Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI

Volume terzo




Tommaso Giunti ai lettori


Se gli uomini sapessero la vera cagione perchè spesse volte gli avvenimenti dell'altrui operazioni siano diversi da quel che pareva che si dovesse aspettare, non verriano sí facilmente ad incolpar gli altri o di negligenza, o di tardanza, o di poca prudenza nelle azioni; ma, perciochè nella maggior parte le cagioni sono ascose a coloro che non si ritrovano nel fatto istesso, avviene che per lo piú accusano chi meriteria d'essere scusato. Voglio dire ch'io negli anni passati, sí come voi avete potuto vedere, mandai fuori dalle nostre stampe due volumi di Navigazioni e di Viaggi, il primo cioè e non molto dapoi anche il terzo; il quale vi demmo prima del secondo perciochè, trovandoci gli esemplari che appartenevano a quella parte aver per buona ventura del tutto apparecchiati, giudicammo di farvi cosa grata se, in tanto che s'andava raccogliendo materia a bastanza per il secondo, vi facevamo partecipi di quello che già si trovava esser posto in ordine. E veramente per chiarissimi indizii abbiamo compreso che ciò vi è stato gratissimo, e appresso avemo conosciuto che con infinito desiderio avete aspettato questo secondo, negli altri a voi promesso, e forse molte fiate averete ripreso e vi sareti anco doluti della mia tardanza. La quale tengo per fermo che voi stessi scuserete, quando averete saputo che due gravissimi accidenti, sopravenutimi già due anni sono, m'hanno impedito che prima non ho potuto satisfare al desiderio vostro: l'uno de' quali è stata la morte di messer Gio. Battista Ramusio, che morí in Padova il mese di luglio nel 1557, e l'altro l'incendio della mia stamperia, il quale quattro mesi dopo avenne, il 4° giorno di novembre nel medesimo anno. E se questo mi è stato acerbo, quella mi è stata amarissima, e quanto dispiacere e dolore ella mi abbia apportato, ciascuno a cui veramente sia noto il grande amore che tra noi due è stato continuamente per sí lungo spazio d'anni, potrà facilissimamente imaginarlo.
Egli fu quel singulare intelletto che, mosso dal desiderio solamente del giovare alla posterità col darle notizia di tanti e sí lontani paesi, e in gran parte non conosciuti mai dagli antichi, raccolse da diversi li due volumi con incredibile diligenza e giudicio: e sotto 'l suo indirizzo e governo furono da noi publicati con le nostre stampe. E ben poteva egli ciò fare molto compiutamente, essendo tanto, oltra le scienze e la cognizione che aveva della latina e della greca lingua, quanto fusse alcun altro, intendente anco della geografia, la cui notizia s'aveva esso acquistata parte dal continovo e diligente studio che poneva nel legger i buoni auttori che n'hanno trattato, e parte dall'aver nella sua giovenezza praticato molti anni in diversi paesi, mandatovi per onorati servizii da questa serenissima Republíca; dove gli avenne che fece medesimamente acquisto della lingua francese e della spagnuola, avendole sí ben famíliari come la sua propria natia, ed essene servito nel tradur molte relazioni stampate nel primo e nel terzo volume. Le qual sue fatiche giudiciose e onorevoli, se non usciron fuori illustrate col suo nome, avvenne per la sua singular modestia, che in ciascuna sua azione continuamente era solito d'usare, di modo che vivendo non comportò mai che vi fusse posto, come uomo ch'era lontano da ogni ambizione e aveva l'animo indirizzato solamente a giovare altrui.
Ma io, che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascun altro e morto l'amerò infin che durerà la vita mia, sí come ho desiderato, cosí anche son tenuto a far tutte quelle cose le quali io stimi che siano per acquistargli alcuna fama: non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche ormai tener piú celato il nome suo, del quale ora vedrete ornato questo secondo, che pur finalmente mandiamo in luce, facendovi certi che alla grave e molta perdita che nella stamperia abbiamo ricevuto dal fuoco è stato congiunto anche il danno degli studiosi della geografia, essendosi arsi alcuni esemplari che 'l Ramusio, pochi mesi avanti ch'egli passasse di questa vita, aveva apparecchiati e daticigli per istampare, insieme con alcune tavole dei disegni de' paesi de' quali nel libro vien fatto menzione. Ma con tutto ciò tenete per certo che questi che vi sono raccolti gli troverete ben compiuti e ben ordinati: e ho speranza che ne riporterete dilettevole utilità, per la notizia che vi daranno di cose varie e maravigliose. E non vi maravigliate se, riguardando gli altri due, non vedrete questo secondo volume sí pieno e copioso di scrittori, come il Ramusio già s'aveva proposto di fare, che la morte vi s'interpose. Cosí fusse egli sopravivuto, che, se ben si trovava occupatissimo negl'importanti negozii della Republica, nel suo secretariato del Consiglio eccellentissimo de' Signori Dieci, non averebbe mancato d'accrescerlo anche con maggior numero di scrittori, e quel che in questa parte ci ha tolto la fiamma del fuoco, l'abbondantissimo fiume del suo alto intelletto ci averebbe doppiamente restituito. Sí che, avendo indugiato a publicar questo secondo assai piú di quello che non era il nostro proponimento e la vostra aspettazione, non ho dubbio alcuno che voi, considerando li detti rispetti, averete me per iscusato, e renderete grazie alla felice memoria del Ramusio col dargli quella vera laude e onore che gli si deve, avendovi con tanto vostro piacere e sodisfazione dato col suo sapere e diligenza cosí grande e cosí chiaro lume nelle cose della geografia.

Di Venezia, a' 9 di marzo MDLIX

Di messer Giovambattista Ramusio prefazione sopra il principio del libro del magnifico messer Marco Polo.
All'eccellente messer Ieronimo Fracastoro.


In quanta stima fusse la geografia appresso gli antichi, eccellente messer Ieronimo, si può questo facilmente comprendere, che essendovi bisogno di gran dottrina e contemplazione per venir alla cognizione di quella, ne volsero scrivere alcuni di piú illustri scrittori, tra' quali il primo fu Omero, che non seppe con altra forma di parole esprimer un uomo perfetto e pieno di sapienzia che dicendo ch'egli era andato in diverse parti del mondo e aveva veduto molte città e costumi de' popoli: tanto la cognizione di questa scienzia gli pareva atta a far un uomo savio e prudente. Ne scrissero dopo lui molti altri auttori greci, e fra gli altri Aristotele ad Alessandro, e Polibio maestro di Scipione, e Strabone molto copiosamente, il libro del quale, e di Tolomeo alessandrino, son pervenuti alla età nostra; appresso de' Latini, Agrippa genero d'Augusto, Iuba re di Mauritania e molti altri, le fatiche de' quali sono smarrite col tempo, né si sa altro di loro se non quanto si legge nei libri di Plinio, che ancor egli copiosamente ne scrisse. Di tutti i sopranominati, Tolomeo, per esser posteriore, n'ebbe maggior cognizione, perciochè verso di tramontana trapassa il mar Caspio e sa che gli è come un lago serrato d'intorno: la qual cosa al tempo di Strabone e di Plinio, quando i Romani eran signori del mondo, non si sapeva. Pur ancora con questa cognizione, oltra il detto mare per gradi quindici di latitudine mette terra incognita, e il medesimo fa verso il polo antartico, oltra l'equinoziale. Delle qual parti, quella verso mezogiorno i capitani portoghesi a' tempi nostri prima di tutti hanno scoperta; quella verso tramontana e greco levante il magnifico messer Marco Polo, onorato gentiluomo veneziano, già quasi trecento anni, come piú copiosamente si leggerà nel suo libro.
E veramente è cosa maravigliosa a considerare la grandezza del viaggio che fecero prima il padre e zio d'esso messer Marco fino alla corte del gran Cane imperatore de' Tartari, di continuo camminando verso greco levante, e dapoi tutti tre nel ritorno, nei mari orientali e dell'Indie. E oltra di questo, come il predetto gentiluomo sapesse cosí ordinatamente descrivere ciò che vidde, essendo pochi uomini di quella sua età intelligenti di cotal dottrina, ed egli allevato tanto tempo appresso quella rozza nazione de' Tartari, senza alcuna accommodata maniera di scrivere. Il libro del quale, per causa de infinite scorrezioni ed errori, è stato molte decine d'anni riputato favola, e che i nomi delle città e provincie fussero tutte fizioni e imaginazioni senza fondamento alcuno, e per dir meglio sogni. Ma da cento anni in qua si è cominciato, da quelli che han praticato nella Persia, pur a riconoscere la provincia del Cataio; poi la navigazione de' Portoghesi, oltra l'Aurea Chersoneso, verso greco han discoperto prima molte città e provincie dell'India e molte isole, con i medesimi nomi che 'l detto autor gli chiama; poi, avendo passata la regione della China, sono venuti in cognizione (come narra il signor Giovan di Barros, gentiluomo portoghese, nella sua Geografia, avuta da' popoli della China) che la città di Cantone, una delle principali del regno della China, è in gradi trenta e due terzi di latitudine, e corre la costa greco garbino; oltra ciò, che passando 275 leghe la detta costa gira verso maestro, e che le provincie che sono appresso il mare sono tre, cioè Mangi, Zanton e Quinsai, qual è anche la principal città dove dimora il re, ed è in quarantasei gradi di latitudine; e passando ancor piú oltre, la costa corre fino a gradi cinquanta.
Or, veduto che tante particolarità al tempo nostro di quella parte del mondo si scuoprono della qual ha scritto il predetto messer Marco, cosa ragionevole ho giudicato di far venir in luce il suo libro, col mezo di diversi esemplari scritti già piú di dugento anni, a mio giudicio perfettamente corretto e di gran lunga molto piú fidele di quello che fin ora si è letto, acciò ch'il mondo non perdesse quel frutto che da tanta diligenzia e industria intorno cosí onorata scienzia si può raccogliere, per la cognizione che si piglia della parte verso greco levante, posta dagli antichi scrittori per terra incognita. E benchè in questo libro siano scritte molte cose che pareno fabulose e incredibili, non si deve però prestargli minor fede nell'altre ch'egli narra, che sono vere, né imputargli per cosí grande errore, perciochè riferisce quello che gli veniva detto. E chi leggerà Strabone, Plinio, Erodoto e altri simili scrittori antichi, vi troverà di molto piú maravigliose e fuor d'ogni credenza. Ma che diremo degli scrittori de' nostri tempi, che narrano dell'Indie occidentali, trovate per il signor don Cristoforo Colombo? non dipingono monti d'oro e d'argento incredibili? arbori, frutti e animali di forma maravigliosa? E pur dell'oro e argento non si ingannano, e l'età nostra l'ha con suo grave danno sentito, per le tante guerre state tra' principi cristiani. Degli animali, frutti e piante, ogni ora ne vengono copiosamente portate in Italia, e si conosce ch'hanno scritto la verità. E sopra l'altre, la grandezza della città di Quinsai, nella provincia di Mangi, non si vede esser simile alla gran città di Temistitan della Nuova Spagna, trovata per il signor Hernando Cortese, dove erano i palazzi e giardini del re Mutezuma, cosí grandi e famosi? E molte volte ho fra me stesso pensato, sopra il viaggio fatto per terra da questi nostri gentiluomini veneziani, e quello fatto per mare per il predetto signor don Cristoforo, qual di questi due sia piú maraviglioso: e se l'affezione della patria non m'inganna, mi pare che per ragion probabile si possa affermare che questo fatto per terra debba esser anteposto a quello di mare, dovendosi considerare una tanta grandezza di animo con la quale cosí difficile impresa fu operata e condotta a fine, per una cosí disperata lunghezza e asprezza di cammino, nel qual, per mancamento del vivere, non di giorni ma di mesi, era loro necessario di portar seco vettovaglia per loro e per gli animali che conducevano; là dove il Colombo, andando per mare, portava commodamente seco ciò che gli faceva bisogno molto abondantemente, e in trenta o quaranta giorni col vento pervenne là dove disegnava; e questi stettero un anno intero a passar tanti deserti e tanti fiumi. E che sia piú difficile l'andar al Cataio ch'al Mondo Nuovo, e piú pericoloso e lungo, si comprende per questo, ch'essendovi stati due volte questi gentiluomini, alcuni di questa nostra parte di Europa non ha dipoi avuto ardire di andarvi; dove che, l'anno sequente che si scopersero queste Indie occidentali, immediate vi ritornarono molte navi, e ogni giorno al presente ne vanno infinite ordinariamente; e sono fatte quelle parti cosí note, e con tanto commerzio, che maggior non è quello ch'è ora fra l'Italia, Spagna e Inghilterra.
Or, venendo alla prima parte del primo libro (che ivi dentro è chiamata da messer Marco il proemio del presente libro), confesso ingenuamente che mai non averei inteso quel viaggio primo, che fecero alla corte di quel signor de' Tartari occidentali messer Mafio e messer Nicolò, il padre di messer Marco, e poi a quella del gran Cane, se la bona fortuna non mi avesse li mesi passati fatto capitar alle mani una parte d'un libro arabo, ultimamente tradotta in latino per un uomo di questa età ben intendente di molte lingue, composto già dugento e piú anni d'un gran principe di Soria detto Abilfada Ismael, correndo gli anni de legira 715, ch'è il millesimo de' Turchi, qual ora, del 1553, corre 950: del quale non credo dover esser a noia a' lettori se alcune cose brevemente narrerò, le quali degne di notizia ho riputate.
Questo principe si trovò quasi d'intorno a' tempi medesimi de' prefati tre gentiluomini de Ca' Polo e, per quello che da' suoi scritti si può anco vedere, sapeva molto ben le cose di filosofia e d'astrologia, e volse ancora egli far, al modo delle tavole di Tolomeo, una particolar descrizione di tutte le parti del mondo che al suo tempo si conoscevano. E a questo effetto ridusse, come in un compendio, tutto quello che già aveano scritto molti auttori arabi de' gradi delle longitudini e latitudini di dette parti; nel qual compendio non seguita l'ordine di Tolomeo, ancor che lo citi, perchè l'avea tradotto in arabo, ma tiene un altro modo: conciosiacosachè, tirando alcune linee per lungo e per traverso, dividendole in parti eguali come areole, immediate ne fa appresentar agli occhi prima il nome della città, poi di ciascuno che scriva di quella, e appresso la varietà de' gradi, sí di longitudine come di latitudine, clima, provincia, e in ultimo una brevissima e molto succinta descrizione di quella. Ordine veramente bellissimo e risoluto, che è proprio e peculiare degli scrittori arabi, perchè il medesimo fece Avicenna nel secondo libro, dove tratta dell'erbe, che mette prima il nome di quelle, poi la descrizione e in ultimo le virtú e malattie alle quali sono appropriate.
Or questo libro di geografia non è tradotto tutto, ma vi manca la maggior parte delle commentazioni sopra ciascuna provincia: che se fosse tutto latino, averemmo una geografia particolar delle parti di Asia e Africa delle quali s'avea notizia a' suoi tempi, e saperemo i nomi delle provincie, città, monti, fiumi e mari, come al presente si chiamano, co' gradi delle longitudini e latitudini, secondo che vengono scritte da questi auttori arabi, cioè Attual, Canon, Bensidio, Resum, Cusiro, e poi Tolomeo; che, scontrandoli col detto, si averia piú certa cognizione di molti nomi antichi, citati nell'istorie d'Alessandro e Strabone, ch'ora si vanno conietturando, che sarebbe una delle belle e rare cose che si potessero veder a questi tempi. Qual auttore nelle longitudini non comincia dall'isole Fortunate, come fa Tolomeo, ma dalli primi liti delle marine d'Africa, e dice essere differente dieci gradi di quello che fa Tolomeo. E però sempre il lettor advertisca, nelle longitudini che qui a basso si cittaranno del detto, volendole confrontar con quelle di Tolomeo, di batterne giú dieci gradi. Ma a far questo cosí gran beneficio al mondo sarebbe necessaria la liberalità di qualche gran principe, che lo volesse far venir in luce fornito: che non gli apportaria forse minor gloria, e piú stabile e fissa negli animi degli uomini e di tutta la posterità, di quella che può nascere da' grandi imperii e trionfi acquistati coll'armi.
Ma, ritornando al principio del libro che da messer Marco è chiamato per proemio, dice messer Marco che, partiti suo zio e padre di Constantinopoli, navigarono per il mar Maggiore ad un porto detto Soldadia, e non vi mette il nome della provincia: e ancor che in alcuni libri sia scritto d'Armenia, in quelli nondimeno che mi sono capitati nelle mani, antichissimi e scritti già centocinquanta anni, non vi è altro che Soldadia. E di qui presero il cammino per terra alla corte d'un gran signor de' Tartari occidentali detto Barca. Or nel suo libro il sopradetto Ismael, descrivendo le provincie che circondano il mar Maggiore dalla parte di tramontana, e la Taurica Chersoneso, dov'è la città di Caffa, dice la provincia di Chirmia ha tre città, una detta Sogdat, l'altra Zodat, e Caffa, e che Sogdat corre maestro ponente rispetto a Caffa, ch'è posta verso levante; qual Sogdat è in gradi 56 di longitudine e 50 di latitudine. Seguita poi che Comager è una provincia nel dominio de' Tartari di Barca, fra la Porta di Ferro e la città d'Asach, cioè rispetto alla detta Porta è verso ponente, ma rispetto ad Asach è verso levante. Continua ancora dicendo che vi è un'altra provincia, detta Elochzi, fra li Tartari di Barca e li Tartari meridionali d'Alaú, dove è la città di Iachz, i popoli della quale passano per la Porta di Ferro. Parlando poi della palude Meotide, la qual si chiama mar el Azach, dice che dalla parte di levante è la città di Eltaman con la provincia, la qual è il fine del reame Barca. Da tutte queste cose scritte per questo sultan Ismael si vien in cognizione che sopra la Taurica Chersoneso, dov'è Gazaria e Caffa, vi è la città di Sogdat, la qual al presente col porto si chiama Soldadia. Appresso, che del regno di Barca era la provincia di Comager, ch'è la Cumania, provincia grandissima nella qual vi è la città di Azach, cioè Assara: il che conferma il libro di Ayton Armeno, che dietro messer Marco Polo si leggerà. Dipoi, che vi erano li Tartari di Barca occidentali e quelli di Alaú meridionali, che passavan per la Porta di Ferro, la qual è quella che al presente si chiama Derbent, che (come dicono) fu fabricata d'Alessandro Magno appresso il mar Ircano, tal che il fin del regno di Barca era verso la parte di levante che circonda la palude Meotide, cioè di Zabacche. Di sorte che 'l cammino di questi duoi gentiluomini è questo: che, partiti di Constantinopoli, navigano per il mar Maggiore alla Taurica Chersoneso, ch'è l'isola attaccata con la terra ferma, lunga 24 miglia e 15 larga, dov'è il porto di Soldadia, appresso Caffa; e dapoi per terra vanno a trovar quel signor de' Tartari detto Barca nella Cumania, dov'è la città d'Assara; e fatto il fatto d'arme fra detto Barca e Alaú, della qual sconfitta ne fa anco menzion il sopradetto Ayton Armeno, non possendo ritornar indietro per la detta causa, convengono andar per la Cumania tanto verso levante che circondassero il regno di Barca e venissero ad Ouchacha, ch'è città ne' confini della Cumania verso la Porta di Ferro, e ne fa menzion detto messer Marco in questo primo libro due volte: e questa via fanno i popoli cercassi volendo venir nella Persia. Passata questa Porta di Ferro, passano anco il fiume Tigris, che Aython Armeno chiama Phison, quando parla di Sodochi figliuol di Occotacan che conquistò la Persia minore, e che 'l suo successore si chiama Barach. Or questi duoi fratelli, passato il Tigris e un deserto, arrivano alla città di Bochara, della qual era signor il sopradetto Barach. Questa città di Bochara, secondo Ismael sultan, è in gradi 86 e mezo di longitudine e 39 e mezo di latitudine, ed è la patria dove nacque Avicenna, che fra gli medici, per la sua eccellente dottrina, vien chiamato il principe infino alli tempi nostri: e questo è quanto appartien alla intelligenzia della prima parte di questo proemio.
Da Bochara poi vengono condotti alla volta di greco e tramontana alla corte del gran Can, dal qual son poi mandati ambasciadori al papa; e ritornando in qua pervengono al porto della Ghiazza, nell'Armenia minore, che anticamente si chiamava Issicus Sinus, che risponde per mezo l'isola di Cipro. E indi per mar vennero nella città d'Acre, che si teneva allora per i cristiani, e latinamente è chiamata Acca e Ptolemais, dove si trovava legato della sede apostolica messer Tebaldo de' Visconti da Piacenza, qual (come narra il Platina nelle vite de' pontifici) in luogo di Clemente IIII fu fatto papa, e chiamossi Gregorio X, ove dice ch'al tempo di costui alcuni prencipi tartari, mossi da l'auttorità sua, si fecero cristiani. Questi due fratelli, come nel detto proemio si racconta, partiti d'Acre andarono a Venezia, dove tolto seco messer Marco, l'autor di questo libro, di nuovo ritornarono in Acre; e quivi presa la benedizione del papa nuovamente creato, qual era stato insino allora legato, e tolti in sua compagnia due frati predicatori per condurli al gran Cane, come furono in Armenia la trovarono perturbata per la guerra mossa da Benhocdare, soltan di Babilonia, del qual ne scrive anco l'auttor armeno.
Della navigazion poi che fecero nel suo ritorno verso l'India con la regina assegnata per moglie del re Argon, e da che porto della provincia del Cataio e di Mangi si partissero, non si può dire cosa alcuna, perchè non lo nominano. Ma ben al presente si sa che da' porti di dette provincie venendo verso levante, e poi voltando verso siroco e mezodí, si vien nell'India, come nelle tavole della Geografia dello illustre signor Giovan de Barros portughese si potrà copiosamente vedere. Quivi giunti, trovarono che 'l re Argon era morto, e che, per esser suo figliuolo Casan giovane, uno nominato Chiaccato governava il regno: Hayton Armeno il chiama Regaito. Par poi che andassero a trovar detto Casan nelle parti dell'Arbore Secco, ne' confini della Persia; il qual Casan, come si leggerà nel predetto Hayton Armeno, divenne grandissimo capitano di guerra. E l'Arbore Secco è nella provincia di Timochain, come nel vigesimo capitolo del primo libro da lui viene piú copiosamente descritto. Ritornati poi a Chiaccato per aver la sua espedizione, ebbero le quattro tavole d'oro, per virtú delle quali furono accompagnati sicuramente fino in Trabisonda: e questo perchè i Tartari dominavano e aveano tutt'i signori tributarii loro fino al mar Maggiore, ancor che fussero cristiani. Che volta veramente pigliassero partendosi dal Chiaccato a far il detto viaggio, non si può se non per conietture pensare che, partiti dal regno del detto re Argon, dove stava questo Chiaccato, che poteva esser uno di quelli regni che sono fra terra sopra il fiume Indo, se ne venissero per mare fino nel sino Persico all'isola di Ormus, e smontati sopra la provincia della Carmania, la quale nel libro si chiama Chermain, tenessero poi per quella banda il camino verso la Persia, conciosiacosachè si vede detto auttore far molto menzione dell'isola d'Ormus, delle città e terre di Chermain, fino nella Persia; la quale egli non poteva aver veduta nel viaggio che fece dal porto della Ghiazza alla corte del gran Cane, ma ben in questo suo ritorno. E della Persia vennero verso il mar Maggior a Trabesonda, e poi a Constantinopoli, Negroponte, e ultimamente a Venezia.
Dove giunti che furono, intravenne loro quel medesimo ch'avenne ad Ulisse che, dapoi venti anni tornato da Troia in Itaca sua patria, non fu riconosciuto da alcuno:cosí questi tre gentiluomini, dapoi tanti anni ch'eran stati lontani dalla patria, non furno riconosciuti da alcuno de' loro parenti, i quali fermamente riputavano che fussero già molti anni morti, perchè cosí anche la fama era venuta. Si trovavan questi gentiluomini, per la lunghezza e sconci del viaggio, e per le molte fatiche e travagli dell'animo, tutti tramutati nella effigie, che rappresentavano un non so che del tartaro nel volto e nel parlare, avendosi quasi dementicata la lingua veneziana. Li vestimenti loro erano tristi e fatti di panni grossi, al modo de' Tartari. Andarono alla casa loro, la qual era in questa città nella contrada di S. Giovan Crisostomo, come ancora oggidí si può vedere, ch'a quel tempo era un bellissimo e molto alto palaggio, e ora è detta la corte del Millioni, per la caggione che qui sotto si narrerà: e trovarono che in quella erano entrati alcuni suoi parenti, alli quali ebbero grandissima fatica di dar ad intendere che fussero quelli che erano, perchè, vedendoli cosí trasfigurati nella faccia e mal in ordine d'abiti, non poteano mai credere che fussero quei da Ca' Polo, ch'aveano tenuti tanti e tanti anni per morti.
Or questi tre gentiluomini (per quello ch'io essendo giovanetto n'ho udito molte fiate dire dal clarissimo messer Gasparo Malipiero, gentiluomo molto vecchio e senatore di singular bontà e integrità ch'avea la sua casa nel canale di S. Marina, e sul cantone ch'è alla bocca del rio di San Giovan Crisostomo, per mezo a punto della ditta corte del Millioni, che riferiva d'averlo inteso ancor lui da suo padre e avo, e d'alcuni altri vecchi uomini suoi vicini) s'imaginarono di far un tratto col qual, in un istesso tempo, ricuperassero e la conoscenza de' suoi e l'onor di tutta la città, che fu in questo modo: che, invitati molti suoi parenti ad un convito, il qual volsero che fosse preparato onoratissimo e con molta magnificenza nella detta sua casa, e venuto l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino, in veste lunghe fino in terra, come solevano standosi in casa usare in que' tempi; e data l'acqua alle mani, e fatti seder gli altri, spogliatesi le dette vesti se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in pezzi e divise fra li servitori. Dapoi, mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino e, posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori; e in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri. Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti, tutti gli invitati; ma, tolti via li mantili e fatti andar fuori della sala tutt'i servitori, messer Marco, come il piú giovane, levato dalla tavola andò in una delle camere, e portò fuori le tre veste di panno grosso consumate con le quali erano venuti a casa; e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioie preciosissime in gran quantità, cioè rubini, safiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, e in maniera ch'alcuno non si averia potuto imaginare che ivi fussero state: perchè, al partir dal gran Cane, tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi e altre gioie, sapendo certo che, s'altrimente avessero fatto, per sí lungo, difficile ed estremo cammino non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro. Or questa dimostrazione di cosí grande e infinito tesoro di gioie e pietre preciose, che furono poste sopra la tavola, riempié di nuovo gli astanti di cosí fatta maraviglia che restarono come stupidi e fuori di se stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi gentiluomini da Ca' Polo, di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia.
Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sí de' nobili come de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che si potessero imaginare: e messer Maffio, ch'era il piú vecchio, onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta auttorità. E tutta la gioventú ogni giorno andava continuamente a visitare e trattenere messer Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli dimandavano delle cose del Cataio e del Cane; il quale rispondeva con tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in uno certo modo obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva piú e piú volte della grandezza del gran Cane, dicendo l'entrate di quello esser da 10 in 15 millioni d'oro, e cosí di molt'altre ricchezze di quelli paesi, riferiva tutte a millioni, lo cognominarono messer Marco Millioni, che cosí ancora ne' libri publici di questa Republica, dove si fa menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a S. Giovan Crisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata del Millioni.
Non molti mesi dapoi che furono giunti a Venezia, sendo venuta nuova come Lampa Doria, capitano dell'armata de' Genovesi, era venuto con settanta galee fino all'isola di Curzola, e d'ordine del principe dell'illustrissima Signoria fatte che furono armate 90 galee con ogni prestezza nella città, fu fatto per il suo valore governatore d'una messer Marco Polo; il quale insieme con l'altre, essendo capitan generale il clarissimo messer Andrea Dandolo procuratore di S. Marco, cognominato il Calvo, molto forte e valoroso gentiluomo, andò a trovar l'armata genovese; con la qual combattendo il giorno di nostra Donna di settembre, ed essendo rotta (come è commune la sorte del combattere) la nostra armata, fu preso, perciò che, avendosi voluto mettere avanti con la sua galea nella prima banda ad investir l'armata nimica, e valorosamente e con grande animo combattendo per la patria e per la salute de' suoi, non seguitato dagli altri, rimase ferito e prigione col Dandolo. E incontinente posto in ferri, fu mandato a Genova, dove, inteso delle sue rare qualità e del maraviglioso viaggio ch'egli avea fatto, concorse tutta la città per vederlo e per parlargli, non avendolo in luogo di prigione, ma come carissimo amico e molto onorato gentiluomo. E gli facevano tanto onore e carezze, che non era mai ora del giorno che dai piú nobili gentiluomini di quella città non fusse visitato, e presentato d'ogni cosa nel vivere necessaria.
Or trovandosi in questo stato messer Marco, e vedendo il gran desiderio ch'ognun avea d'intendere le cose del paese del Cataio e del gran Cane, essendo astretto ogni giorno di tornar a riferire con molta fatica, fu consigliato che le dovesse mettere in scrittura: per il qual effetto, tenuto modo che fusse scritto qui a Venezia a suo padre, che dovesse mandargli le sue scritture e memoriali che avea portati seco, e quelli avuti, col mezzo d'un gentiluomo genovese molto suo amico, che si dilettava grandemente di saper le cose del mondo e ogni giorno andava a star seco in prigione per molte ore, scrisse per gratificarlo il presente libro in lingua latina, sí come accostumano li Genovesi in maggior parte fino oggi di scrivere le loro facende, non possendo con la penna esprimere la loro pronuncia naturale. Quindi avenne che 'l detto libro fu dato fuori la prima volta da messer Marco in latino, del quale fatte che furono poi molte copie, e tradotto nella lingua nostra volgare, tutta Italia in pochi mesi ne fu ripiena, tanto desiderata e aspettata da tutti era questa istoria.
La prigionia di messer Marco perturbò grandemente gli animi di messer Maffio e messer Nicolò suo padre, perciò che, avendo eglino fin nel tempo del lor viaggio deliberato di maritarlo tantosto che fussero giunti in Venezia, vedendosi ora in questo infelice stato, con tanto tesoro e senza eredi alcuni, e dubitando che la prigionia del predetto dovesse durar molti anni e, quello che poteva avvenir peggio ancora, che non vi lasciasse la vita (perchè da molti era loro affermato che gran numero de prigioni veneziani erano stati in Genova le decine d'anni avanti che avessero potuto uscire), e vedendo di non poterlo ricuperar di prigione con alcuna condizione di denari, come piú volte avevano per molte vie tentato, consigliatisi insieme, deliberarono che messer Nicolò, ancor che fusse molto vecchio, ma però di complessione gagliarda, di novo dovesse pigliar moglie: e cosí, maritatosi, in termine d'anni quattro ebbe tre figliuoli, nominati l'un Stefano, l'altro Maffio e l'altro Giovanni. Non passarono molti anni dapoi che 'l detto messer Marco, per mezzo della molta grazia che egli aveva acquistata appresso i primi gentiluomini e tutta la città di Genova, fu liberato e tratto di prigione; di dove ritornato a casa, ritrovò che suo padre aveva in quel spazio di tempo avuto tre figliuoli: né per questo si perturbò punto, anzi, come savio e prudente, consentí ancor egli di pigliar moglie, il che fatto, non ebbe alcun figliuolo maschio, ma due femine, una chiamata Moretta e l'altra Fantina. Essendo poi morto suo padre, come a buono e pietoso figliuolo convenia, fece fargli una molto onorata sepoltura per la condizione di quei tempi, che fu un cassone grande di pietra viva, qual fino al giorno presente si vede sotto il portico ch'è avanti la chiesa di S. Lorenzo di questa città, nell'entrare da parte destra, con una inscrizione tale che denota quella esser la sepoltura di messer Nicolò Polo, della contrata di S. Giovan Crisostomo. L'arma della sua famiglia è una sbarra in pendente con tre uccelli dentro, li colori della quale, per alcuni libri d'istorie antiche, dove si vedono colorite tutte l'armi de' gentiluomini di questa nobil città, sono il campo azurro, la sbarra d'argento e li tre uccelli negri, che sono quella sorte d'uccelli che qui volgarmente si chiamano pole, dette da' Latini "gracculi".
Quanto tempo veramente durasse la descendenzia di questa nobile e valorosa famiglia, ritrovo che messer Andrea Polo da S. Felice ebbe tre figliuoli, il primo de' quali fu messer Marco, il secondo Maffio, il terzo Nicolò: questi due ultimi furono quelli che andarono a Constantinopoli prima, e poi al Cataio, come s'è veduto. Ed essendo venuto a morte messer Marco il primo, la moglie di messer Nicolò, ch'era rimasa gravida a casa, come ella partorí, per rinovar la memoria del morto pose nome Marco al figliuolo che nacque, ch'è l'autore di questo libro. De' fratelli del quale, che nacquero dapoi il secondo matrimonio di suo padre, cioè Stefano, Giovanni e Maffio, non trovo che altri avessero figliuoli se non Maffio, ch'ebbe cinque figliuoli maschi e una femina, nominata Maria, la qual, mancati che furono gli fratelli senza figliuoli, ereditò del 1417 tutta la facoltà di suo padre e fratelli, essendo onoratamente maritata in messer Azzo Trivisano, della contrata di S. Stai di questa città; onde poi venne descendendo la felice e onorata stirpe del clarissimo messer Domenico Trivisano, procurator di S. Marco e valoroso capitano generale di mare di questa Republica, la cui virtú e singolar bontà è rappresentata e accresciuta nella persona del serenissimo principe il signor Marcantonio Trivisano suo figliuolo. Questo è il corso di questa nobile famiglia da Ca' Polo, qual durò infino all'anno di nostra salute 1417; nel qual tempo, morto Marco Polo, ultimo delli cinque figliuoli di Maffio che abbiamo detto di sopra, senza alcun figliuolo, come porta la condizione e rivolgimento delle cose umane, in tutto mancò.
E avendo trovato due proemii avanti questo libro, che furono già composti in lingua latina, l'uno per quel gentiluomo di Genova molto amico del predetto messer Marco, e che l'aiutò a scrivere e comporre latinamente il viaggio mentre era in prigione, e l'altro per un frate Francesco Pipino bolognese, dell'ordine de' predicatori, che, non essendoli pervenuto alle mani alcuna copia dell'esemplar latino, né leggendosi allora questo viaggio altro che tradotto in volgare, lo ritornò di volgare in latino del 1320, non ho voluto lasciare di non rimettergli tutti due, per maggior satisfazione e contentezza de' lettori, acciò che uniti servino piú abbondantemente in vece di prefazione del detto libro. Il quale, insieme con questi altri eccellenti scrittori della parte verso levante e greco tramontana fino sotto il nostro polo, che abbiamo con non poca fatica cosí interi e fedeli in questo secondo volume fin ora raccolti, anderà sotto l'onorato nome di Vostra Eccellenza, in quella maniera che già gli abbiamo dedicato il primo delle cose dell'Africa e del paese del Prete Ianni, con li molti viaggi dalla città di Lisbona e dal mar Rosso a Calicut e insino alle Molucche, dove nascono le specierie; e come poi le sarà parimente dedicato anco il terzo, dove si conterano le navigazioni al Mondo Nuovo agli antichi incognito, fatte dal Colombo con molti acquisti, accresciuti poi dal Cortese, dal Pizzarro e da altri capitani, e della cognizione della Nuova Francia, nelle dette Indie posta dalla parte di verso maestro tramontana. Il che ho determinato di fare acciò che dalla grandezza e splendore del nome suo glorioso riceva questo volume, insieme con gli altri due, quella autorità e riputazione che non gli può dare la bassezza del mio debol ingegno. Vostra Eccellenza adunque lo riceverà con quella sincerità ch'io anche gliel'offero, e difendendolo quanto sarà in lei, insieme con l'altro fin ora dato in luce, dalle calunnie de' maldicenti, farà che, sí come io con molta fiducia e sicurtà l'ho dato in protezione al nome suo onorato, cosí anche egli sia già fatto sicuro col favor di Vostra Eccellenza, senza sospetto alcuno insieme col primo liberamente alle mani degli uomini pervenga. Di Venezia, a' sette di luglio MDLIII.


Esposizione di messer Gio. Battista Ramusio sopra queste parole di messer Marco Polo: "Nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli,
dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni del nostro signore 1250".


Cominciando messer Marco Polo il suo viaggio dalle sopra dette parole, m'è sparso nel principio di questo libro cosa sommamente necessaria e da non essere in modo alcuno pretermessa, ancor che molti istorici n'abbino fatto diversamente menzione, l'esporre quanto piú brevemente si potrà, a piú compiuta satisfazione de' lettori, la cagione perchè in Constantinopoli in que' tempi stesse un podestà per nome del doge di Venezia, massimamente che appartiene la cognizione di cosí illustre e gloriosa memoria alla grandezza ed eccellenzia di questa veramente divina Republica, dalle cui antiche scritture e memorie, in antichissimi libri e a que' tempi notate, di questa impresa di Constantinopoli, n'ho io sommariamente tratte quelle particolar cose che qui sotto, sí come io stimo, con molto contento de' benigni lettori saranno descritte.
È adunque da sapere che l'anno di nostra salute 1202 vennero in questa città di Venezia que' gran principi francesi e fiamenghi, veramente cristianissimi, Baldovino conte di Fiandra e di Henaut, Enrico suo fratello, Luigi conte di Bles e di Chartres, e il conte Ugo di San Polo, con gran numero di baroni e signori e vescovi e abbati, che aveano gli anni avanti preso il segno della croce. E condussero seco numeroso esercito, il quale fu ordinato, per non dare incommodo alla città, che pigliasse gli alloggiamenti a San Nicolò sopra il lito del mare, ove erano mandate dalla città le vettovaglie di giorno in giorno per il lor bisogno (ed erane lor capitano generale il marchese Bonifacio di Monferrato terzo di questo nome), con proponimento d'andare a soccorrere ai cristiani nella Terra Santa; ove poco avanti per il Saladino soldano di Egitto era stato tolto a Guidone di Lusignano il regno di Ierusalem e di tutta la Soria, il quale essi, dopo quella famosa recuperazione di Gottofreddo Boglione e di tanti baroni, che fu d'intorno l'anno di nostra salute 1099, aveano posseduto ottantaotto anni continui. E montarono l'ottavo giorno d'ottobre, l'istesso anno 1202, al porto di San Nicolò de Lio sull'armata, la quale l'anno avanti, secondo l'ordine e convenzioni fatte con gli ambasciatori che essi avevano mandati a Venezia, era loro stata apparecchiata da messer Rigo Dandolo, allora serenissimo principe di questa Republica; il quale a cosí santa e cristiana impresa com'era quella della ricuperazione di Terra Santa volse andare in persona, come a buon e religioso principe conveniva, ancor che fosse molto vecchio e cieco; ma prima, con tutto il popolo che in quella impresa l'avea da seguitare, tolse l'insegna della croce nella chiesa di San Marco, avanti l'altare grande, con gran solennità e con bellissime ceremonie, lasciando d'ordine della Republica Reniero suo figliuolo al governo della città. Avendo la Republica in quel tempo perduta la città di Zara in Schiavonia, fu fatta convenzione con li baroni che s'andasse prima a ricuperarla; la quale, dopo lungo assedio dell'esercito e dell'armata, fu presa il mese di novembre e tolta dalle mani di Bela, re d'Ungheria, il quale se n'era per avanti impatronito. Sopragiunse poi il verno con gran freddo, che non li lasciò partire per andare al destinato viaggio di Soria e allo acquisto di Ierusalemme.
E in questo mezo vennero a Zara ambasciadori mandati da Filippo svevo, re della Magna, a' baroni, dicendo che, se volevano aver pietà d'Alessio, suo cognato e figliuolo d'Isaac Angelo imperatore di Constantinopoli, che s'era poco innanzi fuggito a lui dalle crudelissime mani di suo zio Alessio il tiranno (il quale, avendo cavati gli occhi ad Isaac suo fratello e padre di costui, s'era fatto signore e s'avea con gran tradimento usurpato quello imperio di Constantinopoli), fariano loro gran partiti, sí come aveano ampia facultà dal loro signore e da lui. Ottennero finalmente gli ambasciadori, per i molti preghi fatti a' baroni e al doge e per la pietà ch'ebbero del giovane, che, tantosto che si potesse navigare, sarebbe per loro rimesso il giovanetto in stato con suo padre: e fu allora molto solennemente promesso per gli ambasciadori e giurato che, se col padre lo rimettevano nell'imperio, egli, oltra che di subito rimetterebbe tutto 'l stato alla obedienzia della Chiesa romana, dalla quale era partito già molto tempo, darebbe ancora dugentomila marche d'argento alli baroni, con vettovaglia per tutto l'esercito, e diecimila fanti a sue spese per questo santo servigio per uno anno continuo; e di piú s'obligava a tener tutto il tempo della vita sua cinquecento cavallieri nella Terra Santa a sue spese.
Conchiuso questo partito, e solennemente dall'una e l'altra parte giurato, gli ambasciadori si partirono, ritornando a Filippo nella Magna, e facendo sapere il tempo al quale era stato a punto determinato dalli baroni e dal doge che 'l giovanetto dovesse venir a ritrovarli a Zara per partirsi, che fu alquanti giorni dopo Pasqua. Il quale giunto che fu, montati sull'armata e imbarcate le genti, andarono al diritto verso Constantinopoli, dove in pochi giorni giunti, e smontati alla riva di Calcedonia, che è dall'altra parte del stretto all'incontro di Constantinopoli, ov'era allora un bellissimo palazzo dell'imperatore greco, e tratti e' cavalli fuori degli uscieri (che ora si chiamano palanderie), ordinarono i baroni le lor battaglie in quel modo e forma a punto come doveano dipoi andare all'assalto della città. E fatta sopra il lito una picciola scaramuccia col megaduca del tiranno Alessio, e quello rotto e sconfitto, avendo anco mostrato dalla prora della galea del doge Dandolo il giovanetto Alessio alli Greci della città, che in gran numero erano adunati sopra le mura e sopra tutte le torri di Constantinopoli, per vedere se a lui s'avessero voluto arrendere, si rimbarcorono: e, passato lo stretto, smontarono nella terra di Constantinopoli, ove Alessio il tiranno era venuto sopra la riva, con gran numero di Greci a piedi e a cavallo, per vietarli il smontare. Spaventatosi l'imperatore da cosí grande ardire di nemici e avilitosi, subito si ritirò, e fu presa da' Francesi la torre di Pera, nella quale era tirata da Constantinopoli una molto forte catena che chiudeva il porto.
Posto l'assedio per loro dalla parte di terra, e per Veneziani dalla parte di mare con le loro navi e galee, ordinato l'assalto, incominciarono quelli del doge, poste in ordinanza le galee nel golfo di Pera, a drizzare nell'armata mangani e periere e dare la battaglia (perchè non era ancor trovata la maravigliosa machina dell'artegliaria, ch'oggidí si costuma nelle guerre): e batterono le mura della città molto gagliardamente, le quali, dopo non lungo combattere e di non molti giorni, furono prese quasi per beneficio divino, per ciò che, essendo stata veduta da' Greci la bandiera di San Marco sopra una delle torri della città, che da niun mai si seppe come vi fusse stata posta, in tal maniera si smarrirono che incontanente abbandonarono piú di vinticinque torri da quella parte e si fuggirono. Le quali subito prese dal doge, e postoli dentro la guardia de' Veneziani, fu mandata senza indugio la novella alli baroni ch'erano nella parte di terra; i quali, inteso questo, raddopiarono l'assalto, e in molte parti assalirono le mura con le scale: e cosí in breve spazio di tempo fu presa una parte della città, e messo il fuoco in molte case de' nemici. Allora Alessio il tiranno, visto non potere resistere alle forze de' nemici, con nuovo consiglio uscí fuori della città per tre porte, con tutto il suo sforzo, per assaltarli alla campagna. I baroni, vista sí gran moltitudine venirli incontro, avendo raccolto e ordinato il loro esercito, talmente che non potevano esser offesi se non davanti, si messeno in battaglia per aspettare l'affronto animosamente. Pareva che veramente tutta la campagna fusse coperta di battaglie de' nemici, le quali in ordinanza con saldo passo andavano alla volta de' baroni: ed era cosa maravigliosa a vedere che li baroni, che non avevono piú che sei battaglie, aspettassino l'assalto di cosí grande esercito; e già tanto s'era fatto innanzi il tiranno con le sue genti, che facilmente da lontano si potevano ferire.
Quando questo udí il doge di Venezia, fece incontinente imbarcare le sue genti e abbandonare quelle torri che egli aveva di già acquistate, dicendo che voleva andare a vivere e morire co' pellegrini: e cosí, dismontato in terra con tutte le sue genti, si uní con l'esercito. Stettero continuamente le battaglie de' pellegrini con tanto ordine e ardire a fronte de' nemici, che i Greci mai non ebbono animo d'assaltargli. Quando il tiranno vidde questo, perduto d'animo, incominciò incontinente a far ritirare le sue genti e ritornò nella città, ove tolta quella parte di gioie e di tesoro che seco poté portare, abbandonata la moglie e gli amici e di tutti scordatosi, solamente alla propria salute intento, la notte seguente fuggí e lasciò miserabilmente la città e l'imperio, avendo otto anni, tre mesi e dieci dí (come vogliono alcuni) tiranneggiato. E in quella ora a punto della fuga del tiranno, fu tratto di prigione l'imperatore cieco Isaac, e rimesso dal popolo nell'imperio, regalmente vestito, e portato da' suoi con molto onore e magnificenza nel palazzo di Blacherna. E benchè allora l'oscurità della notte a cosí gran facende apportasse grande impedimento, fu nondimeno, per il desiderio grande ch'egli avea d'abbracciare il figliuolo Alessio, mandatolo a chiamare nell'esercito, ordinando che fusse con gli altri baroni condotto con molto onore nella città. I quali, non consentendo a ciò se prima da esso imperatore Isaac il giorno seguente non fusse con solennità confermato quanto a Zara, per il figliuolo e per gli ambasciatori di Filippo suo genero, a suo nome era stato promesso, mandarono, fatto che fu il giorno chiaro, due Veneziani e due Francesi per nome del doge e delli baroni all'imperator, a farsi confermare le convenzioni fatte col figliuolo: le quali confermate che furono da lui con giuramento e con lettere imperiali, e suggellate con bolla d'oro, sí come egli usava, montarono a cavallo i baroni e accompagnarono il giovanetto nella città davanti il padre, dal quale fu ricevuto con grandissima allegrezza. E alquanti mesi dapoi fu ancora, con molta festa e grande onore, secondo il costume loro, nel primo giorno d'agosto coronato imperatore dal patriarca nella chiesa di Santa Sofia.
Fatta che fu questa bella e pietosa operazione per li baroni e il doge, e rimesso il padre col figliuolo in stato, volendo eglino ormai partirsi per andare a loro destinato viaggio di Soria, perciochè la lega loro fatta in Zara non durava se non sino a san Michele del mese di settembre, fecero dire ad Isaac il vecchio e Alessio il giovanetto imperatore che, approssimandosi il tempo della lor partita, volessero pagar loro le convenzioni e quanto erano rimasi d'accordo a Zara, acciochè passando il tempo non perdessero cosí bella occasione di fare la disegnata impresa. Alessio, con molte benigne parole e prieghi usati per coprire le sue astuzie e inganni, tanto seppe fare che, prolungata la lor partita da san Michele infino al mese di marzo, e giurata di nuovo la lega infino a san Michele de l'anno seguente, promesse di pagare fra quel termine interamente tutto quel debito ch'egli avea contratto con loro. Restarono per preghi d'Alessio li baroni, accettando la scusa con ferma speranza che, sí come l'avevano essi benissimo servito nel rimetterlo col padre in stato, egli parimente osservasse loro la fede promessa.
Non passò molto tempo che Alessio, o fusse per il mal consiglio de' suoi o per altra cagione, si mostrò apertamente molto perfido e disleale al doge e alli baroni, che gli erano stati tanto amorevoli e cortesi dell'aiuto loro, e avevangli fatto cosí grande e relevato beneficio; e venne a tale che un giorno ardí ancora negare quanto prima avea loro promesso, ben che di ciò chiara fede apparisse per lettere imperiali di suo padre, sugellate con la bolla d'oro, ch'erano appresso al doge di Venezia. Di modo che, dopo l'averlo fatto piú e piú volte dimandare che le convenzioni fussero loro osservate, li baroni furono astretti per onor loro finalmente, vedendosi in tal maniera beffati, a sfidarlo, con molta vergogna di lui e disonore dell'imperio, e stringerlo al pagamento con molte minaccie, rompendogli guerra: la qual si cominciò di nuovo molto forte e gagliarda, per la poca fede del giovanetto imperatore.
E mentre che Constantinopoli un'altra volta era da Francesi e da Veneziani assediato e dalla parte di terra e dalla parte di mare, Alessio fu tradito da un altro chiamato Alessio il Duca, molto suo familiare e benemerito, che, per aver congiunte le ciglia, volgarmente era in un certo modo e quasi per ischerno chiamato Marculfo: e una notte, su la piú bell'ora del dormire, fu posto in una oscura prigione, e pochi giorni dipoi, il sesto mese del suo imperio, occultamente strangolato, non avendo in lui operato il tossico che prima gli avea tre volte fatto dar a bere nella prigione. Morto Alessio, e fattolo imperialmente sepelire come s'egli fusse naturalmente morto, prese Marculfo con l'aiuto de' suoi seguaci l'imperio e la signoria della città, facendosi tiranno, con molto dolore de' Greci e passione del vecchio Isaac, il quale, udito il miserabil caso del figliolo, morí incontinente di cordoglio. I baroni e il doge, inteso il grande tradimento e continuando gli assalti, batteano con diverse machine le mura e le torri senza fine, giorno e notte; e radoppiata la guerra, facendosi fra l'una e l'altra parte molto grosse scaramuccie, fu in una di quelle valorosamente acquistato da' baroni e da' Veneziani lo stendardo imperiale del tiranno, ma con molto maggior allegrezza un quadro ov'era dipinta l'imagine della nostra Donna, il quale usavano continuamente gl'imperatori greci portare seco nelle loro imprese, avendo in quello riposta ogni lor speranza della salute e conservazione dell'imperio. Questa imagine pervenne nei Veneziani, e sopra tutte l'altre gran ricchezze e gioie che gli toccarono fu tenuta carissima, e oggidí è con grande riverenzia e devozione servata qui nella chiesa di San Marco, ed è quella la quale si porta a processione al tempo della guerra e della peste, e per impetrare la pioggia e il sereno.
Finalmente due galee de' Veneziani portate dal vento sotto le mura, e posta una scala dalla gabbia de' loro arbori, un Veneziano e un Francese entrarono ad una torre, e valorosamente posta la bandiera di San Marco, levato il grido nell'armata, e in quell'istesso tempo per Francesi dalla parte di terra con molta forza rotta e presa una porta della città, fu preso Constantinopoli la seconda volta e sconfitto il tiranno Marculfo: il quale incontinente, fuggendo per la porta Oria dalla parte di ponente, abbandonò la città, essendo stato nella sedia imperiale non piú che due mesi e giorni. Entrati li baroni e alloggiati nella città, dopo il sacco che fu molto grande e ricco, il quale, in esecuzioni dei patti conchiusi d'accordo ne' padiglioni avanti il dare l'assalto alla città, fu portato in tre gran chiese e quivi diviso fra li baroni e Veneziani egualmente, furno eletti dodici uomini che dovessero creare l'imperatore, sei veneziani dalla parte del doge e sei dalla parte de' baroni, che furono quattro vescovi francesi e due baroni lombardi. I quali, ridotti a far questa elezione in una ricca capella, che era nel palazzo ove alloggiava il doge di Venezia, crearono imperatore dopo lungo contrasto di molte ore Baldovino, il conte di Fiandra e di Hennault, nella maniera che s'erano, per l'instrumento fatto avanti il dare l'assalto alla città, convenuti: che fu tale, che colui il quale avesse piú voti nelli dodici s'intendesse essere imperatore, e caso che duoi avessero tanto e tanti per ciascuno, si dovesse allora trare la sorte, e a chi ella toccasse fusse imperatore; il quale dovesse signoreggiare una delle quattro parti del predetto imperio di Constantinopoli, e avere per l'abitazione sua i palazzi di Boccalione e di Blacherna nella città, ch'erano anticamente stata abitazione degl'imperatori greci; l'altre tre parti dell'imperio fussero per uguale porzione divise fra i Veniziani e li baroni francesi, ch'altramente si faceano chiamare pellegrini; con patto espresso che, dalla parte di coloro onde non fusse stato creato l'imperatore, li chierici avessero libertà di eleggere il patriarca e ordinare la chiesa di S. Sofia e instituire li canonici, con reggere tutto 'l stato ecclesiastico: il quale patriarca di Constantinopoli, e di riverenzia e di ricchezza, non era allora tra' Greci punto inferiore al nostro papa di Roma.
I Veneziani, creato ch'ebbero Baldovino imperatore, ch'era della parte francese, e dato che fo titolo al doge di Venezia di despote (titolo allora di grand'onore), elessero Tommaso Moresini per patriarca di Constantinopoli, e fu diviso incontinente l'imperio in quattro parti, cosí come prima s'erano convenuti: delle quali avuta che n'ebbe una l'imperatore Baldovino, l'altre tre furono divise fra gli altri baroni e il doge di Venezia per uguale porzione; onde poi il doge di Venezia e suoi successori per molti anni continoi ebbero il titolo di dominatori della quarta e meza parte di tutto l'imperio della Romania. Bonifacio il marchese di Monferrato, che non avea potuto conseguire l'imperio, benchè con ogni studio vi avesse atteso, e fatto gran fortuna a Baldovino, si fece suo uomo ligio, e da lui in contracambio e per segno d'amore fu creato re di Salonichi: e fra il tempo della incoronazione dell'imperatore (che fu l'anno 1204, il mese di maggio) sposò l'imperatrice Maria, sorella di Bela re d'Ungaria, che per avanti era stata moglie del morto imperator Isaac vecchio, e andò con le sue genti verso il regno di Salonichi. I Veneziani andarono al possesso e acquisto del loro imperio, che fu molte città della Tracia e molte isole dell'Arcipelago, con buona parte della Morea, facendo un editto, che cadauno Veneziano che armasse navilii a sue spese potesse andare a recuperare, delle dette isole, quelle che volesse, eccetto Candia e Corfú; dove che Rabano dalle Carcere veronese, uomo letterato in que' tempi, che era venuto per consigliero del principe Dandolo, andò con licenzia del doge a pigliar l'isola di Negroponte, la qual alquanti anni dapoi, conoscendosi non avere forze bastanti a mantenerla, volontariamente cesse al doge di Venezia: dove fu poi mandato continuamente per governo dell'isola un gentiluomo di Venezia per bailo, fino che ella fu sotto l'imperio di questi signori.
Morto il principe Dandolo nell'assedio della città d'Andrinopoli, ch'era delle toccate in sorte nella divisione dell'imperio, ma da' Greci che vi erano fuggiti e quivi raccolti dopo le lor miserie tenuta per nome di Ioanniza, re di Valachia e Bulgaria, e portato che fu a sepelire con onorate esequie in Constantinopoli nella chiesa di Santa Sofia, i Veneziani che si trovavano in Constantinopoli, avendo veduto, avanti la morte del doge, il grave caso della presa dell'imperatore Baldovino, che occorse come piú a basso si leggerà, e vedendosi privi e dell'imperatore e del doge, né avendo allora in Constantinopoli alcuno de' suoi che fusse loro capo e governo in cosí aspra e difficil impresa, essendosi tutti insieme ridotti un giorno, solennemente crearono, l'anno che allora correva 1205, loro podestà messer Marin Zeno (il qual si ritrovava in Constantinopoli), con ordine e deliberazione tale, che nell'avenire qualunche podestà o rettore che 'l doge di Venezia di tempo in tempo mandasse col suo consiglio, over ordinasse podestà in Constantinopoli, si dovesse accettare per podestà e vero rettore e amministratore di quella parte della città e dell'imperio ch'era nella divisione toccata in sorte a' Veneziani; il qual podestà s'intendesse aver anco il titolo di dominatore della quarta e meza parte dell'imperio di Romania, e portasse la calza di seta cremisina (insegna imperiale), come parimente portava l'imperator francese, e avea fin allora portata il Dandolo. Questo, con li suoi giudici, consiglieri e camarlenghi, e altri infiniti officiali e magistrati ch'appresso di lui onoratissimamente stavano, nel principio del suo reggimento confermò li feudi dell'imperio a quelli che dal doge Dandolo n'erano stati investiti, con ordine che non potessero da loro essere alienati in altri ch'in Veneziani, e fece molt'altre provisioni a publico beneficio della nazione e del stato. E dopo lui, mentre durarono gl'imperatori francesi in Constantinopoli, successero continuamente per diritto ordine altri podestà, mandati dalla Signoria di Venezia al governo di quella parte dell'imperio, ch'era de' Greci chiamata despotato, sí come n'avea avuto il titolo per avanti il doge Dandolo.
Dopo la morte di Baldovino imperatore, ch'in un conflitto era stato fatto prigione dai soldati di Ioanniza, re di Bulgaria e Valachia, e poi morto, fu per li baroni ch'erano in Constantinopoli eletto per suo successore Enrico suo fratello, che fino a quel giorno, con titolo di bailo dell'imperio, avea con molto valore e giudicio governato l'esercito. Egli, tolta la corona dell'imperio l'anno 1206, il vigesimo giorno d'agosto, in Constantinopoli nella chiesa di S. Sofia, solennemente datagli da Tomaso Moresini patriarca, qual era tornato allora da Roma, ove avea impetrata da papa Innocenzio terzo la confermazione del suo patriarcato, e di piú era stato eletto arcivescovo di Thebe, confermò a messer Marin Zeno, con molto onore e amorevolissime parole, in presenzia di Benedetto, cardinale di S. Susanna e legato del papa nella Romania, la quarta e meza parte dell'imperio che gli era toccata in sorte, promettendogli aiuto e favore per acquistare l'altre sue città tenute da' Greci e per conservarle. Questo imperatore Enrico dipoi prese per moglie Agnese, figliuola del marchese Bonifacio di Monferrato, che era stato creato re di Salonichi, la quale fu anco lei il mese febraro coronata imperatrice, e fece ch'il marchese suo socero divenne suo uomo ligio: il qual, abboccatosi con l'imperator Enrico suo genero presso al fiume che corre sotto la città di Cipsella, e ottenuta la confermazione da lui del regno di Salonichi, nel ritorno suo al regno fu assalito da una grande correria di Valachi e Cumani, e, nel combattere gravemente ferito, nel 1207 morí.
L'imperator Enrico, dopo molta e lunga guerra, fatta ora con Teodoro Lascari, che con l'aiuto de' Greci tiranneggiava molte città dell'imperio nell'Asia, ora con Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, il qual con grossissimo esercito de Bulgari e di Valachi gli veniva adosso, e tanto vicino che correva spesse volte sino sopra le porte di Constantinopoli, facendo grandissimi danni e menando via uomini e bestie in gran copia in Valachia, avendo dieci anni retto l'imperio, morí senza figliuoli in Salonichi, l'anno 1216 il mese di giugno, e lasciò Violante, sua sorella, erede dell'imperio. Questa, che si trovava in Francia maritata in Pietro di Cortenay, conte d'Auxerre, onorato cavalliero, udita la morte dell'imperatore Enrico suo fratello, venne col marito a Roma; dove da papa Onorio III ambidue coronati imperatori nella chiesa di San Giovanni Laterano, nel 1217 il mese d'aprile, con molto solenne trionfo, incontinente elessero duoi delli suoi baroni e mandarongli a Constantinopoli, acciochè solennemente giurassero in nome loro a messer Rogiero Permarino e Marin Storlato e Marin Zeno (che si trovavano in Constantinopoli legati per el doge Ziani, ch'era allora principe di Venezia) che per tutto il tempo dell'imperio loro gli saria osservata buona e real compagnia, e mantenute tutte le convenzioni e patti, ordinazioni e onorificenzie ch'aveano li Veneziani insino a quel giorno avute nella Romania, cosí con scritti come senza scritti, fatte per il già conte Baldovino di Fiandra imperatore, e dipoi per Enrico suo fratello e successore, con tutti li rettori e podestà di Constantinopoli stati nel despotato sino a quel tempo, per nome della signoria e del doge di Venezia.
Partitosi dipoi da Roma, l'imperatore, con la moglie imperatrice, venne a Brandicio, dove montato sopra le galee de' Veneziani insieme col cardinale Colonna, datogli legato dal papa, andò all'assedio di Durazzo, ch'essendo sino alla divisione prima dell'imperio toccato in sorte a' Veneziani e poi perso, desiderava per tante cortesie che le facevano in grazia loro prenderlo e consegnarglielo; ma non gli successe, però che un grand'uomo greco, detto Teodoro Conneno duca di Albania, vassallo di Teodoro Lascari, violentemente se n'era insignorito. Costui, mostrando con astuzia greca di volersi riconciliare con Pietro imperatore, l'alloggiò nella città, facendo finta di dargliela e volerlo di piú, per onorificenzia, accompagnare fino a Constantinopoli nell'imperio, dov'egli andava col legato per terra, avendo mandata l'imperatrice per mare sopra le galere de' Veneziani: e un giorno desinando a tavola l'ammazzò, facendo prigione il cardinale Colonna. Questa nuova cosí all'improviso e non aspettata, essendo intesa a Constantinopoli, turbò grandemente gli animi di tutti. Ma ritrovandosi allora messer Iacomo Tiepolo, podestà de' Veneziani, nella città e nell'imperio, con la sua prudenzia e buon consiglio operò sí che in poche ore acquietò tutto il tumulto nato per la morte dell'imperatore. E vedendo che le cose de' Francesi andavano ogni giorno declinando, e che di Francia non era mandato quel soccorso e aiuto che ragionevolmente si dovea aspettare, giudicò che, per star in pace e assicurare le cose della città, buona cosa era far tregua per alquanti anni col soldano e col Lascari e con gli altri signori vicini, che d'ogni parte facevano guerra con l'imperatore. Il che fatto col consiglio delli suoi giudici e consiglieri, e di Conone di Betuna, baron francese, ch'in luogo dell'imperatore morto essendo creato bailo governava la città nell'interregno, Roberto fra questo mezo, il figliuolo di Pietro imperatore, venuto di Francia a Constantinopoli, morta la madre che (come vogliono alcuni) governò l'imperio certo tempo, fu l'anno 1220 coronato imperatore in luogo di Pietro suo padre, avendogli volontariamente Filippo suo fratello, al quale per essere il primogenito s'apparteneva l'imperio, cessa la corona.
Questo, vedendo li buoni portamenti che facevano, e amorevoli consigli nel governo dell'imperio che raccordavano continuamente li podestà ch'erano mandati dalla signoria di Venezia, continuò a fare grandissime carezze e onori a messer Iacomo Tiepolo, che in quel tempo che egli venne ritrovò esser podestà; e ordinò ch'ogni facenda, di qualunche sorte ella si fosse, si consigliasse e trattasse prima con lui che con i consiglieri dell'imperio; e in ogni deliberazione che si faceva, seguendo il costume degli altri imperatori suoi precessori, voleva sempre il consiglio del podestà di Venezia, e negli scritti suoi nominava, come aveano fatto suo padre e zii, qualunche volta gli occorreva farne menzione, il doge di Venezia suo carissimo amico e collega dell'imperio. E ho letto io la copia del privilegio del prefato Roberto imperatore, che fece a' Veneziani in Selimbria il ventesimo giorno di febraro, l'anno quarto del suo imperio, che fu del 1224, all'istesso tempo di messer Iacomo Tiepolo, podestà di Constantinopoli; nel qual egli conferma, cosí ricercato per lettere da messer Pietro Ziani, doge di Venezia, tutte quelle altre parti che li suoi podestà aveano nuovamente acquistate dell'imperio della Romania oltra le prime, e vuole ch'egli e li successori suoi abbino le medesime giurisdizioni e auttorità nelle predette parti di nuovo acquistate dell'imperio, "sí come noi abbiamo nelle cinque", per dire le sue proprie e formali parole, perciò che già le parti de' primi baroni che l'acquistarono erano per la morte loro in gran parte pervenute nell'imperatore. E queste carezze e favori non già senza causa il predetto imperatore faceva a' Veneziani, perciò che, sapendo che le forze sue erano molto indebolite nella Grecia e ch'altrove non poteva avere né piú presto né maggior aiuto che da essi, sopra le spalle de' quali allora gran parte di tutto quell'imperio si riposava, gli avea in molto onore e riverenzia.
Messer Iacomo Tiepolo podestà fece in questo tempo tregua per cinque anni con Teodoro Lascari, il quale per conto di sua moglie, figliuola d'Alessio il fratricida, era stato da' Greci coronato imperatore poco dapoi la presa di Constantinopoli, e avea continuamente signoreggiata quella parte dell'Asia all'incontro di Constantinopoli che ora si chiama la Natolia. E convenne con lui con solenne giuramento molte cose, che dapoi apportarono grande utile e onore insieme alla nazione veneziana e al despotato della Romania; ma fra l'altre che i Veneziani e mercanti di Venezia sicuramente e senz'alcuno impedimento o danno potessero fare le loro mercanzie e negociare nelle terre del Lascari, essendo sempre liberi cosí per mare come per terra, e con patto di poter anco fare qualunche sorte di mercanzie loro piacesse nella sudetta terra senza pagare alcuna gravezza o il comerchio, ch'era una sorte di gabella che allora e oggi ancora si costuma pagare in Constantinopoli e in Soria, e in ogn'altro luogo soggetto all'imperio del Turco, da tutti egualmente e da' Turchi istessi (la quale gabella però del comerchio era pagata da quelli del Lascari, cosí in Constantinopoli come in qualunche altro luogo de' Veneziani nella Romania); e s'alcuna nave veneziana o de' loro sudditi pericolasse nelle terre a lui soggette, la robba fusse resa loro interamente. Appresso, che se alcuno Veneziano o mercante suddito, morendo nel stato suo, avesse fatto testamento, tutto l'aver suo fusse realmente reso agli eredi; e caso che ei fosse morto senza testamento, né avesse avuto appresso di sé alcuno de' suoi al tempo della sua morte, la robba sua dovesse esser conservata salva appresso il signor della città nella quale egli fusse morto, infin che apparisse colui a chi ragionevolmente aspettasse; con solenne giuramento e particolar promessa che né il Lascari nel suo imperio, né il doge di Venezia nel suo despotato nella Romania, avessero facultà di far battere ad un istesso modo iperperi né manulati (il manulato era una sorte di moneta di molta riputazione appresso i Greci, chiamata da questo nome per conto di Manoel imperator di Constantinopoli, che ne fu l'autore), né alcun'altra sorte di moneta che si assomigliasse l'una a l'altra, ma ciascuno diversamente battesse la sua; né potesse il Lascari a modo alcuno mandare sue navi o altri legni alla città di Constantinopoli né fare soldati sopra il despotato de' Veneziani durante la tregua, senza licenzia del doge di Venezia. Questo è quello messer Iacomo Tiepolo che per il suo valore ascese poi al principato de questa Republica, e fece raccore e ordinare tutti li statuti di Venezia riducendoli in un volume, ne' quali si vede ancora dichiarato l'ordine che in quel tempo che signoreggiavano Constantinopoli s'osservava in questa città circa li testamenti de' Veneziani che qui erano portati da Constantinopoli, fatti per modo di breviario: che non se gli avesse a prestar fede se non erano sottoscritti dal podestà de' Veneziani o suo sustituto, o almeno da uno de' conseglieri mandati di qui dalla Signoria.
Teodoro Lascari, dapoi fatta tregua col Tiepolo, desiderando fare anche parentado coll'imperator Roberto per fermar meglio le cose sue, tentò di dargli per moglie Eudocia sua figliuola; ma essendogli vietato per il suo patriarca, che non volse acconsentirvi, come che il far parentado con Latini fusse quasi contro gl'instituti loro, non gli riuscí il pensiero. Onde egli, volendo pur fornire questo suo desiderio, e tentate molte altre strade senza effetto, alla fine pieno di sdegno si morí, lasciando l'imperio a Giovanni Vatazo suo genero, ch'altrimente era chiamato il duca, marito di Irene sua figliuola, per non esser il figliuolo che gli era nato nel secondo matrimonio della moglie armena ancora in età matura e atto al governo, né vivendo allora alcuno di que' due figliuoli ch'ebbe della prima moglie Anna, figliuola del tiranno Alessio di Constantinopoli. Era Teodoro di età vicino a cinquanta anni quando morí, avendo regnato intorno a diciotto anni, e (per quello ch'io ho letto in una istoria greca di que' tempi non ancora publicata) di picciola statura, di color bruno, con la barba lunga divisa in due parti nella summità, quasi guercio d'un occhio, molto animoso e pronto nel combattere, ma uomo che dall'ira e dalla lussuria difficilmente si potea astenere; nel resto liberalissimo signore, e tanto magnifico che volea spesse volte quelli a' quali pur una volta alcuna cosa donava incontinente far ricchi. Nelle guerre specialmente fatte contro Latini e Persiani fu assai sfortunato. Ebbe il suo corpo sepoltura dov'erano l'ossa d'Anna sua prima moglie, nel monasterio del Iacinto nella città di Nicea in Bitinia.
Alla fine, Roberto imperatore di Constantinopoli (per ritornar a lui), come alle volte aviene ai giovani, innamoratosi imprudentemente d'una bellissima giovane greca, di nobil sangue e ricca, ancor che sapesse che dalla madre era stata promessa ad un Borgognone de' primi capitani del suo esercito, senz'alcun rispetto e con grande insolenzia tolta, la menò a casa. La quale ingiuria non potendo il Borgognone sostenere, pieno d'ira e di furore, non essendo l'imperatore in Constantinopoli, con molti suoi seguaci entrò una notte in palazzo, e rotte le porte, presa la giovane e la madre, a quella tagliò il naso e l'orecchie; e la madre, come quella che era stata cagione della rapina della figliuola, fece affogar in mare. Questo miserabil caso perturbò tanto l'imperatore che, pieno di sdegno e di cordoglio per lo scorno grande fattogli dal capitano, raccomandato ch'ebbe l'imperio a messer Marin Michele (ch'era allora, secondo alcuni, podestà de' Veneziani), come quello che faceva pensiero di non voler piú ritornar a Constantinopoli, si partí disperato e venne in Italia; dove, ito a Roma per dolersi col papa di questa sua miseria e sciagura che gli era avenuta, stato che fu alquanto tempo appresso sua Santità e amorevolmente da lei racconsolato, fu consigliato a ritornare a Constantinopoli: nel qual viaggio, gravemente ammalato, nella Morea morí, lasciando l'imperio a suo fratello Baldovino, per l'età non ancor atto a governar l'imperio. Il quale, essendo poi giunto all'età matura, morto Giovanni conte di Brena, re di Ierusalemme, suo suocero (che avendogli dopo la morte di Roberto suo fratello data la sua figliuola Marta per moglie, e col consiglio de' primi baroni del governo dell'imperio governato e molto valorosamente dall'impeto del Vatazzo difeso alquanti anni lo stato), fu coronato imperatore di Constantinopoli. Ed è quello del quale messer Marco Polo nel principio del suo libro scrivendo dice: "Nel tempo di Balduin imperatore di Constantinopoli, dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni di nostro Signore 1250, etc.".
Di qui avenne che, volendo egli al tempo che compose e scrisse questo libro in Genova, che fu del 1298, notificar particolarmente e descrivere il tempo apunto nel quale suo padre e zio s'erano ritrovati in Constantinopoli, che fu l'anno 1250, nel principato di messer Marin Moresini doge di Venezia, giudicò lui cosa molto degna e lodevole (ancor che in quel tempo gran parte della porzione del stato di Veneziani nella Romania fosse già perduta con la signoria de' Francesi in Grecia) incominciar con la memoria di questo tempo a descriver il suo viaggio, per dimostrare l'onorificenzia e grandezza in che per avanti era stata la sua patria: perciò che, allora ch'egli dimorava prigione in Genova, erano già nel spacio di que' quarantaotto anni stati scacciati li Francesi dal Vatazzo, col sopradetto Baldovino imperatore che lui nomina, e per mezo di Michel Paleologo gli Greci ritornati nel lor primo imperio di Constantinopoli. Della quale impresa, come rara e illustre, io ne ho in questo luogo, parendomi fare molto al proposito nostro, cosí brevemente (toccando però alcune cose necessarie da sapere) voluto far menzione, acciochè a quelli lettori che non averanno alcuna cognizione, o almen poca, delle cose di que' tempi, né saperanno lo stato nel quale allora questi signori si ritrovavano, non paia cosa fabulosa il leggere che già trecento anni questa Republica abbia tenuto per cosí lungo spazio di tempo podestà in Constantinopoli, sí com'ella fece, e sia con molto beneficio della cristianità stata tanti anni patrona d'una parte di quella cosí bella e gloriosa città e di quel tanto maraviglioso imperio, che ora, per le molte discordie longamente state fra' principi cristiani, si truova soggetto agl'infideli.
Ma chi averà piacere d'intendere particolarmente e con piú diritto e continuato ordine il filo di tutta questa istoria, ch'io di sopra non ho raccontato né è sino ora stata scritta da alcuno, incominciando specialmente dal principio che Teobaldo conte di Campagna e di Bria, e Luis conte di Bles, con Baldovino e gl'altri baroni, l'anno 1200 presero la cruciata nella Fiandra, e fatto il loro parlamento in una città di Campagna, mandarono l'anno seguente sei onorati baroni loro ambasciatori al doge Dandolo a Venezia, con lettere di credenza e molti partiti, a dimandare navilii e un'armata per passare in Soria con uno esercito di trentotto in quarantamila persone che aveano raccolto, e andare alla recuperazione di Terra Santa, leggerà l'istoria di Paolo mio figliuolo, la quale egli latinamente scrive d'ordine dell'illustrissimo ed eccellentissimo Consiglio di Dieci di questa Republica. Il quale, acciochè la memoria di tanto illustre e gloriosa impresa non sia molto piú dalla longhezza del tempo fatta oscura di quello che ella è stata fin ora, gli ha con la sua solita liberalità e magnificenza dato carico che ne debba far un copioso volume, raccogliendo tutte quelle cose che si truovano scritte, parte ne' memoriali e scritture autentiche portate in que' tempi con molte gioie e tesori dell'acquisto di Constantinopoli in questa città, dagli altri istorici che ne hanno parlato pretermesse, e parte ne' commentari scritti a penna ritrovati a' nostri tempi, che mai il Sabellico né alcun altro scrittore ha veduti, d'un grande gentiluomo francese di molta auttorità e maneggio, il quale, ritrovandosi sempre presente col conte Baldovino di Fiandra ed Enrico suo fratello in questa impresa, la volse allora, come colui che la maneggiò e della quale n'era benissimo instrutto, nella lingua francese con molte belle particolarità e con ogni diligenzia descrivere. Questo libro già alquanti anni il clarissimo messer Francesco Contarino, il procuratore di San Marco, essendo ambasciator in Fiandra a Carlo V imperatore l'anno 1541, e avendolo a caso in una libraria d'un monastero trovato, portò seco in questa città, non volendo patire che cosí bella istoria, tanto diligentemente e con tanto onore della sua patria per un uomo francese descritta, che altrove non si trovava, rimanesse perpetuamente nascosta in un solo libro scritto a penna dentro una libraria della Fiandra.
Or in queste istorie di mio figliuolo si leggeranno le mutazioni e i rivolgimenti di quelle signorie, con la morte, creazioni e prigionie di tanti imperatori e tiranni ch'erano a quel tempo in molte parti della Grecia e dell'Asia, con la turbulenzia del stato loro, e finalmente la perdita di tutto quello imperio che pervenne nei Latini; il dominio de' Veneziani nella Romania, con suoi privilegii e onoratissime giurisdizioni, e co' nomi di ciascheduna città, luogo, castello o casale, che cosí nella Tracia come nella Morea e nel Peloponeso le toccarono in sorte nella divisione dell'imperio fatta da' partitori; e dell'isole dell'Arcipelago, e de' signori che l'occuparono, a chi furono tolte; la porzione dell'imperio venuto in sorte a' baroni francesi, ch'altrimente si chiamavano pellegrini, e quella del medesimo imperatore Balduino ed Enrico fratelli, incoronati imperatori l'un dopo l'altro, con lor nozze e parentadi dopo l'acquisto dell'imperio fatti; la creazione del marchese di Monferrato in re di Salonichi e l'imperio suo, col maritaggio nella sorella del re d'Ungaria; la morte di Balduino, primo imperatore de' Latini, al quale, dopo preso da Valachi e Bulgari il primo anno del suo imperio in un conflitto, e tenuto molti mesi prigione, fu tagliata la testa e portata a Ioannizza lor re in Ternoviza, il quale, fattala nettare e trattone gl'interiori, adornata in forma di vaso, con molto oro intorno, la facea adoperare per bere in vece d'una tazza. Si leggerà il valor e la morte del principe Dandolo nell'assedio d'Andrinopoli, ove guidava l'esercito dopo la perdita dell'imperatore; il modo con che fu primieramente instituito il podestà che tanti anni tenne questa Republica in Constantinopoli, del qual parla messer Marco Polo nel principio del suo viaggio, con tutti e' nomi de' magistrati veneziani che solevano sedere in quella città e nell'imperio; le gioie, i tesori, le colonne, i marmi che vennero di que' paesi e della Grecia mentre che signoreggiorno i Veneziani; come furno da Constantinopoli portati que' quattro bellissimi cavalli di metallo, di mirabil arteficio, che Costantino imperatore, tolti dall'arco di Nerone, ch'egli avea di prima tolti dall'arco d'Augusto, portò da Roma a Constantinopoli, e ch'ora si veggono nel corridore della chiesa di San Marco, sopra la piazza, da tutto 'l mondo sempre riguardati con somma maraviglia; le molte reliquie d'infiniti uomini santi e beati, di che son piene tutte le chiese e monasteri di questa città, e l'istessa chiesa di San Marco; con le longhe guerre, che parte Bonifacio re de Salonichi fece contro Leon Scrugo, tiranno del Peloponeso, che difendendosi con molte astuzie teneva Coranto e Napoli di Romania, dando di molto travaglio a' Latini, e parte che 'l podestà de' Veneziani insieme con Francesi e l'imperator Enrico, confederati con Teodoro Brana greco (che solo del rimanente de' Greci teneva lega con Francesi, per aver per moglie Anna, figliuola di Lodovico sesto re di Francia, padre di Filippo il Pietoso, la quale era stata avanti la presa di Constantinopoli nel primo maritaggio moglie d'Alessio, figliuolo di Manoel imperatore), fecero in diversi tempi nella Turchia, prima con Teodoro Lascari, il quale per conto della prima moglie greca pretendeva ragione sull'imperio, e signoreggiava gran parte di quel paese, facendo molti danni a' Veneziani e a' Francesi oltra lo stretto, e poi contra Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, nella Tracia; il quale, nemico per ragione ereditaria, insino dal tempo di Pietro e Asane suoi fratelli, del nome greco e latino, avea destrutta Napoli di Tracia, Panedò, Eraclea, Tzurolo, ora Chiorlich, e molt'altre città del loro stato insin a canto Constantinopoli; che finalmente, dopo l'avere molti anni guerreggiato con loro, si morí di mal di punta appresso Salonichi, essendogli paruto una notte in sogno, nel mezo del dormire, vedersi da un soldato passare il costato con una lancia, che fu detto allora esser il significato della qualità della morte che divinamente doveva essergli mandata.
Ma avendo sufficientemente, e forse piú che a bastanza, con tanta digressione e cosí longa diceria dimostrato quello ch'io da prima avevo tolto a narrare del principio del libro di questo scrittore, mettendo qui fine mi volgerò ad esporre alcuni pochi luoghi sparsi ne' libri de messer Marco Polo, i quali, per maggior intelligenzia de' benigni lettori, alcuna dichiarazione richieggono.


Dichiarazione d'alcuni luoghi ne' libri di messer Marco Polo,
con l'istoria del reubarbaro

La cagione perchè messer Marco Polo, nel primo capitolo del suo primo libro, incominciasse a scrivere il suo viaggio dall'Armenia minore fu questa: che partendosi egli di Acre, ov'era legato Teobaldo de' Visconti, che fu poi papa Gregorio X, andò per mare al porto della Ghiazzia, ch'è nell'Armenia minore, e fu questo il primo luogo dove smontasse per andare con suo padre e con suo zio al gran Cane. E allora le due Armenie, cioè minore e maggiore, erano sotto un principe cristiano, qual veniva col suo stato fino sopra il mare della Soria ed era tributario de' Tartari. Però lo descrisse secondo che li fu riferto da persone idiote; né bisogna che qui el lettore ricerchi da questo scrittore quella diligenzia e modo di scrivere che usano Strabone, Tolomeo e altri simili, per ciò che quella età era molto rozza, e non s'era ancora introdotto negli uomini quella politezza di lettere ed eleganza di stile e modo di descrivere la cosmografia che ora s'usa; aggiunto anco che in quelli tempi, per le continue guerre state lungamente de' Tartari, che occuparono tutto il Levante, sí come fecero i Gotti il Ponente, li termini antichi delle provincie erano tanto confusi, e in maniera cambiati li nomi e mescolata l'una con l'altra provincia, che quantunche egli avesse voluto usare maggiore diligenzia, non ci averebbe per ciò potuto dare miglior cognizione di quella che egli ha fatto. E questa mutazione de' nomi fu causa che quello che possedeva questo re cristiano d'Armenia, secondo che dice il principe Ismael, si chiamava allora il regno de' Romei, cioè Greci: e fino sopra il sino Issico, ch'è il golfo della Ghiazzia, giugnevano i suoi confini, de' quali informandosi messer Marco intese, come nel secondo capitolo scrive, che dalla parte di verso mezodí vi è la Terra Santa; da tramontana i Turcomani, ch'ora si chiaman Caramani; da greco levante Cayssaria e Sevesta; verso ponente il mare Mediterraneo. E come nel terzo capitolo dice, le due città insieme col Cogno erano nella Turcomania, le quali sono poste da Tolomeo nella Cilicia, e le chiama messer Marco Cayssaria e Sevaste, cioè Caesarea e Augusta, e Iconium il Cogno, nella Licaonia.
E dicendo Turcomani, nome moderno posto da' Tartari, avendo io voluto vedere quello che ne parla Ismael nella sua geografia, m'è parso doverlo qui includere, il quale, descrivendo il lito del mare di Soria e cominciando dalla città di Seleucia, che al suo tempo si chiamava Suidia, dice in questo modo: che 'l principia a voltar il suo corso verso ponente fino che 'l passa i confini del regno di musulmani, cioè Turchi (perchè al tempo d'Ismael tutta l'Asia minore era de' cristiani), e tirato un poco di tratto verso tramontana, va alle porte di Scanderona, che son le porte dell'Amano appresso Alessandretta (quivi è il confine fra musulmani e Aramani, cioè della Cilicia), e poi va alle porte della Ghiazza, ove è il porto della regione d'Araman, cioè Cilicia; e voltandosi il lito verso ponente tramontana, scorre fino alla città di Tarso, la qual è in longitudine cinquantotto gradi e in latitudine trentasette e mezo, e tirando pur in ponente passa i confini di Araman fino in Coruch, che si chiama dall'interprete d'Ismael Corycium Antrum; qual passato, vi è la region de' popoli della Turcomania, che sono discesi da Caraman Turcoman, e in quella regione vi è il monte Caraman che 'l detto interprete chiama monte Tauro, dove dice Ismael che al suo tempo abitava la moltitudine di Turcomani, il signor de' quali si chiamava Avad Caraman, e questo monte s'estende dalli confini della città di Tarso fino al regno de Lascari, che vuol dir all'imperio di Constantinopoli. Questo è quel Teodoro Lascari ch'ebbe per moglie Anna, una delle figliuole di quello Alessio che cavò gli occhi al fratello Isaac imperatore e si fece tiranno di Constantinopoli, come è detto di sopra; e per tal ragione, signoreggiando i Veneziani e Francesi la città di Constantinopoli e gran parte dell'imperio della Romania, lui tiranneggiava molte città alla marina e fra terra, in quella parte dell'Asia ch'è verso il mar Maggiore e la Propontide, all'incontro di Constantinopoli, la qual oggidí si chiama la Natolia, overo la Turchia. Da queste parole si vede (come dice messer Marco) che questi tal popoli turcomani abitavano sopra le montagne e luoghi inaccessibili, come è il monte Tauro e il monte Amano.
Darzizi, nel cap. quarto del primo libro, ora è chiamata Bargis; Paipurth, Carpurt.
Del monte altissimo di che nell'istesso capitolo si parla, ove si fermò l'arca di Noè dapoi il diluvio, dicono alcuni scrittori questo essere quello dove sono i monti Gordiei, quali Strabone vuole che siano una parte del monte Tauro.
La provincia della Zorzania, al quinto capitolo, è quella che, appresso Strabone, Plinio e Tolomeo detta Iberia, fu da questo nome chiamata per memoria del valoroso e glorioso martire san Zorzi, che ivi predicò la fede del nostro Signor Iesú Cristo: per il che è anco in grandissima venerazione appresso tutti que' popoli.
Del mar Abbacú, over Ircano o Caspio, di che si parla in questo istesso capitolo, dirò brevemente quello che ne ho trovato in diversi auttori, sí antichi come moderni, ancor che si comprenda che poco ne sappino, e che messer Marco istesso ne tocchi un poco: e questo è che tutti mettono terra incognita sopra quello alla volta di tramontana, dove dicono essere la regione detta Turquestan da Ismael, e da messer Marco la gran Turchia; di verso mezodí vi sono due città famose per li suoi porti, l'una Derbent, cioè la Porta di Ferro over Porte Caspie, e l'altra Abbacú, che dette il nome al mare; qual al tempo di Augusto Cesare non si sapeva che 'l fusse serrato di sopra, come al presente si sa ch'è come un lago, ma pensavasi che 'l fusse un braccio del mare Oceano che dalla parte di tramontana entrasse in quello, come recita Strabone, dicendo che Pompeo, nella guerra contra Mitridate, n'avea scoperto gran parte. Ismael, parlando di quello, dice: "Questo mare è salso, né v'entra in quello l'Oceano, ma è del tutto separato e quasi come rotondo, e s'estende in lunghezza per ottocento miglia e per larghezza seicento, e che la sua rotundità è forma ovale, ancor che altri vogliono che la sia triangulare; e chiamasi con tre nomi, cioè el Cunzar, Giorgian, Terbestan. La sua parte di verso ponente sono gradi 66 di longitudine e 41 di latitudine. Appresso la Porta di Ferro, andando verso mezodí per 153 miglia, vi sono le bocche del fiume Elcur, che si chiama Cyro appresso Tolomeo. Andando verso sirocco si trova la città di Mogan della provincia di Ardiul; ma a l'ultima volta di mezodí, passati 231 miglia, si trova la region del Terbestan, e in quel lito vi sono le provincie d'Elgil e Deilun. Poi, voltatosi verso levante, si viene alla città di Abseron, la qual è in longitudine gradi 79.45, e in latitudine 37.20, e scorre verso levante fino a 80 gradi di longitudine e 40 di latitudine; e andando avanti fino a gradi 50 di latitudine e 79 di longitudine si volta verso tramontana, dove sono le provincie del Turquestan e il monte Sehacuat. E in questo progresso il fiume Elatach, per essere il maggiore di tutti quelli che sono in quelle regioni, scarica in mare le sue acque con molte bocche, e fa grandissimi canneti e paludi; e gli abitanti vicini che ivi navicano referiscono che, come l'acque del detto giungono in mare, l'acque salse e chiare divengono di varii colori, e si navica molti giorni sempre trovando l'acqua dolce". La qual cosa conferma Plinio dicendo che, essendo Pompeo nella istessa guerra contra Mitridate, li fo affermato che alcune parti del detto mare erano dolci, per la gran moltitudine de' fiumi che correno in quello. Questo fiume Elatah è quello che Tolomeo chiama Rha, e li volgari Herdil, over Volga.
Del miracolo de' pesci, che dice nel quinto capitolo messer Marco Polo che si pigliano per li quaranta giorni della quadragesima nel lago di Geluchalat, dove è il monasterio di San Leonardo, dico che 'l prefato Abylfada Ismael fa menzione di questo istesso lago e lo chiama Argis, e lo mette nelli confini di tre provincie, cioè Armenia, Assiria e Media, sopra le ripe del quale vi sono queste città: Calat, che si deve credere che li desse il nome, secondo che lo chiama messer Marco, e poi Argis, Van e Vastan. E dice che si pesca per 40 giorni nella primavera una sola sorte di pesce detto tarichio, quale si secca all'aere dal vento e si porta poi per gran mercanzia per tutte le regioni vicine, e dapoi per tutto l'anno piú non si vede. In conformità delle quali parole leggesi scritto in alcuni commentari non ancor stampati d'un uomo francese molto dotto, nominato messer Pietro Gyllio d'Alby, che mi fur mostrati alli mesi passati: qual del 1547 si trovò nel campo del gran Turco Solyman ottoman, quando egli andò contra siac Tecmes il Sofí, e vidde questo istesso lago, quale dice credere che sia quello che da Strabone vien detto Martiana Palus; ne' quali esso messer Pietro scrive che per 40 giorni solamente della primavera pigliano di detto pesce in tanta quantità che seccato ne cargano i carri per mandare nelli paesi circonvicini, per essere bonissimo e molto desiderato da ognuno: passati li detti 40 giorni, piú non si vede. Che veramente al tempo di messer Marco Polo sopra detto lago vi fusse un monastero de' monachi di San Leonardo è cosa credibile e molto verisimile, perchè gli abitatori erano allora tutti armeni, cioè cristiani. Questo lago di Argis, secondo Ismael, è in gradi 67.5 di longitudine, 38.30 di latitudine; secondo altri poi 66.20, 40 e 8 overo 68.5 di longitudine, 40.35 di latitudine.
Dell'andanico, di che parla messer Marco nel capitolo 19 del primo libro, quando dice che nella città di Cobinam, dove si fanno i specchi d'azzale finissimo molto belli e grandi, vi è assai andanico, è da sapere che, avendone io per mezo di messer Michele Mambré, interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, dimandato molte volte a molti Persiani venuti qui in Venezia in diversi tempi con loro mercanzie, m'hanno detto tutti in conformità andanico essere una sorte di ferro over azzale, tanto eccellente e precioso e stato sempre di tanta stima in tutte quelle parti che, quando uno alli tempi antichi poteva avere un specchio overo una spada di andanico, li teneva non piú come una spada o come un specchio, ma come molto cara gioia.
Nel capitolo 38 del primo libro di messer Marco Polo, trattandosi del reubarbaro, che nasce nella provincia di Succuir ed è di lí portato in queste nostre parti e per tutto il mondo, parendomi questa cosa fra tutte l'altre degna di cognizione, per l'uso grande in che tutti gli uomini communemente l'adoperano nelle lor malattie oggidí, né sapendo io che fin ora in alcuno libro si legga tanto di quello quanto già intesi da un uomo persiano di molto bello ingegno e giudicio, mi pare qui essere sommamente necessario ch'io particolarmente descriva quel poco che gli anni passati ebbi ventura d'intendere da costui, il quale era chiamato Chaggi Memet, nativo della provincia di Chilan, appresso al mare Caspio, d'una città detta Tabas; ed era personalmente stato fino in Succuir, essendo dipoi in Venezia quelli mesi venuto con molta quantità di detto reubarbaro. Questo adunche, essendo io andato quel giorno che ne ragionammo a desinare a Murano fuori di Venezia (e per uscire della città, per ciò che ero assai libero da' servigi della Republica, e per goderlo con nostro maggiore contento), avendo per sorte in mia compagnia l'eccellente architetto messer Michele San Michele di Verona e messer Tomaso Giunti, miei carissimi amici, doppo levato il mantile di tavola nel fine del desinare, per il mezo di messer Michele Mambré, uomo dottissimo nella lingua araba, persiana e turca, e persona di molto gentili costumi, il quale è per il suo valore oggidí interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, incominciò a dire cosí, e il Mambré interpretava. Primieramente che egli era stato a Succuir e Campion, cittadi della provincia di Tanguth nel principio del stato del gran Cane, il quale disse che si nominava Daimir Can e mandava suoi rettori al governo di dette cittadi (delle quali parla messer Marco nel libro primo al capitolo 38, 39), le quali son le prime verso il paese de' musulmani che siano idolatre; e vi andò con la caravana che va con mercanzie del paese della Persia e da quelli vicini al mare Caspio per le regioni del Cataio, la qual caravana non lassano costoro che penetri piú avanti di Succuir e Campion, né similmente alcun mercante che sia in quella, eccetto che se non andasse ambasciatore al gran Cane.
Questa città di Succuir è grande e populatissima, con bellissime case fatte di pietre cotte all'italiana, e ha molti tempii grandi con loro idoli di pietra viva; posta in una pianura dove corrono infiniti fiumicelli, la quale è abbondantissima di vettovaglie d'ogni sorte, e dove si fanno sete con gli alberi di more negre in grandissima quantità. Non vi nasce vino, ma fanno la lor bevanda con mele a modo di cervosa; de frutti, per esser il paese freddo, non vi nascono altri che peri, pomi, armellini e persichi, melloni e angurie. Dipoi disse che il reubarbaro nasce da per tutto in quella provincia, ma molto miglior che altrove in alcune montagne ivi vicine, alte e sassose, dove sono molte fontane e boschi di diverse sorti d'altissimi alberi; e la terra è di color rosso, e per le molte pioggie e fontane che da per tutto corrono quasi sempre fangosa.
Quanto alla radice e foglie, avendone il predetto mercante per sorte portata seco dal paese una picciola pittura, per quello che si vedeva diligentemente e con molto arteficio dipinta, trattosela di seno ce la mostrò e descrisse, dicendo quella esser la vera e natural figura del reubarbaro: della quale ne presi un ritratto per metterlo qui sotto in disegno, insieme con la sua istoria e dichiarazione, secondo la relazione avuta da lui.


Sono adunche dette foglie lunghe ordinariamente, come disse, due spanne, ma piú e meno poi secondo la grandezza della pianta, astrette da basso e larghe di sopra. Hanno nella loro circonferenzia un certo pelo piccolino, o lanugine che vogliamo dire; il tronco che viene sopra la terra, al quale sono attaccate le foglie, è verde e alto quattro dita e anco un palmo da terra, e nascono le foglie similmente verdi, ma come s'invecchiscono divengono gialle, sí come erano in pittura, e si distendono per terra. Produce il detto tronco nel mezo un certo ramicello sottile con alcuni fiori attaccati d'ogn'intorno, simili alle viole mammole nella forma, ma di colore di latte e azzurro e alquanto maggiori delle viole mammole sopradette, l'odor de' quali è molto acuto e fastidioso, e in modo che dispiace assai a coloro che l'odorano. La radice similmente che sta sotto terra è lunga un palmo o due fino in tre, di color nella scorza tanè, sí come ve ne sono di grosse e sottili secondo la proporzione; de' quali anco se ne ritrovano fino della grossezza come è la coscia d'un uomo e come è il mezo della gamba. Ha questa radice molte altre radicette piccioline intorno che nascono da lei e sono sparse per la terra, le quali prima si levano via, e poi si taglia la radice grossa per fare in pezzi; la quale di dentro è di color giallo e ha molte vene di bellissimo rosso, ed è piena di molto sugo giallo e rosso, e di modo viscoso che, toccandolo, facilmente s'attacca alle dita e fa la mano gialla. Dipoi tagliata la radice e fatta in pezzi, disse che se la volessero appicar allora allora per seccarla, tutto 'l sugo giallo viscoso uscirebbe fuori e cosí diventerebbe leggiera, onde credono che perderebbe assai della sua bontà e perfezione: per ciò mettono detti pezzi tutti sopra alcune lunghe tavole, e ogni giorno tre e quattro volte gli vanno voltando e rivoltando, acciò il sugo s'incorpori dentro e resti nella radice congelato. Nel fine poi di quattro o sei giorni gli bucano e gli appicano con cordicelle all'aria e al vento, dove però non v'aggiunghino i raggi del sole: e in questo modo si ha il reubarbaro in due mesi secco, e si fa molto buono e perfetto. Mi disse ancora che loro osservano ordinariamente di cavare il reubarbaro della terra l'invernata, perchè in tal tempo (avanti che cominci a mandare fuora le foglie) il sugo e la virtú è tutta unita e raccolta nella sua radice: il qual tempo è avanti la primavera, la quale nel paese di Campion e Succuir viene alla fine di maggio. E di piú mi disse che quelle radici del reubarbaro che si cavano la state, e in quei tempi che le foglie sono fuora, non sono mature né hanno quel sugo giallo ch'hanno quelle che son cavate l'invernata, e di piú sono fungose, rare, leggieri e asciutte, né manco hanno quel colore rosso, né sono di quella bontà che quelle che sono cavate l'inverno.
Disse ancora che quelli che vanno a cavare dette radici sopra i detti monti dove le nascono, portate che l'hanno alla pianura cosí verde e con le foglie in quel modo che l'hanno cavate della terra, le mettono sopr'alcuni lor carri, e ne vendono pieno un carro con le foglie per sedici saggi d'argento; perchè quivi non hanno moneta battuta, ma fanno l'argento e l'oro in alcune verghette sottili e le tagliano in pezzetti picciolini del peso d'un saggio, ch'è quasi simile al nostro: quale essendo d'argento, vale venti soldi di Venezia in circa, ed essendo d'oro vale uno scudo e mezo d'oro. Il qual reubarbaro, cosí frescamente comperato, è dipoi dalli compratori acconcio e secco nel modo che di sopra s'è detto. E mi raccontò cosa di gran maraviglia, cioè che, se non vi andassero in quelle parti del continuo i mercanti a dimandarglielo, non lo ricoglierebbero mai, perchè d'esso non ne fanno stima. E coloro che vengono dalla China e India ne levano maggior quantità di tutti gli altri, li quali, quando è condotto in Succuir sopra quei carri over some, se non lo tagliassero e governassero prestamente, in termine di quattro o sei giorni diventerebbe marcio e sobbollirebbe. E mi affermò ancora, di quello ch'egli aveva portato seco in questa città, che ne comperò ben sette some di verde, il qual poi fatto secco e acconcio non venne piú che una picciola soma. E mi disse ancora che quando gli è verde è tanto amaro che non si può gustare, e che nelle terre del Cataio non l'adoperano per medicina sí come facciamo noi qua, ma lo pestano e compongono con alcune altre misture molto odorifere e ne fanno profumo agl'idoli; e in alcuni altri luoghi ve n'è tanta copia che l'abbrucciano continuamente secco in cambio di legne; altri, come hanno i lor cavalli ammalati, gli ne danno di continuo a mangiare, tanto è poco stimata questa radice in quelle parti del Cataio. Ma ben apprezzano molto piú un'altra picciola radice, la quale nasce nelle montagne di Succuir, dove nasce il reubarbaro, e la chiamano mambroni cini, ed è carissima; e' l'adoperano ordinariamente nelle lor malattie, e massime in quella degli occhi, perchè, se trita sopra una pietra con acqua rosa ungano gl'occhi, sentono un mirabile giovamento; né crede che di quella radice ne sia portata in queste parti, né meno disse di saperla descrivere. E di piú, vedendo il piacer grande ch'io sopra gl'altri pigliavo di questi ragionamenti, mi disse che in tutto 'l paese del Cataio s'adopera anco un'altra erba, cioè le foglie, la quale da que' popoli si chiama chiai catai: e nasce nella terra del Cataio ch'è detta Cacianfu, la quale è commune e apprezzata per tutti que' paesi. Fanno detta erba, cosí secca come fresca, bollire assai nell'acqua, e pigliando di quella decozione uno o doi bichieri a digiuno, leva la febre, il dolor di testa, di stomaco, delle coste e delle giunture, pigliandola però tanto calda quanto si possa soffrire; e di piú disse esser buona ad infinite altre malattie, delle quali egli per allora non si ricordava, ma fra l'altre alle gotte; e che se alcuno per sorte si sente lo stomaco grave per troppo cibo, presa un poco di questa decozione, in breve tempo arà digerito. E per ciò è tanto cara e apprezzata ch'ognuno che va in viaggio ne vuol portare seco, e costoro volentieri darebbono, per quello ch'egli diceva, sempre un sacco di reubarbaro per un'oncia di chiai catai; e che quelli popoli cataini dicono che, se nelle nostre parti e nel paese della Persia e Franchia la si conoscesse, i mercanti senza dubio non vorrebbono piú comperare ravend cini (che cosí chiamano loro il reubarbaro).
Quivi fatto un poco di pausa, e fattoli dimandare s'egli mi voleva dire altro del reubarbaro, e rispostomi non aver altro, essendo il giorno molto lungo ancora, e per non perdere quel resto della giornata che avanzava senza qualche altro piacere, come avevamo fatto fin allora, gli domandai che viaggio egli nel suo ritorno da Campion e Succuir avea fatto venendo a Constantinopoli, e se me lo avesse saputo raccontare. Risposemi per il Mambré nostro interprete che mi narrarebbe il tutto volentieri, e incomminciò a dire ch'egli non era già ritornato per quella istessa via che avea prima fatta andando con la carovana, per ciò che, al tempo ch'egli si voleva partire, occorse che que' signori tartari dalle berrette verdi, chiamati Iescilbas, mandarono per sorte un loro ambasciatore con molta compagnia per la via della Tartaria deserta sopra il mar Caspio al gran Turco a Constantinopoli, per far lega e andare contra il Soffí, lor commune nimico: per la qual occasione di compagnia gli parve bene di venire con loro, avendo, oltra la commodità del viaggio, molto vantaggio anche nel vivere, e cosí venne con loro fino a Caffa; ma che per ciò non restarebbe di raccontare volentieri il viaggio ch'egli averia fatto se fusse ritornato per la strada che l'era andato. Onde disse che 'l viaggio sarebbe stato questo: cioè che, partendosi dalla città di Campion, sarebbe venuto a Gauta, ch'è lo spacio di sei giornate lontana, perchè ogni giorno fanno tante farsenc (e una farsenc persiana è tre delle nostre miglia), e fanno che una giornata sia 8 farsenc, ma per causa de deserti e monti non ne fanno la metà, ancora che le giornate che fecero per li deserti fossero la metà dell'altre ordinarie. Da Gauta si viene a Succuir in 5 giornate, e da Succuir a Camul in quindici, dove incomminciano ad essere musulmani, essendo fin qui stati idolatri; e da Camul a Turfon in tredeci, e da Turfon si passano tre città: la prima Chialis, che vi sono 10 giornate; poi Chuchi, altre 10; poi Acsú, 20 giornate. Da Acsú a Cascar altre 20 giornate di asprissimo deserto, essendo stato il primo viaggio fin lí per luoghi abitati; da Cascar a Samarcand 25; da Samarcand a Bochara, nel Corassam, cinque; da Bochara ad Eri 20; e quindi si viene a Veremi in 15 giornate, e poi a Casibin in 6, e da Casibin a Soltania in 4, e da Soltania alla gran città di Tauris in sei. Questo è quanto sottrassi da questo mercante persiano, e la relazione di tal viaggio mi fu tanto piú grata quanto che riconobbi, con mio molto contento, li medesimi nomi di molte città e alcune provincie essere scritti nel primo libro del viaggio de messer Marco Polo, per causa del quale mi è parso in parte necessario doverla qui raccontare.
Parmi conveniente qui ancora aggiungere un breve sommario fattomi dal sudetto Chaggi Memet, mercante persiano, avanti il suo partire di questa città, d'alcuni pochi particolari della città de Campion e di quelle genti; li quali sí come da lui brevemente e per capi furono referiti, cosí io qui nel medesimo modo gli racconterò a beneficio e utile de' benigni lettori.
La città di Campion è abitata da popoli che sono idolatri, soggetta alla signoria de Daimir Can, grande imperatore de' Tartari; la qual città è posta in una fertilissima pianura tutta coltivata e abbondante d'ogni sorte di vivere. Vanno vestiti quei popoli di tele di bombagio di color negro, l'inverno fodrate di pelle di lupi e di castroni li poveri, e li ricchi di zibellini e martori di gran prezzo; portano le berrette nere, aguzze come un pane di zucchero. Gl'uomini sono piú tosto piccioli che grandi; usano di portare barba come noi, e massime certo tempo dell'anno. Le fabriche delle lor case son fatte al modo nostro, di pietre cotte e di pietre vive, con due e tre solari, quali sono soffittati e dipinti di pittura di varii e diversi colori e di figure; vi sono anco infiniti pittori, e vi è una contrada dove non abita altri che pittori. I signori per pompa e magnificenza fanno fare un solare grande, sopra il quale vi fanno dirizzare duoi padiglioni di seta, riccamati d'oro e d'argento e con molte perle e gioie, dove stanno loro e gli amici suoi, e lo fanno portare da 40 in 50 schiavi, e cosí vanno per la città a sollazzo; i gentiluomini vanno sopra un solaro scoperto semplicemente portato da 4 over 6 uomini, senza altro ornamento.
I tempii loro sono fatti al modo delle nostre chiese, con le colonne per lungo, e ve ne sono de cosí grandi che vi sarebbono capaci di quattro o cinquemila persone; e vi sono ancora due statue, cioè d'un uomo e d'una donna, lunghe 40 piedi l'una, distese per terra, tutte dorate, e sono tutte d'un pezzo. E vi sono valenti tagliapietre; fanno condurre pietre vive da due e tre mesi di cammino sopra carri di 40 ruote ferrate, alti di ruote, tirati da 500 e 600 fra cavalli e muli. Sonvi altre statue picciole, che hanno sei e sette capi e dieci mani, che tengono ciascuna diverse cose, come saria dire una un serpe, l'altra un uccello e l'altra un fiore.
Sonvi alcuni monasterii dove stanno molti uomini di santissima vita, e hanno le porte delle lor stanzie murate, sí che non possono mai uscire in vita loro: e gli viene ogni giorno portato il vivere. Sonvi poi infiniti, come nostri frati, che vanno per la città.
Hanno per costume, quando muore alcun lor parente, di vestirsi per molti giorni di bianco, cioè di tele di bombagio; ma le veste sue sono fatte però al modo nostro, lunghe fino in terra e con le maniche assai grandi, simili alle nostre a gomedo che portiamo a Venezia.
Hanno la stampa in quel paese, con la quale stampano i suoi libri. E desiderando io chiarirmi se quel loro modo di stampare è simile al nostro di qua, lo condussi un giorno nella stamparia di messer Tomaso Giunti a San Giuliano per fargliela vedere: il quale, vedute le lettere di stagno e li torcoli con che si stampa, disse parergli che avessero insieme grande similitudine.
Hanno la città fortificata con un muro grosso e di dentro pieno di terra, sí che vi possono andare 4 carra al pari; sonvi li suoi torrioni sulle mura e le artigliarie poste tanto spesse, non altrimente che sono quelle del gran Turco. Usano la fossa larga, asciutta, ma però che vi possono far correre l'acqua ad ogni lor piacere.
Hanno alcuna sorte di buoi molto grandi, che hanno il pelo lungo, sottilissimo e bianchissimo.
È vietato alli Cataini e idolatri partirsi del suo nativo paese e andare per mercanzie per il mondo.
Oltra il deserto che è sopra il Corassam, fino a Samarcand e fino alle città idolatre, signoreggiano Iescilbas, cioè le berrette verdi, le quali berrette verdi son alcuni Tartari musulmani che portano le loro berrette di feltro verde acute, e cosí si fanno chiamare a differenzia de' Soffiani, suoi capitali nemici, che signoreggiano la Persia, pur anche essi musulmani, i quali portano le berrette rosse. Quali berrette verdi e rosse hanno continuamente avuta fra sé guerra crudelissima, per causa di diversità de opinione nella loro religione e discordia de' confini. Delle cittadi delle berrette verdi che hanno imperio e signoreggiano sono fra l'altre, al presente, l'una Bochara e l'altra Samarcand, che ciascuna ha signoria da sua posta.
Hanno tre scienzie particolari, che chiamano l'una chimia, ch'è quella che noi chiamiamo alchimia; l'altra limia, per fare innamorare; e l'altra simia, per fare vedere quello che non è. Le monete qui non sono battute, ma ogni gentiluomo e mercante fa fare in verghette sottili l'oro o vero argento, e quello fa dividere in saggi e spende quelli: e cosí fanno tutti gli abitanti di Campion e Succuir. Si riducono ogni giorno sulla piazza di Campion molti cerrettani, che hanno la scienzia di simia, mediante la quale, circondati da infinita moltitudine di persone, fanno vedere cose maravigliose, come è dire di passare un uomo ch'hanno seco da un canto all'altro con una spada, tagliarli un braccio, fare vedere a tutti il sangue, e simil cose.
Nel capitolo 42 e 53 del primo libro, ove dice messer Marco Polo che sotto la tramontana v'era un gran signore detto Um Can, che vogliono alcuni questo nome dire Preti Ianni nella nostra lingua, e che la sua prencipale sedia era in due regioni, Og e Magog, è da sapere che in tutte quelle carte da navigare che si veggono oggidí, fatte già 200 e 300 anni, v'è posto questo Prete Ianni sotto la tramontana e sopra l'India fra il Gange e l'Indo, e di quello ch'è nell'Etiopia non v'è fatta menzione alcuna. E Abylfada Ismael istesso, descrivendo li confini della regione delle Cine, dice che ha dalla parte di ponente le Indie, da mezogiorno il mare Indico, e da levante il mare Orientale, e da tramontana le provincie de Gogi Magogi, cioè de' Tartari. Descrivendo poi il predetto i luoghi della terra abitabile che circuendo il mare Oceano tocca, dice cosí: "Rivoltasi l'Oceano da levante verso le regione delle Cine e va alla volta di tramontana, e passata finalmente la detta regione se ne giunge a Gogi e Magogi, cioè alli confini degli ultimi Tartari, e di quivi ad alcune terre che sono incognite; e correndo sempre per ponente, passa sopra li confini settentrionali della Rossia e va alla volta di maestro". Di qui è che, avendo udito messer Marco e veduto in carte da navicare il detto Prete Ianni posto sotto la tramontana con le provincie de Gogi e Magogi, descrisse quello di tramontana e tacque di quello dell'Etiopia. E ancor che metta un signore cristiano nell'Etiopia, non dice però il suo nome, anzi dice nel capitolo 38 del terzo libro che ad un suo vescovo, quale lui avea mandato in Ierusalemme, fu fatto un grandissimo oltraggio dal soldano di Adem, che lo fece per dispregio circoncidere: il che manifestamente dimostra che non ebbe mai notizia di quello d'Etiopia, perchè sempre tutti gli Abissini sono stati circoncisi.
Resta ch'io dica ancora in generale alquante cose sopra questo libro, ch'io già essendo giovane udi' piú volte dire dal molto dotto e reverendo don Paolo Orlandino di Firenze, eccellente cosmografo e molto mio amico, che era priore del monasterio di Santo Michele di Murano a canto Venezia, dell'ordine de Camaldoli, che mi narrava averle intese da altri frati vecchi pur del suo monasterio. E questo è come quel bel mappamondo antico miniato in carta pecora, e che oggidí ancor in un grande armaro si vede a canto il lor coro in chiesa, la prima volta fu per uno loro converso del monasterio, quale si dilettava della cognizione di cosmografia, diligentemente tratto e copiato da una belissima e molto vecchia carta marina e da un mappamondo, che già furono portati dal Cataio per il magnifico messer Marco Polo e suo padre; il quale, cosí come andava per le provincie d'ordine del gran Can, cosí aggiugneva e notava sopra le sue carte le città e luoghi che egli ritrovava, come vi è sopra descritto. Ma per ignoranzia d'un altro che dopo lui lo dipinse e forní, aggiugnendovi la descrizione d'uomini e animali di piú sorti e altre sciocchezze, vi furono aggiunte tante cose piú moderne e alquanto ridiculose, che appresso gli uomini di giudicio quasi per molti anni perse tutta la sua auttorità. Ma poi che non molti anni sono per le persone giudiciose s'è incominciato a leggere e considerare alquanto piú diligentemente questo presente libro di messer Marco Polo che fin ora non si avea fatto, e confrontare quello ch'egli scrive con la pittura di lui, immediate si è venuto a conoscere che 'l detto mappamondo fu senza alcuno dubbio cavato da quello di messer Marco Polo, e incominciato secondo quello con molto giuste misure e bellissimo ordine: onde fin al presente giorno è dapoi continuamente stato in tanta venerazione e precio appresso tutta questa città, e coloro massime che si dilettano delle cose di cosmografia, che non è mai giorno che d'alcuno non sia con molto piacere veduto e considerato, e fra gli altri miracoli di questa divina città, nell'andare de' forestieri a vedere i lavori di vetro a Murano, non sia per bella e rara cosa mostrato. E ancor che quivi si vegghino molte cose essere fatte alquanto confusamente e senza ordine, grado o misura (il che si deve attribuire a colui che 'l dipinse e forní), vi si comprendono per ciò di molto belle e degne particularità, non sapute ancora né conosciute meno dagli antichi: come che verso l'antartico, ove Tolomeo e tutti gli altri cosmografi mettono terra incognita senza mare, in questo di San Michele di Murano già tanti anni fatto si vede che 'l mare circonda l'Africa e che vi si può navicare verso ponente, il che al tempo di messer Marco si sapeva, ancor che a quel capo non vi sia posto nome alcuno, qual fu per Portughesi poi a' nostri tempi l'anno 1500 chiamato di Buona Speranza.
Vi si vede appresso l'isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo, e quella di Zinzibar, delle quali messer Marco parla ne' capitoli 35 e 36 del terzo libro, e molte altre particularità nelli nomi dell'isole orientali, che dapoi per Portughesi a' tempi nostri sono state scoperte. Dalla parte poi di sotto la nostra tramontana, che ciascuno scrittore e cosmografo di questi e de' passati tempi fin ora vi ha messo e mette mare congelato, e che la terra corra continuatamente fin a 90 gradi verso il polo, sopra questo mappamondo, all'incontro, si vede che la terra va solamente un poco sopra la Norvega e Svezia, e voltando corre poi greco e levante nel paese della Moscovia e Rossia e va diritto al Cataio. E che ciò sia la verità, le navigazioni che hanno fatte gl'Inglesi con le loro navi volendo andare a scoprire il Cataio al tempo del re Odoardo sesto d'Inghilterra, questi anni passati, ne possono far vera testimonianza: perchè nel mezo del loro viaggio, capitate per fortuna ai liti di Moscovia, dove trovarono allora regnare Giovanni Vaschelluich, imperatore della Rossia e granduca di Moscovia, il quale con molto piacere e maraviglia vedutogli fece grandissime carezze, hanno trovato quel mare essere navigabile e non agghiacciato. La qual navigazione (ancor che con l'esito fin ora non sia stata bene intesa), se col spesso frequentarla e col lungo uso e cognizione di que' mari si continuerà, è per fare grandissima mutazione e rivolgimento nelle cose di questa nostra parte del mondo. E tutte queste particolarità senza dubio alcuno furono cavate dalle carte e mappamondo del Cataio, perchè messer Marco non fu mai nel seno Arabico né verso l'isole quivi vicine, e gran parte dell'informazione del terzo libro è da credere che gli fusse data da marinari di quelli mari d'India, li quali grossamente gli dicevano per arbitrio loro quanto era da un'isola all'altra (e mille e duemila miglia a loro non pareva troppo gran cosa); e anche per qual vento vi s'andasse non sapevano cosí chiaramente come al presente si sa, per le carte sí diligentemente e con tanta misura fatte e con li venti e con li gradi. E vi sono anco de' nomi di una medesima provincia duplicati, di che il lettore non piglierà ammirazione; e alcuna volta in cambio d'isole dice regni: come nella Zava minore, al capitolo decimo del terzo libro, mette otto regni, li quali a giudicio d'uomini pratichi sono isole, come saria dire che il regno di Samatra (chiamata da lui Samara) è quella grandissima isola di Sumatra, e cosí di molte altre le quali al presente ci sono incognite, che nell'avenire, col tempo e per la navigazione de' Portughesi, facilmente si saperanno.
Si conosce ancora come al suo tempo non v'era el bussolo e la calamita a' nostri tempi ritrovata, cosa tanto maravigliosa e rara, né si sapeva la elevazione del polo con li gradi come ora si sa, ma grossamente guardandolo dicevano: la stella tramontana può essere tanti cubiti o braccia alta dal mare.
Il fabricare delle navi, nel principio del terzo libro, è simile a quello che usano nell'isole delle Moluche e della China.
Ultimamente nel fine del terzo libro, ove parla della Rossia e del regno delle Tenebre, come quello che in varii mappamondi antichi è posto per fine del nostro abitabile sotto la tramontana non s'inganna punto del sito del detto regno, nelli mesi però ch'egli scrive dell'inverno.
E questo basti per ora per dichiarazione d'alcuni luoghi del libro di messer Marco Polo.

Di Venezia, a' sette di luglio MDLIII.


Gio. Battista Ramusio alli lettori

Queste longitudini e latitudini che qui sotto descriveremo sono state cavate dal libro del signore Abilfada Ismael, una copia del quale io mi ritrovo nelle mani, e tengo molto cara; e serviranno ad alcune terre e luoghi nominati nel presente volume, a questo fine publicate da noi, acciò che 'l benigno lettore gusti in qualche parte della beltà del libro del predetto signore Ismael, venuto divinamente in luce a' nostri tempi.

Longitudini Latitudini
Mosu1 67 20 33 35
Merdin 64 8 37 55
Assamchief 64 37 37 35
Cayssaria 60 8 40 8
Esdrun 69 8 41 8
64 8 42 30
66 8 39 15
Mus 64 8 39 8
Biffis 65 30 38 45
Argis 67 5 38 30
66 20 40 8
68 5 40 35
Vastan 67 30 37 50
Choi 69 40 37 40
70 8 40 8
Merend 73 8 37 30
72 45 37 50
Tauris 73 8 39 10
Tiflis 73 8 43 8
62 8 42 8
Sultania 76 8 39 8
Cassibin 75 8 36 8
75 8 37 8
Como 75 40 34 45
74 15 35 40
77 8 34 10
Sirac 78 8 29 36
Samarcant 89 8 40 8
89 30 37 50
88 20 40 8
Cambalú 144 8 35 25
Lor, regione
di Persia 74 32




Proemio primo sopra il libro di messer Marco Polo, gentiluomo di Venezia,
fatto per un genovese.

Signori, principi, duchi, marchesi, conti, cavallieri e gentiluomini, e ciascuna persona che ha piacere e desidera di conoscer varie generazioni di uomini e diverse regioni e paesi del mondo e saper li costumi e usanze di quelli, leggete questo libro, perchè in esso troverete tutte le grandi e maravigliose cose che si contengono nelle Armenie maggiore e minore, Persia, Media, Tartaria e India, e in molte altre provincie dell'Asia, andando verso il vento di greco levante e tramontana; le qual tutte per ordine in questo libro si narrano secondo che 'l nobil messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, le ha dettate, avendole con gli occhi proprii vedute. E perchè ve ne sono alcune le quali non ha vedute, ma udite da persone degne di fede, però nel suo scrivere le cose per lui vedute mette come vedute, e le udite come udite: il che fu fatto acciò che questo nostro libro sia vero e giusto senz'alcuna bugia, e ciascun che 'l leggerà overo udirà gli dia piena fede, perchè il tutto è verissimo. Credo certamente che non sia cristiano né pagano alcuno al mondo che abbia tanto cercato né camminato per quello com'il prefato messer Marco Polo, perciò che dal principio della sua gioventú sino all'età di quaranta anni ha conversato in dette parti. E ora, ritrovandosi prigione per causa della guerra nella città di Genova, non volendo star ozioso, gli è parso, a consolazion de' lettori, di voler metter insieme le cose contenute in questo libro, le quali son poche rispetto alle molte e quasi infinite ch'egli averia potuto scrivere, s'egli avesse creduto di poter ritornar in queste nostre parti. Ma pensando esser quasi impossibile di partirsi mai dall'obedienza del gran Can re de' Tartari, non scrisse sopra i suoi memoriali se non alcune poche cose, le quali ancora gli pareva grande inconveniente che andassero in oblivione, essendo cosí mirabili, e che mai da alcun altro erano state scritte, acciò che quelli che mai le sono per vedere, al presente col mezo di questo libro le conoschino e intendino qual fu fatto l'anno del MCCXCVIII.


Proemio secondo sopra il libro di messer Marco Polo, fatto da fra Francesco Pipino bolognese dell'ordine de' frati predicatori, quale lo tradusse in lingua latina e abbreviò, del MCCCXX.

Per prieghi di molti reverendi padri miei signori, io tradurrò in lingua latina dalla volgare il libro del nobile, savio e onorato messer Marco Polo, gentiluomo di Venezia, delle condizioni e usanze delle regioni e paesi dell'Oriente, dilettandosi ora i prefati miei signori piú di leggerlo in lingua latina che nella volgare. E acciò che la fatica di questo tradurre non paia vana e inutile, ho considerato che pel leggere di questo libro, che per me sarà fatto latino, i fedel uomini che son fuori d'Italia possino ricever merito da Dio di molte grazie, però ch'essi, vedendo le maravigliose operazioni d'Iddio, si potranno molto maravigliare della sua virtú e sapienza; e considerando che tanti popoli pagani sono pieni di tanta cecità e orbezza e di tante spurcizie, li cristiani ringraziarann'Iddio il qual, illuminando i suoi fedeli di luce di verità, s'ha degnato di voler cavargli da cosí pericolose tenebre, menandogli nel suo maraviglioso lume di gloria; o che que' cristiani, avendo compassione e cordoglio dell'ignoranza de' detti p