Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI

Volume secondo




Due lettere dall'India di Andrea Corsali
[1517-1519]


Discorso sopra la prima e seconda lettera di Andrea Corsali fiorentino.


Essendone pervenute alle mani queste due lettere di Andrea Corsali, nelle quali si narra del voler condur alli porti dell'Etiopia un ambasciador del Prete Ianni nominato Matteo con un altro del re di Portogallo detto Odoardo Galvan, e volendole fare stampar, la buona ventura volse che le mostrai al magnifico messer Iulio Sperone, gentiluomo padoano, non meno ornato di buone lettere che di somma cortesia, il qual mi disse che altre volte avea inteso da un gentil cavaliere portoghese che avea studiato in Padoa, nominato il signor Damian Goes, come il viaggio che fecero li sopradetti due ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni era sta' scritto particolarmente da don Francesco Alvarez, che fu in compagnia loro; e che queste lettere del Corsali, stampandole avanti detto viaggio, iscusariano per un proemio, che daria gran luce e intelligenza a chi lo leggesse dapoi, perciò che molte cose precedenti a quelle dal detto don Francesco lassate si narrano in dette lettere; e che la copia di tal viaggio si trovava appresso al prefato signor Damiano nell'estreme parti di Olanda, e sapeva certo che, per sua natural gentilezza e cortesia, a chi la mandasse a dimandare esso liberamente la daria. Per la qual cosa, accioché a sí buona opera non s'interponesse dilazione, messer Tomaso Giunta, il qual per beneficio di studiosi non ha mai sparagnato né sparagna né danari né fatica, deliberò di mandarla a torre. E dapoi che l'ebbe avuta e letta, gli fu detto che 'l libro di tal viaggio si trovava stampato in la città di Lisbona di ordine del serenissimo re di Portogallo, onde di nuovo fu necessario di mandare a pigliar ancor quello; e avendolo voluto conferire con questa copia, trovai mancarvi il proemio fatto per il detto don Francesco, e in molti luochi molte righe di cose degne d'intelligenzia, oltra gli errori de' nomi di molti luochi e dignità di persone, sí come chi vorrà leggere questo nostro tradotto in lingua italiana e il portoghese potrà piú particolarmente giudicare. E acciò che 'l filo di tal istoria non fusse interrotto, ma si leggesse continuato in tutte le sue parti, il prefato messer Tomaso, oltra le lettere del Corsali poste, come abbiamo detto, per proemio avanti di quella, ha voluto nel fine come epilogo aggiugnervi la obedienzia che 'l prefato don Francesco prestò al sommo pontefice papa Clemente settimo nella città di Bologna del 1532 per nome del prefato Prete Ianni, con le lettere che da quello furono scritte a sua Beatitudine.
E per non mancar ancor noi, secondo le deboli forze del nostro ingegno, di far piú chiaro e piú aperto il principio e causa di tal viaggio, abbiamo pensato non dover esser ingrato alli lettori se discorrendo si rinoverà la memoria di molte cose pertinenti a quello per molti anni per lo adietro successe, cavate dall'istorie portoghesi, dove parlano della vita e fatti delli loro re e principi, e da un libro del prefato signor Damiano. E per tanto è da sapere che 'l primo che cominciò a far discoprir le marine attorno l'Africa fu lo illustre infante don Enrico di Portogallo, che vi mandò le sue caravelle, e vivendo lui arrivorono quasi appresso la linea dell'equinoziale. Dapoi, per ordine d'altri re, e principalmente del re don Giovanni secondo di questo nome, le giunsero fin al capo di Buona Speranza, il qual fu chiamato con questo nome percioché tutti quelli che avean gli anni passati navigato drieto quella costa tenevan per fermo ch'ella corresse verso mezzodí fin all'altro polo, e disperavan di poter trovar via di passare nell'Indie orientali: ma giunti che furon a detto capo e vedutolo voltar verso levante, lo chiamaron di Buona Speranza.
Questo re fu il primo al qual fu portato la mostra di certo pepe cavato del regno de Benim sopra l'Etiopia, e fece abitar l'isola de S. Tomé, che era disabitata e piena di bosco, e vi mandò infiniti giudei a starvi e lavorar i zuccari. Ed essendo di sublime ingegno e non pensando mai ad altro se non come potesse far navigar le sue caravelle nell'India orientale, deliberò mandar per terra suoi messi a scoprir le marine dell'Etiopia, Arabia e India, della immensa grandezza e ricchezza della qual era molto ben informato e da diverse persone che vi erano state e da molti libri degli antichi, e massimamente da quello del magnifico messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, il qual fu portato in Lisbona dall'illustre infante don Pietro, quando egli fu nella città di Venezia: e dicono l'istorie portoghesi che gli fu donato per un singular presente e che 'l detto libro, dapoi tradotto nella loro lingua, fu gran causa che tutti quelli serenissimi re s'infiammassero a voler far scoprir l'India orientale, e sopra tutti il re don Giovanni. Onde, per far l'effetto sopra detto, trovò due uomini portoghesi che sapevan la lingua araba, e dette carico ad un di loro di andar ambasciador a quel gran principe de' Negri detto il Prete Ianni, e all'altro di scoprir prima le marine dell'Etiopia, e poi di andar a veder l'isola di Ormus e li regni e città della costa dell'India, dove nascono i pepi e gengevi. Alfonso di Paiva, che era un di loro, giunto alla corte del detto Prete Ianni moritte, e in suo loco vi andò l'altro, che si chiamava Pietro de Covillan, il qual però prima era stato a discoprir la costa di Calicut e di tutte quelle marine, e de lí passato poi sopra l'Etiopia e arrivato fino a Cefala, e avea dato aviso al prefato re don Giovanni di tutto quello che egli avea scoperto, come piú particolarmente si leggerà nel viaggio che scrive il prefato don Francesco Alvarez: e per questa causa non ne voglio dir altro.
E stando questo Pietro di Covillan nella detta corte, dapoi passati molti anni (conciosiacosaché mai non poté aver licenzia di partirsi), essendo morto il detto re don Giovanni secondo, successe il re don Emanuel, il qual fece passar le sue caravelle intorno tutta l'Etiopia, e giunsero in l'India, dove per virtú di molti suoi capitani, uomini eccellentissimi nell'arte militar, ebbe molte vittorie nelle parti del mar Rosso, sino Persico e nella India, e molte città e isole furono ridotte a sua obedienzia, e furono mandati diversi ambasciadori alla corte del detto Prete Ianni, che allora era fanciullo di anni undici, nominato David. E di tanta efficacia fu la fama di queste vittorie, che commosse la regina Elena, ava del detto re David, la qual era quella che 'l governava, ch'ella deliberò al tutto di mandar un suo ambasciador in Portogallo, e trovò un cristian armeno nominato Matteo, uomo pratico e che sapeva diverse lingue, e per darli maggior credito volse che vi andasse seco un giovene negro abissino. Costoro, imbarcati in un porto del mar Rosso, se n'andorono in India alla città di Goa, nella qual era il signor Alfonso Dealburqueque vice re, il qual li raccolse graziosamente e, fattili montar sopra le sue caravelle, li mandò a Lisbona, dove giunti alla presenza del re esposero la loro ambasciata, e furono interpretate le lettere della regina Elena, che dicevano in questo modo:

Lettera della regina Elena,
ava del re David Prete Ianni imperator de' Negri,
scritta ad Emanuel re di Portogallo nell'anno 1509.


"Nel nome di Dio Padre e Figliuolo e Spirito Santo, che è un solo in tre persone. La salute, grazia e benedizion del Signor nostro e Redentor messer Iesú Cristo, figliuolo di Maria Vergine, nasciuto nella casa di Bethleem, sia sopra il diletto fratel nostro cristianissimo il re Emanuel, dominator del mare e vincitor de' crudeli e incredibili Mori. Il Signor nostro Iddio ti dia ogni buona fortuna e ti doni vittoria de' tuoi nimici, e tutti i tuoi regni e paesi, per i devoti preghi de' nonzii del Redentor messer Iesú Cristo, cioè li quattro evangelisti san Giovanni, Luca, Marco e Matteo, da ogni canto siano prolungati e istesi, e le loro sante orazioni li conservino.
Ti avisamo, dilettissimo fratel nostro, esser venuti a noi da quel tuo gran capitano Tristan de Cugna duo nonzii, delli quali uno si chiamava Giovanni, che diceva esser prete, e l'altro Giovan Gomez, a dimandarne vittuarie e soldati. Per il che ne è parso di mandar questo nostro ambasciador detto Matteo, fratello del nostro servizio, con licenzia del patriarca Marco, che ne dà la benedizion quando mandamo alcun prete in Ierusalem, conciosiacosaché egli sia nostro padre e di tutti li nostri paesi, e colonna della fede di Cristo e della santa Trinità. Questo nostro ambasciador per nostro ordine ha fatto intender a quel gran capitano delli vostri, che per la fede del nostro Salvator messer Iesú Cristo combatte in la India, come noi siamo pronti a mandarli vittuarie e soldati, se gli sarà bisogno, conciosiacosaché abbiamo inteso il soldan principe del Caiero metter insieme una grande armata per venir contra li vostri eserciti, non per altro se non per vendicarsi delle ingiurie e danni (sí come noi sapemo) che per li capitani delle vostre genti che avete nell'India gli sono stati fatti, li qual vostri capitani il Signor Iddio per la sua santa bontà ogni giorno di piú in piú si degni di far prosperare, acciò che finalmente tutti quelli che non credono siano del tutto in tutto posti sotto il giogo. Noi per tanto contra gli assalti di questi tali siamo per mandar buon numero di soldati, che staranno dove è il stretto del mar della Meca, cioè all'isola di Bebbelmandel, o veramente, se vi parerà piú commodo, andaranno al porto del Zidem over al Tor, accioché finalmente si ruini e levi via questa sorte di Mori e increduli dalla faccia della terra, e che li presenti e doni che si portano al santo Sepolcro nell'advenire non siano devorati da' cani.
Al presente è giunto il tempo promesso, il qual (come dicono) messer Iesú Cristo e la sua madre Maria hanno predetto, cioè che negli ultimi tempi era per nascer nelli paesi de' Franchi un certo re, che levaria via tutta la generazion de' barbari e Mori: e questo veramente è il tempo presente, il qual Cristo promesse alla benedetta sua madre dover essere.
Tutto quello veramente che vi dirà l'ambasciadore nostro Matteo, reputate che venga come dalla nostra propria persona, e dategli fede, percioché è un de' principali della nostra corte e per questo ve l'avemo voluto mandar. Avremmo ben dato il carico di queste cose alli vostri messi, quali ne avete mandato, ma dubitammo che le faccende nostre secondo il voler nostro non vi fussero esposte.
Mandiamo per questo nostro ambasciador Matteo una croce, fatta senza dubbio alcuno di un pezzo del legno nel qual il Salvator nostro messer Iesú Cristo fu crocifisso in Ierusalem, di donde il pezzo di questo legno santo n'è sta' portato: e del detto ne abbiamo fatto far due croci, delle qual l'una è restata appresso di noi, l'altra abbiamo dato a questo nostro ambasciador, ed è attaccata con uno anelletto d'argento.
Oltra di questo, se a voi piacesse di dar le vostre figliuole alli nostri figliuoli, over nostri figliuoli dar alle figliuole vostre, questo sopra tutto ne saria molto grato, e a tutti duo utile, e principio di una lega fraternal, perché veramente questo astringersi con nozze con voi sí nel tempo presente come nell'advenir grandemente desideriamo.
Nel resto la salute e grazia del nostro Redentor messer Iesú Cristo e della nostra santa Madonna Maria Vergine si estenda e sopra voi e sopra li figliuoli e figliuole vostre e di tutta la vostra casa. Amen.
Oltra di questo vi avisiamo che, se vorremo congiunger li nostri eserciti insieme per far guerra, noi averemo forze bastanti, mediante l'aiuto divino, di levar via tutti li nimici della nostra santa fede. Ma li nostri regni e li nostri paesi sono posti fra terra, che in alcuna banda non potemo venir sopra il mare, sopra il qual noi non abbiamo potenzia alcuna, conciosiacosaché per laude di Dio voi sete in quello sopra ogn'altro potentissimo. Messer Iesú Cristo sia in nostro adiutorio.
Le cose veramente fatte per voi in India sono certamente piú presto miracolose che umane, e se voi volesti armar mille navi, noi vi daremo vittuarie, e vi sumministraremo tutte le cose che saran di bisogno per detta armata abondantissimamente.'

Udita questa lettera dal re don Emanuel e dalli suoi consiglieri, stettero alquanto sospesi, perciò che gli parvero che le cose proferite in quella fossero troppo grandi, e per tanto che ella non fosse vera; dubitarono anche che costui non venisse mandato dalla detta regina, e di questa loro dubitazione ne fu ripiena tutta la corte. Nondimeno dapoi detto re, desideroso di continuar e accrescer piú che fosse possibile l'amicizia di questa regina, per potersi servir delle forze e favor d'un regno tanto potente per riputazion delle cose sue nell'India e mar Rosso, elesse un suo ambasciador nominato Odoardo Galvan, il qual insieme con questo ambasciador Matteo con grandissimi presenti mandò con una sua armata in India, capitano Lopes Suarez. Giunto detto capitano in Cochin e messosi ad ordine di vettovaglie, deliberò di tornar verso il mar Rosso, per metter in terra detto Matteo e questo Odoardo Galvan. Allora, trovandosi in Cochin, Andrea Corsali montò sopra la detta armata e scrisse quanto in la seconda lettera si contiene, nella qual si legge che non poterono dismontar mai al porto di Ercoco della Etiopia sopra il mar Rosso, ma che, tornati all'isola di Cameran, vi morse Odoardo Galvan, e cosí per quello anno fu intermessa la espedizion del detto Matteo. Né piú oltra scrive il prefato Corsali, nelle qual due lettere se vi saran degli errori, n'è causa il tristo esemplar che noi abbiamo avuto.


Di Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo signor duca Giuliano de' Medici lettera scritta in Cochin, terra dell'India, nell'anno MDXV, alli VI di gennaio.


Come nella navigazione passando la linea equinoziale furono in altura di gradi trentasette nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, dove viddono un mirabil ordine delle stelle nella parte del cielo opposta alla nostra tramontana.

Illustrissimo Signor, non potendo mancar a V.S. di quanto le promisi nel partirmi di costí, ho voluto farle questo poco di discorso per darle notizia del successo del mio viaggio d'India. E avvenga ch'ei non sia cosí copioso com'io sperava e che 'l mio desio aria voluto, il che è causato per essere poco tempo ch'io mi trovo in queste parti, nondimeno non m'è parso restar di dirizzarglielo, dettandomi l'animo che V.S. lo debba pigliare con quel cuore che l'affezion mia e osservanzia ch'io le tengo ricercono, riserbandomi a tempo migliore di sodisfarle piú compiutamente.
Dapoi che partimmo da Lisbona navigammo sempre con prospero vento, non uscendo da scilocco e libeccio, e passando la linea equinoziale fummo in altura di trentasette gradi nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, clima ventoso e freddo, ch'a quei tempi il sole si trovava ne' segni settentrionali, e trovammo la notte di 14 ore. Qui vedemmo un mirabil ordine di stelle, che nella parte del cielo opposita alla nostra tramontana infinite vanno girando. In che luogo sia il polo antartico, per l'altura de' gradi, pigliammo il giorno col sole e ricontrammo la notte con l'astrolabio, ed evidentemente lo manifestano due nugolette di ragionevol grandezza, ch'intorno ad essa continuamente ora abbassandosi e ora alzandosi in moto circulare camminano, con una stella sempre nel mezzo, la qual con esse si volge lontana dal polo circa undici gradi. Sopra di queste apparisce una croce maravigliosa nel mezzo di cinque stelle, che la circondano (com'il Carro la Tramontana) con altre stelle, che con esse vanno intorno al polo girandole lontano circa trenta gradi: e fa suo corso in 24 ore, ed è di tanta bellezza che non mi pare ad alcuno segno celeste doverla comparare, come nella forma qui di sotto appare.


Della isola Monzambique, e da cui sia abitata la terra ferma e tutta la costa del mar Rosso fino a capo Verde. Nella costa non si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere alla mina di Cefalla, dove si trova ambracan e infinito avorio.


Cominciammo dipoi a tornare al cammino di tramontana, avendo vista di capo di Buona
Speranza, e sorgemmo in Monzambiqui, isola sterile non molto grande, giunta con la terra ferma, posta in quindeci gradi disotto dal polo antartico, abitata da maumettani: di essa è signor il re di Portogallo, la qual non è per altra cosa buona se non per il porto, molto ben posto e accommodato alla navigazione d'India. La terra ferma è abitata da uomini bestiali, e parimente tutta la costa, e dallo stretto del mar Rosso fino a capo di Buona Speranza tutti sono d'una lingua, e da capo di Buona Speranza fino a capo Verde parlano differente da questi di Monzambiqui. In questa costa, cominciando a capo Verde fino al mar Rosso, non vi si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a vendere a la mina di Cefalla, ch'è terra del re di Portogallo vicina di Monzambiqui, dove si truova alquanto di ambracan e infinito avorio.


Della isola di San Lorenzo, e quanto sia abbondante d'armenti e d'ogni sorte di animali silvestri; dove si trova argento, ambracan, gengevo e garofani di miglior odore che quelli dell'India, e piú altre cose, della qualità di quelle genti e dell'isola Oetabacam.

Stando in Monzambiqui, trovammo due navette di Portogallo che venivano dell'isola di San Lorenzo, che sta dentro al mare a fronte di Monzambiqui, delle grandi ch'a' nostri tempi siano state discoperte. Essa isola dicono esser molto abbondante e copiosa d'infiniti armenti e di ogni sorte d'animali silvestri; trovasi anche gran quantità di risi e altri semi, di che questi dell'isola vivono. Vi si trova parimente argento, ambracan, gengiovo, meleghetta e garofani, non come questi d'India, che non sono tanto profittosi, ma di meglior odore e di forma di galla di nostra terra. Tien molto mele e canne di zuccaro, il qual non sanno oprare; evvi zafferano della sorte d'India, limoni, cedri, aranci in molta quantitade; e abbondante di molti fiumi e d'acque dolce, ed è copiosa di porti sicuri di mare. Le genti son bestiali, diversa lingua dagli altri di Monzambiqui, non tanto neri, ma col capo arricciato come son tutti quelli di essa costa. Li porti della marina signoreggiano i Mori, che con panno di cottone e altre mercanzie d'India comperano le mercanzie di questa isola, e cosí è nella costa di Monzambiqui. Dicono vicina a questa isola esservi un'altra isoletta detta Oetabacam, abbondantissima d'argento, e attesa la quantità che si vede in Monzambiqui e per tutta la costa, non poter esser di meno ch'in tutta perfezione: qual non è ancora stata scoperta da' Portoghesi.


Come vicino all'India trecento miglia l'acque del mare si dimostrano come di latte,e donde causa che, in quella parte dell'India dov'è il mar profondo,si dimostra ora di color celeste, ora nero, ora verde.

Partimmo di Monzambiqui a nostro viaggio d'India, non ci scostando da tramontana e greco, per essere il nostro dritto cammino, e sempre andammo con vento in poppe, percioché in questa parte d'India viene sei mesi vento ponente e libeccio, che serve al venir in India, e di giugno a ottobre; gli altri sei mesi è greco e levante, che serve al tornar d'India. Fummo a Goa in venticinque giorni, che può esser da tremila miglia, con tanta prosperità pel favor del vento che nessun'altra navigazione in parte alcuna mi par miglior di questa. Qui passammo la seconda volta la linea equinoziale, tenendo il sole per zenit, senza far ombra in alcuna parte; e già tornati nell'artico polo, avemmo vista della Tramontana in sei gradi, ch'in menor altura in nessuna parte si puote vedere, rispetto a certe nuvole che, vicine all'orizzonte elevandosi, non lassono comprendere a nostra vista nessuna stella che in meno di sei gradi sia elevata, come piú volte ne feci esperienza. Vicino all'India trecento miglia, l'acque del mare si mostran come di latte, che mi pare esser causato dal fondo, per esservi l'arena bianca. In questa parte d'India dove è il mar profondo, pigliando ora il color dal cielo dimostra celeste, e ora dalle nuvole par nero, e anco talvolta verde, quando non è tanto profondo: cosí puote questo color di latte dall'arena causarsi. Vedonsi anche infinite serpi, e per questi due segni conoscemmo esser nella costa d'India: questi serpi per la pioggia in tempo di verno della terra ferma sono nelle fiumare trasportate.


Della isola detta Goa, dove già Alfonso di Alburquerque fece edificar una terra fortissima, e dentro una fortezza. Della qualità e vestir di quelle genti; di frutti e animali di quel luogo del gran prezzo che quivi si vendono i cavalli. E come l'isola di Ormuz fu di già presa per il capitano maggiore, e quivi di ordine suo edificata una fortezza.

Con non poco piacere scoprimmo in tre giorni terra, e lungo la costa navigando, fu la prima scala nell'isola di Goa, che tien di circuito quindici miglia, posta in sedici gradi; ed è giunta con terra ferma, cinta da ponente dal mare, da settentrione e mezzogiorno dalla costa, da levante dalla terra ferma detta Paleacate, dalla qual corre una fiumara, ch'entrando in mare per due parti comprende detta isola. E di essa sono signori i Portoghesi, che già sono cinque anni che fu pigliata per forza d'armi dal signor Alfonso d'Alburquerque, dove furno morti gran numero de Mori e gli altri scacciati alla terra ferma. Dipoi egli fece edificare una bellissima terra di circuito di un miglio, da fortissimi muri e fossi circondata, piena di case, strade ordinate a nostro costume, e dentro di essa fece una fortezza, che parmi oggidí delle miglior cose che i Portoghesi tengono nell'India. L'isola è abitata da gentili, i quai, per esser da noi che da' Mori meglio trattati, sono amici de' Portoghesi e parziali. Qui truovasi grandissima quantità d'orefici, e li megliori che siano in tutta l'India.
Di quest'isola era prima signore il re della terra ferma ove è Paleacate, detto Idalcam del Sabaio, ch'è maumettano, di nazion turco, uomo bellicoso; e appresso d'esso vivono molti capitani della parte di Turchia. I naturali di questo regno sono uomini gentili, di bell'aspetto e di color lionato; le loro vestimenta sono a uso di Turchia, e massime di mercatanti, degli altri all'apostolica. Ivi sono i Bramini, a nostro modo sacerdoti; altri con un panno di cottone si copron le parti vergognose del corpo, e questi son detti Nairi, uomini di guerra, che sempre portano lance, archi, spade e targhe, e per combattere sono i miglior uomini d'India. Ivi la terra è fertilissima, e piena di frutti a nostro costume e della sorte che sono in India; è copiosa d'ogni animale, cosí domestico come silvestre. Trovansi nella terra ferma molti tigri e serpenti d'incredibil grandezza; nel fiume vivono certa spezie di cocodrilli, e alcuni di lunghezza di venti piedi, con le altre parti corrispondenti, i quai molte volte escono fuori dell'acqua, cibandosi d'animali ch'intorno al fiume si pascono. L'isola è di grandissimo tratto e ogni giorno va ampliando, per la gran quantità di cavalli che vengono d'Ormuz del sino Persico, e vendonsi a' signori de Paleacati e del re di Narsinga; e fanno capo a dett'isola perché, s'altrove sbarcassino, i Portoghesi che sono signori del mare, con licenzia de' quali si naviga, pigliarebbono le navi e il tutto saria perduto.
Arà forse V.S. ammirazione intender un cavallo ordinariamente a costume di nostra terra vendersi quattrocento ducati, cinquecento e anche settecento, e quando passa l'ordinario novecento, mille e duomila, per il che pagano al re, nell'entrare dell'isola, quaranta ducati d'oro per cavallo, e quest'anno il dazio ha renduto trentamila ducati. Per questa causa fu l'anno passato il capitan maggiore all'isola d'Ormuz, con varii stromenti bellici e con armata di venticinque vele e tremila uomini da guerra, la qual è posta nel sino Persico, e avendola presa d'accordo, uccise il governatore di essa, perché dal re d'Ormuz si era ribellato e avea ordinato tradigione, per tagliare a pezzi il capitan maggiore e bruciar l'armata. Or avendo il capitan maggiore ridotta la città a sua obbedienza, fece una fortezza, ch'oltre a molt'altre edificate per ordine suo nell'India, questa è la principale e di piú importanza, perché al presente nessun mercatante persiano o d'Arabia Felice o armeno o sia d'altre parti che venga nel sino Persico, può levar cavalli all'India né portare spezie, se non fa capo a Ormuz, pigliando la securezza e pagando il dazio al re di Portogallo; e levando cavalli per crescere l'entrata di Goa, è necessario che di là gli lievi.


Della isola detta Dinari, dove si trovano molte antichità, e come quivi fu destrutto un tempio detto pagode, di maraviglioso artificio, con figure antiche di grandissima perfezione.

In questa terra di Goa e di tutta l'India vi sono infiniti edificii antichi de' gentili, e in una isoletta qui vicina, detta Dinari, hanno i Portoghesi per edificare la terra di Goa distrutto un tempio antico, detto pagode, ch'era con maraviglioso artificio fabricato, con figure antiche di certa pietra nera lavorate di grandissima perfezione, delle quali alcune ne restano in piedi ruinate e guaste, però che questi Portoghesi non le tengono in stima alcuna. S'io ne potrò aver alcuna a mano cosí ruinata, la dirizzarò a V.S.,a fine ch'ella vegga quanto anticamente la scoltura in ogni parte fu avuta in prezzo.


Di una terra chiamata Batticala, nella quale, e ne' luoghi vicini detti Onor e Brazzabor, nasce infinito gengevo, mirabolani, zuccaro e altre cose. Della terra nominata capo di Commari, da Tolomeo Pelura. Come il re di Canonor fu a visitar il capitano maggiore, e del presente li fece. Del re di Calicut, e come già convenisse col maggior capitano.

Dipoi partiti di Goa, navigammo lungo la costa sempre a mezzogiorno e arrivammo a una terra detta Batticala, per pigliar il tributo che essi pagano al re per poter navigare in questi mari. Di essa è signor il re di Narsinga, di legge gentile. Qui nasce, e in altri luoghi vicini detti Onor e Brazabor, infinito gengiovo, mirabolani, zuccaro, farro, riso, le quali mercanzie si caricano pel mar Rosso, per Adem e per Ormuz. E detta terra è in tredeci gradi; il mare tiene da ponente e la terra da levante, la costa da mezodí e tramontana. I naturali sono come quei di Goa e quasi d'una lingua. Sopra a Batticala vedonsi due montagne, dalla sommità delle quai nascon due rivi, i quai, per il dosso del monte scorrendo a basso verso 'l mare, appariscono come due vie bianche battute, ch'è cosa mirabile a vederle. Qui i naturali si chiamano Conconi e Decani, e in Balagat e Commari; e lí vicino a Batticala comincia il paese del Malabari, dove nasce il pepe, differenti in lingua e parte in costumi da quei di Commari e di Goa. Il qual paese termina da mezogiorno a capo di Commari, secondo Tolomeo detto Pelura, e voltandosi a tramontana, nel sino Gangetico, a un loco detto Curumma e anticamente Messoli: il detto capo di Commari è in otto gradi e Curumma per ancora non so.
Di Batticala fummo a Cananoro, dove i Portoghesi tengono un castello munitissimo d'arme. Il re fu a visitar il novo capitano maggiore con duamila uomini nairi o piú, con loro armi a costume di Goa, e presentò a esso capitano una collana d'oro ornata con molti rubini e perle, di mille ducati d'oro di valuta. Esso Canonoro è in XII gradi e mezo. Da Canonoro fummo a Calicut, principal terra e capo di tutto 'l regno del Malabari. Il re chiamasi Cammurim, che vol dir imperatore, e nel vero, atteso i mirabili edifici publici e tempii e palazzi del re, e le private abitazioni di pietra (non come in altre parti di paglia), dimostra essere stato capo di tutta l'India, perché i mercatanti di tutto 'l mar Oceano in queste parti orientali venivano a caricare di spezie e altre mercanzie, che d'altre terre dall'India in Calicut si conduceano. E ora, dapoi che i Portoghesi sono nell'India, hanno sempre caricato in Cochin e Canonor, perché da principio detti Portoghesi forno scacciati e morti in Calicut, e in Cochin dal re di esso ricevuti, il quale di subito fecero de' primi re d'India. Questo re di Calicut ha sempre tenuto guerra con Portoghesi, fino a duo anni passati, a contemplazione di maumettani, i quali per il contrasto del re sono rimasi destrutti; e ultimamente, non tenendo già il rimedio, detto re si convenne col capitano maggiore e gli concesse che si potessero far fortezze nelle sue terre, ch'oggi tengono i Portoghesi. Esso re fu a visitare il capitan maggiore con piú di quattromila Nairi o vero gentiluomini, co loro armi, lance, archi, targhe, e gli presentò una collana della sorte di quella del re di Canonoro, ma di piú prezzo.
Questo paese del Malabari è molto temperato, senza freddo di nessun tempo o caldo, eccetto due ore del giorno, perché l'altro resto dal vento della notte sino al mezogiorno e dipoi dal vento del giorno è refrigerato. In questo paese parimenti non ci fu per nessun tempo peste. De' costumi di essi e d'altre particularità il Nairo che condusse lo elefante arà informato V.S. a pieno, e però scorrerò il mio ragionamento.


Laude de' Portoghesi, e d'alcune fortezze molto importanti per lor fabricate nell'India. Dell'isola di Ormuz e suoi confini; della natura e costumi de' Guzzerati, mercatanti di Cambaia, nella qual terra nascono storace liquido, corniuole e calcidonii.

L'India tutta comincia dallo stretto del mar Rosso, per insino all'estreme regioni Sinare: è abitata parte da Mori, e da essi signoreggiata, e parte da Gentili, e parte da Portoghesi, i quali oggidí sono signori di tutto 'l mar Oceano, cominciando da Lisbona all'India, e de' mari particolari d'India, del sino Magno e Gangetico, del sino Persico e stretto del mar Rosso e mar Atlantico. E in queste loro conquiste ogni giorno si vanno ampliando, e in verità si può dire per le opere loro, conciosiaché sono tutti uniti insieme e parziali del lor re, animosi e audaci a mettersi in ogni impresa senz'alcun rispetto di robba o di vita, e hanno ingenerato tanto tremore in queste parti, che mi par difficile che per alcun tempo abbino ad essere damnificati. Primamente nessuno può navigare senza lor licenza, o senza pericolo di perder le navi e mercanzie, perché l'armata che tengono nell'India va navigando, scorrendo per tutte le parti: che ponno esser circa quaranta navili, computando navi, caravelle e galere. I quali, nell'India fabricati, son tanto forti che, attesa la debilità de' navili dell'India, un solo si potria da tanti difendere ch'io non lo scrivo per non parer mendace: e per questo giudico per nessun tempo poter esser disbarattata tal armata, la qual navigando è sempre patrona di tutte le parti del mare e dei porti d'India. E perché in molte parti mancano le vettovaglie, né si possono da un loco all'altro condurre senza navigarle, per questa causa in queste parti orientali non c'è porto alcuno che, stando l'armata in piedi, non le renda obbedienza e lassi far fortezze e castelli in quelle parti che vorranno, come fino adesso ne hanno fatte nei piú importanti luoghi dell'India: li quai tutti ha edificato il signor Alfonso d'Alburquerque, capitano passato, uomo a' tempi nostri prudentissimo e audace, e in ogni impresa vittorioso.
La principal fortezza e importantissima è l'ultima, edificata in Ormuz l'anno passato, alla qual fanno capo tutti i mercanti persiani, turchi, armeni o di Arabia Felice, che vogliono con cavalli e altre mercanzie passare in queste parti per levare spezie. Il qual Ormuz è isola nel sino Persico, e rispetto allo stretto non possono questi mercanti passar, se non fanno capo a Ormuz per pagare i dazii e pigliar securtà di navigare. E posto detto Ormuz in ventisette gradi; da mezogiorno e da ponente tiene l'Arabia Felice, dove è lo stretto di Baharem, loco dove si pescano le perle, ed è divisa da quella parte della Persia che vicina con Ormuz da tramontana per il fiume detto Tigris. Della città di Tauris e della Persia e dell'altre regioni, venendo sino al mare, è signore siech Ismael, detto fra noi Sofí, il qual dentro per terra ferma confina col re di Sanmarcante, che credo sia la regione de' Parti, In queste terre di Persia si trova il lapislazuli e le turchine. Da levante confina con la Carmania deserta, oggi detta Rasigut, abitata da corsali e latroni. L'altra fortezza tengono nell'isola di Goa detta di sopra.
Fra Goa e Rasigut, o ver Carmania, vi è una terra detta Cambaia, dove l'Indo fiume entra nel mare. È abitata da gentili chiamati Guzzaratti, che sono grandissimi mercatanti. Vestono parte di essi all'apostolica e parte all'uso di Turchia. Non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, né fra essi loro consentano che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo da Vinci: vivono di risi, latte e altri cibi inanimati. Per esser di questa natura, essi sono stati soggiogati da' Mori, e di questi signoreggia un re maumettano, che tiene una pietra che, mettendola nell'acqua o in bocca, subito rimedia ad ogni veneno. In questa terra nasce indaco, storace liquido, corniuole, calcidonii in quantità grandissima, e di essi si lavorano manichi di daghe e pugnali eccellentissimi. Gli uomini sono olivastri, di grandissimo ingegno e artificio di tutte l'operazioni. Essa regione di Cambaia ha il mare verso mezodí, Rasigut o ver Carmania da ponente, Paleacate da levante, e da settentrione molto fra terra il re di Sanmarcante.


Del regno di Paleacate e suo re. Del paese di Malabari, di suoi signori e sue fortezze, dove Portoghesi caricano pepi e gengevi. Di cinque chiese maravigliosamente fatte, e per cui sono officiate. Della terra chiamata Paleacate, anticamente Salaceni, e della gran quantità e varietà di gioie che quivi nascono, e come si costuma di vender gli elefanti.

Il regno di Paleacate confina per terra ferma col re di Narsinga, ch'è gentile e principal re di tutta l'India, ed è il piú ricco signore che sia di questa banda fino al mar, Batticala, Onor e Brazabor; e lassando il paese de Malabari, ch'è giunto con la marina, s'estende per terra ferma fino al sino Gangetico, dove è il signor de Coromandel, e Paleacate, di là dal capo di Commari, detto Pelura anticamente. Tre altre fortezze sono in detto paese de Malabari, cioè Canonor, Calicut e Cuchin, dove al presente i Portoghesi caricano pepi e gengiovi per Portogallo, né consentono che si carichino per altre bande, e massime per Adem e per la Mecca, a fine che non passino in Alessandria: al che tengono grandissima custodia, mandando ogn'anno allo stretto del mar Rosso armata, acciò non passino altre navi, e hanno fatto tal provisione che sarà necessario che di Venezia vadino a fornirsi a Lisbona.
I signori della terra de Malabari sono tutti gentili, e gli abitatori gran parte mori, altri giudei, altri cristiani di san Tommaso: e ancora sono in piedi certe chiese, che dicono esser fatte maravigliosamente. Una è posta vicina a Cochin cinque leghe, in uno luogo detto Elongalor; l'altra è posta in Colon: le quali sono officiate da certi Armeni che passano all'India alla cura di tai cristiani. L'altra è in Coromandel, principale di tutte, dove l'anno passato fu Piero d'Andrea Strozzi, che dice in essa esservi sepolto san Tommaso, e che ancor si vede un sepolcro antico di pietra, e a presso d'esso esservi un altro sepolcro d'un Etiope cristiano delle terre del Prete Ianni, ch'andava in sua compagnia, e che nelle parti della chiesa ci sono certi intagli con lettere, le quai egli non poté intendere. Dice anche esservi una forma d'un piede incavato in una pietra, di mirabil grandezza e fuori della natural moderna, che dicono essere stata fatta per san Tommaso miracolosamente. Piacendo a nostro Signor, egli tornarà costà fra un mese e levarammi seco, e però mi riserbo a un'altra volta a dare di ciò meglio il particolare a V.S. e anche ogn'altra cosa piú chiara.
Vicino a Coromandel, detto Messoli anticamente, è un'altra terra chiamata Paliacatte, e anticamente Salaceni. In questa terra si trova grandissima quantità di gioie d'ogni sorte, che vengono parte di Pegu, dove nascono rubini, parte da un'isola che giace a riscontro del capo di Commari, che si chiama Zeilan, in altura della banda di mezzogiorno di gradi sei e di settentrione verso il sino Gangetico in otto gradi. Qui nascono la maggior quantità e di piú spezie di gioie che nel resto di tutta l'India, cioè zaffiri perfetti, rubini, spinette, balasci, topazii, giacinti, grisoliti, occhi di gatta (che da' Mori sono avute in grand'estimazione) e granate.
Dicono ch'il re di essa tiene due rubini di tanto colore e sí vivo, ch'assimigliano a una fiamma di fuoco: ma perché essi gli chiamano con altro nome, io stimo che debbano esser carbuncoli, e di questa sorte rari si trovano. Cogliesi anche in questo luogo la cannella, che per tutto si naviga. Tiene il paese gran copia di elefanti, ch'essi vendono a diversi mercanti dell'India mentre che sono piccoli, per potergli domesticar: e costumasi a vendergli tanto il palmo, crescendo sempre di prezzo con detto palmo, secondo la grandezza dell'elefante.


Come questa isola Paliacatte non fu posta da Tolomeo, il quale in molte cose è diminuito, pretermesse anco da lui dodecimila isole nella costa di Monzambiqui; e come in detta isola nasce ambracan e molti diamanti, dove Piero Strozzi ne comperò uno bellissimo, che pesò caratti 23. Del castello Malacha e del fiume Gange.

Quest'isola non pose Tolomeo, il quale trovo in molte cose diminuito, né pose ancora dodicimila isole che sono dalla costa di Monzambiqui andando sempre a cammino verso le bande di Malacha, di sotto dell'equinoziale. E vedesi per la navigazione de' Portoghesi molto diminuito e falso nelle sue longitudini, cominciando dalle regioni Sinare fino alle isole che lui chiama di Buona Fortuna; situò male la Taprobana, come per la carta del navigare che don Michiele di Selva, orator del re, recò a Roma, potrà V.S. comprendere.
In Paliacatte ancora nasce ambracan e diamanti, ma non sí perfetti come quelli che nascono in Narsinga, per esser molto gialli, avenga che da' Mori siano tenuti in maggior prezzo che gli altri chiari. In questo luoco esso Piero Strozzi comperò un bellissimo diamante chiaro e netto in rocca, qual pesò caratti 23, ed è delli bellissimi pezzi che siano stati venduti in India da un tempo in qua: nel suo ritorno, che sarà in termine di due anni, lo porterà a Lisbona. Questo m'è parso farne intender a V.S. però che mi pare che sarebbe degno d'un signor grande com'è quella. I smeraldi non so dove naschino, e di qua sono in maggior riputazione che nessun'altra sorte di pietre, cosí come nelle terre nostre.
L'ultimo castello che i Portoghesi tengono nell'India è Malacha, terra già di maggior tratto che nissuna parte del mondo, alla qual navigano dal sino Gangetico le navi di Bengala, regno che vicina dalla costa del mar col regno di Decan, fra Bengala e Paliacatte, che termina per terra col re di Narsinga; e Bengala da terra ferma vicina con un regno detto Deli, il quale dentro da terra vicina con Narsinga. In questa parte di Bengala ci intra il fiume Gange, nel sino detto dal suo nome Gangetico, ed è posto in 23 gradi sotto il tropico del Cancro; nel detto sino navigano ancora del paese di Pegu, che confina per la costa con detto regno di Bengala e Liqui. In Pegu trovasi gran quantità di rubini, benzuí e laca; tiene dalla parte della costa Malacha e da terra ferma il Disuric, il quale è signore infra terra fino alla Cina.


Come la terra detta Malacha già si chiamava Aurea Chersonesus, dalla qual si naviga a Sumatra, qual dicono esser la Tabrobana, non ancora da ogni parte scoperta. Delle terre de' Piccinnacoli e del Verzino. Le mercanzie che portano i mercatanti di Cina che vanno a Malacha per speziarie; della qualità e costumi degli uomini di quel paese.

L'ultima terra della banda di mezodí è Malacha, posta sopra la linea dell'equinoziale, in duo gradi d'altura, detta già Aurea Chersonesus. Queste terre di Bengala e Pegu dominano i Mori, e Malacha i Portoghesi: i quai Mori stanno sempre in guerra con gentili della terra ferma. Navigano ancora da detta Malacha all'isola di Sumatra, che dicono esser la Taprobana, non ancora da ogni parte discoperta, per esser molto grande. Qui trovasi infinito pepe, che si naviga per la Cina, terra fredda posta nel sino Magno, e nascevi anco pepe lungo, belzuí e oro, che contrattano in Sumatra per Malacha, che dalla parte di mezodí guarda questa isola, la qual sotto la linea dell'equinozial si trova, e nella quale quest'anno va fattor Giovanni da Empoli nostro fiorentino.
Dalla parte di levante sono le isole dove nascono i garofani, dette Molucche, e dove si trovano le noci moscate e macis; in altre il legno aloe, in altre sandali. E navigando verso le parti d'Oriente, dicono esservi terra de' Piccinnacoli, ed è di molti openione che questa terra vada a tenere e congiungersi, per la banda di levante e mezogiorno, con la costa del Bresil o Verzino, perché per la grandezza di detta terra del Verzino, non si è per ancora da tutte le parti discoperta. Il qual Verzino per la parte di ponente dicono congiungersi con l'isole dette le Antile, del re di Castiglia, e con la terra ferma del detto re.
Dalla parte di settentrione, per il sino Magno, navigano ancora a detta Malacha per spezierie i mercatanti della terra di Cina, e portano di loro terra musco, reubarbaro, perle, stagno, porcellane e sete e drappi di ogni sorte lavorati, damaschi, rasi, broccati di molta perfezione, perciò che gli uomini sono molto industriosi e di nostra qualità, ma di piú brutto viso, con gli occhi piccoli. Vestono a costume nostro, e calzano con scarpe e calzamenti come noi. Credo che siano gentili, avenga che molti dicono che tengano la nostra fede, o parte di essi. Quest'anno passato navigarono alla Cina nostri Portoghesi, i quai non furno lasciati scendere in terra, che dicono cosí essere costume, che forestieri non entrino nelle loro abitazioni. Venderono le lor mercanzie con gran profitto, e tanto dicono essere d'utilità in condurre spezierie alla Cina come a Portogallo, per esser paese freddo e costumarle molto. Sarà da Malacha alla Cina cinquecento leghe, andando a tramontana.


De' costumi del re di Cina, e del presente fatto per l'ambasciadore del Sofí nominato siech Ismael al maggior capitano di Ormuz, dove si trovavano infiniti oratori delle regioni circonvicine.

Il re di questa regione non si lassa mai vedere né parlar, eccetto che da un solo, e quando alcuno vuole espedizione o altra cosa, lo fa intendere a un deputato, e quello all'altro: e cosí va d'uno in altro, fino a cinquant'uomini, alle orecchie del re. Tutte le sopradette fortezze ha edificate a usanza nostra il capitano maggior passato, il signore Alfonso d'Alburquerque, il qual nel giunger nostro in India stava in Ormuz, dove trovavansi infiniti oratori delle regioni convicine al sino Persico, e fra essi l'ambasciador del Sofí nominato siech Ismael, molto onorato, che presentò al capitan maggiore bellissimi cavalli, infinite turchine e una scimitarra molto ricca, adornata con sua vagina d'oro, perle e pietre preziose. E dicono che siech Ismael molto desidera l'amicizia del re di Portogallo, ed esser inclinatissimo alla benevolenza di tutti i Franchi. In Persia alla sua corte vi furono uomini nostri, da esso ricevuti e onorati e presentati, ch'è signor molto liberale: e fecero per terra, prima che vi giungessero, tre mesi di cammino.
E stando noi nell'India dapoi un mese, don Garzia della Crognia, nipote del capitan maggiore, avea deliberato questo anno passar allo stretto del mar Rosso, a destrugger l'armata del soldano (se è vero ch'ella vi sia) e far una fortezza o in Dalaccia o in Suachem, isola in diciotto gradi, dove imbarcano i religiosi che di Etiopia passano in Gierusalem, che cosí era questo anno sua volontà, e discoprire i cristiani d'Etiopia. E dipoi detto capitano maggior, lassato che ebbe Ormuz munito d'arme e mille uomini di guerra, con sedeci vele se ne tornava per India, e nel cammino li furon mandate lettere da Melchias di Diupatam, terra di Cambaia, nelle quai gli diceva che si mettesse ad ordine per tornar a Portogallo, perché nell'India vi era un altro capitano maggior e capitani di castelli. E leggendo come certi gentiluomini, che egli avea mandati a Portogallo prigioni, erano tornati in India piú onorati che prima, e che, poi che il re li mandava all'India, non teneva per bene quanto egli avea fatto ed era segno d'indignazione, detto capitano ne prese tanta passione che, ricaduto nella infirmità ch'in Ormuz avea tenuto, uscendo della barca in Goa diede fine alla sua gloriosa vita, doppo tanti travagli in dieci anni avuti nell'India, che, atteso le grandi imprese ch'egli ha condotto a fine, non fu già gran tempo un tal capitano nelle nostre parti, cosí di consiglio come d'audacia. Nell'India al presente si trovano quattromila uomini portoghesi, e fra un mese si partono mille, per Ormuz prima e poi allo stretto del mar Rosso, a fine che le navi non possino andar alla Meca e debbiano voltare alla banda di mezzogiorno, alle isole, che sono in numero dodicimila, per pigliar tutte le navi che navigano senza sicurtà, e dipoi all'isola di Zeila e a Coramandel.
Quest'anno non andremo noi al detto viaggio, ma si ordina per l'anno che viene che 'l capitan maggiore passerà là con tutte le navi per trovare l'armata del soldano, s'ella vi sarà, e far far una fortezza nel mar Rosso, e porre in un delli porti dell'Etiopia gli ambasciadori, cioè Matteo del Prete Ianni e Odoardo Galvan di sua Maestà, e noi altri, per andare alla corte di detto Prete Ianni: che Dio lassi seguir tutto, in conservazione e accrescimento della santa fede nostra.
L'animo mio è di fermarmi alcun tempo in queste parti e riferire alla V.S. il sito e nomi delle regioni e divisioni delle terre orientali, cosí del Prete Ianni come dell'India, perché vedrò poi di scorrer dentro alla terra ferma e riscontrar con l'altura de' gradi e' nomi antichi che pose Tolomeo, con moderni che oggi sono: e per questo porto meco l'astrolabio e molt'altri stromenti necessarii, perché altrimenti non si può saper se non in confuso, com'ora io scrivo a V.S.,conciosiaché questi Portoghesi non si curino d'intendere delle cose di terra ferma, perch'il profitto loro è al mare e non alla terra. In questo viaggio è morto un figliuolo dell'ambasciadore del Prete Ianni e un frate d'Etiopia. Né mi sovenendo altro per ora faccio fine, pregando il nostro Signor Dio mi doni grazia che, nel ritorno mio, possa trovare V.S. con quella felicità che lei desidera.

Di Cochin, terra d'India, il VI di gennaio MDXV.


Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo principe e signor il signor duca Lorenzo de' Medici, della navigazione del mar Rosso e sino Persico sino a Cochin, città nella India, scritta alli XVIII di settembre MDXVII.



Come i Portoghesi, cominciando dall'estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha fino al stretto del sino Persico di Ormuz e mar Rosso, hanno edificato molte fortezze, castella e città. Della costa di Fratacchi, dell'isola di Soquotora, e della qualità e costumi di quegli uomini. Descrizione del sangue di drago, dell'aloe soquoterino e ambracan.

Già due anni passati, per la lettra scritta alla felice memoria del magnifico signor Giuliano, intese V.S. quanto si andava ampliando in queste parti orientali la gloria de' Portoghesi, i quali, essendo entrati per forza d'arme in diverse terre, isole e porti principali, cominciando dalle estreme regioni Sinare e sino Magno di Malacha, detto dalli antichi Aurea Chersonesus, fino al stretto del sino Persico d'Ormuz e mar Rosso, vi hanno voluto in quello edificare molte fortezze, castella e città, le qual tenendo del continuo ben munite e pronte al soccorso l'una dell'altra, giudico, essendo loro signori del mare, che siano inespugnabili. Per l'ultima armata ritornata, essendo di grave infirmità ditenuto, come aviene a chi del natural clima in opposito si transmuta, non scrissi cosa alcuna.
Questo anno mi dettero lettere di V.S. illust. e per esse intesi la morte del magnifico signor Giuliano, il che mi fu tanto molesto che di piú non era possibile. E fummi dall'altra parte gratissimo lo intendere dello stato al qual V.S. meritamente è pervenuta, e degnatasi scrivermi in sí remote parti, che non fu poca mercede, massimamente faccendomi tante offerte, laonde mi fa debitore che, prima ch'io mi riduchi nella patria, piacendo a nostro Signor, io visiti buona parte di queste terre d'India, Persia ed Etiopia, per potere nel ritorno mio darle qualche particolar informazione, poi che di presente, venendo tardi del mare Rosso e per la accelerata espedizione di queste navi, non posso né a V.S. illust. né a me istesso a mia volontà sodisfare.
Ma essendomi il pregare un onesto e lecito comandamento, piú con certissima veritade che con retorici colori o parlare elegante procedendo, darò notizia come l'anno passato Raysalmon e Amyrasem, capitani generali dell'armata del soldano del Cairo, erano usciti del mar Rosso e venuti nel porto d'Adem con XX galere e molta gente di guerra, con determinazione di passare in India per nostra destruzione, e che sopra certe differenzie combattevano la città sforzatamente. Per questa causa il magnifico Lopes Soares, nostro capitan maggiore, avendo doppo la sua venuta la maggior parte del tempo occupata in far nuove navi e galere e restaurare molte altre che nell'India si trovano, però che il re gli comandò che passasse nel mar Rosso contra l'armata del soldano, e de quivi desse ordine come gli ambasciadori fussero in Etiopia al re David, partí di Cochin il giorno di Natale con quaranta vele ben armate di artegliarie, fuochi artificiosi e altri instromenti a guerra navale convenienti: sí che erano venti navi grosse, otto galere, dodici caravelle, e in esse andavano duemila uomini portoghesi e d'altre parti d'Europa, e settecento cristiani de Malabari, arcieri di lancia, spada e targa. E fummo costeggiando fino a Goa, pigliando in essa e in queste fortezze di Calicut e Canonor vettovaglie per un anno. Partimmo poi della città e isola di Goa, alli otto di febraio 1516, e de lí traversammo per il mar Indico all'isola di Soquotora in ventidua giornate, che sono trecentoventi leghe a modo di ponente. La qual è in tredeci gradi di altezza, terminata da levante e mezzodí dal mare, e da ponente dal capo di Guardafuni, ch'è l'ultima terra di Etiopia, nel principio del sino Arabico distante dall'isola trenta leghe, in latitudine di dodici gradi, il quale gli antichi chiamano Zinghis Promontorium, e da esso tutti e' naturali di questa costa sono Zinghi sino al presente giorno denominati. Da settentrione alla detta isola giace la costa di Fratacchi, nell'Arabia Felice, a quaranta leghe.
Questa isola di Soquotora è in circuito quindeci leghe, e mi pare, quando Tolomeo compose la sua Geografia, che era incognita appresso de' naviganti, come molt'altre per decorso del tempo per questa navigazione novamente discoperta: il che non è di maraviglia, non essendo di costume a que' tempi discostarsi molto dalla terra. Questa è abitata da pastori cristiani, che vivono di latte e butiro, che qui n'è grandissima abbondanzia; il lor pane sono dattili. Nella medesima terra è alcuno riso, che d'altre parti si naviga. Sono di natura Etiopi, come i cristiani del re David, con il capello alquanto piú lungo, nero e riccio; vestono alla moresca, con un panno solamente atorno le parti vergognose, come costumano in India, Arabia ed Etiopia, massime la gente populare. Nell'isola non vi si trova nessun signor naturale: egli è vero che le ville vicine al mare sono signoreggiate da Mori di Arabia Felice, che, per il commerzio ch'essi tenevano coi detti cristiani, a poco a poco gli soggiogarono e impatronironsi. La terra non è molto fruttifera, ma sterile e deserta com'è tutta l'Arabia Felice; in essa vi sono montagne di maravigliosa grandezza, con infiniti rivi d'acqua dolce. Qui è molto sangue di drago, ch'è gomma d'un arbore il quale si genera in aperture di questi monti, non molto alto, ma grosso di gambo e di scorza delicata, e va continuamente diminuendo da basso in suso come ritonda piramide, in la punta della quale sono pochi rami, con foglie intagliate come di rovere. Di qui viene lo aloe soquoterino, dal nome dell'isola denominato. Nella costa del mare si trova molto ambracan; ancora gran quantità ne viene dell'Etiopia, da Cefala sino al capo di Guardafuni, e di questa isola dell'oceano.


Descrizione del cameleonte, e come varia i colori secondo gli obietti ch'egli ha innanzi, e per che causa.

Nel tempo che stavamo in terra io viddi uno animale che gli auttori chiamano cameleonte, e dicono ch'esso si nutrica solamente dell'aere, ed è molto tardo e pigro d'andatura, e ne' suoi gesti a maraviglia allegro. La sua grandezza eccede alquanto la lacerta verde o vero il ramarro, sendo quasi d'una medesima specie: egli è alquanto maggiore di corpo, e di gambe molto piú alto, le quali sono a similitudine di braccia umane. Tiene il dorso dal collo alla coda per la schiena punteggiato come trota: vero è che le macchie sono rilevate dalla pelle, come bottoncini variati di colore; il corpo è ruvido e macchiato come la schiena, ma con bottoni minori e piú bassi, che lo fanno in vista molto formoso. Gli occhi di questo animale sono di maravigliosa bellezza, e fa contrario effetto di tutti gli altri, e sono di colore bianco, verde e giallo: egli pare che, senza volgere nessuna parte del corpo, gli volti e adrieto e poi dinanzi, guardando con essi per ogni banda, e con un solo da una parte e coll'altro al contrario. La coda è lunga e alquanto ritorta, macchiata com'è la schiena. Il suo colore è soverchiamente verde chiaro, massime la parte di sopra, donde lo ferisce il sole, però che da basso del corpo è piú bianco che d'altra qualità; è variato nondimeno per tutto di rosso, azzurro e bianco.
Non lascierò di dire doppo quel ch'io viddi, avenga che molti mi terranno per bugiardo, che la variazione fa secondo i soggetti che gli son posti, perché, sendo sopra cosa verde, rinverdisce la sua verdura; se sopra il giallo, si transmuta alcun tanto in verde giallo; sendo sopra a soggetto azurro, vermiglio o bianco, non muta il verde, ma i punti azurri, vermigli e bianchi si raccendono con piú vivo colore; e maggior variazione fa sopra il negro, perché stando in suo contento non è negro, e ponendolo in cosa negra, il bianco, azurro e rosso diventa oscuro e negro, e perde alquanto la vivacità del color verde. Questa sua mutazione, a mio giudicio, è causata dal piacere o discontento che piglia secondo i soggetti in che gli è posto: nei colori lieti mostra letizia in rinovargli, e ne' colori tristi tristizia in oscurare sua bellezza, perché, non sendo sopra color nessuno, viddi piú volte cangiarlo di colorato in negro, con timor o discontento, quando era preso o molestato. Pascesi di vento aprendo la bocca, la qual serrando, si vede manifestamente crescergli il ventre e abbassarsi a poco a poco.
In questa isola sono molte ville, con casamenti fatti di rami di dattili e chiese murate come le moschee de' Mori, con altari a nostro costume. E non è molto che i Portoghesi fecero una fortezza, e discacciarono e tagliarono a pezzi tutti i Mori dell'Arabia Felice; dipoi per esser la terra silvestre e senza profitto si disfece, e ritornando i medesimi Mori un'altra volta nell'isola, gli soggiogarono alla banda del mare, come di primi. Al presente per timor di noi altri fuggirno alle montagne, non lasciando venir i cristiani a parlare con noi, né a vender cosa nessuna. Per questo non intesi i particolari e cerimonie circa alla nostra fede, salvo da alcuno che stette nell'isola da principio, ch'aveva gran tempo che furno convertiti da uno apostolo del nostro Signor Iesú Cristo; e per la passione ch'egli portò per noi sopra il legno della Croce, osservano e adorano la Croce con grandissima reverenza, guardando la domenica e molte feste comandate, nelle quali vengono alle chiese colle donne e loro figliuoli: egli è vero che esse non entrano dentro, ma restano nell'atrio o cimiterio ch'è di fuori. E il sacerdote (da loro abbune è nominato) mantiene fra essi giustizia nella detta isola.


Descrizione della città di Adem, e che mercanzie navigavano a questa città,
prima che i Portoghesi soggiogassero il mar dell'India.

Dapoi che pigliammo acqua, che fu alli quattro di marzo, prendemmo il viaggio nostro e passammo el ditto capo di Guardafuni, a vista di Etiopia, e de lí traversammo all'altra costa di Arabia Felice, e arrivammo in Adem alli XIIII di marzo, la quale è discosto da Soquotora CXX leghe in XIII gradi. Adem è porto e scala principale di Arabia e d'Etiopia, terra di ragionevole grandezza, essendo quella delli luochi vicini la piú formosa, per quanto dimostra di fuori il suo spettacolo: è nobile e ricca e di grandissimi edificii di pietre ornata, maravigliosa di sito, e di fortezza tale ch'io non viddi, né spero di vederne nessuna, né sí forte né sí ben posta. Perché dalla banda d'Arabia Felice, che la termina da settentrione, da una terra bassa e piana procede una gran montagna, che si estende al mare ben due leghe, la qual la cinge intorno da tre bande; perché da ponente un braccio di mare entra tanto dentro della terra che detta montagna, tenendo l'Arabia solamente un banda, con la quale è congiunta, resta quasi come isola, tagliata da tre parti del mare, tanto precipite e acclive suso alla summità, che pare impossibile che per essa si possa salire. Dalla parte di levante, dove è un porto maraviglioso e sicuro, appiè di detta montagna, nel mezzo d'essa, tiene un spazio non molto grande di pianura, dove fu edificata questa città a somiglianza d'uno semicirculo, perché dalla detta sommità sino alla riviera del mare vengono due ale di monti, distanti l'uno da l'altro mezza lega, che, congiungendosi al mezzo della montagna maggiore, fanno come circunferenzia. In queste ale sono mura fortissime che procedono sino al mezzo di detta montagna, la quale circuisce la città senza muro, la quarta parte servendo il monte in luogo del muro. Nella distanzia delle due ale, nella pianura abbasso è posta Adem, congiunta con la riviera del mare, nella qual è tirato un muro da una ala all'altra, che serve come diametro: detto muro è grossissimo, con suoi torrioni per difendersi da ogni assalto. Da questa parte è molto travaglioso il combatterla, ancora che sia piú facile che da nessun'altra banda, però che dalla terra ferma non si può, avendo a passare per una valle per mezzo di due monti, prima che si pervenga alla porta della città. All'entrata della quale sono duoi castelli che, per esser il sentiero angusto e difficultoso, possono facilmente difendere il passo a poca gente e a molta. Dalla banda di ponente l'acclività del monte precipite non lo consente, nella sommità del quale sono XXV castella superiori alla città, sopra a certi massi come la Verrucola di Pisa, edificati in diverse parti con ragionevoli spazii, che con pietre e altri instromenti possono difenderla e distruggerla. Congiunto con la città al mare è uno scoglio, che difende il porto e muro della terra, dove sono quattro torrioni con molta artegliaria ben ordinati: e fra lo scoglio e la città stanno le navi sicure da ogni tempesta.
Questa terra d'Adem, come tutte l'altre di Arabia e d'Etiopia che sono appresso il mare, non tiene alcuna acqua, né per pioggia ne per natura, perché di maraviglia piove in questo clima in cinque o sei anni di spazio. Qui sono bonissime frutte d'ogni sorte, che vengono dalla terra dentro, e della medesima qualità che sono nelle terre nostre. Gli arbori si mantengono dell'umore radicale e di rugiada, che cade in gran copia in queste parti; l'acqua portano dalla terra ferma, lungi dalla città quattro leghe.
A questa città, prima che i Portoghesi soggiogassero il mar d'India, navigavan da diverse regioni grandissima quantità di speziarie, droghe medicinali, odori, tinte e gioie, panni di seta finissimi e di cotone, e d'ogni qualità di mercanzie orientali; e de lí si transferivano per terra in Arabia, nella Soria e in Asia Minore, sino ne' porti di Damasco e d'Aleppo, e d'altre parti si distribuivano per l'Etiopia. La maggior quantità veniva per mare al Zidem, porto della Mecca, e a Suese e altri porti del Cairo vicini al monte Sinai, e quivi per Alessandria, d'onde si navigavano per la nostra Europa. Ed era tanto il profitto di tal commerzio che in questa parte Malacha, Calicut, Ormuz e Adem, principali porti dove tal mercanzie facevano capo, erano stimate le piú nobili e ricche terre d'Oriente, come delle nostre bande il Cairo e Venezia, che ben sa V.S. illust. quanto si augumentavano. E non dee esser tenuto per maraviglia che siano a tanto stato e grandezza pervenute, perché questi Mori non si contentavano di guadagnare nelle loro navigazioni cento per cento. Dopo la venuta de' Portoghesi, mancando l'utilità di dette terre e soggiogate la maggior parte d'esse, si ritrasseno e' mercanti principali per la terra ferma e per altre parti dove navigano i Portoghesi, il che cominciò annullare il nome e la grandezza di tal terre. Questo fu non solamente detrimento per l'India, ma del Cairo e di Venezia, che tenevano la principal entrata di speziarie, perché, essendo i Portoghesi signori del mare, non lassano trarre nessuna sorte di esse né navigare senza loro licenza, o senza pericolo della vita o di perpetua servitú: la qual licenzia di andare a Mori non concedono. Per questa causa per maraviglia là vanno navi, e se pur alcuna per aventura vi va, non può levare tanta speziaria che piú non sia necessaria per l'Arabia e per Etiopia, dove sono nel medesimo prezzo che in Europa.


Come, arrivati in Adem, vennono ambasciadori di Amirmirigian
e feceli intender quanto desiderassino la pace con Portoghesi,
e dettegli nuove dell'armata del gran soldano entrata nella terra ferma di Arabia,
conquistando quel paese; e la risposta fattali per il capitano maggiore. Dell'isola detta Babel.

Subito che fummo arrivati, il nostro capitano generale in segno di pace mandò a salutar il porto con tutta l'artegliaria. In questo vennono ambasciadori di Amirmirigian governatore a visitarlo, e fargli intendere quanto desiderassino la pace con Portoghesi, e offerire ogni necessario rinfrescamento per l'armata. Questi dettero nuove come Amirasem, uno de' due capitani del soldano, era entrato nella terra ferma di Arabia con 1800 uomini bianchi, de' quali ve n'erano 700 schioppettieri e 300 arcieri, e che di già avevan preso Zibid e Taesa, terre principali del regno di Adem, e robbato infinite ricchezze, di che pagavan soldo a molta gente di Arabia; e che si era congiunto con un signore di essa naturale, e inimicissimo del re di Adem e di suo regno rebelle, il quale andava con detto Amirasem del continuo conquistando ed entrando per la terra ferma; e che stavano vicini ad Almacharana, ch'è una fortezza dove è tesoro d'infiniti re d'Adem, in tanta quantità che, per non parer bugiardo, lascio di scriverlo. Il re si trovava a difensione in questa parte del suo regno con 80000 uomini di guerra, né potevano alla gente del soldano resistere, rispetto alle artegliarie da campo e schioppetti ch'essi avevano. Poi piú oltre come Raysalmon, l'altro capitano, saltò nel porto d'Adem con l'armata che levò da l'isola di Cameran, ch'è dentro del mar Rosso, e con 1200 persone che egli avea la combatté, il che durò XV giorni, e gittò per terra parte del muro: e all'entrar dentro trovò grand'ostaculo, perché di terra ferma soccorreva tanta gente la città che i Mamalucchi, piú per il danno grande che per loro volontà, si ritrassero con le galere tutte aperte per il trar delle artegliarie, e che dopo tornaron per il Zidem.
Il capitano maggiore, ricevutti gli ambasciadori onoratamente, disse che gli doleva molto non aver trovato tal armata al mare, e non già tirata in terra; tuttavolta che sua volontà era di passar al Zidem, e che non avea necessità d'altro che d'un pilotto che al detto porto lo conducesse, e che dicessino al governatore, poi ch'il re stava assente, che gli mandasse alcuno esperto di tal navigazione; e in quanto alla pace, che il re di Portogallo non faceva guerra se non a chi la voleva, né negava pace a chi la domandasse, e che sopra essa alla sua tornata darebbe ispedizione. Tornarono gli ambasciadori a terra, e dipoi menarono quattro pilotti e molto rinfrescamento di carne, pane e altre frutte: e cosí partimmo del porto d'Adem dopo i due giorni di nostra venuta, e fummo alla bocca dello stretto del mar Rosso in un dí e mezzo, che furono XXX leghe di cammino, la quale è posta in XIII gradi. E nell'entrata di essa nel mezzo del mare è una isola detta Bebel, che non è bassa, ma sterile e senza verdura nessuna, come tutte queste coste d'Arabia. L'isola è di circuito di due leghe, distante dalla terra di Arabia una lega, e altrotanto dalla Etiopia. In essa dicono anticamente che stavano due catene di ferro, che traversavano d'ogni banda della terra e difendevano l'entrata e salita del mar Rosso.


Come l'armata di Portoghesi fu costretta dal vento a levarsi dall'assedio di Sacacia e andare scorrendo per il mar della isola Suachem.

Alli XVII di marzo entrammo dentro con grandissimo vento, e nell'entrata pigliammo una nave di Cambaia, che veniva di Zeila con certi Turchi e Mammalucchi, carica di mercanzie e vettovaglie: e la medesima notte con grandissima tempesta la perdemmo, con altre navi indiane, che venivano in nostra conserva, de cristiani de Malabari, e una fusta nella qual erano LX uomini portoghesi, della qual dipoi mai non avemmo notizia. Fummo per il mar Rosso a cammino per la Mecca, passando a vista di molte isole grandi, diserte e inabitate, per la carestia dell'acqua che è in questa parte. E cominciando già i venti contrarii che in questi tempi soffiano per le navi che tornano d'India, tardammo dalla bocca al porto del Zidem XXV giorni, che furono leghe CC di cammino. Essendo vicini al porto già detto VIII leghe a vista della terra, con la gente e artegliaria ad ordine per saltare l'altro giorno nel porto e combatter la città e destrugger l'armata, fu tanta la nostra disaventura, o volontà dell'Altissimo, ch'il vento che era a poppa si voltò per la prua, né potemmo andar un passo avanti: che causò grandissimo danno a tutta l'armata e gente di essa, non potendo destrugger le galere del soldano né conquistare Sacacia, città come il Zidem, la quale senza dubbio era nostra, perché a questo tempo stava disprovista e senza difensione alcuna. Questo fu cagione ancora che gli ambasciadori che noi levavamo per il Prete Ianni non andassero a lor cammino, e fu tanto il danno che fece questo pessimo tempo, che per aventura non fu altro simile in queste parti, che ben si può dire che nessuno si può confidare in certezza di mare.
La nostra nave, dove veniva l'ambasciadore del Prete Ianni, per essere grande e forte, levava per poppa una grandissima nave di Malacca detta giunco, che cosí si chiama una certa sorte di navili che vengono dalla Cina, ne' quali andavano li cristiani indiani, e per non poter navigare tanto come l'armata, era necessario la levassimo. E cominciando di continuo il vento e 'l mare a farsi grande, per il peso del giunco non potevamo andar tanto a orza come l'armata, ma di continuo piú a sottovento; e per essere vicini a certi bassi, essendo l'armata già sopravento da essi passata avanti, noi non potemmo passargli, e fummo necessitati mutarci in altra volta del mare. E quando tornammo al medesimo cammino, restammo indrieto quattro leghe e a sottovento di detta armata, la quale perdemmo la medesima notte, senza poterla mai in questi giorni rivedere. Fummo parando al vento e alla tempesta quasi incomportabile due giorni, sperando di nuovo congiungerci, se non in altro luogo, al meno al Zidem. E in questo tempo si aperse il giunco per la gran fortuna che era in mare, non sendo sí forte come le nostre navi, e fu necessario ch'accogliessimo tutta la gente che in esso andava a fin che non si perdesse: il quale dipoi fu al fondo.
E questo fu il venerdí santo, nel quale per l'altura del sole trovavamo esser discaduti XXX leghe del nostro viaggio, e non cessando il vento, ma continuamente crescendo, trovandoci con poca acqua e molta gente, né sapendo dove la potessimo pigliare, determinammo di tornare all'isola di Cameran mentre ch'il tempo serviva per quella parte, con timore di calma o che non si mutassi in tempo che non potessimo arrivare in alcuna parte. E non avendo altro rimedio a nostra salvazione, demmo volta per detta isola, e il pilotto errando il cammino fu a levarci in Etiopia, all'altra costa, la quale (per esser in queste parti il mare piú largo che in nessun'altra di questo stretto) è larga dall'altra di Arabia 30 leghe. Fummo al lungo la detta costa con intenzione d'entrare nella isola di Suachem, che è messa in un braccio di mare dove i cristiani di Etiopia s'imbarcano per Gierusalem; ed essendo già in latitudine di XVIII gradi, in che detta isola è posta, non potemmo mai conoscerla.
In questo tempo avemmo vista d'un navilio di Mori che per la detta isola navigano, e fummo col battello ben armato per pigliarlo e da essi intendere donde detti fussero; i quali, subito ch'ebbero vista di noi, diedero in secco della costa e fuggirono, lasciando il navilio senza gente. Noi discendemmo in terra per trovar alcun modo di pigliar acqua, e non trovando abitazione alcuna, ci mettemmo a far pozzi; ed essendo l'acqua salmastra, ci tornammo alla nave con grandissima passione.


Della isola detta Dalacia. Come i Portoghesi patirno gran disagi per mancamento d'acqua, e d'un maggior pericolo che li sopravenne. Della montagna detta Bisan overo Visione.

Perduta la speranza di Suachem, determinammo passare a Dalaccia, ch'è un'altra isola nella medesima costa, dove già furono nostri navili nel tempo dell'altro capitano, che passò nel mar Rosso. E perché l'ambasciadore ci diceva fossimo là, che non la potevamo fallire, e che de lí andassimo al porto del Prete Ianni, dove ci saria dato quanto fosse necessario, de qui partimmo, andando sempre a vista di molte isole, fra le quali molte d'esse erano piene d'arbori e di verdura, che molte volte c'ingannò, perché, giudicando che tenessino acqua, fummo là col battello, né mai potemmo discoprirla, ma di continuo perdendo tempo andavamo per perduti, piú l'un giorno che l'altro disperandoci, salvo che della misericordia di Dio, che era cosa miseranda a vedere in quanta necessità ci trovavamo. La gente del Malabare, uomini di piú debile complessione, cominciorno a morire a visibile sete; alcuni, aggiungendo male a male, si saziavano con acqua salata; molti anche con disperazione si lanciavano in queste isole disabitate; altri per la sete incomportabile accecavano, senza mai tornare nell'essere di prima; alcuni altri morivano come cani rabbiosi.
Andando in questa disperazione ci sopravenne maggior pericolo, perché, lasciando il vero cammino, il quale era lungo la terra, una notte ci allargammo al mare per piú sicura navigazione, e venuto il giorno ci trovammo circuiti d'infinit'isole e scogli e bassi, e tanti ch'era impossibile il contarli: e non potendo tornare indrieto, per il vento che ci sforzava d'andare avanti, né sapendo il cammino per onde fusse, mancando l'acqua quasi del tutto, dubitammo grandemente della nostra salvazione. Quest'isole ci detennono molti giorni, non potendo di notte navigare, perch'era necessario che il battello andasse avanti alla nave per discoprir fondo donde potesse passare, e talora surgemmo tre o quattro volte per giorno, con grandissima fatica di tutti e passione d'animo in dar le vele e ordinare la nave, non potendo i marinari supplire a tutto.
Cosí, navigando sempre col piombo in mano, fummo con tanto riguardo che venimmo a cert'isole maggiori, dove il mar era piú largo, e in esse avemmo vista di certi navili che venivano di Dalaccia a pescar perle, i quali ne dettero grandissima speranza che Dalaccia saria vicina, stando noi quasi nella sua latitudine, che sono XVI gradi. Fummo dietro ad essi navili, i quali, fuggendo a vele e a remi, si raccolseno in una isola grande che per la nostra prua si dimostrava, per onde pigliammo il cammino. E vicini alla notte volendo buttar l'ancora in un'isoletta, non trovando fondo, fu necessario che ci allargassimo al mare, aspettando fino al giorno fra la terra ferma e quest'isola: dalla quale la mattina ci trovammo lungi IIII leghe, rispetto alla correntia dell'acqua ch'è nel canale fra l'isola e l'Etiopia, e quivi buttammo l'ancora, non potendo tornare ad essa per il tempo che si era mutato.
In questo mezzo l'ambasciador ci mostrò Dalaccia, e come si chiamavano molte altre isole vicine alla terra, e dove stava il porto del Prete Ianni, ch'era nella costa di Etiopia, non piú lungi che quattro leghe, abbasso di una grandissima montagna detta Bisan, o ver la Visione, nella quale è un eremo di religiosi con una chiesa dedicata ad Abraam: e in essa abitava uno episcopo di santa vita, nominato abbuna Gebbra Christos, con monachi osservanti. E pregò il nostro capitano che fussimo con la nave in tal porto, che in esso stando la nave sicura, potria la gente restaurarsi della mala vita che tenevamo, e di qui certificarsi e chiarirsi della sua imbasciata. Il capitano non volse mai concedere che vi andassimo, pigliando varie iscusazioni; e non potendo dar le vele per il vento contrario, mandò il battello all'isola di Dalaccia, a discoprir alcuna acqua dolce, e dove potessimo alcuno giorno riposarci. Il quale tornando l'altro giorno con grandissima festa (presa una gelfa, navilio piccolo di Mori cosí chiamato), ci diede nuove di una isoletta congiunta con Dalaccia, abondantissima d'acqua e di bestiame, alla quale navigammo, in un porto ch'era fra una punta di Dalaccia e la ditta isola.


Come il re di Dalaccia venne a parlamento col capitano di Portoghesi, e che notizia s'ebbe in tal colloquio del stato del re David, ora chiamato Prete Ianni.

Lo primo giorno di maggio, fummo in terra CCCC uomini e ci assicurammo d'essa, perché li Mori, non avendo animo di aspettarci, fuggirno subito a Dalaccia. Nella gelfa che presero quando l'isola fu discoperta, menarono alla nave un Moro antico di essa naturale, al quale si fece molto onore, dandogli vestiti e panni di piú sorte: e mandammolo a Dalaccia, accioché fussi a parlar al re, che la nostra venuta e presa della sua isola non era per fargli alcuno impedimento, se non di pigliare acqua e alcuno rinfrescamento, di che eravamo necessitati, e che quanto in essa si dannificasse pagaremmo a sua volontà, e che la nostra intenzione era di aspettar il capitan maggior, dal qual eravamo stati separati per fortuna, che di là aveva a passare. Il re, con questo assicurato, mandò ambasciadori, i quali subito conobbero Matteo, ambasciadore del re David, e li fecero grandissima riverenza e molta festa, mostrando di fuori gran contentamento della sua vista, e dissono che disponessimo di Dalaccia e di sue isole a nostra volontà. Di che il nostro capitano gli ringraziò molto, e disse che dicessero al re che fusse certo che il capitano maggiore gli resteria in grandissima obligazione, e che, per saper che erano in amicizia col re David, non avevano a ricever da noi se non onor e utilità, e che, mentre che quivi stessimo, mandasse a vender alla spiaggia alcune vettovaglie, e che tutto si pagarebbe per suo prezzo. Cosí essi tornarono contenti e sodisfatti, venendo il giorno seguente con presenti di latte, carne e mele; e dissero che il re desiderava parlare al capitano e all'ambasciadore, al qual portarono lettere del re, rallegrandosi di sua venuta.
Dopo tre giorni venne il re con 500 uomini da piedi, mal armati, con certi dardi, scudi e archi non molto buoni e alcune spade a nostro costume; i piú onorati venivano in camelli e dromedarii e cavalli leggieri di Arabia, con varii instrumenti e suoni, a costume di quelle parti. Il re veniva vestito alla moresca, con una vesta d'oro e di seta variata, e di sopra un panno attraversato all'apostolica. Egli è giovane di XXV anni, di colore lionato bene scuro, come sono la maggior parte di Mori di Arabia Felice sino alla Mecca, con capelli lunghi e ricci. Fummo alla spiaggia col nostro capitano senz'arme, per segno di maggior amicizia, stando nondimeno sempre col battello sopra aviso d'alcun tradimento a costume degli Arabi. Doppo molte cerimonie, il capitano e l'ambasciador pregorono il re mandasse al Suachem per terra o per mar ne' porti di Arabia a intendere della nostra armata e dar notizia di noi altri; il re cosí promise, e mandò un suo famigliare alla nave per lettere, e tornossene per la sua terra.
In questo colloquio avemmo alcuna notizia dello stato del re David, da noi nominato Prete Ianni e da' Mori sultan Aticlabassi, e intendemmo il suo regno occupare quasi tutta l'Etiopia interiore e abbasso dell'Egitto: ed è opinione di molti che si estenda vicino a Manicongo, terra dalla banda di Ghinea del re di Portogallo. Va sempre alla campagna con padiglioni e tende di sete e varie sorti di panni, con tanta gente di cavallo e di piede che non tien numero né misura, di maniera che non costuma fermarsi in una terra piú di quattro mesi, dove, consumate le vettovaglie e carne e legna, si lieva e transferiscesi per altre provincie, faccendo com'è a dir un divorzio: e pare che non torni là onde egli si parte di dieci anni. Al presente si trovava in Chaxumo, terra già Auxuma denominata, corrotto il vocabulo, come l'isola del Nilo Meroe detta, e ora Gueguere. Dicono ch'è giovane de XVIII anni, formoso e di colore di olivo, né si lassa vedere a nessuno in viso, salvo ch'una volta nell'anno per maggior stato, andando il resto del tempo con la faccia coperta; non gli parla nessuno se non per interprete, passando per tre o quattro persone avanti che pervenga a lui. Li naturali della terra sono segnati di foco, della qualità ch'in Roma si veggono. Questo non è segnale di battesmo, perché si battezzano con acqua come noi, ma solamente per osservar il costume di Solomone in segnare li suoi schiavi, donde è fama la casa del re di Etiopia esser discesa: perché dicono ch'una regina fu a visitarlo e, restando gravida, partorí un figliuolo dal qual discese tal generazione, e per questo, essendo dalla casa d'Israel, osservano i cristiani etiopi la legge antica e moderna, usando battesmo e circuncisione, e osservando la festività degli apostoli e de' santi moderni, e de' patriarchi e padri del vecchio Testamento. Qui dicono essere uno anello di Salamone e una corona e catedra del re David, tenuta in grandissima osservanzia. Piacendo a nostro Signore dare effetto a' nostri desiderii, passando io in quel paese potrò dare piú certo testimonio di questo, che non è se non per fama.


Del modo del pescar le perle. Dell'isola Baharem. Come in Zeilam nascono varie pietre preziose,
e qual fusse anticamente detta isola di Zeilam.

Stemmo in questa isola di Dalaccia un mese intiero, la qual è in latitudine di XVI gradi, vicina alla terra d'Etiopia VII leghe. È di XX leghe di circuito, di sano aere, isola bassa e sterile con certi colli e valli pieni di pruni e stecchi, senza nessuno arboro fruttifero. Qui poco si semina, che la maggior parte della vettovaglia viene di Etiopia, che sono mele, miglio, butiro e qualche poco di grano; è buona solamente per pasture di capre, camelli e bovi, che qui sono in gran quantità per tutta l'isola, perché è abbondantissima d'acqua dolce, che è rara in queste parti. Cominciossi ad abitare per la commodità di quest'acque, e rispetto alle perle ch'intorno ad essa e ne' bassi dell'isole circonstanti si generano, che tutte sono di questo re. Pescansi nel fondo del mare con una rete al collo, come vangaiuole, la quale dipoi ch'è piena di madre di perle, la legano ad una corda che pende con contrapeso dal navilio (in che vanno a pescarle) insino al fondo del mare, e tornati di sopra la tirano. Cosí costumano in Cefala, ch'è nella costa d'Etiopia, donde viene oro della terra ferma vicina a Monzambique, ch'è non troppo lontana dall'equinoziale; e questo medesimo modo usano in Baharem, che è un'isola dentro il sino Persico cosí chiamata, donde vengono le miglior perle e in maggior quantità che d'altra parte. Cosí nell'isola di Zeilam, di sotto di Calicut C leghe, dove nascono ancora i topazii, iacinti, rubini, zaffiri, balasci e alcuno carbonculo, lesicione, occhi di gatta e granati e grisoliti, che in questa sono in grandissima abondanzia; da essa viene la buona cannella, che non si trova in altre parti. Quest'isola di Zeilam mi pare la Taprobana, e non Sumatra, come mi dicono molti, quantunque l'anno passato scrivessi il contrario: dipoi avendo ben considerato, confermo che Sumatra non era a tal tempo scoperta. Similmente vengono le perle di là da Malacha, delle terre del Cataio o vero delle Cine, di certe isole del sino Magno, e in tutti li luoghi sopradetti si pescano d'una medesima maniera.


Quel che l'imbasciadore ricercasse il capitano mentre dimororno in Dalaccia, e quello li rispondesse il capitano. Come intesero l'armata ritrovarsi a Cameran, e che nuove avessero del soldan e del Zidem.

In questo tempo di nostra dimora in Dalaccia, l'ambasciador parlò molte volte al capitano della nave che mandasse il battello alla isola di Mazua, che era a nostra vista non piú lontana che cinque leghe, appiè del già detto monte della Visione, perché dalla detta isola a terra non aveva piú che una lega, dove era un porto de' cristiani detto Ercoco, da' quali, o da' monachi dell'eremo della Visione, mandando là o loro venendo a Ercoco (come costumano), che è lungi dall'eremo dua giornate di cammino per la montagna, potevamo sapere certezza di sua imbasciata e di alcune dubietà che tenevamo, a fine che, quando ci congiungessimo col capitano maggior, non fusse necessario ditenersi in saper tali particolari, ma che potesse dare ordine che gli ambasciadori passassero. All'ultimo, non prestando il capitano fede a cosa che egli dicesse, gli fece requisizione per parte d'Iddio e del re di Portogallo, in publico, per mano dello scrivano della nave, al quale il capitano rispose che non levava reggimento del capitano maggiore di cosa nissuna, e se in questo andare e mandare risultasse alcuno inconveniente, ne poteva di esso dare buon conto: e per questo lasciò tal impresa, tanto facile a darli effetto, restando il tutto confusa e senza alcuna conclusione.
E stando già con determinazione di partire per l'isola di Cameran e di lí per l'India, i Mori di Dalaccia ci dettono nuove l'armata essere in detta isola di Cameran, e già sendo securi che non aveva a venire a Dalaccia, cominciarono simulatamente a ricalcitrare e mostrar che non curavano tanto della nostra amicizia come prima. Dipoi avemmo vista di due caravelle nostre, che venivano dalla isola di Cameran, ispedite dal capitan maggiore, le quali il giorno seguente comparsono nel porto dove stavamo sorti; e li capitani di esse vennero alla nostra nave con grandissima allegrezza e piacere di tutti universalmente, loro per trovarci, che ci giudicavano per perduti, e noi per il desiderio che tenevamo di saper nuove dell'armata. Le dette caravelle venneron con intenzione di scoprire i porti de' cristiani, e levavano tre uomini, fra li quali era un Moro di Granata, astutissimo e di grandissima pratica, il quale il signor Alfonso d'Alburquerque aveva tenuto in ferri molto tempo, parendogli che con la sua astuzia poteva fare alcuna revoluzione nell'India contro a' cristiani. Costui al presente lo liberorno, accioché andasse come mercante in Etiopia, e gli altri due Portoghesi come suoi schiavi, e che riportasse nuove in India di tale imbasciata, avendogli promesso alla sua tornata farlo scambadar della isola di Ormuz, che è officio molto grande di onore e profitto, e come appresso di noi consolo di mare.
Da questi capitani avemmo nuove che 'l medesimo giorno che ci separammo dall'armata, e sendo vicini alla terra del Zidem dalla banda d'Arabia, venne alla nave capitana una guelfa, o vero navilio de' Mori, dove erano XVIII cristiani di Grecia, di Corfú, Candia e di Scio e alcuno genovese, bombardieri maestri di far galere e calafati. I quali dissero che, nel principio che si cominciò a far l'armata del soldano, furno presi ne' porti di Soria e mandati al Suez, donde s'armarono le galere, per servire a tal opra; e che al presente erano fuggiti, dando ad intendere al capitan moro che tornariano a Suez, e che determinavano di pigliar una nave grande, con pilotti, avanti che passassero nell'India o in Ormuz alle fortezze de' cristiani. E vista l'armata nostra, ne vennero ad essa, e dettero nuove come il Zidem stava provisto di gente, però che in essa non aveva piú che CCC Mamalucchi e Raysalmon, uno de' capitani del soldano, perché l'altro era stato morto da detto Raysalmon (come si dirà), il quale aveva messo ad ordine due galere per passare al Cairo al gran Turco, che al presente dicono esser signore di Soria e Asia Minore, il quale lo mandava a chiamare; e che tutti gli altri Turchi, Africani e Mamalucchi erano sparsi in diverse terre, non li pagando soldo, e avevan lasciate le galere e le artegliarie nella riviera del mar, come quelli che non sospettavano di nostra venuta. Il Capitan maggiore, desideroso di arrivare al Zidem, stette XV giorni andando sempre in volta per non discader del suo cammino, e in questo tempo mai non poté entrare nel porto, per la gran fortuna che già dicemmo, per la quale fu al fondo una nave portoghese il sabbato santo (vero è che si salvò tutta la gente).


Come, essendo giunta l'armata di Portoghesi al porto del Zidem, fatto consiglio si determinò
di non dar battaglia alla città, e per che causa. Del fiume Indo; dell'isola detta Diupatam;
e come il capitano maggiore, dando ordine di partirsi,
mandò a por fuoco a tre navi grosse e a un galeone di due coperte.


Nel tempo che vedemmo la terra del Zidem, all'entrata dell'armata nel porto, Raysalmon, avendo notizia di nostra venuta per gli uomini della terra, da' quali fummo visti, ebbe commodità di munire la città di artegliarie e gente che dalla Mecca vennero: e passavan 10000, di diverse regioni, che vi erano in peregrinaggio, perché la Mecca non è piú lungi dal Zidem che XII leghe. E subito che la nostra armata comparse, non restarono dí e notte di sbombardarla, senza farle alcuna offesa, ancor che le lor artegliarie siano potentissime, le quali, stando le nave sorte molto lungi, tirando in arcata davano in fallo. Il medesimo giorno si messero insieme i principali col capitan maggiore ed ebbero varie openioni, se fusse ben darle la battaglia o lasciarla: e contro alla volontà di molti, desiderosi di saltare a terra, dal signor Lopes Soares, uomo prudente e temperato in ogni suo negocio, fu determinato che era piú securo non combatterla che, combattendola, metter in pericolo l'armata e lo stato di India. Conciosiaché, non sapendo che gente fosse nella città, e che essi non erano molti, rispetto che nella nostra nave che non vi fu andavano quattrocento uomini, e non restando le nostre navi ben guardate, potevano i Mori, con due galere che stavano al mare, saltare ad esse quando i nostri Portoghesi fossero in terra e vietare che non tornassero a difenderle; e lasciando le navi con gente, pochi restavano per combatter la città, il mare della quale è tanto basso che i battelli non possono a gran spazio arrivar alla spiaggia. E per questo era necessario che fussero per acqua mezza lega, e col peso dell'armi, e per l'impedimento dell'acqua, avendo a disbarcar nel mezzo della riviera, piena d'infinita arteglieria grossa e minuta, prima che là comparissero sarebbero mal trattati, e trovando alcuna resistenzia, portavano pericolo non si poter raccorre sí presto a' battelli, e per tal impedimento di restar tutti morti.
Stando in questa resoluzione, fuggí di terra un schiavo di Raysalmon, che dicono era suo cameriere, cristiano delle terre di Mondevi, e venne per questi bassi vicini alle navi, donde lo levorono in un battello alla capitana, e diede nove del soccorso ch'era venuto nella città della Mecca, e come stava fortificata, dechiarando molt'altri segreti che sapeva: fra gli altri, che quivi si trovava l'ambasciadore del re di Cambaia, ch'è una delle principali e ricche regioni dell'India, per la quale il fiume Indo spargendosi entra nel mar Oceano; e questo ambasciadore l'avea mandato di consiglio di uno Turco chiamato Melchias, il quale è signore dell'isola di Diupatam, suddito al detto re, la qual isola è posta in un braccio di mare ch'entra in detta Cambaia gran spazio, nel qual braccio è la bocca del detto fiume Indo. Questo Turco detto Melchias, com'uomo sagacissimo ed esperto, dapoi che i Portoghesi disbarattarono, già sono nov'anni, l'armata del soldano nella sua isola, con morte di sei o settemila persone, parte del Cairo e parte della sua terra, con suo ingegno, fatta pace col vice re ch'era in quel tempo, ritenne sempre l'amicizia del re di Portogallo per non perder il suo dominio, scrivendogli ogni anno e mandandogli varii presenti e opere bellissime che si lavorano in questa terra, tenendo contenti con diverse maniere i principali Portoghesi dell'India e faccendo a tutti generalmente grandissimo onore, presentandogli con varie cose di Cambaia; dall'altra parte attese sempre a fortificarsi di castella e di artegliaria, mostrando che tutt'era di Portoghesi. In questo medesimo tempo non lasciò mai d'intertenersi col soldano, dando particolare aviso del loro stato nell'India, e sendo già l'armata presta al presente, mandava a sollicitare che passassino a Diupatam e che non tardassino, che teneva in ordine vettovaglie, arteglierie, navili, legnami e ferro e gente per congiungersi con loro, e ch'erano tornati al Zidem per reparar le galere e passare all'isola di Diupatam, e de lí poi tornare sopra la fortezza d'Ormuz. Inteso tutto per il capitan maggiore, diede ordine alla partita, tre giorni dipoi che stavano in detto porto, e prima mandò a por fuoco a tre navi grosse a nostro costume e a uno galeone di dua coperte, che li Mamalucchi avevano armate sopra navi che presono di Mori quando furono in Adem; e dato a tutto ispediente, si venne all'isola di Cameran, donde dispaciarono le caravelle sopradette per Dalaccia.


Descrizione di Zidem, città di Arabia.

Il Zidem (come dicono molti) è città di Arabia Deserta in XXII gradi e mezzo di latitudine, porto della Mecca da' Mori molto nominato, ed è tenuta per terra santa come la Mecca e Medina Talnabi, dove è sepolto Maumetto, alla qual vanno in peregrinaggio di tutte le parti di sua legge: e in nessuna di queste può entrare altra generazione che maumettani. La città del Zidem non è molto grande, ma tutta murata, con edificii di pietra circuita dalla terra, e dalla banda del mare senza muro, salvo che cominciarono a farlo dipoi che i Portoghesi furno la prima volta nel mar Rosso, che adesso non era fornito; è situata in terra sterile e deserta come altre di Arabia, non tiene acqua nella città, ma viene di fuora di cariche di camelli, come in Adem, in Zeila e in tutte queste terre vicine al mare. Dal Zidem (come è detto) alla Mecca sono per terra XII leghe, e dalla Mecca a Medina Talnabi LX leghe; da Suez al Toro, dove si fece l'armata, sono per mare LX leghe, e dal Toro al monte Sinai vicino al Zidem CC leghe, e da Zidem a Cameran CLXX leghe.


Come il capitano maggiore mandò a scoprir i porti del Prete Ianni e, fatto intendere ad esso re l'imbasciata del re di Portogallo e del suo ambasciadore, giunsero a Cameran. Del disordine che per mal governo seguí a Dalaccia.

Per dar ispedizione a questo, il capitan maggiore mandava a discoprir i porti del Prete Ianni, e il nostro capitan lasciò lo ambasciadore con dette caravelle, che con essi capitani fummo a Mazua e al porto de' cristiani detto Ercoco, e de lí mandammo ad uno re cristiano chiamato Bernagasso, suddito al re David, lungi dal porto quattro giorni di cammino, e all'eremo della Visione, che facessero intendere dell'imbasciata che mandava il re di Portogallo e del loro ambasciadore, e per cosa nissuna non confidassino ne' Mori di Dalaccia, ch'erano traditori e avevano a vendicarsi del danno ricevuto. Con questa resoluzione partimmo per Cameran all'altra costa d'Arabia Felice, ch'è lungi cinquanta leghe da Dalaccia, e passammo a vista di molte isole, e fummo in Cameran in quattro giorni, con grandissima alleggrezza e festa di tutta l'armata.
Cameran (com'è detto) è isola bassa di quattro leghe di circuito, vicina alla terra ferma meza lega, in XV gradi di latitudine, la quale fu distrutta sono già quattro anni, la prima volta che la nostra armata fu nel mar Rosso, col signor Alfonso d'Alburquerque: dove stetteno quattro mesi, e per mancamento di vettovaglie non lasciarono animal vivo né arbore di dattolo in piedi, ch'in quest'isola ve n'erano in gran quantità, e nella loro partita posero fuoco alla villa d'essa, molto grande, populosa e ricca, perché le navi che passavano di Adem alla Mecca tutte pigliavano acqua in questa parte, della quale è abbondantissima la terra, cosí come in tutto lo stretto è al contrario. Questa isola è la piú calda che mai vedessi, di sorte che non era alcuno che per tal calidità non tenesse le parti inoneste del corpo scorticate. Quivi morí molta gente nostra, piú per mancamento di quello ch'è necessario alla vita umana che per mala qualità della terra, perché in Dalaccia, ch'è d'uno medesimo essere ch'è Cameran, dipoi che pigliammo acqua, per l'abbondanzia della carne quelli ch'erano di mala disposizione tornaron tutti di salute.
Non stemmo tanto che le caravelle vennero dell'isola di Dalaccia, senza opera alcuna che buona fusse, per il mal governo ch'ebbero, perché subito che veddon noi alla vela, essendo loro quasi vicini al porto di Ercoco, si tornarono per Dalaccia e mandorono il Moro di Granata in terra a parlare al re e dirgli com'erano venuti per mandato del capitan maggiore, per far pace con detta isola. Fu a terra, e là si convenne di dare l'ambasciadore e le caravelle a man salva al re di Dalaccia; e tornato, diede a intender ch'avea tutto composto col detto re e che potevano andar e venir sicuramente, e che lui mandava a pregare i capitani che fussino a terra coll'ambasciadore, per poter fermar la pace ch'adomandavano. Li capitani parlorno con l'ambasciadore per menarlo in loro compagnia, a' quali rispose non esser venuto per andar a Dalaccia a mano di Mori, né per confidarsi del detto Granatino, che li conosceva meglio di loro, e che lui non partirebbe delle caravelle. Con tutto questo i capitani, che levavano mal cammino e credevano a quanto il Moro avea detto, si messero in ordine per andare. In questo l'ambasciadore fece lor richiesta che non andassero a terra e che non confidassero de' detti Mori, e se pur andassero, fussero con gran riguardo e ben armati: e tutto fece scriver in publico allo scrivano della caravella.
Essi furno a terra senz'arme d'alcuna sorte, e aspettavano il re che venisse di basso di certe grotte che sono alla riviera dell'isola, consumate dal mare, dove mancando l'acqua, che di sei ore in sei ore cresce e scema, restò il battello in secco. In questo vennero i Mori, e inteso non esservi l'ambasciadore, cominciorono con certi dardi a ferire la maggior parte de' nostri che stavano nel battello, il quale dipoi presero, tirando fuori un de' capitani, e tagliaronlo a pezzi con due altri. In questo tre uomini, che non volsero lasciar le sue spade nella caravella, si cominciarono a difender e dar cuore agli altri, tanto che trasseno il battello al mare e raccolsono molti che s'erano gittati in mare, per tornare alle caravelle. Con questo disordine si tornaron per Cameran, non curando di far altra diligenza. Al capitan maggiore dolse molto che questo disordine fussi seguito, e aspettando noi altri che si facesse alcuna determinazione per donde fussimo a nostro cammino, occorse la morte di Odoardo Galvan, che andava ambasciadore del re al Prete Ianni, e questo fu causa che non si parlasse piú circa la nostra andata.


Come i Portoghesi gettorono a terra una gran fortezza fatta per i Mamalucchi. Come il soldano mise tempo otto anni a far 20 galere e quanto feciono di costo; e come fece duoi capitani generali dell'armata e che ordine dette loro.

Stemmo in Cameran sino alli XII di giugno, e in questo tempo buttammo a terra la fortezza fatta da' Mammalucchi, grande e a nostro costume edificata, giunta col mare in un braccio dove è il porto di detta isola: e fondaronla dalla banda della terra sopra d'un masso che serviva per mura per due terzi della fortezza, sicura rispetto a tal masso da ogni arteglieria dal porto del mar; l'altra terza parte era muro grossissimo di trenta piedi di larghezza, con sue torri e bombardiere ben armate, e dal mezzo in suso curvato per non si poter scalare, nel quale fece di spesa il soldano saraffi 10000, ch'è una moneta d'oro di valore di XXV grossi, che corre per tutta l'Arabia e parte di Persia: è di diverse stampe, secondo ch'ella è delle terre diverse.
Da cristiani che fuggirono del Zidem intesi come l'armata del soldano era già otto anni passati che fu principiata, ne' porti di Suez, presso al Cairo tre giornate per terra, e che in tutto questo tempo non si fecero se non XX galere, cioè sei bastarde e XIIII reale, rispetto al gran costo e mancamento del legname, il quale veniva delle terre del Turco, del golfo di Scandaloro presso di Rodi, donde lo levano in Alessandria e al Cairo per il fiume del Nilo: e qui si lavora, e poi con camelli per terra in pezzi lo conducono al detto porto di Suez, dove non vi bisogna altro se non congiungerlo e metterlo in opera. Queste galere, quando furono tirate di terra al mar, con sue artiglierie e gente pagata per quattro mesi e colle vettovaglie, feciono di costo 800.000 saraffi. E ch'in essa andavano 3000 uomini tutti di buona voglia, e che ciascuna delle sei bastarde levava a prua un cannone grossissimo, da molti detto basilisco, e due colubrine, alla poppa due altre colubrine e nel mezzo, giunto all'arbore da ogni costato, un cannone, e un tiro picciolo con sua coda fra ogni quattro banchi; le quattordeci galere reali a prua levavano due colubrine e un cannone, e due a poppa, e dalle bande 24 tiri. E detti 3000 uomini erano 1300 Turchi, 1000 Africani e 700 Mammalucchi e rinegati: fra tutti questi 1000 schioppettieri.
Essendo già in ordine tale armata, il soldano del Cairo mandò Raysalmon, natural di Turchia, al cammino di Suez, uomo audacissimo ed esperto, il quale, sendo ribello al gran Turco, era stato gran tempo corsale ne' nostri mari, e ordinò che fusse in compagnia con Amyrasem, e quelli due fossero capitani generali, e che Raysalmon reggesse la gente e l'altro tenesse cura di ordinare quello che fusse necessario per l'armata, e che di consiglio di amendue s'incaminasse ogni impresa. Partironsi di Suez per il Zidem già sono due anni, dove Amyrassem teneva ordinata gran quantità di danari, data prima fede al soldano non far guerra a nessuno di sua legge. Da Suez passarono al Toro in otto giorni, e di lí al Zidem, donde prese molte vettovaglie, si posarono a Cameran: qui il soldano ordinava per suo reggimento che si facesse la fortezza già detta, e che non passassino piú avanti senza suo espresso mandato. In questo tempo cominciarono a mancare le vettovaglie, e non pagavano soldo: per questa cagione si levoron settecento uomini del campo e fuggironsi in un colle dell'isola, e mandarono a dire a' capitani che pagassino il soldo che gli davano e mandassero a fornire il campo di mantenimento d'altra maniera, faccendo determinazione di morire tutti sopra questa dimanda. I capitani cominciorno a mitigarli, e saputo per certo ch'il re d'Adem non lasciava venire cosa nessuna della terra ferma ch'era di suo dominio, Amyrasem convenne con Raysalmon di passare nel regno d'Adem con parte della gente, schioppettieri e arcieri, i quali fra loro continuamente andavano multiplicando, per rispetto che Raysalmon levava gran somma di scoppietti e cresceva soldo a chi voleva levarli: per questa causa ne avea già insieme piú di 2000.


Come Amyrasem messe a sacco Zibid (e ivi fu morto il fratello del re di Adem) e dipoi Taesa, ch'è un'altra buona città; e come Raysalmon fece nel mare affogar Amyrasem.

Passò Amyrasem nel regno di Adem, a un porto ch'è fra la bocca del mar Rosso e Cameran, con milleottocento uomini, i quali, avendo disbarattato con le artegliarie in guerra campale gran numero de Mori, entrarono in Zibid per forza d'arme, la qual città del detto regno è grande, ricca e abbondantissima di tutte le cose a nostro costume, e di essa insignoritisi, s'empierono tutti di ricchezze, di donne e cavalli: e in questa entrata ammazzarono un fratello del re. Quindi andarono a Taesa, ch'è un'altra buona città, e conquistaronla con piú facilità, non osando i Mori aspettar il tiro di schioppetto; e stando in questa terra ricchissimi e con tutti i piaceri e delicatezze umane, addimandorono nuovo soldo al capitano, il quale iscusandosi minacciorono di morte. Esso scrisse a Raysalmon quant'era successo; egli rispose che, come fossero a Cameran, tutti sarebbero contentati a lor volontà. Risposero di non voler altro Cameran che la terra di ch'erano signori; Amyrasem con sospetto ne fuggí e venne per Raysalmon, e vedutosi piú l'un giorno che l'altro mancar la vettovaglia, amendue uscirono dello stretto del mar Rosso e andarono a Zeila, città posta nella costa d'Etiopia, fuora della bocca del mare. I terrazzani, per timore che non avvenisse lor quel medesimo che a Zibid e a Taesa, diedero 10.000 saraffi in denari e vettovaglie e gente per le galere.
Partirono poi di Zeila al cammino d'Adem, e nel mezzo del golfo del sino Arabico ebbero vista d'una grandissima nave di Malaccha, alla quale fu Raysalmon, seguitandola sino che perdette l'armata di vista: e l'altro giorno la prese e mandò cosí carica d'infinite e ricche mercanzie a Diupatan a Melchias, che vendesse il tutto e la rimandasse allo stretto con vettovaglie e legname e ferro e stoppa, e che sarebbero presto nella sua isola, e che tenesse in ordine il tutto per dar sopra le forze de' cristiani. Amyrasem passò coll'armata in Adem con le galere, e con un pezzo grande d'artegliaria posto in terra cominciò a bombardar la terra, il qual pezzo le genti d'Adem gli tolsero per forza. In questo comparve Raysalmon e saltò in terra con tutta la gente, prima avendo buttato a basso venticinque passi di muro e ripresa la sua artegliaria e molt'altra che stava in terra appresso il muro rotto, sendo poca gente di dentro e la sua invilita, faccendogli gran danno l'artigliaria, si ritrassero e tornarono insieme con le galere a Cameran, e di Cameran al Zidem, dove trovando la revoluzione del Cairo, vennero i Capitani in differenzia e Amyrasem fuggí alla Mecca. Il quale i signori della Mecca, per timore ch'avevano, mandaron preso a Raysalmon, e lui, dandogli ad intendere che lo mandava al Cairo al gran Turco, del navilio nel quale avea a passare lo mandò a gittare in mare, mettendosi egli in ordine colle due galere per passare al gran Turco, come già disse.


Come Zeila città fu da' Portoghesi desolata dal fuoco. Dell'isola detta Barbara; di Dufar, terra d'Arabia, dove vien l'incenso; del re Salatru; del castello detto Alba.

Partimmo dell'isola di Cameran per l'India alli 13 di giugno, e passato la bocca del mar Rosso, non so per qual cagione cosí denominato, non sendo dissimile di colore a nessun altro, fummo costeggiando l'Etiopia fino a Zeila; e saliti in terra la vigilia di santa Maddalena, la trovammo senza alcuna difensione, perché al nostro sbarcar fuggirono la maggior parte. Quelli che restarono, che poteva esser cinquecento persone, si misero i piú vecchi a filo di spada e gli altri ne portammo per ischiavi. Poco fu lo spoglio della città, però che, sapendo che noi eravamo passati il mar Rosso, essi ebbero tempo di scampare le lor robbe. Non stemmo in essa piú ch'un giorno e del tutto la distruggemmo, non lasciando casa che dal fuoco non fusse desolata. La detta città di Zeila giace in undeci gradi e mezzo, edificata in terra bassa e arenosa, senza circuito di muro, ed è di ragionevol grandezza, e abbondantissima di grano e bestiame e molte maniere di frutti alli nostri dissimili, che produce dentro la terra ferma di tal regno in tanta abbondanza, che di questo porto e d'un'isola sopra a Zeila nella medesima costa, detta Barbara, si navigano in tanta quantità che fornisce Adem e il Zidem di vettovaglie e di carne. Zeila è lontana dalla bocca dello stretto trenta leghe: qui facevano scala infinite navi d'Adem e dell'India, cariche di piú sorti di mercanzie, massime d'incenso, che viene di Dufar, terra d'Arabia fra il sino Persico e Adem, e di pepe e panni che vanno di qui in cafila, cioè con carovana di camelli, per la Etiopia e per le chiese de' cristiani. E ancor che sempre fra Zeila e i cristiani sia continua guerra a fuoco e sangue, non s'intende però questo per i mercanti né per le carovane, che sempre vanno e vengono salve e sicure.
Della detta città di Zeila è signore, e di molte terre grandi del regno di Adel, un re moro chiamato Salatru, il quale dicono esser della medesima generazione del re David, perché il suo primo antecessor, ch'era maggior fratello del re ch'in quel tempo signoreggiava l'Etiopia, essendo stato preso e posto sopra una grandissima montagna, nella quale è un castello detto Amba, dove li re d'Etiopia guardano serrati tutti i figliuoli, perché non si levino contro quello il quale loro vogliono che sia erede del regno, e che faccino divisione nelle terre, ebbe modo di fuggirsi in questa parte, maritandosi con una figliuola del re di Zeila, per la quale successe dipoi nel regno. E diventato moro fece sempre guerra a' cristiani, e dipoi i suoi descendenti mai lasciarono di guerreggiare senza che cristiani gliela potessino impedir, rispetto alla terra, la qual è aspra e montuosa. Da' Mori che menammo presi di Zeila, intendemmo ch'il ditto re Salatru era fuggito in una guerra ora fatta contra a' cristiani, e che un suo capitano chiamato Mafudei, molto nominato in Etiopia e per l'Arabia, era stato morto, ed era per il nostro ambasciadore del paese conosciuto, perché son cinque mesi passati che questo re 'nsieme col detto capitano feceno un assalto nelle terre dentro con trentamila persone, per rubbare bestiami e schiavi, com'è costumato, e fece una preda grandissima e abbruciò monasterii e chiese: la qual cosa avendo inteso il re David, se ne venne con grande esercito a trovarli e circondò certi passi, dove vedendosi serrati, il re ne fuggitte e il capitano fu morto con tutte le sue genti, e per questa causa dicono che noi non trovammo resistenzia nella città di Zeila. Ebbe l'ambasciadore del Prete Ianni gran piacere di tal nuova e delle destruzioni che facemmo, parendogli ch'al presente in detto regno non restasse ostaculo che lo defendesse piú dalle forze del re David, onde si potrebbe congiungere con li Portoghesi, a destruzione de' Mori. I quali dicono avere per loro profezie che la Meccha e Medina Talnabi hanno da essere desolate per li cristiani d'Etiopia.


Come i Portoghesi arrivarono al porto, dove stati alquanti giorni senza risoluzione di pace o guerra, riscossi per Mori alcuni schiavi, si partirono, e per il vento contrario non poteron andar dove era la loro intenzione. Di Calaiate, porta d'Arabia, e della natura e costume di quelle genti.

Partimmo di Zeila al cammino di Adem all'altra costa d'Arabia, e traversando il sino Arabico vi arrivammo in otto giornate. Stemmo in questo porto d'Adem surti cinque o sei giorni, senza far risoluzione né di pace né di guerra, perché i Mori ch'al presente si trovavano nella città erano meglio provisti, e sapevano esser molti morti nella nostra armata e la maggior parte venire di mala disposizione, perché, essendo già IX mesi che eravamo partiti dal Zidem senza pigliare in nessuna terra rinfrescamento, andavamo molto mal trattati, e per questo si passaron con noi per il generale; né il capitan maggior volse offerire né domandare cosa alcuna, parendogli la guerra con Adem dover far piú profitto che danno, rispetto alle navi. Molti Mori vennero a riscattare schiavi di conto che s'erano pigliati in Zeila, e massime certi sciriffi e sciriffe, cosí chiamati, d'una generazione de Mori della casa di Maumetto, che tenevano per gran peccato restassino nelle nostre navi; molti altri si dettero in baratto di castrati e acqua e frutte.
Nel porto stavano quattro navi grosse cariche di robbe, acqua rosata, zibibbo e molte mandorle, e d'un'altra druga medicinale che si chiama amffiam, che nell'India è tenuta in grandissimo prezzo, la qual druga costumano gran parte de' Gentili e Mori per lussuriare, perché è molto a proposito a levar il membro genitale. E questo semplice nasce in Etiopia e nell'Arabia, e credo da noi sia chiamato oppio tebaico, il qual è venenoso, ma costumasi ad esso pigliandolo a poco a poco, e in piccola quantità per volta. Queste mercanzie si caricano nel porto di Adem per l'India: il capitan maggior per maggior franchezza non volse pigliarle.
Ma il giorno di san Lorenzo partimmo con intenzione di passar all'isola detta di Barbara, nella costa di Etiopia, ch'in essa si poteva rinfrescar l'armata di vettovaglia, carne e acqua, che di tutto eravamo molto necessitati. Passammo un'altra volta per il sino Arabico all'altra costa, e per causa che i pilotti o non la conoscessino o non volessino là guidarci per alcun suo rispetto, non vi andammo; e di qui determinammo di andare a pigliare acqua nel capo di Guardafuni, e il vento non ci servendo a nostro modo, andavan molte navi come perdute, senza acqua, perché quella che portammo di Cameran avevamo quasi consumata. E gittandosi il capitan maggiore un'altra volta nella costa d'Arabia, non potendo passar al capo di Guardafuni se non in volte, molte navi, separandosi dall'armata, restarono nella costa d'Etiopia per veder se potessero trovare acqua. Noi fummo a nostro cammino insieme col resto dell'armata, ancora che restasse con poca compagnia, perché tutti cercavano loro ventura, e con molto travaglio passammo del sino Arabico nel mar Oceano, ed essendo vicini a Soquotora, con intenzion di pigliar porto, mutandosi il vento fummo forzati tenere altro cammino, e determinammo di passare ad Ormuz. In questo viaggio ci sopravenne tanto mancamento d'acqua, che molti uomini de' nostri mal trattati dalla sete morirono, e della ciurma delle galere e de' cristiani malabari e schiavi d'uomini particolari, che pochi restarono con la vita, perché la sete e la fame generava una infermità di petto, che senza febre si spacciavano in due giorni: ed era tanto generale in tutti, che non fu alcuno in questo viaggio che non si cavasse sangue molte volte, ch'era il meglior rimedio per tal infermità.
Piacque a nostro Signore por fin a nostre fatiche e condurci a Calaiate, porto d'Arabia Felice vicino al sino Persico e all'isola d'Ormuz 100 leghe, dove stemmo XV giorni, ne' quali tutta la gente ritornò sana, col rinfrescamento della terra di Calaiate, la qual (com'è detto) è terra d'Arabia Felice, in XXII gradi di latitudine, non molto maggiore di Zeila, con casamenti di pietra e calce e senza mura, situata nella costa giunta col mare. Li naturali d'essa sono arabici nel parlare, vestire e ne' costumi: tengono un panno atorno le parti vergognose e in capo uno turbante, e li piú onorati vestono una camicia lunga cinta, con maniche larghe, come i camici de' sacerdoti, e la maggior parte una berretta lunga di feltro grossa, di colore lionato scuro, di forma piramidale come la mitria del papa. Le donne tengono sempre la faccia coperta con un panno di cotone, raro come di velo e di colore azurro, tagliato sopra gli occhi come maschera. L'abito loro è uno palandrano diviso davanti, la lunghezza del quale non passa il ginocchio a basso, e con maniche molto larghe; portano calzoni lunghi fino a' piedi, di varii colori, e sopra il naso da una banda una balletta d'oro larga, confitta nella carne, e da basso un anello, come i bufoli di nostra terra.
La terra ferma di Calaiate è naturalmente sterile (com'è tutta l'Arabia) e in essa sono uve e grandissima quantità di dattili; produce pochi semi, e gli uomini piú ricchi si cibano di riso e d'alquanto grano, che viene di fuori d'altre regioni; gli altri di dattili, che sono a loro communi come a noi il pane di grano: e di questo si mantiene la maggior parte d'Arabia Felice, e anco con latte e butiri, per la moltitudine del bestiame, ch'è in grand'abondanza. Da questo porto si navigano gran quantità di cavalli per l'India, i quali, dipoi che Portoghesi presero Goa e Ormuz, non possono disbarcare in altra parte dell'India che nell'isola di Goa, donde passano in Narsinga e nelle terre di Cambaia contermine a detta isola: e paga ogni cavallo di diritto 40 seraffi, il che rende ogni anno al re nostro signor da seraffi quarantamilia, e per questo proibisce che non vadino per altre parti, per non perder i diritti ch'hanno a pagare nell'isola di Goa.


Di Mascat e Corfucan, porti d'Arabia; e la discrizione dell'isola d'Ormuz, e della natura e costumi di quel popolo, e con che arte quelli isolani procurino di rinfrescar le lor camere al tempo caldo.

Di qui mandò il capitan maggiore un suo nepote con quattro navi alla volta dell'India, ad ordinar le speziarie di quest'anno per Portogallo, ed egli si partí con l'armata per Ormuz. Io mi misi in una nave de Mori, desideroso di vedere alcune terre d'Arabia, e fummo lungo la costa a Mascat e Corfucan, porti nominati in questo sino, com'è Calaiate, della medesima lingua, costumi e vestiri. Di qui passammo allo stretto di Persia, a vista di terra d'ogni banda 8 leghe, e fummo all'isola d'Ormuz quattro giorni prima che l'armata.
L'isola d'Ormuz è in XXVII gradi, di cinque leghe di circuito, distante dalla terra di Persia due leghe, terra sterile e secca e senza arbori, frutti o erba di alcuna qualità, e di forma triangolare. Nella basa del quale dalla banda del mare sono certi monti non molto alti, pieni di grandissime pietre di sale di colore di cristallo, lucide e alcune vermiglie; il resto è tutta pianura, e la città è posta nella punta dalla banda della terra ferma, pigliando gran parte de' lati del triangolo, e può esser di maggior grandezza che Adem e della medesima bellezza, riservato che non tien mura. È molto populosa, piú di forestieri di Persia, Arabia e India che de' medesimi naturali, i quali sono di colore fra olivastro e lionato, vestiti con camicie lunghe, cinti nel mezzo con un panno di seta o di cottone, e turbanti bianchi e colorati. Le donne tengono coperto il capo e la faccia con un panno di seta o di cottone di varii colori, che per la sua grandezza veste tutto il corpo sino in terra, e di basso di quello una camicia, e molte hanno la balletta e l'anello al naso, come nella costa di Arabia. Gli ornamenti del capo sono certi veli sopra i capelli, composti come mazzocchi che si veggono in figure antiche della nostra terra.
L'aere di questa isola è salutifero d'ogni tempo e stagionato come nelle parti nostre, cioè primavera e autunno temperato, e l'inverno frigido piú che in alcuna parte di queste terre, per essere esposto piú al polo settentrionale; nell'estate è caldissimo estremamente, tal che egli è necessario dormire sopra terrazzi discoperti all'aere e denudati. E per tanta calidità costumano certi ingegni, come cammini, i quali, cominciando dalla sala di basso o d'alcuna camera, divisi in otto parti, procedono sopra le lor case con le istesse divisioni, e ogni vento, per poco che sia, battendo nella faccia di fuora di tali ingegni over cammini per la parte donde viene tal vento, cade subito in basso per una delle dette otto parti, refrigerando con grandissima frescura tutta la loro abitazione, dico de' piú ricchi e onorati.


Di Balsera, porto e città di Persia; di Bagadat, città di Mesopotamia. E come i governatori di Ormuz, per le sue gran rubarie fatti ricchi e potenti, si levorono contro i lor re naturali,
e che modo tenevano di accecarli.

In questo tempo passammo alla terra ferma, ch'è piena di arbori e d'acqua dolce, dove sono lor ville per refrigerarsi. Ormuz era già piú nobile e di piú ricchezze che Adem di sopra nominata, perché antiquamente il commerzio delle specierie d'India era universale in questa isola, le quali di qui transferivansi per la Balsera, porto e città nel sino di Persia, novamente da' nostri quest'anno scoperto appresso il fiume Eufrate, donde egli entra in mare; di qui passavano a Bagadat, città di Mesopotamia, navigando sempre per detto fiume, e dipoi per terra nella Asia Minore, in Damasco e Aleppo, de' quai luoghi venivano in Europa, prima che si navigasse in Alessandria; e similmente di questa isola passavano in Armenia e Turchia e per tutte le provincie di Persia. E quantunque il porto di Alessandria facesse alcuno impedimento, non ha lassato però detta isola d'Ormuz fino al presente giorno di esser scala per queste parti, mantenendosi sempre in grande altezza.
Egli è ben vero che la malignità de' governatori di quella diedero causa che si disabitasse in parte da molti mercanti, che prima solevano vivere in questa città, per le ruberie grandi che facevano: e questo da CC anni sino alla venuta del signor Alfonso d'Alburquerque. I quali governatori, tenendo il tratto e l'entrata nelle mani, cominciarono a crescere in tanto grado e farsi cosí ricchi e potenti, che col favor e ricchezza cominciarono a levarsi contro al re naturale, deponendo or uno e ora cecando un altro di nuovo, esistimando per certo che, pigliando col tempo il re fermezza, non averebbero rimedio di non esser privati di tal loro governo: e per questo costumavano accecarli, faccendogli nel principio di lor creazione guardare forzatamente in un ferro affocato, che per la sua calidità e vampo faceva scopiar la luce. Fu questa mutazione sí frequentata che, quando il signor Alfonso d'Alburquerque fece la fortezza in Ormuz, e l'isola tributaria al re nostro signore con XV mila saraffi, tagliando a pezzi il governator (come per l'altra mia ne scrissi), mandò a Goa XII re di questa isola, tutti della luce privati, mantenendo il re sino al presente giorno in suo stato. Perché, ancora che si facesse un nuovo governatore, essendo a volontà del re e con timore ne' Portoghesi, non pigliò mai tanto ardire di far alcuna innovazione: per questa causa questo re ch'è al presente, riconoscendo il gran bene che egli è venuto da' Portoghesi, è nostro amico di volontade.
Questa isola, per il gran commerzio che già dicemmo, è abondantissima di pane, carne, frutte e ortaggi, e simili alle nostre e anco d'alcuna altra sorte, come nella India; e tutto si trova a bastanza per le piazze e taverne, cotto e crudo, e il vivere è caro, peroché tutto viene di terre lontane, di Arabia, Persia e Mesopotamia, e per la moltitudine della gente che qui contratta. Trovansi in essa confezioni, conserve, acque stillate di ogni maniera e simplici medicinali, come sono in tutte le speziarie di Italia; non costumano compositi di alcuna sorte. Sono gli uomini di questa terra massimamente persiani, e alcuni armeni, molto liberali e piacevoli, pieni di discrezione e gentilezze, amorevoli e vertuosi e di ogni opra intelligenti; fra essi son astrologi, e altri molto pratichi nel Testamento vecchio, là dove è fondata la legge maumettana, con addizione nuove che fece Maumetto.


Del Sofí, re di Persia, e sua legge; onde procede la differenzia ch'è fra Turchi e Mori di Arabia. Delle monete di Ormuz, e come il re di Ormuz venne a ricever il capitan maggiore.

Per quanto io possetti comprendere da questi tali, il Sofí, che è signore di Persia e di alcune terre di Arabia, Turchia e Tartaria, è totalmente maumettano, senza alcuna aderenzia con la fede nostra, e molto piú che tutti gli altri di tal legge. Ma la differenza ch'è fra Turchi e Mori di Arabia e di Africa contro al detto Sofí, procede dalli compagni che furno di Maumetto, che erano molti, i quali tutti gli altri maumettani dicono essere stati salvi e buoni, e il Sofí in opposito combatte, dicendo che solamente Aly, che fu genero di Maumetto, fu ambasciador e profeta di Dio come è Maumetto, ma non tanto grande, e che tutti gli altri furono falsi: e sopra questa differenzia sono le guerre contro al Turco. Detto Sofí è inclinato alla benevolenzia de' cristiani, per conoscer gli uomini d'ingegno, e piú oltre perché questi Persiani sono di buona natura e qualità. In questi Persiani viddi l'istoria di Alessandro Magno, ma per esser rara e in mano di gran signori non potei averla come desiderava.
Le monete di Ormuz sono saraffi e mezzi saraffi d'oro, i quali chiamano azar; evvi un'altra qualità di monete d'argento, che loro chiamano sadi, de' quali vale XX uno saraffo e X uno azar. Hanno anche una sorte di moneta di tanta finezza e sí buona che corre per tutte le terre di queste parti, cosí nella India e Arabia come nella Persia, e parmi che sia poco differente dallo argento di coppella: vagliono sei d'esse per uno ducato, e sei per uno saraffo; sono come un pezzo d'argento lungo e addopiato, battuto da ogni banda con stampa di lettere di Persia, e queste si chiamano tanghus.
Alla venuta del nostro capitan maggiore, il re d'Ormuz con li principali della città, accompagnato da molta gente di sua guardia, fu a riceverlo alla spiaggia del mare, vestito alla persiana, con una vesta lunga turchesca di veluto nero con liste d'oro, e in capo uno turbante di seta avolto a una beretta d'oro tirato, ritonda e a spichi, come la metà d'uno mellone, e nel mezo d'essa è levato un gambo composto della medesima opera, di grossezza di piena mano e lungo un palmo e mezzo: questa berretta costuma mandare il Sofí (in queste parti chiamato sciech Ismael) a' signori suoi sudditi e tributarii, in segno d'amicizia e obedienzia, la qual al presente tengono tutti i popoli di Persia e d'altre terre di detto sciech Ismael, e seguaci di sua setta. E in Ormuz, nella gente della corte del re, la maggior parte delle lor berrette sono di panno di lana vermiglio, e de' piú onorati di velluto o damasco di Persia o di broccato; e se ben mi ricordo, questa medesima portavano li mercanti persiani che furono nella nostra città l'anno 1514. Il capitan maggiore, doppo molta congratulazione, levò il re da mano destra sino al palazzo reale, ancor che lui recusasse molto tal compagnia; dipoi si tornò per la nostra fortezza, e questo giorno si fece festa generale per tutta l'isola.


Descrizione della fortezza d'Ormuz, e del presente fatto per quel re al capitan maggiore.

La fortezza d'Ormuz è grande di circuito, ben fondata di forte mura, con quattro faccie divise con otto torrioni, con le sue bombardiere da basso, che riscontrano l'una contra l'altra, battendo lungo il muro; ed è posta nella punta del triangulo di detta isola, dalla banda di terra ferma, fra la quale e l'isola è il porto. Il mare batte le mura da due bande; nel mezzo tiene un castello forte di monizione e vettovaglie, spiccato dalle mura della fortezza. Dentro dal circuito sono quattro cisterne riservate per ogni necessitade, perché in tutta l'isola fuora della città non è se non un pozzo, che non è bastante per la casa del re, e non si trova altro loco donde possino cavare per aver acqua, che tutta è salmastra; l'acqua dolce viene di terra ferma di Persia.
Il re, dopo quattro giorni della venuta del capitan maggiore, fu alla fortezza a visitarlo con un presente ricchissimo di varie gentilezze, fra le quai erano un cavallo persiano intiero, che son della medesima qualità di Turchia di forza, persona, bellezza e leggierezza, che con suoi fornimenti bellissimi fu stimato 1.000 saraffi; e piú gli diede una scimitarra damaschina con la vagina e fornimenti d'oro e perle e di pietre preziose di gran valore, e molte pezze di damasco di Persia, per i capitani che vennero con l'armata. L'altro giorno cavalcarono co' principali dell'armata e della città a veder l'isola, e in campo, a piè delli monti già nominati, il re con gli altri giovani portoghesi e persiani fecero molte correrie, menando in sua guardia CL cavalli leggieri e 600 uomini a piede, la maggior parte con arco e turcasso, vestiti con giubbe imbottite di seta e di gottone, e con turbanti e berrette rosse alla persiana, faccendo gran sollazzo tutto 'l giorno. Con questi piaceri stemmo quindeci giorni in Ormuz.


Dell'isola detta Baharem. Che sorte di mercanzie vengono di Persia per l'India.

In questo tempo vennero di Baharem molti navili, la qual è una isola lontana da Ormuz sei giorni di navigazione, posta nel sino di Persia dentro dalla banda donde sono i diserti di Arabia, i quali terminano in questo mare; e portarono gran quantità di perle, delle quali in quest'isola è il principal tratto di tutta Persia, sendo Baharem suddita al re d'Ormuz: e perché di qui si mandano nell'India per l'Arabia e per le provincie di Persia fino in Turchia, sono in tanto prezzo ch'io sto in dubbio se nella nostra terra vagliono tanto come qua. Similmente avemmo nuove ch'in un porto di terra ferma vicino a Ormuz X leghe stavano carovane di Siras e di Tauris, terre di Persia, e del mar Caspio e della provincia de' cristiani che termina a detto mare, e levavano seta, stravai, taffetà e damaschi, acqua rosata e d'ogni sorte stillate, aceti di menta, cavalli e robbia, che queste sono le mercanzie che vengono di Persia per l'India. E alcuni mercanti vennero in Ormuz e comperarono infiniti panni rossi nuovi e usati, che qui valevano assai, per far le berrette che già avemmo nominate; la maggior di loro restò nel porto aspettando la nostra partita, non fidandosi venire nell'isola dimorandovi l'armata.
Con questa carovana venne una lonza da caccia ch'il re di Ormuz aveva ordinato per mandare al re di Portogallo, il quale mandò a domandarla per la santità di nostro Signor, e consegnatola al capitan maggiore, ci partimmo il giorno di Tutti Santi. Lasciato però nella fortezza d'Ormuz molta gente per sua difensione, fummo costeggiando per lo stretto dalla banda di Persia, ed entrati nel mar d'India pigliammo porto nell'isola di Goa in termine de XXX giorni, che è lontan di Ormuz leghe 400. Qui avemmo nuove di diece navi grosse ch'erano venute di Portogallo con 2000 uomini, e che di già erano passati alle fortezze di Calicut e Cochin: il che diede gran letizia a tutta l'armata. Non facemmo dimora piú che tre giorni in Goa, e fummo subito a cammino di Cochin, dove arrivammo del mese di decembre: e qui finimmo un anno giustamente dal dí che di là eravamo partiti e passati alli travagli soprascritti. Qui mi trovo al presente, dando piú l'un giorno che l'altro grazie al nostro altissimo Signore Giesú Cristo di avermi condotto a salvamento e liberato di tanti pericoli corsi per questo cammino dello stretto, che non fu poca grazia il tornare in India, essendovi morta infinita gente e restandovi ancora nove navi, tra grandi e piccole, le quali non sappiamo se sono perdute, e già quest'anno non possono tornare: piaccia a nostro Signore che si siano salvate in qualche porto e che a tempo nuovo si aspettino per la India.
Dopo la tornata del capitan maggiore, non si attende ad altro che a mettere in ordine navi sei per Portogallo, le quali si partiranno per tutto questo mese di gennaio: e di già tre vanno alla vela, e questa sarà la quarta. Due d'esse sono ciascuna di duamila botte, e tutte l'altre di 800, 900 e 1000, e levano per il re 50.000 quintali di pepe e molto giengiovo, cannella e garofani, gomma lacca e seta della Cina, sandalo vermiglio, oltre a infinite ricchezze d'uomini particolari: piaccia a nostro Signor vadano a salvamento. Espedita tal commissione, partirà di nuovo un capitano per lo stretto del mar Rosso per andare sino al capo di Guardafuni, con sei o otto navi, per passare, dipoi espedito di là, all'isola d'Ormuz. Un altro per la costa di Cambaia con quattro navi; un'altra per il sino Gangetico, a discoprire il regno e porti di Bengala, dove non furono nostre navi per alcun tempo; e un'altra per Malaccha e per il sino Magno di Cina, e in questa è oppenione che andarà il capitan maggiore. L'Altissimo lasci seguire quello ha da essere piú suo servizio.
Io, per poter a mia sodisfazione investigare il vivere e costumi di queste terre, passarò questo anno con Piero Strozzi alla casa di san Tommaso, di qua distante leghe 250, dove fu' il primo anno che di qua comparsi; e di lí a Paleacate, porto del regno di Narsinga, nel qual dal regno di Pegu navigano gran somma di rubini, e con certi Armeni cristiani miei amici determino di transferirmi per la terra ferma e spendere cinque o sei mesi in vedere le provincie di tal regno, per tutte queste parti di potenzia e ricchezza nominato. Da Paleacate per mano di detto Piero Strozzi (che quest'anno prossimo dice che torna per la patria) di tutto darò notizia a V.S., piacendo a Iddio nostro Signore, il quale sempre si degni conservar quella con prospero e felice stato, e a me anche conceda grazia ch'io mi riduchi nella patria che tanto desidero, dove con umil riposo, in cambio di tanto travaglio, possa servire a quella, in questa e in ogni altra occorrente opportunità.



Viaggio in Etiopia di Francesco Alvarez
[1540]


Discorso sopra il viaggio della Etiopia.

Ancora che sopra questo viaggio, scritto per don Francesco Alvarez, infino alla corte di questo cosí gran principe detto il Prete Ianni, fusse il dovere di parlarne lungamente, conciosiacosaché del paese dell'Etiopia né da Greci né da Latini né da alcun'altra sorte di scrittori si legga, infino al presente, cosa alcuna degna di considerazione, e costui nelli suoi scritti (quali si siano) l'abbia in gran parte fatta aperta e manifesta; nondimeno, perché la materia è tanto utile, degna e ammirabile, sarebbe necessario discorrere molte cose per beneficio della cristianità, cioè della felicità che si potria avere del commercio con questo tal principe, e per quante vie si potria penetrare, e del profitto poi che se ne cavaria, che ardisco di dire che non saria forse minore di quello che apportò al mondo il discoprire fatto per il signore don Cristoforo Colombo; ma non potendosi far di meno di non toccare molte parti pertinenti a' principi, che non son cose nelle quali alcuno par mio si debba impacciare, ho giudicato che molto meglio sia passarmene leggiermente e lasciare questo carico ad altri, che potrian farlo senza alcun rispetto a ogni lor piacere. Solamente voglio che sia mio ufficio di far sapere a' benigni lettori che questa presente scrittura è un summario d'un libro grande e copioso, che scrisse il prefato don Francesco dimorando nell'Etiopia, sí come da persona degna di fede che l'ha veduto e letto mi è stato affermato. Del qual libro n'è stato cavato quello ch'è paruto all'intelletto di colui che con tanta confusione l'ha transcritto, lasciando infinite particularità delle cose naturali toccate dal detto auttore. E che questo sia il vero, io ne ho veduto la prova, perciò che la copia mandatami dal signor Damiano di Goes si trova in molti luoghi diversa dal detto libro stampato in Lisbona per ordine di quel serenissimo re, sí che mi è bisognato, di tutti dui mutilati e imperfetti, farne uno intiero.
Questa fatica di abbreviare un cosí copioso volume doveva esser data a persone intelligenti e dotte, che avessero saputo fare una scelta di tutto quello che era importante alla cognizione, perché i lettori al presente desiderarebbero molte cose essenziali, che si veggono esser state pretermesse. Pur come si sia, abbino pazienzia coloro che si diletteranno di leggerlo dal principio al fine, e non sia loro noioso il confuso e fastidioso scrivere, essendo questo simil modo di dettare molto naturale agli uomini di quel paese, né pensano che meglio si possa né debbia fare: ch'io prometto a quei la fede mia che, con questo cosí rozzo e duro scrivere, alla fine averanno tanta cognizione dell'Etiopia che per li tempi presenti doverà loro esser bastevole. E Dio volesse che di molte altre parti al mondo, a noi incognite, ne sapessimo tanto quanto di queste ne sapemo per lo scrivere di costui. E se per il prefato don Francesco si fusse usata diligenzia di aver voluto veder li fonti del Nilo e il suo corso, con la prima caduta che è nel regno di Bagamidri, e con la cognizion dell'astrolabio che hanno tutti li marinari portoghesi avesse pigliata l'altezza sopra l'orizonte dell'uno e l'altro polo in tutti li luoghi dove egli si è trovato, non è dubio alcuno che l'uom resteria piú satisfatto. Ma chi sa che qualche gran principe d'Italia, indutto dalla lezion di questi libri e dalla facilità che vederà del cammino alla corte di questo principe de' Negri e dell'Indie orientali, non vi mandi qualche valent'uomo, che pigliarà le dette altezze e vorrà veder li fonti del Nilo e le sue cadute, descrivendo infinite particolarità delle cose naturali, con miglior e piú ordinato modo che non ha fatto questo nostro scrittore. E cosí il mondo si andrà ogni ora piú discoprendo a faccendo piú bello, con immortal gloria di quelli che ne saranno causa e satisfazion de' studiosi.


Viaggio nella Etiopia al Prete Ianni fatto per don Francesco Alvarez portughese.

Nel nome di Iesú, amen. Io Francesco Alvarez, prete di messa, che per spezial comandamento del re nostro signor don Emanuel, che Idio l'abbia nella sua santa gloria, andai con Odoardo Galvan, gentiluomo della sua casa e del suo consiglio, il qual fu secretario del re don Alfonso e del re don Giovanni suo figliuolo fino alla sua morte, e per il re don Emanuel mandato ambasciadore al re Prete Ianni, ho determinato di scrivere tutte le cose che in questo viaggio ne accadettero, e le terre dove fummo, e le loro qualità, costumi e usanze che in quelle trovammo, e come son conformi alla cristianità, non riprendendo né approvando i loro costumi e usi, ma lasciando il tutto ai lettori (che mi potriano insegnare) come di laudare, emendare e correggere quello che loro parerà esser il meglio. E perché io potrei alcune volte, parlando di una terra e poi d'un'altra, parer che insieme le confondessi, dico che noi siamo stati in questi paesi sei anni continui, nelli quali io ho voluto sapere gran parte delle terre, regni e signorie del detto Prete Ianni, e delli suoi costumi e usanze, alcune di veduta e alcune altre di udita da chi ben le sapeva, e come io le ho sapute cosí le ho scritte, cioè esprimendo le vedute per vedute e le udite per udite. E perciò giuro sopra l'anima mia ch'io non dirò bugia alcuna, e cosí come spero e confido nel nostro Signor Iddio che la nostra confessione abbia a esser vera alla mia fine, cosí sarà ancora il presente mio scrivere, perché mentendo al prossimo si mente a Iddio.


Come Diego Lopes de Secchiera, succedendo al governo delle Indie
dopo Lopo Soares, condusse Matteo al porto di Maczua.
Cap. I.

Perché io dico ch'io andai con Odoardo Galvano (a chi Dio perdoni), cosí è la verità, ed egli morí in Camaran, isola del mar Rosso, e non ebbe esecuzione la sua ambasciata, nel tempo che Lopo Soares era gran capitano delle Indie, come già largamente ne ho scritto, il che lascio ora di raccontare per non esser al proposito; e seguitando solamente di scrivere quello che sarà necessario, dico che, succedendo Diego Lopes de Secchiera al governo dell'India dopo Soares, messe ad effetto quel che Lopo Soares non volle mai eseguire, cioè di condur Matteo (il quale fu mandato ambasciadore dal Prete Ianni al re di Portogallo) al porto di Maczua vicino a Ercoco, ch'è porto e terra del Prete Ianni. Il qual Diego Lopes fece una bella e grossa armata, e con quella navigammo nel detto mar Rosso, e giugnemmo alla detta isola di Maczua il lunedí della ottava di Pasqua, alli XVI del mese d'aprile, l'anno MDXX, la quale trovammo tutta vota di gente, perché di cinque o sei giorni avanti avevano avuta notizia della nostra venuta. Questa isola è lontana dalla terra ferma poco piú o meno di due tratti di balestra, là dove i Mori della detta isola erano fuggiti con le loro robbe.
Surgendo adunque l'armata fra l'isola e la terra ferma, il martedí seguente vennero a noi della terra d'Ercoco un cristiano e un moro. Diceva il cristiano che il luogo d'Ercoco era de' cristiani, e sottoposto a un gran signore chiamato Barnagasso, suddito del Prete Ianni, e che gli abitanti di quest'isola di Maczua e d'Ercoco, quando venivano i Turchi, tutti fuggivano alle montagne; ma che al presente non avevano voluto fuggire, sapendo come eravamo cristiani. Udendo questo, il gran capitano dette grazie a Dio della notizia che trovava del nome cristiano, e questo fece gran favore a Matteo, che prima non era in troppo buon conto; e ordinò che fusse dato una ricca vesta al cristiano e al moro, e mostrò di avere molto piacere, dicendo loro che avevano fatto il debito loro, cioè di non si partire del luogo d'Ercoco, poi che egli era de' cristiani e del Prete, e che la sua venuta non era se non per far servizio e piacere al detto Prete e a tutti li suoi, e che se n'andassero alla buon'ora e stessero sicuri.


Come il capitano d'Ercoco venne a visitare il capitano maggiore,
e della maniera come ei venne, e d'alcuni frati del monastero della Visione.

Cap. II.

Il giorno seguente, che era il mercore, venne il capitano del detto luogo d'Ercoco a parlare al gran capitano, e gli portò a donare quattro buoi; e il gran capitano gli fece molte carezze e onore, e donogli alcune pezze di seta, e seppe piú compiutamente che gli abitatori di quel paese erano cristiani e che già era stata data notizia della nostra venuta a Barnagasso, signore della terra. Questo capitano venne sopra un buon cavallo, e portava una bedena sopra una ricca camicia fatta alla moresca, accompagnato da XXX uomini a cavallo e ben CC a piedi; e dopo una grande e graziosa pratica che per mezzo degl'interpreti ebbero insieme, sapendo ancora il gran capitano parlar arabico, si partí questo signor d'Ercoco con le sue genti, ben contento, come a noi parve.
Lontano da questo luogo da XX in XXIIII miglia è una montagna molto alta, dove è un monasterio di frati molto nobile, il quale Matteo spesso nominava, che si chiama de Bisan, cioè della Visione. Ebbero i detti frati notizia di noi, e il giovedí dopo l'ottava vennero sette frati del detto monastero, alli quali andò incontro il gran capitano fino alla spiaggia, con tutte le genti, con molto piacere e allegrezza: e cosí mostravano di avere anche loro, e dicevano che era molto tempo che aspettavano i cristiani, perché avevano nei loro libri profezie che dicevano che a questo porto doveano venire cristiani, e quivi si apriria un pozzo, il quale aperto che fusse, non vi sariano piú mori, con molte altre parole a simil proposito convenienti. A tutte queste cose era presente l'ambasciador Matteo, al quale i detti frati fecero molto onore, baciandogli le mani e le spalle secondo il loro costume: e all'incontro egli di loro pigliava grandissimo piacere. Dicevano i detti frati che guardavano la festa di Pasqua insieme con gli otto dí seguenti, e che essi in quelli dí non andavano in viaggio né facevano alcuno servizio, ma che, subito che essi udirono dire che i cristiani erano giunti nel porto (cosa a loro tanto desiderata), dimandorno al suo maggiore licenzia per venire a far questo cammino per servizio di Dio, e che similmente era stato avisato Barnagasso della nostra venuta, ma che esso non si partiria da casa sua se non otto dí dopo Pasqua. Finiti questi ragionamenti, il gran capitano volse tornare al suo galeone, insieme con li suoi e con i detti frati, incontro alli quali vennero i nostri con le croci, vestiti con li piviali, e dettero loro a baciare le dette croci, alle quali essi fecero molta riverenzia. Dapoi fu lor dato da far collezione molte conserve di confezioni e zuccheri, che cosí ordinò il gran capitano. Si ragionò con loro sopra molte pratiche di piacere e allegrezza, essendo avvenuta quella cosa tanto desiderata dall'una parte e dall'altra, e ora veramente adempita. Partironsi poi i detti frati e andorono a dormire in Ercoco.


Come il gran capitano fece dir messa nella moschea di Maczua, e comandò che la si intitolasse Santa Maria della Concezione, e come mandò a vedere il monasterio della Visione.
Cap. III.

Il venerdí dopo l'ottava, che fu alli XX d'aprile, la mattina molto a buon'ora tornarono i frati alla spiaggia, e furono mandati ad incontrare molto onoratamente; e il gran capitano con li suoi e con i frati se ne passarono all'isola di Maczua, nella moschea maggiore, dove fu detta la messa delle Cinque Piaghe, per esser venerdí. La quale finita, ordinò il gran capitano che detta moschea si dovesse chiamare Santa Maria della Concezione, e cosí dapoi ogni giorno dicemmo messa in quella. Ed essendosi ritirati alle navi alcuni de' frati furono con Matteo e altri con il gran capitano, e cosí a questi come a quelli furono fatti presenti per il vestir loro d'alcune tele di cottone grosse, che di tal sorte si vestono, e d'alcune pezze di seta per il suo monasterio, e d'alcune ancone e quadri dipinti e campanelle. Sogliono tutti questi frati portar alcune croci in mano, e l'altre genti le portano al collo, fatte di legno negro: e le nostre genti tutte compravano di dette croci che portavano al collo, per essere cosa nuova e fra noi non costumata.
Stando questi frati cosí fra noi, il gran capitano ordinò che un Ferrando Diaz, che sapeva la lingua arabica, dovesse andar a vedere il lor monasterio, e per dargli maggior credito, e accioché meglio intendesse il tutto, per poter scrivere al re nostro signore, vi mandò insieme il licenziato Pietro Gomes Tessera, auditore delle Indie. I quali, ciascuno per sé, referirono che il detto monasterio era cosa grande e bella, e per tanto dovessimo ringraziar Dio che in cosí lontani paesi e per cosí lunghi mari, fra tanti inimici della nostra fede, noi trovavamo cristiani con monasteri e case d'orazione, ove Iddio era laudato. Detto auditore portò del detto monasterio un libro di carta bergamina, scritto nella sua lettera, per mandare al re nostro signore.


Come si viddero insieme il gran capitano e Barnagasso,
e si ordinò che don Rodrigo de Lima andasse al Prete Ianni con Matteo.

Cap. IIII.

Il martedí alli XXIIII di aprile, venne Barnagasso al luogo d'Ercoco e ne fece intendere della sua venuta. Il gran capitano, pensando che verria a parlargli alla spiaggia, ordinò che fussero fatte tende, e acconciati panni meglio che si potesse e luoghi da sedere. Preparate queste cose, venne nuova come Barnagasso non voleva venire in quel luogo: e subito vi mandò a parlare Antonio de Saldanza, e in Ercoco trovò che l'ordine era di vedersi al mezzo del cammino, e cosí ci preparammo per andare con il gran capitano per mare fino alla metà del cammino in terra, dove avevano da vedersi. Vennevi prima Barnagasso, ma non volse appressarsi dove era stato preparato. Dismontato il gran capitano, vedendo come non voleva arrivare ivi, fece portare li preparamenti avanti ove esso stava: il quale ancora, per mantener la grandezza e reputazion sua, non volse muoversi con le sue genti per appressarsi al luogo preparato, e fu forza far ritornare di nuovo il detto Antonio di Saldanza con Matteo ambasciadore, i quali terminarono che ambedui ad un tempo si movessero, cioè il gran capitano e Barnagasso. E cosí fecero, e si viddero e parlarono insieme in una campagna molto grande, sedendo nel piano sopra alcuni tapeti. E fra molte cose che ragionarono insieme, ringraziando Dio di questo loro abboccamento, disse Barnagasso che avevano nelle loro scritture e libri antichi come i cristiani di lontani paesi dovevano venire in quel porto a trovarsi con le genti del Prete Ianni, dove fariano un pozzo d'acqua viva, per il che non vi stariano piú mori: la qual cosa vedendo che Dio l'aveva già adempita, essi la dovevano tra loro confermare e giurar buona amicizia e benevolenzia. E preso in mano una croce d'argento, che per questo era ivi stata apparecchiata, Barnagasso disse che giurava sopra quel segno di croce, sopra il quale il Signor nostro ebbe passione, in nome del Prete Ianni suo signore, che sempre daria favor e aiuto alle genti e cose del re di Portogallo, e anco alli suoi capitani che venissero al detto porto, o vero ad altri porti e terre dove aiuto e soccorso gli potesse dare; e cosí prenderia in sua protezione l'ambasciador Matteo, e altri ambasciadori che il gran capitano volesse mandare per lí regni e signorie del Prete Ianni, insieme con tutte le genti e robbe che portassero. E altrotanto giurò il gran capitano di fare per le cose del Prete Ianni e di Barnagasso, ivi e in ciascun luogo che le trovasse, e che 'l medesimo fariano gli altri capitani e signori del re di Portogallo. Il gran capitano donò a Barnagasso una bella armatura e alcune pezze di panni di seta, e Barnagasso dette al gran capitano un cavallo e una mula molto buoni: e cosí si partirono, lieti e contenti dall'una parte e dall'altra. Questo Barnagasso menava seco ben 200 uomini a cavallo e sopra mule e da duemila uomini a piedi.
Vedendo i nostri gentiluomini e capitani queste cosí buone nuove che Dio ne aveva mandate, e che si apriva il cammino per esaltare la sua fede catolica, del che per avanti ne avevamo avuta poca speranza che dovesse succedere, tenendo tutti questo Matteo non per vero ambasciadore, ma per uomo falso e bugiardo, onde solamente erano di opinione che si dovesse mettere in terra e lasciarlo andare al suo cammino, vedute queste cose (come abbiamo detto), tutti si sollevorono, dimandando ciascuno di grazia al gran capitano che li lasciasse andare con il detto Matteo per ambasciadore al Prete Ianni, conciosiacosaché, per quello che avevano veduto, si conosceva certo detto Matteo esser vero ambasciadore. E ancora che molti dimandassero questo carico, nondimeno fu dato a don Rodrigo de Lima, e il gran capitano elesse quelli che con lui dovessero andare, i quali furono questi: primieramente don Rodrigo de Lima, Giorgio di Breu, Lopo de Gama, Giovanni Scolaro, scrivano dell'ambasciaria, Giovanni Gonsalves, interprete e fattor di quella, Emanuel de Mares, sonatore d'organi, Pietro Lopes, maestro Giovanni medico, Gasparo Pereira, Stefano Pagliarte, tutti duoi allievi di don Rodrigo, Giovanni Fernandez, Lazaro de Andrade pittore, Alfonso Mendez e io, indegno sacerdote Francesco Alvarez. Tutti li sopradetti andammo in compagnia con don Rodrigo, e similmente andavano con Matteo tre Portoghesi, uno de' quali si chiamava Magaglianes, l'altro Alvarenga, il terzo Diego Fernandez.


Delli presenti che don Rodrigo portò al Prete Ianni.
Cap. V.

Subito furono ordinati i presenti che avevano da mandarsi al Prete Ianni, non già simili a quelli che il re nostro signore gli mandava per Odoardo Galvan, perché già quelli erano stati malamente dispensati in Cochin per Lopo Soarez; e quello che se gli mandava al presente era cosa povera, ma solamente per fare scusa che le preziose pezze e cose che se gli portavano erano restate nell'India, e che dapoi le se gli mandariano. Gl'infrascritti sono li presenti che portammo al detto Prete Ianni, cioè una spada e un pugnale molto ricchi e belli, quattro panni di razzi a figure per coprir le mura, molto fini, una bella corazza coperta di velluto e un ricco celatone indorato, due pezzi d'artigliaria con quattro code, alcune ballotte e alquanti barili di polvere, un napamondo e un organo.
Noi andammo in Ercoco, dove fummo consignati a Barnagasso, il qual ne fece alloggiare discosto due o tre tiri di balestra, in una pianura ch'è a' piedi d'un monte, dove subito ne mandò a donar un bue, pane e vino del paese. Dimorammo ivi perché in quel luogo ne avevano da provedere di cavalcature e camelli, per portare tutte le robbe nostre. Questo giorno era il venerdí, e perché in questo paese si osserva la legge vecchia e nuova, ci riposammo il sabbato e la domenica, per guardarsi tutti duoi questi giorni. In questo tempo l'ambasciador Matteo si affaticò molto, con don Rodrigo e con tutti noi altri, che non dovessimo essere con Barnagasso, ancora che esso fusse gran signore, ma che molto meglio era andare al monasterio della Visione, dove ne saria data miglior espedizione che dal detto Barnagasso. Onde, fattogli intendere come non avevamo di andare da lui, si partí e andossene al suo cammino: nondimeno ci fece dare XIIII cavalcature e X camelli per le robbe.


Del giorno nel quale l'armata, sopra la quale venne don Rodrigo, si partí dal porto; e del cammino che noi facemmo fino a mezzogiorno; e d'un gentiluomo che ne venne a ritrovar.
Cap. VI.

Partimmo di questa pianura, vicina al luogo di Ercoco, il lunedí alli 30 d'aprile, nel qual giorno, mentre che noi riposammo, se n'uscí l'armata del porto, ancora che ne avessero promesso di non partirsi fino che non vedessero la total nostra espedizione e che cammino noi prendessimo. Noi dal detto luogo non andammo piú di due miglia, che ci fermammo a mezzodí appresso un fiume secco, che non aveva acqua se non in alcune pozzette: e perché il paese per il quale avevamo a camminare era secco e sterile, e li caldi erano grandissimi, tutti portavamo le nostre zucche e boccali di cuoro e utri con acqua. Sopra questo fiume erano molti arbori di diverse sorti, fra li quali erano salici e arbori di giuggiole e altri allora senza frutto.
Stando sopra questo fiume, a mezzodí arrivò un gentiluomo, nominato Framasqual, che nella nostra lingua vuol dire "servo della Croce", il quale nella sua negrezza era cosí bello che dimostrava ben esser gentiluomo, e dicevano ch'era cognato di Barnagasso, cioè fratello di sua moglie. Avanti ch'esso arrivasse a noi, dismontò da cavallo, per esser questo il loro costume, e l'hanno etiam per una cortesia. L'ambasciador Matteo, udendo la sua venuta, disse che egli era un ladrone e che veniva per rubarne, e che tutti dovessimo pigliar le nostre armi: ed esso Matteo pigliò la sua spada e si messe la celata in testa. Udendo Framasqual questo rumore, mandò a dimandar licenzia di potersi approssimare, e ancor che esso non l'avesse da Matteo, pure s'accostò a noi, come uomo ben creato e cortese e come persona allevata in corte. Aveva questo gentiluomo un molto buon cavallo dinanzi a lui, e una bella mula sopra la quale veniva, e quattro uomini a piedi.


Come Matteo fece lasciare a don Rodrigo la strada e camminare per certi monti
e per boschi e per un fiume secco.
Cap. VII.

Partimmo da questo alloggiamento tutti insieme, e questo gentiluomo, cavalcando sopra la sua mula col cavallo avanti, s'accostò all'ambasciador don Rodrigo con l'interprete, e andarono un gran pezzo parlando e pratticando insieme. Era, cosí nel parlare come nel rispondere, molto gentile, costumato e cortese, e l'ambasciadore ne rimase sommamente sodisfatto; ma Matteo non lo poteva vedere, e non faceva altro se non dire ch'esso era un ladrone. E andando noi per una molto buona strada, e per la quale camminava molta altra gente ch'era alloggiata nel sopradetto luogo con noi, Matteo lassò quella strada, che era larga e piana, e si pose per certi boschi folti e monti dove non era cammino, e per quella parte fece andare i camelli e noi con loro. E dicendo Framasqual ch'eravamo fuori di strada, e non sapeva perché costui faceva questo, tutti cominciammo a gridare, perché esso ne menava per monti a perderci e rovinare tutto quello che portavamo, lassando le strade maestre. Udendo Matteo li nostri lamenti, e che tutti gli eravamo contrarii, dette volta e fu forza circondare una montagna, per venir sopra la strada maestra, piú di sei miglia; e avanti che a quella arrivassimo, venne un'angoscia a Matteo, di sorte che pensammo che fusse morto, perché gli durò per ispazio di una ora. E tornato in sé, pregammo duoi uomini che l'aiutassero a stare sopra la mula, e noi demmo volta, tanto che arrivammo alla strada maestra, dove trovammo una carovana de camelli e genti che venivan da Ercoco, perché non camminano se non in carovana per paura dei ladri. Dormimmo tutti in un bosco dove vi era acqua, il quale era luogo ordinario per alloggiar carovane, e il detto Framasqual con esso noi, tenendo noi e quei delle carovane tutta notte guardie, per tema delle fiere.
Partimmo di quel luogo l'altra mattina, camminando sempre sopra fiumi e torrenti secchi, e da una parte e l'altra erano montagne altissime, con gran boschi d'arbori di diverse sorti, bellissimi e altissimi, la maggior parte senza frutto: e fra quelli n'erano alcuni i quali cognobbi che si chiamano tamarindi, e fanno graspi come di uva, che sono fra' negri apprezzati, perché fanno di quelli vin garbo e ne portano a tutte le fiere, sí come fanno delle uve passe. Li fiumi e strade ove andavamo si dimostravano alte e dirupate, il che nasce per la furia dell'acqua dei nembi e temporali mischiati con tuoni, le quali acque non impediscono il camino, secondo ne dissero: e noi il vedemmo in altre parti simili. Il remedio era, nella ora di detti nembi, fermarsi sopra qualche costiera due ore, fino che l'impeto di detti nembi corra giú. E per grandi e terribili che questi fiumi si faccino per detti nembi, subito che l'acqua scorre fra quelle montagne e viene al piano, ella si disperde asciugandosi e non arriva al mare: e non potemmo sapere che fiume alcuno d'Etiopia entri nel mar Rosso, che tutti finiscono come arrivano nella terra piana e campagna. In queste montagne e rupi sono animali di diverse generazioni, sí come vedemmo, cioè elefanti, leonze, tigri, tassi, ante, cervi, senza numero, e di tutte le sorti, salvo che due, che non le viddi né udi' dire che vi fussero, cioè orsi e conigli. Vi erano anco uccelli di tutte le sorti che cantano che si possino imaginare, e anco perdici, quaglie, galline salvatiche, colombi, tortore, che coprivano il sole, e di tutte quelle sorti che sono nelle nostre parti, eccetto che non vi viddi né gazuole né cucchi. Per tutte queste fiumare e rupi, viddi infinite erbe odorate che non cognobbi, se non il basilico, che era infinito, e rendeva un molto buono e soave odore, e aveva la foglia di diverse sorti.


Come Matteo li fece uscir di nuovo di strada, e li fece andar
per boschi al monasterio della Visione.
Cap. VIII

Venendo la ora di riposarsi, Matteo determinò di farne uscire di nuovo fuora della strada maestra, per farne andare alla volta del monasterio della Visione per montagne e boschi foltissimi di arbori molto alti. Consigliatici noi con Framasqual, ne disse che il cammino al detto monasterio era di tal sorte che le nostre robbe, portandole in spalla, non vi si potriano conducere, e la strada che era quella delle carovane per onde vanno i cristiani e i mori sicuramente, senza che alcuno faccia lor dispiacere, e che manco fariano a noi, che andavamo per servizio del re. E con tutto questo noi seguimmo pur la volontà di Matteo, e nell'alloggiamento dove noi dormimmo si fecero gran contrasti sopra detto cammino, dicendosi che saria meglio tornare adietro, sopra la strada che avevamo lasciata. Udendo questo, Matteo disse che gl'importava molto arrivare al detto monasterio della Visione, dove non staria piú di sette o vero otto giorni, che subito ci partiremmo (nondimeno egli vi restò per sempre, perciò che vi morí), e che poi andremmo al nostro viaggio in buona ora: e cosí determinammo di fare il suo volere, vedendo che gl'importava tanto, e che diceva di farne alloggiare in una villa a piè del monasterio.
Partimmo di questo alloggiamento e camminammo per un molto piú aspro e difficil paese e per maggiori e piú folti boschi, essendo noi a piedi e le mule avanti, le quali non potevano camminare. Li camelli davano gridi al cielo che parevano indiavolati. A tutti noi pareva che Matteo ne avesse posti in quel cammino per farne morire o per farne rubare, percioché quivi non si poteva far altro se non chiamar Dio in nostro aiuto, e le selve erano tanto oscure e paurose che gli spiriti non arebbeno ardire d'andarvi. Si vedevano molti animali salvatichi e feroci senza numero, a mezzo del dí, andar qua e là senza aver timor di noi. Con tutto questo andammo pur avanti, e cominciammo a trovar genti del paese, che guardavano i lor campi seminati di miglio zabburro: e vengonlo a seminare di lontano sopra queste montagne altissime e dirupate. Similmente si vedevano pascere molte mandrie di bellissime vacche e capre. Queste genti che quivi trovammo, erano tutte ignude e mostravano quasi ogni lor parte; erano molto negri, e dicevano essere cristiani. Avevano seco le loro mogli, le quali si coprivano le parti vergognose con un pezzetto di panno mezzo rotto. Avevano le donne sopra la testa una cuffia fatta a modo di diadema, negra come la pece, e li capelli rivolti in tondo, a modo di candele di sevo o candele picciole: la negrezza di queste cuffie, con queste treccie di capelli attaccate a quelle, parevano cosa molto strana a vedere. Gli uomini avanti le loro parti vergognose avevano un pezzo di pelle.
Andando cosí avanti per molti altri boschi che non si potevano passare, ed essendoci messi a piedi e li camelli discaricati, vennero a trovarne X o XII frati del monasterio della Visione, fra li quali erano 4 o 5 molto vecchi, e uno piú di tutti, al quale facevan tutti gli altri riverenzia e baciavangli le mani: e noi facemmo il medesimo, perché Matteo ci diceva che era vescovo, e dapoi sapemmo che non era vescovo, ma aveva titolo di david, che vuol dire guardiano, e che nel monasterio era un altro sopra di lui che chiamano abba, che vuol dire padre, che è come provinciale; e per la loro età e secchezza (ch'erano quasi come legni) parevano uomini di santa vita alla prima vista. Andavano i detti frati per quei boschi raccogliendosi li loro seminati migli, come anco li dritti che pagano loro quelli che in queste montagne e boschi seminano. Le loro vesti erano pelli di capra concie; altri portavano panni vecchi di gottone gialli, senza scarpe.
Di qui non partimmo fin tanto che i camelli non riposarono alquanto. Dopo per ispazio di mezzo miglio arrivammo a piè d'una montagna molto aspra e difficile, ove i camelli non potevano ascendere e malamente le mule vote, e quivi ci posammo a piè d'un arbore con tutte le nostre robbe, e Matteo con le sue, e Framasqual con noi, e i frati, e principalmente quelli piú vecchi: e quello piú onorato di tutti ne mandò a donare un bue, del quale cenammo, e fummo poi in gran dispute onde potessimo uscire, o veramente che cammino dovessimo tenere, perché non vedevamo rimedio alla nostra uscita. Dormimmo tutti insieme, cioè l'ambasciadore, i frati e Framasqual.


Come dissero messa, e come si partí Framasqual da loro,
e noi andammo a un monasterio, dove la nostra gente si ammalò.

Cap. IX.

Nel seguente giorno (che fu Santa Croce di maggio) dicemmo messa a piè d'un arbore, in onore della vera Croce, la quale pregavamo che ne dovesse insegnar la strada; e li nostri Portoghesi dimandavano con divozione grazia al nostro Signor Dio che, sí come a santa Elena fu aperta la via di trovare la vera Croce, cosí a noi si aprisse la strada, che ne era tanto serrata, della nostra salute. Dopo disinare, l'ambasciador Matteo ordinò che si caricassero le sue robbe sopra le spalle de' negri, per portarle ad un monasterio piccolo, distante da noi mezza lega, detto San Michel de Iseo: con le qual robbe andammo Giovanni Scolaro scrivano e io, a piedi, per non esser terra né cammino per mule, per vedere se dovevamo andar tutti al detto monasterio o vero tornar indrieto. Quivi Framasqual si partí da noi.
Arrivammo al monasterio mezzi morti, sí per l'asprezza del cammino e difficil ascesa, come anco per il caldo grande che faceva; e riposati alquanto, veduto il monasterio, ritornò lo scrivano a ritrovar gli altri, e disse loro ciò che vi era, e delle case dove potevamo alloggiare con le nostre robbe. Nel giorno seguente, a' 4 di maggio, venne al monasterio tutta la nostra gente con le nostre robbe, che erano restate a' piedi del monte, facendole portare sopra le spalle dei negri. Ma la notte avanti non cessò l'inimico Satanasso di metter questione fra i nostri, conciosiacosaché l'ambasciador nostro dicesse che si doveva consigliare quello che si aveva da fare, per servizio di Dio e del re e salvazione della nostra vita e onore: uno rispose che nella compagnia erano uomini che non lo volevano fare, e sopra questo vennero alle arme, e volse Dio che non fu altro. Subito che furono nel monasterio, gli feci far pace, riprendendoli di tal parole dette contra di lui che era nostro capo, e che quello che diceva era per servizio di Dio e del re e per nostro utile. Alloggiammo nel monasterio di San Michele, pensando che fra sette o vero otto giorni ci dovessimo partire: e veramente ne dettero molto buon alloggiamento, e il medesimo ci era confermato per Matteo, che noi non vi dimoraressimo piú di sette o vero otto giorni.
Stando noi, venne il detto Matteo con un roverscio, e ne disse che aveva scritto alla corte del Prete Ianni e alla regina Elena e al patriarca Marco, e che la risposta non poteva venire in manco di XL giorni, e senza quella noi non potevamo partire, perché di quel luogo ne avevano a provedere e far venire mule per noi e per le nostre robbe. E non stette saldo ancora sopra questo, ma venne a dire che già si cominciava a far il verno, il quale durava circa tre mesi, nelli quali noi non potremmo camminare, e che per questo era necessario che noi ci comprassimo da vivere. Da un'altra banda ne diceva che s'aspettava il vescovo del monasterio della Visione, che veniva dalla corte, il quale ne daria la nostra espedizione: e questo che costui dimandava vescovo, non era, ma era provinciale della Visione, come si è detto di sopra. Del verno e della venuta di questo provinciale i frati di questo monasterio s'accordavano, e anche quelli della Visione, con Matteo, perché tre mesi del verno non camminano in questo paese, cioè mezzo giugno, luglio, agosto, fino a mezzo settembre, che è verno universale; e similmente della venuta di quello che chiamavano vescovo, di non tardar molto.
Non passò molto dopo la nostra arrivata quivi che le nostre gente si ammalarono, cosí li Portoghesi come li schiavi, che pochi o niuno restarono che non fussero tocchi, e molti quasi fino al punto della morte: e bisognò salassarli molte fiate e purgarli. Ne' primi si ammalò maestro Giovanni medico, il quale era tutto il nostro rimedio: piacque pur a Dio che si risanò, e fu quello che di lí avanti s'adoperò per noi altri con tutte le sue forze. Fra questi si ammalò Matteo ambasciadore, al quale furon fatti molti rimedii; e parendogli già di star molto bene ed esser gagliardo, si levò e ordinò di far condurre le sue robbe ad una villa della Visione, dove stavano alcuni frati, e chiamasi Giangargara, la qual è nel mezzo del cammino fra questo monasterio e quello della Visione, dove tengono le lor vacche e armenti, per esservi molte buone case e abitazioni. Quivi mandate le sue robbe, ed essendovi egli insieme arrivato, due giorni dopo mandò a chiamar maestro Giovanni, il quale, lasciati tutti gli ammalati, l'andò a trovare; e non tardò molto dapoi che l'ambasciador don Rodrigo, Giorgio de Breu e io fummo a vederlo, e lo trovammo molto travagliato. Ritornò don Rodrigo e Giorgio de Breu, e io restai con lui tre giorni, fino che ei rese l'anima al nostro Signore, che fu a' 24 di maggio, l'anno MDXX: e io lo confessai e communicai, e feci il suo testamento in lingua portoghese, ma ei fu anche fatto in lingua abissina per un frate del detto monasterio. Subito che ei fu morto, vennero don Rodrigo, Giorgio de Breu e Giovanni Scolaro scrivano, e gran parte dei frati della Visione, e lo facemmo portar a sepelire molto onoratamente al detto monasterio, ove gli facemmo l'officio e messe secondo il nostro costume, e i frati lo fecero secondo il suo.
In questa propria notte che morí Matteo, morí anco Pereira, servitore dell'ambasciador don Rodrigo. Fatte le esequie di Matteo, l'ambasciadore, Giorgio de Breu, Giovanni Scolaro e certi di detti frati ritornarono alla villa ove era morto Matteo, nella quale erano restate le sue robbe, volendo di quelle farne inventario, acciò ch'elle fussero date a coloro alli quali esso ordinava per Francesco Matteo, che era suo servitore e datogli dal re di Portogallo libero, essendo per avanti moro e schiavo, e che aveva tutte le robbe in suo potere. Costui si messe a non voler che si facesse inventario e non volse mostrar le robbe, e i frati tenevano col detto Francesco, sperando di averne qualche parte: e vedendo questo, don Rodrigo gli lassò con la sua fantasia e si partí alla buon'ora. Il detto Francesco Matteo e i frati portarono le robbe al monasterio della Visione, dove le salvarono fino che di là ci partimmo per la corte, e di là le mandarono alla corte del Prete Ianni per darle alla regina Elena, a chi Matteo ordinava che fussero date.


Come l'ambasciadore mandò a dimandar aiuto per la sua espedizione a Barnagasso.
Cap. X.

Stando noi quivi senza alcuno aiuto ed essendo già passati molti giorni che aspettavamo, non venendo alcuna risposta né nuova della venuta del detto provinciale che si aspettava, non sapendo noi che fare si dovesse, fu determinato di mandar a chiedere a Barnagasso che ne volesse dare qualche aiuto per la nostra partita, accioché noi non stessimo a consumarci in quel luogo. Sapendo questo, i frati l'ebbero molto a male e, chiamato da parte don Rodrigo, lo persuasero che non vi mandasse e che aspettasse la venuta del provinciale, che saria fra X giorni; e che, non venendo, loro ci dariano le cose necessarie per il nostro cammino. E perché costoro sono genti di poca fede, non si fidavano di noi: ancora che l'ambasciadore lo promettesse loro, pur ne volsero dar a tutti giuramento sopra un crocifixo che noi aspettassimo li detti X giorni, e cosí ancor loro giurarono di adempir quello che ne avevano promesso. E acciò che dall'una banda e dall'altra non si restasse in vano, e succedendo tutti due potessimo eleggere la miglior parte, ordinò l'ambasciadore che dovesse andar a parlare a Barnagasso Giovanni Gonsalves, fattore e interprete, con Emanuel de Mares di due altri Portoghesi, a ricordargli il giuramento che aveva fatto di favorire e aver in sua protezione tutte le cose del re di Portogallo, e a pregarlo che ne volesse dar aiuto per la nostra andata: e in capo di X giorni il detto fattore ne rimandò indrieto uno dei detti Portoghesi con una buona risposta, e insieme venne anche un uomo del detto Barnagasso, il qual ne disse che ne daria buoi per portar le nostre robbe e mule per le nostre persone. Dal canto dei frati non venne cosa alcuna.


Della maniera e del sito dei monasterii e de' loro costumi,
e primamente di questo di San Michele; e delle cerimonie di questi religiosi.

Cap. XI.

Primamente questo monasterio è posto sopra uno scoglio di monte molto salvatico, accostato a' piedi d'un altro grandissimo scoglio, sopra del quale non si può montare. Il sasso di questi scogli è del colore e grana della pietra con la qual son fatti li muri della città di Portogallo, e sono le pietre molto grandi. Tutta la terra fuora di quei sassi è coperta di molti gran boschi, e li maggiori sono d'olivi salvatichi, e molte erbe fra quelli, e la maggior parte basilichi; gli arbori che non sono olivi non eran da noi conosciuti, e tutti erano senza frutto. In alcune valli serrate che tiene questo monasterio vi sono naranzari, limoni, cedri, pergole di uva, e fichi d'ogni sorte, cosí di quelli che si trovano in Portogallo come d'India, e persichi; eranvi anche cavoli, coriandri, nasturzio, absenzio e mirto e molte altre sorti di erbe odorifere medicinali: e il tutto era mal governato, perché non sono uomini industriosi, e la terra produce le cose sopradette come ella produce le cose salvatiche, e produrria molto migliore tutto quello che vi piantassero o seminassero.
La casa del monasterio par ben casa di chiesa, fatta come son le nostre: ha intorno un circuito come di un claustro, e il coperto di sopra è attaccato col coperto della chiesa; ha tre porte, cosí come hanno le nostre, cioè una principale in capo e una per banda nel mezo. La coperta della chiesa e del suo circuito è fatta di paglia salvatica, che dura la vita d'un uomo. Il corpo della chiesa è fatto di navi molto ben lavorate, e li suoi archi molto ben serrati, e tutto par fatto in volto. Ha un coro piccolo drieto all'altar grande, con la crociara avanti, nella quale sono cortine che vanno dall'un capo all'altro, e similmente sono altre cortine avanti le porte di mezzo da un muro all'altro, e sono di seta; e la entrata per queste cortine è per tre luoghi, cioè che sono aperte nel mezzo, e tutte si scontrano l'una contra l'altra, e cosí si serrano appresso dei muri. E in queste tre entrate o vero porte sono campanelle attaccate alle dette cortine, della grandezza di quelle di Santo Antonio, un poco piú o manco, e non può uomo alcuno entrare per queste porte che queste campanelle non suonino. Non vi è piú di uno altare, che è in quella cappella grande; sopra l'altare è un baldachino posto sopra quattro colonne, e lo altare arriva a tutte quattro, e il detto baldachino è come in volto. Ha la sua pietra sacrata, che loro chiamano tabuto, e sopra questa pietra vi è un molto gran bacile di rame, piano da basso e con l'orlo basso, che va a toccare tutte quattro le colonne dell'altare, perché le colonne sono poste in quadro: nel detto bacile è posto un altro bacile piú piccolo. E da questo baldachino per ciascuna parte, cioè di dietro e dalle bande, discende una cortina che cuopre tutto l'altare fino al piano, eccetto che dinanzi è aperto.
Le campane sono di pietra, cioè pietre longhe e sottili, appiccate e intraversate con corde, e vi danno entro con un legno: e rendono un suono molto strano, come di campane rotte, a udirle da lungi; e similmente le feste togliono i bacili e gli danno con alcune bacchette, che li fanno sonare grandemente. Hanno parimente campane di ferro, le quali non son tutte tonde, ma hanno due bande, come è una giornea di mulattiero, della quale un lembo lo cuopre dinanzi e l'altro di dietro; hanno il battitoio che la batte dall'una banda e poi dall'altra, e fa un suono come di uno che zappi le vigne. Hanno ancora altre campanelle mal fatte, che portano in mano quando vanno in processione, e tutti insieme le suonano nelli gorni di festa, che negli altri si servano delle campane di pietra e di ferro. Suonano i mattutini due ore inanzi giorno, e gli dicono a mente, senza lume: solamente vi è una lampada avanti l'altare, nella quale abbruciano butiro, perché non hanno olio; cantano e dicono con voce molto alta e sconcia, come di uno che gridi, senza arte alcuna di canto. Non dicono versi, ma il suo parlare è come in prosa, e son salmi; e ne' giorni di festa oltra i salmi dicono prose, e secondo la festa cosí è la prosa, e sempre stanno nella chiesa in piedi. Non dicono nel mattutino piú che una lezione, con voce similmente sconcia e disordinata, senza tuono, e la quale è di quella maniera che, nel representar la Passione del nostro Signore, noi pronunciamo le parole dei Giudei; e oltra che la voce è cosí sconcia, la dicono correndo quanto la lingua di uomo possa fare, e questa dice un clerico o vero un frate: e si legge questa lezione avanti la porta principale. La quale compita, nelli giorni del sabbato e domenica fanno processione con quattro o cinque croci, poste sopra alcuni bastoni non piú alti che bordoni: e quelle tengono nella mano sinistra, perché nella destra portano un turribulo, e tanti son sempre li turribuli quante le croci. Portano certe cappe di seta non troppo ben fatte, perché non sono piú di quello che è la larghezza della pezza del damasco, o di qual altra seta si voglia da alto fino a basso, e davanti al petto una traversina: e da ambe le bande vi è aggiunto un pezzo di qualche altro panno di ciascun colore, ancora che non si confaccia col principale, e del detto panno principale si strascinano dietro quasi un braccio per terra.
Questa processione fanno dentro del circuito che tengono come claustro, la qual finita, in detti giorni di sabatto e domenica e delle feste, quello che ha da dir messa con altri dui entrano nella cappella e cavano una imagine della nostra Donna, che hanno sopra una ancona vecchia (e in tutte le chiese vi son di queste ancone), e si mette nella crociara, stando con la faccia verso la porta principale, e tiene in mano questa immagine avanti il petto; e quelli che gli stanno dalle bande tengono candele accese in mano. E poi gli altri che gli sono davanti cominciano a cantare in modo di prosa, e vanno tutti gridando e ballando come se fussero in un ballo di villa, e andando avanti l'imagine con quel suo cantare o prosa, suonano le campanelle piccole e cimbali col medesimo suono; e ogni volta che tocca a uno di passar avanti l'imagine, gli fanno gran riverenzia, che pare a chi li vede che la facciano con gran desiderio di divozione, e cosí portano in questa festa croci e turriboli come in processione. Compito questo (che dura gran pezzo) salvano l'immagine, e poi vanno a una casetta ch'è verso tramontana e quella parte dove si dice l'Evangelio secondo la nostra messa (è fuora del circuito), nella quale fanno l'ostia, che essi chiamano corbon, e portano croci, turriboli e campanelle: e di quivi cavano una focaccia di farina di formento azima fatta allora, molto bianca e molto bella, di grandezza e rotondità di una gran patena, in questo monasterio che vi è poca gente; ma nelli altri monasteri e chiese, che ne sono assai, fanno questa focaccia grande e piccola secondo il numero delle genti, perché tutti si comunicano e secondo la grandezza cosí fanno la grossezza di mezzo dito o di un dito o di piú del dito grosso. E portano questa focaccia nel bacile piccolo, che è uno di quelli dell'altare, coperta con un panno, con la croce e turribolo, avanti sonando la campanella.
Di dietro alla chiesa, dove è quel coro, in quel circuito che tengono come claustro, non può stare alcuno che non sia di ordine sacrato, ma tutti debbono star avanti la porta principale, dove è un altro circuito grande, che hanno tutte le chiese: e questo circuito è come claustro, ma non è coperto, e vi può stare ogni uomo che vuole. Entrando in processione con questa focaccia, tutti quelli che stanno nella chiesa e nel circuito, come odono la campanella, abbassano la testa fino che la campanella tace, che è quando la mettono sopra l'altare nel bacile piú piccolo, posto, come si è detto, nel bacile piú grande; e vi mettono di sopra un panno negro a guisa di corporale, e con le bande del detto panno lo cuoprono. Questo monasterio ha il calice d'argento, e cosí in tutte le chiese e monasteri onorati hanno i calici d'argento, e in alcune anche d'oro. Nelle chiese de' poveri, ch'essi chiamano chiese di balgues, cioè di lavoratori, li calici sono di rame. Li vasi sono molto piú larghi che non sono li nostri, ma mal fatti; non hanno patena. Buttano nel calice il vino, fatto di uve passe, in gran quantità, perché quanti si communicano col corpo si communicano anche col sangue.
Quello che ha da dire questa messa comincia "Alleluia", con voce alta piú presto sconcia che cantata, e tutti gli rispondono: e allora esso tace e comincia a fare la benedizione, con una croce piccola che tiene in mano, e cosí cantano quelli che stanno di fuori come quelli che stanno di dentro, fino a un certo passo, nel quale uno de' dui che sta all'altare piglia un libro e si fa dare la benedizione da colui che dice la messa, e un altro piglia la croce e la campanella e va sonando verso la porta principale, dove sta tutto il popolo in quel circuito, e ivi legge la Epistola, molto correndo con la lingua, e si torna poi cantando alla volta dell'altare. Subito quel che dice la messa piglia un libro dall'altare, basciandolo, e lo dà a quello che ha da dire lo Evangelio, il quale abbassa il capo e dimanda la benedizione: la quale ricevuta, lo baciano quanti stanno appresso l'altare, e si porta a questo libro una candela, e quello che dice l'Evangelio lo legge come si ha detta la Epistola, molto correndo e alto quanto la lingua può dire e la voce portare. E tornando verso l'altare, nel cammino comincia similmente un altro canto, e quelli che con lui vanno lo seguitano; e arrivando all'altare, danno il libro a baciare a quello che dice la messa, e lo pongono nel suo luogo. E subito quello che dice la messa piglia il turribolo e incensa l'altare di sopra, e vanno molte volte intorno incensando. Compite queste volte d'incensare, torna all'altare e fa molte benedizioni con la croce, e in questo discopre la focaccia, che tien coperta in vece di sacramento, e la prende con ambe le mani; e levando la destra, la focaccia rimane nella sinistra, e col dito grosso fa in questa cinque segnali come punture, cioè una nella cima, l'altra nel mezzo, l'altra nel piede e l'altre nelle bande, e in tanto consacra nella sua lingua, con le proprie nostre parole, e non la lieva; e il medesimo fa nel calice, e non l'alza: dice sopra quello le proprie nostre parole nella sua lingua, e lo copre, e piglia il sacramento del pane nelle mani e lo parte per mezzo, e della parte che resta nella mano sinistra, piglia dalla cima di quella un pochetto, e l'altre mette l'una sopra l'altra. Il sacerdote prende questa piccola parte per sé, e cosí piglia parte del sacramento del sangue, e dapoi piglia il bacile col sacramento coperto e lo dà a colui che ha detto lo Evangelio, e cosí piglia il calice col sacramento e lo dà a quello che ha detto la Epistola: e subito danno la communione ai sacerdoti che stanno appresso l'altare, pigliando il sacramento del bacile che il diacono tiene nella man destra, in molto poca quantità; e mentre che egli lo dà, il soddiacono piglia del sangue con un cochiaro, d'oro o d'argento o di rame secondo la facultà della chiesa, e lo dà quello che piglia il sacramento del corpo, in molto poca quantità. E da una parte sta un altro sacerdote con un vasetto d'acqua benedetta, e mette a quello che prese la communione nella palma della mano un poco di quell'acqua, con la quale si lava la bocca, e poi la inghiottisce.
Fatto questo vanno tutti all'altare con questo sacramento, avanti la prima cortina, e per questo modo danno la communione a coloro che quivi stanno, e di quivi a tutti gli altri dell'altra cortina, e dapoi alle genti secolari che stanno alla porta principale, cosí uomini come donne, se la chiesa però è tale che le donne vi vadino. Al dar della communione e agli altri ufficii tutti stanno in piedi, e quando vanno a pigliar la communione, tutti vengono con le mani alzate davanti le spalle, con le palme spiegate innanzi; e mentre che ciascuno piglia del sacramento del sangue, prende di quell'acqua, come è detto, e cosí generalmente tutti quei che si hanno a communicare, avanti la messa, si lavano le mani con acqua, che sta in tutte le chiese e monasteri a questo effetto. Il prete che dice la messa e quei che stettero con lui all'altare, finita la communione, si ritornano all'altare, e lavano quel bacile nel quale fu posto il sacramento con l'acqua rimasa nel vaso, che dicono esser benedetta: questa acqua si getta nel calice, e quello che disse la messa la beve tutta. Fatto questo, uno dei ministri dell'altare piglia la croce e la campanella e, cominciando un piccol canto, se ne va alla porta principale, ove si disse la Epistola e l'Evangelio e ove si finí di dar la communione: e tutti quei che sono in chiesa e fuori inchinano la testa e vannosi con Dio, dicendo che questa è la benedizione, e che senza questa niuno non si può partire. Nelli giorni di sabbato, domenica e di festa, in tutte le chiese e monasteri si dà pan benedetto. La maniera che tiene questo picciolo monastero, che non ha piú di XX o XXV frati, si osserva in tutti li monasteri e chiese grandi e picciole. L'ufficio della messa (levate le processioni) è picciolo, perché la messa della settimana, subito che è cominciata, è finita.


Come e dove fanno questa focaccia del sacramento, e di una processione che fecero, e dell'apparato con che si dice la messa, e come entrano nella chiesa.
Cap. XII.

Il modo col quale si fa la sopra detta focaccia è questo. La casa dove la fanno, in tutte le chiese e monasteri, è posta (secondo che di sopra si è detto) verso la parte dove si dice l'Evangelio, fuori della chiesa e del circuito coperto, che è come claustro in tutte le chiese e monasteri; e dell'altro circuito di fuori, che non è coperto, si servono per cimiterio. Questa casa è quasi grande come il coro dietro l'altar grande, o poco piú, e in tutte le chiese e monasteri non si tiene quivi altra cosa se non quel che a questo è necessario, cioè un bastone, da cavare il formento fuori delle spiche, e uno stromento da macinare la farina, percioché la fanno molto bianca, come è conveniente per tal effetto: conciosiacosaché non fanno detto sacramento con farina o con formento nel quale le femmine abbian poste la mani. Hanno piatti di terra ove impastano la farina, e fanno la pasta piú dura che non facciamo noi. Hanno un fornello, come saria da lambiccare acque, e sopra quello uno sfoglio di ferro (e altre chiese l'hanno di rame, alcune altre di terra cotta) che è tondo, con assai buono spazio; e di sotto vi mettono il fuoco, e come è caldo lo nettano con un panno grosso, e poi mettono di sopra un buon pezzo di quella pasta e la distendono con un cochiaro di legno, di quella grandezza che la voglion fare, andandola ritondando molto bene. E come la pasta è appresa, la levano via e la mettono da banda, e ne fanno un'altra per il medesimo modo: e questa seconda come è similmente appresa, pigliano la prima e la gettano sopra quella, cioè quella parte che era di sopra la mettono di sotto, e cosí tutte due queste paste restano insieme come quasi una focaccia, e non fanno in tanto altro che andarla ritondando e girando intorno a questo sfoglio, tanto che esse si cuocino di sotto e di sopra e dalle bande: e cosí ne fanno quante ne vogliono. Nella medesima casa sono le uve passe delle quali si fa il vino, e lo ingegno da spriemerle; fassi anche in quelle il pan benedetto, che si dà il sabbato, la dominica e le feste. E quando son le feste grandi, come il Natale, la Pasqua e la Madonna d'agosto, vanno a levar questo sacramento del pane col palio, campane e croce divotamente, e avanti che con quelle entrino in chiesa, danno una volta intorno per il circuito, che è come claustro; ma quando non è festa, subito entrano in chiesa.
Il sabbato avanti l'Ascensione, che si fanno appresso noi le nostre letanie, fecero questi frati una processione, e perché noi eravamo nuovi in questo paese, ella ne parve bella, e fu a questo modo. Pigliarono croci e una pietra sacrata d'altare, con gran riverenzia, coperta di panni di seta, e un frate che la portava in testa andava similmente tutto coperto di detti panni; portavano libri, campanelle e turriboli e acqua benedetta, e se ne andarono in alcune campagne seminate di miglio, e ivi fecero le loro divozioni, con gridori a modo di letanie, e con questa processione tornarono al monasterio: e dimandandogli noi perché facevano questo, ne dissero che, mangiando i vermi il loro miglio, per questo essi erano andati a dargli dell'acqua santa e pregar Dio che gli levasse via. Quello che dice la messa non ha altra differenzia dal diacono e subdiacono, nelli vestimenti, se non una stola lunga, fessa per il mezzo quanto vi può entrar la testa, e di dietro e davanti arriva fino in terra. Li frati che dicono messa hanno li capelli, e li preti non portano capelli, ma vanno tosi, e cosí dicono la messa, e sempre discalzi; e non può entrare alcuno calzato in chiesa, e a questo allegano quello che disse Dio a Moisè: "Discalzati i piedi, perché la terra dove tu sei è santa".


Come in tutti li monasteri e chiese della terra del Prete Ianni non si dice piú d'una messa al giorno, e della maniera della loro quaresima e loro digiuni, e del sito del monasterio della Visione.
Cap. XIII.

In questo monasterio di San Michele ove noi eravamo, ogni giorno dicemmo la messa, non dentro nel monasterio, ma nel circuito che è come claustro, perché in questo paese non dicono piú d'una messa in ciascuna chiesa o vero monasterio. Venivano i frati alla nostra messa con gran divozione, secondo che mostravano, e supplivano con turribolo e incenso, perché noi non ne avevamo, e costoro tengono per cosa mal fatta il dir messa senza incenso; e dicevano che pareva loro che tutto stesse bene, eccetto che non laudavano che un solo sacerdote dicesse la messa, perché fra loro non direbbono la messa se non fusseno tre o cinque o sette, e questi tutti stanno all'altare. Similmente dispiaceva loro che entrassimo in chiesa calzati, e molto piú quando vi sputavamo, e noi ci escusavamo con dire che questo era appo noi di nostro costume.
E cosí dicemmo ogni dí la messa fino alla domenica della Trinità, e quando venne il lunedí dopo la detta Trinità, allora non ne volsero lasciar dire piú la messa la mattina. Ed essendoci noi di questo maravigliati e dolendoci, e non avendo in quel tempo alcuno interprete, dal quale potessimo sapere perché non volevano che si dicesse la messa, intendemmo finalmente quello che con la esperienzia dopo vedemmo, cioè che costoro osservano il Testamento vecchio quanto al digiuno, conciosiacosaché grandemente digiunano la quaresima, la quale cominciano il lunedí dopo la domenica della sessagesima, che son X giorni avanti il nostro carnevale. E cosí fanno 50 giorni di quaresima, e dicono che pigliano quelli giorni avanti per li sabbati che non digiunano, e il suo digiuno è mangiar la sera, e ogni giorno si communicano: e per tanto non dicono messa se non quando è notte, e finita la messa si communicano e poi cenano. E cosí come hanno questi cinquanta giorni di digiuno, cosí pigliano altritanti dopo la Pasqua e lo Spirito Santo, che non digiunano alcun giorno, e quando non vi è digiuno dicono la messa la mattina: e tutti quelli giorni mangiano carne senza guardarne alcuno, e dicono la messa la mattina e subito mangiano, perché non digiunano. Compito questo tempo, passata la Trinità, tutti li chierici e frati sono ubligati a digiunare ogni giorno, salvo il sabbato e la domenica: e dura questo digiuno fino al giorno di Natale. E perché tutti digiunano, dicono la messa di notte, allegando a questo la cena di Cristo, che quando consacrò il suo vero corpo era digiuno, e quasi notte. Ma communemente le genti secolari, uomini e donne, son ubligati a digiunare, dalla Trinità fino all'advento, il mercore e il venere di ciascuna settimana, e dal giorno di Natale fino alla Purificazione di nostra Donna, che loro chiamano la festa di san Simeone, non hanno digiuno alcuno. Li tre primi giorni dopo la Purificazione, non essendo sabbato o domenica, sono di grandissimo digiuno a chierici, frati e laici, perché affermano in questi tre giorni che non mangiano se non una volta: e chiamasi la penitenzia di Ninive. Compiti quelli tre giorni, fino all'entrare di quaresima, tornano a digiunare secondo che avanti alla solennità della Santa Trinità digiunavano. L'advento e tutta la quaresima gli chierici, frati, laici, uomini e femine, piccioli e grandi, sani e ammalati, tutti digiunano: e cosí da Pasqua fino alla Trinità, e da Natale fino alla Purificazione, si dice la messa la mattina, perché non vi è alcun digiuno; tutto il resto dell'anno si dice al tardi, perché digiunano.
Il monasterio dove sepelimmo Matteo è lontano da questo dove noi stavamo tre miglia di molto mala strada, e il suo titolo è la Visione di Iesus. È situato sopra una punta di scoglio molto alta, e da ogni canto che si guarda in giú si vede come una profondità d'inferno. La chiesa del monasterio è molto grande di corpo e maggior d'entrata, ed è molto ben ordinata e disposta. È fabricata con tre navi grandi e molto gentilmente fatte, con gli archi e con i suoi volti, sí che pareno che siano di legno, per essere il tutto dipinto, di sorte che non si può conoscere s'ella sia di pietra o di legno. Ha dui luoghi da camminare in modo di claustro intorno al corpo della chiesa, tutti dui coperti e dipinti con figure d'apostoli e patriarchi, e tutto il vecchio Testamento, e san Giorgio a cavallo, il quale è in tutte le chiese; e similmente vi è un panno di arazzo grande, dove è un crocifisso, la nostra Donna, gli apostoli, patriarchi e profeti, e ciascuno ha il suo titolo o ver nome in latino, che dimostra quella opera non esser di quelli paesi. Vi sono eziandio molte imagini antiche, le quali non stanno sopra gli altari, perché non è questo il lor costume, ma le tengono in una sagrestia, rinvolte con molti libri, e non le cavano fuori se non le feste.
In questo monasterio è una gran cucina con tutte le masserizie necessarie, e un gran luogo per refettorio, dove mangiano tutti insieme: e mangiano a tre a tre in una conca di legno, non molto profonda, ma piana come una piattella di legno. Il mangiar loro è molto tristo: il pane è fatto di miglio zaburro e d'orzo, e di un'altra semenza che chiamano tafo, la quale è picciola e negra. Fanno questo pane rotondo, della grandezza come è un pomo d'Adamo, e ne danno tre di questi a ciascuno, e a' novizzi ne danno tre fra due persone, che mi spaventò a pensare come si possono con sí poco mantenere; similmente lor danno alquanto di verze, senza olio o sale. Di questo medesimo mangiare mandano a molti frati vecchi onorati, alli quali portano gran riverenzia: e questi non vengono al refettorio. E se alcuno mi dimandasse come io sappia questo, rispondo che, oltra il vedere ch'io feci quando sepellimmo Matteo, il piú del tempo delli sei anni che stemmo nell'Etiopia fu la nostra stanza non molto lontana da detto monasterio, di sorte che mi partiva spesso la mattina da casa sopra la mia mula e arrivava a ora di vespero al monasterio, e il piú delle volte andava a passar tempo con li frati, e principalmente nelle lor feste: e intesi molte cose da loro, delle lor faccende, entrate, usanze e costumi. Stanno ordinariamente in questo monasterio cento frati, e la piú parte son vecchi di grand'età e secchi come legni, pochi giovani e molti fanciulli, che allevano di età di otto anni in suso, e molti di loro storpiati e ciechi.
Questo monasterio è murato tutto d'intorno, né vi s'entra se non per due porte, che stanno sempre serrate.


Come il monasterio della Visione è capo di sei monasterii, e del numero de' frati, e dei suoi ornamenti; e del "tascar", cioè festa, che fanno a uno abbate Filippo che dicono esser santo.
Cap. XIIII.

Questo monasterio è capo di sei monasterii, che stanno all'intorno di quello per queste montagne, e quello che è piú lontano è per ispazio di XXIX in XXX miglia: e tutti son suggetti a questo e gli danno ubbidienza. In ciascuno di essi è un david, cioè guardiano, posto per l'abbate o vero provinciale; e quel monasterio che tiene david, cioè il guardiano, è sotto lo abbate, che è come provinciale. Io sempre udi' dire che in questo monasterio erano da tremila frati, e perché molto ne dubitava, volli venire una volta a far la festa della nostra Donna d'agosto, per vedere quanti si mettevano insieme: e certo ebbi piacer grande di veder la ricchezza di questo luogo, in una procession che fecero, e i frati non passavano da CCC, a mio giudicio, e la maggior parte erano vecchi. Viddi un gran circuito che ha questo monasterio, intorno a duoi luoghi che sono come claustri, il qual circuito è discoperto: ma allora era coperto tutto di broccato, broccatelli, velluti dalla Mecca, tutte pezze lunghe, cucite l'una con l'altra per abbracciar tutto questo circuito, per il quale fecero una processione molto bella, tutti con le cappe de' medesimi panni di broccati, ma mal fatte, come di sopra è detto. Portavano 50 croci d'argento, picciole e mal fatte, e altritanti turribuli di rame; nel dir della messa, viddi un gran calice d'oro e un cucchiaro d'oro col quale davano la communione. E di CCC che in questo monasterio vennero, molto pochi erano quelli che io conosceva. Dimandai ad alcuni miei amici per che causa, essendo in questo monasterio cosí gran numero di frati come si diceva, non erano presenti se non pochi a tal solennità: mi risposero che ancora era maggior numero di quel che si pensavano, per essere sparsi in altri monasteri, chiese e fiere, a guadagnarsi il lor vivere infin che sono giovani, perché nel monasterio non si possono mantenere se non con la loro industria, e quando son vecchi che non possono caminare, vengono a morire in questo monasterio. In questo giorno viddi vestire l'abito a 17 giovani.
In detto monasterio è la sepoltura d'uno abbate o vero provinciale che si chiamava Filippo, e le sue opere di santità furono molto grandi, perché dicono che si trovava un re Prete Ianni, che ordinò che non si dovesse guardare il sabbato in tutti li suoi regni e signorie, e questo Filippo andò immediate a trovarlo con li suoi frati e con molti libri, e gli mostrò come Dio aveva ordinato che si guardasse il sabbato, e chi non lo guardava fusse lapidato. Costui disputò questa cosa avanti tutti li frati d'Etiopia, e fu laudato avanti il re: e per questo dicono che esso è santo, e gli fanno ogni anno nel mese di luglio una festa, la quale chiamano tascar di Filippo, che vuol dire il testamento o memoria di Filippo. E per questo gli abitanti di questa terra e del monasterio son li piú macchiati di questa eresia giudaica che siano in tutta la terra del Prete Ianni, ancora che tutti ne tenghino parte: ma questi piú di tutti gli altri. Io ho visto con li miei occhi cuocere le verze per il sabbato e fare il pane per il sabbato, e il sabbato in questo monasterio non si fa fuoco; la domenica poi fanno tutto quello che bisogna per mangiare. E io venni due volte a questo tascar di Filippo, nel quale mi fecero grande onore; e in quello ammazzano ogni anno molti buoi, e in uno ne viddi ammazzare XXX e nell'altro XXVIII, i quali sono offerti dagli abitanti circonvicini per divozione a questo Filippo: e danno questa carne cruda a tutta la gente che viene al tascar, e non gli danno pane. Li frati non mangiano carne. A me mandavano ogni anno duoi grandi e grossi quarti di carne, con molto pane e vino di mele, il quale similmente i frati non beveno nel monasterio: ma quando son di fuori con noi altri Portoghesi, beveno vino e mangiano carne, se è un solo, ma essendo duoi non lo fanno per paura l'uno dell'altro.
Questo monasterio, e tutti gli altri che gli son suggetti, tiene un ordine, che non vi entrano donne, né mule, né vacche, né galline, né altro animale che sia del sesso feminino: questo l'ho da loro saputo e anche veduto, perché in quella ora ch'io arrivava un tiro di balestra lontano dal monasterio, mi venivano a prender la mula, senza ch'io potessi arrivare al monasterio, e la mandavano ad una lor possessione detta Giangargaram, dove morí Matteo; e fanno ammazzar le vacche e le galline un pezzo lontano dal monasterio. Nel monasterio non viddi altro che un gallo con duoi sonagli a' piedi, e senza galline: e mi dicevano che lo tenevano acciò che facesse loro segno delle ore dei matutini. Se vi entrano femine essi lo sanno, perché molte volte dimandai a certi fanciulli che si allevano ivi di chi erano figliuoli: essi mi nominavano li frati per lor padri, e cosí conobbi frati giovani, figliuoli de frati vecchi, nominati per figliuoli.


Dell'agricoltura di questa terra, e come si guardano dalle fiere, e dell'entrate del monasterio.
Cap. XV.

Questi frati e quelli degli altri monasteri suoi sudditi potriano fare molto bene d'intorno alle cose di villa, e di allevar arbori, vigne e orti con li lor esercizii, e nondimeno non fanno cosa alcuna; e la terra è buona e atta a produrre ogni cosa, secondo che si comprende per quello che è salvatico e deserto, ed essi non coltivano altra cosa se non campi de migli e buchi de api. E come è notte non escono mai delle lor case, per paura degli animali salvatichi che sono in quel paese; e quelli che guardano i migli hanno le loro stanze molto alte da terra, sopra arbori, dove dormono la notte. Son all'intorno di questo monasterio e per le valli di quelle montagne gran mandrie di vacche, guardate da Mori arabi, che vanno insieme 40 e 50 con le loro mogli e figliuoli: e il capitano tra loro è cristiano, perché le vacche che guardano son di gentiluomini cristiani del paese di Barnagasso. Questi Mori non guadagnano altra cosa per la lor fatica se non il latte e butiro che cavano dalle vacche, e con questo si mantengono loro, le mogli e i figliuoli. Alcune volte ne accadeva dormire appresso questi Arabi, ed essi ne venivano a dimandare se volevamo comprar vacche, e ne le davano per buon mercato a nostra scelta. Dicesi che son tutti ladroni, favoriti dai signori de' quali sono le vacche, e cosí non si passa tra loro se non in grossa carovana.
L'entrate che ha questo monasterio della Visione son molto grandi, come io viddi e seppi: primamente questa montagna nella quale è posto questo monasterio può essere da 30 miglia di paese, nel qual si seminano molti migli, orzi, segale e tafi, e di tutto pagano al monasterio i suoi diritti, e ancora dei pascoli degli animali. Nelle valli di queste montagne son di gran ville, e la maggior parte son del monasterio; e dopo una o due giornate vi son molti e infiniti luoghi che sono del monasterio, e si chiamano gultus del monasterio, che vuol dire luoghi privilegiati. Don Rodrigo ambasciadore e io andammo una fiata al cammino della corte, partendoci da questo monasterio, ben cinque giorni di cammino, e arrivammo in una congregazione che si chiama Zama, dove stemmo il sabbato e la domenica in un picciolo luoghetto, ove potevano essere da XX case. Quivi ne dissero che quel luogo era del monasterio della Visione, e che vi erano cento luoghi, tutti del monasterio; e cosí ne mostrorno molti di quelli, e ne dissero che pagavano al monasterio di tre in tre anni un cavallo, che sarebbeno 33 cavalli per anno. E per saper meglio questo, io ne dimandai allo alicasin del monasterio, che vuol dire auditore o vero maestro di casa, perché costui riceve e fa giustizia; ed esso mi disse che era la verità che pagavano li detti cavalli. E gli dimandai per che cosa voleva il monasterio tanti cavalli, conciosiaché essi non cavalcavano; mi disse che non pagavano cavalli, ma vacche in luogo di quelli, cioè 50 vacche per cavallo: e questo tributo de' cavalli era usitato fino al tempo che questi luoghi erano delli re, li quali dotarono il monasterio con le sue iurisdizioni, e dapoi si composero gli abitanti di quelli paesi col monasterio e tramutarono il pagar de' cavalli in tante vacche, oltra le quali pagavano molti altri tributi di biade. Ha questo monasterio, piú di 15 giornate di cammino dentro nel regno di Tigremahon, una gran congregazion che saria bastante a essere un ducato, la quale si chiama Adetyeste, e paga ogni anno 60 cavalli e infiniti tributi e diritti. Vanno sempre a questa congregazione piú di mille frati di detto monasterio, perché in quella son molte chiese: e di questi frati alcuni di loro son buoni e onorati e divoti, e alcuni ben tristi e scostumati. Oltra il tributo dei sopradetti cavalli che si pagano al detto monasterio, vi son molti altri luoghi, che sono proprii del re, che pagano tributo de cavalli, per essere cosí l'antica sua usanza: e son luoghi contermini alli paesi d'Egitto, donde vengono buoni e gran cavalli, e altri d'Arabi, che hanno similmente buoni cavalli, ma non cosí buoni come quelli d'Egitto.


Come i frati impedirono la partita nostra.
Cap. XVI.

Io ritorno al nostro cammino e dico che, stando noi ancora nel monasterio di San Michele, arrivò un uomo che mandava Barnagasso per condurne via, e con lui erano i duoi nostri Portoghesi: e fu alli 4 di giugno. E conducevano alcuni buoi e uomini per levar le nostre robbe, ma il detto uomo se ne andò subito per quelle montagne, a cercar piú buoi e piú persone di quelle ch'esso aveva condotte. Ed essendo già le nostre robbe nella strada preparate per andarcene con tutte le genti e buoi in ordine, vennero i frati e parlarono molto con le genti, e noi non intendevamo ciò che dicessero, disturbarono la nostra partita di maniera che noi ritornammo a raccoglierle. E fu necessario mandar di nuovo a Barnagasso, e vi andò Giovanni Scolaro scrivano con il suo uomo, e tardarono sei giorni; e vennero con risposta di buono aviamento, cioè che ne conducessero noi e le nostre robbe, e che ne dessero muli e buoi quanti ne facessero bisogno. Con tutto questo i frati erano disposti di volerne turbare, sí come coloro che ci volevan male.
Partimmo da questo monasterio di San Michele alli XV del mese di giugno, e perché si tardava nel caricare le robbe, conciosiaché i buoi non erano venuti se non pochi, e non vi erano mule che fussero a sufficienzia per tutti noi, alcun partirono a piedi. Eravi anco poca gente per levar le nostre robbe, e non potendo andare i buoi per li boschi e selve folte, per essere tutta la terra sassosa e salvatica, restarono ivi le bombarde con le code e li barili della polvere. E non potevano essere lungi dal monasterio piú che due miglia che, arrivando l'ambasciadore e gli altri che con lui erano, trovammo tutte le robbe discaricate: e non potendo intender la causa perché l'avevano fatto, di nuovo le facemmo caricare. E non si volendo ancor muovere del tutto, si levò rumore tra quelli negri, dicendo che vi erano ladroni li quali stavano aspettandone in cammino; né per questo restammo di far partire le robbe avanti per quelli boschi, dove il cammino era stretto. Aveva l'ambasciadore terminato, e noi altri, di morire in questo servizio del nostro re: del che i negri si spaventavano molto, e stupivano del grand'animo di X o XII di noi, che non temevamo passare cosí forti montagne, dove dicevano essere gran moltitudine de ladroni. E cosí ne andammo alla buon'ora, avendo caricati avanti i buoi e negri, e camminammo per molto terribili montagne diritte e tagliate con un pessimo cammino di pietre: e la maggior parte de' boschi di queste montagne sono olivi salvatichi molto belli, con li quali si potriano fare dei buoni olivari. Uscendo di queste montagne trovammo alcuni fiumi secchi, che nel tempo del verno son grandi e terribili, cioè per lo spazio che durano i nembi e tuoni, e come il nembo e il mal tempo finisce, subito il fiume resta secco; e da una parte e dall'altra dei detti fiumi sono altissime e diritte montagne, della medesima salvatichezza dell'altre. Lungo di queste fiumare son grandissimi boschi d'arbori molto belli e alti, ma non conosciuti, tra i quali appresso le ripe sono alcune palmiere, della sorte di quelle che fanno li palmetti in Algarbo, luogo di Portogallo. Appresso d'uno di questi fiumi dormimmo una notte, con assai acqua e pioggia e tuoni.


Come passammo una gran montagna, dove era gran moltitudine di simie,
e come arrivammo il giorno seguente a un luogo che si chiama Calote.

Cap. XVII.

Il giorno seguente tornammo a traversare un'altra montagna, alta e oltra modo salvatica, sí che non potevamo sopra le mule né a piedi andare. In questa montagna trovammo molti animali di diverse sorti, e infinite simie a squadre: e non si veggono generalmente per tutta la montagna, se non dove è qualche rottura e grotta grande e qualche caverna, e non andavano manco di 200 o 300 insieme. E dove è terra piana sopra le dette rotture, fanno la loro stanza, e non vi resta pietra che non la rivoltino, e cavano la terra che pare ch'ella sia stata lavorata. Son molto grandi, e dal mezzo innanzi pelose come lioni, e son della grandezza de' castroni.
Passata la montagna, fummo a dormire a un luogo a piè di quella, che si chiama Calote: può essere, da questo luogo al monasterio donde partimmo, da sedeci in disdotto miglia. Passammo un fiume d'acqua corrente molto chiara e buona, a piè del detto luogo, ove fummo a visitare un molto onorato gentiluomo capitano di quello, molto vecchio, e alloggiava molto onoratamente: e ne fece grandissime carezze, dandone galline cotte in butiro e vini di mele in abondanzia, e ne mandò una molto grande e grassa vacca dove eravamo alloggiati. Il giorno seguente fummo a dire la nostra messa nella chiesa del detto luogo, che si chiama San Michele, ed è povera, cosí la casa come gli ornamenti. In quella sono tre chierici maritati e altri tre zagonari, cioè da Evangelio: e questi sono di necessità, perché con manco non potriano dir messa. Quest'onorato capitano viddi io dapoi frate nel monasterio della Visione, e lasciò la signoria e l'entrate a' suoi figliuoli, ch'erano onorate persone: e vidi ch'esso stava alla porta di fuori e non entrava nel monasterio, e ivi riceveva la communione con li novizii, e compito l'uffizio sempre stava onoratamente col provinciale.
Questa domenica ci partimmo al tardi, perché le genti del paese che ne guidavano cosí volsero, e quindi cominciammo a camminare per terre piane, seminate e lavorate al modo di Portogallo: e li boschi ch'erano tra questi luoghi lavorati, tutti sono olivari salvatichi bellissimi, senza altri arbori. Dormimmo appresso un fiume corrente, fra molte ville buone.


Come arrivammo al luogo di Barua, e come l'ambasciadore
fu a ritrovare Barnagasso, e della maniera del suo stato.
Cap. XVIII.

Arrivammo al luogo di Barua, che può esser lontano nove miglia dal luogo di Calote, a' XVIII del mese di giugno. Questo luogo è capo del paese e regno di Barnagasso, nel quale son li suoi palazzi principali, che essi chiamano betenegus, cioè casa del re. In questo giorno che noi qui arrivammo, si partí Barnagasso, prima che noi giugnessimo, per un altro luogo d'un'altra congregazione: e il luogo si chiama Barra, e la congregazione Ceruel. Il partir del quale giudicammo che fusse per non ci far accoglienza; alcuni ci dissero che egli era partito per il dolor degli occhi. Fummo quivi alloggiati benissimo, secondo il paese, e in case grandi e assai accommodate a piè piano, e di sopra erano terrazzate.
Nel terzo giorno del nostro arrivare, deliberò l'ambasciadore d'andar a visitare Barnagasso, col quale andammo cinque in compagnia, tutti a cavallo con mule, e arrivammo dove esso era a ora di vespero: e dal luogo onde partimmo per fino al luogo ove abitava Barnagasso erano XI miglia vel circa. E arrivati, smontammo avanti i suoi palazzi, vicini alla porta della chiesa, dove entrati facemmo la nostra solita orazione; la qual finita, pigliammo il cammino verso il suo palazzo, parendo a tutti noi che subito dovessimo parlargli: ma non ci lasciorono entrare, dicendo che dormiva. Dove aspettando un pezzo per parlargli, non vi fu ordine alcuno, ma ci fecero alloggiare in una corte di capre, nella quale malamente potevamo star tutti; e per dormire ne dettero, in cambio di letto, due corami di buoi col suo pelo, e a cena pane e vino di quel paese a bastanza, con un castrone. Nel giorno seguente aspettammo gran pezzo che ne dimandassero per aver audienza; finalmente fummo dimandati, ed entrando nella prima porta trovammo tre uomini a guisa di portinari, li quali avevano ciascun di loro una sferza in mano: e volendo noi entrare, non ci lasciorno, dicendo che gli donassimo del pevere, dove ne tennero gran pezzo fuori. Finalmente entrati nella prima porta, arrivammo alla seconda, alla quale trovammo tre altri portieri che parevano piú onorati, li quali per piú di mezza ora ne fecero star in piedi sopra un poco di paglia, e il sole scaldava tanto che ci consumava; e saremmo restati quivi molto piú, se non che l'ambasciadore gli mandò a dire in colera o che lo lasciasse intrare o che esso se ne tornarebbe all'alloggiamento. Allora uno piú onorato degli altri venne e ci disse ch'entrassimo.
Stava il detto Barnagasso in una gran casa a piè piano, perché in quel paese non vi sono case in solari, e stava a giacere in una lettiera, come era di suo costume, circundata da alcune cortine assai povere: egli aveva male agli occhi, e la moglie gli sedeva appresso da capo. Quivi fatte le debite salutazioni, l'ambasciadore gli offerse il suo medico per medicarlo; al quale egli rispose che non aveva bisogno di medico e che non ne faceva conto. Dipoi l'ambasciadore gli dimandò di grazia che gli desse commodità di fare il nostro viaggio, allegandogli quanto grata cosa faria al re di Portogallo, e che sarebbe remunerato dal detto re e dal suo capitan maggiore, e che esso, ricevendo tal grazia, lo farebbe sapere al Prete Ianni. E dicendo Barnagasso: "Che è quello di che avete bisogno?", rispose che aveva bisogno di buoi, di asini per caricar le robbe e di mule per cavalcare. A questo gli replicò Barnagasso che mule non gli poteva dare e che le comprassimo, e che del resto ci provederebbe, e che mandarebbe in nostra compagnia un suo figliuolo, il quale ne accompagnerebbe per fino alla corte del Prete Ianni: e con questo ci licenziò.


Come dettero da mangiare in casa di Barnagasso all'ambasciadore,
e come in questa terra non si contano le giornate per miglia.
Cap. XIX

Essendo noi fuori della casa dove stava Barnagasso, in una corte d'un'altra casa, ci messero a sedere in piano sopra alcune stuore, dove ci portorno un catino di legno pieno di farina d'orzo un poco impastata, e un corno di vino fatto di mele: e perché noi non eravamo usi a mangiare né vedere simili cibi, non volemmo mangiare, ma dapoi che ci usammo gli mangiavamo volentieri. E allora senza mangiare ci levammo e tornammo allo alloggiamento, e subito montammo a cavallo due ore innanzi mezzogiorno, e andando al nostro viaggio da circa due miglia, ne venne un uomo dietro correndo, il quale ne disse che l'aspettassimo, perché la madre di Barnagasso ci mandava da mangiare, e ch'ella averia per male se noi non l'accettassimo: e cosí aspettammo, e ci portarno cinque pani di formento, molto grandi e buoni, e un corno di buon vino pur di mele. E non si maravigli alcuno d'udire un corno di vino, perché i gran signori e il Prete Ianni fanno li loro vasi da tener vino di corni di buoi, e vi si trova corno che tiene cinque e sei inghistare. E piú ne mandò della detta farina impastata, dicendo che in quella terra la tengono per buona vivanda: questa farina è d'orzo arrostito e fatto in farina, e l'impastano con un poco d'acqua e cosí la mangiano. Noi, mangiato che avemmo, seguitammo il nostro cammino verso il luogo di Barua, dove avevamo lasciate le nostre robbe e dove eravamo alloggiati.
In questa terra, e in tutti li regni del Prete Ianni e suo dominio, non si ragiona a leghe né miglia, e se dimandate: "Quanto è di qua al tal luogo?", vi risponderanno: "Se partirete al levar del sole, arrivarete quando il sole sarà ivi", segnando il luogo nel cielo; "e se camminarete pianamente, arrivarete quando le vacche si serrano", che è la notte; e se il cammino è lungo, "arrivarete in un sambete" che vuol dire in una settimana: e cosí vi assegnano secondo la distanzia. E perché ho detto che dal luogo di Barua fino al luogo di Barra ci sarebbeno da X in XII miglia, cosí è a nostro giudicio, perciò che dipoi vi fummo assai volte, e partivamo da uno de' detti luoghi e andavamo a desinare all'altro, dove negoziavamo, e tornavamo ancora col sole a casa. Questi del paese contano questo andare per una giornata, perché camminano poco. Fra l'uno e l'altro luogo è un paese singulare, cioè terra molto lavorata e campagne di formento, di miglio, d'orzo, di ceci, di lente e di molte altre sorti di semenze che sono in quel paese, che a noi sono incognite, cioè taffo di guza, miglio zaburro: e questo taffo di guza è semenza tra loro molto buona e delicata, ed è molto stimata perché il verme non la mangia, che suol mangiare il formento e altri legumi, e dura assai tempo. Per la strada, da una banda e l'altra, si veggono piú di cinquanta villaggi grandi e molto bene abitati, e tutti in campagne verdissime. Per queste terre lavorate vi vanno mandrie di vacche salvatiche, quaranta, cinquanta e sessanta in frotta: e noi Portoghesi andavamo alla caccia con molto piacere, prendendone infinite, perché quelli del paese poco fastidio pigliano, ancor che da quelle ne ricevino assai danno ne' loro grani, ma non le sanno ammazzare.


Del luogo di Barua, e delle donne e traffico di quelle,
e delli matrimonii che si fanno fuor della chiesa.
Cap. XX.

In questo luogo di Barua nel quale noi ci trovammo, e dove poi siamo stati assai tempo, sono trecento fuochi, e la piú parte di questi abitatori son donne, perché in questo luogo è come corte, per piú rispetti. L'uno è che qui non mancano mai genti della corte del Prete Ianni, e quelli che vengono, non avendo seco donne, si servono di quelle; l'altro perché quivi è la corte di Barnagasso, dove per la maggior parte del tempo fa residenzia, e di continuo ha in casa sua piú di trecento cavalcature, e di piú altritanti che ogni giorno vengono a negoziare col detto Barnagasso per conto delle lor faccende e liti, e pochi stanno senza donne: e questo fa che quivi vivono donne giovani. Le quali, poi che son vecchie, hanno un altro modo di vivere, percioché in questo luogo si fa un mercato ogni martedí molto grande, dove si congregano da 300 in 400 persone, e tutte le donne vecchie e giovani hanno misure, con le quali vanno misurando per il mercato tutto il formento e sale che si vende, e con questo vanno guadagnandosi il vivere; e di piú danno da dormire a quelli che restano quivi, e salvano la robba che avanza loro da vendere per l'altro mercato, e cosí ogni altra cosa. E perché in questo luogo son molte donne, gli uomini che son ricchi e hanno il modo pigliano due o tre mogli, né è loro proibito dal re né dalla giustizia, ma solamente dalla chiesa, perché tutti coloro che hanno piú d'una moglie non possono entrar in chiesa e manco communicarsi, né participare d'alcun altro sacramento della chiesa, e sono tenuti per scommunicati.
Nel tempo che stemmo in questo luogo, un mio cugino e io alloggiammo in casa di un uomo che si chiamava Ababitay, che aveva tre mogli: ed erano da noi conosciute e nostre amiche di buona amicizia. E mi disse che ne aveva avuto trentasette figliuoli con esse, e che niuno gliele aveva proibite, eccetto che la chiesa non gli dava la communione. Adesso, cioè innanzi che noi partissimo, ne aveva licenziate due ed era restato con una sola, cioè con quella che ultimamente aveva tolta: però gli furono renduti tutti li sacramenti e data licenzia che potesse andare alla chiesa, come se una sola moglie avesse avuta. E per queste ragioni in quel luogo son molte donne, perché gli uomini che son ricchi e cortigiani ne pigliano due o tre o piú, secondo che piace loro.
I matrimonii in questa terra non sono stabili, perché per poca cosa si dividono. Io ne ho veduto sposar molte, e mi trovai presente a uno sponsalizio fatto fuor di chiesa, che fu fatto in questo modo. In un cortile avanti a una casa fu posta una lettiera, e in quella posero a sedere lo sposo e la sposa, e vi vennero tre preti e cominciorno a cantare in voce alta "Alleluia", e cosí cantando a modo di versi andarono tre volte intorno alla lettiera; dapoi tagliorno allo sposo un ciuffo di capelli sopra la testa, e altritanti alla sposa nel medesimo luogo, e detti capelli bagnarono in vino fatto di mele, e li capelli dello sposo messero sul capo della sposa, e quei della sposa messero sul capo dello sposo, nel medesimo luogo dove erano stati tagliati, e sopra quelli buttarono dell'acqua benedetta. E dapoi cominciorno a far festa a uso di nozze, e la notte furono accompagnati detti sposi in casa loro: e per un mese non va alcuno in quella casa, se non solo un uomo il quale è il compare, che sta tutto il mese con loro, e finito il mese si parte. E se la sposa è donna di conto, sta cinque o sei mesi ad uscir di casa, e di continuo tiene un velo negro dinanzi al viso: e se avanti li sei mesi s'ingravida, lieva via il velo, e se non s'ingravida, finito il tempo delli sei mesi se lo cava.


Del modo di sposar in chiesa e le benedizioni che si fanno, e li suoi contratti,
e come si partono i mariti dalle mogli ed esse da loro.
Cap. XXI.

E piú ho visto abuna Marco, che loro chiamano il patriarca, far alcune benedizioni nella chiesa, cioè avanti la porta principale, dove mettevano a seder lo sposo e la sposa in una lettiera, intorno alla quale esso andò con l'incenso e con la croce; e accostatosi a' detti sposi, pose loro la mano sopra 'l capo, dicendo che guardassero quello che Dio comandava nello Evangelio, e che si ricordassero che non erano piú divisi, ma uniti tutti due in una carne, e che cosí dovevano essere con i cuori e volontà: e ivi stettero fino che fu detta la messa, dove, communicati che gli ebbe, dette loro la sua benedizione. Questo ho visto fare in un luogo che si chiama Dara, il qual è del reame di Xoa, e un altro ne ho visto fare in una villa, parrocchia di Coquete, luogo del reame di Barnagasso. E quando questi sponsalizii si fanno, son terminati per contratto, cioè, se tu lascierai me o io te, quello che sarà causa di tal divisione pagherà tanto di pena: la qual pena si mette, secondo la qualità delle persone, o in tanto oro, o tanto argento, o tante mule, o tante vacche, o tante capre, o tanti panni, o tante misure di formento. E se alcuno vuol separarsi, subito cerca causa per la quale egli lo possa fare: e per tal ragioni pochi son quelli che caschino in dette pene, e cosí si dividono quando vogliono, cosí lo sposo come la sposa. E se alcuni conservano l'ordine del matrimonio, questi son i preti, che non si possono separare, e anco li contadini, li quali pongono amore alle lor mogli, perché danno loro aiuto grande nel nutrire i bestiami e figliuoli, e nel zappare e mondar le lor biade, e perché la sera, tornando a casa, trovano le cose necessarie apparecchiate: e cosí, per queste commodità, stanno sempre maritati fin che vivono.
E perché ho detto che nelli contratti mettono pene, il primo Barnagasso che noi conoscemmo, che aveva nome Dori, si separò dalla sua moglie e pagò di pena cento oncie d'oro, ch'erano mille pardai, cioè mille ducati, e si maritò con un'altra; e la moglie si maritò con un gentiluomo detto Aron, fratello del detto Barnagasso: e di questa donna tutti due questi fratelli ebbero figliuoli, da noi conosciuti. Questi son gran signori, e son fratelli della madre del Prete Ianni, la quale tutti noi abbiamo conosciuta. E noi altri Portoghesi conoscemmo Romana Orque, nobile signora sorella del Prete Ianni, che era maritata con un grande e nobil giovane, e nel nostro tempo si separò da questo suo marito e si maritò con un uomo di età di piú di quaranta anni, uomo di gran credito nella corte, il quale si chiamava Abucher: e suo padre aveva nome Cabeata, che è uno delli gran signori che siano nella corte. E cosí di queste separazioni ne ho vedute e ne so molte, e ho voluto metter queste per essere di gran signori; e perché ho detto che Aron aveva preso per moglie la moglie di suo fratello Dori, non vi maravigliate punto, perché è usanza di questa terra e non par cosa strana che il fratello dorma con la moglie dell'altro fratello, perché dicono che il fratello suscita la sua generazione, come usava la legge vecchia.


Del modo del battesimo e della circoncisione, e come portano i morti a sepelire.
Cap. XXII.

La circoncisione la fa chi la vuol fare, senza alcuna cerimonia: solamente dicono che cosí la trovano scritta nei libri, che Dio comandò circoncidere. E non si maravigli chi udirà questo, perché circoncidono similmente le femine come i maschi, la qual cosa non si usava nella legge vecchia. Il battesimo lo fanno in questo modo: battezzano li maschi dopo XL giorni, le femine dopo LX, e se inanzi muoiono vanno senza battesimo. E io molte volte e in molti luoghi ho detto che facevano grand'errore in questo, e che essi facevano contra lo Evangelio del nostro Signore, che disse: "Quod natum est ex carne, caro est, et quod natum est ex spiritu, spiritus est", cioè: quello che è nato di carne è di carne, e quello che è nato di spirito è di spirito. A questo mi rispondevano assai volte che bastava la fede della madre, e la communione ch'ella pigliava essendo gravida. E questo battesimo lo fanno in chiesa come noi, ma non nella pila del battesimo, ma alla porta della chiesa con un boccal d'acqua: e cosí lo benedicono, e mettono l'olio come noi nella sommità della fronte e nelle spalle; e non usano il sacramento della cresima, né l'olio della estrema unzione. Questo officio di catechismo non è tanto grande quanto è quello dell'arcivescovado bracarense, ma par che sia quale è quello che si usa nella chiesa romana. Al tempo che vogliono battezzar la creatura con detta acqua, uno che è là come compare piglia la creatura dalle mani della comare che la tiene, e la piglia sotto le braccia e cosí la tien sospesa; e il prete che battezza piglia il boccale con una mano e, spargendo l'acqua sopra la creatura, con l'altra mano la lava, dicendo le nostre medesime parole, cioè: "Ti battezzo in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo". Quest'officio lo fanno sempre in sabbato o la domenica, perché si fa la mattina alla messa; e a tutti quelli che battezzano, cosí maschi come femine, danno il sacramento in poca quantità e per forza d'acqua gliel fanno inghiottire: a questo io diceva che questa communione era molto pericolosa, e niente necessaria. E perché io dissi che essi mettono l'olio nella sommità della testa, questo si è perché tutti i fanciullini son portati a battezzare con la testa rasa.
E quelli segni che vediamo ad alcuni schiavi negri portare nel naso e in mezzo gli occhi, o vero nelle ciglie, non son fatti con fuoco né per cosa che tocchi alla cristianità, ma solamente son fatti per una galantaria, con ferro freddo, e dicono che son belli da vedere. E vi son donne gran maestre in far questi segni, e fannogli in questo modo: pigliano uno spicchio d'aglio grande, mondato, non molto fresco, e lo mettono appresso l'occhio o in altra parte dove vogliono far il segno, e dipoi tagliano intorno con un coltello aguzzo, cioè attorno il detto aglio; e allora slargano quel taglio e vi mettono sopra un poco di cera, e sopra la cera un poco di pasta, e legano con un panno, e lasciano stare cosí legato una notte. E resta il segno per sempre mai, che par fatto con fuoco, perché il color di quel segno è negro piú di quello che lor sono.
Nel morir delle persone, le ho vedute portare, cosí le grandi come le mezane e basse, tutte a un modo. Prima, nel tempo del morire, loro non usano d'accender candele, ma poi che son morti danno loro molto incenso e li lavano, e dapoi fasciano tutta la persona in un lenzuolo, e se è persona grande gli mettono sopra il lenzuolo un cuoio di bue disteso nella lettiera. E venendo i preti per portarlo a sepellire, dicono un poco d'ufficio, e lo pigliano portandolo verso la chiesa con la croce, con il turribulo e con l'acqua benedetta, correndo quanto piú possono, che non è uomo che possa giungerli. E giunti alla chiesa, non mettono il morto in quella, ma subito lo pongono appresso la fossa, e non gli dicono niente del nostro ufficio, cioè l'ufficio de' morti, né alcuno salmo di David né di Iob. E io dimandando che cosa era quella che essi dicevano, mi rispondevano che era l'Evangelio di san Giovanni tutto integro: il qual finito lo mettevano nella fossa, alla quale prima davano l'incenso e l'acqua benedetta. Né si dice altramente messa de' morti, e manco per divozion di alcun vivo; solamente usano di dire una messa al giorno per ogni chiesa, e tutti quelli che vi vanno si communicano.


Del sito del luogo di Barua, capo del regno di Barnagasso, e delle case loro,
e della sorte delle salvaticine.
Cap. XXIII.

Questo luogo di Barua è molto buono e bello, ed è posto sopra una roccia over dirupo molto alto, a canto il quale passa un fiume. Le case del re sono edificate sopra di detta roccia, molto ben fatte, a modo di fortezza. Tutto il restante del paese son campagne grandissime coltivate, e in quelle si veggono infinite ville, e la terra è molto fertile per nutrire il bestiame, cioè vacche, capre, pecore e molti altri animali salvatichi da cacciare. Nel fiume si trova molto pesce e buono, molte oche salvatiche e anitre marine. Si veggono anco molte salvaticine d'ogni sorte, cioè vacche salvatiche e lepri in gran quantità, di maniera che ogni mattina ne amazzavamo da XX in XXX senza cani, solamente con le reti. Sonvi pernici di tre sorti, che dalle nostre non son dissimili se non nella grandezza e nel color dei piedi e becco, cioè che son grandi come capponi e del colore delle nostre, ma i piedi e becco gialli, e altre come galline, ma hanno li piedi e becco vermiglio; sono ancora alcune altre di natura come le nostre pernici, ma hanno i piedi e il becco berrettino, le quali, se ben son diverse di colore e di grandezza dalle nostre, nondimeno son tutte nel mangiare del medesimo sapore, e ancora molto piú delicate. Tortore vi son senza numero, che volando oscurano il sole, molto grasse e buone, e cosí galline e oche salvatiche e quaglie infinite, e ogni sorte d'uccelli che nominare si possano e che da noi si possano conoscere, come pappagalli, e molte altre sorti d'uccelli da noi non conosciuti, grandi e piccoli, d'infiniti sorti e colori; e similmente vi sono uccelli da uccellare, cioè aquile regali, falconi, astori, sparveri, e assaissime garze reali e di riviera, e grue, e di tutte sorti che si possa dire. Nelle montagne si veggono porci salvatichi, cervi, caprioli, ante, camozze, tassi, leoni, lupi cervieri, tigri, volpi, lupi, istrici e altre piú sorti d'animali conosciuti e non conosciuti, e tutti salvatichi.
Se alcuno mi dirà come è possibile che in tal paese siano tanti animali da caccia e pesci nel fiume, essendo la terra tanto populata, dico che niuno non caccia né pesca, né tiene ingegno alcuno né maniera per questo effetto, né si dilettano di mangiarne: e per questo è molto facil cosa d'andar alla caccia e d'amazarne quante se ne vuole, perché gli animali e uccelli non son molestati dalle genti, e gli animali feroci, per quello che mi è stato riferito, non fanno male; nondimeno la gente della terra ne ha gran paura. Solamente una volta, in un luogo che si chiama Camarua, che è lontana un miglio da Barua, dormendo un uomo alla porta della stalla delle sue vacche, di notte, con un figliuolo picciolo, venne un leone e ammazzò detto uomo senza che alcuno lo sentisse, e al putto non fece male alcuno, ma all'uomo mangiò il naso e gli aperse il cuore. La gente di questa terra temeva per questo assai, dicendo: "Questo leone ha cominciato a mangiare della carne umana, farà del male assai, che non gli scamperà dinanzi alcuno"; pur, laudato Dio, non si è sentito che abbia fatto altro. E noi altri, in questo medesimo tempo, andavamo spesso a caccia molto vicini a questo luogo, né mai trovammo leone alcuno; trovammo bene pantere, leonze e tigri, alle quali non facevamo male, né esse a noi.


Della signoria e dominio di Barnagasso, e delli signori e capitani che stanno sotto di lui, e del tributo che egli paga con li suoi capitani al Prete Ianni ogni anno.
Cap. XXIV.

La signoria di Barnagasso è in questo modo: il suo titolo è nome di re, perché nagas vuol dir re e bar vuol dir mare, e cosí Barnagasso vuol dir "re del mare"; e quando gli danno tal signoria gliela danno con la corona d'oro in testa, e si dà secondo la volontà del Prete Ianni e dura quanto gli piace, perché al tempo che vi eravamo, per sei anni continui, ho veduto quattro Barnagassi. Quando arrivammo, vi era Barnagasso Dori, e costui morí di sua morte; la corona del quale fu data al suo figliuolo Bulla, fanciullo di X o XII anni, il quale, fatto Barnagasso, subito fu chiamato alla corte del Prete Ianni, il quale lo privò della signoria e la donò a un nobil signore, che si chiamava arraz Anubiata. Costui la tenne duoi anni, e poi gli fu tolta, e fatto il maggior signore della corte, che si dimanda nella lor lingua bettude; e la signoria del Barnagasso la dette a un altro signore che si chiamava Adibi, molto gentil persona, il quale ora è Barnagasso.
Son sotto la signoria di costui molti gran signori, i quali si chiamano xuus, che vuol dire capitani: e son questi xuus molto gran signori. Uno di questi, che ha nome xuus Cire, ora è maritato con una sorella del Prete Ianni. In questa terra di xumeta mai non siamo stati, per esser luogo molto lontano e disviato dal cammino della corte. Evvi un'altra xumeta che si chiama Ceruil: questa sappiamo ch'è un paese molto bello, e fertile d'ogni sorte de biade e legumi. E mi è stato detto che questo xuus Ceruil mette in campo XV mila uomini da lancia, con le lor targhe e archi. Item xuus Chama e xuus Burro: questi duoi signori mi è stato detto che erano uniti in una signoria, e per esser molto potenti, il Prete Ianni dubitò che non si voltassero contra il Barnagasso; però gli divise in due signorie, e cosí ancora ognuno da per sé son grandi. E si dice che questa terra, della quale ne hanno fatto due signorie, soleva essere il reame della regina Candace, la quale al suo tempo non avea altra signoria: e questa fu la prima cristiana che avesse questa terra, la quale il Signor nostro chiamò potente. Item vi son due altre capitanerie, cioè Daffila e Confila: queste confinano con l'Egitto, e questi capitani e signori stanno alle frontiere, e hanno trombetti, che loro chiamano ugandas, che gli vanno avanti, il che non può avere se non gran signori. E tutti costoro servono Barnagasso alla guerra, quando esso vi va, e per tutto dove va.
Ha molti altri signori sotto di sé, li quali si chiamano arrazes, che vuol dire capi: e ne conoscemmo uno che si chiamava arraz Aderao, cioè capo di uomini d'arme, che ne aveva sotto di sé XV mila, li quali loro chiamano cauas. E ho veduto detto arraz Aderao due volte in corte, e tutte due, avanti la porta del re, andar senza camicia e con un panno di seta cinto dal mezzo in giú, e sopra le spalle una pelle di leone, e nella man destra una zagaglia, nella sinistra una targa. Dimandai perché andava cosí un tanto uomo e gran signore: mi fu detto che quello era il piú onorevole abito che si possa avere essendo arraz di cauas, cioè capo di uomini d'arme. E in quel modo che esso andava lo seguivano XX o XXX come saria a dir fanti, con zagaglie e targhe, ma esso era sempre avanti. Il detto Barnagasso ha altri duoi, arraz Tagale e arraz Iacob, signori di gran terre, i quali io conobbi, e altri molti xuus, capitani e signori di terre, ma senza titolo: e cosí esso è signore d'assai genti e di molte terre. E cosí egli come gli detti signori son suggetti al Prete, ed esso è quello che gli dà e toglie l'ufficio quando gli pare e piace, e gli pagano il guibre delle terre, cioè il tributo. E tutte queste signorie son verso la parte dell'Egitto e dell'Arabia, donde vengono i buoni cavalli, broccati e sete, delle quali ne pagano il tributo, cioè che tutti lo pagano a Barnagasso e lui lo paga poi al Prete Ianni per sé e per tutti i sopra detti ogni anno: cioè 150 cavalli e una quantità grande di sete e broccati. Pagano ancora gran somma di panni di bambagia dell'India, per li dazii che si cavano nel porto d'Ercoco.


Del modo che usano nel guardare il bestiame nel tempo della notte dalle fiere; e come in questa terra son l'anno due vernate; e di due chiese che son nel luogo di Barua.
Cap. XXV.

La usanza di questi abitatori di Barua e delli convicini è di star X, XII, XV in una corte tutta murata e serrata fortemente, la qual corte ha una porta sola: e quivi serrano le vacche loro, dalle quali cavano il latte e butiro, e cosí gli animali minuti, come pecore, muli, asini. E oltra che tengono la porta serrata tutta la notte, fanno ancora fuochi alla porta e mettonvi uomini che fanno la guardia, per paura delle fiere che vanno attorno le loro abitazioni; e se non facessero a questo modo, non camparebbe loro animale che non fusse devorato. E di questo luogo di Barua e degli altri convicini son gli uomini che vanno a seminare i migli alla montagna della Visione, e vi vanno tre mesi avanti il verno generale. E le cause perché vi vanno son due: la prima per esser vicini al mare, onde passa tutta la vettovaglia alla Mecca, al Toro, al Zidem e per tutta l'Arabia e India, e avendo costoro molte sorti di semenze e grani, cercano luogo atto a spacciarle; la seconda causa è perché in questo paese son due vernate, divise in temporali, e le biade non crescono se non per forza d'acque: però si partono da Barua e vanno a seminar i migli nelle montagne della Visione, dove allora è il verno, che dura tutto il tempo di febraio, marzo e aprile. E questo medesimo verno è in una terra, pur sotto la signoria di Barnagasso, che si chiama Lama, lontana dalle dette montagne della Visione ben otto giornate; e similmente in questo medesimo tempo è verno in un altro paese, lontano da questo XXX giornate, il quale si chiama Dobas. E perché queste semenze di miglio richiedono le pioggie, però, essendo fuori del tempo ordinario questi verni de' luoghi sopradetti, li vanno a seminar dove piove e cosí si profittano delle dette due vernate.
In questo luogo di Barua son due chiese grandi e molto buone, nelle quali son molti preti, l'una appresso dell'altra: una è degli uomini, detta San Michele; l'altra delle donne, detta degli Apostoli, cioè di San Pietro e di San Paulo. La chiesa degli uomini dicono essere stata fatta da un gran signore che allora era Barnagasso, che le dette privilegio che non vi entrasse donna alcuna, se non la moglie di Barnagasso con una fantesca, e questo solamente quando andava per communicarsi; e ancora non entrava nella chiesa, perché le donne non entrano in chiesa, ma stanno alla porta nel circuito avanti la chiesa, e ivi pigliano il sacramento con li laici: e cosí fanno le donne nell'altra chiesa degli Apostoli, che lo pigliano nel detto modo avanti la porta. E nella chiesa delle donne ho visto sempre andar la moglie di Barnagasso a communicarsi con l'altre donne, non usando il privilegio a lei concesso d'andar a communicarsi nella chiesa degli uomini. Queste due chiese hanno il circuito delli cimiterii che tocca l'uno l'altro, e son circundati d'alte mura; e fanno li sacramenti, cioè il pane, per tutte due in una casa, e le messe dicono tutte due in un medesimo tempo, e li preti che servono in una chiesa servono nell'altra, cioè due parti de' preti nella chiesa degli uomini e una parte in quella delle donne, e a questo modo partiti dicono i loro ufficii. Queste chiese non hanno decima alcuna, solamente hanno assai possessioni, le quali son de' preti, ed essi le fanno lavorare e coltivare: si dividono tra loro l'entrate di quelle, e il Barnagasso dà loro tutto quel che bisogna nelle chiese, cioè paramenti, ornamenti, cera, butiro, incenso e ogni altra cosa a quelle appartenente. Sonvi da XX preti e di continuo da X in XII frati, né mai ho visto chiesa de preti ove non fussero frati, né monasterio de frati che tenesse preti, perché i frati son tanti in numero che cuoprono il mondo, e per i monasteri e per le chiese e per le strade e per tutti i mercati, e finalmente in ogni luogo, son frati.


Del modo che usano i preti nel maritarsi, e in che modo si ordinano,
e della riverenzia che hanno alle chiese e cimiterii di quelle.

Cap. XXVI.

I preti si maritano con una donna, e questi tali osservano meglio il matrimonio che i laici: vivono di continuo in casa, con la moglie e con i figliuoli; e se per sorte muore la moglie, non si maritano piú, e cosí se il prete muore, la moglie non piglia altro marito, ma si può far monaca s'ella vuole. E se il prete, essendo maritato, dormisse con un'altra donna, non entra piú in chiesa né participa dell'entrate di quella, ma diventa come laico. E questo so io perché viddi accusare avanti il patriarca un prete che aveva dormito con una donna, e lo viddi confessare il delitto: e subito comandò il patriarca che non portasse piú croce nella mano né entrasse piú in chiesa, ma fusse laico. E se alcuno prete essendo vedovo si marita, resta laico, come intervenne ad Abuquer che di sopra ho detto, il quale, essendo vedovo, si maritò con Romana Orque, sorella del Prete Ianni: costui, essendo prete e cappellan maggiore del Prete Ianni, dopo molti anni ch'era stato vedovo si era maritato, e l'abuna Marco lo aveva disgradato e fattolo tornar laico, e non entrava piú in chiesa, ma stava alla porta a pigliar il sacramento, come i laici. I figliuoli dei preti, la maggior parte diventano preti, perché in questa terra non si usano scuole da imparare a leggere o scrivere, né vi sono maestri, e i preti quel poco che sanno lo insegnano alli figliuoli, e cosí li fanno preti, essendo ordinati dall'abuna Marco, cioè dal loro patriarca, che per tutta la Etiopia non vi è altro né vescovo né persona che ordini: e gli ordini a tali preti si danno in due volte, come dirò piú innanzi, e dove mi ritrovai in fatto a vederli ordinare molte volte. In tutti questi paesi son li cimiterii delle chiese circundati da fortissimi muri, acciò che gli animali non vadano a dissotterrar li morti. Portano assai riverenzia alle chiese, e niuno ha ardire di passar a cavallo avanti la chiesa, ma dismonta fin che passi a piedi la chiesa e il cimiterio per un gran pezzo.


In che modo l'ambasciadore si partí di Barua, e del mal ordine che ebbero; e come arrivammo ad un luogo chiamato Barra, e del mal ordine che usò Barnagasso.
Cap. XXVII.

Stemmo in questo luogo di Barua, la prima volta, senza che volessino dar ordine alla partita nostra molti giorni; pur finalmente partimmo, alli XXVIII di giugno MDXX, assai allegri e contenti perché camminavamo, e quelli che portavano le nostre robbe le portarono lontano dalla terra solamente due miglia, dicendo che non eran ubligati a portarle piú innanzi, perché quivi era il confine della lor terra. Trovandoci noi nel mese di giugno alla campagna, nella forza del verno di questa terra, con grandissime pioggie e acque, con dette nostre robbe, l'ambasciadore con tre in compagnia tornarono verso Barua per parlar a Barnagasso; e lasciammo con le dette robbe lo scrivano, il fattore e altri Portoghesi. Subito che arrivammo, fummo al palazzo di Barnagasso per dir gli strazii che ne facevano li suoi vassalli; ma non ci lasciorno per quel giorno parlargli. Nel giorno seguente, la mattina, andammo per parlargli: e cosí gli parlammo, e ci promise di subito mandare a pigliar le nostre robbe, e cosí fece, le quali ci portarono dietro infino a cinque miglia, che potevano esser due confini di piú di quello che abbiamo detto di sopra, cioè di castello in castello. E passati questi termini, le posero in un'altra campagna, dove stettero quattro giorni sotto grandissime pioggie e terribili tuoni che ne spaventavano. In questi giorni l'ambasciadore insieme con noi non riposava troppo: ora andavamo a vedere le robbe nostre, che erano lontane cinque in sei miglia, ora allo alloggiamento nostro e ora in casa del Barnagasso, pregandolo che mandasse uomini e animali per condur quelle, perché erano del re, per portarle al Prete Ianni, o che almeno dicesse se egli voleva farlo o no; e se non voleva, che le farebbe ardere, e cosí andaria al suo viaggio senza piú impaccio. Sempre ci dette buone parole, ma cattivi fatti; pur alla fine, passati quattro giorni, mandò per dette robbe.


Come arrivorno le nostre robbe al luogo di Barra, e del mal aviamento che ne dette il Barnagasso; e della moneta che corre per tutto il regno del Prete Ianni, che son pezzi d'oro a peso.
Cap. XXVIII.

Alli tre del mese di luglio arrivarono le nostre robbe al luogo chiamato Barra, con gran pioggie, dove noi altri stavamo con espettazione di partirci presto. E stando quivi andammo a parlare a Barnagasso, pregandolo di grazia che ci dovesse espedire: detteci buone parole. Ma il giorno seguente arrivò un gentiluomo del Prete Ianni, al quale Barnagasso fece tanti onori che si scordò di noi, e gli andò incontro per riceverlo fuor della terra, per fino ad un monticello poco lontano dalle case, insieme con molto popolo; e il detto Barnagasso era nudo dalla cintura in su. Arrivato che fu, il detto gentiluomo si messe sopra quel monticello, piú alto degli altri, e parlando la prima parola che esso disse fu: "Il re vi manda a salutare", e a questa parola tutti s'inchinarono con la mano in terra, che è l'onore e riverenza che usano in questo paese. Detto questo, seguí l'ambasciata che esso gli portava dal Prete Ianni; finito che ebbe di parlare, Barnagasso si vestí di vestimenti assai ricchi e menò il gentiluomo al suo palazzo. Questa è l'usanza di udire l'ambasciata che il Prete Ianni manda, fuori di casa e a piedi, e nudo dalla cintura in su, fino a tanto ch'ella sia finita; e se l'ambasciata è cosa grata al Prete Ianni, quello che la riceve si veste, ma non essendo di piacere al detto Prete, colui che la riceve resta nudo, parendogli essere in disgrazia del suo signore. Questo Barnagasso era fratello della madre del Prete Ianni.
Mentre che costui era ivi, l'ambasciadore e noi andavamo a parlare a Barnagasso acciò che ne espedisse, ed egli ne rispondeva che per l'amor di Dio lo lasciassimo stare, perché era amalato; cosí ad altra ora poi non eravamo lasciati entrare, dicendone che dormiva: e tanto andò la cosa in lungo che quello mandato si partí. L'ambasciadore, sdegnato, disse a Barnagasso che mal si ricordava e peggio eseguiva il giuramento fatto e promessa al gran capitano di ricevere tutti li suoi in sua protezione e dar loro ogni aiuto e favore, poi che sí poco faceva per le cose del re di Portogallo. Né per questo si mosse a dargli piú presta espedizione, scusandosi sempre con le occupazioni avea de' forestieri e con l'esser amalato; ma noi vedemmo per esperienzia che erano fizioni e che non aveva impedimento alcuno con forestieri, perciò che alli 6 del detto mese arrivorno qui sette o otto Mori a cavallo, i quali parevano uomini di conto, e venivano da lontani paesi, e avevano menati cavalli molto belli, li quali volevano dargli per il tributo che pagano al Prete Ianni e anco ad esso Barnagasso: e perché la venuta di costoro redondava in util suo, non lo impedivano allora né forestieri né la infirmità. La cortesia che usava a questi Mori dava assai disturbo a noi altri. L'ambasciadore alla fine gli dimandò in presto XII mule, ed egli rispose che non poteva prestarle, e se ne voleva che ne comperasse. E volendo noi comperarne dalla gente della terra, che volentieri ce ne averiano vendute, venivano li suoi servitori, minacciandoli che se ce le vendessero gli castigariano e torriano l'oro, perché in questa terra non corre moneta alcuna. Volendo comprarne, tutti quelli della terra si scusavano dicendo che avevano paura di Barnagasso, perciò che lui voleva vendere le sue mule.
L'usanza di tutto il reame del Prete Ianni è che non si spende moneta, ma solamente oro, e si spende a peso: e il principal peso è un'oncia, la quale fa per peso X pardaos o vero X crociati; e da questa ne vien la mezza oncia, e parlando a minuto si parla a dramme, e X dramme fanno una oncia, e la valuta della dramma è secondo la valuta della dramma nel regno di Portogallo o vero in India: viene a valere tre quarti di ducato d'oro in oro, sí che viene a valere un'oncia ducati sette e mezzo d'oro in oro. E piú, detto Barnagasso aveva ordinato che niun altro che lui, e suoi ministri, tenesse li pesi da pesar l'oro, e bisognava a chi voleva comprare e vendere che gli dimandasse il peso: e a questo modo esso e i suoi fattori venivano a sapere in mano di chi andava l'oro, il qual oro poi toglieva alli suoi vasalli quando gli pareva, sí come da loro mi fu referto.


Della chiesa e luogo di Barra e suoi ornamenti, e del mercato e fiera che si fa nel detto luogo, e delli mercanti loro, che son frati, monache e preti.
Cap. XXIX.

In questo luogo di Barra è una chiesa di Nostra Donna, grande, nuova e molto ben dipinta e ben ornata di molti broccati d'oro e tele d'oro, panni di seta, cremisini e velluti dalla Mecca e ciambelotti rossi: uficiano cosí in questa come in quella, della quale ho parlato di sopra, di Barua, eccetto che quivi fanno gli ufficii loro piú sollenni, per esser quivi Barnagasso e piú preti e infiniti frati. La chiesa è governata dalli preti, e una volta che io vi fui viddi fare una processione intorno alla chiesa nel piú gran circuito, cioè nel cimiterio, nella qual erano molti preti e frati, uomini e donne, che in questa chiesa le donne pigliano la communione con i laici: nella qual processione eran gli ornamenti sopradetti, e circondorno la chiesa ben trenta volte, cantando a modo di litanie e sonando molte nacchere a modo di tamburi e cembali. E come li sonano quando fanno la processione e cantano avanti la imagine della nostra Donna, ne' giorni di domenica e delle feste, cosí fanno quando si communicano ne' giorni delle feste. E dissemi che facevano questa processione in onor di Dio, acciò che desse loro delle acque per poter far le lor semenze, che era il mese di gennaio nella loro state. Le campane son di pietra, come nell'altre chiese, e le campanelle mal fatte.
In questo luogo si fa gran mercato, come nel luogo di Barua, e cosí si fa in tutti li luoghi che son capi di congregazioni ogni settimana un mercato. In questi mercati si usa di cambiare una cosa in un'altra, cioè dare un asino per una vacca, e quello che val manco rifà quello che val piú due o tre misure di formento o di sale. Cambiano però capre per pane, e per pane comprano panni, e per panni mule e vacche; ma sopra tutto trovano quel che vogliono per sale, per incenso, per pevere, per mirra, per perle minute, che son tutte cose molto stimate e avute in prezio, e ne fanno conto come dell'oro e correno per tutti li regni del Prete e di gentili. Per ogni picciola cosa cambiano galline e capponi, e finalmente tutto quel che si vuol comprare, tutto si trova in questo mercato a cambio, che moneta non vi corre: e nel cambiare non fanno troppe parole, ma si accordano presto, cosa che ci faceva maravigliare.
Li piú grandi negociatori di questi mercati sono preti, frati e monache. Li frati vanno vestiti onestamente con li loro abiti per insino in terra: alcuni portano abiti gialli, di panno di bambagio grosso, e alcuni altri portan pelli di capre, concie come le pelli delle camozze, pur gialle; e cosí le monache portano il medesimo abito, e portano di piú i frati cappe fatte al modo di quelle de' frati di San Domenico, delle medesime pelli o panni gialli, e cosí portano cappelli. Le monache non portano cappe né cappelli, solamente portan lo abito, e hanno rasa tutta la testa; e hanno una coreggia di cuoio cinta e stretta intorno alla testa, e quando son vecchie portano in capo certe cuffie e veli di sopra. Non stanno rinchiuse ne' monasteri, ma stanno in certe ville, e perché tutti li monasteri son di uno ordine, però rendono ubidienza al monasterio convicino, donde ricevano gli abiti. Queste monache non entrano in chiesa se non come fanno le altre donne: il numero delle quali è grande, quasi quanto è il numero de' frati. Dicono che alcune di loro son donne di santa vita; alcune altre hanno figliuoli. L'abito che portano i preti è poco diverso da quello che portano i laici, perché è fatto di un medesimo panno, e vanno cinti da uomini puliti. La sua differenzia è che portano sempre una croce in mano, e il lor capo è sempre raso, e al contrario i laici portano tutti la chioma; e li preti non si levano la barba, ma li laici si radono sotto il mento e li mostacchi. Vi sono ancora alcuni altri preti che si chiamono debeteras, che vuol dire canonici: questi son preti di chiese grandi, come saria a dire di chiese catedrali o collegiate, e questi vanno ben vestiti, tal che dimostrano bene quello che sono, e questi non vanno per li mercati come gli altri.


Dello stato di Barnagasso, e del modo della sua corte e della sua giustizia, e della grida che egli fece fare per andar contra li popoli di Nubia.
Cap. XXX.

L'essere di questo Barnagasso (benché sia gran signore e intitolato come re) è molto povero. Quante volte gli avemo parlato, sempre l'avemo trovato a sedere in una lettiera coperta con una coltra, ed esso coperto di panni di bambagio gottonato, che loro chiamano basuto, il quale è assai buono quanto al paese, e di quelli vi sono di gran prezio; e dietro alla lettiera la muraglia era schietta, con quattro spade assai ricche attaccate a quattro legni messi nel muro, e duoi libri grandi similmente attaccati; avanti la lettiera nel piano erano alcune stuore, sopra delle quali seggono quei che lo vengono a vedere. Le case non le spazzano troppo spesso. La sua moglie sta sempre a sedere a canto di lui, sopra una stuora che è posta appresso della testa della lettiera. Stanno ancora sempre avanti di lui molte genti e personaggi di conto, pure a sedere sopra dette stuore. All'incontro e per mezzo della sua lettiera di continuo stanno quattro cavalli, delli quali uno sempre sta sellato e gli altri solamente coperti con le copertine, e quivi mangiano. In tutte le sue case sono due circuiti di muro, come saria a dir corte: ogni circuito ha la sua porta, e ogni porta ha li suoi portinari, con le sue sferze in mano. Nella porta piú propinqua a lui son portinari piú nobili, e in mezzo di queste due porte sta sempre un suo alycaxy, che vuol dire auditore o vero maestro di casa, ed è quello che fa giustizia udendo le parti: e se la causa è di grande importanzia, ode ambedue le parti fino alla conclusione, e dopo va a riferire il tutto a Barnagasso, ed esso dà la sentenzia; e se la causa è picciola, e che le parti siano d'accordo, e che detto alycaxy dia la sentenzia, la causa è terminata. E di piú, a tutte le sentenzie che dà il Barnagasso o vero questo alycaxy, è bisogno che vi sia presente un uomo onorato e di conto, il quale se dimanda, per l'ufficio che tiene, mallagana, che vuol dire notaro del Prete Ianni. E se alcuna delle parti si volesse appellare al Prete Ianni o vero alli suoi auditori, in tal caso dimandano la fede della causa: e in questo modo il Prete Ianni intende tutte le cose de' suoi sudditi, cosí dei grandi come dei piccioli. E tutti li signori delle terre di ciascun regno del Prete Ianni tengono uno alycaxy e mallagana posto per il Prete, e cosí tengono li capitani suggetti a Barnagasso.
I signori grandi che stanno in corte del Barnagasso, o altri che vengono a lui per lor negozii, vanno in questo modo. Partiti dalla loro abitazione, cavalcano sopra una mula, con sette o otto uomini a piede che li vanno innanzi, infino alla prima porta, e giunti quivi dismontano; e se è piú gran signore, cavalca con sette o otto o X mule, tutti a cavallo, o con piú, secondo la qualità sua, e vanno infino alla prima porta, e giunti quivi tutti dismontano, e poi vanno infino alla seconda porta: e se non entrano per sorte, stanno a sedere quivi di fuori, come fanno le api al sole, senza alcuno spasso. Tutti questi uomini onorati portano pelle di castrone intorno al collo e le spalle, e quelli che la portano di leone o di tigre o di leonza sono piú onorati: e quando arrivano avanti a Barnagasso, se la cavano per onorarlo, come caviamo noi la berretta.
Stando noi in questo luogo di Barra, un giorno di mercato andò un bando grande, come il Barnagasso voleva andare contra i popoli de Nubia. L'ordine di questo bando fu in tal modo, che andava avanti uno che portava un panno a guisa di bandiera sopra una zagaglia, e poi uno che andava gridando la guerra contra li Nubiani, i quali dicono essere lontani negli ultimi confini delle lor terre cinque o sei giornate verso la parte dell'Egitto, e confinano con le terre di Camphila e Daffila, come abbiamo detto di sopra, suddite al detto Barnagasso. Questi popoli di Nubia non son mori né giudei né cristiani, ma dicono che furon già cristiani e che per causa de mali ministri perdettero la fede: e cosí son diventati infedeli e senza legge. In questa provincia di Nubia è molto oro fino. E piú mi dissero che non era molto tempo che essi avevano amazzato un figliuolo del Barnagasso, e che per questo egli voleva andare in quelle bande per vendicarsene. E mi fu affermato che in questo paese di Nubia si trova molto oro e fino, e che alli confini di quello vi stanno sempre 400 o 500 uomini a cavallo, valentissimi combattenti, e che la terra loro è molto fertile e abondante di ogni sorte di vittuaglie e d'animali: e non può esser altramente, perché ella è posta sopra ambe le ripe del Nilo, il quale passa per mezzo di quel paese molte miglia. Diceva il bando che in termine di cinque giorni il Barnagasso voleva partire, ma ancora non vi era ordine alcuno di arme, perché in quella terra non ne sono troppe, ma solamente vi erano i cauas, che sono gli uomini d'arme, i quali portano una zagaglia, una targa e un arco con assai freccie; e i grandi portano spada, scimitarra e giacco di maglia, ma non molti. Sopra questa occasione di voler ire alla guerra, il Barnagasso dimandò all'ambasciadore che gli volesse dar qualche spada, il qual gli donò la sua, che egli portava per viaggio, che era assai bella e buona; e nondimeno tornò a dimandarne un'altra con grand'instanzia, la quale sapeva che esso aveva, assai ben guernita e molto ricca, dicendo che ne aveva di bisogno. E non potendo l'ambasciadore scusarsi, fu sforzato a comprarne una dalli suoi compagni, che aveva il fodero di velluto e li fornimenti indorati, e cosí gliela diede in cambio della sua. E nella casa dove noi avevamo le nostre robbe e dove li Portoghesi dormivano, che era senza porte, la notte seguente ci furno rubbate due spade e una celata: fate conto che ce le togliessero per causa di questa guerra.


Come partimmo da Barra per Timei, e della qualità del luogo.
Cap. XXXI.

In questo luogo noi comprammo mule per nostro cavalcare, e Barnagasso ne donò tre camelli: e a gran fatica partimmo di quivi, per li gran tuoni e temporali e pioggie che ci molestavano terribilmente, perché in questo tempo è la furia della vernata, la quale incomincia alli 15 di giugno, poco piú o manco, come abbiamo detto di sopra, e finisce alli quindeci di settembre; e al suo fine è la estate come da noi, e quanto piglia d'uno tanto poi lassa dell'altro. E in tutto questo tempo del verno in alcuno di questi paesi non si cammina: ma noi altri tuttavia davamo pressa al nostro camminare, perché non sapevamo l'usanza della terra, e manco il pericolo a che ci mettevamo. E cosí principiammo il nostro cammino con parte delle nostre robbe, perché gran parte ne lasciammo a Barra col nostro fattore, e arrivammo a un luogo chiamato Temei, che è della congregazione di Maizada e lontano dal luogo di Barra dodici miglia, di donde partimmo: e stemmo in questo viaggio tre giorni, per la crudel vernata e per le pioggie grandissime, guastando per l'acque la strada quella poca robba che portavamo. In questo luogo dove noi arrivammo trovammo un xuum, che vuol dire capitano, il quale aveva nome Primo ed era fratello di Barnagasso, uomo molto degno e da bene, e ne usò gran cortesia. Dicevano che egli era similmente fratello della madre del Prete Ianni, aveva nella sua xumeta o vero capitania della congregazion di Maizada XX luoghi e non piú, per essere la piú picciola congregazion che sia nel regno di Barnagasso.
Questo luogo è posto sopra una collina alta, non di sasso, ma tutta di terra lavorata, con alcune picciole ville; e per tre bande si vede il paese piano per quaranta e quarantacinque miglia, e dall'altra per ispazio di tre miglia comincia una gran profondità over caduta che fa il paese verso un gran fiume, appresso il quale si veggono bellissime campagne tutte coltivate e fruttifere, con piú di cento villaggi: sí che non credo che in alcuna parte del mondo sia terra cosí abitata e cosí piena di grani d'ogni sorte come è questa, né le fa danno alcuno la vernata con le pioggie, ma questo è il suo tempo migliore che possa avere, che vi crescano le biade e fannosi piú belle. Né similmente credo che sia alcun paese dove si trovino tanti animali, cosí domestichi come salvatichi, e dove si possino pigliar tante salvaticine e uccelli quante in queste campagne; ma delle fiere salvatiche non vi sono altre che tigri, lupi e volpi, le quali sono anche in tutto il paese. Non si maravigli alcuno che leggerà o udirà questo, che in queste campagne tanto abitate e popolate sian tante diversità di animali, e massimamente da caccia: la causa è (come ho detto di sopra) perché non gli ammazzano e manco hanno ingegno alcuno da pigliarli, solamente ammazzano qualche pernice con le freccie e le pigliano con lacciuoli; e molti animali non mangiano, come son porci, lepri, oche salvatiche e anitre, e questo perché tali animali non hanno il piede fesso. E niuno altro animale mangiano, se muore prima che lo scannino: e in questo modo vi si nutriscano tanti animali, li quali non sono molestati né fatti correre, perché non hanno cani per questo effetto. E noi, quando andavamo a caccia senza cani, avevamo tal volta XX lepri nelle reti in termine di un'ora e altretante pernici condutte a' lacciuoli, come se cacciassimo le galline a casa, perché non son troppo salvatiche né hanno troppo paura degli uomini, per essere use a vederli tutto il giorno: e a questo modo ne amazzavamo tante quante volevamo; e quelle cacciagioni che lor non mangiavano, noi altri le mangiavamo di nascosto, accioché non dicessero male del fatto nostro.


Della gran moltitudine delle cavallette e del danno che fanno,
e come facemmo una processione e le cavallette morirono.
Cap. XXXII.

In questa parte e in tutto il dominio del Prete Ianni vi è una orribile e gran piaga, che son cavallette senza numero, le quali mangiano e consumano tutte le biade e gli alberi: ed è tanta la quantità di questi animali che non si può credere, e con la loro moltitudine cuoprono la terra ed empiono l'aria, talmente che è difficil cosa poter veder il sole. E di nuovo affermo che è cosa incredibile a chi non le vede, e se il danno che esse fanno fusse generale per tutta la provincia e reame del Prete Ianni, si morrebbe di fame e non saria possibile abitarvi; ma un anno distruggono una provincia, come sarebbe a dire nella provincia di Portogallo o di Spagna, un altro anno son nelle parti di Lenteio, un altro in Estremadura, l'altro in Beira o vero fra il fiume Duoro e Minio, l'altro nelli monti, l'altro in Castiglia vecchia, Aragona o vero in Andalusia, alcune volte in due o tre di quelle provincie: e dove esse vanno, resta la terra distrutta piú che se vi fusse stato il fuoco. Queste cavallette son grandi come gran cicale e hanno le ali gialle. Innanzi che arrivino nel paese, lo sappiamo un giorno avanti: non che le vediamo, ma conosciamo al sole che mostra il suo splendor giallo, che è segno ch'elle si avicinano al paese, e la terra diventa gialla per la luce che la riverbera dalle ali di quelle, per il che la gente diviene subito come morta, dicendo: "Siamo perduti, perché vengono gli ambati", che vuol dir cavallette.
E non voglio restar di narrar quello che ho veduto tre volte, e la prima nel luogo di Barua, dove già eravamo stati per tre anni, e quivi molte volte sentivamo dire: il tal paese, il tal reame è stato destrutto dalle cavallette. E noi stando in questa terra vedemmo il segnal del sole, e l'ombra della terra tutta gialla, e che la gente era pel dolore mezzo morta. Nell'altro giorno fu cosa incredibile il numero di tali animali che venne, che a nostro giudicio copriva da XXIIII miglia di paese, secondo che dapoi sapemmo. Essendo giunto questo flagello, li preti di questo luogo mi vennero a trovare, pregandomi che gli desse qualche rimedio per cacciarle via; e io gli risposi ch'io non li sapeva dir altro, se non che pregassino Dio divotamente che le dovesse cacciar del paese. E io andai dall'ambasciadore e dissigli che saria forse buona cosa di far processione, pregando Dio che liberasse il paese, e che lui per sua misericordia forse ci esaudiria. Piacque questo molto all'ambasciadore, e l'altro giorno facemmo congregar le genti della terra e tutti i preti, e presa la pietra sacrata e la croce secondo l'usanza loro, tutti noi Portoghesi cantammo le letanie, e a quelli della terra ordinai che gridassero come noi, dicendo in loro linguaggio: "Zio marina, Christos", che vuol dire: "Signor Dio, abbi misericordia di noi". E con questo nostro gridare camminammo per una campagna dove erano campi di formento per ispazio di un miglio, per fino a un picciol monticello, e quivi feci pigliare assai di quelle cavallette e gli feci una scongiurazione, la quale portavo meco scritta, che in quella notte l'avevo fatta, con richiederle e ammonirle e scommunicarle, dicendo che in termine di tre ore cominciassero a camminar verso il mare, o vero verso terra di mori o montagne deserte, e lasciassero stare i cristiani; e non lo faccendo, chiamavo e invocavo gli uccelli del cielo, gli animali della terra e tutte le tempeste, che dissipassero, distruggessero e mangiassero li lor corpi: e per questo effetto feci pigliare una quantità di cavallette, e feci questa ammonizione a quelle presenti in nome di quelle e delle absenti, e cosí le lasciai andare dando loro libertà. Piacque a Dio d'esaudire noi peccatori, perché, dando noi la volta per ritornar a casa, ne erano tante dietro a noi che pareva che ci volessero romper la testa e le spalle, tanto ci percotevano, che parevano botte di sassi e di bastoni: e da questa banda si andava verso il mare. Gli uomini, le donne e i putti che erano restati nel luogo, erano montati sopra i terrazzi delle case, ringraziando Dio che le cavallette se ne andavano avanti fuggendo, e parte ci seguitavano. In questo mezzo si apparecchiò un gran nembo con tuoni verso il mare, che veniva loro in faccia, e durò per tre ore, con grandissima pioggia e tempesta, la quale riempié tutti i fiumi: e quando cessò l'acqua, era cosa spaventevole a vedere le cavallette morte, che si misuravano due braccia e piú d'altezza sopra le ripe dei fiumi, e in alcuni fiumi vi erano i monti grandissimi, in modo che la mattina seguente non se ne trovò una viva sopra la terra. Intendendo questo gli altri luoghi convicini, vennero assai uomini a dimandare in che modo era seguito questo caso. Molti della terra dicevano: "Questi Portoghesi son uomini santi, e per virtú d'Iddio hanno cacciato via e fatto morire le cavallette". Altri dicevano, massime preti e frati dei luoghi circonvicini, che noi eravamo strigoni, e che per virtú di strigarie avevamo cacciati detti animali, e che per questo non avevamo paura di lioni né di altra fiera.
Tre giorni dopo questo fatto venne a noi un xuum, cioè capitano, d'un luogo chiamato Coiberia, con uomini, preti e frati, a pregarci che per amor di Dio gli dovessimo soccorrere, dicendo che erano rovinati per le cavallette: e quel luogo era lontano una giornata verso il mare. Arrivorno da noi a ora di vespero, e in quella medesima partimmo io e quattro Portoghesi, e tutta la notte camminammo e arrivammo quivi a un'ora di giorno, dove trovammo che tutti quelli della terra erano congregati con assai delli luoghi convicini, che ancora essi erano dalle cavallette tribolati; e subito che arrivammo, facemmo la nostra processione intorno alla terra, la quale è posta in una alta collina, dalla quale si vedevano molte terre e luoghi, tutti gialli per la moltitudine delle cavallette. Fatte le cerimonie come nell'altro luogo, andammo a desinare, e gli uomini convicini ne pregorno che andassimo con loro, promettendone gran presenti. Piacque al Signore che, subito che avemmo desinato, noi vedemmo la terra netta che non si vedeva pur una cavalletta per miracolo: e vedendo ciò, non confidandosi della grazia avuta, ci pregorno che dovessimo andare a benedire le loro possessioni, che ancora avevano paura che non ritornassero, e cosí ritornammo a casa.


Del danno che vedemmo in un'altra terra, fatto per le cavallette in due parti.
Cap. XXXIII

Un'altra volta, trovandoci in una terra chiamata Abuguna, vedemmo le cavallette. A questa terra ci mandò il Prete Ianni, acciò che ci fornissimo quivi di vettovaglia, la quale è nel reame d'Angote ed è lontana dal luogo di Barua, dove noi stavamo, il cammino di 30 giornate. Essendo quivi giunti, io andai con l'ambasciadore Zagazabo, che venne in Portogallo, e cinque Genovesi, verso un luogo e una montagna che si dimanda Aguoan; e camminammo 5 giorni per luoghi tutti diserti e distrutti, nei quali eran seminati migli zaburri, che avevano le canne cosí grosse come son quelle che noi adoperiamo nelle vigne, e vedemmo che tutte erano rotte e calpestate come se vi fusse stata la tempesta, e questo avevano fatto le cavallette. I formenti, orzi e taffi erano stati mangiati, di tal sorte che pareva che mai vi fusse stato lavorato né seminato. Gli arbori eran senza foglie, e le scorze di quelli tutte mangiate, e non vi era pur erba, che ogni cosa avevano mangiato: e se noi altri non fussimo stati accorti e avisati, che nel partir nostro caricammo le mule di vettovaglia, saremmo morti di fame insieme con le cavalcature. Era questo paese coperto tutto di cavallette senza ale, e dicevano che quelle erano la semenza di quelle che avevan mangiato il tutto, e come avessero fatte l'ali, andariano a trovar le altre: ed era tanto il numero di queste che io non voglio dirlo, perché non saria creduto. Ma voglio ben dire che io vedeva uomini e donne e putti come spasimati sedere fra queste cavallette, e io diceva loro: "Perché state voi cosí come morti e non ammazzate di questi animali, e fate vendetta del danno che vi hanno dato li lor padri e madri, che almeno quelle che ammazzarete non vi faranno danno?" Rispondevano che non gli bastava l'animo di resistere alla piaga che Dio gli mandava per li lor peccati. E tutta la gente di questa terra si partiva, e trovammo tutte le strade piene d'uomini e donne a piedi, con li fanciulli al braccio e sopra la testa, andando in altre terre dove trovassino vettovaglie, che era una pietade a vederli.
Stando noi nella detta signoria di Abuguna, un'altra fiata, in un luogo che si chiama Aquate, venne tanto numero di cavallette che non si potria dire: e cominciarono a venire un giorno a ora di terza e per fino a notte non cessarono, e secondo che arrivavano si fermavano, e poi l'altro giorno da mattina cominciavano a partirsi, tal che a ora di nona non se ne vedeva pur una, e gli arbori erano rimasi senza foglie. Nel medesimo giorno e ora ne venne un altro squadrone, e queste non lasciorno ramo o legno che non rodessero: e cosí fecero cinque giorni l'uno dopo l'altro, e dicevano che erano figliuoli che andavano cercando i padri loro, e facevano il medesimo dove vedemmo quelle che non avevano l'ale. E la larghezza che pigliavano queste cavallette era di nove miglia, nel quale spazio non restò foglia né scorza negli arbori, e non pareva che la terra fusse bruciata, ma che fusse nevigato, e questo per la biancura degli arbori che restavano secchi, tal che la terra era rimasta tutta netta. Dio volse che le ricolte vi erano già state fatte. Noi non potemmo sapere verso che banda poi andassero, perché venivano di verso il mare, dal reame di Dancali, che è di Mori che di continuo stanno in guerra; e manco potemmo sapere dove fusse il fine del loro cammino.


Come, dapoi arrivati al luogo di Temei, l'ambasciadore si partí per andare dove stava il Tigremahon con sei cavalcature, e il resto della famiglia rimase;
e del fiume Marabo che va nel Nilo.
Cap. XXXIII.

Il secondo giorno dopo la nostra venuta a questo luogo di Temei, inanzi che giungessero le nostre robbe che erano rimaste in Barra, si partí l'ambasciadore con sei cavalcature per andare alla casa del Tigremahon, che è intitolato come re, e sotto il suo governo e reggimento son molti gran signori e luoghi. L'ambasciadore li domandò che gli dovesse dare aiuto e ordine per il suo viaggio, tanto che noi arrivassimo nel suo paese. Rimase in questo luogo Giovanni Scolare e io e duo Portoghesi. In questo mezzo arrivò il fattore con la robba che restò in Barra, e cosí in questo luogo tutti ci congiugnemmo insieme. Alli 28 di luglio del detto anno 1520, ci mandò a dir l'ambasciadore che andassimo dove esso era con le robbe, cioè in casa del Tigremahon, con i Portoghesi che erano andati con lui: e quivi aspettando due giorni gente che portasse la robba, arrivò un xuum con molta gente per portar la robba. E di quivi partimmo alli 3 d'agosto, con gran tuoni e con un verno terribile di grandissime pioggie, e camminammo lo spazio di tre miglia per campagne lavorate, poi cominciammo a descendere al basso per strada molto aspra e sassosa e molto pendente per spazio d'altrotanto cammino. E andammo la sera a dormire nel cimiterio d'una chiesa, dove stemmo con gran paura delle tigri, e molto travagliati dall'inverno e pioggie. Partendoci il giorno seguente, camminammo per aspre montagne piene di boschi e arbori senza frutto, ma tutti verdissimi e belli e da noi non conosciuti, e arrivammo ad un fiume che, per essere il verno, era grande e pericoloso da passare, il qual si chiama Marabo: e sopra questo è posto il luogo di Barua, come abbiamo detto di sopra, e corre verso il Nilo; e sopra questo fiume si termina il paese del reame di Barnagasso e comincia quello di Tigremahon. E da questo fiume infino al luogo dove noi dormimmo son circa sei miglia, e quantunque le montagne siano aspre e piene di boschi, pur sono abitate da assai popolo, e vi si trovano assai luoghi coltivati.


Come Tigremahon mandò un suo capitano a cercar la robba dell'ambasciadore;
e delli edificii che nel primo luogo trovammo.
Cap. XXXV.

Arrivati alla fiumara, quei che erano con noi scaricorno la robba, e subito dall'altra banda del fiume sentimmo gran rumori di tamburi e di gente. Addimandammo che cosa era, ci fu risposto che era un capitano di Tigremahon che veniva per portarci la robba: e noi passato il fiume trovammo una bella gente, la quale ci veniva a cercare, e potevano essere da 600 in 700 uomini. Subito vedemmo nascere una gran differenzia fra questi e quelli che ne avevano accompagnati, perciò che quei di Tigremahon dicevano che non erano obligati a pigliar la robba se non passato il fiume, gli altri dicevano che non erano obligati a portarla se non alla ripa del fiume appresso l'acqua. E cosí stati in questa contesa, perché la fiumara era assai grossa, s'accordorno tutti insieme di traghiettare la detta robba, e che questo non fusse in pregiudicio d'alcuno, ma che fusse in libertà della giustizia: e cosí passammo la fiumara con le robbe. Camminavano costoro con la robba tanto gagliardamente che non gli potevamo tener dietro con mule. Per quel poco del giorno che ci era restato, camminammo per montagne asprissime, e vedemmo in piú bande porci salvatichi, che passavano 50 per squadra, pernici infinite e altre sorti d'uccelli di diversi colori, bellissimi da vedere, che coprivano la terra e gli arbori: e ci fu detto che in questi luoghi erano d'ogni sorte animali rapaci, e non può essere altramente, secondo che dimostravano le montagne terribili. La notte dormimmo fuori alla campagna, fra luoghi circondati da gente e da molti fuochi, dicendo che ciò facevano per paura delle fiere. E subito quivi trovammo gran differenzia nelle genti e nella terra e negli arbori, come anco nella qualità del paese e nel traffico degli abitanti. E quivi cominciammo ad entrare fra certi monti altissimi e acuti, che parevano che toccassero il cielo, e a rispetto della loro altezza da piede giravano poco spazio, ed erano posti tutti in uno ordine misuratamente, e sono divisi l'uno dall'altro e distendonsi per un grande spazio di paese. E tutti quei che si posson salire, ancora che vi sia pericolo grande allo andarvi, tutti hanno cappelle in cima, e la maggior parte son della Nostra Donna: e in molte di queste punte vedemmo cappelle che non potevamo pensar come vi fussero montate le persone a farle.
Andammo a dormire ad un luogo in mezzo di questi monti chiamato Abafacem, nel quale è una chiesa della Nostra Donna molto ben fatta, con una nave in mezzo rilevata in alto piú dell'altre due dalle bande, e le sue finestre sopra l'altre navi son sotto il colmo di mezzo, e tutta questa chiesa è in volto: e in tutto questo paese non abbiamo veduto né la piú bella né meglio fatta di questa, la quale è simile a quelle delle badie che son fra il fiume Duoro e Minio in Portogallo. Appresso a questa chiesa vi è una torre grandissima e bella, cosí per l'altezza come per la grossezza e fattura del muro, e già si vedeva che minacciava ruina, ed è di pietra viva lavorata, che ben pare essere una cosa regale: e un altro tale edificio non abbiamo visto. Ed è circondata da bellissime case che ben si confanno con quella, cosí di buoni muri come di terrazzi di sopra e alloggiamenti, sí che paiono essere state di gran signori. Dicono che vi stava la regina Candace, perché quivi era vicina la sua casa, e questo può essere il vero. Questo luogo, chiesa e torre son posti in mezzo di questi monti acuti, in bellissimi e verdissimi campi, e tutti bagnati da fontane d'acque che descendono da piedi di questi monti: e queste fontane son fatte di pietre vive. E le biade che quivi si adacquano son formento, orzo, fava, ceci, lenti, piselli, che tutto l'anno ne hanno, agli e cipolle grossissime; e intorno alle case si trova il sinape e nasturzio, e in quelle ripe si coglie assai erba chiamata crescione, e alcune altre erbe che loro mangiano. In detta chiesa son molti preti molto ben vestiti, e paiono uomini da bene. Quivi ci fu detto che, quando cominciarono a farsi cristiani, edificarono sette chiese e che questa era una di quelle: e può esser facilmente cosí, perché, sí come mi è stato referto, poco lontano di quivi era il luogo dove abitavano quei che furno i primi a farsi cristiani, che fu in Chassumo.


Come partimmo di Abafacem e andammo ad un luogo che si chiama le case di San Michele; e della differenzia che trovammo degli abitanti del regno di Barnagasso e di Tigremahon; e della strada che si suol fare per andare alla corte del Prete Ianni.
Cap. XXXVI.

Partimmo di questo luogo cosí come venimmo, tutti insieme con le genti che ne portavano la robba (e si chiama questo modo di portar la robba elfa), e andammo a dormire ad un altro luogo che si chiama le case di San Michele, perché la chiesa si chiama San Michele. E arrivando quivi non ci volsono alloggiare, dicendo che erano privilegiati ed esenti da simil angaria; e per le pioggie grandi il meglio che potemmo noi alloggiammo nel circuito della chiesa, e nell'altro che serve per cimiterio mettemmo le mule, perché vi era erba assai e molto grande, per causa della vernata e delle pioggie, la qual erba in Portogallo si chiama panico salvatico: ed era lunga e alta, per essere ingrassata da' corpi morti. In questo paese non si dà mangiare se non una volta il giorno, cioè di notte, in certi mesi dell'anno quando si digiuna, e cosí è in tutto il reame del Prete Ianni; e arrivando noi, cosí come non ci volsero alloggiare, cosí ancora tardarono nel darci mangiare, e in questo mezzo morivamo di fame. E il nostro fattore, ciò vedendo, disse: "Io ho due galline cotte, se vi piace mangiamole". Lo scrivano e io ci maravigliammo molto che ei volesse che mangiassimo carne senza pane, pur fummo costretti a mangiarle. E dopo questa fiata, che mi parvero buone (penso per la fame grande che aveva), ne ho voluto mangiar molte altre volte, cioè pane senza carne e carne senza pane, e pane tinto solamente nel sale o vero in acqua e in pevere: e cosí per questi diversi mangiari mi scordai della prima maraviglia. Pur venendo la notte ci portarono da mangiare al lor modo, e dormimmo nelli sopra detti circuiti, e per star piú netti ci accostammo appresso il luogo dove loro pigliano la communione. Quivi avendo una candela accesa, cominciarono i colombi a svolazzare d'intorno, il che sentendo corremmo a serrar le porte, perché per altro luogo non potevano fuggire: e dando loro la caccia, non ne campò alcuno, perché pigliammo infino alli piccioli che erano nelli nidi, in modo che ne empiemmo un sacco. E questo fu causa che un'altra volta, dopo alcuni anni, che quivi tornammo, ci dettero alloggiamento, acciò che un'altra volta non pigliassimo tutti i colombi della chiesa, la qual allora era ripiena di quelli.
La differenza che hanno gli abitanti di questo paese da quelli del Barnagasso è che gli uomini portano certe traversine lunghe duoi palmi cinte intorno, e queste sono di panno o di cuoio acconcio, piene di pieghe come son quelle delle donne nostre, le quali essendo in piedi gli copreno le loro vergogne, ma stando a sedere o al vento mostrano ogni cosa. Le donne maritate portan le loro traverse assai piú curte, tal che si vede loro ogni cosa. Le donzelle o l'altre donne non maritate e che non hanno innamorati portano le corone di paternostri (che l'altre donne portano al collo) cinte intorno e sopra la natura, e molte corone piene di timaquetes, che son frutti piccioli tondi di arbori, che fanno strepito a modo de lupini; e quelle che possono aver sonagli o campanelle, le pongono sopra della natura per galanteria. E alcune portano certe pelli di castrone al collo, con le quali si cuoprono solo una banda del corpo e le altre no, perché le portano disciolte, e solamente le hanno legate al collo, con un piè davanti e con uno di dietro: e per ogni picciolo muoversi, si vede da un capo all'altro della persona ciò che l'uomo vuole. Lavansi ogni giorno una fiata, e qualche volta due e tre, e per questo son nettissime. E questo modo di vestire è di gente bassa, perché le donne de' gentiluomini e signori vanno tutte coperte.
Il cammino che si fa in questo paese del Prete Ianni è questo, che chi viene dal mar Rosso arriva a Barua, e chi viene d'Egitto arriva al Suachen, e subito volta le spalle alla tramontana e si mette a camminare verso mezzogiorno, infino che arriva alle porte dette Badabaxe. E questo è perché alcune volte pigliano ivi il cammino per una parte e altre per un'altra, dimandando dove sarà la corte al cammin diritto, o verso il levante, o verso il ponente, secondo il paese per il quale il Prete Ianni cammina. In queste porte si separano li regni d'Amara e di Xoa. E perché noi siamo stati sei anni in queste terre, andammo ora da una parte e ora dall'altra, uscendo fuori di cammino e dapoi tornando a quello: però ho voluto dire la varietà di queste strade.


Della nobilità del luogo di Chaxumo, e dell'oro che portò la regina Saba da questo luogo a Salomone per il tempio in Gierusalem, e del figliuolo che ebbe di Salomone.
Cap. XXXVII.

In questi monti acuti, dove di continuo camminammo verso la banda di ponente, son maravigliosi paesi da vedere e gran signorie, sí per le grandi e continue abitazioni, come per essere il tutto coltivato e pieno d'animali domestici. Ne' quali paesi tra gli altri è un luogo molto buono e grande chiamato Chaxumo, ed è lontano da questo luogo di San Michele duoi giorni di cammino, e sempre si va per mezzo di questi monti acuti, nel quale altre volte siamo stati otto mesi per comandamento del Prete Ianni.
Questo luogo fu già la città e camera e stanzia della regina Saba, il nome proprio della quale era Maqueda, e fu quella che menò li camelli carichi d'oro a Salomone quando edificava il tempio in Gierusalem. E in questo luogo è una chiesa molto nobile, nella quale trovammo una cronica antichissima scritta in lingua abissina: e nel principio si narrava che primamente era stata scritta in ebraico, dapoi tradotta in lingua caldea e di quella poi nell'abissina; e cominciava in questo modo, come, avendo inteso dire la regina Maqueda de' grandi e ricchi edificii che aveva principiato Salomone in Gierusalem, determinò d'andare a vederli, e caricò certi camelli d'oro per donar agli operanti. Ed essendo già vicina alla città di Gierusalem, stando per passare un lago per certi ponti, soprapresa dallo spirito dismontò, e inginocchiata fece riverenza alli legni di quelli ponti e disse: "Non voglia Dio che li miei piedi tocchino li travi sopra i quali deve patire il Salvatore del mondo". E andò attorno il lago a veder Salomone, e lo pregò che dovesse levar via li legni di quelli ponti. Dapoi, veduti che ebbe gli edificii ch'egli faceva e offerti li presenti portati, disse: "Queste opere ed edificii non sono in quel modo che mi era stato riferito, ma li trovo assai maggiori, né credo che si possino trovare altri simili a questi e per bellezza e per ricchezza". E quivi molto si doleva, dicendo aver portato piccioli presenti al desiderio suo, ma che tornarebbe alle sue terre e signorie, e che mandarebbe oro e legno negro infinito.
E cosí stando costei in Gierusalem, Salomone ne ebbe un figliuolo, il quale nato che fu, lo lasciò in Gierusalem e se ne andò alle sue terre, d'onde mandò molto tesoro e assai legni negri per far tarsie negli edificii. Fra questo tempo questo suo figliuolo crebbe all'età di sedeci anni, e fra gli altri molti figliuoli di Salomone questo era superbissimo, che superchiava il popolo d'Israel e tutta la terra di Giudea. Per il che il popolo, essendo andato a Salomone, gli disse che non poteva mantener tanti re quanti esso aveva, conciosiacosaché tutti li suoi figliuoli erano re, e principalmente questo della regina Saba, la quale era maggior signora che non era egli, e perciò lo dovesse mandare a sua madre, perché già non lo potevano piú sopportare. Salomone allora, per sodisfare al popolo, lo mandò molto onoratamente, dandogli tutta la corte, come si richiede alla casa d'un re (come io dirò in altro luogo), e gli dette la terra di Gaza, la quale è in mezzo del cammino del deserto, per riposarsi in quella: ed è nell'entrar dell'Egitto. E cosí costui andò a trovar la madre, dove arrivato diventò gran signore. E la cronica diceva che egli aveva signoreggiato da mare a mare, e che nel mar dell'India teneva di continuo LXX navi. Questo libro era molto grande e non ne copiai altro se non il principio.


In che modo san Filippo dichiarò una profezia d'Isaia al maestro di casa della regina Candace, per il quale essa e tutto il suo regno si convertirno; e degli edificii grandi di Chaxumo.
Cap. XXXVIII.

In questo medesimo luogo di Chaxumo fu anche la principal residenzia della regina Candace, il nome proprio della qual era Giudich, e da lei venne il principio della cristianità in queste bande; e dal luogo dove detta regina nacque fino a Chaxumo son duo miglia, che è una picciola villa, la quale adesso è abitata da genti che fanno l'arte del fabro. La cristianità si cominciò quivi in questo modo. Dicono li lor libri abissini, il che appresso noi è scritto negli Atti degli Apostoli, che l'angelo apparve a san Filippo e dissegli: "Lievati e va verso il mezzogiorno, e seguita la strada deserta che va da Gierusalem a Gaza". E san Filippo andò e trovò un uomo il quale era castrato, cioè eunuco, ed era maestro di casa della regina Candace di Etiopia, e tornava verso la terra di Gaza, che Salomone aveva data a suo figliuolo. Costui aveva in governo tutto il tesoro della detta regina, ed era andato a far riverenza e adorare in Gierusalem; e tornandosene a casa sopra una carretta, san Filippo l'aggiunse e udí che egli leggeva una profezia d'Isaia. E san Filippo gli dimandò s'egli intendeva quello che leggeva: egli rispose che non, se non gli veniva dichiarato. Allora san Filippo, montato sopra il carro, gli dichiarò il tutto e lo convertí alla fede e lo battezzò, e subito lo Spirito Santo levò san Filippo via, e lo eunuco restò informato. E dicono che quivi fu adempiuta la profezia, nella qual si dice che la Etiopia alzerà e levarà le sue mani al Signor Dio; e cosí dicono loro essere stati li primi a convertirsi alla fede di Cristo, e che lo eunuco si tornò subito verso l'Etiopia molto allegro, dove era la casa della sua signora, e la convertí e battezzò insieme con tutta la sua famiglia, perché le narrò tutto quello che gli era avvenuto, e cosí la regina fece battezzar tutto il suo regno e signorie: e cominciò in un regno che ora si chiama Burro, il quale è situato verso la parte di levante nel regno di Barnagasso, e ora è diviso in due signorie.
E in questo luogo di Chaxumo fece una bellissima chiesa, che fu la prima che si dice essere stata fatta in Etiopia, e chiamasi Santa Maria di Sion, perché da Sion li fu mandata la pietra santa dell'altare: e costoro in questi paesi non denominano le chiese se non per la pietra dell'altare, nella quale è scritto il nome del luogo donde è stata tolta. Questa chiesa è molto grande, ha cinque navi assai ben larghe e molto lunghe, fatte in volto, e di sopra al volto è terrazzato, e sotto li volti e nelli muri son dipinture, e la chiesa è saleggiata di pietre vive bellissime messe insieme. Ha sette cappelle, che son poste tutte con le spalle verso il levante, con li suoi altari ben adornati. Ha il coro a modo nostro, se non che è tanto basso che si arriva con la testa al volto, e vi è fatto un altro coro sopra del volto, ma non si servono di quello. Ha questa chiesa gran circuito saleggiato di gran pezzi di pietra viva, grandi come sariano coperchi di sepoltura, il qual circuito ha d'intorno molto gran muri ed è discoperto, al contrario dell'altre chiese di questo paese; e oltra questo circuito, ha un altro circuito grande come d'un castello o vero città, dentro del quale son belle abitazioni a piè piano, e tutte hanno le lor fontane che buttano l'acqua per certe figure di leoni, fatte di pietra di varii colori. Dentro a questo circuito grande son duo belli palazzi fatti in solari, l'uno a man destra, l'altro a man sinistra, i quali sono di duo rettori della chiesa, e le altre case son de' canonici e frati. Dentro pure a questo gran circuito, appresso la porta che è vicina alla chiesa, è un campo di terra quadrato, oggi vacuo, che già in altro tempo era pieno di case, nel quale in ogni canto è un pilastro quadro di pietra viva, di molta altezza e ben lavorato di varii intagli, e vi si veggono lettere intagliate, ma non s'intendono né si conosce di che lingua siano: e di tali epitaffi se ne trovano molti. E questo luogo si chiama ambacabete, che significa casa di leoni, perché già in altri tempi vi si tenevano li leoni legati. Avanti la porta del circuito grande è una gran corte, e in quella un albero molto grande, che si chiama fighera di faraone; e dall'un capo e dall'altro son alcuni belli poggiuoli fatti di pietra viva, ben lavorati e ben assettati, ai quali l'albero solamente dove si distende con le radici fa qualche danno. E sopra questi poggiuoli son poste dodici catedre di pietra poste per ordine una dopo l'altra, tanto ben lavorate come se fussero di legname, con suoi piedi e banchetti di sotto, e non son di un pezzo di sasso, ma di piú pezzi: le quali sedie dicono che servivano alli dodici auditori, o vero giudici della giustizia, che oggidí son nella corte del Prete Ianni. Fuori di questo circuito son molto belle case, che in tutta l'Etiopia non ne son delle cosí belle e cosí grandi; sonvi ancora pozzi assai d'acqua belli e buoni, ornati di bellissime pietre; e cosí nella maggior parte delle case son figure antiche, come leoni, cani, uccelli, e tutti son fatti di pietra durissima e finissima.
Dietro alle spalle di questa chiesa cosí grande è un vivaio o ver lago d'acqua viva, a piè d'un monticello, dove ora si fa il mercato; e intorno a quello son molte e simili catedre, lavorate in quel medesimo modo che son quelle del circuito. Questo luogo è posto in capo d'un bel prato, in mezzo di duo monticelli; e la maggior parte di questa campagna è piena di edificii antichissimi, e ne' quali son assai di quelle catedre, con molte colonne con lettere, che non si sa di che lingua siano, ma sono intagliate molto bene. E in capo di detto luogo son molte ruine di pietre, parte in piedi e parte distese in terra, le quali sono molto alte e belle e con bellissimi lavori di fregi, tra le quali n'è una in piedi, posta sopra un'altra, lavorata come pietra d'altare e come incastrata in quella: e questa ritta di sopra è grandissima, lunga 64 braccia e larga sei, nelli fianchi tre, e molto diritta e ben lavorata, tutta incavata in finestre dal piede fino alla cima, cioè una finestra sopra l'altra. E la sommità di detta pietra rassembra a una mezza luna, nella quale sono cinque chiodi, nella parte verso mezzogiorno, in forma di una croce inchiodati nella medesima pietra, la ruggine de' quali, correndo al tempo della pioggia giú per la detta pietra per un palmo lontano dalli detti chiodi, par sangue rappreso. E perché alcuni potrebbono dire come è possibile che una pietra tanto alta sia stata misurata, di sopra ho detto che era incavata a modo di finestre per infino alla cima, dove era la mezza luna, e tutte queste finestre erano d'una medesima misura: e noi, avendo misurate quelle che si potevano aggiugnere, faccendo conto delle altre, dalle prime alle ultime trovammo esser braccia sessanta, e cosí giudicammo che quello spazio che restava dalle ultime finestre della detta cima insino alla sommità della mezza luna fusse di altezza di braccia quattro, che fanno tutto braccia sessantaquattro. E questa pietra cosí alta da piede verso mezzogiorno ha la forma di una porta, lavorata nella medesima pietra, col catenaccio, che par serrata; e la pietra sopra la quale è posta questa è grossa un braccio e molto ben quadra, e questa similmente è posta sopra l'altre pietre grandi e picciole, nelle quali non potei sapere quanto quella si entrasse adentro, o vero se ella arriva al piano. Appresso di queste sono infinite pietre molto belle e ben lavorate, le quali pareva che fussero state quivi condotte per mettere in opera, e quelle altre cosí grandi parimente rizzate in piede: di queste erano alcune lunghe 40 braccia e altre 30. E nella maggior parte di queste pietre sono intagliate lettere grandi, che alcuno della terra non le sa leggere. E fra queste pietre che giaciono in terra, tre son molto grandi e di belli lavori, e una d'esse è rotta in tre pezzi, e ciascuno passa la lunghezza di ottanta braccia, ed è larga dieci: appresso delle quali son altre pietre, nelle quali dovevano essere incastrate.


Degli edificii che sono d'intorno alla città di Chaxumo,
e come in quella si trova oro, e della chiesa di detto luogo.
Cap. XXXIX.

A questo luogo di Chaxumo è vicino un monticello, dal quale si scorge molto paese da ogni banda. Lontano dalla città un miglio sono edificate due case sotterranee, nelle quali non si può entrare senza lume: queste non sono in volto, ma son fatte di bellissime pietre lavorate tutte uguali, cosí dalle bande come di sopra, e son alte XII braccia; e tanto son bene uniti detti sassi che paiono d'un pezzo, che non si veggono le commissure. Una di queste case è partita in molte stanze. Nell'entrar delle porte sono due buche, nelle quali mettono la stanga con che la serrano. E in una camera di questa son due arche grandi, cioè IIII braccia lunghe e uno e mezzo larghe, e altrotanto d'altezza, cioè il vacuo di dentro; e benché non avessino il coperto, dimostravano già averlo avuto: dicono che quelle erano casse di tesori della regina Saba. L'altra casa è piú larga, e non ha piú d'una camera e portico; e da una porta all'altra è lo spazio d'un trar di pietra, e sopra dette case è la campagna. Nella nostra compagnia erano Genovesi e alcuni Catelani, i quali erano stati schiavi di Turchi, e giuravano aver veduto diversi edificii, ma non aver veduto mai di cosí grandi come quei di questo luogo di Chaxumo: e noi giudicammo che il Prete Ianni ci mandasse quivi a spasso a posta fatta, acciò che vedessimo tali edificii, i quali sono assai piú grandi di quello che io ho scritto.
In questo luogo e nelle sue campagne, le quali tutte sono al suo tempo seminate d'ogni sorte di semenza, quando vengono li temporali con le pioggie grandi, non resta nel luogo femmina né uomo, garzone né fanciullo che sia di qualche età, che non esca fuori a cercar oro per i luoghi lavorati, che dicono che le pioggie lo vanno scoprendo e che ne trovano molto: e cosí vanno per tutte le strade dove corrono le acque, voltando la terra con bastoni. Avendo udito questo che dicevano di tanto oro, determinai di far una tavola, cosí come l'ho veduta fare in Portogallo nel luogo di Foz di Rocca e al ponte di Muzella: e mi posi a lavar la terra e buttarla sopra le tavole, e non trovai punto di oro, non so se questo fusse per non saper lavar la terra, o se non lo conosceva, o vero se non ve ne era; ma la fama era molto grande.
La chiesa di questo luogo dicono che è la piú antica di tutta l'Etiopia, e ben lo mostra, perché è piú onorata dell'altre; e in quella si celebra il divino ufficio all'usanza loro solennemente, e sono in essa 150 debeteres, cioè canonici, e altritanti frati, e ha due capi principali, i quali in lingua loro si chiamano nebreti, cioè maestri d'insegnare, l'uno de' quali è sopra li canonici e l'altro è sopra li frati. E questi due alloggiano nelli palazzi che son nel circuito della chiesa, e il nebret delli canonici alloggia nel palazzo dalla banda destra, e questo è maggiore e piú onorato, e ha auttorità di far giustizia non solamente sopra li canonici, ma ancora sopra i laici della terra; e il nebret delli frati solamente fa giustizia sopra li frati. E tutti due hanno nella lor corte trombetti e altri che suonano certi istromenti a modo di tamburi, e hanno grandissime entrate, e oltra quelle è data loro ogni giorno dalla terra una collezione di pane e di vino di quel del paese, che si dimanda mambar, la quale gli danno finita la messa: e la danno in due parti, cioè una alli frati e una alli canonici, ed è cosí grande questa collezione che poche volte i frati mangiano poi altrimenti, perché basta loro quasi per tutto il giorno; e questo fanno ogni giorno, eccetto il venerdí santo, perché in tal giorno non mangiano né bevono. Li canonici non fanno la lor collezione nel circuito della chiesa, e poche volte dimorano in quello, eccetto quando si dice l'ufficio divino; né anche li nebreti nelli lor palazzi, se non quando danno audienza: e questo perché son tutti maritati e si stanno con le lor mogli e figliuoli nelle lor case, le quali sono assai buone e son fuori del circuito della chiesa, nel quale non possono entrare femmine; né gente laica può entrare nella chiesa, ma vi è un'altra chiesa molto bella, nella quale vanno i laici e le femine a pigliar la communione.


Come appresso al luogo di Chaxum sono poste due chiese sopra due monticelli,
nelle quali giaceno i corpi di due santi.
Cap. XL.

E dall'una banda all'altra di questa terra son duoi monti, un verso levante, l'altro verso ponente, e in questo ch'è verso ponente è un gran pezzo di salita, e sopra di quello una bella campagna di lunghezza piú d'un miglio e mezzo, nella quale sono assai villaggi e assai vigne in pergole, di bonissime uve e negre e bianche. E sopra quella parte del monte che è verso la terra e verso la chiesa grande, è uno edificio grande di una torre fatta di grandi e belle pietre, ma mezza ruinata per l'antichità: e delle pietre ruinate ne hanno fatto una chiesa intitolata a san Michele, alla qual concorre molta gente della terra di Chaxum a pigliar la communione, e questo fanno per divozione. L'altro monte verso levante ha sopra un'altra chiesa intitolata del nome di uno abba Licanos, il qual dicono esser santo, e che fu quello che battezzò la regina Candace: e quivi è il suo corpo. Questa chiesa è connexa con la chiesa grande di Chaxum ed è ufficiata dalli canonici di quella, e in questa è molta divozione, e molti della terra similmente vi concorrono a udir gli ufficii e a pigliar la communione; è ancora un altro luogo di molte case a piè del monte, gli abitanti del quale concorrono a questa chiesa. E piú avanti è un altro monte alto e sottile cosí nel piede come nella cima, che par che vada al cielo, il quale ha 300 scalini per ascendervi, e sopra esso è una devota e bella chiesietta, ma piccola, che ha al d'intorno un circuito di pietre molto ben lavorate, tanto alto che arriva al petto d'un uomo, d'onde l'uomo si spaventa di guardar a basso. Questo circuito della chiesa è largo tanto che vi posson camminare tre uomini insieme, ed è intitolata nel nome di abba Pantaleon, che fu santissimo uomo, e quivi è il suo corpo; e ha grande entrata, e sonvi 50 canonici tutti onorati e ben vestiti, e il lor capo è chiamato nebret.


Delle terre e signorie che son poste verso ponente e tramontana alla terra di Chaxumo.
Cap. XLI.

Da questa terra di Chaxumo verso ponente si va contra il Nilo, dove son gran terre e signorie, e dicono che verso questa banda è la città di Sabain, dalla qual la regina Saba prese il cognome, e dove ella tolse quello legno negro che mandò a Salomone per intarsiare le opere del tempio. E da questo luogo di Chaxumo infino al principio delle terre di Sabain son due giornate di cammino, e questa signoria è suggetta al regno di Tigremahon, e il signore e capitano di quella è cognato del Prete Ianni, e si dice che è buona e gran signoria. Dalla banda di tramontana è una signoria chiamata Torrate, tutta terra di montagne, verso le quali per ispazio di 12 miglia è un alto monte e grosso da piede, sopra il quale è una pianura di due miglia piena di boschi, di alberi diritti e bellissimi, appresso i quali è un monastero che ha grande entrata e gran numero di frati, e si dimanda il monastero dell'Alleluia. E la causa di questo nome si dice essere stata perché, nel principio che fu edificato, vi si trovava dentro un frate di santissima vita, il quale dispensava la maggior parte della notte in orazioni: e avendo uditi gli angeli nel cielo cantar "Alleluia, alleluia", lo disse al suo superiore, e cosí fu posto tal nome a questo monastero. E quanto piú il detto frate fu santo e buono, tanto piú tristi e scelerati è fama che siano quelli che vi stanno al presente. D'intorno a questo monte dove è posto questo monastero, vi si veggono nelli lati fiumi secchi, i quali non corrono se non al tempo di gran nembi e tuoni.
Tornando al nostro viaggio, per ispazio di otto miglia da Chaxumo è un altro monastero in un monte, che si chiama San Giovanni, e poi, piú lontano sei miglia da questo, ne è un altro che si chiama Abba Gariman, il qual dicono che fu re di Grecia e che, lasciando il suo regno e signoria, venne quivi a far penitenza e finí quivi la sua vita santamente. Ora dicono che fa molti miracoli, e noi ci trovammo presenti il giorno della sua solennità, dove vedemmo da tremila fra ciechi e storpiati e altri che hanno il mal di san Lazaro. E questo monastero è posto in mezzo di tre monti acuti, e quasi nella costa d'uno di quelli, e si vede la spelonca dove questo re faceva penitenza, la qual par che voglia cadere, né vi si può ascendere se non per una scala: e quivi montati, pigliano della terra, che è come creta, e la metteno al collo agli amalati in pezzetti, e dicono che guariscono. Volsi intendere che entrata egli aveva: mi fu detto da 16 cavalli e molte altre cose minute. È picciolo monastero e vi abitano pochi frati, e al piede di quello piantano molti agli e cipolle e molte erbe di orto che mangiano, e hanno molte vigne fatte in pergole e di buona sorte; e cominciano a farsi mature l'uve e li persichi del mese di gennaio, e finiscono per tutto marzo, e tutto l'anno in questo luogo si trova uva passa e secca da vendere, e la megliore che io mangiassi mai: è grossa come nocelle e quasi senza granello nel mezzo.


Come partimmo dalla chiesa e casa di San Michele e andammo a un luogo chiamato Bacinete, e d'indi poi a Malue; e de' monasteri che stanno appresso di quelli.
Cap. XLII.

Partimmo dalla chiesa di San Michele con la gente del paese che ci portava la nostra robba, e andammo a dormire ad un luogo che si chiama Angeba, in un betenegus, che è casa del re, nelle quali già in altri luoghi piú volte siamo alloggiati, e non se ne servono altre persone che quelli signori che fanno la residenzia in cambio del re: e riveriscono tanto queste stanzie, che le porte di quelle stanno sempre aperte, e niuno averia ardire d'entrarvi o vero toccarle, se non quando vi è dentro il signore; e dopo che esso si parte lasciano le porte aperte, li letti da dormire, e suoi ordini da far fuoco, e la cocina. Partiti poi da questo luogo, camminammo da 15 miglia e alloggiammo sopra un alto monte, il quale è sopra un gran fiume, che si dimanda Bacinete; e cosí si chiama la terra e signoria, della quale n'era patrone in quel tempo l'avola del Prete Ianni, e nel tempo che noi eravamo ivi le fu tolta, perché faceva far mala compagnia agli abitanti: e il Prete Ianni tien tanto amor e rispetto a' suoi parenti come agli altri. E questa terra è sottoposta al reame del Tigremahon, ed è molto popolata e coltivata per tutte le bande, ma sopra tutto è piena di montagne fruttifere e di fiumi che di continuo corrono verso il Nilo. E tutte le loro abitazioni sono poste ed edificate sopra luoghi alti e fuori delle strade, e questo lo fanno per causa de' viandanti, che gli tolgono ciò che hanno per forza. Quelli che ci portavano la robba, per paura delle fiere, fecero uno steccato di fascine di spini molto forte, e si messero dentro loro e noi con le mule; per quella notte non sentimmo altro.
Partimmo da Bacinete e andammo per sei miglia a dormire a un luogo chiamato Malue, il quale è circondato di molti belli campi lavorati e pieni di formento e orzo e miglio e legumi d'ogni sorte, che ancora in un luogo insieme cosí belli e cosí spessi non abbiamo veduti. Appresso a questo luogo vi è una montagna altissima, ma nel piede non troppo grossa, perché è tanto quasi nella cima come nel piede, per essere tutta tagliata come si faria a un muro d'una fortezza, diritta, tutta calva, senza erba né verdura alcuna; ed è bipartita, cioè le due bande streme sono aguzze e quella di mezzo piana, e in una di quelle parti aguzze, camminando poco piú di due miglia, vi è un monastero de' frati di Nostra Donna, di santa vita, la qual si chiama Abbamata, e son uomini di santa vita. L'ordine quivi tutto è uno, perché nel reame del Prete Ianni sono tutti di un ordine, cioè di Santo Antonio eremita: e da questo è venuto un altro ordine che si chiama Estefarruz, il quale è tenuto piú presto ebreo che cristiano, e dicono che spesse volte ne abbruciano per essere in loro di molte eresie, come a dire che non vogliono adorar le croci che loro medesimi fanno, perché tutti li preti e frati le portano in mano e li laici al collo. E la causa perché essi non vogliono adorarla si è che dicono che solamente quella croce si debbe adorare nella quale Cristo patí per noi, ma che quelle che loro fanno e fanno altri uomini non sono da adorare, perché sono opere di uomini: e per altre simil eresie che dicono, tengono e fanno, sono molto perseguitati. Il luogo dove è questo Abbamata pare che sia lontano tre miglia: io vi volevo andare, ma mi fu detto che non vi andassi, perché vi era una giornata di cammino e bisognava andarvi in quattro, cioè con le mani e' piedi, perché altramente non vi si può andare. In quel monte di mezzo, il quale è come una tavola, vi è un'altra chiesa di Nostra Donna, nella quale vi è gran divozione; e nell'altro monte aguzzo un'altra chiesa piccola, intitolata Santa Croce. E piú avanti quattro miglia e mezzo vi è un altro monte, il quale è su quella foggia di quello di Abbamata, e vi è un altro monasterio, che si dimanda San Giovanni, il quale è posto nella sommità del monte, la quale è tanto grande quanto è lo edificio del detto monastero e le stanzie di detti frati. E non vi è, secondo che si vede da basso, verdura alcuna; e il david e li governatori del monasterio stanno a piè del monte, in terre molte dilettevoli e tanto coltivate quanto dir si possa, e da quelle mandano alli frati che sono nel monte aspro tutto quello che lor bisogna alla giornata.
In questa terra si vede anche una differenzia grande a comparazione delle terre del Barnagasso, perché in quelle abbiamo visto assai furfanti e molti storpiati, ciechi e poveri che andavano cercando, ma in queste non ve ne sono tanti. Gli uomini sono differenti alquanto negli abiti dalli detti di sopra, e le donne maritate o che hanno con uomini conversazione portano intorno certi panni negri di lana, o d'altro colore, con le sue frangie di lana assai longhe, e non portano diadema sopra la testa, come fanno le donne delle terre del Barnagasso. Le giovani sono mal in ordine, e se sono di XX o XXV anni hanno le poppe tanto lunghe che arrivano loro fino alla cintura, e questo reputano per cosa bella; e vanno col corpo scoperto e galante dalla cinta in su, con corde di paternostri sopra quello. Alcune altre, grandi di corpo ed età, portano pelli di castrato attaccate al collo, che gli cuoprono solamente un fianco. Nelle nostre bande di Portogallo e Spagna si maritano per amore e per un bel viso, e il resto del corpo gli è nascosto, ma in questo paese si ponno ben maritare per vedere il tutto di continuo: e per esser questa la usanza del paese, l'uomo non ne fa stima alcuna, non altramente che se gli vedesse le mani o piedi nudi; e questo in gente bassa, perché le gentildonne vanno coperte.


Degli animali che sono in questa terra; e come fummo ad incontrare Tigremahon;
e delli tributi che si pagano.
Cap. XLIII.

In questa terra son tigri e altri animali molto feroci, e se ben li villaggi sono serrati, nondimeno la notte vengono le fiere e ammazzano vacche, mule e asini, il che non facevano nel regno di Barnagasso. Di qui partimmo alli 6 agosto 1520 e tornammo indrieto, dove era rimasto lo ambasciadore, per commissione del Tigremahon, alloggiato con gli altri Portoghesi i quali con lui partirono da Temei, terra del regno di Barnagasso. Vi era anco alloggiato un gran signore, mandato quivi accioché egli facesse compagnia all'ambasciadore; e in queste terre vicine vi erano assai signori che accompagnavano detto Tigremahon, il quale era lontano da questo luogo, alloggiato in betenegus, quasi due miglia.
In quel medesimo giorno che noi arrivammo, Tigremahon mandò a chiamar l'ambasciadore, il quale vi andò con noi altri; ma arrivati che fummo al palazzo, ne fu detto che egli era andato alla chiesa con la sua moglie per pigliare la communione: e questo poteva essere su le XXII ore e mezza, che a quella ora in quel paese dicono la messa, quando non è o sabbato o domenica. E andammo ad incontrarlo che veniva dalla chiesa con la moglie, e cavalcavano due mule ben ornate, secondo che si richiede a uomini grandi, e accompagnati da gran signori. Questo Tigremahon è un vecchio di bella presenzia, e la sua consorte era coperta tutta di panni di bambagio azurri: e talmente era coperta che non gli vedemmo né il viso né alcuna altra parte del corpo. Quando gli fummo vicini, mi dimandò una croce che io aveva in mano, la quale egli baciò e diedela a baciare a sua moglie: ed ella, senza scoprirsi il viso, la baciò cosí sopra i panni, e ne fece buona ciera e gran carezze. Costui mena seco gran corte, cosí di uomini come di donne, e di grande apparato, maggiore che non è quello del Barnagasso. Ci disse l'ambasciadore e quelli che con lui erano la gran cortesia e carezze che avevano avute da Tigremahon, cosí in mostrargli buona ciera come in mandargli vettovaglia da vivere. Ed è poco tempo che ha tal signoria, e ancora non ha finito di pigliare il possesso per tutto il suo dominio.
In questo reame, li re e quelli che sono sottoposti alli re, il Prete Ianni gli leva e mette quando gli pare e piace, con causa e senza causa, e per questo, quando sono privati del dominio, non mostrano maninconia o tristezza, e se pur l'hanno per male, lo tengono secreto. Nel tempo ch'io sono stato quivi, ho visto uomini gran signori privati dello stato e quelli che erano stati posti in loco loro molte volte parlare e conversare insieme come buoni amici: ma Iddio sa il lor cuore. In questa terra, per qualsivoglia cosa che gli occorra, o prospera o adversa, dicono che Iddio la fa. Questi signori che sono come re danno tributo al Prete Ianni, il qual tributo è di cavalli, di oro, di seta e di broccato e di panni di bombagio, secondo la facultà delle terre delle quali loro sono signori; e piú inanzi andando dentro il paese del Prete Ianni, danno il loro tributo d'oro, di mule, di sete, e di vacche e di buoi da arare e di altre cose. E quelli signori sottoposti, come dire a Tigremahon, a Barnagasso o a quelli che hanno il titolo di re, se ben sono stati fatti signori dal Prete Ianni, pur tuttavia pagano il tributo alli detti signori, li quali corrispondeno al Prete Ianni. E queste terre sono tanto abitate e popolate che le entrate loro conviene che siano grosse, e li signori, quando si trovano per le terre, vivono alle spese del commune delle povere genti.


Come, stando Tigremahon per cavalcare, l'ambasciadore gli dimandò il suo dispaccio e non gli fu dato; dapoi, mandatogli certe robbe, gli fu data l'espedizione;
e come andorno a un monastero, dove fumo accarezzati
Cap. XLIII.

Volendo Tigremahon cavalcare alla volta di alcune altre terre, l'ambasciadore mandò a pregarlo che lo dovesse espedire. Il quale, alquanto stato sopra di sé, disse che quella robba che noi portavamo mandaria a levarla, ma che la nostra che noi avevamo, che erano vestimenti, pevere e pane per mangiare, che trovassimo chi le portasse: e questa fu la ultima risoluzione. Poi si partí e andò al suo viaggio, e noi tornammo alli nostri alloggiamenti. E vedendo che non potevamo camminare con tanta robba, mettemmo ordine di mandargli di nuovo a parlare con alcuni presenti per Giorgio di Breu e per mastro Giovanni medico, li quali vi portorno un pugnale ricco e una spada con il fodro di velluto e li capi dorati. Dati questi presenti e fatto questo ufficio, fu subito ordinato che ne fusse portata la robba, e che per tutte le sue terre ne fusse dato da mangiare pane, vino e carne. E avuta tal nuova, che fu alli 9 d'agosto, ci partimmo e andammo a dormire in certi piccioli villaggi, serrati come quelli di sopra per paura delle tigri. E la notte che quivi dormimmo, essendo già due ore di notte, uscirono duoi uomini della terra per andar ad una stalla di vacche, e nella strada furono assaltati dalle tigri, e uno di loro fu ferito in una gamba. Iddio volse che udissimo gridare e gli soccorremmo, perché gli averiano ammazzati.
In questa terra vi sono villaggi abitati dalli mori divisi da quelli delli cristiani, li quali dicono che pagano gran tributo di panni di seta e d'oro alli signori del paese, ma non fanno le altre angarie che fanno gli cristiani; e questi mori non hanno moschea alcuna, perché non gliele lasciano tenere. Tutte queste terre sono fertili, sí di pascoli come di formenti e d'altre biade, e sono alcuni monticelli non troppo alti, quasi come campagne, tutti lavorati e coltivati e pieni d'arbori fruttiferi.
Partiti da questo luogo, andammo ad alloggiare e dormire a un altro luogo XII miglia lontano, ma picciolo, in un alto monte a man sinistra, che è tutto verde e pieno di arbori fruttiferi. Vedemmo un monastero di San Giovanni, qual dicono che ha buone entrate e che vi sono assai frati. Appresso dove alloggiammo vi è una chiesa di San Giorgio, assai ben ordinata a modo delle nostre, in volto e ben dipinta delle lor pitture, cioè con apostoli, patriarchi, Noè ed Elia profeta, e in quella servono X preti e X frati. E fino qui non abbiamo trovato chiesa governata per preti che non vi sian frati, ma dove sono i frati patroni, non vi stanno li preti. E per la verità li frati vanno piú onesti in abito che li preti, perché li preti vestono come i laici, eccetto li canonici. E ne' mercati preti e frati sono una cosa medesima, perché essi sono li maggiori negociatori che si trovino verso il levante.
All'incontro di questo luogo di San Giorgio, a piè d'una montagna lontana da quello III miglia, vi è un monastero appresso un fiume detto Coror, intitolato San Spirito, e vi sono da XX in XXV frati: chiesa di gran divozione, che cosí mostra il luogo. E li frati, vedendoci in quel luogo, ringraziavano Iddio, che aveva dato lor grazia di aver veduti cristiani d'altra lingua e d'altra terra, che mai piú non ne avevano veduti. E cosí accarezzandoci, ne mostrarono il convento e le loro stanzie e la chiesa del monastero, che è in volto, piccola e ben dipinta, e il suo chiostro e le celle molto ben in ordine, e meglio di quelle che abbiamo vedute in queste terre, gli orti molto ben coltivati: e vi sono molti agli, cipolle, cavoli e molte altre sorti d'erbe che noi non abbiamo e che loro mangiano, e sono bonissime secondo il paese; hanno molti limoni, naranci e cedri, persichi, uve bellissime, fichi a modo nostro di varie sorti e fichi indiani, e molti alti cipressi e altri arbori bellissimi, che fanno frutto e senza frutto, che non gli conosciamo. Li frati si disperavano perché era sabbato, che non potevano coglier de' frutti per darne, come averebbeno voluto, e ne chiedevano perdono, e dicevano che ne darebbeno di quello che avevano in convento: e cosí andati in casa ne diedero agli secchi e limoni, e al fine ne preparorno nel refettorio da mangiare cavoli tagliati come salata e mescolati con l'aglio dell'altro giorno, senza altro conciero, ma solamente cotti nell'acqua e sale, con duoi pani, uno di formento e l'altro d'orzo, e una zara di bevanda che si fa di miglio secondo l'usanza del paese, che si chiama cana, molto buona, e tutto con buona ciera, del che noi ringraziammo Iddio.
Dietro a questo luogo dove noi alloggiammo per ispazio di sei miglia, vi è una terra che si chiama Agro, nella quale Tigremahon ha un betenegus e dove assai volte dapoi siamo stati alloggiati. E quivi è una chiesa della Nostra Donna, fatta per forza di scarpello in un sasso, molto ben fatta, con tre navi e con le sue colonne del medesimo sasso; e la cappella maggiore e la sacrestia e l'altare, tutti sono del medesimo sasso, e la porta principale con le sue colonne, come che se fusse fatta di pezzi, non potria essere piú bella. Per fianco non ha porta alcuna, perché da ogni banda vi è la pietra e il sasso terribile, e nel sentir cantare l'ufficio divino si piglia gran consolazione, perché le voci di quelli che cantano ribombano mirabilmente. Di campane non bisogna parlare, perché non ne usano se non di sasso, come è detto di sopra, e alcune naccare e cembali in ogni chiesa.


Come andammo a un luogo d'Angugui e Bellette, e come venne a visitar Balgada Robel;
e del sale che è in questo paese, e dove egli vien portato.
Cap. XLV.

Alli XIII d'agosto ci partimmo da questo luogo, dove stemmo il sabbato e la domenica, e andammo a un luogo chiamato Angugui, nel qual è una chiesa come una sede episcopale, molto grande e bella, con le sue navi e con le sue colonne di pietra molto belle e ben lavorate: ed è adimandata Chercos, che vuol dire San Quirico. Il luogo è molto bello, appresso di un bellissimo fiume; gli abitanti hanno un privilegio, che niuno debba entrarvi dentro a cavallo, ma sopra mule sí. Di qui andammo a dormire in certe triste ville, dove dormimmo molto ben bagnati per le pioggie grandi, e senza cena; e stemmo divisi, perché non potevamo stare altramente.
Nell'altro giorno a buon'ora, che fu alli XIIII d'agosto del medesimo anno, ci partimmo di quivi e andammo ad alloggiare a un luogo chiamato Bellette, nel quale vi è un betenegus, buono alloggiamento; e il sito del luogo è molto ameno e abondante d'acque buone, e alloggiammo in detto palazzo. E stando in quello, venne un gran signore chiamato Robel, signore di una provincia dimandata Balgada, dalla quale prendendo il nome è chiamato Balgada Robel; e questo aveva seco una gran corte, tutti a cavallo e con molti altri cavalli e mule a mano, e tutto fanno per gravità e riputazione, ed erano con esso assai tamburi: costui vien detto essere suddito di Tigremahon. E giunto al palazzo dove era l'ambasciadore, lo mandò a pregare che volesse venir fuori per parlargli, percioché non poteva entrar in quello non vi essendo Tigremahon, che, come ho scritto, fanno gran riverenza a questi betenegus, dicendo che niuno può entrarvi sotto pena della vita, non vi essendo il signore che regge la terra. Udita questa dimanda, l'ambasciadore gli mandò a dire che esso veniva di lontano piú di XV mila miglia, e chi voleva vederlo o parlargli, che andasse a trovarlo in casa, che esso non voleva uscir fuori. Allora questo signore gli mandò a donare un bue, un castrato, un vaso pieno di miele, bianco quanto un fiocco di neve e duro come una pietra, e un corno pieno di vino molto buono; e mandò a dirgli che andaria a parlargli, con tutto che le pene fussero pericolose, e che si confidava, per essere alloggiati in quel betenegus cristiani, che saria iscusato dalla pena. Come fu appresso il palazzo, venne tanta pioggia che fu costretto a entrarvi dentro, e quivi parlò con l'ambasciadore e con noi altri, dimandando del nostro viaggio e delle nostre terre, che mai non le aveva intese né udite; e dapoi ci ragionò delle guerre che esso fa con li Mori, li quali confinano con le sue terre dalla banda del mare, dicendo che mai si quietava di far lor guerra, e donò una mula molto buona per una spada a uno de' nostri: e l'ambasciadore, vedendo la sua cortesia, gli donò uno elmetto. Dapoi lo vedemmo molte volte in corte, e ne fu detto che esso era uomo grande di guerra, e che in quella era valent'uomo e fortunatissimo.
Camminando verso mezzodí al nostro viaggio, le sue terre sono verso levante e il mar Rosso, e per la strada che noi facemmo si tocca parte di quelle; e dicono che il suo dominio è grande, e ch'esso ha la miglior cosa che sia nell'Etiopia, cioè il sale, il qual corre per moneta cosí nelli reami del Prete Ianni come nelli regni de' Mori e gentili: e di qui dicono che arriva per fino a Manicongo, sopra il mare di ponente. E questo sale lo cavano di montagne, secondo vien detto, in guisa di quadrelle: la lunghezza di ciascuna pietra è un palmo e mezzo, e la larghezza quattro dita, e al traverso tre dita, e cosí vanno caricate sopra carrette e animali come legne curte. In questo luogo dove si cava questo sale, vi vanno cento e centoventi pietre alla dramma d'oro, la quale, come ho detto, vale a mio giudicio CCC reais, che sono tre quarti di ducato d'oro in oro. Subito che giugne poi in una fiera che è sopra la nostra strada, dove vi è un luogo che si chiama Corcora, una giornata dal luogo dove si cava il sale, vi vanno cinque o sei pietre manco alla dramma: e cosí va diminuendo di fiera in fiera, e quando arriva alla corte vi vanno sei o sette pietre solamente alla dramma, e io ne ho anche visto comprare cinque per una dramma, quando è inverno. Di questo sale si fanno gran baratti, ed è molto caro in la corte. Dicono che, come arriva nel regno di Damute, trovano per tre o quattro pietre un buono schiavo, ed entrando ancora fra terre de schiavi, dicono che trovano un schiavo per una pietra, e quasi per essa a peso d'oro. Trovammo per questo cammino 300 e 400 bestie in compagnia cariche di sale, e alcune altre vote che andavano a pigliarlo, e queste dicevano che erano di gran signori, che mandano a fare ogni anno viaggio per le spese che fanno nella corte, e altre carche de XX e XXX animali, e questi sono di mulattieri. Trovammo anco uomini carichi del detto sale, che lo portano di fiera in fiera, che vale e corre come moneta, e chi lo ha trova a baratto ciò che fa bisogno.


Come partimmo con le robbe nostre avanti, e come il capitano di Tigremahon che ci conduceva fu bastonato per un frate che veniva a trovarne.
Cap. XLVI.

Partiti di questo betenegus, andammo ad alloggiare a certi villaggi assai poveri e male in ordine, a una terra chiamata Bunace. E il giorno seguente partimmo di quivi, seguitando la robba nostra che già avanti di noi era stata portata, la quale trovammo che l'avevano scaricata in mezzo di un prato pieno di acqua: e vedendola cosí mal condotta ci maravigliammo assai. E stando cosí, giunsero cinque o sei sopra le mule, e con X o XII pedoni con loro, fra' quali vi era un frate, il quale arrivato pigliò per il cavezzo subito il capitano di Tigremahon che conduceva la robba, e gli diede delle bastonate, per la qual cosa tutti vi corremmo, per intendere per che conto gli dava. E vedendo l'ambasciadore il capitano cosí ferito e malconcio, entrato in colera con il frate lo prese per il petto per dargli, ma non so se gli diede, e similmente tutti noi gli andammo adosso: e gli valse al povero frate saper alquanto parlar italiano, che fu inteso da un de' nostri, che fu Georgio di Breu, che se ciò non era, la cosa non passava ben per lui. Pacificato ognuno, il frate disse che era venuto quivi per commissione del Prete Ianni, per far portare la nostra robba, e che, se esso l'aveva bastonato, lo aveva fatto per il mal ordine che aveva usato in farla portare. Rispose l'ambasciadore che non era tempo di far tumulto, e massime alla sua presenza, perché gli pareva ch'egli avesse dato alla sua persona propria. E cosí essendosi acquietati, disse il frate che voleva andare alla volta del signore Balgada Robel, il quale era restato adietro, e che di là menaria mule e camelli per portarci la robba, e che noi andassimo avanti ad aspettarlo in un betenegus lontano di quivi mezza giornata. Questo fu quel frate che fu poi mandato dal Prete Ianni per ambasciadore a Portogallo insieme con noi.
E cosí partimmo ognuno al suo viaggio, esso avanti e noi verso il detto betenegus, e la sera alloggiammo in una picciola villa, dove era una bella chiesa intitolata San Quirico, e quella notte dubitammo di esser mangiati dalle tigri. Il giorno seguente camminammo appresso due miglia e trovammo il betenegus dettone del frate, il quale è in un luogo chiamato Corcora, con buoni alloggiamenti, e vi è una chiesa assai bella: e quivi stemmo il sabbato e la domenica, aspettando per fino al lunedí il frate. In questo luogo dalla parte di levante dicono che vi è un monastero molto bello e ricco, il quale si chiama Nazareth, che ha molta entrata, e vi sono molti frati; ed è paese molto abondante di uva e di persiche e d'altri frutti delicati, cioè delli nostri e di quelli del paese, e di qui ne furno portati assai noci, ma molto picciole. Verso la parte di ponente, che è verso il Nilo, dicono che vi sono assai minere di argento, ma non lo sanno cavare, né di quello trarre alcuno utile.


Come partimmo dal luogo di Corcora, e della dilettevole terra donde passammo, e d'un'altra selvatica dove ci perdemmo l'uno dall'altro, e come ne combatterono le tigri.
Cap. XLVII

Il martedí mattina, vedendo che non veniva il frate, cominciammo a camminar per la riva di un fiume bellissimo per ispazio di sei miglia, paese molto ameno e grazioso, e pieno di verdure e di arbori senza frutto e con frutto; e dall'una banda e dall'altra vi erano costiere di montagne altissime, che tutte si vedevano seminate e piene di formenti e orzi e olivi selvatichi, che paiono ulivi giovani, perché gli tagliano spesso per poter seminare le biade. Nel mezzo di questa valle vi è una bellissima chiesa di Nostra Donna, intorno alla quale vi sono molte case, stanzie e abitazioni delli preti; vi sono ancora infiniti cipressi altissimi e grossissimi quanto dir si possa, e molti boschi di alberi di piú sorti che noi non conoscemmo. E vicino alla porta principale della chiesa vi era una bellissima fontana e chiara, che andava d'intorno alla chiesa, poi si spandeva per una gran campagna, che tutta si può adacquare con li suoi rivoli: e per questo si semina in tutti li mesi dell'anno con ogni sorte di semenza, orzo, miglio, lente, roveia, fava, ceci, taffo de guza, che è molto buono, e quanti altri legumi sono in questo paese; e alcuni si veggono seminati allora, altri cresciuti in erba, altri maturi, altri segati e altri battuti, cosa che non si vede nelle parti nostre di Europa. In cima di questa valle vi è una grande ascesa, e in faccia vi è una chiesa, la quale ha intorno assai abitazioni di preti, dove la terra è molto arida e secca. In mezzo di quella vi è una muraglia antichissima, la quale dimostra essere stata torre con porte per guardar quel luogo, perché è un monte cosí aspro che da quello a LX miglia inanzi non vi è altro passo: e ben pare che questo sia cosí per la molta gente che di continuo qui corre.
Salito detto monte, calammo a basso e arrivammo in una bella campagna piena di ogni sorte di biade, la quale si semina tutto il tempo dell'anno, come quella che ho detto di sopra, e vi sono prati infiniti da pascolare. E nell'entrar di questa campagna vi è una bellissima chiesa intitolata San Quirico, con molte buone case per li preti, serrate come monasteri, e sopra di quella vi è un bellissimo betenegus; e la terra è grande, e questa campagna e valle può essere in lunghezza sei miglia e di larghezza due miglia, e ha d'intorno da ogni banda alte montagne, e a piè di quelle per tutto vi si vedono assai luoghi e chiese, ma picciole, tra le quali ve ne è una intitolata Santa Croce e l'altra San Giovanni, e ciascuna di esse ha XII frati.
Passata questa valle, cominciammo a mutare altra sorte di paese, ed entrammo in certe aspre montagne, non di altezza ma di profondità, la maggior parte delle quali passammo di notte, per il che ci perdemmo l'uno dall'altro. E l'ambasciadore rimase solamente con quattro compagni, e io con cinque, e un altro pur della famiglia con dui; e la robba rimase in questi luoghi selvatichi con un uomo solo, come a Dio piacque. E in quella banda dove io mi trovava si vedeva il fuoco, che per esser notte pareva vicino, ma era lontano piú di tre miglia; e volendo andare a quella volta, ci seguitavano tante tigri che non si può stimare, e se entravamo in qualche boschetto, ci venivano tanto appresso che con una picca potevamo dargli a man salda: e nella nostra compagnia non era se non uno che avesse picca, e gli altri spade. Finalmente ci consigliammo di fermarci in certi campi seminati per star piú sicuri, e quivi legammo le mule insieme, e con le spade nude facemmo tutta notte la guardia.
Nell'altro giorno dopo mezzodí ci trovammo con l'ambasciadore in un luogo molto populato, lontano da quello dove dormimmo piú di sei miglia: e si dimanda Manadeli, il quale è da mille fuochi, e gli abitatori sono mori, tributarii al Prete Ianni, e fra loro sono da XV in XX case di cristiani, che stanno ivi con le sue mogli e ricevono li tributi. E perché ho detto di sopra che cominciammo a mutar sorte di paese, è da saper che per fino adesso, che sono dui mesi che cominciammo a camminare, sempre è stato di verno, e come entrammo nelle valli fra queste montagne non vi era verno, anzi molto caldo in questo tempo: e il paese si chiama Dobba, e vi era la estate; e questa è una delle terre nominata di sopra, che vi dissi che vi è il verno di febraio, marzo e aprile, contrario all'altre. Il medesimo è anche dal monastero della Visione fino al mare, e in un'altra terra del reame di Barnagasso, chiamata Carna. Queste terre che hanno il verno mutato sono molto basse e sottoposte alle montagne, e la lunghezza di questa può esser da cinque giornate; la larghezza non si sa, perché si entra nel paese de' Mori. Il generale e commune verno è dalla metà di giugno fin alla metà di settembre. Sono in questo paese di Dobba bellissime vacche, e in tanto numero che non vi è conto vero; sono di grande statura, e maggior che si possa trovare. Ma per molte miglia avanti che noi arrivassimo a questa terra di Manadeli, trovammo molta gente cristiana alla campagna con li loro padiglioni alzati, la quale ne disse che era quivi per addimandare a Dio acqua dal cielo, per li bestiami che morivano da sete, e per il seminare li migli e le loro biade, che pativano gran carestia d'acqua. Il lor gridare e pregare era questo: "Zio marina, Christos", cioè "Cristo, abbi misericordia di noi".
Ora, per tornar al luogo di Manadali, dico che qui si traffica a modo di una città grande, e si trovano infinite sorti di mercanzie e infiniti mercanti, e vi sono tutte le lingue de' Mori, cioè di Giadra, di Marocco, di Fessa, di Bugia, di Tunesi, di Turchia, di Rumes, cioè uomini bianchi di Grecia, Mori d'India, che sono quivi come abitatori, di Ormus e dal Cairo, che da tutte queste terre sopra nominate conducono ogni sorte di mercanzie. Ed essendo noi quivi, li Mori della terra si lamentavano, dicendo che per forza il Prete Ianni aveva fatto lor torre mille oncie d'oro, dicendo che glielo prestava per trafficar con esse, e che ogni anno essi fussero obligati rendere altre mille oncie d'oro di guadagno, e che le mille oncie sempre fussero in piedi. Gli abitatori naturali del luogo si lamentavano assai, dicendo che, se non fusse il bestiame che li mantiene, se ne andariano con Dio, percioché, oltre quello che loro pagano al Prete Ianni, il Tigremahon anche, come signore della terra, voleva tirare le sue entrate, di sorte che non potevano piú vivere. In questo luogo ogni martedí è mercato, e vi si porta ogni sorte di mercanzia che si possa nominare, e vi concorre infinitissima gente da ogni banda.


Come in questo luogo arrivò il frate e subito partimmo verso un luogo che si chiama Dofarso; e della sorte di pane che in quello mangiano, e del vino che beveno.
Cap XLVII.

Stando noi nella terra di Manadeli, scordati del frate, venne nova come egli veniva con mule e camelli per portar la robba; e alcuni delli nostri gli andorno incontro per riceverlo con assai allegrezza e, scordati del primo incontro, subito che egli giunse ci partimmo, e andammo la sera lontani di quivi due miglia, a un betenegus che è edificato in una montagna. Il giorno seguente arrivammo a una terra grande che ha da mille fuochi, abitata da cristiani, la quale è chiamata Dofarso; e vi è una chiesa nella quale vi sono piú di cento tra preti e frati, e altretante monache, le quali non hanno monastero, ma stanno nelle case come laiche: eccetto che li frati stanno divisi da sua posta, in due corti separata l'una dall'altra, nelle quali sono molte casette di poco valore. Ed è tanto grande il numero di questi preti, frati e monache, che gli altri laici non possono stare nella chiesa: però avanti la chiesa hanno posto una tenda di seta dove communicano li laici, e quivi fanno quelle solennità che non possono fare in chiesa, di sonare con li lor tamburi e cembali tanto che si dà la communione. Due notti che quivi dormimmo, le monache vennero a lavarne li piedi, e dapoi lavati bevevano di quell'acqua, lavandosi similmente con quella il viso, dicendo che eravamo cristiani santi di Gierusalem.
In questo luogo vi è pianura tutta seminata, e in quella ho veduto li campi seminati cosí di coriandoli come di formento, e similmente di una semenza che si chiama nugo, che è come quel fiore che nasce nelli formenti detto gioton: e delli capi di quello, dopo che son ben maturi e secchi, ne fanno olio. E quivi intesi dire, un'altra volta che vi tornai, che, se non fusse il verme che mangia il formento, raccoglierebbono l'anno vettovaglia per dieci anni. Di che molto maravigliandomi, dissemi il padrone: "Non vi sia ciò maraviglia, perché, quell'anno che noi raccogliemo poca biada, ci basta per tre anni". E piú mi disse che se non fussero le cavallette e la tempesta, che qualche volta fan danno, che non seminarebbeno la metà della semenza che seminano, perché il resto che si guasta si butta via. E questo luogo è in una valle, e ha presso di sé dui monti: perché noi stemmo quivi il sabbato e la domenica, andavamo montando sopra di quelli, dove arrivati vedevamo assai mandrie di vacche che venivano verso la terra; e quelli della nostra compagnia stimorno che fussero 50 mila vacche e piú, e certo non si potria stimare il numero grande che erano. La lingua di questa terra è diversa da quella dell'altra terra dietro a questa, perché quivi comincia la lingua del regno d'Angote, e si chiama Angotina la terra; e questo luogo è posto alla fronte del regno di Tigremahon, e va fino alli Mori che si chiamano Dobas.
E avendo fatto questo cammino due volte, nel tempo che qui stemmo, voglio narrar ciò che c'intravenne. Questo luogo ha dui monti alti, sopra li quali sempre gli abitatori tengano guardie, perché di quivi alli paesi de' Mori vi sono campagne per piú di otto miglia, tutte piene di boschi: e dette guardie una volta, vedendoli venire, fecero segno, e tutti fuggirono con quel poco che poteron portar via. Li Mori pervenuti alla terra, trovandola senza alcuno, la saccheggiorno a lor modo, e la vergogna fu tanta che li cristiani deliberorno, se li Mori piú vi venivano, di non fuggire, ma di voler combattere; e dato ordine con li luoghi vicini delli cristiani, non passarono molti giorni che li Mori tornarono, e immediate fatti li segnali alli vicini, uscirono alla campagna chi da una parte e chi dall'altra, e combatterono valorosamente. E morirono solamente 5 cristiani, e delli Mori piú di 800, che Dio fu quello che gli volse aiutare: delli quali prese le spoglie, come zagaglie e targhe, mandorno il tutto a presentare al Prete Ianni, tagliando le teste e attaccandole sopra gli alberi e per le strade. E nel tempo che noi ci trovammo alla corte del Prete Ianni furno portate queste cose, e tornando poi adietro vedemmo le teste de' Mori attaccate agli alberi.
Per tutta questa terra fanno pane d'ogni sorte di grano, cioè di formento, d'orzo, di miglio zaburro, di ceci, di piselli, di fagiuoli di diversi colori, di fava, di semenza di lino, di taffo d'aguzza. Similmente fanno vino di queste semenze, ma il vino fatto di miele è molto migliore di ciascun altro. E questi popoli, poi che venne il frate, ci davano da mangiare e ci facevano le spese di queste sorti di pani, per comandamento del Prete Ianni: ma noi non lo potevamo mangiare se non era di formento. E ci portavano anco questi tali lor cibi fuori di tempo, cioè secondo il lor costume al tempo della notte, perché non mangiano se non una volta al giorno, e questo è la notte: e il lor mangiare è carne cruda, e di una salsa fatta del fiele delle vacche, il che noi non potevamo vedere, non che mangiare; ma mangiavamo quel poco che ci cucinavano li nostri schiavi, e pane di formento. E cosí stemmo fin a tanto che il frate, intesa la nostra natura e usanza, ci fece mandar la carne, la qual per li nostri schiavi si faceva arrosta e lessa, cioè galline, pernici, castrati, vacche e simili.


Come partimmo di questo luogo Dofarso ben in ordine e aveduti,
perché dovevamo passar per terra de Mori inimici.
Cap. XLIX

Partiti di questo luogo, camminammo per mezzo di certi migli zaburri alti e grossi come canneti, e la sera andammo ad alloggiare non molto lontani, appresso una chiesa a' piedi d'un monticello, perché sempre la notte ci trovavamo fuori di strada, ma vicini alle terre, per causa del vivere. E quivi ci disse il frate che non ci separassimo l'uno dall'altro, ma che camminassimo tutti insieme e proveduti con l'arme nostre, faccendo andar la nostra robba avanti, perché avevamo da passare per terra de Mori, luoghi molto pericolosi perché sempre stavano in guerra, e sopra questa strada che noi ora camminiamo, che è verso la parte del mare, tutti gli abitanti sono Mori, detti Dobas. E non è reame, ma è divisa questa provincia sotto 24 capitani, e qualche volta la metà sta in pace e l'altra metà in guerra: e nel tempo che noi ci siamo trovati in quelli paesi, tutti quasi al continuo sono stati in guerra.
Pur ne abbiamo veduti XII che stavano in pace, in corte del Prete Ianni, perché d'una nova rebellione venivano a dimandar perdono. E quando arrivarono appresso al padiglione del Prete Ianni, il quale sempre sta in campagna, ogniuno di questi capitani portava una pietra grande sopra il capo, ponendogli ambedue le mani di sopra, il qual modo è segnale di pace e di venire a chiedere misericordia: alli quali il prete Ianni fece molta accoglienza e buona ciera. E condussero seco piú di 100 cavalli e belle mule a mano, ma loro entravano a piedi in la corte con le pietre in testa; e stettero in quella piú di due mesi senza esser espediti, e gli veniva dato ogni giorno vacche, castroni, miele e butiro. Al fine il Prete Ianni gli mandò lontani piú di 300 miglia dal paese loro, e gli fece mettere nel reame di Damute con grandissime guardie. Subito che le genti di questi capitani intesero che erano confinati in quelli paesi, si sollevorno e fecero altritanti capitani di nuovo, cominciando a far guerra e romper la pace. E camminando noi un'altra volta per questi paesi, arrivati che fummo quivi il giorno della Epifania, intendemmo che per questa sollevazione il Prete Ianni vi aveva mandati assai gentiluomini e capitani, li quali s'erano accampati nelle terre delli detti Mori tre miglia adentro, sopra una montagna, la quale si vedeva da quel luogo dove noi eravamo alloggiati, e vedevamo il fumo che facevano; e l'ambasciadore mandò due Portoghesi a visitare detti capitani da sua parte, li quali, veduta la cortesia dell'ambasciadore, gli mandorno a donare sei vacche. E referirno questi Portoghesi come erano ivi molti gran signori per capitani, e ch'erano piú di XV mila, tutti alloggiati in mezzo di certe siepi grossissime fatte di spini folti e spessi, il qual circuito lo chiamano catamar, e non sanno far miglior cosa per star sicuri la notte; e che avevano incommodità grande d'acqua, perch'ella era fuori del circuito, e non bastava lor l'animo di menare a beverar li cavalli e mule senza gran compagnia di genti, e che, come andavano poco numero, li Mori gli assaltavano e gli amazzavano; e piú che li Mori il sabbato e la domenica, per esser giorni nelli quali sapevano che li cristiani non guerreggiavano, gli davano grandi assalti e facevano danni assai.
Questa guerra e inimicizia dicono che è stata principiata con questo presente Prete Ianni piú che con gli altri antecessori suoi, e perché questi Mori sono stati anticamente tributarii delli Preti Ianni, e gli antecessori di questo che ora regna sempre hanno avute 5 o 6 mogli, figliuole delli mori re convicini e non figliuole di gentili, e anco delle signorie di detti Dobas sempre ne avevano una o due, s'erano sufficienti, e del re di Dancali un'altra, e un'altra del re di Adel e del re di Adea. E questo presente Prete, avendo promesso di torre per moglie una figlia del re di Adea, come vidde che ella aveva li denti davanti grandi, non la volse, né manco la volse rendere al padre, perch'era già fatta cristiana, ma la maritò in un gran signore della sua corte: e dicono che da quel tempo per fino al presente mai piú non ha voluto pigliar moglie di questi re mori, e si è maritato con una figliuola di un cristiano, e non ne ha voluto pigliar piú di una, dicendo che vuol vivere secondo la legge dell'Evangelio. E cosí dimanda il tributo che questi Mori gli sono obligati a pagare, e loro, perché non lo pagavano avanti per causa delli matrimonii che facevano con li suoi antecessori, per questo non lo vogliono al presente pagare a costui, e di qui nascono simil guerre.
Questi Mori di Dobas sono gran valent'uomini, e hanno una legge tra loro, che niuno si possa maritare se non fa fede di aver ammazzati XII cristiani: e per questa causa alcuno non passa questa strada solo, ma in carovana, che loro chiamano negada. E si mette insieme prima una gran compagnia, la qual passa due volte la settimana, perché una parte va e l'altra torna, e non vi è compagnia che non passi mille persone col suo capitano; e queste carovane si partono da due fiere, cioè di Manadeli e Corcora d'Angote. E benché vadino in gran comitiva, nondimeno li Mori gli assaltano, e ammazzano qualche volta molti di loro: e questo io lo so perché a un mio cugino e a un servitore dell'ambasciadore gli accadette passare per questo luogo in carovana, e li Mori assaltorno l'antiguardia e ne amazzorno XII, avanti che gli altri si mettessero in ordine. E questo è un cattivo passo e pericoloso, e di due giornate, e tutto paese e campagna pieno di alberi spinosi, come gran boschi molto alti e spessi: e benché qualche volta vi mettino il fuoco per nettare il cammino, nondimeno non bruciano, anzi pare che, se ben gli tagliano, che piú multiplichino. Da questa strada vicina a questi di Dobas per fino a piè de' monti vi sono sei miglia, e tutta la campagna è piena di questi tali spini; e in quella vedemmo andare infiniti elefanti pascendo, e molti altri animali feroci, come nell'altre montagne.


Come la gente di Giannamora tiene sempre guerra con questi Mori di Dobas, e d'un gran nembo e fortuna che ne venne stando noi a mezzodí sopra un fiume.
Cap. L.

Il carico di far guerra a questi Mori di Dobas è di un gran capitano che si chiama xuum Giannamora, il quale ha gran paese e genti assai a lui suddite, che si chiaman Giannamori: e quasi il tutto è montagne, e dicono che quivi è la piú esercitata gente nelle armi e valente che si trovi in tutto il paese del Prete Ianni, perché confinano con questi Mori, dove stanno sempre all'erta con fare continue guardie, conciosiacosaché in quelle montagne dove alloggiano spesso vengono i Mori a bruciar lor le case e le chiese e tor le vacche. E quivi viddi un prete che aveva freccie avelenate, e gli dissi che egli faceva male a tenerle; mi rispose: "Guarda la nostra chiesa bruciata dalli Mori, i quali mi hanno rubato 50 vacche, e appresso ruinati li miei sciami di api, che mi facevano il miele, il quale era la mia vita; però non ti maravigliare se io porto queste saette avelenate". Il che udendo, non seppi che rispondergli, tanto malcontento lo conobbi.
Partiti di qui, camminammo per lo detto piano al lungo di certe montagne che sono dalla banda de' cristiani, tutte abitate da questi Giannomori, e attraversammo certi fiumi che discendono dalle dette montagne, e appresso detti fiumi trovammo luoghi assai ombrosi, per infiniti alberi di salici che vi erano, e molto ameni da riposare al tempo del mezzogiorno. E cosí ci riposammo alquanto, perché faceva un gran caldo, ed era il giorno molto chiaro, e questo fiume non aveva tanta acqua che potesse macinare un molino: e noi stavamo divisi, una parte di qua dal fiume, l'altra di là, ragionando. E cosí stando, ecco che sentimmo un gran tuono, e ne pareva lontano, e dicevamo che era tonato a secco, come qualche volta suol fare in India; e stando cosí sicuri di non aver pioggia né vento, e che il tuono fusse cessato, cominciammo a mettere a ordine la robba per andare al nostro viaggio. E già avevamo raccolto un padiglione, nel quale avevamo desinato, e maestro Giovanni, andando in su per il fiume per suoi bisogni, cominciò a gridare: "Guardatevi, guardatevi"; e voltandoci, vedemmo venir l'acqua alta una lancia con grandissima furia, la qual ci portò via parte della nostra robba, e se per caso non avessimo levato il padiglione, ci arebbe insieme con quello portati via, e fu forza che molti di noi montassimo sopra li salici. E questo torrente veniva fra certe montagne dove era tonato, e menava pietre grandissime, e tanto era il romore e la furia dell'acque, e il fracasso delle pietre che davan l'una con l'altra, che la terra tremava e pareva che 'l cielo volesse cascare. E cosí come ella fu presta a venire, cosí presto passò, perché in quel giorno medesimo la passammo, e vedemmo appresso quelli sassi che vi erano avanti assaissimi e grossissimi altri aggiunti, li quali vennero insieme con l'acque di quelle montagne. E partendoci di qui, andammo ad alloggiare a certe povere casette, alle quali appressandoci cominciorno a trarne sassi, e bisognò che alloggiassimo fuori senza cena. E in quella notte sentimmo nel far del giorno grandissimi tuoni e pioggia in quella pianura, come era stata il giorno avanti nelle montagne.


Come partimmo di questo povero luogo e camminammo per luoghi pericolosi; e del fiume Sabalette, che divide il regno di Tigremahon da quello di Angote.
Cap. LI.

Partimmo da questo luogo tutti, perché non avevamo da mangiare, e lasciammo il frate con la robba, che non poteva camminar con noi, per aver genti che le portasse: e quivi ci messeno grandissima paura, con dire che il viaggio nostro era pericoloso in questo passo, sí per li Mori quanto per li ladri, li quali adoprano saette avelenate, e che andassimo ben armati tutti insieme. E il cammino che noi facemmo era piano, sí come il passato, ma piú boscoso, e la strada piú larga, perché ogni anno tagliano i boschi appresso alle strade. E sempre camminavamo appresso ai monti, allargandoci dal paese de' Mori piú che potevamo, e con tutto che ci dicessero che quivi fusse maggior pericolo, per esservi boschi assai e torrenti, luoghi molto atti per ladri, nondimeno molte volte dapoi gli passammo e non trovammo mai chi ne facesse dispiacere. E di piú ci avertivano che noi non alloggiassimo nelli luoghi bassi, per conto dell'aria cattiva, e che ci accostassimo alle montagne piú che potevamo.
E cosí camminammo senza robba tutto quel giorno e arrivammo la sera a un gran fiume, detto Sabalette, il quale è il confine del reame di Tigremahon e principio di quello di Angote. E in una montagna molto alta dalla banda di ponente, donde nasce questo fiume, vi è una chiesa intitolata San Pietro di Angote, e dicono ch'è capo di questo reame, e che è chiesa delli re, e che, quando si dà questo regno di nuovo ad alcuno, ivi vanno a pigliar il possesso di quello. E dalla parte di levante, in un'altra altissima montagna fuori di strada sei miglia, vi è un monastero grandissimo con assai frati, del quale non abbiamo veduto altro che gli alberi alti che vi erano intorno: e quivi non è piú il paese de' Mori. E sopra questo fiume stemmo il sabbato, e la domenica da notte nel primo sonno le tigri ci assaltorno, con tutto che avessimo fatto fuochi grandi, in modo che, avendo paura le mule, se ne dislegò una gran parte, le quali tornammo a pigliare; ma se ne perse una con un asino, e non li trovando, pensammo che le fiere l'avessin divorate. La mattina seguente ci fu avisato da certi villani che avevano trovati detti animali, e che andassimo a vedere s'erano i nostri, che volentieri ce li darebbono.
Il lunedí, alli 3 di settembre, camminammo sei miglia di paese, tutto piano e assai bello, e dapoi il frate che era venuto con le nostre robbe ci menò a dormire per certi cammini in cima di montagne e fuori di strada, molto selvatichi e strani, dicendo che non era buono alloggiare alla pianura nelli luoghi bassi per l'aria cattiva. E quella notte la robba per non poter montar fu lasciata in mezzo della strada, del che ci scandalizammo assai del frate, che ne aveva menati per sí deserte vie, e cosí noi glielo dicemmo, e che non ci facesse ammazzare le mule menandoci per sí aspri luoghi, e che non avevamo paura di aria cattiva; e se lo faceva per conto del mangiare, che noi avevamo tanto del nostro che potevamo vivere, e che il re di Portogallo ne aveva dato tanto oro che potevamo far le spese a lui e a noi. Ne rispose che non ne menaria piú fuori di strada e che verrebbe con noi.
Il martedí, smontati da questa sommità di monti, venimmo su la strada dove era la nostra robba, appresso a una chiesa intitolata la Nostra Donna, tutta circondata di ombre di bellissimi e alti alberi: e quivi ci riposammo sul mezzogiorno per il caldo. La qual chiesa ha assai preti e frati e monache, ed è governata dalli preti; e il luogo si dimanda Corcora D'Angote, a differenzia di un'altra Corcora di Tigremahon, e ogni mercordí si fa quivi un grandissimo mercato. Apresso questa chiesa lasciammo una parte delli camelli con parte della robba, perché ormai erano stanchi per il pessimo cammino, e noi a gran fatica passammo la sera una montagna molto alta, che qualche volta ci bisognò andare a piedi, e tal volta con li piedi e con le mani per terra carponi. E passato questo mal cammino, nella sommità del monte trovammo alcuni altri monti e colli, che fanno delle valli dove corrono fiumicelli: ma fra gli altri ve n'è un molto grande, pieno da un canto e dall'altro di pascoli e di terre da seminare, nelle quali tutto il tempo dell'anno si semina e si raccoglie d'ogni semenza, perché, ogni volta che di quivi poi passammo, trovammo formento allora seminato e altro già nato, e altro in erba, e altro spicato, e altro maturo e segato; e quello ch'io dico del formento, è il medesimo di tutte le altre sorti di biade e legumi. In questa terra non vi sono condotte acque per adacquarla, perché da sé è abondante e quasi come palude; e tutte le terre che sono come questa, overo che si ponno adacquare, fanno il medesimo frutto come questa, cioè che in tutti li mesi dell'anno si semina e raccoglie. Questo paese da ogni canto si vede popolato e pieno di villaggi, per esser grassissimo e abondante; e in ciascuna villa vi è la sua chiesa, la quale ha d'intorno assai alberi, che dimostra a' risguardanti ivi esser chiese, ancora che non si veggano.


Della chiesa d'Ancona, e come nel reame d'Angote corre sale e ferro per moneta,
e di un monastero che è in una grotta.
Cap LII.

Il mercordí, alli cinque di settembre, camminammo poca strada che cominciammo a calare per una dilettevole e spaziosa valle, piena di migli grandissimi e molte fave, in mezzo della quale correva un gran fiume, il qual sopra le ripe da un canto e dall'altro era seminato: e il fiume si dimanda fiume d'Ancona. E nella sommità di questa valle vi è una bellissima chiesa, detta Santa Maria d'Ancona, e ha grandissima entrata e vi sono assai canonici: il capo si dimanda licanate, e oltra li canonici vi sono assai preti e frati, e in tutte le chiese grandi da qui avanti, che si chiamano delli re, vi sono canonici, e il suo capo detto licanate. Detta chiesa ha due campane di ferro, mal fatte e basse appresso la terra, e in questo paese non ne abbiamo vedute se non queste due. E stemmo in questo luogo fino al giovedí, perché in tal giorno vi si fa un gran mercato, che loro chiamano gabeia. Corre in questa terra e in tutto il regno di Angote ferro per moneta, il quale è in modo di ballotte, e non si può adoprare cosí rotondo in alcuna cosa, ma le disfanno secondo li loro bisogni, e ne danno dieci, undici e dodici alla dramma, la qual dramma viene a essere tre quarti di ducato d'oro in oro. Vi corre ancora il sale per moneta, come fa per tutto il paese, e quivi danno sei o sette pietre di sale per un pezzo di questo ferro.
Quivi viene a essere, quasi all'incontro dalla banda di ponente, una terra detta Bugana, la quale è terra molto fredda per causa delle montagne altissime che vi sono, sopra le quali vi è assai di quella erba con che fanno le corde, cioè sparto: del quale una fiata ne portai alquanto ad alcuni Genovesi che erano quivi con noi, li quali mi dissero che mai non ne avevano veduto di cosí buono, e che era megliore di quello d'Alicanti. Il vivere di queste montagne sono orzi in gran quantità, e nelle valli sono molti formenti, e li piú belli che mai in alcuna parte abbi veduto. Li bestiami sono di piccola statura, sí come sono quelli della terra di Maia, fra il fiume Minio e Duoro in Portogallo. Il signor di questa terra si chiama Abunaraz; è paese di lunghezza di sei giornate, e di larghezza di tre. Dicono che poi che la terra di Chaxumo si fece cristiana, che questa fu la seconda, e che quivi li re tennero corte, sí come fecero le regine in Chaxumo, ancora che ella sia sterile per li monti.
Gli edificii che io viddi sono questi. Primamente in una alta montagna vi è una grandissima grotta, nella quale vi è fabricato un molto bel monastero e chiesa di Nostra Donna, non tanto per la grandezza come per la gentil proporzione che tiene il corpo di quello, quale si chiama Icono Amelaca, che vuol dir "Iddio sia ringraziato". Il sito della terra dov'è fabricato si chiama Acate; ha poca entrata, ma molti frati e monache. Li frati abitano in un colle sopra la grotta che è tutto serrato, e hanno una sola strada per venire alla chiesa; e le monache stanno da basso in un lato di quella, e non sono serrate: lavorano e zappano le terre, e le seminano di orzo e di formento, perché il monastero gli dà poco. La bella maniera che ha questo luogo lo fa abitare, perciò che egli è fabricato in questa gran concavità del monte o grotta, ed è fatto in croce, ben compassato, e vi si può andar d'intorno con la processione: e vi capiriano in questo circuito tutti li frati, se ben fussero in maggior numero di quello che sono; avanti la porta del quale vi è un luogo serrato di muro, e alto fino all'orlo della grotta, che non è chiesa, e quivi stanno le monache a udire li divini ufficii, e quivi ricevono la communione. Questa stanza delle monache risguarda verso mezzodí, perché la chiesa sta verso levante e ponente, e verso la parte destra disopra questa grotta descende dalla montagna un fiumicello fatto di diverse fontane, che di continuo corre, e come arriva alla sommità della grotta si divide in tre parti: e una cade al diritto del mezzo di quella, che fa un bel vedere; le altre due corrono per canali fatti a mano dalle bande della grotta, e vanno a congiugnersi verso il luogo delle monache appresso di un muro che le ripara, e adacquano li lor orti. Ha detto corpo di chiesa tre porte, una principale e due traverse, come se ella fusse fatta in una pianura, e perché la bocca della grotta è grande, però vi è lume assai. E perché dico che egli è fatto in croce, però per esprimerlo meglio dico che è fatto della maniera e grandezza come è il monastero overo chiesa di San Fruttuoso, che è appresso la città di Braga, nel regno di Portogallo.


Di un'altra chiesa di canonici che è fatta in un'altra grotta nella medesima provincia, nella quale vi sono sepolti un Prete Ianni e un patriarca di Alessandria.
Cap. LIII.

Partendosi da questo monastero o vero chiesa che ho detto disopra, e andando verso ponente per ispazio di due giornate di cammino, vi è un'altra grande e ricca chiesa fatta in un'altra grotta, nella quale a mio giudicio vi potriano stare tre gran navi con li lor alberi: ma l'entrata non è maggior dello spazio dove potessero entrar duoi carri con le sue scale. E per salire sopra detta montagna vi sono sei miglia grosse, e io vi volsi andare per desiderio di veder detta chiesa, ma credei veramente di morire, tanto era difficile e aspro il cammino; pur Iddio mi aiutò, che il freddo era grande, ed era meco uno mio schiavo che mi aiutava a camminare, tirandomi con una corda in suso, e un altro da dietro che menava le mule a mano, acciò che cascando elle non mi rovinassero adosso. Io mi parti' dal piede di detta montagna avanti giorno, ed era mezzodí che ancora non aveva compito di montarvi sopra. Il bosco e alberi che io trovai sono di diverse sorti che io non conobbi, eccetto assai ginestre, che li fiori gialli facevano bel vedere, e molta erba di sparto per far corda.
La chiesa che è sotto detta grotta è grande come un duomo e sedia catedrale, e ha belle navi e ben adorne e ben lavorate, e tutte in volto; ha tre bellissime e ben ornate cappelle. L'entrata di questa concavità è da levante, e le cappelle sono voltate verso detta entrata; e come è passata terza non vi si vede lume, e dicono l'ufficio a lume di candele. La chiesa ha 200 canonici, e non vi sono frati, ma ha il suo licanate, e ha grandissima entrata di possessioni: ed essi stanno come gentiluomini onorevoli per la lor ricchezza. Chiamasi questa chiesa Imbra Christos, che vuol dire "Cammino di Cristo". Entrando in questa grotta si vedeno in faccia le dette cappelle, e a man destra vi sono due camerette ben dipinte, le quali dicevano che le aveva edificate un re, che quivi era stato a far la vita sua e che fece far la chiesa. Entrando a man sinistra vi sono tre sepolture onoratissime, e in tutta la Etiopia non ho vedute altre tali, fra le quali ve ne è una principale e molto alta, la quale ha cinque scalini d'intorno, intonicata tutta di calcina bianca, ed era coperta con un gran panno di broccato e di velluto della Mecha, cioè divisato, un di broccato e uno di velluto, ed era tanto grande che per ogni banda toccava terra: il qual panno l'avevano posto in quel giorno sopra la detta sepoltura, perché era giorno della sua festa, e questa sepoltura fu di quel re che abitò quivi, qual si chiamava Abram. Le altre sono al medesimo modo di questa, salvo che una ha tre e l'altra quattro scalini; tutte stanno in mezzo della detta grotta. La piú grande è di un patriarca che venne di Gierusalem a visitare il detto re per la sua santità, e quivi morendo fu sepolto. La picciola è di una figliuola del detto re, il quale dicono che era stato piú di XL anni sacerdote da messa, e ogni giorno quivi la celebrava: il che trovai in un libro di questa chiesa, nel quale era scritta la vita di questo re. Tra gli altri miracoli, dicono che quando celebrava gli angioli gli ministravano pane e vino, e cosí nel principio del libro è dipinto il re come sacerdote apparato all'altare, e pare che da una finestra esca una mano con una ostia e con un vaso di vino; e similmente è in questo modo dipinto nella cappella maggiore. Di piú mi dissero li canonici aver per relazione di molti stati in peregrinaggio in Gierusalem, come la pietra della qual era fatta la chiesa era simile in tutto e per tutto a quella del tempio di Gierusalem, cioè negra e di grana minuta e dura. E camminando per la montagna tirato, come ho detto, dallo schiavo, come fu' in cima trovai la minera di tal pietre e il luogo dove erano state cavate, e che mi fece stupire che d'una grana cosí dura ne fussero state cavate tante da costoro, che non hanno né modo né artificio di saperle spezzare e pulire. In quel libro era ancora scritto che esso re non tolse mai danari né tributo da' suoi vasalli, e se gli era portato lo faceva distribuire a' poveri, ed esso viveva della entrata delle terre che egli faceva lavorare; similmente che gli fu rivelato che, volendo tenere in pace il suo reame, tutti li figliuoli suoi fossero serrati eccetto il primogenito, come a basso si dirà.
Io, essendo il giorno della sua festa, volsi venire alla detta chiesa per veder se era vero quello che mi era stato detto, e viddi XX mila persone, che tutte vengono per divozione e pigliano la communione. E questa festa era in domenica, e dissero la messa a buon'ora, e detta la messa cominciarono a dar la communione in tutte tre porte della chiesa, e durò fino all'Ave Maria: il che io viddi perché vi fui da principio, e dapoi andato a desinare ritornai, e trovai che durò fino a quella ora.


Delli edificii grandi delle chiese che sono nelle terre di Abugana, che fece Lulibella re,
e della sepoltura sua nella chiesa di Golgota.
Cap. LIIII.

Lontano una giornata da questa chiesa vi sono edificii di tal sorte che, secondo il mio giudicio, nel mondo non credo si trovino altritanti, li quali sono chiese tutte cavate in petra viva di monte tenero over tofo, molto ben lavorata. E li nomi delle chiese sono questi: Emanuel, San Salvatore, Santa Maria, Santa Croce, San Giorgio, Golgota, Bethleem, Marcorio e li Martiri, e la principal si chiama Lulibella: e questo nome dicono che fu di un re di questa terra, il quale regnò prima di Abram re detto di sopra, per LXXX anni, e fece far questi edificii. La sua sepoltura non è nella chiesa del suo nome, ma in quella di Golgota, la quale è di minore edificio, tutta cavata in un sasso, di lunghezza di centoventi palmi, larga settantadui. Il cielo è posto sopra cinque colonne, due per banda e una in mezzo, come in quadro: il qual cielo è tutto piano e liscio come è il piano da basso; nelle bande è ben lavorato. Le finestre e porte sono addornate di bellissimi intagli, tanto sottili che un orefice in argento non gli arebbe potuti far piú belli. La sepoltura del re è della maniera ch'è quella di san Iacomo di Galizia in Compostella. Questa chiesa ha un altro corpo di sotto cavato nel sasso, tanto grande come è tutto il pian di sopra, tanto alto quanto è una lancia. La sepoltura del re è al diritto dell'altar maggiore della chiesa di sopra, nel piano della qual si vede la entrata per andar da basso, la qual è serrata con una pietra fatta a modo d'una sepoltura, incastrata molto giustamente: ma niuno vi entra, perché mi par che ditta pietra non si possa cavare. La qual è forata nel mezzo con un buco che passa da una banda all'altra, di grossezza di tre palmi, dove i pellegrini mettono la mano, che vi vengono infiniti per divozione, e dicono che quivi si veggono assai miracoli.
Intorno a questa chiesa vi è una strada come un chiostro, ma piú bassa della chiesa cinque scalini, nella qual banda di levante vi son tre finestre che dan luce alla chiesa da basso, di altezza fino al pian della chiesa di sopra, che è piú alto della strada quanto è il descender delli detti cinque scalini: e chi guarda per dette finestre vede la ditta sepoltura, posta al diritto dell'altare, com'è detto. Avanti la cappella grande vi è una sepoltura nel medesimo sasso della chiesa, intagliata, e dicono ch'è fatta a simiglianza di quella di Cristo in Gierusalem, alla quale fanno grand'onore e riverenza. E dalla banda dritta nel medesimo sasso vi sono due imagini intagliate e scolpite del medesimo sasso, cosí ben fatte che pare che siano vive: e sono spiccate fuori del sasso: una è di san Giovanni e l'altra di san Pietro, le quali mi mostrano come cosa rara, e io ne ebbi grandissimo piacere a vederle, alle quali fanno gran riverenza. Ha ancora questa chiesa dalla parte sinistra una cappella da sua posta, la qual pare una chiesa, perché ha le sue navi: ha sei colonne intorno pur del medesimo sasso, bene e sottilmente lavorate, e la sua nave di mezzo è ben inarcata, cioè in volto; le porte e finestre son molto ben lavorate, cioè la porta principale e una traversa, perché l'altra serve per la chiesa grande. Questa cappella è tanto lunga quanto larga, cioè cinquantadua palmi per ogni verso. E dalla parte destra ha appresso un'altra cappelletta molto alta, ma stretta a modo della punta d'un campanile, con finestre assai belle: e detta cappelletta è di altezza di palmi trentasei e larga dodici. Tutti gli altari di dette chiese hanno li lor baldachini con le colonne fatti del medesimo sasso. Vi è intorno un grandissimo circuito, cavato per forza di scalpello del medesimo sasso del monte, il quale è quadro, e tutti li parieti sbucati come saria la grandezza d'una cuba: e tutti questi buchi son stroppati con pietre picciole, e sono sepolture, perché si vede che di fresco sono state stroppate. L'entrata del circuito è sotto il monte tredeci palmi di altura, e tutto fatto per forza di scarpello.


Del modo che è fatta la chiesa di San Salvatore, e di molte altre chiese che sono in questo luogo.
Cap. LV.

La chiesa di San Salvatore è da sua posta intagliata in un sasso di un monte molto grande. Il vacuo e corpo della chiesa è lungo ducento palmi e largo centoventi, e ha cinque navi e ciascuna ha sette colonne, le quali sono quadre, e ogni banda è quattro palmi, e lontane dal muro principale altri sei palmi: e tra l'una e l'altra colonna vi sono certi archi sotto il volto ben lavorati, li quali discendono di grossezza d'un palmo. E li volti della chiesa sono grandi, ma quello di mezzo è molto piú alto e grande, e gli altri si vengono abbassando tutti con il suo compasso: e sotto tutti questi volti vi sono bellissime figure e lavori intagliati, come specchi e felici o rose e altre simil gentilezze di festoni e fregi, e cosí nelle altre di mano in mano. Nelli muri principali sono bellissime finestre lunghe e strette di dentro, e di fuori si allargano, e sono lavorate con bellissimi intagli di festoni, e di sopra li lor volti. La cappella maggiore è grande, col suo baldachino sopra l'altare quanto è alto, con quattro colonne in quadro, e ogni cosa è fabricata del medesimo sasso. Le altre navi hanno le loro cappelle e gli altari e baldachini del medesimo sasso. La porta ha sopra da ogni banda alcuni grandi sporti, e comincia detta porta in archi grandi, e si viene stringendo in modo con altri archi fino ch'ella vien picciola, che non è piú di nove palmi d'altezza e quattro in mezzo di larghezza: e di questa maniera sono le porte traverse, eccetto che non cominciano con sí larghi e spaziosi archi.
Dalla parte di fuori di questa chiesa vi stanno sette colonne in circuito di una luna, e sono lontane dal pariete della chiesa dodici palmi, e da colonna a colonna un arco; e di sopra della chiesa verso questi archi vi è il volto, in tal maniera lavorato che, se fusse di pezzi e di pietra tenera, non potria esser migliore né piú sottile lavoro di quello che è in quelli, né essere piú uguali: li quali archi d'altezza sono due lancie. E guardando questo edificio da ogni banda, pare tutto una cosa istessa e tutto d'un pezzo. Il circuito discoperto della chiesa, cioè il chiostro, è tutto tagliato nella medesima pietra, ed è largo sessanta palmi per ciascun capo, e nella fronte della porta principale è cento palmi. E sopra la chiesa, dove si doveva far la coperta, stanno per banda nove archi grandi come * che vengono calando da cima fino a basso, dove sono le sepolture per le bande, come quelle dell'altra chiesa. La entrata per andare al circuito over chiostro della detta chiesa è di sotto cavata nel sasso ottanta palmi, lavorata artificialmente, di larghezza che vi potriano andare dieci uomini a mano, ed è alta quanto è una lancia, e va montando a poco a poco. Ha questa strada overo entrata quattro buchi di sopra, che danno lume al cammino. E sopra questo monte intorno della chiesa è come un campo, con molte case, dove seminano gli orzi.
La chiesa di Nostra Donna non è cosí grande come quella di San Salvatore, ma è molto ben lavorata: ha tre navi e quella di mezzo è molto alta, con molti lavori d'intagli di rose sottilmente fatti nel medesimo sasso; ha ciascuna nave cinque colonne, e sopra quelle li suoi archi in volta molto ben legati. Vi è di piú una colonna molto alta nella crosara, sopra la quale si appoggia un baldachino. Ha nel capo di ciascuna nave una cappella col suo altare, cosí come quelle di San Salvatore. È questa chiesa di lunghezza di 93 palmi, e di larghezza sessantatre. Ha di piú questa, avanti delle tre porte principali, che sono della grandezza e fattura di quelle di San Salvatore, quattro colonne quadre dalla parte di fuori, lontane palmi quindici, e quattro altre come attaccate al pariete: e da una all'altra li suoi archi molto ben lavorati, e sopra quelli li suoi baldachini fatti molto alti, che sono come portichi o vero sporti sopra le porte. Sono questi baldachini tutti di un compasso, tanto lunghi come larghi, cioè di quindici palmi. Ha un molto largo e gentil circuito, cosí di dietro come davanti e dalle bande, e la montagna all'intorno è dell'altezza della chiesa. Ha ancora nella fronte delle porte principali, intagliata nel medesimo sasso, una gran casa con cinque stanzie e un portico con due colonne, dove danno mangiare alli poveri: e dalla medesima casa si può andar fuori per due scale, una da una parte, l'altra dall'altra, ad una strada fatta di sotto del sasso per un grande spazio. E per ciascuna parte di questa chiesa, per mezzo le porte traverse, vi sono fatte due chiese, cioè ciascuna dalla sua banda. E questa chiesa di Nostra Donna è il capo di tutte le altre chiese, e ha infiniti canonici.
La chiesa ch'è dalla parte destra si chiama delli Martiri, è lunga palmi sessantaquattro e larga trentotto: ha tre navi, e in ciascuna tre colonne molto ben lavorate; il corpo della chiesa è piano, e non ha piú d'una cappella e uno altare. La porta principale è molto ben lavorata. Nella faccia davanti non vi è corte, ma un corridore di sotto del sasso, che è come una strada. Questo corridore comincia molto da lontano, e nel suo principio si monta a quello per quindici scalini, fatti nel medesimo sasso: e questa strada è molto oscura. Dalla parte che è verso la chiesa di Nostra Donna vi è una porta traversa, e due molto belle e ornate finestre, e di dietro e dall'altra parte tutto è sasso vivo e terribile, senza esservi lavoro alcuno.
La chiesa che è verso la parte sinistra nel circuito di quella di Nostra Donna si chiama Santa Croce: è similmente lunga sessantaquattro palmi e larga trentaotto. Non ha nave alcuna, ma vi sono tre colonne nel mezzo che pare che sostenghino il colmo, molto ben fatto, e tutto è dentro fatto di opera piana. Verso la parte della chiesa di Nostra Donna ha una porta traversa e due belle finestre, e ha un solo altare, come hanno le altre, e la porta principale ben lavorata. Non ha corte o campo davanti, ma solamente un corridore come saria una strada, per andar fuori di sotto del sasso, molto lunga e molto scura.
La chiesa detta Emanuel è similmente molto ben lavorata, cosí di dentro come di fuori: è piccola, e di lunghezza di quarantaquattro palmi nel vacuo, e di larghezza quaranta. Ha tre navi: quella di mezzo è molto alta, e il suo volto è fatto in punta, ed è larga palmi 20; le navi delle bande non sono in volto, ma piano di sotto, cioè il cielo cosí come è il piano della chiesa, e ciascuna di queste navi sta sopra cinque colonne quadre, la larghezza e grossezza delle quali è di quattro palmi da quadro a quadro, e palmi sei lontani dal pariete della chiesa. Ha le porte traverse e la principale molto ben lavorate e tutte di una grandezza, cioè di nove palmi alte e quattro e mezzo larghe; è circondata tutta da un corridore largo palmi dieci, con tre scalini che vanno d'intorno, e vi è per mezzo le porte l'entrata piú larga con cinque scalini, di sorte che la detta entrata monta due scalini di piú di quelli che circondano la chiesa: e il tutto è fatto nel medesimo sasso integro e senza giunta alcuna. Ha di piú questa chiesa che non ha alcun'altra, cioè una sacrestia di sopra, nella qual si monta per una scala fatta a lumaca: e non è molto alta, perché un uomo molto grande e un palmo di piú darà sotto con la testa; è piana come il solaro dove si cammina. Si servono di questa per tener casse di paramenti e ornamenti di chiesa, le quali deono essere state fatte nel medesimo luogo, perché non averiano potuto entrare per alcuna parte in quello. Hanno di piú li muri di fuori di questa chiesa che non hanno le altre, cioè che si vede un ordine e un corso nel muro uscir fuori due dita, e l'altro entrar dentro: e cosí è intagliato tutto il detto muro, cominciando a basso dalli scalini fino alla sommità della chiesa. E il corso del sasso che pare che esca fuori è di larghezza di due palmi, e quello che entra dentro è di un palmo, e di questa maniera e larghezza corre tutto il pariete o muro: e facendo conto a palmi, questo pariete è di altezza di cinquantaduo palmi. Questa chiesa ha tutto il suo circuito come muro tagliato di dentro e di fuori nel medesimo sasso, e si entra in questo muro per tre belle porte, come sariano porte piccole di una città o villa murata.
La chiesa di San Giorgio è posta un gran pezzo a basso dalle altre. La entrata per donde vi si entra è fatta di sotto il sasso crudo, di otto scalini che si montano, i quali montati si entra in una casa molto buona e grande che ha, con un poggio che la circonda tutta d'intorno dalla parte di dentro verso il chiostro, perché di fuori è tutto sasso vivo: e in questa casa si dà elemosina alli poveri, li quali seggono sopra questo poggio. E uscendo della casa l'uomo entra nel circuito della chiesa, che è fatto in croce, e tanto è dalla porta principale all'altar grande quanto è da una porta traversa all'altra, tutta d'una misura, e molto ben lavorata nelle porte di fuori, perché dentro non vi potei entrare, avendole trovate serrate. Nella parte destra del circuito della chiesa è cavato nel sasso vivo a modo di una cassa per l'altezza di un uomo, la quale è sempre piena d'acqua, che dicono nascere ivi, e non soprabonda: e ognuno vi ascende con una scala fatta nel sasso a pigliarne per divozione, perché trovano ch'ella guarisce di tutte le sorti di febre. Tutto questo circuito è pieno di sepolture, come sono nelle altre chiese, e di sopra questa chiesa cosí grande vi è intagliata una croce doppia, cioè una dentro dell'altra, come è fatta quella dell'ordine di Cristo. Dalla parte di fuori è piú alto il sasso che è la chiesa, e sopra quello si veggono infiniti cipressi e ulivi selvatichi. E da fastidio voglio metter fine a parlar piú di queste tali parole, dubitando di non esser creduto se piú ne scrivessi: nelle quali se alcuno dubitasse che vi fussero molte cose finte, gli giuro Iddio, in poter del quale io sono, che tutto quello che ho scritto è verissimo, senza esservi aggiunta cosa alcuna, percioché, avendo udito parlare delle maraviglie di queste tal chiese, volsi andar due volte a vederle e descriverle, tanto era il desiderio mio di far nota al mondo la eccellenza di quelle.
Questo luogo è posto nella costa di un monte, e per andare fino alla sommità del quale vi è una ascesa grandissima, che in una giornata e mezza non penso che si faria, tanto è alto: e nondimeno ancora sopra di quello pare che vi sia un altro monte, e che questo sia separato da quello. Al descendere poi da questo luogo fino al piano vi può esser da XV miglia, e si trovano grandissime campagne, che al vedere durano una buona giornata e piú, e tutte vanno verso il Nilo. Nelle quali si ritrovano altritanti edificii come quelli del luogo di Chassum, di pietre quadrate altissimi, perché quivi dicono che solevano esser stanzie delli re, e che l'opera di queste tal chiese tagliate nel monte fu fatta per gibetes, cioè uomini bianchi, perché essi conoscono bene che non sapriano fare cosa alcuna che fusse cosí fatta; e che il primo re che gli fece fare si chiamava Balibela, che vuol dire miracolo, conciosiacosaché quando nacque fu coperto di api, le quali lo fecero netto senza fargli male alcuno: e costui fu figliuolo di una sorella di re, il qual re morí senza erede e però fu fatto re il nepote, e dicono che fu santo, ed è tanta la divozione che vi concorre tutta l'Etiopia, e vi si veggono infiniti miracoli.
Questa signoria di Abugana, ove sono questi edificii, avanti la nostra partita il Prete Ianni la diede al frate, che venne poi con noi ambasciadore in Portogallo: e però dico che fui due volte a veder queste chiese ed edificii, e la seconda volta che vi venni fu quando detto ambasciadore venne a pigliare il possesso di quella. Dove stando, vi vennero duoi calacenes, che vuol dire messi o ver "parola del re", e dissero al detto ambasciadore o vero capitano che il Prete Ianni gli mandava a dire che esso gli mandasse alcuni tributi che l'antecessore suo gli doveva dare, che era CL buoi d'arare, XXX cani, XXX zagaglie e XXX targhe. Gli rispose che egli vederia che robbe vi fussero del suo precessore, e che pagaria il tutto volentieri non trovandosi di quelle.
Tornando ora al nostro viaggio, partimmo dalla chiesa e fiera d'Ancona e, andati da 9 miglia, arrivammo a certe ville con la nostra robba, nelle quali non volsero alloggiarne, dicendo che erano luoghi della madre del Prete Ianni, che non obedivano ad alcuno se non a lei; e volsero bastonare il frate che ci guidava: batterono bene un suo servitore. E quivi lasciata la robba, andammo ad alloggiare a un luogo detto Ingabela, che è grande e di buone case, e posto sopra una collina, in mezzo di una campagna tutta circondata di monti, alle radici delle quali vi sono tanti luoghi abitati che in altro luogo non ne ho veduto piú. Vi sono ancora infinite fontane e fiumicelli, che corrono da una parte e dall'altra e adacquano gran parte del paese, il quale si dimanda Olaby: e quivi essendo, viddi che si edificava una bellissima chiesa. Trovammo grandissima abondanza di galline, delle quali ne averemmo potuto avere a cambio di pochi grani di pevere infinite, tanto poco stimano le galline e tanto conto facevano del pevere; vi erano limoni, cedri e aranci infiniti. Stemmo quivi il sabbato e la domenica, nella quale ne assaltarono le tigri, e non potemmo tanto difenderci che ne mangiorno un asino. Il lunedí, che fu alli XI di settembre, ritornammo dove avevamo lasciata la robba, e quelli che non ci avevano voluti alloggiare ci fecero buona ciera e carezze, e ne diedero da cena. Il giorno seguente poi andammo al nostro viaggio da nove miglia, e quivi dormimmo la sera senza la nostra robba, e la mattina tornammo adietro e facemmo nove miglia di viaggio diritto, strada e montuosa e piena di valli e di montagne, le quali attraversano e paiono essere attaccate insieme. Questo reame d'Angote è quasi d'una maniera pieno di monti e valli, e le semenze che si seminano in questo luogo sono formento, ma poco, orzo poco, miglio in gran copia e taffo di aguza in grandissima quantità, piselli, ceci, fava assai, e molti fichi, agli e cipolle. Corre in questo paese ferro per moneta.


Come si partí l'ambasciadore dal frate, e come noi altri che restammo fummo lapidati, e poi fummo invitati da Angoteraz; e delle dimande che egli ne fece e del desinare che ne diede.
Cap. LVI.

Il giovedí, alli XIIII di settembre, andammo con la nostra robba a un fiume secco, vicino tre miglia, dove stava il signore di questo reame d'Angote, il quale si chiama Angoteraz. E l'ambasciadore, perché quivi era il paese sterile e secco, e per non parlar col detto signore, che non ne aveva bisogno, passò inanti alla robba cinque miglia, e gli altri restarono col frate e con la robba, il quale ci disse che andassimo con esso a una villa fuori di strada tre miglia: e la robba restò nella strada con la gente che la conduceva. Camminando noi verso quella villa e altre convicine, inanzi che arrivassimo vedemmo molta gente che si univa, e ci pensammo che si unisse per portarci la robba: ma veniva per farci poco piacere, perché unita ci tolse in mezzo montando sopra tre monticelli, e noi stavamo nel basso, e sopra ogni sommità di detti monti si adunorno da dugento persone, la maggior parte con fronde da trar sassi; gli altri ne tiravano con le mani, in modo che erano tanti li sassi che pareva che piovesseno, e dubitammo della nostra vita. E noi altri che eravamo in compagnia del frate potevamo esser da quaranta persone, cioè capitani che l'accompagnavano con alcuni uomini suoi e altri nostri schiavi, e tutti, eccetto che io e un giovane che era con noi, il qual era ammalato di varuole, furno molto ben lapidati e feriti, che Iddio per sua grazia lui e me cosí volse preservarne. 5 o sei uomini del frate furno feriti nel capo, e il nostro medico e un capitano di Angoteraz con quelli; e non contenti averci feriti, ne fecero alcuni prigioni, e noi altri che fuggimmo la sera ci riducemmo a dormire con la robba senza aver da cena: e quivi tutti si dolevano, chi in un membro e chi in un altro, eccetto che noi due.
Il venerdí mattina, alli quindici di settembre, io andai a cercar l'ambasciadore, che era avanti quattro miglia e mezzo; e trovandone, non tardò di mettersi immediate in ordine, poi ch'io gli ebbi contato quello che ci era intravenuto, dicendo che voleva mettere la vita per li Portoghesi. E arrivati che fummo dove era la nostra robba, trovammo quivi il signore Angoteraz, il quale ci era venuto a vedere, e aveva seco assai genti, e vi era anco il frate: e l'ambasciadore, giunto ch'egli fu, chiamò lo interprete e gli disse che andasse a dire ad Angoteraz e al frate che egli non era venuto per conto loro, ma che era venuto a cercare li Portoghesi, li quali erano stati mal trattati nelli suoi paesi. E stando cosí, e ragionando della battaglia, ecco che venne il medico che era stato ferito e rimasto prigione, col capo molto insanguinato, dicendo che era fuggito. E poi che il lungo ragionare dell'ambasciadore con l'Angoteraz di questa cosa fu compito, Angoteraz lo pregò che andasse a stare con esso il sabbato e la domenica. E consigliatosi l'ambasciadore con noi, fu risoluto che vi si andasse, e cosí tutti andammo a casa sua, la quale era lontana quattro miglia e mezzo, dove stemmo il sabbato e la domenica molto bene alloggiati. Il sabbato ci fece chiamare a casa sua, dove entrati non trovammo impedimento alcuno di guardia, ma entrammo liberamente e lo trovammo con la moglie e alcuni suoi famigliari, e ne fece buona ciera cosí nell'aspetto come nel parlare. Appresso di lui erano poste quattro zare di vino fatto di miele molto buono, e appresso ogni zara vi era una coppa di vetro cristallino: e cosí cominciammo a bevere, e la sua moglie con due altre donne che erano in compagnia ci invitorno tanto bene a bevere, che non ci volsero mai lasciar partir fin a tanto che non furno votate le zare, che ogni una di quelle poteva tenere da sette in otto boccali, e volevano farne portare dell'altro di nuovo, dicendo che non ne lasciarebbe partire se non bevevamo ancora; e noi c'iscusammo con buone parole, che ci lasciasse partire per fare li fatti nostri, e cosí ci partimmo.
La domenica seguente fummo alla chiesa, dove trovammo Angoteraz, il quale ne venne incontro con gran cortesia e quivi cominciò a parlare sopra le cose della nostra fede, e fece appressarsi duoi frati, oltra l'interprete e il frate che ne conduceva. E la prima dimanda fu ove nacque Cristo, e che cammino fece quando egli andò in Egitto, e quanti anni vi stette, e quanti anni aveva quando la nostra Donna il perse e trovò nel tempio, e dove egli fece dell'acqua vino. Il Signore Iddio mi volse aiutare, che gli risposi la verità meglio che io sapeva. L'interprete mi disse che il frate che ne conduceva fece intendere agli altri duoi frati che io era uomo che sapeva molto, per le quali parole si buttorno in terra e per forza mi volsero baciar li piedi, e Angoteraz mi abbracciò e baciò in viso: il quale, sí come io dipoi intesi, è uno delli buoni e dotti preti che siano nell'Etiopia, e al nostro ritorno noi lo vedemmo con titolo di Barnagasso. Dipoi volse che udissimo messa con loro, la quale finita ci convitò a desinare: ma l'ambasciadore, avendo pur inteso quello che ne avevano da dare, volse mandare a pigliare il nostro desinare, il qual era d'alcune galline grasse arrostite e di carne di bue grassa con verze. La casa ove mangiavamo era grande e terrena, che è come abbiamo detto un betenegus. Avanti il letto ove detto Angoteraz stava, erano distese in terra molte stuore, ed egli smontò del letto e si pose a sedere sopra quelle, dove furono distese molte pelli di castroni negri, con due piadene di legno bianchissimo grandi con l'orlo basso, come usammo noi a mondare il formento, che essi chiamano ganetas; ed erano molto belle, grandi e larghe, con l'orlo di due dita: la maggiore poteva esser di circonferenzia di XVII palmi e l'altra di XIIII. E queste sono le tavole di gran signori, e quivi sedemmo all'intorno con detto Angoteraz. Ne fu portata l'acqua e ci lavammo le mani, ma non ci diedero tovaglia per asciugarne, né meno per ponervi sopra il pane, ma delle medesime piadene furono portati pani fatti di diverse maniere, cioè de formento, d'orzo, di miglio, di ceci e di taffo. Avanti che cominciassimo a mangiare, Angoteraz ordinò che gli fusse portato un pezzo grande del piú grosso pane, e sopra quello postovi di sua mano un pezzo di carne cruda di vacca, la mandò alli poveri che stavano fuori della porta aspettando elemosina.
Noi veramente facemmo la benedizione a nostro modo, della quale mostrò il detto di pigliarne piacer grande. Vennero poi le imbandigioni, delle quali non ardisco quasi a parlarne, ma sono cose ordinarie del paese: e queste furono tre salse overo brodi, nelli quali entravano cose di carne cruda col sangue vivo, che in questa terra è stimato per delicatissimo mangiare, e non lo mangia se non persone grandi. Queste salse erano portate in alcuni scodellini piccioli di terra negra molto ben fatti, e le gittavano poi sopra alcuni pezzi di pane rotti, aggiungendovi sempre del butiro. Noi non volemmo gustare per modo alcuno di questi loro mangiari, ma mangiammo di quello che abbiamo detto che l'ambasciadore ci aveva fatto venire: e cosí come noi non potemmo mangiare delle loro vivande, cosí ancora loro non volsero mangiare delle nostre. Il vino veramente andava in volta con gran furia: e la moglie d'Angoteraz mangiava appresso di noi sopra una simil tavola come la nostra, e gli mandammo delle nostre vivande, e non potemmo vedere se ella ne assaggiò per esservi una cortina in mezzo, ma al bevere ella ne aiutava mirabilmente. Dopo tutte l'altre vivande fu portato un petto di vacca cruda, il quale noi non toccammo, ma Angoteraz lo mangiò come si mangia il marzapane e il confetto dopo pasto. E dato fine a questo desinare, e ringraziato che avemmo Angoteraz, ci tornammo al nostro alloggiamento.


Come l'ambasciadore, espeditosi da Angoteraz, andò avanti, e il frate e noi altri andammo dove fummo lapidati, e di lí fummo in un paese molto fertile e dilettevole.
Cap. LVII.


Il lunedí mattina andammo a pigliar licenza da Angoteraz, e il frate che ne conduceva volse che dimorassimo, aspettando una mula per darla al medico nostro ch'era ferito, e appresso un asino con certe robbe che ne furono tolte nella questione fatta. L'ambasciadore non volse starci ad aspettare, ma se ne andò avanti con la sua solita compagnia, e noi restammo col frate. E come fu al tramontar del sole venne la mula e l'asino, e partimmo pensando di potere andar tanto avanti che raggiugnessimo l'ambasciadore; ma la notte si approssimava, e il frate ne condusse per un bosco foltissimo, che non sapevamo dove andassimo: e capitammo al luogo dove fummo lapidati, e quivi volse venire per far giustizia. Eravamo VIII uomini sopra mule e XV a piedi, e andammo ad alloggiare in casa d'uno di quelli principali che fecero l'insulto, e trovammo che tutti erano fuggiti sopra una montagna vicina, ma che vi era molto ben da mangiare per noi e per le mule. Stando quivi, immediate fummo lasciati soli da quelli che venivano con noi, e lamentandoci di questo, ne dicevano che bisognava far giustizia e che la mattina partiremmo: la qual venuta, ne mandorno a dire che partiremmo dopo desinare; ma vedendo che ancora non venivano, quando fu il giorno seguente ci partimmo noi soli, e andammo tanto che trovammo quelli che conducevano le nostre robbe, che andavano pianamente aspettandoci. In quella notte tornò il frate e menò seco due mule, un bue e otto pezze di tela, che gli avevano dato per il sangue che avevano fatto: e la giustizia di questo paese è di pigliare la robba de' malfattori, come sono vacche e mule. Chiamansi questi luoghi Angua e Mastano, e sono del patriarca abuna Marco.
Quivi cominciammo a entrare in una graziosa e dilettevole terra, posta fra montagne molto alte, ma infinitamente abitata alli piedi di quelle, con gran ville e chiese molto nobili; e tutta era lavorata e seminata di ogni sorte di biade. Quivi si vedevano infiniti fichi di quelli d'India, limoni, naranzi, cedri senza numero, e pascoli con una moltitudine di animali incredibile. E perché un'altra volta io feci questo cammino col sopradetto frate, il quale allora si chiamava ambasciadore, e dimorammo un sabbato e una domenica in casa di un onorato canonico, e fummo alla chiesa ogni giorno con lui, dove vedemmo gran numero di canonici, gli dimandammo quanti canonici vi potevano essere: ne disse da 800; quanta entrata potevano avere: ne disse che poca fra tanti. E noi gli replicammo: "Per che causa vi sono tanti, essendovi cosí poca entrata?" Ne disse che al principio che furono fatte quelle chiese non erano molti, ma che dapoi sono cresciuti, perché tutti li figliuoli de' canonici, quanti da quelli discendono, tutti restano canonici, e questo costume si osservava nelle chiese delli re; e che il Prete Ianni, ogni fiata che egli fa una chiesa nuova, ne manda a levare di quivi, e cosí gli diminuiva, come fece quando egli fabricò la chiesa detta Machan Celacem, che ne levò dugento; e che in quella vi erano otto chiese, nelle quali potevano essere da quattromila canonici, e che, se il Prete Ianni non gli levasse per queste chiese nuove e per quelle della corte, si mangiarebbeno l'uno con l'altro.


Della montagna grandissima sopra la quale tengono posti li figliuoli del Prete Ianni, e dove trovandoci vicini fummo quasi morti da' sassi.
Cap. LVIII.

La valle detta di sopra si prolunga fino ad una altissima montagna, sopra la quale di continuo metteno tutti li figliuoli del Prete Ianni, come in una custodia. E hanno nelli libri loro scritti come, ritrovandosi uno re dell'Etiopia detto Abram, gli fu una notte in sogno rivelato che, volendo tenere il suo reame pacifico e ubidiente, dovesse serrare tutti li suoi figliuoli (che molti ne aveva) sopra una montagna, e non lasciar fuori se non quello che voleva che succedesse dopo lui, e che questo ordine, come cosa venuta da Iddio, si dovesse osservar sempre: altramente, essendo la Etiopia grande, se ne solleveria una parte e non ubidiria all'erede, o vero lo ammazzaria. Di questa rivelazione stando sospeso detto re ove tal montagna si potesse trovare, gli fu di nuovo rivelato che egli mandasse a scorrere tutto il suo paese: dove si vedessero capre poste sopra brichi e punte di sassi tanto alti che paressero dover cader giú, in quella dovesse fargli serrare. La qual cosa avendo fatto esequire, fu trovata questa montagna tanto grande che dicono che un uomo ha da fare molti giorni a circondarla nel piede. E veramente chi considera questo modo di aver tenuto in pace un cosí gran reame senza insanguinarsi le mani per tanti secoli, e che li figliuoli e fratelli non si abbiano sollevato l'uno contra l'altro, e nondimeno non sia mancata mai la linea di quella generazione, conoscerà essere stata in effetto cosa divina e non umana, la qual felicità mai in alcun regno di cristiani si è potuta avere.
Questa montagna è tagliata tutta d'intorno, cioè dalla cima fino al basso, che pare che sia un muro diritto, e a chi guarda in suso pare che il cielo vi sia posato sopra. Ha tre sole entrate o vero porte per le quali vi si può ascendere, e non altre: e di queste io viddi una, in questo modo. Noi venivamo dal mare una fiata per andare alla corte, e ne guidava uno di quelli servidori del Prete che chiamano calacem, il quale non era troppo pratico del paese; e volendo alloggiare in un villaggio, gli abitanti non ne volsero accettare, perché dicevano ch'era d'una sorella del Prete Ianni, e fu forza che andassimo inanti. La notte era cominciata di un gran pezzo, e costui camminava molto forte, e ne sollecitava dicendo che ne menaria in un buono alloggiamento. Io feci che Lopo di Gama, che aveva una buona mula, cavalcasse in vista del detto calacem, e io di lui, e l'ambasciadore e gli altri mi tenevano gli occhi dietro. Ed essendo andati ben tre miglia fuori di strada, verso la montagna di questi figliuoli del Prete, come fummo sentiti per il calpestare de' nostri cavalli, in un momento venne tanta gente di tutte quelle ville che coi sassi n'ebbero quasi ad amazzare, e fu forza che ci partissimo l'uno dall'altro. L'ambasciadore restò adietro, e io andai avanti per non poter fare altramente, verso un luogo dove piovevano sassi da ogni canto: ed era la notte oscurissima, e acciò che non mi sentissero, smontai e diedi la mula a un mio schiavo. La mia ventura volse che un guardiano, uomo da bene, di questa montagna cavalcava vicino a me, il quale mi dimandò chi era: gli dissi un gaxia genus, cioè un forestiero del re. Costui, subito fattomi appressare a lui, mi teneva un braccio sopra il capo, dicendomi: "Ate fra, ate fra", cioè "non aver paura", e mi condusse in un orto vicino alla sua casa, dove erano molte legne lunghe appoggiate ad alcuni alberi, sotto li quali mi fece andare perché erano come una capanna, dove parendomi di star sicuro, feci accendere una candela: e immediate cominciarono a piover li sassi, per il che la feci subito spegnere. Questo uomo da bene mi fece poi andare nella sua casa e mi diede molto bene da cena, cioè galline arroste e pane e vino. E la mattina, presomi per mano, mi menò a vedere la strada per la quale si monta, tutta piena di spini terribili e sassi tagliati da ogni canto: e vi era fatta una porta molto alta, la quale tengono serrata, e di dentro vi stanno infinite guardie; e mi disse, se alcuno avesse ardire di entrarvi, subito gli sarieno tagliate le mani e li piedi e cavati gli occhi, e che noi non avevamo colpa di essere venuti cosí appresso a questa porta, ma che doveriano esser puniti quelli che ne avevano guidati. Lopo di Gama, il calacem e io subito ci partimmo, e discendemmo ben tre miglia di sotto sopra una strada e andammo al nostro viaggio, ed era vespero avanti che ritrovassimo l'ambasciadore.


Della grandezza di questa montagna e delle guardie che si fanno in quella;
e in che modo ereditino questi regni di Etiopia.
Cap. LIX.

Il modo che fanno a mettere li figliuoli delli Preti in questa montagna è questo, che, essendo soliti tutti li Preti Ianni precessori a questo David di avere cinque o sei mogli, e di quelle assai figliuoli, come morivano il primogenito ereditava; altri dicono che ereditava quello che pareva che fusse piú atto e di piú sapere, e altri quello che aveva piú seguito e piú potere. Io di questo dirò quello che ho udito dire da molti uomini pratichi e intelligenti della corte. Il re Alessandro, zio del presente re David, morí senza figliuoli, e ancora che avesse figliuole femine, nondimeno li grandi della corte andarono a questa montagna e cavorno di quella Nahu, suo fratello, che fu padre di questo David. Questo Nahu condusse seco della montagna un figliuolo legittimo, che era molto gentile e valente cavaliero, ma era alquanto ostinato e superbo. Dapoi che fu nel regno ebbe altre mogli e figliuoli e figlie, e venuto a morte volsero far re il figliuolo piú vecchio, venuto della montagna insieme col padre, ma fu detto che, per essere cosí superbo e ostinato, tratteria male tutto il popolo; altri furono di openione che egli non potesse ereditare, essendo nato in cattività, dove non teneva ragione di successione: e cosí fecero re questo David, che era il primogenito nato dapoi che suo padre fu fatto re, ed era di anni undici. L'abuna Marco mi disse che lui e la regina Elena lo fecero re, perché tenevano nelle mani lor tutti li grandi della corte e tutto il tesoro: e cosí pare ancora a me che, appresso all'esser primogenito, vi possino assai le aderenzie e amicizie e il tesoro. Gli altri figliuoli di Nahu, fratelli del detto David, che erano piccoli, furono con quello piú vecchio venuto dalla montagna ritornati a stare sopra quella: e cosí è stato fatto di tutti li figliuoli delli Preti dal tempo di quello re Abram fino al presente.
Dicono che sopra questa montagna vi è gran freddo, ed è ritonda, e ch'ella non si cercarà tutta in manco di quindici giorni: e cosí ancora a mio giudicio pare che debbia essere. In questa parte dove era il nostro cammino vi andammo quasi duoi giorni, che poi la lasciammo, la qual arriva fino al regno di Amara e di Bogamidri, che è sopra il Nilo, il qual regno è molto lontano di quivi. Sopra questa montagna vi sono altre montagne che fanno valli, e vi sono fiumi e fonti infiniti, e campi che gli abitanti coltivano. Vi è anche una valle fra due montagne molto forte, che per modo alcuno non si può uscire di quella, per esser tenuta serrata l'entrata con porte fortissime; e in questa valle, che è molto grande e che ha infinite ville e abitazioni, vi metteno quelli che sono piú prossimi al re, cioè del suo sangue: e poco tempo è che hanno trovato questo modo di metterli in detta valle, parendo lor che stiano sotto miglior custodia. Ma quelli che sono figliuoli de' figliuoli e nepoti, e che già sono come dimenticati, non sono tenuti con tanta guardia: nondimeno con tutto questo generalmente si custodisce intorno questa montagna con grandissime guardie e gran capitani, e la quarta parte delle genti che vengono alla corte sono delli capitani e guardie di questa montagna, i quali alloggiano separati dagli altri, né essi si approssimano ad alcuno né altri a loro, percioché non vogliono che alcuno sappia li secreti della detta montagna. E quando arrivano alla porta del Prete, immediate gli manda la sua parola, e ciascuna persona si tira adietro, e tutti gli altri negozii cessano, quando si parla in questo.


Di uno castigo che fu dato a un frate e ad alcune guardie, per una ambasciata che portorno al Prete di questi serrati in la montagna; e come fuggí un fratello del Prete Ianni.
Cap. LX.

Circa il negozio di questi figliuoli del Prete, io ne ho veduto questo, che fu condotto alla presenza del Prete un frate di età di anni trenta, e con lui ben dugento uomini, il qual fu detto che aveva portata una lettera al Prete Ianni da quelli della montagna, e questi dugento uomini erano le guardie di quella. Battevano questo frate di due giorni in due giorni, e similmente battevano questi uomini partiti in due parti, e il giorno che battevano il frate battevano la metà di costoro, e sempre cominciavano dal frate, e di continuo vi erano presenti tutti gli altri; e ogni volta dimandavano al frate chi gli aveva data quella lettera e per che cosa, e se mai piú egli aveva portato lettere, e di che monastero egli era, e dove si aveva fatto frate. Il tristo diceva che erano sedici anni che egli era disceso dalla montagna, e che allora gli fu data quella lettera, e che mai piú vi era tornato né aveva avuto ardire di darla se non al presente, che il demonio l'aveva instigato. E questo poteva essere la verità, perché in questo paese non si costuma di mettere sopra le lettere né anno né mese né giorno. Agli uomini veramente dimandavano come avevano lasciato uscire detto frate. La maniera del battere era a questo modo: gittano l'uomo con il ventre in terra e legano le mani a due pali e una corda intorno a tutti due li piedi, e duoi uomini tengono questa corda stretta e tirata, e vi stanno duoi ministri di giustizia, uno da un capo e l'altro dall'altro, e non danno sempre in quel luogo, ma la maggior parte nel piano, perché se ogni fiata li battessero morirebbono, tanto è forte il battere di costoro. Ne viddi levar via uno, e avanti che lo coprissero con un panno, egli si morí: il che inteso per il Prete, perché questa giustizia si fa davanti le sue tende, ordinò che il morto fusse tornato al luogo dove si batteva, e che quelli che erano battuti tenessero la testa sopra li piedi del morto. Durò questa giustizia due settimane, che mai cessò questo ordine di battere il frate e la metà delle guardie di duoi giorni in duoi giorni, salvo il sabato e la domenica, che non si fa giustizia. Fu levata una fama per la corte che questo frate aveva portato lettere alli franchi e Portoghesi da questi parenti del Prete, acciò che fossero aiutati a fuggire di quella montagna: e noi eravamo innocenti, e il medesimo tengo certo che fusse il frate.
Nel tempo che noi stemmo in questo paese, un fratello del Prete, giovane di sedici anni, fuggí della montagna e venne alla distesa in casa di sua madre, che era la regina Elena, la qual fu moglie del padre di questo re; e per esservi pena la vita a chi raccoglie alcuno della montagna, la madre non volse accettar il figliuolo, ma preso lo fece condur al Prete Ianni, il qual gli dimandò perché si era fuggito: gli rispose perché egli moriva di fame, e che non veniva per altro se non per dargli questa notizia, conciosiacosaché alcuno non voleva fargli questa ambasciata. Fu detto che il Prete lo fece vestire riccamente, e gli dette molto oro e panni di seta, e fu tornato sopra la montagna; fu detto ancora per tutta la corte che costui se ne era fuggito per andarsene con li Portoghesi. Questo proprio che fuggí e che fu tornato poi su la montagna, ritrovandoci noi con l'ambasciadore del Prete che venne in Portogallo nel paese di Lulibella, dove sono le chiese cavate nelle pietre, passò per ivi con uno calazen e con molta gente, il qual lo conduceva preso sopra una mula: e veniva coperto di panni negri, che non gli pareva cosa alcuna, e alla mula non si vedeva altro che gli occhi e le orecchie. Fu detto che egli era fuggito la seconda volta in abito di frate insieme con un altro, e che questo frate suo compagno lo discoperse il giorno che dovevano uscire del paese del Prete Ianni: e cosí lo menavano preso lui e il frate, né gli lasciavano parlare a persona alcuna, e duoi uomini sempre gli andavano vicini alla mula. Ognuno diceva che lo fariano morire, overo che gli caveriano gli occhi: non so ciò che intravenisse di lui. Di un altro udimmo dire che volse fuggire della montagna e si nascose sotto molti rami e frasche di arbori: e alcuni lavoratori che andavano ivi d'intorno, vedendo movere li detti rami, furno a vedere e lo presero, e le guardie, subito che l'ebbero nelle mani, gli cavorno gli occhi: e ancora vive, ed è zio di questo Prete Ianni. Si narra in questa montagna esservi gran moltitudine di questa gente, qual chiamano israeliti, overo figliuoli di David, perché tutti sono di una generazione e sangue come è il Prete. In detta montagna vi sono fabricate molte chiese e monasteri, e vi sono infiniti preti e frati e molti abitatori, li quali mai non discendono di là.


Come non sono estimati li parenti del Prete, e del modo differente che tiene
questo presente Prete delli suoi figliuoli e fratelli.
Cap LXI.

Il Prete Ianni non ha alcun parente, perché quelli che sono da parte di madre non son tenuti né nominati per parenti, e da parte di padre sono serrati sopra la detta montagna e avuti come morti, ancora che in quella si maritino e facciano generazione infinita; maschio però alcuno non può uscire se non, come ho detto disopra, se 'l Prete non more senza erede: allora cavano il piú prossimo e idoneo al regno. Alcune femine escono fuori a maritarsi, ma non sono avute per parenti né figliuole né sorelle del Prete, ma sono onorate tanto quanto gli vive il padre o fratello, e subito che egli more restano come ciascun'altra signora. Tutti noi vedemmo nella corte una signora che fu figliuola di un Prete, la quale, ancora che quando andava fuori di casa camminasse sotto un spariviero, nondimeno era molto male accompagnata; conoscemmo anche un suo figliuolo, che era molto male in ordine come ciascun uomo a piedi, di sorte che in tempo breve si estingue la fama del suo parentado.
Questo re David presente al nostro partire aveva duoi figliuoli e tre figliuole, alli quali faceva grandi gultus, cioè entrate, che voleva lor consegnare: e mi fu mostrato dove uno dei detti teneva queste entrate; ma la fama generale era che, come il padre serrasse gli occhi, e che facessero uno di loro re, l'altro saria mandato alla montagna, dove non portaria seco se non la sua persona. E mi fu affermato che la terza parte delle spese che fa il Prete è di far guardare questi israeliti, alli quali fa meglior compagnia che non hanno fatto li suoi antecessori; e oltra le grandi entrate che gli sono applicate, gli manda molto oro, panni di seta e panni fini, e molto sale, che corre per moneta in questi regni. E quando noi arrivammo e che gli demmo il pevere, sapemmo per certo che mandò lor la metà di quello, faccendo lor intendere che si rallegrassero, che il re di Portogallo suo padre lo aveva mandato a visitare e mandatogli quel pevere. Sapemmo anche per certo e di veduta in molte parti che il Prete Ianni ha gran terre e possessioni, lavorate per li suoi schiavi e con li suoi buoi: e sono vestiti dal re, e sono come esenti dalle altre genti, e si maritano uno con l'altro e sempre sono schiavi. Di queste possessioni che sono appresso la montagna tutte le entrate vengono portate di sopra; le entrate delle altre vanno a monasteri, chiese e a poveri, e principalmente a gentiluomini poveri e vecchi, che per il passato hanno avuto signoria e al presente non la tengono. E anche a noi Portoghesi per due volte ne mandò di questi formenti, cioè in Chaxumo una volta 500 cariche, e altre cinquecento in Aquate; né di queste possessioni ritiene alcuna cosa per lui, ma il tutto si dispensa al modo detto.


Del fine del regno d'Angote e del principio del regno di Amara, e di una laguna grande,
e delli pesci che si ritrovano in quella.
Cap. LXII.

Tornando al nostro cammino e viaggio, dico che noi andammo al lungo del piede di questa montagna sopra un fiume, e il paese è molto grazioso e bello, seminato di molti migli e altre semenze del paese, ma vi sono pochi formenti; si veggono molti villaggi da una parte e dall'altra di questo fiume, e sopra la costa della montagna. E in capo della valle ci partimmo dal fiume e cominciammo a trovar terra di boschi e piena di sassi; non vi erano montagne, ma alcune piccole valle, seminate di formento e orzo e d'altri legumi del paese. E quivi finisce il regno d'Angote e comincia il regno di Amara, nel principio del quale verso levante vi è un gran lago, dove già alloggiammo, il qual è 8 miglia di lunghezza e tre di larghezza. Ha nel mezzo una piccola isola, con un monastero di Santo Stefano con molti frati, nel quale vi sono molti limoni, naranci e cedri. E per andare al detto monastero si servono d'una zatta fatta di legni e giunchi, con quattro zucche grandi, e la fanno in questa forma: pigliano quattro legni e mettono sopra quelli, stando in compasso, di questi giunchi molto ben legati, e sopra quelli mettono altri quattro legni ben legati e bene stretti, e sopra ogni cantone vi è una zucca grande, e cosí passano con questo modo. Questo lago non corre se non la vernata, quando l'acqua gli soprabonda, ed esce fuori per due parti. Si trovano in questo lago alcuni animali grandi che essi chiamano gomaras, che sono cavalli marini, e similmente un pesce simile ad un gongro, che è molto grande e lungo, e ha la piú brutta testa che si possa imaginare, fatta a modo d'un rospo, e la pelle di sopra la testa par pelle di biscia, e tutto il resto del corpo liscio come gongro, ed è il piú grasso e piú saporito pesce che si trovi al mondo. Attorno a questo lago vi sono infiniti villaggi, che arrivano fin all'acqua, e vi sono 15 xumetes o vero capitanie, e terre bellissime di formento e orzo. Di questi laghi n'abbiamo veduti molti in questi paesi, ma questo è il maggiore di tutti quelli che io abbia veduto. Il paese è molto bello e fruttifero.
Di qui camminammo ben 16 miglia per una terra molto ben seminata di miglio e tutta piena di fontane. Al fine della giornata, essendo noi stracchi, il frate ne volse menare sopra un monte ad alloggiare, e noi non volemmo e restammo nella strada a dormire. E il dí dietro, che fu alli 23 di settembre, ce ne andammo a un luogo che si chiama Azzel, il quale è posto sopra un piccolo colle fra duoi fiumi: e tutta la campagna si vedeva seminata di formento, miglio e d'ogni altra sorte di legumi, ed è luogo nel quale si fa una gran fiera. Oltra uno di questi fiumi vi è un luogo di Mori, ricco e di gran traffico, come di schiavi, panni di seta e di tutte le altre sorti di mercanzie, sí come è il luogo di Manadeli, nelli confini di Tigremahon: questi Mori pagano gran tributi al Prete. Quivi è gran conversazione di cristiani con li Mori, perché gli portano l'acqua, gli lavano li lor panni, e tutto il giorno le femine cristiane praticano in questo luogo de Mori, della qual cosa ne pensammo male. Stemmo il sabbato e la domenica a piè di questo luogo, dove tutta la notte li nostri combatterono con le lancie contra le tigri che volevano levarne le mule, e non si dormí punto.
Il giorno seguente camminammo per una terra piana molto abitata e molto seminata per ispazio di sei miglia; dapoi montammo sopra una montagna ben alta, senza sasso alcuno né bosco, ma era tutta lavorata e seminata, e ci riposammo a mezzogiorno. Quivi stando, mi vennero a trovare X o XII uomini onorati, e l'interprete stava meco, e cominciammo a ragionare dell'altezza di questa montagna sopra la quale stavamo, e del paese infinito che si scorgeva con gli occhi. Mi mostrorno la montagna dove stanno quelli figliuoli delli Preti, la qual non pareva lontana piú di XII miglia, e si vedeva la rocca e sasso tutto tagliato intorno intorno, la qual si prolongava tanto verso il Nilo che non vi vedevamo il fine, ed era cosí alta che 'l monte dove noi stavamo pareva esser sotto li piedi di quella. Quivi mi raccontorno particolarmente delle gran guardie che erano fatte a questi figliuoli, e dell'abondanza che avevano di vettovaglie e di vestimenti, che gli faceva dare il presente Prete. E perché noi scorrevamo verso la parte di ponente quanto potevamo vedere con gli occhi, gli dimandai che terre erano verso quella parte, e se il tutto era del Prete Ianni. Mi dissero che la signoria del Prete si estendeva verso quella parte per trenta giornate di cammino, e che poi si entrava in alcuni deserti, nelli quali si trovava gente molto negra, molto trista e cattiva: e durava per ispazio di quindici giornate di cammino, li quali compiti, si entrava nella terra di Mori bianchi, nel regno di Tunisi. Né alcuno si maravigli di questo, che si sappiano cosí particolarmente questi paesi, perché da Tunisi vanno ogni anno le carovane al Cairo, e anche vengono in queste terre del Prete, e portano alcuni vestimenti detti albernussi, non troppo buoni, di bambagio, e molte altre diverse mercanzie. Mi dissero di piú che questo monte alto dove noi stavamo separava la terra dove nasce il miglio da quella del formento, e che per avanti non trovaremmo piú miglio, ma formento e orzo.


Come trovammo un altro lago, e poi arrivammo a una chiesa detta Machan Celacen,
nella quale non ne lasciarono entrare.
Cap. LXIII.

Noi camminammo sopra questa altezza di montagna per una strada piana ben nove miglia, e da ogni canto vi erano li campi seminati di formento e orzo. Quivi trovammo un altro lago, ma non cosí grande: poteva essere da tre miglia lungo e due largo, e fa un fiumicello che corre di quello; è molto profondo, ed era tutto circondato di giunchi molto lunghi e forti. Noi dormimmo in una campagna tutta piena di erba da pascolo, dove avevamo tanta moltitudine di moscioni e cosí grandi che dubitavamo che ne ammazzassero. Questa campagna non era seminata per esser mezza palustre, perché non sanno levar l'acqua e farla andar giú dal monte. Dapoi passammo in altri luoghi, dove trovammo molte campagne e luoghi seminati di formento e orzo, i quali erano gialli e tristi perché l'acque gli ammazzavano; e altri morivano per troppa siccità, e cosí eravamo confusi nel veder la diversità di questi luoghi seminati. Cominciammo poi a entrare in un paese che di giorno facevano gran caldi, e la notte poi gran freddi. E vedevamo gli abitanti portar d'intorno alle parti vergognose un pezzo di pelle di bue, e similmente le femine portavano un pezzo di drappo, maggiore per il doppio di quello degli uomini, e coprivano quello che potevano, che la maggior parte pur si vedeva: tutto il resto era nudo. Li capelli erano acconci in due ordini, cioè uno che discendeva fino alle spalle, e l'altro fino all'orecchie. E queste terre dicono esser delli trombetti del Prete Ianni. Un poco fuori di cammino vi è un bosco grande d'arbori da noi non conosciuti, ma altissimi, appresso il quale vi è una chiesa di molti canonici, la qual fece far un re che ivi è sepolto. Passando questo giorno grandissime montagne, ce ne andammo a dormire fuori di quelle nell'entrate d'una bellissima campagna.
Alli 26 di settembre la mattina camminammo per detta campagna, discendendo sempre per ispazio di sei miglia, e arrivammo a una bella e gran chiesa che si chiama Machan Celacen, che vuol dire la Trinità, la qual vedemmo dapoi col Prete Ianni, quando mutò le osse di suo padre. Questa chiesa ha due gran circuiti, uno fatto di parieti di tavole ben alto, l'altro di pali e di legnami attraversati: e questo di legname circonda ben due miglia. Noi ce ne andammo molto allegri pensando di veder questa chiesa, ma, appressati per uno tratto di balestra, vennero due uomini a farne dismontare, perché questo è il costume quando si arriva appresso alcuna chiesa, e giunti appresso alla porta di questo circuito non volsero lasciarne entrare, né anche il frate che ne conduceva, e gli mettevano le mani fino nel petto, dicendogli che egli non aveva licenza di farne entrare: né gli valse dire che noi eravamo cristiani, e furno tanto le parole che quasi venimmo all'arme. Montati a cavallo e partiti, già molto lontani dalla chiesa, ne vennero dietro correndo a dire che tornassimo, che ne lasciariano entrare, perché avevano già avuto licenza: ma noi non volemmo tornarvi. Questa campagna e il sito della chiesa sono molto belli, perché di X in XII miglia è il tutto seminato, né vi è un palmo di terra che non sia lavorato e pieno di ogni semenza, salvo di miglio; e in tutti li mesi dell'anno quivi si tagliano le biade e si seminano, sí che sempre ve ne sono di mature e in erba. Dalle bande di questa chiesa vi corre un bellissimo fiume senza alcuno arbore sopra, e cavano acqua di quello per adacquar li campi; e da alcuni monti vicini vengono ancora molte fontane d'acqua, che adacquano tutto il paese. Vi si veggono molte case e ville separate l'una dall'altra con le lor chiese, perché dove è la chiesa del re vi debbono ancora esser le chiese delli lavoratori.


Come li Preti Ianni dotorno le chiese di questo regno, e come andammo alla villa di Abra,
e di alcune grandissime fosse.
Cap. LXIIII.

Passando queste campagne entrammo in alcune altre maggiori, ma non cosí ben seminate, perché paiono mezzo paludi, e vi sono grandissimi pascoli e molti laghi, dalli quali cavano l'acque per adacquare. Vi sono infinite mandrie di vacche e di pecore, ma non di capre. Camminammo per queste campagne ben 36 miglia verso il levante, dove ne mostrorno una chiesa di San Giorgio, nella quale è sepolto l'avo di questo Prete Ianni. Quivi ne dissero che li re passati, venendo delli regni di Barnagasso e Tigremahon, dove fu il lor principio, allargorno li lor regni per queste terre di Mori e gentili, e venendo per il regno di Tygray e dapoi d'Angote, entrorno in questo d'Amara; ma avanti di questo vi è quel di Xoa, dove sono alcune grandissime fosse: e quivi abitorno lungamente, faccendo far chiese e case, e dotorno quelle di gran rendite, e non vi è palmo di terra che non sia di chiese. E Nahu, padre di questo Prete, cominciò la chiesa di Machan Celacen, e il figliuolo poi la forní e dotò. Questo regno non tiene piú nome di signoria, perché il suo titolo era Amara taffilà, che vuol dire re di Amara, come Xoa taffilà re di Xoa. E quando si mutorno le osse di Nahu in questa chiesa di Machan Celacen, alla qual mutazione noi Portoghesi fummo presenti, allora il presente Prete compí di dare e confermare le donazioni fatte di tutta questa signoria a questa chiesa. Non vi è in tutto questo regno pure un monastero, ma tutte chiese, li canonici e preti delle quali, e quelli delle altre degli altri regni detti di sopra, servono al Prete in tutti li servizii, salvo in guerra; e la giustizia in questi paesi si fa universale sopra li canonici, preti e frati. E questo frate che ne conduceva per levar le nostre robbe, se egli non veniva ubidito, faceva battere cosí li frati come li preti. Andando per queste gran campagne ne pareva d'andare per un mare, non si vedendo montagne.
L'ultimo giorno di settembre arrivammo in una piccola villa, dove era una chiesa di Nostra Donna. Quivi verso la parte del levante cominciano le aspre e sassose montagne, con alcune valli profondissime che pare che discendano fino all'abisso, che l'uomo non potria mai credere la lor profondità: e sí come le montagne dove stanno li figliuoli del Prete sono tagliate al diritto fino in cima, cosí queste discendono al basso tagliate di gran larghezza, in alcuni luoghi di dodici miglia e in altri di quindici, e anche si stringono fino a nove. E vien detto che queste valli vanno fino al Nilo, il quale è molto lontano di quivi verso la parte di ponente: noi sapemmo bene ch'elle arrivano fino alle terre de' Mori, dove non sono cosí aspre e selvatiche. Nel piano o fondo di quelle vi sono grandi abitazioni e luoghi coltivati, e si vede un numero infinito di simie grandi, pelose dal petto avanti come leoni.


Come arrivammo ad alcune porte e passi profondi e travagliosi da camminare, e passammo dette porte, dove comincia il regno di Xoa.
Cap. LXV.

Il primo giorno di ottobre del 1520 noi andammo per terra piana sempre al luogo di queste valli, dove trovammo laghetti con fontane infinite per ispazio di 12 miglia, e andammo a dormire a un luogo dove avevamo da traversar queste bassure. Il terzo giorno d'ottobre, camminato che avemmo da due miglia, arrivammo ad alcune porte sopra una rocca o sasso tagliato che divideva due valli, una a banda destra, l'altra alla sinistra: ed era tanta strettezza appresso queste porte, che per la strada a mala pena poteva passar un carro sopra quelli piccoli sporti che faceva il monte. E serrano dove queste porte si stringono da valle a valle, e uscendo dalla porta si dismonta quanto è l'altezza d'una lancia lunga, per una strada stretta fatta in spigolo nel mezzo, che non si può andar né a piede né a cavallo: e tanto è ratto e a pico questo cammino che l'uomo non può descender se non va in quattro, e si cognosce essere stato fatto artificiosamente per sicurtà di questo passo. E uscendo di questa strettezza si cammina ancora per un pezzo di strada fatta pur in spigolo di sei palmi, e da una parte e dall'altra sono i precipizii grandissimi: e s'io non avessi visto passar le nostre mule e genti, averia giurato che le capre non vi averiano potuto passare; e cosí facemmo andar le mule avanti come perse, e noi vi andammo dietro. Dura questa asperità un tratto di balestra, e chiamasi questo luogo Aquifagi, che vuol dir "morte di asini", e si paga dazio per il passaggio. Molte fiate dapoi siamo stati per queste porte, e mai non vi passammo che non trovassimo bestie e buoi morti. Oltra questo passo vi restano ancora sei miglia di fastidioso cammino, tutto di sasso, sempre descendendo, nel mezzo del qual vi è una grotta nel sasso forato, che dalla cima vi goccia continuamente l'acqua, la qual fa alcuni stillicidii lunghi di sasso di diverse forme. In capo di queste sei miglia trovammo un fiume grande, il qual si chiama Anecheta, nel qual dicono esser infinito pesce e grande. Dapoi camminammo montando sempre per tre miglia fino che arrivammo a una porta picciola, la quale passata si trova un altro fiume, dove stanno alcune altre porte le quali non si usano: e quelli che passano queste fosse e valli profonde vengono a dormir quivi, perché non ponno passar in un giorno da capo a capo.
Quivi il frate che ne conduceva fece una crudeltà contra un xuum, overo capitano, che non saria fatta a un Moro. Costui non mandò cosí presto li suoi uomini ad aiutare a portar le nostre robbe, però gli fece ruinare alcuni campi di fava e dargli il guasto del tutto, delle qual fave si vive in queste valli, perché non vi nasce altro se non miglio e fave. E perché noi gli contradicevamo, diceva che questa era la giustizia del paese, e ogni giorno mandava a battere molti di quelli che ne portavano le robbe, e alle volte toglieva loro mule, vacche e pezze di tela, dicendo che cosí si aveva da fare a chi serviva male.
Alli 4 d'ottobre passammo ancora per questi mali cammini, e arrivammo sopra un fiume appresso il quale dormimmo, che è molto grande e bello e si chiama Gemma, ed è abondantissimo di pesce, come dicono li paesani: e si congiungono insieme questi fiumi e vanno nel Nilo. Discendemmo da questa montata per sei miglia, in capo del quale trovammo altre porte, dove pagammo similmente il passaggio. Fuori di queste porte andammo a dormire in una campagna, dove non si vedevano né fosse né alcuna cosa, anzi il tutto era pieno e uguale. Il cammino tra l'una porta e l'altra sopra dette può essere da quindici miglia, e quivi si dividono li regni d'Amara e Xoa: e chiamansi queste porte Badabassa, che vuol dire terra nuova. Dentro di queste valli e asperità vi si veggono d'ogni sorte uccelli infiniti.


Come il Prete Ianni andò a visitare la sepoltura di Gianes ichee nel monastero di Bilibranos, e della elezione che fu fatta di un altro ichee, il qual era stato moro.
Cap. LXVI.

Alli cinque di ottobre camminammo per campagne non molto lontane dalle dette rocche e valli profonde, e andammo ad alloggiar per mezzo d'un monastero che si chiama Bilibranos, del qual voglio parlar quello che per tre fiate io viddi far al Prete Ianni. La prima fu che venne al far d'un officio anniversario ad un gran prelato di detto monastero ch'era morto, che aveva nome Gianes, il qual era tenuto per uomo santo: il titolo suo era ichee, ed è il maggior prelato che sia in tutta la Etiopia, eccettuando l'abuna Marco. La seconda fiata venne al far della elezione d'un altro ichee, il quale fu uno nominato Iacob, uomo di santissima vita, e per avanti era stato moro. Costui fu nostro grande amico, e ne contò ch'egli ebbe una notte per revelazione che non teneva buon cammino, e che dovesse andar a trovar l'abuna Marco, il qual lo ricevette graziosamente, e lo fece cristiano e gl'insegnò tutta la fede nostra, come s'egli fusse stato suo figliuolo. Ichee in lingua de Tigray, qual si usa nel regno del Barnagasso e Tigremahon, vuol dir abba.
In questa campagna dove era il nostro cammino vi si vedevano alcune case piccole fatte quasi sotto terra, e il medesimo erano le corti d'intorno, dove tengono li loro animali: e questo dicevan che facevano per causa de' grandissimi venti che regnano in quelle parti. Quivi vedemmo gli abitatori mal vestiti, ma tanto numero di vacche, mule, cavalle, che non si potria credere; allevano anche galline simili alle nostre di Spagna in grandissima quantità. All'intorno di queste case erano li campi seminati di orzo, che piú belli non aveva veduti per avanti. Si vedevano anche infiniti uccelli di diverse sorti, come grue, oche salvatiche, anitre e altre da noi non conosciute, per esservi molti laghi piccioli, fatti da diverse fontane che corrono per detta campagna. Questo paese si chiama Huaguida.


Come per tre giorni camminammo per campagne; e della cura e rimedii che fanno alli loro ammalati; e come viddero le tende e padiglioni del Prete Ianni.
Cap LXVII.

Un lunedí, alli 9 di ottobre, camminammo per campagne simili a quelle dette di sopra, cosí di buoni pascoli come di essere tutte seminate, e fummo a dormire ad una terra che si chiama Anda: quivi ancora mangiammo pan d'orzo molto mal fatto. E cosí camminammo il giorno seguente per simili campagne, e dormimmo appresso d'alcune villette. Il mercore seguente trovammo miglior paese seminato di frumenti e d'orzi, cioè che si vedevano che in alcuni di detti campi le biade erano mature, altre erano tagliate e altre parevano seminate di nuovo. Chiamasi questa terra Tahagun, ed è molto popolata di grandi abitazioni e d'infinite mandrie d'ogni sorte d'animali, cioè vacche, cavalli, muli e pecore. Si trovavano in questi paesi molti ammalati di febbre, alli quali intendemmo che non facevano alcun rimedio, attendendo solamente che la natura gli aiutasse: e se ad alcun duol la testa, lo salassano dal capo; se gli duole il petto, coste o spalle, gli danno il fuoco, come si fa agli animali; alle febri non sanno fare alcun rimedio.
In mercoredí cominciammo a vedere con grande allegrezza da lungi il campo e padiglioni del Prete Ianni, che parevano infiniti e che coprisseno tutte le campagne, e quivi dormimmo. Il giovedí non facemmo troppo cammino; a mezzodí poi il venere riposammo per il sabbato e per la domenica in un piccolo luogo dove era una chiesa nuova, che non era ancora stata dipinta, perché dipingono tutte le chiese, e non con troppo ricchi lavori: e chiamasi Auriata, che vuol dire degli Apostoli, e si diceva esser del re, fino alle tende del quale potevano esser da tre miglia, e da questo luogo alla chiesa un miglio e mezzo, appresso la quale era alloggiato l'abuna Marco, ch'è il suo grande patriarca. In questi duoi giorni che qui riposammo ci vennero a trovare tre marinari, che fuggirono quando ci partimmo dalla nostra armata nel porto di Mazua, ed era già un mese che stavano in la corte: la venuta de' quali dispiacque molto al frate che ne conduceva, perché diceva non esser usanza di questo paese, quando la gente forestiera vi veniva, di poter parlare con alcun'altra persona fino che non parlavano col re; e cosí turbato se ne tornò alle sue tende. In questo medesimo giorno fu il detto frate a visitar l'abuna Marco, e ne portò un cesto d'uva secca e una zara di vino d'uva molto buono. La domenica seguente ne tornò a vedere uno di detti marinari, e l'ambasciadore gli disse che fosse a parlar prima al frate, e gli dicesse che non veniva per niun male, ma per l'amicizia grande ch'egli aveva con noi. Ma il frate, come lo vidde, gli fece metter le mani adosso e ritenerlo, e lo voleva mettere in ferri, se non fosse stato l'ambasciadore e noi altri che glielo cavammo di mani con aspre parole.


Come fu dato un gran signore che ne avesse a guardare, e della tenda che ne mandò.
Cap. LXVIII.

Il lunedí alli XVI di ottobre noi ci partimmo, pensando d'arrivare questo medesimo giorno alla corte dove è il padiglione del re, perciò che ne avevano fatto alloggiare tre miglia lontani, e parevano che 'l dí dietro n'avriano condotti molto presto. Stando noi con questa speranza, ne venne a trovare un gran signore, il titolo del quale si chiama adrugaz, che vuol dire gran maestro di casa, e ne disse come il Prete Ianni, avendo inteso della nostra venuta, l'aveva mandato a guardarne e darne ciò che ne faceva di bisogno, e volse che subito cavalcassimo e fossimo con lui: e pensando che ci menasse alla corte ci preparammo. Egli ne fece fare una volta indietro, non per il cammino che venimmo, ma ne fece circondare alcune colline, e tornammo adietro piú di tre miglia, dicendo che non ci pigliassimo fastidio, perché il Prete Ianni veniva in quella parte dove noi andavamo: come in effetto fece, che si vedevamo andar avanti di noi sei o sette uomini sopra molto buoni cavalli, scaramucciando e giocando tutti coperti il viso, che non si conosceva l'un dall'altro, e molti doppo loro sopra mule, e comprendemmo che questa cavalcata ne era stata fatta fare a posta, perciò che il Prete ne aveva voluto vedere. E ne menorno dietro ad alcune colline, dove questo gentiluomo alloggiò in una sua tenda, e ordinò ch'ancor noi ci fermassimo appresso di lui in una altra buona tenda, e ne mandò a provedere di tutto quello che ci era necessario abondantemente. Noi eravamo non molto di lungi dove si vidde alloggiare il Prete Ianni; il frate venne ad alloggiare appresso di noi. Il mercoledí a buon'ora ne portarono un'altra buona tenda grande, bianca, rotonda, dicendo che ne la mandava il Prete Ianni, e che una tenda simile a quella non poteva aver persona alcuna, se non il detto Prete e le chiese, e che la sua persona suole alloggiare in quella quando cammina. E cosí stemmo fino al venere, senza saper ciò ch'avessimo da fare, ma sempre ben proveduti del vivere. Il gentiluomo che ne guardava e il frate ne avisorno che dovessimo aver l'occhio molto bene alle robbe nostre, perché in quella terra vi erano di molti ladri; e li franchi, cioè bianchi, che erano quivi similmente ne lo dicevano, e che vi erano capitani e altri come daziari di detti ladri, che pagavano tributo al Prete Ianni di quello che si rubbava.


Come l'ambasciadore e noi con lui fummo chiamati per comandamento del Prete Ianni, e dell'ordinanza che noi trovammo, e dello stato in che si trovava il Prete Ianni.
Cap. LXIX

Il venerdí, alli XX di ottobre, a ora di terza venne il frate, dicendone con gran pressa che il Prete Ianni ne mandava a chiamare. L'ambasciadore ordinò che fossero caricate tutte le robbe che 'l capitan maggiore mandava, e che noi ci mettessimo ad ordine: il che facemmo molto bene con l'aiuto di Dio. E ne venne a trovarci molta gente per accompagnarne, cosí a piedi come a cavallo, con li quali ce ne venimmo in ordinanza fino ad una porta, di donde vedemmo da ogni canto infiniti padiglioni e tende come una città, e quelle del Prete Ianni alzate in una gran campagna, tutte bianche (sí come si dice che generalmente suol tenere), e avanti di quelle una molto grande rossa, che dicono che non l'alza se non nei giorni di gran feste o vero di qualche grande audienza. Davanti di detta tenda rossa erano stati fatti due ordini di archi coperti di panni di seta bianchi e rossi, cioè un arco coperto di rosso e l'altro di bianco, e non erano coperti, ma rivolti li panni all'intorno dell'arco, come si faria d'una stola all'intorno d'un legno che sostiene una croce: e cosí stavano questi archi da un capo, e potevano esser da venti, e la lor grandezza e larghezza era come quella dell'arco d'un chiostro piccolo, ed era lontano un ordine dall'altro un tirar d'una pietra. Quivi erano infinite genti messe insieme, che a mio giudicio passavano quarantamila persone, e tutte stavano in bella ordinanza da una banda e dall'altra senza moversi: e le genti meglio vestite erano le piú vicine agli archi. Fra li quali si vedevano alcuni canonici e persone di chiese molto onorate co cappucci grandi in capo, non come mitre, ma con alcune punte in cima dipinte di colori, ed erano di panno di seta e di grana, e altre genti molto ben vestite, avanti le quali stavano quattro cavalli, cioè due da una parte e due dall'altra, sellati e coperti riccamente di broccato fino in terra: le lame over arme che tenessero di sotto non si vedevano. Avevano questi cavalli diademe sopra il capo, alte che passavano l'orecchie, e descendevano fino al morso con grandi e varii pennacchi; e di sotto dei detti stavano molti altri buoni cavalli sellati, coperti di seta e di velluto, e le teste di ciascheduno era equali e come in ordinanza con le genti. Immediate appresso di questi cavalli e dietro di quelli (perché la gente era molta e folta), stavano alcuni uomini onorati, che eran vestiti se non dalla cintura in giuso di molto sottili e bianchi panni di bombagio; l'altra gente vestita grossamente stava fra questa e gli altri.
È costume che davanti il re e gran signori che possino comandare vi vadino sempre uomini che portino sferze, cioè un picciolo legno con una coreggia lunga: e quando danno in vano fanno un grande strepito, per fare star adietro la gente. Di questi ne vennero ad incontrare ben cento, tutti vestiti con alcune picciole camicie di seta, i quali con questi strepiti non lassavano udir l'uomo, e ognun si slargava. La gente da cavallo e sopra mule che eran con noi discavalcarono molto da lungi, e noi fummo ancora un gran pezzo menati a cavallo, e discavalcammo appresso la tenda rossa un tratto di balestra: e quivi cominciaron questi che ne menavano a far le solite riverenze, e noi con loro, perché cosí n'era stato insegnato, il che è abbassar la mano diritta fino in terra. Anco in questo spazio d'un tratto di balestra incontrammo ben sessanta uomini, come saria a dire portieri di mazza, e venivano mezzo correndo, perché cosí si costuma con tutte le risposte che manda il Prete di correre. Erano vestiti di camicie bianche e di buoni panni di seta, e di sopra le spalle, che descendevano al basso, vi erano alcune pelli di colore roano o tanè molto pelose, che dicevano esser di leone, e sopra dette pelli avevano catene d'oro mal lavorato con gioie incastrate, e similmente altre gioie intorno al collo; portavano alcune cinture di seta di varii colori, di larghezza e fattura come son cinghie di cavallo, se non che erano lunghe, con i fiocchi e capi fino a terra: ed erano tanti da una parte quanti dall'altra, e ne accompagnarono fino al primo ordine degli archi, dove ci fermammo. Ma avanti che noi arrivassimo alli detti archi, stavano quattro leoni legati con le lor catene per dove avevamo da passare. E passati quelli, nel mezzo del campo, all'ombra de' detti primi archi, vi stavano quattro uomini onorati, fra i quali v'era uno di due maggior signori che siano nella corte del Prete, che si chiama betudete, cioè gran capitano: e di questi ne sono due, uno de' quali serve a man diritta e l'altro a man manca. Quello da man diritta dicevano che era in guerra con i Mori, e questo da man manca era quello che stava quivi; gli altri tre erano grandi uomini. Arrivando a loro, noi stemmo un gran pezzo senza parlare, né noi a loro né loro a noi.
In questo tempo venne un prete vecchio, che si dice esser parente e confessore del Prete Ianni, vestito di una cappa bianca a modo di bernusso e un cappuccio grande di seta: il titolo di costui si chiama cabeata, ed è la seconda persona in questi regni, e uscí della tenda del Prete che ancora noi eravamo lontani ben dui tratti di pietra. Delli quattro che stavano con noi, tre di loro l'andarono ad incontrare a mezzo il cammino, e il betudete restò con noi; e costoro poi approssimandosi, il detto betudete verso loro si fece inanzi tre o quattro passi, e cosí insieme giunsero tutti cinque a noi. Giunto il cabeata addimandò all'ambasciadore ciò che volesse e donde veniva; rispose l'ambasciadore che veniva d'India, e portava una ambasciata al Prete Ianni del capitan maggiore e governatore dell'Indie per il re di Portogallo. Con questo se ne ritornò al Prete, dal quale con le medesime dimande e le medesime risposte andò e ritornò tre volte: a tutte rispose lo ambasciador d'una simil sorte; alla quarta il cabeata disse: "Dite ciò che volete, ch'io lo dirò al re". Rispose l'ambasciadore che lui con tutta la sua compagnia mandavano a baciare le mani a sua Altezza, e rendevano molte grazie a Dio di compire gli suoi santi desiderii di congiunger cristiani con cristiani, e che loro fossero stati i primi. Con questa risposta se n'andò il cabeata, e subito si ritornò con un'altra parola: e sempre i sopradetti quattro lo andavano ad incontrare come abbiam detto di sopra, e arrivando a noi disse che 'l Prete Ianni diceva che fossimo li ben venuti, e tornassimo a riposarci. In questa prima audienza non si usa di dir altre parole, né si può vedere sua Maestà, per mantener maggior reputazione. Allora l'ambasciadore consegnò a pezza per pezza tutti li presenti che 'l capitan maggiore mandava a sua Altezza, e di piú quattro sacchi di pepe ch'erano stati portati per farne le spese. Subito fu portato il tutto alla tenda del Prete, e di lí poi ritornato agli archi dove noi stavamo, e fecero distendere i panni di razzo che noi gli demmo sopra detti archi, e cosí ciascheduna dell'altre robbe e cose: e stando quelle in vista di ciascuno, fu ordinato che tutti tacessero, e uno che si chiamava la giustizia maggiore della corte parlò con voce molto alta, dichiarando a pezza per pezza le cose che 'l capitan maggiore mandava al Prete Ianni, e che tutti dovessero render grazie al Signor Dio per aver congiunti li cristiani insieme, e se alcuno vi era a chi dolesse che piangesse, e quelli che n'avevano piacere cantassero. Tutta la gente che stava ivi insieme diede un grandissimo grido in modo di lodare Iddio, il qual durò per un grande ispazio. Fatto questo, n'espedirono e ne menarono ad alloggiare un gran tratto di balestra dalle tende del Prete, ove era stata posta la tenda che egli ne aveva mandato, e dove stava il resto delle nostre robbe.


Del furto che ne fu fatto nel mutar delle nostre robbe, e delle vettovaglie che ne mandò il Prete Ianni, e del parlar che 'l frate ebbe con noi.
Cap. LXX.

Al tramutare di queste nostre robbe si cominciò a vedere per isperienza l'aviso che ne era stato dato de' ladri, percioché subito nel cammino tolsero per forza ad un servidore nostro quattro bacini di rame stagnati e quattro scodelle di porcellana e alcune altre picciole cose da cucina, e perché il servidore si voleva difendere, gli diedero una gran ferita in una gamba. L'ambasciador non poté far altro se non ordinar che fosse medicato, e di queste robbe niuna si poté avere indietro. Subito che fummo alloggiati, ne mandò il Prete Ianni CCC pani di formento grandi e bianchi, e molte zare di vino di miele, e dieci buoi, e dissero i messi che portavano le robbe che 'l Prete Ianni aveva ordinato che ne fussero dati cinquanta buoi e altretante zare di vino. Il sabbato seguente, che fu il XXI, ne mandò infinito pane, vino e molte imbandigioni di carne di diverse sorti e molto ben fatte e acconcie, e al medesimo modo fu la domenica, nella quale, fra l'altre molte e varie imbandigioni, ne fu portata una vitella tutta intiera posta in un pasticcio, tanto bene acconcia con spezie e frutti postoli nel ventre, che noi non ci potevamo saziar di mangiare.
Il lunedí seguente si levò una fama per tutta la corte che noi avevamo ritenuti molti sacchi di pepe che il capitan maggiore mandava a donare al Prete, il che non era la verità. E perché di quello ne fanno grandissimo conto, ed è la maggior mercanzia che corra per l'Etiopia, però il frate venne a noi con una invenzion, dicendone che se l'ambasciadore desse tutto il pepe che esso aveva al Prete Ianni, che ordinaria che ne fossero fatte le spese nello star ivi e nel ritorno fino a Mazua: e cosí cessorono darne da mangiare, né vennero le cinquanta vacche, né manco le zare di vino. Proibiva similmente a tutti li franchi che erano in la corte che non parlassero con alcuni di noi, e ne dicevano che non uscissimo della nostra tenda, che tal era il costume di tutti quelli che vengono a questa corte, di non parlar con alcuno fin che non parlino al re. E per questo divieto tenevano prigione un Portoghese di Alcugna, che ne fu a parlare nel cammino, e un franco, dicendo che ne venivano a dir le cose della corte. Questo Portoghese fuggí una notte con i ferri delle man d'un eunuco che lo guardava, e venne a salvarsi alla nostra tenda. Subito la mattina lo vennero a cercare, ma l'ambasciadore non lo volse dare; ma mandò il fattore con l'interprete a parlare al betudete da sua parte, e dirgli per che cagione egli faceva mettere in ferri li Portoghesi, faccendoli trattar cosí male dalli schiavi eunuchi. Gli rispose il betudete fuor di proposito, dicendo chi ne aveva ordinato di venir qui, e che Matteo non andò in Portogallo di commission del Prete Ianni né della regina Elena, e se questo schiavo aveva posto i ferri ai Portoghesi, che i Portoghesi ritornassero a mettere i ferri al detto schiavo, che tal era la giustizia di questa terra.


Come il Prete Ianni si mutò con la corte, e come il frate disse all'ambasciadore che comprasse ciò che volesse, e come l'ambasciadore se n'andò alla corte.
Cap. LXXI.

Il martedí alli XXIIII d'ottobre, aspettando che 'l Prete ne mandasse a chiamare per parlargli, egli si partí con tutta la corte verso quella parte donde era venuto, che poteva essere lo spazio di sei miglia. In questo venne il frate dicendone che se volevamo andare dove camminava il re, che comprassimo delle mule che portassino le nostre robbe, e all'ambasciadore che, se voleva comprare o vendere, lo facesse. Gli rispose l'ambasciadore che non eravamo venuti per esser mercatanti, ma solamente per servire a Dio e ai re, e per congiunger cristiani con cristiani: e questo facevano solamente per provar d'intendere che intenzione e cuore era 'l nostro. Il giovedí seguente mi mandò l'ambasciadore con Giovanni Consalvo interprete, che fossimo alla corte a parlare al betudete o ver al cabeata. E parlammo al betudete in questa maniera, che 'l frate aveva fatto intendere all'ambasciadore che se volesse comprar o vendere, che gli davano licenza: delle qual parole si maravigliava grandemente, perché né lui né suo padre né sua madre né suo avo mai avevano comprato né venduto né tenevano tal officio, e similmente tutti li gentiluomini e persone che con lui erano venuti, li quali erano allevati nella casa e corte del re di Portogallo, in onorati uficii e sopra le guerre gli servivano, e non in mercanzie; e di piú che 'l frate gli aveva detto che, dando tutto 'l pepe che gli restava, il Prete Ianni ordinarebbe che gli fossero fatte le spese mentre stessino qui e fino che arrivassimo al porto di Mazua, e che a questo rispondeva l'ambasciadore che 'l costume di Portoghesi non era di mangiar e bevere a costo di meschini e poveri uomini, ma che del loro oro e argento pagavano le loro spese. E perché non corre moneta in questo regno, per tanto il capitan maggiore, oltra il molto oro e argento, gli aveva dato molto pepe e panni per farsi le spese, e di questo pepe che portava per le sue spese ne aveva già dato quattro sacchi al Prete, e il resto lo salvava per far questo effetto; e che il frate di piú gli aveva detto che, se voleva andar dietro alla corte, dovesse comprar mule per far portar le robbe: a questo gli mandava a dire che quanto al presente non gli erano necessarie mule, né manco per mutarsi di dove stava, e che quando volesse partire esso comprarebbe delle mule. Subito rispose il betudete che 'l Prete Ianni aveva ordinato che ne fussero date dieci mule, e se le avevamo avute. Rispondemmo che tal mule non avevamo vedute, solamente che 'l frate nel viaggio ne dette tre mule stracche, a tre uomini che venivano a piedi. All'altre cose il betudete non ne volse respondere, entrando a parlar in cose fuor di conclusione, cioè se 'l re di Portogallo era maritato, e quante moglie egli aveva, e quante fortezze teneva nell'India, con molte altre addimande impertinenti e fuori di proposito. Noi veramente gli tornammo a dir da parte dell'ambasciadore, se 'l Prete voleva ascoltar la sua ambasciata, che lo dicesse, e non volendo che a nessun altro si diria, e se la volesse in scritto se gli manderia. Ne rispose che aspettassimo, che presto averessimo risposta, e cosí ce ne tornammo a casa senza alcuna conclusione. Fino all'ora presente ne avevano proibito sempre che li franchi che andavano per la corte non parlassero con esso noi, né meno venissero alle nostre tende, e se venivano, venivano molto ascosamente, perché 'l frate era sempre con noi come guardia.


Delli franchi che stanno nella corte del Prete Ianni, e come ivi arrivorno, li quali ne consigliorno che dessimo il pepe e le altre robbe che noi avevamo al Prete Ianni.
Cap. LXXII.

Perché molte volte io parlo de' franchi, dico che quando Lopo Suares, capitan maggiore e governatore dell'India, arrivò con la sua armata nel porto del Ziden, nella quale io similmente fui, si trovavano nel detto luogo sessanta uomini cristiani schiavi di Turchi, ed erano di diverse nazioni, li quali sono questi che al presente trovammo in questa corte, i quali dicono che stavano aspettando la grazia di Dio, cioè che li Portoghesi entrassero nel detto luogo del Ziden, per venirsene via con esso noi. E perché l'armata non poté smontar in terra, però restarono, e dopo pochi giorni quindici di questi uomini bianchi, con altritanti Abissini della terra del Prete Ianni che similmente erano schiavi, trovarono due brigantini e si fuggirono per venire a ritrovar la detta armata: e non potendo arrivare all'isola di Cameran, vennero a quella di Mazua, che è vicina ad Ercoco, terra del Prete Ianni. E smontati affondarono li brigantini e se ne vennero alla corte del Prete, ove vedemmo che gli facevano grande onore piú che a noi fino al presente, e gli hanno dato terre e vasalli che gli servano e che gli facciano le spese. Questi sono li franchi, la maggior parte de' quali sono genovesi, due catelani, uno da Schio, un biscaino e un alemano, li quali dapoi sono venuti in Portogallo, e noi similmente Portoghesi ne chiamano franchi. Tutte l'altre genti bianche, cioè di Soria, di Grecia e del Cairo, chiamano ghibetes.
Domenica, alli 29 d'ottobre, vennero a noi due di detti franchi, dicendo che venivano per un consiglio auto fra loro circa le cose che avevano udite dire di noi da quei della corte, cioè che 'l pepe e tutte le robbe che portavamo erano del Prete Ianni, e che 'l capitan maggiore gliele mandava, e non volendole noi dare, che perderemmo la grazia sua; e che pareva loro che fosse ben fatto a dargli il pepe che noi portavamo e tutta l'altra robba, perciò che, non lo faccendo, non averemmo mai licenza di partirci, essendo questo il lor costume, che mai lasciano tornar adietro quelli che vengono ai lor regni: e questo era il lor parere, il qual n'avevano voluto far intendere. Sopra questo ci consigliammo, e di volontà dell'ambasciadore e di tutti noi altri ci accordammo che di cinque sacchi di pepe che ancora tenevamo, di darne quattro al Prete, e che uno ci restasse per farne le spese. Ne consigliarono ancor che dovessimo mandargli quattro belle casse coperte di cuoio, le quali erano nella nostra compagnia, parendoli che averebbe piacere di quelle, per esser cosa che non si trova in quel paese.
Il lunedí seguente immediate, alli XXX d'ottobre, ne vennero a trovare i detti franchi, con molte mule e uomini lor servitori, per condurne noi con le robbe. Determinò l'ambasciadore che si mandasse il detto presente di pepe e casse e non altro, e che io con lo scrivano e fattore lo portassimo, e che esso poi con l'altra gente se ne verria al tardi. Ci partimmo, e andando per il cammino trovammo un messo, che ne disse che portava la parola del Prete, e ismontò subito per darnela: e noi similmente smontammo per riceverla, perché cosí è suo costume, di dare la parola del re in piedi e in piedi essere udita.
Dissene che 'l Prete comandava che subito andassimo al padiglione. Io gli dissi che l'ambasciadore verria doppo noi, e che egli fusse contento di ritornar con noi, per darne modo come potessimo appresentare un servigio che noi portavamo a sua Altezza. Disse che cosí faria, e ne addomandò quello che gli volevamo donare, percioché questo è sempre di lor costume d'addimandare; noi lo contentammo di parole, con intenzione di non dargli alcuna cosa. Ne menò davanti un circuito grande, serrato d'una siepe molto alta, dentro la quale stavano molte tende alzate e una casa grande, longa e terrena, coperta di paglia, nella quale dicevano che alcune volte vi veniva a stare il Prete: e costui ne disse che allora vi si trovava. Avanti l'entrare di questa siepe vi stavano molte genti in grande ordine, e questi similmente dicevano che vi stava il Prete. Dismontammo un gran pezzo adietro secondo il suo costume, e gli mandammo a dire come volevamo appresentare un servigio a sua Altezza. Venne a noi un uomo onorato, dicendone con una certa maninconia perché non era venuto l'ambasciadore; noi rispondemmo perché non aveva mule né genti che gli portassero la robba, e che ora lui verria, perché i franchi erano andati per lui. Richiedemmo a questo uomo che ne desse modo di poter appresentar questo pepe e casse a sua Altezza; ne rispose che non curassimo d'altro, ma che al tutto venisse l'ambasciadore, e venendo che lo mandassimo a chiamare, perché ne faria appresentare il servigio. Ordinò subito questo gentiluomo che ne fosse mostrato il luogo dove mettessimo la nostra tenda quando venisse l'ambasciadore, il qual non tardò molto a venire.


Come dissero all'ambasciadore che li grandi della corte consigliavano il Prete Ianni che non ne lasciasse piú tornare adietro; e come il detto Prete ordinò che mutassero la sua tenda, e gli addimandò una croce, e come fece venire a lui il detto ambasciadore.
Cap. LXXIII.

In questo giorno sapemmo come né nel circuito della siepe, né anco in dette tende e case stava il Prete Ianni, ma che era di sopra, in alcune altre tende che di lí si vedevano, sopra una collina lontana quasi un miglio e mezzo. In questo giorno non vedemmo né sapemmo altro; solamente assettammo la nostra tenda nel luogo che n'avevano assegnato, qual non era molto lontano dal detto circuito della siepe dalla parte di man diritta. E li franchi che stavano alla corte venivano alla nostra tenda, e ne dicevano che li grandi della corte n'erano contrarii, e che questo frate aveva lor messo in testa che consigliassero il Prete che non gli lasciasse tornar né uscire delli suoi regni, perché dicevamo male della terra, e che molto piú male diremmo quando fossimo fuor di quella; e che sempre era stato costume di questi regni di non lasciar partire forestieri che a quelli vengono. Noi avevamo di questo sospetto per quello che avevamo udito, e costoro ce lo confermarono, percioché sapevamo che Giovan Gomes e Giovan prete portoghese, che qua vennero mandati per il signor Tristan di Cugna, governatore dell'India, in compagnia d'un Moro che ancora vive e abita in Manadeli, detti Portoghesi non furono lasciati partire, perché dicevano che moririano se partissero; e similmente un Pietro da Coviglian portoghese, che già XL anni partí di Portogallo per ordine del re don Giovanni, e già sono XXX anni che sta in questi regni; e similmente due Veneziani, ad un de' quali hanno posto nome Marcorius, ma il suo nome proprio era Nicolò Brancaleone, sono XXXIII anni che sta in questo paese, e un Tommaso Gradenigo, il quale già XV anni vi venne, senza che mai abbino lasciato partire alcuno di loro. E questi vanno ora per la corte, alli quali hanno dato grandissime possessioni e vassalli, e sono maritati e vivono a modo di signori, e il medesimo a molti altri che sono mancati di questa vita. Dicono questa ragione in loro scusa, che chi ne viene a cercare ha bisogno di noi, e per ciò non è ragione che se ne vadino, né che noi gli dobbiamo lasciar partire. Noi trovammo al presente in questa corte il detto Pietro da Coviglian, che ne disse che la sua casa era vicina a quelle porte terribili di montagna che di sopra passammo.
Il martedí che fu l'ultimo giorno d'ottobre, venne il Prete Ianni dalle tende di sopra dove egli stava verso questo circuito dove noi stavamo, e quando passò vidde la nostra tenda non molto lontana dalle sue, e mandò un uomo all'ambasciadore, che gli dicesse che dovesse mutar la tenda, perché era tristo aere in quel luogo dove egli stava: e noi nondimeno stavamo nel luogo che essi ne avevano consegnato il giorno avanti. Gli disse l'ambasciadore in risposta che non aveva persone che gli mutassero la tenda né le sue robbe, che se venissero genti, che la faria mutar in quel luogo che a sua Altezza paresse. In questo giorno, essendo notte, venne una parola del Prete, dicendone che se l'ambasciadore o la sua compagnia aveva alcuna croce di oro o d'argento, che gliela mandasse, che la voleva vedere. Disse l'ambasciadore che non ne aveva, né lui né la sua compagnia, e che una che lui portava l'aveva donata al Barnagasso: e con questo si partí il paggio, ma subito tornò, dicendo che ciascuna che noi avessimo se gli mandasse. Gli mandammo una mia di legno con un crocifisso dipinto, che per viaggio portava in mano a usanza della terra. Subito ne la rimandò, dicendo che aveva avuto piacer molto di vederla, perché conosceva che eravamo buoni cristiani. L'ambasciadore mandò a dire al Prete per il detto paggio che teneva ancora per le sue spese e della sua compagnia un poco di pepe, che lo voleva dare a sua Altezza insieme con quattro casse per salvar robbe, e che quando le piacesse le mandasse a far pigliare. Andato il paggio con questa risposta, subito tornò dicendo che 'l re non voleva pepe né casse, e che già li panni che gli aveva dato erano stati appresentati alle chiese, e il pepe aveva dato alli poveri, perché cosí gli era stato detto che aveva fatto il capitan maggior d'India, di dare alle chiese tutti li panni che gli mandava il re di Portogallo. Rispose l'ambasciadore che chi aveva detto tal cosa non aveva detta la verità, perché 'l tutto era ancora posto insieme e salvo, e che questo gli potevano aver detto li servidori di Matteo, che detti panni fossero stati dati alle chiese. E perché io sapeva tutta la cosa come era passata circa detti panni, io gli volsi rispondere, e dissi ch'era vero che questi panni che il re di Portogallo mandava, accioché non si guastassino, e per servir a Dio e onorar le chiese, io gli aveva aiutati acconciar nella chiesa principal di Cochin, che è Santa Croce, nelle feste principali; le quali compiute, aveva aiutato a sconciarli, piegargli e ponergli insieme, accioché non si guastassino dalle tarme: e per questo avevano potuto dire che erano stati dati alle chiese, ma che questa era la pura verità. Andata questa risposta, venne un altro messo, dicendo che comandava il Prete Ianni che l'ambasciadore subito con tutta la sua compagnia fosse a trovarlo: e potevano ben esser tre ore di notte passate. Tutti subitamente ci cominciammo a vestire de' nostri buoni panni per andar dove ne chiamavano; vestiti che fummo, venne un altro che disse che noi non dovessimo andare, e cosí restammo sconsolati.


Come, essendo l'ambasciadore chiamato per il Prete Ianni, gli dette audienza in persona.
Cap. LXXIV


Mercore, il primo di novembre, passate due ore di notte, ne mandò a chiamare il Prete Ianni per un paggio: noi, postoci in ordine, ce n'andammo. Arrivati alla porta o entrata del primo circuito di siepe, ritrovammo portieri che ne fecero aspettar piú d'una buon'ora, con gran freddo e vento secco che tirava. Dal luogo dove stavamo, vedevamo stare nella parte davanti dell'altro circuito della siepe molte torcie accese, e tenevanle gli uomini in mano. Stando cosí in questa entrata, perché non ci lasciavano passare, tirorno li nostri con due spingarde: venne subito una parola del re, dicendo perché non avevamo condotte dal mare molte spingarde. Rispose l'ambasciadore che noi non venivamo per far guerra, e per questo noi non conducevamo arme, ma che solamente queste tre o quattro spingarde erano state portate per far festa e per passar tempo. Aspettando noi ivi, vennero cinque uomini principali, fra li quali vi era quel nominato adrugas, al qual fummo consegnati quando arrivammo. Giunti che furon questi con la parola del Prete, fecero subito la sua riverenza solita, e noi con loro, e cominciammo a camminare; e andati cinque o sei passi, ci fermammo noi ed essi. Costoro camminavano a par di noi come se ci tenessero per mano, e da un capo di quelli stavan duoi uomini con due torcie accese in mano, e duoi dall'altro, e guidandone cominciarono ciascuno per la volta con la voce alta a dire: "Hunca, hiale, huchia, abeton", che vol dire: "Quello che mi comandasti, signore, qui ve lo meno". E finito che aveva uno, l'altro cominciava, e cosí seguitavano un dietro l'altro, e tanto dissero questo fin che di dentro udimmo una voce detta da piú di uno, cioè "Cafacinelet", che vuol dire "venite dentro". Noi andammo un altro poco e tornorono a fermarci, e di nuovo dissero le parole sopra dette, fin che di dentro gli fu risposto come la prima volta: di queste pause ne fecero ben dieci dalla prima entrata fino alla seconda, e ciascuna volta che di dentro dicevano "Cafacinelet" (perché è parola del Prete), quelli che ne guidavano e noi con loro abbassavamo la testa e le mani fino in terra. E passando la seconda entrata, cominciarono a fare un altro cantare, cioè: "Caphan, hyam, caynha, afrangues, abeton", che vuol dire: "Li franchi che ne comandasti quivi li meno, signore". E questo dissero altretante volte come le prime di sopra, e aspettavano la risposta di dentro, che fu al modo della prima. E cosí di pausa in pausa arrivammo a un letto over mastabè, avanti del quale stavano molte torcie accese, che nella prima entrata vedemmo, e le contammo 80 per banda, molto in ordinanza: e acciò non si uscisse fuor di schiera, coloro che le tenevano avevano avanti di sé alcune canne in mano molto lunghe, attraversate all'altezza del petto, e dette torcie tutte stavano ugualmente. Questo letto era posto dentro l'entrata di una gran casa terrena, che di sopra abbiamo detto, la qual è fabricata sopra colonne molto grosse di cipresso: li suoi volti posti sopra le colonne erano dipinti d'alcuni belli colori, e di sopra vi erano tavole che discendevano fino a basso a livello; la coperta del colmo è d'erba del paese, che dicono durare la vita d'un uomo. Nell'entrata della casa, cioè nella testa, erano state acconcie cinque cortine che venivano avanti al detto letto, e quella che stava nel mezzo era di broccato d'oro e l'altre di seta fina. Davanti di queste cortine, nel piano era posto un grande e ricco tappeto, e appresso duo panni grandi di bombagio, pelosi come tappeti, che loro chiamano basutos. Tutto il resto erano stuore dipinte, di sorte che niente nel piano si vedeva; e cosí stava da un capo e dall'altro il tutto pieno di torcie accese, come avevamo veduto l'altre di fuori.
Stando noi cosí fermi, di dentro dalle cortine venne una parola dal Prete Ianni, dicendo senza altro principio che esso non mandò Matteo a Portogallo, e posto che senza sua licenza vi andasse, che 'l re di Portogallo gli mandava per lui molte cose: quello che era d'esse, e perché non l'avevano condotte come il re gliele mandava, e che quelle che gli aveva mandate il capitan maggiore d'India già avevano date. Rispose l'ambasciadore che sua Altezza lo volesse udire, che gli renderia conto del tutto, e cominciò subito a dire che quello che gli mandava il capitan maggiore gliel'avevano presentato, e di piú gli aveva dato di quel pepe che portava per farsi le spese. Delle robbe veramente che gli mandava a donar il re di Portogallo, il non averle condotte a sua Maiestà era proceduto perché l'ambasciador che le aveva portate, nominato Odoardo Galvan, morí in Cameran, e appresso furon morti nell'isola di Delaqua alcuni Portoghesi, fra li quali fu il fattore e lo interprete che le doveva appresentare; e poi alla fin, non avendo il capitan maggiore per venti contrarii potuto prender il porto di Mazua, se ne era ritornato in India e di lí partito per Portogallo. Al capitan veramente che era successo in suo luogo il re di Portogallo, non sapendo della morte del detto Odoardo, ma pensando che fosse venuto alla corte di sua Altezza, non aveva dato altro in commissione se non di venirsene nel mar Rosso a destruggere i Mori e ad intendere del detto suo ambasciadore: il qual capitan maggiore, dubitando di non poter pigliar porto alcuno, come l'altra fiata non si poté, non aveva voluto condur le dette robbe che 'l re di Portogallo gli mandava, le quali sono nell'Indie conservate e messe insieme, e che solamente volse condur Matteo, acciò che, se pigliasse alcuno porto nella costa d'Abissini, lo facesse smontar ivi e dapoi mandargli le dette robbe. E perché Dio volse che pigliassero il detto porto di Mazua, che è nelle sue terre, ancor che sia in potere di Mori, determinò il capitan maggiore di mandargli lui, don Rodrigo, con queste robbe e pezze che gli aveva appresentate, e che venisse in compagnia di Matteo, solamente per visitazione e per sapere il cammino, quando si volesse mandare ambasciadore dal re di Portogallo, e che Matteo era mancato di questa vita nel monastero della Visione. Alla volta di questa risposta venne un'altra, dicendo, s'erano stati amazzati tre in Dalaca, come Matteo era scampato fu risposto: a questo che Matteo scampò perché non volse uscir della caravella in terra. E addimandogli l'ambasciadore molto di grazia che lo volesse udire, perciò che intenderia la verità, e che similmente gli daria in scrittura quello che 'l capitan maggiore gli mandava a dire in parole, oltra le lettere, e a questo modo saperia il tutto. Andavano e venivano le dimande e risposte senza alcuna conclusione: e cosí ne spedirono. Nel dí seguente ne mandò molto pane, vino e carne, e duoi uomini, dicendo che costoro avevano carico di darne ogni giorno il nostro vivere e quello che ne fosse necessario.


Come un'altra volta fu chiamato l'ambasciadore e portò seco le lettere che egli aveva; e come gli dimandassimo licenza per dir messa.
Cap. LXXV

Sabbato al tardi, alli III di novembre, ne mandò a chiamare il Prete Ianni, e andammo verso le ventiquattro ore. E arrivando alla prima porta o entrata, aspettando lí un poco, venne la parola, dicendo che tirassimo con le spingarde, ma che non avessero pallotte, per non far male ad alcuno. E di lí a un poco ne fecero entrare, e fummo per le pause medesime come l'altra volta; e arrivando fra le porte e cortine dove l'altra volta stemmo, vedemmo il luogo del letto come per avanti molto riccamente adornato e acconcio, e tutto dalle bande di dietro e d'avanti era di broccato, e le genti erano molto meglio vestite, e da una banda e dall'altra tutte in ordinanza, con le spade nude in mano e il lor brocchiero, e poste come s'avessero a combattere l'una con l'altra. Erano da ciascuna parte dugento torcie accese in ordinanza, come quelle dell'altro giorno. Arrivati che fummo, cominciò a farne dire e mandar risposte per il cabeata e per un paggio, il qual si chiama Abdenago, che è capitan di tutti i paggi. Con queste sue proposte, portava costui la spada ignuda in mano, e la prima che venne fu questa: quanti eravamo e quante spingarde avevamo condotte; e subito ne venne un altro, dicendo chi aveva insegnato ai Mori a fare spingarde e bombarde, e se tiravano con quelle ai Portoghesi e i Portoghesi a loro, e chi aveva maggior paura, o Mori o Portoghesi. Ciascuna di queste dimande veniva per la sua volta, e a ciascuna facemmo risposta. E quanto alla paura delle bombarde, dicemmo che li Portoghesi erano tanto armati nella fede di Giesú Cristo che non avevano paura de' Mori, e che se gli temessero non verriano cosí da lungi senza necessità a trovargli; quanto al fare delle spingarde e bombarde, che li Mori erano uomini, e tenevano sapere e ingegno come ciascun altro di noi. Mandò a dimandare se li Turchi avevano buone bombarde; rispose l'ambasciadore ch'erano cosí buone come le nostre, ma che noi non le temevamo punto, perché combattevamo per la fede di Giesú Cristo, ed essi contro di quella. Dimandò poi chi aveva insegnato a' Turchi a far bombarde; gli fu risposto come di sopra, cioè che li Turchi erano uomini e tenevano ingegno e saper d'uomini in tutta perfezione, salvo che nella fede. Dipoi mandò a dire se fosse alcuno nella nostra compagnia che sapesse giocar di spada e di brocchiero, che averia piacer di vedergli giocare. L'ambasciadore ordinò a Giorgio di Breu insieme con un altro valente che giocasse, li quali fecero molto bene, come si può sperare da uomini esercitati e allevati in guerra e arme: e il Prete li poteva molto ben vedere da dietro delle cortine, e n'ebbe piacer grande, come ne fu detto.
Come ebbero finito, l'ambasciador mandò a dire al Prete Ianni che gli piacesse udire e intendere quanto gli mandava a dire il capitan maggiore del re di Portogallo, e che l'espedisse per andar a ritrovar l'armata nel tempo della sua venuta, per non fare spesa senza utile alcuno. Venne risposta che pur ora ora eravamo arrivati, e non avevamo visto un terzo delle sue terre e signorie, e che ci dessimo piacere perché, come venisse il capitan maggiore a Mazua, esso gli mandaria a parlare, e che poi noi partissimo; e che, s'el detto capitan facesse una fortezza in Mazua o in Suachen o in Zeila, ch'egli la terria fornita di continuo di tutte le vettovaglie necessarie: e conciosiacosaché i Turchi siano molti e noi pochi, quando si avesse una simil fortezza nel mar Rosso, si potria disegnar molto bene il cammino per onde si dovesse andar con esercito in Gierusalem e nella Terra Santa. Rispose l'ambasciadore che questi erano tutti li desiderii del re di Portogallo, e che tuttavia gli addimandava che lo dovesse udire; e se determinasse di non udirlo, che gli mandaria le lettere del capitan maggiore, e in scrittura tutto quello ch'esso gli mandava a dire. Ne ordinò che 'l tutto fosse interpretato e scritto nelle sue lettere abissine e che glielo mandassimo, e cosí l'ambasciadore fece, richiedendoli con instanzia che l'espedisse. Dopo questo mandò a dire il Prete Ianni ch'avendogli portato un organo, venisse alcuno a sonarlo e a cantare, e cosí fu fatto. Volse poi anco che si ballasse al nostro modo, e finito il ballo gli facemmo a saper che noi eravamo cristiani, e che ne desse licenza per dir la messa a nostro costume, secondo la chiesa romana: subito ne venne risposta che ben sapea ch'eravamo cristiani, e che li Mori, ch'erano mali e perfidi, poi che facevano l'orazione a suo modo, perché non dovevamo noi farla al nostro? e che ne mandaria a dare tutte le cose necessarie. Arrivati che fummo al nostro alloggiamento, ne portarono trecento pani grandi e XXIIII zare di vino, dicendo colui che le faceva portare che gliene furono consegnate XXX, ma che nel cammino li portatori n'avevano trabalzate sei.


Delle dimande che furno fatte all'ambasciadore per ordine del Prete Ianni,
e delle vesti che diede a un paggio.
Cap. LXXVI.

La domenica seguente vennero alla nostra tenda molte proposte dal Prete Ianni all'ambasciadore, e tutte erano sopra le arme che aveva inteso che gli mandava il re di Portogallo, se le manderia in India. Disse l'ambasciadore che l'arme e tutte l'altre cose che 'l re mandava verriano l'anno seguente, e che 'l capitan maggiore le manderia o porteria egli medesimo: e cosí gli mandava a dir e scriveva nelle sue lettere. Volse poi che li nostri andassero a tirar le spingarde in quella gran siepe, e che alcuni suoi tirassero ancor essi, e dimandò se alcun de' nostri sapeva far la polvere. Gli fu detto che non vi era alcuno che la sapesse fare, ma che 'l capitan maggiore mandaria uomini con gli artificii per far il salnitro, e il solfere faria portar con le caravelle. Disse che 'l solfere si troveria nelli suoi regni, pur che vi fossero maestri per far il salnitro, e che altro non mancava alli suoi eserciti che il modo dell'artegliaria e chi insegnasse adoperarla, perché egli potria mettere ad ordine infinito numero di schioppettieri, con li quali soggiogaria tutti li re mori vicini. E a questo proposito un Genovese ch'era nella corte mi disse che aveva considerato che in questi regni si faria piú quantità di salnitro che in luogo del mondo, per gl'infiniti animali che vi sono, e che si trovano anco montagne di solfere. Ne fece intender poi che gli dovessimo far mostrare come s'armavano l'arme bianche che gli aveva mandate il capitan maggiore; furno subito li nostri ad armare uno, dove egli lo poteva ben vedere. Mandò poi a dimandar le spade e corazze che portava l'ambasciadore e la sua compagnia, per vederle: tutto gli fu portato. Dipoi riportate che furon, ne fece dire se 'l re di Portogallo gli mandarebbe di quella sorte d'arme; gli rispondemmo che sí, e che gli manderia tante quante fossero necessarie. In questo giorno al tardi ne mandò tanto pane e vino come il giorno avanti. Ed essendo già notte, venne alla nostra tenda un paggio con parola del re; all'ambasciadore parve di volerlo vestire tutto alla portoghese, con una camicia col collaro d'oro lavorata, con bolzachini e con una berretta con li puntali d'oro: il qual si partí molto allegro, vedendosi vestito a quel modo. La mattina seguente tornò il detto paggio con la berretta, la qual ne volse rendere, dicendo che 'l Prete Ianni gli aveva gridato, perciò che aveva preso le dette vesti; entrò poi a dire che 'l Prete averia piacere d'un giachetto di panno di Portogallo per armare l'arme sopra di quello: l'ambasciadore glielo diede, e quanto alla berretta che gli aveva tornato indietro, disse l'ambasciadore che non era costume di Portoghesi di dare una cosa e poi ritorla.


Come il Prete Ianni mandò a chiamare Francesco Alvarez, che gli portasse l'ostie e vestimenta da dir messa, e delle dimande che gli fece.
Cap. LXXVII

Il lunedí a ora di vespero mandò a chiamare me, Francesco Alvarez, ch'io gli portassi l'ostie, che le voleva vedere. Gliene portai undici molto ben fatte, e non in scatole, percioché io sapeva la riverenza che essi portano alle loro, che è solamente una focaccia, e queste avevano un crocifisso: e però le portai in una molto bella porcellana coperta di taffettà. Le vidde, e secondo che mi dissero ebbe molto piacere di vederle, e volse anco che gli fossero portate le forme, per riscontrare l'apertura di quelle con la figura delle ostie, e che similmente gli andassi a mostrare tutte l'altre cose con le quali noi dicevamo messa. Gli portai a mostrare il camicio, il calice, il corporale, la pietra dell'altare e ampolle, e tutto vidde a pezza per pezza. Mi mandò a dire ch'io discucisse la pietra d'altare, che era cuscita in un panno bianco, e cosí feci: la qual veduta, la mandò a coprire. Questa pietra era dalla parte di sopra molto liscia e quadrata e ben fatta, e dalla parte di sotto poco squadrata, secondo che è la natura e fazione delle pietre. Mi mandò a dire poi che in Portogallo erano cosí buoni maestri, perché non l'avevano lavorata ancor da quella banda, e che le cose di Dio dovevano essere perfette e non imperfette.
Essendo già notte, mi mandò a chiamare ch'io fossi alla sua tenda e che io entrassi dentro, e cosí feci. Mi posero nel mezzo di quella, la quale era tutta coperta di finissimi tappeti; io stava due braccia lontano dal Prete Ianni, che era di dietro di quelle cortine. Mi comandò ch'io mi vestissi come s'io volessi dir messa, il che feci. Come io fui vestito, mi fece addimandar chi n'aveva dato quell'abito, se gli apostoli o vero altri santi: gli risposi che la chiesa l'aveva cavato dalla passione di Cristo. Dissemi che io gli dovessi dire quello che significava ciascuna di queste pezze, e cosí cominciai di ciascuna cosa a dir quel ch'elle significavano secondo la passion del nostro Signore, e quando fui al manipolo dissi che era una picciola corda, con la quale legarono le mani a Giesú Cristo. A questo non si poté tenere il Prete che non parlasse di sua bocca, e gl'interpreti mi dissero che egli diceva che noi eravamo buoni cristiani, poi che cosí tenevamo la passione di Cristo. Venendo poi alla stola, gli dissi che quella significava la gran corda che gittarono al collo di Cristo per menarlo di qua e di là, e la pianeta significava le veste che gli posero per dispreggio. Qui tornò a parlare il Prete Ianni, e mi dissero gl'interpreti che egli diceva che noi eravamo verissimi cristiani, tenendo tutta la passione intera, e che mi ordinava che io mi spogliassi e gli tornassi a dire il significato di ciascuna cosa: e cosí feci. Dove finito, tornò di nuovo con voce molto alta che eravamo veri cristiani, poi che sapevamo la passione di Cristo cosí interamente, e che poi che io diceva che la chiesa aveva cavato questo dalla passione di Cristo, qual era questa chiesa? perché tenevamo due teste nella cristianità? la prima di Constantinopoli in Grecia, la seconda di Roma nella Franchia. Io gli risposi che non vi era piú d'una chiesa, e posto che Constantinopoli fosse stato capo nel principio, era cessata d'essere, perché il capo della chiesa era dove san Pietro stava, perché Giesú Cristo disse: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam". E quando san Pietro stava in Antiochia, ivi era la chiesa perché ivi stava il capo, e come venne a Roma, ivi restò e sempre ivi serà il capo, e questa chiesa retta per lo Spirito Santo ordinò le cose necessarie per dir la messa. E ancora piú gli confermai questa chiesa dicendogli che, negli articoli della nostra fede che gli apostoli composero, l'apostolo san Simon dice: "Credo nella santa chiesa catolica"; ma nel Credo grande che si compose nel concilio per li trecento e diciotto vescovi contra la eresia di Arrio, dicono: "Et in unam sanctam catholicam et apostolicam ecclesiam", e non dicono: "Credo nelle chiese", ma solamente nella chiesa catolica e apostolica: e questa è la chiesa santa romana, nella quale stava san Pietro, e sopra il quale fondò Idio la sua chiesa, come egli disse. E san Paulo, vaso eletto e dottore delle genti, la chiama catolica e apostolica, perciò che in lei sono tutti i poteri apostolici, che Dio diede a san Pietro e a tutti gli altri apostoli, di legare e slegare. Mi risposero che io rendeva buona ragione della chiesa di Roma, ma che cosa io diceva della chiesa di Constantinopoli, che era di Marco, e quella di Grecia, che era di Giovanni patriarca d'Alessandria? A questo gli risposi che la sua ragione aiutava la mia, perché san Pietro fu maestro di san Marco, ed esso lo mandò in quelle parti, e cosí né Marco né Giovanni poterno far chiese salvo in nome di chi gli aveva mandati, le qual chiese sono membri del capo che li mandò, a chi tutte le autorità furno date. E dopo molti anni che san Ieronimo e altri molti santi si separorno, ordinarono monasterii di aspra e santa vita per servir a Dio, che detti monasterii non si averiano potuti far senza l'auttorità della chiesa apostolica, che è quella di Roma; e come potriano far chiese in pregiudicio del capo grande, se non fussero state per Giesú Cristo nostro Signore edificate e fatte? S'acquietorno a questo, e dicevano gl'interpreti che il Prete Ianni aveva grandissimo piacere.
Dipoi mi domandarono se erano in Portogallo li preti maritati; gli dissi di no. Mi dimandarono se tenevamo il concilio di papa Leone che si fece in Nicea; risposi che sí, e già gli aveva detto che ivi fu fatto il Credo grande. Di nuovo mi dimandarono quanti erano i vescovi col papa; risposi che già lo aveva detto, che erano trecento e diciotto. Tornarono a dirmi che in questo concilio fu ordinato che li preti si maritassero, e se detto concilio fu giurato e confermato, perché non si maritavano? Risposi che di questo concilio non sapevo altra cosa se non che si fece il Credo, e che la nostra Donna fusse chiamata madre di Dio. Mi dissero poi molte cose che ivi furono ordinate e giurate, le quali papa Leon ruppe, e che gli dicessi quali erano; gli risposi che non le sapeva, ma che al mio parere, se alcuna n'aveva rotta, seriano di quelle che toccavano alla eresia, che in quel tempo era grande, ma che le necessarie e utili le aveva approbate, e che altramente esso non saria stato approbato e canonizato per santo come egli è. Di nuovo mi tornò a dimandare del matrimonio di preti, dicendomi se gli apostoli furono maritati. Gli risposi che mai non aveva letto in libro alcuno che gli apostoli, dipoi che andorono in compagnia di Giesú, avessero mogli, e ancor che san Pietro avesse una figliuola, nondimeno l'ebbe di sua moglie avanti che fosse apostolo, e che san Giovanni Evangelista fu vergine; e che aveva letto che, dopo la morte di Cristo, gli apostoli predicavano constantemente la fede sua e non dubitavano di morire per quella; e che la chiesa romana, che è la vera, ordinò e confermò che ad imitazion degli apostoli che prete alcuno non dovesse aver moglie, acciò che fossero piú netti e piú puri delle lor conscienze, e non stessero tutto il giorno occupati in allevar figliuoli e trovargli da vivere. A questo mi venne risposta che li lor libri comandavano che si maritassero, e che cosí diceva san Pietro. Molte altre dimande mi fecero, stando io sempre vestito da messa. In ultimo fui dimandato se noi avevamo il cantar degli angeli quando Cristo nacque, e se 'l dicevamo nella messa; e dicendo io di sí, volsero che io il cantasse, e cosí feci; similmente mi fecero cantar alcuni versi del Credo. Stava di continuo a questa pratica un interprete, e appresso di lui il frate che ne aveva condotto per cammino: costui era stato altre volte in Italia, e sapeva qualche poco di latino. Gli fece dimandar il Prete Ianni se egli intendeva ciò che io diceva; gli rispose di sí, e che io aveva detto la Gloria e il Credo come lo dicono essi. E mi disse il detto frate che, a ciascuna risposta che si faceva, il Prete mostrava di averne grandissimo piacere, e diceva che eravamo veri cristiani e che sapevamo tutte le cose della passione. Dipoi mi fece dimandare perché non dicevo messa secondo il nostro uso; gli risposi perché non avevo tenda per dirvi messa. Disse che egli ordinaria che ne fusse apparecchiata una buona, e che dovessimo dire ogni dí la nostra messa. Dopo di questo ne espedí, e che fossimo alla buon'ora: e cosí ci partimmo, ed era già passata la mezzanotte, e tutto questo tempo fu speso in queste dimande senza perder punto d'intervallo.


Del robbare che fu fatto all'ambasciadore e della querela fatta al Prete, sopra la qual non si fece cosa alcuna; e come ne fece alzar una tenda per dir messa.
Cap. LXXVIII.

La notte che io stetti cosí lungamente col Prete, avanti giorno fu robbato l'ambasciadore nella tenda ove dormivamo, e gli portaron via due cappe di panno, due berrette ricche, sette camicie sottili e alcuni fazzuoli sottili: e cavaron tutte queste robbe di una valigia di cuoio, che era grande come una cassa. Ad Emanuel de Mares gli portaron via un'altra valigia con quanto vi aveva; ad un di quelli franchi che ritrovammo alla corte gli levaron sette pezzi di tela, che 'l giorno avanti le aveva portate quivi in salvo. Tutto questo furto poteva valer da dugento crociati. La mattina l'ambasciadore volse che io andassi con lo scrivano alla tenda del Prete, a dolermi e dimandargli giustizia di questo furto: e cosí feci. Ma perché l'ambasciadore aveva preso duo ladri, però, stando noi appresso alla tenda del Prete, venne una femina gridando e dimandando giustizia, dicendo che la notte passata l'ambasciadore e la sua compagnia, per mezzo di un Arabo che sapeva la lingua del paese, gli avevano levata una sua figliuola per forza e condotta alla sua tenda, della quale ne avevano fatto tutto il lor volere, e perché un suo figliuolo si lamentava che gli era stata sforzata sua sorella, l'avevano preso insieme con l'Arabo che ingannò la giovane, e gli opponevano che erano stati robbati. Uditone noi e questa femina, ne fecero una medesima risposta, cioè che ci faria giustizia, che andassimo alla buon'ora.
In questo medesimo giorno, il frate che era stato la notte passata meco davanti al Prete venne con una tenda ricca, ma mezza usata, dicendo che il Prete ne la mandava per dir messa in quella, e che immediate ella si alzasse, perché il giorno seguente era la festa dell'angelo Rafaele, e che si dicesse messa in quella ogni giorno e si pregasse Iddio per lui. Questa tenda era di broccatello e di velluto della Mecca, foderata di dentro via di tela sottilissima de Chaul. Me dissero che già quattro anni il Prete l'aveva avuta nella guerra che egli fece contra il re di Adel, il quale è moro e signore di Zeila e Barbora; e il Prete ne mandò a dire che dovessimo benedirla, avanti che vi dicessimo messa dentro, per causa delli peccati che erano stati fatti in quella dalli Mori. Subito in quella notte fu alzata e la mattina vi dicemmo la messa, e vennero a udirla quanti franchi erano nella corte già quaranta anni, e anche molti uomini del paese.


Come il Prete mandò a chiamar l'ambasciadore, e di alcune dimande che gli fece, e come gli mandò a dimandar di nuovo le spade che egli aveva.
Cap. LXXIX.

Alli 8 di novembre, il Prete ne mandò a chiamare e subito vi andammo; volse l'ambasciadore portar le casse e li sacchi del pevere che gli aveva promesso. Arrivando noi alla entrata della prima siepe, ne tennero con alcune frivole dimande delli negri che avevamo presi per il furto che ne avevano fatto: e tanto andò in lungo la pratica e le dimande, che fra questo tempo mandarono a dislegar detti negri, senza conclusione né rimedio alcuno del furto, e il Prete ne mandò a donare trecento pani e trenta zare di vino e certe vivande di carne della sua tavola, e cosí ce ne tornammo alla nostra tenda. Ne mandarono poi un'altra fiata a chiamare, dove andati stemmo un gran pezzo sopra dimande, fra le quali fu questa, se l'ambasciadore veniva di ordine del re di Portogallo o del suo capitan maggiore, e se esso capitan, quando venne a Mazua, aveva amazzato alcuno di quelli Mori; e perché non facevamo il cammin da mare verso il regno di Damute, che è molto piú vicino; e se essendo servitori del re di Portogallo, per che causa non avevamo le croci segnate nella carne sopra la spalla, perché cosí è il lor costume, che tutti li servitori del Prete abbino una croce segnata nella spalla destra; e poi che gli avevamo dato il pevere, con che cosa ci compraremmo il vivere per il cammino. Rispose l'ambasciadore che ci faremmo le spese con molto oro e argento e panni che portavamo con noi, datici dal re di Portogallo. E cosí, sopra queste dimande, l'ambasciadore gli richiese licenza e la sua espedizione per partirsi; subito a questo venne risposta che non avessimo paura, che presto ce ne andaremmo. Disse l'ambasciadore: "Che paura potemo noi avere, stando avanti di sua Altezza e nella sua corte, e in questi regni dove tutti sono cristiani?" E con questo ne licenziò.
Il giorno seguente mandò a dimandarne le spade che noi avevamo, per vederle di nuovo; l'ambasciadore gliele mandò dicendogli che dovesse tenerle, che lo riceveria in grazia grande. Venne subito risposta, se egli le pigliasse, che diria il re di Portogallo, che egli avesse levato le spade alli suoi che ne hanno bisogno. L'ambasciadore gli mandò a dire che sua Altezza le pigliasse, perché nella India si trovavano nelle fortezze molte spade, e che il re averia gran piacere che sua Altezza si servisse delle armi delli suoi vasalli: nondimeno con questa risposta non le volse tenere, ma le rimandò indietro, e ne fece far molte proposte e risposte che se pretermettono.


Come il Prete mandò certi cavalli all'ambasciadore accioché scaramucciassino alla nostra guisa, e di un calice che gli mandò con alcune dimande.
Cap. LXXX.

Alli XII di novembre ne mandò il Prete cinque cavalli molto grandi e belli alla nostra tenda, dicendo all'ambasciadore che venisse egli con quattro altri sopradetti cavalli a scaramucciare davanti la sua tenda. Ed era già molto notte, e l'ambasciadore non fu molto contento per esser cosí tardi e che non si poteva veder; nondimeno immediate furono accese tante torcie che pareva di giorno, e quivi scaramucciarono di sorte che piacque grandemente al Prete: e compito ritornammo alla nostra tenda, dove subito il Prete ne mandò tre zare di vino, migliore degli altri mandatine per avanti. Il giorno seguente mandò all'ambasciadore un calice d'argento molto ben dorato e fatto alla nostra foggia, cosí nel piede come nel vaso: nel piede vi erano gli apostoli di rilievo, e nel vaso alcune lettere latine che dicevano: "Hic est calix novi Testamenti". E ne mandò a dire che bevessimo con quello, e questo perché non intendevano quelle lettere, e la foggia del calice non era simile alli suoi, li quali hanno la coppa poco manco larga d'una scudella profonda, e cavano il sacramento con uno cocchiaro. Ne mandò in questo giorno il Prete a fare molte dimande; fra le altre fu questa, che voleva che andassimo a pigliar la città di Zeila con l'armata, che egli vi voleva venire in persona per terra con tutto il suo esercito, e che le sue genti si vederiano allora con quelle del re di Portogallo, e che, non ostante che vi siano due giornate di cammino che non si trova acqua, nondimeno che lui faria provision di tanti camelli che la portariano abondantemente. Rispondemmo che noi venivamo di Portogallo cinque e sei mesi senza pigliar acqua, perché non vi era luogo dove si potesse prendere, e pure ne avemmo avuto abastanza.
Alli XIIII del mese ne mandò il Prete due cose di poca valuta, ma belle, cioè un panno dorato per l'altare della nostra chiesa, e un bacino e un boccale fatto di legno negro con vene rosse e bianche, che mai vedemmo il piú bello, per gittar l'acqua sopra le mani. E ne mandò a dire che gli mandassimo tutti li nostri nomi in scritto: subito gli furno portati. Ne tornò a dire quello che voleva dire Rodrigo, e quello che voleva dire Lima, e cosí di tutti gli altri: e la causa di tal dimanda fu perché in questo paese non si mette mai nome alcun proprio che non abbia qualche significazione.
La mattina seguente nella tenda dell'ambasciadore fu fatto un altro furto, che dormendo Giorgio di Breu, gli fu levata una cappa che gli era costata vinti ducati, e a noi alcuni sacchi di diverse nostre robbe: e non fecero alcuna diligenza di farne restituir queste cose, per esser, come abbiamo detto, un capitano de' ladri, che per alzare le tende del Prete non ha alcun altro premio se non quello che rubbano. In questo giorno il Prete ne mandò una sella di cavallo tutta lavorata di pietre di corniole, cioè incastrate (questa, oltra l'essere molto grave, era anche molto mal fatta), dicendo che l'ambasciadore cavalcasse con quella. Subito venne poi un'altra dimanda, di qual cosa averia piacere il re di Portogallo di avere di questo paese, se gli piaceriano uomini eunuchi o altra cosa. Gli mandò a dire l'ambasciadore che li re e gran signori stimavano piú le cose che gli erano mandate dagli altri re che la valuta di quelle.


Come il Prete mandò a mostrare un cavallo all'ambasciadore, e ordinò che li signori grandi della sua corte venissero a udire la mia messa.
Cap. LXXXI.

Alli XV del mese il Prete mandò a mostrar un cavallo tutto coperto con lame dorate, dicendo se si trovavano tal arme coperte in Portogallo; gli fu risposto che il re di Portogallo gli mandava per Odoardo Calvan molte e infinite arme, fra le quali erano alcune coperte da cavalli tutte di acciale, le quali erano restate in India, e che il re gliene mandaria quante volesse. Il sabbato seguente ordinò il Prete a tutti li signori e grandi della sua corte che venissero a udire la nostra messa, e il simile fecero la domenica seguente: ma molto piú furno il sabbato, perché oltra la messa noi battezzammo anche, e secondo che ne pareva dalli lor gesti, e sí come ne dicevano li franchi che trovammo in questo paese e gl'interpreti che erano con noi, costoro stavano molto maravigliati e lodavano molto li nostri ufficii, dicendo che non sapevano fargli altra opposizione, se non che noi non davamo la communione a tutti quelli che stavano alla messa, e cosí a quelli che battezzavamo. Gli fu risposto che la communione non si dava se non in certe feste dell'anno, e questo a quelli che erano confessati delli lor peccati; a quelli veramente che si battezzavano, ancora che in quel tratto fusseno puri e netti, nondimeno non sapevano con quanta riverenza si aveva a pigliare il corpo del nostro Signore, e dovevano anche avere età conveniente. Mi risposeno che questa era buona ragione, ma l'usanza loro era di communicar tutti, e anche quelli che battezzano, cosí grandi come piccoli.
Alli XVIII del detto mese il Prete mi mandò a chiamare e mi fece molte dimande, e fra l'altre quanti profeti avevano profetizato della venuta di Cristo; gli risposi che al mio giudicio tutti avevano parlato di quella, cioè uno della venuta, l'altro della incarnazione, l'altro della passione e resurrezione, che tutto ritorna in Cristo. Item quanti libri aveva fatto san Paulo; gli risposi che era un libro solo distinto in molte parti, cioè in molte epistole. Mi dimandò similmente quanti libri avevano fatti gli evangelisti, e gli risposi il medesimo. Item se noi avevamo un libro diviso in otto parti, che avevano scritto tutti gli apostoli essendo congregati in Gierusalem, che essi chiamano Manda e Abetilis. Risposi che non aveva piú inteso di simil libro, e appresso di noi non si trovava; disse che essi osservano tutti i comandamenti scritti in quello. Dipoi entrò in alcune altre dimande, alle quali, essendo già stracco, risposi meglio che seppi: e conobbi che egli è molto pratico della sacra Scrittura e di continuo la legge.


Come l'ambasciadore fu chiamato, e come appresentò le lettere che egli portava al Prete Ianni, e come il Prete si lasciò vedere e parlare.
Cap. LXXXII.

Un martedí fummo mandati a chiamar dal Prete, e fu alli XIX di novembre; e giunti alla prima porta o vero entrata dimorammo un grande spazio, facendo molto gran freddo, ed era ben notte. Noi entrammo poi con quelli passi e dimore come per due volte avevamo fatto, e si era congregato molto maggior numero di persone che non furon quelle per avanti, e la maggior parte con arme, e con gran numero di candele e torchi accesi avanti alle porte, che pareva di giorno; e non ne fecero aspettar molto, che subito entrammo con l'ambasciadore e nove persone portoghese appresso le prime cortine, le qual passate ne trovammo di molto piú ricche, e anche queste noi trapassammo, dove trovammo alcuni ricchi e grandi tribunali e coperti di ricchi tappeti. Avanti questi tribunali stavano altre cortine di molto maggior ricchezza, le quali, stando noi vicini, le aprirno per due bande: e quivi vedemmo che il Prete Ianni sedeva sopra un solaro con sei gradi da salirvi, tutto riccamente adornato. Aveva in capo una corona alta d'oro e d'argento, cioè un pezzo d'oro e l'altro d'argento, e una croce d'argento in mano, e aveva la faccia coperta con un pezzo di taffettà azurro, il qual si alzava e abbassava, di modo che alle volte se gli vedeva tutta la faccia, e poi ritornava a coprirsi. Da man destra vi stava un paggio vestito di seta con una croce d'argento in mano, nella quale vi erano fatte figure di rilievo, le quali dal luogo dove noi stavamo non potevamo ben vedere: ma dapoi io ebbi in mano questa croce, e viddi le figure. Era vestito il Prete di una ricca vesta di broccato d'oro soprariccio, e la camicia di seta con manighe larghe, che parevano ducali; dal traverso in giuso era cinto con un ricco panno di seta e d'oro, come grembiale di vescovo disteso, ed egli sedeva in maestà, al modo che dipingono Dio Padre sopra i muri. Oltra il paggio che teneva la croce, vi stava da ciascuna parte un altro paggio similmente vestito, con una spada nuda in mano. Nella età, colore e statura mostra di esser giovane, non molto negro, come saria di color di castagna overo di pomi ruggeni non molto rovani, e mostra grazia grande nel suo colore e nella faccia, ed è mediocre di statura, e vien detto esser di età di 23 anni e cosí egli dimostra. Ha il volto rotondo, gli occhi grandi, il naso aquilino, e gli cominciava a nascer la barba; nella presenza e nell'apparato pare ben gran signore, come veramente è. Noi stavamo lontani da lui per spazio di due lancie: venivano e andavano risposte e proposte, tutte per il cabeata. Da ciascuna parte di questo tribunale vi stavano quattro paggi riccamente vestiti, ciascuno con la sua torcia accesa in mano.
Compite queste dimande e risposte, l'ambasciadore diede al cabeata le lettere del capitan maggiore, le quali erano state tradotte in lingua abissina, ed egli le dette al Prete, il qual le lesse molto espeditamente e, compite di leggere, disse: "Cosí come queste lettere sono del capitan maggiore, cosí Iddio avesse voluto che le fossero state del re di Portogallo suo padre"; nondimeno che anche queste gli erano gratissime, e ne dava molte grazie a Dio per questo gran dono che gli aveva fatto in veder quello che gli antecessori suoi non viddero, né egli pensava di vedere; e li suoi desiderii sariano ben del tutto adempiti se il re di Portogallo facesse far fortezze nell'isola di Mazua e nel luogo del Suachen, perché egli dubitava che li Turchi nostri inimici non si facessero forti in quelli, il che quando succedesse, sariano di gran disturbo a lui e a noi Portoghesi; e che per questo effetto lui daria tutte le cose necessarie, sí di gente per lavorare come di oro e vettovaglie, e in fine tutto quello che fusse bisogno; e che gli pareria che oltra le sopradette fortezze si dovesse ancora pigliar la città di Zeila, e in quella farvi una fortezza, per esser luogo molto abondante di ogni sorte di vettovaglie: e presa questa città, si assicuraria che da quella parte non potriano andar le vettovaglie verso la città di Adem, Zidem, la Mecca, e per tutta l'Arabia e fino al Toro e al Sues, le qual terre, non avendo queste vettovaglie, sariano come perse, non possendo aver il viver se non da questi luoghi. A questo gli fu risposto che non vi era difficultà alcuna di pigliar Zeila, né tutti gli altri luoghi che sua Altezza comandasse, perciò che dove la potenzia del re di Portogallo si approssimava, tutti fuggivano e non aspettavano anche l'ombra delle navi, ma che Zeila era fuori dello stretto e Maczua e Suachen erano dentro, e che, fatte le fortezze in questi tre luoghi, si conquistariano facilmente il Zidem e la Mecca e ciascuno altro luogo fino al Cairo, e si proibiria la navigazion delli Turchi che stanno in Zebit. Queste parole furno molto grate al Prete e gli piacquero grandemente, e tornò a replicare che egli si obligaria a dar tutte le vettovaglie, oro e gente per far questa spesa e per l'armata, e pur che trovasse il modo di aprire qualche strada per congiungersi con li principi cristiani, esso non sparagneria tutto quello che avesse al mondo. L'ambasciadore gli disse che sua Altezza nominasse dove e da chi si averiano queste vettovaglie; rispose che egli ordineria che da tutti i suoi regni circonvicini gli fussero date, e che desidereria che esso ambasciadore restasse capitano in una di queste fortezze. Gli fu risposto che, fatta la fortezza, saria posto immediate un capitano in ciascuna, e che, se sua Altezza l'avesse per bene, esso domandaria al capitan maggiore che gli facesse grazia di uno di tal luoghi. E sopra questa pratica di pigliar e far queste fortezze noi consumammo un gran tempo con estremo piacere del Prete, qual mostrava non aver maggior desiderio di questo, e non poteva saziarsi di parlarne. E cosí, ispediti con buone parol