altra parte tu resti qui meco:
80.
tanto ch'a questo par contraddizione;
ma so che tu se' savio e intendi e gusti,
e intendi il mio parlar per discrezione.
De' benefici tuoi pietosi e giusti
renda il Signore a te munerazione,
da cui mandato in queste selve fusti;
per le virtù del qual liberi siamo,
e grazia a Lui ed a te ne rendiamo.
81.
Tu ci hai salvato l'anima e la vita:
tanta perturbazion già que' giganti
ci dètton, che la strada era smarrita
di ritrovar Gesù cogli altri santi;
però troppo ci duol la tua partita,
e sconsolati restiàn tutti quanti;
né ritener possianti i mesi e gli anni,
ché tu non se' da vestir questi panni,
82.
ma da portar la lancia e l'armadura;
e puossi meritar con essa come
con questa cappa, e leggi la Scrittura.
Questo gigante al Ciel drizzò le some
per tua virtù; va' in pace a tua ventura,
chi tu ti sia, ch'io non ricerco il nome,
ma dirò sempre, s'io son domandato,
ch'un angel qui da Dio fussi mandato,
83.
Se ci è armadura o cosa che tu voglia,
vattene in zambra e pigliane tu stessi,
e cuopri a questo gigante la scoglia. -
Rispose Orlando: - S'armadura avessi,
prima che noi uscissin della soglia,
che questo mio compagno difendessi,
questo accetto io, e saràmi piacere. -
Disse l'abate: - Venite a vedere. -
84.
E in certa cameretta entrati sono
che d'armadure vecchie era copiosa;
dicea l'abate: - Tutte ve le dono. -
Morgante va rovistando ogni cosa;
ma solo un certo sbergo gli fu buono,
ch'avea tutta la maglia rugginosa:
maravigliossi che lo cuopra appunto,
ché mai più gnun forse glien'era aggiunto.
85.
Questo fu d'un gigante smisurato
ch'a la badia fu morto per antico
dal gran Millon d'Angrante, che arrivato
v'era, se appunto questa storia dico;
ed era nelle mura istorïato
come e' fu morto questo gran nimico
che fece alla badia già lunga guerra;
e Millon v'è come e' l'abbatte in terra.
86.
Veggendo questa istoria, il conte Orlando
fra suo cor disse: "O Dio, che sai sol tutto,
come venne Millon qui capitando,
che ha questo gigante qua distrutto?".
E lesse certe letter lacrimando,
ché non poté tener più il viso asciutto,
come io dirò nella seguente istoria.
Di mal vi guardi il Re dell'alta gloria.
CANTARE SECONDO
1.
giusto, o santo, o etterno Monarca,
o sommo Giove per noi crucifisso,
che chiudesti la porta onde si varca
per ire al fondo dello oscuro abisso;
tu ch'al principio movesti mia barca,
tu sia il nocchiere intento sempre e fisso
alla tua stella e la tua calamita:
che questa istoria sia per te finita.
2.
L'abate, quando vide lacrimare
Orlando, e diventar le ciglia rosse
e per pietà le luce imbambolare,
e' domandava perché questo fosse;
e poi che vide Orlando pur chetare,
ancor più oltre le parole mosse:
- Non so s'ammirazion forse t'ha vinto
di quel che in questa camera è dipinto.
3.
Io fui della gran gesta naturale:
credo che io sia nipote o consobrino
di quel Rinaldo, uom tanto principale,
che fu nel mondo sì gran paladino;
benché il mio padre non fu madornale,
perché e' non piacque all'alto Iddio divino:
Ansuigi chiamossi in piano e in monte,
e 'l nome mio diritto è Chiaramonte.
4.
Così ci fussi il figliuol di Millone
che fu fratel del mio padre perfetto!
Deh, dimmi il nome tuo, gentil barone,
se così piace a Gesù benedetto. -
Orlando s'accendea d'affezïone
bagnando tutto di lacrime il petto;
poi disse: - Abate, mio caro parente,
sappi ch'Orlando tuo t'è qui presente. -
5.
Per tenerezza corsono abbracciarsi;
ognun piangeva di soperchio amore,
che non poteva a un tratto sfogarsi
e per dolcezza trabocca nel core.
L'abate non potea tanto saziarsi
d'abbracciar questo, quanto è il suo fervore.
Diceva Orlando: - Qual grazia o ventura
fa ch'io vi truovi in questa parte scura?
6.
Ditemi un poco, caro padre mio,
per che cagion voi vi facesti frate
e non prendesti la lancia come io
e tante gente che di noi son nate?
- Perché e' fu volontà così di Dio, -
rispose presto a Orlando l'abate
- che ci dimostra per diverse strade
donde e' si vadi nella sua cittade:
7.
chi colla spada, chi col pasturale,
poi la Natura fa diversi ingegni,
e però son diverse queste scale:
basta che in porto salvo si pervegni,
e tanto il primo quanto il sezzo vale.
Tutti siàn peregrin per molti regni;
a Roma tutti andar vogliamo, Orlando,
ma per molti sentier n'andian cercando.
8.
Così sempre s'affanna il corpo e l'ombra
per quel peccato dell'antico pome:
io sto col libro in man qui il giorno e l'ombra,
tu colla spada tua tra l'elsa e 'l pome
cavalchi, e spesso sudi al sole e all'ombra;
ma di tornare a bomba è il fin del pome.
Dico ch'ognun qui s'affatica e spera
di ritornarsi alla sua antica spera. -
9.
Morgante avea con loro insieme pianto,
sentendo queste cose ragionare,
e pur cercava d'armadure; e intanto
un gran cappel d'acciaio usa trovare,
che rugginoso si dormia in un canto.
Orlando, quando gliel vide provare,
disse: - Morgante, tu pari un bel fungo;
ma il gambo a quel cappello è troppo lungo. -
10.
Una spadaccia ancor Morgante truova;
cinsela, e poi se n'andava soletto
là dove rotta una campana cova,
ch'era caduta e stava sotto un tetto,
e spiccane un battaglio a tutta pruova,
ed a Orlando il mostrava in effetto:
- Di questo che di' tu, signor d'Angrante?
- Dico che è tal qual conviensi a Morgante. -
11.
Disse il gigante: - Con questo battaglio,
che vedi come è grave e lungo e grosso,
non credi tu ch'io schiacciassi un sonaglio?
Io vo' schiacciare il ferro e tritar l'osso:
parmi mill'anni or d'essere al berzaglio. -
Orlando a Chiaramonte ha così mosso:
- Or vi vorrei pregar, mio santo abate,
che di trovar ventura c'insegniate.
12.
Qualche battaglia, qualche torniamento
trovar vorremo, se piacessi a Dio. -
Disse l'abate: - Io ne son ben contento,
e credo satisfare al tuo desio.
Sappi che qua verso Levante sento
che in una gran città, parente mio,
un re pagan vi fa drento dimoro,
il qual si fa chiamar re Caradoro.
13.
Ed ha una sua figlia molto bella,
onesta, savia, nobile e gentile;
e non è uom che la muova di sella,
e ciascun cavalier reputa vile:
s'ella non fussi saracina quella,
non fu mai donna tanto signorile.
Dintorno alla città sopra i confini
sono accampati molti saracini;
14.
ed èvvi un re di molta gagliardia,
Manfredonio appellato dalla gente:
costui si muor per la dama giulìa,
e fa gran cose, come amor consente,
ed ha con seco tutta Pagania,
per acquistar questa donna piacente:
dicon che v'è di paesi lontani
cento quaranta migliaia di pagani.
15.
E quel re Carador n'ha forse ottanta
di gente saracina, ardita e forte;
e Manfredonio ogni giorno si vanta
d'aver questa donzella o d'aver morte,
ed or trabocchi ed or bombarde pianta:
ogni dì corre insino in sulle porte. -
Il conte Orlando, quando questo intese,
non domandar quanto desio l'accese.
16.
E dopo molte cose ragionate
di nuovo la licenzia ridomanda,
dicendo nuovamente al santo abate
ch'alle sue orazion si raccomanda;
che vuol trovarsi fra le gente armate
in quel paese là dove e' lo manda:
che gli lasciassi andar colla sua pace.
Disse l'abate: - Sia come a voi piace:
17.
contento son, se tanto v'è in piacere.
Voi avete apparata la magione:
sarò sempre fidato e buono ostiere:
ciò che ci è, è del figliuol di Millone;
ma non bisogna tra noi profferere.
A tutti do la mia benedizione. -
Così da Chiaramonte lacrimando
si dipartirno Morgante ed Orlando.
18.
Per lo deserto vanno alla ventura:
l'uno era a piede e l'altro era a cavallo;
cavalcon per la selva e per pianura
sanza trovar ricetto o intervallo.
Cominciava a venir la notte oscura.
Morgante parea lieto sanza fallo,
e con Orlando ridendo dicia:
- E' par ch'io vegga appresso una osteria. -
19.
E in questo ragionando, hanno veduto
un bel palagio in mezzo del deserto.
Orlando, poi ch'a questo fu venuto,
dismonta, perché l'uscio vide aperto:
quivi non è chi risponda al saluto.
Vannone in sala, per esser più certo:
le mense riccamente son parate
e tutte le vivande accomodate.
20.
Le camere eran tutte ornate e belle,
istorïate con sottil lavoro,
e letti molto ricchi erano in quelle
coperti tutti quanti a drappi d'oro,
e' palchi erano azurri pien di stelle,
ornati sì che valieno un tesoro;
le porte eran di bronzo e qual d'argento,
e molto vario e lieto è il pavimento.
21.
Dicea Morgante: - Non è qui persona
a guardar questo sì ricco palagio?
Orlando, questa stanza mi par buona:
noi ci staremo un giorno con grande agio. -
Orlando nella mente sua ragiona:
- O qualche saracin molto malvagio
vorrà che qualche trappola ci scocchi
per pigliarci al boccon come i ranocchi,
22.
veramente c'è sotto altro inganno:
questo non par che sia convenïente. -
Disse Morgante: - Questo è poco danno. -
E cominciava a ragionar col dente,
dicendo: - All'oste rimarrà il malanno:
mangiàn pur molto ben per al presente;
quel che ci resta, faren poi fardello,
ch'io porterei, quand'io rubo, un castello. -
23.
Rispose Orlando: - Questa medicina
forse potrebbe il palagio purgare. -
Hanno cercato insino alla cucina:
né cuoco né vassallo usan trovare.
Adunque ognuno alla mensa camina:
comincian le mascella adoperare,
ch'un giorno avevon mangiato già in sogno,
tal che di vettovaglia avean bisogno.
24.
Quivi vivande è di molte ragioni:
pavoni e starne e leprette e fagiani,
cervi e conigli e di grassi capponi,
e vino ed acqua per bere e per mani.
Morgante sbadigliava a gran bocconi,
e furno al bere infermi, al mangiar sani;
e poi che sono stati a lor diletto,
si riposorno intro 'n un ricco letto.
25.
Come e' fu l'alba, ciascun si levava
e credonsene andar come ermellini,
né per far conto l'oste si chiamava,
ché lo volean pagar di bagattini;
Morgante in qua ed in là per casa andava,
e non ritruova dell'uscio i confini.
Diceva Orlando: - Saremo noi mézzi
di vin, che l'uscio non si raccapezzi?
26.
Questa è, s'io non m'inganno, pur la sala,
ma le vivande e le mense sparite
veggo che son; quivi era pur la scala.
Qui son gente stanotte comparite,
che come noi aranno fatto gala;
le cose ch'avanzorno, ove sono ite? -
E in questo errore un gran pezzo soggiornano:
dovunque e' vanno, in sulla sala tornano.
27.
Non riconoscono uscio né finestra.
Dicea Morgante: - Ove siàn noi entrati?
Noi smaltiremo, Orlando, la minestra,
ché noi ci siam rinchiusi e inviluppati
come fa il bruco su per la ginestra. -
Rispose Orlando: - Anzi ci siam murati. -
Disse Morgante: - A volere il ver dirti,
questa mi pare una stanza da spirti:
28.
questo palagio, Orlando, fia incantato
come far si soleva anticamente. -
Orlando mille volte s'è segnato,
e non poteva a sé ritrar la mente,
fra sé dicendo: "Aremol noi sognato?".
Morgante dello scotto non si pente,
e disse: - Io so ch'al mangiare ero desto;
or non mi curo s'egli è sogno il resto.
29.
Basta che le vivande non sognai;
e s'elle fussin ben di Satanasso,
arrechimene pure innanzi assai. -
Tre giorni in questo error s'andorno a spasso
sanza trovare ond'egli uscissin mai;
e 'l terzo giorno, scesi giù da basso,
in una loggia arrivon per ventura
donde un suono esce d'una sepultura,
30.
e dice: - Cavalieri, errati siete:
voi non potresti di qui mai partire
se meco prima non v'azzufferete;
venite questa lapida a scoprire,
se non che qui in eterno vi starete. -
Per che Morgante cominciò a dire:
- Non senti tu, Orlando, in quella tomba
quelle parole che colui rimbomba?
31.
Io voglio andare a scoprir quello avello
là dove e' par che quella voce s'oda;
ed escane Cagnazzo e Farferello
o Libicocco col suo Malacoda. -
E finalmente s'accostava a quello,
però che Orlando questa impresa loda
e disse: - Scuopri, se vi fussi dentro
quanti ne piovvon mai dal ciel nel centro. -
32.
Allor Morgante la pietra sù alza:
ecco un dïavol più ch'un carbon nero
che della tomba fuor sùbito balza
in un carcame di morto assai fiero,
ch'avea la carne secca, ignuda e scalza.
Diceva Orlando: - E' fia pur daddovero:
questo è il dïavol, ch'io 'l conosco in faccia. -
E finalmente addosso se gli caccia.
33.
Questo dïavol con lui s'abbracciòe:
ognuno scuote; e Morgante diceva:
- Aspetta, Orlando, ch'io t'aiuteròe. -
Orlando aiuto da lui non voleva;
pure il dïavol tanto lo sforzòe
ch'Orlando ginocchion quasi cadeva;
poi si rïebbe e con lui si rappicca:
allor Morgante più oltre si ficca.
34.
E' gli parea mill'anni d'appiccare
la zuffa; e come Orlando così vide,
comincia il gran battaglio a scaricare,
e disse: - A questo modo si divide. -
Ma quel demon lo facea disperare,
però che i denti digrignava e ride.
Morgante il prese alle gavigne stretto
e missel nella tomba a suo dispetto.
35.
Come e' fu dentro, gridò: - Non serrare,
ché se tu serri, mai non uscirai. -
Disse Orlando: - In che modo abbiamo a fare? -
E' gli rispose: - Tu lo sentirai.
Convienti quel gigante battezare,
poi a tua posta andar te ne potrai:
fallo cristiano, e come e' sarà fatto,
a tuo camin ne va sicuro e ratto.
36.
Se tu mi lasci questa tomba aperta,
non vi farò più noia o increscimento:
ciò ch'io ti dico, abbi per cosa certa. -
Orlando disse: - Di ciò son contento,
benché tua villania questo non merta;
ma per partirmi di qui, ci consento. -
Poi tolse l'acqua e battezò il gigante,
ed uscì fuor con Rondello e Morgante.
37.
E come e' fu fuor del palagio uscito,
sentì drento alle mura un gran romore;
onde e' si volse, e 'l palagio è sparito;
allor cognobbe più certo l'errore:
non si rivede né mura né il sito.
Dicea Morgante: - E' mi darebbe il cuore
che noi potremo or nell'inferno andare
e far tutti i dïavoli sbucare.
38.
Se si potessi entrar di qualche loco,
ché nel mondo è certe bocche, si dice,
donde e' si va, che di fuor gettan fuoco,
e non so chi v'andò per Euridice,
io stimerei tutti i dïavol poco.
Noi ne trarremo l'anime infelice;
e taglierei la coda a quel Minosse,
se come questo ogni dïavol fosse;
39.
e pelerò la barba a quel Caron,
e leverò della sedia Plutone;
un sorso mi vo' far di Flegeton
e inghiottir quel Fregiàs con un boccone;
Tesifo, Aletto, Megera e Ericon
e Cerbero ammazzar con un punzone;
e Belzebù farò fuggir più via
ch'un dromedario non andre' in Soria.
40.
Non si potrebbe trovar qualche buca?
tu vi vedresti il più bello spulezzo,
pur che questo battaglio vi conduca;
e mettimi a' dïavoli poi in mezzo. -
Rispose Orlando: - E' non vi si manuca,
Morgante mio: noi vi faremo lezzo,
e nell'entrar ci potremo anco cuocere:
dunque l'andata starebbe per nuocere.
41.
Quando tu puoi, Morgante, ir per la piana,
non cercar mai né l'erta né la scesa,
o di cacciare il capo in buca o in tana:
andian pur per la via nostra distesa. -
E così ragionando, una fontana
trovoron, dove due fan gran contesa:
eron corrier con lettere mandati,
e come micci si son bastonati.
42.
Orlando, come e' giunse, gli domanda:
- Ditemi un poco, perché v'azzuffate?
Voi mi parete corrier: chi vi manda,
o che imbasciate o lettere portate?
Venite voi di Francia o di qual banda?
Lasciate un poco star le bastonate:
ditemi ancor se voi siete cristiani,
se Dio vi salvi e bastoni e le mani. -
43.
Rispose l'un di loro: - Io son cristiano,
e poco tempo è ch'io venni abitare
a un castel chiamato Monte Albano.
Rinaldo, il mio signor, mi fa cercare
d'un suo cugino; e 'l traditor di Gano
lo séguita per far male arrivare:
manda costui, che tu vedi, cercando
di questo suo cugin c'ha nome Orlando.
44.
A questa fonte a caso ci trovamo,
e come egli è de' nostri pari usanza
di domandar l'un l'altro, domandamo:
"Che lettera o imbasciata hai d'importanza?",
e come stracchi un poco ci posamo.
Costui mi dice che Gan di Maganza
per far morire Orlando lo mandava,
e che per Pagania di lui cercava.
45.
E perch'io presi la parte d'Orlando,
alzò la mazza sanza dir nïente:
così si venne la zuffa appiccando. -
Orlando, quando le parole sente,
diceva: - O Dio, a te mi raccomando
da questo traditore e frodolente!
Io pur non truovo, ovunque io mi dilegui,
luogo che 'l traditor non mi persegui. -
46.
Quando Morgante vede il suo signore
che si doleva e contro a Gano sbuffa,
tanto gli venne sdegno e pietà al core
che per la gola il corrier tosto ciuffa,
cioè quel che mandava il traditore,
e nella fonte sott'acqua lo tuffa,
calpesta e pigia, e per ira si sfoga,
tanto che tutto lo 'nfranse ed affoga.
47.
Orlando disse a quell'altro corriere:
- Io son colui per chi tu se' mandato.
Di' a Rinaldo che in questo sentiere,
come tu vedi, il cugino hai trovato:
io son Orlando, e poi ch'egli è in piacere
di Carlo, vo pel mondo disperato. -
Quando il corrier sentì ch'Orlando è questo,
maravigliossi e inginocchiossi presto.
48.
Dimmi a Carlo - diceva ancora Orlando
- che si consigli col suo Gano antico;
ed io pel mondo vo peregrinando
come s'io fussi qualche suo nimico.
Digli dove trovato e come e quando
tu m'hai qui solo e povero e mendico;
e quel ch'io ho fatto, corrier, per costui,
credo che 'l sappi ognun, salvo che lui,
49.
che non sa quel che beneficio sia,
non si ricorda ch'io sia suo nipote
o ch'i' in sua corte in Francia stessi o stia:
basta che Gan ciò che vuol con lui puote,
tanto ch'io me ne vo in Pagania
pur come voglion le volubil rote.
E di' ch'io ho sol con meco un gigante
ch'è battezato, appellato Morgante,
50.
e 'l caval che tu vedi, e questa spada;
altro non ho se non questa armadura;
e ch'io non so io stesso ove io mi vada
o dove ancor mi guidi la ventura;
ma inverso Barberia tengo la strada:
andrò dove mi porta mia sciagura,
poi che e' consente a cercar la mia morte;
e che mai più non tornerò in sua corte.
51.
Dimmi a Rinaldo mio, figliuol d'Amone,
che la mia compagnia che io lasciai
gli raccomando con affezïone;
ch'io penso in Pagania morire omai.
Saluta Astolfo, Namo e Salamone
e Berlinghier, che sempre molto amai;
a Ulivier di' che la sua sorella
gli raccomando, e mia sposa, Alda bella.
52.
Dimmi al Danese, caro imbasciatore,
che in Francia a questi tempi non m'aspetti;
e di' ch'io ho Cortana e 'l corridore,
acciò che forse di ciò ignun sospetti;
della mia sopravvesta il suo colore
vedi come è dipinta a Macometti;
che si ricordi del suo caro Orlando
che va pel mondo sperso or tapinando.
53.
Dimmi il tuo nome or, se t'è in piacimento. -
Onde e' rispose: - Questo è ben dovere,
o signor mio: chiamar mi fo Chimento.
Cristo ti muti di sì stran pensiere,
ché tua risposta mi dà gran tormento:
questo non è quel che 'l signor mio chiere.
Io voglio, Orlando, voi mi perdoniate,
e ch'alquante parole m'ascoltiate.
54.
Quand'io da Montalban feci partita,
io fui a Parigi, dond'io vengo adesso:
la corte pare una cosa smarrita,
lo 'mperador non pareva più desso,
vedovo il regno e la gente stordita.
Gli orecchi debbon cornarvi qua spesso,
ch'ognun ragiona della vostra fama,
e 'l popul tutto a un grido vi chiama.
55.
Il mio signor con gran disio v'aspetta;
Parigi e Francia, ogni cosa si duole.
Or vi vo' dire una mia novelletta,
ché spesso la ragion lo essemplo vuole.
Un tratto a spasso anco la formichetta
andò pel mondo, come far si suole,
e trovò infine un teschio di cavallo
e semplicetta cominciò a cercallo.
56.
Quand'ella giunse ove il cervello stava,
questa gli parve una stanza sì bella
che nel suo cor tutta si rallegrava,
e dicea seco questa meschinella:
"Qualche signor per certo ci abitava".
Ma finalmente, cercando ogni cella,
non vi trovava da mangiar nïente,
e di sua impresa alla fine si pente;
57.
e ritornossi nel suo bucolino.
Perdonimi, s'io fallo, chi m'ascolta,
e intenda il mio vulgar col suo latino:
io vo' che a me crediate questa volta
e ritorniate al vostro car cugino,
se non ch'ogni speranza gli fia tolta:
disse che mai a lui non ritornassi,
se meco in Francia non vi rimenassi.
58.
Il grande amor mi sforza a quel ch'io dico:
riconoscete e gli amici e' parenti;
l'andar così pel mondo è pure ostìco. -
Orlando, udendo e suoi ragionamenti,
disse: - Chimento, tu se' buono amico. -
E gittò fuor molti sospir dolenti;
e da costui alfin s'accomiatava
sanz'altro dir, ché piangendo n'andava.
59.
Orlando, poi che partì da Chimento,
tutto quel giorno seco ha sospirato;
così il messaggio ne va mal contento,
non sa come a Rinaldo sia tornato.
Morgante ne va a piè di buon talento
con quel battaglio che è duro e granato;
e in su 'n un poggio le pagane schiere
di Manfredon cominciono a vedere,
60.
padiglioni e trabacche e pennoncelli,
e sentono stormenti oltra misura,
nacchere e corni e trombe e tamburelli,
e cavalier coperti d'armadura
vedean, cogli elmi rilucenti e belli.
Orlando guata inverso la pianura,
e vede tanti pagani attendati
come l'abate gli avea numerati.
61.
Di questo molto se ne rallegròe;
così Morgante; e poi che 'l poggio scese,
dinanzi a Manfredon s'appresentòe,
ch'era gentil, magnanimo e cortese,
e di Morgante si maravigliòe;
e 'l conte Orlando per la briglia prese,
e disse: - Benvenuto sia, barone.
Dismonta, e poi verrai nel padiglione. -
62.
Orlando lascia a Morgante Rondello
e va nel padiglion col re pagano;
e Manfredon così diceva a quello:
- Chi tu ti sia, saracino o cristiano,
ti tratterò come gentil fratello;
e perché il tuo venir non sia qui invano,
soldo darotti, se t'è in piacimento,
tanto che tu sarai, baron, contento. -
63.
Rispose alle parole grate Orlando:
- Preso m'avete col vostro parlare;
soldo nïente da voi non domando
se non vedete l'arme adoperare. -
E così molte cose ragionando,
disse il pagano: - Io vi vo' ragguagliare
di quel che forse per voi non sapete,
ché cavalier discreti mi parete.
64.
Io vi dirò la mia disavventura,
s'alcun rimedio sapessi trovarmi:
io ardo tutto, per la mia sciagura,
d'una fanciulla, e non so più che farmi;
due volte abbiam provato l'armadura:
ogni volta ha potuto superarmi,
sì che da lei vituperato sono
e messo ho la speranza in abbandono.
65.
Egli è ben vero ch'io ho qui tanta gente
che mi darebbe il cuor di superarla;
ma non sarebbe onor certanamente,
ché colla lancia intendo d'acquistarla.
S'alcun di voi sarà tanto possente
ch'a corpo a corpo credessi atterrarla,
ricomperrollo ciò ch'io ho nel mondo:
ché basta a me sol lei, poi son giocondo. -
66.
Orlando disse: - Noi ci proverremo:
ognun ci adoperrà tutta sua possa;
e credo pure alfin noi vinceremo,
se femina sarà di carne e d'ossa. -
Disse il pagano: - Ogni cosa diremo.
Prima che la fanciulla facci mossa,
manda in sul campo sempre un suo fratello,
molto gagliardo e gentil damigello;
67.
e per nome si chiama Lïonetto,
ed è figliuol del gran re Caradoro,
e non adora alcun più Macometto
che sia sì forte, per più mio martoro.
E la sorella ch'io v'ho prima detto,
per cui solo ardo, mi distruggo e moro,
gentile, onesta, anzi cruda e villana,
sappi che chiamata è Meredïana.
68.
E veramente è come ella si chiama,
perché di mezzodì par proprio un sole.
Io innamorai di questa gentil dama
non per vista, per atti o per parole,
ma per le sue virtù ch'udi' per fama,
ovver che 'l mio destin pur così vuole;
e da quel giorno in qua ch'amor m'accese
per lei son fatto e gentile e cortese.
69.
Or vo' pregarvi, famosi baroni,
che 'l nome mi diciate in cortesia. -
Orlando disse con grati sermoni:
- Io vel dirò, perché in piacer vi sia,
benché far vi vorremo maggior doni;
pur negar questo sare' villania
Più tempo ho fatto in Levante dimoro,
e son chiamato da ciascun Brunoro.
70.
E questo mio compagno che è gigante,
veder potrete quanto è valoroso:
fassi chiamare il feroce Morgante,
ed è più che non mostra poderoso.
In Macometto crede e Trevigante. -
Il re, sentendol, molto grazïoso
rispose: - Per mia fé, che voi sarete
da me trattati come voi vorrete. -
71.
E quanto può Manfredon gli onorava,
e nel suo padiglion sempre gli tenne,
e molte cose con lor ragionava.
Ma finalmente un dì per caso avvenne
che Lïonetto quel campo assaltava,
e inverso il padiglion, come e' suol, vienne,
e Manfredon chiamava con un corno
alla battaglia, per più beffe e scorno.
72.
E cominciò per modo a muover guerra
che molta gente faceva fuggire:
parea quando alle pecore si serra
il lupo, onde 'l pastor si fa sentire;
e qual ferisce e qual trabocca in terra,
e molti il dì ne faceva morire,
e chi fuggir non può ne va prigione;
onde e' fuggivan tutti al padiglione.
73.
Il conte Orlando udì che Lïonetto
aveva il campo in tal modo assalito
ch'ognun fuggìa dinanzi al giovinetto:
sùbito sopra Rondel fu salito,
e disse: - Vienne, Morgante, io t'aspetto:
di Lïonetto non hai tu sentito?
Tu vedrai or di Macon la possanza
e del tuo Cristo, ove tu hai speranza. -
74.
Dicea Morgante: - Io non ho mai veduto
provare Orlando, io lo vedrò pure ora:
ringrazio Iddio ch'io mi sarò abbattuto. -
Orlando sprona il suo cavallo allora
e sparì via com'uno stral pennuto;
per che Morgante s'avvïava ancora,
e col battaglio si viene assettando,
e guarda pur quel che faceva Orlando.
75.
Orlando nella pressa si mettea,
e pur Morgante guarda dove e' vada,
e sempre drieto a Rondel gli tenea
dove e' vedea che pigliava la strada.
E Lïonetto in quel tempo giugnea,
ch'aveva in man sanguinosa la spada.
Orlando il vide e la lancia abbassava;
ma Lïonetto un'altra ne pigliava.
76.
Volse il cavallo e 'nverso Orlando abbassa,
e vannosi a ferir con gran furore,
e l'una e l'altra lancia si fracassa;
ma Lïonetto uscì del corridore,
e Rondel via, come il suo nome, passa.
Morgante guata drieto al suo signore,
e dice: "Orlando è pur baron perfetto,
e Cristo è vero, e falso è Macometto".
77.
Ma Lïonetto pur si rilevòe
e sopra il suo cavallo è rimontato,
e Macometto a gran voce chiamòe
dicendo: - Traditor, ch'io ho adorato
a torto sempre, io ti rinnegheròe,
poi ch'a tal punto tu m'hai abandonato:
l'anima mia più non ti raccomando,
ché non are' quel colpo fatto Orlando. -
78.
Poi si rivolse a Orlando dicendo:
- Nota che e' fu del mio destriere il fallo. -
Orlando gli rispose sorridendo:
- E' si vorre' co' buffetti ammazzallo. -
Disse Morgante: - Così non la intendo:
or che tu se' rimontato a cavallo,
mi par che sia tuo debito, pagano,
di riprovarvi colle spade in mano. -
79.
Rispose Lïonetto: - A ogni modo
vo' che col brando terminian la zuffa. -
Disse Morgante: - Per Dio, ch'io la lodo,
ché tu vedrai che 'l caval non fe' truffa. -
Or tu, Signore, a cui servir sol godo,
per cui la terra e l'aria si rabbuffa,
guardaci e salva e 'nsino al fine insegna
tanto ch'io canti questa istoria degna.
CANTARE TERZO
1.
Padre, o giusto, incomprensibil Dio,
illumina il mio cor perfettamente,
sì che e' si mondi del peccato rio;
e pur s'io sono stato negligente,
tu se' pur finalmente il Signor mio,
tu se' salute dell'umana gente;
tu se' colui che 'l mio legno movesti
e 'nsino al porto aiutar mi dicesti.
2.
Orlando gli rispose: - Egli è dovere. -
E colle spade si son disfidati.
E Lïonetto, ch'avea gran potere,
molti pensieri aveva essaminati
per fare al conte Orlando dispiacere;
e perché tutti non venghin fallati,
alzava con due man la spada forte
per dare al suo caval, se può, la morte.
3.
Orlando vide il pagano adirato:
pensò volere il colpo riparare,
ma non poté, ché 'l brando è giù calato
in su la groppa e Rondel fe' cascare,
tanto ch'Orlando si trovò in sul prato,
e disse: - Iddio non si poté guardare
da' traditor: però chi può guardarsi?
Ma la vergogna qua non debbe usarsi. -
4.
Poi fra sé disse: "Ove se', Vegliantino?";
ma non disse sì pian che 'l suo nimico
non intendessi ben questo latino:
e' si pensò di dirlo al padre antico.
Orlando s'accorgea del saracino,
e disse: "Se più oltre a costui dico,
in dubbio son se mi conosce scorto:
il me' sarà ch'e' resti al campo morto".
5.
La gente fu dintorno al conte Orlando
con lance e spade, con dardi e spuntoni;
e lui soletto s'aiuta col brando:
a quale il braccio tagliava e' faldoni,
a chi tagliava sbergo, a chi potando
venìa le mani, e cascono i monconi;
a chi cacciava di capo la mosca,
acciò ch'ognun la sua virtù conosca.
6.
Morgante vide in sì fatto travaglio
il conte Orlando, e in là n'andava tosto,
e cominciò a sciorinare il battaglio
e fa veder più lucciole che agosto;
e saracin di lui fanno un berzaglio
di dardi e lance, ma gettan discosto;
tanto che, quando dove è il conte venne,
un istrice coperto par di penne.
7.
Era a cavallo Orlando risalito,
e già di Lïonetto ricercava;
ma Lïonetto, come e' l'ha scolpito,
inverso la città si ritornava,
e per paura l'aveva fuggito.
Orlando forte Rondello spronava,
e tanto e tanto in su' fianchi lo punse
che Lïonetto alla porta raggiunse.
8.
Volgiti indrieto; onde è tanta paura, -
gridò - pagano? - E colui pur fuggiva,
perché e' temeva della sua sciagura.
Orlando colla spada l'assaliva,
e non poté fuggir drento alle mura
il giovinetto, ch'Orlando il feriva
irato con tal furia e con tempesta
che gli spiccò dallo imbusto la testa.
9.
Nel campo si tornò poi che l'ha morto;
trovò Morgante che nella pressa era:
ebbe di Lïonetto assai conforto,
e ritornârsi inverso la bandiera.
Il caso presto alla dama fu porto,
che luce più ch'ogni celeste spera:
graffiossi il volto e straccia i capei d'oro,
sì che fe' pianger tutto il concestoro.
10.
E 'l vecchio padre dicea: - Figliuol mio,
chi mi t'ha morto? - e gran pianto facea.
- O Macometto, tu se' falso iddio,
non te ne incresce di sua morte rea?
Che pensi tu ch'onor più ti faccia io,
o ch'io t'adori nella tua moschea? -
Meredïana in così fatto pianto
fece trovar tutte sue arme intanto.
11.
Vennono arnesi perfetti e gambiere
sùbito innanzi a questa damigella;
di tutta botta lo sbergo e lamiere,
e la corazza provata era anch'ella,
elmetto e guanti e bracciali e gorgiere:
mai non si vide armadura sì bella;
e spada che già mai non fece fallo;
e così armata saltò in sul cavallo.
12.
Gente non volle che l'accompagnasse:
uno scudiere a piè sol colla lancia;
e così par che in sul campo n'andasse,
se l'aütor della istoria non ciancia,
e come giunse, un bel corno sonasse
ch'avea d'avorio, come era la guancia.
Orlando disse a Manfredonio: - Io torno
alla battaglia, perch'io odo il corno. -
13.
Morgante presto assettava Rondello;
Orlando verso la dama ne gìa
che vendicar voleva il suo fratello;
Morgante sempre alla staffa seguia.
Meredïana, come vide quello,
presto s'accorse che Brunoro sia.
Orlando giunse e diègli un bel saluto;
disse la dama: - Tu sia il mal venuto.
14.
Se se' colui ch'hai morto Lïonetto,
ch'era la gloria e l'onor di Levante,
per mille volte lo iddio Macometto
ti sconfonda, Apollino e Trivigante!
Sappi ch'a quel famoso giovinetto
non fu mai al mondo o sarà simigliante. -
Orlando disse con parlare accorto:
- Io son colui che Lïonetto ho morto. -
15.
Disse la dama: - Non far più parole:
prendi del campo, io ne farò vendetta.
O Macometto crudel, non ti duole
che spento sia il valor della tua setta?
ché mai tal cavalier vedrà più il sole,
né rifarà così Natura in fretta. -
E rivoltò il destrier suo lacrimando;
così dall'altra parte fece Orlando.
16.
Poi colle lance insieme si scontrorno.
Il colpo della dama fu possente,
quando al principio l'aste s'appiccorno,
tanto ch'Orlando del colpo si sente.
Le lance al vento in più pezzi volorno,
e Rondel passa furïosamente
col suo signor, che tutto si scontorse
pel grave colpo che colei gli porse.
17.
Orlando ferì lei di furia pieno:
giunse al cimier che 'n su l'elmetto avea,
e cadde col pennacchio in sul terreno:
l'elmo gli uscì, la treccia si vedea,
che raggia come stelle per sereno,
anzi pareva di Venere iddea,
anzi di quella che è fatta un alloro,
anzi parea d'argento, anzi pur d'oro.
18.
Orlando rise, e guardava Morgante,
e disse: - Andianne omai per la più piana.
Io credea pur qualche baron prestante
pugnassi qui per la dama sovrana:
per vagheggiar non venimo in Levante. -
Ebbe vergogna assai Meridïana:
sanz'altro dir, colla sua chioma sciolta,
collo scudiere alla terra diè volta.
19.
Manfredon disse, come e' vide Orlando:
- Dimmi, baron, come andò la battaglia? -
Orlando gli rispose sogghignando:
- Venne una donna coperta di maglia,
e perché l'elmo gli venni cavando,
su per le spalle la treccia sparpaglia.
Com'io cognobbi che l'era la dama,
partito son per salvar la sua fama. -
20.
Lasciamo Orlando star col saracino,
e ritorniamo in Francia a Carlo Mano.
Carlo si stava pur molto tapino,
così il Danese, e lieto era sol Gano,
poi che non v'è più Orlando paladino;
ma sopra tutti il sir da Montalbano,
Astolfo, Avino, Avolio ed Ulivieri
piangevan questo, e così Berlinghieri.
21.
Chimento un giorno, il messaggio, è tornato,
e inginocchiossi innanzi alla Corona
dicendo: - Carlo, tu sia il ben trovato,
di cui tanto il gran nome e 'l pregio suona. -
Rinaldo, che lo vide addolorato,
disse: - Novella non debbi aver buona. -
Donde il messaggio disse lacrimando:
- Io ho trovato il tuo cugino Orlando. -
22.
E mentre che più oltre volea dire,
sì fatta tenerezza gli abbondava
che e' non poté le parole finire,
quando i baroni intorno riguardava
ch'Orlando ricordò nel suo partire,
e tramortito in terra si posava;
per che ciascuno allor giudica scorto
che 'l conte Orlando dovessi esser morto.
23.
Dicea Rinaldo: - Caro cugin mio,
poi che tu se' di questa vita uscito,
sanza te, lasso, che farei più io? -
ed Ulivier piangea tutto smarrito.
Carlo pregava umilemente Iddio
pel suo nipote, tutto sbigottito,
e maladia quel dì che di sua corte
e' si partì, ch'a Gan non diè la morte.
24.
Piangeva il savio Namo di Baviera
e Salamon ne facea gran lamento.
Bastò quel pianto per infino a sera,
ch'ognun pareva fuor del sentimento;
e Gan fingea con simulata cera.
Ma risentito alla fine Chimento
levossi e confortò costor, pregando
che non piangessin come morto Orlando,
25.
dicendo: - Orlando sta di buona voglia -,
e tutti per sua parte salutòe.
- Io il trovai nel deserto di Girfoglia,
ch'a una fonte per caso arrivòe,
dove un altro corrier mi diè gran doglia
(ma nella fonte annegato restòe),
che lo mandava qui Gan traditore
per far morire il roman senatore. -
26.
Gridò Rinaldo: - Questo rinnegato
distrugge pure il sangue di Chiarmonte,
come tu vuoi, o Carlo mio impazzato. -
Gan gli rispose con ardita fronte
e disse: - Io son miglior in ogni lato
di te, Rinaldo, e del cugin tuo conte. -
Rinaldo disse: - Per la gola menti,
ché mai non pensi se non tradimenti. -
27.
E volle colla spada dare a Gano;
Gan si fuggì, ch'appunto il cognosceva.
Bernardo da Pontier, suo capitano,
irato verso Rinaldo diceva:
- Rinaldo, tu se' uom troppo villano. -
Allor Rinaldo addosso gli correva
e 'l capo dalle spalle gli spiccava,
e tutti i Maganzesi minacciava.
28.
I Maganzesi, veggendo il furore,
di sùbito la sala sgomberorno.
Carlo gridava: - Questo è troppo errore!
Rinaldo mette sozzopra ogni giorno
la corte nostra, e fammi poco onore. -
I paladini in questo mezzo entrorno,
e tutti quanti confortâr Rinaldo
ch'avessi pazïenza e stessi saldo.
29.
Rinaldo dicea pur: - Questo fellone
non vo' che facci mai più tradimento.
O Carlo, Carlo, questo Ganellone
vedrai ch'un dì ti farà mal contento. -
Carlo rispose: - Rinaldo d'Amone,
tempo è da operar sì fatto unguento:
a qualche fine ogni cosa comporto. -
Disse Rinaldo: - Ch'Orlando sia morto:
30.
a questo fine il comporti tu, Carlo,
e che distrugga te, la corte e 'l regno.
Io voglio il mio cugino ire a trovarlo. -
Ed Ulivier dicea: - Teco ne vegno. -
Dodon pregò ch'e' dovessi menarlo,
dicendo: - Fammi di tal grazia degno. -
Disse Rinaldo: - Tu credi ch'io andassi
che 'l mio Dodon con meco non menassi? -
31.
Chiamò Guicciardo, Alardo e Ricciardetto:
- Fate che Montalban sia ben guardato,
tanto ch'io truovi il cugin mio perfetto:
ognun sia presto là rappresentato,
ch'io ho de' traditor sempre sospetto,
e Gan fu traditor prima che nato;
non vi fidate se non di voi stesso,
e Malagigi getti l'arte spesso. -
32.
Rinaldo e 'l suo Dodone ed Ulivieri
da Carlo imperador s'accomiatorno;
e nel partirsi questi cavalieri
tre sopravveste verde s'acconciorno,
che in una lista rossa due cervieri
v'era, e con esse pel camino entrorno:
era questa arme d'un gran saracino
disceso della schiatta di Mambrino.
33.
Così vanno costor alla ventura:
usciron della Francia incontanente,
passoron della Spagna ogni pianura:
tra mezzodì ne vanno e tra ponente.
Lasciàngli andar, che Cristo sia lor cura,
e tratterem d'un saracin possente
che inverso Barberia facea dimoro:
era gigante e chiamato Brunoro,
34.
ovver cugin carnale ovver fratello
del gran Morgante, ch'avea seco Orlando,
e Passamonte ed Alabastro, quello
ch'Orlando nel deserto uccise quando
il santo abate riconobbe, e féllo
contento il parentado ritrovando.
Brunor, per far de' suo' fratei vendetta,
di Barberia s'è mosso con gran fretta,
35.
con forse trentamila ben armati
e tutti quanti usati a guerreggiare:
alla badia ne vengon difilati
per far l'abate e' monaci sbucare;
e tanto sono a stracca cavalcati
che cominciorno le mura a guardare;
e giunti alla badia, drento v'entraro,
ché contro a lor non vi fu alcun riparo.
36.
E 'l domine messer lo nostro abate
la prima cosa missono in prigione.
Disse Brunoro: - Colle scorreggiate
uccider si vorria questo ghiottone;
ma pur per ora in prigion lo cacciate:
riserberello a maggior punizione:
cagione è stato principale e mastro
che Passamonte è morto ed Alabastro. -
37.
Rinaldo in questo tempo alla badia
con Ulivieri e Dodone arrivava;
vide de' saracin la compagnia,
e del signor, chi fusse domandava.
Brunor rispose con gran cortesia:
- Io son desso io, e se ciò non vi grava,
ditemi ancor chi voi, cavalier, siete. -
Disse Rinaldo: - Voi lo 'ntenderete.
38.
Noi siàn là de' paesi del Soldano
pur cavalieri erranti e di ventura:
per la ragion come Ercul combattiàno;
abbiamo avuto assai disavventura:
questo ci avvenne perché il torto avàno,
e la ragion pur ebbe sua misura;
nostri compagni alcun n'è stato morto,
che nol sappiendo difendeano il torto. -
39.
Disse Brunoro: - Io mi fo maraviglia
che voi campassi, e per Dio mi vergogno
a dirvi quel che la mente bisbiglia:
voi siete armati in visïone o in sogno.
Se voi volete colla mia famiglia
mangiar, che forse n'avete bisogno,
dismonterete, ed onor vi fia fatto,
e fate buono scotto per un tratto. -
40.
Disse Rinaldo: - Da mangiare e bere
accetto. - Il re chiamava un saracino;
disse: - Costor son gente da godere,
e vanno combattendo il pane e 'l vino,
e carne quando e' ne possono avere;
non debbe bisognar dar loro uncino
o por la scala, ove aggiungon con mano;
dice che son cavalier del Soldano.
41.
Se la ragione aspetta che costoro
l'aiutino, in prigion se n'andrà tosto,
s'avessi più avvocati, argento o oro
o carte o testimon che fichi agosto. -
Dicea fra sé sorridendo Brunoro:
"A Ercol s'agguagliò quel ciuffalmosto,
o cavalier di gatta o qualche araldo".
Ed ogni cosa intendeva Rinaldo.
42.
Truova cosa che faccin collezione,
se v'è reliquia, arcame o catrïosso
rimaso, o piedi o capi di cappone,
e dà pur broda e macco a l'uom ch'è grosso:
vedrai come egli scuffia, quel ghiottone,
che debbe come il can rodere ogn'osso.
Assettagli a mangiare in qualche luogo,
e lascia i porci poi pescar nel truogo. -
43.
Rinaldo facea vista non udire
e non gustar quel che diceva quello:
non si voleva al pagano scoprire
per nessun modo, e fa del buffoncello.
Ecco di molta broda comparire
in un paiuol, come si fa al porcello,
ed ossa, dove i cani impazzerebbono,
e in Giusaffà non si ritroverrebbono.
44.
Rinaldo cominciava a piluccare,
e trassesi di testa allor l'elmetto;
ma Ulivier non sel volle cavare,
così Dodon, ché stavon con sospetto:
per che Brunor, veggendogli imbeccare
per la visiera, guardava a diletto;
e comandava a un di sua famiglia
ch'a' lor destrier si traessi la briglia;
45.
e fece dar lor biada e roba assai,
dicendo: - Questi pagheran lo scotto,
o l'arme lasceran con molti guai:
non mangeranno così a bertolotto. -
Dicea Rinaldo: "Alla barba l'arai";
e cominciò a mangiar come un arlotto.
Ma quel sergente a chi fu comandato
avea il caval di Dodon governato.
46.
Poi governò, dopo quel, Vegliantino
ch'avea con seco menato il marchese;
poi se ne va a Baiardo il saracino;
e come il braccio alla greppia distese,
Baiardo lo ciuffòe come un maschino
e in sulla spalla all'omero lo prese,
che lo schiacciò come e' fussi una canna,
tal che con bocca ne spicca una spanna.
47.
Sùbito cadde quel famiglio in terra
e poi per grande spasimo morìo.
Disse Rinaldo: - Appiccata è la guerra:
lo scotto pagherai tu, mi credo io:
vedi che spesso il disegno altrui erra. -
Quando Brunor questo caso sentìo,
disse: - Mai vidi il più fero cavallo:
io vo' che tu mel doni sanza fallo. -
48.
Rinaldo fece "albanese, messere";
disse: - Questo orzo mi par del verace. -
Brunor diceva con un suo scudiere:
- Questo caval si vorrà, ché mi piace. -
Rinaldo torna e riponsi a sedere,
e rimangiò come un lupo rapace.
Un saracin, che ancor lui fame avea,
allato a lui a mangiar si ponea.
49.
Rinaldo l'ebbe alla fine in dispetto,
però che diluviava a maraviglia
e cadegli la broda giù pel petto;
guardò più volte, e torceva le ciglia;
poi disse: - Saracin, per Macometto,
che tu se' porco o bestia che 'l somiglia!
Io ti prometto, s' tu non te ne vai,
farò tal giuoco che tu piangerai. -
50.
Disse il pagan: - Tu debbi esser un matto,
poi che di casa mia mi vuoi cacciare. -
Disse Rinaldo: - Tu vedrai bell'atto. -
Il saracin non se ne vuole andare,
e nel paiuol si tuffava allo 'mbratto.
Rinaldo non poté più comportare,
e 'l guanto si mettea nella man destra,
tal che gli fece smaltir la minestra:
51.
ché gli appiccò in sul capo una sorba
che come e' fussi una noce lo schiaccia:
non bisognò che con man vi si forba,
e morto nel paiuol quasi lo caccia,
tanto che tutta la broda s'intorba.
Dodon gridava al marchese: - Sù, spaccia,
lieva sù presto, la zuffa s'appicca! -
donde Ulivieri abandonò la micca.
52.
Allora una brigata di que' cani
sùbito addosso corsono a Dodone,
e cominciossi a menarvi le mani.
Rinaldo vide appiccar la quistione
e in mezzo si scagliò di que' pagani;
così faceva Ulivier borgognone:
trasse dallato la spada sua bella,
ma presto brutta e sanguinosa félla.
53.
Al primo che trovò la zucca taglia;
Dodone uccise un pagan molto ardito.
Brunor, veggendo avvïar la battaglia,
sùbito verso Rinaldo fu ito
e disse: - Cavalier, se Iddio ti vaglia,
per che cagion se' tu stato assalito? -
e gridò forte che ciascun s'arresti,
tanto che 'l caso a lui si manifesti.
54.
Sùbito la battaglia s'arrestava.
Saper voleva ogni cosa Brunoro;
verso Rinaldo di nuovo parlava:
- Dimmi, baron, perché tu dài martoro
alla mia gente, che troppo mi grava? -
Disse Rinaldo: - Come san costoro,
non vo' mai noia quando io sono a desco,
e sto, come il caval, sempre in cagnesco.
55.
Venne a mangiar qua uno; io lo pregai
che se n'andassi, e' non curò il mio dire:
mangiato non parea ch'avessi mai
ed ogni cosa faceva sparire.
Le frutte dopo al mangiar gli donai
perché il convito s'avessi a fornire. -
E mentre che e' dicea questo al pagano,
Frusberta sanguinosa tenea in mano.
56.
Disse Brunor: - Poi che così mi conti,
di questo fatto se ne vuol far pace.
Non siate così tosto al ferir pronti.
Io t'ho fatto piacer: se non ti spiace,
i peccati commessi sieno sconti;
rimettete le spade, se vi piace. -
Rimisson tutti allora il brando drento.
Brunor seguiva il suo ragionamento:
57.
Detto m'avete, s'io v'ho inteso bene,
che combattete sol per la ragione:
però d'un altro caso vi conviene
dirne con meco vostra oppinïone.
Dirovvi prima quel che s'appartiene,
e voi poi solverete la quistione;
se non, tu lascerai qui il tuo cavallo,
che ristorò dell'orzo il mio vassallo. -
58.
Disse Rinaldo: - Apparecchiato sono. -
Brunoro allor gli raccontava il fatto:
- Questa badia s'è messa in abbandono
perché due miei frategli furno a un tratto
fatti morir sanza trovar perdono;
ond'io, sentendo sì tristo misfatto,
venuto sono a vendicargli, e preso
l'abate ho qui, da cui mi tengo offeso.
59.
Se la ragion tu di' che suol difendere,
tu doverresti aiutar me per certo,
ed a me par che tu mi vogli offendere:
onor t'ho fatto aspettando buon merto. -
Disse Rinaldo: - Falso è il tuo contendere.
Io ti dirò quel ch'io ne 'ntendo aperto:
con un sol bue io non son buon bifolco,
ma s'io n'ho due, andrà diritto il solco.
60.
Se due campane l'una odi sonare
e l'altra no, chi può giudicar questo,
qual sia migliore? Io odo il tuo parlare;
vorrei da quello abate udire il resto. -
Disse Brunoro: - E questo anco a me pare. -
Venne l'abate appiccato al capresto,
e liberato fu della prigione
perché e' potessi dir la sua ragione.
61.
Disse Brunoro: - Io ho detto a costui
l'oltraggio che da te ho ricevuto:
contato gli ho come diserto fui
pe' tuoi consigli da chi t'ha creduto.
Or tu le ragion tue puoi dire a lui,
che mi pare uom assai giusto e saputo. -
Disse l'abate: - Or l'altra parte udite,
a voler ben giudicar nostra lite.
62.
Io mi posavo in queste selve strane,
e' suoi frategli ogni dì mi facevano
a torto mille ingiurie assai villane,
e spesso i faggi e le pietre sveglievano;
hanno più volte rotte le campane
e de' miei frati con esse uccidevano.
Convennemi alcun tempo comportarli,
ché forze non avea da contastarli.
63.
Ma come piacque a quel Signor divino
ch'aiuta sempre ognun c'ha la ragione,
ci capitò un mio fratel cugino
il qual si chiama Orlando di Millone;
e come quel che è giusto paladino
ebbe di me giusta compassïone,
e in su quel monte andò a trovar costoro
e con sua mano uccise due di loro.
64.
E 'l terzo per suo amor si convertìe
e con quel conte Orlando se n'andòe
verso Levante, e da me si partìe,
tanto che sempre ne sospireròe. -
Quando Rinaldo le parole udìe,
molto d'Orlando si maravigliòe,
e non sapea rassettar nella mente
come l'abate fussi suo parente.
65.
E cominciò così al pagano a dire:
- Or ti parrà che 'l solco vadi ritto,
or due campane si possono udire.
Tu mi parlavi simulato e fitto;
però, s'a questo non sai contraddire,
la mia sentenzia è data già in iscritto:
se vero è quel che l'abate m'ha porto,
egli ha ragione, e tu, pagano, hai il torto.
66.
E intendo di provar quel ch'io ti dico
a corpo a corpo, a piede o a cavallo,
perch'io son troppo alla ragione amico. -
Disse il pagano: - E' si vorria impiccallo
con teco. Or guârti come mio nimico:
tu debbi esser un ghiotto sanza fallo. -
Disse Rinaldo: - Come io sarò ghiotto
tu mel saprai dir meglio al primo botto. -
67.
Disse Brunoro: - Noi faremo un patto:
che s'io ti vinco, io vo' questo destriere,
ch'al primo so ti darò scaccomatto
colla pedona in mezzo lo scacchiere. -
Disse Rinaldo: - Come vuoi sia fatto:
se tu m'abbatti, questo è ben dovere;
ed anco a scacchi ti potria dir reo,
ch'io fo i tuo' par ballar come il paleo.
68.
Ma voglio un altro patto, se ti piace:
che s'io ti vincerò nella battaglia,
l'abate liber sia lasciato in pace
dalla tua gente sanz'altra puntaglia.
Così, se 'l mio pensier fussi fallace,
questo caval ch'io ho, coperto a maglia,
vo' che sia tuo; ma s' tu m'abbatterai,
a ogni modo che dich'io l'arai. -
69.
Poi che l'accordo così si fermava,
ognun quanto volea del campo tolse;
come Brunoro il suo destrier girava,
così Rinaldo Baiardo rivolse.
Il saracin la sua lancia abbassava:
sopra lo scudo di Rinaldo colse,
passollo tutto, e pel colpo si spezza.
Rinaldo ferì lui con gran fierezza,
70.
e passagli lo scudo e l'armadura:
per mezzo il petto la lancia passava;
due braccia o più d'una buona misura
dall'altra parte sanguinosa andava;
e cadde arrovesciato alla verzura;
l'anima nello inferno s'avvïava.
Gli altri pagani, veggendol morire,
Ulivier presto corsono assalire.
71.
Rinaldo non avea rotta la lancia,
e 'l primo ch'egli scontra de' pagani
gli passò la corazza e poi la pancia;
poi con Frusberta sgranchiava le mani;
ed Ulivier, che è pur di que' di Francia,
que' saracini affetta come pani,
e sopra Vegliantino era salito
e del diciotto teneva ogni invito.
72.
Allor Dodone all'abate correa,
il quale era legato molto stretto:
tagliò il capresto e le mani sciogliea.
L'abate presto si misse in assetto:
uno stangon dalla porta togliea
ch'a un pagan levò il capo di netto;
poi nella calca in modo arrandellollo
ch'a più di sei levò il capo dal collo.
73.
I frati ognun la cappa si cavava:
chi piglia sassi e chi stanga e chi mazza;
ognuno addosso a costor si cacciava,
molti uccidean di quella turba pazza.
Rinaldo tanti quel dì n'affettava
che in ogni luogo pel sangue si guazza:
a chi balzava il capo e chi il cervello
come si fa delle bestie al macello.
74.
Ed Ulivier, ch'aveva Durlindana,
tu dèi pensar quel che facea di loro:
e' fece in terra di sangue una chiana.
Dodon pareva più bravo ch'un toro.
Missesi in fuga la gente pagana,
ché non potean più regger al martoro.
L'abate all'uscio per più loro angoscia
s'era arrecato, e nell'uscir fuor croscia.
75.
Sùbito la badia isgomberorno:
molti ne fecion saltar le finestre;
fino al deserto gli perseguitorno,
poi gli lasciorno alle fiere silvestre.
E' monaci la porta riserrorno,
e rassettârsi all'antiche minestre.
Poi, riposato, all'abate n'andava
Rinaldo presto, e così gli parlava:
76.
Voi dite, abate, che siete cugino,
se bene ho inteso tal ragionamento,
d'Orlando nostro, degno paladino;
però di questo mi fate contento:
donde disceso siete e in qual confino,
e che cagion vi condusse al convento? -
Disse l'abate: - Se saper t'è caro
quel che tu di', tu sarai tosto chiaro.
77.
Io fui figliuol d'un figliuol di Bernardo
che si chiamò dalla gente Ansuigi,
fratel d'Amone (e fu tanto gagliardo
ch'ancor la fama risuona in Parigi),
d'Ottone e Buovo, s'io non son bugiardo.
E la cagion ch'io vesto or panni bigi
fu dal Ciel prima giusta spirazione,
poi per conforto di papa Lïone. -
78.
Rinaldo, udendo contar la novella,
con molta festa lo corse abbracciare,
e ringraziava del cielo ogni stella;
e disse: - Abate, io non vi vo' celare,
poi che scacciata abbiam la gente fella,
il nome mio, ch'io nollo potrei fare,
tanta dolcezza supera la mente:
son come Orlando anch'io vostro parente:
79.
io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone;
e come a lui, a me cugino ancora
siete! - e piangeva per affezïone;
per che l'abate lo strigneva allora,
e mai non ebbe tal consolazione.
- O giusto Iddio ch'ogni cristiano adora,
dopo tante altre grazie e lunga etate
veggo Rinaldo mio, - dicea l'abate
80.
ed ho veduto il mio famoso Orlando,
benché del suo partir sia sconsolato;
nunche dimitte servum tuum quando
omai ti piace, Signor mio beato. -
Rinaldo allor soggiunse lacrimando:
- E questo è Ulivier, che è suo cognato;
questo è Dodone, il figliuol del Danese. -
L'abate abbraccia e Dodone e 'l marchese.
81.
I monaci facevan molta festa,
perché partito è il popol saracino
e che per grazia Iddio lor manifesta
che Rinaldo è dell'abate cugino.
Ma perch'io sento la terza richiesta
di ringraziar Chi ci scorge il camino,
farò sempre al cantar quel ch'è dovuto.
Cristo vi scampi e sia sempre in aiuto.
CANTARE QUARTO
1.
Gloria in excelsis Deo e in terra pace,
Padre e Figliuolo ed Ispirito santo;
benedicimus te, Signor verace,
laudamus te, Signor, con umil canto,
poi che per tua benignità ti piace
l'abate nostro qui consolar tanto,
e le mie rime accompagnar per tutto,
tanto che il fior produca alfin buon frutto.
2.
Era nel tempo ch'ognun s'innamora
e ch'a scherzar comincian le farfalle,
e 'l sol, ch'avea passata l'ultima ora,
verso il Murrocco chinava le spalle;
la luna appena corneggiava ancora,
de' monti l'ombra copriva ogni valle,
quando Rinaldo all'abate ritocca
che 'l nome suo non tenessi più in bocca.
3.
Rispose: - Chiaramonte è il nome mio -
benignamente a Rinaldo l'abate.
Dopo alcun giorno, acceso dal desio,
disse Rinaldo: - Io vo' che voi ci diate
omai licenzia col nome di Dio:
io ho a Parigi mie gente lasciate,
per ch'io non credo che 'l dì mai veggiamo
di ritrovar colui che noi cerchiamo. -
4.
L'abate, ch'era prudente e saputo,
disse: - Rinaldo, benché duol mi fia,
ché mai qui mi saresti rincresciuto,
credo che questo buon concetto sia.
Io son contento poi ch'io t'ho veduto:
so che questa sarà la parte mia,
di rivedervi più, ch'egli è ragione;
però vi do la mia benedizione.
5.
Se di vedere Orlando è il tuo pensiero,
vattene in pace, caro mio fratello;
Dio t'accompagli per ogni sentiero
o come fece Tobia Rafaello. -
Disse Rinaldo: - Così priego e spero:
rivedrenci nel Ciel sù presso a Quello
che de' suoi servi arà giusta merzede
che combatton qua giù per la sua fede. -
6.
Rinaldo si partì da Chiaramonte
ed Ulivieri e Dodon, sospirando;
va cavalcando per piano e per monte
per la gran voglia di vedere Orlando:
"Quando sarà quel dì, famoso conte",
dicea fra sé, "ch'io ti rivegga, quando?
Non mi dorrà per certo poi la morte
s'io ti ritruovo e riconduco in corte".
7.
Era dinanzi Rinaldo a cavallo
ed Ulivier lo seguiva e Dodone
per un oscuro bosco sanza fallo,
dove si scuopre un feroce dragone
coperto di stran cuoio verde e giallo,
che combatteva con un gran lïone.
Rinaldo al lume della luna il vede,
ma che quel fussi drago ancor non crede.
8.
Ed Ulivier più volte aveva detto,
sì come avvien chi cavalca di notte:
- Io veggo un fuoco appiè di quel poggetto:
gente debbe abitar per queste grotte. -
Egli era quel serpente maladetto
che getta fiamma per bocca ta' dotte,
ch'una fornace pareva in calore
e tutto il bosco copria di splendore.
9.
E il lïon par che con lui s'accapigli
e colle branche e co' denti lo roda,
ed or pel collo, or nel petto lo pigli;
e 'l drago avvolta gli aveva la coda
e presol colla bocca e cogli artigli
per modo tal che da lui non si snoda;
e non pareva al lïone anco giuoco
quando per bocca e' vomitava fuoco.
10.
Baiardo cominciò forte annitrire
come e' conobbe il serpente da presso;
Vegliantin d'Ulivier volea fuggire,
quel di Dodon si volge addrieto spesso,
ché 'l fiato del dragon si fa sentire.
Ma pur Rinaldo innanzi si fu messo,
e increbbegli di quel lïon, che perde
a poco a poco e rimaneva al verde.
11.
E terminò di dargli alfin soccorso
e che non fussi dal serpente morto:
Baiardo sprona e tempera col morso,
tanto che presso a quel drago l'ha porto,
che si studiava co' graffi e col morso,
tal che condotto ha il lïone a mal porto;
ma invocò prima l'aiuto di sopra
che cominciassi sì terribile opra.
12.
Ed adorando sentiva una voce
che gli dicea: - Non temer, baron dotto,
del gran serpente rigido e feroce:
tosto sarà per tua mano al disotto. -
Disse Rinaldo: - O Signor mio che in croce
moristi, io ti ringrazio di tal motto. -
E trasse con Frusberta a quel dragone,
e mancò poco e' non dètte al lïone
13.
Parve il lïon di ciò fussi indovino,
e quanto può dal serpente si spicca,
veggendosi in aiuto il paladino.
Frusberta addosso al dragon non s'appicca,
perché il dosso era più che d'acciaio fino;
trasse di punta, e 'l brando non si ficca,
che solea pur forar corazze e maglie:
sì dure aveva il serpente le scaglie.
14.
Disse Rinaldo: "E' fia di Satanasso
il cuoio che 'l serpente porta addosso,
poi che di punta col brando nol passo
e che col taglio levar non ne posso";
e lascia pur la spada andare in basso
credendo a questo tagliare alfin l'osso:
Frusberta balza e faceva faville;
così de' colpi gli diè forse mille.
15.
E quel lïon lo teneva pur fermo,
quasi dicessi: "S'io lo tengo saldo,
non arà sempre a ogni colpo schermo".
Ma poi che molto ha bussato Rinaldo,
e cognoscea che questo crudel vermo
l'offendea troppo col fiato e col caldo,
se gli accostava e prese un tratto il collo,
e spiccò il capo che parve d'un pollo.
16.
Fuggito s'era Ulivieri e Dodone,
che i lor destrier non poteron tenere.
Come e' fu morto quel fiero dragone,
balzato il capo e caduto a giacere,
verso Rinaldo ne venne il lïone
e cominciava a leccare il destriere:
parea che render gli volessi grazia;
di far festa a Rinaldo non si sazia.
17.
Ed avvïossi con esso alla briglia.
Rinaldo disse: - Virgin grazïosa,
poi che mostrata m'hai tal maraviglia,
ancor ti priego, Regina pietosa,
che mi dimostri onde la via si piglia
per questa selva così paürosa
di ritrovare Ulivieri e Dodone,
o tu mi fa' fare scorta al lïone. -
18.
Parve che questo il lïone intendessi
e cominciava innanzi a caminare,
come se "drieto mi verrai" dicessi.
Rinaldo si lasciava a lui guidare,
ché i boschi v'eran sì folti e sì spessi
che fatica era il sentiero osservare;
ma quel lïone appunto sa i sentieri,
e ritrovò Dodone ed Ulivieri.
19.
Era Ulivier tutto malinconoso
e del cavallo in terra dismontato;
così Dodone, e piangea doloroso,
e indrieto inverso Rinaldo è tornato
per dar soccorso al paladin famoso;
ed Ulivieri aveva ragionato:
- Penso che morto Rinaldo vedremo
da quel serpente, e tardi giugneremo. -
20.
E non sapean ritrovar il cammino;
erano entrati in certe strette valli.
Ecco Rinaldo e 'l lïon già vicino:
maravigliossi, e cominciò a guardalli;
vide Ulivier non avea Vegliantino;
disse: "Costoro ove aranno i cavalli?
A qualche fera si sono abbattuti,
dove egli aranno i lor destrier perduti".
21.
Ulivier, quando Rinaldo vedeva,
non si può dir se pareva contento,
e disse: - Veramente io mi credeva
ch'omai tu fussi della vita spento. -
E poi che allato il lïone scorgeva
al lume della luna, ebbe spavento.
Disse Rinaldo: - Ulivier, non temere
che quel lïon ti facci dispiacere.
22.
Sappi che morto è quel dragon crudele,
e liberato ho questo mio compagno
che meco or vien come amico fedele,
ed aren fatto di lui buon guadagno:
prima che forse la luna si cele,
tratti ci arà questo lïon grifagno
del bosco, e guideracci a buon camino.
Ma dimmi, hai tu perduto Vegliantino? -
23.
Ulivier si scusò con gran vergogna:
- Come tu fusti alle man col dragone,
i destrier ci hanno grattata la rogna
tra mille sterpi e per ogni burrone;
ognun voleva far quel che bisogna
per aiutarti, come era ragione,
ma ritener non gli potemo mai,
tanto che forse di noi ti dorrai.
24.
Noi gli lasciamo presso a una fonte,
perché pur quivi si fermorno a bere:
quivi legati appiè gli abbiàn del monte,
ed or di te venavamo a sapere
se rotta avevi al serpente la fronte
o da lui morto restavi a giacere. -
Disse Rinaldo: - Pe' cavalli andiamo,
e tra noi scusa, Ulivier, non facciamo. -
25.
Ritrovorno ciascuno il corridore.
Dicea Rinaldo: - Or da toccar col dente
non credo che si truovi insin che fore
usciàn del bosco o troviamo altra gente.
Così stessi tu, Carlo imperadore,
che vuoi ch'io vada pel mondo dolente!
così stessi tu, Gan, com'io sto ora!
Ma forse peggio star ti farò ancora. -
26.
E così cavalcando con sospetto,
Rinaldo si dolea del suo destino;
e quel lïone innanzi va soletto
sempre mostrando a costoro il camino;
e poi ch'egli hanno salito un poggetto,
ebbon veduto un lume assai vicino:
ché in una grotta abitava un gigante,
ed un gran fuoco s'avea fatto avante.
27.
Una capanna di frasche avea fatto
ed appiccato a una sua caviglia
un cervio, e della pelle l'avea tratto.
Sente i cavagli al pestare e la briglia:
sùbito prese la caviglia il matto,
come colui che poco si consiglia:
a Ulivieri furioso più che orso
addosso presto la bestia fu corso.
28.
Ulivier vide quella mazza grossa
e del gigante la mente superba;
volle fuggirlo: intanto una percossa
giunse nel petto sì forte e sì acerba
che, bench'avessi il baron molta possa,
di Vegliantin si trovava in sull'erba.
Rinaldo, quando Ulivier vide in terra,
non domandar quanto dolor l'afferra;
29.
e disse: - Ribaldon, ghiotton da forche,
che mille volte so l'hai meritate!
Prima che sotto la luna si corche
io ti meriterò di tal derrate. -
Questo bestion con sue parole porche
disse: - A te non darò se non gotate.
Che se' tu tratto, del cervio a l'odore?
Tu debbi essere un ghiotto o furatore. -
30.
Rinaldo ch'avea poca pazïenza,
dètte in sul viso al gigante col guanto,
e fu quel pugno di tanta potenza
che tutto quanto il mostaccio gli ha infranto,
dicendo: - Iddio non ci are' sofferenza. -
Pure il gigante, rïavuto alquanto,
arrandellò la caviglia a Rinaldo,
ché d'altro che di sol gli vuol dar caldo.
31.
Rinaldo il colpo schifò molto destro
e fe' Baiardo saltar come un gatto:
combatter co' giganti era maestro,
sapeva appunto ogni lor colpo ed atto.
Parve il randello uscissi d'un balestro.
Rinaldo menò il pugno un altro tratto,
e fu sì grande questo mostaccione
che morto cadde il gigante boccone.
32.
E poco men che non fe' come e' suole
il drago, quando uccide il leofante,
che non s'avvede, tanto è sciocco e fole,
che nel cader quello animal pesante
l'uccide, ché gli è sotto, onde e' si duole:
così Rinaldo a questo fu ignorante,
ché quando e' cadde il gigante gagliardo
ischiacciò quasi Rinaldo e Baiardo.
33.
E con fatica gli uscì poi di sotto,
e bisognò che Dodon l'aiutassi.
Disse Rinaldo: - Io non pensai di botto
così il gigante in terra rovinassi,
ond'io n'ho quasi pagato lo scotto.
E' disse ch'a l'odor d'un cervio trassi:
alla sua capannetta andiamo un poco,
dove si vede colassù quel fuoco. -
34.
Allor tutti smontaron dell'arcione,
alla capanna furono avvïati;
vidono il cervio; diceva Dodone:
- Forse che mal non saren capitati. -
Fece d'un certo ramo uno schidone.
Rinaldo intanto tre pani ha trovati
e pien di strana cervogia un barlotto,
e disse: - Il cervio mi sa di biscotto. -
35.
Erano i pan come un fondo di tino,
tanto ch'a dirlo pur mi raccapriccio.
Disse Rinaldo: - Se ci è il pane e 'l vino,
ch'aspettian noi, Dodon? Qua sa d'arsiccio. -
Dicea Dodone: - Aspetta un tal pochino,
tanto che lievi la crosta sù il riccio. -
Disse Rinaldo: - Più non l'arrostiàno,
ché 'l cervio molto cotto è poco sano. -
36.
Disse Dodone: - Io t'ho inteso, Rinaldo:
il gorgozzul ti debbe pizzicare:
se non è cotto, e' basta che sia caldo. -
E cominciorno del cervio a spiccare.
Rinaldo sel mangiava intero e saldo,
se non che la vergogna il fa restare;
e de' tre pan fece paura a uno,
ché col barlotto non beve a digiuno.
37.
Poi che fu l'alba in levante apparita,
si dipartiron da quella capanna.
Dicea Dodon: - Questa fu buona gita,
poi che da ciel sopravvenne la manna
e quel gigante ha perduta la vita.
Vedi che pure ingannato è chi inganna:
quel bacalare, Ulivier, ti percosse
a tradimento, or si sta per le fosse. -
38.
Disceson di quel monte alla pianura,
e il lor lïone innanzi pur andava.
Dicea Rinaldo: - Questa è gran ventura! -
ed Ulivier con lui se n'accordava;
tanto ch'usciron d'una valle oscura,
ove poi nel dimestico s'entrava:
cominciono a veder casali e ville
e sopra a' campanil gridar le squille.
39.
E poco tennon più oltre il camino
che cominciorno a trovar de' pastori
presso a un fiume ch'era lor vicino;
e poi sentirno gran grida e romori.
Baiardo aombra e così Vegliantino.
Ed ecco uscir d'una valletta fuori
una gran turba che s'era fuggita,
ed a veder parea gente smarrita.
40.
Rinaldo allora a Dio si raccomanda,
e intanto appresso s'accosta un pagano.
Allor Dodon di sùbito domanda:
- Che caso è questo in questo luogo strano,
che par che tanto romor qua si spanda?
Per cortesia, non voglia esser villano. -
Rispose il saracin presto a Dodone:
- Io tel dirò, non è sanza cagione.
41.
Del mio dir so che ti verrà pietade:
per una figlia nobile e serena
quasi è disabitata una cittade,
perch'una vipra crudel ci avvelena.
Il re Corbante, per la sua bontade,
la sua figliuola detta Forisena
a divorar vuol dare a questa fera:
la sorte tocca a lei, vuol che lei pèra;
42.
e di noi altri ha già mangiati assai:
ogni dì ne vuol due, sera e mattina.
- Dimmi, - rispose Rinaldo - s' tu sai,
questa città come ella ci è vicina? -
Rispose il saracin: - Tu la vedrai
tosto, la terra misera e meschina;
ma guarda che tal gita non sia amara:
ella è qui presso, e chiamasi Carrara.
43.
Io ve n'avviso per compassïone
ch'io ho di voi per Macometto iddio,
che voi non vi lasciate le persone,
poi che d'andarvi mostrate desio.
La città troverrete in perdizione
e molto mal contento il signor mio,
per questa cruda fera e maladetta
che debbe divorar la giovinetta.
44.
Come egli è dì, se ne viene alle porte;
se da mangiar non gli è portato tosto,
col tristo fiato ci conduce a morte:
convien ch'un uom gli pognàn là discosto.
Questa fanciulla gli è tocca la sorte,
e 'l padre suo di mandarla ha disposto;
il popol grida, e quella fiera rugge,
tanto ch'ognun per paura si fugge.
45.
Credo che sia sol pe' nostri peccati,
perché Corbante uccise un suo fratello,
che fu tra noi de' cavalier nomati
il più savio, il più giusto e forte e bello;
noi consentimo a tutti questi agguati,
però che il regno apparteneasi a quello:
la vipera è venuta a purgar certo
questo peccato e rendeci tal merto.
46.
Ed è tra noi chi abbia oppinïone
che lo spirito suo drento vi sia
in questa fera, di questo garzone. -
Disse Rinaldo: - Di tua cortesia
io ti ringrazio. Aiutivi Macone
da questa fera, s'ella è tanto ria.
Ma dimmi, saracin, questa donzella
come ella è giovinetta, e s'ella è bella. -
47.
Disse il pagan: - Non domandar di questo,
ché non si vide mai cosa sì degna:
un atto dolce, angelico e modesto,
di virtù porta e di biltà la 'nsegna,
ne' quindici anni entrata, e va' pel resto;
e 'l popol pur di camparla s'ingegna.
Se tu credessi quella bestia uccidere,
tu puoi far conto il reame dividere. -
48.
Disse Rinaldo: - Io non cerco reame:
io n'ho lasciati sette in mio paese;
io mi diletto un poco delle dame:
se così bella è la figlia cortese,
a quella fera taglierò le squame. -
E poi si volse al famoso marchese
e disse: - Andianne, ché la dama è nostra,
alla città che 'l saracin ci mostra. -
49.
Come e' furno in Carrara i paladini,
ognun volgeva a guardàgli le ciglia:
preson conforto tutti i saracini,
e del lïon ne prendean maraviglia.
Rinaldo giunse al palagio a' confini,
e salutò Corbante e poi la figlia.
Corbante disse: - Tu sia il ben venuto,
se per la fera a dar mi vieni aiuto. -
50.
Allor Rinaldo rispose: - O Corbante,
il nome mio è il guerrier del lïone,
e credo in Apollino e in Trivigante;
e non vorrei, pel nostro iddio Macone,
avere a capitar certo in Levante
poi ch'io senti' della tua passïone. -
Quel disse forte, e quest'altro bisbiglia:
"Anzi, poi ch'io senti' della tua figlia".
51.
Ulivier gli occhi alla donzella gira
mentre Rinaldo in questo modo parla;
sùbito pose al berzaglio la mira
e cominciò cogli occhi a saettarla,
e tuttavolta con seco sospira:
"Questa non è" dicea "carne da darla
a divorare alla fera crudele,
ma a qualche amante gentile e fedele".
52.
Corbante aveva intanto così detto:
- Sia chi tu vuoi, o famoso guerriere,
basta sol che tu credi in Macometto.
Se tu credessi, gentil cavaliere,
uccider questa fera, io ti prometto
di darti mezzo il reame e l'avere;
e se tu il vuoi ancor tutto, i' son contento,
pur che mi tragga fuor d'esto tormento.
53.
Come tu vedi, la terra è condotta,
d'un bel giardino, spilonca o diserto.
La mia figliuola s'appressa già l'otta
che morir dèe sanza peccato o merto. -
Ma Ulivier nella mente borbotta:
"Non mangerà sì bianco pan per certo
questo animal, ch'egli è pasto d'amanti,
se noi dovessin morir tutti quanti".
54.
Dimmi pur tosto qual sia il tuo pensiero, -
diceva il re - ch'ella è presso alle mura,
ch'io sento il fiato incomportabil fero,
e voi il dovete sentir per ventura. -
Disse Rinaldo: - Io non vo' regno o impero:
per gentilezza caccio e per natura;
e per amor della tua figlia bella
la vipera uccidren crudele e fella. -
55.
Ulivieri era un gentil damigello
e tuttavia la fanciulla vagheggia.
Rinaldo l'occhio teneva al pennello:
con Ulivieri in francioso motteggia;
disse: - Il falcone ha cavato il cappello:
non so se starna ha veduta o acceggia;
ma parmi questo chiaro assai vedere,
che noi sarem due impronti a un tagliere. -
56.
Ulivier nulla rispose a Rinaldo;
abbassò gli occhi, che tenea sì fissi.
Corbante un bando mandò molto caldo
che nessun più della terra partissi,
tanto che 'l popol comincia a star saldo:
Rinaldo volle così si seguissi;
e fece fare un guanto, s'io non erro,
coperto tutto di punte di ferro.
57.
E prese poi da Corbante licenzia,
che gli fe' compagnia fino alla porta
con molta gente e con gran reverenzia;
poi gli diceva: - Io non son buona scorta.
Io ti ricordo tu abbi avvertenzia
alla tua vita, - e così lo conforta
- e in ogni modo te salvar mi piace;
poi sia che vuol della fera rapace. -
58.
Queste parole furon grate tanto
che se l'affisse Rinaldo nel core;
e disse: - Il capo arrecarti mi vanto
in ogni modo, cortese signore.
La tua benedizion mi da' col guanto;
conforta il popol tuo per nostro amore. -
Corbante il benedì pietosamente
e priega Iddio per lui divotamente.
59.
Ed Ulivieri ancor fece orazione:
raccomandossi al Salvator divino.
Dinanzi andava il feroce lïone:
verso la fera teneva il camino;
drieto seguiva Rinaldo e Dodone.
Era a vedere il popol saracino,
chi in sulle mura e chi presso alle porte,
desiderando all'animal la morte.
60.
E la fanciulla nobile e serena
era salita in sur una bertesca.
Disse Rinaldo: - Vedi Forisena,
o Ulivier, che di te par gl'incresca:
amore è quel ch'a vederti lei mena. -
Ulivier disse: - La danza rinfresca:
tu hai disposto di darmi oggi noia.
Attendiàn pur che questa fera muoia. -
61.
Dicea Rinaldo: - Sarai tu sì crudo
che tu non guardi questa damigella?
Tu non saresti d'accettar per drudo.
Che crederres' tu far se la donzella
avessi in braccio per tua targia o scudo?
Atterreresti tu la fiera o quella? -
Disse Ulivier: - Tu se' pur per le ciance,
e qua sa d'altro già che melarance. -
62.
E come e' disse questo, il lïon mostra
il serpente che fuoco vomitava.
Disse Ulivier: - Questa è la dama nostra,
e di vederla, Rinaldo, mi grava. -
Disse Rinaldo: - O Ulivier, qui giostra
Venere e Marte - e di nuovo cianciava.
La vipera crudel tosto si rizza
e fuoco e tòsco per bocca gli schizza.
63.
Parea che l'aria e la terra s'accenda.
Rinaldo aveva spugna con aceto,
e tutti, perché il fiato non gli offenda;
e disse: - O animal poco discreto,
che pensi tu, che noi siàn tua merenda,
poi che tu vieni in qua contra divieto? -
E detto questo del cavallo scese,
e così fece Dodone e 'l marchese.
64.
Non fu prima smontato di Baiardo
ch'a Dodon giunse l'animal addosso:
dèttegli un morso sì fiero e gagliardo
che l'arme gli schiacciò, la carne e l'osso.
Dodon gridava: - Omè lasso, ch'io ardo!
Aiutami, Ulivier, ché più non posso! -
e cadde tramortito e stramazzato
sùbito in terra pel morso e pel fiato.
65.
Ulivier tardi aiutarlo si mosse
ed a Dodon non poté dar soccorso:
adunque il primo ch'assaggia si cosse,
ed anco ci è per un compagno un morso:
perché il serpente un tratto il capo scosse
e poi pigliava Ulivier come un torso,
e per ventura alla gamba s'appicca
e i denti tutti nell'arme gli ficca.
66.
E' si sentì l'arnese sgretolare,
che non isgretolò mai osso cane;
e poi pel braccio lo volle ciuffare.
Ma Ulivieri adopera le mane,
ch'avea quel guanto Rinaldo fe' fare,
e non è tempo a questo a dar del pane
o dir che san Donnin gli alleghi i denti,
ché converrà pur che facci altrimenti:
67.
missegli il guanto e la man nella strozza,
però che molto lo sgrida Rinaldo,
tanto che tutto il serpente lo 'ngozza,
e strinse; ed Ulivier lo tenne saldo
e colla spada la testa gli mozza;
ma nel morir, pel fetor e pel caldo,
Ulivier cadde tramortito in terra.
Ma il capo del serpente non si sferra:
68.
ché nel finir la bocca in modo strinse
ch'Ulivier trar non ne poté la mano.
Rinaldo tutto nel viso si tinse
e sferrar lo credette a mano a mano;
ma non potea, tanto il dolor lo vinse
del tristo caso d'Ulivieri e strano;
pur tante volte la spada v'accocca
che gliel cavò con fatica di bocca.
69.
Ma quel lïon ch'egli avevan menato
si stette sempre di mezzo a vedere,
perché se fussi d'alcun domandato
di questo fatto, il voleva sapere.
Era Dodon già di terra levato,
ma Ulivier pur si stava a giacere.
I saracin corrien fuor della porta
faccendo festa che la fera è morta.
70.
Venne Corbante con molta brigata
a veder come questo fatto era ito:
vede la bestia in terra rovesciata,
vede Dodon sanguinoso ferito,
vede Ulivier colla mano affocata,
che morto gli parea, non tramortito;
vede la terra per la fera arsiccia,
della qual cosa assai si raccapriccia;
71.
vede la testa del fero dragone,
che gli parve a veder mirabil cosa;
vede Rinaldo turbato e Dodone
perch'Ulivieri in terra si riposa:
ebbe di questo gran compassïone;
vedevagli la gamba sanguinosa,
e non sapea con che parole o gesti
si condolessi o ringraziassi questi.
72.
Abbracciò infin Rinaldo lacrimando
e poi Dodon, dicendo: - Baron degni,
come potrò mai ristorarvi, o quando?
Da Macon credo che tal grazia vegni,
che in queste parte vi venne mandando.
Ecco, la vita e tutti i nostri regni
e la corona collo scettro nostro,
disposto sono ogni cosa sia vostro.
73.
Ma sempre piangerò se questo è morto,
che par sì degno e gentil cavalieri. -
Disse Rinaldo: - Re, datti conforto,
ché pianger di costui non fa mestieri.
Il tuo parlare assai ci mostra scorto
che tu sia grato, e giusti i tuoi pensieri.
La tua corona e 'l regno l'accettiamo,
e come nostro a te lo ridoniamo. -
74.
Non aveva Rinaldo appena detto,
ch'Ulivier cominciossi a risentire;
e risentito, e 'l re veggendo appetto
e tanta gente, cominciò a stupire
come chi nuove cose per oggetto
vede in un punto, e non sa che si dire;
ma a poco a poco rivocò la vita
ed ogni ammirazion fu disparita.
75.
Il popolo era orrore e maraviglia
veggendo quel c'han fatto i paladini.
Era venuta, per veder, la figlia
del re Corbante con que' saracini,
che 'l sol, quando è più lucente, simiglia,
e tutti gli atti suoi paion divini;
ed Ulivier questa donzella guarda,
che non s'accorge ancor che 'l suo cor arda.
76.
Il re Corbante al popol comandava
ch'a la città portato sia il serpente;
e poi Rinaldo per la man pigliava
e torna alla città colla sua gente;
e come e' giunse alla terra, ordinava
di lasciar parte d'un tanto accidente
al secol nuovo; e quella fera morta
col capo fe' appiccar sopra la porta,
77.
e lettere scolpite in marmo, d'oro:
"Nel tal tempo" dicea "qui capitorno
tre paladini" (e scrisse i nomi loro,
perché in secreto gliel manifestorno)
"che liberaro il popol da martoro
per questa fera, a cui morte donorno",
ch'era apparita là mirabilmente,
e divorava tutta la sua gente;
78.
e come il giorno alla fanciulla bella
toccava di dover morir per sorte,
che i tre baron vi capitorno in sella,
che liberata l'avean dalla morte.
Per lunghi tempi si potea vedella
la storia e l'animal sopra le porte,
che così morto faceva paura
a chi voleva entrar dentro alle mura.
79.
E nel palagio Rinaldo menòe
e grande onor gli fece e lietamente;
e medici trovava e comandòe
che medicassin diligentemente
Ulivieri e Dodon, ché bisognòe,
ch'ognun più giorni del suo mal si sente.
E Forisena intanto come astuta
dell'amor d'Ulivier s'era avveduta.
80.
E perché Amor mal volentier perdona
che e' non sia alfin sempre amato chi ama,
e non sare' sua legge giusta o buona
di non trovar merzé chi pur la chiama,
né giusto sire il buon servo abandona,
poi che s'accorse questa gentil dama
come per lei si moriva il marchese,
sùbito tutta del suo amor s'accese;
81.
e cominciò cogli occhi a rimandare
indrieto a Ulivier gli ardenti dardi
ch'Amor sovente gli facea gittare,
acciò che solo un foco due cori ardi.
Venne a vederlo un giorno medicare
e salutòl con amorosi sguardi,
ché le parole fur ghiacciate e molle,
ma gli occhi pronti assai, come Amor volle.
82.
Quando Ulivier sentì che Forisena
lo salutò così timidamente,
fu la sua prima incomportabil pena
fuggita, ch'altra doglia al suo cor sente,
l'alma di dubbio e di speranza piena;
ma confirmato assai pur nella mente
d'essere amato dalla damigella:
perché chi ama assai, poco favella.
83.
Videgli ancor, poi che più a lui s'accosta,
il viso tutto diventar vermiglio
e brieve e rotta e fredda la proposta
nel condolersi del crudele artiglio
dell'animal, che per lei car gli costa,
e vergognosa rabbassare il ciglio:
questo gli dètte massima speranza,
ché così degli amanti è sempre usanza.
84.
Ella avea detto: - Il mio crudo destino,
i fati e 'l Cielo e la spietata sorte,
o qual si fussi altro voler divino,
m'avean condotta a sì misera morte.
Tu venisti in Levante, paladino,
mandato certo dalla eterna corte
a liberarmi, e per te sono in vita:
dunque io mi dolgo della tua ferita. -
85.
Queste parole avean passato il core
a Ulivieri e pien sì di dolcezza
che mille volte ne ringrazia Amore,
perché e' cognobbe la gran gentilezza.
Are' voluto innanzi al suo signore
morir, ché poco la vita più prezza,
e poco men che non disse nïente;
pur gli rispose vergognosamente:
86.
Io non fe' cosa mai sotto la luna
che d'aver fatto io ne sia più contento:
s'io t'ho campata da sì rea fortuna,
tanta dolcezza nel mio cor ne sento
che mai più simil ne senti' alcuna.
So che t'incresce d'ogni mio tormento:
altro duol ci è, che chiama altro conforto.
Così m'avessi quella fera morto! -
87.
Intese bene allor quelle parole
la gentil dama, e drento al cor le scrisse:
sì presto insegna Amor nelle sue scole!
e fra se stessa sospirando disse:
"E di questo anco altro tuo duol mi duole.
Forse non era il me' che tu morisse.
Non sarò ingrata a sì fedele amante,
ch'io non son di dïaspro o d'adamante".
88.
Partissi Forisena sospirando,
ed Ulivier rimase tutto afflitto
della ferita sua più non curando,
ché da più crudo artiglio era trafitto.
Guardò Rinaldo, e quasi lacrimando
non poté a lui tener l'occhio diritto,
e disse: - Vero è pur che l'uom non possa
celar per certo l'amore e la tossa.
89.
Come tu vedi, caro fratel mio,
amor pur preso alfin m'ha co' suo' artigli:
non posso più celar questo desio;
non so che farmi o che partito pigli.
Così sia maladetto il giorno ch'io
vidi costei. Che fo? Che mi consigli? -
Disse Rinaldo: - Se mi crederrai,
di questo loco ti dipartirai.
90.
Lascia la dama, marchese Ulivieri:
non fu di vagheggiar nostra intenzione,
ma di trovare il signor del quartieri. -
E 'l simigliante diceva Dodone:
- Tanto si cerchi per tutti i sentieri
che noi troviamo il figliuol di Millone. -
Ulivier consentia contra sua voglia,
ché lasciar Forisena avea gran doglia.
91.
E poi che fu dopo alcun dì guarito,
così Dodone, insieme s'accordaro
lasciar Corbante per miglior partito
e che si facci de' lor nomi chiaro,
sì che e' possi saper chi l'ha servito;
ed oltre a questo ancor deliberaro
tentar se il re volessi battezarsi
col popol suo, e tutti cristian farsi.
92.
Avea Corbante fatti torniamenti
e giostre e balli e feste alla moresca
per onorar costor colle sue genti;
ed ogni dì nuove cose rinfresca,
perché partir da lui possin contenti.
Ma Ulivier pur par che 'l suo amor cresca.
Finalmente Rinaldo un dì chiamava
il re Corbante, e in tal modo parlava:
93.
Serenissimo re, - fu il suo latino
- perché da te ci tegnamo onorati, -
questo gli disse in parlar saracino
- sempre di te ci sarem ricordati.
E poi ch'egli è così voler divino
che i nomi nostri ti sien palesati,
io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone,
bench'io m'appelli il guerrier del lïone;
94.
e questo è Ulivier che ha tanta fama
e cognato è del nostro conte Orlando;
costui Dodon, figliuol d'Uggier, si chiama,
che venne Macometto già adorando.
Or, per seguir più oltre nostra trama,
così pel mondo ci andiam tapinando
perché di corte Orlando s'è partito,
né ritrovar possiam dove e' sia gito.
95.
Detto ci fu che qua verso Levante
era venuto, da un nostro abate,
e ch'egli aveva con seco un gigante:
cercando andian drieto alle sue pedate.
Or ti dirò più oltre, o re Corbante:
perché pur Macometto qua adorate,
siete perduti, e il vero Iddio è il nostro,
che del vostro peccar gran segno ha mostro.
96.
Non apparì questo animal crudele
sanza permissïon del nostro Iddio
a divorare il popolo infedele;
ma perch'Egli è pietoso e giusto e pio,
t'ha liberato da sì amaro fele
perché tu lasci Macon falso e rio:
fa' che conosca questo beneficio
sanza aspettar da lui maggior giudicio.
97.
Lascia Apollino e gli altri vani iddei
e torna al nostro padre benedetto,
e Belfagorre e mille farisei;
batteza il popol tuo, che è maladetto.
Di ciò molte ragion t'assegnerei,
ma tu se' savio e intendi con effetto:
so che conosci ben che quel dragone
non apparì qua a te sanza cagione:
98.
ogni cosa ti avvien pe' tuoi peccati:
tu sei il pastor che gli altri dèi guardare,
e molto più di te sono scusati.
Non t'ha voluto Cristo abbandonare:
vedi ch'a tempo qua fumo mandati,
ché la tua figlia ha voluta salvare:
dunque ritorna alla sua santa fede
di quello Iddio ch'ebbe di te merzede. -
99.
Parve che Iddio ispirassi il pagano,
e rispose piangendo e così disse:
- Dunque tu se' il signor di Montalbano,
al qual simil già mai nel mondo visse!
E questo è Ulivier, ch'udito abbiàno
nomar già tanto! Il vostro Iddio permisse
che voi venissi certo, e non Macone. -
Ed abbracciògli, e così ancor Dodone.
100.
E pianse i suo' peccati amaramente
e disse: - Io veggo in quanto lungo errore
istato son con tutta la mia gente;
e così il nostro etterno Salvatore
per molte vie allumina la mente
e desta in qualche modo il peccatore,
e spesso d'un gran mal nasce un gran bene:
ch'ogni giudicio pel peccato viene. -
101.
Corbante fece venir Forisena
e disse ancora a lei chi son costoro
che l'avean liberata d'ogni pena;
e poi mandò per tutto il concestoro,
tanto che presto la sala fu piena,
parata tutta di be' drappi ad oro;
poi salì in sedia, e fe' tale orazione
che tutto il popol volse a sua intenzione.
102.
E fece battezar piccoli e grandi;
per tutto il regno suo fu ordinato
ch'ognun seguissi i suoi precetti e bandi.
E poi ch'ognun così fu battezato,
la fama par che per tutto si spandi
de' tre baron che vi son capitato;
ma i nomi lor quanto Rinaldo volle
celò Corbante a tutto il popol folle.
103.
E riposârsi alquanto a lor diporto,
e tutta la città facea gran festa,
tanto del vero Iddio preson conforto,
della sua grazia e della sua potesta;
come nell'altro dir vi sarà porto,
dove la storia sarà manifesta.
E priego il Re della gloria infinita
che vi dia pace e gaudio e requie e vita.
CANTARE QUINTO
1.
Pura colomba piena d'umiltade,
in cui discese il nostro immenso Iddio
a prender carne con umanitade,
giusto, santo, verace, etterno e pio,
donami grazia, per la tua bontade,
ch'io possi seguitare il cantar mio,
pel tuo Iosef e Giovacchino ed Anna
e per Colui che nacque alla capanna.
2.
Rinaldo e 'l suo Dodone e 'l gran marchese
gran festa fanno co' nuovi cristiani;
e battezato è già tutto il paese
del re Corbante e' suoi primi pagani.
Ed Ulivier per la dama cortese
ogni dì fa mille pensieri strani,
ed ora in torniamenti ed ora in giostra,
per piacere a costei, gran forza mostra.
3.
E benché assai lo pregassi Rinaldo,
non si sapeva accomiatare ancora,
ché la donzella lo teneva saldo
come àncora la nave tien per prora.
Quanto è più offeso il foco, è poi più caldo:
così più sempre Ulivier s'innamora
quanto Rinaldo il partir più sollecita;
ed ogni scusa gli pareva lecita.
4.
Quando fingea non esser ben guarito,
quando fingea qualche altra malattia
(e dicea il ver, ch'egli è nel cor ferito),
quando pregava, quando promettia:
- Doman ci partirem, preso ho partito. -
Lasciàn costor, nel nome di Maria,
ed Ulivier così morire amando,
e ritorniamo ove io lasciai Orlando.
5.
Meredïana, la dama gentile,
manda a saper se volea la battaglia
a corpo a corpo, con almo virile.
Orlando dice: - Io non vesto di maglia
per contastare una femina vile
ch'i' prezzo men ch'un bisante o medaglia. -
Sì che per questo e pel suo Lïonetto
troppo si duol costei di Macometto,
6.
dicendo: "Almen facessimi morire,
poiché sprezzata son da quel villano;
ché mai più ebbe cavaliere ardire
combatter meco colla lancia in mano".
Ma in questo tempo si facea sentire
la fama del signor di Montalbano,
come Corbante avea seco un barone
che si chiamava il guerrier del lïone,
7.
e ch'egli era uom ch'avea molto potere,
e come morto ha il serpente feroce.
Meredïana a un suo messaggiere
impose e disse ch'andassi veloce
al re Corbante, e faccigli assapere
come per tutto è vulgata la boce
di questo cavalier che è tanto forte,
il qual con seco teneva in sua corte;
8.
e come Manfredonio alla sua terra
ha posto il campo con crudele assedio
e tuttavia con sua gente la serra,
e non ha ignun, per tenerla più a tedio,
ch'a corpo a corpo con lei vogli guerra;
che gli dovessi mandar per rimedio
questo guerrier ch'avea tanta possanza,
pel parentado antico ed amistanza;
9.
però che già per tutto l'Orïente
la fama di costui molto sonava.
Il messaggier n'andò subitamente:
al re Corbante si rappresentava
e spose la 'mbasciata saviamente.
Per che Corbante a Rinaldo parlava
come il re Carador quel messo manda
e la sua figlia a lui si raccomanda.
10.
Se tu credessi da questo martoro
liberar la donzella, io ti conforto -
dicea Corbante - andare a Caradoro;
però ch'io so che Manfredonio ha il torto,
ed ha menato tutto il concestoro.
Forse, se fia da te punito e morto,
re Caradoro si battezeràe
come ho fatto io, e Cristo adoreràe. -
11.
Rinaldo dall'abate prima intese
che in quel paese avea mandato Orlando;
rispose: - A Manfredon - molto cortese
- la testa leverò con questo brando,
o re Corbante: ch'a sì giuste imprese
sarò sempre disposto a tuo comando. -
Dicea Corbante: - Caradoro è antico
parente nostro e discreto all'amico. -
12.
Disse Rinaldo: - Or rispondi al valletto
che per amor di te ne son contento;
ed ho speranza, e così gli prometto,
di salvar la sua gente fuori e drento;
e Manfredonio il campo a suo dispetto
leverà presto e le bandiere al vento. -
Corbante il ringraziò benignamente
delle parole che sì grate sente;
13.
e poi si volse al messo saracino:
- Dirai che volentier la impresa piglia,
a Caradoro, questo paladino;
e del suo ardir si farà maraviglia
sia chi si vuol del popol d'Apollino,
ch'a nessun questo volgerà la briglia;
se fussi Orlando, quel ch'ha tanta fama,
nol temerebbe: così di' alla dama.
14.
Vedi il lïon che tuttavia l'aspetta:
non è baron di cui nel mondo dotti.
Vedi que' due che son là di sua setta:
questi fanno assai fatti e pochi motti. -
Il messaggier si dipartiva in fretta:
Corbante disse che e' voli e non trotti;
tanto che presto tornò a Caradoro
e referì come e' vengon costoro;
15.
e che parea quel guerrier del lïone
un uom molto famoso in vista e forte;
e d'Ulivier diceva e di Dodone:
- Non è baron, Caradoro, in tua corte
da metterlo con questi al paragone.
Corbante dice che tu ti conforte,
perché colui che si chiama il guerriere
non temerebbe Orlando in sul destriere. -
16.
Rinaldo da Corbante accommiatossi,
e molte offerte fece al re pagano
che sempre sare' suo, dovunque e' fossi;
né anco il re Corbante fu villano
alla risposta; e così si son mossi
e benedetti e baciati la mano;
ed Ulivieri avea potuto appena
- Addio! - piangendo dire a Forisena.
17.
La qual, veggendo partire Ulivieri,
avea più volte con seco disposto
di seguitarlo e fatti stran pensieri;
né poté più il suo amor tener nascosto;
e la condusse quel bendato arcieri,
per veder quanto Ulivier può discosto,
a un balcone, e l'arco poi disserra,
tanto che questa si gittava a terra.
18.
E 'l padre suo, che la novella sente,
corse a vederla e giunse ch'era morta:
alla sua vita non fu sì dolente;
e intese ben quel che 'l suo caso importa
e come Amore è quel che lo consente;
e se non fussi alcun che lo conforta,
e chi la mano e chi il braccio gli piglia,
uccider si volea sopra la figlia;
19.
e dicea: - Lasso, quanto fui contento
quel dì che morta l'aspra fera vidi;
ed or tanto dolor nel mio cor sento!
E così vuogli, Amor, così mi guidi!
Ogni dolcezza volta m'hai in tormento.
O mondo, tu non vuoi che in te mi fidi.
Lasciato m'hai, o misera Fortuna,
afflitto vecchio e sanza speme alcuna. -
20.
Fece il sepulcro a modo de' cristiani
e missevi la bella Forisena,
e lettere intagliò colle sue mani
come fu liberata d'ogni pena
da tre baron di paesi lontani;
e come a morte il suo distin la mena
pur finalmente, come piacque 'Amore,
nel dipartirsi il suo caro amadore.
21.
Non si può tòr quel che 'l Ciel pur distina,
e 'l mondo col suo dolce ha sempre amaro:
questa fanciulla così peregrina
il troppo amare alfin gli costa caro;
ed Ulivier pe' boschetti camina
e non sa quel che gli sare' discaro,
e chiama Forisena notte e giorno.
E in questo modo più dì cavalcorno.
22.
Un giorno in un crocicchio d'un burrone
hanno trovato un vecchio molto strano,
tutto smarrito, pien d'afflizïone:
non parea bestia e non pareva umano.
Rinaldo gli venìa compassïone:
"Chi fia costui?" fra sé diceva piano;
vedea la barba arruffata e canuta:
raccapricciossi, e dappresso il saluta.
23.
E' gli rispose faccendo gran pianto,
per modo ch'a Rinaldo ne 'ncrescea:
- Per la bontà dello Spirito santo,
abbi pietà della mia vita rea:
uscir di questo bosco non mi vanto
se non m'aiuti - e del tristo facea.
- Lasciami un poco in sul cavallo andare,
per quello Iddio che ti può ristorare. -
24.
Rinaldo disse: - Molto volentieri,
ché tu mi par', vecchierel, mezzo morto. -
E sùbito si getta del destrieri,
perché e' vi monti e pigliassi conforto.
Intanto vien Dodone ed Ulivieri.
Rinaldo dice questo fatto scorto.
Disse Dodon: - Tu se' molto cortese -,
e del caval per aiutarlo scese.
25.
Rinaldo tien Baiardo per la briglia
e Dodon piglia questo vecchio antico.
Baiardo allor mostrò gran maraviglia
e 'l vecchio schifa come suo nimico.
Rinaldo strette le redine piglia,
e Dodon pure aiuta come amico.
Baiardo allor più le redine scuote
ed or col capo or co' calci percuote.
26.
Ma poi che pur si lasciò cavalcare,
quel vecchierel come e' fussi una foglia
teneal a briglia e faceval tremare:
poi correr lo facea contra sua voglia.
Disse Rinaldo a Dodon: - Che ti pare?
Io dubito che mal non ce ne coglia:
il vecchio corre, e non mi pare or lasso,
che non parea da dovere ir di passo.
27.
Dismonta, o Ulivier, di Vegliantino. -
Ulivieri scendeva da cavallo.
Rinaldo dietro pigliava il camino
a questo vecchio, e comincia a sgridallo:
- Aspetta, tu ti fuggi, can meschino,
sì che tu credi in tal modo ruballo. -
Ma nulla par che con quel vecchio avanzi,
che sempre più gli spariva dinanzi.
28.
E Vegliantin sudava per l'affanno
e va pel bosco che pare uno strale.
Disse Rinaldo: "Vedrai bello inganno,
ché questo vecchio par che metta l'ale;
io fui pur matto, ed aròmene il danno";
e chiama e grida, ma poco gli vale:
colui correva come un leopardo,
anzi più forte, s'egli avea Baiardo.
29.
Ma po' ch'egli ebbe a suo modo beffato
Rinaldo, alfin se gli para davante,
e in su 'n un passo del bosco ha aspettato.
Vegliantin tanto mostrava le piante
che lo giugneva, e Rinaldo è infocato.
Disse Malgigi: - Che farai, brigante? -
Quando Rinaldo sentiva dir questo,
lo riconobbe alla favella presto;
30.
e disse: - Tu fai pur l'usanza antica:
tu m'hai fatto pensar di strane cose
e dato a Vegliantin molta fatica. -
Allor Malgigi in tal modo rispose:
- Tu non sai ancora, innanzi ch'io tel dica,
di questo testo, Rinaldo, le chiose. -
Dodone in questo e 'l marchese giugnevano
e Malagigi lor ricognoscevano.
31.
Gran festa fecion tutti a Malagigi
d'averlo in luogo trovato sì strano.
Disse Malgigi: - Io parti' da Parigi,
e feci l'arte un giorno a Montalbano;
volli saper tutti i vostri vestigi:
vidi savate in paese lontano
e che portato avate assai periglio,
e bisognava ed aiuto e consiglio.
32.
Per questa selva ove condotti siete
non troverresti da mangiar né bere,
e sanza me campati non sarete:
di questa barba vi conviene avere,
che vi torrà e la fame e la sete;
vuolsene in bocca alle volte tenere. -
E dètte loro un'erba e disse: - Questa
usate insino al fin della foresta. -
33.
Mangiaron tutti quanti volentieri
dell'erba che Malgigi aveva detto,
e missonne poi in bocca anco a' destrieri,
ch'era ciascun dalla sete costretto.
Disse Malgigi: - Per questi sentieri
serbatene, vi dico, per rispetto;
e destrier sempre troverran dell'erba,
ma questa per la sete si riserba.
34.
Non vi bisogna d'altro dubitare.
Con Manfredonio è il roman sanatore
Orlando, e presto il potrete trovare. -
E dette molte cose, un corridore
sùbito fece per arte formare,
tanto ch'ognun gli veniva terrore:
ché mentre ragionare altro voliéno,
apparì quivi bianco un palafreno.
35.
Disse Malgigi: - Caro mio fratello,
tò'ti Baiardo tuo, ch'io son fornito. -
Rinaldo guarda quel caval sì bello
e dicea: - Questo fatto come è ito? -
Malgigi presto montò sopra quello
e fu da lor come strale sparito;
a tutti prima toccava la mano,
e ritornò in tre giorni a Montalbano.
36.
Dumila miglia al nostro modo o piùe
era da Montalban, si truova scritto,
dal luogo dove accomiatato fue.
Rinaldo el suo fratel lasciava afflitto,
e molte volte ha chiamato Gesùe
che lo conduca per sentier diritto.
E già sei giorni cavalcato avia
drieto al lïon, che mostra lor la via.
37.
Il sesto dì questo baron gagliardo
in uno oscuro bosco è capitato.
Sente in un punto fermarsi Baiardo;
vede il lïon che 'l pelo avea arricciato
e che faceva molto fero sguardo;
e Vegliantin parea tutto aombrato;
e 'l caval di Dodon volea fuggire
e raspa e soffia e comincia annitrire.
38.
Disse Rinaldo: - O Iddio, che sarà questo?
Questi cavalli han veduta qualche ombra. -
Intanto un gran romor si sente presto,
che le lor mente di paura ingombra:
ecco apparire un uom molto foresto
correndo, e 'l bosco attraversava e sgombra;
e fece a tutti una vecchia paura,
ché mai si vide più sozza figura.
39.
Egli avea il capo che parea d'un orso,
piloso e fiero, e' denti come zanne,
da spiccar netto d'ogni pietra un morso;
la lingua tutta scagliosa e le canne;
un occhio avea nel petto a mezzo il torso,
ch'era di fuoco e largo ben due spanne;
la barba tutta arricciata e' capegli,
gli orecchi parean d'asino a vedegli;
40.
le braccia lunghe, setolute e strane,
e 'l petto e 'l corpo piloso era tutto;
avea gli unghion ne' piedi e nelle mane,
ché non portava i zoccol per l'asciutto,
ma ignudo e scalzo abbaia com'un cane:
mai non si vide un mostro così brutto;
e in man portava un gran baston di sorbo
tutto arsicciato, nero come un corbo.
41.
Questo una buca sotterra avea fatto,
e sopra quella forato un gran masso:
quivi si stava e nascondeva, il matto;
verso la strada avea forato il sasso,
e per un bucolin traea di piatto
e molta gente saettava al passo:
facea degli uomin micidial governo,
e chiamato era il mostro da l'inferno.
42.
Rinaldo, quando apparir lo vedia,
diceva a Ulivieri: - Hai tu veduto
costui, che certo la versiera fia? -
Disse Ulivieri: - Iddio ci sia in aiuto!
Credo più tosto sia la Befanìa
o Belzebù che ci sarà venuto. -
Guardava il petto e la terribil faccia
e 'l baston lungo più di dieci braccia.
43.
Questo animal venìa gridando forte,
e come l'orso adirato co' cani,
ispezza i rami e' pruni e le ritorte
con quel baston, co' piedi e colle mani.
Disse Dodon: - Sare' questa la Morte
che ci assalissi in questi boschi strani?
Se tu ragguardi, Rinaldo, i vestigi,
de' compagnon mi par di Malagigi. -
44.
Disse Rinaldo: - Non temer, Dodone:
se fussi ben la Morte o 'l Trentamila,
lascial venire a me questo ghiottone,
ch'a peggior tela ho stracciate le fila. -
Intanto quella bestia alza il bastone
e inverso di Rinaldo si difila.
Rinaldo punse Baiardo in su' fianchi
acciò che 'l suo disegno a colui manchi.
45.
Dallato si scagliò come un cervietto:
giunse la mazza e dètte il colpo in fallo.
Rinaldo intanto si misse in assetto:
corsegli addosso presto col cavallo,
dèttegli un urto e colselo nel petto,
per modo che sozzopra fe' cascallo;
e nel cader questo animale strano
forte abbaiava come un cane alano.
46.
Dodon, che vide quel diavol cadere,
diceva a Ulivier: - Corriàgli addosso
acciò che non si lievi da giacere. -
Disse Rinaldo: - Ignun non si sia mosso:
tìrati addrieto e statevi a vedere
ch'io non sono uso mai d'esser riscosso. -
In questo l'uom salvatico si rizza
col sorbo, pien di furore e di stizza;
47.
e scaricava un colpo in sulla testa
per modo tal che, se giugnea Rinaldo,
e' gli bastava solamente questa,
e non sentia mai più freddo né caldo.
Rinaldo non aspetta la richiesta,
ché come argento vivo stava saldo:
or qua or là facea saltar Baiardo,
avendo sempre al protino riguardo.
48.
Pareva un lïoncin quand'egli scherza,
che salta in qua e in là destro e leggieri;
alcuna volta menava la ferza,
poi risaltava che pare un levrieri.
Era già l'ora passata di terza,
e pur Dodon dicea con Ulivieri:
- Io temo sol Rinaldo non si stracchi,
tanto ch'un tratto quel baston l'ammacchi. -
49.
Colui non par che si curi un pistacchio
perché Frusberta gli levi del pelo,
e pure attende a scaricare il bacchio;
e la spada del prenze torna al cielo.
Misericordia! di questo batacchio
aiuta, Iddio, chi crede nel Vangelo!
Quel baston pare un albero di nave,
arsiccio, duro e nocchieruto e grave.
50.
Avean già combattuto insino a nona
Rinaldo e quel dïavolo incantato:
Rinaldo gli ha frappata la persona
e molto sangue in terra avea gittato,
e tuttavia con Frusberta lo suona.
Un tratto quel baston è giù calato;
Rinaldo per disgrazia gli era sotto
e non poteva fuggir questo botto:
51.
attraversò la spada per coprire
il capo, ché del colpo ebbe riprezzo;
giunse il bastone: or qui volle alcun dire
già che Rinaldo gliel tagliò sol mezzo,
ma poi si ruppe il resto nel colpire;
chi dice che di netto il mandò al rezzo;
donde e' s'è fatta gran disputazione
come quel fatto andassi del bastone;
52.
ma questo a giudicar vuol buon gramatico
s'egli tagliò tutta o mezza la mazza.
Quel maladetto e ruvido e salvatico
ed aspro più che 'l sorbo che e' diguazza
arrandellò quel tronco come pratico:
dètte a Rinaldo una percossa pazza,
tanto che cadde, e dipoi si fuggìa.
Ma Ulivier lo segue tuttavia.
53.
Trasse la spada, che par che riluca
più che non fece mai raggio di stella,
acciò che 'l cuoio con essa gli sdruca.
Questa fera bestial, crudele e fella
si fuggì come il tasso nella buca.
Ulivier si rimase in su la sella
e ritornossi dove era caduto
Rinaldo, che già s'era rïavuto.
54.
Disse Rinaldo: - Vedes' tu mai tordo
ch'avessi, come ebb'io, della ramata?
Costui pensò di guarirmi del sordo,
se fussi rïuscito la pensata. -
Disse Dodon: - Quand'io me ne ricordo,
io triemo ancor di quella randellata.
Che hai tu fatto di lui, Ulivieri?
Tu gli corresti drieto col destrieri. -
55.
Disse Ulivieri: - Egli è nato di granchi:
egli entrò in una buca sotto un masso
mentre ch'io gli ero colla spada a' fianchi,
o e' si tornò in inferno a Satanasso. -
Intanto colui par ch'un arco branchi
ed uno stral cavò d'un suo turcasso,
avvelenato, e fessi al bucolino
e trasse, e dètte in un piè a Vegliantino;
56.
e se non fussi che giunse al calcagno
quanto poté più basso, all'unghia morta,
non bisognava medico né bagno.
Disse Rinaldo: - In pace te la porta:
co' pazzi sempre fu poco guadagno.
Il mio lïon non ci fa buona scorta. -
Poi, non veggendo ond'egli avessi tratto,
ognun restava come stupefatto.
57.
Disse Rinaldo: - A quel sasso mi mena,
Ulivier, dove tu il vedesti entrare.
Veggiam se questa bestia da catena
si potessi alla trappola pigliare;
ch'io so ch'io gli darò le frutte a cena,
s'io lo dovessi col fuoco sbucare. -
Salì sopra Baiardo, e insieme andorno;
e come al monimento funno intorno,
58.
colui ch'è dentro assetta lo scoppietto
e stava al bucolin quivi alla posta:
trasse uno strale a Rinaldo nel petto
che si pensò di passargli ogni costa;
ma la corazza a ogni cosa ha retto.
Rinaldo allor dalla buca si scosta
e disse: - Costì ancor non se' sicuro
se 'l sasso più che porfir fussi duro:
59.
poi che tu m'hai saettato, ribaldo,
e randellato, che mai più non fue
gittato in terra in tal modo Rinaldo,
io ti gastigherò, pel mio Gesùe. -
E così tutto di tempesta caldo
con ambo man Frusberta alzava sùe:
rizzossi in sulle staffe, e 'l brando striscia,
che lo facea fischiar come una biscia,
60.
tanto che l'aria e la terra rimbomba
e si sentiva un suon fioco e interrotto
come quando esce il sasso della fromba:
are' quel colpo ogni adamante rotto;
giunse in sul masso sopra della tomba
e féssel tutto come un cacio cotto;
partì il cervello e 'l capo e 'nsino al piede
al crudel mostro; e sciocco è chi nol crede.
61.
Le schegge di quel sasso a mille a mille
balzorno in qua ed in là, come è usanza,
e tutta l'aria s'empié di faville.
Disse Dodone: - O Dio, tanta possanza
non ebbe Ettorre o quel famoso Achille
quanto ha costui, ch'ogni lor forza avanza. -
La spada un braccio sotterra ficcossi,
e Baiardo pel colpo inginocchiossi.
62.
A gran fatica poté poi ritrarre
Rinaldo, tanto fitta era, la spada,
e disse: - Tu credevi che le sbarre
non ti tenessin, mascalzon di strada!
Chi si diletta di truffe e di giarre
così convien che finalmente vada:
de' tuoi peccati penitenzia hai fatta.
Così fo sempre a ogni bestia matta. -
63.
Dodon guardava nella buca e vede
tutto fesso per lato quel ghiottone
dal capo insin giù per le gambe al piede,
e stupì tutto per ammirazione
dicendo: - Iddio, de' tuoi servi hai merzede!
Questo stato non è sanza cagione:
a qualche fine tal segno hai dimostro,
acciò che a molti essemplo sia quel mostro. -
64.
Poi colla punta della spada scrisse:
"Nel tal tempo il signor di Montalbano
ci arrivò a caso", ed ogni cosa disse,
come in quel sasso stava un uomo strano,
e come tutto Rinaldo il partisse;
ed èvvi ancora scritto di sua mano
le letter colla punta della spada;
e puossi ancor veder sopra la strada.
65.
E chiamasi la selva da l'inferno:
chi vuole andare al monte Sinaì
vi passa, quando e' va che sia di verno,
per non passare il fiume Balaì;
e leggesi quel diavol dello inferno,
come Rinaldo quivi lo partì;
e vedesi ancor l'ossa drento al fesso
e sèntivisi urlar la notte spesso.
66.
Poi si partirno; e il lïon, come e' suole,
sempre la strada mostrava a costoro.
Era di notte: Rinaldo non vuole
che per le selve si facci dimoro,
tal ch'Ulivieri e Dodon se ne duole,
ché cavalcare a stracca è lor martoro.
Tutta la notte con sospetto andorno,
insin che in orïente vidon giorno.
67.
Come e' fu fuor dell'occeàno Apollo,
si ritrovoron sopra a un poggetto;
questo passorno, e poi più là un collo
d'un altro monte ch'era al dirimpetto;
e poi ch'a questo dato ebbono il crollo,
vidono un pian con un certo fiumetto,
trabacche e padiglioni e loggiamenti
e cavalieri armati e varie genti.
68.
Quivi era Manfredonio innamorato,
che lo facea morir Meredïana,
con tutto quanto il populo attendato.
E la fanciulla al suo parer villana
al re Corbante avea significato
ch'assediata è della gente pagana,
e come Manfredon si sforza e ingegna
tòrgli d'onor la sua famosa insegna;
69.
ed aspettava il guerrier del lïone
che dovessi venirla a liberare;
e stava giorno e notte in orazione
e molti sacrifici facea fare,
pregando umilemente il lor Macone
che sua virginità debba servare;
com'io seguiterò nell'altro canto
colla virtù dello Spirito santo.
CANTARE SESTO
1.
Padre nostro che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch'a' primi effetti di lassù tu hai,
laudato sia il tuo nome e 'l tuo valore;
e di tua grazia mi concederai
tanto ch'io possi finir sanza errore
la nostra istoria; e però, Padre degno,
aiuta tu questo affannato ingegno.
2.
Era il sol, dico, al balcon d'orïente
e l'Aürora si facea vermiglia
e da Titon suo antico un poco assente;
di Giove più non si vedea la figlia,
quella amorosa stella refulgente,
che spesso troppo gli amanti scompiglia;
quando Rinaldo giù calava il monte
dove era Orlando suo, famoso conte.
3.
Come egli ebbe veduta la cittade,
disse a Dodone: - Or puoi veder la terra
dove è la dama c'ha tanta biltade.
Vedi che il re Corbante già non erra,
ch'io veggo di pagan gran quantitade:
quivi è quel Manfredon che gli fa guerra. -
Mentre che dice questo, ed Ulivieri
conobbe Orlando sopra il suo destrieri.
4.
Vide ch'a spasso con Morgante andava
e che faceva le genti ordinare
per la battaglia che s'apparecchiava,
e già faceva stormenti sonare.
Ma del gigante ammirazion pigliava
e cominciollo a Rinaldo a mostrare:
- Quello è Morgante, e 'l conte Orlando è quello
ch'è presso a lui: non vedi tu Rondello? -
5.
Rinaldo, quando vide il suo cugino,
per gran dolcezza il cor si sentì aprire,
e disse: - Poi ch'io veggo il paladino,
contento sono ogni volta morire.
Or oltre seguirem nostro camino:
a Carador promesso abbiam di gire;
tosto sarem con Orlando alle mani
e con questi altri saracini o cani. -
6.
Come entrati fur poi drento alle mura,
domandoron del re subitamente
dicendo: - Cavalier siàn di ventura,
dal re Corbante mandati al presente. -
I terrazzan fuggivan per paura
di quel lïon, sanza dir lor nïente.
Rinaldo tanto innanzi cavalcòe
che in sulla piazza del re capitòe.
7.
E come e' furon veduti costoro,
sùbito fu portata la novella
dentro al palazzo al gran re Caradoro.
Rinaldo intanto smontava di sella,
Ulivieri e Dodon non fe' dimoro.
Ognun dintorno di questo favella:
- Questo debbe esser - dicean - quel barone
ch'è appellato il guerrier del lïone. -
8.
Meredïana, ch'era alla finestra,
fece chiamar sue damigelle presto,
ché d'ogni gentile atto era maestra;
fecesi incontra col viso modesto,
con accoglienza sì leggiadra e destra
che nessun più non arebbe richiesto
tra le ninfe di Palla o di Dïana
che si facessi allor Meredïana.
9.
Rinaldo, quando vide la donzella,
tentato fu di farla alla franciosa;
a Ulivieri in sua lingua favella:
- Quant'io, non vidi mai più degna cosa! -
Disse Ulivieri: - E' non è in cielo stella
che appetto a lei non fusse tenebrosa. -
Rinaldo presto rispose: - Io t'ho inteso
che 'l vecchio foco è spento e 'l nuovo acceso.
10.
Non chiamerai più forse, come prima,
la notte sempre e 'l giorno Forisena,
ch'a ogni passo ne cantavi in rima:
non sente al capo duol chi ha maggior pena;
veggo che del tuo amor l'hai posta in cima
e se' legato già d'altra catena. -
Ulivier disse: - S'io vivessi sempre,
convien sol Forisena il mio cor tempre. -
11.
Eran saliti già tutta la scala,
e grande onor da quella ricevuto
che insino a mezzo gli scaglion giù cala,
e rendutogli un grato e bel saluto.
Intanto Caradoro in su la sala
con tutti i suoi baroni era venuto.
Rinaldo e gli altri baciaron la mano,
come è usanza a ogni re pagano.
12.
Fece ordinar di sùbito vivande
e' lor destrier fornir di strame e biada;
per la città la lor fama si spande,
e per vedergli assai par che vi vada.
Venne la cena, e fuvvi altro che ghiande;
Ulivier pure alla donzella bada.
Poi che cenato fu, re Caradoro
in questo modo a dir cominciò loro:
13.
Io vi dirò, famosi cavalieri,
quel che 'l mio cor da voi disia e brama.
Per tutti i nostri paesi e sentieri
dell'Orïente risuona la fama
di vostra forza e de' vostri destrieri,
e questa è la cagion che qua vi chiama.
Come vedete, ogni campagna è piena
di gente qua per darci affanno e pena;
14.
ed ècci un re famoso, antico e degno,
che innamorato s'è d'esta mia figlia
e vuol per forza lei con tutto il regno,
e molti ha morti della mia famiglia;
ogni dì truova qualche stran disegno
per oppressarci, e 'l mio campo scompiglia;
e per ventura un cavaliere errante
v'è capitato con un gran gigante:
15.
con un battaglio in man d'una campana,
sia che armadura vuol, che ne fa polvere,
e molti già di mia gente pagana
ha sfracellati e dato lor che asciolvere;
ovunque e' giugne, la percossa è strana:
non c'è papasso che ne voglia assolvere;
io il vidi un giorno a un dar col battaglio,
e 'l capo gli schiacciò come un sonaglio.
16.
Se con quel cavalier vi desse il core
a corpo a corpo, ché così combatte,
e col gigante d'acquistare onore,
le genti mie non sarebbon disfatte.
Ed io vi giuro pel mio Dio e Signore,
s'alcun di voi di questi ignuno abbatte,
ciò che saprete domandare arete,
se ben la figlia mia mi chiederete. -
17.
Era presente a quel Meredïana,
ed una ricca cotta aveva indosso
d'un drappo ricco all'usanza pagana,
fiorito tutto quanto bianco e rosso
come era il viso di latte e di grana,
ch'arebbe un cor di marmo ad amar mosso;
nel petto un ricco smalto e gemme ed oro
con un rubin che valeva un tesoro,
18.
ed un carbonchio ricco ancora in testa
che d'ogni oscura notte facea giorno;
avea la faccia angelica e modesta
che riluceva come il sol dintorno.
Ulivier, quanto guardava più questa
tanto l'accende più il suo viso adorno,
e fra suo cor dicea: "Se tu farai
quel che dicesti, re, tu vincerai".
19.
Rinaldo vide Ulivier preso al vischio
un'altra volta, e già tutto impaniato,
e dicea: "Questo ne vien tosto al fischio";
cognobbe il viso già tutto mutato,
vedeva gli occhi far del bavalischio;
disse in francioso un motto loro usato:
- A ogni casa appiccheremo il maio,
ché come l'asin fai del pentolaio.
20.
Ma non vagheggi a questa volta come
solevi in corte far del re Corbante;
ché se ti piace il bel viso e le chiome,
piace la spada a costei del suo amante:
queste son dame in altro modo dome.
Non c'è più bello amar che nel Levante! -
Ulivier sospirò nel suo cor forte,
quasi dicessi: "Sol non amai in corte".
21.
E ricordossi allor di Forisena
che del suo cor tenea le chiavi ancora;
ma non sapeva, omè, della sua pena:
- Prima consenta il Ciel - dicea - ch'i' mora,
che sciolta sia dal cor quella catena
che sciòr non puossi insino all'ultima ora;
e se fra' morti poi vorran gli dèi
che amar si possi, amerò sempre lei.
22.
Non si diparte amor sì leggiermente,
che per conformità nasce di stella:
dovunque andremo, in Levante o in Ponente,
amerò sempre Forisena bella,
però che 'l primo amor troppo è possente;
non son del petto fuor quelle quadrella
ch'io non credo che morte ancor trar possa
prima che cener sia la carne e l'ossa. -
23.
Lasciam costoro insieme un poco a mensa.
Aveva alcuna spia re Manfredonio,
come colui che' suoi pensier dispensa
d'aver di ciò che si fa testimonio;
e poi, chi ama, giorno e notte pensa
come e' si tragga l'amoroso conio:
non si può dir quel ch'un amante faccia
per ritrovar della dama ogni traccia.
24.
Detto gli fu come e' son capitati
tre cavalier famosi a Caradoro,
e paion molto arditi e bene armati;
ma non sapeva alcun de' nomi loro,
se non che tutti assai s'eron vantati
alla sua gente dar molto martoro;
e ch'egli avevon sotto corridori
che mai si vide i più belli e maggiori.
25.
Orlando pose orecchio alle parole:
"Sarebbe questo Rinaldo d'Amone?".
Ma poi diceva: "Rinaldo non suole,
come color dicean, menar lïone".
Poi disse: - Imbasciador mandar si vuole,
per uscir fuori d'ogni suspizione,
a Caradoro, e dirgli così parmi
ch'io vo' con questi cavalier provarmi. -
26.
A Manfredonio piacque il suo parlare
e sùbito mandorno imbasceria.
Erano ancor coloro a ragionare;
Caradoro a Rinaldo si volgìa
dicendo: - Pro' baron, che vuoi tu fare? -
Rinaldo sfavillava tuttavia:
pargli mill'anni d'esser con Orlando,
e disse: - Io sono in punto al tuo comando. -
27.
Ed Ulivier soggiugneva di costa:
- Del diciannove ognun terrà lo 'nvito,
e così fate per noi la risposta. -
(Ah, Ulivieri, amor ti fa sì ardito!)
- Dite che al campo ne venga a sua posta. -
Lo imbasciador tornò, ch'aveva udito,
e disse a Manfredonio: - E' son contenti,
e prezzan poco te colle tue genti.
28.
E' mi pareva, a guardàgli nel volto,
che tra lor fussi del combatter gaggio,
ch'ognun pel primo volessi esser tolto:
tanto fier si mostravan nel visaggio. -
Rispose Orlando: - E' non passerà molto
che parleranno d'un altro linguaggio. -
Disse Morgante: - Io vo' con un fuscello
di tutti a tre costor fare un fardello,
29.
e vòmegli alla cintola appiccare:
lascia pur ch'egli assaggino il metallo
e ch'io cominci un poco a battagliare.
Che penson di venir costoro, al ballo?
Or oltre, io vo' col battaglio sonare
perché e' non faccin gli scambietti in fallo. -
Ma in questo tempo Rinaldo era armato
e dal re Caradoro accomiatato;
30.
ed avea fatte cose in su la piazza
che 'l popol n'avea avuta maraviglia:
di terra collo scudo e la corazza
saltato in sella e pigliata la briglia.
Carador disse: - Questa è buona razza. -
E molto lieta si fece la figlia,
ch'era venuta per diletto fore,
a vedergli montare a corridore;
31.
ed avea prima aiutato Ulivieri
armar, che molto di questo gli giova,
e saltato di netto è in sul destrieri
e fatto innanzi alla dama ogni pruova
che far potessi nessun cavalieri;
e Dodone anco nel montar non cova:
ognun di terra a caval si gittòe,
e tutto il popol se ne rallegròe.
32.
Aveva fatti tre salti Baiardo
ch'ognun fu misurato cento braccia,
tanto fiero era, animoso e gagliardo;
ed Ulivier, perché alla dama piaccia,
di Vegliantin faceva un leopardo;
Dodon al suo gli spron ne' fianchi caccia;
e finalmente dal re Caradoro
a lanci e salti si partîr costoro.
33.
Poi che furono usciti della porta,
fino alle sbarre del campo n'andorno.
Rinaldo tanta allegrezza lo porta
che cominciò a sonar per festa un corno.
Fu la novella a Manfredon rappôrta;
Orlando presto e Morgante n'andorno
dove aspettavan questi tre baroni,
e salutorno in saracin sermoni.
34.
Non ricognobbe Orlando il suo cugino,
perché Baiardo è tutto covertato
e lui parlava al modo saracino;
vide il lïone, e molto ha biasimato:
- Non è costume di buon paladino
aver questo animal seco menato:
non doverresti a gnun modo menarlo;
per carità degli uomini ti parlo. -
35.
Disse Rinaldo: - Buon predicatore
saresti, poi ch'hai tanta carità.
Non ti bisogna aver questo timore:
nel tuo parlar si dimostra viltà.
Se tu sapessi, baron di valore,
per quel ch'io il meno ed ogni sua bontà,
non parleresti in cotesto sermone:
sappi che ignun non offende il lïone,
36.
se non chi a torto quistion meco piglia
ovver chi fussi traditor perfetto. -
Il conte Orlando ha seco maraviglia;
poi gli rispose: - Vegnamo all'effetto:
se vuoi combatter sanz'altra famiglia
a corpo a corpo, mettiti in assetto;
ché in altro modo combatter non voglio.
Farò di te come degli altri soglio. -
37.
Disse Dodon: - Tu sarai forse errato. -
Il gigante gli fece la risposta:
- Tu non cognosci il mio signor pregiato,
però facesti sì strana proposta.
Io non son come tu, barone, armato,
e proverrommi con teco a tua posta. -
Dodone allora pazienzia non ebbe,
e pure stato il miglior suo sarebbe.
38.
La lancia abbassa con molta superba
e percosse Morgante in su la spalla:
e' si pensò traboccarlo in su l'erba;
Morgante non lo stima una farfalla,
ed appiccògli una nespola acerba,
tanto che tutto pel colpo traballa;
e come e' vide balenar Dodone,
se gli accostava e trassel dell'arcione.
39.
Al padiglion ne lo porta il gigante;
a Manfredonio Dodon presentava.
Manfredon rise veggendo Morgante,
e per Macon d'impiccarlo giurava.
Morgante indrieto volgeva le piante,
torna a Orlando ch'al campo aspettava.
Rinaldo irato a Orlando dicìa:
- Io ti farò, cavalier, villania.
40.
Aspettami, se vuoi, tanto ch'io vada
a qualche cosa a legar quel lïone,
poi proverremo e la lancia e la spada
per quel ch'ha fatto il gigante ghiottone. -
Rispose Orlando: - Fa' come t'aggrada,
o lancia o spada, a cavallo o pedone. -
Rinaldo smonta e la bestia legava,
poi verso Orlando in tal modo parlava:
41.
Non potrai nulla del lïon più dire.
Oltre, provianci colle lance in mano:
vedren se, come mostri, hai tanto ardire,
ché 'l can che morde non abbaia invano. -
Volse il destrier per tornarlo a ferire:
Orlando al suo Rondel gira la mano,
del campo prese e con molta tempesta
si volse indrieto colla lancia in resta.
42.
Non domandar quel che facea Baiardo,
con quanta furia spacciava il cammino;
e Rondello anco non pareva tardo,
anzi pareva quel dì Vegliantino.
Rinaldo aveva al bisogno riguardo
dove e' ponessi la lancia al cugino;
ma cognosceva ch'egli è tanto forte
che pericol non v'è di dargli morte.
43.
A mezzo il petto la lancia appiccòe;
Orlando ferì lui similemente,
e l'una e l'altra lancia in aria andòe:
non si cognosce vantaggio nïente;
e l'uno e l'altro destrier s'accosciòe
e cadde in terra pel colpo possente;
tanto che fuor della sella saltorno
i due baroni, e le spade impugnorno.
44.
E comincioron sì fiera battaglia
che far comparazion non si può a quella;
perché Frusberta e Cortana anco taglia,
e 'l suo signor, che con essa impennella,
disaminava e la piastra e la maglia.
Rinaldo sempre all'elmetto martella,
perché e' sapeva ch'egli è d'acciaio fino,
ché fu d'Almonte nobil saracino.
45.
Pur nondimen si voleva aiutare,
però che Orlando vedea riscaldato,
e cognosceva quel che sapea fare
il suo cugin, quand'egli era adirato.
Ma Cristo volle un miracol mostrare
acciò che ignun di lor non abbi errato;
e perché de' suoi amici si ricorda,
il fer lïone spezzava la corda.
46.
Venne a Rinaldo, ed Orlando dicìa:
- Per Dio, baron, di te mi maraviglio:
questa mi par da chiamar villania.
Ma questa volta non hai buon consiglio,
ché a te e lui caverò la pazzia. -
Rinaldo indrieto volgea presto il ciglio:
vide il lïone e funne mal contento,
e cominciò questo ragionamento:
47.
Aspetta, cavalier, tanto ch'io possi
questo lïon rimenar alla terra.
La mia intenzion non fu, quand'io mi mossi,
di venir qui col lïone a far guerra. -
Rispose Orlando: - Qual cagion si fossi
non so, ma infine è l'errato chi erra:
s'io ti volessi guastare il lïone,
guarda battaglio che ha quel compagnone. -
48.
Disse Rinaldo: - Noi farem ritorno,
tu al tuo re ed io nella cittade;
e domattina, come scocca il giorno,
ritornerò per la mia lealtade,
e chiamerotti, com'io fe', col corno
e proverremo chi arà più bontade:
questo di grazia, baron, ti domando. -
Tanto che fu contento il conte Orlando.
49.
E torna con Morgante al padiglione
e per la via si doleva con quello,
e dice: - Maladetto sia il lïone!
S'avessi Vegliantin come ho Rondello,
partito non saria questo barone;
o segnato l'arei del mio suggello,
s'avessi la mia spada Durlindana. -
E duolsi assai ch'egli aveva Cortana.
50.
Ulivieri e 'l signor di Montalbano
si ritornoron verso la cittate.
Or ritorniamo al traditor di Gano
ch'avea per molte parte spie mandate;
ed ecco un messaggiero a mano a mano
a Carador con letter suggellate;
e per ventura al marchese s'accosta
dicendo: - In cortesia, fammi risposta.
51.
Come si chiama la terra e 'l paese
e 'l suo signor, se Dio ti dia conforto?
Io ho paura indarno avere spese
le mie giornate e di scambiare il porto. -
A lui rispose il famoso marchese:
- Alla domanda tua non vo' far torto:
non so il paese come sia chiamato,
ma il suo signor ti sarà ricordato.
52.
Sappi che il re si chiama Caradoro
e la figliuola sua Meredïana:
per lei tal guerra ci fanno coloro
che tu vedi alloggiati alla fiumana. -
Disse la spia: - Macon ti dia ristoro
e guardi sempre d'ogni morte strana. -
E finalmente al palazzo n'andòe
a Caradoro, e da parte il chiamòe.
53.
Disse: - Macon ti dia gioconda vita.
Io son messaggio di Gan di Maganza,
e quand'io feci da lui dipartita,
questo brieve mi diè, ch'è d'importanza:
vedi la 'mpronta sua qui stabilita
perché tu abbi del fatto certanza. -
Carador ricognobbe quel suggello
del conte Gan, traditor crudo e fello.
54.
La lettera apre e 'l suo tenore intese.
La lettera dicea: "Caro signore,
sappi, re Carador, quel ch'è palese:
che venuto è Rinaldo traditore
nella tua terra e nel tuo bel paese:
io te n'avviso, ch'io ti porto amore;
e seco ha Ulivier, che è uom di razza,
col suo compagno Dodon della mazza.
55.
E nel campo è di Manfredonio Orlando,
e l'un dell'altro ben debbe sapere;
e so che tutti a due vanno cercando,
o Carador, di farti dispiacere:
vengonvi insieme alla mazza guidando;
quanto fia tempo, vel faran vedere.
Non piace al nostro re qua tradimento,
però ch'io ti scrivessi fu contento.
56.
Ed ha con seco menato un gigante
che, se s'accosta un giorno alle tue mura,
e' le farebbe tremar tutte quante.
Abbi del regno e di tua gente cura;
e' son cristiani, e tu se' affricante;
guarda che danno non abbi e paura,
ché so ch'alfin n'arai da molte bande.
Or tu se' savio e intendi, e 'l mondo è grande".
57.
Era quel re pien d'alta gentilezza
e ben cognobbe ciò che Gan dicea:
fece pigliarlo con molta prestezza.
In questo tempo Rinaldo giugnea,
ed ogni cosa con lui raccapezza,
ed in sua man la lettera ponea
e d'Ulivier, ch'è nella sua presenzia,
per dimostrare ogni magnificenzia.
58.
Quando Rinaldo intese quel ch'è scritto,
ringrazia il suo Gesù con sommo effetto;
a Ulivier si volse tutto afflitto;
disse: - Tu vedi quel che Gano ha detto. -
La damigella tenea l'occhio dritto:
quando sentì che 'l suo amante perfetto
era Ulivier che tanta fama avia
non domandar quanto gaudio sentia.
59.
E poi mandò nel campo un messaggiere
al conte Orlando, e in questo modo scrisse:
"Poi ch'abbiam fatto triegua, cavaliere,
acciò che grande inganno non seguisse,
contento sia di venirmi a vedere
alla città sicuramente", disse:
"cose udirai che ne sarai poi lieto;
ma sopra tutto sia presto e secreto".
60.
Il messaggiero Orlando ritrovava,
che si chiamava nel campo Brunoro;
segretamente la lettera dava.
Orlando lesse, e sanza più dimoro
a Manfredon la lettera mostrava.
Manfredon disse: - Forse Caradoro
potrebbe qualche inganno fabricare,
e quel baron tel vorrà rivelare:
61.
mentre che è triegua, va' sicuramente.
Chi sa chi sia quel guerrier del lïone?
Pel mondo attorno va di strane gente.
Io ti conforto d'andarvi, barone. -
Morgante a ogni cosa era presente,
e disse: - Forse ch'egli ha del fellone:
egli ebbe voglia insino oggi di dirti
qualche trattato, e 'l suo segreto aprirti.
62.
Io vo' con teco alla terra venire,
che non ci fussi qualche inganno doppio,
e in ogni modo con teco morire;
e insin del campo udirete lo scoppio,
se col battaglio s'avessi a colpire:
perché, se bene ogni cosa raccoppio,
di chieder triegua e tornarsi oggi drento
segno mi par di qualche tradimento. -
63.
Alla città n'andorno finalmente.
Rinaldo immaginò la lor venuta:
fecesi incontro al suo cugin possente,
e giunto appresso, in francioso saluta.
Orlando rispondea cortesemente
quel che gli parve risposta dovuta;
e pur parlava come saracino,
ché non cognosce il suo caro cugino.
64.
Dicea Rinaldo: - A Caradoro andremo,
se non ti fussi, cavalier, disagio. -
Orlando disse: - A tuo modo faremo,
ché di piacerti mi sarà sempre agio. -
Disse Morgante: - Andate, noi verremo. -
E finalmente n'andorno al palagio.
Rinaldo a Carador gli rappresenta,
perché e' voleva che ogni cosa senta.
65.
Re Caradoro, quando Orlando vede,
tosto della sua sedia s'è levato;
Orlando gli volea baciare il piede,
ma Carador l'ha per la man pigliato;
disse: - Macone abbi di te merzede.
Il tuo venir m'è troppo, baron, grato,
per veder quel che non ha pari al mondo
come se' tu, Brunor, baron giocondo. -
66.
Meredïana, quando fu in presenzia
d'Orlando, sospirò la damigella.
Orlando prese di questo temenzia;
verso la dama in tal modo favella:
- Are'ti io fatto oltraggio o vïolenzia,
che tu sospiri sì? Dimmel, donzella. -
E ricordossi ben di Lïonetto,
tanto ch'egli ebbe al principio sospetto.
67.
Disse la dama: - Tu m'innamorasti
quel dì che insieme provamo la lancia
e con quel colpo l'elmo mi cavasti,
tanto che ancor n'arrossisco la guancia,
e questa treccia tutta scompigliasti
come se fussi un paladin di Francia;
poi mi dicesti: "Tórnati alla terra,
ché con le dame non venni a far guerra".
68.
Questo mi parve un atto sì gentile
che bastere' che fussi stato Orlando:
tu disprezzasti una femina vile:
per questo venni così sospirando. -
Orlando è corbacchion di campanile
e non si venne per questo mutando;
e disse a Carador: - Séguita avante
quel che vuoi dir dopo mie lode tante. -
69.
Carador disse: - Tu lo intenderai
da questo cavalier che t'ha menato. -
E disse al prenze: - Tu comincerai
a dir perché per lui fussi mandato. -
Ma tu, Signor, che i sempiterni rai
governi, e reggi il bel cielo stellato,
grazia mi dona che nel dir seguente
segua la storia ch'io lascio al presente.
CANTARE SETTIMO
1.
Osanna, o Re del sempiterno regno,
che mai non abandoni i servi tuoi
e perdonasti a quel che gustò il legno
che gli vietasti già, per gli error suoi;
aiuta me, sovvien tanto il mio ingegno
che basti al nostro dir, come tu puoi,
sì ch'io ritorni alla mia istoria bella
cogli occhi volti a te come a mia stella.
2.
Rinaldo il conte Orlando rimirava;
Orlando non sapea di tale effetto;
ed Ulivieri spesso sogghignava:
non gli cognosce, ch'avevon l'elmetto.
Allor Rinaldo a parlar cominciava:
- A questi dì trovamo in un boschetto
tre cavalier cristian feroci e forti,
e tutti a tre gli abbiam lasciati morti.
3.
Per certo oltraggio che ci vollon fare
a corpo a corpo insieme ci sfidamo,
e cominciamo le spade a menare;
finalmente di forza gli avanzamo.
Credo che' lupi gli possin trovare,
ché nel boschetto morti gli lasciamo.
Ma cavalier parean da spada e lancia
ch'eran venuti del regno di Francia. -
4.
Orlando, quando udì queste parole,
rispose presto: - Ben avete fatto:
tutti son rubator; non me ne duole;
io n'ho già gastigati più d'un tratto:
così sempre a' nimici far si vuole.
Ma dimmi, cavaliere, a ogni patto
i nomi lor, per veder s'io cognosco
di questi alcun ch'uccidesti in quel bosco. -
5.
Disse Rinaldo: - Egli ha nome Ulivieri
l'un di costor, che dice era marchese;
l'altro da Montalban quel buon guerrieri
ch'aveva fama per ogni paese;
credo che 'l terzo anco era cavalieri,
Dodon chiamato, figliuol del Danese. -
Orlando udendol si maravigliava,
ma del lïon con seco dubitava.
6.
Seguì più oltre il suo ragionamento
Rinaldo: - Io intendo mostrarvi i cavagli. -
Orlando disse: - Io ne son ben contento,
che' nomi lor non posso ritrovàgli. -
Vanno a vedere. Orlando ebbe spavento
sùbito come comincia a guardàgli,
perché e' conobbe presto Vegliantino,
e disse: "Il ver pur dice il saracino".
7.
Alla sua vita mai fu più doglioso,
e poco men che in terra non cadea.
Ulivier, che 'l vedea sì doloroso,
drento all'elmetto con seco ridea.
Tornano in sala. Il paladin famoso
vendetta farne fra sé disponea,
e disse: - S'altro tu non vuoi parlarmi,
a Manfredonio al campo vo' tornarmi. -
8.
Disse Rinaldo: - Alquanto v'aspettate -;
e menò in una camera il barone;
e poi che l'arme sue s'ebbe cavate,
la sopravvesta e l'altre guernigione,
mostrava le divise sue sbarrate;
trassesi l'elmo, e così il borgognone.
Orlando, quando Rinaldo suo vede,
per gran letizia tramortir si crede.
9.
Abbraccia mille volte il suo cugino;
Ulivieri abbracciava il suo cognato;
diceva Orlando: - O giusto Iddio divino,
che grazia è questa, ch'io t'ho qui trovato! -
Poi domandò dell'altro paladino:
- Dodon dove è, che tu m'hai nominato? -
Disse Rinaldo: - Sappi che Dodone
è quel che venne preso al padiglione. -
10.
Morgante vide costoro abbracciare,
e disse al conte: - Per tua gentilezza,
chi son costor non mi voler celare,
che tu gli abbracci con tal tenerezza. -
E poi che udì Rinaldo ricordare
ed Ulivieri, avea grande allegrezza,
e inginocchiossi e per la man poi prese
Rinaldo presto e 'l famoso marchese;
11.
e pianse allor Morgante di buon core.
Re Caradoro in zambra era venuto.
Dicea Rinaldo: - Cugin di valore,
per mio consiglio, s'a te par dovuto,
non tornerai nel campo: io ho timore
che Manfredon non t'abbi conosciuto,
o come a Carador Gan gli abbi scritto.
Ma Dodon nostro ove riman sì afflitto? -
12.
Disse Morgante: - Lascia a me il pensiero:
io lo condussi al padiglion di peso,
così l'arrecherò qui come un cero. -
Orlando disse: - Morgante, io t'ho inteso,
e del tuo aiuto ci fa qui mestiero. -
Morgante più non istette sospeso;
disse: - A me tocca appiccar tal sonaglio;
ma ogni cosa farò col battaglio. -
13.
A Manfredonio andò caütamente,
e per ventura giugneva il gigante
che Dodone era a Manfredon presente,
che lo voleva impiccar far davante
al padiglion; Dodone umilemente
si raccomanda; in questo ecco Morgante,
e disse a Manfredon: - Che vuoi tu fare? -
Manfredon disse: - Costui fo impiccare.
14.
Non lo impiccar: - disse Morgante presto
- dice Brunoro ch'io il meni alla terra,
e dè' saper per quel che faccia questo:
tu sai ch'egli è fidato e che e' non erra. -
Rispose Manfredon: - Venga il capresto;
io vo' impiccarlo come s'usa in guerra:
sia che si vuole o seguane alfin doglia,
ch'io mi trarrò, Morgante, questa voglia. -
15.
Dicea Morgante: - Il tuo peggio farai,
ché si potrebbe disdegnar Brunoro,
e se tu perdi lui, tu perderai
me e 'l tuo stato col tuo concestoro.
Io il menerò, se tu mi crederrai.
Credo che accordo tratti Caradoro,
e forse ti darà la sua figliuola,
ch'io n'ho sentito anco io qualche parola. -
16.
Manfredon disse: - Per lo iddio Macone
è già due dì ch'io giurai d'impiccarlo,
come tu vedi, innanzi al padiglione:
non è Macone iddio da spergiurarlo. -
Allor chiamava il suo Cristo Dodone
che non dovessi così abbandonarlo.
Morgante, udendo far questa risposta,
a Manfredon più dappresso s'accosta
17.
e 'l padiglione squadrava dintorno:
vide ch'egli era un padiglion da sogni;
prima pensò d'appiccarli un susorno
al capo, e dir ch'a suo modo zampogni;
poi disse: "Questo sare' poco scorno,
e credo ch'altro unguento qui bisogni".
E finalmente il padiglion ciuffava
di sopra e tutte le corde spezzava.
18.
Dètte una scossa sì forte e villana
ch'arebbe fatto cadere un castello,
o s'egli avessi scossa Pietrapana,
arebbe fatto come e' fece a quello.
Così in un tratto il padiglion giù spiana,
e d'ogni cosa ne fece un fardello
e Manfredonio e Dodon vi ravvolse,
e fuggì via, e 'l suo battaglio tolse.
19.
E in su la spalla il fardel si gittava;
dall'altra man col battaglio s'arrosta,
e 'l capo a questo e quell'altro spiccava
di que' pagan che volevon far sosta;
talvolta basso alle gambe menava,
tanto che ignuno a costui non s'accosta,
e teste e gambe e braccia in aria balzano:
la furia è grande e le grida rinnalzano.
20.
Sùbito il campo è tutto in iscompiglio
e corron tutti come gente pazza.
Morgante fece il battaglio vermiglio
di sangue e intorno con esso si spazza,
ed a chi spezza la spalla, a chi il ciglio.
E Manfredon quanto può si diguazza
e grida e scuote e chiamava soccorso;
Dodon più volte l'ha graffiato e morso.
21.
Morgante il passo quanto può studiava,
ed a dispetto di tutti i pagani
passato ha il fiume e 'l fardel ne portava,
tanto menato ha il battaglio e le mani.
Ma finalmente Dodone affogava,
onde e' gridò: - Se scacciati hai que' cani,
posami in terra, ch'io son mezzo morto,
per Dio, Morgante, e donami conforto. -
22.
Morgante in terra posava il fardello,
ché non aveva più dintorno gente,
e confortava Dodon cattivello.
Ma poi di Manfredon poneva mente
ch'era ravvolto come il fegatello:
vide che morto parea veramente,
e disse: - Te non porterò alla terra:
poi che se' morto, finita è la guerra. -
23.
Disse Dodon: - Deh, gettalo nel fiume. -
Morgante vel gittò sanza più dire.
Ma presto ritornâr gli spirti e il lume,
però che l'acqua lo fe' risentire
come egli è sua natura e suo costume,
e Manfredon comincia a rinvenire;
e corse là di pagani una tresca,
tanto che infine costui si ripesca.
24.
Morgante con Dodon suo se n'andava
e rimenollo a Rinaldo ed Orlando,
e la novella a costor raccontava
come il pagan venne al fiume gittando
e che sia morto con seco pensava,
e come il padiglion venne spianando:
non dimandar che risa fuor si caccia.
E Dodon mille volte Orlando abbraccia;
25.
e intese tutto ciò ch'era seguito,
e come Gan gli seguitava ancora.
Re Manfredon, che s'era risentito,
con gran sospiri in sul campo dimora,
maravigliato del gigante ardito,
e come uscito dell'acqua era fora;
e d'ogni cosa che gli era incontrato
gli pareva a lui stesso aver sognato.
26.
In questo giunse un messaggier di Gano
che l'avvisava come Caradoro,
e come e v'è il signor di Montalbano
ed Ulivieri e Dodon con costoro,
e nel suo campo il sanator romano;
e che cercavan sol del suo martoro,
e come il tradimento doppio andava
per pigliar due colombi a una fava.
27.
"Ah!" disse Manfredonio "or la cagione
so perché Orlando è ito alla cittade;
e quel prigion doveva esser Dodone.
Or si conosce la lor falsitade;
or son tradito, or son giunto al boccone,
e vassi pure a Roma per più strade.
Ma traditor non credevo che 'l conte
fussi né ignun del sangue di Chiarmonte.
28.
Ora aremo acquistata qua la dama
e Caradoro vinto con assedio:
questi son paladin di tanta fama
ch'io non cognosco al mio stato rimedio.
Questo gigante ha condotta la trama,
perché più in dubbio mi teneva e tedio
che fussin tutti baroni affricanti,
ché tra' cristian non suole esser giganti".
29.
Ebbe re Manfredon tanta paura
che si pensò la notte di fare alto;
poi disse: "Noi siàn sì sotto alle mura
che non si può spiccar qui netto il salto:
e' ci bisogna provar l'armadura
ed aspettar de' nimici l'assalto;
non sarà giorno, che Rinaldo e 'l conte
ed Ulivieri scenderanno il monte,
30.
e tutto il campo mio sarà in travaglio;
e ne verrà Dodon per far vendetta,
e quel dïavol con quel suo battaglio
alla mia gente darà grande stretta.
Pur ci convien stare fermi al berzaglio,
e Macon priego che le man ci metta".
E mentre che e' dicea queste parole
tutti i baron per suo consiglio vuole;
31.
ed accordârsi che si stessi saldo.
Tutta la notte stetton con sospetto.
Morgante, ch'era di potenzia caldo,
la sera al conte Orlando aveva detto:
- Poi ch'egli è morto Manfredon ribaldo,
non sarà prima dì, ch'io vi prometto
ch'io voglio andar col mio battaglio solo
tra que' pagani in mezzo dello stuolo,
32.
ed arder le trabacche e' padiglioni:
colla granata gli voglio scacciare.
Vedrete che bel fummo da' balconi
e tutto il campo a furia spulezzare:
io gli farò fuggir come ghiottoni.
Le pecchie soglion pel fuoco sbucare:
io porterò il battaglio e 'l fuoco meco;
vedrete poi che mazzate di cieco.
33.
Mancato è il capo, male sta la coda:
adunque male star dèe tutto il dosso.
Per gli occhi a tutti schizzerà la broda;
io schiaccerò la carne e' nervi e l'osso
quand'io darò qualche bacchiata soda.
So ch'al principio n'arò molti addosso,
ma tutti poi gli vedrete fuggire. -
Orlando per le risa è in sul morire,
34.
e disse: - Va', ch'io ne son ben contento -;
e poi si volse ove Caradoro era,
e sì dicea: - Questo ragionamento
so che saranno parole da sera
che come fummo ne le porta il vento
o distruggonsi al sol qual neve o cera.
A me par, Caradoro, da vedere
quel che fa il campo e le pagane schiere.
35.
Se per se stessi si dipartiranno,
lasciàgli andar, che mi par più sicuro,
però che sempre è nel combatter danno,
e solo Iddio sa il tutto del futuro.
Vedren pur che partito piglieranno,
e starenci doman qui drento al muro.
Non si partendo il dì, poi gli assaltiamo,
ché in ogni modo te salvar vogliamo.
36.
Poi ci darai la tua benedizione
e cercheremo ancor meglio il Levante. -
E così disse Rinaldo e Dodone
ed Ulivier; ma non v'era Morgante.
Vannosi a letto con questa intenzione,
ch'avevon tutti cenato davante;
e Caradoro avea massimo onore
a tutti fatto e con allegro core.
37.
Morgante avea mangiato quel che vuole,
un gran castron che gli fu dato arrosto;
andossi prima a letto che non suole,
ché come e' disse fare era disposto.
Né prima in orïente apparì il sole
l'altra mattina, che e' si lieva tosto;
prese il battaglio e certo fuoco in mano
ed avvïossi nel campo pagano.
38.
E saracin trovò ch'erano armati,
ma pure il fuoco in un lato appiccòe
dove erano i destrier sotto i frascati,
tanto che molti di quegli abbruciòe.
Ma furon presto scoperti gli agguati
e in mezzo a più di mille si trovòe,
e tutto il campo a furia sollevossi:
ognuno addosso al gigante cacciossi.
39.
E gli feciono intorno un rigoletto
che lo faranno cantare in tedesco:
al ponte di Parisse era in effetto
in mezzo a' saracini, e stava fresco!
Chi getta lance e chi sassi nel petto;
pure al battaglio stavano in cagnesco;
ma tanta gente alla fine v'è corso
che gli bisogna a Morgante soccorso;
40.
e tuttavia più la turba s'affolta.
Era sì grande e sì grosso il gigante
ch'ognun che getta facea sempre còlta.
Pur molti morti n'aveva davante,
ché chi toccava il battaglio una volta
lo sfracellava dal capo alle piante;
e spesso tondo il battaglio girava
e cento capi per l'aria balzava,
41.
tanto che 'l cerchio facea rallargare;
alcuna volta menava frugoni
che si sentien le corazze sfondare,
e pesta loro i fegati e' polmoni;
quando si sente arnesi sgretolare
e d'ogni gamba farne due tronconi.
E grida e mugghia il gigante feroce,
tanto che assai ne stordisce la voce.
42.
E' pareva ogni volta che mugghiava
quando Cristo - Quem queritis - diceva,
ch'ognuno a quella voce stramazzava.
E tanti morti dintorno n'aveva
ch'ognun discosto alla fine lanciava,
e chi con dardi e chi archi traeva;
tal che Morgante di molte uova succia
per le ferite, e come orso si cruccia.
43.
Egli era come a dare in un pagliaio;
e già tutto forato come un vaglio
e' si volgeva come un arcolaio
a' saracin che faceano a sonaglio;
e mai non uccideva men d'un paio
quando e' menava più lento il battaglio;
e più di cinquemila n'avea morti,
ma ricevuto da lor mille torti.
44.
Avea nel dosso migliaia di zampilli
che gettan sangue già per le punture
ch'erano state d'altro che d'assilli;
chi dà percosse di mazze e di scure,
chi il petto par, chi le gambe gli spilli,
chi dà sassate che parevon dure:
era un diluvio la gente ch'è intorno
per ammazzare il gigante quel giorno.
45.
E già pel campo il romore è sì forte
ch'alla città ne fu tosto sentore;
le guardie ch'eran lasciate alle porte
cominciorno a gridar con gran furore
come Morgante era presso alla morte.
Diceva Orlando: - Vedrai bello errore:
che Manfredonio sarà iscampato,
e questo matto ha il suo campo assaltato.
46.
Tanto andata sarà la capra zoppa
che si sarà ne' lupi riscontrata.
Questa sua furia alcuna volta è troppa;
e fece pure inver pazza pensata
d'ardere un campo come un po' di stoppa,
e come a' topi far colla granata;
ma il topo sarà egli in questo caso,
al cacio nella trappola rimaso. -
47.
Sùbito fece i suoi compagni armare,
e Caradoro le sue gente tutte,
perché Morgante si possi aiutare
da' saracin che gli davon le frutte:
così avvien chi pel fango vuol trottare
e può di passo andar per le vie asciutte.
E fece a Vegliantin la sella porre
Orlando, ché 'l destrier suo vuol pur tòrre;
48.
a Ulivier si fe' dar Durlindana,
ed a lui dètte Cortana e Rondello;
e la bella e gentil Meredïana
Ulivieri arma, che è 'l suo damigello.
Corsono al campo alla turba pagana
sì presto ognun, che pareva un uccello.
Morgante vide il soccorso venire
e col battaglio riprese più ardire.
49.
E cominciava a sgridar que' pagani
e far balzar giù molti della sella
e capi e braccia in tronco e spalle e mani:
tocca e ritocca e risuona e martella,
e' saracini uccide come cani:
un mezzo braccio v'alzâr le cervella;
e sopra i corpi morti si cacciava
addosso a' vivi, e la rosta menava;
50.
ed ogni volta levava la mosca,
ma ne portava con essa la gota,
o dove e' par che bruttura cognosca
sempre col pezzo ne lieva la nuota.
L'aria pareva sanguinosa e fosca,
sì spesso par che 'l gigante percuota;
balzano i pezzi di piastra e di maglia
come le schegge dintorno a chi taglia.
51.
E spesso avvenne ch'un capo spiccòe,
e poi quel capo a un altro percosse
sì forte che la testa gli spezzòe,
e morto cadde che più non si mosse.
Oh quanti il giorno all'inferno mandòe!
Quanti morti rimason per le fosse!
E Manfredonio già s'è messo in punto
con molta gente, e in quella parte è giunto.
52.
Dall'altra parte Orlando è comparito,
e 'l sir di Montalban tanto gagliardo
che accetta prima ch'uom facci lo 'nvito;
e fece un salto pigliare a Baiardo
in mezzo dove il gigante è ferito:
sopra gli uomin saltò sanza riguardo,
e ritrovossi al rigoletto in mezzo
de' saracin, ch'omai faranno lezzo.
53.
Quando Morgante vedeva quel salto,
parve che 'l cuore in aria si levasse,
ché più di dieci braccia andò in aria alto
Baiardo, prima che in terra calasse.
Or qui comincia il terribile assalto.
Rinaldo presto Frusberta sua trasse,
quella che fésse il mostro da l'inferno,
per far de' saracin crudo governo:
54.
punte, rovesci, tondi, stramazzoni,
mandiritti, traverse con fendenti,
certi tramazzi, certi sergozzoni:
in dieci colpi n'uccise ben venti;
e chi partiva insin sotto agli arcioni,
chi insino al petto, e 'l manco insino a' denti;
e le budella balzavan per terra:
mai non si vide tanto crudel guerra.
55.
Orlando nostro sprona Vegliantino:
giunse d'un urto tra quel popol fello
che più di cento caccia a capo chino;
poi cominciava a toccare a martello:
non tocca il polso sopra il manichino;
facea de' saracin come un macello;
ed avea detto: - Non temer, Morgante:
Cesare è teco ove è il signor d'Angrante. -
56.
Queste parole avean sì sbigottiti
i saracin, che assai del popol fugge;
e buon per que' che son prima fuggiti,
tanto i nostri baron già ciascun rugge:
e' ne facean gelatine e mortiti;
a poco a poco la turba si strugge.
Ed Ulivieri e Dodon giunti sono
con romor grande che pareva un tuono;
57.
e Manfredonio in sul campo scontrava:
la lancia abbassa, ché lo conoscea.
Re Manfredonio il cavallo spronava,
ed Ulivieri allo scudo giugnea
e insino alla corazza lo passava,
tanto che tutto d'arcion lo movea:
e sì gran colpo fu quel che gli diede
ch'Ulivier nostro si trovava a piede.
58.
Ed ogni cosa la donzella vide,
ch'era venuta con sua gente al campo,
e fra se stessa di tal colpo ride.
Ulivier come un lïon mena vampo
e per dolore il cor se gli divide,
dicendo: "Appunto al bisogno qui inciampo:
caduto son dirimpetto alla dama,
donde ho perduto il suo amore e la fama".
59.
Guarda se a tempo la trappola scocca!
Non si potea racconsolar per nulla.
Sempre Fortuna alle gran cose imbrocca,
e insin sopra la soglia ci trastulla.
Non domandar se questo il cor gli tocca.
Per gentilezza allor quella fanciulla
se gli accostava e diceva: - Ulivieri,
rimonta, vuoi tu aiuto?, in sul destrieri. -
60.
Or questo fu ben del doppio lo scorno,
e parve fuoco la faccia vermiglia:
are' voluto morire in quel giorno.
Meredïana pigliava la briglia,
dicendo: - Monta, cavaliere adorno. -
Or questo è quel ch'ogni cosa scompiglia,
e per dolor dubitò sanza fallo
non poter risalir sopra il cavallo.
61.
Morgante aveva ogni cosa veduto,
come Ulivier dal gran re Manfredonio
del colpo della lancia era caduto
e la donzella vi fu testimonio;
e disse: "Io proverrò, come è dovuto,
s'io gli potessi appiccar questo conio:
io intendo d'Ulivier far la vendetta";
e inverso Manfredon presto si getta.
62.
Meredïana, che 'l vide venire,
gridava: - Indrieto ritorna, Morgante! -
e Manfredonio correva assalire
per far vendetta del suo caro amante.
Morgante pur lo veniva a ferire,
e come e' giunse gridava il gigante:
- Tu se' qui, re di naibi o di scacchi?
Col mio battaglio convien ch'io t'ammacchi! -
63.
Disse la dama: - La battaglia è mia;
e se ci fussi al presente qui Orlando,
non mi faresti sì gran villania:
tìrati addrieto, io ti darò col brando.
Venuto è qua colla sua compagnia
la fama e 'l regno di tòrmi cercando. -
Morgante indrieto alla fine pur torna
per ubbidir questa fanciulla adorna.
64.
Trovò Dodone in luogo molto stretto,
ch'era venuto tra cattive mane:
pur s'aiutava questo giovinetto;
e cominciava a dar mazzate strane,
a questo e quello spezzando l'elmetto,
tanto che gli elmi faceva campane
quando egli assaggion di quel suo picciuolo;
ma dà di sopra come allo orïuolo.
65.
E rimaneva il segno ove e' percuote:
quanti ne tocca il battaglio feroce
non si ponea più le mani alle gote,
ché ne facea com'e' fusse una noce;
alcuna volta facea certe ruote
ch'a più di sette domava la boce;
com'un nocciol di pèsca ogn'elmo stiaccia
e fa balzar giù capi e spalle e braccia;
66.
e rimisse Dodon sopra il destrieri.
Dodon gridava: - Ah, popol soriano!
io ne farò vendetta e d'oggi e di ieri,
quando impiccar mi volea quel villano. -
In questo tempo il famoso Ulivieri
era pel campo colla spada in mano,
e dove Manfredon combatte arriva
colla donzella florida e giuliva.
67.
Una ora o più combattuto insieme hanno,
e non si vede de' colpi vantaggio.
Ulivier tutto arrossì, come fanno
gli amanti presso alla dama, il visaggio,
e disse: - Dama, non ti dar più affanno:
lascia pur me vendicare il mio oltraggio.
Io vorrei esser morto veramente
quand'io cascai che tu v'eri presente.
68.
Alla mia vita non caddi ancor mai;
ma ogni cosa vuol cominciamento. -
Disse la dama: - Tu ricascherai,
se tu combatti, cento volte e cento;
e sempre avvenir questo troverrai
a cavalier che sia di valimento:
usanza è in guerra cascar del destriere;
ma chi si fugge non suol mai cadere.
69.
Io vo' con Manfredon tu mi consenti
che la battaglia mia sia in ogni modo,
per vendicar non una ingiuria o venti,
ma mille e mille, e che paghi ogni frodo. -
Disse Ulivier: - Se così ti contenti,
che poss'io dir, se non ch'io affermo e lodo? -
Re Manfredon, che le parole intese,
in questo modo parlava al marchese:
70.
Per Dio ti priego, baron d'alta fama,
tu lasci me come amante fedele
perdere insieme e la vita e la dama,
ché così vuol la Fortuna crudele.
Cercato ho quel che cercar suol chi ama:
trovato ho tòsco per zucchero e mèle;
e poi che la mia morte ognun la vuole,
per le sue man morir non me ne duole.
71.
So ch'io non tornerò più nel mio regno;
so che mai più non rivedrò Soria;
so ch'ogni fato m'avea prima a sdegno;
so che fia morta la mia compagnia;
so ch'io non ero di tal donna degno;
so ch'aver non si può ciò ch'uom desia;
so che per forza di volerla ho il torto;
so che sempre ove io sia l'amerò morto. -
72.
Non poté far Meredïana allora
che del suo amante pur non gl'increscessi,
e disse: "Così va chi s'innamora!
Se mille volte uccider lo potessi,
per le mie man non piaccia a Dio ch'e' mora,
quantunque a morte si danni egli stessi".
E pianse, sì di Manfredon gli dolse,
ché essere ingrata a tanto amor non volse.
73.
E ricordossi ben che combattendo
l'aveva molte volte riguardata;
dicea fra sé: "Perché d'ira m'accendo
contro a costui? Perché son sì spietata?
Ciò che fatto ha, com'io pur veggo e intendo,
è per avermi lungo tempo amata:
non fu lodata mai d'esser crudele
alcuna donna al suo amante fedele;
74.
questo non vuol per certo il nostro Iddio".
Non sa più che si far Meredïana,
e disse: - Manfredon, se 'l tuo desio
è di morir, non voglio esser villana.
Se tu facessi pel consiglio mio,
per salvar te con tua gente pagana
tu soneresti a raccolta col corno
e in Orïente faresti ritorno.
75.
Poi che non piace al tuo fero distino
ch'io sia pur tua, come tu brami e vogli,
perché pugnar pur contra al tuo Apollino?
Io veggo il legno tuo fra mille scogli:
tórnati col tuo popol saracino
e 'l nodo del tuo amor per forza sciogli. -
A questo Manfredon rispose forte:
- Non lo sciorrà per forza altro che morte. -
76.
Allor seguì la donzella più avante:
- O Manfredon, di te m'incresce assai! -
e diègli un prezïoso e bel diamante:
- Per lo mio amor dicea - questo terrai,
per ricordanza del tuo amor costante;
e pel consiglio mio ti partirai.
E se tu scampi e salvi le tue squadre,
d'accordo ancor mi ti darà il mio padre.
77.
Ogni cosa si placa con dolcezza,
e chi per forza vuol tirar pur l'arco,
benché sia sorïan, sai che si spezza;
ogni cosa conduce il tempo al varco.
E priego te per la tua gentilezza
che tu comporti ogni amoroso incarco,
e sia contento di qui far partita
e in ogni modo conservar la vita.
78.
La dipartenza, perché e' non ci avanza
tempo, ch'io veggo morir la tua gente,
tra noi sia fatta, e questo sia abbastanza,
poi che più oltre il Ciel non ci consente.
E quel gioiel terrai per ricordanza
ch'io t'ho donato, sempre in Orïente;
e se Fortuna e 'l Ciel t'ha pure a sdegno,
aspetta tempo e miglior fato e segno. -
79.
Questa ultima parola al cor s'affisse
a Manfredonio, udendo la donzella,
che mai più fermo in dïaspro si scrisse;
volea parlare e manca la favella;
ma finalmente pur piangendo disse:
- "Aspetta tempo e miglior fato e stella,
poi ch'al Ciel piace, e tórnati in Soria":
quanto son vinto da tal cortesia!
80.
Quando sarà quel dì quando fia questo?
Or quel che non si può, voler non deggio.
Io tornerò, per non t'esser molesto;
ricòrdati di me, ch'altro non chieggio;
col popol mio, con quel che c'è di resto,
ché molti morti pel campo ne veggio,
ritornerò sanza speranza alcuna
nel regno mio, se così vuol Fortuna.
81.
E per tuo amor terrò questo gioiello:
questo sempre sarà presso al mio core.
S'io ho peccato, lasso meschinello,
contra al tuo padre e contra al mio signore,
incolpane colui ch'è stato quello
che m'ha condotto dove e' vuole, Amore;
e in ogni modo a te chieggio perdono
e viver per tuo amor contento sono. -
82.
E poi si volse al marchese Ulivieri
e chiese a lui perdon del cadimento;
Ulivier gli perdona volentieri,
ché del suo dipartir troppo è contento,
perché eran due gran ghiotti a un taglieri,
ed era stato alle parole attento
che dette avea Meredïana a quello,
e confirmato e postovi il suggello.
83.
E poi ch'egli ebbe lacrimato alquanto,
re Manfredonio alfin s'accomiatava;
e la donzella con sospiri e pianto,
- Addio! - dicendo, la man gli toccava;
e dèi pensar se si cavorno il guanto.
Ulivier presto Orlando ritrovava
e dicea ciò ch'egli avea fermo e saldo;
e molto piacque a Orlando e Rinaldo.
84.
Venne per caso quivi Caradoro,
e intese come l'accordo era fatto.
Morgante, insieme veggendo costoro,
inverso lor col battaglio era tratto
e quel che fussi saper vuol da loro;
ma col battaglio non dava di piatto.
Orlando disse: - Non far più, Morgante. -
Allor più forte combatté il gigante.
85.
Re Manfredonio e la sua compagnia
contento è di lasciar Meredïana -
diceva Orlando - e tornarsi in Soria. -
Morgante allora il battaglio giù spiana,
e disse: - Orlando, questa era tra via -,
e dètte a uno una picchiata strana;
un altro ammacca che parve di cera,
ed anco questo ne' patti non era.
86.
Orlando disse: - Il battaglio giù posa:
assai morti n'abbiàn per questo giorno. -
Re Manfredon sua gente dolorosa
per tutto il campo rauna col corno.
E così la battaglia sanguinosa
a questo modo quel dì terminorno,
come nell'altro dir seguirò poi.
Cristo vi guardi e sia sempre con voi.
CANTARE OTTAVO
1.
Virgine santa, madre di Gesùe,
madre di tutti i miseri mortali,
per cui salvata nostra prole fue,
perché tu ci ami tanto e tanto vali,
donami grazia e tanto di virtùe
ch'io mi ritorni a' baron nostri, i quali
nella città tornar volevan drento;
e Manfredon ne va poco contento;
2.
anzi chiamava morte a ogni passo,
dicendo: "Omè, quanto pensai felice
esser per te, Meredïana, ahi lasso,
ch'io t'ho lasciata or misero e infelice!".
Arebbe fatto lacrimare un sasso
per le parole che talvolta dice;
e tuttavia la gente rassettava
e inverso il suo camin tristo n'andava.
3.
Or chi avessi il gran pianto veduto
che nel suo dipartir fa la sua gente,
certo ch'assai gliene saria incresciuto:
chi morto il padre lascia e chi il parente,
e così morto l'ha ricognosciuto,
onde e' piangea di lui miseramente;
chi il suo fratello e chi l'amico abbraccia,
chi si percuote il petto e chi la faccia.
4.
Eravi alcun che cavava l'elmetto
al suo figliuolo, al suo cognato o padre,
poi lo baciava con pietoso affetto,
e dicea: - Lasso, fra le nostre squadre
non tornerai in Soria più, poveretto.
Che diren noi alla tua afflitta madre,
o chi sarà più quel che la conforti?
Tu ti riman cogli altri al campo morti. -
5.
Altri dicea pel camin cavalcando:
- Non si dovea tanta gente pagana
menar però così qua tapinando:
certo non era la dama sovrana
di tanto prezzo quanto or vien costando.
Ora hai tu, Manfredonio, Merediana?
Or se ne va la tua gente sbandita,
e mancò poco a lasciar qua la vita.
6.
Teco menasti tutta Pagania
come tu andassi per Elena a Troia:
or hai tu sazia la tua voglia ria?
E se' cagion che tanta gente muoia. -
E così Manfredon ne va in Soria
afflitto, sconsolato, in pianto e in noia:
così chi segue ogni sfrenata voglia
lasciando la ragion, sente alfin doglia.
7.
Orlando con Rinaldo ed Ulivieri
si ritornorno e Dodone e Morgante
con Caradoro e tutti i cavalieri
colle bandiere al vento trïunfante.
Gran festa è fatta a' cristian battaglieri
da tutto quanto il popolo affricante;
suonansi corni e trombette e tamburi,
fannosi fuochi e balli sopra i muri.
8.
Essendo molti giorni riposati,
la damigella un dì chiama il marchese;
in una cameretta sono andati;
e poi che tutta nel viso s'accese,
i suoi sospir tutti ha manifestati:
priega ch'a lei sia cavalier cortese
e che 'l suo amor negar non debbi a quella
che nel suo cor sentia mille quadrella.
9.
Ulivier dice: - Io nol farò per certo,
perché se' saracina, io son cristiano:
dal nostro Iddio so ch'io sarei diserto;
prima m'uccidi qui colla tua mano. -
Ella rispose: - S' tu mi mostri aperto
che 'l nostro Macometto iddio sia vano,
io mi battezerò per lo tuo amore
perché tu sia poi sempre il mio signore. -
10.
Ulivier disse della Trinitate
come era una sustanzia e tre persone,
di lor potenzia e di lor deïtate;
e poi gli fece una comparazione:
- Se d'essere uno e tre pur dubitate,
si mostra per essemplo e per ragione
ch'una candela accesa mille accende,
e il lume suo pure all'usato rende. -
11.
De' miracoli disse fatti al mondo
e come Lazar già resuscitassi,
come E' fu crucifisso, e nel profondo
del limbo a trar molte anime n'andassi.
Disse la dama: - Più non ti rispondo. -
E fu contenta che la battezassi.
E dopo a questo vennono alla cresima,
tanto che infine e' ruppon la quaresima.
12.
Più e più volte questa danza mena
Ulivier nostro pur celatamente:
non si ricorda più di Forisena,
che la soleva aver sempre alla mente;
e la fanciulla leggiadra e serena
ingravidata è di lui finalmente;
e nacquene un figliuol, dice la storia,
che dètte a Carlo Man poi gran vittoria.
13.
Uscendo un dì d'una zambra la dama,
Rinaldo s'accorgea di questo fatto,
ed Ulivier segretamente chiama:
- Che fai tu? - disse - Tu mi pari un matto. -
Ulivier gli contò tutta la trama
com'ella è battezata e con che patto.
Rinaldo disse: - Se cristiana è certa,
fa' che la cosa almen vadi coperta. -
14.
Or lasciamo Ulivier fornir la danza
e riposarsi alquanto, e gli altri ancora,
e ritorniamo al signor di Maganza
Gan da Pontier, che non si posa un'ora.
Avuto avea del suo messo certanza
come impiccato fu sanza dimora
da Caradoro, onde e' n'ha gran tormento,
e pensa pur qualche altro tradimento.
15.
E perché egli era maestro perfetto,
si ricordò d'un gran re saracino,
lo quale Erminïon per nome è detto,
nimico di Rinaldo paladino,
perché Rinaldo gli fe' già dispetto
quando dètte la morte al re Mambrino,
perch'egli avea per moglie la sorella,
detta dama Clemenzia, savia e bella.
16.
Avea più tempo questa donna eletta,
come fanno le moglie col marito,
pregato che far debba la vendetta;
Erminïon non l'avea consentito,
come colui che luogo e tempo aspetta,
sì come savio, a pigliar tal partito.
Gan da Pontieri avea per alfabeto
ogni trattato palese e secreto;
17.
e dove e' possa seminar discordia,
nol ritenea pietà né conscïenzia,
ché lo facea sanza misericordia:
sapea il pensier della dama Clemenzia,
e scrisse un brieve, e dopo lunga essordia
gli ricordò l'oltraggio e vïolenzia
del buon Rinaldo, e che non debba starsi,
però ch'egli era il tempo a vendicarsi:
18.
"A te, Erminïon di gran potere,
il conte Gan mille salute manda
sempre parato a ogni tuo piacere,
ed umilmente a te si raccomanda.
Credo tu debbi ogni cosa sapere
dove Rinaldo si truovi e in qual banda,
e com'egli è sbandeggiato di corte;
e dètte al re Mambrin pur già la morte.
19.
Pel mondo va come un ladron di strada;
Orlando è seco e Dodon per ventura,
ed Ulivier con lui credo ancor vada:
non ti bisogna aver di lor paura.
Lascia il tuo regno ed ogni tua contrada,
a Montalban te ne vieni alle mura:
Alardo e Ricciardetto v'è a guardarlo,
e non potre' più in odio avergli Carlo.
20.
Se tu vien presto col tuo assembramento,
in poco tempo so che 'l piglierai:
gente non v'è ne vettovaglia drento;
e in questo modo ti vendicherai;
però che fe' pur troppo tradimento
ucciderlo nel modo che tu sai.
Io te lo scrivo per antico amore;
e so che vuole il nostro imperadore.
21.
E' si vorrebbe dinanzi levare
tutti que' della casa di Chiarmonte,
ma con suo onor non l'ha potuto fare;
ora ha sbandito Rinaldo col conte
per fargli sol, se può, mal capitare;
e se tu vien colle tue gente a fronte,
Carlo sarà giustificato in tutto
che per tua man sia Montalban distrutto".
22.
La lettera suggella e manda il messo
che non debba posar notte né giorno;
e se farà il suo debito, ha promesso
cento talenti Gan nel suo ritorno.
Il messaggier vuol far quel ch'è interesso:
sùbito tolse la taschetta e 'l corno,
e dopo lungo e spiacevol camino
si rappresenta al gran re saracino.
23.
Erminïone a questo pose orecchio
e tutte le ragion gli son capace,
benché cognosca Gan traditor vecchio;
dama Clemenzia questo assai gli piace.
E finalmente feciono apparecchio
di gente franca saracina audace:
ben centomila sotto un gonfalone
in poco tempo accozza Erminïone.
24.
E poi che tutti furono assembrati,
con trentamila giunse un amirante,
e d'archi sorïani erano armati,
e per nome si chiama Lïonfante;
avea per arme due lïon dorati
nel campo azurro, e ciascun par rampante;
era venuto sanza aver richiesta,
e molto Erminïon ne fece festa,
25.
ed arrecossi in buono augurio e segno
la sua venuta e quella gente franca.
L'arme d'Erminïon famoso e degno
nel campo rosso era un'aquila bianca,
salvo ch'aveva un altro contrassegno,
una rosetta sopra l'alia manca.
E Fieramonte, suo fratello adorno,
appella Erminïone, e Salincorno;
26.
e disse a Salincorno: - Tu verrai
in Francia bella; e tu, mio Fieramonte,
la mia corona in testa serberai,
tanto mi fido alle virtù tue pronte,
né mai del regno ti dipartirai
fin che passare in qua mi vedrai il monte:
a te confido tutto il mio reame,
e la giustizia fa' che osservi ed ame. -
27.
Dama Clemenzia d'allegrezza ha pieno
il core, e fece al messaggier di Gano
nel suo partir donare un palafreno;
cento bisanti poi gli pose in mano,
e d'un bel drappo splendido e sereno
gli dètte un ricco e gentil caffettano,
e disse: - Questo per mio amor ne porta.
Saluta Gan mille volte e conforta. -
28.
Erminïon gli fe' donare ancora
molte cose leggiadre alla moresca;
e 'l messaggier partì sanza dimora
colla risposta, e non par che gl'incresca.
La qual risposta Ganellon rincora
come il nocciolo arà tosto la pèsca,
e come centotrentamila avea
di cavalieri, e come e' si movea.
29.
In pochi dì ritornò il messaggieri
ed al suo Ganellon si rappresenta;
Gan la risposta lesse volentieri
quando sentì di centomila e trenta.
Disse il messaggio: - O signor da Pontieri,
di quel che m'hai promesso or mi contenta.
Erminïon non vuol di lui mi lagni. -
E mostrò i don c'ha ricevuti magni.
30.
Gan gli donò quel che promesso avea,
e tutto pien d'allegrezza era quello;
a Montalbano a Guicciardo scrivea
che ne veniva Orlando e 'l suo fratello,
e presto sarà in Francia; e ciò facea
per certa astuzia, il maladetto e fello,
perché e' tenessin la terra e le mura
più sprovvedute e stien sanza paura.
31.
Intanto Erminïon si mette in punto:
apparecchiò navil gran quantitate;
e come e' vide il vento per lui giunto,
sùbito furon le vele gonfiate,
e giorno e notte non si posa punto.
Le navi a salvamento son giostrate,
e in pochi dì questa brigata magna
si ritrovava ne' porti di Spagna.
32.
Fu la novella sùbito a Marsilio
come in Ispagna è venuta gran gente;
maravigliossi di questo navilio
e cominciava a temer fortemente;
ebbe consiglio e tutto il suo concilio,
e manda imbasceria subitamente
che lo debba avvisare Erminïone
della venuta sua che sia cagione.
33.
Erminïon rispose come saggio
che inverso Francia con sua gente andava
per vendicarsi d'un antico oltraggio,
e come il passo sol gli domandava,
ch'a' suoi paesi non faria dannaggio.
Marsilio della impresa il confortava.
E presto fu avvisato Carlo Mano
come e' passava gran popol pagano.
34.
Carlo, sentendo sì fatta novella,
non ebbe alla sua vita un tal dolore;
Turpino e Namo e Salamone appella
e raccontava del fatto il tinore,
dicendo: - Orlando non sarà qui in sella,
non c'è Rinaldo, onde e' mi triema il core,
né Ulivier, il nostro paladino.
Che faren noi, o Namo, o mio Turpino?
35.
Or si cognosce il mio nipote caro,
or si conosce Rinaldo e 'l marchese! -
Turpino e gli altri insieme s'accordaro
che si dovessi stare alle difese,
e in questo modo Carlo confortaro.
Namo per tutti le parole prese,
dicendo: - Le città difenderemo,
e intanto aiuto al papa chiederemo. -
36.
Per tutta Francia fecion provedere
le città, le fortezze e le castelle,
ed ordinorno mandar messaggiere
al papa a dir le cattive novelle.
Intanto Erminïon con sue bandiere
presso a Parigi son sopra le selle,
e fan tremare e 'l monte e la pianura,
e tutto il regno sta con gran paura;
37.
e pel paese trascorrendo vanno,
rubando, ardendo e pigliando prigioni,
e mettono ogni cosa a saccomanno:
dove e' s'abbatton questi mascalzoni
in ogni parte facevon gran danno.
Erminïon fra tutti i suoi baroni
elesse Lïonfante, che ponessi
a Montalbano il campo e intorno stessi.
38.
E lui si stette con sue gente al piano
appresso a poche leghe di Parigi;
e manda imbasciadore a Carlo Mano
a dir che gli movea questi litigi
per vendicar Mambrin, degno pagano,
e Montalban disfare e San Dionigi;
e Mattafolle fu suo imbasciadore,
un re pagan che non gli triema il core.
39.
Giugnendo a Carlo Man quel Mattafolle
fe' come matto e folle veramente:
ché quando e' gli ebbe detto quel che volle,
e' cominciò a minacciarlo aspramente.
Carlo pur rispondea timido e molle.
Astolfo a questo non fu pazïente:
trasse la spada fuor con gran tempesta
per dare a Mattafolle in su la testa.
40.
Ma non poté perché e' lo prese Namo,
e disse: - L'onestà questo non vuole,
che a 'mbasciadore oltraggio noi facciamo.
Lascialo far, ché fa come far suole,
sì che al suo re non ne faccia richiamo. -
Mattafolle tagliava le parole,
e disse: - Astolfo, in sul campo ti voglio,
e forse abbasserò questo tuo orgoglio. -
41.
E dipartissi da Carlo adirato,
benché il Dusnamo si scusassi assai.
Al grande Erminïon si fu tornato,
e disse: - La 'mbasciata tua contai,
e molto fui da 'Stolfo ingiurïato;
ond'io ti priego, s'a te piacqui mai,
che domattina sia contento io m'armi,
e vo' con tutti i paladin provarmi. -
42.
Rispose Erminïon: - Tu non sa' bene
ancor chi sieno i paladin di Francia,
e per questa cagion sì spesso avviene
che molti n'hanno forata la pancia.
Sappi che Carlo Man questi non tiene,
se non fussino ognun provata lancia.
Tu ti potrai provar, se n'hai pur voglia;
ma guarda ben che mal non te ne coglia.
43.
E se non v'è Rinaldo ed Ulivieri,
e se non v'è Orlando tanto forte,
e' v'è quel valoroso e franco Uggieri
ch'a tanti saracin data ha la morte,
e quel famoso e degno Berlinghieri,
Ottone, e tanti altri baroni in corte.
Per mio consiglio al campo ti starai;
pur, se ti piace, a tuo modo farai. -
44.
Astolfo in quella notte cavalcòe
inverso Montalban tutto soletto:
perché e' non v'è Rinaldo, dubitòe
d'Alardo, di Guicciardo e Ricciardetto.
Ma giunto ove era il campo, riscontròe
certi pagani e fu preso in effetto,
e fu menato preso all'amirante,
ch'era chiamato il fiero Lïonfante.
45.
Lïonfante comincia a domandare
di Carlo, di sua gente e sua possanza;
e la cagion che vengon per guastare
Montalban, come tosto avea speranza,
dice che voglion Mambrin vendicare,
perché Rinaldo fe' troppa fallanza
a tradimento uccider quel signore,
e mancò troppo, al suo parer, d'onore;
46.
e che per questo saria tanta guerra,
per vendicar questo peccato antico.
A lui rispose il signor d'Inghilterra:
- Ascolta, Lïonfante, quel ch'io dico.
Pel mio Gesù, che chi dice ciò erra,
perché e' l'uccise come suo nimico
a corpo a corpo e sanza tradimento,
e non vi fu difetto o mancamento. -
47.
E raccontò la cosa in tal maniera
che Lïonfante restò pazïente,
e disse: - Poi ch'io so la storia vera,
per mia fé, ora, ch'io ne son dolente
aver condotta qua la mia bandiera:
esser vorrei in Soria con questa gente,
ché poi ch'a tradimento e' non fu morto,
Erminïon, per Macometto, ha il torto.
48.
Io conobbi Rinaldo già in Ispagna,
e per mia fé, mi parve un uom gentile,
da non dovere aver questa magagna
di far con tradimento opera vile;
anzi pareva una persona magna
e franco e forte e giusto e signorile.
E increscemi di lui che non ci sia;
ma per me tanto oltraggiato non fia;
49.
e s'io potessi Montalban pigliarlo,
io nol farò, pel giusto iddio Apollino;
e in qualche modo si vorria avvisarlo
che ritornassi in qua col suo cugino.
Ma dimmi, prigionier col quale io parlo,
se tu se' cavaliere o paladino. -
Astolfo il nome suo gli disse allora;
il perché Lïonfante assai l'onora;
50.
e fece accompagnarlo alla cittate.
Era quel Lïonfante un uom discreto:
mandò con lui molte sue gente armate
fino alle mura, e poi tornano indrieto.
Astolfo truova le porte serrate:
furono aperte, e molto ognun fu lieto.
E Ricciardetto, quando ha questo inteso,
parve dal cor gli levasse ogni peso.
51.
E domandò se sapeva nïente
del suo fratello, e disse come Gano
gli aveva scritto molto chiaramente
Rinaldo saria tosto a Montalbano.
Astolfo indovinò subitamente
la sua malizia, e scrisse a Carlo Mano
che certo il traditor di Gano è quello
ch'avea condotto là quel popol fello.
52.
Gano in que' dì parea maninconoso
più ch'alcun altro di sì fatto assedio,
e spesso il viso facea lacrimoso,
dicendo: - Carlo, io non veggo rimedio
a Montalbano, ond'io ne sto doglioso:
credo che poco vi staranno a tedio. -
E poi la notte nel campo avvisava
Erminïon, ciò che Carlo ordinava.
53.
Carlo un dì per ventura vide indosso
a quel corrier ch'egli aveva mandato
al re pagano, un certo vestir rosso
di camuccà, ch'e' gli aveva donato,
e fra se stesso diceva: "Io non posso
pensar donde costui l'abbi arrecato";
e domandonne alcuna volta Gano
ond'egli avessi quel vestire strano.
54.
Gan gli avea detto: - A questi dì il mandai
nel tal paese, per saper d'Orlando
novelle; e perché poco ne spiai,
non te lo dissi; e 'l messaggier, tornando,
per quel ch'io intesi, ché nel domandai,
un dì in un bosco un pagano scontrando,
credo che disse lo fece morire,
e trassegli di dosso quel vestire.
55.
Vera cosa è ch'io scrissi a questi giorni
a Ricciardetto per dargli conforto:
"Rinaldo e gli altri paladini adorni
sappi che in Francia saranno di corto":
questo è perché e' non credon mai che torni
ed hanno dubitato che sia morto. -
Carlo ogni cosa nella mente avea,
e 'l messaggier d'Astolfo allor giugnea;
56.
e non credette a quel ch'Astolfo scrisse,
perché il parlar di Gan si riscontrava;
e risposegli indrieto, e così disse,
quand'egli scrisse questo, se sognava
a dir ch'Erminïon per Gan venisse:
così Fortuna Carlo traportava;
o forse ch'era permesso dal Cielo
ciò che Gan dice gli paia il Vangelo.
57.
Or ritorniamo a Mattafolle un poco:
egli era contro Astolfo inanimato
per quel che fe', che non gli parve giuoco.
La mattina seguente si fu armato,
però che l'ira riscaldava el fuoco.
Così soletto si fu invïato,
e venne presso al muro di Parigi,
dove è la chiesa detta San Dionigi;
58.
ed un suo corno cominciò a sonare,
chiamando Astolfo che debba venire
se vuol con esso in sul campo giostrare.
Carlo comincia col Dusnamo a dire,
e Salamon, quel che par lor di fare,
se Mattafolle si debba obedire;
e finalmente per partito prese
ch'a lui si mandi il possente Danese.
59.
E 'l Danese s'armò con gran furore;
e 'l suo caval d'acciaio era guernito.
Chiese licenzia, e dallo imperadore
subitamente e dagli altri è partito.
Vide dove è Mattafolle il signore,
che rifaceva col corno lo 'nvito:
maravigliossi che 'l vide soletto
e non pareva ch'avessi sospetto.
60.
Giugnendo a Mattafolle, il franco Uggieri
lo salutò con un gentil saluto;
poi gli diceva: - O nobil cavalieri,
per combatter con noi se' qua venuto?
Io sono stato per tutti i sentieri
de' saracini, e mai non fu' abbattuto.
Che pensi tu, con ispada o con lancia
esser venuto acquistar fama in Francia?
61.
Io son de' paladini il più codardo,
e non ti stimo, pagano, un bisante.
Se tu se' pur, come credi, gagliardo,
prendi del campo, barone affricante. -
Rispose il saracin: - Per certo io guardo
se tu se' quel cavaliere arrogante
che mi volesti far villania in corte,
per darti in ogni modo oggi la morte. -
62.
Disse il Danese: - Troppa pazïenza
ebbe con teco il nostro imperadore,
che ti dovea punir di tua fallenza,
se stato tu non fussi imbasciadore.
Colui che fare ti volea violenza
Astolfo è, d'Inghilterra alto signore.
Io son chiamato per nome Danese.
Il saracino allor del campo prese.
63.
Poi che fu dilungato il saracino
più d'una arcata, volse il suo cavallo;
dall'altra parte il franco paladino
tosto tornava indrieto a contastallo;
furno scontrati a mezzo del camino,
e nessun pose la sua lancia in fallo.
Ma del Danese la lancia spezzossi
sopra lo scudo, e quel pagan piegossi.
64.
Il saracin ferì con maggior forza
sopra lo scudo il possente barone:
passollo tutto, e trovava la scorza
della corazza, e passala e 'l giubbone;
Uggier piegossi ora a poggia ora a orza,
e finalmente cadde dell'arcione.
Re Mattafolle, quando in terra il vide,
maravigliossi e di ciò forte ride;
65.
e disse: - Or non vo' più che tu ti vanti
che mai più non cadessi del destriere;
e di' che ci hai provati tutti quanti!
provato non m'avevi, cavaliere.
Vedi che Cristo e tutti i vostri santi
non t'han potuto aiutar di cadere.
Renditi a me, come tu dèi, prigione. -
Disse il Danese: - Questo è ben ragione. -
66.
La spada per la punta il paladino
dètte al pagan che l'aveva abbattuto.
Menollo in San Dionigi il saracino,
e disse: - Qui t'aspetta, ché è dovuto. -
Poi cominciava: - O figliuol di Pipino,
sappi ch'Uggier della sella è caduto
e per prigion l'ho messo in San Dionigi.
Mandami un altro baron di Parigi. -
67.
Quando udì Carlo risonare il corno,
non fu mai più dolente alla sua vita,
e ragguardava per la sala intorno
dove era la sua gente sbigottita.
Dusnamo e gli altri tutti consigliorno
che, poi che 'l saracin così gl'invita,
un altro cavalier mandar bisogna,
se non che gli saria troppa vergogna;
68.
ed accordârsi che v'andassi Namo.
Namo v'andò, sì come gli fu imposto.
Giugnendo a Mattafolle, così gramo,
lo salutò e dissegli discosto:
- Prendi del campo; alla giostra vegnamo,
ché dir parole assai non son disposto. -
Il saracin, che la sua voglia intende,
subitamente allor del campo prende.
69.
Namo si volse tutto furïoso:
e' si credette inghiottir Mattafolle;
giunse allo scudo un colpo poderoso:
l'aste si ruppe, ché passar nol volle,
e 'l saracin, ch'è forte ed animoso,
nulla non par che dell'arcion si crolle;
e prese il savio duca a mezzo il petto
e della sella lo cavò di netto.
70.
Namo si vide superato e vinto,
e così disse: - Io ti comincio a credere,
poi che tu m'hai fuor dell'arcion sospinto,
ch'ogni altro saracin tu debba eccedere. -
E 'l brando presto dallato ebbe scinto,
e disse: - A te prigion mi vo' concedere. -
Disse il pagano: - Or, se non t'è fatica,
il nome tuo, baron, vo' che mi dica. -
71.
Namo rispose: - Questo poco importa.
Sappi ch'io sono il duca di Baviera. -
Disse il pagan: - Per Macon, ti conforta,
ch'onorato sarai fra la mia schiera. -
Di San Dionigi il condusse alla porta,
dove il Danese nostro prigione era;
e ritornossi al campo e 'l corno suona,
Carlo sprezzando e sua santa corona.
72.
Era Carlo a vederlo cosa oscura,
e tutti i suo' baron similemente;
ognuno avea già in Parigi paura.
Berlinghier nostro, quando il corno sente,
tosto apportar si facea l'armadura,
e montò sopra il suo destrier possente.
Nella sedia fatal rimase Carlo,
e' suoi baron dintorno a confortarlo.
73.
La lancia di ciresse aveva in mano,
la spada allato, e cintosi un trafiere;
brocca il cavallo e giugneva al pagano
a lanci e salti, che pare un levriere,
e disse: - Se' tu quel baron villano
che così sprezzi il famoso imperiere?
Se tu sapessi chi sotto è in queste armi,
tosto perdon verresti a domandarmi.
74.
Se tu scampi da me, tu sarai il primo,
tanti n'ho morti già con questa spada:
non domandar s'ogni peluzzo cimo
con essa in aria, in modo par che rada. -
Disse il pagan: - Per Macon, poco stimo
chi troppo sta la notte alla rugiada!
Manda pel prete e fa' trovare i moccoli,
ché tu mi pari una bertuccia in zoccoli. -
75.
Berlinghier si crucciò come un dïavolo,
e disse al saracin: - Matto uom bestiale,
che se' tu uso a mangiar, crusca e cavolo?
Co' pazzi sopra il carro trïonfale!
Non potre' farlo Macone o 'l suo avolo,
o Apollin, ch'io non ti facci male. -
Disse il pagan, poi che molto ebbe riso:
- Deh dimmi un poco, hai tu sotto altro viso? -
76.
Rispose Berlinghier: - Non più parole:
e' ti parrà ch'io sia come un gigante.
Il molto rider segno esser non suole
però di cavalier saggio o prestante.
Non so quel che tu di', rugiada o sole,
e zoccoli non ho sotto le piante;
ma nella punta del mio brando forte
so ch'io vi porto, baron, la tua morte.
77.
Sares' tu mai Rinaldo o quel marchese
ch'ha tanta fama al mondo o 'l conte Orlando, -
disse il pagano - o puoi più che 'l Danese,
che nella punta la morte hai del brando?
Deh, fammi il nome tuo, se vuoi, palese. -
Berlinghier gli rispose minacciando:
- Non son Rinaldo, Orlando o Ulivieri,
ma il franco e forte e gentil Berlinghieri. -
78.
Il saracin, sentendo nominarlo,
rispose: - Sia nel nome di Macone!
Dunque tu se' de' paladin di Carlo:
so che non tien sì fatto compagnone
in corte, se non usa di provarlo.
Io t'ho squadrato dal capo al tallone
per veder quanto discosto gittarti
voglio in sul campo, e in su l'erba posarti.
79.
Prendi del campo, ch'io scoppio di ridere
pensando, cavalier, quel che tu hai detto,
che tu mi creda, così al primo, uccidere:
non potre' farlo tu, né Macometto!
Se tu non soldi gente da dividere
ovver se tu non voli, io ti prometto
in San Dionigi, cavalier di Francia,
portarti in sulla punta della lancia. -
80.
Rispose Berlinghier: - Degli altri matti
ho gastigati a' miei dì mille volte,
e te gastigherò. Vegnamo a' fatti,
ché le parole tue paiono stolte. -
Disse il pagano: - Io vo' far questi patti:
che tu mi lascia sol due dita sciolte
e mettami in un sacco il resto tutto,
e mosterrotti ch'io ti stimo un putto.
81.
Prendi del campo - disse Berlinghieri:
- forse che tu ti troverrai in un sacco. -
E sùbito rivolse il suo destrieri,
dicendo: - Mattafolle, tu m'hai stracco:
tu se' come tu hai nome, e volentieri
non gittian qui le perle in bocca al ciacco. -
E 'l saracin del campo prese e tolse,
poi con la lancia a Berlinghier si volse.
82.
Berlinghier ne venìa come un colombo,
e 'l saracin ne vien come un falcone:
da ogni parte si sentiva il rombo
de' lor destrier, ch'ognun pare un rondone;
poi lasciaron cader le lance a piombo,
ognuno in resta la sua tosto pone.
Ma quella del cristian, che è di ciresse,
tosto si ruppe e pel colpo non resse.
83.
Il saracin ferì sopra lo scudo
Berlinghier nostro e come fussi cera
sùbito il passa, e 'l ferro acuto e ignudo
passò la corazzina e la panziera:
fino alla carne andò quel colpo crudo;
e perché soda e verde la lancia era,
per la percossa che fu molto acerba
Berlinghier franco si trovò in su l'erba.
84.
E in su la punta più di dieci braccia
lo portò in aria, e poi lo lasciò andare,
e disse: - Sempre avvien che chi minaccia
ne suol la pace a casa poi portare. -
Berlinghier mano alla sua spada caccia,
e volle la battaglia rappiccare;
sùbito del terren ritto si getta
per far di Mattafolle aspra vendetta.
85.
Ah! - disse il saracin - tu falli troppo:
usanza è sempre di gentil baroni
che que' che son caduti al primo intoppo
porghino il brando e diensi per prigioni.
Or ch'io t'ho vinto, fracassato e zoppo,
a quel che vuol la giustizia t'opponi,
ed hai cavato fuor lo spadaccino:
questa usanza non è di paladino!
86.
Io t'avevo sentito ricordare
fra tutti gli altri un cavalier virile
che non sapessi in nessun modo errare,
onesto, saggio, pulito e gentile;
or fatto m'hai di te maravigliare:
questo mi pare un atto stato vile. -
Rispose a Mattafolle Berlinghiere:
- Io ti darò col brando e col trafiere. -
87.
Mattafolle non ebbe pazïenza,
e disse: - Poi che tu se' in tanto errore,
io ti gastigherò di tua fallenza. -
E punse sopra i fianchi il corridore;
dèttegli un colpo di tanta potenza
sopra l'elmetto, dice l'aütore,
che Berlinghieri in terra inginocchiossi,
e non sapeva in qual mondo si fossi,
88.
Renditi tu prigion? - diceva allora
il saracino. - Oì - tosto rispose
il paladin sanza far più dimora;
e 'l brando per la punta in man gli pose.
Ed ècci un aüttor che dice ancora,
e così truovo nell'antiche chiose,
che ginocchion lo fe' star quel che volle
colle ginocchia ignude Mattafolle,
89.
e disse: - Questo sia pel tuo peccato,
ché tu volevi far le fusa torte. -
E poi che gli ebbe il suo brando pigliato,
non per la punta, ché v'era la morte,
anzi dal pome, come e' gli fu dato,
lo misse drento a quelle sante porte
di San Dionigi; e Namo, che vedea
il suo figliuol prigion, seco piangea.
90.
Era d'ogni eccellenzia e di costume
Berlinghier sopra tutti un uom dabbene,
di gentilezza una fonte, anzi un fiume,
a luogo e tempo, come si conviene,
tanto che scritto n'è in più d'un volume.
Or se lo stil della ragion non tiene,
è che cognobbe ch'ogni gentilezza
perduta è sempre a chi quella non prezza;
91.
e reputava Mattafolle un matto
come il nome sonava veramente,
da non servàgli né ragion né patto:
così lo scusa ognun che è sapïente.
Poi, se gli fussi rïuscito il tratto,
era salvato Carlo e la sua gente;
e lecito ogni cosa è per la fede:
adunque chi lo 'ncolpa il ver non vede.
92.
Carlo sentì ritoccare il cornetto,
e disse: - Questo mi par tristo segno:
caduto è Berlinghier tanto perfetto;
non so chi abbi a' suoi colpi ritegno:
venuto è questo pagan maladetto
per distrugger mia gente e tutto il regno. -
Avin s'armò, sentendo che 'l fratello
era abbattuto, per vendicar quello.
93.
Avin si ritrovò sopra la terra.
Venne in sul campo il valoroso Ottone,
il famoso signor là d'Inghilterra,
e finalmente si trovò prigione:
tutti gli abbatte il saracin da guerra.
Venne Turpino, Gualtier da Mulione,
Salamon di Bretagna e 'l buono Avolio:
tutti prigion n'andâr cheti come olio.
94.
Di Normandia il possente Riccardo
venne in sul campo, e con gran sua vergogna
al primo colpo rimase codardo.
Tosto s'armava Angiolin di Guascogna:
volle provar come e' fussi gagliardo,
e ritrovossi come gli altri in gogna.
Carlo rimase sconsolato tutto,
veggendo il popol suo così distrutto.
95.
Restava appunto il traditor di Gano:
Carlo non volle ch'egli uscissi fore.
Tornossi Mattafolle a Montalbano
presso alla terra, ove era il suo signore,
e presentò i prigioni al re pagano.
Erminïon fe' lor massimo onore,
e nel suo padiglion gli ha ricevuti.
Cristo del ciel vi conservi ed aiuti.
CANTARE NONO
1.
felice alma d'ogni grazia piena,
fida colonna e speme grazïosa,
Vergine sacra, umìle e nazarena,
perché tu se' di Dio nel cielo sposa,
colla tua mano insino al fin mi mena,
che di mia fantasia truovi ogni chiosa
per la tua sol benignità, ch'è molta,
acciò che 'l mio cantar piaccia a chi ascolta.
2.
Febo avea già nell'occeàno il volto
e bagnava fra l'onde i suoi crin d'auro,
e dal nostro emisperio aveva tolto
ogni splendor, lasciando il suo bel lauro
dal qual fu già miseramente sciolto;
era nel tempo che più scalda il Tauro;
quando il Danese e gli altri al padiglione
si ritrovâr del grande Erminïone.
3.
Erminïon fe' far pel campo festa:
parvegli questo buon cominciamento.
E Mattafolle avea drieto gran gesta
di gente armata a suo contentamento;
e indosso aveva una sua sopravvesta
dov'era un Macometto in puro argento;
pel campo a spasso con gran festa andava;
di sua prodezza ognun molto parlava.
4.
E' si doleva Mattafolle solo
ch'Astolfo un tratto non venga a cadere;
e minacciava in mezzo del suo stuolo,
e porta una fenice per cimiere.
Astolfo ne sare' venuto a volo
per cadere una volta a suo piacere;
ma Ricciardetto, che sapea l'omore,
non vuol per nulla ch'egli sbuchi fore.
5.
Carlo mugghiando per la mastra sala
come un lïon famelico arrabbiato
ne va con Ganellon, che batte ogni ala
per gran letizia; e spesso ha simulato,
dicendo: - Ah lasso, la tua fama cala!
Or fussi qui Rinaldo almen tornato!
Ché se ci fussi il conte ed Ulivieri,
io sarei fuor di mille stran pensieri. -
6.
E dicea forse il traditore il vero,
ché se vi fussi stato pur Rinaldo,
al qual non può mostrar bianco per nero,
morto l'arebbe come vil ribaldo.
Carlo diceva: - Io veggo il nostro impero
ch'omai perduto ha il suo natural caldo,
poi che non c'è colui ch'era il suo core,
cioè Orlando; ond'io n'ho gran dolore. -
7.
Lasciàn costor chi in festa e chi in affanno,
e ritorniamo a' nostri battezati
che col re Carador dimora fanno,
e de' paesi ch'egli hanno lasciati
e delle guerre mosse lor non sanno.
Eron più tempo lietamente stati
col re pagano, e pur volean partire,
e cominciorno un giorno così a dire:
8.
Assai con teco abbiàn fatto dimoro
ed onorati da tua corte assai:
la tua benedizion, re Caradoro,
dunque ci dona, e in pace rimarrai.
Del tempo che perduto abbiam, ristoro
sarà buon fare, e me' tardi che mai:
qualche paese ancor cercar vogliamo
prima che in Francia a Carlo ritorniamo. -
9.
Carador consentì la lor partita
e ringraziògli con giusti sermoni,
dicendo: - Il regno mio sempre e la vita
in tutto è vostro, degni alti baroni. -
Poi fe' venir la donzella pulita
e fece lor leggiadri e ricchi doni.
Ma la fanciulla chiamò poi da canto
Ulivier nostro, faccendo gran pianto,
10.
dicendo: - Lassa, io non ho meritato
che m'abbandoni, mio gentile amante!
Dove lasci il cor mio sì sconsolato?
Tu mi dicevi sempre esser costante;
or tu ti parti, ed io non so in qual lato
da me ti fugga, in Ponente o in Levante;
e quel che sopra tutto m'è gran duolo
è del tuo sventurato e mio figliuolo.
11.
Vedi che sola e gravida rimango
sanza sperar più te riveder mai;
però del mio dolor con teco piango.
Ma questa grazia mi concederai:
che, poi che pur di duol la mente affrango,
con teco insieme me ne menerai;
e in ogni parte ove tu andrai cercando
ne vo' con teco venir tapinando. -
12.
Ulivier confortava la donzella,
e dice: - Dama, e' non passerà molto,
com'io son ricondotto in Francia bella,
ch'a te ritornerò con lieto volto;
però non ti chiamar sì tapinella,
ch'io son legato e mai non sarò sciolto;
e 'l figliuol nostro, quando sarà nato,
per lo mio amor ti sia raccomandato. -
13.
Con gran sospir lasciò Meredïana
Ulivier certo in questa dipartenzia,
con isperanza, al mio parer, pur vana.
Re Carador con gran magnificenzia,
con molta gente dintorno pagana,
poi che più far non poté resistenzia,
gli accompagnò con tutta sua famiglia
fuor della terra più di dieci miglia.
14.
Pur finalmente toccò lor la mano
e quanto può di nuovo a lor s'è offerto.
Via se ne vanno per paese strano;
e come e' furno entrati in un deserto,
subitamente quel lïon silvano
da lor fu disparito, e questo è certo,
e volse a tutti in un punto le spalle
e fuggì via per una oscura valle.
15.
Disse Rinaldo: - Caro cugin mio,
vedi il lïon come è da noi sparito!
Questo miracol ci dimostra Iddio:
non è sanza cagion così fuggito;
ma quel Signor ch'è in ciel verace e pio
a qualche fine buon l'ha consentito. -
Rispose Orlando: - Se 'l tuo dir ben noto,
molto se' fatto, al mio parer, divoto.
16.
Lascialo andar con la buona ventura,
ché 'l suo partir più che 'l venir m'è caro
ché molte volte m'ha fatto paura. -
Così molte giornate cavalcaro
tanto ch'al fin d'una lunga pianura
un giorno in Danismarche capitaro:
questo paese Erminïon tenìa
ch'a Montalbano è con sua compagnia.
17.
Poi ch'egli ebbon salito sopra un monte,
si riscontrorno in saracini armati;
e poi che furno più presso da fronte,
furon da questi baroni avvisati
che il lor signor si chiama Fieramonte,
e quattromila avea seco menati,
uomini tutti maestri da guerra,
ch'a vicitare andava una sua terra.
18.
Questo è colui che Erminïon lasciòe,
quando e' partì, per guardia del suo regno.
Fieramonte Baiardo riguardòe:
sùbito sù vi faceva disegno;
verso Rinaldo in tal modo parlòe:
- Deh, dimmi, cavalier famoso e degno,
onde aves' tu questo caval gagliardo? -
E finalmente gli chiedia Baiardo.
19.
Dicea Rinaldo: - Assai me l'hanno chiesto,
ma a nessun mai non lo volli donare. -
Disse il pagan: - Se tu non vuoi far questo,
deh, lasciamelo un poco cavalcare. -
Rinaldo intese la malizia presto,
e disse: - Un bello essemplo ti vo' dare,
saracin, prima ch'io ti dia il cavallo. -
E raccontò della volpe e del gallo:
20.
Andandosi la volpe un giorno a spasso
tutta affamata, sanza trovar nulla,
un gallo vide, in su 'n un arbor, grasso,
e cominciò a parer buona fanciulla
e pregar quel che si faccia più basso,
ché molto del suo canto si trastulla.
Il gallo sempliciotto in basso scende.
Allor la volpe altra malizia prende,
21.
e dice: "E' par che tu sia così fioco;
io vo' insegnarti cantar meglio assai:
questo è che tu chiudessi gli occhi un poco:
vedrai che buona voce tu farai".
Al gallo parve che fussi un bel giuoco.
"Gran mercé" disse "che insegnato m'hai";
e chiuse gli occhi e cominciò a cantare
perché la volpe lo stessi ascoltare.
22.
Cantando questo semplice animale
con gli occhi chiusi, come i matti fanno,
la volpe, come falsa e micidiale
tosto lo prese sotto questo inganno,
e dové poi mangiarsel sanza sale.
Così interviene a que' che poco sanno;
così faresti tu, chi ti credessi:
ben sarei sciocco se 'l caval ti dessi.
23.
Se vuoi giostrarlo, io sono al tuo comando:
se tu m'abbatti per la tua virtù
su questo prato con lancia o con brando,
sia tuo il caval, non se ne parli più. -
Fieramonte rispose rimbrottando,
e disse. - Poltonier, che parli tu?
come hai tu tanto ardir, matto villano?
Quel che tu di' nol direbbe il Soldano!
24.
Se tu sapessi ben con chi tu parli,
non parleresti così pazzamente;
quantunque io soglio, i pazzi, gastigarli.
Il mio fratello Erminïon possente
farebbe a tutta Francia e sette Carli
guerra, come or vi fa colla sua gente;
ch'a Montalbano ha posto già l'assedio,
tanto che Carlo non ha alcun rimedio;
25.
e tante schiere e giganti ha menati,
per la vendetta far di quel Mambrino
ch'uccise il fior de' traditor nomati,
Rinaldo, che pel mondo or va meschino;
e sbattezar vuol tutti i battezati. -
Disse Rinaldo: - Bestial saracino,
sia chi tu vuoi, che per la gola menti,
ché mai Rinaldo non fe' tradimenti.
26.
Per forza o per amor del campo piglia:
io vo' pigliar per Rinaldo la zuffa,
ch'io so ch'egli è di sì nobil famiglia
che mai non fece tradimento o truffa. -
E detto questo, girava la briglia.
Veggendo il saracin com'egli sbuffa,
disse: "Sarebbe il diavolo costui?
Mai più smentito in tal modo non fui".
27.
Volse il cavallo e tutto acceso d'ira
prese del campo, e poi si fu voltato.
Rinaldo a l'elmo gli pose la mira
e 'l ferro della lancia v'ha appiccato,
tanto che Fieramonte ne sospira,
perché dalla collottola è passato,
sì che per gli occhi gli passò la fronte;
e morto cadde in terra Fieramonte.
28.
I saracin, che questo hanno veduto,
comincioron pel colpo a sbigottire;
e come avvien chi il signore ha perduto,
pel prato cominciâr tutti a fuggire.
Aveva un certo baron molto astuto
Fieramonte, e veggendo quel morire,
venne a Rinaldo e ginocchion si getta,
e disse: - Fatta hai, baron, mia vendetta.
29.
Se vuoi ch'io parli arditamente il vero,
io ti dirò di questo traditore
il qual tu hai morto, gentil cavaliero.
Sappi che 'l suo fratel, che è qua signore,
lo lasciò qui a governo del suo impero
e mossa ha guerra a Carlo imperadore,
e come e' disse, a Montalban si truova
per pigliar quello, e faranne ogni pruova.
30.
Poi che costui si vide qua il messere,
ha fatte cose contra ogni giustizia,
rubato il terrazzano e 'l forestiere,
mostrato in molti modi sua nequizia,
a nessun fatto ragione o dovere;
e per più chiar mostrar la sua tristizia,
s'alcun pur ne volessi dubitare,
le nostre donne cominciò a sforzare;
31.
e perché alcuno non avea pazienzia,
e' lo faceva morir di segreto,
tanto che assai per questa vïolenzia
per la paura si stavan di cheto.
Trovato ha il suo peccato penitenzia,
e tutto il popol nostro ne fia lieto.
Volle sforzare anco una mia sorella,
e non potendo, imprigionata ha quella.
32.
Se tu se' cavalier ch'abbi potesta
come mi parve veder poco avanti,
togli il cavallo e la sua sopravvesta:
noi ti faren compagnia tutti quanti,
e tutta la città ti farà festa;
noi siàn tutti baron de' più prestanti:
sanza colpo di spada o altra guerra
a salvamento ti darem la terra.
33.
Noi v'abbiàn degli amici e de' parenti:
tu ti potrai fermare in su la piazza,
e mosterren far giostre e torniamenti;
e intanto faren metter la corazza
a' più fidati, che ne fien contenti;
tu terrai a bada quella gente pazza,
e tutti saran presi così in zurro.
Ed ora il nome mio saprai: Faburro. -
34.
Allor Rinaldo rispondeva a quello:
- Prima ch'io t'abbi, Faburro, risposto
o mentre i miei compagni a questo appello,
parmi tu fermi questa gente tosto:
vedi che vanno via come un uccello;
un mezzo miglio già ci son discosto;
e sanza lor non si può far nïente. -
Disse Faburro: - Tu di' saviamente. -
35.
E cominciò a spronare un suo giannetto.
Rinaldo Orlando chiamava e Dodone
ed Ulivieri, e contava ogni effetto.
Orlando orecchio alle parole pone
e intese ciò che quel pagano ha detto,
e disse: - Forse Iddio sanza cagione
non ci ha mandati in questa parte strana,
ma per ben sol della fede cristiana. -
36.
Ma si dolea ch'e' non v'era con loro
Morgante, il quale ha lasciato Ulivieri
colla figliuola del re Caradoro,
ch'era rimaso con lei volentieri
per aspettar che tornassin costoro;
ed anco parve al marchese mestieri,
perché il figliuol di lui, quando nascessi,
re Caradoro uccider nol facessi.
37.
Meredïana avea chiesto il gigante
a Ulivier per un segno d'amore,
per ricordarsi del suo caro amante,
poi che montato fu in sul corridore;
ed Ulivieri avea detto a Morgante:
- Ben puoi restar dove resta il mio core.
Ritornerotti a veder con Orlando,
e 'l mio figliuolo e lei ti raccomando. -
38.
Di questo Orlando si doleva a morte,
dicendo: - Se Morgante mio ci fosse,
egli è tanto feroce e tanto forte
che fare' rovinar con poche scosse
il mondo, non che le mura o le porte;
a molti so faria le gote rosse.
So che saremo in sì fatto travaglio
che molto sarebbe util quel battaglio. -
39.
Faburro in questo mezzo è ritornato
ed ordinato ciò che bisognava.
Rinaldo a Fieramonte avea cavato
la sopravvesta e l'armi che portava,
e sopra il suo cavallo era montato,
tanto che tutto il pagan rassembrava.
E inverso la città sono invïati
come Faburro gli avea ammaestrati.
40.
Grande onor fanno tutti i terrazzani
a quel che credon Fieramonte sia.
Rinaldo in su la piazza a' suoi pagani
facea far giostra e festa tuttavia.
Faburro intanto menava le mani:
truova gli amici e' parenti, e dicìa
come egli è morto il lor crudo tiranno
e come ben le cose passeranno:
41.
che liberi sanz'altro impedimento
tosto saranno; e fe' sùbito armare
gran quantità, ch'ognuno era contento
di voler la sua patria liberare.
Mentre che in piazza si fa torniamento
e 'l popol tutto stava a baloccare,
giunse in un tratto con gran gente armata
Faburro, e tosto la piazza ha pigliata.
42.
E saracin che con Rinaldo sono
comincion tutti a 'nsanguinar le spade:
chi morto resta e chi chiede perdono;
e cominciorno a correr la cittade
con gran tumulto e gran furore e tuono:
già son di gente calcate le strade,
e non sapendo ignun questo trattato,
dicevan: - Fieramonte fia impazzato. -
43.
Rinaldo corse al palazzo reale
dove era la reina e' suoi figliuoli;
e come e' giunse in capo delle scale,
disse la donna: - Perché i nostri stuoli
son sì turbati, e perché tanto male?
Così far, Fieramonte mio, non suoli.
Che caso è questo e chi muove tal guerra,
che sottosopra così va la terra? -
44.
Rinaldo di Frusberta gli menòe
un colpo tal che gli spiccò la testa;
prese i figliuoli e tutti gli ammazzòe.
I saracin dicìen: - Che cosa è questa? -
E finalmente la terra pigliòe
con quella gente che drento vi resta.
Poi trasse di Faburro la sorella
della prigione, afflitta e meschinella.
45.
E poi che furno alcun dì dimorati,
e con Faburro ognun si fu scoperto
ed hanno i nomi lor manifestati,
e 'l popol vide ogni segreto aperto,
furon tutti d'accordo battezati,
rendendo a Gesù Cristo grazia e merto
che liberati gli ha da quel crudele
e fatto a sé questo popol fedele.
46.
Poi con Faburro, che sapeva il fatto,
sì ragionò dell'oste che è a Parigi,
e come Gano avea aspettato il tratto
e mosso guerra e discordia e litigi
per dare a Carlo Magno scaccomatto;
e che soccorrer si vuol San Dionigi.
Faburro s'accordò che vi si vadi
subitamente, e che più non si badi.
47.
Orlando disse: - E' mi dispiace solo
che noi lasciamo il possente gigante
a Caradoro, ond'io n'ho molto duolo. -
Disse Dodon: - Se tu vuoi, sir d'Angrante,
andrò per lui come un falcone a volo:
in pochi giorni sarà qui Morgante. -
A tutti piacque che per lui s'andassi,
e per far presto Baiardo menassi.
48.
Così fu fatto, e missesi in camino;
e tanto va questo baron gagliardo
ch'a Carador, famoso saracino,
giunse un dì in su la piazza con Baiardo.
Ricognosciuto è presto il paladino;
diceva Carador: - Se ben riguardo,
questo è Dodon che ci torna a vedere;
e quel par di Rinaldo il buon destriere. -
49.
Meredïana, che 'l cognobbe presto,
giù per la scala correva abbracciallo,
dicendo: - Dodon mio, che gaudio è questo!
Io ti cognobbi sùbito e 'l cavallo.
Ch'è d'Ulivier? Deh, fammel manifesto,
ché di saperlo ho voglia sanza fallo. -
Disse Dodone: - Ulivier tuo ti manda
molte salute, e a te si raccomanda. -
50.
Or chi vedessi la dama amorosa,
sùbito come di Dodon s'accorse,
farsi nel volto come fresca rosa,
e come presto abbracciarlo poi corse
e domandò dove Ulivier si posa,
non istarebbe del suo core in forse.
- Ch'è di Rinaldo, - dicea - baron franco?
Tu debbi, Dodon nostro, essere stanco.
51.
Ch'è di quel paladin ch'ogni altro avanza,
Orlando nostro famoso e possente?
Ché di saper di tutti ho disïanza. -
Intanto Caradoro era presente,
e salutò Dodon come è usanza;
poi domandava di tutta la gente.
Dodon rispose: - In paesi lontani
gli lasciai, in Danismarche, salvi e sani.
52.
E la cagion che a te son qui venuto
è che mi manda Rinaldo d'Amone
e 'l conte Orlando, e che bisogna aiuto
al nostro Carlo Man, ché Erminïone
a Montalban più giorni ha combattuto
ed assediato col suo gonfalone:
convien ch'io meni tue genti e Morgante. -
In questo tempo comparì il gigante,
53.
e corse presto Dodone abbracciare,
e mille volte domandò d'Orlando.
Dodon gli dice come e' vuole andare
in Francia, e come e' lo manda pregando
che in Danismarche lo vadi a trovare.
E tutti insieme vennonsi accordando
che si raguni il lor popol pagano
per dar soccorso presto a Montalbano.
54.
In pochi dì fur fatte molte squadre
per dover tutti inverso Francia gire.
Meredïana dice: - O caro padre,
non mi volere una grazia disdire:
io vo' provar le mie virtù leggiadre
in Francia, ben s'i' dovessi morire;
s'io debbo aver da te mai alcun piacere,
fa' ch'io sia capitan di nostre schiere. -
55.
Re Caradoro avea tanto disio
di ristorar del beneficio antico
Rinaldo e gli altri, che rispose: - Anch'io
m'accordo al tuo parer; però ti dico
che tu ti vadi nel nome di Dio,
perché Rinaldo è stato buono amico:
quando fu tempo, ci dètte il suo aiuto:
di ristorarlo al bisogno è dovuto.
56.
Orlando ed Ulivier se come amici
ci hanno trattati, sa tutto il mio regno,
ne' casi avversi, miseri e infelici:
adunque il priego di Dodone è degno,
e ricordar si vuol de' benefici,
ch'essere ingrato Iddio l'ha troppo a sdegno. -
Meredïana fu troppo contenta,
che in dubio stava alla risposta attenta.
57.
E poi si volse a Morgante e dicìa:
- E tu con meco, gigante, verrai. -
Dicea Morgante: - Da tua compagnia
non dubitar ch'io mi diparta mai:
così ti giuro e do la fede mia. -
Disse la dama: - Io ne son lieta assai.
Parmi mill'anni rivedere il conte
e l'ardito Rinaldo di Chiarmonte. -
58.
Questo dicea con la lingua la dama,
ma "Ulivier" diceva col suo core.
Morgante, che sapea tutta la trama,
rispose: - Dove lasci il tuo amadore,
che so che giorno e notte ancor ti chiama?
Hai tu sì tosto lasciato il suo amore? -
Disse la dama: - Ulivieri è qui meco,
però nol dissi, ed io son sempre seco. -
59.
In poco tempo furono ordinati
quarantamila, e fatte dieci schiere,
e dal re Caradoro licenziati
e date tutte al vento le bandiere;
ed eron bene in punto e bene armati,
come conviensi a ciascun cavaliere:
cavalli e scimitarre alla turchesca
e scudi e targe ed archi alla moresca.
60.
Meredïana aveva un palafreno
quartato che pareva una montagna;
e ciò che questo mangiava, orzo o fieno,
con acqua fresca prima gli si bagna;
e non era caval, ma nondimeno
e' non se gli poteva appor magagna,
se non che 'l capo aveva di serpente;
e molto destro e forte era e corrente.
61.
Questo in un bosco già facea dimoro,
e nacque d'un serpente e d'una alfana;
mugghiava forte che pareva un toro:
mai non si vide bestia così strana.
Un che lo prese il dètte a Caradoro,
e Caradoro il diè a Meredïana;
nelle battaglie sempre lo menava,
e molta fama con esso acquistava.
62.
Tanto cavalca questa franca gente
che in Danismarche alla fine arrivorno.
Quando Rinaldo la novella sente
una mattina in su l'alba del giorno,
chiamava Orlando e 'l marchese possente;
e presto quel che fussi s'avvisorno,
perché di lungi si vede il gigante
che col battaglio veniva davante.
63.
Diceva Orlando: - Ecco Morgante nostro,
ed ha con seco gran gente pagana;
e Caradoro grande amor ci ha mostro,
che la nostra amistà non sia lontana. -
Disse Ulivier: - S'egli è Morgante vostro,
dove è la bella mia Meredïana?
Io il bramo tanto, ch'io la veggo e sento,
e par ch'io sia di questo error contento. -
64.
E poi che furon più presso, vedea
Ulivier questa, che 'l passo studiava:
la qual cognobbe al caval ch'ella avea,
ovver ch'Amor così l'ammaestrava.
Meredïana, quando lui scorgea,
come stella nel viso fiammeggiava,
e del caval saltò subitamente;
ed Ulivier facea similemente;
65.
ed abbracciolla con gran gentilezza;
prima baciolla a suo modo francese.
La gentil dama per gran tenerezza
non poté salutar, tanto s'accese!
Ed Ulivier sentia tanta dolcezza
che le parole sue non sono intese,
e pur voleva dir: "Ben venga quella
che sola agli occhi miei fia sempre stella".
66.
Gran festa fu tra' pagani e' cristiani,
e molto Carador fu commendato
che si ricorda in paesi lontani
de' benefìci del tempo passato.
Dicea Faburro: - O cavalier sovrani,
sempre ho sentito un proverbio provato,
e tengol nella mente vivo e verde:
che del servire alfin mai non si perde. -
67.
Nella città più giorni si posaro;
e intanto i nuovi cristian sono in punto:
quattromila in un oste s'assembraro.
Dicea Faburro: - Or che Morgante è giunto,
è da partirsi; e molto mi fia caro,
Orlando, se tu m'ami o stimi punto,
ch'io sia di questa gente conduttore;
e mosterrotti in Francia il mio valore. -
68.
Orlando disse: - E' non è cosa ignuna
ch'io ti negassi, Faburro possente.
Allor Faburro sua gente rauna;
e poi ch'egli ebbe assettata la gente,
volle portar per insegna una luna
sur una sopravvesta riccamente
di seta bianca lavorata e d'oro,
sì che due corna pareva d'un toro.
69.
Or lasceremo il popol saracino,
il qual di Danismarche già s'è mosso,
e ritorniamo al figliuol di Pipino,
che piange e dice fra sé: "Più non posso!
Non c'è Rinaldo, non c'è il suo cugino,
e tutto il mondo qua mi viene addosso.
Non gli conobbi mentre erano in corte;
or me n'avveggo e dolgomene a morte".
70.
Gan traditor lo riguardava fiso
e con parole fitte il confortava,
e simulava uno sforzato riso:
- O Carlo, troppo di questo mi grava:
perché pur bagni di lacrime il viso? -
E trentamila de' suoi raünava,
e disse: - Io voglio andare - il traditore
- a Montalban con questi, imperadore. -
71.
E tutti a Carlo gli menava avante,
e fece suo capitano il Magagna,
dicendo: - Io voglio assalir l'amirante
con questa compagnia che è tanto magna;
e so che noi piglieren Lïonfante:
io lo farò dar, Carlo, nella ragna. -
E seppe tanto acconciar ben l'orpello
che Carlo si togliea per oro quello.
72.
A Montalban n'andò con questo inganno:
e' si pensò pigliarlo a salvamento,
e tutti all'amirante se ne vanno,
e disse: - Io ti darò per tradimento
la terra e' tuoi nimici che vi stanno,
e metterotti questa notte drento. -
Ma Lïonfante era uom troppo dabbene,
e fece quel ch'a' suoi par si conviene;
73.
e disse: - Io ti vo' dire una novella.
La volpe un tratto molto era assetata:
entrò per bere in una secchia quella,
tanto che giù nel pozzo se n'è andata.
Il lupo passa, e questa meschinella
domanda come sia così cascata.
Dice la volpe: "Di ciò non t'incresca:
chi vuol de' grossi nel fondo giù pesca:
74.
io piglio lasche di libbra, compare;
se tu ci fussi, tu ti goderesti;
io me ne vo' per un tratto saziare".
Rispose il lupo: "Tu non chiameresti
a queste cose il compagno, comare?
E forse che mai più non lo facesti?".
Disse la volpe maliziosa e vecchia:
"Or oltre, vienne, enterrai nella secchia".
75.
Il lupo non istette a pensar piùe,
e tutto nella secchia si rassetta
e vassene con essa tosto giùe;
truova la volpe che ne vien sù in fretta,
e dice il sempliciotto: "Ove vai tue?
Non vogliàn noi pescar? Comare, aspetta!".
Disse la volpe: "Il mondo è fatto a scale:
vedi, compar, chi scende e chi sù sale".
76.
Il lupo dentro al pozzo rimaneva.
La volpe poi nel can dètte di cozzo,
e disse il suo nimico morto aveva;
onde e' rispose, benché e' sia nel pozzo,
che 'l traditor però non gli piaceva;
e presela e ciuffolla appunto al gozzo,
uccisela, e punì la sua malizia:
e così ebbe luogo la giustizia.
77.
Se tradimenti hai fatti alla tua vita
già mille volte, a questa datti pace:
tu non farai di qui già mai partita
per nessun modo, traditor verace,
ch'ogni tua colpa vecchia fia punita,
ché 'l traditor per nulla non mi piace,
e piglierotti al gozzo col capresto. -
E preselo e legar lo fece presto.
78.
E poi mandò di sùbito un messaggio
a dire 'Astolfo, ch'era in Monte Albano,
che, perch'egli era di nobil legnaggio,
benché e' sia saracino e lui cristiano,
a tradimento non vuol fargli oltraggio
o in altro modo; e ch'avea preso Gano,
e impiccherallo, pur che lo consenti;
e disse tutto de' suoi tradimenti.
79.
Il messaggiero 'Astolfo se n'andòe
e disse come ha detto il suo signore,
e tutto il tradimento gli contòe.
Astolfo fece a quel messaggio onore;
e poi Guicciardo e gli altri a sé chiamòe
e referì di questo traditore,
e chiese a tutti consiglio e parere
quel che si faccia di Gan da Pontiere;
80.
e che per se medesmo gli parrebbe
che si risponda che lo 'mpicchi presto.
Poi s'accordorno che util non sarebbe,
ché 'l tempo avverso non pativa questo,
ché la sua gente si ribellerebbe,
quantunque Gan meritassi il capresto;
e ringraziorno il famoso pagano
e chiesongli di grazia vivo Gano.
81.
Astolfo dètte al messo un palafreno,
e disse: - Questo tien per amor mio. -
Il messaggier ritorna in un baleno
e raccontò d'Astolfo il suo disio.
Lïonfante, uom di gentilezza pieno,
rispose: - Come Astolfo vuol voglio io. -
E contra suo voler Gan liberava.
Gano a Parigi sùbito arrancava;
82.
e disse a Carlo, il traditor fellone,
ch'aveva fatta certa sua pensata
come ingannar potessi Erminïone;
ma poi era la trappola scoccata,
e come preso fu nel padiglione:
così la sua tristizia ha covertata,
dicendo: - Un tradimento facea doppio,
che insin di qua ne sentivi lo scoppio. -
83.
Carlo il credette ben, ché il ver dicea
che 'l tradimento doppio era ordinato.
Astolfo in questo tempo gli scrivea
come questo fellon l'avea ingannato.
Carlo all'usato a Ganellon credea,
ché così era ne' Ciel distinato;
e conferiva con lui come prima
ogni segreto, e così facea stima.
84.
Erminïon colla sua gente bella
sempre più inverso Montalbano è ito.
Era per Pasqua; giunse la novella
d'un messaggier ch'è tutto sbigottito,
tanto che, giunto, a gran pena favella;
poi disse, tutto per duolo smarrito:
- Erminïon, male novelle hai certo:
sappi tu se' col tuo popol diserto;
85.
e 'l tuo fratello è morto, Fieramonte,
ché combattendo un dì con un cristiano,
gli passò l'elmo e ruppegli la fronte;
e dice che è il signor di Montalbano,
ed ha con seco quel famoso conte
Orlando, che tremar fa il monte e 'l piano;
la città presa ed abbruciata è tutta
e la tua gente scacciata e distrutta.
86.
Faburro è quel che 'l tradimento fe':
tutti i suoi amici ha fatti far cristiani
e tutto il regno in preda a costor diè.
Gran quantità son morti di pagani
sanza trovare o rimedio o merzé:
io gli ho veduti tagliar come cani,
e la tua donna in molti affanni e duoli
uccider crudelmente, e' tuo' figliuoli.
87.
E sòtti a dir che ti vengono addosso
con ben quarantamila cavalieri,
ed era il campo, quand'io parti', mosso.
Faburro è capitan di que' guerrieri,
che di sua gente ha fatto capo grosso,
e vien con lor per mostrare i sentieri. -
Quando il pagan sentì quel ch'egli ha detto,
bestemiò forte lo iddio Macometto,
88.
e disse: - Traditor crudele e rio,
mai più t'adorerò, così ti giuro:
io vo' che Satanasso sia il mio iddio
o se v'è altro diavol più oscuro.
Che t'ho io fatto? Dove è il fratel mio
ch'io lasciai pur nel suo regno sicuro?
Dove è la donna mia ch'io ti lasciai
e' miei figliuol ch'io ti raccomandai?
89.
Che farò io, se in qua ritorna Orlando,
e se torna Rinaldo, il mio nimico?
Or verrò le mie ingiurie vendicando
contra costui del mio Mambrino antico! -
Quivi era Salincorno, e lacrimando
dicea: - Fratello, ascolta quel ch'io dico.
Dove è la fama e tua virtù fuggita?
Hai tu perduto il tuo campo o la vita?
90.
E' si conosce nell'avversitade
il savio sempre; e nel tempo felice
non si può ben veder chi ha in sé bontade:
questo sai tu ch'ognun che intende dice.
Se Fieramonte è morto e la cittade
distrutta, così misera e infelice,
tu hai qui tanta gente di tua setta
che d'ogni cosa si farà vendetta. -
91.
Erminïon per ira fe' venire
tutti i baron legati, e poi scrivea
a Carlo Magno, e manda così a dire
che gli farà morir di morte rea
con gran vergogna e con istran martìre,
se non gli dà Parigi, conchiudea,
e 'l suo tesoro e tutto il suo paese;
e che il primo impiccar farà il Danese,
92.
anzi squartar, perché e' fu già pagano
e rinnegato avea lo iddio Macone.
Il messo giunse presto a Carlo Mano
e la 'mbasciata fe' d'Erminïone.
Carlo, come uom già disperato e insano,
nulla rispose alla sua orazione;
e 'l messaggiero indrieto tornò ratto,
dicendo Carlo gli pareva un matto.
93.
Carlo, poi che 'l messaggio fu partito,
a un balcon si stava addolorato,
né sa più che si far, tutto smarrito.
Ma il suo Gesù non l'arà abbandonato:
ch'Orlando in questo tempo è comparito,
com'io dirò nell'altro mio trattato,
col suo fratello e col pagano stuolo.
Cristo sia sempre il vostro aiuto solo.
CANTARE DECIMO
1.
Te Deüm laüdamus, sommo Padre;
te confessiam Signor giusto e verace;
laudata sia la tua benigna madre;
donami grazia, Signor, se ti piace,
ch'io conduca a Parigi le mie squadre
e tragga Carlo fuor di contumace,
e ch'io ritorni ov'io lasciai il mio canto,
colla virtù dello Spirito santo.
2.
Era già presso a Parigi a tre miglia
Faburro, ch'era innanzi all'altra gente.
Mentre che Carlo voltava le ciglia,
vide le schiere e gli stormenti sente:
non sa che fussin della sua famiglia,
e più che prima fu fatto dolente;
pur, così afflitto, alla sua gente è corso
e chiama Gan che debba dar soccorso.
3.
Gano appellò il suo capitan Magagna,
e disse: - Presto alla porta n'andate,
ché nuove gente vien per la campagna:
quivi la vostra prodezza mostrate,
ché starsi drento poco si guadagna. -
Furno in Parigi molte gente armate:
ognun del caso nuovo si sconforta,
e tutti si ridussono alla porta.
4.
Faburro è giunto, valoroso, ardito,
che cavalcava un possente cavallo;
la lancia abbassa, un cristiano ha ferito
e morto in terra faceva cascallo.
Gan di Maganza incontro gli fu ito,
e disse: - Aspetta, traditor vassallo! -
La lancia abbassa e lo scudo percosse;
ma dell'arcion Faburro non si mosse.
5.
Al conte Gano un colpo della spada
dètte, che presto trovò la pianura;
molti cader ne fece in sulla strada,
tanto ch'assai ne fuggon per paura.
Gan si rilieva, e non istette a bada,
e riprovar volea la sua ventura;
e fece quel che potea, il fraudolente.
Ma in questo tempo giunse l'altra gente.
6.
Per Parigi era levato il romore,
e Carlo era montato in sul destriere.
Giunto alla porta con molto dolore,
sùbito ricognobbe le bandiere
del suo nipote Orlando e 'l corridore,
ch'avea scoperto il segno del quartiere;
e già Faburro incontro gli è venuto
e dismontato e fatto il suo dovuto,
7.
e detto: - Carlo, ch'io bramato ho tanto
di vedere una volta, or son contento.
Non dubitar, pon fine al lungo pianto:
qua è Orlando, che già presso il sento. -
Carlo si trasse per dolcezza il guanto,
e disse: - Lieva, baron d'ardimento -
ed a Faburro toccava la mano.
In questo giunse il sir di Montalbano,
8.
e saltò di Baiardo e inginocchiossi.
Ecco Ulivier che facea similmente.
Non sapea Carlo in qual mondo si fossi,
tanta allegrezza nel suo petto sente.
Non si son questi pria di terra mossi
che 'l suo nipote giugneva presente,
e saltò armato fuor di Vegliantino
e inginocchiossi al figliuol di Pipino.
9.
Carlo gli abbraccia con amor perfetto
e benedice mille volte o piùe.
Meredïana giugneva in effetto,
e dismontata poi che in terra fue
s'inginocchiò dinanzi al suo cospetto.
Disse Ulivier: - Questa crede in Gesùe,
e sua prodezza non ha pari al mondo.
Viene a veder te, imperador giocondo;
10.
ed è figliuola d'un gran re pagano,
e molta gente ha qui del suo paese,
e vengono aiutar te, Carlo Mano. -
Sùbito Carlo le braccia distese
e prese la donzella per la mano,
e ringraziolla di sì fatte imprese;
e grande onore alla gente pagana
facea far Carlo di Meredïana.
11.
Disse Ulivieri alla gentil donzella:
- Che ti par, dama, dello imperadore? -
Disse la donna grazïosa e bella:
- Degno di gloria e di pregio e d'onore;
e certo chi di sue laude favella
al mio parer non può pigliare errore;
non minuisce già la sua presenzia
la fama e 'l grido e la magnificenzia. -
12.
Carlo la fece cavalcar davante,
e poi appresso il duca borgognone.
Ecco apparir col battaglio Morgante.
Carlo guardava questo compagnone,
e disse: - Mai non vidi un tal gigante! -
Ebbe di sua grandezza ammirazione.
Morgante ginocchion lo superava,
e così Carlo la man gli toccava.
13.
Verso il palazzo Carlo s'invïòe,
più che mai fussi in sua vita contento.
Gan, come Orlando vide, si pensòe
che questo fussi il suo disfacimento;
e come disperato a sé chiamòe
Magagna e fece un altro tradimento,
dicendo: - Poi che questa gente pazza
entrata è drento, soccorriàn la piazza:
14.
gridiàn che Carlo tradimento ha fatto
e ch'egli ha dato Parigi a' pagani,
e come alcun di lor v'è contraffatto
che pare Orlando e gli altri capitani. -
E tutto il popol sollevò in un tratto;
corse alla piazza con armate mani;
e 'l popol parigin dava favore
a Gan, chiamando Carlo traditore.
15.
Non si cognosce ancor per molti Orlando
o gli altri, perché l'elmo aveano in testa.
I Maganzesi la piazza pigliando,
fu la novella a Carlo manifesta
che tutto il popol si veniva armando:
parvegli segno di cattiva festa.
Rinaldo presto correva alle sbarre
co' saracin, ch'avien le scimitarre.
16.
Furno in un tratto le sbarre tagliate
e in ogni parte ove Gan fe' serraglio;
Meredïana è tra sue gente armate,
e fe' gran cose in sì fatto travaglio;
Orlando corse coll'altre brigate;
giunse Morgante e diguazza il battaglio;
ed Ulivieri innanzi alla sua dama
dava gran colpi per acquistar fama.
17.
Rinaldo, in mezzo di que' Maganzesi,
quanto poteva Frusberta operava,
tagliando a chi i bracciali, a chi gli arnesi,
18.
e molti in terra morti ne cacciava;
molti ne fur feriti e molti presi.
Ecco il Magagna che quivi arrivava:
Rinaldo al capo un gran colpo gli mena
e féssel come tinca per ischiena.
19.
Ma poi che fu cognosciuto Rinaldo
e gli altri, ognun per paura fuggìa,
ché lo vedieno infurïato e caldo.
Tosto la piazza sgomberar facìa
dicendo: - Ove è quel traditor ribaldo
Gan da Pontier? - Ma fugge tuttavia:
non si fidò di star drento alle mura,
perch'egli avea di Rinaldo paura.
20.
Così fu presto cessato il furore.
E conosciuti i nostri buon guerrieri,
ognun gli abbraccia con molto fervore;
tutto il popol gli vide volentieri;
ognun si scusa collo imperadore;
nessun si vede di que' da Pontieri;
e con gran festa e piacere e sollazzo
tutti n'andorno a smontare al palazzo.
21.
Era venuta intanto Alda la bella
per rivedere Orlando, il suo marito.
Rinaldo una corona ricca e bella
donava a questa, ove era stabilito
un bel rubin che valea due castella:
Alda la bella col viso pulito
gran festa fe' del marito e di quello
e d'Ulivieri, il suo caro fratello.
22.
Poi che furono alquanto riposati,
queste parole Rinaldo dicìa:
- O Carlo, io non ci veggo, bench'io guati,
Uggieri o Namo o l'altra baronia.
Che n'hai tu fatto? Ha'gli tu sotterrati?
O son prigioni andati in Pagania? -
Carlo a Rinaldo sùbito ha risposto:
- Tutti son vivi, e qui gli vedrai tosto. -
23.
E raccontò come andava la guerra
e ciò ch'è stato dopo il suo partire:
come il re Erminïon Montalban serra
e' suoi baron minaccia far morire;
e come Astolfo è drento nella terra
e Ricciardetto suo, c'ha tanto ardire.
Parve a Rinaldo e gli altri il caso strano
de' paladini e sì di Monte Albano.
24.
Diceva Orlando: - Presto i paladini
si bisogna, Rinaldo, riscattare.
Io vo' che 'l campo là de' saracini
domani a spasso andiamo a vicitare,
ch'a trenta miglia son presso a' confini. -
Meredïana cominciò a parlare:
- Io vo' venir, se la domanda è degna;
e 'l mio Morgante vo' che meco vegna. -
25.
Così Faburro, e così il buon marchese.
- Vedremo un poco come il campo sta -
diceva Orlando; e 'l partito si prese.
Ognun presto apportar l'arme si fa.
Così coperti di piastra e d'arnese,
usciron tutti fuor della città
una mattina al cominciare il giorno,
e inverso Montalban la via pigliorno.
26.
Eran qualche otto leghe cavalcati,
quando a lor si scoperse il padiglione
d'Erminïon, dove stavan legati
Berlinghier nostro e Namo e Salamone
e 'l buon Danese e gli altri sventurati;
e se non fussi che 'l re Erminïone
sentito avea come Orlando venìa,
tutti impiccare e squartar gli facìa;
27.
ma dubitò di quel che gli bisogna,
dicendo: "Se morir facciàn costoro,
e' ne potre' seguir danno e vergogna;
ch'Orlando vendicar vorrà poi loro,
e metter ci potrebbe in qualche gogna
che ci darebbe qualche stran martoro.
Se vivi son, qualche bel tratto fare
si può con essi, e' prigioni scambiare".
28.
Vide tante trabacche e padiglioni,
destrier coperti d'arme rilucenti,
e sentia trombe sonare e busoni,
e far pel campo variati strumenti
per Montalban, gatti, grilli e falconi
da combattervi sù poi quelle genti;
e disse: "Erminïon, per Dio, sollecita
pigliar la terra, e parmi cosa lecita".
29.
Meredïana disse al conte Orlando:
- Se ti fussi in piacer, caro signore,
una grazia mi fa' ch'io ti domando.
Io vo' pel mezzo entrar, col corridore,
del campo tutto, e venirlo assaltando
e trapassarlo via con gran furore,
e fare un colpo degno alla mia vita -
così pregò questa dama gradita.
30.
Ma vo' che presso Morgante a me vegna,
se bisognassi pur qualche soccorso;
e forse arrecherotti qualche insegna,
anzi per certo, bench'io te lo inforso. -
Rispose Orlando: - La preghiera è degna
d'avere il campo in tal modo trascorso.
Non dubitar, sicuramente andrai;
e tu, Morgante, l'accompagnerai. -
31.
Meredïana allor prese una lancia,
brocca il caval c'ha serpentina testa,
e grida: - Viva Carlo e viva Francia! -
Quando fu tempo, misse l'aste in resta;
truova un pagano e per mezzo la pancia
gli misse il ferro con molta tempesta;
poi trasse fuori una fulgente spada
e fe' pel mezzo del campo la strada.
32.
E come morto fu questo pagano,
fu la novella a Salincorno detta
ch'egli è venuto un cavalier villano
e molti in terra col suo brando getta.
Salincorno s'armava a mano a mano,
però che far ne voleva vendetta;
verso Meredïana il camin prese
questo giovan gentil, saggio e cortese;
33.
e molta gente che fuggiva scaccia:
- Tornate addrieto, per un sol fuggite?
Arebbe costui d'Ercul mai le braccia? -
Fugli risposto in parole spedite:
- Egli è il dïavol che tua gente spaccia;
se nol credete, a vederlo venite:
egli ha cacciato in terra ognun che truova,
e parci cosa inusitata e nuova. -
34.
Rispose Salincorno: - Io vo' vedere
chi è costui ch'ha in sé tanta arroganza
che sia passato tra le nostre schiere.
Orlando non arìa tanta possanza. -
Meredïana rivolse il destriere,
come di Salincorno ebbe certanza;
Salincorno la lancia abbassa in quella
e ferì nello scudo la donzella.
35.
La lancia in aria n'andò in mille pezzi.
Disse la dama: - Ah, cavalier codardo,
a questo modo la tua fama sprezzi?
Questa usanza non è già d'uom gagliardo,
ch'a ferir con la lancia alcun t'avvezzi
che sia col brando; e tu non v'hai riguardo.
Volgiti a me, poi che tu m'hai percossa:
vedrai che dell'arcion non mi son mossa. -
36.
Ebbe vergogna Salincorno allora,
e ritornava indrieto a fare scusa,
dicendo: - Io non avea veduto ancora
se tu t'avevi lancia o soda o busa. -
Meredïana a quel sanza dimora
rispose: - In Danismarche così s'usa?
Così fanno i baron d'Erminïone?
Tu debbi esser per certo un gran poltrone.
37.
Ma non si fa così di Carlo in corte,
dove fiorisce ogni gentil costume.
Vedren se tu sarai cavalier forte
e s'altra volta poi vedrai me' lume:
prendi la spada, io ti disfido a morte
e farotti assaggiar d'un altro agrume. -
Salincorno la spada trasse fore
per racquistar, se poteva, il suo onore.
38.
Poi che più colpi insieme si donorno
né l'un coll'altro guadagna nïente,
un tratto volle ferir Salincorno
la gentil donna, e dètte al suo corrente;
e molto biasimato fu dintorno,
ché gli spiccava il capo del serpente
e ritrovossi in su l'erba la dama:
or questo è quel che gli tolse ogni fama.
39.
Morgante volle il battaglio menare
per ischiacciar la testa a quel pagano;
Meredïana gridava: - Non fare!
Vendetta ne farò colla mia mano. -
Salincorno s'aveva a disperare,
e duolsi molto di quel caso strano.
I saracin ferno a Morgante cerchio,
tanto ch'alfin saranno di soperchio;
40.
e misson lui con la donzella in mezzo
e cominciorno una fera battaglia;
ma a molti dava il battaglio riprezzo,
a molti trita la falda e la maglia.
Dicea Rinaldo: - Or non istiàn più al rezzo,
che non è tempo, se Gesù mi vaglia:
io veggo a piede là Meredïana
in mezzo a tutta la turba pagana. -
41.
Orlando sprona sùbito il destrieri
e 'nverso il campo girava la briglia,
e 'l simigliante faceva Ulivieri:
così tutto quell'oste si scompiglia.
Erminïon sentì che que' guerrieri
eran venuti e fanno maraviglia,
e disse: - Traditor di Macometto,
e' fia Rinaldo, per più mio dispetto,
42.
e 'l conte Orlando, che tornati sono:
altri non so ch'avessin tanto ardire
di metter qua la vita in abbandono. -
Sùbito incontro gran gente fece ire;
e disse: "Io credo ancor che sarà buono
ch'io m'armi tosto", e l'arme fe' venire
e 'l suo caval di fine acciaio coperto;
ché vincere o morir dispose certo.
43.
Orlando in mezzo alla sua gente entrava
ed una lancia ch'egli aveva abbassa,
e 'l primo ch'a lo scudo riscontrava
lo scudo e l'arme e 'l petto gli trapassa;
poi trasse Durlindana e martellava:
quante arme truova tante ne fracassa;
fece un macel di gente in poca d'otta.
Rinaldo n'avea già morti una frotta.
44.
Ed Ulivier facea quel che far suole;
ma tuttavia tenea gli occhi a colei
ch'era sua scorta come agli orbi il sole,
colpi menando dispietati e rei,
perché soccorrer la sua donna vuole:
ovunque e' guata, facea l'agnusdei
rivolto sempre alla sua dama bella,
e quanto può sempre s'appressa a quella.
45.
E non poteva ancor romper la calca
che tuttavolta si facea più stretta;
pur sempre innanzi a suo poter cavalca,
e 'n qua e 'n là come un leon si getta,
e molti colla spada ne difalca
della turba bestiale e maladetta,
e tristo a quel ch'aspettava Altachiara,
che gli facea costar la vita cara.
46.
Morgante in mezzo stava dello stuolo
e col battaglio facea gran fracasso.
Meredïana sentiva gran duolo,
ché 'l corpo feminile già era lasso;
né fuggir può se non si lieva a volo,
perché e' non v'era onde fuggirsi il passo.
Ma pur Morgante spesso la conforta,
e molta gente avea dintorno morta.
47.
Ed era tutto da' dardi forato
e lance e spiedi e saette e spuntoni,
e tutto quanto il corpo insanguinato,
che le ferite parevan cannoni
che gettan sempre fuor da ogni lato;
avea nel capo cento verrettoni;
ma tanti intorno avea fatti morire
che già del cerchio non poteva uscire.
48.
L'un sopra l'altro morto era caduto
e gli uomini e' cavalli attraversati,
tal che miracol sarebbe tenuto
quanti furon poi morti annumerati.
Avea cinque ore o più già combattuto:
or pensi ognun quanti e' n'abbi schiacciati,
che non potea più aggiugner colle mani,
tanto discosto gli erano i pagani.
49.
Meredïana assai s'era difesa,
ed or da' dardi attendeva a schermirsi;
avea la faccia come un fuoco accesa,
né potea più collo scudo coprirsi,
tanto era stanca, perché troppo pesa;
e non poteva del cerchio fuggirsi;
e così afflitta e sventurata a piede
morir vuol prima che chiamar merzede.
50.
E pure ancora in Morgante si fida,
e dicea spesso: - Il mio fallar ti costa,
ch'io temo questa gente non t'uccida. -
Ecco Rinaldo ch'al cerchio s'accosta,
e come e' giunse, metteva alte grida,
tanto che molto la gente si scosta:
- Oltre, gente bestial sanza vergogna,
poi ch'a due a piè tanto popol bisogna!
51.
Fatevi addrieto! - e Frusberta menava:
- Tutti sarete, saracin, qui morti. -
Meredïana, quando l'ascoltava,
sùbito par che tutta si conforti.
Allor Rinaldo i colpi raddoppiava
e vendicava di lei mille torti;
e poi in un tratto, come un leopardo,
in mezzo il cerchio fe' saltar Baiardo.
52.
E fe' saltar Meredïana in groppa,
che si gittò di terra come un gatto,
nimica parve affaticata o zoppa;
e fuor del cerchio risaltò in un tratto:
così con essa pel campo gualoppa.
Ognun che 'l vide ne fu stupefatto:
- Questo è Rinaldo o 'l gran signor d'Angrante -
dicevan tutti; e lasciorno il gigante;
53.
e molti a' padiglion si ritornorno,
veggendo cose far sopra natura.
In questo tempo giunse Salincorno:
Meredïana il vide per ventura.
Rinaldo nostro, cavaliere adorno,
che non tenea la spada alla cintura,
gli trasse d'un fendente in sull'elmetto
che gli cacciò Frusberta insino al petto;
54.
e Salincorno cadde in sul terreno,
e vendicata fu la damigella.
Rinaldo prese il suo caval pel freno
e fe' montar Meredïana in sella,
che vi saltò sù in manco d'un baleno.
Ed Ulivier, che vide la donzella,
disse: - Io venivo ben per darti aiuto,
ma le schiere passar non ho potuto. -
55.
Avea Faburro, Ulivieri ed Orlando
morti quel dì migliaia già di pagani,
e tuttavia ne venien consumando.
E' saracini ancor menan le mani;
ma tanto e tanto i paladini il brando
insanguinato avevan di que' cani,
che per paura assai n'eran fuggiti
a' padiglioni, e gran parte feriti.
56.
Erminïon dicea pur: - Chi vi caccia? -
ché gli vedeva fuggir d'ogni parte.
E' rispondieno a quel che gli minaccia:
- Fuggiàn dinanzi alla furia di Marte;
e' non c'è uom con sì sicura faccia
che si confidi di sua forza o arte:
qua son venuti nuovi Ettorri al campo,
né contro a' colpi lor si truova scampo.
57.
Noi vedemo Rinaldo, o fu il cugino,
in mezzo un cerchio saltar col cavallo;
quivi era tutto il popol saracino,
e non potemo tanto contastallo
che pose in groppa un altro paladino
ch'era assediato, e saltò fuor del ballo
ed a dispetto nostro il portò via:
mai vedemo uom di tanta gagliardia.
58.
E Salincorno ha morto, il tuo fratello.
Erminïone allor si dolfe forte,
e così disse: - Poi che morto è quello
ch'era il più fier pagan di nostra corte,
a tradimento quel Rinaldo fello
o 'l suo cugin gli arà data la morte. -
Fugli risposto: - E' non fu a tradimento,
ché chi l'uccise n'uccidrebbe cento. -
59.
Allora Erminïon: - Sia maladetta
tua deïtà, Macon! - più volte disse;
e giurò far del suo fratel vendetta,
se mille volte come lui morisse.
Dove è Rinaldo a gran furia si getta
ed una lancia ch'avea, in resta misse;
e come egli ha Rinaldo conosciuto,
lo salutò con uno stran saluto:
60.
Dio ti sconfonda, - disse Erminïone
- se tu se' il prenze sir di Montalbano,
colui che porta sbarrato il lïone;
ch'ancor lui sbarrerò colla mia mano. -
Rinaldo, udendo sì fatto sermone,
a lui rispose: - Cavalier villano,
che di' tu, re di farfalle o di pecchie?
Io t'ho a punir di mille ingiurie vecchie. -
61.
Rispose Erminïon: - Del tempo antico
a vendicar m'ho io de' miei parenti:
tu uccidesti come reo nimico
il re Mambrin con mille tradimenti. -
Disse Rinaldo: - Ascolta quel ch'io dico:
per la tua gola, Erminïon, ne menti;
ch'a tradimento vien tu qua, pagano,
perch'io non c'ero, assediar Montalbano.
62.
Ma tanto attraversato ho il piano e 'l monte
ch'io t'ho trovato, e non ti puoi fuggire;
e 'l tuo fratello uccisi, Fieramonte,
e dètti al popol tuo giusto martìre;
a Salincorno ho spezzata la fronte;
or farò te col mio brando morire. -
Quando il pagan sentì rimproverarsi
tant'alte ingiurie, e' cominciò a picchiarsi
63.
e in su l'arcion percuotersi l'elmetto
e bestemiar Macon divotamente
e battersi col guanto tutto il petto:
are' voluto morir certamente;
e poi rispose: - D'ogni tuo dispetto
che fatto m'hai, ne sarai ancor dolente. -
E misse come uom disperato un grido:
- Prendi del campo tosto, ch'io ti sfido. -
64.
E poi soggiunse: - Facciàn questo patto,
dacché tu m'hai cotanto offeso a torto:
che Montalban mi doni, s'io t'abbatto;
e se tu vinci me, datti conforto
che' tuoi prigion ti renderò di fatto,
ché nessun n'ho danneggiato né morto;
e che s'intenda per un mese triegua,
e poi ciascun quel che gli piace segua. -
65.
Rinaldo disse: - A ciò contento sono. -
E poi voltava in un tratto Baiardo,
e dice: - Se mai fusti ardito e buono,
a questa volta fa' che sia gagliardo. -
Poi si rivolse che pareva un tuono,
né anco Erminïon parve codardo;
e quando insieme s'ebbono a colpire,
parve la terra si volessi aprire.
66.
Erminïon con la lancia percosse
sopra lo scudo il franco paladino:
l'aste si ruppe, e d'arcion non lo mosse.
Ma il pro' Rinaldo giunse al saracino
d'un colpo tal che, benché forte fosse,
si ritrovò in su l'erba a capo chino;
e disse: "O Dio che reggi sole e luna,
può far ch'io sia caduto la Fortuna?
67.
Egli è pur ver quel che si dice al mondo,
che questo è il fior de' cavalier nomati!".
Rizzossi e disse: - Paladin giocondo,
or son puniti tutti i miei peccati,
e come dianzi più non ti rispondo
d'avere i miei congiunti vendicati.
Io ho perduto ogni cosa in un punto;
d'ogni mia gloria e fama il fine è giunto.
68.
Or sarà vendicato il mio parente,
or sarà vendicato Fieramonte
e Salincorno e tutta l'altra gente:
però chi fa vendetta con sue onte
al mio parere è matto veramente,
e spesso avvien che si batte la fronte.
Or pel consiglio di dama Clemenzia
del suo peccato ho fatto penitenzia;
69.
ché chi governa per consiglio il regno
di femina, non può durar per certo,
che' lor pensier non van diritti al segno:
qual maraviglia s'io ne son diserto?
Or si cognosce il mio bestial disegno:
ogni cosa ci mostra il fine aperto;
così convien che spesso poi si rida
di quel che troppo a Fortuna si fida.
70.
Quel ch'io promissi, baron, vo' servarti,
come pur giusto re ch'io sono ancora,
e tutti i tuoi prigion vo' consegnarti:
andianne al padiglion sanza dimora.
E la promessa tua vo' ricordarti. -
Disse Rinaldo: - Per lo Iddio ch'adora
re Carlo Magno e tutto il cristianesimo,
ciò che tu vuoi chiederai tu medesimo. -
71.
Inverso il padiglion preson la volta.
Erminïon, ch'era uom molto dabbene,
fece pel campo sonare a raccolta,
poi che Fortuna nel fondo lo tiene.
La gente sua parea smarrita e stolta,
come ne' casi sùbiti interviene.
Rende i prigion, ch'avea legati e presi,
co' lor cavalli e tutti i loro arnesi.
72.
Chi vedessi la festa e l'allegrezza
che fanno i nostri possenti baroni,
sare' costretto per sua gentilezza
di lacrimar con pietosi sermoni.
Diceva Uggier: - Rinaldo, tua prodezza
ci ha tratti fuor di molti strani unghioni:
a questa volta aremo tutti quanti
la vita data per quattro bisanti.
73.
Noi abbiàn sentito sì fatto romore
oggi pel campo, ch'io pensai che 'l mondo
fussi caduto e giunto all'ultime ore,
e lo stato di Carlo fussi al fondo.
Ognuno avea della morte timore,
ché 'l saracin crudele e rubicondo
d'impiccar tutti ci avea minacciati,
e della vita savàn disperati. -
74.
Namo diceva: - Il nostro buon Gesùe
vi mandò qua per nostro aiuto solo;
e siàn salvati per la tua virtùe
e liberati da gran pena e duolo. -
Diceva Orlando: - Non ne parliàn piùe.
Lasciàn pur tosto de' pagan lo stuolo:
Carlo non sa quel che seguìto abbiamo;
però verso Parigi ce n'andiamo. -
75.
Erminïon rimase assai scontento,
e' paladini a Carlo ritornaro.
Carlo gli abbraccia cento volte e cento,
e fu cessato ogni suo duolo amaro;
fecesi festa per la città drento.
Ma questo a Ganellon fu solo amaro,
che per paura fuor s'era fuggito
e dubitava non esser punito.
76.
Poi ch'alcun giorno insieme riposârsi,
dicea Rinaldo un giorno a Carlo Mano
ch'avea pur voglia da lui accomiatarsi
e ritornare insino a Montalbano
e qualche dì colla sua sposa starsi.
Carlo contento gli toccò la mano.
E menò solo un servo molto adatto
del conte Orlando, detto Ruïnatto,
77.
ch'era scudier compagno di Terigi.
E mentre che cavalca, s'è abbattuto,
forse sei leghe discosto a Parigi,
dove giaceva un bel vecchio canuto:
questo era, trasformato, Malagigi,
tal che Rinaldo non l'ha cognosciuto,
sur una riva appoggiato alla grotta,
e d'acqua piena aveva una barlotta.
78.
Rinaldo il salutò cortesemente;
e' gli rispose: - Ben venuto siete.
Se voi volessi ber, baron possente,
d'una certa cervogia assaggerete
che doverrà piacervi veramente. -
Disse Rinaldo: - Io affogo di sete,
e di bere acqua di fossato o di fiume
quando cavalco, non è mio costume. -
79.
Quando Rinaldo ha beuto a suo modo,
a Ruïnatto il barletto porgeva,
dicendo: - Peregrin, di te mi lodo. -
E Ruïnatto come lui beeva;
e non sa ben di Malagigi il frodo.
Malagigi il barletto ritoglieva.
Rinaldo poco e Ruïnatto andava
ch'ognuno scese, e di sonno cascava.
80.
Addormentati posonsi a giacere.
Malagigi gli segue come saggio,
e non poteva le risa tenere
veggendo quel c'ha fatto il beveraggio.
Tolse la spada a Rinaldo e 'l destriere
e prese inverso Parigi il vïaggio;
misse Frusberta, la spada sovrana,
nella guaina ov'era Durlindana;
81.
così Baiardo ov'era Vegliantino;
e ritornò a Rinaldo che dormia,
e dèttegli la spada del cugino,
così il cavallo; e poi disparì via;
e misse sotto il capo al paladino
una certa erba, che si risentia.
E risentito, seco poco bada
che del caval s'accorse e della spada;
82.
e volsesi a quel servo Ruïnatto,
e disse: - Tu debbi essere un ghiottone.
Dove è Baiardo mio? Che n'hai tu fatto?
Questo è il caval del figliuol di Millone. -
Rispose lo scudiere stupefatto:
- Io ho dormito qua come un poltrone,
ché 'l sonno come te mi vinse dianzi,
e non sono ito più indrieto o più innanzi. -
83.
Disse Rinaldo, ravveduto un poco:
- Questo arà fatto far per certo Orlando:
e' vuol pigliar di me sempremai giuoco,
e fatto m'ha scambiar Baiardo e 'l brando. -
Tutto s'accese di rabbia e di fuoco,
e fra sé disse: "E' ti verrà costando".
A Montalban pien di sdegno n'andava
e Ruïnatto indrieto rimandava;
84.
e scrisse al conte Orlando: "Tu m'hai tolto
a tradimento, pel camin, dormendo,
la spada e 'l mio cavallo, e come stolto
sempre mi tratti e poi ne vien' ridendo;
e perché più d'una volta m'hai còlto,
di sofferirlo a questa non intendo:
mandami indrieto e la spada e 'l cavallo,
se non che caro ti farò costallo".
85.
Orlando per ventura avea trovato
il destriere e la spada di Rinaldo,
ed era forte con seco adirato
e tutto quanto inanimato e caldo,
dicendo: "Come un putto son gabbato,
e parmi un atto stato di ribaldo,
e più che 'l fatto il modo mi dispiace";
e non potea fra sé darsene pace.
86.
Intanto Ruïnatto gli portòe
la lettera che 'l suo cugino scrisse.
Orlando molto si maravigliòe,
e inverso Ruïnatto così disse
se sapea nulla come il fatto andòe,
e quel che per camino intervenisse.
E Ruïnatto rispondeva presto:
- Io ti dirò quel ch'io ne so di questo. -
87.
E raccontò come e' trovò quel vecchio,
e come poi si posono a dormire.
Orlando pone al suo parlar l'orecchio:
di maraviglia credette stupire.
Ma poi diceva: "Un pulcin fra 'l capecchio
par che mi stimi Rinaldo al suo dire".
E così indrieto a Rinaldo scrivea
che del suo minacciar beffe facea;
88.
e che quando e' partì da re Carlone
esser dovea per certo un poco in vino:
però scambiò la sua spada e 'l roncione;
e che sia ver, che dormì pel camino.
Poi gli diceva per conclusïone:
"Perché tu se', Rinaldo, mio cugino,
voler con teco quistion non m'aggrada:
però ti mando il cavallo e la spada.
89.
Ma se 'l mio indrieto non rimanderai,
io ti dimosterrò che me ne duole;
e se quistion di nuovo cercherai,
tu sai che io so far fatti e tu parole;
e poco meco alfin guadagnerai,
ché sai che gnun non temo sotto il sole:
or tu se' savio e so che tu m'intendi,
e 'l mio cavallo e la spada mi rendi".
90.
Tornato Ruïnatto a Montalbano
colla risposta del suo car signore,
sùbito il brando suo gli pose in mano
e consegnò Baiardo il corridore.
Rinaldo sbuffa come un leo silvano
per quel che scrisse il roman sanatore,
e rimandava indrieto un suo valletto,
a dir così, chiamato Tesoretto:
91.
che non volea la spada rimandare
né Vegliantin, se non gli promettea
con lui doversi in sul campo provare;
che di minacce sa che non temea;
e che nel pian lo voleva affrontare
di Montalban con l'armi, concludea.
Tesoretto n'andò presto a Orlando
e la 'mbasciata venne raccontando.
92.
Orlando, ch'era e discreto e gentile,
ma molto fier quand'egli era adirato,
tanto che tutto il mondo avea poi vile,
a Carlo tutto il fatto ha raccontato,
e come e' fece la risposta umìle,
credendo aver Rinaldo umilïato;
ma poi ch'egli è per questo insuperbito,
d'andarlo a ritrovar preso ha partito;
93.
e che non ricusò battaglia mai,
ché non intende aver questa vergogna.
Carlo diceva: - A tuo modo farai:
se così sta, combatter ti bisogna. -
Orlando disse a Tesoretto: - Andrai
al prenze, e di' ch'io non so se si sogna;
ma se davver m'invita alla battaglia,
doman lo troverrò, se Dio mi vaglia;
94.
e che m'aspetti, come e' dice, al piano,
dal campo un poco de' pagan discosto. -
Tesoretto ritorna a Montalbano
e disse quel che Orlando avea risposto.
Armossi col nipote Carlo Mano,
poi che lo vide al combatter disposto:
però che Carlo molto Orlando amava,
così nel suo segreto il prenze odiava.
95.
Are' voluto Carlo onestamente
un dì Rinaldo dinanzi levarsi,
e cognosceva Orlando sì possente
che dice: "In questo modo potre' farsi".
Rinaldo era inquïeto e impazïente,
né Carlo volse di lui mai fidarsi,
rispetto avendo alle sue pazze furie,
poi gli avea fatte a' suoi dì mille ingiurie,
96.
e tratto la corona già di testa.
E' si perdona per certo ogni offesa,
ma sempre pur nella memoria resta,
e così l'uno all'altro contrappesa.
Carlo pensossi di farne la festa,
veggendo Orlando e la sua furia accesa.
Orlando tolse Rondello e Cortana,
ché non ha Vegliantin né Durlindana.
97.
Meredïana e Morgante v'andorno
con Carlo e con Orlando per vedere.
E paladini assai lo sconfortorno
che non si lasci il signor del quartiere
combatter col cugin suo tanto adorno;
ma contrappor non puossi allo imperiere;
e molto Carlo Man fu biasimato,
quantunque s'è con lor giustificato.
98.
Tutta la corte s'avvïava drieto
per veder questi due baron provare.
Morgante avea, come savio e discreto,
isconfortato molto il loro andare.
Gano il sapeva e molto n'era lieto,
dicendo: "Orlando so che l'ha ammazzare
quel traditor di Rinaldo d'Amone,
il qual d'ogni mal mio sempre è cagione".
99.
Altri dicìen pur de' baron di corte:
- Carlo mi par che perda il sentimento:
se muor Rinaldo, e 'l conte sia più forte,
non una volta il piagnerà ma cento;
se 'l prenze déssi a Orlando la morte,
Carlo a' suoi dì non sarà più contento.
Vennon pur ier di paesi lontani
per salvar noi dall'oste de' pagani,
100.
e tutto il popol rallegrato s'era:
ora è in un punto perturbato e mesto.
Erminïon colla sua gente fera
non s'è partito, e car gli sarà questo. -
Così si parla in diversa maniera:
tanto è che 'l caso a ciascuno è molesto.
E sopra tutto la gente pagana
si condoleva con Meredïana;
101.
e dicean tutti a lei: - Magna regina,
deh, non lasciate seguir tanto errore;
adoperate la vostra dottrina
col conte Orlando e collo 'mperadore:
benché noi siam di legge saracina,
e' ce ne incresce, anzi ci scoppia il core. -
Meredïana con parole accorte
Carlo ed Orlando sconfortava forte.
102.
Orlando non ascolta ignun che parli,
e dice: - Io intendo una volta vedere
s'io son Orlando, e vo' il suo error mostrarli
di ritenermi la spada e 'l destriere:
non ch'io volessi però morte darli,
ma farlo discredente rimanere. -
E tanto finalmente cavalcorno
ch'a Montalban furno il secondo giorno.
103.
Rinaldo stava più che in orazione
d'appiccar con Orlando la battaglia
(vedi che razza d'uomo o condizione!
vedi se sbergo era di fine maglia!);
e dice: "S'io lo truovo in su l'arcione,
noi proverrem come ogni spada taglia".
Ma poi che vide Orlando già in sul piano,
sùbito armato uscì di Montalbano;
104.
e tolse Durlindana e Vegliantino,
seco dicendo: "Se m'abbatte Orlando,
arà e 'l cavallo e 'l brando a suo dimìno".
Erminïon, che veniva spiando
ch'egli è venuto il figliuol di Pipino,
e la cagione, un messo vien mandando;
e dice a Carlo Man, se gli è in piacere,
che vuol venir la battaglia a vedere.
105.
Carlo rispose a lui cortesemente
ch'a suo piacer venissi Erminïone.
Venne, e con seco menò poca gente
per gentilezza e per sua discrezione.
Carlo lo vide molto lietamente
e sempre a man sinistra se gli pone,
quantunque il re pagan ciò non volia,
ma Carlo gliel domanda in cortesia.
106.
Rinaldo venne, e seco ha Ricciardetto
in compagnia e 'l signor d'Inghilterra,
che molto gli ha questa impresa disdetto
che con Orlando non debbi far guerra:
abbraccia Orlando quanto può più stretto,
ed Ulivieri e Morgante poi afferra;
Meredïana quanto puote onora,
perché veduti non gli aveva ancora;
107.
e poi diceva: - O nostro Carlo Magno,
come hai tu consentito a tanto errore?
Tu non ci acquisti, al mio parer, guadagno,
e non sai quanto tu perdi d'onore:
se tu perdessi un sì fatto compagno
quanto è Rinaldo, saria il tuo peggiore;
se tu perdessi il tuo caro nipote,
di dolor poi graffieresti le gote.
108.
Che cosa è questa? Un sì piccolo sdegno
per due parole, ancor non si perdona?
O Carlo, imperador famoso e degno,
questa non è giusta impresa né buona;
per Dio, della ragion trapassi il segno. -
Carlo diceva fra sé: "La corona
non mi torrà di testa più Rinaldo",
e stava nel proposito suo saldo.
109.
Orlando intanto a Rinaldo s'accosta,
e dice: - Se' tu, cugino, ostinato
combatter meco? Se vuogli, a tua posta
piglia del campo e ciascun sia sfidato. -
Rinaldo non gli fece altra risposta
se non che presto il cavallo ha voltato.
Carlo diceva: - Io ne son mal contento. -
Dicea di fuor, ma nol diceva drento.
110.
Mai non si vide falcon peregrino
voltarsi così destro, o altro uccello,
come Rinaldo fece Vegliantino
o come il conte Orlando fe' Rondello:
maravigliossi il gran re saracino
dell'atto fiero e valoroso e bello.
Rinaldo volse a Vegliantino il freno,
e così il conte, in manco d'un baleno.
111.
Un mezzo miglio s'eran dilungati,
e ritornavan con tanta fierezza
che' saracin dicìen tutti ammirati:
"Fólgore certo va con men prestezza:
se questi son pel mondo ricordati
è ben ragione, e se Carlo gli apprezza".
Erminïon tenea ferme le ciglia,
ché gli parea veder gran maraviglia.
112.
Ma quello Iddio che regge il mondo e' cieli
mostrò ch'Egli è di giustizia la fonte
e quanto Egli ama i suoi servi fedeli.
Mentre che Vegliantin va inverso il conte,
par che in un tratto se gli arricci i peli,
e volse indrieto a Rinaldo la fronte
come se 'l suo signor riconoscessi
e d'andar contra a lui si ritemessi.
113.
Gridò Rinaldo: - Che diavolo è questo?
Vòltati indrieto! che fai tu, rozzone? -
Orlando gittò via la lancia presto.
In questo apparve alla riva un lïone,
il qual poi ch'ognun vide manifesto,
ebbe di questo fatto ammirazione;
il fer lïone a Orlando n'andòe
ed una zampa in alto sù levòe;
114.
nella quale era una lettera scritta
che Malagigi a Orlando mandava.
Orlando la pigliò colla man dritta,
e come e' l'ebbe letta, sogghignava.
Rinaldo colla mente irata e afflitta
di Vegliantin di sùbito smontava;
vide il lïon, che gli pareva strano,
e come Orlando il brieve aveva in mano.
115.
Maravigliato inverso lui venìa.
Orlando a dir gli cominciò discosto
come Malgigi ingannati gli avia,
e tutto il fatto gli contava tosto:
e poco men che per la lor follia
non avea l'un di lor pagato il costo.
Quando Rinaldo la lettera intende,
tosto il cavallo e 'l brando al conte rende;
116.
e ringraziò l'etterno e giusto Iddio
ch'avea questo miracol lor mostrato;
e disse: - Or mi perdona, cugin mio,
e Carlo e gli altri, ch'io ho troppo errato.
Ma Gesù Cristo nostro, umile e pio,
veggo ch'al fin m'ha pur ralluminato! -
E riguardando ove il lïone era ito,
non lo riveggon, ch'egli era sparito.
117.
Carlo e' baroni avìen tutto veduto,
e come Malagigi scrive loro
che fu quel vecchio ch'e' trovò canuto
ch'avea scambiati i cavalli a costoro;
e ringraziava Iddio, c'ha proveduto
che' due baron non si dessin martoro.
Erminïon, che vedea tutto aperto,
parvegli questo un gran miracol certo.
118.
E cominciò a dolersi di Macone,
dicendo: "Tu se' falso veramente,
e quel che ci ha mandato quel lïone
è il vero Iddio e 'l Padre onnipotente:
s'i' ti fe' sacrificio o orazïone
alla mia vita mai, ne son dolente,
e in ogni modo Cristo vo' adorare";
e cominciò con Carlo a lacrimare:
119.
Carlo avventurato, o Carlo nostro,
ogni grazia per certo a voi procede,
per quel ch'io veggo omai, da Gesù vostro;
veggo ch'egli ha de' buon servi merzede
e 'l gran miracol ch'egli ha qui dimostro
e che Macone è falso e chi gli crede:
da ora innanzi, degno Carlo Mano,
io mi vo' battezar colla tua mano. -
120.
Carlo abbracciò con molta affezïone
il re, che tutto parea già cambiato
nel volto e pien di molta contrizione;
e disse: - Oh! Cristo sia sempre laudato!
Se vuoi ch'io ti battezi, Erminïone,
andianne al fiume che ci è qui dallato. -
E così finalmente andorno al fiume,
e battezòl secondo il lor costume.
121.
Così fu battezzato il re pagano;
e battezossi il famoso amirante
ch'era stato allo assedio a Montalbano,
com'io già dissi, detto Lïonfante;
e s'alcun pur non si vuol far cristiano
de' saracin, si ritornò in Levante.
Carlo a Parigi con gran festa torna,
dove co' suoi baron lieto soggiorna.
122.
Ma il traditor di Gan, ch'era fuggito
fuor di Parigi e stava di nascoso,
poi ch'egli intese come il fatto era ito,
drento al suo cor fu molto doloroso;
e pensa come Carlo abbi tradito,
e giorno e notte non truova riposo:
sente che in corte si facea gran festa,
la qual cosa più ch'altro gli è molesta.
123.
Pensa e ripensa e va sottilizzando
dove e' potessi più metter la coda
o dove e' venga la rete cacciando:
d'ira e di rabbia par seco si roda.
Pur finalmente si viene accordando
con seco stesso, e in su questo s'assoda,
di tentar Caradoro, se potessi,
tanto che qualche scandol si facessi.
124.
E scrisse il traditor queste parole:
"O Carador, di te m'incresce assai,
che la tua figlia, bella più che 'l sole,
in Francia meretrice mandata hai,
e gravida è già fatta: onde e' mi duole
che tua stirpe real disprezzi omai.
Come hai tu consigliato mandar quella
tra gente strana, sì giovane e bella?
125.
Per tutta Francia d'altro non si dice
che femina tua figlia è diventata
d'Ulivieri, anzi più che meretrice.
Dove è tua fama già tanto vulgata?
Dove è il tuo pregio e 'l tuo nome felice,
che la tua schiatta hai sì vituperata?
Ciò ch'io ti dico è il ver della tua figlia.
Se tu se' savio, or te stesso consiglia".
126.
La lettera poi dètte a un messaggio,
che a Carador ne va sanza dimoro,
e in poco tempo spacciava il vïaggio
e rappresenta il brieve a Caradoro.
Il qual sentì di sua figlia l'oltraggio,
e mai non ebbe sì grave martoro;
e la sua donna ne fu molto grama,
però che al tutto ingannata si chiama;
127.
e la figliuola sventurata piagne,
dicendo: - Lassa, perché ti mandai,
poiché scoperte son queste magagne?
Mentre tu eri qui, ne dubitai,
perché già tese mi parvon le ragne
e' tradimenti; ma pur non pensai
che tanto ingrata fussi quella gente.
Ma chi tosto erra, a bell'agio si pente.
128.
Caradoro mio, quanta fatica,
quanti disagi e quanti lunghi affanni
sofferti abbiàn, tu 'l sai sanza ch'io il dica,
per allevar costei, da' suoi primi anni!
Poi la dài in preda alla gente nimica,
piena di frodi e di doli e d'inganni.
Non rivedrai mai più tua figlia bella;
e se pur torna, svergognata è quella. -
129.
Queste parole assai passano il core
al tristo padre, e non sapea che farsi
di racquistar la sua figlia e l'onore,
perché tutti i rimedi erano scarsi.
Pur, dopo molti sospiri e dolore,
colla sua donna in tal modo accordârsi:
che si mandassi Vegurto il gigante
a condolersi delle ingiurie tante;
130.
e che dovessi rimandar la figlia,
e s'egli è imperador giusto e dabbene,
del tristo caso assai si maraviglia,
poich'Ulivier per femina la tiene,
di che per tutta Francia si bisbiglia;
e che il gigante per sua parte viene:
che sùbito gli dia Meredïana
e rimandassi sua gente pagana;
131.
e che se mai potrà farne vendetta,
che la farà per ogni modo ancora,
ma come savio luogo e tempo aspetta.
Il fer gigante non fece dimora:
subitamente una sua alfana assetta
e presto uscì de' pagan regni fora;
tolse la fromba ed altri suoi vestigi,
e in poco tempo a Carlo fu a Parigi.
132.
Tutto il popol correva per vedere
questo gigante, ch'era smisurato:
Morgante non pareva un suo scudiere.
A Carlo nella sala ne fu andato,
e con parole assai arrogante e fere
in modo molto stran l'ha salutato:
- Macon t'abbatta come traditore
e disleale e ingiusto imperadore.
133.
Il mio signor mi manda a te, Carlone,
che sùbito mi dia la sua figliuola
e tutto quanto il popol di Macone
che ti mandò, sanza farne parola;
ed Ulivier, quel ribaldo ghiottone,
colle mie mani impicchi per la gola:
così farò come e' m'ha comandato,
e punirollo d'ogni suo peccato.
134.
A Caradoro è stato scritto, o Carlo,
o Carlo, o Carlo, - e crollava la testa -
della tua corte (che non puoi negarlo)
della sua figlia cosa disonesta:
non doverresti in tal modo trattarlo.
Quel ch'io ti dico è cosa manifesta:
Ulivier tuo la tien per concubina,
così famosa e nobil saracina.
135.
Questo non è quel ch'egli are' creduto;
questa non è gentilezza di Franza;
questo non è l'onor c'ha' ricevuto;
questa non è d'imperadore usanza;
questa non è giustizia né dovuto;
questo non è buon segno d'amistanza;
questa non è più la figliuola nostra,
poi ch'ella è fatta concubina vostra;
136.
questo non è quel che promisse il conte
quando e' partì cogli altri del suo regno. -
Così dicendo scoteva la fronte:
ben parea pien di furore e di sdegno.
Carlo, sentendo ricordar tante onte,
rispose: - Imbasciador famoso e degno,
per quello Iddio ch'ogni cristiano adora,
di ciò che di' nulla ne 'ntendo ancora:
137.
tu m'hai fatto pensar per tutto il mondo,
e cosa che tu dica ancor non truovo.
Però questo al principio ti rispondo,
come colui che certo ne son nuovo:
il tuo signor famoso, alto e giocondo,
per vero amico e molto caro appruovo;
alla sua figlia ho fatto giusto onore,
per mia corona, come imperadore.
138.
Né Ulivieri ha fatto mancamento,
per quel ch'io sappi, o palese o coperto;
che se ciò fussi io sarei mal contento
e non sarebbe giusto o degno merto. -
Quando Ulivier vedea tanto ardimento,
gridava: - O imperador, troppo hai sofferto!
Che dice questo traditor ribaldo? -
Così diceva il Danese e Rinaldo.
139.
Meredïana, ch'era alla presenzia,
non poté far non si turbassi in volto
quando sentì trattar di sua fallenzia,
che tal segreto stimava sepolto:
- Perdonimi - dicea - la reverenzia
del padre mio, e' parla come stolto:
ché sempre in questa corte sono stata
da Ulivier più che d'altro onorata;
140.
ed or, che Carador facci richiamo
di questo, troppo in ver mi maraviglio. -
Disse Ulivier: - Che tanto comportiamo? -
Sùbito dètte 'Altachiara di piglio;
ma tosto gliela prese il savio Namo,
dicendo a quel: - Tu non hai buon consiglio:
questo gigante è di natura acerbo,
e però parla arrogante e superbo.
141.
Non si vuole agguagliar la lor natura
con la nostra, Ulivier, nella fierezza,
però che non risponde tal misura,
come non corrisponde la grandezza.
Lo 'mbasciador dèe dir sanza paura,
e vuolsi sempre usargli gentilezza. -
Ma manco pazïenzia ebbe Vegurto
e volle a Ulivier presto dar d'urto:
142.
come un dragon se gli scagliava addosso,
e trassegli d'un colpo d'una accetta,
credendogli ammaccar la carne e l'osso.
Ma Ulivier dall'un lato si getta.
Carlo fu presto della sedia mosso.
Ma 'l gran Morgante gli dava una stretta
e corselo abbracciar subitamente,
benché Vegurto assai fussi possente.
143.
Vegurto prese lui sotto le braccia.
Or chi vedessi questi due giganti
provarsi quivi insieme a faccia a faccia,
maravigliato sare' ne' sembianti.
Ma pur Morgante in terra alfin lo caccia,
tanto che rider facea tutti quanti:
ché quando e' l'ebbe in su lo smalto a porre,
parve che 'n terra cadessi una torre;
144.
e nel cader percoteva al Danese,
tal che il Danese sotto gli cascava.
Orlando molto ne rise e 'l marchese;
ma Namo presto Carlo consigliava
che si levassin così fatte offese.
Così Vegurto ritto si levava,
e come ritto fu, gridava forte,
e tutti i paladin disfida a morte.
145.
Disse Ulivier: - Sares' tu Brïareo
con Giupiter, o Fialte famoso,
o quel superbo antico Campaneo?
Da ora innanzi, gigante orgoglioso,
io ti disfido, se tu fussi Anteo.
Lo 'mperador possente e glorïoso
mi dia licenzia, e vo' teco provarmi;
e fammi il peggio, poi, che tu puoi farmi. -
146.
Ah, Ulivieri! amor ti scalda il petto,
che sempre fa valoroso chi ama:
tu non aresti di Marte sospetto,
pur che vi fussi a vederti la dama.
Disse Vegurto: - Per dio Macometto,
questo più ch'altro la mia voglia brama. -
Ulivier prestamente corse armarsi,
ché col gigante voleva provarsi.
147.
Morgante non poté più sofferire,
e disse a Carlo: - O imperadore, io scoppio
s'io non lo fo colle mie man morire.
Lascia ch'io suoni col battaglio a doppio:
al primo colpo il farò sbalordire,
che ti parrà ch'egli abbi beuto oppio. -
Carlo risponde, ma non era inteso,
tanto ognuno era di furore acceso.
148.
Non potea star Morgante più in guinzaglio:
non aspettò di Carlo la risposta,
ma cominciava a calar giù il battaglio;
e 'l fer Vegurto a Morgante s'accosta.
Or chi vedessi giucar qui a sonaglio,
non riterrebbe le risa a sua posta:
l'un col battaglio e l'altro colla scure
s'appiccon pèsche che non son mature.
149.
Non era tempo adoperar la fromba:
e' si sentiva alcuna volta un picchio,
quando Morgante il battaglio giù piomba,
che quel Vegurto si faceva un nicchio
e tutta quanta la sala rimbomba;
ma coll'accetta ogni volta uno spicchio
del dosso leva al possente Morgante,
però che molto è feroce il gigante.
150.
Ulivieri era ritornato in sala
armato, e con Vegurto vuol provarsi;
ma quando e' vide Morgante che cala
il gran battaglio, e insieme bastonarsi,
si ritenea volentieri in su l'ala,
però che tempo non è d'accostarsi.
Vegurto grida e Morgante gridava,
tanto ch'ognun per la voce tremava.
151.
E' non si vide mai lïoni irati
mugghiar sì forte o far sì grande assalto,
né due serpenti insieme riscaldati:
sempre l'accetta o 'l battaglio è sù alto;
alcuna volta invano eron cascati
i colpi e fatta una buca allo smalto.
Due ore o più bastonati si sono;
ma del battaglio raddoppiava il suono.
152.
Benché Vegurto assai più alto fosse
che 'l gran Morgante, e' non era più forte.
E già tutte le carne avevon rosse;
ed a vedergli era tutta la corte.
Morgante un tratto a Vegurto percosse,
diliberato di dargli la morte,
e 'l gran battaglio in sul capo appiccòe,
tal che Vegurto morto rovinòe.
153.
E parve, nel cader quel torrïone,
ch'un albero cadessi di gran nave:
fece tremar la terra il compagnone,
non che la sala, tanto andò giù grave;
dovunque e' giunse, lo smalto e 'l mattone
fracassò tutto, e ruppe una gran trave,
tanto che 'l palco sotto rovinava
e molta gente addosso gli cascava.
154.
Così morì il superbo imbasciadore,
e non tornò colla risposta addrieto.
Meredïana pur n'avea dolore;
ma Ulivier di ciò troppo era lieto.
Molto dispiacque a Carlo imperadore,
benché nel petto il tenessi segreto,
perché pure era imbasciador mandato;
e pargli a Caradoro essere ingrato.
155.
Caradoro aspettò più tempo invano
che ne dovessi la figlia venire.
Lasciàn costoro, e ritorniamo a Gano
che non vide il disegno rïuscire;
e manda così a dire a Carlo Mano
come nell'altro canto vo' seguire;
ché so ch'io v'ho tenuto troppo a tedio.
Cristo sia vostra salute e rimedio.
CANTARE DECIMOPRIMO
1.
santo pellican, che col tuo sangue
campasti noi dalla fera crudele,
dal suo velen come pestifero angue,
e poi gustasti l'aceto col fele,
tanto che la tua madre afflitta langue;
manda in mio aiuto l'arcangel Michele,
sì ch'io riporti di vittoria insegna
e seguir possa questa istoria degna.
2.
Gano scriveva a Carlo in questo modo:
"O Carlo imperador, che t'ho io fatto?
S'io non commissi inganno mai né frodo,
perché consenti tu ch'io stia di piatto?
S'io t'ho servito sempre, assai ne godo:
tu mostri essere ingrato a questo tratto,
e sanza udir le mie ragion, consenti
che' miei nimici sien di me contenti.
3.
Quel dì ch'io presi in Parigi la piazza,
che sapevo io chi drento era venuto,
o se pur v'era gente d'altra razza,
che ti paressi Orlando sconosciuto?
Per riparare a quella furia pazza
corsi alla piazza, e parvemi dovuto.
Che sapevo io se tu t'eri ingannato
o che nella città fussi trattato?
4.
Rinaldo non istette mai a udire
le mie ragioni, ma furiando forte
mi minacciava di farmi morire:
io mi fuggi', temendo della morte.
Tu ti stai in festa, ed io con gran martìre;
e tanto tempo è pur ch'io fui in tua corte
de' tuoi baroni e del tuo gran consilio:
or m'hai scacciato e mandato in essilio".
5.
Carlo lesse la lettera piangendo,
però che molto Ganellone amava;
ed ogni cosa per fermo tenendo
ch'e' gli scriveva, indrieto rimandava
dicendo: "Il tuo partir, Gan, non commendo
e la distanzia tua troppo mi grava.
Torna a tua posta e come caro amico
come stato mi se' pel tempo antico".
6.
Gan ritornò, come scriveva Carlo.
Carlo lo vide molto volentieri
e corse, come e' lo vide, abbracciarlo:
- Ben sia tornato il mio Gan da Pontieri. -
Gan come Giuda in fronte usa baciarlo.
Dicea Rinaldo al marchese Ulivieri:
- Vedi che Carlo consente ch'e' torni,
e ritornianci pur ne' primi giorni.
7.
Io vo' che 'l capo Carlo Man mi tagli
se non è quel ch'a Caradoro ha scritto
e che lo 'mbasciador fece mandàgli:
non so come guardar lo può diritto.
Ma metter lo potria in tanti travagli
che qualche volta piangerà poi afflitto. -
Così pareva al marchese ed Orlando;
tutta la corte ne vien mormorando.
8.
Ma come avvien che sempre la Fortuna
si diletta veder diverse cose,
e sempre volge come fa la luna,
mentre che Carlo par così si pòse
sanza più dubitar di cosa alcuna,
ma sanza spine godersi le rose,
ed ogni dì fa giostre e torniamenti,
e tutti i suoi baron vede contenti;
9.
un giorno a scacchi Ulivier borgognone
in una loggia con Rinaldo giuoca;
vennono insieme, giucando, a quistione;
e tanto ognun di parole rinfuoca
ch'Ulivier disse a Rinaldo d'Amone:
- Tu hai talvolta men cervel ch'un'oca,
e col gridar difendi sempre il torto.
Non so se m'hai per tuo ragazzo scorto. -
10.
Rinaldo rispondea: - Tu credi forse,
perché presente è qui Meredïana,
ch'io ti riguardi? - E tanto ognun trascorse
d'una parola in un'altra villana,
che Ulivieri il pugno innanzi porse:
la damigella gli prese la mana;
Rinaldo si rizzò subitamente.
Ma Ulivier non aspettò nïente:
11.
sùbito corse per la sua armadura;
torna a Rinaldo e trasse fuori il brando:
Rinaldo non l'aveva alla cintura,
ma in questo mezzo si cacciava Orlando.
Meredïana triema di paura;
Carlo Rinaldo venìa minacciando:
- Ogni dì metti la corte a romore,
e 'l torto hai sempre, e fa'mi poco onore. -
12.
Rinaldo, ch'era tutto infurïato,
rispose a Carlo Magno: - Tu ne menti,
ché 'l torto ha egli ed hammi minacciato. -
Carlo gridava a tutte le sue genti:
- Fate che presto costui sia pigliato,
se non che tutti farò mal contenti! -
Dicea Rinaldo: - Ignun non mi s'accosti,
ché gli parrà che le mosche gli arrosti! -
13.
Orlando vide il cugino a mal porto,
e così disse: - Piglia tuo partito:
vattene a Montalban per mio conforto,
ch'io veggo Carlo troppo insuperbito,
sanza voler saper chi s'abbi il torto. -
Rinaldo s'è prestamente fuggito;
tolse Baiardo ed ubbidiva Orlando,
e inverso Montalban va cavalcando.
14.
Carlo si dolfe con Orlando molto
perché l'avea così fatto fuggire,
dicendo: - Il traditor dove m'ha còlto,
che per la gola ogni dì m'ha a smentire?
Io l'ho a trattare un giorno come stolto. -
Sùbito fece il consiglio venire
e disse in brieve e soluta orazione
quel che far debba del figliuol d'Amone.
15.
Diceva Orlando: - A mio modo farai:
lasciagli un poco uscir questa arroganza,
ed altra volta ginocchion l'arai
e faren che ti chiegga perdonanza. -
Carlo rispose: - Ciò non farò mai,
che di smentirmi più pigli baldanza:
io vo' perseguitarlo insino a morte,
né mai più intendo tenerlo in mia corte. -
16.
Namo alla fine dètte il suo consiglio,
che si dovessi di corte sbandire,
acciò che non seguisse altro periglio,
ché qualche mal ne potrebbe seguire;
e dicea: - Tutto il popolo è in bisbiglio
ch'altra gente pagana dèe venire,
e forse potria farne novitade,
ché molto amato è pur nella cittade. -
17.
Astolfo non volea che si sbandisse,
ma che gli fussi in tutto perdonato;
ma Ulivieri incontro 'Astolfo disse,
tanto che molto di ciò fu sdegnato;
e Carlo comandò che si seguisse
il bando, come Namo ha consigliato.
Gano avea detto solo una parola:
- Se t'ha smentito, impiccal per la gola. -
18.
Poi che più Astolfo non vide rimedio,
e che Rinaldo è sbandito da Carlo,
si dipartì sanza più stare a tedio:
a Montalban se n'andava avvisarlo
che consigliato s'era porgli assedio,
ed accordati poi di sbandeggiarlo;
e ciò ch'aveva detto a Carlo Mano
per suo consiglio il traditor di Gano.
19.
Rinaldo mille volte giurò a Dio
che ne farà vendetta qualche volta
di questo fraudolente, iniquo e rio,
se prima non gli fia la vita tolta;
e poi diceva: - Caro cugin mio,
so che tu m'ami, e pertanto m'ascolta:
io vo' che tutto il paese rubiamo
e che di mascalzon vita tegnamo;
20.
e se san Pier trovassimo a camino,
che sia spogliato e messo a fil di spada;
e Ricciardetto ancor sia malandrino. -
Rispose Astolfo: - Perché stiamo a bada?
Io spoglierò Otton per un quattrino.
Doman si vuol che s'assalti la strada:
non si rispiarmi parente o compagno,
e poi si parta il bottino e 'l guadagno.
21.
Se vi passassi con sua compagnia
sant'Orsola con l'agnol Gabrïello
che annunzïò la Virgine Maria,
che sia spogliato e toltogli il mantello! -
Dicea Rinaldo: - Per la fede mia,
che Dio ti ci ha mandato, car fratello:
troppo mi piaci, e savio or ti conosco.
Parmi mill'anni che noi siàn nel bosco. -
22.
Quivi era Malagigi, e confermava
che si dovessi far come egli ha detto.
Rinaldo gente strana raünava:
se sa sbandito ignun, gli dà ricetto;
gente ch'ognun le forche meritava
a Montalban rimetteva in assetto,
donava panni e facea buone spese;
tanto che assai ne raünò in un mese.
23.
Tutto il paese teneva in paura;
ogni dì si sentia qualche spavento:
- Il tal fu morto in una selva scura,
e tolto venti bisanti. - Al tal cento
insin presso a Parigi in su le mura. -
Non domandar se Gano era contento,
acciò che Carlo più s'inanimassi,
tanto che a campo a Montalbano andassi.
24.
E perché più s'accendessi Rinaldo,
diceva a Carlo un dì: - La corte nostra
par tutta in ozio per questo ribaldo
che co' ladroni alle strade si mostra.
Io sono in questo proposito saldo,
che si vorrebbe ordinare una giostra,
per sollazzar la corte e 'l popol prima,
e non mostrar far di Rinaldo stima. -
25.
Carlo gli piacque quel che Gan dicea,
e fe' per tutto Parigi bandire
come il tal dì la giostra si facea:
che chi volessi, potessi venire.
Tutta la corte piacer ne prendea.
Gan, per potere ogni cosa fornire
e per parere a ciò di miglior voglia,
in punto misse Grifon d'Altafoglia.
26.
Questo era della schiatta di Maganza.
Orlando s'era di corte partito.
Gan gli diceva: - O Grifon di possanza,
poi che non c'è Rinaldo, ch'è sbandito,
con tutti gli altri accettar dèi la danza,
ch'Orlando non si sa dove sia ito. -
Grifon rispose al suo degno signore:
- Io farò sì ch'io vi farò onore. -
27.
Venne la giostra e 'l tempo diputato;
ed ordinò lo 'mperador, per segno
d'onore a quel che l'arà meritato,
un bel carbonchio molto ricco e degno
che in un bel gambo d'oro era legato.
Fuvvi gran gente di tutto il suo regno,
e molta baronia viene alla giostra;
Grifone il primo in sul campo si mostra.
28.
Rinaldo un giorno un suo falcon pascendo,
ecco venire il fratel Malagigi,
e come e' giunse, diceva ridendo:
- Non sai tu come e' si giostra a Parigi?
Che tu vi vadi in ogni modo intendo,
iscognosciuto, con istran vestigi,
ed una barba d'erba porterai
che cognosciuto da nessun sarai. -
29.
Tutto s'accese Rinaldo nel core,
e missesi di sùbito in assetto
di sopravveste, d'arme e corridore,
e disse: - Io intendo menar Ricciardetto
e d'Inghilterra il famoso signore.
Alardo rimarrà qui per rispetto. -
Missonsi in punto tutti, e l'altro giorno
iscognosciuti a Parigi n'andorno.
30.
E solean questi sempre per antico
dismontare alla casa di Gualtieri,
ovver di don Simon, lor caro amico:
a questa volta trovorno altro ostieri
fuor di Parigi, ch'era assai mendico:
quivi smontorno e missono i destrieri
per fuggire ogni tradimento reo;
e l'oste appellato è Bartolomeo.
31.
E poi Rinaldo Ricciardetto manda
in piazza per veder quel che faciéno.
Ricciardo aveva a traverso una banda
alla sua sopravvesta e al palafreno,
e in certa parte una gentil grillanda
di fior, che quasi il petto gli copriéno;
di bianco drappo era la sopravvesta,
a nessun mai più non veduta questa.
32.
Una grillanda aveva alla testiera
ed una in su la groppa del cavallo,
di varii fior, come è di primavera;
la coverta è di color tutto giallo.
Vide la giostra che cominciata era,
né poté far non entrassi nel ballo;
e 'l primo ch'egli scontra in terra ha spinto,
e poi il secondo e 'l terzo e 'l quarto e 'l quinto.
33.
Poi si partì e tornava al fratello,
e disse ciò che al campo aveva fatto.
Rinaldo, ch'era armato come quello,
e 'l duca Astolfo n'andaron di tratto;
e tutto il popol si ferma a vedello,
perché parea nell'armi molto adatto.
Ulivieri era già venuto al campo
e con la lancia menava gran vampo.
34.
Rinaldo, come giunse, al suo Baiardo
una fiancata dètte cogli sproni;
vennegli incontra il marchese gagliardo;
non si conoscon questi due baroni;
due colpi grandi sanza alcun riguardo
a mezzo il corso dèttonsi i campioni:
le lance in aria pel colpo ne vanno,
ma l'uno all'altro facea poco danno,
35.
salvo che ginocchion vanno i destrieri;
e nel cader l'elmetto si dilaccia
al valoroso marchese Ulivieri,
tanto che tutta scoperse la faccia.
Videl Rinaldo, e fece assai pensieri
di darli morte e fuggir via poi in caccia;
pur si ritenne per miglior partito.
Ulivier si rizzò tutto smarrito.
36.
Allor Rinaldo un'altra lancia prese
e rivoltossi col cavallo a tondo;
vide venire un certo Maganzese
che si chiamava per nome Frasmondo:
sopra lo scudo la lancia giù scese,
gittalo in terra, e poi gittò il secondo,
cioè Grifon, ch'avea molta possanza,
ch'era mandato da Gan di Maganza.
37.
Quivi combatte il signor d'Inghilterra,
ed or questo, or quell'altro manda al piano:
molti n'aveva cacciati per terra.
Rinaldo guarda se cognosce Gano:
videlo un tratto, e Baiardo disserra;
e come e' giunse al traditor villano,
per fargli il giuoco, se poteva, netto,
gli pose alla visiera dell'elmetto.
38.
Gan si scontorse tutto in su l'arcione;
la lancia si spezzò subitamente,
e 'l suo forte destrier Mattafellone
s'accosciò in terra, se Turpin non mente.
E come e' fu caduto Ganellone,
sùbito intorno gli fu molta gente
de' Maganzesi, e corsono aiutallo,
e rilevato fu sù col cavallo.
39.
Quanti ne scontra Rinaldo quel giorno,
tanti per terra par che ne trabocchi;
Alda la bella al cavaliere adorno
sempre teneva quel dì fiso gli occhi;
e quanti cavalier con lui giostrorno,
parvon le lance gambi di finocchi;
tanto che molto piacque a Gallerana,
ch'era con Alda e con Meredïana.
40.
Fatta la giostra, fu dato l'onore
al buon Rinaldo, che lo meritava.
Alda la bella al baron di valore
un ricco dïamante poi donava,
dicendo: - Questo porta per mio amore. -
E Gallerana un rubin suo gli dava,
tanto lor parve un cavalier possente.
Rinaldo gli accettò cortesemente.
41.
Tornossi all'oste di fuor della terra
Rinaldo con Astolfo e col fratello.
Gan, perché avuta vergogna avea in guerra,
vituperato, drento al suo cor fello
pensò di far con sua gente tal serra
al paladin ch'egli uccidessi quello,
acciò che tanti cavalier prestanti
d'aver vinti quel giorno non si vanti.
42.
Sùbito fuor di Parigi son corsi,
e giunti all'oste, Rinaldo trovaro,
e cominciorno co' graffi e co' morsi
a volerlo atterrar sanza riparo:
così con esso a battaglia appiccorsi,
tanto ch'Astolfo per forza pigliaro;
e con fatica Rinaldo è fuggito
con Ricciardetto che l'avea seguito.
43.
Gan fece 'Astolfo l'elmetto cavare
con intenzion di dargli poi la morte,
ma saper prima ben d'ogni suo affare
e del compagno suo ch'è tanto forte.
Come il cognobbe, cominciò a parlare:
- Tu se' quel traditor che nostra corte
vituperasti sempre e Carlo Mano,
e malandrin se' fatto a Montalbano!
44.
I tuoi peccati t'hanno pur condotto
dove tu merti, se tu guardi bene
alla tua vita, e pagherai lo scotto
di quel che hai fatto, con affanni e pene. -
Astolfo per dolor non facea motto.
Gan di Maganza a Parigi ne viene,
e giunto a Carlo tutto in volto lieto,
gli dètte Astolfo in sua man di segreto.
45.
Questo facea perché non abbi aiuto,
né per la via scoperto l'ha a persona,
acciò che non sia tolto o cognosciuto;
e dice: - O Carlo Magno, alta corona,
fallo impiccar, ché tu farai il dovuto:
alla sua vita mai fe' cosa buona;
se tu ragguardi, nel tempo passato
per mille vie le forche ha meritato. -
46.
Carlo lo fece mettere in prigione
per ordinar di farne aspra giustizia.
Mentre che questo ordinava Carlone,
e Gan tutto era acceso di letizia,
Rinaldo, ch'era pien di passïone,
sentia d'Astolfo al cor molta tristizia,
e pensa pur come e' possa aiutarlo,
ché dicea: "Carlo Man farà impiccarlo".
47.
Orlando appunto a Montalban giugnea,
quale era stato per molti paesi,
e rivedere il suo cugin volea;
e Ricciardetto e lui truova sospesi.
Rinaldo poi d'Astolfo gli dicea:
or questo par ch'al conte molto pesi,
ché in Agrismonte stato era di Buovo,
e non sapea di questo caso nuovo.
48.
Ed accordossi con Rinaldo insieme
che non gli fia la vita perdonata;
e Malagigi ha perduta ogni speme,
però che Carlo un'ostia consecrata
gli ha messo addosso, ché dell'arte teme
di Malagigi, e la prigion guardata
in modo avea che non si può aiutare,
né con ingegni o spirti liberare.
49.
Diceva Orlando: - Io per me son disposto
insieme con Astolfo ire a morire. -
Disse Rinaldo: - Ed io. Facciàn pur tosto,
però che non è tempo da dormire. -
Come il sol fu nell'occeàn nascosto,
sùbito l'arme si fecion guernire,
e Ricciardetto con seco menorno,
e cavalcâr la notte insino al giorno.
50.
La mattina per tempo capitati
furon fuor delle porte di Parigi;
e non si sono a gnun manifestati,
ma stettonsi nascosi in San Dionigi;
e certi vïandanti son passati:
Orlando drieto mandò lor Terigi
a domandar se novelle sapiéno
di corte, e quel che i paladin faciéno.
51.
Fugli risposto: - Niente sappiàno,
se non ch'egli è certo mormoramento
ch'un de' baroni impicca Carlo Mano
questa mattina per suo mancamento:
le forche qua su la strada veggiàno.
Altre novelle non sentimo drento. -
Terigi presto ritornava al conte
e di Parigi le novelle ha conte.
52.
Disse Rinaldo: - E' fa pur daddovero!
Ben debbe godere or quel traditore! -
Diceva Orlando: - E' fallerà il pensiero,
se tu mi segui, cugin, di buon core. -
Disse Rinaldo: - Morir teco spero,
e 'l primo uccider Carlo imperadore,
prima ch'Astolfo, come Gano agogna,
vegga morir con tanta sua vergogna.
53.
Io trarrò a Gano il cuor prima del petto
ch'i' sofferi veder mai tanto duolo:
così la fede, Orlando, ti prometto;
io verrò teco in mezzo dello stuolo,
così sbandito, sanza alcun sospetto,
s'io vi dovessi morto restar solo. -
E così insieme congiurati sono
di mettersi alla morte in abandono.
54.
E stanno alla veletta per vedere
qualunque uscissi fuor della cittade;
così Terigi, ch'era lo scudiere,
aveva gli occhi per tutte le strade;
ognuno in punto teneva il destriere,
ognun guardava come il brando rade.
Diceva Orlando a Terigi: - Sarrai
sul campanile, e cenno ci farai.
55.
Ma fa' che bene in ogni parte guardi,
acciò che error per nulla non pigliassi;
se tu vedessi apparire stendardi
o che alle forche nessun s'accostassi,
sùbito il di': che noi non fussin tardi,
che 'l manigoldo intanto lo 'mpiccassi.
Ma, a mio parer, sanza dimostrazione
s'ingegnerà mandarlo Ganellone. -
56.
Gan la mattina per tempo è levato
e ciò che fa di bisogno ordinava:
insino al manigoldo ha ritrovato;
non domandar come e' sollecitava.
I paladini ognun molto ha pregato;
ma Carlo chi lo priega minacciava
perch'ostinato era farlo morire,
tanto che pochi volean contraddire.
57.
Avea molto pregato l'amirante
che con Erminïon si fe' cristiano:
questo era quel famoso Lïonfante
che prese Astolfo presso a Montalbano;
Meredïana pregava e Morgante;
ma tutto il lor pregare era alfin vano.
Gan da Pontieri in su la sala è giunto,
dicendo a Carlo: - Ogni cosa è già in punto. -
58.
E taglia a chi pregava le parole,
dicendo: - O imperador, sanza giustizia
ogni città le barbe scuopre al sole;
per non punire i tristi e lor malizia
vedi che Troia e Roma se ne duole;
e sanz'essa ogni regno precipizia.
La tua sentenzia debbe avere effetto,
e non mutar quel ch'una volta hai detto. -
59.
Carlo rispose: - Gan, sia tua tal cura:
fa' che la giustizia abbi suo dovere;
quel che bisogna a tutto ben procura. -
Gan gli rispose: - E' fia fatto, imperiere:
di questo sta' colla mente sicura.
S'Astolfo prima volessi vedere
ch'io il meni via, il trarrò di prigione,
per isfogarti a tua consolazione. -
60.
Rispose Carlo: - Fatelo venire. -
Astolfo innanzi a Carlo fu menato.
Carlo comincia iratamente a dire,
poi ch'a' suoi pie' se gli fu inginocchiato:
- Come hai tu avuto, Astolfo, tanto ardire
con quel ribaldo tristo, scelerato
venire a corte, e già circa a tre mesi
mettere in preda tutti i miei paesi?
61.
Perch'io avevo Rinaldo sbandito,
quando io pensai tu mi fussi fedele,
a Montalban con lui ti se' fuggito
e fatto un uom micidiale e crudele:
del tuo peccato è tempo sia punito,
e dopo il dolce poi si gusta il fele.
Della tua morte e di tue opre ladre
non me ne incresce, ma sol del tuo padre. -
62.
Otton fuor di Parigi doloroso
s'era fuggito, per non veder, solo,
afflitto vecchio misero angoscioso,
morir sì tristamente il suo figliuolo.
Astolfo allor col viso lacrimoso
rispose con sospiri e con gran duolo,
e disse umilemente: - O imperadore,
io mi t'accuso e chiamo peccatore.
63.
Io non posso negar che la Corona
non abbi offesa assai col mio cugino;
ma se per te mai cosa giusta o buona
ho fatto mentre io fui tuo paladino
per lunghi tempi, Carlo, or mi perdona,
per quel Gesù che perdonò a Lungino,
pel padre mio, tuo servo e caro amico,
se mai piaciuto t'è pel tempo antico,
64.
pel tuo caro nipote e degno conte,
per quel ch'io feci già teco in Ispagna,
s'io meritai mai nulla in Aspramonte,
per la corona tua famosa e magna.
E pur se morir debbo con tante onte,
quel traditor ch'è pien d'ogni magagna
più ch'altro Giuda o che Sinon da Troia,
per le sue man non consentir ch'i' muoia. -
65.
Carlo diceva: - Questo a che t'importa? -
Gan da Pontier gli volse dar col guanto;
me 'l duca Namo di ciò lo sconforta.
Astolfo fu da' Maganzesi intanto
preso e menato inverso della porta;
e tutto il popol ne facea gran pianto.
Uggier più volte fu tentato sciòrre
Astolfo, e a Ganellon la vita tòrre;
66.
ma poi di contrapporsi a Carlo teme,
e non pensò che rïuscissi netto.
I Maganzesi son ristretti insieme,
perché de' paladini avean sospetto,
e d'ogni parte molta gente preme.
Quel traditor di Gan per più dispetto
come un ladrone Astolfo svergognava,
e 'l manigoldo pur sollecitava.
67.
Avea pregato Namo e Salamone
lo 'mperador che dovessi lasciarlo;
Avolio, Avino, Gualtier da Mulione
e Berlinghier si sforza di camparlo,
dicendo: - Abbi pietà del vecchio Ottone,
che tanto tempo t'ha servito, Carlo. -
Tutta la corte per Astolfo priega;
ma Carlo a tutti questa grazia niega.
68.
E finalmente a Gan fu consegnato
che facci che far dèe di sua persona.
Gan sopra un carro l'aveva legato,
e 'n testa gli avea messa una corona
per traditore, e 'l giubbon di broccato;
e gran romor per Parigi risuona;
ed un capresto d'oro gli avvolgea:
or questo è quel ch' 'Astolfo assai dolea.
69.
Fe' per Parigi la cerca maggiore,
le trombe innanzi e stendardi e bandiere,
minacciando e chiamandol rubatore.
Ma nondimen del signor del quartiere
e di Rinaldo temea il traditore,
e tuttavolta gliel parea vedere.
Terigi presto del fatto s'accorse:
al conte tosto ed a Rinaldo corse.
70.
Orlando sopra Vegliantin s'assetta;
Rinaldo sta, come suole il falcone
uscito del cappello, alla veletta.
Ma per aver più salvo Ganellone
che si scostassi di Parigi aspetta,
tanto che fussi giunto allo scaglione,
dicendo: - Quanto più si scosta Gano,
tanto più salvo poi l'aremo in mano.
71.
Lasciàgli pure alle forche venire,
che se noi gli assaltassin così tosto,
nella città potrebbon rifuggire:
io vo' che 'l traditor tarpian discosto.
Astolfo in modo alcun non dèe morire:
noi giugneren più a tempo che l'arrosto.
Forse verrà a veder lo 'mperadore,
e vo' colle mie man cavargli il core.
72.
I Maganzesi so che sgomberranno
come vedranno scoperto il quartieri
o 'l lïone sbarrato mireranno. -
Così si furno accordati i guerrieri,
e come i can cogli orecchi alti stanno
per assaltare o lepretta o cervieri.
Gan traditor con molto oltraggio e pena
Astolfo inverso le forche ne mena.
73.
Non potre' dire il signor d'Inghilterra
come schernito sia da quella gente:
per non vederla, gli occhi spesso serra,
e come agnello ne venìa paziente,
già tanto tempo in corte stato e in guerra
sì degno paladin tanto eccellente,
morti a' suoi dì con le sue proprie mani,
per salvar Carlo, migliaia di pagani.
74.
Carlo imperador, quanto se' ingrato!
Non sai tu quanto è in odio a Dio tal pecca?
Non hai tu letto che per tal peccato
la fonte di pietà sù in Ciel si secca?
e con superbia insieme mescolato,
caduto è d'Aquilon nella Giudecca
con tutti i suoi seguaci già Lucifero?
Tanto è questo peccato in sé pestifero.
75.
Tu hai sentito pur che Scipïone,
sendo di senno vecchio e giovan d'anni,
'Anibal tolse ogni reputazione,
di che tanta acquistata avea già a Canni.
Furno i Romani ingrati alla ragione,
onde seguiron poi sì lunghi affanni.
Questo peccato par che 'l mondo adugge,
e finalmente ogni regno distrugge;
76.
questo peccato scaccia la giustizia,
sanza la qual non può durare il mondo;
questo peccato è pien d'ogni malizia;
questo peccato a gnun non è secondo;
Gerusalem per questo precipizia;
questo peccato ha messo Giuda al fondo;
questo peccato tanto grida in Cielo
che ci perturba ogni sua grazia e zelo.
77.
Quel c'ha fatto per te già il paladino
credo tu 'l sappi, ma saper nol vuoi,
mentre che fu tra 'l popol saracino:
so che fra gli altri assai lodar quel suòi.
Non ti ricordi, figliuol di Pipino,
de' benefici, e penter non val poi.
E pur se fatta ha cosa che sia atroce,
del tuo Gesù ricòrdati già in croce,
78.
che perdonava al popol che l'offende,
raccomandàlo al Padre umilemente.
Astolfo in colpa ginocchion si rende
e chiede a te perdon pietosamente;
e pur se 'l giusto priego non t'accende,
di grazia ti domanda finalmente
che per le man di Gan non vuol morire:
e tu nol vuoi di questo anche essaudire.
79.
E non sai ben che, se quel guida a morte
Astolfo, così guida te, Carlone,
e' tuoi baroni e tutta la tua corte.
Fa' che tu creda sempre a Ganellone:
ben ti conducerà fuor delle porte
quando fia tempo ancor, questo fellone.
E pel consiglio suo ti fai crudele
e 'ngrato contro al servo tuo fedele.
80.
Astolfo, poi che si vide condotto
presso alle forche, e gnun per sé non vede,
un pianto cominciò molto dirotto
quando in sul primo scaglion pose il piede,
e' Maganzesi il sospignean di sotto;
e disse: - O Dio, è spenta ogni merzede?
Non è pietà nel mondo più né in Cielo
pe' tuoi fedel che credon nel Vangelo?
81.
S'io ho tre mesi assaltata la strada
per disperato e pien di giusto sdegno,
consenti tu ch'alle forche ne vada?
Io ho tanto assaltato il pagan regno
e tanti per te morti colla spada,
che di misericordia ero pur degno.
Come un ladron m'impicca Carlo Mano;
e per più ingiuria il manigoldo è Gano:
82.
quel che t'ha fatti mille tradimenti
e mille e mille e mille alla sua vita,
e tanti ha già de' tuoi cristiani spenti!
Ove è la tua pietà, s'ella è infinita?
A questo modo ch'io muoia or consenti?
Per la tua deïtà ch'è in Ciel gradita,
per la tua santa e glorïosa Madre,
abbi pietà del mio misero padre,
83.
se per me stesso non l'ho meritato,
per le sue opre degne e giuste e sante.
Ma tu sai pur se pel tempo passato
combattuto ho nel Ponente e Levante:
tal ch'io pensavo d'avere acquistato
altra corona o carro trïunfante,
altri stendardi di più gloria e fama:
or col capresto Gan ladron mi chiama. -
84.
Avino era venuto per vedere
quel che veder non vorrebbe per certo;
ma 'l grande amor lo sforza, e più tenere
non poté il pianto, tanto avea sofferto.
Guardava Astolfo contro a suo volere
le forche in alto, e 'l camin gli pare erto,
e quanto può di non salir s'attiene,
ché di morir non s'accordava bene.
85.
I Maganzesi gli sputan nel viso
come facieno a Cristo i farisei;
diceva alcun con iscorno e con riso:
- Or fien puniti i tuoi peccati rei!
Ricòrdati di me sù in Paradiso. -
Altri dicea come ferno i Giudei,
mentre ch'ognun quanto può lo percuote:
- Dimmi, s' tu sai, chi ti batte le gote!
86.
Tu 'l doverresti saper, paladino,
tu doverresti conoscer la mano,
se se' profeta, astrolago o indovino.
Che guati tu? Del senator romano,
o che ti scampi il figliuol di Pipino?
Ch'aspetti tu? Il signor di Montalbano?
E' verrà a te quando a' Giudei Messia;
ed anco Cristo chiamò in croce Elia. -
87.
Era a vedere Astolfo cosa oscura;
e 'l manigoldo tirava il capresto,
dicendo: - Vien sù, con buona ventura. -
E 'l traditor di Gan dicea: - Fa' presto. -
Astolfo avea della morte paura,
perc'ha diciotto in volta e vanne il resto;
e tuttavia di soccorso pur guarda,
e quanto più potea, di salir tarda:
88.
con le ginocchia alla scala s'appicca,
e 'l manigoldo gli dava una scossa;
chi qualche dardo alle gambe gli ficca,
ma sosteneva in pace ogni percossa:
malvolentier dagli scaglion si spicca,
e cigolar si sentian prima l'ossa.
Pur per la forza di sopra e di sotto
sopra il terzo scaglion l'avean condotto.
89.
Diceva Gano: - Alla barba l'arai!
tira pur sù, ribaldo traditore,
che più le strade non assalterai. -
Or questo è quel ch' 'Astolfo passa il core,
e dicea: - Traditor non fu' già mai;
ma tu se' traditore e rubatore,
e quel che tu fai a me, meriti tue.
Ma contro al mio distin non posso piùe.
90.
Io non posso pensar come il terreno
non s'apre e non iscura sole e luna,
poi ch'a te, traditor d'inganni pieno,
m'ha dato così in preda la fortuna.
O crocifisso giusto Nazareno,
non è nel Ciel per me difesa alcuna?
Questa è pur cosa dispietata e cruda,
da poi che traditor mi chiama Giuda.
91.
Dove è la tua giustizia, Signor mio?
Non è per me persona che risponda?
Che questo traditor malvagio e rio
m'uccida, e con parole mi confonda,
nol sofferir, benigno etterno Iddio! -
E tanto sdegno nel suo core abonda
che con quel poco vigor che gli resta
si percotea nella scala la testa.
92.
Ma il manigoldo tuttavia punzecchia
ed or col piede, or col pugno lo picchia
quando nel volto e quando nell'orecchia;
e pure Astolfo meschin si rannicchia,
e tuttavolta co' pie' s'apparecchia
di rappiccarsi a scaglione o cavicchia.
Ma con le grida la gente l'assorda;
e 'l manigoldo scoteva la corda;
93.
alcuna volta la gola gli serra:
non domandar s'egli era un nuovo Giobbe.
Un tratto gli occhi abbassava alla terra,
ed Avin suo fra la gente cognobbe:
or questo è quel dolor che 'l cor gli afferra;
fece le spalle pel gran duol più gobbe;
raccomandògli sopra ogn'altra cosa
il vecchio padre e la sua cara sposa.
94.
Talvolta gli occhi volgeva a Parigi;
quando guardava inverso Montalbano:
non sa che 'l suo soccorso è in San Dionigi.
Diceva allor per dileggiarlo Gano:
- Che guardi tu? Se ne vien Malagigi?
E' fia qui tosto, egli è poco lontano.
Perché con meco, Astolfo, così adiriti,
che liberar ti farà da' suoi spiriti? -
95.
E nondimeno un'ostia, com'io dissi,
gli avea cucito di sua mano addosso
nella prigion, che caso non venissi
che Malagigi l'avessi riscosso,
acciò che in ogni modo quel morissi.
Diceva Astolfo: - Omè! che più non posso
risponder, traditor, quel che tu meriti
de' tuoi peccati pe' tempi preteriti! -
96.
Gan lo schernia di nuovo con parole,
e pure al manigoldo raccennava;
e 'l manigoldo tira come suole.
Astolfo a poco a poco s'avvïava,
però che solo un tratto morir vuole,
e così finalmente s'accordava.
E' Maganzesi pur gridan dintorno
e sbuffan beffe con ischerno e scorno.
97.
Orlando in questo Astolfo in alto vide,
e disse: - Tempo non è da star saldo:
non senti tu quel tumulto e le gride? -
e 'l simigliante diceva Rinaldo:
- Io veggo il manigoldo che l'uccide,
e già il capresto gli acconcia, il ribaldo:
non aspettiàn che gli facci più ingiuria. -
Così di San Dionigi escono a furia.
98.
Rinaldo punse in su' fianchi Baiardo,
che non si vide mai saltar cervietto
ch'a petto a questo non paressi tardo;
così faceva Orlando e Ricciardetto:
non è lïon sì presto o lïopardo;
Terigi drieto seguiva, il valletto.
Rinaldo scuopre il lïone sbarrato;
Orlando il segno ha del quartier mostrato.
99.
Astolfo pure ancora stava attento,
come chi spera insino a morte aiuto:
vide costor che venien come un vento,
non come strale o come uccel pennuto:
furno in un tratto i lupi tra l'armento,
che quasi ignun non se n'era avveduto;
ma poi ch'Orlando e Rinaldo conosce,
fu posto fine a tutte le sue angosce.
100.
E' parén proprio un nugolo di polvere;
giunse in un tratto la folgore e 'l tuono.
Il manigoldo si facea già assolvere
al duca Astolfo, e chiedeva perdono,
ché gli volea poi dar l'ultimo asciolvere;
e messo avea la vita in abbandono,
e domandava di grazia che in modo
far gli dovessi, che corressi, il nodo.
101.
Guarda fortuna in quanta estremitate
condotto avea col capresto alla gola
il paladin di tanta dignitate,
che non facea di morir più parola!
Avea mille vittorie già acquistate,
e domandava ora una cosa sola:
che 'l manigoldo acconciassi il capresto
per modo che corressi il nodo presto.
102.
Giunto che fu tra' Maganzesi Orlando
- Ah, popol traditor! - gridava forte;
e misse mano a Durlindana, il brando.
Rinaldo grida: - Alla morte, alla morte! -
e poi si venne alle forche accostando;
trasse Frusberta, e legami e ritorte
tagliò in un colpo, e le forche e la scala
ed ogni cosa in un tratto giù cala.
103.
Mai non si vide un colpo come quello,
tanto fu l'ira, la rabbia e 'l furore.
Astolfo cadde leggier come uccello,
tanto in un tratto riprese vigore;
il manigoldo si spezza il cervello.
Gan da Pontier fuggiva, il traditore;
Avin, che 'l vide, drieto a lui cavalca;
ma non potieno uscir fuor della calca.
104.
Orlando è in mezzo di que' di Maganza
e mena colpi di drieto e davante
con Durlindana, e faceva l'usanza:
quanti ne giugne, al ciel volgon le piante.
E Ricciardetto, ch'ha molta possanza,
molti n'uccide col brando pesante.
Come un leon famelico ognun rugge.
Gan da Pontier verso Parigi fugge.
105.
E' si vedea in un tratto sbaragliare
i Maganzesi e fuggir per paura
chi qua, chi là, pur che possa scampare.
Trasse Rinaldo un colpo per ventura:
un Maganzese morto fe' cascare,
e tolsegli il cavallo e l'armadura,
e rassettava Astolfo d'Inghilterra;
e corron tutti poi verso la terra.
106.
E' Maganzesi innanzi si cacciavano
come il lupo suol far le pecorelle,
e questo e quello e quell'altro tagliavano,
e braccia in terra balzano e cervelle;
fino alle mura i colpi raddoppiavano,
cacciando i brandi giù per le mascelle;
altri avén féssi insin sopra gli arcioni,
chi insino al petto, e chi insino a' talloni.
107.
Astolfo, poi ch'a caval fu montato,
tra' Maganzesi a gran furor si getta,
gridando: - Popol crudo e rinnegato,
gente bestiale, iniqua e maladetta,
io ti gastigherò del tuo peccato! -
e con la spada facea gran vendetta,
e molta avea di quella turba morta
prima ch'entrati sien drento alla porta.
108.
Ricciardetto era a Ganellone a' fianchi
e col caval lo seguia a tutta briglia:
dunque convien che 'l traditore arranchi,
perché da lui non levava le ciglia.
Giunti in Parigi i baron degni e franchi,
sùbito tutto il popol si scompiglia;
e come e' fu saputo tal novella,
sùbito i paladin montorno in sella.
109.
Carlo, sentendo come il fatto era ito,
e che in Parigi era Rinaldo e 'l conte,
e come Astolfo è di sua man fuggito,
con ambo man si percosse la fronte:
esser gli parve a sì tristo partito
che si fuggì per non veder sue onte,
e la corona si trasse di testa
e 'ndosso si stracciò la real vesta.
110.
Era Rinaldo già in piazza venuto
col conte Orlando, e sollevato tutto
il popol, che d'Astolfo gli è incresciuto;
e disïava Carlo sia distrutto,
da poi ch'a Gano avea sempre creduto
e seguitato n'era amaro frutto.
Preso la piazza, al palagio corriéno,
là dove Carlo Man pigliar crediéno.
111.
Dicea Rinaldo: - Ignun non mi dia impaccio:
io intendo a Carlo far quel ch'è dovere;
come vedete ch'io le man gli caccio
addosso, ognun da parte stia a vedere.
La prima cosa il vo' pigliar pel braccio
e levarlo di sedia da sedere;
poi la corona di testa cavargli,
e tutto il capo e la barba pelargli;
112.
e mettergli una mitera a bendoni
e 'n sul carro d'Astolfo farlo andare
per tutta la città, come i ladroni;
e farlo tanto a Gano scorreggiare
che sia segnato dal capo a' talloni;
e l'uno e l'altro poi fare squartare,
ribaldo vecchio rimbambito e pazzo! -
Così con gran furor corse al palazzo.
113.
Carlo la sala aveva sgomberata,
perché e' conosce Rinaldo assai bene.
Vide Rinaldo la sedia votata;
sùbito fuor del palazzo ne viene,
e per Parigi fece la cercata,
e minacciava che chi Carlo tiene
nascoso o sa dove e' si sia fuggito,
gliel manifesti: se non, fia punito.
114.
Carlo a casa d'Orlando per paura
s'era fuggito, inteso la novella
come Rinaldo drento era alle mura;
e nascoso l'avea Alda la bella,
che 'l dì venuta v'era per ventura;
e triema tuttavia questa donzella
che non vi corra il popol a furore
e che sia morto il vecchio imperadore.
115.
Gan si fuggiva innanzi a Ricciardetto;
ma poi che più fuggir non può il fellone
e già Rinaldo si vedeva appetto,
al conte Orlando si dètte prigione.
E 'l conte Orlando rispose: - Io t'accetto
per far di te quel che vorrà ragione. -
Diceva Gano: - Io mi ti raccomando
che tu mi salvi almen la vita, Orlando. -
116.
Come e' fu preso il traditor ribaldo,
ognun gridava: - Fagli quel che merta! -
Non si potea rattemperar Rinaldo,
che lo voleva straziar con Frusberta,
e come il veltro non istava saldo
quando la lepre ha veduta scoperta.
Diceva Orlando: - Aspetta d'aver Carlo,
ch'io vo' in sul carro con esso mandarlo. -
117.
Per tutta la città tutto quel giorno
cercato fu di Carlo; e finalmente,
non si trovando, al palagio n'andorno,
e 'l conte Orlando è in suo luogotenente.
Alda la bella col suo viso adorno
la notte se n'andò celatamente,
ed ogni cosa diceva al suo sposo
com'ella avea lo 'mperador nascoso.
118.
Orlando disse: - Fa' che tu lo tenga
celato tanto che passi il furore;
e fa' che in modo nessun non avvenga
che nulla manchi al nostro imperadore,
acciò che ignun disagio non sostenga:
ch'egli è pur vecchio, e mio padre e signore; -
così diceva - e fa' che sia segreto. -
Vedi s'Orlando nostro era discreto!
119.
E' gl'increscea di Carlo quanto puote,
e di Rinaldo dubitava forte,
e per pietà ne bagnava le gote,
che non gli dessi alla fine la morte,
perch'era vecchio, e lui pur suo nipote,
e sa che guasta sarebbe la corte.
Così furno alcun giorno dimorati,
e' Maganzesi morti e chi scacciati.
120.
Rinaldo pure Orlando ritoccava
che si dovessi con ogni supplicio
uccider Gan, ché così meritava,
e che dovessi a lui dar questo uficio.
Astolfo d'altra parte il domandava
di grazia, in luogo di gran beneficio,
ché di sue ingiurie far volea vendetta.
Orlando rispondea che Carlo aspetta,
121.
e che farebbe sì crudel giustizia
di lor, ch'ognun ne sarebbe contento.
Gan nel suo core avea molta tristizia
e dubitava di molto tormento,
come colui ch'è pien d'assai malizia.
Orlando, ch'era savio a compimento
e di Rinaldo conoscea l'omore,
lasciava pur raffreddarlo nel core.
122.
Dopo alcun giorno, quando tempo fue,
gli cominciò così parlando a dire:
- Di Carlo, omai, dimmi, che credi tue?
Per disperato dovette morire;
ucciso si sarà colle man sue:
fuor di Parigi non si vide uscire.
E quel che più mi dà perturbazione
è che stanotte il vidi in visïone.
123.
E' mi pareva, a vederlo nel volto,
che fussi tutto afflitto e doloroso,
di quel color ch'è l'uom quando è sepolto,
la barba e 'l petto tutto sanguinoso
e tutto il capo arruffato e ravvolto;
e con un atto molto disdegnoso
mi guardassi nel viso a mano a mano
un crucifisso ch'egli aveva in mano.
124.
Dond'io n'ho tutto questo giorno pianto:
ché, come desto fu', disparì via;
ed io temendo mi levai, e 'ntanto
feci priego alla Vergine Maria,
al Padre, al Figlio, allo Spirito santo,
che 'nterpetrar dovessi quel che sia;
e parmi aver nella mente compreso
che Carlo è morto, e Cristo abbiamo offeso.
125.
Non si dovea però volerlo morto,
però che pur tenuta ha la corona
già tanto tempo, e pur si vede scorto
quanto Iddio amassi la sua stirpe buona,
ché dal Ciel lo stendardo gli fu porto,
che non fu dato al mondo mai a persona.
Temo ch'offeso non abbiam Gesùe
pe' suoi gran merti e per le sue virtùe.
126.
E credo che sarebbe utile ancora
che si mettessi per Parigi un bando,
che chi sapessi ove Carlo dimora,
o vivo o morto, lo venga insegnando;
e come giusto imperador s'onora,
che si venissi il sepulcro ordinando;
però che 'l Ciel, se ha conceputo sdegno
della sua morte, mosterrà gran segno. -
127.
Quando Rinaldo le parole intende,
subitamente nel volto cambiossi,
e di tal caso sé molto riprende,
dicendo: - Io non pensai che così fossi! -
E nel suo cor tanta pietà s'accende
che gli occhi già son lacrimosi e rossi,
e disse: - Orlando, quel che detto m'hai
mi pesa troppo, e dolgomene assai.
128.
Ma non credetti già che tanto male
di questo caso seguitar dovessi;
ma dopo il fatto il penter poi non vale.
A me par verisimil s'uccidessi,
perché pur, sendo di stirpe reale,
arà voluto uccidersi lui stessi
più tosto ch'altri vi ponessi mano,
come d'Anibal sai che letto abbiàno.
129.
Mandisi il bando, al mio parere, e tosto,
che lo riveli sanza alcun sospetto
chi l'ha tenuto o tenessi nascosto;
però che di dolor mi s'apre il petto,
e d'onorarlo, per Dio, son disposto
siccome imperador magno e perfetto;
e sempre piagnerò questo peccato,
e vo' al Sepulcro andar, come è trovato.
130.
E dico ch'a voler bene onorallo
e' si raguni tutto il concestoro,
e che si facci sùbito scultallo,
non di marmo o di bronzo, anzi sia d'oro
con la corona sopra un gran cavallo
come ferno i Roman d'alcun di loro,
e lettere scolpite etterne e salde
della sua gloria e fama e pregio e lalde;
131.
e come il Ciel già mandassi il vessillo,
ch'è stato in terra assai più avventurato
che quel ch'a Roma riportò Camillo
allor che 'l Campidoglio era occupato. -
Orlando, come savio, alquanto udillo;
poi prestamente il bando ebbe ordinato.
E come e' fu per tutto andato il bando,
Alda la bella ne venne a Orlando,
132.
e disse come Carlo in casa avea,
e come per dolor non parea vivo.
Tutta la corte gran festa facea,
perché credean di vita fussi privo;
Rinaldo molto lieto si vedea,
accusando sé misero e cattivo;
e fu menato a corte a grande onore
e posto in sedia Carlo imperadore.
133.
Astolfo chiese a Carlo perdonanza,
e Carlo perdonanza chiese a lui,
ed accusava il conte di Maganza,
dicendo: - Consigliato da quel fui. -
Quivi alcun giorno si fece l'usanza:
ognun si scolpa de' peccati sui,
come nel dir seguente dirò in versi.
Guardivi il Ciel da tutti i casi avversi.
CANTARE DECIMOSECONDO
1.
fonte di pietà, fonte di grazia,
madre de' peccator, nostra avvocata,
di cui la mente mia mai non si sazia
di dir quanto tu sia nel Ciel beata,
tu redemisti nostra contumazia
dal dì che 'n terra fusti annunzïata:
non mi lasciare, o Virgine di gloria,
tanto ch'i' possi ordinar questa storia.
2.
Troppo sarebbe lungo a dire in rima
di tanta gente appunto le parole;
e d'ogni cosa far non si dèe stima.
Rinaldo il traditor Gan morto vuole;
Carlo di grazia l'avea chiesto prima:
della qual cosa il popol se ne duole.
Pur lo lasciâr con questa condizione,
che mai più in corte non istia il fellone.
3.
Rinaldo mal contento si ritorna
a Montalban con Ricciardetto insieme.
Ma 'l traditor di Gan, che non soggiorna
e sempre inganni della mente preme,
cominciò presto a ritrar fuor le corna:
perché Rinaldo non v'era, non teme;
e Carlo l'ha salvato dalla morte,
ed or cacciare nol sapea di corte.
4.
E cominciò di nuovo a far pensiero
che Carlo gli credessi al modo antico,
per distruggere alfin tutto il suo impero;
e Carlo ritornato è già suo amico,
e ciò ch'è bianco gli pareva nero.
Diceva Gano: - Intendi com'io dico.
Se viver non vuoi sempre con vergogna,
Rinaldo al tutto spegner ti bisogna. -
5.
Carlo diceva: - Alla fine io la lodo,
perché tu vedi ben quel ch'e' m'ha fatto.
Ma non ci veggo ancor la via né 'l modo
e molte cose con meco combatto. -
Diceva il traditor pien d'ogni frodo:
- Io credo satisfarti a questo tratto.
Come scacciato da te me n'andròe
a Montalbano e secreto staròe;
6.
e manderotti lettere poi scritte
che parrà che sien fatte nella Mecche:
dirò che le mie gente sieno afflitte,
e che punite omai sien tante pecche,
e molte altre parole a te diritte:
ch'io vo' tornare a dir salamalecche,
peccavi, Domine, miserere mei
delle mie colpe e de' processi miei.
7.
Tu mosterrai le lettere palese:
Rinaldo crederrà ch'io sia lontano
e ch'io non torni più in questo paese.
Un dì ch'egli esca fuor di Montalbano,
sùbito insieme saremo alle prese,
e so ch'io l'uccidrò con la mia mano;
e come morto fia, sai che 'l tuo regno
sicuro è poi e tu, imperator degno. -
8.
A Carlo piacque alfin questo consiglio
e fece vista Gan da sé scacciare.
Gan dètte presto a' suoi arnesi di piglio:
prima fingeva sé raccomandare;
Carlo mostrava con turbato ciglio
che 'n corte più non lo vuol raccettare,
e che cercando sua ventura vada,
e ritrovassi sùbito la strada.
9.
Partissi il traditor celatamente,
e presso a Montalban fece un agguato;
e scrisse a Carlo come la sua gente
e lui in Pagania era arrivato;
e mostrava pregare umilemente
che perdonar gli debba ogni peccato;
e Carlo avea le lettere mandate
a Montalbano, e molto palesate.
10.
Rinaldo s'era un giorno dipartito
per passar tempo con un suo falcone,
e Ruïnatto con lui era gito
verso Agrismonte, a lor consolazione.
E Ricciardetto un dì ne giva al lito
del fiume, ove nascoso è Ganellone
in una valle ove è certo boschetto
presso a quel fiume, appiè d'un bel poggetto.
11.
E mentre in qua e 'n là s'andava a spasso,
Gan si pensò che Rinaldo quel sia:
uscì del bosco con molto fracasso
ed assaltollo con sua compagnia,
tanto che preso rimaneva al passo.
La notte inverso Parigi ne gìa
e dètte Ricciardetto preso a Carlo,
ed ordinorno presto d'impiccarlo.
12.
Orlando, poi che questo fatto ha inteso,
molto pregato avea lo 'mperadore
che non guardassi d'aver costui preso,
e non gli facci oltraggio o disonore.
Carlo rispose, di grande ira acceso:
- Io vo' impiccarlo come traditore,
perché d'Astolfo impedì la giustizia,
con esso insieme, per la sua nequizia. -
13.
Diceva Orlando: - E' non è ancora spento
il fuoco, Carlo, ch'arder potre' ancora.
Se tu l'uccidi, io non sarò contento;
Rinaldo ne verrà sanza dimora.
Vedi che Gan già fatto ha tradimento,
e sanza lui non puoi vivere un'ora. -
Carlo dicea: - Traditor non fu mai,
e ci c'ha fatto è perché m'ama assai.
14.
E tu te l'hai recato in su le corna,
tu e Rinaldo, perch'egli è fedele
e dì né notte già mai non soggiorna
di spegner chi contro a me fu crudele. -
Partissi Orlando, e, stato un poco, torna,
e disse: - Io giuro alle sante Evangele
che se tu uccidi, Carlo, il mio cugino,
io ti farò della vita tapino. -
15.
E trasse fuor la spada Durlindana
e colla punta una croce fe' in terra,
e 'n su la croce poneva la mana;
e dipartissi ed uscì della terra.
Ma la regina savia Gallerana
pregava insieme col sir d'Inghilterra
e 'l duca Namo, Ulivieri e 'l Danese,
ch'almen la morte gl'indugiassi un mese.
16.
Carlo le forche in sul fiume di Sena
fece ordinare e ciò che fa mestiero.
Gan traditor grande allegrezza mena,
perché e' pensò rïuscissi il pensiero.
Tutta la corte di sdegno era piena.
Rinaldo e Ruïnatto il suo scudiero
intanto a Montalbano era tornato,
e Ricciardetto suo non v'ha trovato;
17.
e scrisse 'Astolfo come il caso stava:
che l'avvisassi e stessi proveduto,
però che molta gente ragunava
per dare a Ricciardetto presto aiuto.
Astolfo d'ogni cosa lo 'nformava,
e come Carlo gli avea conceduto
un mese tempo a mandarlo alla morte;
ma duolsi sol ch'Orlando non è in corte.
18.
Or questo è quel ch'a Rinaldo dolea,
che si fussi partito il conte Orlando,
ché sanza lui di camparlo temea;
pur la sua gente veniva assettando.
E Gallerana, che gliene 'ncrescea,
ogni dì Carlo veniva pregando
che Ricciardetto libero lasciassi,
acciò che Orlando in corte ritornassi;
19.
e non tentassi tanto la fortuna,
e non credessi tanto al conte Gano;
e se mai grazia far gli debbe alcuna,
che Ricciardetto gli dessi in sua mano.
Ma non poteva ancor per cosa ignuna
rimuover dalla 'mpresa Carlo Mano.
Rinaldo pur quel che seguissi aspetta,
e tuttavia la sua brigata assetta.
20.
Era già presso il giorno diputato,
e Smeriglione e Vivian di Maganza
come Carlo avea detto hanno ordinato;
e Ganellone avea tanta arroganza
ch'ognun che priega è da lui minacciato:
lo 'mperador gli avea dato baldanza,
tanto che Namo per nulla non v'era,
e per isdegno n'era ito in Baviera;
21.
e Berlinghieri ed Ottone ed Avino
s'eron partiti, Avolio e Salamone,
e 'l figliuol del Danese, Baldovino,
veggendo a Gano tanta presunzione.
Erminïon, che fu già saracino,
era con Carlo pien d'afflizïone,
e l'amico d'Astolfo, Lïonfante,
famoso e degno e gentile amirante.
22.
Èvvi Morgante con la damigella
Meredïana e col suo concestoro:
ognun di Ricciardetto assai favella
che Carlo a torto gli dava martoro.
Gan da Pontier sua baronia appella,
quando fu tempo, e comandava loro
che Ricciardetto sùbito legassino
e 'n sul fiume di Sena lo 'mpiccassino.
23.
Rinaldo era venuto, come scrisse
Astolfo, e con sua gente stava attento
aspettar che 'l fratel di fuor venisse.
Vide in un tratto gli stendardi al vento
prima che fuor Ricciardetto apparisse,
e Smeriglion che si facea contento
e molto a quel mestier pareva destro,
e 'l buon Vivian, ch'era l'altro maestro.
24.
Non aspettò che come Astolfo venga
fino alle forche, ma tosto si mosse,
acciò ch'alcuno scherno non sostenga,
che nella fronte sputato gli fosse:
verso la porta par che 'l camin tenga;
tra' Maganzesi in un tratto percosse;
e Ricciardetto suo fu sciolto presto,
che come Astolfo al collo avea il capresto.
25.
Or qua or là si scaglia con Baiardo,
e fece cose quel dì con Frusberta
che chi il dicessi fia detto bugiardo.
Ma come e' fu la novella scoperta,
ognun fuggiva. In questo tempo Alardo
Ismeriglion colla zucca scoperta
trovava, e con un colpo che diè a quello,
gli partì il capo e féssegli il cervello.
26.
E poi si volse con molta tempesta
verso Vivian da Pontier ch'era presso,
e colla spada gli diè in su la testa:
l'elmo e la cuffia insino al mento ha fesso.
Rinaldo a Gan terminò far la festa,
e finalmente s'appicca con esso:
e 'n su 'n un braccio un colpo l'ha ferito,
che cadde in terra pel duol tramortito;
27.
e fu portato come morto via.
E Ricciardetto sopra un destrier monta
che Smeriglione abandonato avia,
e colla spada tra costor s'affronta:
e colpi e le gran cose ch'e' facìa,
per non tediar chi legge non si conta.
Carlo era corso già insino alla porta:
vide Rinaldo, e molta gente morta,
28.
e disse fra suo core: "Io ho mal fatto:
ecco di nuovo il popol sollevato";
e fuor della città si fuggì ratto.
Rinaldo drento in Parigi era entrato,
e grida: - Popolazzo vile e matto,
come hai tu tanto oltraggio comportato?
A sacco, a fuoco, alla morte, a furore! -
e misse tutto Parigi a romore;
29.
e cominciò in un certo borgo il fuoco
appiccare, e rubar botteghe e case,
tanto ch'a' parigin non parea giuoco:
non si facea qui le misure rase.
Così il furor cresceva a poco a poco,
tanto che pochi drento vi rimase,
sentendo - Al fuoco! - gridare e - Alla morte! -
e per paura uscien fuor delle porte.
30.
Non vi rimase un Maganzese solo
che non fuggissi per la via più piana;
e molto pianto si sentiva e duolo.
Ma la reina presto Gallerana
si misse in mezzo di tutto lo stuolo,
e come savia, benigna ed umana,
pregò Rinaldo che fussi contento
che 'l fuoco almen dovessi essere spento.
31.
Rinaldo aveva sentito ogni cosa
ciò che per Ricciardetto fatto aveva
l'alta reina degna e gloriosa:
sùbito un bando per tutto metteva
che, poi che piace alla donna famosa,
ognun si posi; e 'l fuoco si spegneva.
Prese la terra quel giorno a suo agio,
e Gallerana lo menò al palagio.
32.
E fu quel dì Rinaldo incoronato,
ché contraddir non lo poté persona,
e nella sedia di Carlo è posato,
e messogli poi in testa la corona
e d'una vesta reale addobbato;
e di sua forza ognun quivi ragiona,
perché egli aveva quel dì fatte cose
ch'a tutto il popol fur maravigliose.
33.
Gano in Maganza si fece ritorno;
benché portato vi fu come morto
dalle sue gente che l'accompagnorno.
A Gallerana non fu fatto torto;
ognun come a reina gli è d'intorno:
così Rinaldo comandava scorto
che fatto fussi alla reina onore
come se Carlo fussi imperadore.
34.
Vero è ch'un altro che ne scrive dice
che sùbito ne venne Malagigi,
e menava con seco Beatrice,
che di Rinaldo madre era, a Parigi,
perché esser volea lei la 'mperadrice;
ma 'l prenze si ricorda de' servigi,
e vuol che Gallerana sia in effetto,
perché molto aiutato ha Ricciardetto.
35.
Tornò a Parigi Namo e Salamone
e Berlinghier famoso, e Baldovino
ch'era figliuol del sir dello Scaglione;
tornò Gualtieri a corte, tornò Avino,
tornò con gli altri insieme il franco Ottone,
e tutto quanto il popol parigino;
e Maganzesi ognun nettò la soglia,
che non ve ne rimase seme o foglia.
36.
Fecionsi fuochi assai per la cittate,
fecionsi giostre e balli e feste e giuochi;
furon tutte le dame ritrovate
e gli amador, che non ve n'era pochi;
tanti strambotti, romanzi e ballate
che tutti i canterin son fatti rochi;
sentiensi tamburelli e zufoletti,
lïuti ed arpe e cetre ed organetti.
37.
Era Rinaldo molto reputato
e più che fussi mai contento e lieto,
se non ch'Orlando suo non v'ha trovato,
dond'egli avea gran duol nel suo segreto.
Orlando con Terigi è cavalcato
più e più giorni già contra divieto,
e 'nverso Pagania n'andava forte
con intenzion mai più tornare in corte.
38.
E tuttavolta piangea Ricciardetto,
dicendo: "Io so che Carlo l'arà morto,
ond'io n'ho tanto dolor nel mio petto
ch'io non ispero più trovar conforto;
e 'l traditor di Gan per mio dispetto
fia stato il primo a così fatto torto".
E 'l simigliante Terigi dicea,
ché Ricciardetto troppo gli dolea.
39.
Avea già cavalcato più d'un mese,
e finalmente in Persia si trovava;
e come e' fu condotto in quel paese,
sentì che gran battaglie s'ordinava;
e poi ch'un giorno una montagna scese,
una città famosa ivi mirava,
là dove era assediato l'amostante
dal gran Soldano e da un fer gigante.
40.
Aveva una figliuola molto bella
che luce più che stella mattutina
l'amostante, chiamata Chiarïella,
tanta leggiadra, accorta e peregrina
che per amor di lei montato è in sella
il Soldan con sua gente saracina,
per acquistar, se può, sì bella cosa;
e 'l gran gigante non trovava posa,
41.
ch'era detto per nome Marcovaldo,
venuto delle parti di Murrocco,
di gran prodezza e di giudicio saldo;
ma per amor di lei pareva sciocco,
come chi sente l'amoroso caldo:
ché solea dare a tutti scaccorocco,
ma tanto il foco lavorava drento
che per costei perduto ha il sentimento.
42.
Cavalcava una alfana smisurata
di pel morello, e stella aveva in fronte;
sol un difetto avea, ch'era sboccata,
e pel furor gli par piano ogni monte:
arebbe corso tutta una giornata,
tant'eran le sue membra forte e pronte.
Giunse Terigi e 'l figliuol di Mellone
dov'era del gigante il padiglione,
43.
ch'era tutto di cuoio di serpente
con certi Macometti messi ad oro,
con gran carbonchi, se Turpin non mente,
zaffir, balasci, e valeva un tesoro.
Orlando al padiglion poneva mente
dove il gigante faceva dimoro,
e stava tanto fiso a mirar questo
che Marcovaldo s'adirava e presto:
44.
perché e' giucava a scacchi a suo sollazzo,
sì com'egli è de' gran signor costume.
Volsesi, e disse con un suo ragazzo:
- Chi è quel poltonier che tiene il lume?
Cacciatel via, e' debbe essere un pazzo.
Donde è venuto questo strano agrume? -
Fu preso a Vegliantin tosto la briglia,
ch'Orlando al padiglion tenea le ciglia.
45.
Terigi, quando vide il saracino
ch'avea preso la briglia al conte Orlando,
come fedele e servo al paladino
sùbito trasse alla testa col brando,
e quel pagan gittava a capo chino,
che le cervella fuor vennon balzando.
- Ah, - disse Orlando - come bene hai fatto
a gastigar, Terigi, questo matto! -
46.
Marcovaldo colui vide cadere:
maravigliossi, ché non parve appena
che Terigi il toccassi: - Ah, poltoniere! -
gridava forte - matto da catena! -
e poi si volse a un altro scudiere:
- Piglia quel - disse - e drento qua lo mena,
ch'io non intendo sofferir tal torto,
ch'egli abbi in mia presenzia colui morto. -
47.
Allora Orlando prese Durlindana,
ché tempo non gli par di stare a bada,
ed accostossi alla turba pagana:
Terigi s'arrostava colla spada.
Quanti ne giugne, in terra morti spiana,
tal che non v'è più ignun che innanzi vada:
Orlando a chi non era al fuggir destro
facea col brando il segno del maestro.
48.
Maravigliossi tanto il fer gigante
di quel che vide in un momento fare
al conte Orlando a' suoi occhi davante,
che cominciò così seco a parlare:
"E' basterebbe al gran signor d'Angrante,
che in tutto il mondo si fa ricordare,
quel ch'ha fatto costui qui col suo brando".
Della qual cosa molto rise Orlando.
49.
Fate venir - gridò - tosto mie armi,
ch'io ho di questo fatto maraviglia.
Io vo' con questo cavalier provarmi
che tutta quanta mia gente scompiglia:
veggiàn se ardito sarà d'affrontarmi. -
E la sua alfana pigliò per la briglia;
prese una lancia e 'nverso Orlando corse,
ma 'l buon Terigi del fatto s'accorse.
50.
A un pagan di man tolse una lancia,
e disse: - Piglia, piglia tosto, conte!
Le gentilezze son rimase in Francia.
Ecco il gigante che ti viene a fronte,
né per vergogna arrossita ha la guancia
di venirti a trovar, che pare un monte,
tu con la spada e lui con l'aste in resta:
vedi che gente, anzi canaglia è questa! -
51.
Rispose Orlando: - Sia quel ch'esser vuole,
che in ogni modo non lo stimo un fico.
Vero ch'egli è sì grande che mi duole
ch'a pena gli porrò l'aste al bellico,
ma il brando taglia pur come e' si suole:
con esso il tratterò come nimico. -
Terigi stava a diletto a vederlo,
e Vegliantin ne va come uno smerlo.
52.
E poi in un tratto la lancia abbassava
e va inverso il pagan di buona voglia,
e 'n su lo scudo basso lo trovava:
questo passò come fussi una foglia,
e la corazza e lo sbergo passava,
tanto che Marcovaldo ebbe gran doglia;
e ruppe la sua lancia a mezzo il petto
al conte, bestemiando Macometto.
53.
L'alfana, che pel colpo ebbe paura
perché e' gli parve di molta possanza,
era di bocca, com'io dissi, dura:
sùbito fece col morso l'usanza
e cominciò a sgomberar la pianura.
Ma il conte Orlando seguiva la danza:
egli e Terigi i cavalli spronorno
e drieto a Marcovaldo s'avviorno.
54.
Poi che tutto ebbe attraversato il piano,
giunse l'alfana appiè della montagna;
quivi alfin pur la ritenne il pagano,
però che tutta di sudor si bagna.
Orlando grida: - Saracin villano,
ben t'ho seguito per ogni campagna.
Questo è quel dì che ti convien morire:
volgiti indrieto, tu non puoi fuggire. -
55.
Sentendo il saracin così chiamarsi,
volsesi indrieto e trasse il brando fore,
e disse: - Al mondo ignun non può vantarsi
ch'io lo fuggissi per viltà di core.
Ma sappi che' rimedi son sì scarsi
di questa alfana a frenare il furore
quand'ella piglia colla bocca il morso,
che insin dove tu vedi son trascorso.
56.
Ma tu se' qua condotto dove io voglio,
e 'l tuo compagno ch'uccise il mio servo.
S'io son quel Marcovaldo ch'esser soglio,
non lascerò a tagliarti osso né nervo:
a più di sette abbassato ho l'orgoglio;
e sempre col nimico questo osservo,
ch'io non mi curo per la lancia in fallo,
ma con la spada mi serbo ammazzallo. -
57.
Rispose Orlando: - Tu il di' per vergogna,
ché tu rompesti un gambo di finocchio
a gran fatica, e scusa or ti bisogna;
ed io, ch'allato a te paio un ranocchio,
so che col ferro ti grattai la rogna,
e corse il sangue più giù che 'l ginocchio.
Così t'avessi veduto la dama
che Chiarïella per nome si chiama! -
58.
Disse il pagano: - Or donde hai tu saputo
chi tenga del mio cor le chiavi e 'l freno?
Sappi che molte volte m'ha veduto
gittar più cavalier morti al terreno,
e mai però di me non gli è incresciuto;
ma pur per compiacergli nondimeno,
s'io gli credessi dar sollazzo e festa,
di te, poltron, gli manderei la testa. -
59.
Rispose Orlando: - E' fia più bel presente
la tua, gigante, ch'è maggiore assai.
Oltre, veggiam come sarai valente
e quel ch'a Chiarïella manderai. -
E Durlindana alzò subitamente,
dicendo: - Or Macometto chiamerai! -
e diègli un colpo in su la destra spalla,
che 'l fer gigante in qua e 'n là traballa;
60.
e fece lo spallaccio sfavillare,
ma pure al taglio della spada resse.
E 'l saracin si volle vendicare,
e par ch'un gran fendente al conte desse:
Orlando con lo scudo vuol parare;
ma la pesante spada e dura il fésse
e due parte ne fe', se 'l dir non erra,
e l'una delle due balzava in terra.
61.
Orlando per grand'ira l'altra getta
e battélla al gigante nel mostaccio;
poi Durlindana in pugno si rassetta,
e trasse un colpo al saracino al braccio,
che benché l'arme assai fussi perfetta,
parve che fussi di cera o di ghiaccio,
e 'l braccio gli tagliò presso alla mano,
tal che un gran mugghio metteva il pagano;
62.
e la spada e la man vide cadere,
e cadde per dolor giù dell'alfana,
e disse: - Io mi t'arrendo, ch'è dovere,
ch'io veggo ogni speranza in Macon vana.
Per grazia, non per merto, cavaliere,
dimmi se se' della legge cristiana,
poi che tu m'hai così condotto a morte:
ch'io non trovai pagan mai tanto forte. -
63.
Disse Orlando: - Da poi che tu mel chiedi
per grazia, io userò mia cortesia:
io sono Orlando, e questo che tu vedi
è il mio scudier, ch'è meco in compagnia.
Tu se' morto e dannato, s' tu non credi
presto a Colui che nacque di Maria;
battézati a Gesù, credi al Vangelo,
acciò che l'alma tua ne vadi in cielo.
64.
Macometto t'aspetta nello 'nferno
cogli altri matti che van drieto a lui,
dove tu arderai nel foco etterno
giù negli abissi dolorosi e bui. -
Disse il pagan: - Laudato in sempiterno
sia Gesù Cristo e tutti i santi sui!
Io voglio in ogni modo battezarmi
e per tua mano, Orlando, cristian farmi.
65.
E ringrazio il tuo Dio, poi ch'io son morto
per man del più famoso uom che sia al mondo:
s'io mi dolessi, io arei certo il torto.
Battezami per Dio, baron giocondo,
ch'io sento già nel cuor tanto conforto
ch'esser mi par d'ogni peccato mondo. -
Orlando al fiume sùbito correa,
trassesi l'elmo e d'acqua poi l'empiea;
66.
e battezò costui divotamente.
E come morto fu, sentiva un canto,
ed angeli apparîr visibilmente
che l'anima portâr nel regno santo.
E d'aver morto costui fu dolente
e con Terigi faceva gran pianto;
e feciono una fossa addrento e scura,
e dèttono a quel corpo sepultura.
67.
Ma una grazia, prima che morisse,
al conte chiese quel gigante ancora:
che se per caso già mai avvenisse
che parlassi a colei che lo innamora,
che gli dicessi come il fatto gisse,
e come sempre insino all'ultima ora
di Chiarïella e del suo amor costante
si ricordò come fedele amante;
68.
e che per merto di sì degno effetto
dovessi qualche volta venir quella
dove il suo corpo giaceria soletto,
e chiamassi e dicessi: "Chiarïella
ti piange, Marcovaldo poveretto,
qual ti parve nel mondo troppo bella":
ch'avea speranza, se costei il chiamassi,
che l'anima nel corpo ritornassi,
69.
come fece appiè del gelso moro
Pirramo, quando Tisbe lo chiamòe,
ch'era già presso all'ultimo martoro,
così fare egli. Orlando il confortòe,
dicendo: - Io lo farò, se pria non moro,
ché alla città son certo ch'io n'andròe. -
E così fece a luogo e tempo Orlando,
per venir sempre la sua fé servando.
70.
Terigi aveva veduto andar via
l'anima in ciel con molti angeli santi
sempre cantando dolce melodia:
tutto smarrito par ne' suo' sembianti,
quando e' sentì dir: - Salve, ave, Maria -
con armonia celeste e dolci canti:
disse a Orlando: - Io ho invidia a costui
che come lui da te morto non fui.
71.
Da ora innanzi tra' pagani andiamo,
ch'io non istimo più di stare in vita
pur che per la tua fé, Cristo, moiamo,
poi che quell'alma vidi alla partita. -
Diceva Orlando: - Al campo ritorniamo:
questa novella non vi fia sentita;
non ci dèe riconoscer quella gente,
né di costui non sapranno nïente. -
72.
Così pel mezzo del campo passaro,
che conosciuti non fur da persona;
e 'nverso la città poi se n'andaro,
dov'era l'amostante e sua corona,
e del palazzo real domandaro;
poi inverso quello ognun di loro sprona,
tanto che sono al palazzo arrivati
e innanzi all'amostante appresentati.
73.
A un balcon l'amostante si posa.
Chiarïella, veggendo il conte Orlando,
ch'era più fresca che incarnata rosa,
molto lo squadra e venìa rimirando,
e dice al padre: - S' tu guardi ogni cosa,
quando costor si vennono accostando,
come stava costui sopra l'arcione,
tutti i suoi segni son d'un gran barone.
74.
Così fussi egli Orlando, quel cristiano
c'ha tanta fama, come e' par qui desso:
ché non saria pien di stendardi il piano,
non ci starebbe il campo così appresso,
ché non ci arebbe assediati il Soldano. -
Orlando udiva e ridea fra se stesso.
L'amostante parlò cortesemente:
- Ben sia venuto, cavalier possente;
75.
Macon sia sempre la vostra difesa.
Se voi cercate da me soldo avere,
ché vedete il mio caso quanto pesa,
io vel darò, e più che volentiere.
Costor venuti son qua per mia offesa;
èvvi il Soldan con tutte sue bandiere
venuto qua del corno egizïano,
e cuopre con sue gente il monte e 'l piano;
76.
e raccozzato ha qua tutto il Levante,
e vuol per forza pur questa mia figlia;
e per ventura ci venne un gigante
che dà terrore a tutta mia famiglia:
sopra una alfana ognun si caccia avante
molto sboccata, e corre a sciolta briglia;
e già delle mie gente ha strutte molte;
or va guastando tutte le ricolte. -
77.
Orlando disse: - Il gigante c'hai detto
non temer più che in su l'alfana vada;
non ti farà più danno, ti prometto,
non tornerà in suo regno o in sua contrada:
appiè della montagna al dirimpetto
oggi l'uccisi con questa mia spada;
io te lo dico, re, per tuo conforto,
che quel gigante giace in terra morto. -
78.
Non potea l'amostante creder questo,
e domandava pur per più certezza:
- Di' ch'uccidesti il gigante molesto? -
Poi l'abbracciò per la molta allegrezza,
dicendo: - Poco mi curo del resto. -
La damigella con gran tenerezza
corse abbracciare Orlando incontanente,
ch'a dire il vero non gli spiacque niente;
79.
e men saria dispiaciuto a Rinaldo.
"Dove se' tu, signor di Montalbano?"
diceva Orlando. "Tu staresti saldo
s'ancor più oltre stendessi la mano".
- Dunque tu di' c'hai morto Marcovaldo, -
disse la dama - cavalier sovrano?
Sia benedetto chi t'ingeneròe! -
e mille volte Macon ringraziòe.
80.
Avea già Chiarïella posto amore
al conte Orlando, tanto gli è piaciuto,
e già Cupido la saetta al core.
Or ritorniamo al Soldan, c'ha saputo
che Marcovaldo è della vita fore,
e gran dolor n'avea, come è dovuto,
e 'l viso tutto di lacrime bagna
quando e' guardava inverso la montagna.
81.
Ma chi l'uccise saper non potea:
detto gli fu ch'egli era un vïandante,
e questo verisimil non parea,
sappiendo quanto era fiero il gigante.
E per ventura seco al campo avea
un savio, antico e sottil nigromante,
e disse: - Fa' ch'io sappi per tua arte
chi è colui ch'uccise il nostro Marte. -
82.
Il nigromante allor, per ubbidire,
ch'era maestro di somma dottrina,
sùbito fece per arte apparire
quel che bisogna con sua disciplina:
trovò come un cristiano il fe' morire
che si facea di legge saracina,
e come egli era col grande amostante:
così trovò chi avea morto il gigante.
83.
Quando il Soldano il nigromante udìo,
dolor sì grande non sentì già mai,
e disse: - O Macometto, o pazzo iddio,
a tuo diletto consumato m'hai. -
E scrisse all'amostante il caso rio,
dicendo: "Re di Persia, tu non sai
che quel c'ha morto il gigante pagano
è quel ch'è teco; e sappi ch'è cristiano,
84.
e qualche tradimento farti aspetta.
Da ora innanzi, se questo ti piace,
io vo' di Marcovaldo far vendetta
e far con teco a tuo modo la pace".
La lettera suggella e manda in fretta.
All'amostante il caso assai dispiace,
quando sentì come cristiano è quello,
chiamandol traditor, ribaldo e fello;
85.
e la risposta faceva al Soldano
che vuol far pace e triegua a ogni modo,
purché punito sia questo cristiano:
così la pace si metteva in sodo.
Poi prese Orlando un giorno per la mano
e disse: - Cavalier, sappi ch'i' godo
ch'io ho col gran Soldan la pace fatta,
e partirassi questa gente matta. -
86.
Orlando non pensava tradimento:
disse che molto se ne rallegrava
e di tal pace troppo era contento,
dicendo: - Del tuo caso mi pesava;
or tutto alleggerito il cor mi sento. -
Poi l'amostante pel Soldan mandava;
e lui vi venne, e montò presto in sella,
per vedere anco la fanciulla bella.
87.
Segretamente il trattato ordinaro:
di pigliare il cristian preson partito
quando fia a letto e non arà riparo;
e così fu tra loro stabilito.
Venne la notte, a letto se n'andaro.
Orlando alla sua camera n'è gito,
e disarmossi, e crede esser sicuro:
ma non sapeva del suo mal futuro.
88.
Quando più fiso la notte dormia,
una brigata s'armâr di pagani
ed un di questi la camera apria;
corsongli addosso come lupi o cani.
Orlando a tempo non si risentia
che finalmente gli legâr le mani,
e fu menato sùbito in prigione
sanza ascoltarlo o dirgli la cagione.
89.
E dopo lui Terigi fu menato,
e messi poi nel fondo d'una torre.
Orlando era di questo smemorato:
per quel che fussi non si sapea apporre
che l'amostante l'avessi ingannato;
ma disse: "E' mi vorrà la vita tòrre",
come nell'altro cantar vi fia detto.
L'angiol di Dio vi tenga pel ciuffetto.
CANTARE DECIMOTERZO
1.
Virgine sacra, d'ogni bontà piena,
madre di Quel per cui si canta osanna,
Virgine pura, Virgine serena,
dammi la tua cotidïana manna;
colla tua mano insino al fin mi mena
di questa storia, ché 'l tempo c'inganna
e la vita e la morte e 'l mondo cieco,
sì ch'io faccia ascoltar ciascun con meco.
2.
La damigella con dolce parole,
con motti ben cogitati e soavi
diceva al padre: - Così far si vuole
e punir sempre i frodolenti e pravi:
però di questo caso non mi duole.
E vo' che lasci a me tener le chiavi
e governargli e serrare ed aprire,
acciò che non ci possa ignun tradire. -
3.
Di questo l'amostante s'allegròe,
che quello uficio pigliassi la dama,
e le chiavi a costei raccomandòe.
Or questo è quel che la donzella brama:
sùbito al conte Orlando se n'andòe
alla prigione, ed umilmente il chiama,
dicendo: - Cavalier, di te mi pesa,
e ciò che vuoi farò per tua difesa. -
4.
Orlando quanto può costei ringrazia,
e disse: - Dimmi: sai tu la cagione
perché il tuo padre in tal modo mi strazia
e messo m'ha di sùbito in prigione?
Di questo fa', per Dio, mia voglia sazia:
tra'mi di dubbio e di confusïone.
E s' tu non mi puoi trar di questa torre,
non mi lasciar almen la vita tòrre. -
5.
Rispose Chiarïella al paladino:
- La cagion che 'l mio padre t'ha qui preso
è che 'l Soldano da un certo indovino
come tu sia cristian par ch'abbi inteso,
benché tu mostri d'esser saracino;
e perché del gigante tiensi offeso,
ha fatto pace col Soldano e saldo
di vendicarsi del suo Marcovaldo.
6.
Ogni cristian che uccide un affricante,
secondo nostre legge morir debbe;
tu uccidesti adunque quel gigante:
la vita al nostro modo te n'andrebbe.
Ma perch'io t'ho già eletto per mio amante,
tolsi le chiavi, ché di te m'increbbe;
e di morir non dubitare omai,
ché tu se' salvo, e libero sarai.
7.
Io ho tanto sentito ricordare
quel cavalier ch'Orlando è nominato,
che sue virtù m'han fatta innamorare,
e per suo amor non sarai abandonato.
Del nome tuo, di me ti puoi fidare:
dimmel, baron, ch'assai mi sarà grato. -
Orlando rispondea: - Gentil madama,
io son colui ch'Orlando il mondo chiama.
8.
Guarda dove condotto m'ha Fortuna,
ch'appena il crederrai ch'io sia quel desso.
Io mi parti', né di mia gente alcuna
volli, se non qui il mio scuediero, appresso;
ho cavalcato al sole ed alla luna:
ora il tuo padre a forza m'ha qui messo.
Ma se pensato avessi il tradimento,
per lo mio Iddio non mi mettea qui drento.
9.
A te mi raccomando, poi ch'io sono
dove tu vedi; e fa' che 'l mio destriere
sia governato; e poi sempre ti dono
l'anima e 'l cuore e ciò ch'è in mio potere.
E vo' che 'ntenda ancor quel ch'io ragiono:
se tu potessi questo mio scudiere
in qualche modo di qui liberarlo,
manderei per soccorso in Francia a Carlo. -
10.
Non poté sofferir che più parlassi
la damigella, udendo ch'era Orlando:
parve che 'l cor nel petto si schiantassi
per gran dolcezza, e disse lacrimando:
- Io credo che Macon qua ti mandassi
per mio amor sol, ma non so come o quando,
ché sempre disïato ho di vederti.
Ma in altro modo qui vorrei tenerti.
11.
S'io dovessi il mio padre far morire
con le mie proprie man, tu non morrai:
Amor comanda, ed io voglio ubbidire,
che tu sia salvo, e salvo te n'andrai;
quando fia tempo, ti saprò aprire.
E 'l tuo caval, contento ne sarai;
e lo scudier fia franco a ogni modo,
e che tu il mandi in Francia affermo e lodo. -
12.
Poi ch'ebbe Chiarïella così detto,
lasciava Orlando e vanne al padre tosto,
e dice: - Quel sergente, poveretto,
si morrà certo, ché mi par disposto
di non voler mangiar: come folletto
gittato ha via ciò ch'io gli ho innanzi posto;
e colpa inver non ci ha da gnuna banda,
ch'ubbidir dèe quel che 'l signor comanda. -
13.
Rispose l'amostante: - Mandal via:
se si morisse, e' ci sare' vergogna;
fa' che quell'altro ben guardato sia:
di questo non aremo altro che rogna. -
Disse la dama: - Per la fede mia,
ch'io non so se farnetica o se sogna:
quand'io domando, e' guata come un matto
e non risponde, anco sta stupefatto. -
14.
E poi tornava alla prigion ridendo,
e disse come il fatto era fornito.
Diceva Orlando con Terigi: - Io intendo
che presto insino a Carlo ne sia gito,
e che tu meni Vegliantin commendo,
e dica il caso come io son tradito
dall'amostante e truovomi in prigione,
e quel che stato ne sia la cagione.
15.
Così a Rinaldo mio dirai ancora,
a Ulivieri e tutta nostra corte,
che mi soccorran prima che qua mora,
ché tutti so poi piangerien tal morte. -
Terigi si partì sanza dimora;
sella il cavallo ed uscì delle porte;
e tanto cavalcò per monte e piano
che giunse ove non era Carlo Mano:
16.
perché e' pensava a Parigi trovarlo,
ma col suo Ganellone era a Pontieri;
sentì come Rinaldo è fatto Carlo;
a lui n'andava, e così a Ulivieri.
Rinaldo, come e' giugneva, a guardarlo
sùbito pien fu di tristi pensieri,
perché e' piangeva sì miseramente
che in modo alcuno non potea dir niente.
17.
Gridò Rinaldo: - Che è del mio cugino?
Tu debbi certo aver mala novella. -
Allor Terigi quanto può, meschino,
a gran fatica in tal modo favella:
- L'amostante di Persia saracino
l'ha incarcerato, e guardal Chiarïella,
una sua figlia nobile e gradita,
quale ha promesso campargli la vita.
18.
Questo è perché egli uccise Marcovaldo;
onde il Soldano aveva un negromante,
e che cristian quel fusse intese saldo
che l'avea morto; e fe' con l'amostante
la pace e' patti, il traditor ribaldo,
che fussi preso il buon signor d'Angrante.
La notte tutti a due fumo legati
e in un fondo di torre incarcerati.
19.
Orlando s'accomanda a Carlo Magno,
a te, Rinaldo, ovver santa Corona,
al suo cognato, all'amico, al compagno,
prima che così perda la persona.
Vedi che di sudor tutto mi bagno:
volato son non come fa chi sprona,
tanto ch'i' son come tu vedi giunto.
Or tu se' savio e 'ntendi il caso appunto. -
20.
Alla sua vita tanto afflitto e gramo
non fu Rinaldo quanto a questa volta,
e disse sospirando: - Di' tu, Namo,
ch'io ho già per dolor la mente stolta. -
Quel savio vecchio disse: - Noi intendiamo,
s'io ho questa imbasciata ben raccolta,
ch'aiutar ci bisogna Orlando presto.
Or ti dirò com'io farei di questo.
21.
Ogn'altro aiuto che lo imperadore
ed Ulivieri, alfin sarebbe vano,
perché qui è la forza e 'l grande amore.
Direi che si mandassi a Carlo Mano
e che ritorni, all'usato, signore
per la salute del popol cristiano;
e ciò che tu vorrai, contento fia;
e voi n'andiate presto in Pagania.
22.
Astolfo sia gonfaloniere eletto,
ché so che Carlo fia contento a quello,
per quel c'ha fatto a lui e a Ricciardetto.
Gan sia sbandito all'usato e ribello. -
Rinaldo, appena aveva Namo detto,
che disse: - Così posto sia il suggello. -
Così da' paladin fu posto in sodo;
e scrisse un brieve a Carlo in questo modo:
23.
"Perché se' vecchio, io t'ho pur reverenzia;
e 'ncrescemi tu sia sì rimbambito
ch'a Gan pur creda e la sua frodolenzia,
che mille volte o più t'ha già tradito
sanza trovar l'error suo penitenzia;
e per suo amor di corte m'hai sbandito:
Astolfo e Ricciardetto a mille torti
volesti uccider pe' suoi mal conforti.
24.
Degno saresti d'ogni contumace;
ma perché mio signor fusti già tanto,
io ti perdono, io fo con teco pace,
e 'l tuo pristino imperio giusto e santo
ti rendo e la corona, se ti piace,
e' tuoi baroni e 'l tuo reale ammanto,
la sedia tua, l'antico e degno scetro,
sanza più ricercar del tempo addietro.
25.
Sappi ch'Orlando è preso in Pagania;
vieni a Parigi tuo liberamente;
ed Ulivieri ed io di compagnia
soccorrer lo vogliàn subitamente.
Astolfo tuo gonfalonier qui fia.
Quel traditor non vo' qua per nïente.
Gallerana reina è riservata,
come fu sempre, e da tutti onorata".
26.
La lettera suggella e manda il messo;
sùbito a Carlo Man si rappresenta.
Carlo fu lieto e in ordine s'è messo:
Gan nel suo petto par che assai duol senta.
Tornò a Parigi, e 'ncontro venne a esso
tutta la corte, assai di ciò contenta,
e tutti l'abbracciavan lacrimando;
e gran lamento si facea d'Orlando.
27.
Quivi piangeva il marchese Ulivieri,
né riveder credea più il suo cognato;
piangeva Astolfo e 'l valoroso Uggieri,
e Salamon pareva smemorato;
piangeva Baldovino e Berlinghieri;
ma il savio Namo ognuno ha confortato.
Rinaldo con solenne e degno onore
ripose in sedia il magno imperadore.
28.
Poi misse al suo cavallo il fornimento;
ed Ulivier con lui volle partire;
Terigi s'assettava in un momento;
e Ricciardetto disse: - Io vo' venire. -
Rinaldo, poi ch'e' vuol, ne fu contento.
Ognun pur si voleva profferire,
ma 'l prenze non volle altri per compagno.
Così si dipartîr da Carlo Magno;
29.
e fecion sopravveste divisate.
E cavalcando per la Spagna, un giorno
il re Marsilio e certe sue brigate
in un bel piano a cavallo scontrorno;
e con parole saracine ornate,
come fur presso a lui, lo salutorno.
Disse Marsilio al prenze: - Il tuo cavallo
troppo mi piace, s'a me vuoi donallo.
30.
Questo mattino mi venne in visione
ch'io guadagnavo sì nobil destriere.
Se me lo doni, per lo iddio Macone,
tu mi trarrai fuor d'uno stran pensiere,
cioè di non aver meco quistione:
però fa' gentilezza, cavaliere;
ché pur, s'altro rimedio a ciò non veggio,
combatterollo, e tu n'andrai col peggio. -
31.
Disse Rinaldo: - E' fu già temporale
che si fossi il destrier di chi il sognava:
chi possedeva quella cosa tale,
qual fosse per quel sogno gliel lasciava;
onde un borgese, non ti dico quale,
un paio di buoi dormendo imaginava
d'un suo vicin, che gli teneva cari,
e volevagli pur sanza danari,
32.
anzi voleva pagarlo di sogni.
Colui dicea: "Del mio gli comperai,
e così credo ch'a te far bisogni,
se non ch'alfin sanz'essi te n'andrai".
Mentre che par che in tal modo rampogni,
si ragunò dintorno gente assai;
e non sapendo solver la quistione,
n'andorno di concordia a Salamone.
33.
E Salamone, perch'era sapiente,
con questi due se n'andò sopra un ponte
e fevvi i buoi passar subitamente;
e poi si volse con allegra fronte,
a quel che gli sognò disse: "Pon mente:
vedi tutte le lor fattezze pronte
laggiù nell'acqua?"; e l'ombra si vedea
di que' buoi che colui sognati avea.
34.
Disse colui: "E' paion proprio i buoi
ch'io vidi". E Salamon rispose, il saggio:
"Tu che sognasti, tò'gli, ché son tuoi;
colui che gli pagò, dè' aver vantaggio:
non bisogna sognargli, ché son suoi.
Così sta la bilancia di paraggio".
Così dich'io a te, nota, pagano,
che 'l mio cavallo arai sognato invano.
35.
Se volessi altro dir, del campo piglia;
questo destrier si sia di chi il guadagna. -
Il re Marsilio si fe' maraviglia;
disse: "Questo è da bosco e da campagna;
non ho nessun qui tra la mia famiglia
ch'avessi tanto ardir, né in tutta Spagna,
quanto ha costui; e mostra esser uom forte";
poi gli rispose: - Oltre, io ti sfido a morte. -
36.
Rinaldo non istette a parlar troppo:
le redine girò del palafreno;
poi ritornava per dargli d'intoppo:
facea tremare il ciel non che il terreno,
perché Baiardo non pareva zoppo.
Diceva alcun, di maraviglia pieno:
- Sarebbe questo del cristian concilio,
che così fiero va a trovar Marsilio? -
37.
Quando Marsilio vide il cavaliere,
fra sé diceva: "Aiutami, Macone!
ché poco val qui contro al suo potere
allegar Trismegisto o vuoi Platone".
La lancia abbassa e pugneva il destriere:
a mezzo il petto di Rinaldo pone;
e benché il colpo fussi ostico e crudo,
ruppesi in pezzi l'aste nello scudo.
38.
Rinaldo alla visiera pose a quello,
e fece fuor balzar tante faville
che mai non ne fe' tante Mongibello:
are' quel colpo gittati giù mille;
l'elmo rimbomba e 'ntronava il cervello;
e sanza fare al testo altre postille,
Marsilio rovinò giù dell'arcione;
e fu pur sogno il suo, non visïone;
39.
e disse: - Dimmi, per la tua leanza,
chi tu se', cavalier, per cortesia,
ché mai più vidi a uom tanta possanza. -
Disse Rinaldo: - Per la testa mia,
io tel dirò, perch'io non ho dottanza:
non guarderò s'i' sono in Pagania.
Sarà quel ch'esser può: franco pagano,
sappi che 'l signor son da Monte Albano. -
40.
Ed alzò la visiera dello elmetto
per dimostrar che non avea paura.
Disse il pagano allor: - Per Macometto,
ogni suo sforzo in te mostrò Natura. -
Dicea Rinaldo: - E questo è Ricciardetto;
andiàn cercando la nostra ventura;
questo è Terigi, d'Orlando scudieri,
e questo è il nostro famoso Ulivieri.-
41.
Marsilio guarda questi compagnoni;
disse: - Voi siete così travisati,
voi mi paresti quattro ragazzoni:
non vi conobbi, in modo siete armati.
Ben posson sicuri ir questi campioni;
e' ci sarà degli altri arreticati
che rimarranno a questa rete, stimo.
Dimmi s'i' son, Rinaldo, stato il primo. -
42.
Disse Rinaldo: - Il primo, per mia fé,
da poi che tu domandi, io ti rispondo;
e stato è buon principio un tanto re;
ma qualcun altro ancor sarà il secondo.
Or se tu vuoi il caval ch'io non ti diè,
perché tanto il tuo nome suona al mondo,
io tel darò, magnanima Corona. -
E poi soggiunse: - E l'arme e la persona. -
43.
Marsilio era uom generoso e discreto;
molto gentil rispose, come saggio:
- Io non son ragazzin d'andarti drieto.
S'io lo togliessi, io farei troppo oltraggio,
però che 'l tuo valor non m'è segreto,
ch'io n'ho veduto a questa volta il saggio;
e 'l sogno è ver, ch'acquistato ho il destriere,
poi che mel dài; ma non sognai cadere.
44.
E vo', Rinaldo, una grazia mi faccia:
che meco venga a starti a Siragozza
co' tuoi compagni; e ciò non ti dispiaccia,
benché a te nostra terra parrà sozza,
né creder ch'a Parigi si confaccia,
dove ogni gentilezza si raccozza;
pur qualche giorno ti darò diletto
quant'io potrò, per lo dio Macometto. -
45.
Rinaldo disse: - Tanta cortesia
per nessun modo, re, confonder voglio.
Ma s'io t'ho fatto al campo villania,
di questo quanto posso or me ne doglio
e dicone mia colpa o mia pazzia,
ché così far per certo mai non soglio:
non ti conobbi allor, pel mio Gesùe. -
Disse il pagan: - Di ciò non parlar piùe;
46.
non ti bisogna di ciò scusa prendere:
usanza è dimostrar la sua prodezza,
e sempre non si può di pari offendere.
Bench'io cadessi per la tua fierezza,
io ne volevo in ogni modo scendere. -
Rinaldo rise di tal gentilezza,
e disse: - La risposta tua significa
quanto la tua Corona è in sé magnifica. -
47.
Rimontò a caval Marsilio allora.
Così Rinaldo, perché e' n'era sceso
come colui che' suoi maggiori onora.
Marsilio per la man poi l'ebbe preso,
ed Ulivier volea pigliare ancora,
ma Ulivier s'è scusato e difeso;
e poi che i convenevoli fatti hanno,
inverso Siragozza se ne vanno.
48.
E dismontati al palazzo reale,
Marsilio sempre tenne per la mana
Rinaldo per le scale e per le sale.
La sua figliuola, detta Lucïana,
ch'ogn'altra di bellezza assai prevale,
fecesi incontra benigna ed umana,
e salutò Marsilio e' suoi compagni
con atti onesti e grazïosi e magni.
49.
Né prima questa Rinaldo vedea,
che si sentì da uno stral nel core
esser ferito, e con seco dicea:
"Ben m'hai condotto dove vuoi, Amore,
a Siragozza a veder questa iddea
che più che 'l sol m'abbaglia di splendore";
e rispondeva al suo gentil saluto
quel che gli parve che fussi dovuto.
50.
Quivi alcun giorni dimorâr contenti.
Non domandar se Cupido gualoppa
di qua, di là con suoi nuovi argomenti;
e la fanciulla serviva di coppa
Rinaldo sempre, e' begli occhi lucenti
alcuna volta con esso rintoppa:
or questo è quel che come zolfo o esca
il foco par che rinnalzi ed accresca.
51.
Mentre che sono in tal consolazione,
un messaggiero al re Marsilio venne
e gettasegli in terra ginocchione,
e dice come un gran caso intervenne:
che morti ha cinquecento e più persone
un gran caval co' denti e colle penne,
ch'era sfrenato, e fu già di Gisberto,
e pareva un demòn là in un deserto.
52.
Noi savàn cinquecento cavalieri, -
diceva il messo - e giunti alla montagna,
fumo assaliti da questo destrieri:
non si potea fuggir per la campagna;
missesi in mezzo fra' tuoi cavalieri.
Non fu mai lupo arrabbiato né cagna
che così morda e divori ed attosche;
né anco i calci suoi paion di mosche.
53.
Io il vidi, o re Marsilio, rizzar dianzi
ed accostarsi a un pagano appetto,
e poi menar delle zampe dinanzi:
che pensi tu ch'e' gli dessi, un buffetto
da far cadergli di capo due schianzi?
E' gli schiacciò le cervella e l'elmetto,
e balzò il capo più di dieci braccia.
Pensa co' pie' di drieto s'egli schiaccia!
54.
Se dà in quel muro una coppia di calci,
e' farà rovinar questo palagio.
Io feci presto mazzo de' miei salci,
ché lo star quivi mi parve disagio,
però che contro a lui poco arme valci,
tanto superbo par, bravo e malvagio:
sanza pietà mi pareva Brïusse.
Io mi fuggi', ch'attorno andavon busse.
55.
Né credo che vi sia campato un solo;
e 'l tuo nipote vidi morire io,
afflitto, poveretto, con gran duolo. -
Quando Marsilio queste cose udìo,
che così tristamente tanto stuolo
vi fussi morto: - O Macon nostro iddio, -
dicea piangendo - come lo consenti
che così sien distrutte le tue genti?
56.
Questi eran pur, Macon, de' tuoi pagani,
che così morti son come tu vuoi.
Sares' tu mai d'accordo co' cristiani?
Ma se tu se', che arai tu fatto, poi
che tutti saren morti come cani?
Arai fatti morir gli amici tuoi;
sarai tenuto alfin pur tu crudele,
poi che fia spento il popol tuo fedele. -
57.
Rinaldo vide Lucïana bella
dolersi con parole inzuccherate;
verso Marsilio in tal modo favella:
- Manda con meco delle tue brigate
un che m'insegni questa bestia fella.
Non ti doler delle cose passate:
que' che son morti, Iddio gli facci sani.
Vedrai ch'io l'uccidrò con le mie mani.
58.
Tra pazzi e pazzo e bestie e bestia fia,
ché ci è ben di due gambe bestie ancora:
forse a qualcuna uscirà la pazzia. -
Il re Marsilio consentì allora,
quantunque far gli parea villania,
ché di Rinaldo suo già s'innamora;
e dèttegli alla fine un suo valletto;
ed Ulivier volle ire e Ricciardetto.
59.
Volevalo Marsilio accompagnare.
Rinaldo disse: - Io non voglio altro meco -;
se non che ancor Terigi volle andare,
ché sa ch'egli è suo debito esser seco.
Vedevasi Rinaldo sfavillare,
come volea colui ch'è pinto cieco.
Dicea Marsilio: - Io priego il nostro Iddio
che t'accompagni, car Rinaldo mio. -
60.
Rinaldo se ne va verso il diserto,
e 'l messaggier mostrò dove e' credea
che sia il caval, benché nol sappi certo.
Rinaldo allor di Baiardo scendea.
In questo il gran destrier si fu scoperto,
che già pel bosco sentiti gli avea.
Ma quel pagan, come vide il cavallo,
sopra un gran cerro terminò aspettallo,
61.
ed anco s'arrecò sù bene in vetta.
Disse Ulivier: - Per Dio, tu mi par pratico:
a questo modo ogni animal s'aspetta. -
Disse il pagano: - Egli è pazzo e lunatico,
e so quel che sa far colla zampetta.
Questo è colpo di savio e di gramatico:
saprò me' dir poi come il fatto è ito
al mio signor: però son qui salito. -
62.
Ricciardetto, veggendo il saracino
che come il ghiro s'era inalberato,
diceva: - Esser vorrebbe un orsacchino
che insin costì t'avessi ritrovato. -
Disse il pagan: - Va' pure a tuo cammino:
il giuoco netto piace in ogni lato.
Io temo il danno e 'l pentersi da sezzo;
della vergogna, io mi vi sono avvezzo. -
63.
Come Baiardo il caval bravo vede,
non l'arebbon tenuto cento corde:
a guisa di battaglia lo richiede;
corsegli addosso e tempestava e morde;
e l'uno e l'altro si levava in piede:
parean le voglie lor del pari ingorde;
chi annitrisce, chi soffia e chi sbuffa;
e per due ore o più durò la zuffa.
64.
Rinaldo un poco si stette a vedere;
ma poi, veggendo che 'l giuoco pur basta,
e che co' morsi quel bravo destriere
e colle zampe Baiardo suo guasta,
dispose fare un colpo a suo piacere;
e mentre che Baiardo pur contasta,
dètte a quell'altro un pugno tra gli orecchi
col guanto, tal che non ne vuol parecchi;
65.
e cadde come e' fussi tramortito.
Baiardo si scostò, ch'ebbe paura.
Gran pezzo stette il cavallo stordito;
poi si riebbe, e tutto s'assicura.
Rinaldo verso lui presto fu gito,
prese la bocca alla mascella dura,
missegli un morso ch'aveva recato;
e quel cavallo umìle è diventato.
66.
Maravigliossi Terigi e 'l marchese.
Rinaldo sopra Baiardo montava,
né per la briglia il caval bravo prese,
ché come un pecorin drieto gli andava.
E 'l saracin del cerro allora scese,
ch'a gran fatica ancor s'assicurava,
tenendo sempre in cagnesco le ciglia,
e di Rinaldo avea gran maraviglia.
67.
Per Siragozza fuggiva la gente
come Rinaldo fu drento alla porta;
ma quel caval se n'andava umilmente.
Fu la novella a Marsilio rappôrta:
venne a vedere; e la dama piacente
di questo palafren già si conforta,
e domandò con parole leggiadre
che gliel donassin Rinaldo e 'l suo padre.
68.
Rinaldo, che gli avea donato il core,
ben poteva il caval donare a quella.
Trovossi un fornimento al corridore;
Rinaldo addosso gli pose la sella,
e lasciossi trattar dal suo signore
come si mugne una vil pecorella;
poi vi montava, e preso in man la briglia,
gli fe' far cose che fu maraviglia.
69.
Un giorno ancora insieme dimoraro,
ch'Amor pur lo tenea legato stretto;
poi da Marsilïon s'accomiataro.
Marsilio consentirgli fu costretto,
quando sentì d'Orlando il caso amaro,
e ciò ch'aveva gli offerse in effetto.
La damigella sospirò alquanto
dinanzi al padre; ma poi fe' gran pianto;
70.
ed ogni giorno con seco piangea,
ch'era già tutta di Rinaldo accesa.
Ventimila baron gli profferea
dovunque egli volessi, a sua difesa;
e ringraziata Rinaldo l'avea,
e nel partir molto il suo cor palesa:
- Quando fia tempo, - disse - per lor mando:
e sempre, dama, a te mi raccomando. -
71.
Passoron tutta la Spagna costoro,
ed arrivorno un giorno in un gran bosco;
gente trovorno ch'avean gran martoro.
Dicea Rinaldo: - Nessun ci conosco. -
A sé chiamava un vecchio barbassoro
ch'era tutto turbato in viso e fosco,
e disse: - In cortesia, di' la cagione
che voi parete pieni d'afflizione. -
72.
Rispose il barbassoro: - Tu il saprai
perché si fanno qui questi lamenti.
Noi siàn d'una città che tu vedrai
tosto, che miglia non ci è lungi venti:
Arma si chiama, come intenderai;
tutti siamo scacciati e mal contenti,
sanza sperar che nulla ci conforti,
se non che insieme piangiam mille torti.
73.
Nostro signor si chiama il re Vergante,
più crudele uom che forse al mondo sia:
non crede in Cristo, e meno in Trivicante.
Questo ribaldo per sua tirannia
le nostre figlie ha tolte tutte quante
per isforzarle, e noi cacciati via;
ed ogni dì fa dare aspro martìre
a quelle che non voglion consentire. -
74.
Rinaldo gli dispiacque tal matera;
partissi e seguitò la sua giornata,
e lascia il barbassor che si dispera
con l'altra gente così sconsolata.
Alla città s'appressa in su la sera;
verso la porta la briglia ha girata,
e disse: - Andiamo a veder questo fatto:
forse che far si potrebbe un bel tratto. -
75.
Giunti alla terra, a un oste n'andorno,
che tutto pien si mostrava d'affanno;
della cagion del fatto domandorno:
costui contò del lor signor lo 'nganno;
tanto che tutti si maravigliorno
come sofferto sia questo tiranno.
Venne la cena, e furono onorati,
e' lor cavalli e lor ben governati.
76.
Parve a Rinaldo l'oste un uom dabbene,
e 'ncrebbegli sentendo una sua figlia
il re Vergante ha tolta a forza e tiene;
e diceva: - Oste, sare' maraviglia
s'io dessi al re Vergante tante pene
ch'al popol tutto asciugassi le ciglia? -
e cominciava l'oste a confortare;
com'io dirò nel seguente cantare.
CANTARE DECIMOQUARTO
1.
Padre del cielo e Re dell'universo,
sanza il qual non si muove in aria foglia,
non mi lasciar perduto ire a traverso
mentre ch'ancora è pronta la mia voglia;
poi che tu m'hai cantando a verso a verso
condotto in sino al mezzo della soglia,
con la tua man mi guida a salvamento
insino al porto con tranquillo vento.
2.
L'oste rispose: - Chi la mia vendetta
facessi, adorerei sempre per santo. -
Disse Rinaldo: - Domattina aspetta,
e tutti a riposar ci andiamo intanto;
come fia giorno, i destrier nostri assetta:
vedrò s'io dico il vero o s'io mi vanto. -
Così Rinaldo se n'andava a letto;
e fece, e rïuscigli, un bel concetto.
3.
La mattina per tempo fu levato.
L'oste i cavalli apparecchiati aveva,
e da costor non volle esser pagato,
ma di sua povertà lor proffereva:
guata Rinaldo ed Ulivieri armato
e molta ammirazion seco prendeva,
ché gli pareva ognun fiero e gagliardo,
e Vegliantin vagheggiava e Baiardo.
4.
Rinaldo se n'andò verso il palazzo;
al re montava il baron valoroso;
era a vederlo tutto il popolazzo.
Quivi sentiva un pianto doloroso
delle donzelle. Il re superbo e pazzo
vide costoro, e tutto disdegnoso:
- Chi siete voi, - domandava Ulivieri
- così presuntüosi cavalieri? -
5.
Rinaldo gli rispose: - La risposta
farò io per costui che tu domandi. -
E poi che presso alla sedia s'accosta,
disse: - Per certo di te fama spandi;
non so come il Ciel facci tanta sosta
ch'a Belzebù giù in bocca non ti mandi:
della tua tirannia, can traditore,
dieci leghe lontan mi venne odore. -
6.
Era la sala piena di pagani;
non gli rispose alcun, ch'avieno sdegno,
e divorato l'arien come cani
quel signor tristo d'ogni morte degno.
Rinaldo seguitò: - Con le mie mani
per gastigarti sol, Vergante, vegno:
ciriffo sono, e per divino effetto
mi manda in questa parte Macometto.
7.
Adultero, sfacciato, reo, ribaldo,
crudo tiranno, iniquo e scelerato,
nato di tristo e di superchio caldo,
non può più il Ciel patir tanto peccato
nel qual tu se' pure ostinato e saldo,
lussurïoso, porco, svergognato,
poltron, gaglioffo, poltoniere e vile,
degno di star col ciacco nel porcile!
8.
Dunque tu porti in testa la corona?
Va' mettiti una mitera, ghiottone,
nimico d'ogni legge giusta e buona,
in odio a Dio, al mondo, alle persone.
Ben verrà la saetta, quando e' tuona,
perché e' non paghi il sabbato Macone,
e 'l fuoco etterno rigido e penace,
lupo affamato, perfido, rapace.
9.
Non pensi tu che in Ciel sia più giustizia,
malfusso, ladro, strupatore e mecco,
fornicatore, uom pien d'ogni malizia,
ruffian, briccone e sacrilego e becco?
Non potrebbe scusar la tua tristizia
d'una parola sol la voce d'Ecco:
tener le nobil donne saracine
virgini e 'ntatte per tue concubine!
10.
E batterle ogni dì sì aspramente,
ch'io non so a chi pietà non ne venissi,
s'alcuna pur di lor non ti consente,
e come il centro non s'apre e gli abissi! -
Vergante uscito parea della mente;
ognun tenea a Rinaldo gli occhi fissi,
e dicean molti: "Costui vien da cielo,
ché ciò che dice, ogni cosa è il Vangelo".
11.
Non sapea che si dir Vergante; e tanto
multiplicò la furia e la tempesta
che Rinaldo lo prese dall'un canto
e la corona gli strappò di testa
e tutto gli stracciò il reale ammanto;
ognuno stava a veder questa festa;
poi lo portò tra quella gente pazza,
e d'un balcon lo gittò in su la piazza.
12.
Tutti color che l'avevon veduto
a gran furore sgomberati la sala,
dicendo: "Da Macon questo è venuto!".
Beato a chi poté trovar la scala!
Rinaldo, come savio uomo ed astuto
che le parole e l'opere sue insala,
sùbito andò dove le damigelle
avea sentite batter, meschinelle,
13.
e vide ch'eran dispogliate ancora
e tutto il dosso vergheggiato aviéno.
Partissi e del palagio usciva fora,
e vide il popol d'allegrezza pieno,
e come volentier ciascun l'onora,
che tutti reverenzia gli faciéno;
ed accostossi ove era alcun barone;
poi cominciò questa degna orazione:
14.
Quel vero Iddio che fece prima Adamo,
poi pel peccato suo volle morire,
perché allo 'nferno dannati savamo
(e non si può con ragion contraddire),
benché alcun saracin mi fe' richiamo
del vostro re, qui m'ha fatto venire,
per liberar non sol le figlie vostre,
ma perché a gire a lui la via vi mostre.
15.
La qual voi avete per certo smarrita
per lunghi tempi; e Macon falso e rio
conoscerete dopo la partita.
Ma 'l mio Gesù, benigno e giusto Iddio,
per la sua carità ch'è infinita,
perché egli è grazïoso e santo e pio,
alluminar vi manda e darvi segno
ch'alfin v'aspetta nel suo etterno regno.
16.
Non ha voluto comportar l'oltraggio
che vi faceva il signor vostro a torto:
questo esser debbe a ogni savio un saggio
di sua potenzia, poi ch'io l'ho qui morto
nella presenzia del suo baronaggio:
da Lui sol venne l'aiuto e 'l conforto,
Lui mi diè forza che così facessi,
e fe' che ignun non si contrapponessi;
17.
Lui vi spirò, potete intender certo,
ch'alla giustizia dar dovessi loco,
però che troppo l'aveva sofferto;
ed or per trarvi dello etterno foco
vuol ch'io vi mostri il vostro errore aperto,
nel qual cresciuti siete a poco a poco.
Però tornate tutti al cristianesimo,
ché non si può in Ciel ir sanza battesimo. -
18.
Finite le parole, il popol tutto
cominciava a gridare a una boce:
- Sia benedetto chi il tiranno ha strutto,
ch'è stato a' suoi suggetti tanto atroce!
E poi che dè' seguirne un maggior frutto,
adorian tutti Quel che morì in croce.
Dicci il tuo nome, sol tutti preghiamo,
e poi per le tue man ci battezziamo:
19.
ché poi che morto hai il traditor ribaldo,
vogliam, per sempiterna tua memoria,
un simulacro farti d'oro saldo,
dove sia disegnata questa istoria. -
Rispose il prenze a tutti: - Io son Rinaldo
da Montalban, che v'ho data vittoria;
ed or v'arreco l'ulivo e la pace
dal mio Gesù, che d'adorar vi piace. -
20.
Allora il popol cominciò a gridare:
- Viva Rinaldo, e viva il tuo Gesùe!
Ognun qui t'ha sentito ricordare
già mille volte per le virtù tue. -
E così cominciava a battezzare
Rinaldo alcun baron con le man sue;
ognuno a' pie' suoi ginocchion si getta
e 'l primo voleva esser per la fretta.
21.
In pochi dì fur tutti battezzati.
L'abergator che ritenne costoro,
quanto poteva più gli ha ringraziati.
Questa novella sentì il barbassoro
e gli altri che Rinaldo avea trovati:
alla città venien sanza dimoro;
e 'l barbassoro avea nome Balante,
e molto gaudio avea del re Vergante.
22.
Or chi vedessi quelle damigelle
venirsi a battezzar divotamente,
e quanto allegre parevano e belle,
di lor s'innamorrebbe certamente:
elle parien del ciel le prime stelle;
le madre e' padri, ognun n'era gaudente.
Gran festa si facea per la cittade
e le castella e l'altre sue contrade.
23.
Il barbassoro della gran foresta
diceva al prenze: - Quanto ti so grado
ch'a quel ribaldo rompesti la testa!
Sappi ch'i' son di nobil parentado:
ogni cosa sia tuo ch'è in mia potesta. -
Dicea Rinaldo: - Intender mi fia a grado
questa città quanti uomini farebbe
da portare arme qual si converrebbe. -
24.
Rispose il barbassoro: - Questa terra
ha sotto sé cinqu'altre gran cittate:
centomila pagan faran da guerra,
sanza molte castella e le villate;
io so che la mia lingua in ciò non erra,
ma tu potrai veder le schiere armate. -
Rinaldo, udendo ciò che quel dicea,
a Gesù Cristo grazia ne rendea.
25.
E stettesi alcun giorno a riposare
Rinaldo e' suoi compagni allegramente.
Il popol lo voleva incoronare,
ma Rinaldo non volle per nïente,
dicendo: - In libertà vi vo' lasciare;
e 'l signor vostro è Cristo onnipotente. -
Poi, quando un tratto vide tempo ed agio,
il popol ragunò tutto al palagio;
26.
e ragunato, fece parlamento,
e disse: - Or che di voi fidar mi posso,
io vo' che voi intendiate a compimento
per che cagion di Parigi son mosso,
e perch'io vivo nel cuor mal contento
d'un peso che mi grava insino all'osso:
l'amostante di Persia ha imprigionato
il mio cugin ch'Orlando è nominato.
27.
Vorrei che mi facessi compagnia,
tanto ch'Orlando mio si rïavessi. -
Poi che finita fu la diceria,
fu commesso a Balante che dicessi
e che per parte della baronia
ciò che chiedea Rinaldo gli offeressi.
Allor Balante ritto si levòe
e come savio a parlar cominciòe:
28.
Rinaldo, poi che liberati ci hai
da Macon, da Vergante e dallo 'nferno,
non pensi tu che noi siàn tutti omai
sempre tuoi servi e schiavi in sempiterno?
Ciò che domandi, a tuo piacere arai
ed ora e sempre, vivendo in etterno:
faccisi tosto come vuoi la 'mpresa,
ché di tal caso a tutti assai ne pesa. -
29.
Rinaldo ringraziava tutti quanti.
E poi per tutti i paesi n'andava
subitamente messaggieri e fanti,
e molta gente tosto s'ordinava.
Vennono a corte a Rinaldo davanti:
in men d'un mese vi si raccozzava
novantamila cavalieri armati
e tutti in guerra ben disciplinati.
30.
E poi vi venne due giganti fieri
con diecimila armati in sull'arcione
in punto ben di ciò che fa mestieri,
che rinnegato avien tutti Macone;
e servivon Rinaldo volentieri
l'uno e l'altro gigante o torrïone;
de' quali aveva l'un nome Corante,
e l'altro s'appellava Lïorgante.
31.
Costui, che molto amò già il suo signore,
poi che vide Rinaldo che l'ha morto,
non poté far non si turbassi il core,
e disse con Balante: - E' morì a torto;
e perché io fui suo amico e servidore,
mal volentier questo oltraggio comporto
né posso far ch'i' non ne pigli sdegno.
Per la mia nuova fé, con voi non vegno. -
32.
Disse Rinaldo: - E' sarà forse il vero
che meco non verrai, come tu hai detto,
e morto resterai, gigante fero,
ché tu non credi in Cristo o in Macometto. -
Era il gigante superbo e leggiero,
e disse: - S'io ti piglio pel ciuffetto,
io ti farò sentir ch'io son gigante,
e forse vendicato fia Vergante. -
33.
La poca pazïenzia s'accozzòe
di Rinaldo e 'l gigante appunto bene:
Rinaldo la sua spada fuor tiròe
ed una punta crivellando viene,
tanto che in mezzo il petto gliel cacciòe
e rïuscì di drieto per le rene;
né poté Lïorgante alzar la mazza,
ché come un pollo morto giù stramazza;
34.
e parve che cadessi una gran torre.
La gente corse a sì fatto romore
e domandava ognun che quivi corre:
- Che vuol dir questo? - e 'nteso poi il tinore,
dicevan tutti: - E' non vi si può apporre,
poi che Vergante amava, il traditore,
e dicea che fu a torto il dì ammazzato. -
Così Rinaldo assai fu commendato.
35.
Poi col consiglio del savio Balante
Rinaldo a Siragozza un messo manda
a Lucïana famosa e prestante,
e quanto più potea si raccomanda
che venga presto con sue gente avante,
e di tal cosa romor non ispanda;
che si ricordi quel ch'ella ha promesso.
E in pochi giorni compariva il messo.
36.
E Lucïana il vide volentieri,
e disse al padre quel che scrive il prenze.
Disse Marsilio: - Che' tuoi cavalieri
tu metta in punto e tutte tue potenze;
ch'io arò sempre in tutti i miei pensieri
Rinaldo nostro e sue magnificenze:
troppo mi piacquon l'opre sue leggiadre. -
E così in punto si misson le squadre.
37.
Diceva Lucïana: - Io voglio ancora
che mi conceda che con essi vada;
e se per me il tuo sangue non si onora,
non mi lasciar mai più portare spada;
ma questa è quella volta che rinflora. -
Disse Marsilio: - Fa' come t'aggrada,
pur che e' si faccia piacere a Rinaldo,
ché di servirlo son più di te caldo. -
38.
Diceva la fanciulla a Balugante:
- O Balugante, io vo' che meco vegna
con questa gente ch'io meno in Levante,
acciò che sia quest'opera più degna. -
Egli rispose: - Pel mio Trevicante,
volentier ne verrò sotto tua insegna. -
Così furno ordinati prestamente
ventimila a caval di buona gente.
39.
Così la dama da Marsilïone
si dipartì co' cavalieri armati;
e per insegna nel suo gonfalone
eron due cuori insieme incatenati;
e portò seco un ricco padiglione
del qual saranno assai maravigliati,
ché non si vide mai simile a quello,
tanto era lavorato ricco e bello.
40.
E 'n pochi giorni volava la fama
al prenze, come e' vien la damigella:
subitamente molti baron chiama
e fece i principal montare in sella,
e così incontro n'andarno alla dama,
Rinaldo, come appariva la stella,
dicea: "Rinato è Cristo veramente,
ché apparita è la stella in orïente".
41.
Giunse la donna, e 'n terra è dismontata:
della qual cosa Rinaldo si duole,
ché la sua gentilezza è superata;
dismonta presto, e con destre parole
si scusa, e parte la fanciulla guata
come sta fissa l'aquila nel sole;
e dè' pensar che la dama il saluta
e ch'e' rispose: - Tu sia ben venuta. -
42.
Rimontati a caval, tutti n'andorno
nella città con festa e con onore;
e poi ch'al gran palagio dismontorno,
disse la dama: - O mio caro signore,
io t'ho arrecato un padiglione adorno,
il qual sempre terrai per lo mio amore:
con le sue mani l'ha fatto Luciana,
contesto d'oro e seta sorïana. -
43.
E fecelo spiegare in sua presenzia.
Quando Rinaldo il padiglion vedea,
maravigliossi di tanta eccellenzia,
e disse: - Certo, io non so qual iddea
avessi fatto tal magnificenzia,
se fussi Palla. - E grazia gli rendea,
dicendo: - Per tuo amor tal padiglione
sempre terrò, ché così vuol ragione. -
44.
Egli era in questo modo divisato:
in su la sala magna fu, disteso
in quattro parte, ov'era figurato
quattro alimenti; e 'l primo parea acceso,
ch'era per modo ad arte lavorato
che si sare' per vero fuoco inteso,
pien di faville e raggi fiammeggianti,
ch'ognuno abbaglia che gli sta davanti.
45.
Quivi eran certi carbonchi e rubini
che campeggiavan ben con quel colore,
certi balasci e granati sì fini
che in ogni parte rendeva splendore.
Quivi eran cherubini e serafini
come è nel foco dello etterno amore.
Quivi è la salamandra ancor nel foco,
che si godea contenta in festa e 'n gioco.
46.
Nella seconda parte è l'aire puro,
azurro tutto, e 'l ciel con ogni stella,
la luna e 'l sole e Venere e Mercuro,
e Giove appresso e Vulcan che martella;
Saturno e Marte in aspetto più duro,
dodici segni ed ogni cosa bella,
che tutto non è tempo a raccontare.
Poi gli uccèi sotto si vedean volare.
47.
L'aquila in alto con sue rote andava
guardando fiso il sol, com'ella è avvezza,
tanto che 'l sol le penne gli abbruciava,
e rovinava in mar giù dell'altezza;
quivi di nuove penne s'adornava
e riprendeva poi sua giovinezza.
E la nuova fenice, come suole,
portava il nido alla casa del sole;
48.
ed avea tolto incenso e mirra prima
e cassia e nardo e balsamo ed amomo,
ed arsa e poi rinata in su la cima.
Quivi è il falcon salvatico e quel domo,
e l'un par che' colombi molto opprima,
e l'altro fa con l'aghiron giù il tomo.
Quivi è l'astor col fagiano, e 'l terzuolo
che drieto alla pernice studia il volo.
49.
Quivi era lo sparvier, quivi la gazza
che par che si volessi inalberare,
e mentre che fuggìa, forte schiamazza;
quivi è l'allodoletta a volteggiare,
e drieto il suo nimico che l'ammazza;
e lo smeriglio si vede squillare
di cielo in terra, e la rondine ha innanzi,
e par che l'uno all'altro poco avanzi.
50.
Quivi si vede i gru volare a schiera,
e quel che va dinanzi par che gridi;
e l'oche han fatto alla fila bandiera,
e come questi par che l'una guidi.
Quivi è la tortoletta a primavera,
e par che 'n verdi rami non s'annidi,
più non s'allegri e più non s'accompagni,
e sol nell'acqua torbida si bagni.
51.
Quivi si cava il pellican del petto
il sangue, e rende la vita a' suoi figli;
èvvi l'ostardo e la starna, in sospetto
ch'ogni uccel che la vede non la pigli;
e 'l nibbio si vagheggia a suo diletto,
a ogni mosca chiudendo gli artigli;
e gira l'avoltoio e l'abuzzago,
e 'l gheppio molto del vento par vago.
52.
Ed anco il milïon si va aggirando,
e la ghiandaia va faccendo festa,
e la gazza marina vien gridando
e scende in basso con molta tempesta;
e la cutretta la coda menando
si vede, e rizza la pupa la cresta;
quivi si pasce di sogni il moscardo
perché e' non è come il fratel gagliardo.
53.
Il picchio v'era, e va volando a scosse;
che 'l comperò tre lire, è poco, un besso,
perché e' pensò ch'un pappagallo fosse:
mandollo a Corsignan, poi non fu desso,
tanto che Siena ha ancor le gote rosse.
Quivi è il rigogoletto, e 'l fico appresso;
e 'l pappagallo, quel che è daddovero,
ed èvvi il verde e 'l rosso e 'l bianco e 'l nero.
54.
Gli stornelletti in frotta se ne vanno,
e tutti quanti in becco hanno l'uliva;
le mulacchie un tumulto in aria fanno;
la passer v'è, maliziosa e cattiva,
e par sol si diletti di far danno;
e 'l corbo, come già dell'arca usciva;
èvvi il fatappio ed èvvi la cornacchia
che garre drieto agli altri uccelli e gracchia.
55.
Quivi superbo si mostra il pagone
e grida come gli occhi in terra abbassa,
garzetto e l'anitrella e 'l grande ocione;
quivi la quaglia, che pareva lassa
volando d'una in altra regïone;
quivi è l'oca marina che 'l mar passa;
l'anitra bianca e 'l maragon calarsi
parea, che in giù volassin per tuffarsi.
56.
L'acceggia, la cicogna e 'l pagolino,
la gallinella con variate piume,
l'uccel santamaria v'era e 'l piombino;
e 'l bianco cigno, che dorme in sul fiume,
parea che fussi alla morte vicino,
però cantassi, come è suo costume;
quivi col gozzo e col gran becco aguzzo
si vedea l'anitroccolo e lo struzzo;
57.
barattole, germani e farciglioni,
altri uccèi d'acqua, io non saprei dir tanti;
certi ugelletti che si dice alcioni,
che fanno al mar sentir lor nidi e canti;
altri uccellacci chiamati griccioni:
lungo sarebbe a contar tutti quanti,
che stan per fiumi e per paludi e laghi,
perché de' pesci e dell'acqua son vaghi;
58.
e 'l marin tordo e 'l bottaccio e 'l sassello,
la merla nera e la merla acquaiuola,
poi la tordela e 'l frusone e 'l fanello,
e 'l lusignuol, ch'ha sì dolce la gola;
e 'l zigolo e 'l bravieri e 'l montanello,
avelia e capitorza e sepaiuola,
pincione e niteragno e pettirosso,
e 'l raperugiol, che mai intender posso.
59.
Quivi era calandra e 'l calderino
e 'l monaco, che è tutto rosso e nero,
e 'l calenzuol dorato e il lucherino
e l'ortolano e 'l beccafico vero,
insino al re delle siepe piccino,
la cingallegra, il luì, il capinero,
e pispol, codirosso e codilungo,
ed un uccel che suol beccare il fungo.
60.
Rondoni e balestrucci eran per l'aria.
Poi in altra parte si vedea soletta
la passer penserosa e solitaria,
che sol con seco starsi si diletta,
a tutte l'altre nature contraria.
Èvvi il cuculio con sua malizietta,
che mette l'uova sue drento alla buca
della sua balia, che è detta curuca.
61.
E 'l pipistrello faceva stran volo;
e degli uccèi notturni sbandeggiati,
l'allocco, il barbagianni e l'assïuolo,
civetta e gufo e gli altri sventurati:
non ne mancava al padiglione un solo
di que' che fur nell'arca numerati.
Ultimamente v'è il cameleone,
bench'alcun dice vi fussi il grifone.
62.
Vedeasi in mezzo rilucente e bella
nella sua sedia Giunon coronata,
e Deiopeia e l'altre intorno a quella,
e molto dalle ninfe era onorata.
Eol parea che tentassi procella
e che picchiassi la porta serrata,
e Noto ed Aquilon già fuori usciéno,
ed Orïon d'ogni tempesta pieno.
63.
Poi si vedeva Dedalo che 'l figlio
avea smarrito, e batteasi la fronte,
ché non credette al suo savio consiglio;
vedesi il curro abandonar Fetonte,
e 'l fero Scorpio mostrargli l'artiglio,
e come e' par che in basso giù dismonte,
e la terra apre per l'ardor la bocca,
e Giove il fulminava della ròcca.
64.
La terza parte è figurata al mare:
quivi si vede scoprir la balena
e far talvolta navili affondare,
e dolcemente cantar la serena
e' navicanti ha fatti addormentare;
il dalfin v'è, che mostrava la schiena,
e par ch'a' marinai con questo insegni
che si provegghin di salvar lor legni.
65.
Il marin vécchio fuor dell'acqua uscìa,
e 'l pesce rondin si vedea volare,
ma il pesce tordo così non facìa;
vedeasi il cancro l'ostrica ingannare,
e come il fuscelletto in bocca avia,
e poi che quella vedeva allargare,
e' lo metteva nel fesso del guscio,
e poi v'entrava a mangiarla per l'uscio.
66.
Raggiata e rombo, occhiata e pescecane,
la triglia, il ragno e 'l corvallo e 'l salmone,
lo scòrpin colle punte aspre e villane,
ligusta e soglia, orata e storïone,
e 'l polpo colle membra così strane,
e 'l muggin colla trota e col carpione,
gambero e nicchio e calcinello e seppia
e sgombero e morena e scarza e cheppia.
67.
E tonni si vedien pigliare a schiere,
e cornioletti e lamprede e sardelle
ed altri pesci di tante maniere
che dir non puossi con cento favelle,
per fiumi e laghi e diverse peschiere,
però che son più i pesci che le stelle;
anguille e lucci e tinche e pesci persi
pensa che quivi potevon vedersi,
68.
e che vi fussi boncio e barbio e lasca.
Alefe finalmente v'era scorto,
e come sol dell'acqua quel si pasca,
e tratto fuor di quella parea morto.
Vedevasi la manna che giù casca
e 'l pesce per pigliarla stare accorto;
e come il pescator molto s'affanni
con rete ed esca e con mille altri inganni.
69.
Poi si vedea Nettunno col tridente
guardar con atti ammirativi e schifi
quando prima Argo nel suo regno sente,
che lo voleva a Colchi guidar Tifi;
Scilla abbaiar si sentia crudelmente,
e' mostri suoi digrignavano i grifi;
vedeasi Teti, e vedevasi Ulisse
come più là che' segni d'Ercol gisse.
70.
Cimoto e Trìton placar la tempesta;
Glauco poi si vedeva ondeggiare;
Èssaco afflitto con molta molesta
cercando Esperia ancor sotto acqua andare;
talvolta Galatea fuor trar la testa
che fe' già Polifemo innamorare;
notavan per lo mar con ambo mane,
converse in ninfe, le nave troiane.
71.
Poi si vedeva nave in quantitate
gir sopra l'acqua, e molti legni strani:
balenier, grippi e galeazze armate
e brigantin, carovelle e marrani,
lïuti, saettie, gonde spalmate;
e sopra fuste menarsi le mani;
battelli e paliscarmi e schifi e barche
d'uomini e merce e varie cose carche.
72.
L'ultima parte toccava alla terra:
quivi si vede tutte l'erbe e piante,
e come il globo si ristrigne e serra,
e le città famose tutte quante,
e gli animali, e come ciascuno erra
chi qua, chi là per Ponente e Levante,
per Mezzogiorno e chi per Tramontana,
ogni fera dimestica e silvana.
73.
Il lïofante parea molto grande,
calloso e nero e dinanzi d'un pezzo,
e come quegli orecchi larghi spande
e stende il grifo lungo, ch'egli ha a vezzo
pigliar con esso tutte le vivande,
e nol potea toccar se non un ghezzo;
fuor della bocca gli uscivan due zanne
ch'eron d'avorio e lunghe ben sei spanne.
74.
Èvvi il leone, e 'l dippo gli va drieto;
èvvi il caval famoso sanza freno,
e l'asinello, e 'l bue sì mansüeto,
e 'l mul che tutto par di vizi pieno.
Vedevasi il castor molto discreto,
che de' suoi danni eletto aveva il meno,
e strappasi le membra genitale,
veggendo il cacciator, per manco male.
75.
Il leopardo pareva sdegnato,
perché e' non prese in tre salti la preda;
e 'l lïocorno è in grembo addormentato
d'una fanciulla, e par ch'egli conceda
esser da questa tocco e pettinato,
ma non si fidi all'acqua e non gli creda
se non vi mette il corno prima drento;
e se quel suda sta a vedere attento.
76.
Tutto bizzarro e pien di furia l'orso;
e 'l lupo fuor del bosco svergognato,
gridato dalla gente e da' can morso;
e 'l porco, che nel fango è imbrodolato;
quiv'era il cavrïuol che molto ha corso
e poi s'è posto a ber tutto affannato;
e 'l cervio, che 'l pastor che canta aspetta,
insin che l'altro intanto lo saetta.
77.
E 'l bufol che ne va preso pel naso,
e la capretta e l'umil pecorella
ch'avea le poppe munte e 'l dosso raso;
la lepre paürosa e meschinella
par che si fugga, temendo ogni caso;
quivi era il dromedario e la camella,
che collo scrigno, mansüeta e doma,
lasciava ginocchion porsi la soma.
78.
La volpe maliziosa era a vedere,
e 'l can pareva fedele e leale;
èvvi il coniglio, e scherza a suo piacere;
molto sentacchio pareva il cignale;
poi si vedeva la damma e 'l cerviere
che drieto al monte scorgea l'animale;
quivi era il tasso porco e 'l tasso cane
che si dormien per le lor buche o tane.
79.
E lo spinoso e l'istrice pennuto,
e sopra il bucolin del topo il gatto
con molta pazïenza, come astuto,
tanto che netto rïuscissi il tratto;
bevero, e 'l ghir sonnolente e perduto,
e puzzola e faina e lo scoiatto;
èvvi la lontra e va cercando il pesce,
ed or sott'acqua ed or sopra rïesce;
80.
gattomammon, bertuccia e babbuïno,
mufo, camoscio, moscado e zibetto,
la donnoletta e 'l pulito ermellino
che parea tutto bianco e puro e netto;
la martora si sta col zibellino;
eravi il vaio, e stavasi soletto,
e molto bello e candido il lattizio,
ed altre fiere poi, piene di vizio.
81.
La lonza maculata e la pantera,
e 'l draco, ch'avea morto il lïofante,
e nel cadergli addosso quella fera
aveva ucciso lui, come ignorante,
ché del futuro accorto già non s'era;
èvvi il serpente, superbo, arrogante,
che fiammeggiava fuoco per la bocca
e col suo fiato attosca ciò che tocca.
82.
E 'l coccodrillo avea l'uom prima morto,
poi lo piangeva, pien d'inganni e froda;
e 'l tir, ch'avea lo 'ncantatore scorto,
acciò che le parole sue non oda,
aveva l'uno orecchio in terra porto
e l'altro s'ha turato colla coda.
Poi si vedea col fero sguardo e fischio
uccider chi il guardava il bavalischio;
83.
con sette capi l'idra e la cerastra,
la vipera scoppiar nel partorire;
la serpe si vedea prudente e mastra
tra sasso e sasso della scoglia uscire;
l'aspido sordo, freddo più che lastra,
che con la coda voleva ferire;
la biscia, la cicigna e poi il ramarro,
e molti altri serpenti ch'io non narro.
84.
Ienna vediesi della sepultura
cavare i morti rigida e feroce,
la qual si dice, chi v'ha posto cura,
ch'ella sa contraffar l'umana voce;
la cientro colla faccia orrida e scura,
e iacul, tanto nel corso veloce,
e la farea crudel che per Libia erra.
L'ultima cosa è la talpa sotterra.
85.
Poi si vedeva andar pel mondo errando
Ceres dolente, misera e meschina,
e in ogni parte venìa domandando
s'alcun veduto avessi Proserpìna,
dicendo: - Io l'ho perduta, e non so quando. -
E la fanciulla bella e peregrina
vedevasi di rose e vïolette
contesser vaghe e gentil grillandette;
86.
poi si vedea Pluton che la rapia.
E così stava il padiglione adorno;
e' carbonchi e le gemme ch'egli avia
facean d'oscura notte parer giorno,
tal che sì bel mai più vide Soria:
trecento passi o più girava intorno;
le corde aveva e gli altri fornimenti
di seta e d'oro, e più che 'l sol lucenti.
87.
Non si potea saziar di mirar fiso
Rinaldo il padiglion; poi disse: - Certo
questo fe' Lucïana in paradiso,
non fu già Filomena in un deserto.
Né mai sarà il mio cor da lei diviso.
E so che per me stesso ciò non merto;
ma minor dono e di manco eccellenzia
non si convien già a tua magnificenzia.
88.
Questo sempre terrò per lo tuo amore;
questo terrò sopra ogni cosa degno;
questo terrò con singulare onore;
questo terrò di tue virtù per segno;
questo terrò ch'albergherà il mio core;
questo terrò perché del tuo sia il pegno;
questo terrò vivendo in sempiterno;
questo terrò poi in cielo o nello inferno. -
89.
Disse la dama: - Ascolta quel ch'io dico.
Io ti vorrei poter donare il sole,
e non sare' bastante a tanto amico:
il tuo cor generoso, come suole,
si mostra pur magnalmo al modo antico.
Ma intender, chi l'ha fatto, il ver si vuole:
s'io dissi Lucïana, io presi errore:
con le sue proprie man l'ha fatto Amore. -
90.
Or qual sare' quel cor qui d'adamante,
di porfiro o dïaspro o altra petra,
che non s'aprissi e mutassi sembiante?
E' traboccò giù l'arco e la faretra
e le saette d'Amor tutte quante.
Volea pur dir (ma la voce s'arretra)
Rinaldo qualche cosa alla donzella;
ma non poté, ché perdé la favella.
91.
Ben s'accorse colei, ch'era pur saggia,
che per soperchio amor non rispondessi,
e disse: "Sarei io tanto selvaggia
ch'a così degno amante non piacessi,
purché mai tempo e luogo e modo accaggia?
E qual sare' colei che nol facessi,
salvando sempre e l'onore e la fama?
E 'ngrato è quel che non ama chi l'ama".
92.
Rinaldo ringraziò pur finalmente
delle parole grate ch'avea dette
ultimamente la donna piacente,
bench'egli avessi al cor mille saette.
Fu commendato da tutta la gente
il padiglione, e 'n camera si mette.
E cominciossi a trattar molte cose
che fien nell'altro dir maravigliose.
CANTARE DECIMOQUINTO
1.
Benigna Maestà, Vita superna,
ch'allumi questo e quell'altro emispero,
principio d'ogni cosa santa etterna,
donami grazia che nel giusto impero
a' tuoi pie' santi l'anima discerna,
tanto ch'io riconosca il falso e 'l vero;
e 'nsino al fine il mio debole ingegno
ti priego aiuti, se 'l mio priego è degno.
2.
Fecion consiglio Rinaldo e Balante
che si movessi la gente cristiana
e che s'andassi a trovar l'amostante;
e così confermava Lucïana.
Fu la novella in Persia in poco stante
che ne veniva gran turba pagana;
e l'amostante ancor non sapea scorto
che gente fussi, e che Vergante è morto.
3.
Partîrsi dunque centoventimila
di gente valorosa e fiera e magna,
per quel che l'aütor nostro compila,
con que' che Lucïana avea di Spagna;
né creder ch'egli andassino alla fila:
coprieno i monti, il piano e la campagna,
tanto che sono in Persia capitati
e presso alla città tutti accampati.
4.
Rinaldo, che dì e notte non soggiorna
per rïavere il suo cugin perfetto,
poi ch'attendata fu la gente adorna,
all'amostante mandò Ricciardetto,
dicendo: - A lui va' presto, e qui ritorna
con la risposta, e conchiudi in effetto
ch'a corpo a corpo oppur campal battaglia
sùbito fuor ne venghi alla schermaglia. -
5.
E Ricciardetto andò come e' gl'impose
e fece all'amostante la 'mbasciata.
Il qual molto superbo a lui rispose
che non sa chi si sia questa brigata
e molta maraviglia ha di tal cose;
che la Corona sua, sempre onorata,
combatter non è usa mai in Levante
con qualche vile arcaìto o amirante:
6.
che truovi uom simigliante a sua Corona,
e poi verrà di fuor, comunche e' vuole,
a corpo a corpo a provar sua persona;
ma di campal battaglia assai si duole
sanza giusta cagion lecita o buona;
e poi soggiunse ancor queste parole:
- Se tu non fussi messaggier mandato,
colle mie man so ch'io t'arei impiccato.
7.
Non lascio per amor, ma per vergogna.
A quel che t'ha mandato fa' risposta:
domandal s'egli è desto oppur se sogna;
ché molto pazza fu la sua proposta.
Né d'aspettar qui altro ti bisogna:
questo ti basti, e vattene a tua posta. -
Ma Ricciardetto non fu pazïente,
e così disse disdegnosamente:
8.
Se conoscessi ben chi a te mi manda,
nol chiameresti arcaìto per certo,
e pazza non terresti sua domanda;
ma si conosce il tuo vil core aperto.
Sappi che, s' tu se' re da questa banda,
quand'io t'avessi pur molto sofferto,
o amostante vil, superbo e sciocco,
il mio signore acquistato ha il Murrocco,
9.
e di Carrara e d'Arma è coronato
e molti altri reami tiene al mondo;
e non sarebbe Marte biasimato
combatter con tal uom sì rubicondo. -
L'amostante, veggendol furïato,
rispose: - In altro modo ti rispondo:
ritorna al tuo signor che ti mandòe
e di' ch'un gran baron gli manderòe. -
10.
Ricciardetto tornò nel campo tosto,
e disse come il fatto era seguìto
e quel che l'amostante gli ha risposto.
Lasciàn costor posarsi un poco al lito,
ché 'l messo ha fatto quel che gli fu imposto;
torniamo all'amostante sbigottito,
che non sapea che farsi e sta sospeso
e di tal caso avea nel cor gran peso.
11.
Veggendol così afflitto, Chiarïella
diceva: - Io ci conosco un buon rimedio.
Tu sai che 'l miglior uom che monti in sella
si dice ch'è Orlando; ond'io più a tedio
non ti terrò, - dicea la damigella
- poi che tu se' condotto a questo assedio:
sappi che quel che tu tieni in prigione
il conte Orlando è, figliuol di Mellone;
12.
e credo che farà sol per mio amore
ciò ch'io vorrò, ché così m'ha promesso
più e più volte, ch'io gli ho fatto onore
sempre dal dì che in carcere fu messo. -
Sùbito crebbe all'amostante il core,
e disse: - Può Macon far che sia desso?
Troppo mi piace tu l'abbi onorato,
ché 'l Ciel per nostro ben l'ha riservato.
13.
Ma vo' che mi prometta ritornarsi,
finita la battaglia, poi in prigione,
ché 'l gran Soldan potre' meco adirarsi,
ché sai ch'io il presi a sua contemplazione;
e qualche modo poi potre' trovarsi
per questo mezzo alla sua salvazione. -
E Chiarïella a Orlando n'andò presto
e d'ogni cosa gli chiosava il testo.
14.
Se tu volessi per mio amore, Orlando,
combatter con costui che vuol battaglia,
questo servigio io lo verrò scultando
nel cor per sempre, se Macon mi vaglia:
io te ne priego, io mi ti raccomando.
Un destrier ti darò coperto a maglia. -
Rispose Orlando: - Sia quel che ti piace:
meglio è morir che stare in contumace.
15.
Ah! - disse Chiarïella - è questo quello
ch'io t'ho promesso mille volte e mille?
Tu m'hai passato il cor con un coltello.
Io verrò, dico, queste porte aprille
come a te fia in piacer, signor mio bello;
ma sol per ricoprir molte faville,
Carlo aspettavo che di qua passassi,
acciò che più sicuro il fatto andassi.
16.
Non ti curar prometter ritornarti
nella prigion, poi che 'l mio padre vuole,
ch'io verrò, per Macone, a liberarti,
prima che molti dì s'asconda il sole.
Io vo' il destrieri e l'armi apparecchiarti. -
Così furon finite le parole,
e di prigione Orlando liberato,
e innanzi all'amostante appresentato.
17.
L'amostante l'abbraccia umilemente,
e quanto può del suo fallir si scusa;
e se gli ha fatto oltraggio, che si pente,
e 'l gran Soldan di ciò ne 'ncolpa e accusa;
e che per far la pace il fe' vilmente,
come per suo miglior talvolta s'usa,
e lecito operare era ogni ingegno
e tradimento, per salvar sé e 'l regno.
18.
Orlando, come savio, fu contento,
e disse: - Per amor della tua figlia
farò sol quel che ti fia in piacimento,
ché così Chiarïella mi consiglia;
ché so che sanza lei morivo a stento,
e ch'io sia vivo mi par maraviglia. -
Armossi tutto innanzi al re pagano,
e Chiarïella l'armò di sua mano.
19.
Come fu armato, saltò in sul destrieri,
e Chiarïella gli fe' compagnia,
armata, con trecento cavalieri;
così dall'amostante si partia,
verso dell'oste pigliava il sentieri.
Come Rinaldo apparir lo vedia,
che stava attento, armato, al padiglione,
subitamente montava in arcione.
20.
E Lucïana anche lui aveva armato
e datogli il destrier che gli donòe
a Siragozza, e poi l'ha accompagnato,
e molti cavalier seco menòe:
adunque il giuoco è molto pareggiato!
E così inverso Orlando se n'andòe
Rinaldo, e salutò cortesemente,
e la risposta fu similemente.
21.
Ma l'uno e l'altro quanto può s'ingegna
non essere alla voce conosciuto,
acciò ch'al suo disegno ognun pervegna.
Dicea Rinaldo dopo il suo saluto:
- Io credo, cavalier, ch'al campo vegna
per far coll'arme in man quel ch'è dovuto:
piglia del campo, ognun mostri sua forza. -
E volson l'uno a poggia e l'altro a orza.
22.
Orlando volse con tanta destrezza
nel dipartirsi al suo caval la briglia,
che non si vide mai tal gentilezza;
e Lucïana affisava le ciglia:
parvegli un atto di molta prodezza;
ma Chiarïella con seco bisbiglia:
"Questo è pur quel che 'l mondo grida certo
nell'arme tanto valoroso e sperto".
23.
Rivoltava il destrier Rinaldo prima;
comincia al modo usato a furïare.
Orlando che sia vòlto anco si stima,
sùbito indrieto lo venne a trovare.
Ma non potre' qui dir prosa né rima
qual sia il valor ch'ognun usa mostrare:
s'Anibal parea l'un, l'altro è Marcello;
se l'un volava, e l'altro era un uccello.
24.
E' si vedea sol polvere e faville:
non credo ch'a veder fussi più degno
alla città famosa Ettorre e Achille:
ognun di grande ardir mostrava segno.
Ma che bisogna far tante postille,
o dar per fede a chi nol crede il pegno?
Non son costor de' paladin di Francia
e' miglior cavalier che portin lancia?
25.
Le lance si spezzorno parimente
sopra gli scudi, e' destrier via passorno
come fólgore va molto fervente.
Poi colle spade a ferirsi tornorno;
or quivi s'accostò tutta la gente,
quivi la zuffa insieme rappiccorno.
Era venuto a vedere il gigante
con Lucïana, chiamato Corante
26.
e stava in piè come un pilastro saldo
a veder di costor la gran tempesta.
E Lucïana avea messa a Rinaldo
indosso una leggiadra sopravvesta;
Orlando, ch'era insuperbito e caldo,
con Durlindana avea stampata questa;
e Lucïana si doleva a morte,
dicendo: "Mai non vidi uom tanto forte".
27.
Egli eran l'uno e l'altro sì infiammati,
Rinaldo e 'l conte Orlando, che l'un l'altro
non iscorgea, tanto erano infiammati!
Né si vedea vantaggio all'uno o l'altro;
ferivansi co' brandi sì infiammati
che nel colpirsi dicea l'uno all'altro:
- Aiùtati da questo, can malfusso! -
e detto questo, si sentiva il busso.
28.
Rinaldo dètte un colpo al conte Orlando
sopra il cimier, che gli fece sentire
Frusberta, che ne venne giù fischiando:
non ebbe alla sua vita un tal martìre,
e 'nsino in su la groppa vien piegando,
e disse: "O Dio, non mi lasciar morire!
Aiutami tu, Virgin benedetta!";
e 'l me' che può nell'armi si rassetta.
29.
E trasse con tanta ira Durlindana
al prenze, che lo giunse in su l'elmetto,
il qual sonò che parve una campana
e con fatica alla percossa ha retto;
ed ogni cosa vide Lucïana,
tanto ch'ell'ebbe del colpo sospetto,
ché 'nsino al collo del destrier piegossi
Rinaldo, tal ch'a gran pena rizzossi.
30.
Non n'arebbe però voluti tre,
ch'uscito sare' fuor del seminato;
pur si rïebbe, e ritornava in sé.
Il brando a' crini il cavallo ha trovato,
sì che due parte del collo gli fe',
e 'nsieme con Rinaldo è rovinato.
Gridò Rinaldo al conte: - Traditore!
Tu l'uccidesti per viltà di core. -
31.
Rispose: - Traditore - Orlando - o vile
non fu' mai reputato alla mia vita,
ma sempre, in verità, baron gentile.
Or se mi venne la mazza fallita,
e' me ne 'ncresce, e però parlo umìle.
Ma innanzi che da me facci partita
io ti farò disdir quel che tu hai detto! -
e poi saltò del suo caval di netto.
32.
E cominciorno più aspra battaglia
che si vedessi mai tra due baroni:
lo scudo in pezzi l'uno all'altro taglia;
non cavalier parieno, anzi dragoni;
e benché e' regga la piastra e la maglia,
pe' colpi spesso cadean ginocchioni;
e l'uno e l'altro soffiava e sbuffava
come un leone o altra fera brava.
33.
Dànnosi punte, dànnosi fendenti,
dànnosi stramazzon, dànno rovesci;
fannosi batter drento all'elmo i denti,
frugano in modo da sbucare i pesci,
alcuna volta, co' brandi taglienti,
acciò che meglio il disegno rïesci:
raddoppia il colpo l'uno a l'altro e piomba,
e l'aria e 'l cielo e la terra rimbomba.
34.
Rinaldo un tratto Frusberta disserra
per dare al conte Orlando in su la testa:
Orlando si scostò, donde il brando erra,
e cadde in basso con grande tempesta,
che si ficcò più d'un braccio sotterra:
pensa se fatto gli arebbe la festa
e se fu grande il furore e la rabbia,
ch'appena par che la spada rïabbia!
35.
Orlando allor se gli scagliava addosso,
e grida: - Or potre' io, come tu vedi,
tagliarti con la spada insino all'osso,
poi che tu hai confitto il brando a' piedi;
ma basta che tu intenda sol ch'io posso,
ch'io non son traditor come tu credi. -
Disse Rinaldo: - Ogni ragione hai tue,
e che sia traditor mai dirò piùe. -
36.
Era già sera, e 'l sol verso la Spagna
nell'occeàn tuffava i suoi crin d'oro;
e Chiarïella graziosa e magna
benignamente parlava a costoro:
- Perché e' si fa già bruna ogni campagna,
ponete fine a sì fatto martoro;
e per mio amor così vo' che si segua:
che venti dì facciate insieme triegua. -
37.
E l'uno e l'altro rimase contento.
Diceva Chiarïella: - Al mio parere,
non vidi mai più a due tanto ardimento,
né mai più penso a' miei giorni vedere:
io triemo tutta, quando io mi rammento
de' colpi fatti e del vostro potere;
e perché tanta virtù si conservi,
ho chiesto triegua e vo' ch'ognun l'osservi. -
38.
Rinaldo si tornò col suo Balante
al padiglione, e la sua Lucïana
gli trasse l'arme ch'avea messe avante.
Orlando torna alla città pagana,
e Chiarïella disse all'amostante
che gli pareva oltre ogni cosa umana
quel ch'avea fatto in sua presenzia Orlando,
dicendo: - Quanto so tel raccomando. -
39.
Orlando volle in prigion ritornarsi,
e rende Durlindana e l'armadura
e sta con Chiarïella a ragionarsi.
Or ritorniamo al campo alla pianura.
Corante l'altro giorno fece armarsi,
dicendo: - Io intendo provar mia ventura. -
Ed accostossi alle mura alla terra,
e mandò a dir che cercava di guerra.
40.
Aveva cinquecento scelti quello
de' miglior ch'egli avessi nel suo campo;
era montato in su 'n un suo morello
nato d'alfana, e menava gran vampo,
chiamando l'amostante e tristo e fello,
dicendo: - Contra me non arai scampo,
né triegua o pace o patti, né concordia,
ch'uom non se' degno di misericordia. -
41.
Erano usciti già certi pagani
della città col gigante alla mischia,
ma tutti gli straziava come cani:
a qual le spalle, a chi il capo cincischia,
colpi menando sì aspri e villani
che per paura nessun più s'arrischia
a dieci braccia accostarsi alla mazza;
e bisognava, con sì fatta razza.
42.
Chiarïella sentì che 'l saracino
a molti il capo ha schiacciato come uova
e fa fuggire il suo popol meschino;
sùbito Orlando alla prigion ritruova,
e dice: - A questa volta, paladino,
aiutami, poi ch'altro non mi giova:
sappi ch'egli è comparito un gigante
ch'ammazza ognun che se gli para avante.
43.
A te ricorro come mio refugio,
che non mi lasci in questi casi stremi:
e' debbe avere un poco il cervel bugio,
ch'ognun minaccia, e 'l Ciel non par che temi.
E' ti convien soccorrer sanza indugio,
ché tutto il nostro popol par che triemi,
e per paura ognun tornato è drento,
ché del bastone hanno avuto spavento.
44.
E' n'ha già bastonati centinaia,
e trita lor le carni, i nervi e l'ossa. -
Rispose Orlando: - Sempre ove a te paia
la mia persona, Chiarïella, è mossa;
e so che, se m'aspetta a la callaia,
vedrai che la tua gente fia riscossa. -
Fecesi l'arme trovare e 'l cavallo,
e Chiarïella sua sol vuole armallo;
45.
e fece armare alquanti cavalieri.
Orlando disse volea poca gente:
che lasci col gigante a lui i pensieri.
Armossi Chiarïella incontanente
e con Orlando montava a destrieri,
anzi sù vi saltò molto attamente;
e 'l suo fratel, ch'era ardito e gagliardo,
n'andò con lei, che avea nome Copardo.
46.
Era il gigante alla porta aspettare;
vide costoro e innanzi si facea.
Ma Chiarïella, che 'l vide accostare:
- Io vo' con esso provarmi, - dicea
- se questa grazia, Orlando, mi vuoi fare. -
Orlando ch'è contento rispondea.
Allor la dama va inverso il pagano,
che se n'avvide e prese un'aste in mano.
47.
Abbassa la sua lancia Chiarïella,
e poi nel petto al gigante la spezza;
ma non si mosse punto della sella
per sua gran forza e per la sua grandezza;
e giunse nello scudo la donzella
con l'aste dura e con molta fierezza,
e fecela cader fuor dell'arcione,
che molto spiacque al figliuol di Millone.
48.
Corante la volea pigliar pel braccio
e come il lupo portarnela via.
Diceva Orlando: - Non gli dare impaccio:
se tu la tocchi, per la fede mia,
per mezzo il petto la spada ti caccio!
Oltre, gaglioffo pien di codardia!
Della tua gran viltà, per Dio, m'incresce
ed è ben ver ch'ogni trista erba cresce.
49.
Non ti vergogni tu donna sì degna
volerne via portar, can peccatore,
che in tutte quelle parte ove il sol regna
non è donzella degna di più onore?
Né vo' che 'l suo cader tuo pregio tegna,
ché fu difetto del suo corridore. -
Disse il gigante: - Per Macon, ch'io sono
contento, e per prigione a te la dono. -
50.
Orlando disse: - Tu mi pari or saggio,
che quel che non puoi vender, vuoi don farne.
Se tu vedessi costei nel visaggio,
diresti: "Cibo non è da beccarne
un uom sì rozzo, rustico e selvaggio";
ch'io so che' denti tuoi non son da starne.-
Allor Copardo addosso a quel si getta
per far della sorella sua vendetta;
51.
e l'uno e l'altro una lancia pigliava,
e di concordia insieme si sfidaro;
ma alfin Copardo in terra si trovava,
e restò prigionier sanza riparo;
per che Corante a Orlando parlava:
- Che costui sia prigion tu intendi chiaro. -
Così, per non opporsi alla ragione,
Copardo n'andò preso al padiglione.
52.
Disse il gigante: - Ed anco la donzella
è mio prigion, ma non la vo' contendere,
però ch'io la gittai pur della sella;
e s'io volessi, io te la farei rendere;
che tu dicesti ch'io ti donai quella
per questo, ch'io non la potevo vendere. -
Orlando disse: - Sia come si vuole,
con l'arme arai costei, non con parole. -
53.
Disse il gigante: - Disfidato sia,
da poi che tu m'hai tolto la mia preda,
poi mi minacci e dimmi villania
e credi per viltà te la conceda:
io t'ho donato per mia cortesia
questa donzella, e par che nol creda. -
Orlando al suo caval la briglia volse,
ed una arcata o più del campo tolse;
54.
poi ritornava per dargli la mancia;
e 'l saracin con la lancia s'abbassa;
ma 'l conte Orlando gli pose alla pancia,
e 'l petto e 'l cuore e le reni gli passa:
due braccia o più rïusciva la lancia,
e parve allor rovinassi una massa,
perché Corante abbandonava il freno
e dètte un vecchio colpo in sul terreno.
55.
Rinaldo al padiglione aveva detto,
quando Copardo prigion fu menato,
che andassi tra le squadre a suo diletto,
ché gl'increscea di tenerlo legato;
e giurato gli avea per Macometto,
se dal gigante non è liberato,
rappresentarsi a ogni suo volere;
e va pel campo veggendo le schiere.
56.
In questo tempo la novella viene
come Corante caduto era morto,
e che passato è il ferro per le schiene.
Ebbe di questo Rinaldo sconforto,
e volle chi l'uccise intender bene,
giurando vendicar sì fatto torto;
e minacciava e' facea gran tagliata
comunche e' fusse la triegua spirata.
57.
Copardo già pel campo aveva inteso
come questo era d'Orlando cugino;
però veggendo Rinaldo sì acceso,
rispose: - A me perdona, paladino:
per quel ch'i' ho da tua gente compreso,
la pace si farà con poco vino;
io t'ho a dir cose che ti piaceranno,
e fia silenzio posto a tanto affanno.
58.
Sappi che quel c'ha combattuto teco
è 'l conte Orlando, che preso dimora;
ed a tua posta il menerò qui meco,
per quello Iddio che la mia gente adora. -
Rinaldo, il dì che combatté con seco,
di sua gran forza era ammirato ancora,
e cominciossi tosto a ricordare
ch'altri ch'Orlando nol poteva fare.
59.
E se non fusse la sorella mia, -
dicea Copardo - che s'è innamorata
della sua fama e di sua gagliardia,
sarebbe or la sua vita annichilata,
perché il mio padre non lo conoscìa.
Ma poi che vide la terra assediata,
gli dètte Chiarïella per rimedio
di liberarlo per levar l'assedio;
60.
ma per paura lo tien del Soldano
e non gli dà di partirsi licenzia.
Ma or tu se' qui con armata mano:
io ti darò la città in tua potenzia,
tanto m'incresce di tal caso strano
d'un uom sì degno e di tanta eccellenzia;
la mia sorella tanto amor gli porta
ch'a tradimento darenti una porta.-
61.
Rinaldo, ch'avea già legato il core
per gran dolcezza, abbracciava Copardo,
e disse: - Io sento già tanto fervore
del mio cugin, che tutto nel petto ardo.
So che tu parli con perfetto amore,
se bene alle parole tue riguardo;
e Chiarïlla, per la fede mia,
si loderà della sua cortesia.
62.
A mio parer, ritorna alla cittate
e di' con Chiarïella questo fatto.
Quando fia tempo poi me n'avvisate,
ch'io so che rïuscir ci debbe il tratto;
ch'io mi confido nella tua bontate
sanza far teco altra convegna o patto. -
E dèttegli il cavallo e l'armi sue,
e presto al padre suo dinanzi fue.
63.
L'amostante dicea: - Chi t'ha mandato? -
Copardo disse: - Da me son fuggito. -
Rispose l'amostante: - Tu hai fallato! -
poi disse: - Forse è pur miglior partito,
che non t'avessi un giorno là impiccato. -
Copardo a Chiarïella sua n'è ito,
ed ogni cosa ragionorno insieme,
e la fanciulla d'allegrezza geme.
64.
Erasi Orlando tornato in prigione
quel dì che al campo avea morto Corante.
La damigella fe' conclusïone
di tradir la sua patria e l'amostante,
e rinnegar con questo anco Macone:
or vedi questo amor quanto è costante!
Lasciò Copardo, e vassene a Orlando,
che si vivea all'usato sospirando,
65.
e disse: - Che diresti tu, barone,
se fussi il tuo Rinaldo qua venuto
per liberarti e trarti di prigione,
e se tu avessi con lui combattuto
e mortogli già sotto il suo roncione,
acciò che non ti possi dare aiuto?
Non sarebbe ragion tu confessassi
essere ingrato, a chi ne domandassi?
66.
Or oltre, io ti vo' dir presto ogni cosa
e darti una novella che fia buona,
ch'io veggo la tua vita assai dogliosa:
sappi che 'l tuo Rinaldo ci è in persona
per trarti di prigion sì tenebrosa,
come colui che 'l grande amore sprona:
per questo all'amostante ha mosso guerra,
e per tuo amor si combatte la terra.
67.
Copardo è ritornato e detto questo.
E perch'io t'ho donato il mio amor tutto,
l'anima e 'l cuore e s'altro ci è di resto,
m'accordo che 'l mio padre sia distrutto
e dare al tuo cugin la città presto,
acciò che del mio amor tu vegga il frutto,
ch'io non ti pasca più di foglie e fiori,
e che tu esca omai di carcer fuori. -
68.
Orlando, quando intese Chiarïella,
rispose: - Io credo tu fussi mandata
il primo dì dal Ciel una angiolella
ch'a la prigion mi ti fusti mostrata;
e se' sempre poi stata la mia stella
e la mia calamita a te voltata.
Qual merito, qual fato vuol ch'io sia
in grazia tanto a Chiarïella mia?
69.
Io ti dono le chiavi in sempiterno
della mia vita, e tien' tu il core e l'alma:
io vo' che 'l nostro amor si facci etterno.
Tu se' colei che l'ulivo e la palma
m'arrechi, e che mi cavi dello inferno
e la tempesta mia converti in calma. -
E non poté più oltre Orlando dire,
tanta dolcezza gli parea sentire.
70.
Chiarïella a Copardo ritornava,
ed ordinò che la notte seguente
Rinaldo venga, ed Orlando cavava
di fuor della prigion segretamente;
ed a Rinaldo un messaggio mandava
e scrisse che venissi arditamente;
e soggiugnea queste parole appresso:
"Giunta la letter, sia impiccato il messo".
71.
Rinaldo, ch'a questa opera era attento,
aveva in punto già le genti armate;
la lettera ubbidiva a compimento:
al messo sue vivande ebbe ordinate
e fecegli de' calci dare al vento;
poi se n'andò alla porta alla cittate:
quivi trovava insieme armati in sella
Copardo con Orlando e Chiarïella.
72.
Preso la porta, levorno il romore:
- A sacco, a sacco! Alla morte, alla morte!
E muoia l'amostante traditore
e' suoi seguaci e tutta la sua corte! -
Il popol si destò tutto a furore:
vide i nimici già drento alle porte,
e chi fuggiva, e chi per arme è corso,
chi si nasconde, e chi chiama soccorso.
73.
L'amostante si desta spaventato,
e sente tanta gente e tante grida;
sùbito alcun de' servi ha domandato:
- Che vuol dir questo, che 'l popolo strida? -
e 'l me' che può si lieva e fussi armato,
e corre come cieco sanza guida,
e non sapea lui stessi ove e' si vada,
ch'avea smarrita e la mente e la strada.
74.
Pur s'avvïava ove e' sentia gran zuffa,
e riscontrossi appunto in Ulivieri,
ch'era nel mezzo di questa baruffa,
e della spada gli dètte al cimieri,
tanto che 'l colpo ne lieva la muffa;
ma non poté piegarlo in sul destrieri.
Ulivier lo conobbe incontanente,
e trasse della spada un gran fendente.
75.
Aveva un cappelletto di cuoio cotto
l'amostante la notte in testa messo;
ma Ulivier lo passava di sotto,
e 'l capo e 'l collo al saracino ha fesso,
e fecelo d'arcion giù dare il botto.
La gente si fuggì, che gli era appresso,
piena di doglia e terrore e sconforto,
sì come avvien quando il signore è morto.
76.
Rinaldo avea veduto cader quello:
- Benedetto ti sia - gridò - la mano,
ch'a quel canaccio partisti il cervello!
Tu se' pur de' baron di Carlo Mano. -
Or qui comincia avvïarsi il macello.
Era venuto un gigante pagano
che si chiamava il feroce Grandono,
e gettasi tra questi in abbandono.
77.
Ulivier riscontrò, quel maladetto,
e trasselo per forza da cavallo,
però ch'al colpo suo non ebbe retto;
poi si gittava in mezzo a questo ballo,
e perché il popol molto è insieme stretto,
colpo non mena che giugnessi in fallo,
e spesso dava anche a' suoi di gran botte,
ché d'error pieno è il furore e la notte.
78.
E mentre che 'l gigante pur combatte,
vi sopraggiunse a caso Lucïana;
ma quel Grandon, come a costei s'abbatte,
gli dètte una percossa assai villana,
però che le picchiate sue son matte,
e finalmente in terra giù la spiana;
e non sentia mai più né gel né caldo,
se non che corse a quel furor Rinaldo;
79.
e ripose a caval questa e 'l marchese,
e domandò chi l'aveva abbattuto.
Disse Ulivieri: - In terra mi distese
un gran gigante, e poi non l'ho veduto. -
Mentre che sono in sì fatte contese,
Orlando a Ricciardetto s'è abbattuto;
e perché e' nol conobbe nella stretta,
lui e 'l caval d'un colpo in terra getta.
80.
E poi trovò Terigi suo scudiere
e sopra l'elmo gli appiccava il brando,
per modo ch'e' rovina del destriere,
benché l'elmetto non venga spezzando.
Quando Terigi si vide cadere,
dicea fra sé: "Dove se' tu, Orlando?
Ché s' tu ci fussi, io non sarei cascato,
e pur cadendo, io sarei vendicato".
81.
Orlando il riconobbe alle parole:
dismontò presto e chiesegli perdono,
dicendo: - Del tuo caso assai mi duole.
Ma che tu monti in sella sarà buono.
Così sempre la notte avvenir suole. -
Diceva Orlando: - Or gli altri dove sono?
Aresti tu veduto Ricciardetto
o Ulivier? ch'io ho di lor sospetto. -
82.
Disse Terigi: - Ulivier vidi dianzi,
che cacciava una turba di pagani;
ma Ricciardetto è in terra qui dinanzi,
e stato sarai tu colle tue mani.
Credo che poco di vita gli avanzi:
morto l'aranno questi cani alani. -
Orlando guarda, e Ricciardetto vede
che si difende con la spada a piede;
83.
e grida: - Ah, Ricciardetto, hai tu paura?
Orlando è teco, tu non puoi perire,
ché sai ch'io ho fatata la ventura.
Quel che t'ha fatto della sella uscire
è stato un gran tuo amico, o tua sciagura. -
Quando Ricciardo sentì così dire,
disse: - Per certo io mi maravigliai,
ché con un colpo io e 'l caval cascai;
84.
e dissi fra me stesso: "Ècci pagano,
il qual dovessi aver tanto valore?" -
Allora Orlando strigne il brando in mano
e gettasi là in mezzo del furore,
e grida: - Ah, traditor popol villano,
con un soletto acquistar credi onore?
Addrieto, saracin, canaglia, porci,
che Ricciardetto mio credete tòrci. -
85.
E Ricciardetto in sul caval rimonta,
e di Rinaldo cercan per la terra,
tanto ch'Orlando e Rinaldo s'affronta,
e cominciorno a rinforzar la guerra.
E Chiarïella i suoi peccati sconta,
ché spesse volte si truova a gran serra,
e con fatica ha salvata la vita,
ché da Copardo e gli altri era smarrita.
86.
Combatteron costor tutta la notte;
ma i terrazzani alfin domandon patti,
ch'avén le membra faticate e rotte
e dubitavan non esser disfatti.
Era tra lor delle persone dotte:
poson giù l'arme con questi contratti:
che la città sia lor liberamente,
salvando tutta la roba e la gente.
87.
Era apparito in orïente il giorno,
e Chiarïella a Rinaldo ne viene,
e sì diceva: - Cavaliere adorno,
le cose veggo omai che vanno bene. -
E tutti insieme al gran palazzo andorno:
Rinaldo per la man Copardo tiene
e molte cose con esso favella;
Orlando sempre allato ha Chiarïella.
88.
Vennevi il popol tutto la mattina
a visitar costor come signori.
Rinaldo parla con molta dottrina:
- O Chiarïella, quanto m'innamori!
Di questa terra vo' che sia reina
pe' benefìci e' servigi e gli onori,
per non parer per nessun modo ingrato;
e 'l tuo Copardo re sia coronato. -
89.
E fe' dell'amostante ritrovare
il corpo, e poi gli dètte sepultura,
e tutta la città fece ordinare.
Orlando d'ogni cosa gli diè cura,
e sta con Chiarïella a motteggiare;
quando cavalca insin fuor delle mura,
ed ogni dì se ne vanno a sollazzo:
Rinaldo governava nel palazzo.
90.
Or ci convien lasciar costoro un poco.
Il Soldan si tornava a Bambillona,
fatta la pace e messo Orlando in loco
che pensò che lasciassi la persona;
sentì come era acceso un altro foco
e come egli era morta la Corona
dell'amostante e presa la sua terra,
e cominciava a dubitar di guerra.
91.
Indrieto verso Persia ritornava
col campo tutto per miglior partito,
e presso a poche leghe s'accampava,
e 'ntese meglio il caso come era ito.
Un suo messaggio alla città mandava,
e duolsi l'amostante sia perito,
ma che comunche la cosa si sia,
che s'appartiene a lui la signoria.
92.
E se Rinaldo la terra non lascia,
che s'apparecchi di difender quella;
se non che gli darà di molta ambascia;
e troppo biasimava Chiarïella,
che come meretrice, anzi bagascia
d'Orlando, il tradimento avea fatto ella;
ed era un barbassor molto stimato
colui che imbasciadore avea mandato.
93.
Giunse al palazzo, ove ciascun dimora,
il barbassoro, e spose la 'mbasciata:
- Quel Macometto che per noi s'adora
distrugga questa gente battezata;
e 'l mio signor, ch'è nel campo di fuora,
e la sua figlia, c'ha l'arme incantata,
famosa e forte, che si chiama Antea,
salvi e mantenga, - in tal modo dicea
94.
e guardi e salvi ciascun saracino,
e spezialmente que' del gran Soldano;
e viva Trevicante ed Apollino,
e sia distrutto ogni fedel cristiano,
e sopra tutti Orlando paladino
e 'l superbo signor di Montalbano,
Astolfo col Danese ed Ulivieri
e Carlo e Francia e tutti i cavalieri. -
95.
Rinaldo non poté più tanto orgoglio
sofferir del pagan bestiale e matto,
che par che gli abbi trovati tra 'l loglio;
disse a Orlando: - Io vo' fare un bel tratto,
ch'io so punire i pazzi, quand'io voglio:
vedrén come a saltar costui fia adatto,
o come egli abbi la persona destra. -
E 'n piazza lo gittò d'una finestra.
96.
La novella al Soldan n'andò di volo;
donde il Soldan si duol molto aspramente,
e minacciava apparecchiar lo stuolo
e la città assediar con la sua gente.
Veggendol la sua figlia in tanto duolo,
diceva: - La ragion ti reco a mente,
che non dovea però il tuo barbassoro
parlar, come si dice, in concestoro:
97.
per quel ch'io intendo, e' disse cose strane.
Se vuoi che la 'mbasciata da tua parte
udita sia dalle gente cristiane,
non ti bisogna altro messaggio o carte:
lascia andar me, che con parole umane
dirò con miglior modo e miglior arte;
e so ch'io tornerò con la risposta. -
Donde il Soldan rispose: - Va' a tua posta. -
98.
Questa fanciulla udito avea per fama
Rinaldo nominar molto in Soria,
e perché le virtù molto quella ama,
s'innamorò della sua gagliardia.
Or s'alcun vuol saper come si chiama,
quantunque il barbassor detto l'avia,
replicheren ch'ell'avea nome Antea;
e tutte sue bellezze eran di dea.
99.
E' parevon di Danne i suoi crin d'oro;
ella pareva Venere nel volto;
gli occhi stelle eran dell'etterno coro;
del naso avea a Giunon l'essemplo tolto,
la bocca e' denti d'un celeste avoro,
e 'l mento tondo e fesso e ben raccolto;
la bianca gola e l'una e l'altra spalla
si crederia che tolto avessi a Palla;
100.
e svelte e destre e spedite le braccia
aveva, e lunga e candida la mana,
da potere sbarrar ben l'arco a caccia,
tanto che in questo somiglia Dïana.
Dunque ogni cosa par che si confaccia,
dunque non era questa donna umana:
nel petto larga è quanto vuol misura;
Proserpina parea nella cintura;
101.
e Deiopeia pareva ne' fianchi,
da portare il turcasso e le quadrelle;
mostrava solo i pie' piccoli e bianchi.
Pensa che l'altre parte anch'eran belle,
tanto che nulla cosa a costei manchi:
a questo modo fatte son le stelle;
e vadinsi le ninfe a ripor tutte,
ché certo allato a questa sarien brutte.
102.
Avea certi atti dolci e certi risi,
certi soavi e leggiadri costumi
da fare spalancar sei paradisi
e correr sù pe' monti all'erta i fiumi,
da fare innamorar cento Narcisi,
non che Gioseppe per lei si consumi;
parea ne' passi e l'abito Rachele;
le sue parole eran zucchero e mèle.
103.
Era tutta cortese, era gentile,
onesta, savia, pura e vergognosa,
nelle promesse sue sempre virile,
alcuna volta un poco disdegnosa
con un atto magnalmo e signorile,
ch'era di sangue e di cor generosa:
eron tante virtù raccolte in lei
che più non è nel mondo o fra gli dèi.
104.
Sapeva tutte l'arti liberali;
portava spesso il falcon pellegrino;
feriva a caccia lïoni e cinghiali;
quando cavalca un pulito ronzino
(e correr nol facea, ma mettere ali),
da ogni man lo volgeva latino,
e nel voltar, chi vedeva da parte
are' giurato poi che fussi Marte.
105.
Questo cavallo al Soldan fu mandato,
che gliel mandò l'arcaìto mansore
di Barberia, e in Arabia era nato,
né mai si vide il più bel corridore;
e 'l padre a questa l'aveva donato,
però che molto l'aveva nel core;
tra fàlago e sdonnino era il mantello,
né vedrà mai Soria simile a quello.
106.
Egli avea tutte le fattezze pronte
di buon caval, come udirete appresso,
perché nato non sia di Chiaramonte:
piccola testa, e in bocca molto fesso,
un occhio vivo, una rosetta in fronte,
larghe le nari, e 'l labbro arriccia spesso;
corto l'orecchio, e lungo e forte il collo;
leggier sì, ch'a la man non dava un crollo.
107.
Ma una cosa nol faceva brutto,
ch'egli era largo tre palmi nel petto,
corto di schiena e ben quartato tutto,
grosse le gambe e d'ogni cosa netto,
corte le giunte, e 'l piè largo, alto, asciutto,
e molto lieto e grato nello aspetto;
serra la coda ed annitrisce e raspa,
sempre le zampe palleggiava e innaspa.
108.
Il primo dì ch'Antea volle provallo,
fe' cose in Bambillona in su la piazza
che fur troppo mirabil sanza fallo.
Quand'ella vide così buona razza
e le virtù del possente cavallo,
vennegli voglia portar la corazza,
e da quel tempo cominciò armarsi
e in giostre e 'n torniamenti a sprimentarsi.
109.
Poi cominciò in battaglia andare armata
come Camilla o la Pentessilea;
e la sua armadura era incantata,
che nessun ferro tagliar ne potea;
era in Domasco suta lavorata,
fornita d'oro, e più che 'l sol lucea;
e quanti cavalier giostran con quella,
tanti gittati avea fuor della sella.
110.
Eran venuti di tutto Levante,
di Persia, di Fenicia e dello Egitto,
ed alcun cavalier famoso errante:
ognuno aveva abbattuto e sconfitto;
nessun baron più gli veniva avante,
che con la lancia non lo facci al gitto;
e 'nsino al ciel la fama risonava,
e Bambillona e 'l Soldan l'adorava.
111.
E maraviglia non è che l'adori,
ch'ogni suo effetto pareva divino,
al tutto dello uman costume fuori;
massime là quel popol saracino,
ch'era già avvezzo a mille antichi errori,
come si legge di Belo e di Nino:
donde e' credevon certo che costei
fussi nata del seme degli iddèi.
112.
E' si potre' mill'altre cose ancora
delle virtù di questa donna dire;
ma perché e' fugge il tempo e così l'ora,
la nostra storia ci convien seguire;
e se talvolta un bel canto innamora,
pure alfin piace nuove cose udire:
così diren nel bel cantar seguente,
acciò che a tutti consoli la mente.
CANTARE DECIMOSESTO
1.
glorïosa figlia di Davitte
ch'ogni emisperio allumi e 'l ciel fai bello,
per cui salvate fur tante alme afflitte
quel dì che ti disse "Ave" Gabrïello;
insino a qui son nostre storie pitte
col tuo color, tua arte e tuo pennello;
colla tua grazia abbiàn passato il mezzo:
non lasciar la mia mente al buio e al rezzo.
2.
Pareva 'Antea mill'anni di vedere
Rinaldo ed Ulivieri e 'l conte Orlando
e Ricciardetto, sì buon cavaliere;
e tuttavolta si viene assettando;
della sua gente ordinava tre schiere
forniti d'arme e di lancia e di brando;
e dal Soldan facea la dipartita,
e finalmente in Persia ne fu ita.
3.
Né prima giunse in su la piazza questa,
ch'una lancia pigliò con gran fierezza,
mosse il cavallo, e poi la pose in resta,
ruppela in terra con gran gentilezza;
e mentre che 'l caval furia e tempesta,
volselo in aria con tanta destrezza
che non lo volse mai sì destro Ettorre;
e 'l popolo a furor là a veder corre.
4.
Rinaldo, che vedea dalla finestra,
maravigliossi troppo di quell'atto,
e disse: - Donna mai vidi sì destra,
né cosa più mirabil ch'ella ha fatto:
questa è pur d'ogni cosa la maestra. -
Orlando ne pareva stupefatto;
e vanno tutti incontro alla donzella,
ed èvvi Lucïana e Chiarïella.
5.
E giunti appresso alla gentil pagana,
ognun la salutò con grande onore;
ella rispose in lingua sorïana
cose che tutti infiammava nel core;
e in mezzo a Chiarïella e Lucïana
menata fu nel palazzo maggiore,
e in una ricca sedia a seder posta;
poi fece in questo modo la proposta:
6.
Quel primo Iddio che fece cielo e terra
e la natura e stelle e sole e luna,
ed a sua posta l'abbisso apre e serra,
e fa, quando e' vuol, l'aria chiara e bruna,
e che, pietoso e giusto, mai non erra,
benché ciascun pur gridi alla Fortuna,
salvi e mantenga il mio padre Soldano
e 'l buon Rinaldo e 'l senator romano
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