Giovanni Battista Ramusio
NAVIGAZIONI ET VIAGGI
Volume primo
Tommaso Giunti alli lettori
Io non credo che da molti anni in qua sia stata persona alcuna che meriti d'esser piú lodata e celebrata di quel che fu la buona memoria di M. Gio. Bat. Ramusio, perché, lasciando noi stare da parte cb'egli fosse pieno di lettere, e costumato quanto altro io conoscesse giamai, e d'una singolar bontà per la quale era sommamente amato in questa città e da tutti gli uomini di giudicio, fu ancora di cosí nobile e singolar intelletto che, mosso dal desiderio solamente di giovare alla posterità col darle notizia di tanti e sí lontani paesi e in gran parte non conosciuti mai dagl'antichi, raccolse da diverse parti tre bellissimi volumi, con incredibile díligenzia e con somma accortezza, i quali col suo indrizzo e governo furono da noi publicati col mezzo delle stampe nostre. E ben poteva egli ciò fare molto compíutamente, essendo tanto oltra nelle scienzie e nella cognizione ch'aveva della lingua greca e latina quanto fosse alcuno altro, e intendente anco della geografia, la cui notizia s'aveva esso acquistata parte dal continuo e diligente studio che egli poneva nel leggere i buoni autori che ne hanno trattato e parte dallo avere nella sua giovinezza praticato molt'anni in diversi paesi e provincie, mandatovi per onorati servizii di questa eccellentiss. Republica; dove gli avenne che fece medesimamente acquisto della lingua francese e della spagnuola, avendole cosí ben familiari come la sua propria natia, ed essene servito nel tradurre molte relazioni stampate in questo e negli altri volumi. Le quali fatiche cosí giudiziose e onorate se non usciron fuori la prima volta sotto il suo nome, avenne per la sua singolar e infinita modestia, che in ciascuna sua azione continuamente era solito d'usare, di modo che vivendo non comportò mai che vi fusse posto, come uomo ch'era lontano da ogni ambizione e aveva l'animo indrizzato solamente a giovare altrui.
Ma io, che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascuno altro e morto l'amerò infino che durerà la vita mia, sí come ho desiderato, cosí anco son tenuto a far tutte quelle cose le quali io stimi che sieno per acquistargli alcuna fama, non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche ormai tener piú celato il nome suo, del quale ora vederete ornati questi volumi. Da' quali si può avere piena e vera notizia, oltra le cose dell'Africa e del paese del Prete Ianni e delle Indie Orientali, delle parti anco del mondo che sono verso levante e greco tramontana fin sotto il nostro polo, e di quelle verso ponente a' nostri tempi da Spagnuoli e Francesi ritrovate, le quali non furono giamai in tanto spazio de secoli né sapute né conosciute dagli antichi: onde si può chiaramente comprendere che d'ogni intorno questo globo della terra è maravigliosamente abitato, né vi è parte alcuna vacua, ne per caldo o gíelo priva d'abitatori.
E veramente che noi possiamo dire che la sua morte è stata cagione agli uomini intendenti di gran perdita, attento cb'egli aveva in animo di produr tuttavia in questa materia cose utili e giovevoli a' begli intelletti, percioché, ancora che per i suoi molti meriti con questa Republica fusse, come uomo eccellente, stato eletto Segretario del Consiglio illustrissimo de' Signor Dieci, nel quale ufficio molti anni con beneficio publico s'esercitò in cose gravissime e importanti, pure, rubbando talora il tempo al tempo medesimo, dispensava sempre qualche ora a pro di coloro che, essendo prodi uomini, desiderano di sapere quelle cose ch'essi non sanno. Cosí Iddio n'avesse concesso grazia che vivendo lui fosse stata scoperta e pienamente conosciuta quella parte ch'è verso mezodí sotto il polo antartico, che egli averia fatto ogni opera di averne le relazioni e li viaggi per potere un giorno dar fuori anco il quarto volume, talché non avesse fatto piú di bisogno leggere né Tolomeo né Strabone ne Plinio né alcun altro degli antichi scrittori intorno alle cose di geografia.
Ora non resta dirvi altro se non che voi lodiate la diligenzia e fatica di questo uomo raro, dandogli quell'onore e lode che se gli deve, poi che con tanto vostro piacere e sodisfazione vi ha dato col suo sapere cosí grande e cosí chiaro lume nelle cose della geografia. E noi, dal lato nostro, vi promettiamo di non mancar mai in tutte quelle cose che noi conosceremo che v'abbiano da portare e diletto e giovamento, secondo il desiderio nostro, conosciuto oggimai da gran parte del mondo.
Della descrizione dell'Africa e delle cose
notabili che quivi sono per Giovani Lioni Africano
PRIMA PARTE
Africa onde detta.
L'Africa nella lingua arabica è appellata Ifrichia, da faraca, verbo che nella favella degli Arabi suona quanto nella italiana "divide", e perché ella sia cosí detta sono due opinioni. L'una delle quali è percioché questa parte della terra è separata dalla Europa per il mar Mediterraneo e dall'Asia per il fiume del Nilo; l'altra è che questo tal nome sie derivato da Ifrico, re dell'Arabia Felice, il quale fu il primo che venisse ad abitarla. Costui, rotto in battaglia e scacciato dai re d'Assiria, non potendo far ritorno al suo regno col suo esercito velocemente passò il Nilo, e avendo dirizzato il cammino verso ponente, non si fermò prima che nelle parti vicine a Cartagine pervenne. E di qui è che gli Arabi non tengono quasi per Africa altro che la regione di Cartagine, e per tutta Africa comprendono la parte occidentale solamente.
Termini di Africa.
Secondo i medesimi Africani (quelli dico che hanno buona cognizione di lettere e di cosmografia) l'Africa, incominciando dai rami del lago del diserto di Gaogà, cioè da mezzogiorno, finisce dalla parte di oriente al fiume Nilo e si estende verso tramontana per insino ai piè di Egitto, cioè dove entra il Nilo nel mare Mediterraneo. Dalla parte di tramontana termina pure all'entrata del Nilo nel detto mare, estendendosi verso ponente fino allo stretto delle colonne di Ercole. Da quella di ponente si estende dal detto stretto sopra il mare Oceano fino a Nun, ultima città di Libia sul detto mare. E dalla parte del mezzogiorno comincia pure nella detta Nun e si sporge sopra l'Oceano, il quale fino ai diserti di Gaogà cinge e abbraccia tutta l'Africa.
Divisione di Africa.
Appresso i nostri scrittori l'Africa è divisa in quattro parti, cioè in Barberia, in Numidia, in Libia e nella terra de' negri. La Barberia incomincia da oriente dal monte Meies, che è la ultima punta di Atlante, appresso Alessandria circa trecento miglia. E dalla parte di tramontana ha fine al mare Mediterraneo, pigliando il principio dal monte Meies, e si estende in fino allo stretto delle sovradette colonne di Ercole. E dalla parte di ponente il termine incomincia dal detto stretto e passa oltra sul mare Oceano fino all'ultima punta di Atlante, cioè dove ha capo dalla parte occidentale sopra l'Oceano, vicino al luogo nel quale è la città chiamata Messa. E dalla parte di mezzogiorno finisce appresso il monte Atlante e nella faccia del detto monte che riguarda il mare Mediterraneo. Questa è la piú nobile parte dell'Africa, nella quale sono le città degli uomini bianchi, che per ordine di ragione e di legge si governano.
La seconda parte da' Latini è detta Numidia e dagli Arabi Biledulgerid, che sono i paesi dove nascono i datteri. Dal lato di levante incomincia da Eloacat, città discosta dall'Egitto circa cento miglia, e si estende verso ponente per insino a Nun, posta sul mare Oceano; e di verso tramontana compie al monte Atlante, cioè nella faccia che guarda verso mezzogiorno. Nella parte di mezzogiorno termina e confina nell'arena del diserto di Libia. E gli Arabi communemente chiamano i paesi che producono i datteri con un medesimo nome, percioché essi sono tutti in uno sito.
La terza parte, che nella lingua latina è appellata Libia e nell'arabica non altrimente che Sarra, cioè diserto, comincia dalla parte di oriente dal Nilo, cioè dal confino di Eloachat, e si estende verso occidente fino al mare Oceano; e dalla parte di tramontana confina con Numidia, cioè pure in quei paesi dove nasce il dattero. Dal lato di mezzogiorno confina con la terra de' negri, incominciando di verso levante dal regno di Gaogà, e si porge verso ponente insino al regno di Gualata, che è sul mare Oceano.
La quarta parte, che è la terra de' negri, dalla parte di oriente incomincia dal regno di Gaogà e procede verso occidente insino a Gualata; e dalla parte di tramontana confina con i diserti di Libia, e dal lato di mezzogiorno termina al mare Oceano: luoghi incogniti appresso di noi, ma pure molta notizia ne abbiamo da mercatanti che vengono da quella parte al regno di Tombutto. Per mezzo della terra dei negri passa il fiume detto Niger, il quale comincia da un diserto appellato Seu, cioè dalla parte di levante uscendo d'un lago grandissimo, e si rivolge verso ponente infino che esso entra nel mare Oceano. E secondo che affermano i nostri cosmografi, il Niger è un ramo del Nilo, il quale si perde sotto la terra e ivi esce formando quel lago. Alcuni dicono che 'l detto fiume incomincia uscire dalla parte d'occidente da certi monti e correndo verso oriente si converte in un lago. Il che non è vero, percioché noi navigammo dal regno di Tombutto dalla parte di levante scorrendo per l'acqua fino al regno di Ghinea o fino al regno di Melli, i quali due a comparazione di Tombutto sono verso ponente. E i piú belli regni dei negri sono quelli che giaciono sopra il fiume Niger.
E avertite che, come vogliono i detti cosmografi, la terra de' negri che è dove il Nilo passa, cioè dalla parte di ponente, e si estende verso levante insino al mare Indico e di verso tramontana confina alcune sue parti nel mar Rosso, cioè quella parte che è fuori dello stretto dell'Arabia Felice, questa parte non esser reputata parte d'Africa per molte ragioni, che in lunge opere si contengono, e i Latini la chiamano Etiopia. Da lei vengono certi religiosi frati, i quali hanno i lor visi segnati col fuoco, e si veggono per tutta l'Europa e specialmente in Roma. Questa parte è signoreggiata da un capo a modo di imperadore, a cui gli Italiani dicono Prete Gianni. E la maggior parte di cotal regione è abitata da cristiani; nondimeno v'è un signore maumettano che molto terreno ne possede.
Divisioni e regni delle dette quattro parti d'Africa.
La Barberia si divide in quattro regni. Il primo è il regno di Marocco, il quale è diviso in sette regioni: ciò sono Hea, Sus, Guzula e il territorio di Marocco, Duccala, Hazcora e Tedle. Il secondo regno è Fessa, il quale sotto di lui ha altretante regioni, e queste sono Temezne, il territorio di Fez, Azgar, Elabath, Errifi, Garet, Elcauz. Il terzo regno è quello di Telensin, che ha sotto di sé tre regioni: i Monti, Tenez ed Elgezair. Il quarto regno è quello di Tunis, a cui sono sottoposte quattro regioni: Bugia, Costantina, Tripoli di Barberia, Ezzab, che è una buona parte di Numidia. La region di Bugia fu sempre in combattimento, percioché alcune volte ella fu posseduta dal re di Tunis, altre la tenne il re di Telensin. Vero è che a' dí nostri si fece un regno da per sé, fino a tanto che dal conte Pietro Navarro per nome di Ferrando re di Spagna fu presa la principale città.
Divisione di Numidia, cioè dei paesi dove nascono i datteri.
Questa parte nell'Africa è men nobile di tutte l'altre, onde i nostri cosmografi non le hanno dato titolo di regno, percioché le abitazioni di lei sono molto lontane l'una dall'altra. Per cagione di esempio, Tesset città di Numidia fa cerca quattrocento fuochi, ma è discosta da ogni abitazione per li diserti di Libia cerca trecento miglia: adunque ella non merita titolo di regno. Io nondimeno vi narrerò i nomi dei terreni abitati, quantunque alcuni luoghi si truovano che sono al modo dell'altre regioni, come è lo stato di Segelmese, che è nella parte di Numidia la quale risponde verso Mauritania, e lo stato di Zeb riguardante verso il regno di Bugia, e Biledulgerid, che si estende verso il regno di Tunis. Ora, serbandomi molte cose nella seconda parte dell'Africa, incominciando dalla parte occidentale i nomi sono questi: Tesset, Guaden, Ifren, Hacca, Dare, Tebelbeth, Todga, Fercale, Segellomesse, Benigomi, Feghig, Teguat, Tsabit, Tegorarin, Mesab, Teggort, Guarghela. Zeb è provincia nella quale si contengono cinque città: queste sono Pescara, Elborgiu, Nesta, Taolacca e Deusen. Biledulgerid signoreggia altretante città: Teozar, Cafeza, Nefreoa, Elchama e Chalbiz. Doppo questa verso levante è l'isola di Gerbe, Garion, Messellata, Mestrata, Teoirraga, Gademis, Fizzan, Augela, Birdeua, Eloachet. Questi sono i nomi dei luoghi famosi di Libia incominciando dal mare Oceano, cioè, come s'è detto, dall'occidente e terminando ne' confini del Nilo.
Divisione dei diserti che sono fra Numidia e la terra negra.
Questi diserti appresso noi non sono appellati con nome alcuno, quantunque siano divisi in cinque parti e sia ogni parte nominata dal popolo che vi abita e in quella ha il suo vivere, cioè dai Numidi, i quali sono eziandio divisi in cinque parti. Queste sono Zanega, Guanziga, Terga, Lenta e Berdeoa. V'hanno appresso alcune campagne che dalla malignità o bontà del terreno particolari nomi prendono, come Azaoad, diserto cosí detto per la sterilità e seccaggine ch'è in lui, e Hair, diserto ancora esso, ma nomato dalla bontà e temperanza dell'aere.
Divisione della terra negra per ciascun regno.
Ancora la terra negra è divisa in molti regni, di quali nondimeno alcuni sono incogniti e lontani dal commerzio nostro. Per il che di quelli dirò ove sono stato io e ho avuta lunga pratica, e di quegli altri ancora da' quali partendosi i mercatanti che le lor mercanzie contrattavano nel paese dove io era, me ne diedero buona informazione. Né voglio tacer d'esser stato in quindici regni di terra negra, e tre volte piú ce ne sono rimasi di quelli dove io non fui, ciascuno assai noto e vicino a' luoghi ne' quali mi trovava. I nomi di questi regni, togliendo il principio dall'occidente e seguendo verso oriente e verso mezzogiorno, sono tali: Gualata, Ghinea, Melli, Tombutto, Gago, Guber, Agadez, Cano, Casena, Zegzeg, Zanfara, Guangara, Burno, Gaogà, Nube. Questi sono quindici regni i quali per la maggior parte sono posti sul fiume Niger, e per quelli fanno la strada loro i mercatanti che partono di Gualata per andare al Cairo. Il cammino è lungo, ma molto sicuro. Sono questi regni discosti l'uno dall'altro, e dieci di loro sono o da qualche diserto dell'arena separati o dal fiume Niger. Ed è da sapere che anticamente ogni regno da per sé era posseduto da un signore, ma a' tempi nostri tutti i quindici regni sono sottoposti al dominio di tre re, cioè del re di Tombutto, e questo ne possede la maggior parte, del re di Borno, il quale ne ha la minore, e l'altra parte è in potere del re di Gaogà. Egli è vero che 'l signore di Duccala ve ne tiene pure un piccolo stato. Confinano con questi regni dalla parte di mezzogiorno molti altri regni, cioè Bito, Temiam, Dauma, Medra, Gorhan; e di loro i signori e gli abitanti sono ricchi e assai pratichi, amministrano giustizia e vi tengono buon governo. Gli altri sono di peggior condizione che le bestie.
Abitazioni di Africa, e la significazione di questa voce "barbar".
Dicono i cosmografi e gli scrittori delle istorie l'Africa anticamente esser stata per ogni sua parte disabitata fuori che la terra negra, e hassi per cosa certa che la Barberia e la Numidia è stata priva d'abitatori molti secoli. Quelli che vi abitano, cioè bianchi, sono appellati el barbar, nome derivato, secondo che alcuni dicono, da barbara, verbo che nella lingua loro tanto significa quanto nella italiana "mormorare". Percioché la favella degli Africani tale è appresso gli Arabi quali sono le voci degli animali, che niuno accento formano eccetto il grido. Alcuni altri vogliono che barbar sia nome replicato, percioché bar nel linguaggio arabico dinota diserto. E dicono che ne' tempi che 'l re Africo fu rotto dagli Assirii, o come si fosse dagli Etiopi, egli fuggendo verso Egitto e tuttavia essendo seguitato da' nimici, non sapendo come difendersi chiedeva alle sue genti che lo consigliassero qual partito potesse prendere per la salute loro. Al quale essi altra risposta non davano se non gridando: "el bar bar", cioè "al diserto, al diserto", volendo inferire che per loro non si conosceva altro rimedio fuori che passando il Nilo ridursi nel diserto di Africa. E questa ragione è conforme con quelli che affermano la origine degli Africani procedere dai popoli dell'Arabia Felice.
Origine degli Africani.
Cerca la origine degli Africani sono i nostri istorici non poco tra lor differenti. Alcuni dicono ch'essi discesero da' Palestini, percioché anticamente scacciati dagli Assirii fuggirono verso l'Africa, e sí come la trovarono buona e fruttifera, cosí vi si fermarono. Altri sono di oppenione che la origine loro venisse da' Sabei, popolo dell'Arabia Felice, come s'è detto, innanzi che fossero scacciati o dagli Assirii o dagli Etiopi. Altri vogliono che gli Africani siano stati degli abitanti di alcune parti di Asia. Onde dicono che essendo lor mossa guerra da certi loro nemici, se ne vennero fuggendo verso Grecia, la quale era a que' tempi disabitata; ma seguitandogli i nimici, essi furono costretti a passare il mare della Morea, e pervenuti in Africa quivi si fermarono, e i nimici in Grecia. Questo si dee intender solamente intorno alla origine degli Africani bianchi, cioè di quelli che abitano nella Barberia e nella Numidia. Gli Africani veramente della terra negra dipendono tutti dalla origine di Cus figliuolo di Cam, che figliuolo fu di Noè. Adunque, qual sia la differenza tra gli Africani bianchi e tra i neri, eglino tuttavia discendono quasi da una medesima origine, conciosiacosaché, se essi vennero da' Palestini, i Palestini medesimamente sono del legnaggio di Mesraim figliuolo di Cus, e se procedettero da' Sabei, Saba eziandio fu figliuolo di Rama, e Rama nacque pure di Cus. Sono molte altre oppenioni cerca ciò, le quali, per non esser cosa molto necessaria, mi parve di pretermettere.
Divisione degli Africani bianchi in piú popoli.
I bianchi dell'Africa sono divisi in cinque popoli: Sanhagia, Musmuda, Zeneta, Haoara e Gumera. Musmuda abitano nel monte Atlante, cioè nella parte occidentale, incominciando da Heha insino al fiume di Servi. Abitano eziandio in quella parte del medesimo Atlante la quale riguarda verso mezzogiorno, e in tutte le pianure che v'hanno d'intorno. Questi tengono quattro provincie, le quali sono Heha, Sus, Guzula e la region di Marocco. I Gumera similmente abitano ne' monti di Mauritania, cioè ne' monti riguardanti sul mare Mediterraneo, e occupano tutta la riviera detta Rif, la quale ha principio dallo stretto delle Colonne e segue verso il levar del sole per insino a' confini del regno di Telensin, quello che da' Latini è chiamato Cesaria. Questi due popoli abitano separatamente dagli altri popoli, i quali sono communemente mescolati e sparsi per tutta l'Africa, ma si conoscono nella guisa che si conosce il natio dal forestiere, e sempre tra loro medesimi guerreggiano e stanno in continove battaglie, massimamente gli abitanti di Numidia. Dicono molti autori che questi cinque popoli sono di quelli che sogliono per loro abitazioni avere i padiglioni e le campagne. Affermano adunque che negli antichi tempi, avendo costoro fatta lunga guerra insieme, quelli che rimasero perditori, divenuti vassalli de' vincitori, furono mandati ad abitar nelle ville, e i vettoriosi si fecero padroni della campagna e là ridussero le loro magioni. E la ragione è quasi provata, percioché molti di quelli che abitano nella campagna usano la medesima lingua degli abitatori delle ville: per cagione di esempio, i Zeneti della campagna favellano nella guisa che fanno i Zeneti delle ville, e il simile aviene degli altri. I tre popoli detti di sopra dimorano nella campagna di Temesna, cioè Zeneta, Haoara, Sanhagia. Alcuna volta si stanno in pace e alcuna volta combattono aspramente, mossi mi cred'io dall'antica parzialità.
Alcuni di questi popoli ebbero regno per tutta l'Africa, come Zeneti, che furono quelli che scacciarono la casa d'Idris, dalla quale erano discesi i veri signori di Fez ed edificatori di questa città; la stirpe di costoro è detta Mecnasa. Venne dipoi un'altra famiglia di Zeneti di Numidia, appellata Magraoa, la quale scacciò Mecnesa del regno di che essi avevano scacciati i signori. E d'indi a poco tempo i medesimi Zeneti furono similmente scacciati da alcuni che vennero dal diserto di Numidia, e questi furono d'una prole di Zanhagi, detta Luntuna. Essi ruinorono tutta la regione di Temesna e distrussero ogni spezie di popolo che in quella si trovava, eccetto quelli che erano della origine loro, i quali posero ad abitare in Duccala. Questa cotal famiglia edificò la città di Marocco. Avvenne poi, secondo le mutazioni della fortuna, che un grande uomo nelle cose della lor fede e predicatore appresso loro molto estimato, chiamato Elmahdi, si ribellò e fatto certo trattato con gli Hargia, che furono della stirpe di Musmoda, scacciò questa famiglia di Luntuna e fecevisi signore. Doppo la morte del quale fu eletto uno dei suoi discepoli, detto Habdul Mumen da Banigueriaghel, legnaggio di Sanhagia, e rimase il regno della famiglia di costui cerca centoventi anni, la qual famiglia signoreggiò quasi tutta l'Africa. Ella poi fu privata del regno da Banimarini, che furono della famiglia di Zeneti, i quali durarono cerca centosettanta anni. Cessò il dominio per opera di Baniguatazi, stirpe di Luntuna. Questi Banimarini sempre hanno fatto guerra con Banizeijan re di Telensin, che sono della origine di Zenhagi e della stirpe di Magraoa. Guerreggiarono ancora con Hafaza i re di Tunis, i quali vennero dalla origine di Hantata, stirpe di Musmoda.
Vedesi adunque come ciascuno dei cinque popoli sono stati in travagli e hanno avuto che fare in quelle regioni. Vero è che 'l popolo di Gumera e di Haoara non ebbe mai titolo di dominio, quantunque esso abbia pure signoreggiato in alcune parti particolari, come nelle croniche degli Africani si legge, e il tempo che questo signoreggiò fu dapoi che egli entrò nella setta di Maumetto. Percioché per adietro ogni popolo tenne separatamente il suo albergo nella campagna, e ciascuno di questi popoli favoreggiava la parte loro. E avendo tra loro compartiti i lavorii necessarii al vivere umano, i padroni della campagna si danno al governo e al levamento delle bestie, gli abitatori delle ville attendono alle arti manuali e a lavorare i terreni. E tutti questi cinque popoli comunemente sono divisi in seicento stirpi, sí come nell'arboro della generazion degli Africani si contiene, di che appo loro ne fu scrittore un certo Ibnu Rachu, il quale io lessi piú volte. Tengono eziandio molti istorici che 'l re il quale è oggidí di Tombutto, e quello che fu di Melli, quello di Agudez, sono della origine del popolo di Zanaga, cioè pur di quegli che abitano nel diserto.
Diversità e conformità della lingua africana.
Tutti i cinque popoli, i quali sono divisi in centinaia di legnaggi e in migliaia di migliaia d'abitazioni, insieme si conformano in una lingua, la quale comunemente è da loro detta aquel amarig, che vuol dire "lingua nobile". E gli Arabi di Africa la chiamano lingua barberesca, che è la lingua africana natia, e questa lingua è diversa e differente dalle altre lingue. Tuttavia in essa pur truovano alcuni vocaboli della lingua araba, di maniera che alcuni gli tengono e usangli per testimonianza che gli Africani siano discesi dall'origine dei Sabei, popolo, come s'è detto, dell'Arabia Felice. Ma la parte contraria afferma che quelle voci arabe che si truovano nella detta lingua furono recate in lei dapoi che gli Arabi entrarono nell'Africa e la possederono. Ma questi popoli furono di grosso intelletto e ignoranti, intanto che niun libro lasciarono che si possa addurre in favore né dell'una né dell'altra parte. Hanno ancora qualche differenza tra loro non solo nella prononzia, ma eziandio nella significazion di molti e molti vocaboli. E quelli che sono piú vicini agli Arabi e piú usano la domestichezza loro, piú similmente tengono de' loro vocaboli arabi nella lingua. E quasi tutto il popolo di Gumera usa la favella araba, ma corrotta, e molti della stirpe della gente di Haoara parlano pure arabico, e tuttavia corrotto; e ciò aviene per aver lunghi tempi avuta conversazione con gli Arabi.
Nella terra negra favellasi in diverse lingue, una delle quali è da lor detta sungai, e questa serve a molte regioni, come è in Gualata, in Tombutto, in Ghinea, in Melli e in Gago. L'altra lingua essi chiamano guber, la quale è usata in Guber, in Cano, in Chesena, in Perzegzeg e in Guangra. Un'altra è tenuta nel regno di Borno ed è somigliante a quella che si costuma in Gaogà. Un'altra ve n'è ancora serbata nel regno di Nube, e questa partecipa dello arabico e del caldeo e della favella degli Egizii. Quantunque in tutte le città d'Africa, intendendo delle maritime poste sul mare Mediterraneo insino al monte Atlante, tutti quelli che vi abitano generalmente parlino nel linguaggio arabico corrotto, eccetto che in tutto il tener del regno di Marocco e in Marocco propio si favella nella lingua barberesca, e né piú né meno nei terreni di Numidia, cioè fra i Numidi che sono a Mauritania e a Cesaria vicini, percioché quelli che s'accostano al regno di Tunis e al regno di Tripoli tutti universalmente tengono e usano la corrotta lingua arabica.
Arabi abitanti nelle città d'Africa.
Nello esercito che mandò Otmen califa terzo nell'anno 400 di legira venne nell'Africa un grandissimo numero di Arabi, che furono, tra nobili e altri, dintorno a ottantamila persone; i quali sí come molte regioni acquistarono, cosí quasi tutti i principali e nobili tornarono alla Arabia. Rimase quivi con gli altri il general capitano dello esercito, il cui nome era Hucba Hicbnu Nafich, il quale già aveva edificata e fermata la città del Cairaoan, percioché egli stava in continuo timore che le genti della rivera di Tunis non lo tradissero, che qualche soccorso non venisse dall'isola di Sicilia e con quello gli movessero guerra. Per il che, con tutta la quantità del tesoro ch'egli acquistato si avea ritiratosi verso il diserto nella terra ferma, lontano da Cartagine cerca a centoventi miglia, fabbricò la detta città del Cairaoan e comandò a' suoi capi e ministri di quelli che seco restarono, che abitassero ne' luoghi piú forti e atti alla difesa loro, e dove non v'avessero rocche e fortezze ve le edificassero. Il che fu fatto e gli Arabi, rimasi sicuri, diventarono cittadini di quel paese e si mescolarono tra gli Africani, i quali allora, perché da Italiani furono molti anni signoreggiati, la lingua italiana ritenevano, e per questa cagione seco usando e vivendo corruppero a poco a poco la loro natia araba, la quale partecipò di tutte le favelle africane: cosí di due diversi popoli uno se ne fermò. Vero è che gli Arabi ebbero sempre in costume e hanno tuttavia di notar la origine loro dal canto del padre, come si usa tra noi, e i Barberi fanno il somigliante, in maniera che non v'è uomo di cosí bassa nazione che non aggiunga al suo nome il cognome della sua origine, o arabo o barbero che egli si sia.
Gli Arabi che nell'Africa in luogo di case abitano nei padiglioni.
Sempre i pontefici maumettani vietarono agli Arabi di passar con le loro famiglie e con i lor padiglioni il Nilo, fino agli anni 400 di legira, nel quale ebbero licenza da un califa scismatico: e ciò per cagione che uno, che amico e vassallo era del detto califa, si ribellò e regnò nella città del Cairaoan e in tutta quasi la Barberia, doppo la morte del quale rimase per qualche tempo il regno nella casa sua. Percioché, sí come io ho letto nelle istorie africane, nel tempo d'Elcain califa e pontefice di quella casa essi allargarono i loro regni, e crebbe la setta loro intanto che 'l detto califa mandò un suo schiavo e consigliere, il cui nome fu Gehoar di nazion schiava, con grandissimo esercito verso ponente, il quale acquistò tutta la Barberia e la Numidia e procedette per insino alla provincia di Sus, riscotendo i tributi e l'utile dei detti regni. Il che fatto avendo, al suo signore ritornò, al quale ripose in mano l'oro e tutto quello ch'egli di questi paesi aveva tratto. Per il che il califa, avendo conosciuto il valore e veduto il felice successo di costui, fece pensiero di metterlo in una impresa maggiore e dissegliene. A cui egli rispose: "Signor mio, io ti prometto che, sí come io t'ho fatto acquistar queste regioni di ponente, cosí sarò cagione che avrai l'imperio di tutti i regni del levante, cioè dell'Egitto, della Soria e di tutta l'Arabia, vendicando le offese e gli oltraggi che sono stati fatti ai tuoi antecessori dalla casa di Lhabas. Né cessarò di metter la persona mia in tutte le difficultà e pericoli, per insino a tanto che io t'abbia rimesso nel seggio antico dei tuoi nobili e generosi avoli e progenitori illustri del sangue tuo". Inteso il califa l'animo e la promessa del suo vassallo, fatto uno esercito di ottantamila combattenti, lui con molto oro e con molta vettovaglia licenziò.
Partitosi adunque il fedele e animoso schiavo, drizzò lo esercito per lo diserto che è fra la Barberia e lo Egitto, né prima giunse in Alessandria che il locotenente dell'Egitto si ritirò verso Bagaded, per essere insieme con Eluir califa. Laonde Gehoar fra lo spazio di pochi giorni e con piccolo impedimento acquistò tutte le regioni dell'Egitto e della Soria. Tuttavia non dimorava senza sospetto, dubitando non il califa di Bagaded, venendone di là con gli eserciti dell'Asia, gli desse qualche grande stretta e lo riducesse a pericolo di perder le difese e gli eserciti della Barberia. Per il che si diliberò di fare una fortezza nella quale, se il bisogno occorresse, potessero ricoverarsi le genti e sostener l'impeto dei nimici. Fece adunque edificare una città tutta circondata di mura, nella quale vi faceva star di continuo uno de' piú fidati a guardia con una parte del suo esercito. Alla città pose nome Elchaira, la quale poscia per l'Europa fu detta Cairo. Questa di giorno in giorno e di borghi e d'abitazioni di dentro e d'intorno è ita accrescendo, per sí fatto modo che in tutte le parti del mondo un'altra simile non si truova.
Ora Gehoar, vedendo che 'l califa di Bagaded non faceva contra di lui alcuno apparecchio di battaglia, allora avisò il suo signore come tutte le regioni per lui acquistate gli prestavano obbedienza, e che le cose erano ridotte in pace e ben difese e guardate. Perciò, quando paresse alla sua felicità di trasferirsi con la persona nello Egitto, valerebbe piú la presenza di lui allo acquisto di ciò che restava, che centinaia di migliaia di combattenti, e sarebbe cagione che 'l califa di Bagaded lasciando il ponteficato e il regno se ne fuggisse. Come questa bella e magnanima esortazione pervenne all'orecchie del signore, esso, senza altrimente considerare a quello che potrebbe avenire in contrario, insuperbito dalle lusinghe della seconda fortuna preparò un grosso esercito e partissi, lasciando per governatore e general capitano di tutta la Barberia un principe del popolo di Zanhagia, il quale gli era non pure amico, ma domestico servitore. Subito che 'l califa giunse al Cairo, ricevuto riverentemente dal suo schiavo, indrizzando l'animo a grandi imprese espedí grande esercito contra il califa di Bagaded. Avenne fra tanto che 'l governatore da lui lasciato della Barberia gli si ribellò e offerse obbedienza al califa di Bagaded, il quale, di ciò allegro, gli mandò larghi privilegi e fecelo re di tutta l'Africa. Questo nel Cairo inteso da Elchain, l'ebbe per amarissima novella, parte perché egli si trovava fuori del suo regno e parte perché aveva consumato tutta la quantità dell'oro e delle cose opportune ch'egli aveva portato seco; né sapendo a che partito appigliarsi spesse volte malediceva il consiglio del suo vassallo.
Era appresso di lui un suo secretario, dotto uomo e di bello e pronto intelletto, il quale, sentendo il ramarico del signore e antiveggendo la repentina rovina che soprastava al suo capo se presto riparo non se li poneva, lo cominciò a confortare e a consigliare in queste parole: "Signore, i mutamenti della fortuna sono varii, né perciò vi dovete voi diffidar della vostra virtú per lo nuovo accidente da lei avenuto: percioché, quando voi vorrete accostarvi a quello che io, che fedelissimo vi sono, bene e lealmente saprò consigliarvi, io non dubito che non riabbiate in brevissimo tempo tutto quello che per ribellione è stato da voi alienato, e appresso non otteniate l'intento vostro. Il che farete senza pagar soldato niuno, anzi io voglio che piú tosto lo esercito che vi porrò nelle mani paghi voi, per le cagioni che io vi dirò". Il signore ciò udendo si rallegrò, e domandollo in che modo questo si potesse fare. Ed egli allora seguitò: "Signor mio, voi dovete sapere che gli Arabi sono accresciuti in tanto numero che oggimai l'Arabia non gli può caper tutti, e le rendite a pena non sono bastevoli per le loro bestie, percioché la sterilità è grande, ed essi non solamente patiscono disagio d'abitazioni, ma di vivere ancora. Per il che spesse fiate sarebbono passati nell'Africa, se a loro fosse stato concesso da voi. Date adunque a costoro licenza di poter fare questo passaggio, e io vi metterò nelle mani una gran quantità d'oro". Detto fin qui dal secretario, il signor fu poco lieto di questo consiglio, considerando che gli Arabi sarebbono cagione della rovina dell'Africa, in modo che non se la goderebbe né il suo ribello né egli. D'altra parte, avendo riguardo che ad ogni modo il regno era perduto, giudicò che fosse men male a toccare una buona quantità di danari, sí come colui gli prometteva, e insieme vendicarsi del suo nimico, che perder parimente l'una cosa e l'altra. Disse adunque al consigliere che egli facesse fare uno bando, che a ciascun Arabo che volesse pagare un ducato e non piú per testa fosse lecito di passar nell'Africa con libera e larga licenza, ma sotto obligazione e giuramento d'esser nimici del detto suo ribello. Il che fatto, si messe a questo passaggio cerca dieci lignaggi di Arabi, che fu la metà dell'Arabia Diserta; vi fu ancora alcuna stirpe di quegli dell'Arabia Felice. Il numero di coloro che erano atti a combattere fu intorno a cinquantamila; le donne, i fanciulli e le bestie furono quasi infiniti. Del che fu tenuto diligente conto da Ibnu Rachic, istorico africano di cui di sopra dicemmo.
Ora fra pochi giorni gli Arabi, avendo passato il diserto che abbiam detto esser tra l'Egitto e la Barberia, prima si fermarono all'assedio di Tripoli di Barberia ed entrarono nella città per forza e la saccheggiarono, occidendo tutti quelli che occider poterono; di qui se n'andarono a Cabis città e la distrussero. Finalmente assediarono Elcairaoan, nella qual città il ribello, avendosi provisto di vettovaglie e di quanto facea bisogno, sostenne assai bene l'assedio otto mesi, in capo dei quali presero la città per forza e la saccheggiarono, e lui doppo molti strazii ammazzarono. Divisero poi gli Arabi tra loro quelle campagne e in esse abitarono, imponendo per ciascuna città gravissime taglie e gravezze.
Cosí rimasero signori di tutto il circuito dell'Africa per insino a tanto che successe nel regno di Marocco Iusef figliuolo di Ieffin, che fu primo re di Marocco. Costui con tutto il suo potere si rivolse a dare aiuto a quanti erano o parenti o amici del morto ribello, né cessò prima che levò dalle città il dominio degli Arabi. Gli Arabi tuttavia dimoravano nelle campagne, assassinando e rubbando ciò che potevano. In tanto i parenti del ribello regnavano in diversi luochi. Ma succedendo al regno di Marocco Mansor, quarto re e pontefice della setta del Muoachedin, sí come i suoi antecessori erano stati in favore dei parenti del ribello e gli avevano tornati in stato, cosí egli ebbe in animo d'esser loro contra e di torgli il dominio di mano. Per il che, astutamente composta con loro la pace, indusse gli Arabi a far lor guerra, e vennegli fatto con poca difficultà il vincergli. Mansor dipoi condusse seco tutti i maggiori e principali degli Arabi nei regni di ponente, e diè a' piú nobili per loro abitazione Duccala e Azgar; a quegli che di minor condizione erano assegnò Numidia. Ma in processo di tempo questi, che erano sí come schiavi di Numidi, ricovrarono la loro libertà e a mal grado loro dominarono quella parte di Numidia nella quale diede loro l'abitazione Mansor, e ogni giorno i confini allargavano. Quelli che abitarono Azgar e alcuni altri luoghi in Mauritania tutti furono ridotti alla servitú, percioché gli Arabi fuora del diserto sono come i pesci fuori dell'acqua. Sarebbono bene essi volentieri andati ai diserti, ma loro vietava il passo il monte Atlante, tenuto e posseduto da Barberi. D'altra parte non potevano uscire per la campagna, percioché di lei gli altri Arabi erano padroni. Laonde, ponendo giú la superbia, si diedero a pascolar le bestie e a lavorare il terreno, pure abitando, invece di pagliai e di case rusticane, ne' padiglioni. S'aggiunse alla loro miseria esser tenuti di pagare ciascun anno ai re di Mauritania certi tributi. Quelli di Duccala, aiutati dalla loro moltitudine, furono liberi da ogni tributo.
Una parte d'Arabi era rimasa in Tunis, percioché il Mansor aveva rifiutato di menargli seco. Questi, venuto a morte Mansor, presero Tunis e di quelle regioni s'impatroniron. E durò il dominio loro per insino a tanto che si sollevarono alcuni della famiglia di Abu Haf, co' quali gli Arabi s'accordarono di lasciar loro la signoria, con questo che lor dessero la metà dei tributi e dei frutti che si cavavano del regno. Il qual patto e accordo dura per fino a' nostri dí; ma i re di Tunis non gli possono contentar tutti, percioché è maggior la moltitudine degli Arabi che l'entrata e l'utile di tutto il regno. Onde, compartendone a una parte, questa è obligata di tener pacifica la campagna, il che fa, e non noce a niuno. Gli altri, che di tal provisione sono privi, si danno alle rapine, alle occisioni e al peggio che ponno, e stanno le piú volte imboscati: come passa un viandante sbucano fuori, e spogliatolo e di drappi e di danari l'amazzano, di maniera che mai non si trova la via sicura. E i mercadanti che vogliono andar da Tunis a qualche loco loro opportuno menano seco per loro sicurtà una compagnia d'archibugieri, e passano tuttavia per due non piccole difficultà: l'una è di pagare agli Arabi provigionati dai re una grossissima gabella; l'altra peggiore assai è che il piú delle volte sono assaliti da quest'altri Arabi, e talvolta, non giovando la difesa che seco menano, sono ad un medesimo tempo spogliati dell'avere e della vita.
Divisione degli Arabi venuti ad abitar nell'Africa, i quali sono detti Arabi barberi.
Gli Arabi ch'entrarono nell'Africa sono tre popoli: il primo si dimanda Chachin, il secondo è appellato Hilel e il terzo dicono Mahchil. Chachin si divide in tre lignaggi: Etbegi, Sumait e Sahid. Etbegi eziandio si divide in tre parti: Dellegi, Elmuntefig e Sobair, e queste parti si dividono in infinite generazioni. Hilel ancora è diviso in quattro: Benihemir, Rieh, Sufien e Chusain; e Benihemir si parte in Huroa, Hucba, Habru, Muslim; e Rieh in Deuuad, Suaid, Asgeh, Elcherith, Enedr e Garfa; e queste sei parti si dividono similmente in infinite generazioni. Mahchil si divide in tre: Mactar, Hutmen e Hassan. Mactar si divide in Ruche e Selim. Hutmen si divide in altretante: Elhasin e Chinana. Hassan si divide in Deuihessen, Deuimansor, Deuihubaidulla; Deuihessen in Dulein, Uodei, Berbus, Racmen e Hamr; Deuimansor in Hemrun, Menebbe, Husein e Abulhusein; Deuihubeidulla eziandio si divide in Garagi, Hedegi, Tehleb e Geoan. E tutte queste sono divise in infinite, delle quali sarebbe cosa non pur difficile, ma impossibile a ricordarsi.
Divisione delle abitazioni dei detti Arabi, e il numero loro.
Etbegi furono i piú nobili e i principali degli Arabi, e quelli quali Almansor condusse ad abitare in Duccala e ancora nelle pianure di Tedle. Questi a' nostri dí molto sono stati molestati, quando dai re di Portogallo e alcuna volta dai re di Fez; e sono cerca a centomila uomini da guerra, e la metà è a cavallo. Sumait rimasero ne' diserti di Libia, i quali rispondono verso i diserti di Tripoli, e rade volte vengono alla Barberia, percioché non hanno né dominio né luogo in quella, ma stannosi sempre coi lor camelli nel diserto; e sono intorno a ottantamila atti alla milizia, e la piú parte a piè. Sahid abitano similmente nei deserti di Libia; costoro sogliono tener domestichezza e conversazion nel regno di Guargala, hanno infiniti bestiami, e forniscono di carne tutte le città e luoghi che confinano coi loro diserti; ma ciò nel tempo della state, percioché il verno non si partono dal diserto. Sono di numero appresso centocinquantamila, ma pochi cavalli hanno. Dellegi abitano in diversi luoghi: la maggior parte tiene i confini di Cesaria e i confini del regno di Bugia, e questi hanno tributi dai signori loro vicini; la parte minore occupa nelle pianure di Acdesen i confini di Mauritania insieme col monte Atlante: questi danno tributo al re di Fez. Elmuntafic abitano nelle pianure di Azgar, e sono da' moderni chiamati Elchaluth; essi ancora danno tributo al re di Fez, e possono fare da ottomila cavalli molto bene in ordine. Sobaich, dico i maggiori e di piú valore, abitano ne' confini del regno del Gezeir e sono provigionati dai re di Telensin, e hanno nella Numidia molte terre loro soggette; sono poco meno di tremila cavalli e molto pronti nella milizia. Questi ancora sogliono il verno, perché hanno molta copia di camelli, ripararsi nel diserto. L'altra parte abita nelle pianure che sono fra Sala e Mecnesa: tengono pecore e buoi, lavorano il terreno e danno tributo pure al re di Fez. Essi son da quattromila cavalli bene e ottimamente in ordine.
Hilel popolo e l'abitazion d'esso.
Hilel è la maggiore stirpe di questo popolo, e Benihamir, i quali abitano ne' confini del regno di Telensin e di Oran, e vanno discorrendo per lo diserto di Tegorarin. Questi sono provigionati dal re di Telensin; sono uomini di molta prodezza e molto ricchi, fanno cerca seimila cavalli belli e bene in ordine. Hurua posseggono i confini di Mustuganim: sono uomini salvatichi e ladri, e vanno male in arnese. Non si discostano dal diserto, percioché non hanno né soldo né dominio nella Barberia; fanno intorno a duomila cavalli. Hucba hanno le abitazioni loro ne' confini di Meliana, e hanno qualche poco di provisione dal re di Tenes; ma pure sono genti assassine e lontane da ogni umanità. Questi fanno cerca a millecinquecento cavalli. Habru abitano nelle pianure che sono fra Oran e Mustuganim, sono lavoratori de' campi e tributari al re di Telensin; possono essere appresso cento cavalli. Muslim abitano nel diserto di Masila, il qual si estende verso il regno di Bugia, e sono essi ancora ladri e assassini; hanno tributi da Masila e da alcune altre terre. Riech abitano ne' diserti di Libia che sono verso Costantina, e questi hanno gran dominio in una parte di Numidia; sono divisi in sei parti, sono tutti prodi nell'armi e nobili, vanno bene in ordine e sono provigionati dal re di Tunis, e compiono il numero di cinquemila cavalli. Suaid abitano nei diserti che si dilatano verso il regno di Tenes, e hanno gran riputazione e dominio; il re di Telensin dà loro provisione, sono nobili, valenti e bene in assetto d'ogni cosa. Asgeh sono soggetti di molti Arabi, e c'è gran quantità di loro che abitano in Garit insieme con Hemram popolo; ve n'è un'altra parte la quale abita con gli Arabi di Duccala in luogo vicino di Azefi. Elcherit abitano nelle pianure di Heli in compagnia di Saidima, e hanno tributo dal popolo di Heha; sono uomini vili e male agiati. Enedr abitano pure nella pianura di Heha. E tutti gli Arabi di Heha fanno cerca quattromila cavalli; tuttavia sono ancora essi disagiati d'arnesi. Garsa abitano in diversi luoghi, non hanno capo, e sono mescolati con altri popoli, massimamente col popolo di Manebba e di Hemram. Costoro portano i datteri da Segelmesa al regno di Fez, e d'indi traggono le vettovaglie necessarie e a Segelmesa le conducono.
Mahchil popolo e le sue abitazioni e numero.
Ruche, prole di Mactar, abita ne' confini dei diserti vicini a Dedes e Farcala. Questi sono poveri, percioché hanno pochi dominii; sono tuttavia valenti uomini a piè, tanto che si recano a gran vergogna che uno a piè si lasci vincere da due a cavallo, né è alcuno cosí tardo in camminare che non possa per suo piacere andare a paro di qualsivoglia cavallo, quantunque avesse a fornire un lungo cammino. Sono cerca cinquecento cavalli e ottomila uomini a piè, cioè da guerra. Selim abitano appresso Dara fiume, discorrono per lo diserto, sono ricchi, e una volta l'anno vanno con lor mercanzie a Tombutto. Sono eziandio favoriti dai re di quello, e in Derha hanno molti poderi e terreni copiosissimi e un numero grande di camelli; fanno quasi tremila cavalli. Elhasim abitano accanto il mare Oceano ne' confini di Messe, e sono cerca cinquecento cavalli; vanno pessimamente in ordine, e una lor parte abita in Asgar: quelli di Messe hanno la libertà, ma questi di Asgar sono sudditi al re di Fez. Chinana abitano con Elchaluth, e sono sottoposti al medesimo re di Fez; sono uomini forti e molto ben forniti; fanno duemila cavalli. Deuihessem si divide ancora in Duleim, Burbus, Uodei, Deuimansor, Deuihubeidulla. Duleim abitano nel diserto di Libia insieme con Zanaga popolo africano, e questi tali non hanno dominio né censo niuno, per il che sono poveri e gran ladri. Vengono sovente alla provincia di Dara per fare iscambio di bestie con datteri, vanno male in ordine, e sono cerca diecimila persone, quattrocento a cavallo e il resto a piè. Burbus abitano pure nel diserto di Libia, il quale è verso la provincia di Sus, e sono molti e poveri; ma hanno molti camelli e signoreggiano Tesset, la quale non basta loro per ferrare quei pochi cavalli che hanno. Uodei abitano nei diserti posti fra i Guaden e Gualata. Questi hanno il dominio di Guaden, e ancora certo tributo dal signore di Gualata in terra negra; sono di numero quasi infinito, percioché sono estimati quasi sessantamila buoni da guerra, ma hanno pochi cavalli. Racmen tengono il diserto vicino di Haccha; hanno ancora essi dominio, e sogliono per loro bisogne andare il verno a Tesset; sono cerca dodicimila combattenti, ma hanno similmente pochi cavalli. Hamr abitano nel diserto di Taganot, hanno qualche poco di provigione dalla communità di Tagauost, vanno discorrendo per lo diserto per insino a Nun, e sono cerca a ottomila uomini da guerra.
Deuimansor.
Dehemrun, stirpe di Deuimansor, abitano ne' diserti che riguardano a Segelmesse, discorrono per lo diserto di Libia insino a Ighid, hanno tributo dal popolo di Segelmesse, dal popolo di Todga, da quello di Tebelbet e da quello di Dara; hanno molti terreni di datteri, possono vivere a guisa di signori e stanno in gran riputazione. Questi fanno cerca tremila cavalieri. Tra loro sono di molti Arabi, uomini vili, ma hanno cavalli e abbondano di bestiame, como Garfa Esgeh. E questo popolo di Hemrum ha un'altra parte, la quale ha dominio di certi terreni e casali in Numidia e discorre fino al diserto di Fighig; e tutti quei terreni e casali le danno molti e gravi tributi. Costoro ne' tempi della state vengono a starsi nella provincia di Garit, ne' confini di Mauritania, da quella parte ch'è verso oriente. Sono uomini nobili e di somma prodezza, perciò i re di Fez sogliono quasi tutti pigliar moglie tra le lor donne, di maniera che hanno con esso loro amicizia e parentado. Menebbe abitano pure nel medesimo diserto, e tengono il dominio di Matgara e di Reteb, provincie in Numidia. Questi ancora sono uomini valenti e hanno certa provisione dal popolo di Segelmesse, e fanno cerca duomila cavalli. Husein, lignaggio ancora essi di Deuimansor, abitano fra' monti di Atlante, e hanno sotto la loro signoria molti monti abitati e città e castelli, che furon lor dati dai viceré di Marin, percioché essi, quando quei re a regnare incominciarono, diedero lor buono e perfetto aiuto. È il dominio di questi fra il regno di Fez e Segelmesse, e il capo loro tiene una città detta Garseluin. Vanno pure per lo diserto di Eddahra, e sono ricchi e prodi uomini; fanno cerca seimila cavalli; vanno ancora in lor compagnia molte volte Arabi, ma tengongli per vasalli. Abulhusein parte abitano ne' diserti di Eddahra, e hanno poco dominio nel diserto; ma la maggior parte di loro è a tal miseria ridotta che essi non hanno facultà niuna di potersi mantener ne' loro padiglioni nel diserto. È vero che in quel di Libia hanno fabricate certe piccole terricciuole, ma pure si vivono miseri e combattuti dalla fame e danno tributo a loro parenti.
Deuihubeidulla.
Charragi è una parte di Deuihubeidulla, e questi abitano nel diserto di Benegomi e di Fighig; posseggono molti terreni nella Numidia. Hanno provisione dal re di Telensin, il quale s'affatica quasi di continuo di ridurli a vita pacifica e onesta, percioché essi sono ladri e assassinano quanti aggiunger possono. Fanno cerca quattromila cavalli, e nella state hanno per costume di trasferir l'abitazion loro ne' confini di Telensin. Hedegi abitano in un diserto vicino a Telensin, il quale è detto Hangad; non hanno né dominio né provisione alcuna, ma vivono solamente d'assassinamenti e di rubberie, e sono cerca cinquecento cavalli. Tehleb abitano nella pianura di Elgezair, e vanno discorrendo per lo diserto insino a Tegdeat; hanno sotto il dominio loro la città di Elgezair e la città di Teddelles, ma ne' tempi nostri queste due città furono lor tolte da Barbarossa che faceva il re. Allora il popolo di Tehleb fu distrutto, che era nobile e molto valoroso nella milizia. Furono questi cerca tremila cavalli. Gehoan abitano separatamente, l'una parte insieme con Garagi e l'altra con Hedegi, ma sono loro come vasalli, il che sopportano con buona pazienza.
Ora voglio che sappiate che i dui primi popoli, cioè Schachim e Hilel, sono Arabi dell'Arabia Diserta discesi dalla origine d'Ismael figliuolo di Abraham, e il terzo popolo, cioè Mahchil, è dell'Arabia Felice e dipende dalla origine di Saba. E appresso i maumettani è tenuto che quegli ismaeliti siano piú nobili di questi di Saba. E percioché tra loro s'è guerreggiato lungamente cerca la maggioranza della nobiltà, è avenuto che essi, cosí da una parte come dall'altra, hanno composti alcuni dialogi in versi ne' quali ciascuno racconta la virtú, i benefici e i buoni costumi del suo popolo. È da sapere ancora che gli antichi Arabi, i quali furono prima che nascessero gli ismaeliti, sono chiamati dagli istorici africani Arabi ariba, cioè Arabi arabici; e quegli che sono della origine d'Ismael vengono appellati Arabi mustahraba, cioè Arabi inarabati, il che tanto è quanto nella lingua degli Italiani Arabi per accidente, percioché essi non sono natii arabi. Gli Arabi che andorono dipoi ad abitar nell'Africa si dicono Arabi mustehgeme, il che dinota Arabi imbarberati, percioché avevano fatto l'abitazion loro con straniera nazione insino a tanto che, corrompendo la lor lingua, cangiarono costumi e diventarono barberi.
Questo è quanto m'è rimaso nella memoria dei lignaggi e division degli Africani e Arabi per dieci anni che io non ho né letto né veduto libro alcuno delle istorie loro. Ma se alcuno desidera di saperne piú abbondevolmente, potrà ciò veder nell'opera di Hibnu da me sopradetto.
Costumi e modi di vivere degli Africani che abitano nel diserto di Libia.
I cinque sopradetti popoli, cioè Zenaga, Guenziga, Terga, Lemta e Berdeua, tutti sono dai Latini chiamati Numidi, e vivono a un istesso modo, il che è senza regola o ragione alcuna. L'abito loro è un pannicello stretto di lana grossa, il quale cuopre la minima parte della loro persona, e alcuno usa di portare in capo, o rivoltovi d'intorno, un drappo di tela negra quasi alla foggia di dolipano. I maggiori e principali, per esser segnalati dagli altri, portano indosso una gran camicia con le maniche larghe e fatta di tela azurra e di bambagio, la quale vien loro recata da mercatanti che vengono dalla terra negra. Non cavalcano altri animali che camelli, sopra certe selle che essi pongono nello spazio che è fra la gobba e il collo de' detti camelli. E bella cosa è a veder questi tali quando cavalcano, percioché alcuna volta mettono le gambe una sopra l'altra, e ambedue poscia sopra il collo del camello; altre volte pongono i piè in certi staffili senza staffe, e in luogo di sproni adoperano un ferro il quale è attaccato in un pezzo di legno lungo un braccio, ma con questo ferro altra parte non pungono che le spalle del camello. I camelli che sono da cavalcare hanno tutti communemente forato il naso, nella guisa che hanno alcuni bufoli che nell'Italia si trovano, e nel luogo forato sogliono mettere una capezza di cuoio, con la quale volteggiano e reggono i camelli come si fa con la briglia i cavalli. Nel dormire usano alcune stuore intessute di giunchi molto sottili, e i padiglioni sono fatti di pelo di camello e d'altre lane aspre, le quali nascono fra i graspi dei datteri. Cerca al mangiare, chi non gli ha veduti non potrebbe creder la pazienza che essi portano in sofferir la fame. Costoro non hanno in costume né di mangiar pane né cibo fatto di niuna sorte, ma si nutriscono del latte dei loro camelli, ed è l'usanza loro di bersi la mattina una grande scodella di quel latte, cosí caldo come egli esce delle camelle. La sera poi è la cena loro certa carne secca bollita in latte e in botiro, la quale come è cotta, ciascuno se ne piglia la sua parte in mano, e mangiato che hanno beono quel brodo, adoprando in ciò le mani in vece di cocchiari. Dipoi beonsi una tazza di latte, e questo è il fine della cena. E mentre dura loro il latte non si curano altrimente di acqua, massimamente la primavera, in tutto il tempo della quale si trova alcuno fra loro che non s'ha lavato né mani né viso: e questo aviene sí perché in quella stagione essi non vanno alla campagna ove è l'acqua, avendo come s'è detto il latte, e sí ancora perché i camelli, quando mangiano l'erbe, non sogliono bere acqua. La vita loro fino al dí che muoiono è posta tutta o in cacciare o in rubbare i camelli dei loro nimici, né si fermano in un luogo per maggiore spazio di tre o quattro giorni, il che è quanto i camelli mangiando consumano l'erba che vi si trova.
Questi, ancora che detto abbiamo che vivono senza regola e senza ragione, hanno nondimeno per ciascun dei lor popoli un principe a modo di re, al quale rendono onore e gli obbediscono assai. Ben sono ignoranti e senza cognizione non pur di lettere, ma né di arte né di virtú alcuna. E fra un popolo a gran fatica trovar si può un solo giudice che tenga ragione, di modo che, se alcuno è astretto da qualche litigio o da ricevuto spiacere, per trovare il padiglione del giudice gli convien cavalcar cinque e sei giornate. Percioché essi non danno opera agli studi, né per cagione d'imparar si vogliono dipartir dai diserti loro, e i giudici malvolentieri vengono tra questa canaglia, per non poter sopportare i costumi e i modi del vivere. Ma quei che vi vengono sono molto bene salariati, percioché danno per ciascun d'essi all'anno mille ducati, e piú e meno, secondo che al povero giudicio loro paiono piú e meno sufficienti. I gentili uomini di questo popolazzo portano pure in capo, com'io ho detto, un drappo negro e con una parte di quello cuoprono il viso, ascondendo ogni sua parte eccetto gli occhi: e ciò portano continuamente, laonde, quando mangiar vogliono, per ogni volta che si mettono il mangiare in bocca scuoprono la bocca, e mangiato che hanno se la tornano a coprire. Adducono esser di questo uso la ragione che, sí come è vergogna all'uomo di mandare il cibo fuora, cosí è vergogna quando lo mette dentro. Le lor femine sono molto compresse e carnute, ma non molto bianche. Hanno le parti di dietro pienissime e grasse, cosí le poppe e il petto; dove si cigne sono sottilissime. Sono donne piacevoli cosí in ragionar come in toccar le mani, e alle volte usano cortesia di lasciarsi baciare, ma è dannoso il passar piú innanzi, perché mossi da sí fatte cagioni s'ammazzano l'un l'altro senza perdono niuno. E in cotesto sono piú savi di alcuni di noi, che per modo alcuno non vogliono portar le corna. Sono ancora questi popoli molto liberali, come che per la seccaggine di que' luoghi nessuno passa per li padiglioni loro, ed essi non vengono alle strade maestre. Ma le carovane che passano per li diserti loro sono tenute di pagare ai lor principi certa gabella, la quale è per ciascuna soma di camello un pannicello, che può importare il valor d'un ducato.
Io fra gli altri con la carovana vi passai già alcuni anni, e come arrivammo sul piano di Araoan, il principe di Zanaga ci venne incontra accompagnato da cinquecento uomini, tutti sopra camelli, e fattoci pagar l'ordinario, invitò tutta la carovana a girsene con esso lui nei lor padiglioni e a dimorarvisi per cagione di riposo due o tre dí. Ma perché questi padiglioni erano fuori del nostro cammino discosti cerca ottanta miglia, e i nostri camelli erano molto carichi, per non allungar la via non volevano i mercanti accettar l'invito. E il principe, per ritenerci, dispose in tutto che i camelleri andassero con le some seguitando il camino, e che i mercatanti seco fussero al suo alloggiamento. Al quale come giunti fummo, subito il buono uomo fece amazzar molti camelli e giovani e vecchi, e insieme altretanti castrati e certi struzzi che essi per la strada aveano presi. Ma gli fu fatto intender da mercatanti che non si dee amazzar camelli, e oltre a ciò che essi non usano, massimamente nella presenza d'altrui, mangiar carne di castrati. Ed egli rispose che appresso loro si aveva per vergogna di amazzar ne conviti animali piccioli solamente, e specialmente a noi che eravamo forestieri, né piú stati negli alloggiamenti loro. Mangiammo adunque di quello che ci fu posto dinanzi. La somma del convito fu di carni arroste e lesse; gli struzzi furono arrosti, e recatici alla mensa in certe teglie cariche d'erbe e di buona quantità di spezie della terra negra. Il pane era fatto di miglio e di panico, schiacciato e molto sottile. Ultimamente ci furono portati datteri in molta abbondanza e vasi grandi pieni di latte. Il signore ancora egli volle onorare il convito della sua presenza insieme con alcuni de' suoi piú nobili e parenti di lui, ma da noi separati mangiarono. Fece venire ancora alcuni religiosi, e quei litterati che si trovavano a seder con lui. E mentre si mangiò niun di loro toccò mai pane, ma solo presero delle carni e del latte. Per il che accorgendosi il principe, a certi nostri atti, che noi di ciò eravamo rimasi stupefatti molto e pieni di maraviglia, ci rispose con parole piacevoli, dicendo che eglino erano nati in quegli diserti ne' quali non nasceva grano, perciò si nudrivano di quello che produceva il loro terreno, e che del grano si provedevano ciascun anno per onorare i forestieri che passavano di là; ma che bene era il vero che solevano mangiar del pane i giorni di certe feste solenni, sí come il dí della pasqua e i dí de' sacrifici. Ora egli ci tenne nei suoi alloggiamenti due dí sempre faccendoci carezze e onorandoci. Il terzo giorno diede licenza a tutti e volle in persona accompagnarci insino alla carovana. E vi dico con verità che le bestie che 'l signore fece occider per lo nostro mangiare valevano dieci tanti rispetto al valor delle gabelle che gli pagammo. E negli effetti e nel parlare si poteva conoscer che egli era nobile e cortese signore, quantunque né esso intendeva la nostra lingua né noi avevamo notizia della sua, e ciò che egli a noi diceva e che rispondevamo era per via d'interprete. La vita e i costumi che avete inteso di questo popolo è simigliante agli altri quattro che sono sparsi per gli altri diserti di Numidia.
Vivere e costumi degli Arabi abitanti in Africa.
Gli Arabi, sí come sono di diversi luoghi, cosí hanno diversi modi e costumi di vivere. Quelli che abitano fra Numidia e Libia vivono vita misera e piena di molta povertà, né sono in ciò differenti dai sopra detti popoli africani abitanti in Libia, ma sono per altro di piú animo. Fanno mercanzie de' lor camelli nella terra de' negri, e tengono cavalli in gran numero: e questi sono quelli che nella Europa si dicono cavalli barberi. Di continuo si danno alle caccie, sí come di cervi, d'asini selvatichi, di struzzi e d'altri animali. Né è da tacer che la maggior parte degli Arabi di Numidia sono versificatori e compongono lunghi canti, descrivendo in quelli le lor guerre e caccie e anche cose d'amor, con grande eleganzia e dolcezza, e i lor versi sono fatti con rime nel modo de' versi vulgari d'Italia. Sono uomini liberali, ma non hanno facultà di poter mantener riputazione e usar cortesia, percioché in quei diserti sono carichi d'ogni disagio. Costoro vestono secondo il costume dei Numidi, fuori che le lor donne hanno qualche differenza nel vestire delle donne dei detti Numidi. I diserti ove abitano questi Arabi erano prima tenuti da popoli africani; ma quando la loro generazione entrò nell'Africa, allora con guerra scacciò di là i Numidi, ed ella si rimase ad abitar ne' deserti vicini ai paesi dei datteri, e i Numidi andarono a far le loro abitazioni ne' diserti che sono propinqui alla terra negra.
Gli Arabi che abitano dentro di Africa, cioè fra il monte Atlante e 'l mar Mediterraneo, sono piú agiati e piú ricchi degli altri, massimamente cerca il vestire e cerca ai fornimenti dei loro cavalli e alla bellezza e grandezza dei padiglioni. Hanno ancora cavalli molto piú belli, ma non sono cosí veloci nel corso come quei del diserto. Questi Arabi fanno lavorare i loro terreni e vi cavano grandissima copia di grano. Hanno di pecore e di buoi un numero quasi infinito, e per questa cagione non si possono fermare in un luogo solo, percioché un terreno non basta a pascer tante bestie. Sono eziandio piú barberi quasi e vili di natura di quei del diserto, ma sono nondimeno liberali, e una parte di loro, la quale abita nel regno di Fez, è soggetta e tributaria del re.
Quegli che abitano d'intorno al regno di Marocco e in Duccala un tempo vissero liberi da ogni gravezza, insino a tanto che i Portogalesi ebbero dominio di Azafi e di Azemor: allora tra loro si sollevarono parti e domestiche discordie, per le quali il re di Fez una parte ne roinò e un'altra il re di Portogallo, senza che la carestia, che in questi anni fu in Africa, gli oppresse in modo che i miseri Arabi volontariamente andarono in Portogallo, offerendosi per ischiavi a chiunque desse loro nutrimento. Cosí di essi niuno in Duccala rimase.
Ma gli Arabi i quali abitano nei diserti vicini al regno di Telensin e ne' diserti vicini a Tunis, tutti vivono nel modo che vivono i loro signori, percioché ciascun principe ha molto buone e larghe provisioni dai re, e queste distribuisce e va compartendo fra il suo popolo, per vietar le discordie e tenerlo in pace e in amica unione. Costoro hanno vaghezza di andar bene in ordine e tenere i cavalli molto ben guarniti, e i lor padiglioni sono belli e grandi. Sogliono il tempo della state andare a' confini di Tunis a pigliar le provisioni loro, e l'ottobre si forniscono di ciò che fa lor bisogno, sí come di vettovaglie, di panni e d'arme, e con queste ritornando nei diserti vi rimangono tutto il verno. Poscia la primavera si sollazzano nelle caccie, con cani e falconi seguitando ogni sorte di fiere e di uccelli. E io molte volte ho alloggiato con loro e mi sono valuto di molte cose, e hogli veduti nei lor padiglioni piú forniti di panni, di rami, di ferri e di ottoni che non sono molti nelle cittadi. Tuttavia non è da fidarsi di questi tali, percioché rubbano e assassinano volentieri; e pur sono assai cortesi: amano la poesia e nella lor lingua commune dettano versi elegantissimi, ancora che il linguaggio oggi sia corrotto, e un poeta di qualche nome è molto grato ai signori e dannogli di gran premi, né vi potrei dire quanta purità e grazia essi abbiano nei lor versi.
Le donne di costoro vanno secondo il paese molto ben vestite. Gli abiti sono camicie negre con larghe maniche, sopra le quali portano un lenzuolo del medesimo colore o pure azurro, e se lo involgono e aggroppano di maniera che, venendone gli orli su le spalle, di qua e di là è ritenuto da certe fibbie d'argento fatte assai maestrevolmente. Usano di aver nell'orecchie molti anelli pur d'argento, e cosí nelle dita delle mani, e similmente con alcuni cerchietti si cingono le gambe e le calcagna, come è costume degli Africani. Portano ancora queste donne certi pannicini su la faccia, i quali sono forati dirimpetto agli occhi, e quando essi veggono un uomo che non sia loro parente, con que' pannicini ascondono subito il viso e non parlano, ma quando sono fra mariti e parenti tengono sempre il drappicino alzato. E come gli Arabi si vanno mutando di luoco in luoco, cosí pongono le lor donne a seder sopra li camelli su certe selle per ciò fatte a modo di ceste, ma coperte con bellissimi tapeti, e sono tanto piccole che non vi può capere altro che una femina sola. E i giorni che sono eletti per combattere menano similmente seco le donne per confortarle e far che men temano. Sogliono ancora queste donne, avanti che elle vadano a marito, dipingersi la faccia, il petto e tutte le braccia insieme con la mano e le dita, percioché ciò tengono per cosa molto gentile. Questa cotale usanza hanno presa dagli Arabi africani, nel tempo che essi vennero ad abitar tra loro, che prima non l'avevano. Ma tra cittadini e nobili della Barberia non si costuma ciò fare, anzi le lor donne si mantengono nella medesima bianchezza con la quale nacquero. È vero che alle volte prendono certe tinte fatte col fumo di galla e di zaffrano, e con quelle tingendosi la metà della guancia formanvi una cosa tonda come uno scudo, e fra le ciglia fanno quasi uno triangolo, e sul mento non so che assomiglia a una foglia d'oliva, e alcune ancora tingono tutte le ciglia. E percioché questa foggia è lodata dai poeti arabi e dalle persone nobili, la tengono per leggiadra e per gentile. Ma non portano questi loro abbellettamenti piú che due o tre giorni, percioché tutto lo spazio che gli hanno non possono comparer dinanzi ai loro parenti, eccetto al marito e a' figliuoli, conciosiaché esse ciò fanno per incitar la lussuria, parendo a quelle di accrescere in cotal modo molto fieramente le loro bellezze.
Gli Arabi che abitano ne' diserti che sono fra Barberia ed Egitto.
La vita di questi è piena di miseria, percioché i paesi nei quali abitano sono sterili e asperi. Tengono pecore e camelli, ma per la piccola quantità dell'erba poco fruttano. E per quanto si estende la lunghezza di quelle campagne non c'è luogo alcuno da potervi seminar niuna sorte di grano, eccetto che si truovano in quei diserti certe terricciuole a modo di casali, nelle quali vi sono alcuni piccoli poderetti di datteri, e vi si semina pure qualche poca parte di grano, ma è sí poca che non potrebbe esser meno. Il che è cagione che gli abitanti di questi casali ricevino da loro continovi impacci e travagli. E se bene alle volte costumano di dar loro camelli e pecore all'incontro di datteri e di grani, nondimeno ciò, per la poca quantità, a tanta moltitudine non basta. Per la qual cosa aviene che ad ogni tempo si truovano molti figliuoli dei detti Arabi appresso i Siciliani, lasciati loro per pegno e securtà di grano che i poveri uomini pigliano in credenza. E se fra certo termine convenuto nei mercati non pagano la somma dei danari che sono debiti, i creditori tengono i figliuoli per ischiavi, e volendogli i padri riscuotere converrebbe accattar tre volte maggior quantità del debito, di modo che sono costretti a lasciarvegli. Dal che procede che questi Arabi sono i peggiori e i piú terribili assassini che siano nel mondo, e quanti forestieri vengono nelle mani loro, poi che gli hanno spogliati di ciò che lor trovano, gli vendono ai Siciliani. A tanto che da cent'anni in qua non è passata carovana nessuna per la rivera del mare che cinge il detto diserto nel quale è l'abitazione di questi Arabi, ma quando ve ne passa alcuna, ella suole andar per la terra ferma, discosto dal mare cerca cinquecento miglia.
Io fuggendo dalle loro mani corsi tutta quella rivera per mare con tre legni di mercatanti, e come questi ne viddero vennero correndo al porto, mostrando di voler con noi fare alcuni mercati che ci sarebbono a utile. Ma non ci fidando di loro, niuno volle smontar nel terreno prima che essi per sicurtà alcuni lor figliuoli diedero in poter nostro. Il che fatto, comprammo alquanti di lor castrati e botiro e si partimmo di subito, temendo per ogni poco di esser sovragiunti da corsali di Sicilia e di Rhodo. Costoro infine sono brutti, mal vestiti, asciutti e macilenti per la gran fame, e tali che pare che la maladizione d'Iddio sia ad ogni tempo stata data sopra questa dannata e pessima generazione, senza da quella partirsi mai.
Soaua, cioè quegli che attendono alle pecore, gente africana che segue lo stile degli Arabi.
Sono molti lignaggi d'Africani i quali tengono esercizio di levar pecore e buoi, né in altro si travagliano tutto dí. E la maggior parte di essi abitano a piè del monte Atlante, e ancora fra il detto monte. Questi, dovunque si trovino, sono sempre tributari o dei re o degli Arabi; tolgo fuori quelli che abitano in Temesna, i quali sono liberi e hanno gran potere. Parlano nella lingua africana, e alcuni tengono l'araba per la vicinanza e conversazione che essi hanno di continuo con gli Arabi che abitano in le campagne di Urbs, in li confini di Tunis.
V'è un altro popolo, che abita dove confina Tunis con i paesi dei datteri, il qual popolo molte volte ebbe ardimento di far guerra al re, come avenne negli anni poco adietro, ne' quai il figliuolo del detto re, partitosi da Costantina per riscuotere i tributi dal detto popolo, fu dal principe di quello assalito, il quale gli s'era fatto incontro con duemila cavalli, e combattendo ruppe la gente del figliuolo del re e ucciselo, togliendone i carriaggi: e ciò che v'era l'anno di legira 915. Doppo questa rotta il medesimo popolo cominciò a essere in buon nome e in molta riputazione appresso tutti. E molti di quegli Arabi che erano al servigio del re di Tunis, fuggendo da luoghi al re sottoposti, se ne vennero ad abitar coi vincitori, in modo che il principe è divenuto un de' maggiori e de' piú famosi signori che abbia tutta l'Africa.
Fede degli antichi Africani.
Gli Africani negli antichi tempi furono quasi idolatri, come sono i Persi, i quali adorano il fuoco e il sole, e tenevano belli e ornati tempi ad onore dell'uno e l'altro, e in quei di continovo ardeva il fuoco, dí e notte guardato che non si spegnesse, nella guisa che nel tempio della dea Veste si soleva osservare appresso i Romani. Il che nelle croniche degli Africani e dei Persi diffusamente si contiene. È vero che gli Africani di Numidia e di Libia adoravano i pianeti e a quelli sacrificavano; e alcuni degli Africani negri ebbero in venerazion Guighimo, che nella lor lingua significa il Signor del cielo: e questa buona mente ebbero senza essere informati né da profeta né da dottore alcuno. E d'indi a certo tempo furono introdotti nella legge giudaica, nella quale vi stettero molti anni, in fin tanto che alcuni regni de negri si fecero cristiani, e tanto rimasero nella fede di Cristo che si sollevò la setta di Maumetto, 268 di legira. Allora, andati a predicare in quelle parti alcuni discepoli di Maumetto, con le loro persuasioni tirarono gli animi degli Africani a quella legge, di maniera che tutti i regni dei negri che confinano con Libia diventarono maumettani. Pure oggidí v'è qualche regno nel quale ci sono rimasi fin ora, e rimangono, cristiani: solo quelli che erano giudei e da cristiani e da Africani furono totalmente distrutti. Quegli altri che abitano vicino al mare Oceano sono tutti gentili e adorano gli idoli, e questi hanno veduti, e ancora avuta qualche pratica con loro, molti Portogallesi.
Gli abitanti di Barberia rimasero essi ancora lungo tempo idolatri, e dugentocinquanta anni avanti il nascimento di Maumetto diventarono cristiani, percioché quella parte dove è Tunis e Tripoli fu dominata da certi signori pugliesi e siciliani, e la rivera di Cesaria e di Mauritania similmente fu signoreggiata da Gotti. In que' tempi eziandio molti signori cristiani, fuggendo dal furor di questi Gotti e lasciando adietro le natie e dolci contrade d'Italia, vennero ad abitar vicini a' terreni di Cartagine, dove poscia vi fecero dominio. Ma è da saper che questi cristiani di Barberia non tenevano l'osservanza e l'ordine della Chiesa romana, ma s'aderivano alle regole e alla fede degli arriani, e di quelli fu santo Agostino. Gli Arabi adunque, quando essi vennero per acquistar la Barberia, trovarono i cristiani già padroni e signori di quelle regioni, per che fecero insieme di molte battaglie. In fine piacque a Iddio di dare agli Arabi la vittoria, onde gli arriani si fuggirono, e chi andò in Italia e chi in Ispagna. Ma, doppo la morte di Maumetto cerca dugento anni, quasi tutta la Barberia divenne maumettana. Egli è vero che molte fiate queste genti ribellarono, e negando la fede di Maumetto amazzarono i lor sacerdoti e governatori; ma i pontefici, ogni volta che ciò udirono, subito mandarono eserciti contro ai detti Barberi. E questo intravenne fin che giunsero in Barberia gli scismatici, cioè quelli che fuggirono dalli pontefici di Bagaded: allora la fede di Maumetto fermò il piede. Tuttavia sempre furono e sono ancora rimase tra lor medesimi molte eresie e differenzie. Ma della legge di Maumetto, cioè delle cose di piú importanza, e della diversità che è fra gli Africani e quegli di Asia, col favor d'Iddio io penso trattarne pienamente in un'altra opera: in tanto forniremo questa.
Lettere usate dagli Africani.
Gli istorici arabi hanno per ferma oppenione che gli Africani non tenessero altra sorte di lettera che la latina, e dicono che quando gli Arabi acquistarono l'Africa, massimamente la Barberia, dove fu ed è la civiltà di Africa, essi altra lettera non vi trovarono che la latina. Confessano bene che gli Africani hanno una lingua differente e propria loro, ma che essi usano communemente le lettere latine, sí come fanno nell'Europa i Tedeschi. E quante istorie tengono gli Arabi degli Africani, tutte sono tradotte della lingua latina, opere antiche, e alcune scritte nel tempo degli arriani e alcune avanti. E gli autori di quelle sono nominati, ma i lor nomi mi sono usciti di mente. E penso che queste tali opere siano molto lunghe, percioché gli interpreti loro sogliono dire: "La tal cosa si contiene a settanta libri". Vero è che gli Arabi non tradussero le dette opere secondo gli ordini degli autori, ma pigliarono la somma dal nome dei signori, e di qui disposero e compartirono i tempi per li detti signori e principi, accordandogli con i tempi dei re di Persia o di quei degli Assiri o dei Caldei o dei re d'Israel. E ne' tempi che i scismatici regnarono nell'Africa, cioè quegli che fuggirono dai pontefici di Bagaded, essi comandarono che si devessero abbruciar tutti i libri delle istorie e delle scienze degli Africani, percioché pareva loro che i detti fossero cagione che gli Africani rimanessero nell'antica superbia, e che facessero ribellar e renegar la fede de Maumetto.
Alcuni altri nostri istorici dicono che gli Africani avevano proprie lettere, ma dapoi che i Romani dominarono la Barberia, e d'indi a molti tempi ne furono signori i cristiani che fuggirono della Italia e i Gotti, allora essi perderono le lettere loro. Percioché fa di mestiero ai soggetti seguitar le usanze dei padroni, se essi vogliono piacere a quelli: come sotto al dominio degli Arabi è avenuto ai Persi, i quali similmente hanno perdute le loro lettere, e tutti i loro libri furono abbruciati pur per comandamento dei pontefici macomettani, percioché estimavano che i Persi, mentre avevano i libri che conteneano le scienze naturali e le leggi e la fede degl'idoli, non potessero esser buoni e catolici maumettani. Abbruciate adunque l'opere, proibirono lor le scienzie, e il somigliante fecero i Romani e i Gotti quando, come s'è detto, signoreggiarono la Barberia. E parmi che per testimonio di ciò possa bastare che in tutta la Barberia, cosí per le città di mare come della campagna, cioè di quelle che sono anticamente edificate, quanti epitafi si veggono sopra le sepolture o nei muri di qualunque edificio, tutti sono in latine lettere e niuno altramente. Né io per tutto ciò crederei che gli Africani quelle tenessero per proprie lettere né che in quelle avessero scritto, percioché non è da dubitar che quando i Romani, che fur loro nimici, dominarono quei luoghi, essi, come è costume de' vincitori e per maggior lor disprezzo, levassero tutti i lor titoli e le lor lettere e vi mettessero i loro, per levar insieme con la dignità degli Africani ogni memoria e sola vi rimanesse quella del popolo romano. Sí come volevano eziandio degli edifici de' Romani fare i Gotti, o come volsero far gli Arabi di quelli dei Persi, e come alla giornata sogliono fare i Turchi ne' luoghi che prendono di cristiani, guastando non solamente le belle memorie e gli onorati titoli, ma nelle chiese le imagini de santi e sante che vi truovano. O non si vede egli in Roma medesima a' nostri tempi che alcuna volta, in principio d'un bello e degno edificio da un signore con grandissima spesa incominciato e per morte lasciato imperfetto, il successore o farà disfar per fino alle fondamenta per fare egli nuova fabrica, o, posto che quello fosse fornito o che lo lasci in piè, per ogni poco di novità che vi aggiunge vuole che siano levate le arme di quel signore e che vi si pongano le sue? O pure, se è tanto da bene che ve le lasci, le sue sono messe di sopra, e con lunghi epitafi fatti a misura e a compassi tengono il piú onorato luoco.
Non è adunque da maravigliarsi che la lettera africana sia perduta. E da 900 anni in qua gli Africani usano la lettera araba, e Ibnu Rachich scrittor africano nella sua cronica fa di questa materia una lunga disputa, cioè se gli Africani avevano proprie lettere o no, e conclude che essi l'avevano, dicendo che chi nega ciò può medesimamente negar che gli Africani abbiano avuta lingua propria. Aggiungeva ancora che è impossibile che un popolo che abbia una lingua particolare usi nello scrivere una lettera strana.
Sito di Africa.
L'Africa, sí com'è divisa in quattro parti, cosí esse parti sono nei siti differenti. La riviera del mare Mediterraneo, cioè dallo stretto di Zibeltara per insino a' confini di Egitto, tutta è occupata da monti, e si allargano verso mezzogiorno cerca miglia cento, e in alcuni luoghi piú e in alcuni altri meno. Da questi monti insino al monte Atlante v'hanno pianure e alcuni piccoli colli, e per tutti i monti della detta rivera si trovano molti fonti, i quali poscia si convertono in certi fiumicelli, chiari e all'occhio vaghi e dilettevoli molto. Dapoi delle quai pianure e colli è il monte Atlante, che incomincia dal mare Oceano, cioè dalla parte di ponente, e si estende verso levante fino a' confini di Egitto. Doppo Atlante si scuovrono le pianure dove è Numidia, nelle quali nascono i datteri, ch'è un paese quasi tutto arena. Doppo Numidia sono i diserti di Libia, pur tutti arenosi insino alla terra negra: nondimeno per li detti diserti si truovano molti monti, ma i mercatanti per quelli non fanno il loro cammino, percioché fra i monti vi sono molti passi larghi e piani. Doppo i diserti di Libia è la terra negra, le maggior parti della quale sono piane e arenose, fuor che le coste del fiume Niger e tutti quei luoghi dove bagnano e arrivano l'acque sue.
Luoghi fieri e nivosi di Africa.
Tutta la riviera di Barberia e i monti nella riviera contenuti partecipano quasi del freddo piú tosto che altramente, e a qualche stagione dell'anno vi nevica. Per tutti i detti monti nascono grani e frutti, ma frumento non molto in copia, e gli abitanti la piú parte dell'anno mangiano pane di orgio. I fonti che si trovano per li detti monti hanno certe acque che tengono il sapore del terreno e sono quasi torbide, e massimamente nelle parti che confinano con Mauritania. Sono eziandio sopra i detti monti molti boschi di alberi altissimi, e le piú volte pieni d'animali, quai buoni e quai cattivi. Ma i piccoli colli e le pianure che sono fra i detti monti e il monte Atlante sono tutti buonissimi terreni, che producono gran quantità di grani e d'ottimi frutti; e per tutti i detti colli e pianure passano tutti i fiumi che nascono di Atlante e vanno al mare Mediterraneo. Ma in questa parte si truovano pochi boschi, e migliori sono le pianure che v'hanno fra l'Atlante e l'Oceano, come è la regione di Marocco, la provincia di Duccala, e tutta Tedle e Temesne insieme con Azgar insino allo stretto di Zibeltara.
Il monte Atlante è molto frigido e sterile: in esso nascono pochi grani, e per ogni sua parte sono folti e oscuri boschi, e da lui ne nascono quasi tutti i fiumi di Africa. I fonti che si truovano nel detto monte nel mezzo della state sono freddissimi, di maniera che uno che tenesse la mano in quell'acqua per ogni piccolo spazio, senza dubbio ve la perderebbe. Le parti del detto monte non sono tutte ugualmente fredde, percioché v'hanno alcuni luoghi quasi temperati ne' quali vi si può assai bene abitare, e sono eziandio abitati, come vi si dirà partitamente nella seconda parte del nostro libro. Le parti disabitate o sono molto fredde o molto aspere: quelle che rispondono verso Temesna sono le aspere; le fredde riguardano verso Mauritania. Tuttavia quegli che attendono alle pecore vi vanno nel tempo della state a pascervi le loro bestie. Ma il verno non è possibile potervisi fermare per modo niuno, percioché sempre che la neve è venuta giú, subito si muove un vento dalla parte di tramontana, cosí dannoso ch'egli occide tutti gli animali che si truovano in quei luoghi, e molti uomini ancora vi muoiono, percioché quivi è il passo fra Mauritania e Numidia. E avendo in costume i mercatanti dei datteri partirsi di Numidia carichi di datteri nel fine di ottobre, alle volte la neve ve gli coglie di maniera che niuno ve ne resta vivo, conciosiaché, cominciando la notte a nevicare, la mattina si truova la carovana sepolta e affogata nella neve: né solamente la carovana, ma tutti gli alberi sono coperti, di modo che non si può vedere orma né segno dove siano i corpi morti. E io due fiate per gran miracolo sono scampato dal pericolo di questa morte nel tempo che io facevo questi cammini, delle quali non vi dispiacerà intender come una me ne avenisse.
Partiti insieme molti mercatanti da Fez, si trovammo con la carovana del sovradetto mese nell'Atlante. E cominciando cerca all'occaso del sole una fredda e folta neve, si ridussero insieme certi Arabi, i quali erano da dieci in dodici cavalli, e m'invitarono lasciando la carovana a girmene a buono albergo con esso loro. Io, non potendo ricusar lo invito e temendo di qualche inganno, feci pensiero di levarmi da dosso certa buona quantità di danari che mi trovava avere; e perché già questi tali incominciavano a cavalcare, affrettandomi essi, fingendo che 'l bisogno naturale m'astringesse n'andai in disparte sotto un albero, e quivi tra sassi e terreno come il meglio potei nascosi e riposi i danari, segnando con diligenza l'albero. Cavalcammo adunque taciti presso alla mezzanotte; allora un di costoro, parendo loro esser tempo di far quello che avevano in animo, cioè di tormi i danari e lasciarmi alla buona ventura, mi domandò se io alcun danaro aveva addosso. Io risposi che i miei danari aveva lasciato nella carovana a un mio caro e stretto parente. Non fui creduto, e per saperne essi il vero volsero che in quel gran freddo mi spogliassi per insino alla camicia, e nulla non vi trovando cominciarono meco a ridere, dicendo che ciò avevano fatto per ischerzo e per conoscer se io era uomo forte e s'io sapeva sopportare il freddo. Ora, seguendo il cammino sempre al buio e per gl'incommodi sí del tempo come della notte, quando piacque a Dio sentimmo il belar di molte pecore, verso il quale ci inviammo drizzando i cavalli tra boschi e alte rupi, di maniera che ci soprastava un altro pericolo. Infine in certe grotte alte trovammo alcuni pastori, i quali a gran fatica v'avevano condotte dentro le lor pecore e, acceso un buon fuoco, vi stavano al dintorno. I quali come noi viddero e conobbero questi essere Arabi, prima ebbero paura non qualche dispiacer gli facessero, dapoi s'assicurarono sopra la qualità del tempo e ne dimostrarono assai cortese accetto, e dieronci mangiar di ciò che avevano, cioè pane, carne e cacio. Fornita la cena, ci ponemmo a dormire a canto il fuoco, tutti tremando di freddo, e piú io che poco dianzi era stato spogliato ignudo, senza la paura che io aveva. Con questi pastori dimorammo due dí e due notti, che tanto continovò il nevicare. Il terzo dí fu cessato, onde i pastori incominciarono con gran diligenzia a levar via la neve, che aveva tutta rinchiusa e turata la bocca della grotta. Il che fatto ne menarono dove avevano allogati i nostri cavalli, che fu in certe altre grotte, e provedutogli di molto fieno; i quali trovando in buono essere su vi salimmo per dispartirci. Quel giorno si mostrò il sole chiaro e levò quasi tutta la freddezza dei dí trascorsi. I pastori vennero alquante miglia con noi, dimostrandoci alcune piccole vie dove sapevano che non poteva esser molto alta la neve: ma con tutto ciò i cavalli v'andavano sotto insino al petto. Giunti che fummo ne' confini di Fez in una villa, ci fu data certezza che la carovana era stata affogata dalla neve. Allora gli Arabi, perduta la speranza d'esser pagati delle loro fatiche, percioché avevano accompagnata la carovana e assecuratala, pigliarono un giudeo che era nella nostra compagnia, il quale aveva nella carovana cinquanta some di datteri, e il menarono prigione nei lor padiglioni con animo di tenervelo per insino a tanto che egli pagasse per tutti. A me levarono il cavallo e mi accomandarono a Dio. Io, preso a vettura un mulo fornito con certe bardelle che usano coloro tra quei monti, il terzo dí giunsi a Fez, dove trovai che già era stata recata la trista novella, e io similmente da' miei era stato riputato morto come gli altri. Ma ciò per sua bontà non era piaciuto a Dio.
Ora, lasciando di raccontar le mie sventure, ritornerò al lasciato ordine. Di là dal monte Atlante sono paesi secchi e caldi, dove si trovano pochi fiumi, i quali nascono pure in Atlante e corrono verso il diserto di Libia spargendosi nell'arena, e alcun di loro forma qualche lago. Nei detti paesi vi sono pochi terreni buoni alla semenza, ma infinite piante di datteri; si trova ancora qualche altro albero fruttifero, ma questi sono rari. E ne' luoghi di Numidia che confinano con Libia sono certi monti aspri, ma senza albero niuno, ne' piedi de' quali ci sono molti luochi di certi alberi tutti spinosi, i quali non fanno frutto. Né fonti vi sono né fiumi, se non alcuni pozzi quasi incogniti alle genti, tutti fra quei colli e monti diserti. In tutti i terreni di Numidia sono molti scorpioni e serpi, dai morsi e punture de' quali nella state ogni anno vi muore di gran gente. Libia è eziandio paese disertissimo, secco e tutto arena, dove non si trova né fonte né fiume né acqua, eccetto pure certi pozzi i quali hanno acqua piú tosto salsa che no, e questi non sono molti. E v'hanno alcuni luoghi ne' quali per sei e sette giorni di cammino non si trova acqua, e bisogna che i mercatanti se la portino negli utri sopra i camelli, massimamente nella strada che è da Fez a Tombutto o da Telensin ad Agadez.
E assai peggio è il viaggio che s'è trovato da moderni, il quale è di andar da Fez fino al Cairo per lo diserto di Libia. Nondimeno in questo viaggio si passa a canto d'un grandissimo lago, d'intorno al quale sono i popoli di Sin e di Gorrhan. Ma nel viaggio di Fez a Tombutto si trovano alcuni pozzi foderati dentro o dei cuori dei camelli o murati con le ossa de' detti animali, ed è gran pericolo a' mercatanti, quando si mettono a quel viaggio d'altro tempo che il verno, percioché allora soffiano alcuni silocchi o venti meridionali, e levano tanta arena che cuopre i detti pozzi, in tanto che i mercatanti, che si partono con speranza di trovar ne' luoghi consueti l'acqua, non vi discernendo né segno né vestigio di pozzo per esser coperti dalla arena, sono costretti a morirsi di sete, e sovente da viandanti si veggono l'ossa loro e di loro camelli biancheggiare in diversi luoghi. A questo c'è un solo rimedio e molto strano, il quale è che amazzano alcun camello, e spremendo dalle loro budella l'acqua che vi trovano, se la beono e compartono per insino che s'abbattino a qualche pozzo o che per la lunga sete muoiono. E trovansi nel diserto di Azaoad due sepolture fatte di non so che sasso, nel quale sono intagliate alcune lettere che dicono ivi esser sepelliti due uomini, uno de' quali fu ricchissimo mercatante, e passando per quel diserto infestato dalla sete comperò dall'altro, che era vetturale, una tazza di acqua per diecimila ducati: ma tuttavia morí dalla sete e il mercatante che comperò l'acqua e il vetturale che gliela vendé.
Sono nel detto diserto molti nocivi animali e degli altri ancora che non sono nocivi: ma di questi io sono per dirvi nella quarta parte del libro dove io tratterò di Libia, o vero dove io farò particolar menzione degli animali che si trovano in Africa. Penso ancora di raccontare altrove i pericoli che avenuti mi sono per li viaggi ch'io ho fatto in Libia, massimamente in quello di Gualata, di maniera che non poca maraviglia vi resterà nell'animo, conciosiaché alle volte abbiamo perduta la strada di trovar l'acqua percioché la guida si smarriva; e oltre abbiamo trovati i pozzi turati d'arena; e quando i nimici tenevano i passi dell'acqua, fu di necessità di risparmiar la poca che ci trovammo il meglio che per noi si poté, compartendo quella parte, che devea darci il bere a fatica per cinque giorni, per altretanti. Ma se io qui volessi distendere le particolarità di un solo viaggio, non bisognerebbe che io scrivessi di altro.
Nella terra negra sono i paesi caldissimi, e participano anco dell'umido per cagione del fiume Niger. E tutte le regioni che sono vicine al detto fiume hanno buonissimi terreni, dove vi nasce grandissima quantità di grani e trovavisi infinito numero di bestie; ma non v'ha frutto di niuna sorte, eccetto alcuni frutti che producono alberi molto grandi, i quali si assomigliano alle castagne ma tengono alquanto dell'amaro. Questi arbori si discostano dal fiume verso la terra ferma; il frutto ch'io dico è chiamato nella lor lingua goro. Egli è vero che qui nascono in quantità cocuccie, citrioli, cipolle e altri frutti. Né in tutta la riviera del Niger né ancora ne' confini di Libia si trovano monti o colle alcuno, ma ben molti laghi formati dall'inondazion del Niger; e intorno quelli sono molti boschi, ne' quali v'abitano elefanti e altri animali, come eziandio particolarmente a suoi luoghi vi si dirà.
Moti naturali dell'aere in Africa, e diversità che da quelli procedono.
In tutta quasi la Barberia, passata nella metà dello ottobre, incominciano le pioggie e il freddo; nel decembre eziandio e nel gennaio il freddo è maggiore, come negli altri luochi, ma quivi solamente nella mattina, di maniera che a niuno fa bisogno di scaldarsi al fuoco. Nel febraio ordinariamente v'ha quasi men freddo, ma sovente in un giorno il tempo farà cinque e sei volte mutazione. Nel marzo soffiano impetuosissimi venti di ponente e di tramontana, e questi ingravidano il terreno e fanno fiorire gli alberi; e nell'aprile quasi tutti i frutti cominciano a prender forma, intanto che ne' piani di Mauritania a' principii di maggio ed eziandio al fine di aprile si mangiano ciriegie. E come sono passate tre settimane di maggio, si colgono i fichi maturi come la state, e nella terza settimana di giugno incomincia a maturarsi l'uva e vi si mangia ancora. Le mele, le pere, armellini, grisomeli e i pruni divengono maturi fra il luglio. I fichi dell'autunno son maturi nello agosto, e cosí le giuggiole; ma nel settembre è il colmo e dei fichi e delle persiche. Passato mezzo agosto incominciano a seccar l'uva, e la seccano al sole; e se piove nel settembre, di tutta l'uva che è rimasa fanno vini e mosti cotti, massimamente nella provincia di Rif, come pure particolarmente vi si dirà. Nel mezzo d'ottobre colgono le mele, le granate e i cotogni; nel novembre l'olive: ma non si colgono con le scale, come si fa nella Europa, spiccandole con le mani, percioché non si può fare scale tanto lunghe che arrivino all'altezza degli alberi, conciosiacosaché là gli olivari sono grossissimi e altissimi, massimamente quegli di Mauritania, di Cesaria; ma quelli che sono nel regno di Tunis tengono somiglianza con gli altri che nascono nella Europa. Quando adunque gli uomini vogliono coglier le olive, vanno sugli alberi con bastoni lunghissimi in mano, e percotendo i rami le fanno giú cadere. Il che conoscono esser lor danno, percioché ciò faccendo danno sopra gli occhi dei ramoscelli giovanetti e molti ne guastano. Aviene ancora che le olive di Africa tale anno vi sono in abondanza e alcun altro non vi se ne trova acino. E v'hanno certe olive grosse che non sono buone da fare oglio, ma si mangiano concie, eziandio in tutte le stagioni.
Termini e qualità dell'anno. Sempre i tre mesi della primavera sono quasi temperati. Entra la primavera a' quindici di febraio e compie a' diciotto di maggio: e in tutta questa stagione è quasi di continovo il tempo bello, ma se non piove da' venticinque d'aprile insino a' cinque di maggio l'aricolta dell'anno è pessima, e chiamano l'acqua che apportano quelle pioggie acqua di Naisan. La quale essi tengono per benedetta aqua d'Iddio, e molti se la serbano in vaselli e ampolle, tenendosela in casa per divozione. La state pur dura per insino a' sedici di agosto, e tutto questo tempo è calidissimo, spezialmente il giugno e il luglio, e per tutti questi cotai tempi è sereno e bell'aere, eccetto che alcuni anni se piove o di luglio o di agosto. Da quelle acque procede malvagità di aere, e molti s'infermano d'una acuta e continova febbre, e pochi sono quelli che scampino. La stagione dell'autunno appo loro incomincia a' diciasette di agosto e segue fino a' sedici di novembre, e questi due mesi, cioè agosto e settembre, sono di minor calore; ma pur tuttavia que' dí che si framettono ne' quindici di agosto per insino a' quindici di settembre sono dagli antichi chiamati il forno del tempo, percioché agosto fa maturare i fichi, le melagrane e i cotogni, e secca l'uva. Da' quindici di novembre incomincia la stagione del verno e si estende fino a' quattordici di febraio, e nel suo principio s'incomincia a seminare i terreni del piano; ne' monti s'incomincia l'ottobre. Gli Africani hanno oppenione che nell'anno sono quaranta dí caldissimi, i quali sogliono principiar da' dodici di giugno; cosí all'incontro tengono che ce ne siano altretanti freddissimi, che cominciano a' dodici di decembre. E gli equinozii similmente tengono, e cosí sono, ne' sedici di marzo e ne' sedici di settembre; tengono eziandio che 'l sole ritorni ne' sedici di giugno e ne' sedici di decembre. Cosí questa tal regola è appresso loro, e la serbano sí nell'affitar dei loro poderi e sí nel seminare e raccorre, come nel navicare e nel trovar le stanze e le revoluzion dei pianeti. Ma molte cose pertinenti a ciò e piú utili fanno insegnar con diligenza nelle scole a' fanciulli.
Ci sono ancora molti contadini, e arabi e altri, che senza avere imparato mai lettera alcuna sanno parlar delle cose della astrologia molto copiosamente, adducendo di ciò che dicono ragioni evidentissime. Le regole e la cognizione che essi hanno sono cavate dalla lingua latina e portate nella arabica, e appellano i mesi per gli stessi nomi che gli appellano i Latini. Hanno similmente un gran volume in tre libri diviso, il quale essi chiamano nella lingua loro il Tesoro degli agricoltori, ed è tradotto dalla lingua latina all'arabica in Cordova nel tempo di Mansor, signore di Granata. Il qual libro tratta di tutte le cose che fanno di bisogno alla agricoltura, cioè del tempo e del modo del seminar, del piantare, d'incalmar gli alberi e di contrafare ogni frutto o grano o legume. E maravigliomi molto che appresso gli Africani siano molti libri tradotti dalla lingua latina, i quali oggi non si trovano appresso i Latini. I conti e le regole che tengono gli Africani, e ancora tutti i maumettani, per le cose pertinenti alla fede e alla legge loro tutti sono secondo la luna. E hanno l'anno loro di trecentocinquantaquattro giorni, percioché sei mesi fanno di trenta dí e altri sei di ventinove, il che posto insieme aggiugne alla detta somma. Le feste e i digiuni loro vengono in diversi tempi. L'anno adunque arabo e africano è meno del latino undici giorni, e quelli undici giorni fanno tornar l'anno nostro adrieto.
È da sapere ancora che nelle parti ultime dell'autunno e tutto il verno, ed eziandio alcuna parte della primavera, sono tempi tempestosi e orridi di grandini, di folgori e di saette, e molti luoghi sono in Barberia ne' quali nevica. In quella tre venti che soffiano da levante, da silocco e da mezzogiorno sono molto nocevoli, massimamente il maggio o il giugno, percioché guastano tutti i grani e non lasciano crescere né divenir maturi i frutti. Ancora ai grani fa gran danno la nebbia, e quella piú che si mostra quando fiorisce il grano, percioché alle volte ella dura tutto il dí. Nel monte Atlante l'anno non è piú che due stagioni, percioché d'ottobre insino ad aprile tutti i sei mesi sono verno, e d'aprile fino a settembre tutto è state; ma per tutto l'anno in tutte le sommità del detto monte si trova di continovo neve. In Numidia le stagioni corrono quasi con maggiore velocità, percioché il maggio si colgono i grani e i datteri nell'ottobre; e la metà di settembre con tutto ottobre fino a gennaio è la piú fredda parte di tutto l'anno. Se piove il settembre, i datteri quasi per la maggior parte si guastano e fassene trista raccolta. Tutti i terreni di Numidia vogliono essere adacquati per la sementa, onde, se aviene che non piova in Atlante, tutti i fiumi di Numidia rimangono quasi secchi, di maniera che non possono adacquare i terreni, e non piovendo similmente l'ottobre non bisogna aver speranza di seminar quell'anno; cosí, mancando l'acqua il mese d'aprile, non si può coglier grano nelle campagne. Ma quando non piove è buona raccolta di datteri, e quegli di Numidia stimano molto piú la raccolta dei datteri che del grano, percioché, ancora che egli fosse grandissima abondanza di grano, non perciò sarebbe a sufficienza per la metà dell'anno; ma quando la raccolta dei datteri è buona allora non mancano grani, percioché gli Arabi e i camelleri che seguono il mestieri della mercanzia dei datteri portano infinito grano per farne baratto con essi datteri.
Ancora ne' diserti di Libia, se si mutano le stagioni nella metà d'agosto e se durano le pioggie fino al novembre, ed eziandio per tutto decembre e gennaio e qualche parte di febraio, allora ne segue l'abondanza delle erbe, trovansi per tutta Libia molti laghi, e molta copia di latte. Per questa cagione i mercatanti della Barberia fanno il loro viaggio alla terra negra. In questa le stagioni incominciano piú per tempo e ivi comincia a piovere nel fine di luglio, ma non piove molto, e la pioggia nella terra negra ha questa virtú, che ella né giova né fa danno, percioché alla sementa dei terreni bastano le acque del Niger, le quali crescendo rendono morbidi e fertili tutte quelle campagne non altrimenti che faccia il Nilo nello Egitto. Egli è vero che in alcuni monti fanno di bisogno le pioggie; e il Niger né piú né meno cresce nel tempo che cresce il Nilo, il che è a' quindici di giugno e dura quaranta dí e altretanti decresce. E quando cresce il Niger, puossi discorrer con barche quasi tutti i paesi dei negri, percioché allora tutti i piani e le valli e i fossi diventano fiumi; ma è molto pericoloso il navicar con alcune barche che vi si usano, come nella quinta parte dell'opera abastanza descriverò.
Brevità e lunghezza di etadi.
Per tutte le città e terreni della Barberia le età degli uomini aggiungono per insino a sessantacinque o a settanta anni, e v'hanno pochi che questo numero passino; ma pur si trovano ne' monti della Barberia uomini che forniscono cento anni e alcuni che ve gli passano. E sono questi d'una gagliarda e forte vecchiezza, percioché ho veduto io vecchi d'ottanta e piú anni arar la terra e zappar le vigne, e far con destrezza mirabile tutti gli altri lavori che vi bisognano; e quel ch'è piú, ho veduto nel monte Atlante uomini di ottant'anni entrare in battaglia e combatter valorosamente con giovani, e molti di loro rimaner vincitori. In Numidia ancora, cioè nel paese dei datteri, sono uomini di lunga vita, ma caggiono loro i denti e molto si accorta la vista. Il cader dei denti procede dal continovo uso di mangiar datteri, e lo accortar della vista avviene perché que' paesi sono molto infestati da un vento di levante, il quale movendo l'arena la leva in alto, di maniera che la polvere offende loro molto spesso gli occhi e col tempo gli guasta. Quelli di Libia vivono quasi meno di quelli delle altre regioni, ma gagliardi e sani insino a sessanta anni o d'intorno; è vero che essi sono magri e sottili. Nella terra negra sono le vite molto piú corte di quelle dell'altre generazioni, ma gli uomini stanno sempre robusti e i lor denti sono sempre fermi e a un modo: ma sono uomini di gran lussuria, sí come anco quegli di Libia e di Numidia; e quei di Barberia sono generalmente di minor forza.
Infermitadi che spesse volte accadono agli Africani.
Nel capo ai piccioli fanciulli e ancora alle donne di matura età suol nascere certa tigna, della quale se non con grandissima fatica guariscono. Da dolore di capo molti uomini sono offesi, e questo alle volte lor viene senza alcuna febbre. Dolor di denti similmente non pochi offende, e pensasi che ciò avenga percioché, mangiando essi le minestre calde, dietro di quelle beono acqua fredda. Sono eziandio molestati da doglia di stomaco, la quale per ignoranza chiamano dolor di cuore; torgimenti e passioni di corpo acutissimi a molti intervengono quasi in ciascun giorno, e questo pur per cagione dell'acqua fredda che beono. Sciatiche e dolori di ginocchi sono assai frequenti, e procedono dal sedere spesso sul terreno e dal non portar calze di sorte alcuna. Pochi sono che patiscano difetto di podagre, ma si trovano alcuni signori che l'hanno, percioché sono avezzi a ber vino e a mangiar polli e delicate vivande. Per mangiar molte olive, noci e altri cibi grossi e di niun valore lor nasce la rogna, che ad essi molto è di fastidio. A quei che sono di natura sanguigni, per seder similmente il verno in terra, si move alle volte una fiera e maligna tosse. Pigliasi piacere molte fiate il venerdí, nel quale essendo costume di ragunarsi nei tempi migliaia di persone, quando il sacerdote è su la piú bella parte del predicare, se aviene che un tossa l'altro comincia a tossire e di mano in mano tutti quasi ad un tempo, né cessano insino al fornir della predica, di maniera che al partire nessuno l'ha udita.
Del male che nell'Italia è detto francioso io non credo che in tutte le città di Barberia la decima parte ne sia scampata, e suol venire con doglie, con bolle e con piaghe profondissime; ma molti tuttavia ne guariscono. È vero che nel contado e nei monti d'Atlante quasi niuno è offeso da questo male; similmente in tutta Numidia, cioè pure nel paese dei datteri, non si trova chi l'abbia. Né meno in Libia o in terra negra si ragiona di quello, anzi, se alcuno lo pate, tosto che si conduce in Numidia o nella terra negra, come sente quell'aere si risana e riman netto come un pesce. E io ho veduto con gli occhi miei quasi un centinaio di persone che, senza altri rimedii, per la mutazion sola dell'aere sono guariti. Questo tal male non era prima nell'Africa, anzi in quei luoghi niuno l'aveva sentito nominare, ma ebbe principio nel tempo che Ferrando re di Spagna cacciò di Spagna i giudei. Che, poscia che essi vennero nella Barberia, essendo molti di loro imbrattati, avenne che alcuni tristi e ghiotti Mori usarono con le loro donne e nel presero. D'indi seguitando di mano in mano s'incominciò a infettar la Barberia, in modo che non si trova famiglia che o sia netta o non abbia avuto questo male. E appresso loro per indubitata prova tiensi l'origine esser venuta di Spagna, e cosí gli dicono mal di Spagna; ma quei di Tunis lo chiamano francioso come gli Italiani, tra' quali molto crudele esso si ha fatto sentire per alcun tempo; cosí in Egitto e in Soria, dove cotal nome gli è detto.
Mal di fianco d'alcuni aviene. In Barberia pochi patiscono quel male o difetto che da' Latini è detto ernia; ma nell'Egitto molti se ne dolgono, e alle volte ad alcuni tanto si gonfiano i testicoli che è una maraviglia a vedere. Credesi che tale infermità proceda dal mangiar gomme e molto cacio salato. Il caduco spesse fiate nella Africa accade a fanciulli, ma essi venendo in età guariscono; e hannolo molte donne, massimamente nella Barberia e nella terra negra; ma per isciocchezza quei che sono inoffesi da questo male essi gli tengono spiritati. La peste nella Barberia usa venire in capo di dieci, di quindici o di venticinque anni, e leva quando viene gran quantità di gente, percioché essi non v'hanno niuno riguardo dal detto male né vi usano rimedii, fuori che dove è la ghiandussa sogliono far certe unzioni d'intorno con terra armenica. Questa nella Numidia non si fa sentire se non dopo lo spazio di cento anni, ma nella terra negra ella non vien mai.
Virtuti e cose lodevoli che sono negli Africani.
Gli Africani, cioè gli abitanti nelle città della Barberia e massimamente nella rivera del mare Mediterraneo, sono uomini che grandemente si dilettano di sapere, e si danno con molta cura agli studi: tra' quali quello della umanità e quello delle cose della fede e delle leggi loro tengono il primo luoco. Anticamente usavano di studiar nelle discipline matematiche, nella filosofia ed eziandio nell'astrologia; ma da quattrocento anni in qua, come s'è in parte detto, molte scienzie furono loro vietate dai dottori e dai principi loro, sí come fu la filosofia e l'astrologia giudiciaria. Quelli eziandio che abitano nelle città di Africa sono molto divoti nella fede loro, obediscono ai loro dottori e sacerdoti, e hanno gran cura di saper le cose necessarie di essa fede. Vanno continovamente a fare ordinarie orazioni nei tempi, sostenendo un fastidio da non credere, di lavar per cagione delle dette orazioni molte membra, e alle volte lavano tutto il corpo, come ho meco proposto di dire nel libro secondo della fede e legge maumettana.
Sono ancora gli abitanti nelle città di Barberia uomini ingeniosi, come si vede nell'artificio di belli e diversi lavori, e sono bene ordinati e molto gentili. Sono eziandio uomini di gran bontà, né hanno molto di malizia, e tengono il vero e nel cuore e nella lingua, ancora che negli antichi secoli, come di ciò fanno fede le istorie degli scrittori latini, siano stati altrimenti tenuti. Sono uomini valorosi e di grande animo, massimamente quelli che abitano ne' monti. La fede osservano sopra tutte le cose del mondo, e prima mancarebbe in loro la vita che essi mancassero di quello che hanno promesso. Sono sopra ogni altra cosa gelosissimi, e disprezzano piú tosto la vita che voglino sostenere una vergogna ricevuta per conto delle loro donne. Desiderosi di ricchezza e di onore sono oltra modo. Vanno appresso in tutte le parti del mondo mercatanti, e sono accettati per lettori e maestri in diverse scienzie: se ne veggono di ogni tempo in Egitto, in Etiopia, in Arabia, in Persia, in India e in Turchia, e dovunque essi vadino vengono molto ben veduti e onorati, percioché tutti sono sufficienti perfettamente in quella arte che hanno imparato. Sono ancora onesti e vergognosi, né parlano mai in publico parole disoneste. Il minore rende onore al maggiore e nei ragionamenti e in ogni altra particolarità. E tengono questo buon rispetto, che 'l figliuolo nella presenza del padre o del zio non ardisce ragionar né di amore né di giovane amata; e similmente hanno a vergogna di cantare canzone amorose, ove veggono l'aspetto dei loro maggiori. Se i fanciulli si abbattono per sorte fra ragionamenti pur d'amore, subito si dipartono da quel luogo. E questi sono i buoni costumi e le oneste creanze che sono ne' cittadini di Barberia.
Coloro che abitano ne' padiglioni, cioè gli Arabi e i pastori, sono uomini liberali, pieni di pietà, animosi, pazienti, conversabili, domestici, di buona vita, obedienti, osservatori di fede, piacevoli e di allegra natura. Gli abitanti dei monti ancora essi sono liberali, animosi, vergognosi e onesti nel viver commune. Quei di Numidia sono piú di questi ingeniosi, percioché si danno alle virtú e studiano nella legge loro, ma delle scienzie naturali non hanno molta cognizione; sono uomini esercitati nelle arme, coraggiosi e molto benigni similmente. Gli abitatori di Libia, cioè gli Africani e gli Arabi, sono liberali, piacevoli e ne' bisogni degli amici s'affaticano con tutto il cuore. Veggiono volentieri bene a' forestieri; sono di gran cuore, schietti e veri. I negri sono di vita buona e fedeli, accarezzano molto i forestieri e danno tutto il loro tempo a piaceri e a far vita allegra, danzando e stando le piú volte su conviti e in sollazzi di diverse maniere. Sono schiettissimi e fanno grandissimo onore agli uomini dotti e religiosi. E questi nell'Africa hanno il miglior tempo di tutti gli altri Africani che vi sono.
Vizii e parti biasimevoli che sono negli Africani.
Non è dubbio che queste genti, quante hanno in loro virtú, altretanti vizii non abbiano: ma veggiamo se questi vizii sono piú o meno. I sopradetti abitanti nelle città della Barberia sono poveri e superbi, sdegnosi senza comparazione, e ogni piccola ingiuria scrivono, come si dice, in marmo né mai se la lasciano uscir di mente. Ispiacevoli di maniera che raro è quel forestiere che possa acquistar l'amicizia loro, sono eziandio uomini semplici e crederebbono ogni cosa impossibile. Il volgo è molto ignorante nella cognizion naturale, in modo che tutte le operazioni e moti della natura tengono assaissimi per atti divini. Sono irregolati sí nel vivere come nelle azion loro, soggetti alla colera grandemente, e le piú volte che parlano usano parole superbe e con voce alta, e per le strade communi rara quella fiata che non se ne vegghino due o tre che facciano battaglia con le pugna. Sono di natura vile e appresso i lor signori tenuti in poco prezzo, onde si può dire che un signore faccia molte volte piú conto d'una bestia che d'un suo cittadino. Non hanno né primari né procuratori che gli abbiano a reggere o a consigliare in cosa alcuna cerca al governo. Sono eziandio molto grossi e ignoranti nella mercanzia: non hanno banchi di cambio, né meno chi da una città all'altra dia spedimento alle cose, ma conviene che ogni mercatante sia presso alla sua robba, e dove quella è condotta ivi ne va il padrone. Avarissimi piú di ogni altra cosa, in tanto che si trova gran quantità di uomini che mai non hanno voluto alloggiar forestieri, né per cortesia né per amor d'Iddio; e pochi ancora sono quelli che rendono il cambio a coloro da' quali hanno avuto piaceri. Sono sempre turbati e pieni di maninconia, né porgono volentieri orecchia a piacevolezza niuna, e questo aviene per esser di continovo occupati nelle bisogne del vivere, percioché la lor povertà è grande e i guadagni sono piccoli.
I pastori, cosí dei monti come delle campagne, vivono amaramente delle fatiche delle lor mani e stanno in continova miseria e necessità. Sono bestiali, ladri, ignoranti, né pagano mai cosa che lor si dia a credenza. E di costoro sono in maggior numero i cornuti che d'altra sorte. A tutte le giovani, prima che si maritino, è lecito d'avere amanti e di godersi dei frutti d'amore; e il padre medesimo accarezza l'innamorato della figliuola, e il fratello della sorella, di maniera che niuna porta la virginità al marito. È ben vero che come una è maritata gli amatori non la seguono piú, ma si danno a un'altra. La piú parte di questi non sono né maumettani né giudei, né men credono in Cristo, ma sono senza fede e senza non pur religione, ma ombra di religione alcuna, di modo che né fanno orazione né tengono chiese, ma vivono a guisa di bestie. E se pur si trova alcuno che senta qualche poco di odore di divozione, non avendo né legge né sacerdote né regola alcuna è costretto a viversi come gli altri.
I Numidi sono uomini lontani dalla cognizion delle cose, e sono ignoranti dei modi e ordini del vivere naturale, traditori, omicidi e ladri senza risguardo o considerazione alcuna. Sono vili e conducendosi nella Barberia si danno ad ogni vilissimo mistiere, e d'essi quai sono curatori di destri, quai cuochi e guatteri delle cucine e quai famigli di stalle, e infine per danari fanno ogni vituperosa operazione.
Quegli di Libia sono bestiali, ignoranti, senza lettere di niuna sorte, ladri e assassini, e vivono come fanno gli animali salvatichi. Sono eziandio senza fede e senza regola, e vissero in ogni tempo, e vivono, e sempre in miseria viveranno. Non è sí grande e orribile tradimento, che essi per cagione e desiderio di robba non facessero; né sono animali che piú portino lunghe le corna di quello che se le porta questa canaglia. Tutto il tempo della vita loro consumano o in far male o in cacciare o in far tra lor guerra o in pascer le bestie per li diserti, e sempre vanno scalzi e nudi.
Quei della terra negra sono uomini bestialissimi, uomini senza ragione, senza ingegno e senza pratica; non hanno veruna informazione di che che sia e vivono pure a guisa di bestie senza regola e senza legge; le meretrici tra loro sono molte e per conseguente i becchi; da alcuni in fuori che abitano nelle città grandi. Essi in fine hanno poco piú del sentimento umano.
Non m'è ascoso esser vergogna di me medesimo a confessare e scoprire i vituperi degli Africani, essendo l'Africa mia nudrice e nella quale io sono cresciuto e dove ho speso la piú bella parte e la maggiore degli anni miei. Ma faccia appresso tutti mia scusa l'officio dell'istorico, il quale è tenuto a dire senza rispetto la verità delle cose, e non a compiacere al desiderio di niuno: di maniera che io sono necessariamente costretto a scriver quello che io scrivo, non volendo io in niuna parte allontanarmi dal vero e lasciando gli ornamenti delle parole e l'artificio da parte. E in mia difesa voglio che ai gentili spiriti e alle virtuose persone, che si degneranno di legger questa mia lunga fatica, basti lo esempio d'una brieve novelletta.
Ragionasi che nel mio paese fu un giovane di bassa condizione e di malvagia e pessima vita, il quale, per un furto di piccolo momento preso, fu condannato a essere scopato. Venuto il giorno nel quale costui dovea aver le scopature, dato in mano de' ministri della giustizia, conobbe il boia esser suo amico; laonde ei si tenne piú che sicuro ch'egli a lui quel rispetto avrebbe che agli altri non era uso di avere. Ma il boia in contrario, incominciando le scopature, la prima gli diè molto crudele e incendosa, alla quale il povero compagno smarrito gridò forte: "Fratello, essendo io tuo amico, tu mi tratti molto male". Il boia allora, dandogli la seconda maggiore, rispose: "Socio, a me convien fare il mio officio come si dee fare, e qui non ci ha luogo amicizia". E seguitando di mano in mano tante ne gli diè, quante gli furono imposte dal giudice. Per il che quando io tacessi i vizii loro potrei cadere in giusta riprensione, e alcuni crederebbono che io ciò avessi fatto per avere ancora io di questi la parte mia, massimamente essendo all'incontro privo di quelle virtú che gli altri hanno. Nel che io, poi che altro a mia difesa non ho, mi propongo di tenere a punto il costume di uno uccello, la natura del quale se io vi voglio dire, a me conviene scrivervi un'altra brieve e piacevole novelletta.
Ne' tempi che gli animali parlavano, v'ebbe un vago e animoso uccelletto, e sopra tutto ornato d'un ingegno mirabile, il quale dalla natura aveva questo di piú, che esso poteva viver cosí ben sotto le acque tra i pesci come sopra la terra fra gli altri uccelli. Erano tenuti tutti gli uccelli di quella età di dar ciascun anno certo tributo a il loro re. Per il che questo uccelletto entrò in pensiero di non ne pagar niuno. E in quell'ora che il re mandò a lui uno de' suoi officiali per riscuotere il tributo, il cattivello, dandogli in pagamento parole, preso un gran volo non ristette prima che fu nel mare, e si cacciò tra l'acque. I pesci, vedendo questa novità, tutti gli corsero d'intorno a larghe schiere per saper la cagione che lo aveva mosso a venir tra loro. "Ohimè, - rispose l'uccelletto, - non sapete voi uomini da bene, che 'l mondo è venuto a tale che piú non si può vivere di sopra? Il poltroniere del nostro re, per certo capriccio strano che gli è venuto in capo, mi vuole isquartar vivo, non ostante alla mia bontà, che pure sono il piú netto e il piú da ben gentiluomo che sia fra tutti gli uccelli". E seguitò: "Per l'amor di Dio, siate contenti che io alberghi con voi, acciò che io possa dire di aver trovato piú bontà negli stranieri che nei miei proprii e tra la mia gente". Si contentarono di ciò i pesci, laonde egli vi stette uno anno senza esser gravato di cosa alcuna. In capo del quale il re de' pesci, venuto il tempo di riscuoter i tributi, mandò uno de' suoi servitori all'uccelletto, faccendogli intendere il costume e chiedendogli il suo diritto. "Egli è ben dovere", disse egli, e preso il volo uscí delle acque, lasciando colui con la maggior vergogna del mondo. Infine, quante volte a questo uccelletto veniva dal re degli uccelli dimandato il tributo, egli fuggiva sotto l'acque, e quante volte esso gli era dimandato dal re dei pesci, egli tornava sopra la terra. Voglio inferire che dove l'uomo conosce il suo vantaggio sempre vi corre quando e' può. Onde se gli Africani saranno vituperati, dirò che io son nato in Granata e non in Africa, e se 'l mio paese verrà biasimato, recarò in mio favore l'essere io allevato in Africa e non in Granata. Ma di tanto sarò agli Africani favorevole, che solamente dei loro biasimi racconterò le cose che sono publiche e piú palesi a ciascuno.
SECONDA PARTE
Proemio.
Avendo io nella prima parte della mia opera descritto generalmente e communemente le città, i termini, le divisioni e le cose che piú mi parvero degne di memoria degli Africani, nelle altre che seguiranno sono per darvi particolare informazione di varie provincie, di cittadi, di monti, di siti, di leggi e costumi loro, non lasciando adietro cosa che meriti di essere intesa. Incominciarò adunque primieramente dalle parti di ponente, seguitando di luoco in luoco, fino che terminarò il mio ragionamento nella terra di Egitto: il che sarà diviso in sette parti. Alle quali un'altra v'aggiungerò, e in quella con lo aiuto della bontà di sopra, senza la quale non si può far qua giú cosa che perfetta sia, è mio proponimento di descrivere i fiumi notabili, gli animali diversi, le varie piante, i frutti e l'erbe di qualche virtú che sono in tutta l'Africa.
Hea, regione verso occidente.
Hea, regione di Marocco, dalla parte dell'occidente e del settentrione termina al mare Oceano; dal mezzogiorno ha fine al monte Atlante; dall'oriente compie al fiume di Esifnual, il quale nascendo dal detto monte entra nel fiume di Tensist, e questo separa Hea dalla propinqua regione.
Sito e qualità di Hea.
Questa tal regione è paese molto aspero ed è pieno di altissimi e sassosi monti, di boschi, di valli e di piccoli fiumicelli; è molto popoloso e abitato. V'è moltitudine grande di capre e d'asini; pecore sono in poca quantità, e minor numero v'è di buoi e di cavalli. Trovansi eziandio pochi frutti, il che non procede dal difetto del terreno, ma dalla ignoranza degli abitanti, percioché ho veduto io molti luoghi dove v'era gran copia di fichi e di persiche. Di frumento piccola parte vi nasce, ma di orgio, di miglio e di panico v'è grandissima abondanza, e similmente di melle; il quale quei del paese mangiano per consueto cibo, e perché non sanno altrimente quello che si faccia della cera, la gittano via. Quivi si trova molta quantità di alcuni alberi spinosi, i quali producono certi frutti grossi come sono le olive che vengono di Spagna, e questi frutti nel linguaggio loro sono detti arga. Di essi ne fanno oglio, il quale è di odore molto cattivo: nondimeno ve lo adoperano nel mangiare, ed eziandio nell'arder dei lumi.
Modo di vivere di questo popolo.
Questa generazione ha quasi in continova consuetudine di mangiar pane di orgio, il quale formano piú tosto a somiglianza di schiacciate che di pane, e fannolo azzimo. Il modo di cuocerlo è in certe padelle di terra, fatte come sono quelle con che si cuoprono le torte in Italia, e pochi si trovano che cuocano il pane nel forno. Usano ancora un altro cibo insipido e vile, il quale è da loro chiamato elhasid, e fassi in questo modo: fanno bollir l'acqua in una caldaia, poi vi mettono dentro farina di orgio, e con un bastone or qua or là la vanno rivolgendo e mescolando, insino che ella è cotta. Indi la roversciano in un catino, e fattole nel mezzo una piccola fossa, vi pongono dentro di quell'oglio che hanno. Allora tutta la famiglia s'acconcia d'intorno al catino, e senza altri cocchiari, con le proprie mani pigliando ciascuno quanto può pigliare, mangiano per insino che ve ne rimane una minima particella. Ma la primavera e tutta la state sogliono bollire la detta farina in latte, e in vece di oglio vi mettono butiro. Questo costume serbano nelle cene, percioché nel desinare usano il verno mangiar pane con melle, e la state con latte e con butiro. Sogliono ancora mangiare carne bollita, e insieme cipolle e fave, o pure l'accompagnano con un altro cibo detto da essi cuscusu. E non vi adoperano tavole né tovaglie, ma distendono in terra alcune stuore tonde e mangiano sopra quelle.
Abito e costumi del medesimo.
La piú parte di cotal gente usa di portar per vestimento certo panno di lana detto elchise, il quale è fatto a simiglianza d'una coltre con la quale in Italia si suol coprir la letta. Essi se lo rivolgono intorno molto bene stretto, e cingonsi non il traverso, ma sopra il culo e le parti piú secrete dinanzi con certi sciugatoi pur di lana. Sul capo portano alcuni pannicelli della medesima lana, lunghi dieci palme e larghi due, i quali tingono con le scorza che cavano dalle radici delle noci, e se gli intorcono e aggroppano d'intorno la testa, di maniera che la sommità del capo riman sempre scoperta. Né hanno in costume di portar berrette altri che i vecchi e gli uomini dotti, se alcuno ve n'ha; e queste berrette sono doppie e tonde, e tengono la medesima altezza di quelle che sogliono portare in Italia alcuni medici. Pochissimi sono quegli che portino camicie, parte perché in quel paese non si usa di seminar lino, e parte che non v'ha chi le sappia tessere.
I loro sedili sono certe stuore pilose intessute di giunchi, e le letta alcune schiavine pure, come dicemmo, pilose di lunghezza di dieci braccia fino 20, delle quali una parte serve per materazzo e l'altra per lenzuolo e per coltre; e il verno le volgono col pelo verso il loro corpo, e la state infuori. I capezzali e guanciali sono di una sorte di sacchi di lana, grossi e aspri, nella guisa di certe coperte di cavalli che vengono di Albania o di Turchia. Le donne loro per la maggior parte portano la faccia scoperta. Usansi tra loro alcuni vasi di legno fatti non a tornio, ma cavati con lo scalpello; ma le pignatte e i catini sono pur di terra. Gli uomini che non hanno moglie non usano di portar barba, ma se la lasciano crescere allora che l'hanno presa. Hanno pochi cavalli, ma quei pochi che hanno sono avezzi a correr per quelle montagne con tanta agilità e destrezza che paion gatti, né gli mettono ferri ai piè. Arano la terra solamente con asini e con cavalli.
Trovasi in questa regione gran moltitudine di cervi, di capriuoli e di lepri; ma quivi non si usano caccie. E mi maraviglio assai che, essendovi molti fiumi, si trovano pochi molini: il che aviene che quasi ogni casa ha dentro gli instrumenti di macinare, e le femine fanno questa opera con le lor mani. Quivi non abita scienzia alcuna, né si trovano altri che sappiano lettere fuori che qualche semplice legista, il quale è voto di ciascuna altra virtú. Né v'ha medico di niuna sorte né barbiere né spiziale, e la maggior parte delli loro remedii e medicine sono con il cauterizare con il fuoco come bestie. Egli è vero che qualche barbiere pur si trova, il quale altra cura non ha che di circoncidere i fanciulli. In questo paese non si fa savone, ma in luoco d'esso adopravisi la cenere. Infine il detto popolo è sempre in guerra, ma la guerra è tra loro, di maniera che essi non fanno ingiuria a forestieri. E se ad alcun del popolo fa di bisogno di passar da un luoco all'altro, conviene che egli prenda la scorta di qualche o religioso o donna della parte avversa. Di giustizia in quella parte non si ragiona né molto né poco, massimamente tra quei monti dove non c'è né principe né ministro alcuno che gli governi, e i nobili e maggiori appena possono tener qualche apparenza di magistrato dentro le mura delle città. Ed esse città sono poche, ma sonvi molte terricciuole e castelli e casali, de' quali alcuni sono molto piccoli e altri assai grandi e agiati, sí come di ciascuna e di ciascuno partitamente vi scriverò.
Tednest, città in Hea.
Tednest è città antica, edificata dagli Africani in una assai bella e vaga pianura. È intorno tutta murata, e le mura sono di mattoni e di creta; cosí di dentro sono le case e le botteghe. Fa millecinquecento fuochi e piú. Fuori di quella esce un fiumicello, il quale corre vicino alle mura. Sono in lei poche botteghe di mercatanti, come di panni che si usano di là, e di tela che vien recata in quelle parti di Portogallo. Non ci sono artigiani fuori che calzolai, fabbri e sarti e qualche giudeo orefice, né v'è osteria né stuffa né barberia in niuna parte di questa città. Laonde, quando va in lei qualche mercatante forestiere, egli alberga in casa di alcun suo amico o conoscente, e non ne conoscendo alcuno, i gentiluomini della città cavano per sorte chi dee esser l'albergatore, di maniera che tutti i forestieri sono alloggiati. E sogliono costoro aver diletto di fare onore a un forestiere. È vero che colui nel partirsi è tenuto di lasciar qualche presente al signor della casa che gli ha dato lo alloggiamento, per segno di gratitudine. E se è alcun passaggiere il quale non sia mercatante, ha privilegio di elegger quale albergo di qual gentiluomo che piú gli piace, e alloggiarvi senza pagamento o presente alcuno. Se per aventura si abbatte qualche povero forestiere, a questo è deputato uno spedale, non per altro fabricato che per dare albergo e mangiare a' poveri.
Nel mezzo della città è un tempio molto grande, edificato assai bene di pietre e di calcina, il quale è antico e fatto nel tempo che quel paese era sotto il dominio dei re di Marocco; e nel mezzo di questo tempio è una gran cisterna. Vi sono molti sacerdoti e altri uomini deputati al governo di esso. Sonovi eziandio alcuni altri tempi e luoghi da orare, ma piccoli, e tuttavia con bella fabrica e ben governati.
In questa città v'hanno cento case di giudei, i quali non pagano tributo ordinario, ma a certi gentiluomini che li favoriscono usano di fare alcuni presenti. E la piú parte degli abitanti sono giudei, e questi tengono la zecca e fanno batter le monete, le quali sono d'argento, e d'una oncia si formano da centosessanta aspri, simili a certe monete che usano gli Ungheri, ma sono quadri. E in questa città non c'è gabella né dogana né ufficio alcuno, ma quando aviene che 'l bisogno astringa la communità a far qualche spesa, si ragunano allora gli uomini insieme, e secondo la qualità di ciascuno dividono la spesa tra loro.
Rovinò cotal città l'anno novecentodiciotto del millesimo di Maumetto, laonde tutti gli abitatori alle montagne si fuggirono, e di quindi a Marocco. La cagione fu che il popolo s'avide che i vicini Arabi erano d'accordo col capitano del re di Portogallo, che sta in Azafi, di dar la città ai cristiani. E io viddi la detta città doppo la sua rovina, le mura della quale tutte erano cadute, e le case abitate dalle cornacchie e da sí fatti uccelli. Il che fu l'anno 920.
Teculeth, città in Hea.
Questa Teculeth è una città posta nella costa d'una montagna, e fa cerca mille fuochi. Verso occidente è propinqua a Tedenest diciotto miglia, e a canto di essa passa un fiumicello, lungo il quale, cioè d'amendue le sponde, sono molti orti e giardini pieni di diversi frutti. Nella città ha molti pozzi di chiara e dolce acqua. V'è un tempio assai bello, e sonovi quattro spedali per li poveri e un altro per li religiosi. Gli abitatori di questa sono piú ricchi di quelli di Tedenest, percioché ella è vicina a un porto ch'è sopra il mare Oceano, il quale è detto Goz. Quivi vendono gran quantità di grano, perché la detta ha da lato una bella e spaziosa pianura; vendono ancora molta cera ai mercatanti portogalesi. Onde questa gente usa assai ornato vestire, e i suoi cavalli sono benissimo agiati di fornimenti.
Nel tempo che io fui in questo paese, trovavasi allora nella detta città un certo gentiluomo, il quale era come principe del consiglio loro e teneva il carico di tutto il governo, cosí cerca il dispensar dei tributi che si danno agli Arabi, come in trattar le paci e gli accordi che accadono fra i detti Arabi e il popolo della città. Costui era posseditore di molte ricchezze e ispendevale in acquistar benivolenzia, desideroso d'esser caro a tutti; faceva molte limosine porgendo aiuto col suo alle bisogne del popolo, di modo che non v'era alcuno che non l'amasse come padre. E io di ciò posso render buona testimonianza, che non solo fui di questo consapevole, ma alloggiai molti dí nelle sue case, dove viddi lessi molte istorie e croniche di Africa. Il misero fu amazzato nella guerra che ebbero con li Portogalesi, egli e un suo figliuolo insieme. Fu questo negli anni nostri novecentoventitre, e di Cristo MDXIIII. La città fu ancora ella posta a rovina, e alcuna parte del popolo fu presa, altra uccisa e altra se ne fuggí, sí come noi abbiam scritto nell'istorie moderne di Africa
Hadecchis, città di Hea.
Hadecchis è una certa città posta nel piano, lontana dalla detta Teculeth otto miglia verso mezzogiorno, e fa d'intorno a settecento fuochi. È murata di pietre crude: cosí è il tempio e cosí sono tutte le case. Passa dentro la città un fiume non molto grande, sopra le cui rive sono molte viti e bellissimi pergolati. V'è gran copia di artigiani giudei. Il popolo usa di vestire assai onestamente e ha de bei cavalli, e questo perché frequenta la mercatanzia, e va le piú volte d'intorno. Fa batter moneta di argento. E usasi ancora di far tra loro la fiera una volta l'anno, nella quale si ragunano tutti i convicini montanari, che hanno nel vero conformità piú tosto a bestie che a uomini, e truovasi in detta fiera gran multitudine d'animali, lana, butiro, olio di argan, e similmente ferri e panni del paese; e dura questo mercato quindici giorni.
Sono tra queste genti donne veramente bellissime, bianche e di temperata grassezza, sopra tutto leggiadre e piacevoli; ma gli uomini sono bestiali e gelosi, e uccidono quelli che hanno affare con le mogli loro. Non vi si trova giudice né uomo litterato che divida fra loro il maneggio degli uffici temporali, ma i maggiori governano a lor modo. Egli è vero che nelle cose spirituali tengono sacerdoti e altri ministri. Né vi è gabella né gravezza niuna, né piú né meno che sia nelle altre terre che detto abbiamo. Io eziandio alloggiai con uno di questi sacerdoti, il quale era uomo di risvegliato intelletto e dilettavasi delle retorica araba. E per tale cagione mi ritenne nella casa sua piú giorni, ne' quali io gli lessi una operetta in detta materia: onde egli molto mi accarezzò, né mi lasciò dipartire senza molti doni. Dipoi io ritornai a Marocco, e intesi la detta città esser similmente rovinata nelle guerre de' Portogalesi. Gli abitatori se ne fuggirono ai monti l'anno novecentoventidue, nel principio dell'anno che io la mia patria lasciai, e correndo gli anni di Cristo MDXIII.
Ileusugaghen, città in Hea.
Ileusugaghen è certa terricciuola fabricata a modo d'una fortezza sopra una grandissima montagna, lontana da Hadecchis dieci miglia verso mezzogiorno. Questa fa presso a quattrocento fuochi. Passa sotto lei un fiumicello; né di dentro né di fuori della detta v'è giardino, né vite, né albero alcuno fruttifero. La cagione è che gli abitanti sono uomini transcurati, e di tanta dappocaggine che non si curano d'altro cibo che d'orgio e olio d'argan; e vanno iscalzi, fuori che alcuni hanno in costume di portar certe scarpe di cuoio di camello o di bue. Fanno di continovo battaglia con gli abitatori della campagna, e si ammazzano insieme a guisa di cani. Non tengono né giudici né sacerdoti, né meno uomo alcuno riputato per far ragione, percioché essi non hanno né legge né fede, se non nella sommità della lingua. In tutti e' monti loro non si truova frutto di niuna sorte, eccetto gran quantità di melle: questo e se lo tengono per cibo e ne vendono a' vicini, ma la cera la gittano via insieme con le altre immondizie. Vi è un piccolo tempio che non cape piú di cento persone, percioché eglino, non avendo cura né di devozione né di onestà alcuna, dovunque vanno portano con esso loro i pugnali overo arma d'asta, e fanno diversi omicidi. Sono traditori e uomini sceleratissimi.
Io fui una volta nella detta città col serif, il quale si fa principe di Hea, e vi venne per pacificare insieme il popolo; né vi potrei dire la moltitudine dei litigi e delle querele, degli omicidi e degli assassinamenti ch'erano fra loro. Col principe non era né giudice né dottore alcuno, di maniera che egli mi pregò ch'io fossi quello che avessi a terminare, secondo il poter mio, le loro differenze. Onde subito comparse dinanzi a me e al principe grandissima turba. E tale v'era il quale diceva che alcuno avea ammazzato otto uomini della sua famiglia, ed egli di quella dell'aversario ne avea uccisi dieci, onde per l'accordo della pace dimandava tanti ducati secondo il costume dei loro antichi. L'altro rispondeva: "Gli doverresti dar tu a me, che dei miei ne hai tolti di vita due di piú di quelli che io ho tolto de' tuoi". Rispondeva il primo: "Per giusta cagione ho io i tuoi uccisi, percioché essi avevano con fraude levatami di mano una possessione che era mia, e avevola avuta per eredità da una mia parente; ma tu uccidesti i miei senza ragione, solamente per far vendetta di coloro che con ogni dever furono morti, conciosiacosaché si avevano usurpato lo altrui". Questo sí fatto contendimento durò per insino a notte; ed io cercando pure di acchetar le loro discordie, non potendo ridurgli a pace niuna, intorno alla mezzanotte sopravenne una parte e l'altra, e s'appiccò insieme con grandissima uccisione e spargimento di sangue. Per il che dubitando il principe di qualche tradimento, ambi eleggemmo per migliore e per piú sano consiglio di partirsi di là, e cosí ne andammo verso Aghilinghighil. È questa tale città sino a questo dí abitata, percioché costoro non temono le offese de' Portoghesi, avendo per loro iscampo le montagne.
Teijeut.
Teijeut è piccola terricciuola nel piano, ma fra i monti, lontana da Ileusugaghen dieci miglia verso ponente. Fa cerca a trecento fuochi, è murata di pietre cotte; gli abitatori di lei sono tutti lavoratori di campi. I loro terreni sono buoni per la sementa dell'orgio: altro grano non vi si mette. Hanno assai copia di giardini ripieni di viti, di fichi e di pesche; possiedono grandissima copia di capre. Evvi eziandio gran numero di leoni, i quali mangiano e guastano non poche delle dette bestie. Io vi rimasi una notte e albergai in un picciolo casale quasi distrutto; e avendo proveduto ai cavalli di molto orgio, e quelli ben legati e allogati ove si potea il meglio, l'entrata dell'uscio serramo con molta quantità di spine. Era allora il mese d'aprile, e perché ivi facea caldo salimmo nella sommità del tetto, per dormire quivi all'aere. Cerca alla mezzanotte vennero due leoni grandissimi, i quali si affaticavano di rimuover le spine, tratti all'odor di cavalli. I cavalli incominciarono ad annitrire e a far romore, di sorte che per noi si temeva non la debol casa avesse a cadere, perch'egli ci convenisse rimaner pasto di quei ferocissimi animali. Né appena si vidde biancheggiar l'alba che, sellati i cavalli, di là si partimmo e colà ci inviammo ov'era andato il principe. Né appena vi dilungammo il piede, che seguí la rovina di quella città: il popolo parte fu ucciso e parte a Portogallo menato. Fu l'anno novecentoventi.
Tesegdelt, città in Hea.
Tesegdelt è assai grandetta città: fa ottocento fuochi, ed è sopra una alta montagna. Tutta è d'intorno cinta da altissime ripe, intanto che non le fa bisogno di mura. È lontana dalla detta Teijeut quasi dodici miglia verso mezzogiorno. Passa sotto le dette mura un fiume: quivi sono molti giardini abbondantissimi d'ogni sorte di arbori, e massimamente di noci. Gli abitatori sono ricchi e hanno buona quantità di cavalli, di maniera che agli Arabi non danno tributo alcuno; fanno di continovo guerra con detti Arabi, e sovente ne uccidono gran quantità. Egli è vero che il popolo della campagna conduce tutto il grano nella città, per tema che gli Arabi non glielo tolghino. Quei della città hanno assai belle e accostumate usanze, massimamente in usar liberalità e cortesia, percioché commettono ai guardiani delle porte che, come arriva un forestiere, lo domandino s'egli ha alcuno amico nella città; e se egli gli risponde di no, questi sono tenuti di dargli albergo, intanto che niun forestiere paga denaro, ma ha piacevole e grato ricetto. Questi sono combattuti dalla gelosia, ma uomini molto osservatori della lor fede. Nel mezzo della città hanno un bellissimo tempio, amministrato da molti sacerdoti. Tengono un giudice, persona assai dotta nella legge, il quale suol tener ragione in tutte le altre cose, eccetto ne' malefici. I campi che si sogliono seminare sono tutti sopra montagne. Fui eziandio molti dí nella detta città, con il serif principe, l'anno 919.
Tagtessa città.
Tagtessa è una antica città edificata sopra una altissima montagna e tonda, e vi si sale per d'intorno della detta montagna come per una scala che si volge in giro. È lontana da Tesegdelt cerca a quatordici miglia. Sotto la detta città corre un fiume, del quale beono gli abitatori. È lontano il fiume dalla città sei miglia, e alla vista di chi è nella riva del fiume non pare che sia discosto piú d'un miglio e mezzo; le donne scendono a questo fiume per una via stretta, fatta a forza di scarpelli a modo pure di scala. Gli abitatori della città sono tutti assassini, e tengono nimicizie con tutti i loro vicini. I lor terreni e i lor bestiami sono sopra le montagne; tutti li boschi della detta terra sono pieni di porci selvatichi, né in detta città si truova un solo cavallo. Gli Arabi non possono passar per questa città né per tutto il loro contado senza espressa licenzia e salvocondotto. Io vi fui a tempo che vi si trovava gran copia di locuste: allora il formento era nelle spiche, ma avanzò dieci tanti la moltitudine delle locuste alla quantità delle spiche, in modo che appena si vedeva il terreno, dell'anno 919.
Eitdeuet città.
Eitdeuet è antica città edificata dagli Africani sopra un'alta montagna, ma nel sommo è una bellissima pianura. Fa cerca a settecento fuochi, ed è lontana da Tagtessa quasi quindici miglia verso mezzogiorno. Sono in mezzo di questa città molte fontane d'acque vive e correnti e freddissime. La circondano tutta rupi e boschi strani e spaventevoli; nasce nelle dette rupi grandissima quantità di alberi. Sono in questa città molti artigiani giudei, fabbri, calzolai, tintori di panni e orefici. Si dice che gli antichi popoli di detta città furono giudei della stirpe di David; ma, poscia che i maumettani fecero acquisto di quel paese, gli abitatori si diedero alla fede di Maumetto. Vi sono molti uomini dotti nella legge, e la maggior parte tiene ottimamente a memoria i decreti e i testi di legge; e conobbi io un vecchio che aveva benissimo in pronto un gran volume che si chiama Elmudeuuana, che significa "il congregato di leggi", il quale contiene tre libri dove sono le questioni piú difficili della legge e il consiglio di Melic sopra di quelle. Questa città è quasi un foro, nel quale si dà spedizione a tutti i litigi; fanvisi citazioni, bandi, accordi, strumenti e tai cose, di modo che tutti i vicini vi concorrono. Questi uomini legisti amministrano essi sí il governo temporale come spirituale: vero è che nelle cose capitali sono male obbediti dal popolo, e in questo poco giova loro il sapere.
Io, quando fui in questa città, mi riparai in casa d'uno avocato, per il che una sera tra le altre avenne che ivi si trovaron presenti molti dottori legisti, e doppo cena nacque tra loro una cotal disputa, se egli fosse lecito di vender quello che alcuno possedeva per le bisogne e necessità del popolo. Era quivi un vecchio che n'ebbe l'onore, nella lingua loro chiamato Hegazzare. Io, odendolo nominare, lo dimandai quello che il nome significava. Rispose egli: "Beccaio", e soggiunse: "La cagione è che, sí come un beccaio è molto pratico in trovare le gionture delle bestie, cosí io ancora sono eccellentissimo in trovare i nodi delle questioni che accadono nella legge".
La vita di questi tali è communemente molto aspra: si pascono d'orgio, d'olio d'argan e di carne di capre; di formento non si fa menzione tra loro. Le femine sono belle e colorite; gli uomini gagliardi della persona, e hanno naturalmente il petto molto peloso. Sono liberalissimi, ma oltre modo gelosi.
Culeihat Elmuridin, che suona "la rocca dei discepoli".
Questa è una picciola fortezza posta su la cima d'una montagna altissima, fra due altri monti uguali alla detta montagna. Sono tra questi monti altissime rupi e boschi serrati d'ogn'intorno; alla fortezza non si può ascendere se non per un picciolo e angusto sentiero, che è nella costa della montagna. Da una parte sono le rupi, da l'altra il monte di Tesegdelt, vicino quasi un miglio e mezzo, e da Eitdeuet è discosto diciotto miglia.
Questa fortezza fu fatta a' tempi nostri da Homar Seijef, rubello e capo degli eretici. Costui fu da prima predicatore e, avendo tirato a sé gran numero di discepoli ed essendo obbedito da quelli, diventò grandissimo tiranno e durò nel dominio dodici anni. Egli fu cagione della rovina di questo paese. Ucciselo una sua mogliere, la quale lo trovò che giaceva con una sua figliuola, ma d'un altro marito. Onde allora s'aviddero le genti quanto egli fosse stato scelerato e senza legge e fede niuna; per il che dopo la sua morte si sollevò il popolo, e pose a filo di spada tutti i suoi discepoli e chiunque era della sua setta. Rimasevi un nipote il quale, insignoritosi della fortezza, sostenne lo assedio dei sollevati e del popolo di Hea uno anno intero, di maniera che essi rimasero dalla impresa; e il medesimo fino al dí d'oggi tiene grandissima nimistà con quegli di Hea e con quasi tutti i vicini. Il viver suo è di rubberie, percioché egli ha certi cavalli co' quali assalta i viandanti, e stando in continove correrie piglia quando animali e quando uomini. Usa eziandio alcuni archibugi, co' quali di lontano, perché la strada maestra è discosta dalla fortezza un miglio, spesse volte ferisce e ammazza i poveri passaggieri. Ma tanto è odiato da tutti che egli non può né far seminare, né lavorare, né dominar pure un palmo di terreno fuori del suo monte. Fece il detto sepellire il corpo del suo avolo molto onoratamente nella detta fortezza, e fallo adorar come santo. Io passai molto vicino alla detta fortezza, e poco ci mancò che io non fui giunto da una tirata d'archibugio. Uno che già fu discepolo di detto Homar Seijef, mi diede buona informazione della vita e fede del detto eretico, e delle ragioni che egli avea contra la legge commune. E honne fatto memoria dell'abbreviamento della cronica de' maumettani.
Ighilinghighil, città di Hea.
Ighilinghighil è una picciola città sul monte, la quale fu edificata dagli antichi Africani. È discosta da Eitdeuet quasi sei miglia verso mezzogiorno; fa cerca a quattrocento fuochi. Sono nella detta città molti artigiani, cioè di cose necessarie. Il terreno di fuori è ottimo per li orgi; v'è gran copia di melle e d'olio d'argan. Per ascendere alla città v'è solamente una vietta nella costa del monte, strettissima e malagevole in tanto che con gran difficultà vi si può andare a cavallo. Gli abitatori sono uomini valentissimi con le armi in mano; stanno di continovo alla mischia con gli Arabi, ma sono sempre vincitori per la qualità del sito, per natura forte e arduo. Sono molto liberali, e fassi nella città gran copia di vasi, i quali si vendono in diverse parti, e penso che non se ne facciano altrove per quei paesi.
Tefethne, città di porto in Hea.
Tefethne è una fortezza sopra il mare Oceano, lontana da Ighilinghighil quasi quaranta miglia verso ponente. Fu edificata dagli Africani, e fa cerca a seicento fuochi. Quivi è assai buon porto per navi picciole; hanno in costume di venire a questo porto alcuni mercatanti portogallesi, i quali contrattano loro merci con cera e pelli di capre. La campagna che circonda questa città è tutta ripiena di monti, e nascevi gran copia d'orgio. Passa a canto la città un fiumicello, nel quale possono entrare assai bene i navili quando fa fortuna in mare. Ha la città fortissime mura, fatte di pietre lavorate e di mattoni. Tiensi dogana e gabella, e tutte le rendite si dividono fra gli uomini della città i quali sono atti alla difesa. Sonvi sacerdoti e giudici, ma questi non hanno auttorità sopra omicidi o ferite; anzi, se alcuno commette uno di questi due, essendo egli trovato da parenti dell'offeso, è ucciso. E se ciò non avviene, il micidiale è bandito dal popolo sette anni, e 'l termine del suo esilio giunge a sette anni, in capo de' quali, pagando certa pena a' congiunti dello ucciso, è assolto del bando. Gli abitatori di questa città sono uomini molto bianchi, domestichi e piacevolissimi; e fra loro molto piú onorano i forestieri che quelli della città, per alloggiamento de' quali tengono un grande spedale, come che la maggior parte si ripara nelle case de' cittadini.
Io fui nella città con il serif principe e vi dimorai tre giorni, i quali mi parvero altretanti anni, per cagione dei pulici, che ve n'erano infiniti, e per lo pessimo odore della orina e dello sterco delle capre; percioché ciascun cittadino ve n'ha gran copia, le quali il dí vanno ai pascoli loro, e la notte alloggiano nei corridori delle case e dormono appresso gli usci delle loro camere.
Ideuacal, prima parte del monte Atlante.
Avendo fin qui detto particolarmente delle città nobili che sono in Hea, parmi ben fatto che ora io ragioni dei monti, non lasciando adietro cosa che notabile mi paia, percioché la maggior parte del popolo abita ne' monti e in quelli sono di continovo le sue magioni. La prima parte adunque di Atlante, che è il monte di Ideuacal popolo, incomincia dal mare Oceano ed estendesi verso levante per insino a Ighilinghighil, e divide la regione di Hea dalla regione di Sus. È larga quasi tre giornate, perché la sovradetta Tefetna è nella punta della sua costa accanto il mare di verso tramontana, e Messa dall'altro lato della detta punta verso mezzogiorno, e infra Tefetna e Messa è di tratto tre giornate da me fatte nel cavalcare. Questo monte è molto bene abitato: sonvi molte ville e casali; gli abitatori vivono delle lor capre, di orgio e di melle. Nel vestire non usano portar camicia né cosa fatta con ago, percioché tra loro non si truova chi sappia cucire, ma portano i panni intorno la loro persona aggroppati come meglio sanno. Le donne hanno in costume di portare agli orecchi certe anella grandi d'argento e molte grosse, e tale ve n'ha che ne porta quattro per ciascuna orecchia. Usano ancora certe come fiubbe, di tanta grossezza che pesano una oncia, con le quali attaccano i panni sopra le spalle. Portano eziandio nelle dita delle mani e nelle gambe alcuni cerchietti pur d'argento; ma le nobili solamente e ricche ciò fanno, percioché le popolari e povere gli usano di ferro e di ottone. Evvi qualche cavallo, ma di picciola statura, e non gli ferrano, e sono cotai animali tanto agili che saltano allo ingiú come i gatti. Sonvi molti lepri, caprioli e cervi, ma quelle genti non gli apprezzano; fontane in molto numero e alberi, massimamente noci.
Questi popoli per la maggior parte sono come gli Arabi e vanno di un luoco in un altro. Le loro armi sono cotali pugnali larghi e torti, e cosí sono le spade, le quai hanno la schiena grossa come è quella d'una falce con che in Italia si taglia il fieno; e quando vanno a combattere portano in mano tre e quattro partigianelle. Quivi non ha giudice, né sacerdote, né tempio, né uomo che sappia dottrina. E sono generalmente uomini maligni e traditori. Fu detto al serif principe in la mia presenzia che 'l popolo di questo monte fa ventimila combattenti.
Demensera monte.
Questo monte è similmente una parte di Atlante e incomincia da' confini del detto. Estendesi verso levante circa a cinquanta miglia insino al monte di Nififa nella regione di Marocco, e divide buona parte di Hea da Sus, e nel suo confino è il passo di gire alla regione di Sus. È molto abitato, ma da gente barbera e bestiale. Hanno queste genti assai cavalli, e combattono spesse fiate co' vicini e con gli Arabi, vietando che essi entrino ne' loro paesi. Nel detto monte non è né città né castello né casa, sonvi molte ville e molti casali. E tra loro si truovano molti gentiluomini, i quali sono obbediti da tutta la plebe. I terreni per orgi e migli sono buonissimi; sonvi molti fonti che scorrono fra quelle valli e entrano nel fiume di Sisseua. Questo popolo veste assai bene. Quivi si cava gran copia di ferro, il quale vendono in diversi luoghi e accattano danari. Gran numero di giudei cavalca per quei monti, i quali portano arme e combattono in favore di loro padroni, cioè del popolo del detto monte; ma questi giudei fra gli altri giudei di Africa sono riputati quasi per eretici e sono chiamati carraum. In questo monte sono alberi alti e grossi di lentisco e di bosso, e alberi similmente grossissimi di noci. Gli abitatori sogliono mescolar le noci con argan, e ne cavano certo olio piú tosto amaro che no, il quale mangiano e abbruciano. Ho inteso da molti che il detto monte fa venticinquemila combattenti fra cavalli e fanti a piè. Nel mio ritorno da Sus io passai per questo monte, e per le lettere ch'io aveva di serif principe mi furon fatte molte carezze e onori, nell'anno novecentoventi.
Monte del ferro, detto Gebelelhadid.
Questo monte non è di Atlante, percioché incomincia dal lito del mare Oceano di verso tramontana e si estende verso mezzogiorno a canto il fiume di Tensift, e parte la region di Hea da quella di Marocco e dalla regione di Duccala. Abita in questo monte un popolo chiamato Regraga. Quivi sono grandissimi boschi, molti fonti, gran copia di melle e olio di argan; di grano hanno poca quantità, ma lo conducono da Duccala. Sono poveri uomini, ma da bene e divoti. Nella cima del detto monte si truovano molti romiti, che vivono di frutti di alberi e di acqua. Sono fedeli e amatori di pace, e come uno commette qualche latrocinio o altro male, lo bandiscono del paese per certo tempo. Semplici sono oltre a modo, di maniera che quando alcuno di quei romiti fa qualche operazione l'hanno per miracolo. Gli Arabi loro vicini danno lor spessi travagli, onde il popolo per viver quietamente suol pagare certo tributo.
Maumet re di Fes si mosse contra questa parte di Arabi, onde essi fuggirono ai monti. I montanari, aiutati dal favore del re, si fecero forti e assaltarono gli Arabi nelle strettezze dei passi, in modo che da questi e dallo esercito del re furono tagliati a pezzi, e menati al re degli uccisi tremilaottanta cavalli. Cosí i detti montanari furono liberi del tributo, e io allora mi trovai nell'esercito del re, che fu l'anno novecentoventuno. Gli abitatori del detto monte fanno circa a dodicimila combattenti.
Sus.
Ora dicasi della regione di Sus: questa è oltra il monte Atlante verso mezzogiorno e dirimpetto alla regione di Hea, cioè nello estremo di Africa, e incomincia sul mare Oceano dalla parte di ponente, e compie nel mezzogiorno nell'arena del diserto. Di verso tramontana termina nell'Atlante, cioè ne' confini di Hea; dal lato di levante ha fine nel gran fiume detto Sus, da cui è derivato il nome della detta regione. Io, incominciando dal canto di ponente, vi narrerò particolarmente ogni sua città e luochi nobili.
Messa città.
Messa sono tre piccole città, l'una vicina all'altra quasi un miglio, edificate dagli antichi Africani accosto la riva del mare Oceano e sotto la punta nella quale ha principio il monte Atlante, e sono murate di pietre crude. Passa fra le dette terricciuole il gran fiume Sus, e nella state varcasi questo fiume a guazzo; nel verno non vi si può passare, e hanno certe barchette che non sono atte se non per sí fatto tragetto. Il sito dove sono poste queste picciole città è un bosco non salvatico ma di palme, il quale è la loro possessione: vero è che i datteri che vi nascono non sono molto buoni, percioché non durano per tutto l'anno. Gli abitatori sono tutti agricoltori e lavorano il terreno quando cresce il fiume: il che è nel settembre e nel fine d'aprile; il grano raccolgono il maggio, e se il fiume sciemasse ne l'uno di questi due mesi non ve ne raccoglierebbono un solo. Hanno poche bestie.
Di fuori su la marina è un tempio, il quale tengono con grandissima divozione. Dicono molti istorici che di questo tempio uscirà il pontefice giusto che profetizzò Maumetto; dicono ancora che, allora che Iona profeta fu inghiottito dal pesce, egli lo vomitò sopra il terreno di Messa. I travicelli del detto tempio sono tutti di coste di balene, e sovente aviene che 'l mare molte grosse balene getta nel lito morte, le quali, con la lor grandezza e con la brutta forma ch'elle hanno, porgono terrore a chi le vede. Diceva il volgo che ogni balena che passa a canto il tempio muore, per la virtú data da Iddio a quel tempio. Io poco l'avrei creduto, se non che, vedendo alla giornata apparir qualche balena morta fuori dell'onda, mi faceva di ciò restar sospeso. Dipoi, ragionandone con un giudeo, mi disse che non era da maravigliarsi, percioché fra il mare quasi due miglia discosto sono alcuni scogli grossi e acuti. Onde, quando il detto mare è turbato, si muovono le balene di luoco in luoco, e quella che s'abbatte a percuotere in un di quegli scogli di facile è macerata e muorsi: per il che poscia il mare la getta al lito quale la veggiamo. Questa mi parve assai miglior ragione di quella del volgo.
Fui io in queste città nel tempo del serif principe. Invitommi adunque un gentiluomo a desinar seco in un giardino ch'era fuori della città, e per istrada trovammo apunto una costa d'una di dette balene, posta in foggia di arco, sotto la quale come per una porta su camelli passando, il sommo di lei era tanto alto che non vi aggiugnemmo con la testa. E dicesi che sono presso a cento anni che quella costa in quel luogo si tiene, e serbasi per cosa maravigliosa. Ne' liti piú vicini al mare truovasi per quei paesi ambracane perfettissimo, il quale è venduto a' mercatanti portogallesi o a quei di Fez per vile prezzo, ch'è quasi meno d'un ducato per oncia. Molti dicono che la balena è lo animale donde esso ambracane si crea: altri affermano essere lo sterco del detto, altri ch'è lo sperma il quale stilla dai membri genitali del maschio, quando e' vuole usare con la femina, e l'acqua lo indura.
Teijeut, città di Sus.
Teijeut è una antica città edificata dagli Africani, in una bellissima pianura. È divisa in tre parti, l'una parte discosto dall'altra quasi un miglio, le quai insieme un triangolo formano; fa in tutto quattromila fuochi. Passa accanto di lei il fiume Sus. Questo terreno è abbondantissimo di formento, d'orgio e d'altri grani e legumi; nascevi ancora gran quantità di zucchero, ma non lo fanno ben cuocere né purgare, perciò il detto zucchero è di color nero; onde a questa città vengono molti mercatanti di Fez, di Marocco e dal paese dei negri a comprarne. V'è similmente buona quantità di datteri. Quivi altra moneta non si spende che l'oro come nasce, e usano anche quelle genti nel spendere alcuni pannicelli appreziati un ducato l'uno. Vi si truova poco argento, e quel poco sogliono portar le donne per loro ornamento; in luogo di quattrini hanno certi pezzi di ferro del peso circa d'una oncia. Trovansi pochi frutti, eccetto fichi, uva, persiche e datteri; oliva non vi nasce, ma portavisi l'olio da alcuni monti di Marocco, e vendesi in Sus quindici ducati il cantaro, che è centocinquanta libbre italiane. I loro ducati, perché non hanno moneta battuta, valutano sette e un terzo per una oncia d'oro. L'oncia è come la italiana, ma la libbra fa oncie diciotto; essi la chiamano rethel: cento rethel è un cantaro. Il prezzo consueto della vettura, quando è né caro né molto buon mercato, costa ducati tre la soma di camello, la qual pesa libbre settecento italiane; e ciò nel verno, perché nella state pagasi cinque o sei ducati la soma. Nella detta città si acconciano quei belli cordovani che nella Italia sono detti marrochini: vendonsi questi ivi sei ducati la dozzina, e in Fez otto.
Da una parte di verso Atlante sono molti casali e villaggi, ma verso mezzogiorno è terreno disabitato, percioché sono pianure e poderi dei lor vicini Arabi. Nel mezzo della detta città è un bello e gran tempio, il quale essi chiamano il tempio maggiore, per entro del quale fanno passar un ramo del fiume. Gli uomini di essa sono naturalmente terribili, e vivono sempre in guerra tra loro medesimi, di modo che rare volte aviene che si stiano in pace. Fa ciascuna delle tre parti un rettore, i quali insieme governano la città, e non durano nel magistrato piú che tre mesi solamente. La piú parte d'essi usa di vestire come fanno quegli di Hea, e tal v'è che va vestito di panno, di camicia e tulopante in capo di tela bianca. La canna del panno grosso, come è il fregetto, vale un ducato e mezzo; la pezza di tela portogallese o fiandrese non molto grossa quattro ducati, e ogni pezza è di ventiquattro braccia di Toscana. Hanno nella città giudici e sacerdoti, ma obbediti solamente nelle cose sacre; nelle cure temporali chi piú ha de' parenti ha piú favori. Quando aviene che uno uccida un altro, se i parenti di colui lo possono uccider, bene sta; se non possono, quel tale o è bandito sette anni o rimane nella città al loro mal grado: se egli viene bandito la pena è come di sopra dicemmo, ed egli, in capo del termine ritornando, fa un convito a tutti i gentiluomini e in tal guisa si pacifica con gli aversari. Nella detta città sono molti giudei artigiani, i quali di niuna gravezza sono astretti, fuori che di far qualche picciolo presente ai gentiluomini.
Tarodant, città di Sus.
Tarodant è una città assai grande edificata dagli Africani antichi. Fa circa tremila fuochi, ed è lontana da Atlante poco piú di quattro miglia verso mezzogiorno, e da Teijeut verso levante trentacinque. Questa città è nella abbondanza e ne' costumi come le dette, ma è piú picciola e piú civile, percioché nel tempo che la famiglia di Marin regnava a Fez regnò ancora a Sus, e fu stanza del locotenente del re: onde vedesi fino al dí d'oggi una rocca rovinata, la quale fu fabricata da questi re. Ma poi che la detta famiglia mancò, la città fece ritorno alla libertà.
Gli abitatori vestono di panno e di tela. Vi sono molti artigiani. Il dominio è fra gentiluomini, il quale successivamente è tenuto da quattro, e questi non stanno nella signoria piú che sei mesi. Sono persone pacifiche, né mai fanno oltraggio a' vicini. In questo terreno verso Atlante sono molti villaggi e casali; le pianure che riguardano a mezzogiorno sono paesi e pascoli d'Arabi. Il popolo della città paga gran quantità di tributo per li terreni, all'usanza del paese di Sus, e per mantenere la via sicura. A' nostri dí questa città si ribellò agli Arabi, e si diede al serif principe l'anno 920
Gartguessem.
Gartguessem è una fortezza su la punta del monte Atlante e di dentro del mare Oceano, appresso ove entra in mare il fiume Sus. Ha nel suo circuito buonissimi terreni, i quali da vent'anni in qua furono presi da Portogallesi. Onde il popolo di Hea e di Sus si accordò insieme per riaver questa fortezza, e vennero con esso loro per soccorso molti fanti di lontan paese, e fecero capitano generale un gentiluomo serif, cioè nobile della casa di Maumetto, il quale con l'esercito assediò detto castello molti giorni. E furono ammazzate molte persone di quelli di fuora, per il che lo lasciorono e tornorono a casa, e alcuni restorono con il detto serif mostrando di voler mantener la guerra contra i cristiani; e il popolo di Sus contentò di darli danari per cinquecento cavalli. Il qual, come ebbe toccato molte paghe e fattosi pratico del paese, ribellò e fecesi tiranno. E al tempo che io mi partí dalla corte del detto serif, lui aveva piú di 3000 cavalli e fanti infiniti e danari, sí come nelle abbreviazion nostre abbiamo detto
Tedsi, città di Sus.
Tedsi è una città grande la quale fa quattromila fuochi, edificata anticamente dagli Africani, lontana da Tarodant verso levante trenta miglia, dal mare Oceano sessanta e dal monte Atlante venti. È paese abbondevole e fruttifero: nasce in esso gran quantità di grano e di zucchero e guado, e trovansi quivi mercatanti del paese dei negri. Il popolo si sta in pace, e sono uomini civili e onesti. Il governo loro è per via di republica, di modo che la signoria è sempre in mano di sei, i quali sono creati a sorte e hanno il succedimento in capo di mesi sedici. A canto della detta città passa il fiume Sus, tre miglia discosto. E sonvi molti giudei artefici, come orefici, fabbri e altri. V'è un tempio fornito molto bene di sacerdoti e d'altri ministri; tengono giudici e lettori nella legge pagati dal commune di essa città. E fassi un mercato il lunedí, nel quale si ragunano gli Arabi e paesani e montanari. Questa città l'anno novecentoventi si diede al serif principe, nella qual ei faceva la sua cancellaria.
Tagauost, città in Sus.
Tagauost è una grande città, e la maggiore che si truovi in Sus: fa ottomila fuochi ed è murata di pietre crude, lontana dal mare Oceano circa sessanta miglia e dal monte Atlante circa a 50 verso mezzogiorno; fu edificata dagli Africani. Lontano da lei presso a dieci miglia passa il fiume Sus. Nel mezzo di questa città sono molte piazze, botteghe e artigiani. Il popolo è diviso in tre parti, e il piú stanno queste genti sul guerreggiare tra loro, e una parte contra l'altra chiama in soccorso gli Arabi, i quali secondo la maggior quantità del soldo ora favoreggiano questa ora quella. Nel contado di lei sono abbondantissimi terreni e molti bestiami, ma la lana si vende vilissimo prezzo. Fansi quivi molti piccioli panni, i quali da mercatanti che sono nella città vengono condotti a Tombutto e a Gualata, terre delli negri: il che è una volta l'anno. E il mercato usavisi di fare due volte la settimana. Il loro abito è onesto, e le femine bellissime e graziose; sono molti uomini bruni, i quali sono nati di bianchi e di neri. Quivi non è diterminato dominio, ma regna chi ha maggior potere. Io fui in detta città tredici giorni col cancelliere del serif principe per comperar certe ischiave per lo detto principe, l'anno 919.
Hanchisa monte.
Questo monte quasi incomincia da Atlante, cioè verso ponente, e si estende verso levante circa a quaranta miglia. Ne' piedi v'è Messa e altri paesi di Sus. Gli abitatori sono uomini valentissimi a piedi, di maniera che ad uno fante basta l'animo di difendersi da due a cavallo, con certe picciole partegiane le quali usano di portare. In questo monte non nasce formento, ma orgio in molta copia e melle. In tutto il tempo dell'anno vi nevica, ma eglino mostrano di stimar poco il freddo, percioché tutto il verno sogliono portare in dosso pochi panni. Il principe serif tentò piú volte di farsegli tributari, ma in vano.
Ilalem monte.
Questo monte incomincia da ponente dal confino del sopradetto, e termina nella region di Guzzula verso levante, e verso mezzogiorno ha fine ne' piani di Sus. I suoi abitatori sono uomini nobili e valenti. Hanno gran moltitudine di cavalli, e fanno tra loro sempre guerra per cagione di una vena di argento la quale è nel detto monte, e quelli che rimangono vincitori godono il frutto di questa.
Sito della regione di Marocco.
Questa regione ha principio di verso ponente dal monte di Nefifa, e va verso levante fino al monte di Hadimei, e discende verso tramontana vicino al fiume di Tensifit per insino che questo fiume si congiunge col fiume di Asifinual, dove dal lato di levante incomincia Hea. Ha questa regione quasi forma di triangolo. È abbondevolissima di formento e d'altre sorti di grano, di numero di bestiame, d'acque, di fiumi, di fonti, di frutti, come sono datteri, uve, fichi, poma e pere d'ogni maniera. È quasi tutta pianure, come è in Italia la Lombardia. I monti sono freddissimi e sterili, per modo che in quelli altro non nasce che orgio. Ora, incominciando noi dalla parte occidentale, descriveremo ogni suo monte e città, tenendo il nostro stile consueto.
Elgiumuha, città della sopradetta regione.
Elgiumuha è una città picciola nel piano, appresso un fiume detto Sesseua, discosto dal monte Atlante circa a sette miglia. Fu edificata dagli Africani, ma dipoi fu tenuta da certi Arabi, nel tempo che la famiglia di Muachidin perdé il dominio. Di questa città altro ora non rimane che certe rare vestigie. Gli Arabi sementano del terreno tanta parte che è bastevole al viver loro; il rimanente lasciano incolto. Ma quando la detta città era abitata, soleva render l'anno di utile centomila ducati, e faceva circa a seimila fuochi. Io passai da canto a lei e alloggiai con gli Arabi, i quali trovai uomini molto liberali, ma sono perfidi e traditori.
Imegiagen.
Imegiagen è una fortezza posta su la cima di una montagna di quelle di Atlante, la quale non ha mura che la cingano, ma è difesa dalla natura del luoco. È discosta dalla sopradetta città verso mezzogiorno circa a venticinque miglia. Tenevano questa fortezza ne' tempi adietro certi nobili di quel paese, ma fu presa da Homar Essuef eretico, di cui di sopra dicemmo. Il quale vi usò di grandissime crudeltà, percioché egli fece uccider per insino a' fanciulli, e le femine gravide, faceva aprire il corpo e cavarne fuori le creature, le quali erano sbranate sul petto delle loro madri, e prima che gustassero la dolcezza della vita sentivano l'acerbità della morte. Dell'anno 900, cosí, la detta fortezza rimase disabitata. Vero è che nell'anno novecentoventi in qualche parte s'incominciò a riabitare, ma solamente nelle coste del monte si puote ora lavorare e seminar le cose opportune al vivere, percioché nel piano non si può pur solamente passare, quando per tema degli Arabi e quando de' Portogallesi.
Tenezza.
Tenezza è una città forte nella costa d'una parte del monte Atlante, che è detta Ghedmina, edificata dagli Africani antichi, lontana da Asifinual quasi otto miglia verso levante. Sotto di essa sono molte pianure e tutte buonissime per grani, ma gli abitatori, per essere molestati dagli Arabi, non possono coltivare il terreno. Solamente seminano su le costiere del monte e tra il fiume e la città: pagano eziandio per tal cagione agli Arabi di gravezza uno terzo delle rendite dell'anno.
Delgumuha nova.
Questa città è una gran fortezza sopra una montagna altissima: d'intorno è circondata da diversi altri monti. Sotto la detta fortezza nasce Asifinual, che nella lingua africana è interpretato "fiume di romore", perché cade giú del monte con grande strepito, e fa uno profondo, nella guisa dell'inferno di Tivoli nel contado di Roma. Fu edificata da certi signori a' nostri dí, e fa presso a mille fuochi. Tennela gran tempo un tiranno della famiglia dei re di Marocco. Fa ancora questa fortezza buona quantità di cavalli e di fanterie, e cava di rendita da quei casali e villaggi di Atlante poco meno di diecimila ducati. Il popolo tiene stretta amicizia con gli Arabi, e fa loro molte volte di belli e onorati presenti, con li quali molte volte ha offeso li signori di Marocco. Sono uomini civili, vestono assai gentilmente, ed è la città benissimo abitata e fornita di artigiani: e ciò perché è vicina a Marocco cinquanta miglia. Fra le loro montagne sono di bellissimi giardini, e vi nasce gran quantità di frutti; sogliono seminare orzo, lino e canapo, e hanno assai gran numero di capre. Tengono sacerdote e giudice, ma per altro sono uomini di grosso intelletto, e gelosi delle lor donne grandemente. Io alloggiai nella detta città in casa d'un mio parente, il quale, essendo in Fez rimaso debitore d'una grossa quantità di danari per cagione di fare alchimia, venne ad abitar quivi e col tempo fu fatto secretario del signore di questa città.
Imizmizi.
Imizmizi è una città assai grande su la rupe d'un monte di quei di Atlante, lontana dalla sopradetta verso ponente circa a 14 miglia, edificata dagli antichi. Sotto lei è un passo che attraversa Atlante alla regione di Guzula, ed è detto Burris, cioè "piumoso", perché di continovo vi fiocca la neve, la quale ha somiglianza di bianca piuma che alle volte si vede volare. Sotto ancora la detta città sono larghissime pianure, le quali giungono a Marocco e tengono trenta miglia di lunghezza. Quivi nasce il grano bello e grosso e il migliore ch'io abbia veduto giamai, e la farina è perfettissima. Ma gli Arabi aggravano molto questa città, e similmente il signor di Marocco, di maniera che la maggior parte della campagna è disabitata; e ancora gli abitatori della città incominciano a lasciarla, e sono molto poveri di danari, ma di possessioni e di grani ve ne hanno assai. Io quivi alloggiai appresso un romito nominato Sedicanon, uomo di gran riputazione e stima.
Tumeglast.
Tumeglast sono tre piccioli castelli nel piano, lontani da Atlante verso tramontana quattordici miglia e da Marocco circa a trenta. Sono tutti circondati di palme di datteri, uve e altri frutti; hanno d'intorno una bella campagna e buonissima per grani, ma non si può lavorare per la molestia degli Arabi. E i detti piccioli castelli sono presso che disabitati, né vi ha dentro piú che dodici o quindici famiglie, le quali sono congiunte di parentado al sopradetto romito, e per favor di costui possono coltivare una particella della detta campagna senza pagar cosa alcuna agli Arabi, i quali poi ne' viaggi che fanno ai castelli alloggiano nelle case loro. Le quali case sono picciole e disagiate, e hanno piú tosto forma di stalle d'asini che d'albergo d'uomini, per sí fatto modo che sempre sono ripiene di pulici, di cimici e di tai noie. E le acque sono salate. Io fui in questa terra alloggiato con Sidi Iehie, che era venuto a scuoter li tributi di quel paese in nome del re di Portogallo, dal quale era stato fatto capitano della campagna di Azafi.
Tesraft città.
Questa è una picciola città posta su la ripa del fiume di Asifelmel, lontana da Marocco verso ponente 14 miglia e dal monte Atlante circa a venti. D'intorno a questa città sono molti giardini di datteri e buoni terreni per grano, e tutti gli abitatori sono ortolani. Ma egli è vero che 'l detto fiume alle volte cresce e rovina tutti i giardini, senza che gli Arabi nella state vengono a quelli e mangiano ciò che v'ha di buono. Io fui in questa terra, dove non vi stetti se non tanto quanto li cavalli mangiorono la biada, e scapolai per gran ventura quel giorno di non esser assassinato dagli Arabi.
La gran città di Marocco.
Marocco è città grandissima, delle maggiori del mondo e delle piú nobili di Africa. È posta in una grandissima pianura, lontana da Atlante quasi quattordici miglia. Fu edificata da Giuseppe, figliuolo di Tesfin, re del popolo di Lontuna, nel tempo che egli entrò con la sua gente in quella regione, e fecela per seggio e residenza del suo regno, acanto il passo di Agmet, il quale trapassa Atlante e va al diserto, dove sono le abitazioni del detto popolo. Fu fabricata col consiglio di eccellenti architetti e ingeniosi artefici. Ella circonda gran terreno, e quando viveva Hali, figliuolo di Giuseppe re, questa città faceva centomila fuochi e qualcuno di piú. Aveva ventiquattro porte ed era murata di bellissime e fortissime mura, fatte di calcina viva e ghiara. Passa sei miglia discosto da Marocco un gran fiume, il quale è appellato Tensift. È fornita di tempi, di collegi, di stufe e d'osterie, secondo il costume d'Africa.
E di questi tempi alcuni furono edificati dai re di Lontuna e altri dai loro successori, cioè dai re di Elmuachidin. Nel mezzo della città ce n'è uno veramente bellissimo, edificato da Hali, figliuolo di Giuseppe, primo re di Marocco, e chiamasi il tempio d'Hali ben Giuseppe. Ma un successor nel detto regno, il cui nome fu Abdul Mumen, fece disfare e rifare il detto tempio, non per altra cagione che per levarne i primi titoli di Hali e ponervi il suo: tuttavia la fatica di costui fu posta indarno, percioché le genti ancora hanno in bocca l'antico titolo. Havvi eziandio quasi vicino alla rocca un altro tempio, il quale fece fare detto Habdul Mumen, che fu il secondo che per ribellione succedette nel regno, e dipoi il suo nipote el Mansor l'accrebbe cinquanta braccia da ogni lato, ornandolo di molte colonne le quali fe' conducere di Spagna; e fece far sotto di esso una cisterna in volto tanto grande quanto il tempio, e tutte le coperte del tempio volle che fossero di piombo con certi canaletti negli orli, fatti in guisa che tutta la pioggia che cadeva sul tempio, correndo per quei canaletti, era ricevuta dalla cisterna.
Fece ancora edificare una torre di pietre lavorate e grossissime, come è il Coliseo di Roma: il circuito di questa torre contiene cento braccia di Toscana, ed è piú alta della torre degli Asenelli da Bologna. La scala per cui s'ascende è piana e larga nove palme; la grossezza del muro di fuori dieci, e il masso della torre è grosso cinque. Sonvi dentro sette stanze agiate e molto belle, una sopra l'altra, e per l'ascender di tutta la scala si vede grandissimo lume, percioché vi ha dal basso all'alto finestre bellissime e fatte con grande ingegno, le quali sono piú larghe di dentro che di fuori. Come si giunge alla sommità della torre, truovasi un'altra picciola torricella, la cui cima è come una guglia e cinge venticinque braccia, quasi tanto quanto il masso della torre, è alta come due gran lancie e fatta in tre solai in volta: vassi da un solaio in l'altro con certe scale di legno. Su la cima de la guglia è uno spiedo fitto molto bene, e vi sono tre pomi d'argento l'uno sopra l'altro infilzati, e quello di sotto è piú grande che quello di mezzo, e quello di mezzo piú grande che quello di sopra. Come l'uomo è nel piú alto solaio, gli conviene volgere il capo come chi è nella gabbia dell'albero d'una nave, e piegando gli occhi dal di sopra alla terra, gli uomini di qualunque grande istatura non gli paiono punto maggiori d'un fanciullo d'un anno, e vedesi benissimo la montagna di Azafi, la quale è discosto da Marocco centotrenta miglia; veggonsi ancora le pianure che sono d'intorno quasi per lo tratto di cinquanta miglia.
Il sopradetto tempio di dentro non è molto ornato, e tutti li soffittati sono fatti di legname, tuttavia con assai bella architettura, come molti che noi abbiam veduto nelle chiese d'Italia. È vero che esso è delli maggior tempii che si truovino al mondo, ma oggidí è abbandonato, percioché gli abitatori non usano di farvi dentro le loro orazioni altro giorno che il venere. E la detta città è molto mancata circa all'abitazioni, e massimamente le contrade vicine al detto tempio, e con gran fatica vi si può andare, per cagione della rovina di molte case che impediscono la strada. Sotto il portico del detto tempio solevano essere presso a cento botteghe di librari, e altretante al dirimpetto: ma al presente non se ne truova in tutta Marocco una sola, e la povera città è in due terzi disabitata. Il terren vacuo è piantato di palme, d'uve e d'altri alberi fruttiferi, percioché i cittadini non possono tener di fuori un palmo di terreno, per essere molestati dagli Arabi.
E in vero ei si può dire che questa città sia invecchiata innanzi tempo, perché non forniscono ancora cinquecentosei anni che fu edificata: ma la cagione di ciò nacque dalle guerre e dai mutamenti delle signorie. Dette principio alla sua edificazione Giuseppe, figliuolo di Tesfin, l'anno quattrocentoventiquattro di legira. E morto Giuseppe regnò il suo figliuolo Hali, al quale successe Abraham suo figliuolo, nel cui tempo ribellossi un certo predicatore, chiamato Elmahdi, uomo nato e accresciuto nelle montagne. Costui, fatta buona quantità di soldati, mosse guerra ad Abraham. Perciò fu necessario al re di uscir con la sua gente contra a questo Elmahdi, e fatto giornata il re, avendo la fortuna contraria, fu rotto e impeditogli le strade di tornare nella città, di maniera che egli, lasciandola adietro, fu costretto a fuggirsi verso levante, tenendo il cammino accanto la costa di Atlante, con quella poca quantità di gente che gli era rimasa. Elmahdi, non si contentando di ciò, commise a uno capo de' suoi discepoli, detto per nome Habdul Mumen, che seguitasse il re con la metà dell'esercito, ed egli rimase con l'altra metà all'assedio di Marocco. Il re non poté né trovare iscampo né difendersi per insino a tanto che egli pervenne in Oran, nella qual città con le sue reliquie pensò di ripararsi il meglio che poteva. Ma Habdul Mumen accampandovisi di subito, il popolo fece intendere al re che egli non volea per lui ricever danno. Per il che il misero re, avendo perduta ogni speranza, salito di notte a cavallo e presa la moglie che seco aveva in groppa, uscí da una porta della città, e sconosciuto drizzò il cavallo a una rupe altissima che riguardava in mare, e dato di sproni ne' fianchi al cavallo vi si gittò giú per modo che, andando di dirupo in dirupo, tutti tre morti e in piú parte guasti furono trovati sopra uno scoglio e sepelliti miseramente.
Habdul Mumen vittorioso si ritornò a Marocco, e volle la sua buona ventura che trovò ch'era morto Elmahdi, onde egli in suo luogo fu eletto re e pontefice da quaranta discepoli e da dieci secretari del detto: usanza nuova in la legge maumettana. Costui adunque mantenne l'assedio della città gagliardamente, e in capo d'un anno v'entrò per forza e, preso Isac, picciolo figliuolo che solo era rimaso di Abraham, lui crudelmente con le sue proprie mani isvenò, e avendo uccisa la maggior quantità dei soldati che v'erano, tolse di vita una gran parte de' cittadini. Regnò la famiglia di costui per successione dall'anno cinquecentosedici di legira fino all'anno seicentosessantotto, e fu priva del dominio per li re della famiglia di Marin. Vedete come sono varii i rivolgimenti della fortuna. Durò il regno in questa famiglia di Marin fino all'anno settecentoottantacinque; dipoi ella ancora venne al meno, e Marocco fu dominata da certi signori ch'erano nel monte vecchio vicino alla città. Ma in questi mutamenti di signorie da niuno ricevé tanto danno quanto dalla famiglia di Marin, la qual fece il suo seggio in Fessa e quivi teneva la corte real, e in Marocco teneva un suo luogotenente, di maniera che Fessa fu capo del regno di Mauritania e di tutta la parte occidentale. E di ciò piú diffusamente trattamo nell'abbreviamento da noi fatto nelle croniche maumettane.
Ora, perché siamo alquanto vagati, è tempo di tornare alla descrizione della città. In lei è una rocca grande quanto una città, le mura della quale sono grossissime e forti, e hanno bellissime porte fatte di pietra tiburtina, i cui usci sono tutti serrati. Nel mezzo della rocca è un bellissimo tempio, sopra il quale è una torre similmente bellissima, e nella cima uno spiedo di ferro nel qual sono infilzati tre pomi d'oro che pesano 130 mila ducati africani, e piú grande è quello di sotto e piú picciolo quello di sopra. Il perché molti signori l'hanno voluto levare di là per valersi dei danari ne' bisogni, ma sempre è loro avvenuto qualche strano accidente per il quale furono costretti a lasciarvegli, in tanto che tennelo a malo augurio il levarli di quella cima. Dice il volgo che queste poma furono ivi messe sotto a tale influsso de' pianeti che elle non possono esser mai da quel luogo rimosse; aggiunge ancora che colui che ve le pose fece certo incanto di arte magica, per il quale costrinse alcuni spiriti a starsi perpetuamente in guardia loro. Al tempo nostro il re di Marocco per difendersi dai cristiani portogallesi, voleva al tutto, schernendosi della credula superstizione del popolazzo, trarle di donde sono; ma il popolo non gliel consentí, dicendo quelle esser la maggior nobiltà di Marocco. Noi leggiamo nell'istorie che la moglie di Mansor, poi che il marito fece edificar quel tempio, per lasciare ancora ella tra gli ornamenti del tempio qualche memoria di se stessa vendé i propi ornamenti, cioè ori, argenti, gioie e tai cose donateli dal re quando l'andò a marito, e fattone far le tre palle d'oro, di queste rese, come dicemmo, bella e apparente la cima.
È eziandio nella detta rocca un nobilissimo collegio, o vogliamo dir luogo assegnato allo studio e ricetto di diversi scolari, il quale ha trenta camere e nel piano una sala dove si leggeva ne' tempi antichi, e ogni scolare ch'era di questo collegio aveva le spese e il vestire una volta l'anno. E i dottori per loro salario avevano chi cento ducati e chi dugento, secondo la qualità delle lezioni che essi erano obligati a leggere; né poteva essere ammesso nel detto collegio chi non era molto bene ammaestrato ne' principii delle scienzie. Il luogo è ornato di belli mosaichi, e dove non ha mosaichi sono i muri di dentro vestiti di certe pietre di terra cotta invetriate, tagliate in fogliami sottili, e altri lavori in cambio di mosaico, e massime la sala dove si legge e li portichi coperti. E tutto lo scoperto è saleggiato di pietre invetriate che si chiamano ezzuleia, come si usa ancora nella Spagna. In mezzo dell'edificio è una fontana bellissima, lavorata e fatta di bianchissimi marmi, ma bassa all'usanza di Africa. Soleva esserci già, sí come io odo dire, gran numero di scolari, ma oggidí non sono piú che cinque, ed evvi un lettore ignorantissimo legista, il quale poco intende d'umanità e meno di altra scienzia.
Io, quando fui in Marocco, ebbi domestichezza con un giudice, persona invero ricca e buon conoscitor dell'istorie africane, ma poco perito nelle leggi: e ottenne quello ufficio per la pratica ch'egli fece in quaranta anni che fu notaio e favorito del re. Gli altri che amministrano gli uffici publici mi parvero uomini di grosso ingegno, per l'esperienzia ch'io ebbi quando fui con questo signore in campagna, dove lo trovai la prima volta che arrivai nella region di Marocco.
Sono ancora nella detta rocca undici o dodici palazzi molto ben fatti e ornati, i quali furono fatti edificar dal Mansore. Nel primo che s'incontra stava la guardia di certi balestrieri cristiani, i quali solevano esser cinquecento, e questi erano soliti di camminare sempre dinanzi al signore quando si moveva da un luogo all'altro. Nel palazzo accanto a questo alloggiavano altretanti arcieri, e un poco avanti al palazzo è l'albergo dei cancellieri e secretari, il quale nella lingua loro è chiamato la casa dei negozii. Il terzo è detto il palazzo della vittoria, e in questo si tenevano l'armi e le monizioni della città. Ci è un altro un poco piú oltre al detto, nel quale alloggiava il maestro di stalla del signore, e vicino a lui sono tre stalle fatte a volte, in ciascuna delle quali possono capire agiatamente dugento cavalli. Sonvi due altre stalle, una per li muli, e vi capeno cento muli, e l'altra per le cavalle e mule che cavalcava il re. Appresso alle dette stalle erano due granai fatti pure a volte e in due solai. Nel solaio di giú tenevano lo strame, e in quello di sopra l'orzo per li cavalli. Nell'altro riponevano il formento, ed è tale che cape in uno solaio piú di trentamila ruggi e altretanti nell'alto: dove sono fatti certi buchi a posta sopra il tetto, ed evvi una scala piana di pietra, e le bestie vanno cariche fino sopra il tetto, e ivi si misura e poi buttasi dentro per li detti buchi; e quando lo voglion cavar fuori hanno certi altri buchi di sotto, che aprono, e cosí cavano e mettono senza fatica. Piú oltre ancora c'è un bel palazzo, il quale era la scuola dei figliuoli del re e degli altri della sua famiglia. In questo è una bellissima camera fatta in quadro, con certi corridori intorno e con bellissime finestre di vetro di diversi colori; e sono al d'intorno di lei alcuni armai di tavole con intagli dorati, e dipinti in molte parti con finissimo azurro e oro. C'è un altro palazzo nel quale dimorava similmente la guardia di certi armati, un altro molto grande dove il signore dava generale udienza, e un altro dove teneva gli ambasciatori quando gli parlavan gli secretarii. Ve n'è un altro fatto per albergo delle mogli del re, damigelle e ischiave; un altro appresso questo diviso in molte parti, per li figliuoli del detto, cioè per quelli che erano alquanto grandetti.
Piú discosto verso il muro della rocca che risponde alla campagna è un bellissimo e grandissimo giardino, nel quale ha ogni sorte d'alberi e di fiori. Ed evvi una loggia tutta di marmo, quadra e profonda sette palme, nel cui mezzo è una colonna che sostiene un leone pur di marmo fatto assai maestrevolmente, dalla bocca del quale esce chiara e abondevole acqua che si riverscia nella loggia. E per ogni quadro della detta loggia è un leopardo di marmo bianco, con certe macchie verdi e tonde fatte dalla natura; né si truova tale marmo in altro luogo fuori che in un monte di Atlante, discosto da Marocco centocinquanta miglia. Appresso del giardino v'è certo serraglio, nel quale si rinchiudevano molte salvatiche fiere, come giraffe, elefanti, leoni, cervi e caprioli. È vero che i leoni avevano separata stanza dagli altri animali, e fin ora quel luogo è detto la stanza dei leoni.
Quelle poche adunque di vestigia che sono rimase in questa città vi possono far fede della pompa e grandezza che era ne' tempi del Mansor. Oggidí non si abita altro che 'l palazzo della famiglia e quello dei balestrieri, dove albergano ora i portinai e i mulattieri del presente signore. Tutto quello che rimane è albergo di colombi, cornacchie, civette, guffi e simili uccelli. Il giardino, da prima sí bello, è oggi ricetto delle immondizie della città; il palazzo dove era la libraria, in una parte è albergo di galline e in altra di colombi: gli armai ne' quai si solevano tenere i libri sono i nidi loro.
Fu certo questo Mansor un gran principe, percioché signoreggiava da Messa per insino a Tripoli di Barberia, che è la parte piú nobile d'Africa; e non si potea fornir questo viaggio in meno di novanta giorni, e per la larghezza in quindici. Signoreggiava eziandio nella Europa tutta quella parte d'Ispagna detta Granata, e che è da Tariffa fino nella provincia di Aragon, e una buona parte di Castiglia e ancora di Portogallo. Né solamente ebbe sí gran dominio el Mansor, ma il suo avolo Abdul Mumen e 'l suo padre Giuseppe, e lui Iacob el Mansor e suo figliuolo Maumetto Enasir, che fu rotto e vinto nel regno di Valenza, e furon morti de' suoi, fra gente da cavallo e da piè, sessantamila uomini. Egli salvò la sua persona e tornossi a Marocco. Laonde i cristiani, per la vittoria preso animo, seguitarono l'impresa e nello spazio di trenta anni recuperorno Valenza, Denia, Alicante, Murzia, la nuova Cartagine, Cordova, Siviglia, Iaen e Ubeda. Per questa memorabil rotta e occisione incominciò a declinar la famiglia dei detti re, e morto Maumetto, lasciò dieci figliuoli uomini fatti, i quai tutti volevano usurparsi il dominio. Il che fu cagione che si uccidessero tra loro, e che appresso il popolo di Marin entrasse nel regno di Fez e in que' contorni; si sollevò eziandio il popolo di Habduluad e regnò in Telensin, e levò il rettore di Tunis e faceva re chi gli pareva.
Cotal fine ebbero i successori di Mansor. Venne dipoi il regno in mano di Giacob, figliuolo di Habdulach, primo re della famiglia di Marin. Ultimamente la città di Marocco è rimasa in poca riputazione, e quasi sempre travagliata dagli Arabi, qualunque volta il popolo si ritrae di consentire ad ogni loro picciolo desiderio e volontà.
Quanto è sopradetto di Marocco, parte ho veduto io e parte ho cavato dall'istoria di Ibnu Abdul Malich, cronichista di Marocco, divisa in sette parti, e anco dalle mie abbreviazioni delle croniche maumettane.
Agmet città.
Agmet è certa città vicina a Marocco circa a ventiquattro miglia, edificata dagli antichi Africani su la costa d'un monte, pur di quegli di Atlante. Fa presso a seimila fuochi. Questa al tempo di Muachidin fu molto civile e chiamavasi la seconda Marocco. È circondata da molti bellissimi giardini e vigne, quai posti nel monte e quai nel piano. Passa sotto lei un bel fiume, il qual viene da' monti di Atlante ed entra poscia nel fiume di Tenseft. Fra i detti fiumi è una campagna, mirabilissima circa alla bontà del terreno: dicono che 'l detto terreno rende alle volte nel seminare cinquanta per uno. L'acqua del detto fiume è sempre bianca, la terra e fiume somiglia alla città di Narni e alla Negra fiume in Umbria, e affermano ch'egli va per fino a Marocco, e mettendo capo appresso alla detta città ha il suo corso per certi canali sotto la terra: né si vede canale alcuno per insino a Marocco. A molti signori piacque di fare isperienza di conoscere da qual parte se ne venga la detta acqua, e fecero andare per quel canale alcuni uomini, i quali tenevano per veder lume una lanterna in mano. Questi, come furono alquanto corsi pel canale, sentirono un gran vento il quale loro ammorzò il lume, e soffiava con tal forza che mai piú simile non pareva a quelli aver sentito; e furono piú volte a pericolo di non poter tornare adietro, percioché oltre a ciò il fiume era rotto da certi sassi grandissimi, tra' quali l'acqua percotendo correva ora d'una ora d'altra parte. E trovarono alcune cave profondissime, di maniera che furono costretti a lasciar l'impresa, nella quale niuno poscia ebbe ardimento di mettersi. Dicono gli istorici che 'l signore che edificò Marocco, con la dottrina di certi astrologi, previdde ch'egli era per aver di molte guerre, onde fece che per arte magica tal novità si vedesse in quel canale, a fine che niuno suo inimico, non sapendosi il nascimento dell'acqua, gliela potesse levare.
Sotto Agmet, appresso il fiume, è un passo che attraversa Atlante verso la provincia di Guzzula. Ma la detta città è oggidí divenuta albergo di lupi, volpi e corvi, e di somiglianti uccelli e animali. Eccetto che nella rocca a' miei giorni abitava un certo romito con cento suoi discepoli, i quali tutti avevano nobilissimi cavalli, e incominciarono a volere farsi signori, ma non avevano a cui signoreggiare. Io alloggiai con questo romito forse dieci dí, un fratello del qual era mio strettissimo amico, percioché eravamo noi stati insieme condiscepoli nella città di Fez e udimmo insieme nella teologia la epistola di Nensefi.
Hanimmei città.
Hanimmei è una terricciuola sopra la costa del monte Atlante verso il piano, lontano da Marocco circa a quaranta miglia verso levante nel passo di Fez, cioè a quegli che vogliono fare il cammino per la costa del monte. E il fiume di Agmet passa discosto di Hanimmei circa a quindici miglia; dal fiume fino alla città è una campagna bonissima da seminare, sí come è quella di Agmet. Da Marocco fino al fiume possiede il signor di Marocco, e quello che è da Marocco fino ad Hanimmei è sotto il dominio del signore d'Hanimmei, il quale è valoroso giovane e fa spesso guerra al signor di Marocco e agli Arabi. Signoreggia eziandio molti popoli ne' monti di Atlante, è liberale e animoso, né aveva sedici anni forniti quando egli ammazzò un suo zio e fecesi signore; onde subito gli convenne mostrar segno del suo valore, percioché molti Arabi, insieme con trecento cavalli leggieri de' cristiani portogallesi, fecero una improvisa correria per insino alle porte della città. Ed egli, con cento cavalli e pochi Arabi, si difese con tanta prodezza che fu uccisa una gran quantità dei detti Arabi, e de' cristiani niuno ritornò piú in Portogallo, e ciò avenne perché eglino non erano pratichi in questo paese, l'anno novecentoventi. Venne dipoi il re di Fez e dimandò a costui certo tributo, il quale egli ricusando, il re vi mandò uno esercito di molti cavalli e balestrieri; il signore volle difendersi, e uscito nella battaglia ebbe d'una pallotta di schioppo nel petto e tosto cadde morto. Per il che la città rimase tributaria, e la medesima moglie del signore condusse molti nobili prigioni incatenati al capitano del re, il quale, lasciatovi un governatore, si dipartí nell'anno 921.
Nififa monte.
Poscia che detto abbiamo della regione di Marocco, secondo che pare a noi assai abbondevolmente, ora ordinatamente seguendo diremo dei monti piú famosi. E per incominciare da Nififa, questo è un monte del quale di verso ponente ha capo la regione di Marocco, e da questa separa Hea. È molto abitato, e nella sua sommità, benché spesso vi soglia nevicare, nondimeno vi si semina orzo, il quale vi nasce in molta copia. Sono gli abitatori uomini salvatichi e non hanno civilità alcuna; e come veggiono un cittadino, si maravigliano sí di lui come dell'abito, nella guisa che di me fecero, che in duoi giorni che quivi stetti non si potevano render sazii di guardare e toccare la veste ch'io aveva, che era una sopravesta bianca a uso di studente, e in duoi giorni la diventò come una straccia di cucina tanti furno quelli che la volsono toccare. E un vi fu che mi sforzò a far cambio d'un suo cavallo, che poteva valer dieci scudi, per una mia spada che non valeva in Fez uno e mezzo. E questo procede percioché non vanno mercatanti in quella parte, ed essi non osano venir su le strade, perché quei luoghi sono per lo piú tenuti da uomini malvagi e assassini. Hanno abbondanza capre, di mele e d'olio di argan, e d'indi s'incomincia a trovare il detto argan.
Semede monte.
Questo monte incomincia da' confini del sopradetto, e sono separati l'uno dall'altro dal fiume Sefsaua, ed estendesi verso levante circa a venti miglia. I suoi abitatori sono vili, rozzi e poveri. Ivi si truovano molti fonti e neve tutto l'anno. Né si tiene o vero si obbedisce a ragione alcuna, se non alle volte di qualche passaggiero che paia loro che sia persona intendente. Io alloggiai una notte sul detto monte, in casa d'un religioso tra loro molto onorato, e convennemi mangiar del cibo che essi mangiano, cioè farina d'orgio temperata con acqua bollente, insieme con certa carne di becco che mostrava alla durezza di avere piú di sette anni d'età, e oltre a ciò mi convenne dormire su la nuda terra. Onde levatomi la mattina per tempo e pensandomi di partire, sí come quello che non sapeva l'usanza loro, mi fu fatto d'intorno cerchio da piú di cinquanta persone, le quali m'incominciarono a dir le lor questioni, non altrimenti che a giudice e terminator dei litigi. Io loro risposi che non sapeva niente de' fatti loro. Allora vennero innanzi tre gentiluomini, cioè tre dei piú riputati tra loro, de' quali uno disse: "Gentiluomo, voi forse non sapete il costume nostro: nostro costume è che niun forestiero si parta da noi per infino ch'egli non abbia molto bene ascoltate e decise le nostre cause". Né appena ebbe fornite queste parole che mi viddi esser levato il cavallo. Onde egli mi fu forza a soffrir nove amari giorni e altretante amare notti, sí per il cibo e sí per il dormire, percioché, oltre i molti intrichi, non era chi di loro sapesse scrivere una sola parola, e convennemi essere parimente e giudice e notaio. In capo di otto giorni dissero che essi mi farebbono la seguente mattina un presente onorato e nobile: per il che a me parve mille anni la notte, pensando fra me stesso di ricevere qualche buona quantità di ducati. Come apparve la luce, mi fecero sedere sotto il portico d'un loro tempio e, fatta certa orazione, incominciò ciascuno di loro a venire a me col suo presente, e baciorommi il capo. E tale fu che mi portò un gallo, tale una guscia di noce, uno due o tre treccie di cipolle e altro di aglio, e il piú nobile mi fece dono d'un becco: le qual cose, non si trovando alcun che le comprasse per non esser danari in quel monte, le lasciai al padron della casa per non volermele portar drieto. Questo adunque premio ebbi io della fatica e disagio di que' giorni. Egli è vero che cinquanta di queste canaglie mi accompagnarono buona pezza di via, la qual non era sicura.
Seusaua monte.
Questo monte è doppo il sopradetto, dal quale nasce un fiume che da lui piglia il nome. Quivi tutto il tempo dell'anno si truova la neve. Il popolo è molto bestiale e guerreggia di continovo co' vicini, e le loro armi sono i sassi i quali traggono con le frombole. Vivono d'orgio, di mele e di carne di capra, e sono tra essi mescolati molti giudei, che in que' monti esercitano l'arte fabbrile e fanno le zappe, le falci e i ferri de' cavalli. Fanno eziandio l'ufficio de muratori, benché poche faccende hanno alle mani, percioché i muri si fanno di pietre e di creta e i colmi di paglia. Né calcina né altro si truova, né tegole né mattoni: e cotali sono le case dei monti che abbiamo detto. Hanno gli abitatori molti legisti, che gli consigliano in certe cose, e io molti di loro ho conosciuti che studiarono in Fez, e mi accarrezzarono e feciono di molte promesse di accompagnarmi.
Secsiua monte.
Secsiua è un monte ripieno d'ogni salvatichezza, altissimo e molto freddo; vi sono di moltissimi boschi, né mai di quindi si leva la neve. Gli abitatori sogliono portare in capo certi cappelli bianchi. E vi sono fontane in molta copia. Quivi nasce il fiume di Assifinual. E nel detto monte si truovano molte grotte larghe e profondissime, nelle quali sogliono essi tre mesi dell'anno tenere i loro bestiami, cioè il novembre, il decembre e il gennaio; il cibo de' quali è fieno e certe frasche di alberi molto grandi. Le vettovaglie vengono da' vicini monti, percioché in questo niuna cosa nasce; abbondano nella primavera e nella state di latte, di cacio fresco e di butiro. Sono uomini di assai lunga vita, percioché sogliono viver ottanta, novanta e cento anni, e la loro vecchiezza è forte e vota naturalmente degli incommodi che apportano seco quegli anni, e vanno dietro le bestie per insino alla morte. Non veggono mai forestiero. Non portano scarpe, eccetto certo riparo sotto il piè per li sassi e certi stracci rivolti e aggroppati intorno la gamba con alcune cordicelle, per difendernele dalla neve.
Tenmelle monte e città.
Tenmelle è un monte altissimo e molto freddo, e molto abitato in ogni sua parte. Ha egli sopra la cima una città, appellata dal nome del monte, la quale è eziandio molto abitata ed è addorna d'un bellissimo tempio. Per lei passa un fiume. E sonvi sepelliti dentro Elmahdi predicatore e il suo discepolo Habdul Mumen. Gli abitatori sono gente maligna e pessima, e reputonsi d'esser dottissimi percioché tutti hanno studiato nella teologia e dottrina del detto predicatore, il quale fu tenuto eretico; e tantosto che essi veggono alcun forestiero, vogliono disputar con esso lui. Vanno mal vestiti, perché in detto monte non vi pratica alcuno forestiero, e vivono bestialmente circa al governo. Tengono pure un sacerdote, il quale è capo del consiglio. Si nudriscono communemente d'orgio e d'olio d'oliva, e hanno grandissima copia di noci e di pigne.
Gedmeua monte.
Gedmeua è un monte che incomincia dal monte Semmeda, dalla parte di ponente, e si estende verso levante circa a venticinque miglia, in tanto che giunge a Imizmizi. I suoi abitatori sono uomini di villa, poveri e soggetti agli Arabi, percioché le loro abitazioni sono vicine al piano che risponde verso mezzodí, dove è il monte di Tenmelle. Nelle coste del monte sono molte olive e campi per seminare orgio; sonvi eziandio di grandissimi boschi, e molti fonti nella sommità del monte.
Hanteta monte.
Questo è un altissimo monte, di maniera che io mai con gli occhi miei non viddi il piú alto. Incomincia dal lato di ponente da' confini di Gedmeua e si estende verso levante circa a 45 miglia, per insino al monte Adimmei. Gli abitatori di esso sono uomini valenti e ricchi, e possessori di molti cavalli. Quivi è una rocca, la quale è tenuta da certo signore parente del signor di Marocco; ma egli fa sempre guerra al detto signore per cagione di certo casale e terreno che è fra' loro confini. Sono nel monte molti giudei artigiani, i quai pagano tributo a questo signore; tutti tengono nella fede la oppenion delli carain e sono, come s'è detto, valenti con l'armi in mano. La cima del detto monte è sempre coperta di neve, e io, la prima volta che 'l viddi, istimai che quella fosse una nebbia per la terribile altezza del detto monte. Le sue coste sono sempre ignude d'alberi e di erbe. Sonvi eziandio molti luoghi di donde si possono cavar marmi bianchissimi e netti: ma da queste genti vengono sprezzati, né esse gli sanno cavare né polire. Trovansi in piú parti molte colonne e capitelli forniti e vasi grandissimi e bellissimi per far fontane, i quai furono fatti fare ne' tempi di quei potentissimi signori che di sopra dicemmo: ma le guerre interroppero i loro disegni. Veddivi io similmente molte cose maravigliose, ma la memoria non me le può rappresentar tutte, massimamente essendo ella occupata in cose piú necessarie e di maggiore utilità.
Adimmei monte.
Adimmei è un monte grande e alto: ha principio dal confino del monte Anteta dalla parte di ponente, e va verso levante per insino al fiume di Teseut. Quivi è quella città di cui abbiamo di sopra detto esser stato il signore, che fu morto nella guerra del re di Fez. Il monte è abitato da molti popoli, e si truovano in lui molti boschi di noci, di olive e di poma cotogne. Sonvi uomini assai valenti, i quali hanno gran quantità d'animali d'ogni sorte, percioché quivi è l'aere temperato e il terreno è buono. Nascono da questo molti fonti e duo fiumi, de' quali diremo nel libro in cui particolarmente avemo serbato a parlarne.
Dapoi che abbiamo fornito del regno di Marocco, ch'è da Atlante terminato di verso mezzogiorno, diremo al presente della region di Guzzula, ch'è traverso il monte e scontro lo regno di Marocco, ma Atlante separa infra dette due regioni.
Regione di Guzzula.
La regione di Guzzula è paese molto abitato, e confina con Ilala, monte di Sus, dalla parte di ponente, e da quella di tramontana col monte Atlante, quasi ne' piedi del monte, e dal lato di levante confina con la regione di Hea. Gli abitatori sono uomini bestiali e poveri di danari, ma hanno molti bestiami e molta copia di orgio. In questa sono molte vene di rame e di ferro, e vi si fanno molti vasi del detto rame, e li portano in diversi paesi faccendone contracambio con panni, specie e cavalli, e con tutte le cose che sono loro necessarie. E non c'è in tutta lei né città né castello, ma vi sono buoni villaggi e grandi, i quali communemente fanno mille fuochi, e quai piú e quai meno. Non hanno signore, ma si reggono fra loro stessi, talmente che spesse volte sono in divisione e in guerra; e le lor triegue non durano piú che tre giorni nella settimana, e può praticare lo inimico con l'altro, e vanno da una terra all'altra: ma fuora di detti giorni si ammazzano come bestie. Fu ordinatore di questa triegua, nel tempo ch'io passai per questa regione, un certo romito il quale è tra loro riputato santo. Il poverino non aveva altro ch'un occhio solo col quale vedesse lume. Io veramente lo trovai tutto puro, tutto benigno e tutto pieno di carità.
Vestono queste genti di certi camicioni fatti di lana, corti e senza maniche, i quali tengono di sopra assai strettamente. Usano di portar certi pugnali torti e larghi, ma sottilissimi verso la punta, e tagliano d'amendue le parti, e le spade portano come quelli di Hea. Fanno ne' loro paesi una fiera che dura due mesi, ne' quali danno mangiare a tutti i forestieri che vi si truovano, quando ben fossero diecimila. Come s'avicina il giorno della detta fiera, fanno tra loro tregua, e ciascuna parte si elegge un capitano con cento fanti, per guardia e securtà della fiera. Questi vanno discorrendo, e puniscono chi fa male secondo la grandezza del peccato; ma i ladri subito gli ammazzano, passandogli da un canto all'altro con certe loro partigiane, e lasciano il corpo ai cani. Fassi questa fiera in una pianura fra certi monti, e i mercatanti tengono le robbe loro ne' padiglioni e in certe capannette fatte di frasche. E dividono l'una sorte di mercatanti dall'altra, di maniera che altrove stanno i venditori de panni e altrove quegli che vendono le mercerie, e cosí gli altri di mano in mano; e li mercatanti di bestie stanno fuori de' padiglioni. Ogni padiglione ha dapresso una casetta pure di frasche, dove alloggiano i gentiluomini e dove si dà mangiare a' forestieri. E hanno certi soprastanti i quali hanno cura di proveder d'intorno alle spese che si fanno a' forestieri; ma ancora che spendono assai, nondimeno nella vendita di dette robbe guadagnano due tanti, percioché vengono a cotal fiera uomini di tutta quella regione ed eziandio del paese dei negri, che fanno gran faccende. In fine questi di Guzzula sono uomini di grosso ingegno, ma mirabili in vero in governar con quiete e pace la detta fiera, la qual si comincia nel giorno della natività di Macometto, ch'è alli 12 di rabih, mese 3 dell'anno haraba secondo il lor conto. Io fui in questa fiera con il serif principe 15 giorni per piacere, l'anno 920
Regione di Duccala.
Duccala provincia dalla parte di ponente incomincia da Tensift, e verso tramontana termina nel mare Oceano, e dal lato di mezzogiorno nel fiume di Habid, e nel fiume di Ummirabih da quello di ponente. Questa regione è lunga quasi tre giornate e larga circa a due, ed è molto popolosa: ma il popolo è maligno e ignorante, e poche città murate vi si truovano. Noi diremo ciò che v'è degno di notizia di luoco in luoco.
Azafi città.
Azafi è una città su la riva del mare Oceano, edificata dagli antichi Africani. Fa circa a quattromila fuochi ed è molto abitata, ma ha poca civiltà. Vi fu già gran copia di artigiani, e furonvi da cento case di giudei. Il terreno è ottimo e fruttifero, ma gli abitatori sono di poco ingegno, percioché nol sanno coltivare né porvi vigne; usano bene di far qualche picciolo orticello.
E allora che le forze dei re di Marocco cominciarono a indebolirsi, resse la detta città certa famiglia detta la famiglia di Farhon, e nel tempo mio vi reggeva un valente signore il quale era detto per nome Hebdurrahman, e aveva per regnare ammazzato un suo zio: dipoi pacificò la città e rimase lungo tempo nella signoria. Aveva costui una bellissima figliuola, la quale, innamoratasi d'un certo uomo popolare, ma capo di molte genti, detto Hali figliuol de Goesimen, per opera d'una schiava e della madre di lei giacque piú volte seco. Del che egli, avutone aviso dalla schiava, riprese la moglie e minacciolla di morte, ma dipoi dimostrò di non farne conto. Ella nondimeno, conoscendo la malvagità del signore, fece intendere a colui che se ne guardasse. Hali adunque (che cosí era il suo nome), dubitando da vero della sua vita, si risolse di ammazzar lui e, scoverto questo suo segreto ad uno giovane animoso e capo ancora egli di molta fanteria, di cui molto fidar si poteva, ambi d'un medesimo animo niente altro che tempo a ciò atto aspettavano. Il re da l'altra parte, il giorno d'una festa solenne, avendo fatto dire ad Hali ch'ei voleva, doppo il compimento dell'orazione, cavalcare alquanto con esso lui per cagione di sollazzo, e perciò l'attendesse a certo luogo, dove egli aveva fatto pensiero di ucciderlo, se n'andò al tempio. Hali, che del tutto s'accorgeva, chiamò il compagno e disse che era venuto il tempo che la congiura avesse effetto. Il perché, con dieci altri lor famigliari, essendo armati molto bene, e prima fatto apprestare un bregantino mostrando di volerlo mandar in Azamur per poter, quando bisogno fosse, fuggire, andorono al detto tempio a punto a ora che di poco il signor v'era entrato e tuttavia orava, essendo il tempio ripieno di molto popolo. Gli animosi e ben disposti giovani con la loro compagnia entrarono dentro e, appressatisi al re ch'era vicino al sacerdote, non furono impediti dalla guardia che, sapendo quanto essi fossero grandi appresso lui, di niente sospettava: di maniera che l'uno passò avanti del signore, l'altro, che fu Hali, rimaso dietro col pugnale lo ferí nella schiena, e in un medesimo tempo quel dinanzi gli cacciò la spada nel corpo e finillo. Il rumor fu grande, e la guardia primieramente assaltò i duoi, ma sopravenendo i dieci con le spade ignude, pensando questo esser stato trattato del popolo, si diede a fuggire. Il simile fecer gli altri, per modo che altri non rimasero nel tempio che i congiurati. Eglino, ciò vedendo, uscirono alla piazza e con molta copia di parole persuasero al popolo che essi giustamente avevano amazzato il signore, percioché egli aveva ordinato di amazzar loro. Il popolo leggiermente si acchetò e fu contento che questi duoi avessero la signoria, ma poco tempo d'accordo regnarono, percioché l'uno inchinava l'animo ad uno e l'altro ad un altro lato.
In tanto avenne che certi mercatanti portogallesi, de' quali sempre era nella città gran copia, consigliarono il suo re a fare un'armata, percioché agevolmente potrebbe prendere questa città. Ma egli perciò non si volle muovere alla impresa, insino a tanto che, doppo la morte del signore, i detti mercatanti lo avisarono che nella città erano molte parti, e che essi per forza di doni avevano fatto una stretta domestichezza con uno de' capi delle dette parti e un trattato tale che senza niuna difficultà e con poca spesa verrebbe a impadronirsi della città. Il che fu che questi mercatanti indussero quel capo a consentir ch'ei facessero una casa forte verso il mare, per potervi tener la loro robba sicura: adducevano le ragioni che nella morte del signore furono quasi saccheggiati e privi d'una buona parte. Fecero adunque una casa fortissima, faccendo portar secretamente schioppi e archibugi dentro le botte di oglio e negli involgi delle loro mercanzie, e pur che pagassero la gabella non si cercava altrimenti da quei della città. Come furono a bastanza forti di armi e da nuocere e da difendere, cosí incominciarono a trovar con i Mori diverse cagioni di discordie e di litigi, di maniera che un paggio d'uno de' mercatanti, comperando carne, indusse a tanta colera chi gliela vendeva che egli, impaziente, gli diede una guanciata. Il garzone, preso in mano un suo pugnale, glielo cacciò nel petto, onde il pover'uomo subito cadde morto, ed egli se ne fuggí alla casa dei mercatanti. Per la morte di costui il popolo si levò in arme e corse verso alla detta casa, pensando di saccheggiarla e tagliare a pezzi quanti vi erano; ma avicinandosi a lei, essi, che stavano provisti, scaricarono i loro schioppi, archibugi e balestre. Se i Mori allora si smarrirono non è da dimandare: furono in quello isprovisto assalto di loro morti presso a centocinquanta uomini; ma non perciò restarono per molti dí di combatter la detta casa, quando sopragiunse un'armata di Lisbona che avea fatta preparare il re, con monizion di ogni sorte di arme e di molti pezzi di grossa artigliaria, e con grandissima vettovaglia, e cinquemila fanti e 200 cavalli. Per il che i Mori, sgomentati tutti, abbandonando la città si fuggirono alle montagne di Benimegher, né altro vi rimase che la famiglia e gli aderenti del capo che consentí alla fabbrica della casa. Ebbe adunque il capitano dell'armata la città e, fattosi venire innanzi il detto capo, nominato Iehia, lo mandò al re di Portogallo, qual gli dette buona provisione con venti servitori, dipoi lo rimandò in Africa per governo della campagna della detta città, perché il capitano del re non sapeva l'uso di quell'ignorante popolo e come ei si dovesse maneggiare: la qual città rimase quasi disabitata, e tutto quel paese si rovinò.
Son stato alquanto lungo in questa istoria per dimostrarvi che una femina e le parti furon cagione non solamente della rovina della città, ma di tutto il popolo e di tutta la regione di Hea. E quando fu presa detta città potevo aver anni dodici, ma dapoi circa anni quattordici io fui a parlar con il detto governator della campagna per nome del re di Fessa e del serif principe di Sus e Hea, qual governator venne con il campo di cinquecento cavalli portogallesi e piú di dodicimila cavalli d'Arabi contra il re di Marocco, e riscosse tutta l'intrata di quel paese per il re di Portogallo, l'anno novecentoventi, come abbiam detto nelle abbreviazion delle croniche.
Conte, città di Duccala.
Conte è certa città lungi da Azafi cerca a venti miglia, edificata dai Gotti nel tempo che regnarono quella riviera. Ora è rovinata e i suoi terreni sono sottoposti ad alcuni Arabi di Duccala.
Tit, città di Duccala.
Tit è città antica, lontana da Azemur cerca a ventiquattro miglia, edificata dagli Africani sopra la marina dell'Oceano. Ha d'intorno una gran campagna, nella quale nasce il grano buono e in molta copia. Il popolo è di grosso intelletto, né sa tener giardino né gentilezza alcuna. È vero che veste assai onestamente, per aver continova pratica e intertenimento con Portogallesi. E quando fu preso Azemur, questa città si diè d'accordo al capitano del re e pagava certo tributo. E nel mio tempo il re di Fez andò in persona a dar soccorso al popolo di Duccala; ma non potendo far nulla, fatto che ebbe impiccare un cristiano che era tesoriere e un giudeo commessario, fece passare il popolo in Fez e diedegli ad abitare una picciola terricciuola che per adietro era disabitata, vicina a Fez dodici miglia.
Elmedina, città in Duccala.
Elmedina è una città in Duccala e quasi capo di quella regione, la quale è tutta murata di certe mura che si usano in quel paese, piú tosto vili e triste che altrimenti. Il popolo, che nel vero si può dire ignorante, veste pure di certi panni di lana che si fanno là, e le loro donne portano molti ornamenti d'argento e di corniole. Gli uomini sono valorosi e hanno gran quantità di cavalli. E questi furono trasferiti dal re di Fez, per sospetto dei Portogallesi, nel suo stato, percioché egli si avidde d'un vecchio, capo di parte della terra, qual consigliava il popolo a dar tributo al re di Portogallo. E lo viddi menare in catena, scalzo, e n'ebbi grandissima compassione, perché il povero vecchio fu isforzato per necessità a far quello che fece, considerando ch'era meglio a pagar il tributo che perder la robba e le persone. Per la liberazione del quale se intromesseno molti appresso al detto re di Fez, talché lo feciono liberare per via di pagamento, e dipoi la città rimase disabitata, nell'anno 921.
Centopozzi, città di Duccala.
Questa è certa terricciuola sopra un colle di sasso tevertino, fuori della quale sono molte fosse, dove gli abitanti solevano riponere il grano. E dicono quei del paese che nelle dette fosse è stato serbato detto grano cento anni continovi, senza guastarsi né mutar odore; e per la moltitudine delle sopradette fosse, simili a pozzi, è detta la città dei cento pozzi. Il popolo di questa città è di niun conto, perciò non vi si trova artigiano alcuno, eccetto certi giudei fabbri. E nel tempo che il re di Fez condusse il populo di Elmadina ad abitar nella sua regione, volle similmente condur quest'altro; ma esso, non volendo far tal mutamento, fuggí in Azafi per non voler lassar la patria. Il re, ciò vedendo, saccheggiò la città dei cento pozzi, nella quale altro non trovò che grano, mele e cose gravi e di poco valore.
Subeit, città nella medesima.
Subeit è una picciola città sopra il fiume di Ommirabih verso mezzogiorno, ed è lontana da Elmadina circa a quaranta miglia. È questa città soggetta agli Arabi di Duccala. Di grano è molto fruttifera e di mele, ma per ignoranzia del popolo non si truova orto né vigna alcuna. E poscia che Bulahuan fu rovinato, il detto popolo fu ridotto dal re di Fez nel suo regno, e diegli una picciola città di Fez ch'era disabitata, e Subeit rimase diserta.
Temeracost.
Temeracost è certa picciola città in Duccala posta pure sopra il fiume di Ommirabih, e fu edificata dal signore ch'edificò Marocco. Perciò è detta da quel nome, ed è molto abitata: fa circa a quattrocento fuochi. E fu soggetta al popol di Azemur, ma nell'anno che Azemur fu preso da' Portogallesi la detta città andò in rovina. Il popolo si transferí a Elmadina.
Terga.
Terga è picciola città sopra il fiume di Ommirabih, lontana da Azemur circa a trenta miglia. È molto abitata e fa quasi trecento fuochi. Questa fu sottoposta agli Arabi di Duccala, ma dapoi che fu preso Azafi, Hali, capo di parte che fu contra a' Portogallesi, andò in detta città e abitovvi alcun tempo insieme con molti valenti uomini. Ma poscia il re di Fez lo fece andar nel suo regno con la sua famiglia, di maniera che la città rimase albergo delle civette.
Bulahuan.
Bulahuan è una città picciola, edificata sul fiume di Ommirabih. Fa cerca a cinquecento fuochi, e fu abitata da molti nobili e liberali uomini, lungo il fiume e nel mezzo della strada per cui si va da Fez a Marocco. Fece il popolo di questa una casa di molte stanze, con una grandissima stalla, e quanti passano per quel paese sono amorevolmente invitati a detta stanza a spese del popolo, percioché esso popolo è molto ricco di grano e di bestie. E ogni cittadino ha cento paia di buoi, o poco piú o poco meno, e sonvi di quegli che raccolgono intorno a mille some di grano, e alcuno tremila: gli Arabi ne sono compratori e si forniscono per tutto l'anno.
Nel novecentodicennove il re di Fez mandò un suo fratello a difesa e governo della region di Duccala, il quale, giunto che vi fu appresso, ebbe nuova come il capitan di Azemur dovea venir per saccheggiar la detta città e far prigioni gli abitatori. Laonde egli subito fece ispedire due capitani con duomila cavalli, e un altro con ottocento balestrieri, in favore della città. In quel punto che queste genti arrivarono, arrivò ancora la gente portogallese, la quale, avendo aiuto da duomila Arabi, di facile la superò. I balestrieri del re di Fez, ch'erano ristretti nel mezzo del piano, furono tutti menati per fil di spada, eccetto dieci o dodici che insieme col rimanente dello esercito fuggirono ai monti. È vero che i Mori si rifecero, e tornando adietro dieron la caccia a' Portogallesi e vi amazzorono centocinquanta cavalli. Il fratello del re venne in Duccala e riscosse il tributo, e promettendo di favorirnela sempre, fu tradito dagli Arabi e costretto a tornarsi in Fez. Per il che, vedendo il popolo che la venuta del detto fratello del re aveva riscosso il tributo, e di niuno aiuto gli era stata la sua venuta, tutto impaurito lasciò la città e si ridusse ai monti di Tedle, temendo che li Portogallesi non venissino e mettessino piú grossa taglia e, non la pagando, fussino menati prigioni. Io fui in questa rotta e viddi quando furono amazzati li balestrieri, ma discosto circa un miglio, sopra una cavalla velocissima, perché allora io andava a Marocco partendomi dal campo del re di Fez, per far intender al signor di Marocco e al serif principe, per nome del re di Fessa, come il fratello del re era per giunger in Duccala e che faria provisione contra i Portogallesi.
Azaamur città.
Azaamur è una città in Duccala, edificata dagli Africani sul mare Oceano e su l'entrata del fiume Ommirabih nel detto mare, lontana da Elmadina 30 miglia verso mezzogiorno, molto grande e abitata, e fa cerca a cinquemila fuochi. È frequentata di continovo da mercatanti portogallesi, di maniera che gli abitatori sono persone molto civili e vanno in belli abiti. Il popolo è diviso in due parti, nondimeno è stato sempre in pace. Questa città è molto fertile di grano, cioè la campagna; egli è vero che non vi sono giardini né orti, eccetto alcuni alberi di fichi.
Il fiume gli rende l'anno, di gabella di pesce lasca, quando seimila e quando settemila ducati, nel quale s'incomincia a pescar il mese di ottobre e dura per tutto aprile, il quale è in molta copia, ed è piú il suo grasso che la carne. Onde, quando lo vogliono friggere, vi mettono un poco d'olio, percioché, tosto che il pesce sente il calor del fuoco, manda fuori cotanto grasso che pesa piú d'una libbra e mezza; e questo è come olio, e lo abbrucciano nelle lucerne, perché in quel paese non nasce olio. I mercatanti portogallesi vengono una volta l'anno a comperar gran quantità di detto pesce, e questi sono quelli che pagano la gabella, in tanto che essi dipoi consigliarono il re di Portogallo a prender la detta città. Onde egli vi mandò una armata di molti navili, ma, per essere il capitano poco pratico, fu nello imbroccar del fiume l'armata rotta e la piú parte s'affogò. Ma il re doppo anni due vi mandò un'altra armata di dugento legni, la quale come il popolo vidde, cosí perdé ogni suo ardimento, di modo che, ponendosi in fuga nell'entrar delle porte, per la moltitudine furon morti ottanta e piú uomini. Un povero principe ch'era venuto a soccorso della detta città, non sapendo come altrimenti fuggirsi, il meglio che poté si calò per una fune giú da una parte delle mura. Il popolo fuggiva chi di qua chi di là per la città, altri iscalzi a piede e altri a cavallo, ed era una compassione a veder fanciulli, vecchi, donne e donzelle scalze e iscapigliate correr per tutto e non saper dove ripararsi. Ma prima che si desse la battaglia da' cristiani, i giudei, che avevano pochi dí adietro patteggiato col re di Portogallo di dargli la città, con patto che a loro non fosse fatto ingiuria, col consentimento di ciascuno apersero loro le porte. Cosí i cristiani ebbero la città, e il popolo andò ad abitar parte a Sala e parte a Fez. Ma prima fu molto ben castigato del suo orrendo vizio, percioché quasi tutti erano immersi nel peccato della sodomia, in tanto che raro era quel fanciullo che scappasse dalle loro mani.
Meramer.
Meramer è una città edificata dalli Gotti fra terra, lontana da Azafi circa quattordici miglia, e fa presso a quattrocento fuochi. Il paese è molto fertile di grano e di olio. Fu soggetta questa città al signor di Azafi, ma doppo che Azafi fu preso da' Portogallesi, gli abitatori di lei fuggirono e la città rimase quasi uno anno disabitata. Ma fecero dipoi con detti Portogallesi certo patto e tornarono ad abitarla, e fin ora pagano tributo al re.
Ora si dirà di alcuni monti.
Benimegher monte.
Questo è un monte discosto da Azafi circa a dodici miglia, abitato da molta copia d'artigiani, e tutti costoro avevano case in Azafi. È fertilissimo, massimamente di grano e di olio. Ne' tempi adietro fu questo monte sottoposto al signore di Azafi, e quando Azafi fu preso, il popolo non ebbe altro rifugio ch'esso monte. Dipoi fu tributario al re di Portogallo, ma nella venuta del re di Fez in quel paese, alcun del detto popolo entrò in Azafi e alcuni altri furon menati dal re di Fez a Fez, percioché essi non volevano viver sotto a cristiani.
Monte Verde.
Verde è un alto monte: incomincia dal fiume di Ommirabih dalla parte di levante e si estende verso ponente per insino a' colli di Hasara, e separa Duccala e una parte della region di Tedle, ed è molto boscoso e aspro. Evvi molta copia di ghiande, e nasconvi quegli alberi i quali fanno quel frutto rosso ch'è detto africano, e anche delle pigne. Quivi abitano molti romiti, i quali d'altro non si pascono che de' frutti del monte, percioché sono lontani da ogni abitazione circa a vinticinque miglia. Trovansi eziandio nel detto monte molti fonti, e molti altari fatti al modo di maumettani; truovansi similmente alcuni edificii degli antichi Africani. Sotto il monte è un bellissimo lago, grande come è quello di Bolsena in terra di Roma. Havvi grandissima quantità di pesce, sí come sono anguille, lasche, lucci e altri pesci ch'io non ho veduto in Italia, tutti in somma perfezione di bontà; ma non è alcuno che peschi in questo lago.
Quando Maumetto re di Fez andò a Duccala, fermossi con l'esercito otto giorni appresso il detto lago, e fece pescar ad alcuni i quali, sí come io viddi, cucirono il collo e le maniche a certe camicie e, legando certe bacchette dalla parte di sopra, giú le calarono nel lago, e in questa guisa pigliarono gran quantità di pesce. Pensate quel che fecero quelli che avevano le reti, e quanta quantità ne presero: perché il pesce era come stordito e imbriaco per la cagione ch'io dirò. Fece il detto re entrar nel lago forse un buon miglio dentro li cavalli dell'esercito, che furon da 14 mila degli Arabi venuti in suo favore d'alcuni suoi vasalli, e gli Arabi menorono seco molti camelli, quali furono tre volte tanti come li cavalli, e li camelli delli carriaggi della corte del re e di suo fratello, che furon 5000, e infiniti altri ch'eran su detto esercito, e per causa di tanti animali ch'introrono in detto lago, lo turborono di sorte che non si poteva aver acqua per bere, e il pesce era come stordito e si lassava pigliare.
Tornando al lago, dico che nelle sue sponde sono moltissimi alberi, i quali hanno le foglie che somigliano a quelle dei pignari, e tra i rami sempre è grandissima quantità di nidi di tortore, sí come a que' dí, ch'era il mese di maggio, di maniera che si davano sei tortorini per un vilissimo prezzo.
Il re, poi che riposò quivi otto giorni, volle andare al monte Verde e cosí v'andammo molti con esso lui, cioè sacerdoti e cortigiani del detto. Egli ad ogni altare che trovava faceva fermar tutti e, postosi con li ginocchi a terra, piangendo umilmente diceva: "Iddio mio, tu sai che la mia intenzione d'esser venuto a questo salvatico paese altra non è che d'aiutare e liberare il popolo di Duccala dalle mani degli empi e ribelli Arabi, e insieme dai nostri fieri nimici cristiani. Ma se tu vedi il contrario, rivolgi il flagello nella mia persona, perché queste genti che mi seguono non meritano esser puniti". Ora noi rimanemmo tutto quel dí nel monte, e la sera tornammo ai nostri alloggiamenti. La mattina seguente il re volle che si facesse una caccia nel bosco, nel circuito del detto lago, la qual fu fatta con cani e con falconi, de' quali il re sempre teneva molta copia: la preda fu certe oche salvatiche, anitre e altra sorte d'uccelli d'acqua e tortorelle. Il dí appresso fecesi un'altra caccia, con cani levrieri, falconi e aquile, e furon presi lepri, cervi, porchi spini, caprioli, lupi, coturnici e di starne una infinita quantità, percioché in questo monte non era stata fatta caccia alcuna per lo spazio di cento anni. Doppo queste caccie preso il re alquanto di riposo, si partí e andò con l'esercito verso Elmadina di Duccala, dando licenzia ai sacerdoti e dottori che seco erano di tornare a Fez; una brigata di alquanti mandò a Marocco per oratori, tra' quai vi fu' ancor io, l'anno 921 di legira.
Hascora regione.
Hascora è certa regione la quale incomincia dai colli che sono ne confini di Duccala di verso tramontana, e termina dal lato di ponente nel fiume di Tensifit sotto il monte di Adimmei. Confina dalla parte di ponente in Quadelhabid, fiume dei Servi, che divide tra loro Hascora e Tedela, e Duccala con i suoi colli parte Hascora dall'Oceano. Questa gente è molto piú civile che quella di Duccala, percioché in quel paese è grande abbondanza d'olio e di cuoi marocchini, de' quali gli abitatori sono quasi tutti conciatori, e hanno grandissima copia di capre; e tutte le pelli dei convicini monti quivi si conciano, percioché v'è grandissima quantità di capre, onde si fanno bellissimi panni di lana all'usanza loro e bellissime selle da cavalli. E i mercatanti di Fez fanno gran faccende in quel paese, dando a baratto tele per detti cuoi e selle. La moneta loro è quella che si spende in Duccala. Gli Arabi sogliono comperare in Hascora olio e altre cose.
Ora vi narrerò di città in città.
Elmadina, città di Ascora.
Elmadina è un'altra città nella costa di Atlante edificata dal popolo di Hascora, e fa circa a duemila fuochi. È lontana da Marocco verso levante presso a novanta miglia, e da Elmadina di Duccala circa 60 miglia. Questa città è molto abitata da artigiani conciatori di cuoi e sellai e altri artefici; sonvi molti giudei, parte mercatanti e parte pure artigiani. È la detta città fra un bosco di olive, di vigne e bellissimi pergolati e noci altissime. Sono gli abitatori uomini seguitatori di parte, tengono quasi continove nimicizie tra loro dentro la città e di fuori con una città loro vicina a quattro miglia, e nessuno può sicuramente andare alla campagna per veder le sue possessioni, eccetto gli schiavi e le femine. E se un mercatante forestiere vuole andar d'una città all'altra, gli fa di bisogno d'esser molto bene accompagnato; il perché a questo effetto suol tenere ciascuno un archibugiere o balestriere, con salario al mese di dieci o dodici ducati di lor moneta, che sono sedici italiani. Sono nella città alcuni uomini dotti nella legge, e di questi si creano i giudici e i notai. Le gabelle de' forestieri sono indrizzate a certi capi, i quali le riscuotono e spendono nella commune utilità, pagando agli Arabi per conto delle loro possessioni, che sono nel piano, non so che tributo: ma guadagnano dagli Arabi dieci volte tanto.
Io nella tornata mia da Marocco fui in questa città e alloggiai in casa d'un Granatino molto ricco, ch'era stato quivi per balestrieri circa a diciotto anni, il quale a me e a' miei compagni, che eravamo nove senza i ragazzi, fece molto amorevolmente le spese per insino alla partita, che fu il terzo giorno; e come che il popolo volesse ch'io alloggiassi nel commune albergo de' forestieri, egli nondimeno, per essere della mia patria, non sostenne che si riparassimo in altro albergo che in casa sua. E in quei dí che vi dimorammo il commune ne facea presentar quando vitelli, quando agnelli e quando galline. E io, vedendo gran copia de capretti nella città, dimandai al mio paesano perché essi non mi appresentassero alcuni di questi capretti. Egli mi rispose che quello era tenuto il piú vile animale che fosse in quel paese, e che piú tosto si costumava d'appresentar qualche capra o becco. Le femine di questa città sono bellissime e bianche, e volentieri, quando le possono, usano segretamente con forestieri.
Alemdin, città nella medesima.
Alemdin è una città vicina alla sopradetta quattro miglia verso ponente, edificata fra una valle circuita da quattro alti monti, ed è paese molto freddo. È abitata da artigiani, mercatanti e gentiluomini; fa circa a mille fuochi. Stanno queste genti di continovo in guerra con la città dinanzi detta, e nel tempo mio il re di Fez acquistò le dette due città per mezzo d'un mercatante di Fez. Il che fu in questo modo.
V'era un mercatante (come s'è detto) di Fez, il quale essendo innamorato d'una bella giovanetta, quella gli fu promessa per moglie dal padre: ma venuto il dí delle nozze, la giovene gli venne levata di mano da uno che era capo della città. Il perché egli turbato, ma fingendo altro, tolse licenzia dal detto capo e, partito della città, tornò in Fez e presentò al re alcune rare e belle cose di quel paese; e gli domandò per grazia ch'ei gli concedesse cento balestrieri, trecento cavalli e quattrocento fanti, i quali tutti intendeva di tenere a sue spese, promettendo fra pochi dí di prender la detta città e, tenendola a nome suo, di dargli ogni anno settemila ducati delle rendite di detto paese. Contentossi il re e, mostrando liberalità, non volle che egli avesse spesa d'altra gente che dei balestrieri, e gli dette una lettera nella quale commetteva al governator di Tedlet a far tanti cavalli e tanti fanti con duoi capitani in favore del mercatante. Il quale, essendo assai bene in punto, s'accampò alla città, né vi tenne l'assedio sei giorni ch'il popolo fece intendere al capo che esso non voleva acquistar nimicizia col re di Fez, né meno ricever danno. Onde egli in abito di mendico uscí fuori della città, ma fu conosciuto e condotto innanzi al mercatante, il quale lo fece mettere in catena; in tanto il popolo aperse la città e dettela al mercatante in nome del re. I parenti della fanciulla amata da lui si scusarono con dire ch'il capo avea loro fatto forza, e ch'era veramente sua moglie perché a lui fu data prima. Ell'era gravida, onde attese il mercatante ch'ella partorisse, dipoi la tornò a sposare la seconda volta; e il capo, sí come fornicatore, fu da' giudici condannato alla morte, e quello stesso giorno fu lapidato. Il mercatante rimase al governo di questa città, e fra le dette due città compose la pace, attendendo al re quello che promesso gli aveva. E io fui in detta terra, dove conobbi il mercatante che governava. Allora io era in Fez e in quell'anno medesimo mi parti' da casa per andar verso Costantinopoli.
Tagodast, città in Hascora.
Tagodast è una città edificata su la cima di un alto monte, ed è circondata da quattro alti monti. Fra i detti monti e le rive della città sono bellissimi giardini, piantati di molti alberi di ogni sorte di frutti, e io ho veduto le crisomele grosse come gli aranci. Hanno le lor vigne fatte tutte con bellissimi pergolati, appoggiandole su le piante degli alberi, e le uve sono rosse e chiamansi nella lingua loro "uova di gallina", e nel vero che questo nome si convien loro per la grossezza che tengono. Ivi è grande abbondanza d'olio e di mele perfettissimo e bianco come latte, e altro giallo e chiaro come oro; cosí l'olio è di molta bontà e perfezione. Dentro la città vi sono fontane grandi e molto correnti, con la cui acqua si macina in certe picciole mole fatte nella costa delle rive. Vi sono eziandio molti artigiani, cioè di cose necessarie, e il popolo è quasi civile. Le donne sono bellissime e portano molti belli ornamenti d'argento, percioché gli uomini vendono molto bene il loro olio portandolo alle città vicine al diserto, cioè fra Atlante verso mezzogiorno; i cuoi conducono a Fez e a Mecnasa. Il piano è lungo circa a sei miglia e vi sono bellissimi campi da seminar grano; pagano i paesani un certo censo agli Arabi per li loro poderi. Nella città sono e sacerdoti e giudici, e v'è gran quantità d'uomini nobili.
Nel tempo ch'io vi fui eravi signore un certo gentiluomo, il quale era vecchio e cieco, ed era obbedito molto. Egli (sí come intesi) nella sua giovanezza fu uomo valente e di gran cuore, e tra molti altri aveva ucciso di sua mano quattro capi di parte, i quali offendevano tutto il popolo. Doppo la morte dei quali usò tanta clemenza al popolo e seppe cosí ben fare che, sedate le parti, lo ridusse a unione e summa concordia, faccendo seguir tra l'uno e l'altro non pure amicizie, ma parentadi. E circa al reggere tutto il popolo era in libertà, ma niente poteva determinare senza consiglio e autorità del detto. Io alloggiai nelle case di questo vecchio con ottanta cavalli, il quale usò verso di noi gran magnificenza e liberalità, faccendo di continovo cacciare acciò sempre avessimo nuovi cibi e freschi. Raccontommi i pericoli ch'egli aveva sostenuti in pacificar la città, niun suo segreto ascondendomi, non altrimenti che se io suo fratello fossi stato. Nella partita io voleva rifarlo del danno ch'egli avea ricevuto in onorarci, ma esso nol consentí, dicendo ch'egli era amico e buon servitore del re di Fez, ma che tuttavia non ci aveva onorato per esser noi famigliari del re, ma perché i suoi antichi gli avevano lasciato per eredità e costume d'alloggiare e onorar tutti i suoi conoscenti o forestieri che passassero per quel paese, prima per l'amor di Dio, dipoi per la sua naturale nobiltà; soggiungendo che Iddio, che provede per tutti, gli avea fatto quell'anno raccoglier settemila moggia di formento e d'orzo, talmente ch'era minor copia assai d'uomini che di vettovaglia, e ch'egli avea piú di centomila fra pecore e capre, de quali solo traea utile delle lane, percioché il latte e 'l cacio se lo godevano i pastori, ma che ben essi gli davano certa quantità di butiro. Disse che tai cose non si vendevano in quel paese, perché tutti avevano copia di bestiami, ma che le pelli, le lane e l'olio le facevino vender sette over otto giornate lontano da loro. E s'egli avvenisse che il re nostro, tornando da Duccala, tenesse il cammino vicino a quel monte, esso gli uscirebbe incontra e offerrebbeglisi per amico e servitore. Ora noi infine da lui togliessimo combiato, lodando quel buon vecchio per tutto il nostro viaggio.
Elgiumuha.
Elgiumuha è una città vicina alla detta circa a cinque miglia, edificata a' nostri dí sopra un alto monte posto fra altri monti altissimi. Fa circa a cinquecento fuochi, e altretanti le ville che sono fra i detti monti. Quivi sono molti fonti e molti giardini abbondevoli d'ogni sorte di frutti: specialmente v'è un gran numero di noci grandissime e altissime, e per tutti li colli che ha intorno a' detti monti sono molti campi per orzo, ed evvi gran quantità d'olive. La città è molto abitata da artigiani, massimamente di conciatori di cuoi, sellai e fabbri, percioché v'è una vena assai profonda di ferro; e questi fabbri fanno gran copia di ferri da cavallo. E tutti i loro lavori e merci recano ne' paesi dove non si truovano, dandole a baratto per ischiavi e per guado e per cuoi di certi animali che abitano nel diserto, dei quali ne fanno targhe buone e fortissime. Le quai cose poi essi conducono a Fez e l'abbarattano per panni e tele e per altre cose che sono da loro usate. La detta città è molto discosto dalla via maestra, di maniera che se vi viene un forestiere fino e' fanciulli corrono per vederlo, massimamente se il forestiere avrà indosso alcun abito che in quel paese non si usi. Il popolo si governa pel consiglio della sopradetta città. Fu Elgiumuha fabricata dalla plebe di Tegodast, percioché, essendo fra gentiluomini nata discordia, il popolo, non volendo accostarsi a niuna parte, si partí dalla città ed edificaron Elgiumuha, e lasciarono Tegodast a' gentiluomini. Onde al dí d'oggi l'una è solamente ripiena di gentiluomini e l'altra di persone ignobili.
Bzo, città in Ascora.
Bzo è una certa città antica, edificata sopra un monte altissimo e discosta dalla detta circa a venti miglia verso ponente; sotto questa città passa il fiume dei Servi, il quale va a lungo circa tre miglia. Gli abitatori sono tutti mercatanti e uomini da bene, e vestono molto gentilmente. Fanno portare olio, cuoi e panni ai paesi del diserto. Il monte loro è molto fertile d'olio, di grano e d'ogni sorte di frutti gentili, e sogliono costoro seccare una sorte d'uva ch'è d'un colore e sapor mirabile. Hanno grandissima quantità di fichi, i cui piedi sono alti e grossi; gli alberi delle noci sono d'estrema grandezza, di modo che i nibbi sicuramente vi fanno sopra i loro nidi, percioché non è uomo a cui basti l'animo di salire a quella altezza. La discesa ch'è dal monte verso il fiume è tutta piantata e adornata di bellissimi giardini, i quali si estendono per insino alle rive del detto fiume. Quivi io fui una state a tempo che v'erano molti frutti, cioè crisomeli e fichi, e alloggiai in casa del sacerdote di detta terra, appresso un bel tempio a canto il quale passa un fiumicello, qual esce per la piazza della terra.
Tenueues monte.
Tenueues è un monte dirimpetto alla regione di Hascora, il quale è la faccia di Atlante che riguarda verso mezzogiorno. È molto abitato e popoloso, e gli abitatori sono uomini valentissimi con l'armi in mano, cosí a piè come a cavallo; hanno molti cavalli, i quali sono di piccola statura. Nel detto monte nasce gran quantità di guado e d'orzo, ma di frumento quasi non ve ne nasce grano, di maniera che l'orzo è il loro nutrimento. Vedesi per questo monte la neve in tutte le stagioni dell'anno. Fra il popolo sono molti nobili e cavalieri, e hanno un principe il quale regge come signore. Costui riscuote le rendite del monte, che sono assai buone e larghe, e spendele nelle guerre che sono tra loro e il popolo che abita nel monte di Tenzita. Tiene egli circa a mille cavalli, e i gentiluomini e cavalieri fanno presso altretanti cavalli; tiene eziandio cento persone fra balestrieri e archibugieri.
Nel tempo ch'io vi fui v'era un signore, liberalissimo uomo, il quale oltra modo piaceva esser presentato e lodato, ma in cortesia invero non aveva eguale, percioché donava tutto il suo. Dilettavasi della lingua pura araba e non l'intendeva, ma egli s'allegrava tutto quando gli veniva esposta qualche sentenza che fosse in sua laude. Ma allora che 'l mio zio fu mandato dal re di Fez imbasciatore al re di Tombutto, col quale io era, essendo noi giunti alla regione di Dara, ch'è lontana dal detto signore circa a cento miglia, subito che all'orecchie di costui pervenne la fama del mio zio, il quale fu veramente uno eloquente oratore ed elegante poeta, egli mandò una lettera al signor di Dara pregandolo che glielo mandasse, perché ei desiderava di vederlo e conoscerlo. Iscusossi il mio zio con rispondere che non era lecito a uno oratore del re d'andare a visitar i signori ch'erano fuori di strada e mettere a lungo i servigi del re, ma che nondimeno, per non parer persona altiera, mandarebbe un suo nipote a baciargli la mano. Cosí esso me gli mandò con molti onorevoli presenti, i quali furono un paio di staffe addorne e lavorate alla moresca, di prezzo di venticinque ducati, e un paio di sproni bellissimi e molto ben lavorati, di valore di quindici; un paio di cordoni di seda lavorati d'oro filato, l'un paonazzo e l'altro azurro; e un libro molto bello e legato di nuovo, nel quale si trattava la vita de santi africani, e una canzona fatta in lode del detto signore.
Io mi posi in cammino con due cavalli, e quattro dí spesi nel viaggio, ne' quali una canzona composi pure in lode del detto. Come arrivai alla città, trovai il signore ch'era allora uscito del suo palazzo per andar alla caccia con bellissimo apparechio, il quale, avendo inteso della mia giunta, subito mi fece chiamar a lui. E poi ch'io l'ebbi salutato e baciatogli la mano, mi dimandò come stava il mio zio, e io rispostogli ch'egli stava bene a' servigi di sua eccellenza, mi fece assegnare alloggiamento e disse ch'io mi riposassi fino ch'ei ritornasse dalla caccia. Ritornato dunque a molta pezza di notte, mandò a dirmi ch'io andassi al suo palazzo. Il che fatto gli baciai da capo la mano, e poi ch'io l'ebbi lodato assai, gli appresentai i doni, i quali come egli vidde molto s'allegrò. Infine gli detti la canzona del mio zio: egli la fece leggere a un suo secretario, e mentre colui gli dichiarava di parte in parte le cose in quella contenute, dimostrava nella sua faccia segni di grandissima allegrezza. Fornito che fu di leggere e di espor la canzona, il signor si pose a seder per mangiare, e io non molto discosto da lui. Le vivande furono carni di castrati e d'agnelli arroste e lesse, le quali erano ingroppate in certi invogli di sottilissimo pane fatto a modo di lasagne, ma piú fermo e piú grosso. Fuvvi dipoi recato innanzi il cuscusu e il fetet, con altri cibi di cui ora non mi soviene. Al fin della cena io levai in piedi e dissi: "Signore, il mio zio ha mandato a V. Ecc. un picciolo presente, sí come quello che povero dottore è, affine che per voi si conosca la prontezza del suo animo e perché egli abbia qualche poco di luogo nella vostra memoria. Ma io, suo nipote e discepolo, per non mi trovar altra facultà con che onorarvi, vi fo un presente di parole, percioché, quale io mi sono, desidero ancor io d'esser numerato tra i servitori di vostra altezza". E questo detto incominciai a legger la mia canzona, e nello spazio ch'io la leggeva, il signore parte dimandava le cose che non erano intese da lui e parte riguardava me, che allora era di età di sedici anni. Letta ch'io ebbi la canzona, essendo egli stanco del cacciare ed essendo ora di dormire, mi diè licenzia. La mattina m'invitò per tempo a desinar seco e, fornito il mangiare, mi diè cento ducati ch'io portassi al mio zio, e tre schiavi che lo servissero nel viaggio; a me fece presente di cinquanta ducati e un cavallo, e per ciascuno di quei ch'erano in mia compagnia dieci ducati, e m'impose ch'io dovessi dire a esso mio zio che quei pochi doni erano per premio della canzona, non in contracambio dei presenti fattigli da lui, percioché egli si serbava al ritorno suo di Tombutto di mostrargliene buona gratitudine. Cosí comandò a uno dei suoi segretari che m'insegnasse la via e, toccatomi la mano, mi dette licenza di partir la mattina, perch'egli aveva da far una correria contra certi suoi nimici. Io adunque me gli accomandai e tornai al zio.
Questo discorso ho voluto far per dimostrarvi ch'anco nell'Africa vi sono gentiluomini e cortesi signori, sí come il signor di questo monte.
Tensita monte.
Tensita è un monte, cioè una parte di Atlante, che incomincia da' confini del sopradetto monte di verso occidente, e si stende fino al monte di Dedes dal lato di levante, e verso mezzogiorno confina col diserto di Dara. Questo monte è molto popoloso, e vi sono cinquanta castelli, tutti murati di creta e di pietre crude. E per cagione che 'l monte depende verso mezzogiorno, poche volte vi piove. I detti castelli sono tutti fabricati sul fiume di Dara, ma discosti dal fiume chi quattro e chi tre miglia. Quivi signoreggia un gran signore, il quale fa circa a mille e cinquecento cavalli, e pedoni quasi quanti il signor di sopra detto; e hanno insieme stretto parentado, ma sono mortalissimi nimici e di continovo l'uno fa guerra all'altro. Nella maggior parte di questo monte nascono molti datteri, e gli abitatori sono lavoratori de' campi e mercatanti. Nascevi ancora in molta abbondanza orzo, ma v'è gran carestia di formento e di carne, percioché ci son pochi bestiami. Vero è che 'l detto signore cava d'utilità dal detto monte ventimila ducati d'oro, ma i ducati di quel paese pesano due terzi di piú dei ducati italiani, che sono dodici caratti. Ancora il detto signore è molto amico del re di Fez, e sempre gli manda di gran presenti; il re dall'altra parte di continovo lo ricambia con molte gentilezze, come sono cavalli con bellissimi fornimenti, panni di scarlatto, drappi di seta e qualche bel padiglione.
Di mio ricordo questo signore mandò al re un superbo presente, che fu cinquanta schiavi negri e altretante schiave femine, dieci eunuchi e dodici camelli da cavalcare, una giraffa, dieci struzzi, sedici gatti di quelli che fanno il giubetto, una libbra di muschio fino, una di giubetto e un'altra di ambracane, e appresso seicento cuoi d'un animale ch'è detto elamt, con li quali si fa di finissime targhe, e ogni pezzo di detto cuoio vale in Fez otto ducati. Gli schiavi s'apprezzano venti scudi l'uno e le femine quindici; ciascuno eunuco è di valor di ducati quaranta; i camelli nel paese del detto signore vagliono cinquanta ducati per ciascuno, i gatti dugento, il muschio, il giubetto e l'ambracane vagliono l'un sopra l'altro sessanta ducati la libbra. Si contenevano in questo presente altre cose, le quali io non pongo nel numero, come dattoli zuccarini e certo pepe di Etiopia. Io mi trovai presente quando fu portato questo notabil dono al re di Fez. L'appresentatore fu un uomo negro, grosso e picciolo e di lingua e costumi veramente barbaro, e portò una lettera al re, la qual fu assai rozzamente scritta; ma peggio fu l'ambasciata ch'egli fece a bocca, in tanto che il re e tutti i circonstanti non poterono tener le risa, ma si coprivano o con mano o col lembo della veste. Tuttavia il re, i giorni che il detto rimase appresso lui, lo fece onorare assai nobilmente, alloggiandolo in casa del predicatore del tempio maggiore e faccendoli le spese con quattordici bocche, tra suoi servitori e compagni, fin che fu espedito.
Gogideme monte.
Gogideme è un monte che confina col sopradetto, ma solamente abitato dalla parte che risponde verso tramontana, percioché quella che riguarda verso mezzogiorno è tutta disabitata. La cagione fu che nel tempo che Abraham re di Marocco ebbe quella memorabil rotta dal discepolo di Elmahdi, e fuggiva verso questo monte, gli abitatori gli ebbero compassione e volevano aiutarlo, ma la fortuna fu contraria. Onde il discepolo di Elmahdi rivolse lo sdegno, contra questo popolo, abbruciando le lor case e villaggi, e parte uccidendo e parte scacciando da detto monte.
Quella parte dunque che è abitata è tenuta da vilissimi uomini, i quali vanno tutti mal vestiti e fanno mercanzia d'olio, della qual vivono. Quivi non nasce altro che olive e orzo; hanno assai capre e muli, i quali sono molto piccioli, percioché i lor cavalli sono di picciolissima statura. La qualità del monte difende loro la libertà.
Teseuon.
Teseuon sono due monti l'uno accanto l'altro, e cominciano da' confini del detto dalla parte di ponente e finiscono nel monte di Togodast. Sono questi monti da un popolo molto povero abitati, percioché altro non vi nasce che orzo e miglio. Ha origine da essi monti un fiume, il quale corre per una bellissima pianura; ma gli abitatori non hanno a fare nel piano, perché esso è posseduto da certi Arabi.
Ora è tempo di dire della regione di Tedle.
Tedle regione.
Tedle è una regione non molto grande, la quale incomincia dal fiume dei Servi dalla parte di ponente e finisce nel fiume di Ommirabih, cioè dal capo del detto fiume. Dal lato di mezzogiorno termina ne' monti di Atlante, e di verso tramontana ha fine dove entra il detto fiume de' Servi nel fiume di Ommirabih. Questa regione ha quasi forma di triangolo, percioché i detti fiumi nascono di Atlante e si estendono verso tramontana, stringendosi l'uno verso l'altro insino che si congiungono insieme.
Tefza, città in Tedle.
Tefza è la principal città di Tedle, edificata dagli Africani nella costa di Atlante, vicina al piano circa a cinque miglia, ed è murata di certe pietre tevertine che nella lingua loro sono dette tefza, e da quelle è derivato il nome della città. Ella è molto popolosa e abitata da genti ricche; sonovi circa a dugento case di giudei, tutti mercatanti e ricchi artigiani. Vengonvi eziandio molti mercatanti forestieri, per comperar certi mantelli negri che si tessono interi con li lor cappuzzi, e questi si appellano ilbernus. Di questi se ne vende qualcuno in Italia, ma in Ispagna se ne truovano assai; e in questa città si vende la maggior parte delle mercanzie che si fanno in Fez, sí come sono tele, coltelli, spade, selle, morsi, berrette, aghi e tutte le mercerie. E se i mercatanti le vogliono dare a baratto, truovano piú facilmente ricapito, percioché i paesani hanno molte robbe del paese, come sono schiavi, cavalli, barnussi, guado, cuoi, cordovani e tai cose. Onde, se essi le vogliono dare a contanti, ciò convengono fare per assai minor prezzo, e il pagamento è oro non battuto in forma di ducati, né quivi corre moneta d'argento. Costoro vanno molto ven vestiti e cosí le lor donne, le quali sono tutte piacevoli. Nella detta città sono molti tempii e sacerdoti e giudici.
E nel tempo passato questa città si governava a modo di republica; dipoi, per discordie e divisioni, incominciarono amazzar l'un l'altro, in tanto che nel mio tempo vennero i capi d'una parte a Fez, e dimandarono dal re in grazia che gli volesse aiutar a rimetter nella lor terra, ch'essi gli dariano la signoria della città. Cosí il re fu contento, e mandò con essi mille cavalli leggieri, cinquecento balestrieri e dugento schioppettieri tutti a cavallo. Oltre di ciò il re scrisse a certi Arabi suoi vasalli, che si chiamano Zuair, i quali fanno circa quattromila cavalli, che dovessero andar in favor dei capi della detta parte, occorrendo ch'essi n'avessero bisogno. Il re fece capitano un valentissimo cavaliero che si chiamava Ezzeranghi, il quale, subito come fu ragunato il campo, incominciò dar la battaglia alla città, perché ritrovò l'altra parte che s'era fortificata di dentro, e avevano fatto venir li suoi vicini arabi, che si chiamano Benigebir, i quali fanno circa cinquemila cavalli. Il detto capitano, come vidde questa cosa, subito lasciò l'assedio della città e sollecitò la battaglia con detti Arabi, e in capo di tre giorni tutti gli mise in rotta ed egli rimase signor della campagna. Poi che quelli della città viddero ch'essi non avevano piú speranza di fuora, subito mandarono ambasciadori per far la pace, obligandosi di pagar le spese che 'l re avea fatto e di piú diecimila ducati ogni anno, con patto che la parte de' fuorusciti potesse entrar nella città, ma non impacciarsi di reggimento o governo alcuno. Il capitano fece intender questo alla parte ch'era con esso di fuora, ed essi gli risposero: "Signore, noi conoscemo la nostra occasione; metteteci pur entro, che noi ci oblighiamo di darvi in mano centomila ducati, talora e di piú, senza usare ingiustizia alcuna e meno saccheggiar casa veruna, ma solamente faremo pagare alla parte contraria i frutti delle nostre possessioni, che s'hanno goduti per tre anni continui. Quelli noi te gli vogliamo dar di buona voglia, per tutte le spese fatte in nostro favore, i quali frutti saranno almeno trentamila ducati; dapoi ti faremo aver l'entrata della terra, ch'è circa ventimila ducati. Oltre di ciò trarremo da' giudei, per tributo d'un anno o due, fino alla somma di diecimila ducati".
Come il capitano intese questo, subito mandò a dire a quei della città "che 'l re avea promesso la sua fede a questi gentiluomini di fuora d'aiutargli in tutto quello ch'arebbe potuto, e per questo volle che 'l reggimento fusse piú tosto in mano loro che nelle vostre, per molti rispetti, e però io vi faccio intendere che, se volete rendere la città al re, non vi sarà fatto torto alcuno, ma se volete mantenere la vostra perfidia io sono sofficiente, con l'aiuto d'Iddio e la felicità del re, di farvi pagar il tutto". Il popolo, come intese questa nuova, subito venne in discordia, percioché alcuni volevano il re e alcuni volevano la guerra: in tanto la terra si levò all'arme fra loro medesimi. Le spie vennero di questo al capitano, il quale subito fece scavalcare la metà della sua gente e accostarsi alla terra con i suoi balestrieri e archibugieri, e in termine di tre ore entrò dentro, senza spandere una gocciola di sangue degli uomini suoi. Perché la parte che voleva il re, ragunatasi insieme, s'accostarono ad una porta della terra ch'era murata e incominciarono a dismurarla di dentro; il capitano ancora faceva il medesimo di fuori, perché non era alcuno sulle mura che gli desse impaccio, e quei di dentro mantennero la battaglia fin che la porta fu dismurata. Il capitano, entrato dentro, alzò le bandiere del re su le mura e in mezzo della piazza, e mandò i cavalli a scorrer intorno la città, per non lasciar scampar coloro che volevano fuggire; e subito mandò un bando da parte del re di Fez, sotto pena della vita, a ciascuna persona o soldato o terrazzano che non s'impacciasse di saccheggiare o di far omicidio, e incontinente la terra s'acquetò e tutti i capi della parte contraria furono menati prigioni. Il capitano fece intender loro ch'essi sariano prigioni infin che 'l re fusse pagato interamente d'ogni spesa ch'egli avea fatto per un mese ai detti cavalli, la quale ascendea alla somma di dodicimila ducati. Cosí le mogli e i parenti dei detti prigioni pagarono la detta somma e gli liberarono.
Allora venne la parte del re, e disse ch'essi volevano esser pagati dei frutti delle loro possessioni di tre anni. Il capitano rispose ch'egli non avea a far di questa cosa niente, dicendogli che dovessero metter le loro differenze in giudicio di dottori e che gli sarebbe fatta ragione, e che costoro potevano star prigioni per quella notte. I detti prigioni incominciarono a dir al capitano: "Signori, ne volete voi mancare della fede vostra? Voi ne prometteste che saressimo liberati dapoi che 'l re fosse sodisfatto. Rispose il capitano: "Io non vi manco della fede mia, perché ora io non vi tengo prigioni per conto del re, ma per conto di costoro che vi dimandano la robba loro: secondo che sentenzieranno i giudici e i dottori, cosí faremo; forse che sarà meglio per voi".
L'altra mattina, fatta congregazione dei dottori e dei giudici dinanzi al capitano, parlarono prima i procuratori dei prigioni in questo modo: "Signori, egli è vero che questi nostri hanno tenuto le possessioni dei loro avversari per conto dei loro antecessori, i quali tennero per piú di venti anni le possessioni degli antecessori dei presenti prigioni". Il procuratore degli avversari rispose: "Signori, questa cosa che costoro dicono è stata già centocinquant'anni passati, né si truova testimonio né instrumento per provarla". Disse il procuratore dei prigioni: "Ella si può ben provar, perché v'è la fama publica". Rispose l'altro: "Questo non si può provar per fama publica, perché chi sa quanto tempo le hanno tenuto i detti antecessori? Forse che le possederono per ragione, perché ancora si dice publicamente che gli antecessori dei prigioni anticamente furono ribelli contra la corona del re di Fez, e quelle possessioni furono della camera reale". Allora il capitano, per malizia mostrando compassione sopra i detti prigioni, disse al procuratore: "Non incolpate cosí tanto questi poveretti prigioni". Il procurator rispose: "Paionvi forse costoro poveretti? Signor capitano, non c'è fra questi poveretti persona a cui non bastasse l'animo di trovar cinquantamila ducati. Quando saranno usciti da queste catene, voi vedrete bene se vi scaccieranno. Ma voi veniste in tempo che loro non erano provisti, e cosí gli ritrovaste". Come il capitano intese il dire del procuratore subito si spaventò e, licenziata la congregazione, mostrò di voler andar a desinare, e fattosi venir innanzi a lui i detti prigioni, gli disse: "Io voglio che voi sodisfacciate i vostri avversari, overo ch'io vi menerò a Fez dove pagherete il doppio". Allora i prigioni mandarono per le loro mogli e madri e le dissero: "Cercate di rimediarvi, perché noi siamo stati infamati di aver molte ricchezze, e non avemo un'ottava parte di quello ch'è stato detto al signor capitano". Cosí in termine d'otto dí furono portati gli avversari, alla presenza del capitano, ventottomila ducati fra anella, armille e altri ornamenti di donne, perché le donne per malizia volevano mostrar di non aver altri danari che quelli. E come furono pagati i detti danari, allora il capitano disse ai prigioni: "Gentiluomini miei, io ho scritto al re di questa cosa, e mi rincresce d'avergli scritto, perché ora io non vi posso lasciar fin ch'io non abbia la risposta sua; ma voi per ogni modo sarete liberati, perché avete satisfatto ognuno: però siate di buona voglia".
Il capitano in quella notte, chiamato un suo consigliere, gli dimandò: "Come potremo noi cavar degli altri danari dalle mani di questi traditori, senza aver colpa né infamia di mancator di fede fra questo popolo?" Qual disse: "Fingete domane d'aver avuto lettere dal re, che vi comandi che dobbiate loro tagliar il capo, ma mostrate dipoi d'aver pietade dei fatti loro, e che voi non vi volete impacciar della lor morte, ma per meglior rispetto dimostrate di volergli mandar a Fez". Cosí finseno una lettera per parte del re. Come venne la mattina il capitano fece venir tutti i prigioni, che furono quarantadue, e gli disse, mostrando aver gran compassione: "Gentiluomini miei, io ho avuto lettere dal re con male nuove, nelle quali dice che sua altezza è molto male informata dei fatti vostri, e che voi sete ribelli contra la sua corona; per tal cagione m'ha comandato ch'io vi faccia tagliar il capo. Mi rincresce molto di questa cosa, perché parrà a ognuno ch'io v'abbia mancato della mia fede: ma io son servitore, e non posso far di meno ch'io non ubbidisca a quello che mi è comandato". I poveri uomini cominciarono a piangere e raccomandar le loro persone al capitano, ed egli ancora fingeva piangere e diceva verso loro: "Io non vi truovo altro miglior rimedio, per levar ancor me di colpa circa ai fatti vostri, se non mandarvi a Fez. Forse che 'l re vi perdonerà, e farà quello che gli parrà. Or ora io vi spedirò con cento cavalli". Allora essi piú piangevano e si raccomandavano a Dio e al capitano. In questo venne una terza persona e disse al capitano: "Signore, la maestà del re vi mandò qua in cambio della sua presenza, sí che voi potete far quello che vi pare il meglio: intendete un poco la possibilità di questi gentiluomini, se possono pagar alcuna cosa per rimediar alle loro persone, e fate intender al re ch'avevate a loro promesso la vostra fede di non far lor dispiacere, e che per l'amor vostro pregate la sua altezza che gli voglia perdonare. Fate ancora intender la quantità che essi vogliono pagare: forse che 'l s'inchinerà per danari". I poveri prigioni incominciarono a pregar il capitano che volesse farlo, e ch'essi erano contenti di pagar quello che piaceva al re, e a lui farebbono anco gran presenti. Costui fingeva di farlo malvolentieri, e subito dimandò loro: "Che cosa potete voi pagare al re?" Alcuno fu che offerse mille ducati, e chi cinquecento, e chi ottocento. Il capitano rispose per tal quantità non voler scriver al re: "Meglio sarà che voi andiate, e forse ch'egli farà come voi dite". Essi tanto pregarono e si raccomandarono, fin che 'l capitano gli disse: "Voi sete quarantadue gentiluomini che sete ricchissimi; se mi promettete duemila ducati per uno io scriverò al re e ho speranza di salvarvi: altrimenti io vi manderò a Fez". Essi furono contenti di trovar la quantità, ma ch'ognuno paghi secondo la sua possibilità, e il capitano a loro disse: "Fate come vi pare". Essi pigliarono termine quindici giorni, ed egli ancora finse di scriver al re.
Poi che furono passati dodici dí, il capitano finse che 'l re per amor suo era contento di perdonar loro: cosí dimostrò una falsa lettera, e fra tre dí i parenti di prigioni portarono tutta la quantità d'oro in oro, che fu ottantaquattromila ducati. Allora il capitano fece pesar il detto oro, e si maravigliò molto come in sí picciola terra si potesse truovar tanta quantità d'oro da quarantadue uomini, e subito gli liberò e scrisse allora al re da dovero tutto quello che gli era intravenuto, dimandandogli ciò che egli avea a fare. Il re subito mandò due suoi segretari con cento cavalli per ricever i detti danari, i quali, tosto che gli ebbero ricevuti, ritornarono a Fez. I detti gentiluomini fecero un presente poi al detto capitano, che valeva circa duemila ducati fra cavalli, schiavi e muschio, e si scusarono che non gli erano rimasti danari, e lo ringraziarono molto che gli avesse scampata loro la vita. Cosí rimase la detta regione al re di Fez, nel governo di Ezzeranghi capitano, fin ch'egli fu ammazzato per mano degli Arabi a tradimento. Cava il re di Fez d'entrata di detta regione ducati ventimila l'anno.
Io mi sono molto allungato in questa istoria perché la cosa fu in mia presenza, e cognobbi come questa trama fu maliziosamente condotta e me n'affaticai in parte per iscampo dei detti poveri prigioni, e fu la prima volta ch'io vedessi tant'oro a un tratto. Sappiate ancora che 'l re di Fez non ne vidde mai tanto insieme, perch'egli è povero re e ha circa trecentomila ducati che gli riscuote ogn'anno, ma non ebbe mai in mano centomila ducati insieme, né anco suo padre. Ora voi vedete che tradimenti e che disegni usa l'uomo per cavar danari. E questo fu nell'anno novecento e quindici.
Ma egli è piú da maravigliarsi d'un altro giudeo, il quale solo pagò piú che tutti i detti gentiluomini insieme, perché s'ebbe spia della sua ricchezza. Sí che il re ebbe il giudeo e i suoi danari in mano, qual fu cagione ch'i giudei ebbero una taglia di cinquantamila ducati, per via di ragione, avendo favoreggiato la parte contraria del re. E allora io mi ritrovai in compagnia del commissario, quando riscoteva la detta taglia.
Efza, città in Tedle.
Efza è una picciola città vicina a Tefza circa due miglia, la qual fa presso a seicento fuochi, e fu edificata sopra un colle nel piè di Atlante. È molto abitata da Mori e Giudei, e quivi si fa gran quantità di bernussi. Gli abitatori sono tutti artigiani e lavoratori di terra; il loro governo è sotto i cittadini di Tefza. Le donne di questa città sono eccellenti ne' lavori di lana: fanno bellissimi bernussi e dielchese e quasi le donne guadagnano piú degli uomini. Fra Tefza ed Efza passa un fiume ch'è detto Derne, il quale nasce di Atlante, e passa fra certi colli e corre per lo piano fin che entra in Ommirabih; e fra li detti colli, cioè su le rive del fiume, sono bellissimi giardini di tutte le sorti d'alberi e di frutti che sapresti desiderare. Gli uomini di questa città sono liberalissimi e piacevoli sopra modo, e ogni mercatante forestiere può entrar ne' lor giardini e coglier quanti frutti a lor bastano. Sono genti molto lunghe a pagar lor debiti, percioché i mercatanti soglion dar danari avanti tratto per bernussi, con termine d'avergli in tre mesi, ma sono astretti aspettar un anno.
Fui nella detta città nel tempo che 'l campo del nostro re fu in Tedle, e la città subito gli diè obbedienza, e furono appresentati al capitano, la seconda volta che vi giunse, quindici cavalli e altretanti schiavi, ciascun de' quali menava un cavallo per lo capestro; eziandio gli fur dati dugento castroni e quindici vacche. Per il che sempre il capitano gli tenne per fedeli e amatori del re.
Eithiteb, città in Tedle.
Eithiteb è certa città edificata dagli Africani sopra un altissimo monte, lontano alla sopradetta circa a dieci miglia verso ponente. È molto abitata e piena d'uomini nobili e cavalieri, e perché ivi si fa gran quantità di bernussi, vi si truova sempre gran numero di mercatanti forestieri. Sopra il monte della detta città sempre si vede la neve, e tutte le valli che sono nel circuito della città sono piene di vigne e di vaghi giardini, ma non vi si vede di dentro frutto di niuna sorte, per la grandissima quantità. Le donne sono bianchissime, grasse e piacevoli, e vanno ornate di molto argento; hanno gli occhi negri e cosí e' capegli. Il popolo è molto sdegnoso, e dapoi che 'l re di Fez fece acquisto di Tedle, eglino mai non si volsero rendere né dargli obbedienza; ma elesson per capitano un gentiluomo, e fatto mille cavalli leggieri ebbe ardire di opporsi al capitano del re, e fecegli tal guerra che piú volte fu a pericolo di perder quello che acquistato aveva. Il re mandò un suo fratello con buon esercito in soccorso del detto, ma poco gli giovò, e durò la guerra tre anni, insino a tanto che a richiesta del re fu colui avvelenato da un giudeo. E allora la città si rese a patti, l'anno novecentoventuno.
Eithiad, città nella medesima.
Eithiad è una certa terricciuola posta su una picciola montagnetta di quelle di Atlante, edificata dagli antichi Africani, la qual fa circa a trecento fuochi. È murata da un lato, cioè dalla parte del monte, e dalla parte che risguarda verso il piano non ha mura di sorte niuna, percioché le rupi gli bastano in luogo di mura. È lontana dalla detta città circa a dodici miglia. Dentro di questa città è un tempio picciolo ma bellissimo, intorno il quale è un canaletto d'acqua a guisa di fiume. È abitata da nobili uomini e cavalieri; sonvi ancora molti mercatanti forestieri e del paese, e molti giudei vi sono, quale artigiano e quale mercatante. Dentro nascono molti fonti, i quali discendendo all'ingiú entrano in un fiumicello che passa di sotto alla città. E d'intorno le due sponde del fiumicello sono molti orti e giardini, dove si truova uva perfettissima, truovansi fichi e grossissimi e grandissimi alberi di noci. Per tutte le coste della montagnetta sono bellissimi terreni d'olive. Le donne della città sono in vero non men belle che piacevoli, vanno bene e leggiadramente addorne d'argento, d'annella, di cerchietti che portano al braccio e d'altri loro ornamenti. Il terreno del piano è ancora esso fertile d'ogni sorte di grano, e quel del monte è buonissimo per orzo e per li pascoli delle lor capre. A' tempi nostri la detta città fu ricetto di Raoman Benguihazzan rubello, per insino a tanto ch'egli fu morto. Io vi fui l'anno novecentoventuno, alloggiato in casa del sacerdote della terra.
Seggheme, monte nella medesima.
Il monte di Seggheme, come che riguardi verso mezzogiorno, nondimeno è tenuto per monte di Tedle. Questo incomincia dalla parte di ponente dal confino del monte di Tesauon, e si stende verso levante insino al monte di Magran, donde nasce il fiume di Ommirabih, e verso mezzogiorno confina col monte di Dedes. Gli abitatori di questi monti sono della stirpe del popolo di Zanaga, uomini disposti, gagliardi e valenti nella guerra. Le loro armi sono partigianelle e alcune spade torte e pugnali; usano ancora sassi, i quali traggono con gran destrezza e forza; guerreggiano di continovo col popolo di Tedle, di maniera che i mercatanti di là non possono passar per lo detto monte senza salvocondotto e gravissimo pagamento. Abitano nel detto monte molto laidamente, discosti molto l'un dall'altro, di modo che rade volte si truovano tre o quattro case insieme. Hanno molte capre e molti muli piccioli come asini, i quali vanno pascolando per li boschi del detto monte: ma i leoni ne guastano e mangiano una gran parte. Questa gente non obbedisce a signore alcuno, perché il monte loro è tanto scabroso e malagevole che li rende inespugnabili.
A' miei dí volle il capitano che acquistò Tedle fare una correria nel paese di costoro. Essi, avendo avuto notizia di ciò, fatta una bella compagnia di valenti uomini, chetamente s'imboscarono dove era una picciola vietta sopra una ripa, per la quale doveano passar i nimici. Come adunque viddero i cavalli ben ascesi la costa del monte, uscirono fuori dell'agguato da ogni parte, tirandogli le partigianelle e sassi grossi. La battaglia fu breve, percioché esso capitano non potendo sostener l'impeto, né andar avanti o tornarsene adietro, era necessitato in quella strettezza di urtarsi l'un con l'altro, di modo che molti traboccavano co' cavalli giú nella rupe e si fiaccavano il collo, altri erano ammazzati, in tanto che non vi scampò un solo che non fusse o preso o morto. E quelli che furon presi vivi ebbero peggior condizione, percioché i vincitori gli menarono legati alle lor case e le femine gli tagliarono in molte parti per piú disprezzo, imperoché gli uomini si sdegnano di ammazzar i prigioni e gli danno in mano alle femine. Vero è che doppo il fatto essi non osarono praticar in Tedle, ma ne hanno poco di bisogno, percioché nel loro monte nasce abbondevole copia d'orzo ed evvi gran numero di bestiami, e i fonti sono assai piú che le case. Solo hanno disconcio delle cose della mercanzia.
Magran monte.
Magran è un monte alquanto piú oltra del sopradetto: guarda verso mezzogiorno al paese di Farcla nel confin del diserto, e da ponente incomincia quasi pure dal detto. Verso levante finisce ne' piedi del monte di Dedes, e sempre si truova la neve su la cima di questo monte. Gli abitatori hanno moltissimi bestiami, in tanto che non si possono fermare in luogo alcuno: perciò fanno le loro case di scorza d'alberi, e le fermano sopra certe pertiche non molto grosse. I travi hanno forma di que' cerchi che si pongono nel coperchio delle ceste, le quali usano di portar le femine sopra li muli per viaggio in Italia. Cosí pongono costoro queste lor case su la schiena de' muli, e ne vanno con le bestie e con la famiglia ora a questo luogo ora a quell'altro, e dove truovano erba ivi piantano le case, e vi dimorano insino che le bestie la consumano. Egli è vero che il verno fanno ferma abitazione in un luogo, e fanno certe basse stalle coperte di frasche, e quivi tengono le dette bestie la notte. E usano di far grandissimi fuochi, massimamente appresso le stalle, per iscaldar gli animali; e alle volte avviene che si leva il vento e vi fa attaccar il fuoco, di maniera che se n'abbrucciano le stalle; ma le bestie sono preste a fuggire. Per tal cagione essi non fanno a dette stalle muri d'alcuna sorte, percioché non danno lor maggior privilegio di quello che diano alle case, che detto abbiamo. I leoni e i lupi ne fanno grandissimo guasto. I costumi e l'abito di costoro sono come quelli dei sopradetti, fuor che questi abitano in dette capanne e quei in case murate. Quivi fui l'anno novecentodiciasette, tornando di Dara a Fez.
Dedes monte.
Dedes è ancora egli un monte alto e freddo, dove sono molte fontane e boschi; e incomincia dal monte di Magran dal lato di ponente, e finisce ne' confini del monte di Adesan, e confina dalla parte di mezzogiorno col piano di Todga. È lungo circa ottanta miglia. Su la cima del detto monte è una città antica e rovinata, e veggonsi ancora le sue vestigia, che sono certi muri grossi fatti di pietra, e truovasi alcuna di queste pietre scritta con lettere che non vengono intese da alcuno. Tiene il popolo che quella città fusse fabricata da' Romani, ma io nelle croniche africane non truovo autore che 'l dica né che faccia menzione di questa città, eccetto serif Essacalli, che scrive nella sua opera di certa città detta Tedsi, ne' confini di Segelmese con Dara: ma egli non dice che sia edificata nel monte Dedes. Noi tuttavia giudichiamo esser quella, percioché non si vede in quella regione altra città.
Gli abitatori di questo monte sono, a dir con verità, gente di niun valore, e la maggior parte abita in certe grotte umide, e mangiano tutti pane d'orzo ed elhasid, cioè farina pur d'orzo bollita in acqua e sale, come abbiam detto nel libro di Hea, perché nel detto monte altro non nasce che orzo. Hanno ben molta copia di capre e d'asini, e nelle grotte dove stanno i detti animali è grandissima quantità di salnitro. Io penso che, se questo monte fusse vicino all'Italia, renderebbe di frutto all'anno venticinquemila e piú ducati: ma quella canaglia non sa quello che sia salnitro. Vanno malissimo vestiti, in tanto che mostrano scoperte la piú parte delle carni. Le loro abitazioni sono brutte, e puzzano del mal odore delle capre che si tengono in quelle. Per tutto il detto monte non si truova né castello né città che sia murata, ma sono divisi i loro alberghi in certi casali fatti di pietra, l'una posta sopra l'altra senza calcina, e coperte di certe piastre sottili e negre, come si usa in alcuni luoghi nel contado di Sisa e di Fabbriano; il rimanente (come s'è detto) abita nelle grotte, né mai viddi altrove tanti pulici quanti erano in questo monte.
Sono ancora i detti uomini traditori, ladri e assassini, e ammazzarebbeno un uomo per una cipolla: onde per menomissima cagione fan gran quistione tra loro. Non hanno né giudice né sacerdote, né persona ch'abbia virtú alcuna; né quivi sogliono praticar mercatanti, perché questi se ne stanno in ozio, né si danno ad alcuna industria. E quelli che vi passano o gli rubbano o, avendo qualche salvocondotto d'alcuni di lor capi, e portando robba che non faccia per loro, gli fanno pagar di gabella il quarto della robba. Le lor donne sono brutte come il diavolo e vestono peggio degli uomini, e sono eziandio quasi a peggior condizion degli asini, percioché portano l'acque dai fonti e le legna dai boschi sopra la schiena, né hanno mai un'ora di riposo. E per conchiudere, in niun altro luoco d'Africa mi pento d'esser stato fuor che in questo. Ma mi vi convenne passar mentre andai da Marocco a Segelmesse, per obbedir a cui era tenuto, nell'anno 918.
TERZA PARTE
Regno di Fessa.
Il regno di Fessa incomincia dal fiume di Ommirabih dalla parte di ponente, e finisce verso levante nel fiume di Muluia; verso tramontana è una parte che termina al mare Oceano; ci sono altre parti che compiono al Mediterraneo. Questo regno si divide in sette provincie, le quali sono Temesne, il territorio di Fez, Azghar, Elhabet, Errif, Garet, Elchauz. Anticamente ciascuna di queste provincie aveva particolar signoria; eziandio Fessa di prima non fu sedia reale: è vero che fu edificata da certo rubello e scismatico, e durò il dominio nella sua famiglia circa a centocinquanta anni. Ma doppo che vi regnò la famiglia di Marin, questa fu quella che le diede titolo di regno, e fece in lei la sua residenza e fortezza, per le cagioni narrate nelle croniche de' maumettani. Ora io ve ne farò particolar narrazione di provincia in provincia e di città in città, sí come assai pienamente mi par aver di sopra fatto.
Temesna, provincia nel regno di Fessa.
Temesna è una provincia compresa nella regione di Fez, la qual incomincia da Ommirabih dalla parte di ponente e finisce nel fiume di Buragrag verso levante; nel mezzogiorno ha fine nel monte Atlante, e verso tramontana termina nel mare Oceano. È tutta piana e si stende da ponente a levante ottanta miglia, e da Atlante all'Oceano circa sessanta; questa provincia fu veramente il fiore di tutte quelle regioni, percioché in lei si contenevano circa quaranta città e trecento castella, abitate da molti popoli del lignaggio degli Africani barbari.
Nell'anno trecentoventitre di legira fu la detta provincia sollevata da un certo predicator eretico, che fu detto Chemim figliuol di Mennal. Costui persuase al popolo che non dovesse dar tributo né obbedienza ai signori di Fessa, per esser uomini ingiusti, ed eziandio perché esso era profeta: di maniera che in poco tempo egli ebbe in mano il temporale e spirituale della provincia. E incominciò a far guerra a' detti signori, li quali, avendo guerra allora con il popolo di Zeneta, furono astretti a patteggiar con costui in questo modo, che esso si godesse Temesna e questi Fessa, senza che alcuno turbasse l'altro. Regnò egli trentacinque anni, e durarono i suoi seguaci nella provincia circa anni cento.
Ma poi che il re Giuseppe col popolo di Luntuna ebbe edificato Marocco, subito incominciò ancora egli a tentar d'insignorirsi di questa provincia, e mandò molti catolici e dotti uomini a ricercar di rimovergli da quella eresia e darsi a lui senza guerra. Ma questi col principe loro, che fu nipote del detto predicatore, si ragunarono in la città di Anfa e si risolsero d'ammazzar quegli ambasciatori, il che fecero. Dipoi congregorno uno esercito di cinquantamila combattenti, deliberati in tutto di scacciar di Marocco e di tutta quella regione il popolo di Luntuna. Il che inteso da Giuseppe col maggior isdegno che avesse a' suoi giorni, fatto un grossissimo esercito, non aspettò che i nimici venissero a Marocco, ma in capo di tre giorni fu egli nella lor provincia e passò il fiume di Ommirabih. Come viddero l'esercito del re che cosí impetuosamente veniva loro incontra, si spaventarono quei di Temesna e, schifando la battaglia, passarono il fiume di Buragrag verso Fez, e abbandonarono la provincia di Temesna. Allora il re mise il popolo e il terreno a ferro, a fuoco e a sacco con tanta crudeltà, che fece uccider per insino a' fanciulli che poppavano, e per otto mesi ch'egli vi stette con l'esercito rovinò tutta la provincia, in tanto che ora non vi rimane se non certe picciole vestigia della città che vi erano.
A questo s'aggiunse che il re di Fez, inteso che 'l popolo di Temesna era per passar Buragrag e camminava verso Fez, fatta certa triegua col popolo di Zeneta, con grandissimo numero di soldati s'indrizzò al detto fiume, sopra il quale trovò il misero principe con la sua gente, molto debole e stanco per la fame e necessità che sofferiva. Esso volle passar il fiume, ma il passo gli fu impedito dal re, onde i poveri perseguitati furono per disperazione sforzati a romper per certi boschi e rupi malagevoli a passare. E furono circondati e chiusi dall'esercito del re, di maniera che in un medesimo tempo perirono da tre diverse morti, percioché alcuni s'affogaron nel fiume, alcuni si fiaccarono il collo essendo spinti e gittandosi da quelle rupi, e quelli ch'erano usciti del fiume, cadendo nelle mani del re, furono menati a fil di spada. Cosí gli abitatori di Temesna venner meno, e furon spenti nello spazio di dieci mesi. Istimasi che 'l popol che fu distrutto pervenisse al numero d'un millione, fra gli uomini, fra le femine e i fanciulli.
Il re Giuseppe di Luntuna si tornò a Marocco, per rinovar l'esercito contro il signor di Fez, e lasciò Temesna per abitazion di leoni, di lupi e di civette. Rimase adunque la provincia disabitata centoottanta anni, che fu per insino al tempo che, tornando Mansor dal regno di Tunis, menò con esso lui certe generazioni de popoli arabi con li capi loro, e diè a questi ad abitar Temesna; i quali vi durarono cinquanta anni, insino a tanto che la famiglia di Mansor perdé il regno, per la qual perdita vennero gli Arabi in estrema calamità e miseria, in tanto che furon scacciati di là dai re della famiglia di Marin. E questi re diedero la provincia al popolo di Zeneta e Haoara in premio de' benefici che riceverono da questi due popoli, percioché l'uno e l'altro sempre diè favore alla famiglia di Marin contra i re e pontefici di Marocco. Cosí i due popoli si godono la provincia in libertà, e sono accresciuti a tanto che oggidí (e può esser da cento anni a questo) fanno tremare i re di Fez, percioché si crede ch'arrivino a sessantamila cavalli, e fanno dugentomila pedoni.
Io ho praticato molto in questa provincia, e ve ne darò particolar informazione.
Anfa, città in Temesna.
Anfa è una gran città edificata dai Romani sopra il lito del mar Oceano, discosta da Atlante circa a sessanta miglia verso tramontana, e da Azemur circa a sessanta verso levante, e da Rebat circa a quaranta miglia verso ponente. Questa città fu molto civile e abbondante, percioché tutti i suoi terreni sono bonissimi per ogni sorte di grano, e ha invero il piú bel sito di città che sia nell'Africa. Ha d'intorno di pianura circa a ottanta miglia, eccetto dalla parte di tramontana, che c'è il mare. Dentro di lei vi furono molti tempii, botteghe bellissime e alti palazzi, come ora si può veder e giudicar per le reliquie che vi si truovano. Vi furono eziandio molti giardini e vigne, e oggidí vi si coglie gran quantità di frutti, massimamente melloni e citrioli, i quai frutti incominciano a divenir maturi al mezzo d'aprile, e gli abitatori gli sogliono portar a Fez, percioché quei di Fez tardano piú. Vanno le genti molto ben in ordine del vestire, percioché hanno sempre avuto lunga pratica con mercatanti di Portogallo e inglesi, e vi sono tra loro degli uomini assai dotti.
Ma per due cagioni avvenne il danno e la rovina loro: l'una fu perché volevano viver in libertà senza aver modo; l'altra perché solevano tener dentro il lor picciol porto certe fuste, con le quali facevano grandissimi danni all'isola di Calix e a tutta la rivera di Portogallo, in tanto che 'l re di Portogallo deliberò di distrugger la detta città. Per il che egli vi mandò un'armata di circa cinquanta navili, con uomini da combatter e molta artiglieria; ma quei della città, come viddero avicinar l'armata, cosí tolte le lor piú care robbe e ragunati tutti insieme fuggirono alla città di Rabat e di Sela, e abbandonarono la lor terra. Il capitano dell'armata, che di ciò niuna cosa sapea, si mise in ordine per dar la battaglia; ma vedendo che non vi erano difensori, avedutosi del fatto, fece smontar le genti, le quali con tanto empito entrarono nella città che nel termine d'un dí la scorsero e saccheggiarono tutta, abbrucciarono le case e da molte parti disfecero le mura della città, la qual è rimasa ora disabitata. E io quando vi fui non potei tener le lagrime, percioché la piú parte delle case, delle botteghe e dei tempii sono ancora in piè, i quali con le lor rovine danno all'occhio un spettacol in vero compassionevole a riguardare. Vi si veggono i giardini diserti e divenuti selve: pur producono ancora qualche frutto. Cosí la impotenza e i vizii dei re di Fez l'hanno condotto a tale, che non è speranza ch'ella sia piú riabitata.
Mansora città.
Mansora è una terricciuola edificata da Mansore, re e pontefice di Marocco, in una bellissima pianura discosta dal mar Oceano due miglia, e dalla città di Rabat circa a venticinque, e da Anfa circa altretanti. Soleva far presso a quattrocento fuochi. Appresso la detta città passa un fiumicello, il qual si chiama Guir. Sopra il fiume sono molti giardini e molte viti, ma or diserti e abbandonati, percioché, quando fu distrutta Anfa, gli abitatori di questa subito ancora essi sgombrarono la città e fuggirono a Rabat, temendo non i Portogallesi venissero alla lor città: cosí la lasciarono vota. Ma le sue mura sono ancora intere, fuori che in certi luoghi che ruppero e disfecero gli Arabi di Temesna. Io passai per questa città e ne presi similmente compassione, percioché facilmente si potrebbe riabitare, non vi mancando altro ch'edificar le case: ma gli Arabi di Temesna, per lor malvagità, non vogliono che nissun vi abiti.
Nuchaila.
Nuchaila è una certa picciola città, edificata nel mezzo di Temesna, la qual anticamente fu molto popolosa e abitata, e nel tempo degli eretici vi si faceva una fiera una volta l'anno, alla quale concorreva tutto 'l popol di Temesna. Gli abitatori furono molto ricchi, percioché il lor terreno è grande e cinge da ogni lato quaranta miglia di pianura. Truovo nelle istorie che, nel tempo degli eretici, costoro avevano tanta abbondanza di grano che alle volte ve ne davano una gran soma d'un camello per un paio di scarpe. Nella venuta di Giuseppe a Temesna fu questa città distrutta come l'altre; nondimeno ora si veggono molti vestigi di lei, cioè alcune parti di mura e una certa torre, la qual era nel mezzo d'un tempio; vi si veggono ancora i giardini e i luoghi dove erano le viti, e cotai alberi vecchissimi che non fanno piú frutto. Gli Arabi di Temesna, quando essi hanno fornito d'arar i campi, pongono i lor strumenti appresso la detta torre, perché dicono ch'ivi fu sepellito un sant'uomo, e per tal cagione niun piglia lo strumento dell'altro, avendo timor dello sdegno di quel santo. Io passai per questa città infinite volte, per esser su la strada di Rabat e di Marocco.
Adendum.
Adendum è una picciola città edificata fra certi colli, vicina ad Atlante circa a quindici miglia e venticinque alla sopradetta. Quei colli sono tutti buoni per seminarvi grano. Accanto le mura di questa città ne nasce un gran capo d'acqua perfettissima; d'intorno sono molte palme, ma picciole, che non fanno frutto. E la detta acqua passa fra certi rupi e valli, le quali si dicono esser state minere di donde si cavava molto ferro; il che assai ben si conosce, percioché quei luoghi hanno color di ferro, e comprendesi ancora in parte nel sapor dell'acqua. Della detta città non ci rimase se non alcune picciole vestigia, cioè certe fondamenta di muri e certe colonne abbattute, percioché ella fu distrutta nella guerra degli eretici, sí come l'altre.
Tegeget.
Tegeget è una picciola città, edificata dagli Africani sul lito del fiume di Ommirabih, nel passo di Tedle a Fez. La detta città fu popolosa, civile e molto ricca, percioché vicina a lei è una strada in Atlante per cui si va al diserto, e tutti gli abitatori dei confini di quella parte del diserto vengono a questa città per comperar grano. Ma ancor la detta città fu distrutta nella guerra degli eretici, e dipoi gran tempo fu riabitata a guisa d'una villa, percioché una parte degli Arabi di Temesna tengono lor grani in detta città, e gli abitatori sono guardiani d'essi grani. Ma non vi si truova né bottega né artigiano, eccetto alcuni fabbri per conciar gli strumenti d'arare e per ferrar i cavalli. I medesimi abitatori hanno dai lor padroni arabi espresso comandamento di onorar tutti i forestieri che passano per la città, e i mercatanti pagano di passaggio quanto è il valor d'un giulio per soma delle tele o de' panni che essi conducono, ma li bestiami e cavalli non pagano cosa alcuna. Passai molte volte per questa città, la qual mi dispiacque; ma il terreno è nel vero perfettissimo e abbondevole di grani e di bestiami.
Hain Elchallu.
Questa è una piccioletta città non molto discosta da Mansora, la qual è edificata in un piano dove sono molti boschi di arbori cornili e alcuni altri arbori spinosi, i quali fanno certi frutti tondi simili alle giuggiole, ma di color giallo, e hanno l'osso grande e piú grosso di quello dell'olive, e poco buono di fuori. Per tutto dove circondano le vestigia della città sono certe paludi, nelle quai si truova gran quantità di testuggini over tartaruche, e di rospi molto grossi, ma per quel ch'io udi' dire non son velenose. Nessun degli istorici africani fanno memoria di questa città, forse per la sua troppa picciolezza, o forse perché anticamente fusse destrutta. A me ancor ella non par degli edificii degli Africani; dimostra esser stata fabricata da' Romani o da qualche generazione straniera d'Africa.
Rabato.
Rabato è una grandissima città, la qual fu edificata ne' tempi moderni da Mansor, re e pontefice di Marocco, sopra il lito del mar Oceano. E da canto, cioè dalla parte di levante, passa il fiume di Buragrag e ivi entra nel detto mare: la rocca della città è edificata su la gola del fiume, e ha da un lato il fiume e dall'altro il mare. La città nelle muraglie e ne' casamenti somiglia a Marocco, percioché da Mansor fu con tal studio edificata, ma è molto picciola a comparazione di Marocco. Fu la cagion di questa fabrica che Mansor signoreggiava tutta la Granata e parte d'Ispagna, la qual per esser molto lontana da Marocco, pensò il re che, quando ella fosse assediata da cristiani, malagevolmente l'avrebbe potuto dar soccorso. Perciò il detto fe' pensier di fabricar una città appresso la marina, dove potesse star tutta la state con i suoi eserciti, come che alcuni lo consigliassero che si dimorasse in Setta, ch'è una città su lo stretto di Zibilterra. Ma considerò il re che quella non era città che potesse sostener un campo tre o quattro mesi, per la magrezza del terreno del contado; s'avidde ancora che sarebbe stato necessario di dar non poco disagio a quei della città, circa agli alloggiamenti dei soldati e altri suoi cortigiani. Cosí fra pochi mesi fece edificar questa città, e fornilla de tempii e de collegii di studenti e di palazzi d'ogni sorte, di case, di botteghe, di stuffe e di speziarie. Ancora, fuor della porta che guarda verso mezzogiorno, fece far una torre simile a quella di Marocco, ma questa ha le scale molto piú larghe, percioché vi vanno tre cavalli l'uno appresso l'altro sopra. E chi è su la cima della torre, dicesi che può veder un navilio in mare da grandissimo spazio; io al mio giudicio la tengo, circa all'altezza, dei mirabili edificii che si veggano. Volle ancora il re che vi si conducessero molti artigiani e dotti uomini e mercatanti, e ordinò ch'a tutti gli abitatori, oltre al loro guadagno, secondo l'arti fusse data certa provisione. Onde, tratti dalla fama di questo partito, vi corsero ad abitar uomini d'ogni condizione e mestiero, in tanto ch'in poco tempo questa città divenne la piú nobile e ricca che sia nell'Africa, perché il popol guadagnava da due bande, e le provisioni, e li traffichi con li soldati e cortigiani, perché Mansor vi abitava dal principio d'aprile fino al settembre. E perché fu edificata in luogo dove non era molto buona acqua (percioché il mare entra nel fiume e va in su circa a dieci miglia, e li pozzi della terra hanno acqua salata), Mansor fece condur l'acqua da un fonte discosto dalla detta presso a dodici miglia, per certo acquedutto fatto con belle mura fabricate su archi, non altrimenti che si veggano in alcuni luoghi d'Italia, e massimamente in quei di Roma. Questo acquedutto si divide in molte parti, delle quali alcuna conduce l'acqua ai tempii, quale ai collegi, quale ai palazzi del signore e quale ai fonti communi che furon fatti per tutte le contrade della città.
Ma doppo la morte di Mansor la città incominciò a mancar, per sí fatto modo che di dieci parti una non v'è rimasa, e 'l bello acquedutto fu rotto e disfatto nelle guerre dei re della casa di Marin contra la casa di Mansor. E oggi la detta città ha peggiorato piú che prima, e mi cred'io che con fatica si truovano quattrocento case abitate; del resto ne son state fatte vigne e possessioni. Ma quanto è d'abitato sono due o tre contrade appresso la rocca con qualche picciola bottega. E ancor sta in molto pericolo d'esser presa da' Portogallesi, percioché tutti i passati re di Portogallo han fatto disegno di prenderla, considerando che, avuta questa città, agevolmente potranno prender tutto il regno di Fez. Ma fin a questo dí il re di Fez v'ha fatto un gran provedimento; e la sostiene il meglio che può. Io fui in questa città e n'ebbi pietà, rivolgendo nel mio animo il viver ch'era ne' tempi passati a quello che si truova oggidí.
Sella città.
Sella è una città picciola edificata da' Romani appresso il fiume di Buregrag, discosta dal mare Oceano circa a due miglia e da Rabato un miglio, di modo che, se alcun vuol andar alla marina, gli convien passar per Rabato. Ma la detta fu rovinata nella guerra degli eretici. Dipoi Mansor rinovò le mura, e fece in lei uno spedale bellissimo e un palazzo per alloggiamento dei suoi soldati. Similmente vi fece un bellissimo tempio, e una sala molto superba di marmi intagliati, di mosaichi, e con finestre di vetro di diversi colori: e quando fu vicino alla morte lasciò in testamento d'esser sepolto nella detta sala. Morto adunque Mansor, fu portato il corpo suo da Marocco e quivi ebbe sepoltura, e furongli messe due tavole di marmo, l'una da capo e l'altra da piè, nelle quali furono intagliati molti versi elegantissimi, i quali contenevano i lamenti e i pianti del detto Mansor, composti da diversi uomini. Tutti i signori della sua famiglia tennero un tal costume, di far sepellir i lor corpi in quella sala; il somigliante fecero i re di quella di Marin, allora che 'l lor regno fioriva. Io fui in questa sala e viddivi trenta sepolture di quei signori, e scrissi tutti gli epitaffii che v'erano. Fu l'anno novecentoquindici di legira.
Maden Auuam.
Questa è una città edificata a' nostri giorni da un tesoriere del pontefice Habdulmumen su la riva del fiume di Buragrag, non per altra cagione che per veder quei luoghi, per certe minere di ferro, esser molto frequentati. È lontana da Atlante circa dieci miglia, e fra la città e Atlante sono molti oscuri boschi, nei quali si truovano grandissimi e terribilissimi leoni e leopardi. Questa, per insino che durò il dominio nella famiglia dell'edificatore, fu assai civile e abitata, e addorna di belle case, di tempii e d'osterie. Ma ciò fu poco tempo, percioché le guerre dei re di Marin la posero a rovina, e gli abitatori parte furono uccisi, e parte fatti prigioni, e parte fuggirono alla città di Sella. E ciò avenne perché, non aspettando il popolo soccorso dal re di Marocco, diedero la città a uno dei re di Marin, ma in quel medesimo tempo essendo sopravenuto un capitano del re di Marocco in loro difesa, esso si ribellò contra il signor ch'era dentro, di maniera che gli convenne fuggirsi. D'indi a molti mesi venne il re della casa di Marin in persona con grande esercito, il quale, andandosene verso Marocco, tenne il cammino a quella città. Onde il capitano subito si fuggí, e la città fu costretta di rendersi a discrezion del re, che poscia sacheggiò e ammazzò tutto quel popolo. E da quel tempo fino a questo non fu mai piú riabitata, ma ancora ci sono le mura della città e le torri dei tempii. Io la viddi nel tempo che 'l re di Fez si pacificò col suo cugino, e vennero a Thagia per giurar sopra il sepolcro d'un lor santo, il cui nome è Seudi Buhaza. Fu l'anno novecentoventi.
Thagia, città di Temesna.
Thagia è una certa picciola città, edificata anticamente dagli Africani fra certi monti di quelli di Atlante. È molto fredda e i suoi terreni sono magri e aspri; d'intorno alla città sono mirabilissimi boschi, luoghi de rabbiosi leoni. Nasce in questo paese poca quantità di grano, ma è copiosissimo di mele e di capre. La città è priva d'ogni civiltà, e le case sono mal fatte e senza calcina. È in lei un sepolcro di certo santo, il qual fu al tempo di Habdul Mumen pontefice, e dicesi quel santo aver fatto molti miracoli contra ai leoni, e che egli fu mirabile indovino, in tanto che si trovò chi scrisse la sua vita molto diligentemente, e questo fu un dottore detto Ettedle, qual narra tutti i miracoli uno per uno. Io per me credo, avendo letto i miracoli che costui faceva, ch'erano o per arte magica o per qualche natural secreto contra i leoni. La fama di ciò, e la riverenza che si porta a quel corpo, è cagione che questa città è molto frequentata. E il popol di Fez ogni anno, doppo la pasqua loro, va a visitar detto sepolcro, dove andando uomini, donne e fanciulli, par che si muova un campo d'arme, percioché ciascuno porta il suo padiglione over tenda, di modo che tutte le bestie sono cariche e di tende e d'altre cose opportune per il vivere, e ogni compagnia ha da centocinquanta padiglioni insieme. E fra l'andata e il ritorno v'ha d'intervallo di tempo quindici giorni, perché la città è lontana da Fez circa centoventi miglia. E mio padre mi menava ogni anno seco a visitar detto sepolcro, e quando son stato uomo fatto vi son stato parecchie volte, per molti voti fatti ne' pericoli dei leoni.
Zarfa.
Zarfa fu città in Temesna, edificata dagli Africani in una larghissima e bella pianura, dove sono molti fiumicelli e fonti. E intorno alle vestigia della città sono molti piedi di ficaie, di cornili e di quelle ciriegie che in Roma son dette marene. Sonvi eziandio molti alberi spinosi, i quali producono certi frutti che in lingua araba si dicono nabich: sono piú piccioli delle ciriegie e hanno quasi sapore di giuggiole. Sono ancora per tutte quelle pianure certi piedi di palme salvatiche, e molto picciole, le quai fanno un certo frutto grosso come l'oliva di Spagna, ma ha l'osso grande e poco buono: hanno quasi sapor di sorbe, innanzi che si maturano. La città fu rovinata nelle guerre degli eretici. Ora i suoi termini vengono seminati dagli Arabi di Temesna, ed essi v'hanno sí buona raccolta ch'alle volte risponde di ciò che vi si semina cinquanta per uno.
Territorio di Fez.
Il territorio di Fez dalla parte di ponente incomincia dal fiume di Buragrag, e si stende verso levante insino al fiume d'Inauen: fra l'uno e l'altro fiume è di tratto circa a cento miglia; di verso tramontana termina nel fiume di Suba, e dal lato di mezzogiorno finisce ne' piedi di Atlante. Il detto territorio è mirabil veramente dell'abbondanza del grano, dei frutti e degli animali che vi sono. In tutti i colli di questo paese ha molti e grandissimi villaggi. È vero che le pianure per le passate guerre son poco abitate, nondimeno vi si abitano alcuni casali da certi poveri Arabi e di niun potere, i quali tengono i terreni a parte o co' cittadini di Fez o col re e suoi cortigiani. Ma la campagna di Sala e Mecnase sementano alcuni Arabi nobili e cavalieri: pur questi sono soggetti al re.
Ora vi si dirà particolarmente ciò che v'è di nobile.
Sella città.
Sella è una città antichissima, edificata da' Romani, ma fu acquistata da' Gotti. Vero è che gli eserciti de' maumettani entrarono in quella regione, e i Gotti la diedero a Taric, capitano loro; ma, poi che fu edificata Fez, ella divenne soggetta a' signori di Fez. È questa città fabricata sul mar Oceano in bellissimo luogo, discosta dalla città di Rabato non piú d'un miglio e mezzo: il fiume di Buragrag divide l'una città dall'altra. Le case della detta città sono edificate al modo che le edificavano gli antichi, ma molto ornate di mosaico e di colonne di marmo. Oltre a ciò tutti i tempii sono bellissimi e ornati; cosí le botteghe, le quali furon fabricate sotto i portichi larghi e belli, e passato che si ha molte botteghe si truovano certi archi, fatti (come essi dicono) per divider un'arte da un'altra. Concludo che questa città aveva tutti quegli ornamenti e quelle condizioni che s'appartengono a una perfetta civilità, e tanto piú che, avendo buon porto, era frequentata da diverse generazioni di mercatanti cristiani, genovesi, viniziani, inglesi e fiandresi, percioché quello è il porto di tutto il regno di Fez.
Ma la detta città, negli anni seicentosettanta di legira, fu assaltata e presa da un'armata del re di Castiglia. Il popol fuggí e rimaservi i cristiani, ma non piú che dieci giorni, percioché essi furono d'improviso assaliti da Giacob, primo re della casa di Marin, e inavertentemente, percioché ei non stimavano che 'l re lasciasse l'impresa di Telensin, nella quale già era occupato. Onde fu ripresa la città, e quanti di loro si trovarono furono uccisi; il rimanente si salvò nell'armata e fuggí via. Per questa cagione il re fu benvoluto da tutto il popolo di quelle regioni, e cosí la sua famiglia che regnò doppo lui.
Ma come che questa città fusse tosto riavuta, nondimeno è molto mancata nelle abitazioni, e molto piú nella civilità. E per tutta la città, massimamente vicino alle mura, si truovano molte case vote, nelle quali sono di bellissime colonne e finestre di marmi di diversi colori, ma gli abitatori d'oggi non le apprezzano. Il circoito della città è tutto arena, e sono certi terreni dove non nasce molto grano, ma v'ha gran numero di orti e di campi ne' quali si raccoglie gran quantità di bambagio: e gli abitatori della città sono per lo piú tessitori di tele bambagine, molto sottili nel vero e molto belle. Fassi eziandio in lei grandissima quantità di petteni, i quali sono mandati a vendere in tutte le città del regno di Fez, percioché è vicino alla detta città; vi sono molti boschi di bossi e di molti altri legni buoni per tal effetto.
Oggidí pure egli si vive in questa città assai civilmente. C'è governatore e giudice, e molti altri uffici vi sono, come dogana e gabella, percioché vi vengono molti mercatanti genovesi e fanno quivi di gran faccende. Il re gli accarezza assai, perché la pratica di costoro gli apporta grandissimo utile. I detti mercatanti hanno la loro stanza quale in Fez e quale in Sela, e nello spaccio delle robbe l'uno fa per l'altro. Io gli ho veduti in tutte lor pratiche molto nobili e cortesi, e spendevano assai per acquistarsi l'amicizia dei signori e di quei della corte, non per cupidigia d'avanzar cosa alcuna da' detti signori, ma per poter ne' paesi stranieri onoratamente vivere. E a' miei dí fu un onoratissimo gentiluomo genovese, detto messer Tommaso di Marino, persona invero savia, da bene e molto ricca, del quale il re faceva grandissima stima e molto l'accarezzava. Egli visse in Fez circa a trenta anni, e quivi venuto a morte, il re fece portarne il suo corpo a Genova, come egli avea ordinato. Lasciò costui in Fez molti figliuoli maschi, tutti ricchi e onorevoli appresso il re e a tutta la corte.
Fanzara.
Fanzara è una città non molto grande, ma edificata in una bellissima pianura da uno dei re di Muachidin, discosta da Sela circa a dieci miglia. Tutta la detta pianura è fertilissima di formento e d'altri grani. Fuori della città appresso le mura sono molte bellissime fontane, le quali fece fare Abulchesen re di Fez. Nel tempo del re Abusaid ultimo, che fu della casa di Marin, un suo zio chiamato Sahid, trovandosi prigione di Habdilla re di Granata, mandò a richieder suo nipote re di Fez che volesse compiacer a certa dimanda del re di Granata. La qual cosa ricusando di fare, Habdilla liberò detto Sahid di prigione, e lo mandò con grandissimo esercito e molta quantità di danari a rovina e disfacimento del detto re. Questo Sahid, con l'aiuto appresso d'alcuni montanari arabi, assediò Fez e vi tenne l'assedio sette anni, nel qual tempo distrusse i villaggi, le città e le castella di tutto il regno. Sopravenne poi nel suo campo la peste, la qual lo tolse di vita insieme con la maggior parte dell'esercito. Questo fu negli anni 918 di legira. Le città che furono allora distrutte mai piú non si abitarono, e massimamente la detta Fanzara, la qual fu data per albergo ad alcuni capi degli Arabi che furono in aiuto di Sahid.
Mahmora.
Mahmora è una picciola città, edificata da un dei re di Muachidin su la gola del gran fiume Subo, cioè dove il detto fiume entra in mare; ma la città è lontana dal mare circa a un miglio e mezzo, e da Sela circa a dodici miglia. Tutti i circuiti di questa città sono piani d'arena, e fu edificata per difesa della gola del detto fiume, acciò non vi possino entrar legni de' nimici. Appresso la città è un grandissimo bosco, dove sono alcuni alberi altissimi, le cui ghiande sono grosse e lunghe come le susine dammaschine: vero è che questa cotal ghianda è alquanto piú sottile, e ha un sapore vie piú dolce e piú delicato di quello della castagna. Alcuni Arabi vicini al detto bosco usano di portarne gran quantità in Fez sopra i loro camelli, e ne cavano molti danari; ve ne portavano ancora i mulattieri di questa città, e ve ne facevano assai buon guadagno, ma c'è grandissimo pericolo di leoni, i quali mangiano le piú volte le bestie e gli uomini che non sono pratichi, percioché in questi boschi sono i piú famosi leoni che abbia l'Africa.
Da cento e venti anni in qua la detta città è distrutta, per la guerra che fe' Sahid al re di Fez, né vi rimase altro che alcune rare vestigie, le quali dimostrano che la città non fu molto grande. Nell'anno 921 il re di Portogallo mandò una grandissima armata, per edificar un castello su la gola del detto fiume. I Portogallesi, come vi furono arrivati, cosí incominciarono a fabricarlo, e già avevano fatte tutte le fondamenta e incominciato a levar in piè le mura e bastioni, e la maggior parte dell'armata era entrata nel fiume, quando furono sopragiunti e impediti dal fratello del re di Fez; oltre a ciò tagliati a pezzi tremila uomini, non per poco valore de' Portogallesi, ma per discordie. Il che fu che una notte innanzi l'alba uscirono questi tremila dell'armata, con disegno di pigliar l'artiglieria del re, e fu grandissimo errore che tal numero di fanti andasse a far questa fazione, dove li nimici erano da cinquantamila fanti e cavalli quattromila; ma li Portogallesi pensarono che avanti che alcun del campo sentisse, di dover con loro astuzie aver condotta l'artiglieria nella fortezza, la qual era lontana dal luogo dove andavano a pigliare circa due miglia, alla guardia della qual stavano da sei in settemila persone, le quali nell'ora dell'alba tutte dormivano. Ed erali successo tanto felicemente che avevano quasi per lo spazio d'un miglio condotta via detta artiglieria, quando furono sentiti, e fu tanto il romore che tutto il campo si svegliò, e in poco d'ora, prese l'armi, corsero verso i cristiani, quali si ristrinsero immediate in una ordinanza tonda, e senza perdersi d'animo camminando valorosamente si difendevano. Né gli spaventava punto il vedersi circondati da ogni parte e che gli era tolta la strada, percioché tanta era la furia ed empito, in quella parte che urtavan con la testa dell'ordinanza, che per forza si facevan far la strada. E si sarebbono salvati al dispetto del campo, senonché alcuni schiavi rinegati, che sapevan la lingua portoghesa, gridando gli dissero che buttassero giú l'armi, che 'l fratel del re di Fez gli donava la vita. La qual cosa avendo fatta, i Mori, che sono uomini bestiali, non ne volendo far prigioni alcuno tutti gli uccisero, di maniera che altri non vi camparono che tre o quattro, col favor di certi capitani del fratello del re. Allora il capitano della fortezza fu quasi in ultima disperazione, percioché negli uccisi si conteneva il fior della sua gente. Dimandò adunque il soccorso del general capitano, il quale era con certe navi grosse, dove erano molti signori e cavalieri portogallesi, fuori della gola del fiume; ma egli non vi poté entrare, impedito dalla guardia del re di Fez, la quale, scaricando spesse artiglierie, affondò alcuni loro navili.
Fra tanto giunse la nuova a' Portogallesi che 'l re di Spagna era morto, per il che alcune navi mandate in favor loro del detto re di Spagna si volsero dipartire. Similmente il capitano della rocca, vedendo di non potere aver soccorso, abbandonò la fortezza. E meno si volsero fermare i navili ch'erano dentro il fiume, ma nell'uscir vi perirono quasi due terzi, percioché, volendo schivar quella parte donde tiravano l'artiglierie, si tennero all'altro lato e dierono nell'arena, conciosiaché da quel canto il fiume non è molto profondo. I Mori furono lor adosso e ve n'uccisero una gran parte; gli altri si gettorono nel fiume e, pensando di notare alle navi grosse, o vi s'affogarono dentro o caderono nella sorte dei primi. I navili furono abbruciati e l'artiglierie andorno a fondo. Il mare ivi vicino tre dí continovi mostrò l'onde tinte di sangue: dicesi che in quella armata furono uccisi diecimila cristiani. Il re di Fez fece dipoi cavar di sotto l'acqua, e si trovarono quattrocento pezzi d'artiglieria di bronzo. E questa cosí gran rotta intravenne per duoi disordini: il primo fu fatto per li Portoghesi, quali, senza stimar le forze de' nimici, volsero con cosí poco numero di gente andar a pigliar quella artiglieria; il secondo fu che, potendo il re di Portogallo mandar un'armata tutta a sue spese e sotto li suoi capitani, vi volse aggiungere quella di Castigliani. E sempre accade e non fallisce mai che due eserciti di duoi diversi signori, quando vanno contro ad uno esercito d'un signor solo, quelli duoi son rotti e malmenati, per la diversità de' ministri e de' consigli che mai s'accordano, e li nostri signori africani tengono per segno di vittoria quando vedono l'esercito di duoi signori andar contra quello d'un signore. E io fui in tutta la detta guerra e la viddi particolarmente, e dapoi mi partí per andar al viaggio di Costantinopoli.
Tefelfelt.
Tefelfelt è una picciola città edificata in un piano dell'arena, discosta dal Mahmora circa a quindici miglia verso levante, e dal mar Oceano circa dodici miglia. Appresso della detta città passa un fiume non molto grande, e su le rive del fiume sono alcuni boschi, ne' quali stanzano certi leoni crudelissimi e peggiori di quelli ch'io dissi di sopra, e fanno di grandissimi danni a' passaggieri, massimamente a quegli che v'alloggiano di notte. Ma per la via maestra di Fessa, fuori della detta città, è un picciolo casale disabitato, dove è una stanza fatta a volte. Quivi dicesi che si riducevano ad albergo i mulattieri e i viandanti, faccendo riparo alla porta con spini e frasche di quei contorni. Questa era osteria nel tempo che la città era abitata, la qual città fu similmente abbandonata nella guerra di Sahid.
Mechnase città.
Mechnase è una gran città, edificata da un popol cosí detto, dal quale ella prese il nome. È discosta da Fez circa a trentasei miglia, da Sela circa a cinquanta e da Atlante circa a quindici. Fa presso a seimila fuochi ed è molto abitata e popolosa, e lungo tempo il suo popolo visse in pace e unione, cioè mentre abitò nella campagna. Ma dipoi vi nacquero discordie e parti, di modo che, una parte essendo superiore all'altra, quella che rimase perditrice, essendo priva d'animali né potendo piú dimorar nella campagna, si ridusse insieme e fabricò questa città. La quale è posta in un bellissimo piano, e le passa da vicino un fiume non molto grande. D'intorno circa a tre miglia sono molti giardini, che fanno perfettissimi frutti, massimamente cotogni molto grossi e odoriferi, e mele granate che sono maravigliose e di grandezza e di bontà, perché non hanno osso alcuno, e si vendono per vilissimo prezzo. Anco susini damasceni e bianchi vi sono in gran quantità, e giuggiole, quali l'inverno mangiano secche, e buona parte ne portano a Fessa a vendere. Hanno anco copia assai de fichi e uva di pergola, ma le mangiano fresche, perché il fico, se lo vogliono seccare per conservarlo, getta fuori come una farina, e l'uva anco non è buona quando è secca. E hanno tanta quantità di crisomele e di persiche che quasi le gettano via: egli è ben vero che le persiche non sono molto buone, ma piene d'acqua e d'un color quasi verde. Olive nascono in infinito, e vendesene per un ducato e mezzo un cantaro, che sono cento libbre italiane. In fine il terreno della detta città è molto fertile. Di lino vi si cava una mirabil quantità, la piú parte del quale si vende in Fez e in Sela.
La città di dentro è bene ornata, ordinata e fornita di tempii bellissimi, e vi sono tre collegii di scolari e circa a dieci stufe molto grandi. E si fa il mercato fuori della città appresso le mura ogni lunedí, nel quale si truova grandissima quantità degli Arabi vicini allo stato della città, i quali vi menano buoi, castrati e altre bestie, vi portano butiro e lana, e il tutto si vende per vilissimo prezzo. A questa età il re ha dato la detta città al principe per parte del suo stato, e stimasi che tra lei e il suo contado si cavi tanto di frutto quanto d'un terzo di tutto il regno di Fez.
Ma la città ebbe di grandissimi disagi per le guerre passate, le quali furono fra i signori di quelle regioni, e in ciascuna guerra peggiorò trenta o quarantamila ducati, e molte volte fu assediata sei e sette anni per volta. Nel mio tempo, quando il presente re di Fez fu creato re, un suo fratel cugino gli si ribellò contra, e aveva il favor del popolo. Onde il re vi venne con l'esercito e tenne l'assedio alla città circa a duoi mesi, né volendosi render i cittadini, guastò tutte le loro possessioni. Fu allora il peggioramento di venticinquemila ducati: pensate che danno fu quando stette assediata cinque, sei e sette anni. In fine una parte amica del re aperse una porta e, sostenendo gagliardamente l'impeto degli aderenti al ribello, diede adito al re di poterci entrare: cosí fu la città riavuta, ed esso menato in prigione a Fez; ma dipoi si fuggí.
Insomma questa città è bella, fertile, ben murata e molto forte. Le sue strade sono larghe e allegre, e ha una perfettissima acqua, che vien per uno acquedutto il quale è fuori della città lontano circa a tre miglia, ed esso la comparte fra la rocca e i tempii e i collegii e le stufe. I mulini sono tutti fuori della città, lontani circa a due miglia. Gli abitatori sono uomini valorosi nella milizia, liberali e assai civili, ma d'ingegno piú tosto grossi che no. E tutti usano la mercatanzia, o siano gentiluomini o artigiani, né un cittadino si reca a vergogna di caricare una bestia di semenza per farla portar al lavorator suo. Tengono grande odio col popolo di Fez, né si sa alcuna manifesta cagione. Le donne dei gentiluomini della città non escono fuori delle lor case se non la notte, e si tengono coperti i volti, né vogliono esser vedute né coperte né discoperte, perché gli uomini sono molto gelosi e pericolosi nel fatto delle lor mogli. Questa città a me dispiacque, per esser il verno tutta molle e fangosa.
Gemiha Elchmen.
Questa è una antica città, edificata nel piano appresso un bagno, lontana da Mecnase circa a 15 miglia verso mezzogiorno, e da Fez quasi trenta verso ponente, e dal monte Atlante è discosta quasi dieci. Ella è il passo a chi va da Fez a Tedle. I suoi terreni furono occupati da certi Arabi, percioché essa ancora fu distrutta nella guerra di Sahid. Vero è che vi sono ancora quasi tutte le mura intorno, e a tutte le torri e tempii sono caduti li tetti, ma li muri sono ancora in piedi.
Camis Metgara.
Camis Metgara è una picciola città, edificata dagli Africani nella campagna di Zuaga, lontana da Fez circa a quindici miglia verso ponente. Il terreno è molto fertile, e d'intorno la città quasi a due miglia v'ha giardini bellissimi d'uve e di fichi; ma tutti sono stati rifatti, percioché nella sopradetta guerra di Sahid questa città fu rovinata, e tutti i terreni rimasero diserti circa anni 120. Ma doppo ch'una parte del popolo di Granata passò in Mauritania, ella fu incominciata a riabitarsi, e furonvi piantati moltissimi alberi di more bianche, percioché i Granatini sono grandi mercatanti di sete. Vi piantarono eziandio canne di zucchero, ma non vi se ne cavò tanto profitto quanto si suol far delle canne di l'Andaluzia. Fu questa città ne' tempi antichi molto civile, ma non cosí a' nostri, percioché gli abitatori sono quasi tutti lavoratori di terra.
Banibasil.
Banibasil è una picciola città edificata pure dagli Africani sopra un fiumicello, in mezzo il passo che porta da Fez a Mecnase, lontano da Fez circa a diciotto miglia verso ponente. Ha la detta città una larghissima campagna, dove sono molti fiumicelli e capi grossi d'acqua, ed è tutta coltivata da certi Arabi i quali vi seminano orzo e lino. Altro grano non vi può venir a perfezione, per esser la campagna aspra molto e sempre piena d'acqua. Questa campagna serve al maggior tempio di Fez, e i sacerdoti vi cavano di rendita ventimila ducati l'anno. Aveva questa città molti belli giardini d'intorno, come si conosce ai vestigi, ma fu rovinata come l'altre nel tempo di Sahid, e rimase disabitata circa cento e dieci anni. Ma, poi che 'l re di Fez ritornò da Duccala, vi mandò ad abitar una parte di quel popolo; tuttavia non v'è civilità, e il detto popolo contra il suo volere vi abita.
Fessa, magna città e capo di tutta Mauritania.
La città di Fez fu edificata da un certo eretico nel tempo di Aron pontefice, il che fu l'anno centoottantacinque di legira. Fu detta Fez percioché il primo dí che si cavarono le fondamenta fu trovata non so che quantità di oro, che nella lingua araba è detto fez. E questa al giudicio mio è la vera derivazion del nome, quantunque alcuni vogliano che il luogo dove ella fu edificata fusse prima appellato Fez per cagione d'un fiume che passa nel detto luogo, percioché gli Arabi chiamano il detto fiume Fez.
Come si sia, colui che la edificò fu detto Idris, e fu molto stretto parente del detto pontefice. Ma per la regola della legge, vie piú tosto a lui che ad Aron devea venir il pontificato, percioché egli fu nipote di Hali, fratel cugino di Maumetto, che ebbe per moglie Fatema figliuola di Maumetto, e cosí fu della famiglia da canto del padre e della madre. Ma Aron fu parente di Maumetto da una sola parte, percioché era egli nipote di Habbas zio di Maumetto. È da sapere che tutte due queste famiglie furono private del pontificato per le cagioni contenute nell'antiche croniche, e Aron con inganno se lo usurpò, percioché l'avolo di Aron, ch'era uomo astuto e d'alto ingegno, fingendo di dar favore alla casa di Hali per metterla in tal dignità, mandò suoi ambasciatori in tutto il mondo. E fu cagione che la casa di Umeue se la perdé, e ch'ella venisse poi nelle mani di Habdulla Seffec, primo pontefice, il quale, veggendo che questa dignità non si poteva nel vero lasciare ad altrui, subito si rivolse contra la sopradetta casa di Hali e incominciò apertamente a esserne perseguitatore, in tanto che i maggiori di Hali se ne fuggirono chi in Asia e chi in India. Rimase un di loro in Elmadina, del qual, per esser vecchio e religioso, egli non si curò. Ma due suoi figliuoli crebbero non meno in età che in grandezza e favor di quei di Elmadina, talmente che, volendogli esso nelle mani, i miseri furon costretti a fuggirsi: ma l'uno fu preso e strangolato, l'altro (il cui nome fu Idris) scappò in Mauritania.
Questo Idris venne in grandissimo credito, per modo che in brieve tempo ebbe fra quei popoli il dominio non solo temporale ma spirituale, e abitava nel monte di Zaron, vicino a Fez circa a trenta miglia, e tutta Mauritania gli dava tributo. Morí egli senza figliuoli, eccetto che pur lasciò una sua schiava gravida, la quale era gotta, ma venuta alla fede loro. Costei partorí un figlio maschio, il quale dal padre fu chiamato Idris. Questo i popoli volsero per signore, onde lo fecero nudrir con grandissime guardie e diligenze, e crescendo allevar sotto la disciplina d'un valente capitano del padre, detto Rasid. Questo fanciullo, come fu d'età di quindici anni, incominciò a far di belle e gloriose prodezze, e acquistò molti paesi, per sí fatto modo che accrescettero le sue famiglie e gli eserciti. Onde, parendo a lui che non gli bastasse la stanza del padre, deliberò di fabricar una città e, lasciando il monte, abitar in lei. Per il che fece ragunar molti architetti e ingegnieri, i quali, diligentemente avendo considerati tutti quei piani ch'erano vicini al monte, consigliaron che la città si facesse nel luogo dove fu edificata Fez, percioché conobbero il luogo molto commodo per una città, veggendovi molti fonti e un gran fiume, il quale, nascendo in una pianura non molto discosta, passa fra certi piccioli colli e valli molto dilettevoli, correndo prima dolce e chetamente otto miglia di piano. Dalla parte di mezzogiorno viddero eziandio che v'era un gran bosco, il qual poteva molto servire ai bisogni della città. Cosí edificaron una picciola città nel transito del fiume verso levante, di circa a tremila fuochi, e fu molto ben fornita secondo la sua qualità di cose pertinenti alla civilità.
Venuto Idris a morte, uno de' suoi figliuoli edificò un'altra non molto grande città verso ponente, pur nel transito del detto fiume. Crebbe poi in processo di tempo l'una e l'altra, per sí fatto modo che non altro che una piccola contrada dipartiva le due città: percioché molti signori che vi furono attesero a far venir grande la sua. Ma centoottanta anni doppo che fu edificata, nacquero grandissime parti e discordie fra i popoli delle due città, e ciascuna aveva il suo principe, e fecero tra lor molte guerre, le quali durarono cento anni. Sopravenne dipoi che Giuseppe, re di Luntuna, si mosse con molto esercito contra ai due signori, e presegli, e fecegli crudelmente morire. Allora il popolo delle due città fu quasi distrutto, percioché furono ambedue saccheggiate, e furonvi uccise di detto popolo circa trentamila persone. Deliberò il re di ridurre i due popoli in uno, e fece disfar le mura che dipartivano l'una città dall'altra e sopra il fiume fabricar molti ponti, accioché si potesse commodamente passare da una parte all'altra. Cosí le due città divennero una sola, e questa sola fu divisa in dodici rioni, o dire vogliamo regioni.
Ora, avendovi detta la cagione della edificazion della città, e come fusse fabricata, seguiremo della sua qualità e vi dipingeremo minutamente l'essere nel quale ella oggidí si truova.
Minuta e diligente descrizione della città di Fez.
Fez è certamente una grandissima città, murata d'intorno con belle e alte mura, ed è quasi tutta colli e monti, di modo che solamente il mezzo della città è piano, ma da tutte le quattro parti (come io dico) vi sono monti. Per due luoghi entra l'acqua nella città, percioché il fiume si divide in due parti: l'una passa da canto a Fez nuova, cioè dal lato di mezzogiorno, perché l'altra parte v'entra di verso ponente. Come l'acqua è entrata nella città, si divide in molti canali, i quali vanno per la maggior parte alle case dei cittadini e cortigiani del re, e ad altre case; eziandio ogni tempio, ogni oratorio ha la sua parte di detta acqua, cosí l'osterie, gli spedali e i collegi che vi sono. Vicino ai tempii sono certi cessi fatti a modo d'una casa quadra, e al d'intorno v'ha alcune camerette con loro porticelle, in ciascuna delle quali è una fontana la cui acqua, uscendo dal muro, cade in certo canale di marmo, e come le si fa un poco d'impeto, allora quell'acqua corre ai cessi e ne mena tutta la bruttura della città verso il fiume. Nel mezzo di questa casa è pur una fontana bassa e profonda quasi tre braccia, larga circa a quattro e lunga dodici; e d'intorno sono certi canali dove corre l'acqua, e passa sotto ai cessi. Sono i detti cessi di numero circa a centocinquanta.
Le case di questa città sono di mattoni e di pietre molto gentilmente fabricate, la piú parte delle quali pietre sono belle e ornate di belli mosaichi. Similmente sono mattonati i luoghi scoperti e i portichi con certi mattoni antichi e di diversi colori, a guisa dei vasi di maiolica. Usano di dipingere i cieli dei colmi con bei lavori e preziosi colori, come d'azzurro e d'oro, e sono detti colmi fatti di tavole e piani, per poter commodamente da tutto il coperto della casa stendere i panni, e per dormirvi la state. E quasi tutte le case sono di due solai e molte di tre, e di su e di giú vi fanno certi corridori, che adornano molto, per poter passar d'una camera in l'altra sotto il coperto, percioché il mezzo della casa è discoperto, e le camere quai sono da una parte e quai da un'altra. Fanno le porte delle camere molto larghe e alte, e gli uomini di qualche pregio fanno far gli usci di dette camere di certo bellissimo legno, e intagliate minutamente. E nelle camere sogliono usar alcuni armai bellissimi e dipinti, longhi quanto è la larghezza della camera, nei quali serbano le lor cose piú care: e alcuni gli vogliono alti, e tali che non passino sei palmi, per potervi ancor accommodar sopra il letto. Tutti i porticali di dette case sono fatti sopra certe colonne di mattoni e vestiti quasi piú della metà di maioliche, e vi si truovano alcuni su colonne di marmo, e usano di far da una colonna all'altra certi archi tutti coperti di mosaico, e i travi, che sono sopra le colonne le quali sostengono i solai, sono di legni intagliati con bellissimi lavori e con colori molto gentilmente dipinti. Vi si truovano moltissime case, le quali hanno certe conserve d'acqua fatte quasi in quadro, larghe qual sei e qual sette braccia, e lunghe qual dieci e qual dodici, e profonde circa a sei o sette palme; e tutte sono scoperte e mattonate di maioliche. Da ciascun lato della lunghezza usano di fare alcune fontane basse, molto belle e fatte con dette maioliche, e a tale pongono nel mezzo un vaso di marmo, come si vede nelle fontane d'Europa. Come le fontane son piene, l'acqua sen va nelle dette conserve per certi acquedutti coperti e molto bene ornati d'intorno, e quando le conserve sono ancora elle piene, ne va allora quest'acqua per altri acquedutti che sono intorno a dette conserve, e cade per certe picciole vie, di maniera che corre di sotto ai cessi ed entra nel fiume. Queste conserve si tengono sempre nette e molto polite, né l'adoperano ad altro tempo che nella state, nella quale poscia vi sogliono nuotar donne, uomini e fanciulli. Usano di far eziandio su le case una torre, dentro la quale sono molte agiate e bene ornate camerine. E in cotai torri sogliono pigliar diporto le donne quando vengono loro in fastidio i lavori, percioché dalle dette torri si può veder quasi tutta la città.
Sonvi quasi settecento fra tempii e moschee, cioè alcuni piccioli luoghi da orare, e vi son di questi tempii circa a cinquanta grandi e molto ben fabricati, e ornati di colonne di marmo e d'altri ornamenti. E ciascuno ha le sue fontane bellissime, fatte di marmo e d'altre pietre non vedute in Italia, e tutte le colonne hanno disopra le lor tribune lavorate di mosaico, o di tavole con intagli bellissimi. I colmi dei tempii sono fatti come si usa nell'Europa, cioè coperti di tavole, e il pavimento dei detti tempii è tutto coperto di stuore bellissime, l'una cucita all'altra con tanta destrezza che non si vede alcuna parte di terreno. E i muri di dentro sono semilmente coperti di stuore, ma solo a tanta altezza quanta è la statura di un uomo. In ciascuno ancora di questi tempii è una torre, dove vanno quelli che hanno di ciò cura a gridar e nunziar le ore diputate all'orazioni ordinarie. Né v'è piú che un sacerdote per tempio, a cui tocca a dire la detta orazione, e ha cura dell'entrata del suo tempio, cioè tenendovene diligente conto dispensarla ai ministri del detto tempio, come sono quegli che tengono la notte le lampade accese, e quegli che sono diputati alle porte, e quegli altri che hanno cura nella notte di gridar su la torre il tempo delle orazioni: percioché quello che grida il dí non ha salario alcuno, ma bene è libero da ogni decima e pagamento che si sia.
È nella città un tempio principale, il quale è chiamato il tempio del Caruven, il qual è un grandissimo tempio e tiene di circuito circa a un miglio e mezzo. Ha trentuna porta, grandissima e alta ciascuna; il coperto è lungo circa a centocinquanta braccia di Toscana, ed è largo poco meno d'ottanta; la sua torre, ove si grida, è similmente altissima; e il coperto è per lunghezza appoggiato sopra trentotto archi, e per larghezza sopra venti. E d'intorno, cioè da levante, da ponente e da tramontana, sono certi portichi, largo ciascuno trenta braccia e lungo quaranta; sotto a questi portichi sono magazzini, ne' quali si serba l'olio, le lampade, le stuore e l'altre cose necessarie al detto tempio. Nel quale ogni notte s'accendono novecento lampade, percioché ogni arco ha la sua lampada, massimamente l'ordine degli archi che corre per mezzo il cuore del tempio, perché quel solo ne ha da centocinquanta lampade; nel qual ordine sono certi luminari grandi fatti di bronzo, ciascuno de' quali ha luoghi per millecinquecento lampade, e queste furon campane di certe città di cristiani, acquistate da alcuni re di Fez. Dentro il tempio, appresso i muri, sono certi pergami di ogni qualità, ne' quali molti dotti maestri leggono al popolo le cose della lor fede e della legge spirituale. Incominciano un poco doppo l'alba e finiscono a un'ora di giorno, ma nella state non vi si legge se non doppo ventiquattr'ore, e durano le loro lezioni per insino a un'ora e mezza di notte. E usavasi a legger non meno facultà e scienze morali che spirituali pertinenti alla legge di Maumetto. E la lezione della state da altri non si legge che da certi uomini privati; le altre non leggono se non uomini molto ben periti nella legge, ciascuno de' quali per detta lettura ha buono e ampio salario e li vengono dati li libri e li lumi. Il sacerdote di questo tempio non ha altro carico che di far l'orazione, ma ben tien cura dei danari e robbe che sono offerte al tempio per li pupilli, ed è dispensator dell'entrate che sono lasciate per li poveri, come sono danari e grani, de' quali egli ogni festa fa parte a tutti li poveri della città, a chi piú a chi meno, secondo la qualità delle famiglie. E colui che tien la cura del riscuoter l'entrate del tempio ha un ufficio separato, e ha di provisione un ducato il dí. Tien costui otto notai, che hanno per ciascun di salario al mese sei ducati, e sei uomini che riscuotono i danari delle pigioni delle case, delle botteghe e d'altre entrate: e ciascuno di questi piglia per sua fatica cinque per cento. Ha eziandio circa a venti fattori, i quali hanno carico d'andare intorno per proveder ai lavoratori dei terreni, a quei che attendono alle vigne e a quegli che hanno cura dei giardini, di quanto fa lor bisogno: il salario di questi aggiunge a tre ducati il mese. Fuori della città circa a un miglio sono presso a venti fornaci dove si fa la calcina, e altrettante dove si fanno le pietre per le bisogne delle fabriche delle possessioni e del tempio. Il tempio ha d'entrata dugento ducati in qualunque giorno, ma vi si spende piú che la metà nelle cose sopra dette, senza ch'ogni tempio o moschitta, che non abbia entrata, questo tempio di molte cose fornisce; quello che avanza si spende a commune utilità della città, percioché il commune non ha entrata di niuna sorte. È vero che a' nostri dí i re sogliono farsi prestar di gran danari al sacerdote del tempio, né perciò ve gli rendono giamai.
Sono in detta città due collegi di scolari, molto ben edificati, con molti ornamenti di mosaico e di travi intagliati, e quale è lastricato di marmo e qual di pietre di maiolica. In ciascun di questi collegi sono molte camere, e tal ve n'è che n'ha cento, e qual piú e qual meno, e tutti furon edificati da diversi re della casa di Marin. Ve n'è uno, che nel vero è cosa mirabile e di grandezza e di bellezza, il qual fu fatto fabricar dal re Abu Henon. E in lui ha una bellissima fontana di marmo ch'è capace di due botte d'acqua, e per entro passa un fiumicello in un canaletto che ha il fondo molto ornato, e cosí le rive, di marmo e di pietre di maiolica. E sonvi tre loggie con le cube coperte d'incredibil bellezza, e d'intorno sono colonne fatte in otto anguli attaccate al muro di diversi colori, e dal capo di ciascuna colonna all'altra sono archi ornati di mosaico, d'oro fino e d'azzurro. Il tetto è fatto di legni intagliati e formati con bel lavoro e ordine, e ne' confini de' portichi con lo scoperto sono fatte di legne certe reti a modo di gelosie, che quelli che sono al di fuori non veggono quegli che stanno nelle stanze che sono sotto a' detti portichi. Tutti i muri vanno tanto in alto quanto un uomo può giunger con mano; sono vestiti pur di pietre di maiolica, e d'intorno a' detti muri per tutto il collegio sono scritti versi, ne' quali si contiene l'anno che fu fabricato detto collegio, e molti in lode del luogo e dell'edificatore, cioè il re Habu Henon. E sono queste lettere grosse e nere, pur in maiolica, e il campo è bianco, di maniera che si può veder e legger le dette lettere molto di lontano. Le porte del collegio sono tutte di bronzo, ben lavorate e ornate, e le porte delle camere sono di legni intagliati. Nella sala maggiore, dove si fanno le orazioni, è un pergamo che ha nove scale fatte tutte d'avorio e d'ebano, cosa invero mirabil a vedere.
Io ho udito dir da molti maestri, i quali affermano aver sentito raccontar dai lor maestri, che, quando fu fornito il collegio, il re volle veder il libro delle spese che vi andarono, e non rivolse una minima parte del libro che trovò di spese circa a quarantamila ducati. Cosí si maravigliò, e senza piú legger squarciò il libro e lo gettò nel picciol fiume che passa per lo detto collegio, allegando due versi d'un autore delli nostri arabi, che contengon questa sentenza:
Spedali e stufe che sono nella detta città.
Sono in Fez molti spedali, i quali di bellezza non sono inferiori ai sopradetti collegi, e solevano ne' tempi adietro i forestieri aver per tre giorni alloggiamento in questi spedali. Ve ne sono molti altri di fuori delle porte, non men belli di quelli di dentro. Ed erano essi spedali molto ricchi, ma ne' tempi della guerra di Sahid, faccendo al re bisogno d'una gran quantità di danari, fu consigliato a vender l'entrate e possessioni loro. Al che non volendo consentir il popolo, un procurator del re gli fece intendere che li detti spedali furono edificati di limosine date per gli antecessori del presente re, qual sta in pericolo di perder il regno, e però era meglio vender le possessioni per scacciar il commune nimico, che finita la guerra facilmente poi si riscoterebbono. Cosí furono vendute, ma si morí il re prima che ne seguisse l'effetto: cosí gli spedali rimasero poveri e quasi senza sustanza. Pure si danno oggi per albergo a qualche forestiere dottore, o a qualche nobile ma povero della città, per mantener le stanze in piè. E a questi dí un solo ve n'è per li forestieri infermi, ma non se gli dà né medico né medicina, solamente la stanza e le spese, e ha chi lo serve per insino che 'l povero o si muore o guarisce.
In questo spedale sono alcune camere diputate ai pazzi, cioè a quelli che son palesi che traggono i sassi e fanno altri mali, e ve gli tengono serrati e incatenati. Le faccie di queste camere, che guardano verso il corridore e al coperto, sono come ferrate, ma di certi travicelli di legno molto ben forti. E colui che ha cura di dar loro mangiare, come vede uno che si muove, sconciamente lo lavora con un bastone che egli sempre reca con esso lui a questo ufficio. E aviene alle volte che, accostandosi qualche forestiere alle dette camere, i pazzi lo chiamano e con esso lui si lamentano che, essendo essi guariti della pazzia, debbono esser tenuti in prigione, ricevendo ogni giorno dai ministri mille spiacevoli ingiurie. Alcuno, credendolo, s'appoggia alla finestra, ed essi con una mano lo pigliano per lo drappo e con l'altra gli bruttano il viso di sterco, percioché, come che cotai pazzi abbiano i loro cessi, essi nondimeno le piú volte votano il soverchio del corpo nel mezzo delle stanze. E bisogna che di continovo i detti ministri vi nettino quelle brutture, i quali eziandio fanno cauti i forestieri che molto a quelle camere non s'avicinino. Ha in fine lo spedale tutti quei famigliari che fanno di mistiero, cioè notai, fattori, protettori, cuochi e altri che governano gl'infermi; e ha ciascuno assai onesto salario. Al tempo ch'io era giovane, io vi sono stato due anni per notaio, secondo l'usanza dei giovani studianti, il qual ufficio rende ogni mese tre ducati.
Sonvi ancora cento stufe ben fabricate e ornate, alcune delle quali sono picciole, alcune grandi; ma tutte son fatte a uno istesso modo, cioè ciascuna ha quattro stanze a guisa di sala. Di fuori sono certe loggie alquanto alte, e in quelle s'ascende, per cinque over sei scalini, in luoghi dove si spogliano gli uomini e ripongono le vestimenta loro. Nel mezzo usano di far certe fontane al modo d'una conserva, ma molto grandi. Ora, come l'uomo vuole andar a una di queste stufe, entrato ch'egli è per la prima porta, passa in una stanza la qual è fredda, e in lei tengono una fontana per rinfrescar l'acqua, quando ella è di soverchio calda. Di quindi per un'altra porta se ne va poi alla seconda stanza, ch'è alquanto piú calda, e qui i ministri lo lavano e gli nettano la persona. Di questa si passa alla terza, ch'è molto calda, dove suda alquanto spazio: e quivi ha luogo la caldaia dove si scalda l'acqua, ben murata, la quale cavano destramente in certe secchie di legno, e sono tenuti di dare a qualunque uomo due vasi pieni di quell'acqua, e chi piú ne vuole, o dimanda esser lavato, gli bisogna dar a colui che attende due o almeno un baiocco, e al padron della stufa altro non si paga che due quattrini. L'acqua si scalda con lo sterco delle bestie, percioché i maestri delle stufe sogliono tener molti garzoni e somari, i quali, discorrendo per la città, vanno accattando lo sterco delle stalle e, portandolo fuori della città, fanno di quello come una picciola montagnetta e ve lo lasciano seccar due o tre mesi: dipoi, per iscaldar le stufe e la detta acqua, l'abbruciano in vece di legna.
Le donne hanno ancora elle per loro separate stufe, e molte ancora si tengono e per donne e per uomini communemente: ma gli uomini hanno determinate ore, ch'è lo spazio da terza fin a quattordici ore, e piú e meno secondo la qualità dei giorni; il rimanente del giorno è assegnato alle donne, le quali sí come entrano alle stufe, cosí per segno di ciò s'attraversa una fune all'entrata della stufa, e allora niun uomo vi va. E se accade che alcuno volesse favellar alla sua donna, egli non può, ma per una delle famigliari le fa apportar l'imbasciata. E gli uomini e le donne della città usano parimente di mangiar nelle dette stufe, e le piú volte si sollazzano a varie guise e cantano con alta voce. Cosí tutti i giovani entrano nelle stufe ignudi, senza prender niuna vergogna l'uno dell'altro; ma gli uomini di qualche condizione e grado v'entrano con certi sciugatoi intorno, né siedono in luoghi communi, ma si adagiano in certe picciole camerine, che sempre stanno acconcie e ornate per gli uomini di riputazione.
M'era scordato di dire che, quando i detti ministri lavano una persona, la fanno coricare, dipoi la fregano alle volte con alcuni unti ristorativi e alle volte con cotai strumenti che cavano ogni bruttezza. Ma quando lavano alcun signore lo fanno coricare sopra un drappo di feltro, e appoggiar il capo sopra certi guanciali di tavole, coperti pur di feltre. Sono ancora per ciascuna stufa molti barbieri, i quai pagano un tanto il maestro per poter tenervi li loro strumenti e lavorarvi dell'arte loro. E la maggior parte di dette stufe sono dei tempii e dei collegi, e lor pagano di gran pigione, cioè qual cento e qual centocinquanta ducati, e chi piú e chi meno secondo la grandezza dei luoghi.
Né è da tacere che i garzoni famigliari di queste stufe usano di far certa festa una volta l'anno, la qual è in cotal modo. Invitano i detti garzoni tutti gli amici loro, e vanno accompagnati dal suono di trombe e di pifferi fuori della città; dipoi cavano una cipolla di Squilla e la pongono in un bel vaso di ottone e, coperto che l'hanno con qualche tovaglia di bucato, se ne vengono alla città sonando fino alla porta della stufa. Allora mettono la cipolla in una sporta e l'appiccano alla porta della stufa dicendo: "Questa sarà cagion dell'utile della stufa, percioché ella sarà frequentata da molti". Ma a me pare che ciò si debbia addimandar piú tosto sacrificio, nel modo che solevano usar gli Africani antichi allora ch'essi furono gentili, e rimase questa usanza insino al nostro tempo, sí come eziandio si truovano alcuni motti delle feste che i cristiani facevano, le quali quasi s'osservano oggidí: ma eglino perciò non sanno per qual cagione si faccia alcuna di quelle feste. E in ciascuna città usasi d'osservar certe feste e usanze, che lasciarono pure i cristiani quando essi l'Africa signoreggiarono. Di questi motti, s'ei avverrà che mi paia a proposito, ve ne sporrò alcuno.
Osterie.
Nella detta città sono circa a dugento osterie, benissimo veramente fabricate. E tali ve ne hanno che sono grandissime, sí come quelle che sono vicine al tempio maggiore, e fatte tutte in tre solai; ve n'è alcuna che ha centoventi camere, e tali piú, e in tutte sono e fontane e cessi, con lor canaletti che portano fuori le brutture. Io non ho veduto in Italia simili edificii, se non il collegio degli Spagnuoli ch'è in Bologna e il palazzo del cardinal di San Giorgio in Roma. E tutte le porte delle camere rispondono al corridore. Ma, come che queste osterie siano belle e grandi, v'è un pessimo alloggiare, percioché non c'è né letto né lettiera, ma l'osterie danno a quello che viene albergato una schiavina e una stuora per suo dormire, e se egli vuol mangiare convien che si comperi la robba e gliela dia a cuocere. In queste osterie si riparano ancora le povere vedove della città, le quali non hanno né tetto né parente che gliene presti. A queste s'assegna una stanza, cioè ciascuna ha la sua camera, e in tal ve ne albergano due; esse poi si pigliano cura del letto e della cucina.
E per darvi alcuna informazion di questi ostieri, essi son d'una certa generazione che s'appella elcheua, e vanno vestiti d'abiti feminili e ornano le lor persone a guisa di femine: si radono la barba e s'ingegnano d'imitarle per insino nella favella. Che dico favella? Filano anco. Ciascuno di questi infami uomini si tiene un concubino, e usa con esso lui non altrimenti che la moglie usi col marito. Eziandio tengono delle femine, le quai serbano i costumi che serbano le meretrici nei chiassi dell'Europa. Hanno costoro autorità di comperar e vender vino senza che i ministri della corte diano loro fastidio, e in dette osterie vi praticano di continovo tutti gli uomini di pessima vita, chi per imbriacarsi, chi per sfogar la sua libidine con le femine da prezzo, e chi per quell'altre vie illecite e vituperevoli, per esser sicuri dalla corte, de' quali è il tacer piú bello. Questi sí fatti ostieri hanno un consolo, e pagano certo tributo al castellano e governator della città. Oltre a questo sono obligati, quando egli accade, di dar all'esercito del re o dei principi una gran quantità della lor brigata per far la cucina ai soldati, percioché pochi altri sono in tal mestiero sufficienti.
Io certamente, se la legge alla quale è astretto l'istorico non m'avesse sospinto a dir la verità, volentieri arei trapassata questa parte con silenzio, per tacere il biasimo della città nella qual sono allevato e cresciuto. Che in vero, trattone fuori questo vizio, il regno di Fez contiene uomini di maggior bontà che siano in tutta l'Africa. Con questi adunque cosí fatti ostieri non sogliono tener pratica (come s'è detto) se non uomini ribaldi e di sangue vile, percioché né letterato, né mercatante, né alcun uomo da bene artigiano pur solamente parla loro, ed è similmente interdetto a quelli d'intrar nei tempii e nelle piazze dei mercatanti, e cosí alle stufe e alle case loro. Meno possono tener l'osterie che sono appresso il tempio, nelle quali alloggiano i mercatanti d'alcuna rara qualità. E tutto il popolo grida loro la morte. Ma, perché i signori se ne servono (come io dissi) nelle bisogne del campo, gli lasciano starsi in tal disonesta e pessima vita.
Mulini.
Dentro la medesima città sono presso a quattrocento mulini, cioè stanze di mole, percioché vi può esser un migliaio di mulini; conciosiacosaché i detti mulini sono fatti a modo di una gran sala e in colonne, e in alcuni alberghi di quella si truovano quattro, cinque e sei mole. È una parte del contado che macina dentro la città, e sonvi certi mercatanti, detti i farinai, i quali tengono mulini a pigione, e comperano il grano e fannolo macinare. Poscia vendono la farina nelle botteghe, che tengono pur a pigione, e di ciò ne cavano buona utilità, percioché tutti gli artigiani, che non hanno tanta facultà che si possino fornir di grano, comperano la farina a queste botteghe e fanno far il pan in casa. Ma gli uomini di qualche grado comperano il grano, e lo fanno macinar a certi mulini che sono diputati per li cittadini, pagando di macina due baiocchi per roglio. La maggior parte eziandio di questi mulini è dei tempii e di collegi, talmente che pochi ve ne sono dei cittadini. E la pigione è grande, cioè due ducati per mola.
Artigiani diversi, botteghe e piazze.
Le arti in questa città sono separate l'una dall'altra, e le piú nobili sono nel circuito e vicinanza del maggior tempio, come i notai, e di questi sono quasi ottanta botteghe, una parte delle quali è congiunta col muro del tempio, l'altra è al dirimpetto, e per ciascuna bottega sono due notai. Piú oltra verso ponente sono circa a trenta botteghe di librari, e verso mezzogiorno stanno i mercatanti delle scarpe, che sono circa a centocinquanta botteghe. Questi sogliono comperar le scarpe e i borzacchini dai calzolai in molta quantità, e gli vendono a minuto. Poco piú oltre di questo sono i calzolai che fanno le scarpe per li fanciulli, e di loro possono esser cinquanta botteghe. Dalla parte di levante, cioè dal tempio, hanno luogo quegli che vendono lavori di rame e di ottone. E dirimpetto la porta maggiore, verso il lato di ponente, sono li tricconi, cioè quelli che vendono le frutte, che fanno circa a cinquanta altre botteghe. Doppo questi sono i venditori delle cere, i quali fanno i piú bei lavori che io giamai vedessi a' miei giorni. Poi sono i merciai, ma di essi v'han poche botteghe. Dipoi i venditori di fiori, i quali eziandio vendono cedri e limoni, e a chi vede quei fiori, per la diversità loro, par vedere a mezzo aprile tutti i piú vaghi e fioriti prati che siano in molti paesi, overo un quadro dipinto di diversi colori: e sono circa a venti botteghe, percioché quelli che usano a ber vino vogliono aver sempre dei fiori nelle loro compagnie. Appresso a questi sono certi venditori di latte, i quali tengono le botteghe fornite di vasi di maiolica, e usano di comperare il latte da alcuni vaccari, che tengono le vacche per cotal mercatanzia. E ciascuna mattina questi vaccari mandano il latte in certi vasi di legno cinti di ferro, molto stretti dalla bocca e larghi dal fondo, e lo vendono sotto alle dette botteghe; e quello che avanza la sera o la mattina è comperato da quei botteghieri, e ne fanno butiro, e parte lasciano diventar agro, liquido o congelato, e lo vendono al popolo. E credo che nella città si venda ogni giorno venticinque botte di latte, infra agro e fresco. Oltra quei del latte sono quegli che vendono il bambagio, e giungono a trenta botteghe. Verso tramontana sono i mercatanti del canapo: questi vendono le funi, i capestri dei cavalli, lo spago e alcune cordicelle. Oltre a questi sono quelli che fanno i cinti di cuoio, le pantofole, e alcuni capestri da cavallo pur di cuoio, lavorati di seta. Piú oltre sono i guainari, i quali fanno guaine di spade e di coltelli, e fanno i pettorini dei cavalli. Doppo loro i venditori del sale e del gesso, qual comprano in grosso e lo vendono alla minuta. Poi quei che vendono i vasi, i quali sono belli e di perfetto colore, ma qual d'un color solo e qual di due, e v'ha circa a cento botteghe. Poi sono quelli che vendono i morsi, le briglie de' cavalli, le cinte, le selle e le staffe, e sono circa a ottanta botteghe.
Poi v'è il luogo dei facchini, che sono circa a trecento, e hanno questi un loro consule, o diciamo capo, il quale sortisce ogni settimana quelli i quali hanno a lavorar e servir alle occorrenzie di chi gli vuole in tutta la detta settimana. I danari che si danno per loro mercede si ripongono in una cassetta, la quale ha diverse chiavi serbate da diversi capi: e fornita la settimana si dividono quei danari fra coloro che vi si sono affaticati. E questi facchini tra loro s'amano come fratelli, percioché, quando alcun di essi muore e lascia qualche picciolo figliolino, eglino in commune fanno governar la donna, per insino che, volendo ella, la rimaritano. Dei fanciulli ve ne tengono amorevole e diligente cura, per insino a tanto che essi siano di età di mettergli a qualche arte. E quando alcuno si marita o gli nasce alcun figliuolo, egli fa un convito a tutta la compagnia, e ciascuno all'incontro gli fa certo presente; né alcuno può entrar nell'arte loro se prima non fa un convito a tutta la loro brigata, e se pur v'entrasse, lavorando egli non può aver se non la metà del guadagno che ha ciascuno. E sono privilegiati dai signori di non pagar pena di sorte niuna, né gabella, né pure cuocitura di pane ai fornai. E se alcuno commette qualche misfatto degno di morte, non è punito publicamente. Essi quando lavorano vestono di certo abito corto, e tutti d'un colore; ma quando non tocca loro di lavorare vanno vestiti comunque vogliono. Sono nel fine uomini onesti e di buona vita.
Oltre al luogo di questi facchini, è la piazza del capo dei consoli e giudici di tutti i venditori della robba che si mangia. Nel mezzo di detta piazza è un certo serraglio di canne, fatto in quadro, dove si vendono carote e navoni, le quai cose sono quivi in tanto pregio che altri non le possono comperar dagli ortolani fuor che alcuni uomini diputati, i quali pagano certo censo ai doganari. E ogni dí vi si veggono 500 some di carote e di navoni, e alle volte piú, e vendesene infinita quantità. Ma quantunque elle siano nel pregio ch'io dico, nondimeno si sogliono vender per vilissimo prezzo, cioè trenta o almeno venti libbre al baiocco; e la fava fresca alla stagione si vende a buonissimo mercato. D'intorno sono botteghe dove si vendono certi vermicelli, e altre dove si fanno alcune pallotte di carne pesta e fritta in olio con assai quantità di spezie, e ogni pallotta è grossa come un fico comun, e vendesi sei quattrini la libra; ma sono fatte di carne magra di bue.
Oltre a questa piazza è verso tramontana la piazza degli erbolai, i quali vendono cavoli, rape e altre erbe che si mangiano insieme con la carne, e sono circa a quaranta botteghe. V'è poi la piazza del fumo, cioè dove si vendono certi pani fritti in olio, simili a quel pan melato che si vende in Roma. E questi tengono nelle lor botteghe molti strumenti e molti garzoni, percioché lo fanno con molto ordine, e vi si vende ogni giorno gran quantità di detto pane, perché si usa a mangiarlo per digiunare, massimamente i dí delle feste e avanti a quelli del digiuno; e se lo mangiano in compagnia della carne arrosto o con melle, o con certa brutta minestra fatta di carne pesta, la qual doppo cotta pestano un'altra fiata e ne fanno la detta minestra liquida, e la tingono con terra rossa. L'arrosto quivi non si cuoce nello schidione, ma fanno due forni l'uno sopra l'altro e pongono fuoco in quel disotto, e come quel disopra è ben riscaldato vi pongono dentro i castrati interi, per certa buca fatta dal disopra, perché il fuoco non offenda loro la mano. La carne in cotal modo molto bene si cuoce, e diviene colorita, e ha un delicato sapore, percioché non le può giungere il fumo, né ella sente soverchie fiamme, ma si cuoce con temperato calore per lo spazio di tutta la notte. La mattina poi l'incominciano a vendere, e tra carne e quel pane che abbiam detto si vende ciascun giorno per piú di 200 ducati, percioché sono di questi tali quindici botteghe, che altro esercizio tutto dí non fanno. Vendono anco certa carne fritta e pesci fritti, e certa altra sorte di pane sottile e fatto come una lasagna, ma piú grosso, e l'impastano con butiro, e similmente con butiro e mele lo mangiano. Soglionvisi vendere eziandio piedi cotti di bestie. E di cotai cosaccie usano la mattina per tempo cibarsi i lavoratori dei terreni nelle propie botteghe, e poscia vanno a' loro lavori.
Doppo questi sono quelli che vendono olio, butiro salato, mele, cacio vecchio, olive, limoni, carote e cappari conci, e tengono le botteghe fornite di vasi di maiolica, e piú vagliono i fornimenti che la mercatanzia. E vendonsi i vasi di butiro e mele come si fa all'incanto, e quegli che gl'incantano sono certi facchini a ciò deputati, i quali misurano l'olio quando ei si vende in quantità. I detti vasi sono ciascuno di centocinquanta libbre, percioché l'obligo dei vasari è di fargli di sí fatta misura. Gli comperano i pastori della città e gli fanno empiere, e poi quivi gli rivendono. Appresso questi hanno luogo i beccai, che sono circa a quaranta botteghe alte e fatte come sono quelle dell'altre arti, i quali tagliano dentro le carni e le pesano con le bilancie. E nella beccaria non si ammazzano le bestie, ma in un macello che è a canto il fiume, e ivi le scorticano, e fannole portare alle loro botteghe da certi facchini diputati al detto macello; ma prima che ve le facciano recare bisogna loro appresentarle dinanzi al capo dei consuli, il qual le fa vedere e dà a quelli una poliza, nella quale è scritto il prezzo che si ha a vender la carne. E questa poliza è tenuta dal beccaio appresso la carne, acciò che ciascuno la possa vedere e leggere parimente.
Oltre ai beccai è la piazza nella quale si vendono i panni di lana grossi del paese, e sono circa a cento botteghe. E se alcuno porta a vendere qualche panno, bisogna che lo dia a uno incantatore, il quale se lo reca in spalla e va gridando il prezzo di bottega in bottega, e sono gl'incantatori sessanta. Cominciasi a far l'incanto doppo mezzogiorno fino alla sera tardi, e si paga all'incantatore due baiochi per ducato, e i mercatanti di questo esercizio fanno gran faccende. Sono dipoi quegli che puliscono l'armi, come sono spade, pugnali, partigiane e tai cose; e v'ha di coloro che le puliscono e insieme vendono. Poi sono i pescatori, i quali pescano nel fiume della città e in quello di fuori, e vendono per vil prezzo molti buoni e grossi pesci, il che è tre quattrini la libbra. Si suole pigliar gran quantità d'un pesce che in Roma si chiama laccia, e ve ne incominciano a pigliar dal principio d'ottobre per insino all'aprile, come particolarmente si dirà dove ragionaremo dei fiumi. Doppo questi sono quegli che fanno le gabbie per le galline, e fannole di canne. Sonvi quaranta botteghe, percioché ogni cittadino ve ne tiene gran numero per ingrassare, e per cagion di nettezza non le lasciano andar per le stanze, ma tengonle in queste gabbie. Piú oltre sono i saponari: questi vendono il sapone liquido, e sono poche botteghe insieme, perché le sono separate per le contrade. E il detto sapone non si fa nella città ma nei monti vicini, e i montanari e mulattieri ve gli portano e vendongli a' padroni di queste botteghe. Piú oltre sono quegli che vendono la farina, ma di loro eziandio sono poche botteghe insieme, perché ve ne sono per tutte le contrade. Piú oltre sono quelli che vendono il grano e i legumi per seminare: ve ne vendono bene per lo cibo, ma picciola quantità, e niun cittadino vende il suo. In questa piazza sono i portatori del detto grano in gran copia, e hanno muli e cavalli con li bastili. Portano di consueto un ruglio e mezzo su una bestia, ma in tre sacchi l'un sopra l'altro, e sono tenuti a misurar detto grano. Poi sono quelli che vendono la paglia, e sono a circa dieci botteghe.
Poi è la piazza dove si vende il filato e il lino, e dove si pettina detto lino. È questa piazza fatta a modo d'una gran casa, e d'intorno vi sono quattro loggie, in una delle quali siedono i mercatanti delle tele e certi ministri che pesano il detto filato; nell'altre due stanno le donne che vendono esso filato, e ivi se ne truova in gran quantità. Questo ancora si vende per gl'incantatori che a torno lo portano; e si comincia usar questo mercato da mezzogiorno e dura fino al vespro, dove se ne vende in grandissima quantità. Nel mezzo della detta piazza sono piantati molti piè di moro, per ombrarne il luogo. E alle volte uno, che per cagione di sollazzo va a veder detto mercato, a gran fatica può uscir fuori, per la moltitudine delle donne che vi sono, le quali sovente vengono a parole, e da queste alle pugna, dicendosi i maggior vituperi del mondo, di maniera che fanno ridere i circonstanti.
Ora, ritornando alla parte di ponente, cioè di verso il tempio fin alla porta per cui si va a Mecnase, oltre alla piazza del fumo, nella via diritta, sono quei che fanno le secchie di cuoio che s'adoperano nelle case dove sono pozzi, e sono circa a quattordici botteghe. Dipoi sono quelli che fanno cotai cose dove si pone la farina e il grano, e sono circa a trenta botteghe. Dipoi sono i ciabattini e alcuni calzolai, che fanno scarpe cotale alla grossa per li contadini e per lo popolo minuto, e sono circa a centocinquanta botteghe. Dipoi sono quelli che fanno le targhe e gli scudi di cuoio, secondo il costume africano e come se ne vede alcuno nell'Europa. Sono poi i lavandari, che sono alcuni uomini di bassa condizione, i quali tengono botteghe dove sono fitti certi vasi grandi come un tinaccio. E quegli che non hanno fantesche in casa danno le lor camicie, le lenzuola e cotai cose a lavare a' detti uomini, i quali gli lavano molto diligentemente e gli asciugano distesi sopra le funi come si fa in Italia, poi gli piegano con un bel modo, e fannogli venir cotanto puliti e bianchi che appena colui di cui sono gli riconosce; di questi sono circa a venti botteghe, ma fra le contrade e alcune picciole piazze ve ne sono piú di dugento. Dapoi sono quegli che fanno i legni delle selle dei cavalli, e sono molte botteghe dalla parte che guarda verso oriente, dove è il collegio del re Abuhinan. Poi sono quelli che addornano le staffe, gli sproni e i ferri delle briglie, e sono circa a quaranta botteghe; e fanno lavori eccellentissimi, e forse alcuno di voi ve ne ha veduto in Italia o in qualche altro paese di cristiani. Poi sono alcuni fabbri che fanno solamente staffe, briglie e ferri per fornimenti de' cavalli. Poi sono quelli che fanno selle di cuoio, e usano di far tre coperte per sella, l'una sopra l'altra, piú fina quella di mezzo e l'ultima di minor bellezza, e tutte di cordovano. Questi lavori ancora sono eccellenti e mirabili, come se ne può veder per l'Italia; e sono circa a cento botteghe. Poi sono quelli che fanno le lancie, e hanno le lor botteghe lunghe tanto che ve ne possono far di grandissime.
Piú oltre c'è la rocca, la quale ha un bellissimo corridore: e questo da una parte si estende fino alla porta di occidente, dall'altra parte rincontra un grandissimo palazzo, dove alloggia o sorella o parente del re. Ma è da sapere che 'l principio di questa piazza incomincia dal tempio maggiore, e io, per non romper l'ordine delle piazze, ho detto solamente di quelle che sono d'intorno, lasciando ultima la piazza dei mercatanti.
Piazza dei mercatanti.
Questa piazza è a guisa d'una picciola città, la quale ha d'intorno le sue mura, che contengono nel lor giro dodici porte, e ciascuna di queste porte è attraversata da una catena, di modo che non vi possono entrar né cavalli né altre bestie. La piazza è divisa come da quindici contrade. Due sono per li calzolai che fanno le scarpe ai gentiluomini, né ve ne possono portar di quella sorte e bellezza né artigiani, né soldati, né cortigiano alcuno. Altre due sono tenute dai setaiuoli: una parte è di quelli che vendono i cordoni per li cavalli, fiocchi e altri ornamenti, e sono circa a cinquanta botteghe; l'altra è di coloro che vendono la seta tinta, per lavori di camicie, di origlieri e di tai cose, e sono circa altretante botteghe. Appresso questi sono alcuni che fanno certe cintole da donne di lana, e sono grosse e brutte; alcuni altri le fanno di seta, ma sono della medesima bruttezza, percioché esse sono fatte in treccia e grosse quanto due dita di uomo, talmente che potrebbono di leggiero tener legata una barca. Doppo queste sono altre due contrade dove stanno i mercatanti de' panni di lana, cioè di quelli che vengono d'Europa, e sono questi mercatanti tutti granatini; quivi ancora si vendono panni di seta, berrette e sete crude. Piú oltre sono quelli che fanno i materazzi e i guanciali per la state e certi drappetti di cuoio. Appresso è il luogo dei gabellieri, percioché similmente i detti panni si vendono a modo d'incanto, e quei che hanno cura di ciò gli portano prima a sigillare a' detti gabellieri, e poi li vanno incantando fra li detti mercatanti; e sono circa sessanta incantatori, e si paga per ogni panno un baiocco. Piú oltre sono tre contrade dove stanno i sarti, doppo i quali v'è una contrada di alcuni che fanno certe treccie nel capo dei panni che si mettono in testa. Doppo sono due altre contrade, dove hanno luogo i mercatanti delle tele e quelli che vendono camicie e drappi da femine: e questi sono i piú ricchi mercatanti della città, perché fanno essi molte piú faccende che insieme tutti gli altri. Piú oltre v'è un'altra contrada, nella quale si fanno fornimenti e fiocchi di barnussi. Poi v'è una contrada dove si vendono alcune vesti, fatte del panno che vien pur d'Europa: e ogni sera si usa a far l'incanto de' detti panni, cioè quelli che portano i cittadini per vender quando diventano vecchi, over per qualche altro suo bisogno. Ultimamente ve n'è una dove si vendono camicie, tovaglie, sciugatoi e cotai cose vecchie di tela, e appresso questi sono certe loggiette, dove s'incantano i tappeti e le coperte dei letti.
Discorso sopra il nome delle contrade dette Caisaria, denominate dal nome di Cesar.
Sono tutte queste contrade appellate insieme Caisaria, vocabolo antico e dirivato da Caisar, che vuol dir Cesare, che fu il maggior signore che fusse a que' tempi nell'Europa. Percioché tutte le città che sono nella riviera di Mauritania furono signoreggiate da' Romani, e poi da' Gotti, e in tutte v'era una di queste piazze, le quali avevano un tal nome. Rendendo gli istorici africani la cagion di ciò, dicono che i ministri dei Romani e di Gotti tenevano di qua e di là mescolatamente per le città fondachi e magazzini, dove serbavano i tributi e i censi che ricevevano dalle città, i quali molte volte venivano saccheggiati dal popolo. Per il che uno imperadore si pose in animo di far un luogo simile a una picciola città, nel quale si ragunassero tutti i mercatanti di qualche riputazione e tenessinvi le loro merci, e insieme i ministri dell'entrate dei suoi tributi vi serbassero tutto quello che riscotevano, rendendosi certi che, se i cittadini volessero difender e conservar le loro robbe, il medesimo lor converrebbe far di quelle dell'imperio. Percioché non potrebbono essi consentire al sacco, che ciò non passasse al danno loro, come s'è veduto molte volte nell'Italia, che i soldati sono per favor di una parte entrati in una città e, saccheggiando la parte contraria, quando non bastarono loro la facultà dei nimici, spogliarono dipoi le case degli amici.
Speziali e altri artefici.
Vicino alla detta cittadella, dalla parte di tramontana, sono gli speziali, i quali hanno una contrada diritta dove sono circa a centocinquanta botteghe. E la detta contrada si serra da' due lati con due belle porte, e non men forti che larghe, e gli speziali tengono a loro salario guardiani, che la notte vanno discorrendo d'intorno con lanterne, con cani e con arme. E quivi si vendono cosí le cose di speziaria come di medicina, ma essi non sanno fare né sciloppi né cere né lattovari, percioché i medici fanno questi ufficii nelle case loro, poi ne gli mandano alle lor botteghe, tenendovi garzoni i quali le distribuiscono secondo le ricette e gli ordini dei medici. E la maggior parte di queste botteghe sono congiunte insieme con quelle degli speziali, e il piú del volgo non conosce né medico né medicina.
Hanno i detti speziali le botteghe alte e molto ornate, con bellissimi tetti e armai, né in tutto il mondo penso io che si vegga una piazza di speziali somigliante a questa. Egli è vero che in Tauris, città di Persia, ho veduto una grandissima piazza di questi, ma le botteghe sono certi portichi un poco scuri, nondimeno leggiadramente edificate, e i detti portichi sono fatti sopra colonne di marmo. Io lodo molto piú quella di Fez per la commodità del lume, percioché quella di Tauris è alquanto oscura.
Oltra gli speziali sono alcuni che fanno pettini di bosso e d'altro legno, de' quali abbiamo detto. E verso levante, a canto a detti speziali, sono quelli che lavorano gli aghi, e sono circa a cinquanta botteghe. E oltre sono le botteghe dei torniatori, ma poche, perché sono separate e sparse per diverse altre arti. Dipoi sono molti altri farinai, saponari e scopari, che confinano con la piazza del filato; ma sono circa venti, percioché gli altri stanno altrove, come vi si dirà. Fra quelli che vendono il bambagio e li treccoli sono quegli che fanno fornimenti di letti e padiglioni. Doppo sono quegli che vendono uccelli, sí da mangiare come da cantare, ma sono poche botteghe, e quel luogo si dice la piazza degli uccellatori. Ora, nella piú parte di queste botteghe, si vendono funi di canapo e cordicine. Doppo sono quegli che fanno certe pianelle, che portano i gentiluomini quando le strade sono fangose, ma fatte invero molto gentilmente, con lavori, e ben ferrate, e con certe belle coperte di cuoio cucite con seta; e il piú misero gentiluomo non può portarvene che costi lor manco d'un ducato; ve ne sono di quelle che vagliono dieci e venticinque ducati: queste sono fatte communemente di legno di moro e nero e bianco; ve ne sono di noci, di melangole e del legno di giuggiole, e queste due ultime sono piú gentili e piú pulite, ma quelle del moro durano piú. Piú oltre sono quelli che fanno le balestre, e sono alcuni Mori di Spagna; le loro botteghe non passano dieci.
Sono eziandio appresso questi cinquanta altre botteghe di scopari, i quali fanno le scope di certe palme salvatiche, come sono quelle che vengono a Roma di Sicilia. Gli scopari portano queste loro scope per la città in certe grandi sporte, e le vendono per semola, per cenere e per qualche scarpe rotte. La semola si vende ai vaccari, e la cenere a quelli che biancheggiano il filato; i ciabattini sogliono comperare le scarpe rotte. Piú oltre sono quei fabbri che fanno solamente i chiovi. Doppo sono alcuni che fanno vasi di legno grandi come un barile, ma sono fatti a guisa di secchie; fanno ancora le misure del grano, e il consule le giusta pigliando un quattrino di ciascuna. Doppo sono i venditori di lana, e comperano le pelli dai beccai, tenendo garzoni che le lavano e, cavandone la lana, acconciano i cuoi, ma non d'altra sorte che di montoni. I cordovani e le pelli dei buoi s'acconciano piú oltre, percioché questa è un'arte separata. Doppo sono quelli che fanno le sporte, e certi legamenti con che si legano i cavalli ne' piedi, sí come s'usa nell'Africa; e questi confinano con i lavoratori dei rami. Appresso quelli che fanno le misure sono coloro che fanno pettini per lo lino e lana. Piú oltre c'è una lunga piazza di diversi mistieri, tra' quali vi sono alcuni che limano i lavori di ferro, come sono le staffe e gli sproni, percioché i fabbri non sogliono limare. Doppo sono i maestri di lavorar legni, ma certe cose grosse, come i timoni e gli aratri d'arar la terra, le ruote dei molini e gli altri necessarii strumenti. Doppo sono i tintori, i quai tutti hanno le lor botteghe sopra il fiume, e una bellissima fontana dove lavano i lavori di seta. Drieto questi sono quelli che fanno i bastili, dove è una larga piazza nella quale sono piantati alcuni alberi di moro: e cotal piazza nella state è la piú fresca e la piú vaga di tutte l'altre. Doppo sono i maliscalchi, che ferrano i cavalli e l'altre bestie; e piú oltre quelli che firmano alle balestre gli archi d'acciaio. Oltre di questi vi sono quegli che fanno i ferri dai cavalli, doppo i quali sono quelli che lustrano le tele.
E quivi finiscono le piazze d'una parte della città, cioè di quella ch'è dalla parte d'occidente, la qual anticamente fu una città da per sé (come s'è detto di sopra) e fu fabricata doppo l'altra, ch'è dall'altro lato d'oriente.
Seconda parte della città.
Eziandio la città ch'è verso levante è civile, e ha bellissimi palazzi e tempii e collegii e case. Ma non è nel vero cosí copiosa e abbondevole di diverse arti come l'altra, percioché non vi sono né mercatanti né sarti né calzolai, se non di panni e lavori grossi. V'è una picciola piazza di speziali, nella quale non sono piú che trenta botteghe. E verso le mura della città sono quelli che fanno i mattoni, e le fornaci dei scodellai; e piú sotto di questi v'è una piazza grande, dove si vendono i vasi bianchi, cioè senza vetro, come sono catini, scodelle, pentole e tai cose. Piú oltre è un'altra piazza dove sono i granai, ne' quali si ripone il grano; un'altra dirimpetto alla porta del tempio maggiore, che ha tutto il suolo di mattoni, dove sono botteghe di diverse arti e mestieri. E queste sono le piazze ordinate per le dette arti. V'ha poscia quelle che sono disordinate e separate per la città, eccetto i panni e gli speziali, che non si truovano se non in certi luoghi deputati.
Vi sono ancora cinquecento e venti case di tessitori di tele, e dette case sono fatte a guisa di gran palazzi di piú solai, con sale molto capevoli, e per ciascuna sala v'è gran quantità di telari, e i padroni delle dette stanze non tengono instrumento alcuno, ma i maestri sono quegli che tengono gli strumenti, e pagano solamente le pigioni delle stanze. E questa è la maggior arte che sia nella città: dicesi che in essa vi si contengono ventimila uomini, e altretanti sono nell'esercizio di molini. Sono similmente centocinquanta case dei biancheggiatori di filato, ed è la piú parte di queste edificata appresso il fiume, e sono benissimo fornite di caldaie e di vasi murati, per far bollir il filato e per l'altre occorrenzie che vi vanno.
E per la città sono certi grandi alberghi dove si segano i legni di varie sorti, e questo ufficio si fa da alcuni cristiani ischiavi: e dei danari che essi avanzano i loro padroni danno a quelli il vivere, né gli lassano prendere riposo se non la metà del venere, che è dal mezzogiorno insino a sera, e circa a otto giorni sparsi in diversi tempi dell'anno, ne' quali sono le feste dei Mori. Sonvi ancora certi chiassi publici, dove le meretrici attendono per picciolo prezzo, e queste sono favoreggiate o dal barigello o dal governator della città. Sono certi uomini i quali, senza offender la corte, facendo l'ufficio di tabacchino, tengono femine e vino a prezzo nelle lor case, e ciascuno se ne può servir sicuramente.
Sonvi seicento capi di acqua, cioè fonti naturali, i quali sono cinti di muri e di porte che si tengono serrate, perché ciascuno si divide in molte parti e ciascuna ne va sotto terra, passando per canali alle case, ai tempii e ai collegii e all'osterie. E quest'acqua è molto piú in pregio che quella del fiume, percioché alle volte manca, massimamente nella state. A questo s'aggiugne che, volendosi nettare i canali, è di bisogno che 'l corso del fiume si faccia passar di fuori della città; onde tutti si sogliono accommodar dell'acqua dei detti fonti. E se bene i gentiluomini la state hanno nelle case loro acqua del fiume, nondimeno ve ne fanno recar di quella dei fonti, per esser ella e piú fresca e piú dolce; ma nel verno fanno il contrario. E questi fonti sono per la maggior parte dal lato di ponente e di mezzogiorno, percioché la parte che risponde verso tramontana è tutta montagna, che si dimanda tevertino, e ivi sono certe fosse grandi e profonde; nelle quali si serba il grano per molti anni: e tale ve né che piú di dugento moggia ne cape. E gli abitatori di quel luogo, che sono uomini di volgo, vivono dell'utile che essi cavano della pigione delle dette, ch'è un moggio per ogni cento in capo dell'anno.
Nella parte di mezzogiorno, la quale è quasi la metà disabitata, sono molti giardini ripieni di buonissimi e diversi frutti, sí come sono melangoli, limoni, cedri, e altri fiori gentili, fra' quali sono gelsomini, rose damaschine e ginestro, recato quivi di Europa e a' Mori molto caro. E nei detti giardini sono bellissimi alberghi, fontane e conserve, e queste sono cinte da gelsomini, da rose o da melangoli. E nel tempo della primavera l'uomo che s'avicina a questi giardini sente da per tutto uscir un delicatissimo e soavissimo odore, né meno ha poi di pascer gli occhi della bellezza e vaghezza loro, che invero ciascuno di tai giardini assomiglia al paradiso terrestre: onde i gentiluomini vi sogliono abitar dal principio d'aprile per insino al fine di settembre.
Nella parte di occidente, cioè dal lato che confina con la città reale, è la rocca che fu edificata nel tempo dei re di Luntuna, la quale di grandezza si può agguagliare a una città. E questa fu anticamente seggio dei governatori e signori di Fez, cioè avanti che ella fusse città reale, percioché, poscia che dai re della casa di Marin fu la nuova Fez edificata, questa fu lasciata per abitazion solamente del governatore. Nella rocca è un bel tempio, fabricato ne' tempi che ella molto era abitata: a questi dí, i palazzi che v'erano sono stati tutti spianati e del terreno s'è fatto giardini. Ve n'è rimaso uno, dove abita il detto governatore, e altri luoghi per la sua famiglia; e sonvi molti luoghi e seggi, dove esso governatore suole dar audienza ai litigi e far ragione. V'è eziandio una prigione, fatta a somiglianza d'una cantina a volti e sostenuta da molte colonne, la quale è tanto larga e lunga che vi posson capire tremila persone: né v'è separata o secreta stanza alcuna, perché in Fez non s'usa di tenere alcuno in prigione segreta. Per la detta rocca passa un fiume, alle bisogne e a' commodi di questo governatore.
Magistrati e modi di governare e d'amministrar giustizia, e costume di vestire.
Nella città non sono se non alcuni piccioli uffici e magistrati, i quali hanno carico d'amministrar la ragione. V'è il governatore, che è sopra le cause civili e le criminali; un giudice, il quale è preposto a ragion canonica, cioè alle leggi tratte dai libri maumettani; e un altro giudice che è quasi luogotenente del primiero, e attende alle cose del matrimonio e repudio, ed esaminar testimoni, e anco universalmente rende ragione. È poscia l'avvocato al quale si consulta della legge e a cui si fanno l'appellazioni dei giudici, o quando essi s'ingannano, o quando danno la sentenza per autorità di qualche meno eccellente dottore. Il governatore gode gran quantità di danari delle condennagioni che in diversi tempi si fanno; e quasi tutta la somma della giustizia che a un reo si suol dare, è l'esser frustato nella presenza del governatore, e gli si danno cento, dugento e piú scopature. Poi al frustato il boia mette una catena al collo e in tal modo lo conduce per tutta la città, ignudo tutto eccetto le parti vergognose, che gli ricuopre con una braca; e il barigello l'accompagna, gridando sempre il boia e publicando il male ch'egli ha fatto: infine egli è de' suoi panni rivestito e ritornato in prigione. E alle volte aviene che se ne menano molti incatenati insieme. Il governatore ha per qualunque reo un ducato e un quarto, cosí di ciascuno che entra nelle prigioni ha certo censo, il quale gli è dato partitamente da certi mercatanti e artigiani a questo deputati. Ma fra le altre utilità ha un monte, dal quale cava di rendita settemila ducati l'anno. Vero è che egli è obligato di dare trecento uomini a cavallo al re ne' tempi di guerra, i quali, per insino che dura la guerra, sono da lui pagati.
I giudici di ragion canonica né salario né premio hanno, percioché è vietato nella legge di Maumetto che a un giudice, per tale ufficio, si dia pagamento alcuno; ma essi vivono di altri salarii, com'è o di letture o di esser sacerdote di qualche tempio. Similmente sono gli avvocati e procuratori, persone idiote e volgari. Hanno i giudici certo luogo, dove fanno incarcerare i debitori e altri per cose leggieri e di poco momento. E sono nella città quattro barigelli e non piú, i quali fanno le lor cerche dalle ventiquattr'ore per insino alle due di notte, né hanno essi ancora altro salario che certo censo da coloro che prendono, che è della retenzione e di certa piccola pena che è loro applicata. Ma tutti possono far taverne e ufficio di tabacchini e ruffiani. Il governatore della città non tiene né giudice né notaio, ma dà la sentenzia a voce come gli pare.
Né v'è piú che uno che conduca la dogana e la gabella, il quale paga ogni dí alla camera del re trenta ducati, e tiene per ciascuna porta guardiani e notai. E tutte le cose di picciol pregio pagano il suo diritto alla porta; l'altre si conducono a dogana, accompagnate dalla porta a quella da uno de' guardiani, e i guardiani e i notai, secondo la quantità, hanno certo danaro diputato. E alle volte detti guardiani vanno fuori della città per iscontrare i mulattieri, acciò che essi non possino alcuna cosa ascondere, e se alcuna ve ne ascondono, pagano poscia doppia gabella. Il pagamento ordinario sono due ducati per cento, ma delle corniole, che vi se ne portano molte, pagasi il quarto di tutto il prezzo; delle legna, del grano, dei buoi e delle galline niuna cosa si paga. Né alla porta si suol pagar gabella dei castroni che vi conducono, ma al macello due baiocchi per castrone e uno al governatore, ch'è il capo dei consuli, il quale tiene una corte di dodici sbirri e cavalca spesse fiate d'intorno la città per vedere il pane, e prova li pesi dei beccai e le cose che per lei si vendono, e fa pesare il pane, e se non vi truova il debito peso lo fa spezzare in molti pezzi, e dà a colui che lo vende tante pugne sul collo che lo lascia tutto gonfio e pesto. Similmente, se truova il pane piú leggiero, lo fa frustare publicamente per la città. Questo ufficio concede il re a' gentiluomini che gliel dimandano, ma ne' tempi adietro si soleva dar solamente a uomini dotti e di buonissima fama. Al presente i signori lo danno a uomini privati e ignoranti.
Gli abitatori della città, cioè i nobili, sono uomini veramente civili, e vestono il verno di panni di lana forestieri. L'abito è un saione sopra la camicia, con mezze maniche e molto strette, sopra il quale portano alcune robbe larghe e cucite dinanzi, e sopra quelle i loro barnussi. In testa usano semplici berrette, come alcune che si portano in Italia di notte, ma senza orecchie, e sopra quelle pongono certe tele aggroppate con due involgiture sul capo e intorno la barba; né sogliono portar calze né mezze calze, ma o brache o braghese di tela, eccetto il verno che, volendo cavalcar, si calzano i borzacchini. I popolari portano saii e barnussi senza quella robba ho detto di sopra, né in capo portano altro che una di quelle certe berrette di niun prezzo. I dottori e i gentiluomini di qualche età usano di portar certe veste con le maniche larghe, come portano i gentiluomini di Vinegia che tengono piú onorato ufficio. In fine quei che sono di bassa condizione vestono di alcuni panni bianchi di lana grossa del paese, e i barnussi sono della medesima maniera. Le donne vanno assai ben vestite, ma nel tempo caldo portano solamente la camicia, e d'intorno cingono la fronte con alcune cintole piú tosto brutte che no. Il verno usano certe gonne con le maniche larghe, cucite dinanzi come quelle degli uomini; ma quando escono fuori portano braghese lunghe tanto che cuoprono tutte le loro gambe, e un drappo al costume di Soria, che cuopre loro il capo e tutta la persona. Il viso similmente cuoprono con un drappo di tela, in tanto che solamente lasciano scoperti gli occhi. Portano eziandio negli orecchi certe grandi anella d'oro con bellissime gioie, e quelle che non sono di condizione ve ne portano d'argento e senza gioie. Al finir delle braccia portano ancora manili pur d'oro, uno per braccio, i quali manili possono pesar communemente cento ducati; le ignobili se gli fanno d'argento, e di tali anco ve ne portano alle gambe.
Costume tenuto in mangiare.
Circa al mangiare usasi fra il volgo di pigliar carne fresca due dí della settimana; ma i gentiluomini ve ne mangiano ogni dí, secondo l'appetito loro, e usano tre pasti il giorno. Quel della mattina è molto leggiero, percioché mangiano pane e frutti, e certe minestre fatte di farina e di formento, piú tosto liquide che altrimenti. E il verno, in vece di questa minestra, si tolgono farro liquido cotto con carne salata. Nel mezzogiorno mangiano pure cose leggieri, come pane, carne salata e cacio, o olive, ma nella state questo secondo pasto è buonissimo. La notte poi mangiano similmente un pasto che è piú leggiero: questo è pane con melloni o con uva o con latte. Ma il verno mangiano carne lessa, insieme con quella vivanda che è detta cuscusu, la quale si fa di pasta come i coriandoli, e lo cuoceno in certe pignatte forate, per ricevere il fumo d'altre pignatte; dipoi vi mescolano dentro butiro e lo bagnano di brodo. Né usano di mangiare arrosto. E tale è il vivere del volgo, sí come d'artigiani e di alcuni poveri cittadini. Gli uomini di conto, come sono gentiluomini attempati, mercatanti e cortigiani, vivono assai meglio e piú delicatamente.
Ma a comparazione del vivere che si usa fra' nobili nella Europa, il viver degli Africani è veramente misero e vile, non per la poca quantità delle vivande, ma per lo costume rozzo e disordinato che essi tengono nel mangiare, il quale è in terra sopra certe tavole basse, senza mantile o drappo di niuna sorte, e non si adopera altro strumento che le mani. E quando mangiano il cuscusu, tutti i convitati si servono d'un piatto solo, e lo mangiano senza cucchiaio; la minestra e la carne mettono insieme in un catino, e ciascuno piglia quella parte di carne che gli piace e se la reca avanti senza tagliere, e non vi adoperando coltello se la pone a' denti e ve ne squarcia quanto e' può, il rimanente tenendo in mano. E mangiano con molta fretta, né alcun beve, se non quando è molto ben sazio di mangiare: allora ciascuno si bee una tazza d'acqua grande come è un boccale. Questo è l'uso commune; è vero che qualche dottore vive con maggior pulitezza. Ma, per conchiudere, il piú vil gentiluomo d'Italia vive piú suntuosamente che 'l maggior signor d'Africa.
Costume servato nei maritaggi.
Circa a' matrimonii s'osserva una tale usanza, la quale è che, quando alcuno vuol prender moglie, tosto che il padre gli ha promessa la figlia, se colui ha padre, esso raguna e invita gli amici alla chiesa, e seco mena due notai i quali fanno i patti e le condizioni delle doti, essendovi presente il marito e la moglie. E i mediocri cittadini usano di dar trenta ducati in danari contanti, una serva negra di prezzo di quindici ducati, una pezza di certo panno fatto di seta e di lino di diversi colori a forma d'uno iscacchiere, e certi altri pannicelli di seta che si portano in testa. Costumano eziandio di presentare un paio di scarpe benissimo lavorate, e ancora due paia di zoccoli lavorati gentilmente, molti lavori d'argento e molte altre minutezze, come sono pettini, profumi e certi belli ventagli. Poi che sono scritti li patti, e che l'una parte e l'altra è contenta, lo sposo conduce tutti quegli che si sono trovati presenti a desinar seco, e dà loro di quel fritto accompagnato con arrosto e mele che abbiam ditto di sopra.
Fa ancora il padre della sposa il suo convito e v'invita gli amici suoi; e se il detto padre vuole ornar la figliuola di qualche vestimento, lo può far per sua gentilezza, percioché, oltre ai danari che dà al marito, non è tenuto ad altra ispesa: ma gli è ben di vergogna se altro non v'aggiugne. E oggidí, oltre ai trenta ducati che si danno per valor della dote, suole il padre spendere (o chi ha cura di fare il maritaggio) dugento e trecento ducati in fornir la sposa sí di veste come di fornimenti di casa; ma non danno né casa né vigna né possessione. Il consueto è di far tre gonne di panno fino, tre di seta o di taffettà o di raso o di damasco, molte camicie e molte lenzuola lavorate, con certe liste di seta per ciascun lato, capezzali pur lavorati e origlieri. Sogliono dare eziandio otto materazzi: quattro ve ne tengono per ornamento sopra gli armai che sono dai canti delle camere; due ne usano per letto, e questi sono di lana grossa; e due fatti di cuoio tengono pur per ornamento delle dette camere. Danno similmente un tappeto peloso di circa a venti braccia e tre coperte, coperte da una parte di panno e di tela, dall'altra piene di lana: e d'una di quelle vestono il letto, ponendovi una parte disopra e l'altra disotto, percioché le dette coperte sono lunghe poco meno d'otto braccia; dandone, oltre a queste, altre tre di seta con bei lavori da un lato, e dall'altro di tela piene di bambagio. Ve ne danno un'altra bianca piena pur di bambagio, ma leggiera, per valersene la state; un panno picciolo di lana fina e diviso in picciole parti, lavorato a fiamme e ad altra sorte di lavori, e fornito con certi merli di coiame dorati, sopra i quali vi pendono fiocchi di seta di diversi colori, e sopra ogni fiocco v'ha un bottone di seta per attaccare il detto panno sopra a' muri. Questa è la somma di quello che si aggiugne alla dote, e alle volte maggiore, onde molti gentiluomini sovente per tal cagione si sono impoveriti. Alcuni Italiani stimano che in Africa gli uomini usino di dare la dote alle femine, ma essi in vero poco ne sanno.
Quando lo sposo è per menar la moglie a casa, la fa entrar primieramente in un tabernacolo di legno, fatto in otto faccie e coperto di belli panni di seta e anco di broccato, e la portano i facchini sul capo, accompagnata dagli amici e del padre e del marito, con pifferi e molte trombe e tamburi, e torchi in gran numero: e gli amici del marito con i suoi torchi le vanno avanti e quei del padre la seguono, e usano di tenere il cammino per la piazza maggiore, vicino al tempio. Poi che sono giunti alla piazza, lo sposo saluta il padre e i parenti della nuova sposa, e senza aspettare altrimenti lei se ne va alla casa sua e l'attende nella camera. Il padre, il fratello e il zio l'accompagnano insino alla porta della detta camera, e tutti insieme la presentano nelle mani della madre del marito. E tosto ch'ella è entrata in essa camera, il marito pone il suo piè sopra quello della moglie, il che fatto ambi subito vi si serrano dentro. Intanto quei di casa apprestano il convito, e una femina riman fuori dell'uscio, per insino a tanto che egli, avendo svirginata la sposa, porge a colei un drappo tinto e molle di sangue. Allora costei se ne va tra i convitati col drappo in mano, gridando e faccendo intender con alta voce che la giovane era vergine. A questa le parenti del marito danno da mangiare, dipoi ella, accompagnata da altre femine, se ne va a casa della madre della sposa, la quale similmente l'onora e le dà da mangiare. E se per aventura la sposa non fusse trovata vergine, il marito la rende alla madre e al padre, ed è loro grandissima vergogna, senza che gli invitati tutti senza mangiare si dipartono.
I conviti sogliono esser tre: il primo la notte in cui si mena la donna, il secondo la sera poi che s'è menata (e in questa non s'invitano altri che donne); il terzo convito si fa il settimo giorno dapoi che si è menata la sposa, e in questo vi viene il padre, la madre e tutti i parenti della sposa. Il padre costuma quel giorno mandar non piccioli presenti a casa dello sposo, quali sono confetti e castrati interi. E tosto che 'l marito esce di casa, che è in capo di sette giorni, suole egli comperar certa quantità di pesce e lo reca a casa; dipoi fa che la madre o altra femina lo getta sopra e' piedi della noviza: hanno ciò per buono augurio, ed è antica usanza. Soglionsi fare oltr'a questi eziandio due conviti in casa del padre, l'uno il dí avanti nel quale il detto è per mandar la figlia a marito, onde esso, invitando l'amiche, fa che tutta quella notte si festeggia e danza; il dí seguente vengono le donne che sogliono ornar le spose, e le acconciano i capegli, gli tingono le guancie di rosso e le mani e i piedi di nero, con certi belli lavori, ma queste tinture poco durano: e quel giorno si fa il secondo convito, e mettono la sposa sopra un palco, affine che ella venga da tutti veduta; allora si dà mangiare alle dette maestre che hanno ornato la sposa. E quando la moglie è giunta a casa, tutti i cari amici del marito le mandano certi vasi grandi, pieni di pane fritto in olio e di altretanto melato, e anco castroni arrosti pure interi: e lo sposo, invitando molte persone, divide fra quelle i detti presenti. Nelli loro balli, che durano tutta la notte, tengono sonatori e cantori, i quali, alternando insieme il suono e la voce, partoriscono assai piacevole concento. Né danza piú che uno per volta, e come uno ha fornito il suo ballo, si cava di bocca una moneta e gettala sul tappeto dei cantori; e se qualche amico vuol far onore a chi danza, lo fa fermare in ginocchioni e poi pianta tutta la sua faccia di monete, le quali poscia i cantori tolgono subitamente. Le femine danzano separatamente dagli uomini, e hanno ancora elle a' lor balli e cantatrici e sonatrici.
Cotal modo si tiene quando la sposa ne va a marito vergine. Ma se una è stata per adietro maritata, fanno le nozze con minor riputazione, e usasi di dar mangiare carne di bue, castrati e galline lesse; ma vi mescolano diverse minestre, e mettonsi dinanzi a' convitati dodici grandi scodelle in un tondo di legno, e fassi il convito per dieci o dodici persone. E tale è l'usanza de' gentiluomini e dei mercatanti; ma le genti minute usano certe suppe fatte di pan sottile che somigliano lasagne: lo bagnano con brodo di carne tagliata in grosse fruste sopra un vaso grande, nel quale è la suppa, e lo mangiano senza cucchiaio con la mano, e dieci persone sono intorno a un solo vaso.
È costume ancora di far convito quando si circuncide il figlio maschio, che è il settimo giorno doppo nasciuto, nel quale il padre, chiamato il barbiere e invitati gli amici, dà loro una cena. La qual fornita, ciascuno degli invitati fa un presente al detto barbiere, chi d'un ducato, chi di due, chi di mezzo, e chi di piú e chi di meno secondo la qualità di ciascuno. E questi cotai danari, l'uno doppo l'altro, ciascuno pone sopra il viso del fanciullo del barbiere, e il medesimo fanciullo pronunzia il nome di colui e lo ringrazia. Doppo questo il barbiere circuncide il bambino: allora si danza e festeggia nel modo di sopra detto. Ma d'una figlia minore allegrezza si dimostra.
Altri costumi serbati nelle feste, e modo di piagnere i morti.
Rimasero ancora in Fez certi vestigi d'alcune sorti di feste lasciatevi da' cristiani, e fanno certi motti che lor medesimi non gl'intendono. Sogliono la notte del natale di Cristo mangiar una minestra fatta di sette diverse erbe: queste sono cavoli, rape, carote e tai; e cuocono eziandio d'ogni sorte di legumi interi, come sono fave, ceci e grano, e le mangiano quella notte in luogo di delicata confezione. E il primo dí dell'anno sogliono i fanciulli con le maschere al volto andare alle case de' gentiluomini, accattando frutti e cantando certe loro semplicette canzoni. Il dí di san Giovanni fanno per tutte le contrade grandissimi fuochi di paglia. E come un fanciullo incomincia a mettere i denti, i suoi fanno un convito agli altri fanciulli, e chiamano queste cotai feste dentilla, che è propio vocabolo latino. Hanno molte altre usanze e modi di pigliare augurii, che ho veduto osservare in Roma e in altre città d'Italia; ma le feste, le quali sono ordinate e comandate nella legge di Maumetto, potrete vedere nella nostra brieve opera ove di detta legge si tratta.
Le femine, quando avien che muoia o lor marito o padre o madre o fratello, allora si ragunano insieme e, spogliatesi de' loro panni, si rivestono di certi sacchi grossi. Tolgono le brutture delle pignatte e con esse il viso si fregano, e fanno a loro venire quei malvagi uomini che vanno in abito feminile, i quali recano certi tamburi quadri: sonandogli cantano d'improviso mesti e lacrimosi versi in lode del morto, e al fine di ciascun verso le donne gridano ad alta voce, e percuotonsi il petto e le guancie, di maniera che n'esce fuori il sangue in gran copia, e si squarciano similmente i capegli, pur tuttavia forte gridando e piangendo. Questo costume dura sette dí; poi vi mettono in mezzo l'intervallo di quaranta giorni, i quai forniti rinuovano il detto pianto per tre altri continui giorni. E tale è l'uso commune del volgo. I gentiluomini piú onestamente piangono senza battimento niuno; gli amici vengono a confortargli, e tutti i loro stretti parenti mandano lor presenti di cose da mangiare, percioché in casa del morto, fin che v'è il corpo, non s'usa di far cucina, né le femine sogliono accompagnare i morti, quantunque fossero padri o fratelli. Ma come si lavino i corpi e come si sepellischino, quali ufici e cerimonie vi si soglin fare, abbiamo raccontato nell'operina ch'io ho detto disopra.
Colombi.
Sono molti uomini nella città i quali prendono gran diletto di colombi, e ve ne tengono molti, belli e di diversi colori. Il loro albergo è sopra i tetti delle case, in certe gabbie fatte a somiglianza degli armari che usano gli speziali; e gli aprono due volte, la mattina e verso la sera, prendendo piacere infinito di vedergli volare, e chi piú vola è di maggior prezzo. E perché le piú volte i colombi d'uno si mescolano fra quelli d'un altro, sovente costoro guerreggiano insieme e vengono alle mani. Tale ve n'è che, con certa picciola rete in mano accommodata su le cime d'alcune canne lunghe, stando sopra il tetto, quanti colombi passano del suo vicino prende con la detta rete. In mezzo dei carbonari sono sette o otto botteghe dove tali colombi si vendono.
Modo di giuocare.
Fra gli uomini accostumati e gentili altra sorte di giuoco non s'usa che quello degli scacchi, al costume degli antichi; ben hanno giuochi d'altra maniera, ma sono rozzi e usati solamente dal volgo. A certi tempi dell'anno i giovani si raccolgono insieme, e quegli d'una contrada con certi bastoni guerreggiano contra quelli d'un'altra; e alle volte ambedue le parti si riscaldano, per sí fatto modo che ne vengono insieme all'arme e molti se n'amazzano, spezialmente le feste, nelle quali questi giovani si ragunano fuori della città. E poscia che è fornita la mischia vengono al trar de' sassi, che è col fine del giorno, onde il barigello molte volte non gli può dipartir, ma alcuni ve ne piglia e mette in prigione, i quali dipoi sono frustati per la città. La notte molti bravi vanno insieme fuori della detta città portando seco l'arme e, discorrendo per li giardini e per la campagna, se essi s'abbattono con i bravi della contrada nimica, incominciano insieme crudelissima pugna, portandosi sempre tra loro mortalissimo odio; ma spesso ve n'hanno buonissimo gastigo e punizione.
Poeti di lingua volgare.
Sonvi ancora molti poeti, i quali dettano versi volgari in diverse materie, massimamente d'amore: e alcuni descrivono gli amori che essi portano alle donne e altri a' fanciulli, sovente ponendovi il nome del fanciullo che amano, senza alcuna vergogna o rispetto. Questi poeti ogni anno, nella festa della natività di Maumetto, compongono canzone in lode del detto e, raunatisi insieme la mattina per tempo nella piazza del capo dei consuli, ascendono nel suo seggio e ciascuno ordinatamente, l'un doppo l'altro, recita la sua canzona alla presenza di molto popolo: e quello che è giudicato aver meglio e piú vagamente dettata la sua è per quell'anno gridato e tenuto principe dei poeti.
Ma a' tempi degli egregii re della casa di Marin, il re ch'allor si trovava soleva invitar al suo palazzo tutti gli uomini dotti e letterati della città e, faccendo una solenne festa a tutti i poeti degni, voleva che ciascuno recitasse la sua canzona in lode di Maumetto alla presenza sua e di tutti: il che facevano sopra un alto palco, e secondo il giudicio degli uomini intendenti, al piú lodato il re donava cento ducati, un cavallo e una schiava, e il drappo che allora egli si trovava avere in dosso; agli altri tutti faceva dare cinquanta ducati, intanto che tutti da lui si partivano col guidardone. Ma sono circa centotrenta anni che, con la declinazione del regno, questo costume è mancato.
Scuole di lettere per i fanciulli.
Per li fanciulli che vogliono imparar lettere sono circa dugento scuole, le quali hanno forma d'una gran sala, e d'intorno v'ha certi gradi che sono le sedie de' fanciulli. E il maestro insegna loro leggere e scrivere, non in libro veruno ma in certe tavole grandi. La lezione che essi imparano è ciascun giorno una clausula dell'Alcorano, il quale fornito in due o in tre anni l'incominciano da capo, e tante fiate che 'l fanciullo l'impara molto bene e tutto l'ha nella memoria, il che è alla piú lunga in capo di sette anni. Dipoi il detto maestro gl'insegna qualche poco d'ortografia, ma pur questa e la grammatica si legge ordinatamente nei collegi, sí come le altre scienzie. E questi maestri hanno un picciolo salario, ma come uno dei fanciulli è giunto a certe parti dell'Alcorano, è tenuto il padre di fargli non so che presente. E poi ch'il detto ha imparato tutto l'Alcorano, allora fa il suo padre a tutti gli scolari un molto solenne convito, nel quale il figliuolo è vestito a guisa di figliuolo di signore. E prima cavalca sopra un bellissimo cavallo e di gran prezzo, il quale insieme col vestimento è obligato a prestargli il castellano della città reale; gli altri scolari l'accompagnano ancora essi sopra cavalli alla stanza, nella quale entrano cantando molte canzoni in lode di Dio e del profeta Maumetto. Dipoi si fa il convito a' detti fanciulli e insieme a tutti gli amici del padre, ciascuno de' quali dona alcuna cosa al maestro, e 'l fanciullo lo veste di nuovo. Cotale è l'usanza.
Sogliono eziandio questi fanciulli far una festa nella natività di Maumetto, e i lor padri sono astretti di mandare un torchio alla scuola, onde ciascun fanciullo vi reca il suo, e tale ve n'è che lo porta di trenta libbre, e chi di piú e chi di meno, secondo la loro qualità. I detti torchi sono belli, ben fatti e bene adornati, e piantati intorno di molti frutti fatti di cera. I detti torchi ardono dallo spuntar dell'alba per insino al nascer del sole. Il maestro suole menarvi alcuni cantori che cantano le lode di Maumetto e, subito ch'è uscito il sole, la festa è fornita. Questo è il maggiore utile che abbiano i detti maestri, percioché alle volte vendono per cento ducati di cere, e qualche fiata piú, secondo la quantità degli scolari. Né alcuno paga pigione di scuola, percioché esse scuole sono fatte di limosine lasciate per l'anime loro da diverse persone. I frutti e i fiori dei torchi sono i presenti che si fanno a' fanciulli e a' cantori. Ma gli scolari, sí delle scuole come dei collegi, hanno nella settimana due dí di vacanza, ne' quali non si legge né studia.
Di alcuni artigiani e indovini.
Io pretermetterò alcuni artigiani, come sono conciatori di pelle, quali hanno il suo luogo ordinato dove passa un capo d'acqua grosso, sopra il quale vi sono infinite stanze delli detti, e pagano per ogni pelle che acconciano due baiocchi alli doganieri, e si cava di quel dazio da duemila ducati; e dei barbieri e altri, per averne fatto menzione nella primiera parte della città, quantunque essi in tanta quantità non siano come si disse essere in quella.
Vengo a dire d'alcuni indovini, i quali vi sono in gran numero, e si dividono in tre sorti o vogliamo dire qualità. La prima è di certi uomini che indovinano per arte di geomanzia, faccendo loro figure, e pagano tanto per cadauna, come s'usa alle diversità di qualunque persona.
La seconda è d'alcuni altri i quali, mettendo dell'acqua in un catino vetriato, e dentro una goccia di olio in quell'acqua, che diviene lucida e trasparente come uno specchio, dicono di vedere i diavoli a schiere a schiere, i quali assomigliano a uno esercito di molti armati, quando essi vogliono piantare i padiglioni; e che di questi alcuni sono in cammino, chi per acqua e chi per terra: e come l'indovino gli vede acchetati, allora domanda loro di quelle cose delle quali egli ricerca avere informazione, e i demoni gli rispondono con cenni, o di mano o d'occhio. Vedete grossezza di coloro che a questi credono. Alcuna volta pongono il catino nelle mani di qualche fanciullo d'otto o nove anni, e lo dimandano s'egli ha veduto il tale e il tale demonio, e quello, che è semplicetto, risponde che sí: ma non per ciò gli lasciano dire da per loro. E molti pazzi danno a questi tanta fede, che spendono in essi grandissima quantità di danari.
La terza spezie è di femine, le quali fanno credere al volgo ch'elle tengono amicizia con certi demoni di diverse sorti, percioché alcuni si chiamano i demoni rossi, alcuni si dicono i demoni bianchi e altri sono addimandati demoni neri. E quando vogliono indovinare, a richiesta di chi che sia, si profumano con certi odori e allora, sí come dicono, il demonio che esse chiamano entra nella loro persona, onde subito cangiano la voce, fingendo che lo spirito sia quello che parli per la lingua loro. La donna o l'uomo che è venuto per qualche cosa che desidera di sapere dimanda allo spirito ciò che vuole, con gran reverenzia e umiltà, e avuta la risposta lascia un presente per quel demonio e si diparte. Ma gli uomini che hanno con la bontà congiunto il sapere e l'esperienza delle cose chiamano queste femine sahacat, che tanto dinota quanto nella voce latina fricatrices: e nel vero tengono esse questo maledetto costume, il quale è d'usare l'una con l'altra, che per piú onesto vocabolo non posso esprimere. E quando, fra le donne che vanno a loro con desio di sapere alcuna cosa, se ne trova alcuna di belle, elle s'invaghiscono di lei come un giovane s'invaghisce d'una fanciulla, e in forma del demonio le domandano in pagamento i congiungimenti amorosi: e quella, credendo avere a compiacere allo spirito, le piú volte loro consente. Molte ancora sono che, di questo giuoco dilettandosi, desiderano d'esser di lor compagnia, onde, fingendo d'essere inferme, mandano per una di queste; e sovente lo sciocco marito è l'imbasciatore. Elle subito iscuoprono all'indovine il loro disio, le quali dicono poi al marito che alla sua moglie è entrato uno di quei demoni nel corpo e, amando egli la sua sanità, conviene che esso le dia licenza che la detta possa entrar nel numero dell'indovine, e secretamente praticar con esso loro. Il marito bufolo sel crede e, consentendo a ciò, per maggior sua sciocchezza fa un suntuoso convito a tutto l'ordine, nel fine del mangiare danzando ogni una e festeggiando al suono degli strumenti di certi negri; e poscia ve la lascia andare alla buona ventura. Ma alcuno ve n'è che fa uscire gli spiriti di corpo alla moglie col suono di solenni bastonate; altri, fingendo ancora essi d'essere indemoniati, ingannano l'indovine nel modo che esse hanno le loro moglieri ingannate.
Incantatori.
V'è somigliantemente un'altra spezie d'indovini, i quali sono detti i muhazzimin, cioè gli incantatori. Questi sono tenuti potentissimi a liberare uno che sia ispiritato, non per altra cagione se non perché alle volte loro succede l'effetto e, se aviene che non succeda, dicono quel demonio essere infedele, o che è qualche spirito celeste. Il modo dello scongiuro si è che scrivono certi caratteri, e formano circoli sopra un focolare o altra cosa, poi dipingono alcuni segni su la mano o su la fronte dello spiritato, e lo profumano con molti profumi. Quindi fanno l'incantesimo e dimandano allo spirito come esso sia entrato in quel corpo, da qual parte, chi egli è, come ha nome; e infine gli comandano che si diparta.
Ve n'è un'altra spezie d'alcuni, i quali operano per una regola detta zairagia, cioè cabala; ma non cavano le loro operazioni dalla scrittura, percioché questa loro scienzia è tenuta naturale. E veramente costoro sanno dare infallibile risposta delle cose ch'a loro s'addimandano: ma cotal regola è difficilissima, percioché colui che se ne vuol valere è di bisogno ch'egli sia non men perfetto astrologo che abbachista. Ho veduto qualche volta far qualche figura, ch'è durata a farla da la mattina fino alla sera in tempo di state, le quali sono in questa forma. Fanno molti circoli l'uno dentro l'altro: nel primo formano una croce, a' confini della quale notano le quattro parti, cioè levante, ponente, tramontana e mezzogiorno; dentro della detta croce, cioè dove si scontrano i legni di lei, segnano i due poli, e fuori del primo circolo notano i quattro elementi. Dapoi dividono il detto circolo in quattro parti e il seguente circolo dividono pure in altretante, e doppo questo ogni parte in sette patti dividono, e in ciascuna notano alcuni caratteri grandi arabici, che sono ventiotto o ventisette caratteri per ogni elemento. Nell'altro circolo notano i sette pianeti, nell'altro i dodici segni, nell'altro i dodici mesi dell'anno secondo i Latini, nell'altro i ventotto tabernacoli (o diciamo alberghi) della luna, nell'altro i trecentosessantacinque dí dell'anno, e fuori di quello i quattro venti principali. Pigliano poscia solamente una lettera della cosa dimandata, e vanno moltiplicando con tutte le cose numerate, per insino che essi sanno qual numero porta il carattere. Dapoi la dividono in certo modo, dapoi la pongono in alcune parti secondo che 'l carattere è e in quale elemento si sta, in tanto che doppo la multiplicazione, divisione e dimensione, vedono che carattere conviene a quel numero ch'è avanzato. E fanno del trovato carattere come hanno fatto del primo, cosí di mano in mano, fin che fanno nascere ventiotto poste, cioè caratteri. Allora componeno di quella una dizione e dalla dizione componeno una orazione, cioè la risposta di quella dimanda, e vien la detta orazione sempre in un verso misurato in la prima spezie delli versi arabi, che si chiamano ethauil, che è otto stipiti e dodici corde secondo l'arte metrica araba: del che noi abbiamo trattato nell'ultima parte della nostra grammatica araba. Nel detto verso adunque, che nasce dai caratteri sopradetti, esce vera e indubitata risposta, e prima ne nasce la cosa dimandata, dapoi la sentenza di ciò che si dimanda. E questi tali mai non errano, e invero questa loro cabala è un'arte maravigliosa: né io per me viddi mai cosa tenuta naturale che paresse sopranaturale e divina come la detta.
Ho veduto far una figura in un luogo scoperto del collegio del re Abulunan, nella città di Fessa, qual scoperto era saleggiato di marmo fino liscio e bianco, e per ogni quadro era cinquanta braccia; e duoi terzi del detto discoperto furno occupati dalle cose che si dovevan notare della detta figura, e tre persone erano a farla, e cadaun di loro aveva il cargo d'una parte e pur durò a farla tutta una giornata intera. Ne viddi far un'altra in Tunis, per un eccellentissimo maestro, il padre del quale aveva comentata la detta regola in duoi volumi: e gli uomini che fanno queste regole sono singularissimi. In tutta la mia vita ne ho veduto tre, duoi in Fez e uno in Tunis, e ho veduto ancora duoi comenti della detta regola, e un comento fatto dal Margiani, ch'era il padre del maestro ch'io viddi in Tunis, e un altro comento di Ibnu Caldun istorico. E quando alcuno avesse piacer di veder la detta regola con li suoi comenti, non spenderia manco di ducati cinquanta, perché andando in Tunis, ch'è vicino a Italia, trovaria il detto libro. Io ebbi commodità sí di tempo come di maestro, che si offeriva d'insegnarmi senza premio se io voleva imparare questa dottrina; ma a me non piacque per esser ella vietata, per insino dalla legge di Maumetto, quasi come una eresia. La cui scrittura dice che ogni indovinazione è vana, e che solo Dio sa i secreti e le cose future: perciò gl'inquisitori maumettani gli fanno alle volte mettere nelle prigioni, né cessano di perseguitare i seguaci di tal disciplina.
Regole e diversità servate da alcuni nella legge di Maumetto.
Vi sono ancora molti uomini dotti, i quali si danno cognome di sapienti e di filosofi morali, e osservano alcune leggi di piú che non furono comandate da Maumetto. E tali gli hanno per catolici e tali no, ma i volgari gli tengono santi, quantunque eglino vogliono che siano lecite molte cose le quali proibisce la legge maumettana: come, per via d'esempio, è vietato nella legge che non si canti alcuna canzona d'amore per regola di musica, ed essi dicono che ciò si può fare. Sono in essa legge molti ordini e molte regole, delle quali ciascuna ha il suo capo che le difende, e hanno dottori che difendono le dette regole, e hanno molte opere sopra il viver spirituale. Questa setta cominciò ottant'anni dapoi Maumetto, e il primo e piú famoso auttore si chiamò Elhesenibnu Abilhasen, della città di Basra, qual cominciò a dar certe regole a' suoi discepoli, ma non scrisse niente.
Passati poi cent'anni, fu un altro valentissimo uomo in tal materia, nominato Elharit Ibnu Esed, della città di Bagaded, il quale scrisse una bell'opera universalmente a tutti i suoi discepoli. Dipoi questa setta fu dai legisti appresso i pontefici vituperata, e dannati tutti quegli che le regole di costui osservassero. Suscitò la medesima setta d'indi a ottanta anni, e vi fu capo un altro valentissimo uomo, il quale fu seguito da molti discepoli, e predicava la sua dottrina publicamente, di maniera che tutti i legisti, insieme col pontefice, lui e' suoi seguaci alla morte dannarono e determinarono che a ciascuno fosse tagliata la testa. Il che inteso da questo capo, egli di subito scrisse una lettera ai pontefici, pregandogli che gli concedessero grazia di poter disputar coi legisti e, se essi lo vincessero, che egli volentieri morrebbe; ma se egli dimostrasse a quelli la sua dottrina esser della loro migliore, non era onesto che tanti poveri innocenti per falsa calunnia dovessero perire. Al pontefice parve la dimanda giusta, e gli concedette la grazia. Venuto adunque l'uomo dotto alla disputa, con molta facilità superò tutti i legisti, a tanto che il pontefice lagrimando si convertí, chiamato alla setta del medesimo, e sempre, mentre ei visse, la favoreggiò, faccendo fabricar monasteri e collegi per li seguitatori di lei.
Durò questa setta altri cento anni, insino a tanto che venne d'Asia Maggiore Malicsach imperadore, della stirpe e origine de' Turchi, il quale perseguitò la detta setta. E alcuni si fuggirono al Cairo, alcuni alla Arabia, e rimasero venti anni iscacciati, che fu insino che regnò Caselsah, nipote di Malicsach. Il cui consigliere, il quale era uomo di grande spirito, chiamato Nidam Elmule, essendo di questa setta, la ritornò in piè e la sollevò e piantò per sí fatta maniera che, per opera d'un dottissimo uomo detto Elgazzuli, il quale ne compose un nobile volume diviso in sette libri, pacificò insieme i legisti con i seguaci di questa setta. A tale che i legisti ebbero titolo di dottori e di conservatori della legge del profeta, e questi s'addimandarono intenditori e riformatori di essa legge. Questa unizione durò insino che Bagded fu rovinata da' Tartari, il che fu negli anni secentocinquantasei, di legira. Ma pure la divisione non le nocque, percioché già tutta l'Africa e l'Asia era piena de suoi discepoli.
A que' tempi non soleva entrare in tal setta se non uomini dotti in ogni facultà, e sopra tutto intendentissimi della scrittura, per poter molto ben difenderla e confutare la parte contraria. Ora da cento anni in qua ogni ignorante vi vuole entrare, e dicono che non bisogna dottrina, percioché lo spirito sancto a quei che hanno il cuor mondo apre la cognizion della verità, e adducano in lor favore alcune altre deboli ragioni. Di qui, lasciando i comandamenti sí soverchi come necessarii della regola da parte, non serbano altri ufici di quello che faccino i legisti: ma bene si pigliano tutti i piaceri che tengono leciti nella regola, percioché fanno spessi conviti, cantano amorose canzoni e danzano lungamente, alle volte alcuno d'essi squarciandosi il vestimento, secondo il proposito dei versi che cantano e secondo la fantasia che gli dà el cervello di questi uomini discostumati. Dicono che allora sono riscaldati dalle fiamme dello amore divino: e io penso che 'l siano riscaldati dalla soverchia copia dei cibi, percioché ognuno di questi piglia quel cibo che sarebbe a tre uomini di soverchio. O, quello che piú vero mi pare, fanno questi gridi molte volte accompagnati da pianti per l'amore che essi portano a certi sbarbati giovani, percioché non rade volte aviene che qualche gentiluomo invita alle sue nozze uno di questi principali e maestri con tutti li suoi discepoli, i quali, nell'entrar del convito, dicono orazioni e canzoni divine; e come è fornita la cena, incominciano i maggiori d'età a isquarciarsi le gonne, e nel danzare, s'alcuno degli attempati cade, subito è raccolto e dirizzato in piè da uno dei giovanetti discepoli, il quale le piú volte lascivamente bacia. Per tal cagione è nato un proverbio, che in Fez è in bocca di ciascuno, cioè il convito de' romiti: e dinota che, fornito il convito, ogniuno di que' fanciulli diventa sposa del suo maestro, percioché costoro non possono prender moglie e sono chiamati i romiti.
Diverse altre regole e sette, e superstiziosa credulità di molti.
Fra queste sette sono alcune regole istimate eretiche appresso l'una e l'altra sorte di dottori, percioché non solo sono differenti dall'altre nella legge, né eziandio nella fede. Sono invero alcuni, i quali hanno ferma oppenione che l'uomo, per le sue buone opere, per li digiuni e per l'astinenze, possa acquistare una natura angelica: percioché dicono ch'egli purifica l'intelletto e il cuore, di maniera che non può peccare ancora ch'egli volesse. Ma fa di bisogno ch'ei primieramente passi per cinquanta gradi di disciplina: e benché esso pecchi avanti che abbia passati i cinquanta, Iddio piú non gli ascrive il peccato. E questi invero fanno strani e inestimabili digiuni ne' principii; dipoi pigliano tutti i piaceri del mondo. Hanno eziandio una stretta regola, fatta da uno eloquente e dotto uomo in quattro volumi, il cui nome fu Essehrauar de Sehrauard, città in Corasan.
V'è un altro auttore, detto Ibnul Farid, il quale recò tutta la sua dottrina in versi molto leggiadri; ma i detti versi sono tutti pieni d'allegorie, né pare che d'altra cosa trattino che d'amore. Perciò uno, detto Elfargani, comentò la detta opera, e trasse di lei la regola e i gradi che si debbono passare. Fu questo poeta di tanta eleganza, ch'altro i seguaci di queste sette non usano di cantare ne' lor conviti che i versi suoi, percioché da trecento anni in qua non fu mai una lingua piú culta di quella serbata di lui. Tengono costoro che le sfere e il fermamento, gli elementi, i pianeti e tutte le stelle siano un dio, e che niuna fede né legge possa essere in errore, percioché tutti gli uomini nel loro animo si pensano d'adorar quello che merita d'essere adorato. E credono che la scienza di Dio si contenga in un uomo, che è detto elcotb, eletto e partecipe di Dio, e in quanto al sapere come Dio. Ce ne sono quaranta altri uomini appresso loro, i quali sono appellati elauted, cioè li tronchi, percioché essi sono di minor grado e di minor scienza. Quando muore lo elcotb, da questi quaranta un altro se ne crea, e questo si sortisce dal numero di settanta. Ve ne sono altri settecentosessantacinque, de' quai non mi ricorda il titolo; ma morendo uno dei settanta, un altro vi se ne aggiunge di tale numero.
Vuole la lor legge che essi vadino scognosciuti per lo mondo, o a guisa di pazzi o di gran peccatori o del piú vile uomo che sia. Sotto adunque di cotale ombra, molti barri e scelerati uomini vanno discorrendo per l'Africa ignudi, dimostrando le loro vergogne, e sono cotanti sfrenati e senza rispetto niuno che, come fanno le bestie, alle volte nel mezzo delle publiche piazze usano con le femine: e nondimeno dal volgo sono tenuti santi. Di questa canaglia ve n'è gran quantità in Tunis, ma molto piú in Egitto e massimamente nel Cairo. E io nel detto Cairo, nella piazza detta Bain Elcasrain, viddi con gli occhi proprii un di loro pigliar una bellissima giovane, ch'usciva pur allora della stufa, e coricarla nel mezzo della piazza e carnalmente conoscerla. E tosto che egli lasciò la donna, tutti correvano a toccarle i panni, come a cosa divota e tocca da santo uomo, e dicevan fra loro che questo santo uomo fingeva di far il peccato, ma che non lo fece. Il che inteso dal marito, l'ebbe egli per una rara grazia, e benediceva Dio faccendo conviti e feste solenni, con dar elemosine per cosí fatta grazia. I giudici e i dotti della legge volevano a tutte le vie castigar quel ribaldo, ma furno a pericolo d'essere uccisi dal popolo, perché, come io ho detto, ciascun di questi tali è in gran venerazione appresso il volgo e ne ha tutto dí doni e presenti inestimabili, e ho visto piú cose particolari ch'io mi vergogno a narrarle.
Caballisti e altre sette.
V'è un'altra regola d'alcuni che si possono addimandar caballisti, i quai stranamente digiunano, né mangiano carne d'animale alcuno, ma hanno certi cibi e abiti ordinati e diputati per ciascuna ora di dí e di notte, e certe particolari orazioni secondo i giorni e i mesi, traendo le dette orazioni per via di numeri; e usano di portare nella loro persona alcuni quadretti dipinti, con caratteri e numeri intagliati per entro. Appresso dicono che gli spiriti buoni loro appariscono, e con essi parlano, e lor danno universal notizia delle cose del mondo. Fu di questi uno eccellentissimo dottore detto il Boni, il quale compose la lor regola e orazioni, come si fan detti quadretti; e io ho veduto l'opera, e parmi che piú tosto questa scienza tenga forma di magica che di cabala. L'opere piú famose sono circa otto: l'una è detta Ellumha Ennoramita, cioè dimostramento di lume, e in questa sono ordinate le orazioni e i digiuni; l'altra si dice Semsul Meharif, cioè il sole delle scienze, in cui si contiene il modo di fare i quadretti e dimostra l'utile che se ne trae; la terza è intitulata Sirru Lasmei Elchusne, cioè la virtú che tengono i novantanove nomi di Dio, e questa io vidi in Roma in mano d'uno ebreo veneziano. V'è un'altra regola in queste sette, che è detta la regola di suuach, cioè di certi romiti i quali vivono in boschi e luoghi solitari, né d'altro si pascono che d'erbe e di frutti salvatichi; e niuno è che possa particolarmente intender la vita loro, percioché fuggono ogni umana domestichezza.
Ma troppo mi discosterei dal proposito dell'opera, se minutamente vi volessi seguire di tutte le diverse sette maumettane. Chi piú ne desidera di vedere, legga un'opera di uno che si chiama Elacfani, che diffusamente tratta di diverse sette che procedano dalla fede macomettana, le quali sono settantadue principali; e ciascun tiene che la sua sia la buona e la vera, nella quale si possa l'uomo salvare. È vero che a questa età altre quasi che due non se ne truovano: l'una è quella di Leshari, che si estende per tutta Africa, Egitto, Soria e Arabia e tutta la Turchia; e l'altra dell'Imamia, che per tutta Persia si truova e in qualche città di Corasan. Questa tiene il Sofi re di Persi, e per tal setta quasi tutta l'Asia è distrutta, percioché avanti tenevano la detta setta del Leshari; il detto re piú volte ha voluto che per forza d'arme si tenga la sua. Egli è vero che communemente quasi una sola setta abbraccia tutto il dominio de' maumettani.
Investigatori di tesori.
In Fez sono pure alcuni uomini che si dicono elcanesin, i quali attendono a cercar tesori, che essi credono che siano sepolti nelle fondamenta delle antiche ruine. Va questa sciocca gente fuori della città ed entra in molte grotte e cave per trovar detti tesori, avendo per verissima opinione che, quando a' Romani fu levato l'imperio dell'Africa, e che essi fuggirono verso la Betica di Spagna, sotterrassero in quel d'intorno molte preciose e care cose, le quali non poterono portar seco, e quelle incantarono; e per questa causa cercano d'aver incantatori di detti tesori. Né mancano di quegli che dicono nella cotal cava aver veduto oro, e altri argento, ma che non gli hanno potuti cavare per non aver gl'incanti e li profumi appropriati; e con questa loro vana credenza cavando la terra, guastano sovente gli edifici e le sepolture, e si conducono talvolta dieci e dodici giornate lontani da Fez. E la cosa è ita tanto avanti che, avendo eglino libri i quali fanno menzione d'alcuni monti e luoghi dove sono ascosi molti tesori, gli serbono per oracoli. E prima che io mi partissi di Fez, essi sopra questa lor pazzia crearono un consule e, dimandando licenza ai padroni dei luoghi, come avevano cavato quanto volevano gli ristoravano d'ogni lor danno.
Alchimisti.
Né pensate che vi manchino gli alchimisti, anzi ve ne sono in molta copia di quegli che studiano in quella folle vanità, e sono pure i piú lordi uomini e quelli che piú puzzano del mondo, per il solfore e altri odori tristi. E la sera quasi per ordinario si riducono insieme molti di loro nel tempio maggiore, e disputano di queste loro false imaginazioni. E hanno molte opere in la detta arte, composte per uomini eloquenti: e la prima è intitulata di Geber, che fu anni cento dapoi Macometto, qual vien detto che fu greco rinegato, e l'opera sua e tutte le ricette sono scritte per allegoria. V'è ancora un altro autore che ha fatto un'altra opera grande, chiamato Attogrehi, che fu secretario del soldan di Bagadet, come abbiamo descritto nella vita de' filosofi arabi. E un'altra composta in cantiche, dico tutti gli articoli di quest'arte, e il maestro si chiamava Mugairibi, che fu di Granata: e fu comentata da un mamalucco di Damasco, uomo dottissimo di tal arte, ma il comento è piú difficile ad intender che non è il testo. Questi archimisti sono di due sorti: alcuni vanno cercando lo elisir, cioè la materia che tigne ogni metallo e vena; e altri si danno a investigar la moltiplicazion della quantità de' metalli, per via di mescolar l'un con l'altro. Ma io ho veduto che 'l fine di costoro le piú volte è il condursi a falsificar monete, onde la piú parte in Fez si dimostrano senzamano.
Ciurmatori e incantatori di biscie.
Sono finalmente in questa città molta copia di quella disutil canaglia che in Italia ha cognome di ciurmatori. E cantano questi cotai uomini di niun prezzo per le piazze romanze, canzone e tai sciocchezze, sonando certi loro tamburi, viole, arpe e altri strumenti, e vendono all'ignorante turba certi motti e brevi che, come essi dicono, sono contra a diversi mali. A questi s'aggiunge un'altra sorte di vilissimi uomini, i quali sono tutti d'una famiglia e vanno per la città faccendo danzar le simie, e portando d'intorno al collo e nelle mani molte biscie. Fanno ancora alcune figure di geomanzia, e predicono la ventura alle donne. Appresso menano con esso loro alcuni, come si dice in Italia, stalloni, e fanno a prezzo ingravidar le cavalle di chi vuole.
Ora io potrei seguir d'alcune altre particolarità circa agli uomini della città: ma basta dire ch'essi sono per la maggior parte ispiacevoli e poco amano i forestieri, benché non ve n'è molto numero di detti forestieri, perché la città è discosta dal mare cento miglia, e da esso mare a lei sono vie aspre e disagevoli molto per forestieri. Dirò ancora i signori esser superbissimi, in tanto che pochi praticano con loro; il simile fanno li dottori e giudici, che per reputazione non vogliono praticare se non con pochi. Nondimeno la conclusione è la città esser bella, commoda e bene ordinata. E come che al tempo del verno vi sia gran fango, di maniera che fa di mestiero di camminar per le strade con certi zoccoli ch'essi usano, tuttavia danno certi esiti a canali, in modo che i detti ne lavano tutte le contrade. E dove non sono canali fanno raccorre il fango e, caricandolo sopra le bestie, lo fanno gettar nel fiume.
Borghi che sono fuori della città.
Fuori della città, dal canto di ponente, è un borgo che fa circa a cinquecento fuochi; ma tutte le case sono brutte, nelle quali abitano genti vili, come sono quegli che guidano i cameli e che portano l'acque e tagliano le legne nell'oste del re. Nondimeno è questo borgo fornito di molte botteghe e d'ogni spezie d'artigiani. V'abitano anco tutti i ciurmatori e sonatori di poca stima; di meretrici v'è altresí gran numero, ma sono brutte e vili. Nella strada maestra del borgo sono molte fosse cavate per forza di scalpelli di ferro, per esser il luogo di pietra tevertina, nelle quali si soleva tener il grano de' signori, ché non abitavan allora in detto borgo se non li guardiani de' grani; ma, dapoi che cominciorono le guerre e che li grani eran tolti, furono fatti li granari in la città di Fessa nuova, e quelli ch'eran di fuori furono abbandonati. Ma dette fosse sono mirabili di grandezza, che la piú piccola tiene mille ruggi di grano, e sono cento e cinquanta fosse, al presente tutte scoperte; e molti alcune volte all'improviso vi cascano dentro, e per questo v'hanno fatto certi muretti intorno delle bocche di quelle. Il castellano di Fez, quando avviene che egli faccia qualche segreta giustizia, fa gettare i corpi de' rei nelle dette fosse, perché è una porticella secreta nella rocca che a quei luoghi risponde. Quivi è il giuoco de' barri, ma non vi si giuoca se non a dadi. Quivi ciascuno può vender vino, far la taverna e publicamente tener meretrici: onde si può dire che il detto borgo sia il ricetto di tutta la sentina della città. E poi che sono passate le venti ore, in tutte le botteghe un solo non si vede, perché ciascuno si dà ai balli, ai giuochi, alle lussurie e alle imbriacaggini.
V'è un altro borgo della detta città dove abitano gli infermi di lepra, il quale fa circa a dugento case. E questi infermi hanno il lor priore e capo, che raccoglie l'entrate di molte possessioni donate loro per l'amor di Dio da gentiluomini e altri, e sono serviti di maniera che di niuna cosa hanno bisogno. E questi priori hanno cura di tener la città netta di cotali infermi, e anco autorità, come cognoscono alcun che sia ammalato di tal male, di farlo menar fuori della città e farlo abitar in detto borgo; e se alcun muore senza erede, l'una metà del suo avere compartono alla comunità del borgo, l'altra è di colui che dà l'indizio di ciò; e se 'l leproso avesse figliuoli, la roba è de' figliuoli. È da sapere che nel numero di tai infermi leprosi s'includono ancora quei che hanno alcune macchie bianche sul corpo e altre incurabili infermità.
Oltre a questo borgo un altro, ve n'è, dove abitano molti mulattieri, pignattari, muratori e legnaiuoli; il borgo è picciolo e fa circa a centocinquanta fuochi. Ancora su la via verso ponente è un altro borgo grande, il quale fa circa a quattrocento fuochi; ma pur è di tristi casamenti e abitato da poveri uomini e villani, che o non possono o non vogliono star nel contado. Vicino al detto borgo è una gran campagna, la quale s'estende dal borgo fin al fiume, che è circa a due miglia, e si dirizza verso ponente circa a tre. In questa campagna si fa il mercato ogni giovedí, e vi si raguna gran quantità d'uomini con li loro bestiami, e i botteghieri portano le loro robe di fuori, e ciascuno tende il suo padiglione. V'è un costume che una piccola brigata di gentiluomini si riduce insieme, i quali fanno ammazzare un castrato al beccaio e spartono tra loro tutta quella carne, e danno per pagamento a colui la testa e i piedi, e la pelle vendono alli mercatanti di lana. Delle robe che in questo mercato si vendono poca gabella si paga, la quale sarebbe soverchio a dire. Questo non voglio tacere, me non aver veduto né in tutta l'Africa né in Asia né in Italia mercato dove si truovino tante persone e tante robe, che nel vero è una cosa inestimabile.
Sono ancora fuori della città certe rupi altissime, le quali cingono una fossa larga due miglia; e su le dette rupi tagliano le pietre con che si fa la calcina. Per tutta la fossa sono molte fornaci, dove si cuoce essa calcina; e queste fornaci sono grandi, di modo che tale ve né che vi capiranno seimila moggia di calcina. Questo uficio fanno fare i gentiluomini ricchi, ma di piccola nobiltà. Dalla parte di ponente, pur fuori della città, sono circa cento capanne fabricate su la riviera del fiume: queste sono tenute da quegli che fanno biancheggiare le tele. Il che è in tal guisa: ciascuno ogni anno ne' tempi buoni bagna le sue tele e le stende in un prato vicino alla sua capanna; e come costoro le veggono asciutte, con certe secchie di cuoio, che hanno cotai manichi di legno, pigliano l'acqua del fiume o di certi canaletti e la spargono su le dette tele; e venuta la sera, ciascuno raccoglie le sue tele e se le porta a casa, o a certi luoghi a ciò deputati. E i prati dove si stendono le dette tele serbano per tutto l'anno le sue erbe fresche e verdi; e di lontano è un bello spettacolo all'occhio il veder sopra il verde la candidezza di quelle tele. E l'acqua del detto fiume, che è molto chiara, pare da lontano che l'abbia colore di azurro: per il che molti poeti parimente in lode di ciò compongono elegantissimi versi.
Sepolture comuni fuori della città.
V'ha d'intorno molti campi dove si sepelliscono i corpi morti, i quali per amor di Dio sono da' gentiluomini donati a comune sepoltura. Pongono sopra il corpo, cioè sul terreno, un sasso fatto a modo di triangolo, ma è lungo e sottile. Agli uomini notabili e di qualche riputazione sogliono metter da capo una tavola di marmo, e una da piedi, ne' quali vi sono intagliati versi a consolazione di cosí duro e amaro passo; e piú a basso v'è il nome, la casata di ciascuno e parimente il giorno e l'anno che moritte. E io posi molta cura in raccoglier tutti gli epitaffi che io viddi, non solamente in Fez ma in tutta la Barberia: e questi ho ridotti in un piccolo volume, del quale feci dono al fratello del re che vive oggidí, quando morí il loro padre re vecchio. Infra quei versi sono alcuni atti a dare buon animo e consolazione della morte, e alcuni accrescono piú maninconia e tristezza: ma bisogna aver pazienzia o per l'uno o per l'altro.
Sepolture di re.
Fuori della città è similmente un palazzo verso tramontana, sopra un alto colle, nel quale molte sepolture si veggono d'alcuni re della casa di Marin, e sono fatte con bellissimi ornamenti e pietre di marmo, con epitaffi di lettere intagliate nel marmo, e adorne con finissimi colori, di maniera che empiono gli occhi di maraviglia di chi le mira.
Giardini e orti.
Dalla parte cosí di tramontana e di levante come eziandio di mezzogiorno, vi sono moltissimi giardini ripieni d'ogni maniera di frutti; e gli alberi sono grossi e alti, e per entro i giardini passano alcuni piccoli rami del fiume. Ma, per la stessa quantità dei detti alberi, paiono questi giardini boschi, né s'usa coltivare il terreno; è vero che il maggio l'adacquano tutto, e per tal cagione gran copia vi nasce di frutti, e tutti sono di perfetta bontà, eccetto le persiche, le quali non hanno molto buon sapore. E stimasi che alle stagioni si vendono di detti frutti ogni dí cinquecento some, trattone fuori l'uve, ch'io non pongo in questo numero. E tutte le dette some vanno a un luogo della città dove pagano certa gabella, e quivi si vendono all'incanto in presenza de' fruttaruoli. E in quella medesima piazza si vendono ischiavi neri, e ivi si paga la gabella di quelli.
Ancora verso ponente è un terreno largo circa a quindici miglia e lungo circa a trenta, il quale è tutto ripieno di fontane e di fiumicelli, ed è del tempio maggiore. Questo luogo è tenuto a pigione dagli ortolani, i quali vi seminano gran quantità di lino, melloni, zucche, cetriuoli, carote, navoni, radicchi, cavoli cappucci e tai erbe. In modo che si crede ch'al tempo della state se ne cavi quindicimila some di frutti e altretante l'inverno. È vero che l'aere d'intorno è cattivo, e la piú parte degli abitatori ha il viso di color giallo: patiscono spesse febbri, e gran quantità ve ne muore
Fez città nuova.
La nuova città di Fez è tutta cinta di due bellissime, altissime e fortissime mura; e fu edificata in una bellissima pianura appresso il fiume, discosto dalla vecchia circa a un miglio nella parte di ponente, e quasi verso mezzogiorno. Fra le due mura passa ed entra una parte del fiume, cioè dal lato di tramontana, dove sono i suoi mulini, e l'altra parte del detto fiume si divide in due: l'una ne va fra Fez nuova e la vecchia a canto la rocca, e l'altra passa oltre per certe valli e giardini vicini alla vecchia, per insin ch'ella entra in lei di verso mezzogiorno; quell'altra parte se n'entra alla rocca e passa per lo collegio del re Abuhenan.
Questa città fece edificar Giacob figliuolo di Abdulach, primo re della casa di Marin, il quale acquistò il regno di Marocco e discacciò i suoi re. E nel tempo ch'egli era in guerra con i re di Marocco, allora il re di Telemsin gli dava grande impaccio, compiacendo ai re di Marocco e per non lasciar crescere la casa di Marino. Ora, come questo Giacob ebbe spedita la guerra di Marocco, gli venne fantasia di far vendetta contra il re di Telemsin, con il quale volendo far guerra, s'avvidde che il luogo dove furon le fortezze di quel regno eran molto discosto da Telemsin. Per il che deliberò che si facesse la detta città, e quivi tramutar il reale seggio di Marocco; e cosí fece, chiamandola Città Bianca: ma il volgo dipoi la dimandò Fez nuova. Fecela quel re dividere in tre parti, l'una separata dall'altra. In una parte diè luogo al palazzo reale e ad altri palazzi per li suoi figliuoli e pei fratelli, e volle che tutti avessero i suoi giardini; e appresso il suo palazzo fece edificare un bellissimo tempio, molto adorno e con maraviglioso ordine. Nella seconda parte fece far grandissime stalle per li cavalli cavalcati dalla sua persona, e molti palazzi per li suoi capitani e uomini piú eletti della sua corte. Dalla porta dal lato di ponente fino alla porta che guarda verso levante fu ordinata e fatta la piazza della città, il cui tratto per lunghezza è poco meno d'un miglio e mezzo; e per entro sono le botteghe de' mercatanti e artigiani d'ogni sorte. Appresso la porta di ponente, cioè al muro secondo, fece fare una grandissima loggia con molte altre loggiette, dove avesse a stare di continuo il custode della città con i suoi soldati e ministri. Appresso a queste volle che fosser fatte due bellissime stalle, nelle quali potessero stare agiatamente trecento cavalli deputati alla guardia del suo palazzo. La terza parte della città fu assegnata per gli alberghi della guardia della persona del re, che allora erano certi uomini di levante, le cui arme erano gli archi, percioché allora in que' paesi non era passato l'uso delle balestre; ai quali uomini il re dava buona provisione.
Ora per la detta piazza sono molti tempii e stufe bellissime, e fatti con grandi spese. E appresso il palazzo del re è il luogo dove si batte la moneta, che è detto la zecca, la quale è fatta in forma d'una piazza quadra, e d'intorno vi sono alcune loggiette, nelle quali sono le case de' maestri. Nel mezzo è un'altra loggia dove siede il signor della zecca con li suoi notai e scrivani, percioché detta zecca, come in altri luoghi, è un officio che si fa pel re, e l'utile è suo. Vicino alla zecca v'è un'altra piazza, nella quale sono le botteghe degli orefici, il lor consule, e quello che tiene il sigillo e la forma delle monete. Né in Fez si può fare anello o altro lavoro d'argento o d'oro se prima il metallo non è suggellato, se non con molta perdita di colui che lo volesse vendere; ma essendo suggellato si paga il prezzo consueto, e si può spendere come si fanno le monete. E la maggior parte di questi orefici sono giudei, i quali fanno i lavori in Fez nuova e gli portano a vender nella vecchia a una piazza loro assegnata, la quale è appresso gli speziali. Percioché nella vecchia Fez non si può batter né oro né argento, né alcun maumettano può usar l'arte dell'orefice, perché essi dicono essere usura a vender le cose fatte o d'argento o d'oro per maggior prezzo di quello che le pesano. Ma i signori danno libertà a' giudei di farlo; pure ve ne sono alcuni pochi che fanno lavori solamente per li cittadini, né altro guadagnano che la fattura. E quella parte dove anticamente abitava la guardia degli arcieri oggi è tenuta da' giudei, perché i re moderni non tengono piú quella guardia, i quali prima abitavano nella città vecchia. Ma ciascuna volta che ne seguiva la morte d'un re i mori gli saccheggiavano, e fu di mestiere che 'l re Abusahid gli facesse tramutar dalla città vecchia alla nuova, raddopiando loro il tributo, dove oggidí dimorano, che è in una molto longa e molto larga piazza, nella quale hanno le lor botteghe e case e sinagoghe. E questo popolo è tanto accresciuto che non si può truovare il numero, massimamente doppo che i giudei furono scacciati dal re di Spagna. Essi sono in disprezzo appresso ciascuno, né alcun di loro può portare scarpe, ma usano certe pianelle fatte di giunchi marini, e in capo alcuni dolopani neri; e quelli che vogliono portar berretta, conviene che portino insieme un panno rosso attaccato alla berretta. Il loro tributo è di pagare al re di Fez quattrocento ducati il mese.
In fine la detta città fu, nello spazio di cento e quaranta anni, fornita di forte mura e di palazzi, tempii e collegii, e di tutti quelli ornamenti che può avere una città. E credo che maggior fusse la somma di quello che fu speso nei detti ornamenti, che non fu nelle mura che la cingono. Fuori di lei sopra il fiume furono fatte certe ruote molto grandi, le quali levano l'acqua dal fiume e la mandano sopra le mura della città, dove sono fatti certi canaletti che la conducono ai palazzi, ai giardini e ai tempii. E queste ruote son fatte a' nostri tempi, cioè da cento anni in qua, percioché per adrieto l'acqua veniva alla città per un canale, cioè acquedutto, che usciva d'una fontana discosta dalla città dieci miglia, lo qual canale è fatto sopra certi archi molto ben formati. E dicesi che 'l detto canale fu invenzione d'un maestro genovese, a que' tempi molto favorito mercatante del re. E le ruote fece un Spagnuolo, le quali sono veramente cosa mirabile, massimamente che in tanto furor d'acqua non si rivolgono piú che vintiquattro volte fra il dí e la notte. Restami a dire che in questa città non abitano molti nobili, trattone il parentado de' signori e qualche cortigiano; il rimanente è di persone ignobili e poste a vili ufici, percioché gli uomini di riputazione e di bontà non si degnano d'essere ammessi negli ufici della corte, né simigliantemente di dar niuna delle lor figlie a quelli che sono della casa del re.
Ordine del vivere che s'usa nella corte del re di Fez.
Fra tutti i signori dell'Africa non si truova che alcuno fusse creato re o principe per elezione del popolo, né chiamato da provincia né da città alcuna. E nella legge di Maumetto non è verun signor temporale che dir si possa legittimo, eccetto i pontefici. Ma poscia che venne a meno la podestà de' pontefici, tutti i capi de' popoli ch'erano ne' diserti s'incominciarono accostare ai paesi abitati, e per forza d'arme statuivano diversi signori, contra la legge di Maumetto e contra i pontefici loro. Come è avvenuto in levante, che i Turchi, i Curdi, i Tarteri e altri, venendo da quella parte, s'insignoreggiavano de' terreni di chi meno poteva, cosí nell'occidente regnò il popolo di Zeneta, cosí quel di Lontuna, dipoi i Predicatori, dipoi le famiglie di Marin vi regnarono. È vero che la gente di Lontuna venne in favore e soccorso de' popoli di ponente, per liberargli dalle mani degli eretici. E in questi vi furono i signori amici del popolo; poi incominciarono a sollevar la tirannide, come s'è veduto. Per cotal cagione adunque al presente non si fanno i signori per vera eredità, né per elezione del popolo, de' maggiori e del capitano, ma ciascun principe, prima che venga a morte, lega e astrigne i maggiori e piú possenti uomini della corte a crear principe, doppo la morte sua, o figliuolo o fratello del detto. Né perciò molte volte sono osservati i giuramenti, percioché quasi sempre avviene che eleggono per lor signore colui che piú piace loro.
In questa guisa si suol far la creazione del re di Fez, il quale, subito che è publicato re, fa uno de' suoi piú nobili suo maggior consigliere, e gli assegna un terzo dell'entrata del suo regno. Doppo elegge un secretario, il quale serve e per secretario e per tesoriere e per maggiordomo. Crea dapoi i capitani della cavallaria, che son diputati alla custodia del regno, e questi il piú del tempo stanno con lor cavalli nella campagna. Appresso per ciascuna città stabilisce un governatore, il quale si gode gli usufrutti delle città, con obligazioni di tener tanto numero di cavalli a sue spese a' comandi del re, cioè qualunque volta gli fa bisogno di fare esercito. Dipoi fa certi commissari e fattori sopra i popoli che abitano ne' monti, e ancora sopra gli Arabi che gli son soggetti. I commissari amministrano la giustizia secondo la diversità delle leggi de' detti popoli; i fattori hanno carico di riscuotere l'entrate, e tenervi diligente conto de' pagamenti ordinari e di quelli che non sono ordinari. Dipoi ordina certi baroni, che sono detti nella lingua loro i custodi, ciascuno de' quali ha un castello overo uno o due villaggi, e di quelli cava certa entrata per lo vivere, e per poter mantenere qualità e condizione d'accompagnare il re nell'esercito. Ancora tiene cavalli leggieri, a' quali egli fa le spese a modo suo quando stanno in campo, ma a tempo di pace dà a costoro grano, butiro e carne da insalare per tutto l'anno, ma pochissimi danari; è vero che gli veste una volta l'anno. Né questi hanno cura de' lor cavalli, né fuori né meno nella città, percioché il re d'ogni cosa gli fornisce. E tutti i famigli della stalla sono schiavi cristiani, e portano grosse catene a' piedi; ma quando l'esercito va fuori, i detti cristiani cavalcano su camelli da some. Tiene ancora un altro commissario sopra a' camelli, il quale dà ricapito a' pastori e dispensa fra loro le campagne, e provede del numero di camelli che fanno di mistiero alle bisogne del re; e ogni camelliero tiene due camelli in ordine, per cargare secondo che li vien comandato. Tiene appresso un dispensatore, che ha carico di fornire, custodire e dispensar le vettovaglie per lo detto re e per lo esercito; e questo tiene dieci o dodici padiglioni grandi, dove dipone le dette vettovaglie, e di continuo muta e rimuta camelli in farvene portar di nuove, accioché l'esercito non patisca. Sotto di questi sono i ministri della cucina. V'è poi un maestro di stalla, il quale ha cura di tutti i cavalli, muli e camelli del signore; ed egli delle cose necessarie, sí per questi come per la famiglia che gli governa, è fornito dal dispensatore. Tiene eziandio un commessario sopra le biade, che ha carico di far portar l'orzo e ciò che bisogna al mangiar delle dette bestie; e questo commissario ha cancellieri e notai, per notare e scrivere tutta la biada che si dispensa e renderne conto al maggiordomo. Tiene somigliantemente un capitano di cinquanta cavalli, quali sono a guisa di cursori, i quali fanno l'imposizioni da parte del segretario del re, in nome del detto re. Ancora tiene un altro molto onorato capitano, il quale è come capo di guardia segreta, e ha auttorità di comandar da parte del re agli ufficiali, che faccino le esecuzioni e le confiscazioni e servino giustizia; può prendere i grandi uomini, mettergli nelle prigioni, usare in quelli la severità della giustizia, se gliel comanda il re.
Tiene il detto re eziandio appo lui un fedel cancelliere, in poter del quale è il sigillo del re; e scrive egli le lettere che occorrono di sua mano, sigillandole con quello. Di staffieri ve n'ha grandissima quantità, i quali hanno un capitano loro, che gli accetta, iscaccia e divide tra loro il piú e il meno del salario, secondo la loro sufficienza; e quando il re dà l'udienza, il detto capitano gli è sempre presente, e fa quasi l'uficio d'un capocameriere. Tiene ancora un capitano sopra i carriaggi, il cui uficio è di far portare i padiglioni ne' quali alloggiano i cavalli leggieri del detto re; ed è da sapere che i padiglioni del re son portati dai muli, e quei de' soldati dai camelli. Tiene una brigata di banderari, i quali per cammino portano gli stendardi piegati, ma uno, che sempre va dinanzi all'esercito, porta un stendardo spiegato e alto; e tutti questi banderari sono guide, e sanno le vie, i passi de' fiumi e de' boschi. E tiene gran quantità di tamburini, i quali tengono certi tamburi fatti di rame a modo d'un gran catino, larghi di sopra e stretti di sotto, e dalla parte di sopra sono coperti di pelle; e gli portano su cavalli che hanno i bastili, ma tengono dirimpetto al tamburo alcuni contrapesi, percioché essi assai pesano. E sono questi cavalli de' migliori e de' piú presti corridori ch'aver si possano, percioché è tenuto a gran vergogna quando si perde il tamburo; e detti tamburi suonano tanto forte e con sí orribil suono che si fanno sentire a gran pezza di lontano, e fanno tremare i cavalli e gli uomini; e gli suonano con i membri de' tori. I trombetti non sono tenuti a spesa del re, ma quei della città, a tutto loro costo, sono obligati di dargli un certo numero; e i detti cosí sono adoperati alle mense del re, come nello attaccarsi delle battaglie. E ha un maestro di ceremonie, il quale, quando il re chiama il consiglio o dà udienza, sempre sta a' piedi del detto, ordinando i luoghi e faccendo parlar l'un doppo l'altro, secondo i gradi e le dignità. La famiglia del re è per la piú parte di certe negre ischiave, e di queste sono le cameriere e le donzelle; nondimeno sempre ei piglia la sua moglie bianca. Tiene ancora alcune schiave cristiane, e queste sono o spagnuole o portogallese. E tutte le donne sono sotto la guardia degli eunuchi, che sono pure schiavi negri.
Questo re invero ha gran dominio, ma piccola entrata, la quale appena aggiunge a numero di trecentomila ducati; e di questa eziandio non perviene alle mani sue la quinta parte, percioché il rimanente è assegnato come di sopra abbiamo detto. Anco la metà di cotali entrate è in grani, in bestiame, in olio e in butiro, e si cava per piú vie. Alcuni luoghi pagono, per tanto terreno quanto in un giorno possono arar un paio di buoi, un ducato e un quarto. Altrove si paga per ogni fuoco altretanto. Altri luoghi sono, ne' quali per ciascun uomo dai quindici anni in su si paga pure altretanto. In altri e dell'un e dell'altro. Né v'è altra gravezza che della gabella, la quale è nella città grande. Né vi voglio ascondere che a' signori temporali non è lecito, per legge di Maumetto, tenere alcuna entrata, eccetto il censo da lui ordinato. Il quale è che ciascuna persona, che ha in contanti cento ducati, sia tenuta di dare al signore, di quel numero, due ducati e mezzo l'anno, fin che dura quella quantità; e ogniuno che raccoglie del suo terreno dieci moggia di grano è obligato a dar la decima parte. E vuole che tali entrate siano date in mano del pontefice, il quale, oltre alle bisogne del signore, le dispensi alle comuni utilità; e di quelle siano aiutati i poveri, gl'infermi e le vedove, e sostenute le guerre contra a' nimici. Ma da che sono mancati i pontefici, i signori, come s'è detto, hanno incominciato a usar la tirannide: né basta loro d'aversi usurpate del tutto queste entrate, e dispensarle secondo l'appetito loro, ma v'hanno aggiunto nuovi tributi, talmente che in tutta l'Africa pochi contadini si truovano che possino avanzarsi tanto che basti loro pel vestire e pel vivere solamente. Di qui è che niun uomo dotto e da bene vuol aver domestichezza con i signori temporali, né mangiar con esso loro a una istessa mensa, né meno accettar dono o presente loro, percioché istimano che la facultà dei detti signori sia peggio che rubbata.
Tiene ancora il re di Fez di continovo in poter suo seimila cavalli pagati, e cinquecento balestrieri, e altretanti archibusieri sempre a cavallo e in ordine ad ogni suo comando. Ma ne' tempi di pace stanno dalla sua persona separati un miglio, cioè quando il re è fuori nella campagna, percioché essendo egli in Fez non si cura di guardia. Se aviene che gli bisogni far guerra con gli Arabi suoi nimici, allora non gli bastano questi seimila cavalli, ma si vale dell'aiuto degli Arabi suoi subditi, de' quali a loro spese gran quantità ne raguna: ed essi sono invero piú pratichi nella guerra che non sono i detti seimila del re.
Le pompe e le cerimonie d'esso re sono poche, e non molto volentieri sono fatte da lui; ma nelle feste o in qualche mostra è di necessità ch'egli le faccia. Queste sono tali. Quando il re vuol cavalcare, primieramente il maestro delle cerimonie fa ciò intendere ai cursori per nome del re; dipoi essi fanno intendere ai parenti del detto re, ai capitani, ai custodi e agli altri cavalieri, i quai tutti si ragunano insieme nella piazza che è fuori del suo palazzo, e per tutte le vicine contrade. E come il re esce dal palazzo, i detti cursori dividono l'ordine di tutte le cavalcature. Prima se ne vanno i banderari, dipoi i tamburini, dipoi il maestro di stalla con i suoi ministri e famigliari, poi il dispensatore con i suoi, poi i custodi, poi il maestro delle cerimonie, poi i segretari del re, il tesoriere, il giudice e il capitano dell'esercito. Poi cavalca il re, insieme col gran consigliere e con qualche principe. E cavalcano innanzi la persona del re alcuni uficiali del re, de' quali uno porta la spada, l'altro lo scudo e un altro la balestra del detto re. D'intorno gli vanno i suoi staffieri, e di questi uno porta la partigiana del re, un altro la coperta della sella insieme col capestro del cavallo; e quando il re scende a piede, con quella coperta coprono la sella, e mettono il capestro di sopra alla briglia del cavallo per tenerlo. V'è un altro staffiere il quale porta i zoccoli del re, che sono certi zoccoli fatti con bei lavori, per pompa e riputazione. Doppo il re cavalca il capo degli staffieri, dapoi gli eunuchi, dapoi la famiglia del re, dapoi i cavalli leggieri, dapoi i balestrieri e archibusieri. L'abito che allora usa il re è mediocre e onesto, e chi nol conosce non pensa che egli sia il re, percioché i suoi staffieri sono vestiti piú superbamente, e con fregiati e ricchi panni. Né alcun re o signor maumettano porta corona o cosa tale che l'assomigli in testa, percioché la legge de Maumetto glielo vieta.
Quando il re abita nella campagna, piantasi prima nel mezzo il gran tabernacolo d'esso re, il quale è fatto a guisa delle mura d'un castello con i suoi merli, è quadro da ciascun lato e tiene cinquanta braccia, e in capo di ciascun lato è una torricella fatta pur di tela con i suoi merli e coprimenti, e con alcune belle poma poste sopra il tetto di dette torricelle, che paiono d'oro. Questo tabernacolo ha quattro porte, per ciascuna delle quali vi sta la guardia degli eunuchi, e in mezzo del detto vi sono altri padiglioni. La camera nella quale dorme il re è fatta in modo che si può togliere e rimettere agevolissimamente. D'intorno al tabernacolo sono gli alloggiamenti degli uficiali e dei cortigiani piú favoriti del re, e d'intorno a questi sono ordinatamente i padiglioni dei custodi, i quali son fatti di pelli di capre, sí come quegli degli Arabi. Quasi nel mezzo c'è la dispensa, la cucina e il tinello del re, che sono tutti padiglioni invero grandissimi. Non molto lontani da questi sono i padiglioni dove alloggiano i soldati dei cavalli leggieri, i quali tutti mangiano nel tinello del re, ma in una foggia molto vile. Discosto un poco è la stalla, cioè alcuni luoghi coperti dove sono alloggiati i cavalli, a ordine l'uno a canto l'altro. Fuori del circuito dell'alloggiamento alloggiano i mulattieri del carriaggio del re, e ivi sono botteghe di beccai, di merciai ed eziandio di pizzicagnoli. I mercatanti e gli artigiani che vengono al campo s'adagiano a lato dei detti mulattieri, in modo che gli alloggiamenti del re vengono ad essere fatti come una città, percioché i padiglioni dei custodi servono in vece di mura, i quali sono fatti e piantati l'uno appresso l'altro, di maniera che non si può entrare a' detti alloggiamenti se non per li luochi ordinati. E d'intorno il tabernacolo del re tutta la notte si fa la guardia; ma è vero che i guardiani sono persone vili, né v'è alcuno che porti arme. Simile guardia si fa d'intorno la stalla dei cavalli, ma spesso, per la dapocaggine di queste guardie, non solamente sono stati rubbati dei cavalli, ma dentro il tabernacolo del re trovati uomini nimici, entrativi per ucciderlo. Il re quasi tutto il tempo dell'anno si ritruova nella campagna, sí per custodia del regno come per mantenere in pace e amicizia gli Arabi suoi soggetti; e sovente si diporta in caccie o in giuocare a scacchi.
Io non dubito di non essere stato alquanto tedioso nella lunga e molto copiosa descrizione di Fez; ma egli mi fu di necessità d'allargarmi in lei, sí perché la civiltà e l'ornamento di Barberia, overo di tutta Africa, si contiene e rinchiude nella sopra detta città, e sí ancora per darvi piena informazione d'ogni sua minima condizione e qualità.
Macarmeda città.
Macarmeda è una città vicina a Fez circa a venti miglia verso levante, la quale fu edificata da' signori di Zeneta sopra la riviera d'un fiumicello, in una pianura bellissima. Questa ne' tempi antichi aveva un gran contado, e fu molto civile. Sul detto fiume sono molti giardini e vigne. E i re di Fez solevano assegnare la detta città a' soprastanti dei camelleri; ma nella guerra di Sahid principe ella fu saccheggiata e abbandonata, e oggi altro di lei non si vede che le mura. Il contado s'affitta a gentiluomini di Fez e a qualche uomo di villa.
Hubbed castello.
Hubbed è un castello edificato su la costa d'un alto monte, il quale è discosto da Fez circa a sei miglia. E tutta la città di Fez e la campagna d'intorno si può vedere dal detto castello, il quale ebbe principio da un romito, dal popolo di Fez tenuto santo. Ma il detto castello contiene intorno poco terreno, perciò è disabitato e le case sono rovinate, eccetto le mura e la moschitta. Pure quel poco terreno che v'è è del tempio maggiore della città. Io alloggiai in questo castello quattro estate, per esservi l'aere molto buono e temperato, e il luogo solingo e ottimo per chi vuole studiare. V'alloggiai ancora percioché il padre mio ebbe molti anni il terreno appigionato dal custode del tempio.
Zauia.
Zauia è una picciola città edificata da Giuseppe, secondo re della casa di Marin, ed è discosta da Fez circa a quattordici miglia. E quivi il detto re fece fare un grande spedale, ordinando d'esser sepellito in questa città; ma ciò non consentí la fortuna, percioché egli fu ucciso fuori di Telemsin, nell'assedio ch'egli vi fece. Zauia dipoi mancò e fu rovinata, e rimase di lei solamente lo spedale con i suoi muri. L'entrata fu data al tempio maggiore di Fez, e il terreno fu coltivato da certi Arabi, che sono quasi nel contado di Fez.
Chaulan castello.
Chaulan è un antico castello fabbricato sopra il fiume di Sebu, lontano da Fez circa a otto miglia verso mezzogiorno. Fuori del detto castello v'è un bagno d'acqua caldissima, e Abulhesen, quarto re della casa di Marin, fece fare un belissimo edificio sul detto bagno; onde i gentiluomini di Fez sogliono una volta l'anno nel mese d'aprile venire a questo bagno, e vi dimorano quattro o cinque giorni per cagione di diporto. Ma in nel detto castello non è civiltà alcuna, e gli abitatori sono uomini vili e avarissimi sopra modo.
Zelag monte.
Zelag è un monte che incomincia dal fiume di Sebu quasi dalla parte di levante e si stende verso ponente circa a quattordici miglia; e la sua sommità, cioè il piú alto luogo verso tramontana, è vicina a Fez sette. La faccia che risponde verso mezzogiorno tutta è disabitata, ma quella parte che riguarda verso tramontana è tutta buone colline, dove sono infiniti villaggi e castelli. E quasi tutto il terreno è piantato di viti, che fanno le migliori e le piú dolci uve che io già mai abbia gustato a' miei dí; cotali sono l'olive e infine tutti i frutti che nascono per quel contado, per esser luogo asciutto. E gli abitatori di questo sono molto ricchi, né alcuno ve n'è il quale non abbia una casa nella città. Ancora quasi tutti i gentiluomini di Fez hanno qualche vigna nel detto monte. A' piedi del detto, verso pure tramontana, sono buonissime pianure e campi da grano ed eziandio per orti, percioché il fiume di Sebu irriga le dette pianure verso mezzogiorno; e gli ortolani con i loro ingegni fanno fare certe ruote che levano l'acqua dal fiume, e con essa ne bagnano il terreno. La campagna è grande e larga tanto quanto possono arare dugento paia di buoi. Questa è data per provisione al maestro delle ceremonie del re, ma egli non ve ne ha di rendita l'anno piú che cinquecento ducati, percioché la decima ne va alla camera del re; la quale frutta quasi tremila moggia di grano.
Zarhon monte.
Zarhon incomincia dal piano di Esais discosto da Fez dieci miglia, e s'estende verso ponente circa a trenta, e per larghezza è dieci miglia. Questo monte da lontano par tutto selva e diserto, ma tutti gli alberi sono piante d'olive. In esso sono circa a cinquanta fra casali e castelli, e gli abitatori sono ricchissimi, percioché il monte è posto fra due città grosse: dalla parte d'oriente è Fez e da quella di ponente Mecnase. Le loro donne sono tessitrici di panni di lana fatti all'usanza del paese, e vanno molto ornate d'anella e manili d'argento. Gli uomini sono gagliardi e fortissimi, e sono quegli che si prendono cura di pigliare i leoni ne' boschi, e gli donano al re di Fez. Il quale suol far fare una caccia nella sua cittadella in una corte larghissima, dove sono certe casette tanto grandi quanto vi può capire un uomo in piedi e come ei vuole, e ciascuna di queste ha la sua porticella, e dentro vi sta un uomo armato. Allora si lascia un leone sciolto in quella corte, e gli armati aprono le loro porticelle, chi da una parte chi da un'altra. Il leone subito corre verso l'uomo che egli vede, e colui come gli è vicino chiude la porticella; e ciò fanno tante volte che 'l leone è adirato. Dipoi è menato nella detta corte un toro, onde tra lor due s'incomincia una stretta e sanguinosa battaglia. E se il toro ammazza il leone, la festa di quel giorno è fornita; ma se il toro è ucciso dal leone, è di bisogno che quegli armati eschino fuori e combattino col leone: i quali sono dodici, e hanno in mano certe partigiane che tengono un braccio e mezzo di ferro. E se gli uomini sono superiori del leone, il re fa diminuire il numero; e quando il leone avanza gli uomini, allora il re e i suoi cortigiani l'uccidono con le balestre, stando dal di sopra delle loggie dove sogliono veder la festa. Ma le piú volte aviene che, prima che muoia il leone, ei ve ne uccide alcuno e altri lascia feriti. Il premio che usa il re di dare a quei che combattono sono dieci ducati per ciascuno e un nuovo drappo. Ma cotai uomini non sono se non persone valentissime e del monte di Zelag, e quelli che li cacciano in la campagna sono del monte di Zarhon.
Gualili, città nel monte Zarhon.
Gualili è una città edificata da' Romani nella cima del sopradetto monte, nel tempo che eglino reggevano la Betica di Granata. È tutta cinta di mura fatte di pietre lavorate e grosse, e ha le porte molto larghe e alte, e circonda quasi sei miglia di terreno. Ma fu pure anticamente rovinata dagli Africani. Egli è vero che, essendo Idris scismatico venuto a quella regione, subito incominciò a rinovar la detta città e abitarvici, di modo che in breve ella divenne civile e molto frequentata. Ma doppo la sua morte il figliuolo la lasciò da parte e si diè a fabbricar la città di Fez, come abbiamo detto; nondimeno Idris fu quivi sepolto, e la sua sepoltura è onorata e visitata quasi da tutti i popoli di Mauritania, percioché egli fu poco meno di pontefice, e del lignaggio di Maumetto. E oggi non sono in detta città se non due o tre case, destinate alla cura e venerazione della sepoltura. Ma d'intorno alla città il terreno è molto ben coltivato e sonvi bellissimi giardini e possessioni, percioché nascono dalla detta città due capi d'acqua, i quali se ne vanno discorrendo fra certi piccoli colli e valli, dove queste possessioni hanno luogo.
Palazzo di Faraone.
Il Palazzo di Faraone è una piccola e antica città fabbricata dai Romani sopra la cima d'una montagnetta, ed è vicina a Gualib poco meno d'otto miglia. Il popolo di questo monte, e anco molti istorici, tengono per ferma oppenione che Faraon re d'Egitto, nel tempo di Moisè, edificasse la detta città nomandola dal suo nome. A me non par egli verisimile, percioché non si truova che mai né Faraone né gli Egizii dominassero quelle parti. Ma è nata questa sciocca oppenione da un'opera, intitolata nella loro lingua il Libro delle parole di Maumetto, e fu dettata da un auttore detto Elcalbi. Dice adunque quest'opera, col testimonio di Maumetto, che furono quattro re che signoreggiarono tutto il mondo, duoi fedeli e duoi infedeli: i fedeli furono Alessandro Magno e Salamon figliuolo di Davit, e gl'infedeli Nembrot e Faraone di Moisè. A me alcune latine lettere, che si leggono sopra a' muri, danno indubitata certezza che la detta città fusse edificata da' Romani. Nel circuito di lei passano due fiumicelli, qual da una parte e qual da un'altra; e tutte le valli e le colline vicine a questa sono terreni piantati d'olive. Non molto lontano v'è bene un gran bosco, dove si truovano leoni e leopardi in molta quantità.
Pietra Rossa.
Pietra Rossa è una certa città nella costa del detto monte, edificata pur da' Romani. Ma è piccola e molto vicina al bosco, in tanto che i leoni vengono insino alla città e, mangiano l'ossa che truovano: e gli abitatori sono tanto avvezzi nella pratica e domestichezza dei detti leoni, che insino alle femine e a' fanciulli non gli temono. Le sue mura sono alte e fatte di certe pietre grandi e grosse, ma le piú parti sono rovinate; e la città è rimasa oggidí come un casale o villaggio. Il terreno è abbondevole d'olive e di grano, percioché è vicino alla pianura d'Azgar.
Maghilla.
Maghilla è una picciola città antica, edificata pur da' Romani, ed è posta su la punta del detto monte, cioè dalla parte che risponde verso Fez. Questa città ha un bel contado nel monte, il quale è tutto pieno d'olive, e un altro bellissimo nel piano, dove sono molti e gran fonti, dal qual piano si tragge gran quantità di canapo e di lino.
La Vergogna castello.
La Vergogna è un castello molto antico, e fu edificato sotto il detto monte, su la via maestra per cui si va da Fez a Mecnese; ed è detto il castello della vergogna, percioché i suoi abitatori furono molto avari, sí come è l'usanza delle città che sono ne' passi. E dicesi che un re una volta passò di là, e quei del castello l'invitarono a desinare. Il re accettò l'invito, cosí il popolo pregò lui che fussi contento di levargli quel brutto nome: il che gli piacque. Fecero adunque costoro ammazzare alquanti castroni ed empir molte vasella e utri di latte, come è il costume loro, per dar la mattina la collazione al re. Ma per essergli utri grandi, ognuno per la sua parte fece pensiero che, se vi mettessero la metà d'acqua, nessuno se n'accorgerebbe; e cosí fecero. Il re la mattina, volendosi dipartire, non si curava d'altra collazione, ma facendogli i ministri instanza, e versando gli utri, s'avidero dell'acqua. La qual cosa intesa dal re, rise e dicendo: "Amici, voi dovete sapere che costume dato da natura non si può togliere", si dipartí. Oggi il detto castello è rovinato e voto, e i suoi terreni sono lavorati da certi poveri Arabi.
Beni Guariten contado.
Beni Guariten è un contado vicino a Fez circa a diciotto miglia, cioè dalla parte di levante, ed è tutto colline di bonissimi terreni, dove nasce gran quantità di grano; e contengono bellissime campagne e perfetti pascoli pel bestiame. Nel detto contado sono circa a dugento villaggi, ma di vilissime case, e sono gli abitatori uomini di piccolo valore: non coltivano viti né tengono giardini, né hanno albero alcuno fruttifero. Questo suol il re dispensare fra li suoi fratelli e fra le sirocchie che sono di pargoletta età. Tornando agli abitatori, essi sono ricchi di grani e di lana, ma vanno male in arnese e solamente cavalcano gli asini, di maniera che insino da' vicini ne vengono dileggiati e scherniti.
Aseis contado.
Aseis è ancora egli un contado vicino a Fez venti miglia verso ponente, e tutto è pianure, dove è fama che furono molti castelli e villaggi; e ora non ne resta né vestigio né pur segno alcuno d'edificio, ma sono vivi i nomi dei luoghi che non si veggono. Il detto piano s'estende verso ponente circa a diciotto miglia e verso mezzogiorno circa venti, e i suoi terreni sono bonissimi, ma producono i grani neri e piccoli; e pochi pozzi o fonti si truovano per questo contado. Fu ello sempre tenuto da certi Arabi, che sono come uomini di villa. Dallo il re di Fez al castellano e governatore della città.
Togat monte.
Togat monte è vicino a Fez verso ponente circa a sette miglia, il qual è per certo molto alto, ma poco largo; e s'estende verso levante fino al piccol fiume di Bunasr, che sono circa a cinque miglia di tratto. Tutta la parte del detto monte che riguarda verso Fez è piantata di viti; cosí la cima, e la parte che risponde verso Essich, è tutta terreno da seminar grano. E per la sommità del monte sono molte grotte e cave ch'entrano sotto la terra, le quali da quelli che vanno ricercando i tesori sono tenute per certi luoghi segreti, dove i Romani nel partirsi da quella regione nascosero, come s'è detto, le lor cose di gran prezzo. Il verno, allora che nessun attende alle viti, questi curiosi e semplici uomini con i loro strumenti s'affaticano di cavare o di far cavare il duro e sassoso terreno; né perciò si ragiona che alcuno niente trovasse. Ora, come i frutti del monte sono tristi e di malo sapore, cosí medesimamente è brutto e spiacevole agli occhi il color dell'uva; e questi frutti e questa uva si maturano avanti i frutti e l'uve degli altri luoghi.
Guraigura monte.
Guraigura è una montagna vicina ad Atlante e discosta da Fez circa a quaranta miglia; e da quella nasce un fiume, il quale corre verso ponente ed entra nel fiume di Bath. Il detto monte è posto fra due grandissime pianure: l'una risponde verso Fez, cioè quel contado che abbiamo di sopra detto, il quale si chiama Esais; e l'altra riguarda verso mezzogiorno, e questa è appellata Adecsen, dove sono bellissimi e bonissimi piani per seminar grano e per pascoli d'animali. Tutte queste pianure sono tenute da certi Arabi, i quali sono detti Zuhair e sono vassalli del re; ma egli assegna il tratto di tal piano le piú volte a qualcuno de' suoi fratelli: e frutta quasi di continovo diecimila ducati. Egli è vero che i detti Arabi sono spesso molestati da certi altri Arabi, chiamati Elhusein, che sono abitatori del diserto, ma la state vengono alla detta pianura: a ciò il re di Fez provede molto bene, mandando in difesa della campagna alcuni cavalli e balestrieri. Per tutti quei piani sono vaghe fontane e chiarissimi fiumicelli, e boschi ne' quali sono leoni cheti e pacifichi, di maniera che ciascun uomo e femina con un bastone gli può scacciare, né essi fanno dispiacere ad alcuno.
Ora seguiremo della regione di Azgar.
Azgar, regione di Fez.
La regione di Azgar dalla parte di tramontana termina al mare Oceano, da ponente ha fine al fiume di Buragrag e da levante compie in alcuni monti di Gumera, e in una parte Zarhon, e a piè del monte di Zalag; di verso mezzogiorno finisce ne' confini del fiume di Bunasar. Questa provincia è tutta pianura di buonissimi terreni, percioché fu abitata da grandissimo popolo e vi furono e città e castelli. Ma per una antica guerra le dette rimasero tutte distrutte, e oggidí niuno segno se ne vede, fuori che alcune poche e piccole città che sono pure in piè e abitate. Estendesi ella per lunghezza circa a ottanta miglia, e per larghezza circa a sessanta. Per mezzo di lei passa il fiume di Subu; e tutti gli abitatori sono Arabi e detti Elchuluth dalla origine di Muntafic: e questi tutti sono sottoposti al re di Fez e gli danno gran tributo, ma sono ricchi e vanno benissimo in ordine, e certamente quivi è il fiore dell'esercito del re, il quale si serve dell'aiuto loro solamente nelle guerre di momento e molto importanti. E in fine questa provincia è quella che mantiene di vettovaglia, di bestiami e di cavalli tutti i monti di Gumera e la città di Fez. Il re usa di farvi la sua stanza tutto il verno e la primavera, percioché i paesi sono dilettevoli e sani, e vi è sempre molta copia di caprioli e di lepri. Egli è vero che pochi boschi vi si truovano.
El Giumha, città in Azgar.
El Giumha è una piccola città edificata a' nostri tempi dagli Africani sopra un fiumicello, in una pianura dal capo dalla detta regione o provincia, cioè donde si va da Fez a Lharais città. È lontana da Fez circa a trenta miglia. Questa città fu molto abitata e piena di civilità, ma la guerra tante volte ricordata di Sahid la distrusse. Oggi solamente si truovano certe fosse, nelle quali i vicini Arabi tengono i loro grani, e vi lasciano appresso alcuni padiglioni alla guardia dei detti grani; son di fuori mulini, dove questi si macinano.
Lharais città.
Lharais è una città fabricata dagli antichi Africani sul mare Oceano, dove entra il fiume Luccus, da una parte posta su la riva del detto fiume e dall'altra sopra l'Oceano. Ne' tempi che Arzilla e Tangia furono de' Mori era molto abitata, ma poi che le due città vennero in potere de' cristiani rimase abbandonata, che fu circa a venti anni. Dopo i quali un figliuolo del presente re di Fez deliberò di far riabitarla, e la fortificò molto bene, tenendola sempre fornita di soldati e di vettovaglia, percioch'egli si sta in continovo sospetto de' Portogallesi. La città ha un porto molto difficile a chi vuole entrar nella bocca del fiume. Vi fece ancora il figliuolo del detto re edificare una rocca, nella quale sempre tiene un capitano con dugento balestrieri, cento archibusieri e trecento cavalli leggieri.
Nel circuito della città sono molte, paludi e prati, dove si piglia gran quantità d'anguille e di uccelli d'acqua; e su le rive del fiume v'ha oscuri boschi, ne' quali sono molti leoni e altri feroci animali. Hanno gli abitatori della detta città antica usanza di far carboni, e gli mandano per mare ad Arzilla e Tangia, intanto che quei di Mauritania usano un proverbio quasi di questa maniera, quando una cosa dimostra piú di quello che ella è: come il navilio di Harais, il quale ha la vela di bambagio e la mercanzia di carbone; percioché nelle campagne di questa città si fa gran quantità di bambagio.
Casar Elcabir, cioè "il gran palazzo".
Casar Elcabir è una città edificata nel tempo di Mansor, re e pontefice di Marocco, per suo ordine. E narrasi per cosa certa che un giorno, cacciando il detto re per quelle campagne d'intorno, fu sopragiunto da una gran pioggia con un terribil vento e oscurità d'aere, di maniera ch'ei si smarrí dalla compagnia, e si ridusse la notte in un luogo senza saper dov'egli fusse, convenendogli in tutto alloggiare alla campagna. E mentre egli si stava sul piè fermo, temendo d'affogar nelle paludi, vidde un lume, e la buona ventura gli mandò innanzi un pescatore, il costume del quale era di pigliare anguille per le dette paludi. A costui disse il re: "Saprestimi voi insegnare dove sia l'alloggiamento del re?" Rispose il pescatore che quello era lontano a dieci miglia e, pregandolo il re che ve lo accompagnasse, "Se vi fusse al Mansor in persona, - disse il pescatore, - non vel condurrei a quest'ora, percioché temerei ch'egli s'affogasse in queste paludi". "E che appartiene a te la vita d'al Mansor?" soggiunse il re. "O, - disse egli, - il re merita esser da me amato a par di me medesimo". Seguitò il re: "Adunque qualche gran beneficio hai tu ricevuto da lui". "Quale maggior beneficio, - rispose costui, - si può ricever da un re, della giustizia e della gran bontà e amorevolezza ch'egli mostra nel governo del suo popolo? Onde io povero pescatore, insieme con la mia moglie e la mia piccola brigatella, mi posso godere la mia povertà in pace. Ed esco della mia capannetta a mezza notte, e vi ritorno quando mi viene disio, né fra queste valli e questi luoghi selvaggi si truova uno che mi dia noia. Ma voi, gentiluomo, venite, s'egli vi piace, ad alloggiar meco questa notte, e di mattina m'arete per guida a qual luogo vi sarà in grado". Il re accett&ogra