Luigi Pulci
MORGANTE
CANTARE
PRIMO
1.
In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui:
questo era nel principio, al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m'accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.
2.
E tu, Vergine, figlia e madre e sposa
di quel Signor che ti dètte la chiave
del Cielo e dell'abisso e d'ogni cosa
quel dì che Gabriel tuo ti disse "Ave",
perché tu se' de' tuoi servi pietosa,
con dolce rime e stil grato e soave
aiuta i versi miei benignamente
e 'nsino al fine allumina la mente.
3.
Era nel tempo quando Filomena
con la sorella si lamenta e plora,
ché si ricorda di sua antica pena,
e pe' boschetti le ninfe innamora,
e Febo il carro temperato mena,
ché 'l suo Fetonte l'ammaestra ancora,
ed appariva appunto all'orizonte,
tal che Titon si graffiava la fronte,
4.
quand'io varai la mia barchetta prima
per obedir chi sempre obedir debbe
la mente, e faticarsi in prosa e in rima,
e del mio Carlo imperador m'increbbe;
ché so quanti la penna ha posti in cima,
che tutti la sua gloria prevarrebbe:
è stata questa istoria, a quel ch'io veggio,
di Carlo, male intesa e scritta peggio.
5.
Diceva Leonardo già Aretino
che s'egli avessi avuto scrittor degno,
com'egli ebbe un Ormanno e 'l suo Turpino,
ch'avessi diligenzia avuto e ingegno,
sarebbe Carlo Magno un uom divino,
però ch'egli ebbe gran vittorie e regno,
e fece per la Chiesa e per la Fede
certo assai più che non si dice o crede.
6.
Guardisi ancora a San Liberatore,
quella badia là presso a Menappello
giù nell'Abruzzi, fatta per suo onore,
dove fu la battaglia e 'l gran flagello
d'un re pagan, che Carlo imperadore
uccise, e tanto del suo popul fello,
e vedesi tante ossa, e tanti il sanno
che tante in Giusaffà non ne verranno.
7.
Ma il mondo cieco e ignorante non prezza
le sue virtù com'io vorrei vedere.
E tu, Fiorenzia, della sua grandezza
possiedi e sempre potrai possedere:
ogni costume ed ogni gentilezza
che si potessi acquistare o avere
col senno, col tesoro e colla lancia,
dal nobil sangue è venuto di Francia.
8.
Dodici paladini aveva in corte
Carlo, e 'l più savio e famoso era Orlando;
Gan traditor lo condusse alla morte
in Roncisvalle, un trattato ordinando,
là dove il corno e' sonò tanto forte:
"dopo la dolorosa rotta quando...",
nella sua Comedìa Dante qui dice,
e mettelo con Carlo in Ciel felice.
9.
Era per pasqua, quella di Natale:
Carlo la corte avea tutta in Parigi:
Orlando, com'io dico, è il principale;
èvvi il Danese, Astolfo ed Ansuigi;
fannosi feste e cose trïunfale,
e molto celebravan san Dionigi;
Angiolin di Baiona ed Ulivieri
v'era venuto, e 'l gentil Berlinghieri.
10.
Eravi Avolio ed Avino ed Ottone,
di Normandia Riccardo paladino,
e 'l savio Namo e 'l vecchio Salamone,
Gualtieri da Mulione, e Baldovino
ch'era figliuol del tristo Ganellone:
troppo lieto era il figliuol di Pipino,
tanto che spesso d'allegrezza geme,
veggendo tutti i paladini insieme.
11.
Ma la Fortuna attenta sta nascosa
per guastar sempre ciascun nostro effetto.
Mentre che Carlo così si riposa,
Orlando governava in fatto e in detto
la corte e Carlo Magno ed ogni cosa;
Gan per invidia scoppia, il maladetto,
e cominciava un dì con Carlo a dire:
- Abbiàn noi sempre Orlando a obedire?
12.
Io ho creduto mille volte dirti:
Orlando ha in sé troppa presunzione.
Noi siàn qui conti, re, duchi a servirti,
e Namo, Ottone, Uggieri e Salamone,
per onorarti ognun, per obedirti;
che costui abbia ogni reputazione
nol sofferrem, ma siam deliberati
da un fanciullo non esser governati.
13.
Tu cominciasti insino in Aspramonte
a dargli a intender che fussi gagliardo
e facessi gran cose a quella fonte.
Ma se non fussi stato il buon Gherardo,
io so che la vittoria era d'Almonte;
ma egli ebbe sempre l'occhio allo stendardo,
che si voleva quel dì coronarlo:
questo è colui c'ha meritato, Carlo.
14.
Se ti ricorda, già sendo in Guascogna,
quando e' vi venne la gente di Spagna,
il popol de' cristiani avea vergogna
s'e' non mostrava la sua forza magna.
Il ver convien pur dir quando e' bisogna:
sappi ch'ognuno, imperador, si lagna.
Quant'io per me, ripasserò que' monti
ch'io passai in qua con sessantaduo conti.
15.
La tua grandezza dispensar si vuole
e far che ciascuno abbi la sua parte;
la corte tutta quanta se ne duole:
tu credi che costui sia forse Marte? -
Orlando un giorno udì queste parole,
che si sedeva soletto in disparte:
dispiacquegli di Gan quel che diceva,
ma molto più che Carlo gli credeva.
16.
E volle colla spada uccider Gano;
ma Ulivieri in quel mezzo si mise
e Durlindana gli trasse di mano,
e così il me' che seppe gli divise.
Orlando si sdegnò con Carlo Mano,
e poco men che quivi non l'uccise;
e dipartissi di Parigi solo,
e scoppia e 'mpazza di sdegno e di duolo.
17.
A Ermellina, moglie del Danese,
tolse Cortana, e poi tolse Rondello,
e inverso Brava il suo camin poi prese.
Alda la bella, come vide quello,
per abbracciarlo le braccia distese:
Orlando, che smarrito avea il cervello,
com'ella disse: - Ben venga il mio Orlando -
gli volle in su la testa dar col brando.
18.
Come colui che la furia consiglia,
e' gli pareva a Gan dar veramente:
Alda la bella si fe' maraviglia.
Orlando si ravvide prestamente,
e la sua sposa pigliava la briglia,
e scese del caval subitamente;
ed ogni cosa diceva a costei,
e riposossi alcun giorno con lei.
19.
Poi si partì, portato dal furore,
e terminò passare in Pagania;
e mentre che cavalca, il traditore
di Gan sempre ricorda per la via.
E cavalcando d'uno in altro errore,
in un deserto truova una badia,
in luoghi scuri e paesi lontani,
ch'era a' confin tra' Cristiani e' Pagani.
20.
L'abate si chiamava Chiaramonte:
era del sangue disceso d'Angrante.
Di sopra alla badia v'era un gran monte
dove abitava alcun fero gigante,
de' quali uno avea nome Passamonte,
l'altro Alabastro, e 'l terzo era Morgante:
con certe frombe gittavan da alto,
ed ogni dì facevan qualche assalto.
21.
I monachetti non potieno uscire
del monistero o per legne o per acque.
Orlando picchia, e non voleano aprire,
fin ch' a l'abate alla fine pur piacque.
Entrato dentro, cominciava a dire
come Colui che di Maria già nacque
adora, ed era cristian battezato,
e come egli era alla badia arrivato.
22.
Disse l'abate: - Il ben venuto sia.
Di quel ch'io ho, volentier ti daremo,
poi che tu credi al Figliuol di Maria;
e la cagion, cavalier, ti diremo,
acciò che non la imputi villania,
perché all'entrar resistenzia facemo
e non ti volle aprir quel monachetto:
così intervien chi vive con sospetto.
23.
Quand'io ci venni al principio abitare,
queste montagne, ben che sieno oscure
come tu vedi, pur si potea stare
sanza sospetto, ché l'eran sicure;
sol dalle fiere t'avevi a guardare:
fernoci spesso di strane paure.
Or ci bisogna, se vogliamo starci,
dalle bestie dimestiche guardarci.
24.
Queste ci fan più tosto stare a segno:
sonci appariti tre feri giganti,
non so di qual paese o di qual regno;
ma molto son feroci tutti quanti.
La forza e 'l mal voler giunta allo 'ngegno
sai che può il tutto; e noi non siàn bastanti:
questi perturban sì l'orazion nostra
ch'io non so più che far, s'altri nol mostra.
25.
Gli antichi padri nostri nel deserto,
se le loro opre sante erano e giuste,
del ben servir da Dio n'avean buon merto;
né creder sol vivessin di locuste:
piovea dal ciel la manna, questo è certo;
ma qui convien che spesso assaggi e guste
sassi che piovon di sopra quel monte,
che gettano Alabastro e Passamonte.
26.
Il terzo, che è Morgante, assai più fero,
isveglie e pini e' faggi e' cerri e gli oppi,
e gettagli insin qui, questo è pur vero:
non posso far che d'ira non iscoppi. -
Mentre che parlan così in cimitero,
un sasso par che Rondel quasi sgroppi,
che da' giganti giù venne da alto,
tanto che e' prese sotto il tetto un salto.
27.
Tìrati drento, cavalier, per Dio! -
disse l'abate - ché la manna casca. -
Rispose Orlando: - Caro abate mio,
costui non vuol che 'l mio caval più pasca:
veggo che lo guarrebbe del restio;
quel sasso par che di buon braccio nasca. -
Rispose il santo padre: - Io non t'inganno:
credo che 'l monte un giorno gitteranno. -
28.
Orlando governar fece Rondello
ed ordinar per sé da collezione;
poi disse: - Abate, io voglio andare a quello
che dètte al mio caval con quel cantone. -
Disse l'abate: - Come car fratello
consiglierotti sanza passïone:
io ti sconforto, baron, di tal gita,
ch'io so che tu vi lascerai la vita.
29.
Quel Passamonte porta in man tre dardi,
chi frombe, chi baston, chi mazzafrusti:
sai che' giganti più di noi gagliardi
son, per ragion che sono anco più giusti;
e pur se vuoi andar, fa' che ti guardi,
ché questi son villan molto e robusti. -
Rispose Orlando: - Io lo vedrò per certo. -
Ed avvïossi a piè sù pel deserto.
30.
L'abate il crocïon gli fece in fronte:
- Va', che da Dio e me sia benedetto. -
Orlando, poi che salito ebbe il monte,
si dirizzò, come l'abate detto
gli aveva, dove sta quel Passamonte;
il quale, Orlando veggendo soletto,
molto lo squadra di drieto e davante,
poi domandò se star volea per fante;
31.
e prometteva di farlo godere.
Orlando disse: - Pazzo saracino,
io vengo a te, come è di Dio volere,
per darti morte, e non per ragazzino;
a' monaci suoi fatto hai dispiacere:
non può più comportarti, can meschino. -
Questo gigante armar si corse a furia,
quando sentì ch' e' gli diceva ingiuria.
32.
E ritornato ove aspettava Orlando,
il qual non s'era partito da bomba,
sùbito venne la corda girando,
e lascia un sasso andar fuor della fromba,
che in sulla testa giugnea rotolando
al conte Orlando, e l'elmetto rimbomba;
e cadde per la pena tramortito,
ma più che morto par, tanto è stordito.
33.
Passamonte pensò che fussi morto,
e disse: "Io voglio andarmi a disarmare;
questo poltron, per chi m'aveva scorto?".
Ma Cristo i suoi non suole abandonare,
massime Orlando, ch'Egli arebbe il torto.
Mentre il gigante l'arme va a spogliare,
Orlando in questo tempo si risente
e rivocava e la forza e la mente.
34.
E gridò forte: - Gigante, ove vai?
Ben ti pensasti d'avermi ammazzato!
Volgiti addrieto, ché se alie non hai
non puoi da me fuggir, can rinnegato:
a tradimento ingiurïato m'hai! -
Donde il gigante allor maravigliato
si volse addrieto e riteneva il passo;
poi si chinò per tòr di terra un sasso.
35.
Orlando avea Cortana ignuda in mano;
trasse alla testa, e Cortana tagliava:
per mezzo il teschio partì del pagano,
e Passamonte morto rovinava;
e nel cadere il superbo e villano
divotamente Macon bestemiava;
ma mentre che bestemia il crudo e acerbo,
Orlando ringraziava il Padre e 'l Verbo,
36.
dicendo: - Quanta grazia oggi m'hai data!
Sempre ti sono, o Signor mio, tenuto:
per te cognosco la vita salvata,
però che dal gigante ero abbattuto;
ogni cosa a ragion fai misurata:
non val nostro poter sanza 'l tuo aiuto.
Priegoti sopra me tenghi la mano,
tanto ch'ancor ritorni a Carlo Mano. -
37.
Poi ch'ebbe questo detto, se n'andòe
tanto che truova Alabastro più basso,
che si sforzava, quando e' lo trovòe,
di sveglier d'una ripa fuori un masso.
Orlando, come e' giunse a quel, gridòe:
- Che pensi tu, ghiotton, gittar quel sasso? -
Quando Alabastro questo grido intende,
subitamente la sua fromba prende,
38.
e trasse d'una pietra molto grossa,
tanto ch'Orlando bisognò schermisse,
ché se l'avessi giunto la percossa
non bisognava il medico venisse.
Orlando adoperò poi la sua possa:
nel pettignon tutta la spada misse,
e morto cadde questo badalone,
e non dimenticò però Macone.
39.
Morgante aveva a suo modo un palagio
fatto di frasche e di schegge e di terra;
quivi, secondo lui, si posa ad agio,
quivi la notte si rinchiude e serra.
Orlando picchia, e daràgli disagio,
per che il gigante dal sonno si sferra;
vennegli aprir come una cosa matta,
ch'un'aspra visïone aveva fatta.
40.
E' gli parea ch'un feroce serpente
l'avea assalito, e chiamar Macometto;
ma Macometto non valea nïente;
onde e' chiamava Iesù benedetto,
e liberato l'avea finalmente.
Venne alla porta ed ebbe così detto:
- Chi bussa qua? - pur sempre borbottando.
- Tu 'l saprai tosto - gli rispose Orlando.
41.
Vengo per farti come a' tuoi fratelli;
son de' peccati tuoi la penitenzia,
da' monaci mandato cattivelli,
come stato è divina providenzia:
pel mal ch'avete fatto a torto a quelli,
è data in Ciel così questa sentenzia.
Sappi che freddo già più ch'un pilastro
lasciato ho Passamonte e 'l tuo Alabastro. -
42.
Disse Morgante: - O gentil cavaliere,
per lo tuo Iddio non mi dir villania.
Di grazia, il nome tuo vorrei sapere;
se se' cristian, deh, dillo in cortesia. -
Rispose Orlando: - Di cotal mestiere
contenterotti, per la fede mia:
adoro Cristo, che è Signor verace,
e puoi tu adorarlo, se ti piace. -
43.
Rispose il saracin con umil voce:
- Io ho fatta una strana visïone,
che m'assaliva un serpente feroce:
non mi valeva, per chiamar, Macone;
onde al tuo Iddio che fu confitto in croce
rivolsi presto la mia divozione;
e' mi soccorse e fui libero e sano,
e son disposto al tutto esser cristiano. -
44.
Rispose Orlando: - Baron giusto e pio,
se questo buon voler terrai nel core,
l'anima tua arà quel vero Iddio
che ci può sol gradir d'eterno onore;
e s' tu vorrai, sarai compagno mio
ed amerotti con perfetto amore;
gl'idoli vostri son bugiardi e vani,
e 'l vero Iddio è lo Dio de' cristiani.
45.
Venne questo Signor sanza peccato
nella sua madre virgine pulzella.
Se cognoscessi quel Signor beato
sanza 'l qual non risplende sole o stella,
aresti già Macon tuo rinnegato
e la sua fede iniqua, ingiusta e fella:
battézati al mio Iddio di buon talento. -
Morgante gli rispose: - Io son contento. -
46.
E corse Orlando sùbito abbracciare.
Orlando gran carezze gli facea,
e disse: - Alla badia ti vo' menare. -
Morgante: - Andianvi presto: - rispondea
- co' monaci la pace si vuol fare. -
Della qual cosa Orlando in sé godea,
dicendo: - Fratel mio divoto e buono,
io vo' che chiegga all'abate perdono.
47.
Da poi che Iddio ralluminato t'ha
ed accettato per la sua umiltade,
vuolsi tu usi anco tu umilità. -
Disse Morgante: - Per la tua bontade,
poi che il tuo Iddio mio sempre omai sarà,
dimmi del nome tuo la veritade;
poi, che di me dispor puoi al tuo comando. -
Onde e' gli disse com'egli era Orlando.
48.
Disse il gigante: - Gesù benedetto
per mille volte ringraziato sia:
sentito t'ho nomar, baron perfetto,
per tutti i tempi della vita mia;
e com'io dissi, sempre mai suggetto
esser ti vo' per la tua gagliardia. -
Insieme molte cose ragionaro,
e 'nverso la badia poi s'invïaro.
49.
E fêr la via da quei giganti morti.
Orlando con Morgante si ragiona:
- Della lor morte vo' che ti conforti,
e poi che piace a Cristo, a me perdona;
a' monaci avean fatti mille torti,
e la nostra Scrittura aperto suona:
il ben remunerato e 'l mal punito;
e mai non ha questo Signor fallito;
50.
però ch'Egli ama la giustizia tanto
che vuol che sempre il suo giudicio morda
ognun ch'abbi peccato tanto o quanto;
e così il ben ristorar si ricorda,
e non saria sanza giustizia santo.
Adunque al suo voler presto t'accorda,
ché debbe ognun voler quel che vuol Questo,
ed accordarsi volentieri e presto.
51.
E sonsi i nostri dottori accordati,
pigliando tutti una conclusïone,
che que' che son nel Ciel glorificati,
s'avessin nel pensier compassïone
de' miseri parenti che dannati
son nello inferno in gran confusïone,
la lor felicità nulla sarebbe;
e vedi che qui ingiusto Iddio parrebbe.
52.
Ma egli hanno posto in Iesù ferma spene,
e tanto pare a lor quanto a Lui pare;
afferman ciò che E' fa, che facci bene,
e che E' non possi in nessun modo errare;
se padre o madre è nell'eterne pene,
di questo e' non si posson conturbare,
ché quel che piace a Dio, sol piace a loro:
questo s'osserva nello eterno coro.
53.
Al savio suol bastar poche parole: -
disse Morgante - tu il potrai vedere
de' miei fratelli, Orlando, se mi duole,
e s'io m'accorderò di Dio al volere
come tu di' che in Ciel servar si suole.
Morti co' morti; or pensian di godere;
io vo' tagliar le mani a tutti quanti
e porterolle a que' monaci santi,
54.
acciò ch'ognun sia più sicuro e certo
come e' son morti, e non abbin paura
andar soletti per questo deserto;
e perché vegga la mia mente pura
a quel Signor che m'ha il suo regno aperto
e tratto fuor di tenebre sì oscura. -
E poi tagliò le mani a' due fratelli,
e lasciagli alle fiere ed agli uccelli.
55.
Alla badia insieme se ne vanno,
ove l'abate assai dubioso aspetta;
e' monaci, che 'l fatto ancor non sanno,
correvono all'abate tutti in fretta,
dicendo paürosi e pien d'affanno:
- Volete voi costui drento si metta? -
Quando l'abate vedeva il gigante,
si turbò tutto nel primo sembiante.
56.
Orlando, che turbato così il vede,
gli disse presto: - Abate, datti pace:
questo è cristiano e in Cristo nostro crede,
e rinnegato ha il suo Macon fallace. -
Morgante i moncherin mostrò per fede
come i giganti ciascun morto giace;
donde l'abate ringraziava Iddio,
dicendo: - Or m'hai contento, Signor mio. -
57.
E riguardava e squadrava Morgante
la sua grandezza ed una volta e due;
e poi gli disse: - O famoso gigante,
sappi ch'io non mi maraviglio piùe
che tu svegliessi e gittassi le piante,
quand'io riguardo or le fattezze tue.
Tu sarai or perfetto e vero amico
a Cristo, quanto tu gli eri nimico.
58.
Un nostro apostol, Saül già chiamato,
perseguì molto la fede di Cristo.
Un giorno poi, dallo Spirto infiammato,
"Perché pur mi persegui?" disse Cristo.
E' si ravvide allor del suo peccato;
andò poi predicando sempre Cristo,
e fatto è or della fede una tromba,
la qual per tutto risuona e rimbomba.
59.
Così farai tu ancor, Morgante mio;
e chi s'emenda, è scritto nel Vangelo
che maggior festa fa d'un solo Iddio
che di novantanove altri sù in Cielo.
Io ti conforto ch'ogni tuo desio
rivolga a quel Signor con giusto zelo,
ché tu sarai felice in sempiterno,
ch'eri perduto e dannato allo inferno. -
60.
E grande onore a Morgante faceva
l'abate, e molti dì si son posati.
Un giorno, come a Orlando piaceva,
a spasso in qua ed in là si sono andati.
L'abate in una camera sua aveva
molte armadure e certi archi appiccati:
Morgante gliene piacque un che ne vede,
onde e' sel cinse, benché oprar nol crede.
61.
Avea quel luogo d'acqua carestia.
Orlando disse: - Come buon fratello,
Morgante, vo' che di piacer ti sia
andar per l'acqua. - Onde e' rispose a quello:
- Comanda ciò che vuoi, ché fatto fia. -
E posesi in ispalla un gran tinello
ed avvïossi là verso una fonte,
dove e' solea ber sempre appiè del monte.
62.
Giunto alla fonte, sente un gran fracasso
di sùbito venir per la foresta.
Una saetta cavò del turcasso,
posela all'arco ed alzava la testa.
Ecco apparire una gran gregge, al passo,
di porci, e vanno con molta tempesta,
ed arrivorno alla fontana appunto,
donde il gigante è da lor sopraggiunto.
63.
Morgante alla ventura a un saetta:
appunto nell'orecchio lo 'ncartava;
dall'altro lato passò la verretta,
onde 'l cinghial giù morto gambettava.
Un altro, quasi per farne vendetta,
addosso al gran gigante irato andava;
e perché e' giunse troppo tosto al varco,
non fu Morgante a tempo a trar coll'arco.
64.
Vedendosi venuto il porco addosso,
gli dètte in su la testa un gran punzone,
per modo che gl'infranse insino all'osso,
e morto allato a quell'altro lo pone.
Gli altri porci, veggendo quel percosso,
si misson tutti in fuga pel vallone.
Morgante si levò il tinello in collo,
ch'era pien d'acqua, e non si muove un crollo.
65.
Dall'una spalla il tinello avea posto,
dall'altra i porci, e spacciava il terreno;
e torna alla badia, ch'è pur discosto,
ch'una gocciola d'acqua non va in seno.
Orlando, che 'l vedea tornar sì tosto
co' porci morti e con quel vaso pieno,
maravigliossi che sia tanto forte;
così l'abate; e spalancan le porte.
66.
I monaci, veggendo l'acqua fresca,
si rallegrorno, ma più de' cinghiali,
ch'ogni animal si rallegra dell'esca;
e posono a dormire i brevïali.
Ognun s'affanna, e non par che gl'incresca,
acciò che questa carne non s'insali
e che poi secca sapessi di vieto;
e le digiune si restorno addrieto.
67.
E ferno a scoppiacorpo per un tratto,
e scuffian che parean dell'acqua usciti,
tanto che 'l can se ne doleva e 'l gatto,
ché gli ossi rimanean troppo puliti.
L'abate, poi che molto onore ha fatto
a tutti, un dì, dopo questi conviti,
dètte a Morgante un destrier molto bello,
che lungo tempo tenuto avea quello.
68.
Morgante in su 'n un prato il caval mena
e vuol che corra e che facci ogni pruova,
e pensa che di ferro abbi la schiena,
o forse non credeva schiacciar l'uova.
Questo caval s'accoscia per la pena,
e scoppia e in sulla terra si ritruova.
Dice Morgante: - Lieva sù, rozzone. -
E va pur punzecchiando collo sprone.
69.
Ma finalmente convien ch'egli smonte,
e disse: - Io son pur leggier come penna,
ed è scoppiato; che ne di' tu, conte? -
Rispose Orlando: - Un albero d'antenna
mi par' più tosto, e la gaggia la fronte.
Lascialo andar, ché la fortuna accenna
che meco a piede ne venga, Morgante.
- Ed io così verrò - disse il gigante.
70.
Quando sarà mestier, tu mi vedrai
com'io mi proverrò nella battaglia. -
Orlando disse: - Io credo tu farai
come buon cavalier, se Dio mi vaglia;
ed anco me dormir non mirerai.
Di questo tuo caval non te ne caglia:
vorrebbesi portarlo in qualche bosco,
ma il modo né la via non ci conosco. -
71.
Disse il gigante: - Io il porterò ben io,
da poi che portar me non ha voluto,
per render ben per mal, come fa Iddio;
ma vo' ch'a porlo addosso mi dia aiuto. -
Orlando gli dicea: - Morgante mio,
s'al mio consiglio ti sarai attenuto,
questo caval tu non vel porteresti,
ché ti farà come tu a lui facesti.
72.
Guarda che non facessi la vendetta
come fece già Nesso, così morto:
non so se la sua istoria hai intesa o letta;
e' ti farà scoppiar, datti conforto. -
Disse Morgante: - Aiuta ch'io mel metta
addosso, e poi vedrai s'io ve lo porto:
io porterò, Orlando mio gentile,
con le campane là quel campanile. -
73.
Disse l'abate: - Il campanil v'è bene,
ma le campane voi l'avete rotte. -
Dicea Morgante: - E' ne porton le pene
color che morti son là in quelle grotte. -
E levossi il cavallo in su le schiene,
e disse: - Guarda s'io sento di gotte,
Orlando, nelle gambe, o s'io lo posso. -
E fe' duo salti col cavallo addosso.
74.
Era Morgante come una montagna:
se facea questo, non è maraviglia.
Ma pure Orlando con seco si lagna,
perché pure era omai di sua famiglia:
temenza avea non pigliassi magagna;
un'altra volta costui riconsiglia:
- Posalo ancor, nol portare al deserto. -
Disse il gigante: - Io il porterò per certo. -
75.
E portollo e gittollo in luogo strano,
e torna alla badia subitamente.
Diceva Orlando: - Or che più dimoriàno?
Morgante, qui non facciàn noi nïente. -
E prese un giorno l'abate per mano,
e disse a quel molto discretamente
che vuol partir dalla sua riverenzia
e domandava e perdono e licenzia;
76.
e degli onor ricevuti da questo
qualche volta, potendo, arà buon merito.
E dice: - Io intendo ristorare, e presto,
i persi giorni del tempo preterito;
e son più dì che licenzia arei chiesto,
benigno padre, se non ch'io mi perito:
non so mostrarvi quel che drento sento,
tanto vi veggo del mio star contento.
77.
Io me ne porto per sempre nel core
l'abate, la badia, questo deserto,
tanto v'ho posto in picciol tempo amore:
rendavi sù nel Ciel per me buon merto
quel vero Iddio, quello eterno Signore
che vi serba il suo regno al fine aperto.
Noi aspettiam vostra benedizione;
raccomandianci alle vostre orazione. -
78.
Quando l'abate il conte Orlando intese,
rintenerì nel cor per la dolcezza,
tanto fervor nel petto se gli accese,
e disse: - Cavalier, se a tua prodezza
non sono stato benigno e cortese
come conviensi alla gran gentilezza,
ché so che ciò ch'i' ho fatto è stato poco,
incolpa l'ignoranzia nostra e il loco.
79.
Noi ti potremo di messe onorare,
di prediche, di laude e paternostri,
più tosto che da cena o desinare
o d'altri convenevol che da chiostri.
Tu m'hai di te sì fatto innamorare,
per mille alte eccellenzie che tu mostri,
ch'io me ne vengo, ove tu andrai, con teco,
e d'altra parte tu resti qui meco:
80.
tanto ch'a questo par contraddizione;
ma so che tu se' savio e intendi e gusti,
e intendi il mio parlar per discrezione.
De' benefici tuoi pietosi e giusti
renda il Signore a te munerazione,
da cui mandato in queste selve fusti;
per le virtù del qual liberi siamo,
e grazia a Lui ed a te ne rendiamo.
81.
Tu ci hai salvato l'anima e la vita:
tanta perturbazion già que' giganti
ci dètton, che la strada era smarrita
di ritrovar Gesù cogli altri santi;
però troppo ci duol la tua partita,
e sconsolati restiàn tutti quanti;
né ritener possianti i mesi e gli anni,
ché tu non se' da vestir questi panni,
82.
ma da portar la lancia e l'armadura;
e puossi meritar con essa come
con questa cappa, e leggi la Scrittura.
Questo gigante al Ciel drizzò le some
per tua virtù; va' in pace a tua ventura,
chi tu ti sia, ch'io non ricerco il nome,
ma dirò sempre, s'io son domandato,
ch'un angel qui da Dio fussi mandato,
83.
Se ci è armadura o cosa che tu voglia,
vattene in zambra e pigliane tu stessi,
e cuopri a questo gigante la scoglia. -
Rispose Orlando: - S'armadura avessi,
prima che noi uscissin della soglia,
che questo mio compagno difendessi,
questo accetto io, e saràmi piacere. -
Disse l'abate: - Venite a vedere. -
84.
E in certa cameretta entrati sono
che d'armadure vecchie era copiosa;
dicea l'abate: - Tutte ve le dono. -
Morgante va rovistando ogni cosa;
ma solo un certo sbergo gli fu buono,
ch'avea tutta la maglia rugginosa:
maravigliossi che lo cuopra appunto,
ché mai più gnun forse glien'era aggiunto.
85.
Questo fu d'un gigante smisurato
ch'a la badia fu morto per antico
dal gran Millon d'Angrante, che arrivato
v'era, se appunto questa storia dico;
ed era nelle mura istorïato
come e' fu morto questo gran nimico
che fece alla badia già lunga guerra;
e Millon v'è come e' l'abbatte in terra.
86.
Veggendo questa istoria, il conte Orlando
fra suo cor disse: "O Dio, che sai sol tutto,
come venne Millon qui capitando,
che ha questo gigante qua distrutto?".
E lesse certe letter lacrimando,
ché non poté tener più il viso asciutto,
come io dirò nella seguente istoria.
Di mal vi guardi il Re dell'alta gloria.
CANTARE SECONDO
1.
giusto, o santo, o etterno Monarca,
o sommo Giove per noi crucifisso,
che chiudesti la porta onde si varca
per ire al fondo dello oscuro abisso;
tu ch'al principio movesti mia barca,
tu sia il nocchiere intento sempre e fisso
alla tua stella e la tua calamita:
che questa istoria sia per te finita.
2.
L'abate, quando vide lacrimare
Orlando, e diventar le ciglia rosse
e per pietà le luce imbambolare,
e' domandava perché questo fosse;
e poi che vide Orlando pur chetare,
ancor più oltre le parole mosse:
- Non so s'ammirazion forse t'ha vinto
di quel che in questa camera è dipinto.
3.
Io fui della gran gesta naturale:
credo che io sia nipote o consobrino
di quel Rinaldo, uom tanto principale,
che fu nel mondo sì gran paladino;
benché il mio padre non fu madornale,
perché e' non piacque all'alto Iddio divino:
Ansuigi chiamossi in piano e in monte,
e 'l nome mio diritto è Chiaramonte.
4.
Così ci fussi il figliuol di Millone
che fu fratel del mio padre perfetto!
Deh, dimmi il nome tuo, gentil barone,
se così piace a Gesù benedetto. -
Orlando s'accendea d'affezïone
bagnando tutto di lacrime il petto;
poi disse: - Abate, mio caro parente,
sappi ch'Orlando tuo t'è qui presente. -
5.
Per tenerezza corsono abbracciarsi;
ognun piangeva di soperchio amore,
che non poteva a un tratto sfogarsi
e per dolcezza trabocca nel core.
L'abate non potea tanto saziarsi
d'abbracciar questo, quanto è il suo fervore.
Diceva Orlando: - Qual grazia o ventura
fa ch'io vi truovi in questa parte scura?
6.
Ditemi un poco, caro padre mio,
per che cagion voi vi facesti frate
e non prendesti la lancia come io
e tante gente che di noi son nate?
- Perché e' fu volontà così di Dio, -
rispose presto a Orlando l'abate
- che ci dimostra per diverse strade
donde e' si vadi nella sua cittade:
7.
chi colla spada, chi col pasturale,
poi la Natura fa diversi ingegni,
e però son diverse queste scale:
basta che in porto salvo si pervegni,
e tanto il primo quanto il sezzo vale.
Tutti siàn peregrin per molti regni;
a Roma tutti andar vogliamo, Orlando,
ma per molti sentier n'andian cercando.
8.
Così sempre s'affanna il corpo e l'ombra
per quel peccato dell'antico pome:
io sto col libro in man qui il giorno e l'ombra,
tu colla spada tua tra l'elsa e 'l pome
cavalchi, e spesso sudi al sole e all'ombra;
ma di tornare a bomba è il fin del pome.
Dico ch'ognun qui s'affatica e spera
di ritornarsi alla sua antica spera. -
9.
Morgante avea con loro insieme pianto,
sentendo queste cose ragionare,
e pur cercava d'armadure; e intanto
un gran cappel d'acciaio usa trovare,
che rugginoso si dormia in un canto.
Orlando, quando gliel vide provare,
disse: - Morgante, tu pari un bel fungo;
ma il gambo a quel cappello è troppo lungo. -
10.
Una spadaccia ancor Morgante truova;
cinsela, e poi se n'andava soletto
là dove rotta una campana cova,
ch'era caduta e stava sotto un tetto,
e spiccane un battaglio a tutta pruova,
ed a Orlando il mostrava in effetto:
- Di questo che di' tu, signor d'Angrante?
- Dico che è tal qual conviensi a Morgante. -
11.
Disse il gigante: - Con questo battaglio,
che vedi come è grave e lungo e grosso,
non credi tu ch'io schiacciassi un sonaglio?
Io vo' schiacciare il ferro e tritar l'osso:
parmi mill'anni or d'essere al berzaglio. -
Orlando a Chiaramonte ha così mosso:
- Or vi vorrei pregar, mio santo abate,
che di trovar ventura c'insegniate.
12.
Qualche battaglia, qualche torniamento
trovar vorremo, se piacessi a Dio. -
Disse l'abate: - Io ne son ben contento,
e credo satisfare al tuo desio.
Sappi che qua verso Levante sento
che in una gran città, parente mio,
un re pagan vi fa drento dimoro,
il qual si fa chiamar re Caradoro.
13.
Ed ha una sua figlia molto bella,
onesta, savia, nobile e gentile;
e non è uom che la muova di sella,
e ciascun cavalier reputa vile:
s'ella non fussi saracina quella,
non fu mai donna tanto signorile.
Dintorno alla città sopra i confini
sono accampati molti saracini;
14.
ed èvvi un re di molta gagliardia,
Manfredonio appellato dalla gente:
costui si muor per la dama giulìa,
e fa gran cose, come amor consente,
ed ha con seco tutta Pagania,
per acquistar questa donna piacente:
dicon che v'è di paesi lontani
cento quaranta migliaia di pagani.
15.
E quel re Carador n'ha forse ottanta
di gente saracina, ardita e forte;
e Manfredonio ogni giorno si vanta
d'aver questa donzella o d'aver morte,
ed or trabocchi ed or bombarde pianta:
ogni dì corre insino in sulle porte. -
Il conte Orlando, quando questo intese,
non domandar quanto desio l'accese.
16.
E dopo molte cose ragionate
di nuovo la licenzia ridomanda,
dicendo nuovamente al santo abate
ch'alle sue orazion si raccomanda;
che vuol trovarsi fra le gente armate
in quel paese là dove e' lo manda:
che gli lasciassi andar colla sua pace.
Disse l'abate: - Sia come a voi piace:
17.
contento son, se tanto v'è in piacere.
Voi avete apparata la magione:
sarò sempre fidato e buono ostiere:
ciò che ci è, è del figliuol di Millone;
ma non bisogna tra noi profferere.
A tutti do la mia benedizione. -
Così da Chiaramonte lacrimando
si dipartirno Morgante ed Orlando.
18.
Per lo deserto vanno alla ventura:
l'uno era a piede e l'altro era a cavallo;
cavalcon per la selva e per pianura
sanza trovar ricetto o intervallo.
Cominciava a venir la notte oscura.
Morgante parea lieto sanza fallo,
e con Orlando ridendo dicia:
- E' par ch'io vegga appresso una osteria. -
19.
E in questo ragionando, hanno veduto
un bel palagio in mezzo del deserto.
Orlando, poi ch'a questo fu venuto,
dismonta, perché l'uscio vide aperto:
quivi non è chi risponda al saluto.
Vannone in sala, per esser più certo:
le mense riccamente son parate
e tutte le vivande accomodate.
20.
Le camere eran tutte ornate e belle,
istorïate con sottil lavoro,
e letti molto ricchi erano in quelle
coperti tutti quanti a drappi d'oro,
e' palchi erano azurri pien di stelle,
ornati sì che valieno un tesoro;
le porte eran di bronzo e qual d'argento,
e molto vario e lieto è il pavimento.
21.
Dicea Morgante: - Non è qui persona
a guardar questo sì ricco palagio?
Orlando, questa stanza mi par buona:
noi ci staremo un giorno con grande agio. -
Orlando nella mente sua ragiona:
- O qualche saracin molto malvagio
vorrà che qualche trappola ci scocchi
per pigliarci al boccon come i ranocchi,
22.
veramente c'è sotto altro inganno:
questo non par che sia convenïente. -
Disse Morgante: - Questo è poco danno. -
E cominciava a ragionar col dente,
dicendo: - All'oste rimarrà il malanno:
mangiàn pur molto ben per al presente;
quel che ci resta, faren poi fardello,
ch'io porterei, quand'io rubo, un castello. -
23.
Rispose Orlando: - Questa medicina
forse potrebbe il palagio purgare. -
Hanno cercato insino alla cucina:
né cuoco né vassallo usan trovare.
Adunque ognuno alla mensa camina:
comincian le mascella adoperare,
ch'un giorno avevon mangiato già in sogno,
tal che di vettovaglia avean bisogno.
24.
Quivi vivande è di molte ragioni:
pavoni e starne e leprette e fagiani,
cervi e conigli e di grassi capponi,
e vino ed acqua per bere e per mani.
Morgante sbadigliava a gran bocconi,
e furno al bere infermi, al mangiar sani;
e poi che sono stati a lor diletto,
si riposorno intro 'n un ricco letto.
25.
Come e' fu l'alba, ciascun si levava
e credonsene andar come ermellini,
né per far conto l'oste si chiamava,
ché lo volean pagar di bagattini;
Morgante in qua ed in là per casa andava,
e non ritruova dell'uscio i confini.
Diceva Orlando: - Saremo noi mézzi
di vin, che l'uscio non si raccapezzi?
26.
Questa è, s'io non m'inganno, pur la sala,
ma le vivande e le mense sparite
veggo che son; quivi era pur la scala.
Qui son gente stanotte comparite,
che come noi aranno fatto gala;
le cose ch'avanzorno, ove sono ite? -
E in questo errore un gran pezzo soggiornano:
dovunque e' vanno, in sulla sala tornano.
27.
Non riconoscono uscio né finestra.
Dicea Morgante: - Ove siàn noi entrati?
Noi smaltiremo, Orlando, la minestra,
ché noi ci siam rinchiusi e inviluppati
come fa il bruco su per la ginestra. -
Rispose Orlando: - Anzi ci siam murati. -
Disse Morgante: - A volere il ver dirti,
questa mi pare una stanza da spirti:
28.
questo palagio, Orlando, fia incantato
come far si soleva anticamente. -
Orlando mille volte s'è segnato,
e non poteva a sé ritrar la mente,
fra sé dicendo: "Aremol noi sognato?".
Morgante dello scotto non si pente,
e disse: - Io so ch'al mangiare ero desto;
or non mi curo s'egli è sogno il resto.
29.
Basta che le vivande non sognai;
e s'elle fussin ben di Satanasso,
arrechimene pure innanzi assai. -
Tre giorni in questo error s'andorno a spasso
sanza trovare ond'egli uscissin mai;
e 'l terzo giorno, scesi giù da basso,
in una loggia arrivon per ventura
donde un suono esce d'una sepultura,
30.
e dice: - Cavalieri, errati siete:
voi non potresti di qui mai partire
se meco prima non v'azzufferete;
venite questa lapida a scoprire,
se non che qui in eterno vi starete. -
Per che Morgante cominciò a dire:
- Non senti tu, Orlando, in quella tomba
quelle parole che colui rimbomba?
31.
Io voglio andare a scoprir quello avello
là dove e' par che quella voce s'oda;
ed escane Cagnazzo e Farferello
o Libicocco col suo Malacoda. -
E finalmente s'accostava a quello,
però che Orlando questa impresa loda
e disse: - Scuopri, se vi fussi dentro
quanti ne piovvon mai dal ciel nel centro. -
32.
Allor Morgante la pietra sù alza:
ecco un dïavol più ch'un carbon nero
che della tomba fuor sùbito balza
in un carcame di morto assai fiero,
ch'avea la carne secca, ignuda e scalza.
Diceva Orlando: - E' fia pur daddovero:
questo è il dïavol, ch'io 'l conosco in faccia. -
E finalmente addosso se gli caccia.
33.
Questo dïavol con lui s'abbracciòe:
ognuno scuote; e Morgante diceva:
- Aspetta, Orlando, ch'io t'aiuteròe. -
Orlando aiuto da lui non voleva;
pure il dïavol tanto lo sforzòe
ch'Orlando ginocchion quasi cadeva;
poi si rïebbe e con lui si rappicca:
allor Morgante più oltre si ficca.
34.
E' gli parea mill'anni d'appiccare
la zuffa; e come Orlando così vide,
comincia il gran battaglio a scaricare,
e disse: - A questo modo si divide. -
Ma quel demon lo facea disperare,
però che i denti digrignava e ride.
Morgante il prese alle gavigne stretto
e missel nella tomba a suo dispetto.
35.
Come e' fu dentro, gridò: - Non serrare,
ché se tu serri, mai non uscirai. -
Disse Orlando: - In che modo abbiamo a fare? -
E' gli rispose: - Tu lo sentirai.
Convienti quel gigante battezare,
poi a tua posta andar te ne potrai:
fallo cristiano, e come e' sarà fatto,
a tuo camin ne va sicuro e ratto.
36.
Se tu mi lasci questa tomba aperta,
non vi farò più noia o increscimento:
ciò ch'io ti dico, abbi per cosa certa. -
Orlando disse: - Di ciò son contento,
benché tua villania questo non merta;
ma per partirmi di qui, ci consento. -
Poi tolse l'acqua e battezò il gigante,
ed uscì fuor con Rondello e Morgante.
37.
E come e' fu fuor del palagio uscito,
sentì drento alle mura un gran romore;
onde e' si volse, e 'l palagio è sparito;
allor cognobbe più certo l'errore:
non si rivede né mura né il sito.
Dicea Morgante: - E' mi darebbe il cuore
che noi potremo or nell'inferno andare
e far tutti i dïavoli sbucare.
38.
Se si potessi entrar di qualche loco,
ché nel mondo è certe bocche, si dice,
donde e' si va, che di fuor gettan fuoco,
e non so chi v'andò per Euridice,
io stimerei tutti i dïavol poco.
Noi ne trarremo l'anime infelice;
e taglierei la coda a quel Minosse,
se come questo ogni dïavol fosse;
39.
e pelerò la barba a quel Caron,
e leverò della sedia Plutone;
un sorso mi vo' far di Flegeton
e inghiottir quel Fregiàs con un boccone;
Tesifo, Aletto, Megera e Ericon
e Cerbero ammazzar con un punzone;
e Belzebù farò fuggir più via
ch'un dromedario non andre' in Soria.
40.
Non si potrebbe trovar qualche buca?
tu vi vedresti il più bello spulezzo,
pur che questo battaglio vi conduca;
e mettimi a' dïavoli poi in mezzo. -
Rispose Orlando: - E' non vi si manuca,
Morgante mio: noi vi faremo lezzo,
e nell'entrar ci potremo anco cuocere:
dunque l'andata starebbe per nuocere.
41.
Quando tu puoi, Morgante, ir per la piana,
non cercar mai né l'erta né la scesa,
o di cacciare il capo in buca o in tana:
andian pur per la via nostra distesa. -
E così ragionando, una fontana
trovoron, dove due fan gran contesa:
eron corrier con lettere mandati,
e come micci si son bastonati.
42.
Orlando, come e' giunse, gli domanda:
- Ditemi un poco, perché v'azzuffate?
Voi mi parete corrier: chi vi manda,
o che imbasciate o lettere portate?
Venite voi di Francia o di qual banda?
Lasciate un poco star le bastonate:
ditemi ancor se voi siete cristiani,
se Dio vi salvi e bastoni e le mani. -
43.
Rispose l'un di loro: - Io son cristiano,
e poco tempo è ch'io venni abitare
a un castel chiamato Monte Albano.
Rinaldo, il mio signor, mi fa cercare
d'un suo cugino; e 'l traditor di Gano
lo séguita per far male arrivare:
manda costui, che tu vedi, cercando
di questo suo cugin c'ha nome Orlando.
44.
A questa fonte a caso ci trovamo,
e come egli è de' nostri pari usanza
di domandar l'un l'altro, domandamo:
"Che lettera o imbasciata hai d'importanza?",
e come stracchi un poco ci posamo.
Costui mi dice che Gan di Maganza
per far morire Orlando lo mandava,
e che per Pagania di lui cercava.
45.
E perch'io presi la parte d'Orlando,
alzò la mazza sanza dir nïente:
così si venne la zuffa appiccando. -
Orlando, quando le parole sente,
diceva: - O Dio, a te mi raccomando
da questo traditore e frodolente!
Io pur non truovo, ovunque io mi dilegui,
luogo che 'l traditor non mi persegui. -
46.
Quando Morgante vede il suo signore
che si doleva e contro a Gano sbuffa,
tanto gli venne sdegno e pietà al core
che per la gola il corrier tosto ciuffa,
cioè quel che mandava il traditore,
e nella fonte sott'acqua lo tuffa,
calpesta e pigia, e per ira si sfoga,
tanto che tutto lo 'nfranse ed affoga.
47.
Orlando disse a quell'altro corriere:
- Io son colui per chi tu se' mandato.
Di' a Rinaldo che in questo sentiere,
come tu vedi, il cugino hai trovato:
io son Orlando, e poi ch'egli è in piacere
di Carlo, vo pel mondo disperato. -
Quando il corrier sentì ch'Orlando è questo,
maravigliossi e inginocchiossi presto.
48.
Dimmi a Carlo - diceva ancora Orlando
- che si consigli col suo Gano antico;
ed io pel mondo vo peregrinando
come s'io fussi qualche suo nimico.
Digli dove trovato e come e quando
tu m'hai qui solo e povero e mendico;
e quel ch'io ho fatto, corrier, per costui,
credo che 'l sappi ognun, salvo che lui,
49.
che non sa quel che beneficio sia,
non si ricorda ch'io sia suo nipote
o ch'i' in sua corte in Francia stessi o stia:
basta che Gan ciò che vuol con lui puote,
tanto ch'io me ne vo in Pagania
pur come voglion le volubil rote.
E di' ch'io ho sol con meco un gigante
ch'è battezato, appellato Morgante,
50.
e 'l caval che tu vedi, e questa spada;
altro non ho se non questa armadura;
e ch'io non so io stesso ove io mi vada
o dove ancor mi guidi la ventura;
ma inverso Barberia tengo la strada:
andrò dove mi porta mia sciagura,
poi che e' consente a cercar la mia morte;
e che mai più non tornerò in sua corte.
51.
Dimmi a Rinaldo mio, figliuol d'Amone,
che la mia compagnia che io lasciai
gli raccomando con affezïone;
ch'io penso in Pagania morire omai.
Saluta Astolfo, Namo e Salamone
e Berlinghier, che sempre molto amai;
a Ulivier di' che la sua sorella
gli raccomando, e mia sposa, Alda bella.
52.
Dimmi al Danese, caro imbasciatore,
che in Francia a questi tempi non m'aspetti;
e di' ch'io ho Cortana e 'l corridore,
acciò che forse di ciò ignun sospetti;
della mia sopravvesta il suo colore
vedi come è dipinta a Macometti;
che si ricordi del suo caro Orlando
che va pel mondo sperso or tapinando.
53.
Dimmi il tuo nome or, se t'è in piacimento. -
Onde e' rispose: - Questo è ben dovere,
o signor mio: chiamar mi fo Chimento.
Cristo ti muti di sì stran pensiere,
ché tua risposta mi dà gran tormento:
questo non è quel che 'l signor mio chiere.
Io voglio, Orlando, voi mi perdoniate,
e ch'alquante parole m'ascoltiate.
54.
Quand'io da Montalban feci partita,
io fui a Parigi, dond'io vengo adesso:
la corte pare una cosa smarrita,
lo 'mperador non pareva più desso,
vedovo il regno e la gente stordita.
Gli orecchi debbon cornarvi qua spesso,
ch'ognun ragiona della vostra fama,
e 'l popul tutto a un grido vi chiama.
55.
Il mio signor con gran disio v'aspetta;
Parigi e Francia, ogni cosa si duole.
Or vi vo' dire una mia novelletta,
ché spesso la ragion lo essemplo vuole.
Un tratto a spasso anco la formichetta
andò pel mondo, come far si suole,
e trovò infine un teschio di cavallo
e semplicetta cominciò a cercallo.
56.
Quand'ella giunse ove il cervello stava,
questa gli parve una stanza sì bella
che nel suo cor tutta si rallegrava,
e dicea seco questa meschinella:
"Qualche signor per certo ci abitava".
Ma finalmente, cercando ogni cella,
non vi trovava da mangiar nïente,
e di sua impresa alla fine si pente;
57.
e ritornossi nel suo bucolino.
Perdonimi, s'io fallo, chi m'ascolta,
e intenda il mio vulgar col suo latino:
io vo' che a me crediate questa volta
e ritorniate al vostro car cugino,
se non ch'ogni speranza gli fia tolta:
disse che mai a lui non ritornassi,
se meco in Francia non vi rimenassi.
58.
Il grande amor mi sforza a quel ch'io dico:
riconoscete e gli amici e' parenti;
l'andar così pel mondo è pure ostìco. -
Orlando, udendo e suoi ragionamenti,
disse: - Chimento, tu se' buono amico. -
E gittò fuor molti sospir dolenti;
e da costui alfin s'accomiatava
sanz'altro dir, ché piangendo n'andava.
59.
Orlando, poi che partì da Chimento,
tutto quel giorno seco ha sospirato;
così il messaggio ne va mal contento,
non sa come a Rinaldo sia tornato.
Morgante ne va a piè di buon talento
con quel battaglio che è duro e granato;
e in su 'n un poggio le pagane schiere
di Manfredon cominciono a vedere,
60.
padiglioni e trabacche e pennoncelli,
e sentono stormenti oltra misura,
nacchere e corni e trombe e tamburelli,
e cavalier coperti d'armadura
vedean, cogli elmi rilucenti e belli.
Orlando guata inverso la pianura,
e vede tanti pagani attendati
come l'abate gli avea numerati.
61.
Di questo molto se ne rallegròe;
così Morgante; e poi che 'l poggio scese,
dinanzi a Manfredon s'appresentòe,
ch'era gentil, magnanimo e cortese,
e di Morgante si maravigliòe;
e 'l conte Orlando per la briglia prese,
e disse: - Benvenuto sia, barone.
Dismonta, e poi verrai nel padiglione. -
62.
Orlando lascia a Morgante Rondello
e va nel padiglion col re pagano;
e Manfredon così diceva a quello:
- Chi tu ti sia, saracino o cristiano,
ti tratterò come gentil fratello;
e perché il tuo venir non sia qui invano,
soldo darotti, se t'è in piacimento,
tanto che tu sarai, baron, contento. -
63.
Rispose alle parole grate Orlando:
- Preso m'avete col vostro parlare;
soldo nïente da voi non domando
se non vedete l'arme adoperare. -
E così molte cose ragionando,
disse il pagano: - Io vi vo' ragguagliare
di quel che forse per voi non sapete,
ché cavalier discreti mi parete.
64.
Io vi dirò la mia disavventura,
s'alcun rimedio sapessi trovarmi:
io ardo tutto, per la mia sciagura,
d'una fanciulla, e non so più che farmi;
due volte abbiam provato l'armadura:
ogni volta ha potuto superarmi,
sì che da lei vituperato sono
e messo ho la speranza in abbandono.
65.
Egli è ben vero ch'io ho qui tanta gente
che mi darebbe il cuor di superarla;
ma non sarebbe onor certanamente,
ché colla lancia intendo d'acquistarla.
S'alcun di voi sarà tanto possente
ch'a corpo a corpo credessi atterrarla,
ricomperrollo ciò ch'io ho nel mondo:
ché basta a me sol lei, poi son giocondo. -
66.
Orlando disse: - Noi ci proverremo:
ognun ci adoperrà tutta sua possa;
e credo pure alfin noi vinceremo,
se femina sarà di carne e d'ossa. -
Disse il pagano: - Ogni cosa diremo.
Prima che la fanciulla facci mossa,
manda in sul campo sempre un suo fratello,
molto gagliardo e gentil damigello;
67.
e per nome si chiama Lïonetto,
ed è figliuol del gran re Caradoro,
e non adora alcun più Macometto
che sia sì forte, per più mio martoro.
E la sorella ch'io v'ho prima detto,
per cui solo ardo, mi distruggo e moro,
gentile, onesta, anzi cruda e villana,
sappi che chiamata è Meredïana.
68.
E veramente è come ella si chiama,
perché di mezzodì par proprio un sole.
Io innamorai di questa gentil dama
non per vista, per atti o per parole,
ma per le sue virtù ch'udi' per fama,
ovver che 'l mio destin pur così vuole;
e da quel giorno in qua ch'amor m'accese
per lei son fatto e gentile e cortese.
69.
Or vo' pregarvi, famosi baroni,
che 'l nome mi diciate in cortesia. -
Orlando disse con grati sermoni:
- Io vel dirò, perché in piacer vi sia,
benché far vi vorremo maggior doni;
pur negar questo sare' villania
Più tempo ho fatto in Levante dimoro,
e son chiamato da ciascun Brunoro.
70.
E questo mio compagno che è gigante,
veder potrete quanto è valoroso:
fassi chiamare il feroce Morgante,
ed è più che non mostra poderoso.
In Macometto crede e Trevigante. -
Il re, sentendol, molto grazïoso
rispose: - Per mia fé, che voi sarete
da me trattati come voi vorrete. -
71.
E quanto può Manfredon gli onorava,
e nel suo padiglion sempre gli tenne,
e molte cose con lor ragionava.
Ma finalmente un dì per caso avvenne
che Lïonetto quel campo assaltava,
e inverso il padiglion, come e' suol, vienne,
e Manfredon chiamava con un corno
alla battaglia, per più beffe e scorno.
72.
E cominciò per modo a muover guerra
che molta gente faceva fuggire:
parea quando alle pecore si serra
il lupo, onde 'l pastor si fa sentire;
e qual ferisce e qual trabocca in terra,
e molti il dì ne faceva morire,
e chi fuggir non può ne va prigione;
onde e' fuggivan tutti al padiglione.
73.
Il conte Orlando udì che Lïonetto
aveva il campo in tal modo assalito
ch'ognun fuggìa dinanzi al giovinetto:
sùbito sopra Rondel fu salito,
e disse: - Vienne, Morgante, io t'aspetto:
di Lïonetto non hai tu sentito?
Tu vedrai or di Macon la possanza
e del tuo Cristo, ove tu hai speranza. -
74.
Dicea Morgante: - Io non ho mai veduto
provare Orlando, io lo vedrò pure ora:
ringrazio Iddio ch'io mi sarò abbattuto. -
Orlando sprona il suo cavallo allora
e sparì via com'uno stral pennuto;
per che Morgante s'avvïava ancora,
e col battaglio si viene assettando,
e guarda pur quel che faceva Orlando.
75.
Orlando nella pressa si mettea,
e pur Morgante guarda dove e' vada,
e sempre drieto a Rondel gli tenea
dove e' vedea che pigliava la strada.
E Lïonetto in quel tempo giugnea,
ch'aveva in man sanguinosa la spada.
Orlando il vide e la lancia abbassava;
ma Lïonetto un'altra ne pigliava.
76.
Volse il cavallo e 'nverso Orlando abbassa,
e vannosi a ferir con gran furore,
e l'una e l'altra lancia si fracassa;
ma Lïonetto uscì del corridore,
e Rondel via, come il suo nome, passa.
Morgante guata drieto al suo signore,
e dice: "Orlando è pur baron perfetto,
e Cristo è vero, e falso è Macometto".
77.
Ma Lïonetto pur si rilevòe
e sopra il suo cavallo è rimontato,
e Macometto a gran voce chiamòe
dicendo: - Traditor, ch'io ho adorato
a torto sempre, io ti rinnegheròe,
poi ch'a tal punto tu m'hai abandonato:
l'anima mia più non ti raccomando,
ché non are' quel colpo fatto Orlando. -
78.
Poi si rivolse a Orlando dicendo:
- Nota che e' fu del mio destriere il fallo. -
Orlando gli rispose sorridendo:
- E' si vorre' co' buffetti ammazzallo. -
Disse Morgante: - Così non la intendo:
or che tu se' rimontato a cavallo,
mi par che sia tuo debito, pagano,
di riprovarvi colle spade in mano. -
79.
Rispose Lïonetto: - A ogni modo
vo' che col brando terminian la zuffa. -
Disse Morgante: - Per Dio, ch'io la lodo,
ché tu vedrai che 'l caval non fe' truffa. -
Or tu, Signore, a cui servir sol godo,
per cui la terra e l'aria si rabbuffa,
guardaci e salva e 'nsino al fine insegna
tanto ch'io canti questa istoria degna.
CANTARE TERZO
1.
Padre, o giusto, incomprensibil Dio,
illumina il mio cor perfettamente,
sì che e' si mondi del peccato rio;
e pur s'io sono stato negligente,
tu se' pur finalmente il Signor mio,
tu se' salute dell'umana gente;
tu se' colui che 'l mio legno movesti
e 'nsino al porto aiutar mi dicesti.
2.
Orlando gli rispose: - Egli è dovere. -
E colle spade si son disfidati.
E Lïonetto, ch'avea gran potere,
molti pensieri aveva essaminati
per fare al conte Orlando dispiacere;
e perché tutti non venghin fallati,
alzava con due man la spada forte
per dare al suo caval, se può, la morte.
3.
Orlando vide il pagano adirato:
pensò volere il colpo riparare,
ma non poté, ché 'l brando è giù calato
in su la groppa e Rondel fe' cascare,
tanto ch'Orlando si trovò in sul prato,
e disse: - Iddio non si poté guardare
da' traditor: però chi può guardarsi?
Ma la vergogna qua non debbe usarsi. -
4.
Poi fra sé disse: "Ove se', Vegliantino?";
ma non disse sì pian che 'l suo nimico
non intendessi ben questo latino:
e' si pensò di dirlo al padre antico.
Orlando s'accorgea del saracino,
e disse: "Se più oltre a costui dico,
in dubbio son se mi conosce scorto:
il me' sarà ch'e' resti al campo morto".
5.
La gente fu dintorno al conte Orlando
con lance e spade, con dardi e spuntoni;
e lui soletto s'aiuta col brando:
a quale il braccio tagliava e' faldoni,
a chi tagliava sbergo, a chi potando
venìa le mani, e cascono i monconi;
a chi cacciava di capo la mosca,
acciò ch'ognun la sua virtù conosca.
6.
Morgante vide in sì fatto travaglio
il conte Orlando, e in là n'andava tosto,
e cominciò a sciorinare il battaglio
e fa veder più lucciole che agosto;
e saracin di lui fanno un berzaglio
di dardi e lance, ma gettan discosto;
tanto che, quando dove è il conte venne,
un istrice coperto par di penne.
7.
Era a cavallo Orlando risalito,
e già di Lïonetto ricercava;
ma Lïonetto, come e' l'ha scolpito,
inverso la città si ritornava,
e per paura l'aveva fuggito.
Orlando forte Rondello spronava,
e tanto e tanto in su' fianchi lo punse
che Lïonetto alla porta raggiunse.
8.
Volgiti indrieto; onde è tanta paura, -
gridò - pagano? - E colui pur fuggiva,
perché e' temeva della sua sciagura.
Orlando colla spada l'assaliva,
e non poté fuggir drento alle mura
il giovinetto, ch'Orlando il feriva
irato con tal furia e con tempesta
che gli spiccò dallo imbusto la testa.
9.
Nel campo si tornò poi che l'ha morto;
trovò Morgante che nella pressa era:
ebbe di Lïonetto assai conforto,
e ritornârsi inverso la bandiera.
Il caso presto alla dama fu porto,
che luce più ch'ogni celeste spera:
graffiossi il volto e straccia i capei d'oro,
sì che fe' pianger tutto il concestoro.
10.
E 'l vecchio padre dicea: - Figliuol mio,
chi mi t'ha morto? - e gran pianto facea.
- O Macometto, tu se' falso iddio,
non te ne incresce di sua morte rea?
Che pensi tu ch'onor più ti faccia io,
o ch'io t'adori nella tua moschea? -
Meredïana in così fatto pianto
fece trovar tutte sue arme intanto.
11.
Vennono arnesi perfetti e gambiere
sùbito innanzi a questa damigella;
di tutta botta lo sbergo e lamiere,
e la corazza provata era anch'ella,
elmetto e guanti e bracciali e gorgiere:
mai non si vide armadura sì bella;
e spada che già mai non fece fallo;
e così armata saltò in sul cavallo.
12.
Gente non volle che l'accompagnasse:
uno scudiere a piè sol colla lancia;
e così par che in sul campo n'andasse,
se l'aütor della istoria non ciancia,
e come giunse, un bel corno sonasse
ch'avea d'avorio, come era la guancia.
Orlando disse a Manfredonio: - Io torno
alla battaglia, perch'io odo il corno. -
13.
Morgante presto assettava Rondello;
Orlando verso la dama ne gìa
che vendicar voleva il suo fratello;
Morgante sempre alla staffa seguia.
Meredïana, come vide quello,
presto s'accorse che Brunoro sia.
Orlando giunse e diègli un bel saluto;
disse la dama: - Tu sia il mal venuto.
14.
Se se' colui ch'hai morto Lïonetto,
ch'era la gloria e l'onor di Levante,
per mille volte lo iddio Macometto
ti sconfonda, Apollino e Trivigante!
Sappi ch'a quel famoso giovinetto
non fu mai al mondo o sarà simigliante. -
Orlando disse con parlare accorto:
- Io son colui che Lïonetto ho morto. -
15.
Disse la dama: - Non far più parole:
prendi del campo, io ne farò vendetta.
O Macometto crudel, non ti duole
che spento sia il valor della tua setta?
ché mai tal cavalier vedrà più il sole,
né rifarà così Natura in fretta. -
E rivoltò il destrier suo lacrimando;
così dall'altra parte fece Orlando.
16.
Poi colle lance insieme si scontrorno.
Il colpo della dama fu possente,
quando al principio l'aste s'appiccorno,
tanto ch'Orlando del colpo si sente.
Le lance al vento in più pezzi volorno,
e Rondel passa furïosamente
col suo signor, che tutto si scontorse
pel grave colpo che colei gli porse.
17.
Orlando ferì lei di furia pieno:
giunse al cimier che 'n su l'elmetto avea,
e cadde col pennacchio in sul terreno:
l'elmo gli uscì, la treccia si vedea,
che raggia come stelle per sereno,
anzi pareva di Venere iddea,
anzi di quella che è fatta un alloro,
anzi parea d'argento, anzi pur d'oro.
18.
Orlando rise, e guardava Morgante,
e disse: - Andianne omai per la più piana.
Io credea pur qualche baron prestante
pugnassi qui per la dama sovrana:
per vagheggiar non venimo in Levante. -
Ebbe vergogna assai Meridïana:
sanz'altro dir, colla sua chioma sciolta,
collo scudiere alla terra diè volta.
19.
Manfredon disse, come e' vide Orlando:
- Dimmi, baron, come andò la battaglia? -
Orlando gli rispose sogghignando:
- Venne una donna coperta di maglia,
e perché l'elmo gli venni cavando,
su per le spalle la treccia sparpaglia.
Com'io cognobbi che l'era la dama,
partito son per salvar la sua fama. -
20.
Lasciamo Orlando star col saracino,
e ritorniamo in Francia a Carlo Mano.
Carlo si stava pur molto tapino,
così il Danese, e lieto era sol Gano,
poi che non v'è più Orlando paladino;
ma sopra tutti il sir da Montalbano,
Astolfo, Avino, Avolio ed Ulivieri
piangevan questo, e così Berlinghieri.
21.
Chimento un giorno, il messaggio, è tornato,
e inginocchiossi innanzi alla Corona
dicendo: - Carlo, tu sia il ben trovato,
di cui tanto il gran nome e 'l pregio suona. -
Rinaldo, che lo vide addolorato,
disse: - Novella non debbi aver buona. -
Donde il messaggio disse lacrimando:
- Io ho trovato il tuo cugino Orlando. -
22.
E mentre che più oltre volea dire,
sì fatta tenerezza gli abbondava
che e' non poté le parole finire,
quando i baroni intorno riguardava
ch'Orlando ricordò nel suo partire,
e tramortito in terra si posava;
per che ciascuno allor giudica scorto
che 'l conte Orlando dovessi esser morto.
23.
Dicea Rinaldo: - Caro cugin mio,
poi che tu se' di questa vita uscito,
sanza te, lasso, che farei più io? -
ed Ulivier piangea tutto smarrito.
Carlo pregava umilemente Iddio
pel suo nipote, tutto sbigottito,
e maladia quel dì che di sua corte
e' si partì, ch'a Gan non diè la morte.
24.
Piangeva il savio Namo di Baviera
e Salamon ne facea gran lamento.
Bastò quel pianto per infino a sera,
ch'ognun pareva fuor del sentimento;
e Gan fingea con simulata cera.
Ma risentito alla fine Chimento
levossi e confortò costor, pregando
che non piangessin come morto Orlando,
25.
dicendo: - Orlando sta di buona voglia -,
e tutti per sua parte salutòe.
- Io il trovai nel deserto di Girfoglia,
ch'a una fonte per caso arrivòe,
dove un altro corrier mi diè gran doglia
(ma nella fonte annegato restòe),
che lo mandava qui Gan traditore
per far morire il roman senatore. -
26.
Gridò Rinaldo: - Questo rinnegato
distrugge pure il sangue di Chiarmonte,
come tu vuoi, o Carlo mio impazzato. -
Gan gli rispose con ardita fronte
e disse: - Io son miglior in ogni lato
di te, Rinaldo, e del cugin tuo conte. -
Rinaldo disse: - Per la gola menti,
ché mai non pensi se non tradimenti. -
27.
E volle colla spada dare a Gano;
Gan si fuggì, ch'appunto il cognosceva.
Bernardo da Pontier, suo capitano,
irato verso Rinaldo diceva:
- Rinaldo, tu se' uom troppo villano. -
Allor Rinaldo addosso gli correva
e 'l capo dalle spalle gli spiccava,
e tutti i Maganzesi minacciava.
28.
I Maganzesi, veggendo il furore,
di sùbito la sala sgomberorno.
Carlo gridava: - Questo è troppo errore!
Rinaldo mette sozzopra ogni giorno
la corte nostra, e fammi poco onore. -
I paladini in questo mezzo entrorno,
e tutti quanti confortâr Rinaldo
ch'avessi pazïenza e stessi saldo.
29.
Rinaldo dicea pur: - Questo fellone
non vo' che facci mai più tradimento.
O Carlo, Carlo, questo Ganellone
vedrai ch'un dì ti farà mal contento. -
Carlo rispose: - Rinaldo d'Amone,
tempo è da operar sì fatto unguento:
a qualche fine ogni cosa comporto. -
Disse Rinaldo: - Ch'Orlando sia morto:
30.
a questo fine il comporti tu, Carlo,
e che distrugga te, la corte e 'l regno.
Io voglio il mio cugino ire a trovarlo. -
Ed Ulivier dicea: - Teco ne vegno. -
Dodon pregò ch'e' dovessi menarlo,
dicendo: - Fammi di tal grazia degno. -
Disse Rinaldo: - Tu credi ch'io andassi
che 'l mio Dodon con meco non menassi? -
31.
Chiamò Guicciardo, Alardo e Ricciardetto:
- Fate che Montalban sia ben guardato,
tanto ch'io truovi il cugin mio perfetto:
ognun sia presto là rappresentato,
ch'io ho de' traditor sempre sospetto,
e Gan fu traditor prima che nato;
non vi fidate se non di voi stesso,
e Malagigi getti l'arte spesso. -
32.
Rinaldo e 'l suo Dodone ed Ulivieri
da Carlo imperador s'accomiatorno;
e nel partirsi questi cavalieri
tre sopravveste verde s'acconciorno,
che in una lista rossa due cervieri
v'era, e con esse pel camino entrorno:
era questa arme d'un gran saracino
disceso della schiatta di Mambrino.
33.
Così vanno costor alla ventura:
usciron della Francia incontanente,
passoron della Spagna ogni pianura:
tra mezzodì ne vanno e tra ponente.
Lasciàngli andar, che Cristo sia lor cura,
e tratterem d'un saracin possente
che inverso Barberia facea dimoro:
era gigante e chiamato Brunoro,
34.
ovver cugin carnale ovver fratello
del gran Morgante, ch'avea seco Orlando,
e Passamonte ed Alabastro, quello
ch'Orlando nel deserto uccise quando
il santo abate riconobbe, e féllo
contento il parentado ritrovando.
Brunor, per far de' suo' fratei vendetta,
di Barberia s'è mosso con gran fretta,
35.
con forse trentamila ben armati
e tutti quanti usati a guerreggiare:
alla badia ne vengon difilati
per far l'abate e' monaci sbucare;
e tanto sono a stracca cavalcati
che cominciorno le mura a guardare;
e giunti alla badia, drento v'entraro,
ché contro a lor non vi fu alcun riparo.
36.
E 'l domine messer lo nostro abate
la prima cosa missono in prigione.
Disse Brunoro: - Colle scorreggiate
uccider si vorria questo ghiottone;
ma pur per ora in prigion lo cacciate:
riserberello a maggior punizione:
cagione è stato principale e mastro
che Passamonte è morto ed Alabastro. -
37.
Rinaldo in questo tempo alla badia
con Ulivieri e Dodone arrivava;
vide de' saracin la compagnia,
e del signor, chi fusse domandava.
Brunor rispose con gran cortesia:
- Io son desso io, e se ciò non vi grava,
ditemi ancor chi voi, cavalier, siete. -
Disse Rinaldo: - Voi lo 'ntenderete.
38.
Noi siàn là de' paesi del Soldano
pur cavalieri erranti e di ventura:
per la ragion come Ercul combattiàno;
abbiamo avuto assai disavventura:
questo ci avvenne perché il torto avàno,
e la ragion pur ebbe sua misura;
nostri compagni alcun n'è stato morto,
che nol sappiendo difendeano il torto. -
39.
Disse Brunoro: - Io mi fo maraviglia
che voi campassi, e per Dio mi vergogno
a dirvi quel che la mente bisbiglia:
voi siete armati in visïone o in sogno.
Se voi volete colla mia famiglia
mangiar, che forse n'avete bisogno,
dismonterete, ed onor vi fia fatto,
e fate buono scotto per un tratto. -
40.
Disse Rinaldo: - Da mangiare e bere
accetto. - Il re chiamava un saracino;
disse: - Costor son gente da godere,
e vanno combattendo il pane e 'l vino,
e carne quando e' ne possono avere;
non debbe bisognar dar loro uncino
o por la scala, ove aggiungon con mano;
dice che son cavalier del Soldano.
41.
Se la ragione aspetta che costoro
l'aiutino, in prigion se n'andrà tosto,
s'avessi più avvocati, argento o oro
o carte o testimon che fichi agosto. -
Dicea fra sé sorridendo Brunoro:
"A Ercol s'agguagliò quel ciuffalmosto,
o cavalier di gatta o qualche araldo".
Ed ogni cosa intendeva Rinaldo.
42.
Truova cosa che faccin collezione,
se v'è reliquia, arcame o catrïosso
rimaso, o piedi o capi di cappone,
e dà pur broda e macco a l'uom ch'è grosso:
vedrai come egli scuffia, quel ghiottone,
che debbe come il can rodere ogn'osso.
Assettagli a mangiare in qualche luogo,
e lascia i porci poi pescar nel truogo. -
43.
Rinaldo facea vista non udire
e non gustar quel che diceva quello:
non si voleva al pagano scoprire
per nessun modo, e fa del buffoncello.
Ecco di molta broda comparire
in un paiuol, come si fa al porcello,
ed ossa, dove i cani impazzerebbono,
e in Giusaffà non si ritroverrebbono.
44.
Rinaldo cominciava a piluccare,
e trassesi di testa allor l'elmetto;
ma Ulivier non sel volle cavare,
così Dodon, ché stavon con sospetto:
per che Brunor, veggendogli imbeccare
per la visiera, guardava a diletto;
e comandava a un di sua famiglia
ch'a' lor destrier si traessi la briglia;
45.
e fece dar lor biada e roba assai,
dicendo: - Questi pagheran lo scotto,
o l'arme lasceran con molti guai:
non mangeranno così a bertolotto. -
Dicea Rinaldo: "Alla barba l'arai";
e cominciò a mangiar come un arlotto.
Ma quel sergente a chi fu comandato
avea il caval di Dodon governato.
46.
Poi governò, dopo quel, Vegliantino
ch'avea con seco menato il marchese;
poi se ne va a Baiardo il saracino;
e come il braccio alla greppia distese,
Baiardo lo ciuffòe come un maschino
e in sulla spalla all'omero lo prese,
che lo schiacciò come e' fussi una canna,
tal che con bocca ne spicca una spanna.
47.
Sùbito cadde quel famiglio in terra
e poi per grande spasimo morìo.
Disse Rinaldo: - Appiccata è la guerra:
lo scotto pagherai tu, mi credo io:
vedi che spesso il disegno altrui erra. -
Quando Brunor questo caso sentìo,
disse: - Mai vidi il più fero cavallo:
io vo' che tu mel doni sanza fallo. -
48.
Rinaldo fece "albanese, messere";
disse: - Questo orzo mi par del verace. -
Brunor diceva con un suo scudiere:
- Questo caval si vorrà, ché mi piace. -
Rinaldo torna e riponsi a sedere,
e rimangiò come un lupo rapace.
Un saracin, che ancor lui fame avea,
allato a lui a mangiar si ponea.
49.
Rinaldo l'ebbe alla fine in dispetto,
però che diluviava a maraviglia
e cadegli la broda giù pel petto;
guardò più volte, e torceva le ciglia;
poi disse: - Saracin, per Macometto,
che tu se' porco o bestia che 'l somiglia!
Io ti prometto, s' tu non te ne vai,
farò tal giuoco che tu piangerai. -
50.
Disse il pagan: - Tu debbi esser un matto,
poi che di casa mia mi vuoi cacciare. -
Disse Rinaldo: - Tu vedrai bell'atto. -
Il saracin non se ne vuole andare,
e nel paiuol si tuffava allo 'mbratto.
Rinaldo non poté più comportare,
e 'l guanto si mettea nella man destra,
tal che gli fece smaltir la minestra:
51.
ché gli appiccò in sul capo una sorba
che come e' fussi una noce lo schiaccia:
non bisognò che con man vi si forba,
e morto nel paiuol quasi lo caccia,
tanto che tutta la broda s'intorba.
Dodon gridava al marchese: - Sù, spaccia,
lieva sù presto, la zuffa s'appicca! -
donde Ulivieri abandonò la micca.
52.
Allora una brigata di que' cani
sùbito addosso corsono a Dodone,
e cominciossi a menarvi le mani.
Rinaldo vide appiccar la quistione
e in mezzo si scagliò di que' pagani;
così faceva Ulivier borgognone:
trasse dallato la spada sua bella,
ma presto brutta e sanguinosa félla.
53.
Al primo che trovò la zucca taglia;
Dodone uccise un pagan molto ardito.
Brunor, veggendo avvïar la battaglia,
sùbito verso Rinaldo fu ito
e disse: - Cavalier, se Iddio ti vaglia,
per che cagion se' tu stato assalito? -
e gridò forte che ciascun s'arresti,
tanto che 'l caso a lui si manifesti.
54.
Sùbito la battaglia s'arrestava.
Saper voleva ogni cosa Brunoro;
verso Rinaldo di nuovo parlava:
- Dimmi, baron, perché tu dài martoro
alla mia gente, che troppo mi grava? -
Disse Rinaldo: - Come san costoro,
non vo' mai noia quando io sono a desco,
e sto, come il caval, sempre in cagnesco.
55.
Venne a mangiar qua uno; io lo pregai
che se n'andassi, e' non curò il mio dire:
mangiato non parea ch'avessi mai
ed ogni cosa faceva sparire.
Le frutte dopo al mangiar gli donai
perché il convito s'avessi a fornire. -
E mentre che e' dicea questo al pagano,
Frusberta sanguinosa tenea in mano.
56.
Disse Brunor: - Poi che così mi conti,
di questo fatto se ne vuol far pace.
Non siate così tosto al ferir pronti.
Io t'ho fatto piacer: se non ti spiace,
i peccati commessi sieno sconti;
rimettete le spade, se vi piace. -
Rimisson tutti allora il brando drento.
Brunor seguiva il suo ragionamento:
57.
Detto m'avete, s'io v'ho inteso bene,
che combattete sol per la ragione:
però d'un altro caso vi conviene
dirne con meco vostra oppinïone.
Dirovvi prima quel che s'appartiene,
e voi poi solverete la quistione;
se non, tu lascerai qui il tuo cavallo,
che ristorò dell'orzo il mio vassallo. -
58.
Disse Rinaldo: - Apparecchiato sono. -
Brunoro allor gli raccontava il fatto:
- Questa badia s'è messa in abbandono
perché due miei frategli furno a un tratto
fatti morir sanza trovar perdono;
ond'io, sentendo sì tristo misfatto,
venuto sono a vendicargli, e preso
l'abate ho qui, da cui mi tengo offeso.
59.
Se la ragion tu di' che suol difendere,
tu doverresti aiutar me per certo,
ed a me par che tu mi vogli offendere:
onor t'ho fatto aspettando buon merto. -
Disse Rinaldo: - Falso è il tuo contendere.
Io ti dirò quel ch'io ne 'ntendo aperto:
con un sol bue io non son buon bifolco,
ma s'io n'ho due, andrà diritto il solco.
60.
Se due campane l'una odi sonare
e l'altra no, chi può giudicar questo,
qual sia migliore? Io odo il tuo parlare;
vorrei da quello abate udire il resto. -
Disse Brunoro: - E questo anco a me pare. -
Venne l'abate appiccato al capresto,
e liberato fu della prigione
perché e' potessi dir la sua ragione.
61.
Disse Brunoro: - Io ho detto a costui
l'oltraggio che da te ho ricevuto:
contato gli ho come diserto fui
pe' tuoi consigli da chi t'ha creduto.
Or tu le ragion tue puoi dire a lui,
che mi pare uom assai giusto e saputo. -
Disse l'abate: - Or l'altra parte udite,
a voler ben giudicar nostra lite.
62.
Io mi posavo in queste selve strane,
e' suoi frategli ogni dì mi facevano
a torto mille ingiurie assai villane,
e spesso i faggi e le pietre sveglievano;
hanno più volte rotte le campane
e de' miei frati con esse uccidevano.
Convennemi alcun tempo comportarli,
ché forze non avea da contastarli.
63.
Ma come piacque a quel Signor divino
ch'aiuta sempre ognun c'ha la ragione,
ci capitò un mio fratel cugino
il qual si chiama Orlando di Millone;
e come quel che è giusto paladino
ebbe di me giusta compassïone,
e in su quel monte andò a trovar costoro
e con sua mano uccise due di loro.
64.
E 'l terzo per suo amor si convertìe
e con quel conte Orlando se n'andòe
verso Levante, e da me si partìe,
tanto che sempre ne sospireròe. -
Quando Rinaldo le parole udìe,
molto d'Orlando si maravigliòe,
e non sapea rassettar nella mente
come l'abate fussi suo parente.
65.
E cominciò così al pagano a dire:
- Or ti parrà che 'l solco vadi ritto,
or due campane si possono udire.
Tu mi parlavi simulato e fitto;
però, s'a questo non sai contraddire,
la mia sentenzia è data già in iscritto:
se vero è quel che l'abate m'ha porto,
egli ha ragione, e tu, pagano, hai il torto.
66.
E intendo di provar quel ch'io ti dico
a corpo a corpo, a piede o a cavallo,
perch'io son troppo alla ragione amico. -
Disse il pagano: - E' si vorria impiccallo
con teco. Or guârti come mio nimico:
tu debbi esser un ghiotto sanza fallo. -
Disse Rinaldo: - Come io sarò ghiotto
tu mel saprai dir meglio al primo botto. -
67.
Disse Brunoro: - Noi faremo un patto:
che s'io ti vinco, io vo' questo destriere,
ch'al primo so ti darò scaccomatto
colla pedona in mezzo lo scacchiere. -
Disse Rinaldo: - Come vuoi sia fatto:
se tu m'abbatti, questo è ben dovere;
ed anco a scacchi ti potria dir reo,
ch'io fo i tuo' par ballar come il paleo.
68.
Ma voglio un altro patto, se ti piace:
che s'io ti vincerò nella battaglia,
l'abate liber sia lasciato in pace
dalla tua gente sanz'altra puntaglia.
Così, se 'l mio pensier fussi fallace,
questo caval ch'io ho, coperto a maglia,
vo' che sia tuo; ma s' tu m'abbatterai,
a ogni modo che dich'io l'arai. -
69.
Poi che l'accordo così si fermava,
ognun quanto volea del campo tolse;
come Brunoro il suo destrier girava,
così Rinaldo Baiardo rivolse.
Il saracin la sua lancia abbassava:
sopra lo scudo di Rinaldo colse,
passollo tutto, e pel colpo si spezza.
Rinaldo ferì lui con gran fierezza,
70.
e passagli lo scudo e l'armadura:
per mezzo il petto la lancia passava;
due braccia o più d'una buona misura
dall'altra parte sanguinosa andava;
e cadde arrovesciato alla verzura;
l'anima nello inferno s'avvïava.
Gli altri pagani, veggendol morire,
Ulivier presto corsono assalire.
71.
Rinaldo non avea rotta la lancia,
e 'l primo ch'egli scontra de' pagani
gli passò la corazza e poi la pancia;
poi con Frusberta sgranchiava le mani;
ed Ulivier, che è pur di que' di Francia,
que' saracini affetta come pani,
e sopra Vegliantino era salito
e del diciotto teneva ogni invito.
72.
Allor Dodone all'abate correa,
il quale era legato molto stretto:
tagliò il capresto e le mani sciogliea.
L'abate presto si misse in assetto:
uno stangon dalla porta togliea
ch'a un pagan levò il capo di netto;
poi nella calca in modo arrandellollo
ch'a più di sei levò il capo dal collo.
73.
I frati ognun la cappa si cavava:
chi piglia sassi e chi stanga e chi mazza;
ognuno addosso a costor si cacciava,
molti uccidean di quella turba pazza.
Rinaldo tanti quel dì n'affettava
che in ogni luogo pel sangue si guazza:
a chi balzava il capo e chi il cervello
come si fa delle bestie al macello.
74.
Ed Ulivier, ch'aveva Durlindana,
tu dèi pensar quel che facea di loro:
e' fece in terra di sangue una chiana.
Dodon pareva più bravo ch'un toro.
Missesi in fuga la gente pagana,
ché non potean più regger al martoro.
L'abate all'uscio per più loro angoscia
s'era arrecato, e nell'uscir fuor croscia.
75.
Sùbito la badia isgomberorno:
molti ne fecion saltar le finestre;
fino al deserto gli perseguitorno,
poi gli lasciorno alle fiere silvestre.
E' monaci la porta riserrorno,
e rassettârsi all'antiche minestre.
Poi, riposato, all'abate n'andava
Rinaldo presto, e così gli parlava:
76.
Voi dite, abate, che siete cugino,
se bene ho inteso tal ragionamento,
d'Orlando nostro, degno paladino;
però di questo mi fate contento:
donde disceso siete e in qual confino,
e che cagion vi condusse al convento? -
Disse l'abate: - Se saper t'è caro
quel che tu di', tu sarai tosto chiaro.
77.
Io fui figliuol d'un figliuol di Bernardo
che si chiamò dalla gente Ansuigi,
fratel d'Amone (e fu tanto gagliardo
ch'ancor la fama risuona in Parigi),
d'Ottone e Buovo, s'io non son bugiardo.
E la cagion ch'io vesto or panni bigi
fu dal Ciel prima giusta spirazione,
poi per conforto di papa Lïone. -
78.
Rinaldo, udendo contar la novella,
con molta festa lo corse abbracciare,
e ringraziava del cielo ogni stella;
e disse: - Abate, io non vi vo' celare,
poi che scacciata abbiam la gente fella,
il nome mio, ch'io nollo potrei fare,
tanta dolcezza supera la mente:
son come Orlando anch'io vostro parente:
79.
io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone;
e come a lui, a me cugino ancora
siete! - e piangeva per affezïone;
per che l'abate lo strigneva allora,
e mai non ebbe tal consolazione.
- O giusto Iddio ch'ogni cristiano adora,
dopo tante altre grazie e lunga etate
veggo Rinaldo mio, - dicea l'abate
80.
ed ho veduto il mio famoso Orlando,
benché del suo partir sia sconsolato;
nunche dimitte servum tuum quando
omai ti piace, Signor mio beato. -
Rinaldo allor soggiunse lacrimando:
- E questo è Ulivier, che è suo cognato;
questo è Dodone, il figliuol del Danese. -
L'abate abbraccia e Dodone e 'l marchese.
81.
I monaci facevan molta festa,
perché partito è il popol saracino
e che per grazia Iddio lor manifesta
che Rinaldo è dell'abate cugino.
Ma perch'io sento la terza richiesta
di ringraziar Chi ci scorge il camino,
farò sempre al cantar quel ch'è dovuto.
Cristo vi scampi e sia sempre in aiuto.
CANTARE QUARTO
1.
Gloria in excelsis Deo e in terra pace,
Padre e Figliuolo ed Ispirito santo;
benedicimus te, Signor verace,
laudamus te, Signor, con umil canto,
poi che per tua benignità ti piace
l'abate nostro qui consolar tanto,
e le mie rime accompagnar per tutto,
tanto che il fior produca alfin buon frutto.
2.
Era nel tempo ch'ognun s'innamora
e ch'a scherzar comincian le farfalle,
e 'l sol, ch'avea passata l'ultima ora,
verso il Murrocco chinava le spalle;
la luna appena corneggiava ancora,
de' monti l'ombra copriva ogni valle,
quando Rinaldo all'abate ritocca
che 'l nome suo non tenessi più in bocca.
3.
Rispose: - Chiaramonte è il nome mio -
benignamente a Rinaldo l'abate.
Dopo alcun giorno, acceso dal desio,
disse Rinaldo: - Io vo' che voi ci diate
omai licenzia col nome di Dio:
io ho a Parigi mie gente lasciate,
per ch'io non credo che 'l dì mai veggiamo
di ritrovar colui che noi cerchiamo. -
4.
L'abate, ch'era prudente e saputo,
disse: - Rinaldo, benché duol mi fia,
ché mai qui mi saresti rincresciuto,
credo che questo buon concetto sia.
Io son contento poi ch'io t'ho veduto:
so che questa sarà la parte mia,
di rivedervi più, ch'egli è ragione;
però vi do la mia benedizione.
5.
Se di vedere Orlando è il tuo pensiero,
vattene in pace, caro mio fratello;
Dio t'accompagli per ogni sentiero
o come fece Tobia Rafaello. -
Disse Rinaldo: - Così priego e spero:
rivedrenci nel Ciel sù presso a Quello
che de' suoi servi arà giusta merzede
che combatton qua giù per la sua fede. -
6.
Rinaldo si partì da Chiaramonte
ed Ulivieri e Dodon, sospirando;
va cavalcando per piano e per monte
per la gran voglia di vedere Orlando:
"Quando sarà quel dì, famoso conte",
dicea fra sé, "ch'io ti rivegga, quando?
Non mi dorrà per certo poi la morte
s'io ti ritruovo e riconduco in corte".
7.
Era dinanzi Rinaldo a cavallo
ed Ulivier lo seguiva e Dodone
per un oscuro bosco sanza fallo,
dove si scuopre un feroce dragone
coperto di stran cuoio verde e giallo,
che combatteva con un gran lïone.
Rinaldo al lume della luna il vede,
ma che quel fussi drago ancor non crede.
8.
Ed Ulivier più volte aveva detto,
sì come avvien chi cavalca di notte:
- Io veggo un fuoco appiè di quel poggetto:
gente debbe abitar per queste grotte. -
Egli era quel serpente maladetto
che getta fiamma per bocca ta' dotte,
ch'una fornace pareva in calore
e tutto il bosco copria di splendore.
9.
E il lïon par che con lui s'accapigli
e colle branche e co' denti lo roda,
ed or pel collo, or nel petto lo pigli;
e 'l drago avvolta gli aveva la coda
e presol colla bocca e cogli artigli
per modo tal che da lui non si snoda;
e non pareva al lïone anco giuoco
quando per bocca e' vomitava fuoco.
10.
Baiardo cominciò forte annitrire
come e' conobbe il serpente da presso;
Vegliantin d'Ulivier volea fuggire,
quel di Dodon si volge addrieto spesso,
ché 'l fiato del dragon si fa sentire.
Ma pur Rinaldo innanzi si fu messo,
e increbbegli di quel lïon, che perde
a poco a poco e rimaneva al verde.
11.
E terminò di dargli alfin soccorso
e che non fussi dal serpente morto:
Baiardo sprona e tempera col morso,
tanto che presso a quel drago l'ha porto,
che si studiava co' graffi e col morso,
tal che condotto ha il lïone a mal porto;
ma invocò prima l'aiuto di sopra
che cominciassi sì terribile opra.
12.
Ed adorando sentiva una voce
che gli dicea: - Non temer, baron dotto,
del gran serpente rigido e feroce:
tosto sarà per tua mano al disotto. -
Disse Rinaldo: - O Signor mio che in croce
moristi, io ti ringrazio di tal motto. -
E trasse con Frusberta a quel dragone,
e mancò poco e' non dètte al lïone
13.
Parve il lïon di ciò fussi indovino,
e quanto può dal serpente si spicca,
veggendosi in aiuto il paladino.
Frusberta addosso al dragon non s'appicca,
perché il dosso era più che d'acciaio fino;
trasse di punta, e 'l brando non si ficca,
che solea pur forar corazze e maglie:
sì dure aveva il serpente le scaglie.
14.
Disse Rinaldo: "E' fia di Satanasso
il cuoio che 'l serpente porta addosso,
poi che di punta col brando nol passo
e che col taglio levar non ne posso";
e lascia pur la spada andare in basso
credendo a questo tagliare alfin l'osso:
Frusberta balza e faceva faville;
così de' colpi gli diè forse mille.
15.
E quel lïon lo teneva pur fermo,
quasi dicessi: "S'io lo tengo saldo,
non arà sempre a ogni colpo schermo".
Ma poi che molto ha bussato Rinaldo,
e cognoscea che questo crudel vermo
l'offendea troppo col fiato e col caldo,
se gli accostava e prese un tratto il collo,
e spiccò il capo che parve d'un pollo.
16.
Fuggito s'era Ulivieri e Dodone,
che i lor destrier non poteron tenere.
Come e' fu morto quel fiero dragone,
balzato il capo e caduto a giacere,
verso Rinaldo ne venne il lïone
e cominciava a leccare il destriere:
parea che render gli volessi grazia;
di far festa a Rinaldo non si sazia.
17.
Ed avvïossi con esso alla briglia.
Rinaldo disse: - Virgin grazïosa,
poi che mostrata m'hai tal maraviglia,
ancor ti priego, Regina pietosa,
che mi dimostri onde la via si piglia
per questa selva così paürosa
di ritrovare Ulivieri e Dodone,
o tu mi fa' fare scorta al lïone. -
18.
Parve che questo il lïone intendessi
e cominciava innanzi a caminare,
come se "drieto mi verrai" dicessi.
Rinaldo si lasciava a lui guidare,
ché i boschi v'eran sì folti e sì spessi
che fatica era il sentiero osservare;
ma quel lïone appunto sa i sentieri,
e ritrovò Dodone ed Ulivieri.
19.
Era Ulivier tutto malinconoso
e del cavallo in terra dismontato;
così Dodone, e piangea doloroso,
e indrieto inverso Rinaldo è tornato
per dar soccorso al paladin famoso;
ed Ulivieri aveva ragionato:
- Penso che morto Rinaldo vedremo
da quel serpente, e tardi giugneremo. -
20.
E non sapean ritrovar il cammino;
erano entrati in certe strette valli.
Ecco Rinaldo e 'l lïon già vicino:
maravigliossi, e cominciò a guardalli;
vide Ulivier non avea Vegliantino;
disse: "Costoro ove aranno i cavalli?
A qualche fera si sono abbattuti,
dove egli aranno i lor destrier perduti".
21.
Ulivier, quando Rinaldo vedeva,
non si può dir se pareva contento,
e disse: - Veramente io mi credeva
ch'omai tu fussi della vita spento. -
E poi che allato il lïone scorgeva
al lume della luna, ebbe spavento.
Disse Rinaldo: - Ulivier, non temere
che quel lïon ti facci dispiacere.
22.
Sappi che morto è quel dragon crudele,
e liberato ho questo mio compagno
che meco or vien come amico fedele,
ed aren fatto di lui buon guadagno:
prima che forse la luna si cele,
tratti ci arà questo lïon grifagno
del bosco, e guideracci a buon camino.
Ma dimmi, hai tu perduto Vegliantino? -
23.
Ulivier si scusò con gran vergogna:
- Come tu fusti alle man col dragone,
i destrier ci hanno grattata la rogna
tra mille sterpi e per ogni burrone;
ognun voleva far quel che bisogna
per aiutarti, come era ragione,
ma ritener non gli potemo mai,
tanto che forse di noi ti dorrai.
24.
Noi gli lasciamo presso a una fonte,
perché pur quivi si fermorno a bere:
quivi legati appiè gli abbiàn del monte,
ed or di te venavamo a sapere
se rotta avevi al serpente la fronte
o da lui morto restavi a giacere. -
Disse Rinaldo: - Pe' cavalli andiamo,
e tra noi scusa, Ulivier, non facciamo. -
25.
Ritrovorno ciascuno il corridore.
Dicea Rinaldo: - Or da toccar col dente
non credo che si truovi insin che fore
usciàn del bosco o troviamo altra gente.
Così stessi tu, Carlo imperadore,
che vuoi ch'io vada pel mondo dolente!
così stessi tu, Gan, com'io sto ora!
Ma forse peggio star ti farò ancora. -
26.
E così cavalcando con sospetto,
Rinaldo si dolea del suo destino;
e quel lïone innanzi va soletto
sempre mostrando a costoro il camino;
e poi ch'egli hanno salito un poggetto,
ebbon veduto un lume assai vicino:
ché in una grotta abitava un gigante,
ed un gran fuoco s'avea fatto avante.
27.
Una capanna di frasche avea fatto
ed appiccato a una sua caviglia
un cervio, e della pelle l'avea tratto.
Sente i cavagli al pestare e la briglia:
sùbito prese la caviglia il matto,
come colui che poco si consiglia:
a Ulivieri furioso più che orso
addosso presto la bestia fu corso.
28.
Ulivier vide quella mazza grossa
e del gigante la mente superba;
volle fuggirlo: intanto una percossa
giunse nel petto sì forte e sì acerba
che, bench'avessi il baron molta possa,
di Vegliantin si trovava in sull'erba.
Rinaldo, quando Ulivier vide in terra,
non domandar quanto dolor l'afferra;
29.
e disse: - Ribaldon, ghiotton da forche,
che mille volte so l'hai meritate!
Prima che sotto la luna si corche
io ti meriterò di tal derrate. -
Questo bestion con sue parole porche
disse: - A te non darò se non gotate.
Che se' tu tratto, del cervio a l'odore?
Tu debbi essere un ghiotto o furatore. -
30.
Rinaldo ch'avea poca pazïenza,
dètte in sul viso al gigante col guanto,
e fu quel pugno di tanta potenza
che tutto quanto il mostaccio gli ha infranto,
dicendo: - Iddio non ci are' sofferenza. -
Pure il gigante, rïavuto alquanto,
arrandellò la caviglia a Rinaldo,
ché d'altro che di sol gli vuol dar caldo.
31.
Rinaldo il colpo schifò molto destro
e fe' Baiardo saltar come un gatto:
combatter co' giganti era maestro,
sapeva appunto ogni lor colpo ed atto.
Parve il randello uscissi d'un balestro.
Rinaldo menò il pugno un altro tratto,
e fu sì grande questo mostaccione
che morto cadde il gigante boccone.
32.
E poco men che non fe' come e' suole
il drago, quando uccide il leofante,
che non s'avvede, tanto è sciocco e fole,
che nel cader quello animal pesante
l'uccide, ché gli è sotto, onde e' si duole:
così Rinaldo a questo fu ignorante,
ché quando e' cadde il gigante gagliardo
ischiacciò quasi Rinaldo e Baiardo.
33.
E con fatica gli uscì poi di sotto,
e bisognò che Dodon l'aiutassi.
Disse Rinaldo: - Io non pensai di botto
così il gigante in terra rovinassi,
ond'io n'ho quasi pagato lo scotto.
E' disse ch'a l'odor d'un cervio trassi:
alla sua capannetta andiamo un poco,
dove si vede colassù quel fuoco. -
34.
Allor tutti smontaron dell'arcione,
alla capanna furono avvïati;
vidono il cervio; diceva Dodone:
- Forse che mal non saren capitati. -
Fece d'un certo ramo uno schidone.
Rinaldo intanto tre pani ha trovati
e pien di strana cervogia un barlotto,
e disse: - Il cervio mi sa di biscotto. -
35.
Erano i pan come un fondo di tino,
tanto ch'a dirlo pur mi raccapriccio.
Disse Rinaldo: - Se ci è il pane e 'l vino,
ch'aspettian noi, Dodon? Qua sa d'arsiccio. -
Dicea Dodone: - Aspetta un tal pochino,
tanto che lievi la crosta sù il riccio. -
Disse Rinaldo: - Più non l'arrostiàno,
ché 'l cervio molto cotto è poco sano. -
36.
Disse Dodone: - Io t'ho inteso, Rinaldo:
il gorgozzul ti debbe pizzicare:
se non è cotto, e' basta che sia caldo. -
E cominciorno del cervio a spiccare.
Rinaldo sel mangiava intero e saldo,
se non che la vergogna il fa restare;
e de' tre pan fece paura a uno,
ché col barlotto non beve a digiuno.
37.
Poi che fu l'alba in levante apparita,
si dipartiron da quella capanna.
Dicea Dodon: - Questa fu buona gita,
poi che da ciel sopravvenne la manna
e quel gigante ha perduta la vita.
Vedi che pure ingannato è chi inganna:
quel bacalare, Ulivier, ti percosse
a tradimento, or si sta per le fosse. -
38.
Disceson di quel monte alla pianura,
e il lor lïone innanzi pur andava.
Dicea Rinaldo: - Questa è gran ventura! -
ed Ulivier con lui se n'accordava;
tanto ch'usciron d'una valle oscura,
ove poi nel dimestico s'entrava:
cominciono a veder casali e ville
e sopra a' campanil gridar le squille.
39.
E poco tennon più oltre il camino
che cominciorno a trovar de' pastori
presso a un fiume ch'era lor vicino;
e poi sentirno gran grida e romori.
Baiardo aombra e così Vegliantino.
Ed ecco uscir d'una valletta fuori
una gran turba che s'era fuggita,
ed a veder parea gente smarrita.
40.
Rinaldo allora a Dio si raccomanda,
e intanto appresso s'accosta un pagano.
Allor Dodon di sùbito domanda:
- Che caso è questo in questo luogo strano,
che par che tanto romor qua si spanda?
Per cortesia, non voglia esser villano. -
Rispose il saracin presto a Dodone:
- Io tel dirò, non è sanza cagione.
41.
Del mio dir so che ti verrà pietade:
per una figlia nobile e serena
quasi è disabitata una cittade,
perch'una vipra crudel ci avvelena.
Il re Corbante, per la sua bontade,
la sua figliuola detta Forisena
a divorar vuol dare a questa fera:
la sorte tocca a lei, vuol che lei pèra;
42.
e di noi altri ha già mangiati assai:
ogni dì ne vuol due, sera e mattina.
- Dimmi, - rispose Rinaldo - s' tu sai,
questa città come ella ci è vicina? -
Rispose il saracin: - Tu la vedrai
tosto, la terra misera e meschina;
ma guarda che tal gita non sia amara:
ella è qui presso, e chiamasi Carrara.
43.
Io ve n'avviso per compassïone
ch'io ho di voi per Macometto iddio,
che voi non vi lasciate le persone,
poi che d'andarvi mostrate desio.
La città troverrete in perdizione
e molto mal contento il signor mio,
per questa cruda fera e maladetta
che debbe divorar la giovinetta.
44.
Come egli è dì, se ne viene alle porte;
se da mangiar non gli è portato tosto,
col tristo fiato ci conduce a morte:
convien ch'un uom gli pognàn là discosto.
Questa fanciulla gli è tocca la sorte,
e 'l padre suo di mandarla ha disposto;
il popol grida, e quella fiera rugge,
tanto ch'ognun per paura si fugge.
45.
Credo che sia sol pe' nostri peccati,
perché Corbante uccise un suo fratello,
che fu tra noi de' cavalier nomati
il più savio, il più giusto e forte e bello;
noi consentimo a tutti questi agguati,
però che il regno apparteneasi a quello:
la vipera è venuta a purgar certo
questo peccato e rendeci tal merto.
46.
Ed è tra noi chi abbia oppinïone
che lo spirito suo drento vi sia
in questa fera, di questo garzone. -
Disse Rinaldo: - Di tua cortesia
io ti ringrazio. Aiutivi Macone
da questa fera, s'ella è tanto ria.
Ma dimmi, saracin, questa donzella
come ella è giovinetta, e s'ella è bella. -
47.
Disse il pagan: - Non domandar di questo,
ché non si vide mai cosa sì degna:
un atto dolce, angelico e modesto,
di virtù porta e di biltà la 'nsegna,
ne' quindici anni entrata, e va' pel resto;
e 'l popol pur di camparla s'ingegna.
Se tu credessi quella bestia uccidere,
tu puoi far conto il reame dividere. -
48.
Disse Rinaldo: - Io non cerco reame:
io n'ho lasciati sette in mio paese;
io mi diletto un poco delle dame:
se così bella è la figlia cortese,
a quella fera taglierò le squame. -
E poi si volse al famoso marchese
e disse: - Andianne, ché la dama è nostra,
alla città che 'l saracin ci mostra. -
49.
Come e' furno in Carrara i paladini,
ognun volgeva a guardàgli le ciglia:
preson conforto tutti i saracini,
e del lïon ne prendean maraviglia.
Rinaldo giunse al palagio a' confini,
e salutò Corbante e poi la figlia.
Corbante disse: - Tu sia il ben venuto,
se per la fera a dar mi vieni aiuto. -
50.
Allor Rinaldo rispose: - O Corbante,
il nome mio è il guerrier del lïone,
e credo in Apollino e in Trivigante;
e non vorrei, pel nostro iddio Macone,
avere a capitar certo in Levante
poi ch'io senti' della tua passïone. -
Quel disse forte, e quest'altro bisbiglia:
"Anzi, poi ch'io senti' della tua figlia".
51.
Ulivier gli occhi alla donzella gira
mentre Rinaldo in questo modo parla;
sùbito pose al berzaglio la mira
e cominciò cogli occhi a saettarla,
e tuttavolta con seco sospira:
"Questa non è" dicea "carne da darla
a divorare alla fera crudele,
ma a qualche amante gentile e fedele".
52.
Corbante aveva intanto così detto:
- Sia chi tu vuoi, o famoso guerriere,
basta sol che tu credi in Macometto.
Se tu credessi, gentil cavaliere,
uccider questa fera, io ti prometto
di darti mezzo il reame e l'avere;
e se tu il vuoi ancor tutto, i' son contento,
pur che mi tragga fuor d'esto tormento.
53.
Come tu vedi, la terra è condotta,
d'un bel giardino, spilonca o diserto.
La mia figliuola s'appressa già l'otta
che morir dèe sanza peccato o merto. -
Ma Ulivier nella mente borbotta:
"Non mangerà sì bianco pan per certo
questo animal, ch'egli è pasto d'amanti,
se noi dovessin morir tutti quanti".
54.
Dimmi pur tosto qual sia il tuo pensiero, -
diceva il re - ch'ella è presso alle mura,
ch'io sento il fiato incomportabil fero,
e voi il dovete sentir per ventura. -
Disse Rinaldo: - Io non vo' regno o impero:
per gentilezza caccio e per natura;
e per amor della tua figlia bella
la vipera uccidren crudele e fella. -
55.
Ulivieri era un gentil damigello
e tuttavia la fanciulla vagheggia.
Rinaldo l'occhio teneva al pennello:
con Ulivieri in francioso motteggia;
disse: - Il falcone ha cavato il cappello:
non so se starna ha veduta o acceggia;
ma parmi questo chiaro assai vedere,
che noi sarem due impronti a un tagliere. -
56.
Ulivier nulla rispose a Rinaldo;
abbassò gli occhi, che tenea sì fissi.
Corbante un bando mandò molto caldo
che nessun più della terra partissi,
tanto che 'l popol comincia a star saldo:
Rinaldo volle così si seguissi;
e fece fare un guanto, s'io non erro,
coperto tutto di punte di ferro.
57.
E prese poi da Corbante licenzia,
che gli fe' compagnia fino alla porta
con molta gente e con gran reverenzia;
poi gli diceva: - Io non son buona scorta.
Io ti ricordo tu abbi avvertenzia
alla tua vita, - e così lo conforta
- e in ogni modo te salvar mi piace;
poi sia che vuol della fera rapace. -
58.
Queste parole furon grate tanto
che se l'affisse Rinaldo nel core;
e disse: - Il capo arrecarti mi vanto
in ogni modo, cortese signore.
La tua benedizion mi da' col guanto;
conforta il popol tuo per nostro amore. -
Corbante il benedì pietosamente
e priega Iddio per lui divotamente.
59.
Ed Ulivieri ancor fece orazione:
raccomandossi al Salvator divino.
Dinanzi andava il feroce lïone:
verso la fera teneva il camino;
drieto seguiva Rinaldo e Dodone.
Era a vedere il popol saracino,
chi in sulle mura e chi presso alle porte,
desiderando all'animal la morte.
60.
E la fanciulla nobile e serena
era salita in sur una bertesca.
Disse Rinaldo: - Vedi Forisena,
o Ulivier, che di te par gl'incresca:
amore è quel ch'a vederti lei mena. -
Ulivier disse: - La danza rinfresca:
tu hai disposto di darmi oggi noia.
Attendiàn pur che questa fera muoia. -
61.
Dicea Rinaldo: - Sarai tu sì crudo
che tu non guardi questa damigella?
Tu non saresti d'accettar per drudo.
Che crederres' tu far se la donzella
avessi in braccio per tua targia o scudo?
Atterreresti tu la fiera o quella? -
Disse Ulivier: - Tu se' pur per le ciance,
e qua sa d'altro già che melarance. -
62.
E come e' disse questo, il lïon mostra
il serpente che fuoco vomitava.
Disse Ulivier: - Questa è la dama nostra,
e di vederla, Rinaldo, mi grava. -
Disse Rinaldo: - O Ulivier, qui giostra
Venere e Marte - e di nuovo cianciava.
La vipera crudel tosto si rizza
e fuoco e tòsco per bocca gli schizza.
63.
Parea che l'aria e la terra s'accenda.
Rinaldo aveva spugna con aceto,
e tutti, perché il fiato non gli offenda;
e disse: - O animal poco discreto,
che pensi tu, che noi siàn tua merenda,
poi che tu vieni in qua contra divieto? -
E detto questo del cavallo scese,
e così fece Dodone e 'l marchese.
64.
Non fu prima smontato di Baiardo
ch'a Dodon giunse l'animal addosso:
dèttegli un morso sì fiero e gagliardo
che l'arme gli schiacciò, la carne e l'osso.
Dodon gridava: - Omè lasso, ch'io ardo!
Aiutami, Ulivier, ché più non posso! -
e cadde tramortito e stramazzato
sùbito in terra pel morso e pel fiato.
65.
Ulivier tardi aiutarlo si mosse
ed a Dodon non poté dar soccorso:
adunque il primo ch'assaggia si cosse,
ed anco ci è per un compagno un morso:
perché il serpente un tratto il capo scosse
e poi pigliava Ulivier come un torso,
e per ventura alla gamba s'appicca
e i denti tutti nell'arme gli ficca.
66.
E' si sentì l'arnese sgretolare,
che non isgretolò mai osso cane;
e poi pel braccio lo volle ciuffare.
Ma Ulivieri adopera le mane,
ch'avea quel guanto Rinaldo fe' fare,
e non è tempo a questo a dar del pane
o dir che san Donnin gli alleghi i denti,
ché converrà pur che facci altrimenti:
67.
missegli il guanto e la man nella strozza,
però che molto lo sgrida Rinaldo,
tanto che tutto il serpente lo 'ngozza,
e strinse; ed Ulivier lo tenne saldo
e colla spada la testa gli mozza;
ma nel morir, pel fetor e pel caldo,
Ulivier cadde tramortito in terra.
Ma il capo del serpente non si sferra:
68.
ché nel finir la bocca in modo strinse
ch'Ulivier trar non ne poté la mano.
Rinaldo tutto nel viso si tinse
e sferrar lo credette a mano a mano;
ma non potea, tanto il dolor lo vinse
del tristo caso d'Ulivieri e strano;
pur tante volte la spada v'accocca
che gliel cavò con fatica di bocca.
69.
Ma quel lïon ch'egli avevan menato
si stette sempre di mezzo a vedere,
perché se fussi d'alcun domandato
di questo fatto, il voleva sapere.
Era Dodon già di terra levato,
ma Ulivier pur si stava a giacere.
I saracin corrien fuor della porta
faccendo festa che la fera è morta.
70.
Venne Corbante con molta brigata
a veder come questo fatto era ito:
vede la bestia in terra rovesciata,
vede Dodon sanguinoso ferito,
vede Ulivier colla mano affocata,
che morto gli parea, non tramortito;
vede la terra per la fera arsiccia,
della qual cosa assai si raccapriccia;
71.
vede la testa del fero dragone,
che gli parve a veder mirabil cosa;
vede Rinaldo turbato e Dodone
perch'Ulivieri in terra si riposa:
ebbe di questo gran compassïone;
vedevagli la gamba sanguinosa,
e non sapea con che parole o gesti
si condolessi o ringraziassi questi.
72.
Abbracciò infin Rinaldo lacrimando
e poi Dodon, dicendo: - Baron degni,
come potrò mai ristorarvi, o quando?
Da Macon credo che tal grazia vegni,
che in queste parte vi venne mandando.
Ecco, la vita e tutti i nostri regni
e la corona collo scettro nostro,
disposto sono ogni cosa sia vostro.
73.
Ma sempre piangerò se questo è morto,
che par sì degno e gentil cavalieri. -
Disse Rinaldo: - Re, datti conforto,
ché pianger di costui non fa mestieri.
Il tuo parlare assai ci mostra scorto
che tu sia grato, e giusti i tuoi pensieri.
La tua corona e 'l regno l'accettiamo,
e come nostro a te lo ridoniamo. -
74.
Non aveva Rinaldo appena detto,
ch'Ulivier cominciossi a risentire;
e risentito, e 'l re veggendo appetto
e tanta gente, cominciò a stupire
come chi nuove cose per oggetto
vede in un punto, e non sa che si dire;
ma a poco a poco rivocò la vita
ed ogni ammirazion fu disparita.
75.
Il popolo era orrore e maraviglia
veggendo quel c'han fatto i paladini.
Era venuta, per veder, la figlia
del re Corbante con que' saracini,
che 'l sol, quando è più lucente, simiglia,
e tutti gli atti suoi paion divini;
ed Ulivier questa donzella guarda,
che non s'accorge ancor che 'l suo cor arda.
76.
Il re Corbante al popol comandava
ch'a la città portato sia il serpente;
e poi Rinaldo per la man pigliava
e torna alla città colla sua gente;
e come e' giunse alla terra, ordinava
di lasciar parte d'un tanto accidente
al secol nuovo; e quella fera morta
col capo fe' appiccar sopra la porta,
77.
e lettere scolpite in marmo, d'oro:
"Nel tal tempo" dicea "qui capitorno
tre paladini" (e scrisse i nomi loro,
perché in secreto gliel manifestorno)
"che liberaro il popol da martoro
per questa fera, a cui morte donorno",
ch'era apparita là mirabilmente,
e divorava tutta la sua gente;
78.
e come il giorno alla fanciulla bella
toccava di dover morir per sorte,
che i tre baron vi capitorno in sella,
che liberata l'avean dalla morte.
Per lunghi tempi si potea vedella
la storia e l'animal sopra le porte,
che così morto faceva paura
a chi voleva entrar dentro alle mura.
79.
E nel palagio Rinaldo menòe
e grande onor gli fece e lietamente;
e medici trovava e comandòe
che medicassin diligentemente
Ulivieri e Dodon, ché bisognòe,
ch'ognun più giorni del suo mal si sente.
E Forisena intanto come astuta
dell'amor d'Ulivier s'era avveduta.
80.
E perché Amor mal volentier perdona
che e' non sia alfin sempre amato chi ama,
e non sare' sua legge giusta o buona
di non trovar merzé chi pur la chiama,
né giusto sire il buon servo abandona,
poi che s'accorse questa gentil dama
come per lei si moriva il marchese,
sùbito tutta del suo amor s'accese;
81.
e cominciò cogli occhi a rimandare
indrieto a Ulivier gli ardenti dardi
ch'Amor sovente gli facea gittare,
acciò che solo un foco due cori ardi.
Venne a vederlo un giorno medicare
e salutòl con amorosi sguardi,
ché le parole fur ghiacciate e molle,
ma gli occhi pronti assai, come Amor volle.
82.
Quando Ulivier sentì che Forisena
lo salutò così timidamente,
fu la sua prima incomportabil pena
fuggita, ch'altra doglia al suo cor sente,
l'alma di dubbio e di speranza piena;
ma confirmato assai pur nella mente
d'essere amato dalla damigella:
perché chi ama assai, poco favella.
83.
Videgli ancor, poi che più a lui s'accosta,
il viso tutto diventar vermiglio
e brieve e rotta e fredda la proposta
nel condolersi del crudele artiglio
dell'animal, che per lei car gli costa,
e vergognosa rabbassare il ciglio:
questo gli dètte massima speranza,
ché così degli amanti è sempre usanza.
84.
Ella avea detto: - Il mio crudo destino,
i fati e 'l Cielo e la spietata sorte,
o qual si fussi altro voler divino,
m'avean condotta a sì misera morte.
Tu venisti in Levante, paladino,
mandato certo dalla eterna corte
a liberarmi, e per te sono in vita:
dunque io mi dolgo della tua ferita. -
85.
Queste parole avean passato il core
a Ulivieri e pien sì di dolcezza
che mille volte ne ringrazia Amore,
perché e' cognobbe la gran gentilezza.
Are' voluto innanzi al suo signore
morir, ché poco la vita più prezza,
e poco men che non disse nïente;
pur gli rispose vergognosamente:
86.
Io non fe' cosa mai sotto la luna
che d'aver fatto io ne sia più contento:
s'io t'ho campata da sì rea fortuna,
tanta dolcezza nel mio cor ne sento
che mai più simil ne senti' alcuna.
So che t'incresce d'ogni mio tormento:
altro duol ci è, che chiama altro conforto.
Così m'avessi quella fera morto! -
87.
Intese bene allor quelle parole
la gentil dama, e drento al cor le scrisse:
sì presto insegna Amor nelle sue scole!
e fra se stessa sospirando disse:
"E di questo anco altro tuo duol mi duole.
Forse non era il me' che tu morisse.
Non sarò ingrata a sì fedele amante,
ch'io non son di dïaspro o d'adamante".
88.
Partissi Forisena sospirando,
ed Ulivier rimase tutto afflitto
della ferita sua più non curando,
ché da più crudo artiglio era trafitto.
Guardò Rinaldo, e quasi lacrimando
non poté a lui tener l'occhio diritto,
e disse: - Vero è pur che l'uom non possa
celar per certo l'amore e la tossa.
89.
Come tu vedi, caro fratel mio,
amor pur preso alfin m'ha co' suo' artigli:
non posso più celar questo desio;
non so che farmi o che partito pigli.
Così sia maladetto il giorno ch'io
vidi costei. Che fo? Che mi consigli? -
Disse Rinaldo: - Se mi crederrai,
di questo loco ti dipartirai.
90.
Lascia la dama, marchese Ulivieri:
non fu di vagheggiar nostra intenzione,
ma di trovare il signor del quartieri. -
E 'l simigliante diceva Dodone:
- Tanto si cerchi per tutti i sentieri
che noi troviamo il figliuol di Millone. -
Ulivier consentia contra sua voglia,
ché lasciar Forisena avea gran doglia.
91.
E poi che fu dopo alcun dì guarito,
così Dodone, insieme s'accordaro
lasciar Corbante per miglior partito
e che si facci de' lor nomi chiaro,
sì che e' possi saper chi l'ha servito;
ed oltre a questo ancor deliberaro
tentar se il re volessi battezarsi
col popol suo, e tutti cristian farsi.
92.
Avea Corbante fatti torniamenti
e giostre e balli e feste alla moresca
per onorar costor colle sue genti;
ed ogni dì nuove cose rinfresca,
perché partir da lui possin contenti.
Ma Ulivier pur par che 'l suo amor cresca.
Finalmente Rinaldo un dì chiamava
il re Corbante, e in tal modo parlava:
93.
Serenissimo re, - fu il suo latino
- perché da te ci tegnamo onorati, -
questo gli disse in parlar saracino
- sempre di te ci sarem ricordati.
E poi ch'egli è così voler divino
che i nomi nostri ti sien palesati,
io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone,
bench'io m'appelli il guerrier del lïone;
94.
e questo è Ulivier che ha tanta fama
e cognato è del nostro conte Orlando;
costui Dodon, figliuol d'Uggier, si chiama,
che venne Macometto già adorando.
Or, per seguir più oltre nostra trama,
così pel mondo ci andiam tapinando
perché di corte Orlando s'è partito,
né ritrovar possiam dove e' sia gito.
95.
Detto ci fu che qua verso Levante
era venuto, da un nostro abate,
e ch'egli aveva con seco un gigante:
cercando andian drieto alle sue pedate.
Or ti dirò più oltre, o re Corbante:
perché pur Macometto qua adorate,
siete perduti, e il vero Iddio è il nostro,
che del vostro peccar gran segno ha mostro.
96.
Non apparì questo animal crudele
sanza permissïon del nostro Iddio
a divorare il popolo infedele;
ma perch'Egli è pietoso e giusto e pio,
t'ha liberato da sì amaro fele
perché tu lasci Macon falso e rio:
fa' che conosca questo beneficio
sanza aspettar da lui maggior giudicio.
97.
Lascia Apollino e gli altri vani iddei
e torna al nostro padre benedetto,
e Belfagorre e mille farisei;
batteza il popol tuo, che è maladetto.
Di ciò molte ragion t'assegnerei,
ma tu se' savio e intendi con effetto:
so che conosci ben che quel dragone
non apparì qua a te sanza cagione:
98.
ogni cosa ti avvien pe' tuoi peccati:
tu sei il pastor che gli altri dèi guardare,
e molto più di te sono scusati.
Non t'ha voluto Cristo abbandonare:
vedi ch'a tempo qua fumo mandati,
ché la tua figlia ha voluta salvare:
dunque ritorna alla sua santa fede
di quello Iddio ch'ebbe di te merzede. -
99.
Parve che Iddio ispirassi il pagano,
e rispose piangendo e così disse:
- Dunque tu se' il signor di Montalbano,
al qual simil già mai nel mondo visse!
E questo è Ulivier, ch'udito abbiàno
nomar già tanto! Il vostro Iddio permisse
che voi venissi certo, e non Macone. -
Ed abbracciògli, e così ancor Dodone.
100.
E pianse i suo' peccati amaramente
e disse: - Io veggo in quanto lungo errore
istato son con tutta la mia gente;
e così il nostro etterno Salvatore
per molte vie allumina la mente
e desta in qualche modo il peccatore,
e spesso d'un gran mal nasce un gran bene:
ch'ogni giudicio pel peccato viene. -
101.
Corbante fece venir Forisena
e disse ancora a lei chi son costoro
che l'avean liberata d'ogni pena;
e poi mandò per tutto il concestoro,
tanto che presto la sala fu piena,
parata tutta di be' drappi ad oro;
poi salì in sedia, e fe' tale orazione
che tutto il popol volse a sua intenzione.
102.
E fece battezar piccoli e grandi;
per tutto il regno suo fu ordinato
ch'ognun seguissi i suoi precetti e bandi.
E poi ch'ognun così fu battezato,
la fama par che per tutto si spandi
de' tre baron che vi son capitato;
ma i nomi lor quanto Rinaldo volle
celò Corbante a tutto il popol folle.
103.
E riposârsi alquanto a lor diporto,
e tutta la città facea gran festa,
tanto del vero Iddio preson conforto,
della sua grazia e della sua potesta;
come nell'altro dir vi sarà porto,
dove la storia sarà manifesta.
E priego il Re della gloria infinita
che vi dia pace e gaudio e requie e vita.
CANTARE QUINTO
1.
Pura colomba piena d'umiltade,
in cui discese il nostro immenso Iddio
a prender carne con umanitade,
giusto, santo, verace, etterno e pio,
donami grazia, per la tua bontade,
ch'io possi seguitare il cantar mio,
pel tuo Iosef e Giovacchino ed Anna
e per Colui che nacque alla capanna.
2.
Rinaldo e 'l suo Dodone e 'l gran marchese
gran festa fanno co' nuovi cristiani;
e battezato è già tutto il paese
del re Corbante e' suoi primi pagani.
Ed Ulivier per la dama cortese
ogni dì fa mille pensieri strani,
ed ora in torniamenti ed ora in giostra,
per piacere a costei, gran forza mostra.
3.
E benché assai lo pregassi Rinaldo,
non si sapeva accomiatare ancora,
ché la donzella lo teneva saldo
come àncora la nave tien per prora.
Quanto è più offeso il foco, è poi più caldo:
così più sempre Ulivier s'innamora
quanto Rinaldo il part