Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI

Volume secondo




Due lettere dall'India di Andrea Corsali
[1517-1519]


Discorso sopra la prima e seconda lettera di Andrea Corsali fiorentino.


Essendone pervenute alle mani queste due lettere di Andrea Corsali, nelle quali si narra del voler condur alli porti dell'Etiopia un ambasciador del Prete Ianni nominato Matteo con un altro del re di Portogallo detto Odoardo Galvan, e volendole fare stampar, la buona ventura volse che le mostrai al magnifico messer Iulio Sperone, gentiluomo padoano, non meno ornato di buone lettere che di somma cortesia, il qual mi disse che altre volte avea inteso da un gentil cavaliere portoghese che avea studiato in Padoa, nominato il signor Damian Goes, come il viaggio che fecero li sopradetti due ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni era sta' scritto particolarmente da don Francesco Alvarez, che fu in compagnia loro; e che queste lettere del Corsali, stampandole avanti detto viaggio, iscusariano per un proemio, che daria gran luce e intelligenza a chi lo leggesse dapoi, perciò che molte cose precedenti a quelle dal detto don Francesco lassate si narrano in dette lettere; e che la copia di tal viaggio si trovava appresso al prefato signor Damiano nell'estreme parti di Olanda, e sapeva certo che, per sua natural gentilezza e cortesia, a chi la mandasse a dimandare esso liberamente la daria. Per la qual cosa, accioché a sí buona opera non s'interponesse dilazione, messer Tomaso Giunta, il qual per beneficio di studiosi non ha mai sparagnato né sparagna né danari né fatica, deliberò di mandarla a torre. E dapoi che l'ebbe avuta e letta, gli fu detto che 'l libro di tal viaggio si trovava stampato in la città di Lisbona di ordine del serenissimo re di Portogallo, onde di nuovo fu necessario di mandare a pigliar ancor quello; e avendolo voluto conferire con questa copia, trovai mancarvi il proemio fatto per il detto don Francesco, e in molti luochi molte righe di cose degne d'intelligenzia, oltra gli errori de' nomi di molti luochi e dignità di persone, sí come chi vorrà leggere questo nostro tradotto in lingua italiana e il portoghese potrà piú particolarmente giudicare. E acciò che 'l filo di tal istoria non fusse interrotto, ma si leggesse continuato in tutte le sue parti, il prefato messer Tomaso, oltra le lettere del Corsali poste, come abbiamo detto, per proemio avanti di quella, ha voluto nel fine come epilogo aggiugnervi la obedienzia che 'l prefato don Francesco prestò al sommo pontefice papa Clemente settimo nella città di Bologna del 1532 per nome del prefato Prete Ianni, con le lettere che da quello furono scritte a sua Beatitudine.
E per non mancar ancor noi, secondo le deboli forze del nostro ingegno, di far piú chiaro e piú aperto il principio e causa di tal viaggio, abbiamo pensato non dover esser ingrato alli lettori se discorrendo si rinoverà la memoria di molte cose pertinenti a quello per molti anni per lo adietro successe, cavate dall'istorie portoghesi, dove parlano della vita e fatti delli loro re e principi, e da un libro del prefato signor Damiano. E per tanto è da sapere che 'l primo che cominciò a far discoprir le marine attorno l'Africa fu lo illustre infante don Enrico di Portogallo, che vi mandò le sue caravelle, e vivendo lui arrivorono quasi appresso la linea dell'equinoziale. Dapoi, per ordine d'altri re, e principalmente del re don Giovanni secondo di questo nome, le giunsero fin al capo di Buona Speranza, il qual fu chiamato con questo nome percioché tutti quelli che avean gli anni passati navigato drieto quella costa tenevan per fermo ch'ella corresse verso mezzodí fin all'altro polo, e disperavan di poter trovar via di passare nell'Indie orientali: ma giunti che furon a detto capo e vedutolo voltar verso levante, lo chiamaron di Buona Speranza.
Questo re fu il primo al qual fu portato la mostra di certo pepe cavato del regno de Benim sopra l'Etiopia, e fece abitar l'isola de S. Tomé, che era disabitata e piena di bosco, e vi mandò infiniti giudei a starvi e lavorar i zuccari. Ed essendo di sublime ingegno e non pensando mai ad altro se non come potesse far navigar le sue caravelle nell'India orientale, deliberò mandar per terra suoi messi a scoprir le marine dell'Etiopia, Arabia e India, della immensa grandezza e ricchezza della qual era molto ben informato e da diverse persone che vi erano state e da molti libri degli antichi, e massimamente da quello del magnifico messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, il qual fu portato in Lisbona dall'illustre infante don Pietro, quando egli fu nella città di Venezia: e dicono l'istorie portoghesi che gli fu donato per un singular presente e che 'l detto libro, dapoi tradotto nella loro lingua, fu gran causa che tutti quelli serenissimi re s'infiammassero a voler far scoprir l'India orientale, e sopra tutti il re don Giovanni. Onde, per far l'effetto sopra detto, trovò due uomini portoghesi che sapevan la lingua araba, e dette carico ad un di loro di andar ambasciador a quel gran principe de' Negri detto il Prete Ianni, e all'altro di scoprir prima le marine dell'Etiopia, e poi di andar a veder l'isola di Ormus e li regni e città della costa dell'India, dove nascono i pepi e gengevi. Alfonso di Paiva, che era un di loro, giunto alla corte del detto Prete Ianni moritte, e in suo loco vi andò l'altro, che si chiamava Pietro de Covillan, il qual però prima era stato a discoprir la costa di Calicut e di tutte quelle marine, e de lí passato poi sopra l'Etiopia e arrivato fino a Cefala, e avea dato aviso al prefato re don Giovanni di tutto quello che egli avea scoperto, come piú particolarmente si leggerà nel viaggio che scrive il prefato don Francesco Alvarez: e per questa causa non ne voglio dir altro.
E stando questo Pietro di Covillan nella detta corte, dapoi passati molti anni (conciosiacosaché mai non poté aver licenzia di partirsi), essendo morto il detto re don Giovanni secondo, successe il re don Emanuel, il qual fece passar le sue caravelle intorno tutta l'Etiopia, e giunsero in l'India, dove per virtú di molti suoi capitani, uomini eccellentissimi nell'arte militar, ebbe molte vittorie nelle parti del mar Rosso, sino Persico e nella India, e molte città e isole furono ridotte a sua obedienzia, e furono mandati diversi ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni, che allora era fanciullo di anni undici, nominato David. E di tanta efficacia fu la fama di queste vittorie, che commosse la regina Elena, ava del detto re David, la qual era quella che 'l governava, ch'ella deliberò al tutto di mandar un suo ambasciador in Portogallo, e trovò un cristian armeno nominato Matteo, uomo pratico e che sapeva diverse lingue, e per darli maggior credito volse che vi andasse seco un giovene negro abissino. Costoro, imbarcati in un porto del mar Rosso, se n'andorono in India alla città di Goa, nella qual era il signor Alfonso Dealburqueque vice re, il qual li raccolse graziosamente e, fattili montar sopra le sue caravelle, li mandò a Lisbona, dove giunti alla presenza del re esposero la loro ambasciata, e furono interpretate le lettere della regina Elena, che dicevano in questo modo:

Lettera della regina Elena,
ava del re David Prete Ianni imperator de' Negri,
scritta ad Emanuel re di Portogallo nell'anno 1509.


"Nel nome di Dio Padre e Figliuolo e Spirito Santo, che è un solo in tre persone. La salute, grazia e benedizion del Signor nostro e Redentor messer Iesú Cristo, figliuolo di Maria Vergine, nasciuto nella casa di Bethleem, sia sopra il diletto fratel nostro cristianissimo il re Emanuel, dominator del mare e vincitor de' crudeli e incredibili Mori. Il Signor nostro Iddio ti dia ogni buona fortuna e ti doni vittoria de' tuoi nimici, e tutti i tuoi regni e paesi, per i devoti preghi de' nonzii del Redentor messer Iesú Cristo, cioè li quattro evangelisti san Giovanni, Luca, Marco e Matteo, da ogni canto siano prolungati e istesi, e le loro sante orazioni li conservino.
Ti avisamo, dilettissimo fratel nostro, esser venuti a noi da quel tuo gran capitano Tristan de Cugna duo nonzii, delli quali uno si chiamava Giovanni, che diceva esser prete, e l'altro Giovan Gomez, a dimandarne vittuarie e soldati. Per il che ne è parso di mandar questo nostro ambasciador detto Matteo, fratello del nostro servizio, con licenzia del patriarca Marco, che ne dà la benedizion quando mandamo alcun prete in Ierusalem, conciosiacosaché egli sia nostro padre e di tutti li nostri paesi, e colonna della fede di Cristo e della santa Trinità. Questo nostro ambasciador per nostro ordine ha fatto intender a quel gran capitano delli vostri, che per la fede del nostro Salvator messer Iesú Cristo combatte in la India, come noi siamo pronti a mandarli vittuarie e soldati, se gli sarà bisogno, conciosiacosaché abbiamo inteso il soldan principe del Caiero metter insieme una grande armata per venir contra li vostri eserciti, non per altro se non per vendicarsi delle ingiurie e danni (sí come noi sapemo) che per li capitani delle vostre genti che avete nell'India gli sono stati fatti, li qual vostri capitani il Signor Iddio per la sua santa bontà ogni giorno di piú in piú si degni di far prosperare, acciò che finalmente tutti quelli che non credono siano del tutto in tutto posti sotto il giogo. Noi per tanto contra gli assalti di questi tali siamo per mandar buon numero di soldati, che staranno dove è il stretto del mar della Meca, cioè all'isola di Bebbelmandel, o veramente, se vi parerà piú commodo, andaranno al porto del Zidem over al Tor, accioché finalmente si ruini e levi via questa sorte di Mori e increduli dalla faccia della terra, e che li presenti e doni che si portano al santo Sepolcro nell'advenire non siano devorati da' cani.
Al presente è giunto il tempo promesso, il qual (come dicono) messer Iesú Cristo e la sua madre Maria hanno predetto, cioè che negli ultimi tempi era per nascer nelli paesi de' Franchi un certo re, che levaria via tutta la generazion de' barbari e Mori: e questo veramente è il tempo presente, il qual Cristo promesse alla benedetta sua madre dover essere.
Tutto quello veramente che vi dirà l'ambasciadore nostro Matteo, reputate che venga come dalla nostra propria persona, e dategli fede, percioché è un de' principali della nostra corte e per questo ve l'avemo voluto mandar. Avremmo ben dato il carico di queste cose alli vostri messi, quali ne avete mandato, ma dubitammo che le faccende nostre secondo il voler nostro non vi fussero esposte.
Mandiamo per questo nostro ambasciador Matteo una croce, fatta senza dubbio alcuno di un pezzo del legno nel qual il Salvator nostro messer Iesú Cristo fu crocifisso in Ierusalem, di donde il pezzo di questo legno santo n'è sta' portato: e del detto ne abbiamo fatto far due croci, delle qual l'una è restata appresso di noi, l'altra abbiamo dato a questo nostro ambasciador, ed è attaccata con uno anelletto d'argento.
Oltra di questo, se a voi piacesse di dar le vostre figliuole alli nostri figliuoli, over nostri figliuoli dar alle figliuole vostre, questo sopra tutto ne saria molto grato, e a tutti duo utile, e principio di una lega fraternal, perché veramente questo astringersi con nozze con voi sí nel tempo presente come nell'advenir grandemente desideriamo.
Nel resto la salute e grazia del nostro Redentor messer Iesú Cristo e della nostra santa Madonna Maria Vergine si estenda e sopra voi e sopra li figliuoli e figliuole vostre e di tutta la vostra casa. Amen.
Oltra di questo vi avisiamo che, se vorremo congiunger li nostri eserciti insieme per far guerra, noi averemo forze bastanti, mediante l'aiuto divino, di levar via tutti li nimici della nostra santa fede. Ma li nostri regni e li nostri paesi sono posti fra terra, che in alcuna banda non potemo venir sopra il mare, sopra il qual noi non abbiamo potenzia alcuna, conciosiacosaché per laude di Dio voi sete in quello sopra ogn'altro potentissimo. Messer Iesú Cristo sia in nostro adiutorio.
Le cose veramente fatte per voi in India sono certamente piú presto miracolose che umane, e se voi volesti armar mille navi, noi vi daremo vittuarie, e vi sumministraremo tutte le cose che saran di bisogno per detta armata abondantissimamente.'

Udita questa lettera dal re don Emanuel e dalli suoi consiglieri, stettero alquanto sospesi, perciò che gli parvero che le cose proferite in quella fossero troppo grandi, e per tanto che ella non fosse vera; dubitarono anche che costui non venisse mandato dalla detta regina, e di questa loro dubitazione ne fu ripiena tutta la corte. Nondimeno dapoi detto re, desideroso di continuar e accrescer piú che fosse possibile l'amicizia di questa regina, per potersi servir delle forze e favor d'un regno tanto potente per riputazion delle cose sue nell'India e mar Rosso, elesse un suo ambasciador nominato Odoardo Galvan, il qual insieme con questo ambasciador Matteo con grandissimi presenti mandò con una sua armata in India, capitano Lopes Suarez. Giunto detto capitano in Cochin e messosi ad ordine di vettovaglie, deliberò di tornar verso il mar Rosso, per metter in terra detto Matteo e questo Odoardo Galvan. Allora, trovandosi in Cochin, Andrea Corsali montò sopra la detta armata e scrisse quanto in la seconda lettera si contiene, nella qual si legge che non poterono dismontar mai al porto di Ercoco della Etiopia sopra il mar Rosso, ma che, tornati all'isola di Cameran, vi morse Odoardo Galvan, e cosí per quello anno fu intermessa la espedizion del detto Matteo. Né piú oltra scrive il prefato Corsali, nelle qual due lettere se vi saran degli errori, n'è causa il tristo esemplar che noi abbiamo avuto.


Di Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo signor duca Giuliano de' Medici lettera scritta in Cochin, terra dell'India, nell'anno MDXV, alli VI di gennaio.


Come nella navigazione passando la linea equinoziale furono in altura di gradi trentasette nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, dove viddono un mirabil ordine delle stelle nella parte del cielo opposta alla nostra tramontana.

Illustrissimo Signor, non potendo mancar a V.S. di quanto le promisi nel partirmi di costí, ho voluto farle questo poco di discorso per darle notizia del successo del mio viaggio d'India. E avvenga ch'ei non sia cosí copioso com'io sperava e che 'l mio desio aria voluto, il che è causato per essere poco tempo ch'io mi trovo in queste parti, nondimeno non m'è parso restar di dirizzarglielo, dettandomi l'animo che V.S. lo debba pigliare con quel cuore che l'affezion mia e osservanzia ch'io le tengo ricercono, riserbandomi a tempo migliore di sodisfarle piú compiutamente.
Dapoi che partimmo da Lisbona navigammo sempre con prospero vento, non uscendo da scilocco e libeccio, e passando la linea equinoziale fummo in altura di trentasette gradi nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, clima ventoso e freddo, ch'a quei tempi il sole si trovava ne' segni settentrionali, e trovammo la notte di 14 ore. Qui vedemmo un mirabil ordine di stelle, che nella parte del cielo opposita alla nostra tramontana infinite vanno girando. In che luogo sia il polo antartico, per l'altura de' gradi, pigliammo il giorno col sole e ricontrammo la notte con l'astrolabio, ed evidentemente lo manifestano due nugolette di ragionevol grandezza, ch'intorno ad essa continuamente ora abbassandosi e ora alzandosi in moto circulare camminano, con una stella sempre nel mezzo, la qual con esse si volge lontana dal polo circa undici gradi. Sopra di queste apparisce una croce maravigliosa nel mezzo di cinque stelle, che la circondano (com'il Carro la Tramontana) con altre stelle, che con esse vanno intorno al polo girandole lontano circa trenta gradi: e fa suo corso in 24 ore, ed è di tanta bellezza che non mi pare ad alcuno segno celeste doverla comparare, come nella forma qui di sotto appare.


Della isola Monzambique, e da cui sia abitata la terra ferma e tutta la costa del mar Rosso fino a capo Verde. Nella costa non si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere alla mina di Cefalla, dove si trova ambracan e infinito avorio.


Cominciammo dipoi a tornare al cammino di tramontana, avendo vista di capo di Buona
Speranza, e sorgemmo in Monzambiqui, isola sterile non molto grande, giunta con la terra ferma, posta in quindeci gradi disotto dal polo antartico, abitata da maumettani: di essa è signor il re di Portogallo, la qual non è per altra cosa buona se non per il porto, molto ben posto e accommodato alla navigazione d'India. La terra ferma è abitata da uomini bestiali, e parimente tutta la costa, e dallo stretto del mar Rosso fino a capo di Buona Speranza tutti sono d'una lingua, e da capo di Buona Speranza fino a capo Verde parlano differente da questi di Monzambiqui. In questa costa, cominciando a capo Verde fino al mar Rosso, non vi si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere a la mina di Cefalla, ch'è terra del re di Portogallo vicina di Monzambiqui, dove si truova alquanto di ambracan e infinito avorio.


Della isola di San Lorenzo, e quanto sia abbondante d'armenti e d'ogni sorte di animali silvestri; dove si trova argento, ambracan, gengevo e garofani di miglior odore che quelli dell'India, e piú altre cose, della qualità di quelle genti e dell'isola Oetabacam.

Stando in Monzambiqui, trovammo due navette di Portogallo che venivano dell'isola di San Lorenzo, che sta dentro al mare a fronte di Monzambiqui, delle grandi ch'a' nostri tempi siano state discoperte. Essa isola dicono esser molto abbondante e copiosa d'infiniti armenti e di ogni sorte d'animali silvestri; trovasi anche gran quantità di risi e altri semi, di che questi dell'isola vivono. Vi si trova parimente argento, ambracan, gengiovo, meleghetta e garofani, non come questi d'India, che non sono tanto profittosi, ma di meglior odore e di forma di galla di nostra terra. Tien molto mele e canne di zuccaro, il qual non sanno oprare; evvi zafferano della sorte d'India, limoni, cedri, aranci in molta quantitade; e abbondante di molti fiumi e d'acque dolce, ed è copiosa di porti sicuri di mare. Le genti son bestiali, diversa lingua dagli altri di Monzambiqui, non tanto neri, ma col capo arricciato come son tutti quelli di essa costa. Li porti della marina signoreggiano i Mori, che con panno di cottone e altre mercanzie d'India comperano le mercanzie di questa isola, e cosí è nella costa di Monzambiqui. Dicono vicina a questa isola esservi un'altra isoletta detta Oetabacam, abbondantissima d'argento, e attesa la quantità che si vede in Monzambiqui e per tutta la costa, non poter esser di meno ch'in tutta perfezione: qual non è ancora stata scoperta da' Portoghesi.


Come vicino all'India trecento miglia l'acque del mare si dimostrano come di latte,e donde causa che, in quella parte dell'India dov'è il mar profondo,si dimostra ora di color celeste, ora nero, ora verde.

Partimmo di Monzambiqui a nostro viaggio d'India, non ci scostando da tramontana e greco, per essere il nostro dritto cammino, e sempre andammo con vento in poppe, percioché in questa parte d'India viene sei mesi vento ponente e libeccio, che serve al venir in India, e di giugno a ottobre; gli altri sei mesi è greco e levante, che serve al tornar d'India. Fummo a Goa in venticinque giorni, che può esser da tremila miglia, con tanta prosperità pel favor del vento che nessun'altra navigazione in parte alcuna mi par miglior di questa. Qui passammo la seconda volta la linea equinoziale, tenendo il sole per zenit, senza far ombra in alcuna parte; e già tornati nell'artico polo, avemmo vista della Tramontana in sei gradi, ch'in menor altura in nessuna parte si puote vedere, rispetto a certe nuvole che, vicine all'orizzonte elevandosi, non lassono comprendere a nostra vista nessuna stella che in meno di sei gradi sia elevata, come piú volte ne feci esperienza. Vicino all'India trecento miglia, l'acque del mare si mostran come di latte, che mi pare esser causato dal fondo, per esservi l'arena bianca. In questa parte d'India dove è il mar profondo, pigliando ora il color dal cielo dimostra celeste, e ora dalle nuvole par nero, e anco talvolta verde, quando non è tanto profondo: cosí puote questo color di latte dall'arena causarsi. Vedonsi anche infinite serpi, e per questi due segni conoscemmo esser nella costa d'India: questi serpi per la pioggia in tempo di verno della terra ferma sono nelle fiumare trasportate.


Della isola detta Goa, dove già Alfonso di Alburquerque fece edificar una terra fortissima, e dentro una fortezza. Della qualità e vestir di quelle genti; di frutti e animali di quel luogo del gran prezzo che quivi si vendono i cavalli. E come l'isola di Ormuz fu di già presa per il capitano maggiore, e quivi di ordine suo edificata una fortezza.

Con non poco piacere scoprimmo in tre giorni terra, e lungo la costa navigando, fu la prima scala nell'isola di Goa, che tien di circuito quindici miglia, posta in sedici gradi; ed è giunta con terra ferma, cinta da ponente dal mare, da settentrione e mezzogiorno dalla costa, da levante dalla terra ferma detta Paleacate, dalla qual corre una fiumara, ch'entrando in mare per due parti comprende detta isola. E di essa sono signori i Portoghesi, che già sono cinque anni che fu pigliata per forza d'armi dal signor Alfonso d'Alburquerque, dove furno morti gran numero de Mori e gli altri scacciati alla terra ferma. Dipoi egli fece edificare una bellissima terra di circuito di un miglio, da fortissimi muri e fossi circondata, piena di case, strade ordinate a nostro costume, e dentro di essa fece una fortezza, che parmi oggidí delle miglior cose che i Portoghesi tengono nell'India. L'isola è abitata da gentili, i quai, per esser da noi che da' Mori meglio trattati, sono amici de' Portoghesi e parziali. Qui truovasi grandissima quantità d'orefici, e li megliori che siano in tutta l'India.
Di quest'isola era prima signore il re della terra ferma ove è Paleacate, detto Idalcam del Sabaio, ch'è maumettano, di nazion turco, uomo bellicoso; e appresso d'esso vivono molti capitani della parte di Turchia. I naturali di questo regno sono uomini gentili, di bell'aspetto e di color lionato; le loro vestimenta sono a uso di Turchia, e massime di mercatanti, degli altri all'apostolica. Ivi sono i Bramini, a nostro modo sacerdoti; altri con un panno di cottone si copron le parti vergognose del corpo, e questi son detti Nairi, uomini di guerra, che sempre portano lance, archi, spade e targhe, e per combattere sono i miglior uomini d'India. Ivi la terra è fertilissima, e piena di frutti a nostro costume e della sorte che sono in India; è copiosa d'ogni animale, cosí domestico come silvestre. Trovansi nella terra ferma molti tigri e serpenti d'incredibil grandezza; nel fiume vivono certa spezie di cocodrilli, e alcuni di lunghezza di venti piedi, con le altre parti corrispondenti, i quai molte volte escono fuori dell'acqua, cibandosi d'animali ch'intorno al fiume si pascono. L'isola è di grandissimo tratto e ogni giorno va ampliando, per la gran quantità di cavalli che vengono d'Ormuz del sino Persico, e vendonsi a' signori de Paleacati e del re di Narsinga; e fanno capo a dett'isola perché, s'altrove sbarcassino, i Portoghesi che sono signori del mare, con licenzia de' quali si naviga, pigliarebbono le navi e il tutto saria perduto.
Arà forse V.S. ammirazione intender un cavallo ordinariamente a costume di nostra terra vendersi quattrocento ducati, cinquecento e anche settecento, e quando passa l'ordinario novecento, mille e duomila, per il che pagano al re, nell'entrare dell'isola, quaranta ducati d'oro per cavallo, e quest'anno il dazio ha renduto trentamila ducati. Per questa causa fu l'anno passato il capitan maggiore all'isola d'Ormuz, con varii stromenti bellici e con armata di venticinque vele e tremila uomini da guerra, la qual è posta nel sino Persico, e avendola presa d'accordo, uccise il governatore di essa, perché dal re d'Ormuz si era ribellato e avea ordinato tradigione, per tagliare a pezzi il capitan maggiore e bruciar l'armata. Or avendo il capitan maggiore ridotta la città a sua obbedienza, fece una fortezza, ch'oltre a molt'altre edificate per ordine suo nell'India, questa è la principale e di piú importanza, perché al presente nessun mercatante persiano o d'Arabia Felice o armeno o sia d'altre parti che venga nel sino Persico, può levar cavalli all'India né portare spezie, se non fa capo a Ormuz, pigliando la securezza e pagando il dazio al re di Portogallo; e levando cavalli per crescere l'entrata di Goa, è necessario che di là gli lievi.


Della isola detta Dinari, dove si trovano molte antichità, e come quivi fu destrutto un tempio detto pagode, di maraviglioso artificio, con figure antiche di grandissima perfezione.

In questa terra di Goa e di tutta l'India vi sono infiniti edificii antichi de' gentili, e in una isoletta qui vicina, detta Dinari, hanno i Portoghesi per edificare la terra di Goa distrutto un tempio antico, detto pagode, ch'era con maraviglioso artificio fabricato, con figure antiche di certa pietra nera lavorate di grandissima perfezione, delle quali alcune ne restano in piedi ruinate e guaste, però che questi Portoghesi non le tengono in stima alcuna. S'io ne potrò aver alcuna a mano cosí ruinata, la dirizzarò a V.S.,a fine ch'ella vegga quanto anticamente la scoltura in ogni parte fu avuta in prezzo.


Di una terra chiamata Batticala, nella quale, e ne' luoghi vicini detti Onor e Brazzabor, nasce infinito gengevo, mirabolani, zuccaro e altre cose. Della terra nominata capo di Commari, da Tolomeo Pelura. Come il re di Canonor fu a visitar il capitano maggiore, e del presente li fece. Del re di Calicut, e come già convenisse col maggior capitano.

Dipoi partiti di Goa, navigammo lungo la costa sempre a mezzogiorno e arrivammo a una terra detta Batticala, per pigliar il tributo che essi pagano al re per poter navigare in questi mari. Di essa è signor il re di Narsinga, di legge gentile. Qui nasce, e in altri luoghi vicini detti Onor e Brazabor, infinito gengiovo, mirabolani, zuccaro, farro, riso, le quali mercanzie si caricano pel mar Rosso, per Adem e per Ormuz. E detta terra è in tredeci gradi; il mare tiene da ponente e la terra da levante, la costa da mezodí e tramontana. I naturali sono come quei di Goa e quasi d'una lingua. Sopra a Batticala vedonsi due montagne, dalla sommità delle quai nascon due rivi, i quai, per il dosso del monte scorrendo a basso verso 'l mare, appariscono come due vie bianche battute, ch'è cosa mirabile a vederle. Qui i naturali si chiamano Conconi e Decani, e in Balagat e Commari; e lí vicino a Batticala comincia il paese del Malabari, dove nasce il pepe, differenti in lingua e parte in costumi da quei di Commari e di Goa. Il qual paese termina da mezogiorno a capo di Commari, secondo Tolomeo detto Pelura, e voltandosi a tramontana, nel sino Gangetico, a un loco detto Curumma e anticamente Messoli: il detto capo di Commari è in otto gradi e Curumma per ancora non so.
Di Batticala fummo a Cananoro, dove i Portoghesi tengono un castello munitissimo d'arme. Il re fu a visitar il novo capitano maggiore con duamila uomini nairi o piú, con loro armi a costume di Goa, e presentò a esso capitano una collana d'oro ornata con molti rubini e perle, di mille ducati d'oro di valuta. Esso Canonoro è in XII gradi e mezo. Da Canonoro fummo a Calicut, principal terra e capo di tutto 'l regno del Malabari. Il re chiamasi Cammurim, che vol dir imperatore, e nel vero, atteso i mirabili edifici publici e tempii e palazzi del re, e le private abitazioni di pietra (non come in altre parti di paglia), dimostra essere stato capo di tutta l'India, perché i mercatanti di tutto 'l mar Oceano in queste parti orientali venivano a caricare di spezie e altre mercanzie, che d'altre terre dall'India in Calicut si conduceano. E ora, dapoi che i Portoghesi sono nell'India, hanno sempre caricato in Cochin e Canonor, perché da principio detti Portoghesi forno scacciati e morti in Calicut, e in Cochin dal re di esso ricevuti, il quale di subito fecero de' primi re d'India. Questo re di Calicut ha sempre tenuto guerra con Portoghesi, fino a duo anni passati, a contemplazione di maumettani, i quali per il contrasto del re sono rimasi destrutti; e ultimamente, non tenendo già il rimedio, detto re si convenne col capitano maggiore e gli concesse che si potessero far fortezze nelle sue terre, ch'oggi tengono i Portoghesi. Esso re fu a visitare il capitan maggiore con piú di quattromila Nairi o vero gentiluomini, co loro armi, lance, archi, targhe, e gli presentò una collana della sorte di quella del re di Canonoro, ma di piú prezzo.
Questo paese del Malabari è molto temperato, senza freddo di nessun tempo o caldo, eccetto due ore del giorno, perché l'altro resto dal vento della notte sino al mezogiorno e dipoi dal vento del giorno è refrigerato. In questo paese parimenti non ci fu per nessun tempo peste. De' costumi di essi e d'altre particularità il Nairo che condusse lo elefante arà informato V.S. a pieno, e però scorrerò il mio ragionamento.


Laude de' Portoghesi, e d'alcune fortezze molto importanti per lor fabricate nell'India. Dell'isola di Ormuz e suoi confini; della natura e costumi de' Guzzerati, mercatanti di Cambaia, nella qual terra nascono storace liquido, corniuole e calcidonii.

L'India tutta comincia dallo stretto del mar Rosso, per insino all'estreme regioni Sinare: è abitata parte da Mori, e da essi signoreggiata, e parte da Gentili, e parte da Portoghesi, i quali oggidí sono signori di tutto 'l mar Oceano, cominciando da Lisbona all'India, e de' mari particolari d'India, del sino Magno e Gangetico, del sino Persico e stretto del mar Rosso e mar Atlantico. E in queste loro conquiste ogni giorno si vanno ampliando, e in verità si può dire per le opere loro, conciosiaché sono tutti uniti insieme e parziali del lor re, animosi e audaci a mettersi in ogni impresa senz'alcun rispetto di robba o di vita, e hanno ingenerato tanto tremore in queste parti, che mi par difficile che per alcun tempo abbino ad essere damnificati. Primamente nessuno può navigare senza lor licenza, o senza pericolo di perder le navi e mercanzie, perché l'armata che tengono nell'India va navigando, scorrendo per tutte le parti: che ponno esser circa quaranta navili, computando navi, caravelle e galere. I quali, nell'India fabricati, son tanto forti che, attesa la debilità de' navili dell'India, un solo si potria da tanti difendere ch'io non lo scrivo per non parer mendace: e per questo giudico per nessun tempo poter esser disbarattata tal armata, la qual navigando è sempre patrona di tutte le parti del mare e dei porti d'India. E perché in molte parti mancano le vettovaglie, né si possono da un loco all'altro condurre senza navigarle, per questa causa in queste parti orientali non c'è porto alcuno che, stando l'armata in piedi, non le renda obbedienza e lassi far fortezze e castelli in quelle parti che vorranno, come fino adesso ne hanno fatte nei piú importanti luoghi dell'India: li quai tutti ha edificato il signor Alfonso d'Alburquerque, capitano passato, uomo a' tempi nostri prudentissimo e audace, e in ogni impresa vittorioso.
La principal fortezza e importantissima è l'ultima, edificata in Ormuz l'anno passato, alla qual fanno capo tutti i mercanti persiani, turchi, armeni o di Arabia Felice, che vogliono con cavalli e altre mercanzie passare in queste parti per levare spezie. Il qual Ormuz è isola nel sino Persico, e rispetto allo stretto non possono questi mercanti passar, se non fanno capo a Ormuz per pagare i dazii e pigliar securtà di navigare. E posto detto Ormuz in ventisette gradi; da mezogiorno e da ponente tiene l'Arabia Felice, dove è lo stretto di Baharem, loco dove si pescano le perle, ed è divisa da quella parte della Persia che vicina con Ormuz da tramontana per il fiume detto Tigris. Della città di Tauris e della Persia e dell'altre regioni, venendo sino al mare, è signore siech Ismael, detto fra noi Sofí, il qual dentro per terra ferma confina col re di Sanmarcante, che credo sia la regione de' Parti, In queste terre di Persia si trova il lapislazuli e le turchine. Da levante confina con la Carmania deserta, oggi detta Rasigut, abitata da corsali e latroni. L'altra fortezza tengono nell'isola di Goa detta di sopra.
Fra Goa e Rasigut, o ver Carmania, vi è una terra detta Cambaia, dove l'Indo fiume entra nel mare. È abitata da gentili chiamati Guzzaratti, che sono grandissimi mercatanti. Vestono parte di essi all'apostolica e parte all'uso di Turchia. Non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, né fra essi loro consentano che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo da Vinci: vivono di risi, latte e altri cibi inanimati. Per esser di questa natura, essi sono stati soggiogati da' Mori, e di questi signoreggia un re maumettano, che tiene una pietra che, mettendola nell'acqua o in bocca, subito rimedia ad ogni veneno. In questa terra nasce indaco, storace liquido, corniuole, calcidonii in quantità grandissima, e di essi si lavorano manichi di daghe e pugnali eccellentissimi. Gli uomini sono olivastri, di grandissimo ingegno e artificio di tutte l'operazioni. Essa regione di Cambaia ha il mare verso mezodí, Rasigut o ver Carmania da ponente, Paleacate da levante, e da settentrione molto fra terra il re di Sanmarcante.


Del regno di Paleacate e suo re. Del paese di Malabari, di suoi signori e sue fortezze, dove Portoghesi caricano pepi e gengevi. Di cinque chiese maravigliosamente fatte, e per cui sono officiate. Della terra chiamata Paleacate, anticamente Salaceni, e della gran quantità e varietà di gioie che quivi nascono, e come si costuma di vender gli elefanti.

Il regno di Paleacate confina per terra ferma col re di Narsinga, ch'è gentile e principal re di tutta l'India, ed è il piú ricco signore che sia di questa banda fino al mar, Batticala, Onor e Brazabor; e lassando il paese de Malabari, ch'è giunto con la marina, s'estende per terra ferma fino al sino Gangetico, dove è il signor de Coromandel, e Paleacate, di là dal capo di Commari, detto Pelura anticamente. Tre altre fortezze sono in detto paese de Malabari, cioè Canonor, Calicut e Cuchin, dove al presente i Portoghesi caricano pepi e gengiovi per Portogallo, né consentono che si carichino per altre bande, e massime per Adem e per la Mecca, a fine che non passino in Alessandria: al che tengono grandissima custodia, mandando ogn'anno allo stretto del mar Rosso armata, acciò non passino altre navi, e hanno fatto tal provisione che sarà necessario che di Venezia vadino a fornirsi a Lisbona.
I signori della terra de Malabari sono tutti gentili, e gli abitatori gran parte mori, altri giudei, altri cristiani di san Tommaso: e ancora sono in piedi certe chiese, che dicono esser fatte maravigliosamente. Una è posta vicina a Cochin cinque leghe, in uno luogo detto Elongalor; l'altra è posta in Colon: le quali sono officiate da certi Armeni che passano all'India alla cura di tai cristiani. L'altra è in Coromandel, principale di tutte, dove l'anno passato fu Piero d'Andrea Strozzi, che dice in essa esservi sepolto san Tommaso, e che ancor si vede un sepolcro antico di pietra, e a presso d'esso esservi un altro sepolcro d'un Etiope cristiano delle terre del Prete Ianni, ch'andava in sua compagnia, e che nelle parti della chiesa ci sono certi intagli con lettere, le quai egli non poté intendere. Dice anche esservi una forma d'un piede incavato in una pietra, di mirabil grandezza e fuori della natural moderna, che dicono essere stata fatta per san Tommaso miracolosamente. Piacendo a nostro Signor, egli tornarà costà fra un mese e levarammi seco, e però mi riserbo a un'altra volta a dare di ciò meglio il particolare a V.S. e anche ogn'altra cosa piú chiara.
Vicino a Coromandel, detto Messoli anticamente, è un'altra terra chiamata Paliacatte, e anticamente Salaceni. In questa terra si trova grandissima quantità di gioie d'ogni sorte, che vengono parte di Pegu, dove nascono rubini, parte da un'isola che giace a riscontro del capo di Commari, che si chiama Zeilan, in altura della banda di mezzogiorno di gradi sei e di settentrione verso il sino Gangetico in otto gradi. Qui nascono la maggior quantità e di piú spezie di gioie che nel resto di tutta l'India, cioè zaffiri perfetti, rubini, spinette, balasci, topazii, giacinti, grisoliti, occhi di gatta (che da' Mori sono avute in grand'estimazione) e granate.
Dicono ch'il re di essa tiene due rubini di tanto colore e sí vivo, ch'assimigliano a una fiamma di fuoco: ma perché essi gli chiamano con altro nome, io stimo che debbano esser carbuncoli, e di questa sorte rari si trovano. Cogliesi anche in questo luogo la cannella, che per tutto si naviga. Tiene il paese gran copia di elefanti, ch'essi vendono a diversi mercanti dell'India mentre che sono piccoli, per potergli domesticar: e costumasi a vendergli tanto il palmo, crescendo sempre di prezzo con detto palmo, secondo la grandezza dell'elefante.


Come questa isola Paliacatte non fu posta da Tolomeo, il quale in molte cose è diminuito, pretermesse anco da lui dodecimila isole nella costa di Monzambiqui; e come in detta isola nasce ambracan e molti diamanti, dove Piero Strozzi ne comperò uno bellissimo, che pesò caratti 23. Del castello Malacha e del fiume Gange.

Quest'isola non pose Tolomeo, il quale trovo in molte cose diminuito, né pose ancora dodicimila isole che sono dalla costa di Monzambiqui andando sempre a cammino verso le bande di Malacha, di sotto dell'equinoziale. E vedesi per la navigazione de' Portoghesi molto diminuito e falso nelle sue longitudini, cominciando dalle regioni Sinare fino alle isole che lui chiama di Buona Fortuna; situò male la Taprobana, come per la carta del navigare che don Michiele di Selva, orator del re, recò a Roma, potrà V.S. comprendere.
In Paliacatte ancora nasce ambracan e diamanti, ma non sí perfetti come quelli che nascono in Narsinga, per esser molto gialli, avenga che da' Mori siano tenuti in maggior prezzo che gli altri chiari. In questo luoco esso Piero Strozzi comperò un bellissimo diamante chiaro e netto in rocca, qual pesò caratti 23, ed è delli bellissimi pezzi che siano stati venduti in India da un tempo in qua: nel suo ritorno, che sarà in termine di due anni, lo porterà a Lisbona. Questo m'è parso farne intender a V.S. però che mi pare che sarebbe degno d'un signor grande com'è quella. I smeraldi non so dove naschino, e di qua sono in maggior riputazione che nessun'altra sorte di pietre, cosí come nelle terre nostre.
L'ultimo castello che i Portoghesi tengono nell'India è Malacha, terra già di maggior tratto che nissuna parte del mondo, alla qual navigano dal sino Gangetico le navi di Bengala, regno che vicina dalla costa del mar col regno di Decan, fra Bengala e Paliacatte, che termina per terra col re di Narsinga; e Bengala da terra ferma vicina con un regno detto Deli, il quale dentro da terra vicina con Narsinga. In questa parte di Bengala ci intra il fiume Gange, nel sino detto dal suo nome Gangetico, ed è posto in 23 gradi sotto il tropico del Cancro; nel detto sino navigano ancora del paese di Pegu, che confina per la costa con detto regno di Bengala e Liqui. In Pegu trovasi gran quantità di rubini, benzuí e laca; tiene dalla parte della costa Malacha e da terra ferma il Disuric, il quale è signore infra terra fino alla Cina.


Come la terra detta Malacha già si chiamava Aurea Chersonesus, dalla qual si naviga a Sumatra, qual dicono esser la Tabrobana, non ancora da ogni parte scoperta. Delle terre de' Piccinnacoli e del Verzino. Le mercanzie che portano i mercatanti di Cina che vanno a Malacha per speziarie; della qualità e costumi degli uomini di quel paese.

L'ultima terra della banda di mezodí è Malacha, posta sopra la linea dell'equinoziale, in duo gradi d'altura, detta già Aurea Chersonesus. Queste terre di Bengala e Pegu dominano i Mori, e Malacha i Portoghesi: i quai Mori stanno sempre in guerra con gentili della terra ferma. Navigano ancora da detta Malacha all'isola di Sumatra, che dicono esser la Taprobana, non ancora da ogni parte discoperta, per esser molto grande. Qui trovasi infinito pepe, che si naviga per la Cina, terra fredda posta nel sino Magno, e nascevi anco pepe lungo, belzuí e oro, che contrattano in Sumatra per Malacha, che dalla parte di mezodí guarda questa isola, la qual sotto la linea dell'equinozial si trova, e nella quale quest'anno va fattor Giovanni da Empoli nostro fiorentino.
Dalla parte di levante sono le isole dove nascono i garofani, dette Molucche, e dove si trovano le noci moscate e macis; in altre il legno aloe, in altre sandali. E navigando verso le parti d'Oriente, dicono esservi terra de' Piccinnacoli, ed è di molti openione che questa terra vada a tenere e congiungersi, per la banda di levante e mezogiorno, con la costa del Bresil o Verzino, perché per la grandezza di detta terra del Verzino, non si è per ancora da tutte le parti discoperta. Il qual Verzino per la parte di ponente dicono congiungersi con l'isole dette le Antile, del re di Castiglia, e con la terra ferma del detto re.
Dalla parte di settentrione, per il sino Magno, navigano ancora a detta Malacha per spezierie i mercatanti della terra di Cina, e portano di loro terra musco, reubarbaro, perle, stagno, porcellane e sete e drappi di ogni sorte lavorati, damaschi, rasi, broccati di molta perfezione, perciò che gli uomini sono molto industriosi e di nostra qualità, ma di piú brutto viso, con gli occhi piccoli. Vestono a costume nostro, e calzano con scarpe e calzamenti come noi. Credo che siano gentili, avenga che molti dicono che tengano la nostra fede, o parte di essi. Quest'anno passato navigarono alla Cina nostri Portoghesi, i quai non furno lasciati scendere in terra, che dicono cosí essere costume, che forestieri non entrino nelle loro abitazioni. Venderono le lor mercanzie con gran profitto, e tanto dicono essere d'utilità in condurre spezierie alla Cina come a Portogallo, per esser paese freddo e costumarle molto. Sarà da Malacha alla Cina cinquecento leghe, andando a tramontana.


De' costumi del re di Cina, e del presente fatto per l'ambasciadore del Sofí nominato siech Ismael al maggior capitano di Ormuz, dove si trovavano infiniti oratori delle regioni circonvicine.

Il re di questa regione non si lassa mai vedere né parlar, eccetto che da un solo, e quando alcuno vuole espedizione o altra cosa, lo fa intendere a un deputato, e quello all'altro: e cosí va d'uno in altro, fino a cinquant'uomini, alle orecchie del re. Tutte le sopradette fortezze ha edificate a usanza nostra il capitano maggior passato, il signore Alfonso d'Alburquerque, il qual nel giunger nostro in India stava in Ormuz, dove trovavansi infiniti oratori delle regioni convicine al sino Persico, e fra essi l'ambasciador del Sofí nominato siech Ismael, molto onorato, che presentò al capitan maggiore bellissimi cavalli, infinite turchine e una scimitarra molto ricca, adornata con sua vagina d'oro, perle e pietre preziose. E dicono che siech Ismael molto desidera l'amicizia del re di Portogallo, ed esser inclinatissimo alla benevolenza di tutti i Franchi. In Persia alla sua corte vi furono uomini nostri, da esso ricevuti e onorati e presentati, ch'è signor molto liberale: e fecero per terra, prima che vi giungessero, tre mesi di cammino.
E stando noi nell'India dapoi un mese, don Garzia della Crognia, nipote del capitan maggiore, avea deliberato questo anno passar allo stretto del mar Rosso, a destrugger l'armata del soldano (se è vero ch'ella vi sia) e far una fortezza o in Dalaccia o in Suachem, isola in diciotto gradi, dove imbarcano i religiosi che di Etiopia passano in Gierusalem, che cosí era questo anno sua volontà, e discoprire i cristiani d'Etiopia. E dipoi detto capitano maggior, lassato che ebbe Ormuz munito d'arme e mille uomini di guerra, con sedeci vele se ne tornava per India, e nel cammino li furon mandate lettere da Melchias di Diupatam, terra di Cambaia, nelle quai gli diceva che si mettesse ad ordine per tornar a Portogallo, perché nell'India vi era un altro capitano maggior e capitani di castelli. E leggendo come certi gentiluomini, che egli avea mandati a Portogallo prigioni, erano tornati in India piú onorati che prima, e che, poi che il re li mandava all'India, non teneva per bene quanto egli avea fatto ed era segno d'indignazione, detto capitano ne prese tanta passione che, ricaduto nella infirmità ch'in Ormuz avea tenuto, uscendo della barca in Goa diede fine alla sua gloriosa vita, doppo tanti travagli in dieci anni avuti nell'India, che, atteso le grandi imprese ch'egli ha condotto a fine, non fu già gran tempo un tal capitano nelle nostre parti, cosí di consiglio come d'audacia. Nell'India al presente si trovano quattromila uomini portoghesi, e fra un mese si partono mille, per Ormuz prima e poi allo stretto del mar Rosso, a fine che le navi non possino andar alla Meca e debbiano voltare alla banda di mezzogiorno, alle isole, che sono in numero dodicimila, per pigliar tutte le navi che navigano senza sicurtà, e dipoi all'isola di Zeila e a Coramandel.
Quest'anno non andremo noi al detto viaggio, ma si ordina per l'anno che viene che 'l capitan maggiore passerà là con tutte le navi per trovare l'armata del soldano, s'ella vi sarà, e far far una fortezza nel mar Rosso, e porre in un delli porti dell'Etiopia gli ambasciadori, cioè Matteo del Prete Ianni e Odoardo Galvan di sua Maestà, e noi altri, per andare alla corte di detto Prete Ianni: che Dio lassi seguir tutto, in conservazione e accrescimento della santa fede nostra.
L'animo mio è di fermarmi alcun tempo in queste parti e riferire alla V.S. il sito e nomi delle regioni e divisioni delle terre orientali, cosí del Prete Ianni come dell'India, perché vedrò poi di scorrer dentro alla terra ferma e riscontrar con l'altura de' gradi e' nomi antichi che pose Tolomeo, con moderni che oggi sono: e per questo porto meco l'astrolabio e molt'altri stromenti necessarii, perché altrimenti non si può saper se non in confuso, com'ora io scrivo a V.S.,conciosiaché questi Portoghesi non si curino d'intendere delle cose di terra ferma, perch'il profitto loro è al mare e non alla terra. In questo viaggio è morto un figliuolo dell'ambasciadore del Prete Ianni e un frate d'Etiopia. Né mi sovenendo altro per ora faccio fine, pregando il nostro Signor Dio mi doni grazia che, nel ritorno mio, possa trovare V.S. con quella felicità che lei desidera.

Di Cochin, terra d'India, il VI di gennaio MDXV.


Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo principe e signor il signor duca Lorenzo de' Medici, della navigazione del mar Rosso e sino Persico sino a Cochin, città nella India, scritta alli XVIII di settembre MDXVII.



Come i Portoghesi, cominciando dall'estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha fino al stretto del sino Persico di Ormuz e mar Rosso, hanno edificato molte fortezze, castella e città. Della costa di Fratacchi, dell'isola di Soquotora, e della qualità e costumi di quegli uomini. Descrizione del sangue di drago, dell'aloe soquoterino e ambracan.

Già due anni passati, per la lettra scritta alla felice memoria del magnifico signor Giuliano, intese V.S. quanto si andava ampliando in queste parti orientali la gloria de' Portoghesi, i quali, essendo entrati per forza d'arme in diverse terre, isole e porti principali, cominciando dalle estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha, detto dalli antichi Aurea Chersonesus, fino al stretto del sino Persico d'Ormuz e mar Rosso, vi hanno voluto in quello edificare molte fortezze, castella e città, le qual tenendo del continuo ben munite e pronte al soccorso l'una dell'altra, giudico, essendo loro signori del mare, che siano inespugnabili. Per l'ultima armata ritornata, essendo di grave infirmità ditenuto, come aviene a chi del natural clima in opposito si transmuta, non scrissi cosa alcuna.
Questo anno mi dettero lettere di V.S. illust. e per esse intesi la morte del magnifico signor Giuliano, il che mi fu tanto molesto che di piú non era possibile. E fummi dall'altra parte gratissimo lo intendere dello stato al qual V.S. meritamente è pervenuta, e degnatasi scrivermi in sí remote parti, che non fu poca mercede, massimamente faccendomi tante offerte, laonde mi fa debitore che, prima ch'io mi riduchi nella patria, piacendo a nostro Signor, io visiti buona parte di queste terre d'India, Persia ed Etiopia, per potere nel ritorno mio darle qualche particolar informazione, poi che di presente, venendo tardi del mare Rosso e per la accelerata espedizione di queste navi, non posso né a V.S. illust. né a me istesso a mia volontà sodisfare.
Ma essendomi il pregare un onesto e lecito comandamento, piú con certissima veritade che con retorici colori o parlare elegante procedendo, darò notizia come l'anno passato Raysalmon e Amyrasem, capitani generali dell'armata del soldano del Cairo, erano usciti del mar Rosso e venuti nel porto d'Adem con XX galere e molta gente di guerra, con determinazione di passare in India per nostra destruzione, e che sopra certe differenzie combattevano la città sforzatamente. Per questa causa il magnifico Lopes Soares, nostro capitan maggiore, avendo doppo la sua venuta la maggior parte del tempo occupata in far nuove navi e galere e restaurare molte altre che nell'India si trovano, però che il re gli comandò che passasse nel mar Rosso contra l'armata del soldano, e de quivi desse ordine come gli ambasciadori fussero in Etiopia al re David, partí di Cochin il giorno di Natale con quaranta vele ben armate di artegliarie, fuochi artificiosi e altri instromenti a guerra navale convenienti: sí che erano venti navi grosse, otto galere, dodici caravelle, e in esse andavano duemila uomini portoghesi e d'altre parti d'Europa, e settecento cristiani de Malabari, arcieri di lancia, spada e targa. E fummo costeggiando fino a Goa, pigliando in essa e in queste fortezze di Calicut e Canonor vettovaglie per un anno. Partimmo poi della città e isola di Goa, alli otto di febraio 1516, e de lí traversammo per il mar Indico all'isola di Soquotora in ventidua giornate, che sono trecentoventi leghe a modo di ponente. La qual è in tredeci gradi di altezza, terminata da levante e mezzodí dal mare, e da ponente dal capo di Guardafuni, ch'è l'ultima terra di Etiopia, nel principio del sino Arabico distante dall'isola trenta leghe, in latitudine di dodici gradi, il quale gli antichi chiamano Zinghis Promontorium, e da esso tutti e' naturali di questa costa sono Zinghi sino al presente giorno denominati. Da settentrione alla detta isola giace la costa di Fratacchi, nell'Arabia Felice, a quaranta leghe.
Questa isola di Soquotora è in circuito quindeci leghe, e mi pare, quando Tolomeo compose la sua Geografia, che era incognita appresso de' naviganti, come molt'altre per decorso del tempo per questa navigazione novamente discoperta: il che non è di maraviglia, non essendo di costume a que' tempi discostarsi molto dalla terra. Questa è abitata da pastori cristiani, che vivono di latte e butiro, che qui n'è grandissima abbondanzia; il lor pane sono dattili. Nella medesima terra è alcuno riso, che d'altre parti si naviga. Sono di natura Etiopi, come i cristiani del re David, con il capello alquanto piú lungo, nero e riccio; vestono alla moresca, con un panno solamente atorno le parti vergognose, come costumano in India, Arabia ed Etiopia, massime la gente populare. Nell'isola non vi si trova nessun signor naturale: egli è vero che le ville vicine al mare sono signoreggiate da Mori di Arabia Felice, che, per il commerzio ch'essi tenevano coi detti cristiani, a poco a poco gli soggiogarono e impatronironsi. La terra non è molto fruttifera, ma sterile e deserta com'è tutta l'Arabia Felice; in essa vi sono montagne di maravigliosa grandezza, con infiniti rivi d'acqua dolce. Qui è molto sangue di drago, ch'è gomma d'un arbore il quale si genera in aperture di questi monti, non molto alto, ma grosso di gambo e di scorza delicata, e va continuamente diminuendo da basso in suso come ritonda piramide, in la punta della quale sono pochi rami, con foglie intagliate come di rovere. Di qui viene lo aloe soquoterino, dal nome dell'isola denominato. Nella costa del mare si trova molto ambracan; ancora gran quantità ne viene dell'Etiopia, da Cefala sino al capo di Guardafuni, e di questa isola dell'oceano.


Descrizione del cameleonte, e come varia i colori secondo gli obietti ch'egli ha innanzi, e per che causa.

Nel tempo che stavamo in terra io viddi uno animale che gli auttori chiamano cameleonte, e dicono ch'esso si nutrica solamente dell'aere, ed è molto tardo e pigro d'andatura, e ne' suoi gesti a maraviglia allegro. La sua grandezza eccede alquanto la lacerta verde o vero il ramarro, sendo quasi d'una medesima specie: egli è alquanto maggiore di corpo, e di gambe molto piú alto, le quali sono a similitudine di braccia umane. Tiene il dorso dal collo alla coda per la schiena punteggiato come trota: vero è che le macchie sono rilevate dalla pelle, come bottoncini variati di colore; il corpo è ruvido e macchiato come la schiena, ma con bottoni minori e piú bassi, che lo fanno in vista molto formoso. Gli occhi di questo animale sono di maravigliosa bellezza, e fa contrario effetto di tutti gli altri, e sono di colore bianco, verde e giallo: egli pare che, senza volgere nessuna parte del corpo, gli volti e adrieto e poi dinanzi, guardando con essi per ogni banda, e con un solo da una parte e coll'altro al contrario. La coda è lunga e alquanto ritorta, macchiata com'è la schiena. Il suo colore è soverchiamente verde chiaro, massime la parte di sopra, donde lo ferisce il sole, però che da basso del corpo è piú bianco che d'altra qualità; è variato nondimeno per tutto di rosso, azzurro e bianco.
Non lascierò di dire doppo quel ch'io viddi, avenga che molti mi terranno per bugiardo, che la variazione fa secondo i soggetti che gli son posti, perché, sendo sopra cosa verde, rinverdisce la sua verdura; se sopra il giallo, si transmuta alcun tanto in verde giallo; sendo sopra a soggetto azurro, vermiglio o bianco, non muta il verde, ma i punti azurri, vermigli e bianchi si raccendono con piú vivo colore; e maggior variazione fa sopra il negro, perché stando in suo contento non è negro, e ponendolo in cosa negra, il bianco, azurro e rosso diventa oscuro e negro, e perde alquanto la vivacità del color verde. Questa sua mutazione, a mio giudicio, è causata dal piacere o discontento che piglia secondo i soggetti in che gli è posto: nei colori lieti mostra letizia in rinovargli, e ne' colori tristi tristizia in oscurare sua bellezza, perché, non sendo sopra color nessuno, viddi piú volte cangiarlo di colorato in negro, con timor o discontento, quando era preso o molestato. Pascesi di vento aprendo la bocca, la qual serrando, si vede manifestamente crescergli il ventre e abbassarsi a poco a poco.
In questa isola sono molte ville, con casamenti fatti di rami di dattili e chiese murate come le moschee de' Mori, con altari a nostro costume. E non è molto che i Portoghesi fecero una fortezza, e discacciarono e tagliarono a pezzi tutti i Mori dell'Arabia Felice; dipoi per esser la terra silvestre e senza profitto si disfece, e ritornando i medesimi Mori un'altra volta nell'isola, gli soggiogarono alla banda del mare, come di primi. Al presente per timor di noi altri fuggirno alle montagne, non lasciando venir i cristiani a parlare con noi, né a vender cosa nessuna. Per questo non intesi i particolari e cerimonie circa alla nostra fede, salvo da alcuno che stette nell'isola da principio, ch'aveva gran tempo che furno convertiti da uno apostolo del nostro Signor Iesú Cristo; e per la passione ch'egli portò per noi sopra il legno della Croce, osservano e adorano la Croce con grandissima reverenza, guardando la domenica e molte feste comandate, nelle quali vengono alle chiese colle donne e loro figliuoli: egli è vero che esse non entrano dentro, ma restano nell'atrio o cimiterio ch'è di fuori. E il sacerdote (da loro abbune è nominato) mantiene fra essi giustizia nella detta isola.


Descrizione della città di Adem, e che mercanzie navigavano a questa città,
prima che i Portoghesi soggiogassero il mar dell'India.

Dapoi che pigliammo acqua, che fu alli quattro di marzo, prendemmo il viaggio nostro e passammo el ditto capo di Guardafuni, a vista di Etiopia, e de lí traversammo all'altra costa di Arabia Felice, e arrivammo in Adem alli XIIII di marzo, la quale è discosto da Soquotora CXX leghe in XIII gradi. Adem è porto e scala principale di Arabia e d'Etiopia, terra di ragionevole grandezza, essendo quella delli luochi vicini la piú formosa, per quanto dimostra di fuori il suo spettacolo: è nobile e ricca e di grandissimi edificii di pietre ornata, maravigliosa di sito, e di fortezza tale ch'io non viddi, né spero di vederne nessuna, né sí forte né sí ben posta. Perché dalla banda d'Arabia Felice, che la termina da settentrione, da una terra bassa e piana procede una gran montagna, che si estende al mare ben due leghe, la qual la cinge intorno da tre bande; perché da ponente un braccio di mare entra tanto dentro della terra che detta montagna, tenendo l'Arabia solamente un banda, con la quale è congiunta, resta quasi come isola, tagliata da tre parti del mare, tanto precipite e acclive suso alla summità, che pare impossibile che per essa si possa salire. Dalla parte di levante, dove è un porto maraviglioso e sicuro, appiè di detta montagna, nel mezzo d'essa, tiene un spazio non molto grande di pianura, dove fu edificata questa città a somiglianza d'uno semicirculo, perché dalla detta sommità sino alla riviera del mare vengono due ale di monti, distanti l'uno da l'altro mezza lega, che, congiungendosi al mezzo della montagna maggiore, fanno come circunferenzia. In queste ale sono mura fortissime che procedono sino al mezzo di detta montagna, la quale circuisce la città senza muro, la quarta parte servendo il monte in luogo del muro. Nella distanzia delle due ale, nella pianura abbasso è posta Adem, congiunta con la riviera del mare, nella qual è tirato un muro da una ala all'altra, che serve come diametro: detto muro è grossissimo, con suoi torrioni per difendersi da ogni assalto. Da questa parte è molto travaglioso il combatterla, ancora che sia piú facile che da nessun'altra banda, però che dalla terra ferma non si può, avendo a passare per una valle per mezzo di due monti, prima che si pervenga alla porta della città. All'entrata della quale sono duoi castelli che, per esser il sentiero angusto e difficultoso, possono facilmente difendere il passo a poca gente e a molta. Dalla banda di ponente l'acclività del monte precipite non lo consente, nella sommità del quale sono XXV castella superiori alla città, sopra a certi massi come la Verrucola di Pisa, edificati in diverse parti con ragionevoli spazii, che con pietre e altri instromenti possono difenderla e distruggerla. Congiunto con la città al mare è uno scoglio, che difende il porto e muro della terra, dove sono quattro torrioni con molta artegliaria ben ordinati: e fra lo scoglio e la città stanno le navi sicure da ogni tempesta.
Questa terra d'Adem, come tutte l'altre di Arabia e d'Etiopia che sono appresso il mare, non tiene alcuna acqua, né per pioggia ne per natura, perché di maraviglia piove in questo clima in cinque o sei anni di spazio. Qui sono bonissime frutte d'ogni sorte, che vengono dalla terra dentro, e della medesima qualità che sono nelle terre nostre. Gli arbori si mantengono dell'umore radicale e di rugiada, che cade in gran copia in queste parti; l'acqua portano dalla terra ferma, lungi dalla città quattro leghe.
A questa città, prima che i Portoghesi soggiogassero il mar d'India, navigavan da diverse regioni grandissima quantità di speziarie, droghe medicinali, odori, tinte e gioie, panni di seta finissimi e di cotone, e d'ogni qualità di mercanzie orientali; e de lí si transferivano per terra in Arabia, nella Soria e in Asia Minore, sino ne' porti di Damasco e d'Aleppo, e d'altre parti si distribuivano per l'Etiopia. La maggior quantità veniva per mare al Zidem, porto della Mecca, e a Suese e altri porti del Cairo vicini al monte Sinai, e quivi per Alessandria, d'onde si navigavano per la nostra Europa. Ed era tanto il profitto di tal commerzio che in questa parte Malacha, Calicut, Ormuz e Adem, principali porti dove tal mercanzie facevano capo, erano stimate le piú nobili e ricche terre d'Oriente, come delle nostre bande il Cairo e Venezia, che ben sa V.S. illust. quanto si augumentavano. E non dee esser tenuto per maraviglia che siano a tanto stato e grandezza pervenute, perché questi Mori non si contentavano di guadagnare nelle loro navigazioni cento per cento. Dopo la venuta de' Portoghesi, mancando l'utilità di dette terre e soggiogate la maggior parte d'esse, si ritrasseno e' mercanti principali per la terra ferma e per altre parti dove navigano i Portoghesi, il che cominciò annullare il nome e la grandezza di tal terre. Questo fu non solamente detrimento per l'India, ma del Cairo e di Venezia, che tenevano la principal entrata di speziarie, perché, essendo i Portoghesi signori del mare, non lassano trarre nessuna sorte di esse né navigare senza loro licenza, o senza pericolo della vita o di perpetua servitú: la qual licenzia di andare a Mori non concedono. Per questa causa per maraviglia là vanno navi, e se pur alcuna per aventura vi va, non può levare tanta speziaria che piú non sia necessaria per l'Arabia e per Etiopia, dove sono nel medesimo prezzo che in Europa.


Come, arrivati in Adem, vennono ambasciadori di Amirmirigian
e feceli intender quanto desiderassino la pace con Portoghesi,
e dettegli nuove dell'armata del gran soldano entrata nella terra ferma di Arabia,
conquistando quel paese; e la risposta fattali per il capitano maggiore. Dell'isola detta Babel.

Subito che fummo arrivati, il nostro capitano generale in segno di pace mandò a salutar il porto con tutta l'artegliaria. In questo vennono ambasciadori di Amirmirigian governatore a visitarlo, e fargli intendere quanto desiderassino la pace con Portoghesi, e offerire ogni necessario rinfrescamento per l'armata. Questi dettero nuove come Amirasem, uno de' due capitani del soldano, era entrato nella terra ferma di Arabia con 1800 uomini bianchi, de' quali ve n'erano 700 schioppettieri e 300 arcieri, e che di già avevan preso Zibid e Taesa, terre principali del regno di Adem, e robbato infinite ricchezze, di che pagavan soldo a molta gente di Arabia; e che si era congiunto con un signore di essa naturale, e inimicissimo del re di Adem e di suo regno rebelle, il quale andava con detto Amirasem del continuo conquistando ed entrando per la terra ferma; e che stavano vicini ad Almacharana, ch'è una fortezza dove è tesoro d'infiniti re d'Adem, in tanta quantità che, per non parer bugiardo, lascio di scriverlo. Il re si trovava a difensione in questa parte del suo regno con 80000 uomini di guerra, né potevano alla gente del soldano resistere, rispetto alle artegliarie da campo e schioppetti ch'essi avevano. Poi piú oltre come Raysalmon, l'altro capitano, saltò nel porto d'Adem con l'armata che levò da l'isola di Cameran, ch'è dentro del mar Rosso, e con 1200 persone che egli avea la combatté, il che durò XV giorni, e gittò per terra parte del muro: e all'entrar dentro trovò grand'ostaculo, perché di terra ferma soccorreva tanta gente la città che i Mamalucchi, piú per il danno grande che per loro volontà, si ritrassero con le galere tutte aperte per il trar delle artegliarie, e che dopo tornaron per il Zidem.
Il capitano maggiore, ricevutti gli ambasciadori onoratamente, disse che gli doleva molto non aver trovato tal armata al mare, e non già tirata in terra; tuttavolta che sua volontà era di passar al Zidem, e che non avea necessità d'altro che d'un pilotto che al detto porto lo conducesse, e che dicessino al governatore, poi ch'il re stava assente, che gli mandasse alcuno esperto di tal navigazione; e in quanto alla pace, che il re di Portogallo non faceva guerra se non a chi la voleva, né negava pace a chi la domandasse, e che sopra essa alla sua tornata darebbe ispedizione. Tornarono gli ambasciadori a terra, e dipoi menarono quattro pilotti e molto rinfrescamento di carne, pane e altre frutte: e cosí partimmo del porto d'Adem dopo i due giorni di nostra venuta, e fummo alla bocca dello stretto del mar Rosso in un dí e mezzo, che furono XXX leghe di cammino, la quale è posta in XIII gradi. E nell'entrata di essa nel mezzo del mare è una isola detta Bebel, che non è bassa, ma sterile e senza verdura nessuna, come tutte queste coste d'Arabia. L'isola è di circuito di due leghe, distante dalla terra di Arabia una lega, e altrotanto dalla Etiopia. In essa dicono anticamente che stavano due catene di ferro, che traversavano d'ogni banda della terra e difendevano l'entrata e salita del mar Rosso.


Come l'armata di Portoghesi fu costretta dal vento a levarsi dall'assedio di Sacacia e andare scorrendo per il mar della isola Suachem.

Alli XVII di marzo entrammo dentro con grandissimo vento, e nell'entrata pigliammo una nave di Cambaia, che veniva di Zeila con certi Turchi e Mammalucchi, carica di mercanzie e vettovaglie: e la medesima notte con grandissima tempesta la perdemmo, con altre navi indiane, che venivano in nostra conserva, de cristiani de Malabari, e una fusta nella qual erano LX uomini portoghesi, della qual dipoi mai non avemmo notizia. Fummo per il mar Rosso a cammino per la Mecca, passando a vista di molte isole grandi, diserte e inabitate, per la carestia dell'acqua che è in questa parte. E cominciando già i venti contrarii che in questi tempi soffiano per le navi che tornano d'India, tardammo dalla bocca al porto del Zidem XXV giorni, che furono leghe CC di cammino. Essendo vicini al porto già detto VIII leghe a vista della terra, con la gente e artegliaria ad ordine per saltare l'altro giorno nel porto e combatter la città e destrugger l'armata, fu tanta la nostra disaventura, o volontà dell'Altissimo, ch'il vento che era a poppa si voltò per la prua, né potemmo andar un passo avanti: che causò grandissimo danno a tutta l'armata e gente di essa, non potendo destrugger le galere del soldano né conquistare Sacacia, città come il Zidem, la quale senza dubbio era nostra, perché a questo tempo stava disprovista e senza difensione alcuna. Questo fu cagione ancora che gli ambasciadori che noi levavamo per il Prete Ianni non andassero a lor cammino, e fu tanto il danno che fece questo pessimo tempo, che per aventura non fu altro simile in queste parti, che ben si può dire che nessuno si può confidare in certezza di mare.
La nostra nave, dove veniva l'ambasciadore del Prete Ianni, per essere grande e forte, levava per poppa una grandissima nave di Malacca detta giunco, che cosí si chiama una certa sorte di navili che vengono dalla Cina, ne' quali andavano li cristiani indiani, e per non poter navigare tanto come l'armata, era necessario la levassimo. E cominciando di continuo il vento e 'l mare a farsi grande, per il peso del giunco non potevamo andar tanto a orza come l'armata, ma di continuo piú a sottovento; e per essere vicini a certi bassi, essendo l'armata già sopravento da essi passata avanti, noi non potemmo passargli, e fummo necessitati mutarci in altra volta del mare. E quando tornammo al medesimo cammino, restammo indrieto quattro leghe e a sottovento di detta armata, la quale perdemmo la medesima notte, senza poterla mai in questi giorni rivedere. Fummo parando al vento e alla tempesta quasi incomportabile due giorni, sperando di nuovo congiungerci, se non in altro luogo, al meno al Zidem. E in questo tempo si aperse il giunco per la gran fortuna che era in mare, non sendo sí forte come le nostre navi, e fu necessario ch'accogliessimo tutta la gente che in esso andava a fin che non si perdesse: il quale dipoi fu al fondo.
E questo fu il venerdí santo, nel quale per l'altura del sole trovavamo esser discaduti XXX leghe del nostro viaggio, e non cessando il vento, ma continuamente crescendo, trovandoci con poca acqua e molta gente, né sapendo dove la potessimo pigliare, determinammo di tornare all'isola di Cameran mentre ch'il tempo serviva per quella parte, con timore di calma o che non si mutassi in tempo che non potessimo arrivare in alcuna parte. E non avendo altro rimedio a nostra salvazione, demmo volta per detta isola, e il pilotto errando il cammino fu a levarci in Etiopia, all'altra costa, la quale (per esser in queste parti il mare piú largo che in nessun'altra di questo stretto) è larga dall'altra di Arabia 30 leghe. Fummo al lungo la detta costa con intenzione d'entrare nella isola di Suachem, che è messa in un braccio di mare dove i cristiani di Etiopia s'imbarcano per Gierusalem; ed essendo già in latitudine di XVIII gradi, in che detta isola è posta, non potemmo mai conoscerla.
In questo tempo avemmo vista d'un navilio di Mori che per la detta isola navigano, e fummo col battello ben armato per pigliarlo e da essi intendere donde detti fussero; i quali, subito ch'ebbero vista di noi, diedero in secco della costa e fuggirono, lasciando il navilio senza gente. Noi discendemmo in terra per trovar alcun modo di pigliar acqua, e non trovando abitazione alcuna, ci mettemmo a far pozzi; ed essendo l'acqua salmastra, ci tornammo alla nave con grandissima passione.


Della isola detta Dalacia. Come i Portoghesi patirno gran disagi per mancamento d'acqua, e d'un maggior pericolo che li sopravenne. Della montagna detta Bisan overo Visione.

Perduta la speranza di Suachem, determinammo passare a Dalaccia, ch'è un'altra isola nella medesima costa, dove già furono nostri navili nel tempo dell'altro capitano, che passò nel mar Rosso. E perché l'ambasciadore ci diceva fossimo là, che non la potevamo fallire, e che de lí andassimo al porto del Prete Ianni, dove ci saria dato quanto fosse necessario, de qui partimmo, andando sempre a vista di molte isole, fra le quali molte d'esse erano piene d'arbori e di verdura, che molte volte c'ingannò, perché, giudicando che tenessino acqua, fummo là col battello, né mai potemmo discoprirla, ma di continuo perdendo tempo andavamo per perduti, piú l'un giorno che l'altro disperandoci, salvo che della misericordia di Dio, che era cosa miseranda a vedere in quanta necessità ci trovavamo. La gente del Malabare, uomini di piú debile complessione, cominciorno a morire a visibile sete; alcuni, aggiungendo male a male, si saziavano con acqua salata; molti anche con disperazione si lanciavano in queste isole disabitate; altri per la sete incomportabile accecavano, senza mai tornare nell'essere di prima; alcuni altri morivano come cani rabbiosi.
Andando in questa disperazione ci sopravenne maggior pericolo, perché, lasciando il vero cammino, il quale era lungo la terra, una notte ci allargammo al mare per piú sicura navigazione, e venuto il giorno ci trovammo circuiti d'infinit'isole e scogli e bassi, e tanti ch'era impossibile il contarli: e non potendo tornare indrieto, per il vento che ci sforzava d'andare avanti, né sapendo il cammino per onde fusse, mancando l'acqua quasi del tutto, dubitammo grandemente della nostra salvazione. Quest'isole ci detennono molti giorni, non potendo di notte navigare, perch'era necessario che il battello andasse avanti alla nave per discoprir fondo donde potesse passare, e talora surgemmo tre o quattro volte per giorno, con grandissima fatica di tutti e passione d'animo in dar le vele e ordinare la nave, non potendo i marinari supplire a tutto.
Cosí, navigando sempre col piombo in mano, fummo con tanto riguardo che venimmo a cert'isole maggiori, dove il mar era piú largo, e in esse avemmo vista di certi navili che venivano di Dalaccia a pescar perle, i quali ne dettero grandissima speranza che Dalaccia saria vicina, stando noi quasi nella sua latitudine, che sono XVI gradi. Fummo dietro ad essi navili, i quali, fuggendo a vele e a remi, si raccolseno in una isola grande che per la nostra prua si dimostrava, per onde pigliammo il cammino. E vicini alla notte volendo buttar l'ancora in un'isoletta, non trovando fondo, fu necessario che ci allargassimo al mare, aspettando fino al giorno fra la terra ferma e quest'isola: dalla quale la mattina ci trovammo lungi IIII leghe, rispetto alla correntia dell'acqua ch'è nel canale fra l'isola e l'Etiopia, e quivi buttammo l'ancora, non potendo tornare ad essa per il tempo che si era mutato.
In questo mezzo l'ambasciador ci mostrò Dalaccia, e come si chiamavano molte altre isole vicine alla terra, e dove stava il porto del Prete Ianni, ch'era nella costa di Etiopia, non piú lungi che quattro leghe, abbasso di una grandissima montagna detta Bisan, o ver la Visione, nella quale è un eremo di religiosi con una chiesa dedicata ad Abraam: e in essa abitava uno episcopo di santa vita, nominato abbuna Gebbra Christos, con monachi osservanti. E pregò il nostro capitano che fussimo con la nave in tal porto, che in esso stando la nave sicura, potria la gente restaurarsi della mala vita che tenevamo, e di qui certificarsi e chiarirsi della sua imbasciata. Il capitano non volse mai concedere che vi andassimo, pigliando varie iscusazioni; e non potendo dar le vele per il vento contrario, mandò il battello all'isola di Dalaccia, a discoprir alcuna acqua dolce, e dove potessimo alcuno giorno riposarci. Il quale tornando l'altro giorno con grandissima festa (presa una gelfa, navilio piccolo di Mori cosí chiamato), ci diede nuove di una isoletta congiunta con Dalaccia, abondantissima d'acqua e di bestiame, alla quale navigammo, in un porto ch'era fra una punta di Dalaccia e la ditta isola.


Come il re di Dalaccia venne a parlamento col capitano di Portoghesi, e che notizia s'ebbe in tal colloquio del stato del re David, ora chiamato Prete Ianni.

Lo primo giorno di maggio, fummo in terra CCCC uomini e ci assicurammo d'essa, perché li Mori, non avendo animo di aspettarci, fuggirno subito a Dalaccia. Nella gelfa che presero quando l'isola fu discoperta, menarono alla nave un Moro antico di essa naturale, al quale si fece molto onore, dandogli vestiti e panni di piú sorte: e mandammolo a Dalaccia, accioché fussi a parlar al re, che la nostra venuta e presa della sua isola non era per fargli alcuno impedimento, se non di pigliare acqua e alcuno rinfrescamento, di che eravamo necessitati, e che quanto in essa si dannificasse pagaremmo a sua volontà, e che la nostra intenzione era di aspettar il capitan maggior, dal qual eravamo stati separati per fortuna, che di là aveva a passare. Il re, con questo assicurato, mandò ambasciadori, i quali subito conobbero Matteo, ambasciadore del re David, e li fecero grandissima riverenza e molta festa, mostrando di fuori gran contentamento della sua vista, e dissono che disponessimo di Dalaccia e di sue isole a nostra volontà. Di che il nostro capitano gli ringraziò molto, e disse che dicessero al re che fusse certo che il capitano maggiore gli resteria in grandissima obligazione, e che, per saper che erano in amicizia col re David, non avevano a ricever da noi se non onor e utilità, e che, mentre che quivi stessimo, mandasse a vender alla spiaggia alcune vettovaglie, e che tutto si pagarebbe per suo prezzo. Cosí essi tornarono contenti e sodisfatti, venendo il giorno seguente con presenti di latte, carne e mele; e dissero che il re desiderava parlare al capitano e all'ambasciadore, al qual portarono lettere del re, rallegrandosi di sua venuta.
Dopo tre giorni venne il re con 500 uomini da piedi, mal armati, con certi dardi, scudi e archi non molto buoni e alcune spade a nostro costume; i piú onorati venivano in camelli e dromedarii e cavalli leggieri di Arabia, con varii instrumenti e suoni, a costume di quelle parti. Il re veniva vestito alla moresca, con una vesta d'oro e di seta variata, e di sopra un panno attraversato all'apostolica. Egli è giovane di XXV anni, di colore lionato bene scuro, come sono la maggior parte di Mori di Arabia Felice sino alla Mecca, con capelli lunghi e ricci. Fummo alla spiaggia col nostro capitano senz'arme, per segno di maggior amicizia, stando nondimeno sempre col battello sopra aviso d'alcun tradimento a costume degli Arabi. Doppo molte cerimonie, il capitano e l'ambasciador pregorono il re mandasse al Suachem per terra o per mar ne' porti di Arabia a intendere della nostra armata e dar notizia di noi altri; il re cosí promise, e mandò un suo famigliare alla nave per lettere, e tornossene per la sua terra.
In questo colloquio avemmo alcuna notizia dello stato del re David, da noi nominato Prete Ianni e da' Mori sultan Aticlabassi, e intendemmo il suo regno occupare quasi tutta l'Etiopia interiore e abbasso dell'Egitto: ed è opinione di molti che si estenda vicino a Manicongo, terra dalla banda di Ghinea del re di Portogallo. Va sempre alla campagna con padiglioni e tende di sete e varie sorti di panni, con tanta gente di cavallo e di piede che non tien numero né misura, di maniera che non costuma fermarsi in una terra piú di quattro mesi, dove, consumate le vettovaglie e carne e legna, si lieva e transferiscesi per altre provincie, faccendo com'è a dir un divorzio: e pare che non torni là onde egli si parte di dieci anni. Al presente si trovava in Chaxumo, terra già Auxuma denominata, corrotto il vocabulo, come l'isola del Nilo Meroe detta, e ora Gueguere. Dicono ch'è giovane de XVIII anni, formoso e di colore di olivo, né si lassa vedere a nessuno in viso, salvo ch'una volta nell'anno per maggior stato, andando il resto del tempo con la faccia coperta; non gli parla nessuno se non per interprete, passando per tre o quattro persone avanti che pervenga a lui. Li naturali della terra sono segnati di foco, della qualità ch'in Roma si veggono. Questo non è segnale di battesmo, perché si battezzano con acqua come noi, ma solamente per osservar il costume di Solomone in segnare li suoi schiavi, donde è fama la casa del re di Etiopia esser discesa: perché dicono ch'una regina fu a visitarlo e, restando gravida, partorí un figliuolo dal qual discese tal generazione, e per questo, essendo dalla casa d'Israel, osservano i cristiani etiopi la legge antica e moderna, usando battesmo e circuncisione, e osservando la festività degli apostoli e de' santi moderni, e de' patriarchi e padri del vecchio Testamento. Qui dicono essere uno anello di Salamone e una corona e catedra del re David, tenuta in grandissima osservanzia. Piacendo a nostro Signore dare effetto a' nostri desiderii, passando io in quel paese potrò dare piú certo testimonio di questo, che non è se non per fama.


Del modo del pescar le perle. Dell'isola Baharem. Come in Zeilam nascono varie pietre preziose,
e qual fusse anticamente detta isola di Zeilam.

Stemmo in questa isola di Dalaccia un mese intiero, la qual è in latitudine di XVI gradi, vicina alla terra d'Etiopia VII leghe. È di XX leghe di circuito, di sano aere, isola bassa e sterile con certi colli e valli pieni di pruni e stecchi, senza nessuno arboro fruttifero. Qui poco si semina, che la maggior parte della vettovaglia viene di Etiopia, che sono mele, miglio, butiro e qualche poco di grano; è buona solamente per pasture di capre, camelli e bovi, che qui sono in gran quantità per tutta l'isola, perché è abbondantissima d'acqua dolce, che è rara in queste parti. Cominciossi ad abitare per la commodità di quest'acque, e rispetto alle perle ch'intorno ad essa e ne' bassi dell'isole circonstanti si generano, che tutte sono di questo re. Pescansi nel fondo del mare con una rete al collo, come vangaiuole, la quale dipoi ch'è piena di madre di perle, la legano ad una corda che pende con contrapeso dal navilio (in che vanno a pescarle) insino al fondo del mare, e tornati di sopra la tirano. Cosí costumano in Cefala, ch'è nella costa d'Etiopia, donde viene oro della terra ferma vicina a Monzambique, ch'è non troppo lontana dall'equinoziale; e questo medesimo modo usano in Baharem, che è un'isola dentro il sino Persico cosí chiamata, donde vengono le miglior perle e in maggior quantità che d'altra parte. Cosí nell'isola di Zeilam, di sotto di Calicut C leghe, dove nascono ancora i topazii, iacinti, rubini, zaffiri, balasci e alcuno carbonculo, lesicione, occhi di gatta e granati e grisoliti, che in questa sono in grandissima abondanzia; da essa viene la buona cannella, che non si trova in altre parti. Quest'isola di Zeilam mi pare la Taprobana, e non Sumatra, come mi dicono molti, quantunque l'anno passato scrivessi il contrario: dipoi avendo ben considerato, confermo che Sumatra non era a tal tempo scoperta. Similmente vengono le perle di là da Malacha, delle terre del Cataio o vero delle Cine, di certe isole del sino Magno, e in tutti li luoghi sopradetti si pescano d'una medesima maniera.


Quel che l'imbasciadore ricercasse il capitano mentre dimororno in Dalaccia, e quello li rispondesse il capitano. Come intesero l'armata ritrovarsi a Cameran, e che nuove avessero del soldan e del Zidem.

In questo tempo di nostra dimora in Dalaccia, l'ambasciador parlò molte volte al capitano della nave che mandasse il battello alla isola di Mazua, che era a nostra vista non piú lontana che cinque leghe, appiè del già detto monte della Visione, perché dalla detta isola a terra non aveva piú che una lega, dove era un porto de' cristiani detto Ercoco, da' quali, o da' monachi dell'eremo della Visione, mandando là o loro venendo a Ercoco (come costumano), che è lungi dall'eremo dua giornate di cammino per la montagna, potevamo sapere certezza di sua imbasciata e di alcune dubietà che tenevamo, a fine che, quando ci congiungessimo col capitano maggior, non fusse necessario ditenersi in saper tali particolari, ma che potesse dare ordine che gli ambasciadori passassero. All'ultimo, non prestando il capitano fede a cosa che egli dicesse, gli fece requisizione per parte d'Iddio e del re di Portogallo, in publico, per mano dello scrivano della nave, al quale il capitano rispose che non levava reggimento del capitano maggiore di cosa nissuna, e se in questo andare e mandare risultasse alcuno inconveniente, ne poteva di esso dare buon conto: e per questo lasciò tal impresa, tanto facile a darli effetto, restando il tutto confusa e senza alcuna conclusione.
E stando già con determinazione di partire per l'isola di Cameran e di lí per l'India, i Mori di Dalaccia ci dettono nuove l'armata essere in detta isola di Cameran, e già sendo securi che non aveva a venire a Dalaccia, cominciarono simulatamente a ricalcitrare e mostrar che non curavano tanto della nostra amicizia come prima. Dipoi avemmo vista di due caravelle nostre, che venivano dalla isola di Cameran, ispedite dal capitan maggiore, le quali il giorno seguente comparsono nel porto dove stavamo sorti; e li capitani di esse vennero alla nostra nave con grandissima allegrezza e piacere di tutti universalmente, loro per trovarci, che ci giudicavano per perduti, e noi per il desiderio che tenevamo di saper nuove dell'armata. Le dette caravelle venneron con intenzione di scoprire i porti de' cristiani, e levavano tre uomini, fra li quali era un Moro di Granata, astutissimo e di grandissima pratica, il quale il signor Alfonso d'Alburquerque aveva tenuto in ferri molto tempo, parendogli che con la sua astuzia poteva fare alcuna revoluzione nell'India contro a' cristiani. Costui al presente lo liberorno, accioché andasse come mercante in Etiopia, e gli altri due Portoghesi come suoi schiavi, e che riportasse nuove in India di tale imbasciata, avendogli promesso alla sua tornata farlo scambadar della isola di Ormuz, che è officio molto grande di onore e profitto, e come appresso di noi consolo di mare.
Da questi capitani avemmo nuove che 'l medesimo giorno che ci separammo dall'armata, e sendo vicini alla terra del Zidem dalla banda d'Arabia, venne alla nave capitana una guelfa, o vero navilio de' Mori, dove erano XVIII cristiani di Grecia, di Corfú, Candia e di Scio e alcuno genovese, bombardieri maestri di far galere e calafati. I quali dissero che, nel principio che si cominciò a far l'armata del soldano, furno presi ne' porti di Soria e mandati al Suez, donde s'armarono le galere, per servire a tal opra; e che al presente erano fuggiti, dando ad intendere al capitan moro che tornariano a Suez, e che determinavano di pigliar una nave grande, con pilotti, avanti che passassero nell'India o in Ormuz alle fortezze de' cristiani. E vista l'armata nostra, ne vennero ad essa, e dettero nuove come il Zidem stava provisto di gente, però che in essa non aveva piú che CCC Mamalucchi e Raysalmon, uno de' capitani del soldano, perché l'altro era stato morto da detto Raysalmon (come si dirà), il quale aveva messo ad ordine due galere per passare al Cairo al gran Turco, che al presente dicono esser signore di Soria e Asia Minore, il quale lo mandava a chiamare; e che tutti gli altri Turchi, Africani e Mamalucchi erano sparsi in diverse terre, non li pagando soldo, e avevan lasciate le galere e le artegliarie nella riviera del mar, come quelli che non sospettavano di nostra venuta. Il Capitan maggiore, desideroso di arrivare al Zidem, stette XV giorni andando sempre in volta per non discader del suo cammino, e in questo tempo mai non poté entrare nel porto, per la gran fortuna che già dicemmo, per la quale fu al fondo una nave portoghese il sabbato santo (vero è che si salvò tutta la gente).


Come, essendo giunta l'armata di Portoghesi al porto del Zidem, fatto consiglio si determinò
di non dar battaglia alla città, e per che causa. Del fiume Indo; dell'isola detta Diupatam;
e come il capitano maggiore, dando ordine di partirsi,
mandò a por fuoco a tre navi grosse e a un galeone di due coperte.


Nel tempo che vedemmo la terra del Zidem, all'entrata dell'armata nel porto, Raysalmon, avendo notizia di nostra venuta per gli uomini della terra, da' quali fummo visti, ebbe commodità di munire la città di artegliarie e gente che dalla Mecca vennero: e passavan 10000, di diverse regioni, che vi erano in peregrinaggio, perché la Mecca non è piú lungi dal Zidem che XII leghe. E subito che la nostra armata comparse, non restarono dí e notte di sbombardarla, senza farle alcuna offesa, ancor che le lor artegliarie siano potentissime, le quali, stando le nave sorte molto lungi, tirando in arcata davano in fallo. Il medesimo giorno si messero insieme i principali col capitan maggiore ed ebbero varie openioni, se fusse ben darle la battaglia o lasciarla: e contro alla volontà di molti, desiderosi di saltare a terra, dal signor Lopes Soares, uomo prudente e temperato in ogni suo negocio, fu determinato che era piú securo non combatterla che, combattendola, metter in pericolo l'armata e lo stato di India. Conciosiaché, non sapendo che gente fosse nella città, e che essi non erano molti, rispetto che nella nostra nave che non vi fu andavano quattrocento uomini, e non restando le nostre navi ben guardate, potevano i Mori, con due galere che stavano al mare, saltare ad esse quando i nostri Portoghesi fossero in terra e vietare che non tornassero a difenderle; e lasciando le navi con gente, pochi restavano per combatter la città, il mare della quale è tanto basso che i battelli non possono a gran spazio arrivar alla spiaggia. E per questo era necessario che fussero per acqua mezza lega, e col peso dell'armi, e per l'impedimento dell'acqua, avendo a disbarcar nel mezzo della riviera, piena d'infinita arteglieria grossa e minuta, prima che là comparissero sarebbero mal trattati, e trovando alcuna resistenzia, portavano pericolo non si poter raccorre sí presto a' battelli, e per tal impedimento di restar tutti morti.
Stando in questa resoluzione, fuggí di terra un schiavo di Raysalmon, che dicono era suo cameriere, cristiano delle terre di Mondevi, e venne per questi bassi vicini alle navi, donde lo levorono in un battello alla capitana, e diede nove del soccorso ch'era venuto nella città della Mecca, e come stava fortificata, dechiarando molt'altri segreti che sapeva: fra gli altri, che quivi si trovava l'ambasciadore del re di Cambaia, ch'è una delle principali e ricche regioni dell'India, per la quale il fiume Indo spargendosi entra nel mar Oceano; e questo ambasciadore l'avea mandato di consiglio di uno Turco chiamato Melchias, il quale è signore dell'isola di Diupatam, suddito al detto re, la qual isola è posta in un braccio di mare ch'entra in detta Cambaia gran spazio, nel qual braccio è la bocca del detto fiume Indo. Questo Turco detto Melchias, com'uomo sagacissimo ed esperto, dapoi che i Portoghesi disbarattarono, già sono nov'anni, l'armata del soldano nella sua isola, con morte di sei o settemila persone, parte del Cairo e parte della sua terra, con suo ingegno, fatta pace col vice re ch'era in quel tempo, ritenne sempre l'amicizia del re di Portogallo per non perder il suo dominio, scrivendogli ogni anno e mandandogli varii presenti e opere bellissime che si lavorano in questa terra, tenendo contenti con diverse maniere i principali Portoghesi dell'India e faccendo a tutti generalmente grandissimo onore, presentandogli con varie cose di Cambaia; dall'altra parte attese sempre a fortificarsi di castella e di artegliaria, mostrando che tutt'era di Portoghesi. In questo medesimo tempo non lasciò mai d'intertenersi col soldano, dando particolare aviso del loro stato nell'India, e sendo già l'armata presta al presente, mandava a sollicitare che passassino a Diupatam e che non tardassino, che teneva in ordine vettovaglie, arteglierie, navili, legnami e ferro e gente per congiungersi con loro, e ch'erano tornati al Zidem per reparar le galere e passare all'isola di Diupatam, e de lí poi tornare sopra la fortezza d'Ormuz. Inteso tutto per il capitan maggiore, diede ordine alla partita, tre giorni dipoi che stavano in detto porto, e prima mandò a por fuoco a tre navi grosse a nostro costume e a uno galeone di dua coperte, che li Mamalucchi avevano armate sopra navi che presono di Mori quando furono in Adem; e dato a tutto ispediente, si venne all'isola di Cameran, donde dispaciarono le caravelle sopradette per Dalaccia.


Descrizione di Zidem, città di Arabia.

Il Zidem (come dicono molti) è città di Arabia Deserta in XXII gradi e mezzo di latitudine, porto della Mecca da' Mori molto nominato, ed è tenuta per terra santa come la Mecca e Medina Talnabi, dove è sepolto Maumetto, alla qual vanno in peregrinaggio di tutte le parti di sua legge: e in nessuna di queste può entrare altra generazione che maumettani. La città del Zidem non è molto grande, ma tutta murata, con edificii di pietra circuita dalla terra, e dalla banda del mare senza muro, salvo che cominciarono a farlo dipoi che i Portoghesi furno la prima volta nel mar Rosso, che adesso non era fornito; è situata in terra sterile e deserta come altre di Arabia, non tiene acqua nella città, ma viene di fuora di cariche di camelli, come in Adem, in Zeila e in tutte queste terre vicine al mare. Dal Zidem (come è detto) alla Mecca sono per terra XII leghe, e dalla Mecca a Medina Talnabi LX leghe; da Suez al Toro, dove si fece l'armata, sono per mare LX leghe, e dal Toro al monte Sinai vicino al Zidem CC leghe, e da Zidem a Cameran CLXX leghe.


Come il capitano maggiore mandò a scoprir i porti del Prete Ianni e, fatto intendere ad esso re l'imbasciata del re di Portogallo e del suo ambasciadore, giunsero a Cameran. Del disordine che per mal governo seguí a Dalaccia.

Per dar ispedizione a questo, il capitan maggiore mandava a discoprir i porti del Prete Ianni, e il nostro capitan lasciò lo ambasciadore con dette caravelle, che con essi capitani fummo a Mazua e al porto de' cristiani detto Ercoco, e de lí mandammo ad uno re cristiano chiamato Bernagasso, suddito al re David, lungi dal porto quattro giorni di cammino, e all'eremo della Visione, che facessero intendere dell'imbasciata che mandava il re di Portogallo e del loro ambasciadore, e per cosa nissuna non confidassino ne' Mori di Dalaccia, ch'erano traditori e avevano a vendicarsi del danno ricevuto. Con questa resoluzione partimmo per Cameran all'altra costa d'Arabia Felice, ch'è lungi cinquanta leghe da Dalaccia, e passammo a vista di molte isole, e fummo in Cameran in quattro giorni, con grandissima alleggrezza e festa di tutta l'armata.
Cameran (com'è detto) è isola bassa di quattro leghe di circuito, vicina alla terra ferma meza lega, in XV gradi di latitudine, la quale fu distrutta sono già quattro anni, la prima volta che la nostra armata fu nel mar Rosso, col signor Alfonso d'Alburquerque: dove stetteno quattro mesi, e per mancamento di vettovaglie non lasciarono animal vivo né arbore di dattolo in piedi, ch'in quest'isola ve n'erano in gran quantità, e nella loro partita posero fuoco alla villa d'essa, molto grande, populosa e ricca, perché le navi che passavano di Adem alla Mecca tutte pigliavano acqua in questa parte, della quale è abbondantissima la terra, cosí come in tutto lo stretto è al contrario. Questa isola è la piú calda che mai vedessi, di sorte che non era alcuno che per tal calidità non tenesse le parti inoneste del corpo scorticate. Quivi morí molta gente nostra, piú per mancamento di quello ch'è necessario alla vita umana che per mala qualità della terra, perché in Dalaccia, ch'è d'uno medesimo essere ch'è Cameran, dipoi che pigliammo acqua, per l'abbondanzia della carne quelli ch'erano di mala disposizione tornaron tutti di salute.
Non stemmo tanto che le caravelle vennero dell'isola di Dalaccia, senza opera alcuna che buona fusse, per il mal governo ch'ebbero, perché subito che veddon noi alla vela, essendo loro quasi vicini al porto di Ercoco, si tornarono per Dalaccia e mandorono il Moro di Granata in terra a parlare al re e dirgli com'erano venuti per mandato del capitan maggiore, per far pace con detta isola. Fu a terra, e là si convenne di dare l'ambasciadore e le caravelle a man salva al re di Dalaccia; e tornato, diede a intender ch'avea tutto composto col detto re e che potevano andar e venir sicuramente, e che lui mandava a pregare i capitani che fussino a terra coll'ambasciadore, per poter fermar la pace ch'adomandavano. Li capitani parlorno con l'ambasciadore per menarlo in loro compagnia, a' quali rispose non esser venuto per andar a Dalaccia a mano di Mori, né per confidarsi del detto Granatino, che li conosceva meglio di loro, e che lui non partirebbe delle caravelle. Con tutto questo i capitani, che levavano mal cammino e credevano a quanto il Moro avea detto, si messero in ordine per andare. In questo l'ambasciadore fece lor richiesta che non andassero a terra e che non confidassero de' detti Mori, e se pur andassero, fussero con gran riguardo e ben armati: e tutto fece scriver in publico allo scrivano della caravella.
Essi furno a terra senz'arme d'alcuna sorte, e aspettavano il re che venisse di basso di certe grotte che sono alla riviera dell'isola, consumate dal mare, dove mancando l'acqua, che di sei ore in sei ore cresce e scema, restò il battello in secco. In questo vennero i Mori, e inteso non esservi l'ambasciadore, cominciorono con certi dardi a ferire la maggior parte de' nostri che stavano nel battello, il quale dipoi presero, tirando fuori un de' capitani, e tagliaronlo a pezzi con due altri. In questo tre uomini, che non volsero lasciar le sue spade nella caravella, si cominciarono a difender e dar cuore agli altri, tanto che trasseno il battello al mare e raccolsono molti che s'erano gittati in mare, per tornare alle caravelle. Con questo disordine si tornaron per Cameran, non curando di far altra diligenza. Al capitan maggiore dolse molto che questo disordine fussi seguito, e aspettando noi altri che si facesse alcuna determinazione per donde fussimo a nostro cammino, occorse la morte di Odoardo Galvan, che andava ambasciadore del re al Prete Ianni, e questo fu causa che non si parlasse piú circa la nostra andata.


Come i Portoghesi gettorono a terra una gran fortezza fatta per i Mamalucchi. Come il soldano mise tempo otto anni a far 20 galere e quanto feciono di costo; e come fece duoi capitani generali dell'armata e che ordine dette loro.

Stemmo in Cameran sino alli XII di giugno, e in questo tempo buttammo a terra la fortezza fatta da' Mammalucchi, grande e a nostro costume edificata, giunta col mare in un braccio dove è il porto di detta isola: e fondaronla dalla banda della terra sopra d'un masso che serviva per mura per due terzi della fortezza, sicura rispetto a tal masso da ogni arteglieria dal porto del mar; l'altra terza parte era muro grossissimo di trenta piedi di larghezza, con sue torri e bombardiere ben armate, e dal mezzo in suso curvato per non si poter scalare, nel quale fece di spesa il soldano saraffi 10000, ch'è una moneta d'oro di valore di XXV grossi, che corre per tutta l'Arabia e parte di Persia: è di diverse stampe, secondo ch'ella è delle terre diverse.
Da cristiani che fuggirono del Zidem intesi come l'armata del soldano era già otto anni passati che fu principiata, ne' porti di Suez, presso al Cairo tre giornate per terra, e che in tutto questo tempo non si fecero se non XX galere, cioè sei bastarde e XIIII reale, rispetto al gran costo e mancamento del legname, il quale veniva delle terre del Turco, del golfo di Scandaloro presso di Rodi, donde lo levano in Alessandria e al Cairo per il fiume del Nilo: e qui si lavora, e poi con camelli per terra in pezzi lo conducono al detto porto di Suez, dove non vi bisogna altro se non congiungerlo e metterlo in opera. Queste galere, quando furono tirate di terra al mar, con sue artiglierie e gente pagata per quattro mesi e colle vettovaglie, feciono di costo 800.000 saraffi. E ch'in essa andavano 3000 uomini tutti di buona voglia, e che ciascuna delle sei bastarde levava a prua un cannone grossissimo, da molti detto basilisco, e due colubrine, alla poppa due altre colubrine e nel mezzo, giunto all'arbore da ogni costato, un cannone, e un tiro picciolo con sua coda fra ogni quattro banchi; le quattordeci galere reali a prua levavano due colubrine e un cannone, e due a poppa, e dalle bande 24 tiri. E detti 3000 uomini erano 1300 Turchi, 1000 Africani e 700 Mammalucchi e rinegati: fra tutti questi 1000 schioppettieri.
Essendo già in ordine tale armata, il soldano del Cairo mandò Raysalmon, natural di Turchia, al cammino di Suez, uomo audacissimo ed esperto, il quale, sendo ribello al gran Turco, era stato gran tempo corsale ne' nostri mari, e ordinò che fusse in compagnia con Amyrasem, e quelli due fossero capitani generali, e che Raysalmon reggesse la gente e l'altro tenesse cura di ordinare quello che fusse necessario per l'armata, e che di consiglio di amendue s'incaminasse ogni impresa. Partironsi di Suez per il Zidem già sono due anni, dove Amyrassem teneva ordinata gran quantità di danari, data prima fede al soldano non far guerra a nessuno di sua legge. Da Suez passarono al Toro in otto giorni, e di lí al Zidem, donde prese molte vettovaglie, si posarono a Cameran: qui il soldano ordinava per suo reggimento che si facesse la fortezza già detta, e che non passassino piú avanti senza suo espresso mandato. In questo tempo cominciarono a mancare le vettovaglie, e non pagavano soldo: per questa cagione si levoron settecento uomini del campo e fuggironsi in un colle dell'isola, e mandarono a dire a' capitani che pagassino il soldo che gli davano e mandassero a fornire il campo di mantenimento d'altra maniera, faccendo determinazione di morire tutti sopra questa dimanda. I capitani cominciorno a mitigarli, e saputo per certo ch'il re d'Adem non lasciava venire cosa nessuna della terra ferma ch'era di suo dominio, Amyrasem convenne con Raysalmon di passare nel regno d'Adem con parte della gente, schioppettieri e arcieri, i quali fra loro continuamente andavano multiplicando, per rispetto che Raysalmon levava gran somma di scoppietti e cresceva soldo a chi voleva levarli: per questa causa ne avea già insieme piú di 2000.


Come Amyrasem messe a sacco Zibid (e ivi fu morto il fratello del re di Adem) e dipoi Taesa, ch'è un'altra buona città; e come Raysalmon fece nel mare affogar Amyrasem.

Passò Amyrasem nel regno di Adem, a un porto ch'è fra la bocca del mar Rosso e Cameran, con milleottocento uomini, i quali, avendo disbarattato con le artegliarie in guerra campale gran numero de Mori, entrarono in Zibid per forza d'arme, la qual città del detto regno è grande, ricca e abbondantissima di tutte le cose a nostro costume, e di essa insignoritisi, s'empierono tutti di ricchezze, di donne e cavalli: e in questa entrata ammazzarono un fratello del re. Quindi andarono a Taesa, ch'è un'altra buona città, e conquistaronla con piú facilità, non osando i Mori aspettar il tiro di schioppetto; e stando in questa terra ricchissimi e con tutti i piaceri e delicatezze umane, addimandorono nuovo soldo al capitano, il quale iscusandosi minacciorono di morte. Esso scrisse a Raysalmon quant'era successo; egli rispose che, come fossero a Cameran, tutti sarebbero contentati a lor volontà. Risposero di non voler altro Cameran che la terra di ch'erano signori; Amyrasem con sospetto ne fuggí e venne per Raysalmon, e vedutosi piú l'un giorno che l'altro mancar la vettovaglia, amendue uscirono dello stretto del mar Rosso e andarono a Zeila, città posta nella costa d'Etiopia, fuora della bocca del mare. I terrazzani, per timore che non avvenisse lor quel medesimo che a Zibid e a Taesa, diedero 10.000 saraffi in denari e vettovaglie e gente per le galere.
Partirono poi di Zeila al cammino d'Adem, e nel mezzo del golfo del sino Arabico ebbero vista d'una grandissima nave di Malaccha, alla quale fu Raysalmon, seguitandola sino che perdette l'armata di vista: e l'altro giorno la prese e mandò cosí carica d'infinite e ricche mercanzie a Diupatan a Melchias, che vendesse il tutto e la rimandasse allo stretto con vettovaglie e legname e ferro e stoppa, e che sarebbero presto nella sua isola, e che tenesse in ordine il tutto per dar sopra le forze de' cristiani. Amyrasem passò coll'armata in Adem con le galere, e con un pezzo grande d'artegliaria posto in terra cominciò a bombardar la terra, il qual pezzo le genti d'Adem gli tolsero per forza. In questo comparve Raysalmon e saltò in terra con tutta la gente, prima avendo buttato a basso venticinque passi di muro e ripresa la sua artegliaria e molt'altra che stava in terra appresso il muro rotto, sendo poca gente di dentro e la sua invilita, faccendogli gran danno l'artigliaria, si ritrassero e tornarono insieme con le galere a Cameran, e di Cameran al Zidem, dove trovando la revoluzione del Cairo, vennero i Capitani in differenzia e Amyrasem fuggí alla Mecca. Il quale i signori della Mecca, per timore ch'avevano, mandaron preso a Raysalmon, e lui, dandogli ad intendere che lo mandava al Cairo al gran Turco, del navilio nel quale avea a passare lo mandò a gittare in mare, mettendosi egli in ordine colle due galere per passare al gran Turco, come già disse.


Come Zeila città fu da' Portoghesi desolata dal fuoco. Dell'isola detta Barbara; di Dufar, terra d'Arabia, dove vien l'incenso; del re Salatru; del castello detto Alba.

Partimmo dell'isola di Cameran per l'India alli 13 di giugno, e passato la bocca del mar Rosso, non so per qual cagione cosí denominato, non sendo dissimile di colore a nessun altro, fummo costeggiando l'Etiopia fino a Zeila; e saliti in terra la vigilia di santa Maddalena, la trovammo senza alcuna difensione, perché al nostro sbarcar fuggirono la maggior parte. Quelli che restarono, che poteva esser cinquecento persone, si misero i piú vecchi a filo di spada e gli altri ne portammo per ischiavi. Poco fu lo spoglio della città, però che, sapendo che noi eravamo passati il mar Rosso, essi ebbero tempo di scampare le lor robbe. Non stemmo in essa piú ch'un giorno e del tutto la distruggemmo, non lasciando casa che dal fuoco non fusse desolata. La detta città di Zeila giace in undeci gradi e mezzo, edificata in terra bassa e arenosa, senza circuito di muro, ed è di ragionevol grandezza, e abbondantissima di grano e bestiame e molte maniere di frutti alli nostri dissimili, che produce dentro la terra ferma di tal regno in tanta abbondanza, che di questo porto e d'un'isola sopra a Zeila nella medesima costa, detta Barbara, si navigano in tanta quantità che fornisce Adem e il Zidem di vettovaglie e di carne. Zeila è lontana dalla bocca dello stretto trenta leghe: qui facevano scala infinite navi d'Adem e dell'India, cariche di piú sorti di mercanzie, massime d'incenso, che viene di Dufar, terra d'Arabia fra il sino Persico e Adem, e di pepe e panni che vanno di qui in cafila, cioè con carovana di camelli, per la Etiopia e per le chiese de' cristiani. E ancor che sempre fra Zeila e i cristiani sia continua guerra a fuoco e sangue, non s'intende però questo per i mercanti né per le carovane, che sempre vanno e vengono salve e sicure.
Della detta città di Zeila è signore, e di molte terre grandi del regno di Adel, un re moro chiamato Salatru, il quale dicono esser della medesima generazione del re David, perché il suo primo antecessor, ch'era maggior fratello del re ch'in quel tempo signoreggiava l'Etiopia, essendo stato preso e posto sopra una grandissima montagna, nella quale è un castello detto Amba, dove li re d'Etiopia guardano serrati tutti i figliuoli, perché non si levino contro quello il quale loro vogliono che sia erede del regno, e che faccino divisione nelle terre, ebbe modo di fuggirsi in questa parte, maritandosi con una figliuola del re di Zeila, per la quale successe dipoi nel regno. E diventato moro fece sempre guerra a' cristiani, e dipoi i suoi descendenti mai lasciarono di guerreggiare senza che cristiani gliela potessino impedir, rispetto alla terra, la qual è aspra e montuosa. Da' Mori che menammo presi di Zeila, intendemmo ch'il ditto re Salatru era fuggito in una guerra ora fatta contra a' cristiani, e che un suo capitano chiamato Mafudei, molto nominato in Etiopia e per l'Arabia, era stato morto, ed era per il nostro ambasciadore del paese conosciuto, perché son cinque mesi passati che questo re 'nsieme col detto capitano feceno un assalto nelle terre dentro con trentamila persone, per rubbare bestiami e schiavi, com'è costumato, e fece una preda grandissima e abbruciò monasterii e chiese: la qual cosa avendo inteso il re David, se ne venne con grande esercito a trovarli e circondò certi passi, dove vedendosi serrati, il re ne fuggitte e il capitano fu morto con tutte le sue genti, e per questa causa dicono che noi non trovammo resistenzia nella città di Zeila. Ebbe l'ambasciadore del Prete Ianni gran piacere di tal nuova e delle destruzioni che facemmo, parendogli ch'al presente in detto regno non restasse ostaculo che lo defendesse piú dalle forze del re David, onde si potrebbe congiungere con li Portoghesi, a destruzione de' Mori. I quali dicono avere per loro profezie che la Meccha e Medina Talnabi hanno da essere desolate per li cristiani d'Etiopia.


Come i Portoghesi arrivarono al porto, dove stati alquanti giorni senza risoluzione di pace o guerra, riscossi per Mori alcuni schiavi, si partirono, e per il vento contrario non poteron andar dove era la loro intenzione. Di Calaiate, porta d'Arabia, e della natura e costume di quelle genti.

Partimmo di Zeila al cammino di Adem all'altra costa d'Arabia, e traversando il sino Arabico vi arrivammo in otto giornate. Stemmo in questo porto d'Adem surti cinque o sei giorni, senza far risoluzione né di pace né di guerra, perché i Mori ch'al presente si trovavano nella città erano meglio provisti, e sapevano esser molti morti nella nostra armata e la maggior parte venire di mala disposizione, perché, essendo già IX mesi che eravamo partiti dal Zidem senza pigliare in nessuna terra rinfrescamento, andavamo molto mal trattati, e per questo si passaron con noi per il generale; né il capitan maggior volse offerire né domandare cosa alcuna, parendogli la guerra con Adem dover far piú profitto che danno, rispetto alle navi. Molti Mori vennero a riscattare schiavi di conto che s'erano pigliati in Zeila, e massime certi sciriffi e sciriffe, cosí chiamati, d'una generazione de Mori della casa di Maumetto, che tenevano per gran peccato restassino nelle nostre navi; molti altri si dettero in baratto di castrati e acqua e frutte.
Nel porto stavano quattro navi grosse cariche di robbe, acqua rosata, zibibbo e molte mandorle, e d'un'altra druga medicinale che si chiama amffiam, che nell'India è tenuta in grandissimo prezzo, la qual druga costumano gran parte de' Gentili e Mori per lussuriare, perché è molto a proposito a levar il membro genitale. E questo semplice nasce in Etiopia e nell'Arabia, e credo da noi sia chiamato oppio tebaico, il qual è venenoso, ma costumasi ad esso pigliandolo a poco a poco, e in piccola quantità per volta. Queste mercanzie si caricano nel porto di Adem per l'India: il capitan maggior per maggior franchezza non volse pigliarle.
Ma il giorno di san Lorenzo partimmo con intenzione di passar all'isola detta di Barbara, nella costa di Etiopia, ch'in essa si poteva rinfrescar l'armata di vettovaglia, carne e acqua, che di tutto eravamo molto necessitati. Passammo un'altra volta per il sino Arabico all'altra costa, e per causa che i pilotti o non la conoscessino o non volessino là guidarci per alcun suo rispetto, non vi andammo; e di qui determinammo di andare a pigliare acqua nel capo di Guardafuni, e il vento non ci servendo a nostro modo, andavan molte navi come perdute, senza acqua, perché quella che portammo di Cameran avevamo quasi consumata. E gittandosi il capitan maggiore un'altra volta nella costa d'Arabia, non potendo passar al capo di Guardafuni se non in volte, molte navi, separandosi dall'armata, restarono nella costa d'Etiopia per veder se potessero trovare acqua. Noi fummo a nostro cammino insieme col resto dell'armata, ancora che restasse con poca compagnia, perché tutti cercavano loro ventura, e con molto travaglio passammo del sino Arabico nel mar Oceano, ed essendo vicini a Soquotora, con intenzion di pigliar porto, mutandosi il vento fummo forzati tenere altro cammino, e determinammo di passare ad Ormuz. In questo viaggio ci sopravenne tanto mancamento d'acqua, che molti uomini de' nostri mal trattati dalla sete morirono, e della ciurma delle galere e de' cristiani malabari e schiavi d'uomini particolari, che pochi restarono con la vita, perché la sete e la fame generava una infermità di petto, che senza febre si spacciavano in due giorni: ed era tanto generale in tutti, che non fu alcuno in questo viaggio che non si cavasse sangue molte volte, ch'era il meglior rimedio per tal infermità.
Piacque a nostro Signore por fin a nostre fatiche e condurci a Calaiate, porto d'Arabia Felice vicino al sino Persico e all'isola d'Ormuz 100 leghe, dove stemmo XV giorni, ne' quali tutta la gente ritornò sana, col rinfrescamento della terra di Calaiate, la qual (com'è detto) è terra d'Arabia Felice, in XXII gradi di latitudine, non molto maggiore di Zeila, con casamenti di pietra e calce e senza mura, situata nella costa giunta col mare. Li naturali d'essa sono arabici nel parlare, vestire e ne' costumi: tengono un panno atorno le parti vergognose e in capo uno turbante, e li piú onorati vestono una camicia lunga cinta, con maniche larghe, come i camici de' sacerdoti, e la maggior parte una berretta lunga di feltro grossa, di colore lionato scuro, di forma piramidale come la mitria del papa. Le donne tengono sempre la faccia coperta con un panno di cotone, raro come di velo e di colore azurro, tagliato sopra gli occhi come maschera. L'abito loro è uno palandrano diviso davanti, la lunghezza del quale non passa il ginocchio a basso, e con maniche molto larghe; portano calzoni lunghi fino a' piedi, di varii colori, e sopra il naso da una banda una balletta d'oro larga, confitta nella carne, e da basso un anello, come i bufoli di nostra terra.
La terra ferma di Calaiate è naturalmente sterile (com'è tutta l'Arabia) e in essa sono uve e grandissima quantità di dattili; produce pochi semi, e gli uomini piú ricchi si cibano di riso e d'alquanto grano, che viene di fuori d'altre regioni; gli altri di dattili, che sono a loro communi come a noi il pane di grano: e di questo si mantiene la maggior parte d'Arabia Felice, e anco con latte e butiri, per la moltitudine del bestiame, ch'è in grand'abondanza. Da questo porto si navigano gran quantità di cavalli per l'India, i quali, dipoi che Portoghesi presero Goa e Ormuz, non possono disbarcare in altra parte dell'India che nell'isola di Goa, donde passano in Narsinga e nelle terre di Cambaia contermine a detta isola: e paga ogni cavallo di diritto 40 seraffi, il che rende ogni anno al re nostro signor da seraffi quarantamilia, e per questo proibisce che non vadino per altre parti, per non perder i diritti ch'hanno a pagare nell'isola di Goa.


Di Mascat e Corfucan, porti d'Arabia; e la discrizione dell'isola d'Ormuz, e della natura e costumi di quel popolo, e con che arte quelli isolani procurino di rinfrescar le lor camere al tempo caldo.

Di qui mandò il capitan maggiore un suo nepote con quattro navi alla volta dell'India, ad ordinar le speziarie di quest'anno per Portogallo, ed egli si partí con l'armata per Ormuz. Io mi misi in una nave de Mori, desideroso di vedere alcune terre d'Arabia, e fummo lungo la costa a Mascat e Corfucan, porti nominati in questo sino, com'è Calaiate, della medesima lingua, costumi e vestiri. Di qui passammo allo stretto di Persia, a vista di terra d'ogni banda 8 leghe, e fummo all'isola d'Ormuz quattro giorni prima che l'armata.
L'isola d'Ormuz è in XXVII gradi, di cinque leghe di circuito, distante dalla terra di Persia due leghe, terra sterile e secca e senza arbori, frutti o erba di alcuna qualità, e di forma triangolare. Nella basa del quale dalla banda del mare sono certi monti non molto alti, pieni di grandissime pietre di sale di colore di cristallo, lucide e alcune vermiglie; il resto è tutta pianura, e la città è posta nella punta dalla banda della terra ferma, pigliando gran parte de' lati del triangolo, e può esser di maggior grandezza che Adem e della medesima bellezza, riservato che non tien mura. È molto populosa, piú di forestieri di Persia, Arabia e India che de' medesimi naturali, i quali sono di colore fra olivastro e lionato, vestiti con camicie lunghe, cinti nel mezzo con un panno di seta o di cottone, e turbanti bianchi e colorati. Le donne tengono coperto il capo e la faccia con un panno di seta o di cottone di varii colori, che per la sua grandezza veste tutto il corpo sino in terra, e di basso di quello una camicia, e molte hanno la balletta e l'anello al naso, come nella costa di Arabia. Gli ornamenti del capo sono certi veli sopra i capelli, composti come mazzocchi che si veggono in figure antiche della nostra terra.
L'aere di questa isola è salutifero d'ogni tempo e stagionato come nelle parti nostre, cioè primavera e autunno temperato, e l'inverno frigido piú che in alcuna parte di queste terre, per essere esposto piú al polo settentrionale; nell'estate è caldissimo estremamente, tal che egli è necessario dormire sopra terrazzi discoperti all'aere e denudati. E per tanta calidità costumano certi ingegni, come cammini, i quali, cominciando dalla sala di basso o d'alcuna camera, divisi in otto parti, procedono sopra le lor case con le istesse divisioni, e ogni vento, per poco che sia, battendo nella faccia di fuora di tali ingegni over cammini per la parte donde viene tal vento, cade subito in basso per una delle dette otto parti, refrigerando con grandissima frescura tutta la loro abitazione, dico de' piú ricchi e onorati.


Di Balsera, porto e città di Persia; di Bagadat, città di Mesopotamia. E come i governatori di Ormuz, per le sue gran rubarie fatti ricchi e potenti, si levorono contro i lor re naturali,
e che modo tenevano di accecarli.

In questo tempo passammo alla terra ferma, ch'è piena di arbori e d'acqua dolce, dove sono lor ville per refrigerarsi. Ormuz era già piú nobile e di piú ricchezze che Adem di sopra nominata, perché antiquamente il commerzio delle specierie d'India era universale in questa isola, le quali di qui transferivansi per la Balsera, porto e città nel sino di Persia, novamente da' nostri quest'anno scoperto appresso il fiume Eufrate, donde egli entra in mare; di qui passavano a Bagadat, città di Mesopotamia, navigando sempre per detto fiume, e dipoi per terra nella Asia Minore, in Damasco e Aleppo, de' quai luoghi venivano in Europa, prima che si navigasse in Alessandria; e similmente di questa isola passavano in Armenia e Turchia e per tutte le provincie di Persia. E quantunque il porto di Alessandria facesse alcuno impedimento, non ha lassato però detta isola d'Ormuz fino al presente giorno di esser scala per queste parti, mantenendosi sempre in grande altezza.
Egli è ben vero che la malignità de' governatori di quella diedero causa che si disabitasse in parte da molti mercanti, che prima solevano vivere in questa città, per le ruberie grandi che facevano: e questo da CC anni sino alla venuta del signor Alfonso d'Alburquerque. I quali governatori, tenendo il tratto e l'entrata nelle mani, cominciarono a crescere in tanto grado e farsi cosí ricchi e potenti, che col favor e ricchezza cominciarono a levarsi contro al re naturale, deponendo or uno e ora cecando un altro di nuovo, esistimando per certo che, pigliando col tempo il re fermezza, non averebbero rimedio di non esser privati di tal loro governo: e per questo costumavano accecarli, faccendogli nel principio di lor creazione guardare forzatamente in un ferro affocato, che per la sua calidità e vampo faceva scopiar la luce. Fu questa mutazione sí frequentata che, quando il signor Alfonso d'Alburquerque fece la fortezza in Ormuz, e l'isola tributaria al re nostro signore con XV mila saraffi, tagliando a pezzi il governator (come per l'altra mia ne scrissi), mandò a Goa XII re di questa isola, tutti della luce privati, mantenendo il re sino al presente giorno in suo stato. Perché, ancora che si facesse un nuovo governatore, essendo a volontà del re e con timore ne' Portoghesi, non pigliò mai tanto ardire di far alcuna innovazione: per questa causa questo re ch'è al presente, riconoscendo il gran bene che egli è venuto da' Portoghesi, è nostro amico di volontade.
Questa isola, per il gran commerzio che già dicemmo, è abondantissima di pane, carne, frutte e ortaggi, e simili alle nostre e anco d'alcuna altra sorte, come nella India; e tutto si trova a bastanza per le piazze e taverne, cotto e crudo, e il vivere è caro, peroché tutto viene di terre lontane, di Arabia, Persia e Mesopotamia, e per la moltitudine della gente che qui contratta. Trovansi in essa confezioni, conserve, acque stillate di ogni maniera e simplici medicinali, come sono in tutte le speziarie di Italia; non costumano compositi di alcuna sorte. Sono gli uomini di questa terra massimamente persiani, e alcuni armeni, molto liberali e piacevoli, pieni di discrezione e gentilezze, amorevoli e vertuosi e di ogni opra intelligenti; fra essi son astrologi, e altri molto pratichi nel Testamento vecchio, là dove è fondata la legge maumettana, con addizione nuove che fece Maumetto.


Del Sofí, re di Persia, e sua legge; onde procede la differenzia ch'è fra Turchi e Mori di Arabia. Delle monete di Ormuz, e come il re di Ormuz venne a ricever il capitan maggiore.

Per quanto io possetti comprendere da questi tali, il Sofí, che è signore di Persia e di alcune terre di Arabia, Turchia e Tartaria, è totalmente maumettano, senza alcuna aderenzia con la fede nostra, e molto piú che tutti gli altri di tal legge. Ma la differenza ch'è fra Turchi e Mori di Arabia e di Africa contro al detto Sofí, procede dalli compagni che furno di Maumetto, che erano molti, i quali tutti gli altri maumettani dicono essere stati salvi e buoni, e il Sofí in opposito combatte, dicendo che solamente Aly, che fu genero di Maumetto, fu ambasciador e profeta di Dio come è Maumetto, ma non tanto grande, e che tutti gli altri furono falsi: e sopra questa differenzia sono le guerre contro al Turco. Detto Sofí è inclinato alla benevolenzia de' cristiani, per conoscer gli uomini d'ingegno, e piú oltre perché questi Persiani sono di buona natura e qualità. In questi Persiani viddi l'istoria di Alessandro Magno, ma per esser rara e in mano di gran signori non potei averla come desiderava.
Le monete di Ormuz sono saraffi e mezzi saraffi d'oro, i quali chiamano azar; evvi un'altra qualità di monete d'argento, che loro chiamano sadi, de' quali vale XX uno saraffo e X uno azar. Hanno anche una sorte di moneta di tanta finezza e sí buona che corre per tutte le terre di queste parti, cosí nella India e Arabia come nella Persia, e parmi che sia poco differente dallo argento di coppella: vagliono sei d'esse per uno ducato, e sei per uno saraffo; sono come un pezzo d'argento lungo e addopiato, battuto da ogni banda con stampa di lettere di Persia, e queste si chiamano tanghus.
Alla venuta del nostro capitan maggiore, il re d'Ormuz con li principali della città, accompagnato da molta gente di sua guardia, fu a riceverlo alla spiaggia del mare, vestito alla persiana, con una vesta lunga turchesca di veluto nero con liste d'oro, e in capo uno turbante di seta avolto a una beretta d'oro tirato, ritonda e a spichi, come la metà d'uno mellone, e nel mezo d'essa è levato un gambo composto della medesima opera, di grossezza di piena mano e lungo un palmo e mezzo: questa berretta costuma mandare il Sofí (in queste parti chiamato sciech Ismael) a' signori suoi sudditi e tributarii, in segno d'amicizia e obedienzia, la qual al presente tengono tutti i popoli di Persia e d'altre terre di detto sciech Ismael, e seguaci di sua setta. E in Ormuz, nella gente della corte del re, la maggior parte delle lor berrette sono di panno di lana vermiglio, e de' piú onorati di velluto o damasco di Persia o di broccato; e se ben mi ricordo, questa medesima portavano li mercanti persiani che furono nella nostra città l'anno 1514. Il capitan maggiore, doppo molta congratulazione, levò il re da mano destra sino al palazzo reale, ancor che lui recusasse molto tal compagnia; dipoi si tornò per la nostra fortezza, e questo giorno si fece festa generale per tutta l'isola.


Descrizione della fortezza d'Ormuz, e del presente fatto per quel re al capitan maggiore.

La fortezza d'Ormuz è grande di circuito, ben fondata di forte mura, con quattro faccie divise con otto torrioni, con le sue bombardiere da basso, che riscontrano l'una contra l'altra, battendo lungo il muro; ed è posta nella punta del triangulo di detta isola, dalla banda di terra ferma, fra la quale e l'isola è il porto. Il mare batte le mura da due bande; nel mezzo tiene un castello forte di monizione e vettovaglie, spiccato dalle mura della fortezza. Dentro dal circuito sono quattro cisterne riservate per ogni necessitade, perché in tutta l'isola fuora della città non è se non un pozzo, che non è bastante per la casa del re, e non si trova altro loco donde possino cavare per aver acqua, che tutta è salmastra; l'acqua dolce viene di terra ferma di Persia.
Il re, dopo quattro giorni della venuta del capitan maggiore, fu alla fortezza a visitarlo con un presente ricchissimo di varie gentilezze, fra le quai erano un cavallo persiano intiero, che son della medesima qualità di Turchia di forza, persona, bellezza e leggierezza, che con suoi fornimenti bellissimi fu stimato 1.000 saraffi; e piú gli diede una scimitarra damaschina con la vagina e fornimenti d'oro e perle e di pietre preziose di gran valore, e molte pezze di damasco di Persia, per i capitani che vennero con l'armata. L'altro giorno cavalcarono co' principali dell'armata e della città a veder l'isola, e in campo, a piè delli monti già nominati, il re con gli altri giovani portoghesi e persiani fecero molte correrie, menando in sua guardia CL cavalli leggieri e 600 uomini a piede, la maggior parte con arco e turcasso, vestiti con giubbe imbottite di seta e di gottone, e con turbanti e berrette rosse alla persiana, faccendo gran sollazzo tutto 'l giorno. Con questi piaceri stemmo quindeci giorni in Ormuz.


Dell'isola detta Baharem. Che sorte di mercanzie vengono di Persia per l'India.

In questo tempo vennero di Baharem molti navili, la qual è una isola lontana da Ormuz sei giorni di navigazione, posta nel sino di Persia dentro dalla banda donde sono i diserti di Arabia, i quali terminano in questo mare; e portarono gran quantità di perle, delle quali in quest'isola è il principal tratto di tutta Persia, sendo Baharem suddita al re d'Ormuz: e perché di qui si mandano nell'India per l'Arabia e per le provincie di Persia fino in Turchia, sono in tanto prezzo ch'io sto in dubbio se nella nostra terra vagliono tanto come qua. Similmente avemmo nuove ch'in un porto di terra ferma vicino a Ormuz X leghe stavano carovane di Siras e di Tauris, terre di Persia, e del mar Caspio e della provincia de' cristiani che termina a detto mare, e levavano seta, stravai, taffetà e damaschi, acqua rosata e d'ogni sorte stillate, aceti di menta, cavalli e robbia, che queste sono le mercanzie che vengono di Persia per l'India. E alcuni mercanti vennero in Ormuz e comperarono infiniti panni rossi nuovi e usati, che qui valevano assai, per far le berrette che già avemmo nominate; la maggior di loro restò nel porto aspettando la nostra partita, non fidandosi venire nell'isola dimorandovi l'armata.
Con questa carovana venne una lonza da caccia ch'il re di Ormuz aveva ordinato per mandare al re di Portogallo, il quale mandò a domandarla per la santità di nostro Signor, e consegnatola al capitan maggiore, ci partimmo il giorno di Tutti Santi. Lasciato però nella fortezza d'Ormuz molta gente per sua difensione, fummo costeggiando per lo stretto dalla banda di Persia, ed entrati nel mar d'India pigliammo porto nell'isola di Goa in termine de XXX giorni, che è lontan di Ormuz leghe 400. Qui avemmo nuove di diece navi grosse ch'erano venute di Portogallo con 2000 uomini, e che di già erano passati alle fortezze di Calicut e Cochin: il che diede gran letizia a tutta l'armata. Non facemmo dimora piú che tre giorni in Goa, e fummo subito a cammino di Cochin, dove arrivammo del mese di decembre: e qui finimmo un anno giustamente dal dí che di là eravamo partiti e passati alli travagli soprascritti. Qui mi trovo al presente, dando piú l'un giorno che l'altro grazie al nostro altissimo Signore Giesú Cristo di avermi condotto a salvamento e liberato di tanti pericoli corsi per questo cammino dello stretto, che non fu poca grazia il tornare in India, essendovi morta infinita gente e restandovi ancora nove navi, tra grandi e piccole, le quali non sappiamo se sono perdute, e già quest'anno non possono tornare: piaccia a nostro Signore che si siano salvate in qualche porto e che a tempo nuovo si aspettino per la India.
Dopo la tornata del capitan maggiore, non si attende ad altro che a mettere in ordine navi sei per Portogallo, le quali si partiranno per tutto questo mese di gennaio: e di già tre vanno alla vela, e questa sarà la quarta. Due d'esse sono ciascuna di duamila botte, e tutte l'altre di 800, 900 e 1000, e levano per il re 50.000 quintali di pepe e molto giengiovo, cannella e garofani, gomma lacca e seta della Cina, sandalo vermiglio, oltre a infinite ricchezze d'uomini particolari: piaccia a nostro Signor vadano a salvamento. Espedita tal commissione, partirà di nuovo un capitano per lo stretto del mar Rosso per andare sino al capo di Guardafuni, con sei o otto navi, per passare, dipoi espedito di là, all'isola d'Ormuz. Un altro per la costa di Cambaia con quattro navi; un'altra per il sino Gangetico, a discoprire il regno e porti di Bengala, dove non furono nostre navi per alcun tempo; e un'altra per Malaccha e per il sino Magno di Cina, e in questa è oppenione che andarà il capitan maggiore. L'Altissimo lasci seguire quello ha da essere piú suo servizio.
Io, per poter a mia sodisfazione investigare il vivere e costumi di queste terre, passarò questo anno con Piero Strozzi alla casa di san Tommaso, di qua distante leghe 250, dove fu' il primo anno che di qua comparsi; e di lí a Paleacate, porto del regno di Narsinga, nel qual dal regno di Pegu navigano gran somma di rubini, e con certi Armeni cristiani miei amici determino di transferirmi per la terra ferma e spendere cinque o sei mesi in vedere le provincie di tal regno, per tutte queste parti di potenzia e ricchezza nominato. Da Paleacate per mano di detto Piero Strozzi (che quest'anno prossimo dice che torna per la patria) di tutto darò notizia a V.S., piacendo a Iddio nostro Signore, il quale sempre si degni conservar quella con prospero e felice stato, e a me anche conceda grazia ch'io mi riduchi nella patria che tanto desidero, dove con umil riposo, in cambio di tanto travaglio, possa servire a quella, in questa e in ogni altra occorrente opportunità.



Viaggio in Etiopia di Francesco Alvarez
[1540]


Discorso sopra il viaggio della Etiopia.

Ancora che sopra questo viaggio, scritto per don Francesco Alvarez, infino alla corte di questo cosí gran principe detto il Prete Ianni, fusse il dovere di parlarne lungamente, conciosiacosaché del paese dell'Etiopia né da Greci né da Latini né da alcun'altra sorte di scrittori si legga, infino al presente, cosa alcuna degna di considerazione, e costui nelli suoi scritti (quali si siano) l'abbia in gran parte fatta aperta e manifesta; nondimeno, perché la materia è tanto utile, degna e ammirabile, sarebbe necessario discorrere molte cose per beneficio della cristianità, cioè della felicità che si potria avere del commercio con questo tal principe, e per quante vie si potria penetrare, e del profitto poi che se ne cavaria, che ardisco di dire che non saria forse minore di quello che apportò al mondo il discoprire fatto per il signore don Cristoforo Colombo; ma non potendosi far di meno di non toccare molte parti pertinenti a' principi, che non son cose nelle quali alcuno par mio si debba impacciare, ho giudicato che molto meglio sia passarmene leggiermente e lasciare questo carico ad altri, che potrian farlo senza alcun rispetto a ogni lor piacere. Solamente voglio che sia mio ufficio di far sapere a' benigni lettori che questa presente scrittura è un summario d'un libro grande e copioso, che scrisse il prefato don Francesco dimorando nell'Etiopia, sí come da persona degna di fede che l'ha veduto e letto mi è stato affermato. Del qual libro n'è stato cavato quello ch'è paruto all'intelletto di colui che con tanta confusione l'ha transcritto, lasciando infinite particularità delle cose naturali toccate dal detto auttore. E che questo sia il vero, io ne ho veduto la prova, perciò che la copia mandatami dal signor Damiano di Goes si trova in molti luoghi diversa dal detto libro stampato in Lisbona per ordine di quel serenissimo re, sí che mi è bisognato, di tutti dui mutilati e imperfetti, farne uno intiero.
Questa fatica di abbreviare un cosí copioso volume doveva esser data a persone intelligenti e dotte, che avessero saputo fare una scelta di tutto quello che era importante alla cognizione, perché i lettori al presente desiderarebbero molte cose essenziali, che si veggono esser state pretermesse. Pur come si sia, abbino pazienzia coloro che si diletteranno di leggerlo dal principio al fine, e non sia loro noioso il confuso e fastidioso scrivere, essendo questo simil modo di dettare molto naturale agli uomini di quel paese, né pensano che meglio si possa né debbia fare: ch'io prometto a quei la fede mia che, con questo cosí rozzo e duro scrivere, alla fine averanno tanta cognizione dell'Etiopia che per li tempi presenti doverà loro esser bastevole. E Dio volesse che di molte altre parti al mondo, a noi incognite, ne sapessimo tanto quanto di queste ne sapemo per lo scrivere di costui. E se per il prefato don Francesco si fusse usata diligenzia di aver voluto veder li fonti del Nilo e il suo corso, con la prima caduta che è nel regno di Bagamidri, e con la cognizion dell'astrolabio che hanno tutti li marinari portoghesi avesse pigliata l'altezza sopra l'orizonte dell'uno e l'altro polo in tutti li luoghi dove egli si è trovato, non è dubio alcuno che l'uom resteria piú satisfatto. Ma chi sa che qualche gran principe d'Italia, indutto dalla lezion di questi libri e dalla facilità che vederà del cammino alla corte di questo principe de' Negri e dell'Indie orientali, non vi mandi qualche valent'uomo, che pigliarà le dette altezze e vorrà veder li fonti del Nilo e le sue cadute, descrivendo infinite particolarità delle cose naturali, con miglior e piú ordinato modo che non ha fatto questo nostro scrittore. E cosí il mondo si andrà ogni ora piú discoprendo a faccendo piú bello, con immortal gloria di quelli che ne saranno causa e satisfazion de' studiosi.


Viaggio nella Etiopia al Prete Ianni fatto per don Francesco Alvarez portughese.

Nel nome di Iesú, amen. Io Francesco Alvarez, prete di messa, che per spezial comandamento del re nostro signor don Emanuel, che Idio l'abbia nella sua santa gloria, andai con Odoardo Galvan, gentiluomo della sua casa e del suo consiglio, il qual fu secretario del re don Alfonso e del re don Giovanni suo figliuolo fino alla sua morte, e per il re don Emanuel mandato ambasciadore al re Prete Ianni, ho determinato di scrivere tutte le cose che in questo viaggio ne accadettero, e le terre dove fummo, e le loro qualità, costumi e usanze che in quelle trovammo, e come son conformi alla cristianità, non riprendendo né approvando i loro costumi e usi, ma lasciando il tutto ai lettori (che mi potriano insegnare) come di laudare, emendare e correggere quello che loro parerà esser il meglio. E perché io potrei alcune volte, parlando di una terra e poi d'un'altra, parer che insieme le confondessi, dico che noi siamo stati in questi paesi sei anni continui, nelli quali io ho voluto sapere gran parte delle terre, regni e signorie del detto Prete Ianni, e delli suoi costumi e usanze, alcune di veduta e alcune altre di udita da chi ben le sapeva, e come io le ho sapute cosí le ho scritte, cioè esprimendo le vedute per vedute e le udite per udite. E perciò giuro sopra l'anima mia ch'io non dirò bugia alcuna, e cosí come spero e confido nel nostro Signor Iddio che la nostra confessione abbia a esser vera alla mia fine, cosí sarà ancora il presente mio scrivere, perché mentendo al prossimo si mente a Iddio.


Come Diego Lopes de Secchiera, succedendo al governo delle Indie
dopo Lopo Soares, condusse Matteo al porto di Maczua.
Cap. I.

Perché io dico ch'io andai con Odoardo Galvano (a chi Dio perdoni), cosí è la verità, ed egli morí in Camaran, isola del mar Rosso, e non ebbe esecuzione la sua ambasciata, nel tempo che Lopo Soares era gran capitano delle Indie, come già largamente ne ho scritto, il che lascio ora di raccontare per non esser al proposito; e seguitando solamente di scrivere quello che sarà necessario, dico che, succedendo Diego Lopes de Secchiera al governo dell'India dopo Soares, messe ad effetto quel che Lopo Soares non volle mai eseguire, cioè di condur Matteo (il quale fu mandato ambasciadore dal Prete Ianni al re di Portogallo) al porto di Maczua vicino a Ercoco, ch'è porto e terra del Prete Ianni. Il qual Diego Lopes fece una bella e grossa armata, e con quella navigammo nel detto mar Rosso, e giugnemmo alla detta isola di Maczua il lunedí della ottava di Pasqua, alli XVI del mese d'aprile, l'anno MDXX, la quale trovammo tutta vota di gente, perché di cinque o sei giorni avanti avevano avuta notizia della nostra venuta. Questa isola è lontana dalla terra ferma poco piú o meno di due tratti di balestra, là dove i Mori della detta isola erano fuggiti con le loro robbe.
Surgendo adunque l'armata fra l'isola e la terra ferma, il martedí seguente vennero a noi della terra d'Ercoco un cristiano e un moro. Diceva il cristiano che il luogo d'Ercoco era de' cristiani, e sottoposto a un gran signore chiamato Barnagasso, suddito del Prete Ianni, e che gli abitanti di quest'isola di Maczua e d'Ercoco, quando venivano i Turchi, tutti fuggivano alle montagne; ma che al presente non avevano voluto fuggire, sapendo come eravamo cristiani. Udendo questo, il gran capitano dette grazie a Dio della notizia che trovava del nome cristiano, e questo fece gran favore a Matteo, che prima non era in troppo buon conto; e ordinò che fusse dato una ricca vesta al cristiano e al moro, e mostrò di avere molto piacere, dicendo loro che avevano fatto il debito loro, cioè di non si partire del luogo d'Ercoco, poi che egli era de' cristiani e del Prete, e che la sua venuta non era se non per far servizio e piacere al detto Prete e a tutti li suoi, e che se n'andassero alla buon'ora e stessero sicuri.


Come il capitano d'Ercoco venne a visitare il capitano maggiore,
e della maniera come ei venne, e d'alcuni frati del monastero della Visione.

Cap. II.

Il giorno seguente, che era il mercore, venne il capitano del detto luogo d'Ercoco a parlare al gran capitano, e gli portò a donare quattro buoi; e il gran capitano gli fece molte carezze e onore, e donogli alcune pezze di seta, e seppe piú compiutamente che gli abitatori di quel paese erano cristiani e che già era stata data notizia della nostra venuta a Barnagasso, signore della terra. Questo capitano venne sopra un buon cavallo, e portava una bedena sopra una ricca camicia fatta alla moresca, accompagnato da XXX uomini a cavallo e ben CC a piedi; e dopo una grande e graziosa pratica che per mezzo degl'interpreti ebbero insieme, sapendo ancora il gran capitano parlar arabico, si partí questo signor d'Ercoco con le sue genti, ben contento, come a noi parve.
Lontano da questo luogo da XX in XXIIII miglia è una montagna molto alta, dove è un monasterio di frati molto nobile, il quale Matteo spesso nominava, che si chiama de Bisan, cioè della Visione. Ebbero i detti frati notizia di noi, e il giovedí dopo l'ottava vennero sette frati del detto monastero, alli quali andò incontro il gran capitano fino alla spiaggia, con tutte le genti, con molto piacere e allegrezza: e cosí mostravano di avere anche loro, e dicevano che era molto tempo che aspettavano i cristiani, perché avevano nei loro libri profezie che dicevano che a questo porto doveano venire cristiani, e quivi si apriria un pozzo, il quale aperto che fusse, non vi sariano piú mori, con molte altre parole a simil proposito convenienti. A tutte queste cose era presente l'ambasciador Matteo, al quale i detti frati fecero molto onore, baciandogli le mani e le spalle secondo il loro costume: e all'incontro egli di loro pigliava grandissimo piacere. Dicevano i detti frati che guardavano la festa di Pasqua insieme con gli otto dí seguenti, e che essi in quelli dí non andavano in viaggio né facevano alcuno servizio, ma che, subito che essi udirono dire che i cristiani erano giunti nel porto (cosa a loro tanto desiderata), dimandorno al suo maggiore licenzia per venire a far questo cammino per servizio di Dio, e che similmente era stato avisato Barnagasso della nostra venuta, ma che esso non si partiria da casa sua se non otto dí dopo Pasqua. Finiti questi ragionamenti, il gran capitano volse tornare al suo galeone, insieme con li suoi e con i detti frati, incontro alli quali vennero i nostri con le croci, vestiti con li piviali, e dettero loro a baciare le dette croci, alle quali essi fecero molta riverenzia. Dapoi fu lor dato da far collezione molte conserve di confezioni e zuccheri, che cosí ordinò il gran capitano. Si ragionò con loro sopra molte pratiche di piacere e allegrezza, essendo avvenuta quella cosa tanto desiderata dall'una parte e dall'altra, e ora veramente adempita. Partironsi poi i detti frati e andorono a dormire in Ercoco.


Come il gran capitano fece dir messa nella moschea di Maczua, e comandò che la si intitolasse Santa Maria della Concezione, e come mandò a vedere il monasterio della Visione.
Cap. III.

Il venerdí dopo l'ottava, che fu alli XX d'aprile, la mattina molto a buon'ora tornarono i frati alla spiaggia, e furono mandati ad incontrare molto onoratamente; e il gran capitano con li suoi e con i frati se ne passarono all'isola di Maczua, nella moschea maggiore, dove fu detta la messa delle Cinque Piaghe, per esser venerdí. La quale finita, ordinò il gran capitano che detta moschea si dovesse chiamare Santa Maria della Concezione, e cosí dapoi ogni giorno dicemmo messa in quella. Ed essendosi ritirati alle navi alcuni de' frati furono con Matteo e altri con il gran capitano, e cosí a questi come a quelli furono fatti presenti per il vestir loro d'alcune tele di cottone grosse, che di tal sorte si vestono, e d'alcune pezze di seta per il suo monasterio, e d'alcune ancone e quadri dipinti e campanelle. Sogliono tutti questi frati portar alcune croci in mano, e l'altre genti le portano al collo, fatte di legno negro: e le nostre genti tutte compravano di dette croci che portavano al collo, per essere cosa nuova e fra noi non costumata.
Stando questi frati cosí fra noi, il gran capitano ordinò che un Ferrando Diaz, che sapeva la lingua arabica, dovesse andar a vedere il lor monasterio, e per dargli maggior credito, e accioché meglio intendesse il tutto, per poter scrivere al re nostro signore, vi mandò insieme il licenziato Pietro Gomes Tessera, auditore delle Indie. I quali, ciascuno per sé, referirono che il detto monasterio era cosa grande e bella, e per tanto dovessimo ringraziar Dio che in cosí lontani paesi e per cosí lunghi mari, fra tanti inimici della nostra fede, noi trovavamo cristiani con monasteri e case d'orazione, ove Iddio era laudato. Detto auditore portò del detto monasterio un libro di carta bergamina, scritto nella sua lettera, per mandare al re nostro signore.


Come si viddero insieme il gran capitano e Barnagasso,
e si ordinò che don Rodrigo de Lima andasse al Prete Ianni con Matteo.

Cap. IIII.

Il martedí alli XXIIII di aprile, venne Barnagasso al luogo d'Ercoco e ne fece intendere della sua venuta. Il gran capitano, pensando che verria a parlargli alla spiaggia, ordinò che fussero fatte tende, e acconciati panni meglio che si potesse e luoghi da sedere. Preparate queste cose, venne nuova come Barnagasso non voleva venire in quel luogo: e subito vi mandò a parlare Antonio de Saldanza, e in Ercoco trovò che l'ordine era di vedersi al mezzo del cammino, e cosí ci preparammo per andare con il gran capitano per mare fino alla metà del cammino in terra, dove avevano da vedersi. Vennevi prima Barnagasso, ma non volse appressarsi dove era stato preparato. Dismontato il gran capitano, vedendo come non voleva arrivare ivi, fece portare li preparamenti avanti ove esso stava: il quale ancora, per mantener la grandezza e reputazion sua, non volse muoversi con le sue genti per appressarsi al luogo preparato, e fu forza far ritornare di nuovo il detto Antonio di Saldanza con Matteo ambasciadore, i quali terminarono che ambedui ad un tempo si movessero, cioè il gran capitano e Barnagasso. E cosí fecero, e si viddero e parlarono insieme in una campagna molto grande, sedendo nel piano sopra alcuni tapeti. E fra molte cose che ragionarono insieme, ringraziando Dio di questo loro abboccamento, disse Barnagasso che avevano nelle loro scritture e libri antichi come i cristiani di lontani paesi dovevano venire in quel porto a trovarsi con le genti del Prete Ianni, dove fariano un pozzo d'acqua viva, per il che non vi stariano piú mori: la qual cosa vedendo che Dio l'aveva già adempita, essi la dovevano tra loro confermare e giurar buona amicizia e benevolenzia. E preso in mano una croce d'argento, che per questo era ivi stata apparecchiata, Barnagasso disse che giurava sopra quel segno di croce, sopra il quale il Signor nostro ebbe passione, in nome del Prete Ianni suo signore, che sempre daria favor e aiuto alle genti e cose del re di Portogallo, e anco alli suoi capitani che venissero al detto porto, o vero ad altri porti e terre dove aiuto e soccorso gli potesse dare; e cosí prenderia in sua protezione l'ambasciador Matteo, e altri ambasciadori che il gran capitano volesse mandare per lí regni e signorie del Prete Ianni, insieme con tutte le genti e robbe che portassero. E altrotanto giurò il gran capitano di fare per le cose del Prete Ianni e di Barnagasso, ivi e in ciascun luogo che le trovasse, e che 'l medesimo fariano gli altri capitani e signori del re di Portogallo. Il gran capitano donò a Barnagasso una bella armatura e alcune pezze di panni di seta, e Barnagasso dette al gran capitano un cavallo e una mula molto buoni: e cosí si partirono, lieti e contenti dall'una parte e dall'altra. Questo Barnagasso menava seco ben 200 uomini a cavallo e sopra mule e da duemila uomini a piedi.
Vedendo i nostri gentiluomini e capitani queste cosí buone nuove che Dio ne aveva mandate, e che si apriva il cammino per esaltare la sua fede catolica, del che per avanti ne avevamo avuta poca speranza che dovesse succedere, tenendo tutti questo Matteo non per vero ambasciadore, ma per uomo falso e bugiardo, onde solamente erano di opinione che si dovesse mettere in terra e lasciarlo andare al suo cammino, vedute queste cose (come abbiamo detto), tutti si sollevorono, dimandando ciascuno di grazia al gran capitano che li lasciasse andare con il detto Matteo per ambasciadore al Prete Ianni, conciosiacosaché, per quello che avevano veduto, si conosceva certo detto Matteo esser vero ambasciadore. E ancora che molti dimandassero questo carico, nondimeno fu dato a don Rodrigo de Lima, e il gran capitano elesse quelli che con lui dovessero andare, i quali furono questi: primieramente don Rodrigo de Lima, Giorgio di Breu, Lopo de Gama, Giovanni Scolaro, scrivano dell'ambasciaria, Giovanni Gonsalves, interprete e fattor di quella, Emanuel de Mares, sonatore d'organi, Pietro Lopes, maestro Giovanni medico, Gasparo Pereira, Stefano Pagliarte, tutti duoi allievi di don Rodrigo, Giovanni Fernandez, Lazaro de Andrade pittore, Alfonso Mendez e io, indegno sacerdote Francesco Alvarez. Tutti li sopradetti andammo in compagnia con don Rodrigo, e similmente andavano con Matteo tre Portoghesi, uno de' quali si chiamava Magaglianes, l'altro Alvarenga, il terzo Diego Fernandez.


Delli presenti che don Rodrigo portò al Prete Ianni.
Cap. V.

Subito furono ordinati i presenti che avevano da mandarsi al Prete Ianni, non già simili a quelli che il re nostro signore gli mandava per Odoardo Galvan, perché già quelli erano stati malamente dispensati in Cochin per Lopo Soarez; e quello che se gli mandava al presente era cosa povera, ma solamente per fare scusa che le preziose pezze e cose che se gli portavano erano restate nell'India, e che dapoi le se gli mandariano. Gl'infrascritti sono li presenti che portammo al detto Prete Ianni, cioè una spada e un pugnale molto ricchi e belli, quattro panni di razzi a figure per coprir le mura, molto fini, una bella corazza coperta di velluto e un ricco celatone indorato, due pezzi d'artigliaria con quattro code, alcune ballotte e alquanti barili di polvere, un napamondo e un organo.
Noi andammo in Ercoco, dove fummo consignati a Barnagasso, il qual ne fece alloggiare discosto due o tre tiri di balestra, in una pianura ch'è a' piedi d'un monte, dove subito ne mandò a donar un bue, pane e vino del paese. Dimorammo ivi perché in quel luogo ne avevano da provedere di cavalcature e camelli, per portare tutte le robbe nostre. Questo giorno era il venerdí, e perché in questo paese si osserva la legge vecchia e nuova, ci riposammo il sabbato e la domenica, per guardarsi tutti duoi questi giorni. In questo tempo l'ambasciador Matteo si affaticò molto, con don Rodrigo e con tutti noi altri, che non dovessimo essere con Barnagasso, ancora che esso fusse gran signore, ma che molto meglio era andare al monasterio della Visione, dove ne saria data miglior espedizione che dal detto Barnagasso. Onde, fattogli intendere come non avevamo di andare da lui, si partí e andossene al suo cammino: nondimeno ci fece dare XIIII cavalcature e X camelli per le robbe.


Del giorno nel quale l'armata, sopra la quale venne don Rodrigo, si partí dal porto; e del cammino che noi facemmo fino a mezzogiorno; e d'un gentiluomo che ne venne a ritrovar.
Cap. VI.

Partimmo di questa pianura, vicina al luogo di Ercoco, il lunedí alli 30 d'aprile, nel qual giorno, mentre che noi riposammo, se n'uscí l'armata del porto, ancora che ne avessero promesso di non partirsi fino che non vedessero la total nostra espedizione e che cammino noi prendessimo. Noi dal detto luogo non andammo piú di due miglia, che ci fermammo a mezzodí appresso un fiume secco, che non aveva acqua se non in alcune pozzette: e perché il paese per il quale avevamo a camminare era secco e sterile, e li caldi erano grandissimi, tutti portavamo le nostre zucche e boccali di cuoro e utri con acqua. Sopra questo fiume erano molti arbori di diverse sorti, fra li quali erano salici e arbori di giuggiole e altri allora senza frutto.
Stando sopra questo fiume, a mezzodí arrivò un gentiluomo, nominato Framasqual, che nella nostra lingua vuol dire "servo della Croce", il quale nella sua negrezza era cosí bello che dimostrava ben esser gentiluomo, e dicevano ch'era cognato di Barnagasso, cioè fratello di sua moglie. Avanti ch'esso arrivasse a noi, dismontò da cavallo, per esser questo il loro costume, e l'hanno etiam per una cortesia. L'ambasciador Matteo, udendo la sua venuta, disse che egli era un ladrone e che veniva per rubarne, e che tutti dovessimo pigliar le nostre armi: ed esso Matteo pigliò la sua spada e si messe la celata in testa. Udendo Framasqual questo rumore, mandò a dimandar licenzia di potersi approssimare, e ancor che esso non l'avesse da Matteo, pure s'accostò a noi, come uomo ben creato e cortese e come persona allevata in corte. Aveva questo gentiluomo un molto buon cavallo dinanzi a lui, e una bella mula sopra la quale veniva, e quattro uomini a piedi.


Come Matteo fece lasciare a don Rodrigo la strada e camminare per certi monti
e per boschi e per un fiume secco.
Cap. VII.

Partimmo da questo alloggiamento tutti insieme, e questo gentiluomo, cavalcando sopra la sua mula col cavallo avanti, s'accostò all'ambasciador don Rodrigo con l'interprete, e andarono un gran pezzo parlando e pratticando insieme. Era, cosí nel parlare come nel rispondere, molto gentile, costumato e cortese, e l'ambasciadore ne rimase sommamente sodisfatto; ma Matteo non lo poteva vedere, e non faceva altro se non dire ch'esso era un ladrone. E andando noi per una molto buona strada, e per la quale camminava molta altra gente ch'era alloggiata nel sopradetto luogo con noi, Matteo lassò quella strada, che era larga e piana, e si pose per certi boschi folti e monti dove non era cammino, e per quella parte fece andare i camelli e noi con loro. E dicendo Framasqual ch'eravamo fuori di strada, e non sapeva perché costui faceva questo, tutti cominciammo a gridare, perché esso ne menava per monti a perderci e rovinare tutto quello che portavamo, lassando le strade maestre. Udendo Matteo li nostri lamenti, e che tutti gli eravamo contrarii, dette volta e fu forza circondare una montagna, per venir sopra la strada maestra, piú di sei miglia; e avanti che a quella arrivassimo, venne un'angoscia a Matteo, di sorte che pensammo che fusse morto, perché gli durò per ispazio di una ora. E tornato in sé, pregammo duoi uomini che l'aiutassero a stare sopra la mula, e noi demmo volta, tanto che arrivammo alla strada maestra, dove trovammo una carovana de camelli e genti che venivan da Ercoco, perché non camminano se non in carovana per paura dei ladri. Dormimmo tutti in un bosco dove vi era acqua, il quale era luogo ordinario per alloggiar carovane, e il detto Framasqual con esso noi, tenendo noi e quei delle carovane tutta notte guardie, per tema delle fiere.
Partimmo di quel luogo l'altra mattina, camminando sempre sopra fiumi e torrenti secchi, e da una parte e l'altra erano montagne altissime, con gran boschi d'arbori di diverse sorti, bellissimi e altissimi, la maggior parte senza frutto: e fra quelli n'erano alcuni i quali cognobbi che si chiamano tamarindi, e fanno graspi come di uva, che sono fra' negri apprezzati, perché fanno di quelli vin garbo e ne portano a tutte le fiere, sí come fanno delle uve passe. Li fiumi e strade ove andavamo si dimostravano alte e dirupate, il che nasce per la furia dell'acqua dei nembi e temporali mischiati con tuoni, le quali acque non impediscono il camino, secondo ne dissero: e noi il vedemmo in altre parti simili. Il remedio era, nella ora di detti nembi, fermarsi sopra qualche costiera due ore, fino che l'impeto di detti nembi corra giú. E per grandi e terribili che questi fiumi si faccino per detti nembi, subito che l'acqua scorre fra quelle montagne e viene al piano, ella si disperde asciugandosi e non arriva al mare: e non potemmo sapere che fiume alcuno d'Etiopia entri nel mar Rosso, che tutti finiscono come arrivano nella terra piana e campagna. In queste montagne e rupi sono animali di diverse generazioni, sí come vedemmo, cioè elefanti, leonze, tigri, tassi, ante, cervi, senza numero, e di tutte le sorti, salvo che due, che non le viddi né udi' dire che vi fussero, cioè orsi e conigli. Vi erano anco uccelli di tutte le sorti che cantano che si possino imaginare, e anco perdici, quaglie, galline salvatiche, colombi, tortore, che coprivano il sole, e di tutte quelle sorti che sono nelle nostre parti, eccetto che non vi viddi né gazuole né cucchi. Per tutte queste fiumare e rupi, viddi infinite erbe odorate che non cognobbi, se non il basilico, che era infinito, e rendeva un molto buono e soave odore, e aveva la foglia di diverse sorti.


Come Matteo li fece uscir di nuovo di strada, e li fece andar
per boschi al monasterio della Visione.
Cap. VIII

Venendo la ora di riposarsi, Matteo determinò di farne uscire di nuovo fuora della strada maestra, per farne andare alla volta del monasterio della Visione per montagne e boschi foltissimi di arbori molto alti. Consigliatici noi con Framasqual, ne disse che il cammino al detto monasterio era di tal sorte che le nostre robbe, portandole in spalla, non vi si potriano conducere, e la strada che era quella delle carovane per onde vanno i cristiani e i mori sicuramente, senza che alcuno faccia lor dispiacere, e che manco fariano a noi, che andavamo per servizio del re. E con tutto questo noi seguimmo pur la volontà di Matteo, e nell'alloggiamento dove noi dormimmo si fecero gran contrasti sopra detto cammino, dicendosi che saria meglio tornare adietro, sopra la strada che avevamo lasciata. Udendo questo, Matteo disse che gl'importava molto arrivare al detto monasterio della Visione, dove non staria piú di sette o vero otto giorni, che subito ci partiremmo (nondimeno egli vi restò per sempre, perciò che vi morí), e che poi andremmo al nostro viaggio in buona ora: e cosí determinammo di fare il suo volere, vedendo che gl'importava tanto, e che diceva di farne alloggiare in una villa a piè del monasterio.
Partimmo di questo alloggiamento e camminammo per un molto piú aspro e difficil paese e per maggiori e piú folti boschi, essendo noi a piedi e le mule avanti, le quali non potevano camminare. Li camelli davano gridi al cielo che parevano indiavolati. A tutti noi pareva che Matteo ne avesse posti in quel cammino per farne morire o per farne rubare, percioché quivi non si poteva far altro se non chiamar Dio in nostro aiuto, e le selve erano tanto oscure e paurose che gli spiriti non arebbeno ardire d'andarvi. Si vedevano molti animali salvatichi e feroci senza numero, a mezzo del dí, andar qua e là senza aver timor di noi. Con tutto questo andammo pur avanti, e cominciammo a trovar genti del paese, che guardavano i lor campi seminati di miglio zabburro: e vengonlo a seminare di lontano sopra queste montagne altissime e dirupate. Similmente si vedevano pascere molte mandrie di bellissime vacche e capre. Queste genti che quivi trovammo, erano tutte ignude e mostravano quasi ogni lor parte; erano molto negri, e dicevano essere cristiani. Avevano seco le loro mogli, le quali si coprivano le parti vergognose con un pezzetto di panno mezzo rotto. Avevano le donne sopra la testa una cuffia fatta a modo di diadema, negra come la pece, e li capelli rivolti in tondo, a modo di candele di sevo o candele picciole: la negrezza di queste cuffie, con queste treccie di capelli attaccate a quelle, parevano cosa molto strana a vedere. Gli uomini avanti le loro parti vergognose avevano un pezzo di pelle.
Andando cosí avanti per molti altri boschi che non si potevano passare, ed essendoci messi a piedi e li camelli discaricati, vennero a trovarne X o XII frati del monasterio della Visione, fra li quali erano 4 o 5 molto vecchi, e uno piú di tutti, al quale facevan tutti gli altri riverenzia e baciavangli le mani: e noi facemmo il medesimo, perché Matteo ci diceva che era vescovo, e dapoi sapemmo che non era vescovo, ma aveva titolo di david, che vuol dire guardiano, e che nel monasterio era un altro sopra di lui che chiamano abba, che vuol dire padre, che è come provinciale; e per la loro età e secchezza (ch'erano quasi come legni) parevano uomini di santa vita alla prima vista. Andavano i detti frati per quei boschi raccogliendosi li loro seminati migli, come anco li dritti che pagano loro quelli che in queste montagne e boschi seminano. Le loro vesti erano pelli di capra concie; altri portavano panni vecchi di gottone gialli, senza scarpe.
Di qui non partimmo fin tanto che i camelli non riposarono alquanto. Dopo per ispazio di mezzo miglio arrivammo a piè d'una montagna molto aspra e difficile, ove i camelli non potevano ascendere e malamente le mule vote, e quivi ci posammo a piè d'un arbore con tutte le nostre robbe, e Matteo con le sue, e Framasqual con noi, e i frati, e principalmente quelli piú vecchi: e quello piú onorato di tutti ne mandò a donare un bue, del quale cenammo, e fummo poi in gran dispute onde potessimo uscire, o veramente che cammino dovessimo tenere, perché non vedevamo rimedio alla nostra uscita. Dormimmo tutti insieme, cioè l'ambasciadore, i frati e Framasqual.


Come dissero messa, e come si partí Framasqual da loro,
e noi andammo a un monasterio, dove la nostra gente si ammalò.

Cap. IX.

Nel seguente giorno (che fu Santa Croce di maggio) dicemmo messa a piè d'un arbore, in onore della vera Croce, la quale pregavamo che ne dovesse insegnar la strada; e li nostri Portoghesi dimandavano con divozione grazia al nostro Signor Dio che, sí come a santa Elena fu aperta la via di trovare la vera Croce, cosí a noi si aprisse la strada, che ne era tanto serrata, della nostra salute. Dopo disinare, l'ambasciador Matteo ordinò che si caricassero le sue robbe sopra le spalle de' negri, per portarle ad un monasterio piccolo, distante da noi mezza lega, detto San Michel de Iseo: con le qual robbe andammo Giovanni Scolaro scrivano e io, a piedi, per non esser terra né cammino per mule, per vedere se dovevamo andar tutti al detto monasterio o vero tornar indrieto. Quivi Framasqual si partí da noi.
Arrivammo al monasterio mezzi morti, sí per l'asprezza del cammino e difficil ascesa, come anco per il caldo grande che faceva; e riposati alquanto, veduto il monasterio, ritornò lo scrivano a ritrovar gli altri, e disse loro ciò che vi era, e delle case dove potevamo alloggiare con le nostre robbe. Nel giorno seguente, a' 4 di maggio, venne al monasterio tutta la nostra gente con le nostre robbe, che erano restate a' piedi del monte, facendole portare sopra le spalle dei negri. Ma la notte avanti non cessò l'inimico Satanasso di metter questione fra i nostri, conciosiacosaché l'ambasciador nostro dicesse che si doveva consigliare quello che si aveva da fare, per servizio di Dio e del re e salvazione della nostra vita e onore: uno rispose che nella compagnia erano uomini che non lo volevano fare, e sopra questo vennero alle arme, e volse Dio che non fu altro. Subito che furono nel monasterio, gli feci far pace, riprendendoli di tal parole dette contra di lui che era nostro capo, e che quello che diceva era per servizio di Dio e del re e per nostro utile. Alloggiammo nel monasterio di San Michele, pensando che fra sette o vero otto giorni ci dovessimo partire: e veramente ne dettero molto buon alloggiamento, e il medesimo ci era confermato per Matteo, che noi non vi dimoraressimo piú di sette o vero otto giorni.
Stando noi, venne il detto Matteo con un roverscio, e ne disse che aveva scritto alla corte del Prete Ianni e alla regina Elena e al patriarca Marco, e che la risposta non poteva venire in manco di XL giorni, e senza quella noi non potevamo partire, perché di quel luogo ne avevano a provedere e far venire mule per noi e per le nostre robbe. E non stette saldo ancora sopra questo, ma venne a dire che già si cominciava a far il verno, il quale durava circa tre mesi, nelli quali noi non potremmo camminare, e che per questo era necessario che noi ci comprassimo da vivere. Da un'altra banda ne diceva che s'aspettava il vescovo del monasterio della Visione, che veniva dalla corte, il quale ne daria la nostra espedizione: e questo che costui dimandava vescovo, non era, ma era provinciale della Visione, come si è detto di sopra. Del verno e della venuta di questo provinciale i frati di questo monasterio s'accordavano, e anche quelli della Visione, con Matteo, perché tre mesi del verno non camminano in questo paese, cioè mezzo giugno, luglio, agosto, fino a mezzo settembre, che è verno universale; e similmente della venuta di quello che chiamavano vescovo, di non tardar molto.
Non passò molto dopo la nostra arrivata quivi che le nostre gente si ammalarono, cosí li Portoghesi come li schiavi, che pochi o niuno restarono che non fussero tocchi, e molti quasi fino al punto della morte: e bisognò salassarli molte fiate e purgarli. Ne' primi si ammalò maestro Giovanni medico, il quale era tutto il nostro rimedio: piacque pur a Dio che si risanò, e fu quello che di lí avanti s'adoperò per noi altri con tutte le sue forze. Fra questi si ammalò Matteo ambasciadore, al quale furon fatti molti rimedii; e parendogli già di star molto bene ed esser gagliardo, si levò e ordinò di far condurre le sue robbe ad una villa della Visione, dove stavano alcuni frati, e chiamasi Giangargara, la qual è nel mezzo del cammino fra questo monasterio e quello della Visione, dove tengono le lor vacche e armenti, per esservi molte buone case e abitazioni. Quivi mandate le sue robbe, ed essendovi egli insieme arrivato, due giorni dopo mandò a chiamar maestro Giovanni, il quale, lasciati tutti gli ammalati, l'andò a trovare; e non tardò molto dapoi che l'ambasciador don Rodrigo, Giorgio de Breu e io fummo a vederlo, e lo trovammo molto travagliato. Ritornò don Rodrigo e Giorgio de Breu, e io restai con lui tre giorni, fino che ei rese l'anima al nostro Signore, che fu a' 24 di maggio, l'anno MDXX: e io lo confessai e communicai, e feci il suo testamento in lingua portoghese, ma ei fu anche fatto in lingua abissina per un frate del detto monasterio. Subito che ei fu morto, vennero don Rodrigo, Giorgio de Breu e Giovanni Scolaro scrivano, e gran parte dei frati della Visione, e lo facemmo portar a sepelire molto onoratamente al detto monasterio, ove gli facemmo l'officio e messe secondo il nostro costume, e i frati lo fecero secondo il suo.
In questa propria notte che morí Matteo, morí anco Pereira, servitore dell'ambasciador don Rodrigo. Fatte le esequie di Matteo, l'ambasciadore, Giorgio de Breu, Giovanni Scolaro e certi di detti frati ritornarono alla villa ove era morto Matteo, nella quale erano restate le sue robbe, volendo di quelle farne inventario, acciò ch'elle fussero date a coloro alli quali esso ordinava per Francesco Matteo, che era suo servitore e datogli dal re di Portogallo libero, essendo per avanti moro e schiavo, e che aveva tutte le robbe in suo potere. Costui si messe a non voler che si facesse inventario e non volse mostrar le robbe, e i frati tenevano col detto Francesco, sperando di averne qualche parte: e vedendo questo, don Rodrigo gli lassò con la sua fantasia e si partí alla buon'ora. Il detto Francesco Matteo e i frati portarono le robbe al monasterio della Visione, dove le salvarono fino che di là ci partimmo per la corte, e di là le mandarono alla corte del Prete Ianni per darle alla regina Elena, a chi Matteo ordinava che fussero date.


Come l'ambasciadore mandò a dimandar aiuto per la sua espedizione a Barnagasso.
Cap. X.

Stando noi quivi senza alcuno aiuto ed essendo già passati molti giorni che aspettavamo, non venendo alcuna risposta né nuova della venuta del detto provinciale che si aspettava, non sapendo noi che fare si dovesse, fu determinato di mandar a chiedere a Barnagasso che ne volesse dare qualche aiuto per la nostra partita, accioché noi non stessimo a consumarci in quel luogo. Sapendo questo, i frati l'ebbero molto a male e, chiamato da parte don Rodrigo, lo persuasero che non vi mandasse e che aspettasse la venuta del provinciale, che saria fra X giorni; e che, non venendo, loro ci dariano le cose necessarie per il nostro cammino. E perché costoro sono genti di poca fede, non si fidavano di noi: ancora che l'ambasciadore lo promettesse loro, pur ne volsero dar a tutti giuramento sopra un crocifixo che noi aspettassimo li detti X giorni, e cosí ancor loro giurarono di adempir quello che ne avevano promesso. E acciò che dall'una banda e dall'altra non si restasse in vano, e succedendo tutti due potessimo eleggere la miglior parte, ordinò l'ambasciadore che dovesse andar a parlare a Barnagasso Giovanni Gonsalves, fattore e interprete, con Emanuel de Mares di due altri Portoghesi, a ricordargli il giuramento che aveva fatto di favorire e aver in sua protezione tutte le cose del re di Portogallo, e a pregarlo che ne volesse dar aiuto per la nostra andata: e in capo di X giorni il detto fattore ne rimandò indrieto uno dei detti Portoghesi con una buona risposta, e insieme venne anche un uomo del detto Barnagasso, il qual ne disse che ne daria buoi per portar le nostre robbe e mule per le nostre persone. Dal canto dei frati non venne cosa alcuna.


Della maniera e del sito dei monasterii e de' loro costumi,
e primamente di questo di San Michele; e delle cerimonie di questi religiosi.

Cap. XI.

Primamente questo monasterio è posto sopra uno scoglio di monte molto salvatico, accostato a' piedi d'un altro grandissimo scoglio, sopra del quale non si può montare. Il sasso di questi scogli è del colore e grana della pietra con la qual son fatti li muri della città di Portogallo, e sono le pietre molto grandi. Tutta la terra fuora di quei sassi è coperta di molti gran boschi, e li maggiori sono d'olivi salvatichi, e molte erbe fra quelli, e la maggior parte basilichi; gli arbori che non sono olivi non eran da noi conosciuti, e tutti erano senza frutto. In alcune valli serrate che tiene questo monasterio vi sono naranzari, limoni, cedri, pergole di uva, e fichi d'ogni sorte, cosí di quelli che si trovano in Portogallo come d'India, e persichi; eranvi anche cavoli, coriandri, nasturzio, absenzio e mirto e molte altre sorti di erbe odorifere medicinali: e il tutto era mal governato, perché non sono uomini industriosi, e la terra produce le cose sopradette come ella produce le cose salvatiche, e produrria molto migliore tutto quello che vi piantassero o seminassero.
La casa del monasterio par ben casa di chiesa, fatta come son le nostre: ha intorno un circuito come di un claustro, e il coperto di sopra è attaccato col coperto della chiesa; ha tre porte, cosí come hanno le nostre, cioè una principale in capo e una per banda nel mezo. La coperta della chiesa e del suo circuito è fatta di paglia salvatica, che dura la vita d'un uomo. Il corpo della chiesa è fatto di navi molto ben lavorate, e li suoi archi molto ben serrati, e tutto par fatto in volto. Ha un coro piccolo drieto all'altar grande, con la crociara avanti, nella quale sono cortine che vanno dall'un capo all'altro, e similmente sono altre cortine avanti le porte di mezzo da un muro all'altro, e sono di seta; e la entrata per queste cortine è per tre luoghi, cioè che sono aperte nel mezzo, e tutte si scontrano l'una contra l'altra, e cosí si serrano appresso dei muri. E in queste tre entrate o vero porte sono campanelle attaccate alle dette cortine, della grandezza di quelle di Santo Antonio, un poco piú o manco, e non può uomo alcuno entrare per queste porte che queste campanelle non suonino. Non vi è piú di uno altare, che è in quella cappella grande; sopra l'altare è un baldachino posto sopra quattro colonne, e lo altare arriva a tutte quattro, e il detto baldachino è come in volto. Ha la sua pietra sacrata, che loro chiamano tabuto, e sopra questa pietra vi è un molto gran bacile di rame, piano da basso e con l'orlo basso, che va a toccare tutte quattro le colonne dell'altare, perché le colonne sono poste in quadro: nel detto bacile è posto un altro bacile piú piccolo. E da questo baldachino per ciascuna parte, cioè di dietro e dalle bande, discende una cortina che cuopre tutto l'altare fino al piano, eccetto che dinanzi è aperto.
Le campane sono di pietra, cioè pietre longhe e sottili, appiccate e intraversate con corde, e vi danno entro con un legno: e rendono un suono molto strano, come di campane rotte, a udirle da lungi; e similmente le feste togliono i bacili e gli danno con alcune bacchette, che li fanno sonare grandemente. Hanno parimente campane di ferro, le quali non son tutte tonde, ma hanno due bande, come è una giornea di mulattiero, della quale un lembo lo cuopre dinanzi e l'altro di dietro; hanno il battitoio che la batte dall'una banda e poi dall'altra, e fa un suono come di uno che zappi le vigne. Hanno ancora altre campanelle mal fatte, che portano in mano quando vanno in processione, e tutti insieme le suonano nelli gorni di festa, che negli altri si servano delle campane di pietra e di ferro. Suonano i mattutini due ore inanzi giorno, e gli dicono a mente, senza lume: solamente vi è una lampada avanti l'altare, nella quale abbruciano butiro, perché non hanno olio; cantano e dicono con voce molto alta e sconcia, come di uno che gridi, senza arte alcuna di canto. Non dicono versi, ma il suo parlare è come in prosa, e son salmi; e ne' giorni di festa oltra i salmi dicono prose, e secondo la festa cosí è la prosa, e sempre stanno nella chiesa in piedi. Non dicono nel mattutino piú che una lezione, con voce similmente sconcia e disordinata, senza tuono, e la quale è di quella maniera che, nel representar la Passione del nostro Signore, noi pronunciamo le parole dei Giudei; e oltra che la voce è cosí sconcia, la dicono correndo quanto la lingua di uomo possa fare, e questa dice un clerico o vero un frate: e si legge questa lezione avanti la porta principale. La quale compita, nelli giorni del sabbato e domenica fanno processione con quattro o cinque croci, poste sopra alcuni bastoni non piú alti che bordoni: e quelle tengono nella mano sinistra, perché nella destra portano un turribulo, e tanti son sempre li turribuli quante le croci. Portano certe cappe di seta non troppo ben fatte, perché non sono piú di quello che è la larghezza della pezza del damasco, o di qual altra seta si voglia da alto fino a basso, e davanti al petto una traversina: e da ambe le bande vi è aggiunto un pezzo di qualche altro panno di ciascun colore, ancora che non si confaccia col principale, e del detto panno principale si strascinano dietro quasi un braccio per terra.
Questa processione fanno dentro del circuito che tengono come claustro, la qual finita, in detti giorni di sabatto e domenica e delle feste, quello che ha da dir messa con altri dui entrano nella cappella e cavano una imagine della nostra Donna, che hanno sopra una ancona vecchia (e in tutte le chiese vi son di queste ancone), e si mette nella crociara, stando con la faccia verso la porta principale, e tiene in mano questa immagine avanti il petto; e quelli che gli stanno dalle bande tengono candele accese in mano. E poi gli altri che gli sono davanti cominciano a cantare in modo di prosa, e vanno tutti gridando e ballando come se fussero in un ballo di villa, e andando avanti l'imagine con quel suo cantare o prosa, suonano le campanelle piccole e cimbali col medesimo suono; e ogni volta che tocca a uno di passar avanti l'imagine, gli fanno gran riverenzia, che pare a chi li vede che la facciano con gran desiderio di divozione, e cosí portano in questa festa croci e turriboli come in processione. Compito questo (che dura gran pezzo) salvano l'immagine, e poi vanno a una casetta ch'è verso tramontana e quella parte dove si dice l'Evangelio secondo la nostra messa (è fuora del circuito), nella quale fanno l'ostia, che essi chiamano corbon, e portano croci, turriboli e campanelle: e di quivi cavano una focaccia di farina di formento azima fatta allora, molto bianca e molto bella, di grandezza e rotondità di una gran patena, in questo monasterio che vi è poca gente; ma nelli altri monasteri e chiese, che ne sono assai, fanno questa focaccia grande e piccola secondo il numero delle genti, perché tutti si comunicano e secondo la grandezza cosí fanno la grossezza di mezzo dito o di un dito o di piú del dito grosso. E portano questa focaccia nel bacile piccolo, che è uno di quelli dell'altare, coperta con un panno, con la croce e turribolo, avanti sonando la campanella.
Di dietro alla chiesa, dove è quel coro, in quel circuito che tengono come claustro, non può stare alcuno che non sia di ordine sacrato, ma tutti debbono star avanti la porta principale, dove è un altro circuito grande, che hanno tutte le chiese: e questo circuito è come claustro, ma non è coperto, e vi può stare ogni uomo che vuole. Entrando in processione con questa focaccia, tutti quelli che stanno nella chiesa e nel circuito, come odono la campanella, abbassano la testa fino che la campanella tace, che è quando la mettono sopra l'altare nel bacile piú piccolo, posto, come si è detto, nel bacile piú grande; e vi mettono di sopra un panno negro a guisa di corporale, e con le bande del detto panno lo cuoprono. Questo monasterio ha il calice d'argento, e cosí in tutte le chiese e monasteri onorati hanno i calici d'argento, e in alcune anche d'oro. Nelle chiese de' poveri, ch'essi chiamano chiese di balgues, cioè di lavoratori, li calici sono di rame. Li vasi sono molto piú larghi che non sono li nostri, ma mal fatti; non hanno patena. Buttano nel calice il vino, fatto di uve passe, in gran quantità, perché quanti si communicano col corpo si communicano anche col sangue.
Quello che ha da dire questa messa comincia "Alleluia", con voce alta piú presto sconcia che cantata, e tutti gli rispondono: e allora esso tace e comincia a fare la benedizione, con una croce piccola che tiene in mano, e cosí cantano quelli che stanno di fuori come quelli che stanno di dentro, fino a un certo passo, nel quale uno de' dui che sta all'altare piglia un libro e si fa dare la benedizione da colui che dice la messa, e un altro piglia la croce e la campanella e va sonando verso la porta principale, dove sta tutto il popolo in quel circuito, e ivi legge la Epistola, molto correndo con la lingua, e si torna poi cantando alla volta dell'altare. Subito quel che dice la messa piglia un libro dall'altare, basciandolo, e lo dà a quello che ha da dire lo Evangelio, il quale abbassa il capo e dimanda la benedizione: la quale ricevuta, lo baciano quanti stanno appresso l'altare, e si porta a questo libro una candela, e quello che dice l'Evangelio lo legge come si ha detta la Epistola, molto correndo e alto quanto la lingua può dire e la voce portare. E tornando verso l'altare, nel cammino comincia similmente un altro canto, e quelli che con lui vanno lo seguitano; e arrivando all'altare, danno il libro a baciare a quello che dice la messa, e lo pongono nel suo luogo. E subito quello che dice la messa piglia il turribolo e incensa l'altare di sopra, e vanno molte volte intorno incensando. Compite queste volte d'incensare, torna all'altare e fa molte benedizioni con la croce, e in questo discopre la focaccia, che tien coperta in vece di sacramento, e la prende con ambe le mani; e levando la destra, la focaccia rimane nella sinistra, e col dito grosso fa in questa cinque segnali come punture, cioè una nella cima, l'altra nel mezzo, l'altra nel piede e l'altre nelle bande, e in tanto consacra nella sua lingua, con le proprie nostre parole, e non la lieva; e il medesimo fa nel calice, e non l'alza: dice sopra quello le proprie nostre parole nella sua lingua, e lo copre, e piglia il sacramento del pane nelle mani e lo parte per mezzo, e della parte che resta nella mano sinistra, piglia dalla cima di quella un pochetto, e l'altre mette l'una sopra l'altra. Il sacerdote prende questa piccola parte per sé, e cosí piglia parte del sacramento del sangue, e dapoi piglia il bacile col sacramento coperto e lo dà a colui che ha detto lo Evangelio, e cosí piglia il calice col sacramento e lo dà a quello che ha detto la Epistola: e subito danno la communione ai sacerdoti che stanno appresso l'altare, pigliando il sacramento del bacile che il diacono tiene nella man destra, in molto poca quantità; e mentre che egli lo dà, il soddiacono piglia del sangue con un cochiaro, d'oro o d'argento o di rame secondo la facultà della chiesa, e lo dà quello che piglia il sacramento del corpo, in molto poca quantità. E da una parte sta un altro sacerdote con un vasetto d'acqua benedetta, e mette a quello che prese la communione nella palma della mano un poco di quell'acqua, con la quale si lava la bocca, e poi la inghiottisce.
Fatto questo vanno tutti all'altare con questo sacramento, avanti la prima cortina, e per questo modo danno la communione a coloro che quivi stanno, e di quivi a tutti gli altri dell'altra cortina, e dapoi alle genti secolari che stanno alla porta principale, cosí uomini come donne, se la chiesa però è tale che le donne vi vadino. Al dar della communione e agli altri ufficii tutti stanno in piedi, e quando vanno a pigliar la communione, tutti vengono con le mani alzate davanti le spalle, con le palme spiegate innanzi; e mentre che ciascuno piglia del sacramento del sangue, prende di quell'acqua, come è detto, e cosí generalmente tutti quei che si hanno a communicare, avanti la messa, si lavano le mani con acqua, che sta in tutte le chiese e monasteri a questo effetto. Il prete che dice la messa e quei che stettero con lui all'altare, finita la communione, si ritornano all'altare, e lavano quel bacile nel quale fu posto il sacramento con l'acqua rimasa nel vaso, che dicono esser benedetta: questa acqua si getta nel calice, e quello che disse la messa la beve tutta. Fatto questo, uno dei ministri dell'altare piglia la croce e la campanella e, cominciando un piccol canto, se ne va alla porta principale, ove si disse la Epistola e l'Evangelio e ove si finí di dar la communione: e tutti quei che sono in chiesa e fuori inchinano la testa e vannosi con Dio, dicendo che questa è la benedizione, e che senza questa niuno non si può partire. Nelli giorni di sabbato, domenica e di festa, in tutte le chiese e monasteri si dà pan benedetto. La maniera che tiene questo picciolo monastero, che non ha piú di XX o XXV frati, si osserva in tutti li monasteri e chiese grandi e picciole. L'ufficio della messa (levate le processioni) è picciolo, perché la messa della settimana, subito che è cominciata, è finita.


Come e dove fanno questa focaccia del sacramento, e di una processione che fecero, e dell'apparato con che si dice la messa, e come entrano nella chiesa.
Cap. XII.

Il modo col quale si fa la sopra detta focaccia è questo. La casa dove la fanno, in tutte le chiese e monasteri, è posta (secondo che di sopra si è detto) verso la parte dove si dice l'Evangelio, fuori della chiesa e del circuito coperto, che è come claustro in tutte le chiese e monasteri; e dell'altro circuito di fuori, che non è coperto, si servono per cimiterio. Questa casa è quasi grande come il coro dietro l'altar grande, o poco piú, e in tutte le chiese e monasteri non si tiene quivi altra cosa se non quel che a questo è necessario, cioè un bastone, da cavare il formento fuori delle spiche, e uno stromento da macinare la farina, percioché la fanno molto bianca, come è conveniente per tal effetto: conciosiacosaché non fanno detto sacramento con farina o con formento nel quale le femmine abbian poste la mani. Hanno piatti di terra ove impastano la farina, e fanno la pasta piú dura che non facciamo noi. Hanno un fornello, come saria da lambiccare acque, e sopra quello uno sfoglio di ferro (e altre chiese l'hanno di rame, alcune altre di terra cotta) che è tondo, con assai buono spazio; e di sotto vi mettono il fuoco, e come è caldo lo nettano con un panno grosso, e poi mettono di sopra un buon pezzo di quella pasta e la distendono con un cochiaro di legno, di quella grandezza che la voglion fare, andandola ritondando molto bene. E come la pasta è appresa, la levano via e la mettono da banda, e ne fanno un'altra per il medesimo modo: e questa seconda come è similmente appresa, pigliano la prima e la gettano sopra quella, cioè quella parte che era di sopra la mettono di sotto, e cosí tutte due queste paste restano insieme come quasi una focaccia, e non fanno in tanto altro che andarla ritondando e girando intorno a questo sfoglio, tanto che esse si cuocino di sotto e di sopra e dalle bande: e cosí ne fanno quante ne vogliono. Nella medesima casa sono le uve passe delle quali si fa il vino, e lo ingegno da spriemerle; fassi anche in quelle il pan benedetto, che si dà il sabbato, la dominica e le feste. E quando son le feste grandi, come il Natale, la Pasqua e la Madonna d'agosto, vanno a levar questo sacramento del pane col palio, campane e croce divotamente, e avanti che con quelle entrino in chiesa, danno una volta intorno per il circuito, che è come claustro; ma quando non è festa, subito entrano in chiesa.
Il sabbato avanti l'Ascensione, che si fanno appresso noi le nostre letanie, fecero questi frati una processione, e perché noi eravamo nuovi in questo paese, ella ne parve bella, e fu a questo modo. Pigliarono croci e una pietra sacrata d'altare, con gran riverenzia, coperta di panni di seta, e un frate che la portava in testa andava similmente tutto coperto di detti panni; portavano libri, campanelle e turriboli e acqua benedetta, e se ne andarono in alcune campagne seminate di miglio, e ivi fecero le loro divozioni, con gridori a modo di letanie, e con questa processione tornarono al monasterio: e dimandandogli noi perché facevano questo, ne dissero che, mangiando i vermi il loro miglio, per questo essi erano andati a dargli dell'acqua santa e pregar Dio che gli levasse via. Quello che dice la messa non ha altra differenzia dal diacono e subdiacono, nelli vestimenti, se non una stola lunga, fessa per il mezzo quanto vi può entrar la testa, e di dietro e davanti arriva fino in terra. Li frati che dicono messa hanno li capelli, e li preti non portano capelli, ma vanno tosi, e cosí dicono la messa, e sempre discalzi; e non può entrare alcuno calzato in chiesa, e a questo allegano quello che disse Dio a Moisè: "Discalzati i piedi, perché la terra dove tu sei è santa".


Come in tutti li monasteri e chiese della terra del Prete Ianni non si dice piú d'una messa al giorno, e della maniera della loro quaresima e loro digiuni, e del sito del monasterio della Visione.
Cap. XIII.

In questo monasterio di San Michele ove noi eravamo, ogni giorno dicemmo la messa, non dentro nel monasterio, ma nel circuito che è come claustro, perché in questo paese non dicono piú d'una messa in ciascuna chiesa o vero monasterio. Venivano i frati alla nostra messa con gran divozione, secondo che mostravano, e supplivano con turribolo e incenso, perché noi non ne avevamo, e costoro tengono per cosa mal fatta il dir messa senza incenso; e dicevano che pareva loro che tutto stesse bene, eccetto che non laudavano che un solo sacerdote dicesse la messa, perché fra loro non direbbono la messa se non fusseno tre o cinque o sette, e questi tutti stanno all'altare. Similmente dispiaceva loro che entrassimo in chiesa calzati, e molto piú quando vi sputavamo, e noi ci escusavamo con dire che questo era appo noi di nostro costume.
E cosí dicemmo ogni dí la messa fino alla domenica della Trinità, e quando venne il lunedí dopo la detta Trinità, allora non ne volsero lasciar dire piú la messa la mattina. Ed essendoci noi di questo maravigliati e dolendoci, e non avendo in quel tempo alcuno interprete, dal quale potessimo sapere perché non volevano che si dicesse la messa, intendemmo finalmente quello che con la esperienzia dopo vedemmo, cioè che costoro osservano il Testamento vecchio quanto al digiuno, conciosiacosaché grandemente digiunano la quaresima, la quale cominciano il lunedí dopo la domenica della sessagesima, che son X giorni avanti il nostro carnevale. E cosí fanno 50 giorni di quaresima, e dicono che pigliano quelli giorni avanti per li sabbati che non digiunano, e il suo digiuno è mangiar la sera, e ogni giorno si communicano: e per tanto non dicono messa se non quando è notte, e finita la messa si communicano e poi cenano. E cosí come hanno questi cinquanta giorni di digiuno, cosí pigliano altritanti dopo la Pasqua e lo Spirito Santo, che non digiunano alcun giorno, e quando non vi è digiuno dicono la messa la mattina: e tutti quelli giorni mangiano carne senza guardarne alcuno, e dicono la messa la mattina e subito mangiano, perché non digiunano. Compito questo tempo, passata la Trinità, tutti li chierici e frati sono ubligati a digiunare ogni giorno, salvo il sabbato e la domenica: e dura questo digiuno fino al giorno di Natale. E perché tutti digiunano, dicono la messa di notte, allegando a questo la cena di Cristo, che quando consacrò il suo vero corpo era digiuno, e quasi notte. Ma communemente le genti secolari, uomini e donne, son ubligati a digiunare, dalla Trinità fino all'advento, il mercore e il venere di ciascuna settimana, e dal giorno di Natale fino alla Purificazione di nostra Donna, che loro chiamano la festa di san Simeone, non hanno digiuno alcuno. Li tre primi giorni dopo la Purificazione, non essendo sabbato o domenica, sono di grandissimo digiuno a chierici, frati e laici, perché affermano in questi tre giorni che non mangiano se non una volta: e chiamasi la penitenzia di Ninive. Compiti quelli tre giorni, fino all'entrare di quaresima, tornano a digiunare secondo che avanti alla solennità della Santa Trinità digiunavano. L'advento e tutta la quaresima gli chierici, frati, laici, uomini e femine, piccioli e grandi, sani e ammalati, tutti digiunano: e cosí da Pasqua fino alla Trinità, e da Natale fino alla Purificazione, si dice la messa la mattina, perché non vi è alcun digiuno; tutto il resto dell'anno si dice al tardi, perché digiunano.
Il monasterio dove sepelimmo Matteo è lontano da questo dove noi stavamo tre miglia di molto mala strada, e il suo titolo è la Visione di Iesus. È situato sopra una punta di scoglio molto alta, e da ogni canto che si guarda in giú si vede come una profondità d'inferno. La chiesa del monasterio è molto grande di corpo e maggior d'entrata, ed è molto ben ordinata e disposta. È fabricata con tre navi grandi e molto gentilmente fatte, con gli archi e con i suoi volti, sí che pareno che siano di legno, per essere il tutto dipinto, di sorte che non si può conoscere s'ella sia di pietra o di legno. Ha dui luoghi da camminare in modo di claustro intorno al corpo della chiesa, tutti dui coperti e dipinti con figure d'apostoli e patriarchi, e tutto il vecchio Testamento, e san Giorgio a cavallo, il quale è in tutte le chiese; e similmente vi è un panno di arazzo grande, dove è un crocifisso, la nostra Donna, gli apostoli, patriarchi e profeti, e ciascuno ha il suo titolo o ver nome in latino, che dimostra quella opera non esser di quelli paesi. Vi sono eziandio molte imagini antiche, le quali non stanno sopra gli altari, perché non è questo il lor costume, ma le tengono in una sagrestia, rinvolte con molti libri, e non le cavano fuori se non le feste.
In questo monasterio è una gran cucina con tutte le masserizie necessarie, e un gran luogo per refettorio, dove mangiano tutti insieme: e mangiano a tre a tre in una conca di legno, non molto profonda, ma piana come una piattella di legno. Il mangiar loro è molto tristo: il pane è fatto di miglio zaburro e d'orzo, e di un'altra semenza che chiamano tafo, la quale è picciola e negra. Fanno questo pane rotondo, della grandezza come è un pomo d'Adamo, e ne danno tre di questi a ciascuno, e a' novizzi ne danno tre fra due persone, che mi spaventò a pensare come si possono con sí poco mantenere; similmente lor danno alquanto di verze, senza olio o sale. Di questo medesimo mangiare mandano a molti frati vecchi onorati, alli quali portano gran riverenzia: e questi non vengono al refettorio. E se alcuno mi dimandasse come io sappia questo, rispondo che, oltra il vedere ch'io feci quando sepellimmo Matteo, il piú del tempo delli sei anni che stemmo nell'Etiopia fu la nostra stanza non molto lontana da detto monasterio, di sorte che mi partiva spesso la mattina da casa sopra la mia mula e arrivava a ora di vespero al monasterio, e il piú delle volte andava a passar tempo con li frati, e principalmente nelle lor feste: e intesi molte cose da loro, delle lor faccende, entrate, usanze e costumi. Stanno ordinariamente in questo monasterio cento frati, e la piú parte son vecchi di grand'età e secchi come legni, pochi giovani e molti fanciulli, che allevano di età di otto anni in suso, e molti di loro storpiati e ciechi.
Questo monasterio è murato tutto d'intorno, né vi s'entra se non per due porte, che stanno sempre serrate.


Come il monasterio della Visione è capo di sei monasterii, e del numero de' frati, e dei suoi ornamenti; e del "tascar", cioè festa, che fanno a uno abbate Filippo che dicono esser santo.
Cap. XIIII.

Questo monasterio è capo di sei monasterii, che stanno all'intorno di quello per queste montagne, e quello che è piú lontano è per ispazio di XXIX in XXX miglia: e tutti son suggetti a questo e gli danno ubbidienza. In ciascuno di essi è un david, cioè guardiano, posto per l'abbate o vero provinciale; e quel monasterio che tiene david, cioè il guardiano, è sotto lo abbate, che è come provinciale. Io sempre udi' dire che in questo monasterio erano da tremila frati, e perché molto ne dubitava, volli venire una volta a far la festa della nostra Donna d'agosto, per vedere quanti si mettevano insieme: e certo ebbi piacer grande di veder la ricchezza di questo luogo, in una procession che fecero, e i frati non passavano da CCC, a mio giudicio, e la maggior parte erano vecchi. Viddi un gran circuito che ha questo monasterio, intorno a duoi luoghi che sono come claustri, il qual circuito è discoperto: ma allora era coperto tutto di broccato, broccatelli, velluti dalla Mecca, tutte pezze lunghe, cucite l'una con l'altra per abbracciar tutto questo circuito, per il quale fecero una processione molto bella, tutti con le cappe de' medesimi panni di broccati, ma mal fatte, come di sopra è detto. Portavano 50 croci d'argento, picciole e mal fatte, e altritanti turribuli di rame; nel dir della messa, viddi un gran calice d'oro e un cucchiaro d'oro col quale davano la communione. E di CCC che in questo monasterio vennero, molto pochi erano quelli che io conosceva. Dimandai ad alcuni miei amici per che causa, essendo in questo monasterio cosí gran numero di frati come si diceva, non erano presenti se non pochi a tal solennità: mi risposero che ancora era maggior numero di quel che si pensavano, per essere sparsi in altri monasteri, chiese e fiere, a guadagnarsi il lor vivere infin che sono giovani, perché nel monasterio non si possono mantenere se non con la loro industria, e quando son vecchi che non possono caminare, vengono a morire in questo monasterio. In questo giorno viddi vestire l'abito a 17 giovani.
In detto monasterio è la sepoltura d'uno abbate o vero provinciale che si chiamava Filippo, e le sue opere di santità furono molto grandi, perché dicono che si trovava un re Prete Ianni, che ordinò che non si dovesse guardare il sabbato in tutti li suoi regni e signorie, e questo Filippo andò immediate a trovarlo con li suoi frati e con molti libri, e gli mostrò come Dio aveva ordinato che si guardasse il sabbato, e chi non lo guardava fusse lapidato. Costui disputò questa cosa avanti tutti li frati d'Etiopia, e fu laudato avanti il re: e per questo dicono che esso è santo, e gli fanno ogni anno nel mese di luglio una festa, la quale chiamano tascar di Filippo, che vuol dire il testamento o memoria di Filippo. E per questo gli abitanti di questa terra e del monasterio son li piú macchiati di questa eresia giudaica che siano in tutta la terra del Prete Ianni, ancora che tutti ne tenghino parte: ma questi piú di tutti gli altri. Io ho visto con li miei occhi cuocere le verze per il sabbato e fare il pane per il sabbato, e il sabbato in questo monasterio non si fa fuoco; la domenica poi fanno tutto quello che bisogna per mangiare. E io venni due volte a questo tascar di Filippo, nel quale mi fecero grande onore; e in quello ammazzano ogni anno molti buoi, e in uno ne viddi ammazzare XXX e nell'altro XXVIII, i quali sono offerti dagli abitanti circonvicini per divozione a questo Filippo: e danno questa carne cruda a tutta la gente che viene al tascar, e non gli danno pane. Li frati non mangiano carne. A me mandavano ogni anno duoi grandi e grossi quarti di carne, con molto pane e vino di mele, il quale similmente i frati non beveno nel monasterio: ma quando son di fuori con noi altri Portoghesi, beveno vino e mangiano carne, se è un solo, ma essendo duoi non lo fanno per paura l'uno dell'altro.
Questo monasterio, e tutti gli altri che gli son suggetti, tiene un ordine, che non vi entrano donne, né mule, né vacche, né galline, né altro animale che sia del sesso feminino: questo l'ho da loro saputo e anche veduto, perché in quella ora ch'io arrivava un tiro di balestra lontano dal monasterio, mi venivano a prender la mula, senza ch'io potessi arrivare al monasterio, e la mandavano ad una lor possessione detta Giangargaram, dove morí Matteo; e fanno ammazzar le vacche e le galline un pezzo lontano dal monasterio. Nel monasterio non viddi altro che un gallo con duoi sonagli a' piedi, e senza galline: e mi dicevano che lo tenevano acciò che facesse loro segno delle ore dei matutini. Se vi entrano femine essi lo sanno, perché molte volte dimandai a certi fanciulli che si allevano ivi di chi erano figliuoli: essi mi nominavano li frati per lor padri, e cosí conobbi frati giovani, figliuoli de frati vecchi, nominati per figliuoli.


Dell'agricoltura di questa terra, e come si guardano dalle fiere, e dell'entrate del monasterio.
Cap. XV.

Questi frati e quelli degli altri monasteri suoi sudditi potriano fare molto bene d'intorno alle cose di villa, e di allevar arbori, vigne e orti con li lor esercizii, e nondimeno non fanno cosa alcuna; e la terra è buona e atta a produrre ogni cosa, secondo che si comprende per quello che è salvatico e deserto, ed essi non coltivano altra cosa se non campi de migli e buchi de api. E come è notte non escono mai delle lor case, per paura degli animali salvatichi che sono in quel paese; e quelli che guardano i migli hanno le loro stanze molto alte da terra, sopra arbori, dove dormono la notte. Son all'intorno di questo monasterio e per le valli di quelle montagne gran mandrie di vacche, guardate da Mori arabi, che vanno insieme 40 e 50 con le loro mogli e figliuoli: e il capitano tra loro è cristiano, perché le vacche che guardano son di gentiluomini cristiani del paese di Barnagasso. Questi Mori non guadagnano altra cosa per la lor fatica se non il latte e butiro che cavano dalle vacche, e con questo si mantengono loro, le mogli e i figliuoli. Alcune volte ne accadeva dormire appresso questi Arabi, ed essi ne venivano a dimandare se volevamo comprar vacche, e ne le davano per buon mercato a nostra scelta. Dicesi che son tutti ladroni, favoriti dai signori de' quali sono le vacche, e cosí non si passa tra loro se non in grossa carovana.
L'entrate che ha questo monasterio della Visione son molto grandi, come io viddi e seppi: primamente questa montagna nella quale è posto questo monasterio può essere da 30 miglia di paese, nel qual si seminano molti migli, orzi, segale e tafi, e di tutto pagano al monasterio i suoi diritti, e ancora dei pascoli degli animali. Nelle valli di queste montagne son di gran ville, e la maggior parte son del monasterio; e dopo una o due giornate vi son molti e infiniti luoghi che sono del monasterio, e si chiamano gultus del monasterio, che vuol dire luoghi privilegiati. Don Rodrigo ambasciadore e io andammo una fiata al cammino della corte, partendoci da questo monasterio, ben cinque giorni di cammino, e arrivammo in una congregazione che si chiama Zama, dove stemmo il sabbato e la domenica in un picciolo luoghetto, ove potevano essere da XX case. Quivi ne dissero che quel luogo era del monasterio della Visione, e che vi erano cento luoghi, tutti del monasterio; e cosí ne mostrorno molti di quelli, e ne dissero che pagavano al monasterio di tre in tre anni un cavallo, che sarebbeno 33 cavalli per anno. E per saper meglio questo, io ne dimandai allo alicasin del monasterio, che vuol dire auditore o vero maestro di casa, perché costui riceve e fa giustizia; ed esso mi disse che era la verità che pagavano li detti cavalli. E gli dimandai per che cosa voleva il monasterio tanti cavalli, conciosiaché essi non cavalcavano; mi disse che non pagavano cavalli, ma vacche in luogo di quelli, cioè 50 vacche per cavallo: e questo tributo de' cavalli era usitato fino al tempo che questi luoghi erano delli re, li quali dotarono il monasterio con le sue iurisdizioni, e dapoi si composero gli abitanti di quelli paesi col monasterio e tramutarono il pagar de' cavalli in tante vacche, oltra le quali pagavano molti altri tributi di biade. Ha questo monasterio, piú di 15 giornate di cammino dentro nel regno di Tigremahon, una gran congregazion che saria bastante a essere un ducato, la quale si chiama Adetyeste, e paga ogni anno 60 cavalli e infiniti tributi e diritti. Vanno sempre a questa congregazione piú di mille frati di detto monasterio, perché in quella son molte chiese: e di questi frati alcuni di loro son buoni e onorati e divoti, e alcuni ben tristi e scostumati. Oltra il tributo dei sopradetti cavalli che si pagano al detto monasterio, vi son molti altri luoghi, che sono proprii del re, che pagano tributo de cavalli, per essere cosí l'antica sua usanza: e son luoghi contermini alli paesi d'Egitto, donde vengono buoni e gran cavalli, e altri d'Arabi, che hanno similmente buoni cavalli, ma non cosí buoni come quelli d'Egitto.


Come i frati impedirono la partita nostra.
Cap. XVI.

Io ritorno al nostro cammino e dico che, stando noi ancora nel monasterio di San Michele, arrivò un uomo che mandava Barnagasso per condurne via, e con lui erano i duoi nostri Portoghesi: e fu alli 4 di giugno. E conducevano alcuni buoi e uomini per levar le nostre robbe, ma il detto uomo se ne andò subito per quelle montagne, a cercar piú buoi e piú persone di quelle ch'esso aveva condotte. Ed essendo già le nostre robbe nella strada preparate per andarcene con tutte le genti e buoi in ordine, vennero i frati e parlarono molto con le genti, e noi non intendevamo ciò che dicessero, disturbarono la nostra partita di maniera che noi ritornammo a raccoglierle. E fu necessario mandar di nuovo a Barnagasso, e vi andò Giovanni Scolaro scrivano con il suo uomo, e tardarono sei giorni; e vennero con risposta di buono aviamento, cioè che ne conducessero noi e le nostre robbe, e che ne dessero muli e buoi quanti ne facessero bisogno. Con tutto questo i frati erano disposti di volerne turbare, sí come coloro che ci volevan male.
Partimmo da questo monasterio di San Michele alli XV del mese di giugno, e perché si tardava nel caricare le robbe, conciosiaché i buoi non erano venuti se non pochi, e non vi erano mule che fussero a sufficienzia per tutti noi, alcun partirono a piedi. Eravi anco poca gente per levar le nostre robbe, e non potendo andare i buoi per li boschi e selve folte, per essere tutta la terra sassosa e salvatica, restarono ivi le bombarde con le code e li barili della polvere. E non potevano essere lungi dal monasterio piú che due miglia che, arrivando l'ambasciadore e gli altri che con lui erano, trovammo tutte le robbe discaricate: e non potendo intender la causa perché l'avevano fatto, di nuovo le facemmo caricare. E non si volendo ancor muovere del tutto, si levò rumore tra quelli negri, dicendo che vi erano ladroni li quali stavano aspettandone in cammino; né per questo restammo di far partire le robbe avanti per quelli boschi, dove il cammino era stretto. Aveva l'ambasciadore terminato, e noi altri, di morire in questo servizio del nostro re: del che i negri si spaventavano molto, e stupivano del grand'animo di X o XII di noi, che non temevamo passare cosí forti montagne, dove dicevano essere gran moltitudine de ladroni. E cosí ne andammo alla buon'ora, avendo caricati avanti i buoi e negri, e camminammo per molto terribili montagne diritte e tagliate con un pessimo cammino di pietre: e la maggior parte de' boschi di queste montagne sono olivi salvatichi molto belli, con li quali si potriano fare dei buoni olivari. Uscendo di queste montagne trovammo alcuni fiumi secchi, che nel tempo del verno son grandi e terribili, cioè per lo spazio che durano i nembi e tuoni, e come il nembo e il mal tempo finisce, subito il fiume resta secco; e da una parte e dall'altra dei detti fiumi sono altissime e diritte montagne, della medesima salvatichezza dell'altre. Lungo di queste fiumare son grandissimi boschi d'arbori molto belli e alti, ma non conosciuti, tra i quali appresso le ripe sono alcune palmiere, della sorte di quelle che fanno li palmetti in Algarbo, luogo di Portogallo. Appresso d'uno di questi fiumi dormimmo una notte, con assai acqua e pioggia e tuoni.


Come passammo una gran montagna, dove era gran moltitudine di simie,
e come arrivammo il giorno seguente a un luogo che si chiama Calote.

Cap. XVII.

Il giorno seguente tornammo a traversare un'altra montagna, alta e oltra modo salvatica, sí che non potevamo sopra le mule né a piedi andare. In questa montagna trovammo molti animali di diverse sorti, e infinite simie a squadre: e non si veggono generalmente per tutta la montagna, se non dove è qualche rottura e grotta grande e qualche caverna, e non andavano manco di 200 o 300 insieme. E dove è terra piana sopra le dette rotture, fanno la loro stanza, e non vi resta pietra che non la rivoltino, e cavano la terra che pare ch'ella sia stata lavorata. Son molto grandi, e dal mezzo innanzi pelose come lioni, e son della grandezza de' castroni.
Passata la montagna, fummo a dormire a un luogo a piè di quella, che si chiama Calote: può essere, da questo luogo al monasterio donde partimmo, da sedeci in disdotto miglia. Passammo un fiume d'acqua corrente molto chiara e buona, a piè del detto luogo, ove fummo a visitare un molto onorato gentiluomo capitano di quello, molto vecchio, e alloggiava molto onoratamente: e ne fece grandissime carezze, dandone galline cotte in butiro e vini di mele in abondanzia, e ne mandò una molto grande e grassa vacca dove eravamo alloggiati. Il giorno seguente fummo a dire la nostra messa nella chiesa del detto luogo, che si chiama San Michele, ed è povera, cosí la casa come gli ornamenti. In quella sono tre chierici maritati e altri tre zagonari, cioè da Evangelio: e questi sono di necessità, perché con manco non potriano dir messa. Quest'onorato capitano viddi io dapoi frate nel monasterio della Visione, e lasciò la signoria e l'entrate a' suoi figliuoli, ch'erano onorate persone: e vidi ch'esso stava alla porta di fuori e non entrava nel monasterio, e ivi riceveva la communione con li novizii, e compito l'uffizio sempre stava onoratamente col provinciale.
Questa domenica ci partimmo al tardi, perché le genti del paese che ne guidavano cosí volsero, e quindi cominciammo a camminare per terre piane, seminate e lavorate al modo di Portogallo: e li boschi ch'erano tra questi luoghi lavorati, tutti sono olivari salvatichi bellissimi, senza altri arbori. Dormimmo appresso un fiume corrente, fra molte ville buone.


Come arrivammo al luogo di Barua, e come l'ambasciadore
fu a ritrovare Barnagasso, e della maniera del suo stato.
Cap. XVIII.

Arrivammo al luogo di Barua, che può esser lontano nove miglia dal luogo di Calote, a' XVIII del mese di giugno. Questo luogo è capo del paese e regno di Barnagasso, nel quale son li suoi palazzi principali, che essi chiamano betenegus, cioè casa del re. In questo giorno che noi qui arrivammo, si partí Barnagasso, prima che noi giugnessimo, per un altro luogo d'un'altra congregazione: e il luogo si chiama Barra, e la congregazione Ceruel. Il partir del quale giudicammo che fusse per non ci far accoglienza; alcuni ci dissero che egli era partito per il dolor degli occhi. Fummo quivi alloggiati benissimo, secondo il paese, e in case grandi e assai accommodate a piè piano, e di sopra erano terrazzate.
Nel terzo giorno del nostro arrivare, deliberò l'ambasciadore d'andar a visitare Barnagasso, col quale andammo cinque in compagnia, tutti a cavallo con mule, e arrivammo dove esso era a ora di vespero: e dal luogo onde partimmo per fino al luogo ove abitava Barnagasso erano XI miglia vel circa. E arrivati, smontammo avanti i suoi palazzi, vicini alla porta della chiesa, dove entrati facemmo la nostra solita orazione; la qual finita, pigliammo il cammino verso il suo palazzo, parendo a tutti noi che subito dovessimo parlargli: ma non ci lasciorono entrare, dicendo che dormiva. Dove aspettando un pezzo per parlargli, non vi fu ordine alcuno, ma ci fecero alloggiare in una corte di capre, nella quale malamente potevamo star tutti; e per dormire ne dettero, in cambio di letto, due corami di buoi col suo pelo, e a cena pane e vino di quel paese a bastanza, con un castrone. Nel giorno seguente aspettammo gran pezzo che ne dimandassero per aver audienza; finalmente fummo dimandati, ed entrando nella prima porta trovammo tre uomini a guisa di portinari, li quali avevano ciascun di loro una sferza in mano: e volendo noi entrare, non ci lasciorno, dicendo che gli donassimo del pevere, dove ne tennero gran pezzo fuori. Finalmente entrati nella prima porta, arrivammo alla seconda, alla quale trovammo tre altri portieri che parevano piú onorati, li quali per piú di mezza ora ne fecero star in piedi sopra un poco di paglia, e il sole scaldava tanto che ci consumava; e saremmo restati quivi molto piú, se non che l'ambasciadore gli mandò a dire in colera o che lo lasciasse intrare o che esso se ne tornarebbe all'alloggiamento. Allora uno piú onorato degli altri venne e ci disse ch'entrassimo.
Stava il detto Barnagasso in una gran casa a piè piano, perché in quel paese non vi sono case in solari, e stava a giacere in una lettiera, come era di suo costume, circundata da alcune cortine assai povere: egli aveva male agli occhi, e la moglie gli sedeva appresso da capo. Quivi fatte le debite salutazioni, l'ambasciadore gli offerse il suo medico per medicarlo; al quale egli rispose che non aveva bisogno di medico e che non ne faceva conto. Dipoi l'ambasciadore gli dimandò di grazia che gli desse commodità di fare il nostro viaggio, allegandogli quanto grata cosa faria al re di Portogallo, e che sarebbe remunerato dal detto re e dal suo capitan maggiore, e che esso, ricevendo tal grazia, lo farebbe sapere al Prete Ianni. E dicendo Barnagasso: "Che è quello di che avete bisogno?", rispose che aveva bisogno di buoi, di asini per caricar le robbe e di mule per cavalcare. A questo gli replicò Barnagasso che mule non gli poteva dare e che le comprassimo, e che del resto ci provederebbe, e che mandarebbe in nostra compagnia un suo figliuolo, il quale ne accompagnerebbe per fino alla corte del Prete Ianni: e con questo ci licenziò.


Come dettero da mangiare in casa di Barnagasso all'ambasciadore,
e come in questa terra non si contano le giornate per miglia.
Cap. XIX

Essendo noi fuori della casa dove stava Barnagasso, in una corte d'un'altra casa, ci messero a sedere in piano sopra alcune stuore, dove ci portorno un catino di legno pieno di farina d'orzo un poco impastata, e un corno di vino fatto di mele: e perché noi non eravamo usi a mangiare né vedere simili cibi, non volemmo mangiare, ma dapoi che ci usammo gli mangiavamo volentieri. E allora senza mangiare ci levammo e tornammo allo alloggiamento, e subito montammo a cavallo due ore innanzi mezzogiorno, e andando al nostro viaggio da circa due miglia, ne venne un uomo dietro correndo, il quale ne disse che l'aspettassimo, perché la madre di Barnagasso ci mandava da mangiare, e ch'ella averia per male se noi non l'accettassimo: e cosí aspettammo, e ci portarno cinque pani di formento, molto grandi e buoni, e un corno di buon vino pur di mele. E non si maravigli alcuno d'udire un corno di vino, perché i gran signori e il Prete Ianni fanno li loro vasi da tener vino di corni di buoi, e vi si trova corno che tiene cinque e sei inghistare. E piú ne mandò della detta farina impastata, dicendo che in quella terra la tengono per buona vivanda: questa farina è d'orzo arrostito e fatto in farina, e l'impastano con un poco d'acqua e cosí la mangiano. Noi, mangiato che avemmo, seguitammo il nostro cammino verso il luogo di Barua, dove avevamo lasciate le nostre robbe e dove eravamo alloggiati.
In questa terra, e in tutti li regni del Prete Ianni e suo dominio, non si ragiona a leghe né miglia, e se dimandate: "Quanto è di qua al tal luogo?", vi risponderanno: "Se partirete al levar del sole, arrivarete quando il sole sarà ivi", segnando il luogo nel cielo; "e se camminarete pianamente, arrivarete quando le vacche si serrano", che è la notte; e se il cammino è lungo, "arrivarete in un sambete" che vuol dire in una settimana: e cosí vi assegnano secondo la distanzia. E perché ho detto che dal luogo di Barua fino al luogo di Barra ci sarebbeno da X in XII miglia, cosí è a nostro giudicio, perciò che dipoi vi fummo assai volte, e partivamo da uno de' detti luoghi e andavamo a desinare all'altro, dove negoziavamo, e tornavamo ancora col sole a casa. Questi del paese contano questo andare per una giornata, perché camminano poco. Fra l'uno e l'altro luogo è un paese singulare, cioè terra molto lavorata e campagne di formento, di miglio, d'orzo, di ceci, di lente e di molte altre sorti di semenze che sono in quel paese, che a noi sono incognite, cioè taffo di guza, miglio zaburro: e questo taffo di guza è semenza tra loro molto buona e delicata, ed è molto stimata perché il verme non la mangia, che suol mangiare il formento e altri legumi, e dura assai tempo. Per la strada, da una banda e l'altra, si veggono piú di cinquanta villaggi grandi e molto bene abitati, e tutti in campagne verdissime. Per queste terre lavorate vi vanno mandrie di vacche salvatiche, quaranta, cinquanta e sessanta in frotta: e noi Portoghesi andavamo alla caccia con molto piacere, prendendone infinite, perché quelli del paese poco fastidio pigliano, ancor che da quelle ne ricevino assai danno ne' loro grani, ma non le sanno ammazzare.


Del luogo di Barua, e delle donne e traffico di quelle,
e delli matrimonii che si fanno fuor della chiesa.
Cap. XX.

In questo luogo di Barua nel quale noi ci trovammo, e dove poi siamo stati assai tempo, sono trecento fuochi, e la piú parte di questi abitatori son donne, perché in questo luogo è come corte, per piú rispetti. L'uno è che qui non mancano mai genti della corte del Prete Ianni, e quelli che vengono, non avendo seco donne, si servono di quelle; l'altro perché quivi è la corte di Barnagasso, dove per la maggior parte del tempo fa residenzia, e di continuo ha in casa sua piú di trecento cavalcature, e di piú altritanti che ogni giorno vengono a negoziare col detto Barnagasso per conto delle lor faccende e liti, e pochi stanno senza donne: e questo fa che quivi vivono donne giovani. Le quali, poi che son vecchie, hanno un altro modo di vivere, percioché in questo luogo si fa un mercato ogni martedí molto grande, dove si congregano da 300 in 400 persone, e tutte le donne vecchie e giovani hanno misure, con le quali vanno misurando per il mercato tutto il formento e sale che si vende, e con questo vanno guadagnandosi il vivere; e di piú danno da dormire a quelli che restano quivi, e salvano la robba che avanza loro da vendere per l'altro mercato, e cosí ogni altra cosa. E perché in questo luogo son molte donne, gli uomini che son ricchi e hanno il modo pigliano due o tre mogli, né è loro proibito dal re né dalla giustizia, ma solamente dalla chiesa, perché tutti coloro che hanno piú d'una moglie non possono entrar in chiesa e manco communicarsi, né participare d'alcun altro sacramento della chiesa, e sono tenuti per scommunicati.
Nel tempo che stemmo in questo luogo, un mio cugino e io alloggiammo in casa di un uomo che si chiamava Ababitay, che aveva tre mogli: ed erano da noi conosciute e nostre amiche di buona amicizia. E mi disse che ne aveva avuto trentasette figliuoli con esse, e che niuno gliele aveva proibite, eccetto che la chiesa non gli dava la communione. Adesso, cioè innanzi che noi partissimo, ne aveva licenziate due ed era restato con una sola, cioè con quella che ultimamente aveva tolta: però gli furono renduti tutti li sacramenti e data licenzia che potesse andare alla chiesa, come se una sola moglie avesse avuta. E per queste ragioni in quel luogo son molte donne, perché gli uomini che son ricchi e cortigiani ne pigliano due o tre o piú, secondo che piace loro.
I matrimonii in questa terra non sono stabili, perché per poca cosa si dividono. Io ne ho veduto sposar molte, e mi trovai presente a uno sponsalizio fatto fuor di chiesa, che fu fatto in questo modo. In un cortile avanti a una casa fu posta una lettiera, e in quella posero a sedere lo sposo e la sposa, e vi vennero tre preti e cominciorno a cantare in voce alta "Alleluia", e cosí cantando a modo di versi andarono tre volte intorno alla lettiera; dapoi tagliorno allo sposo un ciuffo di capelli sopra la testa, e altritanti alla sposa nel medesimo luogo, e detti capelli bagnarono in vino fatto di mele, e li capelli dello sposo messero sul capo della sposa, e quei della sposa messero sul capo dello sposo, nel medesimo luogo dove erano stati tagliati, e sopra quelli buttarono dell'acqua benedetta. E dapoi cominciorno a far festa a uso di nozze, e la notte furono accompagnati detti sposi in casa loro: e per un mese non va alcuno in quella casa, se non solo un uomo il quale è il compare, che sta tutto il mese con loro, e finito il mese si parte. E se la sposa è donna di conto, sta cinque o sei mesi ad uscir di casa, e di continuo tiene un velo negro dinanzi al viso: e se avanti li sei mesi s'ingravida, lieva via il velo, e se non s'ingravida, finito il tempo delli sei mesi se lo cava.


Del modo di sposar in chiesa e le benedizioni che si fanno, e li suoi contratti,
e come si partono i mariti dalle mogli ed esse da loro.
Cap. XXI.

E piú ho visto abuna Marco, che loro chiamano il patriarca, far alcune benedizioni nella chiesa, cioè avanti la porta principale, dove mettevano a seder lo sposo e la sposa in una lettiera, intorno alla quale esso andò con l'incenso e con la croce; e accostatosi a' detti sposi, pose loro la mano sopra 'l capo, dicendo che guardassero quello che Dio comandava nello Evangelio, e che si ricordassero che non erano piú divisi, ma uniti tutti due in una carne, e che cosí dovevano essere con i cuori e volontà: e ivi stettero fino che fu detta la messa, dove, communicati che gli ebbe, dette loro la sua benedizione. Questo ho visto fare in un luogo che si chiama Dara, il qual è del reame di Xoa, e un altro ne ho visto fare in una villa, parrocchia di Coquete, luogo del reame di Barnagasso. E quando questi sponsalizii si fanno, son terminati per contratto, cioè, se tu lascierai me o io te, quello che sarà causa di tal divisione pagherà tanto di pena: la qual pena si mette, secondo la qualità delle persone, o in tanto oro, o tanto argento, o tante mule, o tante vacche, o tante capre, o tanti panni, o tante misure di formento. E se alcuno vuol separarsi, subito cerca causa per la quale egli lo possa fare: e per tal ragioni pochi son quelli che caschino in dette pene, e cosí si dividono quando vogliono, cosí lo sposo come la sposa. E se alcuni conservano l'ordine del matrimonio, questi son i preti, che non si possono separare, e anco li contadini, li quali pongono amore alle lor mogli, perché danno loro aiuto grande nel nutrire i bestiami e figliuoli, e nel zappare e mondar le lor biade, e perché la sera, tornando a casa, trovano le cose necessarie apparecchiate: e cosí, per queste commodità, stanno sempre maritati fin che vivono.
E perché ho detto che nelli contratti mettono pene, il primo Barnagasso che noi conoscemmo, che aveva nome Dori, si separò dalla sua moglie e pagò di pena cento oncie d'oro, ch'erano mille pardai, cioè mille ducati, e si maritò con un'altra; e la moglie si maritò con un gentiluomo detto Aron, fratello del detto Barnagasso: e di questa donna tutti due questi fratelli ebbero figliuoli, da noi conosciuti. Questi son gran signori, e son fratelli della madre del Prete Ianni, la quale tutti noi abbiamo conosciuta. E noi altri Portoghesi conoscemmo Romana Orque, nobile signora sorella del Prete Ianni, che era maritata con un grande e nobil giovane, e nel nostro tempo si separò da questo suo marito e si maritò con un uomo di età di piú di quaranta anni, uomo di gran credito nella corte, il quale si chiamava Abucher: e suo padre aveva nome Cabeata, che è uno delli gran signori che siano nella corte. E cosí di queste separazioni ne ho vedute e ne so molte, e ho voluto metter queste per essere di gran signori; e perché ho detto che Aron aveva preso per moglie la moglie di suo fratello Dori, non vi maravigliate punto, perché è usanza di questa terra e non par cosa strana che il fratello dorma con la moglie dell'altro fratello, perché dicono che il fratello suscita la sua generazione, come usava la legge vecchia.


Del modo del battesimo e della circoncisione, e come portano i morti a sepelire.
Cap. XXII.

La circoncisione la fa chi la vuol fare, senza alcuna cerimonia: solamente dicono che cosí la trovano scritta nei libri, che Dio comandò circoncidere. E non si maravigli chi udirà questo, perché circoncidono similmente le femine come i maschi, la qual cosa non si usava nella legge vecchia. Il battesimo lo fanno in questo modo: battezzano li maschi dopo XL giorni, le femine dopo LX, e se inanzi muoiono vanno senza battesimo. E io molte volte e in molti luoghi ho detto che facevano grand'errore in questo, e che essi facevano contra lo Evangelio del nostro Signore, che disse: "Quod natum est ex carne, caro est, et quod natum est ex spiritu, spiritus est", cioè: quello che è nato di carne è di carne, e quello che è nato di spirito è di spirito. A questo mi rispondevano assai volte che bastava la fede della madre, e la communione ch'ella pigliava essendo gravida. E questo battesimo lo fanno in chiesa come noi, ma non nella pila del battesimo, ma alla porta della chiesa con un boccal d'acqua: e cosí lo benedicono, e mettono l'olio come noi nella sommità della fronte e nelle spalle; e non usano il sacramento della cresima, né l'olio della estrema unzione. Questo officio di catechismo non è tanto grande quanto è quello dell'arcivescovado bracarense, ma par che sia quale è quello che si usa nella chiesa romana. Al tempo che vogliono battezzar la creatura con detta acqua, uno che è là come compare piglia la creatura dalle mani della comare che la tiene, e la piglia sotto le braccia e cosí la tien sospesa; e il prete che battezza piglia il boccale con una mano e, spargendo l'acqua sopra la creatura, con l'altra mano la lava, dicendo le nostre medesime parole, cioè: "Ti battezzo in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo". Quest'officio lo fanno sempre in sabbato o la domenica, perché si fa la mattina alla messa; e a tutti quelli che battezzano, cosí maschi come femine, danno il sacramento in poca quantità e per forza d'acqua gliel fanno inghiottire: a questo io diceva che questa communione era molto pericolosa, e niente necessaria. E perché io dissi che essi mettono l'olio nella sommità della testa, questo si è perché tutti i fanciullini son portati a battezzare con la testa rasa.
E quelli segni che vediamo ad alcuni schiavi negri portare nel naso e in mezzo gli occhi, o vero nelle ciglie, non son fatti con fuoco né per cosa che tocchi alla cristianità, ma solamente son fatti per una galantaria, con ferro freddo, e dicono che son belli da vedere. E vi son donne gran maestre in far questi segni, e fannogli in questo modo: pigliano uno spicchio d'aglio grande, mondato, non molto fresco, e lo mettono appresso l'occhio o in altra parte dove vogliono far il segno, e dipoi tagliano intorno con un coltello aguzzo, cioè attorno il detto aglio; e allora slargano quel taglio e vi mettono sopra un poco di cera, e sopra la cera un poco di pasta, e legano con un panno, e lasciano stare cosí legato una notte. E resta il segno per sempre mai, che par fatto con fuoco, perché il color di quel segno è negro piú di quello che lor sono.
Nel morir delle persone, le ho vedute portare, cosí le grandi come le mezane e basse, tutte a un modo. Prima, nel tempo del morire, loro non usano d'accender candele, ma poi che son morti danno loro molto incenso e li lavano, e dapoi fasciano tutta la persona in un lenzuolo, e se è persona grande gli mettono sopra il lenzuolo un cuoio di bue disteso nella lettiera. E venendo i preti per portarlo a sepellire, dicono un poco d'ufficio, e lo pigliano portandolo verso la chiesa con la croce, con il turribulo e con l'acqua benedetta, correndo quanto piú possono, che non è uomo che possa giungerli. E giunti alla chiesa, non mettono il morto in quella, ma subito lo pongono appresso la fossa, e non gli dicono niente del nostro ufficio, cioè l'ufficio de' morti, né alcuno salmo di David né di Iob. E io dimandando che cosa era quella che essi dicevano, mi rispondevano che era l'Evangelio di san Giovanni tutto integro: il qual finito lo mettevano nella fossa, alla quale prima davano l'incenso e l'acqua benedetta. Né si dice altramente messa de' morti, e manco per divozion di alcun vivo; solamente usano di dire una messa al giorno per ogni chiesa, e tutti quelli che vi vanno si communicano.


Del sito del luogo di Barua, capo del regno di Barnagasso, e delle case loro,
e della sorte delle salvaticine.
Cap. XXIII.

Questo luogo di Barua è molto buono e bello, ed è posto sopra una roccia over dirupo molto alto, a canto il quale passa un fiume. Le case del re sono edificate sopra di detta roccia, molto ben fatte, a modo di fortezza. Tutto il restante del paese son campagne grandissime coltivate, e in quelle si veggono infinite ville, e la terra è molto fertile per nutrire il bestiame, cioè vacche, capre, pecore e molti altri animali salvatichi da cacciare. Nel fiume si trova molto pesce e buono, molte oche salvatiche e anitre marine. Si veggono anco molte salvaticine d'ogni sorte, cioè vacche salvatiche e lepri in gran quantità, di maniera che ogni mattina ne amazzavamo da XX in XXX senza cani, solamente con le reti. Sonvi pernici di tre sorti, che dalle nostre non son dissimili se non nella grandezza e nel color dei piedi e becco, cioè che son grandi come capponi e del colore delle nostre, ma i piedi e becco gialli, e altre come galline, ma hanno li piedi e becco vermiglio; sono ancora alcune altre di natura come le nostre pernici, ma hanno i piedi e il becco berrettino, le quali, se ben son diverse di colore e di grandezza dalle nostre, nondimeno son tutte nel mangiare del medesimo sapore, e ancora molto piú delicate. Tortore vi son senza numero, che volando oscurano il sole, molto grasse e buone, e cosí galline e oche salvatiche e quaglie infinite, e ogni sorte d'uccelli che nominare si possano e che da noi si possano conoscere, come pappagalli, e molte altre sorti d'uccelli da noi non conosciuti, grandi e piccoli, d'infiniti sorti e colori; e similmente vi sono uccelli da uccellare, cioè aquile regali, falconi, astori, sparveri, e assaissime garze reali e di riviera, e grue, e di tutte sorti che si possa dire. Nelle montagne si veggono porci salvatichi, cervi, caprioli, ante, camozze, tassi, leoni, lupi cervieri, tigri, volpi, lupi, istrici e altre piú sorti d'animali conosciuti e non conosciuti, e tutti salvatichi.
Se alcuno mi dirà come è possibile che in tal paese siano tanti animali da caccia e pesci nel fiume, essendo la terra tanto populata, dico che niuno non caccia né pesca, né tiene ingegno alcuno né maniera per questo effetto, né si dilettano di mangiarne: e per questo è molto facil cosa d'andar alla caccia e d'amazarne quante se ne vuole, perché gli animali e uccelli non son molestati dalle genti, e gli animali feroci, per quello che mi è stato riferito, non fanno male; nondimeno la gente della terra ne ha gran paura. Solamente una volta, in un luogo che si chiama Camarua, che è lontana un miglio da Barua, dormendo un uomo alla porta della stalla delle sue vacche, di notte, con un figliuolo picciolo, venne un leone e ammazzò detto uomo senza che alcuno lo sentisse, e al putto non fece male alcuno, ma all'uomo mangiò il naso e gli aperse il cuore. La gente di questa terra temeva per questo assai, dicendo: "Questo leone ha cominciato a mangiare della carne umana, farà del male assai, che non gli scamperà dinanzi alcuno"; pur, laudato Dio, non si è sentito che abbia fatto altro. E noi altri, in questo medesimo tempo, andavamo spesso a caccia molto vicini a questo luogo, né mai trovammo leone alcuno; trovammo bene pantere, leonze e tigri, alle quali non facevamo male, né esse a noi.


Della signoria e dominio di Barnagasso, e delli signori e capitani che stanno sotto di lui, e del tributo che egli paga con li suoi capitani al Prete Ianni ogni anno.
Cap. XXIV.

La signoria di Barnagasso è in questo modo: il suo titolo è nome di re, perché nagas vuol dir re e bar vuol dir mare, e cosí Barnagasso vuol dir "re del mare"; e quando gli danno tal signoria gliela danno con la corona d'oro in testa, e si dà secondo la volontà del Prete Ianni e dura quanto gli piace, perché al tempo che vi eravamo, per sei anni continui, ho veduto quattro Barnagassi. Quando arrivammo, vi era Barnagasso Dori, e costui morí di sua morte; la corona del quale fu data al suo figliuolo Bulla, fanciullo di X o XII anni, il quale, fatto Barnagasso, subito fu chiamato alla corte del Prete Ianni, il quale lo privò della signoria e la donò a un nobil signore, che si chiamava arraz Anubiata. Costui la tenne duoi anni, e poi gli fu tolta, e fatto il maggior signore della corte, che si dimanda nella lor lingua bettude; e la signoria del Barnagasso la dette a un altro signore che si chiamava Adibi, molto gentil persona, il quale ora è Barnagasso.
Son sotto la signoria di costui molti gran signori, i quali si chiamano xuus, che vuol dire capitani: e son questi xuus molto gran signori. Uno di questi, che ha nome xuus Cire, ora è maritato con una sorella del Prete Ianni. In questa terra di xumeta mai non siamo stati, per esser luogo molto lontano e disviato dal cammino della corte. Evvi un'altra xumeta che si chiama Ceruil: questa sappiamo ch'è un paese molto bello, e fertile d'ogni sorte de biade e legumi. E mi è stato detto che questo xuus Ceruil mette in campo XV mila uomini da lancia, con le lor targhe e archi. Item xuus Chama e xuus Burro: questi duoi signori mi è stato detto che erano uniti in una signoria, e per esser molto potenti, il Prete Ianni dubitò che non si voltassero contra il Barnagasso; però gli divise in due signorie, e cosí ancora ognuno da per sé son grandi. E si dice che questa terra, della quale ne hanno fatto due signorie, soleva essere il reame della regina Candace, la quale al suo tempo non avea altra signoria: e questa fu la prima cristiana che avesse questa terra, la quale il Signor nostro chiamò potente. Item vi son due altre capitanerie, cioè Daffila e Confila: queste confinano con l'Egitto, e questi capitani e signori stanno alle frontiere, e hanno trombetti, che loro chiamano ugandas, che gli vanno avanti, il che non può avere se non gran signori. E tutti costoro servono Barnagasso alla guerra, quando esso vi va, e per tutto dove va.
Ha molti altri signori sotto di sé, li quali si chiamano arrazes, che vuol dire capi: e ne conoscemmo uno che si chiamava arraz Aderao, cioè capo di uomini d'arme, che ne aveva sotto di sé XV mila, li quali loro chiamano cauas. E ho veduto detto arraz Aderao due volte in corte, e tutte due, avanti la porta del re, andar senza camicia e con un panno di seta cinto dal mezzo in giú, e sopra le spalle una pelle di leone, e nella man destra una zagaglia, nella sinistra una targa. Dimandai perché andava cosí un tanto uomo e gran signore: mi fu detto che quello era il piú onorevole abito che si possa avere essendo arraz di cauas, cioè capo di uomini d'arme. E in quel modo che esso andava lo seguivano XX o XXX come saria a dir fanti, con zagaglie e targhe, ma esso era sempre avanti. Il detto Barnagasso ha altri duoi, arraz Tagale e arraz Iacob, signori di gran terre, i quali io conobbi, e altri molti xuus, capitani e signori di terre, ma senza titolo: e cosí esso è signore d'assai genti e di molte terre. E cosí egli come gli detti signori son suggetti al Prete, ed esso è quello che gli dà e toglie l'ufficio quando gli pare e piace, e gli pagano il guibre delle terre, cioè il tributo. E tutte queste signorie son verso la parte dell'Egitto e dell'Arabia, donde vengono i buoni cavalli, broccati e sete, delle quali ne pagano il tributo, cioè che tutti lo pagano a Barnagasso e lui lo paga poi al Prete Ianni per sé e per tutti i sopra detti ogni anno: cioè 150 cavalli e una quantità grande di sete e broccati. Pagano ancora gran somma di panni di bambagia dell'India, per li dazii che si cavano nel porto d'Ercoco.


Del modo che usano nel guardare il bestiame nel tempo della notte dalle fiere; e come in questa terra son l'anno due vernate; e di due chiese che son nel luogo di Barua.
Cap. XXV.

La usanza di questi abitatori di Barua e delli convicini è di star X, XII, XV in una corte tutta murata e serrata fortemente, la qual corte ha una porta sola: e quivi serrano le vacche loro, dalle quali cavano il latte e butiro, e cosí gli animali minuti, come pecore, muli, asini. E oltra che tengono la porta serrata tutta la notte, fanno ancora fuochi alla porta e mettonvi uomini che fanno la guardia, per paura delle fiere che vanno attorno le loro abitazioni; e se non facessero a questo modo, non camparebbe loro animale che non fusse devorato. E di questo luogo di Barua e degli altri convicini son gli uomini che vanno a seminare i migli alla montagna della Visione, e vi vanno tre mesi avanti il verno generale. E le cause perché vi vanno son due: la prima per esser vicini al mare, onde passa tutta la vettovaglia alla Mecca, al Toro, al Zidem e per tutta l'Arabia e India, e avendo costoro molte sorti di semenze e grani, cercano luogo atto a spacciarle; la seconda causa è perché in questo paese son due vernate, divise in temporali, e le biade non crescono se non per forza d'acque: però si partono da Barua e vanno a seminar i migli nelle montagne della Visione, dove allora è il verno, che dura tutto il tempo di febraio, marzo e aprile. E questo medesimo verno è in una terra, pur sotto la signoria di Barnagasso, che si chiama Lama, lontana dalle dette montagne della Visione ben otto giornate; e similmente in questo medesimo tempo è verno in un altro paese, lontano da questo XXX giornate, il quale si chiama Dobas. E perché queste semenze di miglio richiedono le pioggie, però, essendo fuori del tempo ordinario questi verni de' luoghi sopradetti, li vanno a seminar dove piove e cosí si profittano delle dette due vernate.
In questo luogo di Barua son due chiese grandi e molto buone, nelle quali son molti preti, l'una appresso dell'altra: una è degli uomini, detta San Michele; l'altra delle donne, detta degli Apostoli, cioè di San Pietro e di San Paulo. La chiesa degli uomini dicono essere stata fatta da un gran signore che allora era Barnagasso, che le dette privilegio che non vi entrasse donna alcuna, se non la moglie di Barnagasso con una fantesca, e questo solamente quando andava per communicarsi; e ancora non entrava nella chiesa, perché le donne non entrano in chiesa, ma stanno alla porta nel circuito avanti la chiesa, e ivi pigliano il sacramento con li laici: e cosí fanno le donne nell'altra chiesa degli Apostoli, che lo pigliano nel detto modo avanti la porta. E nella chiesa delle donne ho visto sempre andar la moglie di Barnagasso a communicarsi con l'altre donne, non usando il privilegio a lei concesso d'andar a communicarsi nella chiesa degli uomini. Queste due chiese hanno il circuito delli cimiterii che tocca l'uno l'altro, e son circundati d'alte mura; e fanno li sacramenti, cioè il pane, per tutte due in una casa, e le messe dicono tutte due in un medesimo tempo, e li preti che servono in una chiesa servono nell'altra, cioè due parti de' preti nella chiesa degli uomini e una parte in quella delle donne, e a questo modo partiti dicono i loro ufficii. Queste chiese non hanno decima alcuna, solamente hanno assai possessioni, le quali son de' preti, ed essi le fanno lavorare e coltivare: si dividono tra loro l'entrate di quelle, e il Barnagasso dà loro tutto quel che bisogna nelle chiese, cioè paramenti, ornamenti, cera, butiro, incenso e ogni altra cosa a quelle appartenente. Sonvi da XX preti e di continuo da X in XII frati, né mai ho visto chiesa de preti ove non fussero frati, né monasterio de frati che tenesse preti, perché i frati son tanti in numero che cuoprono il mondo, e per i monasteri e per le chiese e per le strade e per tutti i mercati, e finalmente in ogni luogo, son frati.


Del modo che usano i preti nel maritarsi, e in che modo si ordinano,
e della riverenzia che hanno alle chiese e cimiterii di quelle.

Cap. XXVI.

I preti si maritano con una donna, e questi tali osservano meglio il matrimonio che i laici: vivono di continuo in casa, con la moglie e con i figliuoli; e se per sorte muore la moglie, non si maritano piú, e cosí se il prete muore, la moglie non piglia altro marito, ma si può far monaca s'ella vuole. E se il prete, essendo maritato, dormisse con un'altra donna, non entra piú in chiesa né participa dell'entrate di quella, ma diventa come laico. E questo so io perché viddi accusare avanti il patriarca un prete che aveva dormito con una donna, e lo viddi confessare il delitto: e subito comandò il patriarca che non portasse piú croce nella mano né entrasse piú in chiesa, ma fusse laico. E se alcuno prete essendo vedovo si marita, resta laico, come intervenne ad Abuquer che di sopra ho detto, il quale, essendo vedovo, si maritò con Romana Orque, sorella del Prete Ianni: costui, essendo prete e cappellan maggiore del Prete Ianni, dopo molti anni ch'era stato vedovo si era maritato, e l'abuna Marco lo aveva disgradato e fattolo tornar laico, e non entrava piú in chiesa, ma stava alla porta a pigliar il sacramento, come i laici. I figliuoli dei preti, la maggior parte diventano preti, perché in questa terra non si usano scuole da imparare a leggere o scrivere, né vi sono maestri, e i preti quel poco che sanno lo insegnano alli figliuoli, e cosí li fanno preti, essendo ordinati dall'abuna Marco, cioè dal loro patriarca, che per tutta la Etiopia non vi è altro né vescovo né persona che ordini: e gli ordini a tali preti si danno in due volte, come dirò piú innanzi, e dove mi ritrovai in fatto a vederli ordinare molte volte. In tutti questi paesi son li cimiterii delle chiese circundati da fortissimi muri, acciò che gli animali non vadano a dissotterrar li morti. Portano assai riverenzia alle chiese, e niuno ha ardire di passar a cavallo avanti la chiesa, ma dismonta fin che passi a piedi la chiesa e il cimiterio per un gran pezzo.


In che modo l'ambasciadore si partí di Barua, e del mal ordine che ebbero; e come arrivammo ad un luogo chiamato Barra, e del mal ordine che usò Barnagasso.
Cap. XXVII.

Stemmo in questo luogo di Barua, la prima volta, senza che volessino dar ordine alla partita nostra molti giorni; pur finalmente partimmo, alli XXVIII di giugno MDXX, assai allegri e contenti perché camminavamo, e quelli che portavano le nostre robbe le portarono lontano dalla terra solamente due miglia, dicendo che non eran ubligati a portarle piú innanzi, perché quivi era il confine della lor terra. Trovandoci noi nel mese di giugno alla campagna, nella forza del verno di questa terra, con grandissime pioggie e acque, con dette nostre robbe, l'ambasciadore con tre in compagnia tornarono verso Barua per parlar a Barnagasso; e lasciammo con le dette robbe lo scrivano, il fattore e altri Portoghesi. Subito che arrivammo, fummo al palazzo di Barnagasso per dir gli strazii che ne facevano li suoi vassalli; ma non ci lasciorno per quel giorno parlargli. Nel giorno seguente, la mattina, andammo per parlargli: e cosí gli parlammo, e ci promise di subito mandare a pigliar le nostre robbe, e cosí fece, le quali ci portarono dietro infino a cinque miglia, che potevano esser due confini di piú di quello che abbiamo detto di sopra, cioè di castello in castello. E passati questi termini, le posero in un'altra campagna, dove stettero quattro giorni sotto grandissime pioggie e terribili tuoni che ne spaventavano. In questi giorni l'ambasciadore insieme con noi non riposava troppo: ora andavamo a vedere le robbe nostre, che erano lontane cinque in sei miglia, ora allo alloggiamento nostro e ora in casa del Barnagasso, pregandolo che mandasse uomini e animali per condur quelle, perché erano del re, per portarle al Prete Ianni, o che almeno dicesse se egli voleva farlo o no; e se non voleva, che le farebbe ardere, e cosí andaria al suo viaggio senza piú impaccio. Sempre ci dette buone parole, ma cattivi fatti; pur alla fine, passati quattro giorni, mandò per dette robbe.


Come arrivorno le nostre robbe al luogo di Barra, e del mal aviamento che ne dette il Barnagasso; e della moneta che corre per tutto il regno del Prete Ianni, che son pezzi d'oro a peso.
Cap. XXVIII.

Alli tre del mese di luglio arrivarono le nostre robbe al luogo chiamato Barra, con gran pioggie, dove noi altri stavamo con espettazione di partirci presto. E stando quivi andammo a parlare a Barnagasso, pregandolo di grazia che ci dovesse espedire: detteci buone parole. Ma il giorno seguente arrivò un gentiluomo del Prete Ianni, al quale Barnagasso fece tanti onori che si scordò di noi, e gli andò incontro per riceverlo fuor della terra, per fino ad un monticello poco lontano dalle case, insieme con molto popolo; e il detto Barnagasso era nudo dalla cintura in su. Arrivato che fu, il detto gentiluomo si messe sopra quel monticello, piú alto degli altri, e parlando la prima parola che esso disse fu: "Il re vi manda a salutare", e a questa parola tutti s'inchinarono con la mano in terra, che è l'onore e riverenza che usano in questo paese. Detto questo, seguí l'ambasciata che esso gli portava dal Prete Ianni; finito che ebbe di parlare, Barnagasso si vestí di vestimenti assai ricchi e menò il gentiluomo al suo palazzo. Questa è l'usanza di udire l'ambasciata che il Prete Ianni manda, fuori di casa e a piedi, e nudo dalla cintura in su, fino a tanto ch'ella sia finita; e se l'ambasciata è cosa grata al Prete Ianni, quello che la riceve si veste, ma non essendo di piacere al detto Prete, colui che la riceve resta nudo, parendogli essere in disgrazia del suo signore. Questo Barnagasso era fratello della madre del Prete Ianni.
Mentre che costui era ivi, l'ambasciadore e noi andavamo a parlare a Barnagasso acciò che ne espedisse, ed egli ne rispondeva che per l'amor di Dio lo lasciassimo stare, perché era amalato; cosí ad altra ora poi non eravamo lasciati entrare, dicendone che dormiva: e tanto andò la cosa in lungo che quello mandato si partí. L'ambasciadore, sdegnato, disse a Barnagasso che mal si ricordava e peggio eseguiva il giuramento fatto e promessa al gran capitano di ricevere tutti li suoi in sua protezione e dar loro ogni aiuto e favore, poi che sí poco faceva per le cose del re di Portogallo. Né per questo si mosse a dargli piú presta espedizione, scusandosi sempre con le occupazioni avea de' forestieri e con l'esser amalato; ma noi vedemmo per esperienzia che erano fizioni e che non aveva impedimento alcuno con forestieri, perciò che alli 6 del detto mese arrivorno qui sette o otto Mori a cavallo, i quali parevano uomini di conto, e venivano da lontani paesi, e avevano menati cavalli molto belli, li quali volevano dargli per il tributo che pagano al Prete Ianni e anco ad esso Barnagasso: e perché la venuta di costoro redondava in util suo, non lo impedivano allora né forestieri né la infirmità. La cortesia che usava a questi Mori dava assai disturbo a noi altri. L'ambasciadore alla fine gli dimandò in presto XII mule, ed egli rispose che non poteva prestarle, e se ne voleva che ne comperasse. E volendo noi comperarne dalla gente della terra, che volentieri ce ne averiano vendute, venivano li suoi servitori, minacciandoli che se ce le vendessero gli castigariano e torriano l'oro, perché in questa terra non corre moneta alcuna. Volendo comprarne, tutti quelli della terra si scusavano dicendo che avevano paura di Barnagasso, perciò che lui voleva vendere le sue mule.
L'usanza di tutto il reame del Prete Ianni è che non si spende moneta, ma solamente oro, e si spende a peso: e il principal peso è un'oncia, la quale fa per peso X pardaos o vero X crociati; e da questa ne vien la mezza oncia, e parlando a minuto si parla a dramme, e X dramme fanno una oncia, e la valuta della dramma è secondo la valuta della dramma nel regno di Portogallo o vero in India: viene a valere tre quarti di ducato d'oro in oro, sí che viene a valere un'oncia ducati sette e mezzo d'oro in oro. E piú, detto Barnagasso aveva ordinato che niun altro che lui, e suoi ministri, tenesse li pesi da pesar l'oro, e bisognava a chi voleva comprare e vendere che gli dimandasse il peso: e a questo modo esso e i suoi fattori venivano a sapere in mano di chi andava l'oro, il qual oro poi toglieva alli suoi vasalli quando gli pareva, sí come da loro mi fu referto.


Della chiesa e luogo di Barra e suoi ornamenti, e del mercato e fiera che si fa nel detto luogo, e delli mercanti loro, che son frati, monache e preti.
Cap. XXIX.

In questo luogo di Barra è una chiesa di Nostra Donna, grande, nuova e molto ben dipinta e ben ornata di molti broccati d'oro e tele d'oro, panni di seta, cremisini e velluti dalla Mecca e ciambelotti rossi: uficiano cosí in questa come in quella, della quale ho parlato di sopra, di Barua, eccetto che quivi fanno gli ufficii loro piú sollenni, per esser quivi Barnagasso e piú preti e infiniti frati. La chiesa è governata dalli preti, e una volta che io vi fui viddi fare una processione intorno alla chiesa nel piú gran circuito, cioè nel cimiterio, nella qual erano molti preti e frati, uomini e donne, che in questa chiesa le donne pigliano la communione con i laici: nella qual processione eran gli ornamenti sopradetti, e circondorno la chiesa ben trenta volte, cantando a modo di litanie e sonando molte nacchere a modo di tamburi e cembali. E come li sonano quando fanno la processione e cantano avanti la imagine della nostra Donna, ne' giorni di domenica e delle feste, cosí fanno quando si communicano ne' giorni delle feste. E dissemi che facevano questa processione in onor di Dio, acciò che desse loro delle acque per poter far le lor semenze, che era il mese di gennaio nella loro state. Le campane son di pietra, come nell'altre chiese, e le campanelle mal fatte.
In questo luogo si fa gran mercato, come nel luogo di Barua, e cosí si fa in tutti li luoghi che son capi di congregazioni ogni settimana un mercato. In questi mercati si usa di cambiare una cosa in un'altra, cioè dare un asino per una vacca, e quello che val manco rifà quello che val piú due o tre misure di formento o di sale. Cambiano però capre per pane, e per pane comprano panni, e per panni mule e vacche; ma sopra tutto trovano quel che vogliono per sale, per incenso, per pevere, per mirra, per perle minute, che son tutte cose molto stimate e avute in prezio, e ne fanno conto come dell'oro e correno per tutti li regni del Prete e di gentili. Per ogni picciola cosa cambiano galline e capponi, e finalmente tutto quel che si vuol comprare, tutto si trova in questo mercato a cambio, che moneta non vi corre: e nel cambiare non fanno troppe parole, ma si accordano presto, cosa che ci faceva maravigliare.
Li piú grandi negociatori di questi mercati sono preti, frati e monache. Li frati vanno vestiti onestamente con li loro abiti per insino in terra: alcuni portano abiti gialli, di panno di bambagio grosso, e alcuni altri portan pelli di capre, concie come le pelli delle camozze, pur gialle; e cosí le monache portano il medesimo abito, e portano di piú i frati cappe fatte al modo di quelle de' frati di San Domenico, delle medesime pelli o panni gialli, e cosí portano cappelli. Le monache non portano cappe né cappelli, solamente portan lo abito, e hanno rasa tutta la testa; e hanno una coreggia di cuoio cinta e stretta intorno alla testa, e quando son vecchie portano in capo certe cuffie e veli di sopra. Non stanno rinchiuse ne' monasteri, ma stanno in certe ville, e perché tutti li monasteri son di uno ordine, però rendono ubidienza al monasterio convicino, donde ricevano gli abiti. Queste monache non entrano in chiesa se non come fanno le altre donne: il numero delle quali è grande, quasi quanto è il numero de' frati. Dicono che alcune di loro son donne di santa vita; alcune altre hanno figliuoli. L'abito che portano i preti è poco diverso da quello che portano i laici, perché è fatto di un medesimo panno, e vanno cinti da uomini puliti. La sua differenzia è che portano sempre una croce in mano, e il lor capo è sempre raso, e al contrario i laici portano tutti la chioma; e li preti non si levano la barba, ma li laici si radono sotto il mento e li mostacchi. Vi sono ancora alcuni altri preti che si chiamono debeteras, che vuol dire canonici: questi son preti di chiese grandi, come saria a dire di chiese catedrali o collegiate, e questi vanno ben vestiti, tal che dimostrano bene quello che sono, e questi non vanno per li mercati come gli altri.


Dello stato di Barnagasso, e del modo della sua corte e della sua giustizia, e della grida che egli fece fare per andar contra li popoli di Nubia.
Cap. XXX.

L'essere di questo Barnagasso (benché sia gran signore e intitolato come re) è molto povero. Quante volte gli avemo parlato, sempre l'avemo trovato a sedere in una lettiera coperta con una coltra, ed esso coperto di panni di bambagio gottonato, che loro chiamano basuto, il quale è assai buono quanto al paese, e di quelli vi sono di gran prezio; e dietro alla lettiera la muraglia era schietta, con quattro spade assai ricche attaccate a quattro legni messi nel muro, e duoi libri grandi similmente attaccati; avanti la lettiera nel piano erano alcune stuore, sopra delle quali seggono quei che lo vengono a vedere. Le case non le spazzano troppo spesso. La sua moglie sta sempre a sedere a canto di lui, sopra una stuora che è posta appresso della testa della lettiera. Stanno ancora sempre avanti di lui molte genti e personaggi di conto, pure a sedere sopra dette stuore. All'incontro e per mezzo della sua lettiera di continuo stanno quattro cavalli, delli quali uno sempre sta sellato e gli altri solamente coperti con le copertine, e quivi mangiano. In tutte le sue case sono due circuiti di muro, come saria a dir corte: ogni circuito ha la sua porta, e ogni porta ha li suoi portinari, con le sue sferze in mano. Nella porta piú propinqua a lui son portinari piú nobili, e in mezzo di queste due porte sta sempre un suo alycaxy, che vuol dire auditore o vero maestro di casa, ed è quello che fa giustizia udendo le parti: e se la causa è di grande importanzia, ode ambedue le parti fino alla conclusione, e dopo va a riferire il tutto a Barnagasso, ed esso dà la sentenzia; e se la causa è picciola, e che le parti siano d'accordo, e che detto alycaxy dia la sentenzia, la causa è terminata. E di piú, a tutte le sentenzie che dà il Barnagasso o vero questo alycaxy, è bisogno che vi sia presente un uomo onorato e di conto, il quale se dimanda, per l'ufficio che tiene, mallagana, che vuol dire notaro del Prete Ianni. E se alcuna delle parti si volesse appellare al Prete Ianni o vero alli suoi auditori, in tal caso dimandano la fede della causa: e in questo modo il Prete Ianni intende tutte le cose de' suoi sudditi, cosí dei grandi come dei piccioli. E tutti li signori delle terre di ciascun regno del Prete Ianni tengono uno alycaxy e mallagana posto per il Prete, e cosí tengono li capitani suggetti a Barnagasso.
I signori grandi che stanno in corte del Barnagasso, o altri che vengono a lui per lor negozii, vanno in questo modo. Partiti dalla loro abitazione, cavalcano sopra una mula, con sette o otto uomini a piede che li vanno innanzi, infino alla prima porta, e giunti quivi dismontano; e se è piú gran signore, cavalca con sette o otto o X mule, tutti a cavallo, o con piú, secondo la qualità sua, e vanno infino alla prima porta, e giunti quivi tutti dismontano, e poi vanno infino alla seconda porta: e se non entrano per sorte, stanno a sedere quivi di fuori, come fanno le api al sole, senza alcuno spasso. Tutti questi uomini onorati portano pelle di castrone intorno al collo e le spalle, e quelli che la portano di leone o di tigre o di leonza sono piú onorati: e quando arrivano avanti a Barnagasso, se la cavano per onorarlo, come caviamo noi la berretta.
Stando noi in questo luogo di Barra, un giorno di mercato andò un bando grande, come il Barnagasso voleva andare contra i popoli de Nubia. L'ordine di questo bando fu in tal modo, che andava avanti uno che portava un panno a guisa di bandiera sopra una zagaglia, e poi uno che andava gridando la guerra contra li Nubiani, i quali dicono essere lontani negli ultimi confini delle lor terre cinque o sei giornate verso la parte dell'Egitto, e confinano con le terre di Camphila e Daffila, come abbiamo detto di sopra, suddite al detto Barnagasso. Questi popoli di Nubia non son mori né giudei né cristiani, ma dicono che furon già cristiani e che per causa de mali ministri perdettero la fede: e cosí son diventati infedeli e senza legge. In questa provincia di Nubia è molto oro fino. E piú mi dissero che non era molto tempo che essi avevano amazzato un figliuolo del Barnagasso, e che per questo egli voleva andare in quelle bande per vendicarsene. E mi fu affermato che in questo paese di Nubia si trova molto oro e fino, e che alli confini di quello vi stanno sempre 400 o 500 uomini a cavallo, valentissimi combattenti, e che la terra loro è molto fertile e abondante di ogni sorte di vittuaglie e d'animali: e non può esser altramente, perché ella è posta sopra ambe le ripe del Nilo, il quale passa per mezzo di quel paese molte miglia. Diceva il bando che in termine di cinque giorni il Barnagasso voleva partire, ma ancora non vi era ordine alcuno di arme, perché in quella terra non ne sono troppe, ma solamente vi erano i cauas, che sono gli uomini d'arme, i quali portano una zagaglia, una targa e un arco con assai freccie; e i grandi portano spada, scimitarra e giacco di maglia, ma non molti. Sopra questa occasione di voler ire alla guerra, il Barnagasso dimandò all'ambasciadore che gli volesse dar qualche spada, il qual gli donò la sua, che egli portava per viaggio, che era assai bella e buona; e nondimeno tornò a dimandarne un'altra con grand'instanzia, la quale sapeva che esso aveva, assai ben guernita e molto ricca, dicendo che ne aveva di bisogno. E non potendo l'ambasciadore scusarsi, fu sforzato a comprarne una dalli suoi compagni, che aveva il fodero di velluto e li fornimenti indorati, e cosí gliela diede in cambio della sua. E nella casa dove noi avevamo le nostre robbe e dove li Portoghesi dormivano, che era senza porte, la notte seguente ci furno rubbate due spade e una celata: fate conto che ce le togliessero per causa di questa guerra.


Come partimmo da Barra per Timei, e della qualità del luogo.
Cap. XXXI.

In questo luogo noi comprammo mule per nostro cavalcare, e Barnagasso ne donò tre camelli: e a gran fatica partimmo di quivi, per li gran tuoni e temporali e pioggie che ci molestavano terribilmente, perché in questo tempo è la furia della vernata, la quale incomincia alli 15 di giugno, poco piú o manco, come abbiamo detto di sopra, e finisce alli quindeci di settembre; e al suo fine è la estate come da noi, e quanto piglia d'uno tanto poi lassa dell'altro. E in tutto questo tempo del verno in alcuno di questi paesi non si cammina: ma noi altri tuttavia davamo pressa al nostro camminare, perché non sapevamo l'usanza della terra, e manco il pericolo a che ci mettevamo. E cosí principiammo il nostro cammino con parte delle nostre robbe, perché gran parte ne lasciammo a Barra col nostro fattore, e arrivammo a un luogo chiamato Temei, che è della congregazione di Maizada e lontano dal luogo di Barra dodici miglia, di donde partimmo: e stemmo in questo viaggio tre giorni, per la crudel vernata e per le pioggie grandissime, guastando per l'acque la strada quella poca robba che portavamo. In questo luogo dove noi arrivammo trovammo un xuum, che vuol dire capitano, il quale aveva nome Primo ed era fratello di Barnagasso, uomo molto degno e da bene, e ne usò gran cortesia. Dicevano che egli era similmente fratello della madre del Prete Ianni, aveva nella sua xumeta o vero capitania della congregazion di Maizada XX luoghi e non piú, per essere la piú picciola congregazion che sia nel regno di Barnagasso.
Questo luogo è posto sopra una collina alta, non di sasso, ma tutta di terra lavorata, con alcune picciole ville; e per tre bande si vede il paese piano per quaranta e quarantacinque miglia, e dall'altra per ispazio di tre miglia comincia una gran profondità over caduta che fa il paese verso un gran fiume, appresso il quale si veggono bellissime campagne tutte coltivate e fruttifere, con piú di cento villaggi: sí che non credo che in alcuna parte del mondo sia terra cosí abitata e cosí piena di grani d'ogni sorte come è questa, né le fa danno alcuno la vernata con le pioggie, ma questo è il suo tempo migliore che possa avere, che vi crescano le biade e fannosi piú belle. Né similmente credo che sia alcun paese dove si trovino tanti animali, cosí domestichi come salvatichi, e dove si possino pigliar tante salvaticine e uccelli quante in queste campagne; ma delle fiere salvatiche non vi sono altre che tigri, lupi e volpi, le quali sono anche in tutto il paese. Non si maravigli alcuno che leggerà o udirà questo, che in queste campagne tanto abitate e popolate sian tante diversità di animali, e massimamente da caccia: la causa è (come ho detto di sopra) perché non gli ammazzano e manco hanno ingegno alcuno da pigliarli, solamente ammazzano qualche pernice con le freccie e le pigliano con lacciuoli; e molti animali non mangiano, come son porci, lepri, oche salvatiche e anitre, e questo perché tali animali non hanno il piede fesso. E niuno altro animale mangiano, se muore prima che lo scannino: e in questo modo vi si nutriscano tanti animali, li quali non sono molestati né fatti correre, perché non hanno cani per questo effetto. E noi, quando andavamo a caccia senza cani, avevamo tal volta XX lepri nelle reti in termine di un'ora e altretante pernici condutte a' lacciuoli, come se cacciassimo le galline a casa, perché non son troppo salvatiche né hanno troppo paura degli uomini, per essere use a vederli tutto il giorno: e a questo modo ne amazzavamo tante quante volevamo; e quelle cacciagioni che lor non mangiavano, noi altri le mangiavamo di nascosto, accioché non dicessero male del fatto nostro.


Della gran moltitudine delle cavallette e del danno che fanno,
e come facemmo una processione e le cavallette morirono.
Cap. XXXII.

In questa parte e in tutto il dominio del Prete Ianni vi è una orribile e gran piaga, che son cavallette senza numero, le quali mangiano e consumano tutte le biade e gli alberi: ed è tanta la quantità di questi animali che non si può credere, e con la loro moltitudine cuoprono la terra ed empiono l'aria, talmente che è difficil cosa poter veder il sole. E di nuovo affermo che è cosa incredibile a chi non le vede, e se il danno che esse fanno fusse generale per tutta la provincia e reame del Prete Ianni, si morrebbe di fame e non saria possibile abitarvi; ma un anno distruggono una provincia, come sarebbe a dire nella provincia di Portogallo o di Spagna, un altro anno son nelle parti di Lenteio, un altro in Estremadura, l'altro in Beira o vero fra il fiume Duoro e Minio, l'altro nelli monti, l'altro in Castiglia vecchia, Aragona o vero in Andalusia, alcune volte in due o tre di quelle provincie: e dove esse vanno, resta la terra distrutta piú che se vi fusse stato il fuoco. Queste cavallette son grandi come gran cicale e hanno le ali gialle. Innanzi che arrivino nel paese, lo sappiamo un giorno avanti: non che le vediamo, ma conosciamo al sole che mostra il suo splendor giallo, che è segno ch'elle si avicinano al paese, e la terra diventa gialla per la luce che la riverbera dalle ali di quelle, per il che la gente diviene subito come morta, dicendo: "Siamo perduti, perché vengono gli ambati", che vuol dir cavallette.
E non voglio restar di narrar quello che ho veduto tre volte, e la prima nel luogo di Barua, dove già eravamo stati per tre anni, e quivi molte volte sentivamo dire: il tal paese, il tal reame è stato destrutto dalle cavallette. E noi stando in questa terra vedemmo il segnal del sole, e l'ombra della terra tutta gialla, e che la gente era pel dolore mezzo morta. Nell'altro giorno fu cosa incredibile il numero di tali animali che venne, che a nostro giudicio copriva da XXIIII miglia di paese, secondo che dapoi sapemmo. Essendo giunto questo flagello, li preti di questo luogo mi vennero a trovare, pregandomi che gli desse qualche rimedio per cacciarle via; e io gli risposi ch'io non li sapeva dir altro, se non che pregassino Dio divotamente che le dovesse cacciar del paese. E io andai dall'ambasciadore e dissigli che saria forse buona cosa di far processione, pregando Dio che liberasse il paese, e che lui per sua misericordia forse ci esaudiria. Piacque questo molto all'ambasciadore, e l'altro giorno facemmo congregar le genti della terra e tutti i preti, e presa la pietra sacrata e la croce secondo l'usanza loro, tutti noi Portoghesi cantammo le letanie, e a quelli della terra ordinai che gridassero come noi, dicendo in loro linguaggio: "Zio marina, Christos", che vuol dire: "Signor Dio, abbi misericordia di noi". E con questo nostro gridare camminammo per una campagna dove erano campi di formento per ispazio di un miglio, per fino a un picciol monticello, e quivi feci pigliare assai di quelle cavallette e gli feci una scongiurazione, la quale portavo meco scritta, che in quella notte l'avevo fatta, con richiederle e ammonirle e scommunicarle, dicendo che in termine di tre ore cominciassero a camminar verso il mare, o vero verso terra di mori o montagne deserte, e lasciassero stare i cristiani; e non lo faccendo, chiamavo e invocavo gli uccelli del cielo, gli animali della terra e tutte le tempeste, che dissipassero, distruggessero e mangiassero li lor corpi: e per questo effetto feci pigliare una quantità di cavallette, e feci questa ammonizione a quelle presenti in nome di quelle e delle absenti, e cosí le lasciai andare dando loro libertà. Piacque a Dio d'esaudire noi peccatori, perché, dando noi la volta per ritornar a casa, ne erano tante dietro a noi che pareva che ci volessero romper la testa e le spalle, tanto ci percotevano, che parevano botte di sassi e di bastoni: e da questa banda si andava verso il mare. Gli uomini, le donne e i putti che erano restati nel luogo, erano montati sopra i terrazzi delle case, ringraziando Dio che le cavallette se ne andavano avanti fuggendo, e parte ci seguitavano. In questo mezzo si apparecchiò un gran nembo con tuoni verso il mare, che veniva loro in faccia, e durò per tre ore, con grandissima pioggia e tempesta, la quale riempié tutti i fiumi: e quando cessò l'acqua, era cosa spaventevole a vedere le cavallette morte, che si misuravano due braccia e piú d'altezza sopra le ripe dei fiumi, e in alcuni fiumi vi erano i monti grandissimi, in modo che la mattina seguente non se ne trovò una viva sopra la terra. Intendendo questo gli altri luoghi convicini, vennero assai uomini a dimandare in che modo era seguito questo caso. Molti della terra dicevano: "Questi Portoghesi son uomini santi, e per virtú d'Iddio hanno cacciato via e fatto morire le cavallette". Altri dicevano, massime preti e frati dei luoghi circonvicini, che noi eravamo strigoni, e che per virtú di strigarie avevamo cacciati detti animali, e che per questo non avevamo paura di lioni né di altra fiera.
Tre giorni dopo questo fatto venne a noi un xuum, cioè capitano, d'un luogo chiamato Coiberia, con uomini, preti e frati, a pregarci che per amor di Dio gli dovessimo soccorrere, dicendo che erano rovinati per le cavallette: e quel luogo era lontano una giornata verso il mare. Arrivorno da noi a ora di vespero, e in quella medesima partimmo io e quattro Portoghesi, e tutta la notte camminammo e arrivammo quivi a un'ora di giorno, dove trovammo che tutti quelli della terra erano congregati con assai delli luoghi convicini, che ancora essi erano dalle cavallette tribolati; e subito che arrivammo, facemmo la nostra processione intorno alla terra, la quale è posta in una alta collina, dalla quale si vedevano molte terre e luoghi, tutti gialli per la moltitudine delle cavallette. Fatte le cerimonie come nell'altro luogo, andammo a desinare, e gli uomini convicini ne pregorno che andassimo con loro, promettendone gran presenti. Piacque al Signore che, subito che avemmo desinato, noi vedemmo la terra netta che non si vedeva pur una cavalletta per miracolo: e vedendo ciò, non confidandosi della grazia avuta, ci pregorno che dovessimo andare a benedire le loro possessioni, che ancora avevano paura che non ritornassero, e cosí ritornammo a casa.


Del danno che vedemmo in un'altra terra, fatto per le cavallette in due parti.
Cap. XXXIII

Un'altra volta, trovandoci in una terra chiamata Abuguna, vedemmo le cavallette. A questa terra ci mandò il Prete Ianni, acciò che ci fornissimo quivi di vettovaglia, la quale è nel reame d'Angote ed è lontana dal luogo di Barua, dove noi stavamo, il cammino di 30 giornate. Essendo quivi giunti, io andai con l'ambasciadore Zagazabo, che venne in Portogallo, e cinque Genovesi, verso un luogo e una montagna che si dimanda Aguoan; e camminammo 5 giorni per luoghi tutti diserti e distrutti, nei quali eran seminati migli zaburri, che avevano le canne cosí grosse come son quelle che noi adoperiamo nelle vigne, e vedemmo che tutte erano rotte e calpestate come se vi fusse stata la tempesta, e questo avevano fatto le cavallette. I formenti, orzi e taffi erano stati mangiati, di tal sorte che pareva che mai vi fusse stato lavorato né seminato. Gli arbori eran senza foglie, e le scorze di quelli tutte mangiate, e non vi era pur erba, che ogni cosa avevano mangiato: e se noi altri non fussimo stati accorti e avisati, che nel partir nostro caricammo le mule di vettovaglia, saremmo morti di fame insieme con le cavalcature. Era questo paese coperto tutto di cavallette senza ale, e dicevano che quelle erano la semenza di quelle che avevan mangiato il tutto, e come avessero fatte l'ali, andariano a trovar le altre: ed era tanto il numero di queste che io non voglio dirlo, perché non saria creduto. Ma voglio ben dire che io vedeva uomini e donne e putti come spasimati sedere fra queste cavallette, e io diceva loro: "Perché state voi cosí come morti e non ammazzate di questi animali, e fate vendetta del danno che vi hanno dato li lor padri e madri, che almeno quelle che ammazzarete non vi faranno danno?" Rispondevano che non gli bastava l'animo di resistere alla piaga che Dio gli mandava per li lor peccati. E tutta la gente di questa terra si partiva, e trovammo tutte le strade piene d'uomini e donne a piedi, con li fanciulli al braccio e sopra la testa, andando in altre terre dove trovassino vettovaglie, che era una pietade a vederli.
Stando noi nella detta signoria di Abuguna, un'altra fiata, in un luogo che si chiama Aquate, venne tanto numero di cavallette che non si potria dire: e cominciarono a venire un giorno a ora di terza e per fino a notte non cessarono, e secondo che arrivavano si fermavano, e poi l'altro giorno da mattina cominciavano a partirsi, tal che a ora di nona non se ne vedeva pur una, e gli arbori erano rimasi senza foglie. Nel medesimo giorno e ora ne venne un altro squadrone, e queste non lasciorno ramo o legno che non rodessero: e cosí fecero cinque giorni l'uno dopo l'altro, e dicevano che erano figliuoli che andavano cercando i padri loro, e facevano il medesimo dove vedemmo quelle che non avevano l'ale. E la larghezza che pigliavano queste cavallette era di nove miglia, nel quale spazio non restò foglia né scorza negli arbori, e non pareva che la terra fusse bruciata, ma che fusse nevigato, e questo per la biancura degli arbori che restavano secchi, tal che la terra era rimasta tutta netta. Dio volse che le ricolte vi erano già state fatte. Noi non potemmo sapere verso che banda poi andassero, perché venivano di verso il mare, dal reame di Dancali, che è di Mori che di continuo stanno in guerra; e manco potemmo sapere dove fusse il fine del loro cammino.


Come, dapoi arrivati al luogo di Temei, l'ambasciadore si partí per andare dove stava il Tigremahon con sei cavalcature, e il resto della famiglia rimase;
e del fiume Marabo che va nel Nilo.
Cap. XXXIII.

Il secondo giorno dopo la nostra venuta a questo luogo di Temei, inanzi che giungessero le nostre robbe che erano rimaste in Barra, si partí l'ambasciadore con sei cavalcature per andare alla casa del Tigremahon, che è intitolato come re, e sotto il suo governo e reggimento son molti gran signori e luoghi. L'ambasciadore li domandò che gli dovesse dare aiuto e ordine per il suo viaggio, tanto che noi arrivassimo nel suo paese. Rimase in questo luogo Giovanni Scolare e io e duo Portoghesi. In questo mezzo arrivò il fattore con la robba che restò in Barra, e cosí in questo luogo tutti ci congiugnemmo insieme. Alli 28 di luglio del detto anno 1520, ci mandò a dir l'ambasciadore che andassimo dove esso era con le robbe, cioè in casa del Tigremahon, con i Portoghesi che erano andati con lui: e quivi aspettando due giorni gente che portasse la robba, arrivò un xuum con molta gente per portar la robba. E di quivi partimmo alli 3 d'agosto, con gran tuoni e con un verno terribile di grandissime pioggie, e camminammo lo spazio di tre miglia per campagne lavorate, poi cominciammo a descendere al basso per strada molto aspra e sassosa e molto pendente per spazio d'altrotanto cammino. E andammo la sera a dormire nel cimiterio d'una chiesa, dove stemmo con gran paura delle tigri, e molto travagliati dall'inverno e pioggie. Partendoci il giorno seguente, camminammo per aspre montagne piene di boschi e arbori senza frutto, ma tutti verdissimi e belli e da noi non conosciuti, e arrivammo ad un fiume che, per essere il verno, era grande e pericoloso da passare, il qual si chiama Marabo: e sopra questo è posto il luogo di Barua, come abbiamo detto di sopra, e corre verso il Nilo; e sopra questo fiume si termina il paese del reame di Barnagasso e comincia quello di Tigremahon. E da questo fiume infino al luogo dove noi dormimmo son circa sei miglia, e quantunque le montagne siano aspre e piene di boschi, pur sono abitate da assai popolo, e vi si trovano assai luoghi coltivati.


Come Tigremahon mandò un suo capitano a cercar la robba dell'ambasciadore;
e delli edificii che nel primo luogo trovammo.
Cap. XXXV.

Arrivati alla fiumara, quei che erano con noi scaricorno la robba, e subito dall'altra banda del fiume sentimmo gran rumori di tamburi e di gente. Addimandammo che cosa era, ci fu risposto che era un capitano di Tigremahon che veniva per portarci la robba: e noi passato il fiume trovammo una bella gente, la quale ci veniva a cercare, e potevano essere da 600 in 700 uomini. Subito vedemmo nascere una gran differenzia fra questi e quelli che ne avevano accompagnati, perciò che quei di Tigremahon dicevano che non erano obligati a pigliar la robba se non passato il fiume, gli altri dicevano che non erano obligati a portarla se non alla ripa del fiume appresso l'acqua. E cosí stati in questa contesa, perché la fiumara era assai grossa, s'accordorno tutti insieme di traghiettare la detta robba, e che questo non fusse in pregiudicio d'alcuno, ma che fusse in libertà della giustizia: e cosí passammo la fiumara con le robbe. Camminavano costoro con la robba tanto gagliardamente che non gli potevamo tener dietro con mule. Per quel poco del giorno che ci era restato, camminammo per montagne asprissime, e vedemmo in piú bande porci salvatichi, che passavano 50 per squadra, pernici infinite e altre sorti d'uccelli di diversi colori, bellissimi da vedere, che coprivano la terra e gli arbori: e ci fu detto che in questi luoghi erano d'ogni sorte animali rapaci, e non può essere altramente, secondo che dimostravano le montagne terribili. La notte dormimmo fuori alla campagna, fra luoghi circondati da gente e da molti fuochi, dicendo che ciò facevano per paura delle fiere. E subito quivi trovammo gran differenzia nelle genti e nella terra e negli arbori, come anco nella qualità del paese e nel traffico degli abitanti. E quivi cominciammo ad entrare fra certi monti altissimi e acuti, che parevano che toccassero il cielo, e a rispetto della loro altezza da piede giravano poco spazio, ed erano posti tutti in uno ordine misuratamente, e sono divisi l'uno dall'altro e distendonsi per un grande spazio di paese. E tutti quei che si posson salire, ancora che vi sia pericolo grande allo andarvi, tutti hanno cappelle in cima, e la maggior parte son della Nostra Donna: e in molte di queste punte vedemmo cappelle che non potevamo pensar come vi fussero montate le persone a farle.
Andammo a dormire ad un luogo in mezzo di questi monti chiamato Abafacem, nel quale è una chiesa della Nostra Donna molto ben fatta, con una nave in mezzo rilevata in alto piú dell'altre due dalle bande, e le sue finestre sopra l'altre navi son sotto il colmo di mezzo, e tutta questa chiesa è in volto: e in tutto questo paese non abbiamo veduto né la piú bella né meglio fatta di questa, la quale è simile a quelle delle badie che son fra il fiume Duoro e Minio in Portogallo. Appresso a questa chiesa vi è una torre grandissima e bella, cosí per l'altezza come per la grossezza e fattura del muro, e già si vedeva che minacciava ruina, ed è di pietra viva lavorata, che ben pare essere una cosa regale: e un altro tale edificio non abbiamo visto. Ed è circondata da bellissime case che ben si confanno con quella, cosí di buoni muri come di terrazzi di sopra e alloggiamenti, sí che paiono essere state di gran signori. Dicono che vi stava la regina Candace, perché quivi era vicina la sua casa, e questo può essere il vero. Questo luogo, chiesa e torre son posti in mezzo di questi monti acuti, in bellissimi e verdissimi campi, e tutti bagnati da fontane d'acque che descendono da piedi di questi monti: e queste fontane son fatte di pietre vive. E le biade che quivi si adacquano son formento, orzo, fava, ceci, lenti, piselli, che tutto l'anno ne hanno, agli e cipolle grossissime; e intorno alle case si trova il sinape e nasturzio, e in quelle ripe si coglie assai erba chiamata crescione, e alcune altre erbe che loro mangiano. In detta chiesa son molti preti molto ben vestiti, e paiono uomini da bene. Quivi ci fu detto che, quando cominciarono a farsi cristiani, edificarono sette chiese e che questa era una di quelle: e può esser facilmente cosí, perché, sí come mi è stato referto, poco lontano di quivi era il luogo dove abitavano quei che furno i primi a farsi cristiani, che fu in Chassumo.


Come partimmo di Abafacem e andammo ad un luogo che si chiama le case di San Michele; e della differenzia che trovammo degli abitanti del regno di Barnagasso e di Tigremahon; e della strada che si suol fare per andare alla corte del Prete Ianni.
Cap. XXXVI.

Partimmo di questo luogo cosí come venimmo, tutti insieme con le genti che ne portavano la robba (e si chiama questo modo di portar la robba elfa), e andammo a dormire ad un altro luogo che si chiama le case di San Michele, perché la chiesa si chiama San Michele. E arrivando quivi non ci volsono alloggiare, dicendo che erano privilegiati ed esenti da simil angaria; e per le pioggie grandi il meglio che potemmo noi alloggiammo nel circuito della chiesa, e nell'altro che serve per cimiterio mettemmo le mule, perché vi era erba assai e molto grande, per causa della vernata e delle pioggie, la qual erba in Portogallo si chiama panico salvatico: ed era lunga e alta, per essere ingrassata da' corpi morti. In questo paese non si dà mangiare se non una volta il giorno, cioè di notte, in certi mesi dell'anno quando si digiuna, e cosí è in tutto il reame del Prete Ianni; e arrivando noi, cosí come non ci volsero alloggiare, cosí ancora tardarono nel darci mangiare, e in questo mezzo morivamo di fame. E il nostro fattore, ciò vedendo, disse: "Io ho due galline cotte, se vi piace mangiamole". Lo scrivano e io ci maravigliammo molto che ei volesse che mangiassimo carne senza pane, pur fummo costretti a mangiarle. E dopo questa fiata, che mi parvero buone (penso per la fame grande che aveva), ne ho voluto mangiar molte altre volte, cioè pane senza carne e carne senza pane, e pane tinto solamente nel sale o vero in acqua e in pevere: e cosí per questi diversi mangiari mi scordai della prima maraviglia. Pur venendo la notte ci portarono da mangiare al lor modo, e dormimmo nelli sopra detti circuiti, e per star piú netti ci accostammo appresso il luogo dove loro pigliano la communione. Quivi avendo una candela accesa, cominciarono i colombi a svolazzare d'intorno, il che sentendo corremmo a serrar le porte, perché per altro luogo non potevano fuggire: e dando loro la caccia, non ne campò alcuno, perché pigliammo infino alli piccioli che erano nelli nidi, in modo che ne empiemmo un sacco. E questo fu causa che un'altra volta, dopo alcuni anni, che quivi tornammo, ci dettero alloggiamento, acciò che un'altra volta non pigliassimo tutti i colombi della chiesa, la qual allora era ripiena di quelli.
La differenza che hanno gli abitanti di questo paese da quelli del Barnagasso è che gli uomini portano certe traversine lunghe duoi palmi cinte intorno, e queste sono di panno o di cuoio acconcio, piene di pieghe come son quelle delle donne nostre, le quali essendo in piedi gli copreno le loro vergogne, ma stando a sedere o al vento mostrano ogni cosa. Le donne maritate portan le loro traverse assai piú curte, tal che si vede loro ogni cosa. Le donzelle o l'altre donne non maritate e che non hanno innamorati portano le corone di paternostri (che l'altre donne portano al collo) cinte intorno e sopra la natura, e molte corone piene di timaquetes, che son frutti piccioli tondi di arbori, che fanno strepito a modo de lupini; e quelle che possono aver sonagli o campanelle, le pongono sopra della natura per galanteria. E alcune portano certe pelli di castrone al collo, con le quali si cuoprono solo una banda del corpo e le altre no, perché le portano disciolte, e solamente le hanno legate al collo, con un piè davanti e con uno di dietro: e per ogni picciolo muoversi, si vede da un capo all'altro della persona ciò che l'uomo vuole. Lavansi ogni giorno una fiata, e qualche volta due e tre, e per questo son nettissime. E questo modo di vestire è di gente bassa, perché le donne de' gentiluomini e signori vanno tutte coperte.
Il cammino che si fa in questo paese del Prete Ianni è questo, che chi viene dal mar Rosso arriva a Barua, e chi viene d'Egitto arriva al Suachen, e subito volta le spalle alla tramontana e si mette a camminare verso mezzogiorno, infino che arriva alle porte dette Badabaxe. E questo è perché alcune volte pigliano ivi il cammino per una parte e altre per un'altra, dimandando dove sarà la corte al cammin diritto, o verso il levante, o verso il ponente, secondo il paese per il quale il Prete Ianni cammina. In queste porte si separano li regni d'Amara e di Xoa. E perché noi siamo stati sei anni in queste terre, andammo ora da una parte e ora dall'altra, uscendo fuori di cammino e dapoi tornando a quello: però ho voluto dire la varietà di queste strade.


Della nobilità del luogo di Chaxumo, e dell'oro che portò la regina Saba da questo luogo a Salomone per il tempio in Gierusalem, e del figliuolo che ebbe di Salomone.
Cap. XXXVII.

In questi monti acuti, dove di continuo camminammo verso la banda di ponente, son maravigliosi paesi da vedere e gran signorie, sí per le grandi e continue abitazioni, come per essere il tutto coltivato e pieno d'animali domestici. Ne' quali paesi tra gli altri è un luogo molto buono e grande chiamato Chaxumo, ed è lontano da questo luogo di San Michele duoi giorni di cammino, e sempre si va per mezzo di questi monti acuti, nel quale altre volte siamo stati otto mesi per comandamento del Prete Ianni.
Questo luogo fu già la città e camera e stanzia della regina Saba, il nome proprio della quale era Maqueda, e fu quella che menò li camelli carichi d'oro a Salomone quando edificava il tempio in Gierusalem. E in questo luogo è una chiesa molto nobile, nella quale trovammo una cronica antichissima scritta in lingua abissina: e nel principio si narrava che primamente era stata scritta in ebraico, dapoi tradotta in lingua caldea e di quella poi nell'abissina; e cominciava in questo modo, come, avendo inteso dire la regina Maqueda de' grandi e ricchi edificii che aveva principiato Salomone in Gierusalem, determinò d'andare a vederli, e caricò certi camelli d'oro per donar agli operanti. Ed essendo già vicina alla città di Gierusalem, stando per passare un lago per certi ponti, soprapresa dallo spirito dismontò, e inginocchiata fece riverenza alli legni di quelli ponti e disse: "Non voglia Dio che li miei piedi tocchino li travi sopra i quali deve patire il Salvatore del mondo". E andò attorno il lago a veder Salomone, e lo pregò che dovesse levar via li legni di quelli ponti. Dapoi, veduti che ebbe gli edificii ch'egli faceva e offerti li presenti portati, disse: "Queste opere ed edificii non sono in quel modo che mi era stato riferito, ma li trovo assai maggiori, né credo che si possino trovare altri simili a questi e per bellezza e per ricchezza". E quivi molto si doleva, dicendo aver portato piccioli presenti al desiderio suo, ma che tornarebbe alle sue terre e signorie, e che mandarebbe oro e legno negro infinito.
E cosí stando costei in Gierusalem, Salomone ne ebbe un figliuolo, il quale nato che fu, lo lasciò in Gierusalem e se ne andò alle sue terre, d'onde mandò molto tesoro e assai legni negri per far tarsie negli edificii. Fra questo tempo questo suo figliuolo crebbe all'età di sedeci anni, e fra gli altri molti figliuoli di Salomone questo era superbissimo, che superchiava il popolo d'Israel e tutta la terra di Giudea. Per il che il popolo, essendo andato a Salomone, gli disse che non poteva mantener tanti re quanti esso aveva, conciosiacosaché tutti li suoi figliuoli erano re, e principalmente questo della regina Saba, la quale era maggior signora che non era egli, e perciò lo dovesse mandare a sua madre, perché già non lo potevano piú sopportare. Salomone allora, per sodisfare al popolo, lo mandò molto onoratamente, dandogli tutta la corte, come si richiede alla casa d'un re (come io dirò in altro luogo), e gli dette la terra di Gaza, la quale è in mezzo del cammino del deserto, per riposarsi in quella: ed è nell'entrar dell'Egitto. E cosí costui andò a trovar la madre, dove arrivato diventò gran signore. E la cronica diceva che egli aveva signoreggiato da mare a mare, e che nel mar dell'India teneva di continuo LXX navi. Questo libro era molto grande e non ne copiai altro se non il principio.


In che modo san Filippo dichiarò una profezia d'Isaia al maestro di casa della regina Candace, per il quale essa e tutto il suo regno si convertirno; e degli edificii grandi di Chaxumo.
Cap. XXXVIII.

In questo medesimo luogo di Chaxumo fu anche la principal residenzia della regina Candace, il nome proprio della qual era Giudich, e da lei venne il principio della cristianità in queste bande; e dal luogo dove detta regina nacque fino a Chaxumo son duo miglia, che è una picciola villa, la quale adesso è abitata da genti che fanno l'arte del fabro. La cristianità si cominciò quivi in questo modo. Dicono li lor libri abissini, il che appresso noi è scritto negli Atti degli Apostoli, che l'angelo apparve a san Filippo e dissegli: "Lievati e va verso il mezzogiorno, e seguita la strada deserta che va da Gierusalem a Gaza". E san Filippo andò e trovò un uomo il quale era castrato, cioè eunuco, ed era maestro di casa della regina Candace di Etiopia, e tornava verso la terra di Gaza, che Salomone aveva data a suo figliuolo. Costui aveva in governo tutto il tesoro della detta regina, ed era andato a far riverenza e adorare in Gierusalem; e tornandosene a casa sopra una carretta, san Filippo l'aggiunse e udí che egli leggeva una profezia d'Isaia. E san Filippo gli dimandò s'egli intendeva quello che leggeva: egli rispose che non, se non gli veniva dichiarato. Allora san Filippo, montato sopra il carro, gli dichiarò il tutto e lo convertí alla fede e lo battezzò, e subito lo Spirito Santo levò san Filippo via, e lo eunuco restò informato. E dicono che quivi fu adempiuta la profezia, nella qual si dice che la Etiopia alzerà e levarà le sue mani al Signor Dio; e cosí dicono loro essere stati li primi a convertirsi alla fede di Cristo, e che lo eunuco si tornò subito verso l'Etiopia molto allegro, dove era la casa della sua signora, e la convertí e battezzò insieme con tutta la sua famiglia, perché le narrò tutto quello che gli era avvenuto, e cosí la regina fece battezzar tutto il suo regno e signorie: e cominciò in un regno che ora si chiama Burro, il quale è situato verso la parte di levante nel regno di Barnagasso, e ora è diviso in due signorie.
E in questo luogo di Chaxumo fece una bellissima chiesa, che fu la prima che si dice essere stata fatta in Etiopia, e chiamasi Santa Maria di Sion, perché da Sion li fu mandata la pietra santa dell'altare: e costoro in questi paesi non denominano le chiese se non per la pietra dell'altare, nella quale è scritto il nome del luogo donde è stata tolta. Questa chiesa è molto grande, ha cinque navi assai ben larghe e molto lunghe, fatte in volto, e di sopra al volto è terrazzato, e sotto li volti e nelli muri son dipinture, e la chiesa è saleggiata di pietre vive bellissime messe insieme. Ha sette cappelle, che son poste tutte con le spalle verso il levante, con li suoi altari ben adornati. Ha il coro a modo nostro, se non che è tanto basso che si arriva con la testa al volto, e vi è fatto un altro coro sopra del volto, ma non si servono di quello. Ha questa chiesa gran circuito saleggiato di gran pezzi di pietra viva, grandi come sariano coperchi di sepoltura, il qual circuito ha d'intorno molto gran muri ed è discoperto, al contrario dell'altre chiese di questo paese; e oltra questo circuito, ha un altro circuito grande come d'un castello o vero città, dentro del quale son belle abitazioni a piè piano, e tutte hanno le lor fontane che buttano l'acqua per certe figure di leoni, fatte di pietra di varii colori. Dentro a questo circuito grande son duo belli palazzi fatti in solari, l'uno a man destra, l'altro a man sinistra, i quali sono di duo rettori della chiesa, e le altre case son de' canonici e frati. Dentro pure a questo gran circuito, appresso la porta che è vicina alla chiesa, è un campo di terra quadrato, oggi vacuo, che già in altro tempo era pieno di case, nel quale in ogni canto è un pilastro quadro di pietra viva, di molta altezza e ben lavorato di varii intagli, e vi si veggono lettere intagliate, ma non s'intendono né si conosce di che lingua siano: e di tali epitaffi se ne trovano molti. E questo luogo si chiama ambacabete, che significa casa di leoni, perché già in altri tempi vi si tenevano li leoni legati. Avanti la porta del circuito grande è una gran corte, e in quella un albero molto grande, che si chiama fighera di faraone; e dall'un capo e dall'altro son alcuni belli poggiuoli fatti di pietra viva, ben lavorati e ben assettati, ai quali l'albero solamente dove si distende con le radici fa qualche danno. E sopra questi poggiuoli son poste dodici catedre di pietra poste per ordine una dopo l'altra, tanto ben lavorate come se fussero di legname, con suoi piedi e banchetti di sotto, e non son di un pezzo di sasso, ma di piú pezzi: le quali sedie dicono che servivano alli dodici auditori, o vero giudici della giustizia, che oggidí son nella corte del Prete Ianni. Fuori di questo circuito son molto belle case, che in tutta l'Etiopia non ne son delle cosí belle e cosí grandi; sonvi ancora pozzi assai d'acqua belli e buoni, ornati di bellissime pietre; e cosí nella maggior parte delle case son figure antiche, come leoni, cani, uccelli, e tutti son fatti di pietra durissima e finissima.
Dietro alle spalle di questa chiesa cosí grande è un vivaio o ver lago d'acqua viva, a piè d'un monticello, dove ora si fa il mercato; e intorno a quello son molte e simili catedre, lavorate in quel medesimo modo che son quelle del circuito. Questo luogo è posto in capo d'un bel prato, in mezzo di duo monticelli; e la maggior parte di questa campagna è piena di edificii antichissimi, e ne' quali son assai di quelle catedre, con molte colonne con lettere, che non si sa di che lingua siano, ma sono intagliate molto bene. E in capo di detto luogo son molte ruine di pietre, parte in piedi e parte distese in terra, le quali sono molto alte e belle e con bellissimi lavori di fregi, tra le quali n'è una in piedi, posta sopra un'altra, lavorata come pietra d'altare e come incastrata in quella: e questa ritta di sopra è grandissima, lunga 64 braccia e larga sei, nelli fianchi tre, e molto diritta e ben lavorata, tutta incavata in finestre dal piede fino alla cima, cioè una finestra sopra l'altra. E la sommità di detta pietra rassembra a una mezza luna, nella quale sono cinque chiodi, nella parte verso mezzogiorno, in forma di una croce inchiodati nella medesima pietra, la ruggine de' quali, correndo al tempo della pioggia giú per la detta pietra per un palmo lontano dalli detti chiodi, par sangue rappreso. E perché alcuni potrebbono dire come è possibile che una pietra tanto alta sia stata misurata, di sopra ho detto che era incavata a modo di finestre per infino alla cima, dove era la mezza luna, e tutte queste finestre erano d'una medesima misura: e noi, avendo misurate quelle che si potevano aggiugnere, faccendo conto delle altre, dalle prime alle ultime trovammo esser braccia sessanta, e cosí giudicammo che quello spazio che restava dalle ultime finestre della detta cima insino alla sommità della mezza luna fusse di altezza di braccia quattro, che fanno tutto braccia sessantaquattro. E questa pietra cosí alta da piede verso mezzogiorno ha la forma di una porta, lavorata nella medesima pietra, col catenaccio, che par serrata; e la pietra sopra la quale è posta questa è grossa un braccio e molto ben quadra, e questa similmente è posta sopra l'altre pietre grandi e picciole, nelle quali non potei sapere quanto quella si entrasse adentro, o vero se ella arriva al piano. Appresso di queste sono infinite pietre molto belle e ben lavorate, le quali pareva che fussero state quivi condotte per mettere in opera, e quelle altre cosí grandi parimente rizzate in piede: di queste erano alcune lunghe 40 braccia e altre 30. E nella maggior parte di queste pietre sono intagliate lettere grandi, che alcuno della terra non le sa leggere. E fra queste pietre che giaciono in terra, tre son molto grandi e di belli lavori, e una d'esse è rotta in tre pezzi, e ciascuno passa la lunghezza di ottanta braccia, ed è larga dieci: appresso delle quali son altre pietre, nelle quali dovevano essere incastrate.


Degli edificii che sono d'intorno alla città di Chaxumo,
e come in quella si trova oro, e della chiesa di detto luogo.
Cap. XXXIX.

A questo luogo di Chaxumo è vicino un monticello, dal quale si scorge molto paese da ogni banda. Lontano dalla città un miglio sono edificate due case sotterranee, nelle quali non si può entrare senza lume: queste non sono in volto, ma son fatte di bellissime pietre lavorate tutte uguali, cosí dalle bande come di sopra, e son alte XII braccia; e tanto son bene uniti detti sassi che paiono d'un pezzo, che non si veggono le commissure. Una di queste case è partita in molte stanze. Nell'entrar delle porte sono due buche, nelle quali mettono la stanga con che la serrano. E in una camera di questa son due arche grandi, cioè IIII braccia lunghe e uno e mezzo larghe, e altrotanto d'altezza, cioè il vacuo di dentro; e benché non avessino il coperto, dimostravano già averlo avuto: dicono che quelle erano casse di tesori della regina Saba. L'altra casa è piú larga, e non ha piú d'una camera e portico; e da una porta all'altra è lo spazio d'un trar di pietra, e sopra dette case è la campagna. Nella nostra compagnia erano Genovesi e alcuni Catelani, i quali erano stati schiavi di Turchi, e giuravano aver veduto diversi edificii, ma non aver veduto mai di cosí grandi come quei di questo luogo di Chaxumo: e noi giudicammo che il Prete Ianni ci mandasse quivi a spasso a posta fatta, acciò che vedessimo tali edificii, i quali sono assai piú grandi di quello che io ho scritto.
In questo luogo e nelle sue campagne, le quali tutte sono al suo tempo seminate d'ogni sorte di semenza, quando vengono li temporali con le pioggie grandi, non resta nel luogo femmina né uomo, garzone né fanciullo che sia di qualche età, che non esca fuori a cercar oro per i luoghi lavorati, che dicono che le pioggie lo vanno scoprendo e che ne trovano molto: e cosí vanno per tutte le strade dove corrono le acque, voltando la terra con bastoni. Avendo udito questo che dicevano di tanto oro, determinai di far una tavola, cosí come l'ho veduta fare in Portogallo nel luogo di Foz di Rocca e al ponte di Muzella: e mi posi a lavar la terra e buttarla sopra le tavole, e non trovai punto di oro, non so se questo fusse per non saper lavar la terra, o se non lo conosceva, o vero se non ve ne era; ma la fama era molto grande.
La chiesa di questo luogo dicono che è la piú antica di tutta l'Etiopia, e ben lo mostra, perché è piú onorata dell'altre; e in quella si celebra il divino ufficio all'usanza loro solennemente, e sono in essa 150 debeteres, cioè canonici, e altritanti frati, e ha due capi principali, i quali in lingua loro si chiamano nebreti, cioè maestri d'insegnare, l'uno de' quali è sopra li canonici e l'altro è sopra li frati. E questi due alloggiano nelli palazzi che son nel circuito della chiesa, e il nebret delli canonici alloggia nel palazzo dalla banda destra, e questo è maggiore e piú onorato, e ha auttorità di far giustizia non solamente sopra li canonici, ma ancora sopra i laici della terra; e il nebret delli frati solamente fa giustizia sopra li frati. E tutti due hanno nella lor corte trombetti e altri che suonano certi istromenti a modo di tamburi, e hanno grandissime entrate, e oltra quelle è data loro ogni giorno dalla terra una collezione di pane e di vino di quel del paese, che si dimanda mambar, la quale gli danno finita la messa: e la danno in due parti, cioè una alli frati e una alli canonici, ed è cosí grande questa collezione che poche volte i frati mangiano poi altrimenti, perché basta loro quasi per tutto il giorno; e questo fanno ogni giorno, eccetto il venerdí santo, perché in tal giorno non mangiano né bevono. Li canonici non fanno la lor collezione nel circuito della chiesa, e poche volte dimorano in quello, eccetto quando si dice l'ufficio divino; né anche li nebreti nelli lor palazzi, se non quando danno audienza: e questo perché son tutti maritati e si stanno con le lor mogli e figliuoli nelle lor case, le quali sono assai buone e son fuori del circuito della chiesa, nel quale non possono entrare femmine; né gente laica può entrare nella chiesa, ma vi è un'altra chiesa molto bella, nella quale vanno i laici e le femine a pigliar la communione.


Come appresso al luogo di Chaxum sono poste due chiese sopra due monticelli,
nelle quali giaceno i corpi di due santi.
Cap. XL.

E dall'una banda all'altra di questa terra son duoi monti, un verso levante, l'altro verso ponente, e in questo ch'è verso ponente è un gran pezzo di salita, e sopra di quello una bella campagna di lunghezza piú d'un miglio e mezzo, nella quale sono assai villaggi e assai vigne in pergole, di bonissime uve e negre e bianche. E sopra quella parte del monte che è verso la terra e verso la chiesa grande, è uno edificio grande di una torre fatta di grandi e belle pietre, ma mezza ruinata per l'antichità: e delle pietre ruinate ne hanno fatto una chiesa intitolata a san Michele, alla qual concorre molta gente della terra di Chaxum a pigliar la communione, e questo fanno per divozione. L'altro monte verso levante ha sopra un'altra chiesa intitolata del nome di uno abba Licanos, il qual dicono esser santo, e che fu quello che battezzò la regina Candace: e quivi è il suo corpo. Questa chiesa è connexa con la chiesa grande di Chaxum ed è ufficiata dalli canonici di quella, e in questa è molta divozione, e molti della terra similmente vi concorrono a udir gli ufficii e a pigliar la communione; è ancora un altro luogo di molte case a piè del monte, gli abitanti del quale concorrono a questa chiesa. E piú avanti è un altro monte alto e sottile cosí nel piede come nella cima, che par che vada al cielo, il quale ha 300 scalini per ascendervi, e sopra esso è una devota e bella chiesietta, ma piccola, che ha al d'intorno un circuito di pietre molto ben lavorate, tanto alto che arriva al petto d'un uomo, d'onde l'uomo si spaventa di guardar a basso. Questo circuito della chiesa è largo tanto che vi posson camminare tre uomini insieme, ed è intitolata nel nome di abba Pantaleon, che fu santissimo uomo, e quivi è il suo corpo; e ha grande entrata, e sonvi 50 canonici tutti onorati e ben vestiti, e il lor capo è chiamato nebret.


Delle terre e signorie che son poste verso ponente e tramontana alla terra di Chaxumo.
Cap. XLI.

Da questa terra di Chaxumo verso ponente si va contra il Nilo, dove son gran terre e signorie, e dicono che verso questa banda è la città di Sabain, dalla qual la regina Saba prese il cognome, e dove ella tolse quello legno negro che mandò a Salomone per intarsiare le opere del tempio. E da questo luogo di Chaxumo infino al principio delle terre di Sabain son due giornate di cammino, e questa signoria è suggetta al regno di Tigremahon, e il signore e capitano di quella è cognato del Prete Ianni, e si dice che è buona e gran signoria. Dalla banda di tramontana è una signoria chiamata Torrate, tutta terra di montagne, verso le quali per ispazio di 12 miglia è un alto monte e grosso da piede, sopra il quale è una pianura di due miglia piena di boschi, di alberi diritti e bellissimi, appresso i quali è un monastero che ha grande entrata e gran numero di frati, e si dimanda il monastero dell'Alleluia. E la causa di questo nome si dice essere stata perché, nel principio che fu edificato, vi si trovava dentro un frate di santissima vita, il quale dispensava la maggior parte della notte in orazioni: e avendo uditi gli angeli nel cielo cantar "Alleluia, alleluia", lo disse al suo superiore, e cosí fu posto tal nome a questo monastero. E quanto piú il detto frate fu santo e buono, tanto piú tristi e scelerati è fama che siano quelli che vi stanno al presente. D'intorno a questo monte dove è posto questo monastero, vi si veggono nelli lati fiumi secchi, i quali non corrono se non al tempo di gran nembi e tuoni.
Tornando al nostro viaggio, per ispazio di otto miglia da Chaxumo è un altro monastero in un monte, che si chiama San Giovanni, e poi, piú lontano sei miglia da questo, ne è un altro che si chiama Abba Gariman, il qual dicono che fu re di Grecia e che, lasciando il suo regno e signoria, venne quivi a far penitenza e finí quivi la sua vita santamente. Ora dicono che fa molti miracoli, e noi ci trovammo presenti il giorno della sua solennità, dove vedemmo da tremila fra ciechi e storpiati e altri che hanno il mal di san Lazaro. E questo monastero è posto in mezzo di tre monti acuti, e quasi nella costa d'uno di quelli, e si vede la spelonca dove questo re faceva penitenza, la qual par che voglia cadere, né vi si può ascendere se non per una scala: e quivi montati, pigliano della terra, che è come creta, e la metteno al collo agli amalati in pezzetti, e dicono che guariscono. Volsi intendere che entrata egli aveva: mi fu detto da 16 cavalli e molte altre cose minute. È picciolo monastero e vi abitano pochi frati, e al piede di quello piantano molti agli e cipolle e molte erbe di orto che mangiano, e hanno molte vigne fatte in pergole e di buona sorte; e cominciano a farsi mature l'uve e li persichi del mese di gennaio, e finiscono per tutto marzo, e tutto l'anno in questo luogo si trova uva passa e secca da vendere, e la megliore che io mangiassi mai: è grossa come nocelle e quasi senza granello nel mezzo.


Come partimmo dalla chiesa e casa di San Michele e andammo a un luogo chiamato Bacinete, e d'indi poi a Malue; e de' monasteri che stanno appresso di quelli.
Cap. XLII.

Partimmo dalla chiesa di San Michele con la gente del paese che ci portava la nostra robba, e andammo a dormire ad un luogo che si chiama Angeba, in un betenegus, che è casa del re, nelle quali già in altri luoghi piú volte siamo alloggiati, e non se ne servono altre persone che quelli signori che fanno la residenzia in cambio del re: e riveriscono tanto queste stanzie, che le porte di quelle stanno sempre aperte, e niuno averia ardire d'entrarvi o vero toccarle, se non quando vi è dentro il signore; e dopo che esso si parte lasciano le porte aperte, li letti da dormire, e suoi ordini da far fuoco, e la cocina. Partiti poi da questo luogo, camminammo da 15 miglia e alloggiammo sopra un alto monte, il quale è sopra un gran fiume, che si dimanda Bacinete; e cosí si chiama la terra e signoria, della quale n'era patrone in quel tempo l'avola del Prete Ianni, e nel tempo che noi eravamo ivi le fu tolta, perché faceva far mala compagnia agli abitanti: e il Prete Ianni tien tanto amor e rispetto a' suoi parenti come agli altri. E questa terra è sottoposta al reame del Tigremahon, ed è molto popolata e coltivata per tutte le bande, ma sopra tutto è piena di montagne fruttifere e di fiumi che di continuo corrono verso il Nilo. E tutte le loro abitazioni sono poste ed edificate sopra luoghi alti e fuori delle strade, e questo lo fanno per causa de' viandanti, che gli tolgono ciò che hanno per forza. Quelli che ci portavano la robba, per paura delle fiere, fecero uno steccato di fascine di spini molto forte, e si messero dentro loro e noi con le mule; per quella notte non sentimmo altro.
Partimmo da Bacinete e andammo per sei miglia a dormire a un luogo chiamato Malue, il quale è circondato di molti belli campi lavorati e pieni di formento e orzo e miglio e legumi d'ogni sorte, che ancora in un luogo insieme cosí belli e cosí spessi non abbiamo veduti. Appresso a questo luogo vi è una montagna altissima, ma nel piede non troppo grossa, perché è tanto quasi nella cima come nel piede, per essere tutta tagliata come si faria a un muro d'una fortezza, diritta, tutta calva, senza erba né verdura alcuna; ed è bipartita, cioè le due bande streme sono aguzze e quella di mezzo piana, e in una di quelle parti aguzze, camminando poco piú di due miglia, vi è un monastero de' frati di Nostra Donna, di santa vita, la qual si chiama Abbamata, e son uomini di santa vita. L'ordine quivi tutto è uno, perché nel reame del Prete Ianni sono tutti di un ordine, cioè di Santo Antonio eremita: e da questo è venuto un altro ordine che si chiama Estefarruz, il quale è tenuto piú presto ebreo che cristiano, e dicono che spesse volte ne abbruciano per essere in loro di molte eresie, come a dire che non vogliono adorar le croci che loro medesimi fanno, perché tutti li preti e frati le portano in mano e li laici al collo. E la causa perché essi non vogliono adorarla si è che dicono che solamente quella croce si debbe adorare nella quale Cristo patí per noi, ma che quelle che loro fanno e fanno altri uomini non sono da adorare, perché sono opere di uomini: e per altre simil eresie che dicono, tengono e fanno, sono molto perseguitati. Il luogo dove è questo Abbamata pare che sia lontano tre miglia: io vi volevo andare, ma mi fu detto che non vi andassi, perché vi era una giornata di cammino e bisognava andarvi in quattro, cioè con le mani e' piedi, perché altramente non vi si può andare. In quel monte di mezzo, il quale è come una tavola, vi è un'altra chiesa di Nostra Donna, nella quale vi è gran divozione; e nell'altro monte aguzzo un'altra chiesa piccola, intitolata Santa Croce. E piú avanti quattro miglia e mezzo vi è un altro monte, il quale è su quella foggia di quello di Abbamata, e vi è un altro monasterio, che si dimanda San Giovanni, il quale è posto nella sommità del monte, la quale è tanto grande quanto è lo edificio del detto monastero e le stanzie di detti frati. E non vi è, secondo che si vede da basso, verdura alcuna; e il david e li governatori del monasterio stanno a piè del monte, in terre molte dilettevoli e tanto coltivate quanto dir si possa, e da quelle mandano alli frati che sono nel monte aspro tutto quello che lor bisogna alla giornata.
In questa terra si vede anche una differenzia grande a comparazione delle terre del Barnagasso, perché in quelle abbiamo visto assai furfanti e molti storpiati, ciechi e poveri che andavano cercando, ma in queste non ve ne sono tanti. Gli uomini sono differenti alquanto negli abiti dalli detti di sopra, e le donne maritate o che hanno con uomini conversazione portano intorno certi panni negri di lana, o d'altro colore, con le sue frangie di lana assai longhe, e non portano diadema sopra la testa, come fanno le donne delle terre del Barnagasso. Le giovani sono mal in ordine, e se sono di XX o XXV anni hanno le poppe tanto lunghe che arrivano loro fino alla cintura, e questo reputano per cosa bella; e vanno col corpo scoperto e galante dalla cinta in su, con corde di paternostri sopra quello. Alcune altre, grandi di corpo ed età, portano pelli di castrato attaccate al collo, che gli cuoprono solamente un fianco. Nelle nostre bande di Portogallo e Spagna si maritano per amore e per un bel viso, e il resto del corpo gli è nascosto, ma in questo paese si ponno ben maritare per vedere il tutto di continuo: e per esser questa la usanza del paese, l'uomo non ne fa stima alcuna, non altramente che se gli vedesse le mani o piedi nudi; e questo in gente bassa, perché le gentildonne vanno coperte.


Degli animali che sono in questa terra; e come fummo ad incontrare Tigremahon;
e delli tributi che si pagano.
Cap. XLIII.

In questa terra son tigri e altri animali molto feroci, e se ben li villaggi sono serrati, nondimeno la notte vengono le fiere e ammazzano vacche, mule e asini, il che non facevano nel regno di Barnagasso. Di qui partimmo alli 6 agosto 1520 e tornammo indrieto, dove era rimasto lo ambasciadore, per commissione del Tigremahon, alloggiato con gli altri Portoghesi i quali con lui partirono da Temei, terra del regno di Barnagasso. Vi era anco alloggiato un gran signore, mandato quivi accioché egli facesse compagnia all'ambasciadore; e in queste terre vicine vi erano assai signori che accompagnavano detto Tigremahon, il quale era lontano da questo luogo, alloggiato in betenegus, quasi due miglia.
In quel medesimo giorno che noi arrivammo, Tigremahon mandò a chiamar l'ambasciadore, il quale vi andò con noi altri; ma arrivati che fummo al palazzo, ne fu detto che egli era andato alla chiesa con la sua moglie per pigliare la communione: e questo poteva essere su le XXII ore e mezza, che a quella ora in quel paese dicono la messa, quando non è o sabbato o domenica. E andammo ad incontrarlo che veniva dalla chiesa con la moglie, e cavalcavano due mule ben ornate, secondo che si richiede a uomini grandi, e accompagnati da gran signori. Questo Tigremahon è un vecchio di bella presenzia, e la sua consorte era coperta tutta di panni di bambagio azurri: e talmente era coperta che non gli vedemmo né il viso né alcuna altra parte del corpo. Quando gli fummo vicini, mi dimandò una croce che io aveva in mano, la quale egli baciò e diedela a baciare a sua moglie: ed ella, senza scoprirsi il viso, la baciò cosí sopra i panni, e ne fece buona ciera e gran carezze. Costui mena seco gran corte, cosí di uomini come di donne, e di grande apparato, maggiore che non è quello del Barnagasso. Ci disse l'ambasciadore e quelli che con lui erano la gran cortesia e carezze che avevano avute da Tigremahon, cosí in mostrargli buona ciera come in mandargli vettovaglia da vivere. Ed è poco tempo che ha tal signoria, e ancora non ha finito di pigliare il possesso per tutto il suo dominio.
In questo reame, li re e quelli che sono sottoposti alli re, il Prete Ianni gli leva e mette quando gli pare e piace, con causa e senza causa, e per questo, quando sono privati del dominio, non mostrano maninconia o tristezza, e se pur l'hanno per male, lo tengono secreto. Nel tempo ch'io sono stato quivi, ho visto uomini gran signori privati dello stato e quelli che erano stati posti in loco loro molte volte parlare e conversare insieme come buoni amici: ma Iddio sa il lor cuore. In questa terra, per qualsivoglia cosa che gli occorra, o prospera o adversa, dicono che Iddio la fa. Questi signori che sono come re danno tributo al Prete Ianni, il qual tributo è di cavalli, di oro, di seta e di broccato e di panni di bombagio, secondo la facultà delle terre delle quali loro sono signori; e piú inanzi andando dentro il paese del Prete Ianni, danno il loro tributo d'oro, di mule, di sete, e di vacche e di buoi da arare e di altre cose. E quelli signori sottoposti, come dire a Tigremahon, a Barnagasso o a quelli che hanno il titolo di re, se ben sono stati fatti signori dal Prete Ianni, pur tuttavia pagano il tributo alli detti signori, li quali corrispondeno al Prete Ianni. E queste terre sono tanto abitate e popolate che le entrate loro conviene che siano grosse, e li signori, quando si trovano per le terre, vivono alle spese del commune delle povere genti.


Come, stando Tigremahon per cavalcare, l'ambasciadore gli dimandò il suo dispaccio e non gli fu dato; dapoi, mandatogli certe robbe, gli fu data l'espedizione;
e come andorno a un monastero, dove fumo accarezzati
Cap. XLIII.

Volendo Tigremahon cavalcare alla volta di alcune altre terre, l'ambasciadore mandò a pregarlo che lo dovesse espedire. Il quale, alquanto stato sopra di sé, disse che quella robba che noi portavamo mandaria a levarla, ma che la nostra che noi avevamo, che erano vestimenti, pevere e pane per mangiare, che trovassimo chi le portasse: e questa fu la ultima risoluzione. Poi si partí e andò al suo viaggio, e noi tornammo alli nostri alloggiamenti. E vedendo che non potevamo camminare con tanta robba, mettemmo ordine di mandargli di nuovo a parlare con alcuni presenti per Giorgio di Breu e per mastro Giovanni medico, li quali vi portorno un pugnale ricco e una spada con il fodro di velluto e li capi dorati. Dati questi presenti e fatto questo ufficio, fu subito ordinato che ne fusse portata la robba, e che per tutte le sue terre ne fusse dato da mangiare pane, vino e carne. E avuta tal nuova, che fu alli 9 d'agosto, ci partimmo e andammo a dormire in certi piccioli villaggi, serrati come quelli di sopra per paura delle tigri. E la notte che quivi dormimmo, essendo già due ore di notte, uscirono duoi uomini della terra per andar ad una stalla di vacche, e nella strada furono assaltati dalle tigri, e uno di loro fu ferito in una gamba. Iddio volse che udissimo gridare e gli soccorremmo, perché gli averiano ammazzati.
In questa terra vi sono villaggi abitati dalli mori divisi da quelli delli cristiani, li quali dicono che pagano gran tributo di panni di seta e d'oro alli signori del paese, ma non fanno le altre angarie che fanno gli cristiani; e questi mori non hanno moschea alcuna, perché non gliele lasciano tenere. Tutte queste terre sono fertili, sí di pascoli come di formenti e d'altre biade, e sono alcuni monticelli non troppo alti, quasi come campagne, tutti lavorati e coltivati e pieni d'arbori fruttiferi.
Partiti da questo luogo, andammo ad alloggiare e dormire a un altro luogo XII miglia lontano, ma picciolo, in un alto monte a man sinistra, che è tutto verde e pieno di arbori fruttiferi. Vedemmo un monastero di San Giovanni, qual dicono che ha buone entrate e che vi sono assai frati. Appresso dove alloggiammo vi è una chiesa di San Giorgio, assai ben ordinata a modo delle nostre, in volto e ben dipinta delle lor pitture, cioè con apostoli, patriarchi, Noè ed Elia profeta, e in quella servono X preti e X frati. E fino qui non abbiamo trovato chiesa governata per preti che non vi sian frati, ma dove sono i frati patroni, non vi stanno li preti. E per la verità li frati vanno piú onesti in abito che li preti, perché li preti vestono come i laici, eccetto li canonici. E ne' mercati preti e frati sono una cosa medesima, perché essi sono li maggiori negociatori che si trovino verso il levante.
All'incontro di questo luogo di San Giorgio, a piè d'una montagna lontana da quello III miglia, vi è un monastero appresso un fiume detto Coror, intitolato San Spirito, e vi sono da XX in XXV frati: chiesa di gran divozione, che cosí mostra il luogo. E li frati, vedendoci in quel luogo, ringraziavano Iddio, che aveva dato lor grazia di aver veduti cristiani d'altra lingua e d'altra terra, che mai piú non ne avevano veduti. E cosí accarezzandoci, ne mostrarono il convento e le loro stanzie e la chiesa del monastero, che è in volto, piccola e ben dipinta, e il suo chiostro e le celle molto ben in ordine, e meglio di quelle che abbiamo vedute in queste terre, gli orti molto ben coltivati: e vi sono molti agli, cipolle, cavoli e molte altre sorti d'erbe che noi non abbiamo e che loro mangiano, e sono bonissime secondo il paese; hanno molti limoni, naranci e cedri, persichi, uve bellissime, fichi a modo nostro di varie sorti e fichi indiani, e molti alti cipressi e altri arbori bellissimi, che fanno frutto e senza frutto, che non gli conosciamo. Li frati si disperavano perché era sabbato, che non potevano coglier de' frutti per darne, come averebbeno voluto, e ne chiedevano perdono, e dicevano che ne darebbeno di quello che avevano in convento: e cosí andati in casa ne diedero agli secchi e limoni, e al fine ne preparorno nel refettorio da mangiare cavoli tagliati come salata e mescolati con l'aglio dell'altro giorno, senza altro conciero, ma solamente cotti nell'acqua e sale, con duoi pani, uno di formento e l'altro d'orzo, e una zara di bevanda che si fa di miglio secondo l'usanza del paese, che si chiama cana, molto buona, e tutto con buona ciera, del che noi ringraziammo Iddio.
Dietro a questo luogo dove noi alloggiammo per ispazio di sei miglia, vi è una terra che si chiama Agro, nella quale Tigremahon ha un betenegus e dove assai volte dapoi siamo stati alloggiati. E quivi è una chiesa della Nostra Donna, fatta per forza di scarpello in un sasso, molto ben fatta, con tre navi e con le sue colonne del medesimo sasso; e la cappella maggiore e la sacrestia e l'altare, tutti sono del medesimo sasso, e la porta principale con le sue colonne, come che se fusse fatta di pezzi, non potria essere piú bella. Per fianco non ha porta alcuna, perché da ogni banda vi è la pietra e il sasso terribile, e nel sentir cantare l'ufficio divino si piglia gran consolazione, perché le voci di quelli che cantano ribombano mirabilmente. Di campane non bisogna parlare, perché non ne usano se non di sasso, come è detto di sopra, e alcune naccare e cembali in ogni chiesa.


Come andammo a un luogo d'Angugui e Bellette, e come venne a visitar Balgada Robel;
e del sale che è in questo paese, e dove egli vien portato.
Cap. XLV.

Alli XIII d'agosto ci partimmo da questo luogo, dove stemmo il sabbato e la domenica, e andammo a un luogo chiamato Angugui, nel qual è una chiesa come una sede episcopale, molto grande e bella, con le sue navi e con le sue colonne di pietra molto belle e ben lavorate: ed è adimandata Chercos, che vuol dire San Quirico. Il luogo è molto bello, appresso di un bellissimo fiume; gli abitanti hanno un privilegio, che niuno debba entrarvi dentro a cavallo, ma sopra mule sí. Di qui andammo a dormire in certe triste ville, dove dormimmo molto ben bagnati per le pioggie grandi, e senza cena; e stemmo divisi, perché non potevamo stare altramente.
Nell'altro giorno a buon'ora, che fu alli XIIII d'agosto del medesimo anno, ci partimmo di quivi e andammo ad alloggiare a un luogo chiamato Bellette, nel quale vi è un betenegus, buono alloggiamento; e il sito del luogo è molto ameno e abondante d'acque buone, e alloggiammo in detto palazzo. E stando in quello, venne un gran signore chiamato Robel, signore di una provincia dimandata Balgada, dalla quale prendendo il nome è chiamato Balgada Robel; e questo aveva seco una gran corte, tutti a cavallo e con molti altri cavalli e mule a mano, e tutto fanno per gravità e riputazione, ed erano con esso assai tamburi: costui vien detto essere suddito di Tigremahon. E giunto al palazzo dove era l'ambasciadore, lo mandò a pregare che volesse venir fuori per parlargli, percioché non poteva entrar in quello non vi essendo Tigremahon, che, come ho scritto, fanno gran riverenza a questi betenegus, dicendo che niuno può entrarvi sotto pena della vita, non vi essendo il signore che regge la terra. Udita questa dimanda, l'ambasciadore gli mandò a dire che esso veniva di lontano piú di XV mila miglia, e chi voleva vederlo o parlargli, che andasse a trovarlo in casa, che esso non voleva uscir fuori. Allora questo signore gli mandò a donare un bue, un castrato, un vaso pieno di miele, bianco quanto un fiocco di neve e duro come una pietra, e un corno pieno di vino molto buono; e mandò a dirgli che andaria a parlargli, con tutto che le pene fussero pericolose, e che si confidava, per essere alloggiati in quel betenegus cristiani, che saria iscusato dalla pena. Come fu appresso il palazzo, venne tanta pioggia che fu costretto a entrarvi dentro, e quivi parlò con l'ambasciadore e con noi altri, dimandando del nostro viaggio e delle nostre terre, che mai non le aveva intese né udite; e dapoi ci ragionò delle guerre che esso fa con li Mori, li quali confinano con le sue terre dalla banda del mare, dicendo che mai si quietava di far lor guerra, e donò una mula molto buona per una spada a uno de' nostri: e l'ambasciadore, vedendo la sua cortesia, gli donò uno elmetto. Dapoi lo vedemmo molte volte in corte, e ne fu detto che esso era uomo grande di guerra, e che in quella era valent'uomo e fortunatissimo.
Camminando verso mezzodí al nostro viaggio, le sue terre sono verso levante e il mar Rosso, e per la strada che noi facemmo si tocca parte di quelle; e dicono che il suo dominio è grande, e ch'esso ha la miglior cosa che sia nell'Etiopia, cioè il sale, il qual corre per moneta cosí nelli reami del Prete Ianni come nelli regni de' Mori e gentili: e di qui dicono che arriva per fino a Manicongo, sopra il mare di ponente. E questo sale lo cavano di montagne, secondo vien detto, in guisa di quadrelle: la lunghezza di ciascuna pietra è un palmo e mezzo, e la larghezza quattro dita, e al traverso tre dita, e cosí vanno caricate sopra carrette e animali come legne curte. In questo luogo dove si cava questo sale, vi vanno cento e centoventi pietre alla dramma d'oro, la quale, come ho detto, vale a mio giudicio CCC reais, che sono tre quarti di ducato d'oro in oro. Subito che giugne poi in una fiera che è sopra la nostra strada, dove vi è un luogo che si chiama Corcora, una giornata dal luogo dove si cava il sale, vi vanno cinque o sei pietre manco alla dramma: e cosí va diminuendo di fiera in fiera, e quando arriva alla corte vi vanno sei o sette pietre solamente alla dramma, e io ne ho anche visto comprare cinque per una dramma, quando è inverno. Di questo sale si fanno gran baratti, ed è molto caro in la corte. Dicono che, come arriva nel regno di Damute, trovano per tre o quattro pietre un buono schiavo, ed entrando ancora fra terre de schiavi, dicono che trovano un schiavo per una pietra, e quasi per essa a peso d'oro. Trovammo per questo cammino 300 e 400 bestie in compagnia cariche di sale, e alcune altre vote che andavano a pigliarlo, e queste dicevano che erano di gran signori, che mandano a fare ogni anno viaggio per le spese che fanno nella corte, e altre carche de XX e XXX animali, e questi sono di mulattieri. Trovammo anco uomini carichi del detto sale, che lo portano di fiera in fiera, che vale e corre come moneta, e chi lo ha trova a baratto ciò che fa bisogno.


Come partimmo con le robbe nostre avanti, e come il capitano di Tigremahon che ci conduceva fu bastonato per un frate che veniva a trovarne.
Cap. XLVI.

Partiti di questo betenegus, andammo ad alloggiare a certi villaggi assai poveri e male in ordine, a una terra chiamata Bunace. E il giorno seguente partimmo di quivi, seguitando la robba nostra che già avanti di noi era stata portata, la quale trovammo che l'avevano scaricata in mezzo di un prato pieno di acqua: e vedendola cosí mal condotta ci maravigliammo assai. E stando cosí, giunsero cinque o sei sopra le mule, e con X o XII pedoni con loro, fra' quali vi era un frate, il quale arrivato pigliò per il cavezzo subito il capitano di Tigremahon che conduceva la robba, e gli diede delle bastonate, per la qual cosa tutti vi corremmo, per intendere per che conto gli dava. E vedendo l'ambasciadore il capitano cosí ferito e malconcio, entrato in colera con il frate lo prese per il petto per dargli, ma non so se gli diede, e similmente tutti noi gli andammo adosso: e gli valse al povero frate saper alquanto parlar italiano, che fu inteso da un de' nostri, che fu Georgio di Breu, che se ciò non era, la cosa non passava ben per lui. Pacificato ognuno, il frate disse che era venuto quivi per commissione del Prete Ianni, per far portare la nostra robba, e che, se esso l'aveva bastonato, lo aveva fatto per il mal ordine che aveva usato in farla portare. Rispose l'ambasciadore che non era tempo di far tumulto, e massime alla sua presenza, perché gli pareva ch'egli avesse dato alla sua persona propria. E cosí essendosi acquietati, disse il frate che voleva andare alla volta del signore Balgada Robel, il quale era restato adietro, e che di là menaria mule e camelli per portarci la robba, e che noi andassimo avanti ad aspettarlo in un betenegus lontano di quivi mezza giornata. Questo fu quel frate che fu poi mandato dal Prete Ianni per ambasciadore a Portogallo insieme con noi.
E cosí partimmo ognuno al suo viaggio, esso avanti e noi verso il detto betenegus, e la sera alloggiammo in una picciola villa, dove era una bella chiesa intitolata San Quirico, e quella notte dubitammo di esser mangiati dalle tigri. Il giorno seguente camminammo appresso due miglia e trovammo il betenegus dettone del frate, il quale è in un luogo chiamato Corcora, con buoni alloggiamenti, e vi è una chiesa assai bella: e quivi stemmo il sabbato e la domenica, aspettando per fino al lunedí il frate. In questo luogo dalla parte di levante dicono che vi è un monastero molto bello e ricco, il quale si chiama Nazareth, che ha molta entrata, e vi sono molti frati; ed è paese molto abondante di uva e di persiche e d'altri frutti delicati, cioè delli nostri e di quelli del paese, e di qui ne furno portati assai noci, ma molto picciole. Verso la parte di ponente, che è verso il Nilo, dicono che vi sono assai minere di argento, ma non lo sanno cavare, né di quello trarre alcuno utile.


Come partimmo dal luogo di Corcora, e della dilettevole terra donde passammo, e d'un'altra selvatica dove ci perdemmo l'uno dall'altro, e come ne combatterono le tigri.
Cap. XLVII

Il martedí mattina, vedendo che non veniva il frate, cominciammo a camminar per la riva di un fiume bellissimo per ispazio di sei miglia, paese molto ameno e grazioso, e pieno di verdure e di arbori senza frutto e con frutto; e dall'una banda e dall'altra vi erano costiere di montagne altissime, che tutte si vedevano seminate e piene di formenti e orzi e olivi selvatichi, che paiono ulivi giovani, perché gli tagliano spesso per poter seminare le biade. Nel mezzo di questa valle vi è una bellissima chiesa di Nostra Donna, intorno alla quale vi sono molte case, stanzie e abitazioni delli preti; vi sono ancora infiniti cipressi altissimi e grossissimi quanto dir si possa, e molti boschi di alberi di piú sorti che noi non conoscemmo. E vicino alla porta principale della chiesa vi era una bellissima fontana e chiara, che andava d'intorno alla chiesa, poi si spandeva per una gran campagna, che tutta si può adacquare con li suoi rivoli: e per questo si semina in tutti li mesi dell'anno con ogni sorte di semenza, orzo, miglio, lente, roveia, fava, ceci, taffo de guza, che è molto buono, e quanti altri legumi sono in questo paese; e alcuni si veggono seminati allora, altri cresciuti in erba, altri maturi, altri segati e altri battuti, cosa che non si vede nelle parti nostre di Europa. In cima di questa valle vi è una grande ascesa, e in faccia vi è una chiesa, la quale ha intorno assai abitazioni di preti, dove la terra è molto arida e secca. In mezzo di quella vi è una muraglia antichissima, la quale dimostra essere stata torre con porte per guardar quel luogo, perché è un monte cosí aspro che da quello a LX miglia inanzi non vi è altro passo: e ben pare che questo sia cosí per la molta gente che di continuo qui corre.
Salito detto monte, calammo a basso e arrivammo in una bella campagna piena di ogni sorte di biade, la quale si semina tutto il tempo dell'anno, come quella che ho detto di sopra, e vi sono prati infiniti da pascolare. E nell'entrar di questa campagna vi è una bellissima chiesa intitolata San Quirico, con molte buone case per li preti, serrate come monasteri, e sopra di quella vi è un bellissimo betenegus; e la terra è grande, e questa campagna e valle può essere in lunghezza sei miglia e di larghezza due miglia, e ha d'intorno da ogni banda alte montagne, e a piè di quelle per tutto vi si vedono assai luoghi e chiese, ma picciole, tra le quali ve ne è una intitolata Santa Croce e l'altra San Giovanni, e ciascuna di esse ha XII frati.
Passata questa valle, cominciammo a mutare altra sorte di paese, ed entrammo in certe aspre montagne, non di altezza ma di profondità, la maggior parte delle quali passammo di notte, per il che ci perdemmo l'uno dall'altro. E l'ambasciadore rimase solamente con quattro compagni, e io con cinque, e un altro pur della famiglia con dui; e la robba rimase in questi luoghi selvatichi con un uomo solo, come a Dio piacque. E in quella banda dove io mi trovava si vedeva il fuoco, che per esser notte pareva vicino, ma era lontano piú di tre miglia; e volendo andare a quella volta, ci seguitavano tante tigri che non si può stimare, e se entravamo in qualche boschetto, ci venivano tanto appresso che con una picca potevamo dargli a man salda: e nella nostra compagnia non era se non uno che avesse picca, e gli altri spade. Finalmente ci consigliammo di fermarci in certi campi seminati per star piú sicuri, e quivi legammo le mule insieme, e con le spade nude facemmo tutta notte la guardia.
Nell'altro giorno dopo mezzodí ci trovammo con l'ambasciadore in un luogo molto populato, lontano da quello dove dormimmo piú di sei miglia: e si dimanda Manadeli, il quale è da mille fuochi, e gli abitatori sono mori, tributarii al Prete Ianni, e fra loro sono da XV in XX case di cristiani, che stanno ivi con le sue mogli e ricevono li tributi. E perché ho detto di sopra che cominciammo a mutar sorte di paese, è da saper che per fino adesso, che sono dui mesi che cominciammo a camminare, sempre è stato di verno, e come entrammo nelle valli fra queste montagne non vi era verno, anzi molto caldo in questo tempo: e il paese si chiama Dobba, e vi era la estate; e questa è una delle terre nominata di sopra, che vi dissi che vi è il verno di febraio, marzo e aprile, contrario all'altre. Il medesimo è anche dal monastero della Visione fino al mare, e in un'altra terra del reame di Barnagasso, chiamata Carna. Queste terre che hanno il verno mutato sono molto basse e sottoposte alle montagne, e la lunghezza di questa può esser da cinque giornate; la larghezza non si sa, perché si entra nel paese de' Mori. Il generale e commune verno è dalla metà di giugno fin alla metà di settembre. Sono in questo paese di Dobba bellissime vacche, e in tanto numero che non vi è conto vero; sono di grande statura, e maggior che si possa trovare. Ma per molte miglia avanti che noi arrivassimo a questa terra di Manadeli, trovammo molta gente cristiana alla campagna con li loro padiglioni alzati, la quale ne disse che era quivi per addimandare a Dio acqua dal cielo, per li bestiami che morivano da sete, e per il seminare li migli e le loro biade, che pativano gran carestia d'acqua. Il lor gridare e pregare era questo: "Zio marina, Christos", cioè "Cristo, abbi misericordia di noi".
Ora, per tornar al luogo di Manadali, dico che qui si traffica a modo di una città grande, e si trovano infinite sorti di mercanzie e infiniti mercanti, e vi sono tutte le lingue de' Mori, cioè di Giadra, di Marocco, di Fessa, di Bugia, di Tunesi, di Turchia, di Rumes, cioè uomini bianchi di Grecia, Mori d'India, che sono quivi come abitatori, di Ormus e dal Cairo, che da tutte queste terre sopra nominate conducono ogni sorte di mercanzie. Ed essendo noi quivi, li Mori della terra si lamentavano, dicendo che per forza il Prete Ianni aveva fatto lor torre mille oncie d'oro, dicendo che glielo prestava per trafficar con esse, e che ogni anno essi fussero obligati rendere altre mille oncie d'oro di guadagno, e che le mille oncie sempre fussero in piedi. Gli abitatori naturali del luogo si lamentavano assai, dicendo che, se non fusse il bestiame che li mantiene, se ne andariano con Dio, percioché, oltre quello che loro pagano al Prete Ianni, il Tigremahon anche, come signore della terra, voleva tirare le sue entrate, di sorte che non potevano piú vivere. In questo luogo ogni martedí è mercato, e vi si porta ogni sorte di mercanzia che si possa nominare, e vi concorre infinitissima gente da ogni banda.


Come in questo luogo arrivò il frate e subito partimmo verso un luogo che si chiama Dofarso; e della sorte di pane che in quello mangiano, e del vino che beveno.
Cap XLVII.

Stando noi nella terra di Manadeli, scordati del frate, venne nova come egli veniva con mule e camelli per portar la robba; e alcuni delli nostri gli andorno incontro per riceverlo con assai allegrezza e, scordati del primo incontro, subito che egli giunse ci partimmo, e andammo la sera lontani di quivi due miglia, a un betenegus che è edificato in una montagna. Il giorno seguente arrivammo a una terra grande che ha da mille fuochi, abitata da cristiani, la quale è chiamata Dofarso; e vi è una chiesa nella quale vi sono piú di cento tra preti e frati, e altretante monache, le quali non hanno monastero, ma stanno nelle case come laiche: eccetto che li frati stanno divisi da sua posta, in due corti separata l'una dall'altra, nelle quali sono molte casette di poco valore. Ed è tanto grande il numero di questi preti, frati e monache, che gli altri laici non possono stare nella chiesa: però avanti la chiesa hanno posto una tenda di seta dove communicano li laici, e quivi fanno quelle solennità che non possono fare in chiesa, di sonare con li lor tamburi e cembali tanto che si dà la communione. Due notti che quivi dormimmo, le monache vennero a lavarne li piedi, e dapoi lavati bevevano di quell'acqua, lavandosi similmente con quella il viso, dicendo che eravamo cristiani santi di Gierusalem.
In questo luogo vi è pianura tutta seminata, e in quella ho veduto li campi seminati cosí di coriandoli come di formento, e similmente di una semenza che si chiama nugo, che è come quel fiore che nasce nelli formenti detto gioton: e delli capi di quello, dopo che son ben maturi e secchi, ne fanno olio. E quivi intesi dire, un'altra volta che vi tornai, che, se non fusse il verme che mangia il formento, raccoglierebbono l'anno vettovaglia per dieci anni. Di che molto maravigliandomi, dissemi il padrone: "Non vi sia ciò maraviglia, perché, quell'anno che noi raccogliemo poca biada, ci basta per tre anni". E piú mi disse che se non fussero le cavallette e la tempesta, che qualche volta fan danno, che non seminarebbeno la metà della semenza che seminano, perché il resto che si guasta si butta via. E questo luogo è in una valle, e ha presso di sé dui monti: perché noi stemmo quivi il sabbato e la domenica, andavamo montando sopra di quelli, dove arrivati vedevamo assai mandrie di vacche che venivano verso la terra; e quelli della nostra compagnia stimorno che fussero 50 mila vacche e piú, e certo non si potria stimare il numero grande che erano. La lingua di questa terra è diversa da quella dell'altra terra dietro a questa, perché quivi comincia la lingua del regno d'Angote, e si chiama Angotina la terra; e questo luogo è posto alla fronte del regno di Tigremahon, e va fino alli Mori che si chiamano Dobas.
E avendo fatto questo cammino due volte, nel tempo che qui stemmo, voglio narrar ciò che c'intravenne. Questo luogo ha dui monti alti, sopra li quali sempre gli abitatori tengano guardie, perché di quivi alli paesi de' Mori vi sono campagne per piú di otto miglia, tutte piene di boschi: e dette guardie una volta, vedendoli venire, fecero segno, e tutti fuggirono con quel poco che poteron portar via. Li Mori pervenuti alla terra, trovandola senza alcuno, la saccheggiorno a lor modo, e la vergogna fu tanta che li cristiani deliberorno, se li Mori piú vi venivano, di non fuggire, ma di voler combattere; e dato ordine con li luoghi vicini delli cristiani, non passarono molti giorni che li Mori tornarono, e immediate fatti li segnali alli vicini, uscirono alla campagna chi da una parte e chi dall'altra, e combatterono valorosamente. E morirono solamente 5 cristiani, e delli Mori piú di 800, che Dio fu quello che gli volse aiutare: delli quali prese le spoglie, come zagaglie e targhe, mandorno il tutto a presentare al Prete Ianni, tagliando le teste e attaccandole sopra gli alberi e per le strade. E nel tempo che noi ci trovammo alla corte del Prete Ianni furno portate queste cose, e tornando poi adietro vedemmo le teste de' Mori attaccate agli alberi.
Per tutta questa terra fanno pane d'ogni sorte di grano, cioè di formento, d'orzo, di miglio zaburro, di ceci, di piselli, di fagiuoli di diversi colori, di fava, di semenza di lino, di taffo d'aguzza. Similmente fanno vino di queste semenze, ma il vino fatto di miele è molto migliore di ciascun altro. E questi popoli, poi che venne il frate, ci davano da mangiare e ci facevano le spese di queste sorti di pani, per comandamento del Prete Ianni: ma noi non lo potevamo mangiare se non era di formento. E ci portavano anco questi tali lor cibi fuori di tempo, cioè secondo il lor costume al tempo della notte, perché non mangiano se non una volta al giorno, e questo è la notte: e il lor mangiare è carne cruda, e di una salsa fatta del fiele delle vacche, il che noi non potevamo vedere, non che mangiare; ma mangiavamo quel poco che ci cucinavano li nostri schiavi, e pane di formento. E cosí stemmo fin a tanto che il frate, intesa la nostra natura e usanza, ci fece mandar la carne, la qual per li nostri schiavi si faceva arrosta e lessa, cioè galline, pernici, castrati, vacche e simili.


Come partimmo di questo luogo Dofarso ben in ordine e aveduti,
perché dovevamo passar per terra de Mori inimici.
Cap. XLIX

Partiti di questo luogo, camminammo per mezzo di certi migli zaburri alti e grossi come canneti, e la sera andammo ad alloggiare non molto lontani, appresso una chiesa a' piedi d'un monticello, perché sempre la notte ci trovavamo fuori di strada, ma vicini alle terre, per causa del vivere. E quivi ci disse il frate che non ci separassimo l'uno dall'altro, ma che camminassimo tutti insieme e proveduti con l'arme nostre, faccendo andar la nostra robba avanti, perché avevamo da passare per terra de Mori, luoghi molto pericolosi perché sempre stavano in guerra, e sopra questa strada che noi ora camminiamo, che è verso la parte del mare, tutti gli abitanti sono Mori, detti Dobas. E non è reame, ma è divisa questa provincia sotto 24 capitani, e qualche volta la metà sta in pace e l'altra metà in guerra: e nel tempo che noi ci siamo trovati in quelli paesi, tutti quasi al continuo sono stati in guerra.
Pur ne abbiamo veduti XII che stavano in pace, in corte del Prete Ianni, perché d'una nova rebellione venivano a dimandar perdono. E quando arrivarono appresso al padiglione del Prete Ianni, il quale sempre sta in campagna, ogniuno di questi capitani portava una pietra grande sopra il capo, ponendogli ambedue le mani di sopra, il qual modo è segnale di pace e di venire a chiedere misericordia: alli quali il prete Ianni fece molta accoglienza e buona ciera. E condussero seco piú di 100 cavalli e belle mule a mano, ma loro entravano a piedi in la corte con le pietre in testa; e stettero in quella piú di due mesi senza esser espediti, e gli veniva dato ogni giorno vacche, castroni, miele e butiro. Al fine il Prete Ianni gli mandò lontani piú di 300 miglia dal paese loro, e gli fece mettere nel reame di Damute con grandissime guardie. Subito che le genti di questi capitani intesero che erano confinati in quelli paesi, si sollevorno e fecero altritanti capitani di nuovo, cominciando a far guerra e romper la pace. E camminando noi un'altra volta per questi paesi, arrivati che fummo quivi il giorno della Epifania, intendemmo che per questa sollevazione il Prete Ianni vi aveva mandati assai gentiluomini e capitani, li quali s'erano accampati nelle terre delli detti Mori tre miglia adentro, sopra una montagna, la quale si vedeva da quel luogo dove noi eravamo alloggiati, e vedevamo il fumo che facevano; e l'ambasciadore mandò due Portoghesi a visitare detti capitani da sua parte, li quali, veduta la cortesia dell'ambasciadore, gli mandorno a donare sei vacche. E referirno questi Portoghesi come erano ivi molti gran signori per capitani, e ch'erano piú di XV mila, tutti alloggiati in mezzo di certe siepi grossissime fatte di spini folti e spessi, il qual circuito lo chiamano catamar, e non sanno far miglior cosa per star sicuri la notte; e che avevano incommodità grande d'acqua, perch'ella era fuori del circuito, e non bastava lor l'animo di menare a beverar li cavalli e mule senza gran compagnia di genti, e che, come andavano poco numero, li Mori gli assaltavano e gli amazzavano; e piú che li Mori il sabbato e la domenica, per esser giorni nelli quali sapevano che li cristiani non guerreggiavano, gli davano grandi assalti e facevano danni assai.
Questa guerra e inimicizia dicono che è stata principiata con questo presente Prete Ianni piú che con gli altri antecessori suoi, e perché questi Mori sono stati anticamente tributarii delli Preti Ianni, e gli antecessori di questo che ora regna sempre hanno avute 5 o 6 mogli, figliuole delli mori re convicini e non figliuole di gentili, e anco delle signorie di detti Dobas sempre ne avevano una o due, s'erano sufficienti, e del re di Dancali un'altra, e un'altra del re di Adel e del re di Adea. E questo presente Prete, avendo promesso di torre per moglie una figlia del re di Adea, come vidde che ella aveva li denti davanti grandi, non la volse, né manco la volse rendere al padre, perch'era già fatta cristiana, ma la maritò in un gran signore della sua corte: e dicono che da quel tempo per fino al presente mai piú non ha voluto pigliar moglie di questi re mori, e si è maritato con una figliuola di un cristiano, e non ne ha voluto pigliar piú di una, dicendo che vuol vivere secondo la legge dell'Evangelio. E cosí dimanda il tributo che questi Mori gli sono obligati a pagare, e loro, perché non lo pagavano avanti per causa delli matrimonii che facevano con li suoi antecessori, per questo non lo vogliono al presente pagare a costui, e di qui nascono simil guerre.
Questi Mori di Dobas sono gran valent'uomini, e hanno una legge tra loro, che niuno si possa maritare se non fa fede di aver ammazzati XII cristiani: e per questa causa alcuno non passa questa strada solo, ma in carovana, che loro chiamano negada. E si mette insieme prima una gran compagnia, la qual passa due volte la settimana, perché una parte va e l'altra torna, e non vi è compagnia che non passi mille persone col suo capitano; e queste carovane si partono da due fiere, cioè di Manadeli e Corcora d'Angote. E benché vadino in gran comitiva, nondimeno li Mori gli assaltano, e ammazzano qualche volta molti di loro: e questo io lo so perché a un mio cugino e a un servitore dell'ambasciadore gli accadette passare per questo luogo in carovana, e li Mori assaltorno l'antiguardia e ne amazzorno XII, avanti che gli altri si mettessero in ordine. E questo è un cattivo passo e pericoloso, e di due giornate, e tutto paese e campagna pieno di alberi spinosi, come gran boschi molto alti e spessi: e benché qualche volta vi mettino il fuoco per nettare il cammino, nondimeno non bruciano, anzi pare che, se ben gli tagliano, che piú multiplichino. Da questa strada vicina a questi di Dobas per fino a piè de' monti vi sono sei miglia, e tutta la campagna è piena di questi tali spini; e in quella vedemmo andare infiniti elefanti pascendo, e molti altri animali feroci, come nell'altre montagne.


Come la gente di Giannamora tiene sempre guerra con questi Mori di Dobas, e d'un gran nembo e fortuna che ne venne stando noi a mezzodí sopra un fiume.
Cap. L.

Il carico di far guerra a questi Mori di Dobas è di un gran capitano che si chiama xuum Giannamora, il quale ha gran paese e genti assai a lui suddite, che si chiaman Giannamori: e quasi il tutto è montagne, e dicono che quivi è la piú esercitata gente nelle armi e valente che si trovi in tutto il paese del Prete Ianni, perché confinano con questi Mori, dove stanno sempre all'erta con fare continue guardie, conciosiacosaché in quelle montagne dove alloggiano spesso vengono i Mori a bruciar lor le case e le chiese e tor le vacche. E quivi viddi un prete che aveva freccie avelenate, e gli dissi che egli faceva male a tenerle; mi rispose: "Guarda la nostra chiesa bruciata dalli Mori, i quali mi hanno rubato 50 vacche, e appresso ruinati li miei sciami di api, che mi facevano il miele, il quale era la mia vita; però non ti maravigliare se io porto queste saette avelenate". Il che udendo, non seppi che rispondergli, tanto malcontento lo conobbi.
Partiti di qui, camminammo per lo detto piano al lungo di certe montagne che sono dalla banda de' cristiani, tutte abitate da questi Giannomori, e attraversammo certi fiumi che discendono dalle dette montagne, e appresso detti fiumi trovammo luoghi assai ombrosi, per infiniti alberi di salici che vi erano, e molto ameni da riposare al tempo del mezzogiorno. E cosí ci riposammo alquanto, perché faceva un gran caldo, ed era il giorno molto chiaro, e questo fiume non aveva tanta acqua che potesse macinare un molino: e noi stavamo divisi, una parte di qua dal fiume, l'altra di là, ragionando. E cosí stando, ecco che sentimmo un gran tuono, e ne pareva lontano, e dicevamo che era tonato a secco, come qualche volta suol fare in India; e stando cosí sicuri di non aver pioggia né vento, e che il tuono fusse cessato, cominciammo a mettere a ordine la robba per andare al nostro viaggio. E già avevamo raccolto un padiglione, nel quale avevamo desinato, e maestro Giovanni, andando in su per il fiume per suoi bisogni, cominciò a gridare: "Guardatevi, guardatevi"; e voltandoci, vedemmo venir l'acqua alta una lancia con grandissima furia, la qual ci portò via parte della nostra robba, e se per caso non avessimo levato il padiglione, ci arebbe insieme con quello portati via, e fu forza che molti di noi montassimo sopra li salici. E questo torrente veniva fra certe montagne dove era tonato, e menava pietre grandissime, e tanto era il romore e la furia dell'acque, e il fracasso delle pietre che davan l'una con l'altra, che la terra tremava e pareva che 'l cielo volesse cascare. E cosí come ella fu presta a venire, cosí presto passò, perché in quel giorno medesimo la passammo, e vedemmo appresso quelli sassi che vi erano avanti assaissimi e grossissimi altri aggiunti, li quali vennero insieme con l'acque di quelle montagne. E partendoci di qui, andammo ad alloggiare a certe povere casette, alle quali appressandoci cominciorno a trarne sassi, e bisognò che alloggiassimo fuori senza cena. E in quella notte sentimmo nel far del giorno grandissimi tuoni e pioggia in quella pianura, come era stata il giorno avanti nelle montagne.


Come partimmo di questo povero luogo e camminammo per luoghi pericolosi; e del fiume Sabalette, che divide il regno di Tigremahon da quello di Angote.
Cap. LI.

Partimmo da questo luogo tutti, perché non avevamo da mangiare, e lasciammo il frate con la robba, che non poteva camminar con noi, per aver genti che le portasse: e quivi ci messeno grandissima paura, con dire che il viaggio nostro era pericoloso in questo passo, sí per li Mori quanto per li ladri, li quali adoprano saette avelenate, e che andassimo ben armati tutti insieme. E il cammino che noi facemmo era piano, sí come il passato, ma piú boscoso, e la strada piú larga, perché ogni anno tagliano i boschi appresso alle strade. E sempre camminavamo appresso ai monti, allargandoci dal paese de' Mori piú che potevamo, e con tutto che ci dicessero che quivi fusse maggior pericolo, per esservi boschi assai e torrenti, luoghi molto atti per ladri, nondimeno molte volte dapoi gli passammo e non trovammo mai chi ne facesse dispiacere. E di piú ci avertivano che noi non alloggiassimo nelli luoghi bassi, per conto dell'aria cattiva, e che ci accostassimo alle montagne piú che potevamo.
E cosí camminammo senza robba tutto quel giorno e arrivammo la sera a un gran fiume, detto Sabalette, il quale è il confine del reame di Tigremahon e principio di quello di Angote. E in una montagna molto alta dalla banda di ponente, donde nasce questo fiume, vi è una chiesa intitolata San Pietro di Angote, e dicono ch'è capo di questo reame, e che è chiesa delli re, e che, quando si dà questo regno di nuovo ad alcuno, ivi vanno a pigliar il possesso di quello. E dalla parte di levante, in un'altra altissima montagna fuori di strada sei miglia, vi è un monastero grandissimo con assai frati, del quale non abbiamo veduto altro che gli alberi alti che vi erano intorno: e quivi non è piú il paese de' Mori. E sopra questo fiume stemmo il sabbato, e la domenica da notte nel primo sonno le tigri ci assaltorno, con tutto che avessimo fatto fuochi grandi, in modo che, avendo paura le mule, se ne dislegò una gran parte, le quali tornammo a pigliare; ma se ne perse una con un asino, e non li trovando, pensammo che le fiere l'avessin divorate. La mattina seguente ci fu avisato da certi villani che avevano trovati detti animali, e che andassimo a vedere s'erano i nostri, che volentieri ce li darebbono.
Il lunedí, alli 3 di settembre, camminammo sei miglia di paese, tutto piano e assai bello, e dapoi il frate che era venuto con le nostre robbe ci menò a dormire per certi cammini in cima di montagne e fuori di strada, molto selvatichi e strani, dicendo che non era buono alloggiare alla pianura nelli luoghi bassi per l'aria cattiva. E quella notte la robba per non poter montar fu lasciata in mezzo della strada, del che ci scandalizammo assai del frate, che ne aveva menati per sí deserte vie, e cosí noi glielo dicemmo, e che non ci facesse ammazzare le mule menandoci per sí aspri luoghi, e che non avevamo paura di aria cattiva; e se lo faceva per conto del mangiare, che noi avevamo tanto del nostro che potevamo vivere, e che il re di Portogallo ne aveva dato tanto oro che potevamo far le spese a lui e a noi. Ne rispose che non ne menaria piú fuori di strada e che verrebbe con noi.
Il martedí, smontati da questa sommità di monti, venimmo su la strada dove era la nostra robba, appresso a una chiesa intitolata la Nostra Donna, tutta circondata di ombre di bellissimi e alti alberi: e quivi ci riposammo sul mezzogiorno per il caldo. La qual chiesa ha assai preti e frati e monache, ed è governata dalli preti; e il luogo si dimanda Corcora D'Angote, a differenzia di un'altra Corcora di Tigremahon, e ogni mercordí si fa quivi un grandissimo mercato. Apresso questa chiesa lasciammo una parte delli camelli con parte della robba, perché ormai erano stanchi per il pessimo cammino, e noi a gran fatica passammo la sera una montagna molto alta, che qualche volta ci bisognò andare a piedi, e tal volta con li piedi e con le mani per terra carponi. E passato questo mal cammino, nella sommità del monte trovammo alcuni altri monti e colli, che fanno delle valli dove corrono fiumicelli: ma fra gli altri ve n'è un molto grande, pieno da un canto e dall'altro di pascoli e di terre da seminare, nelle quali tutto il tempo dell'anno si semina e si raccoglie d'ogni semenza, perché, ogni volta che di quivi poi passammo, trovammo formento allora seminato e altro già nato, e altro in erba, e altro spicato, e altro maturo e segato; e quello ch'io dico del formento, è il medesimo di tutte le altre sorti di biade e legumi. In questa terra non vi sono condotte acque per adacquarla, perché da sé è abondante e quasi come palude; e tutte le terre che sono come questa, overo che si ponno adacquare, fanno il medesimo frutto come questa, cioè che in tutti li mesi dell'anno si semina e raccoglie. Questo paese da ogni canto si vede popolato e pieno di villaggi, per esser grassissimo e abondante; e in ciascuna villa vi è la sua chiesa, la quale ha d'intorno assai alberi, che dimostra a' risguardanti ivi esser chiese, ancora che non si veggano.


Della chiesa d'Ancona, e come nel reame d'Angote corre sale e ferro per moneta,
e di un monastero che è in una grotta.
Cap LII.

Il mercordí, alli cinque di settembre, camminammo poca strada che cominciammo a calare per una dilettevole e spaziosa valle, piena di migli grandissimi e molte fave, in mezzo della quale correva un gran fiume, il qual sopra le ripe da un canto e dall'altro era seminato: e il fiume si dimanda fiume d'Ancona. E nella sommità di questa valle vi è una bellissima chiesa, detta Santa Maria d'Ancona, e ha grandissima entrata e vi sono assai canonici: il capo si dimanda licanate, e oltra li canonici vi sono assai preti e frati, e in tutte le chiese grandi da qui avanti, che si chiamano delli re, vi sono canonici, e il suo capo detto licanate. Detta chiesa ha due campane di ferro, mal fatte e basse appresso la terra, e in questo paese non ne abbiamo vedute se non queste due. E stemmo in questo luogo fino al giovedí, perché in tal giorno vi si fa un gran mercato, che loro chiamano gabeia. Corre in questa terra e in tutto il regno di Angote ferro per moneta, il quale è in modo di ballotte, e non si può adoprare cosí rotondo in alcuna cosa, ma le disfanno secondo li loro bisogni, e ne danno dieci, undici e dodici alla dramma, la qual dramma viene a essere tre quarti di ducato d'oro in oro. Vi corre ancora il sale per moneta, come fa per tutto il paese, e quivi danno sei o sette pietre di sale per un pezzo di questo ferro.
Quivi viene a essere, quasi all'incontro dalla banda di ponente, una terra detta Bugana, la quale è terra molto fredda per causa delle montagne altissime che vi sono, sopra le quali vi è assai di quella erba con che fanno le corde, cioè sparto: del quale una fiata ne portai alquanto ad alcuni Genovesi che erano quivi con noi, li quali mi dissero che mai non ne avevano veduto di cosí buono, e che era megliore di quello d'Alicanti. Il vivere di queste montagne sono orzi in gran quantità, e nelle valli sono molti formenti, e li piú belli che mai in alcuna parte abbi veduto. Li bestiami sono di piccola statura, sí come sono quelli della terra di Maia, fra il fiume Minio e Duoro in Portogallo. Il signor di questa terra si chiama Abunaraz; è paese di lunghezza di sei giornate, e di larghezza di tre. Dicono che poi che la terra di Chaxumo si fece cristiana, che questa fu la seconda, e che quivi li re tennero corte, sí come fecero le regine in Chaxumo, ancora che ella sia sterile per li monti.
Gli edificii che io viddi sono questi. Primamente in una alta montagna vi è una grandissima grotta, nella quale vi è fabricato un molto bel monastero e chiesa di Nostra Donna, non tanto per la grandezza come per la gentil proporzione che tiene il corpo di quello, quale si chiama Icono Amelaca, che vuol dir "Iddio sia ringraziato". Il sito della terra dov'è fabricato si chiama Acate; ha poca entrata, ma molti frati e monache. Li frati abitano in un colle sopra la grotta che è tutto serrato, e hanno una sola strada per venire alla chiesa; e le monache stanno da basso in un lato di quella, e non sono serrate: lavorano e zappano le terre, e le seminano di orzo e di formento, perché il monastero gli dà poco. La bella maniera che ha questo luogo lo fa abitare, perciò che egli è fabricato in questa gran concavità del monte o grotta, ed è fatto in croce, ben compassato, e vi si può andar d'intorno con la processione: e vi capiriano in questo circuito tutti li frati, se ben fussero in maggior numero di quello che sono; avanti la porta del quale vi è un luogo serrato di muro, e alto fino all'orlo della grotta, che non è chiesa, e quivi stanno le monache a udire li divini ufficii, e quivi ricevono la communione. Questa stanza delle monache risguarda verso mezzodí, perché la chiesa sta verso levante e ponente, e verso la parte destra disopra questa grotta descende dalla montagna un fiumicello fatto di diverse fontane, che di continuo corre, e come arriva alla sommità della grotta si divide in tre parti: e una cade al diritto del mezzo di quella, che fa un bel vedere; le altre due corrono per canali fatti a mano dalle bande della grotta, e vanno a congiugnersi verso il luogo delle monache appresso di un muro che le ripara, e adacquano li lor orti. Ha detto corpo di chiesa tre porte, una principale e due traverse, come se ella fusse fatta in una pianura, e perché la bocca della grotta è grande, però vi è lume assai. E perché dico che egli è fatto in croce, però per esprimerlo meglio dico che è fatto della maniera e grandezza come è il monastero overo chiesa di San Fruttuoso, che è appresso la città di Braga, nel regno di Portogallo.


Di un'altra chiesa di canonici che è fatta in un'altra grotta nella medesima provincia, nella quale vi sono sepolti un Prete Ianni e un patriarca di Alessandria.
Cap. LIII.

Partendosi da questo monastero o vero chiesa che ho detto disopra, e andando verso ponente per ispazio di due giornate di cammino, vi è un'altra grande e ricca chiesa fatta in un'altra grotta, nella quale a mio giudicio vi potriano stare tre gran navi con li lor alberi: ma l'entrata non è maggior dello spazio dove potessero entrar duoi carri con le sue scale. E per salire sopra detta montagna vi sono sei miglia grosse, e io vi volsi andare per desiderio di veder detta chiesa, ma credei veramente di morire, tanto era difficile e aspro il cammino; pur Iddio mi aiutò, che il freddo era grande, ed era meco uno mio schiavo che mi aiutava a camminare, tirandomi con una corda in suso, e un altro da dietro che menava le mule a mano, acciò che cascando elle non mi rovinassero adosso. Io mi parti' dal piede di detta montagna avanti giorno, ed era mezzodí che ancora non aveva compito di montarvi sopra. Il bosco e alberi che io trovai sono di diverse sorti che io non conobbi, eccetto assai ginestre, che li fiori gialli facevano bel vedere, e molta erba di sparto per far corda.
La chiesa che è sotto detta grotta è grande come un duomo e sedia catedrale, e ha belle navi e ben adorne e ben lavorate, e tutte in volto; ha tre bellissime e ben ornate cappelle. L'entrata di questa concavità è da levante, e le cappelle sono voltate verso detta entrata; e come è passata terza non vi si vede lume, e dicono l'ufficio a lume di candele. La chiesa ha 200 canonici, e non vi sono frati, ma ha il suo licanate, e ha grandissima entrata di possessioni: ed essi stanno come gentiluomini onorevoli per la lor ricchezza. Chiamasi questa chiesa Imbra Christos, che vuol dire "Cammino di Cristo". Entrando in questa grotta si vedeno in faccia le dette cappelle, e a man destra vi sono due camerette ben dipinte, le quali dicevano che le aveva edificate un re, che quivi era stato a far la vita sua e che fece far la chiesa. Entrando a man sinistra vi sono tre sepolture onoratissime, e in tutta la Etiopia non ho vedute altre tali, fra le quali ve ne è una principale e molto alta, la quale ha cinque scalini d'intorno, intonicata tutta di calcina bianca, ed era coperta con un gran panno di broccato e di velluto della Mecha, cioè divisato, un di broccato e uno di velluto, ed era tanto grande che per ogni banda toccava terra: il qual panno l'avevano posto in quel giorno sopra la detta sepoltura, perché era giorno della sua festa, e questa sepoltura fu di quel re che abitò quivi, qual si chiamava Abram. Le altre sono al medesimo modo di questa, salvo che una ha tre e l'altra quattro scalini; tutte stanno in mezzo della detta grotta. La piú grande è di un patriarca che venne di Gierusalem a visitare il detto re per la sua santità, e quivi morendo fu sepolto. La picciola è di una figliuola del detto re, il quale dicono che era stato piú di XL anni sacerdote da messa, e ogni giorno quivi la celebrava: il che trovai in un libro di questa chiesa, nel quale era scritta la vita di questo re. Tra gli altri miracoli, dicono che quando celebrava gli angioli gli ministravano pane e vino, e cosí nel principio del libro è dipinto il re come sacerdote apparato all'altare, e pare che da una finestra esca una mano con una ostia e con un vaso di vino; e similmente è in questo modo dipinto nella cappella maggiore. Di piú mi dissero li canonici aver per relazione di molti stati in peregrinaggio in Gierusalem, come la pietra della qual era fatta la chiesa era simile in tutto e per tutto a quella del tempio di Gierusalem, cioè negra e di grana minuta e dura. E camminando per la montagna tirato, come ho detto, dallo schiavo, come fu' in cima trovai la minera di tal pietre e il luogo dove erano state cavate, e che mi fece stupire che d'una grana cosí dura ne fussero state cavate tante da costoro, che non hanno né modo né artificio di saperle spezzare e pulire. In quel libro era ancora scritto che esso re non tolse mai danari né tributo da' suoi vasalli, e se gli era portato lo faceva distribuire a' poveri, ed esso viveva della entrata delle terre che egli faceva lavorare; similmente che gli fu rivelato che, volendo tenere in pace il suo reame, tutti li figliuoli suoi fossero serrati eccetto il primogenito, come a basso si dirà.
Io, essendo il giorno della sua festa, volsi venire alla detta chiesa per veder se era vero quello che mi era stato detto, e viddi XX mila persone, che tutte vengono per divozione e pigliano la communione. E questa festa era in domenica, e dissero la messa a buon'ora, e detta la messa cominciarono a dar la communione in tutte tre porte della chiesa, e durò fino all'Ave Maria: il che io viddi perché vi fui da principio, e dapoi andato a desinare ritornai, e trovai che durò fino a quella ora.


Delli edificii grandi delle chiese che sono nelle terre di Abugana, che fece Lulibella re,
e della sepoltura sua nella chiesa di Golgota.
Cap. LIIII.

Lontano una giornata da questa chiesa vi sono edificii di tal sorte che, secondo il mio giudicio, nel mondo non credo si trovino altritanti, li quali sono chiese tutte cavate in petra viva di monte tenero over tofo, molto ben lavorata. E li nomi delle chiese sono questi: Emanuel, San Salvatore, Santa Maria, Santa Croce, San Giorgio, Golgota, Bethleem, Marcorio e li Martiri, e la principal si chiama Lulibella: e questo nome dicono che fu di un re di questa terra, il quale regnò prima di Abram re detto di sopra, per LXXX anni, e fece far questi edificii. La sua sepoltura non è nella chiesa del suo nome, ma in quella di Golgota, la quale è di minore edificio, tutta cavata in un sasso, di lunghezza di centoventi palmi, larga settantadui. Il cielo è posto sopra cinque colonne, due per banda e una in mezzo, come in quadro: il qual cielo è tutto piano e liscio come è il piano da basso; nelle bande è ben lavorato. Le finestre e porte sono addornate di bellissimi intagli, tanto sottili che un orefice in argento non gli arebbe potuti far piú belli. La sepoltura del re è della maniera ch'è quella di san Iacomo di Galizia in Compostella. Questa chiesa ha un altro corpo di sotto cavato nel sasso, tanto grande come è tutto il pian di sopra, tanto alto quanto è una lancia. La sepoltura del re è al diritto dell'altar maggiore della chiesa di sopra, nel piano della qual si vede la entrata per andar da basso, la qual è serrata con una pietra fatta a modo d'una sepoltura, incastrata molto giustamente: ma niuno vi entra, perché mi par che ditta pietra non si possa cavare. La qual è forata nel mezzo con un buco che passa da una banda all'altra, di grossezza di tre palmi, dove i pellegrini mettono la mano, che vi vengono infiniti per divozione, e dicono che quivi si veggono assai miracoli.
Intorno a questa chiesa vi è una strada come un chiostro, ma piú bassa della chiesa cinque scalini, nella qual banda di levante vi son tre finestre che dan luce alla chiesa da basso, di altezza fino al pian della chiesa di sopra, che è piú alto della strada quanto è il descender delli detti cinque scalini: e chi guarda per dette finestre vede la ditta sepoltura, posta al diritto dell'altare, com'è detto. Avanti la cappella grande vi è una sepoltura nel medesimo sasso della chiesa, intagliata, e dicono ch'è fatta a simiglianza di quella di Cristo in Gierusalem, alla quale fanno grand'onore e riverenza. E dalla banda dritta nel medesimo sasso vi sono due imagini intagliate e scolpite del medesimo sasso, cosí ben fatte che pare che siano vive: e sono spiccate fuori del sasso: una è di san Giovanni e l'altra di san Pietro, le quali mi mostrano come cosa rara, e io ne ebbi grandissimo piacere a vederle, alle quali fanno gran riverenza. Ha ancora questa chiesa dalla parte sinistra una cappella da sua posta, la qual pare una chiesa, perché ha le sue navi: ha sei colonne intorno pur del medesimo sasso, bene e sottilmente lavorate, e la sua nave di mezzo è ben inarcata, cioè in volto; le porte e finestre son molto ben lavorate, cioè la porta principale e una traversa, perché l'altra serve per la chiesa grande. Questa cappella è tanto lunga quanto larga, cioè cinquantadua palmi per ogni verso. E dalla parte destra ha appresso un'altra cappelletta molto alta, ma stretta a modo della punta d'un campanile, con finestre assai belle: e detta cappelletta è di altezza di palmi trentasei e larga dodici. Tutti gli altari di dette chiese hanno li lor baldachini con le colonne fatti del medesimo sasso. Vi è intorno un grandissimo circuito, cavato per forza di scalpello del medesimo sasso del monte, il quale è quadro, e tutti li parieti sbucati come saria la grandezza d'una cuba: e tutti questi buchi son stroppati con pietre picciole, e sono sepolture, perché si vede che di fresco sono state stroppate. L'entrata del circuito è sotto il monte tredeci palmi di altura, e tutto fatto per forza di scarpello.


Del modo che è fatta la chiesa di San Salvatore, e di molte altre chiese che sono in questo luogo.
Cap. LV.

La chiesa di San Salvatore è da sua posta intagliata in un sasso di un monte molto grande. Il vacuo e corpo della chiesa è lungo ducento palmi e largo centoventi, e ha cinque navi e ciascuna ha sette colonne, le quali sono quadre, e ogni banda è quattro palmi, e lontane dal muro principale altri sei palmi: e tra l'una e l'altra colonna vi sono certi archi sotto il volto ben lavorati, li quali discendono di grossezza d'un palmo. E li volti della chiesa sono grandi, ma quello di mezzo è molto piú alto e grande, e gli altri si vengono abbassando tutti con il suo compasso: e sotto tutti questi volti vi sono bellissime figure e lavori intagliati, come specchi e felici o rose e altre simil gentilezze di festoni e fregi, e cosí nelle altre di mano in mano. Nelli muri principali sono bellissime finestre lunghe e strette di dentro, e di fuori si allargano, e sono lavorate con bellissimi intagli di festoni, e di sopra li lor volti. La cappella maggiore è grande, col suo baldachino sopra l'altare quanto è alto, con quattro colonne in quadro, e ogni cosa è fabricata del medesimo sasso. Le altre navi hanno le loro cappelle e gli altari e baldachini del medesimo sasso. La porta ha sopra da ogni banda alcuni grandi sporti, e comincia detta porta in archi grandi, e si viene stringendo in modo con altri archi fino ch'ella vien picciola, che non è piú di nove palmi d'altezza e quattro in mezzo di larghezza: e di questa maniera sono le porte traverse, eccetto che non cominciano con sí larghi e spaziosi archi.
Dalla parte di fuori di questa chiesa vi stanno sette colonne in circuito di una luna, e sono lontane dal pariete della chiesa dodici palmi, e da colonna a colonna un arco; e di sopra della chiesa verso questi archi vi è il volto, in tal maniera lavorato che, se fusse di pezzi e di pietra tenera, non potria esser migliore né piú sottile lavoro di quello che è in quelli, né essere piú uguali: li quali archi d'altezza sono due lancie. E guardando questo edificio da ogni banda, pare tutto una cosa istessa e tutto d'un pezzo. Il circuito discoperto della chiesa, cioè il chiostro, è tutto tagliato nella medesima pietra, ed è largo sessanta palmi per ciascun capo, e nella fronte della porta principale è cento palmi. E sopra la chiesa, dove si doveva far la coperta, stanno per banda nove archi grandi come * che vengono calando da cima fino a basso, dove sono le sepolture per le bande, come quelle dell'altra chiesa. La entrata per andare al circuito over chiostro della detta chiesa è di sotto cavata nel sasso ottanta palmi, lavorata artificialmente, di larghezza che vi potriano andare dieci uomini a mano, ed è alta quanto è una lancia, e va montando a poco a poco. Ha questa strada overo entrata quattro buchi di sopra, che danno lume al cammino. E sopra questo monte intorno della chiesa è come un campo, con molte case, dove seminano gli orzi.
La chiesa di Nostra Donna non è cosí grande come quella di San Salvatore, ma è molto ben lavorata: ha tre navi e quella di mezzo è molto alta, con molti lavori d'intagli di rose sottilmente fatti nel medesimo sasso; ha ciascuna nave cinque colonne, e sopra quelle li suoi archi in volta molto ben legati. Vi è di piú una colonna molto alta nella crosara, sopra la quale si appoggia un baldachino. Ha nel capo di ciascuna nave una cappella col suo altare, cosí come quelle di San Salvatore. È questa chiesa di lunghezza di 93 palmi, e di larghezza sessantatre. Ha di piú questa, avanti delle tre porte principali, che sono della grandezza e fattura di quelle di San Salvatore, quattro colonne quadre dalla parte di fuori, lontane palmi quindici, e quattro altre come attaccate al pariete: e da una all'altra li suoi archi molto ben lavorati, e sopra quelli li suoi baldachini fatti molto alti, che sono come portichi o vero sporti sopra le porte. Sono questi baldachini tutti di un compasso, tanto lunghi come larghi, cioè di quindici palmi. Ha un molto largo e gentil circuito, cosí di dietro come davanti e dalle bande, e la montagna all'intorno è dell'altezza della chiesa. Ha ancora nella fronte delle porte principali, intagliata nel medesimo sasso, una gran casa con cinque stanzie e un portico con due colonne, dove danno mangiare alli poveri: e dalla medesima casa si può andar fuori per due scale, una da una parte, l'altra dall'altra, ad una strada fatta di sotto del sasso per un grande spazio. E per ciascuna parte di questa chiesa, per mezzo le porte traverse, vi sono fatte due chiese, cioè ciascuna dalla sua banda. E questa chiesa di Nostra Donna è il capo di tutte le altre chiese, e ha infiniti canonici.
La chiesa ch'è dalla parte destra si chiama delli Martiri, è lunga palmi sessantaquattro e larga trentotto: ha tre navi, e in ciascuna tre colonne molto ben lavorate; il corpo della chiesa è piano, e non ha piú d'una cappella e uno altare. La porta principale è molto ben lavorata. Nella faccia davanti non vi è corte, ma un corridore di sotto del sasso, che è come una strada. Questo corridore comincia molto da lontano, e nel suo principio si monta a quello per quindici scalini, fatti nel medesimo sasso: e questa strada è molto oscura. Dalla parte che è verso la chiesa di Nostra Donna vi è una porta traversa, e due molto belle e ornate finestre, e di dietro e dall'altra parte tutto è sasso vivo e terribile, senza esservi lavoro alcuno.
La chiesa che è verso la parte sinistra nel circuito di quella di Nostra Donna si chiama Santa Croce: è similmente lunga sessantaquattro palmi e larga trentaotto. Non ha nave alcuna, ma vi sono tre colonne nel mezzo che pare che sostenghino il colmo, molto ben fatto, e tutto è dentro fatto di opera piana. Verso la parte della chiesa di Nostra Donna ha una porta traversa e due belle finestre, e ha un solo altare, come hanno le altre, e la porta principale ben lavorata. Non ha corte o campo davanti, ma solamente un corridore come saria una strada, per andar fuori di sotto del sasso, molto lunga e molto scura.
La chiesa detta Emanuel è similmente molto ben lavorata, cosí di dentro come di fuori: è piccola, e di lunghezza di quarantaquattro palmi nel vacuo, e di larghezza quaranta. Ha tre navi: quella di mezzo è molto alta, e il suo volto è fatto in punta, ed è larga palmi 20; le navi delle bande non sono in volto, ma piano di sotto, cioè il cielo cosí come è il piano della chiesa, e ciascuna di queste navi sta sopra cinque colonne quadre, la larghezza e grossezza delle quali è di quattro palmi da quadro a quadro, e palmi sei lontani dal pariete della chiesa. Ha le porte traverse e la principale molto ben lavorate e tutte di una grandezza, cioè di nove palmi alte e quattro e mezzo larghe; è circondata tutta da un corridore largo palmi dieci, con tre scalini che vanno d'intorno, e vi è per mezzo le porte l'entrata piú larga con cinque scalini, di sorte che la detta entrata monta due scalini di piú di quelli che circondano la chiesa: e il tutto è fatto nel medesimo sasso integro e senza giunta alcuna. Ha di piú questa chiesa che non ha alcun'altra, cioè una sacrestia di sopra, nella qual si monta per una scala fatta a lumaca: e non è molto alta, perché un uomo molto grande e un palmo di piú darà sotto con la testa; è piana come il solaro dove si cammina. Si servono di questa per tener casse di paramenti e ornamenti di chiesa, le quali deono essere state fatte nel medesimo luogo, perché non averiano potuto entrare per alcuna parte in quello. Hanno di piú li muri di fuori di questa chiesa che non hanno le altre, cioè che si vede un ordine e un corso nel muro uscir fuori due dita, e l'altro entrar dentro: e cosí è intagliato tutto il detto muro, cominciando a basso dalli scalini fino alla sommità della chiesa. E il corso del sasso che pare che esca fuori è di larghezza di due palmi, e quello che entra dentro è di un palmo, e di questa maniera e larghezza corre tutto il pariete o muro: e facendo conto a palmi, questo pariete è di altezza di cinquantaduo palmi. Questa chiesa ha tutto il suo circuito come muro tagliato di dentro e di fuori nel medesimo sasso, e si entra in questo muro per tre belle porte, come sariano porte piccole di una città o villa murata.
La chiesa di San Giorgio è posta un gran pezzo a basso dalle altre. La entrata per donde vi si entra è fatta di sotto il sasso crudo, di otto scalini che si montano, i quali montati si entra in una casa molto buona e grande che ha, con un poggio che la circonda tutta d'intorno dalla parte di dentro verso il chiostro, perché di fuori è tutto sasso vivo: e in questa casa si dà elemosina alli poveri, li quali seggono sopra questo poggio. E uscendo della casa l'uomo entra nel circuito della chiesa, che è fatto in croce, e tanto è dalla porta principale all'altar grande quanto è da una porta traversa all'altra, tutta d'una misura, e molto ben lavorata nelle porte di fuori, perché dentro non vi potei entrare, avendole trovate serrate. Nella parte destra del circuito della chiesa è cavato nel sasso vivo a modo di una cassa per l'altezza di un uomo, la quale è sempre piena d'acqua, che dicono nascere ivi, e non soprabonda: e ognuno vi ascende con una scala fatta nel sasso a pigliarne per divozione, perché trovano ch'ella guarisce di tutte le sorti di febre. Tutto questo circuito è pieno di sepolture, come sono nelle altre chiese, e di sopra questa chiesa cosí grande vi è intagliata una croce doppia, cioè una dentro dell'altra, come è fatta quella dell'ordine di Cristo. Dalla parte di fuori è piú alto il sasso che è la chiesa, e sopra quello si veggono infiniti cipressi e ulivi selvatichi. E da fastidio voglio metter fine a parlar piú di queste tali parole, dubitando di non esser creduto se piú ne scrivessi: nelle quali se alcuno dubitasse che vi fussero molte cose finte, gli giuro Iddio, in poter del quale io sono, che tutto quello che ho scritto è verissimo, senza esservi aggiunta cosa alcuna, percioché, avendo udito parlare delle maraviglie di queste tal chiese, volsi andar due volte a vederle e descriverle, tanto era il desiderio mio di far nota al mondo la eccellenza di quelle.
Questo luogo è posto nella costa di un monte, e per andare fino alla sommità del quale vi è una ascesa grandissima, che in una giornata e mezza non penso che si faria, tanto è alto: e nondimeno ancora sopra di quello pare che vi sia un altro monte, e che questo sia separato da quello. Al descendere poi da questo luogo fino al piano vi può esser da XV miglia, e si trovano grandissime campagne, che al vedere durano una buona giornata e piú, e tutte vanno verso il Nilo. Nelle quali si ritrovano altritanti edificii come quelli del luogo di Chassum, di pietre quadrate altissimi, perché quivi dicono che solevano esser stanzie delli re, e che l'opera di queste tal chiese tagliate nel monte fu fatta per gibetes, cioè uomini bianchi, perché essi conoscono bene che non sapriano fare cosa alcuna che fusse cosí fatta; e che il primo re che gli fece fare si chiamava Balibela, che vuol dire miracolo, conciosiacosaché quando nacque fu coperto di api, le quali lo fecero netto senza fargli male alcuno: e costui fu figliuolo di una sorella di re, il qual re morí senza erede e però fu fatto re il nepote, e dicono che fu santo, ed è tanta la divozione che vi concorre tutta l'Etiopia, e vi si veggono infiniti miracoli.
Questa signoria di Abugana, ove sono questi edificii, avanti la nostra partita il Prete Ianni la diede al frate, che venne poi con noi ambasciadore in Portogallo: e però dico che fui due volte a veder queste chiese ed edificii, e la seconda volta che vi venni fu quando detto ambasciadore venne a pigliare il possesso di quella. Dove stando, vi vennero duoi calacenes, che vuol dire messi o ver "parola del re", e dissero al detto ambasciadore o vero capitano che il Prete Ianni gli mandava a dire che esso gli mandasse alcuni tributi che l'antecessore suo gli doveva dare, che era CL buoi d'arare, XXX cani, XXX zagaglie e XXX targhe. Gli rispose che egli vederia che robbe vi fussero del suo precessore, e che pagaria il tutto volentieri non trovandosi di quelle.
Tornando ora al nostro viaggio, partimmo dalla chiesa e fiera d'Ancona e, andati da 9 miglia, arrivammo a certe ville con la nostra robba, nelle quali non volsero alloggiarne, dicendo che erano luoghi della madre del Prete Ianni, che non obedivano ad alcuno se non a lei; e volsero bastonare il frate che ci guidava: batterono bene un suo servitore. E quivi lasciata la robba, andammo ad alloggiare a un luogo detto Ingabela, che è grande e di buone case, e posto sopra una collina, in mezzo di una campagna tutta circondata di monti, alle radici delle quali vi sono tanti luoghi abitati che in altro luogo non ne ho veduto piú. Vi sono ancora infinite fontane e fiumicelli, che corrono da una parte e dall'altra e adacquano gran parte del paese, il quale si dimanda Olaby: e quivi essendo, viddi che si edificava una bellissima chiesa. Trovammo grandissima abondanza di galline, delle quali ne averemmo potuto avere a cambio di pochi grani di pevere infinite, tanto poco stimano le galline e tanto conto facevano del pevere; vi erano limoni, cedri e aranci infiniti. Stemmo quivi il sabbato e la domenica, nella quale ne assaltarono le tigri, e non potemmo tanto difenderci che ne mangiorno un asino. Il lunedí, che fu alli XI di settembre, ritornammo dove avevamo lasciata la robba, e quelli che non ci avevano voluti alloggiare ci fecero buona ciera e carezze, e ne diedero da cena. Il giorno seguente poi andammo al nostro viaggio da nove miglia, e quivi dormimmo la sera senza la nostra robba, e la mattina tornammo adietro e facemmo nove miglia di viaggio diritto, strada e montuosa e piena di valli e di montagne, le quali attraversano e paiono essere attaccate insieme. Questo reame d'Angote è quasi d'una maniera pieno di monti e valli, e le semenze che si seminano in questo luogo sono formento, ma poco, orzo poco, miglio in gran copia e taffo di aguza in grandissima quantità, piselli, ceci, fava assai, e molti fichi, agli e cipolle. Corre in questo paese ferro per moneta.


Come si partí l'ambasciadore dal frate, e come noi altri che restammo fummo lapidati, e poi fummo invitati da Angoteraz; e delle dimande che egli ne fece e del desinare che ne diede.
Cap. LVI.

Il giovedí, alli XIIII di settembre, andammo con la nostra robba a un fiume secco, vicino tre miglia, dove stava il signore di questo reame d'Angote, il quale si chiama Angoteraz. E l'ambasciadore, perché quivi era il paese sterile e secco, e per non parlar col detto signore, che non ne aveva bisogno, passò inanti alla robba cinque miglia, e gli altri restarono col frate e con la robba, il quale ci disse che andassimo con esso a una villa fuori di strada tre miglia: e la robba restò nella strada con la gente che la conduceva. Camminando noi verso quella villa e altre convicine, inanzi che arrivassimo vedemmo molta gente che si univa, e ci pensammo che si unisse per portarci la robba: ma veniva per farci poco piacere, perché unita ci tolse in mezzo montando sopra tre monticelli, e noi stavamo nel basso, e sopra ogni sommità di detti monti si adunorno da dugento persone, la maggior parte con fronde da trar sassi; gli altri ne tiravano con le mani, in modo che erano tanti li sassi che pareva che piovesseno, e dubitammo della nostra vita. E noi altri che eravamo in compagnia del frate potevamo esser da quaranta persone, cioè capitani che l'accompagnavano con alcuni uomini suoi e altri nostri schiavi, e tutti, eccetto che io e un giovane che era con noi, il qual era ammalato di varuole, furno molto ben lapidati e feriti, che Iddio per sua grazia lui e me cosí volse preservarne. 5 o sei uomini del frate furno feriti nel capo, e il nostro medico e un capitano di Angoteraz con quelli; e non contenti averci feriti, ne fecero alcuni prigioni, e noi altri che fuggimmo la sera ci riducemmo a dormire con la robba senza aver da cena: e quivi tutti si dolevano, chi in un membro e chi in un altro, eccetto che noi due.
Il venerdí mattina, alli quindici di settembre, io andai a cercar l'ambasciadore, che era avanti quattro miglia e mezzo; e trovandone, non tardò di mettersi immediate in ordine, poi ch'io gli ebbi contato quello che ci era intravenuto, dicendo che voleva mettere la vita per li Portoghesi. E arrivati che fummo dove era la nostra robba, trovammo quivi il signore Angoteraz, il quale ci era venuto a vedere, e aveva seco assai genti, e vi era anco il frate: e l'ambasciadore, giunto ch'egli fu, chiamò lo interprete e gli disse che andasse a dire ad Angoteraz e al frate che egli non era venuto per conto loro, ma che era venuto a cercare li Portoghesi, li quali erano stati mal trattati nelli suoi paesi. E stando cosí, e ragionando della battaglia, ecco che venne il medico che era stato ferito e rimasto prigione, col capo molto insanguinato, dicendo che era fuggito. E poi che il lungo ragionare dell'ambasciadore con l'Angoteraz di questa cosa fu compito, Angoteraz lo pregò che andasse a stare con esso il sabbato e la domenica. E consigliatosi l'ambasciadore con noi, fu risoluto che vi si andasse, e cosí tutti andammo a casa sua, la quale era lontana quattro miglia e mezzo, dove stemmo il sabbato e la domenica molto bene alloggiati. Il sabbato ci fece chiamare a casa sua, dove entrati non trovammo impedimento alcuno di guardia, ma entrammo liberamente e lo trovammo con la moglie e alcuni suoi famigliari, e ne fece buona ciera cosí nell'aspetto come nel parlare. Appresso di lui erano poste quattro zare di vino fatto di miele molto buono, e appresso ogni zara vi era una coppa di vetro cristallino: e cosí cominciammo a bevere, e la sua moglie con due altre donne che erano in compagnia ci invitorno tanto bene a bevere, che non ci volsero mai lasciar partir fin a tanto che non furno votate le zare, che ogni una di quelle poteva tenere da sette in otto boccali, e volevano farne portare dell'altro di nuovo, dicendo che non ne lasciarebbe partire se non bevevamo ancora; e noi c'iscusammo con buone parole, che ci lasciasse partire per fare li fatti nostri, e cosí ci partimmo.
La domenica seguente fummo alla chiesa, dove trovammo Angoteraz, il quale ne venne incontro con gran cortesia e quivi cominciò a parlare sopra le cose della nostra fede, e fece appressarsi duoi frati, oltra l'interprete e il frate che ne conduceva. E la prima dimanda fu ove nacque Cristo, e che cammino fece quando egli andò in Egitto, e quanti anni vi stette, e quanti anni aveva quando la nostra Donna il perse e trovò nel tempio, e dove egli fece dell'acqua vino. Il Signore Iddio mi volse aiutare, che gli risposi la verità meglio che io sapeva. L'interprete mi disse che il frate che ne conduceva fece intendere agli altri duoi frati che io era uomo che sapeva molto, per le quali parole si buttorno in terra e per forza mi volsero baciar li piedi, e Angoteraz mi abbracciò e baciò in viso: il quale, sí come io dipoi intesi, è uno delli buoni e dotti preti che siano nell'Etiopia, e al nostro ritorno noi lo vedemmo con titolo di Barnagasso. Dipoi volse che udissimo messa con loro, la quale finita ci convitò a desinare: ma l'ambasciadore, avendo pur inteso quello che ne avevano da dare, volse mandare a pigliare il nostro desinare, il qual era d'alcune galline grasse arrostite e di carne di bue grassa con verze. La casa ove mangiavamo era grande e terrena, che è come abbiamo detto un betenegus. Avanti il letto ove detto Angoteraz stava, erano distese in terra molte stuore, ed egli smontò del letto e si pose a sedere sopra quelle, dove furono distese molte pelli di castroni negri, con due piadene di legno bianchissimo grandi con l'orlo basso, come usammo noi a mondare il formento, che essi chiamano ganetas; ed erano molto belle, grandi e larghe, con l'orlo di due dita: la maggiore poteva esser di circonferenzia di XVII palmi e l'altra di XIIII. E queste sono le tavole di gran signori, e quivi sedemmo all'intorno con detto Angoteraz. Ne fu portata l'acqua e ci lavammo le mani, ma non ci diedero tovaglia per asciugarne, né meno per ponervi sopra il pane, ma delle medesime piadene furono portati pani fatti di diverse maniere, cioè de formento, d'orzo, di miglio, di ceci e di taffo. Avanti che cominciassimo a mangiare, Angoteraz ordinò che gli fusse portato un pezzo grande del piú grosso pane, e sopra quello postovi di sua mano un pezzo di carne cruda di vacca, la mandò alli poveri che stavano fuori della porta aspettando elemosina.
Noi veramente facemmo la benedizione a nostro modo, della quale mostrò il detto di pigliarne piacer grande. Vennero poi le imbandigioni, delle quali non ardisco quasi a parlarne, ma sono cose ordinarie del paese: e queste furono tre salse overo brodi, nelli quali entravano cose di carne cruda col sangue vivo, che in questa terra è stimato per delicatissimo mangiare, e non lo mangia se non persone grandi. Queste salse erano portate in alcuni scodellini piccioli di terra negra molto ben fatti, e le gittavano poi sopra alcuni pezzi di pane rotti, aggiungendovi sempre del butiro. Noi non volemmo gustare per modo alcuno di questi loro mangiari, ma mangiammo di quello che abbiamo detto che l'ambasciadore ci aveva fatto venire: e cosí come noi non potemmo mangiare delle loro vivande, cosí ancora loro non volsero mangiare delle nostre. Il vino veramente andava in volta con gran furia: e la moglie d'Angoteraz mangiava appresso di noi sopra una simil tavola come la nostra, e gli mandammo delle nostre vivande, e non potemmo vedere se ella ne assaggiò per esservi una cortina in mezzo, ma al bevere ella ne aiutava mirabilmente. Dopo tutte l'altre vivande fu portato un petto di vacca cruda, il quale noi non toccammo, ma Angoteraz lo mangiò come si mangia il marzapane e il confetto dopo pasto. E dato fine a questo desinare, e ringraziato che avemmo Angoteraz, ci tornammo al nostro alloggiamento.


Come l'ambasciadore, espeditosi da Angoteraz, andò avanti, e il frate e noi altri andammo dove fummo lapidati, e di lí fummo in un paese molto fertile e dilettevole.
Cap. LVII.


Il lunedí mattina andammo a pigliar licenza da Angoteraz, e il frate che ne conduceva volse che dimorassimo, aspettando una mula per darla al medico nostro ch'era ferito, e appresso un asino con certe robbe che ne furono tolte nella questione fatta. L'ambasciadore non volse starci ad aspettare, ma se ne andò avanti con la sua solita compagnia, e noi restammo col frate. E come fu al tramontar del sole venne la mula e l'asino, e partimmo pensando di potere andar tanto avanti che raggiugnessimo l'ambasciadore; ma la notte si approssimava, e il frate ne condusse per un bosco foltissimo, che non sapevamo dove andassimo: e capitammo al luogo dove fummo lapidati, e quivi volse venire per far giustizia. Eravamo VIII uomini sopra mule e XV a piedi, e andammo ad alloggiare in casa d'uno di quelli principali che fecero l'insulto, e trovammo che tutti erano fuggiti sopra una montagna vicina, ma che vi era molto ben da mangiare per noi e per le mule. Stando quivi, immediate fummo lasciati soli da quelli che venivano con noi, e lamentandoci di questo, ne dicevano che bisognava far giustizia e che la mattina partiremmo: la qual venuta, ne mandorno a dire che partiremmo dopo desinare; ma vedendo che ancora non venivano, quando fu il giorno seguente ci partimmo noi soli, e andammo tanto che trovammo quelli che conducevano le nostre robbe, che andavano pianamente aspettandoci. In quella notte tornò il frate e menò seco due mule, un bue e otto pezze di tela, che gli avevano dato per il sangue che avevano fatto: e la giustizia di questo paese è di pigliare la robba de' malfattori, come sono vacche e mule. Chiamansi questi luoghi Angua e Mastano, e sono del patriarca abuna Marco.
Quivi cominciammo a entrare in una graziosa e dilettevole terra, posta fra montagne molto alte, ma infinitamente abitata alli piedi di quelle, con gran ville e chiese molto nobili; e tutta era lavorata e seminata di ogni sorte di biade. Quivi si vedevano infiniti fichi di quelli d'India, limoni, naranzi, cedri senza numero, e pascoli con una moltitudine di animali incredibile. E perché un'altra volta io feci questo cammino col sopradetto frate, il quale allora si chiamava ambasciadore, e dimorammo un sabbato e una domenica in casa di un onorato canonico, e fummo alla chiesa ogni giorno con lui, dove vedemmo gran numero di canonici, gli dimandammo quanti canonici vi potevano essere: ne disse da 800; quanta entrata potevano avere: ne disse che poca fra tanti. E noi gli replicammo: "Per che causa vi sono tanti, essendovi cosí poca entrata?" Ne disse che al principio che furono fatte quelle chiese non erano molti, ma che dapoi sono cresciuti, perché tutti li figliuoli de' canonici, quanti da quelli discendono, tutti restano canonici, e questo costume si osservava nelle chiese delli re; e che il Prete Ianni, ogni fiata che egli fa una chiesa nuova, ne manda a levare di quivi, e cosí gli diminuiva, come fece quando egli fabricò la chiesa detta Machan Celacem, che ne levò dugento; e che in quella vi erano otto chiese, nelle quali potevano essere da quattromila canonici, e che, se il Prete Ianni non gli levasse per queste chiese nuove e per quelle della corte, si mangiarebbeno l'uno con l'altro.


Della montagna grandissima sopra la quale tengono posti li figliuoli del Prete Ianni, e dove trovandoci vicini fummo quasi morti da' sassi.
Cap. LVIII.

La valle detta di sopra si prolunga fino ad una altissima montagna, sopra la quale di continuo metteno tutti li figliuoli del Prete Ianni, come in una custodia. E hanno nelli libri loro scritti come, ritrovandosi uno re dell'Etiopia detto Abram, gli fu una notte in sogno rivelato che, volendo tenere il suo reame pacifico e ubidiente, dovesse serrare tutti li suoi figliuoli (che molti ne aveva) sopra una montagna, e non lasciar fuori se non quello che voleva che succedesse dopo lui, e che questo ordine, come cosa venuta da Iddio, si dovesse osservar sempre: altramente, essendo la Etiopia grande, se ne solleveria una parte e non ubidiria all'erede, o vero lo ammazzaria. Di questa rivelazione stando sospeso detto re ove tal montagna si potesse trovare, gli fu di nuovo rivelato che egli mandasse a scorrere tutto il suo paese: dove si vedessero capre poste sopra brichi e punte di sassi tanto alti che paressero dover cader giú, in quella dovesse fargli serrare. La qual cosa avendo fatto esequire, fu trovata questa montagna tanto grande che dicono che un uomo ha da fare molti giorni a circondarla nel piede. E veramente chi considera questo modo di aver tenuto in pace un cosí gran reame senza insanguinarsi le mani per tanti secoli, e che li figliuoli e fratelli non si abbiano sollevato l'uno contra l'altro, e nondimeno non sia mancata mai la linea di quella generazione, conoscerà essere stata in effetto cosa divina e non umana, la qual felicità mai in alcun regno di cristiani si è potuta avere.
Questa montagna è tagliata tutta d'intorno, cioè dalla cima fino al basso, che pare che sia un muro diritto, e a chi guarda in suso pare che il cielo vi sia posato sopra. Ha tre sole entrate o vero porte per le quali vi si può ascendere, e non altre: e di queste io viddi una, in questo modo. Noi venivamo dal mare una fiata per andare alla corte, e ne guidava uno di quelli servidori del Prete che chiamano calacem, il quale non era troppo pratico del paese; e volendo alloggiare in un villaggio, gli abitanti non ne volsero accettare, perché dicevano ch'era d'una sorella del Prete Ianni, e fu forza che andassimo inanti. La notte era cominciata di un gran pezzo, e costui camminava molto forte, e ne sollecitava dicendo che ne menaria in un buono alloggiamento. Io feci che Lopo di Gama, che aveva una buona mula, cavalcasse in vista del detto calacem, e io di lui, e l'ambasciadore e gli altri mi tenevano gli occhi dietro. Ed essendo andati ben tre miglia fuori di strada, verso la montagna di questi figliuoli del Prete, come fummo sentiti per il calpestare de' nostri cavalli, in un momento venne tanta gente di tutte quelle ville che coi sassi n'ebbero quasi ad amazzare, e fu forza che ci partissimo l'uno dall'altro. L'ambasciadore restò adietro, e io andai avanti per non poter fare altramente, verso un luogo dove piovevano sassi da ogni canto: ed era la notte oscurissima, e acciò che non mi sentissero, smontai e diedi la mula a un mio schiavo. La mia ventura volse che un guardiano, uomo da bene, di questa montagna cavalcava vicino a me, il quale mi dimandò chi era: gli dissi un gaxia genus, cioè un forestiero del re. Costui, subito fattomi appressare a lui, mi teneva un braccio sopra il capo, dicendomi: "Ate fra, ate fra", cioè "non aver paura", e mi condusse in un orto vicino alla sua casa, dove erano molte legne lunghe appoggiate ad alcuni alberi, sotto li quali mi fece andare perché erano come una capanna, dove parendomi di star sicuro, feci accendere una candela: e immediate cominciarono a piover li sassi, per il che la feci subito spegnere. Questo uomo da bene mi fece poi andare nella sua casa e mi diede molto bene da cena, cioè galline arroste e pane e vino. E la mattina, presomi per mano, mi menò a vedere la strada per la quale si monta, tutta piena di spini terribili e sassi tagliati da ogni canto: e vi era fatta una porta molto alta, la quale tengono serrata, e di dentro vi stanno infinite guardie; e mi disse, se alcuno avesse ardire di entrarvi, subito gli sarieno tagliate le mani e li piedi e cavati gli occhi, e che noi non avevamo colpa di essere venuti cosí appresso a questa porta, ma che doveriano esser puniti quelli che ne avevano guidati. Lopo di Gama, il calacem e io subito ci partimmo, e discendemmo ben tre miglia di sotto sopra una strada e andammo al nostro viaggio, ed era vespero avanti che ritrovassimo l'ambasciadore.


Della grandezza di questa montagna e delle guardie che si fanno in quella;
e in che modo ereditino questi regni di Etiopia.
Cap. LIX.

Il modo che fanno a mettere li figliuoli delli Preti in questa montagna è questo, che, essendo soliti tutti li Preti Ianni precessori a questo David di avere cinque o sei mogli, e di quelle assai figliuoli, come morivano il primogenito ereditava; altri dicono che ereditava quello che pareva che fusse piú atto e di piú sapere, e altri quello che aveva piú seguito e piú potere. Io di questo dirò quello che ho udito dire da molti uomini pratichi e intelligenti della corte. Il re Alessandro, zio del presente re David, morí senza figliuoli, e ancora che avesse figliuole femine, nondimeno li grandi della corte andarono a questa montagna e cavorno di quella Nahu, suo fratello, che fu padre di questo David. Questo Nahu condusse seco della montagna un figliuolo legittimo, che era molto gentile e valente cavaliero, ma era alquanto ostinato e superbo. Dapoi che fu nel regno ebbe altre mogli e figliuoli e figlie, e venuto a morte volsero far re il figliuolo piú vecchio, venuto della montagna insieme col padre, ma fu detto che, per essere cosí superbo e ostinato, tratteria male tutto il popolo; altri furono di openione che egli non potesse ereditare, essendo nato in cattività, dove non teneva ragione di successione: e cosí fecero re questo David, che era il primogenito nato dapoi che suo padre fu fatto re, ed era di anni undici. L'abuna Marco mi disse che lui e la regina Elena lo fecero re, perché tenevano nelle mani lor tutti li grandi della corte e tutto il tesoro: e cosí pare ancora a me che, appresso all'esser primogenito, vi possino assai le aderenzie e amicizie e il tesoro. Gli altri figliuoli di Nahu, fratelli del detto David, che erano piccoli, furono con quello piú vecchio venuto dalla montagna ritornati a stare sopra quella: e cosí è stato fatto di tutti li figliuoli delli Preti dal tempo di quello re Abram fino al presente.
Dicono che sopra questa montagna vi è gran freddo, ed è ritonda, e ch'ella non si cercarà tutta in manco di quindici giorni: e cosí ancora a mio giudicio pare che debbia essere. In questa parte dove era il nostro cammino vi andammo quasi duoi giorni, che poi la lasciammo, la qual arriva fino al regno di Amara e di Bogamidri, che è sopra il Nilo, il qual regno è molto lontano di quivi. Sopra questa montagna vi sono altre montagne che fanno valli, e vi sono fiumi e fonti infiniti, e campi che gli abitanti coltivano. Vi è anche una valle fra due montagne molto forte, che per modo alcuno non si può uscire di quella, per esser tenuta serrata l'entrata con porte fortissime; e in questa valle, che è molto grande e che ha infinite ville e abitazioni, vi metteno quelli che sono piú prossimi al re, cioè del suo sangue: e poco tempo è che hanno trovato questo modo di metterli in detta valle, parendo lor che stiano sotto miglior custodia. Ma quelli che sono figliuoli de' figliuoli e nepoti, e che già sono come dimenticati, non sono tenuti con tanta guardia: nondimeno con tutto questo generalmente si custodisce intorno questa montagna con grandissime guardie e gran capitani, e la quarta parte delle genti che vengono alla corte sono delli capitani e guardie di questa montagna, i quali alloggiano separati dagli altri, né essi si approssimano ad alcuno né altri a loro, percioché non vogliono che alcuno sappia li secreti della detta montagna. E quando arrivano alla porta del Prete, immediate gli manda la sua parola, e ciascuna persona si tira adietro, e tutti gli altri negozii cessano, quando si parla in questo.


Di uno castigo che fu dato a un frate e ad alcune guardie, per una ambasciata che portorno al Prete di questi serrati in la montagna; e come fuggí un fratello del Prete Ianni.
Cap. LX.

Circa il negozio di questi figliuoli del Prete, io ne ho veduto questo, che fu condotto alla presenza del Prete un frate di età di anni trenta, e con lui ben dugento uomini, il qual fu detto che aveva portata una lettera al Prete Ianni da quelli della montagna, e questi dugento uomini erano le guardie di quella. Battevano questo frate di due giorni in due giorni, e similmente battevano questi uomini partiti in due parti, e il giorno che battevano il frate battevano la metà di costoro, e sempre cominciavano dal frate, e di continuo vi erano presenti tutti gli altri; e ogni volta dimandavano al frate chi gli aveva data quella lettera e per che cosa, e se mai piú egli aveva portato lettere, e di che monastero egli era, e dove si aveva fatto frate. Il tristo diceva che erano sedici anni che egli era disceso dalla montagna, e che allora gli fu data quella lettera, e che mai piú vi era tornato né aveva avuto ardire di darla se non al presente, che il demonio l'aveva instigato. E questo poteva essere la verità, perché in questo paese non si costuma di mettere sopra le lettere né anno né mese né giorno. Agli uomini veramente dimandavano come avevano lasciato uscire detto frate. La maniera del battere era a questo modo: gittano l'uomo con il ventre in terra e legano le mani a due pali e una corda intorno a tutti due li piedi, e duoi uomini tengono questa corda stretta e tirata, e vi stanno duoi ministri di giustizia, uno da un capo e l'altro dall'altro, e non danno sempre in quel luogo, ma la maggior parte nel piano, perché se ogni fiata li battessero morirebbono, tanto è forte il battere di costoro. Ne viddi levar via uno, e avanti che lo coprissero con un panno, egli si morí: il che inteso per il Prete, perché questa giustizia si fa davanti le sue tende, ordinò che il morto fusse tornato al luogo dove si batteva, e che quelli che erano battuti tenessero la testa sopra li piedi del morto. Durò questa giustizia due settimane, che mai cessò questo ordine di battere il frate e la metà delle guardie di duoi giorni in duoi giorni, salvo il sabato e la domenica, che non si fa giustizia. Fu levata una fama per la corte che questo frate aveva portato lettere alli franchi e Portoghesi da questi parenti del Prete, acciò che fossero aiutati a fuggire di quella montagna: e noi eravamo innocenti, e il medesimo tengo certo che fusse il frate.
Nel tempo che noi stemmo in questo paese, un fratello del Prete, giovane di sedici anni, fuggí della montagna e venne alla distesa in casa di sua madre, che era la regina Elena, la qual fu moglie del padre di questo re; e per esservi pena la vita a chi raccoglie alcuno della montagna, la madre non volse accettar il figliuolo, ma preso lo fece condur al Prete Ianni, il qual gli dimandò perché si era fuggito: gli rispose perché egli moriva di fame, e che non veniva per altro se non per dargli questa notizia, conciosiacosaché alcuno non voleva fargli questa ambasciata. Fu detto che il Prete lo fece vestire riccamente, e gli dette molto oro e panni di seta, e fu tornato sopra la montagna; fu detto ancora per tutta la corte che costui se ne era fuggito per andarsene con li Portoghesi. Questo proprio che fuggí e che fu tornato poi su la montagna, ritrovandoci noi con l'ambasciadore del Prete che venne in Portogallo nel paese di Lulibella, dove sono le chiese cavate nelle pietre, passò per ivi con uno calazen e con molta gente, il qual lo conduceva preso sopra una mula: e veniva coperto di panni negri, che non gli pareva cosa alcuna, e alla mula non si vedeva altro che gli occhi e le orecchie. Fu detto che egli era fuggito la seconda volta in abito di frate insieme con un altro, e che questo frate suo compagno lo discoperse il giorno che dovevano uscire del paese del Prete Ianni: e cosí lo menavano preso lui e il frate, né gli lasciavano parlare a persona alcuna, e duoi uomini sempre gli andavano vicini alla mula. Ognuno diceva che lo fariano morire, overo che gli caveriano gli occhi: non so ciò che intravenisse di lui. Di un altro udimmo dire che volse fuggire della montagna e si nascose sotto molti rami e frasche di arbori: e alcuni lavoratori che andavano ivi d'intorno, vedendo movere li detti rami, furno a vedere e lo presero, e le guardie, subito che l'ebbero nelle mani, gli cavorno gli occhi: e ancora vive, ed è zio di questo Prete Ianni. Si narra in questa montagna esservi gran moltitudine di questa gente, qual chiamano israeliti, overo figliuoli di David, perché tutti sono di una generazione e sangue come è il Prete. In detta montagna vi sono fabricate molte chiese e monasteri, e vi sono infiniti preti e frati e molti abitatori, li quali mai non discendono di là.


Come non sono estimati li parenti del Prete, e del modo differente che tiene
questo presente Prete delli suoi figliuoli e fratelli.
Cap LXI.

Il Prete Ianni non ha alcun parente, perché quelli che sono da parte di madre non son tenuti né nominati per parenti, e da parte di padre sono serrati sopra la detta montagna e avuti come morti, ancora che in quella si maritino e facciano generazione infinita; maschio però alcuno non può uscire se non, come ho detto disopra, se 'l Prete non more senza erede: allora cavano il piú prossimo e idoneo al regno. Alcune femine escono fuori a maritarsi, ma non sono avute per parenti né figliuole né sorelle del Prete, ma sono onorate tanto quanto gli vive il padre o fratello, e subito che egli more restano come ciascun'altra signora. Tutti noi vedemmo nella corte una signora che fu figliuola di un Prete, la quale, ancora che quando andava fuori di casa camminasse sotto un spariviero, nondimeno era molto male accompagnata; conoscemmo anche un suo figliuolo, che era molto male in ordine come ciascun uomo a piedi, di sorte che in tempo breve si estingue la fama del suo parentado.
Questo re David presente al nostro partire aveva duoi figliuoli e tre figliuole, alli quali faceva grandi gultus, cioè entrate, che voleva lor consegnare: e mi fu mostrato dove uno dei detti teneva queste entrate; ma la fama generale era che, come il padre serrasse gli occhi, e che facessero uno di loro re, l'altro saria mandato alla montagna, dove non portaria seco se non la sua persona. E mi fu affermato che la terza parte delle spese che fa il Prete è di far guardare questi israeliti, alli quali fa meglior compagnia che non hanno fatto li suoi antecessori; e oltra le grandi entrate che gli sono applicate, gli manda molto oro, panni di seta e panni fini, e molto sale, che corre per moneta in questi regni. E quando noi arrivammo e che gli demmo il pevere, sapemmo per certo che mandò lor la metà di quello, faccendo lor intendere che si rallegrassero, che il re di Portogallo suo padre lo aveva mandato a visitare e mandatogli quel pevere. Sapemmo anche per certo e di veduta in molte parti che il Prete Ianni ha gran terre e possessioni, lavorate per li suoi schiavi e con li suoi buoi: e sono vestiti dal re, e sono come esenti dalle altre genti, e si maritano uno con l'altro e sempre sono schiavi. Di queste possessioni che sono appresso la montagna tutte le entrate vengono portate di sopra; le entrate delle altre vanno a monasteri, chiese e a poveri, e principalmente a gentiluomini poveri e vecchi, che per il passato hanno avuto signoria e al presente non la tengono. E anche a noi Portoghesi per due volte ne mandò di questi formenti, cioè in Chaxumo una volta 500 cariche, e altre cinquecento in Aquate; né di queste possessioni ritiene alcuna cosa per lui, ma il tutto si dispensa al modo detto.


Del fine del regno d'Angote e del principio del regno di Amara, e di una laguna grande,
e delli pesci che si ritrovano in quella.
Cap. LXII.

Tornando al nostro cammino e viaggio, dico che noi andammo al lungo del piede di questa montagna sopra un fiume, e il paese è molto grazioso e bello, seminato di molti migli e altre semenze del paese, ma vi sono pochi formenti; si veggono molti villaggi da una parte e dall'altra di questo fiume, e sopra la costa della montagna. E in capo della valle ci partimmo dal fiume e cominciammo a trovar terra di boschi e piena di sassi; non vi erano montagne, ma alcune piccole valle, seminate di formento e orzo e d'altri legumi del paese. E quivi finisce il regno d'Angote e comincia il regno di Amara, nel principio del quale verso levante vi è un gran lago, dove già alloggiammo, il qual è 8 miglia di lunghezza e tre di larghezza. Ha nel mezzo una piccola isola, con un monastero di Santo Stefano con molti frati, nel quale vi sono molti limoni, naranci e cedri. E per andare al detto monastero si servono d'una zatta fatta di legni e giunchi, con quattro zucche grandi, e la fanno in questa forma: pigliano quattro legni e mettono sopra quelli, stando in compasso, di questi giunchi molto ben legati, e sopra quelli mettono altri quattro legni ben legati e bene stretti, e sopra ogni cantone vi è una zucca grande, e cosí passano con questo modo. Questo lago non corre se non la vernata, quando l'acqua gli soprabonda, ed esce fuori per due parti. Si trovano in questo lago alcuni animali grandi che essi chiamano gomaras, che sono cavalli marini, e similmente un pesce simile ad un gongro, che è molto grande e lungo, e ha la piú brutta testa che si possa imaginare, fatta a modo d'un rospo, e la pelle di sopra la testa par pelle di biscia, e tutto il resto del corpo liscio come gongro, ed è il piú grasso e piú saporito pesce che si trovi al mondo. Attorno a questo lago vi sono infiniti villaggi, che arrivano fin all'acqua, e vi sono 15 xumetes o vero capitanie, e terre bellissime di formento e orzo. Di questi laghi n'abbiamo veduti molti in questi paesi, ma questo è il maggiore di tutti quelli che io abbia veduto. Il paese è molto bello e fruttifero.
Di qui camminammo ben 16 miglia per una terra molto ben seminata di miglio e tutta piena di fontane. Al fine della giornata, essendo noi stracchi, il frate ne volse menare sopra un monte ad alloggiare, e noi non volemmo e restammo nella strada a dormire. E il dí dietro, che fu alli 23 di settembre, ce ne andammo a un luogo che si chiama Azzel, il quale è posto sopra un piccolo colle fra duoi fiumi: e tutta la campagna si vedeva seminata di formento, miglio e d'ogni altra sorte di legumi, ed è luogo nel quale si fa una gran fiera. Oltra uno di questi fiumi vi è un luogo di Mori, ricco e di gran traffico, come di schiavi, panni di seta e di tutte le altre sorti di mercanzie, sí come è il luogo di Manadeli, nelli confini di Tigremahon: questi Mori pagano gran tributi al Prete. Quivi è gran conversazione di cristiani con li Mori, perché gli portano l'acqua, gli lavano li lor panni, e tutto il giorno le femine cristiane praticano in questo luogo de Mori, della qual cosa ne pensammo male. Stemmo il sabbato e la domenica a piè di questo luogo, dove tutta la notte li nostri combatterono con le lancie contra le tigri che volevano levarne le mule, e non si dormí punto.
Il giorno seguente camminammo per una terra piana molto abitata e molto seminata per ispazio di sei miglia; dapoi montammo sopra una montagna ben alta, senza sasso alcuno né bosco, ma era tutta lavorata e seminata, e ci riposammo a mezzogiorno. Quivi stando, mi vennero a trovare X o XII uomini onorati, e l'interprete stava meco, e cominciammo a ragionare dell'altezza di questa montagna sopra la quale stavamo, e del paese infinito che si scorgeva con gli occhi. Mi mostrorno la montagna dove stanno quelli figliuoli delli Preti, la qual non pareva lontana piú di XII miglia, e si vedeva la rocca e sasso tutto tagliato intorno intorno, la qual si prolongava tanto verso il Nilo che non vi vedevamo il fine, ed era cosí alta che 'l monte dove noi stavamo pareva esser sotto li piedi di quella. Quivi mi raccontorno particolarmente delle gran guardie che erano fatte a questi figliuoli, e dell'abondanza che avevano di vettovaglie e di vestimenti, che gli faceva dare il presente Prete. E perché noi scorrevamo verso la parte di ponente quanto potevamo vedere con gli occhi, gli dimandai che terre erano verso quella parte, e se il tutto era del Prete Ianni. Mi dissero che la signoria del Prete si estendeva verso quella parte per trenta giornate di cammino, e che poi si entrava in alcuni deserti, nelli quali si trovava gente molto negra, molto trista e cattiva: e durava per ispazio di quindici giornate di cammino, li quali compiti, si entrava nella terra di Mori bianchi, nel regno di Tunisi. Né alcuno si maravigli di questo, che si sappiano cosí particolarmente questi paesi, perché da Tunisi vanno ogni anno le carovane al Cairo, e anche vengono in queste terre del Prete, e portano alcuni vestimenti detti albernussi, non troppo buoni, di bambagio, e molte altre diverse mercanzie. Mi dissero di piú che questo monte alto dove noi stavamo separava la terra dove nasce il miglio da quella del formento, e che per avanti non trovaremmo piú miglio, ma formento e orzo.


Come trovammo un altro lago, e poi arrivammo a una chiesa detta Machan Celacen,
nella quale non ne lasciarono entrare.
Cap. LXIII.

Noi camminammo sopra questa altezza di montagna per una strada piana ben nove miglia, e da ogni canto vi erano li campi seminati di formento e orzo. Quivi trovammo un altro lago, ma non cosí grande: poteva essere da tre miglia lungo e due largo, e fa un fiumicello che corre di quello; è molto profondo, ed era tutto circondato di giunchi molto lunghi e forti. Noi dormimmo in una campagna tutta piena di erba da pascolo, dove avevamo tanta moltitudine di moscioni e cosí grandi che dubitavamo che ne ammazzassero. Questa campagna non era seminata per esser mezza palustre, perché non sanno levar l'acqua e farla andar giú dal monte. Dapoi passammo in altri luoghi, dove trovammo molte campagne e luoghi seminati di formento e orzo, i quali erano gialli e tristi perché l'acque gli ammazzavano; e altri morivano per troppa siccità, e cosí eravamo confusi nel veder la diversità di questi luoghi seminati. Cominciammo poi a entrare in un paese che di giorno facevano gran caldi, e la notte poi gran freddi. E vedevamo gli abitanti portar d'intorno alle parti vergognose un pezzo di pelle di bue, e similmente le femine portavano un pezzo di drappo, maggiore per il doppio di quello degli uomini, e coprivano quello che potevano, che la maggior parte pur si vedeva: tutto il resto era nudo. Li capelli erano acconci in due ordini, cioè uno che discendeva fino alle spalle, e l'altro fino all'orecchie. E queste terre dicono esser delli trombetti del Prete Ianni. Un poco fuori di cammino vi è un bosco grande d'arbori da noi non conosciuti, ma altissimi, appresso il quale vi è una chiesa di molti canonici, la qual fece far un re che ivi è sepolto. Passando questo giorno grandissime montagne, ce ne andammo a dormire fuori di quelle nell'entrate d'una bellissima campagna.
Alli 26 di settembre la mattina camminammo per detta campagna, discendendo sempre per ispazio di sei miglia, e arrivammo a una bella e gran chiesa che si chiama Machan Celacen, che vuol dire la Trinità, la qual vedemmo dapoi col Prete Ianni, quando mutò le osse di suo padre. Questa chiesa ha due gran circuiti, uno fatto di parieti di tavole ben alto, l'altro di pali e di legnami attraversati: e questo di legname circonda ben due miglia. Noi ce ne andammo molto allegri pensando di veder questa chiesa, ma, appressati per uno tratto di balestra, vennero due uomini a farne dismontare, perché questo è il costume quando si arriva appresso alcuna chiesa, e giunti appresso alla porta di questo circuito non volsero lasciarne entrare, né anche il frate che ne conduceva, e gli mettevano le mani fino nel petto, dicendogli che egli non aveva licenza di farne entrare: né gli valse dire che noi eravamo cristiani, e furno tanto le parole che quasi venimmo all'arme. Montati a cavallo e partiti, già molto lontani dalla chiesa, ne vennero dietro correndo a dire che tornassimo, che ne lasciariano entrare, perché avevano già avuto licenza: ma noi non volemmo tornarvi. Questa campagna e il sito della chiesa sono molto belli, perché di X in XII miglia è il tutto seminato, né vi è un palmo di terra che non sia lavorato e pieno di ogni semenza, salvo di miglio; e in tutti li mesi dell'anno quivi si tagliano le biade e si seminano, sí che sempre ve ne sono di mature e in erba. Dalle bande di questa chiesa vi corre un bellissimo fiume senza alcuno arbore sopra, e cavano acqua di quello per adacquar li campi; e da alcuni monti vicini vengono ancora molte fontane d'acqua, che adacquano tutto il paese. Vi si veggono molte case e ville separate l'una dall'altra con le lor chiese, perché dove è la chiesa del re vi debbono ancora esser le chiese delli lavoratori.


Come li Preti Ianni dotorno le chiese di questo regno, e come andammo alla villa di Abra,
e di alcune grandissime fosse.
Cap. LXIIII.

Passando queste campagne entrammo in alcune altre maggiori, ma non cosí ben seminate, perché paiono mezzo paludi, e vi sono grandissimi pascoli e molti laghi, dalli quali cavano l'acque per adacquare. Vi sono infinite mandrie di vacche e di pecore, ma non di capre. Camminammo per queste campagne ben 36 miglia verso il levante, dove ne mostrorno una chiesa di San Giorgio, nella quale è sepolto l'avo di questo Prete Ianni. Quivi ne dissero che li re passati, venendo delli regni di Barnagasso e Tigremahon, dove fu il lor principio, allargorno li lor regni per queste terre di Mori e gentili, e venendo per il regno di Tygray e dapoi d'Angote, entrorno in questo d'Amara; ma avanti di questo vi è quel di Xoa, dove sono alcune grandissime fosse: e quivi abitorno lungamente, faccendo far chiese e case, e dotorno quelle di gran rendite, e non vi è palmo di terra che non sia di chiese. E Nahu, padre di questo Prete, cominciò la chiesa di Machan Celacen, e il figliuolo poi la forní e dotò. Questo regno non tiene piú nome di signoria, perché il suo titolo era Amara taffilà, che vuol dire re di Amara, come Xoa taffilà re di Xoa. E quando si mutorno le osse di Nahu in questa chiesa di Machan Celacen, alla qual mutazione noi Portoghesi fummo presenti, allora il presente Prete compí di dare e confermare le donazioni fatte di tutta questa signoria a questa chiesa. Non vi è in tutto questo regno pure un monastero, ma tutte chiese, li canonici e preti delle quali, e quelli delle altre degli altri regni detti di sopra, servono al Prete in tutti li servizii, salvo in guerra; e la giustizia in questi paesi si fa universale sopra li canonici, preti e frati. E questo frate che ne conduceva per levar le nostre robbe, se egli non veniva ubidito, faceva battere cosí li frati come li preti. Andando per queste gran campagne ne pareva d'andare per un mare, non si vedendo montagne.
L'ultimo giorno di settembre arrivammo in una piccola villa, dove era una chiesa di Nostra Donna. Quivi verso la parte del levante cominciano le aspre e sassose montagne, con alcune valli profondissime che pare che discendano fino all'abisso, che l'uomo non potria mai credere la lor profondità: e sí come le montagne dove stanno li figliuoli del Prete sono tagliate al diritto fino in cima, cosí queste discendono al basso tagliate di gran larghezza, in alcuni luoghi di dodici miglia e in altri di quindici, e anche si stringono fino a nove. E vien detto che queste valli vanno fino al Nilo, il quale è molto lontano di quivi verso la parte di ponente: noi sapemmo bene ch'elle arrivano fino alle terre de' Mori, dove non sono cosí aspre e selvatiche. Nel piano o fondo di quelle vi sono grandi abitazioni e luoghi coltivati, e si vede un numero infinito di simie grandi, pelose dal petto avanti come leoni.


Come arrivammo ad alcune porte e passi profondi e travagliosi da camminare, e passammo dette porte, dove comincia il regno di Xoa.
Cap. LXV.

Il primo giorno di ottobre del 1520 noi andammo per terra piana sempre al luogo di queste valli, dove trovammo laghetti con fontane infinite per ispazio di 12 miglia, e andammo a dormire a un luogo dove avevamo da traversar queste bassure. Il terzo giorno d'ottobre, camminato che avemmo da due miglia, arrivammo ad alcune porte sopra una rocca o sasso tagliato che divideva due valli, una a banda destra, l'altra alla sinistra: ed era tanta strettezza appresso queste porte, che per la strada a mala pena poteva passar un carro sopra quelli piccoli sporti che faceva il monte. E serrano dove queste porte si stringono da valle a valle, e uscendo dalla porta si dismonta quanto è l'altezza d'una lancia lunga, per una strada stretta fatta in spigolo nel mezzo, che non si può andar né a piede né a cavallo: e tanto è ratto e a pico questo cammino che l'uomo non può descender se non va in quattro, e si cognosce essere stato fatto artificiosamente per sicurtà di questo passo. E uscendo di questa strettezza si cammina ancora per un pezzo di strada fatta pur in spigolo di sei palmi, e da una parte e dall'altra sono i precipizii grandissimi: e s'io non avessi visto passar le nostre mule e genti, averia giurato che le capre non vi averiano potuto passare; e cosí facemmo andar le mule avanti come perse, e noi vi andammo dietro. Dura questa asperità un tratto di balestra, e chiamasi questo luogo Aquifagi, che vuol dir "morte di asini", e si paga dazio per il passaggio. Molte fiate dapoi siamo stati per queste porte, e mai non vi passammo che non trovassimo bestie e buoi morti. Oltra questo passo vi restano ancora sei miglia di fastidioso cammino, tutto di sasso, sempre descendendo, nel mezzo del qual vi è una grotta nel sasso forato, che dalla cima vi goccia continuamente l'acqua, la qual fa alcuni stillicidii lunghi di sasso di diverse forme. In capo di queste sei miglia trovammo un fiume grande, il qual si chiama Anecheta, nel qual dicono esser infinito pesce e grande. Dapoi camminammo montando sempre per tre miglia fino che arrivammo a una porta picciola, la quale passata si trova un altro fiume, dove stanno alcune altre porte le quali non si usano: e quelli che passano queste fosse e valli profonde vengono a dormir quivi, perché non ponno passar in un giorno da capo a capo.
Quivi il frate che ne conduceva fece una crudeltà contra un xuum, overo capitano, che non saria fatta a un Moro. Costui non mandò cosí presto li suoi uomini ad aiutare a portar le nostre robbe, però gli fece ruinare alcuni campi di fava e dargli il guasto del tutto, delle qual fave si vive in queste valli, perché non vi nasce altro se non miglio e fave. E perché noi gli contradicevamo, diceva che questa era la giustizia del paese, e ogni giorno mandava a battere molti di quelli che ne portavano le robbe, e alle volte toglieva loro mule, vacche e pezze di tela, dicendo che cosí si aveva da fare a chi serviva male.
Alli 4 d'ottobre passammo ancora per questi mali cammini, e arrivammo sopra un fiume appresso il quale dormimmo, che è molto grande e bello e si chiama Gemma, ed è abondantissimo di pesce, come dicono li paesani: e si congiungono insieme questi fiumi e vanno nel Nilo. Discendemmo da questa montata per sei miglia, in capo del quale trovammo altre porte, dove pagammo similmente il passaggio. Fuori di queste porte andammo a dormire in una campagna, dove non si vedevano né fosse né alcuna cosa, anzi il tutto era pieno e uguale. Il cammino tra l'una porta e l'altra sopra dette può essere da quindici miglia, e quivi si dividono li regni d'Amara e Xoa: e chiamansi queste porte Badabassa, che vuol dire terra nuova. Dentro di queste valli e asperità vi si veggono d'ogni sorte uccelli infiniti.


Come il Prete Ianni andò a visitare la sepoltura di Gianes ichee nel monastero di Bilibranos, e della elezione che fu fatta di un altro ichee, il qual era stato moro.
Cap. LXVI.

Alli cinque di ottobre camminammo per campagne non molto lontane dalle dette rocche e valli profonde, e andammo ad alloggiar per mezzo d'un monastero che si chiama Bilibranos, del qual voglio parlar quello che per tre fiate io viddi far al Prete Ianni. La prima fu che venne al far d'un officio anniversario ad un gran prelato di detto monastero ch'era morto, che aveva nome Gianes, il qual era tenuto per uomo santo: il titolo suo era ichee, ed è il maggior prelato che sia in tutta la Etiopia, eccettuando l'abuna Marco. La seconda fiata venne al far della elezione d'un altro ichee, il quale fu uno nominato Iacob, uomo di santissima vita, e per avanti era stato moro. Costui fu nostro grande amico, e ne contò ch'egli ebbe una notte per revelazione che non teneva buon cammino, e che dovesse andar a trovar l'abuna Marco, il qual lo ricevette graziosamente, e lo fece cristiano e gl'insegnò tutta la fede nostra, come s'egli fusse stato suo figliuolo. Ichee in lingua de Tigray, qual si usa nel regno del Barnagasso e Tigremahon, vuol dir abba.
In questa campagna dove era il nostro cammino vi si vedevano alcune case piccole fatte quasi sotto terra, e il medesimo erano le corti d'intorno, dove tengono li loro animali: e questo dicevan che facevano per causa de' grandissimi venti che regnano in quelle parti. Quivi vedemmo gli abitatori mal vestiti, ma tanto numero di vacche, mule, cavalle, che non si potria credere; allevano anche galline simili alle nostre di Spagna in grandissima quantità. All'intorno di queste case erano li campi seminati di orzo, che piú belli non aveva veduti per avanti. Si vedevano anche infiniti uccelli di diverse sorti, come grue, oche salvatiche, anitre e altre da noi non conosciute, per esservi molti laghi piccioli, fatti da diverse fontane che corrono per detta campagna. Questo paese si chiama Huaguida.


Come per tre giorni camminammo per campagne; e della cura e rimedii che fanno alli loro ammalati; e come viddero le tende e padiglioni del Prete Ianni.
Cap LXVII.

Un lunedí, alli 9 di ottobre, camminammo per campagne simili a quelle dette di sopra, cosí di buoni pascoli come di essere tutte seminate, e fummo a dormire ad una terra che si chiama Anda: quivi ancora mangiammo pan d'orzo molto mal fatto. E cosí camminammo il giorno seguente per simili campagne, e dormimmo appresso d'alcune villette. Il mercore seguente trovammo miglior paese seminato di frumenti e d'orzi, cioè che si vedevano che in alcuni di detti campi le biade erano mature, altre erano tagliate e altre parevano seminate di nuovo. Chiamasi questa terra Tahagun, ed è molto popolata di grandi abitazioni e d'infinite mandrie d'ogni sorte d'animali, cioè vacche, cavalli, muli e pecore. Si trovavano in questi paesi molti ammalati di febbre, alli quali intendemmo che non facevano alcun rimedio, attendendo solamente che la natura gli aiutasse: e se ad alcun duol la testa, lo salassano dal capo; se gli duole il petto, coste o spalle, gli danno il fuoco, come si fa agli animali; alle febri non sanno fare alcun rimedio.
In mercoredí cominciammo a vedere con grande allegrezza da lungi il campo e padiglioni del Prete Ianni, che parevano infiniti e che coprisseno tutte le campagne, e quivi dormimmo. Il giovedí non facemmo troppo cammino; a mezzodí poi il venere riposammo per il sabbato e per la domenica in un piccolo luogo dove era una chiesa nuova, che non era ancora stata dipinta, perché dipingono tutte le chiese, e non con troppo ricchi lavori: e chiamasi Auriata, che vuol dire degli Apostoli, e si diceva esser del re, fino alle tende del quale potevano esser da tre miglia, e da questo luogo alla chiesa un miglio e mezzo, appresso la quale era alloggiato l'abuna Marco, ch'è il suo grande patriarca. In questi duoi giorni che qui riposammo ci vennero a trovare tre marinari, che fuggirono quando ci partimmo dalla nostra armata nel porto di Mazua, ed era già un mese che stavano in la corte: la venuta de' quali dispiacque molto al frate che ne conduceva, perché diceva non esser usanza di questo paese, quando la gente forestiera vi veniva, di poter parlare con alcun'altra persona fino che non parlavano col re; e cosí turbato se ne tornò alle sue tende. In questo medesimo giorno fu il detto frate a visitar l'abuna Marco, e ne portò un cesto d'uva secca e una zara di vino d'uva molto buono. La domenica seguente ne tornò a vedere uno di detti marinari, e l'ambasciadore gli disse che fosse a parlar prima al frate, e gli dicesse che non veniva per niun male, ma per l'amicizia grande ch'egli aveva con noi. Ma il frate, come lo vidde, gli fece metter le mani adosso e ritenerlo, e lo voleva mettere in ferri, se non fosse stato l'ambasciadore e noi altri che glielo cavammo di mani con aspre parole.


Come fu dato un gran signore che ne avesse a guardare, e della tenda che ne mandò.
Cap. LXVIII.

Il lunedí alli XVI di ottobre noi ci partimmo, pensando d'arrivare questo medesimo giorno alla corte dove è il padiglione del re, perciò che ne avevano fatto alloggiare tre miglia lontani, e parevano che 'l dí dietro n'avriano condotti molto presto. Stando noi con questa speranza, ne venne a trovare un gran signore, il titolo del quale si chiama adrugaz, che vuol dire gran maestro di casa, e ne disse come il Prete Ianni, avendo inteso della nostra venuta, l'aveva mandato a guardarne e darne ciò che ne faceva di bisogno, e volse che subito cavalcassimo e fossimo con lui: e pensando che ci menasse alla corte ci preparammo. Egli ne fece fare una volta indietro, non per il cammino che venimmo, ma ne fece circondare alcune colline, e tornammo adietro piú di tre miglia, dicendo che non ci pigliassimo fastidio, perché il Prete Ianni veniva in quella parte dove noi andavamo: come in effetto fece, che si vedevamo andar avanti di noi sei o sette uomini sopra molto buoni cavalli, scaramucciando e giocando tutti coperti il viso, che non si conosceva l'un dall'altro, e molti doppo loro sopra mule, e comprendemmo che questa cavalcata ne era stata fatta fare a posta, perciò che il Prete ne aveva voluto vedere. E ne menorno dietro ad alcune colline, dove questo gentiluomo alloggiò in una sua tenda, e ordinò ch'ancor noi ci fermassimo appresso di lui in una altra buona tenda, e ne mandò a provedere di tutto quello che ci era necessario abondantemente. Noi eravamo non molto di lungi dove si vidde alloggiare il Prete Ianni; il frate venne ad alloggiare appresso di noi. Il mercoledí a buon'ora ne portarono un'altra buona tenda grande, bianca, rotonda, dicendo che ne la mandava il Prete Ianni, e che una tenda simile a quella non poteva aver persona alcuna, se non il detto Prete e le chiese, e che la sua persona suole alloggiare in quella quando cammina. E cosí stemmo fino al venere, senza saper ciò ch'avessimo da fare, ma sempre ben proveduti del vivere. Il gentiluomo che ne guardava e il frate ne avisorno che dovessimo aver l'occhio molto bene alle robbe nostre, perché in quella terra vi erano di molti ladri; e li franchi, cioè bianchi, che erano quivi similmente ne lo dicevano, e che vi erano capitani e altri come daziari di detti ladri, che pagavano tributo al Prete Ianni di quello che si rubbava.


Come l'ambasciadore e noi con lui fummo chiamati per comandamento del Prete Ianni, e dell'ordinanza che noi trovammo, e dello stato in che si trovava il Prete Ianni.
Cap. LXIX

Il venerdí, alli XX di ottobre, a ora di terza venne il frate, dicendone con gran pressa che il Prete Ianni ne mandava a chiamare. L'ambasciadore ordinò che fossero caricate tutte le robbe che 'l capitan maggiore mandava, e che noi ci mettessimo ad ordine: il che facemmo molto bene con l'aiuto di Dio. E ne venne a trovarci molta gente per accompagnarne, cosí a piedi come a cavallo, con li quali ce ne venimmo in ordinanza fino ad una porta, di donde vedemmo da ogni canto infiniti padiglioni e tende come una città, e quelle del Prete Ianni alzate in una gran campagna, tutte bianche (sí come si dice che generalmente suol tenere), e avanti di quelle una molto grande rossa, che dicono che non l'alza se non nei giorni di gran feste o vero di qualche grande audienza. Davanti di detta tenda rossa erano stati fatti due ordini di archi coperti di panni di seta bianchi e rossi, cioè un arco coperto di rosso e l'altro di bianco, e non erano coperti, ma rivolti li panni all'intorno dell'arco, come si faria d'una stola all'intorno d'un legno che sostiene una croce: e cosí stavano questi archi da un capo, e potevano esser da venti, e la lor grandezza e larghezza era come quella dell'arco d'un chiostro piccolo, ed era lontano un ordine dall'altro un tirar d'una pietra. Quivi erano infinite genti messe insieme, che a mio giudicio passavano quarantamila persone, e tutte stavano in bella ordinanza da una banda e dall'altra senza moversi: e le genti meglio vestite erano le piú vicine agli archi. Fra li quali si vedevano alcuni canonici e persone di chiese molto onorate co cappucci grandi in capo, non come mitre, ma con alcune punte in cima dipinte di colori, ed erano di panno di seta e di grana, e altre genti molto ben vestite, avanti le quali stavano quattro cavalli, cioè due da una parte e due dall'altra, sellati e coperti riccamente di broccato fino in terra: le lame over arme che tenessero di sotto non si vedevano. Avevano questi cavalli diademe sopra il capo, alte che passavano l'orecchie, e descendevano fino al morso con grandi e varii pennacchi; e di sotto dei detti stavano molti altri buoni cavalli sellati, coperti di seta e di velluto, e le teste di ciascheduno era equali e come in ordinanza con le genti. Immediate appresso di questi cavalli e dietro di quelli (perché la gente era molta e folta), stavano alcuni uomini onorati, che eran vestiti se non dalla cintura in giuso di molto sottili e bianchi panni di bombagio; l'altra gente vestita grossamente stava fra questa e gli altri.
È costume che davanti il re e gran signori che possino comandare vi vadino sempre uomini che portino sferze, cioè un picciolo legno con una coreggia lunga: e quando danno in vano fanno un grande strepito, per fare star adietro la gente. Di questi ne vennero ad incontrare ben cento, tutti vestiti con alcune picciole camicie di seta, i quali con questi strepiti non lassavano udir l'uomo, e ognun si slargava. La gente da cavallo e sopra mule che eran con noi discavalcarono molto da lungi, e noi fummo ancora un gran pezzo menati a cavallo, e discavalcammo appresso la tenda rossa un tratto di balestra: e quivi cominciaron questi che ne menavano a far le solite riverenze, e noi con loro, perché cosí n'era stato insegnato, il che è abbassar la mano diritta fino in terra. Anco in questo spazio d'un tratto di balestra incontrammo ben sessanta uomini, come saria a dire portieri di mazza, e venivano mezzo correndo, perché cosí si costuma con tutte le risposte che manda il Prete di correre. Erano vestiti di camicie bianche e di buoni panni di seta, e di sopra le spalle, che descendevano al basso, vi erano alcune pelli di colore roano o tanè molto pelose, che dicevano esser di leone, e sopra dette pelli avevano catene d'oro mal lavorato con gioie incastrate, e similmente altre gioie intorno al collo; portavano alcune cinture di seta di varii colori, di larghezza e fattura come son cinghie di cavallo, se non che erano lunghe, con i fiocchi e capi fino a terra: ed erano tanti da una parte quanti dall'altra, e ne accompagnarono fino al primo ordine degli archi, dove ci fermammo. Ma avanti che noi arrivassimo alli detti archi, stavano quattro leoni legati con le lor catene per dove avevamo da passare. E passati quelli, nel mezzo del campo, all'ombra de' detti primi archi, vi stavano quattro uomini onorati, fra i quali v'era uno di due maggior signori che siano nella corte del Prete, che si chiama betudete, cioè gran capitano: e di questi ne sono due, uno de' quali serve a man diritta e l'altro a man manca. Quello da man diritta dicevano che era in guerra con i Mori, e questo da man manca era quello che stava quivi; gli altri tre erano grandi uomini. Arrivando a loro, noi stemmo un gran pezzo senza parlare, né noi a loro né loro a noi.
In questo tempo venne un prete vecchio, che si dice esser parente e confessore del Prete Ianni, vestito di una cappa bianca a modo di bernusso e un cappuccio grande di seta: il titolo di costui si chiama cabeata, ed è la seconda persona in questi regni, e uscí della tenda del Prete che ancora noi eravamo lontani ben dui tratti di pietra. Delli quattro che stavano con noi, tre di loro l'andarono ad incontrare a mezzo il cammino, e il betudete restò con noi; e costoro poi approssimandosi, il detto betudete verso loro si fece inanzi tre o quattro passi, e cosí insieme giunsero tutti cinque a noi. Giunto il cabeata addimandò all'ambasciadore ciò che volesse e donde veniva; rispose l'ambasciadore che veniva d'India, e portava una ambasciata al Prete Ianni del capitan maggiore e governatore dell'Indie per il re di Portogallo. Con questo se ne ritornò al Prete, dal quale con le medesime dimande e le medesime risposte andò e ritornò tre volte: a tutte rispose lo ambasciador d'una simil sorte; alla quarta il cabeata disse: "Dite ciò che volete, ch'io lo dirò al re". Rispose l'ambasciadore che lui con tutta la sua compagnia mandavano a baciare le mani a sua Altezza, e rendevano molte grazie a Dio di compire gli suoi santi desiderii di congiunger cristiani con cristiani, e che loro fossero stati i primi. Con questa risposta se n'andò il cabeata, e subito si ritornò con un'altra parola: e sempre i sopradetti quattro lo andavano ad incontrare come abbiam detto di sopra, e arrivando a noi disse che 'l Prete Ianni diceva che fossimo li ben venuti, e tornassimo a riposarci. In questa prima audienza non si usa di dir altre parole, né si può vedere sua Maestà, per mantener maggior reputazione. Allora l'ambasciadore consegnò a pezza per pezza tutti li presenti che 'l capitan maggiore mandava a sua Altezza, e di piú quattro sacchi di pepe ch'erano stati portati per farne le spese. Subito fu portato il tutto alla tenda del Prete, e di lí poi ritornato agli archi dove noi stavamo, e fecero distendere i panni di razzo che noi gli demmo sopra detti archi, e cosí ciascheduna dell'altre robbe e cose: e stando quelle in vista di ciascuno, fu ordinato che tutti tacessero, e uno che si chiamava la giustizia maggiore della corte parlò con voce molto alta, dichiarando a pezza per pezza le cose che 'l capitan maggiore mandava al Prete Ianni, e che tutti dovessero render grazie al Signor Dio per aver congiunti li cristiani insieme, e se alcuno vi era a chi dolesse che piangesse, e quelli che n'avevano piacere cantassero. Tutta la gente che stava ivi insieme diede un grandissimo grido in modo di lodare Iddio, il qual durò per un grande ispazio. Fatto questo, n'espedirono e ne menarono ad alloggiare un gran tratto di balestra dalle tende del Prete, ove era stata posta la tenda che egli ne aveva mandato, e dove stava il resto delle nostre robbe.


Del furto che ne fu fatto nel mutar delle nostre robbe, e delle vettovaglie che ne mandò il Prete Ianni, e del parlar che 'l frate ebbe con noi.
Cap. LXX.

Al tramutare di queste nostre robbe si cominciò a vedere per isperienza l'aviso che ne era stato dato de' ladri, percioché subito nel cammino tolsero per forza ad un servidore nostro quattro bacini di rame stagnati e quattro scodelle di porcellana e alcune altre picciole cose da cucina, e perché il servidore si voleva difendere, gli diedero una gran ferita in una gamba. L'ambasciador non poté far altro se non ordinar che fosse medicato, e di queste robbe niuna si poté avere indietro. Subito che fummo alloggiati, ne mandò il Prete Ianni CCC pani di formento grandi e bianchi, e molte zare di vino di miele, e dieci buoi, e dissero i messi che portavano le robbe che 'l Prete Ianni aveva ordinato che ne fussero dati cinquanta buoi e altretante zare di vino. Il sabbato seguente, che fu il XXI, ne mandò infinito pane, vino e molte imbandigioni di carne di diverse sorti e molto ben fatte e acconcie, e al medesimo modo fu la domenica, nella quale, fra l'altre molte e varie imbandigioni, ne fu portata una vitella tutta intiera posta in un pasticcio, tanto bene acconcia con spezie e frutti postoli nel ventre, che noi non ci potevamo saziar di mangiare.
Il lunedí seguente si levò una fama per tutta la corte che noi avevamo ritenuti molti sacchi di pepe che il capitan maggiore mandava a donare al Prete, il che non era la verità. E perché di quello ne fanno grandissimo conto, ed è la maggior mercanzia che corra per l'Etiopia, però il frate venne a noi con una invenzion, dicendone che se l'ambasciadore desse tutto il pepe che esso aveva al Prete Ianni, che ordinaria che ne fossero fatte le spese nello star ivi e nel ritorno fino a Mazua: e cosí cessorono darne da mangiare, né vennero le cinquanta vacche, né manco le zare di vino. Proibiva similmente a tutti li franchi che erano in la corte che non parlassero con alcuni di noi, e ne dicevano che non uscissimo della nostra tenda, che tal era il costume di tutti quelli che vengono a questa corte, di non parlar con alcuno fin che non parlino al re. E per questo divieto tenevano prigione un Portoghese di Alcugna, che ne fu a parlare nel cammino, e un franco, dicendo che ne venivano a dir le cose della corte. Questo Portoghese fuggí una notte con i ferri delle man d'un eunuco che lo guardava, e venne a salvarsi alla nostra tenda. Subito la mattina lo vennero a cercare, ma l'ambasciadore non lo volse dare; ma mandò il fattore con l'interprete a parlare al betudete da sua parte, e dirgli per che cagione egli faceva mettere in ferri li Portoghesi, faccendoli trattar cosí male dalli schiavi eunuchi. Gli rispose il betudete fuor di proposito, dicendo chi ne aveva ordinato di venir qui, e che Matteo non andò in Portogallo di commission del Prete Ianni né della regina Elena, e se questo schiavo aveva posto i ferri ai Portoghesi, che i Portoghesi ritornassero a mettere i ferri al detto schiavo, che tal era la giustizia di questa terra.


Come il Prete Ianni si mutò con la corte, e come il frate disse all'ambasciadore che comprasse ciò che volesse, e come l'ambasciadore se n'andò alla corte.
Cap. LXXI.

Il martedí alli XXIIII d'ottobre, aspettando che 'l Prete ne mandasse a chiamare per parlargli, egli si partí con tutta la corte verso quella parte donde era venuto, che poteva essere lo spazio di sei miglia. In questo venne il frate dicendone che se volevamo andare dove camminava il re, che comprassimo delle mule che portassino le nostre robbe, e all'ambasciadore che, se voleva comprare o vendere, lo facesse. Gli rispose l'ambasciadore che non eravamo venuti per esser mercatanti, ma solamente per servire a Dio e ai re, e per congiunger cristiani con cristiani: e questo facevano solamente per provar d'intendere che intenzione e cuore era 'l nostro. Il giovedí seguente mi mandò l'ambasciadore con Giovanni Consalvo interprete, che fossimo alla corte a parlare al betudete o ver al cabeata. E parlammo al betudete in questa maniera, che 'l frate aveva fatto intendere all'ambasciadore che se volesse comprar o vendere, che gli davano licenza: delle qual parole si maravigliava grandemente, perché né lui né suo padre né sua madre né suo avo mai avevano comprato né venduto né tenevano tal officio, e similmente tutti li gentiluomini e persone che con lui erano venuti, li quali erano allevati nella casa e corte del re di Portogallo, in onorati uficii e sopra le guerre gli servivano, e non in mercanzie; e di piú che 'l frate gli aveva detto che, dando tutto 'l pepe che gli restava, il Prete Ianni ordinarebbe che gli fossero fatte le spese mentre stessino qui e fino che arrivassimo al porto di Mazua, e che a questo rispondeva l'ambasciadore che 'l costume di Portoghesi non era di mangiar e bevere a costo di meschini e poveri uomini, ma che del loro oro e argento pagavano le loro spese. E perché non corre moneta in questo regno, per tanto il capitan maggiore, oltra il molto oro e argento, gli aveva dato molto pepe e panni per farsi le spese, e di questo pepe che portava per le sue spese ne aveva già dato quattro sacchi al Prete, e il resto lo salvava per far questo effetto; e che il frate di piú gli aveva detto che, se voleva andar dietro alla corte, dovesse comprar mule per far portar le robbe: a questo gli mandava a dire che quanto al presente non gli erano necessarie mule, né manco per mutarsi di dove stava, e che quando volesse partire esso comprarebbe delle mule. Subito rispose il betudete che 'l Prete Ianni aveva ordinato che ne fussero date dieci mule, e se le avevamo avute. Rispondemmo che tal mule non avevamo vedute, solamente che 'l frate nel viaggio ne dette tre mule stracche, a tre uomini che venivano a piedi. All'altre cose il betudete non ne volse respondere, entrando a parlar in cose fuor di conclusione, cioè se 'l re di Portogallo era maritato, e quante moglie egli aveva, e quante fortezze teneva nell'India, con molte altre addimande impertinenti e fuori di proposito. Noi veramente gli tornammo a dir da parte dell'ambasciadore, se 'l Prete voleva ascoltar la sua ambasciata, che lo dicesse, e non volendo che a nessun altro si diria, e se la volesse in scritto se gli manderia. Ne rispose che aspettassimo, che presto averessimo risposta, e cosí ce ne tornammo a casa senza alcuna conclusione. Fino all'ora presente ne avevano proibito sempre che li franchi che andavano per la corte non parlassero con esso noi, né meno venissero alle nostre tende, e se venivano, venivano molto ascosamente, perché 'l frate era sempre con noi come guardia.


Delli franchi che stanno nella corte del Prete Ianni, e come ivi arrivorno, li quali ne consigliorno che dessimo il pepe e le altre robbe che noi avevamo al Prete Ianni.
Cap. LXXII.

Perché molte volte io parlo de' franchi, dico che quando Lopo Suares, capitan maggiore e governatore dell'India, arrivò con la sua armata nel porto del Ziden, nella quale io similmente fui, si trovavano nel detto luogo sessanta uomini cristiani schiavi di Turchi, ed erano di diverse nazioni, li quali sono questi che al presente trovammo in questa corte, i quali dicono che stavano aspettando la grazia di Dio, cioè che li Portoghesi entrassero nel detto luogo del Ziden, per venirsene via con esso noi. E perché l'armata non poté smontar in terra, però restarono, e dopo pochi giorni quindici di questi uomini bianchi, con altritanti Abissini della terra del Prete Ianni che similmente erano schiavi, trovarono due brigantini e si fuggirono per venire a ritrovar la detta armata: e non potendo arrivare all'isola di Cameran, vennero a quella di Mazua, che è vicina ad Ercoco, terra del Prete Ianni. E smontati affondarono li brigantini e se ne vennero alla corte del Prete, ove vedemmo che gli facevano grande onore piú che a noi fino al presente, e gli hanno dato terre e vasalli che gli servano e che gli facciano le spese. Questi sono li franchi, la maggior parte de' quali sono genovesi, due catelani, uno da Schio, un biscaino e un alemano, li quali dapoi sono venuti in Portogallo, e noi similmente Portoghesi ne chiamano franchi. Tutte l'altre genti bianche, cioè di Soria, di Grecia e del Cairo, chiamano ghibetes.
Domenica, alli 29 d'ottobre, vennero a noi due di detti franchi, dicendo che venivano per un consiglio auto fra loro circa le cose che avevano udite dire di noi da quei della corte, cioè che 'l pepe e tutte le robbe che portavamo erano del Prete Ianni, e che 'l capitan maggiore gliele mandava, e non volendole noi dare, che perderemmo la grazia sua; e che pareva loro che fosse ben fatto a dargli il pepe che noi portavamo e tutta l'altra robba, perciò che, non lo faccendo, non averemmo mai licenza di partirci, essendo questo il lor costume, che mai lasciano tornar adietro quelli che vengono ai lor regni: e questo era il lor parere, il qual n'avevano voluto far intendere. Sopra questo ci consigliammo, e di volontà dell'ambasciadore e di tutti noi altri ci accordammo che di cinque sacchi di pepe che ancora tenevamo, di darne quattro al Prete, e che uno ci restasse per farne le spese. Ne consigliarono ancor che dovessimo mandargli quattro belle casse coperte di cuoio, le quali erano nella nostra compagnia, parendoli che averebbe piacere di quelle, per esser cosa che non si trova in quel paese.
Il lunedí seguente immediate, alli XXX d'ottobre, ne vennero a trovare i detti franchi, con molte mule e uomini lor servitori, per condurne noi con le robbe. Determinò l'ambasciadore che si mandasse il detto presente di pepe e casse e non altro, e che io con lo scrivano e fattore lo portassimo, e che esso poi con l'altra gente se ne verria al tardi. Ci partimmo, e andando per il cammino trovammo un messo, che ne disse che portava la parola del Prete, e ismontò subito per darnela: e noi similmente smontammo per riceverla, perché cosí è suo costume, di dare la parola del re in piedi e in piedi essere udita.
Dissene che 'l Prete comandava che subito andassimo al padiglione. Io gli dissi che l'ambasciadore verria doppo noi, e che egli fusse contento di ritornar con noi, per darne modo come potessimo appresentare un servigio che noi portavamo a sua Altezza. Disse che cosí faria, e ne addomandò quello che gli volevamo donare, percioché questo è sempre di lor costume d'addimandare; noi lo contentammo di parole, con intenzione di non dargli alcuna cosa. Ne menò davanti un circuito grande, serrato d'una siepe molto alta, dentro la quale stavano molte tende alzate e una casa grande, longa e terrena, coperta di paglia, nella quale dicevano che alcune volte vi veniva a stare il Prete: e costui ne disse che allora vi si trovava. Avanti l'entrare di questa siepe vi stavano molte genti in grande ordine, e questi similmente dicevano che vi stava il Prete. Dismontammo un gran pezzo adietro secondo il suo costume, e gli mandammo a dire come volevamo appresentare un servigio a sua Altezza. Venne a noi un uomo onorato, dicendone con una certa maninconia perché non era venuto l'ambasciadore; noi rispondemmo perché non aveva mule né genti che gli portassero la robba, e che ora lui verria, perché i franchi erano andati per lui. Richiedemmo a questo uomo che ne desse modo di poter appresentar questo pepe e casse a sua Altezza; ne rispose che non curassimo d'altro, ma che al tutto venisse l'ambasciadore, e venendo che lo mandassimo a chiamare, perché ne faria appresentare il servigio. Ordinò subito questo gentiluomo che ne fosse mostrato il luogo dove mettessimo la nostra tenda quando venisse l'ambasciadore, il qual non tardò molto a venire.


Come dissero all'ambasciadore che li grandi della corte consigliavano il Prete Ianni che non ne lasciasse piú tornare adietro; e come il detto Prete ordinò che mutassero la sua tenda, e gli addimandò una croce, e come fece venire a lui il detto ambasciadore.
Cap. LXXIII.

In questo giorno sapemmo come né nel circuito della siepe, né anco in dette tende e case stava il Prete Ianni, ma che era di sopra, in alcune altre tende che di lí si vedevano, sopra una collina lontana quasi un miglio e mezzo. In questo giorno non vedemmo né sapemmo altro; solamente assettammo la nostra tenda nel luogo che n'avevano assegnato, qual non era molto lontano dal detto circuito della siepe dalla parte di man diritta. E li franchi che stavano alla corte venivano alla nostra tenda, e ne dicevano che li grandi della corte n'erano contrarii, e che questo frate aveva lor messo in testa che consigliassero il Prete che non gli lasciasse tornar né uscire delli suoi regni, perché dicevamo male della terra, e che molto piú male diremmo quando fossimo fuor di quella; e che sempre era stato costume di questi regni di non lasciar partire forestieri che a quelli vengono. Noi avevamo di questo sospetto per quello che avevamo udito, e costoro ce lo confermarono, percioché sapevamo che Giovan Gomes e Giovan prete portoghese, che qua vennero mandati per il signor Tristan di Cugna, governatore dell'India, in compagnia d'un Moro che ancora vive e abita in Manadeli, detti Portoghesi non furono lasciati partire, perché dicevano che moririano se partissero; e similmente un Pietro da Coviglian portoghese, che già XL anni partí di Portogallo per ordine del re don Giovanni, e già sono XXX anni che sta in questi regni; e similmente due Veneziani, ad un de' quali hanno posto nome Marcorius, ma il suo nome proprio era Nicolò Brancaleone, sono XXXIII anni che sta in questo paese, e un Tommaso Gradenigo, il quale già XV anni vi venne, senza che mai abbino lasciato partire alcuno di loro. E questi vanno ora per la corte, alli quali hanno dato grandissime possessioni e vassalli, e sono maritati e vivono a modo di signori, e il medesimo a molti altri che sono mancati di questa vita. Dicono questa ragione in loro scusa, che chi ne viene a cercare ha bisogno di noi, e per ciò non è ragione che se ne vadino, né che noi gli dobbiamo lasciar partire. Noi trovammo al presente in questa corte il detto Pietro da Coviglian, che ne disse che la sua casa era vicina a quelle porte terribili di montagna che di sopra passammo.
Il martedí che fu l'ultimo giorno d'ottobre, venne il Prete Ianni dalle tende di sopra dove egli stava verso questo circuito dove noi stavamo, e quando passò vidde la nostra tenda non molto lontana dalle sue, e mandò un uomo all'ambasciadore, che gli dicesse che dovesse mutar la tenda, perché era tristo aere in quel luogo dove egli stava: e noi nondimeno stavamo nel luogo che essi ne avevano consegnato il giorno avanti. Gli disse l'ambasciadore in risposta che non aveva persone che gli mutassero la tenda né le sue robbe, che se venissero genti, che la faria mutar in quel luogo che a sua Altezza paresse. In questo giorno, essendo notte, venne una parola del Prete, dicendone che se l'ambasciadore o la sua compagnia aveva alcuna croce di oro o d'argento, che gliela mandasse, che la voleva vedere. Disse l'ambasciadore che non ne aveva, né lui né la sua compagnia, e che una che lui portava l'aveva donata al Barnagasso: e con questo si partí il paggio, ma subito tornò, dicendo che ciascuna che noi avessimo se gli mandasse. Gli mandammo una mia di legno con un crocifisso dipinto, che per viaggio portava in mano a usanza della terra. Subito ne la rimandò, dicendo che aveva avuto piacer molto di vederla, perché conosceva che eravamo buoni cristiani. L'ambasciadore mandò a dire al Prete per il detto paggio che teneva ancora per le sue spese e della sua compagnia un poco di pepe, che lo voleva dare a sua Altezza insieme con quattro casse per salvar robbe, e che quando le piacesse le mandasse a far pigliare. Andato il paggio con questa risposta, subito tornò dicendo che 'l re non voleva pepe né casse, e che già li panni che gli aveva dato erano stati appresentati alle chiese, e il pepe aveva dato alli poveri, perché cosí gli era stato detto che aveva fatto il capitan maggior d'India, di dare alle chiese tutti li panni che gli mandava il re di Portogallo. Rispose l'ambasciadore che chi aveva detto tal cosa non aveva detta la verità, perché 'l tutto era ancora posto insieme e salvo, e che questo gli potevano aver detto li servidori di Matteo, che detti panni fossero stati dati alle chiese. E perché io sapeva tutta la cosa come era passata circa detti panni, io gli volsi rispondere, e dissi ch'era vero che questi panni che il re di Portogallo mandava, accioché non si guastassino, e per servir a Dio e onorar le chiese, io gli aveva aiutati acconciar nella chiesa principal di Cochin, che è Santa Croce, nelle feste principali; le quali compiute, aveva aiutato a sconciarli, piegargli e ponergli insieme, accioché non si guastassino dalle tarme: e per questo avevano potuto dire che erano stati dati alle chiese, ma che questa era la pura verità. Andata questa risposta, venne un altro messo, dicendo che comandava il Prete Ianni che l'ambasciadore subito con tutta la sua compagnia fosse a trovarlo: e potevano ben esser tre ore di notte passate. Tutti subitamente ci cominciammo a vestire de' nostri buoni panni per andar dove ne chiamavano; vestiti che fummo, venne un altro che disse che noi non dovessimo andare, e cosí restammo sconsolati.


Come, essendo l'ambasciadore chiamato per il Prete Ianni, gli dette audienza in persona.
Cap. LXXIV


Mercore, il primo di novembre, passate due ore di notte, ne mandò a chiamare il Prete Ianni per un paggio: noi, postoci in ordine, ce n'andammo. Arrivati alla porta o entrata del primo circuito di siepe, ritrovammo portieri che ne fecero aspettar piú d'una buon'ora, con gran freddo e vento secco che tirava. Dal luogo dove stavamo, vedevamo stare nella parte davanti dell'altro circuito della siepe molte torcie accese, e tenevanle gli uomini in mano. Stando cosí in questa entrata, perché non ci lasciavano passare, tirorno li nostri con due spingarde: venne subito una parola del re, dicendo perché non avevamo condotte dal mare molte spingarde. Rispose l'ambasciadore che noi non venivamo per far guerra, e per questo noi non conducevamo arme, ma che solamente queste tre o quattro spingarde erano state portate per far festa e per passar tempo. Aspettando noi ivi, vennero cinque uomini principali, fra li quali vi era quel nominato adrugas, al qual fummo consegnati quando arrivammo. Giunti che furon questi con la parola del Prete, fecero subito la sua riverenza solita, e noi con loro, e cominciammo a camminare; e andati cinque o sei passi, ci fermammo noi ed essi. Costoro camminavano a par di noi come se ci tenessero per mano, e da un capo di quelli stavan duoi uomini con due torcie accese in mano, e duoi dall'altro, e guidandone cominciarono ciascuno per la volta con la voce alta a dire: "Hunca, hiale, huchia, abeton", che vol dire: "Quello che mi comandasti, signore, qui ve lo meno". E finito che aveva uno, l'altro cominciava, e cosí seguitavano un dietro l'altro, e tanto dissero questo fin che di dentro udimmo una voce detta da piú di uno, cioè "Cafacinelet", che vuol dire "venite dentro". Noi andammo un altro poco e tornorono a fermarci, e di nuovo dissero le parole sopra dette, fin che di dentro gli fu risposto come la prima volta: di queste pause ne fecero ben dieci dalla prima entrata fino alla seconda, e ciascuna volta che di dentro dicevano "Cafacinelet" (perché è parola del Prete), quelli che ne guidavano e noi con loro abbassavamo la testa e le mani fino in terra. E passando la seconda entrata, cominciarono a fare un altro cantare, cioè: "Caphan, hyam, caynha, afrangues, abeton", che vuol dire: "Li franchi che ne comandasti quivi li meno, signore". E questo dissero altretante volte come le prime di sopra, e aspettavano la risposta di dentro, che fu al modo della prima. E cosí di pausa in pausa arrivammo a un letto over mastabè, avanti del quale stavano molte torcie accese, che nella prima entrata vedemmo, e le contammo 80 per banda, molto in ordinanza: e acciò non si uscisse fuor di schiera, coloro che le tenevano avevano avanti di sé alcune canne in mano molto lunghe, attraversate all'altezza del petto, e dette torcie tutte stavano ugualmente. Questo letto era posto dentro l'entrata di una gran casa terrena, che di sopra abbiamo detto, la qual è fabricata sopra colonne molto grosse di cipresso: li suoi volti posti sopra le colonne erano dipinti d'alcuni belli colori, e di sopra vi erano tavole che discendevano fino a basso a livello; la coperta del colmo è d'erba del paese, che dicono durare la vita d'un uomo. Nell'entrata della casa, cioè nella testa, erano state acconcie cinque cortine che venivano avanti al detto letto, e quella che stava nel mezzo era di broccato d'oro e l'altre di seta fina. Davanti di queste cortine, nel piano era posto un grande e ricco tappeto, e appresso duo panni grandi di bombagio, pelosi come tappeti, che loro chiamano basutos. Tutto il resto erano stuore dipinte, di sorte che niente nel piano si vedeva; e cosí stava da un capo e dall'altro il tutto pieno di torcie accese, come avevamo veduto l'altre di fuori.
Stando noi cosí fermi, di dentro dalle cortine venne una parola dal Prete Ianni, dicendo senza altro principio che esso non mandò Matteo a Portogallo, e posto che senza sua licenza vi andasse, che 'l re di Portogallo gli mandava per lui molte cose: quello che era d'esse, e perché non l'avevano condotte come il re gliele mandava, e che quelle che gli aveva mandate il capitan maggiore d'India già avevano date. Rispose l'ambasciadore che sua Altezza lo volesse udire, che gli renderia conto del tutto, e cominciò subito a dire che quello che gli mandava il capitan maggiore gliel'avevano presentato, e di piú gli aveva dato di quel pepe che portava per farsi le spese. Delle robbe veramente che gli mandava a donar il re di Portogallo, il non averle condotte a sua Maiestà era proceduto perché l'ambasciador che le aveva portate, nominato Odoardo Galvan, morí in Cameran, e appresso furon morti nell'isola di Delaqua alcuni Portoghesi, fra li quali fu il fattore e lo interprete che le doveva appresentare; e poi alla fin, non avendo il capitan maggiore per venti contrarii potuto prender il porto di Mazua, se ne era ritornato in India e di lí partito per Portogallo. Al capitan veramente che era successo in suo luogo il re di Portogallo, non sapendo della morte del detto Odoardo, ma pensando che fosse venuto alla corte di sua Altezza, non aveva dato altro in commissione se non di venirsene nel mar Rosso a destruggere i Mori e ad intendere del detto suo ambasciadore: il qual capitan maggiore, dubitando di non poter pigliar porto alcuno, come l'altra fiata non si poté, non aveva voluto condur le dette robbe che 'l re di Portogallo gli mandava, le quali sono nell'Indie conservate e messe insieme, e che solamente volse condur Matteo, acciò che, se pigliasse alcuno porto nella costa d'Abissini, lo facesse smontar ivi e dapoi mandargli le dette robbe. E perché Dio volse che pigliassero il detto porto di Mazua, che è nelle sue terre, ancor che sia in potere di Mori, determinò il capitan maggiore di mandargli lui, don Rodrigo, con queste robbe e pezze che gli aveva appresentate, e che venisse in compagnia di Matteo, solamente per visitazione e per sapere il cammino, quando si volesse mandare ambasciadore dal re di Portogallo, e che Matteo era mancato di questa vita nel monastero della Visione. Alla volta di questa risposta venne un'altra, dicendo, s'erano stati amazzati tre in Dalaca, come Matteo era scampato fu risposto: a questo che Matteo scampò perché non volse uscir della caravella in terra. E addimandogli l'ambasciadore molto di grazia che lo volesse udire, perciò che intenderia la verità, e che similmente gli daria in scrittura quello che 'l capitan maggiore gli mandava a dire in parole, oltra le lettere, e a questo modo saperia il tutto. Andavano e venivano le dimande e risposte senza alcuna conclusione: e cosí ne spedirono. Nel dí seguente ne mandò molto pane, vino e carne, e duoi uomini, dicendo che costoro avevano carico di darne ogni giorno il nostro vivere e quello che ne fosse necessario.


Come un'altra volta fu chiamato l'ambasciadore e portò seco le lettere che egli aveva; e come gli dimandassimo licenza per dir messa.
Cap. LXXV

Sabbato al tardi, alli III di novembre, ne mandò a chiamare il Prete Ianni, e andammo verso le ventiquattro ore. E arrivando alla prima porta o entrata, aspettando lí un poco, venne la parola, dicendo che tirassimo con le spingarde, ma che non avessero pallotte, per non far male ad alcuno. E di lí a un poco ne fecero entrare, e fummo per le pause medesime come l'altra volta; e arrivando fra le porte e cortine dove l'altra volta stemmo, vedemmo il luogo del letto come per avanti molto riccamente adornato e acconcio, e tutto dalle bande di dietro e d'avanti era di broccato, e le genti erano molto meglio vestite, e da una banda e dall'altra tutte in ordinanza, con le spade nude in mano e il lor brocchiero, e poste come s'avessero a combattere l'una con l'altra. Erano da ciascuna parte dugento torcie accese in ordinanza, come quelle dell'altro giorno. Arrivati che fummo, cominciò a farne dire e mandar risposte per il cabeata e per un paggio, il qual si chiama Abdenago, che è capitan di tutti i paggi. Con queste sue proposte, portava costui la spada ignuda in mano, e la prima che venne fu questa: quanti eravamo e quante spingarde avevamo condotte; e subito ne venne un altro, dicendo chi aveva insegnato ai Mori a fare spingarde e bombarde, e se tiravano con quelle ai Portoghesi e i Portoghesi a loro, e chi aveva maggior paura, o Mori o Portoghesi. Ciascuna di queste dimande veniva per la sua volta, e a ciascuna facemmo risposta. E quanto alla paura delle bombarde, dicemmo che li Portoghesi erano tanto armati nella fede di Giesú Cristo che non avevano paura de' Mori, e che se gli temessero non verriano cosí da lungi senza necessità a trovargli; quanto al fare delle spingarde e bombarde, che li Mori erano uomini, e tenevano sapere e ingegno come ciascun altro di noi. Mandò a dimandare se li Turchi avevano buone bombarde; rispose l'ambasciadore ch'erano cosí buone come le nostre, ma che noi non le temevamo punto, perché combattevamo per la fede di Giesú Cristo, ed essi contro di quella. Dimandò poi chi aveva insegnato a' Turchi a far bombarde; gli fu risposto come di sopra, cioè che li Turchi erano uomini e tenevano ingegno e saper d'uomini in tutta perfezione, salvo che nella fede. Dipoi mandò a dire se fosse alcuno nella nostra compagnia che sapesse giocar di spada e di brocchiero, che averia piacer di vedergli giocare. L'ambasciadore ordinò a Giorgio di Breu insieme con un altro valente che giocasse, li quali fecero molto bene, come si può sperare da uomini esercitati e allevati in guerra e arme: e il Prete li poteva molto ben vedere da dietro delle cortine, e n'ebbe piacer grande, come ne fu detto.
Come ebbero finito, l'ambasciador mandò a dire al Prete Ianni che gli piacesse udire e intendere quanto gli mandava a dire il capitan maggiore del re di Portogallo, e che l'espedisse per andar a ritrovar l'armata nel tempo della sua venuta, per non fare spesa senza utile alcuno. Venne risposta che pur ora ora eravamo arrivati, e non avevamo visto un terzo delle sue terre e signorie, e che ci dessimo piacere perché, come venisse il capitan maggiore a Mazua, esso gli mandaria a parlare, e che poi noi partissimo; e che, s'el detto capitan facesse una fortezza in Mazua o in Suachen o in Zeila, ch'egli la terria fornita di continuo di tutte le vettovaglie necessarie: e conciosiacosaché i Turchi siano molti e noi pochi, quando si avesse una simil fortezza nel mar Rosso, si potria disegnar molto bene il cammino per onde si dovesse andar con esercito in Gierusalem e nella Terra Santa. Rispose l'ambasciadore che questi erano tutti li desiderii del re di Portogallo, e che tuttavia gli addimandava che lo dovesse udire; e se determinasse di non udirlo, che gli mandaria le lettere del capitan maggiore, e in scrittura tutto quello ch'esso gli mandava a dire. Ne ordinò che 'l tutto fosse interpretato e scritto nelle sue lettere abissine e che glielo mandassimo, e cosí l'ambasciadore fece, richiedendoli con instanzia che l'espedisse. Dopo questo mandò a dire il Prete Ianni ch'avendogli portato un organo, venisse alcuno a sonarlo e a cantare, e cosí fu fatto. Volse poi anco che si ballasse al nostro modo, e finito il ballo gli facemmo a saper che noi eravamo cristiani, e che ne desse licenza per dir la messa a nostro costume, secondo la chiesa romana: subito ne venne risposta che ben sapea ch'eravamo cristiani, e che li Mori, ch'erano mali e perfidi, poi che facevano l'orazione a suo modo, perché non dovevamo noi farla al nostro? e che ne mandaria a dare tutte le cose necessarie. Arrivati che fummo al nostro alloggiamento, ne portarono trecento pani grandi e XXIIII zare di vino, dicendo colui che le faceva portare che gliene furono consegnate XXX, ma che nel cammino li portatori n'avevano trabalzate sei.


Delle dimande che furno fatte all'ambasciadore per ordine del Prete Ianni,
e delle vesti che diede a un paggio.
Cap. LXXVI.

La domenica seguente vennero alla nostra tenda molte proposte dal Prete Ianni all'ambasciadore, e tutte erano sopra le arme che aveva inteso che gli mandava il re di Portogallo, se le manderia in India. Disse l'ambasciadore che l'arme e tutte l'altre cose che 'l re mandava verriano l'anno seguente, e che 'l capitan maggiore le manderia o porteria egli medesimo: e cosí gli mandava a dir e scriveva nelle sue lettere. Volse poi che li nostri andassero a tirar le spingarde in quella gran siepe, e che alcuni suoi tirassero ancor essi, e dimandò se alcun de' nostri sapeva far la polvere. Gli fu detto che non vi era alcuno che la sapesse fare, ma che 'l capitan maggiore mandaria uomini con gli artificii per far il salnitro, e il solfere faria portar con le caravelle. Disse che 'l solfere si troveria nelli suoi regni, pur che vi fossero maestri per far il salnitro, e che altro non mancava alli suoi eserciti che il modo dell'artegliaria e chi insegnasse adoperarla, perché egli potria mettere ad ordine infinito numero di schioppettieri, con li quali soggiogaria tutti li re mori vicini. E a questo proposito un Genovese ch'era nella corte mi disse che aveva considerato che in questi regni si faria piú quantità di salnitro che in luogo del mondo, per gl'infiniti animali che vi sono, e che si trovano anco montagne di solfere. Ne fece intender poi che gli dovessimo far mostrare come s'armavano l'arme bianche che gli aveva mandate il capitan maggiore; furno subito li nostri ad armare uno, dove egli lo poteva ben vedere. Mandò poi a dimandar le spade e corazze che portava l'ambasciadore e la sua compagnia, per vederle: tutto gli fu portato. Dipoi riportate che furon, ne fece dire se 'l re di Portogallo gli mandarebbe di quella sorte d'arme; gli rispondemmo che sí, e che gli manderia tante quante fossero necessarie. In questo giorno al tardi ne mandò tanto pane e vino come il giorno avanti. Ed essendo già notte, venne alla nostra tenda un paggio con parola del re; all'ambasciadore parve di volerlo vestire tutto alla portoghese, con una camicia col collaro d'oro lavorata, con bolzachini e con una berretta con li puntali d'oro: il qual si partí molto allegro, vedendosi vestito a quel modo. La mattina seguente tornò il detto paggio con la berretta, la qual ne volse rendere, dicendo che 'l Prete Ianni gli aveva gridato, perciò che aveva preso le dette vesti; entrò poi a dire che 'l Prete averia piacere d'un giachetto di panno di Portogallo per armare l'arme sopra di quello: l'ambasciadore glielo diede, e quanto alla berretta che gli aveva tornato indietro, disse l'ambasciadore che non era costume di Portoghesi di dare una cosa e poi ritorla.


Come il Prete Ianni mandò a chiamare Francesco Alvarez, che gli portasse l'ostie e vestimenta da dir messa, e delle dimande che gli fece.
Cap. LXXVII

Il lunedí a ora di vespero mandò a chiamare me, Francesco Alvarez, ch'io gli portassi l'ostie, che le voleva vedere. Gliene portai undici molto ben fatte, e non in scatole, percioché io sapeva la riverenza che essi portano alle loro, che è solamente una focaccia, e queste avevano un crocifisso: e però le portai in una molto bella porcellana coperta di taffettà. Le vidde, e secondo che mi dissero ebbe molto piacere di vederle, e volse anco che gli fossero portate le forme, per riscontrare l'apertura di quelle con la figura delle ostie, e che similmente gli andassi a mostrare tutte l'altre cose con le quali noi dicevamo messa. Gli portai a mostrare il camicio, il calice, il corporale, la pietra dell'altare e ampolle, e tutto vidde a pezza per pezza. Mi mandò a dire ch'io discucisse la pietra d'altare, che era cuscita in un panno bianco, e cosí feci: la qual veduta, la mandò a coprire. Questa pietra era dalla parte di sopra molto liscia e quadrata e ben fatta, e dalla parte di sotto poco squadrata, secondo che è la natura e fazione delle pietre. Mi mandò a dire poi che in Portogallo erano cosí buoni maestri, perché non l'avevano lavorata ancor da quella banda, e che le cose di Dio dovevano essere perfette e non imperfette.
Essendo già notte, mi mandò a chiamare ch'io fossi alla sua tenda e che io entrassi dentro, e cosí feci. Mi posero nel mezzo di quella, la quale era tutta coperta di finissimi tappeti; io stava due braccia lontano dal Prete Ianni, che era di dietro di quelle cortine. Mi comandò ch'io mi vestissi come s'io volessi dir messa, il che feci. Come io fui vestito, mi fece addimandar chi n'aveva dato quell'abito, se gli apostoli o vero altri santi: gli risposi che la chiesa l'aveva cavato dalla passione di Cristo. Dissemi che io gli dovessi dire quello che significava ciascuna di queste pezze, e cosí cominciai di ciascuna cosa a dir quel ch'elle significavano secondo la passion del nostro Signore, e quando fui al manipolo dissi che era una picciola corda, con la quale legarono le mani a Giesú Cristo. A questo non si poté tenere il Prete che non parlasse di sua bocca, e gl'interpreti mi dissero che egli diceva che noi eravamo buoni cristiani, poi che cosí tenevamo la passione di Cristo. Venendo poi alla stola, gli dissi che quella significava la gran corda che gittarono al collo di Cristo per menarlo di qua e di là, e la pianeta significava le veste che gli posero per dispreggio. Qui tornò a parlare il Prete Ianni, e mi dissero gl'interpreti che egli diceva che noi eravamo verissimi cristiani, tenendo tutta la passione intera, e che mi ordinava che io mi spogliassi e gli tornassi a dire il significato di ciascuna cosa: e cosí feci. Dove finito, tornò di nuovo con voce molto alta che eravamo veri cristiani, poi che sapevamo la passione di Cristo cosí interamente, e che poi che io diceva che la chiesa aveva cavato questo dalla passione di Cristo, qual era questa chiesa? perché tenevamo due teste nella cristianità? la prima di Constantinopoli in Grecia, la seconda di Roma nella Franchia. Io gli risposi che non vi era piú d'una chiesa, e posto che Constantinopoli fosse stato capo nel principio, era cessata d'essere, perché il capo della chiesa era dove san Pietro stava, perché Giesú Cristo disse: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam". E quando san Pietro stava in Antiochia, ivi era la chiesa perché ivi stava il capo, e come venne a Roma, ivi restò e sempre ivi serà il capo, e questa chiesa retta per lo Spirito Santo ordinò le cose necessarie per dir la messa. E ancora piú gli confermai questa chiesa dicendogli che, negli articoli della nostra fede che gli apostoli composero, l'apostolo san Simon dice: "Credo nella santa chiesa catolica"; ma nel Credo grande che si compose nel concilio per li trecento e diciotto vescovi contra la eresia di Arrio, dicono: "Et in unam sanctam catholicam et apostolicam ecclesiam", e non dicono: "Credo nelle chiese", ma solamente nella chiesa catolica e apostolica: e questa è la chiesa santa romana, nella quale stava san Pietro, e sopra il quale fondò Idio la sua chiesa, come egli disse. E san Paulo, vaso eletto e dottore delle genti, la chiama catolica e apostolica, perciò che in lei sono tutti i poteri apostolici, che Dio diede a san Pietro e a tutti gli altri apostoli, di legare e slegare. Mi risposero che io rendeva buona ragione della chiesa di Roma, ma che cosa io diceva della chiesa di Constantinopoli, che era di Marco, e quella di Grecia, che era di Giovanni patriarca d'Alessandria? A questo gli risposi che la sua ragione aiutava la mia, perché san Pietro fu maestro di san Marco, ed esso lo mandò in quelle parti, e cosí né Marco né Giovanni poterno far chiese salvo in nome di chi gli aveva mandati, le qual chiese sono membri del capo che li mandò, a chi tutte le autorità furno date. E dopo molti anni che san Ieronimo e altri molti santi si separorno, ordinarono monasterii di aspra e santa vita per servir a Dio, che detti monasterii non si averiano potuti far senza l'auttorità della chiesa apostolica, che è quella di Roma; e come potriano far chiese in pregiudicio del capo grande, se non fussero state per Giesú Cristo nostro Signore edificate e fatte? S'acquietorno a questo, e dicevano gl'interpreti che il Prete Ianni aveva grandissimo piacere.
Dipoi mi domandarono se erano in Portogallo li preti maritati; gli dissi di no. Mi dimandarono se tenevamo il concilio di papa Leone che si fece in Nicea; risposi che sí, e già gli aveva detto che ivi fu fatto il Credo grande. Di nuovo mi dimandarono quanti erano i vescovi col papa; risposi che già lo aveva detto, che erano trecento e diciotto. Tornarono a dirmi che in questo concilio fu ordinato che li preti si maritassero, e se detto concilio fu giurato e confermato, perché non si maritavano? Risposi che di questo concilio non sapevo altra cosa se non che si fece il Credo, e che la nostra Donna fusse chiamata madre di Dio. Mi dissero poi molte cose che ivi furono ordinate e giurate, le quali papa Leon ruppe, e che gli dicessi quali erano; gli risposi che non le sapeva, ma che al mio parere, se alcuna n'aveva rotta, seriano di quelle che toccavano alla eresia, che in quel tempo era grande, ma che le necessarie e utili le aveva approbate, e che altramente esso non saria stato approbato e canonizato per santo come egli è. Di nuovo mi tornò a dimandare del matrimonio di preti, dicendomi se gli apostoli furono maritati. Gli risposi che mai non aveva letto in libro alcuno che gli apostoli, dipoi che andorono in compagnia di Giesú, avessero mogli, e ancor che san Pietro avesse una figliuola, nondimeno l'ebbe di sua moglie avanti che fosse apostolo, e che san Giovanni Evangelista fu vergine; e che aveva letto che, dopo la morte di Cristo, gli apostoli predicavano constantemente la fede sua e non dubitavano di morire per quella; e che la chiesa romana, che è la vera, ordinò e confermò che ad imitazion degli apostoli che prete alcuno non dovesse aver moglie, acciò che fossero piú netti e piú puri delle lor conscienze, e non stessero tutto il giorno occupati in allevar figliuoli e trovargli da vivere. A questo mi venne risposta che li lor libri comandavano che si maritassero, e che cosí diceva san Pietro. Molte altre dimande mi fecero, stando io sempre vestito da messa. In ultimo fui dimandato se noi avevamo il cantar degli angeli quando Cristo nacque, e se 'l dicevamo nella messa; e dicendo io di sí, volsero che io il cantasse, e cosí feci; similmente mi fecero cantar alcuni versi del Credo. Stava di continuo a questa pratica un interprete, e appresso di lui il frate che ne aveva condotto per cammino: costui era stato altre volte in Italia, e sapeva qualche poco di latino. Gli fece dimandar il Prete Ianni se egli intendeva ciò che io diceva; gli rispose di sí, e che io aveva detto la Gloria e il Credo come lo dicono essi. E mi disse il detto frate che, a ciascuna risposta che si faceva, il Prete mostrava di averne grandissimo piacere, e diceva che eravamo veri cristiani e che sapevamo tutte le cose della passione. Dipoi mi fece dimandare perché non dicevo messa secondo il nostro uso; gli risposi perché non avevo tenda per dirvi messa. Disse che egli ordinaria che ne fusse apparecchiata una buona, e che dovessimo dire ogni dí la nostra messa. Dopo di questo ne espedí, e che fossimo alla buon'ora: e cosí ci partimmo, ed era già passata la mezzanotte, e tutto questo tempo fu speso in queste dimande senza perder punto d'intervallo.


Del robbare che fu fatto all'ambasciadore e della querela fatta al Prete, sopra la qual non si fece cosa alcuna; e come ne fece alzar una tenda per dir messa.
Cap. LXXVIII.

La notte che io stetti cosí lungamente col Prete, avanti giorno fu robbato l'ambasciadore nella tenda ove dormivamo, e gli portaron via due cappe di panno, due berrette ricche, sette camicie sottili e alcuni fazzuoli sottili: e cavaron tutte queste robbe di una valigia di cuoio, che era grande come una cassa. Ad Emanuel de Mares gli portaron via un'altra valigia con quanto vi aveva; ad un di quelli franchi che ritrovammo alla corte gli levaron sette pezzi di tela, che 'l giorno avanti le aveva portate quivi in salvo. Tutto questo furto poteva valer da dugento crociati. La mattina l'ambasciadore volse che io andassi con lo scrivano alla tenda del Prete, a dolermi e dimandargli giustizia di questo furto: e cosí feci. Ma perché l'ambasciadore aveva preso duo ladri, però, stando noi appresso alla tenda del Prete, venne una femina gridando e dimandando giustizia, dicendo che la notte passata l'ambasciadore e la sua compagnia, per mezzo di un Arabo che sapeva la lingua del paese, gli avevano levata una sua figliuola per forza e condotta alla sua tenda, della quale ne avevano fatto tutto il lor volere, e perché un suo figliuolo si lamentava che gli era stata sforzata sua sorella, l'avevano preso insieme con l'Arabo che ingannò la giovane, e gli opponevano che erano stati robbati. Uditone noi e questa femina, ne fecero una medesima risposta, cioè che ci faria giustizia, che andassimo alla buon'ora.
In questo medesimo giorno, il frate che era stato la notte passata meco davanti al Prete venne con una tenda ricca, ma mezza usata, dicendo che il Prete ne la mandava per dir messa in quella, e che immediate ella si alzasse, perché il giorno seguente era la festa dell'angelo Rafaele, e che si dicesse messa in quella ogni giorno e si pregasse Iddio per lui. Questa tenda era di broccatello e di velluto della Mecca, foderata di dentro via di tela sottilissima de Chaul. Me dissero che già quattro anni il Prete l'aveva avuta nella guerra che egli fece contra il re di Adel, il quale è moro e signore di Zeila e Barbora; e il Prete ne mandò a dire che dovessimo benedirla, avanti che vi dicessimo messa dentro, per causa delli peccati che erano stati fatti in quella dalli Mori. Subito in quella notte fu alzata e la mattina vi dicemmo la messa, e vennero a udirla quanti franchi erano nella corte già quaranta anni, e anche molti uomini del paese.


Come il Prete mandò a chiamar l'ambasciadore, e di alcune dimande che gli fece, e come gli mandò a dimandar di nuovo le spade che egli aveva.
Cap. LXXIX.

Alli 8 di novembre, il Prete ne mandò a chiamare e subito vi andammo; volse l'ambasciadore portar le casse e li sacchi del pevere che gli aveva promesso. Arrivando noi alla entrata della prima siepe, ne tennero con alcune frivole dimande delli negri che avevamo presi per il furto che ne avevano fatto: e tanto andò in lungo la pratica e le dimande, che fra questo tempo mandarono a dislegar detti negri, senza conclusione né rimedio alcuno del furto, e il Prete ne mandò a donare trecento pani e trenta zare di vino e certe vivande di carne della sua tavola, e cosí ce ne tornammo alla nostra tenda. Ne mandarono poi un'altra fiata a chiamare, dove andati stemmo un gran pezzo sopra dimande, fra le quali fu questa, se l'ambasciadore veniva di ordine del re di Portogallo o del suo capitan maggiore, e se esso capitan, quando venne a Mazua, aveva amazzato alcuno di quelli Mori; e perché non facevamo il cammin da mare verso il regno di Damute, che è molto piú vicino; e se essendo servitori del re di Portogallo, per che causa non avevamo le croci segnate nella carne sopra la spalla, perché cosí è il lor costume, che tutti li servitori del Prete abbino una croce segnata nella spalla destra; e poi che gli avevamo dato il pevere, con che cosa ci compraremmo il vivere per il cammino. Rispose l'ambasciadore che ci faremmo le spese con molto oro e argento e panni che portavamo con noi, datici dal re di Portogallo. E cosí, sopra queste dimande, l'ambasciadore gli richiese licenza e la sua espedizione per partirsi; subito a questo venne risposta che non avessimo paura, che presto ce ne andaremmo. Disse l'ambasciadore: "Che paura potemo noi avere, stando avanti di sua Altezza e nella sua corte, e in questi regni dove tutti sono cristiani?" E con questo ne licenziò.
Il giorno seguente mandò a dimandarne le spade che noi avevamo, per vederle di nuovo; l'ambasciadore gliele mandò dicendogli che dovesse tenerle, che lo riceveria in grazia grande. Venne subito risposta, se egli le pigliasse, che diria il re di Portogallo, che egli avesse levato le spade alli suoi che ne hanno bisogno. L'ambasciadore gli mandò a dire che sua Altezza le pigliasse, perché nella India si trovavano nelle fortezze molte spade, e che il re averia gran piacere che sua Altezza si servisse delle armi delli suoi vasalli: nondimeno con questa risposta non le volse tenere, ma le rimandò indietro, e ne fece far molte proposte e risposte che se pretermettono.


Come il Prete mandò certi cavalli all'ambasciadore accioché scaramucciassino alla nostra guisa, e di un calice che gli mandò con alcune dimande.
Cap. LXXX.

Alli XII di novembre ne mandò il Prete cinque cavalli molto grandi e belli alla nostra tenda, dicendo all'ambasciadore che venisse egli con quattro altri sopradetti cavalli a scaramucciare davanti la sua tenda. Ed era già molto notte, e l'ambasciadore non fu molto contento per esser cosí tardi e che non si poteva veder; nondimeno immediate furono accese tante torcie che pareva di giorno, e quivi scaramucciarono di sorte che piacque grandemente al Prete: e compito ritornammo alla nostra tenda, dove subito il Prete ne mandò tre zare di vino, migliore degli altri mandatine per avanti. Il giorno seguente mandò all'ambasciadore un calice d'argento molto ben dorato e fatto alla nostra foggia, cosí nel piede come nel vaso: nel piede vi erano gli apostoli di rilievo, e nel vaso alcune lettere latine che dicevano: "Hic est calix novi Testamenti". E ne mandò a dire che bevessimo con quello, e questo perché non intendevano quelle lettere, e la foggia del calice non era simile alli suoi, li quali hanno la coppa poco manco larga d'una scudella profonda, e cavano il sacramento con uno cocchiaro. Ne mandò in questo giorno il Prete a fare molte dimande; fra le altre fu questa, che voleva che andassimo a pigliar la città di Zeila con l'armata, che egli vi voleva venire in persona per terra con tutto il suo esercito, e che le sue genti si vederiano allora con quelle del re di Portogallo, e che, non ostante che vi siano due giornate di cammino che non si trova acqua, nondimeno che lui faria provision di tanti camelli che la portariano abondantemente. Rispondemmo che noi venivamo di Portogallo cinque e sei mesi senza pigliar acqua, perché non vi era luogo dove si potesse prendere, e pure ne avemmo avuto abastanza.
Alli XIIII del mese ne mandò il Prete due cose di poca valuta, ma belle, cioè un panno dorato per l'altare della nostra chiesa, e un bacino e un boccale fatto di legno negro con vene rosse e bianche, che mai vedemmo il piú bello, per gittar l'acqua sopra le mani. E ne mandò a dire che gli mandassimo tutti li nostri nomi in scritto: subito gli furno portati. Ne tornò a dire quello che voleva dire Rodrigo, e quello che voleva dire Lima, e cosí di tutti gli altri: e la causa di tal dimanda fu perché in questo paese non si mette mai nome alcun proprio che non abbia qualche significazione.
La mattina seguente nella tenda dell'ambasciadore fu fatto un altro furto, che dormendo Giorgio di Breu, gli fu levata una cappa che gli era costata vinti ducati, e a noi alcuni sacchi di diverse nostre robbe: e non fecero alcuna diligenza di farne restituir queste cose, per esser, come abbiamo detto, un capitano de' ladri, che per alzare le tende del Prete non ha alcun altro premio se non quello che rubbano. In questo giorno il Prete ne mandò una sella di cavallo tutta lavorata di pietre di corniole, cioè incastrate (questa, oltra l'essere molto grave, era anche molto mal fatta), dicendo che l'ambasciadore cavalcasse con quella. Subito venne poi un'altra dimanda, di qual cosa averia piacere il re di Portogallo di avere di questo paese, se gli piaceriano uomini eunuchi o altra cosa. Gli mandò a dire l'ambasciadore che li re e gran signori stimavano piú le cose che gli erano mandate dagli altri re che la valuta di quelle.


Come il Prete mandò a mostrare un cavallo all'ambasciadore, e ordinò che li signori grandi della sua corte venissero a udire la mia messa.
Cap. LXXXI.

Alli XV del mese il Prete mandò a mostrar un cavallo tutto coperto con lame dorate, dicendo se si trovavano tal arme coperte in Portogallo; gli fu risposto che il re di Portogallo gli mandava per Odoardo Calvan molte e infinite arme, fra le quali erano alcune coperte da cavalli tutte di acciale, le quali erano restate in India, e che il re gliene mandaria quante volesse. Il sabbato seguente ordinò il Prete a tutti li signori e grandi della sua corte che venissero a udire la nostra messa, e il simile fecero la domenica seguente: ma molto piú furno il sabbato, perché oltra la messa noi battezzammo anche, e secondo che ne pareva dalli lor gesti, e sí come ne dicevano li franchi che trovammo in questo paese e gl'interpreti che erano con noi, costoro stavano molto maravigliati e lodavano molto li nostri ufficii, dicendo che non sapevano fargli altra opposizione, se non che noi non davamo la communione a tutti quelli che stavano alla messa, e cosí a quelli che battezzavamo. Gli fu risposto che la communione non si dava se non in certe feste dell'anno, e questo a quelli che erano confessati delli lor peccati; a quelli veramente che si battezzavano, ancora che in quel tratto fusseno puri e netti, nondimeno non sapevano con quanta riverenza si aveva a pigliare il corpo del nostro Signore, e dovevano anche avere età conveniente. Mi risposeno che questa era buona ragione, ma l'usanza loro era di communicar tutti, e anche quelli che battezzano, cosí grandi come piccoli.
Alli XVIII del detto mese il Prete mi mandò a chiamare e mi fece molte dimande, e fra l'altre quanti profeti avevano profetizato della venuta di Cristo; gli risposi che al mio giudicio tutti avevano parlato di quella, cioè uno della venuta, l'altro della incarnazione, l'altro della passione e resurrezione, che tutto ritorna in Cristo. Item quanti libri aveva fatto san Paulo; gli risposi che era un libro solo distinto in molte parti, cioè in molte epistole. Mi dimandò similmente quanti libri avevano fatti gli evangelisti, e gli risposi il medesimo. Item se noi avevamo un libro diviso in otto parti, che avevano scritto tutti gli apostoli essendo congregati in Gierusalem, che essi chiamano Manda e Abetilis. Risposi che non aveva piú inteso di simil libro, e appresso di noi non si trovava; disse che essi osservano tutti i comandamenti scritti in quello. Dipoi entrò in alcune altre dimande, alle quali, essendo già stracco, risposi meglio che seppi: e conobbi che egli è molto pratico della sacra Scrittura e di continuo la legge.


Come l'ambasciadore fu chiamato, e come appresentò le lettere che egli portava al Prete Ianni, e come il Prete si lasciò vedere e parlare.
Cap. LXXXII.

Un martedí fummo mandati a chiamar dal Prete, e fu alli XIX di novembre; e giunti alla prima porta o vero entrata dimorammo un grande spazio, facendo molto gran freddo, ed era ben notte. Noi entrammo poi con quelli passi e dimore come per due volte avevamo fatto, e si era congregato molto maggior numero di persone che non furon quelle per avanti, e la maggior parte con arme, e con gran numero di candele e torchi accesi avanti alle porte, che pareva di giorno; e non ne fecero aspettar molto, che subito entrammo con l'ambasciadore e nove persone portoghese appresso le prime cortine, le qual passate ne trovammo di molto piú ricche, e anche queste noi trapassammo, dove trovammo alcuni ricchi e grandi tribunali e coperti di ricchi tappeti. Avanti questi tribunali stavano altre cortine di molto maggior ricchezza, le quali, stando noi vicini, le aprirno per due bande: e quivi vedemmo che il Prete Ianni sedeva sopra un solaro con sei gradi da salirvi, tutto riccamente adornato. Aveva in capo una corona alta d'oro e d'argento, cioè un pezzo d'oro e l'altro d'argento, e una croce d'argento in mano, e aveva la faccia coperta con un pezzo di taffettà azurro, il qual si alzava e abbassava, di modo che alle volte se gli vedeva tutta la faccia, e poi ritornava a coprirsi. Da man destra vi stava un paggio vestito di seta con una croce d'argento in mano, nella quale vi erano fatte figure di rilievo, le quali dal luogo dove noi stavamo non potevamo ben vedere: ma dapoi io ebbi in mano questa croce, e viddi le figure. Era vestito il Prete di una ricca vesta di broccato d'oro soprariccio, e la camicia di seta con manighe larghe, che parevano ducali; dal traverso in giuso era cinto con un ricco panno di seta e d'oro, come grembiale di vescovo disteso, ed egli sedeva in maestà, al modo che dipingono Dio Padre sopra i muri. Oltra il paggio che teneva la croce, vi stava da ciascuna parte un altro paggio similmente vestito, con una spada nuda in mano. Nella età, colore e statura mostra di esser giovane, non molto negro, come saria di color di castagna overo di pomi ruggeni non molto rovani, e mostra grazia grande nel suo colore e nella faccia, ed è mediocre di statura, e vien detto esser di età di 23 anni e cosí egli dimostra. Ha il volto rotondo, gli occhi grandi, il naso aquilino, e gli cominciava a nascer la barba; nella presenza e nell'apparato pare ben gran signore, come veramente è. Noi stavamo lontani da lui per spazio di due lancie: venivano e andavano risposte e proposte, tutte per il cabeata. Da ciascuna parte di questo tribunale vi stavano quattro paggi riccamente vestiti, ciascuno con la sua torcia accesa in mano.
Compite queste dimande e risposte, l'ambasciadore diede al cabeata le lettere del capitan maggiore, le quali erano state tradotte in lingua abissina, ed egli le dette al Prete, il qual le lesse molto espeditamente e, compite di leggere, disse: "Cosí come queste lettere sono del capitan maggiore, cosí Iddio avesse voluto che le fossero state del re di Portogallo suo padre"; nondimeno che anche queste gli erano gratissime, e ne dava molte grazie a Dio per questo gran dono che gli aveva fatto in veder quello che gli antecessori suoi non viddero, né egli pensava di vedere; e li suoi desiderii sariano ben del tutto adempiti se il re di Portogallo facesse far fortezze nell'isola di Mazua e nel luogo del Suachen, perché egli dubitava che li Turchi nostri inimici non si facessero forti in quelli, il che quando succedesse, sariano di gran disturbo a lui e a noi Portoghesi; e che per questo effetto lui daria tutte le cose necessarie, sí di gente per lavorare come di oro e vettovaglie, e in fine tutto quello che fusse bisogno; e che gli pareria che oltra le sopradette fortezze si dovesse ancora pigliar la città di Zeila, e in quella farvi una fortezza, per esser luogo molto abondante di ogni sorte di vettovaglie: e presa questa città, si assicuraria che da quella parte non potriano andar le vettovaglie verso la città di Adem, Zidem, la Mecca, e per tutta l'Arabia e fino al Toro e al Sues, le qual terre, non avendo queste vettovaglie, sariano come perse, non possendo aver il viver se non da questi luoghi. A questo gli fu risposto che non vi era difficultà alcuna di pigliar Zeila, né tutti gli altri luoghi che sua Altezza comandasse, perciò che dove la potenzia del re di Portogallo si approssimava, tutti fuggivano e non aspettavano anche l'ombra delle navi, ma che Zeila era fuori dello stretto e Maczua e Suachen erano dentro, e che, fatte le fortezze in questi tre luoghi, si conquistariano facilmente il Zidem e la Mecca e ciascuno altro luogo fino al Cairo, e si proibiria la navigazion delli Turchi che stanno in Zebit. Queste parole furno molto grate al Prete e gli piacquero grandemente, e tornò a replicare che egli si obligaria a dar tutte le vettovaglie, oro e gente per far questa spesa e per l'armata, e pur che trovasse il modo di aprire qualche strada per congiungersi con li principi cristiani, esso non sparagneria tutto quello che avesse al mondo. L'ambasciadore gli disse che sua Altezza nominasse dove e da chi si averiano queste vettovaglie; rispose che egli ordineria che da tutti i suoi regni circonvicini gli fussero date, e che desidereria che esso ambasciadore restasse capitano in una di queste fortezze. Gli fu risposto che, fatta la fortezza, saria posto immediate un capitano in ciascuna, e che, se sua Altezza l'avesse per bene, esso domandaria al capitan maggiore che gli facesse grazia di uno di tal luoghi. E sopra questa pratica di pigliar e far queste fortezze noi consumammo un gran tempo con estremo piacere del Prete, qual mostrava non aver maggior desiderio di questo, e non poteva saziarsi di parlarne. E cosí, ispediti con buone parole, ce ne ritornammo contenti, principalmente di averlo veduto e parlatogli.


Come io fui chiamato dal Prete, e delle dimande che egli mi fece della vita di san Ieronimo, di san Domenico e di san Francesco.
Cap. LXXXIII.

Nel giorno seguente, alli 20 di novembre, fui chiamato dal Prete, e fra le altre dimande furno queste, che io gli dicessi la vita di san Ieronimo, di san Domenico e di san Francesco, e di qual paese erano, e per che causa nelle lettere del capitan maggiore veniva fatta menzione che il re di Portogallo aveva fatto chiese di questi santi nelli luoghi che egli aveva preso nelli regni di Manicongo e di Benin e nelle Indie. Gli risposi che san Ieronimo nacque in Schiavonia, e san Domenico in Spagna, e san Francesco in Italia, e diedi informazion larga del lor ordine, riportandomi al libro che aveva delle lor vite. Subito mi venne risposta che gli mostrassi le vite di questi santi, poi che io diceva che le aveva.
Vennero poi con un'altra dimanda, dicendo, poi che noi e loro eravamo cristiani, per che causa avevamo divise le chiese, cioè di Antiochia e di Roma, e che Antiochia fu anticamente capo, fino al concilio di papa Leone, nel quale furono 318 vescovi. Risposi che altre volte aveva detto a sua Altezza che non vi era dubio alcuno che Antiochia era stata capo, e che san Pietro fu cinque anni vescovo in quella, e poi 25 anni in Roma. Vennero dapoi con un'altra dimanda, se facevamo tutto quello che il papa ne comandava; dissi de sí, che cosí eravamo obligati per l'articolo della nostra santa fede, che confessava una santa chiesa, e quella catolica. Sopra questo mi risposero che, se il papa comandasse a loro cosa che gli apostoli non l'avessero scritta, non la fariano, e cosí se il lor abuna gliela comandasse, abbruciariano tal comandamento.
Venne poi un'altra dimanda, perché in Etiopia non sono tanti corpi di santi come sono nell'Italia, Alemagna e Francia. Gli risposi che in quelli avevano signoreggiato molti imperadori che avevano li lor ministri gentili molto crudeli, e che quelli che si convertivano alla fede di Cristo erano tanto constanti nella fede che piú presto volevano morire per quella che adorar gl'idoli, e per questo vi erano tanti martiri e vergini. Sopra questo venne risposta che io diceva la verità, la quale aveva piacer grande d'udire cosí chiara, e se noi sapevamo quanto tempo era che la Etiopia era fatta cristiana. Gli mandai a dire che io pensava che, poco tempo dopo la morte di Cristo, questa terra fu convertita dall'eunuco della regina Candace, il qual fu battezzato per l'apostolo san Filippo. Mi venne risposta che per questo eunuco non fu convertito se non la terra di Tigrai, ch'è in Etiopia, e il resto era stato convertito con le arme, come faceva egli ogni giorno di diversi regni; e che il primo convertimento della regina Candace fu X anni dopo la morte di Cristo, e da quel tempo fino a ora era stata governata per cristiani, e per questo non vi erano martiri, né era stato necessario, e che molti uomini e donne avevano fatto santa vita; e che la mattina seguente io gli mostrassi la vita di san Ieronimo, di san Francesco e di san Domenico e di san Quirico, che essi chiamano Quercos.


Come furono portate le vite delli detti santi, le quali fecero tradurre in lingua abissina, e come volsero udire la nostra messa.
Cap. LXXXIIII.

Il giorno seguente il Prete mandò a torre il mio libro, che si chiama Flos sanctorum, dicendo che segnassi le vite delli detti santi. Gli mandai il detto libro, il qual subito mi mandorno indietro insieme con duoi frati, dicendo che il Prete voleva che scrivessero il nome di ciascun santo in lingua abissina e sopra ciascuna figura. Il giorno seguente vennero detti frati con il libro per tradur queste vite, e vi mettemmo tutto un giorno in scriverne una per esser molto grande e travagliata cosa il tradur dalla nostra lingua nella loro. Oltra delle dette vite vi mettemmo quella di san Sebastiano e di santo Antonio e di san Barlaam: e perché essi non sanno il giorno della sua festa, mi dimandorno molto strettamente se io il sapeva. Io mi viddi molto tribulato, perché non lo trovava sopra alcuno calendario; nondimeno lo trovai poi sopra il repertorio delli tempi e gli dissi il giorno, e loro subito lo fecero mettere sopra li lor libri, e guardare il giorno. Io non aveva ardire di andare a parlar al Prete se non portava meco il libro del calendario, perché mi dimandavano il giorno di qualche santo e volevano che immediate glielo dicessi.
Il giorno di santa Caterina, che fu di domenica, mandò il Prete alcuni canonici e preti delli principali di casa sua che fussero a udire la nostra messa, la qual dicemmo in canto. Stettero dal principio insino al fine, e ne disse il nostro interprete che costoro dicevano che non avevano udita messa da uomini, ma da angeli. V'era presente anche un pittore veneziano che si chiamava Nicolò Brancaleone, che era piú di quaranta anni che egli stava in questo paese e sapeva benissimo la lingua abissina, persona molto onorata, ricchissima e gran signore di un gran paese con molti vassalli, ancora che egli fosse pittore. Questo era l'interprete a questi canonici e preti, e diceva lor della messa nostra il Kirie eleison, la Gloria e il Dominus vobiscum, che in lingua abissina si dice "Calamelos", e cosí della Epistola e dell'Evangelio. Questi canonici dieron fama per tutto il campo di questo ufficio di messa, che mai non avevano udito una tale, e che ogni cosa era benissimo fatto, eccetto che un solo diceva la messa e che non davano la communione a quanti stavano a quella.
In questo medesimo giorno di domenica, essendo noi andati a dormire, il Prete ne mandò a chiamare; e arrivati alle prime cortine, ne fecero vestire tutti riccamente ed entrare nella presenza del Prete, il qual sedeva sopra il tribunale con tutti quelli medesimi modi che egli stava prima. E quivi ne fece dire di molte cose, e fra le altre che li franchi che erano nella corte potevano andarsene alla buon'ora, e l'ambasciadore insieme con la sua compagnia, e che vi restasse un franco nominato Nicolò Muzza, che per lui mandaria le lettere, le quali avevano da esser fatte d'oro, e che per questo non poteva scrivere cosí presto. Rispose l'ambasciadore che non si voleva partir senza la risposta, la quale aspettaria tanto tempo quanto piacesse a sua Altezza, supplicandola che volesse espedirla in tempo che egli potesse trovar l'armata del capitano in Mazua. Rispose il Prete con la sua propria bocca che gli piaceva, e se il detto ambasciadore resteria capitano nella fortezza che si faria in Mazua. Disse l'ambasciadore che il suo desiderio era d'andar a veder il re di Portogallo suo signore, ma che egli faria quanto piacesse a sua Altezza. E con questo ce ne ritornammo alle nostre tende.


Del partire che fece il Prete Ianni verso un'altra parte, e del modo
che fecero per portar le robbe dell'ambasciadore.
Cap. LXXXV.

Alli 25 del detto mese il Prete si partí in questo modo, che, montato a cavallo con due paggi soli, passò davanti la nostra tenda scaramucciando col cavallo: e subito si levò un rumore per tutto il campo, che diceva: "Egli è partito il negus", e ognuno s'affrettava d'andargli dietro a piú potere. Ne fece dare cinquanta mule: trentacinque per portar la farina e il vino e quindici per il resto delle robbe, con alcuni schiavi; e fummo raccomandati a un signore che si chiamava aiaz Rafael (aiaz si è titolo di signoria e Rafael suo nome), e ne faceva dar ogni giorno un bue. Noi ci partimmo e il mercoledí arrivammo alla corte, e alloggiammo in una gran campagna appresso d'un fiume; venne subito a visitarne un frate molto onorato, che è capo delli scrivani del Prete e molto dotto di lettere di chiesa, e anche nebret delli fratelli di Cassumo, e disse che veniva a vederne da parte del suo signore, e se ne erano state date tutte le cose ch'egli aveva ordinate. Disse l'ambasciadore che egli baciava le mani a sua Altezza per questa visitazione, e che stavano bene, e ne erano state date tutte le cose ordinate per sua Altezza.


Del giocare alle braccia, e del battesimo che fu fatto.
Cap. LXXXVI.

Alli 2 di decembre del detto anno 1520, ritrovandosi Lazaro di Andrade nostro Portoghese pittore appresso la tenda del re, fu richiesto se egli voleva giocar alle braccia, e lui senza pensarvi sopra giocò, e al primo tratto gli ruppero una gamba: e immediate il Prete gli donò una veste di broccato, e fu portato a braccio da quattro uomini alla nostra tenda. Il giorno seguente il Prete ne mandò a dimandare se vi fosse alcuno che volesse giocare alle braccia con li suoi; subito l'ambasciadore si pensò di mandarne duoi eletti, cioè Stefano Pagliarte e un Airas Dis, per vendicare il pittore. Questo Airas fu il primo che entrò a giocare con quello che aveva rotto la gamba al pittore, e gli fu rotto subito un braccio, e se ne ritornò adietro. Stefano Pagliarte non volse giocare, vedendosi solo, ed ebbe paura. Questo giocatore del Prete si chiama Gabmarian, che vuol dire "servo di Maria", e fu moro, ed è uomo largo di spalle e forte, e lavora sottilmente di sua mano seta e oro. In questo giorno venne nuova dal suo gran betudete, che era in guerra contra un re moro, che aveva avuto vittoria di quello, e mandava molto oro e schiavi, e le teste degli uomini grandi che egli aveva morti.
In questo tempo a un maestro Pietro Cordiero genovese nacque di sua moglie negra un figliuolo, e mi richiese che in capo di otto giorni io volessi battezzarlo, perché loro non battezzano li maschi se non alli quaranta giorni. Io fui alla tenda del Prete a fargli intendere questa cosa, e che sua Altezza ordinasse ciò che gli piaceva. Subito venne risposta che io battezzassi e dessi tutti li sacramenti come si fa nella Franchia e chiesa romana, e che vi lasciasse stare tanta gente del suo paese quanta volesse esservi a vedere, e che mi fusse dato dell'olio santo. Io feci questo battesimo alli 10 di decembre, e vi vennero molte genti, e delli piú onorati e principali della corte. Io faceva tenere la croce alzata, perché cosí è il costume loro, e feci questo officio piú quietamente che io potetti. Stettero tutti maravigliati e dicevano gl'interpreti, che intendevano tutti li lor gesti, che erano restati molto satisfatti di tal officio, il qual gli pareva piú perfetto che il loro.


Del numero delle genti da cavallo e da piede che vanno dietro al Prete quando egli va in cammino.
Cap. LXXXVII.

Partendo di questa terra, pigliammo il cammino per quella via per la qual noi eravamo venuti alla corte, e tanta era la gente che camminava da ciascuna parte, che per 10 o 12 miglia le genti erano tanto appressate l'una con l'altra che pareva la processione che si fa del Corpo di Cristo: e delle dieci parti una è di gente ben vestita, e tutti gli altri vestiti con pelle e altri vestimenti poveri, e portano seco tutte le robbe loro, che solamente sono pignatte di far vino e scudelle da bevere. E se non vanno troppo da lungi, questi poveri portano le lor povere case cosí fatte e coperte come le tengono, e se vanno da lungi portano li legni solamente, che sono alcune bacchette, e li ricchi fanno portare le tende, molto buone e di gran pregio. Delli grandi gentiluomini e signori non parlo, perché con ciascuno di loro si move una città o una buona villa, come di tende cariche e sopra mule. Noi Portoghesi e franchi avevamo considerato molte volte queste mule, e pensammo ch'elle passassino il numero di cinquantamila; li cavalli sono ben pochi, perché, ancora che ve ne siano de belli, per non saperli ferrare subito si guastano li piedi: e se il Prete cammina per un viaggio lungo, restano tutte le ville piene di cavalli con li piedi guasti, li qual dapoi fanno venire pian piano. Delle mule di carico non se ne tien conto, e cavalcano cosí muli come mule. Vi sono infiniti ronzini che portano la soma, pur ancora non si guastano li piedi come li cavalli. Vi sono molti asini, che servono meglio che li ronzini; fanno portar la soma ancora a molti buoi, e in quelle terre che sono piane e campagne li camelli portano le cariche.


Come le chiese della corte vengono portate, cioè le pietre dell'altare,
e come il Prete si mostra tre volte l'anno a tutto il popolo.
Cap. LXXXVIII

Il Prete poche volte cammina che vada a cammin diritto, né che l'uomo sappia dove egli vada, ma le pietre dell'altare, cioè le sue chiese, le quali sono 13, camminano alla diritta via, ancora che il Prete vada fuori di cammino, e tutta la gente va dietro per la strada fino che trovano una tenda bianca alzata, e immediate ciascuno si alloggia al suo luogo: e molte volte il Prete non viene a questa tenda, ma dorme per monasteri e altre chiese. In questa tenda che si alza, di continuo si fanno le solennità di cantare e sonare, come se il Prete vi fusse, ma non cosí perfettamente come quando egli vi è. Le pietre d'altari sono portate con gran riverenza e sempre da preti da messa, e sono quattro che le portano sopra un solaro su le spalle, e quattro preti vanno dietro per mutarsi a vicenda nel portarle. Sono coperte di ricchi panni di broccato e di seta, e vi vanno avanti duoi chierichi con un turribolo e una croce, e l'altro con una campanella sonando: e ciascuno uomo o donna che l'ode si lieva fuori di strada, e se è a cavallo dismonta immediate e dà luogo che la chiesa passi. Similmente vengono condotti con la corte quattro leoni con due catene per ciascuno, una davanti e una da dietro, e ciascuno gli dà luogo.
Noi camminammo con la corte fin alli 20 di decembre, e arrivammo sopra quelle montagne terribili dove sono le porte per le quali passammo nella nostra venuta, e quivi ne alloggiarono. Poi che le tende del Prete furono alzate, immediate cominciarono a fare un solaro molto alto appresso una delle tende, perché il Prete voleva mostrarsi al popolo il giorno di Natale. E si mostra generalmente tre volte l'anno, cioè nelli giorni di Natale, di Pasqua e di Santa Croce di settembre, e la causa di queste tre mostre è perché suo avo, padre di suo padre, che aveva nome Alessandro, fu tenuto secreto per tre anni dopo la sua morte dalli suoi servitori, li quali signoreggiorno il paese in questo mezzo, perché fin a quel tempo niuno del popolo poteva vedere il suo re, e non era veduto se non da alcuni suoi pochi servitori: e a richiesta del popolo il padre di questo David si mostrava questi tre giorni, e cosí questo ancora fa, e dicono che quando egli va in guerra va sempre discoperto, che ognuno il può vedere, e ancora camminando, come si dirà nel processo.


Come il Prete mi mandò a chiamare per dir la messa nel giorno di Natale,
e della confessione e communione che noi facemmo.
Cap. LXXXIX

Stando poi per grande spazio lontani dalla tenda del Prete Ianni, nelle nostre tende, e nella nostra chiesa ogni giorno dicevamo messa. La vigilia di Natale, dopo passato mezzogiorno, il Prete mi mandò a chiamare e mi dimandò che festa facevamo la mattina seguente; gli feci dire della natività di Cristo. Mi dimandò che solennità facevamo; gli risposi del modo che tenevamo e delle tre messe. Disse che tutto facevano come noi, ma non dicevano se non una messa, e che di quelle tre messe io ne dicessi una, quale piú mi piacesse. Poi replicò che gli dicessi quella terza, che egli averia piacere d'udirla, e cosí l'ufficio che noi costumavamo di fare; e subito ordinò che fusse portata ivi la tenda della nostra chiesa, e la fece alzare per mezzo la porta principale della sua, che non vi erano piú che due braccia da una all'altra, e che come cantasse il gallo ne mandaria a chiamare, e che io facessi il tutto come si costuma nel nostro paese. E come fu passata mezzanotte ne mandò a chiamare, e vi andammo sei che sapevamo assai ben cantare di chiesa, e portai quanti libri ch'io aveva, ancora che non fussero necessarii per quella festa, ma solamente per far numero, e li tenni aperti tutti sopra l'altare. Cominciammo a dir matutino, e pareva che il nostro Signore Iddio ne aiutasse e desse grazia, e il Prete ne mandò subito venti candele, parendogli che avessimo poca cera. Noi slungammo il matutino con lezioni, inni e salmi e profezie, e andammo cercando tutte le cose che si potevano meglio cantare e intonare; e il Prete mai si partí dalla porta della sua tenda, che era, come è detto, appresso della nostra chiesa, e sempre duo paggi non cessavano di andare e tornare e dimandar ciò che era quello che noi cantavamo, massimamente quando sentivano mutare il tuono delli salmi, inni o responsorii: io mostrava di non sapere ciò che fusse, ma diceva che erano o libri di Gieremia che parlavano della natività di Cristo, o salmi di David o di altri profeti; egli era molto contento e laudava li libri.
Compito l'ufficio, il qual fu molto lungo, ne venne a trovare un padre vecchio molto onorato, che è maestro del Prete Ianni, e mi dimandò se avevamo compito, perché tacevamo; gli dissi di sí. Esso rispose che averia avuto grandissimo piacere che questo officio fusse durato fino alla mattina, perché gli pareva star in paradiso con gli angeli; gli dissi che fino alla messa non avevamo da dire piú altro officio, e che io voleva confessar alcuni che volevano pigliare il corpo di Cristo. Subito mi venne una dimanda, dove io aveva da confessarli, e quando venne questa dimanda io ne confessava uno. Immediate fecero accendere due torcie, perché il Prete mi voleva vedere dalla sua tenda, e questo vecchio si pose a sedere appresso di me, tenendo le braccia sopra li miei ginocchi, e quello che si confessava stava dall'altra parte, né si volse mai levare di là fin a tanto che io ne ebbi confessato dui.
E già il giorno si faceva chiaro, e io gli mandai a dire che io voleva dire la messa; e immediate cominciammo una processione con la croce elevata, con una ancona di nostra Donna e duoi torchi intorno della croce, e cominciammo la processione dentro del circuito appresso la nostra tenda. Subito il Prete ne mandò a dire che dovessimo farla di fuori, attorno le sue tende, acciò che tutto il popolo la vedesse, e ne mandò quattrocento candele di cera bianca grande, acciò che fussero portate accese, incominciando da noi Portoghesi, con tutti li bianchi e il resto poi delli suoi. Compita la processione, che fu per un gran circuito, cominciammo il nostro asperges, e io fui a buttar l'acqua benedetta al Prete Ianni, che dalla nostra chiesa si poteva buttare per esser vicina. Stavano con lui, sí come mi fu detto, la regina sua moglie, la regina sua madre, la regina Elena e il cabeata, con altri suoi famigliari. Dentro dalla tenda della nostra chiesa stavano tutti li grandi e signori della corte che vi potevano capire, e gli altri stavano di fuori, e dall'altare fino alla tenda del Prete il tutto era dispacciato, perché egli volse vedere tutto l'ufficio della messa; e tutti stettero fin a tanto che fu compito il tutto e che communicai tutti quelli che s'erano confessati, i quali molto divotamente stettero inginocchiati al modo nostro. Tutti li franchi e li nostri interpreti, e principalmente Pietro di Covillan, che era con noi e che intendeva la lingua della terra, dicevano che il Prete laudava grandemente questo nostro ufficio, e cosí facevano tutti li signori della corte, e principalmente che noi andavamo alla communione con gran divozione.


Come il Prete lasciò andar l'ambasciadore e gli altri, e volse che io solo restassi con uno interprete, e delle dimande ch'egli mi fece sopra le cose della chiesa.
Cap. XC.

Compita la processione, messa e communione, furno licenziati l'ambasciadore e tutti gli altri, che andassero a desinare, e che io solo restassi con uno interprete. Subito mi venne a trovare quel padre vecchio suo maestro, dicendomi che il Prete Ianni laudava molto le nostre cose, ma che ragione avevamo di lasciar entrar li laici in chiesa, cosí come li chierici, e che egli aveva udito che vi entravano ancora le femine. Io gli risposi che la chiesa di Dio non si serrava a niun cristiano, e se Cristo stava sempre con le braccia aperte per ricever tutti quelli che a lui venissero nella gloria del paradiso, per che causa non dovevamo noi riceverli nella chiesa, che è la strada per andar in paradiso; e quanto alle femmine, ancora che nel tempo antico non entrassero in Sancta Sanctorum, nondimeno li meriti della nostra Donna furno tanti e cosí grandi che furno sufficienti a fare che il sesso feminino potesse entrare nella casa d'Iddio. Mi fece dire che gli pareva buona la mia ragione; ma per che causa io era prete solo a questo ufficio della messa, e quello che portava il turribolo, non essendo prete, come poteva portarlo, perché lo incenso non deve andare in mano d'altri che di preti. Gli risposi che quello che serviva da diacono era zagonaro, che essi chiamano da Vangelo, e che il suo ufficio era di portare il turribolo. Vennero poi con un'altra dimanda, dicendo se le cose sopradette si contenevano nelli nostri libri, e se quelli erano migliori dei loro. Gli risposi che li nostri libri erano piú perfetti che non erano li loro, perché dopo gli apostoli noi avevamo avuto sempre maestri e dottori grandi, che non avevano mai fatto altro che mettere insieme le cose della sacra Scrittura, le quali erano seminate in varii libri e luoghi di profeti, apostoli ed evangelisti. Mi tornarono a dire che essi avevano del nuovo e vecchio Testamento LXXXI libro, e se noi ne avevamo piú. Io gli risposi che noi ne tenevamo dieci volte LXXXI, cavati dalli sopradetti, con molte dichiarazioni e piú perfetti. Mi dissero che ben sapevano che noi avevamo piú libri di loro, e per questo egli desiderava che io gli dicessi il nome di quelli che essi non hanno.
E cosí mi tennero in dimande e risposte fin ad ora di vespero, non cessando mai d'andare su e giú li messi. Io stava in piede appoggiato a un bordone, e non solamente venivano dimande da parte del Prete Ianni, ma ancora da sua madre e dalla regina Elena: e io gli rispondeva sí come Iddio mi aiutava, e per la fiacchezza e fame non mi poteva piú tenere in piedi. E alla fine, in luogo d'una risposta, gli mandai a dir che sua Altezza avesse pietà d'un vecchio che dal mezzogiorno precedente fin a quell'ora non aveva mangiato né bevuto né dormito; mi mandò a dire che, se egli aveva piacere di parlar meco, per che causa ancora io non faceva il medesimo. Gli risposi che la vecchiezza, fame e fiacchezza non mi lasciavano pigliar questo piacere; replicò che se io voleva mangiare, che me ne mandaria, perché già ne aveva mandato molto alla nostra tenda. Gli dissi che io voleva andare a mangiare alla nostra tenda per riposarmi, e cosí mi diedero licenza. Ed essendo partito, mi venne dietro un paggio correndo, e mi disse che il Prete mi mandava a dimandare con grande instanza che gli dovessi dare il cappello che io aveva in capo, e che gli perdonassi se mi aveva fatto star tanto senza mangiare, e che, desinato che io avessi, mi pregava ch'io ritornassi da lui, perché egli voleva sapere altre cose da me.
Giunto alle tende e a pena mangiato, mi venne un messo che io dovessi tornare: e cosí fu forza di andarvi, e menai meco quelli che avevano cantata la messa, e quivi cantammo una compieta meglio che sapemmo, e il Prete con le regine vi stettero sempre attentissime. Finita ch'ella fu, ordinò che si disarmasse la tenda della chiesa, perché quella notte si voleva partir per passar quelli mali passi che son posti in quelle montagne altissime, come abbiamo detto di sopra: e cosí fece, che a mezzanotte sentimmo un grandissimo strepito di cavalli e mule, e che ognuno diceva: "Il negus cammina". E immediate messi all'ordine lo seguitammo, e quando arrivammo al primo passo, ne fu forza con le lance da dietro e davanti di farne far la strada, tanta era la furia e la calca, e la gente da dietro che ne veniva adosso. Andammo a trovar le tende del re, che erano state alzate in mezzo quelle grandissime fosse che sono fra quelli fiumi detti di sopra; quivi si dormí fino a mezzanotte, che 'l Prete cominciò poi a camminare e noi con lui. E avanti che fosse la mattina fummo fuori di quelli mali passi, e udimmo dapoi dir che in quella notte in detti passi morirono assai uomini e femine, asini e mule e buoi caricati; e in questo secondo passo, che si chiama Aquiafagi, come abbiamo detto di sopra, mi fu detto che una gran signora, essendo sopra una mula che era menata per il capestro da due servitori, tutti insieme attaccati cadettero di quella grande altezza e si fecero in pezzi avanti che giungessero al fondo, tanto sono terribili e spaventose quelle rocche e strade, che par che vadino all'inferno a chi vi guarda. Questo fu il nostro cammino, senza guardar l'ottava di Natale, che in questo paese non la guardano. Di sopra ho detto che stava cinque e sei giorni la corte nel mutarsi: a queste porte stettero piú di tre settimane, e le robbe del Prete piú di un mese, passando nondimeno ogni giorno.


Come il Prete Ianni andò ad alloggiar alla chiesa di San Giorgio, il qual volse che ne fosse mostrata, e dopo alcune dimande fattene ordinò che ne fossero mostrati alcuni cappelli grandi e ricchi.
Cap. XLI.

Alli XXVIII di decembre MDXX noi ritornammo per la istessa strada ch'eravamo venuti, verso una chiesa che per avanti vedemmo, ma non vi fummo, detta San Giorgio, sotto la quale drizzarono il padiglion del Prete; e noi alloggiammo nel luogo nostro ordinato. Il giorno seguente molto a buon'ora, il Prete ne mandò a chiamare e ne fece dire che dovessimo andare a veder la chiesa, la quale è grande e dipinta tutta intorno intorno; i muri e le dipinture sono convenienti, dove sono molte belle istorie ben ordinate e fatte con le sue misure, da un Veneziano che di sopra abbiamo nominato, detto Nicolò Brancaleone: e cosí quivi è scritto il suo nome, ancora che in questo paese lo chiamano Marcorio. Li muri veramente che son di fuora del corpo della chiesa e rispondono sotto il circuito coperto, che è come chiostro, questi tutti erano coperti da capo a piè di pezze integre di broccato, di broccatello, di velluti e d'altri ricchi panni di seta. Arrivati dentro alla porta del circuito che è discoperto, e volendo entrar nel circuito coperto, fecero alzar li panni ch'erano di sopra alla porta principale, la qual si vidde tutta messa a lame che alla prima vista ne parvero d'oro, perché cosí ci dicevano, ma piú approssimati vedemmo che erano di foglia d'argento, ma indorato, ed era posto tanto gentilmente, cosí sopra la porta come nelle finestre, che meglio non si potria fare.
Il cabeata, che è cosí gran signore, era quello che andava mostrandone il tutto, e il Prete era ancora egli presente, ma circondato dalle sue cortine: nondimeno, quando noi gli passavamo innanzi, egli ci poteva vedere e noi lui. Onde vedutoci, non si poté tenere che non mandasse a dimandare ciò che ne pareva della chiesa e delle dipinture; noi gli rispondemmo che elle ci parevano cose da un molto gran signore e re, la qual cosa gli diede un non piccol piacere. Fececi oltre di questo dire come il suo avolo aveva fatto far detta chiesa, nella quale era sepelito, facendone dimandare se nelle nostre parti erano chiese foderate di legname come è quella, e di che sorte legname; noi gli rispondemmo che quella chiesa era molto bella e ben fatta, ma che le nostre non erano foderate di legno, ma fatte di pietra e in volta, ma se pur ve ne era alcuna con legname, quello era tutto coperto di lavori d'oro e di azurro, e le colonne erano di marmi grandi o ver di altra materia galante e ricca. Rispose che ben sapeva che le nostre cose erano ricche, grandi e perfette, perché avevamo eccellenti maestri. Il tetto, cioè il coperto di questa chiesa, è fabricato sopra XXXVI colonne di legno, le quali sono molto grosse e alte quasi come alberi di galee, e coperte tutte di tavole che sono dipinte, sí come sono anco tutti li muri d'intorno, che è cosa grande e regale, e cosí è riputata da tutti del paese e da ciascuno che la vede.
Tornati noi a casa, come fu sul tardi, mi mandò a chiamar solo al suo padiglione e di nuovo mi fece dimandare ciò che mi pareva della chiesa; gli risposi quello che dagli altri era stato detto per avanti, per dimostrare che da tutti gli era stata detta la verità. Poi entrò sopra le vite d'alcuni santi e delle cerimonie della nostra chiesa, delle quali gli risposi quello che io ne sapeva. Finite queste dimande e pensando io d'esser ispedito, furno spiccati dalla chiesa quattro cappelli grandi e ricchi, de' quali, come li viddi, ne presi grandissima maraviglia, avegna che per avanti ne avessi veduti molti e grandi e ricchi nella India, che adoprano quelli re, ma non già di quella grandezza e ricchezza. Della qual cosa accortisi quelli che gli portavano, corsero a dirlo al Prete, il qual subito mi fece chiamare a sé e, stando alla porta del padiglione con li franchi soliti stare alla corte, volse che di nuovo in lor presenzia mi fussero mostrati, facendomi dire che io gli guardassi bene e ch'io dicessi ciò che mi pareva. Io gli risposi ch'erano bellissimi e che mai in India, dove ne usano molti quelli re, non ne aveva veduto né de piú belli né de piú ricchi. Ordinò poi che da una banda fussero appoggiati in terra al dirimpetto del sole, tal che facessero ombra a guisa d'un padiglione, e che mi dicessero che quando egli andava per viaggio e si voleva riposare insieme con la regina sua moglie, che si ponevano all'ombra d'uno di quelli, e quivi mangiava e dormiva e faceva ciò che gli era bisogno. Gli feci rispondere che veramente detti cappelli erano tali, e di ricchezza e di grandezza, che sua Maestà poteva fare quanto ella diceva. Subito venne un'altra dimanda, se il re di Portogallo aveva simili cappelli. Risposi che il re di Portogallo non aveva simili cappelli da fargli star ritti, ma della sorte ch'io portava in capo, fatti di broccato, di velluto o di raso o di altra seta, con li cordoni e orli d'oro e secondo che gli piaceva; e camminando per viaggio e volendo riposare, aveva molti palazzi e case con giardini, all'ombra dei quali si poteva riposare con molta commodità, e che gli scusavano per cappelli, ma che li detti cappelli dimostravano piú presto grandezza di stato che necessità di far ombra. Subito venne la risposta che io diceva il vero, e che questi furno del suo avolo ed erano restati in questa chiesa, e che li levava di quella per prestargli a un'altra chiesa, dove avevamo d'andare. Potevano essere questi cappelli della grandezza d'una gran ruota, che ben vi potrebbeno stare X uomini all'ombra, tutti coperti di seta.
Fatte queste tante dimande e risposte, mi mandò a dire quel che piú volentieri io beverei, o vino d'uva o di miele o di zauna, che è di orzo. Gli feci rispondere che io ero avvezzo a bevere vino d'uva, e che il vino di miele era caldo e la zauna era fredda, la quale non era buona per vecchi, e che mi mandasse vino di uva o di miele, come gli piacesse. Mandò di nuovo a dirmi che io dicessi assolutamente di quale io voleva; gli dissi di uva. E subito mi furno portate quattro zare di vino di miele, dicendo che io invitassi i franchi ch'erano stati presenti a tutte queste cose: e cosí feci, e bevemmo una volta per uno, e il resto mandai alle nostre tende. Io non so per qual causa ei non volse mandar vino d'uva, avendone assai ne' suoi padiglioni.


Del camminar che fa il Prete, e della maniera del suo apparato che ha nel viaggio.
Cap. XCII,

Alli XXIX del detto mese, il Prete ne mandò a dire che noi non dovessimo cavalcare se non come fosse ordinato, e cosí fu fatto. Il suo camminare era in questa maniera. Li giorni avanti nissuno poteva sapere che cammino egli dovesse fare, ma ciascuno alloggiava dove vedeva ritta la sua tenda bianca, cioè al suo luogo ordinato, o da man destra o da man sinistra, da lungi o da presso. In questa sua tenda di continuo si fanno le solite cerimonie di sonare, ancora che egli non vi sia, ma non già cosí interamente come quando vi è egli in persona: e questo si può molto ben conoscere, massimamente nel servir di paggi e in altre cose. E alcune fiate noi restavamo adietro, alcune andavamo innanzi, sí come gli piaceva e ordinava. Ora il suo camminare era in questo modo: cavalcava scoperto con la corona in testa, circondato da cortine rosse solamente di dietro e dalle bande, molto lunge e alte, ed egli era posto in mezzo. Quelli che portavano dette cortine stavano dalla parte di fuori, e le portavano alzate sopra lancie sottili. Dentro a queste cortine vi vanno sei paggi, che essi chiamano legameneos, che vuol dire paggi della cavezza, conciosiacosaché la mula che 'l detto Prete cavalca ha una ricca e bella cavezza sopra la briglia, la quale ha nel barbazzale duoi cordoni di seta con li suoi belli fiocchi, e uno di questi cordoni o fiocchi tiene un paggio da una banda e l'altro dall'altra, che menano la mula quasi per la cavezza. Vi vanno poi due altri, similmente uno da una banda e l'altro dall'altra, che tengono la man sopra il collo della mula, e due poi di dietro al medesimo modo con le mani in su le groppe, quasi sopra l'arcione. Fuori delle cortine e avanti il Prete vanno XX paggi dei principali, molto ben in ordine, e avanti di detti paggi vanno sei cavalli molto belli e riccamente adornati, menati ciascun di loro da quattro uomini ben vestiti, cioè due per la cavezza e due di dietro con le mani sopra la groppa, al modo che è menata la mula del Prete. E avanti di questi cavalli camminano sei mule sellate e molte ben adornate, e ciascuna ha similmente quattro uomini che le conducono come i cavalli. E innanzi a dette mule vanno XX gentiluomini de' principali a cavallo in su altre mule, con le sue bedene sottili d'intorno alla persona, e poi noi Portoghesi andavamo innanzi a detti gentiluomini, che questo luogo n'era stato consegnato. Né altre genti a piedi né a cavallo in su cavalli né in su mule possono avicinarsi a un gran tratto, perciò che vi sono corridori che vanno innanzi sempre correndo sopra i lor cavalli, e se sono stracchi smontano e pigliano degli altri, e fanno allontanare la gente dalla strada, di sorte che non si vede nessuno.
Li betudeti camminano con le genti della guardia, ancora essi molto lontani dal cammino, e uno va da una banda e l'altro dall'altra al manco un tratto di spingarda, e se vi è campagna alle volte vanno un miglio e mezzo, secondo che è il paese; e se la strada è sassosa e stretta, e ch'ella duri assai, e che sia necessario che ciascuno passi per quella, gli detti betudeti si partono un miglio e mezzo, e uno va avanti, cioè quello da man destra, e quello da man sinistra resta adietro, con ciascuno dei quali possono essere da seimila persone: e con costoro vanno sempre, come di sopra ho detto, quattro leoni incatenati con grosse catene e di dietro e dinanzi. Camminano anche quelli che portano le chiese e le pietre dell'altare, alle quali si fa grandissimo onore e riverenza. Un'altra cosa conduce seco il Prete in ciascuna parte che egli va, perciò che non si muove senza questo, che sono cento zare di vino di miele e anco di uva, che possono tener da sei a sette boccali di vino l'una; e sono nere come ambra e molto ben fatte e liscie, con il coperchio di terra e poi suggellate, né alcuna persona ha ardire di approssimarse né pigliare alcuna cosa di queste senza licenza del Prete. Portano similmente cento panieri tutti dipinti e serrati pieni di pane di grano, e questi vanno dietro al Prete non molto lontani, e li portano in capo: e vanno l'uno dietro all'altro, cioè prima una zara e poi un paniere, e dietro a loro vanno sei uomini, che sono come guardiani di casa, e giunti al padiglione del Prete vi scaricano ogni cosa dentro, ed egli manda a donare poi a chi gli piace.


Come il Prete venne alla chiesa di Machan Celacem, e della processione con la quale il ricevettero, e delle cose che 'l detto ragionò meco di questa incontrata.
Cap. XCIII.

Il sabbato e la domenica, ultimi giorni di decembre, noi venimmo ad alloggiare sopra un fiume con tutta la corte, e il lunedí poi ci partimmo tutti insieme, camminando sempre il Prete dentro alle sue cortine come li giorni avanti. E il primo giorno di gennaio MDXXI arrivammo a una chiesa grande, la quale nella nostra venuta per avanti, quando appresso vi passammo, non ce la volsero lassar veder: il suo titolo si è Machan Celacem, che vuol dire la Trinità. Avanti che noi arrivassimo alla chiesa per tre miglia, il Prete ordinò che ne fussero dati otto cavalli ben in ordine, con li quali dovessimo andare innanzi a lui scaramucciando: e cosí noi facemmo, maneggiando e voltando li cavalli molto meglio di loro, del che ne pigliò gran piacere. Giunti un miglio appresso detta chiesa, ne venne incontro una infinita moltitudine di gente a riceverne, e vi erano tante croci, preti e frati di diversi monasteri e chiese che non si potevano contare, e al nostro giudicio potevano passare trentamila: e pensammo che li frati dovessero esser venuti di paese lontano, perché in questo regno di Amara non vi sono monasteri, per essere tutte le chiese grandi sepolture de' re. Vi erano ben dugento con le mitre, che sono fatte a modo di cappucci grandi e alti di seta, e appresso LXIIII cappelli di quelli grandi, che ben si potevano contare perché gli portavano alti sopra la gente, ma non erano cosí belli e ricchi come quelli della chiesa di San Giorgio: tutti questi cappelli erano di chiese ove sono sepulti li re, perché alla sua morte gli lascian loro. Questa cosí gran moltitudine di gente ragunata era parte delle dette chiese e monasteri, parte del paese, che venivano a vedere il Prete che andava scoperto, che mai per avanti l'avevano veduto andar cosí.
Smontato alla chiesa il Prete e fatta la sua orazione, se ne andò al suo padiglione e subito mi mandò a chiamare, e che l'ambasciadore con la sua compagnia se ne andasse a smontare allo alloggiamento. Qui mi fece dimandare quel che mi pareva di cosí grande incontro e ricevere che gli era stato fatto da tanta gente, e se al re di Portogallo era fatto cosí grande e da tante genti. Gli risposi che al re di Portogallo n'erano fatti di grandi e con gran feste, ma che io non pensava che si possa vederne mai un tale e cosí grande in tutto il mondo, e a chi raccontasse questo fuora delli regni e signorie sue non saria creduto, se non fusse la fama grande che si ha di sua Altezza per tutta la cristianità. Fece subito rispondere che queste genti erano molto piú di quello che mostravano, perché la maggior parte sono ignudi, che non pareno a chi gli vede la quantità che sono, e che le nostre genti in Franchia sono ben vestite e in ordine, e paiono molto piú di quello ch'elle sono; e che io dovessi andare a riposarmi con l'ambasciadore, il qual io trovai per strada che veniva. Di nuovo mi fece dire che quella chiesa era nuova e non vi era ancora stato detto messa, e che era costume che quanti vi entrassero dovessero dar offerta, e che l'ambasciadore desse le sue arme e io la berretta che io portava, e cosí ciascuno dovesse dar qualche cosa: a questo noi ci avedemmo ch'ei motteggiava con noi, e che gli aveva gran piacere del fatto nostro.


Della fabrica come è fatta questa chiesa della Trinità, e come il Prete mandò a dire all'ambasciadore che andasse a veder la chiesa di sua madre, e delle cose che si ragionarono.
Cap. XCIIII.

Il giorno seguente il Prete ne mandò a dir che noi dovessimo andare a veder la chiesa predetta, nella quale egli era già entrato. Questa chiesa è molto grande e alta, e li muri sono di pietra bianca, lavorati di scalpello con bella opera, e sopra a' quali non pongono li travi perché non gli reggerebbono, per non essere commesse le pietre l'una con l'altra né murate, ma solamente poste una sopra l'altra senza alcun legame o fermezza: e a chi nella prima vista non conoscesse quello ch'è dentro, parrebbeno molto belle. La porta principale è fatta tutta a lame come è la chiesa di S. Giorgio, e nel mezzo di queste lame vi son poste pietre e gioie false, con perle bone, ma molto ben messe. Sopra 'l muro della porta principale sono due figure della nostra Donna, molto divote e ben fatte, con duo angeli tutti di pennello: dicono che un frate li ritrasse dal naturale, e io ho conosciuto il frate. In questa chiesa sono tre navi fabricate sopra sei colonne, e dette colonne sono fatte di pezzi di pietra viva posti l'uno sopra l'altro, ben lavorati; e il circuito ch'è di fuora e coperto come chiostro, è fabricato sopra sei colonne di legno grandi come arbori di galea molto alti, e sopra dette colonne è posto il legname a livello, che fa un tavolato molto grosso. E certo che è cosa maravigliosa a pensare come queste genti, che sono senza ingegno alcuno, abbino potuto rizzar queste colonne di legno cosí alte. Intorno alla chiesa sono poste XVI cortine che correno da qual banda si vuole, e sono di lunghezza quanto è la pezza intera, che era di broccato molto ricco e superbo: e ciascuna cortina è di pezze XVII unite insieme. Il cabeata era quello che andava mostrando tutte queste cose, e il Prete ne mandò a dimandare quello che ne pareva di queste opere e delle cortine; noi gli rispondemmo che ne parevano molto belle e degne di gran principe, e che elle dimostravano bene di chi elle erano. Poi ne fece dimandare se gli potessimo far mandar piombo per coprir la chiesa; l'ambasciador gli rispose che tutto quello che sua Altezza volesse il re di Portogallo glielo mandaria, in tanta copia quanta egli potria vedere, perché di ogni sorte di metallo egli ne era padrone.
Di qui poi ci partimmo e andammo alle tende del Prete, egli sempre camminando dentro alle sue cortine e noi a cavallo in su le nostre mule, senza altra cerimonia: e le sue tende erano tese appresso un'altra chiesa della sorte di questa, ma piú piccola. Dove smontati, mandò a dire all'ambasciadore che dovessimo andar a veder la chiesa di sua madre, facendone intender che non gli dovessimo far opposizione né trovargli difetto alcuno, perché è tanto fantastica che s'ella intendesse di alcun difetto, o vero ch'ella non fusse cosí bella come quella di suo figliuolo, subito la faria ruinare e far di nuovo. E andati a vederla, stando in quella, il Prete ne mandò a dire, poi che in Portogallo avevamo tanto oro, perché vendevamo panni cosí ricchi alli Mori e infideli per aver oro. Gli fece risponder l'ambasciadore che le spese del re di Portogallo e delli suoi capitani, per causa delle armate, erano tanto grandi ed eccessive, e per le continue guerre che fanno alli Mori, che se non contrattassero con mercanzie non potriano sopportarle, massimamente facendosi queste spese cosí lontano da Portogallo, onde doveria venire il soccorso e aiuto: e per questo andando per mare e con pace e con guerra portavan le mercanzie, e quelle vendevano e pigliavano dell'altre, e a questo modo supplivano a dette spese e interessi. A questo non venne risposta, ma ne fece mostrar in detta chiesa due antiporte molto grandi e ben fatte a figure, e molto fine, e ne dimandò ove si facevano detti panni; noi gli rispondemmo nella Franchia e non in altra parte. E sopra questo ne richiese se, mandando egli molto oro, se gli mandaria molte di quelle; gli fu risposto che sua Altezza scrivesse al re di Portogallo, che gliene mandaria quante ne volesse.
Subito ne vennero con uno rovescio, dicendo che cosa gli avevamo portato. L'ambasciador gli disse che quello che gli aveva portato gli era stato presentato, cioè la spada, il pugnale, duoi pezzi d'artegliaria con le code, la polvere, le pallotte, quattro razzi, una corazza, un napamondo e un organo, che gli aveva dato il capitan maggior d'India, che era per una mostra; e piacendogli, che scrivesse al re di Portogallo, che ne mandaria quanti egli volesse. Ritornò di nuovo con un'altra giunta, dicendo che egli era costume di tutti quelli che mandano ambasciadori in questo paese di mandare assai robbe e presenti, che cosí era stato fatto sempre alli suoi antecessori, e che noi eravamo venuti e non avevamo portato cosa alcuna, e massime quelle che per lo re di Portogallo per avanti gli erano state mandate. L'ambasciador rispose che 'l costume del re di Portogallo e delli suoi capitani non era di mandar presenti alli re e signori e grandi, quando gli mandano ambasciadori, ma che piú presto detti re e signori gliene mandano a lui per farselo amico; e che, se il capitan maggior dell'India gli aveva mandate quelle robbe, le aveva mandate come suo servitore, e non per esser questo il costume; e che, non ostante questo, il re di Portogallo gli aveva mandato per un altro ambasciadore, che morí nell'isola di Cameran, la valuta di piú di centomila ducati in tante robbe, e le mandava come a fratello, e non per costume né obligazione. E a quello che sua Altezza diceva, che le robbe che il re di Portogallo gli mandava non gli erano state date, se gli rispondeva che molte volte gli s'era mandato a dire che per lettere del capitan maggiore sua Altezza potria vedere quello che gli mandava, e che le robbe che mandò il re erano restate in India, come si può sapere per il fattore e scrivano che ne avevano avuto il carico, e che non è costume delli Portoghesi di far falsità alcuna, anzi d'andar sempre con la verità, la qual gli avevano molte volte detta: e che se la volesse credere, che la credesse, se non, che fusse come sua Altezza ordinasse, la qual dovesse sapere ch'egli veniva come ambasciadore del capitan maggiore che governa le Indie, e che nel modo che egli era venuto averia potuto andar a tutti li re e imperatori, e che non gli mandasse a dire quello che non si costuma a dire fra li Portoghesi, e che lo volesse espedire per volersene andare, approssimandosi il tempo. Il Prete ne mandò a dire che, se noi fussimo venuti nel tempo delli re passati, non ne averiano fatto alcuno onore, come egli ne aveva fatto, non avendogli portato cosa alcuna di prezio. L'ambasciadore gli rispose che piú presto nelle sue terre gli erano stati fatti molti torti e ingiurie e rubbatogli quanto che avevano portato seco, e che non gli restava se non le vesti solo di dosso, e che, se noi morissimo in questi paesi, noi andaremmo tutti in paradiso come martiri, per gli assalti che ne erano stati fatti per tre o quattro volte, che ci avevano voluto ammazzare; e che di tutto avevamo pazienza per amor di Dio e del re di Portogallo, e che altro onore era stato fatto per il detto re a Matteo, per dir ch'egli era ambasciador di sua Altezza, e nondimeno non se gli dimandava altro se non di essere espediti, per andar a dar conto a quelli che n'avevano mandati; e che li Portoghesi non son soliti dir mai bugia, ma di fare e parlar sempre puramente. A questo venne risposta che né l'ambasciadore né li Portoghesi mentivano, ma che Matteo fu bugiardo, e che ben aveva inteso l'onore che gli era stato fatto e dal re e da li suoi capitani come egli giunse; e che noi non avessimo fastidio, che presto saremmo espediti secondo il desiderio nostro, e che noi ce n'andassimo in buon'ora a desinare.


Come il Prete ordinò all'ambasciadore e alli franchi che ne andassero a vedere il suo battesimo, e che io fussi a parlargli sopra detto battesimo, e nel modo come ei fu fatto; e come poi fece notar li Portoghesi e gli dette da mangiare.
Cap XCV.

Alli IIII del mese di gennaio 1521 ne mandò a dir il Prete che levassimo la nostra tenda e quella della chiesa, e che noi la portassimo un miglio e mezzo discosto di quivi, dove avevano fatto un tanque, ch'è come un stagno o lago pieno di acqua, nel quale si volevano battezzare il giorno della Epifania, perché questo è il lor costume, di battezzarsi ogni anno in tal giorno che Cristo fu battezzato. E cosí il giorno seguente, che era la vigilia, vi andammo e vedemmo un gran circuito serrato di siepe in una molto gran campagna; e fu mandato a dimandare se noi volevamo battezzarci: io gli risposi che non era nostro costume di battezzarci se non una volta, quando eravamo piccioli. Alcuni dissero, e massime l'ambasciadore, che noi faremmo quello che sua Altezza ordinasse; e di nuovo mandò a dirmi quello che io diceva, se io mi voleva battezzare. Risposi ch'io era battezzato e che io non voleva altro. Ci dimandò di nuovo che se non volevamo battezzarci in quello stagno, che ne mandaria dell'acqua nella nostra tenda; a questo l'ambasciadore rispose che fusse fatto come a sua Altezza piacesse. Avevano li franchi insieme con li nostri ordinato di fare la rappresentazione delli tre re, e glielo mandarono a dire. Venne risposta che gli piaceva, e cosí, messosi in ordine dentro di quel gran circuito serrato appresso la tenda del Prete, che era posta appresso il lago, la fecero, la quale non fu istimata né a mala pena guardata, perché veramente fu cosa fredda e da niente.
Tutta quella notte non cessò un grandissimo numero di preti di cantare fino alla mattina sopra 'l detto lago, dicendo che benedicevano l'acqua; e quasi a mezzanotte, poco piú o manco, cominciarono il battesimo, e dicono (e cosí credo io che fusse la verità) che il primo che si battezzò fu il Prete, e dopo lui l'abuna Marco e la regina, moglie del Prete: e queste tre persone avevano panni a torno le parti vergognose, e gli altri tutti nudi come vennero al mondo. E a ora che 'l sole era già levato e il battesimo nella maggior furia, il Prete mi mandò a chiamare, che io fussi a vederlo. Vi andai e stettivi fino a ora di terza a veder come si battezzavano, e mi posero in un capo del detto lago, all'incontro del viso del Prete. E si battezzavano in questo modo. Il lago ha un gran fondo, ed è piano e tagliato nella terra molto diritto e quadro, foderato tutto intorno e di sotto di tavole, e sopra quelle è posta tela di bambagio grossa incerata; l'acqua v'era condotta per un canaletto come se faria per adacquare un orto, e cadeva per un cannone, nella punta del quale era un sacco largo per colar l'acqua che cadeva in quello. E quando io vi venni non correva piú l'acqua, perché era già pieno di acqua benedetta, nella quale avevano gittato olio. Aveva questo lago da una banda fatti V o VI scaglioni, e dinanzi a quelli quanto sariano tre braccia, vi era fatto un palco di legno serrato intorno, nel quale stava il Prete, e aveva avanti una cortina di cendato azurro ch'era quasi sdrucita, per la quale sdruscitura vedeva quelli che si battezzavano, perché gli era col viso volto verso il lago, dentro del quale stava quel padre, vecchio maestro del Prete, col qual parlai la notte di Natale. Costui era ignudo come egli uscí del corpo di sua madre e quasi morto di freddo, perché quella notte era stato un gran gielo, e stava nell'acqua fino alle spalle, che tanto fondo aveva il lago, dove entravano quelli che s'avevano a battezzare per li detti scaglioni, tutti ignudi, con le spalle volte al Prete, e quando uscivano mostravano le parti dinanzi, cosí femine come uomini. Costoro si approssimavano al detto maestro, ed ei gli metteva la mano sopra la testa e la attuffava loro tre volte sotto l'acqua, dicendo in suo linguaggio: "Io te battezzo in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo", facendogli la croce per benedizione. E se erano persone piccole, non scendevano tutti li detti scaglioni, ma detto maestro s'accostava loro e li tuffava nel modo detto. E come ho detto, io stavo dall'altra banda al dirimpetto del viso del Prete, di sorte che, quando egli vedeva le spalle, io vedevo le parti dinanzi de' battizzati. Poi che fu passato gran numero delli detti, mi mandò a chiamare, che io dovessi andar a stare appresso di lui, e tanto appresso che il cabeata non si moveva di passo, per udir il Prete e parlar con l'interprete che stava appresso di me; e mi dimandò quello che mi pareva di quell'ufficio. Io gli risposi che le cose di Dio che erano fatte a buona fede e senza inganno e per sua laude erano buone, ma che tal ufficio non era appresso di noi, anzi ne era proibito che senza necessità in quel giorno non battezzassimo nel quale Cristo fu battezzato, perché avemo questa oppenione, che in tal giorno, sí come Cristo, cosí ancora noi fussimo battezzati, e che la chiesa ne ordina che non si dia questo sacramento piú d'una volta. Subito mi dimandò se noi avemo scritto in libri di non dover esser battezzati se non una volta; risposi di sí, perché nel Credo che fu fatto nel concilio di papa Leone con li 318 vescovi, che sua Altezza mi aveva altre volte detto, era scritto: "Confiteor unum battisma in remissionem peccatorum". E subito mi dissero che cosí era la verità e cosí era scritto nelli suoi libri, ma che dovevano far a molti che di cristiani avevano rinegato e fattisi mori, e dapoi si pentivano, e altri che non credevano bene nel battesimo, e che remedio doverriano fare? Gli risposi che per quelli che non credevano bene basteria l'insegnare e pregar Dio per loro, e se questo non facesse frutto, abbruciarli come eretici, perché cosí dice Cristo: "Qui crediderit et baptizatus fuerit salvus erit, qui vero non crediderit condemnabitur". E per quelli i quali, dapoi che avevano rinegato, conoscendo l'error loro dimandavano misericordia, che l'abuna gli assolveria, dandogli la penitenza per salute delle lor anime, avendo sopra questo il potere; se non, si mandasse a Roma, dove sono tutti i poteri. E quelli che non si pentivano, possendogli pigliare, si dovessero abbruciare, secondo che si usa nella Franchia, nella chiesa di Roma. E sopra questo venne risposta che gli pareva bene, e che suo avolo ordinò questo battesimo per consiglio di grand'uomini dotti, accioché non si perdessero tante anime, qual si usa fino al presente; dimandandomi se il papa concederia all'abuna ch'egli avesse questo potere, e quanto gli costaria, e in quanto tempo vi si potria andare e tornare. Io gli risposi che il papa non desiderava altro che la salute delle anime, e che averia gratissimo di conceder all'abuna tai poteri, e che non vi andava altra spesa se non del viaggio, che non saria molta, e della scrittura delle lettere, e che si potria andare e tornare per la via di Portogallo in tre anni, e anco per la via del mar Rosso ed Egitto, la quale io non sapeva. E sopra questo non mi venne risposta, se non che io andassi alla buon'ora a dir messa; e io dissi che non era ora di dir messa, essendo passato mezzogiorno. E cosí fui a desinare con li nostri Portoghesi e franchi.
Questo stagno o lago era circondato e coperto con tende di diversi colori, tanto ben poste e cosí ben ordinate, con tanti rami di melaranci, limoni e cedri, che pareva che ivi fusse un bellissimo giardino. La tenda maggiore che stava sopra detto lago era molto lunga, e tutta fatta a croci rosse e azurre di seta, che davano gran grazia. In questo giorno, verso sera, il Prete mandò a chiamar l'ambasciadore con la sua compagnia; e il battesimo era finito, ed egli stava ancora nelle cortine dove io l'aveva lasciato, e gli dimandò quello che gli pareva. Esso gli rispose che molto bene, ma che noi non avemo un tal costume. E correndo l'acqua in tanto nel lago, ne dimandò se vi era alcuno Portoghese che sapesse notare: subito vi saltarono duoi nel lago e cominciarono a notare e cacciarsi sotto l'acqua, tanto era grande e profondo, per quello che gli vedevamo fare, di che ne ebbe grandissimo piacere, massime vedendogli andare sotto acqua. E fatto questo gli fece uscir fuori, e volse che andassimo in un capo di questo circuito, dove ne mandò da mangiar pane e vino, perché secondo il suo costume questa è una gran cortesia. E dipoi ne fece levar le nostre tende, volendo ritornare alla sua stanza, e comandò che gli dovessimo andar avanti, perché aveva ordinato che li suoi cavallieri e gentiluomini dovessino scaramucciare al modo che combattono con li Mori in campo. E cosí noi andammo per veder detta scaramuccia, ma nel cominciar di quella venne cosí gran pioggia che non gli lasciò far cosa alcuna.


Come fui con uno interprete a visitar l'abuna Marco, e come fui dimandato della circoncisione; e come detto abuna Marco dà tutti gli ordini della chiesa.
Cap. XCVI.

Nel seguente giorno, dopo 'l battesimo, io fui a visitar l'abuna, al qual ancora io non avevo parlato, né visto se non nel battesimo, morto tutto di freddo, dove non gli potei parlare. Ebbe grandissimo piacer della mia visitazione, e non mi volse dar la mano per baciargliela, anzi si voleva gittar in terra per baciarmi li piedi. E noi essendo a sedere sopra una lettiera, il principio del parlar suo fu che egli dava grandissime grazie a Dio dell'averne congiunti insieme, e che aveva avuto gran piacere essendogli stato detto quello che tante volte io avevo parlato, e massime del battesimo al Prete Ianni, avendogli detto la verità cosí liberamente in sua presenzia, la quale a esso abuna non voleva credere per esser solo di quella oppenione, e che s'egli avesse un compagno o due che l'aiutassero a dir la verità, che levaria il Prete da molte cose e molti errori nelli quali egli era con tutto il suo popolo. E parlandosi sopra questa materia, sopragionse un prete bianco, figliuolo di un gibete, cioè d'un uomo bianco, nato in questa terra, e mi domandò perché noi non eravamo circoncisi, poi che Cristo fu circonciso. Io gli risposi che era vero che Cristo fu circonciso, e che egli cosí volse per adempir la legge che in quel tempo si usava, per non esser avanti tempo accusato come rompitor della legge, ma che subito ordinò che cessasse la circoncisione. Immediate questo prete tornò a replicarmi che egli era figliuolo d'un franco e che suo padre non volse mandarlo a far circoncidere, e che come ei fu in età di XX anni, dopo la morte di suo padre, una sera andato a dormire senza esser circonciso, come fu la mattina si trovò circonciso: e come poteva essere stato quello, poi che Iddio non voleva la circoncisione? Gli risposi che questa era una gran bugia, perché, posto che Iddio non vietasse la circoncisione, egli non saria stato tanto degno che Iddio avesse voluto far questo miracolo, cioè d'imperfetto farlo perfetto; e se egli era cosí come aveva detto, che, andato in letto intiero, si trovò poi circonciso, che il diavolo poteva essere stato quello che l'avesse fatto per fargli vituperio. Lo abuna e quanti stavano in casa ne fecero grandissime risa e ne ebbero sommo piacere, e questo prete dipoi fu mio grandissimo amico e di tutti i Portoghesi, e ogni giorno veniva a udire la mia messa. Lo abuna poi fece portar vino e frutti diversi del paese e volse che facessimo un poco di collazione, e mandò alle nostre tende molto pane e vino e un bue.
Alli VIII poi di gennaio il detto abuna volse dar gli ordini, e io vi andai per vedere il modo che egli teneva in darli, il quale fu questo. Fu rizzata una tenda bianca in una gran campagna, dove erano congregate da cinque in seimilia persone per ordinarse. Quivi venne l'abuna a cavallo su una mula, e io in sua compagnia con infiniti altri, e in mezzo di quella tanta gente stando a cavallo, fecie a modo d'una predica in arabico, e un suo prete la dichiarava in lingua abissina. Io dimandai al mio interprete ch'era quello che diceva l'abuna; dissemi che diceva, se vi fusse alcuno ch'avesse due moglie o piú, ancora ch'alcune di loro fussero morte, che non si facesse prete, e faccendosi che lo scommunicava e maladiceva con la maladizion di Dio. Fatto questo parlare, se n'andò a sedere sopra una catedra innanzi alla detta tenda, e dinanzi a lui si posero a sedere tre preti in terra, ciascuno col suo libro, e alcuni altri che ordinavano questo ufficio fecero sedere tutti quelli ch'avevano ad ordinarsi in terra coccoloni sopra li calcagni: e tutti stavano in tre carriere o vero strade molto lunge, e ciascuna strada aveva un di quelli preti che tenevano i libri, e gli esaminavano brevemente, che alcuno non leggeva piú di due parole; e dietro a questo andava un altro prete con un bacino pieno d'una tintura bianca e con una lama fatta a modo di suggelli imbrattata in detta tintura, e con essa facevan loro un segno sopra 'l piano del braccio destro. Il che fatto, si levavano di quel luogo e andavano a sedere in mezzo della campagna, sopra alcune mole di terra, dove avevano da stare tutti gli esaminati: e molto pochi furono quelli che non passassero. Compita questa esaminazione, l'abuna si pose nella sua tenda, sedendo sopra una cattedra: e questa tenda avea due porte, per le quali fecero passar tutti questi esaminati un dopo l'altro, e come si appresentavano avanti l'abuna entrando per la prima porta, egli subito li poneva la mano sopra il capo e diceva certe parole ch'io non l'intendeva, e poi costui usciva per l'altra, né vi rimase alcuno al quale non fusse fatta questa cerimonia. Poi prese un libro in mano e in quello lesse un gran pezzo, tenendo una piccola croce di ferro in mano, faccendo con essa molti segni di croce sopra tutti costoro. Finito questo, un prete uscí fuori della porta con un libro e lesse come sarebbe a dire l'Epistola o 'l Vangelo, e subito l'abuna disse la messa, la qual non fu piú lunga di quello che si direbbe tre volte il salmo del Miserere mei Deus. E subito communicò tutti questi preti, che erano 2356, tutti da messa, perché questi da messa gli fanno separatamente, e li cherichi da per sé un altro giorno: e mi disse lo abuna che li cherichi erano ordinati infino a diacono, come era santo Stefano. Viddi però poi far cherichi e preti insieme tutti in un giorno, e questo molte volte, perché egli ne ordinava e faceva molto spesso, e sempre gran numero, perché vengono a lui di tutti li regni e signoria del Prete, per non esservi altri che gli possa ordinare. Non sono posti in matricola, né portano carta alcuna di fede o certezza della loro ordinazione, e perché ho detto il numero 2356, io non li annoverai, ma mi disse cosí colui che ebbe il carico di contargli, e penso che mi dicesse la verità. Delli cherichi io dirò quello che viddi.


Come il Prete m'interrogò della cerimonia di questi ordini sacri, e come io fui a veder fare gli ordini minori, che chiamano zagonari, cioè cherichi.
Cap. XCVII.

Nel giorno seguente, che fu alli 9 di gennaio, mi mandò a chiamare il Prete, dove giunto, subito mi fece dire che egli aveva inteso che io era stato a veder fare li suoi preti, e quello che mi pareva. Gli risposi che due cose io aveva vedute, le quali, ancora che mi fussero dette e giurate, mai le averei credute, cioè della moltitudine del chericato, croci e mitre nel ricever sua Altezza e incontro fatto a quella, l'altra di questo tanto e infinito numero di preti ordinati tutti insieme; che mi pareva molto ben fatto tal ufficio, ma che mi dispiaceva molto la disonestà de' preti, nella quale venivano quelli a ordinarsi. Subito mi fu risposto che io non mi maravigliasse di alcuna cosa di queste, perché quanto s'apparteneva al suo incontro, non erano venuti i preti se non delle chiese di suo avolo e antecessor ch'erano fatte in questi confini, e che portavano le mitre e cappelli e croci che gli erano state lassate; e che i preti ch'erano stati ordinati erano molto pochi a comparazione di quello che sogliono essere, perché sempre se ne fanno cinque o seimila, e che ora erano stati pochi perché non sapevano della venuta dell'abuna; e ch'io gli dovessi dire che disonestà aveva veduto che fusse contra gli ordini della chiesa. Gli risposi che mi pareva molto disonesta cosa e vergognosa che li preti che aveano a ordinarsi da messa e avevano a ricevere il corpo del nostro Signore, venissero quasi ignudi, mostrando le lor vergogne; e che Adamo ed Eva subito che peccarono si viddero ignudi, e dovendo comparir innanzi a Dio si coprirono, e costoro, avendolo a ricever, che è molto piú, non si vergognano a mostrare ogni disonestà; e che io aveva veduto un frate cieco del tutto, che mai aveva avuto occhi, e un altro storpiato della man destra, e IIII o V storpiati delle gambe, similmente esser ordinati a messa, i quali dovevano esser sani e aver tutti i lor membri interi e perfetti. Venne subito la risposta ch'egli avea grandissimo piacer ch'io avessi guardato bene ogni cosa sottilmente per dirgli il parer mio, acciò che poi si potesse emendare, dicendo che egli provederebbe de' preti che non andassero ignudi, e che degli storpiati io andassi a parlare con aiaz Rafael, che a questo ufficio era stato presente.
Questo aiaz Rafael è quel prete onorato e gran signore al quale noi fummo consegnati quando noi arrivammo la prima fiata alla Corte, per il che subito andai a desinare con esso alla sua tenda; e avanti che desinassimo si fece portare un libro, che, secondo che in quello leggeva, doveva esser il sacramentale al modo loro, e lesse che il prete o cherico doveva esser compito, e mi disse come io interpretava quella parola. Gli risposi che voleva dire compito in età, in sentimento, in dottrina e membri, e quelli che io aveva veduti storpiati e manchi delli lor membri e ciechi, come potevano administrare li sacramenti? Rispose che questa era buona ragione, e se li nostri libri dicevano questo; io risposi di sí. Mi dimandò, se questi tali non avessero elemosina dalla chiesa, che fariano in quella. Io risposi che in questo paese io non sapeva, ma che nella Franchia questi tali, essendo dati alla chiesa, averiano elemosina da quella o dalli monasteri in servire a molte cose, e li ciechi in sonar gli organi o alzar mantici o sonar le campane, e che per li re erano stati fatti per ciascuna città molti spedali grandi con grandissime entrate, per dar da vivere a questi tali storpiati, infermi e poveri. Rispose che gli piaceva molto e che al Prete saria gratissimo d'intenderlo.
Alli X di gennaio l'abuna fece cherichi: questi non gli esaminano, perché gli fanno d'ogni età, e bambini portati in braccio che non sanno parlare, fino alla età di anni XV, che ancora non abbino moglie; ma se l'hanno non possono esser cherichi, e quelli che hanno a essere ordinati da messa, fin che sono cherichi tolgon moglie e cosí si fanno preti, perché, se si fanno preti avanti che tolghin moglie, non la possono piú torre. Gli uomini portano in braccio i bambini che non sanno parlare né camminare, perché le donne non ponno entrare in chiesa. Il pianger loro pare proprio di tanti capretti, perché son quivi senza le madri e si muoiono di fame, perché non si finisce questo ufficio se non al tardi, e bisogna ch'eglino stieno senza mangiare e senza poppare, dovendosi communicare. Questi tali piccoli si sa certo che non sanno leggere, e li grandi anche poco. E gli fanno in questo modo: l'abuna, sedendo in cattedra, che è in una tenda posta in chiesa, fa passar questi cherichi a file dinanzi a sé, e dipoi che egli ha letto un pezzo un libro, quando passano mozza a ciascuno da una tempia una ciocca di capegli. Dipoi legge un libro e gli fa passare un'altra fiata, e fa toccar loro le chiavi che aprono la porta della tenda, e pongon loro un panno in capo, e a ciascuna di queste cose bisogna dar la volta; e similmente un'altra fiata gli danno in mano una scodellina nera di terra, in cambio delle ampolle, perché ivi non si trovano ampolle per servire alla messa, e a ciascuna di queste tali cerimonie leggano un pezzo, e finite quelle l'abuna dice la messa. Ed è cosa spaventosa a vedere il gran pericolo che portano questi piccolini, che per forza, rovesciando loro dell'acqua giú per la gola, gli facevano inghiottire la communione, sí per essere l'ostia di pasta grossa, come per la tenera età e pianger continuo che fanno.
Dipoi l'abuna mi pregò che io andassi a desinar seco alla sua tenda, e quivi volse ch'io gli dicessi quello che mi pareva di questo ufficio, al quale io era stato di continuo e veduto particolarmente il tutto, e che il Prete gli aveva mandato a dire che parlasse meco sopra detto ufficio, perché mi conosceva uomo che intendevo. Io gli cominciai a dire quello che avevo ragionato con aiaz Rafael, sopra la enormità e disonestà de' preti, e delli storpiati e ciechi che vennero a farsi ordinare. Mi rispose che già l'aveva inteso dal Prete, il quale gliel'aveva mandato a dire, e che egli gli aveva risposto quello che si doveva fare, ma che egli mi dimandava delli cherichi che ora aveva fatto quello che mi pareva. Dissi che molto bene mi pareva questo suo ufficio, ma ordinare fanciulli nuovamente nati e giovani grandi e ignoranti, non mi pareva bene di mettere asini nella casa di Dio. Mi rispose che Iddio mi aveva fatto venir quivi per dir la verità, e che egli non faceva se non quello che gli era comandato, e che il Prete gli aveva ordinato che facesse cherichi tutti li bambini, che poi loro impareriano, conciosiacosach'egli era molto vecchio e non sapevano quando averiano un altro abuna, essendo stato altre volte questo paese XXIII anni senza abuna; che non era molto tempo che mandarono duemila oncie d'oro al Cairo per aver uno abuna, e per le guerre state tra 'l soldano e il Turco non gliel'avevano mandato e s'erano ritenuto l'oro, e che ora Iddio mi aveva fatto venire quivi per dirgli la verità, accioché questo paese fosse presto provisto d'uno abuna, perché la sua vita non saria troppo lunga. Dipoi io fui molte fiate a vedere queste cerimonie dell'ordinar questi preti e cherichi, perché quasi ogni giorno si ordinavano, per la grandissima moltitudine che veniva ogn'ora, e non guardavano né a quattro tempora né a quaresima. E se alcuna fiata se intermetteva il dare questi ordini, subito mi venivano a ritrovare alcuni che facevano meco dell'amico, ancora ch'io non gli conoscessi, dimandandomi per l'amor di Dio ch'io pregassi l'abuna che tenesse ordinazione, perché morivano di fame: e io lo pregava la sera, e subito ordinava che fusse alzata la tenda per dare il seguente giorno gli ordini. E certo mai lo pregai che immediate non gli facesse, perché mi voleva grandissimo bene e mi riputava come se io fussi stato suo fratello.


Quanto tempo stette il paese del Prete Ianni senza abuna e per che causa, e dove lo vanno a trovare, e del suo stato, e come va quando cavalca.
Cap. XCVIII.

La causa che questo paese stette XXIII anni senza abuna dicono che fu che nel tempo del bisavolo di questo presente re, il qual si chiamava Ciriaco, padre di Alessandro, che fu padre di Nahu, che fu padre del presente Prete Ianni, morí l'abuna, e il detto Ciriaco stette dieci anni che non volse mandar per alcuno, dicendo che non lo voleva pigliare d'Alessandria, e che, se non veniva da Roma, non lo voleva, e che piú presto si perdessero le anime di tutti li suoi paesi che avere abuna di terra di eretici. E in capo delli X anni egli morí senza aver l'abuna, e in questo medesimo proposito stette ostinato ancora Alessandro suo figliuolo anni XIII. E finalmente il popolo si venne a lamentare, dicendo che già non erano né piú preti né cherichi per servire alle chiese, e che, perdendosi li servitori, si perderiano le chiese e per consequente la fede cristiana. E il detto Alessandro mandò a pigliare un abuna al Cairo, ove allora si trovava il patriarca d'Alessandria, il qual gliene mandò duoi, acciò che uno succedesse all'altro, e tutti duoi erano vivi nel nostro tempo. E noi stando ivi, morí l'abuna Iacob, che doveva succedere a questo che ora vive, il qual mi disse che era LV anni passati che venne in questo paese, ed era cosí canuto e bianco come si truova al presente, e quando si partí dal Cairo poteva avere da cinquanta in LV anni, sí che pensa che egli abbia da cento e dieci anni: e veramente che chi lo guarda e considera molto bene pare che gli abbia. E che quel Prete che lo fece venire era cristianissimo, e tanto che visse non si guardavano sabbati né si facevano alcune di queste cerimonie giudaiche, e mangiavano carne di porco e carne ancora che ella non fosse stata scannata, perché tutte queste cose sono della legge vecchia; e che non è molto tempo che vennero in questa corte due franchi, cioè un Veneziano detto Nicolò Brancalione e un Portoghese detto Pietro de Coviglian, li quali, come arrivarono in quello, avanti che giungessero in corte, cominciarono a digiunare e guardar gli usi del paese, che ancora in molti luoghi si guardava il sabbato e non mangiavano le carni proibite. Vedendo questo, li preti e frati, che si riputavano sapere molto bene le cose della Bibbia piú che di ciascun altro libro, se ne vennero a dolere al Prete, dicendo: "Che cosa è questa, che questi franchi, li quali vengono ora delli regni di Franchia, e ciascuno di loro sono di luoghi separati, e guardano li costumi antichi degli Abissini, come questo abuna che è venuto di Alessandria comanda che noi facciamo cose che non sono nelli nostri libri?" E per questa causa subito il Prete Ianni comandò che si dovesse tornare a osservar li costumi antichi degli Abissini.
Tutte queste cose mi raccontò l'abuna, dando molte grazie a Dio per la nostra venuta, e che il Prete aveva udita la nostra messa ed era molto contento delli nostri ufficii, e che egli sperava per la nostra venuta, e per altri che verranno in questo paese, che egli ritornarà alla verità evangelica; e che non pregava Iddio d'altro se non che gli desse tanta vita che potesse veder questo paese governato dalla santa romana chiesa, e che nella casa della Mecca e del maladetto Macometto si dicesse la messa latina, e che egli sperava in Dio che questo presto succederia; e che gli Abissini avevano per profezia che nel lor paese non sariano piú di cento abuna, che subito averiano nuovo rettore della chiesa, e che il presente abuna compiva li cento. Avevano ancora due altre profezie, una di santo Ficatorio, l'altra di santo Sinoda, che fu eremita d'Egitto, che dicevano che li franchi dal capo della terra verriano per mare a congiungersi con gli Abissini, e distruggeriano il Tor, il Zidem e la Mecca, e che senza mutarsi di piede sarebbe tanta la gente che la disfaria, che di mano in mano si dariano le pietre e le lanceriano nel mare, e la Mecca restaria campo raso: e cosí pigliariano l'Egitto e la gran città del Cairo, e che sopra questo vi nasceria differenzia di chi ella dovesse essere, e che gli Abissini di volontà tornariano nel lor paese e li franchi restariano signori di quella, e che allora si apriria una strada che della Franchia si verria facilmente nel paese degli Abissini.
Questo abuna stava nella sua tenda in questo modo (perché in casa non l'ho visto se non una fiata): di continuo siede sopra una lettiera coperta con un panno bello, come costumano li gran signori di questo paese; ha d'intorno alla detta lettiera le sue cortine, e anche di sopra. Va vestito di bianco, cioè di panno di bambagio finissimo e sottile, che viene della India, ove il chiamano cacha: e questo è fatto come una cappa all'apostolica o vero un piviale, che si congiunge e lega dinanzi al petto. Ha un scapolare che si serra similmente dinanzi, fatto di ciambellotto di seta azurra, e sopra il capo una gran mitria larga, similmente di seta azurra. È uomo, come ho detto, molto vecchio, piccolo e calvo; ha la barba molto bianca, ma poca, e nel mezzo è lunga, perché in questa terra li religiosi non costumano di levarsi la barba. È molto grazioso nel suo parlare e nelli gesti quanto dir si possa: rare volte parla che non ringrazii Iddio. Quando esce fuori per andare alla tenda del Prete o per dare gli ordini sacri, cavalca sopra una bella mula, molto bene accompagnato sí da uomini a cavallo in su mule come a piedi. Porta una croce piccola d'argento in mano, e dalle bande gli portano tre croci poste sopra bastoni, che vanno piú alte che non è egli sopra la mula. Io gli dissi una fiata che dette croci doveano andar innanzi a lui; mi rispose che quella che portava in mano faceva questo ufficio, e che le altre non dovevano andare innanzi a quella. Porta, in tutti li luoghi dove egli cammina, due cappelli alti da piedi, grandi come quelli del Prete, ma non cosí ricchi. Gli vanno similmente innanzi quattro uomini con sferze, che fanno allargar le genti da una banda e l'altra: cuopresi la terra per dove egli cammina di fanciulli, giovani, frati e preti, che gli vanno gridando dietro ciascuno. Dimandai ciò che dicevano; mi fu risposto che dicevano: "Signore, fanne cherichi, che Iddio ti dia vita lunga".


Di una congregazion di preti che si fece nella chiesa di Machan Celacen quando la consecrarono, e della translazione che fecero del corpo del re Nahu, padre del Prete Ianni.
Cap. XCIX.

Alli XII del mese di gennaio 1521 fu fatta nella detta chiesa una grandissima congregazione di cherichi e preti, e tutta la notte stettero in gran canti e suoni, e dicevano che la consecravano, nella quale ancora non era stato detto messa, ma la dicevano in un altra piccola che era ivi appresso, nella quale era sepolto il padre di questo Prete: e lo volevano mutare e portare in questa grande, la quale fece principiare vivendo e suo figliuolo l'aveva fatta finire, ed erano XIII anni che era morto; e una domenica all'alba vi dissero messa. Questa chiesa ha in questo suo principio da CCCC canonici con grandi entrate, ma crescendo il numero, come è accaduto nelle altre, non averanno da vivere.
Alli XV del detto mese noi fummo chiamati e ci fecero andare alla detta chiesa, appresso la quale vi erano piú di duomila preti e altritanti cherichi, che erano insieme dinanzi alla porta principale di detta chiesa grande e dentro nel circuito, ch'è quasi come chiostro; e il Prete stava nelle sue cortine serrato sopra d'un palco che suole esser sopra li scaglioni della porta principale, e dinanzi a lui stava tutto il chericato: e fecero un grande ufficio con canti, suoni, balli e salti. Ed essendo detto un pezzo del detto ufficio, ne mandò a dimandare ciò che ne pareva; rispondemmo che le cose di Dio in suo nome fatte tutte ne parevano buone, e certamente facevano uno officio molto divoto a vedere, come cosa fatta in laude di Dio. Di nuovo ci fece dimandare qual ci pareva che meglio fosse fatto, o questo o il nostro, e qual piú ci piacesse glielo mandassimo a dire, che egli lo pigliaria. A questo rispondemmo che Iddio voleva esser servito in molti modi, e che questo ufficio ne pareva bene e cosí similmente il nostro, perché tutto era fatto a un fine, cioè per servire a Dio e acquistar la sua grazia. Subito ci fece ridire che noi dicessimo via liberamente, senza aver rispetto a nulla; gli facemmo rispondere che noi avevamo detto il tutto, né altro avevamo in cuore. E cosí stemmo fin che fu finito detto ufficio, il qual finito, fecero uscire tutta la gente e il chericato fuori della chiesa, e noi con loro. E ci fecero porre verso tramontana, facendoci dire che di quivi noi non ci movessimo, e tutto il chericato e gente andarono alla chiesa piccola ove era sepolto il padre del re, che similmente era verso tramontana, e ivi entrarono quelli che vi poterono stare. E stando cosí, cominciò a passare fra noi e la chiesa una grandissima processione molto bene ordinata, e portavano le osse del detto re alla chiesa grande: e veniva in questa processione l'abuna Marco molto stracco, e due uomini lo sostenevano sotto le braccia per la sua vecchiezza. Venivano poi le reine, cioè la reina Elena e la madre del Prete e la reina sua moglie, ciascuna in un padiglion nero, come cosa di dolore (perché avanti lo portavano bianco), e cosí tutta la gente era vestita di panni neri, piangendo e mandando fuori grandissimi gridi, dicendo: "Abeto, Abeto", cioè "o Signore". E dicevano questo con sí dirotta e compassionevol voce e con tante lagrime che ci facevano pianger tutti. La cassa nella quale erano l'ossa era portata sotto uno padiglione di broccato d'oro, circondato di cortine di raso, e cosí entrarono nella chiesa per la porta traversa dove stavamo noi con le genti che vi poterono capire; e andammo a questo ufficio al levar del sole, e tornammo a casa di notte con torchi infiniti accesi.


Della pratica che ebbe l'ambasciadore col Prete sopra li tappeti, e come il Prete gli fece un solenne convito che durò fino a mezzanotte.
Cap. C.

Alli XVII di gennaio ne mandò a chiamare il prete molto a buon'ora, e tutti vi andammo con l'ambasciadore e con li franchi; e subito che arrivammo appresso la tenda, ne mandò a dimandare tappeti di XX palmi quanto costavano in Portogallo. L'ambasciadore gli fece rispondere che non era mercatante, né manco quelli che venivano con lui, e che non sapeva certo quello che costeriano. Di nuovo ci fece dire che un tappeto di XX braccia venuto dal Caiero era costato quattro oncie d'oro; l'ambasciadore disse che pensava che in Portogallo costarebbe venti crociati d'oro. E di nuovo ci fece dire se in Portogallo vi sariano tappeti di XX e XXX braccia; gli fu risposto che sí. Ci dimandarono poi, se si mandasse oro al capitan maggiore, se mandaria questi tappeti, o vero tanti che coprissero tutta quella chiesa; gli fu risposto che ne mandaria per mille chiese fatte come quella. Di nuovo ci dimandò se mandaria li tappeti mandandogli oro; gli fu fatto intendere che ciò che egli mandasse a dimandare al re di Portogallo, o vero al gran capitano, tutto gli saria mandato subitamente. Cessarono de' tappeti e cominciarono a dimandare se si trovaria in Portogallo chi sapesse leggere lettera arabica e lettera abissina; gli fu risposto che di tutte le lingue si trovavano in Portogallo interpreti. Al che rispose che in Portogallo forse si trovariano, ma che in mare chi leggeria dette lettere? Gli fu detto che in mare vi erano sempre assai Arabi e Abissini sopra le navi del re di Portogallo, conciosiacosaché li Mori rubbano gli Abissini per portargli a vendere in Arabia, in Persia e in India, e che li Portoghesi, quando pigliavano i Mori, ritrovavano fra quelli li detti Abissini e subito gli liberavano e vestivano e trattavano bene, per saper ch'erano cristiani; e che con noi menavamo Giorgio di Breu interprete, che sua Altezza conosceva, il qual fu liberato dalle mani d'un Moro in Ormuz, che direbbe a Sua Altezza come che fu preso. Subito gli mandò a dimandare in che modo egli fu da quel paese condutto in Ormuz: ei gli disse che un Moro che si fece cristiano con inganno lo vendé a uno che lo condusse in Ormuz, e che ivi stette fin a tanto che il padre Francesco Alvarez lo liberò di cattivitade, e che gli fece molte grazie, e cosí fece a molti altri Abissini che erano stati presi da Mori. Poi ne fece dimandare se noi volevamo mangiare; gli rispondemmo che baciavamo le mani a sua Altezza e che eravamo contenti.
Subito fummo condotti in una tenda che piú non era stata tesa se non allora, ed era posta drieto della chiesa grande in quel circuito, ed era molto lunga e piana, e tutto il cielo era coperto di croci fatte di seta, come erano quelle della tenda che fu posta sopra il lago dove si battezzarono, e di dentro era acconcia con tappeti bellissimi, che pareva una sala adornata; e quivi ne mandò a dire che per amor suo dovessimo darci un poco di piacere, transtullandoci e parlando delle cose nostre. E stati noi in queste pratiche un gran pezzo, vedemmo venire con bello ordine molte zare di vino e un canestro grande di pan di grano, e molte altre vivande portate in piatti grandi, fatti di terra nera schietta, bellissimi e benissimo lavorati, che parevano di ambra negra. Le vivande erano fatte di diverse carni variamente acconcie quasi al modo nostro, fra le quali erano galline intere grandi e grasse, parte lesse e parte arroste; e in altritanti piatti venivano altretante galline che parevano quelle medesime, ma erano sole le pelli, in questo modo, che eglino avevano cavata fuori la carne e tutte l'ossa con somma diligenza, di modo che la pelle non era rotta in alcuna parte ma era tutta intera, e poi tagliata la carne sottilmente e mescolata con alcune spezierie delicate, e l'avevano di novo ripiena con essa: la quale, come è detto, era tutta intera, né vi mancava altro che il collo e li piedi dalle ginocchia in giú, né mai potemmo considerare come potessero cavar fuori la carne e l'ossa, o vero scorticarli, che non vi si vedesse rottura alcuna. Di queste mangiamo molto bene a nostro piacere, perché erano molto delicate e buone. Vennero poi con carne grossa e grassa, cotta con tanta diligenza che noi non sapevamo dire se ella fusse lessa o arrosta. Poi in altri piatti vi erano diverse vivande bianche e d'altri colori, fatte parte di carne pesta e sfilata e parte di uccelletti e di diversi frutti del paese, e in alcune era molto bituro, in altre grasso di galline: di ciascuna delle quali volemmo gustare, che ci parvero molto buone e delicate, e ci stupimmo a considerare come fusse possibile che quivi sapessero cosí delicatamente cucinare. Fra le zare di vino d'uva, che erano tutte di quella terra come ambra nera, ve ne era una di vetro cristallino, con una coppa grande pur cristallina, tutta indorata, e un'altra coppa grande d'argento tutta lavorata a smalto, con quattro pietre finissime che parevano safiri incastrati in quella in un caston quadro, con molti rubini intorno: e questa coppa era molto bella e ricca.
Come noi avemmo mangiato a nostro piacere, ci mandò a dire il Prete che noi dovessimo cantare e ballare e pigliar piacere a nostro modo. Subito li nostri cominciarono a cantar canzoni in un clavocimbalo che avevamo portato con noi, e dipoi cantammo canzoni di balli di villa saltando. Erano dentro con noi nella tenda alcuni paggi del Prete e ne affermavano, e cosí ancora noi sentivamo, che egli era di fuori, venuto solamente per udirne e sentire quello che facevamo: e perciò fummo advertiti che non passasse fra noi cosa che non fusse onesta. In questa sera ne mandò XXV candele delle grandi di cera bianche, e un candelliere di ferro, e un bacino grande di ottone nel quale si metteva detto candelliere, che aveva tanti luoghi da mettervi dette candele quante elle erano. Sonammo e ballammo cosí tanto che era passato tanto della notte che, tornati a casa, non passò molto che si vidde l'aurora da ogni parte.


Come il Prete mandò a chiamar l'ambasciadore con tutti li suoi,
e di quello che parlarono nella chiesa grande.
Cap. CI.

Alli XXVIII di gennaio volse che noi andassimo nella chiesa grande, e ci fece porre dinanzi alle sue cortine, che erano sopra lo spazio degli scaglioni che sono apresso la porta principale. Quivi era infinita moltitudine di cherichi, che, come fu al mutare le ossa di suo padre, non facevano altro che cantare, ballare e saltare, e con questo saltare sempre si toccavano i piedi con le mani, ora uno ora l'altro. Ed essendovi stati un gran pezzo, ne mandò a dimandare se nel nostro paese cantavamo in questa maniera; gli rispondemmo che non, perché il cantare nostro era piú quieto, piano, cosí delle voci come del corpo, perché non ballavamo né ci movevamo punto. Ne replicò se, poi che il nostro costume era tale, ne pareva che il suo fusse malfatto; gli mandammo a dire che le cose di Dio, in ciascuna maniera che si facciano, sempre parevano ben fatte. Finito questo ufficio, cominciarono andare all'intorno della chiesa XXV croci con XXV turriboli, perché portano la croce con la mano sinistra, quasi come bordone, e il turribol nella destra, quivi gittando dell'incenso senza alcun risparmio a piú potere: e sopra li gradi dove noi stavamo vi erano due bacili di ottone molto grandi, indorati e lavorati di buril, pieni d'una sorte d'incenso piú odorifero che non è quello che si porta in queste parti, e ogni fiata che passavano ne gittavano nelli turriboli gran quantità. E questi che andavano intorno erano vestiti di vestimenti molto ricchi e cappe fatte secondo il lor uso, similmente erano quelli che ballavano e cantavano; vennero ancora a questo ufficio molte mitre fatte a lor modo.
Dal luogo dove noi stavamo ci fecero partire e andare dall'altra banda della chiesa, dove si canta la Pistola, perché in quella parte erano le reine, cioè la madre del Prete e la sua moglie, ciascuna nel suo sparavier bianco. E stando noi al dirimpetto di loro, dove ne avevano fatto andare, ci mandarono a dire di che metallo erano fatte le patene e calici nelli nostri paesi; rispondemmo loro di oro o di argento. Ci dissero perché noi non gli facevamo di altro metallo; rispondemmo che la ragione ne vietava che fussero d'altra sorte, perché gli altri metalli arruginiscono e si sporcano da loro medesimi. Dimandarono di piú se noi gli facevamo scarsamente e con masserizia, avendo molto oro e argento; rispondemmo che noi facevamo cosí per bellezza e per politezza, sí come comanda la ragione, e se noi volessimo essere scarsi, che noi non gli faremmo d'oro e d'argento, ma di piombo, di stagno e di rame, che valevano poco. Intendemmo poi che di queste dimande ne era stata cagione la regina moglie del Prete, al sparaviere della quale, essendo uscito del suo, era andato il Prete. Ci fece poi dimandare quanti calici poteva avere ciascuna chiesa di Portogallo; gli rispondemmo che vi erano monasteri e chiese ricche che ne avevano dugento, e altre povere con tre o quattro. Mandò a dimandare come aveva nome la chiesa che ne aveva dugento; gli mandammo a dire che molte ne avevano, ma principalmente un monastero che si chiama la Battaglia, perché un re di Portogallo vinse in quel luogo una battaglia contra un re moro e per memoria fece far detto monastero, e il suo titolo è di Nostra Donna. Ci disse che gli piaceva intender questo, perché ancora egli aveva un monastero detto la Battaglia, che era in questo regno di Amara, dove altre volte un neguz, cioè un Prete Ianni, aveva vinto molti re mori e fatto fare un monastero a onore similmente della nostra Donna. Di novo ci fece dimandare quanti re erano sepolti in questo tal monasterio della Battaglia; gli respondemmo che ivi giacevano quattro re, un principe e molti infanti, e cosí giaciono per altri ricchi monasteri e chiese catedrali altri re e principi in ricche sepolture. Dipoi ci mandò a dire che noi andassimo a dir messa, perché si approssimava il mezzogiorno, che era l'ora che noi la solevamo dire.


Come l'ambasciadore e tutti i franchi furono a visitar l'abuna, e di quello che con lui parlarono.
Cap. CII.

Alli XXIX gennaio l'ambasciadore con tutti i franchi (de' quali erano alcuni venuti avanti di noi a questa corte), con tutti noi altri andò a visitare l'abuna Marco, perché ancora non gli aveva parlato. Lo trovammo (sí come io lo trovai) a sedere sopra il letto. Volse l'ambasciadore baciargli la mano, ma egli non volse, ma gli diede a baciar quella croce che sempre tiene in mano, e cosí fece a tutti gli altri. Posti che fummo a sedere, l'ambasciadore gli disse che per nome del capitan maggiore egli era andato a visitarlo, e che gli perdonasse se piú presto non vi fusse andato, perché non lasciavano che ei potesse visitar persona alcuna. L'abuna gli rispose che non si maravigliasse, che questo era il costume di questa corte, di non lassar andar forestiero a casa d'alcuno, e che questo non era già di consentimento del Prete, ch'era uomo buono e santo, ma di quelli della corte, che sono cattivi. E dicendogli l'ambasciadore che il gran capitano si raccomandava a lui, e che pregasse Iddio che volesse inspirar nel cuore del Prete Ianni di metter insieme le sue genti con quelle del re di Portogallo per andar a destrugger la Mecca e cacciar fuori li Mori, levando via la maladetta setta di Maometto, l'abuna gli rispose che egli faria quanto in lui fusse, ma che il Prete Ianni era inanimato e volonteroso per andar non solamente a distrugger la Mecca, ma pigliare Gierusalem e tutta la Terra Santa, perché trovavano nelle loro scritture antiche che li franchi dovevano venire a congiungersi con gli Abissini, e distrugger la Mecca e ricuperare il santo Sepulcro; e che sempre egli aveva pregato Iddio che gli facesse vedere questi franchi, di che Iddio l'aveva esaudito, e per questo lo ringraziava molto; che Pietro di Coviglian, che era ivi presente ed era lo interprete, poteva esserne buon testimonio che molte volte gli aveva detto: "Sopporta, Pietro, e non ti dar fastidio, perché a' dí tuoi verrano in questo regno le genti del tuo paese", e che per questo dovesse ringraziare Iddio. L'ambasciadore gli disse che il re di Portogallo era stato informato della bontà e santità sua per Matteo suo fratello e ancora per altre persone, e che però lo mandava a pregare che tenesse constante e forte il Prete Ianni a questa impresa di cacciare i Mori e distruggerli. L'abuna rispose che egli non era santo, ma un povero peccatore, e che Matteo non era suo fratello, ma era mercante e suo amico, e ancor che fusse venuto con bugie, si conosceva però che 'l suo venire era stato da Dio ordinato, avendo fatto cosí buon servizio e profitto; e che circa il fare star constante il Prete, non accadeva, per esser quello tanto ardente nella fede di Cristo, alla destruzione de' Mori tanto inanimato, che piú non si potria desiderare, e che egli spesso gli ricordava la grandezza del re di Portogallo, la gran fama che risuona per tutto il Caiero e Alessandria, e che dovesse ringraziare Iddio di esser diventato amico e conoscente d'un tanto re; e che egli sperava presto vedere il capitan maggiore signore delle fortezze di Zeila e di Mazua. E doppo molte altre parole prendemmo licenza.


Della causa che Pietro di Coviglian venne al Prete Ianni,
e come non si poté dipoi piú partire del paese.
Cap. CIII.

Avendo parlato molte volte in questo libro di Pietro di Coviglian portoghese, essendo persona onorata e di gran credito appresso il Prete Ianni e tutta la corte, è conveniente che io narri come venne in questo paese e la causa, sí come egli m'ha narrato molte volte. Ma prima dirò che egli è mio figliuolo spirituale e molte volte l'ho confessato, perché, in XXXIII anni che si trovava quivi, mi ha detto non essersi mai confessato, essendo usanza di questo paese di non tener secreto quello che è detto in confessione: e per questo egli se ne andava alla chiesa, dove diceva a Dio i suoi peccati. Il suo principio fu che nacque nella terra di Coviglian, del regno di Portogallo, ed essendo garzone andò in Castiglia e si pose al servizio di don Alfonso, duca di Siviglia; e cominciata la guerra fra Portogallo e Castigliani, se ne ritornò a casa con don Giovanni di Gusmam, fratello del detto duca, il qual lo mise a stare in casa del re Alfonso di Portogallo, che per lo valor suo lo fece subito uomo d'arme: e fu sempre in detta guerra, e fuori anco in Francia. Morto il re Alfonso, egli restò a guardia del re don Giovanni suo figliuolo, fin al tempo delli tradimenti, che egli lo volse mandare in Castiglia, per saper molto ben parlar castigliano, acciò che egli spiasse quali erano quelli gentiluomini de' suoi ch'andavano ivi praticando. E ritornato di Castiglia fu mandato in Barbaria, dove stette un tempo e imparò la lingua araba, e fu poi mandato a far pace con il re di Trimisem, e ritornato di nuovo fu mandato al re Amoli Belagegi, il qual restituí l'ossa dell'infante don Fernando. Nel suo ritorno trovò che, desiderando il re don Giovanni che le sue caravelle trovassero le speziarie a qualche modo, aveva deliberato mandar per via di terra persone che scoprissero quello che si poteva fare, ed era stato eletto a questa impresa Alfonso di Paiva, abitante in Castel Bianco, omo molto pratico e che sapeva parlar ben arabo. E come fu giunto, il re Giovanni lo chiamò e secretamente gli disse che, conosciuto sempre leale e fidel servitore e affezionato al ben di sua Maestà, sapendo la lingua araba, aveva pensato di mandarlo con un altro compagno a discoprire e sapere dove era il Prete Ianni, e se egli confinava sopra il mare, e dove nasceva il pepe e la cannella e altre sorti di speziarie che erano portate nella città di Venezia delle terre de' Mori, conciosiaché, avendovi mandato per questo effetto uno di casa di Monterio e un frate Antonio da Lisbona maggior di porta di ferro, non avevano potuto passar la città di Gierusalem, dicendo che era impossibile di fare questo cammino non sapendo la lingua araba; e per tanto, sapendola egli molto bene, lo pregava a pigliare questa impresa, di fargli cosí singular servigio, promettendogli rimunerarlo di sorte che egli saria grande nel suo regno e tutti li suoi viveriano sempre contenti. Pietro gli rispose che egli baciava le mani di sua Maestà di tanto favore che gli faceva, ma che si doleva che 'l sapere e sufficienza sua non fusse tanto quanto era grande il desiderio che egli aveva di servir sua Altezza, e che nondimeno come fidel servitore accettava questa andata con tutto il cuore.
E cosí del 1487, alli VII di maggio, furono spacciati tutti due in Santo Arren, essendovi presente sempre il re don Emanuel, che allora era duca, e gli diedero una carta da navigare copiata da un napamondo, al far della quale v'intervennero il licenziato Calzadiglia, che è vescovo di Viseo, e il dottore maestro Rodrico, abitante alle Pietre Nere, e il dottore maestro Moyse, che a quel tempo era giudeo: e fu fatta tutta questa opera molto secretamente in casa di Pietro di Alcazova, e tutti i sopradetti dimostrarono lor meglio che seppero come se avessero a governare per andare a trovar li paesi donde venivano le spezierie, e di passare anco un di loro nell'Etiopia a vedere il paese del Prete Ianni, e se nei suoi mari fusse notizia alcuna che si possa passare ne' mari di ponente, perché li detti dottori dicevano averne trovata non so che memoria. E per le spese per tutti due il re ordinò loro CCCC crociati, i quali li furono dati della cassa delle spese dell'orto d'Almerin; e sempre vi fu presente, come è detto, il re don Emanuel, che allora era duca. Oltre di questo, il re gli fece dare una lettera di credito per tutte le terre di Levante, acciò che, se si trovassero in necessità o in pericolo, potessero con quella esser soccorsi e aiutati. Delli CCCC crociati una parte volsero in contati, e l'altra dettero a Bartolomeo Marchioni fiorentino, acciò che esso gli facesse pagar loro in Napoli.
E avuta la benedizione dal re, si partirono da Lisbona, e giunsero il dí del Corpo di Cristo in Barcellona, e di lí in Napoli il dí di san Giovanni, dove per lo figliuolo di Cosmo de' Medeci gli furono dati li danari delle lettere di cambio. Da Napoli passorono a Rodi, e quivi trovarono delli cavallieri portoghesi, uno chiamato fra Gonzalo e l'altro fra Fernando, in casa dei quali smontati, dopo alcuni giorni presero il viaggio per Alessandria sopra una nave di Bartolomeo di Paredes, avendo comprato prima molte zare di miele, per mostrare che fussero mercanti. Ma giunti in Alessandria, s'infermarono gravemente di febre, e fu tolto loro tutto il miele per il cadí, pensando che dovessero morire; ma fatti sani, fu loro pagato come volsero, e comperate diverse mercanzie se n'andarono al Caiero, dove stettero fino a tanto che trovarono compagnia di certi Mori magabrini del regno di Fessa e Tremissen che andavano in Adem, e con quelli andarono per terra fin al Thor, dove imbarcati navigorono al Suachem, che è sopra la costa degli Abissini, e di lí poi in Adem. E perché era il tempo della mozione, che quei mari non si possono navigare, si partirono l'uno dall'altro, e Alfonso passò sopra l'Etiopia e Pietro elesse di andare in India, come vi si potesse navigare; e restarono d'accordo che a un certo tempo tutti due si dovessero ritrovare nella città del Cairo, per poter dar aviso al re di quello che avessero scoperto.
Pietro di Coviglian, come fu tempo, montò sopra una nave che lo condusse al diritto in Cananor, e passò in Calicut, e vidde la gran quantità de' gengevi e de' pepi che ivi nascevano, e intese che li garofali e cannelle di lontani paesi erano portate. Poi se ne andò verso Goa e passò all'isola di Ormuz, e informatosi di alcune altre cose, con una nave se ne venne verso il mar Rosso e montò a Zeila, e con alcuni Mori mercatanti volse scorrere quei mari d'Etiopia che gli furono mostrati in Lisbona sopra la carta da navigare, che dovesse fare ogni cosa per scoprirli; e tanto andò che giunse fin al luogo di Cefala, dove da marinari e alcuni Arabi intese che detta costa tutta si poteva navigare verso ponente, e che non se ne sapeva il fine, e che vi era una isola grandissima molto ricca, che aveva piú di 900 miglia di costa, la quale chiamavano della Luna. E avendo inteso queste cose, tutto allegro deliberò di ritornarsene al Caiero, e cosí se ne venne di nuovo a Zeila, e de lí passò in Adem e poi al Tor e finalmente al Caiero, dove essendo stato gran tempo aspettando Alfonso de Paiva, ebbe nuova come egli era morto. Per la qual cosa deliberò di ritornarsene in Portogallo, ma Iddio volse che duo Giudei, che l'andavano cercando, per aventura lo trovarono e gli dettero lettere del re di Portogallo. Uno di questi Giudei si chiamava Rabi Abram, natural di Beggia; l'altro Iosefo di Lamego, ed era calzolaio. Costoro, essendo stati per avanti in Persia e in Bagader, dissero al re cose molto grandi che avevano intese delle spezierie e delle ricchezze che si trovavano nell'isola d'Ormuz, del che il re n'ebbe piacer grandissimo, e volse che di nuovo vi tornassero a vederle loro medesimi, ma che prima intravenissero di Pietro di Coviglian e di Alfonso, che sapeva che a un tempo determinato dovevano ritrovarsi nel Caiero. Le lettere del re contenevano che, se tutte quelle cose dateli in commissione erano state da loro scoperte, se ne ritornassero, perché gli remunereria; ma se non erano state scoperte tutte, che di quelle che avevano vedute gli mandassero particolar informazione e poi si affaticassero di sapere il resto, e sopra tutto del paese del Prete Ianni, e di far veder l'isola di Ormuz a Rabi Abram. Per la qual cosa Pietro di Coviglian deliberò di avisar il re di tutto quello che egli aveva veduto lungo la costa di Calicut, delle speciarie, e di Ormuz e della costa d'Etiopia e di Cefala e dell'isola grande, concludendo che le sue caravelle che praticavano in Guinea, navigando terra terra e dimandando la costa di detta isola e di Cefala, potriano facilmente penetrare in questi mari orientali e venir a pigliar la costa di Calicut, perché da per tutto vi era mare, come gli aveva inteso; e che ritorneria con Rabi Abram in Ormuz, e dopo il suo ritorno anderia a trovare il Prete Ianni, il paese del quale si distendeva fino sopra 'l mar Rosso. E con queste lettere espedí il Giudeo calzolaio.
E andati di nuovo all'isola di Ormuz col Giudeo, e ritornati in Adem, volse che egli se ne andasse a dar nuova al re di aver veduto con li suoi occhi l'isola di Ormuz. Ed egli, passato sopra l'Etiopia, se ne venne alla corte del Prete Ianni, che allora non era molto lontana da Zeila, e appresentate le lettere a quello, che allora si chiamava Alessandro, fu molto accarezzato e fattogli grandissimo onore e promesso di espedirlo presto: ma in questo mezzo mancò di questa vita, e successe Nahu suo fratello, che lo vidde ed ebbe molto caro, ma non gli volse mai dar licenza. Morí poi Nahu e successe David suo figliuolo, che al presente regna, il qual ricusò di lasciarlo partire, dicendo che non era venuto a suo tempo, e che li suoi antecessori gli avevano lasciate tante terre e signorie, che le dovesse governare e non ne perdere alcuna, e per tanto, non gli avendo loro data licenza, non gliela poteva similmente egli dare: e cosí rimase, e gli fu data moglie con grandissime riccheze e possessioni, della quale ne ebbe figliuoli, e noi gli vedemmo. E a nostro tempo, come vidde che noi volevamo partire, gli venne un estremo desiderio di ritornarsene alla patria, e andò a dimandar licenza al Prete, e noi con lui, e ne facemmo grand'instanzia e lo pregammo: e nondimeno non vi fu mai ordine. Costui è omo di grande spirito e ingegno, e della sua sorte non se ne trova un altro nella corte, e sa parlare di tutte le lingue, sí de' cristiani come de' mori, gentili e Abissini; e di ogni cosa che egli abbi inteso e veduto, ne sa dare cosí particular conto come se fussero presenti. E per questo è molto grato al Prete e a tutta la corte.


Come il Prete Ianni determinò di scrivere al re e al capitan maggiore, e de' presenti che fece all'ambasciadore e agli altri.
Cap. CIIII

Ritornando al nostro viaggio o vero istoria, dico che, dopo che ci fu fatto in quella tenda quel solenne convito, tutti li giorni dipoi non cessarono gli scrivani di scriver le lettere che avevamo da portar con noi al re e al capitan maggiore, e vi posero gran tempo e gran fatica a farle, perché la usanza di costoro non è di scrivere l'uno all'altro, ma le lor dimande, risposte e ambasciate sono tutte fatte a bocca. E al nostro tempo cominciarono a pigliare pur qualche modo di scrivere, e quando scrivevano sempre tenevano dinanzi le lettere di san Paulo e di san Pietro e di san Iacobo, e quelli che le studiavano erano reputati i piú dotti e i piú savii. E cominciarono prima a scriverle in lingua abissina, e poi le traducevano in arabico, e di arabico nella nostra lingua portoghese: le quali leggeva il frate che ci guidava in lingua abissina, e Pietro di Coviglian le traduceva in portoghese, e Giovanni Scolaro, scrivano dell'ambasciadore, le scriveva, e io per ordine del Prete stava a consigliare come si dovessero dalla lingua abissina, che è molto difficile e senza regula, tradur nella portoghese. E cosí fecero le lettere al re in tre lingue, abissina, arabica e portoghese, e il medesimo al capitan maggiore, ma tutte doppie, cioè due in ciascaduna lingua: e tre erano poste in un sacchetto fatto di broccato, cioè una abissina, una arabica e una portoghese, e l'altre tre in un altro simil sacchetto. Il medesimo fu fatto a quelle che andavano al capitan maggiore, di metterle in duo sacchetti di broccato, ed erano scritte in quaderni di carta pergamina.
Alli XI di febraro 1521, il Prete mandò a chiamar l'ambasciadore e tutti noi con lui, e anco li franchi che noi ritrovammo alla corte. E stando dinanzi alla porta della sua tenda per un buono spazio, il Prete mandò alli franchi alcune pezze di panni ricchi di broccatello e di seta e tre pezze di damasco, con XXX oncie d'oro che si dividessero fra loro. Vedendo adunque noi far cosí gran presenti a' franchi che erano venuti qui fuggiti da' Mori, pensammo che molto maggiori gli farebbe a noi, e tenevamo per certo che ne dovesse dare veste di broccato; e mandando molte ambasciate di cose diverse e avendone risposte, vedemmo in un tratto venire il gran betudete, che è il signore della man manca, e mi portò una croce d'argento e un bellissimo bastone lavorato di tarsia, dicendo che il Prete mi mandava queste cose per segno della signoria che mi aveva data nelle isole del mar Rosso: io ringraziai sua Altezza come meglio potei, e tornai a sedere. Dapoi il Prete, avendo inteso che fra Giorgio di Breu e il nostro ambasciadore era nata inimicizia grande per parole riportate d'uno allo altro, amando detto Giorgio per esser suo Abissino e persona di buon intelletto, mandò a dire all'ambasciadore che volesse esser amico di detto Giorgio, e che noi dovessimo partir tutti insieme come eravamo venuti. Lo ambasciadore, ostinato, disse che piú non poteva essergli amico, avendo avuto animo e pensiero di ammazzarlo, e che pregava sua Altezza che volesse tenerlo dui mesi in corte dopo che fosse partito. A questo non venne risposta, ma venne una parola del Prete, che egli aveva ordinato che ne fussero date XXX mule per portar le nostre robbe, delle quali ne dovessimo dare VIII per portar quelle di Giorgio di Breu; e di piú che mandava all'ambasciadore trenta oncie di oro, e per la sua compagnia cinquanta, e che Giorgio e quelli che eran con lui avevano avuto la lor parte; e appresso mandava cento cariche di farina e altritanti corni di vino di miele per il nostro viaggio, e che nel viaggio non dovessimo dar fastidio a' poveri che lavorano, perché gli era stato detto che alla nostra venuta avevamo distrutto il paese donde passavamo; e che ci consegnarebbono a certi capitani che ci condurriano di terra in terra fino al mare, cioè che ciascuno ne provederia per le sue terre di quello che fusse necessario. E subito ci consegnorono a un figliuolo del cabeata, perché avevamo da camminare assai per le terre di suo padre, che sono quelle dove è quella gran chiesa nella quale furono poste le osse del padre del Prete: la qual chiesa, come è detto, ha CCCC canonici, e sopra li detti vi è un figliuolo del detto cabeata, che è licanate, cioè capo sopra tutti li capi.


Come il Prete mandò all'ambasciadore 30 oncie di oro, e 50 per la sua compagnia, e una corona e lettere per il re di Portogallo e per lo capitan maggiore; e come noi partimmo dalla corte, e il cammino che noi facemmo.
Cap. CV.

In questo giorno al tardi furono portate alla nostra tenda XXX oncie d'oro per l'ambasciadore e cinquanta per noi, e insieme una corona grande d'oro e d'argento, la quale era del Prete Ianni, e non era tanto bella per lo valore quanto per la grandezza: ed era in un cesto tondo, foderato di dentro di panno e di fuori di cuoio, e fu presentata per Abdenago, capitano de' paggi, il qual disse all'ambasciadore che il Prete mandava quella corona al re di Portogallo, e che gli dovesse dire che corona non si soleva tirare di capo se non del padre per lo figliuolo, e che egli era figliuolo e se la cavava di capo per mandarla al re di Portogallo che era suo padre, e che gliela mandava al presente per la piú pregiata cosa che egli avesse, offerendogli tutti li favori, aiuti e soccorsi, sí di gente come d'oro e vettovaglie, che gli fusse di bisogno per le sue fortezze e armate e per le guerre che egli volesse fare contra i Mori in queste parte del mare Rosso fino in Gierusalem. E perché non ne portavano le vesti che avevamo inteso essere state fatte per noi, alcuni de' nostri mormoravano: e quelli che le portarono intesero, e dissero che 'l Prete era molto mal sodisfatto dell'ambasciadore, perché già due giorni egli aveva mandato a ferire e dare delle bastonate a un Portoghese che si chiamava Magaglianes, che s'era accostato con Giorgio di Breu, e che ci faceva dare questa nostra espedizione con gran noia del suo animo, e che noi non dovessimo aspettar vesti né altra cosa, che molto avevamo perso della sua grazia per le cose sopra dette.
Alli XII di febraio, che era il nostro carnevale, venne il frate che ne guidava e portò le lettere per il re e per il capitan maggiore, ch'ancora non c'erano state consegnate; né anche il detto Prete aveva deliberato di mandare un suo ambasciadore, come egli fece dipoi. Le lettere furono portate in questo modo, cioè che, avanti essendo state poste quelle del re in duoi sacchetti, le tornarono a mutare in tre, conciosiacosaché elle erano tre di ciascuna lingua: e per questo fecero tre sacchetti. Quelle del capitan maggiore non erano state mosse di quello che erano, e i sacchetti erano di broccato, e tutti cinque posti in un cesto, foderato di fuori di cuoio e di dentro di panno. E subito furono cavati fuori detti sacchetti e mostratici serrati e suggellati, e riposti nel cesto, suggellarono la serratura, e dissero all'ambasciadore che poteva partirsi quando gli piacesse, perché egli era espedito del tutto. Disse l'ambasciadore che voleva avanti si partisse ancora parlare al Prete, se a sua Altezza fusse in piacere. Disse il frate e quelli che con lui erano venuti che il Prete era partito la mattina a buon'ora, il che sapemmo esser la verità; e dicevano che era molto malcontento dell'ambasciadore, perché trattava cosí male gli uomini della sua compagnia e non voleva essere amico di Giorgio di Breu, e ancora per l'altre cose che non volevano dire, e che andassimo alla buon'ora, ma che restasse in corte maestro Giovanni e il pittore. Vedendoci cosí espediti, ci mettemmo all'ordine per partirci, e il frate ne fece menar le XXX mule che ne davano per il viaggio e molti corni per portar vino, i quali avendone promesso, pensavamo che dovessero darnegli tutti pieni, e per la maggior parte vennero voti: e ci fu detto che il Prete aveva ordinato, ancora ch'essi non bevessero vino di quaresima, poi che era il nostro costume di beverlo, che questi che ci conducevano ce lo facessero dare per lo cammino di mano in mano come bisognava. E quanto alle mule, ne tolsero otto e le dettero a Giorgio di Breu per la sua compagnia, e cosí delli corni. In questo mezzo molti de' nostri andarono alla piazza, a comprare ciò che bisognava loro. E per questo essendo restati di partirci quel giorno, per esser tardi, ecco che si fece un vento cosí grande e potente che ne ruppe tutte le corde della nostra tenda, la quale dette in terra: e trovandoci cosí all'aere, cominciammo a gridare: "Andiamo, andiamo". E cosí ci partimmo quella sera, che era il giorno del nostro carnevale, e venimmo tre miglia a dormire in una campagna; e con noi veniva Pietro di Coviglian, con la sua moglie nera e parte de' figliuoli, che erano bigi. Il frate camminava con Giorgio di Breu, quasi come sua guardia, e alloggiarono separati da noi.
Il primo giorno di quaresima cominciammo il viaggio, e con noi veniva un figliuolo del cabeata, avendo da passare per le sue terre, e Abdenago capitano de' paggi, perché dapoi avevamo da passare per le sue. E alloggiati che fummo appresso una collina, e provistone per il frate di cena, l'inimico della natura ordinò una quistione, che Giovanni Gonsalvez nostro fattore venne a parole con un Giovan Fernandez, che era suo servitore, datogli per il capitan maggiore accioché l'aiutasse, e di una parola in un'altra si venne a tale che gli diede molte bastonate: pur noi li facemmo far pace, e l'ambasciadore diede favore a questo Fernandez, per il che egli lassò il fattore e si accostò all'ambasciadore. Il giorno seguente camminammo pur partiti, cioè Giorgio di Breu col frate e noi col figliuolo del cabeata, e fummo provisti di tutto quello che ne era di bisogno. Ed essendo nel regno di Angote, appresso un monastero dell'abuna Marco, avendo già passate le terre del cabeata, quasi entrando in quelle di Abdenago, Giovan Fernandez aspettò a un passo il fattore, che solo accompagnava le robbe, e gli dette con una lancia tolta dalle robbe dell'ambasciadore due ferite, cioè una in una mano e l'altra nel petto: della mano furono solamente ferite le dita; quella del petto, la ventura volse ch'ella venne a dare in una costa e non poté passar dentro. Quivi fu il rumor grande, che ognuno corse, come fu veduto ferito, e mi fecero andare a confessarlo, pensando che la ferita fusse mortale, e lo trovai mezzo morto: pur volse Iddio che si riebbe. Giovan Fernandez, subito fatto questo, fuggí dall'ambasciadore, e tutti gridavano che fusse preso perché aveva morto il fattore, e cosí fu preso e ligato. Abdenago già era passato alle sue terre, nelle quali speravamo di andar a dormire; ma per questo travaglio noi restammo sopra un fiume, che allora aveva poca acqua, ma nel tempo dell'invernata, con li nembi, mostrava di farsi molto grande e furioso. Quivi dormimmo, faccendosi la guardia al detto Fernandez, che gli avevano legate le mani di dietro: pur, non so come si fusse, costui ebbe mezzo di fuggirsene e andò da Giorgio di Breu, che era alloggiato piú a basso del detto fiume. Subito l'ambasciadore cominciò a dubitare di qualche travaglio del detto Breu, e camminavamo il giorno dietro molto lontani una compagnia dall'altra, fin che arrivammo a Manadeli, luogo del regno di Tigremahon.


Di quello che ne avvenne in Manadeli con li Mori.
Cap. CVI.

Giunti in questo luogo de Manadeli, che è tutto abitato da Mori, pacifici tributarii del Prete, ce n'andammo sopra alcune bellissime fontane che passavano sotto l'ombra di grandissimi arbori, perché questi che ci conducevano non sanno ciò che sia ombra né acque, se non di mettersi sempre in luoghi alti, dove dia il sole e il vento. Abdenago andò ad alloggiare sopra una collina con la sua tenda. Dipoi alcuni de' nostri tornarono a questo luogo a comperare alcune cose, e uno Stefano Pagliarte, secondo che pare, venne alle mani con un Moro, il qual gli levò via due denti; e a questo rumore essendo corsi delli nostri, a uno d'essi ruppero la testa con una pietra. Abdenago corse e fece prendere alcuni di questi Mori che avevano fatto il male, ma, essendo già notte, non si fece altro. Il giorno seguente ci mandò a dire che andassimo al luogo dove egli teneva questi duoi Mori presi, e ci fece sedere nell'erba, ed egli similmente, appoggiandosi con le spalle alla sua cattedra, e quivi fatti menare i prigioni, cominciò secondo i suoi ordini a dimandarli oro. Al fine gli fece spogliare e fortemente battere, dimandando quanto ne dariano: costoro cominciarono a promettere un'oncia d'oro, due e tre, e pur battendogli gli dimandavano quanto dariano; all'ultimo arrivarono a sette oncie, e con questo ei cessò di batterli, e l'oro fu dato a' feriti, e li battuti furono mandati legati al Prete Ianni. Questo ho voluto dire accioché si sappia il modo che tengono in far tal giustizie.
Noi seguitammo via di lungo il nostro viaggio verso Barua, dove alloggiammo quando arrivammo in questo paese. Quivi essendo stati molto tempo, venne un messo del Prete e con lui uno di questi Mori battuti, e con la testa dell'altro, dicendone che il Prete aveva voluto intendere ed esaminare tutto il fatto di detti Mori: per il male che avevano fatto alli Portoghesi, egli avea fatto tagliar la testa a quello ch'egli aveva trovato ch'aveva fatto il male, il qual egli ci mandava, acciò fussimo certi della verità e conoscessimo s'ella era quella; e l'altro che non trovava in colpa ne lo mandava, e che dovessimo fare di lui ciò che ne piaceva, o amazzarlo o liberarlo o farlo schiavo. E sopra questo avendo tutti noi fatto insieme consiglio, l'ambasciadore ne dimandò quello che ne pareria si dovesse fare; io gli risposi per gli altri compagni, perché sapeva la lor fantasia, e dissi che, poiché il Prete ne faceva intendere che lo trovava innocente, noi non dovevamo farlo colpevole, perché, faccendo contra di lui alcuna cosa, ci terrebbeno per uomini crudeli e senza pietà, e liberandolo il Prete l'averia caro, e cosí tutti gli altri dissero il medesimo. Ma l'ambasciadore disse che non era di questo parere e che voleva tenerlo per ischiavo: subito gli fece mettere i ferri ai piedi e catene alle mani, ma non lo tenne dieci giorni che 'l Moro si fuggí, non ostante tutte le guardie che gli fussero fatte.


Come duo gran gentiluomini della corte vennero a ritrovarne.
Cap. CVII.

Partendoci di questo luogo de Manadeli alla via di Barua, come è detto, noi camminammo per molti paesi e terre, e sempre Abdenago veniva con noi e il frate con Giorgio di Breu; e arrivammo a una terra chiamata Bacinette, gran terra e quasi come un capitanato, e le genti non sono cattive, ancora che avanti ci volessero lapidare, come fecero. Questo consiglio è nel capo del regno di Tigrai. Ed essendo noi quivi alloggiati, giunsero dalla corte duoi gran gentiluomini, uno dei quali si chiamava adrugaz, al quale alla nostra giunta fummo consegnati: e di lui molte fiate abbiamo fatto menzione in questo libro; dell'altro, il suo titolo era gargeta e il nome arraz Anubiata, che dipoi fu barnagasso e ora è betudete. E quivi ci fecero intendere come il Prete era restato molto scontento per non aver voluto fare l'ambasciadore pace con Giorgio di Breu, e però quello che fin a ora non era stato fatto pregava sua Altezza che si facesse, e che fussero amici e non andassero separati avanti il gran capitano, perché pareria cosa molto brutta, e cosí gli altri che avevano fatto quistione nel cammino si pacificassero. Noi subito ci affaticammo di rappacificargli l'uno con l'altro, e facemmo far pace all'ambasciadore con Giorgio di Breu, e li detti gentiluomini diedero a ciascuno di noi una mula che 'l Prete ne mandava, dicendo che venivano per presentarne al capitano maggiore e avisarlo da parte del Prete Ianni, conciosiacosaché Barnagasso, signore di quel paese, era restato in corte.
Fatte queste paci, pur con l'aiuto di Iddio, e avendone date le mule, camminammo tutti uniti fino a Barua, dove dimorammo fino che passò il tempo della mozione del mare, dopo la quale avevano da venir a levarne. Passato il qual tempo, all'ambasciadore parve di non voler mandar piú da mangiare a Giorgio di Breu né a quelli che stavano con lui, e avendo un giorno Giorgio mandato a dimandar da mangiare per Giovan Fernandez, che fu quello che ferí il fattore, lo voleva far battere se immediate non fuggiva. Per la qual cosa Giorgio mi parlò in una chiesa, dove mi disse che io facessi intendere all'ambasciadore che dovesse mandare da mangiare a lui e a tutti quelli che con lui erano, altramente che se ne torrebbe per forza. Il che inteso dall'ambasciadore, disse che per Giorgio ne mandaria, ma per gli altri no, per esser traditori e contra il servizio del re di Portogallo. Giorgio gli fece rispondere che lo torria per forza, e detto questo, se ne andò subito a trovar questi duoi signori venuti dalla corte, con li quali si dolse grandemente. Costoro ci mandarono a chiamare in un campo, dove Andrugaz parlò all'ambasciadore in questo modo, dicendogli per che causa si portava cosí male con li suoi, a' quali poi che non voleva dargli quello che gli era stato fatto consegnare dal Prete per lo viver loro, molto manco si poteva pensare che egli fusse per vendere li cavalli o mule per sostentarli, e che questo non si costumava di fare fra uomini grandi e di onore; e che egli considerasse molto bene il dispiacer grande che aveva ricevuto il Prete di lui, non per altro se non per essersi cosí mal portato con la sua compagnia, conciosiacosaché, se altramente si fusse portato, sarebbe ancor altramente stato trattato lui, e piú sodisfatto si saria partito di quello che aveva fatto; e per tanto lo pregava ed esortava che non volesse tener il lor vivere, ma liberamente darlo, e non rompesse la pace che egli aveva fatto in sua presenza con Giorgio di Breu. L'ambasciadore gli rispose brevemente e quasi in colera che non gli pareva onesto né il dovere di dar da mangiare a quelli che egli conosceva essere traditori e contra il servizio del re di Portogallo, e dette queste parole si partí, e cosí facemmo ancora tutti noi molto scontenti. E dubitando il fattore che non gli fusse tolta la robba che egli aveva in guardia da Giorgio, volse andar a dormir in casa dell'ambasciadore, la quale era buona e forte, secondo il paese; e dormendo io con un mio cugino, a mezzanotte sentimmo molti schioppi e un gridor grande, che diceva "piglia di qua, piglia di là": dove che essendo corsi, vedemmo che buttavano giú le porte della casa, ed era cosí grande il rumore che pensammo che fussero stati ammazzati tutti quelli dell'ambasciadore, per la qual cosa andammo correndo alla casa del Barnagasso, dove alloggiavano detti signori, a farli venire a questo fatto. La qual casa avendo due porte, noi entrammo per una e l'ambasciador con li suoi per l'altra, e portavano il cesto della corona e lettere del Prete e quella poca robba che poterono levar seco; uno delli uomini dell'ambasciadore era ferito di tre ferite. Questi signori subito fecero ritirar a parte gli uomini dell'ambasciadore, perché quelli di Giorgio non facevano altro che bastonarli e ferirli: e furono mandati a un luogo detto Gazele, che era vicino, faccendovi tener guardie in lor compagnia. E passati alquanti giorni, vedendo la inimicizia e malvolere che era fra noi, non sapevano che consiglio pigliare sopra il fatto nostro, conciosiacosaché è costume in questo paese che alcuno uomo grande non può uscire di corte senza licenza, né anco andar se non è chiamato: però detti signori stavano in dubio di quello che di noi dovessero fare, perché da una banda non ardivano lasciarci, dall'altra a condurne alla corte con tanta inimicizia, non essendo chiamati, temevano d'incorrere in qualche gran pena; pur elessero di tornare alla corte, ancora che dovessero patire qualche gran castigo.


Come quelli signori, cioè andrugaz e gargeta, tornarono di nuovo alla corte.
Cap. CVIII.

Avendo considerato questi signori che il tempo era passato che 'l capitan maggiore doveva venir per noi, e che non ci potevano pacificare, deliberorno di condurci alla corte, e ci mettemmo a cammino tutti insieme con li franchi. E come arrivammo al luogo di Bacinete detto di sopra, dove era venuta la fama della nostra inimicizia, si messero tutti quelli del paese in arme, non ci volendo lasciar passare, e discesero da un colle tanti frati con archi e freccie e bastoni che parevano branchi di pecore, e quivi si fece una grandissima scaramuccia, e molti da una parte e l'altra furono feriti: pure noi gli ributtammo e facemmo fuggire. Li signori sopradetti, essendo noi alloggiati quivi, messero il luogo a sacco come se fusse stato di Mori, e tolser loro orzo, galline, capponi, castroni e quanto trovarono per le case. E partiti di quivi camminammo in due parti, cioè Giorgio di Breu e tutti quelli che con lui erano e il frate, e noi con l'ambasciadore e li signori andrugaz e gargeta. E arrivammo a Manadeli, ove ne ferirono gli uomini, e quivi trovammo il Moro che fuggí all'ambasciadore, il qual non aveva paura alcuna; e passato questo luogo per duo miglia scontrammo Barnagasso, che veniva dalla corte e portava ordine dal Prete di quello che i detti signori dovevano far di noi. La qual cosa volendo intendere, ci mettemmo tutti insieme in un campo lavorato sotto un grande arbore, dove questi signori furono molto ripresi dal Barnagasso per causa di questo nostro ritornar senza licenza, dicendo che andassero alla corte, ch'averiano il lor castigo. Poi cominciò a gridar con l'ambasciadore e con Giorgio di Breu, dicendo all'ambasciadore che gli desse la corona e le lettere che egli portava al re e al capitan maggiore. L'ambasciadore e Giorgio di Breu si dissero l'uno all'altro di brutte e disoneste parole, per il che il Barnagasso ci consegnò ad alcuni capitani, che ci condussero separati, sí come eravamo venuti fin a quel luogo: e cosí ce ne ritornammo con esso lui verso le sue terre. Cominciava già a venir grandissimo e crudel verno, con gran pioggie. Giunti al luogo di Barua, che è capo del suo regno, fecero restare tutti quelli dell'ambasciadore, e Giorgio con gli altri fecero passare a Barra, che è capo del capitanato di Ceruil: e tutti duoi sono del detto Barnagasso, il qual volse andare in Barra, per non stare ove fusse l'ambasciadore; possono essere da un luogo all'altro da X in XII miglia. In questo tempo noi eravamo molto mal proveduti delle cose necessarie, e meglio stava Giorgio con tutti li suoi; e se non fusse stato le gran commodità che avevamo di andare alla caccia e a pescare, saremmo stati molto male, ma col fiume e colla campagna ogni giorno ci facevamo le spese.

Qui l'auttore lascia di parlare del suo viaggio.


In che tempo e giorno si comincia la quaresima nel paese del Prete Ianni, e del gran digiuno e astinenzia che si fa, e come li frati e monache si mettono in un lago per divozione.
Cap. CIX.

Nel paese del Prete Ianni cominciano la quaresima il lunedí della sessagesima, che sono giorni dieci avanti il nostro carnevale, e passato il giorno della Purificazione, fanno per tre giorni un gran digiuno, generalmente preti, frati e secolari, e dicono che digiunano la penitenzia della città di Ninive: e molti frati in questi tre giorni non mangiano piú d'una volta, e quella anche erbe senza pane, e dicono che vi sono molte donne che non vogliono lattare i figliuoli se non una volta 'l giorno. Il general digiuno di quaresima è pane e acqua, perché, ancora che alcuno volesse mangiar pesce, in quel paese non lo troveria, non vi essendo mare; nelli fiumi ve ne è grandissima quantità e buoni, ma non gli sanno pigliare, e se ne pigliano, ne pigliano poco e a instanzia de' signori grandi. Il lor mangiare communemente, come ho detto, è pane, ed essendo in quelli mesi della quaresima il tempo della maggior lor estate, cioè che non piove, e non piovendo non possono aver de' cavoli, che vogliono dell'acqua: la quale per far questo effetto potriano cavare di molte fontane che vi sono per adacquar orti e giardini, ma la lor grand'ignoranza e dappocaggine non lascia far lor cosa che buona sia. Ho ben veduto qualche monastero di frati che hanno una sorte di cavoli, che di continuo tutto l'anno vanno sfogliando. Nelle terre dove si trovano uve e pesche mangiano di quelle, perché si cominciano a maturare al fine di febraio e durano per tutto aprile, e quelli che hanno di questi stanno molto bene; ma oltra il pane mangiano generalmente una semenza che penso sia di nasturzio, e loro la chiamano canfa, e ne fanno salsa e v'immollano il pane, che è forte e abbrucia la bocca; similmente fanno di una semenza che pare di linazza pur salsa, che è chiamata tebba, e anco la fanno a modo di mostarda, detta da loro cenafriche: e di queste tre cose tutti ne mangiano di quaresima. Non mangiano latte né butiro, né beono vino d'uva né di miele, ma il general bevere è di zauna, ch'è fatto d'orzo o di miglio o di aguza, perché di ciascuna di queste semenze si fa vino da per sé, il quale al gusto è come la cervosa. Si trovano ancora molti frati che non mangiano pane tutta la quaresima per divozione, e altri tutto l'anno e tutto il tempo della lor vita. E sopra questo voglio dire quello ch'io ho veduto.
Andando con l'ambasciadore una volta verso la corte, in una terra che si chiama Iannamora, s'accostò con noi un frate per venir sicuro da' ladri, e camminammo insieme un mese: e per esser religioso, io lo teneva appresso di me. Conduceva seco sei o sette fraticelli, i quali andavano per ordinarsi, e portavano quattro libri da vendere: e io per fargli piacere gli faceva portare sopra una mula, ed egli alloggiava nella mia tenda. Il primo giorno io lo invitai a mangiar meco, perché già si faceva notte ed era ora di cena, ed egli si escusò di non voler mangiare. In questo mezzo vennero li fraticelli con agriones, che son erbe di quel paese, e gli dettero un bollore senza sale e senza olio o vero altra mistura, e quelli solamente mangiò senza pane e senz'altro. Della qual cosa dimandati, li detti mi dissero che egli non mangiava pane. Dubitando di questo, gli feci la guardia con diligenza di giorno e di notte, perché il giorno egli camminava a piedi accanto la mula come faria uno staffiero, e la notte dormiva allato a me, gittato in terra con l'abito suo: e sempre lo vidi mangiar erbe dette agriones e rabazas, e non ne trovando, qualche fiata pigliava della malva e ortiche e, se passavamo presso a qualche monastero, mandava a cogliere qualche erba di orto; e non ne trovando, li fraticelli gli portavano delle lenti state in molle in una zucca d'acqua, che già cominciavano a nascere, e di quelle mangiava, delle quali io ne volsi gustare, che non è possibile a dire la piú sciocca cosa al mondo. Costui camminò con noi XXX giorni fino alla corte, poi stette nella nostra tenda tre settimane, né mai mangiò altro che le cose dette di sopra. Dipoi lo viddi nel luogo di Chassumo, dove il Prete ne fece stare otto mesi, e inteso che io era ivi, mi venne a visitare e mi portò a donare alcuni limoni. Aveva un abito di cuoio senza maniche e le braccia nude, dove abbracciandolo, per aventura gli gittai una mano sotto il braccio e trovai che egli aveva una cintola di ferro larga quattro dita, e lo menai per la mano in una nostra camera e lo mostrai a Pietro Lopes mio cugino, e vedemmo detta cintura, che era congiunta un capo con l'altro con alcune punte come saria da ficcare un legno, ed era posta sopra la carne: e detto frate l'ebbe molto per male, e gli parve quasi d'essere ingiuriato, e subito si partí, sí che piú non lo vedemmo. Dipoi vedemmo molti altri frati con le medesime cinture di ferro la quaresima, e udimmo dire che vi erano ancora altri che in tutto il tempo di quaresima mai non sedevano, ma stavano sempre ritti. Udendo dire che ne era uno in una grotta lontana sei miglia, vi cavalcammo e lo trovammo in un tabernaculo fatto di legno, di grandezza tale ch'egli solo vi poteva capir dentro, e pareva una cassa senza coperchio molto vecchia, ed erano smaltate le fessure di creta e di sterco di bue: e dove stavano le natiche aveva una apertura larga tre dita, dove toccavano i gomiti un'altra simil apertura, e avanti aveva un leggietto di legno, sopra il quale posava un libro. Il suo abito era un ciliccio fatto di setole di code di bue, e di sotto sopra la carne una cintola come la sopradetta, ed egli ne la mostrò volentieri. In un'altra grotta vicina dimoravano duo fraticelli giovani piccioli, che gli provedevano da vivere, che era solamente d'erbe: e per questa visitazione egli restò molto nostro amico. Queste grotte si vedevan che anticamente erano state adoperate per fare simili penitenzie, perché v'erano sepolture. Nel luogo di Barua, un'altra quaresima, viddi duo frati nella chiesa del detto luogo, cioè di fuori della porta, che erano in simili tabernacoli, uno da una parte e l'altro dall'altra, e mangiavano delle medesime erbe e lenti nate: e io andai a visitargli molte volte, e mostravano di averne grandissimo piacere, e se io non vi andava mi mandavano a vedere, e tenevano sopra la carne il ciliccio e la cintola di ferro. E mi fu detto che uno di loro era parente del Prete; e stettero in questa penitenzia fino al giorno di Pasqua, e nel cantar della messa se ne uscirono.
Nel detto luogo di Chassumo, udendo dire che ogni mercoledí e venerdí della quaresima molti frati, preti e monache dormivano nell'acqua infino al collo, non potendo noi crederlo, andammo un mercoledí sera, Giovanni Scolaro, Pietro Lopes mio cugino e io, e rimanemmo stupefatti vedendo la moltitudine di quelli che erano nell'acqua infin al collo: e ne fu detto che erano canonici, e moglie anco di canonici, e frati e monache. Ed erano fatte come sarebbe a dire stanze di pietre appresso la ripa, e ove l'acqua era bassa vi era una pietra sopra la quale sedevano, tanto che l'acqua gli dava al collo, e se vi era maggior fondo vi aggiungevano un'altra pietra, e cosí tutto il detto lago era ripieno di genti venuta d'intorno da quelli confini: e in questo tempo di quaresima la notte vi sono di gran gieli e freddi. E avendone parlato di questo con Pietro di Coviglian, mi affermò che cosí si osservava di fare in tutto il paese del Prete, e che anco vi si trovavano molti che in detto tempo non solamente non mangiavano pane, ma andavano a stare in grandissimi boschi e in alcune profondissime valli poste fra altissimi monti, dove possino trovare acqua, nelle quali mai uomo vivo non vi vada, e facevano penitenzia tutto il tempo della quaresima. E a proposito di questo, mi trovai una fiata col Prete nel luogo che si chiama Dara, che è appresso quelle grandissime e profonde fosse, come si è ditto di sopra, nelle quali dalla montagna alta cadeva in una profondità un gran fiume al diritto, e l'acqua di quello rompendosi nell'aiere si faceva bianchissima come neve. In questa profondità stando all'alto mi mostrò Pietro di Coviglian una grotta, la quale malamente vedevamo, e disse che in quella stava un frate, che l'avevano per santo, e di sotto di questa grotta pareva che vi fusse un orto. Sopra un lato di detta profondità e non molto lontano mi mostrò simil grotta, nella quale era morto un uomo bianco conosciuto, che XX anni era stato in quel deserto e che non si seppe il tempo della sua morte: solamente, non sentendolo in quella montagna, andarono a vedere la sua stanza o vero grotta e la trovaro serrata con un buon muro di dentro, di sorte che alcuno non poteva entrarvi né uscire; e fattolo intendere al Prete, egli comandò che per modo alcuno ella non si aprisse né toccasse.


Del digiuno che si fa la quaresima nelle terre del Prete Ianni, e dell'ufficio della domenica delle Palme la settimana santa.
Cap. CX.

Il general digiuno di quaresima che fa la maggior parte de' frati e monache, e anco de' preti, è di mangiare di duoi giorni in duoi giorni, e sempre quando è notte; la domenica non si digiuna. Similmente fanno molte donne vecchie quando sono quasi fuori del mondo, e cosí dicevano che faceva la regina Elena ogni volta che lei digiunava in tutto l'anno, che non mangiava se non tre volte la settimana, cioè il martedí, il giovedí e il sabbato. Nelli regni di Tigray, che è regno di Barnagasso, e nel regno di Tigremahon, la quaresima ognuno mangia carne il sabbato e la domenica, e in questi duo giorni ammazzano piú buoi che in tutto il resto dell'anno. E se vogliono menare la prima moglie o la seconda, la menano il giovedí avanti il nostro carnevale, perché pigliando moglie hanno licenza di mangiar carne, latte e botiro per duoi mesi, sia in che tempo si voglia, e perciò per mangiarla tolgon moglie, e bevono vino. E perché ho detto la seconda moglie, non dubiti alcuno che tutti hanno piú d'una moglie, e quelli che sono ricchi e posson lor far le spese ne tolgono tre, né gli sono proibite dalla giustizia de' signori; ma la chiesa proibisce loro tutte le cerimonie, né gli lascia entrar dentro. E io ho veduto molti miei amici i quali, avendo moglie, ne pigliarono un'altra per godere di questo pessimo privilegio. E ancora che questi duoi regni detti di sopra siano stati li primi a farsi cristiani, nondimeno gli abitanti di quelli sono tenuti per molto cattivi cristiani. In tutte le altre terre, regni e signorie, si digiuna tutta la quaresima da grandi e piccoli, uomini e donne, fanciulli e fanciulle, senza romperla punto, e cosí fanno quasi l'advento.
La domenica delle Olive fanno il lor ufficio in questo modo: cominciano a dire il lor mattutino quasi a mezzanotte, e dura il lor cantare e ballare, con le ancone dipinte in mano e discoperte, fino alla mattina chiara, e a ora di prima tutti pigliano li rami, tenendogli in mano alla porta, perché dentro nella chiesa non vi possono entrar femine né secolari, e i preti stanno in chiesa cantando con li rami in mano, e cantano fortemente, facendo con detti rami spesso il segno della croce; e dando volta fuori della chiesa, vengono alla porta principale, nella quale entrano sei o sette di loro, come facciamo noi, quella serrano, e resta fuori quello che ha da dire la messa, e cantano di dentro e di fuori come facciamo noi, e poi entra dentro quello e dice la messa, e dà la communione a tutti. La settimana santa non si dice messa se non il giovedí e il sabbato. E il costume loro ordinario, e che usano tutti li signori e gentiluomini tutto il tempo dell'anno di salutarsi, è che quando s'incontrano una volta al giorno si baciano le spalle abbracciandosi, e uno bacia la spalla destra e l'altro la sinistra: non si fanno la settimana santa queste salutazioni, ma s'incontrano, non si parlano e passano come mutoli senza levar gli occhi. E gli uomini di qualche condizione si vestono tutti di nero o di azurro, e non fanno alcuna faccenda, ma tutto il giorno continuo si dispensa in grandi ufficii e canti nelle chiese, e sempre senza accendervi candela alcuna. Il giovedí santo, a ora di vespero, fanno il mandato, cioè l'ufficio di lavar i piedi, e si raguna tutto il popolo appresso la chiesa, e il maggior di quella siede sopra una catedra, come uno trepiede, cinto con una tovaglia e un bacino grande pieno di acqua, e comincia a lavare i piedi a' preti; i quali compiti, cominciano a cantare e cantano tutta la notte, e non escono mai della chiesa preti, frati e cherichi, né mangiano né bevono infino al sabbato, detto che hanno la messa. Il venere santo, a ora di mezzogiorno, acconciano le chiese secondo la loro possibilità e ricchezze, perché ve ne sono alcune che si parano tutte di broccatelli e cremesini, e principalmente adornano la porta principale, perché ivi è stanza di tutte le genti. E pongono un crocifisso sopra li panni, fatto di carta a stampa, e sopra di quello una picciola cortina che lo cuopre, e cantano tutta la notte e tutto il giorno, leggendo la Passione: la quale finita, lo scopreno, e immediate tutti si gittano in terra, dandosi con bacchette l'uno all'altro, e ceffate e pugni con gran furia, percotendosi il capo l'uno coll'altro e anco nel muro, e piangono cosí acerbamente che si moveria un cuore di sasso a lagrimar per divozione. Dura questo pianto ben due ore. Poi a ciascuna delle porte del circuito, che sono tre, che vanno al cimiterio, se ne vanno duoi preti, e stanno per ciascuna uno da una banda e l'altro dall'altra con una frusta picciola, che ha cinque coreggie grosse, e tutti quelli che erano avanti la porta principale escono per una di queste tre porte spogliati dalla cintura in suso, e passando si abbassano, e questi con le fruste non fanno altro che battergli piú che ponno, fin che stanno fermi. Alcuni passano e ne hanno poche, altri si fermano e ne hanno molte; ma li vecchi e vecchie vi stanno mezza ora, infin che gli corre il sangue. E cosí dormono nel circuito della chiesa, e come è mezzanotte cominciano li lor canti, che durano fino a ora di vespero: e allora cominciano la messa e communicano tutti. Il giorno di Pasqua a mezzanotte cominciano li loro mattutini, e avanti che sia giorno fanno la processione, e nel fare dell'aurora dicono la messa. E guardano questa settimana infino al lunedí dopo la domenica degli Apostoli, e cosí fanno XVII giorni di feste, cioè dal sabbato avanti la domenica delle Olive infino al detto lunedí.


Come noi facemmo una quaresima nella corte del Prete, stando quello nel paese di Gorages
e delle cerimonie che fece il Prete il giorno di Pasqua, e come ne volsero far dir messa
e noi non volemmo.
Cap. CXI.

Noi ci trovammo una volta a fare una quaresima nella corte del Prete, la quale era alloggiata a' confini di uno paese de gentili detti Gorages, gente, secondo che dicono, molto cattiva: e di questi tali non si trova che alcuno sia schiavo, perché piú presto si lasciano morire, overo essi medesimi si ammazzano, che voler servir cristiani. La terra dove stava la corte era fuori del paese di detti popoli, i quali, come ne fu narrato, hanno le loro abitazioni sotto terra, cioè che fanno spelunche ove dimorano; ma la corte si era assettata sopr'un bellissimo fiume, l'alveo del quale era posto come una profondità, e sopra le ripe da una banda e dall'altra tutto era campagna verdissima, ma di sotto un piede era pietra di tufo, come è la pietra di Glali di Carnache in Portogallo. In tutte le parti delle bande di questo fiume erano fatte case infinite cavate nel monte, e una sopra l'altra, e la maggior non aveva piú gran porta della bocca di una gran cuba, per potervi entrare facilmente, e sopra la porta era fatto un buco dove legavano una corda, alla quale attaccati con le mani vi montavano sopra: nelle quali case alloggiava infinita gente bassa della corte, e dicevano che erano capaci di XX e XXX persone con le lor robbe. Era anche sopra questo fiume una molto forte villa, che dalla banda verso il fiume era tagliata nel sasso alto, e dalla parte di terra era cavata una fossa d'altezza di XV braccia e sei di larghezza, e da amendue le parti andava a dare con le teste nel fiume: e dentro in questa cava intorno intorno erano cavate case come le sopradette, ma nel mezzo del circuito, che era come campo, erano case fatte di muro piccole con li lor coperti, dove ora dimorano cristiani, e anche vi è una buona chiesa. La entrata di questa villa è sotto terra, cavata in questa pietra di tufo, tutta fatta in volta, dove non pare che possa entrare né mula né vacca, e nondimeno vi entrano.
Un poco lontano da questa villa, andando su per lo fiume, vi è una gran rocca intagliata da capo a piè, e nella sommità di quella è campagna, ed è quasi nel mezzo di questa rocca un monastero di Nostra Donna, e quivi dicono ch'era il palazzo del re di questa terra di Gorages. Questo monte o rocca è volto con la faccia verso levante, e si monta a questo monastero con una scala di legno da levare e porre, perché la levano ogni notte per paura di questi popoli gorages, quando ivi non si trova la corte. Dipoi si ascende per una scala di pietra, e a man sinistra si trova un corridore avanti con XV celle di frati, le quali tutte hanno finestre sopra il fiume molto alte, e vi sono dipoi le lor dispense, refettorio e camere da salvare le lor biade. E voltando sopra la man destra, camminando per una strada scura, vien l'uomo a trovare una gran chiarezza, dove è la porta principale della chiesa, la quale non è fatta del medesimo sasso, ma pare che anticamente vi fusse una gran sala, e ora è fatta a modo di chiesa, con li suoi muretti atorno, molto chiara e spaziosa, perché ha molte finestre sopra il fiume: in questo luogo vi vanno alcuni pochi frati. Venivano quivi molte persone dalla corte a communicarsi, e per la divozione di questo luogo e per la fama che hanno questi frati di esser uomini di bona vita, e che patiscono molto per li travagli che gli danno di continuo questi loro mali vicini di Gorages. E perché la corte alloggia sempre a un modo, cioè tutta la gente di quella, la parte della man sinistra, che è del gran betudete, stava all'incontro di questi Gorages, e pochi erano quelli giorni che non si dicesse: "Questa notte li Gorages hanno morti XV o XX uomini del gran betudete". E non fu alcuno che li soccorresse perché, essendo quaresima, per l'aspro digiuno a niuno bastava l'animo di combattere, per la debolezza e fiacchezza del corpo, e non volevano romperla per modo alcuno.
Nella settimana santa, essendo prossimi a Pasqua, ne mandò a dire il Prete che noi ci mettessimo a ordine per dir messa il giorno di Pasqua appresso la sua tenda, perché voleva udirla. Gli feci rispondere che tutto seria fatto, ma che noi non avevamo tenda, perché quella che ne fu data già era rotta e guasta per le pioggie. Ne fece dire che egli mandaria la tenda e la faria rizzare, e che, come ne mandasse a chiamare, subito andassimo con tutte le cose necessarie per dir messa. E non era se non passata la mezzanotte che ci fece chiamare, e subito vi andammo e fummo condotti avanti la porta del Prete, la quale trovammo in questo modo, che una gran parte del circuito della siepe era stato rotto e levato via, e dalla tenda del Prete fino alla chiesa di Santa Croce da una parte e l'altra stavano piú di seimilia candele di cera accese e in uno ordine, e poteva essere di lunghezza di un tratto di artigliaria, e dalla faccia di quelli che le tenevano da una banda a quelli che le tenevano dall'altra si averia potuto giocare dui giuochi di palla, ed era tutto piano e uguale. E stavano dietro a questi che tenevano le candele piú di cinquantamilia persone, sí che quelli delle candele facevano come una siepe che non si poteva rompere, tenendo avanti di sé canne ligate per lungo e le candele sopra poste in compasso. Avanti la tenda del Prete andavano quattro gentiluomini a cavallo sollazzandosi, e ci posero appresso di costoro. In questo mezo uscí dalla tenda il Prete, sopra di un mulo nero come un corvo, della grandezza di un gran cavallo, del quale si dice che egli fa grande stima, e sempre vuole quando egli cammina che questo mulo gli vada drieto, e non lo cavalcando se ne va sopra un letto portato: e venne fuori vestito di una roba di broccato ch'arrivava infino in terra, e cosí il mulo era tutto coperto. Portava il Prete la sua corona in capo con la croce in mano, e da una banda e dall'altra venivano duoi altri cavalli, quasi con l'anche nella testa del mulo, ma non uguali, perché camminavano lontani, ed erano adorni e coperti tutti di broccato, che per lo lume grande parevano cuciti in oro: avevano gran diademe in testa che discendevano insino al morso, e sopra quelle gran pennacchi. Subito che il Prete uscí, quelli quattro gentiluomini che per avanti andavano cavalcando si partirono e non furono piú veduti, e quelli che ne vennero a chiamare, passato che fu il Prete, ci messero dietro a lui, senza che alcuno altro vi potesse venire né passare la siepe delle candele, ma solamente XX gentilluomini che andavano avanti al Prete per un buono spazio a piedi. E con questo ordine arrivammo alla chiesa di Santa Croce, ove si doveva udir l'ufficio della Resurrezione, e quivi dismontato ed entrato nella chiesa, entrò nelle sue cortine, e noi restammo alla porta, della quale uscita immediate una gran chieresia, si accompagnò con molto maggior numero ch'era di fuori e cominciarono a fare una gran processione, mettendone noi nella coda di quella, appresso le prime dignità e gradi di persone onorate. E fatta la processione, entrarono in chiesa quelli che vi poterono stare e gli altri restarono alla campagna: e ne fecero entrare ancora noi, mettendoci appresso alle cortine del Prete.
Finita che fu la messa, e volendo cominciare a dar la communione, il Prete ne mandò a dire che noi ci apparecchiassimo per andar a dir la messa, perché già la tenda era stata ritta, e che subito egli vi verrebbe. Noi ce ne andammo con quelli che ne chiamarono, i quali ne menarono dove era una tenda nera, posta appresso quella del Prete, la quale come vedemmo nera, ci pensammo che l'avessero fatto per vituperarci, e subito l'ambasciadore mi disse: "Padre, voi farete bene a non dir messa, perché questo è stato fatto per provarne". "Né anco io, - gli risposi, - la voglio dire, andiamocene alle nostre tende". E fu questo nel fare dell'aurora. Aviati che fummo alle tende, che erano in un boschetto appresso il fiume, subito vennero duo paggi dalle rocche che erano sopra le nostre tende a chiamarci con gran fretta, dicendoci che ne dimandavano con gran fastidio. Noi eravamo d'opinione di non andarvi, pur vi andammo, e arrivati appresso la tenda del Prete, che già il sole era venuto fuori, subito ci fu dimandato di dentro per che causa noi avevamo lasciato di dir messa in cosí gran festa. Io gli risposi che non aveva voluto dir messa per la ingiuria che ne era stata fatta, e non a noi, ma a Dio e alla sua santa Resurrezione, avendoci ritta una tenda nera, che si suol far per cavalli e per quelli che sono ammazzati. Fu subito risposto che tenda ci doveva essere ritta; io gli dissi che ella doveva esser bianca, rappresentando la chiara e risplendente Resurrezione e la purità della nostra Donna, e che averia anche potuto esser rossa, che similmente rappresenteria il sangue di Cristo sparso per noi e dalli suoi santi martiri. Ci risposero subito che noi gli facessimo intendere chi erano stati quelli che l'avevano ritta, perché noi vederemmo la giustizia che egli faria fare. Gli rispondemmo che noi non dimandavamo giustizia d'alcuno, perché quello non era stato fatto a noi ma a Dio, e che avevamo ben gran dispiacere di non aver potuto dir messa in cosí gran solennità. Immediate ci fece dire che avessimo pazienza, perché egli daria un castigo conveniente a chi l'aveva fatto, e che noi dovessimo entrare in quella, perché, poiché ella non era stata buona per dir messa, saria buona per desinare: e cosí vi intrammo, e quivi ne fu mandato riccamente da desinare, con infinite e buone vivande di diverse sorti di carne e di buoni vini di uva bianchi e vermigli e fumosi, che avevano un odore grandissimo. Era con noi Pietro di Coviglian, il qual era stato presente a tutto quello che fu fatto quella notte, e desinando ci disse ch'egli aveva allora cosí grande appiacere che non sapeva se mai piú era per averlo maggiore, non avendo noi voluto dir messa in quella tenda, e della risposta che gli avevamo fatta, e che tutto era stato fatto a posta per provar che stima noi tenevamo delle cose di Dio e della chiesa, e che al presente ci terrebbono per molto buoni cristiani. Tutta questa quaresima noi fummo molto ben proveduti di mangiare e di bevere, e di molto pesce e di molta uva e pesche, che allora erano mature in quel paese. Finito che fu il nostro desinare, ci venne a ritrovar quel padre vecchio che fece il battesimo, e disse che il Prete ci mandava a dire, poi che noi non avevamo detto messa, che al tutto la volessimo dire la domenica seguente, e che gli ordinaria che ne fusse data una bona tenda, nella quale dovessimo far l'ufficio secondo la nostra usanza per l'anima di sua madre, che allora compiva un anno che era mancata, e che essi facevano similmente il tascar, cioè memoria, e che cosí ancora noi lo facessimo al modo nostro.


Come don Luis di Menses scrisse all'ambasciadore che dovesse venir al porto di Mazua alli 15 d'aprile, perché egli andarebbe per loro, e come il re don Emanuel era mancato di questa vita.
Cap. CXII.

La domenica della ottava di Pasqua, che fu alli XV d'aprile, ne mandarono a dire che dovessimo venire a dire messa, e che dicessimo l'ufficio e messa per la madre del Prete: noi vi andammo e trovammo che c'era stata ritta una tenda grande, bianca e nuova, con le sue cortine tutte di seta giú per lo mezzo al modo loro, ed era posta molto appresso a quella del Prete. E quivi quel frate che ora vien ambasciadore con noi, con altri preti cantammo un notturno di morti e dicemmo la messa, e avanti il finir di quella arrivarono duo mazzi di lettere che ci mandava don Luis di Menses, che era venuto con l'armata per noi nel porto di Mazua: e vennero le lettere per due vie, e giunsero li messi tutti a un tempo. Vi erano anco lettere diritte al Prete, nelle quali gli dimandava di grazia che immediate ne dovesse espedire, sí che fussimo in Mazua alli XV d'aprile, perché egli non poteva piú aspettare, sí perché il movimento del mare, che è il tempo atto a partirsi dal mar Rosso, passaria, come perché di lui si aveva gran bisogno nell'India. E accadde che in quel giorno che ne furono date finiva il detto termine de dí XV.
Contenevasi ancora in dette lettere come il re don Emanuel era mancato di questa vita: con questa nuova restammo tutti morti, e facemmo consiglio se dovevamo tacerla o veramente dirla, e fu determinato di dirla, perché a ogni modo il Prete l'averia intesa dalli mercanti mori d'India, che tutto il giorno vengono dal mare alla corte. E perché è il costume di questo paese in tempo di morte di radersi il capo, e non la barba, e vestirsi di panni neri, cominciammo a raderci il capo l'uno all'altro: e mentre che facevamo questo, vennero quelli che ne portavano da mangiare e, veduta questa cosa, posero in terra il mangiare e corsero a dirlo al Prete, il qual subito ne mandò duo frati per intender quello che era intervenuto. L'ambasciadore non gli poté rispondere, per il gran pianto che egli faceva, e io meglio che seppi gli feci intendere come il sole che ne dava la luce era oscurato, cioè che il re don Emanuel era mancato di questa vita: e subito cominciammo a fare tutti il nostro pianto, e li frati se n'andarono. In quella ora immediate furno fatte gride che tutti li luoghi dove si vendeva pane, vino e altre mercanzie, e tutte le altre tende d'ufficiali e giudici fussero serrate, e durò tre giorni questo serrare, in capo de' quali ne mandò a chiamare, e la prima parola ch'egli ci mandò a dire fu chi aveva ereditato i regni del re suo padre. Disse l'ambasciadore il principe don Giovanni suo figliolo. Intesa questa parola, dicono ch'egli si rallegrò molto, e ne mandò a dire: "Atesia, atesia", cioè: "Non abbiate paura, perché vi trovate in terre de cristiani; buono fu il padre, buono sarà il figliuolo, e io gli scriverò". Noi facemmo intendere a sua Altezza come l'armata ci aspettava al mare, e che ci volesse spacciare, perché noi ce ne volevamo andare, parendone già gran vergogna lo star tanto in questi paesi. Ne fece rispondere che ci spedirebbe presto, e che noi gli dovessimo render le lettere che ci avevano date: e cosí noi gliele portammo, e subito espedimmo un Portoghese detto Aires Dias e un Abissino a don Luis di Menses verso il mare, acciò che n'aspettasse; e il Prete il giorno seguente si partí con tutta la corte, e noi con lui.
Nel cammino ci fu dimandato chi ci portava la tenda che ci aveva dato il Prete; io gli dissi che, non essendo nostra, io l'aveva lasciata nel medesimo luogo dove era stata ritta. Risposero ch'io aveva fatto male, perché il Prete mai ripiglia cosa che egli doni, e che questa tenda valeva piú di cento oncie d'oro, e che, se il Prete ordinasse che dicessimo messa e che noi non avessimo la tenda, l'averia molto per male. E cosí camminammo tre giorni, sempre chiedendogli che ci espedisse, e sempre ci faceva rispondere che presto ci spediria. Volse all'ultimo che noi mandassimo Giovanni Consalves nostro fattore verso il mare, con una sua lettera e con nostre, e gli donò una molto buona mula e ricchi vestimenti e dieci oncie d'oro: e con lui andarono duo allievi del Prete. Noi veramente, che lo sollicitavamo con ogni importunità, ne menò alla lunga un mese e mezo, e alfine ci dette vestimenti molto ricchi, e a quattro di noi catene d'oro con le sue croci attaccate, e una mula per ciascuno: io ne ebbi una che il suo andare era come volar per aere, senza un disagio al mondo; e per il resto della compagnia 80 oncie d'oro e cento panni per lo cammino che avevamo a fare, e appresso ne mandò la sua benedizione.
Partiti dalla corte, non facemmo troppo cammino che ne vennero li messi che avevamo mandati al mare, facendone intendere come don Luis era partito già gran tempo, e noi, ancor che ben sapevamo di non poterlo trovar, perché la mozione del mare non gli dava luogo di aspettarne, con tutto questo però vi andammo, e trovammo che ne aveva lasciato molto pepe e alcune robbe per lo nostro vivere, e vi erano lettere sue diritte al Prete e a noi. Noi ci consigliammo di quello che si doveva fare di quel pepe: fu il parere di alcuni che dovessimo rimanere appresso il mare, secondo che ne ordinava don Luis, e con quel pepe farci le spese, perché in termine d'un anno egli era per venire per noi, e che solamente duo di noi andassimo alla corte con le sue lettere, a richieder giustizia della morte di quattro uomini che gli erano stati morti nel porto di Ercoco; ma per la maggior parte di noi fu determinato di mandar la metà del pepe al Prete, e l'altra restasse per noi, e che il fattore e io dovessimo andare a far questo servizio. Nondimeno don Rodrigo volse venire ancora egli, e volse al tutto portar tutto il pepe, sperando che il Prete gli donaria qualche gran presente, per essere quello la piú stimata cosa che si possa portare in questi paesi.
Ci partimmo il primo di settembre e andammo pian piano con le mule e con queste cariche di robbe, e arrivammo in corte al fine di novembre, e trovammo il Prete nel regno di Fatigar, che è nella estrema parte del regno di Adel, sotto il qual Adel è Barbora e Zeila. Questo re è molto stimato fra' Mori e tenuto come per santo, perché continuamente fa guerra a' cristiani, ed è proveduto dalli re di Arabia e signori della Mecca e da altri re mori di arme, cavalli e di tutto ciò che vuole, ed egli all'incontro gli manda a donare infiniti schiavi abissini che piglia nella guerra. Dal luogo overo campagna ove trovammo la corte fino alla prima fiera di Adel vi è il cammino d'una giornata, e dalla fiera a Zeila ve ne sono otto. Questo regno di Fatigar veramente, per quello che abbiamo veduto nell'andare e venire, la maggior parte è campagna, cioè che sono tutte colline basse, lavorate tutte, seminate di formenti, orzi e altre semenze, e vi sono di grande campagne tutte pur seminate. Vi si veggono ancora infinite mandrie di bestiame d'ogni sorte, cioè capre, pecore, vacche, cavalle e mule. Da questa campagna si vedeva di lontano un monte piú alto degli altri, non di sasso, ma coperto tutto di arbori e anche seminato, nel quale sono molti monasteri e chiese circondate di terre coltivate; nella sua sommità è un lago che gira XII miglia, dal quale era portato alla corte pesce assai di diverse sorti e molto buono, e non ne viddi mai tanto in altro luogo; vi sono melaranci, cedri e fichi d'India in tanta quantità che non si potria dire. Mi disse Pietro di Coviglian che detto monte era cosí grande che si camminava otto giorni intorno al piede di quello, e che da questo egli pigliava la misura che il lago in cima il monte fusse XII miglia di circuito.
Partita la corte, camminammo duo giorni e mezo avanti che arrivassimo al piede, e approssimati ne pareva molto alto e tutto fruttifero; scendono da quello molti fiumi, nelli quali si piglia molto pesce. Drieto al piede di questo monte noi camminammo un giorno e mezo, e lasciato quello uscimmo del regno di Fatigar ed entrammo nel regno di Xoa, e quivi demmo 'l pepe al Prete e le lettere di don Luis, che avevamo tradotte in lingua abissina: e non potemmo avere alcuna risposta. Questo viaggio che fece il Prete in questo regno fu per causa di fare alcune parti e divisioni tra lui e due sorelle che erano di padre e di madre, perché Nahu suo padre ebbe cinque mogli: queste parti erano di terre e di robbe che erano restate per la morte di sua madre. Quivi stemmo quattro giorni, nelli quali furon gettate le sorti a chi toccavano le parti; e Pietro di Coviglian mi affermò che v'erano terre in queste parti che non si sariano circondate in dieci giornate di cammino. Fatta questa divisione, della parte che toccò al Prete ne fece far due parti, le quali donò a due sue figliuole piccoline. Di vacche, capre, cavalli e pecore li monti erano coperti; furono divisi ancora li panni di seta e l'oro, che ne fu trovato in gran quantità, e di queste sete ne donò la maggior parte alli monasteri e chiese che erano in questa terra di sua madre. Di quivi ce ne venimmo al luogo di Dara, ove Pietro di Coviglian ne mostrò li boschi ne' quali io ho detto che li frati facevano aspra vita, e dove morí quell'uomo bianco la cui grotta fu trovata serrata.


Della battaglia che il Prete ebbe contra il re di Adel, e come lo ruppe
e fu morto Mafudi suo capitano.
Cap. CXIII.

Io ricomincio a dire quello che io ho udito dire del regno d'Adel e d'un gran capitano che si trovava in quello, narratomi da molti e sopra tutti da Pietro di Coviglian. Costui era moro, detto Mafudi, uomo tanto coraggioso e valente che delle sue valorose prodezze, dopo morte, ne furono fatte molte canzoni, le quali ancora oggidí dalle basse genti della corte son cantate. Questo capitano dicono che per XXV anni continui di quaresima ogni anno entrava a scorrere e saccheggiare le terre del Prete Ianni, e conciosiacosaché 'n questo tempo il digiuno, che è grande, levi la forza alle genti, che non possono combattere, per questa causa egli scorreva sicuramente per quelli paesi, e alcune volte per piú di sessanta miglia di dentro. E un anno entrava nel regno di Amara o di Xoa o vero nel regno di Fatigar, e ora per una parte e ora per un'altra: e cominciò a fare queste sue entrate vivendo il re Alessandro, che era bisavo di questo re, per XII anni continui, ed essendo morto senza figliuoli ereditò Nahu suo fratello, padre di questo presente re, e altrotanto fece al suo tempo. Questo presente Prete Ianni cominciò a regnare nella età di XII anni, e fino che egli ebbe XVII non cessò Mafudi di fare queste scorrerie e guerre di quaresima, e dicono che furno cosí grandi che in una menò dicennovemila Abissini prigioni, i quali tutti mandò a offerire alla casa della Mecca, facendoli presentare alli re mori: dove dicono che, fatti rinegare, si fanno grandissimi valentuomini, perché escono della strettezza del digiuno ed entrano nella grassezza e abondanza dei vizii de' Mori. Levava anche una gran moltitudine di tutte le sorti d'animali.
Entrando nell'anno vigesimoquarto delle sue cavalcate nel regno di Fatigar, tutte le genti se ne fuggirono sopra un monte, e Mafudi gli fu intorno e gli espugnò, e abbruciò le chiese e monasteri che erano ivi. Di sopra io ho detto che in tutto il paese del Prete Ianni sono alcuni detti cauas, che vuol dire uomini d'arme, perché i lavoratori in questi regni non vanno alle guerre. Di questi tali cauas vi erano in questi regni molti, li quali insieme con detti lavoratori s'erano ridotti sopra 'l detto monte: Mafudi li prese tutti insieme e fece separarli, e li lavoratori gli licenziò, che andassero in buon'ora, acciò che l'anno seguente seminassero delle biade per lui e per li suoi cavalli, e disse agli uomini d'arme: "Poltroni che mangiate il pane del re e cosí mal guardate le sue terre, andate per la spada", e cosí furono morti cinquemila uomini d'arme, e se ne tornò con gran vittoria e senza contradizione alcuna. Di questo fatto essendosi il Prete molto risentito, e massimamente dell'abbruciare delle chiese e monasteri, mandò spie nel regno di Adel per sapere in che parte Mafudi ordinava d'entrare, e seppe che con gran gente veniva nel regno di Fatigar, nella stagion che in detto regno li formenti e orzi sogliono esser maturi, per distruggerli. Inteso dal Prete che non veniva in tempo di quaresima, che non gli è proibito il combattere, determinò d'andarlo ad aspettar nel cammino, e questo contra il parere di tutti i grandi della sua corte, i quali dicevano che egli era giovane di XVII anni e che non stava ben che egli andasse a tal guerra, e che bastavano li suoi gran betudeti e capitani delli regni: al che lui rispose che in persona aveva determinato d'andar a vendicar le ingiurie fatte a suo zio Alessandro, a Nahu suo padre e a lui già sei anni, e che sperava in Dio di vendicarle tutte.
E cosí si levò con la sua gente e corte solamente, senza far venir alcuno di paesi lontani, per non essere scoperto, e camminò giorno e notte, e una mattina all'alba piantò il suo padiglione sopra il luogo dove si fa il primo mercato del regno di Adel, che è un giorno di cammino da Adel, e dove noi lo trovammo quando gli portammo a donare il pepe: quivi dicono esservi un gran passo, il quale il re d'Adel aveva passato il giorno avanti, e stava già tre miglia dentro le terre del Prete Ianni e fuori di strada. Essendo fatto il giorno chiaro, amendue si viddero. Mafudi, ch'era uomo di gran valore, né mai si seppe che fuggisse, come cantano gli Abissini, subito che vidde il padiglion del Prete e le tende rosse che non se alzano se non in gran feste e raccoglienze di signori, disse verso il re di Adel: "Signore, il neguz d'Etiopia è qui in persona, e oggi è il giorno della nostra morte; fa' ciò che tu puoi per salvarti, che io quivi ho da morire". E il detto re, che era timido, si salvò con quattro a cavallo, fra i quali vi era un figliuolo d'un betudete, che allora stava col re di Adel e ora sta col Prete nella sua corte, perché essi non istimano troppo di fuggirsene e farsi mori, e se vogliono tornare, si battezzano di nuovo, ed è perdonato loro e restano cristiani come avanti; e costui narrò tutte queste cose particolarmente. Subito che il re d'Adel fu in luogo sicuro, che fu molto presto, quella mattina il Prete Ianni mandò a far intendere a tutti, sapendo del fuggire del re, che si comunicassero e raccomandassero a Dio, e fatta collazione si mettessero all'ordine: e a ora di terza cominciarono a ordinar le battaglie e andar verso i Mori, restando sempre le sue tende e padiglioni armati. Mafudi, che aveva deliberato di non fuggire e vedeva la sua morte, desiderava di farla con qualche valorosa e onorevol fazione, e perciò venne a parlamento con alcuni cristiani, dicendogli se vi era alcuno cavaliere che gli bastasse l'animo di combatter con lui: a questo s'offerse un frate chiamato Gabriel Andreas, il qual combattendo l'ammazzò e gli levò la testa, e per questa sua vittoria è molto onorato nella corte, e noi l'abbiamo conosciuto. Il resto del campo dette dentro adosso a' Mori e gli ruppe, i quali non avevano dove fuggire, perché le tende del Prete erano poste nel principal passo, e un altro passo, il qual era molto lontano e per lo quale il re fuggí, già era stato preso. Fatta questa impresa, il Prete Ianni se ne venne a riposare nelle sue tende, e il giorno seguente cavalcò per lo regno d'Adel fin che giunse a certi palazzi del detto re, i quali trovò tutti abandonati, le porte dei quali il Prete percosse con la sua lancia tre volte, e non volse che alcuno v'entrasse né s'acostasse, acciò che non fusse detto che vi fusse andato a rubbare, conciosiacosaché, se v'avesse trovato il re o altre persone, egli sarebbe stato il primo che vi fusse entrato andandovi da buona guerra, e non vi trovando alcuno non voleva che alcuno vi entrasse: e cosí se ne tornò indrieto.
Questa battaglia fu nel mese di luglio, ed è affermato essere stato nel proprio giorno che Lopo Suares destrusse e bruciò la città di Zeila, nella qual destruzione io vi fui; e li Mori che furno presi dicevano che il capitano di Zeila era andato col re di Adel in guerra contra il neguz d'Etiopia. E molte fiate il Prete ne mandò a mostrare quattro o cinque fasci di spade col manico d'argento non ben fatte, e che quelle aveva avute nella guerra del soldan di Adel; e la tenda che ne donò, di broccatello e velluto della Mecca, guadagnò nella detta guerra, e volse che la dovessimo benedire avanti che vi fusse detto messa, perché li Mori avevano fatto molti peccati in quella. La testa di questo Mafudi fu portata drieto alla corte tre anni continui, fin che vi arrivammo, e tutti i sabbati e le domeniche e altre feste che guardano le gente basse, tutti li giovani e fanciulle non facevano altro che cantar versi fatti a lor modo delle lodi di questa vittoria, e infino al giorno d'oggi la lor canzona va per la corte, e credo che anderà sempre. Gabriel Andreas, come ho detto, è frate, e persona molto onorata e gentiluomo di molto grand'entrata, e oltra questa valorosa impresa che egli fece, ne ha fatto molte altre, ed è fama che sia molto eloquente e amico de' Portoghesi, e intenda ben le cose della sacra Scrittura e della fede cristiana, e ha piacer grande di parlar di quelle, ancora che la cima della lingua gli facesse levare il re Nahu per lo suo troppo parlare.


Come il Prete ne mandò il napamondo che gli avevamo portato, acciò che noi vi mettessimo tutti li nomi in lingua abissina, e di ciò che trattò volendo scriver lettere al papa.
Cap CXIIII.

Stando noi nel luogo di Dara nell'anno del 1524, il Prete ne mandò il napamondo che già quattro anni gli avevamo portato, mandatogli da Diego Lopes di Sechiera, dicendone se le lettere poste in quella carta dicevano di chi erano le terre, e se questo dicevano, che immediate a' piedi di quelle vi mettessimo le sue, per sapere di chi erano. Il frate ambasciadore, che viene in Portogallo, e io ci mettemmo a far questo effetto: egli scriveva e io leggeva, e sotto le nostre lettere egli metteva le sue; e perché il regno di Portogallo è posto insieme con li regni di Castiglia in picciolo spazio, e Siviglia è molto appresso Lisbona, e Lisbona appresso alle Crugne, io posi Siviglia per Spagna e Lisbona per Portogallo e le Crugne per Galizia, e compito il tutto gli fu riportato. Il giorno seguente mandò a chiamar l'ambasciadore e tutti noi che con lui stavamo, e nelle prime parole che ne mandò a dire, fu che egli aveva considerato che il re di Portogallo e il re di Spagna erano signori di poco paese, e che non sarian sufficienti tutti due per difendere il mar Rosso dal potere di Turchi, e che saria buono che egli scrivesse al re di Francia che facesse fare una fortezza in Zeila, e al re di Portogallo un'altra in Mazua, e al re di Spagna nel luogo di Suachem, e che tutti tre uniti con le lor genti potriano guardare il mar Rosso e andar a pigliare il porto del Zidem, la città della Mecca, e il Cairo e anche Gierusalem e per tutte le terre dove volessero. A questo gli rispose l'ambasciadore che sua Altezza era ingannata o mal informata, e che s'alcuno gli aveva detto questo non gli aveva detto la verità, e che, se per vedere il napamondo s'aveva immaginato questo, non prendeva la vera cognizione delle terre, perché Portogallo e Spagna stanno nel napamondo come cose da tutti conosciute e non come necessarie da saperle, e per questo erano poste in picciolo spazio con un nome solo, come anche Venezia, Gierusalem e Roma; ma che guardasse la sua Etiopia, la quale, per esser cosa non conosciuta, era posta in grande spazio, piena tutta di montagne, di fiumi, di lioni, d'elefanti e d'altri animali, né vi è scritto nome di città né di castelli; e che sapesse sua Altezza che il re di Portogallo con li suoi capitani era potente per difendere e guardare il mar Rosso da tutte le forze del gran soldano e del Turco, e far guerra fino in Gierusalem e nella Terra Santa, e molte altre maggior imprese egli aveva fatto nelle parti di Barbaria contra il re di Fessa e di Marocco e molti altri re, avendo soggiogato tutta la India e fatto per forza che li re di quella fussero suoi soggietti e tributarii, come sua Altezza poteva ben intendere dalli medesimi Mori d'India nostri nimici che sono mercanti nella sua corte. A questo non fu fatta altra risposta, ma entrò in altre dimande, e ci spedí mandandone molto da mangiare e da bevere: e cosí faceva ogni giorno, per tutto il tempo che stemmo nella corte.
Passando quattro o cinque giorni dipoi che ne parlò del napamondo, ne mandò a dire ch'egli voleva scrivere al papa a Roma, che eglino chiamano Rumea neguz lique papaz, che vol dire "re di Roma e capo di papa", e che io gli facessi il principio della lettera, perché essi non hanno costume di scrivere e non sapevano come si scrivesse al papa: e che queste lettere io le aveva da presentare al papa. Gli rispose don Rodrigo ambasciadore che non eravamo venuti quivi per scrivere, e che non vi era alcuno che sapesse scrivere al papa, e io gli dissi che gli farei il principio, e che del resto essi seguissero quello che nel cuore avevano da scrivere o richiedergli. Fu risposto che dovessimo andare a desinare, e subito tornare il frate e io, e che io portassi tutti i miei libri per far queste lettere: e cosí facemmo. Giunti, trovammo tutti quelli che essi tengono per molto dotti e savii, con molti libri, e mi dimandarono ove erano li miei; gli risposi che non erano necessarii libri, se non sapere l'intenzione di sua Altezza, e secondo quella ci saremmo governati. Subito per un principale sí di auttorità come di scienzia ch'era ivi presente, il qual per titolo si chiama abucher che vuol dire cappellano maggiore, fu detto al frate la intenzione del Prete ed egli me la disse, e io mi posi a scrivere e brevemente feci un picciolo principio, che subito nella mia lettera fu portato a sua Altezza, il qual veduto me lo rimandò, e immediate noi lo traducemmo nella sua lingua e glielo rendemmo. Né stette molto che venne un paggio, dicendo che il re stava molto contento di quanto era scritto, e molto si maravigliava perché non era stato cavato de' libri, ordinando che fusse scritto in buona lettera e sopra due carte, e che li suoi preti litterati studiassero li lor libri per quel piú che si doveva aggiunger sopra queste lettere. Ritornato il frate e io alle nostre tende, ci venne incontra l'ambasciadore, dicendo: "Padre, mi duole molto di quello ch'io ho detto oggi al Prete Ianni, che non vi era tra noi chi sapesse scrivere al papa, perché egli ci terrà per uomini di poco sapere; vi prego che voi mettiate le vostre forze e facciate quello che sapete". Io gli risposi che, o forza o fiacchezza che fosse in me, già era fatto quello che io sapeva, monstrandoglielo: del che ne ebbe piacer grande. La minuta della lettera che io feci va scritta in una carta da per sé, ed è breve, e comincia: "Ben aventurato santo Padre". Nell'altra lettera, vi posero tre giorni a farla, e piú de quindici giorni a fare una croce picciola d'oro, che pesa cento crociati, che similmente doveva portarsi al papa.


Come nelle lettere di don Luis Menesses era scritto che dimandassimo giustizia di certi uomini che gli erano stati morti in Ercoco, e il Prete mandò la Giustizia maggior di corte a far l'esecuzione, e il frate, che si chiamava Zagazabo, in compagnia di don Rodrigo per ambasciador suo in Portogallo.
Cap. LXV.

Nelle lettere che don Luis di Menesses mandava al Prete Ianni, si faceva querela e richiedevasi giustizia di quatro uomini portoghesi che li Mori gli avevano amazzati in Ercoco, porto del mar Rosso e nelle sue terre: la qual giustizia e vendetta egli da sé non l'aveva voluta fare, per esser nel suo paese, dove desiderava di fargli servizio senza fargli noia. E richiedendo noi questa giustizia per molte fiate, ci fece dire che molto gli doleva perché detto don Luis, essendo capitan maggiore, non ne aveva preso la vendetta, amazzando quanti Mori egli avesse trovato in Ercoco; e che egli stimava piú un Portoghese che quanti Mori e Neri erano nel suo paese, e poi che egli non l'aveva voluta fare, ordinaria che fusse fatta. E fece venire avanti la sua tenda subito quello che si chiama la Giustizia maggior di corte, facendogli intendere per lo cabeata che egli venisse con noi infino al mare, e che ritenesse tutti i Mori e Turchi e cristiani che egli intendesse che si fussero trovati nel luogo di Ercoco quando furono amazzati questi quattro uomini, e quelli che fussero colpevoli della detta morte, o vero che non avessero preso gli omicidi, o vero che avessero levato questo tumulto, che dovesse consegnarli a ciascun capitan maggiore che venisse di Portogallo, il qual gli amazzasse e facesse giustizia come gli piacesse, o vero se gli retenesse per ischiavi: e che di questa giustizia né di altra mai li Portoghesi si dolessero, ma che essi medesimi se la facessero.
In questo luogo e in questi giorni il Prete Ianni determinò di mandare ambasciador in Portogallo, che fin ora non ne mandava alcuno, e mandò a chiamare don Rodrigo e me, e ci disse che determinava di mandar con noi al re di Portogallo un suo uomo, per poter fare che li desiderii suoi fussero piú presto esequiti, e se ci pareva che Zagazabo, che era il frate che sempre veniva con noi, fusse sufficiente per questo cammino, sapendo parlar la nostra lingua ed essendo stato altre volte ne' nostri paesi. Noi gli rispondemmo che egli era sufficientissimo, e che era uomo che ben s'intendeva con noi e noi con lui, e che non era bisogno d'interprete; e che ora sua Altezza faceva quello che era il dovere, perché al ritorno daria piú credito alli suoi naturali del paese, di quello che avessero veduto e udito, che ella non faria alli forestieri di quello che dicessero di loro medesimi; fu risposto che noi l'avessimo per compagno. Il giorno seguente ci mandò a vestire di nuovo molto onoratamente, e XXX oncie d'oro e cento pani per lo nostro viaggio. E nondimeno noi dimorammo ancora molto tempo, e la causa fu, secondo ne disse il suo ambasciadore, perché, essendo stata questa determinazione del Prete tarda, fu necessaria questa dimora, non essendo spedito del tutto, cioè di dargli le cose da portar seco per viaggio e li vestimenti per la sua persona e oro per la sua spesa, e cosí aspettammo anche la Giustizia maggiore che aveva da venir con noi; nondimeno ci parve da partire avanti, avendo veduto molte volte queste espedizioni andar in lungo.
E ce ne venimmo al luogo di Barua, che è appresso del mare e nel principio delle terre del Barnagasso, e non trovammo nuova alcuna di Portoghesi che fussero venuti a levarne, e aspettammo tanto tutti insieme che la mozione del mare fu passata. In questo tempo la Giustizia maggiore prese quattro o cinque gentiluomini, che si trovarono quando furno amazzati gli uomini in Ercoco: uno si chiamava xumagali soldan, perché egli aveva il carico di far la giustizia e non la fece; l'altro Gaubri Gesus, perché corse al rumore e non fece cosa alcuna; e arraz Iacob, perché in quel tempo governava il paese del Barnagasso; fu preso anche il Dafila, che è gran signore, perché si ritirorono nelle sue terre alcuni Mori e Turchi ed egli non gli prese, sapendo che erano stati alla morte di questi uomini di don Luis. Questi quattro erano gran gentiluomini e furno menati alla corte per la Giustizia maggiore, dove non vi essendo alcuno che gli accusasse, furno liberati finalmente, quantunque fussero prima mal trattati. Giunta la Giustizia maggiore in corte, e data la nova che non erano venuti i Portoghesi e che noi restavamo senza alcun rimedio, ne mandò immediate il Prete un calacen, ordinando che noi dovessimo ritornare nel luogo di Cassumo, dove di sopra ho detto ch'eravamo stati longamente: e quivi ne fece provedere di 500 some di grano, cento buoi, cento castroni, cento vasi di terra pieni di mele e altri cento di butiro, e per lo suo ambasciadore che veniva con noi XX cariche di grano, XX vacche, XX castroni, e XX vasi di mele e altritanti di butiro.


Come Zagazabo ambasciadore tornò in corte, e io con lui, per cose che gl'importavano, e come la Giustizia maggiore fu battuta, e duo frati insieme, e la causa per che.
Cap. CXVI.

Stando noi in questo luogo di Cassumo, fu avvisato il detto Zagazabo come gli era stata levata una signoria picciola che teneva, per la qual cosa mi pregò ch'io andassi con lui alla corte a dimandar giustizia: dove andati, trovammo che il suo avversario era Abdenago, capitano di tutti i paggi del Prete Ianni, perché ivi non è ufficio alcuno che non abbia un capo sopra gli altri. E perché tutte le proposte e risposte son fatte al Prete Ianni per li paggi, noi non avevamo mezo alcuno di fargli intendere la nostra dimanda; pur fummo soccorsi da un aiace, che è gran signore, e ancora che fusse amico di Abdenago, nondimeno fece intendere al Prete la causa perché eravamo venuti; subito venne risposta per che causa io era venuto. Io gli dissi il tutto, e che il dispiacere fatto a Zagazabo noi riputavamo che fusse fatto al re di Portogallo e a noi altri Portoghesi, poi che per servizio del detto re e per nostra compagnia era mandato da sua Altezza, e che per la sua absenzia era stata levata per forza la sua signoria. Subito ci fu dimandato chi era quello che ci aveva fatto questo dispiacere; gli rispondemmo che era Abdenago, capitano dei paggi, che aveva mandato a fare questo sforzo per suoi maestri di casa e fattori, e che noi dimandavamo a sua Altezza che ne desse giudici non sospetti, e che ordinasse alli paggi che portassero ogni nostra proposta che fusse necessaria a questo negozio. E subito vennero quattro paggi, dicendone ch'il Prete aveva ordinato loro che riferissero quanto fusse loro detto, senza paura d'alcuna persona. Li nostri giudici furno aiaz Daragote e aiaz Ceite, alli quali femmo la nostra richiesta, e loro n'assegnarono termine il giorno sequente, quando il sol fosse in tal luogo, dimostrandone il cielo: e vi fu presente il procuratore d'Abdenago e Zagazabo ambasciadore in persona. Venuto il giorno, una parte e l'altra altercarono e allegarono grandemente, e fu come concluso in parole, perché nelle audienzie non si scrive cosa alcuna, e li giudici sentenziarono a bocca in questo modo: che la terra e signoria che dimandava Zagazabo era molto picciola e stata altre volte suggetta ad un'altra terra grande e di gran signoria, della quale era signore Abdenago; e che era il diritto che l'uomo grande, sí come il vento grande, entra per tutta la terra, cosí non poteva esser tolta l'entrata a Abdenago, come gran signore che egli era, che non potesse andar sopra questa signoria piccola. Udita questa sentenzia, noi restammo morti e ce ne andammo a dolere al Prete, il qual ne mandò a dire che andassimo all'alloggiamento e che stessimo di buona voglia, che il tutto passaria bene, e che il giorno seguente dovessimo andare a richieder la Giustizia maggiore, che egli ne daria espedizione: e con questo ci partimmo.
Il giorno seguente fummo ad aspettarlo alla sua tenda, il qual ne ricevette con allegro volto, dicendo che egli aveva la parola del Prete per spacciarci, e che noi dovessimo andare ad aspettarlo alla sua tenda. Nondimeno noi lo volemmo pur andare ad accompagnar fino dove egli andava a parlare al Prete, dove essendo entrato e stato un poco, uscí con duo paggi che l'accompagnarono fino al luogo dove si battono gli uomini, e quivi, chiamati duo che fanno questo ufficio, lo fecero spogliare e, buttandolo col corpo in terra, gli legarono le mani a duo pali e li piedi con una correggia di cuoio stretti, che gli tenevano duo uomini. Questi ministri di giustizia stavano uno da un capo, l'altro dall'altro, battendolo molte volte e la maggior parte nel piano, e quando diceva il Prete che toccassero, la percossa arrivava fin agli ossi, e di queste n'ebbe solamente tre. Io ho veduto tre altre volte battere questa Giustizia maggiore, e in capo di due giorni tornava al suo ufficio, perché non l'hanno per cosa di vergogna, anzi dicono che il Prete gli vuol bene e che si ricorda di lui, e di quivi a un poco gli fa grazia e lo mette in signoria. Quando si batteva questa Giustizia maggiore, vi erano presenti sessanta frati tutti vestiti d'abiti nuovi, gialli secondo il lor costume. E finito di batter la Giustizia maggiore, presero un frate vecchio, che pareva di riputazione ed era capo degli altri, e lo batterono nella maniera sopra detta, ma non fu toccato. Finito questo, menarono un altro, che passava XL anni e pareva molto onorato, e lo batterono come gli altri, e costui fu toccato due volte. Finito questo, dimandai la causa, e che fallo avevano fatto i frati. Mi fu detto che l'ultimo frate battuto aveva tolto per moglie una figliuola d'un Prete Ianni, cioè di Alessandro, zio di questo David, e s'era separato da lei e n'aveva tolta un'altra, sorella di questo Prete presente, la quale essendo molto disonesta e facendo ciò che le veniva voglia, non avendo ardire il marito vietarglielo per timore del Prete, e perché anco in questo paese gli errori delle donne non si curano, costui lasciò questa seconda moglie e riprese la prima, e avendogli il Prete comandato che tornasse a pigliar sua sorella, udito questo comandamento non lo volse fare, ma andò a mettersi nella religione. E avendo commessa questa causa alla Giustizia maggiore, che vedesse se dirittamente costui aveva potuto farsi frate, detta Giustizia giudicò che dirittamente egli aveva potuto pigliar l'abito, e per questo fu fatto battere; il padre guardiano fu battuto perché gli aveva dato l'abito, e questo terzo perché l'aveva ricevuto: e subito fu ordinato che lo lasciasse e che ritornasse a pigliare la sorella del Prete. E a questo modo noi non potemmo esser uditi se non dopo quindici giorni.


Come, dopo la morte della reina Elena, il gran betudete fu a ricuperare li tributi del suo regno, e di che sorte erano; e come la reina d'Adea venne a dimandar soccorso, e che gente venne con quella.
Cap. CXVII.

Poteva essere da VIII a IX mesi che era morta la reina Elena, la qual signoreggiava la maggior parte del regno di Goyame, e ancora quanti di nuovo venivano alla corte l'andavano a piangere alla sua tenda, la qual ancora era ritta nel suo luogo: e cosí ancor noi facemmo, quando di nuovo dopo la sua morte venimmo alla corte. E avendo mandato il Prete al detto regno il gran betudete a ricuperare il gibre, che è quello che si paga di diritto ogn'anno al re, in questi giorni arrivò il detto betudete col gibre, il qual era 3500 mule, 300 cavalli e 3000 bassuti, che sono una sorte di panni che gli uomini grandi tengono sopra le lettiere, e sono di bambagio, pelosi da una banda come tappeti, ma non cosí grossi: e li gran signori li tengono sopra il letto, e sono di prezio, che al manco vagliono un'oncia d'oro l'uno, e anche da tre in quattro e cinque oncie; e piú di 300 panni di bambagio di poca valuta, che vagliono due per una dramma d'oro e anche manco, e com'è stato detto un'oncia val un pardao, che son tre quarti di ducato d'oro di Portogallo, e mi fu detto che portò trentamila dramme di oro. Al presentar di questo gibre io mi vi trovai presente e viddi il tutto, e fu in questo modo: il betudete veniva a piedi, spogliato dalla cintura in suso, con una corda legata a torno della testa, come saria a dir un fazzuolo da mulattiere castigliano, e dove poteva essere udito dalla tenda del Prete, disse tre volte, con picciolo intervallo una dall'altra, questa parola: "Abetu", che vol dir "Signore"; e non gli fu risposto se non due volte, nella sua lingua: "Chi sei tu?" E lui disse: "Io che chiamo son il piú picciolo della tua casa, quello che sella le tue mule e lega le tue bestie e fa gli altri uffizii che mi comandi, e ti porto quello che tu mi hai ordinato"; e queste parole furno dette tre volte, le quali compite, si udí una voce che disse: "Cammina, cammina avanti", ed egli, andato, fece riverenzia avanti la tenda e passò avanti. Dopo di lui venivano li cavalli uno drieto all'altro, tutti menati per la cavezza da servitori. Li primi XXX erano sellati ed erano molto ben in ordine; gli altri che venivano dietro non valevano due dramme d'oro, e molti di loro non valevano una dramma l'uno, e io gli viddi dare poi per manco, e potevano essere da tremila. Dopo questi ronzini vennero le mule, nel medesimo modo di quelli, cioè XXX sellate, buone e ben in ordine; le altre erano mulette picciole giovani, come i ronzini, e vi erano muli e mule di un anno, di due e di tre, e non passavano, e niuna salvo le sellate era da cavalcare; e passarono come fece il betudete e li ronzini. Dopo le mule vennero li panni bassuti, e un uomo non ne portava se non uno, per lo gran fardello; dopo li bassuti passarono gli altri panni fatti in un fascio, e un uomo ne portava dieci: e potevano essere tremila uomini di bassuti e tremila di panni, e tutti costoro erano del regno de Goyame, i quali sono obligati a portar il gibre. Dopo questi panni vennero dieci uomini, ciascuno con lo suo piatto sopra la testa, fatto al modo di quelli ne' quali mangiano, ed erano coperti di cendado verde e rosso. Dopo questi piatti vennero tutte le genti del betudete, le quali passarono tutte l'una dietro l'altra, come aveva fatto egli. In questi piatti vi era posto l'oro, il qual ordinarono che fusse portato alla sua stanza con tutto 'l gibre, e cosí si fece. A far questa processione si consumarono dieci ore, cioè da prima sino dopo vespro.
Potevano esser XV giorni avanti che noi arrivassimo quivi alla corte, ch'una reina mora, moglie del re d'Adea, che era sorella d'una che fu mandata per esser moglie del Prete Ianni, ed egli la rifiutò perché ella aveva duo denti dinanzi troppo grandi, e fu maritata per questo a un gran signore, che fu barnagasso e ora è betudete; or veniva questa reina a dimandar soccorso al Prete, per causa d'un fratello di suo marito, che s'era levato contra di lei e le toglieva il regno. Era accompagnata bene come reina, e menava seco cinquanta Mori molto onorati e ben vestiti, a cavallo in su mule, e cento uomini a piedi, e sei donne onorate a cavallo in su mule: ed erano genti non molto nere. Fu ricevuta con grand'onore, e il terzo giorno dopo 'l suo arrivare fu chiamata, e venne avanti la tenda del Prete, essendo lei serrata in uno sparavier nero. Fu vestita due volte quel giorno, una all'ora di prima, l'altra a ora di vespero, e tutte due di broccato, di velluto e camicie moresche d'India; e il Prete le mandò a dire che ella si riposasse e non avesse maninconia, che il tutto saria fatto sí come ella desiderava, e che ella aspetasse Barnagasso e Tigremahon, perché giunti subito si partiria. Dopo XVIII giorni del suo arrivare fu di nuovo vestita al modo sopradetto, e il giorno seguente arrivarono i sopra detti, e amendue portavano il gibre che sono obligati pagare al re, e con loro venivano li cauas delle lor terre, cioè gli uomini d'arme, con molti altri signori.
Arrivati che furno, ordinò il Prete che il betudete fusse il primo a presentare il gibre del regno di Goyame; e li giorni dipoi cominciò Barnagasso a dare il suo gibre, e furono 150 bellissimi cavalli, e il primo giorno non fecero altro che correre e saltare, e nell'altro giorno presentò molte sete e molti drappi sottilissimi d'India: a questo presentar non mi ritrovai, perché mi sentivo male. Fornito questo, il giorno seguente cominciò molto a buon'ora a presentar il suo gibre Tigremahon, e furno 200 e piú grossi e belli cavalli, e migliori di quelli di Barnagasso, perché venivano di paese piú lontano; nondimeno una sorte e l'altra erano d'Egitto e d'Arabia: e in questo giorno non si fece altro che veder i cavalli. Nel seguente giorno presentarono piú panni di seta che io vedessi mai posti insieme, e si consumò tutto 'l giorno in appresentar, contar e riceverle. Il lunedí seguente a mezogiorno venne Balgada Robel, gentiluomo grande suggetto a Tigremahon, a presentare il suo gibre da per sé, ed erano XXX cavalli tutti d'Egitto, grandi come elefanti, molto grassi, e sopra ciascuno era un xumagali, cioè gentiluomo senza titolo. E otto di questi xumagali avevano buone corazze simili alle nostre, parte coperte di velluto e parte di cordovano, con le brocche dorate; avevano anche celate come sono le nostre in capo: in questi otto vi entrava Balgada Robel; gli altri XXII avevano le sue camicie di maglia, con le maniche longhe e molto ben serrate intorno la persona. Avevano XXX zagaglie e la lor mazza ferrata, come Turchi, e tutti con li lor fazzuoli intorno la testa azzurri, con capei lungi che volavano per lo vento. Avanti di costoro andavano duo neri piccioli, vestiti d'una livrea rossa e verde, ciascuno sopra un camello coperto della medesima livrea, sonando tamburi: e subito ch'arrivarono appresso la tenda del Prete, si ritirarono i camelli, un da un capo e l'altro dall'altro, non cessando di sonare e li xumagali di scaramucciare, e fecero di tal maniera che ordinò il Prete che vi fussero menati degli altri cavalli, di quelli del Barnagasso e Tigremahon, acciò si dessero spasso con quelli. Durò questa festa fino al tramontar del sole. Questo Balgada Robel è quel gentiluomo al qual don Rodrigo, quando venimmo, donò una celata, e comprò una mula per una spada; era fama che sempre guerreggiava con Mori, per esser un buono e gentil cavaliere.


Come fu dato soccorso alla reina di Adea; come il Prete fece prendere il betudete, e la causa per che, e come poi fu liberato, e come furono presi alcuni altri signori.
Cap. CXVIII.

De li cauas, cioè uomini d'arme, che vennero col Barnagasso e Tigremahon e con li gentiluomini delle lor compagnie, ordinò il Prete Ianni che quindicimila di loro con un gentiluomo intitolato adrugaz, nominato in questo libro molte volte, immediate andassero nel regno di Adea, e che pacificassero il detto regno, e che la reina andasse pian piano: e subito si partirono la reina e Adrugas, e si diceva che essi anderiano per il paese del Prete XXX giorni di cammino, avanti che arrivassero nel regno di Adea.
Partita la reina, il giorno seguente il Prete comandò che fusse preso il gran betudete che gli aveva portato il gibre del regno di Goyame, e similmente fece prender l'altro betudete, che si chiama Canha; fece anco prender Tigremahon: li quali presi, una mattina avanti giorno si partí il Prete, e tutta la corte con lui, e noi drieto. E stando l'ambasciador del Prete e io sopra un fiume, dando da bevere alle mule, passò questo betudete che portò il gibre, e mi disse: "Abba bar qua", che vuol dire: "Padre, dammi la benedizione"; io gli risposi: "Hizeria bar qua", che vuol dire: "Dio ti benedica". Veniva questo betudete accompagnato da XV gentiluomini a cavallo in su mule e cinquanta a piedi, e niuno era dei suoi servitori, ma tutti guardie; e noi ci mettemmo a cavalcare in sua compagnia. Subito appressatomi, mi prese la mano e me la baciò, dimandandomi di nuovo la benedizione, dicendomi: "Che ti par di questo? Si prendono cosí grand'uomini nel vostro paese?" Gli risposi che nelle nostre terre li grand'uomini, se si pigliavano per cose leggieri o di poca noia del re, gli davano le lor case per prigioni, e se per cose grandi, erano posti in castelli e prigion forti. Egli, con le lacrime che gli correvano per tutto il viso, di nuovo mi disse: "Padre, prega Iddio per me, perché a questa volta sarà la mia fine". Io fui con esso, sforzandolo e consolandolo meglio che io seppi, fino al tardi, che si partirono da noi. Il giorno seguente tornammo ad accompagnarci insieme, e cosí cominciò a parlar meco come il giorno avanti, e io con lui, sempre dicendo che pregasse Iddio, perché egli moreria in quella prigione. La prigion veramente che aveva era una catenella molto sottile d'un braccio di lunghezza, come una catena da legare un cane, con un picciolo e sottile cerchietto nel collo del braccio: ed egli medesimo portava la catena in mano.
Un mercoledí noi arrivammo dove le tende del re erano poste, e quella notte fu detto che 'l Prete ordinò che fusse condotto alla sua presenza il betudete: e cosí fu menato, in compagnia di due suoi figliuoli. Arrivati alla porta della tenda, mandò il Prete fuori duo paggi che lo facessero condur drieto alla tenda, che voleva parlar con lui in persona, e che le guardie e li figliuoli aspettassero un poco ritirati dalla porta della tenda. Quivi stettero fino alla mattina, che il Prete cavalcò, e tutti noi con lui, senza che s'avesse nuova alcuna del betudete, se egli era morto o vivo, né ciò che di lui era intervenuto. Li detti due figliuoli, e tre ch'erano restati in casa, tutti erano uomini grandi e buoni cavalieri: fecero grandissimo pianto con tutti li servitori di lor padre, il qual teneva una casa onorata come un gran re. Dipoi ordinò il Prete che camminassero senza alcuno servitore, né del padre né loro, e cosí io gli vidi cavalcare tutti soli e senza servitore, spogliati dalla cintura in suso, con una pelle di castrone nera pelosa sopra le spalle, e dalla cintura in giú panni neri, e tutte le sue mule coperte di nero; la gente loro e di lor padre camminavano separati, tutti addolorati e a piedi, e le lor mule avanti di loro sellate.
Un lunedí, che facemmo l'entrata nel regno d'Oysa, era stato ordinato di far la festa dei Re, che loro chiamano tabuchete, e si fa il battesimo, come di sopra è detto. Questi figliuoli del betudete andavano di casa in casa, subito fatto giorno, cioè nelle tende dei grandi, come gli altri solevan far a loro, dimandando nuova di lor padre, se era vivo o morto: né seppero mai cosa alcuna, se non in capo di XV giorni, che vennero quelli che lo condussero nel regno di Fatigar, a una montagna che si dice essere nella estrema parte del regno di Adel, la qual è molto alta e ha una valle molto profonda nel mezzo, e non vi è altro che una entrata. In questa profundità over valle vi sono di ogni sorte d'animali e vacche, ma gli uomini che vi entrano muoiono in quattro o cinque giorni di febre: e che ivi l'avevano lasciato senza persona alcuna che lo servisse, se non alcuni Mori che gli facessero la guardia, fin a tanto che egli morisse. Questa nuova fece raddoppiare il pianto maggior del primo, e si cominciò a parlar per la corte di questa morte che gli aveva data il Prete, perché s'era impacciato con sua madre (e cosí era la fama) quando lei viveva, e che ne aveva avuto un figliuolo, e che 'l Prete non aveva voluto farlo morire, vivendo sua madre, per non infamarla: e andando queste nuove per la corte, furno mandati bandi che nessuno non parlasse del betudete, sotto pena della vita. Subito cessò questa fama, ed essendo noi di quivi a tre mesi appresso del mare, nelle terre di Tigremahon, venne una nuova che il betudete non era morto, e che i suoi figliuoli con l'aiuto del re di Adel l'avevano scappolato, e che egli faceva guerra al Prete. In queste terre subito furno mandati bandi che alcuno non parlasse del betudete, e cosí cessò. Subito venne un'altra nuova, che il Prete aveva fatto tagliar la testa a XX Mori che lo guardavano e a duo suoi servitori, perché gli erano andati a parlare: e questo sapemmo che era la verità. E di piú si diceva che il Prete gli voleva perdonare, poi che Iddio gli aveva dato vita tanto tempo in cosí pericoloso luogo, e perché era uomo di grand'ingegno, e da governar molta gente, e gran guerriero.


Come Tigremahon fu morto e l'altro betudete deposto, e tolta la signoria di Abdenago e data all'ambasciadore Zagazabo, e come il Prete andò in persona nel regno di Adea.
Cap. CXIX.

Subito che noi arrivammo dove che s'aveva da far la festa dei Re, o il tabuchete, avanti che si dicesse dove era stato condotto il betudete, una notte ordinò il Prete che fusse condotto via Tigremahon, del quale non si seppe similmente a che parte l'avessero condotto. Il giorno seguente gli mandarono a torre quanto che egli aveva nelle sue tende, e tre giorni continui non cessarono di portare, contare e consegnar drappi bassi e molti ciambellotti e panni assai buoni d'India. Noi ci trovammo ivi alla corte sei uomini bianchi, cioè io e un Portoghese e quattro Genovesi: a ciascuno di noi mandò il Prete a donare sei panni, cioè tre pezze di ciambellotto e tre panni d'India. E non passarono molti giorni che fu detto che 'l Prete aveva fatto menar Tigremahon nel regno di Damute, sopra una montagna altissima che non aveva se non una strada fatta a mano, e la cima rimonda e molto fredda: quivi mandano gli uomini che vogliono che muoiano presto. E secondo che nelle terre di Tigremahon venne nuova falsa che 'l betudete era fuggito, cosí ne venne nuova certa che Tigremahon era morto in detta montagna di freddo e di fame.
In questi giorni similmente che eravamo alla corte, l'altro betudete, che era preso, fu diposto dal suo ufficio, e fatto betudete arraz Nobiata, che era barnagasso; e fecero Tigremahon Balgada Robel, che fu quello che venne con li XXX cavalli ben in ordine. Ed era un gran rumore per tutta la corte, che parlava della morte della reina Elena, dicendo: "Come ella è morta, tutti li grandi e piccioli sono morti, e vivendo lei tutti erano vivi, guardati e favoriti", e ch'essa era padre e madre di tutti, e che se 'l Prete andava a questo cammino, tutti li suo regni presto sariano diserti.
Passato il tabuchete, cioè il battesimo, Zagazabo ambasciadore e io non facevamo instanzia alcuna della nostra dimanda, perché non avevamo ardimento, per li grandi e ardui negozii che noi vedevamo trattarsi. Il Prete ne mandò a chiamare, e levata una signoria, che teneva Abdenago nostro contrario, e un'altra che noi gli dimandavamo, tutti due le dette all'ambasciadore e ci espedí tutti contenti. Avanti che noi ci partissimo, venne nuova d'Adrugaz, che andò con la reina d'Adea a soccorrere suo marito, che faceva intendere come li popoli non la volevano ubidire, e che per dove ella andava tutti fuggivano e si ritiravano alle montagne, e che sua Altezza mandasse piú gente. Il Prete determinò d'andarvi in persona, e di menar la reina sua moglie in una terra dove già eravamo stati con lei, la qual si chiama Orgabra, che è nella estrema parte del regno di Adea, e ivi lasciar la reina, i figliuoli e tutta la corte: e cosí fece. Andarono con lui de' Portoghesi Giorgio di Breu, Diego Fernandez, Alfonso Mendez e Alvarenga e cinque o sei Genovesi. Ritornati che furno, raccontarono che, tanto quanto il Prete camminava dentro il regno di Adea, tutti venivano a dargli ubidienza come a lor signore, e che volse andar molto avanti e fino appresso di Magadaxo, e che il detto regno era molto fruttifero e di gran boschi, di sorte che non potevamo camminare se non tagliavano gli arbori e facevano la strada, e vi erano infinite vettovaglie di ogni sorte, e di grand'armenti d'animali d'ogni sorte e di molta grandezza; e che in questo regno è un lago cosí grande che pare un mare, e che non si vede da un capo all'altro, nel quale è una isola dove nelli tempi passati un Prete Ianni fece fare un monastero, e pose in quello molti frati, ancora che fusse edificato in terra de Mori: li quali frati tutti morirono di febbre, eccetto pochi che restarono in uno picciolo monastero fuori dell'isola appresso il lago, quali furno trovati esser restati vivi, e che subito ordinò il Prete che si facessero altre chiese e monasteri, lasciandovi molti preti e frati e molti laici che abitassero in detto regno. Il qual pacificato che fu, se ne ritornò ove era la corte. Paga detto regno di tributi di vacche un gran numero, e noi le abbiamo vedute nella corte, che eran venute di questo paese: e sono cosí grandi come gran camelli, e bianche come neve e senza corna, e le orecchie grandi, molto pendenti.


Del modo che il Prete sta alloggiato con la sua corte.
Cap CXX.

La maniera che tiene il Prete in alloggiar la sua corte è che sempre egli si mette ad alloggiare in campagna, che in altro luogo non vi capiria, e se vi è alcun luogo alto, in quello le tende del Prete si dirizzano: le spalle delle quali sempre guardano verso levante e le porte verso ponente, e sono sempre da quattro o cinque tende, tutte congiunte una con l'altra, e queste propriamente sono le abitazion sue, circundate con alcune cortine alte che essi chiamano mandilate, che sono tessute a scacchi, divisate di bianco e di nero; e se vi vuole star qualche giorno di continuo, le circundano con una siepe che gira un buon miglio, e vi fanno XII porte, e la principale guarda verso ponente. Di dietro a quella un buono spazio sono due porte, una da una banda, l'altra dall'altra, che servono per la chiesa di Santa Maria Sion, ch'è posta verso tramontana, e l'altra per la chiesa di Santa Croce, che è verso mezodí. Appresso queste porte che servono per queste chiese, quasi altrotanto spazio giusto quanto è dalla porta principale alle sopradette, vi sono due altre porte per banda: quella che è verso mezzodí serve per andar alle tende dalla reina, moglie del Prete, e quella verso tramontana serve per la stanzia dei paggi, e a tutte queste porte stanno guardie. Le altre io non potei vedere, perché d'intorno non vi lasciano passare alcuno. Questo so ben io, che in tutte le parti ch'egli alloggia fanno XII porte, tra le quali ve n'è una che serve alli paggi di cucina, perché questo io viddi stando da lungi, come detti paggi portavano le vivande. Le qual porte si fanno, come ho detto, quando le tende sono serrate di siepe: ma non essendo serrate, vi sono solamente le cortine.
Di dietro a queste tende per un tratto di balestra e piú sono poste le cucine e le tende delli cuochi, partite in due parti, cioè cuochi da man destra e cuochi da man sinistra. E quando da queste cucine sono portate le vivande, fanno in questo modo, secondo ch'io viddi in una terra che si chiama Orgabeia, nel regno di Xoa, ritrovandomi sopra alcune colline vicine alle cucine, perché nelle altre parti le tende sono poste nel piano, che non si può vedere. Veniva un baldacchino di ormesino, secondo che pareva, rosso e azurro, di sei pezze integre lunghe insieme cucite, e questo baldacchino portavano in cima a certe canne, che in quella terra sono molto buone, forti e lunghe, e di sorte che ne fanno aste da lancia. Sotto questo baldacchino venivano i paggi, che portavano le vivande in alcuni piatti di legno molto grandi, che chiamano ganete, ch'erano fatti a modo di piadene di legno piane nelle quali si netta il grano, con l'orlo alto due dita, ma sono maggiori: e in ciascuna erano poste molte scodelline di terra nera, nelle quali erano poste le vivande di galline, tortore e altri uccelletti, e di molti frutti e mangiari bianchi, che sono la maggior parte di latte che di altre cose; vi erano ancora pignattelle nere come le scodelle, con altre vivande e minestre di diverse sorti. Queste vivande che io dico, che venivano in questi piatti, non dico che io le vedessi quando che le portavano, perché io era da lungi, ma le viddi quando ne le mandavano a presentare, che venivano nelli medesimi piatti come erano stati portati dalla cucina, e senza baldacchino, e le pignatte erano coperte con li lor testi serrati intorno con pasta: e questi piatti che ne mandavano erano tutti carichi di queste pignatte, calde che quasi bollivano. In tutte le vivande nelle quali possono metter gengevo e pepe, ve ne mettevano tanto che non si potevano mangiare per l'acutezza. Fra le cucine e le tende dei cuochi, quasi dietro a quelle, è una chiesa di Santo Andrea che si chiama la chiesa de' cuochi; dove sono le cucine, né di dietro a quelle, vi può praticar nessuno.


Delle tende dove si fa la giustizia, del modo di quella, e come odono le parti litiganti.
Cap. CXXI.

Avanti le porte delle tende over della siepe, se ella vi è, ben duo tratti di balestra, si distende una tenda lunga, la qual chiamano cacalla: e questa è la casa della giustizia o vero di audienzia, e fra questa tenda e le tende del Prete non passa alcuno a cavallo, per riverenzia del re e della sua giustizia, ma tutti smontano a piedi; e questo io so perché ci detteno colle mani nel petto una volta che noi vi entravamo con le mule, e fummo escusati essendo forestieri, facendone intendere che noi ci guardassimo d'entrarvi piú. In questa tenda di cacalla non vi entra alcuno, solamente vi sono poste XIII cattedre di ferro basse: il luogo dove si siede è di cuoio, e una di queste è molto alta, che daria a un uomo quasi al petto, e le altre XII sono basse come i nostri scabelli da sedere a tavola, e si cavano ogni giorno, e si mettono sei da un capo e sei dall'altro, e la grande sta nel mezzo, come fa la tavola che sta in capo del refettorio dei frati. Sopra queste non siede alcuno delli giudici che odono le parti: solamente stanno per cerimonia, perché essi seggono in terra sopra le erbe, se ve ne sono, tanti da una parte come dall'altra, e ivi odono le parti che litigano, e ciascuno della sua giurisdizione, perché, come dico che li cuochi erano divisi in due parti, cosí sono tutti, cioè o da man sinistra o da man destra. E l'audienzia si fa in questo modo: l'attore proferisce la sua azione a bocca, senza che alcuno parli, e il reo contradice quanto che vuole, senza che niuno il disturbi; finito che ha il reo, l'attore replica, se gli piace, e il reo similmente duplica, se gli piace, senza che alcuno lo disturbi. Finite che hanno le loro proposte e risposte, per sé o vero per i lor procuratori, vi sta in piedi un uomo che è come un portinaro, e costui torna a ridire quanto hanno detto le parti, e infine dice il parer suo e chi ha ragione. Allora uno di quelli giudici che seggono, cioè quello che è in capo, fa come ha fatto il portinaro, cioè di raccontare quanto le parti hanno detto, e in fine qual di quelle gli pare che abbia ragione: e in questo modo fanno tutti gli altri che seggono, di dire la lor oppenione, e si levano in piedi quando parlano, fino che tocchi alla Giustizia maggiore, che sta all'ultimo, la qual, udito il parere di tutti, dà la sentenza, se non vi è bisogno di prova; ma se vi deve intervenir prova, gli danno le dilazioni debite e necessarie, e tutto in parole, senza scriver cosa alcuna. Le altre materie che odono i betudeti e gli aiaz, le odono stando in piedi, perché stanno davanti della tenda del Prete e questa cacalla, e cosí come odono le parti, cosí vanno subito con quello che dicono al Prete, e non entrano nella tenda, ma solamente dentro della mandilate o vero cortina: e di quivi parlano, e poi se ne tornano alle parti con la terminazion del Prete, e alle volte consumano un giorno in queste andate e tornate, secondo la importanzia delle cause.


Della maniera come sono fatte le sue prigioni.
Cap. CXXII.

Avanti la tenda o casa della giustizia, per un gran pezzo dalla parte destra e dalla sinistra, vi sono due tende o vero case come prigioni di catena, e si chiama mangues bete, dove stanno i prigioni di ciascuna delle parti, cioè destra o sinistra, e sono guardati in questo modo, che secondo il delitto e causa cosí è la prigione e le guardie, e il prigione è obligato a far le spese alle guardie che lo guardano, e le paga per tanto tempo quanto sta in prigione. E se vi è alcuno che abbia i ferri ai piedi, quando lo fanno andar avanti la tenda del Prete, ove hanno l'audienza, queste guardie lo portano a braccio, cioè duoi danno le braccia uno all'altro e fanno sedere sopra di quelle il prigione, che tiene le mani sopra le lor teste e le altre guardie l'acompagnano coll'armi, e cosí vanno e vengono. Vi è un'altra sorte di prigioni, che, se io richieggo che sia preso un uomo, sono obligato a fargli le spese, volendolo accusare, e similmente alle guardie che lo guardano: e questo io so perché accadde alli nostri Portoghesi, che fecero prendere alcuni per mule che erano state lor rubate, e perché mandavano da mangiare alli prigioni e alle guardie, tornarono a richiedere che fussero liberati. Un altro Genovese so che gli era stata rubata una mula, e confessò il ladro averla rubata, ma che ella non era in suo potere, né aveva con che pagarla: lo giudicarono per ischiavo e fu venduto, ed era un uomo molto valente.


Dove sono le case di quelli che si chiamano Giustizia maggiore, e il luogo dove è la piazza, e quali sono i mercanti e quelli che vendono a minuto.
Cap. CXXIII.

Avanti le tende delle prigioni, per un gran tratto tutto al diritto, sono poste le tende di due Giustizie maggiori, cioè una da una banda e l'altra dall'altra, e in mezo è una chiesa, la quale si chiama chiesa delle Giustizie, e inanzi a questa, per un gran pezzo lontani a quella, sono quattro lioni in catena, li quali sono condotti sempre ove cammina il Prete Ianni. E per un altro grande spazio lontano dai lioni è un'altra chiesa, la qual si chiama la chiesa della Piazza dei cristiani, che in quella vendono, perché la maggior parte sono mori, massime li principali mercanti delle robe e cose grosse, e li cristiani vendono cose belle come pane, vino, farina, carne, perché li mori non posson vendere cosa alcuna da mangiare, né alcuno mangiaria di quello che essi facessero, né della carne che essi ammazzassero. Questa piazza ha da essere sempre in fronte della tenda del Prete Ianni: non dico che dalla sua porta possa esser veduta, perché alcune volte accade che la campagna è cosí grande che la piazza viene a essere molto lontana, e il manco che si possa far piazza è un miglio e mezzo, e qualche volta tre e piú. Ancora che si muti la corte quante volte che si voglia, e sempre si osserva questo modo di metter le tende, e dalla tenda del re fino a questa piazza tutto è netto per mezzo, cioè che non vi è alcuna tenda se non delle due chiese delle due giustizie dei leoni e della chiesa della Piazza, e sono ben allontanate dalle altre tende.


In che modo i signori gentiluomini e tutte l'altre genti piantano le lor tende,
e come sono poste in ordinanza.
Cap. CXXIIII.

Acanto a ciascuna delle due chiese, che sono a canto alla tenda del Prete dalla banda di fuori, è posta una tenda molto bella e buona dove serbano le robbe delle chiese, e un'altra dove tengono il fuoco e la farina per far il corbon, cioè le ostie: e di questa sorte tutte le altre chiese hanno una tenda. Inanzi a queste chiese sono alzate altre tende grandi e lunghe e distese, come sarian sale, e queste chiaman balagamie, dove serbano le vesti, robbe e tesori del Prete: e tante stanno da una parte quante dall'altra, perché sono tutte duplicate, come le altre delli ministri della corte. Queste hanno li lor capitani, che sono sopra quelli che le guardano, e la maggior parte di queste tal persone sono schiavi eunuchi. Drieto a queste tende delle robbe, a man destra, si rizzano le tende della reina moglie del Prete, e di tutte le sue donne che la servono, e della reina Elena, che soleva star con grandissima pompa: ma non entrano in quelle se non donne ed eunuchi. Dalla banda sinistra sono le tende de' paggi; dapoi li aiazi si alloggiano, perché occupano grande spazio, perché hanno assai gente sotto di sé, le quali stanno lor sempre appresso. Dopo gli aiazi sta l'abuna Marco, con gran numero di tende, perché vi sono infinite persone che lo vengono a trovare di tutta la Etiopia, per aver favor a ordinarsi, sí che tien tanto luogo che farebbe una gran villa. Dall'altra banda sta il cabeata, che ancora egli ha gran numero di tende: e la sua stanzia soleva esser appresso la chiesa di Santa Maria, conciosiacosaché questo ufficio soleva esser sempre dato ad un frate, ma questo presente, essendo prete e avendo moglie, lo fanno stare appresso l'abuna. Poi seguitano tutti li gentiluomini alli lor luoghi, e appresso le genti ben vestite, dapoi le genti basse, come tavernieri, panattieri, che vendono e fanno vino e danno da mangiare. Seguitano poi le tende delle femine da partito, che loro chiaman amaritas, e queste sono molte, e hanno sempre alcune altre tende separate dalle loro, dove alloggiano forestieri che vengono a vender, comprar e negoziar con la corte del Prete, e ne sono infinite ricche e ben vestite. Appresso alloggiano tutti quelli che fanno l'arte del fabro, da un canto e dall'altro, e occupano grandissimo spazio. Li dui gran betudeti poi con le lor genti, un alla destra e l'altro alla sinistra, occupano il spazio di una città, tanta moltitudine di genti menano seco di continuo, e sono come le guardie di questo alloggiamento. E sempre le tende del Prete sono le prime alzate, e immediate ciascuno sa il luogo dove dee far alzar le sue, o a man diritta o sinistra, e si veggono le strade, piazze e chiese: e tanto si estende questo campo o vero alloggiamento del Prete Ianni, che occupa lo spazio di sei buone miglia.


In che maniera i signori e gentiluomini vengono ed escono di corte e praticano.
Cap. CXXV.

Niuno signore grande e signor di terre, se si trova nelle sue terre, può uscire né muoversi per venir alla corte in niuna maniera se non è chiamato dal Prete, ed essendo chiamato, non lascia di venir per cosa alcuna; e quando ei si move, non lascia in quella né moglie né figliuoli né roba alcuna, perché sempre teme di non tornarvi piú, conciosiacosaché, come di sopra è detto, il Prete dona le signorie e toglie quando gli piace, e se accade che le tolga a qualcuno, immediate quel signor messo in suo scambio gli toglie ciò che trova: e per questo portano via con loro ogni cosa, o ver la mettono in altre terre. E quando arrivano appresso la corte, con gran trionfo, si fermano almanco tre miglia lontani dalla corte, dove stanno molte volte uno e due mesi senza moversi di là, che paiono come dimenticati, fin che piace al Prete: non lasciano però in questo tempo che essi stiano cosí dimenticati, d'entrare nella corte e di parlar con altri signori, non con trionfo né vestiti, ma con due o tre uomini e ignudi dalla cintura in suso, e con una pelle di castrato sopra le spalle: e cosí vanno e tornano alle lor tende, fin che hanno licenzia d'entrare. La qual avuta, fanno la lor entrata con gran trionfo di suoni e di tamburi, e vanno a mettersi nel lor luogo, che già per avanti a ciascuno è ordinato; e alloggiato che è, ancora non va fuori di casa vestito come fece nell'entrata, ma va ignudo sí come ho detto, posto che nella sua entrata venisse vestito di pompa, e in questo tempo dicono tutti universalmente: "Ancora il tale non sta nella grazia del signore, perché va spogliato". E se egli ha alcuna parola dal Prete, subito esce vestito, e allora il popolo dice: "Il tale è già nella grazia del signore", e si divulga la causa perché egli è stato chiamato. Alcune volte e la maggior parte ritornano alle lor signorie, e anche no, e se ritornano sono spacciati immediate; se anche sono tolto loro, gli fanno stare cinque, sei e sette anni senza uscire della corte, della quale non possono uscire senza licenza: e sono molto ubidienti e molto temono il lor re. E quanto avanti solevano essere accompagnati, e tanto allora si veggono abandonati, e cavalcano sopra una mula con duoi o tre uomini seco, perché gli altri che solevano accompagnarli erano delle signorie che gli levorno, e si sono accostati al signor nuovo: e questo vedevamo accadere tutto il giorno.


Come quelli che son chiamati alla guerra entrano immediate appresso alla tenda del Prete,
e delle vettovaglie che portano seco.
Cap. CXXVI.

Se alcun gentiluomo è chiamato per andar alla guerra, secondo che spesse volte abbiamo veduto, la sua entrata non è vietata, ma subito entra, e come vien con molte genti entra di lungo. A questi gentiluomini non è proibito quel che ho detto, che fra la tenda di cacalla e la tenda del re non entrino né a cavallo né sopra mule, percioché, come vengono per andar alla guerra, entrano alla distesa fin alle tende del re, e appresso di quelle fanno le lor mostre, scaramucciando e facendo le lor ordinanze di battaglia, secondo che a loro pare che il re ne prenda piacere: e questo abbiamo veduto per infinite volte. Questi tali non stanno in corte piú di duo giorni, perché cosí sono i loro ordini, che in due giorni si mettono insieme centomila persone, se tante ne vogliono; e secondo che arrivano, subito sono espediti, perché ivi non si costuma di dar soldo ad alcuno, ma ciascuno porta seco la provisione per il suo vivere, che è farina d'orzo e di ceci e di miglio arrostiti, la qual è buona vivanda per andar alla guerra, perché trovano buoi e vacche per tutto dove vanno; e se è tempo di grano, questa è la principale vettovaglia che è portata da quelle genti alla guerra.


In che modo portano le robe del Prete Ianni quando egli cammina, e dei broccati e sete che manda in Gierusalem, e dei suoi tesori.
Cap. CXXVII.

Del modo del camminare del Prete Ianni di sopra è stato detto, secondo che noi l'abbiamo veduto; ora voglio dire in che modo son portate le sue robe e drappi, che sono serbate nella tenda detta balagamia, che veramente è cosa maravigliosa e de infinita quantità. Tutte le robe di seta sono poste in panieri quadri fatti di bacchette, e lunghi quattro palmi e due o due e mezzo larghi, coperti di cuoio di vacca crudo col pelo; e a ciascun cantone è una catena che va di sopra al coperto, il quale ha nel mezzo una argola di ferro, nella qual si chiavano queste catene con un chiavistello: e cosí come sono serrate quelle delle sete, cosí sono quelle delli drappi sottili d'India, e sono portate da uomini in testa, e sono piú di cinque o seimila, e fra ogni cento e cento vi sono sempre guardie che camminano con esse. E perché ogni anno crescono in tanta quantità le sete e broccati, cosí di quelli che sono pagati per li tributi di diversi reami come di quelli che alle volte il Prete fa comprare, e tanti non ne consumano né possono portare per viaggio, però ogni anno ne sogliono mettere in alcune grotte cavate in montagne per questo effetto, e una n'abbiamo veduta sopra la nostra strada quando venimmo la prima volta alla corte, la qual era vicina alle porte che si chiamano, come abbiamo detto, Badabaie, appresso alcune profonde valli di sopra nominate. A questa grotta vi stanno di continuo molti guardiani, e ciascuno che passa paga loro un certo dazio, il quale è deputato alli detti guardiani. Nel modo che vanno le robe e drappi di seta, cosí va il tesoro in cesti, ma piú piccioli, e coperti di cuoio e cosí serrati come quelli delle robe, ma sopra la coperta e catene e serratura è posto un altro cuoio di bue fresco e cucito con correggie del medesimo cuoio, e ivi si secca e riman forte: e questi cesti del tesoro sono infinitissimi, e vanno sempre con gran guardie, e similmente ogni anno ne sono messi molti nelle grotte, perché non ne possono tanti portare come crescono e si multiplicano ogni anno.
Questa grotta che noi abbiamo veduta era lontana tre miglia dalla casa di Pietro di Coviglian, ed egli ne diceva che l'oro che era in questa grotta saria sufficiente per comprare la metà del mondo, perché ogni anno ve ne mettevano grandissima somma, e mai non ne ha veduto cavare. E quanto alle sete e broccati, diceva Pietro di Coviglian che molte volte ne cavavano per donare alle chiese e monasteri, sí come fu fatto tre anni avanti il nostro arrivare, che il Prete mandò grandissime offerte in Gierusalem di broccati e sete, cavati dalle grotte per la gran quantità che ve n'era: e furno tante che coprivan li muri della chiesa del Santo Sepolcro; vi mandò anco dell'altro oro. Di queste tal grotte ve ne sono molte, della medesima sorte che è questa, e tutte in coste di montagne, perché non hanno né città né castelli murati dove possino serbar simil cose. L'ambasciador che andò in Gierusalem a portar le sopra dette offerte si chiama abba Azerata, e al presente è guardia maggiore delle sorelle del Prete Ianni: e menava seco mille e cinquecento uomini, fra gli altri gentiluomini di nagaridas, che vol dir in nostra lingua con tamburi; e ho udito dire da quelli che furno con lui che sempre andorno sonando per il cammino nella città del Cairo fino in Gierusalem, e nel ritorno vennero fuggendo mezi rotti, perché il gran Turco veniva contro il gran Soldano e contra la detta città dove avevano da passare.


Come da Barua partirono trecento e trentasei frati peregrini per andar in Gierusalem,
e come furno morti.
Cap. CXXVIII.

Di questa terra sogliono andar ogni anno molti frati in Gierusalem in peregrinaggio, e anche molti preti. E stando noi nel luogo di Barua, che è capo del regno del Barnagasso, si messe a ordine una carovana per andar in Gierusalem, e furno da CCCXXXVI tra frati, preti, e XV monache: e questo fu nei giorni della Natività del nostro Signore, perché loro si partono fatta la Epifania e vogliono essere la settimana santa in Gierusalem, camminando pian piano come è il loro costume; e fanno questo viaggio in questo tempo perché dicono che finisce il tempo del verno nel paese di Nubia, il quale è nel principio dell'Egitto, e nella maggior parte del quale nel Cairo non piove, e cosí nel fine del verno trovano ancora dell'acque. Congregati che furno in detto luogo di Barua e passata la Epifania, furno consegnati per il Barnagasso, nominato Dori, ch'allora regnava, a certi Mori che gli conducessero sicuramente, i quali sono del paese del Suachem e di Rifa: e amendui questi luoghi sono nel capo delle terre del Prete e all'entrare nell'Egitto, e il Suachem è sopra il mar Rosso, e a canto a Rifa passa il fiume del Nilo, per esser nell'Egitto. Erano obligati detti Mori di condurre questi peregrini salvi nella città del Cairo, e per essere conosciuti, e perché ogni giorno praticavano nel paese del Prete, però furno loro consegnati.
Cominciorono il lor cammino da un luogo distante da Barua una giornata e meza, che si chiama Einacen, il qual è luogo e terra molto abondante di ogni sorte di vittovaglie, e vi sono molti monasteri: e qui fornirono di serrare la caravana, ed è luogo della signoria di Dafila, suggetto al Barnagasso. Quando partirono detti frati, fecero molto poco cammino, che a ora di vespero si metteano ad alloggiare, e subito alzavano le tende delle chiese, che ne avevano tre, e si mettevano a dire le lor ore e messe e si communicavano. Il giorno seguente a ora di terza cominciavano a camminare, ed erano tutti carichi di vittovaglie e di zucche e di utri con acqua, e le tende delle lor chiese con le pietre dell'altare erano portate sopra camelli: e non facevano al giorno cammino che passasse sei miglia. E per vedere il modo del lor camminare, volsi andare con questa carovana duo giorni, e viddi quando di sopra ho detto: e in questi duo giorni non camminammo al mio giudicio piú di dodici miglia, e mi fu detto che dal luogo d'Einacen fino al Suachen, dove signoreggiano Dafila e Canfila, che ambidui sono soggietti al Barnagasso, vi possono esser XV giornate di carovana da mercanti, che vanno poco piú di nove miglia per giornata, e dal Suachem a Rifa XIIII giornate dalla medesima sorte di carovana. E uscendo del Suachem comincia il paese dell'Egitto, il qual è tutto popolato e coltivato, salvo che per due giornate vanno per luoghi diserti, inabitati, dove non vi si trova acqua. E trovano in questo viaggio molte chiese e molti cristiani, che fanno molte elemosine a questi peregrini, ancor che essi siano suggetti a' Mori. Trovano anche il monastero dove santo Antonio morí, del qual ordine sono tutti i frati del regno del Prete Ianni, e lo visitano con grandissima divozione. Dalla città di Rifa fino al Cairo il paese è molto bello e verde e abondante d'ogni sorte di vittovaglie; e sempre si va dietro al fiume del Nilo, e vi ponno esser da otto giornate di cammino, ed è tutto abitato da gente bianca, mori, giudei e cristiani. E nel Cairo vanno a visitare il corpo di san Cosmo e Damiano e santa Barbara, e il fonte che è nell'orto dove nasce il balsamo; e dal Cairo fino in Gierusalem sono otto giornate di cammino.
Questa carovana, passato che fu il Suachen, fu assaltata da Mori arabi, che ruppero quelli che li conducevano e presero li peregrini, e ammazzati i vecchi, vendettero i giovani per schiavi: e di CCCXXXVI non ne scamporno piú di XV, i quali andarono al lor viaggio. E io ne viddi dipoi tre di loro che mi contorno tutto il lor travaglio, e dicevano che questo oltraggio era stato fatto loro perché erano amici di Portoghesi: e questa è la verità, che sono molto odiati dai lor vicini per nostro amore. Dopo la ruina di questi frati, fin ora non è andato alcuno in carovana a Gierusalem, ma vi vanno come passaggieri nascosamente: e questi sono reputati come uomini santi. E perché gli abitatori di Gierusalem sono gente bianca, quando noi arrivammo in questo paese ne chiamavano cristiani di Gierusalem. Vi è anco un altro cammino per mare, che si va in manco tempo, imbarcandosi nel porto della isola di Mazua e navigando verso il porto del Tor, che è appresso il monte Sinai: e vanno in XXV giorni e manco, se gli serve il tempo, e dal monte Sinai a Gierusalem vi sono sette giornate. Questa navigazione gli Abissini non hanno modo di farla, non avendo navilii né uomini atti a questo, ma dicono sperar che per il re nostro signore sarà fatto questo viaggio sicuro, faccendo fare una fortezza nella isola di Mazua.


Di tutte le terre e regni che confinano col Prete Ianni.
Cap. CXXIX.

Le terre, regni e signorie che confinano con le terre del Prete Ianni, che io ho potuto intendere, sono queste. Primamente cominciando a Mazua, che è verso le parti del mar Rosso e verso levante, in quella falda o riviera sono Mori arabi che guardano vacche di gran signori suggetti al regno del Barnagasso, e vanno insieme XXX e XL con le lor moglie e figliuoli, e hanno il lor capitano cristiano, e tutti sono ladri che stanno alla strada e sono favoriti da' signori di chi sono le vacche. Un poco piú avanti si entra nel regno di Dangali, che è regno di Mori, e ha un porto di mare detto Vella: e questo sta dietro delle porte del stretto del mar Rosso, dalla parte di dentro verso gli Abissini, e corre questo regno fin al capo del regno di Adel, ch'è del signore di Zeila e Barbora; e si congiungono questi duo regni nella parte fra terra, dove confina il paese del Prete Ianni. E vi sono XXIIII capitanie o signorie grandi, che chiamano Dobas, delle quali di sopra al capit. XLVIII ne ho parlato.


Del regno di Adel, e come il re di quello è tenuto per santo fra i Mori.
Cap. CXXX.

Il regno di Adel è regno molto grande, e scorre fino sopra il capo di Guardafuni, e in quella parte signoreggia un suo suggetto. Ed è tenuto questo re di Adel fra i Mori per santo, perché fa sempre guerra alli cristiani, e delle spoglie che egli guadagna manda sempre presenti grandi a offerire alla casa della Mecca, al Cairo e ad altri re, e loro gli mandano all'incontro arme e cavalli e altre cose per suo aiuto. Del qual re ne ho parlato nel capitolo CXIII. Questo regno d'Adel confina parte col regno di Fatigar e di Xoa, che sono regni del Prete Ianni.


Del regno di Adea, dove comincia e dove finisce.
Cap. CXXXI.

Nel mezzo del regno di Adel, andando fra terra, comincia il regno di Adea, che è di Mori, e sono pacifici e suggetti al Prete Ianni: e questo regno arriva fino a Mogadasso, come nel capitolo CXIX ho detto, che vi andò in persona il Prete Ianni. E questo regno d'Adea confina col regno di Oyia, che è del Prete Ianni. E tutti questi regni sopradetti sono dalla parte verso il mar Rosso e verso levante.


Delle signorie di Ganze e Gamu, e del regno di Gorage.
Cap. CXXXII.

Nel mezo del regno di Adea, andando verso ponente, cominciano le signorie de' gentili, le quali non sono regni, e confinano a' capi de' regni e signorie del Prete: e la prima di queste signorie o capitanerie si chiama Granze, ed è mescolata di gentili e cristiani che abitano in diverse parti di quella. Subito dopo questa, si trova una gran signoria e quasi come un regno, e sono gentili, gli schiavi del qual paese sono poco apprezzati. Non hanno re, ma molti signori in diverse parti del paese: e questa signoria si chiama Gamu. E correndo piú verso ponente e verso mezogiorno, è il regno che si chiama Gorage, e come nel capitolo CXI ho detto. E con questo regno di Gorage e signoria di Gange e Gamu confinano i regni di Oyia e Xoa, che sono del Prete Ianni.


Del regno di Damute, e del molto oro che in quello si trova, e come da questo verso la parte di mezogiorno si trovano quelle donne dette Amazoni.
Cap. CXXXIII.

Camminando verso ponente, per le medesime teste dei regni del Prete, principalmente sopra il regno di Xoa, vi è una molto gran terra e regno che si chiama Damute, gli schiavi del qual regno son molto stimati fra' Mori, e per niun prezzo gli lasciano: e tutta l'Arabia, Persia ed Egitto sono piene di schiavi di questa terra, che si fanno buoni mori e gran guerrieri. Li popoli di questo regno sono gentili, ancora che tra loro siano molti cristiani: questo dico per aver veduti praticare nella corte del Prete molti preti, frati e monache, quali mi affermarono esservi molti monasteri e monache. E il titolo di questo re si chiama re de' gentili. E di questo regno è portata la maggior parte dell'oro che corre per la terra del Prete, perché lo sanno meglio cavare e meglio affinare, e si portano anche molti rinfrescamenti di molte cose. E quando noi facemmo la quaresima in Gorage, ne veniva portato di questa terra molto gengevo verde e fresco, e molte uve e pesche che ivi in detto tempo si trovavano mature, e dopo Pasqua molti grossi castroni e vacche molto grandi di corpo.
E mi fu detto e affermato che ne' capi di questi regni di Damute e Gorage, andando verso mezogiorno, è un regno governato da femine che si potriano chiamare Amazoni, secondo che fu contato ed è scritto nel libro dell'infante don Pietro di Portogallo. Ma queste femine, se è la verità, tutte tengono i mariti universalmente tutto l'anno seco, e vivono con loro; non hanno re, ma hanno una reina, la quale non ha marito certo, ma con ognuno fa copia di sé e fa figliuoli: e la prima figliuola succede nel regno. Dicono esser donne molto forti e gran guerriere, e combattono sopra alcune sorti d'animali velocissimi che somigliano vacche, e sono grand'arciere, e quando sono picciole fanno lor seccare la mammella sinistra, acciò non dia loro impedimento nel tirar delle saette. In questo regno raccolgono molto e infinito oro, il qual è portato poi nel regno di Damute, e indi in molte altre parti. Li mariti di queste donne non sono guerrieri, perché esse non vogliono che maneggino arme.
Nel regno di Damute s'afferma nascere un fiume grandissimo e contrario al Nilo, perché uno va a una parte e l'altro all'altra: il Nilo verso Egitto, quest'altro non si sa particularmente degli abitanti dove si finisca di correre, ma si presume che vada verso ponente, nel regno di Manicongo. In questo regno di Damute, come viene il tempo del verno, e che aspettano le pioggie e nembi con li tuoni, senza che vi sia necessità alcuna cavano e lavorano molto ben la terra, acciò che ella sia ben minuta, e che le acque che verranno possino ben lavarla, e che l'oro resti netto: e il piú delle volte lo vanno a trovare di notte al lume della luna, perché lo veggono rilucere. Io similmente nel luogo di Cassumo, ch'è nel regno di Tigrai, viddi molte volte cercar l'oro nel modo sopradetto, e mi fu detto che lo trovavano la maggior parte di notte.


Delle signorie dei Cafates, che furono di stirpe di Giudei, i quali sono gran guerrieri.
Cap. CXXXIV.

Andando piú verso ponente, e quasi in ponente a traverso di questo regno di Damute, sono alcune signorie di popoli detti Cafates, gente molto nera e grande di corpo: ed è fama che sieno stati di stirpe di Giudei, ma loro non hanno libri né sinagoga. Sono uomini molto sottili e di grand'ingegno, piú che alcuna altra gente che sia in questa terra; sono gentili e gran guerrieri, sempre fanno guerra col Prete. Confinano con parte di lor regni, cioè di Xoa e Goyame. Io non vi fui mai, ma questo che io dico lo udi' dire da nostri Portoghesi, che vi furno quando andò contra alli detti il gran betudete con esercito, e dipoi il Prete in persona: e mi dicevano che questi Cafati facevano loro grandi assalti, e principalmente di notte, che gli venivano ad ammazzare e rubare, e il giorno se ritiravano alle montagne e boschi, cioè che si ritiravano in alcune valli profondissime poste fra montagne.


Del regno di Goyame, il qual fu della reina Elena, ove sono di fonti del fiume Nilo, e del molto oro che in quella si trova.
Cap. CXXXV.

Or lasciando il mezogiorno e pigliando il ponente alquanto piú basso, è posto un altro regno che è del Prete, che si chiama Goyame, gran parte del quale fu della reina Elena sua madre. In questo regno veramente nasce il fiume del Nilo, che in questo paese chiamano Gion, e vien da dui laghi che sono cosí grandi che paiono mari, nelli quali è fama che si trovino uomini e femine marine: e alcuni me l'hanno affermato di veduta. Pietro di Coviglian mi disse essere stato in detto regno per ordine della reina Elena, a dar il modo come dovevano far un altare in una chiesa fatta far da lei in questo regno, dove ella fu sepelita, e che questo altare fu fatto di legno, lo impierono tutto d'oro massiccio, e la pietra dell'altare l'abuna Marco mi disse che egli aveva consacrata, ed era grande e di gran peso, cioè che era tutta di oro. Noi alcune volte siamo stati alli confini del detto regno, dove intendemmo che a quella chiesa erano poste gran guardie, per la quantità dell'oro che era in quella: e tutto l'oro di questo regno di Goyame è oro basso. Io non potei intendere con chi confina questo regno dalla altra parte; solamente udi' dire che erano diserti pieni di montagne, e che oltra quelle erano Giudei. Questo io non l'affermo, ma dico solamente quello che intesi dire universalmente da ciascuno.


Del regno di Bagamidri, il qual è molto grande, e come nelle sue montagne si trova l'argento.
Cap. CXXXVI.

Nel capo di questo regno di Goyame comincia un altro regno, il qual è il maggior che sia nelle terre del Prete Ianni, e si chiama Bagamidri. Questo va lungo 'l Nilo, e per questo è grande, perché comincia nel regno di Goyame e passa per il capo del regno di Amara, di Angote, di Tigrai e di Tigremahon e del regno del Barnagasso, e si distende piú di seicento miglia fra li regni di Angote e Tigrai; nel capo di quelli sono alcune signorie verso ponente, che è contra il Nilo, li popoli delle quali si chiamano Agaos, che sono mescolati tutti di gentili, e alcuni popoli cristiani. Costoro dall'altra parte non so con chi confinano, ma penso debbano confinare con questo regno di Bagamidri, nel qual regno mi fu confermato da molte persone che vi erano state esservi una montagna che aveva argento in grandissima quantità, lo qual non sapevano cavare se non in questo modo, che, dove vedevano alcuna grotta, la empievano di legne e vi mettevano il fuoco come in un forno di calcina, e questo fuoco faceva colare l'argento, che correva tutto in verghe, cosa quasi incredibile; nondimeno Pietro di Coviglian mi disse ch'io non dubitasse di questo, per esser verissimo. Io dico quello che ho udito e so: l'argento è in grandissima riputazione e desiderato da tutti.


Delle signorie delli popoli di Nubia, che altre volte furno cristiani, e del numero delle chiese che sono in quel paese.
Cap. CXXXVII.

Nel fine di questo regno di Bagamidri, verso Egitto, stanno alcuni Mori che si chiamano Belloos, e sono tributarii del Prete Ianni e pagano gran copia di cavalli. Dalla parte di tramontana confinano questi Belloos con popoli che si chiamano Nubii, li quali è fama che altre volte siano stati cristiani e suggetti alla chiesa romana. Io ho spesse volte udito dire da un Soriano nato in Tripoli di Soria, che si chiamava Giovanni, che praticò con noi tre anni in questo paese del Prete Ianni e poi ritornò con noi in Portogallo, che egli era stato in Nubia e v'aveva veduto 150 chiese, che ancora hanno tutte le imagini del crocifisso e di nostra Donna e altre imagini dipinte per li muri, e il tutto era vecchio e antico. Gli abitatori non sono cristiani né mori né giudei, ma vivono con desiderio d'essere cristiani. Tutte queste chiese erano poste in alcune fortezze vecchie e antiche che sono per lo paese, e quante fortezze si trovano, tante chiese vi sono dentro.
Ritrovandoci noi in questo paese del Prete Ianni, vennero di Nubia sei uomini come ambasciadori a chiedergli preti e frati che gli ammaestrassero, ed egli non gli volse mandare, dicendo loro che egli aveva mandato a pigliare il suo abuna, cioè il patriarca, nella terra di Alessandria, che è suggetta a' Mori, e per questo non gli pareva conveniente di dare preti e frati a loro, e avendoli avuti esso con tanta fatica per mezzo d'altri: e cosí se ne ritornarono indietro. Dicevano costoro che anticamente mandavano a pigliare il lor vescovo a Roma, il qual già molti anni essendo mancato, e per le guerre di macomettani non avendone lor potuto aver altro, erano restati senza preti e senza religiosi, e per questo la fede cristiana si era andata dimenticando. Questi Nubii confinano con l'Egitto, ed è posta questa terra all'incontro del Suachen, il qual è verso levante appresso del mar Rosso; e le signorie di questi Nubii sono di qua e di là dal Nilo, e quante sono le fortezze tanti sono li capitani. Questo Suachen è quello che è posto alli confini delle terre del Prete Ianni, e nel principio dell'Egitto e nelle fronti di queste signorie, avendo in mezzo li Belloi mori. Partendosi da questo Suachen e andando dietro la costa del mare verso l'isola di Mazua, dicono essere tutto il paese pieno di boschi, che non vi si può passare.
Questo è tutto quello che ho potuto intendere e sapere delli regni e signorie del Prete Ianni tutto all'intorno, e la maggior parte uditti dire da altri, e la minor parte veduti da me.


Degli officiali che Salamone ordinò che fussero dati a suo figliuolo quando lo mandò nel regno di Etiopia, e come ancora costoro si onorano di questi ufficii, e di che sorte sono i paggi che servono il Prete.
Cap. CXXXVIII.

Io promessi di sopra di dire ciò che io aveva udito degli officiali che Salamone fece dare per la corte di suo figliuolo, che si chiamava Meilech, quando lo mandò di Gierusalem in Etiopia alla reina Saba sua madre; e cosí è la verità, che oggidí vi sono questi medesimi officii nella stirpe di quelli che furno mandati allora, essendo successo da padri in figliuoli. Quali officiali gli dette delle XII tribú, cioè di ciascuna uno officio, come camerieri, portinari, riveditori, staffieri, trombette, guardie maggiori, cuochi e altri officiali necessarii a un re e signore nella casa sua: e questi sono molto onorati per esser gentiluomini e del popolo d'Israel, e ciascuno officio è in gran numero, perché i figliuoli dei camerieri e i lor descendenti tutti hanno nome di quell'officio, e cosí di tutti gli altri discendenti. E sono riputati per tali, salvo i paggi, che solevano essere figliuoli di gran gentiluomini e signori, e ora non sono, conciosiacosaché, come ho detto di sopra, quando il Prete manda a chiamare alcuno signor grande, non gli manda a dire la causa perché, e quando si serviva de' paggi figliuoli di gran signori, costoro scoprivano li suoi secreti: e per questo li levò dell'officio, e si serve per paggi di dentro di schiavi che siano figliuoli di re mori o vero di gentili, che son presi tutto 'l giorno dalle correrie che fanno le genti del Prete, e se ei vede che siano disposti li fa insegnare avanti ch'entrino dentro, e se riescono discreti e buoni gli tira dentro e si serve di loro per paggi. De' figliuoli veramente di gran signori se ne serve per paggi di fuori, come paggi di capestro, quando egli cavalca, e paggi di cucina, e non entrano dentro, secondo dicono: noi l'abbiamo veduto. Tutti anco li canonici, che gli chiamano debeteres, vengono dalla stirpe di quelli che vennero di Gierusalem col figliuolo di Salamone, e per questo sono piú onorati di tutti gli altri chierici.


Come Zagazabo, ambasciador del Prete, prese il possesso della signoria, e il Prete gli diede il possesso di tutta, e noi ci partimmo verso la parte del mar Rosso.
Cap. CXXXIX.

Il giorno che il Prete si partí dal regno di Adea, il frate suo ambasciadore e io ci partimmo alla volta di quella signoria che gli aveva data il Prete, la quale era verso 'l cammino ove le nostre genti erano restate; e vi fummo il giorno del carnevale, dove prendemmo il possesso di quella signoria che gli era stata data di nuovo, come di quella che gli era stata tolta per Abdenago. Una di queste signorie è di ottanta case con due chiese, ed era suggetta a un picciolo monastero che avanti detto frate aveva; la signoria che ora veramente gli era stata data, era arraz di cauas, cioè capitano d'uomini d'arme, nel paese di Abugana, e possono essere da 800 in su.
A mezza quaresima noi arrivammo dove la nostra gente era restata, e andavamo con gli occhi lunghi che a quella Pasqua dovessino venire i Portoghesi per noi; passata che fu Pasqua, che è il movimento del mare, e non vedendo alcuno, noi restammo molto tristi come avanti. Essendo già il mese di luglio, inteso che ebbe il Prete che i Portoghesi non erano venuti, ordinò al suo ambasciadore e a un signore d'Abugana che si chiama Abive arraz, che insieme con noi dovessero venire a queste signorie per fornirsi di vittovaglie, e perché già erano state fatte le ricolte, ordinò che ne fussero date 500 cariche di grano, cento vacche e cento castroni, e che Zagazabo suo ambasciadore ne desse il mele per far il vino. Noi stemmo in gran dubio se noi dovevamo andarvi o no, perché noi ci allontanavamo molto dal mare; nondimeno vi andammo e, ricevute le robbe, ce ne ritornammo a Barua a mezzo gennaio.


Come venne l'armata de' Portoghesi per noi, della quale era capitano don Ettore di Silviera.
Cap. CXL.

Stando noi nel luogo di Barua insieme con tutti i franchi sopra detti, e avendo mandati duo uomini verso il mare per portarne la nova della gionta dell'armata de' Portoghesi, il sabbato di Pasqua della Resurrezione, che fu il primo d'aprile 1526, ritornarono detti uomini tutti disperati e mezzi morti, dicendo come non vi era venuto armata alcuna de' Portoghesi, li quali erano stati rotti nell'India e sbarattati, e che le fortezze d'India erano perdute, e che questa nuova avevano saputa da alcuni Mori di tre navi arrivate all'isola di Mazua molto cariche di mercanzie, le quali con gran festa di suoni e d'artigliarie erano dismontate sopra la detta isola; e detti Mori affermavano questa cosa per causa d'una galea portoghese che era stata presa appresso al Diu, in un porto del re di Cambaia: udita che avemmo questa nova, restammo tutti morti di dolore. L'ambasciadore don Rodrigo voleva che io dicessi messa, e io di fastidio gli dissi che non era possibile, ma che dovessimo andare alla chiesa maggiore a udirla col Barnagasso, e cosí facemmo. Nell'apparire dell'aurora, che la messa loro della Resurrezione fu finita, avendone Barnagasso invitati a desinar con lui, noi ci scusammo, dicendo che ciascuno doveva andare a casa sua per la festa grande, e cosí stemmo tutti quelli giorni delle feste molto addolorati.
Il martedí di notte venendo il mercoledí, vennero lettere del signor don Ettore di Silviera, capitano maggiore nell'India, come egli era venuto per noi e si trovava in Mazua: le quali udite, pigliammo tanta allegrezza che maggior non si potria dire. Don Rodrico ambasciadore voleva che noi partissimo subito la mattina, e io non volsi, dicendo che non ci terrebbono per cristiani facendo questo, e che noi dovevamo aspettar l'ottava di Pasqua; e subito spedimmo un nostro Portoghese con un uomo del paese con nostre lettere al detto signor don Ettore, e un'altra lettera mandammo a Zagazabo ambasciadore del Prete, che era restato adietro, che dovesse venire piú presto che fusse possibile, camminando giorno e notte alla volta del mare al luogo d'Ercoco, perché ivi era giunta l'armata per menarci via.


Come il Barnagasso venne alla volta del mare a ritrovare il capitano.
Cap. CXLI.

Il lunedí dell'ottava di Pasqua noi ci partimmo da Barua, il Barnagasso e tutti noi Portoghesi, alla volta d'Ercoco: menava seco il detto, tra suoi e de' suoi gentiluomini, da mille cavalcature di mule e ben 600 uomini a piedi; e fummo ad alloggiare da sei miglia lontani da Barua, in un luogo detto Dinguil, in mezzo d'una gran campagna, nella quale ogni lunedí di notte si mettono insieme gran genti che vanno alla fiera d'Ercoco, e vanno come in carovana per paura degli Arabi, e anche d'animali selvatichi della terra. Qui si congionsero con noi ben duomilia persone che venivano alla detta fiera, e dicevano che erano poche, perché le altre non erano volute venire per paura di non trovare acqua da bevere; pur per la gente che era col Barnagasso e con noi andavamo provisti, e potevano esser dal luogo di Barua fin a Ercoco da XLV miglia: e consumammo tutta una settimana a far questo viaggio, e il sabbato mattina alloggiammo appresso il luogo d'Ercoco e non arrivammo alle nostre navi, perché il Barnagasso aveva ordine di presentarci egli e ancora le sue genti non erano messe tutte insieme, conciosiacosaché egli aspettava gente da Barua e capitani con gente del Suachen, ch'è verso la parte dell'Egitto, le quali arrivarono poi il lunedí seguente di notte, e nascosamente andavamo a veder li nostri e loro venivano a veder noi. E per li caldi, che erano grandi e insopportabili, il Barnagasso e li capitani si fecero fare stanze di legnami, e cosí ordinò che fussero fatte per noi, facendole coprire con tele per dormirvi sotto, tanto era il caldo grande, per essere appresso il mare con tanta moltitudine di gente e di tende e di padiglioni. Quelli dell'armata avevano fatto fare le lor stanze sopra l'isola, ove tirava sempre qualche poco di vento, e alcuni alloggiavano in case tutte terrazzate. Il martedí mattina il Barnagasso con tutti li suoi capitani e genti ci consegnò a don Ettore di Silviera, con grandissimo piacere e allegrezza, e mandò a donargli cinquanta vacche, molti castroni, galline, capponi e pesce, che egli aveva fatto pigliare per dividere fra tutte le nostre navi. Il mercoredí mattina giunse poi Zagazabo, ambasciadore del Prete Ianni, il quale noi andammo ad incontrare in Ercoco per venir con lui, e cosí il Barnagasso venne a consegnarlo al capitano dell'armata, stando noi ad aspettare il movimento del mare, cioè il tempo per partire, il qual viene sempre dalli XXVI o XXVII di aprile fino alli III o IIII di maggio: e non partendoci in questo movimento e con questo tempo, non vien altro se non al fine di agosto.
Alli XXI veramente d'aprile, arrivarono a noi quattro calancenes, cioè quattro messi del Prete Ianni, dicendoci che per la via di Zeila egli aveva avuto nuova come era entrata l'armata de' Portoghesi nel mar Rosso, la quale sapeva che veniva per levarne, e perché era gran tempo che eravamo partiti dalla corte, e poteva essere che fussimo di mala voglia, che subito dovessimo tornar da lui, perché egli ne daria molto oro e vestimenti, e ne mandaria allegri e contenti al re di Portogallo suo fratello. E dicevano questi calacenes che, per la pressa grande che era stata data loro, avevano pigliato in ogni luogo uomini e mule fresche, e camminato giorno e notte, richiedendone molto strettamente che noi non restassimo per conto alcuno di non tornarvi, e il simile comandamento fecero all'ambasciadore del Prete, che tornasse con noi; pregavano anco don Ettore che ne dovesse mandare, perché il Prete averia estremo dispiacere che noi ci partissimo cosí discontenti. Rispose don Ettore, e noi insieme con lui, alli detti calacenes che per niun modo potevamo tornare, né egli aspettarci, perché il movimento non ne dava luogo né commodità, e che, se passato questo tempo noi non ci partissimo, mai piú nave verria per noi, e che il suo ambasciadore poteva ritornare se gli piaceva: il qual rispose che per niun modo tornaria senza noi, perché lo faria gittare ai lioni. E cosí restammo con grande allegrezza, e li calacenes discontenti per esser venuti indarno.


Come noi ci partimmo dal porto e isola di Mazua, e arrivammo all'isola d'Ormuz.
Cap. CXLII.

Alli XXVIII del mese d'aprile 1526 si partí tutta l'armata, che era di cinque vele, cioè tre galeoni grandi e due caravelle, e arrivammo all'isola di Cameran il primo giorno di maggio. Quivi cessò il vento, ed essendo stati tre giorni aspettandolo, mi venne a memoria come in questo luogo avevamo sepolto Odoardo Galvan, che veniva ambasciadore al Prete Ianni di ordine del re nostro signore, e io fui alle sue esequie con il licenziato Pietro Gomes Tessera auditore, e lo ponemmo in una grotta con openione, se in alcun tempo venissero suoi parenti o amici, che potessero portare le sue ossa in terre de cristiani: e per questo me ne andai con un mio schiavo solo e lo feci cavar fuori, e non gli mancava altro che tre denti, e postolo in una picciola cassa, lo caricammo sopra il galeone San Lione, sopra il quale io stava, né persona alcuna sapeva ciò che vi fusse dentro, salvo un Gasparo di Saa, fattore dell'armata, che era del suo parentado. Subito che le ossa furno nel galeone, venne un buon vento a poppa, e in quella ora facemmo vela, e ci serví fino alli X di maggio, che eravamo per mezzo alla città di Adem; e cominciando noi a ingolfarci nel mare, di donde ne veniva all'incontro e in faccia il verno dell'India, e noi contra di quello andavamo, cominciò una sí gran fortuna che la seconda notte che in quello entrammo, con una estrema oscurità e travaglio, ci perdemmo senza piú sapere che cammino né l'uno né l'altro si pigliasse. Menavasi dietro questo nostro galeone di San Lione un battello per poppe legato con tre capi, e dove era un grumete di nazion francese che lo governava; e la notte di questo verno il mare venne cosí bravo e alto che tutti tenevamo per certo di perderci, e a mezanotte si ruppero tutti tre i capi del battello, e il galeone fece cosí gran balanci che noi pensavamo di essere tutti nel fondo del mare. Il padron del galione sonò segno a tutti, e fece dire un paternostro per l'anima del grumete che era nel battello, e nel giorno seguente fece l'incanto delle sue robe e d'uno schiavo, e ne fu trovato cento e venti ducati.
Camminammo con questa fortuna in fino allo stretto di Ormuz, e alli XXVIII di maggio arrivammo al porto di Mazcare, che è del regno d'Ormuz e paga tributo al re di Portogallo nostro signore, dove trovammo una delle caravelle conserve, e di lí a tre giorni arrivò l'altra, e similmente un galeone de' nostri, e ciascuno raccontava le sue fortune. Dopo dieci giorni del nostro arrivare in questo porto, vedemmo andare in volta il galeone San Dionisio, che era capitano della nostra armata, e non poteva pigliare il porto. Lo furno a soccorrere due caravelle portoghese che guardano lo stretto, e arrivate a quello, con gran fretta ritornarono adietro a pigliar vettovaglie e acqua, perché erano morti di fame e di sete, ma piú di sete. Giunti con detto galeone nel porto, contarono la gran fortuna che avevano avuta, e pericolo di morir di sete.
Partiti da questo porto, noi ce n'andammo alla città d'Ormuz, dove è la fortezza del re nostro signore. Quivi ne venne incontro Lopo Vaz di San Paio, capitan maggiore e governatore delle Indie, a riceverne alla spiaggia, e ci abbracciò tutti; e il giorno seguente, udita la messa, andammo a parlare al capitan maggiore, e gli appresentammo la lettera del Prete Ianni che portavamo per Diego Lopes di Secchiera, che ne condusse al paese del Prete Ianni: la qual lettera lesse detto Lopo Vaz, essendo successo nel luogo di Diego Lopes di Secchiera. Di piú gli presentammo una veste di seta, con cinque lame d'oro davanti e cinque altre di dietro e una per spalla, che fanno XII, e ciascuna di grandezza della palma della mano, che il Prete mandava a Diego Lopes; e il detto Lopo donò a don Rodrigo de Lima ambasciadore ducento pardai, cioè ducento ducati, e all'ambasciadore del Prete altri ducento e a me cento. Don Ettore di Silviera stette poco tempo in Ormuz, e subito se ne volse tornar con l'armata ad aspettar le navi che partono dal Zidem per venire al Diu, ed escono nel tempo del movimento del mare, nel quale noi uscimmo, ma s'invernano in Adem e col primo tempo fanno poi il viaggio; e noi restammo quivi in Ormuz, fin che fummo certi che il verno fosse passato.


Copia della lettera che scriveva il Prete Ianni a don Diego Lopes di Secchiera, e fu data a Lopo Vaz di San Paio, suo successore nel governo delle Indie.


In nome di Dio Padre, come fu sempre, il qual non ha principio. In nome di Dio Figliuolo suo unico, che è simile a lui avanti che fusse veduto il lume delle stelle e avanti che ponesse li fondamenti del mare Oceano, e in altro tempo fu concetto nel ventre della Vergine senza seme umano e senza nozze, perché in questo modo era la scienza dell'ufficio suo. In nome dello Spirito Santo consolatore, il quale sa tutti li secreti, quali si siano, cioè di tutte le altezze del cielo, il quale si sostiene senza colonne e senza alcuni puntelli, e ha ampliata la terra, la qual per avanti non era creata né cognita, da levante a ponente e da tramontana a mezogiorno: né questo è primo né secondo, ma è trinità congiunta in uno eterno creatore di tutte le cose, per un solo consiglio e per una sola parola eternalmente. Amen.
Queste lettere e ambasciata manda Atani Tingil, cioè incenso della Vergine, cosí detto nel sacro fonte del battesimo, e ora son chiamato David, capo delli miei regni dell'alta e ampla Etiopia, diletto da Dio, colonna della fede, disceso della stirpe di Giuda, figliuolo di David, figliuolo di Salamone, figliuolo della colonna di Sion, figliuolo del seme di Iacob, figliuolo della mano di Maria, figliuolo di Nahu per carne, a Diego Lopez di Secchiera, capitano maggior nell'Indie. Io ho inteso che, ancora che voi siate sotto il re, nondimeno sete vincitore in tutte le imprese che vi sono commesse, né temete la forza degli innumerabili Mori, avendo soggiogata la fortuna con le armi della santa fede, né potete esser vinto dalle cose occulte, andando armato con la verità dell'Evangelio e appoggiandovi sopra l'asta che porta la bandiera della croce, per il che sia ringraziato Dio per sempre, che ne ha adempito la nostra allegrezza per amor del nostro signor Giesú Cristo. Nella venuta vostra che facesti in queste parti, ne faceste intendere dell'ambasciata del re vostro signor don Emanuel, e delli presenti che voi avevate conservati con tanta fatica nelle navi, intervenendo li gran venti e fortune, sí di mare come di terra, nelle quali venivate da cosí lontani paesi a soggiogar li Mori e pagani, conducendo le dette navi vostre, le quali governate e fate andare dove vi piace e pare, che è cosa miracolosa a pensarvi; e sopra tutto che duo anni continui voi siate stati sopra il mare in guerra con tanto travaglio, senza riposo alcuno né di giorno né di notte, conciosiacosaché le azioni dell'uomo, secondo che è la usanza, si fanno di giorno, come è comprare, vendere, andare per viaggio, e la notte è fatta per dormire e riposarsi, come dice la Scrittura: il giorno è ordinato per gli uomini per far li lor offizii dalla mattina fino alla sera, e il leon picciolo non fa altro che raspar la terra e pregar Dio che trovi da mangiare, e quando leva il sole se ne ritorna alla sua grotta, e cosí li costumi degli uomini come degli animali; nondimeno il sonno non vi ha mai vinto, né la notte né il giorno quando è il sole, per amor della santa fede, come dice san Paulo: "Chi sarà quello che ne contradica questa parola, né malattia, né passione, né fame, né povertà, né coltello, né spada, né fatica, né altra cosa che ne possa separar dalla fede di messer Giesú Cristo, nel quale veramente credemo, e nella vita e nella morte sua". E similmente dice l'Apostolo: "Ben aventurato è l'uomo che è umile e sopporta il bene e il male, e al fine per questo è degno di pigliar la corona della vita, che Iddio ha promesso a quelli che hanno buona volontà". Iddio adimpisca li vostri desiderii e vi doni prosperità, e vi conduca sani e salvi al re don Emanuel vostro signore, e vi levi dagli occhi li Mori, i quali avete vinti, perché non credono nella fede di messer Giesú Cristo, e le vostre genti di guerra siano benedette con voi insieme, perché veramente sono martiri per l'amor di messer Giesú Cristo, perché muoiono di freddo, di fame, di caldo per il suo santo nome.
Come intesi, signore, che voi eravate giunto nelli nostri paesi, ne ebbi grande allegrezza, e poscia, intendendo che per fretta ritornavi indrieto, ne ebbi gran dispiacere. Mi rallegrai anco intendendo che mi mandavate un vostro ambasciadore, e laudai il nome di Dio Padre e del suo Figliuolo messer Giesú Cristo, massimamente per la vostra bona fama, che da ogni canto risuona, e come volentieri avete voluto far amicizia con noi. E per tanto, secondo che intendo che è la vostra buona volontà, cosí sarete contento di adempirla, mandandone maestri che sappino lavorare oro e argento, e che sappino fare spade e arme di ferro e celate, e appresso maestri muratori da far case, e uomini che sappino allevare e piantare vigne al vostro modo e coltivar orti, e tutti quelli altri esercizii che siano migliori e piú necessarii al vivere, e similmente maestri di far lame di piombo per coprir chiese e tegole di terra per le nostre case, perché noi le coprimo con erbe, e di questi abbiamo grandissimo bisogno, e per non averli siamo sempre con dispiacere. Io ho fatto una chiesa grande che si chiama la Trinità, dove è sepolto il corpo di mio padre, perché l'anima è in man di Dio, e li suoi muri, come vi diranno li vostri ambasciadori, sono boni, e vorria coprirla piú presto che si potesse e levarle l'erba che ella ha sopra al presente: per l'amor di Dio, mandatemi di questi tali maestri, almeno dodici di ciascuna arte. Né per questo vi potranno mai mancare maestri, e se vorranno stare qui con noi staranno, e se vorranno partirsi si partiranno, e io li pagarò molto bene di tutte le lor fatiche, lasciandoli andar alla buon'ora.
Ora udite un'altra parola: io vi mando quegli uomini franchi ch'erano nella mia corte, li quali io feci liberare dalle mane de' Mori del paese del Cairo. Questi vi mostreranno il viaggio di andar a Zeila e in Adem e alla Mecca e dell'isola di Mazua, il qual essi molto ben sanno; e per amor di questo si rallegri il vostro cuore, perché ancora io mi rallegro, intendendo la vostra bona volontà, e vi scrivo per causa dell'ambasciata che mi avete mandata a fare, dicendo che desiderate di fare una chiesa e un castello in Mazua, e volete da me licenzia: e io con tutto il cuore ve la do, e non solamente vorrei che facesti chiese e castello in Mazua, ma anche in Delaqua, mettendovi preti nelle chiese e uomini valenti per guardar li castelli da' Mori, figliuoli del maladetto Macometto. E questo vi prego che faciate piú presto che sia possibile, e avanti che vi partiate per India; e non vi mettete a navigare per luogo alcuno se non mettete assecuzione il fare di questa chiesa e castello, e vi prometto che meriterete d'esser laudati da me e dal re Emanuel vostro signore, col quale ha voluto Dio che io sia congiunto con amore. E ordinarete che vi si faccia un mercato, dove si vendino e comprino le mercanzie che vi saranno portate, non lasciando che Mori vi vengano a vendere, ma solamente li cristiani: e pur, quando vi piaccia che ancora essi vendano e comprino, sia fatto il vostro volere, ma con nostra licenza. E fatto questo in Mazua, verrete a Zeila, dove farete similmente una chiesa e un castello, secondo che ho detto di quello di sopra, perché questo luogo di Zeila è il porto dove capitano tutte le vettovaglie che son portate in Adem, e per tutta l'Arabia e altri regni e terre, li quali non si possono fornire se non di quelle che vengono di Zeila e di Mazua, condotte ivi dalli nostri regni e da' regni di Mori: e facendo questo che io vi dico, voi arete nelle vostre mani tutto il regno di Adem e tutta l'Arabia e altri regni confini, senza guerra e senza morte d'alcuno de' vostri, perché, levando loro le vettovaglie, restaranno assediati e affamati. E quando vorrete far guerra a' Mori, fatemi intendere tutto quello di che avete bisogno, perché io vi mandarò gente infinita a cavallo e arcieri, vettovaglie e oro, e verrò in persona, e disfaremo i Mori e pagani per la santa fede cristiana, io e voi. E volendo ritornare in India, lasciarete don Rodrigo di Lima ambasciadore per capitano di Mazua, il quale, quando arà qualche sospetto o tema di esser assaltato, non lasci di mandar suoi ambasciadori a farmelo intendere, per potergli provedere e aiutare. E questi che ora son venuti sono li primi che siano stati qui a me, mandatimi da voi, e sono buoni e savii e si amano, ancora che sia stata fra loro qualche parola: rimunerategli, perché meritano per la lor sufficienza, e massime don Rodrigo di Lima, che è uomo singolare, ed è vostro gran servidore, e merita la vostra grazia e benedizione. Il padre don Francesco merita di esser rimunerato il doppio, per esser uomo santo e di buona conscienza, e tutto onesto per l'amor di Dio. Io, avendo conosciuto la sua buona condizione, gli ho dato signoria, croce e il bastone in mano, che è segno di auttorità, e l'abbiamo fatto abbate nelle nostre terre; e voi accrescetelo di onore, facendolo vescovo di Mazua e di Zeila e di tutte le isole del mar Rosso, e capo delle nostre terre, per esser sufficiente e meritare un simile e maggior officio. Similmente a Giovanni Scolaro scrivano fategli delle grazie e benefizii, per essere stato molto affezionato alli servizii vostri e del re: ed è uomo di buona condizione, e s'è affaticato molto in questa vostra ambasciaria; fate anche del bene e rimunerate tutti gli altri, dal picciolo fino al grande.
Il nostro Signor Iddio vi dia la sua pace e vi faccia del bene, e a tutti quelli che sono con voi, e vi illumini e dia la sua grazia, e vi guardi da' mali occhi, e guardi le vostre navi dalle fortune del mare e vi prolunghi la vita, e in tutto il tempo di quella non sia malattia alcuna, e il Signor messer Giesú Cristo vi abbia nella sua protezione di continuo, e di giorno e di notte, e di verno e di state, in secula seculorum. Vi dico ancora questa parola, che quando vederete tempo atto per disfar li Mori e pagani che non credono nella fede di messer Giesú Cristo, fate che io l'intenda, perché vi manderò aiuto per far la guerra, e infinita gente e vettovaglia e oro, non solamente in Mazua, ma a Zeila e nel regno di Adel e in tutte le terre d'infedeli, e rovineremo li figliuoli dell'abominevole e sozzo Macometto, e con l'aiuto di messer Giesú Cristo e della sua santissima madre Maria Vergine gli levaremo dalla faccia della terra, andando voi per mare e noi per terra, uniti d'amore e di consiglio e col favor della santissima Trinità.


Come partimmo da Ormuz e ce ne andammo nella India, nella città di Cochin.
Cap. CXLIII.

Noi ci partimmo d'Ormuz sopra l'armata di Lopo Vaz di San Paio capitano maggior, conciosiacosaché don Ettore di Silviera era già partito verso il mar Rosso, per riscontrar le navi della Mecca che erano svernate nella città di Aden, sí come di sopra è detto. E uscendo dallo stretto d'Ormuz, ritrovammo che la furia del verno d'India era già passata e si poteva navigar senza fortuna, e ce n'andammo a una fortezza del re nostro signore nella terra di Caul, terra molto dilettevole e abondante di grani che vengono di Cambaia, e di buoi, castroni, galline e pesce infinito, e di molti frutti delle Indie, e di erbe di orti fatti per li nostri Portoghesi. Non passarono molti giorni che ritornò don Ettore di Silviera, e menò seco tre navi prese della Mecca, con gran ricchezze d'oro, perché ancora non avevano comprate mercanzie, venendole a pigliare nella India: e tutti li Mori ch'erano giovani e valenti, che furno presi, gli misero nelle galee del re nostro signor per prezzo di X ducati l'uno, che è il prezzo suo ordinario che gli è dato; gli altri ch'erano vecchi e inabili, furno venduti per X ducati similmente.
Di quivi partendo, arrivammo alla città di Goa alli XXV di novembre, al vespro di santa Catarina, il qual giorno essendo stata presa questa città di Mori e gentili, però fecero una solenne processione, con tutti i modi che si suol fare in Portogallo il giorno del Corpo di Cristo. Quivi l'ambasciadore del Prete Ianni e certi frati abissini che con lui venivano, ne dissero che ora erano chiari e conoscevano che eravamo cristiani, avendo veduta fare da noi una cosí solenne processione. Non stemmo in questa città piú di tre giorni, nella quale lasciò l'ambasciadore del Prete Ianni quattro schiavi, cioè dua che imparassero a dipingere e dua a sonar di trombetta: e il capitan maggiore ordinò che gli fusse dato da vivere e fatto insegnare.
Partiti di quivi ce n'andammo a Cananor, dove stemmo sei giorni; dipoi ce n'andammo a Cochin, dove trovammo Antonio Galvan, figliuolo di Odoardo Galvan ambasciadore, le ossa del quale portavo meco, tolte di Cameran: al qual dissi il tutto, che ne ebbe grandissimo piacere, e volse venire a levarle alla nave con tutti preti e frati della città e con infinite cere, e fu portato al monastero di Santo Antonio. E perché li marinari non vogliono portar corpi morti nelle navi, però il detto Antonio fece far una fossa dietro all'altar grande e fece vista di metter la cassa in quella: nondimeno la fece portar nella sua nave, della quale egli era capitano. Il tempo che noi stemmo quivi in Cochin si consumò tutto in caricar tre navi di pepe, garofoli, e bisognava andar da Cananor a Cochin, che è il viaggio di novanta miglia, a pigliar il gengevo e vettovaglie di biscotti, pesce insalato e vino di palma e polvere, e cosí si ritrovarono tutte tre le navi nella fortezza di Cananor, nell'entrare del mese di gennaio.


Del cammino che noi facemmo da Cananor in Lisbona, e di quello che ci accadde per cammino.
Cap. CXLIIII.

Della prima nave che arrivò in Cananor, di quelle che avevano caricato in Cochin, ne era capitan Tristan Vaz di Vega, e sopra quella vi andava don Rodrigo di Lima e Zagazabo ambasciador del Prete: e fu la prima che caricasse di gengevo, biscotto e pesce, e si partí alli quattro di gennaio 1527 per Portogallo. La nave di Antonio Galvan, nella quale io andava per amicizia, si partí alli XVIII, e la terza si partí alli XXIX. E ce n'andammo per lo mar grande, e non ci vedemmo l'una e l'altra se non alli duo del mese di aprile, che un giovene che dormiva nella gabbia disse che egli vedeva una nave per poppe e un'altra per prora: e cosí ci aspettammo l'uno e l'altro, e fu grandissima allegrezza tra le genti di tutte tre le navi, e andammo di conserva fina sopra l'isola di Santa Elena, che fu il giorno di Pasqua di Resurrezione, alli XXI d'aprile. E volendo andar a far acqua sopra la detta isola, la notte si levò un temporale di terra che ci fece trascorrere avanti, e avevamo grandissima necessità di acqua, né potevamo cuocere cosa alcuna: ma il Signor Iddio ci soccorse, che fece piovere tre giorni e tre notti con gran tuoni, ed empiemmo da XXX botti di acqua, e per la mia parte ne ebbi tre, e ce ne venimmo al nostro cammino.
Ed essendo appresso all'isola Terziera degli Azorri, vedemmo una nave e avemmo gran paura, credendo che ella fusse francese, la quale pendeva molto dall'isola verso il mare: e noi ci ritiravamo quanto piú potevamo verso terra. E avendo veduta dalla nostra gabbia una barca detta almadia, nella quale ne pareva che gli uomini fussero come perduti, noi subito cavammo fuori della nostra nave la barca, e mandammo a vedere ciò che fusse nella detta almadia: nella quale trovorno nove persone, cioè cinque bianchi e quattro schiavi, i quali erano come morti, che non si potevano né movere né parlare. Condotti alla nave, gli facemmo spogliare e mettere in letto e far lor fuoco e asciugarli: alcuni parlarono di lí a tre ore, altri il giorno seguente. Costoro, ritornati in sé, dissero che erano delle navi della nostra conserva, che venivano d'India, e che erano stati mandati con quella almadia a comprar galline ad un'isola, e che avevano perse le navi, e che erano andati vagando per lo mare molti giorni, morti di fame e di sete, e che, se al presente non fussero stati trovati, erano del tutto morti. Arrivati che fummo all'isola Terziera, giunsero le altre due navi, e tutti insieme facemmo grand'allegrezza, dove stemmo XVIII giorni. Di quivi mandammo nuova della nostra venuta al re nostro signore, e partiti per Portogallo, volse il nostro Signor messer Giesú Cristo darne cosí buon vento che alli XXV di luglio, che fu il giorno di san Iacomo, entrammo nella sbarra di Lisbona, dove ne venne incontro una caravella del re, a farne intendere che noi non dovessimo dismontare in Lisbona, per essere impedita da peste: e un commesso del re ci menò a Santo Arem.


Del cammino che facemmo da Lisbona verso Coimbra, e come stemmo in Zarnache.
Cap. CXLV.

Essendo sorti nel fiume di Lisbona, per mezzo i palazzi del re nostro signore, subito ne vennero barche alla banda a pigliare le nostre robe, e le portarono in Santo Arem, dove ci riposammo da sei giorni, comprando mule e vestimenti al modo di Portogallo. Ci partimmo poi un giorno da questo luogo col maggior caldo che mai abbia sentito nel paese del Prete Ianni, né anche nelle Indie, e perché eravamo alloggiati in diverse parti, camminavamo divisi l'uno dall'altro, cioè il commesso del re e io andavamo insieme da una banda, l'ambasciadore del Prete Ianni e lo scrivano e i suoi servitori e li frati da un'altra, e don Rodrigo di Lima da per sé con li suoi servitori e schiavi, e con tre peotti delle navi che prese Ettor di Silviera, mandati da lui a donare al re nostro signore: e gli aveva fatti vestire tutti dal capo alli piedi. L'ambasciador del Prete Ianni si ridusse nella villa di Azinaga, mezzo morto di caldo, con tutta la compagnia. Il comesso del re mi condusse al ponte d'Amonda, dove io pensai certo che fusse il mio fine per l'estremo caldo, e se io non fussi stato soccorso con acqua fredda, immediate era spacciato. Stando in questo, arrivò don Rodrigo correndo a cavallo e gridando: "Aiuto, aiuto, per l'amor di Dio, che li Mori pilotti del re e li miei schiavi sono morti di caldo". Subito quattro mulattieri corsero con quattro animali e li condussero, delli quali uno morí immediate e l'altro di quivi a due giorni: e cosí passammo una gran fortuna di caldo, e sopra la morte di questi due Mori s'ebbe qualche sospetto di peste, ma il commesso del re ne fece ampio testimonio della verità, cioè che dal caldo grande erano morti, conciosiacosaché, ancor che venissero da paesi caldi, nondimeno non erano usi di andar vestiti e calzati, ma solamente con un panno dalla cintola in giú, e ora in un estremo caldo che era stato, aggiuntovi li vestimenti, s'erano affogati. E veramente, in tutto il tempo che io sono stato nell'Indie e nell'Etiopia, non provai mai il maggiore, e mi fu affermato come in quel giorno il medesimo intravenne a molti, che morirono di caldo. Il dí seguente cavalcammo di notte e fummo a Zarnache, dove trovammo ordine dalla maestà del re che dovessimo riposar ivi fino ch'ella ne mandasse a chiamare.


Come partirono da Zarnache alla città di Coimbra, e dell'incontro che lor fu fatto,
e delle carezze che gli fece il re.
Cap. CXLVI.

Ed essendo già XXX giorni che stavamo in Zarnache, con tutte le commodità possibili, venne Diego Lopez di Secchiera, proveditore sopra le cose di mare, che fu quello che ne condusse con l'armata al paese del Prete, per levarne alla volta della città di Coimbra, dove si trovava la maiestà del re: e cosí dopo desinar ci partimmo con buone cavalcature. E giunti ad un luogo detto Dontanol, che è tre miglia dalla città, trovammo infinita gente della corte e del paese che c'era venuta incontro; poi al luogo di San Martino tutte le strade erano piene di vescovi, di preti, di conti e signori della corte; ed entrammo nella terra per la ruga della Figuera vecchia, e dipoi venimmo fino alla chiesa catedrale, dove è il palazzo di sua Maestà. Qui venne il marchese di Villa Reale, e pigliò per mano l'ambasciador del Prete Ianni e lo condusse a baciar le mani di sua Altezza e della reina, nostri signori, e del signor cardinale e infanti: e cosí facemmo ancor noi. Dipoi sua Maestà dimandò all'ambasciador come stava il Prete Ianni suo signore, la reina e i figliuoli, il qual gli rispose che stavan bene, desideroso d'intendere buone nuove di sua Altezza, della reina e delli signori suoi fratelli. Replicò sua Maestà che per questa visitazione e ambasciaria sentiva una estrema allegrezza e piacere, conciosiacosaché sperava che si facesse qualche gran servizio al Signor Giesú Cristo e a loro medesimi, che son già come fratelli di amore e di benevolenza. Poi entrò a dimandargli come egli s'era trovato in mare nelle sue navi, e se egli era stato accommodato e provisto di ciò che gli faceva bisogno; rispose l'ambasciador che la benedizione di sua Altezza era cosí grande, che quelli che da lei erano abbracciati si trovavano nella grazia di Dio. Dipoi ritornammo al nostro alloggiamento, che ne avevano dato nel monastero di San Domenico.
Passati duo giorni, vennero molti vescovi, il decano della cappella e molti cappellani, a levar di casa l'ambasciador del Prete Ianni e tutti noi altri che con lui eravamo, e andammo al palazzo del re, dove detto ambasciadore presentò a sua Altezza una corona fatta d'oro e d'argento, cioè in quattro pezzi, quadra, e ognuno era alto duo palmi, molto ricca, la quale il Prete Ianni mandava, e due lettere fatte in dua quaderni di carta pergamena, ed erano scritte ciascuna in tre lingue, cioè abissina, arabica e portoghese, ed erano poste in duo sacchetti di broccato d'oro, cioè una dirizzata al re don Emanuel e l'altra a sua Maestà. E subito l'ambasciadore del Prete Ianni disse: "Il re David mio signore mandava questa corona e queste lettere al re vostro padre, che sia in gloria, e gli mandava a dire che da figliuolo a padre mai era data corona, ma ben dal padre soleva venire al figliuolo; e che per il segno di questa corona esso re David era cognosciuto, amato, temuto e ubidito in tutti i suoi regni e signorie: ed essendo egli figliuolo, mandava al re suo padre detta corona, acciò che fosse certo che tutti li suoi regni, signorie e genti stavano preparate di far tutto quello che sua Altezza comandasse.
Dipoi avendo inteso del mancar di questa vita del re don Emanuel, aveva detto: "La corona e lettere che io mandava al re don Emanuel mio padre, vadino al re don Giovanni mio fratello, con altre lettere che io gli scriverò'". E cosí detto ambasciador presentava detta corona e lettere, porgendole in mano al re, il qual le dette ad Antonio Carniero suo secretario, dimostrando col viso e gesti di averla avuta molto grata e accetta. Fornito questo, il detto ambasciadore e io appresentammo duo sacchetti di broccato con due lettere e una piccola croce di oro, che il Prete Ianni mandava alla santità del pontefice, le qual cose voleva che per me Francesco Alvarez gli fussero presentate. Sua Maestà, presa la croce, la baciò e poi la dette ad Antonio Carniero insieme con le lettere, e disse che ringraziava la maestà di Dio perché aveva guidato nel cammino desiderato le cose principiate per il re suo signore e padre, e che egli daria loro il compimento debito, con onore e la gloria del nostro Signor messer Giesú Cristo. E cosí ne ritornammo al nostro alloggiamento, e sua Maestà dette carico ad un Francesco Piriz di proveder di tutte le cose necessarie al detto ambasciador del Prete, e per la sua stanza gli fece dar argenti e tappezzarie, e due crociati d'oro il giorno per il suo vivere, e ch'un Francesco di Lemos, cavalliero della sua guardia che sapeva la lingua araba, fosse di continuo con lui, accioché non mancasse cosa alcuna.
Qui erano scritte le lettere dirizzate al re don Emanuel, e poi quella al re don Giovanni, le quali saranno scritte nella parte seguente, dove detto don Francesco Alvarez dette obbedienza in Bologna alla santità di papa Clemente.


Di alcune dimande che furon fatte a don Francesco Alvarez per lo archiepiscopo di Braga,
e delle risposte che gli fece.
Cap. CLIX
[numero errato anche nell'originale]

Stando noi nella corte nella città di Coimbra, non si tardò molto che 'l re nostro signor si partí al cammino di Almerin, ove alcune fiate io ricordai a sua Altezza che mi mandasse a Roma, a finir l'ambasciata impostami dal Prete Ianni: la qual mi rispose che se ne ricordava, ma che per causa delle guerre di Francia il cammino non era sicuro. Dipoi un'altra fiata, trovandosi sua Maestà in Lisbona, e la supplicai che, mandando il signor Bras Neto ambasciadore, io andassi con esso; mi rispose che il detto signor Bras andava all'imperadore e non a Roma, e che io andaria in compagnia di don Martino, che presto lo voleva spedire. In questo mezzo, essendo nell'anno 1529 vacato un bon beneficio nell'archiepiscopato di Braga, sua Maestà me ne fece grazia, e mi ordinò che io andassi a presentarmi al signor archiepiscopo don Diego di Sausa, acciò che me lo confermasse: e la qual cosa avendo fatta, sua signoria mi dimandò di assai cose del paese del Prete Ianni, le quali volse che fossero scritte. E ancor che nel libro sopra detto in molti luoghi di quelle in gran parte ne sia fatta memoria, pur non si restarà di notarle ancora qui di sotto.
Il Prete Ianni non ha luogo determinato dove di continuo egli stia, ma va sempre vagando ora ad una parte ora all'altra, e sempre in tende armate alla campagna, delle quali fra buone e triste nel suo campo possono essere da 5 o seimila, e fra genti a cavallo e mule da 50 e piú mila.
Il costume universale del Prete Ianni, come di ciascuna altra persona, è di non passar mai stando a cavallo avanti ad alcuna chiesa, tanta riverenza lor portano, ma avanti che arrivino dismontati e menati li cavalli a mano oltra, ritornano a cavalcare.
Quando cammina il Prete Ianni con tutta la gente, l'altare e la pietra sagrata sopra qual si dice la messa è portata da preti in su le spalle, perché elle son poste sopra un letto di legno piccolo: e li preti son sempre otto, cioè quattro per muta a portarla, e avanti vi va un chierico con un turribolo e una campanella sonando, e ciascuno si allarga dal cammino, e quelli che sono a cavallo smontano e fanno lor riverenza.
In tutto questo paese non è luogo che passi da 1600 fuochi, e di questi vi sono pochi, né vi è luogo murato né castello; le ville sono senza numero, con infinita moltitudine di genti. Le loro abitazioni sono fatte in forma ritonda, tutto a terreno, e coperte di terrazzi o veramente d'una loro paglia, che dura la vita d'un uomo, con le corti d'intorno. Non vi sono ponti di pietra sopra i fiumi, ma di legno. Dormono communemente sopra cuoi di bue, o vero in letti fatti di corde de' medesimi cuoi. Non hanno niuna forma o maniera di tavole da mangiare, ma mangiano sopra alcuni piattelli piani di legno di una gran larghezza, senza tovaglia né mantile. Hanno alcuni piatti grandi, come bacini, di terra negra, lustri come ambro nero, e vasi come coppe per bever acqua e vino, della medesima terra. Molti mangiano la carne cruda, altri l'arrostiscono sopra le bracie o ver legni accesi, e anche vi son paesi che hanno tanta carestia di legne, che l'arrostono sopra il letame di bue acceso.
Le loro armi sono azagaie, spade poche, camicie di maglia poche, e quelle anche lunghe e strette: e li nostri che le hanno vedute dicono che son fatte di triste maglie. Hanno molti archi e freccie, ma non hanno penne come le nostre; celate e mezze teste molto poche, e queste anco dipoi che hanno cominciato ad aver commerzio con Portoghesi; vi sono molte targhe, e quelle fortissime. Di artegliarie alla nostra partita avevan quattordici spingarde di ferro, comprate da Turchi che vengono a contrattar alle marine, e il Prete comandava che elle fussero pagate ciò che dimandassero, acciò che tornassero a portarne, e faceva insegnar ad alcuni suoi a tirarle. Bombarda non v'è alcuna, se non due code che noi vi portammo.
Il fiume del Nilo io non ho veduto, e vi fui vicino due giornate piccole di quindici miglia l'una, poco piú o manco; ma alcuni de' nostri Portoghesi andarono fino dove sono li suoi fonti, nel regno di Goyame, i quali vengono da dui gran laghi come mari, e venendo fuori fanno alcune isole, e dipoi si distende a correr verso l'Egitto. La causa che il Nilo inonda l'Egitto è questa, che cominciando il verno generale nell'Etiopia alla metà di giugno, fino a mezzo settembre, per le grandissime pioggie che di continuo senza cessar si fanno in quel tempo, il Nilo si fa grosso, inonda l'Egitto.
In tutto detto paese non si costuma scrivere un all'altro, né gli officiali di giustizia mettono alcuna cosa in scrittura, ma il tutto si fa per messi e con parole; solamente mi fu detto che l'entrate de' tributi del Prete sono scritte, sí del ricever come del dispensare.
Il Prete Ianni ha duo sopranomi, cioè acegue, che vol dir imperadore, e neguz re. Il suo patriarca di tutta l'Etiopia si chiama abuna, che vuol dir padre, né vi è altro che ordini se non lui.
Vino di uva non si fa se non in duo luoghi, cioè in casa del Prete Ianni e dell'abuna Marco publicamente: e se altrove il fanno, è di nascoso. Il vino col qual si dice la messa si fa in questo modo: nelli monasteri e chiese, tengono molte uve meze secche e come passe nelle sacrestie, e le mettono in acqua per dieci giornate; gonfiate che elle sono, le rasciugano e poi con torcolo le priemeno, e con quel vino dicono messa.
In questo paese si trova molto oro, argento, rame e stagno, ma non lo sanno cavar delle mine. Non vi corre moneta d'oro né d'argento, ma tutte le comprede fanno con baratti di dar una cosa e pigliar l'altra. E danno anche oro in pezzetti di una dramma e di una oncia. Il sale è la principal cosa che corre per tutto il paese per moneta.
Vi sono alcuni paesi che fanno assai grani e orzi, e in altri miglio; e in questi ove non nasce il grano, vi nasce tafo da guza, semenza appresso di noi non conosciuta, ceci, fava, fagiuoli, chicharos e di ogni sorte di legumi in grandissima abbondanza. Vi sono infinite canne di zuccaro, ma non lo sanno cuocer né affinar: solamente le mangiano crude. Vi sono assai uve e pesche grandi e buone, e si maturano nel mese di febraio fin in aprile. Di naranci, limoni, cedri non si potria dir la quantità, perché nascono da lor medesimi; erbe di orto poche vi sono, per non le voler piantare né seminare.
Tutto il paese è pieno di basilico, e per li boschi e monti vien molto grande; e vi sono ben delle altre erbe odorifere di diverse sorti, ma non conosciute da noi. Di arbori delli nostri conosciuti non vi ho visto altri che mi ricordi se non cipressi, susini sebestem, giuggioli, salici apresso li fiumi; non vi si trovano poponi, citriuoli né rape.
Si trovano in alcune parti grandissime pianure, e in altre montagne grandi: nondimeno tutte sono fruttifere e coltivate. Non vi è montagna alcuna dove si veda neve, né vi nevica, ancora che vi siano di grandissimi gieli, e massime nelle terre piane. E universalmente tutti quelli paesi sono pieni d'infiniti armenti di ogni sorte di animali.
Vi è grandissima quantità di mele per tutta quella terra, e li buchi delle api non sono posti al modo nostro fuor di casa, ma li tengono nelle camere dove stanno li lavoratori, accostati al muro, nel qual vi fanno un poco di apertura donde le api possono andar fuori al pascolo. Elle vanno volando ancor per le camere, e per questo non lasciano di star in casa, perché vanno e vengono. Se ne alleva gran quantità, e massime nelli monasteri, per esser gran fondamento del lor vivere. Si trovano anche api per li boschi e per li monti, appresso li quali vi pongono degli scorzi cavati, e ripieni che sono se le portano a casa. Raccolgono molta cera e ne fanno candele, perché di sevo non usano.
Non hanno olio di olive, ma di una sorte che chiamano hena, e l'erba ha la similitudine di pampanetti piccoli di vigna: questo olio non ha odore alcuno, ma è bello come un oro. Vi si trova l'erba del lino, ma non lo sanno acconciare per farne tela. Vi è ben molto gottone, e ne fanno panni di quello, e di colori diversi. Vi è anco una terra tanto fredda che sono sforzati di andar vestiti di panno grosso, come rovano scuro.
Circa il medicar gli ammalati ne sanno poco, anzi niente, perché, se ad alcun gli duole alcuna parte del corpo, non sanno far altro se non mettergli ventose, e per il dolor di testa gli salassano il capo, mettendogli un coltello sopra la vena, e con un legno li danno sopra per cavargli sangue. Hanno pur alcune erbe, il succo delle quali beono, e fanno purgare il corpo.
Si troveriano in quelli paesi infiniti frutti, e raccoglieriano maggior quantità di biade, se gli uomini grandi non trattassero male il popolo minuto, perciò che gli togliono tutto ciò che hanno, e li poveri uomini non seminano piú di quello che fa lor di bisogno.
In niuna terra che io sia stato ho veduto far beccaria di carne se non nella corte, e negli altri luoghi niun può amazzar un bue, ancor che sia suo, se non dimanda licenzia al signore della terra.
Circa la giustizia ordinaria, non è usanza di far morire alcuno, ma lo battono secondo la qualità del delitto, e anco cavano gli occhi e tagliano le mani e' piedi; nondimeno ne ho veduto abbruciare uno, per essere stato trovato a robar in chiesa.
La gente commune dice poche volte la verità, ancor che le si dia il giuramento, se non sono astretti a giurar per la testa del re.
Temono grandemente la scommunicazione, e se è lor comandato far alcuna cosa la qual sia in lor pregiudicio, la fanno per paura della scommunicazione. Il giuramento si dà in questo modo: vanno alla porta della chiesa con dui preti che hanno dell'incenso e del fuoco, e quel che ha da giurare mette la mano sopra la porta della chiesa, e li preti gli dicono che debbia dir la verità, dicendo: "Se tu giurerai il falso, come il lione inghiotte la pecora nel bosco, cosí l'anima tua sia inghiottita dal diavolo, e sí come il grano è macinato sotto le macine, cosí le tue osse siano macinate dal diavolo, e sí come il fuoco abbrucia le legne, cosí l'anima tua sia abbruciata nel fuoco dell'inferno". E quel che giura a ciascuna di queste interrogazioni dice "Amen". "Ma se tu dirai la verità, la vita tua con onor sia prolongata, e la tua anima vada in paradiso con li beati"; e dice "Amen". Il che finito, gli fanno dire la testimonianza.
Niuna persona siede in chiesa, né vi entrano calzati, né sputano, né vi lassano entrare alcun cane né altro animale. Si confessano stando in piedi, e cosí ricevono l'assoluzione. Cosí dicono gli offizii nelle chiese delli canonici come di frati, li quali non tolgono moglie, ma li canonici e preti sí, e quando vivono insieme, li canonici vanno a mangiare a casa loro, ma li frati tutti in comune. Li lor maggiori si dimandano licanati, e li figliuoli de' canonici restano canonici, ma dei preti no, se non sono ordinati dal lor abuna. Non si pagano decime ad alcuna chiesa, vivono di gran possessioni che hanno le chiese delli monasteri, e se alcun fa citare un prete, la giustizia si fa avanti un giudice secolare.
Perché ho detto che non seggono nelle chiese, però dirò che di fuori delle porte di quelle vi sono poste sempre gran numero di crozzole di legno, come son quelle con le quali si sostentano gli storpiati, e ciascuno piglia la sua e si appoggia fin che dicono gli offizii. Tutti li libri loro, che sono assai, sono scritti in carta pecora, perché di carta bambagina non ne hanno; e la scrittura è di lingua tigia, che è abissina, della prima terra nella qual cominciarono a farsi cristiani.
Tutte le chiese han due cortine, una appresso l'altar grande con campanelle, e di dentro di questa cortina non vi entrano se non i sacerdoti; vi è poi un'altra cortina al mezzo della chiesa, e nella chiesa non vi entrano se non persone che abbiano gli ordini sacri. E molti gentiluomini e persone onorate si fanno ordinare per poter intrar in chiesa.
La maggior parte de' monasteri son posti sopra monti alti overo in qualche profonda valle: hanno grandi entrate e iurisdizioni, e in molti non mangiano mai carne tutto l'anno. Del pesce anco ne mangiano poco, per non saperlo pigliare.
In tutte le mura delle chiese sono pitture del nostro Signore e della nostra Donna e degli apostoli, profeti e angeli, e in ciascuna vi è san Giorgio. Non hanno figura alcuna di rilievo; non vogliono che si dipinga Cristo crucifisso, perché dicono che non sono degni di vederlo in quella passione. Tutti li frati, preti e signori portano la croce in mano di continuo; il popolo minuto la porta al collo.
Ogni prete porta sempre un cornetto di rame pieno di acqua benedetta, e dove vanno, sempre è lor dimandata l'acqua e la benedizione, e lor gliela danno; e avanti che mangino gittano un poco d'acqua, e cosí nel vaso dove beono.
Le feste mobili, come è Pasqua, Ascensione, Spirito Santo, si celebrano nelli proprii giorni e tempi che noi celebriamo; della Natività, Circoncisione ed Epifania e d'altre feste de santi, similmente si accordano con noi, e d'altre no.
Il lor anno e il lor mese comincia alli 26 di agosto, che è Decollatio Sancti Ioannis, e l'anno è di dodici mesi, e il mese di XXX giorni: e finito l'anno avanza cinque giorni, che chiamano pagomen, che vuol dir finimento dell'anno, e nell'anno del bisesto ne sopravanzano sei, e cosí accordano con noi.
Si trovano molti infermi di lebbra, li quali non stanno separati dalla gente, ma vivono insieme, e vi sono assai persone che per divozione gli lavano e medicano le lor piaghe.
Hanno trombette, ma non buone, e tamburi di rame che sono portati dal Cairo, e anche di legno, che hanno il cuoio da tutte due le bande, cembali come li nostri e alcuni bacini grandi con li quali suonano. Vi sono flauti e alcuni instrumenti quadri di corde, come saria dire arpe, che chiaman David mozanquo, che vuol dir arpa di David, e con queste suonano avanti al Prete Ianni, ma non troppo bene.
Li cavalli naturali del paese sono infiniti, ma non sono buoni, perché sono come ronzinetti; ma quelli che vengono di Arabia e d'Egitto sono eccellenti e bellissimi, e li gran maestri hanno le razze di tal cavalli: e come nascono, non gli lassano lattare alle madri se non per tre giorni, li quali vogliono cavalcare subito, ma li poledrini, allontanandoli dalle madri, gli fanno lattar dalle vacche, e vengono bellissimi.


Obbedienza data al santiss. papa Clemente VII, trovandosi in Bologna, dal signor don Francesco Alvarez, in nome e come ambasciador del serenissimo David, re della Etiopia.

Nell'anno della salute MDXXXIII, del mese di gennaio, essendo congregati in Bologna il santissimo signor nostro papa Clemente VII e il serenissimo Carlo V imperator de' Romani, capi delli signori cristiani, il reverendo e illustre don Martino di Portogallo, nipote, consigliero e ambasciadore del serenissimo don Giovanni re di Portogallo, al detto santissimo signor nostro la seconda volta mandato, menò seco il signor don Francesco Alvarez, ambasciadore del serenissimo David re dell'Etiopia, volgarmente chiamato Prete Ianni, mandato dal detto re d'Etiopia a salutare e riverire il prefato santissimo signor nostro e rendergli l'obbedienza, secondo il costume degli altri re cristiani, sí come nelle lettere d'amendue questi re al santissimo signor nostro presentate e qui sotto copiate piú pianamente si vederà. A questi fu data l'audienza nel publico concistoro alli XXIX di gennaio, nel quale, poi che fu ricevuto il reverendissimo cardinale di Trento, che nel medesimo tempo era venuto in Bologna, mandato dal serenissimo Ferdinando re de' Romani, vennero appresso con gran comitiva essi due ambasciadori di Portogallo e d'Etiopia, e ambidue con molta riverenza e le ginocchia a terra. Prima l'ambasciadore di Portogallo presentò le lettere del suo re, insieme con la copia delle lettere scritte dal re d'Etiopia a lui e alla chiara memoria d'Emanuele suo padre; poi l'ambasciadore d'Etiopia presentò due lettere del suo re al prefato santissimo signor nostro, e offerí da parte del suo re un picciol dono d'una croce d'oro, di peso quasi d'una libra, avendo prima baciato il piede e appresso la mano di sua Santità; poi all'ultimo fu ricevuto al bacio della bocca, secondo l'usanza. Le lettere di costui, scritte in lingua abissina primamente, poi in quella di Portogallo e della portoghese nella latina erano state tradotte, le quali tutte per il domestico secretario del prefato santissimo signor nostro furno in presenza lette, e dipoi in lingua toscana sono state descritte.


Lettere del serenissimo don Giovanni, re di Portogallo, al santissimo signor nostro papa Clemente Settimo, con la inscrizione sotto scritta.

Al santissimo in Cristo padre, beatissimo signore s. papa Clemente VII, per divina providenza della chiesa d'Iddio universal presidente.

Al santissimo e beatissimo in Cristo padre e signore, il devotissimo figliuolo Giovanni, per Dio grazia re di Portogallo e degli Algarbi di qua e di là dal mare in Africa, signore di Ghinea, della navigazione, del commerzio d'Etiopia, Arabia, Persia e India, dopo gli umili baci de' santi piedi. Santissimo in Cristo padre e felicissimo signore, considerando il re, signore e padre mio, quanto fosse per esser grato a Iddio se le remotissime regioni dell'Etiopia e India, le quali per fama, e quella ancor molto dubbia, erano conosciute, con diligente investigazione delle armate de' cristiani fossero ricercate, subito dal principio del ricevuto regno mandò molti capitani e suoi suggetti ad investigar quei luoghi con buone armate e possenti navi, acciò che i Mori e i gentili di quelle regioni conoscessero la verità della religione cristiana, e cosí aperto il cammino, se altri popoli si ritrovassero che Cristo adorassero, sí come per comun parere credea potersi ritrovare. Or, come piacque a Dio, tutta la regione di Guinea felicemente fu peragrata, nella quale il re di Manicongo con innumerabili popoli a lui suggetti, ricevuto il sacro battesimo, si è fatto cristiano; cosí molte altre genti delle regioni d'India, Persia e Arabia, alla cristiana fede per pietà e diligenza de' nostri sono state guidate, all'esempio de' quali ogni dí altre e altre nazioni si convertono a Cristo. E benché in queste espedizioni si sia sentita grandissima ghiattura di perdita di navi, capitani e nobili cavalieri e altri suoi suggetti, non ha mai però voluto restar da questa sua singular pietà, come si conveniva ad un pio e cristiano re, sí che in un medesimo corso, penetrando con l'armata il mar Rosso, manifestamente si è veduto e trovato quello mai piú da legni cristiani essere stato navigato, perciò che quasi tutto era in potestà de' Turchi, e finalmente, dopo lunghe e aspre battaglie, fu ritrovato il viaggio che guida al potentissimo re dell'Etiopia dal vulgo detto Prete Ianni, che con tutti i popoli del suo regno adora Cristo.
A costui subito il re padre mio mandò ambasciadori che l'invitassero all'obbedienza della santa sede apostolica, narrandogli cose molto opportune, e rendendolo certo che vostra Santità sta nella sedia di Pietro, e unico vicario di Cristo in terra, al quale tutti i principi cristiani con somma venerazione rendono obbedienza. Né molto dopo il medesimo re dell'Etiopia, rimandando l'ambasciadore nostro, accompagnò ancora con quello un suo, con alcune commissioni. Ma in questo mezzo Iddio chiamò a sé l'anima del padre mio a goder eterna gloria, e senza dimora essendo noi succeduti in luogo suo, demmo opera con nostri capitani ch'erano in India che 'l detto re dell'Etiopia fosse certificato della morte del re mio padre, volendo che quelle cose che 'l padre mio avea incominciato per la cristiana fede, avessero in ogni modo compimento. La qual cosa il re d'Etiopia molto stimando, ne mandò un suo ambasciadore, il quale ancora al presente è nella corte nostra, e insieme con lui Francesco Alvarez, cappellano nostro, un di quelli che 'l padre mio gli aveva mandato. Questo Francesco Alvarez il medesimo re dell'Etiopia manda a Roma, acciò che per parte sua e di tutti i suoi regni alla Santità vostra presti obbedienza, il qual noi abbiamo fatto dimorare insino al presente perché volevamo per molti rispetti che egli venisse insieme con Martino di Portogallo, nostro nipote carissimo e consigliero, e alla vostra Santità nostro ambasciadore, al quale abbiamo imposto che presenti alla Santità vostra il detto Francesco Alvarez, ambasciadore del prefato re d'Etiopia, per darvi la debita obbedienza, e accioché ancor vi manifesti quello che l'orator del re a me mandato diceva, e vi mostri anche la copia delle lettere di detto re a me indrizzate. Per tanto la Santità vostra ne farà cosa gratissima, se darà piena fede in queste cose al sopradetto Martino, nostro ambasciadore.
E veramente sono da referire immortali grazie alla somma bontà d'Iddio, che nel vostro pontificato abbia la Santità vostra questa singolar grazia, che noi veggiamo ancor l'altra parte del popolo cristiano, niente di grandezza di paese inferiore a questa nostra, consentir con la fede catolica e con la santa romana chiesa, e ancor renderle obbedienza. Quanto a noi s'aspetta, ne rendiamo massime grazie a Dio, che in questa tanto grande aggiunta di un sí fatto re abbia voluto servirsi dell'opera nostra, percioché niuna cosa piú gloriosa può esser a laude della religione, quanto che a' nostri tempi si vegga l'Etiopia esser congiunta nell'unione del nome cristiano con l'Europa. Dio Signor nostro conservi tua Santità per molti anni felicissimamente.

Data in Settuval a' XXVIII di maggio, l'anno MDXXXII.

YO EL REY.


Lettere del serenissimo David re dell'Etiopia, volgarmente chiamato il Prete Ianni, al serenissimo Emanuele re di Portogallo, già altre volte scritte del MDXXI, di lingua abissina nella portoghese, e della portoghese nella latina e poi nella toscana tradotte, alla Santità del nostro signore per Giovanni parimente re di Portogallo mandate.

Nel nome di Dio Padre, il qual sempre fu e di cui principio veruno non si ritrova. Nel nome di Dio Figliuolo e unigenito, al Padre simile prima che si vedesse giamai il lume delle stelle, avanti che si facessero i fondamenti del mare Oceano, e in diverso tempo concetto nel ventre della Vergine, senza far nozze e senza opera di seme virile, percioché a questo modo era la scienza dell'officio suo. Nel nome ancora del Santo Spirito consolatore degli animi nostri, al quale sono manifesti tutti i segreti e occulti misteri, dove prima fu, cioè di tutte l'altezze del cielo, che senza colonna o sostegno alcuno dura, e per opera sua ampliata la terra dall'oriente all'occidente e da settentrione al mezzogiorno, che prima né creata né conosciuta era, né questo si puote dimandar primo o secondo, ma è tutta la Trinità congiunta in uno eterno creatore dell'universo, per un solo consiglio e verbo in seculi innumerabili. Amen.
Manda queste lettere Atani Tinghil, che in nostra lingua "incenso di Vergine" s'interpreta: tal nome mi fu posto nel battesimo, ma pigliando il regno presi nuovo nome, e questo fu David, da Dio unicamente amato, colonna di fede, cognato della stirpe di Giuda, figlio di David, figlio di Salamone, figlio della colonna di Sion, del seme di Giacob, figlio delle mani di Maria, figlio di Nahu per carnale generazione, imperador dell'alta e ampla Etiopia, di grandi regni, giuridizioni e terre, re di Xoa, di Caffate, di Fatigar, di Angote, di Baru, di Baaliganze, di Adea, di Vangue, di Goiame, ove nasce il Nilo, di Amarà, di Baguamedri, di Ambea, di Vagne, di Tigremahon, di Sabaim, d'onde fu la regina, di Barnagages, finalmente signor sino alla Nubia, che è alli confini dell'Egitto. Sono queste lettere indrizate al potentissimo ed eccellentissimo, sempre vincitore, il signore Emanuele, il quale abita nell'amore di Dio e sta fermo nella catolica fede, figliuolo degli apostoli Pietro e Paulo, re di Portogallo e degli Algarbi, amico de' cristiani, nimico, giudice e imperatore e domatore de' Mori e delle genti d'Africa e di Guinea, del promontorio e isola della Luna, del mar Rosso, Arabia, Persia, Ormuz e della grande India e di tutti i luoghi, isole e terre aggiacenti, dissipatore de' Mori e forti pagani, signore di rocche e alti castelli e ben fondati muri, ampliatore della fede cristiana.
Pace ti sia, inclito signore re Emanuel, che con l'aiuto del magno Dio uccidi i Mori, e con le tue armate e bene istrutti eserciti, da buoni capitani guidati, a guisa di cani gl'infedeli da ogni lato discacci. Pace un'altra fiata ti sia con la regina consorte tua, di Giesú amica, serva di Maria Vergine, madre del Salvatore di tutto il mondo. Pace sia a' tuoi figliuoli, co' quali ti stai come in uno bello e verdeggiante giardino di rose e floridi gigli ornato, e come in una mensa di cose elette fornita. Pace ancora alle tue figliuole, di vesti adorne, come sogliono esser le sale de' signori di tappeti e panni di razzo adorne. Pace ancora a tutti i tuoi congiunti, generati di seme de santi, come la Scrittura canta: "I figliuoli de' santi siano benedetti", e possenti dentro e fuori ne' termini de' tuoi reami. Pace a' tuoi fedeli consiglieri, officiali, potestà, e agli altri che tengono ragione. Pace alli capitani di tuoi eserciti, confini e qual si voglia cosa forte. Pace a tutte le nazioni, popoli, città, abitatori, fuor che a' Mori e Giudei. Ultimamente pace a tutte le parrocchie e a tutti li tuoi fedeli in Cristo. Amen.
Ho inteso, signor mio re e padre, che, come aveste notizia del nome mio per Matteo ambasciadore nostro, cosí presto congregaste gli arcivescovi, vescovi e altri prelati, che in gran numero vi erano, accioché avessero a riferire grazie a Dio per questa ambasciaria. Intesi ancora con quanto onore e allegrezza sia stato il nostro ambasciadore ricevuto, per la qual cosa grandemente mi son rallegrato, e honne riferito grazie a Dio: il simile ha fatto il popol mio, con grandissima divozione. Ma mi sono doluto quando intesi il detto Matteo esser morto ne' miei confini, nel monastero della Visione. Io non lo aveva mandato, perciò che io era fanciullo di undici anni, entrato che fui nel regno, dopo la morte del padre mio, ma la regina Elena, la qual io come madre riverisco, e governava per me il regno. Era il prefato Matteo mercatante detto Abraam, ma si mutò il nome per poter piú securamente passare per terra di Mori. Ora, essendo giunto in Dabul e da' Mori per cristiano riconosciuto, fu posto in prigione, la qual cosa fatta intendere al capitano de' vostri eserciti, furono da quello mandati alcuni valenti uomini i quali lo liberarono dalla prigione, avendo massimamente inteso costui essere mio ambasciadore; e per tanto, avendolo liberato dalle mani de' nemici, lo fece montar sopra le vostre navi e venire alla vostra presenza. Esso Matteo a voi espose ciò che aveva per nostra commissione, e ha rescritto essere stato da voi onoratissimamente raccolto e ampiamente d'ogni sorte di doni onorato, sí come i vostri messi parimente affermano, i quali Diego Lopez di Secchiera, capitano della vostra armata, mi mandò, presentandomi le lettere le quali mi doveva presentar Odoardo Galvan, il qual morí nell'isola di Cameran. Lette che io l'ebbi, ne senti' incredibile allegrezza al cuore e ne resi grazie a Dio, massimamente quando io vidi li vostri con i petti impressi di croci, e trovai interrogandoli che tenevano li riti veri della fede cristiana; ma grandemente io mi sentii commovere di divozione, quando intesi essersi trovato il viaggio verso l'Etiopia non senza miracolo, percioché mi riferivano che 'l capitano dell'armata, avendo buona pezza errato per il mar Rosso e disperandosi di potersi ritrovare il nostro porto, aveva deliberato senza far altro di ritornarsi in India, essendo dalle crudeli fortune del mare molto travagliato, ma che nell'aurora a tempo gli apparí una croce rossa, la qual salutata da' naviganti, voltaron le prue verso quella parte, mostrandogli Dio l'essersi trovato il porto nostro: la qual cosa io tenni per miracolo, certamente quel capitano doveva essere a Dio amico, da che gli veggiamo concessa tanta felicità.
Di questa mutua ambasciaria è stato anticamente predetto dal profeta nel libro della vita e passione di s. Vittore, similmente ne' libri de' santi padri, che un gran cristiano doveva congiungersi col re dell'Etiopia in grande unione e pace, ma non pensai giamai veder questo nei giorni miei: ma Dio sapeva il tutto, acciò che ne sia lodato sempre il nome suo, che mi mandò il salutifero messo e ha fatto che parimente io potessi mandare i miei messi a te, padre mio in Cristo e amico, accioché noi stiamo in una medesima fede, poi che non ho avuto da nessun altro re cristiano né ambasciadore né alcuna altra ferma notizia. Insino ad ora sono stato circondato da Mori, figliuoli di Macometto, e da gentili e altri che non conoscono Cristo, ma adorano legni e fuoco, e altri il sole, altri pensano i serpenti esser dei, co' quali mai non ho avuto pace, refiutando sempre essi di venire alla vera fede e in vano essendo ogni mio predicare. Or per la Dio grazia mi riposo: hammi Dio dato quiete contra de' tuoi e miei nemici, contra i quali quando ne' miei confini armato apparisco, di timor pieni voltano le spalle, facendo di loro i capitani e i soldati miei grosse prede. E per questo non mi sento Iddio adirato, ma propizio, come dice il Salterio: "Dio adempisce i voti delli re che dimandano cose giuste": né questo s'appartiene a laude nostra, ma debbonsi referire le grazie a Dio. Questo è quello che vi ha dato il mondo e vi ha conceduto la terra di gentili in perpetuo, e l'altre terre che sono dai vostri confini insino al principio dell'Etiopia. Per questo do infinite grazie a Dio e vo predicando sempre la somma potenzia sua, sperando che i figliuoli di quei popoli che verranno sotto l'imperio tuo, senza dubbio alcuno abbino a riconoscere la fede di Cristo: e per questo lo ringrazio, e ho speranza che i vostri figliuoli e io e voi lungamente ci rallegraremo di questi felici successi. E voi dovereste tuttavia fare voti a Dio ch'esso ne conceda l'acquistar il santo Sepolcro, il qual ora è in potestà de' nostri nemici, cioè Mori, gentili ed eretici: se questo farai, il tuo capo sarà d'ogni laude dignissimo.
Ma lasciando star questo, tu dei sapere che del numero de' miei ambasciadori che con Matteo venivano tre ne sono mancati, e il vostro capitano, venuto che fu a Mazua, si abboccò col re di Barnagasso soggetto all'imperio mio, il qual subito mi mandò ambasciadori e presenti gratissimi: ma il nome vostro sopra ogni gemma e cara gioia mi parve prezioso. Ma lasciando stare queste cose da canto, consultiamo come si possino assalire e prendere le terre degl'infedeli. Io per parte mia darò mille volte centomila dramme d'oro e altretanti uomini da combattere, e piú darò legname, ferro, rame, per fare e mettere ad ordine l'armata, e infinita vettovaglia: amichevolmente converremo insieme, e perché non è di mia usanza, né alla dignità mia s'appartiene, di mandare ambasciadori che addimandino pace, e tu prima da me sicuramente la cercasti, a verificazione delle parole di Cristo: "Beati sono quei piedi che ci arrecano la pace", per questo io sono in ciò pronto, secondo l'usanza degli apostoli, i quali erano d'un medesimo animo e core.
O re e padre mio Emanuele, salvo ti faccia quell'unico Dio il quale è Dio del cielo, sempre d'una sustanza, che non ingiovenisce né invecchisce. Colui che venne a me per tua parte si chiama Rodrico Lima, capo degli altri uomini da bene che con esso sono venuti, e con Francesco Alvarez, a me gratissimo per la bontà e integrità, religione, giustizia e sopra tutto perché, essendo interrogato della fede, con parole piene di verità attentissimamente rispondeva: meritamente adunque il doverreste esaltare, e mandarlo maestro, e a lui commettere l'impresa di convertire i popoli di Mazua, di Delaca, di Zeila e di tutte l'isole del mare Rosso. E perché sono nei confini de' miei reami, io gli ho conceduto la croce e il bastone in segno della potestà, cosí voi comandate che questo se gli conceda, che sia fatto vescovo di quelle terre e isole, perciò che lo merita e parmi molto atto al governo di questo officio: e vedrai che Dio ti prospererà e faratti forte contra de' tuoi nemici, e costringeragli a venire a buttarsi alli tuoi piedi. Dio ti prolunghi la vita, e facciati partecipe di quel buon luogo del regno de' cieli, come io per me desidererei.
Ho inteso molte cose di te, e con gli occhi miei gran parte ne veggio, le quali giamai veder non pensava: Iddio le faccia succedere di bene in meglio, e il luogo vostro sia sopra il legno de la vita, come il luogo de' santi. Amen. E io vi prego, con quello affetto che il figlio prega il padre, che l'uno con l'altro ci vogliamo aiutare. Ho fatto quanto mi avete imposto come fussi stato un fanciullo, e farò per l'avenire se verranno i vostri ambasciadori, sí come allora faceste a Mazua e a Delaca e alli porti dentro lo stretto del mar Rosso, e tutte quelle cose darò loro e ordinarò che siano date, che mi farete intender che si faccino, acciò che nel consiglio e nel far de' fatti con prosperità siamo uniti. E quando le vostre genti arriveranno a quelle riviere, io subito in tempo mi presenterò loro col mio esercito. E perché ne' miei confini non vi è cristiano alcuno, né vi si veggono chiese, io concederò a' vostri uomini il poter abitar quelle terre, che sono vicine al dominio de' Mori: per tanto è necessario che diate compimento alli vostri buoni principii. Fra questo mezzo mandatemi degli artefici periti di fare imagini d'oro e d'argento, fabri di rame, ferro, stagno, piombo, e maestri che stampino libri della nostra lingua a uso della chiesa; ancora chi sappia lavorar d'oro e indorare altri metalli: e tutti saranno da me in casa mia onoratamente trattati, e se vorranno partirsi darò loro largamente la mercede delle loro fatiche, e giurovi per Giesú Cristo figliuolo di Dio che ogni ora che vorranno liberamente gli lassarò partire. Dimando queste cose confidentemente, e so che mi amate molto: testimonio buono me n'è stato l'aver tanto onorato e accarezzato Matteo e mandatolo indietro; e però mi affatico d'impetrar queste cose da voi, né di ciò voglio che spesa alcuna vi venga, perché io pagherò ogni cosa, e quello che 'l figlio al padre dimanda non se gli deve negare: voi sete il padre mio e io sono il vostro figliuolo, e siamo insieme congiunti come una pietra con l'altra in un parete, e cosí noi due consentiamo con un cuore in un amore di Cristo, che è capo del mondo. E quei che sono con lui, assomiglia alle pietre che sono nel muro congiunte. Amen.


Lettere del medesimo serenissimo David, re dell'Etiopia, al serenissimo Giovanni, re di Portogallo, del MDXXIIII, di lingua abissina nella portoghese, e della portoghese nella latina e poi toscana tradotte.

Nel nome di Dio Padre omnipotente, creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose fatte visibili e invisibili. Nel nome di Dio Figliuolo Cristo, il quale è figliuolo e consiglio e profeta del Padre. Nel nome di Dio Spirito Santo paracleto, Dio vivo equale al Padre e al Figliuolo, il quale ha parlato per bocca delli profeti, spirando sopra gli apostoli, acciò che evangelizassero e lodassero la Trinità perfetta in cielo, in terra, in mare e nel profondo sempre. Amen.
Mando queste lettere e il presente messo io, Incenso della Vergine: cosí mi fu posto nome nel battesimo, ma ora insieme con lo scettro dell'imperio ho assonto il nome di David, caro a Dio, colonna della fede, stirpe di Giuda, figlio di David, figlio di Salomone, che furno re d'Israel, figlio della colonna di Sion, figlio del seme di Giacob, figlio delle mani di Maria e figlio di Nau per carnale generazione, al potentissimo, massimo e altissimo Giovanni, re di Portogallo e degli Algarbi, figlio del re Emanuele: la pace e grazia di Giesú Cristo sia teco. Amen.
Nel tempo che fui avisato della potenza del re padre tuo, il quale debellava i Mori, figliuoli del fetido Macometto, referi' grandissime grazie a Iddio per l'accrescimento e grandezza e corona della conservazione della cristianità. Parimente io ricevei gran piacere della venuta delli ambasciadori che mi portarono le parole di esso re, donde tra noi nacque singolare amore, conoscenza e amicizia, a diradicare i maligni Mori e gl'increduli gentili, i quali abitano fra li tuoi e miei reami. Ma mentre che io era in questa letizia, prima intesi il tuo e similmente mio padre esser morto, che io potessi mandare i miei ambasciadori, per la qual cosa l'allegrezza mia subito fu convertita in tristizia, di sorte che in questo mio cordoglio tutti li signori della mia corte e prelati ecclesiastici, e quelli che stanno nelli monasterii, e tutti gli altri sudditi nostri, fecero grandissimo pianto, tal che l'allegrezza della prima nuova fu fatta equale col dolore di questa ultima. Sappi, signore, che dal principio di miei regni insino al presente mai non mi è venuta ambasciaria alcuna o messaggiere, né dal re né dal regno di Portogallo, se non vivendo il re tuo padre, che mi mandò suoi capitani e baroni con cherici e diaconi, che mi recarono tutte le vesti e paramenti che si usano quando si dicono le messe solenni, del che grandemente mi rallegrai, e furono da me onorevolmente raccolti, e quando a loro piacque gli lasciai andare con onore e pace; e giunti che furno al porto del mar Rosso, che è ne' miei confini, non ritrovarono il gran capitano dell'armata col quale gli avea mandato il padre vostro, percioché egli non aspettò: e di questo me ne avea avisato, che non poteva aspettargli, essendo vostra usanza di mandare ogni tre anni un capitano dell'armata. In questo mezzo venne l'altro nuovamente creato, per il che gli ambasciadori fecero piú lunga dimora in quello che faceva loro bisogno. Ora vi mando con le commissioni mie fra Cristoforo licanate, al qual fu posto nome nel battesimo Zagazabo (cioè grazia del padre), che alla presenza vostra esporrà ogni mio desiderio, e cosí mando al papa romano Francesco Alvarez, il quale per nome mio gli presti obbedienza, come è cosa ragionevole.
O signor re fratello mio, attendi, ti prego, all'amicizia nostra, la qual tuo padre fra noi ha cominciata, e spesso mandaci i tuoi messi, le tue lettere, perché io le veggo tanto volentieri come s'elle mi fussero mandate da un mio fratello, e cosa giusta mi pare, essendo noi ambidue cristiani. I Mori, che pessimi sono, sempre stanno nella sua setta concordi, e io ti prometto di non accettare per l'avenire piú messi del re di Egitto né d'altri re, che con lor ambasciarie spesso mi visitavano, ma solo di tua maiestà, i quali desidero ardentemente che venghino. Li re de' Mori non mi hanno per amico per la diversità della religione, ma fingono di essermi amici per poter piú sicuramente esercitare ne' miei regni la mercanzia, d'onde cavano commodità, perché gran somma d'oro, del quale sono avidissimi, ogn'anno ne portano fuori di quelli, essendomi però poco amici: e i commodi che da loro mi possano venire niuno piacere mi danno, ma questo mi convien tollerare, perciò che fu sempre de' nostri re antichi vecchia usanza, e ancora la mantegno, cioè di non far lor guerra né di danneggiarli in modo alcuno, accioché essi sdegnati non guastino e rovinino il santo tempio in Gierusalemme, dove è il sepolcro di messer Giesú Cristo, il quale Iddio ha lasciato in poter degli abominevoli Mori, e che similmente non gettino a terra tutti gli altri tempii che son nell'Egitto e Soria. E questa è la causa che non gli vo ad assaltare, e molto in vero mi rincresce che io abbia ad aver loro questo rispetto, e quello che maggiormente mi persuade che egli lo debbia avere, è che non mi truovo alcun re o principe cristiano che mi sia vicino, il qual mi possa aiutare e rallegrare il cuor mio. Io, signor mio, non posso avere alcuna consolazione delli re cristiani di Europa, intendendo che li cuori loro son tanto discordi, e che di continuo l'un l'altro si fanno guerra: doverreste veramente essere tra voi concordevoli, e stare a' patti una volta tra voi constituiti. Certamente, se io avessi qualche re cristiano ne' miei confini, non mi parterei mai un'ora da lui: di questo certo io non so che mi dire, né che fare, parendomi queste cose essere cosí da Dio ordinate.
Pregoti, signor mio, strettamente che con messi e con lettere spesso mi visiti, percioché quando veggo le tue lettere parmi veramente veder la tua faccia. Il desiderio che uno amico ha dell'altro fa che piú si amino gli amici remoti che li propinqui, come avviene a colui che ha i tesori, il quale, quando non li vede con gli occhi, sempre fuor di misura li considera col cuore: però dice il Salvatore nel Vangelo: "Dove è il tesoro, ivi è il cuor tuo", cosí il cuor mio è appresso di te. Essendo adunque tu il mio caro tesoro, doverresti ancor tu cosí fare che io fussi il tuo tesoro, congiungendo il cuor tuo col mio. Deh signor, fratello mio, ricordati di quel che ti dico: tu sei prudentissimo e, per quanto intendo, simile al padre tuo di sapienza, del che somma letizia ne ho preso, lasciando da canto ogni dolore, e honne referito grazie a Dio, dicendo: "Benedetto sia il savio figliuolo del gran capo, figliuolo del re Emanuele, il quale gloriosamente siede nella catedra de' suoi reami". Non ti voler, signore, rimanere dalle gloriose imprese contra de' Mori e gentili, scusandoti che le forze tue non sieno sí possenti come quelle del padre tuo: io ti assicuro che elle sono grandi, e con l'aiuto di Dio, che sempre sarà in tuo aiuto, gli soggiogherai. A me non mancano uomini, né oro né vettovaglie, quanto la rena del mare e le stelle del cielo. Se noi saremo insieme congiunti, non dubito punto che non distruggiamo tutta la Barbaria moresca. Né altro da voi desidero e dimando che uomini periti dell'arte militare, che ammaestrino li miei a tener l'ordinanza nel combattere. E tu re sei di buona e robusta età: il re Salamone aveva dodici anni quando ebbe il regno, e fu di grandissime forze e molto piú savio del padre suo, e io ancora, quando Nahu il padre mio passò della presente vita, era di undici anni, ed entrato nella sedia del regno, con l'aiuto divino, ho conseguito maggior ricchezze e forze, perché a mia obbedienza si trovano tutti li re e genti vicine: per questo ambidui abbiamo da referire grazie a Dio di tanto beneficio ricevuto.
Ascoltami, fratello e signor mio, questo solo da te in una parola dimando, ch'è che tu mi mandi buoni artefici di far imagini e stampar libri, e sappin fare spade e tutte le sorti di cose pertinenti all'uso militare. Similmente vorrei architetti, legnaiuoli, medici dell'una e l'altra sorte, cioè fisici e chirurgici. Desidero anco d'avere di quelli che sanno tirar l'oro e scolpire in oro e in argento, e che sappino cavarlo fuora della terra, e non solamente l'oro e l'argento, ma tutti i mettalli. Oltre a questi sarannomi ancora cari quei che sapranno tirar tegole di piombo, e farle anco di terra, e finalmente tutti gli artefici mi saranno cari, e molto saranno al mio bisogno, specialmente quei che sanno fare schioppetti. Aiutami, ti prego, in queste cose, non altrimenti che un fratello soglia aiutar l'altro: cosí Dio ti aiuterà e camparatti da ogni ria fortuna. Dio esaudisca le tue orazioni e dimande, sí come sempre ha ricevuto tutti li sacrificii de' santi, e primieramente i sacrificii di Abelle, di Noè quando era nell'arca, e quello di Abraam quando era in terra di Madian, e quello d'Isaac quando si partí dalla fossa del giuramento, e quello di Giacob nella casa di Bettlemme, e di Mosè nell'Egitto, e di Aron nel monte, di Iosuè figliuolo di Nun in Galgaia, di Gedeone, di Sansone quando egli aveva sete nella terra, di Samuele in Rama, di David in Nacira, di Salamone nella città di Gabaone, di Elia nel monte Carmelo, quando egli suscitò il figliuolo della vedova, e di Giosafa nella guerra, e di Manasse quando peccò e convertisse a Dio, e di Daniele nella chiusura de' leoni, e delli tre compagni Sidrach, Misach, Abdenago nel cammino ardente, e di Anna avanti l'altare, e di Neemia che fece i muri con Zorobabelle, e di Matatia con li figliuoli sopra la quarta parte del mondo, e di Esaú sopra la benedizione: cosí il Signor Dio riceverà tutti i tuoi sacrifici e prieghi, aiuteratti e difenderatti nelle tue adversità in ogni tempo. La pace del Signore sia teco, e io ti abbraccio con le braccia della santità, e similmente abbraccio tutti i consiglieri del regno di Portogallo, e arcivescovi, vescovi, sacerdoti e diaconi, uomini e donne. La grazia di Dio e la benedizione della Vergine sia sempre mai con voi. Amen.


Lettere del medesimo serenissimo David, re della Etiopia, al santissimo signor papa Clemente VII, del MDXXIII, per don Francesco Alvarez suo ambasciadore portate, della lingua abissina nella portoghese, e della portoghese nella latina e poi nella toscana tradotte.

Felice e bene aventurato santo Padre, che da Dio sei fatto consecratore delle genti e tieni il seggio di san Pietro, a te sono date le chiavi del regno de' cieli, e qualunque cosa tu legarai e scioglierai sarà legata e sciolta in cielo, come Cristo disse, e Matteo cosí scrisse nel Vangelo. Io re il cui nome i leoni onorano, e per la Dio grazia Atani Tinghil, cioè incenso della Vergine, nome postomi nel battesimo, ma dopo che io presi il regale scettro mi fu posto nome David, diletto da Dio, colonna di fede, cognato della stirpe di Giuda, figlio di David, di Salamone, figliuolo della colonna di Sion, figliuolo del seme di Giacob, figliuolo delle mani di Maria, e per carnale successione figliuolo di Nahu, imperador della grande e alta Etiopia e di grandi reami, giuridizioni e terre, re di Xoa, di Caffate, di Fatigar, di Angote, di Baru e di Baaliganze, di Adea, di Vangue e di Goiame, ove nasce il Nilo, di Amarà, di Baguamedri, di Ambea, di Vaguc, di Tigremahon, di Sabaim, donde fu la regina Saba, di Barnagaes, e signor insino a Nubia, che è alli confini dell'Egitto: tutte queste provincie sono nella mia potestà, e molte altre grandi e picciole, le quali non numero, né ho espresso per nome detti regni e provincie indutto da superbia o vanagloria alcuna, ma solo perché il sommo Dio ne sia lodato, il qual per la sua singular benignità ha dato alli re miei antecessori l'imperio di tanti amplissimi regni della religione cristiana, e me poi con piú segnalata grazia fra tutti gli altri re ha voluto esaltare, accioché di continuo io fussi alli servizii della sua religione, e per questo mi ha fatto signor di Adel, e inimico di Mori e gentili che adorano gl'idoli; mando a baciare i piedi di vostra Santità, come sogliono far gli altri re cristiani fratelli miei, alli quali né di potenza né di religione sono inferiore.
Io ne' miei reami sono colonna di fede, né ho bisogno d'altri aiuti, ma in Dio solo ripongo ogni mia speranza e aiuto, il quale sempre mi ha sostenuto e governato, da quel tempo che l'angelo di Dio parlò a Filippo, quando insegnò la retta fede all'eunuco di Candace, possente reina dell'Etiopia, che se ne giva da Gierusalemme a Gaza. Allora Filippo battezzò l'eunuco, dal qual poi fu battezzata la regina con gran parte della famiglia e popoli suoi, li quali poi non son mai mancati dal vero cristianesimo, e tutti sempre da quel tempo insino ad ora sono stati forti nella fede. I miei predecessori, da niuna altra cosa aiutati salvo che da Dio, ampliarono la fede cristiana in questi grandissimi regni, il che mi sforzo ancora io di fare. Sto ne' miei confini come un lione da folta selva circondato, e ben forte contra de' Mori e altre nazioni inimicissime della fede cristiana, che non vogliono udire il verbo di Dio, né le mie fedeli esortazioni. Io con la spada cinta li perseguito, e a poco a poco li vo cacciando del nido con l'aiuto di Dio, il qual mai non mi manca, la qual cosa non intraviene alli principi cristiani, percioché, se vogliono ampliar li confini delli lor regni, non lo fanno contra gl'infedeli. Il che potrebbono facilmente fare, perché l'uno all'altro può dar soccorso e aiuto, oltre che mirabilmente sono favoriti dalla benedizione di vostra Santità, della quale anche io sono partecipe, ritrovandosi ne' miei libri lettere di papa Eugenio, le quali nei tempi passati con la benedizione mandò al re, seme di Giacob: della qual benedizione, avendola avuta di mano in mano, me ne godo e allegro. Oltre di questo, io ho in grande venerazione il tempio di Gierusalemme, dove spesso le debite offerte mando per li nostri peregrini, e molto piú belle e opulente mandarei, se non fussero li viaggi infestati da li Mori e dagl'infedeli, i quali, oltre che tolgono i presenti e li tesori alli miei messi, impediscono ancora che non passino liberamente: che se fosse aperto il viaggio, io verrei in familiarità e commerzio della chiesa romana come fanno gli altri re cristiani, alli quali io non sono inferiore, e cosí come loro credono, cosí anche io confesso una fede retta e catolica chiesa, e credo sinceramente nella santa Trinità e in uno Dio, la verginità di nostra Signora Vergine Maria, tengo e osservo gli articoli della fede, come dagli apostoli sono stati scritti.
Al presente il nostro Signore Dio, per mano del potentissimo e cristianissimo re Emanuele, ha aperto il viaggio, acciò che insieme per ambasciarie ci possiamo cognoscere, e in fede congiunti cristiani con cristiani servire a Dio. Ma essendo li suoi ambasciadori nella corte nostra, ne fu nunciata la morte sua, e che 'l suo figliuolo (che è fratello mio) Giovanni avea pigliato lo scettro del regno paterno, onde, sí come per la morte del padre io ne aveva sentito grandissima doglia, cosí per la felice successione del figliuolo nel regno maravigliosamente mi sono rallegrato, di sorte che spero che, avendo congiunti gli eserciti e forze nostre, e potremo e per mare e per terra per le provincie de' pessimi Mori aprir la strada, e con tanta furia andaremo loro adosso che gli scacciaremo delle lor sedie e regni, e cosí potranno commodamente li cristiani andare al tempio di Gierusalemme e ritornare a lor buon piacere. E io, come ardentemente desidero l'esser fatto partecipe del divino amore nel tempio degli apostoli Pietro e Paulo, cosí desidero avere la sacrosanta benedizione del vicario di Cristo, e senza dubbio tengo che la Santità vostra sia vicario di Cristo. E ancora che dalli peregrini li quali dalle nostre regioni vanno a Gierusalemme e a Roma, e non senza gran miracolo ritornano, io senta dir molte cose della Santità vostra, le quali mi danno incredibile piacere e allegrezza, nondimeno in effetto molto maggior piacere averei se li miei ambasciadori potessero usar la via di piú breve cammino, referendomi ognior cose nuove, sí come io spero che mi porteranno per qualche tempo avanti ch'io mora, per grazia dell'omnipotente Dio, il quale in sanità e allegrezza vi conservi. Amen. Io bacio li suoi santi piedi e supplichevolmente prego vostra Santità mi mandi la sua benedizione. La Santità vostra riceverà queste lettere per mezzo del fratel nostro Giovanni, re di Portogallo, dall'orator nostro Francesco Alvarez.


Altre lettere del medesimo serenissimo David, re dell'Etiopia, al santissimo signor nostro Clemente VII, del MDXXIIII, portate dal signor Francesco Alvarez suo ambasciadore, dal parlar abissino nel portoghese, e dal portoghese nel latino e poi nel toscano tradotte.

Nel nome di Dio Padre omnipotente, creator del cielo e della terra, delle cose visibili e invisibili. Nel nome d'Iddio Figlio, di Giesú Cristo, il quale è una medesima cosa con lui dal principio del mondo, ed è il lume dal lume, e Dio vero da Dio vero. Nel nome di Dio Spirito Santo, Dio vivo, il qual procede da Dio Padre. Queste lettere mando io re, il cui nome riveriscono i leoni, e per la grazia di Dio mi chiamo Atani Tingil, cioè incenso della Vergine, figliuolo del re David, figlio di Salamone, figlio del re di mano di Maria, figlio di Nau per carnale successione, figlio de' santi Pietro e Paulo per grazia. Pace sia teco, o giusto signore, padre santo, possente, puro, consecrato, il qual sei capo di tutti i pontefici e nessun temi, non essendo nessuno che maladire ti possa, il qual sei vigilantissimo governatore sopra l'anime e amico de' peregrinanti, consecrato maestro e predicator della fede, e capital nemico di quelle cose che offendano la conscienza, amator degli ottimi costumi, uomo santo, da tutti laudato e benedetto.
O felice santo padre, io con gran riverenza ti obbedisco, essendo tu padre del tutto e meritando tutti i beni: e cosí è il dovere, che tutti, dopo Iddio, a te rendino obbedienza, sí come comandano i santi apostoli. Questo veramente è detto di voi, ed essi ancora cosí comandano, che portiamo riverenza a' vescovi, arcivescovi e prelati, similmente che ti debbiamo amare in luogo di padre e riverire in luogo di re, e averti fede come a Dio. Per tanto io, umilmente a terra con le ginocchia chine, ti dico, santo padre, col core tutto sincero e puro, che tu sei mio padre e io sono figliuolo. O padre santo potentissimo, perché non hai mandato mai alcuno qui a noi, acciò che tu potessi intendere piú certamente della vita e del mio bene stare, essendo tu il pastore e io la pecora tua? percioché il buon pastor non si dismentica mai del gregge suo. Né vi debbo parere troppo discosto dalle vostre regioni, di modo che i vostri messi non possino a me pervenire, conciosiacosaché il re di Portogallo Emanuele, figliuolo tuo, dalli remotissimi regni del mondo assai commodamente n'abbia mandati i suoi ambasciadori, e se Dio alquanto avesse differito di chiamarselo in cielo, senza dubbio quelle cose che allor trattavamo arebbero avuto felice fine. Ma al presente io grandissimamente desidero di sentire cose buone e prospere della Santità vostra per messi certi e a posta mandati, perciò che mai io non ho ricevuto parola della Santità vostra, avendo solamente udito dire alcune poche cose da quei che per voto vanno in peregrinaggio. Ma questi, perciò che non vanno in mio nome né mi portano alcune vostre lettere, quando noi gli addomandiamo, con un confuso parlare ci dicono che essi, avendo satisfatti i lor voti, da Gierusalemme son pervenuti in Roma a visitare le porte degli apostoli, intendendo potersi facilmente andare a quei luoghi, per esser tenuti da cristiani. E invero io mi prendo grandissimo piacere dei lor ragionamenti, perché con pensier dolcissimo veggo e contemplo la imagine del tuo santo volto, la qual mi pare tutta simile alla forma dell'angelo, e confesso me amarla e riverirla come angelica: ma certo piú grato e piú suave mi saria s'io potessi le parole tue e le lettere tue divotamente contemplare. E cosí ora vi prego mi vogliate mandare il vostro messo con la vostra benedizione a rallegrare il mio cuore, perché, conformandoci noi unitamente nella religione e nella fede, mi pare che io vi debba questo innanzi ogn'altra cosa dimandare. Similmente supplichevolmente vi priego che, a modo dell'anello che vi mettete in dito e della collana d'oro che alle spalle vi ponete, cosí nell'intimo del vostro cuore vogliate porre l'amicizia mia, tal che mai la memoria di me non si parta dal cuor vostro, perciò che con le suavi parole e graziose lettere cresce grandissimamente l'amicizia, quando ella è dalla santa pace abbracciata, dalla quale senza dubbio ogni umana letizia procede. E sí come chi ha gran sete grandemente desidera la fredda acqua, come nelle sacre lettere si trova scritto, cosí l'animo mio delli nuncii e delle lettere che dalle remotissime terre mi sono portate incredibile allegrezza suol prendere, e non solo se io sentirò qualche cosa della Santità vostra, ma ancora se piú certe e ferme nove mi saranno portate partitamente di tutti i re della terra cristiana, molto mi rallegrerò, non altramente che sogliono far coloro che combattendo acquistano le ricche spoglie. E questo si può ora facilmente fare, poi che il re di Portogallo ha aperto tutto questo viaggio, il quale già gran tempo ne mandò li suoi ambasciadori, insieme con li valorosissimi suoi cavallieri, nel tempo che il padre mio Emanuel era ancor vivo in terra.
Ma da quella ora in qua mai piú ho ricevuto né imbasciata né anche lettere da alcuno altro re di cristiani, e né anco da esso pontefice, benché nelle nostre archivie del bisavolo nostro si conservi la memoria di quelle lettere che il papa romano chiamato Eugenio mandò in queste parti, quando regnava il seme di Giacob, re delli re, temuto in tutta quanta l'Etiopia; e la inscrizione dentro delle lettere era in questo modo: "Eugenio, romano pontefice, al diletto figliuolo nostro, re del seme di Giacob, re de li re in tutta quanta l'Etiopia, degno d'essere grandissimamente riverito, etc.". E nella somma delle lettere avisava come il suo figlio Giovanni Paleologo, il quale due anni inanzi era morto, re de li re romei di Constantinopoli, era stato chiamato a celebrar la sacrosanta sinodo, e con lui era venuto Giosef, patriarca constantinopolitano, con gran numero di arcivescovi e vescovi e prelati d'ogni sorte, tra li quali erano stati ancora i procuratori de' patriarchi antiocheno, alessandrino, gierosolimitano, i quali tutti con lui nell'amore della santa religione e fede fermamente s'erano congiunti, e come, essendo confermata la unità della chiesa, erano state tolte via con l'aiuto di Dio tutte le difficultà del tempo antico, le quali parevano erronee e contrarie alla religione. Queste cose essendo state col debito ordine confermate e stabilite, esso papa aveva voluto di questo donare a tutti una singolare allegrezza. Or noi vi mandiamo questo libro di papa Eugenio, il quale incorrotto avemo conservato: aremmovi anco mandato tutto l'ordine e potestà della benedizion pontificale, se non ci fosse parso troppo grande il volume di queste cose, perciò che in vero di grandezza avanza il libro di san Paulo alle genti. Gli ambasciadori veramente che queste cose dal papa ci portarono furono Teodoro, Pietro, Didimo e Giorgio, servi di Giesú Cristo. Voi veramente, santissimo padre, farete molto bene se ordinarete che sian rivolti tutti i vostri libri, dove facilmente penso che si troverà qualche memoria delle cose che io vi scrivo: per tanto vostra Santità tenghi per fermo che qualunque cosa che con sue lettere ella ne farà sapere, immediate con ogni somma diligenza sarà notata e descritta nei nostri libri, accioché di quella ne rimanga alli posteri nostri sempiterna memoria. E certamente colui mi pare essere beato la cui memoria, scolpita nelle lettere, si conserva nella santa città di Roma e nella sedia di san Pietro e Paulo, perché questi sono i signori dei cieli e giudici di tutto 'l mondo. E perché cosí io credo, perciò mando queste lettere, per acquistarmi la grazia presso a vostra Santità e al vostro santissimo concistoro, acciò che indi mi venga la santa benedizione e 'l crescimento di tutti i beni.
Strettamente ancor prego vostra Santità mi voglia mandare qualche imagine de' santi, e massimamente della beata Maria Vergine, acciò che spesse volte mi sia in bocca e nella memoria il nome di vostra Santità, e del continuo prender mi possi piacere dei vostri doni. Per tanto ancora con grande instanzia vi chieggio mi mandiate uomini dotti delle sacre lettere, e gli artefici che faccino le imagini, e similmente le spade e arme da combattere d'ogni sorte, e anco li scultori dell'oro e dell'argento, e maestri di legnami, specialmente gli architetti, che faccino le case di pietra, e che sappiano tirar le tegole di piombo e di rame da coprire i tetti delle case. Oltre a questi averemo ancora assai cari quei che sanno lavorare il vetro e fare instrumenti musici, e quelli ingegnosamente e dottamente sonare, e con questi ancora sonatori di flauti e di trombe. Ma detti artefici vorrei che dalla casa vostra mi mandaste, over, se voi ne avete in casa carestia, vostra Santità gli potrà avere facilmente dagli altri re vostri figli, percioché tutti subito ai vostri comandamenti e cenni obbediscono. Questi, arrivati che saranno a me, saranno tenuti in sommo onore, secondo che meriterà la scienza di ciascuno, e dalla mia liberalità e cortesia riceveranno ampla e grande mercede; e se alcun di loro desidererà tornarsene a casa sua, si partirà abbondantemente premiato come a lui piacerà, percioché non sono per ritener alcuno contra sua voglia, quando arò ricevuto qualche frutto dalla sua industria.

Ora bisogna passare a ragionare dell'altre cose. Io vi dimando, santissimo padre, perché non esortate li re cristiani vostri figli che mettino giú l'arme e che voglino, come si conviene alli fratelli, essere insieme concordi? poi che essi sono le tue pecore e tu il lor pastore. E sa molto bene la Santità vostra quel che l'Evangelio comanda quando dice: "Ogni regno in se stesso diviso si disfarà", perché, se li re cristiani con gli animi uniti e con ferma lega si accorderanno, assai facilmente dissiparanno li macomettani e tutti gli altri infedeli, perché felicemente andando lor addosso, guasteranno e ruineranno la sepoltura del falso e maladetto profeta, che è nella città di Medina. Per questo adunque mettete ogni opra che tra loro si faccia buona pace e che si stabilisca ferma lega d'amicizia, ed esortategli che mi voglino favorire e dar aiuto, perché ne' confini de' miei regni io son da macomettani mori, pessimi uomini, da ogni banda circondato. Ma essi Mori macomettani tra loro l'un l'altro si danno aiuto, e li re con li re e li signori con li signori con gran fede e constanzia contra di noi si uniscono insieme. A me è molto vicino un certo re moro, a cui gli altri re mori vicini porgono aiuto d'arme, di cavalli e di tutti gli altri instrumenti da far guerra: e questi sono li re d'India, Persia, Arabia e d'Egitto, del che io ogni dí piglio maggior molestia, vedendo li nimici della cristiana religione tra lor congiunti in fraterna carità godersi la pace, e li re cristiani miei fratelli in nessun modo a queste ingiurie commuoversi né darmi aiuto alcuno, come saria il debito officio de' cristiani, poi che gli sporchissimi figliuoli di Macometto in sí fatto modo l'un l'altro aiutano. Non son però io uomo che a questa impresa dimandi gente d'arme, avendone a bastanza e di soverchio; solamente dimando le preghiere e supplicazioni vostre verso Iddio, e desidero solo di aver grazia presso alla vostra Santità e presso agli altri re miei fratelli: e per tanto io non ho da cercare l'amicizia con voi se non per esser largamente fornito di quelle cose che di sopra ho dimandato, a terrore e spavento de' Mori, e accioché li nimici del nome cristiano che mi son vicini sappiano come li cristiani miei fratelli mi danno aiuto con sommo studio e favore. Il che certamente appartiene al nostro commune onore, poi che noi ci concordiamo nell'unità della vera religione e fede, e siamo per star sempre saldi in quel consiglio e deliberazione che piú ferma e perfetta e piú utile potrà essere. Iddio dunque adempia i desiderii vostri nelle laudi di Giesú Cristo e di Dio Padre nostro, che da tutti sia laudato in tutti li secoli. E tu, santo padre, abbracciami con tutti i santi di Giesú Cristo che sono in Roma, e in questi medesimi abbracciamenti prego insieme siano ricevuti tutti gli abitatori de' miei regni e quei che stanno in Etiopia. Sia resa grazia al Signor Giesú Cristo con lo spirito vostro. La Santità vostra riceverà queste lettere per mezzo del fratel mio re Giovanni, figlio del potentissimo re Emanuele, da Francesco Alvarez nostro ambasciadore.


Le quali lettere poi che furon compite di leggere, il detto Francesco Alvarez ambasciadore disse queste parole che seguitano in parlar portoghese, le quali allora furon subito replicate in latino dal secretario dell'ambasciador di Portogallo, accioché tutti le potessero intendere, cioè:

"Santissimo e beatissimo padre, il serenissimo e potentissimo signor David, re della grande e alta Etiopia, volgarmente detto il Prete Ianni, non men di osservanza della vera religione che d'imperio, ricchezze, regni eccellente, ha mandato questo suo ambasciadore a vostra Santità con queste lettere che egli v'ha presentato, commettendogli che umilmente, come egli ha fatto, presti vera obbedienza e suggezione in nome di sua maiestà e di tutti i suoi regni a vostra Santità, come a vero vicario di Cristo, successore di Pietro e sommo pontefice di tutta quanta la chiesa; e ch'egli vi offerisca questo picciolo presente d'una croce d'oro, la qual vostra Santità stimerà non tanto per il prezzo, che è piccolo, quanto per riverenza di quella croce sopra la quale il nostro Signor Giesú Cristo per noi si degnò patire, supplicando quella umilmente in nome del detto signore che si degni accettare tutte queste cose con pietoso amor di padre dal suo devotissimo figliuolo".

A cui il secretario del detto santissimo signor nostro, comandato da sua Santità, in questo modo rispose:

"Il santissimo signor nostro con molto grato animo, benigna volontà e paterna affezione ha ricevuto te, Francesco Alvarez, ambasciadore del serenissimo David re dell'Etiopia, insieme con la obbedienza, il presente e le lettere che hai portato, e rende grazie a Dio che a' suoi tempi gli abbia conceduto veder le lettere e ambasciadore d'un tanto re cristiano e sí remoto, onde egli diligentemente e volentieri ha inteso le lettere e le parole tue. La obbedienza insieme con li venerabili suoi fratelli cardinali della santa romana chiesa benignamente accetta, e ha molto a grado il dono, sí per la imagine e onore della santa croce, e sí per l'affezione di chi lo manda. Lauda ancor sommamente nel Signor Iddio il serenissimo re di Portogallo, il quale, oltre agli altri grandissimi meriti suoi e de' suoi progenitori verso la repubblica e fede cristiana, e si porti tanto amichevolmente e benignamente con esso re David, e con lui abbia congiunto e conservi l'amicizia e il commerzio, avendo fatto sicuramente pervenire te con queste lettere a sua Santità. Quanto appartiene al resto, sua Santità è per porre ogni opra che, per quanto si potrà fare in tanta disgiunzione di paesi, li pii desiderii del detto re siano sodisfatti, e che egli sempre conosca sé essere e avere ad essere appresso di sua Santità e della santa siede apostolica tra gli altri principi cristiani in amore e onore e in luogo di carissimo figliuolo. E di queste cose trattarà sua Santità con l'ambasciadore di Portogallo e con teco qui, e per lettere e nuncii suoi, e alla maestà del tuo re piú particolarmente risponderà".
Il che fatto, il concistoro ebbe licenza.


Sopra il crescere del fiume Nilo


Discorso di messer Gio. Battista Ramusio sopra il crescer del fiume Nilo, allo eccellentissimo messer Ieronimo Fracastoro.



Come furono varie e diverse opinioni sopra i fonti del Nilo; quando cominciano le pioggie in quelle parti di Etiopia e quando finiscano; la causa dell'escrescenza del Nilo; come nasce nel regno di Goiame da due grandissimi laghi; e non esser fiume alcuno che scorra per tanto paese sotto il sole quanto il Nilo.

Furono, eccellentissimo Signor mio, fra gli antichi scrittori diverse e varie oppenioni sopra li fonti del Nilo, e d'onde avenisse che ogni anno nella state, ad un tempo determinato del solstizio, quando gli altri fiumi sogliono esser secchi o con poca acqua, questo solo allora comincia a crescere, e per quaranta giorni tanto si gonfi che egli inondi e allaghi tutto il paese dell'Egitto, e dapoi in altri quaranta giorni discrescendo ritorni nel suo alveo consueto. E la intelligenza di tal cosa fu reputata tanto degna e ammirabile, che si vede tutti i grandi uomini nei lor libri averne voluto far particolare inquisizione. E Omero, padre de' poeti, lo dimanda acqua che vien da Giove, e si legge che Eudoro e Aristone, filosofi peripatetici, ne composero sopra tal materia libri interi. La qual, ancora che sia stata per lo adietro disputata da molti eccellenti ingegni, nondimeno fin a' tempi nostri non si sa che ella sia stata determinata né chiarita: e la causa di tal ignoranza si comprende esser proceduta solamente per non essere state penetrate quelle parti da alcuno uomo d'intelletto che le abbia volute considerare e descrivere. E conciosiacosaché, essendovi andato del MDXX don Francesco Alvarez con uno ambasciadore del re di Portogallo, e notato meglio che egli ha saputo il viaggio suo fino alla corte del Prete Ianni, ne abbiamo al presente tanta notizia che, se per un altro uomo diligente vi fussero aggiunti li gradi delle altezze delli luoghi principali, e massimamente da un capo all'altro del Nilo, che costui non vidde, si potria quasi appresso congietturare la causa del crescer del detto fiume; imperoché, smontato che egli fu sopra la banda sinistra del mar Rosso al porto detto Ercocco, ch'è in gradi 16 sopra la linea, e di lí andato al monastero della Visione, XXIIII miglia lontano, gli fu detto che alli 17 di giugno cominciava in quelle parti dell'Etiopia il tempo delle pioggie, che essi chiamano verno, e durava fino alla mettà di settembre, e cosí dice che andando alla detta corte, che era andar verso la linea, ebbe per tutto quasi il mese di luglio pioggie grandissime e acque infinite; per la lezione della quale scrittura confesso a Vostra Eccellenza che mi allegrai grandemente, tenendo per fermo che questa fusse la vera causa, sí come veramente ella è, di tal escrescenza, né che piú oltra si dovesse cercare; nondimeno, avendovi voluto pensar sopra e considerar alquanto minutamente le particularità che scrive questo don Francesco, vi trovo delle difficultà non poche, che non mi lasciano cosí a punto del tutto satisfare. E accioché Vostra Eccellenza intenda quelle cose che mi fanno dubitare, mi sforzerò col piccolo e debile ingegno meglio che saperò di esprimerle. E per tanto dico che, per lo scriver del viaggio di questo uomo e per il titolo che si legge nelle lettere del Prete Ianni, il fiume del Nilo nasce nel regno di Goiame da due grandissimi laghi che assomigliano a mari, i quali non bisogna dubitare che non siano oltra la linea dell'equinoziale verso l'Antartico, sí per li termini che di detto regno vengono descritti dal prefato don Francesco, come per la oppenione di Tolomeo, che gli mette in gradi sei australi, e quivi il detto fiume, passando sotto la linea, e dopo le due cataratte maggiori e minori, che sono cadute che fa il fiume di alcuni luoghi alti, si sparge per campagne, dove perde l'alveo, e di nuovo poi ritornato in sé, fatti alcuni rivolgimenti, passa il tropico di Cancro e se ne viene diritto alla città del Cairo, sboccando nel mar nostro Mediterraneo. E non è fiume alcuno di quelli de' quai abbiamo notizia in questo nostro abitabile che corra cosí lungamente e per tanto paese sotto il corso del sole come fa questo.


Dubitazion sopra il crescer del Nilo, e che fra li tropici non si vede mai neve.

Ora dei fonti del Nilo non accade dirne altro, avendosene al presente tanta notizia. Ma ritornando alla escrescenza del fiume che si causa dalle pioggie, dico che 'l corpo del sole, sí come Vostra Eccellenza sa molto meglio di me, è sempre quel medesimo, col suo splendore puro e semplice, né si può mai in quello imaginarsi alterazione alcuna di caldo o di freddo, vada pur dalli solstizii alli equinozii o dalli equinozii alli solstizii, cosí verso il nostro polo come verso l'opposito, che sempre da quello non può venir altro che lume semplice; ma il caldo, il freddo, le nebbie, le pioggie, i tuoni che si fanno qui da noi, sono accidenti che fa il ripercuoter di questo lume sopra diverse parti della terra, come saria a dire in luoghi piani, diserti, aridi, bagnati, sopra monti over valli, paludi over mari, dove secondo la varia ripercussione di questo lume si causano varii e diversi effetti, li quali sono maggiori e minori secondo la longhezza over brevità del tempo che 'l sol dimora sopra le dette parti, e anco secondo che li raggi di quello battono diretti e perpendiculari, obliqui over lontani.
E per tanto, volendo discorrere sopra questo crescimento del Nilo secondo la scrittura di questo don Francesco, faremo questo presupposito, e diremo che alli fonti di quello sia A verso l'Antartico, e dove è Ariete sopra l'equinoziale sia B, la metà di Tauro sia C, il tropico di Cancro sia D, e ritornando alla metà di Leone sia E, e di nuovo sopra l'equinoziale, dove è Libra, sia F. Vorrei saper da Vostra Eccellenza d'onde avviene che 'l sole, partendosi dall'equinoziale, dove è B, cioè Ariete, e andando a C, dove è la metà del Tauro, e di lí poi a D, dove è il tropico di Cancro, sempre però passando sopra il fiume del Nilo, non causa escrescenza alcuna; ma come ei si rivolta da D ad E, cioè da Cancro a Leone, immediate per quaranta giorni egli fa cosí gran pioggie ed escrescenza, e da E ad F, cioè da Leone all'equinoziale, dove è Libra, va poi diminuendo e cessando. Questa varietà che si vede causar cosí grande sopra una linea medesima, che è il Nilo, in questo viaggio del sole, cioè che venendo verso il solstizio estivo egli non faccia alterazione alcuna, ma partitosi da quello causi cosí gran pioggie, mi genera una gran dubietà e ambiguità nell'animo, né mi posso imaginare da che possa procedere, perché li medesimi luoghi piani, aridi, secchi, umidi, monti e valli che il sol truova venendo verso il tropico di Cancro, li medesimi egli ritruova ritornando, e le medesime e l'istesse ripercussioni di raggi sono fatte nel ritorno che furono nel venire. E se la Eccellenza Vostra mi rispondesse che il sole nel ritorno ritruova le parti della terra scaldate, e per l'alterazion di quelle egli è piú potente ad elevar vapori e nebbie e quelle risolver in pioggia, le rispondo: per che cagion fa egli questo effetto per li quaranta primi giorni che si parte dal tropico di Cancro, cioè dalla metà di giugno, secondo il scriver di don Francesco, e passati quelli va sempre mancando di forze, fin che giunge in Libra sopra l'equinoziale, e nondimeno ei non si diparte mai col suo corso di passar sopra il Nilo? E se la Eccellenza Vostra volesse addurre che le nevi che sono sopra li monti di Etiopia o della Libia, per li raggi perpendiculari del sole nel suo andar al tropico e ritorno, si dileguano e fanno questa escrescenza, le dico che fra li tropici non si vede mai neve, per quello che vien affermato, ma in luogo di quelle le sommità degli altissimi monti sono sempre circondate da folte e grosse nebbie, le quali non si dipartono, né perché il sole vi passi perpendiculare, né perché egli sia lontano, ma vi stanno sempre risolvendosi in pioggia. E che questo sia il vero li monti dell'isola di San Tomé, che è sotto l'equinoziale, e Serra Liona, che è sopra l'Africa gradi otto verso di noi, di continuo lo dimostrano. Poi questa escrescenza del fiume si comincia a far su la Etiopia e molte miglia di sopra la città di Siene, che è sotto il tropico; né li monti di Libia, che son fuori di quello, vi possono con le lor nevi, se è vero che ne abbino, far effetto alcuno.



Ch'il sol, venendo al solstizio, non è causa di queste pioggie onde cresca il Nilo.

Quello che fin ora abbiamo detto è stato per il sentimento che abbiamo cavato dalla scrittura del detto don Francesco. Ma lasciando quella si può discorrere ancora ad un altro modo e dire che, cominciando a crescer il Nilo nella città del Cairo alli 17 di giugno ordinariamente, come molti uomini che lo hanno veduto per molti anni lo affermano, e allo 'ncontro dicendosi che nella Etiopia alla metà del detto mese comincia il lor verno con pioggie grandissime, che fan crescer il Nilo, questa cosa è molto difficile da comprendere, conciosiaché l'acqua di dette pioggie non è possibile ch'ella possa giunger in cosí pochi giorni per sí lungo spazio di cammino fino al Cairo, per un fiume che lentamente con tante rivolture va correndo. E per tanto è necessario di concludere che, come il sole giunge alla metà del Tauro, comincino allora le pioggie, e che elle continuino fin che egli viene ascendendo al principio di Cancro sopra il solstizio, che sono quaranta giorni, e che, come il sole poi dà la volta e comincia a discendere, elle cessino allora del tutto. E a questo modo l'acqua delle prime pioggie, caduta nel principio di maggio, comincierà giunger alla metà di giugno al Cairo, e andarà crescendo per il medesimo spazio di tempo che il sol pose fin al solstizio; allora cessando di piovere, il fiume a poco a poco cominciarà ancora egli a descrescer per il medesimo tempo di quaranta giorni, fin che sarà fornita di venir giuso tutta l'acqua piovuta. E per questa varietà è forza che torniamo di nuovo sopra la medesima difficultà che abbiamo toccata di sopra, cioè per che causa il sole debba far piovere venendo al solstizio, e da quello partendosi debba cessare, massime correndo sempre sopra la medesima linea del Nilo in questo suo ritorno, come egli fece nella sua venuta. E accioché la Eccellenza Vostra senta quello che di questa materia pensarono gli antichi, non sarà fuor di proposito lo udirne parlare alquanto da Diodoro Siculo, il quale con somma diligenza raccolse insieme tutte le loro oppenioni, e nel mezzo del primo libro della sua istoria dice in questo modo.


Varie opinioni delli antichi sopra il crescere del Nilo, da Diodoro Siculo con somma diligenzia raccolte. Che dalli re del Cairo fu fatto il niloscopio, cioè regola del Nilo, per veder ciò che a tutte l'ore faceva il Nilo, del qual niloscopio facevano dell'abondanza di quell'anno.

Del crescer veramente del fiume Nilo, sí come a quelli che lo vedono è cosa maravigliosa, cosí è fuor di ogni credenza a quelli che ne odono parlare, conciosiacosaché tutti gli altri fiumi circa il solstizio estivo diminuischino e di giorno in giorno si vadino facendo minori, questo solo allora cominci a farsi grande, e continui tanto ogni giorno a gonfiarsi che alle fini inondi e cuopra quasi tutto il paese dell'Egitto; nel medesimo modo dipoi al contrario mutandosi, in equal tempo di giorno in giorno a poco a poco vada discrescendo, fin che egli ritorni nel suo pristino stato. Ed essendo tutto questo paese piano di campagna, e le città, ville e cappanne edificate sopra monti di terra fatti a mano, rapresenta a chi lo riguarda le isole dell'arcipelago dette Cicladi. La piú parte delle fiere terrestri muoiono affogate dal fiume, se non quelle che alli luoghi alti fuggendo si salvano; le pecore e altri bestiami, nel tempo di queste inondazioni, rinchiusi nelle ville e cappanne si pascono del cibo che per innanzi tutto quel tempo gli vien preparato. Allora li popoli, liberi dalle fatiche, attendono a darsi buon tempo, faccendo conviti e senza pensiero godendo di quelle cose che piú gli piacciono. E per il travaglio che suol apportar seco una tanta inondazione, fu fabricato dalli re nella città di Menfi, cioè Cairo, uno edificio nel qual si poteva vedere a tutte l'ore ciò che faceva il Nilo, e fu chiamato per questo niloscopio, cioè regola e livello del Nilo. Quivi coloro che a questo erano deputati pigliavano la misura del crescimento che faceva il fiume ogni giorno, e poi con lettere lo facevano sapere alle città, dichiarando quante braccia over dita era cresciuto, e quando egli cominciava a discrescere: d'onde avveniva che, intendendosi da ogniuno questa mutazione, cosí del crescere come del discrescere, sicuri da ogni paura se ne godevano, conciosiacosaché conoscevano subito l'abondanza de frumenti e d'altre biade che aveva da esser quell'anno, per una antica osservazione che hanno gli Egizi con somma diligenza scritta appresso di loro.
E ancora che il render la causa di questa inondazione sia cosa molto difficile e dubia, non però per questo noi debiamo restare di non volerne dire alcuna cosa sommariamente, sí per non far troppo lunghe digressioni, come per non lassar che di una materia tanto appresso ogniuno dubbiosa non ne facciamo anco noi alcuna menzione. E per tanto, universalmente sopra li scrittori parlando, dico che del crescer del Nilo e delli suoi fonti, e delle bocche per le quali scorre nel mare, e di molte altre cose nelle quali egli, che è il maggior del mondo, sia differente da tutti gli altri fiumi, alcuni scrittori non hanno avuto ardimento di volerne dire cosa alcuna, ancora che sopra ciascun altro piccol torrente sogliano far molto longhe dicerie. Altri, essendosi mossi a volerne render la causa, molto lontani dalla verità sono andati vagando. Ellanico, Cadmo ed Ecateo e tutti gli altri simili scrittori antichi, non sapendo che dirne altro, in cose fabulose si hanno lassato trasportare. Erodoto, che come ogni altro scrittore è diligente e curioso, e di molta pratica d'istorie, sforzandosi di renderne la causa, si trova che egli medesimo contradisse alle sue ragioni. Xenofonte e Tucidide, li quali quanto alla verità tengono il primo luogo fra tutti gl'istorici, del tutto si sono astenuti di parlar de' luoghi dell'Egitto. Eforo e Teopompo si vede che, quanto maggior fatica e studio in questo hanno posto, meno di tutti gli altri hanno potuto conseguire la verità. E tutti hanno errato non per negligenza, ma per non aver avuta cognizione e perizia di tal paesi e regioni, conciosiacosaché dagli antichi tempi fino al re Tolomeo detto Filadelfo, non solamente Greco alcuno era passato in Etiopia, ma neanco fino alli monti di Egitto, talmente erano tutti questi luoghi senza alcun commerzio e del tutto pericolosi. Ma dapoi che 'l detto re con eserciti di uomini greci entrò nella Etiopia, questa regione fu allora diligentemente conosciuta. E queste furono le cause della ignoranza di tutti li scrittori stati per lo adietro, onde intravenne che niuno fin al tempo di quelli disse aver veduti li fonti del Nilo e il luogo dove è il suo principio, over udito da alcuno che affermi esservi stato. E però, essendo ridotta la cosa in oppenione e congietture probabili, li sacerdoti di Egitto dicono che il detto fiume ha il principio dall'Oceano che circonda tutta la terra abitabile, nel che solamente non dicono cosa alcuna veritevole, ma mi par piú presto che vogliano chiarir un dubbio con un altro maggior dubbio, conciosiacosaché per confermazione e prova delle ragioni loro adducono quello che ha di bisogno di esser maggiormente provato e chiarito.
Ma delli popoli trogloditi, quelli che si chiamano Molgii, i quali dalli luoghi di sopra si sono partiti per il caldo, dicono esservi molte congietture per le quali l'uomo può comprender che per molti fonti che in un luogo si vanno ragunando derivi il flusso del Nilo, e per questo esser il piú generativo di quanti fiumi che si abbia cognizione. A quelli veramente che abitano l'isola Meroe si può piú presto credere, conciosiacosaché siano del tutto alieni da trovare invenzioni che paiano verisimili; nondimeno, essendo costoro vicini a questi luoghi delli quai si disputa, in tanto si allontanano di dir cosa alcuna certa delle sopradette che chiamano questo fiume Astapo, che nella nostra lingua vuol dir "acqua delle tenebre", e cosí al Nilo han posto un proprio nome cavato dalla loro innata ignoranza e inscizia delli luoghi incogniti. Ma a noi verissima pare esser quella ragione che si allontana dalle fizioni. E non voglio restar di dire che Erodoto, scrivendo li confini della Libia, che è dalla parte orientale del fiume, e quelli che sono dalla parte occidentale, attribuisce la certa cognizione del detto fiume alli popoli detti Nasamoni, e dice che, avendo principio da una certa palude, corre per la region di Etiopia, che è inesplicabile e infinita. Non però per questo né a questi popoli di Libia che dicono cosí, ancor che parlino secondo la verità, né allo istorico debbiamo attendere, quando le lor parole sono senza dimostrazione o ragione alcuna.
Dapoi adunque che abbiamo e delli fonti e del corso del Nilo parlato, ci sforzeremo di render le cause del crescimento di quello. Talete, che fu annumerato fra li sette savii della Grecia, dice che, soffiando li venti di ponente che son chiamati etesie, il corso del Nilo è ribattuto all'insú dal mare, e per questo gonfiandosi le acque del fiume, ne segue la inondazione sopra tutto il paese dello Egitto, che è piano e basso. E ancora che questa ragion paia contener in sé qualche dimostrazione, nondimeno facilmente si può convincer per falsa, conciosiacosaché, se questo fusse vero, tutti i fiumi che avessero le lor bocche opposite al soffiar delle dette etesie si gonfieriano col medesimo crescimento: il che vedendosi non accader in alcuna parte del mondo, è bisogno d'investigar un'altra causa, che sia piú vera, di questa inondazione.
Anassagora fisico disse che le nevi che si liquefanno nella Etiopia son causa di questo crescimento, la qual cosa par che Euripide poeta suo discepolo sentisse, quando dice:

La bell'acqua lasciando
del fiume Nil, che dalla terra scorre
d'uomini neri, e allor gonfia l'onde
che d'Etiopia si struggon le nevi.

La qual ragione anco facilmente si può ribattere, conciosiacosaché a tutti sia manifesto e chiaro che per la grandezza del caldo è impossibile che nell'Etiopia vi caschino nevi, e universalmente in questi luoghi né ghiaccio né freddo né segno alcun di verno appare, e massimamente nel tempo che cresce il Nilo. E se alcuno pur volesse ch'egli crescesse per causa delle nevi, senza alcun dubio renderia un vento freddo e aere nuvoloso e denso, la qual cosa circa il Nilo solo di tutti i fiumi non si vede, cioè né condensazion di nuvole, né l'aure fredde, né aere denso.
Erodoto veramente afferma il Nilo naturalmente esser della grandezza come si vede nel tempo del suo crescimento, ma che nel tempo del verno il sol, girando sopra l'Africa, tira a sé molta umidità dal Nilo, e per questa causa che in quella stagion di tempo contra la sua natura il fiume si sminuisce e diventa piccolo; ma venendo la state il sole, partendosi da quella regione e venendo verso settentrione, secca e abbassa tutti li fiumi della Grecia e ciascun'altra regione che sia nel sito simile a quella: e però non è cosa maravigliosa questa che accade circa il Nilo, perché si abbassa non nelli caldi grandi ma nel verno, per la causa detta di sopra. A questo si può rispondere che è cosa conveniente che, sí come il sole tira a sé l'umor del Nilo nel tempo del verno, cosí tirasse ancora da tutti gli altri fiumi che son nella Libia qualche umidità e abbassasse le acque di quelli; ma, perciò che in parte alcuna della Libia non si vede far simil cosa, si comprende che l'istorico poco consideratamente circa questo ha parlato, conciosiacosaché li fiumi che sono nella Grecia crescono nel verno non perché il sole si sia allontanato, ma per la moltitudine delle pioggie che si fanno.
Democrito Abderita dice che li luoghi verso mezzogiorno non hanno nevi, sí come diceva Euripide e Anassagora, ma sí ben li luoghi verso settentrione, come è manifesto a tutti, perché la moltitudine delle nevi raccolte insieme nelle parti boreali nel solstizio iberno rimane agghiacciata, e nella state dal caldo dileguata, il ghiaccio fa gran colliquazione, e per questo si generano molte e crasse nuvole nelli luoghi piú alti, perché la esalazione in alto abbondantemente si leva; le quai nuvole poi dalli venti etesie sono spinte fino che si abbattono nelli monti altissimi del mondo, i quali dicono esser nell'Etiopia, e ivi si risolvono in pioggie, dalle quali se ne cresce il fiume, massimamente nel tempo dell'etesie. Questa ragione facilmente si può confutare se diligentemente consideraremo il tempo del crescer del fiume, percioché il Nilo comincia a crescer nel solstizio estivo, quando l'etesie ancora non soffiano, e finisce di discrescer nell'equinozio autunnale, molto innanzi del quale li detti venti sono cessati. E però, quando la certezza della esperienza distrugge la probabilità delle ragioni, si debbe ben laudare lo ingegno dell'uomo, ma non già si debbe dar fede a quelle cose che da lui son dette. Lascio di dire che si vede che l'etesie non piú da tramontana che da ponente soffiano, conciosiacosaché non solamente li venti di buora o da greco levante, ma anco quelli che soffiano da ponente maestro, sono chiamati con questo nome di etesie. Dapoi dir che li monti che sono in Etiopia siano li maggiori del mondo, non solamente è senza prova alcuna, ma neanco per effetto alcuno creder si può.


Altre opinioni di Eforo, di filosofi di Menfi, di Enopide e di Agatarchide, del crescer del Nilo. E quivi come Meandro fiume per esaggerazione ha fatto una gran regione, e il simile Acheloo e il Cefiso.

Eforo, adducendo una molto nova causa, si sforza di farla probabile, ma si vede però che egli non ne conseguisce la verità, perché dice che l'Egitto è tutta terra esaggerata dal fiume e rara e come di natura di pietra di pomice, ha in sé caverne e rotture grandi, e però raguna in sé gran copia di umori, li quali nel tempo del verno in sé contiene, ma nella state manda fuori da ogni banda come sudori, e con questi si empie il fiume. Ma questo istorico non solamente mi par che non abbia veduto la natura delli luoghi di Egitto, ma neanco che l'abbia voluta intendere da quelli che diligentemente l'hanno veduta, perché primamente, se da esso Egitto il Nilo ricevesse questa abondanza che lo fa crescere, nelle parti di sopra per modo alcuno egli non cresceria, correndo per luoghi sassosi e sodi, ma si vede che per spazio di piú di 600 miglia egli corre per la Etiopia, e nondimanco è gonfio e pieno per tutto quello spazio avanti che tocchi l'Egitto. Poi, se 'l flusso del Nilo è piú basso delle rarità e concavità della terra esaggerata, accaderia che le fissure e caverne fussero nelle superficie, nelle quali saria impossibile che cosí gran copia di acqua si contenesse; ma se il luogo del fiume è piú alto delle fissure della terra, è impossibile che dalle caverne piú basse il flusso degli umori scorra nella superficie piú alta. E universalmente chi è colui che giudicasse esser possibile che li sudori contenuti nelle rarità della terra facessero cosí grande accrescimento del fiume, che da quello quasi tutto l'Egitto si sommergesse? Lasso di dire che è cosa falsa che nella terra esaggerata e nelle rarità di quella si possino servare acque, essendo le prove al contrario manifeste, perché il fiume Meandro nell'Asia ha fatto una gran regione per esaggerazione, nella quale nessuna cosa simile al crescimento del Nilo accader si vede; e similmente in Acarnania il fiume detto Acheloo, e in Boezia il Cefiso, che vien dalli Focensi, non piccola parte di regione ha atterrato, e nientedimeno in tutte due questi si può conoscer manifestamente la falsità che ha detto questo istorico, benché da Eforo non si debbe cercar cosí per sottile la certezza delle cose, vedendolo, come in molte è stato, cosí negligente della verità.
Li filosofi veramente di Menfi si hanno sforzato di render la causa di questo crescimento, che piú presto non si possa confutare che perché sia verisimile, alla qual la piú parte consente. Dividono adunque la terra in tre parti, e dicono che una è questa nostra abitabile; l'altra, che è opposita a questa, simile nelle nostre stagioni dell'anno; la terza, che è posta in mezzo fra queste due, la quale per il caldo è inabitabile. Se il Nilo adunque, dicono, inondasse nel tempo del verno, non saria dubio che dalla nostra zona riceveria quel crescimento, perché in quelli tempi massimamente appresso di noi si generino le pioggie; ma perché al contrario nella state cresce, è cosa verisimile che nelli luoghi oppositi si faccia verno, e si generino acque le quali, abondando da quelli luoghi, in questa nostra abitabile scorrano: e però dicono che nessuno ha potuto pervenire alli fonti del Nilo, come quello che dall'opposita zona per la parte inabitabile passa qui da noi, e di questo esserne testimonio la eccessiva dolcezza dell'acqua del Nilo, il quale scorrendo sotto la zona abbruciata si cuoce, e per questo l'acqua di quello è molto piú dolce che quella di tutti gli altri fiumi, perché è cosa naturale che il calore e 'l fuoco ogni umor addolcisca. Ma questa ragione dà una occasion di contradire, perché pare al tutto esser impossibile che un fiume della opposita terra in questa nostra ascenda, massimamente se si concede che la terra sia rotonda e sferica, perché, ancor che alcuno con ragion voglia audacemente sforzare e far violenza a quello che si vede in effetto, la natura però delle cose a nessun modo il consente. Onde costoro, avendo introdutto una opinione che non si può riprendere, constituendo in mezzo una regione inabitabile, pensano a questo modo di poter fuggire la manifesta confutazione. Ma è cosa giusta che quelli li quali affermano alcuna cosa, o veramente adduchino la evidenza della cosa per testimonio, o veramente faccino dimostrazioni e prove da principii concesse, a che modo il Nilo solo da quella terra opposita a questa nostra passa: non è cosa verisimile che anco in quella vi siano degli altri fiumi, sí come è appresso di noi. Dipoi la causa della dolcezza dell'acqua è del tutto sciocca, percioché, se 'l fiume cotto dal gran caldo si fosse indolcito, non saria generativo né produrria tante varie forme di pesci e animali come egli fa, perché ogni acqua che dalla natura del fuoco è alterata è alienissima dal generare e produrre animali, e però, essendo la natura del Nilo al tutto contraria a questa cottura nuovamente introdutta, è da pensare che queste cause del crescimento già dette siano false.
Enopide Chio dice che nel tempo della state le acque nella terra sono fredde, e nel verno al contrario calde, la qual cosa si vede manifestamente nelli pozzi profondi, li quali nel tempo del maggior freddo hanno l'acqua molto manco fredda, ma nelli gran caldi quella che si cava è freddissima. E però dice esser cosa ragionevole che il Nilo nel verno sia piccolo e contratto, perché il caldo che è sotto la terra consuma molta parte della sustanza umida, non accadendo pioggie altramente nell'Egitto; ma nella state, perché non si consuma piú sotto terra l'acqua nelle profonde parti, il natural flusso del fiume senza impedimento alcuno si empie e cresce. Ma contra questa ragione ancora si può dire che molti fiumi sono nella Libia li quali similmente hanno poste le bocche e similmente scorrono, e nientedimeno non inondano e crescono come fa il Nilo, ma al contrario, nel verno crescendo e nella state calando, dimostrano la falsità di colui che con probabilità si sforza di superar la verità. Appresso la quale si è bene accostato Agatarchide Gnidio, il qual dice ch'ogni anno nelli monti di Etiopia si fanno continue pioggie dal solstizio estivo fino all'equinozio autunnale, e però naturalmente il Nilo nel verno sta basso, nella sua natural quantità di acqua che viene dalli suoi fonti, ma nella state dalle pioggie che abbondano cresce. E se ben nessuno fin oggidí ha possuto assegnar la causa della generazion di queste acque, dice però che non si deve reprobare questa sua openione, perché la natura suol produrre molte cose a modo contrario, delle quali trovarne le cause certe agli uomini non è possibile, e che quello che accade in alcuni luoghi dell'Asia può esser testimonio di questo ch'egli ha detto. Conciosiacosaché, nelli luoghi della Scizia che si congiungono al monte Caucaso, ogni anno quando è passato il verno, sogliono cader grandissime nevi continuamente per molti giorni, e nelle parti dell'India che guardano verso il vento di buora, a certi tempi determinati suol discendere tempesta di grandezza e moltitudine incredibile, e circa il fiume Idaspe continue pioggie: e nella Etiopia dopo alquanti giorni il medesimo accade, e cosí questa mutazione, rivolgendosi per circolo, sempre diversi luoghi continuamente infesta e perturba. E però dice egli che non è cosa fuori di ragione se diciamo che nella Etiopia, che è sopra dell'Egitto, le continue pioggie che cadono ne' monti nel tempo della state fanno crescer il fiume, conciosiacosaché li barbari che abitano in questi luoghi faccino testimonio di questo effetto. E ancora che questo che ho detto abbia contraria natura a quello che accade appresso di noi, non debbiamo però non volerlo credere, perché il vento da ostro, che appresso di noi è pioggioso, si dice che nella Etiopia è sereno, e li venti di buora, che nella Europa sono sí sforzevoli, nella detta regione sono rimessi e al tutto senza forza e deboli.
E del crescimento del Nilo, ancora che potremmo piú variamente rispondere e contradire alle openioni di costoro, saremo contenti delle cose dette, accioché non eccediamo la brevità la quale da principio ci abbiamo proposta.
Questo è quanto nelli libri di Diodoro si legge, dove essendovi molte parti, oltra la inquisizione di questo crescimento, degne del sublime ingegno di Vostra Eccellenza, la quale ne ha illustrato, per dir liberamente, tutti li moti dei cieli, con molte altre belle parti di filosofia, contra la oppenione degli antichi, è ben conveniente che anche dagli occhi ella ne debbia levar via la offuscazione di tante erronee imaginazioni che li detti fecero sopra questo globo della terra, la qual si sa ora chiaramente che è tutta abitata, né vi è parte alcuna o calda o fredda, se non sono solitudini e mari, che non sia piena di uomini e animali, che vi stanno ciascuno come in region temperata, dico temperata alla complessione data loro dalla natura. E ancor che sappia quante siano le occupazioni sue di continuo, nondimeno non voglio restar di pregarla ch'ella sia contenta di volere scrivere alquanto lungamente delle cause ch'ella pensa che possano far questa tale escrescenza, perché veramente sono tutte cose tanto maravigliose e stupende che maggiori non mi saprei imaginare, né dove li suoi alti concetti e divini pensieri si potessero meglio esercitare che in queste: non avendo quelli altro piacere e diletto se non di camminare per strade non tocche da piedi di altri, ma che sieno lontane dalle ordinarie e consuete. E cosí come si legge che a Ercole era cosa fatale il levar via molti mostri che guastavano il mondo, cosí penso che sia fatale a lei il levar via le tenebre di molte false oppenioni che fin ora hanno tenute offuscate e come guaste le menti di quelli del secol nostro, li quali non è dubbio che, invitati dalli suoi scritti, si sforzeranno di volere ancor essi di nuovo ritrovar qualche parte da lei non tocca, che poi il tutto alla fine redonderà in beneficio delli studiosi.


Risposta dello eccellentissimo messer Ieronimo Fracastoro del crescimento del Nilo a messer Gio. Battista Ramusio.


Tre sopra gli altri sono quelli effetti di natura le cui cagioni son molto occulte.

Degli effetti che manifesti nella natura veggiamo, messer Gio. Battista, avvegna che molti siano quelli che hanno le loro cagioni occultissime appresso gli uomini, nondimeno tra tutti tre sono stati precipui e riputati sopra gli altri occulti, e pieni di certa maggior admirazione appresso i nostri maggiori, li quali per la loro difficultà hanno di continuo e in ogni etate affaticato gl'ingegni. L'uno è stato il flusso e reflusso del mare, cosí terminato di sei in sei ore; l'altro è l'attrazione che di alcune cose veggiamo, sí come dell'adamante, della calamita, dell'ambro e molti altri simili; il terzo il crescimento del Nilo, cosí ordinato ogni anno in quel tempo nel quale tutti gli altri fiumi sogliono decrescere. Alli quali dubbi li posteriori hanno aggiunto il quarto, cioè il bossolo de' naviganti, del quale il perpendicolo sempre in ogni sito che sia collocato per sé si volge verso il polo. Problemi nel vero tutti occultissimi e sopra modo incogniti a noi, il che mostra la diversità delle oppenioni di coloro che ne hanno parlato. Molti de' quali veramente son degni di escusazione in alcuni di questi dubbi, percioché a loro non poterono esser note le cagioni, conciosiaché quelle dipendessero dalla notizia delle regioni e siti e condizioni particulari delle terre e mari e rispetti di quelli al sole, la qual notizia alle loro etati non pervenne: di che noi molto siamo obligati alla nostra, la quale tanto ha navigato e cercato del mondo, che gli uomini dell'altre etati in questa parte si ponno riputar come fanciulli a rispetto del secol nostro. Per il che, sí come gli antichi non poterono aver principio e via alla cognizione di qualcuno di questi effetti, cosí l'età nostra ne ha possuto aver lume e adito a penetrar molto piú dentro, sí come è stata la cognizione del crescimento del Nilo, di che voi, avendone avuto molta e molto degna considerazione per le cose ritrovate di nuovo, ne avete scritto a me e fattomi partecipe degli studii e pensieri vostri, li quali di continuo sono intenti e dirizzati a gentilissime e alte contemplazioni. Ma perché voi circa cotal materia ricercate anco il giudicio mio, e con la proposta di alcune non facili dubitazioni modestamente m'invitate a far quasi commentario sopra il discorso vostro, non potendo io né dovendo negare cosa che io veda piacer a voi, molto volentieri ragionerò vosco di cosí bella e cosí anco a me grata materia, per quanto le relazioni che se ne hanno e qualche altro principio mi potranno esser via a farne giudicio, se forse in cosí difficil cosa mi sarà concesso rettamente giudicare e potere scioglier le vostre dubitazioni.



Tra li tropici, in ogni luogo ove il sole è perpendiculare, piove sempre qualche poco del giorno.

Supporremo adunque, come per le relazioni si ha, di che piú volte avete a me scritto, che tra li tropici, in ogni loco ove il sole si fa perpendiculare o propinquo, sempre piove qualche parte del giorno, e vedesi elevare una folta nebbia che, adunata nella sommità de' monti, finalmente si converte in pioggia. Anco supporremo che, quando il sole comincia ad entrar nel solstizio estivo, nelli luoghi ove soprasta, e anche propinqui di qua e di là dal solstizio per sei o sette gradi, come sono gli Etiopi vicini all'Egitto e l'Egitto superiore, non solo fannosi le pioggie predette, ma fannosi come diluvii di pioggie che durano per giorni circa quaranta, il qual tempo gli Etiopi dimandano verno, e dura per tutto Cancro e parte di Leone.



Il sol quando comincia entrar nel solstizio, e anco nelli luoghi propinqui sei o sette gradi, si fanno pioggie grandissime. Il verno appresso gli Etiopi è nel tempo che la estate è appresso di noi.

Appresso supporremo che il crescimento del Nilo comincia parimente anche esso a questo medesimo tempo, cioè quando comincia detto verno appresso gli Etiopi ed è la state appresso noi, il qual crescimento dura circa quaranta giorni, per tutto Cancro e parte di Leone; da indi comincia a calare e decrescer piú e piú, tanto che in Libra se ne ritorna nel suo alveo dentro le solite rive. Del corso del quale, onde cominci e per quai parti descenda e per quanto spazio, altro non ne dirò se non quanto nel vostro discorso scrivete, supponendo ancora che nella Etiopia ed Egitto a quella vicino siano catene di molti grandissimi monti.


Che 'l Niger cresce insieme col Nilo, e due esser le cause per le quali principalmente crescono i fiumi, e molte per le quali possono crescere, ma vengono di raro.

Le quai cose supposte, descendendo alle cagioni che fanno il crescimento del Nilo in quel tempo che gli altri scemano, eccetto quello che si chiama Niger, il qual si dice insieme col Nilo crescere, dico che generalmente li fiumi crescono per due cause principali. L'una è quando interviene impedimento alcuno alle bocche de' fiumi, per il quale non potendo essi deponer l'acque loro nel mare, necessario è sgonfiarsi e crescere. L'altra è quando oltra l'ordinario nuova acqua e molta precipita nei fiumi, tale che meno è quella che depongono nel mare che quella che ricevono, il che anco fassi o per grande e subito dileguamento di nevi o per moltitudine di pioggie, lassando alcune altre cagioni che ponno certo accadere, ma perché rarissime volte avvengono, non si ponno addurre nel proposito nostro, non ne faremo menzione. Sí come a certe constituzioni o di stelle o di stagioni accade sotto la terra generarsi acqua assai nelli luoghi ove sono le origini de' fonti, e sí come a certi tempi avviene che le scaturigini dell'acque che sono sotto terra o per terremoti o per altro accidente mutino il loro corso, e sbocchino sopra terra o in qualche fiume o lago, sí come si legge del lago Albano, il quale senza manifesta causa tanto crebbe nel tempo che poi da' Romani fu preso Vegento. Hassi ancora veduto nascer novi fiumi, che dalla terra usciti ed entrati negli altri fiumi gli hanno grandemente aumentati. Taceremo similmente quelle cause che piú presto sono fabulose che possibili, che alcuni adducono de' crescimenti de' fiumi, delle quali alcune ne son recitate da Diodoro Siculo e da Seneca. Per il che le cause che ragionevolmente si ponno admettere nel proposito nostro saranno generalmente le predette, cioè le due prime, o impedimento delle bocche o nove acque ricevute, e questo o per dileguamento di nevi o per pioggie grandi: delle quali è da vedere quale possa far il crescimento che nel Nilo si vede.


Opinione di Talete e di Eudemene sopra il crescer del Nilo, e confutazione di quelle, e quando cominciano a soffiar le etesie.

Sono stati alcuni, come di Talete ed Eudemene si scrive, che hanno stimato il crescimento che si vede nel Nilo sia per impedimento che si fa nelle bocche ove il Nilo entra in mare, il quale impedimento dicono causarsi da que' venti che si chiamano etesie, non dalle etesie che spirano da ponente, ma da quelle che dall'acquilone, che parimente son chiamate etesie, le quali dicono soffiare a quel tempo che cresce il Nilo, e propriamente per giorni XL come anco cresce il Nilo. Questi venti adunque, soffiando allo opposito del fiume, spingono l'acqua del mare alle bocche del fiume e impediscono l'entrata sua. Ma nel vero questa opinione non si può difendere, prima perché, se è vero quello che scrivono gli auttori dello spirare delle etesie, falso è che comincino col crescimento del Nilo, anzi cominciano quando quasi è la fine del crescer del Nilo, conciosiaché li prodromi, che sono etesie leggieri, non cominciano se non alle fini di Cancro per giorni otto inanzi le etesie, onde son detti precursori, poi rinforzati e soffiando piú forte si chiamano etesie, quando già il Nilo è alle fini del crescere, di che Plinio cosí ne scrive: "Nell'ardentissimo fervore della state nasce la stella della Canicola, entrando il sole nella prima parte di Leone, il qual dí è il quintodecimo innanzi le calende d'agosto: nel nascer di questa per giorni circa otto prevengono gli aquiloni che chiamano prodromi, ma dopo duo giorni di quel nascere gl'istessi aquiloni soffiano piú fermamente giorni XL, i quali dimandano etesie". Il simile scrive Seneca e Columella e altri, onde si può vedere le etesie cominciar quando già il crescimento del Nilo è alle fini, e questa non poter esser la cagione di tal crescimento, per impedimento che si faccia alle bocche.
Oltra di ciò, se tale impedimento fosse la cagione del crescere del Nilo, si vedrebbe apertamente dagli Egizii, e l'onde del mare vedrebbonsi manifestamente essere spinte contro il fiume, e non accaderia tanto dubitare della causa di questo effetto come si fa; vedrebbesi anco cominciare il crescimento da lí in giú, e andar a poco a poco crescendo allo insú, di che il contrario piú presto si vede; e ultimamente l'acque del Nilo sariano chiare, e non torbide e lutose, il che essendo, dà segno che quella torbidezza proceda da acque che, per molto terreno correndo, portano quel lozzo grasso e torbido. Non potendo adunque esser cotal crescimento per impedimento fatto alle bocche, né per le etesie né per altro che possiamo imaginare, necessario è che sia per l'altra cagione, cioè per nove acque che precipitano nel Nilo: il che essendo o per dileguamento di nevi, o per pioggie grandi, o per lo uno e lo altro, resta vedere per quale di queste cause possa procedere.


Che la opinione di Anaxagora è falsa, che le cose che sono possibili solamente non si debbono admetter per vere, e che le pioggie son potissima causa del crescer del Nilo.

E sono alcuni, cosí degli antichi come anco de' moderni, ch'hanno detto tal crescimento farsi per dileguazion repentina delle nevi che sono nelli monti d'Etiopia e quelli d'Egitto superiore: e tal opinione si attribuisce ad Anaxagora. Ma neanco questa openione si pò mantenere e ricever per vera, prima perché molto dubbio è se dentro dalla tropici si possano far nevi o no, di che io mi riservo nel fine di questo trattato farne un poco di discorso; poi, concesso ancora che si possano far nevi in que' luoghi, non però pare che questo si possa addurre per causa del crescimento del Nilo, conciosiaché, se ei fusse, molto innanzi il crescimento del Nilo sariano anco dileguate, però che veggiamo appresso di noi dileguarsi le nevi quando il sole entra nel Tauro, ed è distante da noi per gradi 50: quanto piú deveria dileguar quelle che fussero dentro delli tropici, innanzi che entrasse nel Cancro, alle quali saria vicino non per gradi 50 ma per XIII e per XII. E se alcuno dicesse ciò avvenire per la grande altezza delli monti, pigliando esempio dallo Atlante, nel quale, come scrive Plinio, sono nevi etiam la state, e non è lontano dal solstizio estivo se non gradi cinque, dico che costui non adduce cosa che consti per relazione d'alcuno, ma che forse esser può; ma giusto non è le cose che solamente son possibili riceverle come vere, ma si debbono admettere come possibili, e cercare se altre cause ci sono che siano piú certe: e se ce ne sono, queste si devono tenere, ma se non ce ne sono, in quel caso è lecito admetter quelle che sono possibili. Per il che, lassando ora in sospeso la cagione delle nevi, cercheremo se le pioggie possono essere in causa perché il Nilo a quel tempo cresca. E veramente, se cosí è come da principio abbiamo supposto, che quando il sole comincia a entrar nel Cancro, e per tutto Cancro e parte di Leone, si vedono nella Etiopia diluvii grandissimi di pioggie, il che non solo accertano quelli che vi sono stati a' tempi nostri, ma anco gli antichi scrittori lo confermano, come Diodoro e Plinio e Aristotele nelle sue "Meteore", senza dubbio è da stimare (o ci siano o non ci siano nevi) che tali pioggie siano la cagione del crescimento del Nilo: e questo penso io sia da metter per certo e constante, ove non accade dubitare.
Ma quel di che si può dubitare è questo, donde e da qual causa si facciano quelli diluvii di pioggie nella Etiopia, e come si possano fare in quel tempo che il sole è nel solstizio e tanto abbrucia ogni cosa: di che io trovo oppinioni molto diverse, e alcuni dicono il sole poterlo fare a quel tempo, anzi solo a quel tempo, alcuni lo negano e adducono altra cagione, della qual cosa è da cercare molto diligentemente. Alessandro Afrodiseo, commentando Aristotele nelle "Meteore", nel primo libro ove tratta delle pioggie, dubitando circa quello che dice Aristotele, in Arabia ed Etiopia la state farsi pioggie grandissime, dice che la consistenza delle nuvole e li vapori non si fanno ivi, ma son portati dalli venti che si chiamano etesie, come esso Aristotele dichiara nel trattato del crescimento del Nilo. Per il che pare che la openion d'Aristotele e poi di Alessandro sia che la generazion delli vapori che fanno quelle tante pioggie in Etiopia non si faccia del sole in quelle parti, ma siano portate dalle etesie, le quali in Etiopia facciano quello che li scirocchi a noi, e sí come a noi li scirocchi portano gran quantità di nuvoli e vapori, perciò che passano sopra il mare, cosí le etesie parimente fanno agli Etiopi e all'Egitto superiore passando per molto mare.


Che la opinione di Aristotile e di Alessandro difficilmente si può difendere, e che alla generazione delle pioggie ci bisogna molte cause, e quali.

Ma veramente, se è lecito dubitare alle openioni di tanti filosofi, molto posso dubitare in questa cosa detta da Alessandro e attribuita ad Aristotele, conciosiaché, se è vero quel che di sopra abbiamo detto per testimonio di molti, che le etesie si facciano alla fine di Cancro, quando già il crescimento del Nilo è propinquo alla fine, io non so come questo che scrive Alessandro possa aver luogo. Al che si aggiunge che, se questa fosse la cagione di quelle pioggie per vapori portati da' venti, gli abitanti e quelli che vi sono stati e tutti che da quelli potessero esser informati niente dubitariano della causa che fa crescere il Nilo, sí come quando a noi piove per gli scirocchi niente dubitiamo onde siano quelle pioggie. Essendo adunque e appresso gli antichi e appresso gl'istessi abitanti sempre stato dubbio e tanto difficile a conoscer come si facciano quelle pioggie, parmi che mal si possa attribuir la cagione a venti che portino li vapori, tanto piú che, se è vero quello che da principio abbiamo sopposto per le relazioni, che ove il sole si fa perpendiculare sempre piova a qualche parte del giorno, che esser non può perché le etesie ci portano li vapori, ma perché il sole si elevi, ragionevole è che anche egli sia la cagione che tante pioggie si facciano quando sta come perpendiculare per molti giorni sopra certi prati. Ma nel vero alla perfetta risoluzione di questa materia molto importeria il sapere certamente a che tempo cominciano a spirare le etesie. E se a Plinio si può prestar piena fede, percioché egli distintissimamente mette il principio loro, Aristotele altro non dice se non che soffiano dopo le conversioni estivali del sole, ma quanto dopo non dichiara, e io per l'esperienza o per relazione altro non posso dirne.
Ci restarà adunque da investigare se il sole può esser causa di far l'attrazione delli vapori che sono materia di tante pioggie, e perché solo a quel tempo lo faccia, che è per tutto Cancro e parte di Leone, nella qual cosa sono non pochi e non facili dubbi: e primo, come in quelle parti tanto secche e bruciate sia tanta materia che sumministri vapori sufficienti a far diluvii di pioggie che durino tanto; poi, dato che si facciano li vapori, come esser può che 'l sole tanto perpendiculare e diritto non li risolva e proibisca far consistenza di nubi, conciosiaché appresso noi in trenta e quaranta gradi e piú vedemo, quando il sole è al solstizio, li vapori che si levano esser anco disciolti, e rade volte la state farsi pioggie, e se pur si fanno, le nubi sono portate d'altronde e la pioggia è molto breve. Oltre a ciò quel che dà piú maraviglia è ch'essendo il medesimo rispetto del sole alla terra, il medesimo viaggio per tutto Gemini che per tutto Cancro, perché non si fanno le dette pioggie cosí in Gemini come in Cancro: di certo gran meraviglia è che stando il sole sopra li medesimi luoghi, mentre che da Gemini va al Cancro e dal Cancro cammina al Leone, che non faccia la medesima attrazione de vapori, le medesime nubi e pioggie in Gemini come in Cancro. Maggior maraviglia è poi che, in tanto tempo che sta come fermo in un luogo, non consumi tutta la materia donde si devono far vapori, conciosiaché appresso noi, che siamo tanti distanti, vediamo la terra tanto essiccarsi, che nulle o pochissime pioggie si fanno. Per questi dubbi io penso Alessandro e gli altri esser mossi a non poter credere che quelle tante pioggie che si fanno la state nella Etiopia non abbiano la lor materia portata d'altronde; nondimeno, perché communemente si tiene il contrario, e che il sole la elevi dalli luoghi proprii di quella regione, io mi affaticherò a mostrare come ciò esser possa, e che non possa esser ad altro tempo che quando il sole corre tutto Cancro e parte di Leone.
Ma prima diremo ch'alla generazione delle pioggie ci bisognano molte cause per ordine, le quali concorrendo si fanno le pioggie, ma mancando o tutte o alcuna non si fanno. Prima ci bisogna la materia onde li vapori si possano fare, la quale è l'umido o de' mari e stagni e fiumi, o le parti della terra umide; poi ci bisogna lo agente che elevi da quello umore vapori assai, il che si fa introducendo in quell'umore tanto di caldo che sia sufficiente ad elevarlo, per il che il sole massimamente lo suol fare. Poi bisogna che li vapori elevati si unischino in certo luogo nell'aere e congreghino insieme, e faccino quel corpo stesso per l'aere che chiamano nube, la qual unione e consistenza parte fassi per la natura delle cose simili che concorrono in uno l'una con l'altra per la simpatia, parte fassi per l'antiparistasi del loco, la quale communamente è dove finisce la reflession de' raggi del sole, ove è fredezza assai, e massime se ci sono monti, i quali infreddano molto, e perché la reflession de' raggi non perviene alle sommità loro, e perché hanno della terra assai, che parte è fredda e non è scaldata come li luoghi piani, dalla qual antiparistasi si fa la consistenza e unione de predetti vapori. Oltre ciò ci bisogna che 'l vapore da novo si riduca alla natura dell'acqua, il che si fa perdendo la calidità che prima era introdutta e ricevendo nova freddezza, la qual si fa o dal luogo detto ove finisce la reflession de' raggi, e massime partendosi il sole, che pur con la presenza mantiene la calidità nel vapore, o dalle parti di essa nube che sono fredde. Ultimamente, uniti li vapori e ridotti alla natura propria e fatti acqua, che per sé è grave, descendono e fassi pioggia.


Come se ingeneri la pioggia, e come si facciano le pioggie quando poche, quando mediocri e quando grandissime; e quando il sol piú s'avicina al tropico, il sol si fa continuamente piú lungo.

Quando adunque questo ordine di cause concorre convenientemente, se la materia è poca fassi poca pioggia, se è mediocre fassi pioggia mediocre, ma se è molta, e l'attrazion molta, e li luoghi degli antiparistasi molto atti, allora si fan pioggie grandissime e diluvii, se accade che le cause possino durare. Ma se alcuna di queste cagioni per fortuna manca, manca anco la generazion della pioggia, il che o in certi luoghi o a certi tempi accade. Alcuna volta manca la materia per sé, come in molte parti della Libia, che sono arsiccie e sabulose; alcuna volta è consonta dal sole, come la state appresso noi; per il qual mancamento non fa attrazione ed elevazion de vapori. Alcune volte il difetto non è per la materia, ma è dallo agente, che è debole, come quando il sole è lontano e fa li raggi che fuggono e non si reflettono, e non è potente ad elevar il vapore, che è congelato dalla freddezza del luogo, come il verno appresso noi, e piú alli piú settentrionali, ove non piove se li nuvoli non son portati d'altronde. Alcune volte il vapore si eleva, ma non si unisce né si fa consistenza, il che fa o il calore eccessivo che li disolve o venti che li dispergono. Alcune volte sono elevati li vapori e consistono e sono uniti e sono in region debita, ma non si fan pioggia perché l'antiparistasi non è proporzionata a far pioggia, ma fa o neve o tempesta o vento.
È adunque da vedere se nella Etiopia e nell'Egitto superiore siano queste condizioni e ordini di cause, che senza necessità di esser portata la materia dalle etesie, si possono far pioggie e piccole e mediocri e grandi e lunghe, per le disposizioni della regione e del sole. E a me pare di sí, supponendo, come è detto, che nella Etiopia ed Egitto superiore siano catene di grandissimi monti, siano anco fiumi larghissimi, come il Nilo e altri, e appresso sia gran tratto di mari, il sino Arabico e l'Oceano. Dico adunque che prima, a far quelle pioggie che di giorno in giorno si fanno, ove il sole si trova perpendiculare e diritto, non è dubbio che non ci sia materia sufficiente per li vapori che s'hanno ad elevare, e ancora lo agente che li possa elevare, cioè il sole. Puossi ancor fare unione di quelli e consistenza dal luogo ove finisce la reflession de' raggi, massime ove sono monti assai, i quali sí per natura loro, che è fredda essendo terra, sí perché massimamente alle sommità loro non arriva la reflession de' raggi, resistono al sole, che non dissolva la consistenza de' vapori, e con l'antiparistasi parte gli uniscono, parte di novo li raffreddano e convertono alla natura di acqua e fan pioggia, il che di giorno in giorno si fa. La qual pioggia non è già quella che faccia il crescimento del Nilo, percioché quella, descendendo al piano, prima che arrivi al fiume si absorbe dalla terra, che è assai secca per sé e scaldata dal sole. Secundo dico che non solamente questa pioggia quotidiana mediocre o poca possi fare, ma etiam quella grande e lunga che li Etiopi dimandano verno, ed è diluvio d'acqua, ma tale non possi già fare ad ogni tempo e ogni luogo ove si trova il sole, ma solamente quando egli si trova nel solstizio per tutto Cancro e parte di Leone. Il che come si possa fare, cosí dichiararemo, supponendo che li paralleli che fa di dí in dí il sole, cosí partendosi dall'equinoziale per andar al tropico come partendosi dal tropico per ritornare all'equinoziale, sono continuamente piú e piú larghi e distanti l'un dall'altro quanto son piú vicini all'equinoziale, e sono continuamente tanto piú e piú stretti e men distanti l'un dall'altro quanto son piú vicini al tropico, supponendo ancora ch'il giorno si fa continuamente piú longo quanto il sole piú s'avicina al tropico.


Quando e in che modo far si possino pioggie grandissime.

Cominciando adunque dal tempo che il sole si trova nell'equinoziale, e anche per tutto Ariete, dico che ovunque si fa perpendiculare può far pioggia, come è detto, di giorno in giorno, ma tal pioggia non è diluvio, né tale che possa far augumento nel Nilo, percioché il sole, di giorno in giorno facendo li paralleli larghi e assai distanti l'un dall'altro, poco dimora in un luogo e non può fare quella tanta attrazione di vapori che si ricerca al diluvio, ma solo a pioggia leve e poca, che poi si absorbe dalla terra. Alla qual cosa concorre etiam la brevità del giorno, talmente che non dimora molto di luogo in luogo, sí per li paralleli larghi, sí perché il giorno è breve. Similmente si farà anche per tutto Tauro, per la istessa cagione delli paralleli larghi e del giorno breve, avvenga che nel Tauro qualche poco siano stretti li paralleli, il giorno piú longhetto che nell'equinoziale; ma nondimeno l'uno e l'altro non è ancora sufficiente a far pioggie che augumenti il Nilo, ma quando avviene che il sole stia piú e piú giorni e piú ore del giorno sopra una medesima parte, dico che solamente a quel tempo si pon far pioggie grandissime e lunghe. La causa è che solamente allora si fa attrazione grandissima e lunga di vapori, percioché la calidità che gli attrae si fa molto piú profonda nella terra e mare, e non solamente piú profonda ma etiam piú larga e a piú spazio che non fa quando poco dimora sopra una parte, ove fa attrazione superficiale e ristretta. Pervenendo adunque il sole al solstizio per tutto Cancro e parte di Leone, ove il giorno è piú lungo e li paralelli piú stretti che in Ariete e Tauro, e la dimora sopra li medesimi luoghi quasi continua, avviene che l'attrazione de' vapori si fa grandissima e larga e profonda, e conseguentemente pioggie grandissime e lunghe.
Ma qui nascono li predetti dubbi, e prima come possa esser tanta e cosí abondante materia per tanto tempo in quella regione cosí arida per sé, ma piú in quel tempo che da cosí lunga calidità è abbruciata, avendo il sole cosí diretto e propinquo, conciosiaché a noi in quaranta e 50 gradi la state cosí si secca la terra che materia non c'è per pioggia. Al qual dubio dico che nella Etiopia, nelli luoghi onde si elevano li vapori, in alcune parti la materia è indeficiente, e non solamente indeficiente, ma l'un giorno prepara all'altro piú e piú materia, crescendo la calidità di dí in dí, come sono li mari, massime il sino Arabico, sopra il quale passando il sole per molti giorni quasi per un medesimo paralello, di dí in dí moltiplica piú e piú vapori, perciò che 'l giorno d'oggi dispone per dimane, e dimane per l'altro, e quello per l'altro, talmente che piú materia si ha di giorno in giorno.

Che due umiditati si debbono considerar nella terra, le quali il sole attrae quando il sol scorre Gemini e si prepara abondantissima materia de vapori. La causa perché nella Etiopia accresce ogni dí piú materia di pioggie per certo tempo, il che appresso di noi far non si può la state nei luoghi piani.

Quanto veramente appartiene alla terra, dico che in essa son da esser considerate due umiditati, una superficiale, l'altra profonda: quanto alla superficiale, basta poca dimora del sole sopra un medesimo luogo ad elevar li vapori, e di questa fansi le pioggie che ogni giorno si sogliono fare ovunque sia il sole perpendiculare; ma quanto alla profonda, che è quella che in gran parte è fatta dalle acque absorpte dalla terra per le pioggie quotidiane, ci bisogna molto piú longa dimora del sole, tale che anche per causa della terra non manca materia per li vapori quando la profonda si estrae, massimamente nelli luoghi montuosi, ove sono e selve e ombre assai e fonti, che il sole non può tanto come nelli piani. Ma generalmente dico che, quando il sole comincia a scorrer Gemini, materia abondantissima si fa, e l'un giorno dispone per l'altro, tal che il seguente sempre s'avanza dal precedente di materia e vapori, percioché, faccendosi ogni giorno le pioggie quotidiane che abbiamo detto farsi ove il sole è perpendiculare, ed essendo in Gemini il sole perpendiculare sopra un medesimo luogo, ivi si fanno le dette pioggie, le quali, absorte dalla terra, per un circulo descendono e ascendono attratte dal sole. Ma di giorno in giorno piú è quel che si attrae che quel che discese il giorno inanzi, per elevarsi etiam la umidità profonda e aggiugnerseli quella che da mari e fiumi e monti si leva, e cosí un giorno dispone per l'altro: per queste cagioni dunque non manca materia per molti giorni, anzi accresce per certo tempo ogni dí piú. Il che appresso noi la state non si può fare nelli luoghi piani, peroché, consumata la umidità superficiale, causa non c'è che la rinovi di dí in dí, né che ne abbia fatta di profonda, onde quelli pochi vapori che si levano insieme si dissolvono. Pur ne' luoghi montuosi si fan delle pioggie, perché non son cosí essiccati dal sole, e contra operano che li vapori non si dissolvono: e cosí sia satisfatto al primo dubbio.


La causa perché il sole, essendo cosí diretto, non dissolve nella Etiopia li vapori che si elevano e non proibisce la consistenza loro; e per che cagioni non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in Cancro, essendo quelli istessi paralelli in l'uno che in lo altro. Quando noi sentiamo il verno, e come se introduce a noi la state. Che dopo il solstizio e per tutto Cancro e parte del Lione si fa crescimento del Nilo.

All'altro veramente cercava per che causa il sole, essendo cosí diretto, non dissolve nella Etiopia li vapori che si levano e non proibisce la consistenza loro. Dico che ciò fa il luogo ove finisce la reflession de raggi, massimamente ove sono monti molti e grandi, percioché ivi è freddezza assai, per il che li vapori non si risolvono, anzi occorrendo alla antiparistasi si uniscono e raffreddano e riducono alla natura propria di acqua, e cosí piovono. Ma a quello che tanto travaglio dà e a voi e a molti altri, perché sia che in Gemini essendo gl'istessi paralelli che in Cancro, lo istesso rispetto alla terra e viaggio del sole, non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in Cancro, e non comincia il crescer del Nilo se non circa il solstizio, io dico che tutte le grandi azioni hanno le lor preparazioni e lor tempi ne' quai si fanno, e ad introdurre certa forma e grado di qualità, bisogna rimover le disposizioni contrarie e introdurre quelle che fanno per la qualità che si ricerca. Di qui nasce che sarà uno agente e che per due ore farà azione in certa materia, e sarà sempre quel medesimo con li medesimi rispetti, e nondimeno nella prima ora non produrrà la qualità destinata, ma solamente nella seconda, non per altro se non che tutta la prima ora consumò in rimover le disposizioni contrarie e introdurre le appropriate.
Per questa cagione, per molto che 'l sole sia nella medesima distanza da noi del Sagittario che è per tutto Capricorno, nondimeno noi mai non sentimo verno né freddo notabile se non per Capricorno e doppo il solstizio iemale. La cagione è che per tutto Sagittario, anzi per tutta la quarta, de Libra fino a Capricorno, consuma tutto quel tempo a rimover la calidità indutta nella terra per la state passata, la qual si rimove per l'absenza del sole dalle parti della terra fredda; poi, quella rimossa, procedendo pur la freddezza, si viene a tal grado che è molto notabile, e allora sentimo il verno, il che fassi doppo il solstizio. Né obsta alla intensione della freddezza che 'l sole cominci a vicinarsi a noi, percioché tanto poco è quello che può far di calidità che la freddezza di lungi non vinca. Per consimile cagione non sentimo parimente la state in Gemini, ma solo dopo il solstizio in Cancro, per molto che sia lo istesso rispetto del sole alla terra in Gemini che in Cancro, perciò che in Gemini, anzi per tutta la quarta di Ariete a Cancro, il sole consuma tutto quello tempo in rimover la freddezza indotta per lo verno passato, la qual rimossa e introdotta certa calidità, induce finalmente tal grado che a noi è molto sensibile, che chiamiamo state, che si fa doppo il solstizio. E per molto che il sole dopo il solstizio cominci a lontanarsi da noi, nondimeno tanto debole azione è questa che la calidità di lungo vince e si augmenta, fin tanto che la lontananza del sole tanto può quanto il caldo, e fassi caldo mediocre. Poi, superando la lontananza, comincia alquanto il freddo, il qual cresce fino a Capricorno, ma non sí che ancora ci paia verno.
Dunque nel proposito nostro dovemo parimente dire che per la istessa cagione in Gemini non si fanno le pioggie nella Etiopia che si possano dire diluvii e che possano far crescer il Nilo, ma solamente doppo il solstizio, per tutto Cancro e parte di Leone, perciò che tutto il tempo che 'l sole scorre Gemini si consuma parte in rimover le disposizioni contrarie all'attrazione grande de' vapori, parte in far la preparazione conveniente al poter far attrazione grande e larga. Si dee dunque considerare che nella Etiopia e nell'Egitto superiore, quando il sole è nella maggior lontananza che esser possa, cioè nel tropico iemale, nelle parti onde s'hanno ad elevar li vapori, mari, monti, fiumi e piani, è indutta certa frigidità che, quantunque non sia tanta quanta è appresso noi, è però tanta che bisogna che sia rimossa se si deve far vapore che possa elevarsi, massime quella che è ne' mari e fiumi e monti. Oltra ciò si deve anche considerare che, se si deve fare levazione de vapori grande e larga, ci bisogna calidità anche grande e larga, e che possa penetrare alle parti piú profonde e a piú spazio. E quando accade che tale calidità sia mandata dal sole, allora fassi che un giorno prepara all'altro e fa tal disposizione, che poi si può fare attrazione di vapori grandissima.


Come la disposizione delle attrazioni si fa in Gemini e l'effetto in Cancro. Il Nilo e il fiume Niger come crescono; quando cominci lo augmento de' fiumi, e quando lo stato, e quando la declinazione.

Venendo dunque al particolare, quando il sol perviene a Gemini, ove li paralleli sono molto stretti e il giorno è alquanto piú lungo, e che 'l sole dimora molto sopra un medesimo luogo, dico che allora comincia il tempo che un giorno prepara all'altro e dispone la materia che si possa far attrazione grandissima. Ma di tale attrazione la disposizione si fa in Gemini, lo effetto si fa in Cancro, percioché in Gemini da principio si rimove la freddezza indutta dal verno passato (dico verno la massima lontananza del sole, non quel verno che è accidentale per le pioggie, che gli Etiopi chiamano verno), la qual freddezza essendo parte superficiale, parte profonda, quanto alla superficiale basta la dimora di un giorno che faccia il sole, e questa rimossa si fa elevazione che basta alle pioggie quotidiane, ma piccole; ma quanto alla profonda ci bisognano piú e piú giorni, e cosí l'un giorno prepara e dispone all'altro, onde anche fassi che le pioggie quotidiane vanno augumentando e fansi maggiori, ma non sí che ogni giorno non siano però absorte dalla terra, e ciò fassi per tutto Gemini. Ma come si viene al Cancro, ove già per lunga dimoranza la calidità profondamente è indutta e fatta preparazione, che già infinite parti nel mare, nella terra e ne' monti sono vapori in potenzia prossima, allora per ispazio grande, cosí in latitudine come in profondità, fassi incredibile attrazion de vapori, etiam la notte, li quali, congregati circa li monti, dall'antiparistasi loro si riducono in pioggie quasi continue e grandissime, le quali, discendendo al piano già imbibito dalle pioggie quotidiane, non si absorbono dalla terra ma, precipitando alli fiumi, gli accrescono tanto che poi allagano la regione: e cosí fa il Nilo, cosí fa il fiume Niger. Questo crescimento adunque non si fa in Gemini per la cagion detta, che in quello si fa solamente la disposizione; ma fassi per tutto Cancro e parte di Leone, fin a tanto che il sole comincia a far li paralleli larghi, il giorno men lungo, ove la dimoranza non è tanta e la calidità si sminuisce, e già le parti fredde dell'acque e della terra cominciano a ridursi alla natura propria.
L'augmento adunque de' fiumi comincia quando piú è l'acqua che entra che non è quella che si depone al mare, il quale augumento va crescendo fino a certo grado, che è il sommo, il che è da credere che sia circa li XX gradi di Cancro. Poi quel sommo grado va a poco a poco calando, per modo che piú sia l'acqua che entra che quella che si depone; poi viensi ad uno stato nel qual tanto è quella che entra quanto quella che esce, il fiume né cala né cresce, ma sta in una linea: e ciò si dee credere che sia circa la ottava di Leone. Poi comincia a farsi il decrescimento, e meno esser quel che intra che quel che esce: il fiume si ritira dalla linea predetta verso le rive, ma a poco a poco, perciò che a poco a poco fassi quello eccesso di quel che esce sopra quello che entra, e cosí a poco a poco calando nella Libra è tutto ridutto il Nilo nel suo alveo.
Queste sono le ragioni che a me sono occorse circa al crescimento del Nilo, e circa li dubbi che ci accascano, e circa l'oppenioni che si ponno avere, delle quali la piú ragionevole a me pare quella che dice le pioggie che si fanno nella Etiopia e nell'Egitto superiore esser cagione di tal crescimento, le quali pioggie non sono fatte perciò che le etesie li portano le nuvole, ma sono fatte per immense attrazioni de vapori che fa il sole nel Cancro e parte di Leone al modo detto. Dal che seguiria che questo crescimento cominciasse nella Etiopia e nell'Egitto superiore a quella vicino, nella qual cosa può nascer un dubbio, se ad un medesimo tempo si vede il cominciar di tal crescimento in Etiopia e al Cairo: e pare che sí, perciò che tutti scrivono che dove è il Cairo comincia a crescer il Nilo nel solstizio, nel qual tempo etiam per le relazioni si ha che cominciano li diluvii di pioggie nella Etiopia. La qual cosa se diciamo, pare molto dubbia, percioché dalla Etiopia al Caiero sono miglia circa 600, le qual, prima che l'acqua cominci a gonfiar nella Etiopia possa scorrer, pare che molti giorni ci bisognino. Al che si può dire che otto o dieci giorni prima o dopo non importa, perché puntualmente non si sa quando comincia il crescimento in Etiopia e quando al Caiero, over diciamo che il crescimento del Nilo a duo modi si può conoscere. L'uno è per l'acqua che entra, che non potendosi deporre tanto quanto entra fa crescer il fiume, e a questo modo alquanto prima si vede il crescimento nella Etiopia che al Caiero. All'altro modo si può conoscere il crescimento per la condensazion delle parti che fa l'una dopo l'altra di mano in mano, il che quasi subito e in brevissimo tempo si fa in tutto il fiume, come vediamo anche nell'altre acque, buttato un sasso o altro che spinga le parti, farsi le circulazioni l'una dopo l'altra quasi in un momento: e a questo modo può esser che, come la prima acqua sgonfia il Nilo nella Etiopia, quantunque la istessa non si veda al Caiero, nondimeno si vede la condensazione delle parti fatta l'una dopo l'altra subito etiam al Caiero. Il che è primo segno del crescer suo, che poi si fa manifesto quando l'acqua istessa che prima cominciò a gonfiare discende al Caiero: il qual tempo in quanti giorno si faccia difficile è da sapere.



Che nella Etiopia si fanno anco tempeste; come si generino le pioggie, nevi, tempeste; come si faccia la pioggia e tempesta insieme; come si generi la neve; che cosa sia ghiaccio, e le cose che si possono far ghiaccio; come si faccia la neve e come la tempesta, e la causa che una istessa nube pioverà e nevicherà, e il simile della tempesta.

Ora resta da esequire anche quello che abbiamo promesso, se nella Etiopia si facciano nevi, il che non sapendo noi per esperienza o nostra o d'altri, ne diremo quanto parerà probabile per le ragioni. E pare che lí ci siano nevi, perciò che ivi non solo si fanno pioggie, ma si fanno anche tempeste: essendo adunque la pioggia fatta da men freddezza che la neve, e la tempesta di piú freddezza, pare che ove si fanno gli estremi si debbia anche far il mezo. Il che si può confermare per l'esempio del monte Atlante, che è vicino al tropico per gradi cinque, nel quale, come Plinio scrive, sono nevi etiam la state, per il che pare che e nelli monti libici, che sono nel medesimo parallelo, e nelli etiopici, che son vicini a questi per dieci o poco piú gradi, si possano far nevi. All'incontro pare che non ci possono esser nevi, perché la maggior distanzia che possa aver il sole dall'Etiopia non è piú di gradi quaranta: ma noi veggiamo che, a noi essendo il sole vicino per quaranta e cinquanta gradi, non solo non patisce farsi nevi, ma le fatte dissolve e liquefa. Oltra ciò non è da credere che nella Etiopia a tutti li tempi sia men caldo che quello che è appresso noi la state, che siamo distanti 45 e cinquanta gradi. Essendo adunque cosí, che appresso noi la state non si ponno far nevi, è da credere che meno si possano fare appresso gli Etiopi.
Per migliore intelligenzia adunque di questa materia, bisogna vedere le cause che concorrono a far pioggie solamente e a far neve solamente e a far tempesta solamente, e poi se ponno farsi insieme, dico pioggie e neve, e pioggia e tempesta, e neve e tempesta: per la qual cosa dico che in alcune cose convengono tutte queste tre, pioggia, neve e tempesta, in alcuna differiscono. Convengono veramente nella materia, cioè che tutte si fanno di vapore, che prima fatto caldo dal sole si eleva a certo luogo, poi raffreddato da agente freddo si fa grave e di natura d'acqua; ma è differenza nel modo della freddezza, percioché a far pioggia basta men freddezza, quella tanta che è assai a levar la calidità indutta dal sole, che nondimeno né congela né agghiaccia, ma fa solo predominio di acqua, ma a far neve ci bisogna piú freddezza, e piú a far grandine. Convengono ancora la pioggia e la tempesta insieme, che l'una e l'altra si fa di vapori prima uniti, tanto che ponno far goccia e già son fatti acqua, ma differiscono poi che la pioggia discende in natura e forma di acqua, ma la tempesta, innanzi che descenda l'acqua di che si fa, si agghiaccia, e non discende di natura d'acqua over di forma, ma di goccia agghiacciata. E differiscono poi queste due dalla neve, e che li vapori di che si fa la neve non si uniscono di modo che possa far goccia e acqua, ma innanzi che si uniscano nella nube si congelano cosí divisi e sparsi come si trovano, tal che sempre tra l'uno e l'altro c'è aere interposto, per il che quando discendono fanno quel corpo raro e spongoso che chiamano fiocco, che non è altro che corpo raro misto di vapori congelati e di aere; ma la tempesta non ha mistura di aere, percioché è fatta di goccia d'acqua agghiacciata prima che discenda.
Ma degna cosa è da vedere come e per qual cagione queste diversità si facciano nelle nubi, e perché li vapori ora si uniscano e facciano goccie d'acqua, ora no; e perché, fatti goccie d'acqua, ora discendano in forma d'acqua, ora no, ma s'agghiacciano prima; e perché il verno non s'agghiacciano sí che facciano tempesta, ma neve, di state s'agghiacciano e solo faccian tempesta; e perché la pioggia stia con tutti, cioè con la tempesta la state e con la neve il verno, e donde sia che 'l verno s'agghiaccino i fiumi e le gocciole che cadono da' tetti, la neve caduta non s'agghiacci mai, se non si liquefa prima. Cominciando adunque da questo ultimo, dico che ghiaccio non è altro che acqua congelata, e per tanto quelli corpi che non son redutti in acqua o natura di acqua non si fanno ghiaccio, ma ben ponno semplicemente congelarsi. Perché adunque la neve non è acqua, ma vapore congelato con intermistione di aere, per questo non si può far ghiaccio, rimanendo in quella natura; ma liquefatta e ridutta in acqua e corpo fluido, espresso l'aere, si fa poi ghiaccio; per il che li fiumi e le gocciole che cadono si sogliono agghiacciare, ma non la neve caduta. E se alcun dubitasse perché adunque la pioggia il verno non si agghiaccia discendendo e non si fa tempesta, se 'l verno s'agghiaccino li fiumi e le gocciole che cadono da' tetti o d'altro luogo, dico che quel freddo che il verno s'agghiaccia è freddo secco boreale, ma quando piove comunemente lo aere se intepidisce e le nubi son portate dalli scirocchi, onde né li fiumi né la pioggia si agghiacciano, né tempesta puossi far il verno, ma solo o pioggia o neve. Perciò che l'aere nel verno, quando le nubi si fanno, o si trova per freddo o denso, come quando non regnano li scirocchi, o si trova intepidito, come quando essi scirocchi regnano: se è freddo e denso, li vapori della nube non si ponno unire sí che facciano goccia e pioggia, ma si congelano sparsi nelle nubi e cosí si fanno neve e fiocco, nel quale è misto sempre aere; ma se lo aere è intepidito, si pon veramente unire e far goccie e pioggia, ma non mai tempesta, percioché a far tempesta bisogna prima esser fatto acqua, la qual prima che descenda si agghiacci da frigidità grandissima, le qual due cose non si ponno far insieme il verno, nel quale, se c'è la frigidità, quella non lassa far l'acqua, per il che solamente la state e nelli tempi medii, quando qualche giorno è simile all'estate, si può far tempesta. E se dimandaste donde puossi aver la state quella tanta freddezza nella nube che agghiacci le goccie dell'acqua, dico che ciò fassi all'antiparistasi del caldo, il qual concentra e unisce le parti fredde nella nube, li quali prima si fanno acqua e goccie, poi subito se agghiacciano: ma di queste antiparistasi è da sapere che, circa le parti della nube, sono duo antiparistasi, l'una dell'aere estrinseco caldo, l'altra dentro della nube, che si fa dalle parti contrarie che sono nella nube, alcune ignee e calidissime, alcune acquee e altre terree, tutte frigidissime. Essendo adunque la natura de' contrarii scacciar gli altri contrarii e la natura de' simili unirsi a loro simili, di qui si fanno nelle nubi azioni grandi e maravigliose, tra le quali, che per ora basta, si fa etiam la tempesta, quando accade le parti fredde forte unirsi, massime le acquose e le terree, ove nasce freddezza non minor di quella che il verno agghiacci i fiumi. Alcune volte fassi insieme pioggia e tempesta, e alcune pioggia e neve, e questo accade o per la diversità de' vapori che son nella nube, o per diversità di luoghi, onde vedemo spesso piover nelli luoghi piani e nevicar alli monti, o farsi tempesta in un luogo e piover in un altro vicino, per esser piú e men freddo in un luogo che in l'altro. Alcuna volta nell'istessa nube pioverà e nevicherà, perché alcuni vapori sono men freddi e non sono atti a coagularsi, alcuni sí; il simile si fa con la tempesta, quando insieme piove, per la diversità delle parti e vapori nel caldo e freddo. Ma se per questa diversità di caldo e freddo in diversi o luoghi o vapori si possano far insieme nevi e tempesta è molto dubbio, ma verisimilmente si può tenere prima che in una istessa nube non possan farsi insieme tempesta e neve, quantunque sieno diversi vapori, perciò che, se si dee far tempesta, bisogna, come è detto, che prima si facciano goccie e acqua che poi s'agghiacci, il che se si dee fare, bisogna ci sia la union de' vapori in goccia, e questo non può esser ove si fa neve, per il che non può esser che in una istessa nube si facciano neve e tempesta. Dico anco che in diversi luoghi, ma vicini, come in piano e monte, non può farsi in uno neve in l'altro tempesta, perché se nel piano si fa neve bisogna che sia verno, come è detto: adunque nel monte non può essere state a quel tempo. Similmente, se nel piano si farà tempesta e sarà state, nel monte non potrà farsi neve ed esser verno, eccetto se non fosse tanto alto che l'altezza supplisse alla stagione: e in questo caso non repugneria esserci neve.



Se appresso gli Etiopi si fa neve o verno, e come appresso di loro il giorno
non è piú di ore 12 e mezza.


Dichiarate queste cose quanto basta al proposito nostro, vediamo se nella Etiopia si ponno far nevi e tempeste, perché della pioggia non è dubbio, sí per la esperienza che si vede, sí perché è detto che la pioggia sta con tutti i tempi, e con neve e con tempesta. Della tempesta anco non deve esser dubbio, però che ivi sono li tempi proporzionati alla state e alli tempi medii appresso noi. Se adunque appresso noi la state e gli altri tempi medii sono atti a far tempesta, manifesto è che anche appresso gli Etiopi si deve fare, massime quando il sole è nel Cancro, ove è, quanto per il sole, state grandissima, e fassi attrazione tanta de vapori: per il che non è meraviglia, sí come si referisce, in quel tempo insieme con le pioggie sono e tuoni e fulgori e tempeste, onde sentono piú freddo che ad altro tempo, non altramente quando anco appresso noi tempesta si sente freddo notabile, per molto che sia di state.
Che adunque e pioggia grande e tempeste siano appresso gli Etiopi non si dee dubitare, ma ben si può dubitare delle nevi, perciò che la ragione addutta non vale, che ove si fa tempesta si debbia etiam far neve, conciosiaché molto diversa è la causa che fa la tempesta e che fa la neve. La tempesta vuole l'antiparistasi del caldo estrinseco, la neve vuole l'antiparistasi del freddo, onde non si fa se non il verno. Né segue ove si fanno gli estremi si debbia anco fare il mezzo, se non quando da uno estremo non si può andar all'altro se non per il mezzo. Ma quando gli estremi hanno cause proprie senza che passino per il mezzo, ponno farsi essi estremi senza che il mezzo si faccia in quel luogo, per il che bisogna vedere se altra ragione c'è che possa persuadere se son nevi nella Etiopia. E dico che, se ci sono luoghi ove sia verno tale quale appresso noi, ove l'aere sia freddo ad alcuna stagione come nel nostro verno, ivi poter esser nevi e poter farsi come appresso noi. Il che veramente in luoghi piani esser ad alcun modo non può, per la propinquità del sole in ogni tempo, conciosiaché mai non può esser piú distante di gradi trentaotto vel circa, nella qual distanza non può esser verno e consequentemente neve. Ma se nelli monti possa esser tale constituzione che sia verno ad alcun tempo è dubbio assai, e a me pare che non repugni che in alcuni, per l'altezza loro, massime quelli che sono sotto il circolo estivo e li propinqui, si facciano nevi quando il sole è nel Capricorno, percioché, all'altezza di quelli non arrivando la reflession di raggi, per la natura del luogo, può esser freddo equale al verno. E se alcuno dicesse ciò non apparere appresso noi nelli nostri monti, che in equal distanza, anzi in maggiore si facciano nevi e sia freddo equale al verno, quando il sole è nel Cancro, dico che questo può avvenire per la lunghezza del giorno, che è di quindici e sedici ore, il che molto fa a mantenere il caldo e contraoperare alla freddezza e natura del luogo; ma appresso gli Etiopi il giorno non è mai piú lungo di ore dodici e mezza vel circa, per il che non è senza probabilità che appresso gli Etiopi si possano far nevi quando il sole è nel Capricorno. Ma se si possano fare nel tempo che si fanno le pioggie grandi e tempeste, quando il sole è nel Cancro, è da dire che non, perciò che, come è detto di sopra, in una istessa nube non si può far tempesta e neve, se forse la sommità di qualche monte non fusse alta, che alle spalle del monte si facessero le tempeste, al sommo le nevi, il che anco non è da credere, perché le nubi non si fanno in tanta altezza.
Concludendo adunque è da dire che quanto persuade la ragione è da credere che ad ogni modo si facciano nevi in Etiopia ne' monti, ma quelle niente fanno all'accrescimento del Nilo, perché molto prima son liquefatte che il sole pervenga al Cancro. Quanto mo' al testimonio dello Atlante, ove la state si vede della neve, questo è niente, percioché esser può che tal neve sia nella faccia che guarda il settentrione, in qualche parte ombrosa ove il sole non percuote, per esser sempre australe a quella faccia: il che vediamo anche noi nelli nostri monti, ove la state sempre si trova neve in qualche parte, il che sanno li signori, i quali se ne servono per rinfrescar li lor vini. E tanto sia detto del crescimento del Nilo e della Etiopia.


La navigazione di Nearco


Discorso sopra il viaggio di Nearco, capitano di Alessandro.

Sí come è conveniente che doppo tanti e cosí varii viaggi si legga anche quello che fece Nearco, capitano d'Alessandro, cosí mi pareria che si mancasse grandemente del debito, quando a contemplazione degli studiosi non si dicesse qualche cosa sopra di quello, non meno per piú aperta dichiarazione di esso che delle cose nostre moderne. Nel qual discorso, se saremo costretti dall'amore della verità a deviare da quello che n'hanno detto gli scrittori, lo faremo quanto piú modestamente sarà possibile, sapendo che le cose degli antichi meritano di essere avute in somma venerazione, e queste massimamente, che già passati quasi duomil'anni furono ricercate e descritte. Per tanto è da sapere che, trovandosi Alessandro Magno nell'impresa sua in Oriente aver già vinta tutta l'Asia ed esser giunto al fiume Indo, mosso da diverse cause deliberò di tornarsene a casa coll'esercito, e parte di quello menarne per terra e parte, per mostrare la grandezza dell'animo suo, farne andar per mare, cosa ch'alcun altro avanti di lui non aveva non solamente fatto, ma non pur tentato. E però, fatta una armata nel detto fiume e sopra quella messa una parte dell'esercito, ne fece capitano Nearco, suo grandissimo favorito, e con esso insieme mandò Onesicrito, uomo peritissimo delle cose celesti, acciò che egli comandasse 'l cammino. E cosí poi questi duoi scrissero con diligenza quanto se ne faceva di giorno in giorno, gli scritti de' quali furono tenuti in molta estimazione appresso gli antichi, e Strabone e Plinio gli allegano ogni fiata che parlano dell'India, o vero de' mari di quella, come auttori veridici, e che siano stati i primi a discoprirli e a darne notizia. E Arriano greco, gentiluomo di Nicomedia che fu al tempo d'Adriano, Marco e Antonino imperatori, e per la sua singular virtú e dottrina meritò di esser fatto console, avendo scritto la istoria d'Alessandro, aggiunse nel fine di quella questo viaggio cavato dai libri de' sopradetti duoi scrittori. E perché in quello si trovano alcune parti che, secondo il giudicio degli uomini dotti, meritano molto bene di essere considerate, per vedere come corrispondano l'una con l'altra e non repugnino al vero, però ci sforzeremo di andarle meglio che saperemo esaminando.
Ora il viaggio è questo, che alli 20 d'agosto Nearco si partí con l'armata dalla bocca del fiume Indo, e lungo la terra se ne venne per mare costeggiando fino alla bocca del golfo Persico, nel quale entrato andò a ritrovare Alessandro, che l'aspettava nella città di Susa, non troppo lontana dal luogo dove il fiume Eufrate sbocca nel mare. E conciosiacosaché in questo viaggio sia scritto che, poi che Nearco cosí costeggiando ebbe lasciati dietro a sé i popoli arbi e oriti, che sono gli ultimi Indiani, e navigando da duomila e secento stadii, trovò che l'ombre variavano, perché andando verso mezzodí l'ombre verso quella parte inclinavano, e come il sole giungeva a mezzo il cielo, non vi si vedeva piú ombra alcuna: i quali duoi accidenti sono degni d'esser avertiti e considerati, veduto massimamente che alcuni de' moderni o degli antichi non li hanno mai avuti in considerazione; ma per piú chiara intelligenza è necessario discorrere alquanto piú alto sopra questa materia dell'ombre. Diciamo adunque che, secondo che scrivono gli antichi savii e intelligenti delle cose celesti, il sole col suo corpo, circondando la rotondità della terra, fa di continuo in ogni punto, ovunque egli si trovi, molti mirabili effetti, e tra gli altri ch'ei manda le ombre in un medesimo instante verso ponente, levante, tramontana e mezzodí in ogni sito d'ogni orizonte, ma che dove ei passa perpendiculare, in quel punto, come egli è sopra il circolo meridiano, non fa ombra alcuna. Ora veggiamo, in questo viaggio sopra la parte dell'India dove sbocca in mare il fiume Indo, qual sia di questi effetti che egli vi fa quando vi passa sopra, e diremo in questo modo, che essendo quella in gradi venti sopra l'equinoziale, quando il sole si viene approssimando a noi, agli undici di maggio, passa sopra la detta parte e non vi fa ombra alcuna per dui o tre giorni, ma solamente nel nascer suo manda le ombre verso ponente e nel tramontare verso levante; ma passati sei o sette giorni comincia a far le ombre, come arriva al circolo meridiano, verso mezzogiorno, e quelle nel medesimo modo continua insino alli dieci di luglio; cioè che, avendo montato insino alli 23, dove è il solstizio, se ne ritorna di nuovo alli venti gradi, e in quel giorno e tre o quattro sussequenti sopra la detta parte dell'India non fa ombra alcuna, ma continovando poi il suo corso manda le ombre verso tramontana, che è contrario effetto di quello che egli vi faceva avanti.
Tornando adunque alla considerazione di detto viaggio, si vede chiaramente, secondo le carte de' Portoghesi che ognora navigando lo praticano, che partendosi dalle bocche del fiume Indo, che sono in gradi venti, e andando dietro alla costa infino all'entrar del golfo Persico, che è in gradi venticinque, si corre sempre maestro e sirocco, sí che quando ei sono pervenuti al detto golfo, hanno montati gradi cinque di latitudine verso il nostro polo. Ora, partendosi Nearco alli venti d'agosto, che il sole si trovava in gradi nove sopra equinoziale, poi che egli ebbe fatti da duomilia e secento stadii, che sono trecentoventi miglia secondo la sua scrittura, e montato quasi gradi cinque verso di noi, e il sole all'incontro essendosi allontanato molto dal luogo dove egli era al partire della sopra detta armata, come è possibile che in questo tempo che Nearco scrive le ombre andassero verso mezzodí? Questa è pur cosa tanto evidente e manifesta a chi intende qualche poco della sfera, che superfluo sarebbe lo affaticarsi piú oltre per volerla piú chiaramente dimostrare. Ma per non lasciar di dire alcuna cosa delle ragioni che mossero forse Nearco e Onesicrito a scrivere questa variazione d'ombre, diciamo che è possibile che i predetti si fermassero qualche mese sopra l'isola di Patele, per fabricare la detta armata, e avendo veduto quanto di sopra è detto, che il sole dagli undici di maggio sino alli dieci di luglio mandava le ombre verso mezzodí, e che poi, come egli veniva perpendicolarmente sopra il detto circolo meridiano, non faceva piú ombra alcuna, essi credettero che dovesse continuare cosí nell'avenire e non considerarono che, passati li ventisei giorni di luglio, le ombre se ne ritornavano verso tramontana. E se alcuno forse dubitasse che questa parola di venti di agosto fosse stata fallita dalli scrittori già tanti anni, e ch'ella dovesse dire alli X di maggio, nel qual tempo se cominciato avessero il lor viaggio, arebbero avute sempre le ombre verso mezzodí, rispondiamo che questo non è possibile, perché in quei mari dell'India, come il sol vi s'approssima, comincia il verno, tanto aspro e crudele che eglino non si sarebbero mai messi a pericolo delle grandissime fortune e tempeste di quella stagione: ma come il sol fu lontano, e finito il verno, cominciorno essi il lor cammino. Quanto a quel che si dice de' pozzi di Siene e di Meroe, de' quali gli antichi tanto parlarono, reputandoli cose mirabili, veramente non accade che molto ci affatichiamo per dichiararle, sapendo ciascuno assai chiaramente che per tutto lo spazio che è fra li dui tropici, in ogni luogo, come il sol giugne al circolo meridiano, fa di questi tali miracoli, che non fa ombra alcuna.
Continuando poi il detto scrittor dice che alcune stelle, che per avanti avevano vedute molto alte, parte erano nascoste e non si vedevano, e parte nascevano tanto vicine alla terra che quasi di subito poi tramontavano. Parlando di tal cosa modestamente, diciamo che non possiamo imaginarci che avendo navigato Nearco piú di trenta giorni sempre montando verso il nostro polo, che stelle potessero essere quelle che, per avanti vedute alte, allora del tutto si nascondessero, o vero che esse nascessero tanto presso alla terra che cosí tosto poi tramontassero. Il polo e l'Orsa maggiore e minore non è possibile che si possino nascondere, che ogni notte non si vedano da quei che sono in venti gradi, e maggiormente in ventiquattro o venticinque sopra l'equinoziale, né eziandio che possino nascere tanto presso alla terra che poco dopo tramontino, perché a voler vedere questi duoi effetti saria stato necessario che Nearco fosse andato con l'armata tanto avanti verso mezzodí che egli avesse passato l'equinoziale di tre o quattro gradi, e allora il nostro polo se gli saria ben nascosto, e l'altre stelle che a quello sono intorno si sarebbero levate e sorte tanto presso alla terra, che poco dopo sariano tramontate. E a questo modo si potria ben credere a questa scrittura, della quale non vogliamo mancare in questo fine di notar alcune altre parole scritte in questo viaggio da Arriano, dove, parlando delle riviere intorno al golfo Persico, dice che quella riviera che è piú oltra verso tramontana è molto fredda ed è piena di neve, e che quivi alcuni imbasciadori del mare Eussino, venuti, come scrive Nearco, per una breve via, si riscontrarono con Alessandro che cavalcava per il paese della Persia, e al quale, maravigliandosi egli di questo, essi referirono il breve cammino che avevano fatto, cosa che chi ha un poco di cognizione del sito del mar Maggiore, e quanto egli sia lontano dalla Balsara, che è il principio del golfo Persico, potrà facilmente giudicare quanto questo auttore si sia in quella ingannato, senza che noi ne diciamo altro.
Piglino nondimeno i benigni lettori in buona parte quel tanto che noi abbiamo discorso sopra le dette difficultà: forse che qualche piú elevato ingegno ritrovarà per l'avenire le vere ragioni con le quali si possa difendere e sostenere quello che da' sopradetti scrittori di tal materia è stato scritto, il che noi non abbiamo saputo fare. E perché in questa navigazione si parla di stadii, sappino che otto stadii fanno un miglio de' nostri di mille passa. Vogliamo ben soggiugnere a questo viaggio di Nearco un altro viaggio di un nostro Veneziano, per essere molto a quello conforme, avendo ambiduo navigato il mare dell'India, se ben l'uno d'essi andasse nel golfo Persico e l'altro nell'Arabico: del sito e maniera del quale, e delle difficultà che si abbia nel navigarvi, la lettura di tal viaggio ne darà tanto buona e piena informazione, che cosí fatta in altri scrittori non abbiamo saputo trovare.



La navigazione di Nearco, capitano di Alessandro Magno, la quale scrisse Arriano greco, gentiluomo di Nicomedia, tradotta di lingua greca nella toscana.


Come Alessandro Magno, avendo desiderio di far navigar il mare cominciando dall'India sino nel golfo Persico, fece capitano dell'armata Nearco, spontaneamente offertosi a tal impresa. Di due fosse, una detta Stura, l'altra Chaumana; di un luogo detto Coreate; dell'isole Crocala e Arbi; del monte Iro; del porto di Alessandro; dell'isola Bibatta e del paese detto Sangada.

In questo libro si contiene la narrazion della navigazione che Nearco fece con l'armata, essendo partito dalle bocche del fiume Indo e andando per il gran mare fino nel golfo Persico, il qual mare alcuni chiamarono Eritreo. E Nearco narra in questo modo che ad Alessandro venne desiderio di far navigare il mare cominciando dall'India fino nel golfo Persico; pur sopra di ciò stava con l'animo molto sospeso, temendo che in una cosí lunga e pericolosa navigazione l'armata sua non fosse trasportata in qualche regione deserta e strana, ove non vi fossero né vettovaglie né porto o luogo da sorgere, e che ivi per forza di fame tutta si morisse: il qual disordine saria come una macchia, che denigraria la gloria e felicità delle grandi e ammirabili sue faccende. Essendo egli adunque in questa dubbietà di quello che si avesse a fare, la cupidità delle cose grandi e non piú udite vinse e scacciò da quello ogni timore. Dipoi, pensando chi fosse atto capitano a cosí fatta impresa, che la sapesse ben guidare, inanimando l'armata e le ciurme e altri che in quella andassero, che non pensassero esser mandati a manifesto pericolo, si volse consigliare col detto Nearco circa la elezione di tal capitano: e avendo ricordati molti nominandoli particolarmente, gli pareva ch'avessero molte opposizioni, e che si scusariano di voler pigliare cosí difficile e pericolosa impresa, o per dappocaggine di animo o ver per desiderio di ritornare a riveder casa loro. Sopra tal dubbio Nearco disse: "Sacra Maestà, io mi offero di esser capitano dell'armata in questo viaggio, e spero con l'aiuto e favore di Dio di condur quella tutta sana e salva sino nel paese di Persia, potendosi perciò navigar quel mare e non vi essendo cosa che superi il potere e saper umano". Alle quai parole rispose Alessandro non volere ch'alcuno de' suoi favoriti si esponesse a tai fatiche né a cosí grandi pericoli. Allora quello all'incontro piú e piú tentava di aver tal impresa, e con instanza lo pregava. Alessandro veramente, veduta tal sua prontezza, l'ebbe molto grata, e assegnategli tutte le genti, lo fece capitano di tutta l'armata: la qual cosa, divolgata nell'esercito, fu di grandissima allegrezza non solamente a tutti i soldati, ma ancora alle ciurme deputate a' bisogni delle navi, conciosiacosaché sapevano certo che Alessandro non manderia Nearco ad alcun manifesto periglio, se ancor essi non dovevano salvarsi.
Era nell'apparecchio di tal armata grandissima bellezza e magnificenza, nelle navi grandissimi ornamenti. Vedevasi anco gran sollecitudine dei capitani nell'ordinare e disporre gli armizi e tutte le cose necessarie all'armar delle navi, e tutti quelli che da prima schifavano d'andare, incitati da un ardore di virtú e sollevati da speranza grande che la cosa averia ottimo fine, con incredibile prontezza si preparavano alla navigazione. Ma quello che rimosse ogni dubbio dell'animo de' soldati fu che esso Alessandro aveva già prima navigato per ambedue le bocche del fiume Indo fino nel mare, dove aveva fatto sacrifici di molti animali a Nettunno e agli altri dei marini, con gittar nel mare molti eccellenti doni: laonde, confidatisi nella maravigliosa e incredibil felicità di quello, predicavano che sotto cosí buona fortuna com'era quella d'Alessandro ogn'impresa, per grande ch'ella fosse, si poteva pigliare ed esequire.
E dopo che ebbero cessato di soffiare i venti chiamati etesie, che ordinariamente la state di continuo tirano dal mare verso terra e impediscono il navigare, Nearco, parendogli il tempo atto, fece dare il segno del levarsi: il qual fu nell'anno che Cefisodoro era pretore in Atene, il giorno, secondo il conto degli Ateniesi, di XX di agosto, ma secondo i Macedoni e quelli di Asia l'undecimo anno del regno di Alessandro. Esso veramente Nearco, innanzi che le navi si partissero da terra, fece sacrificio a Giove conservatore e celebrò i giuochi solenni del lottare, correre e saltare. Il primo giorno che si mossero dal porto andarono per il fiume Indo a una certa fossa grande, la qual per nome è chiamata Stura, distante dal porto circa stadii cento, nel qual luogo stettero giorni duoi. Il terzo partiti andarono a un'altra fossa distante dalla prima stadii trenta, ove trovarono che l'acqua era salsa: e questo perché il mare nel crescere con le sue onde perveniva in detta fossa, la quale, avenga che il mare andasse giú, pur mescolata con la dolce riteneva il sapor salso. Questo luogo è chiamato Chaumana. Di là avendo navigato stadii venti, vennero a Coreate, luogo posto presso il fiume, d'onde partitisi non fecero molto cammino che viddero, dove sbocca il fiume, tutto il lido esser pieno di pietre acute, e che l'onde percotendo in quelle facevano gran romore; per il che, dubitando de' loro legni, deliberarono di far una fossa di nuovo dalla parte che viddero esser terreno molle, per ispazio di sessanta passa: per quella con la colma dell'acqua menaron fuori l'armata salva. Dipoi navigando cento e cinquanta stadii, pervennero a una isola arenosa detta Crocala, ove stettero un giorno. Per mezzo questa abitano alcune genti indiane chiamati Arbi, dei quali ne abbiamo fatto menzione nell'istoria maggiore, e abbiamo detto quelli aver avuto il nome dal fiume Arbo, il quale scorrendo per i loro confini cade nel mare, e gli divide dai popoli oriti.
Partiti da Crocala, viddero a man dritta un monte, il qual nominarono Iro, e da man sinistra un'isola bassa non molto lontana dal lido, la qual, prolungandosi in mare, faceva come un golfo stretto. E avendola passata entrarono in un porto molto commodo, che piacque tanto a Nearco, che per la sua bellezza e grandezza lo chiamò il porto di Alessandro. Nella bocca di questo giace un'isola chiamata Bibata, passi 250 distante da terra, e tutto quel paese chiamasi Sangada, il qual prolungandosi in mare fa l'isola e cosí bel porto. In questo luogo soffiando grandissimi e continui venti dal mare, e dubitando Nearco che alcun de' barbari, messisi insieme, non si voltassero alla preda dell'esercito, fortificando il luogo con un muro di pietre, ivi stettero giorni ventiquattro: nei quali i soldati pescando pigliorno alcuni pesci a modo di sorzi marini, e una sorte di ostreghe chiamate solene, che sono di una incredibil grandezza, comparandole a quelle che nascono nei nostri mari; ma non trovarono acqua da bevere altra che salmastra.


Di molte isole ritrovate per Nearco, cioè Doma, Saranga, Scalisi, Morontobari, Pagale, Cabana, Cocala, e del fiume Arbio.

Dopo che i venti si acquetarono, il capitano con la sua armata si levò, e avendo navigato stadii sessanta, accostossi a un lito arenoso, che aveva un'isola avanti deserta: quivi con quella facendosi riparo sorsero, e l'isola è detta Doma. E per esser nel lito carestia di acqua, le ciurme andarono fra terra venti stadii, ove la trovarono molto buona. Ivi stettero un giorno, e la sequente notte partendosi e navigando giunsero a Saranga, la qual è distante stadii trecento. Fermati nel lito, andarono similmente otto stadii fra terra per pigliar dell'acqua. Di donde levatisi pervennero in Scalisi, luogo deserto, ove fu di bisogno condurre l'armata fra due grandi scogli, e tanto l'uno all'altro propinqui che le bande delle navi gli toccavano. E fatti stadii trecento, giunsero in Morontobari, dove è un porto grande di forma rotonda, profondo, sicuro dalle fortune, con la bocca stretta, detto nella lingua degli abitatori porto delle Donne, imperoché ivi primamente aveva regnato una donna. Usciti di quei pericolosi scogli, benché entrassero nell'onde di un grande e gonfiato mare, pur erano allegri avendogli trapassati, parendo loro di aver fatto cosa di estrema e incredibil fatica.
Il seguente giorno navigando ebbero dalla parte sinistra una certa isola, che tanto si appressava al lito che il mare interposto pareva che fosse a modo di un canale: quella navigazione fu di stadii settanta. Era appresso il lito una selva ombrosa, piena di ogni sorte di spessi arbori, e similmente nell'isola; e ivi si fermarono, e nel far dell'aurora partendosi navigarono con gran difficultà fuori della strettezza e sassi di quella isola, imperoché l'acque erano, per il calare che aveva fatto il mare, molto basse. Avendo poi navigato cento e venti stadii, sorsero nella bocca del fiume detto Arbio, avanti la quale trovarono un porto bellissimo: ma l'acqua del fiume, che si mescolava con l'acqua del mare, non era buona da bevere, laonde andarono alcuni marinari ne' luoghi piú di sopra per quaranta stadii, e ritrovato un lago si fornirono di acqua, e dipoi ritornarono alle navi. All'incontro del porto vi è un'altra isola, ma disabitata, d'intorno alla quale è luogo buono da pescare, sí di ostreche come di ogni altra sorte di pesce. Questo è il termine e il fine dei popoli arbi, i quali sono in quella parte gli ultimi degl'Indiani; dipoi seguono li popoli oriti.
Partiti dalla bocca del fiume Arbo, trascorsero la costa degli Oriti e fermaronsi nel lito di Pagale, avendo navigato da ducento stadii, appresso il quale essendovi poco fondo, furono forzati di sorgere con le ancore in mare, dove trovarono esservi buon tegnidore; e i marinari, usciti delle navi, si fornirono d'acqua. Il seguente giorno nel levar del sole si partirono, e avendo navigato stadii trecento, nel tramontar del sole giunsero a Cabana; ma, veduto il lito esser tutto sassoso e pien di secche, per tema delle navi non si accostarono, ma stettero a largo in mare sopra l'ancore. Nel detto giorno fu uno cosí aspro e crudel vento che, gonfiatosi il mare per la fortuna, fu travagliata l'armata in modo che due galere e un bergantino perirono: ma gli uomini notando si salvarono, peroché non si ruppero molto distanti dal lito. Dal qual partitisi circa la mezzanotte, giunsero a Coccala, che è discosto stadii ducento.


Come ne' confini di Coccala Leonato, capitano d'Alessandro, vinse in battaglia i popoli oriti, e ne furono occisi seimila con tutti i lor capitani. Del torrente detto Thomaro, dove Nearco, visti quei popoli preparati per combattere, messe con mirabil modo le sue genti in ordine e furono detti popoli messi in fuga; e della natura loro, e come si servono dell'unghie in vece di coltelli.

Ivi Nearco comandò che tutte le genti smontassero in terra, perché le navi erano molto sbattute e conquassate dalla fortuna, e i soldati e compagni tanto affaticati e stracchi che avevano bisogno di riposo; e accioché fossero sicuri dall'empito de' barbari, fece metter in fortezza gli alloggiamenti. In quei confini Leonato, al quale Alessandro aveva commesso la impresa contro i popoli oriti, vinse in una gran battaglia detti popoli e tutti quelli che gli erano venuti in aiuto, dove morirono tutti i loro capitani e seimila Oriti; ma dell'esercito di Leonato morirono diecisette cavallieri con alcuni pochi fanti, e un capitano dei Gedrosi detto Appollofane. Queste cose sono scritte nei libri adietro, ove dimostrammo Leonato per la detta vittoria essere stato coronato di una corona d'oro fra li Macedoni.
Avendo Nearco in questo luogo ritrovato preparate vettovaglie, che erano state condotte di commandamento di Alessandro, di quelle ne fece metter nelle navi per dieci giorni; poi, racconciate le navi, le quali per il navigare fino a quel luogo erano alquanto conquassate, fece andare per terra a trovare Leonato quei compagni delle navi l'opra e servizio de' quali aveva conosciuto esser inutile, e ne tolse degli altri in luogo di quelli a supplimento dell'esercito. Il che fatto si partí, e avendo navigato stadii cinquecento con grandissima celerità, giunsero a un torrente chiamato Thomero, alla bocca del quale vi era una palude. Quivi era il lito molto sassoso, con un borgo di case piccole e strette, gli abitatori delle quali, vedendo l'armata, si stupirono e subito si misero ad ordine per combattere e vietare che non si smontasse. Costoro erano armati di lancie molto grosse e di lunghezza di sei cubiti, con la punta senza ferro, in luogo della quale le avevano fatte molto acute e poi brustolate, che facevano il medesimo effetto che se fossero state ferrate; e potevano esser da seicento. Nearco, avendogli veduti preparati per combattere, comandò che le navi si fermassero tanto lontane da terra quanto era il tirar di un arco, accioché i dardi e le saette vi potessero aggiungere. Le arme de' nimici, ancora che per il combattere da presso fossero salde e forti, pur per esser grosse non erano cosí atte al lanciare di lontano: e per tal cagione giudicò che non si doveva aver paura di loro. Elesse adunque de' piú leggieri e gagliardi e di leggiere armature armati, e che sapessero benissimo notare, e che secondo il comandamento dovessero notare. Il comandamento veramente era che, quando qualsivoglia di loro notando fosse arrivato dove potesse star in piedi nell'acqua, aspettasse un altro che se gli congiungesse per fianco, e che non andassero oltra verso i barbari prima che la squadra non fosse di altezza di tre a fronte con schena, ma allora, levato un grido, andassero correndo. Subito quelli che avevano tal ordine si gittarono in mare dalle navi e andarono prestissimo e fermaronsi in ordinanza, e fatta di sé squadra, si spinsero avanti correndo e gridando con furia: "A morte, a morte". Quelli dalle navi anche essi a un tempo medesimo, tirando con gli archi e altre machine il suo saettame, andarono verso i barbari, i quali, sbigottiti dallo splendor delle armi e dalla celerità dello assalto, battuti dalle freccie e dardi, essendo quasi mezzi nudi, non fecero una minima resistenza ma, lassato il combattere, si misero in fuga: laonde parte furon presi vivi, parte uccisi, e ci furono di quelli che si salvarono ai monti. Si vedevano i corpi de' prigioni essere tutti pelosi, e che avevano il capo e le unghie a modo di animali, delle quali unghie si servono in vece di coltelli per tagliar i pesci in pezzi, e anche qualche legno che fosse tenero, perché nelle altre cose dure adoperano alcune pietre acute in cambio di ferro, il quale appresso di loro non si trova; i vestimenti loro erano pelli di fiere e cuoi di piú grossi e grandi pesci.
In questo luogo furono tirate in terra le navi e racconciate quelle che erano rotte. Il sesto giorno, avendole gittate in acqua, si partirono di là, e navigati stadii trecento arrivarono a un luogo detto Malona, che è l'ultimo confine degli Oriti. Quelli veramente dei detti popoli che abitano i luoghi mediterranei usano gl'istessi ornamenti del corpo, le istesse armature e il medesimo modo di combattere che usano gl'Indiani, né sono in nulla differenti, eccetto che parlano in lingua loro propria e non indiana. Lo spazio della navigazione che fecero per il paese degli Arbi dal luogo ove principiarono furono stadii mille; quello veramente drieto la costa degli Oriti stadii mille e seicento.


Come Nearco, costeggiando l'India, trovò che l'ombre variavano, e quando il sol giungeva a mezzo il cielo, non si vedeva ombra. Dei popoli detti Gedrosi e altri Ictiofagi. Dell'isole Bengisara, Pasira, Calima e Carane, nelle qual isole le pecore per carestia d'erbe mangiano pesce.

Scrisse Nearco che, costeggiando questa terra d'India (perché oltre i sopradetti popoli non vi sono altri Indiani), trovò che l'ombre variavano, perciò che andando verso mezzodí le ombre verso quella parte inclinavano, e come il sole giungeva a mezzo il cielo, non si vedeva piú ombra alcuna. Similmente che alcune stelle, che per prima aveva vedute molto alte, parte erano nascoste e non si vedevano, e parte nascevano tanto appresso terra che di subito poi tramontavano. Né a me paiono fuori di ragione quelle cose che da Nearco sono dette, imperoché in Siene, città di Egitto, nel tempo ch'è il solstizio, nel mezzogiorno si vede un pozzo senza ombra; nell'istessa ora, nell'isola di Meroe sopra il Nilo, si vedono tutte le cose senza ombra: meglio veramente devesi credere in India quelle cose che delle ombre si dicono, per esser quella verso il mezzogiorno, e tanto piú nel mar Indico penso dover variare le ombre quanto è piú verso l'ostro.
Dopo gli Oriti, andando fra terra, sono i Gedrosii, per i confini de' quali Alessandro, conducendo l'esercito, patí tanta fatica e tanti travagli quanti in tutte l'altre espedizioni da lui fatte, se bene tutti insieme fossero raccolti, come nella istoria maggiore abbiamo dimostrato. Di sotto i Gedrosii abitano la costa del mare i popoli chiamati Ictiofagi, cioè Mangiapesce, lungo il lito de' quai avendo cominciato a navigare la prima sera, giunsero al far del giorno a Bangisara, nel che fecero stadii seicento. Qui trovarono un buon porto e un borgo detto Pasira, distante dal mare sessanta stadii, gli abitatori del quale chiamansi Pasirei. Nel giorno seguente, partitisi molto a buon'ora, andarono d'intorno a un capo che si vedeva molto alto e precipite, e che molto si prolungava in mare. Qui cavati molti pozzi, trovarono tutta l'acqua cattiva, e per esser il lito con poco fondo, surti con le ancore stettero a largo in mare; pur fornitisi dell'acqua meglio che poterono, il seguente giorno andarono a Colpa, stadii ducento. Di là partiti nell'aurora navigarono stadii ducento fino a un luogo detto Calima, ove si fermarono presso al lito: erano d'intorno alcune poche palme, con dattili verdi suso; da questo luogo si vedeva l'isola detta Carane, lontana dal lito stadii cento. Gli abitatori, vedendone arrivati, ne vennero ad appresentare alcune pecore e pesci: dicono che la carne delle pecore aveva odore di pesce, come hanno gli uccelli marini, conciosiaché le pecore, essendo quel paese di erbe poverissimo, sono forzate a mangiar pesce.


Del borgo detto Cysa, e il lito Carbi; di due porti, uno chiamato Mosarna, l'altro Cofante; di Barna, Dendrosia e Cyiza. Con che arte Nearco forní l'armata di vettovaglie ad uno castello non molto lontano del lito, li cui popoli usano farina di pesce. Di un luoco consecrato al sole detto Bagia; di un altro porto chiamato Talmena.

Il seguente giorno, avendo navigato stadii ducento, si fermarono appresso un lito e un borgo distante dal mare stadii trenta: il borgo si chiamava Cysa e il lito Carbi. Quivi si scontrarono in alcune barche piccole, come sogliono esser quelle di pescatori poveri, le quali non poterono prendere, perciò che se ne fuggirono subito che viddero le navi surte. E non ritrovandosi vettovaglia alcuna, della quale l'esercito cominciava averne bisogno, presero alcune capre, e portatele nelle navi si partirono; e navigando da centocinquanta stadii per mare intorno a un capo alto e che si slungava in mare, entrarono in un porto molto sicuro dalle onde. Gli abitatori di quel luogo erano pescatori, ed eranvi buone acque, e il porto per nome dicevasi Mosarna: del quale ebbero (come scrive Nearco) per pedotta Hidrace gedrosio, che si offerse di condurli a salvamento fino in la Carmania, perché di qui avanti non v'era cosa alcuna difficile, ma il tutto praticato e conosciuto fino nel colfo Persico.
Partiti al far della notte da Mosarna, navigarono stadii 750, fino che giunsero al lito detto Balomo, di donde avendo navigato stadii CCC, giunsero a un luogo detto Barna. Ivi trovarono infinite palme, e anco molti orti piantati di mirti e di varii fiori, coi quali tutti quanti si misero a farsi ghirlande; e cominciarono a veder alberi domestici, e uomini con faccia piú umana che non erano i passati. Avendo da questo luogo navicato ducento stadii, andarono a Dendrobosa, ove gittate le ancore stettero in mare, e circa la mezzanotte partiti, navigarono stadii trecento fino al porto Cofante. Abitavano in quei luoghi pescatori, i quali avevan alcune piccole barchette grossamente fatte, né vogavano coi remi al schermo a modo de' Greci, ma pestavano con quelli nell'acqua dall'una e dall'altra parte, sí come fanno quelli che zappano la terra. Ivi era un porto abondante di molta acqua e pura. Nel far della notte si levarono, e avendo navigato stadii ottocento andarono a Cyiza, ove, per esser il lito con fondo basso e sassoso, sursero con le ancore in mare, e poi per tutte le navi si misero a mangiare.
Di là partiti, fatti stadii cinquecento, si fermarono all'incontro di un piccolo castello edificato sopra di un colle, non molto lontano dal lido. Allora Nearco, giudicando che i terreni d'intorno quello fussero fruttiferi e buoni da seminare, cominciò a discorrer con Archia ciò che si doveva fare, perciò che il detto era di grande auttorità appresso i Macedoni che navigavano con Nearco, essendo figliuolo di Anassidoto della città di Pelle; e dissegli: "Io penso, Archia, che saremo astretti di veder di farci patroni di quel castello, volendo fornir questa armata di vettovaglie, perché non le vorranno dare se non isforzati: e per forza non è possibile di pigliarlo, conciosiacosaché bisognaria tenerlo assediato un lungo tempo. Che questo paese sia abondante di biade, ve lo dimostrano quelle canne grosse che si vedono stando qui, non molto lontane fra terra". Dopo queste parole, fu ordinato che l'armata si preparasse come si avesse a navigare, e che Archia avesse questa impresa; e Nearco con la sua nave sola si tirò verso il detto castello, mostrando di andare a vederlo. Smontato che fu e approssimatosi alle mura, gli abitatori gli vennero incontro con presenti di pesci e tonni cotti in forno, focaccie piccole e dattili di palma. Costoro sono gli ultimi di quelli popoli che abbiamo detto chiamarsi Ictiofagi, cioè Mangiapesce, che abitano quella costa, e li primi che li Macedoni vedessero che mangiassero cibi cotti. Nearco gli accettò con un viso allegro, ringraziandoli, e disse voler un poco vedere il lor castello: i quali furono contenti, e cosí, lasciati due suoi arcieri alla guardia di una certa porta piccola, Nearco con altri dui e con un delli turcimanni montò sopra le mura, di donde fece segno ad Archia, come aveva prima ordinato. Il quale, veduto che l'ebbe, insieme con gli altri Macedoni spinsero avanti le navi, delle quali essendo smontati, subito corsero verso la città. Li barbari, pieni di maraviglia e di confusione per le cose che vedevano fare, corsero a pigliar l'armi. Nearco allora comandò che il turcimanno con voce alta dicesse che, se volevano che la città fusse salva, era bisogno che gli dessero delle vettovaglie; e rispondendo che non ne avevano, cominciarono ad assaltar quelli che erano sopra le mura, ma facilmente furono ribattuti dagli arcieri che erano con Nearco. Ma dapoi, veduta la città esser presa dalli Macedoni, temendo che non fussero fatti schiavi, umilmente pregarono Nearco che perdonasse loro e conservasse la città, essendo contenti ch'egli pigliasse quante vettovaglie volesse. Nearco comandò ad Archia che pigliasse le porte e li muri propinqui, e fra tanto ordinò che alcuni altri andassero guardando se portavano tutte le cose da mangiare che avevano, over se le nascondevano. Gli fu appresentata una gran quantità di farina di pesci secchi, ma di formento e orzo molto poca: usano quelle genti il mangiar di pesci per cibo vulgare, e il pan di formento per cosa delicata.
E cosí, fornitosi di vettovaglie meglio che poterono, si partirono e andarono ad un certo capo, il quale gli abitanti dicono esser consacrato al sole, il cuo nome era Bagia. Levatisi di là circa la mezzanotte, fecero cammino di stadii mille fino in Talmena, che è porto commodissimo, e di là poi navigarono stadii trecento fino in Canasida, città disabitata, ove trovarono un pozzo e molte palme selvatiche, il molle e tenero delle quali pestandolo mangiavano. E già all'esercito cominciavano a mancar le vettovaglie ed esser travagliato dalla fame, e avendo navigato tutto un giorno e tutta una notte, non molto lontani da un lito disabitato, e gittate a fondo le ancore, stettero surti: e questo fece Nearco perché sentiva che cominciava a mancar l'animo alle ciurme e alli soldati, e però non volse accostarsi al lido, temendo che non abbandonassero l'armata.


Di Canate, Trissi e Dogasira, luoghi cosí chiamati. In che modo gli Ictiofagi prendano il pesce, e come del pesce secco fanno farina, e poi pane e focaccie; e dell'ossa de' pesci usano a fabricar case, e del sale fanno olio.

Di là avendo navigato stadii settecentocinquanta, si accostarono a Canate sopra il lido, nel qual vi erano alcune fosse piccole, e fatti stadii ottocento arrivarono in Trissi, ove trovarono alcune contrade piccole e povere, che dagli abitatori erano state abbandonate. E per la poca vettovaglia che trovarono, furono costretti dalla fame a mangiare i frutti delle palme selvatiche, e ammazzati sette camelli che ivi erano, e quelli fatti in pezzi, li divisero fra loro. Partironsi poi di là nel far del giorno, e avendo navigato stadii trecento, vennero a Dagasira, luogo abitato da pastori; né quivi dimorarono punto, ma navigarono tutto un giorno e una notte, né volsero fermarsi se non passavano tutta questa riviera di questi popoli mangiapesce, avendo patito infiniti travagli per la carestia delle cose necessarie: la qual navigazione è di stadii mille e cento. Né poterono accostarsi e smontar sopra il lido, perché vi erano molte secche e sprei, ma surti con le ancore stettero in mare.
Si dice che la costa di questi popoli detti Mangiapesce è poco piú di diecimila stadii; e mangiano veramente pesce come il loro nome suona, né molti di loro si danno al pescare, né fanno barche per questo effetto, ma hanno trovato un'arte per prender quelli nel calar che fa l'acqua del mare, percioché fanno reti grandi di lunghezza di duecentocinquanta passa, di corteccie sottili di palme, le quali intorcono a modo di lino, e come la marea cala, che è per grande spazio, resta la terra che è alta scoperta e senza pesce, ma nelli luoghi bassi e profondi vi resta l'acqua grande e infinito pesce e grande e piccolo. In questi tai luoghi vanno con le dette reti e ne pigliano di ogni sorte: e mangiano li piú molli e teneri crudi, subito che sono cavati dell'acqua; i maggiori e piú duri seccano al sole, e quelli tritati a modo di farina, fanno pane e focaccie. I loro bestiami similmente mangiano questi pesci secchi al sole in luogo di erba, conciosiacosaché il paese non ha prati né produce erba. Pigliano anche de' carabi, che è una sorte di gambari grandi, ostriche e conche marine. Il sale nasce ivi senza arte alcuna, ma il sole lo congela, e di quello ne fanno olio. Alcuni di detti popoli abitano un grande e deserto paese, senza arbori e senza frutto alcuno domestico, e vivono solamente di pesci. Alcuni altri, ma pochi, seminano pur alquanto di formento, che lo reputano come una vivanda delicata appresso il pesce. Perché il lor pane è fatto di pesci, delli quali fanno anche le case, perché quelli che sono piú ricchi e potenti pigliano l'ossa di balene che il mar gitta sopra il lido, e quelle in luogo di travi usano, e le porte son dell'ossa piú larghe; il resto delle case de' poveri si fanno delle spine di pesci. In questo mar di fuori vi son balene e pesci molto maggiori che non sono nel Mediterraneo.


Il modo che usò Nearco di liberar la sua armata dalla paura delle balene. D'una isola detta Nosala, consecrata al sole, e della favola di detta isola, che durò fin che Nearco la scoperse. Di un luoco chiamato Dade.

E narra Nearco che, trapassando il luogo de Cyiza, vidde nello apparir dell'aurora una grandissima quantità di acqua che dal mare era gittata in alto, non altramente che se fusse tratta da gonfiatori per forza, e tutto stupefatto di ciò dimandò alli pedotti che miracolo era quello, i quali risposero che le balene che andavano vagando per il mare eruttavano fuori quell'acqua tanto alta: della qual cosa ebbero tanta paura le ciurme, che caddero loro i remi di mano. Allora Nearco le cominciò a confortare e far loro animo, ordinando che facessero una fronte con le galee messe in ordinanza come avessero a combattere, e poi tutti alzate le voci ad un tempo, e con una voga battuta con grande strepito e rumore, andassero contra questi tali animali. Per le qual parole tutti confortati e ristrettisi insieme, si drizzarono verso le bestie, dove s'approssimarono sonando le trombe, e gridando quanto piú potevano, e faccendo rumore grandissimo con il batter de' remi e altre cose. Le balene che avanti si vedevano per la prua, spaurite da cosí grande strepito, si cacciorno in fondo del mare, e di lí a poco uscirono fuora per poppa, gittando pur in alto l'acqua grandemente nell'aere. Allora li marinari fecero grandissima festa per avere scampato un tal pericolo contra quello che si pensavano, laudando sommamente la grandezza dell'animo e la sapienza di Nearco. In quelli luoghi alcune di dette bestie si ritrovarono giacere sopra i lidi, overo gittate dalle aspre fortune, overo lasciate in terra nel calar dell'acque: con le ossa delle quali (putrefatta che è la carne) fabricano le loro abitazioni, e con le coste grandi cuoprono le case maggiori, e con le piccole le minori; delle mascelle fanno le porte, delle quali alcune si sono ritrovate di cubiti 25.
Narra lo istesso Nearco che, navigando per la riviera di detti popoli mangiapesce, intese dagli abitatori esservi una certa isola consecrata al sole, deserta e senza abitazione alcuna, distante dalla terra ferma stadii cento, che è chiamata Nosala, alla quale niuno ardisce d'appressarsi conciosiaché, se alcun per caso imprudentemente vi è andato, mai piú è stato veduto, e che una fusta dell'armata, dove erano alcuni uomini di Egitto, si accostò a detta isola e subito disparve e non fu piú veduta: il che li pedotti dicevano esser loro accaduto perché si avevano voluto approssimare a quella. Onde Nearco fu forzato di mandar un bergantino armato a cercar intorno intorno a detta isola, ordinandogli che non smontassero, ma che andassero a terra via gridando e chiamando per nome quelli che conoscevano. Ed essendogli referito che niuno aveva risposto, esso Nearco vi volse andare in persona, e fecevi dismontar tutte le ciurme e compagni suoi, dove cognobbe che eran tutte favole e cose vane. Vi aggiungevano anco come in detta isola vi era l'abitazione di una ninfa marina delle Nereide, il nome della quale non si sa, che aveva questo costume, che tutti quelli che smontavano in terra erano astretti a giacer con lei, la qual cosa fornita, li trasformava poi in pesci e li gittava in mare; e che il sole, sdegnatosi forte di tanta sceleraggine, comandò alla ninfa che si fuggisse dell'isola, la quale addimandando perdono degli errori commessi, e dicendo di essere apparecchiata di partirsi, il sole le perdonò e volse che tutti gli uomini che ella aveva transformati in pesci di nuovo tornassero nella lor primiera forma: e quindi era venuta l'origine delli popoli detti disopra, che si chiamano Mangiapesci, e questa favola era durata sino al tempo di Alessandro.
Sopra li popoli mangiapesci abitano i Gedrosii, in un paese tutto pieno di arena e cattivo, nel quale Alessandro, andando con lo esercito, patí tanti mali e travagli quanti nell'altra istoria abbiamo dimostrato. Poi che l'armata partita dalli Mangiapesci arrivò in Carmania, dove prima si fermò, stette in mare a ferro, perché di lí usciva fuor in mare una punta piena di spreo. Da quel luogo poi non navigarono verso ponente, ma tra ponente e tramontana: cosí stavano lo piú delle volte le prue loro. Il paese della Carmania è piú spesso di arbori, piú fruttifero e piú coperto di erbe, e ha piú acque che non ha il paese delli Mangiapesci e degli Oriti. Dettero poi fondi in Bade, luogo di Carmania abitato, e che fuor dell'oliva ha arbori assai fruttiferi e buone vigne, e anco fa del formento.


Di uno capo detto Caceta, donde si conducevano li cinnamomi nella Assiria. Di Neptamo e Aname fiumi; della regione chiamata Amorzia: e quivi, inteso che Alessandro con l'esercito era poco distante, in che modo Nearco andò a ritrovarlo, il quale, visti Nearco e Archia e intendendo della salvezza dell'armata, pianse di allegrezza; e come Nearco ritornò all'armata. Dell'isola Organa e Aracta, e del governator di quella, detto Mazene.

Mossi d'indi, fatto che ebbero stadii ottocento, sursero appresso una piaggia deserta, e viddero un capo alto, il qual si stendeva molto in mare, e parve che fusse distante il navigare d'un giorno. E li pratichi di quei luoghi dell'Arabia dissero che quel capo che veniva in fuora si chiamava Caceta, e che di lí cinnamomi e altre simili cose odorate si conducevano nell'Assiria. E da questa spiaggia, dove l'armata stette in mare a ferro, e dal capo il qual dirimpetto viddero sporto fuora in mare, secondo pare a me, e similmente parve a Nearco, il colfo che in dentro si spande ragionevole è che sia il mare Eritreo. Scoperto che ebbero questo capo, Onosicrito comandò che senza piú fermarsi navigassero a quello, acciò che vagabondi per il colfo non andassero piú stentando. Alle qual parole rispose Nearco che Onosicrito era uomo grosso, se non sapeva la causa perché Alessandro avesse fatto fare questa navigazione, la qual non era perché dubitasse di non poter condur lo esercito tutto per terra sano, e per questo avesse messo parte sopra questa armata per condurlo per mare, ma solamente per voler discoprire tutti li lidi, porti e isole di quella navigazione, e se vi fusse alcun colfo di cercarlo, e veder le città poste alla marina, e il paese, qual fusse fruttifero e qual deserto e arido; e che non era conveniente al presente, ch'erano al fine delle lor fatiche, di metter le cose in dubbio, conciosiaché per fornir questo viaggio siano abbondantemente forniti di vettovaglie, ma dubitava bene che, drizzando l'armata verso quel capo, il quale scorre molto verso mezzodí, non capitassero in qualche regione deserta e senza acqua e abbruciata dal sole. Questa opinione di Nearco per mio giudicio fu la salute di quella armata e di tutto l'esercito, perché è fama costante che detto capo e tutta la regione vicina sia deserta e arida e senza acqua.
Partironsi adunque da quel lido, navigando per la costa della riviera stadii settecento, e giunsero ad un altro lido, che per nome si chiama Neptano. E di nuovo nel far del giorno partiti, e fatti stadii cento, scorsero appresso ad un fiume detto Aname, dove la regione si chiama Armozzia, luogo pacifico e abbondante di tutte le cose, eccetto che non vi nascono olive. Ivi smontati delle navi, si ricreò tutto l'esercito, che aveva patito cosí grandi fatiche, e ricordevoli delli travagli passati, avuti cosí in mare come in tutta la costa delli Mangiapesci, tra loro con grande allegrezza gli andavano raccontando, e insieme il gran paese deserto di detta regione e la salvatichezza degli uomini. E allora alcuni, partendosi dall'esercito, volsero slargarsi fra terra alquanto, per veder ciò che vi era, chi da una parte e chi dall'altra. Quivi s'incontrarono in un uomo vestito alla greca e che parlava in lingua greca, e d'allegrezza li primi che lo viddero cominciarono a lagrimare, tanto fuor d'ogni espettazione parve loro dopo tanti mali di vedere un uomo greco: e domandandogli d'onde veniva e chi egli era, gli respose che era dell'esercito di Alessandro, dal quale si era smarrito, e che quello non troppo lontano si trovava. Costui subito con grande allegrezza e festa fu condotto a Nearco, al quale espose il tutto, e come lo esercito e il re era distante da quel luogo il cammino di cinque giornate, e disse il nome del presidente di quella regione. Col qual presidente Nearco essendosi consigliato di voler andare a trovar Alessandro, se ne ritornò alle navi, le quali nel far dell'aurora fece tirare in terra, acciò che quelle di loro che avevan patito in questa navigazione fussero racconcie; e volendo in questo luogo anco lasciar tutto l'esercito, fece uno steccato doppio all'armata, con un argine di terra e una fossa profonda, cominciando dalla bocca del fiume fino al lito, dove l'armata era tirata in terra.
In questo mezzo che Nearco faceva queste cose, il presidente della regione, sapendo che Alessandro stava in gran pensiero di questa armata, pensò di poter guadagnar qualche gran premio da quello se fusse il primo che gli desse nuova della salvezza dello esercito e di Nearco, il qual poco dopo doveva venire alla presenza del re: e cosí per la via piú curta che poté se n'andò ad Alessandro, annonziandogli come Nearco, partito dalle navi, se ne veniva a lui. La qual cosa udita da Alessandro, ancora che non desse fede alle parole di costui, nondimeno ebbe grande allegrezza, sí com'è il dovere. Ma doppo che furono passati li giorni che gli aveva detto della sua venuta, pensò che non fussero vere le nove dettegli, e massimamente perché molti che erano stati mandati ad incontrarlo, alcuni essendo andati un poco avanti e avendo smarrita la strada, neanco essi erano ritornati. Per il che Alessandro fece ritener costui, come quello che gli fusse venuto a dire cose false, che con vana allegrezza gli erano state dapoi di maggior dolore, il qual mostrava e nel viso e nel core.
In questo mezzo, alcuni di quelli che erano stati mandati con cavalli e carrette a condur Nearco, lo incontrarono nella strada insieme con Archia, e cinque o sei altri con loro, i quali conduceva seco, e non lo conobbero, né Archia, tanto erano tramutati, con li capelli lunghi e la barba intricata e la faccia squalida, sordida e piena di pallidezza, presa dal travaglio del mare e dalle lunghe vigilie patite. E avendo Archia dimandato a costoro dove era Alessandro, dettegli luogo e passarono avanti. Le quai parole considerate da Archia, disse verso Nearco: "Io penso che questi uomini non vadino per questi deserti ove noi siamo se non perché sono stati mandati ad incontrarne; che veramente non ne conoscono, non è da maravigliarsi, perché abbiamo tanto patito che siamo trasformati: è molto meglio che diciamo loro chi siamo, e intender da loro ciò che vadano cercando". La qual cosa piacque a Nearco. Gli dimandarono, e loro gli risposero che andavano cercando Nearco e l'armata; e avendo lor detto Nearco esser quello, lo fecero montar sopra le carrette insieme con tutti i compagni.
Alcuni veramente di questi mandati si posero ad andar con tanta celerità, per esser i primi a dar questa buona nuova ad Alessandro, che giunti a quello gli dissero: "Nearco e Archia con sei altri compagni vengono a trovarti". E perché non gli seppero dir cosa alcuna né dell'esercito né delle navi, Alessandro subito si pensò che costoro per qualche caso si fussero salvati, e che l'armata e lo esercito fusse perso: e per questo non si poteva tanto rallegrare della venuta di Nearco e di Archia quanto si contristava della rovina della armata. Non aveva ancora fornito di parlare Alessandro, che Nearco e Archia giunsero, li quali appena e con fatica furono conosciuti da Alessandro, tanto erano malconci, col viso squalido e li capelli lunghi e orridi: e questo confermò piú nel core di Alessandro del perder di tutta l'armata. Quivi Alessandro, presolo per mano, lo condusse solo lontano dagli altri suoi compagni e dalla sua guardia, e per lungo spazio avendo lagrimato, alla fine, preso animo, disse: "Il tuo esser ritornato salvo insieme con Archia di tutta questa gran perdita mi è non picciola consolazione, ma dimmi a che modo le navi e lo esercito è perso". Al qual rispose Nearco che l'armata e l'esercito era salvo, e che loro erano voluti venire a dargli la nuova della salvezza loro. E quivi piú fortemente cominciò a pianger Alessandro per la inaspettata nuova dell'esser salvo lo esercito, e dimandò dove erano surte le navi; gli fu risposto che nella bocca del fiume Anamide erano state tirate in terra. Allora Alessandro cominciò a giurar per Giove de' Greci e per Ammone delli popoli di Libia che aveva avuto maggior allegrezza di questa nuova che se egli avesse acquistata tutta l'Asia, percioché il dolore della perdita di questa armata era di equal grandezza a poter deformar la felicità avuta per avanti. Il presidente, il quale Alessandro aveva fatto ritenere, veduto Nearco se gli gittò a' piedi, dicendo: "Guarda come sono stato trattato, per esser venuto a dar la prima nuova della vostra venuta a salvamento". Per il che Nearco, avendo pregato Alessandro, lo fece lassare. Alessandro poi fece sacrificio per la salute dello esercito a Giove conservatore, ad Ercole e Apolline scacciatore di tutti i mali, a Nettunno e altri dei marini, e dapoi li giuochi solenni di lottare, correre e saltare, e appresso di suoni e canti: nelli quai giuochi e festa Nearco era fra li primi, da tutto lo esercito onorato con corone e fiori che gli gittavano adosso.
Compiuti li sacrificii e giuochi, Alessandro disse: "O Nearco, non mi pare il dovere che piú avanti ti debbi affaticare over metterti a pericolo, ma che un altro vada a condur l'armata dal luogo dove è fino a Susa". Alle qual parole Nearco rispose: "Sacra Maestà, io penso che 'l debito mio sia di obedirti in tutte le cose, e son sforzato anco a farlo. Ma se tu mi vuoi compiacere, non fare a questo modo, ma lassami esser capitano dell'esercito fino ch'io conduca a salvamento tutte le navi in Susa, né vogli patir che la gloria che già mi ho acquistata di cosí grande impresa, da un altro mi sia tolta, perché alcun tuo comandamento mi può mai esser né difficile né impossibile". E volendo continuare il parlare, Alessandro lo interruppe ringraziandolo, e cosí lo fece ritornar dove era l'armata. E perché egli aveva da passare per luoghi pacifici, mandò in sua compagnia poca gente: nondimeno questo viaggio verso il mare non lo fece senza travaglio, conciosiacosaché li barbari circonvicini, essendosi messi insieme, occupavano i luoghi deserti della Carmania, perché il suo governatore per comandamento di Alessandro essendo stato fatto morire, e Tripolemo, che novamente era venuto in suo luogo, non aveva ancor le forze bastanti a tenerli in obedienza, e due o tre volte in un giorno con diverse sorti di barbari che l'assaltarono fu astretto a combattere, e pur camminando senza fermarsi a mala pena e con difficultà salvo si condusse al mare.
Quivi giunto, fece sacrificio a Giove conservatore, e celebrò similmente i giuochi solenni che di sopra abbiamo detto del lottare. E compiute di fare le cose divine, si partirono navigando lungo una isola deserta e aspera, e si fermarono appresso un'altra maggiore di questa e abitata, avendo fatto da trecento stadii dal luogo d'onde partirono: e l'isola deserta si chiamava Organa, e quella dove arrivarono Aracta. Quivi erano viti e palme e campi seminati di formento, e la lunghezza dell'isola era ottocento stadii; e il governator dell'isola, detto Mazene, volse navigar per pilotto con loro fino a Susa. In questa isola dicevano che vi si vedeva il sepolcro del primo che signoreggiò tutta questa regione, il qual si chiamava Eritreo, dal quale tutto questo mare prese il nome di Eritreo.


Di altri luoghi scoperti da Nearco, cioè Pilora, Dodona, Tarsia, Catea, Cascandria, Ocho monte, Gogana, Areon torrente, Hierata, Hieratimi, Podargo torrente, Granio fiume.

Levatisi del porto si misero a navigar lungo la isola, e fatti ducento stadii di novo si fermarono appresso di quella, di donde viddero un'altra isola, distante da quella grande forse quaranta stadii, la qual si diceva esser consecrata a Nettunno, e che alcun non vi montava sopra. Ed essendo surti, nel far dell'aurora la marea li sopragiunse, e il calar del mare fu cosí grande che tre navi restarono in secco, e le altre, con grande difficultà essendo scampate di quelle secche, si salvarono in alto mare. Ma dapoi sopragiunta la crescente del mare, quelle ch'erano restate vennero fuori, e furono l'ultime a giunger dove era il resto dell'armata. E scorsero in un'altra isola, distante da terra circa trecento stadii, avendo navigato da quattrocento stadii, e quivi nel far del giorno si misero a navigare, passando da man destra di una isola deserta detta Pilora, e arrivarono a Dodona, castelletto piccolo e povero d'ogni cosa, eccetto che di acqua e pesce, conciosiacosaché ancor questi siano ictiofagi, cioè mangiapesci, avendo il lor paese molto tristo e sterile. E quivi fornitisi d'acqua, se ne andarono verso un capo che scorreva molto in mare, detto Tarsia, avendo fatto trecento stadii, di donde passarono ad una isola deserta all'incontro di terra, detta Catea, che si diceva esser dedicata a Mercurio e Venere, che fu cammino di trecento stadii. In detta isola ogni anno vengono portate dalli vicini abitanti pecore e capre, che donano a Mercurio e Venere, e queste poi col tempo in questa solitudine diventano salvatiche. E fin qui vengono li confini della Carmania; piú oltra poi cominciano li Persiani. Tutta questa costa della Carmania è da tremila e settecento stadii. Il loro vivere è simile alli Persi, alli quali sono vicini, e medesimamente nelle cose della guerra al modo dei predetti si governano.
Dalla detta isola sacrata partendosi, cominciarono a scorrer la costa della Persia e vennero ad un luogo detto Ila, dove era un porto che una isoletta piccola e deserta faceva, detta Cascandria, avendo fatto da quattrocento stadii. E nel far del giorno, navigando ad un'altra isola abitata, in quella sursero: quivi dice Nearco che pigliano delle perle, come nel mar d'India. E avendo circondato un capo di questa isola per quaranta stadii, si fermaron sotto un monte alto detto Ocho, in un buon porto, dove abitavano molti pescatori. Di quivi fatti da quattrocentocinquanta stadii, sorsero negli Apostani, dove arrivano molti navilii, e vi è una contrada lontana dal mare sessanta stadii. Donde levatisi la notte, vennero in un colfo abitato di molte ville, fatti che ebbero da quattrocento stadii, e si fermarono sotto alcune colline, tutte piantate di palme e d'ogni altra sorte di arbori fruttiferi che si trovano nella Grecia. Quindi essendosi levati e fatti stadii seicento, vennero a Gogana, luogo abitato, fermatosi appresso le bocche di un torrente detto Areon, dove difficilmente sorsero, perché l'entrar in quello era molto stretto e, per il calar grande che aveva fatto il mare, vi erano gran secche d'intorno. E di qui partiti nella bocca di un altro fiume si fermarono, avendo fatto da ottocento stadii, il qual fiume si chiamava Sittaco: neanco in questa bocca fu facile l'entrarvi. E tutto questo viaggio drieto la costa della Persia è molto pieno di secche, di sprei e di paludi. Quivi trovato assai formento, che per comandamento di Alessandro era stato portato accioché si potessero fornir di vettovaglie, vi dimorarono ventiun giorno, e tirate le navi in terra, tutte quelle che avevano patito racconciarono, rivedendo ancora le altre.
Di qui poi levatisi arrivarono ad una terra detta Hierata, che è luogo molto abitato, avendo fatti da settecentocinquanta stadii, e sorsero in una fossa che dal fiume gittava in mare e si chiamava Hieratimi, e nel levar del sole entrarono in un fiume torrente detto Podargo. E tutto il paese scorre in mare, di modo che pare un'isola che sia congiunta col continente, e si chiama Mesambria, piena di giardini e d'ogni sorte di arbori fruttiferi. Da Mesambria partitisi, avendo fatto da ducento stadii, si fermarono in foce appresso il fiume Granio, dal quale andando fra terra, si trovano li palazzi regali de' Persiani, distanti dalle bocche del detto fiume circa ducento stadii.
In questa navigazione dice Nearco essere stata veduta una balena gittata sopra il lito, alla quale accostatisi alcuni marinari e misuratala, la trovarono di lunghezza di cubiti cinquanta, e che aveva la pelle tutta squamosa, e tanto penetrarono in quella che la trovarono di grossezza di un cubito, e vi si vedevano nate di sopra ostriche e altre sorti di conche e erbe marine, intorno alla quale vi erano anco molti delfini, li quali erano maggiori che non son quelli che si veggono nel mare fuor del colfo.


Di Rogone e Brizana torrenti; del fiume Oroate, dove i Persiani finiscono i lor confini. Lunghezza della navigazione del paese di Persia. De' popoli uxii, mardi, cossei; della palude Cataderse, Margastana isola; dei fiumi Euffrate, Pasistigri, Tigris, Euffrate; del paese di Mesopotamia. Della città detta Nino, e come si congiunsero gli eserciti di Alessandro e Nearco con grande allegrezza a Schedia.

Quindi partiti, si fermarono appresso un torrente detto Rogone, dove era un buon porto: e fu viaggio di ducento stadii. E poi fatti da quattrocento stadii, sorsero pur in un altro torrente detto Brizana, dove stettero molto male, per esser il tutto pieno di spreo, scagni e secche che non si vedevano. E quando giunsero era la crescente dell'acqua, la qual come fu calata, le navi restarono in secco; ma dapoi, ritornata che fu secondo l'ordine, partiti andarono a sorgere sopra un fiume detto Oroate, che è il piú grande (come dice Nearco) di quanti si ritrovino in questa navigazione, da quelli che vengono dal mar grande di fuori. E quivi i Persiani finiscono i lor confini, dopo i quali cominciano ad abitare i Susii, che è gente libera, e sono detti di questo nome, sí come nell'altra istoria s'è fatta menzione, perché son latroni. La lunghezza della navigazione del paese della Persia è da quattromila e quattrocento stadii, il paese della quale vien detto esser diviso in tre parti secondo le stagioni de' tempi, cioè quella che è verso il mar Eritreo è tutta arenosa e sterile per causa del gran caldo; l'altre che seguita drieto, camminando verso tramontana e il vento di borea, è molto ben temperata delle stagioni e ha il paese pieno di prati bagnati di acque e coperti di erbe, e il tutto è piantato di viti e di ogn'altra sorte di arbori fruttiferi, eccetto che delle olive, con infiniti giardini di ogni sorte e fiumi di acque chiarissime, e con laghi pieni d'uccelli soliti a stare in quelli e nelli fiumi; è anco molto buona a pascer cavalli e ogni altra sorte di animali, con selve grandi e infinite salvaticine; ma andando piú avanti sotto la tramontana è fredda e piena di neve. E che quivi alcuni ambasciadori del mare Eussino, venuti (come scrive Nearco) per una breve via, si riscontrarono con Alessandro che cavalcava per il paese della Persia, al quale, maravigliandosi egli di questo, essi referirono il breve cammino che avevano fatto. Alli Susiani sono contermini gli Uxii, sí come è stato detto nell'altra istoria, e come li popoli mardi abitano appresso li Persiani, e anco questi attendono a rubare, e che li Cossei sono vicini alli Medi: le quali tutte nazioni, di fere e salvatiche che erano, Alessandro fece civili e mansuete, essendole andato ad espugnare nel tempo del verno, quando pensavano che nel lor paese non si potesse penetrare; ed edificovi anco città, e di uomini vaghi e che abitavano alla campagna li ridusse ad essere aratori e a coltivar la terra, acciò che dubitando delle lor cose s'astenessero di far ingiuria ad altri.
E dopo il passar che fece l'armata nel paese de' Susiani, Nearco non scrisse cosí il tutto con diligenza, ma gli parve che bastasse lo scriver delli porti e la lunghezza del cammino che facevano. Tutta questa costa ha appresso di sé molte lagune e paludi, con grandi sprei e secche che sotto acqua scorrono fin a mezzo il mare, che fa difficile il poter sorgere alli naviganti e di poter praticar da un luogo all'altro. Partiti dalle bocche del fiume, dove si erano fermati nelli confini della Persia, e tolta acqua per cinque giorni, conciosiaché li pilotti dicevano che non ne potriano poi trovare, fatti che ebbero settecento stadii sorsero sopra la bocca di una palude, la qual trovarono piena di pesci, ed era chiamata Cataderbe. E sopra detta bocca vi era un'isola nominata Margastana, dalla quale nel far dell'aurora partitisi, andarono per certe seccagne, dove bisognò che ad una ad una le navi vi passassero: e vi erano pali fitti da una banda e dall'altra, che dimostravano il cammino per queste paludi, sí com'è nell'istmo che è fra mezzo l'isola di Leucade e dell'Acarnania, che vi son posti segni alli naviganti, acciò che non vadino a dar nelle secche. Nel qual luogo di Leucade il fondo è tutto di arena, che facilmente lassa che le navi intrate possino partirsi: ma quivi era una voragine di fango, tanto tenace che per nessuna arte se ne potevano districare le navi, perciò che se si appontavano con le lancie lunghe, tutte entravano nel fango, e se dismontavano di nave per spingerle fuori in alto mare, tutti si profondavano fino al petto; nondimeno con tutte queste difficultà navigarono da secento stadii, andando sempre una nave drieto all'altra, e fermati che furono si misero a mangiare. Poi tutta la notte profonda navigando, col giorno seguente, per essere stati cosí consigliati, dopo fatti trecento stadii sorsero alle bocche del fiume Eufrate, appresso una villa della regione di Babilonia detta Diridote, dove vien condotto lo incenso per li mercatanti del paese dell'Arabia, e tutti gli altri odori che la detta terra produce. Dalla bocca dell'Eufrate fino in Babilonia dice Nearco esservi da stadii tremila e trecento di navigazione.
Quivi essendo detto che Alessandro andava verso Susa, ancor essi ritornarono indrieto, navigando per il fiume Pasitigri, per congiungersi con quello, nel qual ritorno ebbero sempre il paese de' Susiani alla man dritta. E passarono appresso una palude nella quale entra il fiume Tigris, il qual venendo dell'Armenia scorre appresso la città detta Nino, che altre volte fu cosí grande e felice, e si congiunge col fiume Eufrate: e il paese intermedio circondato da questi due fiumi si chiama Mesopotamia. Dalla detta palude fino al fiume si naviga all'insú per stadii secento, dove è una villa di Susiani detta Agini, la qual è lontana da Susa da cinquecento stadii. La lunghezza della navigazione del paese de' Susiani fino alla bocca del Pasitigri, passando sempre a canto di terre abitate e fertili, può essere da stadii cento e cinquanta. Quivi si fermarono, aspettando alcuni uomini mandati da Nearco a vedere dove si trovava Alessandro. Il qual Nearco fece solenni sacrificii alli dei che l'avevano condotto a salvamento; fece anco delli giuochi, con grandissima allegrezza e contento di tutta l'armata. Ed essendo venuta nova che Alessandro s'approssimava, di nuovo si misero a navigare su per il fiume e si fermarono a Schedia, dove era per passare alla volta di Susa Alessandro con l'esercito: e quivi si congiunsero tutti insieme, e Alessandro fece grandissimi sacrificii per la salute dell'armata e degli uomini di quella; celebrò anco molti giuochi. E Nearco, ovunque per l'esercito compareva, da ogni canto gli erano gittate addosso corone e fiori, e fu coronato da Alessandro con una corona d'oro, e similmente Leonato, l'uno per aver condotto a salvamento l'armata, l'altro per aver vinto gli Oriti e altri barbari contermini a quelli. A questo modo venne salvo lo esercito ad Alessandro, partito dalle bocche del fiume Indo.


Viaggio scritto per un comito veneziano, che fu condotto prigione dalla città de Alessandria fino al Diu nella India, col suo ritorno poi al cairo del 1538.


Come dell'anno 1537, rotta la guerra dal signor turco alla illustrissima Signoria di Venezia,
furono ritenute in Alessandria le loro galee con li gentiluomini, mercanti e marinari,
e condotte le loro robbe, e condotti da Alessandria per terra al Sues, porto del mar Rosso,
per farli navigare in quel mare.

Scriverò un viaggio fatto non per volontà nostra, ma per necessità nelle Indie, seguendo la persona di Soleyman bassà eunuco, il quale era mandato da Soleyman sach, imperatore de' Turchi, alla espedizione contra Portoghesi, nel tempo che fu rotta la guerra del 1537 alla nostra illustrissima Signoria di Venezia, e che noi eramo in Alessandria con le galee sue di mercato, delle quali era capitano il magnifico messer Antonio Barbarigo. Fummo intertenuti nella detta città di Alessandria in quelli tempi, senza aver modo di trafficare né contrattar le nostre mercanzie, e stemmo lí fino alli 7 di settembre 1537, nel qual giorno il consolo della nazion veneziana, chiamato messer Almorò Barbaro, e il capitano predetto Barbarigo, li mercatanti e tutti li marinari e robbe di cadauno furono ritenute e condotte in la torre della Lance; e dipoi fatta elezion di tutti quelli che erano atti al servi