Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI

Volume terzo




Tommaso Giunti ai lettori


Se gli uomini sapessero la vera cagione perchè spesse volte gli avvenimenti dell'altrui operazioni siano diversi da quel che pareva che si dovesse aspettare, non verriano sí facilmente ad incolpar gli altri o di negligenza, o di tardanza, o di poca prudenza nelle azioni; ma, perciochè nella maggior parte le cagioni sono ascose a coloro che non si ritrovano nel fatto istesso, avviene che per lo piú accusano chi meriteria d'essere scusato. Voglio dire ch'io negli anni passati, sí come voi avete potuto vedere, mandai fuori dalle nostre stampe due volumi di Navigazioni e di Viaggi, il primo cioè e non molto dapoi anche il terzo; il quale vi demmo prima del secondo perciochè, trovandoci gli esemplari che appartenevano a quella parte aver per buona ventura del tutto apparecchiati, giudicammo di farvi cosa grata se, in tanto che s'andava raccogliendo materia a bastanza per il secondo, vi facevamo partecipi di quello che già si trovava esser posto in ordine. E veramente per chiarissimi indizii abbiamo compreso che ciò vi è stato gratissimo, e appresso avemo conosciuto che con infinito desiderio avete aspettato questo secondo, negli altri a voi promesso, e forse molte fiate averete ripreso e vi sareti anco doluti della mia tardanza. La quale tengo per fermo che voi stessi scuserete, quando averete saputo che due gravissimi accidenti, sopravenutimi già due anni sono, m'hanno impedito che prima non ho potuto satisfare al desiderio vostro: l'uno de' quali è stata la morte di messer Gio. Battista Ramusio, che morí in Padova il mese di luglio nel 1557, e l'altro l'incendio della mia stamperia, il quale quattro mesi dopo avenne, il 4 giorno di novembre nel medesimo anno. E se questo mi è stato acerbo, quella mi è stata amarissima, e quanto dispiacere e dolore ella mi abbia apportato, ciascuno a cui veramente sia noto il grande amore che tra noi due è stato continuamente per sí lungo spazio d'anni, potrà facilissimamente imaginarlo.
Egli fu quel singulare intelletto che, mosso dal desiderio solamente del giovare alla posterità col darle notizia di tanti e sí lontani paesi, e in gran parte non conosciuti mai dagli antichi, raccolse da diversi li due volumi con incredibile diligenza e giudicio: e sotto 'l suo indirizzo e governo furono da noi publicati con le nostre stampe. E ben poteva egli ciò fare molto compiutamente, essendo tanto, oltra le scienze e la cognizione che aveva della latina e della greca lingua, quanto fusse alcun altro, intendente anco della geografia, la cui notizia s'aveva esso acquistata parte dal continovo e diligente studio che poneva nel legger i buoni auttori che n'hanno trattato, e parte dall'aver nella sua giovenezza praticato molti anni in diversi paesi, mandatovi per onorati servizii da questa serenissima Republíca; dove gli avenne che fece medesimamente acquisto della lingua francese e della spagnuola, avendole sí ben famíliari come la sua propria natia, ed essene servito nel tradur molte relazioni stampate nel primo e nel terzo volume. Le qual sue fatiche giudiciose e onorevoli, se non usciron fuori illustrate col suo nome, avvenne per la sua singular modestia, che in ciascuna sua azione continuamente era solito d'usare, di modo che vivendo non comportò mai che vi fusse posto, come uomo ch'era lontano da ogni ambizione e aveva l'animo indirizzato solamente a giovare altrui.
Ma io, che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascun altro e morto l'amerò infin che durerà la vita mia, sí come ho desiderato, cosí anche son tenuto a far tutte quelle cose le quali io stimi che siano per acquistargli alcuna fama: non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche ormai tener piú celato il nome suo, del quale ora vedrete ornato questo secondo, che pur finalmente mandiamo in luce, facendovi certi che alla grave e molta perdita che nella stamperia abbiamo ricevuto dal fuoco è stato congiunto anche il danno degli studiosi della geografia, essendosi arsi alcuni esemplari che 'l Ramusio, pochi mesi avanti ch'egli passasse di questa vita, aveva apparecchiati e daticigli per istampare, insieme con alcune tavole dei disegni de' paesi de' quali nel libro vien fatto menzione. Ma con tutto ciò tenete per certo che questi che vi sono raccolti gli troverete ben compiuti e ben ordinati: e ho speranza che ne riporterete dilettevole utilità, per la notizia che vi daranno di cose varie e maravigliose. E non vi maravigliate se, riguardando gli altri due, non vedrete questo secondo volume sí pieno e copioso di scrittori, come il Ramusio già s'aveva proposto di fare, che la morte vi s'interpose. Cosí fusse egli sopravivuto, che, se ben si trovava occupatissimo negl'importanti negozii della Republica, nel suo secretariato del Consiglio eccellentissimo de' Signori Dieci, non averebbe mancato d'accrescerlo anche con maggior numero di scrittori, e quel che in questa parte ci ha tolto la fiamma del fuoco, l'abbondantissimo fiume del suo alto intelletto ci averebbe doppiamente restituito. Sí che, avendo indugiato a publicar questo secondo assai piú di quello che non era il nostro proponimento e la vostra aspettazione, non ho dubbio alcuno che voi, considerando li detti rispetti, averete me per iscusato, e renderete grazie alla felice memoria del Ramusio col dargli quella vera laude e onore che gli si deve, avendovi con tanto vostro piacere e sodisfazione dato col suo sapere e diligenza cosí grande e cosí chiaro lume nelle cose della geografia.

Di Venezia, a' 9 di marzo MDLIX

Di messer Giovambattista Ramusio prefazione sopra il principio del libro del magnifico messer Marco Polo.
All'eccellente messer Ieronimo Fracastoro.


In quanta stima fusse la geografia appresso gli antichi, eccellente messer Ieronimo, si può questo facilmente comprendere, che essendovi bisogno di gran dottrina e contemplazione per venir alla cognizione di quella, ne volsero scrivere alcuni di piú illustri scrittori, tra' quali il primo fu Omero, che non seppe con altra forma di parole esprimer un uomo perfetto e pieno di sapienzia che dicendo ch'egli era andato in diverse parti del mondo e aveva veduto molte città e costumi de' popoli: tanto la cognizione di questa scienzia gli pareva atta a far un uomo savio e prudente. Ne scrissero dopo lui molti altri auttori greci, e fra gli altri Aristotele ad Alessandro, e Polibio maestro di Scipione, e Strabone molto copiosamente, il libro del quale, e di Tolomeo alessandrino, son pervenuti alla età nostra; appresso de' Latini, Agrippa genero d'Augusto, Iuba re di Mauritania e molti altri, le fatiche de' quali sono smarrite col tempo, né si sa altro di loro se non quanto si legge nei libri di Plinio, che ancor egli copiosamente ne scrisse. Di tutti i sopranominati, Tolomeo, per esser posteriore, n'ebbe maggior cognizione, perciochè verso di tramontana trapassa il mar Caspio e sa che gli è come un lago serrato d'intorno: la qual cosa al tempo di Strabone e di Plinio, quando i Romani eran signori del mondo, non si sapeva. Pur ancora con questa cognizione, oltra il detto mare per gradi quindici di latitudine mette terra incognita, e il medesimo fa verso il polo antartico, oltra l'equinoziale. Delle qual parti, quella verso mezogiorno i capitani portoghesi a' tempi nostri prima di tutti hanno scoperta; quella verso tramontana e greco levante il magnifico messer Marco Polo, onorato gentiluomo veneziano, già quasi trecento anni, come piú copiosamente si leggerà nel suo libro.
E veramente è cosa maravigliosa a considerare la grandezza del viaggio che fecero prima il padre e zio d'esso messer Marco fino alla corte del gran Cane imperatore de' Tartari, di continuo camminando verso greco levante, e dapoi tutti tre nel ritorno, nei mari orientali e dell'Indie. E oltra di questo, come il predetto gentiluomo sapesse cosí ordinatamente descrivere ciò che vidde, essendo pochi uomini di quella sua età intelligenti di cotal dottrina, ed egli allevato tanto tempo appresso quella rozza nazione de' Tartari, senza alcuna accommodata maniera di scrivere. Il libro del quale, per causa de infinite scorrezioni ed errori, è stato molte decine d'anni riputato favola, e che i nomi delle città e provincie fussero tutte fizioni e imaginazioni senza fondamento alcuno, e per dir meglio sogni. Ma da cento anni in qua si è cominciato, da quelli che han praticato nella Persia, pur a riconoscere la provincia del Cataio; poi la navigazione de' Portoghesi, oltra l'Aurea Chersoneso, verso greco han discoperto prima molte città e provincie dell'India e molte isole, con i medesimi nomi che 'l detto autor gli chiama; poi, avendo passata la regione della China, sono venuti in cognizione (come narra il signor Giovan di Barros, gentiluomo portoghese, nella sua Geografia, avuta da' popoli della China) che la città di Cantone, una delle principali del regno della China, è in gradi trenta e due terzi di latitudine, e corre la costa greco garbino; oltra ciò, che passando 275 leghe la detta costa gira verso maestro, e che le provincie che sono appresso il mare sono tre, cioè Mangi, Zanton e Quinsai, qual è anche la principal città dove dimora il re, ed è in quarantasei gradi di latitudine; e passando ancor piú oltre, la costa corre fino a gradi cinquanta.
Or, veduto che tante particolarità al tempo nostro di quella parte del mondo si scuoprono della qual ha scritto il predetto messer Marco, cosa ragionevole ho giudicato di far venir in luce il suo libro, col mezo di diversi esemplari scritti già piú di dugento anni, a mio giudicio perfettamente corretto e di gran lunga molto piú fidele di quello che fin ora si è letto, acciò ch'il mondo non perdesse quel frutto che da tanta diligenzia e industria intorno cosí onorata scienzia si può raccogliere, per la cognizione che si piglia della parte verso greco levante, posta dagli antichi scrittori per terra incognita. E benchè in questo libro siano scritte molte cose che pareno fabulose e incredibili, non si deve però prestargli minor fede nell'altre ch'egli narra, che sono vere, né imputargli per cosí grande errore, perciochè riferisce quello che gli veniva detto. E chi leggerà Strabone, Plinio, Erodoto e altri simili scrittori antichi, vi troverà di molto piú maravigliose e fuor d'ogni credenza. Ma che diremo degli scrittori de' nostri tempi, che narrano dell'Indie occidentali, trovate per il signor don Cristoforo Colombo? non dipingono monti d'oro e d'argento incredibili? arbori, frutti e animali di forma maravigliosa? E pur dell'oro e argento non si ingannano, e l'età nostra l'ha con suo grave danno sentito, per le tante guerre state tra' principi cristiani. Degli animali, frutti e piante, ogni ora ne vengono copiosamente portate in Italia, e si conosce ch'hanno scritto la verità. E sopra l'altre, la grandezza della città di Quinsai, nella provincia di Mangi, non si vede esser simile alla gran città di Temistitan della Nuova Spagna, trovata per il signor Hernando Cortese, dove erano i palazzi e giardini del re Mutezuma, cosí grandi e famosi? E molte volte ho fra me stesso pensato, sopra il viaggio fatto per terra da questi nostri gentiluomini veneziani, e quello fatto per mare per il predetto signor don Cristoforo, qual di questi due sia piú maraviglioso: e se l'affezione della patria non m'inganna, mi pare che per ragion probabile si possa affermare che questo fatto per terra debba esser anteposto a quello di mare, dovendosi considerare una tanta grandezza di animo con la quale cosí difficile impresa fu operata e condotta a fine, per una cosí disperata lunghezza e asprezza di cammino, nel qual, per mancamento del vivere, non di giorni ma di mesi, era loro necessario di portar seco vettovaglia per loro e per gli animali che conducevano; là dove il Colombo, andando per mare, portava commodamente seco ciò che gli faceva bisogno molto abondantemente, e in trenta o quaranta giorni col vento pervenne là dove disegnava; e questi stettero un anno intero a passar tanti deserti e tanti fiumi. E che sia piú difficile l'andar al Cataio ch'al Mondo Nuovo, e piú pericoloso e lungo, si comprende per questo, ch'essendovi stati due volte questi gentiluomini, alcuni di questa nostra parte di Europa non ha dipoi avuto ardire di andarvi; dove che, l'anno sequente che si scopersero queste Indie occidentali, immediate vi ritornarono molte navi, e ogni giorno al presente ne vanno infinite ordinariamente; e sono fatte quelle parti cosí note, e con tanto commerzio, che maggior non è quello ch'è ora fra l'Italia, Spagna e Inghilterra.
Or, venendo alla prima parte del primo libro (che ivi dentro è chiamata da messer Marco il proemio del presente libro), confesso ingenuamente che mai non averei inteso quel viaggio primo, che fecero alla corte di quel signor de' Tartari occidentali messer Mafio e messer Nicolò, il padre di messer Marco, e poi a quella del gran Cane, se la bona fortuna non mi avesse li mesi passati fatto capitar alle mani una parte d'un libro arabo, ultimamente tradotta in latino per un uomo di questa età ben intendente di molte lingue, composto già dugento e piú anni d'un gran principe di Soria detto Abilfada Ismael, correndo gli anni de legira 715, ch'è il millesimo de' Turchi, qual ora, del 1553, corre 950: del quale non credo dover esser a noia a' lettori se alcune cose brevemente narrerò, le quali degne di notizia ho riputate.
Questo principe si trovò quasi d'intorno a' tempi medesimi de' prefati tre gentiluomini de Ca' Polo e, per quello che da' suoi scritti si può anco vedere, sapeva molto ben le cose di filosofia e d'astrologia, e volse ancora egli far, al modo delle tavole di Tolomeo, una particolar descrizione di tutte le parti del mondo che al suo tempo si conoscevano. E a questo effetto ridusse, come in un compendio, tutto quello che già aveano scritto molti auttori arabi de' gradi delle longitudini e latitudini di dette parti; nel qual compendio non seguita l'ordine di Tolomeo, ancor che lo citi, perchè l'avea tradotto in arabo, ma tiene un altro modo: conciosiacosachè, tirando alcune linee per lungo e per traverso, dividendole in parti eguali come areole, immediate ne fa appresentar agli occhi prima il nome della città, poi di ciascuno che scriva di quella, e appresso la varietà de' gradi, sí di longitudine come di latitudine, clima, provincia, e in ultimo una brevissima e molto succinta descrizione di quella. Ordine veramente bellissimo e risoluto, che è proprio e peculiare degli scrittori arabi, perchè il medesimo fece Avicenna nel secondo libro, dove tratta dell'erbe, che mette prima il nome di quelle, poi la descrizione e in ultimo le virtú e malattie alle quali sono appropriate.
Or questo libro di geografia non è tradotto tutto, ma vi manca la maggior parte delle commentazioni sopra ciascuna provincia: che se fosse tutto latino, averemmo una geografia particolar delle parti di Asia e Africa delle quali s'avea notizia a' suoi tempi, e saperemo i nomi delle provincie, città, monti, fiumi e mari, come al presente si chiamano, co' gradi delle longitudini e latitudini, secondo che vengono scritte da questi auttori arabi, cioè Attual, Canon, Bensidio, Resum, Cusiro, e poi Tolomeo; che, scontrandoli col detto, si averia piú certa cognizione di molti nomi antichi, citati nell'istorie d'Alessandro e Strabone, ch'ora si vanno conietturando, che sarebbe una delle belle e rare cose che si potessero veder a questi tempi. Qual auttore nelle longitudini non comincia dall'isole Fortunate, come fa Tolomeo, ma dalli primi liti delle marine d'Africa, e dice essere differente dieci gradi di quello che fa Tolomeo. E però sempre il lettor advertisca, nelle longitudini che qui a basso si cittaranno del detto, volendole confrontar con quelle di Tolomeo, di batterne giú dieci gradi. Ma a far questo cosí gran beneficio al mondo sarebbe necessaria la liberalità di qualche gran principe, che lo volesse far venir in luce fornito: che non gli apportaria forse minor gloria, e piú stabile e fissa negli animi degli uomini e di tutta la posterità, di quella che può nascere da' grandi imperii e trionfi acquistati coll'armi.
Ma, ritornando al principio del libro che da messer Marco è chiamato per proemio, dice messer Marco che, partiti suo zio e padre di Constantinopoli, navigarono per il mar Maggiore ad un porto detto Soldadia, e non vi mette il nome della provincia: e ancor che in alcuni libri sia scritto d'Armenia, in quelli nondimeno che mi sono capitati nelle mani, antichissimi e scritti già centocinquanta anni, non vi è altro che Soldadia. E di qui presero il cammino per terra alla corte d'un gran signor de' Tartari occidentali detto Barca. Or nel suo libro il sopradetto Ismael, descrivendo le provincie che circondano il mar Maggiore dalla parte di tramontana, e la Taurica Chersoneso, dov'è la città di Caffa, dice la provincia di Chirmia ha tre città, una detta Sogdat, l'altra Zodat, e Caffa, e che Sogdat corre maestro ponente rispetto a Caffa, ch'è posta verso levante; qual Sogdat è in gradi 56 di longitudine e 50 di latitudine. Seguita poi che Comager è una provincia nel dominio de' Tartari di Barca, fra la Porta di Ferro e la città d'Asach, cioè rispetto alla detta Porta è verso ponente, ma rispetto ad Asach è verso levante. Continua ancora dicendo che vi è un'altra provincia, detta Elochzi, fra li Tartari di Barca e li Tartari meridionali d'Alaú, dove è la città di Iachz, i popoli della quale passano per la Porta di Ferro. Parlando poi della palude Meotide, la qual si chiama mar el Azach, dice che dalla parte di levante è la città di Eltaman con la provincia, la qual è il fine del reame Barca. Da tutte queste cose scritte per questo sultan Ismael si vien in cognizione che sopra la Taurica Chersoneso, dov'è Gazaria e Caffa, vi è la città di Sogdat, la qual al presente col porto si chiama Soldadia. Appresso, che del regno di Barca era la provincia di Comager, ch'è la Cumania, provincia grandissima nella qual vi è la città di Azach, cioè Assara: il che conferma il libro di Ayton Armeno, che dietro messer Marco Polo si leggerà. Dipoi, che vi erano li Tartari di Barca occidentali e quelli di Alaú meridionali, che passavan per la Porta di Ferro, la qual è quella che al presente si chiama Derbent, che (come dicono) fu fabricata d'Alessandro Magno appresso il mar Ircano, tal che il fin del regno di Barca era verso la parte di levante che circonda la palude Meotide, cioè di Zabacche. Di sorte che 'l cammino di questi duoi gentiluomini è questo: che, partiti di Constantinopoli, navigano per il mar Maggiore alla Taurica Chersoneso, ch'è l'isola attaccata con la terra ferma, lunga 24 miglia e 15 larga, dov'è il porto di Soldadia, appresso Caffa; e dapoi per terra vanno a trovar quel signor de' Tartari detto Barca nella Cumania, dov'è la città d'Assara; e fatto il fatto d'arme fra detto Barca e Alaú, della qual sconfitta ne fa anco menzion il sopradetto Ayton Armeno, non possendo ritornar indietro per la detta causa, convengono andar per la Cumania tanto verso levante che circondassero il regno di Barca e venissero ad Ouchacha, ch'è città ne' confini della Cumania verso la Porta di Ferro, e ne fa menzion detto messer Marco in questo primo libro due volte: e questa via fanno i popoli cercassi volendo venir nella Persia. Passata questa Porta di Ferro, passano anco il fiume Tigris, che Aython Armeno chiama Phison, quando parla di Sodochi figliuol di Occotacan che conquistò la Persia minore, e che 'l suo successore si chiama Barach. Or questi duoi fratelli, passato il Tigris e un deserto, arrivano alla città di Bochara, della qual era signor il sopradetto Barach. Questa città di Bochara, secondo Ismael sultan, è in gradi 86 e mezo di longitudine e 39 e mezo di latitudine, ed è la patria dove nacque Avicenna, che fra gli medici, per la sua eccellente dottrina, vien chiamato il principe infino alli tempi nostri: e questo è quanto appartien alla intelligenzia della prima parte di questo proemio.
Da Bochara poi vengono condotti alla volta di greco e tramontana alla corte del gran Can, dal qual son poi mandati ambasciadori al papa; e ritornando in qua pervengono al porto della Ghiazza, nell'Armenia minore, che anticamente si chiamava Issicus Sinus, che risponde per mezo l'isola di Cipro. E indi per mar vennero nella città d'Acre, che si teneva allora per i cristiani, e latinamente è chiamata Acca e Ptolemais, dove si trovava legato della sede apostolica messer Tebaldo de' Visconti da Piacenza, qual (come narra il Platina nelle vite de' pontifici) in luogo di Clemente IIII fu fatto papa, e chiamossi Gregorio X, ove dice ch'al tempo di costui alcuni prencipi tartari, mossi da l'auttorità sua, si fecero cristiani. Questi due fratelli, come nel detto proemio si racconta, partiti d'Acre andarono a Venezia, dove tolto seco messer Marco, l'autor di questo libro, di nuovo ritornarono in Acre; e quivi presa la benedizione del papa nuovamente creato, qual era stato insino allora legato, e tolti in sua compagnia due frati predicatori per condurli al gran Cane, come furono in Armenia la trovarono perturbata per la guerra mossa da Benhocdare, soltan di Babilonia, del qual ne scrive anco l'auttor armeno.
Della navigazion poi che fecero nel suo ritorno verso l'India con la regina assegnata per moglie del re Argon, e da che porto della provincia del Cataio e di Mangi si partissero, non si può dire cosa alcuna, perchè non lo nominano. Ma ben al presente si sa che da' porti di dette provincie venendo verso levante, e poi voltando verso siroco e mezodí, si vien nell'India, come nelle tavole della Geografia dello illustre signor Giovan de Barros portughese si potrà copiosamente vedere. Quivi giunti, trovarono che 'l re Argon era morto, e che, per esser suo figliuolo Casan giovane, uno nominato Chiaccato governava il regno: Hayton Armeno il chiama Regaito. Par poi che andassero a trovar detto Casan nelle parti dell'Arbore Secco, ne' confini della Persia; il qual Casan, come si leggerà nel predetto Hayton Armeno, divenne grandissimo capitano di guerra. E l'Arbore Secco è nella provincia di Timochain, come nel vigesimo capitolo del primo libro da lui viene piú copiosamente descritto. Ritornati poi a Chiaccato per aver la sua espedizione, ebbero le quattro tavole d'oro, per virtú delle quali furono accompagnati sicuramente fino in Trabisonda: e questo perchè i Tartari dominavano e aveano tutt'i signori tributarii loro fino al mar Maggiore, ancor che fussero cristiani. Che volta veramente pigliassero partendosi dal Chiaccato a far il detto viaggio, non si può se non per conietture pensare che, partiti dal regno del detto re Argon, dove stava questo Chiaccato, che poteva esser uno di quelli regni che sono fra terra sopra il fiume Indo, se ne venissero per mare fino nel sino Persico all'isola di Ormus, e smontati sopra la provincia della Carmania, la quale nel libro si chiama Chermain, tenessero poi per quella banda il camino verso la Persia, conciosiacosachè si vede detto auttore far molto menzione dell'isola d'Ormus, delle città e terre di Chermain, fino nella Persia; la quale egli non poteva aver veduta nel viaggio che fece dal porto della Ghiazza alla corte del gran Cane, ma ben in questo suo ritorno. E della Persia vennero verso il mar Maggior a Trabesonda, e poi a Constantinopoli, Negroponte, e ultimamente a Venezia.
Dove giunti che furono, intravenne loro quel medesimo ch'avenne ad Ulisse che, dapoi venti anni tornato da Troia in Itaca sua patria, non fu riconosciuto da alcuno:cosí questi tre gentiluomini, dapoi tanti anni ch'eran stati lontani dalla patria, non furno riconosciuti da alcuno de' loro parenti, i quali fermamente riputavano che fussero già molti anni morti, perchè cosí anche la fama era venuta. Si trovavan questi gentiluomini, per la lunghezza e sconci del viaggio, e per le molte fatiche e travagli dell'animo, tutti tramutati nella effigie, che rappresentavano un non so che del tartaro nel volto e nel parlare, avendosi quasi dementicata la lingua veneziana. Li vestimenti loro erano tristi e fatti di panni grossi, al modo de' Tartari. Andarono alla casa loro, la qual era in questa città nella contrada di S. Giovan Crisostomo, come ancora oggidí si può vedere, ch'a quel tempo era un bellissimo e molto alto palaggio, e ora è detta la corte del Millioni, per la caggione che qui sotto si narrerà: e trovarono che in quella erano entrati alcuni suoi parenti, alli quali ebbero grandissima fatica di dar ad intendere che fussero quelli che erano, perchè, vedendoli cosí trasfigurati nella faccia e mal in ordine d'abiti, non poteano mai credere che fussero quei da Ca' Polo, ch'aveano tenuti tanti e tanti anni per morti.
Or questi tre gentiluomini (per quello ch'io essendo giovanetto n'ho udito molte fiate dire dal clarissimo messer Gasparo Malipiero, gentiluomo molto vecchio e senatore di singular bontà e integrità ch'avea la sua casa nel canale di S. Marina, e sul cantone ch'è alla bocca del rio di San Giovan Crisostomo, per mezo a punto della ditta corte del Millioni, che riferiva d'averlo inteso ancor lui da suo padre e avo, e d'alcuni altri vecchi uomini suoi vicini) s'imaginarono di far un tratto col qual, in un istesso tempo, ricuperassero e la conoscenza de' suoi e l'onor di tutta la città, che fu in questo modo: che, invitati molti suoi parenti ad un convito, il qual volsero che fosse preparato onoratissimo e con molta magnificenza nella detta sua casa, e venuto l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino, in veste lunghe fino in terra, come solevano standosi in casa usare in que' tempi; e data l'acqua alle mani, e fatti seder gli altri, spogliatesi le dette vesti se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in pezzi e divise fra li servitori. Dapoi, mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino e, posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori; e in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri. Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti, tutti gli invitati; ma, tolti via li mantili e fatti andar fuori della sala tutt'i servitori, messer Marco, come il piú giovane, levato dalla tavola andò in una delle camere, e portò fuori le tre veste di panno grosso consumate con le quali erano venuti a casa; e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioie preciosissime in gran quantità, cioè rubini, safiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, e in maniera ch'alcuno non si averia potuto imaginare che ivi fussero state: perchè, al partir dal gran Cane, tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi e altre gioie, sapendo certo che, s'altrimente avessero fatto, per sí lungo, difficile ed estremo cammino non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro. Or questa dimostrazione di cosí grande e infinito tesoro di gioie e pietre preciose, che furono poste sopra la tavola, riempié di nuovo gli astanti di cosí fatta maraviglia che restarono come stupidi e fuori di se stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi gentiluomini da Ca' Polo, di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia.
Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sí de' nobili come de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che si potessero imaginare: e messer Maffio, ch'era il piú vecchio, onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta auttorità. E tutta la gioventú ogni giorno andava continuamente a visitare e trattenere messer Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli dimandavano delle cose del Cataio e del Cane; il quale rispondeva con tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in uno certo modo obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva piú e piú volte della grandezza del gran Cane, dicendo l'entrate di quello esser da 10 in 15 millioni d'oro, e cosí di molt'altre ricchezze di quelli paesi, riferiva tutte a millioni, lo cognominarono messer Marco Millioni, che cosí ancora ne' libri publici di questa Republica, dove si fa menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a S. Giovan Crisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata del Millioni.
Non molti mesi dapoi che furono giunti a Venezia, sendo venuta nuova come Lampa Doria, capitano dell'armata de' Genovesi, era venuto con settanta galee fino all'isola di Curzola, e d'ordine del principe dell'illustrissima Signoria fatte che furono armate 90 galee con ogni prestezza nella città, fu fatto per il suo valore governatore d'una messer Marco Polo; il quale insieme con l'altre, essendo capitan generale il clarissimo messer Andrea Dandolo procuratore di S. Marco, cognominato il Calvo, molto forte e valoroso gentiluomo, andò a trovar l'armata genovese; con la qual combattendo il giorno di nostra Donna di settembre, ed essendo rotta (come è commune la sorte del combattere) la nostra armata, fu preso, perciò che, avendosi voluto mettere avanti con la sua galea nella prima banda ad investir l'armata nimica, e valorosamente e con grande animo combattendo per la patria e per la salute de' suoi, non seguitato dagli altri, rimase ferito e prigione col Dandolo. E incontinente posto in ferri, fu mandato a Genova, dove, inteso delle sue rare qualità e del maraviglioso viaggio ch'egli avea fatto, concorse tutta la città per vederlo e per parlargli, non avendolo in luogo di prigione, ma come carissimo amico e molto onorato gentiluomo. E gli facevano tanto onore e carezze, che non era mai ora del giorno che dai piú nobili gentiluomini di quella città non fusse visitato, e presentato d'ogni cosa nel vivere necessaria.
Or trovandosi in questo stato messer Marco, e vedendo il gran desiderio ch'ognun avea d'intendere le cose del paese del Cataio e del gran Cane, essendo astretto ogni giorno di tornar a riferire con molta fatica, fu consigliato che le dovesse mettere in scrittura: per il qual effetto, tenuto modo che fusse scritto qui a Venezia a suo padre, che dovesse mandargli le sue scritture e memoriali che avea portati seco, e quelli avuti, col mezzo d'un gentiluomo genovese molto suo amico, che si dilettava grandemente di saper le cose del mondo e ogni giorno andava a star seco in prigione per molte ore, scrisse per gratificarlo il presente libro in lingua latina, sí come accostumano li Genovesi in maggior parte fino oggi di scrivere le loro facende, non possendo con la penna esprimere la loro pronuncia naturale. Quindi avenne che 'l detto libro fu dato fuori la prima volta da messer Marco in latino, del quale fatte che furono poi molte copie, e tradotto nella lingua nostra volgare, tutta Italia in pochi mesi ne fu ripiena, tanto desiderata e aspettata da tutti era questa istoria.
La prigionia di messer Marco perturbò grandemente gli animi di messer Maffio e messer Nicolò suo padre, perciò che, avendo eglino fin nel tempo del lor viaggio deliberato di maritarlo tantosto che fussero giunti in Venezia, vedendosi ora in questo infelice stato, con tanto tesoro e senza eredi alcuni, e dubitando che la prigionia del predetto dovesse durar molti anni e, quello che poteva avvenir peggio ancora, che non vi lasciasse la vita (perchè da molti era loro affermato che gran numero de prigioni veneziani erano stati in Genova le decine d'anni avanti che avessero potuto uscire), e vedendo di non poterlo ricuperar di prigione con alcuna condizione di denari, come piú volte avevano per molte vie tentato, consigliatisi insieme, deliberarono che messer Nicolò, ancor che fusse molto vecchio, ma però di complessione gagliarda, di novo dovesse pigliar moglie: e cosí, maritatosi, in termine d'anni quattro ebbe tre figliuoli, nominati l'un Stefano, l'altro Maffio e l'altro Giovanni. Non passarono molti anni dapoi che 'l detto messer Marco, per mezzo della molta grazia che egli aveva acquistata appresso i primi gentiluomini e tutta la città di Genova, fu liberato e tratto di prigione; di dove ritornato a casa, ritrovò che suo padre aveva in quel spazio di tempo avuto tre figliuoli: né per questo si perturbò punto, anzi, come savio e prudente, consentí ancor egli di pigliar moglie, il che fatto, non ebbe alcun figliuolo maschio, ma due femine, una chiamata Moretta e l'altra Fantina. Essendo poi morto suo padre, come a buono e pietoso figliuolo convenia, fece fargli una molto onorata sepoltura per la condizione di quei tempi, che fu un cassone grande di pietra viva, qual fino al giorno presente si vede sotto il portico ch'è avanti la chiesa di S. Lorenzo di questa città, nell'entrare da parte destra, con una inscrizione tale che denota quella esser la sepoltura di messer Nicolò Polo, della contrata di S. Giovan Crisostomo. L'arma della sua famiglia è una sbarra in pendente con tre uccelli dentro, li colori della quale, per alcuni libri d'istorie antiche, dove si vedono colorite tutte l'armi de' gentiluomini di questa nobil città, sono il campo azurro, la sbarra d'argento e li tre uccelli negri, che sono quella sorte d'uccelli che qui volgarmente si chiamano pole, dette da' Latini "gracculi".
Quanto tempo veramente durasse la descendenzia di questa nobile e valorosa famiglia, ritrovo che messer Andrea Polo da S. Felice ebbe tre figliuoli, il primo de' quali fu messer Marco, il secondo Maffio, il terzo Nicolò: questi due ultimi furono quelli che andarono a Constantinopoli prima, e poi al Cataio, come s'è veduto. Ed essendo venuto a morte messer Marco il primo, la moglie di messer Nicolò, ch'era rimasa gravida a casa, come ella partorí, per rinovar la memoria del morto pose nome Marco al figliuolo che nacque, ch'è l'autore di questo libro. De' fratelli del quale, che nacquero dapoi il secondo matrimonio di suo padre, cioè Stefano, Giovanni e Maffio, non trovo che altri avessero figliuoli se non Maffio, ch'ebbe cinque figliuoli maschi e una femina, nominata Maria, la qual, mancati che furono gli fratelli senza figliuoli, ereditò del 1417 tutta la facoltà di suo padre e fratelli, essendo onoratamente maritata in messer Azzo Trivisano, della contrata di S. Stai di questa città; onde poi venne descendendo la felice e onorata stirpe del clarissimo messer Domenico Trivisano, procurator di S. Marco e valoroso capitano generale di mare di questa Republica, la cui virtú e singolar bontà è rappresentata e accresciuta nella persona del serenissimo principe il signor Marcantonio Trivisano suo figliuolo. Questo è il corso di questa nobile famiglia da Ca' Polo, qual durò infino all'anno di nostra salute 1417; nel qual tempo, morto Marco Polo, ultimo delli cinque figliuoli di Maffio che abbiamo detto di sopra, senza alcun figliuolo, come porta la condizione e rivolgimento delle cose umane, in tutto mancò.
E avendo trovato due proemii avanti questo libro, che furono già composti in lingua latina, l'uno per quel gentiluomo di Genova molto amico del predetto messer Marco, e che l'aiutò a scrivere e comporre latinamente il viaggio mentre era in prigione, e l'altro per un frate Francesco Pipino bolognese, dell'ordine de' predicatori, che, non essendoli pervenuto alle mani alcuna copia dell'esemplar latino, né leggendosi allora questo viaggio altro che tradotto in volgare, lo ritornò di volgare in latino del 1320, non ho voluto lasciare di non rimettergli tutti due, per maggior satisfazione e contentezza de' lettori, acciò che uniti servino piú abbondantemente in vece di prefazione del detto libro. Il quale, insieme con questi altri eccellenti scrittori della parte verso levante e greco tramontana fino sotto il nostro polo, che abbiamo con non poca fatica cosí interi e fedeli in questo secondo volume fin ora raccolti, anderà sotto l'onorato nome di Vostra Eccellenza, in quella maniera che già gli abbiamo dedicato il primo delle cose dell'Africa e del paese del Prete Ianni, con li molti viaggi dalla città di Lisbona e dal mar Rosso a Calicut e insino alle Molucche, dove nascono le specierie; e come poi le sarà parimente dedicato anco il terzo, dove si conterano le navigazioni al Mondo Nuovo agli antichi incognito, fatte dal Colombo con molti acquisti, accresciuti poi dal Cortese, dal Pizzarro e da altri capitani, e della cognizione della Nuova Francia, nelle dette Indie posta dalla parte di verso maestro tramontana. Il che ho determinato di fare acciò che dalla grandezza e splendore del nome suo glorioso riceva questo volume, insieme con gli altri due, quella autorità e riputazione che non gli può dare la bassezza del mio debol ingegno. Vostra Eccellenza adunque lo riceverà con quella sincerità ch'io anche gliel'offero, e difendendolo quanto sarà in lei, insieme con l'altro fin ora dato in luce, dalle calunnie de' maldicenti, farà che, sí come io con molta fiducia e sicurtà l'ho dato in protezione al nome suo onorato, cosí anche egli sia già fatto sicuro col favor di Vostra Eccellenza, senza sospetto alcuno insieme col primo liberamente alle mani degli uomini pervenga. Di Venezia, a' sette di luglio MDLIII.


Esposizione di messer Gio. Battista Ramusio sopra queste parole di messer Marco Polo: "Nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli,
dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni del nostro signore 1250".


Cominciando messer Marco Polo il suo viaggio dalle sopra dette parole, m'è sparso nel principio di questo libro cosa sommamente necessaria e da non essere in modo alcuno pretermessa, ancor che molti istorici n'abbino fatto diversamente menzione, l'esporre quanto piú brevemente si potrà, a piú compiuta satisfazione de' lettori, la cagione perchè in Constantinopoli in que' tempi stesse un podestà per nome del doge di Venezia, massimamente che appartiene la cognizione di cosí illustre e gloriosa memoria alla grandezza ed eccellenzia di questa veramente divina Republica, dalle cui antiche scritture e memorie, in antichissimi libri e a que' tempi notate, di questa impresa di Constantinopoli, n'ho io sommariamente tratte quelle particolar cose che qui sotto, sí come io stimo, con molto contento de' benigni lettori saranno descritte.
È adunque da sapere che l'anno di nostra salute 1202 vennero in questa città di Venezia que' gran principi francesi e fiamenghi, veramente cristianissimi, Baldovino conte di Fiandra e di Henaut, Enrico suo fratello, Luigi conte di Bles e di Chartres, e il conte Ugo di San Polo, con gran numero di baroni e signori e vescovi e abbati, che aveano gli anni avanti preso il segno della croce. E condussero seco numeroso esercito, il quale fu ordinato, per non dare incommodo alla città, che pigliasse gli alloggiamenti a San Nicolò sopra il lito del mare, ove erano mandate dalla città le vettovaglie di giorno in giorno per il lor bisogno (ed erane lor capitano generale il marchese Bonifacio di Monferrato terzo di questo nome), con proponimento d'andare a soccorrere ai cristiani nella Terra Santa; ove poco avanti per il Saladino soldano di Egitto era stato tolto a Guidone di Lusignano il regno di Ierusalem e di tutta la Soria, il quale essi, dopo quella famosa recuperazione di Gottofreddo Boglione e di tanti baroni, che fu d'intorno l'anno di nostra salute 1099, aveano posseduto ottantaotto anni continui. E montarono l'ottavo giorno d'ottobre, l'istesso anno 1202, al porto di San Nicolò de Lio sull'armata, la quale l'anno avanti, secondo l'ordine e convenzioni fatte con gli ambasciatori che essi avevano mandati a Venezia, era loro stata apparecchiata da messer Rigo Dandolo, allora serenissimo principe di questa Republica; il quale a cosí santa e cristiana impresa com'era quella della ricuperazione di Terra Santa volse andare in persona, come a buon e religioso principe conveniva, ancor che fosse molto vecchio e cieco; ma prima, con tutto il popolo che in quella impresa l'avea da seguitare, tolse l'insegna della croce nella chiesa di San Marco, avanti l'altare grande, con gran solennità e con bellissime ceremonie, lasciando d'ordine della Republica Reniero suo figliuolo al governo della città. Avendo la Republica in quel tempo perduta la città di Zara in Schiavonia, fu fatta convenzione con li baroni che s'andasse prima a ricuperarla; la quale, dopo lungo assedio dell'esercito e dell'armata, fu presa il mese di novembre e tolta dalle mani di Bela, re d'Ungheria, il quale se n'era per avanti impatronito. Sopragiunse poi il verno con gran freddo, che non li lasciò partire per andare al destinato viaggio di Soria e allo acquisto di Ierusalemme.
E in questo mezo vennero a Zara ambasciadori mandati da Filippo svevo, re della Magna, a' baroni, dicendo che, se volevano aver pietà d'Alessio, suo cognato e figliuolo d'Isaac Angelo imperatore di Constantinopoli, che s'era poco innanzi fuggito a lui dalle crudelissime mani di suo zio Alessio il tiranno (il quale, avendo cavati gli occhi ad Isaac suo fratello e padre di costui, s'era fatto signore e s'avea con gran tradimento usurpato quello imperio di Constantinopoli), fariano loro gran partiti, sí come aveano ampia facultà dal loro signore e da lui. Ottennero finalmente gli ambasciadori, per i molti preghi fatti a' baroni e al doge e per la pietà ch'ebbero del giovane, che, tantosto che si potesse navigare, sarebbe per loro rimesso il giovanetto in stato con suo padre: e fu allora molto solennemente promesso per gli ambasciadori e giurato che, se col padre lo rimettevano nell'imperio, egli, oltra che di subito rimetterebbe tutto 'l stato alla obedienzia della Chiesa romana, dalla quale era partito già molto tempo, darebbe ancora dugentomila marche d'argento alli baroni, con vettovaglia per tutto l'esercito, e diecimila fanti a sue spese per questo santo servigio per uno anno continuo; e di piú s'obligava a tener tutto il tempo della vita sua cinquecento cavallieri nella Terra Santa a sue spese.
Conchiuso questo partito, e solennemente dall'una e l'altra parte giurato, gli ambasciadori si partirono, ritornando a Filippo nella Magna, e facendo sapere il tempo al quale era stato a punto determinato dalli baroni e dal doge che 'l giovanetto dovesse venir a ritrovarli a Zara per partirsi, che fu alquanti giorni dopo Pasqua. Il quale giunto che fu, montati sull'armata e imbarcate le genti, andarono al diritto verso Constantinopoli, dove in pochi giorni giunti, e smontati alla riva di Calcedonia, che è dall'altra parte del stretto all'incontro di Constantinopoli, ov'era allora un bellissimo palazzo dell'imperatore greco, e tratti e' cavalli fuori degli uscieri (che ora si chiamano palanderie), ordinarono i baroni le lor battaglie in quel modo e forma a punto come doveano dipoi andare all'assalto della città. E fatta sopra il lito una picciola scaramuccia col megaduca del tiranno Alessio, e quello rotto e sconfitto, avendo anco mostrato dalla prora della galea del doge Dandolo il giovanetto Alessio alli Greci della città, che in gran numero erano adunati sopra le mura e sopra tutte le torri di Constantinopoli, per vedere se a lui s'avessero voluto arrendere, si rimbarcorono: e, passato lo stretto, smontarono nella terra di Constantinopoli, ove Alessio il tiranno era venuto sopra la riva, con gran numero di Greci a piedi e a cavallo, per vietarli il smontare. Spaventatosi l'imperatore da cosí grande ardire di nemici e avilitosi, subito si ritirò, e fu presa da' Francesi la torre di Pera, nella quale era tirata da Constantinopoli una molto forte catena che chiudeva il porto.
Posto l'assedio per loro dalla parte di terra, e per Veneziani dalla parte di mare con le loro navi e galee, ordinato l'assalto, incominciarono quelli del doge, poste in ordinanza le galee nel golfo di Pera, a drizzare nell'armata mangani e periere e dare la battaglia (perchè non era ancor trovata la maravigliosa machina dell'artegliaria, ch'oggidí si costuma nelle guerre): e batterono le mura della città molto gagliardamente, le quali, dopo non lungo combattere e di non molti giorni, furono prese quasi per beneficio divino, per ciò che, essendo stata veduta da' Greci la bandiera di San Marco sopra una delle torri della città, che da niun mai si seppe come vi fusse stata posta, in tal maniera si smarrirono che incontanente abbandonarono piú di vinticinque torri da quella parte e si fuggirono. Le quali subito prese dal doge, e postoli dentro la guardia de' Veneziani, fu mandata senza indugio la novella alli baroni ch'erano nella parte di terra; i quali, inteso questo, raddopiarono l'assalto, e in molte parti assalirono le mura con le scale: e cosí in breve spazio di tempo fu presa una parte della città, e messo il fuoco in molte case de' nemici. Allora Alessio il tiranno, visto non potere resistere alle forze de' nemici, con nuovo consiglio uscí fuori della città per tre porte, con tutto il suo sforzo, per assaltarli alla campagna. I baroni, vista sí gran moltitudine venirli incontro, avendo raccolto e ordinato il loro esercito, talmente che non potevano esser offesi se non davanti, si messeno in battaglia per aspettare l'affronto animosamente. Pareva che veramente tutta la campagna fusse coperta di battaglie de' nemici, le quali in ordinanza con saldo passo andavano alla volta de' baroni: ed era cosa maravigliosa a vedere che li baroni, che non avevono piú che sei battaglie, aspettassino l'assalto di cosí grande esercito; e già tanto s'era fatto innanzi il tiranno con le sue genti, che facilmente da lontano si potevano ferire.
Quando questo udí il doge di Venezia, fece incontinente imbarcare le sue genti e abbandonare quelle torri che egli aveva di già acquistate, dicendo che voleva andare a vivere e morire co' pellegrini: e cosí, dismontato in terra con tutte le sue genti, si uní con l'esercito. Stettero continuamente le battaglie de' pellegrini con tanto ordine e ardire a fronte de' nemici, che i Greci mai non ebbono animo d'assaltargli. Quando il tiranno vidde questo, perduto d'animo, incominciò incontinente a far ritirare le sue genti e ritornò nella città, ove tolta quella parte di gioie e di tesoro che seco poté portare, abbandonata la moglie e gli amici e di tutti scordatosi, solamente alla propria salute intento, la notte seguente fuggí e lasciò miserabilmente la città e l'imperio, avendo otto anni, tre mesi e dieci dí (come vogliono alcuni) tiranneggiato. E in quella ora a punto della fuga del tiranno, fu tratto di prigione l'imperatore cieco Isaac, e rimesso dal popolo nell'imperio, regalmente vestito, e portato da' suoi con molto onore e magnificenza nel palazzo di Blacherna. E benchè allora l'oscurità della notte a cosí gran facende apportasse grande impedimento, fu nondimeno, per il desiderio grande ch'egli avea d'abbracciare il figliuolo Alessio, mandatolo a chiamare nell'esercito, ordinando che fusse con gli altri baroni condotto con molto onore nella città. I quali, non consentendo a ciò se prima da esso imperatore Isaac il giorno seguente non fusse con solennità confermato quanto a Zara, per il figliuolo e per gli ambasciatori di Filippo suo genero, a suo nome era stato promesso, mandarono, fatto che fu il giorno chiaro, due Veneziani e due Francesi per nome del doge e delli baroni all'imperator, a farsi confermare le convenzioni fatte col figliuolo: le quali confermate che furono da lui con giuramento e con lettere imperiali, e suggellate con bolla d'oro, sí come egli usava, montarono a cavallo i baroni e accompagnarono il giovanetto nella città davanti il padre, dal quale fu ricevuto con grandissima allegrezza. E alquanti mesi dapoi fu ancora, con molta festa e grande onore, secondo il costume loro, nel primo giorno d'agosto coronato imperatore dal patriarca nella chiesa di Santa Sofia.
Fatta che fu questa bella e pietosa operazione per li baroni e il doge, e rimesso il padre col figliuolo in stato, volendo eglino ormai partirsi per andare a loro destinato viaggio di Soria, perciochè la lega loro fatta in Zara non durava se non sino a san Michele del mese di settembre, fecero dire ad Isaac il vecchio e Alessio il giovanetto imperatore che, approssimandosi il tempo della lor partita, volessero pagar loro le convenzioni e quanto erano rimasi d'accordo a Zara, acciochè passando il tempo non perdessero cosí bella occasione di fare la disegnata impresa. Alessio, con molte benigne parole e prieghi usati per coprire le sue astuzie e inganni, tanto seppe fare che, prolungata la lor partita da san Michele infino al mese di marzo, e giurata di nuovo la lega infino a san Michele de l'anno seguente, promesse di pagare fra quel termine interamente tutto quel debito ch'egli avea contratto con loro. Restarono per preghi d'Alessio li baroni, accettando la scusa con ferma speranza che, sí come l'avevano essi benissimo servito nel rimetterlo col padre in stato, egli parimente osservasse loro la fede promessa.
Non passò molto tempo che Alessio, o fusse per il mal consiglio de' suoi o per altra cagione, si mostrò apertamente molto perfido e disleale al doge e alli baroni, che gli erano stati tanto amorevoli e cortesi dell'aiuto loro, e avevangli fatto cosí grande e relevato beneficio; e venne a tale che un giorno ardí ancora negare quanto prima avea loro promesso, ben che di ciò chiara fede apparisse per lettere imperiali di suo padre, sugellate con la bolla d'oro, ch'erano appresso al doge di Venezia. Di modo che, dopo l'averlo fatto piú e piú volte dimandare che le convenzioni fussero loro osservate, li baroni furono astretti per onor loro finalmente, vedendosi in tal maniera beffati, a sfidarlo, con molta vergogna di lui e disonore dell'imperio, e stringerlo al pagamento con molte minaccie, rompendogli guerra: la qual si cominciò di nuovo molto forte e gagliarda, per la poca fede del giovanetto imperatore.
E mentre che Constantinopoli un'altra volta era da Francesi e da Veneziani assediato e dalla parte di terra e dalla parte di mare, Alessio fu tradito da un altro chiamato Alessio il Duca, molto suo familiare e benemerito, che, per aver congiunte le ciglia, volgarmente era in un certo modo e quasi per ischerno chiamato Marculfo: e una notte, su la piú bell'ora del dormire, fu posto in una oscura prigione, e pochi giorni dipoi, il sesto mese del suo imperio, occultamente strangolato, non avendo in lui operato il tossico che prima gli avea tre volte fatto dar a bere nella prigione. Morto Alessio, e fattolo imperialmente sepelire come s'egli fusse naturalmente morto, prese Marculfo con l'aiuto de' suoi seguaci l'imperio e la signoria della città, facendosi tiranno, con molto dolore de' Greci e passione del vecchio Isaac, il quale, udito il miserabil caso del figliolo, morí incontinente di cordoglio. I baroni e il doge, inteso il grande tradimento e continuando gli assalti, batteano con diverse machine le mura e le torri senza fine, giorno e notte; e radoppiata la guerra, facendosi fra l'una e l'altra parte molto grosse scaramuccie, fu in una di quelle valorosamente acquistato da' baroni e da' Veneziani lo stendardo imperiale del tiranno, ma con molto maggior allegrezza un quadro ov'era dipinta l'imagine della nostra Donna, il quale usavano continuamente gl'imperatori greci portare seco nelle loro imprese, avendo in quello riposta ogni lor speranza della salute e conservazione dell'imperio. Questa imagine pervenne nei Veneziani, e sopra tutte l'altre gran ricchezze e gioie che gli toccarono fu tenuta carissima, e oggidí è con grande riverenzia e devozione servata qui nella chiesa di San Marco, ed è quella la quale si porta a processione al tempo della guerra e della peste, e per impetrare la pioggia e il sereno.
Finalmente due galee de' Veneziani portate dal vento sotto le mura, e posta una scala dalla gabbia de' loro arbori, un Veneziano e un Francese entrarono ad una torre, e valorosamente posta la bandiera di San Marco, levato il grido nell'armata, e in quell'istesso tempo per Francesi dalla parte di terra con molta forza rotta e presa una porta della città, fu preso Constantinopoli la seconda volta e sconfitto il tiranno Marculfo: il quale incontinente, fuggendo per la porta Oria dalla parte di ponente, abbandonò la città, essendo stato nella sedia imperiale non piú che due mesi e giorni. Entrati li baroni e alloggiati nella città, dopo il sacco che fu molto grande e ricco, il quale, in esecuzioni dei patti conchiusi d'accordo ne' padiglioni avanti il dare l'assalto alla città, fu portato in tre gran chiese e quivi diviso fra li baroni e Veneziani egualmente, furno eletti dodici uomini che dovessero creare l'imperatore, sei veneziani dalla parte del doge e sei dalla parte de' baroni, che furono quattro vescovi francesi e due baroni lombardi. I quali, ridotti a far questa elezione in una ricca capella, che era nel palazzo ove alloggiava il doge di Venezia, crearono imperatore dopo lungo contrasto di molte ore Baldovino, il conte di Fiandra e di Hennault, nella maniera che s'erano, per l'instrumento fatto avanti il dare l'assalto alla città, convenuti: che fu tale, che colui il quale avesse piú voti nelli dodici s'intendesse essere imperatore, e caso che duoi avessero tanto e tanti per ciascuno, si dovesse allora trare la sorte, e a chi ella toccasse fusse imperatore; il quale dovesse signoreggiare una delle quattro parti del predetto imperio di Constantinopoli, e avere per l'abitazione sua i palazzi di Boccalione e di Blacherna nella città, ch'erano anticamente stata abitazione degl'imperatori greci; l'altre tre parti dell'imperio fussero per uguale porzione divise fra i Veniziani e li baroni francesi, ch'altramente si faceano chiamare pellegrini; con patto espresso che, dalla parte di coloro onde non fusse stato creato l'imperatore, li chierici avessero libertà di eleggere il patriarca e ordinare la chiesa di S. Sofia e instituire li canonici, con reggere tutto 'l stato ecclesiastico: il quale patriarca di Constantinopoli, e di riverenzia e di ricchezza, non era allora tra' Greci punto inferiore al nostro papa di Roma.
I Veneziani, creato ch'ebbero Baldovino imperatore, ch'era della parte francese, e dato che fo titolo al doge di Venezia di despote (titolo allora di grand'onore), elessero Tommaso Moresini per patriarca di Constantinopoli, e fu diviso incontinente l'imperio in quattro parti, cosí come prima s'erano convenuti: delle quali avuta che n'ebbe una l'imperatore Baldovino, l'altre tre furono divise fra gli altri baroni e il doge di Venezia per uguale porzione; onde poi il doge di Venezia e suoi successori per molti anni continoi ebbero il titolo di dominatori della quarta e meza parte di tutto l'imperio della Romania. Bonifacio il marchese di Monferrato, che non avea potuto conseguire l'imperio, benchè con ogni studio vi avesse atteso, e fatto gran fortuna a Baldovino, si fece suo uomo ligio, e da lui in contracambio e per segno d'amore fu creato re di Salonichi: e fra il tempo della incoronazione dell'imperatore (che fu l'anno 1204, il mese di maggio) sposò l'imperatrice Maria, sorella di Bela re d'Ungaria, che per avanti era stata moglie del morto imperator Isaac vecchio, e andò con le sue genti verso il regno di Salonichi. I Veneziani andarono al possesso e acquisto del loro imperio, che fu molte città della Tracia e molte isole dell'Arcipelago, con buona parte della Morea, facendo un editto, che cadauno Veneziano che armasse navilii a sue spese potesse andare a recuperare, delle dette isole, quelle che volesse, eccetto Candia e Corfú; dove che Rabano dalle Carcere veronese, uomo letterato in que' tempi, che era venuto per consigliero del principe Dandolo, andò con licenzia del doge a pigliar l'isola di Negroponte, la qual alquanti anni dapoi, conoscendosi non avere forze bastanti a mantenerla, volontariamente cesse al doge di Venezia: dove fu poi mandato continuamente per governo dell'isola un gentiluomo di Venezia per bailo, fino che ella fu sotto l'imperio di questi signori.
Morto il principe Dandolo nell'assedio della città d'Andrinopoli, ch'era delle toccate in sorte nella divisione dell'imperio, ma da' Greci che vi erano fuggiti e quivi raccolti dopo le lor miserie tenuta per nome di Ioanniza, re di Valachia e Bulgaria, e portato che fu a sepelire con onorate esequie in Constantinopoli nella chiesa di Santa Sofia, i Veneziani che si trovavano in Constantinopoli, avendo veduto, avanti la morte del doge, il grave caso della presa dell'imperatore Baldovino, che occorse come piú a basso si leggerà, e vedendosi privi e dell'imperatore e del doge, né avendo allora in Constantinopoli alcuno de' suoi che fusse loro capo e governo in cosí aspra e difficil impresa, essendosi tutti insieme ridotti un giorno, solennemente crearono, l'anno che allora correva 1205, loro podestà messer Marin Zeno (il qual si ritrovava in Constantinopoli), con ordine e deliberazione tale, che nell'avenire qualunche podestà o rettore che 'l doge di Venezia di tempo in tempo mandasse col suo consiglio, over ordinasse podestà in Constantinopoli, si dovesse accettare per podestà e vero rettore e amministratore di quella parte della città e dell'imperio ch'era nella divisione toccata in sorte a' Veneziani; il qual podestà s'intendesse aver anco il titolo di dominatore della quarta e meza parte dell'imperio di Romania, e portasse la calza di seta cremisina (insegna imperiale), come parimente portava l'imperator francese, e avea fin allora portata il Dandolo. Questo, con li suoi giudici, consiglieri e camarlenghi, e altri infiniti officiali e magistrati ch'appresso di lui onoratissimamente stavano, nel principio del suo reggimento confermò li feudi dell'imperio a quelli che dal doge Dandolo n'erano stati investiti, con ordine che non potessero da loro essere alienati in altri ch'in Veneziani, e fece molt'altre provisioni a publico beneficio della nazione e del stato. E dopo lui, mentre durarono gl'imperatori francesi in Constantinopoli, successero continuamente per diritto ordine altri podestà, mandati dalla Signoria di Venezia al governo di quella parte dell'imperio, ch'era de' Greci chiamata despotato, sí come n'avea avuto il titolo per avanti il doge Dandolo.
Dopo la morte di Baldovino imperatore, ch'in un conflitto era stato fatto prigione dai soldati di Ioanniza, re di Bulgaria e Valachia, e poi morto, fu per li baroni ch'erano in Constantinopoli eletto per suo successore Enrico suo fratello, che fino a quel giorno, con titolo di bailo dell'imperio, avea con molto valore e giudicio governato l'esercito. Egli, tolta la corona dell'imperio l'anno 1206, il vigesimo giorno d'agosto, in Constantinopoli nella chiesa di S. Sofia, solennemente datagli da Tomaso Moresini patriarca, qual era tornato allora da Roma, ove avea impetrata da papa Innocenzio terzo la confermazione del suo patriarcato, e di piú era stato eletto arcivescovo di Thebe, confermò a messer Marin Zeno, con molto onore e amorevolissime parole, in presenzia di Benedetto, cardinale di S. Susanna e legato del papa nella Romania, la quarta e meza parte dell'imperio che gli era toccata in sorte, promettendogli aiuto e favore per acquistare l'altre sue città tenute da' Greci e per conservarle. Questo imperatore Enrico dipoi prese per moglie Agnese, figliuola del marchese Bonifacio di Monferrato, che era stato creato re di Salonichi, la quale fu anco lei il mese febraro coronata imperatrice, e fece ch'il marchese suo socero divenne suo uomo ligio: il qual, abboccatosi con l'imperator Enrico suo genero presso al fiume che corre sotto la città di Cipsella, e ottenuta la confermazione da lui del regno di Salonichi, nel ritorno suo al regno fu assalito da una grande correria di Valachi e Cumani, e, nel combattere gravemente ferito, nel 1207 morí.
L'imperator Enrico, dopo molta e lunga guerra, fatta ora con Teodoro Lascari, che con l'aiuto de' Greci tiranneggiava molte città dell'imperio nell'Asia, ora con Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, il qual con grossissimo esercito de Bulgari e di Valachi gli veniva adosso, e tanto vicino che correva spesse volte sino sopra le porte di Constantinopoli, facendo grandissimi danni e menando via uomini e bestie in gran copia in Valachia, avendo dieci anni retto l'imperio, morí senza figliuoli in Salonichi, l'anno 1216 il mese di giugno, e lasciò Violante, sua sorella, erede dell'imperio. Questa, che si trovava in Francia maritata in Pietro di Cortenay, conte d'Auxerre, onorato cavalliero, udita la morte dell'imperatore Enrico suo fratello, venne col marito a Roma; dove da papa Onorio III ambidue coronati imperatori nella chiesa di San Giovanni Laterano, nel 1217 il mese d'aprile, con molto solenne trionfo, incontinente elessero duoi delli suoi baroni e mandarongli a Constantinopoli, acciochè solennemente giurassero in nome loro a messer Rogiero Permarino e Marin Storlato e Marin Zeno (che si trovavano in Constantinopoli legati per el doge Ziani, ch'era allora principe di Venezia) che per tutto il tempo dell'imperio loro gli saria osservata buona e real compagnia, e mantenute tutte le convenzioni e patti, ordinazioni e onorificenzie ch'aveano li Veneziani insino a quel giorno avute nella Romania, cosí con scritti come senza scritti, fatte per il già conte Baldovino di Fiandra imperatore, e dipoi per Enrico suo fratello e successore, con tutti li rettori e podestà di Constantinopoli stati nel despotato sino a quel tempo, per nome della signoria e del doge di Venezia.
Partitosi dipoi da Roma, l'imperatore, con la moglie imperatrice, venne a Brandicio, dove montato sopra le galee de' Veneziani insieme col cardinale Colonna, datogli legato dal papa, andò all'assedio di Durazzo, ch'essendo sino alla divisione prima dell'imperio toccato in sorte a' Veneziani e poi perso, desiderava per tante cortesie che le facevano in grazia loro prenderlo e consegnarglielo; ma non gli successe, però che un grand'uomo greco, detto Teodoro Conneno duca di Albania, vassallo di Teodoro Lascari, violentemente se n'era insignorito. Costui, mostrando con astuzia greca di volersi riconciliare con Pietro imperatore, l'alloggiò nella città, facendo finta di dargliela e volerlo di piú, per onorificenzia, accompagnare fino a Constantinopoli nell'imperio, dov'egli andava col legato per terra, avendo mandata l'imperatrice per mare sopra le galere de' Veneziani: e un giorno desinando a tavola l'ammazzò, facendo prigione il cardinale Colonna. Questa nuova cosí all'improviso e non aspettata, essendo intesa a Constantinopoli, turbò grandemente gli animi di tutti. Ma ritrovandosi allora messer Iacomo Tiepolo, podestà de' Veneziani, nella città e nell'imperio, con la sua prudenzia e buon consiglio operò sí che in poche ore acquietò tutto il tumulto nato per la morte dell'imperatore. E vedendo che le cose de' Francesi andavano ogni giorno declinando, e che di Francia non era mandato quel soccorso e aiuto che ragionevolmente si dovea aspettare, giudicò che, per star in pace e assicurare le cose della città, buona cosa era far tregua per alquanti anni col soldano e col Lascari e con gli altri signori vicini, che d'ogni parte facevano guerra con l'imperatore. Il che fatto col consiglio delli suoi giudici e consiglieri, e di Conone di Betuna, baron francese, ch'in luogo dell'imperatore morto essendo creato bailo governava la città nell'interregno, Roberto fra questo mezo, il figliuolo di Pietro imperatore, venuto di Francia a Constantinopoli, morta la madre che (come vogliono alcuni) governò l'imperio certo tempo, fu l'anno 1220 coronato imperatore in luogo di Pietro suo padre, avendogli volontariamente Filippo suo fratello, al quale per essere il primogenito s'apparteneva l'imperio, cessa la corona.
Questo, vedendo li buoni portamenti che facevano, e amorevoli consigli nel governo dell'imperio che raccordavano continuamente li podestà ch'erano mandati dalla signoria di Venezia, continuò a fare grandissime carezze e onori a messer Iacomo Tiepolo, che in quel tempo che egli venne ritrovò esser podestà; e ordinò ch'ogni facenda, di qualunche sorte ella si fosse, si consigliasse e trattasse prima con lui che con i consiglieri dell'imperio; e in ogni deliberazione che si faceva, seguendo il costume degli altri imperatori suoi precessori, voleva sempre il consiglio del podestà di Venezia, e negli scritti suoi nominava, come aveano fatto suo padre e zii, qualunche volta gli occorreva farne menzione, il doge di Venezia suo carissimo amico e collega dell'imperio. E ho letto io la copia del privilegio del prefato Roberto imperatore, che fece a' Veneziani in Selimbria il ventesimo giorno di febraro, l'anno quarto del suo imperio, che fu del 1224, all'istesso tempo di messer Iacomo Tiepolo, podestà di Constantinopoli; nel qual egli conferma, cosí ricercato per lettere da messer Pietro Ziani, doge di Venezia, tutte quelle altre parti che li suoi podestà aveano nuovamente acquistate dell'imperio della Romania oltra le prime, e vuole ch'egli e li successori suoi abbino le medesime giurisdizioni e auttorità nelle predette parti di nuovo acquistate dell'imperio, "sí come noi abbiamo nelle cinque", per dire le sue proprie e formali parole, perciò che già le parti de' primi baroni che l'acquistarono erano per la morte loro in gran parte pervenute nell'imperatore. E queste carezze e favori non già senza causa il predetto imperatore faceva a' Veneziani, perciò che, sapendo che le forze sue erano molto indebolite nella Grecia e ch'altrove non poteva avere né piú presto né maggior aiuto che da essi, sopra le spalle de' quali allora gran parte di tutto quell'imperio si riposava, gli avea in molto onore e riverenzia.
Messer Iacomo Tiepolo podestà fece in questo tempo tregua per cinque anni con Teodoro Lascari, il quale per conto di sua moglie, figliuola d'Alessio il fratricida, era stato da' Greci coronato imperatore poco dapoi la presa di Constantinopoli, e avea continuamente signoreggiata quella parte dell'Asia all'incontro di Constantinopoli che ora si chiama la Natolia. E convenne con lui con solenne giuramento molte cose, che dapoi apportarono grande utile e onore insieme alla nazione veneziana e al despotato della Romania; ma fra l'altre che i Veneziani e mercanti di Venezia sicuramente e senz'alcuno impedimento o danno potessero fare le loro mercanzie e negociare nelle terre del Lascari, essendo sempre liberi cosí per mare come per terra, e con patto di poter anco fare qualunche sorte di mercanzie loro piacesse nella sudetta terra senza pagare alcuna gravezza o il comerchio, ch'era una sorte di gabella che allora e oggi ancora si costuma pagare in Constantinopoli e in Soria, e in ogn'altro luogo soggetto all'imperio del Turco, da tutti egualmente e da' Turchi istessi (la quale gabella però del comerchio era pagata da quelli del Lascari, cosí in Constantinopoli come in qualunche altro luogo de' Veneziani nella Romania); e s'alcuna nave veneziana o de' loro sudditi pericolasse nelle terre a lui soggette, la robba fusse resa loro interamente. Appresso, che se alcuno Veneziano o mercante suddito, morendo nel stato suo, avesse fatto testamento, tutto l'aver suo fusse realmente reso agli eredi; e caso che ei fosse morto senza testamento, né avesse avuto appresso di sé alcuno de' suoi al tempo della sua morte, la robba sua dovesse esser conservata salva appresso il signor della città nella quale egli fusse morto, infin che apparisse colui a chi ragionevolmente aspettasse; con solenne giuramento e particolar promessa che né il Lascari nel suo imperio, né il doge di Venezia nel suo despotato nella Romania, avessero facultà di far battere ad un istesso modo iperperi né manulati (il manulato era una sorte di moneta di molta riputazione appresso i Greci, chiamata da questo nome per conto di Manoel imperator di Constantinopoli, che ne fu l'autore), né alcun'altra sorte di moneta che si assomigliasse l'una a l'altra, ma ciascuno diversamente battesse la sua; né potesse il Lascari a modo alcuno mandare sue navi o altri legni alla città di Constantinopoli né fare soldati sopra il despotato de' Veneziani durante la tregua, senza licenzia del doge di Venezia. Questo è quello messer Iacomo Tiepolo che per il suo valore ascese poi al principato de questa Republica, e fece raccore e ordinare tutti li statuti di Venezia riducendoli in un volume, ne' quali si vede ancora dichiarato l'ordine che in quel tempo che signoreggiavano Constantinopoli s'osservava in questa città circa li testamenti de' Veneziani che qui erano portati da Constantinopoli, fatti per modo di breviario: che non se gli avesse a prestar fede se non erano sottoscritti dal podestà de' Veneziani o suo sustituto, o almeno da uno de' conseglieri mandati di qui dalla Signoria.
Teodoro Lascari, dapoi fatta tregua col Tiepolo, desiderando fare anche parentado coll'imperator Roberto per fermar meglio le cose sue, tentò di dargli per moglie Eudocia sua figliuola; ma essendogli vietato per il suo patriarca, che non volse acconsentirvi, come che il far parentado con Latini fusse quasi contro gl'instituti loro, non gli riuscí il pensiero. Onde egli, volendo pur fornire questo suo desiderio, e tentate molte altre strade senza effetto, alla fine pieno di sdegno si morí, lasciando l'imperio a Giovanni Vatazo suo genero, ch'altrimente era chiamato il duca, marito di Irene sua figliuola, per non esser il figliuolo che gli era nato nel secondo matrimonio della moglie armena ancora in età matura e atto al governo, né vivendo allora alcuno di que' due figliuoli ch'ebbe della prima moglie Anna, figliuola del tiranno Alessio di Constantinopoli. Era Teodoro di età vicino a cinquanta anni quando morí, avendo regnato intorno a diciotto anni, e (per quello ch'io ho letto in una istoria greca di que' tempi non ancora publicata) di picciola statura, di color bruno, con la barba lunga divisa in due parti nella summità, quasi guercio d'un occhio, molto animoso e pronto nel combattere, ma uomo che dall'ira e dalla lussuria difficilmente si potea astenere; nel resto liberalissimo signore, e tanto magnifico che volea spesse volte quelli a' quali pur una volta alcuna cosa donava incontinente far ricchi. Nelle guerre specialmente fatte contro Latini e Persiani fu assai sfortunato. Ebbe il suo corpo sepoltura dov'erano l'ossa d'Anna sua prima moglie, nel monasterio del Iacinto nella città di Nicea in Bitinia.
Alla fine, Roberto imperatore di Constantinopoli (per ritornar a lui), come alle volte aviene ai giovani, innamoratosi imprudentemente d'una bellissima giovane greca, di nobil sangue e ricca, ancor che sapesse che dalla madre era stata promessa ad un Borgognone de' primi capitani del suo esercito, senz'alcun rispetto e con grande insolenzia tolta, la menò a casa. La quale ingiuria non potendo il Borgognone sostenere, pieno d'ira e di furore, non essendo l'imperatore in Constantinopoli, con molti suoi seguaci entrò una notte in palazzo, e rotte le porte, presa la giovane e la madre, a quella tagliò il naso e l'orecchie; e la madre, come quella che era stata cagione della rapina della figliuola, fece affogar in mare. Questo miserabil caso perturbò tanto l'imperatore che, pieno di sdegno e di cordoglio per lo scorno grande fattogli dal capitano, raccomandato ch'ebbe l'imperio a messer Marin Michele (ch'era allora, secondo alcuni, podestà de' Veneziani), come quello che faceva pensiero di non voler piú ritornar a Constantinopoli, si partí disperato e venne in Italia; dove, ito a Roma per dolersi col papa di questa sua miseria e sciagura che gli era avenuta, stato che fu alquanto tempo appresso sua Santità e amorevolmente da lei racconsolato, fu consigliato a ritornare a Constantinopoli: nel qual viaggio, gravemente ammalato, nella Morea morí, lasciando l'imperio a suo fratello Baldovino, per l'età non ancor atto a governar l'imperio. Il quale, essendo poi giunto all'età matura, morto Giovanni conte di Brena, re di Ierusalemme, suo suocero (che avendogli dopo la morte di Roberto suo fratello data la sua figliuola Marta per moglie, e col consiglio de' primi baroni del governo dell'imperio governato e molto valorosamente dall'impeto del Vatazzo difeso alquanti anni lo stato), fu coronato imperatore di Constantinopoli. Ed è quello del quale messer Marco Polo nel principio del suo libro scrivendo dice: "Nel tempo di Balduin imperatore di Constantinopoli, dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni di nostro Signore 1250, etc.".
Di qui avenne che, volendo egli al tempo che compose e scrisse questo libro in Genova, che fu del 1298, notificar particolarmente e descrivere il tempo apunto nel quale suo padre e zio s'erano ritrovati in Constantinopoli, che fu l'anno 1250, nel principato di messer Marin Moresini doge di Venezia, giudicò lui cosa molto degna e lodevole (ancor che in quel tempo gran parte della porzione del stato di Veneziani nella Romania fosse già perduta con la signoria de' Francesi in Grecia) incominciar con la memoria di questo tempo a descriver il suo viaggio, per dimostrare l'onorificenzia e grandezza in che per avanti era stata la sua patria: perciò che, allora ch'egli dimorava prigione in Genova, erano già nel spacio di que' quarantaotto anni stati scacciati li Francesi dal Vatazzo, col sopradetto Baldovino imperatore che lui nomina, e per mezo di Michel Paleologo gli Greci ritornati nel lor primo imperio di Constantinopoli. Della quale impresa, come rara e illustre, io ne ho in questo luogo, parendomi fare molto al proposito nostro, cosí brevemente (toccando però alcune cose necessarie da sapere) voluto far menzione, acciochè a quelli lettori che non averanno alcuna cognizione, o almen poca, delle cose di que' tempi, né saperanno lo stato nel quale allora questi signori si ritrovavano, non paia cosa fabulosa il leggere che già trecento anni questa Republica abbia tenuto per cosí lungo spazio di tempo podestà in Constantinopoli, sí com'ella fece, e sia con molto beneficio della cristianità stata tanti anni patrona d'una parte di quella cosí bella e gloriosa città e di quel tanto maraviglioso imperio, che ora, per le molte discordie longamente state fra' principi cristiani, si truova soggetto agl'infideli.
Ma chi averà piacere d'intendere particolarmente e con piú diritto e continuato ordine il filo di tutta questa istoria, ch'io di sopra non ho raccontato né è sino ora stata scritta da alcuno, incominciando specialmente dal principio che Teobaldo conte di Campagna e di Bria, e Luis conte di Bles, con Baldovino e gl'altri baroni, l'anno 1200 presero la cruciata nella Fiandra, e fatto il loro parlamento in una città di Campagna, mandarono l'anno seguente sei onorati baroni loro ambasciatori al doge Dandolo a Venezia, con lettere di credenza e molti partiti, a dimandare navilii e un'armata per passare in Soria con uno esercito di trentotto in quarantamila persone che aveano raccolto, e andare alla recuperazione di Terra Santa, leggerà l'istoria di Paolo mio figliuolo, la quale egli latinamente scrive d'ordine dell'illustrissimo ed eccellentissimo Consiglio di Dieci di questa Republica. Il quale, acciochè la memoria di tanto illustre e gloriosa impresa non sia molto piú dalla longhezza del tempo fatta oscura di quello che ella è stata fin ora, gli ha con la sua solita liberalità e magnificenza dato carico che ne debba far un copioso volume, raccogliendo tutte quelle cose che si truovano scritte, parte ne' memoriali e scritture autentiche portate in que' tempi con molte gioie e tesori dell'acquisto di Constantinopoli in questa città, dagli altri istorici che ne hanno parlato pretermesse, e parte ne' commentari scritti a penna ritrovati a' nostri tempi, che mai il Sabellico né alcun altro scrittore ha veduti, d'un grande gentiluomo francese di molta auttorità e maneggio, il quale, ritrovandosi sempre presente col conte Baldovino di Fiandra ed Enrico suo fratello in questa impresa, la volse allora, come colui che la maneggiò e della quale n'era benissimo instrutto, nella lingua francese con molte belle particolarità e con ogni diligenzia descrivere. Questo libro già alquanti anni il clarissimo messer Francesco Contarino, il procuratore di San Marco, essendo ambasciator in Fiandra a Carlo V imperatore l'anno 1541, e avendolo a caso in una libraria d'un monastero trovato, portò seco in questa città, non volendo patire che cosí bella istoria, tanto diligentemente e con tanto onore della sua patria per un uomo francese descritta, che altrove non si trovava, rimanesse perpetuamente nascosta in un solo libro scritto a penna dentro una libraria della Fiandra.
Or in queste istorie di mio figliuolo si leggeranno le mutazioni e i rivolgimenti di quelle signorie, con la morte, creazioni e prigionie di tanti imperatori e tiranni ch'erano a quel tempo in molte parti della Grecia e dell'Asia, con la turbulenzia del stato loro, e finalmente la perdita di tutto quello imperio che pervenne nei Latini; il dominio de' Veneziani nella Romania, con suoi privilegii e onoratissime giurisdizioni, e co' nomi di ciascheduna città, luogo, castello o casale, che cosí nella Tracia come nella Morea e nel Peloponeso le toccarono in sorte nella divisione dell'imperio fatta da' partitori; e dell'isole dell'Arcipelago, e de' signori che l'occuparono, a chi furono tolte; la porzione dell'imperio venuto in sorte a' baroni francesi, ch'altrimente si chiamavano pellegrini, e quella del medesimo imperatore Balduino ed Enrico fratelli, incoronati imperatori l'un dopo l'altro, con lor nozze e parentadi dopo l'acquisto dell'imperio fatti; la creazione del marchese di Monferrato in re di Salonichi e l'imperio suo, col maritaggio nella sorella del re d'Ungaria; la morte di Balduino, primo imperatore de' Latini, al quale, dopo preso da Valachi e Bulgari il primo anno del suo imperio in un conflitto, e tenuto molti mesi prigione, fu tagliata la testa e portata a Ioannizza lor re in Ternoviza, il quale, fattala nettare e trattone gl'interiori, adornata in forma di vaso, con molto oro intorno, la facea adoperare per bere in vece d'una tazza. Si leggerà il valor e la morte del principe Dandolo nell'assedio d'Andrinopoli, ove guidava l'esercito dopo la perdita dell'imperatore; il modo con che fu primieramente instituito il podestà che tanti anni tenne questa Republica in Constantinopoli, del qual parla messer Marco Polo nel principio del suo viaggio, con tutti e' nomi de' magistrati veneziani che solevano sedere in quella città e nell'imperio; le gioie, i tesori, le colonne, i marmi che vennero di que' paesi e della Grecia mentre che signoreggiorno i Veneziani; come furno da Constantinopoli portati que' quattro bellissimi cavalli di metallo, di mirabil arteficio, che Costantino imperatore, tolti dall'arco di Nerone, ch'egli avea di prima tolti dall'arco d'Augusto, portò da Roma a Constantinopoli, e ch'ora si veggono nel corridore della chiesa di San Marco, sopra la piazza, da tutto 'l mondo sempre riguardati con somma maraviglia; le molte reliquie d'infiniti uomini santi e beati, di che son piene tutte le chiese e monasteri di questa città, e l'istessa chiesa di San Marco; con le longhe guerre, che parte Bonifacio re de Salonichi fece contro Leon Scrugo, tiranno del Peloponeso, che difendendosi con molte astuzie teneva Coranto e Napoli di Romania, dando di molto travaglio a' Latini, e parte che 'l podestà de' Veneziani insieme con Francesi e l'imperator Enrico, confederati con Teodoro Brana greco (che solo del rimanente de' Greci teneva lega con Francesi, per aver per moglie Anna, figliuola di Lodovico sesto re di Francia, padre di Filippo il Pietoso, la quale era stata avanti la presa di Constantinopoli nel primo maritaggio moglie d'Alessio, figliuolo di Manoel imperatore), fecero in diversi tempi nella Turchia, prima con Teodoro Lascari, il quale per conto della prima moglie greca pretendeva ragione sull'imperio, e signoreggiava gran parte di quel paese, facendo molti danni a' Veneziani e a' Francesi oltra lo stretto, e poi contra Ioannizza, re di Valachia e Bulgaria, nella Tracia; il quale, nemico per ragione ereditaria, insino dal tempo di Pietro e Asane suoi fratelli, del nome greco e latino, avea destrutta Napoli di Tracia, Panedò, Eraclea, Tzurolo, ora Chiorlich, e molt'altre città del loro stato insin a canto Constantinopoli; che finalmente, dopo l'avere molti anni guerreggiato con loro, si morí di mal di punta appresso Salonichi, essendogli paruto una notte in sogno, nel mezo del dormire, vedersi da un soldato passare il costato con una lancia, che fu detto allora esser il significato della qualità della morte che divinamente doveva essergli mandata.
Ma avendo sufficientemente, e forse piú che a bastanza, con tanta digressione e cosí longa diceria dimostrato quello ch'io da prima avevo tolto a narrare del principio del libro di questo scrittore, mettendo qui fine mi volgerò ad esporre alcuni pochi luoghi sparsi ne' libri de messer Marco Polo, i quali, per maggior intelligenzia de' benigni lettori, alcuna dichiarazione richieggono.


Dichiarazione d'alcuni luoghi ne' libri di messer Marco Polo,
con l'istoria del reubarbaro

La cagione perchè messer Marco Polo, nel primo capitolo del suo primo libro, incominciasse a scrivere il suo viaggio dall'Armenia minore fu questa: che partendosi egli di Acre, ov'era legato Teobaldo de' Visconti, che fu poi papa Gregorio X, andò per mare al porto della Ghiazzia, ch'è nell'Armenia minore, e fu questo il primo luogo dove smontasse per andare con suo padre e con suo zio al gran Cane. E allora le due Armenie, cioè minore e maggiore, erano sotto un principe cristiano, qual veniva col suo stato fino sopra il mare della Soria ed era tributario de' Tartari. Però lo descrisse secondo che li fu riferto da persone idiote; né bisogna che qui el lettore ricerchi da questo scrittore quella diligenzia e modo di scrivere che usano Strabone, Tolomeo e altri simili, per ciò che quella età era molto rozza, e non s'era ancora introdotto negli uomini quella politezza di lettere ed eleganza di stile e modo di descrivere la cosmografia che ora s'usa; aggiunto anco che in quelli tempi, per le continue guerre state lungamente de' Tartari, che occuparono tutto il Levante, sí come fecero i Gotti il Ponente, li termini antichi delle provincie erano tanto confusi, e in maniera cambiati li nomi e mescolata l'una con l'altra provincia, che quantunche egli avesse voluto usare maggiore diligenzia, non ci averebbe per ciò potuto dare miglior cognizione di quella che egli ha fatto. E questa mutazione de' nomi fu causa che quello che possedeva questo re cristiano d'Armenia, secondo che dice il principe Ismael, si chiamava allora il regno de' Romei, cioè Greci: e fino sopra il sino Issico, ch'è il golfo della Ghiazzia, giugnevano i suoi confini, de' quali informandosi messer Marco intese, come nel secondo capitolo scrive, che dalla parte di verso mezodí vi è la Terra Santa; da tramontana i Turcomani, ch'ora si chiaman Caramani; da greco levante Cayssaria e Sevesta; verso ponente il mare Mediterraneo. E come nel terzo capitolo dice, le due città insieme col Cogno erano nella Turcomania, le quali sono poste da Tolomeo nella Cilicia, e le chiama messer Marco Cayssaria e Sevaste, cioè Caesarea e Augusta, e Iconium il Cogno, nella Licaonia.
E dicendo Turcomani, nome moderno posto da' Tartari, avendo io voluto vedere quello che ne parla Ismael nella sua geografia, m'è parso doverlo qui includere, il quale, descrivendo il lito del mare di Soria e cominciando dalla città di Seleucia, che al suo tempo si chiamava Suidia, dice in questo modo: che 'l principia a voltar il suo corso verso ponente fino che 'l passa i confini del regno di musulmani, cioè Turchi (perchè al tempo d'Ismael tutta l'Asia minore era de' cristiani), e tirato un poco di tratto verso tramontana, va alle porte di Scanderona, che son le porte dell'Amano appresso Alessandretta (quivi è il confine fra musulmani e Aramani, cioè della Cilicia), e poi va alle porte della Ghiazza, ove è il porto della regione d'Araman, cioè Cilicia; e voltandosi il lito verso ponente tramontana, scorre fino alla città di Tarso, la qual è in longitudine cinquantotto gradi e in latitudine trentasette e mezo, e tirando pur in ponente passa i confini di Araman fino in Coruch, che si chiama dall'interprete d'Ismael Corycium Antrum; qual passato, vi è la region de' popoli della Turcomania, che sono discesi da Caraman Turcoman, e in quella regione vi è il monte Caraman che 'l detto interprete chiama monte Tauro, dove dice Ismael che al suo tempo abitava la moltitudine di Turcomani, il signor de' quali si chiamava Avad Caraman, e questo monte s'estende dalli confini della città di Tarso fino al regno de Lascari, che vuol dir all'imperio di Constantinopoli. Questo è quel Teodoro Lascari ch'ebbe per moglie Anna, una delle figliuole di quello Alessio che cavò gli occhi al fratello Isaac imperatore e si fece tiranno di Constantinopoli, come è detto di sopra; e per tal ragione, signoreggiando i Veneziani e Francesi la città di Constantinopoli e gran parte dell'imperio della Romania, lui tiranneggiava molte città alla marina e fra terra, in quella parte dell'Asia ch'è verso il mar Maggiore e la Propontide, all'incontro di Constantinopoli, la qual oggidí si chiama la Natolia, overo la Turchia. Da queste parole si vede (come dice messer Marco) che questi tal popoli turcomani abitavano sopra le montagne e luoghi inaccessibili, come è il monte Tauro e il monte Amano.
Darzizi, nel cap. quarto del primo libro, ora è chiamata Bargis; Paipurth, Carpurt.
Del monte altissimo di che nell'istesso capitolo si parla, ove si fermò l'arca di Noè dapoi il diluvio, dicono alcuni scrittori questo essere quello dove sono i monti Gordiei, quali Strabone vuole che siano una parte del monte Tauro.
La provincia della Zorzania, al quinto capitolo, è quella che, appresso Strabone, Plinio e Tolomeo detta Iberia, fu da questo nome chiamata per memoria del valoroso e glorioso martire san Zorzi, che ivi predicò la fede del nostro Signor Iesú Cristo: per il che è anco in grandissima venerazione appresso tutti que' popoli.
Del mar Abbacú, over Ircano o Caspio, di che si parla in questo istesso capitolo, dirò brevemente quello che ne ho trovato in diversi auttori, sí antichi come moderni, ancor che si comprenda che poco ne sappino, e che messer Marco istesso ne tocchi un poco: e questo è che tutti mettono terra incognita sopra quello alla volta di tramontana, dove dicono essere la regione detta Turquestan da Ismael, e da messer Marco la gran Turchia; di verso mezodí vi sono due città famose per li suoi porti, l'una Derbent, cioè la Porta di Ferro over Porte Caspie, e l'altra Abbacú, che dette il nome al mare; qual al tempo di Augusto Cesare non si sapeva che 'l fusse serrato di sopra, come al presente si sa ch'è come un lago, ma pensavasi che 'l fusse un braccio del mare Oceano che dalla parte di tramontana entrasse in quello, come recita Strabone, dicendo che Pompeo, nella guerra contra Mitridate, n'avea scoperto gran parte. Ismael, parlando di quello, dice: "Questo mare è salso, né v'entra in quello l'Oceano, ma è del tutto separato e quasi come rotondo, e s'estende in lunghezza per ottocento miglia e per larghezza seicento, e che la sua rotundità è forma ovale, ancor che altri vogliono che la sia triangulare; e chiamasi con tre nomi, cioè el Cunzar, Giorgian, Terbestan. La sua parte di verso ponente sono gradi 66 di longitudine e 41 di latitudine. Appresso la Porta di Ferro, andando verso mezodí per 153 miglia, vi sono le bocche del fiume Elcur, che si chiama Cyro appresso Tolomeo. Andando verso sirocco si trova la città di Mogan della provincia di Ardiul; ma a l'ultima volta di mezodí, passati 231 miglia, si trova la region del Terbestan, e in quel lito vi sono le provincie d'Elgil e Deilun. Poi, voltatosi verso levante, si viene alla città di Abseron, la qual è in longitudine gradi 79.45, e in latitudine 37.20, e scorre verso levante fino a 80 gradi di longitudine e 40 di latitudine; e andando avanti fino a gradi 50 di latitudine e 79 di longitudine si volta verso tramontana, dove sono le provincie del Turquestan e il monte Sehacuat. E in questo progresso il fiume Elatach, per essere il maggiore di tutti quelli che sono in quelle regioni, scarica in mare le sue acque con molte bocche, e fa grandissimi canneti e paludi; e gli abitanti vicini che ivi navicano referiscono che, come l'acque del detto giungono in mare, l'acque salse e chiare divengono di varii colori, e si navica molti giorni sempre trovando l'acqua dolce". La qual cosa conferma Plinio dicendo che, essendo Pompeo nella istessa guerra contra Mitridate, li fo affermato che alcune parti del detto mare erano dolci, per la gran moltitudine de' fiumi che correno in quello. Questo fiume Elatah è quello che Tolomeo chiama Rha, e li volgari Herdil, over Volga.
Del miracolo de' pesci, che dice nel quinto capitolo messer Marco Polo che si pigliano per li quaranta giorni della quadragesima nel lago di Geluchalat, dove è il monasterio di San Leonardo, dico che 'l prefato Abylfada Ismael fa menzione di questo istesso lago e lo chiama Argis, e lo mette nelli confini di tre provincie, cioè Armenia, Assiria e Media, sopra le ripe del quale vi sono queste città: Calat, che si deve credere che li desse il nome, secondo che lo chiama messer Marco, e poi Argis, Van e Vastan. E dice che si pesca per 40 giorni nella primavera una sola sorte di pesce detto tarichio, quale si secca all'aere dal vento e si porta poi per gran mercanzia per tutte le regioni vicine, e dapoi per tutto l'anno piú non si vede. In conformità delle quali parole leggesi scritto in alcuni commentari non ancor stampati d'un uomo francese molto dotto, nominato messer Pietro Gyllio d'Alby, che mi fur mostrati alli mesi passati: qual del 1547 si trovò nel campo del gran Turco Solyman ottoman, quando egli andò contra siac Tecmes il Sofí, e vidde questo istesso lago, quale dice credere che sia quello che da Strabone vien detto Martiana Palus; ne' quali esso messer Pietro scrive che per 40 giorni solamente della primavera pigliano di detto pesce in tanta quantità che seccato ne cargano i carri per mandare nelli paesi circonvicini, per essere bonissimo e molto desiderato da ognuno: passati li detti 40 giorni, piú non si vede. Che veramente al tempo di messer Marco Polo sopra detto lago vi fusse un monastero de' monachi di San Leonardo è cosa credibile e molto verisimile, perchè gli abitatori erano allora tutti armeni, cioè cristiani. Questo lago di Argis, secondo Ismael, è in gradi 67.5 di longitudine, 38.30 di latitudine; secondo altri poi 66.20, 40 e 8 overo 68.5 di longitudine, 40.35 di latitudine.
Dell'andanico, di che parla messer Marco nel capitolo 19 del primo libro, quando dice che nella città di Cobinam, dove si fanno i specchi d'azzale finissimo molto belli e grandi, vi è assai andanico, è da sapere che, avendone io per mezo di messer Michele Mambré, interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, dimandato molte volte a molti Persiani venuti qui in Venezia in diversi tempi con loro mercanzie, m'hanno detto tutti in conformità andanico essere una sorte di ferro over azzale, tanto eccellente e precioso e stato sempre di tanta stima in tutte quelle parti che, quando uno alli tempi antichi poteva avere un specchio overo una spada di andanico, li teneva non piú come una spada o come un specchio, ma come molto cara gioia.
Nel capitolo 38 del primo libro di messer Marco Polo, trattandosi del reubarbaro, che nasce nella provincia di Succuir ed è di lí portato in queste nostre parti e per tutto il mondo, parendomi questa cosa fra tutte l'altre degna di cognizione, per l'uso grande in che tutti gli uomini communemente l'adoperano nelle lor malattie oggidí, né sapendo io che fin ora in alcuno libro si legga tanto di quello quanto già intesi da un uomo persiano di molto bello ingegno e giudicio, mi pare qui essere sommamente necessario ch'io particolarmente descriva quel poco che gli anni passati ebbi ventura d'intendere da costui, il quale era chiamato Chaggi Memet, nativo della provincia di Chilan, appresso al mare Caspio, d'una città detta Tabas; ed era personalmente stato fino in Succuir, essendo dipoi in Venezia quelli mesi venuto con molta quantità di detto reubarbaro. Questo adunche, essendo io andato quel giorno che ne ragionammo a desinare a Murano fuori di Venezia (e per uscire della città, per ciò che ero assai libero da' servigi della Republica, e per goderlo con nostro maggiore contento), avendo per sorte in mia compagnia l'eccellente architetto messer Michele San Michele di Verona e messer Tomaso Giunti, miei carissimi amici, doppo levato il mantile di tavola nel fine del desinare, per il mezo di messer Michele Mambré, uomo dottissimo nella lingua araba, persiana e turca, e persona di molto gentili costumi, il quale è per il suo valore oggidí interprete di questa illustrissima Signoria nella lingua turca, incominciò a dire cosí, e il Mambré interpretava. Primieramente che egli era stato a Succuir e Campion, cittadi della provincia di Tanguth nel principio del stato del gran Cane, il quale disse che si nominava Daimir Can e mandava suoi rettori al governo di dette cittadi (delle quali parla messer Marco nel libro primo al capitolo 38, 39), le quali son le prime verso il paese de' musulmani che siano idolatre; e vi andò con la caravana che va con mercanzie del paese della Persia e da quelli vicini al mare Caspio per le regioni del Cataio, la qual caravana non lassano costoro che penetri piú avanti di Succuir e Campion, né similmente alcun mercante che sia in quella, eccetto che se non andasse ambasciatore al gran Cane.
Questa città di Succuir è grande e populatissima, con bellissime case fatte di pietre cotte all'italiana, e ha molti tempii grandi con loro idoli di pietra viva; posta in una pianura dove corrono infiniti fiumicelli, la quale è abbondantissima di vettovaglie d'ogni sorte, e dove si fanno sete con gli alberi di more negre in grandissima quantità. Non vi nasce vino, ma fanno la lor bevanda con mele a modo di cervosa; de frutti, per esser il paese freddo, non vi nascono altri che peri, pomi, armellini e persichi, melloni e angurie. Dipoi disse che il reubarbaro nasce da per tutto in quella provincia, ma molto miglior che altrove in alcune montagne ivi vicine, alte e sassose, dove sono molte fontane e boschi di diverse sorti d'altissimi alberi; e la terra è di color rosso, e per le molte pioggie e fontane che da per tutto corrono quasi sempre fangosa.
Quanto alla radice e foglie, avendone il predetto mercante per sorte portata seco dal paese una picciola pittura, per quello che si vedeva diligentemente e con molto arteficio dipinta, trattosela di seno ce la mostrò e descrisse, dicendo quella esser la vera e natural figura del reubarbaro: della quale ne presi un ritratto per metterlo qui sotto in disegno, insieme con la sua istoria e dichiarazione, secondo la relazione avuta da lui.


Sono adunche dette foglie lunghe ordinariamente, come disse, due spanne, ma piú e meno poi secondo la grandezza della pianta, astrette da basso e larghe di sopra. Hanno nella loro circonferenzia un certo pelo piccolino, o lanugine che vogliamo dire; il tronco che viene sopra la terra, al quale sono attaccate le foglie, è verde e alto quattro dita e anco un palmo da terra, e nascono le foglie similmente verdi, ma come s'invecchiscono divengono gialle, sí come erano in pittura, e si distendono per terra. Produce il detto tronco nel mezo un certo ramicello sottile con alcuni fiori attaccati d'ogn'intorno, simili alle viole mammole nella forma, ma di colore di latte e azzurro e alquanto maggiori delle viole mammole sopradette, l'odor de' quali è molto acuto e fastidioso, e in modo che dispiace assai a coloro che l'odorano. La radice similmente che sta sotto terra è lunga un palmo o due fino in tre, di color nella scorza tanè, sí come ve ne sono di grosse e sottili secondo la proporzione; de' quali anco se ne ritrovano fino della grossezza come è la coscia d'un uomo e come è il mezo della gamba. Ha questa radice molte altre radicette piccioline intorno che nascono da lei e sono sparse per la terra, le quali prima si levano via, e poi si taglia la radice grossa per fare in pezzi; la quale di dentro è di color giallo e ha molte vene di bellissimo rosso, ed è piena di molto sugo giallo e rosso, e di modo viscoso che, toccandolo, facilmente s'attacca alle dita e fa la mano gialla. Dipoi tagliata la radice e fatta in pezzi, disse che se la volessero appicar allora allora per seccarla, tutto 'l sugo giallo viscoso uscirebbe fuori e cosí diventerebbe leggiera, onde credono che perderebbe assai della sua bontà e perfezione: per ciò mettono detti pezzi tutti sopra alcune lunghe tavole, e ogni giorno tre e quattro volte gli vanno voltando e rivoltando, acciò il sugo s'incorpori dentro e resti nella radice congelato. Nel fine poi di quattro o sei giorni gli bucano e gli appicano con cordicelle all'aria e al vento, dove però non v'aggiunghino i raggi del sole: e in questo modo si ha il reubarbaro in due mesi secco, e si fa molto buono e perfetto. Mi disse ancora che loro osservano ordinariamente di cavare il reubarbaro della terra l'invernata, perchè in tal tempo (avanti che cominci a mandare fuora le foglie) il sugo e la virtú è tutta unita e raccolta nella sua radice: il qual tempo è avanti la primavera, la quale nel paese di Campion e Succuir viene alla fine di maggio. E di piú mi disse che quelle radici del reubarbaro che si cavano la state, e in quei tempi che le foglie sono fuora, non sono mature né hanno quel sugo giallo ch'hanno quelle che son cavate l'invernata, e di piú sono fungose, rare, leggieri e asciutte, né manco hanno quel colore rosso, né sono di quella bontà che quelle che sono cavate l'inverno.
Disse ancora che quelli che vanno a cavare dette radici sopra i detti monti dove le nascono, portate che l'hanno alla pianura cosí verde e con le foglie in quel modo che l'hanno cavate della terra, le mettono sopr'alcuni lor carri, e ne vendono pieno un carro con le foglie per sedici saggi d'argento; perchè quivi non hanno moneta battuta, ma fanno l'argento e l'oro in alcune verghette sottili e le tagliano in pezzetti picciolini del peso d'un saggio, ch'è quasi simile al nostro: quale essendo d'argento, vale venti soldi di Venezia in circa, ed essendo d'oro vale uno scudo e mezo d'oro. Il qual reubarbaro, cosí frescamente comperato, è dipoi dalli compratori acconcio e secco nel modo che di sopra s'è detto. E mi raccontò cosa di gran maraviglia, cioè che, se non vi andassero in quelle parti del continuo i mercanti a dimandarglielo, non lo ricoglierebbero mai, perchè d'esso non ne fanno stima. E coloro che vengono dalla China e India ne levano maggior quantità di tutti gli altri, li quali, quando è condotto in Succuir sopra quei carri over some, se non lo tagliassero e governassero prestamente, in termine di quattro o sei giorni diventerebbe marcio e sobbollirebbe. E mi affermò ancora, di quello ch'egli aveva portato seco in questa città, che ne comperò ben sette some di verde, il qual poi fatto secco e acconcio non venne piú che una picciola soma. E mi disse ancora che quando gli è verde è tanto amaro che non si può gustare, e che nelle terre del Cataio non l'adoperano per medicina sí come facciamo noi qua, ma lo pestano e compongono con alcune altre misture molto odorifere e ne fanno profumo agl'idoli; e in alcuni altri luoghi ve n'è tanta copia che l'abbrucciano continuamente secco in cambio di legne; altri, come hanno i lor cavalli ammalati, gli ne danno di continuo a mangiare, tanto è poco stimata questa radice in quelle parti del Cataio. Ma ben apprezzano molto piú un'altra picciola radice, la quale nasce nelle montagne di Succuir, dove nasce il reubarbaro, e la chiamano mambroni cini, ed è carissima; e' l'adoperano ordinariamente nelle lor malattie, e massime in quella degli occhi, perchè, se trita sopra una pietra con acqua rosa ungano gl'occhi, sentono un mirabile giovamento; né crede che di quella radice ne sia portata in queste parti, né meno disse di saperla descrivere. E di piú, vedendo il piacer grande ch'io sopra gl'altri pigliavo di questi ragionamenti, mi disse che in tutto 'l paese del Cataio s'adopera anco un'altra erba, cioè le foglie, la quale da que' popoli si chiama chiai catai: e nasce nella terra del Cataio ch'è detta Cacianfu, la quale è commune e apprezzata per tutti que' paesi. Fanno detta erba, cosí secca come fresca, bollire assai nell'acqua, e pigliando di quella decozione uno o doi bichieri a digiuno, leva la febre, il dolor di testa, di stomaco, delle coste e delle giunture, pigliandola però tanto calda quanto si possa soffrire; e di piú disse esser buona ad infinite altre malattie, delle quali egli per allora non si ricordava, ma fra l'altre alle gotte; e che se alcuno per sorte si sente lo stomaco grave per troppo cibo, presa un poco di questa decozione, in breve tempo arà digerito. E per ciò è tanto cara e apprezzata ch'ognuno che va in viaggio ne vuol portare seco, e costoro volentieri darebbono, per quello ch'egli diceva, sempre un sacco di reubarbaro per un'oncia di chiai catai; e che quelli popoli cataini dicono che, se nelle nostre parti e nel paese della Persia e Franchia la si conoscesse, i mercanti senza dubio non vorrebbono piú comperare ravend cini (che cosí chiamano loro il reubarbaro).
Quivi fatto un poco di pausa, e fattoli dimandare s'egli mi voleva dire altro del reubarbaro, e rispostomi non aver altro, essendo il giorno molto lungo ancora, e per non perdere quel resto della giornata che avanzava senza qualche altro piacere, come avevamo fatto fin allora, gli domandai che viaggio egli nel suo ritorno da Campion e Succuir avea fatto venendo a Constantinopoli, e se me lo avesse saputo raccontare. Risposemi per il Mambré nostro interprete che mi narrarebbe il tutto volentieri, e incomminciò a dire ch'egli non era già ritornato per quella istessa via che avea prima fatta andando con la carovana, per ciò che, al tempo ch'egli si voleva partire, occorse che que' signori tartari dalle berrette verdi, chiamati Iescilbas, mandarono per sorte un loro ambasciatore con molta compagnia per la via della Tartaria deserta sopra il mar Caspio al gran Turco a Constantinopoli, per far lega e andare contra il Soffí, lor commune nimico: per la qual occasione di compagnia gli parve bene di venire con loro, avendo, oltra la commodità del viaggio, molto vantaggio anche nel vivere, e cosí venne con loro fino a Caffa; ma che per ciò non restarebbe di raccontare volentieri il viaggio ch'egli averia fatto se fusse ritornato per la strada che l'era andato. Onde disse che 'l viaggio sarebbe stato questo: cioè che, partendosi dalla città di Campion, sarebbe venuto a Gauta, ch'è lo spacio di sei giornate lontana, perchè ogni giorno fanno tante farsenc (e una farsenc persiana è tre delle nostre miglia), e fanno che una giornata sia 8 farsenc, ma per causa de deserti e monti non ne fanno la metà, ancora che le giornate che fecero per li deserti fossero la metà dell'altre ordinarie. Da Gauta si viene a Succuir in 5 giornate, e da Succuir a Camul in quindici, dove incomminciano ad essere musulmani, essendo fin qui stati idolatri; e da Camul a Turfon in tredeci, e da Turfon si passano tre città: la prima Chialis, che vi sono 10 giornate; poi Chuchi, altre 10; poi Acsú, 20 giornate. Da Acsú a Cascar altre 20 giornate di asprissimo deserto, essendo stato il primo viaggio fin lí per luoghi abitati; da Cascar a Samarcand 25; da Samarcand a Bochara, nel Corassam, cinque; da Bochara ad Eri 20; e quindi si viene a Veremi in 15 giornate, e poi a Casibin in 6, e da Casibin a Soltania in 4, e da Soltania alla gran città di Tauris in sei. Questo è quanto sottrassi da questo mercante persiano, e la relazione di tal viaggio mi fu tanto piú grata quanto che riconobbi, con mio molto contento, li medesimi nomi di molte città e alcune provincie essere scritti nel primo libro del viaggio de messer Marco Polo, per causa del quale mi è parso in parte necessario doverla qui raccontare.
Parmi conveniente qui ancora aggiungere un breve sommario fattomi dal sudetto Chaggi Memet, mercante persiano, avanti il suo partire di questa città, d'alcuni pochi particolari della città de Campion e di quelle genti; li quali sí come da lui brevemente e per capi furono referiti, cosí io qui nel medesimo modo gli racconterò a beneficio e utile de' benigni lettori.
La città di Campion è abitata da popoli che sono idolatri, soggetta alla signoria de Daimir Can, grande imperatore de' Tartari; la qual città è posta in una fertilissima pianura tutta coltivata e abbondante d'ogni sorte di vivere. Vanno vestiti quei popoli di tele di bombagio di color negro, l'inverno fodrate di pelle di lupi e di castroni li poveri, e li ricchi di zibellini e martori di gran prezzo; portano le berrette nere, aguzze come un pane di zucchero. Gl'uomini sono piú tosto piccioli che grandi; usano di portare barba come noi, e massime certo tempo dell'anno. Le fabriche delle lor case son fatte al modo nostro, di pietre cotte e di pietre vive, con due e tre solari, quali sono soffittati e dipinti di pittura di varii e diversi colori e di figure; vi sono anco infiniti pittori, e vi è una contrada dove non abita altri che pittori. I signori per pompa e magnificenza fanno fare un solare grande, sopra il quale vi fanno dirizzare duoi padiglioni di seta, riccamati d'oro e d'argento e con molte perle e gioie, dove stanno loro e gli amici suoi, e lo fanno portare da 40 in 50 schiavi, e cosí vanno per la città a sollazzo; i gentiluomini vanno sopra un solaro scoperto semplicemente portato da 4 over 6 uomini, senza altro ornamento.
I tempii loro sono fatti al modo delle nostre chiese, con le colonne per lungo, e ve ne sono de cosí grandi che vi sarebbono capaci di quattro o cinquemila persone; e vi sono ancora due statue, cioè d'un uomo e d'una donna, lunghe 40 piedi l'una, distese per terra, tutte dorate, e sono tutte d'un pezzo. E vi sono valenti tagliapietre; fanno condurre pietre vive da due e tre mesi di cammino sopra carri di 40 ruote ferrate, alti di ruote, tirati da 500 e 600 fra cavalli e muli. Sonvi altre statue picciole, che hanno sei e sette capi e dieci mani, che tengono ciascuna diverse cose, come saria dire una un serpe, l'altra un uccello e l'altra un fiore.
Sonvi alcuni monasterii dove stanno molti uomini di santissima vita, e hanno le porte delle lor stanzie murate, sí che non possono mai uscire in vita loro: e gli viene ogni giorno portato il vivere. Sonvi poi infiniti, come nostri frati, che vanno per la città.
Hanno per costume, quando muore alcun lor parente, di vestirsi per molti giorni di bianco, cioè di tele di bombagio; ma le veste sue sono fatte però al modo nostro, lunghe fino in terra e con le maniche assai grandi, simili alle nostre a gomedo che portiamo a Venezia.
Hanno la stampa in quel paese, con la quale stampano i suoi libri. E desiderando io chiarirmi se quel loro modo di stampare è simile al nostro di qua, lo condussi un giorno nella stamparia di messer Tomaso Giunti a San Giuliano per fargliela vedere: il quale, vedute le lettere di stagno e li torcoli con che si stampa, disse parergli che avessero insieme grande similitudine.
Hanno la città fortificata con un muro grosso e di dentro pieno di terra, sí che vi possono andare 4 carra al pari; sonvi li suoi torrioni sulle mura e le artigliarie poste tanto spesse, non altrimente che sono quelle del gran Turco. Usano la fossa larga, asciutta, ma però che vi possono far correre l'acqua ad ogni lor piacere.
Hanno alcuna sorte di buoi molto grandi, che hanno il pelo lungo, sottilissimo e bianchissimo.
È vietato alli Cataini e idolatri partirsi del suo nativo paese e andare per mercanzie per il mondo.
Oltra il deserto che è sopra il Corassam, fino a Samarcand e fino alle città idolatre, signoreggiano Iescilbas, cioè le berrette verdi, le quali berrette verdi son alcuni Tartari musulmani che portano le loro berrette di feltro verde acute, e cosí si fanno chiamare a differenzia de' Soffiani, suoi capitali nemici, che signoreggiano la Persia, pur anche essi musulmani, i quali portano le berrette rosse. Quali berrette verdi e rosse hanno continuamente avuta fra sé guerra crudelissima, per causa di diversità de opinione nella loro religione e discordia de' confini. Delle cittadi delle berrette verdi che hanno imperio e signoreggiano sono fra l'altre, al presente, l'una Bochara e l'altra Samarcand, che ciascuna ha signoria da sua posta.
Hanno tre scienzie particolari, che chiamano l'una chimia, ch'è quella che noi chiamiamo alchimia; l'altra limia, per fare innamorare; e l'altra simia, per fare vedere quello che non è. Le monete qui non sono battute, ma ogni gentiluomo e mercante fa fare in verghette sottili l'oro o vero argento, e quello fa dividere in saggi e spende quelli: e cosí fanno tutti gli abitanti di Campion e Succuir. Si riducono ogni giorno sulla piazza di Campion molti cerrettani, che hanno la scienzia di simia, mediante la quale, circondati da infinita moltitudine di persone, fanno vedere cose maravigliose, come è dire di passare un uomo ch'hanno seco da un canto all'altro con una spada, tagliarli un braccio, fare vedere a tutti il sangue, e simil cose.
Nel capitolo 42 e 53 del primo libro, ove dice messer Marco Polo che sotto la tramontana v'era un gran signore detto Um Can, che vogliono alcuni questo nome dire Preti Ianni nella nostra lingua, e che la sua prencipale sedia era in due regioni, Og e Magog, è da sapere che in tutte quelle carte da navigare che si veggono oggidí, fatte già 200 e 300 anni, v'è posto questo Prete Ianni sotto la tramontana e sopra l'India fra il Gange e l'Indo, e di quello ch'è nell'Etiopia non v'è fatta menzione alcuna. E Abylfada Ismael istesso, descrivendo li confini della regione delle Cine, dice che ha dalla parte di ponente le Indie, da mezogiorno il mare Indico, e da levante il mare Orientale, e da tramontana le provincie de Gogi Magogi, cioè de' Tartari. Descrivendo poi il predetto i luoghi della terra abitabile che circuendo il mare Oceano tocca, dice cosí: "Rivoltasi l'Oceano da levante verso le regione delle Cine e va alla volta di tramontana, e passata finalmente la detta regione se ne giunge a Gogi e Magogi, cioè alli confini degli ultimi Tartari, e di quivi ad alcune terre che sono incognite; e correndo sempre per ponente, passa sopra li confini settentrionali della Rossia e va alla volta di maestro". Di qui è che, avendo udito messer Marco e veduto in carte da navicare il detto Prete Ianni posto sotto la tramontana con le provincie de Gogi e Magogi, descrisse quello di tramontana e tacque di quello dell'Etiopia. E ancor che metta un signore cristiano nell'Etiopia, non dice però il suo nome, anzi dice nel capitolo 38 del terzo libro che ad un suo vescovo, quale lui avea mandato in Ierusalemme, fu fatto un grandissimo oltraggio dal soldano di Adem, che lo fece per dispregio circoncidere: il che manifestamente dimostra che non ebbe mai notizia di quello d'Etiopia, perchè sempre tutti gli Abissini sono stati circoncisi.
Resta ch'io dica ancora in generale alquante cose sopra questo libro, ch'io già essendo giovane udi' piú volte dire dal molto dotto e reverendo don Paolo Orlandino di Firenze, eccellente cosmografo e molto mio amico, che era priore del monasterio di Santo Michele di Murano a canto Venezia, dell'ordine de Camaldoli, che mi narrava averle intese da altri frati vecchi pur del suo monasterio. E questo è come quel bel mappamondo antico miniato in carta pecora, e che oggidí ancor in un grande armaro si vede a canto il lor coro in chiesa, la prima volta fu per uno loro converso del monasterio, quale si dilettava della cognizione di cosmografia, diligentemente tratto e copiato da una belissima e molto vecchia carta marina e da un mappamondo, che già furono portati dal Cataio per il magnifico messer Marco Polo e suo padre; il quale, cosí come andava per le provincie d'ordine del gran Can, cosí aggiugneva e notava sopra le sue carte le città e luoghi che egli ritrovava, come vi è sopra descritto. Ma per ignoranzia d'un altro che dopo lui lo dipinse e forní, aggiugnendovi la descrizione d'uomini e animali di piú sorti e altre sciocchezze, vi furono aggiunte tante cose piú moderne e alquanto ridiculose, che appresso gli uomini di giudicio quasi per molti anni perse tutta la sua auttorità. Ma poi che non molti anni sono per le persone giudiciose s'è incominciato a leggere e considerare alquanto piú diligentemente questo presente libro di messer Marco Polo che fin ora non si avea fatto, e confrontare quello ch'egli scrive con la pittura di lui, immediate si è venuto a conoscere che 'l detto mappamondo fu senza alcuno dubbio cavato da quello di messer Marco Polo, e incominciato secondo quello con molto giuste misure e bellissimo ordine: onde fin al presente giorno è dapoi continuamente stato in tanta venerazione e precio appresso tutta questa città, e coloro massime che si dilettano delle cose di cosmografia, che non è mai giorno che d'alcuno non sia con molto piacere veduto e considerato, e fra gli altri miracoli di questa divina città, nell'andare de' forestieri a vedere i lavori di vetro a Murano, non sia per bella e rara cosa mostrato. E ancor che quivi si vegghino molte cose essere fatte alquanto confusamente e senza ordine, grado o misura (il che si deve attribuire a colui che 'l dipinse e forní), vi si comprendono per ciò di molto belle e degne particularità, non sapute ancora né conosciute meno dagli antichi: come che verso l'antartico, ove Tolomeo e tutti gli altri cosmografi mettono terra incognita senza mare, in questo di San Michele di Murano già tanti anni fatto si vede che 'l mare circonda l'Africa e che vi si può navicare verso ponente, il che al tempo di messer Marco si sapeva, ancor che a quel capo non vi sia posto nome alcuno, qual fu per Portughesi poi a' nostri tempi l'anno 1500 chiamato di Buona Speranza.
Vi si vede appresso l'isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo, e quella di Zinzibar, delle quali messer Marco parla ne' capitoli 35 e 36 del terzo libro, e molte altre particularità nelli nomi dell'isole orientali, che dapoi per Portughesi a' tempi nostri sono state scoperte. Dalla parte poi di sotto la nostra tramontana, che ciascuno scrittore e cosmografo di questi e de' passati tempi fin ora vi ha messo e mette mare congelato, e che la terra corra continuatamente fin a 90 gradi verso il polo, sopra questo mappamondo, all'incontro, si vede che la terra va solamente un poco sopra la Norvega e Svezia, e voltando corre poi greco e levante nel paese della Moscovia e Rossia e va diritto al Cataio. E che ciò sia la verità, le navigazioni che hanno fatte gl'Inglesi con le loro navi volendo andare a scoprire il Cataio al tempo del re Odoardo sesto d'Inghilterra, questi anni passati, ne possono far vera testimonianza: perchè nel mezo del loro viaggio, capitate per fortuna ai liti di Moscovia, dove trovarono allora regnare Giovanni Vaschelluich, imperatore della Rossia e granduca di Moscovia, il quale con molto piacere e maraviglia vedutogli fece grandissime carezze, hanno trovato quel mare essere navigabile e non agghiacciato. La qual navigazione (ancor che con l'esito fin ora non sia stata bene intesa), se col spesso frequentarla e col lungo uso e cognizione di que' mari si continuerà, è per fare grandissima mutazione e rivolgimento nelle cose di questa nostra parte del mondo. E tutte queste particolarità senza dubio alcuno furono cavate dalle carte e mappamondo del Cataio, perchè messer Marco non fu mai nel seno Arabico né verso l'isole quivi vicine, e gran parte dell'informazione del terzo libro è da credere che gli fusse data da marinari di quelli mari d'India, li quali grossamente gli dicevano per arbitrio loro quanto era da un'isola all'altra (e mille e duemila miglia a loro non pareva troppo gran cosa); e anche per qual vento vi s'andasse non sapevano cosí chiaramente come al presente si sa, per le carte sí diligentemente e con tanta misura fatte e con li venti e con li gradi. E vi sono anco de' nomi di una medesima provincia duplicati, di che il lettore non piglierà ammirazione; e alcuna volta in cambio d'isole dice regni: come nella Zava minore, al capitolo decimo del terzo libro, mette otto regni, li quali a giudicio d'uomini pratichi sono isole, come saria dire che il regno di Samatra (chiamata da lui Samara) è quella grandissima isola di Sumatra, e cosí di molte altre le quali al presente ci sono incognite, che nell'avenire, col tempo e per la navigazione de' Portughesi, facilmente si saperanno.
Si conosce ancora come al suo tempo non v'era el bussolo e la calamita a' nostri tempi ritrovata, cosa tanto maravigliosa e rara, né si sapeva la elevazione del polo con li gradi come ora si sa, ma grossamente guardandolo dicevano: la stella tramontana può essere tanti cubiti o braccia alta dal mare.
Il fabricare delle navi, nel principio del terzo libro, è simile a quello che usano nell'isole delle Moluche e della China.
Ultimamente nel fine del terzo libro, ove parla della Rossia e del regno delle Tenebre, come quello che in varii mappamondi antichi è posto per fine del nostro abitabile sotto la tramontana non s'inganna punto del sito del detto regno, nelli mesi però ch'egli scrive dell'inverno.
E questo basti per ora per dichiarazione d'alcuni luoghi del libro di messer Marco Polo.

Di Venezia, a' sette di luglio MDLIII.


Gio. Battista Ramusio alli lettori

Queste longitudini e latitudini che qui sotto descriveremo sono state cavate dal libro del signore Abilfada Ismael, una copia del quale io mi ritrovo nelle mani, e tengo molto cara; e serviranno ad alcune terre e luoghi nominati nel presente volume, a questo fine publicate da noi, acciò che 'l benigno lettore gusti in qualche parte della beltà del libro del predetto signore Ismael, venuto divinamente in luce a' nostri tempi.

Longitudini Latitudini
Mosu1 67 20 33 35
Merdin 64 8 37 55
Assamchief 64 37 37 35
Cayssaria 60 8 40 8
Esdrun 69 8 41 8
64 8 42 30
66 8 39 15
Mus 64 8 39 8
Biffis 65 30 38 45
Argis 67 5 38 30
66 20 40 8
68 5 40 35
Vastan 67 30 37 50
Choi 69 40 37 40
70 8 40 8
Merend 73 8 37 30
72 45 37 50
Tauris 73 8 39 10
Tiflis 73 8 43 8
62 8 42 8
Sultania 76 8 39 8
Cassibin 75 8 36 8
75 8 37 8
Como 75 40 34 45
74 15 35 40
77 8 34 10
Sirac 78 8 29 36
Samarcant 89 8 40 8
89 30 37 50
88 20 40 8
Cambalú 144 8 35 25
Lor, regione
di Persia 74 32




Proemio primo sopra il libro di messer Marco Polo, gentiluomo di Venezia,
fatto per un genovese.

Signori, principi, duchi, marchesi, conti, cavallieri e gentiluomini, e ciascuna persona che ha piacere e desidera di conoscer varie generazioni di uomini e diverse regioni e paesi del mondo e saper li costumi e usanze di quelli, leggete questo libro, perchè in esso troverete tutte le grandi e maravigliose cose che si contengono nelle Armenie maggiore e minore, Persia, Media, Tartaria e India, e in molte altre provincie dell'Asia, andando verso il vento di greco levante e tramontana; le qual tutte per ordine in questo libro si narrano secondo che 'l nobil messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, le ha dettate, avendole con gli occhi proprii vedute. E perchè ve ne sono alcune le quali non ha vedute, ma udite da persone degne di fede, però nel suo scrivere le cose per lui vedute mette come vedute, e le udite come udite: il che fu fatto acciò che questo nostro libro sia vero e giusto senz'alcuna bugia, e ciascun che 'l leggerà overo udirà gli dia piena fede, perchè il tutto è verissimo. Credo certamente che non sia cristiano né pagano alcuno al mondo che abbia tanto cercato né camminato per quello com'il prefato messer Marco Polo, perciò che dal principio della sua gioventú sino all'età di quaranta anni ha conversato in dette parti. E ora, ritrovandosi prigione per causa della guerra nella città di Genova, non volendo star ozioso, gli è parso, a consolazion de' lettori, di voler metter insieme le cose contenute in questo libro, le quali son poche rispetto alle molte e quasi infinite ch'egli averia potuto scrivere, s'egli avesse creduto di poter ritornar in queste nostre parti. Ma pensando esser quasi impossibile di partirsi mai dall'obedienza del gran Can re de' Tartari, non scrisse sopra i suoi memoriali se non alcune poche cose, le quali ancora gli pareva grande inconveniente che andassero in oblivione, essendo cosí mirabili, e che mai da alcun altro erano state scritte, acciò che quelli che mai le sono per vedere, al presente col mezo di questo libro le conoschino e intendino qual fu fatto l'anno del MCCXCVIII.


Proemio secondo sopra il libro di messer Marco Polo, fatto da fra Francesco Pipino bolognese dell'ordine de' frati predicatori, quale lo tradusse in lingua latina e abbreviò, del MCCCXX.

Per prieghi di molti reverendi padri miei signori, io tradurrò in lingua latina dalla volgare il libro del nobile, savio e onorato messer Marco Polo, gentiluomo di Venezia, delle condizioni e usanze delle regioni e paesi dell'Oriente, dilettandosi ora i prefati miei signori piú di leggerlo in lingua latina che nella volgare. E acciò che la fatica di questo tradurre non paia vana e inutile, ho considerato che pel leggere di questo libro, che per me sarà fatto latino, i fedel uomini che son fuori d'Italia possino ricever merito da Dio di molte grazie, però ch'essi, vedendo le maravigliose operazioni d'Iddio, si potranno molto maravigliare della sua virtú e sapienza; e considerando che tanti popoli pagani sono pieni di tanta cecità e orbezza e di tante spurcizie, li cristiani ringraziarann'Iddio il qual, illuminando i suoi fedeli di luce di verità, s'ha degnato di voler cavargli da cosí pericolose tenebre, menandogli nel suo maraviglioso lume di gloria; o che que' cristiani, avendo compassione e cordoglio dell'ignoranza de' detti pagani, pregherann'Iddio per l'illuminazione de' cuori di quelli; o che per questo libro la durezza e ostinazione de' non devoti cristiani si confonderà, vedendo gl'infedeli popoli piú pronti ad adorare gl'idoli falsi che molti cristiani il Dio vero; o forse che alcuni religiosi per amplificare la fede cristiana, vedendo che 'l nome del nostro Signor dolcissimo è incognito in tanta moltitudine di popoli, si commoveranno ad andare in quei luoghi per illuminar quelle accecate nazioni degl'infedeli: nel qual luogo, secondo che dice l'Evangelio, è molta biada e pochi lavoratori. E acciò che le cose che noi non usiamo né avemo udite, le quali sono scritte in molte parti di questo libro, no paiano incredibili a tutti quelli che le leggeranno, si dinota e fa manifesto che 'l sopradetto messer Marco, rapportator di queste cosí maravigliose cose, fu uomo savio, fedele, devoto e adornato d'onesti costumi, avendo buona testimonianza da tutti quelli che lo conoscevano, sí che pel merito di molte sue virtú questo suo rapportamento è degno di fede; e messer Nicolò suo padre, uomo di tanta sapienza, similmente le confermava; e messer Maffio suo barba (del quale questo libro fa menzione), come vecchio devoto e savio, essendo sul ponto della morte, familiarmente parlando affermò al suo confessore sopra la conscienza sua che questo libro in tutte le cose conteneva la verità. Il che avend'io inteso da quelli che gli hanno conosciuti, piú sicuramente e piú volentieri m'affaticarò a traslatarlo, per consolazione di quelli che lo leggeranno, e a laude del Signor nostro Iesú Cristo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Qual libro fu scritto per il detto messer Marco del MCCXCVIII, trovandosi prigione nella città di Genova, e si parte in tre libri, i quali si distinguono per proprii capitoli.



Dei viaggi di messer Marco Polo, gentiluomo veneziano


LIBRO PRIMO


Dovete adunque sapere che nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli, dove allora soleva stare un podestà di Venezia per nome di messer lo dose, correndo gli anni del N.S. 1250, messer Nicolò Polo, padre di messer Marco, e messer Maffio Polo, fratello del detto messer Nicolò, nobili, onorati e savi di Venezia, trovandosi in Constantinopoli con molte loro grandi mercanzie, ebbero insieme molti ragionamenti, e finalmente deliberorno andar nel mar Maggiore, per vedere se potevan accrescere il loro capitale. E comprate molte bellissime gioie e di gran prezzo, partendosi di Constantinopoli navigorno per il detto mar Maggiore ad un porto detto Soldadia, dal quale poi presero il cammino per terra alla corte d'un gran signor de' Tartari occidentali detto Barcha, che dimorava nella città di Bolgara e Assara, ed era reputato un de' piú liberali e cortesi signori che mai fosse stato fra' Tartari. Costui della venuta di questi fratelli ebbe grandissimo piacere e fece loro grande onore; quali avendo mostrate le gioie portate seco, vedendo che gli piacevano, gliele donarono liberamente. La cortesia cosí grande usata con tant'animo di questi due fratelli fece molto maravigliare detto signore, qual, non volendo essere da loro vinto di liberalità, fece a loro donar il doppio della valuta di quelle, e appresso grandissimi e ricchissimi doni.
Ed essendo stati un anno nel paese del detto signore, volendo ritornar a Venezia, subitamente nacque guerra tra il predetto Barcha e un altro nominato Alaú, signore de' Tartari orientali. Gli eserciti de' quali avendo combattuto insieme, Alaú ebbe la vittoria e l'esercito di Barcha n'ebbe grandissima sconfitta; per la qual cagione, non essendo sicure le vie, non poterno ritornar a casa per la strada ch'erano venuti. E avendo dimandato come essi potessero ritornar a Constantinopoli, furno consigliati d'andar tanto alla volta di levante che circondassero il reame di Barcha per vie incognite: e cosí vennero ad una città detta Ouchacha, qual è nel fin del regno di questo signor de' Tartari di ponente. E partendosi da quel luogo e andando piú oltre, passorno il fiume Tigris, ch'è uno de' quattro fiumi del paradiso e poi un deserto di 17 giornate, non trovando città, castello overo altra fortezza, se non Tartari che vivono alla campagna in alcune tende, con li loro bestiami. Passato il deserto, giunsero ad una buona città detta Bocara, e la provincia similmente Bocara, nella regione di Persia, la qual signoreggiava un re chiamato Barach: nel qual luogo essi dimororno tre anni, che non poterno ritornar indietro né andar avanti, per la guerra grande ch'era fra li Tartari.
In questo tempo un uomo dotato di molta sapienzia fu mandato per ambasciatore dal sopradetto signor Alaú al gran Can, ch'è il maggior re di tutti i Tartari, qual sta ne' confini della terra fra greco e levante, detto Cublai Can. Il qual, essendo giunto in Bocara e trovando i sopradetti due fratelli, i quali già pienamente avevano imparato il linguaggio tartaresco, fu allegro smisuratamente, però ch'egli non avea veduto altre volte uomini latini, e desiderava molto di vederli: e avendo con loro per molti giorni parlato e avuto compagnia, vedendo i graziosi e buoni costumi loro, gli confortò che andassino seco insieme al maggior re de' Tartari, che gli vederia molto volentieri, per non esservi mai stato alcun latino, promettendo loro che riceveriano da lui grandissimo onore e molti beneficii. I quali, vedendo che non poteano ritornar a casa senza grandissimo pericolo, raccomandandosi a Dio, furono contenti d'andarvi, e cosí cominciarono a camminare col detto ambasciatore alla volta di greco e tramontana, avendo seco molti servitori cristiani ch'avevano menati da Venezia. E un anno intiero stettero ad aggiungere alla corte del prefato maggior re de' Tartari, e la cagione perchè indugiassero e stessero tanto tempo in questo viaggio fu per le nevi e per le acque de' fiumi ch'erano molto cresciute, sí che, camminando, bisognò che aspettassero fino a tanto che le nevi si disfacessero e che l'acque discrescessero. E trovorno molte cose mirabili e grandi, delle quali al presente non si fa menzione, perchè sono scritte per ordine da messer Marco, figliuolo di messer Nicolò, in questo libro seguente.
I quali messer Nicolò e messer Maffio essendo venuti davanti il prefato gran Can, il qual era molto benigno, gli ricevette allegramente e fece grandissimo onore e festa della loro venuta, perciochè mai in quelle parti erano stati uomini latini; e cominciolli a dimandare delle parti di ponente e dell'imperatore de' Romani e degli altri re e principi cristiani, e della grandezza, costumi e possanza loro, e come ne' suoi reami e signorie osservavano giustizia, e come si portavano nelle cose della guerra; e sopra tutto gli domandò diligentemente del papa de' cristiani, delle cose della Chiesa e del culto della fede cristiana. E messer Nicolò e messer Maffio, come uomini savi e prudenti, gli esposero la verità, parlandoli sempre bene e ordinatamente d'ogni cosa in lingua tartara, che sapevano benissimo: per il che spesse volte detto gran Can comandava che venissero a lui, ed erano molto grati avanti gli occhi di quello.
Avendo adunque il gran Can inteso tutte le cose de' latini, come li detti due fratelli gli avevano saviamente esposto, si era molto sodisfatto; e proponendo nell'animo suo di volerli mandar ambasciatori al papa, volse aver prima il consiglio sopra di questo de' suoi baroni, e dopo, chiamati a sé i detti due fratelli, gli pregò che per amor suo volessero andar al papa de' Romani, con uno de' suoi baroni che si domandava Chogatal, a pregarlo che li piacesse di mandargli cento uomini savi e bene instrutti della fede cristiana e di tutte le sette arti, i quali sapessero mostrar a' suoi savi, con ragioni vere e probabili, che la fede de' cristiani era la migliore e piú vera di tutte l'altre, e che gli dei de' Tartari e li suoi idoli qual adorano nelle loro case erano demonii, e ch'egli e gli altri d'Oriente erano ingannati nell'adorare de' suoi dei. E oltre di questo commise alli detti fratelli che nel ritorno li portassero di Ierusalem dell'olio della lampada che arde sopra il sepolcro del nostro Signor messer Iesú Cristo, nel qual aveva grandissima devozione, e teneva quello essere vero Iddio, avendolo in somma venerazione. Messer Nicolò e messer Maffio, udito quanto gli veniva comandato, umilmente inginocchiati dinanzi al gran Can dissero ch'erano pronti e apparecchiati di far tutto ciò che gli piaceva; qual li fece scriver lettere in lingua tartaresca al papa di Roma e gliele diede, e ancora comandò che li fosse data una tavola d'oro, nella qual era scolpito il segno reale, secondo l'usanza della sua grandezza: e qualunche persona che porta detta tavola deve essere menata e condotta di luogo a luogo da tutti i rettori delle terre sottoposte all'imperio, sicura con tutta la compagnia; e per il tempo che vuole dimorar in alcuna città, fortezza o castello o villa, a lei e a tutti i suoi gli vien provisto e fatte le spese e date tutte l'altre cose necessarie.
Ora, essendo essi dispacciati cosí onoratamente, pigliata licenza dal gran Can, cominciorno a camminare, portando con esso loro le lettere e la tavola d'oro; e avendo cavalcato insieme venti giornate, il barone sopradetto s'ammalò gravemente, per volontà del quale e per consiglio di molti lasciandolo seguitorno il loro viaggio, e per la tavola d'oro ch'aveano erano in ogni parte ricevuti con grandissimo favore, e fattoli le spese e datoli le scorte. E per i gran freddi, nevi e giazze, e per l'acque de' fiumi che trovorno molto cresciute in molti luoghi, fu necessario di ritardare il lor viaggio, nel quale stettero tre anni avanti che potessero venire ad un porto dell'Armenia minore detto la Giazza; dalla qual dipartendosi per mare vennero in Acre, del mese d'aprile nell'anno 1269. Giunti che furono in Acre, e inteso che Clemente papa quarto nuovamente era morto, si contristorno fortemente. Era in Acre allora legato di quel papa uno nominato messer Tebaldo de' Vesconti di Piacenza, al qual essi dissero tutto ciò che tenevano d'ordine del gran Can; costui gli consigliò che al tutto aspettassero la elezione del papa, e che poi esequiriano la loro ambasciaria. Li quali fratelli, vedendo che questo era il meglio, dissero che cosí fariano, e che fra questo mezo volevano andar a Venezia a veder casa sua. E partiti d'Acre con una nave, vennero a Negroponte e di lí a Venezia dove giunti, messer Nicolò trovò che sua moglie era morta, la quale nella sua partita aveva lasciata gravida, e avea partorito un figliuolo al qual avean posto nome Marco, il qual era già di anni 19: questo è quel Marco che ordinò questo libro, il quale manifestarà in esso tutte quelle cose le quali egli vidde.
In questo mezo la elezione del papa si indugiò tanto ch'essi stettero in Venezia due anni continuamente aspettandola; quali essendo passati, messer Nicolò e messer Maffio, temendo che 'l gran Can non si sdegnasse per la troppo dimoranza loro, overo credesse che non dovessino tornar piú da lui, ritornarono in Acre, menando seco Marco sopradetto; e con parola del prefato legato andorno in Ierusalem a visitar il sepolcro di messer Iesú Cristo, dove tolsero dell'oglio della lampada, sí come dal gran Can gli era stato comandato. E pigliando le lettere del detto legato drizzate al gran Can, nelle quali si conteneva come essi avevano fatto l'officio fedelmente, e che ancora non era eletto il papa de' cristiani, andorno alla volta del porto della Giazza. Nel medesimo tempo che costoro si partirono di Acre, il prefato legato ebbe messi d'Italia dalli cardinali com'egli era stato eletto papa, e si mise nome Gregorio decimo: qual, considerando che al presente che gl'era fatto papa poteva amplamente satisfar alle dimande del gran Can, spacciò immediate sue lettere al re d'Armenia, dandoli nuova della sua elezione e pregandolo che, se gli due ambasciatori che andavano al gran Can non fossero partiti, gli facesse ritornare a lui. Queste lettere gli trovorno ancora in Armenia, li quali con grandissima allegrezza volsero tornar in Acre; e per il detto re gli fu data una galea e uno ambasciatore, che s'allegrasse col sommo pontefice. Alla presenza del quale gionti, furono da quello ricevuti con grande onore, e dapoi espediti con lettere papali; con li quali volse mandar due frati dell'ordine de' predicatori, ch'erano gran teologi e molto letterati e savii, e allora si trovavano in Acre, de' quali uno era detto fra Nicolò da Vicenza, l'altro fra Guielmo da Tripoli: e a questi dette lettere e privilegi, e autorità di ordinare preti e vescovi e di far ogni absoluzione, come la sua persona propria; e appresso gli dette presenti di grandissima valuta e molti belli vasi di cristallo per appresentare al gran Can. E con la sua benedizione si partirono e navigorno alla dritta al porto della Giazza, e di lí per terra in Armenia, dove intesero che 'l soldan di Babilonia, detto Benhochdare, era venuto con grande esercito, e avea scorso e abbruciato gran paese dell'Armenia: della qual cosa impauriti, li due frati, dubitando della vita loro, non volsero andar piú avanti, ma, consegnate tutte le lettere e li presenti avuti dal papa alli prefati messer Nicolò e messer Maffio, rimasero col maestro del Tempio, con il quale si tornorno indietro.
Messer Nicolò e messer Maffio e messer Marco, partiti d'Armenia, si misero in viaggio verso il gran Can, non stimando pericolo o travaglio alcuno. E attraversando deserti di lunghezza di molte giornate e molti mali passi, andorno tanto avanti, sempre alla volta di greco e tramontana, che intesero il gran Can essere in una grande e nobil città detta Clemenfu; ad arrivare alla quale stettero anni tre e mezo, però che nell'inverno, per le nevi grandi e per il molto crescere dell'acque e per i grandissimi freddi, poco potevan camminare. Il gran Can, avendo presentita la venuta di costoro, e come erano molto travagliati, per quaranta giornate gli mandò ad incontrare, e fecegli preparare in ogni luogo ciò che gli facea bisogno, di modo che con l'aiuto d'Iddio si condussero alla fine alla sua corte: dove gionti, gli accettò con la presenza di tutti i suoi baroni, con grandissima onorificenzia e carezze. Messer Nicolò, messer Maffio e messer Marco, come viddero il gran Can, s'inginocchiarono distendendosi per terra, ma lui gli comandò che si levassero e stessero in piedi, e che gli narrassero come erano stati in quel viaggio, e tutto ciò ch'avevano fatto con la santità del papa: i quali avendogli detto il tutto, e con grand'ordine ed eloquenza, furono ascoltati con sommo silenzio. Dopo gli diedero le lettere e li presenti di papa Gregorio, quali udite che ebbe il gran Can, laudò molto la fedel solecitudine e diligenza de' detti ambasciatori, e riverentemente ricevendo l'oglio della lampada del sepolcro del nostro Signor Iesú Cristo, comandò che fosse governato con grandissimo onore e riverenza. Dopo, dimandando il gran Can di Marco chi egli era, e rispondendogli messer Nicolò ch'egli era servo di sua Maestà, ma suo figliuolo, l'ebbe molto a grato, e fecelo scrivere tra gli altri suoi famigliari onorati: per la qual cosa da tutti quelli della corte era tenuto in gran conto ed existimazione; e in poco tempo imparò i costumi de' Tartari, e quattro linguaggi variati e diversi, ch'egli sapea scrivere e leggere in ciascuno. Dove che 'l gran Can, volendo provar la sapienza del detto messer Marco, mandollo per una facenda importante del suo reame ad una città detta Carazan, nel cammino alla qual consumò sei mesi: quivi si portò tanto saviamente e prudentemente in tutto ciò che gli era stato commesso, che il gran Can l'ebbe molto accetto. E perchè lui si dilettava molto di udir cose nuove, e de' costumi e delle usanze degli uomini e condizioni delle terre, messer Marco, per ciascuna parte che egli andava, cercava d'esser informato con diligenza, e facendo un memoriale di tutto ciò ch'intendeva e vedeva, per poter compiacere alla voluntà del detto gran Can. E in ventisei anni ch'egli stette suo familiare, fu sí grato a quello che continuamente veniva mandato per tutti i suoi reami e signorie per ambasciatore per fatti del gran Can, e alcune volte per cose particular di esso messer Marco, ma di volontà e ordine del gran Can. Questa adunque è la ragione che 'l prefato messer Marco imparò e vidde tante cose nuove delle parti d'oriente, le quali diligentemente e ordinatamente si scriveranno qui di sotto.
Messer Nicolò, Maffio e Marco essendo stati molti anni in questa corte, trovandosi molto ricchi di gioie di gran valuta e d'oro, un estremo desiderio di rivedere la sua patria di continuo era lor fisso nell'animo, e ancor che fossero onorati e accarezzati, nondimeno non pensavan mai ad altro che a questo. E vedendo il gran Can esser molto vecchio, dubitavan che se 'l morisse avanti il loro partire, che per la lunghezza del cammino e infiniti pericoli che li soprastavano mai piú potessino tornare a casa, il che, vivendo lui, speravan di poter fare. E per tanto messer Nicolò un giorno, tolta occasione vedendo il gran Can esser molto allegro, inginocchiatosi, per nome di tutti tre gli dimandò licenza di partirsi: alla qual parola si turbò tutto, e gli disse che causa gli moveva a voler mettersi a cosí lungo e pericoloso cammino, nel qual facilmente potriano morire; e s'era per causa di robba o d'altro, gli voleva dare il doppio di quello che aveano a casa, e accrescerli in quanti onori che loro volessero, e per l'amor grande che li portava li denegò in tutto il partirsi.
In questo tempo accadette che morse una gran regina detta Bolgana, moglie del re Argon, nelle Indie orientali, la quale nel punto della sua morte dimandò di grazia al re, e cosí fece scriver nel suo testamento, che alcuna donna non sentasse nella sua sedia né fosse moglie di quello se non era della stirpe sua, la qual si trovava al Cataio, dove regnava il gran Can. Per la qual cosa il re Argon elesse tre savii suoi baroni, un de' quali si domandava Ulatay, l'altro Apusca, il terzo Goza, e li mandò con gran compagnia per ambasciatori al gran Can, dimandandoli una donzella della progenie della regina Bolgana. Il gran Can, ricevutili allegramente e fatta trovare una giovane di anni 17, detta Cogatin, del parentado della detta regina, ch'era molto bella e graziosa, la fece mostrar alli detti ambasciatori: la qual piacque loro sommamente. Ed essendo state preparate tutte le cose necessarie e una gran brigata per accompagnar con onorificenza questa novella sposa al re Argon, gli ambasciatori, dopo tolta grata licenza dal gran Can, si partirono cavalcando per spazio di mesi otto per quella medesima via ch'erano venuti. E nel cammino trovarono che, per guerra nuovamente mossa fra alcuni re de' Tartari, le strade erano serrate, e non potendo andar avanti, contra 'l loro volere furono astretti di ritornar di nuovo alla corte del gran Can, al qual raccontorono tutto ciò che era loro intravenuto.
In questo tempo messer Marco, ch'era ritornato dalle parti d'India, dove era stato con alcune navi, disse al gran Can molte nuove di quelli paesi e del viaggio che egli avea fatto, e fra l'altre che molto sicuramente si navigavano que' mari. Le qual parole essendo venute all'orecchie degli ambasciatori de re Argon, desiderosi di tornarsene a casa, dalla quale erano passati anni tre che si trovavano absenti, andorno a parlar con li detti messer Nicolò, Maffio e Marco, i quali similmente trovorno desiderosissimi di riveder la loro patria: e posto fra loro ordine che detti tre ambasciatori con la regina andassero al gran Can e dicessero che, potendosi andar per mare sicuramente fino al paese del re Argon, manco spesa si faria per mare e il viaggio saria piú corto (sí come messer Marco avea detto, che avea navigato in que' paesi); sua Maestà fosse contenta di farli questa grazia, che andassero per mare, e che questi tre latini, cioè messer Nicolò, Maffio e Marco, che avevano pratica del navigare detti mari, dovessero accompagnarli fino al paese del re Argon. Il gran Can, udendo questa loro dimanda, dimostrava gran dispiacere nel volto, perciò che non voleva che questi tre latini si partissero; nondimeno, non potendo far altrimenti, consentí a quanto li richiesero: e se non era causa cosí grande e potente che l'astringesse, mai li detti latini si partivano. Per tanto fece venire alla sua presenza messer Nicolò, Maffio e Marco, e gli disse molte graziose parole dell'amor grande che gli portava, e che gli promettessero che, stati che fossero qualche tempo in terra di cristiani e a casa sua, volessero ritornare a lui. E gli fece dar una tavola d'oro, dove era scritto un comandamento, che fossero liberi e sicuri per tutto il suo paese, e che in ogni luogo fossero fatte le spese a loro e alla sua famiglia, e datagli scorta, che sicuramente potessero passare, ordinando che fossero suoi ambasciatori al papa, re di Francia, di Spagna e altri re cristiani. Poi fece preparar quattordici navi, ciascuna delle quali avea quattro arbori, e potevano navigar con nove vele, le quali come fossero fatte si potria dire, ma, per esser materia lunga, si lascia al presente. Fra le dette navi ve ne erano almanco quattro o cinque che avevano da dugentocinquanta in dugentosessanta marinari. Sopra queste navi montorno gli ambasciatori, la regina e messer Nicolò, Maffio e Marco, tolta prima licenza dal gran Can, qual gli fece dare molti rubini e altre gioie finissime e di grandissima valuta, e appresso la spesa che gli bastasse per due anni.
Costoro, avendo navigato circa tre mesi, vennero ad una isola verso mezodí nominata Iava, nella quale sono molte cose mirabili che si diranno nel processo del libro. E partiti dalla detta isola navigorono per il mare d'India mesi deciotto, avanti che potessero arrivare al paese del re Argon, dove andavano; e in questo viaggio viddero diverse e varie cose, che saranno similmente narrate in detto libro. E sappiate che, dal dí che introrno in mare fino al giunger suo, morirono, fra marinari e altri ch'erano in dette navi, da seicento persone; e de' tre ambasciatori non rimase se non uno, che avea nome Goza, e di tutte le donne e donzelle non morí se non una. Giunti al paese del re Argon, trovorno ch'egli era morto, e ch'uno nominato Chiacato governava il suo reame per nome del figliuolo, che era giovane: al qual parse di mandar a dire come di ordine del re Argon avendo condotta quella regina, quel che gli pareva che si facesse. Costui gli fece rispondere che la dovessero dare a Casan, figliuolo del re Argon, il qual allora si trovava nelle parti dell'Arbore Secco, ne' confini della Persia, con sessantamila persone, per custodia di certi passi, acciò che non v'intrassero certe genti nemiche a depredare il suo paese: e cosí loro fecero. Il che fornito, messer Nicolò, Maffio e Marco tornarono a Chiacato, perciochè de lí dovea essere il suo camino, e quivi dimorarono nove mesi. Dapoi avendo tolta licenza, Chiacato gli fece dare quattro tavole d'oro, ciascuna delle quali era lunga un cubito e larga cinque dita, ed erano d'oro, di peso di tre o quattro marche l'una: ed era scritto in quelle che, in virtú dell'eterno Iddio, il nome del gran Can fosse onorato e laudato per molti anni, e ciascuno che non obedirà sia fatto morire e confiscati i suoi beni. Dopo si conteneva che quelli tre ambasciatori fossero onorati e serviti per tutte le terre e paesi sí come fosse la propria sua persona, e che gli fosse fatto le spese, dati cavalli e le scorte, come fosse necessario. Il che fu amplamente esequito, perciò che ebbero e spese e cavalli e tutto ciò che gli era di bisogno, e molte volte avevano dugento cavalli, piú e manco, secondo che accadeva; né si poteva far altramente, perchè questo Chiacato non aveva riputazione, e gli popoli si mettevan a far molti mali e insulti; il che non averian avuto ardire di fare se fossero stati sotto un suo vero e proprio signore.
Faccendo messer Nicolò, Maffio e Marco questo viaggio, intesero come il gran Can era mancato di questa vita, il che gli tolse del tutto la speranza di poter piú tornar in quelle parti; e cavalcorno tanto per le sue giornate che vennero in Trabisonda, e di lí a Constantinopoli e poi a Negroponte; e finalmente sani e salvi con molte ricchezze giunsero in Venezia, ringraziando Iddio che gli aveva liberati da tante fatiche e preservati da infiniti pericoli: e questo fu dell'anno 1295.
E le cose di sopra narrate sono state scritte in luogo di proemio, che si suol far a ciascun libro, acciò che chi lo leggerà conosca e sappia che messer Marco Polo puoté sapere e intendere tutte queste cose in anni ventisei che 'l dimorò nelle parti d'oriente.

Dell'Armenia minore e del porto della Giazza, e delle mercanzie che vi son condotte,
e de' confini di detta provincia.
Cap. 2.

Per dar principio a narrar delle provincie che messer Marco Polo ha viste nell'Asia, e delle cose degne di notizia che in quelle ha ritrovate, dico che sono due Armenie, una detta minore e l'altra maggiore. Del reame dell'Armenia minore è signore un re che abita in una città detta Sebastoz, il qual osserva giustizia in tutto il suo paese; e vi sono molte città, fortezze e castelli, e d'ogni cosa è molto abondevole e di solazzo, e molte cacciagioni di bestie e d'uccelli; è ben vero che non vi è troppo buon aere. I gentiluomini di Armenia anticamente solevan essere molto buoni combattitori e valenti con l'arme in mano; ora son divenuti gran bevitori, e spaurosi e vili. Sopra il mare è una città detta la Giazza, terra di gran traffico: al suo porto vengono molti mercanti da Venezia, da Genova e da molt'altre regioni, con molte mercanzie di diverse speciarie, panni di seta e di lana e di altre preziose ricchezze; e anco quelli che vogliono intrare piú dentro nelle terre di levante, vanno primieramente al detto porto della Giazza. I confini dell'Armenia minore son questi: verso mezodí è la Terra di Promissione, che vien tenuta dalli saraceni; da tramontana i Turcomani, che si chiamano Caramani; e da greco levante Cayssaria e Sevasta e molte altre città, tutte suddite a' Tartari; verso ponente vi è il mare, per il qual si naviga alle parti de' cristiani.

Della provincia detta Turcomania, dove sono le città di Cogno, Cayssaria e Sevasta, e delle mercanzie che vi si trovano.
Cap. 3.

Nella Turcomania sono tre sorti di genti, cioè Turcomani, i quali adorano Macometto e tengono la sua legge: sono genti semplici e di grosso intelletto, abitano nelle montagne e luoghi inaccessibili, dove sanno esser buoni pascoli, perchè vivono solamente di animali; e ivi nascono buoni cavalli, detti turcomani, e buoni muli che sono di gran valuta; e l'altre genti sono Armeni e Greci, che stanno nelle città e castelli e vivono di mercanzie e arti: e quivi si lavorano tapedi ottimi e li piú belli del mondo, ed eziandio panni di seta cremesina e d'altri colori belli e ricchi. E vi sono fra l'altre città Cogno, Cayssaria e Sevasta, dove il glorioso messer san Biagio patí il martirio. Tutti sono sudditi al gran Can, imperatore de' Tartari orientali, il quale gli manda rettori.
Poi ch'abbiamo detto di questa provincia, diciamo della grande Armenia.

Dell'Armenia maggiore, dove son le città di Arcingan, Argiron, Darzizi; del castel Paipurth, e del monte dell'arca di Noè; de' confini di detta provincia e del fonte dell'oglio.
Cap. 4.

L'Armenia maggiore è una gran provincia, che comincia da una città nominata Arcingan, nella quale si lavorano bellissimi bocassini di bambagio, e vi si fanno molte altre arti che a narrarle saria lungo, e hanno li piú belli e migliori bagni d'acque calde che scaturiscono che trovar si possano. Sono le genti per la maggior parte Armeni, ma sottoposte a' Tartari. In questa provincia sono molte città e castelli, e la piú nobil città è Arcingan, la quale ha arcivescovo; l'altre sono Argiron e Darziz. È molto gran provincia, e in quella nell'estate sta una parte dell'esercito di Tartari di levante, perchè vi trovano buoni pascoli per le lor bestie; ma l'inverno non vi stanno per il gran freddo e neve, perchè vi nevica oltre modo e le bestie non vi possono vivere: e però li Tartari si partono l'inverno e vanno verso mezodí per il caldo, per causa di pascoli ed erbe per le sue bestie. E in un castello che si chiama Paipurth è una ricchissima minera d'argento, e trovasi questo castello andando da Trebisonda in Tauris. E nel mezo dell'Armenia maggiore è uno grandissimo e altissimo monte, sopra il quale si dice essersi firmata l'arca di Noè: e per questa causa si chiama il monte dell'arca di Noè, ed è cosí largo e lungo che non si potria circuire in due giorni, e nella sommità di quello vi si truova di continuo tant'alta la neve che niuno vi può ascendere, perchè la neve non si liquefa in tutto, ma sempre una casca sopra l'altra e cosí accresce. Ma nel descendere verso la pianura, per l'umidità della neve la qual liquefatta scorre giú, talmente il monte è grasso e abondante d'erbe che nell'estate tutte le bestie dalla lunga circonstanti si riducono a stanziarvi, né mai vi mancano; e anco per il discorrere della neve si fa gran fango sopra il monte.
Ne' confini veramente dell'Armenia verso levante sono queste provincie: Mosul, Meridin, delle quali si dirà di sotto, e ve ne sono molte altre che saria lungo a raccontarle. Ma verso la tramontana è Zorzania, ne' confini della quale è una fonte dalla qual nasce olio in tanta quantità che molti camelli vi si potrebbono cargare, e non è buono da mangiare, ma da ungere gli uomini e gli animali per la rogna e per molte infirmità, e anco per brusciare. Vengono da parti lontane molti a pigliare questo oglio, e le contrate vicine non brusciano di altra sorte.
Avendosi detto dell'Armenia maggiore, ora diciamo di Zorzania

Della provincia di Zorzania e de' suoi confini sopra il mar Maggiore e sopra il mar Ircano, ora detto di Abaccú, dove è quel passo stretto sopra il qual Alessandro fabricò le porte di ferro; e del miracolo della fontana del monasterio di San Lunardo; della città di Tiflis.
Cap. 5.

In Zorzania è un re che in ogni tempo si chiama David Melich, che in lingua nostra si dice re David; una parte della qual provincia è soggetta al re de' Tartari, e l'altra parte (per le fortezze che l'ha) al re David. In questa provincia tutti i boschi sono di legni di bosso, e guarda due mari, uno de' quali si chiama il mar Maggiore, quale è dalla banda di tramontana, l'altro di Abaccú verso l'oriente, che dura nel suo circuito per duomila e ottocento miglia ed è come un lago, perchè non si mischia con alcun altro mare. E in quello sono molte isole con belle città e castelli, parte delle quali sono abitate dalle genti che fuggirono dalla faccia del gran Tartaro, quando l'andava cercando pel regno overo per la provincia di Persia qual città e terre si reggevano per commune, per volerle destruggere: e le genti fuggendo si redussero a queste isole e ai monti, dove credevano star piú sicuri; ve ne sono anco di deserte di dette isole. Detto mare produce molti pesci, e specialmente storioni, salmoni alle bocche de' fiumi e altri gran pesci. Mi fu detto che anticamente tutti i re di quella provincia nascevano con certo segno dell'aquila sopra la spalla destra; e sono in quella belle genti e valorose nel mare, e buoni arcieri e franchi combattitori in battaglia; e sono cristiani che osservano la legge de' Greci, e portano i capelli corti a guisa di chierici di Ponente.
Questa è quella provincia nella qual il re Alessandro non poté mai intrare quando volse andare alle parti di tramontana, perchè la via è stretta e difficile, e da una banda batte il mare, dall'altra sono monti alti e boschi che non vi si può passar a cavallo: ed è molto stretta intra il mare e i monti, di lunghezza di quattro miglia, e pochissimi uomini si difenderebbono contra tutto il mondo. E per questo Alessandro appresso a quel passo fece fabricar muri e gran fortezze, acciò che quelli che abitano piú oltre non gli potessero venire a far danno: onde il nome di quel passo dipoi si chiamò Porta di Ferro, e per questo vien detto Alessandro aver serrato i Tartari fra due monti. Ma non è vero che siano stati Tartari, perchè a quel tempo non erano, anzi fu una gente chiamata Cumani, e di altre generazioni e sorti.
Sono ancora in detta provincia molte città e castelli, le quali abondano di seta e di tutte le cose necessarie; quivi si lavorano panni di seta e di oro, e vi sono astori nobilissimi, che si chiamano avigi. Gli abitatori di questa regione vivono di mercanzie e delle sue fatiche. Per tutta la provincia sono monti e passi forti e stretti, di modo che li Tartari non gli hanno mai potuto dominare del tutto. Qui è un monasterio intitolato di San Lunardo di monachi, dove vien detto esser questo miracolo, che essendo la chiesa sopra un lago salso che circonda da quattro giornate di camino, in quello per tutto l'anno non appareno pesci, salvo dal primo giorno di quaresima fino alla vigilia di Pasqua della resurrezione del Signore, che ve n'è abondanzia grandissima; e fatt'il giorno di Pasqua, piú non appariscono. E chiamasi il lago Geluchalat.
In questo mare di Abaccú mettono capo Herdil, Geichon e Cur, Araz e molti altri grandissimi fiumi; è circondato da monti, e novamente i mercatanti genovesi han cominciato a navigare per quello, e di qui si porta la seta detta ghellie. In questa provincia è una bella città detta Tiflis, circa la quale sono molti castelli e borghi, e in quella abitano cristiani, armeni, giorgiani e alcuni saraceni e giudei, ma pochi. Qui si lavorano panni di seta e di molte altre e diverse sorti; gli uomini vivono dell'arte loro, e sono soggetti al gran re de' Tartari.
Ed è da sapere che noi solamente scriviamo delle principal città delle provincie due o tre, ma ve ne sono di molte altre, che saria lungo scriverle per ordine se non avessero qualche spezial cosa maravigliosa: ma di quelle che abbiam pretermesse, che si ritrovano ne' luoghi predetti, piú pienamente di sotto si dichiarano. Poi che s'ha detto de' confini dell'Armenia verso tramontana, ora diciamo degli altri che sono verso mezodí e levante.

Della provincia di Moxul, e della sorte di abitanti e popoli curdi, e mercanzie che si fanno.
Cap. 6.

Moxul è una provincia nella qual abitano molte sorti di genti, una delle quali adorano Macometto, e chiamansi Arabi; l'altra osserva la fede cristiana, non però secondo che comanda la Chiesa, perchè falla in molte cose, e sono nestorini, iacopiti e armeni; e hanno un patriarca che chiamano iacolit, il qual ordina arcivescovi, vescovi e abbati, mandandoli per tutte le parti dell'India e al Cairo e in Baldach, e per tutte le bande dove abitano cristiani, come fa il papa romano. E tutti i panni d'oro e di seta che si chiamano mossulini si lavorano in Moxul, e quelli gran mercatanti che si chiamano mossulini, che portano di tutte le spezierie in gran quantità, sono di questa provincia. Ne' monti della qual abitano alcune genti che si chiamano Curdi, che sono in parte cristiani e nestorini e iacopiti, e in parte saraceni, che adorano Macometto: sono uomini cattivi e di mala sorte, e robbano voluntieri a' mercatanti. Appresso questa provincia ve n'è un'altra che si chiama Mus e Meridin, nella quale nasce infinito bambagio, del qual si fa gran quantità di boccassini e di molti altri lavori. Vi sono artefici e mercatanti, e tutti sono sottoposti al re dei Tartari.
Avendosi detto della provincia di Moxul, ora narraremo della gran città di Baldach.

Della gran città di Baldach overo Bagadet, che anticamente si chiamava Babilonia; e come da quella si navica alla Balsara sopra il mare che chiamano d'India, ancor che sia il sino Persico; e del studio che è in quella di diverse scienzie.
Cap. 7.

Baldach è una città grande, nella quale era il califa, cioè il pontefice di tutti li saraceni, sí come è il papa di tutti i cristiani. E per mezo di quella corre un gran fiume, per il quale li mercadanti vanno e vengono con le lor mercanzie dal mare dell'India: e la sua lunghezza, dalla città di Baldach fino al detto mare, si computa communemente secondo il corso dell'acque 17 giornate. E li mercatanti che vogliono andare alle parti dell'India navigano per detto fiume ad una città detta Chisi, e de lí partendosi entran in mare; e avanti che si pervenga da Baldach a Chisi, si trova una città detta Balsara, intorno la quale nascono per li boschi li miglior dattali che si trovino al mondo. E in Baldach si trovano molti panni d'oro e di seta, e lavoransi quivi damaschi e velluti, con figure di varii e diversi animali; e tutte le perle che dall'India sono portate nella cristianità per la maggior parte si forano in Baldach. In questa città si studia nella legge di Macometto, in negromanzia, fisica, astronomia, geomanzia e fisionomia. Essa è la piú nobile e la maggior città che trovar si possa in tutte quelle parti.


Come il califa signor di Baldach fu preso e morto, e del miracolo che intravenne del muovere di uno monte.
Cap. 8.


Dovete sapere che detto califa signor di Baldach si trovava il maggiore tesoro che si sappia avere avuto uomo alcuno, qual perse miseramente in questo modo. Nel tempo che i signori de' Tartari cominciorono a dominare, erano quattro fratelli, il maggiore de' quali, nominato Mongú, regnava nella sedia. E avendo a quel tempo, per la gran potenzia loro, sottoposto al suo dominio il Cattayo e altri paesi circonstanti, non contenti di questi, ma desiderando aver molto piú, si proposero di soggiogare tutto l'universo mondo; e però lo divisero in quattro parti, cioè che uno andasse alla volta dell'oriente, un altro alla banda del mezodí, per acquistare paesi, e gli altri alle altre due parti. Ad uno di loro, nominato Ulaú, venne per sorte la parte di mezodí. Costui, ragunato un grandissimo esercito, primo di tutti cominciò a conquistar virilmente quelle provincie, e se ne venne alla città di Baldach del 1250 e, sapendo la gran fortezza di quella, per la gran moltitudine del popolo che vi era, pensò con ingegno piú tosto che con forze di pigliarla. Avendo egli adunque da centomila cavalli senza i pedoni, acciò che al califa e alle sue genti che eran dentro della città paressino pochi, avanti che s'appressasse alla città pose occultamente da un lato di quella parte delle sue genti, e dall'altro ne' boschi un'altra parte, e col resto andò correndo fino sopra le porte. Il califa, vedendo quel sforzo essere di poca gente e non ne facendo alcun conto, confidandosi solamente nel segno di Macometto, si pensò del tutto destruggerla, e senza indugio con la sua gente uscí della città. La qual cosa veduta da Ulaú, fingendo di fuggire lo trasse fino oltre gli arbori e chiusure di boschi dove la gente s'era nascosta, e qui serratoli in mezo gli ruppe, e il califa fu preso insieme con la città. Dopo la presa del qual, fu trovata una torre piena d'oro, il che fece molto maravigliare Ulaú. Dove che, fatto venire alla sua presenza il califa, lo riprese grandemente, perciò che, sapendo della gran guerra che gli veniva adosso, non avesse voluto spendere del detto tesoro in soldati che lo difendessero: e però ordinò che 'l fosse serrato in detta torre senza dargli altro da vivere, e cosí il misero califa se ne morí fra il detto tesoro.

Io giudico che il nostro Signor messer Iesú Cristo volesse far vendetta de' suoi fedeli cristiani, dal detto califa tanto odiati, imperochè del 1225, stando in Baldach detto califa, non pensava mai altro ogni giorno se non con che modo e forma potesse far convertire alla sua legge gli cristiani abitanti nel suo paese, o vero, non volendo, di farli morire. E dimandando sopra di ciò il consiglio de' savii, fu trovato un punto della scrittura nell'Evangelio che dice cosí: "Se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto è un grano di senapa, porgendo i suoi preghi alla divina Maestà faria muover i monti dal suo luogo". Del qual punto rallegratosi, non credendo per alcun modo questo essere mai possibile, mandò a chiamare tutti i cristiani, nestorini e iacopiti che abitavano in Baldach, ch'erano in gran quantità, e disse loro: "È vero tutto quello che 'l testo del vostro Evangelio dice?" A cui risposero: "È vero". Disse loro il califa: "Ecco che s'egli è vero qui si proverà la vostra fede. Certamente, se tra voi tutti non è almanco uno il qual sia fedele verso il suo Signore in cosí poco di fede quanto è un grano di senapa, allora vi riputarò iniqui, reprobi e infidelissimi. Per il che vi assegno dieci giorni, fra li quali o che voi per virtú del vostro Dio farete muovere i monti qui astanti, o vero torrete la legge di Macometto nostro profeta e sarete salvi, o vero non volendo farovvi tutti crudelmente morire". Quando li cristiani udirono tal parole, sapendo la sua crudel natura, che solo faceva questo per spogliarli delle loro sostanze, dubitarono grandemente della morte; nondimeno, confidandosi nel suo Redentore che gli libereria, si congregorono tutti insieme ed ebbero fra loro diligente consiglio, né trovorno rimedio alcuno se non pregare la Maestà divina che gli porgesse l'aiuto della sua misericordia. Per la qual cosa tutti, cosí piccoli come grandi, giorno e notte prostrati in terra con grandissime lacrime non attendevano ad altro che a far orazioni al Signore, e cosí perseverando per otto giorni, ad un vescovo di santa vita fu divinamente rivelato in sogno che andassero a trovar un calzolaio il qual avea solamente un occhio, il cui nome non si sa, che lui comandasse al monte che per la divina virtú dovesse muoversi.
Mandato adunque per il calzolaio, narratoli la divina rivelazione, gli rispose che lui non era degno di quest'impresa, perchè i meriti suoi non ricercavan il premio di tanta grazia; nondimeno, facendoli di ciò grande instanzia i poveri cristiani, il calzolaio assentí. E sappiate ch'egli era uomo di buona vita e di onesta conversazione, puro e fedele verso il nostro Signor Iddio: frequentando le messe e i divini officii, attendeva con gran fervore alle limosine e a' digiuni. Al qual intravenne che, essendo andata a lui una bella giovane per comprarsi un paio di scarpe, e mostrand'il piede per provar quelle, si alzò i panni per modo che gli vidde la gamba, per bellezza della quale si commosse in disonesti pensieri; ma subito ritornato in sé, mandò via la donna e, considerata la parola dell'Evangelio che dice: "Se l'occhio tuo ti scandaleza, cavatelo e gettalo via da te, perchè è meglio andar con un occhio in paradiso che con due nell'inferno", immediate con una delle stecche che adoprava in bottega si cavò l'occhio destro; la qual cosa dimostrò manifestamente la grandezza della sua constante fede.
Venuto il giorno determinato, la mattina a buon'ora, celebrati i divini officii, con grandissima devozione andarono alla pianura dove era il monte, portando avanti la croce del nostro Signore. Il califa similmente, credendo essere cosa vana che i cristiani potessero mandar queste cose ad effetto, volse ancor lui esser presente con gran sforzo di gente per distruggerli e mandarli in perdizione. E quivi il calzolaio, levate le mani al cielo, stando avanti la croce in ginocchioni, umilmente pregò il suo Creatore che pietosamente riguardando in terra, a laude ed eccellenza del nome suo e a fermezza e corroborazione della fede cristiana, volesse porgere aiuto al popolo suo circa il comandamento a loro ingiunto, e dimostrasse la sua virtú e potenza ai detrattori della sua fede. E finita l'orazione con voce alta disse: "In nome del Padre e del Figliuolo e del Spirito Santo, comando a te monte che ti debbi muovere". Per le qual parole il monte si mosse, con mirabil e spauroso tremor della terra. E il califa e tutti i circonstanti con grandissimo spavento rimasero attoniti e stupefatti, e molti di loro si fecero cristiani, e il califa in occulto confessò esser cristiano, e portò sempre la croce nascosa sotto i panni: la qual dopo morto trovatali adosso, fu causa che non fosse sepolto nell'arca de' suoi predecessori. E per questa singular grazia concessali da Iddio tutti i cristiani, nestorini e iacopiti da quel tempo in qua celebrano solennemente il giorno che tal miracolo intravenne, digiunando la sua vigilia.

Della nobil città di Tauris, che è nella provincia di Hirach, e delli mercatanti e abitanti in quella.
Cap. 9.

Tauris è una città grande, situata in una provincia nominata Hirach, nella quale sono molte altre città e castelli, ma Tauris è la piú nobile e piú popolata. Gli abitatori vivono delle mercanzie e arti loro, perchè vi si lavora di diverse sorti di panni d'oro e di seta di gran valuta, ed è posta questa città in tal parte che dall'India, da Baldach, da Moxul, da Cremessor e dalle parti de' cristiani i mercatanti vengono per comprare e vender diverse mercanzie. Quivi si trovano eziandio pietre preziose e perle abbondantemente. Quivi li mercatanti forastieri fanno gran guadagno, ma gli abitatori sono generalmente poveri, e mescolati di diverse generazioni, cioè nestorini, armeni, iacopiti, giorgiani e persi, e le genti che adorano Macometto è il popolo della città, che si chiamano Taurisini e hanno il parlar diverso fra loro. La città è circondata di giardini molto dilettevoli, che producono ottimi frutti. E i saraceni di Tauris sono perfidi e mali uomini, e hanno per la legge di Macometto che tutto quello che tolgono e robbano alle genti che non sono della sua legge sia ben tolto, né gli sia imputato ad alcun peccato, e se i cristiani gli ammazzassero o gli facessero qualche male, sono riputati martiri; e per questa causa, se non fossero proibiti e ritenuti per il suo signore che governa, commetterebbono molti mali. E questa legge osservano tutti i saraceni. E in fine della vita loro va a loro il sacerdote, e dimandali se credono che Macometto sia stato vero nunzio di Dio, e se rispondono che lo credono sono salvi: e per questa facilità di assoluzione, che gli concede il campo largo a commettere ogni sceleraggine, hanno convertito una gran parte de' Tartari alla sua legge, per la quale non gli è proibito alcun peccato. Da Tauris in Persia sono dodici giornate.

Del monasterio del beato Barsamo, che è nelli confini di Tauris.
Cap. 10.

Ne' confini di Tauris è un monasterio intitolato il beato Barsamo santo, molto devoto: quivi è uno abbate con molti monachi, i quali portano l'abito a guisa di carmelitani. E questi, per non darsi all'ocio, lavorano continuamente cintole di lana, le quali poi mettono sopra l'altare del beato Barsamo quando si celebrano gli officii. E quando vanno per le provincie cercando (come li frati di San Spirito), donano di quelle alli loro amici e agli uomini nobili, perchè sono buone a rimuovere il dolore che alcun avesse nel corpo: e per questo ognuno ne vuole avere per devozione.

Del nome di otto regni che sono nella provincia di Persia,
e della sorte di cavalli e asini che ivi si truovano.
Cap. 11.

Nella Persia, qual è una provincia molto grande, vi sono molti regni, i nomi de' quali sono gli sottoscritti: il primo regno, il quale è in principio, si chiama Casibin; il secondo, qual è verso mezodí, si chiama Curdistan; il terzo Lor, verso tramontana; il quarto Suolistan; il quinto Spaan; il sesto Siras; il settimo Soncara; l'ottavo Timocaim, qual è nel fine della Persia. Tutti questi regni nominati sono verso mezodí, eccetto Timocaim, il quale è appresso l'Arbor Secco verso tramontana. In questi regni sono cavalli bellissimi, molti de' quali si menano a vendere nell'India, e sono di gran valuta, perchè se ne vendono per lire dugento di tornesi, e sono per la maggior parte di questo prezio. Sonvi ancora asini, li piú belli e li maggiori che siano al mondo, i quali si vendono molto piú che i cavalli, e la ragione è perchè mangiano poco e portano gran carghi e fanno molta via in un giorno, la qual cosa né cavalli né muli potriano fare, né sostenire tanta fatica quanta sostengono gli asini sopradetti. Imperochè li mercatanti di quelle parti, andando di una provincia nell'altra, passano per gran deserti e luoghi arenosi dove non si truova erba alcuna, e appresso, per la distanza de' pozzi e di acque dolci, gli bisogna far lunghe giornate: per tanto adoprano piú volentieri quegli asini, perchè sono piú veloci e corrono meglio e si conducono con manco spesa. Usano ancora i camelli, i quali similmente portano gran pesi e fanno poca spesa; nondimeno non sono cosí veloci come gli asini. E le genti della sopradetta provincia menano i detti cavalli a Chisi e Ormus e a molte altre città che sono sopra la riviera del mare dell'India, perchè vengono comprati quivi e condotti in India, dove sono in grandissimo prezio, nella qual essendo gran caldo non possono durare longamente, essendo nasciuti in paese temperato.
E ne' sopradetti regni sono genti molto crudeli e omicidiali, imperochè ogni giorno l'un l'altro si feriscono e uccidono, e fariano continovamente gran danni a' mercanti e a' viandanti, se non fosse per la paura del signore orientale, il quale severamente gli fa castigare, e ha ordinato che in tutti i passi pericolosi, richiedendo i mercanti, debbano gli abitanti di contrata in contrata dar diligenti e buoni conduttori per tutela e sicurtà loro, e per satisfazione delli conduttori li sia dato per ciascuna soma due o tre grossi, secondo la lunghezza del cammino. Tutti osservano la legge di Macometto. Nelle città di questi regni veramente sono mercanti e artefici in grandissima quantità, e lavorano panni d'oro, di seta e di ciascuna sorte; e quivi nasce il bombagio, ed evvi abondanzia di formento, orzo, miglio e d'ogni sorte biava, vini e di tutti i frutti. Ma potria dir alcuno: i saraceni non bevono vino, per essergli proibito dalla sua legge; si risponde che glosano il testo di quella in questo modo, che se 'l vino solamente bolle al fuoco, e che si consumi in parte e divenghi dolce, lo possono bere senza rompere il comandamento, perchè non lo chiamano dopo piú vino, conciosiacosachè, avendo mutato il sapore, muta eziandio il nome del vino.

Della città di Iasdi, e de' lavori di seta che si fanno in quella;
e di animali e uccelli che si trovano venendo verso Chiermain.
Cap. 12.

Iasdi è ne' confini della Persia, città molto nobile e di gran mercanzia, nella quale si lavorano molti panni di seta, che si chiamano iasdi, quali portano li mercanti in diverse parti. Osservano la legge di Macometto. E quando l'uomo si parte da questa città per andar piú oltre, cavalca otto giornate per via piana, nelle quali si truovano solamente tre luoghi dove possino alloggiare, e il cammino è pieno di molti boschi che producono dattali, per li quali si può cavalcare; e vi sono molte cacciagioni d'animali salvatichi, e pernici e quaglie in abondanza, e li mercanti che cavalcano per quelle parti, e altri che si dilettano di cacciagioni di bestie e d'uccelli, vi prendono gran sollazzi. Si truovano ancora asini salvatichi. E nel fine delle dette otto giornate, s'arriva ad un regno che si chiama Chiermain.

Del regno di Chiermain, che anticamente si diceva Carmania,
e delle pietre turchese azal e andanico, e de' lavori d'armi e seta, e de' falconi;
e di una gran discesa che si truova partendosi da quello.
Cap. 13.

Chiermain è un regno ne' confini della Persia verso levante, il qual anticamente andava d'erede in erede, ma dopo che 'l Tartaro lo soggiogò al suo dominio non succedettero gli eredi, anzi il Tartaro vi manda signore secondo il voler suo. In detto regno nascono le pietre che si chiamano turchese, quali si cavano nelle vene de' monti; si truovano ancora in quelli vene di azzaio e andanico in grandissima quantità. Si lavorano molto eccellentemente in questo regno tutti i fornimenti pertinenti alla guerra, cioè selle, freni, sproni, spade, archi, turcassi, e tutte le sorti d'armi secondo i loro costumi. Le donne e tutte le giovani lavorano similmente con l'ago in drappi di seta e d'oro d'ogni colore uccelli e animali e molte altre varie e diverse imagini, e anco cortine, coltre e cussini per letti di grandi uomini, cosí bene e con tanto artificio che è cosa maravigliosa a vedere. Ne' monti di questo regno nascono falconi, li migliori che volino al mondo, e sono minori de' falconi pellegrini, e rossi nel petto e fra le gambe sotto la coda, e sono tanto veloci che niuno uccello gli può scampare. Partendosi da questo regno si cavalca per otto giornate per pianura, cammino molto sollazzoso e dilettevole per l'abondanza delle pernici e molte cacciagioni, trovando continuamente città e castelli e molte altre abitazioni; e alla fine si truova una gran discesa, per la qual si cavalca due giornate trovando arbori fruttiferi in grandissima quantità. Questi luoghi si abitavano anticamente, ma al presente sono disabitati; quivi nondimeno stanno i pastori per pascer le bestie loro. E da questo regno di Chiermain fin alla discesa predetta, nel tempo dell'inverno vi è cosí gran freddo, che appena l'uomo si può riparare portando continuamente molte vesti e pelli.

Della città di Camandu, che si truova dopo una discesa, e della region di Reobarle, e delli uccelli francolini e buoi bianchi con una gobba; e dell'origine delli Caraunas, che vanno depredando.
Cap. 14.

Dopo la discesa di questo luogo per le dette due giornate si truova una gran pianura, la qual verso mezodí dura per cinque giornate, nel principio della qual è una città chiamata Camandu, che già fu nobile e grande, ma non è cosí al presente, perchè i Tartari piú volte l'hanno destrutta. E la regione si chiama Reobarle, e quella pianura è caldissima e produce frumento, orzo e altre biade. Per le coste de' monti di detta pianura nascono pomi granati, codogni e molti altri frutti, e pomi d'Adamo, i quali nelle nostre parti fredde non nascono. Ivi sono infinite tortore, per le molte pomelle che vi truovano da mangiare, né li saraceni mai le pigliano, perchè le hanno in abominazione. Vi si truovano ancora molti fagiani e francolini, li quali non s'assimigliano alli francolini delle altre contrade, perchè sono mescolati di color bianco e negro e hanno li piedi e becco rossi. Vi sono eziandio bestie dissimili dalle altre parti, cioè buoi grandi tutti bianchi che hanno il pelo picciolo e piano, il che avviene per il caldo del luogo, le corna corte e grosse e non acute; hanno sopra le spalle una gobba rotonda alta due palmi, sono bellissimi da vedere, portano gran peso perchè sono fortissimi, e quando si dieno cargare si posano a guisa di camelli e poi si levano su. Vi sono ancora castroni di grandezza d'asini, che hanno le code grosse e larghe, di sorte che una pesarà libre trenta e piú, e sono grassi e buoni da mangiare.
In questa provincia vi sono molti castelli e città che hanno le mura di terra alte e grosse, e questo per potersi difendere dalli Caraunas, che vanno scorrendo per tutti que' luoghi depredando il tutto. E acciò che si sappi quello che vuol dire questo nome di Caraunas, dico che fu uno Nugodar, nepote di Zagathai, fratello del gran Can, qual Zagathai signoreggiava la Turchia maggiore. Questo Nugodar, stando nella sua corte, si pensò di voler ancor lui signoreggiare, e però, sentendo che nell'India v'era una provincia chiamata Malabar, sotto ad un re nominato Asidin soldano, la quale non era soggiogata al dominio de' Tartari, sottrasse circa diecimila uomini, di quelli ch'egli pensava esser peggiori e piú crudeli, e con questi partendosi da suo barba Zagathai senza fargli intendere cosa alcuna, passò per Balaxan e per certa provincia chiamata Chesmur, dove perse molte delle sue genti e bestie per le vie strette e cattive; e finalmente entrò nella provincia di Malabar e prese per forza una città detta Dely, e tolse molte altre città circonstanti al detto Asidin, perchè li sopravenne alla sprovista. E quivi cominciò a regnare, e li Tartari bianchi cominciorno a mescolarsi con le donne indiane, quali erano negre, e di quelle procreorno figliuoli che furono chiamati Caraunas, cioè meschiati nella lingua loro: e questi son quelli che vanno scorrendo per le contrade di Reobarle e per ciascun'altra come meglio possono. E come vennero in Malabar imparorno l'arti magice e diabolice, con le quali sanno far venir tenebre e oscurar il giorno, di modo che, s'uno non è appresso a l'altro, non si veggono; e ogni volta che vogliono far correrie fanno simil arti, acciò le genti non s'avvegghino di loro. E cavalcano il piú delle volte verso le parti di Reobarle, perciò che tutti i mercanti che vengono a negociare in Ormus, fin che s'avisano che venghino i mercanti dalle parti d'India, mandan al tempo del verno i muli e camelli, che si son smagrati per la lunghezza del cammino, alla pianura di Reobarle, dove per l'abondanza dell'erbe debbano ingrassarsi: e questi Caraunas, che attendono a questo, vanno depredando ogni cosa, e prendono gli uomini e vendongli; nondimeno se possono riscatarsi li lascian andare. E messer Marco quasi fu preso una fiata da loro per quell'oscurità, ma egli se ne fuggí ad un castello di Consalmi; de' sui compagni alcuni furono presi e venduti, altri furono morti.

Della città di Ormus, che è posta in isola vicina alla terra sopra il mar dell'India,
e della condizione e vento che vi soffia cosí caldo.
Cap. 15.

Nel fine della pianura che abbiam detto di sopra, che dura verso mezodí per cinque giornate, si perviene ad una discesa che dura ben venti miglia, ed è via pericolosissima per l'abondanza de' rubatori che di continuo assaltano e rubbano quelli che vi passano. E quando si giugne al fine di questa discesa, si truova un'altra pianura molto bella, che dura di lunghezza per due giornate e chiamasi pianura di Ormus: ivi sono riviere bellissime e dattali infiniti, e trovansi francolini e papagalli e molti altri uccelli che non s'assomigliano alli nostri. Alla fine si giugne al mare Oceano, dove, sopra un'isola vicina, vi è una città chiamata Ormus, al porto della qual arrivano tutti i mercanti di tutte le parti dell'India con speciarie, pietre preziose, perle, panni d'oro e di seta, denti d'elefanti e molte altre mercanzie, e quivi le vendono a diversi altri mercanti che le conducono poi per il mondo. La città nel vero è molto mercantesca, e ha città e castelli sotto di sé, ed è capo del regno Chermain; e il signore della città si chiama Ruchmedin Achomach, il qual signoreggia per tirannide, ma ubbidisce al re di Chiermain. E se vi muore alcun mercante forestiero, il signor della terra gli toglie tutto il lor avere e riponlo nel suo tesoro. L'estate le genti non abitano nella città, per il gran caldo ch'è causa di mal aere, ma vanno fuori a' loro giardini, appresso le rive dell'acque e fiumi, dove con certe graticcie fanno solari sopra l'acque, e quelli d'una parte fermano con pali fitti nell'acque e dall'altra parte sopra la riva, e di sopra per difendersi dal sole cuoprono con le foglie, e vi stanno un certo tempo. E dall'ora di meza terza fino mezodí ogni giorno vien un vento dall'arena cosí estremamente caldo che per il troppo calore vieta all'uomo il respirare, e subito lo soffoca e muore: e da detto vento niuno che si truovi su l'arena può scampare, per la qual cosa, subito che sentono il vento, si mettono nell'acque fin alla barba e vi stanno fin che 'l cessi.
E in testimonio della calidità di detto vento, disse messer Marco che si trovò in quelle parti quando intravenne un caso in questo modo: che, non avend'il signor d'Ormus pagato il tributo al re di Chiermain, pretendendo averl'al tempo che gl'uomini d'Ormus dimoravano fuori della città nella terra ferma, fece apparecchiare mille e seicento cavalli e cinquemila pedoni, i quali mandò per la contrata di Reobarle per prendergli alla sprovista. E cosí un giorno, per essere mal guidati, non potendo arrivar al luogo designato per la sopravenente notte, si riposarono in un bosco non molto lontano da Ormus; e la mattina, volendosi partire, il detto vento gl'assaltò e soffocò tutti, di modo che non si trovò alcuno che portasse la nuova al lor signore. Questo sapendo gli uomini d'Ormus, acciò che que' corpi morti non infettassero l'aere, andorno per sepelirgli, e pigliandogli per le braccie per porgli nelle fosse, erano cosí cotti pel grandissimo calore che le braccia si lasciavano dal busto, per il che fu di bisogno far le fosse appresso alli corpi e gettargli in quelle.

Delle sorti delle navi d'Ormus; e della stagione nella qual nascono i frutti loro,
e del viver e costumi degli abitanti.
Cap. 16.

Le navi d'Ormus sono pessime e pericolose, onde li mercanti e altri spesse volte in quelle pericolano: e la causa è questa, perchè non si ficcano con chiodi, per esser il legno col quale si fabricano duro e di materia fragile a modo di vaso di terra, e subito che si ficca il chiodo si ribatte in se medesimo e quasi si rompe; ma le tavole si forano con trivelle di ferro piú leggiermente che possono nelle estremità, e dopo vi si mettono alcune chiavi di legno con le quali si serrano, dopo le legano overo cuciono con un filo grosso che si cava di sopra il scorzo delle noci d'India. Le quali sono grandi, e sopra vi sono fili come sete di cavalli, li quali, posti in acqua, com'è putrefatta la sostanza rimangono mondi, e se ne fanno corde con le quali legano le navi, e durano longamente in acqua; alle qual navi non si pone pece per difesa della putrefazione, ma s'ungono con olio fatto di grasso di pesci, e calcasi la stoppa. Ciascuna nave ha un arbor solo e un timone e una coperta, e quando è carica si cuopre con cuori, e sopra i cuori pongono i cavalli che si conducono in India. Non hanno ferri da sorzer, ma con altri lor instrumenti sorzeno, e però con ogni leggier fortuna periscono, per esser molto terribile e tempestoso quel mare.
Quelle genti sono negre e osservano la legge di Macometto. Seminano il frumento, orzo e altre biade nel mese di novembre e le raccolgono il mese di marzo, e cosí hanno tutti i loro frutti degli altri mesi nel detto mese, eccetto i dattoli, che si raccogliono nel mese di maggio, de' quali si fa vino con molte altre specie mescolatevi, il qual è molto buono: e se gli uomini che non vi sono assuefatti beono di quello, subito patiscono flusso, ma risanati quel vino molto gli giova e ingrassali. Non usano i nostri cibi, perchè se mangiassero pan di frumento e carni subito s'infermarebbono, ma mangiano dattoli e pesci salati, cioè pesci tonni, e cipolle e altre simil cose che si confanno alla sanità loro. In quella terra non si truova erba che duri sopra la terra, salvo che ne' luoghi acquosi, e questo pel troppo caldo che dissecca ogni cosa. Quando gl'uomini grandi muoiono, le moglie loro gli piangono quattro settimane continue una volta al giorno; ivi si truovano donne ammaestrate nel pianto, le quali si conducono a prezzo, che pianghino ogni giorno sopra gl'altrui morti.

Della campagna che si truova partendosi d'Ormus e ritornando verso Chiermain,
e del pan amaro per causa dell'acque salse.
Cap. 17.

Avendosi detto d'Ormus, voglio che lasciamo star il parlare dell'India, la qual sarà descritta in un libro particolare, e che retorniamo di nuovo a Chiermain verso tramontana. E però dico che, partendosi da Ormus e andando verso Chiermain per un'altra strada, si truova una pianura bellissima e abondante d'ogni sorte di vettovaglie: ma il pan di frumento che nasce in quella terra non si può mangiare se non da quelli che vi sono usi per longo tempo, per esser amaro per causa dell'acque, le quali son tutte amare e salse. E da ogni canto si veggono scorrere bagni caldi, molto utili a guarire e sanare molte infermità che vengono agli uomini sopra la persona. Vi sono anco molti dattoli e altri frutti.

Come partendosi da Chiermain si va per un deserto di sette giornate alla città di Cobinam, e dell'acque amare che si truovano, e alla fine di un fiume d'acqua dolce.
Cap. 18.

Partendosi di Chiermain e cavalcando per tre giornate s'arriva a un deserto pel quale si va fino a Cobinam, e dura sette giornate, e ne' primi tre giorni non si trova salvo che un poco d'acqua: e quella è salsa e verde come l'erba d'un prato, ed è tanto amara che niuno ne può bere, e s'alcuno ne bee pur una gocciola va da basso piú di dieci volte, e similmente gli avviene se mangiasse un sol grano di sale che si fa di quell'acqua. E però gli uomini che passano per que' deserti si portano dietro dell'acqua, ma le bestie ne beono per forza constrette dalla sete, e subito patiscono flusso di corpo. In tutte queste tre giornate non si truova pur un'abitazione, ma tutto è deserto e secco; non vi sono bestie, perchè non hanno che mangiare. E nella quarta s'arriva ad un fiume d'acqua dolce, il quale scorre sotto terra, e in alcuni luoghi vi sono certe caverne dirotte e fosse pel scorrere del fiume, per le quali si vede passare, qual poi subito entra sotto terra; nondimeno s'ha abondanza d'acqua, appresso la quale i viandanti, stanchi per l'asprezza del deserto precedente, ricreandosi con le loro bestie si riposano. Nell'ultime tre giornate truovasi come nelle tre precedenti, e nella fine si truova la città di Cobinam.

Della città di Cobinam, e delli specchi di acciaio, e dell'andanico,
e della tucia e spodio che si fa ivi.
Cap. 19.

Cobinam è una gran città, la cui gente osserva la legge di Macometto, dove si fanno li specchi d'acciaio finissimo molto belli e grandi. Vi è anco assai andanico, e ivi si fa la tucia, la qual è buona all'egritudine degli occhi, e il spodio, in questo modo: tolgono la terra d'una vena ch'è buona a quest'effetto e la mettono in una fornace ardente, e sopra la fornace sono poste graticcie di ferro molto spesse, e il fumo e l'umor che ne viene ascendendo s'attacca alle graticcie, e raffreddato s'indurisce, e questa è tucia; e il resto di quella terra che rimane nel fuoco, cioè il grosso che resta arso, è il spodio.

Come da Cobinam si va per un deserto di otto giornate alla provincia di Timochaim
nelle confine della Persia verso tramontana, e dell'Alboro del Sole,
che si chiama l'Alboro Secco, e della forma de' frutti di quello.
Cap. 20.

Partendosi da Cobinam si va per un deserto d'otto giornate, nel qual è gran siccità, né vi sono frutti né arbori, e l'acqua è anco amara, onde i viandanti portano seco le cose al vivere necessarie; nondimeno le bestie loro per la gran sete le fanno per forza bere di quell'acqua, imperochè meschiano farina con quell'acqua e bellamente le inducono a bere. E in capo delle otto giornate si trova una provincia nominata Timochaim, la qual è posta verso tramontana ne' confini della Persia, nella quale sono molte città e castelli. Vi è ancora una gran pianura nella quale v'è l'Alboro del Sole, che si chiama per i cristiani l'Albor Secco, la qualità e condizione del quale è questa: è un arbore grande e grosso, le cui foglie da una parte son verdi, dall'altra bianche, il quale produce ricci simili a quei delle castagne, ma niente è in quelli, e il suo legno è saldo e forte, di color giallo a modo di busso; e non v'è appresso arbor alcuno per spazio di cento miglia se non da una banda, dalla qual vi sono arbori quasi per dieci miglia, e dicono gli abitanti in quelle parti che quivi fu la battaglia tra Alessandro e Dario. Le città e castelli abondano di tutte le belle e buone cose, perchè quel paese è d'aere non molto caldo né molto freddo, ma temperato. La gente osserva la legge di Macometto; sono in quelle belle genti, e specialmente donne, le qual a mio giudicio sono le piú belle del mondo.

Del Vecchio della Montagna, e del palagio fatto far per lui, e come fu preso e morto.
Cap. 21.

Detto di questa contrata, ora dirassi del Vecchio della Montagna. Mulehet è una contrada nella quale anticamente soleva stare il Vecchio detto della Montagna, perchè questo nome di Mulehet è come a dire luogo dove stanno li eretici nella lingua saracena; e da detto luogo gli uomini si chiamano mulehetici, cioè eretici della sua legge, sí come, appresso li cristiani, patarini. La condizion di questo Vecchio era tale, secondo che messer Marco affermò aver inteso da molte persone: ch'egli avea nome Aloadin ed era macomettano, e avea fatto far in una bella valle serrata fra due monti altissimi un bellissimo giardino, con tutti i frutti e arbori che aveva saputo ritrovare, e d'intorno a quelli diversi e varii palagi e casamenti, adornati di lavori d'oro e di pitture e fornimenti tutti di seta. Quivi per alcuni piccioli canaletti che rispondevan in diverse parti di questi palagi si vedeva correr vino, latte e melle e acqua chiarissima, e vi avea posto ad abitar donzelle leggiadre e belle, che sapean cantar e sonar d'ogni instrumento e ballar, e sopra tutto ammaestrate a far tutte le carezze e lusinghe agli uomini che si possin imaginare. Queste donzelle, benissimo vestite d'oro e di seta, si vedevan andar sollazzando di continuo per il giardino e per i palagi, perchè quelle femine che l'attendevano stavan serrate e non si vedevano mai fuori all'aere.
Or questo Vecchio avea fabricato questo palagio per questa causa, che, avendo detto Macometto che quelli che facevano la sua volontà anderiano nel paradiso, dove troverian tutte le delicie e piaceri del mondo, e donne bellissime, con fiumi di latte e melle, lui voleva dar ad intendere ch'egli fosse profeta e compagno di Macometto, e potesse far andar nel detto paradiso chi egli voleva. Non poteva alcun entrare in questo giardino, perchè alla bocca della valle vi era fatto un castello fortissimo e inespugnabile, e per una strada secreta si poteva andare dentro. Nella sua corte detto Vecchio teneva giovani da 12 fino a 20 anni, che li pareva essere disposti alle armi e audaci e valenti degli abitanti in quelle montagne, e ogni giorno gli predicava di questo giardino di Macometto, e come lui poteva fargli andar dentro. E quando li pareva faceva dar una bevanda a dieci o dodici de' detti giovani, che gli addormentava, e come mezi morti li faceva portar in diverse camere de' detti palagi; e quivi, come si risvegliavano, vedevan tutte le sopradette cose, e a ciascuno le donzelle eran intorno cantando, sonando e facendo tutte le carezze e solazzi che si sapevan imaginare, dandoli cibi e vini delicatissimi, di sorte che quelli, imbriacati da tanti piaceri e dalli fiumicelli di latte e vino che vedevano, pensavano certissimamente essere in paradiso e non s'averian mai voluto partire.
Passati quattro o cinque giorni, di nuovo li faceva addormentare e portar fuori, e quelli fatti venir alla sua presenza, gli dimandava dove eran stati, quali dicevano: "Per grazia vostra, nel paradiso", e in presenza di tutti raccontavano tutte le cose che aveano veduto, con estremo desiderio e admirazione di chi gli ascoltavano. E il Vecchio gli rispondeva: "Questo è il comandamento del nostro profeta, che chi difende il signor suo gli fa andar in paradiso, e se tu sarai obediente a me tu averai questa grazia", e con tal parole gli avea cosí inanimati che beato si reputava colui a cui il Vecchio comandava ch'andasse a morire per lui. Di sorte che quanti signori overo altri che fossero inimici del detto Vecchio, con questi seguaci e assassini erano uccisi, perchè niuno temeva la morte, pur che facessero il comandamento e volontà del detto Vecchio, e s'esponevano ad ogni manifesto pericolo disprezzando la vita presente: e per questa causa era temuto in tutti quei paesi come un tiranno, e avea constituito due suoi vicarii, uno alle parti di Damasco, l'altro in Curdistana, che osservano il medesimo ordine con li giovani che gli mandava; e per grand'uomo che si fosse, essendo inimico del detto Vecchio, non poteva campare che non fosse ucciso.
Era detto Vecchio sottoposto alla signoria di Ulaú, fratello del gran Can, qual, avendo inteso delle sceleratezze di costui (perchè oltre le cose sopradette faceva rubbar tutti quelli che passavan per il suo paese), nel 1262 mandò un suo esercito ad assediarlo nel castello, dove stette anni tre che non li poterno far cosa alcuna; al fine, mancandogli le vettovaglie, fu preso e morto, e spianato il castello e il giardino del paradiso.

D'una pianura abondante di sei giornate, e poi d'un deserto d'otto, che si passa per arrivare alla città di Sapurgan; e delle buone pepone che vi sono, le qual fatte in coreggie seccano.
Cap. 22.

Partendosi da questo castello, si cavalca per una bella pianura e per valli e colline, dove sono erbe e pascoli e molti frutti in grande abondanza (e per questo l'esercito d'Ulaú vi dimorò volentieri): e dura questa contrata per spazio ben di sei giornate. Qui sono città e castelli, e li uomini osservano la legge di Macometto. Dipoi s'entra in un deserto che dura quaranta miglia e cinquanta, dove non è acqua, ma bisogna che gli uomini la portino seco, e le bestie mai non beono fino che non son fuori di quello, il quale è necessario di passar con gran prestezza perchè poi trovan acqua. E cavalcato che s'è le dette sei giornate, s'arriva ad una città detta Sapurgan, la qual è abondantissima di tutte le cose necessarie al vivere, e sopra tutto delle miglior pepone del mondo, le quali fanno seccare in questo modo: le tagliano tutte a torno a torno a modo di correggie, sí come si fanno delle zucche, e poste al sole le seccano, e poi le portano a vendere alle terre prossime per gran mercanzia, e ognuno ne compra perchè son dolci come mele. Sono in quella cacciagioni di bestie e d'uccelli.
Ora lasciasi questa città e dirassi d'un'altra, che si truova passando la sopradetta, chiamata Balach, la quale è città nobile e grande, ma piú nobile e piú grande fu già, perciò che li Tartari, facendoli molte volte danno, l'hanno malamente trattata e rovinata: e già furono in quella molti palagi di marmo e corti, e sonvi ancora, ma distrutti e guasti. In questa città dicono gli abitanti che Alessandro tolse per moglie la figliuola del re Dario, i quali osservano la legge di Macometto. E fino a questa città durano li confini della Persia fra greco e levante, e partendosi dalla sopradetta città si cavalca per due giornate tra levante e greco, nelle quali non si truova abitazione alcuna, perchè le genti se ne fuggono alli monti e alle fortezze, per paura di molte male genti e de' ladri che vanno scorrendo per quelle contrade facendoli gran danni. Vi sono molte acque e molte cacciagioni di diversi animali, e vi sono anco de' leoni. Vettovaglie non si truovano in questi monti per dette due giornate, ma bisogna che quelli che passano se le portino seco per loro e per li suoi cavalli.

Del castello detto Thaican, e de' monti del sale, e de' costumi degli abitanti.
Cap. 23.

Poi che s'è cavalcato le dette due giornate, si truova un castello detto Thaican, nel quale è un grandissimo mercato di biade, però ch'egli è posto in un bello e grazioso paese. I suoi monti verso mezodí sono grandi e alti, alcuni de' quali sono d'un sale bianco e durissimo, e li circonstanti per trenta giornate ne vengono a torre, perchè egli è il miglior che sia in tutto 'l mondo; ma è tanto duro che non se ne può torre se non rompendolo con pali di ferro, e ve n'è in tanta copia che tutto 'l mondo si potria fornire. Gli altri monti sono abondanti di mandole e pistacchi, de' quali si ha grandissimo mercato. E partendosi dal detto castello, si va per tre giornate fra greco e levante, sempre trovando contrade bellissime, dove sono molte abitazioni abondanti de frutti, biade e vigne. Gli abitatori osservano la legge di Macometto, e sono micidiali, perfidi e maligni, e attendono molto alle crapole e bere, perchè hanno buon vino cotto. In capo non portano cosa alcuna, se non una cordella di dieci palmi, con la quale circondano il capo. Sono ancora buoni cacciatori e prendono assai bestie salvatiche, e non portano altre vesti se non delle pelli di quelle che uccideno, delle quali acconcie se ne fanno fare vesti e scarpe.

Della città di Scassem, e de' porci spinosi che ivi si truovano.
Cap. 24.

Dopo il cammino di tre giornate si truova una città nominata Scassem, qual è d'un conte, e sono altre sue città e castelli ne' monti. Per mezo di questa città corre un fiume assai ben grande. Ivi sono porci spinosi, contra i quali come il cacciatore instiga i cani, immediate si reducono insieme e con gran furia tirano le spine agli uomini e ai cani, e gli feriscono con le spine che hanno sopra la pelle. Gli abitanti han lingua per sé, e li pastori che hanno bestie abitano in que' monti, in alcune caverne che da loro medesimi s'hanno fatte; il che possono far facilmente, perchè i monti sono di terra e non sassosi.

E quando si parte dalla città sopradetta, si va per tre giornate che non si truova abitazione alcuna né cosa pel viver de' viandanti, salvo che acqua, ma per li cavalli si truovano erbe sufficientemente: per il che gli viandanti si portano seco le cose necessarie. In capo veramente di tre giornate si truova una provincia detta Balaxiam.

Della provincia di Balaxiam, e delle pietre preziose, detti balassi, che ivi si cavano, le qual sono tutte del re; e de' cavalli e falconi che si truovano, e dell'aer eccellente e sano che è nelle sommità d'alcuni monti; e de' vestimenti che portano le donne per parer belle.
Cap. 25.

Balaxiam è una provincia le cui genti osservano la legge macomettana e hanno parlare da sé; e certamente è gran regno, che per longhezza dura ben 12 giornate. Reggesi per successione d'eredità, cioè tutti i re sono d'una progenie, la qual discese dal re Alessandro e dalla figliuola di Dario, re de' Persiani: e tutti quei re si chiamano Zulcarnen, che vuol dire Alessandro. Quivi si trovano quelle pietre preziose che si chiamano balassi, molto belli e di gran valuta, e nascono ne' monti grandi. Ma questo però è in un monte solo, il qual si chiama Sicinan, nel qual il re fa far caverne simili a quelle dove si cava l'argento e l'oro, e a questo modo truovano queste pietre; né alcun altro salvo che 'l re può farne cavare, sotto pena della vita, se di special grazia per il re non viene concesso. E qualche volta ne dona ad alcuni gentiluomini che passano di là, qual non possono comprarne da altri né portarne fuori del suo regno senza sua licenza: e questo fa egli perchè vuole che i suoi balassi per onor suo siano di maggior valuta e tenuti piú cari, perchè, se ciascuno a suo piacere li potesse cavare o comprare e portar fuori, trovandosene in tanta copia verrebbono a vilissimo prezzo. E però il re dona di quelli ad alcuni re e prencipi per amore, ad alcuni ne dà per tributo, e anco ne cambia per oro: e questi si possono trarre per altre contrade. Si trovano similmente monti nelli quali vi è la vena delle pietre delle qual si fa l'azzurro, il migliore che si truovi nel mondo, e vene che producono argento, rame e piombo in grandissima quantità. È provincia certamente fredda.
Ivi ancora nascono buoni cavalli, che sono buoni corridori, e hanno l'unghie de' piedi cosí dure che non hanno bisogno di portar ferri: e gli uomini corrono con quelli per le discese de' monti, dove altre bestie non potriano correre né avrebbono ardire di corrervi. E gli fu detto che non era passato molto tempo che si trovavano in questa provincia cavalli ch'erano discesi dalla razza del cavallo d'Alessandro, detto Bucefalo, i quali nascevano tutti con un segno in fronte, e n'era solamente la razza in poter d'un barba del re; qual, non volendo consentir che 'l re ne avesse, fu fatto morire da quello, e la moglie per dispetto della morte del marito distrusse la detta razza, e cosí s'è perduta. Oltre di ciò, ne' monti di quella provincia nascono falconi sacri, che sono molto buoni e volano bene, e similmente falconi laneri, astori perfetti e sparavieri. Sono gli abitanti cacciatori di bestie e uccellatori; hanno buon frumento, e vi nasce l'orzo senza scorza. Non hanno olio di olivo, ma lo fanno di noci e di susimano, il quale è simile alle semenze di lino, ma quelle del susiman sono bianche, e l'olio è migliore e piú saporito di qualunque altro olio, e l'usano i Tartari e altri abitanti in quelle parti.
In questo regno sono passi molto stretti e luoghi molto forti, di modo che non temono d'alcuna persona che possa entrar nelle loro terre per far lor danno. Gli uomini sono buoni arcieri e ottimi cacciatori, e quasi tutti si vestono di cuori di bestie, perchè hanno carestia dell'altre veste. In quei monti abondano montoni infiniti, e vanno alle volte in un gregge quattrocento, cinquecento e seicento, e tutti sono salvatichi, e se ne prendono molti né mai mancano. La proprietà di quei monti è tale che sono altissimi, di modo che un uomo ha che fare dalla mattina insino alla sera a poter ascendere in quelle sommità, nelle quali vi sono grandissime pianure e grande abondanza d'erbe, e arbori, e fonti grandi di purissime acque, che discorrono a basso per quei sassi e rotture. In detti fonti si trovano temali e molti altri pesci delicati, e l'aere è cosí puro in quelle sommità e l'abitarvi cosí sano, che gli uomini che stanno nella città e nel piano e valli, come si sentono assaltar dalla febre di ciascuna sorte o d'altra infirmità accidentale, immediate ascendono il monte e stanvi due o tre giorni e si ritrovano sani, per causa dell'eccellenza dell'aere: e messer Marco affermò averlo provato, perciò che ritrovandosi in quelle parti stette ammalato circa un anno, e subito che fu consigliato d'andar sopra detto monte si risanò.
Le donne di questo luogo grande e onorevole si fanno dalla cintura in giú veste a modo di braghesse, e mettono in quelle secondo le sue facoltà chi cento, chi ottanta, chi sessanta braccia di bambasina, e le fanno increspate: e questo acciò che paiano piú grosse nelle parti dalla cinta in giú, però che i suoi mariti si dilettano di donne che abbino quelle parti grosse, e quelle che l'han maggiori vengono riputate piú belle.

Della provincia di Bascià, che è verso mezodí, e come gli abitanti portano molti lavori d'oro all'orecchie, e costumi loro.
Cap. 26.

Partendosi da Balaxiam e cavalcando verso mezodí per dieci giornate, si truova una provincia detta Bascià, gli uomini della qual hanno il parlar da per sé e adorano gl'idoli, e sono genti brune, e molto esperti nell'arte magica, e di continuo attendono a quella. Portano all'orecchie circoli d'oro e d'argento pendenti, con perle e pietre preziose, lavorati con grande artificio. Sono genti perfide e crudeli e astute secondo i costumi loro. La provincia è in luogo molto caldo. Il viver loro sono carne e risi.

Della provincia di Chesmur, che è verso sirocco, e degli abitanti, che sanno l'arte magica; e come sono vicini al mare dell'India, e della sorte di eremiti che son ivi, e vita loro di grand'astinenzia.
Cap. 27.

Chesmur è una provincia ch'è distante da Bascià per sette giornate, la cui gente ha il parlar da sua posta; e sanno l'arte magica sopra tutti gli altri, di sorte che constringono gl'idoli, che sono muti e sordi, a parlare, fann'oscurar il giorno e molte altre cose maravigliose, e sono il capo di tutti quelli ch'adorano gl'idoli, e da loro discesero gl'idoli. Da questa contrata si può andar al mare degl'Indiani. Gli uomini di questa provincia sono bruni e non del tutto negri, e le donne, ancor che siano brune, sono però bellissime. Il viver loro è carne, riso e altre cose simili; nondimeno sono magri. La terra è calda temperatamente, e in quella provincia sono di molte altre città e castelli. Sonvi ancora boschi e luoghi deserti e passi fortissimi, di modo che gli uomini di quella contrada non hanno paura di persona alcuna che li vada ad offendere; il re loro non è tributario d'alcuno. Hanno eremiti secondo la loro consuetudine, i quali stanno ne' suoi monasterii, e sono molto astinenti nel mangiare e bere e osservano grandissima castità, e guardansi grandemente dalli peccati, per non offender li lor idoli ch'adorano, e vivono longo tempo. Di questa tal sorte di uomini vi sono abbazie e molti monasterii, e da tutt'il popolo gli viene portata gran riverenzia e onore. E gli uomini di quella provincia non uccidono animali né fanno sangue, e se vogliono mangiare carne è necessario che li saraceni, che sono mescolati tra loro, uccidano gli animali. Il corallo che si porta dalla patria nostra in quelle parti si spende per maggior prezzo che in alcun'altra parte.
Se io volessi andar seguendo alla dritta via intrarei nell'India, ma ho deliberato di scriverla nel terzo libro, e per tanto ritornarò alla provincia Balaxiam, per la quale si drizza il camino verso il Cataio tra levante e greco, trattando come s'è cominciato delle provincie e contrate che sono nel viaggio, e dell'altre che vi sono a torno a destra e a sinistra confinanti con quelle.

Della provincia di Vochan, dove si va ascendendo per tre giornate fino sopra un grandissimo monte, e de' montoni che son ivi; e come il fuoco che si fa in quell'altezza non ha la forza che ha nel piano; e degli abitanti, che sono come salvatichi.
Cap. 28.

Partendosi dalla provincia di Balaxiam e caminando per greco e levante, si truovano sopra la ripa d'un fiume molti castelli e abitazioni, che sono del fratello del re di Balaxiam; e passate tre giornate s'entra in una provincia che si chiama Vochan, la qual tien per longhezza e larghezza tre giornate: e le genti di quella osservano la legge di Macometto, e hanno parlar da per sé, e sono uomini d'approbata vita e valenti nell'arme. Il loro signore è un conte che è soggetto al signore di Balaxiam. Hanno bestie e uccellatori d'ogni maniera.
E partendosi da questa contrata si va per tre giornate tra levante e greco sempre ascendendo per monti, e tanto s'ascende che la sommità di quei monti si dice esser il piú alto luogo del mondo. E quando l'uomo è in quel luogo truova fra due monti un gran lago, dal qual per una pianura corre un bellissimo fiume: e in quella sono i migliori e i piú grassi pascoli che si possino trovare, dove in termine di dieci giorni le bestie (siano quanto si voglian magre) diventano grasse. Ivi è grandissima moltitudine d'animali salvatichi, e specialmente montoni grandissimi, che hanno le corna alla misura di sei palmi e almanco quattro o tre, delle qual li pastori fanno scodelle e vasi grandi dove mangiano, e con quelli serrano anco i luoghi dove tengono le lor bestie; e gli fu detto che vi sono lupi infiniti che uccidono molti di quei becchi, e che si trova tanta moltitudine di corna e ossa, che di quelli atorno le vie si fanno gran monti per mostrar alli viandanti la strada che passano al tempo della neve. E si cammina per dodici giornate per questa pianura, la qual si chiama Pamer, e in tutto questo cammino non si truova alcuna abitazione, per il che bisogna che i viandanti portino seco le vettovaglie. Ivi non appare sorte alcuna d'uccelli, per l'altezza de' monti, e gli fu affermato per miracolo che per l'asprezza del freddo il fuoco non è cosí chiaro come negli altri luoghi, né si può ben con quello cuocere cosa alcuna.
Poi che si ha cavalcato le dette dodici giornate, bisogna cavalcare circa quaranta giornate pur verso levante e greco, continuamente per monti, coste e valli, passando molti fiumi e luoghi deserti, ne' quali non si truova abitazione né erba alcuna, ma bisogna che li viandanti portino seco da vivere: e questa contrada si chiama Beloro. Nelle sommità di quei monti altissimi vi abitano uomini che sono idolatri e come salvatichi, quali non vivono d'altro che di cacciagioni di bestie, si vestono di cuori e sono genti inique.

Della città di Cascar, e delle mercanzie che fanno gli abitanti.
Cap. 29.

Dopo si perviene a Cascar, che (come si dice) già fu reame, ma ora è sottoposto al dominio del gran Can, le cui genti osservano la legge di Macometto. La provincia è grande, e in quella sono molte città e castella, delle quali Caschar è la piú nobile e maggiore; sono tra levante e greco. Gli abitanti di questa provincia hanno parlar da per sé, vivono di mercanzie e arti, e specialmente de' lavorieri di bambagio. Hanno belli giardini e molte possessioni fruttifere e vigne; vi nasce bambagio in grandissima quantità, lino e canevo. La terra è fertile e abondante di tutte le cose necessarie. Da questa contrata si partono molti mercanti che vanno pel mondo, e nel vero sono genti avare e misere, perchè mangiano male e peggio bevono. Oltre li macomettani vi abitan alcuni cristiani nestorini, che hanno la loro legge e chiese. E la sopradetta provincia è di longhezza di cinque giornate.

Della città di Samarchan, e del miracolo della colonna nella chiesa di San Giovan Battista.
Cap. 30.

Samarchan è una città nobile, dove sono bellissimi giardini e una pianura piena di tutti i frutti che l'uomo può desiderare. Gli abitanti parte son cristiani e parte saraceni, e sono sottoposti al dominio d'un nepote del gran Can, del qual non è però amico, anzi è di continuo fra loro inimicizia e guerra. Ed è posta la detta città verso il vento maestro. E in questa città gli fu detto esser accaduto un miracolo, in questo modo: che già anni cento e venticinque uno nominato Zagathai, fratello germano del gran Can, si fece cristiano, con grand'allegrezza de' cristiani abitanti, quali col favor del signore fecero fabricar una chiesa in nome di s. Giovan Battista: e fu fatta con tal artificio che tutt'il tetto di quella (ch'era ritonda) si fermava sopra una colonna ch'era in mezzo, e di sotto di quella vi metterono una pietra quadra, la quale tolsero col favor del signore d'un edificio de' saraceni, li quali non ebbero ardimento di contradirgli per paura. Ma, venuto a morte Zagathai, gli successe un suo figliuolo qual non volse esser cristiano, e allora i saraceni impetrorno da lui che li cristiani li restituissero la lor pietra; la qual ancor che i cristiani s'offerissero di pagarla, non volsero, perciochè pensavano che, levandola via, la chiesa dovesse rovinare: per la qual cosa li cristiani dolenti ricorsero a raccomandarsi al glorioso S. Giovanni, con grande lacrime e umiltà. E venuto il giorno nel quale doveano restituire la detta pietra, per intercession del santo, la colonna si levò alta dalla base della detta pietra per palmi tre in aere, che facilmente si poteva levar via la pietra de' saraceni senza che gli fosse posto sostentamento alcuno, e cosí fin al presente si vede detta colonna senz'alcuna cosa sotto.
Si è detto a bastanza di questo, dirassi della provincia di Carchan.

Della città di Carchan, dove gli uomini hanno le gambe grosse e il gosso nella gola.
Cap. 31.

Di qui partendosi si vien nella provincia di Carchan, la cui longhezza dura cinque giornate. Le genti osservano la legge di Macometto, e vi sono alcuni cristiani nestorini, e sono soggetti al dominio del sopradetto nepote del gran Can. Sono copiosi delle cose necessarie, e massimamente di bambagio. Gli abitanti sono grandi artifici, e hanno per la maggior parte le gambe grosse e un gran gosso nella gola, il che avviene per la proprietà dell'acque che bevono. E in questa provincia altro non v'è degno di memoria.

Della città di Cotam, e abondanza d'ogni cosa necessaria al vivere.
Cap. 32.

Dopo si perviene alla provincia di Cotam, fra greco e levante, la cui longhezza è otto giornate, ed è subdita al gran Can, e quelle genti osservano la legge di Macometto. Sono in essa molte città e castelli, e la piú nobil città, e dalla quale il regno ha tolto il nome, è Cotam, la quale è abondantissima di tutte le cose necessarie al vivere umano. Vi nasce bambagio, lino e canevo, biada e vino e altro. Gli abitanti hanno vigne, possessioni e molti giardini; vivono di mercanzie e d'arti, e non sono uomini da guerra.
Si è detto di questa provincia, dirassi d'un'altra detta Peym.

Della provincia di Peym, e delle pietre calcedonie e diaspri che si truovano in un fiume; e della consuetudine che hanno di maritarsi di nuovo ogni fiata che vogliono.
Cap. 33.

Peym è una provincia la cui longhezza è di cinque giornate tra levante e greco, le cui genti sono macomettane e soggette al gran Can. Vi son molte città e castella, ma la piú nobile si chiama Peym; per quella discorre un fiume, nel qual si truovano molte pietre di calcedonii e diaspri. Sono in questa provincia tutte le cose necessarie; ivi ancor nasce il bambagio. Gli uomini vivono d'arti e di mercanzie, e hanno questo brutto costume, che se la donna ha marito al qual accada andar ad altro luogo dove abbia a stare per venti giorni, la donna, secondo la loro consuetudine, subito può torre un altro marito, s'ella vuole; e gli omini ovunque vadano similmente si maritano.
E tutte le provincie sopradette, cioè Caschar, Cotam, Peym, fino alla città di Lop, sono comprese nelli termini della gran Turchia. Seguita della provincia Ciarcian.

Della provincia di Ciarcian, e delle pietre di diaspri e calcedonii che si trovano ne' fiumi e sono portati in Aucata; e come gli abitanti fuggono ne' deserti quando passa l'esercito de' Tartari.
Cap. 34.

Ciarcian è una provincia della gran Turchia, tra greco e levante; già fu nobile e abondante, ma da' Tartari è stata destrutta. Le sue genti osservano la legge di Macometto. Sono in detta provincia molte città e castelli, ma la città maestra del regno è Ciarcian. Vi sono molti fiumi grossi, ne' quali si trovano molti diaspri e calcedonei che si portano fino ad Ouchah a vendere, e di quelli ne fanno gran mercanzia, per esservene gran copia. Da Peym fino a questa provincia e anco per essa è tutta arena, e sonvi molte acque triste e amare, e in pochi luoghi ve n'è di dolci e buone. E quando avviene che qualche esercito de' Tartari, cosí d'amici come di nemici, passa per quelle parti, se sono nemici depredano tutti i suoi beni, e se sono amici uccidono e mangiano tutte le loro bestie: e però, quando sentono che deono passare, subitamente con le mogli, co' figliuoli e bestie fuggon nell'arena per due giornate, a qualche luogo dove siano buone acque e che possono vivere. E sappiate che, quando raccogliono le lor biade, le ripongono lontano dalle abitazioni in quelle arene, in alcune caverne, per paura degli eserciti, e d'indi riportano le cose necessarie a casa di mese in mese; né altri ch'essi conoscono que' luoghi, né mai alcuno può sapere dove vadano, perchè soffiando il vento subito cuopre le loro pedate con l'arena.
E poi, partendosi da Ciarcian, si va per cinque giornate per l'arena, dove sono cattiv'acque e amare, e in alcuni luoghi sono buone e dolci, ma non vi sono altre cose che siano da dire. E al fine delle cinque giornate si trova una città detta Lop, la quale confina col gran deserto.

Della città di Lop e del deserto ch'è vicino; delle cose mirabili che sentono passando per quello.
Cap. 35.

Lop è una città dalla qual partendosi s'entra in un gran deserto, il qual similmente si chiama Lop, posto fra greco e levante; e la città è del gran Can, le cui genti osservano la legge di Macometto. E quelli che vogliono passar il deserto riposano in questa città per molti giorni, per preparar le cose necessarie per il cammino, e cargati molti asini forti e camelli di vettovaglie e mercanzie, se le consumano avanti che possino passarlo, ammazzano gli asini e camelli e li mangiano; ma menano per il piú li camelli, perchè portano gran cariche e sono di poco cibo. E le vettovaglie deono essere per un mese, perchè tanto stanno a passarlo per il traverso, perchè alla lunga saria quasi impossibile a poterlo passare, non potendosi portare vittuaria a sofficienza, per la longhezza del cammino, che dureria quasi un anno. E in queste trenta giornate sempre si va per pianura d'arena e per montagne sterili, e sempre in capo di ciascuna giornata si truova acqua, non già a bastanza per molta gente, ma per cinquanta overo cento uomini con le loro bestie: e in tre overo quattro luoghi si truova acqua salsa e amara, e tutte l'altre acque sono buone e dolci, che sono circa ventotto. In questo deserto non abitano bestie né uccelli, perchè non vi truovano da vivere.
Dicono per cosa manifesta che nel detto deserto v'abitano molti spiriti, che fanno a' viandanti grandi e maravigliose illusioni per fargli perire, perchè a tempo di giorno, s'alcuno rimane adietro o per dormire o per altri suoi necessarii bisogni, e che la compagnia passi alcun colle che non lo possino piú vedere, subito si sentono chiamar per nome e parlare a similitudine della voce de' compagni, e credendo che siano alcun di quelli vanno fuor del camino, e non sapendo dove andare periscono. Alcune fiate di notte sentiranno a modo d'impeto di qualche gran cavalcata di gente fuor di strada, e credendo che siano della sua compagnia se ne vanno dove senton il romore, e fatt'il giorno si truovan ingannati e capitano male. Similmente di giorno, s'alcun rimane adietro, gli spiriti appariscono in forma di compagni e lo chiaman per nome e lo fann'andar fuor di strada. E ne son stati di quelli che, passando per questo deserto, hanno veduto un esercito di gente che gli veniva incontro, e dubitando che vogliano rubbarli s'hanno messo a fuggire, e lasciata la strada maestra, non sapendo piú in quella ritornare, miseramente sono mancati dalla fame. E veramente sono cose maravigliose e fuor d'ogni credenza quelle che vengono narrate che fanno questi spiriti in detto deserto, che alle fiate per aere fanno sentire suoni di varii e diversi instrumenti di musica e similmente tamburi e strepiti d'arme: e però costumano d'andar molto stretti in compagnia, e avanti che comincino a dormire mettono un segnale verso che parte hanno da camminare, e a tutti li loro animali legano al collo una campanella, qual sentendosi non li lascia uscire di strada; e con grandi travagli e pericoli è di bisogno di passar per detto deserto.

Della provincia di Tanguth e della città di Sachion, e de' costumi quando nasce loro un figliuolo, e del modo come abbruciano li corpi de' morti.
Cap. 36.

Quando s'è cavalcato queste trenta giornate pel deserto, si truova una città detta Sachion, la qual è del gran Can, e la provincia si chiama Tanguth. E adorano gl'idoli, e vi sono turchi e alcuni pochi cristiani nestorini e anco saraceni, ma quelli che adorano gli idoli hanno linguaggio da per sé. La città è tra levante e greco. Non sono genti che vivino di mercanzie, ma delle biade e frutti che raccogliono delle lor terre. Oltre di ciò hanno molti monasterii e abbazie, che sono piene d'idoli di diverse maniere, alli quali sacrificano e onorano con grandissima riverenza. E come nasce lor un figliuolo maschio, lo raccomandan ad alcun de' detti idoli, ad onor del quale nutriscono un montone in casa quell'anno, in capo del quale, quando vien la festa del detto idolo, lo conducono avanti di quello insieme col figliuolo: dove sacrificano il montone, e cotte le carni gliele lasciano per tanto spazio fino che compino le lor orazioni, nelle quali pregano gl'idoli che conservino il lor figliuolo in sanità, e dicono ch'essi idoli fra questo spazio hanno succiato tutta la sostanza overo sapore delle carni. Fatto questo portano quelle carni a casa, e congregati i parenti e amici con grand'allegrezza e riverenza le mangiano, e salvano tutte l'ossa in alcuni belli vasi; e li sacerdoti degl'idoli hanno il capo, li piedi, gl'interiori e la pelle e qualche parte della lor carne.
Similmente questi idolatri nella lor morte osservano questo costume, che quando manca alcun di loro che sia di condizione, che gli vogliono abbruciar il corpo, li parenti mandan a chiamare gli astrologhi e li dicono l'anno, il giorno e l'ora che 'l morto nacque; quali, poi ch'hanno veduto sotto che constellazione, pianeta e segno egli era nato, dicono in tal giorno die' esser abbruciato. E s'allora quel pianeta non regna, fanno ritener il corpo tal volta una settimana morto e anco sei mesi avanti che l'abbrucino, aspettando che 'l pianeta gli sia propizio e non contrario, né mai gl'abbruciarebbono fino che gli astrologhi non dicono: ora è il tempo. Di sorte che, bisognando tenerlo in casa longamente, per schiffar la puzza fanno far una cassa di tavole grosse un palmo, molto ben congionte e dipinte, dove posto il corpo con molte gomme odorifere, canfora e altre speciarie, gli stroppano le congiunture con pece e calcina, coprendola di panni di seta. E in questo tempo che lo tengono in casa, ogni giorno gli fanno preparar la tavola con pane, vino e altre vivande, lasciandogliela per tanto spazio quanto uno potria mangiare commodamente, perchè dicono che 'l spirito, ch'è ivi presente, si sazia dell'odore di quelle vivande.
Alcune fiate detti astrologhi dicon alli parenti che 'l non è buon che 'l corpo sia portato per la porta maestra, perchè truovano cause delle stelle o altra cosa che gli è in opposito alla detta porta, e lo fanno portar fuori per un'altra parte della casa, e alle volte fanno rompere i muri li quali guardano a drittura verso il pianeta che gli è secondo e prospero, e per quell'apritura fanno portar fuori il corpo: e se fosse fatto altramente, dicono che gli spirti de' morti offenderebbono quelli di casa e gli farian danno. E s'accade che ad alcuno di casa gl'intravenghi qualche male o disgrazia overo muora, subito gli astrologi dicono che 'l spirito del morto ha fatto questo per non esser stato portato fuori essendo in esaltazion il pianeta sotto il qual nacque, overo che gli era contrario, overo che non è stato per quella debita parte della casa che si dovea. E dovendosi abbruciar fuori della città, li fanno fare per le strade dov'egli ha da passar alcune casette di legname col suo portico, coperte di seta; e quando vi giugne il corpo lo mettono in quelle, ponendogli avanti pane, vino, carne e altre vivande, e cosí fanno fin che giungono al luogo determinato, avendo per opinione che 'l spirito del morto si restauri alquanto e pigli vigore, dovendo esser presente a veder abbruciare il corpo. Usano anco un'altra cerimonia, che pigliano molte carte fatte di scorzi d'arbori, e sopra quelle dipingono uomini, donne, cavalli, camelli, denari e veste, e quelle abbruciano insieme col corpo, perchè dicono che nell'altro mondo l'averà servitori, cavalli e tutte le altre cose che son state dipinte sopra le carte. E a tutto quest'officio vi sono presenti tutti li stromenti della città, di continuo sonando.
Avendo detto di questa, dirassi delle altre città che sono verso maestro, appresso al capo del deserto.

Della provincia di Chamul, e del costume che hanno di lasciar che le lor mogli e figliuole dormino con li forestieri che passano per il paese.
Cap. 37.

Chamul è una provincia posta fra la gran provincia di Tanguth soggetta al gran Can, e sono in quella molte città e castella, delle quali la città maestra è detta similmente Chamul; e la provincia è in mezzo di due deserti, cioè del gran deserto che di sopra s'è detto e d'un altro picciol forse di tre giornate. Tutte quelle genti adorano gl'idoli e hanno linguaggio da per sé; vivono di frutti della terra, perchè ne hanno grande abondanza, e di quelli vendono a' viandanti. Gli uomini di questa provincia sono sollazzosi, e non attendono ad altro che a sonare instrumenti, cantare, ballare, e a scrivere e leggere secondo la loro consuetudine, e darsi piacere e diletto. E s'alcun forestiero va ad alloggiar alle loro case molto si rallegrano, e comandano strettamente alle loro mogli, figliuole, sorelle e altre parenti che debbano integramente adempire tutto quello che li piace; e loro, partendosi di casa, se ne vanno alle ville e di lí mandano tutte le cose necessarie al lor oste, nondimeno col pagamento di quelli, né mai ritornano a casa fin che 'l forestiero vi sta. Giaceno con le lor moglie, figliuole e altre, pigliandosi ogni piacere come se fossero proprie sue mogli: e questi popoli reputano questa cosa essergli di grand'onore e ornamento, e molto grata alli loro idoli, facendo cosí buon ricetto a' viandanti bisognosi di ricreazione, e che per questo siano moltiplicati tutti li loro beni, figliuoli e facoltà, e guardati da tutti i pericoli, e che tutte le cose gli succedino con grandissima felicità. Le donne veramente sono molto belle e molto sollazzose, e obedientissime a quanto li mariti comandano.
Ma avvenne al tempo che Manghú gran Can regnava in questa provincia, avendo inteso i costumi e consuetudine cosí vergognosi, comandò strettamente agli uomini di Chamul che per lo innanzi dovessero lasciare questa cosí disonesta opinione, non permettendo che alcun di quella provincia alloggiasse forestieri, ma che li provedessero di case communi dove potessero stare. Costoro, dolenti e mesti, per tre anni in circa osservarono i comandamenti del re; ma finalmente, vedendo che le terre loro non rendevano i soliti frutti, e nelle case loro succedevano molte adversità, ordinarono ambasciatori al gran Can, pregandolo che quello che dalli lor antichi padri e avi a loro era stato lasciato con tanta solennità fosse contento che potessero osservare, perciò che, dapoi che mancavano di far questi piaceri ed elemosine verso i forestieri, le loro case andavano di mal in peggio e in rovina. Il gran Can, intesa questa domanda, disse: "Poi che tanto desiderate il vituperio e ignominia vostra, siavi concesso: andate e vivete secondo i vostri costumi, e fate che le donne vostre siano limosinarie verso i viandanti". E con questa risposta tornarono a casa, con grandissima allegrezza di tutt'il popolo, e cosí fin al presente osservano la prima consuetudine.

Della provincia di Succuir, dove si trova il reubarbaro, che vien condotto per il mondo.
Cap. 38.

Partendosi dalla provincia predetta si va per dieci giornate fra greco e levante, e in quel cammino vi sono poche abitazioni, né cose degne di raccontarle; e in capo di dieci giornate si truova una provincia chiamata Succuir, nella qual sono molte città e castella, e la principal città è ancor lei nominata Succuir, le cui genti adorano gl'idoli, e sono ancora in quella alcuni cristiani. Sono sottoposti alla signoria del gran Can, e la gran provincia generale nella qual si contiene questa provincia, e altre due provincie subsequenti, si chiama Tanguth. E per tutti li suoi monti si truova reubarbaro perfettissimo in grandissima quantità, e i mercanti che ivi lo cargano lo portano per tutt'il mondo. Vero è che li viandanti che passano di lí non ardiscono andar a quei monti con altre bestie che di quella contrata, perchè vi nasce un'erba venenosa, di sorte che se le bestie ne mangiano perdono l'unghie: ma quelle di detta contrata conoscono l'erba e la schifano di mangiare. Gli uomini di Succuir vivono de' frutti della terra e delle lor bestie, e non usano mercanzie. La provincia è tutta sana, e le genti sono brune.

Della città di Campion, capo della provincia di Tanguth, e della sorte de' lor idoli, e della vita de' religiosi idolatri, e il lunario che hanno; e de' costumi degli altri abitanti nel maritarsi.
Cap. 39.

Campion è una città che è capo della provincia di Tanguth: la città è molto grande e nobile e signoreggia a tutta la provincia. Le sue genti adorano gl'idoli, alcuni osservano la legge di Macometto, e altri sono cristiani, i quali hanno tre belle e grandi chiese in detta città. Quelli che adorano gl'idoli hanno secondo la loro consuetudine molti monasterii e abbazie, e in quelle gran moltitudine d'idoli, de' quali alcuni sono di legno, alcuni di terra e alcuni di pietra, coperti d'oro e molto maestrevolmente fatti. Di questi ne sono di grandi e piccioli: quelli che sono grandi sono ben passa dieci di longhezza e giaceno distesi, e li piccioli gli stanno adietro, quasi che paiono come discepoli a fargli riverenza. Vi sono idole grande e picciole, che similmente hanno in gran venerazione. I religiosi idolatri vivono, secondo che par a loro, piú onestamente degli altri idolatri, perchè s'astengono da certe cose, cioè dalla lussuria e altre cose disoneste; quantunque reputino la lussuria non essere gran peccato, perchè questa è la loro conscienza, che se la donna ricerca l'uomo d'amore possino usare con quella senza peccato, ma s'essi sono primi a ricercar la donna allora lo reputano a peccato. Item che hanno un lunario di mesi quasi come abbiamo noi, secondo la cui ragione quelli che adorano gl'idoli per cinque o quattro overo tre giorni al mese non fanno sangue, né mangiano uccelli né bestie, come è usanza appresso di noi ne' giorni di venere, di sabbato e vigilie de' Santi. E i secolari togliono fino a trenta mogli, e piú e manco secondo che le loro facoltà ricercano, e non hanno dote da quelle, ma loro danno alle donne dote di bestie, schiavi e denari. E la prima moglie tiene sempre il luogo della maggiore, e se veggono ch'alcuna di loro non si porti bene con l'altre, overo non li piace, la possono scacciare. Pigliano anco le parenti e congiunte di sangue per mogli, e le matrigne. E molti peccati mortali appresso loro non si reputano peccati, perchè vivono quasi a modo di bestie. In questa città messer Marco Polo dimorò con suo padre e barba per sue facende circa un anno.

Della città di Ezina, e degli animali e uccelli che ivi si trovano, e del deserto che è di quaranta giornate verso tramontana.
Cap. 40.


Partendosi da questa città di Campion e cavalcando per dodici giornate, si truova una città nominata Ezina, in capo del deserto dell'arena verso tramontana: e contiensi sotto la provincia di Tanguth. Le sue genti adorano idoli; hanno camelli e molte bestie di molte sorti. In quella si truovano falconi laneri, e molti sacri molto buoni. Gli uomini vivono di frutti della terra e di bestie, e non usano mercanzie. I viandanti che passano per questa città togliono vettovaglia per quaranta giornate, però che, partendosi da quella verso tramontana, si cavalca per un deserto quaranta giornate, dove non si trova abitazion alcuna, né stanno le genti se non l'estate ne' monti e in alcune valli. Ivi si truovan acque e boschi di pini, asini salvatichi e molt'altre bestie similmente salvatiche. E quando s'è cavalcato per questo deserto quaranta giornate, si truova una città verso tramontana detta Carachoran. E tutte le provincie sopradette e città, cioè Sachion, Chamul, Chinchitalas, Succuir, Campion ed Ezina, sono pertinenti alla gran provincia di Tanguth.

Della città di Carchoran, che è il primo luogo dove li Tartari si ridussero ad abitare.
Cap. 41.


Carchoran è una città il cui circuito dura tre miglia, e fu il primo luogo appresso al quale ne' tempi antichi si ridussero i Tartari. E la città ha d'intorno un forte terraglio, perchè non hanno copia di pietre; appresso la quale di fuori è un castello molto grande, e in quello è un palagio bellissimo dove abita il rettore di quella.

Del principio del regno di Tartari, e di che luogo vennero, e come erano sottoposti ad Umcan, che chiamano un Prete Gianni, che è sotto la tramontana.
Cap. 42.

Il modo adunque pel quale i Tartari cominciarono primamente a dominare si dichiarerà al presente. Essi abitavano nelle parti di tramontana, cioè in Giorza e Bargu, dove sono molte pianure grandi e senza abitazione alcuna, cioè di città e castella, ma vi sono buoni pascoli e gran fiumi e molte acque. Fra loro non aveano alcun signore, ma davano tributo ad un gran signore che, come intesi, nella lingua loro si chiama Umcan, qual è opinion d'alcuni che vogli dire nella nostra Prete Gianni: a costui i Tartari davano ogni anno la decima di tutte le lor bestie. Procedendo il tempo, questi Tartari crebbero in tanta moltitudine che Umcan, cioè Prete Gianni, temendo di loro si propose separarli per il mondo in diverse parti; onde, qualunque volta gli veniva occasione che qualche signoria si ribellasse, eleggeva tre e quattro per centinaio di questi Tartari e mandavali a quelle parti: e cosí la loro potenza si diminuiva; e similmente faceva nell'altre sue facende, e deputò alcuni de' suoi principali ad esequir quest'effetto. Allora, vedendosi i Tartari a tanta servitú cosí indegnamente soggiogati, non volendo separarsi l'un dall'altro, e conoscendo che non si cercava altro che la sua ruina, si partirono da' luoghi dove abitavano e andarono tanto per un lungo deserto verso tramontana che per la lontananza parse a loro esser sicuri, e allora denegorno di dare ad Umcan il solito tributo.

Come Cingis Can fu il primo imperator di Tartari, e come combatté con Umcan e lo ruppe e prese tutt'il suo paese.
Cap. 43.


Avvenne che, circa l'anno del nostro Signore 1162, essendo stati i Tartari per certo tempo in quelle parti, elessero in loro re uno che si chiamava Cingis Can, uomo integerrimo, di molta sapienza, eloquente e valoroso nell'armi, qual cominciò a reggere con tanta giustizia e modestia, che non come signore ma come dio era da tutti amato e riverito; di modo che, spargendosi pel mondo la fama del valor e virtú sua, tutti i Tartari che erano in diverse parti del mondo si ridussero all'obedienza sua. Costui, vedendosi signore di tanti valorosi uomini, essendo di gran cuore, volse uscire di que' deserti e luoghi salvatichi, e avendo ordinato che si preparassero con gli archi e altre armi, perchè con gli archi erano valenti e ben ammaestrati, avendosi con quelli esercitati mentre erano pastori, cominciò a soggiogar città e provincie. E tanta era la fama della giustizia e bontà sua, che dove egli andava ciascuno veniva a rendersi, e beato era colui che poteva essere nella grazia sua, di modo ch'egli acquistò circa nove provincie. E questo puoté ragionevolmente avvenire, perchè allora in quelle parti le terre e provincie o si reggevano a commune, overo ciascuna avea il suo re e signore, fra li quali non v'essendo unione, da se stessi non potean resistere a tanta moltitudine. E acquistate e prese che avea le provincie e città, metteva in quelle governatori di tal sorte giusti che li popoli non erano offesi né in la persona né in la robba, e tutti li principali menava seco in altre provincie, con gran provisione e doni.
Vedendo Cingis Can che la fortuna cosí prosperamente li succedea, si propose di tentar maggior cose. Mandò adunque suoi ambasciatori al Prete Gianni simulatamente, conciosiach'egli veramente sapeva che 'l detto non prestarebbe audienza alle lor parole, e gli fece domandare la figliuola per moglie. Il che udito dal Prete Gianni, tutto adirato disse: "Onde è tanta prosonzione in Cingis Can, che sapendo che è mio servo mi domandi mia figliuola? Partitevi dal mio cospetto immediate, e diteli che se mai piú mi farà simil domande lo farò morire miseramente". La qual cosa avendo udito Cingis Can, si turbò fuor di modo e, congregato un grandissimo esercito, andò con quello a mettersi nel paese del Prete Gianni, in una gran pianura che si chiama Tenduch, e mandò a dire al re che si difendesse: qual similmente con grand'esercito se ne venne nella detta pianura, ed erano lontani un dall'altro circa dieci miglia. E quivi Cingis comandò alli suoi astrologhi e incantatori che dovessero dire qual esercito dovea aver vittoria: costoro, presa una canna verde, la divisero in due parti per longo, le qual posero in terra lontane una dall'altra, e scrissero sopra una il nome di Cingis e sopra l'altra quello d'Umcan, e dissero al re che, come loro leggeranno le loro scongiure, per potenza degl'idoli queste canne veniranno una contra l'altra, e quel re averà la vittoria la cui canna monterà sopra l'altra. Ed essendo concorso tutto l'esercito a vedere questa cosa, mentre che gli astrologhi leggevano i libri de' suoi incanti, questi due pezzi di canne si mossero, e pareva che uno si levasse contra l'altro: alla fine, dopo alquanto di spazio, quella di Cingis montò sopra di quella d'Umcan. Il che veduto da' Tartari e da Cingis, con grand'allegrezza andorno ad affrontar l'esercito d'Umcan, e quello ruppero e fracassarono, e fu morto Umcan e tolto il regno, e Cingis prese per moglie la figliuola di quello. Dopo questa battaglia, Cingis andò anni sei continuamente acquistando regni e cittade; alla fine, essendo sotto un castello detto Thaigin, fu ferito con una saetta in un ginocchio e morse, e fu sepolto nel monte Altay.

Della successione di sei imperatori di Tartari, e solennità che gli fanno quando li sepeliscono nel monte Altay.
Cap. 44.


Doppo Cingis Can fu secondo signore Cyn Can; il terzo Bathyn Can; il quarto Esu Can; il quinto Mongú Can; il sesto Cublai Can, il quale fu piú grande e piú potente di tutti gli altri, perch'egli ereditò quel che ebbero gli altri, e dopo acquistò quasi il resto del mondo, perchè lui visse circa anni sessanta nel suo reggimento. E questo nome Can in lingua nostra vuol dir imperatore. E dovete sapere che tutti i gran Can e signori che descendono dalla progenie di Cingis Can si portano a sepelire ad un gran monte nominato Altay, e in qualunque luogo muoiono, se ben fossero cento giornate lontani da quel monte, bisogna che vi sian portati. E quando si portano i corpi di questi gran Cani, tutti quelli che conducono il corpo ammazzano tutti quelli che riscontrano pel cammino, e li dicono: "Andate all'altro mondo a servire al vostro signore", perchè credono che tutti quelli ch'uccidono debbano servire al suo signore nell'altro mondo; il simile fassi de' cavalli, e uccidono tutti li migliori, acciò che li possa aver nell'altro mondo. Quando il corpo di Mongú fu portato a quel monte, li cavallieri che 'l portavano, avendo questa scelerata e ostinata persuasione, uccisero piú di diecimila uomini che incontrarono.

Della vita de' Tartari, e come non stanno mai fermi, ma vanno sempre camminando; e delle lor case sopra carrette, costumi e vivere; e dell'onestà delle lor mogli, delle quali ne cavano grandissima utilità.
Cap. 45


I Tartari non stanno mai fermi, ma conversano al tempo del verno ne' luoghi piani e caldi, dove trovino erbe a bastanza e pascoli per le lor bestie, e l'estate ne' luoghi freddi, cioè ne' monti, dove siano acque e buoni pascoli: e anco per questa causa, perchè dove è il luogo freddo non si truovano mosche né tafani e simili animali, che molestano loro e le bestie. E vanno per due o tre mesi ascendendo di continuo e pascolando, perchè non averebbono erbe sofficienti, per la moltitudine delle lor bestie, pascendo sempre in un luogo. Hanno le case coperte di bacchette e feltroni e rotonde, cosí ordinatamente e con tale artificio fatte che le verghe si raccolgono in un fascio, e si ponno piegare e acconciar a modo d'una soma: quali case portano seco sopra carri di quattro ruote ovunque vadano, e sempre quando le drizzano pongono le porte verso mezzodí. Hanno oltre ciò carrette bellissime di due ruote solamente, coperte di feltro, e cosí bene che se piovesse tutt'il giorno non si potria bagnar cosa che fosse in quelle, qual menano con buoi e camelli. Sopra quelle conducono li loro figliuoli e mogli, e tutte le massarie e vettovaglie che li bisognano. Le donne fanno mercanzie, comprano e vendono e revendono di tutte quelle cose che sono necessarie ai loro mariti e famiglia, perchè gli uomini non s'intromettono in cosa alcuna, salvo che in cacciare, uccellare e nelle cose pertinenti all'armi. Hanno falconi li miglior del mondo, e similmente cani. Vivono solamente di carne e latte e di ciò che pigliano alla caccia, e mangiano alcuni animaletti ch'assimigliano a conigli, che appresso noi si chiamano sorzi di faraone, de' quali si truova gran copia per le pianure nell'estate e in ogni parte, e carne d'ogni sorte, e cavalli e camelli e cani, pur che sian grassi; bevono latte di cavalle, qual acconciano di sorte che par vin bianco e saporito, e lo chiamano nella loro lingua chemurs.
Le donne loro sono le piú caste e oneste del mondo, e che piú amano e reveriscano i loro mariti, e si guardano sopra ogn'altra cosa di commettere adulterio, qual vien riputato in grandissimo disonore e vituperio. Ed è cosa maravigliosa la lealtà de' mariti verso le mogli, le quali se sono dieci o venti, fra loro è una pace e un'unione inestimabile, né mai si sente che dican una mala parola; ma tutte sono (com'è detto) intente e sollecite alle mercanzie, cioè al vendere e comprare, e cose pertinenti agli esercizii loro, al viver di casa e cura della famiglia e de' figliuoli, che sono fra loro communi. E tanto piú son degne di admirazione di questa virtú della pudicizia e onestà, quanto che agli omini è concesso di pigliare quante mogli vogliono, le qual sono alli mariti di poca spesa, anzi di gran guadagno e utile, per li traffichi ed esercizii che di continuo fanno. E per questo, quando le pigliano, loro danno le dote alle madri per aver quelle, e la prima ha questo privilegio, d'essere tenuta la piú cara e la piú legitima, e similmente i figliuoli che di quella nascono; e perchè possono pigliare quante mogli a lor piace, perciò hanno piú numero di figliuoli di tutte l'altre genti. Se 'l padre muore, il figliuolo può pigliar per mogli tutte quelle che son state lasciate dal padre, eccettuando la madre e le sorelle, e pigliano anco le cognate, se sono morti i fratelli, e celebrano ogni fiata le nozze con gran solennità.

Del Dio de' Tartari celeste e sublime, e d'un altro detto Natigay, e come l'adorano; e della sorte delli loro vestimenti e armi, e della ferocità loro nel combattere; e come sono pazientissimi in ogni disagio e bisogno, e obedientissimi al loro signore.
Cap. 46.


La legge e fede de' Tartari è tale: dicono esservi il Dio alto, sublime e celeste, al qual ogni giorno col turribolo e incenso non domandan altro se non buon intelletto e sanità; ne hanno poi un altro che chiamano Natigay, ch'è a modo di una statua coperta di feltre overo d'altro, e ciascuno ne tien uno in casa sua. Fanno a questo dio la moglie e figliuoli, e pongongli la moglie dalla parte sinistra e i figliuoli avanti di lui, quali pare che li facciano riverenza. Questo dio lo chiamano dio delle cose terrene, il qual custodisce e guarda i loro figliuoli e conserva le bestie e le biade, al quale fanno grande riverenza e onore; e sempre quando mangiano togliono della parte delle carni grasse, e con quelle ungono la bocca del dio, della moglie e de' figliuoli; dopo gettano del brodo delle carni fuor della porta agli altri spiriti. Fatto questo, dicono che 'l loro dio con la sua famiglia ha avuto la parte sua, e poscia mangiano e bevono a lor piacere.
I ricchi si vestono di drappi d'oro e di seta e di pelle di zibellini, armellini e vari, e tutti i loro fornimenti sono di gran prezzo e valore. L'arme loro sono archi, spade e mazze ferrate, e alcune lancette, ma con gli archi meglio s'esercitano che con l'altre arme, perchè sono ottimi arcieri ed esercitati da picciolini; e indosso portan arme di cuori di buffali e altri animali, molto grossi, cotti, e per questo sono molto duri e forti. Sono uomini fortissimi in battaglia e quasi furibondi e che poco stimano la lor vita, la qual mettono ad ogni pericolo senz'alcun rispetto. Sono crudelissimi e sofferenti d'ogni disagio, e bisognando viveranno un mese solamente con latte di cavalle e d'animali che pigliano. Li lor cavalli si pascono di erbe, né hanno bisogno d'orzo né d'altra biada; e stann'armati a cavallo due giorni e due notte che mai smontano, e similmente vi dormono, e i lor cavalli in tanto vanno pascendo. Non è gente al mondo che piú di loro duri affanno e piú pazienti in ogni necessità, obedientissimi alli lor signori e di poca spesa: e per queste parti cosí eccellenti nell'esercizio delle armi, sono atti a soggiogare il mondo, come hanno fatto d'una gran parte.

Dell'esercito de' Tartari, in quante parti è diviso; e del modo col quale cavalcano, e di ciò che portano per loro vivere, e del latte secco; e modo del loro combattere.
Cap. 47.


Quando alcun signor di Tartari va ad alcuna espedizione, mena seco l'esercito di centomila cavalli, e ordina le sue genti in questa maniera: egli statuisce un capo a ciascuna decina e a ciascun centenaio e a ciascun migliaio e a ogni diecimila, e cosí ogni dieci capi di decina rispondono alli capi di centinaia, e ogni dieci capi di centenaia rispondono alli capi di migliaia, e ogni dieci capi di migliaia rispondono alli capi di dieci migliaia, e in questo modo ciascun uomo overo capo, senz'altro consiglio overo fastidio, non ha da cercare altri se non dieci. Per il che, quando il signore di questi centomila vuol mandarne alcuna parte a qualche espedizione, comanda al capo di diecimila che li dia mille uomini, e il capo di diecimila comanda al capo di mille, e il capo di mille al capo di cento, e il capo di cento al capo di dieci, e allora tutti i capi delle decine sanno le parti che li toccano, e subito danno quelle a' suoi capi: cento capi a' cento di mille, e mille capi ai capi di diecimila, e cosí subito si discernono; e tutti sono obedientissimi a' suoi capi. Item ciascun centinaio si chiama un tuc, dieci un toman, per migliaio, centinaio e decina. E quando si muove l'esercito per andar a far qualche impresa, essi mandano avanti gli altri uomini per la loro custodia per due giornate, e mettono genti da dietro e da' lati, cioè da quattro parti, a questo effetto, acciò che qualche esercito non possi assaltargli all'improviso.
E quando vanno con l'esercito lontani, non portano seco cosa alcuna, di quelle massimamente che sono necessarie pel dormire. Vivono il piú delle volte di latte (come s'è detto), e fra cavalli e cavalle sono per ciascun uomo circa diciotto: e quando alcun cavallo è stracco pel cammino si cambia un altro; nondimeno portano seco vasi per cuocer la carne. Portano anco seco le sue picciole casette di feltro alla guerra, dentro alle quali stanno al tempo della pioggia. E alle volte, quando ricerca il bisogno e pressa di qualche impresa che si facci presta, cavalcano ben dieci giornate senza vettovaglie cotte, e vivono del sangue de' suoi cavalli, però che ciascuno punge la vena del suo e beve il sangue. Hanno ancora latte secco a modo di pasta, e seccasi in questo modo: fanno bollire il latte, e allora la grassezza che nuota di sopra si mette in un altro vaso, e di quella si fa il butiro, perchè fin che stesse nel latte non si potria seccare; si mette poi il latte al sole, e cosí si secca. E quando vanno in esercito portano di questo latte circa dieci libre, e la mattina ciascuno ne piglia mezza libra e la mette in un fiasco picciolo di cuoio, fatto a modo d'un utre, con tant'acqua quanto li piace; e mentre cavalca, il latte nel fiasco si va sbattendo e fassi come sugo, il qual bevono: e questo è il suo desinare. Oltre di ciò, quando i Tartari combattono co' nemici, mai si meschiano totalmente con loro, anzi continuamente cavalcano a torno qua e là saettando, e alle volte fingono di fuggire, e fuggendo saettano da dietro li nemici che seguitano, sempre uccidendo cavalli e uomini come se combattessero a faccia a faccia: e a questo modo i nemici, credendo aver avuto vittoria, si trovano aver perso, e allora i Tartari, vedendo avergli fatto danno, ritornano di nuovo contra di loro, e quelli virilmente combattendo conquistano e prendono. E hanno li lor cavalli cosí ammaestrati a voltarsi che ad un signo si voltan in ogni parte che vogliono, e in questo modo hanno vinto molte battaglie.
Tutto quello che v'abbiam narrato è nella vita e costumi de' rettori dei Tartari. Ma al presente sono molto bastardati, perchè quelli che conversano in Ouchacha osservano la vita e costumi di quelli ch'adorano gl'idoli e hanno lasciata la sua legge; quelli che conversano in Oriente osservano i costumi de' saraceni.

Della giustizia che osservano, e della vanità de' matrimonii che fanno de' figliuoli morti.
Cap. 48


Mantengono la giustizia come vi narraremo al presente. Quando alcuno ha rubbato alcuna picciola cosa, per la qual non meriti la morte, lo battono sette volte con un bastone, o vero dicesette volte, o ventisette o trentasette o quarantasette, fino a cento sempre crescendo, secondo la quantità del furto e qualità del delitto: e molti muoiono per queste battiture. Se uno rubba un cavallo o altre cose per le quali debba morire, con una spada si taglia per mezo; ma se quel che ha rubbato può pagare, e dare nove volte piú di quello che ha rubbato, scapola. Item qualunque signore o altr'uomo che ha molti animali li fa bollare del suo segno, cioè cavalli e cavalle, camelli e buoi, vacche e altre bestie grosse, poi li lascia andar a pascere per le pianure e monti in qualunque luogo senza custodia di uomo; e se una bestia si mischia con qualche altra, ciascuno ritorna la sua a colui del quale si truova il segno. I castrati e becchi li fanno custodire dagli uomini, e le loro bestie sono tutte grasse e grandi e belle oltra modo.
Quando ancora sono due uomini, de' quali uno abbia avuto un figliuol maschio, e quello sia mancato di tre anni o altramente, e l'altro abbia avuto una figliuola, ed ella parimenti sia mancata, fanno insieme le nozze, perchè danno la fanciulla morta al fanciullo morto: e allora fanno dipingere in carte uomini in luogo di servi, e cavalli e altri animali, e drappi d'ogni maniera, denari e ciascuna sorte di massarizie, e fanno far gl'instrumenti a corroborazione della dote e matrimonio predetti; le qual cose fanno tutte abbruciare, e del fumo che indi viene dicono che tutte queste cose son portate ai loro figliuoli nell'altro mondo, dove si pigliano per marito e moglie; e li padri e madri de' morti si hanno per parenti, come se veramente le nozze fossero state celebrate e che vivessero.
Ora abbiamo dichiarato li costumi e consuetudini de' Tartari; non però che abbiamo detto i grandissimi fatti e imprese del gran Can, signor di tutti i Tartari. Ma vogliamo ritornare al nostro proposito, cioè alla gran pianura nella quale eravamo quando cominciammo de' fatti di Tartari.

Come, partendosi da Carachoran, si trova la pianura di Bargu, e de' costumi degli abitanti in quella; e come doppo quaranta giornate si trova il mare Oceano; e delli falconi e girifalchi che vi nascono; e come la Tramontana a chi la guarda appar verso mezodí.
Cap. 49.


Partendosi da Carachoran e dal monte Altay, dove si sepeliscono i corpi degl'imperatori de' Tartari, come abbiam detto di sopra, si va per una contrata verso tramontana, che si chiama la pianura di Bargu e dura ben circa sessanta giornate; le cui genti si chiamano Mecriti, e sono genti salvatiche, perchè vivono di carne di bestie, la maggior delle quali sono a modo di cervi, li qual anco cavalcano. Vivono similmente d'uccelli, perchè vi sono molti laghi, stagni e paludi, e detta pianura confina verso tramontana col mare Oceano, e quelli uccelli che si spogliano delle piume vecchie conversano il piú dell'estate circa quell'acque, e quando sono del tutto ignudi, che non possono volare, quelli prendono al loro buon piacere; e vivon ancora de pesci. Queste genti osservano le consuetudini e costumi de' Tartari, e sono sudditi al gran Can. Non hanno né biade né vino, e nell'estate hanno cacciagioni e prendono gran quantità d'uccelli; ma il verno, pel grandissimo freddo, non vi possono stare bestie né uccelli.
E quando s'è cavalcato (come è detto) quaranta giornate, si truova il mare Oceano, presso al quale è un monte nel quale fanno nido astori e falconi pellegrini, e nella pianura. Ivi non sono uomini, né vi abitano bestie né uccelli, salvo ch'una maniera d'uccelli che si chiamano bargelach, e i falconi si pascono di quelli: sono della grandezza delle pernici, e nella coda son simili alle rondini, e ne' piedi alli papagalli; volano velocemente. E quando il gran Can vuol avere un nido di falconi pellegrini, manda fino a detto luogo per quelli; e nell'isola, che è circondata dal mare, nascono molti girifalchi. Ed è quel luogo tanto verso la tramontana che la stella di tramontana pare alquanto rimaner dipoi verso mezodí. E i girifalchi che nascono nell'isola predetta sono in tanta copia che 'l gran Can ne puol avere quanti ne vuole a suo piacere. Né crediate che i girifalchi che delle terre de' cristiani si portano a' Tartari siano portati al gran Can, ma portansi in Levante solamente, cioè a qualche signore tartaro e altri nobili di Levante che sono a' confini de' Cumani e Armeni.
Ora, avendo detto delle provincie che sono verso la tramontana fino al mare Oceano, diremo delle provincie verso il gran Can, e ritorniamo alla provincia detta Campion, la qual di sopra è descritta.

Come, partendosi da Campion, si vien al regno di Erginul; e della città di Singui; e de' buoi, che hanno un pelo sottilissimo; e della forma dell'animal che fa il muschio, e come lo prendono; e de' costumi degli abitanti, e bellezza delle lor donne.
Cap. 50.


Partendosi dalla provincia di Campion si va per cinque giornate, nelle quali s'odono piú volte la notte parlar molti spiriti, con gran paura de' viandanti; e in capo di quelle, verso levante, si truova un regno nominato Erginul, qual è sottoposto al gran Can, e contiensi sotto la provincia di Tanguth. In detto regno sono molti altri regni, le cui genti adorano gl'idoli; vi sono alcuni cristiani nestorini e turchi, e molte città e castella, de' quali la maestra città è Erginul. Dalla qual partendosi poi verso scirocco si può andare alle parti del Cataio, e andando per scirocco verso 'l Cataio si truova una città nominata Singui, e ancor la provincia si chiama Singui, nelle quali sono molte città e castella: e contengonsi in detta provincia di Tanguth e sotto il dominio del gran Can. Le genti di questa provincia adorano gl'idoli; alcuni osservano la legge di Macometto, e alcuni sono cristiani. Ivi si trovano molti buoi salvatichi, i quali sono della grandezza quasi degl'elefanti e bellissimi da vedere, però che sono bianchi e neri. I loro peli sono in ciascuna parte del corpo bassi, eccetto che sopra le spalle, che sono lunghi tre palmi; qual pelo overo lana è sottilissima e bianca, e piú sottile e bianca che non è la seta: e messer Marco ne portò a Venezia come cosa mirabile, e cosí da tutti che la viddero fu reputata per tale. Di questi buoi molti si sono dimesticati, che furon presi salvatichi. E fanno coprire le vacche dimestiche, e i buoi che nascono di quelle sono maravigliosi animali, e atti a fatiche piú che niun altro animale: e gli uomini gli fanno portare gran carichi, e lavorano con quelli la terra il doppio piú di quello che lavorano gli altri, e sono molto forti e gagliardi.
In questa contrata si truova il piú nobile e fino muschio che sia nel mondo, ed è una bestia picciola come una gazella, cioè della grandezza d'una capra, ma la sua forma è tale: ha i peli a similitudine di cervo, molto grossi, li piedi e la coda a modo d'una gazella; non ha corne come la gazella. Ha quattro denti, cioè due dalla parte di sopra e due dalla parte di sotto, lunghi ben tre dita e sottili, bianchi come avolio, e due ascendono in su e due descendono in giú, ed è bello animale da vedere. Nasce a questa bestia, quando la luna è piena, nell'umbilico sotto il ventre un'apostema di sangue, e i cacciatori nel tondo della luna escono fuori a prender de' detti animali, e tagliano questa apostema come la pelle e la seccano al sole: e questo è il piú fin muschio che si sappi. E la carne del detto animal è molto buona da mangiare, e pigliasene in gran quantità, e messer Marco ne portò a Venezia la testa e i piedi di detto animale secchi.
Gli uomini veramente vivono di mercanzie e d'arti; hanno abondanza di biade. Il transito della provincia è di venticinque giornate, nella quale si truovano fagiani il doppio maggiori de' nostri, ma sono alquanto minori de' pavoni, e hanno le penne della coda lunghe otto o dieci palmi. Ne sono anco della grandezza e statura come sono li nostri, e vi sono ancora altri uccelli di molte altre maniere, che hanno bellissime penne di diversi colori. Quelle genti adorano gli idoli, e sono grassi e hanno il naso picciolo; i loro capelli sono neri, e non hanno barba, salvo che quattro peli nel mento. Le donne onorate non hanno similmente pelo alcuno eccetto i capelli, e sono bianche, di belle carne e ben formate in tutti i membri, ma molto lussuriose. Gli uomini molto si dilettano di star con quelle, perchè, secondo le lor consuetudini e leggi, possono aver quante mogli vogliono, pur che possino sostentarle. E se alcuna donna povera è bella, li ricchi per la sua bellezza la pigliano per moglie, e danno alla madre e parenti molti doni per averle, perchè non apprezzano altro che la bellezza.
Ora si partiremo di qui, e diremo d'una provincia verso levante.

Della provincia di Egrigaia e della città di Calacia, e de' costumi degli abitanti, e zambellotti che vi si lavorano.
Cap. 51.

Partendosi da Erginul, andando verso levante per otto giornate, si truova una provincia nominata Egrigaia, nella quale sono molte città e castella, pur nella gran provincia di Tanguth. La maestra città si chiama Calacia, le cui genti adorano gl'idoli; vi sono ancora tre chiese de' cristiani nestorini, e sono sotto il dominio del gran Can. In questa città si lavorano zambellotti di peli di camelli, li piú belli e migliori che si truovin al mondo, e similmente di lana bianca in grandissima quantità, i quali i mercatanti, partendosi de lí, portano per molte contrade, e specialmente al Cataio.
Or lasciamo di questa provincia, e diremo d'un'altra verso levante nominata Tenduc, e cosí entraremo nelle terre del Prete Gianni.

Della provincia di Tenduc, dove regnano quelli della stirpe del Prete Gianni, e la maggior parte sono cristiani; e come ordinano li loro preti; e d'una sorte d'uomini detti Argon, che son piú belli e savi di quel paese.
Cap. 52.


Tenduc del Prete Gianni è una provincia verso levante, nella quale sono molte città e castella, e sono sottoposti al dominio del gran Can, perchè tutti i Preti Gianni che vi regnano sono sudditi al gran Can, dopo che Cingis, primo imperatore, la sottomesse. La maestra città è chiamata Tenduc, e in questa provincia è re uno della progenie del Prete Gianni, nominato Georgio, ed è prete e cristiano, e la maggior parte degli abitanti sono cristiani. E questo re Georgio mantien la terra per il gran Can, non però tutta quella ch'avea il Prete Gianni, ma certa parte; e li gran Cani danno sempre in matrimonio delle sue figliuole e altre che discendono dalla sua stirpe ai re che siano discesi dalla progenie delli Preti Gianni. In questa provincia si truovano pietre delle quali si fa l'azzurro; ve ne sono molte e buone. Quivi fanno i zambellotti molto buoni di peli di camelli. Gli uomini vivono di frutti della terra e di mercanzie e arti. E il dominio è de' cristiani, perchè 'l re è cristiano (come s'è detto), quantunque sia soggetto al gran Can; ma vi sono molti che adorano gl'idoli, e osservano la legge macomettana. Vi è anco una sorte di genti che si chiamano Argon, perchè sono nati di due generazioni, cioè da quelli di Tenduc, che adorano gl'idoli, e da quelli che osservano la legge di Macometto: e questi sono i piú belli uomini che si truovino in quel paese, e piú savi e piú accorti nella mercanzia.

Del luogo dove regnano quelli del Prete Gianni, detto Og e Magog, e de' costumi degli abitanti e lavori di seta di quelli, e della minera d'argento.
Cap. 53.


Nella sopradetta provincia era la principal sedia del Prete Gianni di tramontana quando el dominava li Tartari, e a tutte l'altre provincie e regni circonstanti, e fino al presente ritiene nella sua sedia i successori. E questo Georgio sopradetto dopo il Prete Gianni è il quarto di quella progenie, ed è tenuto il maggior signore. E vi sono due regioni dove questi regnano, che nelle nostre parti chiamano Og e Magog, ma quelli che ivi abitano lo chiamano Ung e Mongul, in ciascuno de' quali è una generazione di gente: in Ung sono Gog, e in Mongul sono Tartari.
E cavalcandosi per questa provincia sette giornate, andando per levante verso 'l Cataio, si truovano molte città e castella, nelle quali le genti adorano gl'idoli, e alcune osservano la legge di Macometto, e altri sono cristiani nestorini. Vivono di mercanzie e arti, perchè si fanno panni d'oro nasiti fin e nach, e panni di seta di diverse sorti e colori come abbiamo noi, e panni di lana di diverse maniere. Quelle genti sono suddite al gran Can, e vi è una città nominata Sindicin, nella quale s'esercitano l'arti di tutte le cose e fornimenti che s'appartengono all'armi e ad un esercito. E ne' monti di questa provincia è un luogo nominato Idifa, nel quale è un'ottima minera d'argento, dalla qual se ne cava grandissima quantità; e oltre di ciò hanno molte cacciagioni.

Della provincia di Cianganor, e della sorte di grue che si trovano, e della quantità di pernici e quaglie che 'l gran Can fa allevare.
Cap. 54.


Partendosi dalla sopradetta provincia e città e andando per tre giornate, si truova la città nominata Cianganor, che vuol dire stagno bianco, nella qual è un palagio del gran Can, nel quale vi suol abitare molto volentieri, perchè vi sono intorno laghi e riviere dove abitano molti cigni, e in molte pianure grue, fagiani, pernici e uccelli d'altra sorte in gran quantità. Il gran Can piglia grandissimo piacere andando ad uccellare con girifalchi e falconi e prendendo uccelli infiniti. Vi sono cinque sorti di grue: la prima sono tutte nere come corvi, con l'ale grandi; la seconda ha l'ali maggiori dell'altre, bianche e belle, e le penne dell'ali son piene d'occhi rotondi come quelli de' pavoni, ma gli occhi sono di color d'oro molto risplendenti, il capo rosso e nero molto ben fatto, il collo nero e bianco, e sono bellissime da vedere; la terza sorte sono grue della statura delle nostre d'Italia; la quarta sono grue picciole, ch'hanno le penne rosse e azzurre divisate molto belle; la quinta sorte sono grue grise, col capo rosso e nero, e sono grandi.
Presso a questa città è una valle, nella quale è grandissima abondanza di pernici e quaglie, e pel nutrimento delle quali sempre il gran Can fa seminar l'estate sopra quelle coste miglio e panizzo e altre semenze che tali uccelli appetiscono, comandando che niente si raccolga, acciò abondevolmente si possano nudrire; e vi stanno molti uomini per custodia di questi uccelli, acciò non siano presi, ed eziandio li buttano il miglio al tempo del verno, e sono tanto assuefatti al pasto che se li getta per terra che, subito che l'uomo sibila, ovunque si siano vengono a quello. E ha fatto fare il gran Can molte casette dove stanno la notte, e quando 'l vien a questa contrada ha di questi uccelli abondantemente, e l'inverno, quando sono ben grasse (perchè ivi pel gran freddo non sta a quel tempo), ovunque egli si sia, se ne fa portare carghi i camelli.
Ma si partiremo di qui, e andaremo tre giornate verso tramontana e greco.

Del bellissimo palagio del gran Can nella città di Xandú; e della mandria di cavalli e cavalle bianche, del latte de' quali fanno ogn'anno sacrificio; e delle cose maravigliose che li loro astrologhi fanno far quando vien mal tempo, e anco della sala del gran Can, e delli sacrificii che li detti fanno; e di due sorti di religiosi, cioè poveri, e de' costumi e vita loro.
Cap. 55.


Quando si parte da questa città di sopra nominata, andando tre giornate per greco si truova una città nominata Xandú, la qual edificò il gran Can che al presente regna, detto Cublai Can; e quivi fece fare un palagio di maravigliosa bellezza e artificio, fabricato di pietre di marmo e d'altre belle pietre, qual con un capo confina in mezo della città e con l'altro col muro di quella. Dalla qual parte, a riscontro del palagio, un altro muro ferma un capo da una parte del palagio nel muro della città, e l'altro dall'altra parte circuisce, e include ben sedici miglia di pianura, talmente ch'entrare in quel circuito non si può se non partendosi dal palagio. In questo circuito e serraglia sono prati bellissimi e fonti e molti fiumi, e ivi sono animali d'ogni sorte, come cervi, daini, caprioli, quali vi fece portar il gran Can per pascere i suoi falconi e girifalchi, ch'egli tiene in muda in questo luogo, i quali girifalchi sono piú di dugento: ed esso medesimo va sempre a vederli in muda, al manco una volta la settimana. E molte volte, cavalcando per questi prati circondati di mura, fa portar un leopardo, overo piú, sopra le groppe de' cavalli, e quando vuole lo lascia andare, e subito prende un cervo o vero capriolo o daini, li quali fa dare ai suoi falconi e girifalchi: e questo fa egli per suo solazzo e piacere.
In mezo di quei prati, ov'è un bellissimo bosco, ha fatto fare una casa regal, sopra belle colonne dorate e invernicate, e a ciascuna è un dragone tutto dorato che rivolge la coda alla colonna, e col capo sostiene il soffittato, e stende le branche, cioè una alla parte destra a sostentamento del soffittato e l'altra medesimamente alla sinistra. Il coperchio similmente è di canne dorate, e vernicate cosí bene che niun'acqua li potria nuocere, le quali sono grosse piú di tre palmi e lunghe da dieci braccia, e tagliate per ciascun groppo si parteno in due pezzi per mezo e si riducono in forma di coppi: e con queste è coperta la detta casa, ma ciascun coppo di canna per defensione de' venti è ficcato con chiodi. E detta casa a torno a torno è sostentata da piú di dugento corde di seta fortissime, perchè dal vento (per la leggierezza delle canne) saria rivoltata a terra. Questa casa è fatta con tanta industria e arte che tutta si può levar e metter giú e poi di nuovo reedificarla a suo piacere; e fecela far il gran Can per sua dilettazione, per esservi l'aere molto temperato e buono, e vi abita tre mesi dell'anno, cioè giugno, luglio e agosto, e ogn'anno, alli ventotto della luna del detto mese d'agosto, si suol partire e andare ad altro luogo, per far certi sacrificii in questo modo. Ha una mandria di cavalli bianchi e cavalle come neve, e possono essere da diecimila, del latte delle quali niuno ha ardimento bere s'egli non è descendente della progenie di Cingis Can. Nondimeno Cingis Can concesse l'onore di bere di questo latte ad un'altra progenie, la quale al tempo suo una fiata si portò molto valorosamente seco in battaglia, ed è nominata Boriat. E quando queste bestie vanno pascolando per li prati e per le foreste se gli porta gran riverenza, né ardiria alcun andargli davanti overo impedirli la strada. E avendo gli astrologhi suoi, che sanno l'arte magica e diabolica, detto al gran Can che ogn'anno, al vigesimo ottavo dí della luna d'agosto, debbia far spandere del latte di queste cavalle per l'aria e per terra per dar da bere a tutti i spiriti e idoli che adorano, acciò che conservino gli uomini e le femine, le bestie, gli uccelli, le biade e l'altre cose che nascono sopra la terra, però per questa causa il gran Can in tal giorno si parte dal sopradetto luogo e va a far di sua mano quel sacrificio del latte.
Fanno ancora questi astrologhi, o vogliam dire negromanti, una cosa maravigliosa a questo modo: che come appar che 'l tempo sia turbato e vogli piovere, vanno sopra il tetto del palagio ove abita il gran Can, e per virtú dell'arte loro lo difendono dalla pioggia e dalla tempesta, talmente che a torno a torno descendono pioggie, tempeste e baleni, e il palagio non vien tocco da cosa alcuna. E costoro che fanno tal cose si chiamano tebeth e chesmir, che sono due sorti d'idolatri quali sono i piú dotti nell'arte magica e diabolica di tutte l'altre genti, e danno ad intendere al vulgo che queste operazioni siano fatte per la santità e bontà loro, e per questo vanno sporchi e immondi, non curandosi dell'onor loro né delle persone che li veggono; sostengono il fango nella lor faccia, né mai si lavano né si pettinano, ma sempre vanno lordamente. Hanno costoro un bestiale e orribil costume, che quand'alcuno per il dominio è giudicato a morte, lo tolgono e cuocono e mangianselo; ma se muore di propria morte non lo mangiano. Oltre il nome sopradetto si chiamano anco bachsi, cioè di tal religione overo ordine come si direbbono frati predicatori overo minori, e sono tanto ammaestrati ed esperti in quest'arte magica o diabolica che fanno quasi ciò che vogliono, e fra l'altre se ne dirà una fuor di ogni credenza.
Quando il gran Can nella sua sala siede a tavola, la quale, come si dirà nel libro di sotto, è d'altezza piú d'otto braccia, e in mezo della sala, lontano da detta tavola, è apparecchiata una credenziera grande, sopra la quale si tengono i vasi da bere, essi operano con l'arti sue che le caraffe piene di vino overo latte o altre diverse bevande da se stesse empiono le tazze loro senza ch'alcuno con le mani le tocchino, e vanno ben per dieci passa per aere in mano del gran Can; e poi ch'ha bevuto, le dette tazze ritornano al luogo d'onde erano partite: e questo fanno in presenza di coloro i quali il signore vuol che veggano. Questi bachsi similmente, quando sono per venire le feste delli suoi idoli, vanno al gran Can e li dicono: "Signore, sappiate che, se li nostri idoli non sono onorati con gli olocausti, faranno venire mal tempo e pestilenze alle nostre biade, bestie e altre cose: per il che vi supplichiamo che vi piaccia di darne tanti castrati con li capi neri e tante libre d'incenso e legno di aloè, che possiamo fare il debito sacrificio e onore". Ma queste parole non dicono personalmente al gran Can, ma a certi principi che sono deputati a parlar al signore per gli altri, ed essi dopo lo dicono al gran Can, qual li dona integramente ciò che domandano. E venuto il giorno della festa, fanno i sacrificii de' detti castrati, e spargono il brodo avanti gl'idoli, e a questo modo gli onorano.
Hanno questi popoli grandi monasterii e abbazie, e cosí grandi che pareno una picciola città, in alcuna delle quali potriano essere quasi duemila monachi, i quali secondo i costumi loro servono agl'idoli, e si vestono piú onestamente degli altri uomini, e portano il capo raso e la barba, e fanno festa agl'idoli con piú solenni canti e lumi che sia possibile; e di questi alcuni possono pigliar moglie. Vi è poi un altro ordine di religiosi, nominati sensim, quali sono uomini di grand'astinenza, e fanno la loro vita molto aspra, però che tutt'il tempo della vita sua non mangiano altro che semole, le quali mettono in acqua calda e lasciano stare alquanto, fin che si levi via tutto il bianco della farina: e allora le mangiano cosí lavate, senz'alcuna sostanza di sapore. Questi adorano il fuoco e dicono gli uomini dell'altre regole che questi che vivono in tant'astinenza sono eretici della sua legge, perchè non adorano gl'idoli come loro; ma è gran differenza tra loro, cioè tra l'una regola e l'altra, e questi tali non tolgono moglie per qualsivoglia causa del mondo. Portano il capo raso e la barba, e le lor vesti sono di canapo, nere e biave, e se fossero anco di seta, le portarebbero di tal colore. Dormono sopra stuore grosse, e fanno la piú aspra vita di tutti gli uomini del mondo.
Or lasciamo di questi, e diremo de' grandi e maravigliosi fatti del gran signore e imperator Cublai Can.



LIBRO SECONDO


De' maravigliosi fatti di Cublai Can, che al presente regna, e della battaglia ch'egli ebbe con Naiam suo barba, e come vinse.
Cap. 1.


Ora nel libro presente vogliamo cominciar a trattar di tutti i grandi e mirabili fatti del gran Can che al presente regna, detto Cublai Can, che vuol dir in nostra lingua "signor de' signori". E ben è vero il suo nome, perchè egli è piú potente di genti, di terre e di tesoro di qualunque signor che sia mai stato al mondo né che vi sia al presente, e sotto il quale tutti i popoli sono stati con tanta obedienza quanto che abbino mai fatto sotto alcun altro re passato; la qual cosa si dimostrerà chiaramente nel processo del parlar nostro, di modo che ciascuno potrà comprendere che questa è la verità.
Dovete adunque sapere che Cublai Can è della retta e imperial progenie di Cingis Can primo imperator, e di quella dee esser il vero signor de' Tartari. Questo Cublai Can è il sesto gran Can, che cominciò a regnar nel 1256 essendo d'anni 27, e acquistò la signoria per la sua gran prodezza, bontà e prudenzia, contra la volontà de' fratelli e di molti altri suoi baroni e parenti che non volevano: ma a lui la succession del regno apparteneva giustamente. Avanti che 'l fosse signor andava volentier nell'esercito e voleva trovarsi in ogni impresa, perciò che, oltre ch'egli era valente e ardito con l'armi in mano, veniva riputato di consiglio e astuzie militari il piú savio e aventurato capitano che mai avessero i Tartari; e dopo ch'ei fu signore non v'andò se non una sol fiata, ma nelle imprese vi mandava i suoi figliuoli e capitani. E la causa perchè vi andasse fu questa. Nel 1286 si trovava uno nominato Naiam, giovane d'anni trenta, qual era barba di Cublai e signor di molte terre e provincie, di modo che poteva facilmente metter insieme da quattrocentomila cavalli, e i suoi predecessori erano soggetti al dominio del gran Can. Costui, commosso da leggierezza giovenile, veggendosi signor di tante genti, si pose in animo di non voler esser sottoposto al gran Can, anzi di volergli torre il regno, e mandò suoi nonzii secreti a Caidu, qual era grande e potente signor nelle parti verso la gran Turchia, e nepote del gran Can, ma suo ribello, e portavagli grand'odio, perciochè ognora dubitava che 'l gran Can non lo castigasse. Caidu, uditi i messi di Naiam, fu molto contento e allegro e promisegli di venir in suo aiuto con centomila cavalli, e cosí ambedue cominciorno a congregar le lor genti, ma non poterno fare cosí secretamente che non ne venisse la fama all'orecchie di Cublai; qual, intesa questa preparazione, subito fece metter guardie a tutti i passi ch'andavan verso i paesi di Naiam e Caidu, acciò che non sapessero quel che lui volesse fare, e poi immediate ordinò che le genti ch'erano d'intorno alla città di Cambalú per il spazio di dieci giornate si mettessero insieme con grandissima celerità. E furono da trecentosessantamila cavalli e centomila pedoni, che sono li deputati alla persona sua, e la maggior parte falconieri e uomini della sua famiglia, e in venti giorni furono insieme; perchè, se egli avesse fatto venir gli eserciti che 'l tien di continuo per la custodia delle provincie del Cataio, sarebbe stato necessario il tempo di trenta o quaranta giornate, e l'apparecchio s'averia inteso, e Caidu e Naiam si sarian congiunti insieme e ridotti in luoghi forti e al loro proposito; ma lui volse con la celerità (la qual è compagna della vittoria) prevenir alle preparazioni di Naiam e trovarlo solo, che meglio lo poteva vincer che accompagnato.
E perchè nel presente luogo è a proposito di parlar d'alcuna cosa delli eserciti del gran Can, è da sapere che in tutte le provincie del Cataio, di Mangi e in tutt'il resto del dominio suo vi si truovano assai genti infideli e disleali, che se potessero si ribellerian al lor signore: e però è necessario, in ogni provincia ove sono città grandi e molti popoli, tenervi eserciti che stanno alla campagna 4 o 5 miglia lontani dalla città, quali non possono avere porte né muri, di sorte che non se gli possa entrar dentro a ogni suo piacere. E questi eserciti il gran Can gli fa mutar ogni due anni, e il simil fa de' capitani che governano quelli, e con questo freno li popoli stanno quieti e non si possono movere né far novità alcuna. Questi eserciti, oltre il denaro che li dà di continuo il gran Can delle intrate delle provincie, vivono d'un infinito numero di bestie che hanno, e del latte qual mandano alla città a vendere, e si comprano delle cose che gli bisognano, e sono sparsi per 30, 40 e 60 giornate in diversi luoghi; la mità de' quali eserciti se avesse voluto congregar Cublai, sarebbe stato un numero maraviglioso e da non credere.
Fatto il sopradetto esercito, Cublai Can s'aviò con quello verso il paese di Naiam, cavalcando dí e notte, e in termine di 25 giornate vi aggionse; e fu cosí cautamente fatto questo viaggio che Naiam né alcun de' suoi lo presentí, perch'erano state occupate tutte le strade, che niuno poteva passare che non fosse preso. Giunto appresso un colle oltre il quale si vedea la pianura dove Naiam era accampato, Cublai fece riposare le sue genti per due giorni e, chiamati li astrologhi, volse che con le loro arti in presenza di tutto l'esercito vedessero chi dovea aver la vittoria, li quali dissero dover esser di Cublai: questo effetto di divinazione sogliono sempre far li gran Cani per far innanimar li loro eserciti. Con questa adunque ferma speranza, una mattina a buon'ora l'esercito di Cublai, asceso il colle, si dimostrò a quello di Naiam, qual stava molto negligentemente, non tenendo in alcuna parte spie né persona alcuna per guardia, ed era in un padiglione dormendo con una sua moglie; pur risvegliato si mise ad ordinar meglio che poté il suo esercito, dolendosi di non aversi congionto con Caidu. Cublai era sopra un castel grande di legno pieno di balestrieri e arcieri, e nella sommità v'era alzata la real bandiera con l'imagine del sole e della luna; e questo castello era portato da quattro elefanti tutti coperti di cuori cotti fortissimi, e di sopra v'erano panni di seta e d'oro. Cublai ordinò il suo esercito in questo modo: di 30 schiere di cavalli, ch'ognuna avea 10 mila tutti arcieri, ne fece tre parti, e quelle dalla man sinistra e destra fece prolongare molto atorno l'esercito di Naiam; avanti ogni schiera di cavalli erano 500 uomini a piedi con lancie corte e spade, ammaestrati che, ogni fiata che mostravano di voler fuggire, costoro saltavan in groppa e fuggivan con loro, e fermati smontavano e ammazzavano con le lancie i cavalli de' nemici.
Preparati gli eserciti, si cominciò a udire il suon d'infiniti corni e altri varii instrumenti, e poi molti canti, che cosí è la consuetudine de' Tartari avanti che cominciano a combattere, e quando le nacchere e tamburi suonano vengono allora alle mani. Il gran Can fece prima cominciar a sonar le nacchere dalle parti destra e sinistra, e si cominciò una crudele e aspra battaglia, e l'aere fu immediate tutto pieno di saette che piovean da ogni canto, e vedevansi uomini e cavalli in terra cader morti in gran numero; e tanto era orribil il grido degli uomini e strepito dell'armi e cavalli, che rappresentava un estremo spavento a chi l'udiva. Tirate che ebbero le saette, vennero alle mani con le lancie e spade e con le mazze ferrate, e fu tanta la moltitudine degli uomini, e sopra tutto di cavalli, che restorno morti uno sopra l'altro, che una parte non poteva trapassare ov'era l'altra, e la fortuna stette indeterminata per longhissimo spazio di tempo dove l'avesse a dar la vittoria di questo conflitto, qual durò dalla mattina sino a mezogiorno, perchè la benevolenza delle genti di Naiam verso il lor signore, ch'era liberalissimo, ne fu causa, conciosiacosachè ostinatamente per amor suo volevano piú tosto morire che voltar le spalle. Pur alla fine, vedendosi Naiam circondato dall'esercito nemico, si mise in fuga, ma subito fu preso e condotto alla presenzia di Cublai, qual ordinò ch'ei fosse fatto morire cucito fra due tapeti, che fossino tanto alzati su e giú che 'l spirito gli uscisse del corpo: e la causa di tal sorte di morte fu acciochè il sole e l'aria non vedesse sparger il sangue imperiale. Le genti di Naiam che restorno vive vennero a dar obedienza e giurar fedeltà a Cublai, che furono di quattro nobil provincie, cioè Ciorza, Carli, Barscol e Sitingui.
Naiam, occultamente avendosi fatto battezzar, non volle però mai far l'opera di cristiano, ma in questa battaglia gli parve di voler portar il segno della croce sopra le sue bandiere, e avea nel suo esercito infiniti cristiani, li quali tutti furono morti. E vedendo dopo li giudei e saraceni che le bandiere della croce erano state vinte, si facevano beffe de' cristiani, dicendoli: "Vedete come le vostre bandiere e quelli che le hanno seguite sono stati trattati". E per questa derisione furono astretti i cristiani di farlo intender al gran Cane, qual, chiamati a sé li giudei e li saraceni, gli riprese aspramente dicendoli: "Se la croce di Cristo non ha giovato a Naiam, ragionevolmente e giustamente ha fatto, perchè lui era perfido e ribello al suo signore, e la croce non ha voluto aiutar simili uomini tristi e malvagi: e però guardatevi di mai piú aver ardimento di dire che 'l Dio de' cristiani sia ingiusto, perchè quello è somma bontà e somma giustizia".

Come, dopo ottenuta tal vittoria, il gran Can ritornò in Cambalú; e dell'onore ch'egli fa alle feste de' cristiani, giudei, macomettani e idolatri; e la ragione perchè dice che non si fa cristiano.
Cap.2.

Dopo ottenuta tal vittoria, il gran Can ritornò con gran pompa e trionfo nella città principal, detta Cambalú, e fu del mese di novembre, e quivi stette fin al mese di febraio e marzo, quando è la nostra Pasqua; dove, sapendo che questa era una delle nostre feste principali, fece venir a sé tutti i cristiani e volse che li portassero il libro dove sono li quattro Evangelii, al quale fattogli dar l'incenso molte volte con gran cerimonie, devotamente lo basciò, e il medesimo volse che facessero tutti i suoi baroni e signori ch'erano presenti. E questo modo sempre serva nelle feste principali de' cristiani, com'è la Pasqua e il Natale; il simil fa nelle principal feste di saraceni, giudei e idolatri. Ed essendo egli domandato della causa, disse: "Sono quattro profeti che son adorati e a' quali fa riverenza tutt'il mondo: li cristiani dicono il loro Dio essere stato Iesú Cristo, i saraceni Macometto, i giudei Moysè, gl'idolatri Sogomombar Can, qual fu il primo iddio degl'idoli; e io faccio onor e riverenza a tutti quattro, cioè a quello ch'è il maggior in cielo e piú vero, e quello prego che m'aiuti". Ma, per quello che dimostrava il gran Can, egli tien per la piú vera e miglior la fede cristiana, perchè dice ch'ella non comanda cosa che non sia piena d'ogni bontà e santità. E per niun modo vuol sopportare che li cristiani portino la croce avanti di loro, e questo perchè in quella fu flagellato e morto un tanto e cosí grand'uomo come fu Cristo.
Potrebbe dir alcuno: "Poi ch'egli tiene la fede di Cristo per la migliore, perchè non s'accosta a lei e fassi cristiano?" La causa è questa, secondo ch'egli disse a messer Nicolò e Maffio, quando li mandò ambasciatori al papa, i quali alle volte movevano qualche parola circa la fede di Cristo. Diceva egli: "In che modo volete voi che mi faccia cristiano? Voi vedete che li cristiani che sono in queste parti sono talmente ignoranti che non sanno cosa alcuna e niente possono, e vedete che questi idolatri fanno ciò che vogliono, e quando io seggo a mensa vengono a me le tazze che sono in mezo la sala, piene di vino o bevande e d'altre cose, senza ch'alcuno le tocchi, e bevo con quelle. Constringono andar il mal tempo verso qual parte vogliono e fanno molte cose maravigliose, e come sapete gl'idoli loro parlano e gli predicono tutto quello che vogliono. Ma se io mi converto alla fede di Cristo e mi faccia cristiano, allora i miei baroni e altre genti, quali non s'accostano alla fede di Cristo, mi direbbono: "Che causa v'ha mosso al battesimo e a tener la fede di Cristo? Che virtuti o che miracoli avete veduto di lui?' E dicono questi idolatri che quel che fanno lo fanno per santità e virtú degl'idoli; allora non saprei che rispondergli, tal che saria grandissimo errore tra loro e questi idolatri, che con l'arti e scienzie loro operano tali cose, mi potriano facilmente far morire. Ma voi andrete dal vostro pontefice, e da parte nostra lo pregherete che mi mandi cento uomini savii della vostra legge, che avanti questi idolatri abbino a riprovare quel che fanno, e dichinli che loro sanno e possono far tal cose ma non vogliono, perchè si fanno per arte diabolica e di cattivi spiriti, e talmente li constringano che non abbino potestà di far tal cose avanti di loro. Allora, quando vedremo questo, riprovaremo loro e la loro legge, e cosí mi battezzerò, e quando sarò battezzato tutti li miei baroni e grand'uomini si battezzeranno, e poi li subditi loro torranno il battesimo, e cosí saranno piú cristiani qui che non sono nelle parti vostre". E se dal papa, come è stato detto nel principio, fossero stati mandati uomini atti a predicarli la fede nostra, il detto gran Can s'avria fatto cristiano, perchè si sa di certo che n'avea grandissimo desiderio. Ma, ritornando al proposito nostro, diremo del merito e onore che egli dà a coloro che si portano valorosamente in battaglia.

Della sorte de' premii ch'egli dà a quelli che si portano bene in battaglia,
e delle tavole d'oro ch'egli dona.
Cap. 3.


Dovete adunque sapere che 'l gran Can ha dodici baroni savii, ch'hanno carico d'intendere e informarsi delle operazioni che fanno li capitani e soldati, particolarmente nelle imprese e battaglie ove si ritruovano, e quelle poi riferir al gran Can, qual, conoscendoli benemeriti, se sono capo di cent'uomini gli fa di mille, e dona molti vasi d'argento e tavole di commandamento e signoria. Imperochè quello che è capo di cento ha la tavola d'argento, e quello che è capo di mille ha la tavola d'oro overo d'argento indorato, e quello che è capo di diecimila ha la tavola d'oro con un capo di leone; e il peso di queste tavole è tale: di quelli che hanno il dominio di mille, sono ciascuna di peso di saggi cento e venti; e quella che ha il capo di leone è di peso di saggi dugento e venti. Sopra tal tavola è scritto un commandamento che dice cosí: "Per la forza e virtú del magno Iddio, e per la grazia che ha dato al nostro imperio, il nome del Can sia benedetto, e tutti quelli che non l'obediranno morino e siano destrutti". Tutti quelli ch'hanno queste tavole hanno ancora privilegii in scrittura di tutte quelle cose che far debbono e possono nel suo dominio. E quello che ha il dominio di centomila, overo sia capitano generale di qualche grand'esercito, ha una tavola d'oro di peso di saggi trecento con le parole sopradette, e sotto la tavola è scolpito un lione con le imagini del sole e della luna, e oltre di ciò ha il privilegio del gran comandamento che appare in questa nobil tavola. Ogni volta che cavalcano in publico gli viene portato un pallio sopra la testa, per mostrar la grand'auttorità e potere che hanno, e quando seggono deono sempre sedere sopra una catedra d'argento. E il gran Can dona ad alcuni baroni una tavola dove è scolpita la imagine del girifalco, e questi possono menare seco tutto l'esercito d'ogni gran principe per sua guardia; e può pigliar il cavallo del gran Can, volendolo, e il medesimo può pigliare i cavalli degli altri che siano di minor dignità.

Della forma e statura del gran Can, e delle quattro mogli principali ch'egli ha, e delle giovani che ogni anno fa eleggere nella provincia di Ungut, e del modo che le eleggono.
Cp. 4.


Chiamasi Cublai gran Can signor de' signori, il qual è di comune statura, cioè non è troppo grande né troppo picciolo, e ha le membra ben formate, che proporzionatamente si corrispondono. La faccia sua è bianca e alquanto rossa, risplendentemente a modo di rosa colorita, che 'l fa parer molto grazioso; gli occhi sono neri e belli, il naso ben fatto e profilato. Ha eziandio quattro donne signore, quali tiene di continuo per mogli legitime, e il primo figliuolo che nasce di quelle è successor dell'imperio dopo la morte del gran Can, e si chiamano imperatrici, e tengono corte regale da per sé. Né alcuna è di loro che non abbia trecento donzelle molto belle e molti donzelli e altri uomini castrati e donne, talmente che ciascuna di queste ha nella sua corte diecimila persone; e quando il gran Can vuol esser con una di queste tali, la fa venir alla sua corte, overo egli va alla corte di lei.
E ha oltre di ciò molte concubine; e dirovvi come è una provincia nella qual abitano Tartari che si chiaman Ungut, e la città similmente, le genti della qual sono bellissime e bianchissime, e il gran Can ogni due anni, secondo che lui vuole, manda alla detta provincia suoi ambasciatori, che li truovino delle piú belle donzelle, secondo la stima della bellezza che lui li commette, quattrocento, cinquecento, piú e manco secondo che li pare, le quali donzelle si stimano in questo modo. Giunti che sono gli ambasciatori, fanno venir a sé tutte le donzelle della provincia, e vi sono li stimatori a questo deputati, i quali, vedendo e considerando tutte le membra di ciascuna a parte a parte, cioè i capelli, il volto e le ciglia, la bocca, le labra e l'altre membra, che siano condecenti e conformi alla persona, e stimano alcune in caratti sedici, altre dicessette, diciotto, venti e piú e manco, secondo che sono piú e manco belle. E se 'l gran Can ha commesso che le conduchino della stima di caratti venti o ventuno, secondo il numero a loro ordinatoli quelle conducono. E giunte alla sua presenza le fa stimare di nuovo per altri stimatori, e di tutte ne fa eleggere per la sua camera trenta o quaranta che siano stimate piú caratti, e ne fa dare una a ciascuna delle moglie de' baroni, che nelle sue camere le debbano la notte diligentemente vedere, che non siano brutte sotto panni o difettose in alcun membro, e se dormono soavemente e non roncheggino, e se rendono buon fiato e soave, e che in alcuna parte non abbino cattivo odore. E quando sono state diligentemente esaminate si dividono a cinque a cinque, secondo che sono, e ciascuna parte dimora tre dí e tre notti nella camera del signore, per far ciascuna cosa che li sia necessaria; quali compiuti si cambiano e l'altra parte fa il simile, e cosí fanno fin che compino il numero di quante sono, e dopo ricominciano un'altra volta. Vero è che, mentre una parte dimora nella camera del signore, l'altre stanno in un'altra camera ivi propinqua, di modo che se il signore ha bisogno di qualche cosa estrinseca, come è bere e mangiare e altre cose, le donzelle che sono nella camera del signore comandano a quelle dell'altra camera che debbano apparecchiare, e quelle subito apparechiano, e cosí non si serve al signor per altre persone che per le donzelle. E l'altre donzelle che furono stimate manco caratti dimorano con l'altre del signore nel palagio, e gl'insegnano a cucire e tagliar guanti e far altri nobili lavori; e quando alcun gentiluomo ricerca moglie, il gran Can li dà una di quelle con grandissima dote, e a questo modo le marita tutte nobilmente.
E potrebbesi dire: non s'aggravano gli uomini della detta provincia che il gran Can li toglia le lor figliuole? Certamente no, anzi si reputano a gran grazia e onore e molto si rallegrano color che hanno belle figliuole che si degni d'accettarle, perchè dicono: "Se la mia figliuola è nata sotto buon pianeto e con buona ventura, il signor potrà meglio sodisfarla, e la mariterà nobilmente, la qual cosa io non sarei sufficiente a sodisfare". E se la figliuola non si porta bene overo non gl'intraviene bene, allora dice il padre: "Questo gli è intravenuto perchè il suo pianeto non era buono".

Del numero de' figliuoli del gran Can che ha delle quattro mogli, e di Cingis, ch'era il primogenito; de' quali ne fa re di diverse provincie, e li figliuoli delle concubine li fa signori.
Cap. 5.


Sappiate che 'l gran Can avea ventidue figliuoli maschi delle sue quattro mogli leggittime, il maggior de' quali era nominato Cingis, qual dovea essere gran Can e aver la signoria dell'imperio, e già vivendo il padre era stato confermato signore. Avvenne che egli mancò della presente vita, e di lui rimase un figliuolo nominato Themur, il qual dovea succeder nel dominio ed esser gran Can, perchè egli è figliuolo del primo figliuolo del gran Can, cioè di Cingis: e questo Themur è uomo pieno di bontà, savio e ardito, e ha riportato di molte vittorie in battaglia. Item il gran Can ancora ha dalle sue concubine venticinque figliuoli, i quali sono valenti nell'arme, perchè di continuo li fa esercitar nelle cose pertinenti alla guerra, e sono gran signori. E de' figliuoli ch'egli ha dalle quattro mogli sette sono re di gran provincie e regni, e tutti mantengono bene il suo regno, perchè sono savii e prudenti: e non può esser altrimenti, essendo nasciuti di tal padre, che è opinione firmissima che uomo di maggior valore non fosse mai in tutta la generazion de' Tartari.

Del grande e maraviglioso palagio del gran Can, appresso la città di Cambalú.
Cap. 6.


Ordinariamente il gran Can abita tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio e febraio, nella gran città detta Cambalú, qual è in capo della provincia del Cataio verso greco; e quivi è situato il suo gran palagio, appresso la città nuova nella parte verso mezodí, in questa forma. Prima è un circuito di muro quadro, e ciascuna facciata è longa miglia otto, attorno alle quali vi è una fossa profonda, e nel mezo di ciascuna facciata v'è una porta, per la quale intrano tutte le genti che da ogni parte quivi concorrono. Poi si truova il spazio d'un miglio a torno a torno, dove stanno i soldati, dopo il qual spazio si truova un altro circuito di muro di miglia sei per quadro, il qual ha tre porte nella facciata di mezogiorno e altre tre nella parte di tramontana; delle quali quella di mezo è maggiore, e sta sempre serrata e mai non s'apre, se non quando il gran Can vuol entrare o uscire, e l'altre due minori, che vi sono una da una banda e l'altra dall'altra, stanno sempre aperte, e per quelle entrano tutte le genti. E in ciascun cantone di questo muro e nel mezo di ciascuna delle facciate v'è un palagio bello e spacioso, talmente che atorno atorno il muro sono otto palagi, ne' quali si tengono le munizioni del gran Cane, cioè in ciascuno una sorte di fornimenti, come freni, selle, staffe e altre cose che s'appartengono all'apparecchio di cavalli; e in un altro archi, corde, turcassi, frezze e altre cose appartenenti al saettare; in un altro corazze, corsaletti e simili cose di cuoro cotto; e cosí degli altri. Intra questo circuito di muro è un altro circuito di muro, il qual è grossissimo, e la sua altezza è ben dieci passa, e tutti i merli sono bianchi; il muro è quadro e circuisce ben quattro miglia, cioè un miglio per ciascun quadro, e in questo terzo circuito sono sei porte, similmente ordinate come nel secondo circuito. Sonvi ancora otto palagi grandissimi, ordinati come nel secondo circuito predetto, ne' quali similmente si tengono i paramenti del gran Can. Fra l'uno e l'altro muro son arbori molto belli e prati ne' quali sono molte sorti di bestie, come cervi e bestie che fanno il muschio, caprioli, daini, vari e molte altre simili, di modo che fra le mura, in qualunque luogo dove si truova vacuo, vi conversano bestie. I prati hanno erba abondantemente, perchè tutte le strade sono saleggiate e sollevate piú alte della terra ben due cubiti, talmente che sopra quelle mai non si raguna fango né vi si ferma acqua di pioggia, ma discorrendo per i prati ingrassa la terra e fa crescer l'erba in abondanza.
E dentro a questo muro, che circuisce quattro miglia, è il palagio del gran Can, il qual è il piú gran palagio che fosse veduto giamai. Esso adunque confina con il predetto muro verso tramontana e verso mezodí, ed è vacuo, dove i baroni e i soldati vanno passeggiando. Il palagio adunque non ha solaro, ma ha il tetto overo coperchio altissimo; il pavimento dove è fondato è piú alto della terra dieci palmi, e a torno a torno vi è un muro di marmo ugual al pavimento, largo per due passa, e tra il muro è fondato il palagio, di sorte che tutto il muro fuor del palagio è quasi come un preambulo, pel quale si va a torno a torno passeggiando, dove possono gli uomini veder per le parti esteriori. E nell'estremità del muro di fuori è un bellissimo poggiolo con colonne, al quale si possono accostar gli uomini. Nelle mura delle sale e camere vi sono dragoni di scoltura indorati, soldati, uccelli e diverse maniere di bestie e istorie di guerre; la copritura è fatta in tal modo ch'altro non si vede ch'oro e pittura. In ciascun quadro del palagio è una gran scala di marmo, ch'ascende da terra sopra il detto muro di marmo che circonda il palagio, per la qual scala s'ascende nel palagio. La sala è tanto grande e larga che vi potria mangiar gran moltitudine d'uomini. Sono in esso palagio molte camere, che mirabil cosa è a vederle; esso è tanto ben ordinato e disposto, che si pensa che non si potria trovar uomo che lo sapesse meglio ordinare. La copertura di sopra è rossa, verde, azurra e pavonazza e di tutti i colori; vi sono vitreate nelle fenestre cosí ben fatte e cosí sottilmente che risplendono come cristallo, e sono quelle coperture cosí forti e salde che durano molti anni. Dalla parte di dietro del palagio sono case grandi, camere e sale, nelle quali sono le cose private del signore, cioè tutto il suo tesoro, oro, argento, pietre preziose e perle, e i suoi vasi d'oro e d'argento, dove stanno le sue donne e concubine, e dove egli fa fare le cose sue commode e opportune, a' quali luoghi altre genti non v'entrano. E dall'altra parte del circuito del palagio, a riscontro del palagio del gran Can, vi è fatto un altro simile in tutto a quel del gran Can, nel quale dimora Cingis, primo figliuolo del gran Can, e tien corte, osservando i modi e costumi e tutte le maniere del padre: e questo perciochè dopo la morte di quello è per aver il dominio.
Item appresso al palagio del gran Can, verso tramontana per un tiro di balestra, intra i circuiti delle mura è un monte di terra fatto a mano, la cui altezza è ben cento passa, e a torno a torno cinge ben per un miglio, il qual è tutto pieno e piantato di bellissimi arbori, che per tempo alcuno mai perdono le foglie e sono sempre verdi. E il signore, quand'alcuno li riferisse in qualche luogo essere qualche bell'arbore, lo fa cavare con tutte le radici e terra, e fosse quanto si volesse grande e grosso, che con gli elefanti lo fa portare a quel monte: e in questo modo vi sono bellissimi arbori sempre tutti verdi, e per questa causa si chiama Monte Verde, nella sommità del qual è un bellissimo palagio, ed è verde tutto, onde, riguardando il monte, il palagio e gli arbori, è una bellissima e stupenda cosa, perciochè rende una vista bella, allegra e dilettevole.
Item verso tramontana similmente nella città è una gran cava larga e profonda molto, ben ordinata, della cui terra fu fatto il detto monte; e un fiume non molto grande empie detta cava e fa a modo d'una peschiera, e quivi si vanno ad acquare le bestie. E dopo si parte il detto fiume, passando per un acquedutto appresso il monte predetto, ed empie un'altra cava molto grande e profonda, tra il palagio del gran Can e quello di Cingis suo figliuolo, della terra della quale fu similmente inalzato il detto monte. In queste cave overo peschiere sono molte sorti di pesci, de' qual il gran Can ha grand'abondanza quando vuole. E il fiume si parte dall'altra parte della cava e scorre fuori, ma è talmente ordinato e fabricato che nell'entrare e uscire vi sono poste alcune reti di rame e di ferro, che d'alcuna parte non può uscire il pesce. Vi sono ancora cigni e altri uccelli d'acqua, e da un palagio all'altro si passa per un ponte fatto sopra quell'acqua.
Detto è adunque del palagio del gran Can; ora si dirà della disposizione e condizione della città di Taidu.

Della nuova città di Taidu, fabricata appresso la città di Cambalú; degli ordini che s'osservano cosí nell'alloggiare gli ambasciatori come nell'andar di notte.
Cap. 7.


La città di Cambalú è posta sopra un gran fiume nella provincia del Cataio, e fu per il tempo passato molto nobile e regale; e questo nome di Cambalú vuol dire città del signore. E trovando il gran Can, per opinione degli astrologhi ch'ella dovea ribellarsi dal suo dominio, ne fece ivi appresso edificar un'altra, oltre il fiume, ove sono li detti palagi, di modo che niuna cosa è che la divida salvo che 'l fiume che indi discorre. La città adunque nuovamente edificata si chiama Taidu, e tutti li Cataini, cioè quelli che aveano origine dalla provincia del Cataio, li fece il gran Can uscir della vecchia città e venir ad abitar nella nuova, e quelli di che egli non si dubitava che avessero ad essere ribelli lasciò nella vecchia, perchè la nuova non era capace di tanta gente quanto abitava nella vecchia, la qual era molto grande; e nondimeno la nuova era della grandezza come al presente potrete intendere.
Questa nuova città ha di circuito ventiquattro miglia ed è quadra, di sorte che niun lato del quadro è maggiore o piú lungo dell'altro e ciascun è di sei miglia, ed è murata di mura di terra che sono grosse dalla parte di sotto circa dieci passa, ma dalli fondamenti in su si vanno minuendo, talmente che nella parte di sopra non sono piú di grossezza di tre passa, e a torno a torno sono merli bianchi. Tutta la città adunque è tirata per linea, imperochè le strade generali dall'una parte all'altra sono cosí dritte per linea che, s'alcuno montasse sopra il muro d'una porta e guardasse a drittura, può vedere la porta dall'altra banda a riscontro di quella. E per tutto, dai lati di ciascuna strada generale, sono stanze e botteghe di qualunque maniera, e tutti i terreni sopra li quali sono fatte le abitazioni per la città sono quadri e tirati per linea, e in ciascun terreno vi sono spaziosi e gran palagi, con sufficienti corti e giardini. E questi tali terreni sono dati a ciascun capo di casa, cioè il tale di tal progenie ebbe questo terreno, e il tale della tale ebbe quell'altro, e cosí di mano in mano. E circa ciascun terreno cosí quadro sono belle vie per le quali si cammina, e in questo modo tutta la città di dentro è disposta per quadro, com'è un tavoliero da scacchi, ed è cosí bella e maestrevolmente disposta che non saria possibile in alcun modo raccontarlo. Il muro della città ha dodici porte, cioè tre per ciascun quadro, e sopra ciascuna porta e cantone di quadro è un gran palagio molto bello, talmente che in ciascun quadro di muro sono cinque palagi, i quali hanno grandi e larghe sale, dove stanno l'armi di quelli che custodiscono la città, perchè ciascuna porta è custodita per mille uomini. Né credasi che tal cosa si faccia per paura di gente alcuna, ma solamente per onore ed eccellenza del signore; nondimeno, per il detto degli astrologhi, si ha non so che di sospetto della gente del Cataio. E in mezo della città è una gran campana, sopra un grande e alto palagio, la quale si suona di notte, acciò che dopo il terzo suono niun ardisca andare per la città, se non in caso di necessità per donna che partorisca o d'uomo infermo; e quelli che vanno per giusta causa deono portar lumi con esso loro.
Item fuor della città per ciascuna porta sono grandissimi borghi overo contrade, di modo che 'l borgo di ciascuna porta si tocca con li borghi delle porte dell'uno e l'altro lato, e durano per longhezza tre e quattro miglia, a tal che sono piú quelli che abitano ne' borghi che quelli che abitano nella città. E in ciascun borgo overo contrada, forse per un miglio lontano dalla città, sono molti fondachi e belli, ne' quali alloggiano i mercanti che vengono di qualunque luogo; e a ciascuna sorte di gente è diputato un fondaco, come si direbbe a' Lombardi uno, a' Tedeschi un altro e a' Francesi un altro. E vi sono femine da partito venticinquemila, computate quelle della città nuova e quelle de' borghi della città vecchia, le quali servono de' suoi corpi agli uomini per denari. E hanno un capitano generale, e per ciascun centenaio e ciascun migliaio vi è un capo, e tutti rispondono al generale; e la causa perchè queste femine hanno capitano è perchè, ogni volta che vengono ambasciatori al gran Can per cose e facende di esso signore, e che stanno alle spese di quello, le quali lor vengono fatte onoratissime, questo capitano è obligato di dare ogni notte a detti ambasciatori e a ciascuno della famiglia una femina da partito, e ogni notte si cambiano, e non hanno alcun prezzo, imperochè questo è il tributo che pagano al gran Can. Oltre di ciò, le guardie cavalcano sempre la notte per la città a trenta e a quaranta, cercando e investigando s'alcuna persona ad ora straordinaria, cioè dopo il terzo suono della campana, vada per la città: e trovandosi alcuno si prende e subito si pone in prigione, e la mattina gli officiali a ciò deputati l'esaminano, e trovandolo colpevole di qualche mensfatto li danno, secondo la qualità di quello, piú e manco battiture con un bastone, per le quali alcune volte ne periscono. E a questo modo sono puniti gli uomini de' loro delitti, e non vogliono tra loro sparger sangue, però che i loro bachsi, cioè sapienti astrologhi, dicono esser male a spargere il sangue umano.
Detto è adunque delle continenzie della città di Taidu; ora diremo come nella città i Cataini si volsero ribellare.

Del tradimento ordinato di far ribellar la città di Cambalú, e come gli auttori furono presi e morti.
Cap. 8.


Vera cosa è, come di sotto si dirà, che sono deputati dodici uomini, i quali hanno a disporre delle terre e reggimenti e di tutte l'altre cose come meglio lor pare. Tra' quali v'era un saraceno nominato Achmac, uomo sagace e valente, il qual oltre gli altri avea gran potere e auttorità appresso il gran Can, e il signore tanto l'amava ch'egli avea ogni libertà, imperochè, come fu trovato dopo la sua morte, esso Achmac talmente incantava il signor con suoi veneficii che 'l signore dava grandissima credenza e udienza a tutti i detti suoi, e cosí facea tutto quello che volea fare. Egli dava tutti i reggimenti e officii e puniva tutti i malfattori, e ogni volta ch'egli volea far morir alcuno ch'egli avesse in odio, o giustamente o ingiustamente, egli andava dal signore e dicevagli: "Il tale è degno di morte, perchè cosí ha offeso vostra Maestà". Allora diceva il signore: "Fa' quel che ti piace", ed egli subito lo facea morire. Per il che, vedendo gli uomini la piena libertà ch'egli avea, e che 'l signore al detto di costui dava sí piena fede che non ardivano di contradirli in cosa alcuna, non v'era alcuno cosí grande e di tant'auttorità che non lo temesse. E s'alcuno fosse per lui accusato a morte al signore e volesse scusarsi, non potea riprovare e usar le sue ragioni, perchè non avea con chi, conciosiachè niun ardiva di contradire ad esso Achmach: e a questo modo molti ne fece morire ingiustamente.
Oltre di questo non era alcuna bella donna che, volendola, egli non l'avesse alle sue voglie, togliendola per moglie s'ella non era maritata, overo altramente facendola consentire. E quando sapeva ch'alcuno aveva qualche bella figliuola, esso aveva i suoi ruffiani ch'andavano al padre della fanciulla dicendogli: "Che vuoi tu fare? Tu hai questa tua figliuola: dàlla per moglie al bailo, - cioè ad Achmach, perchè si diceva bailo come si diria vicario, - e faremo ch'egli ti darà il tal reggimento overo tal officio per tre anni". E cosí quello li dava la sua figliuola, e allora Achmach diceva al signore: "El vacua tal reggimento, overo si finisce il tal giorno; tal uomo è sufficiente a reggerlo"; e il signor li rispondeva: "Fa' quello che ti pare", onde l'investiva subito di tal reggimento. Per il che, parte per ambizione di reggimenti e officii, parte per esser temuto questo Achmach, tutte le belle donne o le toglieva per mogli o le avea a' suoi piaceri. Avea ancora figliuoli circa venticinque, i quali erano ne' maggiori officii, e alcuni di loro, sotto nome e coperta del padre, commettevano adulterio come il padre e facevano molt'altre cose nefande e scelerate. Questo Achmach avea ragunato molto tesoro, perchè ciascuno che volea qualche reggimento overo officio li mandava qualche gran presente.
Regnò adunque costui anni ventidue in questo dominio; finalmente gli uomini della terra, cioè i Cataini, vedendo le infinite ingiurie e nefande sceleratezze ch'egli fuor di misura commetteva, cosí nelle lor mogli come nelle lor proprie persone, non potendo per modo alcuno piú sostenere, deliberorno d'ammazzarlo e ribellare al dominio della città. E tra gli altri era un Cataino nominato Cenchu, che avea sotto di sé mille uomini, al qual il detto Achmach avea sforzata la madre, la figliuola e la moglie; dove che pien di sdegno parlò sopra la destruzione di costui con un altro Cataino nominato Vanchu, il qual era signore di diecimila, che dovessero far questo quando il gran Can sarà stato tre mesi in Cambalú, e poi si parte e va alla città di Xandú, dove sta similmente tre mesi, e similmente Cingis suo figliuolo si parte e va alli luoghi soliti, e questo Achmach rimane per custodia e guardia della città; e quando intraviene qualche caso esso manda a Xandú al gran Can, ed egli li manda la risposta della sua volontà. Questi Vanchu e Cenchu, avendo fatto questo consiglio insieme, volsero communicarlo con li Cataini maggiori della terra, e di comun consenso lo fecero intender in molte altre città e alli suoi amici, cioè che avendo deliberato in tal giorno far il tal effetto, che subito che vedranno i segni del fuoco debbino ammazzar tutti quelli che hanno barba, e far segno con il fuoco alle altre città che faccino il simile: e la cagion per la qual si dice che li barbuti sian ammazzati, è perchè i Cataini sono senza barba naturalmente, e li Tartari e saraceni e cristiani la portavano. E dovete sapere che tutti i Cataini odiavano il dominio del gran Can, perchè metteva sopra di loro rettori tartari e per lo piú saraceni, e loro non li potevano patire, parendoli d'essere come servi. E poi il gran Can non avea giuridicamente il dominio della provincia del Cataio, anzi l'avea acquistato per forza, e non confidandosi di loro dava a regger le terre a Tartari, saraceni e cristiani ch'erano della sua famiglia, a lui fideli, e non erano della provincia del Cataio.
Or li sopradetti Vanchu e Cenchu, stabilito il termine, entrarono nel palagio di notte, e Vanchu sentò sopra una sedia e fece accendere molte luminarie avanti di sé, e mandò un suo nuncio ad Achmach bailo, che abitava nella città vecchia, che da parte di Cingis figliuolo del gran Can, il quale or ora era gionto di notte, dovesse di subito venire a lui. Il che inteso, Achmach molto maravigliandosi andò subitamente, perchè molto lo temeva, ed entrando nella porta della città incontrò un Tartaro nominato Cogatai, il qual era capitano di docimila uomini co' quali continuamente custodiva la città, qual gli disse: "Dove andate cosí tardi?" "A Cingis, il qual or ora è venuto". Disse Cogatai: "Come è possibile che lui sia venuto cosí nascosamente ch'io non l'abbia saputo?", e seguitollo con certa quantità delle sue genti. Ora questi Cataini dicevano: "Pur che possiamo ammazzare Achmach, non abbiamo da dubitare d'altro". E subito che Achmach entrò nel palagio, vedendo tante luminarie accese, s'inginocchiò avanti Vanchu, credendo che 'l fosse Cingis, e Cenchu che era ivi apparecchiato con una spada li tagliò il capo. Il che vedendo Cogatai, che s'era fermato nell'entrata del palagio, disse: "Ci è tradimento", e subito saettando Vanchu che sedeva sopra la sedia l'ammazzò, e chiamando la sua gente prese Cenchu e mandò per la città un bando che, s'alcuno fosse trovato fuori di casa, fosse di subito morto.
I Cataini, vedendo che i Tartari aveano scoperta la cosa, e che non aveano capo alcuno, essendo questi due l'un morto l'altro preso, si riposero in casa, né poterono far alcun segno all'altre città che si ribellassero com'era stato ordinato. E Cogatai subito mandò i suoi nunzii al gran Can, dichiarandoli per ordine tutte le cose ch'erano intravenute, il quale li rimandò dicendo che lui dovesse diligentemente esaminarli, e secondo che loro meritassero per i loro mensfatti li dovesse punire. Venuta la mattina, Cogatai esaminò tutti i Cataini, e molti di loro distrusse e uccise che trovò esser de' principali nella congiura; e cosí fu fatto nell'altre città, poi che si seppe ch'erano partecipi di tal delitto. Poi che fu ritornato il gran Can a Cambalú, volse sapere la causa per la quale ciò era intravenuto, e trovò come questo maledetto Achmach, cosí lui come i suoi figliuoli, aveano commessi tanti mali e tanto enormi come di sopra s'è detto. E fu trovato che tra lui e sette suoi figliuoli (perchè tutti non erano cattivi) aveano prese infinite donne per mogli, eccettuando quelle ch'aveano avute per forza. Poi il gran Can fece condurre nella nuova città tutto il tesoro che Achmach avea ragunato nella città vecchia, e quello ripose con il suo tesoro: e fu trovato ch'era infinito. E volse che fosse cavato di sepoltura il corpo di Achmach e posto nella strada, acciò che fosse stracciato da' cani, e i figliuoli di quello che aveano seguitato il padre nelle male opere li fece scorticare vivi. E venendogli in memoria della maledetta setta di saraceni, per la qual ogni peccato gli vien fatto lecito e che possono uccidere qualunque non sia della sua legge, e che il maledetto Achmach con i suoi figliuoli non pensando per tal causa di far alcun peccato, la disprezzò molto ed ebbe in abominazione; chiamati a sé li saraceni gli vietò molte cose che la lor legge li comandava, imperochè li diede un comandamento ch'ei dovessero pigliar le mogli secondo la legge de' Tartari, e che non dovessero scannare le bestie come facevano per mangiar la carne, ma quelle dovessero tagliare pel ventre. E nel tempo ch'intravenne questa cosa messer Marco si trovava in quel luogo. Detto si è di questo; ora diremo come il gran Can mantiene e regge la sua corte.

Della guardia della persona del gran Can, ch'è di dodicimila persone.
Cap. 9.


Il gran Can, come a ciascun è manifesto, si fa custodire da dodicimila cavallieri, i quali si chiamano casitan, cioè soldati fideli del signore: e questo non fa per paura ch'egli abbia d'alcuna persona, ma per eccellenza. Questi dodicimila uomini hanno quattro capitani, ciascuno de' quali è capitano di tremila, e ciascun capitano con li suoi tremila dimora continuamente nel palagio tre dí e tre notti, e compiuto il suo termine si cambia un altro, e quando ciascun di loro ha custodito la sua volta ricominciano di nuovo la guardia. Il giorno certamente gli altri novemila non si partono di palagio, s'alcuno non andasse per facende del gran Can overo per cose a loro necessarie, mentre però che fossero lecite, e sempre con parola del loro capitano. E se fosse qualche caso grave, come se il padre o il fratello o qualche suo parente fosse in articulo di morte, overo li soprastesse qualche gran danno per il qual non potesse ritornar presto, bisogna dimandar licenza al signore. Ma la notte li novemila ben vanno a casa.

Del modo che 'l gran Can tien corte solenne e generale, e come siede a tavola con tutti i suoi baroni; e della credenza che è in mezo della sala, con li vasi d'oro da bere e altri pieni di latte di cavalle e camelle, e cerimonie che si fanno quando beve.
Cap. 10.


E quando il gran Can tiene una corte solenne, gli uomini seggono con tal ordine: la tavola del signor è posta avanti la sua sedia molto alta, e siede dalla banda di tramontana, talmente che volta la faccia verso mezodí; e appo lui siede la sua moglie dalla banda sinistra, e dalla banda destra, alquanto piú basso, seggono i suoi figliuoli e nepoti e parenti, e altri che sono congiunti di sangue, cioè quelli che discendono dalla progenie imperiale. Nondimeno Cingis, suo primo figliuolo, siede alquanto piú alto degli altri figliuoli. E i capi di questi stanno quasi uguali alli piedi del gran Can, e altri baroni e principi seggono ad altre tavole piú basse, e similmente è delle donne, imperochè tutte le mogli de' figliuoli del gran Can e parenti e nepoti seggono dalla banda sinistra piú a basso; dopo le mogli de' baroni e soldati ancora piú basse, di modo che ciascuna siede secondo il suo grado e dignità nel luogo a lui deputato e conveniente. E le tavole sono talmente ordinate che 'l gran Can, sedendo nella sua sedia, può veder tutti. Né crediate che tutti segghino a tavola, anzi la maggior parte de' soldati e baroni mangia in sala sopra tapedi, perchè non hanno tavole; e fuor della sala sta gran moltitudine d'uomini che vengono da diverse parti, con varii doni di cose strane e non solite a vedersi, e sonvi alcuni che hanno avuto qualche dominio e desiderano di riaverlo, e questi sogliono sempre venire in tali giorni che 'l tien corte bandita overo fa nozze. E nel mezo della sala dove il signor siede a tavola è un bellissimo artificio grande e ricco, fatto a modo d'un scrigno quadro, e ciascun quadro è di tre passa, sottilmente lavorato con bellissime scolture d'animali indorati, e nel mezo è incavato e vi è un grande e precioso vaso a modo d'un pittaro, di tenuta d'una botte, nel quale vi è il vino; e in ciascun cantone di questo scrigno è posto un vaso di tenuta d'un bigoncio, in uno de' quali è latte di cavalle e nell'altro di camelle, e cosí degli altri, secondo che sono diverse maniere di bevande. E in detto scrigno stanno tutti i vasi del signore, co' quali se li porge da bere, e sonvi alcuni d'oro bellissimi, che si chiamano vernique, le quali sono di tanta capacità che ciascuna, piena di vino overo d'altra bevanda, sarebbe a bastanza da bere per otto o dieci uomini; e a ogni due persone che seggono a tavola si pone una verniqua piena di vino con una obba, e le obbe sono fatte a modo di tazze d'oro che hanno il manico, con le quali cavano il vino dalla verniqua, e con quelle bevono, la qual cosa si fa cosí alle donne come alli uomini. E questo signor ha tanti vasi d'oro e d'argento e cosí preziosi che non si potrebbe credere. Item sono deputati alcuni baroni, i quali hanno a disporre alli luoghi loro debiti e convenevoli i forestieri che sopravengono, che non sanno i costumi della corte: e questi baroni vanno continuamente per la sala qua e là, ricercando da quelli che seggono a tavola se cosa alcuna lor manca, e se alcuni vi sono che vogliano vino o latte o carni o altro, gliene fanno subito portar dalli servitori.
A tutte le porte della sala, overo di qualunque luogo dove sia il signore, stanno due uomini grandi a guisa di giganti, uno da una parte l'altro dall'altra, con un bastone in mano: e questo perchè a niuno è lecito toccare la soglia della porta, ma bisogna che distenda il piede oltre, e se per aventura la tocca i detti guardiani li tolgono le vesti, e per riaverle bisogna che le riscuotino; e se non li togliono le vesti, li danno tante botte quante li sono deputate. Ma se sono forestieri che non sappino il bando, vi sono deputati alcuni baroni, che gl'introducono e ammoniscono del bando: e questo si fa perchè se si tocca la soglia si ha per cattivo augurio. Nell'uscire veramente della sala, perchè alcuni sono aggravati dal bere né potrebbono per modo alcuno guardarsi, non si ricerca tal bando. E quelli che fanno la credenza al gran Can e che gli ministrano il mangiare e bere sono molti, e tutti hanno fasciato il naso e la bocca con bellissimi veli overo fazzoletti di seta e d'oro, a questo effetto, acciò che il loro fiato non respiri sopra i cibi e sopra il vino del gran Can. E sempre, quando il signor vuol bere, subito che 'l donzello glielo appresenta si tira adietro per tre passa e inginocchiasi, e tutti i baroni e altre genti s'inginocchiano, e tutte le sorti d'instrumenti che ivi sono in grandissima quantità cominciano a sonare fin che lui beve, e quando ha bevuto cessano gl'instrumenti e le genti si levano; e sempre quando beve se gli fa questo onore e riverenza. Delle vivande non si dice, perchè ciascuno deve credere che vi siano in grandissima abondanza; e non è alcun barone che seco non meni la sua moglie, e mangiano con l'altre donne. E quando hanno mangiato e sono levate le tavole, vengono in sala molte genti, e tra l'altre gran moltitudine di buffoni e sonatori di diversi instrumenti e molte maniere d'esperimentatori, e tutti fanno gran sollazzi e feste avanti il gran Can, laonde tutti si rallegrano e consolansi. E quando tutto questo si è fatto, le genti si partono e ciascuno se ne torna a casa sua.

Della festa grande che si fa per tutto il dominio del gran Can alli ventotto di settembre, ch'è il giorno della sua natività, e come egli veste ben ventimila uomini.
Cap. 11.


Tutti li Tartari e quelli che sono subditi del gran Can fanno festa il giorno della natività d'esso signore, qual nacque alli ventotto della luna del mese di settembre; e in quel giorno si fa la maggior festa che si faccia in tutto l'anno, eccettuando il primo giorno del suo anno, nel qual si fa un'altra festa, come di sotto si dirà. Nel giorno adunque della sua natività, il gran Can si veste un nobil drappo d'oro, e ben circa ventimila baroni e soldati si vestono d'un colore e d'una maniera simile a quella del gran Can: non che siano drappi di tanto prezzo, ma sono d'un medesimo color d'oro e di seta, e insieme con la veste a tutti vien data una cintura di camoscia lavorata a fila d'oro e d'argento molto sottilmente, e un paro di calze, e ne sono alcune delle vesti che hanno pietre preziose e perle per la valuta piú che di mille bisanti d'oro, come sono quelle delli baroni che per fedeltà sono prossimi al signore, e si chiamano quiecitari; e queste tali veste sono deputate solamente in feste tredeci solenni, le quali fanno i Tartari con gran solennità secondo tredeci lune dell'anno, di maniera che, come sono vestiti e adornati cosí riccamente, paiono tutti re. E quando il signore si veste alcuna vesta, questi baroni similmente si vestono d'una del medesimo colore, ma quelle del signore sono di maggior valuta e piú preciosamente ornate; e dette vesti de' baroni di continuo sono apparecchiate: non che se ne facciano ogn'anno, anzi durano dieci anni, e piú e manco. E di qui si comprende la grand'eccellenza del gran Can, conciosiacosachè in tutt'il mondo non si troverà principe alcuno che possa far tante cose quanto egli fa.
In questo giorno della natività del detto signore tutti i Tartari del mondo e tutte le provincie e regni a lui sottoposti li mandano grandissimi doni, secondo che è l'usanza e l'ordine, e vengono assaissimi uomini con presenti, che pretendono impetrare grazia di qualche dominio: e il gran signore ordina alli dodici baroni sopra di ciò deputati che diano dominio e reggimento a questi tali uomini, secondo che a loro si conviene. E in questo giorno tutti i cristiani, idolatri e saraceni e tutte le sorti di genti pregano grandemente i loro iddii e idoli che salvino e custodiscano il loro signore, e a lui concedino longa vita, sanità e allegrezza. Tale e tanta è l'allegrezza in quel giorno della natività del signore.
Or, lasciando questa, diremo d'un'altra festa che si fa in capo dell'anno, chiamata la festa bianca.

Della festa bianca, che si fa il primo giorno di febraio, che è il principio del suo anno,
e la quantità de' presenti che li sono portati, e delle cerimonie che si fanno
a una tavola dove è scritto il nome del gran Can.
Cap. 12.


Certa cosa è che li Tartari cominciano l'anno del mese di febraio, e il gran Can e tutti quelli che a lui sono sottoposti per le lor contrade celebrano tal festa, nella qual è consuetudine che tutti si vestino di vesti bianche, perchè li pare che la vesta bianca significhi buon augurio: e però nel principio dell'anno si vestono di tal sorte vesti, acciò che tutto l'anno gl'intravenga bene e abbino allegrezza e solazzo. E in questo dí tutte le genti, provincie e regni che hanno terre e dominio del gran Can li mandano grandissimi doni d'oro e d'argento e molte pietre preziose e molti drappi bianchi, il che fanno loro acciò che il signore abbia tutto l'anno allegrezza e gaudio e tesoro a sufficienza da spendere; e similmente i baroni, principi e cavalieri e popoli si presentano l'un l'altro cose bianche per le sue terre, e abbracciansi l'un l'altro e fanno grand'allegrezza e festa, dicendosi l'un l'altro (come ancora si dice appresso di noi): "In questo anno vi sia in buon augurio, e v'intravenga bene ogni cosa che farete": e ciò fanno acciò che tutto l'anno le cose loro succedano prosperamente. Presentasi al gran Can in questo giorno gran quantità di cavalli bianchi molto belli, e se non sono bianchi per tutto sono almanco bianchi per la maggior parte; e trovansi in quei paesi assaissimi cavalli bianchi.
Adunque è consuetudine appresso di loro, nel far de' presenti al gran Cane, che tutte le provincie che lo possono fare osservino questo modo, che di ciascun presente nove volte nove presentano nove capi, cioè, se gli è una provincia che manda cavalli, presenta nove volte nove capi di cavalli, cioè ottantuno; se presenta oro, nove volte manda nove pezzi d'oro; se drappi, nove volte nove pezze di drappi; e cosí di tutte l'altre cose, di sorte che alle volte averà per questo conto centomila cavalli. Item in quel giorno vengono tutti gli elefanti del signore, che sono da cinquemila, coperti di drappi artificiosamente e riccamente lavorati d'oro e di seta, con uccelli e bestie intessuti, e ciascuno ha sopra le spalle due scrigni, pieni di vasi e fornimenti per quella corte. Vengono dopo molti camelli coperti di drappo di seta, carichi delle cose per la corte necessarie, e tutti cosí adornati passano avanti al gran signore, il che è bellissima cosa a vedere.
E la mattina di questa festa, prima che apparecchino le tavole tutti i re, duchi, marchesi, conti, baroni e cavalieri, astrologhi, medici e falconieri, e molti altri che hanno officii, e rettori delle genti, delle terre e delli eserciti entrano nella sala principale avanti il gran signore, e quelli che non vi possono stare stanno fuor del palagio, in tal luogo che 'l signor li vede benissimo. E tutti sono ordinati in questo modo: primieramente sono i suoi figliuoli e nepoti e tutti della progenie imperiale; dopo questi sono i re, dopo i re i duchi, e dapoi tutti gli ordini, un dopo l'altro, come è conveniente. E quando tutti sono posti alli luoghi debiti, allora un grande uomo, come sarebbe a dire un gran prelato, levandosi dice ad alta voce: "Inchinatevi e adorate", e subito tutti s'inchinano e abbassano la fronte verso la terra. Allora dice il prelato: "Dio salvi e custodisca il nostro signore per longo tempo con allegrezza e letizia", e tutti rispondono: "Iddio lo faccia". E dice un'altra volta il prelato: "Dio accresca e moltiplichi l'imperio suo di bene in meglio, e conservi tutta la gente a lui sottoposta in tranquilla pace e buona volontà, e in tutte le sue terre succedino tutte le cose prospere", e tutti rispondono: "Iddio lo faccia". E in questo modo adorano quattro volte. Fatto questo, detto prelato va ad un altare che ivi è, riccamente adornato, sopra il qual è una tavola rossa nella qual è scritto il nome del gran Can, e vi è il turibolo con l'incenso, e il prelato in vece di tutti incensa quella tavola e l'altare con gran riverenza, e allora tutti riveriscono grandemente la detta tavola dell'altare. Il che fatto, tutti ritornano alli luoghi loro, e allora si presentano i doni che abbiamo detto; e quando sono fatti i presenti e che il gran signore ha veduto ogni cosa, s'apparecchiano le tavole e le genti seggono a tavola, al modo e ordine detto negli altri capitoli, cosí le donne come gli uomini. E quando hanno mangiato vengono li musici e buffoni alla corte, solazzando, come di sopra s'è detto, e si mena alla presenza del signore un leone, ch'è tanto mansueto che subito si pone a giacer alli piedi di quello; e quando tutto ciò è fatto, ognun va a casa sua.

Della quantità degli animali del gran Can, che fa pigliar il mese di dicembre,
gennaio e febraio e portar alla corte.
Cap. 13.


Mentre il gran Can dimora nella città del Cataio tre mesi, cioè dicembre, gennaio e febraio, ne' quali è il gran freddo, ha ordinato per il spazio di quaranta giornate, atorno atorno il luogo dove egli è, che tutte le genti debbano andare a caccia, e li rettori delle terre debbino mandare alla corte tutte le bestie grosse, cioè cingiali, cervi, daini, caprioli, orsi. E tengono questo modo in prenderle: ciascun signore della provincia fa venire con esso lui tutti i cacciatori del paese, e vanno ovunque si siano le bestie serrandole a torno, e quelle con li cani e il piú con le freccie uccidono, e a quelle bestie che vogliono mandare al signore fanno cavar l'interiora, e poi le mandano sopra carri. E ciò fanno quelli che sono lontani trenta giornate in grandissima quantità; quelli veramente che sono distanti quaranta giornate, per essere troppo lontani, non mandano le carni, ma solamente le pelli acconcie e altre che non sono acconcie, acciò che il signor possa far fare le cose necessarie, cioè per conto dell'arme ed eserciti.

Delli leopardi, lupi cervieri e leoni assuefatti a pigliar degli animali,
e dell'aquile che pigliano lupi.
Cap. 14.


Il gran Can ha molti leopardi e lupi cervieri usati alla caccia, che prendono le bestie, e similmente molti leoni che sono maggiori de' leoni di Babilonia, e hanno bel pelo e bel colore, perchè sono vergati per il longo di verghe bianche, nere e rosse, e sono abili a prender cinghiali, buoi e asini salvatici, orsi e cervi e caprioli e molte altre fiere: ed è cosa molto maravigliosa a vedere, quando un leone prende simili animali, con quanta ferocità e prestezza fa questo effetto; quali leoni il signor fa portar nelle gabbie sopra i carri, e con quelli un cagnolino con il qual si domesticano. E la cagione perchè si conduchino nelle gabbie è perchè sarebbono troppo furiosi e rabbiosi nel correre alle bestie né si potriano tenere, e bisogna che li siano menati a contrario di vento, perchè, se le bestie sentissero l'odor di quelli, subito fuggirebbono e non gli aspettarebbono. Ha il gran Can ancora aquile atte a prender lupi, volpi, caprioli e daini: e di quelli ne prendono molti; ma quelle che sono assuefatte a prendere lupi sono grandissime e di gran forza, imperochè non è lupo cosí grande che da quelle possa campare che non sia preso.

Di due fratelli che sono capitani della caccia del gran Can, con diecimila uomini
per uno e con cinquemila cani.
Cap. 15.


Il gran signore ha due fratelli, che sono germani fratelli, uno de' quali si chiama Bayan e l'altro Mingan, e chiamansi ciuici in lingua tartaresca, cioè signori della caccia, e tengono i cani da caccia e da paisa, da lepori e mastini; e ciascun di questi fratelli ha diecimila uomini sotto di sé, e gli uomini che sono sottoposti ad uno di questi vanno vestiti di rosso, e li sottoposti all'altro di turchino celeste: e ogni volta che vanno alla caccia portano queste vesti, e menano seco cani segusii, levrieri e mastini sino al numero di cinquemila, perchè sono pochi che non abbino cani. E sempre uno di questi fratelli con li suoi diecimila va alla destra del signore, e l'altro alla sinistra con li suoi diecimila, e vanno l'un appresso all'altro con le schiere in ordinanza, sí che occupano ben una giornata di paese: per il che non vi è bestia che da loro non sia presa. Ed è una bella cosa e molto dilettevole a veder il modo de' cacciatori e de' cani, imperochè, mentre ch'il gran Can va in mezo cacciando, si veggono questi cani seguitar cervi, orsi e altre bestie da ogni banda. E questi due fratelli sono obligati per patto dare alla corte del gran Can ogni giorno, cominciando del mese d'ottobre sino per tutto il mese di marzo, mille capi tra bestie e uccelli, eccettuando quaglie, e ancora pesci, secondo che meglio possono, computando tanta quantità di pesce per un capo quanto potrebbono tre persone sufficientemente mangiare ad un pasto.

Del modo che va il gran Can a veder volare li suoi girifalchi e falconi, e delli falconieri; e della sorte de' padiglioni, che sono fodrati d'armellini e zibellini.
Cap. 16.

Quando il gran signore è stato tre mesi nella sopradetta città, cioè dicembre, gennaio e febraio, indi partendosi il mese di marzo va verso greco al mare Oceano, il quale da lí è discosto per due giornate; e con lui cavalcano ben diecimila falconieri, i quali portano con loro gran moltitudine di girifalchi, falconi pellegrini e sacri e gran quantità d'astori, per conto d'uccellare per le riviere. Ma non crediate che il gran Can li ritenga seco in un medesimo luogo, anzi si dividono in molte parti, cioè in cento e dugento e piú per parte, i quali vanno uccellando: e la maggior parte della loro cacciagione portano al gran signore, il qual, quando va ad uccellare con li suoi girifalchi e altri uccelli, ha ben seco diecimila persone, che si chiamano toscaol, cioè uomini che stanno alla custodia, perchè sono deputati tutti a due a due, qua e là per qualche spazio, una parte discosta dall'altra, talmente che occupano gran parte del paese, e ciascuno ha un richiamo e un cappelletto per chiamare e tenere gli uccelli. E quando il gran signor comanda che si gettino gli uccelli, non accade che quelli che li gettano abbino a seguitarli, perchè li sopradetti guardiani cosí bene li custodiscono che non volano in parte alcuna che non siano presi, e se bisogna soccorrerli subito li guardiani gli soccorrono. E tutti gli uccelli del gran Can e degli altri baroni hanno una picciola tavoletta d'argento legata alli piedi, nella quale è scritto il nome di colui di chi è l'uccello e chi l'ha in governo: e per questo modo, subito che l'uccello è preso, si conosce immediate di chi egli è e ritornasegli, e se non si sa, overo perchè quello che l'ha preso non lo conosce personalmente, ancor che sappia il nome, allora si porta a un barone nominato bulangazi, che vuol dire custode delle cose delle quali non appare il padrone. Perchè, se si trovasse alcun cavallo overo spada over uccello o qualch'altra cosa, e non fosse denunciata di chi si sia, subito si porta al detto barone, il quale lo toglie e lo fa custodire diligentemente: e s'alcuno truova qualche cosa che sia persa e non la porti al barone, è riputato ladro. E tutti quelli che perdono cosa alcuna vanno da questo barone, il qual gli fa restituire le cose perdute; e questo barone sempre dimora in luogo piú alto di tutto l'esercito con la sua bandiera a questo effetto, acciò che quelli che hanno perso le loro cose lo possino veder chiaramente tra gli altri. E in questo modo non si perde cosa alcuna che non si possa recuperare.
Oltre di ciò, quando il gran Can va a questa via appresso al mare Oceano, allora si veggono molte cose belle in prendere gli uccelli, di modo che non è sollazzo al mondo che a questo possa aguagliarsi. E il gran Can sempre va sopra due elefanti, overo uno, specialmente quando va ad uccellare, per la strettezza de' passi che si truovano in alcuni luoghi, imperochè meglio passano due over uno che molti; ma nell'altre sue faccende va sopra quattro, e sopra quelli v'è una camera di legno nobilmente lavorata, e dentro tutta coperta di panni d'oro e di fuori coperta di cuori di leoni, nella qual dimora continuamente il gran Can quando va ad uccellare, per essere molestato dalle gotte. E tiene nella detta camera dodici de' migliori girifalchi ch'egli abbia, con dodici baroni suoi favoriti per sua compagnia e solazzo. E gli altri che cavalcano d'intorno fanno intendere al signor che passano le grue o altri uccelli, ed egli fa levar il coperchio di sopra della camera e, vedute le grue, comanda che si lascino volare li girifalchi, li quali prendono le grue combattendo con quelle per gran spazio di tempo, vedendo il signore e stando nel letto, con grandissimo suo solazzo e consolazione, e cosí di tutti gli altri baroni e cavallieri che cavalcano d'intorno.
E quando ha uccellato per alquante ore, se ne viene ad un luogo chiamato Caczarmodin, dove sono le trabacche e i padiglioni de suoi figliuoli e d'altri baroni, cavallieri e falconieri, che passano diecimila, molto belli. Il padiglione veramente del signore, nel quale tiene la sua corte, è tanto grande e amplo che sotto vi stanno diecimila soldati, oltre li baroni e altri signori; ha la porta verso mezodí, e v'è ancora un'altra tenda verso levante, a questa congiunta, dove è una gran sala dove stanzia il signore con alcuni suoi baroni, e quando vuol parlare ad alcuno lo fa entrare in quella. Dopo la detta sala è una camera grande, molto bella, nella qual dorme. Sonvi molte altre tende e camere, ma non sono insieme congiunte con le grandi. E tutte le sopradette camere e sale sono ordinate in questo modo, che ciascuna ha tre colonne di legno intagliate con grandissimo artificio e indorate. E detti padiglioni e tende di fuori sono coperte di pelli di leoni, e vergate di verghe bianche, nere e rosse, e cosí ben ordinate che né vento né pioggia li può nuocere; e dalla parte di dentro sono fodrate e coperte di pelli armelline e zibelline, che sono le pelli di maggior valuta di qualunque altra pelle, perchè la pelle zibellina, s'ella è tanta che sia a bastanza per un paro di veste, vale duemila bisanti d'oro s'ella è perfetta, ma s'ella è commune ne vale mille; e li Tartari la chiamano regina delle pelli, e gli animali si chiamano rondes, della grandezza d'una fuina. E di queste due sorti di pelle le sale del signor sono cosí maestrevolmente ordinate, in varie divisioni, che è una cosa mirabile a vedere; e la camera dove dorme, che è congiunta alle due sale, è similmente dalla parte di fuori coperta di pelli di leoni, e di dentro di pelli zibelline e armelline divisate; e le corde che tengono le tende delle sale e camere sono tutte di seta. E atorno queste sono tutte l'altre tende delle mogli del signore, molto ricche e belle, le quali hanno girifalchi, falconi e altri uccelli e bestie, e vanno ancora loro a piacere.
E sappiate per certo che in questo campo è tanta moltitudine di gente che gli è cosa incredibile, e a ciascuno pare essere nella miglior città che sia in queste parti, perchè ivi sono genti di tutto il dominio, e con il signor vi è tutta la sua famiglia, cioè medici, astronomi, falconieri e tutti gli altri che hanno diversi officii. E sta in questo luogo fino alla prima vigilia della nostra Pasqua, nel qual spazio di tempo non cessa d'andare continuamente appresso alli laghi e riviere, uccellando e prendendo grue e cigni, argironi e molti altri uccelli; le sue genti ancora, che sono sparse per molti luoghi, li portano molte cacciagioni. In questo tempo adunque sta in tanto solazzo e allegrezza che niuno lo potria credere che non lo vedesse, però che la sua eccellenza e grandezza è molto maggiore di quello che a noi saria possibile d'esprimere.
Un'altra cosa è ancora ordinata, che niuno mercatante o artifice o villano abbia ardire di ritenere astore, falcone over altro uccello che sia atto ad uccellare, né cane da caccia, per tutto il dominio del gran Can; e niuno barone o cavalier od altro nobile qualsivoglia ardisce di cacciare o uccellare circa il luogo dove dimora il gran Can, d'alcuna parte per cinque giornate e d'alcuna parte per dieci e d'alcuna altra per quindeci, se 'l non è scritto sotto il capitano de' falconieri, overo abbia privilegio sopra queste cose, ma ben fuor de' confini determinati. Item per tutte le terre le quali signoreggia il gran Cane niuno re overo barone o altro uomo ardisce di pigliare lepori, caprioli, daini o cervi e simili bestie e uccelli grossi dal mese di marzo fino al mese d'ottobrio, acciò che creschino e moltiplichino: e chi contrafacesse verrebbe punito. E per questa causa moltiplicano gli animali e uccelli in grandissima quantità. E poi il gran Can se ne ritorna alla città di Cambalú, per quella medesima via che ei fu alla campagna, uccellando e cacciando.

Della moltitudine delle genti che di continuo vanno e vengono alla città di Cambalú,
e mercanzie di diverse sorti.
Cap. 17.

Giunto il gran Can nella città, tien la sua corte grande e ricca per tre giorni, e fa festa e grandissima allegrezza con tutta la sua gente ch'è stata seco; e la solennità ch'egli fa in questi tre giorni è cosa mirabile a vedere.
Ed evvi tanta moltitudine di gente e di case nella città e di fuori (perchè vi sono tanti borghi come porte, che sono dodici, molto grandi) che niuno potria comprendere il numero, però che sono piú genti ne' borghi che nella città. E in questi borghi stanno e alloggiano li mercanti, e altri uomini che vanno là per sue faccende, i quali sono molti, per causa della residenzia del signore: e dovunque egli tiene la sua corte, là vengono le genti da ogni banda, per diverse cagioni. E ne' borghi sono belle case e palagi come nella città, eccettuando il palagio del gran Can. E niuno che muore è sepelito nella città, ma s'egli è idolatro è portato al luogo dove si deve abbruciare, il qual è fuor di tutti i borghi; e parimente niun maleficio si fa nella città, ma solamente fuor de' borghi. Item niuna meretrice (salvo se non è secreta), come altre volte s'è detto, ha ardimento di star nella città, ma abitano tutte ne' borghi, e passano venticinquemila, che servono gli uomini per denari: nondimeno tutte sono necessarie, per la gran moltitudine de' mercanti e altri forestieri che là vanno e vengono di continuo per la corte. Item a questa città si portano le piú care cose e di maggior valuta che siano in tutt'il mondo, però che primamente dall'India si portano pietre preciose e perle e tutte le speciarie; item tutte le cose di valuta della provincia del Cataio e che sono in tutte l'altre provincie, e questo per la moltitudine della gente che quivi dimora di continuo per causa della corte: e quivi si vendono piú mercanzie che in alcun'altra città, perchè ogni giorno v'entrano piú di mille fra carrette e some di seta, e si lavorano panni d'oro e di seta in grandissima quantità. E intorno a questa città vi sono infinite castella e altre città, le genti delle quali vivono per la maggior parte, quando la corte è quivi, vendendo le cose necessarie alla città e comprando quelle che a loro fa di bisogno.

Della sorte della moneta di carta che fa fare il gran Can, qual corre per tutto il suo dominio.
Cap. 18.

In questa città di Cambalú è la zecca del gran Can, il quale veramente ha l'alchimia, però che fa fare la moneta in questo modo: egli fa pigliar i scorzi degli arbori mori, le foglie de' quali mangiano i vermicelli che producono la seta, e tolgono quelle scorze sottili che sono tra la scorza grossa e il fusto dell'arbore, e le tritano e pestano, e poi con colla le riducono in forma di carta bambagina, e tutte sono nere; e quando son fatte le fa tagliare in parti grandi e picciole, e sono forme di moneta quadra, e piú longhe che larghe. Ne fa adunque fare una picciola che vale un denaro d'un picciolo tornese, e l'altra d'un grosso d'argento veneziano; un'altra è di valuta di due grossi, un'altra di cinque, di dieci, e altra d'un bisante, altra di due, altra di tre, e cosí si procede sin al numero di dieci bisanti. E tutte queste carte overo monete sono fatte con tant'auttorità e solennità come s'elle fossero d'oro o d'argento puro, perchè in ciascuna moneta molti officiali che a questo sono deputati vi scrivono il loro nome, ponendovi ciascuno il suo segno; e quando del tutto è fatta com'ella dee essere, il capo di quelli per il signor deputato imbratta di cinaprio la bolla concessagli e l'impronta sopra la moneta, sí che la forma della bolla tinta nel cinaprio vi rimane impressa: e allora quella moneta è auttentica, e s'alcuno la falsificasse sarebbe punito dell'ultimo supplicio. E di queste carte overo monete ne fa far gran quantità, e le fa spendere per tutte le provincie e regni suoi, né alcuno le può rifiutare, sotto pena della vita; e tutti quegli che sono sottoposti al suo imperio le tolgono molto volentieri in pagamento, perchè dovunque vanno con quelle fanno i loro pagamenti di qualunque mercanzia di perle, pietre preciose, oro e argento, e tutte queste cose possono trovare col pagamento di quelle. E piú volte l'anno vengono insieme molti mercanti con perle e pietre preciose, con oro e argento e con panni d'oro e di seta, e il tutto presentano al gran signore, qual fa chiamare dodici savii, eletti sopra di queste cose e molto discreti ad esercitar quest'officio, e li comanda che debbano tansar molto diligentemente le cose che hanno portato li mercanti, e per la valuta le debbano far pagare. Essi, stimate che l'hanno secondo la lor conscienzia, immediate con vantaggio le fanno pagare con quelle carte, e li mercanti le tolgono volentieri, perchè con quelle (come s'è detto) fanno ciascun pagamento; e se sono di qualche regione ove queste carte non si spendono, l'investono in altre mercanzie buone per le lor terre. E ogni volta ch'alcuno averà di queste carte che si guastino per la troppa vecchiezza, le portano alla zecca, e gliene son date altretante nuove, perdendo solamente tre per cento. Item, s'alcuno vuol avere oro o argento per far vasi o cinture o altri lavori, va alla zecca del signore, e in pagamento dell'oro e dell'argento li porta queste carte; e tutti li suoi eserciti vengono pagati con questa sorte di moneta, della qual loro si vagliono come s'ella fosse d'oro o d'argento: e per questa causa si può certamente affermare che il gran Can ha piú tesoro ch'alcun altro signor del mondo.

De' dodici baroni deputati sopra gli eserciti, e di dodici altri deputati
sopra la provisione de l'altre universali facende.
Cap. 19.

Il gran Can elegge dodici grandi e potenti baroni (come di sopra s'è detto) sopra qualunque deliberazione che si fa degli eserciti, cioè di mutarli dal luogo dove sono e mutare i capitani, overo mandargli dove veggono esser necessario, e di quella quantità di gente che 'l bisogno ricerca, e piú e manco, secondo l'importanza della guerra. Oltre di ciò, hanno a far la scelta de' valenti e franchi combattenti da quelli che sono vili e abietti, esaltandoli a maggior grado, e per il contrario deprimendo quelli che sono da poco e paurosi. E s'alcuno è capitano di mille, e abbisi portato vilmente in qualche fazione, i baroni predetti, reputandolo indegno di quella capitaneria, lo disgradano e abbassano al capitaneato di cento; ma se nobilmente e francamente si sarà portato, riputandolo sofficiente e degno di maggior grado, lo fanno capitano di diecimila: ogni cosa però facendo con saputa del gran signore, però che, quando vogliono deprimere e abbassare alcuno, dicono al signore: "Il tale è indegno di tal onore", ed egli allora risponde: "Sia depresso e fatto di grado inferiore", e cosí è fatto. Ma se vogliono esaltare alcuno, cosí ricercando i meriti suoi, dicono: "Il tal capitano di mille è degno e sofficiente d'esser capitano di diecimila", e il signor lo conferma, e dàlli la tavola del comandamento a tal signoria convenevole, come di sopra s'è detto, e appresso gli fa dare grandissimi presenti, per inanimire gli altri a farsi valenti.
La signoria adunque de' detti dodici baroni si chiama thai, che tanto è a dire come corte maggiore, perchè non hanno signor alcun sopra di sé salvo che 'l gran Can; e oltre i sopradetti son constituiti dodici altri baroni sopra tutte le cose che sono necessarie a trentaquattro provincie, quali hanno nella città di Cambalú un bel palagio e grande, con molte camere e sale. E ciascuna provincia ha un giudice e molti notari, che stanziano in detto palagio separatamente, e quivi fanno ogni cosa necessaria alla sua provincia, secondo la volontà e comandamento de' detti dodici baroni. Questi hanno auttorità d'eleggere signori e rettori di tutte le provincie di sopra nominate, e quando hanno eletto quelli che li paiono sofficienti lo fanno sapere al gran Can, ed egli li conferma e dàlli le tavole d'argento o d'oro, secondo che li pare a ciascuno esser conveniente. Hanno ancora questi a provedere sopra le esazioni de' tributi e intrate, e circa il governo e dispensazione di quelle, e sopra tutte l'altre faccende del gran Can, eccetto che sopra gli eserciti. E l'officio overo signoria loro chiamasi singh, che vuol dire quanto seconda maggior corte, perchè similmente non hanno sopra di loro signore, eccetto che 'l gran Can. L'una e l'altra adunque delle dette corti, cioè di singh e di thai, non hanno alcun signore sopra di loro, eccetto che 'l gran Can; nondimeno thai, cioè la corte deputata alla disposizione degli eserciti, è riputata piú nobile e piú degna di qualunque altra signoria.

De' luoghi deputati sopra tutte le strade maestre, dove tengono cavalli per correre le poste, e de' corrieri che vanno a piedi, e del modo ch'ei tiene a mantenere tutta la spesa delle dette poste.
Cap. 20.

Uscendo della città di Cambalú, vi sono molte strade e vie per le quali si va a diverse provincie, e in ciascuna strada, dico di quelle che sono le piú principali e maestre, sempre, in capo di venticinque miglia o trenta, e piú e manco secondo le distanzie delle città, si truovano alloggiamenti che nella lor lingua si chiamano lamb, che nella nostra vuol dire poste di cavalli, dove sono palagi grandi e belli, che hanno bellissime camere con letti forniti e paramenti di seta e tutte le cose condecenti a' gran baroni. E in ciascuna di simil poste potrebbe un gran re onoratamente alloggiare, e gli vien provisto del tutto per le città o castelli vicini, e ad alcuni la corte vi provede. Quivi sono di continuo apparecchiati quattrocento buoni cavalli, e acciochè tutti li nunzii e ambasciatori che vanno per le faccende del gran Can possino dismontare quivi e, lasciati i cavalli stracchi, pigliarne di freschi.
Ne' luoghi veramente fuor di strada e montuosi, dove non sono villaggi e che le città siano lontane, il gran Can ha ordinato che vi siano fatte le poste, overo palagi similmente forniti di tutti gli apparecchi, cioè di cavalli quattrocento per posta e di tutte l'altre cose necessarie come le sopradette, e vi manda genti che v'abitano e lavorino le terre e servino a esse poste. E vi si fanno di gran villaggi, e cosí gli ambasciatori e nuncii del gran Can vanno e vengono per tutte le provincie e regni e altre parti sottoposte al suo dominio con gran commodità e facilità: e questa è la maggior eccellenza e altezza che già mai avesse alcun imperatore o re over altro uomo terreno, perchè piú di dugentomila cavalli stanno in queste poste per le sue provincie, e piú di diecimila palagi forniti di cosí ricchi apparecchi. E questo è sí mirabil cosa e di tanta valuta che a pena si potrebbe dire o scrivere. E s'alcuno dubitasse come siano tante genti a far tante facende e onde vivono, si risponde che tutti gl'idolatri e similmente saraceni tolgono ciascuno sei, otto o dieci mogli, pur che gli possino far le spese, e generano infiniti figliuoli: e saranno molti uomini, de' quali ciascuno averà piú di trenta figliuoli, e tutti armati lo seguitano, e questo per causa delle molte mogli. Ma appresso di noi non s'ha se non una moglie, e se quella sarà sterile l'uomo finirà la sua vita con lei, né genera alcun figliuolo: e però non abbiamo tante genti come loro. E circa le vettovaglie, n'hanno a bastanza, perchè usano per la maggior parte risi, panizzo e miglio, spezialmente Tartari, Cataini e della provincia di Mangi, e queste tre semenze, nelle loro terre, per ciascun staro ne rendono cento. Non usano pane queste genti, ma solamente cuocono queste tre sorti di biade col latte, overo carni, e mangiano quelle; e il frumento appresso di loro non moltiplica cosí, ma quello che ricogliono mangiano solamente in lasagne e altre vivande di pasta. Appresso di loro non vi resta terra vacua che si possa lavorare, e i lor animali senza fine crescono e moltiplicano, e quando vanno in campo non è alcuno che non meni seco sei, otto e piú cavalli per la persona sua, onde si può chiaramente comprendere per che causa in quelle parti sia cosí gran moltitudine di genti, e che abbino da vivere cosí abbondantemente.
Item fra il spazio di ciascuna delle sopradette poste è ordinato un casale ogni tre miglia, nel qual possono essere circa quaranta case, e piú e manco secondo che i casali sono grandi, dove stanno corrieri a piedi, i quali similmente sono nunzii del gran Can. Costoro portano intorno cinture piene di sonagli, acciochè siano uditi dalla lunga, perchè corrono solamente tre miglia, cioè dalla sua posta ad un'altra; odendosi il strepito de' sonagli, subitamente s'apparecchia un altro, e giunto piglia le lettere e corre fino all'altra posta, e cosí di luogo in luogo, di sorte che il gran Can in due giorni e due notti ha nuove di lontano per dieci giornate. E al tempo de' frutti spesse volte la mattina si raccolgono frutti nella città di Cambalú, e il giorno seguente verso sera sono portati al gran Can nella città di Xandú, la qual è discosto per dieci giornate. In ciascuna di queste poste di tre miglia è deputato notaio, che nota il giorno e l'ora che giugne il corriero, e similmente il giorno e l'ora che si parte l'altro, e cosí si fa in tutte le poste. E vi sono alcuni ch'hanno questo carico, d'andare ogni mese ad esaminar tutte queste poste, e veder quei corrieri che non hanno usato diligenza, e li castigano. E il gran Can da questi tali corrieri e da quelli che stanno nelle poste non fa pagare alcuno tributo, anzi li dona buona provisione, e ne' cavalli che si tengono in dette poste non fa quasi alcuna spesa, perchè le città, castelli e ville che sono circonstanti ad esse poste li pongono e mantengono in quelle, però che, di comandamento del signore, i rettori della città fanno cercare ed esaminar per li pratichi delle città quanti cavalli possa tenere la città nella posta a sé propinqua, e quanti ve ne possono tenere i castelli e quanti le ville, e secondo il loro potere ve li pongono. E sono le città concordevoli l'una con l'altra, perchè fra una posta e l'altra v'è alle volte una città, la qual con l'altre vi pone la sua porzione; e queste città mantengono i cavalli dell'entrate che doverebbono pervenire al gran Can, imperochè tal uomo doverebbe pagare tanto che potria tenere un cavallo e mezo, comandandosegli che quello tenga nella posta a sé propinqua. Ma dovete sapere che le città non mantengono di continuo quattrocento cavalli nelle poste, anzi ne tengono dugento al mese che sostenghino le fatiche, e in questo mezo altri dugento n'ingrassano, e in capo del mese gl'ingrassati si pongono nella posta e gli altri similmente s'ingrassano, e cosí vanno facendo di continuo. Ma se gli accade che in alcun luogo sia qualche fiume o lago, per il qual bisogni che i corrieri e quelli a cavallo vi passino, le città propinque tengono tre e quattro navilii apparecchiati di continuo a questo effetto, e se bisogna passar alcun deserto di molte giornate, nel qual far non si possa abitazione alcuna, la città ch'è appresso tal deserto è tenuta a dar li cavalli agli ambasciatori del signore fino oltre il deserto, e le vettovaglie con le scorte, ma il signor dà aiuto a quella città. E nelle poste che son fuor di strada il signor tiene in parte suoi cavalli, e in parte ve gli tengono le città, castella, ville lí propinque. Ma quando è di bisogno che i nunzii del signore affrettino il cammino, per causa di fargli intendere di qualche terra che se gli sia ribellata, o per alcun barone o altre cose necessarie, cavalcano in un giorno ben dugento miglia o dugentocinquanta, e fanno cosí, quando vogliono andare con grandissima celerità: portano la tavola del girifalco, in segno che vogliono andar velocissimamente; se sono due, e che si partono d'un medesimo luogo, quando sono sopra due buoni cavalli corsieri si cingono tutt'il ventre e si rivolgono il capo, e si mettono a correr quanto piú possono, e come sono appresso gli alloggiamenti suonano una sorte di corno che si sente di lontano, acciò che preparino i cavalli, quali trovati freschi e riposati, saltano sopra quelli: e cosí fanno di posta in posta sino a sera, e in tal guisa potranno far in un giorno da dugentocinquanta miglia. E s'egli è caso molto grave cavalcano la notte, e se non luce la luna quelli della posta gli vanno correndo avanti con lumiere sino all'altra posta; nondimeno i detti nunzii al tempo di notte non vanno con tanta celerità come di giorno, per rispetto di quelli che corrono a piedi con le lumiere, che non possono essere cosí presti. E molto s'apprezzano tal nunzii che possono sostenere una simil fatica di correre.

Delle provisioni che fa il gran Can in tutte le sue provincie
in tempo di carestia o mortalità d'animali.
Cap. 21.

Il gran Can manda sempre ogn'anno suoi nunzii e proveditori per vedere se le sue genti hanno danno delle loro biade per difetto di tempo, cioè per cagione di tempesta o di molte pioggie e venti, o per cavallette, vermi o altre pestilenzie. E se in luogo alcuno vi troveranno esser tal danno, il signore non fa scuoter da quelle genti il solito tributo quell'anno, anzi le fa dare tanta biada de' suoi granari quanto lor bisogna per mangiare e per seminare, conciosiacosachè, ne' tempi della grand'abbondanza, il gran Can fa comprare grandissima quantità di biade della sorte che loro adoperano, e le fa salvare ne' granari che sono deputati in ciascuna provincia, e con gran diligenzia le fa governare, che per tre e quattro anni non si guastano. E sempre vuole che li detti granari siano pieni, per provedere ne' tempi di carestia; e quando in detti tempi egli fa vendere le sue biade a denari, riceve di quattro misure da quelli che le comprano quanto se ne riceve d'una misura dagli altri che ne vendono. Similmente fa proveder di bestie, che in qualche provincia per mortalità fossero perse, e gli fa dare delle sue, ch'egli ha per decima dell'altre provincie. E tutto il suo pensiero e intento principale è di giovar alle genti che sono sotto di lui, che possono vivere, lavorare e moltiplicare i loro beni.
Ma vogliamo dire un'altra proprietà del gran Can, che se per caso fortuito la saetta ferisse alcun greggie di pecore o montoni o altri animali di qualunque sorte, che fosse d'una o piú persone, e sia il gregge quanto si voglia grande, il gran Can non torrebbe per tre anni la decima. E parimente, s'avviene che la saetta ferisca qualche nave piena di mercanzie, lui non vuole alcuna rendita o porzione da quella, perchè reputa cattivo augurio quando la saetta percuote ne' beni d'alcuno; e dice il gran Can: "Dio aveva in odio colui, però l'ha percosso di saetta", onde non vuole che tali beni da ira divina percossi entrino nel suo tesoro.

Come il gran Can fa piantare arbori appresso le strade maestre e principali,
e come le fa tenere sempre acconcie.
Cap. 22.

Un'altra cosa bella e commoda fa fare il gran Can, che appresso le strade maestre dall'uno e l'altro lato fa piantar arbori, quali siano della sorte che venghino grandi e alti, e discosti l'un dall'altro per due passa, acciochè i viandanti possino discernere la dritta strada: il che è di grande aiuto e consolazione a quelli che camminano. Fa piantare adunque sopra tutte le principali, pur che 'l luogo sia abile ad essere piantato; ma ne' luoghi arenosi e deserti e ne' monti sassosi, dove passano dette strade e non è possibile di piantarvegli, fa mettere altri segnali di pietre e colonne che dimostrano la strada. E ha alcuni baroni, ch'hanno il carico d'ordinare che di continuo siano tenute acconcie. E oltre quanto di sopra s'è detto degli arbori, il gran Can piú volentieri gli fa piantare perchè i suoi divinatori e astrologhi dicono che chi fa piantar arbori vive longo tempo.

Della sorte di vino che si fa nella provincia del Cataio,
e delle pietre che abbruciano a modo di carboni.
Cap. 23.

La maggior parte della gente della provincia del Cataio beve questa sorte di vino: fanno una bevanda di riso e di molte speciarie mescolate insieme, e bevono questa bevanda overo vino cosí bene e saporitamente che miglior non saperiano desiderare, ed è chiaro e splendido e gustevole, e piú presto inebria d'ogn'altro, per essere calidissimo.
Per tutta la provincia del Cataio si truova una sorte di pietre nere, le quali si cavano da' monti a modo di vena, ch'ardono e abbruciano come carboni, e tengon il fuoco molto meglio delle legne, e lo conservano tutta la notte, di sorte ch'ei si truova la mattina acceso. Queste pietre non fanno fiamma, se non un poco in principio quando s'accendono, come fanno i carboni, e stando cosí affocati rendono gran calore. Per tutta la provincia s'abbruciano queste pietre. Vero è ch'hanno molte legne, ma tanta è la moltitudine delle genti, e stuffe e bagni che continuamente si scaldano, che le legne non potrebbono esser a bastanza, perchè non è alcuno che almanco per tre volte la settimana non vada alla stuffa e facciasi bagni, e l'inverno ogni giorno, pur che far lo possino; e ciascuno nobile o ricco ha la sua stuffa in casa nella qual si lava, talmente che le legne non basterebbono a tanto abbruciamento. E di queste pietre si trovano in grandissima quantità, e costano poco.

Della grande e mirabile liberalità che 'l gran Can usa verso i poveri di Cambalú
e altre genti che vengono alla sua corte.
Cap. 24.

Poi ch'abbiamo detto come il gran Can fa far abbondanza delle biade alle genti a lui sottoposte, ora diremo della gran carità e provisione ch'egli fa fare alle povere genti che sono nella città di Cambalú. Com'egli intende che qualche famiglia di persone onorate e da bene per qualche infortunio siano diventate povere, o per qualche infermità non possino lavorare e non abbino modo di ricogliere sorte alcuna di biade, a queste tal famiglie ne fa dar tante che gli possino far le spese per tutto l'anno; e dette famiglie al tempo solito vanno agli officiali che sono deputati sopra tutte le spese che si fanno per il gran Can, i quali dimorano in un palagio a tal officio deputato, e ciascuna mostra un scritto di quanto gli fu dato per il vivere dell'anno passato, e secondo quello gli proveggono quell'anno. Provedesi ancora del vestir loro, conciosiacosachè il gran Can ha la decima di tutte le lane e sete e canave delle quali si possono far vesti, e queste tal cose le fa tessere e far panni, in una casa a questo deputata dove sono riposte; e perchè tutte l'arti sono obligate per debito di lavorargli un giorno la settimana, il gran Can fa far delle vesti di questi panni, quali fa dar alle sopradette famiglie di poveri, secondo si richiede al tempo dell'inverno e al tempo della state. Provede ancora di vestimenta a' suoi eserciti, e in ciascuna città fa tessere panni di lana, quali si pagano della decima di quella.
Ed è da sapere come i Tartari, secondo i loro primi costumi, avanti che conoscessino la legge idolatra, non facevan alcuna elemosina, anzi, quando alcun povero andava da loro, lo scacciavano con villanie, dicendoli: "Va' col malanno che Dio ti dia, perchè s'ei t'amasse come ama me t'averia fatto del bene". Ma perchè li savii degl'idolatri, e specialmente i sopradetti bachsi, proposero al gran Can che gli era buona opera la provisione de' poveri, e che gli suoi idoli se ne rallegrarebbono grandemente, egli per tanto cosí providde a' poveri come di sopra è detto, e nella sua corte mai è negato il pane a chi lo viene a domandare, e non è giorno che non siano dispensate e date via ventimila scodelle fra risi, miglio e panizzo per li deputati officiali. Per questa mirabile e stupenda liberalità che 'l gran Can usa verso i poveri, tutte le genti l'adorano com'un dio.

Degli astrologhi che sono nella città di Cambalú.
Cap. 25.

Sono adunque nella città di Cambalú, tra cristiani, saraceni e cataini, circa cinquemila astrologhi e divinatori, alli quali il gran Can ogn'anno fa provedere del vivere e del vestire com'alli poveri sopradetti, i quali continuamente esercitano la lor arte nella città. Hanno costoro un astrolabio, nel quale son scritti i segni de' pianeti, l'ore e i punti di tutto l'anno. Ogn'anno adunque i sopradetti cristiani, saraceni e cataini astrologhi, cioè ciascuna setta da per sé, in questo astrolabio veggono il corso e la disposizione di tutto l'anno, secondo il corso di ciascuna luna, perchè veggono e trovano che temperanza debbe esser dell'aere, secondo il natural corso e disposizione de' pianeti e segni, e le proprietà che produrrà ciascuna luna di quell'anno: cioè in tal luna saranno tuoni e tempesta, e nella tal terremoti, e nella tal saette e baleni e molte pioggie, nella tal saranno infermità, mortalità, guerre, discordie e insidie, e cosí di ciascuna luna, secondo che troveranno, diranno dover seguitare, aggiungendovi ch'Iddio può far piú e manco, secondo la sua volontà. Scriveranno adunque sopra alcuni quaderni piccioli quelle cose ch'hanno da venire in quell'anno, e questi quaderni si chiamano tacuini, quali vendono un grosso l'uno a chi gli vuole comprare per sapere le cose future; e quelli che sono trovati aver detto piú il vero sono tenuti maestri piú perfetti nell'arte, e conseguiscono maggior onore.
Item, s'alcuno preporrà nell'animo di voler far qualche grand'opera, o d'andar in qualche parte lontana per mercanzie o qualch'altra sua facenda, e vorrà sapere il fine del negocio, andrà a trovare uno di questi astrologhi e li dirà: "Guardate sopra li vostri libri in che modo or ora si ritruova il cielo, perch'io vorrei andare a far il tal negocio o mercanzia". Allora l'astrologo li dirà che oltre questa domanda li debba dire l'anno, il mese e l'ora che nacque, il che dettoli vorrà vedere come si confanno le constellazioni della sua natività con quelle che nell'ora della domanda si ritruova il cielo, e cosí li predice o bene o male che gli ha da venire, secondo la disposizione in che si troverà il cielo.
Ed è da sapere che li Tartari numerano il millesimo de' loro anni di dodici in dodici, e il primo anno è significato per il Leone, il secondo per il Bue, il terzo per il Dragone, il quarto per il Cane, e cosí discorrendo degli altri, procedendo sino al numero di dodici, di modo che, quando alcuno è domandato quando nacque, egli risponde: correndo l'anno del Leone, in tal giorno overo notte, e l'ora e il punto; e questo osservano li padri di far con diligenza sopra un libro. E compiuti che s'hanno i dodici segni, che vuol dire i dodici anni, allora, ritornando al primo segno, ricominciano sempre per questo ordine procedendo.

Della religione de' Tartari, e delle opinioni ch'hanno dell'anima, e usanze loro.
Cap. 26.

E com'abbiamo detto disopra, questi popoli sono idolatri, e per suoi dei tutti hanno una tavola posta alta nel pariete della sua camera, sopra la qual è scritto un nome che rappresenta Dio alto, celeste e sublime: e quivi ogni giorno col turibulo dell'incenso l'adorano in questo modo, che, levate le mani in alto, sbattono tre volte i denti, pregandolo che li dia buon intelletto e sanità, e altro non li domandano. Dopo, giuso in terra, hanno una statua che si chiama Natigai, qual è dio delle cose terrene che nascono sopra tutta la terra, e li fanno una moglie e figliuoli, e l'adorano nell'istesso modo, col turibulo e sbattendo i denti e alzando le mani, e a questo li domandano temperie dell'aere e frutti della terra, figliuoli e simil cose. Dell'anima la tengono immortale, in questo modo, che, subito morto l'uomo, l'entri in un altro corpo, e secondo che in vita s'ha portato bene o male, di bene in meglio e di male in peggio procedano: cioè, se sarà pover'uomo e s'abbi portato bene e modestamente in vita, rinascerà dopo morto del ventre d'una gentildonna e sarà gentiluomo, e poi del ventre d'una signora e sarà signore, e cosí sempre ascendendo, finchè sarà assunto in Dio; ma se s'averà portato male, essendo figliuol d'un gentiluomo rinascerà figliuol d'un rustico, e d'un rustico in un cane, descendendo sempre a vita piú vile.
Hanno costoro un parlar ornato, salutano onestamente col volto allegro e giocondo, portansi nobilmente e con gran mundizia mangiano. Al padre e alla madre portano gran riverenza, e se si trova ch'alcun figliuolo faccia qualche dispiacere a quelli, overo non li sovegna nelle loro necessità, v'è un officio publico che non ha altro carico se non di punir severamente li figliuoli ingrati, quali si sappino aver commesso alcun atto d'ingratitudine verso di quelli. Li malfattori di diversi delitti che venghino presi e posti in prigione, se non sono spacciati, come viene il tempo determinato del gran Can, ch'è ogni tre anni, di rilasciar i prigioneri, allora escono, ma gli viene fatto un segno sopra una mascella, acciochè siano conosciuti. Vietò questo presente gran Can tutti i giuochi e barattarie, che appresso di costoro s'usavano piú che in alcun luogo del mondo, e per levarli da quelli li diceva: "Io v'ho acquistati con l'armi in mano, e tutto quello che possedete è mio, e se giocate voi giocate del mio". Non però per questo li toglieva cosa alcuna.
Non voglio restar di dir l'ordine e modo come si portano le genti e baroni del gran Can quando vanno a lui. Primamente, appresso il luogo dove sarà il gran Can, per mezo miglio per riverenza di sua eccellenza stanno le genti umili, pacifiche e quiete, ch'alcun suono o rumore né voce d'alcuno che gridi o parli altamente non s'ode; e ciascun barone o nobile porta continuamente un vasetto picciolo e bello, nel qual sputa mentre ch'egli è in sala, perchè niuno avrebbe ardire di sputar sopra la sala, e come ha sputato lo cuopre e salva. Hanno similmente alcuni belli bolzachini di cuoro bianco quali portano seco, e giunti alla corte, se vorranno entrar in sala, che 'l signor li domandi, si calzano questi bolzachini bianchi e danno gli altri alli servitori, e questo per non imbrattar li belli e artificiosi tapeti di seta e d'oro e d'altri colori.

Del fiume Pulisangan e ponte sopra quello.
Cap. 27.

Poi che s'è compiuto di dir li governi e amministrazioni della provincia del Cataio e della città di Cambalú, e della magnificenza del gran Can, si dirà dell'altre regioni nelle qual messer Marco andò per l'occorrenzie dell'imperio del gran Can.
Come si parte dalla città di Cambalú e che s'ha camminato dieci miglia, si truova un fiume nominato Pulisangan, il qual entra nel mare Oceano, per il qual passano molte navi con grandissime mercanzie. Sopra detto fiume è un ponte di pietra molto bello, e forse in tutt'il mondo non ve n'è un altro simile. La sua longhezza è trecento passa e la larghezza otto, di modo che per quello potriano commodamente cavalcare dieci uomini l'uno a lato all'altro. Ha ventiquattro archi e venticinque pile in acqua che li sostengono, ed è tutto di pietra serpentina, fatto con grand'artificio. Dall'una all'altra banda del ponte è un bel poggio di tavole di marmo e di colonne maestrevolmente ordinate, e nell'ascendere è alquanto piú largo che nella fine dell'ascesa, ma, poi che s'è asceso, si truova uguale per longo come se fosse tirato per linea. E in capo dell'ascesa del ponte è una grandissima colonna e alta, posta sopra una testuggine di marmo; appresso il piede della colonna è un gran leone, e sopra la colonna ve n'è un altro. Verso l'ascesa del ponte è un'altra colonna molto bella, con un leone, discosta dalla prima per un passo e mezo; e dall'una colonna all'altra è serrato di tavole di marmo, tutte lavorate a diverse scolture e incastrate nelle collonne da lí per longo del ponte infino al fine. Ciascune colonne sono distanti l'una dall'altra per un passo e mezo, e a ciascuna è sopraposto un leone, con tavole di marmo incastratevi dall'una all'altra, acciochè non possino cadere coloro che passano: il che è bellissima cosa da vedere. E nella discesa del ponte è come nell'ascesa.

Delle condizioni della città di Gonza.
Cap. 28.

Partendosi da questo ponte e andando per trenta miglia alla banda di ponente, trovando di continuo palagi, vigne e campi fertilissimi, si truova una città nominata Gonza, molto bella e molto grande, nella quale sono molte abbazie d'idoli, le cui genti vivono di mercanzie e arti. Quivi si lavorano panni d'oro e di seta e belli veli sottilissimi, e vi sono molti alloggiamenti per i viandanti.
Partendosi da questa città e andando per un miglio si truovano due vie, una delle quali va verso ponente, l'altra verso scirocco: per la via di ponente si va per la provincia del Cataio, per la via di scirocco alla provincia di Mangi. E sappiate che dalla città di Gonza fino al regno di Tainfu si cavalca per la provincia del Cataio dieci giornate, sempre trovando molte belle città e castella, fornite di grand'arti e mercanzie, e trovando vigne e campi lavorati: e di qui si porta il vino nella provincia del Cataio, perchè in quella non ve ne nasce; vi sono anche molti alberi mori, che con la foglia sua gli abitanti fanno di gran seta. Tutte quelle genti sono domestiche, per la moltitudine delle città poco discoste l'una dall'altra e frequentazione che fanno gli abitanti di quelle, perchè sempre vi si truovano genti che passano, per le molte mercanzie che si portano continuamente d'una città all'altra; e in ciascuna di quelle si fanno le fiere. E in capo di cinque giornate delle predette dieci, dicono esservi una città piú bella e maggior dell'altre chiamata Achbaluch, fino alla quale verso quella parte confina il termine della cacciagione del signore, dove niun ardisce d'andar alla caccia, eccettuando il signore con la sua famiglia e chi è scritto sotto il capitano de' falconieri; ma da quel termine innanzi può andarvi, pur che sia nobile. Nondimeno quasi mai il gran Can andava alla caccia per quella banda, per la qual cosa gli animali salvatichi erano tanto cresciuti e moltiplicati, e specialmente le lepori, che guastavano le biade di tutta la detta provincia; la qual cosa fatta intendere al gran Can, v'andò con tutta la corte, e furono presi animali senza numero.

Del regno di Tainfu.
Cap. 29.

Poi che s'è cavalcato dieci giornate partendosi da Gonza, si truova un regno nominato Tainfu, ed è capo di questa provincia, con una città che ha il medesimo nome, la qual è grandissima e molto bella. E quivi si fanno gran mercanzie e molte arti, e gran quantità di munizioni d'armi, che sono molto a proposito per gli eserciti del gran Can. Vi sono ancora molte vigne, dalle quali si raccoglie vino in grand'abbondanza; e benchè in tutta Tainfu non si truovi altro vino di quello che nasce nel distretto di questa città, nondimeno s'ha vino a bastanza per tutta la provincia. Quivi hanno ancora frutti in abbondanza, perchè hanno molti morari e vermicelli che producono la seta.

Della città di Pianfu.
Cap. 30.

Partendosi da Tainfu si cavalca sette giornate per ponente, trovando belle contrade, nelle quali si truovano molte città e castella, dove si fanno gran mercanzie e arti. Vi sono molti mercanti che vanno per diverse parti, facendo i loro guadagni e profitti. Fatto il camino di sette giornate si truova una città chiamata Pianfu, la qual è molto grande e molto pregiata, e sono in quella molti mercanti, e vivono di mercanzie e d'arti. Quivi nasce la seta in grandissima quantità.
Or lasciaremo di questa, e diremo d'un'altra grandissima città, nominata Cacianfu; ma prima diremo d'un nobile castello chiamato Thaigin.

Di Taigin castello.
Cap. 31.

Partendosi da Pianfu, andando verso ponente, si truova un grande e bel castello nominato Thaigin, qual dicesi aver edificato anticamente un re chiamato Dor. In questo castello è un bellissimo e spazioso palagio, nel quale è una sala grande dove sono dipinti tutti i re famosi che furono anticamente in quelle parti, il che è bellissima cosa da vedere. E di questo re nominato Dor diremo una cosa nuova che gl'intravenne. Era costui potente e gran signore, e mentre stava nella terra non erano al servizio della persona sua altri che bellissime giovanette, delle quali teneva in corte gran moltitudine. Quando egli andava a spasso per il castello sopra una carretta, le donzelle la menavano (e conducevasi leggiermente, per esser picciola), e facevano tutte le cose ch'erano a commodo e in piacere del detto re. E dimostrava egli la potenzia sua nel suo governo, e si portava molto nobilmente e giustamente.
Era quel castello fortissimo oltre modo, e come referiscono le genti di quelle contrade, questo re Dor era sottoposto ad Uncan, ch'è quel che di sopra abbiam detto chiamarsi Prete Gianni, e per la sua arroganza e alterezza si ribellò a quello. La qual cosa intesa da Umcan, non potendo andarli contra né offenderlo, per esser in luogo fortissimo, si doleva grandemente. Dopo certo tempo sette cavallieri suoi vassalli l'andarono a trovar, dicendoli che li bastava l'animo di condurli vivo il re Dor; qual li promise grandissime ricchezze. Costoro partiti andorno a trovar il re Dor, fingendo di venir di lontani paesi, e alli servizii suoi s'acconciarono, dove cosí bene e diligentemente lo servivano che 'l re Dor gli amava e avea carissimi, e voleva sempre che quando egli andava alla caccia li fossero appresso. Questi cavallieri un giorno, essendo fuori il re e avendo passato un fiume, e lasciato il resto della compagnia dall'altra banda, vedendosi soli in luogo opportuno a fare il suo disegno, cavate fuori le spade furono intorno al re Dor e per forza lo condussero alla volta di Umcan, ch'alcun de' suoi non lo poté mai aiutare. Dove giunto, per ordine di quello, vestito di panni vili, fu posto al governo dell'armento del signore, per volerlo dispregiare e abbassare; e quivi stette in gran miseria per due anni, con grandissima guardia, ch'egli non poteva fuggire. Alla fine Umcan lo fece condurre alla sua presenza, tutto pieno di paura e timore, pensando che lo volesse far morire; ma Umcan, fattagli un'aspra e terribile ammonizione che mai piú per superbia e arroganza non volesse levarsi dall'obedienza sua, li perdonò e fece vestirlo di vestimenti regali, e con onorevole compagnia lo mandò al suo regno; qual d'indi innanzi fu sempre obediente e amico ad Umcan. E questo è quanto mi fu referito di questo re Dor.

D'un grandissimo e nobil fiume detto Caramoran.
Cap. 32.

Partendosi da questo castello di Thaigin e andando circa venti miglia, si truova un fiume detto Caramoran, qual è cosí grande, largo e profondo che sopra di quello non si può fermar alcun ponte; e scorre questo fiume fino al mare Oceano, come di sotto si dirà. Appresso a questo fiume sono molte città e castella, ne' quali sono molti mercanti e vi si fanno molte mercanzie; e intorno a questo fiume per la contrada nasce zenzero e seta in gran quantità, e v'è tanta moltitudine d'uccelli ch'egli è cosa incredibile, e massime di fagiani, che se n'ha tre per un grosso veneziano. Per luoghi circonstanti di questo fiume nasce infinita quantità di canne grosse, alcune delle quali sono d'un piè, altri d'un piè e mezo, e gli abitatori se ne vagliono in molte cose necessarie.

Della città di Cacianfu.
Cap. 33.

Poi che s'è passato questo fiume e fatto il cammino di due giornate, si truova la città di Cacianfu, le cui genti adorano gli idoli. In questa città si fanno gran mercanzie e molte arti, e quivi nascono in grand'abondanza, tra l'altre cose, seta, zenzero, galanga e spigo e molte altre sorti di speciarie, delle quali niuna quantità si conduce in queste nostre parti. Quivi si fanno panni d'oro e di seta e d'ogn'altra maniera.
Or, partendosi di qui, diremo della nobile e celebre città di Quenzanfu, il regno della quale similmente è chiamato con detto nome.

Della città di Quenzanfu.
Cap. 34.

Partendosi da Cacianfu, si cavalca sette giornate per ponente, truovando continuamente molte città e castella dove s'esercitano gran mercanzie; e trovansi molti giardini e campi, e tutta la contrata è piena di morari, cioè d'arbori co' quali si fa la seta. E quelle genti adorano gl'idoli, e quivi sono cristiani, turchi, nestorini, e vi sono alcuni saraceni. Quivi eziandio son molte cacciagioni di bestie salvatiche, e si pigliano molte sorti d'uccelli. E cavalcando sett'altre giornate si truova una grande e nobil città chiamata Quenzanfu, che anticamente fu un gran regno nobile e potente; in quello furono molti re generosi e valenti, e vi regna al presente un figliuolo del gran Can nominato Mangalú, qual esso gran Can coronò di questo reame. Ed è questa patria certamente di gran mercanzie e molte arti: ivi nasce la seta in gran quantità, e vi si lavorano panni d'oro e di seta e d'ogni sorte, e di tutte le cose che s'appartengono a fornir un esercito; item hanno grande abondanza di tutte le cose necessarie al corpo umano, e compranle per buon mercato. Quelle genti adorano gl'idoli; quivi sono alcuni cristiani e turchi e saraceni. Fuori della città forse per cinque miglia è un palagio del re Mangalú, il qual è bellissimo ed è posto in una pianura dove sono molte fontane e fiumicelli, che li discorrono dentro e d'intorno, e vi sono bellissime cacciagioni e luoghi da uccellare. Primamente v'è un muro grosso e alto, con merli a torno a torno, che circonda circa cinque miglia, dove sono tutti gli animali selvaggi e uccelli, e in mezo di questa muraglia v'è un palagio grande e spazioso, cosí bello che niuno lo potrebbe meglio ordinare, il qual ha molte sale e camere grandi e belle, e tutte depinte d'oro, con azzurri finissimi e con infiniti marmori. Questo Mangalú, seguendo le vestigie del padre, mantiene il suo regno in grand'equità e giustizia, ed è molto amato dalle sue genti, e si diletta di cacciagioni e d'uccellare.

De' confini che sono nel Cataio e Mangi.
Cap. 35.

Partendosi di questo palagio di Mangalú, si cammina tre giornate per ponente, trovandosi di continuo molte città e castella, nelle quali gli abitanti vivono di mercanzie e d'arti, e hanno seta abbondantemente. E in capo di tre giornate si truova una regione piena di gran monti e valli, che sono nella provincia di Cunchin, e sono quei monti e valli piene di genti, ch'adorano gl'idoli e lavorano la terra. Vivono di cacciagioni, perchè quivi sono molti boschi e molte bestie salvatiche, cioè leoni, orsi, lupi cervieri, daini, caprioli, cervi e molti altri animali, delli quali conseguiscono grande utilità. E questa regione s'estende per venti giornate, camminando sempre per monti, valli e boschi, e trovando di continuo città, nelle quali commodamente alloggiano i viandanti. E poi che s'è cavalcato le dette giornate verso ponente, si truova una provincia nominata Achbaluch Mangi, che vuol dire città bianca de' confini di Mangi, la qual è piana e tutta populatissima, e le genti vivono di mercanzie e arti. E quivi nasce zenzero in gran quantità, il qual si porta per tutta la provincia del Cataio, con grande utilità de' mercanti; v'è frumento, riso e altre biade in abondanza e per buon mercato. E questa pianura dura due giornate, con infinite abitazioni; e in capo di due giornate si truovano gran monti e valli e molti boschi, e si cammina ben venti giornate per ponente trovando il tutto abitato. Adorano gl'idoli, e vivono di frutti delle lor terre e di cacciagioni di bestie salvatiche. Quivi sono molti leoni, orsi, lupi cervieri, daini, caprioli, e v'è gran quantità di bestie che producon il muschio.

Della provincia di Sindinfu, e del grandissimo fiume detto Quian.
Cap. 36.

Poi che s'è camminato venti giornate per quei monti, si truova una pianura e provincia, ch'è ne' confini di Mangi, nominata Sindinfu, e la maestra città si chiama similmente, la qual è molto nobile e grande. E già furono in quella molti re ricchi e potenti. La città gira per circuito venti miglia, ma ora è divisa, perciò che quando morse il re vecchio lasciò tre figliuoli, e avanti la sua morte volse divider la città in tre parti, ciascuna delle quali è separata per muri: e nondimeno ciascuna è dentro il muro generale che la cinge intorno. E questi tre fratelli furono re, e ciascun avea nella sua parte molte terre e grandi e molto tesoro, perchè il loro padre era molto potente e ricco; ma il gran Can, preso ch'ebbe questo regno, destrusse questi tre re, tenendolo per sé. Per questa città discorrono molti gran fiumi, che descendono da' monti di lontano e corrono per la città intorno intorno e per mezo in molte parti. Questi fiumi sono larghi per mezo miglio, altri per dugento passa, e sono molto profondi, e sopra quelli sono fabricati molti ponti di pietra belli e grandi, la larghezza de' quali è otto passa, e la longhezza è secondo che i fiumi sono piú e manco larghi. E per la longhezza de' fiumi sono dall'una e l'altra banda colonne di marmo, le quali sostengono il coperchio de' ponti, perchè tutti hanno bellissimi coperchi di legname dipinti con pitture di color rosso, e sono anco coperti di coppi. E per longhezza di ciascun ponte sono bellissime stanze e botteghe, dove s'esercitano arti e mercanzie. E quivi è una casa maggior dell'altre, dove stanno di continuo quelli che scuotono li dazii delle robbe e mercanzie, e pedagio di quelli che vi passano, e ci fu detto che 'l gran Can ne cavava ogni giorno piú di cento bisanti d'oro. E quando i detti fiumi si partono dalla città, si ragunano insieme e fanno un grandissimo fiume, che vien detto Quian, qual scorre per cento giornate fin al mare Oceano, della cui qualità si dirà di sotto nel libro.
Appresso a questi fiumi e luoghi circostanti sono molte città e castella, e vi sono molti navilii, per li quali si portano alla città e traggonsi molte mercanzie. Le genti di questa provincia sono idolatri. E partendosi dalla città si cavalca cinque giornate per pianure e valli, trovando molti casamenti, castelli e borghi; e gli uomini vivono della agricultura e anche d'arti, perchè in questa città si fanno tele sottilmente e drappi di velo. E vi si truovano similmente molti leoni, orsi e altre bestie salvatiche. E poi che s'è cavalcato cinque giornate, si truova una provincia desolata nominata Thebeth.

Della gran provincia detta Thebeth.
Cap. 37.

Questa provincia chiamata Thebeth è molto destrutta, perchè Mangi Can la destrusse al tempo suo, per la guerra ch'egli ebbe con quella: e vi si veggono per questa provincia molte città e castella tutte rovinate e desolate, per longhezza di venti giornate. E perchè vi mancano gli abitatori, però le fiere salvatiche, e massime i leoni sono moltiplicati in tanto numero ch'è grandissimo pericolo a passarvi la notte: e li mercanti e viandanti, oltre il portar seco le vettovaglie, bisogna che alloggino la sera con grand'ordine e rispetto, per causa che non li siano devorati i cavalli. E fanno in questo modo, che, trovandosi in quella regione, e massime appresso i fiumi, canne di longhezza dieci passa e grosse tre palmi, e da un nodo all'altro sono tre palmi, i viandanti fanno la sera fasci grandi di quelle che sono verdi, mettendole alquanto lontane dall'alloggiamento, e v'appizzano il fuoco; le quali sentendo il caldo si scorzano e sfendono schioppando terribilmente, ed è tanto orribile lo schioppo ch'el rumor si sente per duoi miglia, e le fiere udendolo fuggono e allontanansi. E li mercatanti portano seco pastore di ferro, con le quali inchiavano tutti quattro i piedi alli cavalli, perchè altramente, spaventati dal rumore, romperiano le corde e fuggiriano via: ed è accaduto che molti per negligenza gl'hanno perduti. Cavalcasi adunque per questa contrada venti giornate, continuamente trovando simili salvatichezze, e non trovando alloggiamenti né vettovaglie, se non forse ogni terza o quarta giornata, nelle quali si forniscono delle cose al viver necessarie. In capo delle quali giornate si comincia pur a veder qualche castello e borghi, che sono fabricati sopra dirupi e sommità de' monti, e s'entra in paese abitato e coltivato, dove non v'è piú pericolo d'animali salvatichi.
Gli abitanti di quei luoghi hanno una vergognosa consuetudine, messagli nel capo dalla cecità dell'idolatria, che niuno vuol pigliar moglie che sia vergine, ma vogliono che prima sia stata conosciuta da qualche uomo, dicendo che questo piace alli loro idoli. E però, come passa qualche carovana di mercanti, e che mettono le tende per alloggiare, le madri ch'hanno le figliuole da maritare le conducono subito fino alle tende, pregando i mercanti, a ragatta una dell'altra, che vogliono pigliar la sua figliuola e tenersela a suo buon piacere fino che stanno quivi: e cosí le giovani che piú gli aggrada vengono elette dalli mercanti, e l'altre tornano a casa dolenti. Queste dimorano con li detti fino al suo partire e poi le consegnano alle lor madri, né mai per cosa al mondo le menarebbono via, ma sono obligati a farli qualche presente di gioie, anelletti overo qualche altro signale, qual portano a casa: e quando si maritano portano al collo overo addosso tutti li detti presenti, e quella che ne ha piú viene reputata esser stata piú apprezzata dalle persone. E per questo sono richieste piú volentieri da' giovani per moglie, né piú degna dote possono dare a' mariti che li molti presenti ricevuti, riputandosi quelli per gran gloria a laude: e nelle solennità delle loro nozze li mostrano a tutti, e li mariti le tengono piú care, dicendo che li lor idoli l'hanno fatte piú graziose appresso gli uomini. E d'indi innanzi non è alcuno ch'avesse ardire di toccare la moglie d'un altro, e di tal cosa si guardano grandemente. Queste genti adorano gl'idoli, e sono perfidi e crudeli, e non tengono a peccato il rubbare né il far male, e sono i maggiori ladri che siano al mondo. Vivono di cacciagioni e d'uccellare e di frutti della terra.
Quivi si truovano di quelle bestie che fanno il muschio, e in tanta quantità che per tutta quella contrada si sente l'odore, perchè ogni luna una volta spandono il muschio. Nasce a questa bestia, come altre volte s'è detto, appresso l'umbilico un'apostema in modo d'un bognone pieno di sangue, e quell'apostema ogni luna per troppa replezione sparge di quel sangue, qual è muschio. E perchè vi sono molti di simili animali in quelle parti, però in molti luoghi si sente l'odore di quello. E queste tal bestie si chiamano nella loro lingua gudderi, e se ne prendono molte con cani.
Essi non hanno monete, né anche di quelle di carta del gran Can, ma spendono corallo, e vestono poveramente di cuoio e di pelle di bestie e di canevaccia. Hanno linguaggio da per sé e s'appartengono alla provincia di Thebeth, la qual confina con Mangi, e fu altre volte cosí grande e nobile che in quella erano otto regni e molte città e castella, con molti fiumi, laghi e monti; ne' quali fiumi si truova oro di paiola in grandissima quantità. Ne' regni di detta provincia si spende, come ho detto, il corallo per moneta, e anco le donne lo portano al collo; e adorano li suoi idoli. E si fanno molti zambellotti e panni d'oro e di seta, e vi nascono molte sorti di specie, che non si portano mai ne' nostri paesi. E quivi gli uomini sono grandissimi negromanti, imperochè fanno per arte diabolica i maggior veneficii e ribalderie che mai fossero viste overo udite: fanno venir tempesta e fulgori, con saette, e molte altre cose mirabili. Sono uomini di mali costumi. Hanno cani molto grandi, come asini, che sono valenti a pigliar ogni sorte d'animali, e massime buoi salvatichi, che si chiamano beyamini, qual sono grandissimi e feroci. Quivi nascono ottimi falconi laneri e sacri, molto veloci al volare, e ottimamente uccellano. Questa detta provincia di Thebeth è subdita al dominio del gran Can, e similmente tutte le regioni e provincie soprascritte; dopo la quale si truova la provincia di Caindú.

Della provincia di Caindú.
Cap. 38.

Caindú è una provincia verso ponente, qual già si reggeva per il suo re; ma, poi che fu soggiogata dal gran Can, egli vi manda i suoi rettori. E non intendiate per questo dir ponente che le dette contrade siano nelle parti di ponente, ma perchè ci partiamo dalle parti che sono tra levante e greco venendo verso ponente, e però descriviamo quelle verso ponente. Le genti di questa provincia adorano gl'idoli, e sono in quella molte città e castella: e la maestra città similmente si chiama Caindú, la qual è edificata nel cominciamento della provincia. E ivi è un gran lago salso nel quale si truova gran moltitudine di perle, le qual sono bianche, ma non rotonde; e ne sono in tanta abbondanza che, se 'l gran Can lasciasse che ciascun ne pigliasse, veneriano in vil prezio: ma senza sua licenza non si possono pescare. V'è similmente un monte, nel quale si truova la minera delle pietre dette turchese, che non si lasciano cavar senza il voler del detto gran Can.
Quivi gli abitanti di questa provincia hanno un costume vergognoso e vituperoso, che non si reputano a villania se quelli che passano per quella contrada giaciono con le loro mogli, figliuole o sorelle: e per questo, come giungono forestieri, ciascuno cerca di menarsegli a casa, dove giunti consegnano tutte le loro donne in sua balia e si dipartono, lasciando quelli come patroni; e le donne attaccano subito sopra la porta un segnale, né quello muovono se non quando si partono, acciochè i loro mariti possino ritornarsene. E questo fanno gli abitanti per onorificenza de' loro idoli, credendo con questa umanità e benignità usata verso detti forestieri di meritare la grazia de' loro idoli, e che li concedino abbondanza di tutti i frutti della terra.
La loro moneta è di tal maniera, che fanno verghe d'oro e le pesano, e secondo ch'è il peso della verghetta cosí vagliono: e questa è la loro moneta maggiore, sopra la quale non v'è alcun segno. E la picciola veramente è di questo modo: hanno alcun'acque salse, con le quali fanno il sale facendole bollire in padelle, e poi ch'hanno bollito per un'ora si congelano a modo di pasta, e si fanno forme di quantità d'un pane di due denari, le quali sono piane dalla parte di sotto e di sopra sono rotonde; e quando sono fatte si pongono sopra pietre cotte ben calde appresso al fuoco, e ivi si seccano e fansi dure, e sopra queste tal monete si pone la bolla del signore. Né le monete di questa sorte si possono far per altri che per quelli del signore, e ottanta di dette monete si danno per un saggio d'oro. Ma i mercanti vanno con queste monete a quelle genti ch'abitano fra i monti ne' luoghi salvatichi e inusitati, e truovano un saggio d'oro per sessanta, cinquanta e quaranta di quelle monete di sale, secondo che le genti sono in luogo piú salvatico e discosto dalle città e gente domestica, perchè ogni volta che vogliono non possono vendere il lor oro e altre cose, sí come il muschio e altre cose, perchè non hanno a cui venderle: e però fanno buon mercato, perchè truovano l'oro ne' fiumi e laghi, come s'è detto. E vanno questi mercanti per monti e luoghi della provincia di Tebeth sopradetta, dove similmente si spaccia la moneta di sale, e fanno grandissimo guadagno e profitto, perchè quelle genti usano di quel sale ne' cibi, e compransi anco delle cose necessarie. Ma nelle città usano quasi solamente i fragmenti di dette monete ne' cibi, e spendono le monete intiere.
Hanno molte bestie in quel paese le quali producono il muschio, e di quelle molte ne prendono e traggono muschio in abbondanza. Prendono ancora molti buoni pesci nel lago sopradetto, e vi sono molti leoni, orsi, daini, cervi e caprioli, e uccelli di qualunque maniera in abbondanza. Non hanno vino di vigne, ma fanno vino di frumento e riso, con molte specie mescolate insieme: ed è un'ottima bevanda. In questa provincia nascono ancora molti garofali, e l'arbore che li produce è picciolo, e ha li rami e foglie a modo di lauro, ma alquanto piú longhe e strette; produce li fiori bianchi e piccioli come sono i garofali, e quando sono maturi sono negri e foschi. Vi nasce il zenzero e la cannella in abbondanza e molte altre specie, delle quali non è portato quantità alcuna in queste parti.
E partendosi dalla città di Caindú, si va fino a' confini della provincia circa quindici giornate, trovando casamenti e molti castelli e molti luoghi da caccia e uccellare, e genti ch'osservano i sopradetti costumi e consuetudini. In capo di dette giornate si truova un gran fiume nominato Brius, che disparte la detta provincia, nel quale si truova molta quantità d'oro di paiola, e v'è molta quantità di cannella; e scorre questo fiume fino al mare Oceano.
Or lasciaremo questo fiume, perchè altro non v'è da dire in quello, e diremo d'una provincia nominata Caraian.

Delle condizioni della gran provincia di Caraian, e di Iaci, città principale.
Cap. 39.

Dopo che s'è passato il fiume predetto, s'entra nella provincia detta Caraian, cosí grande e larga che quella è partita in sette regni, ed è verso ponente. Le genti adorano gli idoli e sono sotto il dominio del gran Can: ma suo figliuolo, nominato Centemur, è constituito re di detta provincia, il qual è gran ricco e potente, e mantiene la sua terra con molta giustizia, perchè egli è ornato di molta sapienzia e integrità. E partendosi dal sopradetto fiume si cammina verso ponente per cinque giornate, e si truova tutt'abitato e castelli assai. Vivono di bestie e di frutti della terra; quivi si truovano i migliori cavalli che naschino in quelle parti. Hanno linguaggio da per sé, il quale non si può facilmente comprendere.
A capo di cinque giornate si truova la città maestra, capo del regno, nominata Iaci, ch'è grandissima e nobile. Sono in quella molti mercanti e artefici e molte sorti di genti: sonvi idolatri e cristiani, nestorini e saraceni e macometani, ma i principali sono quelli ch'adorano gl'idoli. Ed è la terra fertile in produr riso e frumento; ma quelle genti non mangiano pane di frumento, perchè è malsano, ma il riso, del quale ne fanno vino con specie, ch'è chiaro e bianco e molto dilettevole a bere. Spendono per moneta porcellane bianche, le quali si truovano al mare, e ne pongono anco al collo per ornamento: e ottanta porcellane vagliono un saggio d'argento, il qual è di valuta di due grossi veneziani, e otto saggi di buon argento vagliono un saggio d'oro perfetto. Hanno ancora pozzi salsi de' quali fanno sale, il qual usano tutti gli abitanti: e di questo sale il re ne conseguisce grand'entrata e profitto.
Le genti di questa provincia non reputano esserli fatta ingiuria s'uno tocca la lor moglie carnalmente, pur che sia con volontà di quella. V'è ancora un lago, che circuisce circa cento miglia, nel quale si piglia gran quantità di buoni pesci d'ogni maniera, e sono pesci molto grandi. In questo paese mangiano carni crude di galline, montoni, buoi e buffali, e in questo modo, che le tagliano molto minutamente, e le mettono prima in sale, in un sapore fatto di diverse sorti di lor specie: e questi sono gentiluomini; ma li poveri le mettono cosí minute in salsa d'aglio, e le mangiano come facciam noi le cotte.

Della provincia detta Carazan.
Cap. 40.

Quando si parte dalla detta città di Iaci, e che s'è camminato dieci giornate per ponente, si truova la provincia di Carazan, sí com'è nominata la maestra città del regno. Adorano gl'idoli, e sono sotto il dominio del gran Can, e suo figliuolo nominato Cogatin tiene la dignità regale. Trovasi in essa oro di paiola ne' fiumi, e anco oro piú grosso che di paiola, e ne' monti oro di vena; e per la gran quantità che n'hanno, danno per sei saggi d'argento un saggio d'oro. Quivi ancora si spendono le porcellane delle quali s'è detto di sopra, le quali non si truovan in questa provincia, ma sono portate dalle parti d'India.
Nascono in questi paesi grandissimi serpenti, quali sono di longhezza dieci passa e di grossezza spanne dieci. Hanno nella parte dinanzi, appresso il capo, due gambe picciole con tre unghie a modo di leone, e gli occhi maggiori d'un pane da quattro denari, tutti lucenti. La bocca è cosí grande ch'inghiottirebbe un uomo; i denti grandi e acuti: e per essere tanto spaventevoli, non è uomo né animal alcuno ch'approssimandoseli non tremi tutto. Se ne truovano di minori, cioè di passa otto, di sei e cinque longhi, quali si prendono in questo modo, conciosiachè pel gran caldo stiano di giorno nelle caverne e di notte escono fuori a pascere, e quante bestie, o leoni o lupi o altre che si siano, che possono toccare, tutte le mangiano, e poi si vanno strascinando verso a' laghi, fonti o fiumi per bere; e mentre che vanno a questo modo per l'arena, per la troppa gravezza del peso loro appaiono i vestigii cosí grandi come s'una gran trave fosse stata tirata per quell'arena; e i cacciatori, dove veggono il sentiero per il qual sono usati d'andare, ficcano molti pali sotto terra che non appareno, e in quelli mettono alcuni ferri acutissimi ponendoli spessi, e copronli con l'arena che non si veggono: e ne mettono in diversi luoghi, secondo i sentieri dove piú veggono andar i serpenti, i quali, andando a' luoghi soliti, subito si feriscono e muoiono facilmente. E le cornacchie, come li veggono morti, cominciano a stridare, e li cacciatori a' cridi di quelle conoscono che sono morti e gli vanno a truovare e gli scorticano, cavandoli immediate il fiele, ch'è molto apprezzato ad infinite medicine e fra l'altre al morso de' cani arrabbiati, dandolo a bere al peso d'un denaro in vino; ed è cosa presentanea a far partorire una donna quando ell'ha i dolori; e a' carboni e pustule che nascono sopra la persona, postovene un poco, subito li risolve, e a molte altre cose. Vendono ancor le carni di questo serpente molto care, per esser piú saporite dell'altre carni, e ognuno le mangia volentieri. Oltre di ciò in detta provincia nascono cavalli grandi, i quali si conducono in India a vendere mentre sono giovani, e a tutti li cavano un osso della coda, acciochè non possino menarla in qua e là ma rimanghi pendente, perchè li par cosa brutta che 'l cavallo correndo meni la coda in giro.
Quelle genti cavalcano tenendo le staffe longhe, come appresso di noi i Franceschi, e dicesi longhe perchè i Tartari e quasi tutte l'altre genti per il saettare le portano curte, perciochè quando saettano si rizzano sopra i cavalli. Hanno arme perfette di cuori di buffali, e hanno lancie, scudi, balestre, e intossicano tutte le loro freccie. E mi fu detto per cosa certa che molte persone, e massime quelli che vogliono far qualche male, portano di continuo il tossico con loro, acciò, se per qualche caso fortuito per qualche mancamento fossero presi, e li volessero poner al tormento, piú tosto che patirlo si pongono subito del tossico in bocca e l'inghiottono, acciò prestamente muoiano. Ma li signori, che sanno questa usanza, hanno sempre apparecchiato sterco di cane: li fanno di subito inghiottire per farli vomitar il tossico, e cosí hanno trovato il rimedio contra la malizia di quei tristi.
Le dette genti, avanti che fossero soggiogate al dominio del gran Can, osservavano una brutta e scelerata consuetudine, che s'alcun uomo nobile e bello, che paresse di grande e bella apparenza e valoroso, veniva ad alloggiare in casa loro, era ammazzato la notte, non per torli i denari, ma acciò che l'anima sua, con la grazia del valor suo e la prosperità del senso, rimanesse in quella casa, e per il stanziar di quell'anima tutte le cose li succedessero con felicità: e ognun si riputava beato d'aver l'anima di qualche nobile, e a questo modo si facevano morire molti uomini. Ma, dopo che il gran Can cominciò a signoreggiare, li levò via quella maledetta consuetudine, di modo che, per le gran punizioni che sono state fatte, piú non s'osserva.

Della provincia di Cardandan e città di Vociam.
Cap. 41.

Partendosi dalla città di Carazan, poi che s'è camminato cinque giornate verso ponente, si truova la provincia di Cardandan, la qual è sottoposta al gran Can, e la principal città è detta Vociam. La moneta che quivi spendono è oro a peso, e anco porcellane, e danno un'oncia d'oro per cinque oncie d'argento, e un saggio d'oro per cinque saggi di argento, perchè in quella regione non si truova minera alcuna d'argento, ma oro assai, e i mercanti vi portano d'altrove l'argento e ne fanno gran guadagni. Gli uomini e le donne di questa provincia usano di portare li denti coperti d'una sottil lametta d'oro, fatta molto maestrevolmente a similitudine di denti, che li coprono, e vi sta di continuo. Gli uomini si fanno ancora atorno le braccia e le gambe a modo d'una lista overo cinta, con punti neri, designata in questo modo: hanno cinque agucchie tutte legate insieme, e con quelle si pungono talmente la carne che n'esce il sangue, e poi vi mettono sopra una tintura nera, che mai piú si può cancellare; e reputano per cosa nobile e bella aver questa tal lista di punti neri. E non attendono ad altro se non a cavalcare e andare alla caccia e uccellare, e a cose che s'appartengono all'armi ed esercizii di guerra, e di tutti gli altri officii appartenenti al governo di casa lasciano la cura alle loro donne. Hanno servi comprati, e anco che hanno presi in guerra, ch'aiutano le loro donne in simil bisogno.
Hanno un'usanza, che subito ch'una donna ha partorito si leva del letto, e lavato il fanciullo e ravolto ne' panni, il marito si mette a giacere in letto in sua vece e tiene il figliuolo appresso di sé, avendo la cura di quello per quaranta giorni, che non si parte mai. E gli amici e parenti vanno a visitarlo per rallegrarlo e consolarlo, e le donne che sono da parto fanno quel che bisogna per casa, portando da mangiare e bere al marito ch'è nel letto, e dando il latte al fanciullo che gli è appresso. Dette genti mangiano carni crude e cotte, come s'è detto di sopra, e il loro cibo è risi con carne; il loro vino è fatto di risi con molte specie mescolatevi, ed è buono.
In questa provincia non vi sono idoli né tempii, ma adorano il piú vecchio di casa, perchè dicono: "Siamo usciti di costui, e tutt'il bene che abbiamo procede e viene da lui". Non hanno lettere né scrittura alcuna, e non è maraviglia alcuna, però che quel paese è molto salvatico, e fra montagne e selve foltissime, e l'aere nella state v'è molto tristo e cattivo; e li forestieri e mercanti non vi possono stare, perchè moririano. E s'hanno da far qualche faccenda un con l'altro, e vogliono far le lor obligazioni overo carte di quello che deono dare e avere, il principal piglia un legno quadro e lo sfende per mezo, e segnano sopra quello quanto hanno da fare insieme, e ciascun tiene una delle parti del bastone, come facciamo noi a modo nostro in tessera; e quando è venuto il termine, e il debitor averà pagato, il creditore li restituisce la sua parte del legno: e cosí restano contenti e sodisfatti.
Né in questa provincia né in Caindú e Vociam e Iaci si truovano medici, ma, come si ammala qualche grand'uomo, le sue genti di casa fanno venir li maghi, ch'adorano gli idoli, alli quali l'infermo narra la sua malattia. Allora detti maghi fanno venir sonatori con diversi instrumenti, e ballano e cantano canzoni in onore e laude de' loro idoli, e continuano questo tanto ballare, cantare e sonare che 'l demonio entra in alcun di loro, e allora non si balla piú. Li maghi domandano a questo indemoniato per che cagione colui sia ammalato, e ciò che si dee fare per liberarlo. Il demonio risponde, per bocca di colui nel corpo del qual egli è entrato, quell'essere ammalato per aver fatta offensione a tal dio. Allora li maghi pregano quel dio che li perdoni, che guarito che sia li farà sacrificio del proprio sangue: ma se 'l demonio vede che quell'infermo non possa scampare, dice che l'ha offeso cosí gravemente che per niun sacrificio si potria placare; ma se giudica che 'l debbia guarire, dice ch'ei facci sacrificio di tanti montoni ch'abbino i capi neri, e che faccino ragunare tanti maghi con le loro donne, e che per le mani loro sia fatto il sacrificio, e che a questo modo il dio si placherà verso l'infermo. Allora i parenti fanno tutto ciò che gli è stato imposto, ammazzando li montoni e gettando verso il cielo il sangue di quelli, e i maghi con le loro donne maghe fanno gran luminarie e incensano tutta la casa dell'infermo, facendo fumo di legni d'aloe e gettando in aere l'acqua nella qual sono state cotte le carni sacrificate, insieme con parte delle bevande fatte con specie, e ridono, cantano e saltano, in riverenza di quell'idolo overo dio. Dopo questo domandano a quell'indemoniato se per tal sacrificio è satisfatto all'idolo, e s'egli comanda che si faccia altro; e quando risponde essere satisfatto, allora detti maghi e maghe, che di continuo hanno cantato, sentano a tavola e mangiano la carne sacrificata con grand'allegrezza, e bevono di quelle bevande che sono state offerte. Compiuto il desinare e avuto il loro pagamento, ritornano a casa, e se per providenzia d'Iddio guarisce l'infermo, dicono che l'ha guarito quell'idolo al quale è stato fatt'il sacrificio; ma s'ei muore, dicono che 'l sacrificio è stato defraudato, cioè che quelli che hanno preparate le vivande l'hanno gustate prima che sia stata data la sua parte all'idolo. E queste ceremonie non si fanno per qualunque infermo, ma una o due volte al mese per qualche grand'uomo ricco, la qual cosa ancora s'osserva in tutta la provincia del Cataio e di Mangi e quasi da tutti gl'idolatri, perchè non hanno copia di medici: e in questo modo li demonii scherniscono la cecità di quelle misere genti.

Come il gran Can soggiogò il regno di Mien e di Bangala.
Cap. 42.

Prima che procediamo piú oltre, narreremo una memorabile battaglia che fu nel sopradetto regno di Vociam. Avvenne che nel 1272 il gran Can mandò un esercito nel regno di Vociam e Carazan, per custodirlo e defenderlo da genti strane che lo volessero offendere, imperochè fino a quel tempo il gran Can ancora non avea mandato alcuno de' suoi figliuoli al governo de' suoi reami, come dopo vi mandò, perchè sopra questo regno ordinò in re Centemur suo figliuolo. Il re veramente di Mien e Bangala dell'India, ch'era potente di genti, terre e tesoro, udendo che l'esercito de' Tartari era venuto a Vociam, deliberò di volerlo combattere e scacciare, acciochè piú il gran Can non ardisse di mandar genti a' suoi confini. Però preparò un esercito grandissimo e gran moltitudine d'elefanti (perchè di continuo ne teneva infiniti ne' suoi regni), sopra li quali fece far alcune baltresche e castelli di legno, dove stavano uomini a saettare e combattere: e in alcuni ve n'erano da dodici e sedici che commodamente potevano combattere. E oltre di questi messe insieme gran numero di cavalli armati e fanti a piedi, e prese il cammino verso Vociam, dove l'esercito del gran Can s'era fermato, e quivi s'accampò con tutto l'oste per riposarlo alquanti giorni.
Quando Nestardin, ch'era capitano dell'esercito del gran Can, uomo prudente e valoroso, intese la venuta dell'oste del re di Mien e Bangala con tanto numero di genti, temette molto, perchè non aveva seco piú di dodicimila uomini, ma esercitati e franchi combattitori, e il detto re n'avea sessantamila, e da circa mille elefanti tutti armati, con castelli sopra. Costui, come savio ed esperto, non mostrò paura alcuna, ma discese nel piano di Vociam e si pose alle spalle un bosco folto e forte d'altissimi arbori, con opinione che se gli elefanti venissero con tanta furia che non se li potesse resistere, di ritirarsi nel bosco e saettarli al sicuro. Però, chiamati a sé li principali dell'esercito, li confortò che non volessero esser di minor virtú di quello ch'erano stati per avanti, e che la vittoria non consisteva nella moltitudine ma nella virtú di valorosi ed esperti cavalieri, e che le genti del re di Mien e Bangala erano inesperte e non pratiche della guerra, nella qual non s'aveano trovato, come aveano fatto loro, tante volte: e però non volessero dubitare della moltitudine de' nemici, ma sperar nella perizia sua esperimentata in tante imprese, che già il nome loro era non solamente a' nemici, ma a tutto il mondo pauroso e tremendo, promettendoli ferma e indubitata vittoria.
Saputo il re di Mien che l'oste de' Tartari era disceso al piano, subito si mosse e venne ad accamparsi vicino a quel de' Tartari un miglio, e messe le sue schiere ad ordine, ponendo nella prima fronte gli elefanti e dopo di dietro i cavalli e i fanti, ma lontani come in due ali, lasciandovi un gran spazio in mezo. E quivi cominciò ad inanimare i suoi, dicendoli che volessero valorosamente combattere, perch'erano certi della vittoria, essendo loro quattro per uno, e avendo tanti elefanti con tanti castelli che li nemici non averiano ardire d'aspettarli, non avendo mai con tal sorte d'animali combattuto. E fatti sonare infiniti strumenti, si mosse con gran vigore con tutto l'oste suo verso quello de' Tartari, i quali stettero fermi e non si mossero, ma li lasciarono venir vicini al suo alloggiamento; poi immediate uscirono con grand'animo all'incontro. E, non mancando altro che l'azzuffarsi insieme, avvenne che i cavalli de' Tartari, vedendo gli elefanti cosí grandi e con que' castelli, si spaurirono di maniera che cominciavano a voler fuggire e voltarsi adietro, né v'era modo che li potessero ritenere, e il re con tutto l'esercito s'avvicinava ognora piú innanti. Onde il prudente capitano, veduto questo disordine sopravenutoli all'improviso, senza perdersi punto prese partito di far immediate smontar tutti dai cavalli, e quelli mettere nel bosco, ligandogli agli arbori. Smontati adunque andorno a piedi alla schiera d'elefanti e cominciorno fortemente a saettarli; e quelli ch'erano sopra li castelli, con tutte le genti del re, ancor loro con grand'animo saettavano li Tartari, ma le loro freccie non impiagavano cosí gravemente come facevano quelle de' Tartari, ch'erano da maggior forza tirate. E fu tanta la moltitudine delle saette in questo principio, e tutte al segno degli elefanti (che cosí fu ordinato dal capitano), che restorno da ogni canto del corpo feriti, e subito cominciorno a fuggire e a voltarsi adietro verso le genti loro proprie, mettendole in disordine. Né vi valeva forza o modo alcuno di quelli che li governavano, che, per il dolore e rabbia delle ferite e per il tuono grande delle voci, erano talmente impauriti che senza ritegno o governo andavano or qua or là vagabondi, e alla fine con gran furia e spavento si cacciorno in una parte del bosco dove non erano li Tartari; e quivi entrando per forza, per la foltezza e grossezza degli arbori, fracassavano con grandissimo strepito e rumore li castelli e baltresche che avevano sopra, con ruina e morte di quelli che v'erano dentro.
Alli Tartari, veduta la fuga di questi animali, crebbe l'animo, e senza dimorar punto a parte a parte con grand'ordine e magisterio andavano montando a cavallo e ritornavano alle loro schiere, dove cominciorno una crudele e orrenda battaglia. Né le genti del re manco valorosamente combattevano, perchè egli in persona le andava confortando, dicendoli che stessero saldi e non si sbigottissero per il caso intravenuto agli elefanti. Ma li Tartari, per la perizia del saettare, li caricavano grandemente addosso e offendevano fuor di misura, perchè non erano armati come li Tartari. E poi che l'un e l'altro esercito ebbero consumate le saette, posero man alle spade e mazze di ferro, facendo empito un contra l'altro: dove si vedeva in un instante tagliare e troncar piedi, mani, teste, e dare e ricever grandissimi colpi e crudeli, cadendo in terra molti feriti e morti, con tanta uccisione e spargimento di sangue ch'era cosa spaventevole e orribile a vedere; ed era tanto lo strepito e grido grande che le voci andavano sin al cielo.
Il re veramente di Mien, come valoroso capitano, arditamente in ogni parte dove vedeva il pericolo maggiore si metteva, inanimando e pregando che stessero fermi e constanti, e faceva che le schiere di dietro, ch'erano fresche, venissero inanti a soccorrere quelle ch'eran stracche. Ma, vedendo che non era possibile da fermarsi né sostener l'empito de' Tartari, essendo la maggior parte del suo esercito o ferita o morta, e tutto il campo pieno di sangue e coperto di cavalli e uomini uccisi, e che cominciavano a voltar le spalle, si mise anch'egli a fuggire col resto delle sue genti, le quali, seguitate da' Tartari, furono per la maggior parte uccise.
Questa battaglia fu molto crudele da una banda e dall'altra, e durò dalla mattina fino a mezogiorno: e li Tartari ebbero la vittoria, e la causa fu perchè il re di Bangala e Mien non aveva il suo esercito armato come quello de' Tartari, e similmente non erano armati gli elefanti che venivano nella prima fila, che averiano potuto sostenere il primo saettamento de' nimici, e andargli addosso e disordinarli. Ma, quello che piú importa, detto re non doveva andar ad assaltar li Tartari in quell'alloggiamento ch'aveva il bosco alle spalle, ma aspettarli in campagna larga, dove non averiano potuto sostener l'empito de' primi elefanti armati, e poi con le due ale di cavalli e fanti gli averia circondati e messi di mezo.
Raccoltisi i Tartari dopo l'uccisione de' nemici, andorno verso il bosco nel quale erano gli elefanti per pigliargli, e trovorno che quelle genti ch'erano campate tagliavano arbori e sbarravano le strade per difendersi. Ma i Tartari immediate, rotti i loro ripari, ne uccisero molti e fecero prigioni, col mezo di quelli che sapevano il maneggiar di detti elefanti, e n'ebbero dugento e piú. E dal tempo della presente battaglia in qua, il gran Can ha voluto aver di continuo elefanti ne' suoi eserciti, che prima non ve n'aveva. Questa giornata fu causa che 'l gran Can acquistò tutte le terre del re di Bangala e Mien, e le sottomise al suo imperio.

Di una regione salvatica e della provincia di Mien.
Cap. 43.

Partendosi dalla detta provincia di Cardandan, si truova una grandissima discesa, per la quale si discende continuamente due giornate e meza e non si truova abitazione né altro, se non una pianura ampla e spaziosa, nella quale tre giorni di ciascuna settimana si raguna molta gente al mercato, perchè molti descendono da' monti di quelle regioni e portan oro per cambiarlo con argento, qual li mercanti da longhi paesi arrecano per questo effetto, e danno un saggio d'oro per cinque d'argento. E non è permesso che gli abitanti portino l'oro fuori del paese, ma vogliono che vi venghino li mercanti con l'argento a pigliarlo, portando le mercanzie che faccino per li loro bisogni, perchè niuno potrebbe andar alle loro abitazioni se non quelli della contrada, per essere in luoghi ardui, forti e inaccessibili: e però fanno questi mercati nella detta pianura, la qual passata si truova la città di Mien, andando verso mezodí, ne' confini dell'India; e si camina quindici giornate per luoghi molto disabitati e per boschi, ne' quali si truovano molti elefanti, alicorni e altri animali salvatichi, né vi sono uomini né abitazione alcuna.

Della città di Mien e d'un bellissimo sepolcro del re di quella.
Cap. 44.

Dopo le dette quindici giornate, si truova la città di Mien, la qual è grande e nobile e capo del regno, e sottoposta al gran Can; gli abitatori sono idolatri, e hanno lingua propria. Fu in questa città (come si dice) un re molto potente e ricco, qual venendo a morte ordinò che appresso la sua sepoltura vi fossero fabricate due torri a modo di piramidi, una da un capo e l'altra dall'altro, tutte di marmo, alte dieci passa e grosse secondo la convenienzia dell'altezza e di sopra v'era una balla ritonda. Queste torri, una era coperta tutta d'una lama d'oro grossa un dito, che altro non si vedeva che oro, e l'altra d'una lama d'argento della medesima grossezza, e aveano congegnate campanelle d'oro e d'argento atorno la balla, che ogni fiata che soffiava il vento sonavano, che era cosa molto stupenda a vedere; e similmente la sepoltura era coperta parte di lame d'oro e parte d'argento: e questo fece far detto re per onor dell'anima sua, acciò che la memoria sua non perisse.
Or, avendo il gran Can deliberato d'aver quella città, vi mandò un valoroso capitano, e la maggior parte dell'esercito volse ch'andassero giocolari overo buffoni della corte sua, che ne sono di continuo in gran numero. Or, entrati nella città e trovate le due torri tanto ricche e adorne, non le volsero toccare senza saputa del gran Can, qual, inteso che ebbe che erano state fatte per quella memoria dell'anima sua, non permesse che le toccassero né guastassero, per esser questo costume di Tartari, che reputano gran peccato il movere alcuna cosa pertinente a' morti. Quivi si truovano molti elefanti, buoi salvatichi grandi e belli, cervi e daini, e ogni sorte d'animali in grand'abondanza.

Della provincia di Bangala.
Cap. 45.

La provincia di Bangala è posta ne' confini dell'India verso mezodí, la qual, al tempo che messer Marco Polo stava alla corte, il gran Can la sottomesse al suo imperio: e stette l'oste suo gran tempo all'assedio di quella, per esser potente il paese e il re, come di sopra si ha inteso. Ha lingua da per sé; quelle genti adorano gl'idoli, e hanno maestri che tengono scole e insegnano le idolatrie e incanti, e questa dottrina è molto universale a tutti i signori e baroni di quella regione. Hanno buoi di grandezza quasi come elefanti, ma non sono cosí grossi. Vivono di carne, latte e risi, de' quali ne hanno abondanza; il paese produce assai bambagio, e fanno molte mercanzie. Quivi nasce molto spigo, galanga, zenzero, zucchero e di molte altre speciarie, e molti Indiani vengono a comprar di quelle, e anco di eunuchi schiavi, che ne hanno in gran quantità, perchè quanti in guerra si prendono per quelle genti subito sono castrati, e tutti i signori e baroni ne vogliono di continuo aver alla custodia delle lor donne: e perciò i mercanti gli vengono a comprar, per portarli a vendere in diverse regioni con grandissimo guadagno. Dura questa provincia trenta giornate, in capo delle quali, andando verso levante, si truova una provincia detta Cangigú.

Della provincia di Cangigú.
Cap. 46.

Cangigú è una provincia verso levante, la qual ha un re, e quelle genti adorano gl'idoli e hanno lingua da sé, e si diedero al gran Can e ogn'anno li danno tributo. Il re di questa provincia è molto lussurioso, e ha forse trecento mogli, e ove sa che vi sia qualche bella donna, subito la fa venire e la piglia per moglie. Si truova oro in grandissima quantità e anco molte sorti di specie, ma per esser fra terra e molto discosto dal mare v'è poca vendita di quelle; sonvi molti elefanti e altre sorti di bestie. Vivono di carne, risi e latte; non hanno vino d'uve, ma lo fanno di riso con molte specie mescolate. Quelle genti, cosí uomini come donne, hanno tutto il corpo dipinto di diverse sorti d'animali e uccelli, perchè vi sono maestri che non fanno altr'arte se non con un'agucchia di designarle, o sopra il volto, mani, gambe e ventre, e vi mettono color negro, che mai per acqua over altro può levarsi via: e quella femina overo uomo che n'ha piú di dette figure è riputato piú bello.

Della provincia di Amú.
Cap.47.

Amú è una provincia verso levante, la qual è sotto il gran Can, le cui genti adorano gli idoli, e vivono di bestie e frutti della terra. Hanno lingua da per sé, e vi sono molti cavalli e buoni, che vendono a' mercanti e li conducono in India; hanno buffoli e buoi in gran quantità, per esservi grandissimi e buoni pascoli. Gli uomini e le donne portano alle mani e alle braccia manigli d'oro e d'argento, e similmente intorno alle gambe, ma quelli che portano le donne sono di maggior valuta. E sappiate che da questa provincia di Amú fino a quella di Cangigú vi sono venticinque giornate.
Or diremo d'un'altra provincia detta Tholoman, la qual è discosto da queste ben otto giornate.

Di Tholoman.
Cap. 48.

Tholoman è una provincia verso levante, le cui genti adorano gl'idoli. Hanno linguaggio da per sé; sono sottoposti al gran Can. Questi abitanti sono belli e grandi, e piú presto bruni che bianchi. Sono uomini giusti e valenti nell'arme, e molte città e castella sono in questa provincia sopra grandi e alti monti. Abbruciano i corpi de' loro morti, e l'ossa che non s'abbruciano mettono in cassette di legname e le portan alle montagne, e le mettono in alcune caverne e dirupi, acciò ch'animal alcuno non le possa andar a toccare. Quivi si truova oro in grand'abondanza, e si spendono porcellane che vengono d'India per moneta picciola, e cosí spendono le due provincie sopradette di Cangigú e Amú. Vivono di carne e risi e bevono vino di risi, com'è detto di sopra.

Delle città di Cintigui, Sidinfu, Gingui, Pazanfu.
Cap. 49.

Partendosi della provincia di Tholoman e andando verso levante, si camina dodici giornate sopra un fiume, atorno il quale vi sono molte città e castella, le qual finite si truova la bella e gran città di Cintigui, le cui genti adorano gl'idoli e sono sotto il dominio del gran Can. Vivono di mercanzie e arti; fanno drappi di scorzi d'alcune sorti d'arbori, che sono molto belli, e gli vestono nel tempo dell'estate, cosí uomini come donne. Gli uomini sono valenti nell'armi; non hanno altra sorte di moneta se non quella di carta della stampa del gran Can.
In questa provincia v'è tanta quantità di leoni che niun ardisce dormir la notte fuor della città per timor de' detti leoni, e quelli che navigano pel fiume non si metteriano a dormire con loro navilii appresso le ripe, perchè si sono trovati i leoni gettarsi all'acqua e nuotar alli navilii e tirar per forza fuori gli uomini; ma sorgeno nel mezo del fiume, ch'è molto largo, e cosí sono sicuri. Si ritruovan ancora in detta provincia i maggiori e piú feroci cani che si possano dire, e sono di tant'animo e possanza che un uomo con due cani ammazza un leone, perchè andando per camino con due de' detti cani, con l'arco e le saette, va sicuramente, e, se si truova il leone, li cani arditi gli vanno addosso, essendo incitati dall'uomo. E la natura del leone è di cercare qualch'arbore per appoggio, acciò che i cani non li possan andar da dietro, ma che tutti due li stiano in faccia; e però, veduti i cani e conoscendoli, se ne va passo passo né per alcun modo correria, per non voler parere ch'egli abbia paura, tanta è la sua superbia e altezza d'animo. E in questo andar di passo i cani lo vanno mordendo e l'uomo saettando, e ancor che 'l leone, sentendosi mordere da' cani, si volti verso loro, sono però tanto presti che sanno ritrarsi, e il leone torna alla via sua passeggiando, per modo che, avanti ch'egli abbia trovato appoggio, con le saette è tanto ferito e morsicato e sparto il sangue che indebolito cade: e a questo modo con i cani prendono il leone.
Fanno molta seta, della quale, portandosene fuor del paese, si fa di gran mercanzie, per via di questo fiume, qual si naviga per dodici giornate, sempre trovando città e castella. Adorano gl'idoli e sono sotto il dominio del gran Can; la sua moneta è di carta, e il loro vivere e mantenersi consiste in mercanzie; sono valenti nell'arme.
E in capo delle dodici giornate si truova la città di Sidinfu, della quale abbiamo trattato di sopra, e da Sidinfu per venti giornate si truova Gingui, e da Gingui per altre quattro giornate si truova la città di Pazanfu, la qual è verso mezodí, ed è della provincia del Cataio, ritornando per l'altra parte della provincia, le cui genti adorano gl'idoli e fanno abbruciare i corpi quando muoiono. Vi sono ancor certi cristiani, che hanno una chiesa, e sono sotto il dominio del gran Can, e spendono le monete di carta. Vivono di mercanzie e arti, e hanno seta in abondanza, e fanno panni d'oro e di seta e veli sottilissimi. Ha questa città molte città e castella sotto di sé; per quella passa un gran fiume, per il quale si porta gran mercanzie alla città di Cambalú, perchè con molti alvei e fosse lo fanno scorrere fino alla detta città.
Ma al presente partiremo di qui, e per tre giornate procedendo trattaremo d'una città detta Cianglú.

Della città di Cianglú.
Cap. 50.

Cianglú è una gran città verso mezodí, della provincia del Cataio, subdita al gran Can, le cui genti adorano gl'idoli e fanno abbruciare i corpi morti; spendono le monete di carta del gran Can. In questa città e distretto fanno grandissima quantità di sale, in questo modo: hanno una sorte di terra salmastra, della quale ne fanno gran monti e gettanli sopra dell'acqua, la quale, ricevuta la salsedine per virtú della terra, discorre di sotto, e raccolgonla per condotti, e dopo la mettono in padelle spaziose e larghe, non alte piú di quattro dita, facendola bollire molto bene; e poi ch'ell'ha bollito quanto li pare, congela in sale, ed è bello e bianco, e si porta fuori in molti paesi, e quelle genti ne fanno gran guadagno, e il gran Can ne riceve grand'entrata e utilità. Nascono in questa contrata persiche molto buone e saporite, e di tanta grandezza che pesano due libre l'una alla sottile.
Or, lasciando questa città, diremo d'un'altra detta Ciangli.

Della città di Ciangli.
Cap. 51.

Ciangli è una città nel Cataio verso mezodí, subdita al gran Can: sono idolatri e hanno la moneta di carta; ed è discosta da Cianglú per cinque giornate, nel camino delle quali si truovano molte città e castella soggette al gran Can, e sono molto mercantesche, delle quali il gran Can ne conseguisce grand'entrata. Passa per mezo della città di Ciangli un largo e profondo fiume, per il quale portano molte mercanzie di seta, specie e molte altre cose di grande valuta.

Or lasciaremo Ciangli, e narraremo d'un'altra città detta Tudinfu.

Della città di Tudinfu.
Cap. 52.

Quanto si parte da Ciangli, caminando verso mezodí sei giornate, di continuo si truovano città e castella di gran valore e nobiltà; e le genti adorano gl'idoli, abbruciano i loro corpi, sono soggetti al gran Can, e le loro monete sono di carta; vivono di mercanzie e arti e hanno abondanza di vettovaglie. E in capo di dette sei giornate si truova una città, qual fu già un regno nobile e grande, detto Tudinfu: ma il gran Can la soggiogò al suo dominio per forza d'armi. Ed è molto dilettevole per li giardini che vi sono intorno, che producono belli e buoni frutti. Fanno seta in grand'abondanza.
Ha sotto la sua iurisdizione undici città imperiali, cioè nobili e grandi, per esser città di gran traffichi di mercanzie e di gran copia di seta, e soleva avere re, avanti ch'ella fosse sottoposta al gran Can, qual nel 1272 mandò al governo della città e a guardia del paese un suo barone nominato Lucansor, capitano d'ottantamila cavalli. Costui, vedendosi con tanta gente e in cosí ricco e abondante paese, insuperbito, deliberò di ribellarsi al suo signore, e parlato ch'ebbe con li primi della detta città, li persuase ad assentire a questo suo mal volere, e col mezzo di detti fece ribellare tutti i popoli delle città e castella sottoposte a quella provincia. Il gran Can, inteso che ebbe questo tradimento, mandò subito due suoi baroni, de' quali un era chiamato Angul, l'altro Mongatai, con centomila persone. Lucansor, inteso ch'ebbe questo esercito che gli veniva contra, si sforzò di ragunare non minor numero delle genti de' sopradetti, e quanto piú presto fu possibile venne alle mani con loro. E con grande uccisione dell'una parte e l'altra, fu finalmente morto Lucansor, la qual cosa veduta dall'oste suo, si misero a fuggire. E seguitandoli i Tartari, molti ne furono morti e molti presi, quali menati alla presenza del gran Can, tutti i principali fece morire; a li altri perdonò e tolsegli alli servizii suoi, e sempre li furono fedeli.

Della città di Singuimatu.
Cap. 53.

Da Tudinfu caminando sette giornate verso mezodí, si trovan sempre città e castelli nobili e grandi, di molte mercanzie e arti; sono idolatri e sottoposti al gran Can, e hanno diverse cacciagioni di bestie e uccelli e abondanza di tutte le cose. E in capo di sette giornate si trova la città di Singuimatu, dentro della quale, dalla banda di mezodí, passa un fiume grande e profondo, qual dagli abitanti è stato diviso in due parti, una delle quali, che scorre alla volta di levante, tende verso il Cataio, e l'altra, che va verso ponente, alla provincia di Mangi. In questo fiume vi navigano tanto numero di navilii ch'è quasi incredibile, e si portano da queste due provincie, cioè dall'un'all'altra, tutte le cose necessarie, onde è cosa maravigliosa a vedere la moltitudine di navilii e la grandezza di quelli, che continuamente navigano carichi di tutte le mercanzie di grandissima valuta.
Or partendosi da Singuimatu e andando verso mezodí sedici giornate, continuamente si truovano città e castella, nelle qual vi sono gran mercanti: e tutte le genti di queste contrade sono idolatri, sottoposti al gran Can.

Del gran fiume detto Caramoran, e delle città di Coiganzu e Quanzu.
Cap. 54.

Compiute le dette sedici giornate, si truova di nuovo il gran fiume Caramoran, che discorre dalle terre del re Umcan, nominato di sopra il Prete Gianni di tramontana, qual è molto profondo che vi può andare liberamente navi grandi, con tutti i suoi carichi. Si pigliano in quello molti pesci grandi e in gran copia. In questo fiume, appresso il mare Oceano una giornata, si truovano da quindicimila navilii, che portano ciascuno di loro quindici cavalli e venti uomini, oltre la vettovaglia e li marinari che li governano: e questi tiene il gran Can, acciochè li siano apparecchiati per portar un esercito ad alcuna delle isole che sono nel mare Oceano quando si ribellassero, overo in qualche region remota e lontana. E dove detti navilii si servan, appresso la ripa del fiume, v'è una città detta Coiganzu, e dall'altra banda a riscontro di questa ve n'è un'altra detta Quanzu: ma una è grande e l'altra picciola. Passato detto fiume s'entra nella nobilissima provincia di Mangi.
E non crediate che abbiamo trattato per ordine di tutta la provincia del Cataio, anzi non ho detto la ventesima parte, però che messer Marco, passando per la detta provincia, non ha descritto se non quelle città che ha trovato sopra il camino, lasciando quelle che sono per i lati e per il mezo, perchè saria stato cosa troppo longa e rincrescevole. Però, lasciando il dire di questo, comincieremo a trattare prima dell'acquisto fatto della provincia di Mangi e sue città, la cui magnificenza e ricchezza mostrerassi nel seguente parlare.

Della nobilissima provincia di Mangi, e come il gran Can la soggiogò.
Cap. 55.

La provincia di Mangi è la piú nobile e piú ricca che si truova in tutt'il Levante. E nel 1269 v'era un signore detto Fanfur, il piú ricco e piú potente principe che si sapesse essere stato già centenara d'anni, ma era signor pacifico e uomo che faceva grandi elemosine, né credeva che signor del mondo li potesse nuocere, per l'amore che li portavano i popoli e per la fortezza del paese, circondato da grandissimi fiumi: dal che processe che 'l detto non s'esercitò nelle armi, né manco volse che li suoi popoli vi s'esercitassero. Le città del suo regno erano fortissime, perchè ciascuna avea intorno una fossa profonda e larga quanto poteva tirare un arco, piena d'acqua, né teneva cavalli a suo soldo, non avendo paura di alcuno. Né ad altro era rivolto l'animo del re e tutti i suoi pensieri, se non a darsi buon tempo e star di continuo in piaceri: avea nella sua corte e a' suoi servizii circa mille bellissime giovani, con le quali si vivea in grandissime delizie. Amava la pace e manteneva la giustizia severamente, e non voleva che ad alcuno fosse fatto un minimo torto, né che alcuno offendesse il prossimo, perchè il re li faceva punire senz'alcun riguardo. Ed era tanta la fama della sua giustizia, che alcune fiate le persone si domenticavano le loro botteghe aperte piene di mercanzie, e nondimeno non v'era alcuno che ardisse d'intrarli dentro o levarli alcuna cosa. Tutti i viandanti di giorno e di notte potevano andare liberi e sicuramente per tutto il regno, senza paura d'alcuno. Era pietoso e misericordioso verso poveri e bisognosi: ogni anno faceva raccogliere ventimila bambini che dalle madri povere erano esposti, per non poterli far le spese, e questi fanciulli faceva allevare, e come erano grandi li faceva mettere a far qualche arte, overo li maritava con le fanciulle che similmente avea fatto allevare.
Or Cublai Can signor de' Tartari di contraria natura era del re Fanfur, perchè di niuna altra cosa si dilettava che di guerre e conquistar paesi e farsi gran signore. Costui, dopo grandissimi conquisti di molte provincie e regni, deliberò di conquistar la provincia di Mangi e, messo insieme gran sforzo di genti da cavallo e da piedi, sí che era un potente esercito, vi fece capitano uno nominato Chinsambaian, che vuol dire in lingua nostra Cento Occhi e quello con le genti mandò con molte navi nella provincia di Mangi. Dove giunto, fece richiedere gli abitatori della città di Coiganzu che volessero dare obedienza al suo re, la qual cosa recusorno di fare; poi, senza far assalto alcuno, processe alla seconda città, la qual similmente denegò d'arrendersi, e partitosi andò alla terza, alla quarta, e da tutte ebbe la medesima risposta. E non volendo lasciarsi adietro tante città, ancor ch'egli avesse un fortissimo esercito, e che il gran Can li mandasse un altro per terra di non minor numero e fortezza, deliberò d'espugnarne una, e quivi con tutt'il suo potere e sapere la prese, facendo uccidere quanti in quella si trovorno: la qual cosa udita da tutte l'altre fu di tanto spavento e terrore che spontaneamente tutte vennero alla obedienza sua. E dopo se n'andò con tutti due gli eserciti che avea sotto la real città di Quinsai, nella qual trovandosi il re Fanfur tutto spauroso e tremante, come quello che mai non avea veduto combattere né stato in guerra alcuna, dubitando della sua persona, montò sopra le navi che erano state preparate per questo effetto, con tutto il suo tesoro e robbe sue, lasciando la guardia della città alla moglie, con ordine che si difendesse al meglio che potesse, perchè, essendo femina, non avea da dubitare che, capitando nelle mani de' nemici, la facessero morire; e partito andossene per il mare Oceano ad alcune sue isole dove erano luoghi fortissimi, e quivi finí la sua vita.
Or, lasciata la moglie in questo modo, si dice che 'l re Fanfur era stato admonito da' suoi astrologhi che non li poteva esser tolta la signoria, salvo da un capitano che avesse cento occhi: la qual cosa sapendo la regina, essendo ogni giorno piú stretta la città, stava pur con speranza di non poterla perdere, parendoli impossibile che un uomo avesse cento occhi. E un giorno, volendo sapere come avea nome il capitano nemico, le fu detto Chinsambaian, cioè Cent'Occhi: il qual nome la impaurí e mise gran terrore, pensando costui dover esser quello che gli astrologhi aveano detto al re che 'l cacciaria di signoria; però, come femina piena di paura, senza pensarvi piú sopra si rese. Avuta la città di Quinsai da' Tartari, subito tutto il resto della provincia venne in suo potere, e fu mandata la regina alla presenza di Cublai Can, e da quello fu ricevuta onorevolmente, qual li fece dar di continuo tanti denari che si mantenne di continuo come regina.
Or che abbiam detto del conquistar della provincia di Mangi, diremo delle città che sono in quella, e prima di Coiganzu.

Della città di Coiganzu.
Cap. 56.

Coiganzu è una città molto bella e ricca, posta verso scirocco e levante nell'entrare nella provincia di Mangi, dove si truovano di continuo grandissime quantità di navilii, per essere (come di sopra abbiamo detto) sopra il fiume Caramoran. Portansi a questa città molte mercanzie, le quali mandano per detto fiume a diverse altre città. Fassi quivi tanta quantità di sale che, oltre l'uso suo, ne mandano a molte altre città: del qual sale il gran Can ne conseguisce grande utilità.

Della città di Paughin.
Cap. 57.

Or, partendosi da Coiganzu, si camina verso scirocco una giornata per un terraglio che è nell'entrar di Mangi, fatto di belle pietre, e appresso questo terraglio da un lato e dall'altro vi sono paludi grandissime con acqua profonda, per la quale si può navigare: né per altra strada si può entrare in detta provincia se non per questo terraglio, salvo se non vi s'entrasse con navi, come fece il capitano del gran Can, che vi smontò con tutto l'esercito. In capo di detta giornata si truova una città detta Paughin, grande e bella. Le genti adorano gl'idoli, e abbruciano i corpi morti; hanno moneta di carta e sono sotto il gran Can. Vivono di mercanzie e arti: hanno seta assai e fanno panno d'oro e di seta in quantità, ed è abondante di tutte le cose da vivere.

Della città di Caim.
Cap. 58.

Quando si parte dalla città di Paughin si va una giornata per scirocco, e trovasi una città detta Caim, grande e nobile. Le genti adorano gl'idoli, spendono moneta di carta e sono sott'il gran Can. Vivono di mercanzie e d'arti, e hanno abondanza di pesci e cacciagioni di animali salvatichi e d'uccelli, e li fagiani vi sono in tanta copia che, per tanto argento quanto è un grosso veneziano, si ha tre buoni fagiani, i quali sono grossi come pavoni.

Della città di Tingui e Cingui.
Cap. 59.

Partendosi dalla detta città e cavalcando per una giornata, sempre si truova casali e terre lavorate, e dopo una città detta Tingui, la quale non è molto grande, ma abondante di tutti i beni necessarii al vivere umano. Sono idolatri e sottoposti al gran Can, e spendono moneta di carta; sono mercanti, e hanno gran copia di navilii, animali assai e uccelli. La qual città tende verso scirocco, e dalla sinistra parte verso levante, per tre giornate alla longa, si truova il mare Oceano: e in tutto quel spazio vi sono molte saline, e fassi gran copia di sale. Poi si truova una gran città detta Cingui, la qual è nobile e grande, e di questa città si cava grandissima quantità di sale, e fornisce tutte le provincie vicine, e il gran Can ne cava grandissima utilità e tributo, che a pena si potria credere. Adorano gl'idoli e hanno moneta di carta, e sono sotto il dominio del gran Can.

Della città di Iangui, che governò messer Marco Polo.
Cap. 60.

Caminando per scirocco da Cingui si truova la nobil città di Iangui, la qual è nobile e ha sotto di sé ventisette città, e per questo è potentissima, ed è sottoposta al gran Can. E in questa città fa residenzia uno de' dodici baroni avanti nominati, che sono governatori delle provincie, eletti per il gran Can. Sono idolatri, e vivono di mercanzie e d'arti: fannosi quivi molte armi e arnesi da battaglia, però che per quelle contrade v'abitano genti d'arme assai. E messer Marco Polo, di commissione del gran Can, n'ebbe il governo tre anni continui, in luogo d'un de' detti baroni.

Della provincia di Nanghin.
Cap. 61.

Nanghin è una provincia verso ponente, ed è di quelle di Mangi, molto nobile e grande. Sono idolatri e spendono moneta di carta, ed è luogo di gran mercanzie. Hanno seta, e lavorano panni d'oro e di seta in gran quantità e di molte maniere; abondantissima di tutte le biade e d'animali cosí domestici come salvatici e d'uccelli; sono ricchi mercanti, e per questo è utilissima provincia al signore, massime per le gabelle delle mercanzie.
Or trattaremo della nobil città di Saianfu.

Della città di Saianfu, che fu espugnata per messer Nicolò e messer Maffio Polo.
Cap. 62.

Saianfu è una nobile e gran città nella provincia di Mangi, alla cui iurisdizione rispondono dodici città ricche e grandi. Ivi si fanno molte mercanzie e arti, e abbruciano i loro corpi; spendono moneta di carta, e sono idolatri, sotto l'imperio del gran Can. E hanno gran quantità di seta, e fassene de' bellissimi panni, e similmente d'oro; hanno belle caccie, e da uccellare in gran copia. Ed è dotata di tutte le cose che s'appartengano ad una nobil città, la qual per la sua potenza si tenne anni tre che non si volse rendere al gran Can, dopo ch'egli ebbe acquistata la provincia di Mangi. E la causa era questa, che non si poteva approssimar l'esercito alla città se non dalla banda di tramontana, perchè dall'altre parte vi erano laghi grandissimi, d'onde si portavano alla città vettovaglie di continuo, né si poteva vietar: la qual cosa essendo riferita al gran Can, ne pigliava un estremo dispiacere, che tutta la provincia di Mangi fosse venuta alla sua obedienza e che questa sola stesse in questa ostinazione.
Il che venuto ad orecchie di messer Nicolò e di messer Maffio fratelli, che si truovavano in corte del gran Can, andorno subito a quello e si profersero di far fare mangani al modo di Ponente, con li quali gettariano pietre di trecento libre che ammazzariano gli uomini e ruinariano le case. Questo ricordo piacque al gran Can ed ebbelo molto caro, e subito ordinò che li fossero dati fabri eccellenti e maestri di legnami, de' quali n'erano alcuni cristiani nestorini, che sapevano benissimo lavorare. Costoro in pochi giorni fabricorno tre mangani, secondo che li detti fratelli gli ordinavano, quali furno provati in presenza del gran Can e di tutta la corte, che li viddero tirare pietre di trecento libre di peso l'una. E subito, posti in nave, furno mandati all'esercito, dove, drizzati dinanzi la città di Saianfu, la prima pietra che tirò il mangano cadde con tanto fracasso sopra una casa che gran parte di quella si ruppe e cadette a terra: la qual cosa impaurí talmente tutti gli abitatori, che pareva che le saette venissero dal cielo, che deliberorno di rendersi, e cosí, mandati ambasciatori, si dettono con li medesimi patti e condizioni con le quali s'era resa tutta la provincia di Mangi. Questa espedizione fatta cosí presta crebbe la reputazione e credito a questi due fratelli veneziani appresso il gran Can e tutta la corte.

Della città di Singui, e del grandissimo fiume detto Quian.
Cap. 63.

Quando si parte dalla città di Saianfu e si va oltre quindici miglia verso sirocco, si truova la città di Singui, la quale non è molto grande, ma molto buona per le mercanzie. Ha grandissima quantità di navi, per esser fabricata appresso il maggior fiume che sia in tutto il mondo, nominato Quian, qual è di larghezza in alcuni luoghi dieci miglia, in altri otto e sei, e per longhezza, fino dove mette capo nel mare Oceano, sono da cento e piú giornate. In detto fiume entrano infiniti altri fiumi che discorrono d'altre regioni, tutti navigabili, che 'l fa esser cosí grosso, e sopra quello infinite città e castella: e vi sono oltra dugento città e provincie sedici che participano sopra di quello, per il quale corrono tante mercanzie d'ogni sorte che è quasi incredibile a chi non l'avesse vedute. Ma, avendo sí longo corso, dove riceve (come abbiamo detto) tanto numero di fiumi navigabili, non è maraviglia se la mercanzia che per quello corre da ogni banda di tante città è innumerabile e di gran ricchezza, e la maggior che sia è il sale, qual navigandosi per quello e per gli altri fiumi, forniscono le città che vi sono sopra e quelle che sono fra terra. Messer Marco vidde una volta che fu a questa città di Singui da cinquemila navi, e nondimeno le altre città che sono appresso detto fiume ne hanno in maggior numero. Tutte dette navi sono coperte, e hanno un arbore con una vela, e il cargo che porta la nave per la maggior parte è di quattromila cantari, e fino a dodici che alcune ne portano, intendendo il cantaro al modo di Venezia. Non usano corde di canevo se non per l'arbore della nave, per la vela, ma hanno canne longhe da quindici passa, come abbiamo detto di sopra, le quali sfendono da un capo all'altro in molti pezzi sottili, e poi le piegano insieme e fanno di quelle tortizze longhe trecento passa, non meno forti che le tortizze di canevo, tanto sono con gran diligenza fatte. Con queste in luogo d'alzana si tirano su per il fiume le navi, e ciascuna ha dieci o dodici cavalli per far questo effetto di tirarle all'incontro dell'acqua, e anco a seconda. Sono sopra questo fiume, in molti luoghi, colline e monticelli sassosi, sopra i quali sono edificati monasterii d'idoli e altre stanzie, e di continuo si truovano villaggi e luoghi abitati.

Della città di Cayngui.
Cap. 64.

Cayngui è una città picciola appresso il sopradetto fiume verso la parte di scirocco, dove ogn'anno si raccoglie grandissima quantità di biade e risi, e portasi la maggior parte alla città di Cambalú per fornir la corte del gran Can, perciochè passano da questa città alla provincia del Cataio per fiumi e per lagune, e per una fossa profonda e larga, che il gran Can ha fatto fare acciochè le navi abbino il transito da un fiume all'altro, e che dalla provincia di Mangi si possa andar per acqua fino in Cambalú senza andar per mare: la qual opera è stata mirabile e bella per il sito e longhezza di quella, ma molto piú per la grande utilità che ricevono dette città. Vi ha fatto similmente far appresso dette acque terragli grandi e larghi, acciochè vi si possa andar anco per terra commodatamente. Nel mezo del detto fiume, per mezo la città di Cayngui, v'è un'isola tutta di roca, sopra la quale è edificato un gran tempio e monasterio, dove sono dugento a modo di monachi che servono agl'idoli: e questo è il capo e principale di molti altri tempii e monasterii.
Or parleremo della città di Cianghianfu.

Della città di Cianghianfu.
Cap. 65.

Cianghianfu è una città nella provincia di Mangi, e li popoli sono tutti idolatri e sottoposti alla signoria del gran Can. Spendono moneta di carta, e vivono di mercanzie e arti, e sono molto ricchi. Lavorano panni d'oro e di seta; ed è paese dilettevole da cacciare ogni sorte di salvaticine e uccelli, ed è abondante di vettovaglie. Sono in questa città due chiese di cristiani nestorini, le quali furono fabricate nel 1274, quando il gran Can mandò per governatore di questa città per tre anni Marsachis, ch'era cristiano nestorino: e costui fu quello che le fece edificare, e da quel tempo in qua vi sono, che per avanti non v'erano.
Or, lasciando questa città, diremo della città di Tinguigui.

Della città di Tinguigui.
Cap. 66.

Partendosi da Cianghianfu e cavalcando per scirocco tre giornate, si truovano città assai e castella, e tutti sono idolatri, e vivono di arti e anco mercanzie; sono sotto il gran Can, e spendono moneta di carta. In capo di dette tre giornate si truova la città di Tinguigui, ch'è bella e grande, e produce quantità di seta, e fanno panni d'oro e di seta di piú maniere e molto belli, ed è molto abondante di vettovaglie, ed è paese molto dilettevole di caccie e d'uccellare. Gli abitanti sono pessima gente e di mala natura. Nel tempo che Chinsanbaiam, cioè Cento Occhi, soggiogò il paese del Mangi, mandò all'acquisto di questa città di Tinguigui alcuni cristiani alani con parte della sua gente, quali, appresentatisi, senza contrasto entrorno dentro. Avea la città due circuiti di mura, e gli Alani, entrati nel primo, vi trovorno grandissima quantità di vini; e avendo patito grande incommodità e disagio, disiderosi di cavarsi la sete, senz'alcun rispetto si misero a bere, di tal maniera che inebriati s'addormentorno. I cittadini, ch'erano nel secondo circuito, veduti tutti i nemici addormentati e distesi in terra, si misero ad ucciderli, di modo che niuno vi campò. Inteso Chinsambaian la morte delle sue genti, acceso di grandissima ira e sdegno, di nuovo mandò esercito all'espugnazione della città, la qual presa, fece ugualmente andar per fil di spada tutti gli abitanti, grandi e piccioli, cosí uomini come femine.

Della città di Singui e Vagiu.
Cap. 67.

Singui è una grande e nobile città, la qual gira d'intorno da venti miglia. Sono tutti idolatri e sottoposti al gran Can; spendono moneta di carta, e hanno gran quantità di seta e ne fanno panni, perchè tutti vanno vestiti di seta, e anco ne vendono. Vi sono mercanti ricchissimi, e tanta moltitudine di gente che è cosa mirabile. Sono uomini pusillanimi, e non sanno far altro che mercanzie e arti, ma in quelle dimostrano grande ingegno, conciosiacosachè, se fossero audaci e virili e atti alle battaglie, con la gran moltitudine che sono conquistarebbono tutta quella provincia e molto piú oltre. Hanno molti medici, e quelli eccellenti, che sanno conoscere le infirmità e darli i debiti rimedii, e alcuni che chiamano savii, come appresso di noi filosofi, e altri detti maghi e indovini. Sopra li monti vicini a questa città vi nasce il reobarbaro in somma perfezione, che va per tutta la provincia; vi nasce anco in quantità il gengevo, e v'è tanto buon mercato che quaranta libre di fresco si può aver per tanta moneta che vagli un grosso d'argento veneziano. Sono sotto la giurisdizione di Singui da sedici buone città, e ricche di gran mercanzie e arti. E Singui vuol dire città di terra, come all'incontro Quinsai città del cielo.
Or, partendosi da Singui, si truova un'altra città di Vagiu, lontana una giornata, dove è similmente abondanza di seta, e vi sono molti mercanti e artefici: e quivi lavorano tele sottilissime e di diverse sorti, e vengono condotte per tutta la provincia. Né altro essendovi degno di memoria, trattaremo della maestra e principale città della provincia di Mangi, nominata Quinsai.

Della nobile e magnifica città di Quinsai.
Cap. 68.

Partendosi da Vagiu, si cavalca tre giornate, di continuo trovando città, castelli e villaggi, tutti abitati e ricchi. Le genti sono idolatre e sotto la signoria del gran Can. Dopo tre giornate si truova la nobile e magnifica città di Quinsai, che per l'eccellenza, nobiltà e bellezza è stata chiamata con questo nome, che vuol dire città del cielo, perchè al mondo non vi è una simile, né dove si truovino tanti piaceri, e che l'uomo si reputi essere in paradiso. In questa città messer Marco Polo vi fu assai volte e volse con gran diligenzia considerare e intender tutte le condizion di quella, descrivendola sopra i suoi memoriali, come qui di sotto si dirà con brevità.
Questa città, per commune opinione, ha di circuito cento miglia, perchè le strade e canali di quella sono molto larghi e ampli; poi vi sono piazze dove fanno mercato, che per la grandissima moltitudine che vi concorre è necessario che siano grandissime e amplissime. Ed è situata in questo modo, che ha da una banda un lago di acqua dolce, qual è chiarissimo, e dall'altra v'è un fiume grossissimo, qual, entrando per molti canali grandi e piccioli che discorrono in ciascuna parte della città, e leva via tutte le immondizie e poi entra in detto lago e da quello scorre fino all'oceano, il che causa bonissimo aere: e per tutta la città si può andar per terra e per questi rivi. E le strade e canali sono larghi e grandi, che commodamente vi possono passar barche e carri a portar le cose necessarie agli abitanti. Ed è fama che vi siano dodicimila ponti, fra grandi e piccioli: ma quelli che sono fatti sopra i canali maestri e la strada principale sono stati voltati tanto alti e con tanto magisterio che una nave vi può passare di sotto senz'albero; e nondimeno vi passano sopra carrette e cavalli, talmente sono accommodate piane le strade con l'altezza. E se non vi fossero in tanto numero non si potria andar da un luogo all'altro.
Dall'altro canto della città v'è una fossa, longa forse quaranta miglia, che la serra da quella banda, ed è molto larga e piena d'acqua, che viene dal detto fiume; la qual fu fatta far per quelli re antichi di quella provincia, per poter derivar il fiume in quella ogni fiata che 'l cresce sopra le rive, e serve anco per fortezza della città; e la terra cavata fu posta dentro, che fa la similitudine di picciol colle che la circonda. Ivi sono dieci piazze principali, oltre infinite altre per le contrade, che sono quadre, cioè mezo miglio per lato. E dalla parte davanti di quelle v'è una strada principale, larga quaranta passa, che corre dritta da un capo all'altro della città, con molti ponti che la traversano, piani e commodi; e ogni quattro miglia si truova una di queste tal piazze, che hanno di circuito (com'è detto) due miglia. V'è similmente un canale larghissimo, che corre all'incontro di detta strada dalla parte di dietro delle dette piazze, sopra la riva vicina del quale vi sono fabricate case grandi di pietra, dove ripongono tutti i mercanti che vengono d'India e d'altre parti le sue robbe e mercanzie, acciò che le siano vicine e commode alle piazze. E in ciascuna di dette piazze, tre giorni alla settimana, vi è concorso di quaranta in cinquantamila persone, che vengono al mercato e portano tutto ciò che si possi desiderare al vivere, perchè sempre v'è copia grande d'ogni sorte di vittuarie, di salvaticine, cioè caprioli, cervi, daini, lepri, conigli, e d'uccelli, pernici, fagiani, francolini, coturnici, galline, capponi, e tante anitre e oche che non si potriano dir piú, perchè se ne allevano tante in quel lago che per un grosso d'argento veneziano se ha un paro d'oche e due para d'anitre. Vi sono poi le beccarie, dove ammazzano gli animali grossi, come vitelli, buoi, capretti e agnelli, le qual carni mangiano gli uomini ricchi e gran maestri; ma gli altri che sono di bassa condizione non s'astengono da tutte l'altre sorti di carni immonde, senza avervi alcun rispetto. Vi sono di continuo sopra le dette piazze tutte le sorti d'erbe e frutti, e sopra tutti gli altri peri grandissimi, che pesano dieci libre l'uno, quali sono di dentro bianchi come una pasta e odoratissimi; persiche alli suoi tempi gialle e bianche, molto delicate. Uva né vino non vi nasce, ma ne viene condotto d'altrove di secca, molto buona, e similmente del vino, del quale gli abitanti non si fanno troppo conto, essendo avezzi a quel di riso e di specie. Vien condotto poi dal mare Oceano ogni giorno gran quantità di pesce all'incontro del fiume per il spazio di venticinque miglia, e v'è copia anco di quel del lago, che tutt'ora vi sono pescatori che non fanno altro, qual è di diverse sorti, secondo le stagioni dell'anno, e per le immondizie che vengono dalla città è grasso e saporito, che chi vede la quantità del detto pesce non penseria mai che 'l si dovesse vendere; e nondimeno in poche ore vien tutto levato via, tanta è la moltitudine degli abitanti avezzi a vivere delicatamente, perchè mangiano e pesce e carne in un medesimo convito.
Tutte le dette dieci piazze sono circondate di case alte, e di sotto vi sono botteghe dove si lavorano ogni sorte d'arti e si vende ogni sorte di mercanzie e speciarie, gioie, perle; e in alcune botteghe non si vende altro che vino fatto di risi con speciarie, perchè di continuo lo vanno facendo di fresco in fresco, ed è buon mercato. Vi sono molte strade che rispondono sopra dette piazze, in alcune delle quali vi sono molti bagni d'acqua fredda, accommodati con molti servitori e servitrici, che attendono a lavare e uomini e donne che vi vanno, perciochè da piccioli sono usati a lavarsi in acqua fredda d'ogni tempo, la qual cosa dicono essere molto a proposito della sanità. Tengono ancora in detti bagni alcune camere con l'acqua calda per forestieri, che non potriano patire la fredda, non essendovi avezzi. Ogni giorno hanno usanza di lavarsi, e non mangiariano se non fossero lavati.
In altre strade stanziano le donne da partito, che sono in tanto numero che non ardisco a dirlo, e non solamente appresso le piazze, dove sono ordinariamente i luoghi loro deputati, ma per tutta la città; le qual stanno molto pomposamente, con grandi odori e con molte serve e le case tutte adornate. Queste donne sono molto valenti e pratiche in sapere far lusinghe e carezze, con parole pronte e accommodate a ciascuna sorte di persone, di maniera che i forestieri che le gustano una volta rimangono come fuor di sé, e tanto sono presi dalla dolcezza e piacevolezza loro che mai se le possono domenticare: e da qui adviene che, come ritornano a casa, dicono esser stati in Quinsai, cioè nella città del cielo, e non veggono mai l'ora che di nuovo possano ritornarvi. In altre strade vi stanziano tutti li medici, astrologhi, quali anco insegnano a leggere e scrivere e infinite altre arti. Hanno li loro luoghi atorno atorno dette piazze, sopra ciascuna delle quali vi sono due palagi grandi, un da un capo e l'altro dall'altro, dove stanziano i signori deputati per il re, che fanno ragione immediate se accade alcuna differenza fra li mercanti, e similmente fra alcuni degli abitanti in quelli contorni. Detti signori hanno carico d'intendere ogni giorno se le guardie che si fanno ne' ponti vicini (come di sotto si dirà) vi siano state overo abbino mancato, e le puniscono come a loro pare.
Al lungo la strada principale, che abbiamo detto che corre da un capo all'altro della città, vi sono da una banda e dall'altra case e palagi grandissimi con li loro giardini, e appresso case d'artefici che lavorano nelle sue botteghe. E a tutte l'ore s'incontrano genti che vanno su e giú per le sue facende, che li accade che a vedere tanta moltitudine ognun crederia che non fosse possibile che si trovasse vittuarie a bastanza di poterla pascere: e nondimeno in ogni giorno di mercato tutte le dette piazze sono coperte e ripiene di genti e mercanti, che le portano e sopra carri e sopra navi, e tutta si spaccia. E per dire una similitudine del pevere che si consuma in questa città, acciochè da questa si possa considerare la quantità delle vittuarie, carni, vini, speciarie, che alle spese universale che si fanno si ricerchino, messer Marco sentí far il conto, da un di quelli che attendono alle dogane del gran Can, che nella città di Quinsai, per uso di quella, si consumava ogni giorno quarantatre some di pevere: e ciascuna soma è libre dugento e ventitre.
Gli abitatori di questa città sono idolatri, e spendono moneta di carta; e cosí gli uomini come le donne sono bianchi e belli, e vestono di continuo la maggior parte di seta, per la grand'abondanza che hanno di quella, che nasce in tutt'il territorio di Quinsai, oltre la gran quantità che di continuo per mercanti vien portata d'altre provincie. Vi sono dodici arti che sono reputate le principali che abbino maggior corso dell'altre, ciascuna delle quali ha mille botteghe, e in ciascuna bottega overo stanza vi dimorano dieci, quindici e venti lavoranti, e in alcune fino a quaranta, sotto il suo patrone overo maestro. Li ricchi e principal capi di dette botteghe non fanno opera alcuna con le loro mani, ma stanno civilmente e con gran pompa. Il medesimo fanno le loro donne e mogli, che sono bellissime, com'è detto, e allevate morbidamente e con gran delicatezze, e vestono con tanti adornamenti di seta e di gioie che non si potria stimare la valuta di quelle. E ancor che per li re antichi fosse ordinato per legge che ciascun abitante fosse obligato ad esercitare l'arte del padre, nondimeno, come diventino ricchi, gli è permesso di non lavorar piú con le proprie mani, ma ben erano obligati di tenere la bottega, e uomini che v'esercitassino l'arte paterna. Hanno le loro case molto ben composte e riccamente lavorate, e tanto si dilettano negli ornamenti, pitture e fabriche, che è cosa stupenda la gran spesa che vi fanno.
Gli abitanti naturali della città di Quinsai sono uomini pacifici, per esser stati cosí allevati e avezzi dalli loro re, ch'erano della medesima natura. Non sanno maneggiar armi, né quelle tengono in casa; mai fra loro s'ode o sente lite overo differenzia alcuna. Fanno le loro mercanzie e arti con gran realtà e verità; si amano l'un l'altro, di sorte ch'una contrada, per l'amorevolezza ch'è fra gli uomini e le donne per causa della vicinanza, si può riputare una casa sola, tanta è la domestichezza ch'è fra loro, senz'alcuna gelosia o sospetto delle lor donne, alle quali hanno grandissimo rispetto: e saria reputato molto infame uno che osasse dir parole inoneste ad alcuna maritata. Amano similmente i forestieri che vengono a loro per causa di mercanzie e gli accettano volentieri in casa, facendoli carezze, e li danno ogni aiuto e consiglio nelle facende che fanno. All'incontro non vogliono veder soldati né quelli delle guardie del gran Can, parendoli che per la loro causa siano stati privati de' loro naturali re e signori.
D'intorno di questo lago vi sono fabricati bellissimi edificii e gran palagi, dentro e di fuori mirabilmente adorni, che sono di gentiluomini e gran maestri; vi sono anco molti tempii degl'idoli con li loro monasterii, dove stanno gran numero di monachi che li servono. Sono ancora in mezo di questo lago due isole, sopra ciascuna delle quali v'è fabricato un palagio, con tante camere e loggie che non si potria credere: e quando alcuno vuol celebrar nozze, overo far qualche solenne convito, va ad uno di questi palagi, dove gli vien dato tutto quello che per questo effetto gli è necessario, cioè vasellami, tovaglie, mantili e ciascun'altra cosa, le qual sono tenute tutte in detti palagi per il commune di detta città a quest'effetto, perchè furono fabricati da quello. E alle volte vi saranno cento, che alcuni voranno far conviti e altri nozze: e nondimeno tutti saranno accommodati in diverse camere e loggie, con tanto ordine che uno non dà impedimento agli altri. Oltre di questo si ritruovano in detto lago legni overo barche in gran numero grandi e picciole per andar a solazzo e darsi piacere, e in queste vi ponno stare dieci, quindici e venti e piú persone, perchè sono longhe quindici fino a venti passa, con fondo largo e piano, che navigano senza declinare ad alcuna banda; e ciascuno che si diletta di solazzarsi con donne overo con suoi compagni piglia una di queste tal barche, le qual di continuo sono tenute adorne con belle sedie e tavole e con tutti gli altri paramenti necessarii a far un convito; di sopra sono coperte e piane, dove stanno uomini con stanghe qual ficcano in terra (perchè detto lago non è alto piú di due passa), e conducono dette barche dove gli vien comandato. La coperta della parte di dentro è dipinta di varii colori e figure, e similmente tutta la barca, e vi sono a torno a torno finestre che si possono serrare e aprire, acciochè quelli che stanno a mangiar sentati dalle bande possino riguardare di qua e di là, e dare dilettazione agli occhi per la varietà e bellezza de' luoghi dove vengono condotti. E veramente l'andare per questo lago dà maggior consolazione e solazzo che alcun'altra cosa che aver si possa in terra, perchè 'l giace da un lato a longo della città, di modo che di lontano, stando in dette barche, si vede tutta la grandezza e bellezza di quella, tanti sono i palagi, tempii, monasterii, giardini con alberi altissimi posti sopra l'acqua. E si truovano di continuo in detto lago simil barche con genti che vanno a solazzo, perchè gli abitatori di questa città non pensano mai ad altro se non che, fatti che hanno i loro mestieri overo mercanzie, con le loro donne overo con quelle da partito dispensano una parte del giorno in darsi piacere, o in dette barche overo in carrette per la città, delle qual è necessario che ne parliamo alquanto, per esser un de' piaceri che gli abitanti pigliano per la città, al medesimo modo che fanno con le barche per il lago.
E prima è da sapere che tutte le strade di Quinsai sono saleggiate di pietre e di mattoni, e similmente sono saleggiate tutte le vie e strade che corrono per ogni canto della provincia di Mangi, sí che si può andare per tutti i paesi di quella senza imbrattarsi i piedi. Ma perchè i corrieri del gran Can con prestezza non potriano con cavalli correre sopra le strade saleggiate, però è lasciata una parte di strada dalla banda senza saleggiare, per causa di detti corrieri. La strada veramente principale, che abbiamo detto di sopra che corre da un capo all'altro della città, è saleggiata similmente di pietre e di mattoni dieci passa per ciascuna banda, ma nel mezo è tutta ripiena d'una giara picciola e minuta, con li suoi condotti in volto che conducono le acque che piovono ne' canali vicini, di sorte che di continuo sta asciutta. Or sopra questa strada di continuo si veggono andar su e giú alcune carrette longhe, coperte e acconcie con panni e cussini di seta, sopra le quali vi possono stare sei persone, e vengono tolte ogni giorno da uomini e donne che vogliono andar a solazzo: e si veggono tutt'ora infinite di queste carrette andar a longo di detta strada pel mezo di quella, e se ne vanno a' giardini, dove vengono accettati dagli ortolani sotto alcune ombre fatte per questo effetto, e quivi stanno a darsi buon tempo tutto il giorno con le lor donne, e poi la sera se ne ritornano a casa sopra dette carrette.
Hanno un costume gli abitatori di Quinsai, che come nasce un fanciullo il padre o la madre fa subito scriver il giorno e l'ora e il punto del suo nascere, e si fanno dire agli astrologhi sotto qual segno egli è nato, e il tutto scrivono: e come egli è venuto grande volendo far mercanzia, viaggio o nozze, se ne va all'astrologo con la nota sopradetta, qual, veduto e considerato il tutto, dice alcune volte cose che, trovate esser vere, le genti li danno grandissima fede. E di questi tal astrologhi overo maghi ve n'è grandissimo numero sopra ciascuna piazza; non si celebraria sponsalizio se l'astrologo non li dicesse il parer suo.
Hanno similmente per usanza che, quando alcun gran maestro ricco muore, tutti i suoi parenti si vestono di canevaccio, cosí uomini come donne, andandolo accompagnare fino al luogo dove lo vogliono abbruciare, e portano seco diverse sorti d'instrumenti, con li qual vanno sonando e cantando in alta voce orazioni agl'idoli; e giunti al detto luogo gettano sopra il fuoco molte carte bombagine, dove hanno dipinti schiavi, schiave, cavalli, camelli, drappi d'oro e di seta e monete d'oro e d'argento, perchè dicono che 'l morto possederà nell'altro mondo tutte queste cose vive di carne e d'ossa, e averà denari, drappi d'oro e di seta. E compiuto d'abbruciare suonano ad un tratto con grand'allegrezza tutti li stromenti di continuo cantando, perchè dicono che con tal onore li loro idoli ricevono l'anima di quello che s'è abbruciato, e ch'egli, rinasciuto nell'altro mondo, comincia una vita di nuovo.
In questa città in ciascuna contrata vi sono fabricate torri di pietra, nelle qual, in caso che s'appiccia fuoco in qualche casa (il che spesso suol accadere, per esservene molte di legno), le genti scampano le loro robbe in quelle. E ancor è ordinato per il gran Can che sopra la maggior parte de' ponti vi stiano notte e giorno sott'un coperto dieci guardiani, cioè cinque la notte e cinque il giorno, e in ciascuna guardia v'è un tabernacolo grande di legno con un bacino grande e un oriuolo, con il quale conoscono l'ore della notte e cosí quelle del giorno. E sempre al principio della notte, com'è passata un'ora, un de' detti guardiani percuote una volta nel tabernacolo e nel bacino, e la contrata sente ch'egli è un'ora; alla seconda danno due botte, e il simil fanno in ciascun'ora moltiplicando i colpi, e non dormono mai, ma stanno sempre vigilanti. La mattina poi al spontare del sole cominciano a battere un'ora come hanno fatto la sera, e cosí d'ora in ora. Vanno parte di loro per la contrata vedendo s'alcuno tiene lume acceso o fuoco oltre le ore deputate, e vedendolo segnano la porta, e fanno che la mattina il patrone compare avanti i signori, qual, non trovando scusa legitima, viene condannato. Se truovano alcuno che vada di notte oltre le ore limitate, lo ritengono e la mattina l'appresentano alli signori; item, se 'l giorno veggono alcun povero, qual per esser storpiato non possa lavorare, lo fanno andar a stare negli spedali, che infiniti ve ne sono per tutta la città fatti per li re antichi, che hanno grand'entrate; ed essendo sano lo constringono a fare alcun mestiero. Immediate che veggono il fuoco acceso in alcuna casa, con il battere nel tabernacolo lo fanno assapere, e vi concorrono li guardiani d'altri ponti a spegnerlo e salvare le robbe de' mercanti o d'altri in dette torri, e anche le mettono in barche e portano all'isole che sono nel lago, perchè niun abitante della città in tempo di notte averia ardimento d'uscir di casa né andar al fuoco, ma solamente vi vanno quelli di chi sono le robbe e queste guardie che vanno ad aiutare, le qual non sono mai manco di mille o duemila. Fanno anco guardia in caso d'alcuna ribellione o sollevazione che facessero gli abitanti della città, e sempre il gran Can tien infiniti soldati da piedi e da cavallo nella città e ne' contorni di quella, e massime de' maggior suoi baroni e suoi fedeli ch'egli abbi, per esserli questa provincia la piú cara, e sopra tutto questa nobilissima città, ch'è il capo e piú ricca d'alcun'altra che sia al mondo. Vi sono similmente fatti in molti luoghi monti di terra, lontani un miglio un dall'altro, sopra i quali v'è una baldescra di legname dove è appiccata una tavola grande di legno, la qual, tenendola un uomo con la mano, la percuote con l'altra con un martello, sí che s'ode molto di lontano: e vi stanno delle dette guardie di continuo per far segno in caso di fuoco, perchè, non li facendo presta provisione, anderia a pericolo d'ardere meza la città; overo, come è detto, in caso di ribellione, che udito il segno tutti i guardiani de' ponti vicini pigliano l'armi e corrono dove è il bisogno.
Il gran Can, dopo ch'ebbe redutta a sua obedienza tutta la provincia di Mangi, qual era un regno solo, lo volse dividere in nove parti, constituendo sopra ciascuna un re, li quali vi vanno a star per governare e administrare giustizia alli popoli. Ogn'anno rendono conto alli fattori d'esso gran Can di tutte l'entrate e di ciascun'altra cosa pertinente al suo regno, e si cambian ogni tre anni, come fanno tutti gli altri officiali. In questa città di Quinsai tiene la sua corte e fa residenzia un di questi nove re, qual domina piú di cento e quaranta città, tutte ricche e grandi. Né alcuno si maravigli, perchè nella provincia di Mangi vi sono 1200 città, tutte abitate da gran moltitudine di genti ricche e industriose; in ciascuna delle quali, secondo la grandezza e bisogno, tiene la custodia il gran Can, perchè in alcune vi saranno mille uomini, in altre diecimila overo ventimila, secondo ch'egli giudicherà che quella città sia piú e manco potente. Né pensiate che tutti siano Tartari, ma della provincia del Cataio, perchè li Tartari sono uomini a cavallo, e non stanno se non appresso le città che non siano in luoghi umidi, ma nelle situate in luoghi sodi e secchi, dove possino esercitarsi a cavallo. In queste città di luoghi umidi vi manda Cataini e di quelli di Mangi che siano uomini armigeri, perchè di tutti li suoi subditi ogn'anno ne fa eleggere quelli che paiono atti alle armi e scriver nel suo esercito, che tutti si chiamano eserciti; e gli uomini che si cavano della provincia di Mangi non si mettono alla custodia delle lor proprie città, ma si mandano ad altre che siano discoste venti giornate di camino, dove dimorano da quattro in cinque anni e poi ritornano a casa, e vi si mandan degli altri in loro luogo. E questo ordine osservano i Cataini e quelli della provincia di Mangi, e la maggior parte dell'entrate delle città che si riscuotono nella camera del gran Can è deputata al mantenere di queste custodie de' soldati. E se avviene che qualche città ribelli (perchè spesse fiate gli uomini, soprapresi da qualche furore o ebrietà, ammazzano i suoi rettori), subito come s'intende il caso, le città propinque mandano tanta gente di questi eserciti che distruggono quelle città che hanno commesso l'errore, perchè saria cosa longa il voler far venire un esercito d'altra provincia del Cataio, che importaria il tempo di due mesi. E di certo la città di Quinsai ha di continua guardia trentamila soldati, e quella che n'ha meno n'ha mille fra da piedi e da cavallo.
Or parleremo d'un bellissimo palagio dove abitava il re Fanfur, li predecessori del quale fecero serrare un spazio di paese che circondava da dieci miglia con muri altissimi, e lo divisero in tre parti. In quella di mezo s'entrava per una grandissima porta, dove si trovava da un canto e dall'altro loggie a piè piano grandissime e larghissime, col coperchio sostentato da colonne, le quali erano dipinte e lavorate con oro e azzurri finissimi; in testa poi si vedeva la principale e maggior di tutte l'altre, similmente dipinta con le colonne dorate, e il solaro con bellissimi ornamenti d'oro, e d'intorno alle pareti erano dipinte le istorie de' re passati, con grand'artificio. Quivi ogn'anno, in alcuni giorni dedicati alli suoi idoli, il re Fanfur soleva tener corte e dar da mangiare a' principali signori, gran maestri e ricchi artefici della città di Quinsai: e ad un tratto vi sentavano a tavola commodamente sotto tutte dette loggie diecimila persone. E questa corte durava dieci o dodici giorni, ed era cosa stupenda e fuor d'ogni credenza il vedere la magnificenza de' convitati, vistiti di seta e d'oro, con tante pietre preziose addosso, perchè ognun si sforzava d'andare con maggior pompa e ricchezza che li fosse possibile. Dietro di questa loggia ch'abbiamo detto, ch'era per mezo la porta grande, v'era un muro con un uscio che divideva l'altra parte del palagio, dove entrati si trovava un altro gran luogo, fatto a modo di claustro, con le sue colonne che sostentavano il portico ch'andava atorno detto claustro: e quivi erano diverse camere per il re e la reina, le quali erano similmente lavorate con diversi lavori, e cosí tutti i pareti. Da questo claustro s'entrava poi in un andito largo sei passa, tutto coperto, ma era tanto longo che arrivava fino sopra il lago. Rispondevano in questo andito dieci corti da una banda e dieci dall'altra, fabricate a modo di claustri longhi, con li loro portichi intorno, e ciascun claustro overo corte avea cinquanta camere con li suoi giardini, e in tutte queste camere vi stanziavano mille donzelle che 'l re teneva a' suoi servizii; qual andava alcune fiate, con la regina e con alcune delle dette, a solazzo per il lago, sopra barche tutte coperte di seta, e anco a visitar li tempii degl'idoli. L'altre due parti del detto serraglio erano partite in boschi, laghi e giardini bellissimi, piantati d'arbori fruttiferi, dove erano serrati ogni sorte d'animali, cioè caprioli, daini, cervi, lepori, conigli: e quivi il re andava a piacere con le sue damigelle, parte in carretta e parte a cavallo, e non v'entrava uomo alcuno, e faceva che le dette correvano con cani e davano la caccia a questi tal animali; e dopo ch'erano stracche andavano in quei boschi che rispondevano sopra detti laghi, e quivi lasciate le vesti, se n'uscivano nude fuori ed entravano nell'acqua e mettevansi a nuotare, chi da una banda e chi dall'altra, e il re con grandissimo piacere le stava a vedere, e poi se ne ritornava a casa. Alcune fiate si faceva portar da mangiar in quei boschi, ch'erano folti e spessi d'alberi altissimi, servito dalle dette damigelle. E con questo continuo trastullo di donne s'allevò senza saper ciò che si fossero armi, la qual cosa alla fine li partorí che, per la viltà e dapocaggine sua, il gran Can li tolse tutt'il stato, con grandissima sua vergogna e vituperio, come di sopra si ha inteso.
Tutta questa narrazione mi fu detta da un ricchissimo mercante di Quinsai, trovandomi in quella città, qual era molto vecchio e stato intrinseco familiar del re Fanfur, e sapeva tutta la vita sua e avea veduto detto palagio in essere, nel quale lui volse condurmi. E perchè vi stanzia il re deputato per il gran Can, le loggie prime sono pure come solevan essere, ma le camere delle donzelle sono andate tutte in ruina, e non si vede altro che vestigii; similmente il muro che circondava li boschi e giardini è andato a terra, e non vi sono piú né animali né arbori.
Discosto da questa città circa venticinque miglia v'è il mare Oceano, fra greco e levante, appresso il quale v'è una città detta Gampu, dove è un bellissimo porto, al quale arrivano tutte le navi che vengono d'India con mercanzie. E il fiume che viene dalla città di Quinsai entrando in mare fa questo porto, e tutt'il giorno le navi di Quinsai vanno su e giú con mercanzie, e ivi caricano sopra altre navi, che vanno per diverse parti dell'India e del Cataio.
Avendosi trovato messer Marco in questa città di Quinsai quando si rendé conto alli fattori del gran Can dell'entrate e numero degli abitanti, ha veduto che sono stati descritti 160 toman di fuochi, computando per un fuoco la famiglia che abita in una casa (e ciascun toman contiene diecimila), sí che in tutta la detta città sariano famiglie un millione e seicentomila: e in tanto numero di genti non v'è altra ch'una chiesa di cristiani nestorini. Sono obligati tutti i padri di famiglia di tener scritto sopra la porta della sua casa il nome di tutta la famiglia, cosí di maschi come di femine; item il numero de' cavalli: e quando alcuno manca si cancella il nome, e se nasce o si toglie di nuovo s'aggiugne il nome, e a questo modo i signori e rettori delle città sanno di continuo il numero delle genti. E questo s'osserva nelle provincie del Mangi e del Cataio; e similmente tutti quelli che tengono ostarie scrivono sopra un libro il nome di quelli che vengon ad alloggiare, col giorno e l'ora che partono, e mandano di giorno in giorno detti nomi alli signori che stanno sopra le piazze. Item nella provincia di Mangi la maggior parte de' poveri bisognosi, che non possono allevare i loro figliuoli, li vendono alli ricchi, acciò che meglio sian allevati e piú abondantemente possino vivere.

Dell'entrata del gran Can.
Cap. 69.

Or parliamo alquanto dell'entrata che ha il gran Can della città di Quinsai e dell'altre a quella aderenti: il gran Can riceve da detta città e dall'altre che a quella rispondono, ch'è la nona parte overo il nono regno di Mangi; e prima del sale, che val piú quanto alla rendita. Di questo ne cava ogn'anno ottanta toman d'oro, e ciascun toman è ottantamila saggi d'oro, e ciascun saggio vale piú d'un fiorin d'oro, che ascenderia alla somma di sei millioni e quattrocentomila ducati: e la causa è ch'essendo detta provincia appresso l'oceano, vi sono molte lagune, overo paludi, dove l'acqua del mare l'estate si congela, e vi cavano tanta quantità di sale che ne forniscono cinque altri regni della detta provincia. Quivi nasce gran copia di zucchero, qual paga come fanno tutte l'altre specie tre e un terzo per cento; similmente, del vino che si fa di risi; delle dodici arti ch'abbiamo detto di sopra, che hanno dodicimila botteghe per una. Item tanti mercanti che portano le loro robbe a questa città, e da quella ad altre parti per terra riportano, overo traggono fuori per mare, pagano similmente tre e un terzo per cento; ma, venendo per mare e di lontani paesi e regioni, come dell'Indie, pagano dieci per cento. E similmente, di tutte le cose che nascono nel paese, cosí animali come di quel che produce la terra, e seta, si paga la decima al re. E fatt'il conto in presenza del detto messer Marco, fu trovato che l'entrata di questo signore, non computando l'entrata del sale detta di sopra, ascende ogn'anno alla somma di 210 tomani, e ogni toman, com'è detto di sopra, vale ottantamila saggi d'oro, che saria da sedici millioni d'oro e ottocentomila.

Della città di Tapinzu.
Cap. 70.

Partendosi dalla città di Quinsai, si camina una giornata verso scirocco, di continuo trovando case, ville e giardini molti belli e dilettevoli, dove nasce ogni sorte di vittuarie in abondanza; e poi s'arriva alla città di Tapinzu, molto bella e grande, che risponde alla città di Quinsai. Adorano idoli, e hanno la moneta di carta; abbruciano i corpi, e sono sotto il gran Can, e vivono di mercanzie e arti.
E altro non v'essendo, si dirà della città di Uguiu.

Della città di Uguiu.
Cap. 73.

Da Tapinzu andando verso scirocco tre giornate, si truova la città di Uguiu, e per due altre giornate pur per scirocco si cammina, di continuo trovando città, castella e luoghi abitati; ed è tanta la continuazione e vicinità che hanno insieme, che par a' viandanti passare per una sola città; le qual città rispondono a Quinsai. Tutte le genti adorano gl'idoli, e hanno abondanza grande di vittuarie. Quivi si truovano canne piú grosse e piú longhe di quelle dette di sopra, perchè ne sono alcune grosse quattro palmi e quindici passa longhe.

Della città di Gengui e di Zengian.
Cap. 74.

Andando piú oltre due giornate, si truova la città di Gengui, la qual è molto bella e grande; e dopo, camminando per scirocco, si truovan sempre luoghi abitati e tutti pieni di genti che fanno arti e lavorano la terra, e in questa parte della provincia di Mangi non si truovano montoni, ma sí ben buoi, vacche, buffali, capre e porci in grandissimo numero. In capo di quattro giornate, si trova la città di Zengian, edificata sopra un monte, ch'è come un'isola in mezo un fiume, perchè la diparte in due rami, che la circonda, e poi corrono all'opposito l'un dall'altro, cioè uno verso scirocco e l'altro verso maestro. Questa città è sottoposta al gran Can e risponde a Quinsai; adorano gl'idoli e vivono di mercanzie, e hanno gran copia di salvaticine e uccelli. E passando avanti tre giornate per una bellissima contrada, tutta abitata, con infinite ville e castelli, si truova la città di Gieza, nobile e grande: ed è l'ultima della provincia del regno di Quinsai, perchè quello è il capo al qual tutte corrispondono. Passata questa città di Gieza s'entra in un altro regno de' nove della provincia di Mangi, detto Concha.

Del regno di Concha, e della città principale detta Fugiu.
Cap. 75.

Partendosi dall'ultima città del regno di Quinsai, qual si chiama Gieza, s'entra nel regno di Concha (e la città principale è detta Fugiu), per il quale si camina sei giornate alla volta di scirocco sempre per monti e valli, e si truovano di continuo luoghi abitati, dove è gran copia di vittuarie, e vi fanno gran cacciagioni e vanno ad uccellare, per esservi varie sorti d'uccelli. Sono idolatri e sottoposti al gran Can, e fanno mercanzie. In questi contorni si trovano leoni fortissimi. Vi nasce il zenzero e galanga in gran copia e d'altre sorti di specie, e per una moneta che vaglia un grosso d'argento veneziano s'averà ottanta libre di zenzero fresco, tanto ve n'è abondanza. Vi nasce un'erba che produce un frutto che fa l'effetto e opera come se 'l fosse vero zaffarano, cosí nell'odore come nel colore, e nondimeno non è zaffarano, ed è molto stimata e adoperata da tutti gli abitanti ne' loro cibi, e per questo è molto cara. Gli uomini in questa regione mangiano volentieri carne umana, non essendo morta di malattia, perchè la reputano piú delicata al gusto che alcun'altra. E quando vanno a combattere si fanno levar i capelli fino all'orecchie, e dipingere la faccia con color azzurro finissimo; portano lancie e spade, e tutti vanno a piedi, eccetto che 'l capitano a cavallo. Sono uomini crudelissimi, di modo che, come uccidono li nemici in battaglia, immediate li vogliono bevere il sangue e dopo mangiar la carne.
Or, lasciando di questo, diremo della città di Quelinfu.

Della città di Quelinfu.
Cap. 76.

Camminato che s'ha per questo paese per sei giornate, si truova la città di Quelinfu, la qual è nobile e grande. In detta città vi sono tre ponti bellissimi, perchè sono longhi piú di cento passa l'uno e larghi otto, di pietra con colonne di marmo. Le donne di questa città sono bellissime e vivono con gran delicatezza. Hanno gran copia di seta, la qual lavorano in diverse sorti di drappi; item panni bombagini di fil tinto, che va per tutta la provincia di Mangi. Fanno gran mercanzie, e hanno zenzero e galanga in gran quantità. Mi fu detto (ma io non le viddi) che si truovan certe sorti di galline che non hanno penne, ma sopra la pelle vi sono peli negri come di gatte, ch'è una strana cosa a vederle, le qual fanno ova come quelle de' nostri paesi, e sono molto buone da mangiare. Per la moltitudine de' leoni che si truovano il passar per quella contrata è molto pericoloso, se non vanno in gran numero le persone.

Della città di Unguem.
Cap. 77.

Da Quelinfu partendosi, fatte che s'hanno tre giornate, sempre vedendo e trovando città e castella, dove sono genti idolatre e hanno seta in gran copia, della qual fanno gran mercanzie, si trova la città di Unguem, dove si fa gran copia di zucchero, che si manda alla città di Cambalú per la corte del gran Can. E prima che questa città fusse sotto il gran Can non sapevano quelle genti far il zucchero bello, ma lo facevano bollire spiumandolo e dapoi raffreddito rimaneva una pasta nera; ma, venuta all'obedienza del gran Can, vi si truovorno nella corte alcuni uomini di Babilonia che, andati in questa città, gl'insegnorono ad affinarlo con cenere di certi arbori.

Della città di Cangiu.
Cap. 78.

Passando avanti per miglia quindeci si truova la città di Cangiu, la qual è del reame di Concha, ch'è uno delli nove reami di Mangi. In questa città dimora grande esercito del gran Can, per guardar quel paese e per esser sempre apparecchiato se alcuna città volesse ribellarsi. Passa per mezo di questa città un fiume che ha di larghezza un miglio, sopra le rive del quale, da un canto e dall'altro, vi sono bellissimi casamenti, e vi stanno di continuo assai navi che vanno per questo fiume con mercanzie, e massime di zucchero, che ne fanno in grandissima copia. Vi capitano a questa città molte navi d'India, dove sono mercanti con gran quantità di gioie e perle, delle qual fanno grosso guadagno. Questo fiume mette capo non molto lontano dal porto detto Zaitum, ch'è sopra il mare Oceano; e quivi le navi d'India entrano nel fiume e se ne vengono su per quello fino alla detta città, la qual è abondantissima di tutte le sorti di vittuarie, e di dilettevoli giardini e perfettissimi frutti.

Della città e porto di Zaithum e città di Tingui.
Cap. Ultimo.

Partendosi da Cangiu, passato che si ha il fiume, camminando per scirocco cinque giornate, di continuo si truova terre, castelli e grandi abitazioni, ricche e molto abbondanti di ogni vittuaria, e camminasi per monti e anco per piani e boschi assai, nelli quali si truovano alcuni arboscelli di quali si raccoglie la canfora. È paese molto abbondante di salvaticine; sono idolatri, e sotto il gran Can, della iurisdizione di Cangiu. E passate cinque giornate, si truova la città di Zaitum, nobile e bella, la qual ha un porto sopra il mare Oceano, molto famoso per il capitare che fanno ivi tante navi con tante mercanzie, le qual si spargono per tutta la provincia di Mangi. E vi viene tanta quantità di pevere che quella che viene condotta di Alessandria alle parti di ponente è una minima parte, e quasi una per cento a comparazione di questa; e saria quasi impossibile di credere il concorso grande di mercanti e mercanzie a questa città, per esser questo un de' maggiori e piú commodi porti che si truovino al mondo. Il gran Can ha di quel porto grande utilità, perchè cadauno mercante paga di dretto, per cadauna sua mercanzia, dieci misure per centenaro. La nave veramente vuole di nolo dalli mercanti delle mercanzie sottili trenta per centenaro, del pevere quarantaquattro per centenaro, del legno di aloe e sandali e altre specie e robbe quaranta per centenaro, di sorte che li mercanti, computato i dretti del re e il nolo della nave, pagano la metà di quello che conducono a questo porto: e nondimeno di quella metà che li avanza fanno cosí grossi guadagni che ogni ora desiderano di ritornarvi con altre mercanzie.
Sono idolatri, e hanno abondanza di tutte le vittuarie. È molto dilettevol paese e le genti sono molto quiete e dedite al riposo e ozioso vivere. Vengono a questa città molti della superior India, per causa di farsi dipingere la persona con gli aghi (come di sopra abbiamo detto), per essere in questa città molti valenti maestri di questo officio. Il fiume che entra nel porto di Zaitum è molto grande e largo, e corre con grandissima velocità, ed è un ramo che fa il fiume che viene dalla città di Quinsai; e dove si parte dall'alveo maestro vi è la città di Tingui, della qual non si ha da dir altro se non che in quella si fanno le scodelle e piadene di porcellane, in questo modo, secondo che li fu detto. Raccolgono una certa terra come di una minera e ne fanno monti grandi, e lascianli al vento, alla pioggia e al sole per trenta e quaranta anni, che non li muovono: e in questo spazio di tempo la detta terra si affina, che poi si può far dette scodelle, alle qual danno di sopra li colori che voglion, e poi le cuocono in la fornace. E sempre quelli che raccolgono detta terra la raccolgono per suoi figliuoli o nepoti. Vi è in detta città gran mercato, di sorte che per un grosso veneziano si averà otto scodelle.
Or, avendo detto di alcune città del regno di Concha, che è uno delli nove della provincia di Mangi, del quale il gran Can ha quasi cosí grande entrata come del regno di Quinsai, lassaremo di parlar piú di questi tali regni, perchè messer Marco non vi fu in alcun d'essi, come fu in questi duoi di Quinsai e di Concha. Ed è da sapere che in tutta la provincia di Mangi si osserva una sola favella e una sola maniera di lettere; nondimeno vi è diversità nel parlare per le contrade, come saria a dir Genovesi, Milanesi, Fiorentini e Pugliesi, che, ancor che parlino diversamente, nondimeno si possono intendere.
Ma, perchè ancor non è compiuto quanto messer Marco ha deliberato di scrivere, si metterà fine a questo secondo libro, e si cominciarà a parlare de' paesi, città e provincie dell'India maggior, minor e mezzana, nelle parti delle quali è stato quando si trovava a' servizii del gran Can, mandato da quello per diverse facende, e dapoi quando li venne con la regina del re Argon, con suo padre e barba, e ritornò alla patria: però si dirà delle cose maravigliose ch'ei vidde in quelle, non lasciando adietro l'altre che udí dire da persone di riputazione e degne di fede, e ancor che li fu mostrato sopra carte di marinari di dette Indie.



LIBRO TERZO

Dell'India maggiore, minore e mezzana, e de' costumi e consuetudini degli abitanti in quella, e molte cose notabili e maravigliose che vi sono, e prima della sorte delle navi di quella.
Cap. 1.

Poi ch'abbiamo detto di tante provincie e terre, come avete udito disopra, lasciaremo di parlar di quella materia e cominciaremo a entrare nell'India, per referire tutte le cose maravigliose che vi sono, principiando dalle navi de' mercanti, le quali sono fabricate di legno d'abete e di zapino, e cadauna ha una coperta sotto la qual vi sono piú di sessanta camerette, e in alcune manco, secondo che le navi sono piú grandi e piú picciole, e in cadauna vi può stare agiatamente un mercante. Hanno un buon timone e quattro arbori con quattro vele, e alcune due arbori, che si levano e pongono ogni volta che vogliono. Hanno oltra di ciò alcune navi, cioè quelle che sono maggiori, ben tredici colti, cioè divisioni dalla parte di dentro fatte con ferme tavole incastrate, di modo che, s'egli accade che la nave si rompa per qualche fortuito caso, cioè o che ferisca in qualche sasso o vero qualche balena mossa dalla fame quella percotendo rompa (il che spesse volte avviene), perchè quando la nave, navigando di notte, facendo inondare l'acqua passa a canto la balena, essa, vedendo biancheggiar l'acqua, pensa di ritrovarvi cibo e corre velocemente e ferisce la nave, e spesse fiate la rompe in qualche parte, e allora, entrando l'acqua per la rottura, discorre alla sentina, la qual mai non è occupata d'alcuna cosa; onde i marinari, trovando in che parte è rotta la nave, votano il colto negli altri che a quella rottura respondono, perchè l'acqua non può passare d'un colto all'altro, essendo quelli cosí ben incastrati, e allora acconciano la nave, e poi vi ripongono le mercanzie ch'erano state cavate fuori. Sono le navi inchiavate in questo modo: tutte sono doppie, cioè che hanno due mani di tavole una sopra l'altra intorno intorno, e sono calcate con stoppa dentro e di fuori e inchiodate con chiovi di ferro; non sono impegolate, perchè non hanno pece, ma l'ungono in questo modo: tolgono calcina e canapo e taglianlo minutamente, e pestato il tutto insieme mescolano con un certo olio d'arbore, che si fa a modo d'un unguento, ch'è piú tenace del vischio e miglior che la pece. Queste navi che sono grandi vogliono trecento marinari, altre dugento, altre centocinquanta, piú e manco, secondo che sono piú grandi e piú picciole, e portano da cinque in seimila sporte di pevere. E già per il passato solevano esser maggiori che non sono al presente, ma, avendo l'empito del mare talmente rotto l'isole in molti luoghi, e massime nei porti principali, che non si trovava acqua sofficiente a levar quelle navi cosí grandi, però sono state fatte al presente minori.
Con queste navi si va anco a remi, e cadauno remo vuol quattro uomini che 'l voghi. E queste navi maggiori menano seco due e tre barche grandi, che sono di portata di 1000 sporte di pevere e piú, e vogliono al suo governo da sessanta marinari, altre da ottanta, altre da cento. E quelle piú picciole aiutano spesso a tirare le grandi con corde quando vanno a remi, e ancora quando vanno a vela, se il vento è alquanto da traverso, perchè le picciole vanno avanti le grandi e, legate con le corde, tirano la nave grande; ma se hanno il vento per il dritto no, perchè le vele della maggior nave impedirebbono che 'l vento non ferirebbe nelle vele delle minori, e cosí la maggiore andrebbe adosso alle minori. Item queste navi conducono ben dieci battelli piccioli per l'ancora, e per cagione di pescare e di far tutti li servigii, e questi battelli si legano di fuori dei lati delle navi grandi, e quando vogliono si mettono in acqua; e le barche similmente hanno li suoi battelli. E quando vogliono racconciar la nave, poi che ha navigato un anno o piú, avendo bisogno di concia li ficcano tavole a torno a torno sopra le due prime tavole, di modo che sono tre man di tavole, e le calcano e ungonle; e volendole pur racconciare un'altra volta vi ficcano di novo un'altra man di tavole, e cosí procedono di concia in concia fino al numero di sei tavole l'una sopra l'altra, e da lí in su la nave si manda alla mazza né piú si naviga con quella per mare.
Or, avendo detto delle navi, diremo dell'India; ma prima vogliamo dire d'alcune isole che sono nel mare Oceano, dove siamo al presente, e cominciaremo dall'isola chiamata Zipangu.

Dell'isola di Zipangu.
Cap. 2.

Zipangu è un'isola in Oriente, la qual è discosto dalla terra e lidi di Mangi in alto mare millecinquecento miglia, ed è isola molto grande, le cui genti sono bianche e belle e di gentil maniera. Adorano gl'idoli e mantengonsi per se medesimi, cioè che si reggono dal proprio re. Hanno oro in grandissima abbondanza, perchè ivi si truova fuor di modo e il re non lo lascia portar fuori; però pochi mercanti vi vanno, e rare volte le navi d'altre regioni. E per questa causa diremovi la grand'eccellenza delle ricchezze del palagio del signore di detta isola, secondo che dicono quelli ch'hanno pratica di quella contrada: v'ha un gran palagio tutto coperto di piastre d'oro, secondo che noi copriamo le case o vero chiese di piombo, e tutti i sopracieli delle sale e di molte camere sono di tavolette di puro oro molto grosse, e cosí le finestre sono ornate d'oro. Questo palagio è cosí ricco che niuno potrebbe giamai esplicare la valuta di quello. Sono ancora in questa isola perle infinite le quali sono rosse, ritonde e molto grosse, e vagliono quanto le bianche, e piú. E in questa isola alcuni si sepeliscono quando son morti, alcuni s'abbruciano, ma a quelli che si sepeliscono vi si pone in bocca una di queste perle, per esser questa la loro consuetudine. Sonvi eziandio molte pietre preciose.
Questa isola è tanto ricca che per la fama sua il gran Can ch'al presente regna, che è Cublai, deliberò di farla prendere e sottoporla al suo dominio. Mandò adunque duoi suoi baroni con gran numero di navi piene di gente per prenderla, de' quali uno era nominato Abbaccatan e l'altro Vonsancin, quali, partendosi dal porto di Zaitum e Quinsai, tanto navigorno per mare che pervennero a questa isola. Dove smontati, nacque invidia fra loro, che l'uno dispregiava d'obedire alla volontà e consiglio dell'altro, per la qual cosa non poteron pigliare alcuna città o castello, salvo che uno che presono per battaglia, però che quelli ch'erano dentro non si volsero mai rendere: onde, per comandamento di detti baroni, a tutti furono tagliate le teste, salvo che a otto uomini, li quali si trovò ch'avevano una pietra preciosa incantata per arte diabolica cucita nel braccio destro fra la pelle e carne, che non potevano esser morti con ferro né feriti. Il che intendendo, quei baroni fecero percotere li detti con un legno grosso, e subito morirono.
Avvenne un giorno che 'l vento di tramontana cominciò a soffiar con grande impeto, e le navi de' Tartari, ch'erano alla riva dell'isola, sbattevano insieme. Li marinari adunque consigliatisi deliberarono slontanarsi da terra, onde, entrato l'esercito nelle navi, si allargarono in mare, e la fortuna cominciò a crescere con maggior forza, di sorte che se ne ruppero molte, e quelli che v'erano dentro, notando con pezzi di tavole, si salvorono ad una isola vicina a Zipangu quattro miglia. Le altre navi che non erano vicine, scapolate dal naufragio con li duoi baroni, avendo levati gli uomini da conto, cioè li capi de' centenari di mille e diecimila, drizzorono le vele verso la patria e al gran Can. Ma i Tartari rimasti sopra l'isola vicina (erano da circa trentamila), vedendosi senza navi e abbandonati dalli capitani, non avendo né arme da combattere né vettovaglie, credevano di dovere essere presi e morti, massimamente non vi essendo in detta isola abitazione dove potessero ripararsi. Cessata la fortuna ed essendo il mare tranquillo e in bonaccia, gli uomini della grande isola di Zipangu, con molte navi e grande esercito, andorno all'isola vicina per pigliar li Tartari che quivi s'erano salvati, e smontati delle navi si misero ad andarli a trovare con poco ordine. Ma li Tartari prudentemente si governarono, perciochè l'isola era molto elevata nel mezo, e mentre che li nemici per una strada s'affrettavano di seguitarli, essi andando per un'altra circondarono a torno l'isola e pervennero a' navilii de' nemici, quali truovorno con le bandiere e abbandonati; e sopra quelli immediate montati andarono alla città maestra del signor di Zipangu, dove, vedendosi le loro bandiere, furono lasciati entrare, e quivi non trovorno altro che donne, le qual tennero per loro uso, scacciando fuori tutto il resto del popolo. Il re di Zipangu, intesa la cosa come era passata, fu molto dolente, e subito se ne venne a mettere l'assedio, non vi lasciando entrare né uscire persona alcuna, qual durò per mesi sei; dove, vedendo i Tartari che non potevano aver aiuto alcuno, al fine si resero salve le persone: e questo fu correndo gli anni del Signore 1264.
Il gran Can dopo alcuni anni, avendo inteso il disordine sopradetto, successo per causa della discordia di due capitani, fece tagliar la testa ad un di loro, l'altro mandò ad un'isola salvatica detta Zorza, dove suol far morire gli uomini che hanno fatto qualche mancamento, in questo modo: gli fa ravolgere tutte due le mani in un cuoio di buffalo allora scorticato e strettamente cucire, qual come si secca si strigne talmente intorno che per niun modo si può muovere, e cosí miseramente finiscono la loro vita, non potendosi aiutare.

Della maniera degl'idoli di Zipangu, e come gli abitanti mangiano carne umana.
Cap. 3.

In quest'isola di Zipangu e nell'altre vicine tutti i loro idoli sono fatti diversamente, perchè alcuni hanno teste di buoi, altri di porci, altri di cani e di becchi e di diverse altre maniere; ve ne sono poi alcuni ch'hanno un capo e due volti, altri tre capi, cioè uno nel luogo debito e gli altri due sopra ciascuna delle spalle, altri ch'hanno quattro mani, alcuni dieci e altri cento, e quelli che n'hanno piú si tiene ch'abbiano piú virtú, e a quelli fanno maggior riverenza. E quando i cristiani li domandano perchè fanno li loro idoli cosí diversi, rispondono: "Cosí i nostri padri e predecessori gli hanno lasciati, e parimente cosí noi li lasciamo a' nostri figliuoli e successori". Le operazioni di questi idoli sono di tante diversità, e cosí scelerate e diaboliche, che saria cosa empia e abominabile a raccontarle nel libro nostro. Ma vogliamo che sappiate almeno questo, che tutti gli abitatori di queste isole che adorano gl'idoli, quando prendono qualcuno che non sia loro amico e che non si possa riscuotere con denari, convitano tutti i loro parenti e amici a casa sua, e fanno uccidere quell'uomo suo prigione e lo fanno cuocere, e mangianselo insieme allegramente, e dicono che la carne umana è la piú saporita e migliore che si possa truovar al mondo.

Del mare detto Cin, ch'è per mezo la provincia di Mangi.
Cap. 4.

Avete da sapere che 'l mare dov'è quest'isola si chiama mare Cin, che tanto vuol dire quanto mare ch'è contra Mangi: e nella lingua di costoro dell'isola, Mangi si chiama Cin. E questo mare Cin ch'è in Levante è cosí longo e largo che i savi pilotti e marinari, che per quello navigano e conoscono la verità, dicono che in quello vi sono settemilaquattrocento e quaranta isole, e per la maggior parte abitate, e che non vi nasce arbore alcuno dal quale non esca un buono e gentil odore, e vi nascono molte specie di diverse maniere, e massime legno aloe; il pevere in grand'abondanza, bianco e nero. Non si potrebbe dire la valuta dell'oro e altre cose che si truovan in queste isole, ma sono cosí discoste da terra ferma che con gran difficultà e fastidio vi si può navigare; e quando vi vanno le navi di Zaitum o di Quinsai ne conseguiscono grandissima utilità, ma stanno un anno continuo a far il loro viaggio, perchè vanno l'inverno e ritornano la state, però ch'hanno solamente venti di due sorti, de' quali uno regna la state e l'altro l'inverno, di modo che vanno con un vento e ritornano con l'altro. E questa contrada è molto lontana dall'India. E perchè dicemmo che questo mare si chiama Cin, è da sapere che questo è il mare Oceano, ma, come noi chiamiamo il mare Anglico e il mare Egeo, cosí loro dicono il mare Cin e il mare Indo: ma tutti questi nomi si contengono sotto il mare Oceano.
Or lasciaremo di parlar di questo paese e isole, perchè sono troppo fuor di strada e io non vi son stato, né quelle signoreggia il gran Can; ma ritorniamo a Zaitum.

Del colfo detto Cheinan e de' suoi fiumi.
Cap. 5.

Partendosi dal porto di Zaitum, si naviga per ponente alquanto verso garbin mille e cinquecento miglia, passando un colfo nominato Cheinan, il qual colfo dura di longhezza per il spazio di due mesi, navigando verso la parte di tramontana, il qual per tutto confina verso scirocco con la provincia di Mangi, e dall'altra parte con Ania e Toloman e molte altre provincie con quelle di sopra nominate. Per dentro a questo colfo vi sono isole infinite, e quasi tutte sono bene abitate, e in quelle si truova gran quantità d'oro di paiola, qual si raccoglie dell'acqua del mare dove sboccano i fiumi, e ancora di rame e d'altre cose: e fanno mercanzie di quello che si truova in un'isola e non si truova nell'altra. E contrattano ancora con quei di terra ferma, perchè li vendon oro, rame e altre cose, e da loro comprano le cose che sono loro necessarie. Nella maggior parte di dette isole vi nasce assai grano. Questo colfo è tanto grande, e tante genti abitano in quello, che par quasi un altro mondo.

Della contrata di Ziamba, e del re di detto regno, e come si fece tributario del gran Can.
Cap. 6.

Or ritorniamo al primo trattato, cioè che partendosi da Zaitum, poi che s'ha navigato al traverso di questo colfo (come s'ha detto di sopra) millecinquecento miglia, si truova una contrata nominata Ziamba, la qual è molto ricca e grande. Reggesi dal proprio re, e ha favella da per sé. Le sue genti adorano gl'idoli, e danno tributo al gran Can di elefanti e legno d'aloe ogn'anno: e narrerenvi il come e perchè.
Avvenne che Cublai gran Can nel 1268, intesa la gran ricchezza di quest'isola, volse mandar un suo barone nominato Sagatu, con molte genti a piedi e a cavallo, per acquistarla, e mosse gran guerra a quel regno. E il re, ch'era molto vecchio, nominato Accambale, non avendo genti con le quali potesse far resistenza alle forze d'esso gran Can, si ridusse alle fortezze de' castelli e città, ch'erano sicurissime e si difendevano francamente. Ma i casali e abitazioni ch'erano per le pianure furono rovinate e guaste, e il re, vedendo che queste genti distruggevano e rovinavano del tutto il suo regno, mandò ambasciatori al gran Can, esponendoli ch'essendo egli uomo vecchio e avendo sempre tenuto il suo regno in tranquilla pace, li piacesse di non volere la destruzione di quello, ma che, volendo indi rimovere detto barone con le sue genti, li farebbe onorati presenti ogn'anno, col tributo d'elefanti e legno d'aloe. Il che intendendo il gran Can, mosso a pietà, comandò subito al detto Sagatu che dovesse partirsi e andar ad acquistar altre parti, il che fu eseguito immediate. E da quel tempo in qua il re manda al gran Can per tributo ogn'anno grandissima quantità di legno di aloe, e venti elefanti de' piú belli e maggiori che trovar si possano nelle sue terre: e in tal modo questo re si fece subdito del gran Can.
Ora, lasciando di questo, diremo delle condizioni del re e della sua terra. E prima, in questo regno alcuna donzella di conveniente bellezza non si può maritare se prima non è presentata al re, e s'ella gli piace se la tiene per alcun tempo, e poi le fa dare tanti denari che, secondo la sua condizione, ella si possa onorevolmente maritare. E messer Marco Polo nel 1280 fu in questo luogo, e trovò che 'l detto re avea trecento e venticinque figliuoli tra maschi e femine, i quali maschi per la maggior parte erano valenti nell'arme. Sono in questo regno molti elefanti e gran copia di legno d'aloe; vi sono ancora molti boschi d'ebano, il qual è molto nero, e vi si fanno di quei bellissimi lavori. Altre cose degne di relazione non vi sono, onde, partendoci di qui, narraremo dell'isola chiamata Giava maggiore.

Dell'isola detta Giava.
Cap. 7.

Partendosi da Ziamba, navigando tra mezodí e scirocco mille e cinquecento miglia, si truova una grandissima isola chiamata Giava, la quale, secondo che dicono alcuni buoni marinari, è la maggior isola che sia al mondo, imperochè gira di circuito piú di tremila miglia: ed è sotto il dominio d'un gran re, le cui genti adoran gl'idoli, né danno tributo ad alcuno. Quest'isola è piena di molte ricchezze: il pevere, noci moscate, spico, galanga, cubebe, garofali, e tutte l'altre buone specie nascono in quest'isola, alla qual vanno molte navi con gran mercanzie, delle quali ne conseguiscono gran guadagno e utilità, perchè vi si truova tant'oro che niuno lo potrebbe mai credere né raccontarlo. E il gran Can non ha procurato di soggiogarla, e questo per la longhezza del viaggio e il pericolo di navigare. E da quest'isola i mercanti di Zaitum e di Mangi hanno tratto molt'oro e lo traggono tutto 'l giorno, e la maggior parte delle specie che si portano pel mondo si cavan da questa isola.

Dell'isole di Sondur e Condur e del paese di Lochac.
Cap. 8.

Partendosi da quest'isola di Giava, si naviga verso mezodí e garbin settecento miglia, e si truovano due isole, una delle quali è maggiore e l'altra minore: la prima è nominata Sondur e l'altra Condur, le quali due isole son disabitate, e per ciò si lascia di parlarne. E partendosi da queste, come s'ha navigato per scirocco da cinquanta miglia, si truova una provincia ch'è di terra ferma, molto ricca e grande, nominata Lochac, le cui genti adorano gl'idoli. Hanno favella da per sé e si reggono dal proprio re, né danno tributo ad alcuno, perchè sono in tal luogo che niuno può andarvi a far danno; perchè, se ivi si potesse andare, il gran Can immediate la sottometteria al suo dominio. In quest'isola nasce verzin domestico in gran quantità; hanno oro in tant'abondanza ch'alcuno non lo potrebbe mai credere, e hanno elefanti e molte cacciagioni da cani e da uccelli; e da questo regno si traggono tutte le porcellane che si portano per gli altri paesi, e si spende per moneta, com'è detto di sopra. E vi nasce una sorte di frutti chiamati berci, che sono domestici e grandi come limoni, e molto buoni da mangiare. Altre cose non vi sono da conto, se non che 'l luogo è molto salvatico e montuoso, e pochi uomini vi vanno, perchè il re non consente ch'alcuno li vada, acciochè non conosca il tesoro e i secreti suoi.

Dell'isola di Pentan e regno di Malaiur.
Cap. 9.

Partendosi di Lochac, si naviga cinquecento miglia per mezodí, e si truova un'isola chiamata Pentan, la quale è in un luogo molto salvatico. E tutti i boschi di quell'isola producon arbori odoriferi. E fra la provincia di Lochac e l'isola di Pentan, per miglia sessanta, in molti luoghi non si truova acqua, se non per quattro passa alta, e per questo bisogna che li naviganti levino piú alto il timone, perchè non hanno acqua se non da circa quattro passa. E quando s'ha navigato questi sessanta miglia verso scirocco, si va piú oltre circa trenta miglia e si truova un'isola ch'è regno, e chiamasi la città Malaiur, e cosí l'isola Malaiur, le cui genti hanno re e linguaggio per sé. La città certamente è nobilissima e grandissima, e si fanno in quella molte mercanzie d'ogni specie, perchè quivi ne sono in abondanza. Né vi sono altre cose notabili, onde, procedendo piú oltre, trattaremo della Giava minore.

Dell'isola di Giava minore.
Cap. 10.

Quando si parte dall'isola Pentan e che s'è navigato circa a cento miglia per scirocco, si truova l'isola di Giava minore: ma non è però cosí picciola che non giri circa duemila miglia a torno a torno. E in quest'isola son otto reami e otto re, le genti della quale adorano gl'idoli, e in ciascun regno v'è linguaggio da sua posta, diverso dalla favella degli altri regni. V'è abondanza di tesoro e di tutte le specie e di legno d'aloe, verzino, ebano, e di molte altre sorti di specie, che alla patria nostra, per la longhezza del viaggio e pericoli del navigare, non si portano, ma si portan alla provincia di Mangi e del Cataio.
Or vogliamo dire della maniera di queste genti, di ciascuna partitamente per sé. Ma primamente è da sapere che quest'isola è posta tanto verso le parti di mezogiorno che quivi la stella tramontana non si può vedere. E messer Marco fu in sei reami di quest'isola, de' quali qui se ne parlerà, lasciando gli altri due che non vidde.

Del regno di Felech, ch'è sopra la Giava minore.
Cap. 11.

Cominciamo adunque a narrare del regno di Felech, il qual è uno delli detti otto. In questo regno tutte le genti adorano gl'idoli, ma per li mercanti saraceni, che del continuo ivi conversano, si sono convertiti alla legge di Macometto, cioè quelli che abitano nelle città; e quelli che abitano ne' monti sono come bestie, però che mangiano carne umana, e generalmente ogni sorte di carni monde e immonde; e adorano diverse cose, perchè quand'alcuno si leva su la mattina adora la prima cosa ch'ei vede per tutto quel dí.

Del secondo regno di Basma.
Cap. 12.

Partendosi da questo regno, s'entra nel regno di Basma, il qual è da per sé e ha linguaggio da sua posta, le cui genti non hanno legge, ma vivono come le bestie. Si chiamano per il gran Can, nondimeno non li danno tributo, perchè sono lontani, di sorte che le genti del gran Can non posson andar a quelle parti: ma tutti dell'isola si chiamano per lui, e alle volte, per quelli che passano di là, li mandano qualche bella cosa e strana per presenti, e specialmente di certa sorte d'astori.
Hanno molti elefanti salvatichi e leoncorni, che sono molto minori degli elefanti, simili a' buffali nel pelo, e li loro piedi sono simili a quelli degli elefanti; hanno un corno in mezzo del fronte, e nondimeno non offendono alcuno con quello, ma solamente con la lingua e con le ginocchia, perchè hanno sopra la lingua alcune spine longhe e aguzze, e quando vogliono offendere alcuno lo calpestano con le ginocchia e lo deprimono, poi lo feriscono con la lingua. Hanno il capo come d'un cinghiale, e portano il capo basso verso la terra. E sta volentieri nel fango, e sono bruttissime bestie, e non sono tali quali si dicono esser nelle parti nostre, che si lasciano prendere dalle donzelle, ma è tutt'il contrario. Hanno molte simie e di diverse maniere, e hanno astori tutti neri come corbi, i quali sono molto grandi e prendono gli uccelli benissimo.
Sappiate esser una gran bugia quello che si dice, che gli uomini picciolini morti e secchi siano portati dall'India, perchè tali uomini in quest'isola sono fatti a mano, e direnvi in che modo. In quest'isola è una sorte di simie, che sono molto picciole e hanno il volto simile al volto umano. I cacciatori le prendono e pelano, lasciandogli solamente i peli nelle barbe e altri luoghi, a similitudine dell'uomo; dopo le mettono in alcune cassette di legno, e le fanno seccare e acconciare con canfora e altre cose, talmente che pareno propriamente che siano stati uomini. Le vendono a' mercanti che le portano per lo mondo, e questo è un grande inganno, però che sono fatti al modo che avete inteso, perchè né in India né in alcune altre parti salvatiche mai furono veduti uomini cosí picciolini come paiono quelli.
Ora non diciamo piú di questo regno, perchè non vi sono altre cose da dire; e però diremo del regno nominato Samara.

Del terzo regno di Samara.
Cap. 13.

Partendosi da Basma, si truova il regno di Samara, il qual è nell'isola sopradetta, dove messer Marco Polo stette cinque mesi, per il tempo contrario che lo costrinse a starvi a suo mal grado. La Tramontana quivi ancora non si vede, né si veggono anco le stelle che sono nel Carro. Quelle genti adorano gl'idoli; hanno re grande e potente, e chiamansi per il gran Can. E cosí stando detto messer Marco tanto tempo in queste isole, discese in terra con circa duemila uomini in sua compagnia, e per paura di quelle genti bestiali, che volentieri prendono gli uomini e gli ammazzano e li mangiano, fece cavar fosse grandi verso la isola intorno di sé, i capi delle quali finivano sopra il porto del mare dall'una parte e l'altra, e sopra le fosse fece far alcuni edificii overo baltresche di legname; e cosí stette sicuramente cinque mesi in quelle fortezze con la sua gente, perchè v'è moltitudine di legname, e quei dell'isola contrattavano con loro di vettovaglie e altre cose, perchè si fidavano.
Quivi sono i migliori pesci che si possano mangiare al mondo; e non hanno frumento, ma vivono di risi; non hanno vino, ma hanno una sorte d'arbori che s'assomiglian alle palme e dattaleri che, tagliandogli un ramo e mettendoli sotto un vaso, getta un liquore che l'empie in un giorno e una notte, ed è ottimo vino da bere, ed è di tanta virtú che libera gli idropici e tisici e quelli che patiscono il male di spienza. E quando quei tronchi non mandano piú liquore fuori adacquano gli arbori, secondo che veggono esser necessario, con condotti che si traggono da' fiumi, e quando sono adacquati mandano fuori il liquore come prima. E sonvi alcuni arbori che di natura mandano fuori il liquor rosso, e alcuni bianco. Truovasi anco noci d'India, grosse com'è il capo dell'uomo, le quali sono buone da mangiare, dolci e saporite e bianche come latte, e il mezo della carnosità di detta noce è pieno d'un liquore come acqua chiara e fresca, e di miglior sapore e piú delicato che 'l vino overo d'alcun'altra bevanda che mai si bevesse. Mangiano finalmente ogni sorte di carni, buone e cattive, senza farli differenza alcuna.

Del quarto regno di Dragoian.
Cap. 14.

Dragoian è un regno che ha re e favella da sua posta; quelle genti sono salvatiche e adorano gl'idoli, e si chiamano per il gran Can. E direnvi un'orrenda loro consuetudine, ch'osservano quand'alcun di loro casca in qualche infermità. Li parenti suoi mandano per li maghi e incantatori, e fanno che costoro vedino ed esaminino diligentemente se questi infermi hanno da guarire o no; e questi maghi, secondo la risposta che fanno li diavoli, gli rispondono s'ei dee guarire. E se dicono di no, i parenti dell'infermo mandano per alcuni uomini (a questo specialmente deputati), che sanno con destrezza chiudere la bocca dell'infermo, e soffocato che l'hanno lo fanno in pezzi e lo cuocono, e cosí cotto i suoi parenti lo mangiano insieme allegramente, e tutto integramente fino alle midolle che sono nell'ossa, di modo che di lui non resta sostanza alcuna, perciochè se vi rimanesse dicono che crearebbe vermini, e mancando ad essi il cibo morrebbono: e per la morte di questi tal vermini dicono che l'anima del morto patirebbe gran pena. E poi, tolte l'ossa, le ripongono in una bella cassetta picciola, e portanla in qualche caverna ne' monti e la sepeliscono, acciochè non siano tocche da bestia alcuna. E ancora, se possono prendere qualche uomo che non sia del suo paese, non potendosi riscattare, l'uccidono e lo mangiano.

Del quinto regno di Lambri.
Cap. 15.

Lambri è un regno che ha re e favella da sua posta, le sue genti adorano gl'idoli, e chiamansi del gran Can. Hanno verzino in gran quantità, e canfora e molte altre specie. Seminano una pianta ch'è simile al verzino, e quand'ell'è nata e cresciuta in piccioli ramuscelli li cavano e li piantano in altri luoghi, dove li lasciano per tre anni; dopo li cavano con tutte le radici e adoperano a tingere. E messer Marco portò di dette semenze a Venezia e seminolle, ma non nacque nulla, e questo perchè richiedono luogo calidissimo. Sono in questo regno uomini che hanno le code piú longhe d'un palmo, a modo di cane, ma non sono pilose: e per la maggior parte sono fatti a quel modo. Questi tali uomini abitano fuori delle città ne' monti. Hanno leoncorni in gran copia e molte cacciagioni di bestie e d'uccelli.

Del sesto regno di Fanfur, dove cavano farina d'arbori.
Cap. 16.

Fanfur è regno e ha re da per sé, le cui genti adorano gl'idoli, e chiamansi per il gran Can, e sono dell'isola sopradetta. Quivi nasce la miglior canfora che trovar si possa, la qual si chiama canfora di Fanfur, ed è miglior dell'altra, e dassi per tant'oro a peso. Non hanno frumento né altro grano, ma mangiano riso e latte, e vino hanno degli arbori, come di sopra s'è detto nel capitolo di Samara.
Oltre di ciò v'è un'altra cosa maravigliosa, cioè che in questa provincia cavano farina d'arbori, perchè hanno una sorte d'arbori grossi e longhi, alli quali levatali la prima scorza, ch'è sottile, si truova poi il suo legno grosso intorn'intorno per tre dita, e tutta la midolla di dentro è farina come quella del carvolo: e sono quegli arbori grossi come potrian abbracciar due omini. E mettesi questa farina in mastelli pieni d'acqua, e menasi con un bastone dentro all'acqua: allora la semola e l'altre immondizie vengono di sopra, e la pura farina va al fondo. Fatto questo si getta via l'acqua, e la farina purgata e mondata che rimane s'adopra, e si fanno di quella lasagne e diverse vivande di pasta, delle qual ne ha mangiato piú volte il detto messer Marco, e ne portò seco alcune a Venezia, qual è come il pane d'orzo e di quel sapore. Il legno di quest'arbore l'assomigliano al ferro, perchè gettato in acqua si sommerge immediate, e si può sfendere per dritta linea da un capo all'altro come la canna, perchè, quando s'ha cavata la farina, il legno, come s'è detto, riman grosso per tre dita: del quale quelle genti fanno lancie picciole e non longhe, perchè se fossero longhe niuno le potria portare, non ch'adoperarle, per il troppo gran peso; e le aguzzano da un capo, qual poi abbruciano, e cosí preparate sono atte a passare ciascun'armatura, e molto meglio che se fossero di ferro. Or abbiamo detto di questo regno, qual è delle parti di quest'isola. Degli altri regni che sono nell'altre parti non diremo, perchè il detto messer Marco non vi fu, e però, procedendo piú oltre, diremo d'una picciola isola nominata Nocueran.

Dell'isola di Nocueran.
Cap. 17.

Partendosi dalla Giava e dal regno di Lambri, poi che s'ha navigato da circa centocinquanta miglia verso tramontana, si truovano due isole, una delle quali si chiama Nocueran e l'altra Angaman. E in questa di Nocueran non è re, e quelle genti sono come bestie, e tutti, cosí maschi come femine, vanno nudi e non cuoprono parte alcuna della loro persona; e adorano gl'idoli. Tutti i loro boschi sono di nobilissimi arbori e di grandissima valuta, e si truovano sandali bianchi e rossi, noci di quelle d'India, garofani, verzino e altre diverse sorti di speciarie.
Né v'essendo altre cose da dire, piú oltre procedendo, diremo dell'isola d'Angaman.

Dell'isola di Angaman.
Cap. 18.

Angaman è un'isola grandissima, che non ha re, le cui genti adoran gl'idoli, e sono come bestie salvatiche, conciosiacosachè mi fosse detto ch'hanno il capo simile a quello de' cani, e gli occhi e denti. Sono genti crudeli, e tutti quegli uomini che possono prendere gli ammazzano e mangiano, pur che non siano della sua gente. Hanno abondanza di tutte le sorti di specie. Le sue vettovaglie sono risi e latte e carne d'ogni maniera, e hanno noci d'India, pomi paradisi, e molti altri frutti diversi da' nostri.

Dell'isola di Zeilan.
Cap. 19.

Partendosi dall'isola d'Angaman, poi che s'è navigato da mille miglia per ponente, e alquanto meno verso garbin, si truova l'isola di Zeilan, la qual al presente è la miglior isola che si truovi al mondo della sua qualità, perchè gira di circuito da duemila e quattrocento miglia. E anticamente era maggiore, perchè girava a torno a torno ben tremila e seicento miglia, secondo che si truova ne' mapamondi de' marinari di quei mari; ma il vento di tramontana vi soffia con tanto empito che ha corroso parte di quei monti, quali sono cascati e sommersi in mare, e cosí è perso molto del suo territorio: e questa è la causa perchè non è cosí grande al presente come fu già per il passato. Quest'isola ha un re, che si chiama Sendernaz; le genti adorano gl'idoli, e non danno tributo ad alcuno. Gli uomini e le donne sempre vanno nudi, eccetto che cuoprono la loro natura con un drappo. Non hanno biade, se non risi e susimani, de' quali fanno olio. Vivono di latte, risi e carne, e vino degli arbori sopradetti, e hanno abondanza del miglior verzino che si possa trovar al mondo.
In questa isola nascono buoni e bellissimi rubini, che non nascono in alcun altro luogo del mondo, e similmente zafiri, topazii, ametisti, granate, e molt'altre pietre preciose e buone. E il re di quest'isola vien detto aver il piú bel rubino che giamai sia stato veduto al mondo, longo un palmo e grosso com'è il braccio d'un uomo, splendente oltre modo, e non ha pur una macchia, che pare che sia un fuoco che arda; ed è di tanta valuta che non si potria comprare con denari. Cublai gran Can mandò ambasciatori a questo re, pregandolo che, s'ei volesse concederli quel rubino, li daria la valuta d'una città; egli rispose che non glielo daria per tesoro del mondo, né lo lasciarebbe andar fuori delle sue mani, per essere stato de' suoi predecessori: e per questa causa il gran Can non lo poté avere. Gli uomini di quest'isola non sono atti all'arme, per essere vili e codardi, e se hanno bisogno d'uomini combattitori truovano gente d'altri luoghi vicini a' saraceni.
E non essendovi altre cose memorabili, procedendo piú oltre narreremo di Malabar.

Della provincia di Malabar.
Cap. 20.

Partendosi dall'isola di Zeilan, e navigando verso ponente miglia sessanta, si truova la gran provincia di Malabar, la qual non è isola ma terra ferma, e si chiama India maggiore, per essere la piú nobile e la piú ricca provincia che sia al mondo. Sono in quella quattro re, ma il principale, ch'è capo della provincia, si chiama Senderbandí. Nel suo regno si pescano le perle, cioè che fra Malabar e l'isola di Zeilan v'è un colfo overo seno di mare, dove l'acqua non è piú alta di dieci in dodici passa, e in alcuni luoghi due passa, e pescansi in questo modo: che molti mercanti fanno diverse compagnie, e hanno molte navi e barche grandi e picciole, con ancore per poter sorgere, e menano seco uomini salariati, che sanno andare nel fondo a pigliar le ostriche, nelle quali sono attaccate le perle, e le portano di sopra in un sacchetto di rete legato al corpo, e poi ritornano di nuovo, e quando non possono sostenere piú il fiato vengono suso, e stati un poco se ne descendono, e cosí fanno tutt'il giorno. E pigliansi in grandissima quantità, delle quali si fornisce quasi tutt'il mondo, per essere la maggior parte di quelle che si pigliano in questo colfo tonde e lustri. Il luogo dove si truovano in maggior quantità dette ostreche si chiama Betala, ch'è sopra la terra ferma, e di lí vanno al dritto per sessanta miglia per mezogiorno. Ed essendovi in questo colfo pesci grandi ch'uccideriano i pescatori, però i mercanti conducon alcuni incantatori d'una sorte di Bramini, quali per arte diabolica sanno constringere e stupefare i pesci, che non li fanno male; e perchè pescano il giorno, però la sera disfanno l'incanto, temendo ch'alcuno nascosamente, senza licenza de' mercanti, non discenda la notte a pigliar l'ostreche: e i ladri, che temono detti pesci, non osano andarvi di notte. Questi incantatori sono gran maestri di saper incantare tutti gli animali, e anco gli uccelli. Questa pescagione comincia per tutto il mese d'aprile fino a mezo maggio, la qual comprano dal re, e li danno solamente la decima (e ne cava grandissima utilità), e alli incantatori la vigesima. Finito detto tempo piú dette ostriche non si truovano, ma fanno passaggio ad un altro luogo, distante da questo colfo trecento e piú miglia, dove si truovano per il mese di settembre fino a mezo ottobrio. Di queste perle, oltre la decima che danno i mercanti, il re vuol tutte quelle che sono grosse e tonde, e le paga cortesemente, sí che tutti gliele portano volentieri.
Il popolo di questa provincia in ogni tempo va nudo, eccetto che (com'è detto) si cuoprono le parti vergognose con un drappo, e il re similmente va come gli altri: vero è ch'ei porta alcune cose per onorificenzia regale, cioè atorno il collo una collana piena di pietre preciose, zafiri, smeraldi e rubini, che vagliono un gran tesoro; li pende al collo ancor un cordone di seta sottile che discende fin al petto, nel quale sono cento e quattro perle grosse e belle e rubini, che sono di gran valuta. E la causa è questa, perchè gli conviene ogni giorno dir cento e quattro orazioni all'onor de' suoi idoli, perchè cosí comanda la lor legge e cosí osservarono i re suoi predecessori. L'orazione che dicono ogni giorno sono queste parole: "Pacauca, Pacauca, Pacauca", e le dicono cento e quattro volte. Item porta alle braccia in tre luoghi braccialetti d'oro ornati di perle e gioie, e alle gambe in tre luoghi cintole d'oro, tutte coperte di perle e gioie, e sopra le dita de' piedi e delle mani, ch'è cosa maravigliosa da vedere, non che stimare si potesse la valuta: ma a questo re è facile, nascendo tutte le gioie e perle nel suo regno. Questo re ha ben mille concubine e mogli, perchè, subito ch'ei vede una bella donna, la vuol per sé: e per questo tolse la moglie ch'era di suo fratello, qual, per esser uomo prudente e savio, sostenne la cosa in pace e non fece altro scandalo, ancor che molte volte fosse in procinto di farli guerra; ma la lor madre li mostrava le mammelle, dicendogli: "Se farete scandalo tra voi, io mi taglierò le mammelle che v'hanno nutriti", e cosí rimaneva la quistione. Ha ancora questo re molti cavalieri e gentiluomini, che si chiamano fedeli del re in questo mondo e nell'altro. Questi servono al re nella corte, e cavalcano con lui standoli sempre appresso, e come va il re questi l'accompagnano, e hanno gran dominio in tutt'il regno. Quand'ei muore, s'abbrucia il suo corpo: allora tutti questi suoi fedeli si gettano volontariamente lor medesimi nel fuoco e s'abbruciano, per causa d'accompagnarlo nell'altro mondo.
In questo regno è ancora tal consuetudine, che quando muore il re i suoi figliuoli che succedono non toccano il tesoro di quello, perchè dicono che saria sua vergogna che, succedendo in tutt'il regno, lui fosse cosí vile e da poco ch'ei non se ne sapesse acquistare un altro simile: e però è opinione che si conservi infiniti tesori nel palagio del re, per memoria degli altri re passati. In questo reame non nascono cavalli, e per questa causa il re di Malabar e gli altri quattro re suoi fratelli consumano e spendono ogn'anno molti denari in quelli, perchè ne comprano dalli mercanti d'Ormus, Diufar, Pecher e Adem, e d'altre provincie, che glieli conducono: e si fanno ricchi, perchè gliene vendono da cinquemila per cinquecento saggi d'oro l'uno, che vagliono cento marche d'argento; e in capo dell'anno non ne rimangono vivi trecento, perchè non hanno chi li sappino governare, né mariscalchi che li sappino medicare, e bisogna che ogn'anno li rinovino. Ma io penso che l'aere di questa provincia non sia conforme alla natura de' cavalli, perchè quivi non nascono, e però non si possono conservare. Li danno da mangiare carne cotta con risi, e molti altri cibi cotti, perchè non vi nasce altra sorte di biade che risi. Se una cavalla grande sarà pregna di qualche bel cavallo, non però partorisce se non un poledro picciolo, mal fatto e con li piedi storti, e che non è buono per cavalcare.
S'osserva in detto regno quest'altra consuetudine, che quand'alcun ha commesso qualche delitto, per il quale si giudichi ch'ei meriti la morte, e il signore lo voglia far morire, allora il condannato dice ch'egli si vuole uccidere ad onore e riverenza di tal idolo, e immediate tutti i suoi parenti e amici lo pongono sopra una catedra, con dodici coltelli ben ammolati e taglienti, e lo portano per la città esclamando: "Questo valent'uomo si va ad ammazzar se medesimo per amor del tal idolo". E giunti al luogo dove si dee far giustizia, quel che dee morire piglia due coltelli e grida in alta voce: "Io m'uccido per amor di tal idolo", e subito in un colpo si darà due ferite nelle cosse, e dopo due nelle braccia, due nel ventre e due nel petto, e cosí ficca tutti i coltelli nella sua persona, gridando ad ogni colpo: "Io mi uccido per amor di tal idolo". E poi che s'ha fitti tutti i coltelli nella vita, l'ultimo si ficca nel cuore, e subito muore. Allora i suoi parenti con grand'allegrezza abbruciano quel corpo, e la moglie immediate si getta nel fuoco, lasciandosi abbruciare per amor del marito: e le donne che fanno questo sono molto laudate dall'altre genti, e quelle che non lo fanno sono vituperate e biasimate.
Questi del regno adorano gl'idoli, e per la maggior parte adorano buoi, perchè dicono ch'il bue è cosa santa, e niun mangierebbe delle carni del bue per alcuna causa del mondo. Ma v'è una sorte d'uomini, che si chiamano gavi, i quali, benchè mangino carne di bue, non però ardiscono d'ucciderli, ma quando alcun bue muore di propria morte, overo altrimenti, essi gavi ne mangiano, e tutti imbrattano le loro case di sterco di buoi. Hanno queste genti per costume di sedere in terra sopra tapeti, e se sono domandati perchè ciò fanno, dicono che 'l sedere sopra la terra è cosa molto onorata, perchè essendo noi di terra ritorneremo in terra, e niuno potrebbe mai tanto onorare la terra che fosse bastevole, e però non si dee dispregiarla. E questi gavi e tutti della loro progenie sono di quelli i predecessori de' quali ammazarono san Tommaso apostolo, e niuno de' detti potria entrare nel luogo dov'è il corpo del beato apostolo, ancor che vi fosse portato per dieci uomini, perchè detto luogo non riceve alcuno di loro, per la virtú di quel corpo santo.
In questo regno non nasce alcuna biada, se non risi e susimani. Queste genti vanno alla battaglia con lancie e scudi, e sono nude, e sono genti vili e da poco, senz'alcuna prattica di guerra. Non ammazzano bestie alcune overo animali, ma quando vogliono mangiar carne di montoni o altre bestie overo uccelli, le fanno uccidere da saraceni e da altre genti che non osservano i costumi e leggi loro. Si lavano, cosí uomini come donne, due volte il giorno in acqua tutto il corpo, cioè la mattina e la sera, altrimenti non mangiariano né beveriano, se prima non fossero lavati: e quello che non si lavasse due volte il giorno saria tenuto come eretico. Ed è da sapere che nel suo mangiare adoperano solamente la mano destra, né toccariano cibo alcuno con la mano sinistra, e tutte le cose monde e belle operano e toccano con la mano destra, perchè l'officio della mano sinistra è solamente circa le cose necessarie brutte e immonde, come saria far nette le parti vergognose e altre cose simili a queste. Item bevono solamente con boccali, e ciascuno col suo, né alcuno beveria col boccale d'un altro, e quando bevono non si mettono il boccale alla bocca, ma lo tengono elevato in alto e gettansi il vino in bocca, né toccariano il boccale con la bocca per modo alcuno, né dariano bere con quei boccali ad alcun forestiere; ma, se il forestiero non averà vaso proprio da bere, essi gli gettano del vino intra le mani ed egli berà con quelle, adoperando le mani in luogo d'una tazza.
In questo regno si fa grandissima e diligente giustizia di ciascun maleficio; e de' debiti s'osserva tal ordine appresso di loro: s'alcun debitore sarà piú volte richiesto dal suo creditore, ed ei vada con promissioni differendo di giorno in giorno, e il creditore lo possa toccare una volta, talmente ch'ei li possa designare un circolo a torno, il debitore non uscirà fuor di quel circolo fin che non avrà sodisfatto al creditore, overo gli darà una cauzione che sarà sodisfatto; altramente, uscendo fuori del circolo, come transgressore della ragione e giustizia sarà punito col supplicio della morte. E vidde il sopradetto messer Marco nel suo ritorno a casa, essendo nel detto regno, che, dovendo dare il re ad un mercante forestiero certa somma di denari, ed essendo piú volte stato richiesto, lo menava con parole alla longa; un giorno, cavalcando per la terra il re, il mercante, trovata l'opportunità, li fece un circolo a torno, circuendo anco il cavallo: il che vedendo, il re non volse col cavallo andar piú oltre, né di lí si mosse fin che 'l mercante non fu sodisfatto. La qual cosa veduta dalle genti circonstanti, molto si maravigliarono, dicendo che giustissimo era il re, avendo ubbidito alla giustizia.
Detti popoli si guardano grandemente da bere vino fatto d'uva, e quello che ne bee non si riceve per testimonio, né quello che naviga per mare, perchè dicono che chi naviga per mare è disperato, e però non lo ricevono in testimonio. Non reputano che la lussuria sia peccato. E vi è cosí gran caldo che gli è una cosa mirabile, e però vanno nudi; e non hanno pioggia se non solamente del mese di giugno, luglio e agosto, e se non fosse quest'acqua, che piove questi tre mesi, che dà refrigerio all'aria, non si potria vivere.
Ivi sono ancora molti savii in una scienzia che si chiama fisionomia, la quale insegna a conoscere la proprietà e qualità degli uomini che sono buoni o cattivi: e questo conoscono subito che veggono l'uomo e la donna. Conoscono anco quel che significa incontrandosi in uccelli o bestie, e danno mente al volare degli uccelli piú di tutti gli uomini del mondo, e preveggono il bene e male. Item per ciascun giorno della settimana hanno un'ora infelice, qual chiamano choiach, come il giorno del lunedí l'ora di meza terza, il giorno del martedí l'ora di terza, il giorno di mercordí l'ora di nona, e cosí di tutti i giorni per tutto l'anno, li quali hanno descritti e determinati ne' loro libri; e conoscono l'ore del giorno al conto de' piedi che fa l'ombra dell'uomo quando sta ritto, e si guardano in tal ore di far mercati o altre facende di mercanzie, perchè dicono che li riescono male. Item, quando nasce alcun fanciullo o fanciulla in questo regno, subito il padre o la madre fanno metter in scritto il giorno della sua natività e della luna il mese e l'ora: e questo fanno perchè esercitano tutti i loro fatti per astrologia. E tutti quelli ch'hanno figliuoli mascoli, subito che sono in età d'anni tredici, li licenziano di casa, privandoli del vivere di casa, perchè dicono che oramai sono in età di potersi acquistar il vivere, e far mercanzie e guadagnare: e a ciascuno danno venti o ventiquattro grossi, overo moneta di tanta valuta. Questi fanciulli non cessano tutto il giorno correre or qua or là, comprando una cosa e dopo vendendola; e al tempo che si pescano le perle corrono alli porti, e comprano dalli pescatori e da altri cinque o sei perle, secondo che possono, e le portano a' mercanti che stanno nelle case per paura del sole, dicendoli: "A me costano tanto, datemi quello che vi piace di guadagno", ed essi li danno qualche cosa di guadagno, oltre il prezzo che sono costate loro. E cosí s'esercitano in molte altre cose, facendosi ottimi e sottilissimi mercanti, e dopo portano a casa delle loro madri le cose necessarie, ed esse le cucinano e apparecchiano, ma non mangiano cosa alcuna a spese de' padri loro.
Item in questo regno e per tutta l'India tutte le bestie e uccelli sono diversi da' nostri, eccetto le quaglie, le quali s'assomigliano alle nostre; ma tutte l'altre cose sono diverse da quelle che abbiamo noi. Hanno pipistrelli grandi come sono astori, e gli astori negri come corbi, e molto maggiori de' nostri, e volano velocemente e prendono uccelli.
Hanno ancora molti idoli ne' loro monasterii, di forma di maschio e di femina, a' quali i padri e le madri offeriscono le figliuole; e quando l'hanno offerte, ogni volta che li monachi di quel monasterio ricercano ch'elle venghino a dar solazzo agl'idoli, subito vanno, e cantano e suonano facendo gran festa: e dette donzelle sono in gran quantità e con gran compagnie, e portano molte volte la settimana a mangiare agl'idoli a' quali sono offerte, e dicono che gl'idoli mangiano, e gli apparecchiano la tavola avanti di loro, con tutte le vettovaglie ch'hanno portato, e la lasciano apparecchiata per il spazio d'una buona ora, sonando e cantando continuamente e facendo gran sollazzo, qual dura tanto quanto un gentiluomo potria desinare a suo commodo. Dicono allora le donzelle che gli spiriti degl'idoli hanno mangiato ogni cosa, e loro poi si pongono a mangiare atorno gl'idoli, e dopo ritornan alle loro case. E la causa perchè le fanno venire a fare queste feste è perchè dicono i monachi che 'l dio è turbato e adirato con la dea, né si congiungono l'uno con l'altro né si parlano, e che, se non faranno pace, tutte le facende loro andranno di male in peggio e non vi daranno la benedizione e grazia loro: e però fanno venir le dette donzelle al modo sopradetto, tutte nude, eccetto che si cuoprono la natura, e che cantino avanti il dio e la dea. E hanno opinione quelle genti che 'l dio molte volte si solazza con quella, e che si congiungano insieme.
Gli uomini hanno le loro lettiere di canne leggierissime, e con tale artificio che, quando vi sono dentro e vogliono dormire, si tirano con corde appresso al solaro e quivi si fermano. Questo fanno per schifare le tarantole, le quali mordono grandemente, e per schifare i pulici e altri verminezzi, e per pigliar il vento, per mitigar il gran caldo che regna in quelle bande. La qual cosa non fanno tutti, ma solamente i nobili e grandi, però che gli altri dormono sopra le strade.
Nella provincia detta di Malabar v'è il corpo del glorioso messer san Tommaso apostolo, ch'ivi sostenne il martirio: ed è in una picciola città, alla qual vanno pochi mercanti, per non essere luogo a loro proposito; ma vi vanno infiniti cristiani e saraceni per devozione, perchè dicono ch'egli fu gran profeta, e lo chiamano anania, cioè uomo santo. E li cristiani che vanno a questa divozione togliono della terra di quel luogo dov'egli fu ucciso, la qual è rossa, e portansela seco con riverenzia, e spesso fanno miracoli, perchè, distemperata in acqua, la danno a bere agli ammalati e guariscono di diverse infermità. E nell'anno del Signore 1288 un gran principe di quella terra, nel tempo che si raccogliono le biade, avea raccolto grandissima quantità di risi, e non avendo case a bastanza dove potesse reponerli, li parve di metterli nelle case della chiesa di S. Tomaso, contra la volontà delle guardie di quelle, quali pregavano che non dovesse occupare le case dove alloggiavano li peregrini che venivano a visitar il corpo di quel glorioso santo; ma lui, ostinato, glieli fece mettere. Or la notte seguente questo santo apostolo apparve in visione al principe, tenendo una lancetta in mano, e ponendogliela sopra la gola gli disse: "Se non svoderai le case che m'hai occupato, io ti farò malamente morire". Il principe, svegliatosi tutto tremante, immediate fece far quanto gli era stato comandato, e disse publicamente a tutti come egli aveva veduto in visione detto apostolo. E molti altri miracoli tutt'il giorno si veggono, per intercessione di questo beato apostolo. I cristiani che custodiscono detta chiesa hanno molti arbori che fanno le noci d'India, com'abbiamo scritto di sopra, quali li danno il vivere, e pagan ad un di questi re fratelli un grosso ogni mese per arbore. Dicono che quel santissimo apostolo fu morto in questo modo, ch'essendo lui in un romitorio in orazione, v'erano intorno molti pavoni, de' quali quelle contrade sono tutte ripiene: un idolatro della generazione de' gavi detti di sopra, passando di quivi né vedendo detto santo, tirò con una saetta ad un pavone, la qual andò a ferire nel costato di quel santissimo apostolo, qual, sentendosi ferito, referendo grazie al nostro Signor Iddio rese l'anima a quello.
In detta provincia di Malabar gli abitanti sono negri, ma non nascono cosí com'essi si fanno con artificio, perchè reputano la negrezza per gran beltà, e però ogni giorno ungono li fanciullini tre volte con olio di susimani. Gli idolatri di questa provincia fanno le imagini de' loro idoli tutte nere, e dipingon il diavolo bianco, dicendo che tutti li demoni sono bianchi. E quelli ch'adorano il bue, come vanno a combattere, portano seco del pelo del bue salvatico, e li cavallieri legano del detto pelo alle crene del cavallo, tenendolo che sia di tanta santità e virtú che ciascuno che n'ha sopra di sé sia sicuro da ogni pericolo: e per questa causa i peli de' buoi salvatichi vagliono assai denari in quelle parti.

Del regno di Murphili, overo Monsul.
Cap. 21.

Il regno di Murphili si truova quando si parte da Malabar e si va per tramontana cinquecento miglia. Adorano gl'idoli e non danno tributo ad alcuno; vivono di risi, carne, latte, pesce e frutti. Ne' monti di questo regno si truovano i diamanti, perchè quando piove l'acqua descende da quelli con grand'impeto e ruina per le rupi e caverne, e poi ch'è scorsa l'acqua gli uomini li vanno cercando per li fiumi, e ne truovano molti. E fu detto al prefato messer Marco che la state, ch'è grandissimo caldo e non piove, montano sopra detti monti con gran fatica, e per la moltitudine de' serpi che si trovano in quelli, e nelle sommità vi sono alcune valli circondate da grotte e caverne dove si truovano detti diamanti, e vi pratticano di continuo molte aquile e cicogne bianche, che si cibano de' detti serpi. Quelli adunque che vogliono averne gettano, stando sopra le grotte, molti pezzi di carne in dette valli, e l'aquile e cicogne, vedendo le carni, le vanno a pigliare e portano a mangiare sopra le grotte overo sommità de' monti, dove immediate corrono gli uomini e le discacciano, togliendoli le carni: e spesse fiate truovano attaccati in quelle i diamanti. E se l'aquile mangiano le carni, vanno al luogo dove dormono la notte, e truovano alle fiate de' diamanti nel sterco e immondizie di quelle. In questo regno si fanno i migliori e piú sottili boccascini che si truovino in tutta l'India.

Della provincia di Lac overo Loac e Lar.
Cap. 22.

Partendosi dal luogo dove è il corpo del glorioso apostolo s. Tommaso, e andando verso ponente, si truova la provincia di Lac. Di qui hanno origine li Bramini, che sono sparsi poi per tutta l'India: questi sono li migliori e piú veridici mercanti che si truovino, né direbbono mai una bugia per qualunque cosa che dir si potesse, ancor se v'andasse la vita. Si guardano grandemente di robbare e tor la robba d'altrui; son ancora molto casti, perchè si contentano d'una moglie sola. E se alcuno mercante forestiero e che non conosca li costumi della contrada si raccomandi a loro e li dia in salvo le sue mercanzie, questi Bramini le custodiscono, vendono e barattanle lealmente, procurando l'utilità del forestiero con ogni cura e sollicitudine, non li dimandando alcuna cosa per premio, se per sua gentilezza il mercante non gliene dona. Mangiano carne e bevono vino; non uccideriano alcun animale, ma lo fanno uccidere da' saraceni. Si conoscono i Bramini per certo segnale che portano, che è un fil grosso di bambagio sopra la spalla, e leganlo sotto il braccio, di modo che quel filo appare avanti il petto e dopo le spalle. Hanno un re qual è molto ricco e potente, e che si diletta di perle e pietre preciose; e quando i mercanti di Malabar gliene possono portare qualcuna che sia bella, credendo alla parola del mercante, li dà due volte tanto quanto la gli costa: però li vengono portate infinite gioie. Sono grandi idolatri, e si dilettano d'indovinare, e massime negli augurii, e se vogliono comprare alcuna cosa, riguardano subito nel sole la sua propria ombra, e facendo le regole della sua disciplina procedono nella sua mercanzia. Sono molto astinenti nel mangiare e vivono lungamente; i suoi denti sono molto buoni, per certa erba che usano a masticare, la qual fa ben digerire ed è molto sana a' corpi umani.
Sono fra costoro in detta regione alcuni idolatri, quali sono religiosi e si chiamano tingui, e a reverenzia de' loro idoli fanno una vita asprissima. Vanno nudi e non si cuoprono parte alcuna del corpo, dicendo che non si vergognano d'andare nudi, perchè nacquero ancor nudi, e circa le parti vergognose dicono che, non facendo alcuno peccato con quelle, non si vergognano di mostrarle. Adorano il bue, e ne portan un picciolo di lattone o d'altro metallo indorato legato in mezo la fronte. Abbruciano ancor l'ossa de' buoi e ne fanno polvere, con la quale fanno un'unzione che si ungono il corpo in piú luoghi con gran riverenzia; e se incontrano alcuno che li facci buona cera, li mettono in mezo la fronte un poco di detta polvere. Non uccideriano animale alcuno, né mosche né pulici né pidocchi, perchè dicono che hanno anima, né mangiariano d'animal alcuno, perchè li pareria di commetter gran peccato. Non mangiano alcuna cosa verde, né erbe né radici, fino che non sono secche, perchè tutte le cose verdi dicono che hanno anima. Non usano scodelle né taglieri, ma mettono le sue vivande sopra le foglie secche di pomi d'Adamo, che si chiamano pomi di paradiso. Quando vogliono alleggerire il ventre vanno al lido del mare, dove in la rena depongono il peso naturale, e subito lo dispergono in qua e là, acciò che 'l non faccia vermini, che poi morirebbono di fame, e loro farebbono grandissimo peccato per la morte di tante anime.
Vivono lungamente sani e gagliardi, perchè alcuni di loro arrivano fino a cento e cinquanta anni, ancor che dormino sopra la terra: ma si pensa che sia per l'astinenzia e castità che servano; e come sono morti abbruciano i loro corpi.

Dell'isola di Zeilan.
Cap. 23.

Non voglio restare di scrivere alcune cose che ho lasciato di sopra quando ho parlato dell'isola di Zeilan, le quali intesi ritrovandomi in quei paesi quando ritornavo a casa. Nell'isola di Zeilan dicono esservi un monte altissimo, cosí dirupato nelle sue rupi e grotte che niuno vi può ascendere se non in questo modo, che da questo monte pendono molte catene di ferro, talmente ordinate che gli uomini possono per quelle ascendere fino alla sommità, dove dicono esservi il sepolcro d'Adamo primo padre. Questo dicono i saraceni, ma gl'idolatri dicono che vi è il corpo di Sogomonbarchan, che fu il primo uomo che trovasse gl'idoli, e l'hanno per un uomo santo. Costui fu figliuolo d'un re di quell'isola, e si dette alla vita solitaria, e non voleva né regno né alcuna altra cosa mondana, ancor che 'l padre, con il mezo di bellissime donzelle, con tutte le delizie che imaginar si possa, si sforzasse di levarlo da questa sua ostinata opinione. Ma non fu mai possibile, di modo che 'l giovane nascosamente si fuggí sopra questo altissimo monte, dove castamente e con somma astinenzia finí la vita sua: e tutti gl'idolatri lo tengono per santo. Il padre, disperato, ne ebbe grandissimo dolore, e fece far un'imagine a similitudine sua, tutta d'oro e di pietre preciose, e volse che tutti gli uomini di quella isola l'onorassero e adorassero come iddio: e questo fu principio dell'adorare gl'idoli, e gl'idolatri hanno questo Sogomonbarchan per il maggior di tutti gli altri, e vengono di molte parti lontane in peregrinaggio a visitare questo monte dove egli è sepolto. E quivi si conservano ancor de' suoi capelli, denti e un suo catino, che mostrano con gran cerimonie. Li saraceni dicono che sono di Adam, e vi vanno ancor loro a visitarlo per devozione. E accadette che nel 1281 il gran Can intese, da saraceni ch'erano stati sopra detto monte, come vi si truovano le cose sopradette del nostro padre Adam, per il che li venne tanto desiderio di averne ch'ei fu forzato di mandar ambasciatori al detto re di Zeilan a dimandargliene; quali vennero dopo gran cammino e giornate al re, e impetrorono duoi denti mascellari, ch'erano grandi e grossi, e un catino, ch'era di porfido molto bello, e ancora delli capelli. E inteso il gran Can come li suoi ambasciatori ritornavano con le dette reliquie, li mandò ad incontrare fuori della città da tutto il popolo di Cambalú, e furono condotte alla sua presenzia con gran festa e onore.
E avendo parlato di questo monte di Zeilan, ritorniamo al regno di Malabar e alla città di Cael.

Della città di Cael.
Cap. 24.

Cael è una nobile e gran città, la quale signoreggia Astiar, un di quattro fratelli, re della provincia di Malabar, qual è molto ricco d'oro e gioie, e mantiene il suo paese in gran pace; e li mercanti forestieri vi capitano volentieri, per essere da quel re ben visti e trattati. Tutte le navi che vengono di ponente, Ormus, Chisti, Adem, e di tutta l'Arabia, cariche di mercanzie e cavalli, fanno porto in questa città, per essere posta in buon luogo per mercadantare. Ha questo re ben trecento moglie, le quali mantiene con grandissima pompa.
Tutte le genti di questa città e anco di tutta l'India hanno un costume, che di continuo portano in bocca una foglia chiamata tembul, per certo abito e delettazione, e vannola masticando, e sputano la spuma che la fa. I gentiluomini, signori e re hanno dette foglie acconcie con canfora e altre specie odorifere, ed eziandio con calcina viva mescolata: e mi fu detto che questo li conservava molto sani. E se alcuno vuol far ingiuria ad un altro o villaneggiarlo, come l'incontra gli sputa nel viso di quella foglia o spuma, e subito costui corre al re e dice l'ingiuria che gli è stata fatta e ch'ei vuol combattere: e il re li dà l'armi, che è una spada e rotella, e tutto il popolo vi concorre, e qui combattono fin che un di loro resta morto. Non possono menare di punta, perchè gli è proibito dal re.

Del regno di Coulam.
Cap. 25.

Coulam è un regno che si truova partendosi dalla provincia di Malabar verso garbin cinquecento miglia. Adorano gl'idoli; vi sono anco cristiani e giudei, che hanno parlare da per sé. Il re di questo regno non dà tributo ad alcuno. Vi nasce verzino molto buono e pevere in grande abondanzia, perchè in tutte le foreste e campagne se ne truova. Lo raccolgono nel mese di maggio, giugno e luglio, e gli arbori che lo producono sono domestichi. Hanno ancora endego molto buono e in grande abondanzia, qual fanno d'erbe alle quali, levateli le radici, pongono in mastelli grandi pieni di acqua, dove le lassano star fin che si putrefanno, e poi di quelle esprimono fuor il sugo; qual post'al sole bolle tanto che si disecca e fassi come una pasta, qual poi si taglia in pezzi, al modo che si vede che viene condotta a noi. Qui è grandissimo caldo in alcuni mesi, che a pena si può sopportare; pur li mercanti vi vengono di diverse parti del mondo, come del regno di Mangi e dell'Arabia, per il gran guadagno che truovano delle mercanzie che portano dalla loro patria e di quelle che riportano con le loro navi di questo regno.
Vi si truovano molte bestie diverse dall'altre del mondo, perchè vi sono leoni tutti negri, e pappagalli di piú sorte, alcuni bianchi come neve con li piedi e becco rosso, altri rossi e azzurri e alcuni picciolissimi. Hanno anco pavoni, piú belli e maggiori de' nostri e di altra forma e statura, e le loro galline sono molto diverse dalle nostre; e il simile è in tutti li frutti che nascono appresso di costoro: la causa dicono che sia per il gran caldo che regna in quelle parti. Fanno vino di un zucchero di palma, qual è molto buono e fa imbriacare piú di quello d'uva. Hanno abondanzia di tutte le cose necessarie al vivere umano, eccetto che di biave, perchè non vi nasce se non riso, ma quello in gran quantità. Hanno molti astrologhi e medici che sanno ben medicare; e tutti, cosí uomini come donne, sono neri e vanno nudi, eccetto che si pongono alcuni belli drappi avanti la natura. Sono molto lussuriosi, e pigliano per mogli le parenti germane, le matrigne (se 'l padre è morto), e le cognate: e questo s'osserva, per quello ch'io intesi, per tutta l'India.

De Cumari.
Cap. 26.

Cumari è una provincia nell'India, della quale si vede un poco della stella della nostra tramontana, la quale non si può vedere dall'isola della Giava fino a questo luogo, dal quale, andando in mare trenta miglia, si vede un cubito di sopra l'acqua. Questa contrada non è molto domestica, ma salvatica, e vi sono bestie di diverse maniere, specialmente simie, di tal sorte fatte e cosí grandi che pareno uomini. Vi sono ancora gatti maimoni, molto differenti in grandezza e piccolezza dagli altri; hanno leoni, leonpardi e lupi cervieri in grandissimo numero.

Del regno di Dely.
Cap. 27.

Partendosi dalla provincia di Cumari e andando verso ponente per trecento miglia si truova il regno di Dely, che ha proprio re e favella; non dà tributo ad alcuno. Questa provincia non ha porto, ma un fiume grandissimo che ha buone bocche. Gli abitatori adorano gl'idoli. Questo non è potente in moltitudine o vero valore delli suoi popoli, ma è sicuro per la fortezza de' passi della regione, che sono di tal sorte che li nimici non vi possono andare ad assaltare. Vi è abondanza di pevere e gengero che vi nasce, e altre speciarie. Se alcuna nave venisse ad alcuna di queste bocche del detto fiume o vero porto per qualche accidente e non per propria volontà, li togliono tutto quello che hanno in nave di mercanzie, dicendo: "Voi volevate andare altrove, e il nostro dio vi ha condutto qui acciochè abbiamo le robbe vostre". Le navi di Mangi vengono per la estate e si cargano per ventura in otto giorni, e piú tosto che possono si partono, perchè non vi è molto buon stare, per essere la spiaggia tutta di sabbione e molto pericolosa, ancor che le dette navi portino assai ancore di legno, cosí grandi che in ogni gran fortuna ritengono le navi. Vi sono leoni e molte altre bestie feroci e salvatiche.

Di Malabar.
Cap. 28.

Malabar è un regno grandissimo nell'India maggiore verso ponente, del quale non voglio restare di dire ancora alcune altre particularità, le cui genti hanno re e lingua propria; non danno tributo ad alcuno. Da questo regno appare la stella della tramontana sopra la terra due braccia. Sono in questo reame e in quello di Guzzerat, qual è poco lontano, molti corsari, i quali vanno in mare ogni anno con piú di cento navilii, e prendono e rubano le navi di mercanti che passano per quei luoghi. Detti corsari menano in mare le lor mogli e figliuoli, e grandi e piccioli, e vi stanno tutta la state. E acciochè non vi possi passar nave alcuna che non la prendino, si mettono in ordinanza, cioè che un navilio sta sorto con l'ancora per cinque miglia lontano un dall'altro, sí che venti navilii occupano il spazio di cento miglia; e subito che veggono una nave fanno segno con fuoco o con fumo, e cosí tutti si ragunano insieme e pigliano la nave che passa. Non gli offendono nella persona, ma, svaligiata la nave, mettono quelli sopra il lito, dicendoli: "Andate a guadagnare dell'altra robba; forsi che passerete di qua di nuovo, dove ne arrichirete".
In questa regione v'è grandissima copia di pevere, zenzero e cubebe e noci d'India. Fanno ancora boccascini, i piú belli e piú sottili che si trovino al mondo. E le navi di Mangi portano del rame per saorna delle navi, e appresso panni d'oro, di seda, veli e oro e argento, e molte sorti di specie che non hanno quelli di Malabar, e queste tal cose contracambiano con le mercanzie della detta provincia. Si truovano poi mercanti che le conducono in Adem, e di lí vengono portate in Alessandria.
E avendo parlato di questo regno di Malabar, diremo di quello di Guzzerati, che è vicino. E sappiate che, se vogliamo parlare di tutte le città de' regni d'India, saria cosa troppo longa e tediosa, ma toccheremo solamente quelli delli quali abbiamo avuto qualche informazione.

Del regno di Guzzerat.
Cap. 29.

Il reame di Guzzerati ha proprio re e propria lingua; è appresso il mare d'India verso l'occidente. Quivi appare la stella tramontana alta sei braccia. Vi sono in questo reame li maggior corsari che si possino imaginare, perchè vanno fuori con li suoi navilii e, come prendono alcuno mercante, subito li fanno bere un poco di acqua di mare mescolata con tamarindi, che li muove il corpo e fa andar da basso: e la causa è questa, perchè li mercanti, vedendo venire i corsari, inghiottono le perle e gioie che hanno per asconderle, e costoro gliele fanno uscir fuori del corpo.
Quivi è grand'abbondanza di zenzeri, pevere ed endego; hanno bambagio in gran quantità, perchè hanno gli arbori che lo producono, quali sono d'altezza di sei passa, e durano anni venti: ma il bambagio che si cava di quelli cosí vecchi non è buon da filare, ma solamente per coltre, ma quello che fanno fino a dodici anni è perfettissimo per far veli sottili e altre opere. In questo regno s'acconciano gran quantità di pelli di becchi, buffali, buoi salvatichi, leocorni e di molte altre bestie, e se n'acconcia tante che se ne cargano le navi e si portano verso li regni d'Arabia. Si fanno in questo regno molte coperte di letto di cuoio rosso e azzurro, sottilmente lavorate e cucite con fil d'oro e d'argento: e sopra quelle li saraceni dormono volentieri. Fanno ancora cussini tessuti d'oro tirato, con pitture d'uccelli e bestie, che sono di gran valuta, perchè ve ne sono di quelli che vagliono ben sei marche d'argento l'uno. Quivi si lavora meglio d'opere da cucire, e piú sottilmente e con maggior artificio, che in tutt'il resto del mondo.
Or, procedendo piú oltre, diremo d'un regno detto Canam.

Del regno di Canam.
Cap. 30.

Canam è un grande e nobil regno verso ponente, e intendasi verso ponente perchè allora messer Marco veniva di verso levante, e secondo il suo cammino si tratta delle terre che lui trovava. Questo ha re e non rende tributo ad alcuno; le genti adorano gli idoli, e hanno lingua da per sé. Quivi non nasce pevere né zenzero, ma incenso in gran quantità, qual non è bianco ma è come nero. Vi vanno molte navi per levare di quello, e di molte altre mercanzie che quivi si truovano. Si cavano molte mercanzie, e massime di cavalli per tutta l'India, alla qual ne portano gran quantità.

Del regno di Cambaia.
Cap. 31.

Questo è un gran regno verso ponente, il qual ha re e favella da per sé; non danno tributo ad alcuno; adorano le genti gl'idoli. E da questo regno si vede la stella della tramontana piú alta, perchè quanto piú si va verso maestro tanto meglio ella si vede. Si fanno quivi molte mercanzie, e v'è endego molto e in grand'abbondanza; hanno boccascini e bambagio in gran copia. Si traggono di questo regno molti cuoi ben lavorati per altre provincie, e da quelle si riportano per il piú oro, argento, rame e tucia.
E non v'essendo altre cose degne da essere intese, procederò a dir del regno di Servenath.

Del regno di Servenath.
Cap. 32.

Servenath è un regno verso ponente, le cui genti adorano gl'idoli e hanno re e favella da per sé; non danno tributo ad alcuno, e sono buona gente. Vivono delle loro mercanzie e arti, e vi vanno ben de' mercanti con le loro robbe, e riportano di quelle del regno. Mi fu detto che quelli che servono agl'idoli e tempii sono i piú crudeli e perfidi che abbi il mondo.
Or passaremo ad un regno detto Chesmacoran.

Del regno di Chesmacoran.
Cap. 33.

Questo è un regno grande, e ha re e favella da sua posta. Alcune di quelle genti adorano gl'idoli, ma la maggior parte sono saraceni. Vivono di mercanzie e arti, e il loro vivere è riso e frumento, carne, latte, che hanno in gran quantità. Quivi vengono molti mercanti per mare e per terra. E questa è l'ultima provincia dell'India maggiore andando verso ponente maestro, perchè partendosi da Malabar quivi la finisce: della quale India maggiore abbiamo parlato solamente delle provincie e città che sono sopra il mare, perchè a parlare di quelle che sono fra terra saria stata l'opera troppo prolissa.
Ora parleremo d'alcune isole, una delle quali si chiama Mascola, l'altra Femina.

Dell'isola Mascola e Femina.
Cap. 34.

Oltre il Chesmacoran a cinquecento miglia in alto mare verso mezodí vi sono due isole, l'una vicina all'altra trenta miglia: e in una dimorano gli uomini senza femine, e si chiama isola Mascolina; nell'altra stanno le femine senza gli uomini, e si chiama isola Feminina. Quelli che abitano in dette due isole sono una cosa medesima, e sono cristiani battezzati. Gli uomini vanno all'isola delle femine e dimorano con quelle tre mesi continui, cioè marzo, aprile e maggio, e ciascuno abita in casa con la sua moglie, e dopo ritorna all'isola Mascolina, dove dimorano tutt'il resto dell'anno facendo le loro arti senza femina alcuna. Le femine tengono seco i figliuoli fino a' dodici anni, e dopo li mandano alli loro padri; se ella è femina la tengono fin ch'ella è da marito, e poi la maritano negli uomini dell'isola. E par che quell'aere non patisca che gli uomini continuino a stare appresso le femine, perchè moririano. Hanno il loro vescovo, qual è sottoposto a quello dell'isola di Soccotera. Gli uomini proveggono al vivere delle loro mogli, perchè seminano le biave, e le donne lavorano le terre, e raccogliono il grano e molti altri frutti che nascono di diverse sorti. Vivono di latte, carne, risi e pesci, e sono buoni pescatori, e pigliano infiniti pesci: de' freschi e salati vendono a' mercanti che vengono a comprarli, e massime dell'ambra, che qui se ne truova assai.

Dell'isola di Soccotera.
Cap. 35.

Partendosi da dette isole verso mezodí, dopo cinquecento miglia si truova l'isola di Soccotera, la quale è molto grande e abbondante del vivere. Trovasi per gli abitanti alle rive di quest'isola molto ambracano, che vien fuori del ventre delle balene, e per esser gran mercanzia s'ingegnano d'andarle a prendere, con alcuni ferri ch'hanno le barbe che, ficcati nella balena, non si possono piú cavare, alli quali è attaccata una corda longhissima con una bottesella che va sopra il mare, acciochè, come la balena è morta, la sappino dove trovare, e la conducono al lito, dove li cavano fuori del ventre l'ambracano e della testa assai botte d'olio. Vanno tutti nudi, sí mascoli come femine, solamente coperti davanti e da drieto, come fanno gl'idolatri; e non hanno altre biade se non risi, delli quali vivono, e di carne e latte. Sono cristiani battezzati, e hanno un arcivescovo, ch'è come signore, qual non è sottoposto al papa di Roma, ma ad un zatolia che dimora nella città di Baldach, ch'è quello che l'elegge, overo, se quelli dell'isola lo fanno, lui lo conferma. Arrivano a quella isola molti corsari con la robba ch'hanno guadagnata, la quale questi abitatori comprano, però che dicono ch'ella era d'idolatri e saraceni, e la possono tenere licitamente. Vengono quivi tutte le navi che vogliono andare alla provincia d'Adem, e di pesci e d'ambracano (che ne hanno gran copia) si fanno di gran mercanzie. Lavorano quivi ancora panni di bambagio di diverse sorti e in quantità, quali vengono levati per i mercanti. Sono gli abitanti di detta isola i maggiori incantatori e venefici che si possano trovare al mondo, ancor che 'l suo arcivescovo non glielo permetta, e che gli scommunichi e maledisca. Pur non curano cosa alcuna, perciochè, s'una nave di corsari facesse danno ad alcuno di loro, constringono ch'ella non si possi partire se non sodisfanno i danneggiati, conciosiacosachè, se 'l vento li fosse prospero e in poppa, loro fariano venire un altro vento che la ritorneria all'isola al suo dispetto. Fanno il mare tranquillo, e quando vogliono fanno venir tempeste, fortune, e molte altre cose maravigliose che non accade a parlarne.
Ma diremo dell'isola di Magastar.

Della grand'isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo.
Cap. 36.

Partendosi dall'isola di Soccotera, e navigando verso mezodí e garbino per mille miglia, si truova la grand'isola di Magastar, qual è delle maggiori e piú ricche che siano al mondo. Il circuito di quest'isola è di tremila miglia; gli abitatori sono saraceni e osservano la legge di Macometto. Hanno quattro siechi, che vuol dire in nostra lingua vecchi, che hanno il dominio dell'isola e quella governano. Vivono questi popoli di mercanzie e arti, e sopra l'altre vendono infinita quantità di denti d'elefanti, per la moltitudine grande che vi nasce di detti animali: ed è cosa incredibile il numero che si cava di questa isola e di quella di Zenzibar. Quivi si mangia tutto l'anno per la maggior parte carne di cameli, ancor che ne mangiano di tutti gli altri animali, ma di cameli sopra gli altri, per averla provata ch'ella è piú sana e piú saporita carne che si possa trovare in quella regione. Vi sono boschi grandi d'arbori di sandali rossi, e per la gran quantità sono in picciol prezio. Hanno ancora molto ambracano, qual le balene gettano, e il mare lo fa andare al lito e loro lo raccolgono. Prendono anco lupi cervieri, leoni, leonze, e infiniti altri animali, come cervi, caprioli, daini, e molte cacciagioni di diverse bestie e uccelli diversi da' nostri. E vanno a quest'isola molte navi di diverse provincie con mercanzie di varie sorti, con panni d'oro, di seta, e con sete di diverse maniere: e quelle vendono overo barattano co' mercanti dell'isola, e caricano poi delle mercanzie dell'isola, e sempre fanno gran profitto e guadagno. Non si naviga ad altre isole verso mezodí, le quali sono in gran moltitudine, se non a questa e a quella di Zenzibar, perchè il mare corre con grandissima velocità verso mezodí, di sorte che non potriano ritornare piú adietro. E le navi che vanno da Malabar a quest'isola fanno il viaggio in venti overo venticinque giorni, ma nel ritorno penano da tre mesi, tanta è la correntia dell'acque che di continuo caricano verso mezogiorno.
Dicono quelle genti che a certo tempo dell'anno vengono di verso mezodí una maravigliosa sorte d'uccelli, che chiamano ruch, qual è della simiglianza dell'aquila, ma di grandezza incomparabilmente grande: ed è di tanta grandezza e possanza ch'egli piglia con l'unghie de' piedi un elefante e, levatolo in alto, lo lascia cadere, qual more, e poi, montatoli sopra il corpo, si pasce. Quelli ch'hanno veduto detti uccelli riferiscono che, quando aprono l'ali, da una punta all'altra vi sono da sedici passa di larghezza, e le sue penne sono longhe ben otto passa, e la grossezza è corrispondente a tanta longhezza. E messer Marco Polo, credendo che fossero griffoni, che sono dipinti mezi uccelli e mezi leoni, interrogò questi che dicevano d'averli veduti, i quali li dissero la forma de' detti esser tutta d'uccello, come saria dir d'aquila. E avendo il gran Can inteso di simil cose maravigliose, mandò suoi nunzii alla detta isola, sotto pretesto di far rilasciar un suo servitore, che quivi era stato ritenuto; ma la verità era per investigare la qualità di detta isola, e delle cose maravigliose ch'erano in quella. Costui di ritorno portò (sí come intesi) al gran Can una penna di detto uccello ruch, la qual li fu affermato che, misurata, fu trovata da nonanta spanne, e che la canna della detta penna volgea due palmi, ch'era cosa maravigliosa a vederla: e il gran Can n'ebbe un estremo piacere, e fece gran presenti a quello che gliela portò. Li fu portato ancor un dente di cinghiale, che nascono grandissimi in detta isola, come buffali, qual fu pesato e si trovò di quattordici libre. Vi sono ancor giraffe, asini e altre sorti d'animali salvatichi molto diversi da' nostri.
Or, avendo parlato di quell'isola, parlaremo di quella di Zenzibar.

Dell'isola di Zenzibar.
Cap. 37.

Dopo questa di Magastar, si truova quella di Zenzibar, la qual, per quel che s'intese, volge a torno duemila miglia. Gli abitatori adorano gl'idoli, e hanno favella da sua posta, e non rendono tributo ad alcuno. Hanno il corpo grosso, ma la longhezza di quello non corrisponde alla grossezza secondo saria conveniente, perchè, s'ella fosse corrispondente, pareriano giganti. Sono nondimeno molto forti e robusti, e un solo porta tanto carico quanto fariano quattro di noi altri, e mangiano per cinque. Sono neri e vanno nudi, si cuoprono la natura con un drappo, e hanno li capelli cosí crespi che a pena con l'acqua si possono distendere, e hanno la bocca molto grande, e il naso elevato in suso verso il fronte, l'orecchie grandi, e occhi grossi e spaventevoli, che paiono demonii infernali. Le femine similmente sono brutte, la bocca grande, il naso grosso e gli occhi, ma le mani sono fuor di misura grosse, e le tette grossissime. Mangiano carne, latte, risi e dattali; non hanno vigne, ma fanno vino di risi con zucchero e d'alcune lor delicate specie, ch'è molto buono al gusto e imbriaca come fa quel d'uva.
Vi nascono in detta isola infiniti elefanti, e de' denti ne fanno gran mercanzia; de' quali elefanti non voglio restar di dire che, quando il maschio vuol giacere con la femina, cava una fossa in terra quanto conveniente li pare, e in quella distende la femina col corpo in suso a modo d'una donna, perchè la natura della femina è molto verso il ventre, e poi il maschio vi monta sopra come fa l'uomo. Hanno delle giraffe, ch'è bel animale a vederlo: il busto suo è assai giusto, le gambe davanti longhe e alte, quelle da dietro basse, il collo molto longo, la testa picciola; ed è quieto animale. Tutta la persona è bianca e vermiglia a rodelle, e giungeria alto con la testa passa tre. Hanno montoni molto differenti da' nostri, perchè sono tutti bianchi, eccettuando il capo ch'è negro; e cosí sono fatti tutti i cani di detta isola, e cosí l'altre bestie sono dissimili dalle nostre. Vi vengono molte navi con mercanzie, quali barattano con quelle della detta isola, e sopra l'altre co' denti d'elefanti e con ambracano, che gran copia ne truovano sopra i liti dell'isola, per esservi in quei mari assai balene.
Alcune fiate li signori di quest'isola vengono fra loro alla guerra, e gli abitanti sono franchi combattitori e valorosi in battaglia, perchè non temono morire. Non hanno cavalli, ma combattono sopra elefanti e camelli, sopra i quali fanno castelli, e in quelli vi stanno quindeci o venti, con spade, lancie e pietre; e a questo modo combattono, e quando vogliono entrare in battaglia danno a bere del loro vino agli elefanti, perchè dicono che quello li fa piú gagliardi e furiosi nel combattere.

Della moltitudine dell'isole nel mare d'India.
Cap. 38.

Ancor ch'abbi scritto delle provincie dell'India, non ho però scritto se non delle piú famose e principali, e il simile ho fatto dell'isole, le quali sono in tanta moltitudine ch'alcuno non lo potria credere, perchè, come ho inteso da' marinari e gran pilotti di quelle regioni, e come ho veduto per scrittura da quelli ch'hanno compassato quel mare d'India, se ne ritruovano da dodicimila e settecento fra le abitate e deserte. E detta India maggior comincia da Malabar fino al regno di Chesmacoran, nel quale sono tredici regni grandissimi, e noi n'abbiamo nominati dieci. E l'India minore comincia da Ziambi fino a Murfili, nella quale sono otto regni, eccettuando quelli dell'isole, che sono in gran quantità.
Ora parleremo dell'India seconda overo mezana, che si chiama Abascia.

Dell'India seconda overo mezana, detta Abascia.
Cap. 39.

Abascia è una gran provincia, e si chiama India mezana overo seconda. Il maggior re di quella è cristiano; gli altri re sono sei, cioè tre cristiani e tre saraceni, subditi pure al sopradetto. Mi fu detto che li cristiani, per essere conosciuti, li fanno tre segnali, cioè un in fronte e un per gota: e sono fatti con ferro caldo, e dopo il battesimo d'acqua questo è il secondo con fuoco. Li saraceni n'hanno un solo, cioè nel fronte fino a mezo il naso; e perchè vi sono assai giudei, ancor loro sono segnati con due, cioè uno per gota. Il maggior re cristiano sta nel mezo di detta provincia, e li re saraceni hanno i loro reami verso la provincia d'Adem. Il venire di detti popoli alla fede cristiana fu in questo modo, che, avendo il glorioso apostolo s. Tommaso predicato nel regno di Nubia e fattolo cristiano, venne poi in Abascia, dove con le prediche e miracoli fece il simile. Poi andò ad abitare nel regno di Malabar, dove, dopo l'aver convertite infinite genti, come abbiamo detto, fu coronato di martirio, e ivi sta sepolto. Sono questi popoli abiscini molto valenti nell'armi e gran guerrieri, perchè di continuo combattono col soldano d'Adem e co' popoli di Nubia e con molti altri che sono ne' loro confini; e per il continuo esercitarsi sono reputati i miglior uomini da guerra di tutte le provincie dell'India.
Or nel 1288, sí come mi fu narrato, accadé che questo gran signore d'Abiscini avea deliberato d'andare a visitar il sepolcro di Cristo in Ierusalem in persona, perchè ogn'anno ve ne vanno infiniti de' detti popoli a questa devozione, ma fu disconfortato da tutti i suoi baroni di non lo fare, per il pericolo grande che v'era, dovendo passar per tanti luoghi e terre di saraceni suoi nemici. E però deliberò di mandarvi un vescovo, ch'era reputato uomo di buona e santa vita, quale andatovi e fatte le sue orazioni in Ierusalem, e offerte che gli avea ordinato il re, nel ritorno capitò nella città d'Adem, dove il soldano di quella lo fece venire alla sua presenza, e quivi con minaccie lo voleva constringere a farsi macomettano. Ma lui stando constante e ostinato di non voler lasciare la fede cristiana, il soldano lo fece circuncidere, in dispregio del re d'Abiscini, e lo licenziò. Costui tornato e narrato al suo signore il dispregio e villania che li era stata fatta, subito comandò che 'l suo esercito si mettesse ad ordine, e con quello andò a destruzione e ruina del soldano d'Adem; qual, intesa la venuta di questo re grande d'Abiscini, fece venire in suo aiuto due gran re saraceni suoi vicini, con infinita gente da guerra. Ma, azzuffatosi insieme, il re d'Abiscini fu vincitore e prese la città d'Adem e li diede il guasto, per vendetta del dispregio ch'era stato fatto al suo vescovo.
La gente di questo reame d'Abiscini vive di frumento, risi, carne, latte, e fanno olio di susimani, e hanno abbondanza d'ogni sorte di vettovaglie. Hanno elefanti, leoni, giraffe e altri animali di diverse maniere, e similmente uccelli e galline molto diverse, e altri infiniti animali, cioè simie, gatti mamoni, che paiono uomini. Ed è provincia molto ricchissima d'oro, e quivi se ne truova assai, e li mercanti vi vanno volentieri con le loro mercanzie, perchè riportano gran guadagno.
Or parleremo della provincia di Adem.

Di Adem provincia.
Cap. 40.

La provincia d'Adem ha un re, qual chiamano soldano; gli abitatori sono tutti saraceni, e odiano infinitamente li cristiani. In questa provincia vi sono molte città e castella, e v'è un bellissimo porto, dove arrivano tutte le navi che vengono d'India con speciarie. E li mercanti che le comprano per condur in Alessandria le cavano delle navi e mettono in altre navi piú picciole, con le quali attraversano un colfo di mare per venti giornate, o piú o manco, secondo il tempo che fa; e giunti in un porto le caricano sopra cameli e le fanno portar per terra per trenta giornate fino al fiume Nilo, dove le caricano in navilii piccioli, chiamati zerme, e con quelle vengono a seconda del fiume fino al Cairo, e de lí per una fossa fatta a mano detta calizene fino in Alessandria: e questa è la via piú facile e piú breve che possino far i mercanti che d'Adem vogliono condur le speciarie d'India in Alessandria. Similmente li mercanti in questo porto d'Adem caricano infiniti cavalli d'Arabia, e li conducono per tutti li regni e isole d'India, dove cavano grandissimo prezio o guadagno. E il soldan d'Adem è ricchissimo di tesoro, per la grandissima utilità che trae de' dretti delle mercanzie che vengono d'India, e similmente di quelle che si cavano del suo porto per India, perchè questa è la maggior scala che sia in tutte quelle regioni per contrattare mercanzie, e ognun vi concorre con le sue navi. E nel 1200, che soldano di Babilonia andò la prima volta col suo esercito sopra la città d'Acre e la prese, mi fu detto che questo d'Adem vi mandò da trentamila cavalli e quarantamila camelli, per l'odio grande che portava a' cristiani.
Or parleremo della città d'Escier.

Della città d'Escier.
Cap. 41.

Il signor di questa città è macomettano, e mantiene la sua città con gran giustizia, ed è sottoposto al soldan d'Adem, ed è lontana da Adem da quaranta miglia verso scirocco. Ha molte città e castella sotto di sé; e questa città ha un buon porto, dove capitano molte navi d'India con mercanzie, e di qui traggono assai cavalli buoni ed eccellenti, che sono di gran valuta e prezio nell'India.
In questa regione nasce grandissima copia d'incenso bianco molto buono, il quale a goccie a goccie scorre giú da alcuni arbori piccioli simili all'albedo. Gli abitatori alcune volte forano overo tagliano le scorze di quelli, e da' tagli overo buchi scorron fuori goccie dell'incenso; e ancor che non si facciano detti tagli, pur questo liquore non resta di venir fuori da detti arbori, per il grandissimo caldo che vi fa, e poi s'indurisce. Sono quivi molti arbori di palme, che fanno buoni dattali in abbondanza; non vi nascono biade, se non risi e miglio, e bisogna che vi siano condotte delle biade d'altre regioni. Non hanno vino d'uva, ma lo fanno di risi, zucchero e dattali, ch'è delicato da bere. Hanno montoni piccioli, li quali non hanno l'orecchie dove hanno gli altri, ma vi sono due cornette, e piú a basso verso il naso hanno due buchi in luogo dell'orecchie.
Sono questi popoli gran pescatori, e quivi si truovan infiniti pesci tonni, che per la grande abbondanza se n'averiano due per un grosso veneziano, e ne seccano. E perchè pel gran caldo tutto il paese è come abbruciato, né vi si truova erba verde, però hanno assuefatto li loro animali, cioè buoi, montoni, cameli e poledri, a mangiar pesci secchi, e gliene danno di continuo, e li mangiano volentieri. E detti pesci sono d'una sorte picciolini, quali prendono il mese di marzo, aprile e maggio in grandissima quantità, e secchi ripongono in casa, dove per tutto l'anno ne danno a mangiare alle bestie, le quali eziandio ne mangiano de' freschi come li secchi, ancor che siano piú avezzi a' secchi. E per la carestia delle biade fanno anco detti popoli biscotto di pesci grandi, in questo modo, che li tagliano minutamente in pezzi, e con certa farina fanno un liquor che li fa tenire insieme a modo di pasta, e ne formano pani che nell'ardente sole s'asciugano e induriscono, e cosí riposti in casa li mangiano tutto l'anno come biscotto. L'incenso che abbiamo detto di sopra è tanto buon mercato che 'l signor lo compra per dieci bisanti il cantaro, e poi lo rivende a' mercanti, che poi lo danno per 40 bisanti: e questo fa egli ad instanzia del soldano di Adem, qual piglia tutto l'incenso che nasce nel suo territorio per il detto prezio, e poi lo rivende al modo detto di sopra, onde ne conseguisce grandissimo utile e guadagno.
Altro non v'essendo da dire, procederò a parlar della città di Dulfar.

Di Dulfar città.
Cap. 42.


Dulfar è una città nobile e grande, qual è discosto dalla città d'Escier venti miglia verso scirocco. Le sue genti sono macomettane, e il suo signor è sott'il soldan d'Adem. Questa città è posta sopra il mare e ha buon porto, dove vengon assai navi; e quivi si conducono assai cavalli arabi d'altre contrade fra terra, e li mercanti li levano e conducono in India, per il grandissimo guadagno che ne conseguiscono. Ha sotto di sé città e castella, e nasce nel suo territorio assai incenso, qual vien condotto via per li mercanti.
E altre cose non v'essendo da dire, diremo del colfo di Calaiati.

Di Calaiati città.
Cap. 43.

Calaiati è una città grande, ed è nel colfo che medesimamente si dimanda di Calatu; è discosto dal Dulfar cinquecento miglia verso scirocco. Osservano la legge di Macometto; è sottoposta al melich d'Ormus, e ogni fiata che 'l detto ha guerra con alcuno re, ricorre a questa città, perchè è molto forte e posta in forte luogo, di modo che non teme d'alcuno. Non ha biade di sorte alcuna, ma le traggono d'altri luoghi. E questa città ha un buon porto, e molti mercanti vi vengono dell'India con gran numero di navi, e vendono le lor robbe e speciarie benissimo, perchè da questa città si portano fra terra a molte città e castella. Si cavano ancora di questo porto per l'India molti cavalli, e ne guadagnano grandemente. Questa città è posta nell'entrata e bocca del detto colfo di Calatu, di modo che niuna nave non può entrare in quello né uscire senza sua licenzia. E molte volte che 'l melich di questa città, qual ha patti e obligazione col re di Chermain e li è subdito, non lo vuol obedire, perchè 'l detto gl'impone qualche dazio oltre l'ordinario ed esso ricusa di pagarlo, subito il re li manda un esercito per constringerli per forza; lui si parte d'Ormus e viene a questa città di Calaiati, dove stando non lascia entrare né passar alcuna nave: dal che advien che 'l re di Chermain perde i suoi dretti e, ricevendo gran danno, è necessitato a far patto col detto melich. Ha un castello molto forte, che tiene a modo di dir serrato il colfo e il mare, perchè discuopre tutte le navi da ogni tempo che passano. Le genti di questa contrata vivono di dattali e di pesci freschi e salati, perchè d'ambedue n'hanno di continuo gran copia; ma li gentiluomini e ricchi vivono di biade, che vengono condotte d'altri paesi.
Or, partendosi da Calaiati, si va trecento miglia verso greco e tramontana, e si truova l'isola d'Ormus.

Di Ormus.
Cap. 44.

L'isola d'Ormus ha una bella e gran città, posta sopra il mare; ha un melich, ch'è nome di dignità come saria a dire marchese, qual ha molte città e castella sotto il suo dominio. Gli abitanti sono saraceni, tutti della legge di Macometto. Vi regna grandissimo caldo, e per questa causa in tutte le case hanno ordinate le sue ventiere, per le qual fanno venire il vento in tutte le loro stanzie e camere dove li piace, ch'altramente non potriano vivere. Or di questo non diremo altro, perchè di sopra nel libro abbiamo parlato di Chisi e Chermain.
Poi che s'ha scritto a bastanza delle provincie e terre dell'India maggiore che sono appresso il mare, e d'alcune regioni di popoli d'Etiopia, che noi chiamiamo India mezana, avanti che facciamo fine al libro, ritornerò a narrare d'alcune regioni che sono vicine alla tramontana, delle quali io lasciai di dire ne' libri di sopra. Per tanto è da sapere che nelle parti vicine alla tramontana v'abitano molti Tartari, ch'hanno re nominato Caidu, il qual è della stirpe di Cingis Can, e parente prossimo di Cublai gran Can; non è subdito ad alcuno. Questi Tartari osservano l'usanza e modi degli antichi suoi predecessori, e vengono reputati veri Tartari. E questo re col suo popolo non abita in castelli né fortezze né città, ma sta sempre alla campagna in pianure e valli e nelle foreste di quella regione, che sono in grandissima moltitudine. Non hanno biade di sorte alcuna, ma vivono di carne e latte, e in grandissima pace, perchè il loro re non procura mai altro (al quale tutti obediscono) se non di conservarli in pace e unione, ch'è il proprio carico di re. Hanno moltitudine grande di cavalli, buoi, pecore e altri animali; quivi si truovan orsi tutti bianchi, grandi e longhi la maggior parte venti palmi. Hanno volpi tutte nere e molto grandi, e asini salvatichi in gran copia, e alcuni animali piccioli, chiamati rondes, ch'hanno la pelle delicatissima, ch'appresso di noi si chiamano zibellini; item vari arcolini, e di quelli che si chiamano sorzi di faraon, e ve n'è tanta copia ch'è cosa incredibile: e questi Tartari li sanno pigliar cosí destramente e con tant'arte ch'alcuno non può scampar dalle lor mani. E perchè, avanti che s'arrivi dove abitano detti Tartari, v'è una pianura longa il cammino di quattordici giornate, tutta disabitata e come un deserto, e la causa è perchè vi sono infinite lagune e fontane che l'inonda, e per il gran freddo stanno quasi di continuo agghiacciati, eccettuando alcuni mesi dell'anno che 'l sole le disfà, e v'è tanto fango che piú difficilmente vi si può passar a quel tempo che quando v'è il ghiaccio: e però detti popoli, acciochè li mercanti possano andare a comprar le loro pelli, ch'è la sola mercanzia che si truovi appresso di loro, s'hanno ingegnato di far che questo deserto si possa passare, in questo modo, che in capo d'ogni giornata v'hanno fabricate case di legname alte da terra, dove commodamente vi possano star le persone che ricevono i mercanti, e che poi li conducono la seconda giornata all'altra posta overo casa; e cosí di posta in posta se ne vanno fino alla fine di detto deserto. E per esser i ghiacci grandi hanno fatto una sorte di carri, che quelli ch'abitano appresso di noi sopra monti aspri e inaccessibili li sogliono usare, e si chiamano tragule, che sono senza ruote, piani nei fondi, e si vengono alzando da' capi a modo di un semicirculo, e scorrono per sopra la ghiaccia facilmente. Hanno per condur dette carrette preparata una sorte d'animali simili a' cani, e quasi che si possono chiamar cani, grandi come asini, fortissimi e usati a tirare, de' quali ne ligano sotto al carro sei a due a due, e il carrettier li governa, e sopra detto carro non vi sta altro che lui e il mercante con le dette pelli. E, camminato ch'hanno una giornata, mettono giú il carro e li cani, e a questo modo di giorno in giorno mutando carri e cani, e cosí passano detto deserto, conducendo fuori la mercanzia di dette pelli, che poi si vendono in tutte le parti nostre.

Della regione detta delle Tenebre.
Cap. 45.

Nell'ultime parti del reame di questi Tartari, dove si truovano le pelli sopradette, v'è un'altra regione che s'estende fino nell'estreme parti di settentrione, la qual è chiamata dall'oscurità, perchè la maggior parte de' mesi dell'inverno non v'apparisce il sole, e l'aere è tenebroso o al modo che gli è avanti che si faccia l'alba del giorno, che si vede e non si vede. Gli uomini di queste regioni sono belli e grandi, ma molto pallidi; non hanno re né principe alla cui iurisdizione siano sottoposti, ma vivono senza costumi e a modo di bestie. Sono d'ingegno grosso e come stupidi. Li Tartari spesse fiate vanno ad assaltare detta regione, rubbandoli il bestiame e li beni di quelli, e li vanno ne' mesi ch'hanno questa oscurità, per non esser veduti; e perchè non saperiano tornare a casa con la preda, però cavalcano cavalle che abbiano poledri, quali menano seco fino a' confini, e li fanno tenere alle guardie nell'entrare di detta regione; e poi che hanno rubbato in quelle tenebre e vogliono ritornare alla regione della luce, lasciano le briglie alle cavalle, che possano andare liberamente in qualunque parte le vogliono, e le cavalle, sentendo l'usta de' poledri, se ne vengono al dritto dove li lasciarono: e a questo modo ritornano a casa.
Gli abitatori di questa regione delle Tenebre pigliano la state (che hanno di continuo giorno e luce) gran moltitudine di detti armellini, vari, arcolini, volpi e altri simili animali, che hanno le pelli molto piú delicate e preciose e di maggior valore che non sono quelle de' Tartari, quali per questa causa le vanno a rubbare. Detti popoli conducono la state le loro pelli a' paesi vicini, dove si vendono, e ne fanno grandissimo guadagno. E per quello che mi fu detto vengono di dette pelli fino nella provincia di Rossia, della qual parleremo, mettendo fine al nostro libro.

Della provincia di Rossia.
Cap. 46.

La provincia di Rossia è grandissima e divisa in molte parti, e guarda verso la parte di tramontana, dove si dice essere questa regione delle Tenebre. Li popoli di quella sono cristiani, e osservano l'usanza de' Greci nell'officio della Chiesa. Sono bellissimi uomini, bianchi e grandi, e similmente le loro femine bianche e grandi, co' capelli biondi e longhi; e rendono tributo al re de' Tartari detti di ponente, col quale confinano nella parte di loro regione che guarda il levante. In questa provincia si truovano abbondanza grande di pelli d'armellini, arcolini, zibellini, vari, volpi, e cera molta; vi sono ancora molte minere, dove si cava argento in gran quantità. La Rossia è regione molto fredda, e mi fu affermato ch'ella s'estende fino sopra il mare Oceano, nel quale (come abbiamo detto di sopra) si prendono li girifalchi, falconi pellegrini in gran copia, che vengono portati in diverse regioni e provincie.



Di messer Gio. Battista Ramusio discorso sopra il libro del signor Hayton Armeno.

Non sarà, secondo ch'io stimo, né cosa fuori di proposito né senza dilettazione, poi che l'uomo averà nel libro di messer Marco Polo veduto il principio e l'origine degl'imperatori de' Tartari, per maggiore e piú compita notizia leggere ancora quel che ne scrisse un gentiluomo armeno chiamato Hayton, che fu nel medesimo tempo del detto messer Marco. Del quale Hayton volend'io parlare, è necessario un poco ad alto incominciare la mia narrazione. E però dico che nel 1290 tutta la Terra Santa fu tolta a' cristiani e occupata dalle forze del soldano d'Egitto, 190 anni dopo che quell'illustre e valoroso principe Gottifredo di Boglione la ricuperò la prima volta dalle mani degl'infedeli: della qual perdita espressamente ne fu cagione la grandissima discordia che si truovò in que' tempi, non solamente fra li re e principi, ma fra le cittadi e popoli cristiani, che non volsero mai dar soccorso alla misera e povera città d'Acre, la qual sola di tutta la Terra Santa fino allora s'era mantenuta e difesa, onde l'anno seguente, che fu del 1291, li defensori di quella furono constretti ad abbandonarla e fuggirsene in Cipro. Volse poi la fortuna che, dopo questa cosí notabile e vergognosa perdita, fosse creato in Perugia dal Collegio de' cardinali (nove mesi dopo la sede vacante) pontefice Clemente V, del 1305, il qual era di nazione francese di Guascogna e allora si ritrovava a Bordeos, in Francia, il qual fu quello che condusse la corte romana in Francia, dove stette per spazio d'anni settanta. Costui, stimando niuna cosa essere piú conveniente alla professione d'un vero e fedel cristiano e alla gloria d'un sommo e legitimo pontefice che ricuperar il sepolcro di Cristo, si pose con tutta la mente e spirito suo a pensarvi sopra, facendo un nobilissimo concilio a Vienna, nel Delfinato, per soccorrere alle cose di Terra Santa, e cercando d'aver ogni diligente e particolar informazione del modo e via che si dovesse tenere per mandare ad effetto cosí grande, onorevole e debita impresa. E fra l'altre cose gli fu fatto intendere da alcuni, i quali eran stati gli anni adietro nelle guerre di Terra Santa, che l'aver in aiuto di quell'impresa qualche principe di Tartari, ch'allora signoreggiavano a' confini della Soria ed erano inimici del soldano d'Egitto, gioveria molto e daria la vittoria dell'impresa; e similmente che si ritrovava nell'isola di Cipro, nel monasterio dell'Episcopia, un frate nominato Hayton Armeno, monaco dell'ordine premonstratense, che era parente del re dell'Armenia minore, ch'è la Cilicia, e nella sua gioventú era stato in tutte le guerre ch'aveano fatte i Tartari co' soldani di Egitto, e n'era informatissimo, dal quale sua Santità potria intendere ciò ch'ella desiderava. Questa cosa gli piacque molto, e subito lo fece venir di Cipro in Francia. Egli portò seco tutti li memoriali e scritture che avea delle guerre de' Tartari, lasciategli da un suo zio, re d'Armenia, ch'era stato alla corte del gran Can e quivi l'avea fatte scrivere particolarmente. Giunto che fu costui nella città Poitteres, diede ordine il pontefice ch'un Nicolò di Falcon francese, persona dotta e ch'era stato per il mondo, trascrivesse in latino le dette scritture, le quali frate Hayton di lingua armena recitava in lingua francese, avendola imparata in Cipro, dove regnavano allora i re di Cipro di casa Lusignana, di nazione francesi, eredi de' re di Ierusalem: e l'isola era piena di Francesi che servivano li re. E questo fu nell'anno 1308.
Or essendomi venuta alle mani quest'istoria scritta già piú di 150 anni in un libro vecchio, ho voluto d'essa pigliar solamente quella parte nella qual si parla de' Tartari, giudicandola esser conforme a quanto è narrato nel libro del detto messer Marco, e il resto lasciar come cosa molto longa e lontana dalla presente materia. Quivi si può veder l'origine e la successione degl'imperatori de' Tartari, e se v'è qualche differenzia, come saria a dir di Cangio a Cingis e da Cobila a Cublai, e che l'uno metta sei imperatori, l'altro cinque, questo non deve dar noia a' lettori, vedendo aver un'istoria delle medesime cose che scrive il sopradetto messer Marco Polo, e della guerra che fu tra Barca e Halaú, da costui chiamato Halaon, che ebbe un figliuolo detto Abaga Can, del qual nacque il re Argon, e di costui Casam, nominati nel proemio del detto messer Marco; e oltre di questo di Barach, signor della città di Boccara, e di molte altre simil cose, come della presa del califfo di Baldach per Halaú, e del castello che messer Marco chiama il Vecchio della Montagna: nella narrazione delle qual cose, se 'l filo dell'istoria non è cosí continuato come saria il dovere, abbiano pazienzia i lettori, sapendo che gli uomini non sogliono narrare una cosa tutti ad un istesso modo, ma variamente, secondo la diversità de' loro intelletti.
E quello che mi fa maravigliare in questo scrittore armeno è la divisione dell'Asia in due parti, una detta profonda, l'altra maggiore, che similmente la fece Strabone, dividendola in due parti per linea retta da levante in ponente. La parte ch'è verso tramontana chiama Asia interiore, e quella verso mezogiorno esteriore, e fa che 'l monte Caucaso sia quello che vi vada per mezo, il qual chiama con diversi nomi: e questo nostro Armeno lo chiama Cocas. Oltre il qual Caucaso dice Strabone che non v'andarono mai le genti né d'Alessandro né di Pompeo, né mai s'ebbe molta cognizione de' popoli che v'abitano, ma gli nomina universalmente Sciti (come facciamo noi al presente, che li chiamiamo tutti Tartari) e anco Massageti, Nomadi, Amaxovii, e dalla vita loro che facevano sopra carri e a modo di pastori in diversi lordò, che cosí chiamano la congregazione di quei popoli che abitando ne' carri vivono insieme. E li primi ch'abbiano scritto di questi Tartari e di quest'Asia profonda overo interiore, per quel ch'io ho potuto leggere, sono il sopradetto messer Marco Polo e questo gentiluomo armeno, perciochè ambedue v'andarono in persona, sí come si legge ne' loro scritti: ne' quali, e massimamente in quelli dell'Armeno, è pur cosa troppo mirabile da considerare come da questa parte incognita al mondo verso greco levante, ch'è chiusa e circondata con tanti e cosí longhi deserti, potesse venire una tanta inondazione di popoli per ordine di quelli imperatori che copersero tutta l'Asia. E non è piú di 250 anni che, non contenti di quella, volsero anco entrare nell'Europa, imperochè, passato il fiume della Tana e soggiogata la Cumania, andarono ruinando la Rossia, Polonia, Sclesia, Moravia, Ungaria, e finalmente vennero nell'Austria. E quel capitano che fece tal impresa vien dall'Armeno nominato Baydo, figliuolo d'Hoccota Can, e nell'istorie de' Poloni e Ungari Batto, il qual venne con cinquecentomila Tartari; e non dicono ch'egli s'annegasse nel fiume dell'Austria, come dice l'Armeno, ma che tre anni continui andò abbruciando le sopradette provincie, dando molte sconfitte a' popoli di quelle, e alla fine se ne ritornò con grandissima preda oltre il fiume della Tana nell'Asia. Della generazione de' quali affermano le istorie polone e persiane che fu anco quel gran capitano detto Tamberlan, ch'in lingua tartara era chiamato Timirlanes, cioè ferro felice. Qual nacque nella città di Samarcand, sopra il fiume Iaxarte, ch'è la principale nella provincia Sogdiana, secondo Ismael geografo, ove congregato un esercito d'un millione e dugentomila Tartari, metteva spavento dovunque egli andava. Portava seco padiglioni di tre sorte colori, cioè bianchi, rossi e negri, e appresentatosi ad una città, se li miseri abitanti aspettavano ch'ei facesse levare li padiglioni negri, tutti andavano per fil di spada, né v'era rimedio alcuno alla salute loro. Or questo terror del mondo, occupata ch'ebbe tutta l'Asia, se ne venne nella Natolia, dove combattendo ruppe Baiazette, quarto imperator de' Turchi, il qual fu preso e posto in una gabbia con catene d'oro al collo: e questo fu del 1397, e vi morirono da dugentomila Turchi. Queste sono state pur imprese troppo grandi e incredibili a chi leggerà.
Del monte Belgian, appresso il quale abitavano anticamente i Tartari, che dice l'Armeno parlarsene nell'istorie d'Alessandro, dico che non si sa ch'in alcuna scrittura d'Alessandro appresso Greci né appresso Latini vi sia questo nome; ma m'è affermato che nell'istorie armene e persiane, che ne sono molte d'Alessandro, viene nominato questo monte Belgian. De' fatti del quale Alessandro nelle predette istorie, in loro versi e prose, si raccontano cose tanto grandi e di tante meraviglie, che superano di gran lunga tutte quelle che scrivono gli Italiani d'Orlando. Questo monte Belgian penso sia quello ch'appresso messer Marco vien detto Altai, dove si sepelivano gl'imperatori de' Tartari, che secondo l'Armeno è appresso il mare Oceano, dove passarono i Tartari per quella strada stretta di nove piedi, e vennero poi nel paese coltivato e fertile. Né si deve pensare che quel mare fosse il Caspio, perchè dopo l'imperator Hoccota Can mandò quel gran numero di Tartari col capitano Baydo per la via della città del Derbent e soggiogò l'Asia. La qual città è quella che si chiama con diversi nomi: Porte di Ferro, Caspie e Caucase, oltre le quali né Alessandro né alcuno de' suoi capitani mai passarono, ma solamente, come ben dice Strabone, v'andò la fama.
Della provincia veramente detta Cumania e de' popoli detti Cumani è cosa molto difficile a saper determinare li confini, perciochè l'istorie armene vogliono che dalla parte di levante vadano fin presso il Corassam, e da ponente abbiano la palude Meotide, da tramontana una provincia detta Cassia, da mezogiorno il fiume Herdil, ch'è la Volga; nondimeno alcuni altri istorici moderni la mettono sopra la Taurica Chersoneso, dove è la città di Caffa, e che s'estendono li suoi confin al fiume della Tana, e ch'arrivano anco fin appresso la Rossia. E questi dicono che furono delle reliquie di quelli che furono scacciati da' Tartari dell'Asia e che quivi si fermarono; altri vogliono che ne sian anco nell'Ungaria, oltre il fiume Danubio, sí che v'è grandissima varietà fra gli scrittori. Ma poi ch'ora viene in proposito, non voglio restare di parlar alquanto di questi popoli cumani. Nel tempo che la republica de' Mamaluchi era in piedi e signoreggiava tutto l'Egitto, il soldano di quella ogn'anno mandava a comprare de' schiavi fin sopra la Tana e nella Rossia, e ne venivano condotte gran caravane al Cairo di questi giovani cumani e rossi, i quali il soldano faceva ammaestrare con grandissima diligenzia nell'arte militare: e tutta la republica de' Mamaluchi era fondata sopra tali schiavi. E si legge nell'istorie grandi che 'l suo principio fu da schiavi cumani in questo modo, che dopo la morte di Xaracon, che fu il primo soldano ch'occupasse il regno d'Egitto, avendo fatto morir il soldan d'Aleppo del quale egli era capitano, successe il figliuolo, che fu quel gran principe detto Saladino, qual con la virtú e potenzia sua scacciò l'anno 1187 li cristiani di tutta Terra Santa. Dopo la morte del quale la signoria pervenne in due suoi figliuoli e nepoti, fin al tempo d'un soldano detto Melechxala, qual, vedendo che per mantenere l'imperio era necessario tener gran numero di soldati che fossero valenti nell'armi, mandò a comprare schiavi cumani, de' quali intese che i Tartari sopra le parti della Tana di continuo prendevano e vendevano per buon mercato: e quelli faceva esercitare e insegnar tutte le cose appartenenti alla guerra, facendoli tutte le carezze e onori ch'ei si sapeva imaginare, perchè veramente conosceva che loro riuscivano valentissimi uomini nel mestiero dell'armi. Or questi schiavi, vedendosi essere in gran numero, s'insuperbirono al tempo del detto soldano, di modo che l'uccisero e crearono in suo luogo uno di loro, con legge e ordini che mai non potesse esser alcun soldano che non fosse stato schiavo comprato. La qual republica con questo modo è durata da trecento anni poi che la principiò fino a' tempi nostri, che nel 1517 Selino XIII, imperator de' Turchi, preso Tomumbey, ultimo soldano d'Egitto, e fattolo morire appiccato, agli undici d'aprile, alla porta Bassuella al Cairo, com'hanno fine tutte le cose del mondo, la destrusse del tutto.
E per ritornar a parlare alcuna cosa della città del Derbent, che vuol dir porta di ferro, ch'è sopra il mare Caspio, dico ch'è opinione di molti scrittori ch'Alessandro Magno l'edificasse per impedire che li popoli della Scizia non venissero a predare nella Persia; e la chiamano con diversi nomi le Porte, delle quali parlando Plinio cosí dice: "Partendosi da' confini dell'Albania v'è una fronte di monti, dove abitano alcune genti salvatiche dette Helvi, e dopo Lubieni, Diduci e Sodii, e dopo quelli sono le Porte Caucase, le quali da molti per errore vengono chiamate Caspie, opera mirabile e grande della natura, che li monti si vedano interrotti dove siano le porte chiuse con travi ferrati; sotto il mezo delle quali vi passa il fiume Diriodoro, e di qua alquanto sopra una rupe v'è un castello detto Cumania, fortificato per vietar il passo ad infinite genti. Sopra il qual sito di paese il mondo è come diviso con porte". E chi sa che dal nome di questo castello, detto da Plinio Cumania, non pigliassero nome li popoli ch'erano sopra l'Asia, detti i Cumani, oltre le Porte Caspie verso tramontana, delle quali ne scrive in molti luoghi il detto messer Marco Polo e Hayton Armeno.
Non voglio restar di dir, a proposito del feltro negro, sopra il quale scrive l'Armeno che distendevano gl'imperatori nuovi li principi de' Tartari nella loro creazione, quello che n'è stato affermato essere scritto nell'istorie persiane, dove parlano di questi Tartari orientali, cioè ch'eletto ch'hanno l'imperator loro e fatto seder sopra la sede imperiale, lo levano di quella con gran cerimonie e lo fanno sedere sopra un panno di feltro negro disteso in terra, e poi li dicono che guardi in su e conosca Iddio grande e immortale per suo superiore, e da lui riconosca ogni cosa; dopo riguardi il feltro e sappia che, se governerà l'imperio con giustizia, Iddio lo prospererà in tutte le sue azioni e lo farà star sempre sopra la sedia imperiale, ma facendo altrimenti, Iddio l'abbatterà, di sorte che non averà né anco quel feltro dove egli possa sedere. E questa credo sia la cagione del feltro, sopra la quale tanto dubita l'Armeno.
Ma, parendomi aver detto a bastanza intorno a quello che mi aveva proposto, farò fine, rendendo certi gli studiosi di simil lezione ch'io, con animo d'apportar loro e dilettazione e giovamento, mi son affaticato di raccoglier da diversi libri le cose che di sopra abbiamo narrate, e con la medesima intenzione di continuo usata ogni diligenza a me possibile in questi volumi de' Viaggi e Navigazioni, sapendo che 'l proprio officio dell'uomo è di giovare altrui in tutto ciò ch'egli puote.



Parte seconda dell'istoria del signor Hayton Armeno,
che fu figliuolo del signor Curchi, parente del re d'Armenia.



Del paese e origine dove abitavano le sette nazioni de' Tartari, e come per una visione fu eletto primo imperatore Cangio Can, e in che guisa lo posero nella sedia imperiale.
Cap. 1.

Il paese nel quale primieramente abitarono i Tartari è di là dal gran monte Belgian, del qual è fatta menzione nell'istorie di Alessandro. Vivevano i detti in quella regione a guisa di bestie, non avendo né lettere né fede, pascolando i loro armenti di luogo in luogo, dove trovavano i pascoli migliori, né esperienza alcuna avevano nell'arte dell'armi, tal che conto alcun d'essi non era fatto, anzi come gente rozza da tutti erano stimati e angarizati. Furono anticamente piú nazioni di Tartari, i quali comunemente si chiamavano Moglí; dopo crebberon tanto che si divisero in sette principali: la prima chiamarono Tatar, pigliando il nome dalla provincia dove abitavano, la seconda Tangur, la terza Cunath, la quarta Thalair, la quinta Sonich, la sesta Monghi, la settima Tebeth.
Stando queste sette nazioni tartare (come abbiamo detto) sotto l'ubbidienza de' loro vicini, avvenne che ad un uomo, vecchio fabro, in visione apparve un cavaliero tutto armato, sedendo sopra un cavallo bianco, il quale chiamandolo per nome gli disse:"Oh Cangio, il volere di Dio immortale è che tu sia guida de' Tartari e signore di queste nazioni di Moglí, e che mediante il tuo aiuto siano liberati dalla dura servitú nella quale sono cosí longamente stati, imperochè signoreggieranno i loro vicini e da quelli riceveranno il tributo, il qual essi soleano pagare". Udendo Cangio la parola d'Iddio, fu molto allegro e a tutti narrò la sua visione; ma, non volendo li principi delle nazioni credere questo, beffavano il povero vecchio. Nella seguente notte i predetti viddero in sogno l'istesso soldato bianco, non altrimenti che Cangio gli avea narrato, comandando loro da parte di Dio vivo ch'ubbidissero a Cangio e facessino che i suoi comandamenti fossero da tutti osservati; laonde, congregati i detti principi de' Tartari, insieme con tutti i popoli delle predette sette nazioni, ordinarono che fosse data ubbidienza a Cangio come a loro proprio signore. Dopo, fattagli una sedia grande nel mezo di loro e disteso quivi appresso in terra un feltro negro, ve lo fecero sedere sopra, e poi i sette principi, levatolo con gran festa e allegrezza, lo misero nella detta sedia, chiamandolo Can, cioè imperatore, e con grandissima reverenzia se gl'inginocchiarono davanti, come a loro signore e imperatore. E niuno si maravigli di tal sorte di solennità che fecero i Tartari nella creazione del loro primo imperatore, facendolo sedere sopra il feltro, perciochè forse non avevano allora piú bel panno sopra del quale lo mettessero, o veramente erano cosí grossi e rozzi che non seppero far meglio. Pur, sia come esser si voglia, ancor che quelli dopo acquistassero molti regni e signorie (perciochè hanno soggiogata tutta l'Asia, con tutte le sue ricchezze, e passato con le loro forze fino a' confini dell'Ungheria), nondimeno perciò non volsero mai lasciare l'antica consuetudine del feltro, anzi l'osservano fin oggidí, non altrimenti che fecero i loro maggiori: e io l'ho veduto in fatti, che sono stato due volte presente alla confermazione del detto imperatore.


Degl'ordini e leggi che fece Cangio Can, e come soggiogò tutti i popoli vicini; e dell'onore che fanno i Tartari all'uccello chiamato allocco, per avere scapolata la vita a Cangio Can.
Cap. 2.

Or ritorniamo al predetto Cangio Can, il quale, come si vidde fatto imperatore di commune volontà di tutti i Tartari, avanti che procedesse ad altre cose volse tentare se tutti fedelmente l'ubbidivano, per il che fece alcuni commandamenti che fossero da tutti osservati. Il primo, che tutti i Tartari credessero e ubbidissero a Dio immortale, per volontà del quale esso aveva ottenuto l'imperio: questo fu da' Tartari osservato, laonde d'allora in qua cominciarono ad invocare il nome d'Iddio immortale, e al presente nel principio di tutte le loro operazioni chiamano il suo divino aiuto. Il secondo comandamento fu che fossero annoverati tutti quelli che fossero atti alla milizia, e fatto la rassegna ordinò ch'ogni dieci avessero un capo, e ogni cento un altro capo, e sopra mille un altro, e similmente sopra diecimila un altro, e la squadra di diecimila armati chiamò toman. Comandò ancora a' sette maggior capi, i quali erano sopra sette nazioni de' Tartari, che deponessero tutte le loro prime dignità, il che subito fu fatto. Il terzo comandamento fu molto stupendo, imperochè lui comandò a' sette principi sopradetti che ciascuno li conducesse dinanti il suo primogenito figliuolo e con la propria mano gli tagliasse la testa: e benchè tal comandamento paresse loro essere crudelissimo e iniquo, nondimeno niuno ebbe ardire in cosa alcuna contradirgli, imperochè sapevano quello essere stato fatto signore per divina volontà, e cosí tutti l'eseguirono alla sua presenza. Dopo che Cangio Can ebbe conosciuto il volere de' suoi, e che fino alla morte erano pronti ad ubbidirlo, ei disegnò un giorno determinato, nel quale tutti fossero apparecchiati alla battaglia; e cosí messi all'ordinanza cavalcarono contra i popoli loro vicini, i quali con gran facilità soggiogarono, per la qual cosa quelli ch'inanzi erano stati loro signori dopo li diventorno servi, onde Cangio Can dopo andò contro a molte altre nazioni, le quali ben presto mise sotto il suo imperio.
Faceva Cangio Can le sue imprese con poca gente, e tutte gli riuscivano prospere. Accadde che un giorno, cavalcando quello con pochi de' suoi, s'incontrò ne' nemici, i quali per numero erano molto piú de' suoi; nondimeno Cangio Can non volse restare di combattere con quelli, e nella battaglia gli fu morto il cavallo sotto. Vedendo i Tartari che il loro signore era caduto tra le squadre de' nemici, non ebbero piú speranza della sua vita, onde, voltati indietro, col fuggire scapolorno sicuri dalle mani de' nemici, i quali raccolti insieme gli andorno perseguitando, non sapendo cosa alcuna che Cangio Can fosse stato gettato a terra. In questo tanto Cangio Can correndo s'ascose in alcuni boschetti, per fuggire il pericolo della morte. Ritornati gli nemici dalla battaglia per spogliare i morti, e cercando s'alcuno vi fosse ascoso, accadé ch'un certo uccello, chiamato allocco, venne sopra quel boschetto dove era nascosto l'imperatore: e vedendo li nemici l'uccello sedere sopra quei rami, non credettero che vi fosse ascoso alcuno, e cosí si partirono. La notte seguente Cangio Can, fuggendo per alcuni luoghi fuor di strada, andò a truovare i suoi; a' quali avendo narrato per ordine ciò che gli era accaduto, i Tartari allora riferirono grazie infinite a Dio immortale, poi che gli era piacciuto (mediante tal uccello) scapolar dalla morte il loro imperatore. Il qual uccello fu dopo tra' Tartari in tanta reverenza che qualunque può avere una delle sue penne si reputa felice e beato, portandole sopra la testa con gran venerazione. Mi è parso a proposito dire questo, acciò si sappia la cagione per la qual i Tartari portano sopra la testa le penne dell'allocco. L'imperatore Can rendette grazie a Dio dell'averlo da cosí gran pericolo liberato e raccolto. L'oste suo assaltò di nuovo i nemici, e valentemente combattendo gli messe sotto il suo imperio, e cosí Cangio Can rimase signore di tutte le terre che sono vicine al monte Belgian, e quivi tenne il suo imperio senz'alcuno impedimento, fintanto ch'esso vidde un'altra visione, come di sotto si dirà. Né si deve maravigliare alcuno se in quest'istorie non viene messo il tempo: avvenga che da molti l'addomandasse, non potei però mai trovare alcuno che me lo sapesse dire. Ed è cosa verisimile che 'l tempo non si sappia, perciochè nel loro principio i Tartari non aveano lettere, e passando i fatti di quelli senza ch'alcuno li scrivesse, sono dopo andati in oblivione.


Della seconda visione ch'ebbe Cangio Can, per la quale uscí del suo paese, e dell'adorazioni che fece per numero novenario appresso il mare per aver il passaggio; e come dopo s'ammalò, e degli ammaestramenti ch'esso diede a dodici suoi figliuoli prima che lui morisse; e la causa per la quale i Tartari hanno in somma reverenzia il numero novenario.
Cap. 3.

Dopo che Cangio Can ebbe superato tutti i regni e le terre ch'eran appresso il monte Belgian, vidde un'altra visione. Gli apparve di nuovo in sogno il cavaliero bianco, il qual li disse: "La volontà d'Iddio immortale è che tu passi il monte Belgian e facci il tuo viaggio verso ponente, ove piglierai molti regni, paesi e terre, e metterai molti popoli sotto il tuo imperio; e acciò che tu sia certo quello ch'io ti dico essere il voler d'Iddio immortale, levati suso e va' con la tua gente al monte di Belgian, ove quello si congiugne col mare, e quivi dismonta, e voltatoti verso l'oriente, nove volte inginocchiato adorerai Dio immortale, e lui, ch'è onnipotente, ti mostrerà la strada per la quale potrai commodatamente passare". Veduta ch'ebbe tal visione, Cangio Can si levò tutto allegro, non temendo di cosa alcuna, imperochè la prima visione, per esser stata vera, gli dava ferma credenza di questa seconda. E subito raccolti da ogni parte tutti i suoi, comandò loro che lo seguissero con le mogli e i figliuoli e con tutto il loro avere. Andarono adunque per fino al luogo dove il mare grande e profondo s'accostava al monte Belgian, né si vedea in quel luogo via alcuna né modo da potervi passare. Subito Cangio Can, come gli era stato comandato da Dio, smontò da cavallo, e cosí feceron tutti, e voltatisi verso oriente, inginocchiati, nove volte adoraron, domandando grazia e perdono all'onnipotente e immortal Iddio, che gli mostrasse il modo e la via di passare. Stati tutta quella notte in orazione e levatisi la seguente mattina, viddero che 'l mare s'era ritirato adietro del monte per nove piedi e avea lasciata la via larga. Stupironsi adunque tutti i Tartari vedendo questo, e renderono grazie a Dio immortale, e se n'andarono verso ponente, per quella strada che avevano veduta aperta. Ma, come si ritruova nell'istorie de' Tartari, poi ch'ebbero passato il detto monte, per alquanti giorni patirono gran pena di fame e di sete, imperochè truovarono la terra deserta, e l'acque tanto amare e salse che per modo alcuno non ne potevano gustare; pur al fine vennero in un paese fertile e abbondante, dove per molti giorni si riposorno.
Ma accadé per volontà di Dio che l'imperatore s'ammalò d'una infermità tanto grave che di quella non speravano i medici alcuna salute, onde, vedendosi in tal stato, chiamati a sé dodici suoi figliuoli, gli esortò che dovessero essere sempre uniti d'un animo e d'un volere, dando loro un tale esempio, cioè che ciascuno portasse una saetta, e adunate tutte insieme ordinò al maggiore che cosí legate le rompesse, s'ei potesse. Costui, avendole prese in mano, si sforzò romperle, e per modo alcuno non poté; dopo le diede al secondo, al terzo, e cosí a tutti, né vi fu alcuno che le potesse rompere. Fatto questo, comandò che le saette fossero disligate e separate l'una dall'altra, e disse al figliuol minore che ne rompesse una per volta, il che fece facilmente. Allora Cangio Can, voltatosi a quelli, disse loro: "Per qual cagione non avete voi potuto rompere le saette ch'io vi diedi?" Risposero: "Perchè erano tutte insieme". "E il vostro fratello minore perchè le ha rotte?" "Perchè eran separate l'una dall'altra". Disse allora Cangio Can: "Cosí di voi averrà: fin che sarete d'accordo e d'una medesima volontà e d'un medesimo animo, tanto il vostro imperio durerà; ma subito che sarete divisi, le vostre signorie si ridurranno in niente". Diede loro ancora molti altri buoni ricordi ed esempi, i quali furno da' Tartari osservati, e diconsi nella loro lingua "iasack Cangis Can", cioè costituzioni di Cangio Can. Fatte queste cose, prima ch'ei morisse fece signore e successore il piú savio e migliore de' suoi figliuoli, nominato Hoccota Can: questo dopo la morte del padre fu fatto imperatore.
Ma prima che facciamo fine a questa narrazione, diremo perchè il numero di nove è appresso i Tartari in grande venerazione. Pensano loro il numero di nove essere felice, in memoria delle nove volte che s'inginocchiorno all'immortale Dio appresso al monte Belgian, come dal cavalliero bianco gli era stato comandato, e per i nove piedi ch'era larga la strada per la quale passorno; per il che qualunque vuol presentare cosa alcuna al signore de' Tartari gli conviene offerire nove cose, se vuole che 'l suo dono sia graziosamente ricevuto, ed essendo nove cose quelle che sono presentate, il dono è reputato buono e felice, laonde tal consuetudine sino al presente tempo tra' Tartari s'osserva.


Di Hoccota Can, secondo imperatore de' Tartari, il qual mandò nell'Asia un capitano per soggiogarla, e passando vicino alla città d'Alessandria quella ruinò, e scontratosi poi nel soldano di Turchia, per paura se ne ritornò a Cambalú. E come Hoccota Can mandò tre suoi figliuoli in diverse parti del mondo a conquistare reami, e d'un suo capitano detto Baydo, che ruppe il soldan di Turchia e prese il reame.
Cap. 4.

Hoccota Can, il quale successe nell'imperio al padre, fu uomo strenuo e prudente e molto amato da' Tartari, obedendoli fedelmente. Pensando costui adunque in che modo potesse sottomettere tutta l'Asia, li parse di voler provare la potenza de' re di quella, prima che personalmente si movesse, e conoscere il piú forte principe. Laonde mandò diecimila cavallieri, dando loro un valente capitano, il qual si chiamava Gebesabada, e comandoli che dovesse cercare diverse terre e popoli, e vedere lo stato e costumi di quelli, e se trovasse alcun principe al quale esso non potesse resistere, non procedesse piú avanti, ma se ne tornasse quanto prima potesse indietro.
Andò Gebesabada con la sua gente, e cominciò a entrare per diversi paesi e prese alcune terre e castelli; e a quelli che gli erano venuti incontro armati, per mettere loro terrore, faceva cavar gli occhi, levandoli tutti i cavalli e vettovaglie ch'aveano, e al popolo minuto faceva buona compagnia, sempre sforzandosi di procedere piú avanti che poteva. Al fine pervenne al monte detto Cochas, quale è fra due mari, perchè dalla parte di ponente v'è il mar Maggiore e da levante il mare Caspio, qual s'estende dal detto monte fino in capo del reame di Persia: questo monte divide tutta la terra d'Asia in due parti, e quella ch'è verso levante si chiama Asia profonda, e quella verso ponente Asia maggiore. Quivi giunto Gebesabada, non potendo passare piú oltre, se non per una città la qual fece edificare Alessandro Magno sopra uno stretto che è fra detto monte Cochas e il mare Caspio, pensò di pigliarla, e all'improviso gli diede l'assalto: e fu tanto presto che gli abitanti non se n'accorsero né poterno far difesa alcuna, e tutti furono morti, e destrutta la città fino sopra i fondamenti; e questo fece perchè si dubitava che nel ritorno non gli fosse proibito il passaggio. Questa città anticamente si chiamava Alessandria, e al presente è chiamata Porta di Ferro.
E tanto stettero a disfare le mura, che la fama della venuta de' Tartari pervenne al paese de' Giorgiani, onde Yuanus principe, che signoreggiava detti popoli, congregato gran numero delle sue genti, in una pianura detta Mogran s'incontrò co' Tartari; dove essendone morti assai dall'una e l'altra banda, al fine i Giorgiani furno sconfitti e rotti, e li Tartari restando vincitori si misero andare piú avanti, fin che pervennero a una città del soldano di Turchia chiamata Arscor. Ove avendo inteso Gebesabada che 'l soldano l'aspettava con gran numero di gente molto ben guernite per combattere con loro, essi non ebbero ardire d'affrontargli, ma schivarono la battaglia, trovandosi, sí per il cammino, sí ancora per i disagi sofferti, mezi rovinati. E per questa causa se ne tornarono indietro piú presto che poterono all'imperatore Hoccota Can, il qual allora si trovava in Cambalú, dove il capitano Gebesabada gli narrò tutt'il viaggio e tutto quello che gli era incontrato da che esso da lui s'era partito. Le quali cose avendo intese l'imperatore, volendo pur al tutto soggiogar l'Asia, chiamati a sé tre suoi figliuoli, dando a ciascuno d'essi gran numero di genti, arme e ricchezze, comandò loro ch'andassero in Asia e quella sottomettessero al suo imperio. E al primogenito, chiamato Iochi, ordinò ch'andasse verso ponente fino al fiume Phison, ch'è il Tigris, e piú oltre non passasse; al secondo, detto Baydo, verso settentrione; al terzo, detto Chagoday, dovesse andare verso mezodí. E a questo modo divise li reami dell'Asia tra' suoi figliuoli. Esso veramente con l'esercito suo se n'andò per le terre e provincie, dove s'estese sino al reame di Zagathai, e l'altra parte entrò nel regno detto Cassia, dove li popoli, che non erano soggetti a' Tartari, adoravano gl'idoli.
In questo tempo Hoccota Can elesse un valente capitano e molto prudente, nominato Baydo, al qual diede trentamila cavalli, di quelli che si chiamano thamachi, cioè conquistatori, e gli comandò ch'andasse per quella medesima strada per la quale era andato Gebesabada con li diecimila Tartari sopra nominati, né dovesse far dimora in altro luogo fin che non pervenisse al regno di Turchia, il signor del quale fra tutti i principi d'Asia era reputato il piú potente; e conoscendosi essere inferiore a lui, non dovesse combattere, ma ritirarsi al sicuro in qualche buona città, e quivi darne aviso ad alcuno de' suoi figliuoli che li fosse piú vicino, avisandolo che gli mandasse aiuto per potere sicuramente combattere. Baydo, andando con li detti trentamila cavalli a buone giornate, gionse al regno di Turchia, dove intese che quel soldano che aveva cacciato la prima volta li Tartari era morto, e in suo luogo era successo un suo figliuolo detto Guyatadin, il quale, inteso la venuta de' Tartari, ebbe grandissima paura, e per difendersi chiamò al suo soldo ogni sorte di gente ch'esso poteva avere, cosí barbari come latini: e fra gli altri ebbe duemila latini sotto due capitani, uno nominato Giovanni da Liminada, ch'era dell'isola di Cipro, l'altro Bonifacio da Molin, nato in Venezia. Mandò similmente detto soldano a' suoi vicini, promettendo a quelli che, venendo, darebbe loro gran somma di denari e diverse sorti presenti: onde, congregato l'oste d'una gran moltitudine di combattenti, s'aviò verso il luogo dove erano accampati i Tartari, i quali per la venuta del detto soldano non si smarrirono punto, ma in un luogo detto Cosedrach s'affrontorno insieme valorosamente, e quivi al fine i Tartari ruppero l'esercito del soldan di Turchia e s'insignorirno del detto reame. Questo fu nell'anno del nostro Signore 1244.


Di Gino Can figliuolo di Hoccota Can, terzo imperatore, che vivette poco tempo, dopo la cui morte fu eletto un suo parente detto Mangú, qual andato per pigliar un'isola s'annegò; e come fu eletto Cobila Can suo fratello, qual nel Cataio edificò Ions.
Cap. 5.

Poco tempo durò dopo Hoccota Can, che di questa vita mancò, al quale successe Gino Can suo figliuolo, ma visse poco tempo. A questo successe Mangú Can suo parente, il quale fu valentissimo, e al suo imperio sottomesse molte provincie. Finalmente come magnanimo imperatore andò per il mare del Cataio per pigliare un'isola, ed essendoli in assedio, gli uomini di quella, astuti e sagaci, mandarono per sott'acqua alcuni alla nave nella quale era Mangú, e tanto vi stettero che la fororno in molti luoghi, per il che l'acqua poi (non s'accorgendo alcuno) entrò nella nave, tal che s'affondò insieme con l'imperatore. I Tartari i quali eran andati con quello ritornorno, ed elessero per loro signore Cobila Can, fratello del predetto Mangú. Costui tenne l'imperio de' Tartari anni 42, e fu cristiano, ed edificò nel regno del Cataio la città di Ions, la quale (come si dice) è maggiore di Roma, ove lui dimorò tutt'il tempo della sua età.
Ma lasciamo l'imperatore de' Tartari, e parliamo de' figliuoli di Hoccota Can, e di Haolono e de' suoi eredi.


Di Iochi, primogenito di Hoccota Can, il quale conquistò il regno di Turquestan e quivi stette con tutti li suoi.
Cap. 6.

Iochi, primogenito di Hoccota Can, cavalcò verso ponente con tutta quella gente che gli avea dato il padre, e ritrovò alcuni paesi fertili, dilettevoli e pieni di tutte le ricchezze; e quivi fermatosi, conquistò il regno di Turquestan e la Persia minore, e fino al fiume Phison distese il suo dominio, e quivi stando con li suoi moltiplicò in ricchezze e gente, e al presente ancora i suoi eredi hanno in quelle parti il dominio. Quelli che di presente signoreggiano sono due fratelli, cioè Capar e Doay, i quali, divise tra loro le terre e le genti, pacificamente le posseggono.


Di Baydo, figliuol secondo di Hoccota Can, il quale andò verso tramontana e conquistò molti regni, tanto ch'ei venne nell'Austria, dove passando un fiume s'annegò.
Cap. 7.

Baydo, secondo figliuol di Hoccota Can, cavalcò verso tramontana co' Tartari che 'l padre gli avea dato, fin ch'egli venne al regno di Cumania. I Cumani, i quali aveano gran copia d'uomini armati, gli andorno incontro, credendo poter difendere il lor paese, ma al fine furno sconfitti e fuggirno fino nel regno d'Ungheria, ove al presente ancora sono molti Cumani che quivi abitano. Poi che Baydo ebbe scacciato i Cumani del loro regno, si voltò a quello di Russia e soggiogollo; prese ancora la terra di Gazaria, il regno di Bulgaria, e per la via ch'erano fuggiti i Cumani, esso similmente andò fin al regno d'Ungheria. Dopo queste vittorie i Tartari presero il cammino verso Alemagna, e pervennero a un certo fiume, il quale corre per il ducato d'Austria: e volendo passare quello sopra un ponte, furno dal duca d'Austria e da' popoli circonvicini impediti. Vedendo Baydo esserli proibito il passare il ponte, infiammato d'ira comandò a tutti che passassero a guazzo, ed esso primo, per far loro la strada, entrò col cavallo nel fiume, esponendo e sé e i suoi al pericolo della morte: ma, per la gran larghezza e per il veloce corso dell'acqua, i cavalli si straccarono, in modo che Baydo con gran numero de' suoi s'annegarono. E vedendo questo, quelli che sopra la ripa erano restati ebbero gran dolore, e se ne ritornarono al regno di Russia e di Cumania, che prima avevano occupato; né dopo i Tartari ebberon piú ardire d'andare nell'Alemagna, e gli eredi del detto Baydo conservorno per successione le terre ch'esso avea acquistate. Quello che di presente è signore si chiama Tochai, e vive in tranquillo e pacifico stato.


Di Cangaday, terzo figliuolo di Hoccota Can, il qual, andato nell'India, perse assai gente, e per questo ritornò a trovare il suo fratello Iochi, e con lui stette; e del successore di Iochi, che si chiamava Barach.
Cap. 8.

Cangaday, terzo figliuolo di Hoccota Can, cavalcò verso mezogiorno co' Tartari che gli erano stati assegnati, per fino che pervenne alle parti dell'India minore, dove trovò molti deserti, monti e terre aride e del tutto deserte, per le quali non fu possibile che potesse passare, anzi perse gran quantità d'animali e uomini; onde fu bisogno di voltarsi verso ponente, e dopo molte adversità pervenne a suo fratello Iochi, al qual narrò ciò che in viaggio gli era intravenuto. Iochi, mosso a compassione, amorevolmente gli diede parte di quelle terre ch'avea acquistate, e alle sue genti, per il che detti due fratelli abitorno sempre insieme, e al presente i loro eredi abitano in quelle parti, tal che gli eredi del fratello minore hanno in riverenza gli eredi del maggiore, e contenti delle loro porzioni vivono in pace e riposo. Il successore di Iochi che al presente vive si chiama Barach.


Dell'andata del re d'Armenia a Mangú Can, e delle domande che gli fece, le qual il detto imperatore benignamente li confirmò.
Cap. 9.

Nell'anno del Signore 1253 il signore Hayton, re d'Armenia, secondo ch'aveano i Tartari soggiogato tutti i regni, paesi e terre fino al regno di Turchia, avuto il consiglio de' suoi savii, deliberò d'andare in persona all'imperatore de' Tartari, acciò piú facilmente potesse acquistare la sua benevolenza e amore, e fare con quello sempiterna pace. Ma prima volse mandarvi suo fratello messer Sinibaldo, contestabile del regno d'Armenia, acciò che, presa licenza dall'imperatore, potesse dopo piú sicuramente andarvi. Onde il predetto messer Sinibaldo, partitosi con molta bella compagnia e con molti presenti, andò all'imperatore de' Tartari, e quivi a pieno eseguí ciò che gli era stato ordinato, e nel viaggio stette quattro anni. Onde tornato, e particolarmente referito tutto quello ch'avea veduto e fatto, il re d'Armenia senz'altro indugio ascosamente si partí, dubitando non esser conosciuto nel paese di Turquia, per onde gli conveniva passare. Ma per volontà d'Iddio in quel tempo il soldano di Turquia fu sconfitto per un capitano de' Tartari, al quale il re di Armenia andò e se gli diede a conoscere; il quale, inteso ch'andava all'imperatore, lo ricevé graziosamente e gli fece grandissimo onore, comandando che fosse accompagnato sicuramente fino al regno di Cumania, ch'è di là dalla Porta di Ferro. Dopo il re trovò altri capitani de' Tartari, i quali lo fecero accompagnare per tutte le terre e luoghi, tanto ch'ei pervenne alla città di Cambalú, dove faceva residenza Mangú Can, imperatore de' Tartari; il quale, com'intese che 'l re era venuto, fu molto contento, perciò che, dopo che Cangio Can passò il monte Belgian, niun gran principe l'era venuto a visitare: e per questo gli fece molte accoglienze e grand'onore, e gli diede in sua compagnia alcuni de' primi della sua corte, che l'onorassero dovunque esso andava.
Dopo che 'l re d'Armenia si fu alquanti giorni riposato, supplicò all'imperatore che si degnasse d'espedirlo de' negozii per i quali esso era venuto, e gli desse buona licenza di ritornarsene. L'imperatore gratamente gli rispose, dicendo che molto volentieri farebbe tutt'il suo volere, e che gli avea fatto singular appiacere per esser di propria volontà venuto al suo imperio. Allora il re formò sette petizioni in tal guisa: prima, pregò l'imperatore che con la sua gente si convertissero alla fede di Cristo, e che lasciate tutte l'altre sette si battezzassero; seconda, che tra i cristiani e Tartari fosse una ferma e perpetua pace confermata; terza, che in tutte le terre che i Tartari avevano acquistate e acquistassero tutte le chiese de' cristiani e i chierici di quelle, cosí laici come religiosi, fossero liberi ed esenti da ogni servitú e da tutti i dazii; quarta, ch'esso togliesse di mano a' saraceni la Terra Santa e il santo Sepolcro e lo restituisse a' cristiani; quinta, ch'attendessero alla destruzione del califo di Baldach, il qual era capo e dottore della setta del perfido Maumetto; sesta, che tutti i Tartari, e specialmente li piú propinqui al re d'Armenia, fossero obligati senz'alcun indugio darli soccorso, qualunque volta fossero richiesti; settima, domandò che tutte le terre della iurisdizione del re d'Armenia, le quali i saraceni aveano occupate e dopo erano venute alle mani de' Tartari, gli fossero restituite, e quelle che il re potesse acquistare contra li saraceni le potesse tenere e in pace possedere.
Mangú Can, udite e intese le domande del re d'Armenia, convocò i suoi baroni e consiglieri, dove, essendo il re presente, rispose in tal guisa: "Conciosiachè il re d'Armenia sia venuto di lontani paesi volontariamente al nostro imperio e non sforzatamente, cosa convenevole è alla nostra imperiale Maestà di compiacere alle sue domande, e particolarmente a quelle che sono giuste e oneste; e cosí diamo risposta a voi, re d'Armenia, che tutte le vostre domande accettiamo, e con l'aiuto d'Iddio le faremo adempire. E io, imperatore e signore de' Tartari, primo mi voglio far battezzare, tenendo la medesima fede ch'ora tengono i cristiani, e conforterò tutti quelli che sono sotto il mio imperio che faccino il simile, non già sforzandoli. Secondo, ci piace che tra' cristiani e Tartari sia perpetua pace: con questo però, che dobbiate constituirvi per la principale securezza che i cristiani inviolabilmente osserveranno la concordia e la pace verso noi, come noi verso d'essi. Vogliamo ancora che tutte le chiese de' cristiani e li chierici di ciascuna sorte abbino il privilegio di libertà, né possino da alcuno esser molestati. Alla parte ch'aspetta alla Terra Santa, se non fossero le facende ch'abbiamo, in quelle parti per riverenza del nostro Signor Giesú Cristo noi personalmente veniressimo; ma daremo l'impresa ad Haloon nostro fratello, ch'esso espedisca questa cosa come porta il dovere, e liberi la città di Gierusalem e tutta la Terra Santa dalle mani de' saraceni, e la restituisca a' cristiani. Contra califo di Baldach comanderemo a Baydo, capitano de' Tartari i quali sono nel regno di Turquia e altri che sono in quei paesi circonvicini, che tutti debbino ubbidire al nostro fratello, il quale vogliamo che lo destrugga, come nostro capitale e pessimo nemico. Quanto al sussidio che cerca avere il re d'Armenia da' Tartari, vogliamo gli sia concesso sí come ei domanda. Ancora per special grazia gli concedemo che tutte quelle terre del suo regno le quali da' saraceni gli erano state tolte, e dopo sono state occupate da' Tartari, che Haloon nostro fratello subito le restituisca, per augmento e sicurtà del suo regno".


Come Mangú Can si battezzò, e come mandò Haloon suo fratello all'espugnazione del castello degli Assassini.
Cap. 10.

Dopo che Mangú Can liberamente ebbe adempito le domande del re d'Armenia e confermate con privilegio, di subito volse ricevere il sacramento del battesimo, e fu battezzato da un vescovo ch'era cancelliere del re d'Armenia, il quale dopo battezzò tutta la famiglia dell'imperatore, cosí uomini come donne, con molti principi e persone nobili. Dopo l'imperatore ordinò quelli che dovessero seguire Haloon suo fratello, per sussidio della Terra Santa. Cavalcarono adunque insieme Haloon e il re d'Armenia per le sue giornate, fino che passarono il gran fiume Fison; dopo Haloon occupò col suo esercito tutti i paesi e terre da ogni parte, e in manco di sei mesi soggiogò tutt'il reame della Persia, il che gli fu facile, ritrovandosi allora senza signore e governatore. Prese ancora senza contrasto tutte le terre fino al paese degli Assassini, i quali sono uomini infedeli e senza legge; ubbidiscono però al loro signore, che gl'instruisce e ammaestra, il qual si chiama vulgarmente Sexmontio, a compiacenza e comandamento del quale, spontaneamente e senza dubitazione alcuna, s'offerivan alla morte. Aveano detti Assassini un castello inespugnabile, chiamato Tigado, il qual era fornito di tutte le cose necessarie, ed era tanto forte che non temeva da alcuna banda esser assaltato. Tuttavolta Haloon comandò a un certo capitano che, tolti diecimila Tartari, i quali esso avea lasciati per guardia della Persia, e che con quelli assediasse il detto castello, e di quivi non si partisse fin che non lo prendesse. Onde i predetti Tartari stettero in quell'assedio sette anni intieri, cosí di verno come di state, che mai lo poterno conquistare; alla fine gli Assassini s'arresero per bisogno di vestimenta, non di vettovaglie o d'altre cose necessarie.
Nel tempo che Haloon attendeva alla guardia del regno di Persia e all'assedio del detto castello, il re d'Armenia prese da lui licenza di tornarsene nel suo regno, per esser stato molto tempo lontano da quello. Haloon gliela diede, e appresso grandissimi doni, comandando ancora a Baydo, il quale faceva residenza nel regno di Turquia, ch'ei lo facesse accompagnare sicuramente fino al suo regno: il comandamento del quale fu al tutto adempito, e cosí in termine di tre anni e mezo il re d'Armenia se ne ritornò a casa sano e salvo, per la grazia di messer Giesú Cristo.


Come Haloon prese la città di Baldach, e della sorte di morte che fece fare al califo, e della moglie cristiana di Haloon.
Cap. 11.

Dopo che Haloon ebbe ordinata la guardia nel regno di Persia (come li parse esser sufficiente), se n'andò a una certa provincia vicina d'Armenia, detta Sorloch, ove tutta quella state si diede spasso e riposo; e venuto l'inverno deliberò di voler pigliare la città di Baldach, nella quale era il califo, maestro e dottore della setta del perfido Maumetto. E raccolto un esercito di trentamila Tartari combattenti, i quali erano nel regno di Turquia, insieme con l'altre sue genti diede la battaglia alla detta città, la quale di subito fu presa, e il califo fu menato prigione innanzi Haloon. Nella città furono ritrovate tante ricchezze che non è uomo che credesse che tante ne fossero in tutt'il mondo. Fu presa nell'anno del Signore 1258. Haloon, avendo alla sua presenza il califo, gli fece mettere innanzi tutto il suo tesoro, domandandogli se sapeva essere stato suo tutto quello che vedea; il qual rispose che sí. Disse adunque Haloon: "Perchè con tanto tesoro non chiamavi tanti soldati e tuoi vicini, che defendessero te e la tua terra dalla potenza de' Tartari?" Rispose califo: "Perchè io credea che fossero assai sufficienti le genti mie". Al che replicò Haloon: "Essendo adunque tu chiamato dottore di tutti quelli che credono nella falsa setta di Maumetto, è ben conveniente che da' tuoi sii rimunerato come un tale e tanto maestro merita, qual non deve essere d'altri cibi nutrito che di quelle cose preciose le quali ha tant'amate e con grande avidità custodite". E comandò ch'ei fosse serrato in una camera, e avanti gettate le perle e l'oro, acciochè di quelle si cibasse a sua satisfazione, né gli fosse portato cosa di sorte alcuna: e cosí il misero avaro finí la sua miserabil vita, né dopo fu alcuno califo nella città di Baldach.
Soggiogata ch'ebbe Haloon la città di Baldach e l'altre terre vicine, divise le provincie per duchi e per rettori come gli piacque, e comandò che in ogni parte i cristiani fossero ben trattati, e a loro fosse data la guardia delle città e castella, e che i saraceni fossero deposti d'ogni dignità e onore. Aveva Haloon la mogliera cristiana, chiamata Doucoscaro, la qual fu della progenie di quei re che viddero la stella nella natività del Signore e vennero d'Oriente. E questa madonna come devotissima cristiana esortava che si rovinassero i templi de' saraceni, e vietava che non facessero la solennità di Maumetto, e pose i saraceni in tanta servitú che piú non ardivano lasciarsi vedere.


Come Haloon prese la città d'Aleppo per forza.
Cap. 12.

Essendosi riposato Haloon per spazio d'un anno, mandò a dire al re d'Armenia che venisse con la sua gente alla città di Rochais, ch'è nel regno di Mesopotamia, imperochè lui voleva andare a conquistare Terra Santa per renderla a' cristiani. Udito questo, il buon re Hayton si mise in viaggio con grand'esercito d'uomini armati, cosí a cavallo come a piedi, perciochè allora il regno d'Armenia era in tanta prosperità che poteva far dodicimila cavallieri e sessantamila fanti armati: e io, ch'al mio tempo l'ho veduto, ne posso far fede. Giunto che fu il re d'Armenia, e ragionato insieme sopra l'espedizione di Terra Santa, disse verso di Haloon essere molto a proposito primieramente assaltare il soldano di Aleppo, il quale tiene il principato di tutta la Soria, nella quale è la città di Gierusalem, imperochè, avuto Aleppo, sarà facile soggiogare tutte l'altre terre circonvicine. Questo consiglio piacque molto ad Haloon, e immediate deliberò d'andar all'assedio di detta città, la quale, per esser tutta murata d'intorno e piena d'infinite genti e ricchezze, era riputata fortissima. Giunto che fu appresso, ordinò ch'ella fosse circondata dall'esercito, e quivi con cave sotto terra, balestri e altri ingegni gli diede gagliardamente la battaglia: e quantunque ella paresse inespugnabile, tuttavia l'assalto fu con tanta violenza che in termine di nove giorni la prese, nella quale truovò incredibile quantità di ricchezze. Era nel mezo della città un certo castello, il quale si tenne per undici giorni dopo che fu presa la terra, ma finalmente, essendoli state fatte molte cave sotto, s'arresero. Fu presa questa città da Haloon, e similmente tutta la Soria, nell'anno del Signore 1240.

Come Haloon, volendo andare all'acquisto di Terra Santa, intesa la morte di Mangú Can, lasciò un suo capitano con diecimila Tartari, e lui prese il cammino verso levante.
Cap. 13.

Essendo Melecnasar, soldano d'Aleppo, in Damasco, ebbe nuova la sua città esser stata presa, con la moglie e i figliuoli; e pensando quello ch'ei dovesse fare, li parse che 'l meglio saria d'andare a gettarsi a' piedi d'Haloon e domandargli misericordia, sperando che per la clemenzia di quello, che gliela restituiria: ma la cosa non gli andò ad effetto, perchè Haloon lo ritenne e mandò prigione insieme con la moglie e figliuoli in Persia, per levarsi via ogni occasione che gli potesse dar disturbo nel regno di Soria.
Fatte queste cose, Haloon mandò a donare al re d'Armenia gran parte delle spoglie acquistate nella presa d'Aleppo, e concessegli appresso molte terre, onde il re, avuti molti castelli vicini al suo regno, gli fortificò a suo modo. Dopo questo Haloon chiamò a sé il principe d'Antiochia, il qual era genero del re d'Armenia, e l'onorò grandemente, dandogli molti doni e privilegii, concedendogli ancora tutte le terre della sua giurisdizione le quali da' saraceni gli erano state occupate. Fornito ch'ebbe Haloon le cose che gli facevano di mestiero circa il governo della città e delle terre ch'aveva preso, deliberò transferirsi al regno ierosolimitano, per liberare la Terra Santa dalle mani degl'infedeli e restituirla a' cristiani. Ma fu constretto mutare opinione, per la nuova ch'ebbe della morte di Mangio Can, e come i Tartari l'aspettavano per metterlo nella sedia del suo fratello. Laonde, turbato di tal novelle, per non potere piú oltre procedere, elesse un suo capitano chiamato Guiboga e lo mandò con diecimila Tartari alla guardia del regno di Soria, comandandogli che dovesse acquistare la Terra Santa e restituirla a' cristiani. Egli veramente si mise in cammino verso le parti di levante, lasciando suo figliuolo in Tauris.

Come Haloon fu constretto tornarsene indietro a combattere con Barcha, che voleva andare a farsi fare imperatore, e come sopra un fiume agghiacciato, il qual si ruppe, la maggior parte de' due eserciti s'annegarono; e della discordia che nacque fra li Tartari e li cristiani nel regno di Soria.
Cap. 14.

Prima che Haloon giugnesse nel regno di Persia gli venne nuova come i principi e nobili de' Tartari aveano posto Cobila Can, suo fratello, nella sedia imperiale, per il che se ne ritornò in Tauris. Dove stando, intese come Barcha veniva con grandissimo esercito, intendendo di voler avere l'eredità dell'imperio: per li quali romori Haloon, congregate le sue genti, se n'andò contra il nemico. E giunto sopra un certo fiume congelato fu cominciata la battaglia, ma per la moltitudine delle genti il ghiaccio si ruppe, e s'annegarono dall'una e l'altra banda piú di trentamila Tartari; il restante dell'esercito d'ambe le parti, per la perdita de' suoi soldati, se ne tornarono tristi e dolenti alle loro case.
Guiboga, il quale Haloon avea lasciato nel regno di Soria e nella provincia di Palestina, tenne quelle terre in gran pace, amando molto i cristiani, imperoch'esso era della progenie di quei tre re che vennero ad adorare la natività del Signore; e affaticandosi detto Guiboga di ridurre la Terra Santa in mano de' cristiani, ecco il nemico dell'umana natura pose discordia tra lui e li cristiani di quelle parti, la quale fu in questa guisa. Nella terra di Belforte, la quale fu del dominio della città di Sidonia, erano piú ville, nelle quali i saraceni pagavan un certo tributo a' Tartari. Onde accadette ch'alcuni uomini di Sidone e di Belforte insieme andarono alle ville de' saraceni e a' casali e li saccheggiarono, e molti di quelli ammazzarono, facendo prigioni gli altri e menando via assai moltitudine di bestiame. Un certo nepote di Guiboga, che stava quivi vicino, si mosse correndo dietro a' cristiani, per dirgli da parte di suo zio che lasciassero la preda; ma loro rivoltatisi l'ammazzarono, insieme con alcuni Tartari, non volendo restituire la preda. Avendo Guiboga inteso che i cristiani gli aveano ammazzato il nepote, subito si mise in cammino, e prese la città di Sidone e rovinò una gran parte delle mura, ammazzando alcuni cristiani: non però molti, per essersi fuggiti all'isole; per il che dopo i Tartari non si fidarono piú de' cristiani di Soria, né i cristiani de' Tartari, i quali furono scacciati da' saraceni del regno di Soria, come di sotto dichiareremo.
Mentre che Haloon guerreggiava con Barcha, come di sopra è detto, il soldano d'Egitto, raccolto il suo esercito, se ne venne nella provincia di Palestina e fece fatto d'arme con Guiboga, capitano de' Tartari, in un luogo chiamato Hamalech, dove Guiboga fu vinto e morto. I Tartari che poterono fuggire di quella battaglia andorno in Armenia, e allora il regno di Soria andò sotto la potestà de' saraceni, fuori d'alcune città de' cristiani, le quali sono vicine al mare. Avendo inteso Haloon che 'l soldano d'Egitto avea assaltato la Soria e scacciato la sua gente, subito messe il suo esercito in ordinanza, e chiamò il re d'Armenia, il re de' Giorgiani e altri cristiani delle parti di levante, che venissero contra il soldano d'Egitto e altri saraceni. Fatte queste preparazioni s'ammalò, e di tal sorte fu l'infermità che in termine di quindici giorni morí, laonde l'espedizione di Terra Santa fu in tutto tralasciata. Abaga, suo figliuolo, ebbe il dominio dal padre, e pregò l'imperatore Cobila Can che lo confirmasse, il che fu fatto nell'anno del Signore 1264.

Della morte di Haloon, e come successe Abaga Can suo figliuolo, e de' suoi costumi; e come il soldano d'Egitto mandò per mare in Cumania a far muover guerra ad Abaga Can.
Cap. 15.


Fu Abaga uomo prudente, e con gran prosperità governò il suo regno, e fu fortunato in tutte le cose sue, eccetto però in due: la prima, che non volse farsi cristiano come era stato suo padre, anzi adorava gl'idoli e dava fede a' sacerdoti idolatri; la seconda, che sempre ebbe guerra co' vicini di Tauris, e perciò il soldano dell'Egitto stette longo tempo in pace e quiete, e a questo modo la potenza de' saraceni crebbe grandemente. I Tartari che se ne potean fuggire andavano al soldano, per schifare i gravi pesi che da' suoi gli erano imposti. Intendendo queste cose, il soldano usò una gran sagacità contra i Tartari, perciochè mandò per mare suoi nunzii nel regno di Cumania e di Russia, e con loro fe' patto che, volendo Abaga muovere guerra contra l'Egitto, essi l'assaltassero nel suo paese, promettendoli doni grandissimi; e in questo modo Abaga non poté assaltar l'Egitto, e il soldano senz'alcuna contradizione andò contra i cristiani, e facilmente occupò le terre di Soria: e cosí i cristiani persero Antiochia e altri castelli che possedevano nel detto regno.

Come il soldano d'Egitto ruppe l'esercito dove erano due figliuoli del re d'Armenia, l'uno de' quali uccise e l'altro prese; e come, ritornato di Tartaria, il re d'Armenia riebbe il figliuolo, il qual fece re, renunciandoli il regno, ed esso andò nella religione.
Cap. 16.

Bunhocdare, soldano d'Egitto, favorito dalla prospera fortuna, abbassò grandemente il regno d'Armenia, in questo modo. Sapendo egli che 'l re era andato con gran gente in Tartaria, pensò d'assalire l'Armenia, laonde mandò un capitano con le sue genti. I figliuoli del re, intendendo la venuta de' saraceni, ragunati nel suo regno tutti quelli che potevano portar arme, gli andarono contro e con quelli animosamente combatterono. Pure alla fine l'esercito degli Armeni fu superato e vinto, e de' due figliuoli del re l'uno fu morto e l'altro preso nella battaglia. I saraceni con quella vittoria corsero per tutto il regno d'Armenia e, saccheggiato tutt'il piano, ne riportorno molti bottini, in danno grandissimo de' cristiani: e da questo accidente crebbe molto la potenza de' nemici, e s'indebolirno le forze del regno d'Armenia.
Intese queste cattive novelle, il re fu grandemente conturbato, né ad altro giorno e notte pensava se non come ei potesse offendere i saraceni, per il che spesse fiate invitava Abaga e li Tartari alla destruzione della setta maumettana in favore de' cristiani; ma Abaga s'escusava, per le guerre ch'avea co' suoi vicini. Vedendo il re d'Armenia non poter avere allora aiuto da' Tartari, mandò ambasciatori al soldano d'Egitto e con quello fece tregua, per riavere suo figliuolo di prigione. Il soldano promise, rendendoli un suo compagno amicissimo chiamato Angolascar, ch'era prigione appresso i Tartari, e alcuni castelli della città d'Aleppo, i quali gli erano stati occupati al tempo di Haloon, di restituirli il figliuolo, onde il re s'affaticò tanto co' Tartari che gli concederono Angolascar, e in cambio di quello riebbe poi il suo figliuolo; e appresso diede al soldano il castello di Tempsach, e fece rovinare due altri castelli a sua requisizione. E in tal guisa fu liberato il figliuolo del re Hayton d'Armenia, il quale, poi che furono fatte le sopradette cose, avendo tenuto il reame per quarantacinque anni, lo renunziò, dandolo al signor Livon suo figliuolo, ch'era stato liberato di prigione; ed esso, renunziando alle pompe di questo mondo, entrò nella religione, mutato secondo il costume d'Armeni il proprio nome, e fu chiamato Macario, e dopo non molto tempo morí: e fu negli anni del Signore 1270.

Del re Livon d'Armenia, il quale governò molto ben il suo regno,
e come Abaga Can fece morire Parvana suo ribello.
Cap. 17.

Il sopra nominato Livone, re d'Armenia, fu molto saggio e prudente, e governò il suo regno con gran prudenza e ingegno; fu grandemente amato, sí da' suoi sí ancora da' Tartari. Tutt'il suo intento sempre fu di destruggere i saraceni, onde nel suo tempo accadde ch'Abaga fece pace co' suoi vicini, con li quali longo tempo era stato in guerra, e nel medesimo tempo il soldan d'Egitto entrò nel regno di Turquia e ammazzò molti Tartari e molti ne scacciò dalle ville. Era allora nel regno di Turquia capitan de' Tartari un certo saraceno chiamato Parvana. Questo si ribellò contro Abaga e andò con le sue genti nell'esercito del soldano, e insegnava il modo come si dovessero rovinare e far morire tutti i Tartari: la qual cosa intesa da Abaga, subito cavalcò con tanta celerità che in 15 giorni fece il viaggio di 40 giornate. Udita la venuta de' Tartari, il soldan d'Egitto quanto prima poté si partí del regno di Turquia, né cosí fu il suo andare veloce che non fosse da' Tartari sopragiunto nella coda del suo esercito nell'entrare dell'Egitto, in un certo luogo chiamato Pasblanec. E ferendo i Tartari nell'ultima schiera, presero duemila cavalieri saraceni insieme con Parvana, e acquistarono molte ricchezze; presero ancora cinquemila famiglie de' Curdi, i quali abitavano in quel paese. Venuto Abaga fino a' confini d'Egitto, fu consigliato non andar piú avanti, per il gran caldo qual è in quel paese, perciochè né i Tartari né i loro animali, che con tanta fretta erano venuti cosí di lontano, averiano potuto tollerare la fatica né il caldo: e per questo Abaga tornò in Turquia, guastando e mandando per terra tutte le terre che gli erano state ribelle e s'erano arrese al soldano. Poi, secondo il costume de' Tartari, fece partire per mezo Parvana traditore con tutti i suoi seguaci, e comandò che in tutti i cibi ch'esso era per mangiare fosse posta della carne del traditor Parvana, della quale ne mangiò esso Abaga e ne diede a mangiare a tutti i suoi baroni. Questa è la pena ch'Abaga diede a Parvana traditore.

Come Abaga Cham offerse il regno di Turquia al re d'Armenia, il qual ricusò d'accettarlo; e come il soldano d'Egitto fu avvelenato.
Cap. 18.

Dopo ch'Abaga ebbe adempito il suo volere del regno di Turquia, e che li Tartari furono fatti tutti ricchi di bottini ch'aveano acquistati contra li ribelli saraceni, chiamò a sé il re d'Armenia e gli offerse il regno di Turquia, per esser stato il padre e lui ancora sempre fedeli verso la signoria de' Tartari. Il re d'Armenia, come savio e prudente, riferí grazie ad Abaga di tanto dono, e saviamente si scusò di volerlo accettare, dicendo non esser bastevole a governare commodamente due regni, perciochè il soldano d'Egitto era ancor gran signore e tutto intento a' danni dell'Armenia, per il che gli pareva fare assai se poteva contra di lui prevalersi; pure lo consigliò, quanto al regno di Turquia, ciò che si dovea fare prima che si partisse, acciò che poi non temesse di ribellione: cioè che dividesse detto regno in molte parti, e a ciascuna desse un governatore che la reggesse, né a saraceno alcuno desse signoria o potere. Accettò Abaga il consiglio del re, e providde che niun saraceno avesse il dominio in quelle terre. Fatte queste cose, il re d'Armenia ricercò pregando ch'Abaga volesse andare alla liberazione della Terra Santa per cavarla delle mani de' pagani: il che promise Abaga fare con tutt'il suo potere, e consigliò il re che mandasse ambasciatori al papa e agli altri principi e signori de' cristiani in soccorso della Terra Santa.
Dopo ch'Abaga ebbe ordinato nel regno di Turquia quello ch'era di mestiero, ritornò al regno di Corasam, ov'avea lasciato la sua famiglia. Bunhocdare, soldano d'Egitto, al quale i Tartari aveano fatto danno e vergogna, fu attossicato nella città di Damasco e subito morí, del che i cristiani di quelle parti n'ebbero grand'allegrezza e i saraceni gran dolore, perchè dopo quello non ebbero cosí buon soldano. Melechahic suo figlio successe nella signoria, nella qual stette poco tempo, essendo scacciato da Elfi, il quale per forza si fece soldano.

Come Abaga Can mandò Mangodamor suo fratello con un esercito di Tartari al re d'Armenia contra il soldano d'Egitto, qual fu rotto da' detti; nondimeno Mangodamor per paura si ritirò fino sopra le ripe dell'Eufrate.
Cap. 19.

Venendo il termine ch'Abaga dovea muover guerra contra il soldano d'Egitto, ordinò che Mangodamor suo fratello andasse con trentamila Tartari nel regno di Soria, e se per caso il soldano gli venisse contro per combattere, che valorosamente lo superasse; e se 'l soldano schifasse la battaglia, esso pigliasse le terre e i castelli e le desse in guardia de' cristiani. Venuto Mangodamor per fin al regno d'Armenia, mandò pel re, il qual venne con una bella compagnia di cavalieri, e insieme entrorno nel regno di Soria, guastando tutt'il paese fin alla città d'Aman, la qual ora si chiama Camella, ed è posta nel mezo della Soria; e nell'entrata di detta città v'è una pianura molto bella, nella quale il soldano raccolse il suo esercito per combattere co' Tartari. I saraceni adunque da una parte, e dall'altra i cristiani co' Tartari, appiccarono una crudel battaglia. Il re d'Armenia co' cristiani conduceva la parte destra dell'esercito, onde esso assaltò la parte sinistra dello esercito del soldano, e valentemente cacciò i nimici fino alla città d'Aman. Amalech, capitano de' Tartari, similmente ruppe l'altra parte dell'esercito del soldano valorosamente, e per tre giornate lo cacciò per fino a una città chiamata Turara. E credendo essi che la potenza del soldano fosse dissipata e sconfitta, ecco che Mangodamor, il qual non aveva mai piú veduto i pericoli delle battaglie, temette di alcuni saraceni, che in lingua araba si chiamano bedini, e senza alcuna ragionevol causa si tornò adietro abbandonando il campo della vittoria, e lasciò il re d'Armenia e l'altro suo capitano, i quali aveano perseguitato i nemici.
Quando il soldano, il quale credea aver perso il tutto, vidde il campo voto e in tutto abbandonato, si fermò sopra un colle con molti delli suoi uomini armati e ivi si fece forte, e il re d'Armenia, ritornato dalla battaglia, non avendo ritrovato Mangodamor in campo, restò molto stupefatto, e intendendo la via ch'egli avea preso subito gli andò drieto. Amalech, che avea perseguitato i saraceni che fuggivano, l'aspettò per due giorni, sperando che 'l signor suo Mangodamor gli venisse dietro (come dovea) per soggiogare la provincia e gli nimici de' quali esso avea avuto vittoria. Ma, conosciuta la verità della partita di Mangodamor, con prestezza gli andò drieto, abbandonando la vittoria: e lo ritrovarono sopra le ripe del fiume Eufrate che aspettava. Dopo che furono finite queste cose, i Tartari se ne ritornarono alle loro provincie. Il re d'Armenia con le sue genti patirono molte fatiche e incommodi in quella guerra, perciochè, per la lunghezza del viaggio e per la carestia de' pascoli, i cavalli de' cristiani erano cosí stracchi e afflitti che a pena poteano camminare, e se uscivano in qualche parte fuor di strada erano da' saraceni spesse volte trovati e senza pietà alcuna crudelmente ammazzati, laonde si perse la maggior parte dell'esercito del re d'Armenia e quasi tutti i capitani. Questa disgrazia accadde a Mangodamor nel 1282.

Come Abaga Cham congregò le sue genti per andar contra li saraceni, e come ei fu avelenato, insieme con Mangodamor suo fratello.
Cap. 20.

Dapoi che Abaga Cham intese il successo di queste cose, congregò da ogni parte le sue genti, ed essendo già preparato per andar con tutto il suo potere contro a' saraceni, eccoti che un saraceno figliuol del demonio venne nel reame di Persia, e corruppe con tanti doni questi che servivano alla tavola di Abaga Cham che ottenne di farlo attossicare, insieme con il fratello Mangodamor: e cosí successe che in termine d'otto giorni ambedue restorno morti, e tale scelerità fu confessata dagli stessi che l'aveano fatta. E questo fu nel'anno 1282.

Come Tangodor, fratello d'Abaga Cham, successe nell'imperio,
e della persecuzione che lui fece contra li cristiani.
Cap. 21.

Dopo la morte d'Abaga Cham, i Tartari s'accolsero insieme e fecero signore il fratello di Abaga, nominato Tangodor. Questo essendo giovane si battezzò e fu chiamato per nome Nicolao, ma dopo che venne a maggior età, per la compagnia de' saraceni, i quali esso amava, divenne pessimo saraceno, e renunciando la fede cristiana volse esser chiamato Maumetto Cham, e con tutte le forze s'ingegnò ch'i Tartari si convertissero alla fede e setta di Maumetto, e quelli i quali stavano ostinati, non avendo ardire di sforzarli, dando loro onori, grazie e presenti li faceva convertire: tal che nel suo tempo molti Tartari si convertirno alla fede de' saraceni, come al presente manifestamente si vede. Comandò questo Maumetto Cham che fossero rovinate tutte le chiese de' cristiani, e che i cristiani non avessero piú ardire di celebrare né la legge né la fede di Cristo, facendo publicare manifestamente quella di Maumetto e bandendo li cristiani; e nella città di Tauris fece rovinare tutte le lor chiese. Mandò ancora al soldano d'Egitto ambasciatori, e con quello fece pace e confederazione, promettendogli di far che tutti i cristiani che erano nel suo dominio si fariano saraceni, overo gli taglieria la testa: del che i saraceni ebbero grande allegrezza. I cristiani erano mesti e dolenti e stavano in gran timore, né altro a' miseri restava se non domandare a Dio misericordia, vedendo i cristiani la persecuzione contro a loro esser maggiore che mai fosse stata per il passato. Mandò ancora il predetto al re d'Armenia e al re de' Giorgiani e ad altri cristiani che subito lo venissero a trovare, ma i cristiani deliberarono piú presto eleggersi il morire con la spada in mano che a' suoi pessimi comandamenti ubbidire, non trovando altro remedio alla loro salute.

Come si sollevò contra Tangador un suo fratello e un suo nepote detto Argon, i quali alla fine, avendolo preso, lo fecion morire.
Cap. 22.

Essendo adunque i cristiani posti in tanto dolore e amaritudine che piú presto desideravano morire che vivere, ecco Iddio, il quale non abbandona chi spera in lui, confortò tutti i suoi fedeli, imperoch'un certo fratello di questo Maumetto e un suo nepote, chiamato Argon, gli furono contrarii e ribelli per le sue male opere, e feciono assapere a Cobila Cham, maggior imperatore de' Tartari, come detto Maumetto, lasciati i costumi de' suoi maggiori, era divenuto pessimo saraceno, persuadendo tutti li Tartari che potea che si facessero saraceni. Delle quali nuove l'imperatore fu molto turbato, e subito mandò a far comandamento a Maumetto che si correggesse e che si rimovesse dalle sue male operazioni, altrimenti procederia contra di lui: la qual cosa intesa ch'ebbe Maumetto, s'accese tutto d'ira e di sdegno, perchè sapea che non era alcuno ch'avesse avuto ardimento di far contradire alla sua volontà, se non suo fratello e suo nepote Argon. E per questo fece ammazzare il fratello, e volendo fare il simile al nepote, andò con molta gente per pigliarlo; ma, conoscendo Argon non poter star contra la potenza del nemico, fuggí a' monti e si rinchiuse in un fortissimo castello. Allora Maumetto, postovi l'assedio e standogli di continuo intorno, lo constrinse a rendersi, con patti ch'ei fosse libero e li fosse restituito il suo dominio; ma, subito che l'ebbe nelle mani, lo diede a un suo contestabile e ad alcuni altri de' suoi grandi, che lo tenessero sotto buona guardia. E ritornando alla città di Tauris comandò che fosse fatto in pezzi la moglie e i figliuoli del detto, e al contestabile che dovesse far tagliar la testa ad Argon e ascosamente gliela portassero: le quali cose dovessero con ogni prestezza eseguire. Fra quelli ch'aveano avuto il comandamento d'eseguire tanta sceleraggine, si trovò un certo uomo potente ch'avea nutrito e allevato Abaga, padre d'esso Argon; questo, mosso a pietade, pigliate l'armi, di notte ammazzò il contestabile con tutti i suoi seguaci, e liberò Argon facendolo capo di tutte le genti, tal che altri per paura e altri per amore l'ubbidirono. Essendo cosí successa la cosa, Argon con la compagnia andò contro a Maumetto, e prima ch'egli entrasse in Tauris lo prese, e di subito lo fece tagliar per mezo: e cosí fu ucciso il pessimo Cham di Maumetto, nemico della fede di Cristo, prima che finisse due anni nel suo imperio.

Come Argon fu fatto signore dopo Tangador, e come non volse mai farsi chiamar Cham senza licenza del grande imperator de' Tartari; e avendo in animo d'andar a liberare Terra Santa, nel quarto anno del suo imperio morí.
Cap. 23.

Nell'anno del Signore 1285, dopo la morte di Maumetto, Argon, figliuolo d'Abaga Cham, tenne la signoria de' Tartari, e per riverenza di Cobila Cham non volse farsi chiamar Cham, prima che non chiedesse licenza dal detto maggior imperatore: e per questa causa gli mandò ambasciatori, i quali furono con grande onore ricevuti, ed ebbe gran consolazione della morte di Maumetto, laonde mandò alcuni de' maggiori della sua famiglia a confermarlo in signoria, e cosí Argon fu da tutti chiamato Cham con grandissimo onore. Fu esso d'un bellissimo aspetto, e governò il suo dominio valorosamente e con somma prudenza. Amò li cristiani e gli onorò grandemente; rifece le chiese che Maumetto avea fatto rovinare. Onde a quello vennero il re d'Armenia, il re de' Giorgiani e molti altri cristiani delle parti d'oriente, e supplicarono che gli desse favore a liberare Terra Santa dalle mani de' saraceni. Alle domande de' quali benignamente Argon rispose, dicendo che volentieri farebbe tutto il suo potere, a onore d'Iddio e della fede cristiana: per il che ei cercava far confederazione co' vicini, per potere piú sicuramente andar ad acquistar la detta Terra Santa. E perseverando in questo buon proposito, cercando pace co' vicini, morí nel quarto anno del suo imperio; al quale successe un suo fratello, chiamato per nome Regaito, il qual fu persona di poco valore, come di sotto si dimostrerà.

Come Regaito successe al regno d'Argon, il quale fu uomo vile e vizioso, e visse sei anni; e di Baydo, che successe a Regaito, qual fu buon cristiano, per il che i Tartari ch'erano maumettani fecero venir Casan, figliuol d'Argon, il qual ruppe l'esercito di Baydo e dopo lo fece morire.
Cap. 24.

Nell'anno del Signore 1289, dopo la morte d'Argon Cham, Regaito suo fratello, uomo senza legge e senza fede, e nell'armi di niun'esperienza o virtú, ma in tutto dedito alla lussuria e a' vizii, vivendo a guisa d'animali bruti, saziando in tutto il suo disordinato appetito, mangiando e bevendo piú che 'l naturale uso non comportava, visse nella signoria anni sei, a niun'altra cosa attendendo ch'alle sopradette: onde per la sua dissoluta vita fu da' suoi odiato e da' strani poco temuto, tal che al fine fu da' suoi baroni soffocato. Dopo la morte del quale fu fatto signore un suo parente chiamato Baido: questo fu nella fede di Cristo fedele e amorevole, facendo molte grazie a' cristiani, ma visse poco tempo, come di sotto dichiareremo.
Nell'anno del Signore 1295, dopo la morte di Regaito, Baido tenne il dominio de' Tartari. Questo, come buon cristiano, restaurò le chiese de' cristiani, comandando che tra' Tartari niun ardisse predicare la legge di Maumetto; e perch'erano moltiplicati assai seguaci di quella maledetta setta, ebbero in dispiacere tale comandamento, onde secretamente mandarono ambasciatori a Casan, figliuolo d'Argon, promettendogli dare lo stato di Baido e farlo signore se voleva renunziare la fede cristiana. Casan, il quale poco si curava di fede e desiderava grandemente esser signore, promesse loro far tutto ciò che volevano, onde si ribellò da Baido; il quale, intendendo questo, di subito messe insieme tutte le sue genti, pensando pigliare Casano, non sapendo il trattato ch'era fra loro e Casano. E affrontatisi insieme, tutti quei ch'erano della setta di Maumetto, lasciato Baido, fuggirono alla parte di Casan, per il che vedendosi Baido abbandonato si messe in fuga, credendo scapolare, ma fu da' nemici sopragiunto e morto.

Come Casan, figliuolo d'Argon, si fece signore in luogo di Baido, e come, fatto un grandissimo esercito, andò contro al soldano d'Egitto, il quale dopo assai scaramuccie ruppe e messe in fuga.
Cap. 25.

Dopo la morte di Baido, Casan fu fatto signore de' Tartari, e nel principio del suo dominio non ardiva contradire nelle promesse a quelli che l'aveano fatto signore e che seguivano la legge e la setta di Maumetto: e perciò si dimostrò molto crudele verso i cristiani; ma come fu stabilito nella signoria cominciò amare e onorare li cristiani, e fece, mentre che lui visse, molti commodi a quelli, come di sotto s'intenderà. E prima destrusse molti de' capitani e de' maggiori de' Tartari, i quali lo persuadevano accostarsi alla fede de' saraceni e perseguitare i cristiani; dopo comandò a tutti i Tartari, quali erano nel suo dominio, che si mettessero in ordine con l'armi, e tutte le cose atte alla guerra apparecchiassero, perciò che disegnava andar nel regno d'Egitto a destruzione del soldano: e cosí comandò al re d'Armenia, al re de' Giorgiani e a molti altri cristiani delle parti di levante. Venendo il tempo della primavera, Casan raccolse il suo esercito, e con quello aviatosi prima verso la città di Baldach, se ne venne di longo poi verso il paese d'Egitto, e quivi pose in ordinanza le sue genti.
Il soldano, detto Melecnasar, avendo molto innanzi inteso la venuta de' Tartari, ancor esso messe insieme tutti i suoi e venne con grandissimo apparato innanti alla città d'Aman, la qual è nel mezo del regno di Soria. Intendendo Casan che 'l soldano gli veniva incontro per combattere, non volse perder tempo in assediare città o castelli, ma andò per la via dritta alla volta sua e accampossi una giornata discosto in alcuni prati, ne' quali era abbondanza di fieni per i suoi cavalli; e comandò a tutti i suoi che non si partissero di quella campagna fin che i cavalli si riposassero dalla fatica ch'aveano patito nel viaggio, per esser venuti con tanta prestezza di cosí lontani paesi. In compagnia di Casano si trovava un saraceno detto Calfalk, il quale per il passato era stato schiavo del soldano, e per paura se n'era fuggito, acciò non fosse posto in prigione per alcune tristizie ch'avea fatto. Questo era stato grandemente onorato da Casano e di lui molto si fidava, ma come maladetto traditore con lettere avisò al soldano il consiglio e l'intenzione di Casan, la qual era di fare che li suoi cavalli si riposassero prima che s'affrontassero in battaglia, e che lo consigliava ch'ei s'affrettasse venir ad assaltar l'inimico, fin che i suoi cavalli erano stracchi, perchè facilmente riportarebbe la vittoria.
Al soldano, ch'avea deliberato aspettare i Tartari appresso la città d'Aman, piacque molto questo consiglio, e co' migliori de' suoi cavalieri se ne venne prestamente per assaltar Casano all'improvista. Le spie dell'oste avisarono Casano della venuta del soldano, il quale subito comandò che tutti si mettessero in ordinanza per sostener l'impeto de' nemici, ed esso a modo di leone con quelli che si ritrovò appresso cavalcò contro a' saraceni, i quali erano già tanto approssimati che non si potea fuggire la battaglia. Gli altri Tartari, ch'erano slargati per la campagna per riposare i cavalli, non poterono seguitarlo cosí prestamente per soccorrerlo, onde Casano prese per spediente che subito quelli che gli erano intorno smontassero da cavallo, e di quelli si facessero d'intorno a modo di muro, e loro dietro con le saette offendessero il nemico, i quali già a tutta briglia venivano a quella volta. I Tartari smontati si misero li cavalli d'intorno e, presi nelle mani gli archi, aspettorno che i nemici s'appressassero, e poi con tanta furia e arte cominciorno a tirare a' primi cavalli de' nemici che s'approssimavano, che caddero morti in terra l'uno sopra l'altro. Gli altri che seguivano con velocissimo corso, ritrovando caduti li primi, urtavan in quelli, e sopra loro precipitosamente traboccavano, tal che pochi de' saraceni furono che non fossero gettati a terra, overo dalle saette mortalmente feriti, per essere i Tartari in quest'arte peritissimi.
Il soldano, il quale s'era posto nella prima schiera, vedendo questo cosí gran disordine, quanto prima poté si ritirò, per la qual cosa Casano subito comandò che le sue genti rimontassero a cavallo e animosamente seguitassero gl'inimici, ed esso fu il primo ch'entrò nella squadra del soldano; e tanto sostenne la battaglia, con quel poco numero ch'avea de' suoi, gettando a terra quanti gli venivano incontro e ammazzandogli, che gli altri Tartari si raccolsero insieme e in ordinanza vennero alla battaglia. Allora tutte le squadre da ogni banda cominciarono a combattere, e durò il fatto d'arme dal levar del sole fino a nona; alla fine il soldano, non potendo resistere alle forze di Casano, il quale con le proprie mani facea cose maravigliose, si messe in fuga con tutto l'esercito de' saraceni, e Casano l'andò perseguitando fino all'oscura notte, occidendoli in diversi modi: onde tanta fu la rovina e la strage de' saraceni, che tutta la terra si vedeva coperta di corpi morti, d'uomini e di cavalli, e di feriti. Dopo la battaglia Casano riposò quella notte in un luogo detto Caneto, rallegrandosi e oltre modo facendo festa per la vittoria, la quale per volontà di Dio aveva ottenuta contra i nemici. E questo fatto d'arme fu nell'anno 1301, il mercoledí avanti la natività del Signore.

Della fuga del soldano d'Egitto, e come Casano divise le spoglie dell'esercito de' saraceni e del tesoro del soldano fra li suoi, e della fortezza e liberalità incredibile di Casano.
Cap. 26.

Dopo queste cose, Casano comandò al re d'Armenia e a un capitano de' Tartari, il quale si chiamava Molai, che con quarantamila cavalieri de' Tartari perseguitassero il soldano fino al deserto d'Egitto, dove si dicea ch'esso andava, il quale era distante dal campo dove era stata la battaglia dodici giornate, e di piú che lo dovessero aspettare appresso la città di Gazara, overo il suo ordine. Il re adunque d'Armenia e il detto Molai, col numero de' detti Tartari, si partirono avanti il levar del sole, e con veloce passo perseguitavan il campo del soldano. Dopo tre giorni Casano mandò a dire al re d'Armenia che ritornasse, perciochè voleva assediar Damasco, e che Molai seguisse l'impresa come gli era stato ordinato, ammazzando quanti saraceni ei potesse. Il soldano dopo la battaglia si messe a fuggire con ogni velocità, cavalcando sopra camelli e dromedarii, né mai di giorno né di notte riposandosi, in compagnia d'alcuni detti beduini, i quali lo fecero andare alla volta di Baldach, dove si salvò. Gli altri saraceni fuggirono in diverse parti, secondo ch'essi pensavano potersi salvare, ma una gran parte, che andò per la via di Tripoli, fu crudelmente uccisa dalli cristiani i quali abitano il monte Libano.
Ritornato che fu il re d'Armenia dove era Casano, trovò che la città d'Aman s'era resa, e che 'l tesoro del soldano e del suo esercito, il qual era grandissimo, era stato portato alla presenza di Casano: del che ognun ne prese gran maraviglia, come il soldano s'avesse voluto fare portar drieto tanto tesoro, intendendo andare a combattere. Raccolto adunque quello e tutte le spoglie che s'avevano guadagnate, le volse liberalmente divider fra tutti i Tartari e i cristiani, i quali si fecero ricchi.
E io fra Ayton, che ho messo insieme la presente istoria, il qual fui presente in tutte l'espedizioni e battaglie che fecero i Tartari col soldano dal tempo di Halaon fin al dí d'oggi, non vidi mai né udi' dire che un principe tartaro facesse piú cose notabili in dua giorni di quelle che fece Casano: imperochè il primo giorno, con quelle poche genti che si ritrovò avere appresso di sé, sostenne l'impeto e furia di tutto l'esercito del soldano, e con la sua persona cosí valorosamente si portò che meritò fra tutti i combattenti riportarne laude e gloria, della quale per sempre se ne ragionerà fra' Tartari; nel secondo fu di tanta grandezza e liberalità d'animo che, di tante ricchezze e tesoro ch'esso avea acquistato, non si ritenne altro per sé se non una spada e una borsa, nella quale erano poste le scritture delle terre d'Egitto e del numero dell'oste del soldano. E quello che mi pare sopra tutte le cose doversi riputare maraviglioso è ch'in un corpo cosí picciolo e di cosí brutto aspetto come costui era, che parea quasi un mostro, vi si fossero raccolte quasi tutte le virtú dell'animo le quali la natura suole accompagnar in un corpo bello e proporzionato, perciochè in dugentomila Tartari a pena s'avria potuto trovare né il piú picciolo di statura né il piú brutto e sozzo d'aspetto. E per essere stato detto Casan a' tempi nostri, è il dovere che di lui e de' suoi fatti alquanto piú longamente ne parliamo, e principalmente del soldano che fu da esso sconfitto, il quale per ancora vive.

Come Casan ebbe la città di Damasco.
Cap. 27

Poi che Casan si fu alquanti giorni riposato ed ebbe divise le spoglie fra li suoi, s'avviò verso la città di Damasco, gli abitatori della quale, intendendo la venuta d'esso co' Tartari, e dubitando che, se la pigliasse per forza, tutti sarebbono iti a fil di spada, di subito gli mandorno ambasciatori offerendogli la città, il quale l'accettò molto volentieri. E poco dopo cavalcò al fiume di Damasco, sopra le ripe del quale pose i suoi padiglioni, e i cittadini gli mandarono molti presenti e vettovaglie in gran quantità. Quivi dimorò Casan 45 giorni con tutt'il suo esercito, eccetto che i 40 mila Tartari ch'erano andati avanti con Molai, e s'eran fermati presso la città di Gazara, aspettando la venuta di Casan over il suo ordine.

Come Casan fu constretto partirsi di Soria, e come lasciò Cotolusa suo luogotenente, e della ribellione che fece Calfach, e come l'impresa di Terra Santa incominciata fu lasciata.
Cap. 28.

Stando Casan appresso Damasco e dandosi buon tempo, gli fu avisato come un suo parente, detto Baido, era entrato con gran numero di genti nel regno di Persia, rubbando e saccheggiando ciò che trovavano: per il che fu consigliato di ritornarsene subito, acciò non facessero peggio. Onde Casan ordinò che 'l maggior capitan del suo esercito, detto Cotolusa, restasse alla guardia del regno di Soria, ordinando a Molai e agli altri Tartari che gli dessino ubbidienza come suo luogotenente; e dopo fece li rettori e governatori sopra tutte le città, dando Damasco in custodia a Calfach traditore sopra nominato, del quale per ancora non se n'era accorto, né sapea di lui cosa alcuna. E chiamato poi il re d'Armenia, gli fece intendere della sua partita, dicendo: "Noi volentieri avremmo dato le terre ch'abbiamo acquistate in guardia a' cristiani, se fossero venuti, e se verranno ordineremo a Cotolusa che gli dia tutte quelle che per il passato hanno tenute, e appresso, per reparazione de' castelli, l'aiuto che sarà conveniente". E dopo queste parole si messe in cammino verso la Mesopotamia e, giunto al fiume Eufrate, mandò nuovo ordine a Cotolusa che, lasciati ventimila Tartari a Molai, venisse col restante dell'esercito a trovarlo: il che fu da lui eseguito. Essendo Molai restato luogotenente di Casan nella Soria, a persuasione di Calfach cavalcò con tutte le genti verso le parti di Gierusalemme, a un luogo detto Gaur, per trovarsi in quello grand'abbondanza di pascoli per li cavalli e tutte l'altre cose necessarie.
E venuta la state e il caldo grande, Calfach, ch'avea già gran tempo nell'animo deliberato di voler tradire Casano, scrisse al soldano secretamente ch'ora era il tempo, se volea, di dargli Damasco e tutte l'altre terre ch'aveva preso Casano. Al soldano piacque il partito, e gli promise in perpetuo il dominio di Damasco e gran parte del suo tesoro, e appresso una sua sorella per moglie: per la qual promessa fra pochi giorni Calfach si ribellò, e fece ribellare tutte le terre de' Tartari, persuadendole che per il caldo grande i Tartari non potriano cavalcare né venire in soccorso. Molai, veduta questa universale ribellione, non s'assicurando star quivi con sí poca gente, per il piú corto cammino se n'andò nella Mesopotamia e narrò tutto il successo a Casano, il qual n'ebbe gravissimo dolore; ma per non poter far altro per causa del caldo, come prima s'approssimò il tempo del verno, sopra le ripe del fiume Eufrate fece un grandissimo preparamento di genti, facendo passar Cotolusa con trentamila Tartari, e ordinandogli che, giunto a' confini d'Antiochia, mandasse a chiamare il re d'Armenia e gli altri signori de' cristiani di levante e dell'isola di Cipri, e mentre che lui venia dietro con la forza dell'esercito, esso dovesse entrare nel regno di Soria.
Cotolusa seguí quanto gli era stato comandato, e giunto in Antiochia fece venire il re d'Armenia con tutte le sue genti; e li cristiani ch'erano in Cipri, intesa questa venuta de' Tartari, con galere e altri legni se ne vennero all'isola detta Anterada: ed era di quelli capitano messer Tiron, fratel del re di Cipro, gran maestro della casa dell'ospitale del tempio e del convento de' fratelli. E stando li predetti apparecchiati e volonterosi d'eseguire li servizii di messer Iesú Cristo, venne nuova come Casano era ammalato grandemente, e che li medici desperavano della sua salute: onde Cotolusa volse ritornare a Casano con tutti i Tartari, e il re in Armenia e gli altri cristiani in Cipri, e per tal cagione fu dismessa l'incominciata impresa di Terra Santa. E questo fu nell'anno 1301.

De' gran danni ch'ebbe l'esercito de' Tartari nell'impresa che si fece contra il soldano d'Egitto, e come ritornarono in Persia mezi rotti.
Cap. 29.

Nell'anno del Signore 1303, raccolto di nuovo un copioso e grand'esercito, Casano venne fin al fiume Eufrate, intendendo entrare nel regno di Soria, e in tutto destruggere la setta di Maumetto, e dar Ierusalem con tutta la Terra Santa a' cristiani. I saraceni, temendo la sua venuta, e vedendo non esser bastevoli a resistere alla sua potenza, arderono in presenza de' Tartari tutt'il paese e, redutti gli animali e tutte l'altre biade ne' castelli e luoghi forti, lasciorno tutt'il resto arso e consumato, e acciochè, venendo i Tartari, non trovassero vettovaglie né pascoli per li loro cavalli. Udendo Casano ciò ch'avevano fatto gli Agareni, pensando che in que' luoghi cosí rovinati i cavalli non potriano sostentarsi, pigliò per partito star per quel verno sopra le ripe del fiume Eufrate, e nel tempo della primavera, quando l'erbe cominciano a crescere, seguire il suo viaggio. Avevano i Tartari maggior cura de' loro cavalli che di se stessi, perchè, sapendo quelli essere il fondamento della loro fortezza, di se stessi non curavano. Allora Casano mandò per il re d'Armenia, il quale, subito venendo, s'accampò appresso al fiume, e fu quivi con tanta moltitudine di persone che l'oste di Casano s'estendeva per spazio di tre giornate in longhezza, cioè da un castello chiamato Caccabe fino a un altro detto il Bir, i quali erano de' saraceni: dove senza alcun contrasto s'arresero a Casano. Il quale stando in quel luogo e aspettando il tempo commodo di poter adempire il suo desiderio contra i saraceni, ecco che l'inimico dell'umana natura perturbò il tutto; imperochè venne nuova che Baido sopra detto di nuovo era entrato nelle terre di Casano facendogli gran danni, onde fu di nuovo astretto tornarsene indietro molto perturbato, per differirsi cosí in longo l'impresa di Terra Santa. Per la qual cosa comandò a Cotolusa ch'entrasse nel regno della Soria con quarantamila Tartari, e pigliasse la città di Damasco e ammazzasse tutti i saraceni, e ch'il re d'Armenia congiungesse ancora lui le sue genti con Cotolusa.
Fra questo tanto Casan se ne ritornò in Persia, e Cotolusa e il re de' Tartari si misero all'assedio d'Aman; e intendendo che 'l soldano era lontano, nella città di Cazara, né esser per partirsi di quel luogo, l'astrinsero di sorte che per forza la presero, ammazzando tutti i saraceni, e fecero bottino di gran ricchezze e gran quantità d'animali. Dopo, andati alla città di Damasco per assediarla, i cittadini mandarono ambasciatori, pregando che gli dessero termine di tre giorni: il che gli fu concesso. Li corridori de' Tartari, i quali già per una giornata avevano passato Damasco, presero alcuni saraceni e gli mandorno a Cotolusa, acciò da quelli sapesse le nuove certe; qual, inteso ch'ebbe che quivi appresso due giornate dodicimila cavalieri saraceni aspettavano la venuta del soldano, subito volse partirsi e andargli a trovare per pigliargli all'improvisa, ma giunse al luogo ove erano i sopradetti il dí seguente, quasi al tramontar del sole, e alquanto avanti v'era giunto il soldano col resto del suo esercito.
Udita questa nuova, Cotolusa e il re, come s'erano ingannati grandemente della loro opinione, perciochè pensavano di combattere solamente con que' dodicimila saraceni, cominciarono a consigliarsi di quello doveano fare: il parere del re d'Armenia era ch'approssimandosi la sera si dovesse riposar quella notte e dopo la mattina andar assaltar i nemici; Cotolusa, che disprezzava il soldano e reputava le genti di quello vili, non volse acconsentire al consiglio d'alcuno, anzi immediate comandò che tutte le schiere si mettessero in ordinanza per combattere. I saraceni, assicuratisi con aver da una parte un lago, dall'altra un monte, sapendo ch'i Tartari non poevano accostarseli nella fronte senza lor gran pericolo, deliberarono di non si muovere, ma aspettargli. I Tartari, che pensavano andar alla dritta ad assaltarli, trovorno a mezo il cammino un fiumicello che, per esser paludoso, non si potea passare se non in alcuni luoghi stretti e difficili: e quivi, volendo ciascuno passar avanti, infiniti cavalli rimanevano nel fango, e in questo si disordinarono tanto che consummarono gran spazio di tempo. Pur alla fine, passati che furno, Cotolusa e il re con parte de' suoi andorno con grande impeto ad affrontare i nemici con le saette, ma il soldano non volse mai partirsi dal luogo forte dove si trovava, né permesse che alcun de' suoi si movessero. E approssimandosi l'oscuro della notte, vedendo Cotolusa l'ostinazione del soldano, raccolti i suoi appresso il monte si riposò; e venuto il giorno diecimila Tartari che il giorno avanti non avevano potuto passar il fiume, si congiunsero con gli altri, e di nuovo andorno valorosamente ad assaltare il soldano. Ma esso, similmente come aveva fatto il giorno avanti, stette fermissimo con tutto l'esercito, ch'era difeso dal sito dell'alloggiamento. Ed essendo durato questo abbattimento dalla mattina fino a mezogiorno, con grandissima contenzione dell'una e l'altra parte, alla fine i Tartari, vedendo che 'l lor combattere non faceva danno alcuno a' nemici, e trovandosi molto stracchi e travagliati per la fatica ch'avevano sofferto e per la sete, non avendo trovata acqua la notte avanti né il giorno dopo, cominciarono a ritirarsi pian piano in ordinanza, una schiera dietro l'altra, e non si fermarono in luogo alcuno fin che non giunsero alla pianura di Damasco, dove trovarono grand'abbondanza di acque e buoni pascoli per i cavalli. E quivi fu ordinato star tanto che gli uomini e i cavalli si fossero riposati, per poter poi freschi ritornar a combattere col soldano.
Li governatori di Damasco, che favorivano le parti del soldano, inteso che l'esercito de' Tartari s'era fermato in quella pianura, una notte in minor termine di quattro ore, aprendo alcuni canali e gonfiando alcuni fiumicelli, fecero tanto crescer l'acque ch'allagorno tutta la detta pianura, tal che furono sforzati di subito i Tartari levarsi. Ed essendo la notte oscurissima e li fossi pieni d'acqua, non si vedendo strada o sentiero alcuno, si trovorno in estrema desperazione e confusione, non sapendo dove andare né che fare; e in quella oscurità si sentivano da ogni canto romori e grida grandissime di genti che s'annegavano, domandando aiuto, il che n'apportava terribile spavento a chi gli udiva, e si perderono infiniti cavalli e arme, oltre gli uomini che perirono, e il re d'Armenia sopra tutti gli altri ebbe grandissimo danno e perdita. Venuto finalmente il giorno, e scapolato il pericolo dell'acque, vedendo gli archi e le saette, che sono l'armi con le quali combattono, cosí bagnate che non si potevano adoperare, restarono tutti stupefatti e attoniti perchè, se li nemici gli avessero seguitati, non ne saria scapolato alcuno che non fosse stato o preso o morto. Dopo i Tartari, per causa di quelli che si trovavano a piedi avendo perso i cavalli, s'aviarono a picciole giornate verso il fiume Eufrate; né alcuno de' nemici ebbe ardire perseguitarli. Ma, giunti al fiume, essendo necessario di passarlo per mettersi al sicuro, lo trovorno tanto torbido e gonfiato, per grandissime pioggie ch'erano state, ch'egli era cosa miserabile e spaventosa a vedere gli uomini e i cavalli ch'entravano nel fiume annegarsi senz'alcun remedio, tal che perirono gran numero d'uomini: e piú furono gli Armeni e Giorgiani che i Tartari, perchè li loro cavalli hanno miglior notare degli altri. E a questo modo se ne ritornarono in Persia rovinati e disfatti, non già per la potenza de' nemici, ma parte a caso, parte per mal consiglio: e ne fu gran causa l'ostinazione di Cotolusa, che mai volse acconsentire al consiglio d'alcuno, conciosiachè, se lui avesse voluto dar orecchie a quello che gli diceano i savii e periti nell'arte della guerra, facilmente poteva schivare tanti pericoli e disordini.
E io fra Hayton, che la presente istoria ho messo insieme, mi son trovato in persona a tutte le sopradette cose, sopra le quali s'io piú longamente parlassi di quello ch'è il dovere, supplico a' lettori che mi perdonino, perciochè lo faccio acciochè, ammaestrati dall'esempio di questi, possino per l'avvenire fuggire simili inconvenienti, conciosiachè l'imprese che si fanno con maturo consiglio sogliono ordinariamente aver ottimo fine, ma, facendole senza considerazione e alla balorda, si truovan il piú delle fiate ingannati quei che l'operano.
Dopo che 'l re d'Armenia ebbe passato il fiume Eufrate, con tanta perdita delle sue genti (come s'è detto), deliberò d'andar a trovar Casano, avanti ch'ei ritornasse nel suo regno, per la qual cosa s'avviò verso la città di Ninive, dove faceva dimora. Il quale lo ricevé lietamente e con grandissimo onore, dolendosi grandemente de' danni e perdite ch'egli avea patito, per ricompenso de' quali, per special grazia, volse che mille cavalli de' suoi Tartari stessero di continovo alla guardia del regno d'Armenia, e oltre a questo che del regno di Turchia li fossero dati tanti denari ch'ei potesse tenere altri mille cavalieri armeni per sua custodia: e con queste grazie il re tornò a casa sua, e Casam gli ordinò ch'ei dovesse star vigilante alla guardia del suo regno, fino che si potesse andar alla ricuperazione di Terra Santa.

Come Casan avanti la sua morte constituí successore Carbanda suo fratello, e della rotta che dette il re d'Armenia a' saraceni.
Cap. 30.

Ritornato che fu il re d'Armenia nel suo regno, ebbe in quello poco riposo, per li molti travagli che gli sopravennero. Dopo (come piacque a Dio) Casano s'infermò d'una gravissima infirmità, e vedendosi al fine del suo corso naturale, sí com'era saviamente vissuto, cosí ancora volse nel fine suo esser lodato, onde da savio fece il suo testamento, e instituí suo erede e successore Carbanda suo fratello. E fornite ch'esso ebbe quelle cose che erano da ordinare circa il governo del regno e della famiglia, fece alcune belle constituzioni e leggi, lasciandole in memoria a' suoi, le quali sono fermamente fin al presente osservate da' Tartari.
Dopo Casano morí, al quale successe nel regno il detto Carbanda. Questo fu figliuolo d'una savia donna e buona, nominata Eroccaton, qual era fedele e devota nella fede di Cristo, e fino ch'ella visse si fece celebrare ogni giorno i divini officii: teneva un prete cristiano, avea una cappella ove Carbanda fu battezzato, il qual nel battesimo fu nominato Nicolao. Egli stette nella fede di Cristo fino che la madre visse; dopo la morte di quella s'accostò a' saraceni, in modo che, lasciata la fede cristiana, si dette alla maumettana. Per la morte di Casano il re d'Armenia fu grandemente travagliato, imperochè per questo i nemici suoi s'insuperbirno grandemente; e avendo il soldano molto in odio il re e la sua gente, ogn'anno e quasi ogni mese mandava molte genti di Baldach, che saccheggiassero tutt'il paese de l'Armenia, e specialmente tutti li frutti della campagna, talchè non si trovò mai ch'il regno d'Armenia fosse cosí danneggiato per il passato.
Ma Dio omnipotente e misericordioso, il qual giamai abbandona chi in esso spera, ebbe compassione alle miserie de' cristiani, onde accadé che nel mese di luglio settemila saraceni de' migliori che 'l soldano avesse assaltorno il regno d'Armenia, guastando e rovinandolo tutto, fino alla città di Tarso, dove nacque il beato Paolo apostolo. E carichi di prede della provincia ritornavano adietro, quand'il re col suo esercito se gli fece incontro appresso la città della Giazza, e fece fatto d'arme, ove, per volontà e misericordia di Dio, e non per ingegno o forze umane, i saraceni furno superati, in modo che di tanto numero appena ne fuggirno 300 che non fossero presi o morti, ancor che, pel lor grand'ardire, pensassero d'inghiottire in un fiato tutt'il regno d'Armenia, co' cristiani ch'eran in quello. E questo fu fatto in dí di dominica, alli 18 di luglio; dopo la quale sconfitta i saraceni non ebbero piú ardire d'entrare nel regno d'Armenia, anzi il soldano d'Egitto mandò al re e con quello fece confederazione.

Come Hayton, scrittore della presente opera, si fece frate dell'ordine premonstratense in Cipro, e come esso seppe le cose che narra in quest'istoria.
Cap. 31.

Io Hayton fui presente a tutte le cose sopradette, e ancora ch'io m'avessi proposto nell'animo molto innanti di prender l'abito regolare, nondimeno, per i travagli e facende del regno d'Armenia, non potei (con mio onore) in tanti bisogni abbandonare i parenti e amici. Ma poi che Dio per sua pietà mi concesse grazia di lasciar detto regno e il popolo cristiano di quello, dopo molte mie fatiche, in stato pacifico e quieto, subito volsi adempire il voto che già gran tempo avea fatto; laonde presi licenza dal mio re e dagli altri miei parenti e amici, in quella medesima campagna ove Dio avea concesso a' cristiani il trionfo e vittoria de' suoi nemici. Mi parti' e venni in Cipro, nel monasterio dell'Episcopia, ove tolsi l'abito regulare dell'ordine premonstratense, acciochè, avendo io nella mia gioventú militato al mondo, lasciate le pompe mondane, consumassi il rimanente di mia vita ne' servizii d'Iddio, nell'anno del Signore 1305. Rendo adunque grazie a Dio che in questo presente tempo il regno d'Armenia s'è fermato in stato quieto, buono e pacifico, e specialmente pel moderno re il signore Livono, il qual fu figliuolo del re Hayton, il qual, illustrato di virtú e di gloriosa indole, a tutte le genti è un specchio grazioso; e hassi questa ferma credenza e speranza, che ne' giorni di questo re giovane, il quale di bontà supera i suoi antecessori, il regno d'Armenia, con l'aiuto d'Iddio, si ridurrà nel pristino stato.
E io Hayton, scrittore di quest'istoria, in tre modi dico aver saputo le cose che si narrano e scrivono in questo libro. Primieramente, cominciando da Cangio Cham, il quale fu il primo imperatore de' Tartari, fino a Mangio Cham, il quale fu il quarto imperatore, tutte queste cose si narrano fedelmente, avendole io cavate dall'istorie de' Tartari. Da Mangio Cham fin alla morte di Haloon io le seppi da un mio zio, il quale di comandamento del signore Haytono, re d'Armenia, l'avea scritte: e perch'ei fu presente in quei tempi a tutte le predette cose, con gran diligenza le narrava a' figliuoli e a' nepoti, e oltre di questo le faceva scrivere, acciò che meglio si tenessero a memoria. Dal principio veramente d'Abaga Cham fino all'ultima parte di questo libro, dove hanno fine le narrazioni de' Tartari, io le seppi e, come quello che fui presente a tutte le cose ch'accaderono a' miei tempi, ne son per rendere verissimo testimonio. E quantunque fin qui abbiamo narrato dell'istorie de' Tartari, egli è ancora conveniente che parliamo alquanto della potenza e signoria di quelli che al presente vivono, acciò che meglio siano conosciuti.

Di Tamo Cham, sesto imperatore de' Tartari nel Cataio, e di tre altri imperatori che sono sotto di lui, cioè Chapar, Hochthai e Carbanda; e del nome de' regni che posseggono li detti.
Cap. 32.

Quello ch'al presente tiene l'imperio de' Tartari si chiama Tamar Cham, ed è il sesto imperatore; ha la sua sedia nel regno del Cataio, in una gran città detta Iong, qual, come di sopra s'è dichiarato, fu edificata da suo padre. La potenza di questo è molto grande, imperochè può piú questo solo principe che tutti gli altri principi de' Tartari insieme. Le sue genti sono reputate piú nobili e piú ricche e piú abbondanti di tutte le cose necessarie, imperochè nel regno del Cataio, nel quale ora abitano, vi si ritruova grandissima abbondanza di ricchezze. Oltre il grand'imperatore sono tre altri gran re e principi de' Tartari, de' quali ciascuno ha gran signoria: e pur ubbidiscono all'imperatore come a suo proprio signore, alla corte del quale vanno tutte le lor questioni ch'hanno fra loro, e per il giudicio di quello sono decise. Il primo di questi re si chiama Chapar, il secondo Hochtai, il terzo Carbanda.
Chapar tiene il suo dominio nel regno di Turquistan, ed è piú vicino alle genti dell'imperatore che gli altri; può ancora (come si dice) armare quattrocentomila cavalieri, e sono uomini di grand'animo e valenti combattitori: tuttavia non hanno quell'abbondanza di cavalli e d'armi come gli faria di mestiero. Talora le genti dell'imperatore muovono guerra a questi, e questi talora a Carbanda. Il dominio di questo Chapar anticamente fu per la maggior parte d'un signore chiamato Doai.
Hochthai re de' Tartari ha il suo stato nel regno di Cumania, in una città chiamata Asaro; può questo ancora fare (come si dice) seicentomila cavallieri da guerra: questi non sono tanto lodati nell'armi come le genti di Chapar, quantunque abbino migliori cavalli. Alcuna volta muovono guerra contra le genti di Carbanda, talora contra gli Ungheri e talora contra di loro stessi. Il presente Hochtai tiene il suo dominio quietamente e in pace.
Carbanda ha il suo dominio nell'Asia maggiore, e ha per stanza la città di Tauris; può far trecentomila cavallieri da guerra: questi sono raccolti da diverse parti, sono ricchi, ben costumati e forniti di tutte le cose necessarie. Chapar e Hochtai talor muovono guerra contra Carbanda, ma egli non muove guerra a niuno se non al soldano d'Egitto, contra il quale spesse fiate combatterono i suoi antecessori. Chapar e Hochtai (se potessero) volentieri cavariano di signoria Carbanda, ma non possono, ancor che di paese e di genti sieno piú potenti di lui. La ragione perchè Carbanda può resistere e defendersi da tanta potenza de' nemici è che l'Asia è divisa in due parti: una si chiama Asia profonda, nella qual abita il grand'imperatore de' Tartari, e i due re sopradetti, cioè Chapar e Hochtai; l'altra parte si chiama Asia maggiore, nella qual abita Carbanda. E vi sono solamente tre vie per le quali si può camminare dall'Asia profonda nella maggiore: per una delle quali si va dal regno di Turquestan al regno di Persia; l'altra si dice Derbent, la qual è appresso al mare, dove Alessandro edificò la città chiamata Porta di Ferro, come si ritruova nell'istorie del regno di Cumania; la terza via è per il mare Maggiore, la qual passa per il regno di Barcha. Per la prima via non possono passare le genti di Chapar alle terre di Carbanda senza gran pericolo e disagio, per non trovarsi per molte giornate pascoli per i cavalli, per esser quei paesi tutti secchi e deserti; e prima che potessero arrivare alle terre lavorate e abitate in tutto mancherebbono per fame, overo sarebbono tanto stracchi e afflitti che da ogni picciol numero di nemici potriano esser vinti: e per questa causa non vogliono andare per quella strada. Dalla parte del Derbent potriano passar le genti di Hochtai alle terre di Carbanda solamente sei mesi dell'anno, cioè nel verno; ma Abaga Cham fece fare grandissime fosse e altri ripari in un luogo detto Ciba, dove di continuo sta, e massimamente nell'inverno, una guardia d'uomini armati, i quali defendon il passo da' nemici. La gente d'Hochtai ha molte volte tentato passare per quella via, quantunque secretamente, né mai ha potuto, perciò che in una certa campagna, detta Monga, stanno nell'inverno alcuni uccelli, di grandezza de' fagiani, i quali hanno bellissime penne, e si chiamano seiserach: onde ch'entrando genti in quella campagna, subito gli uccelli fuggono e passano sopra quelle fosse e ripari dove è la guardia, di modo che per quelli si conosce la venuta de' nemici, e subito si mettono alla defensione del luogo. Per la via del mare Maggiore niuno mai ardirebbe andare, perchè quivi è il regno di Barcha, il quale è ben fornito di genti: né in quelle possono avere speranza alcuna. E in tal guisa Carbanda e i suoi antecessori sino al tempo presente s'han difeso da tanta potenza de' vicini.
E a questa narrazion de' Tartari non mi par che si debba dar fine, se prima non si narri brevemente alcune cose de' costumi e modi de' Tartari.

Della vita, fede, costumi e condizione de' Tartari.
Cap. 33.

Il reame del Cataio è il maggiore che si possa trovar al mondo, ripieno non meno di persone che di ricchezze infinite; confina col mare Oceano, nel qual vi sono tante isole che 'l numero di quelle è incomprensibile, né si truova alcuno che l'abbi vedute tutte. Gli uomini di quelle parti son sagaci e ingeniosi in tutte le scienze e arti, e a lor comparazione hanno in poco pregio tutte l'altre nazioni, e dicono che loro soli guardano con due occhi, li latini con uno, e tutte l'altre genti sono del tutto cieche: e di ciò se ne vede l'esperienza di questo lor gran sapere, imperochè fanno con le proprie mani lavori di tant'arte e industria che non è nazione al mondo che gli bastasse l'animo di volersi mettere a parangone con essi. Gli uomini e le donne sono bellissimi, ma comunemente hanno gli occhi piccioli, e oltre di questo gli uomini sono senza barba. Hanno lettere bellissime, quasi simili alle latine. La fede di questi popoli è tanto varia e di sorte diversa che a pena si potria (senza fastidio) esplicare la loro diversità; pure comunemente confessano essere un Dio immortale ed eterno, e ogni giorno invocano il nome di quello. E fanno poco altro bene, non digiunano, non dicono orazioni, né fanno alcun'astinenza né s'affliggono per riverenza d'Iddio, né fann'altre buone opere, né pensan esser peccato ammazzare gli uomini: ma, se lasciassero il freno nella bocca de' suoi cavalli quando si debbono pascere, crederebbono aver offeso Iddio mortalmente. Né pensan esser peccato la fornicazione né la lussuria: hanno piú moglie, ed è bisogno, secondo la lor legge, che 'l figliuolo piglia per moglie la matrigna dopo la morte del padre, e il fratello la moglie del fratello, se resta vedova, e si maritan con quelle.
Sono i Tartari nel fatto d'arme piú valenti combattenti e piú ubbidienti a' suoi superiori che tutte l'altre nazioni: nella battaglia immediate tutti conoscono per segni e ammaestramenti la volontà del loro capitano, laonde senza fatica l'oste de' Tartari vien governato. Il signore de' Tartari non dà loro pagamento alcuno, anzi fa di mestiero che vivino de' bottini e cacciagioni che s'acquistano; e, volendo, il signore può lor torre tutto quello ch'hanno. Quando i Tartari cavalcano, menano seco gran moltitudine di bestiame; e bevono latte di cavalle e mangiano poi le carni, le quali reputan essere molto buone. Sono a cavallo molto destri e ottimi arcieri; a piedi non sanno andare se non pigramente. Sono astuti e ingeniosi a espugnar le città e castelli; vogliono sempre aver questo avantaggio contra i loro nemici, che nella battaglia non si vergognano di fuggire se vien loro ben fatto, che, trovandosi sopra il fatto del combattere, se vogliono combattono, se anche vogliono schifar la battaglia, gli aversarii non li possono constringere a combattere. La battaglia loro è molto pericolosa, perchè in un assalto de' Tartari piú ne muore e piú ne son feriti che in un altro gran fatto d'arme d'altra nazione: e questo accade per le saette che tirano con archi forte e a segno, e sono nell'arte del saettare tanto buoni maestri che i loro strali trapassano quasi ogni sorte d'armatura. Quando vengono sconfitti fuggono in brigata e in schiera, e il seguirli è molto pericoloso, perchè fuggendo tirano adietro le freccie, con le quali feriscono gli uomini e i cavalli, e gli ammazzano; e se veggono i nemici disordinati, di subito si rivolgono verso quelli e gli ammazzano.
L'oste de' Tartari non è di grande apparenza, perchè vanno ristretti in modo che mille di loro non appaiono una squadra di 500. Accarezzano i forestieri, dando loro volentieri da mangiare, ma vogliono in viaggio sia similmente dato a loro, altrimenti se ne togliono per forza. Sanno pigliare le terre d'altrui, ma non le sanno dopo guardare. Quando sono piú debili e abietti, diventano allora umili e benigni; quando forti e gagliardi, diventano pessimi e superbi. Non vogliono ch'alcuno alla loro presenza dica bugie; tutta volta essi senza alcun rispetto le dicono. In due cose non sanno mentire: nelle cose del fatto d'arme, perciò che niun avrà ardimento di lodarsi di quello ch'ei non ha fatto, overo negare s'avrà fatto qualche bella pruova; l'altro è che, s'alcuno avrà commesso un peccato per il qual debba esser condennato, quantunque alla morte, domandato dal signore subito confesserà la verità.
Questo sia a bastanza esser stato detto de Tartari, perchè saria longo descrivere diffusamente tutti li loro costumi.

Il fine dell'istoria del signor Hayton Armeno



Di messer Giovan Battista Ramusio discorso sopra gli scritti di Giovan Maria Angiolello e d'un mercante ch'andò per tutta la Persia, ne' quali è narrata la vita e li fatti d'Ussuncassan.

Ciascuno che si rivolga a pensare le varie mutazioni e alterazioni che i cieli col lor movimento fanno di continuo nelle cose umane, debbe ragionevolmente avere una gran maraviglia; ma credo io che molto maggiore l'abbiano d'aver coloro che leggono l'istorie antiche, perciò che veggono chiaramente che, in minore spazio di mille anni, molte republiche e molti regni grandissimi e potentissimi sono di maniera mancati che di molti di loro non v'è rimasto pur il nome, né se ne truova memoria alcuna. Il medesimo girar de' cieli si vede aver indotto molti popoli a partirsi del lor natio paese, e a guisa di superbi e rapidi fiumi trascorrer negli altrui per occupargli, scacciandone via gli antichi abitatori, e, non contenti di questo, aver voluto anche mutar loro i nomi. Sí che oggidí sono molti popoli che in vero non sappiamo né quali né dove fossero anticamente, di che ne può render certa testimonianza la misera Italia, alla quale, dopo la rovina dell'imperio romano, le tante strane e barbare nazioni venute insin di sotto la tramontana, scacciatone gli abitatori, mutarono la lingua natia, i nomi delle provincie, de' fiumi e de' monti, e quasi levando le città dal proprio sito le fabricarono poi lontane dal luogo dove prima erano state edificate. E questo non è solamente avvenuto all'Italia, ma alla provincia della Gallia, che, occupata che fu dalla feroce nazione de' Franchi, perdé insieme con gli abitatori ancora il nome. Il medesimo avvenne alla Britannia, oggidí chiamata Inghilterra, alla Pannonia, ch'è l'Ungaria, e ad infinite altre che saria cosa lunga e dispiacevole a commemorarle. Ma non voglio tacere della povera e afflitta Grecia, celebrata da tutti gli scrittori, cosí greci come latini, la quale era anticamente l'albergo della sapienzia e l'esempio dell'umanità, che al presente si ritrova caduta in tanta calamità e rovinata, essendo soggetta all'imperio de' Turchi, ch'ella non è abitata se non da genti barbare, rozze e lontane da ogni gentilezza e onesto costume.
Questa medesima infelicità trascorse anco per tutta l'Asia, perciochè (sí come si legge nel libro di messer Marco Polo e dell'Armeno) dalle parti del Cataio vi discese una moltitudine di Tartari che l'occuparono, e acquistatosi nuove sedie mutarono i nomi alle provincie, chiamandole co' nomi de' vincitori: sí come la Margiana, la Bactriana e la Sodiana, provincie vicine al mar Caspio, essendo state prese da Zacatai, fratello del gran Can, levati via i loro nomi proprii, furon chiamate il paese del Zacatai. Dalla provincia del Turquestan, la qual è oltre il fiume Iaxarte e Oxo, venne un'altra gran moltitudine di popoli, che si fermarono nell'Asia minore, nella quale è la Bitinia, la Frigia, la Cappadocia e la Paflagonia, e la chiamarono la Turchia. Similmente, essendosi Hoccota Can fatto signore delle provincie della Media, della Partia e della Persia, ora detta Azemia, li suoi successori diedero loro diversi nomi; e a' tempi nostri il signor Sofí, che nacque d'una figliuola d'Ussuncassan re di Persia, fece dal nome suo nominar le dette provincie.
Or, essendomi venuto alle mani alcuni scritti assai diligentemente raccolti, ne' quali è narrata la vita e i fatti del sopradetto signore Ussuncassan, overo Assambei, ch'è il medesimo, e di sciech Ismael, ch'è il signor Sofí, ho giudicato che siano degni d'esser letti dopo il libro di messer Marco Polo e dell'Armeno. E ancora che trattino d'una medesima materia, e come in conformità, nondimeno sono pur varii, e penso ch'apporteranno a' lettori non picciola dilettazione. E, per quanto io trovo, questo primo scrittore che parla della vita d'Ussuncassan fu nominato Giovan Maria Angiolello, il quale in una sua istoria narra che serviva Mustafà, secondo figliuolo di Mahumet terzo gran Turco, e ch'egli si trovò nella giornata che fece il detto gran Turco, nella quale fu rotto su le isole nel mezo del fiume Eufrate dall'esercito d'Ussuncassan. Del secondo scrittore non si sa il nome, ma ben si vede che fu un gentile intelletto, il quale per cagion delle sue mercanzie andò quasi per tutta la Persia. A questi due scrittori abbiamo aggiunto due viaggi, l'uno del magnifico messer Iosafa Barbaro, e l'altro del magnifico messer Ambrosio Contarini, gentiluomini veneziani, che trattano delle medesime materie, di modo che delle cose avvenute nella Persia in que' tempi s'ha un'istoria, se non continuata, almeno scritta di maniera che l'uomo ne può restare in parte satisfatto.
Cosí la fortuna ci fosse stata favorevole a farne venire nelle mani il viaggio del magnifico messer Catarin Zeno, il cavalier che fu il primo ambasciatore ch'andasse in detta provincia al signore Ussuncassano; ma la longhezza del tempo, avvegna che fosse stampato, ha fatto sí che l'abbiamo smarrito. E veramente il sopradetto messer Catarino fu uno de' rari e degni gentiluomini che a quei tempi si ritrovasse in questa eccellentissima Republica, onde essa nel MCCCCLXXI l'elesse ambasciatore al signore Ussuncassano, per farlo muover contra il signor turco, col quale ella era in guerra ardentissima. Egli, mosso dall'amore che portava alla sua patria, come buon cittadino, non avendo rispetto al lungo e pericoloso viaggio, accettò cotal carico allegramente, e tanto piú volentieri e prontamente v'andò, quanto aveva ferma speranza d'esser mezano miglior di ciascun altro a far tal effetto. Perciò che Caloianni, imperator di Trabisonda, marito d'Irene, unica figliuola di Constantino, ultimo imperatore di Constantinopoli, avendo maritata una sua figliuola nominata Despinacaton al signore Ussuncassano re di Persia, ne maritò un'altra, ch'era detta Valenza, al duca dell'Arcipelago, chiamato il signor Nicolò Crespo, della quale il duca n'ebbe quattro figliuole e Francesco, che fu duca dell'Arcipelago; del quale descende Giacomo Crespo, che vive oggidí, duca XXI di Naxo. Le qual figliuole tutte furono maritate onoratamente in Venezia, e una, ch'ebbe nome Firunza, fu madre della regina di Cipri e del clarissimo messer Giorgio Cornaro, il cavaliere e procurator suo fratello, dal quale sono poi discesi tanti reverendissimi cardinali; un'altra, ch'aveva nome Lucrezia, fu maritata al magnifico messer Iacomo Prioli, che fu padre di messer Nicolò Prioli il procuratore; Valenza, la terza, fu moglie del magnifico messer Giovanni Loredano, e Violante, la quarta, fu moglie del sopradetto magnifico messer Catarin Zeno.
Or questa Despinacaton, avvegna che fosse in Persia e molto lontana, avea nondimeno continuamente conservata la memoria della consanguinità e la benevolenza con la detta sua sorella Valenza, moglie del duca dell'Arcipelago, e medesimamente in Venezia con le sue nepoti. Sí che per tal cagione questo gentiluomo vi andò con animo prontissimo, e non s'ingannò punto della sua opinione, perciochè, dopo molti travagli e pericoli, giunto che fu in Tauris e alla presenza del signore Ussuncassano e di Despinacaton sua moglie, fu riconosciuto per suo nepote, e gli furono fatti grandissimi onori e carezze. E con la grazia ch'egli aveva acquistata appresso il detto signore operò molte cose in favor della sua Republica, le quali erano descritte nel suo libro, che di sopra abbiamo detto essere smarrito. E volendo il signore Ussuncassan far maggior onore al detto magnifico messer Catarino, l'elesse per suo ambasciatore a' principi cristiani per fargli muover contra il Turco, e principalmente al re di Polonia e d'Ungaria; ma, condottosi a loro e trovato che facevan guerra insieme, se n'andò agli altri. In questo tempo l'illustrissima Signoria, intesa la partita del sudetto messer Catarino, elesse in suo luogo messer Iosafa Barbaro, e dopo lui messer Ambrosio Contarini, del cui viaggio fatto nel suo ritorno a Venezia, passando per il mar Caspio e per il fiume della Volga e per le campagne de' Tartari, io stimo, per li nuovi e varii accidenti che gli sopravennero di giorno in giorno, che li lettori ne prenderanno grandissima dilettazione e maraviglia.



Breve narrazione della vita e fatti del signor Ussuncassano,
fatta per Giovan Maria Angiolello



Assambei, re di Persia, toglie per moglie la figliuola dell'imperatore di Trabisonda cristiano, e avendo avuto figliuoli di lei, ella con due sue figliuole si riduce a far vita solitaria e cristiana, e suo padre è menato prigione in Constantinopoli.
Cap. 1.

Assambei, potentissimo re di Tauris e della Persia, ebbe piú donne per mogli, e una tra l'altre nominata Despinacaton, che fu figliuola d'un imperatore di Trabisonda nominato Caloianni, il qual, temendo la potenza dell'ottomano Mahomet secondo, e credendo per tal via assicurarsi e aver soccorso d'Assambei in ogni suo bisogno, gliela diede per moglie con questa condizione, ch'ella potesse viver secondo la fede cristiana: e cosí fu contento, onde essa teneva continuamente appresso di sé calogieri, che ne' divini officii la servivano. Di questa donna Assambei ebbe un figliuolo maschio e tre femine, la prima delle quali, ch'ebbe nome Marta, fu maritata a Sechaidar, padre d'Ismael Sofí; l'altre due stettero con la madre, la qual dopo un certo tempo deliberò far vita solitaria e separata dal marito: di che esso restò contento, dandole di molti denari ed entrate, e concedendole per sua abitazione una città detta Iscartibiert, la quale è nel confine del paese di Diarbet. Questa donna stette gran tempo nel detto luogo, e insieme con le due figliuole che gli erano rimase fece vita cristiana mentre che visse, ed essendo morta fu sepelita nella città d'Amit, nella chiesa di San Giorgio, dove insino oggidí si vede la sua sepoltura. Il figliuolo Iacob, overo Ivibic, rimase col padre Assambei, e quell'istessa notte che morí il padre esso fu strangolato da' tre altri fratelli, ch'erano d'un'altra madre: e poteva avere da vent'anni. Le sorelle, ch'avevano nome l'una Eliel e l'altra Eziel, intendendo la morte del fratello, deliberarono di partirsi e, pigliato il lor avere, se n'andarono in Aleppo, e dopo in Damasco, dove da' nostri piú volte sono state vedute; delle qual due ancor una è viva.
Or, tornando a Caloianni, che si credette, avendo dato la figliuola per moglie ad Assambei, assicurar il suo paese da' nemici e rimaner signore in Trabisonda, dico che 'l Turco fu prestissimo ad andargli addosso col suo esercito, avanti ch'egli potesse aver il soccorso. Il povero signore, non vedendo aiuto da parte alcuna, fu constretto a rendersi al nemico, laonde fu menato in Constantinopoli e assai onorato: ma prima che finisse l'anno se ne morí, che fu nel 1462.

Pirahomat fa guerra ad Abrain suo fratello per torgli il regno della Caramania, e l'ottiene con l'aiuto del gran Turco, al qual poi si ribella, e vassene in Persia.
Cap. 2.

Il signor Assambei ebbe dopo guerra col signor ottomano, per cagion del regno della Caramania, della quale ambidue pretendevano aver il dominio. Questo regno fu anticamente detto Cilicia, ma poi fu ed è insino al presente detto Caramania, da un signor arabo nominato anticamente Caraman, il qual ebbe descendenza per successione di tempo in tempo nominato Turvan, ch'ebbe sette figliuoli; i quali dopo la sua morte vennero alle mani fra loro, e ne morirono cinque e due restorno vivi, che fu Abrain e Pirahomat. Abrain per aver piú seguaci si fece signore, e Pirahomat se ne fuggí dal gran Turco, che teneva parentela con loro. Essendo Pirahomat in Constantinopoli, sollecitava continovamente il signor turco che gli desse aiuto per poter cacciare il fratello e farsi egli signore, offerendosi d'essergli vassallo e subdito, prestandogli ogni ubbidienza. Veduto il signor ottomano che l'offerta veniva molto a suo proposito, non glielo negò, e gli diede esercito a sofficienza. Intendendo questa cosa Abrain, signor della Caramania, si mise all'ordine per defendere il suo stato; ed essendo nel 1467 venuti ambidue gli eserciti tra Carasar e una città detta Aessar, furono alle mani, e fu grande uccisione fra l'una parte e l'altra. Pur alla fine Pirahomat ne riportò la vittoria, e rimase signor del paese senz'altro contrasto; il fratello, voltatosi a fuggire, cadde da cavallo e rottosi il petto se ne morí.
Pirahomat, assettato ch'ebbe lo stato, dimorò signore pacificamente due anni soli, perciò che, essendo costume che tutti i baroni del Turco debban andare almen una volta l'anno a visitare il signore e baciargli la mano, presentandolo secondo le loro entrate e dignità, e all'incontro che 'l signore gli carezzi e dia molti presenti, Pirahomat non si curava punto di servar questa usanza come facevano gli altri, laonde il Turco gli mandò a dire che con parte delle sue genti si dovesse muovere in suo aiuto, perciò che voleva andare a' danni de' cristiani: ma Pirahomat non lo volse ubbidire. Or, veduta il Turco tal disubbidienza, andò in persona col suo esercito ad assaltarlo, e tolsegli una parte del paese fino al Cogno, mettendo in signoria un suo figliuolo nominato Mustafà Celebi, ch'era il suo secondogenito, lasciandogli una buona compagnia per sicurtà sua; e dopo ogn'anno gli mandava qualche buon capitano con buon numero di genti, le quali andavano assediando e acquistando il resto del paese. Pirahomat, vedendo non poter resistere alle forze del Turco, lasciati alcuni governatori in certe fortezze, si levò del suo paese e andossene nella Persia dal signor Assambei; e giunto in Tauris fu molto carezzato, ed esaudito d'ogni sua richiesta d'aiuto contra il nemico, e gli furono messi in ordine circa quarantamila combattenti, il capitano de' quali era detto Iusuf, uomo di gran fama e valente di governo e di gran cuore. Il qual, messosi in cammino col detto esercito, giunse in breve alla città del Toccato e pose tutt'il paese a ferro e fuoco, bruciando i borghi d'essa città; né dimorava a combatter fortezze, ma andava guastando ed estirpando il paese, di maniera ch'ogni persona fuggiva alle fortezze.
In questo tempo si trovava il signor Mustafà, figliuolo del Turco, con un capitano del padre chiamato Agmat bassà, mandato ad espugnar le fortezze di Caramania, e stavano accampati ad una città fortissima nominata Lula; e le genti ch'eran dentro, non essendo solite ad udire il terribil suono dell'artiglieria, si resero e furono mal trattate pel signor Mustafà. Però, fornita la città di presidio, intendendosi che 'l campo de' Persiani era a quelle bande, e che non v'era Ussuncassano in persona, si ritrassero per comandamento del signore e vennero al Cogno, donde, per non esser la città molto forte di mura, Mustafà Celebi fece levar le sue donne e donzelle col suo avere, mandandole ad un luogo quattro giornate lontano verso ponente al cammino di Constantinopoli, nominato Sabi Carrahasar, ch'è sopra un fortissimo monte. Il campo stette al Cogno per alcuni giorni; dopo, avendo inteso che Persiani venivano a quella volta, non si tenendo sofficiente al contrasto, si levò e venne alla città del Cuthei, dove trovò Daut bassà, ch'era beliarbei della Natolia, il qual faceva genti per resistere a' Persiani; e anche il gran Turco era passato lo stretto con tutta la sua corte e parte della Romania, per congiungersi con l'altro suo campo, stimando l'esercito de' nemici esser piú grosso, che, per aver essi avuto fantaria dalla Caramania, il loro esercito era ingrossato e andavano minacciando tutt'il paese.

Mustafà viene a giornata co' Persiani, ch'eran venuti con Pirahomat per defender la Caramania, e gli ruppe; e Ussuncassan richiede i Veneziani che facciano guerra al Turco e gli mandino artiglierie.
Cap. 3.

Mustafà, inteso ch'ebbe che non v'era Ussuncassano, ma che potevano esser tra pedoni e cavalli da 50 mila persone, pigliata licenza dal padre, insieme con Agmat bassà, con sessantamila persone in ordinanza, la maggior parte delle quali era a cavallo, deliberò d'andare a trovar li Persiani e fece muover l'esercito. Li nemici, avendo inteso cotal movimento, non procedettero piú avanti, ma si ritirarono nel paese della Caramania, per pigliar maggior soccorso e piú vettovaglie. Or, cavalcando l'esercito del Turco molte giornate con gran celerità, giunse poco lontano dal luogo dove stavano alloggiati li nemici, e mandorno avanti quattromila cavalli, il capitano de' quali era nominato Arnaut, e nel far del giorno assalirono il campo de' Persiani. Ed essendo alle mani, sopragiunse il resto del campo del Turco, dando soccorso a' quattromila cavalli che già erano stati malmenati, ed eravi morto Arnaut con piú di duemila de' suoi. Li Persiani, vedendosi su la vittoria, si fecero incontro alle squadre de' Turchi arditamente, e nel combattere si mostrarono molto coraggiosi. Ma, essendo e dall'una e dall'altra parte rimasi morti grandissimo numero, intorno l'ora di terza li Persiani cominciarono a piegare e furono rotti da' Turchi, dove fu preso Iusuf capitano con altri condottieri, e molti morti. Furno pigliati anco i carriaggi e i padiglioni, e fatti di grossi bottini di cavalli, di cameli e d'altre robbe. Pirahomat, signor della Caramania, avendo il paese in suo favore, ebbe modo di scampare, ma non però si tenne sicuro nel suo paese, anzi ritornò da Ussuncassan nella Persia. Il signor turco, avendo inteso questa vittoria, fece far molti trionfi e feste in Constantinopoli, mandando a donare molti presenti a suo figliuolo Mustafà e a' suoi capitani.
Dopo questa rotta il signor Assambei mandò a persuadere a' signori veneziani, per un suo ambasciatore, che volessero stare in guerra col Turco, perciò che egli in persona verria all'impresa contra di lui. E oltre di ciò gli richiedeva artiglierie, le quali dopo molto tempo furono mandate in Cipro, insieme con la loro armata: ma giunsero tardi, essendosi già Assambei affrontato col campo turchesco, e nel menar delle mani restato perditore, e anco ritornato in Tauris; e l'artiglieria ne restò, con la quale era messer Iosafat Barbaro.

L'apparecchio che fa il gran Turco per andar in persona contra Ussuncassano, e come sia ordinato il suo esercito nell'alloggiare e nel camminare.
Cap. 4.

Il Turco, avuta la vittoria e fattosi signore della Caramania, vedendo ch'Ussuncassan s'era dimostrato suo nemico, per aver contra di lui dato aiuto a Pirahomat e ruinato li suoi paesi, nel 1473 deliberò di farli sapere che non lo temeva punto, avvegna ch'avendolo già rotto glielo avesse dimostrato; nondimeno voleva proceder piú oltre, e dargli a conoscer chiaramente quanto le sue gran forze potessero; onde il verno seguente mise ordine d'andare in persona a' danni d'Ussuncassan e, dato commissione che si dovesse far gran numero di gente, fece intendere a tutti che stessero apparecchiati. E venuto il tempo d'uscir in campagna, nel sopradetto anno passò con la sua corte dello stretto di Constantinopoli in Asia e, giunto in Cappadocia, quivi si fermò, in una pianura appresso una città chiamata Amasia, dove faceva residenzia Baiesit Celebi, primogenito del signor turco. Questa pianura è chiamata Casovasi, che in nostra lingua vuol dire la pianura dell'Oca; ella è capace di grandi eserciti, e ha commodità grandissima d'acque e di vettovaglie, per aver d'intorno vicine molte ville; e perchè essa è alla via del cammino che voleva fare il signore, fu deliberato che quivi si dovesse ragunare il grand'esercito. E avendo (come abbiamo detto) fatto a sapere a ciascun capitano e condottiero che stessero apparecchiati, e al tempo determinato si trovassero tutti con ogni buon ordine nel detto luogo, egli fu pienamente ubbidito. Ma, conoscendo il signor turco che tal impresa era di grandissima importanza, deliberò di far tutte le provisioni possibili in quanto al numero delle genti, alla commodità delle cose necessarie e alla sicurezza sua e del suo stato, onde, di tre figliuoli ch'egli aveva, li due maggiori volse che venissero a tal impresa, cioè Baiesit primo e Mustafà secondogenito; il terzo, il quale avea nome Gien, rimanesse a Constantinopoli, con buoni consiglieri, per conservazione del suo stato.
Congregato e ordinato l'esercito nella detta pianura dell'Oca, si consigliò del modo che si dovesse tenere nell'alloggiare e nel camminare, e di non aver mancamento d'alcuna di quelle cose che fossero necessarie e possibili. Fu adunque deliberato di far cinque principali colonnelli, uno de' quali fu il signor turco, con la sua corte e altra gente, alla somma di trentamila persone, tra quelle da cavallo e da piedi. Il secondo fu Baiesit primogenito con la sua condotta e altri, insino alla somma d'altre trentamila persone, e avesse da alloggiare alla destra del padre. Il terzo fu Mustafà, secondo figliuolo, il qual medesimamente avea trentamila persone, tra le quali erano dodicimila Valacchi della Valacchia bassa, e d'essi era capitano uno ch'aveva nome Bataraba: e questo colonnello avea da alloggiare alla sinistra del Turco. Il quarto fu il begliarbei della Romania, nominato Asmurat, ch'era della famiglia de' Paleologi: e per esser egli giovane gli fu dato per governatore Maumut bassà, ch'era il primo uomo e riputato il piú savio che si trovasse in tutto lo stato del Turco; era consigliero del signore, e anche era stato del signor Amurat, padre del presente Turco. Questo colonnello era di sessantamila persone, computando molti cristiani, Greci, Albanesi e Soriani, li quali erano stati comandati; e questo quarto colonnello alloggiava dinanzi al Turco. Il quinto colonnello fu il begliarbei della Natalia, nominato Daut bassà, uomo d'auttorità e di maturo consiglio. Il colonnello era di quarantamila persone, contando li musolmani a piedi e a cavallo, e avea da alloggiar dietro al gran Turco, di modo che 'l signore con la sua corte rimaneva in mezo, circondato da' quattro sopradetti colonnelli.
E fu messo ordine che tutti co' loro padiglioni, de' quali sono copiosi, secondo le loro dignità alloggiassero, non pretermettendo l'ordine del camminare e dello star ciascuno alla sua banda, acconciando li padiglioni insieme a modo di fortezza serrati, ma lasciando però tuttavia le strade da poter andar pel campo, e lasciando anco in mezo d'ogni colonnello spazio grande per la piazza, perciò che per ogni colonnello era il suo mercato di cose cotte, di biade e di molte e diverse arti, e provedimento d'ogni commodità. Erano anche in ciascun colonnello siniscalchi e soprastanti, con piena auttorità per far osservare ogni buon ordine e provedere che non nascessero scandali. Ciascuno di questi quattro colonnelli è obligato a mandar le sue sentinelle e tener buona guardia, ogniun dalla sua banda.
Oltre li cinque sopradetti colonnelli ne fu anche fatto un altro di aganzi, li quali sono uomini che non hanno soldo, ma come venturieri guadagnano delle prede e ruberie. Questi non alloggiano insieme con tutt'il corpo dell'esercito, ma vanno scorrendo e guastando e rubbando il paese de' nemici da ogni lato, e servano tra loro grande e ottimo ordine, sí nel partir le prede fatte come in eseguir tutte le loro imprese, senza contesa alcuna tra loro. In questo colonnello si trovarono a quest'impresa trentamila aganzi, essendo, sí come sempre sogliono essere, molto bene a cavallo: e fu dato loro per capitano un valoroso condottiero, nominato Maumut aga.

Il provedimento che fanno gli arfaemiler, signori sopra le vettovaglie, acciò che l'esercito n'abbia abbondanza.
Cap. 5.

Intorno alle vettovaglie è posta gran cura e diligenza che l'esercito n'abbia abbondantemente, e in ciò tiensi quest'ordine, che due arfaemiler (che cosí chiamano li due signori sopra le vettovaglie, i quali, per potersene servire subito che 'l bisogno lo ricerchi, hanno sotto di sé ducentocinquanta uomini per uno), quando il gran Turco esce con l'esercito in campagna, d'alloggiamento in alloggiamento mandano avanti, e lontano per spazio d'una giornata fanno intender per tutto che l'esercito ha d'alloggiare in quelle contrade, e li governatori e rettori di quei paesi proveggono che nell'esercito siano delle vettovaglie abbondantemente. E tutti, per desiderio di toccar denari, vi concorrono volentieri, massimamente essendo sicuri che niuno sia per far loro violenza, anzi d'aver buona compagnia e d'esser favoriti, siano di qual condizione esser si vogliano; e guai a coloro che facessero o comportassero che fosse fatta violenza alcuna, perciochè senza remissione sariano gravemente puniti. Vanno anche seguitando il campo molti bazzariotti, come sono beccai, fornai, cuochi e assai altri, che vanno comprando la robba e conducendola al campo per guadagnare: e a tali guadagni si truova gran compagnia e potente di denari, e coloro ch'attendono a simil pratica vengono carezzati e accommodati dal dominio in tutte le cose che essi ricercano per la commodità del campo: sí che in tutto quel tempo che l'esercito sta fuori, se le strade non sono impedite da' nemici, sempre v'è grandissima abbondanza.
Quando il signor turco vuole andar a danno de' nemici, e che comincia a scostarsi da' suoi paesi, e che non si può commodamente avere abbondanza delle vettovaglie, si fa consiglio del viaggio che si debbe tenere: come fu questo a' danni d'Ussuncassano, ch'andammo dentro del suo paese e lontano da' confini del Turco quasi dieci giornate, dove le strade non erano sicure; e stettesi intorno a tre mesi che niuna persona era sicura d'andar dal paese d'Ussuncassano a quello del Turco, sí che Gien sultan suo figliuolo, ch'era rimaso in Constantinopoli al governo dello stato, stette piú di quaranta giorni che non ebbe vera novella del padre né dell'esercito. Alla fine gli venne detto ch'eravamo stati tutti rotti e malmenati, la qual cosa Gien tenendola per vera e ferma, procurò d'aver piena ubbidienza cosí da' governatori delle fortezze come dagli altri magistrati; di che il signor turco prese sdegno sí grande che fece morir li consiglieri che in ciò gli avevano dato consiglio e comportatogliene fuori della commissione ch'essi avevano: uno di questi era chiamato Carestra Solciman e l'altro Nasufabege.
Or quando accade ch'essendo l'esercito fuori de' confini e nel paese nemico bisogni proveder delle vettovaglie, li sopradetti arfaemiler hanno carico e auttorità di mandar per tutte le parti del dominio del signore, dove sappiano esser abbondanza di biade, e comandare a ciascuna città che debba mandar tante some da camelo di farine e d'orzi. Le città co' lor territorii son tenute ad ubbidire, e far li loro soprastanti con la quantità delle farine e degli orzi che lor sono imposti. Oltra di ciò convien che facciano portare vettovaglie soprabbondanti per l'uso delle persone e degli animali che le conducono, perciò che l'ordine è che le vettovaglie comandate da' sopradetti signori per l'esercito non siano punto scemate, ma al tempo del dispensarle bisogna che si truovi esser tanta quantità quanta fu comandata, altramente le comunità ne patiriano riprensione e danno.
Giunti li detti soprastanti in campo, al tempo loro determinato s'appresentano agli ufficiali de' sopradetti maestri di campo, i quali, tolto in nota il lor giugnere, assegnano loro il luogo da alloggiare. Pigliano similmente in nota tutte le some delle vettovaglie, e non vi si mette mano senza commissione de' detti arfaermiler, e non si dispensano fin che per altra via se ne possono avere. E quando sono impedite le strade e che manca la vettovaglia, li siniscalchi del campo vanno da li sarafaemiler, maestri di campo, e ricordano che questo o quel paese manca di farine e d'orzi, e li detti signori fanno consegnar uno over piú di quelli soprastanti con le sue condotte, e insieme vi mandano uno degli scrivani, e tal volta v'interviene un commissario de' siniscalchi del campo, e poste le vettovaglie in mercato mette loro il prezzo: e cosí le vendono, e si tiene buon conto cosí della quantità delle biade come del denaro che se ne trae. Vendute ch'elle sono, li denari vengono consegnati al soprastante per nome della comunità, e gli fanno le sue chiarezze della quantità delle biade vendute e del denaro consegnatoli. Giunto il soprastante nella sua patria, consegna li denari alla comunità, li quali sono distribuiti secondo la quantità delle biade che gli uomini hanno date per mandare al campo. E per esser cosí buon ordine, facilmente si provede al bisogno. Ed è cosa quasi incredibile a chi non l'ha visto la gran moltitudine de' cameli che portano le vettovaglie: e massimamente ciò si vidde in questa impresa contra Ussuncassan, nella quale il Turco, oltre la paga ordinaria, dette un'imprestanza di tre lune, cioè un quarterone, secondo l'ordine delle persone; diede anche sovvenzione a' timarati, perciò che essi per l'ordinario hanno la paga dell'entrate a loro consegnate.

Il gran Turco fa consulto della via ch'ha da tener l'esercito partendosi da Amasia; de' luoghi donde passa, e de' dromedarii che gli portaron presenti da parte del signor Sit e del soldano.
Cap. 6.

Essendo ogni cosa opportuna a tal viaggio apparecchiata, si fece consulto della via che s'avea da tenere per andare a' danni d'Ussuncassan. Trovossi a questo consulto il gran capitano Iusuf, con altri gran conduttieri del detto Ussuncassan, li quali, come ho detto per l'adietro, furon presi quando l'anno passato 1472 fu rotto il campo a Begisar; e il gran Turco avea promesso loro di liberargli, se trovava che dicessero la verità sopra le cose domandate loro del viaggio per l'impresa: nondimeno erano condotti con l'esercito sotto buona guardia, ed esaminati spesso de' passi e delle commodità, sí dell'acque come degli alloggiamenti. Aveva anche il Turco per mezo de' suoi commessi fatto pratica e condotti nel campo alcuni mercanti e altre persone pratiche di tal viaggio, e separatamente erano domandati delle sopradette cose. Medesimamente gli aganzi, trascorrendo il paese e facendo prigioni che fossero ben pratichi de' luoghi, gli mandavano alla corte, i quali erano similmente esaminati: e tolto il detto e il parer di tutti, si procedeva con maturo consiglio.
Fatti che furono tutti li provedimenti necessarii, il gran Turco fece levar l'esercito della pianura detta dell'Oca, e dalla città d'Amasia s'aviò alla volta del Toccato, città di Cappadocia; e l'esercito, seguitando il suo cammino, giunse alla città di Civas, la quale è posta vicina al monte, e le passa appresso un grosso fiume nominato Lais, che vien dalle montagne di Trabisonda, sopra il qual è un ponte di pietra larghissimo. Lasciata la detta città da man sinistra, passato il sopradetto fiume, entrammo in una valle tra 'l monte Tauro, e giugnemmo ad un castello chiamato Nicher, ch'è del signore Ussuncassan. Quivi gli aganzi furono assaliti da' nemici e, fattasi una picciola scaramuccia, furono uccisi alquanti dell'una e dell'altra parte, e menati alla corte del Turco da dodici prigioni. Il resto della gente, non aspettando la furia, si partí lasciando il castello fornito, dove giunse l'esercito; ma per non dimorare a combatter fortezze passò di longo, lasciandosi a man manca poco spazio lontano una città chiamata Coilivasar, posta tra monti, in una valle circondata da molti villaggi.
E seguitando giugnemmo allo scender del gran monte ad un'altra città nominata Careasar, dove si cava allume; e alloggiando l'esercito appresso la detta città mezo miglio, e la cavalleria trascorrendo e guastando il paese, la maggior parte de' paesani col bestiame e con le robbe erano fuggiti e ridotti alle fortezze de' monti e a' luoghi sicuri. Levato il campo, con le nostre giornate arrivammo sopra una gran pianura dove è la città di Argian, posta sopra un luogo alquanto eminente dal detto piano: e si chiama la campagna d'Arsingan. Ma per non esser la città forte, il popolo se n'era fuggito e passato il fiume Eufrate; nondimeno ve n'erano rimasti alquanti, tra li quali al giugner degli aganzi fu trovato un Armeno, uomo attempato, che se ne stava in una chiesa circondato da molti libri, e ancor che molte fiate fosse chiamato da coloro che lo trovarono, non rispose mai, anzi stava attentissimo a leggere i libri ch'egli si teneva aperti davanti, e sopragiungendo la furia de' soldati fu morto, e con lui insieme arsa la chiesa: il che intendendo il signor turco n'ebbe molto dispiacere, perciochè gli venne detto che era grandissimo filosofo.
Or, seguitando noi il viaggio per questo paese dell'Arsingan, ch'è parte dell'Armenia minore, e appressandoci all'Eufrate, poco lontani da Malacia, il qual viaggio facemmo in otto giornate, ed essendo già fermo l'esercito, intorno al'ora di nona ecco si veggon venire undici dromedarii, li quali venivano con presenti del signor Sit e del soldano; e sopra li detti dromedarii erano uomini strettamente fasciati con drappi bianchi, perciochè altramente non potriano reggere al cavalcar di simili animali, che per esser molto veloci conquassano grandemente la persona. Di questi undici uomini alcuni erano bianchi e alcuni negri, e il primo teneva in mano una freccia nella quale era fitta una poliza; gli altri tutti avevano dinanzi un canestro coperto, e dentro v'erano varie confezioni; altri portavano certo pane e carni cotte ch'erano ancora calde. Giunti che furono al padiglione del signor turco, senza smontare né fermarsi porsero la poliza e li canestri, e s'intese che in sei ore avevan corso novanta miglia. Fu data loro la risposta senza parlare con un'altra poliza fitta nella detta freccia, e partiti parve che sparissero dinanzi agli occhi nostri, sí maravigliosa è la velocità di quegli animali.

Il gran Turco, giunto al fiume Eufrate, delibera di passare, e fa tentare il passo ad Asmurat con le sue genti, il quale vien rotto da' Persiani.
Cap.7.

Or, essendo noi arrivati al fiume Eufrate, e camminando su per la sua riva per greco e levante, ecco vedemmo Ussuncassan col suo esercito esser giunto dall'altra banda, dove egli dubitava che 'l Turco dovesse passare. Era in questo luogo il fiume piú largo, e con molti canali e gran secche di ghiara: quivi gli eserciti l'uno dirimpetto all'altro, col fiume in mezo che gli separava, posero gli alloggiamenti. Ussuncassan aveva un grossissimo esercito, e seco erano tre suoi figliuoli, uno chiamato Calul, il secondo Ugurlimehemet, il terzo Zeinel; ed eravi anche Pirahomat, signor della Caramania, e molti altri signori, e varie nazioni, cioè Persiani, Parti, Albani, Giorgiani e Tartari. E per quanto si poté intendere, quando Ussuncassan vidde il campo del Turco alloggiato, rimase tutto stupefatto, e stette gran pezza senza punto parlare, e disse poi in lingua persiana: "Baycabexen, nederiadir", che vuol dire: "O figliuol di putana, che mare", assimigliando al mare il campo del Turco.
Nel giorno istesso che gli eserciti s'eran alloggiati nel detto luogo, intorno a nona fu deliberato di tentare il passo e azzuffarsi co' nemici, e che Asmurat, ch'era begliarbei della Romania, dovesse far pruova di passar con tutta la sua gente: e perchè costui era giovane, gli fu dato per compagno Mahumut bassà. Onde, spiegati gli stendardi e sonati li tamburi e le naccare e altri stromenti ch'usano nella guerra, si misero a passare, tuttavia notando per alcuni canali, e di secca in secca procedendo giunsero quasi dall'altro lato del fiume. Vedendo Ussuncassan che la gente turchesca cominciava a passare, e già era poco lontano dalle rive del canto suo, le mandò un squadrone de' suoi all'incontro, ed entrarono anch'essi per buon spazio nel fiume: ma essendovi di mezo un gran canale, con freccie cominciarono a offendersi. Tuttavia li Turchi, desiderosi d'ottenere il passo, fecero grande sforzo, e parte di loro, passato il canale, vennero alla stretta co' Persiani; e cosí, combattendo per spazio quasi di tre ore, fu grande uccisione dall'una e dall'altra banda.
Li Persiani, per esser piú vicini alla riva del fiume, facilmente davano soccorso a' loro, e li Turchi, non potendo passare se non per un passo non troppo largo, ne passavano pochi alla volta, tuttavia notando co' cavalli: e molti se n'affogavano, per la correntia dell'acqua che li portava lontani dal passo. Alla fine i Turchi furono superati da' Persiani e fatti ritirare adietro, con fuga passando il detto canale. Mahumut bassà, il qual era sopra una secca distante mezo miglio dal luogo dove si combatteva, non solamente non diede soccorso, ma si ritirò, passando alcuni canali e fermandosi sopra un'altra secca. Li Persiani perseguitavano li Turchi, uccidendone e facendo prigioni; e li Turchi fuggendo si disordinavano, e parimente smarrivano il passo, onde molti s'annegarono andando in alcune boglie, che molte ve ne sono nel detto fiume, e tra gli altri vi s'annegò Asmurat, begliarbei della Romania. E quando esso cadde con molti altri in una gran boglia, li Turchi, e massimamente li suoi schiavi e servitori, lo volsero aiutare e fecero testa, e vennero di nuovo ad azzuffarsi co' Persiani: ed essendone morti e annegati assai, li Persiani, passati molti canali, seguitando li Turchi vennero infino alla secca ghiarosa dove era ridotto Mahumut bassà con molte squadre, e di nuovo furono alle mani. E benchè i Persiani, stando in ordinanza, facessero ogni sforzo, tuttavia non poterono passar piú oltre, ma stettero a contrasto con la gente di Mahumut; e, per gagliardo combatter che si facesse, né l'una né l'altra parte poté spingersi piú avanti.
E perchè cominciava già a venir la sera e il giorno andarsene, il Turco, che di continuo insieme co' suoi figliuoli e con tutto il resto dell'esercito era stato in ordinanza sopra la riva del fiume, fece sonare a raccolta; e il simile fece Ussuncassano, il quale medesimamente era stato in ordinanza dall'altra banda. E sonandosi a raccolta d'ambedue le parti, ciascun si ritirò senza perseguitarsi piú oltre; nondimeno Ussuncassan rimase superiore in questa pugna, perciò che de' suoi meno ne morirono, pochi s'annegarono, né anche fu fatto alcun prigione. Ma de' nostri, tra prigioni, morti e annegati, fatta la descrizione, mancarono dodicimila persone, tra le quali erano mancati assai uomini di conto. Per la qual cosa furono ordinate molte sentinelle e buone guardie su per la riva del fiume, e il simile fecero anche li Persiani, perciò che l'una e l'altra parte dubitava d'esser assalita. Il signor turco ebbe molto a sdegno che Mahumut bassà si fosse ritirato da una secca all'altra e non avesse dato soccorso ad Asmurat, e suspicavasi ch'egli l'avesse fatto a posta, non gli essendo molto amico; nondimeno il Turco allora non dimostrò mala volontà verso di Mahumut, non gli parendo che fosse né luogo né tempo convenevole, e massimamente che 'l detto Mahumut era amato e seguitato, anzi, dissimulando e saviamente governandosi, aspettò l'ora che lo potesse punire senza suo danno, come poi fece dopo sei mesi, facendolo strangolare con una corda d'arco.

Ussuncassano va seguitando il Turco che, dopo la rotta, se ne torna nel suo paese; e venendo al fatto d'arme, e fuggendosi dell'esercito Ussuncassano, li Persiani sono rotti e il gran Turco se ne ritorna vittorioso.
Cap. 8.

Avuta questa rotta, il Turco dubitò fortemente, e deliberò di ridurre il suo esercito per la piú corta nel suo paese; e per confortar li suoi soldati, oltre il soldo ordinario diede un'altra prestanza, e donò la prima ch'avea data alla sua partita, e fece anche liberi tutti li suoi schiavi che si trovavano in campo, con questa condizione, che niuno fosse in libertà d'abbandonarlo, ma fossero uomini del signore, come gli altri stipendarii, che non sono schiavi e posson fare della lor robba quel che lor piace; e fece molte altre provisioni, carezzando e donando a' capitani.
Levato l'esercito, andavamo camminando per la riva del fiume, e li Persiani dall'altro canto facevano il medesimo, non si curando né anch'essi di passare, ma stavano dubbiosi, vedendo l'esercito turchesco assai piú grosso che non era il loro; nondimeno, per quanto fu poi riferito, Ussuncassan era spinto da' figliuoli e da altri signori a passare e assalirci, essendo noi in fuga per la rotta ricevuta, e sopra di ciò furon fatti molti consigli. Alla fine, circa dieci giorni dopo, essendo il campo turchesco partito dal fiume, lasciando la città di Baybret alla destra, verso le montagne che dividono l'Armenia maggiore dalla minore, pigliammo il nostro cammino verso maestro, entrando in una valle per venir alla volta di Trabisonda; e nel secondo alloggiamento che facemmo dopo che fummo entrati nella detta valle, alla fin d'agosto, a quattordici ore, ecco li Persiani apparir dalla destra nostra sopra li monti. Allora il signor turco, volto verso il nemico, prese anch'esso il monte, ma prima fece fortificar gli alloggiamenti, al governo de' quali e de' carriaggi lasciò con buon presidio il fratello del signor di Scandeloro, nominato Eustraf. E avendo posto ordine ad ogni cosa, andandosene pel monte s'avviò alla volta de' nemici, mandando avanti Daut bassà, che era begliarbei della Natolia, con tutta la sua condotta e con tutta la gente della Romania rimasa della prima rotta; e Baiesit, primogenito del gran Turco, era alla destra del padre, e Mustafà secondogenito alla sinistra. E cosí, camminando per luoghi montuosi e aspri, giugnemmo in una valle, dove li Persiani dall'altra banda della valle aspettavano sopra certi colli in ordinanza, avendo distese le squadre di maniera che tenevano molto spazio; a dirimpetto delle quali il gran Turco fece distender le sue, sonandosi tuttavia dall'una e dall'altra parte infinite naccare, tamburi e altri stromenti da battaglia, di sorte che lo strepito e il rimbombo era sí grande che non lo potria credere chi non l'avesse udito.
Era la valle dove s'affrontorno gli eserciti commoda dalle bande al montare e dismontare; era larga un quarto di miglio e assai ben longa, ma era tra monti e luogo salvatico. Quivi fu cominciata l'aspra battaglia, e ributtandosi or l'una or l'altra parte, ciascun soccorrendo a' suoi dove il bisogno era maggiore, Pirahomat, signor della Caramania, il quale era alla destra di Ussuncassan, dopo longa battaglia fu vinto da Mustafà, figliuolo del gran Turco; ed essendosi ritirato verso 'l fianco di Ussuncassan, dubitò di non esser tolto in mezo, e se non era una valle, facilmente gli saria avvenuto. Ussuncassan, vedendo il pericolo, per esser li Turchi superiori da ogni lato, e massimamente dalla sua destra, all'incontro della quale stava il gran capitano Mustafà, che con ogni ingegno cercava di torlo in mezo, cominciò a dubitar fortemente; montato sopra una cavalla araba poco stette che si mise a fuggire, e cosí fu rotto e fugato insino a' padiglioni, li quali erano lontani quasi dieci miglia in una pianura. Furono ricuperati alcuni prigioni presi alla rotta del passo del fiume; furon anche messi a sacco li padiglioni e fatta grandissima preda, e morto un figliuol di Ussuncassan, il quale era chiamato Zeinel, e la sua testa fu presentata al Turco da un fante a piè che l'aveva ucciso in battaglia, perciochè il detto signor Zeinel, nel partir del padre, quando montò su la cavalla, entrò nella fanteria e fu circondato e morto insieme con molti che lo seguitavano; tal che questa fu una gran rotta, essendo morti de' Persiani intorno a diecimila, e presi molti piú, de' quali n'eran fatti morire di giorno in giorno.
Tutta la notte seguente fu fatta allegrezza con fuochi e suoni e grida, ma perchè Mustafà figliuolo del signore avea seguitato Ussuncassan, e già era due ore di notte, il signore dubitava alquanto, e gli aveva mandato dietro alcuni condottieri; co' quali essendo Mustafà ritornato, il signore uscí del padiglione con una tazza d'oro piena di giuleppo, e di sua mano gliela presentò, baciandolo e commendandolo molto del suo portamento e valore. Questa battaglia durò otto ore continue, avanti che gli Persiani si mettessero in rotta; e se non fosse stato Mustafà, ancora non piegavano, perciochè Ussuncassan per dubbio d'esser circundato da Mustafà si mise a fuggire. De' Turchi in questa battaglia ne morirono in tutto circa mille persone. Furon trovati ne' carriaggi di Ussuncassan alcuni vasi d'oro simili all'enghistare dal piè, con le loro vagine coperte di cuoio, e altri vasi d'oro e d'argento, ed ebbonsi alcune belle armature fatte a Syras, messe a specchi, con certe liste dorate, polita e bella cosa da vedere. Fecesi anche acquisto di mille cavalli e di gran quantità di cameli.
Non mi par di lasciare adietro di dire che in questa battaglia Ugurlimehemet, secondo figliuolo di Ussuncassan, venne con gran quantità di gente ad assalir gli alloggiamenti nostri, ma fu anch'esso fugato dal signor Cusers e dagli altri che v'erano alla guardia, e lo misero a tal partito che poco mancò che non rimanesse prigione: ma egli scampò, per esser pratico del paese, sí che, se Ussuncassan restava con la prima vittoria, il Turco si partiva con vergogna, ed esso non perdeva le terre che perdé. Essendosi tre giorni riposato l'esercito, il Turco deliberò di tornare adietro per la via ch'era venuto, onde levato il campo s'inviò alla volta di Baibiert, dove, per la rotta d'Ussuncassan, trovò i popoli della detta città e del contado, abbandonate le loro abitazioni, essersene fuggiti a' monti e a' luoghi forti; nondimeno gli aganzi presero de' prigioni e fecero de' bottini, e alcuni de' detti aganzi furono assaliti da' Persiani e tolto loro i bottini, ed essendo fugati si ridussero nella città di Baibiert. E volendovi entrar li Persiani, gli aganzi serrate le porte si difesero, e una notte fino a mezodí seguente vi stettero rinchiusi; ma, venutone la nova all'esercito, fu loro mandato soccorso, il che avendo inteso li Persiani si partirono, non aspettando la furia.
Or, camminando l'esercito, noi giugnemmo alla riva del gran fiume Eufrate, trovando e ville e castella abbandonate, e assai anche abbruciate. Arrivammo poi al passo del detto fiume, e gli aganzi, passati senza contrasto, andorno per spazio d'una giornata all'altra banda, facendo alcune prede di bestiami minuti; ritornati che furono al campo, ci levammo, indrizzando il cammino alla volta d'Ersenia, città abbandonata per avanti, dove alloggiò il campo per una notte. E partitosi giugnemmo dopo quattro giorni a Caratsar, la quale è posta sopra un monte negro, ed è fortissima di sito, per aver grandissimi dirupi d'ogn'intorno, se non da un lato, dove ha un poco di spazio per il qual si può andare alla porta per una via storta e aspra.
Quivi essendo noi accampati, quei della terra stavano alle mura taciti, e provisti di pali aguzzi e di molti archi; nel principio essi non volevan ascoltare né parlare a persona alcuna, ma tiravano e ferivano chiunque s'avvicinava, sí che fu forza mettervi cinque bocche di bombarde, due delle quali furono condotte sopra un monticello non troppo distante dalla città, e queste facevano gran danno. E avendola battuta per 15 giorni, ne morirono assai di quei della terra, onde essendo sbigottiti vennero a parlamento. Eravi dentro per governatore uno chiamato Aarap, ed era uomo del signor Zeinel, figliuolo di Ussuncassano, che fu ucciso nella sopradetta battaglia: e questo signor Zeinel possedeva questo sangiaccato over paese. Intendendo Aarap che 'l suo signore era morto, ed essendogli anche mostrata la sua testa, pianse amaramente, e insieme con alcuni della terra deliberò di rendersi salvo l'avere e le persone: e fu promesso dal gran Turco di dargli condotta, e cosí, il decimosettimo giorno dopo che ci fummo accampati, si rendettero. E fu fornita la terra di presidio e lasciate certe bocche d'artiglierie, menando con esso noi Aarap, ma posto però in sua libertà, al quale il Turco diede un sangiaccato a' confini dell'Ungaro. E certamente, s'egli stava pur otto giorni a rendersi, era forza a levare il campo per mancamento di vettovaglie e massimamente per li cavalli, i quali conveniva nutrirgli di foglie di roveri e d'altri sterpi minuti tagliati. Partitosi di qui l'esercito, venimmo verso la città di Coliasar, la qual, intendendo la fortissima città di Caraesar essersi resa, e il signor Zeinel esser stato morto, mandando ambasciatori si diede al gran Turco, e il simil fece Nieser: ed essendo fatto provedimento de' lor governi, l'esercito se ne venne di longo e giunse alla città di Sivas.

Assambei, essendo stato rotto, se ne ritorna in Tauris; l'anno seguente va in campagna all'erba. Suo figliuolo se gli ribella e vassene al gran Turco, ma egli, facendo sparger fama d'esser morto, l'induce a tornare in Tauris e fallo morire.
Cap. 9.

Dopo questa rotta Assambei se ne ritornò in Tauris. Nel 1473 giunse anche messer Iosafa Barbaro, il qual dice che il signor Assambei, essendosi riposato quell'anno, il seguente, che fu il 1474, deliberò di voler andare secondo il solito con la sua gente all'erba, e fece domandare al detto messer Iosafa s'egli vi voleva andare, il qual disse d'andarvi, sí come v'andò. Nel mese di maggio adunque il signor Ussuncassan si partí con tutta la sua gente, il numero della quale era venticinquemila pedoni, diciottomila villani, tremila padiglioni, seimila cameli, trentamila muli da soma, cinquemila muli da conto, duemila cavalli da soma, cinquemila femine, putti e fantesche anime tremila; animali d'altra sorte infiniti andorno alla campagna, e vi si trovava di molta erba. Questo era il suo esercito ordinario: lascio ora far giudicio di quanto numero egli oltre l'ordinario lo potesse fare.
Ora, essendo il signor Assambei in campagna alla via di Sultania, gli venne nuova che Ugurlimehemet suo figliuolo aveva pigliata Syras; il che avendo inteso, il signor Assambei fece subito levar il campo ordinatamente, e andossene alla volta di Syras. Il figliuolo, intendendo che 'l padre veniva con sí grand'esercito contra di lui, se ne fuggí, e lasciando tutt'il suo stato se ne venne con la moglie e con tutta la sua famiglia nel paese del Turco, e mandò suoi messi a torre salvocondotto da sultan Baiesit, il qual faceva residenza non troppo lontano da' confini di Ussuncassan. Baiesit subito mandò a farlo sapere al padre, il qual si contentò che gli fosse fatto il salvacondotto, ma gli fece intendere che in modo alcuno egli non andasse in persona ad incontrarlo fuori della terra d'Amasia, ma ben lo dovesse onorare in ciascun'altra maniera, avendo però tuttavia l'occhio a' fatti suoi, che non fosse ingannato da' Persiani. E sappiate che la città di Syras, che 'l detto Ugurlimehemet aveva tolta al padre, è la piú nobil città di tutta la Persia, ed è nel fin della Persia alla via di Chirmas, ed è città murata di pietre, volge venti miglia, e fa ducentomila uomini. Vi si fanno molte e diverse e gran mercanzie, e fra l'altre cose vi si fanno arme, selle, briglie, e tutti li fornimenti cosí di uomini come di cavalli, e ne fornisce tutto il Levante, la Soria e Constantinopoli.
Or, venendo Ugurlimehemet liberamente, giunto a Sivas mandò la sua donna con la famiglia minuta avanti insino in Amasia, per levar via ogni dubbio che potesse apportar la sua venuta, ed esso poi se ne venne dietro con 300 cavalli: e fu ricevuto e alloggiato onorevolmente, e Baiesit l'accarezzava e gli faceva solenni e magnifici conviti. Dopo alquanti giorni Ugurlimehemet si partí con la sua brigata, e giunto a Usuhuder il gran Turco gli mandò incontra onorevol compagnia; e passò a Constantinopoli, dove fu alloggiato onorevolmente, e provedutogli anche da vivere per lui e per la sua compagnia a spese del gran Turco. Il qual poi fece corte, ed essendo ridotto al luogo solito della sua audienza, venne Ugurlimehemet a corte per visitar il signore, che ancora non l'aveva veduto, e il gran Turco gli mandò incontra consiglieri e capitani, e ordinò ch'egli entrasse a cavallo nel secondo serraglio, nel qual vi suole entrar solamente il signore. Ed essendo smontato, gli fece dire ch'andasse alla sua presenza con la spada cinta, cosa che a niuno, per gran signor che sia, è conceduta, né anche a' suoi proprii figliuoli lo comporta. Entrato Ugurlimehemet, il gran Turco, levato da sedere, con bona ciera lo fece accostare, e volse che sedesse appresso di lui: e stettero per spazio d'un'ora in diversi ragionamenti, sempre chiamandolo col nome di figliuolo e facendogli assai offerte. E per quella fiata si partí senza richieder condotta né altro stato, ma poi, passati alquanti giorni, avendo piú volte visitato il signore, gli parve di domandargli condotta ne' confini dell'Ungaro, offerendosi d'esser sempre buono e fedel servitore. Il gran Turco gli rispose che voleva farlo re di Persia in luogo di suo padre, il qual era suo nemico, e datogli compagnia e modo per far principio lo mandò a Sivas, confine del dominio tra 'l gran Turco e Ussuncassan.
Giunto Ugurlimehemet al detto confine, poco stette che cominciò a far correrie e rubbarie, e danneggiar grandemente il paese di suo padre, il quale mandò gente per conservare il suo paese, non mostrando però di far gran conto di quest'impresa contra suo figliuolo; ma fece ben vista d'aver molestia e passione che se gli fosse ribellato e d'averlo perduto, e per questa cagione finse d'esser ammalato, e standosi alquanti giorni ritirato in camera, non voleva esser visitato se non da alcuni, de' quali gli pareva potersi fidare. E mentre che si va trattenendo con quest'astuzia, la fama si sparse insino a Constantinopoli che Ussuncassano era gravemente ammalato di maninconia, per essersegli ribellato il figliuolo. E crescendo tuttavia la fama del suo andar peggiorando nella malattia, alcuni de' suoi piú fidati, secondo l'ordine posto, diedero nome che Ussuncassan era morto, e furono espediti messi ad Ugurlimehemet, con lettere e segni secondo il consueto, dandogli aviso della morte di suo padre, e che dovesse andare a tor la signoria, prima che niuno degli altri due suoi fratelli, cioè Halul e Iacob, v'andasse. E acciò che fosse prestato fede alla cosa, furon fatte l'esequie per tutta la terra, e in tutt'il suo stato si teneva per certo che fosse veramente morto. Ugurlimehemet, avendo avuto tre differenti messi con segni secreti, secondo che s'usa in tal mutazion di stato, e tenutigli tutti tre e dati in guardia, s'assicurò d'andare a Tauris, e con poca compagnia in pochi giorni vi giunse: e andato al palagio per farsi signore, fu condotto dove era il padre sano, senz'alcun male, e fu ritenuto secondo l'ordine dato e fecelo morire, non avendo rispetto che fosse suo figliuolo.

Assambei va a predar la Giorgiania, e facendosi pagar denari e dar tributo, tornato in Tauris se ne morí, e un suo capitano ruppe li Mamalucchi.
Cap. 10.

Essendo in questa maniera passate le cose, Assambei, nell'anno 1475, se ne stette a riposare insino al'77, e dopo fece mettere in ordine un grand'esercito, dando fama d'andar contra l'Ottomano: ma in fatto egli andò a predare la Giorgiania. La sua gente poteva essere da venti in ventiquattromila cavalli e circa undicimila fanti; delle donne, de' putti, de' famigli e d'altri niente dico, che già di sopra n'ho fatto menzione. Avendo l'esercito camminato da sette giornate alla via di ponente, ci voltammo a man dritta verso la Giorgiania, nella qual entrammo, perciò che il signore aveva animo di saccheggiarla, non avendo li Giorgiani voluto dargli soccorso quando andò contra il Turco. Ma prima, secondo il costume, egli mandò innanzi li suoi corridori, che furono da cinquemila cavalli, i quali quanto piú potevano procedendo avanti andavano tagliando e bruciando li boschi, avendosi da passar per montagne e per boschi grandissimi.
Ed essendo passate due giornate dentro della Giorgiania, trovammo un castello detto Tiflis, ch'era luogo di passo, ma abbandonato, il quale avemmo senza contrasto alcuno. E passando piú oltre a Geri e ad altri luoghi circonstanti, che furono saccheggiati, sí come fu anche una gran parte del paese, il signor Pancrazio, insieme con un altro re di Congiurre, che confina con la Giorgiania, con altri sette signori mandò a domandare accordo e accordossi di pagar sedicimila ducati: e Assambei prometteva di lasciare il paese libero, eccetto che Tiflis, ch'egli lo volse tenere per esser luogo di passo. Le persone che furono prese erano da cinquemila. Fatto l'accordo e promesso di pagar certo tributo, Assambei se ne tornò in Tauris, e infermatosi nell'anno 1478 se ne morí, lasciando quattro figliuoli, de' quali tre erano d'un'istessa madre, e l'altro era figliuolo di quella di Trabisonda, che i tre fratelli lo fecero strangolare, che potea essere d'età di 20 anni, e si divisero la signoria tra loro. Dopo il secondo fratello de' tre, nominato Iacob Patissa, fece patti insieme col primo, detto Marco, onde il terzo se ne fuggí, e Iacob si fece padrone entrando alla signoria l'anno 1479.
Nell'anno poi 1482, giunte che furono le genti in Amit, città principal di Diarbee, s'intese come li schiavi erano venuti in Orfa e l'avevano messa a sacco, facendo di grandissimi danni a tutt'il paese. Il capitano d'Assambei, deliberato d'andar a trovarli, passò con le sue genti alcuni monti che sono tra Amit e Orfa, ed entrò nella campagna d'Orfa, lontano d'Amit tre giornate. Il che avendo inteso gli schiavi si misero in ordine, e camminando ambidue gli eserciti l'un contra l'altro, finalmente vennero ad azzuffarsi: e durò la battaglia fino a mezogiorno, ributtandosi piú volte or l'uno or l'altro esercito; ma li Persiani alla fine rimasero vincitori, e tagliando a pezzi piú della metà de' Mamalucchi, con molti signori, e seguitando li Persiani la vittoria, andorno ad Albir, e pigliatolo insieme con molti altri castelli, e fatti di molti bottini, se ne ritornarono in Tauris, dove trovarono il lor signor Assambei esser morto, nell'anno 1487, la vigilia dell'Epifania.



Iacob figliuolo d'Assambei, preso il regno, tolse moglie di natura lussuriosissima: e per far re l'adultero, gli dà il veleno, del quale muore anch'ella insieme con lui e col figliuolo.
Cap. 11.

Iacob Patissa, come già ho detto, dopo la morte del padre si fece signor di Tauris e della Persia, e pigliò per moglie una figliuola del signor di San Mutra, la qual era lussuriosissima. Ed essendosi innamorata in un signor de' principali della corte, cercava sceleratamente dar la morte al marito, però che, mancando egli, il barone veniva a succeder nello stato: onde, accordatasi insieme con l'adultero per dar la morte a Iacob, ordinarono fra loro un certo veleno artificiato. Dopo, avendo la trista meretrice apparecchiato un bagno secondo il consueto, con molti odori, sapendo il costume di suo marito, venne Iacob sultan e, chiamato un suo figliuolo d'otto over nove anni, con esso lui se n'entrò nel detto bagno, e vi stettero dalle ventidue ore insino al tramontar del sole. Uscito fuori Iacob ed entrato nel serraglio delle donne, la consorte, che gli aveva apparecchiato la bevanda avelenata, sapendo che Iacob sempre era solito di bevere nell'uscire del bagno, se gli fece incontro con un vaso d'oro nel quale era messo il veleno, mostrando di fargli molto piú festa del solito; ma egli, vedendola alquanto pallida in vista, entrò in suspizione, e massimamente per aver esso alla giornata veduti già di lei molti cattivi segni. Pur la malvagia femina sapea sí ben simulare e iscusarsi ch'egli in parte gli credeva, e nondimeno non restava senza sospetto, onde, mentre la donna gli andò innanzi cosí pallida porgendogli la coppa, Iacob le comandò che gli facesse la credenza. La donna, mossa da paura, non poté negarlo, e avendo bevuto lei, bevé anche il marito, dando poi a bevere al figliuolino. Questo fu alle ventiquattro ore, e fu di tanto potere il beveraggio che a mezzanotte tutti ne morirono. Intendendosi il seguente giorno la morte de' tre personaggi, tutti i baroni stavano in gran confusione, e la Persia era in gran movimento; e molti parenti di Iacob pigliarono assaissimi luoghi facendosene signori, come intenderete.
Morto Iacob Patissa, non v'essendo altri figliuoli d'Assambei, fu pigliata la signoria del 1485 per un barone parente di Iacob detto Iulaver, il qual, ancora che stesse in signoria tre anni, non fece però cosa di momento. Dopo lui successe un Baysingir, che stette signore due anni; venne dopo Rustan, d'anni venti, il quale signoreggiò sette anni. E in questo tempo il padre del Sofí fu morto, come poi anch'egli ne fu ucciso per mano d'un barone, con saputa della madre, che nel detto barone era innamorata, il qual aveva nome Agmat, che dopo la morte di Rustan si fece signore e stette in signoria cinque mesi. Poi che fu morto Rustan, la sua gente d'arme andò a trovare un suo capitano che si chiamava Carabes, che dimorava a Van, il qual, inteso ch'ebbe la morte e il successo, aspettato il tempo se ne venne con quella gente a Tauris, ed entrato nella terra si trovò col detto Agmat e tagliollo a pezzi. La signoria perveniva a un giovanetto nominato Alvan, che stava in Amit, parente d'Ussuncassan, onde egli fu chiamato dal popolo e fatto signore: ma poco vi stette, perciò che 'l Sofí lo cacciò fuori.


Sechaidar, padre del Sofí, va contra Rustan, re di Persia, ma ne riman vinto e morto; e Rustan manda a pigliar la moglie e tre figliuoli e gli dà in guardia, ma di nascoso son fatti fuggire.
Cap. 12.

Nel tempo che Rustan dominava in Tauris, Sechaidar, padre del Sofí, il qual avea per moglie una figliuola del signor Assambei, pervenendo a lui per via della donna l'eredità dello stato della Persia, deliberò di far esercito e scacciar Rustan, e cosí fece adunare di molte genti sofiane: e tutti lo seguivano, per esser egli capo d'esse, e anche per esser tenuto uomo santo, perciochè se ne stava nella città d'Ardovil, lontano da Tauris tre giornate alla via di greco, come un abbate con molti discepoli. Or, avendo egli fatto un esercito di ventiduemila persone, venne alla volta di Tauris per entrarvi, ma il signor Rustan, avendo già inteso l'apparecchiamento del nemico, aveva anch'egli congregato da cinquantamila persone. Ed essendo giovane mandò un suo capitano, chiamato Sulimanbec, all'impresa contra di Sechaidar; il qual, intendendo l'esercito nemico esser piú potente del suo, si ritirò a un luogo detto Van, di sotto dal Coi, giudicando dalla banda di ponente dover aver soccorso da altri eredi, ch'erano nemici di Rustan. Ma tanta fu la prestezza di Sulimanbec, capitano di Rustan, che Sechaidar fu constretto, senz'aspettar altro soccorso, di venir seco alle mani, e ordinati gli eserciti fecero crudelissima battaglia. Li sofiani combatterono come leoni, avvegna che ultimamente, dopo l'esser stato ucciso gran numero di gente d'ambedue le parti, quelli di Tauris fossero vincitori, e restasse morto Sechaidar con le sue genti. Dopo la rotta alcuni andorno cercando il corpo di Sechaidar, e fu ritrovato per un prete armeno e portato in Ardovil a sepelire, e in Tauris fu poi fatta gran festa per l'avuta vittoria.
Rustan, avuta la nuova della rotta de' nemici e della morte di Sechaidar, subito mandò in Ardovil a pigliar la moglie con tre figliuoli, e gli voleva far morire. Ma, per compiacere ad alcuni signori, furono liberati, tenendogli nondimeno sotto guardia in un'isola ch'è nel lago d'Astumar, dove abitano Armeni, e vi sono piú di seicento case e una chiesa detta Santa Croce, nella quale vi sono piú di cento galogieri ed evvi anche un patriarca. Quivi adunque furono posti i tre figliuoli di Sechaidar, ma la madre restò in Tauris e rimaritossi ad un barone nemico del suo già primo marito. Li figliuoli stettero tre anni nell'isola, ma poi, dubitando Rustan che non scampassero e facessero qualche adunazione di gente contra di lui, ed essendo anche persuaso da alcun de' suoi che gli facesse morire, mandò a pigliarli. E quel medesimo giorno che 'l messo gli richiese da parte di Rustan, furno consegnati dagli Armeni, benchè mal volentieri, perciochè già aveano posto loro grand'amore, e massimamente al secondo, nominato Ismael, per esser bellissimo e piacevolissimo. Poi che gli ebbero consegnati (vedete quel che fanno i cieli, che di ciò che le lor influenzie hanno determinato conviene che ne segua l'effetto), s'intromise uno de' primi degli Armeni, dicendo agli altri: "Noi avemo dati in preda questi figliuoli a questo messo, né abbiamo veduto comandamento alcuno ch'egli abbia dal signor Rustan; leggiermente potria essere che noi fossimo ingannati, ed essendo menati via senza avere altro comandamento, e fuggendosene altrove, ne riportaremo qualche grave scorno e travaglio, e ragionevolmente potria dire il signor nostro: "Dove avete il comandamento mio?' Sí che per mio parere io loderia che non gli dessimo altrimenti se costui non ne porta la scrittura, acciò la possiamo tenere per nostra cautela e sicurezza". Concorsero in questa opinione tutti gli altri, massimamente consegnandogli essi mal volentieri, onde fecero intendere al messo ch'andasse a torre il comandamento dal signore.
Ed essendo di lí a Tauris viaggio longo, egli stette piú di sette giornate innanzi che ritornasse. In questo tempo i fanciulli e la donna furono menati fuori di quell'isola una notte in una barca, e condotti nel paese di Carabas verso tramontana. Questo paese confina con Sumacchia e con Ardovil, ch'era del padre di questi figliuoli, e gli abitanti d'esso sono la maggior parte sofiani, e molto amavano il padre: quivi furono ascosti, né mai s'ebbe novella di loro, e vi stettero cinque anni. Ismael allora era d'età di nove anni, e quando tolse l'impresa di Sumacchia n'aveva quattordici finiti.

Come Ismael, figliuolo di Haidar, nascesse e fosse nutrito, il qual vien fatto capitano e va contra Sermangoli e lo rompe, facendosi padrone del suo stato; e andato alla volta di Tauris, se ne fece signore.
Cap. 13

In questo tempo di cinque anni questi figliuoli furono stimolati da molti amici del padre, da' quali spesso erano visitati, di far adunanza di genti per pigliar lo stato; e avendo essi trovato cinquecento uomini valenti e ben disposti, e tirando quasi tutt'il paese con loro, volsero tutti Ismael per capitano, per esser egli animoso, gagliardo e piacevole. Questo Ismael quando nacque venne fuori del corpo della madre co' pugni chiusi e pieni di sangue, il che fu cosa notabile, e il padre vedendo ciò disse: "Certo costui sarà un mal uomo", e deliberò insieme con la madre ch'egli non fosse nodrito. Ma Dio non volse, perciochè, mandando per farlo morire, coloro che lo portavano, vedendolo cosí bello, si mossero a pietade e lo notrirono. In capo di tre anni, essendo venuto il figliuolo di sorte che mostrava quel che dovea venire, deliberarono di mostrarlo al padre, e con occasione glielo fecero vedere. Ed essendogli molto piaciuto, dimandò chi egli era, ed essendogli detto ch'era suo figliuolo, n'ebbe piacere e accettollo, mostrandogli alla giornata molto amore.
Or, essendo ragunati li detti cinquecento fanti e cavalli, passarono un fiume grande, che va alla volta di Sumacchia, detto Cur, che entra nel mar Caspio. E caminando alla volta di Sumacchia, dove aveano intendimento, il signor di quel luogo, il cui nome era Sermangoli, ricercò i suoi baroni per far esercito e andargli contro, uno de' quali disse: "Signor, lassa il carico a me, che certamente io ti porterò la testa di costui", e fatto settemila persone gli andò contra. Li sofiani, veduto all'incontro d'una campagna la gente di Sumacchia con gran possanza venire alla volta loro, si ritrassero sopra una collina ch'era nella detta campagna. Quelli di Sumacchia circondarono la collina per assediar la gente nemica, ma la fortuna fu propizia al Sofí, che gli urtò da quella parte che gli parve piú debile, e con animo di morir combattendo messe tanto romore che subito millecinquecento persone nemiche si umiliarono, accommodandosi al suo servizio, e il resto furono morti. I sofiani si fornirono d'arme e di cavalli e fecero molti altri bottini, seguitando la vittoria alla volta di Sumacchia. Il signore, intesa questa rotta, fece tutto 'l suo sforzo e uscí con altre sue genti alla campagna, ma, andando senza ordine alcuno, furono rotti, e il signor Sermangoli preso, al quale Ismaele donò la vita. E avendo avuta la città in suo potere, fece molti doni a' suoi soldati; ebbe anche tutti i luoghi del paese di Sermangoli, che sono molti.
Fattosi Ismael signore del paese, assediò un castello detto Pucosco, ch'è verso Tauris, luogo molto ricco, e pigliollo per forza: e nella battaglia fu morto il fratello suo minore, nominato Bassingur. Trovò in questo luogo molte ricchezze, le qual tutte donò a' suoi soldati, onde la fama era sparsa come Ismael figliuolo di Sechaidar era entrato in stato, ed era liberale di modo ch'ognuno gli diventava affezionato, e concorreva a lui tanta gente ch'era cosa incredibile. E trovandosi al suo servizio forse quarantamila persone, deliberò di voler andare alla volta di Tauris, ma, avanti ch'egli si mettesse in cammino, volse intendere quello che volevano far i Greci, però che erano tenuti all'imperio di Persia; e avuta risposta che essi non volevano impacciarsi in cosa alcuna, ma esser amici di ciascuno, s'incamminò a Tauris, facendo grandissime crudeltà, onde tutti erano posti in grande spavento, né ardivano pigliar l'arme contro di lui. E vedendosi Alvan, ch'allora era signore, esser senza aiuto, né potersi difender dalla furia del nimico, astretto da necessità, pensò di levarsi: pigliato adunque il suo avere, con la moglie andò in Amit, dove stava per avanti.
E cosí il Sofí entrò in Tauris l'anno 1499, come anche in quest'istesso anno cominciò a guerreggiare, e in sei mesi egli si fece signor di Tauris. E nel suo entrarvi fu usata gran crudeltà verso la contraria parte, perciochè fu tagliata a pezzi molta gente, e dottori e femine e fanciulli, onde tutti i luoghi circonstanti vennero a dargli ubidienza, e tutta la città levò la sua insegna, ch'è la berretta rossa. E in questo conflitto furon morte ventimila persone. Egli fece poi trar fuori molte ossa delle sepolture de' signori già morti e fecele abbrusciare; fece morir la propria madre, ricordandosi ch'ella, secondo che gli era stato racconto, avea voluto farlo morir quando nacque, e anche per esser nata della stirpe della parte contraria.

Ismael muove guerra a Moratcan, lo rompe e fassi signore; dopo la vittoria è consigliato
a prender moglie e la prende. Fa poi l'impresa di Bagadet e ne vien vittorioso,
restando padrone di molto paese.
Cap. 14.

Avendo Ismael dimorato tutto il verno in Tauris, a tempo nuovo, ch'era del 1500, deliberò di andar contro d'un Moratcan, che si era fatto signore del paese d'Erach dopo la morte di Iacob: il qual paese tiene Spaan, Ies e Syras, con molte altre cittadi che già stavano sotto 'l governo dei re di Persia. Onde fece un esercito di ventimila persone, tutti valenti e tutti sofiani, e incaminatosi verso 'l paese del nemico intese che 'l sopradetto Moratcan stava apparecchiato con cinquantamila persone; nondimeno egli non volse restare d'andarlo a trovare insino a Chizaron, essendosi già ridotto molto lontano da Tauris, ed è di là da Syras, che confina col paese di Carason o sia di Gon. Quivi vennero alle mani, e finalmente fu morto Moratcan, e tutte le sue genti rotte e malmenate, e Ismael si fece signore di tutti quei regni.
Dopo questa vittoria, avanti ch'egli ritornasse in Tauris, tutti i suoi lo consigliavano che dovesse prender mogliere; e mentre sopra di ciò si andava considerando, non si trovava donna che fosse stimata degna d'un par suo. Finalmente, dopo molti discorsi fatti, fu detto che un certo barone si trovava avere appresso di sé una signora, ch'era figliuola di una figlia di sultan Iacob, che fu figliuolo d'Ussuncassan, la qual era bellissima e si chiamava Taslucanun, laonde egli mandò a quel barone, chiedendogli la detta figliuola. Il barone rispose per i messi ch'egli non l'aveva, e facendo instanzia Ismael di volerla, il barone fece vestire un'altra donna in luogo di quella, dicendo non avere altra in casa. I messi, vedendo che quella non aveva i segni ch'erano stati dati loro, dissero non esser quella ch'essi volevano, onde fecero anche venire tutte le fantesche, tra le quali era Taslucanun, ma, non la conoscendo, se ne ritornarono senza conclusione. Il Sofí ordinò che ritornassero e di nuovo si facessero mostrar le fantesche; il che avendo fatto, la riconobbero fra le fantesche tutta sporca e imbrattata, e con molta allegrezza la fecero vestire e la menorno con esso loro. Il signor Ismael, quando la vidde, disse: "Questa è quella che m'è stato detto", e pigliolla per moglie. Ma per esser il signor giovane di quindici o sedici anni, egli la consegnò a un barone, che la tenesse in buona guardia. Ed essendo stato cosí tre anni, il signore gliela richiese e disse al baron: "So che tu in questi tre anni hai avuto da far con lei a modo tuo". Egli rispondendo disse: "Signor, non lo credete, perciochè piú tosto m'averei fatto ammazzare". Il Sofí gli disse: "Tu sei stato un gran pazzo", e pigliossela per cara.
Acquistato ch'ebbe il signor Sofí il paese di Erach, se ne tornò in Tauris nell'anno 1501, e fece di molti trionfi per la vittoria avuta. L'anno seguente deliberò anche di far l'impresa del paese di Bagadet, il quale è lontano da Tauris trecento miglia alla via d'ostro e garbino, ed è gran paese; e fatto l'esercito v'andò. Il signor del paese l'aspettava con molta gente, non già in campagna ma dentro della città di Baldac, che anticamente era detta Babilonia Magna, per mezo della qual passa il fiume Eufrate. Accostandosi il signore a due miglia, una notte cadde una gran parte delle mura, e fu di cosí gran terrore a tutta la città che ognuno scampava. E fu parimente il signore sforzato a fuggirsene, andando a traverso de' deserti dell'Arabia deserta, che sono sedici giornate lontano, da Baldac a Damasco; poi se n'andò in Aleppo, dove essendo dimorato un certo tempo, il signor Aladulan gli diede una sua figliuola per moglie, e quivi si fermò. Il Sofí stette in Baldac ed ebbe il paese di Bagadet; poi pigliò il paese di Mosul e Gresire, ch'è una gran città intorno alla quale passa il Tigris: questo paese è la Mesopotamia. Avendo il Sofí fatto questi acquisti, nell'anno 1503 tornò a Tauris, e fece gran feste e trionfi per la vittoria avuta. Or, stando egli in Tauris, ed entrato nell'anno 1504, intese che 'l signor di Gilan, mentre ch'egli stava fuori in Mosul e Bagadet, gli aveva rotta la pace; e, deliberato di vendicarsene, apparecchiò l'esercito e andossene alla volta sua. Esso, ciò intendendo, gli mandò subito ambasciatori incontro, chiedendogli perdono: e cosí con gran difficultà, dopo molti prieghi, il Sofí gli perdonò, ma gli raddoppiò il tributo. E ritornato indietro se ne stette in ozio e in quiete insin all'anno 1507.

Ismael va contra Alidoli, rovina il suo paese e le sue genti; Alvan, scampato di Tauris, è incatenato; il figliuolo d'Alidoli, presagli la sua città, è ucciso. Opponsi poi al gran Tartaro, acciò non passi in Persia, e tornato in Tauris fa grandissime feste e giuochi.
Cap. 15.

Trovandosi il signor Sofí in suo dominio una parte del paese di Diarbee, ch'è Orfa, Moredin, Arsunchief e altri luoghi, e intendendo ogni giorno che Abnadulat faceva correr le sue genti a quelle bande danneggiando il paese, e che teneva la città di Cartibiert, standovi dentro un suo figliuolo, deliberò di far l'impresa contra il detto Abnadulat, perciò che questi luoghi erano stati sempre del regno di Persia, ma il detto Alidoli, dopo la morte di Iacob, stando la Persia in divisione, se n'era impatronito: onde, raccolte settantamila persone, s'inviò verso Arsingan, ch'è bellissima città e confina con la Trabisonda e con la Natalia. Quivi giunto si fermò per spazio di quaranta giorni, dubitando che l'Ottomano e il soldano volessero defendere Alidoli, per esser ne' confini d'ambedue. E stando in questo dubbio mandò due ambasciatori, uno all'Ottomano imperator di Constantinopoli, chiamato per nome Culibech, l'altro al soldano del Cairo, detto Zaccarabech, promettendo per la sua testa e per li suoi sacramenti di non far loro danno alcuno, ma solamente voler andar a destruzione del nemico suo Alidolit.
In capo di quaranta giorni Ismael si levò d'Arsingan, dal qual luogo si suole andar in quattro giornate nel paese d'Alidoli: ma egli non volse pigliar quel cammino, volendo andar a Caisaria, ch'è luogo dell'Ottomano, dove si forní di vettovaglie, pagandole tutte. E fece gridar per tutto 'l paese che ognuno sicuramente portasse vettovaglie al campo, che sariano pagate, e chiunque togliesse cosa alcuna senza danari fusse morto. In questa città egli stette quattro giorni, e andossene poi in Albustan, dove è una bella campagna e un fiume, ch'è di Alidoli; di qui in Maras, attraverso dei monti, son due giornate. E abbruciato tutto 'l paese d'Albustan, andarono a Maras, ma Alidoli s'era partito e ritirato al monte in luoghi sicuri. Questi monti si chiamano Carathas, dove è una strada sola molto stretta. Ismael rovinò il paese e ammazzò molta gente, che di tempo in tempo discendeva da' monti per assalire i sofiani, essendogli e dalle sue guardie e dalla gente del paese stata scoperta.
Il tempo che Ismael entrò nel paese di Alidoli fu di luglio, nel 1507, e vi stette fino a mezo novembre. Dapoi per le nevi e per li freddi si levò per tornare in Persia, e partito per Tauris se n'andò a Malacia, dove stava un suo governatore, detto Amirbec, che teneva il suggello del Sofí ed era uomo di grande auttorità. Costui aveva preso il sultan Alvan, che scampò di Tauris, a questo modo: venendo egli da Mosul con quattromila combattenti per trovare il Sofí, ed essendo per venire in Amit, dove stava questo Alvan, finse d'esser andato quivi per soccorrerlo per la ritornata del Sofí, per la qual cosa egli fu accettato in Amit; ed essendo entrato nella terra, gittò una catena al collo di Alvan e fecelo prigione d'Ismael, conducendolo a Malacia: e io stesso lo vidi con la catena; e poco dopo fu fatto morire. Fatto questo, Ismael si levò e passò l'Eufrate, il qual fiume passa dieci miglia lontan da Malacia verso levante, e andò in Cartibiert, dove signoreggiava un figliuol d'Alidoli: e quel luogo era molto ben fornito di gente e di vettovaglie, ma poco gli valsero, perciochè gli fu presa la terra e tolta la vita.
Andarono poi alla volta di Tauris, ma non furono tanto a tempo che la neve non gli sopragiugnesse lontan dal Coi sei giornate, il che fu cagione che morissero di freddo molte persone e cavalli e cameli, perdendo assai bottini ch'avevano fatti nel paese d'Alidoli. Pur alla fine giunsero al Coi, in un palazzo bellissimo che Ismael aveva fatto fabricare, e ivi stettero fino a tempo nuovo. Se n'andò poi in Tauris, e quivi si riposò quella state. E l'anno che venne, ch'era il 1508, gli bisognò fare un'altra impresa, perciochè Iesilbas, signore di Sammarcant, detto gran Tartaro, i cui popoli son chiamati quelli dalle berrette verdi, fece grandissimo esercito e venne nel paese del Corasan e Strave, ch'erano luoghi suoi, pigliando poi degli altri d'alcuni signorotti vicini, per venire contro il Sofí. Ma Ismael fu prestissimo, andando egli con grossissimo campo a Spaan, il qual luogo è lontan da Tauris quatordici giornate per levante: e ivi fermossi. Il Tartaro intendendo questo non scorse piú oltra, e pensò d'ingannare Ismael con dimandargli il passo per andare alla Mecca: ma egli, considerata l'astuzia, gli negò il passo. E stando il Tartaro in Corasan, Ismael se ne stava in Spaan, per veder gli andamenti del nimico. Essendo passato l'anno del'8, i Tartari se ne tornarono al lor paese, e Ismael similmente a Tauris, per la qual tornata gli drizzarono tutti i bazzarri e adornarono i palazzi, facendo grandissime feste e giuochi, come qui di sotto intenderete.
Il signor Sofí aveva fatto mettere una grande antenna nel misdano, che vuol dir nella piazza, sopra la quale aveva fatto mettere un pomo d'oro: poi coi loro archi e con alcuni bolzonetti fatti a posta gli tiravano correndo, e chi lo gittava a terra se lo toglieva per suo. Ne mettevano anche d'argento, insin alla somma di venti, dieci d'oro e dieci d'argento, e poi dopo ogni pomo che veniva gittato Ismael si riposava un pezzo, cibandosi di diverse confezioni e vini delicatissimi. E mentre ch'egli giuoca, sempre gli stanno innanzi due ragazzi belli come angeli, uno de' quali tiene in mano un vaso d'oro con una coppa, e l'altro due scatole di delicate confezioni. Parimente, quando egli giuoca, tien sempre mille provisionati alla guardia della sua persona, oltra quelli che stanno d'ogn'intorno a veder giuocare, i quali possono essere piú di trentamila tra soldati e cittadini. Poi che ha giuocato, egli insieme co' baroni se ne va a cenare a un palazzo ch'è fuori della terra: è ben vero che i baroni cenano tra loro; e questo palazzo lo fece fabricare il signor Assambei.
Questo Sofí è bellissimo, biondo e graziosissimo, e non è di molto grande statura, ma egl'ha una leggiadra e bella persona: è piú tosto grasso che magro, e largo nelle spalle. Ha la barba di pelo rosso, ma porta solamente mostacchi; adopera la man sinistra in cambio della destra, ed è gagliardo come daino, e piú forte ch'alcun de' suoi baroni: e quando egli giuoca all'arco, dei dieci pomi che sono gittati esso ne gitta sette; e in tanto ch'egli giuoca sempre si suonano varii stromenti e cantansi le sue laudi.

Ismael, essendo con l'esercito nel paese del Carabas, spedisce due capitani all'impresa di Sumacchia; ed egli se n'andò verso il mar Caspio, pigliando molti luoghi, e tra gli altri il castello della città di Derbant, luogo d'importanza.
Cap. 16.

Stato che fu Ismael quindici giorni in Tauris, levossi del 151O e andò col suo campo al Coi, dove stette due mesi. E l'anno 1509 aveva deliberato d'andar contra Sermangoli, al quale oltra la vita avea donato anche lo stato di Servan e di Sumacchia: ma quando egli andò contra Tartari, costui trapassò le convenzioni della pace ch'aveva seco. E per ciò, ragunato il suo esercito, s'incamminò verso il paese del Carabas, dov'è una campagna che sí grandemente si distende che a dirlo ognuno stupiria, nella quale è un castello nominato Canar, ch'ha molti villaggi sotto di sé, dove si fanno le sete che dal luogo sono chiamate canari. E per esser questo paese grassissimo vi si fermò otto giorni, e quivi fece due capitani, uno chiamato Dalabec, l'altro Bairabec, dando loro il carico dell'impresa di Sumacchia, facendo ad ambedue dono d'essa. Ma, essendovi andati, sí com'era stato loro imposto, trovarono la città vota e tutti essersene fuggiti. Il signore era andato nel castello Culustan, ch'è grande come una città e inespugnabile, per esser situato sopra un monte; ma il castellano aveva intelligenza, se Ismael veniva in persona, di dargli il castello, il qual è mezo miglio lontano dalla città. A questo cosí fatto luogo s'accamparono li due capitani con diecimila valent'uomini per tenerlo assediato, poi che non si poteva battere da alcuna banda, per non esservi gl'ingegni da fare trabacchi né artiglieria.
In questo tempo Ismael si partí da Canar e andò a Maumutaga, ed ebbe quel castello, che sta sopra la riva del mar Caspio ed è porto di Tauris, lontano otto giornate: e quivi si guadagnò molto; poi se n'andò per la riva di quel mare, per guadagnar tutti gli altri luoghi del paese di Servan. Questa riva da Maumutaga, fino in Derbant dura sette giornate, e vi sono molte terre e castelli; Sumacchia è una giornata lontana dal mare. E camminando giugnemmo a un luogo detto Baccara, ch'è lontano da Maumutaga quattro giornate e da Sumacchia due. Questo è porto del Tauris, ed è chiamato Baccuc, e anticamente era il primo luogo di quel mare; ed è un bonissimo porto, dal qual è chiamato mar di Baccuc, benchè altri dicano Caspio da' monti Caspii, altri il mare Ircano da Ircania, ch'ora è chiamato paese di Strava, donde vengono le sete stravagi.
Camminando lontano da Baccara una giornata si truova Sirech, la qual è fortezza sopra un monte: e coloro che v'erano dentro stettero tre giorni sul patteggiare con Ismael, il qual alla fine, avendo confermato loro i patti, vi mandò sessanta uomini dentro, raffermando il primo castellano. Ma perchè li sopradetti sessanta uomini sofiani, usando molte disonestà, si portavano molto male, tutti furono tagliati a pezzi da coloro che prima stavano nel castello, i quali poi per paura se ne fuggirono la notte su per quei monti altissimi, e il castello tutto fu rovinato. Poco di là v'è una città detta Sebran, che non ha mura, né v'era dentro alcuno, che tutti se n'eran fuggiti, chi a posta per disabitare il paese e chi per paura. Partito di lí se n'andò a Derbant in quattro giorni, e si trovò tutta la gente esser fuggita, chi fra' Tartari, chi in capo del mar Caspio e chi in quelle alpi, talchè si teneva solo il castello, ch'è grande, forte e fabricato mirabilmente, e tutte le torri e le mura son come nuove, sopra le quali attorno attorno erano lancie, bandiere e molta gente. Questo castello ha due porte, che stavan murate di grossi sassi con buona calcina.
E avanti ch'io mi estenda piú oltre, voglio prima dirvi alcune cose. La città di Derbant (alcuni dicono Tenicarpi) è posta sopra il mar Caspio, appresso d'un'alta montagna la qual è detta monti Caspii, ed è fra 'l mare e 'l monte, né si può passar per andare in Tartaria né in Circassia se non per questo luogo. Appresso di questo monte è una spiaggia circa un miglio, dal mare al monte, dove sono due cortine di muro, che comincian dal mare e vanno al monte, lontano mezzo miglio l'una dall'altra. Entrano le dette cortine tanto in mare che si fondano in due passa d'acqua, di modo che né anche si può passare al monte, sí che né a piedi né a cavallo si può andare se non per le porte. Tra questi due muri vi sono infinite abitazioni, per esser porto di mare, dove stanno molti navili che vanno alla volta di Citrachan e d'altri luoghi: e già solevano aver navili grandi d'ottocento botte, ma ora ne tengono solamente di dugento. Sopra 'l monte v'è un castello fortissimo, al quale si pose il campo del signor Sofí. Passata questa città, andando per ponente, si va tra 'l mare e il levante per la spiaggia di sessanta miglia, poi si volta a man manca e la montagna s'allarga dal mare, dov'è sopra 'l monte Santa Maria di monte Caspio. Ma di ciò non voglio trapassar piú oltre, parendomi che in questo luogo non sia a proposito.
Il Sofí dimorò circa venti giorni, sempre combattendo il castello, dove furon fatte tre cave per entrarvi, ma niuna poté avere effetto. Cavarono poi tutto il fondamento d'una torre e la puntellorno con legni, e avendogli dato il fuoco, si vedeva andar nell'aria gran fumo: il che vedendo, il castellano mandò da Ismael a mezanotte domandandogli di rendersi, con patto che fussero salve le persone e l'avere; e vedendo Ismael che 'l fuoco non operava molto ne restò contento, e concessegli quanto aveva richiesto. La mattina seguente s'ebbe il castello, nel quale erano assai vettovaglie, munizioni e armature, tra le quali ne viddi io molte che furono portate alla presenza del signore.

Molti signori danno ubbidienza a Ismael, il quale, poi che fu ritornato a Tauris con gran trionfo, di nuovo esce in campagna contra il signore di Sammarcante, e lo rompe e fagli tagliar la testa; a' figliuoli si fa prometter ubbidienza, e avendogli licenziati se gli ribellano.
Cap. 17.

Pigliato il castello, vi si stette otto o nove giorni a rinfrescar le genti, e in questo tempo molti signori circonstanti vennero a umiliarsi, mettendosi la berretta rossa e prestando ubbidienza al Sofí; il qual poi se ne ritornò in Tauris, per la cui tornata furon fatti grandi apparecchi e ornamenti di bazzarri, e tutta la città stava in trionfi, facendo molte feste secondo la loro usanza. Questo signore è poco meno ch'adorato, massimamente da' soldati, tra i quali molti sono che senz'armatura combattono, contentandosi morire per il lor signore, combattendo col petto nudo, gridando: "Schiac, Schiac", che in lingua persiana vuol dire "Dio, Dio"; alcuni lo chiamano profeta: certo è che quasi tutti tengono ch'ei mai non debba morire. E stando io in Tauris, intesi che 'l signore avea per male quest'adorazione, e dell'esser chiamato Dio.
L'usanza loro è di portare una berretta rossa ch'avanza sopra la testa mezo braccio, a guisa d'un zon, che dalla parte che si mette in testa viene a esser larga, ristringendosi tuttavia sino in cima, ed è fatta con dodici coste grosse un dito, che vogliono significare li dodici sacramenti della lor legge; né mai si tagliano barba né mostacchi. Il vestimento loro è come fu sempre; l'armature son corazze di lame dorate, fatte di finissimo acciaio di Syras. Hanno barde di cuoio, ma non come le nostre: sono di pezzi come ale, e ingiuppate come quelle di Soria. Hanno elmetti, o sian berrette, d'una grossa maglia. Poi ciascuno usa d'andare a cavallo, chi con lancia e spada e una rotella, e chi con un arco e freccie e una mazza.
Essendo il signor in Tauris, nel tempo del verno vennero tre ambasciatori negri, i quali furono molto onorati dal detto signor Sofí; e fatta la loro ambasciata se ne tornarono dal lor signore con molti doni. Standosene Ismael sí com'abbiamo detto, gli vennero nuove che Iesilbas, signor di Sammarcant, col capitano Usbec, con potentissimo esercito aveano danneggiato il paese d'Hirac, ch'è Iespatan e altri luoghi: onde egli deliberò farne vendetta, e uscito alla campagna ordinò che tutta la sua gente fusse a Cassan, ventidue giornate per levante da Tauris, e quivi giunto fece la massa, per esser luogo molto abbondante di vettovaglie. Questa terra ha mura di pietra e volge tre miglia, e vi si fanno molti lavori di seta e di bambagio. Or, ragunato ch'egli ebbe centomila persone, intendendo che anche il nimico era con grossissimo esercito, sí com'avea scritto il vescovo armeno, volse andare ad incontrarlo, avendo grandissimo sdegno contra questi Tartari, perciò che, quando vennero l'altra volta, fu fatta la pace con loro, ma non passò l'anno ch'essi la ruppero. Cosí Ismael andò contra al nimico esercito, che stava a' confini d'Hirach, ch'era in Strava: e questo fu dell'anno 1501.
Levatosi adunque da Cassan insieme col suo esercito, se n'andò a Spaan, quattro giornate di là da Cassan; poi scorse piú innanzi animosamente, desiderando trovare il nimico, il quale, intendendo che Ismael veniva, si ritirò a un fiume detto Efra, ch'anticamente era chiamato Iarit, il qual nasce da un lago detto il lago di Corassan. In mezo del fiume v'è una città detta Chiraer, dentro della quale si misero i Tartari, facendo testa contra la gente del Sofí. Ed essendo sopragiunto Ismael, accampossi poco lontano da loro, e apparecchiandosi per combattere, il signore esortava tutti i suoi, e per le gran promesse tutti s'erano inanimati al combattere. Però, fatte tre squadre delle genti sofiane, fu data la prima a Busambet, signor di Sumacchia, la seconda a Gustagielit, la terza era del signore; e il simile fecero anche i Tartari.
Il giorno seguente il signor Sofí fece sonar tutti i suoi stromenti da battaglia, gridando tutti: "Viva Ismael nostro signore", di modo che a un'ora di giorno li due eserciti s'affrontorno, e nel primo assalto li Tartari ributtorno la squadra del Sofí, e n'ammazzarono assai, gridando sempre. E crescendo tuttavia i Tartari, di maniera che 'l Sofí vedeva quasi la sua perdita, egli si pose tra i primi, entrando nella battaglia coraggiosamente e dando animo a' suoi soldati, ch'erano smarriti per la rotta del primo squadrone: i quali, vedendo il lor signore combattere, si rimisero e menarono le mani virilissimamente contra li Tartari per quattro ore, e misero in fuga la squadra della quale era capo Usbec, e dopo lui il medesimo fecero gli altri, sí che il Sofí ne riportò l'onore, rimanendo vittorioso contra il nimico tartaro, com'anche nell'altre imprese ha fatto mostrando sempre il suo valore e virtú. Fu pigliato Usbec e Iesilbas co' figliuoli, e furono loro subito tagliate le teste, delle quali Ismael ne mandò una al soldano, l'altra al Turco. In questa giornata fu fatta tanta uccisione d'ambedue le parti, che in alcun tempo mai non è stata fatta in Persia la maggiore. Non fece morire i figliuoli, ma, dandogli in custodia, levò loro tutta la signoria. Venne alla sua ubbidienza Strava, Rassan e Heri, con altri luochi vicini. Quando il Sofí volse levarsi per venir via, fece venir alla presenza sua i figliuoli di Iesilbas, e disse loro: "Voi sete stati figliuoli d'un gran signore, il quale, per aver mancato della sua fede e aver danneggiato i miei regni, gli son venuto contro e hollo vinto e fatto morire; ma a voi dono la vita e lasciovi andare nel paese vostro, con questa condizione, che leviate la beretta rossa, e i vostri confini siano questo fiume". I giovani risposero: "Signor, siamo contenti di far quanto vuol tua signoria, e renderemoti ubbidienza", e cosí furono licenziati e se n'andarono a Sammarcant, e noi tornammo a Cassan, e quivi si stette tutt'il verno del 1510.
Quando giunsero i giovani a Sammarcant, andò la nuova a un loro avo materno come essi avevan promessa ubbidienza al Sofí (questo loro avo è uno de' sette soldani della Tartaria), e andato a trovarli disse: "O insensati, voi avete vergognato il nome nostro, levando l'insegna d'un cane che non è né cristiano né macomettano", e adirossi grandemente con esso loro. I giovani rispondendo dissero: "Abbiamo fatto il tutto sforzati, avendo veduto nostro padre morto, noi prigioni, lo stato preso e malmenata la gente"; e mutati d'opinione portarono la beretta verde, e l'avo promise loro rifar nuove genti per andar contra il Sofí. L'anno del '12 questi figliuoli insieme col loro avo fecero grande esercito e vennero nel paese del Corassan, posseduto dal Sofí, e pigliarono la città di Chirazzo, tagliando a pezzi tutti li sofiani; e seguendo la vittoria presero altri luoghi assai. Di che essendo venuta la nuova al Sofí, che stava col suo esercito a Coraldava, subito levossi e fece d'ogn'intorno genti, e andò contra questi delle berette verdi, e cacciolli del paese del Corassan. Ed essendo essi di là dal fiume Efra verso il mar Caspio in certi monti, non parve al Sofí di seguitargli piú, e se ne tornò a Chirazzo, lasciandovi un suo figliuolo di quattro anni, insieme con un valoroso e savio capitano; ed egli se ne venne a Tauris, lasciando anche tutto l'esercito, per dubio che i Tartari non ritornassero.

Alcuni signori persiani chiamano l'Ottomano in Persia contra 'l Sofí; vi va con gran numero di gente, e vennero a giornata con lui, e rimasto vittorioso se ne ritorna in Amasia.
Cap.18

Stando il Sofí in Tauris, furono molti de' suoi subditi signori de' paesi vicini al Turco che, veduto l'esercito esser restato a Corassan, s'intesero con l'Ottomano e chiamaronlo all'impresa della Persia: che senza questi il Turco non si saria mai assicurato d'andarvi. Essendo adunque stato chiamato da tali signori, e massimamente da' Curdi, nimici del signor Sofí, che stavan ne' monti di Bitlis, i quali, sapendo che i Tartari erano potentissimi, si credevano che 'l Sofí fusse stato preso, deliberò del 1514 far esercito e andar in Persia per rovinarla, dubitando che, se 'l Sofí avesse avuto vittoria contra i Tartari, facilmente si saria accordato col soldano del Cairo a' danni suoi. E cosí levossi da Constantinopoli, e con gran numero di gente se n'andò in Amasia, e quivi, messo in ordine tutto ciò che bisognava, nel mese di maggio s'incamminò alla volta del Toccato.
E sarà forse a proposito dirvi quivi la distanza delle miglia d'alcuni luoghi da l'uno a l'altro: primieramente adunque da Constantinopoli in Amasia vi sono cinquecento miglia; di qui al fiume Lais, ch'è Sivas, passando pel paese del Toccato, vi sono 150 miglia; da Lais, ch'è principio dello stato del Sofí, insino all'Eufrate son cento miglia; di qui fino a Carpiert ottanta, ad Amit cinquanta; di qui a Bitlis dugentoquaranta, da Bitlis al lago cinquanta. Il lago è lungo cento, dal qual capo al Coi sono cinquanta, dal Coi a Tauris 75; per il paese del Sofí settecentoquarantacinque fino in Tauris, e da Constantinopoli in tutto milletrecentonovantacinque.
Passato ch'egli ebbe il Toccato, andò a Sivas e poi nel paese d'Arsingan, facendo bottini grandissimi e mandando molta gente in Amasia e in Constantinopoli, come sono artefici e simili, e anche uomini da conto. Intendendo questo il Sofí, stando in Tauris e avendo lasciato l'esercito a Corassan, deliberò far piú gente ch'egli poteva, onde spedí subitamente due gran capitani nel paese di Diarbee, l'uno detto Stugiali Mametbei, l'altro Carbec Sarupira, i quali andati fecero circa ventimila persone: e con questa gente se ne vennero al passo dell'Eufrate. Ma, intendendo che Selino era potentissimo, non parve loro d'aspettarlo, ma ritornando ne vennero al Coi, dove è una valle assai grande, come campagna, nominata Calderan, e quivi si fermarono ed eravi il Sofí in persona. E cosí stando, il Turco veniva tuttavia innanzi, di modo che giunse poco lontano da questo luogo, rovinando e bruciando tutt'il paese per il quale egli passava.
Or, essendo partito il signor Sofí per Tauris, volendo far provisione d'altra gente, parve a' due capitani, vedendosi approssimato l'esercito nimico, di volere affrontarlo animosamente, come fecero, e con tanto furore che non si potrebbe dire. Dall'altra parte i Turchi combattevano astretti da necessità, sí perchè già mancavano loro le vettovaglie, e sí anche perchè, se venivano rotti, tutti sariano stati tagliati a pezzi. Alli 23 d'agosto adunque nel 1514 la prima squadra sofiana ch'investí, ch'era Stugiali Mametbei con la metà delle genti, riportò l'onore contra de' nimici, ch'erano tutte le genti della Natolia, rompendole e malmenandole. Ma, sopragiugnendo Sinan bassà con le sue genti, ch'erano della Romania, furono morti infiniti uomini, e alla fine fu rotto lo squadrone di Stugiali, ed egli preso e tagliatoli la testa, e mandata poi al Sofí. In questo entrò il secondo squadrone de' Persiani, e coraggiosamente combatterono mettendo in fuga li nimici, per modo che 'l Turco fu astretto col suo campo ritirarsi ov'erano i giannizzari e l'artigliaria, stando le sue genti quasi perdute e rotte: ma per la virtú di Sinan bassà si rinfrancarono, e furono rotti li sofiani, e perdettero tutti li padiglioni, e fu pigliata una moglie del Sofí. Essendo perduto tutt'il suo esercito, ambidue li capitani furon morti, ma l'uno de' due, nominato Carbec, avanti che morisse fu menato al signor turco, il qual gli disse: "O cane, chi sei tu, ch'hai avuto animo di venirmi contro per contrastar alla nostra signoria? Non sapete che nostro padre e noi siamo in luogo del nostro profeta Macometto, e Dio è con noi?" Risposegli il capitano Carbec: "Se Dio fusse stato con voi, non saresti venuto a combattere contra del mio signor Sofí, ma credo che Dio t'abbia lasciato dalla sua mano". Allora Selin disse: "Ammazzate questo cane". E il capitano replicò dicendo: "Ora so ch'è il tempo mio; ma tu, Selino, apparecchia la tua anima un altr'anno, che 'l mio signore ucciderà te come al presente tu fai uccider me", e fu morto.
Il Turco dopo questa vittoria si riposò al Coi, per esser morte assai delle sue genti. E la nuova della rotta andò in Tauris al signor Sofí, il qual subito, con quelle genti ch'aveva e ch'erano scampate, con la sua moglie detta Tasluchanun e con le sue ricchezze andò in Casibi per levar un altro esercito e venir contra 'l Turco: questo luogo è sette giornate lontano da Tauris per la via di levante. Le genti di Tauris, vedendo partir il lor signore, dubitarono del Turco, onde gli mandorno due ambasciatori e molti doni. Il Turco poi se ne venne in Tauris, e subitamente fece raccolta di settecento famiglie di diverse arti e mandolle in Constantinopoli; ed essendo dimorato quivi tre giorni, vedendosi mancare le vettovaglie, e anche dubitando che i Persiani non l'assalissero con maggior forza, si levò, e pel viaggio ebbe grandissimi disturbi, per rispetto delle vettovaglie e degl'Iberi, da' quali ricevé gran danno; pur finalmente giunse in Amasia.

Il Sofí manda ambasciatori al soldano, ad Alidolat e agli Iberi, e fa lega con esso loro
contra il Turco, al quale mandò anche ambasciatori, presentandolo per superbia
di ricchissimi doni e minacciandolo; e il Turco, andato contra Alidolat,
lo ruppe e fece tagliar la testa a lui e a due suoi figliuoli.
Cap. 19

Tornato il Sofí in Tauris, deliberò mandar ambasciatori al Cairo, ad Alidolat e agli Iberi: e questo fu d'ottobre. In tanto quelli che già eran andati al soldano giunsero di dicembre, ed esposero la lor ambasciata, a' quali il soldano rispose ch'era contento d'aiutare il Sofí e insieme con lui accordarsi contra 'l Turco, e sovvenirlo di genti e star a una istessa fortuna, né mai andargli contro. Con tutto questo il Sofí volse da lui che, se il Turco gli mandava ambasciatore alcuno, non l'accettasse se non in publico, e ascoltandolo in secreto la pace tra loro fosse rotta: e cosí fu conclusa la lega tra 'l soldano e il Sofí. Gli altri ambasciatori, ch'erano andati ad Alidolat con l'istesso ordine, riportarono l'istessa conclusione, e con gli Iberi fecero il medesimo, i quali di piú s'obligarono di dar quel maggiore esercito che potessero, ogni volta che 'l Sofí volesse andare contra Selino. Dopo questo il Sofí mandò oratori al Turco in Amasia, i quali gli portarono una verga d'oro tutta fornita di gemme, una sella e una spada guarnite medesimamente di gioie, con una lettera che diceva: "Io Ismael, signor della Persia, ti mando per questo cose regali, che vagliono quanto il tuo regno: se tu sei uomo conservale, che io verrò a torle, e non tanto queste, ma ancora la tua testa e il regno insieme". Selino, intendendo questo, volse far morire gli ambasciatori, ma i bassà non acconsentirono; e facendo solamente tagliar loro il naso e l'orecchie, licenziandogli disse: "Dite al vostro signore ch'io lo tengo come un cane, e ch'egli farà quanto porrà e non piú".
Li paesi che dirò qui di sotto ora stanno all'ubbidienza del signor turco, nel governo de' quali dimorano li suoi giannizzari: governano prima il paese d'Arsingan e di Baibiert, ch'hanno molte città e castella, le quali confinano col Turco per Trabisonda (e questi due paesi son nell'Armenia minore); poi di là dell'Eufrate, ov'è il paese di Diarbee, la cui metropoli è Amit (e questo è parte dell'Armenia maggiore); il paese di Mosul e la gran città, fino a' confini del Bagadet (e questo è la Mesopotamia). Or, stando le cose nel termine ch'abbiamo detto, il Turco se ne venne al Toccato e in Amasia, e l'anno 1515 egli si trovava ne' detti luoghi con le sue genti, ma poche, le quali aveva divise in due parti: una n'avea data a Scander, mandandolo ad espugnare una città d'Ismael detta Tania, la quale aveva centocinquantamila anime; con l'altra poi egli s'inviò all'impresa d'Alidolat, il quale stava alla montagna in luoghi forti, e avendo intesa la deliberazione del Turco li mandò ambasciatori, dicendogli ch'egli sempre era stato suo amico, e che non sapeva per qual cagione gli voleva levar lo stato, ma che, poi che voleva cosí, egli deliberava di morir da valent'uomo. Il Turco gli rispose che lo volesse aspettare, che gli mostreria quel che importava accettare ambasciatori del Sofí, promettendo di dargli aiuto contra di lui. Il capitano Scander andò ad espugnare Tania con crudeltà grandissima, e il signore andando verso la Cassaria, ch'è vicino agli Alidoli, gli Alidoli vennero ad affrontarlo, e furon rotti e malmenati, e Alidolat fu preso e tagliatoli la testa con due suoi figliuoli; gli altri fuggirono al monte, tal che il Turco ebbe gran vittoria, e il capitano Scander fece l'istesso, malmenando tutte le genti ch'erano in Tania. Or, avuto queste vittorie, il Turco deliberò mandar suo figliuolo in Amasia, ed egli se n'andò in Constantinopoli.

Il Turco va contra 'l soldano, e venuto a giornata con lui lo rompe, e more il soldano.
Cap. 20.

L'anno del 1516, intendendo il Turco l'accordo del soldano e del Sofí, e vedendo egli che 'l Sofí era impedito con quei delle berrette verdi, deliberò fare un grand'esercito contra del soldano, e cosí nel detto anno, del mese di maggio, fece passar la sua gente di là dallo stretto e andò nella Natolia, e mandò il capitano Sinan bassà con molti schioppettieri e artiglierie, comandandogli ch'andasse alla volta della Caramania. E camminando egli pel paese de' Turcomani, giunse a una terra detta Albustan, e quivi dimorò qualche giorno per rinfrescar l'esercito.
Intendendo questo, il Sofí mandò oratori al sultan de' Mamalucchi Campson il Gauri, che dovesse cavalcar egli d'una banda e il Gauri dall'altra, e romper Sinan bassà. Il soldano assentí al tutto, mettendosi in ordine con gran numero di gente, e levatosi dal Cairo andò in Aleppo. Sentendo questo, il Turco si levò da Constantinopoli, a' cinque di giugno 1516, e andò verso Sinan bassà; ed essendo in viaggio, mandò il cadi Lascher e Zachaia bassà suoi oratori al soldano per intender la cagione del suo venire in Aleppo, non essendo solito: ma non ebbero in ciò pronta risposta, il che diede segno ch'avea intendimento col Sofí. Per la qual cosa il signor turco fece adunar tutti li dottori e altri literati, e domandò loro quel che comandava la legge d'Iddio; fugli risposto ch'era lecito levar via prima quella mala spina, e poi andar dove esso Dio lo guidasse. Inteso questo, subito s'aviò alla volta d'Aleppo con grossissimo esercito e con gran festa, e andatovi alloggiò in una bellissima campagna, appresso la veneranda sepoltura del profeta David; e per quattro bande mandava l'antiguardia innanzi, tal che e di giorno e di notte i soldati stavano a cavallo con la lancia.
Venendo l'altro giorno, i Mamalucchi s'ordinarono per far il fatto d'arme. Il Turco, inteso questo, si levò nel padiglione in piedi e fece orazione a Dio, pregandolo, per il suo gran nome e per la lor gran fede, che all'esercito de' buoni mosulmani prestasse vittoria. Fatta quest'orazione montò a cavallo, e andando esortava li bassà da una banda e l'altra ch'ordinassero le squadre, e cosí fu fatto; e ordinate anche l'artiglierie grosse e minute, cominciarono a camminare, e tutti li suoi iausi, ch'erano da milleducento, facevano orazione a Dio per il lor signore: e stavano forniti di cavalli e di veste ricchissime, e tutti attenti alle bandiere e a' comandamenti. Il signor si mise anch'egli all'ordine, e dietro di lui veniva un bellissimo giovane detto Mergis, e poi tremila vestiti d'oro col cappello d'oro, ch'erano suoi schiavi, tenendo le mani nelle corde de' loro archi. Erano poi alla sinistra tremilacinquecento de' suoi uomini della corte, poi millesettecento solacchi, e le rose bianche del giardino del suo campo, e tredicimila giannizzari con schioppi e artiglierie. Alla sinistra di questi andava la gente della Natolia, della quale era capo il loro sangiacco, ch'era signor de' Turcomani, nominato Sachinalogier, tutti con le lancie. Dalla destra erano li valenti della Grecia, con lor capitano Sinan bassà, e il begliarbei del paese acquistato dell'Azimia, detto Buichimehemet, co' valenti d'Amasia con le spade in mano.
Posti in ordinanza in questa maniera, a' 24 d'agosto a ora di terza s'affrontorno, e fecero grandissima e crudelissima battaglia, che durò fino a mezogiorno. All'incontro de' Greci stava il signor di Damasco, gran capitano nominato Sibes; e all'incontro di quelli della Natolia stava il signor d'Aleppo, detto Caierbec. Sinan bassà, portandosi virilmente, fece ritirar li suoi nemici fino allo stendardo: e vedendo la gente il valore del bassà, tutti seguivano la vittoria, e combattendosi molto gagliardamente d'ambedue le parti, cinque o sei volte l'un l'altro si ributtarono. Ma il signor d'Aleppo alla fine voltò le spalle e fuggí con tutta la sua banda. Il detto bassà cominciò a combattere col signor di Damasco, il qual non poté durare e se ne fuggí alla volta del gran soldano; e correndoli dietro uno de' valenti di Grecia gli tagliò via la testa, e appresso seguí anche la morte del soldano Campson il Gauri. Rotto il campo e lasciati li padiglioni, ricchezze e robbe assai, se ne fuggí gran parte di Mamalucchi in Aleppo, dove essendo poco spazio dimorate se n'andarono a Damasco e poi al Cairo. E il signor turco, venuto in Aleppo, vi stette qualche giorno, per pigliar le chiavi di molti castelli, ne' quali pose i giannizzari; e mandò Ianus bassà con parte de' valenti di Grecia a perseguitar le reliquie del campo: e giungendole appresso una città detta Camau, s'approssimò il signor d'Aleppo Caierbec e un altro detto Algazeli. Quello d'Aleppo si fece avanti al bassà, promettendogli d'esser buono schiavo del gran signore; Algazeli se ne fuggí al Cairo, e Caierbec andò alla presenza del gran signore, dal qual fu veduto volentieri: lo presentò di gran doni d'oro, di sete e di lane e di bambagi, e facevalo sedere appresso de' gran signori.
Il signore cavalcò poi verso Damasco, e prima che egli v'entrasse fece appresso la città drizzare il suo padiglione, facendo porta con grandissima dignità e magnificenza, perciò che vi si trovarono uomini di settantadue lingue: e non fu fatta mai piú cosí onorevol porta. Essendo stato alquanti giorni dentro della città, ordinò a due signori della Grecia, cioè Mametbei e Scanderbei, che con la lor gente andassero alla volta di Gazzara, ch'è nel principio del distretto, e quivi si fermassero. Partitisi con quest'ordine, furono nel viaggio assai volte assaliti da' Mori e dagli Arabi, ma con tutto ciò giunsero a Gazzara ed entrarono nella terra attendendo a darsi piacere.

Tomombei nuovo soldano, avisato della vittoria del Turco, lascia andare Algazeli contra i Turchi ch'erano in Gazzara; e Sinan bassà, andando per soccorrergli, s'affrontò con lui e lo ruppe; e 'l Turco si parte da Damasco e va in Ierusalem, dove fece limosine e sacrificio.
Cap. 21.

Di questa vittoria fu subito avisato il nuovo soldan del Cairo, ch'era il gran diodar detto Tomombei; e giunto Algazeli al Cairo, ch'era uomo valente nell'arme, domandò licenza per andar a Isar. I Turchi ch'erano andati a Gazzara se ne stavano fermi, e questi, partito dal Cairo con cinquemila Mamalucchi molto ben armati, facea cavalcar tutt'il paese. I Turchi di Gazzara stavan tutti con l'animo sospeso; nondimeno deliberorno di morire con l'arme in mano. In questo venne in animo al gran signore di soccorrere quelli di Gazzara, e cosí mandò Sinan bassà con quindicimila uomini. Algazeli, partito dal Cairo, giunse a Catia, e passato l'arena del deserto e arrivato a una caversera, over villa, dove alloggiò, ebbe nuova che Sinan era giunto a Gazzara: e avvegna che questo gli dispiacesse, non potendo mandare ad effetto il suo disegno, non si rimase però di far buon animo, esortando tutti li suoi a combattere valorosamente, promettendo loro la vittoria. E avendo messo ordine d'assaltare i Turchi la notte, questa deliberazione fu saputa da' nemici, e Sinan bassà fece ragunar la sua gente per far la giornata e voler vincere o morire, perciochè altro non poteva seguire, trovandosi circondato da tanta moltitudine di Mori.
Quella notte fu mostrata grande allegrezza, col tirar di schioppi e con fuochi, domandando a Dio vittoria. E cominciando noi a caminare, quelli di Gazzara credevano che fuggissimo verso 'l signor nostro il gran Turco, di modo che gl'infermi, che restarono in Gazzara, furon tutti morti; e fecero assapere ad Algazeli che i nostri eran fuggiti tutti, di che egli ebbe grande allegrezza quella notte. Ma il giorno a terza, vedendo la polvere che faceva l'esercito, il quale veniva contra di lui per combattere, avendo egli creduto essersene fuggito, se gli mutò in gravissimo dispiacere e ne rimase tutto smarrito. Li nostri appressandosi smontarono, stringendo le cinghie a' cavalli, e poi l'un l'altro chiedendosi perdono si toccavan la mano e baciavansi, e cominciarono a far orazione, pregando Iddio, per il lor profeta Macometto e per li quattro suoi assistenti, che sono Abubachir, Omar, Osman e Alí, e per tutti gli altri antecedenti profeti, che volesse dar aiuto al campo de' buoni musolmani. Voltossi poi Sinan bassà all'esercito, esortando tutti con dire ch'essi avevan rotto molte piú genti e vinte assai maggior battaglie di questa, e che stessero saldi, perciò che chi debbe morire, se ben fugge, morirà, e chi non debbe morire combatta, e sí come i castroni maschi son buoni per sacrificare, cosí essi debbon combattere per il lor signore. "Facciansi le vendette de' nostri amici, che nella prima zuffa questi cani han morti, i corpi de' quali, se potessero parlare, grideriano "ammazza, ammazza""; e vincendo averian dal lor signore gran mercede e acquistarian nome eterno, perciò che molti d'essi ch'erano piedi sariano poi teste. Tutti rispondendo dissero: "Iddio dia lunga vita al signore, tutt'il mondo gli sia soggetto, e chi non lo vuol vedere resti morto; andiamo, andiamo".
Andossi adunque, e affrontaronsi ambidue gli eserciti. Li Circassi sostennero l'impeto nostro con gran forza e ardire, ributtandosi piú volte l'un l'altro da terza fino a mezogiorno, con morte di molti; finalmente li Circassi restarono rotti, e i nostri vittoriosi e allegri e con gran guadagno. I Mamalucchi fuggirono al Cairo, e alcuni de' nostri gli seguitarono. Gli altri tornarono in Gazzara con Sinan bassà, facendo empire di paglia le teste de' signori morti e l'altre attaccare alle palme, per memoria di tal battaglia. Il gran signore mandò ducento solacchi che dovessero andar ad incontrare Sinan bassà, ordinando loro che sollecitassero di cavalcare, e aspettarlo in un certo luogo, ma, non trovando il bassà, se ne ritornassero a lui. Or, cavalcando costoro, la maggior parte ne fu morta, e nel tornar adietro, essendo assaltati un'altra volta dagli Arabi, furono tutti uccisi eccetto che sei, i quali tornarono al gran signore, dicendo che nulla aveano saputo né di Sinan né del suo esercito. Il gran signore, inteso questo, si levò furiosamente per andar a ricuperare i valenti della Grecia. Ma in tanto sopragiunsero alcuni Mori, con nuova che Algazeli era stato rotto dalla gente turchesca, la qual se n'era tornata in Gazzara trionfando. Fu usata cortesia a' Mori per la nuova, e il signore stette di bonissimo animo, e levossi di Damasco e venne a Peneti, dove li ducento solacchi furono morti: fu saccheggiato Peneti e bruciato. Poi se n'andò in Ierusalem, e nel cammino s'ebbe gran pioggia e mal tempo, onde nacque e travaglio e morte di molti.
In Ierusalem il signore dispensò assai denari a' poveri della città; fece anche sacrificio di buoni castroni, tal che della sua santa limosina gli uomini del sacrificio degli uccelli e delle bestie rimasero sodisfatti. Cavalcando poi alla volta di Gazzara, si giunse in una valle terribile, dove non potevan passare piú che due cavalli per volta. Gli Arabi avevano preso il passo, e avevan di sopra ragunati gran sassi, per lasciargli cadere quando il signor passava, e anche v'aveano di molti arcieri. Il signor, avendo inteso questo, ordinò che le bombarde e gli schioppi fossero apparecchiati; ma quando venne il bisogno, per la pioggia e per il vento non si poterono discaricare. Né con tutto questo i gianizzari valenti restavano d'adoperare artificiosamente gli schioppi, facendo fuggire i Mori con morte loro. E appressandoci noi a Gazzara, i valenti di Grecia, molto ben vestiti delle robbe de' nemici e bene armati, uscirono della terra per un tiro d'arco ad incontrare il signore: i Mori, vedendo tanta pompa, restarono stupefatti, e i sanzacchi smontarono a basciar la mano al signore, e tutto l'esercito si divise in due parti, mettendo il signore nel mezo, e lo salutarono. Poi incontrò Sinan bassà, e ringraziollo assai con tutto l'esercito insieme e co' spachí, che vuol dire gentiluomini, e donò cose assai. Essendo stato quattro giorni a Gazzara, se n'andò poi a Casali, dove per non esservi acque non avea prima potuto andare; ma essendo per le pioggie l'arene già piene, era passato commodamente. E subito giunto Casali fu messo a sacco, per essere stato il signore assalito dagli Arabi di quel luogo nella valle sopradetta.

Il Turco se ne va alla volta del Cairo, e il soldano con Algazelli lo va ad affrontare, e venuto a far giornata riman vinto, e travestito se ne fugge; e il Turco andò alla sedia del soldano.
Cap. 22.

Ci mettemmo poi su la strada dritta alla volta del Cairo, e il soldano Tomombei, nuovamente creato, attendeva a far cavar le fosse e far ripari alla terra con grandissimo numero di popolo, e apparecchiava l'artigliarie, con disegno di scaricarle tutte a un tratto quando l'esercito nostro s'appresentasse, e far uscir quattordicimila Mamalucchi e ventimila Arabi per dissiparne tutti. Quando ci accostammo alla terra, si fuggirono sei Mamalucchi e vennero al signore, facendogli sapere il tutto, onde egli subito si voltò per un'altra strada ch'era sicura, né l'artiglieria nemica poteva nuocergli. I Circassi e il soldano vedendo che 'l signore andava per un'altra via, con gran voce e romori Algazelli si mosse contra l'esercito di Grecia, e contra quel di Natolia il visier nominato Allem, e il soldano contra il signore: tal che dalla mattina fino al mezogiorno fu fatta gran battaglia. E combattendo, sciaguratamente Sinan bassà fu morto, e fu fatto sacrificio da tutti gli uomini suoi, che 'l suo pane e 'l suo sale mangiavano, ed erano gran numero, i quali con le veste donate loro dicevano: "Vogliam morire col nostro padrone". Lo lavarono con le lor lagrime, poi l'involsero in un drappo sottilissimo, e con un'acqua che si truova alla Meca, chiamata abzenzom, l'aspersono, e fatta la fossa lo sepelirono.
Mustafà bassà, parendogli che a lui toccasse, con gran gridi e valore cominciò a ferire, e vedendo cosí le genti della Natolia, delle quali egli era capo, talmente s'infuriarono che tagliavano i Circassi sí come si fan le biade, di modo ch'ognuno stupiva. La squadra del signore e della Grecia combattevano anch'esse gagliardamente. Pur nell'ora di compieta, per esser stanco ognuno, si ritirarono, e i Circassi, mostrando di riposarsi, si diedero a fuggire, parte nel Cairo e parte di fuori: i Greci gli seguitorno fino alla notte, pigliandone e ammazzandone assai. Il signore stette quella notte dove fu fatta la giornata, e ordinò che tutti li prigioni fossero morti: e tanto fu fatto. Stettero quivi tre giorni, poi il quarto andorno al fiume Nilo, a un luogo detto Bichieri, e quivi si fermarono due giorni. I Mamalucchi ch'erano avanzati si ragunorno col soldano al numero di novemila per assaltarne la notte, il che essendo fatto sapere al signore, fu ordinato che 'l campo stesse tutta la notte in arme. E li nemici, intendendo questo, mutorno consiglio e deliberorno d'assalirci di giorno, e cosí con grandissime grida n'assalirono. I gianizzari si portorno valentemente; la banda della Grecia si mise a cavallo e combatté: e non potendo per quel giorno vincer li nemici, ambidue gli eserciti si ritirarono.
La mattina seguente il gran signore si levò al levar del sole, e dopo l'aver ringraziato il Signore Iddio comandò che tutto l'esercito si mettesse in ordinanza, montando tutti a cavallo, e con gran terrore e pompa s'aviassero verso i Circassi, i quali gridando pur come sogliono, per le strade della terra cominciossi la crudel battaglia: e per la polvere uno non si discerneva dall'altro. I Mamalucchi non facevano stima allora d'altro se non di morire con la spada in mano, parendo lor vergogna di salvarsi e lasciar tutt'il loro avere nelle mani de' nemici: dal qual partito Dio guardi ognuno, e massimamente i buoni musolmani.
Vedendo il signore che non poteva abbattere li Circassi, comandò che la città fosse posta a fuoco, e i gianizzari, ubbidientissimi, misero fuoco alla terra da molte bande. I Mamalucchi, vedendo questo, gridorno misericordia con voce spaventosa e orribile; il signore, divenuto pietoso, comandò che si cessasse dal fuoco, e fu miracolo che tutta la terra non s'abbruciasse. I Circassi fecero di nuovo tal battaglia che le freccie cadeano come pioggia, e d'ambe le parti ne morirono tanti che le strade del Cairo correvano tutte sangue; e tutto quel giorno fu combattuto nel medesimo modo. La notte, essendo i Circassi stanchi e deboli, si ritirarono in una moschea, e combattendo come in un castello per tre giorni e tre notti fecero gran difesa: ma, facendosi poi un grande sforzo, a forza fu pigliata la moschea. Il soldano Tomombei travestito se ne fuggí, e il signor andò a riposarsi, e gli altri attendevano a fare infiniti bottini e prigioni, a' quali poi sopra il Nilo tagliavano la testa.
Algazeli si trovava fuori del Cairo per far ragunanza d'Arabi, e già s'era avvicinato alla terra, quando intese che 'l signore aveva fatte le gride che a tutti li Circassi, i quali in termine di tre giorni s'appresentavano, veniva perdonato: laonde molti Circassi che stavano ascosti s'appresentorno, ed ebbero di gran doni. E cosí anch'egli s'appresentò e s'inchinò al signore, onde gli furono donati gran presenti. Dopo questo il signore, col gran stendardo bianco, con tamburi, naccare e piffari, andò alla sedia del soldano; e fu scoperto un tradimento d'alcuni Mamalucchi che volevan fuggire, i quali essendo stati presi, parte ne fece morire e parte fece mettere in prigione, in certi luoghi detti, e passati alcuni giorni gli fece affogare nel Nilo: e in questa maniera il signor si vendicò de' suoi nemici. Il qual signore, il cui nome è sultan Selino, stando nel Cairo e sentendo che gli schiavi, a una città detta Catia, facevano grandi insulti a' nostri soldati ch'andavano per le bisogne dell'esercito, mandò Algazeli e un begliarbei, con piena commissione di castigar li Mori e dar a sacco la città: e avendola presa e morti tutti i Mori, gli altri vicini eran diventati mansueti come galline.

Il Turco manda ambasciatori al soldano, che s'era fuggito, confortandolo ad umiliarsi a lui; ed essendo stati uccisi da' Circassi, il Turco manda Mustafà con l'esercito per farne vendetta. Il soldano riman vinto e se ne fugge, ed essendo perseguitato da Mustafà, vien preso e, condotto al gran Turco, è impiccato a una porta del Cairo.
Cap. 23.

Noi stavamo attenti per intender quel che operava il soldano, il qual era passato il Nilo e fuggito nel paese del Saettò. Desideroso di saper quel che facevano i Turchi, mandò messi secreti al Cairo, per metter ordine co' cittadini di dentro di malmenar il nostro esercito. Stando la cosa in questo modo, Omar signore de' Mori venne occultamente a baciar la mano al signore, e dissegli il tutto: e n'ebbe un buon sangiaccato nelle parti di Saettò; furono fatte guardie per tutto, e con artiglieria per il fiume, sí che gli uccelli non averian potuto passare. Fu poi deliberato di mandare due de' grandi co' cadi del Cairo per ambasciatori al soldano, esortandolo a volersi umiliare al signore, che prometteva donargli un grande stendardo del Cairo con la signoria; ma li Circassi, quando ebbero gli oratori in lor potere, li fecero morire.
Il signor, avendo intesa questa crudeltà, fece far ponti sopra il fiume, e comandò a Mustafà che passasse con tutto l'esercito. Ed essendo passato, fu riferito al soldano il tutto, il quale con cinquemila Circassi e diecimila Arabi, cavalcando da corrieri, in un giorno e una notte si vennero ad accostarsi. In questo mezo parte de' valenti di Grecia erano passati, e parte ne passavano, non avendo notizia alcuna di ciò: ma Iddio volse che coloro che cercavano luogo buono per drizzare il padiglion del signore viddero la polvere della cavalleria che veniva e, stando tutti maravigliati, montarono a cavallo. Il signor fece intendere a Mustafà che cavalcasse. I Circassi urtarono e ributtarono i nostri insino allo stendardo, ma poi rinforzandoci noi ributammo loro: il che vedendo, li Circassi di nuovo si ristrinsero e ci ributtorno, con tanta uccisione de' nostri che correva il sangue come un fiume. I Mori combattevano soli, per dar luogo a' Circassi di riposarsi, onde i nostri stavano in grandissimo disavantaggio del tutto: pur combattevano, ma con gran rovina.
Vedendo questa cosa il bassà, ch'era alla presenza del signore, e che s'andava alla via di perdere, furiosamente pigliò la scimitarra e il bosdocan, andando verso il soldano correndo, per cavargli prima l'anima del corpo e poi morire anch'egli. Veduto questo valore, i Greci si misero a seguirlo per corrispondere al lor capo: e certamente, s'allora gli fosse mancato l'animo, gli saria mancato anche la vita e sariano stati morti tutti. Ma, combattendosi cosí animosamente, si diede indizio al soldano che volevamo la vittoria: il che considerando egli, che si trovava di signor grande esser fatto schiavo picciolo e di ricchissimo poverissimo, guardando il cielo con amarissime parole si lamentava, di modo che facea scoppiar di dolore e di pietà chi l'ascoltava. Dopo molte parole accompagnate con infinite lagrime si mise a fuggire di giorno e di notte, fin ch'arrivò a un ponte, dove alquanto si riposò. I Greci insieme con Mustafà lo perseguitavano, ma egli fuggendo tuttavia passava piú oltre.
Il signor si partí dal Cairo e alloggiò meza giornata lontano da Mustafà, che per quattro giorni e altretante notti aveva perseguitato il soldano, il quale per stanchezza s'era fermato ad un casal de' Mori. I nostri, essendo anch'essi stanchissimi, non lo poterono cosí ben giugnere, per la qual cosa deliberarono scrivere a quei del casale che, sotto pena del sacco e del fuoco, facessero guardia e procurassero che 'l soldano non trapassasse piú oltre: e cosí il capo del casale, ch'era un siech Assaim, lo fece sapere a tutti, onde Tomombei co' Circassi furono circondati da' Mori, di maniera che non potevano scampare, e sopragiugnendo i nostri andarono loro adosso. I Circassi si gittarono in un lago vicino, e i nostri parte ne tagliavano a pezzi, e parte anche ne facevano prigioni. Tomombei fu preso stando in acqua fino alle ginocchia, e fu menato al bassà, il quale spacciò una staffetta al gran signore, facendogli intendere tutto ciò ch'era seguito. Giunto il nunzio fu ricevuto con grand'allegrezza, e tutti i sangiacchi e tutti i signori baciarono le mani al gran signore. Il soldano non fu condotto alla presenza del signore, ma lo fece alloggiare in un padiglione vicin a lui e molto ben custodito.
Fu poi fatta un'altra battaglia co' Mori d'un altro casale appresso il Nilo, i quali sempre con alcuni Mamalucchi assassinavano i nostri e gli spogliavano: andovvi Mustafà e destrusse il casale, ed essendo quivi stato quattro giorni se ne ritornò al signore, il qual fece porta e comandò che Tomombei soldano fosse condotto per le contrade del Cairo sopra una mula, con una catena al collo, e a una porta chiamata Bebzomele fosse impiccato: e cosí fu eseguito. Questo fu il fine del regno de' Mamalucchi, e il principio di maggior grandezza di Selim sultano. Quest'ultima impresa che fece Selim contra il soldano e Mamalucchi fu puntalmente da un cadi Lascher, che si trovò all'impresa, scritta ad un cadi di Constantinopoli, tradotta di turchesco nel nostro vulgar toscano nell'anno 1517, alli 22 d'ottobre.
Del 1524 del mese d'agosto s'ebbe nuova che sopradetto signor Sofí era morto, e che 'l figliuolo minore era entrato in signoria, contra del qual andava il maggiore armato con buon numero di genti. Ismael aveva lasciato quattro figliuoli: il primo chiamato schiac Thecmes, il secondo Alcas el myrza, il terzo Pacrham el myrza, il quarto Sam el myrza (myrza è un titolo che vuol dire signorotto). Il primogenito aveva allora quattordici anni, e gli lasciò un governatore, nominato Chiocha sultan, che governasse il suo regno insino che 'l fanciullo venisse all'età conveniente e atta a governare. Era questo governatore molto savio e di grande auttorità. Successe poi che molti signori suoi vassalli, per invidia del detto governatore, cominciarono a far guerra l'un contra l'altro ed essendo usciti alla campagna, vennero insino al padiglione di schiac Thecmes e volsero ammazzare il suo governatore, ma la cosa fu adattata.


Viaggio d'un mercante che fu nella Persia

La scusa che fa l'auttore intorno a questa sua istoria. Cap. 1.

Conciosiacosachè tutti gli uomini per il lor natural instinto cerchino di sapere, e massimamente quelli che sono avezzi a leggere, e per ciò essi di continuo vanno cercando e investigando cose nuove, per questa cagione ho pensato che scrivendo il mio viaggio fatto in Persia, e narrando quanto in quelle parti di levante ho potuto intendere col mio picciolo ingegno nello spazio d'otto anni e otto mesi che vi son dimorato, che questa mia scrittura sia per esser grata a coloro che la leggeranno, cosí per la varietà delle cose che vi saranno narrate, come per la cognizion di tante città, popoli e costumi stranieri. E se in qualche parte io fossi confuso e longo, domando perdono a' benigni lettori, perchè questo non procederà da altro che da non esser pratico nello scrivere ordinatamente; ma nel resto siano sicuri che non si dirà se non la pura verità di quello ch'averò veduto e udito, non lo ampliando, ma semplicemente narrandolo, come si conviene ad un leal mercante, non uso a saperlo adornar con parole.
E acciò che si sappiano i luoghi e i paesi dove sono stato, dico che quando schiec Ismael venne contra Aliduli nella Caramania, che fu del 1507, io mi trovai nel suo esercito in Arsingan, dove dimorò giorni 40. Mi trovai ancora in Cimischasac quando egli passò il fiume Eufrate, entrando nel paese d'Aliduli; medesimamente io era nel tempo ch'egli prese Sumacchia con tutt'il paese del Sirvan. Io fui presente in Tauris molte volte, quando siech Ismael v'era giunto con l'esercito suo, e sommi trovato in Dierbec, avendo veduto combattere terre e castella; e alcune battaglie e vittorie ch'esso siech Ismael ha avute, ancor ch'io non vi sia stato presente, pur l'ho volute raccontare, essendomi ingegnato d'intenderne la verità, parlando con diverse persone che vi furono presenti: il che feci con facilità, sapendo io benissimo la lingua azemina, turca e araba.


Le città che si truovano partendosi da Aleppo per andar nella Persia: della città di Bir, di Orfa, e della fontana di Santo Abram, la cui acqua libera della febre, e de' pesci che vi sono; d'un pozzo che sana i leprosi; e come sia magnifica la detta città d'Orfa. Cap. 2.

E per tornare al mio viaggio, dico che, partendosi d'Aleppo per andare nella Persia, e massimamente in Tauris, a tre giornate si truova una terra nominata Bir, la quale è di là dal fiume Eufrate sopra la riva d'esso, ed è picciola. Sultan Cartibec la fece murare d'intorno, che prima non era murata, e sempre ha avuto un forte e bellissimo castello, il quale molte volte da molti, e anche da Diodar, che fu ribello del soldanello, è stato combattuto, ma niuno mai lo poté conquistare. Tutt'il paese, le città e castella che sono di là dal detto fiume, sempre sono state, come oggi ancor sono, sotto l'ubbidienza de' re di Persia; di qua dal fiume verso Aleppo tutto è signoreggiato dal soldan del Cairo. In tutti li paesi, provincie, città e castella che sono da Aleppo insino a Tauris, e da Tauris fino a Derbant, ch'è sopra la riva del mar Caspio, vi son dimorato e praticato, come narrandovi d'esse città e paesi conoscerete.
Da Bir a due giornate egli è una gran città detta Orfa, la quale e gli abitatori e le lor croniche antichissime narran esser stata fabricata e d'intorno circondata di mura dal gran Nembrot: e in vero mostra esser antichissima muraglia, e volge di circuito dieci miglia, senza aver fossa attorno. V'è dentro un bellissimo castello murato di grossissime mura, ma anch'esso è senza fossa alcuna, e nel mezo vi sono due belle e grandissime colonne, e di grandezza non cedono a quelle di Vinegia che sono sopra la piazza di S. Marco, sopra le quali vien detto ch'esso Nembrot teneva gl'idoli: e ancora stanno in piedi come da principio furono drizzate.
In questa città è anche il luogo dove il nostro padre Abraham volse sacrificare a Dio il suo figliuolo Isaac. E dicesi che in quell'istesso luogo in quel medesimo tempo nacque una gentile e chiara fonte, di grandezza tale che fa macinar sette molini nella città e adacqua il paese di quel circuito; e anche dov'essa nacque fu fatta una gran chiesa, nel tempo che li cristiani regnavano, nominata Sant'Abraham, la quale, poi che li cristiani ebbero perduto il regno, macomettani la tramutarono in una moschea: e la fonte infino al presente è chiamata la fonte d'Abraham, cioè in turco Ibraim calil bonare, ed è molto celebrata oggidí da' cristiani e da' macomettani, perciò che ha tal virtú, che qualsivoglia ch'abbia la febre, entrando in quella tante volte con divozione, n'esce con sanità, cioè libero dalla febre. Nella detta fonte vi sono molti pesci, che non ne sono mai presi, essendo per divozione tenuti come cosa santa.
Si truova anche fuori di questa città, sei miglia lontano, una mirabile cosa, ch'è un pozzo che risana i leprosi, pur ch'essi vi vadano con molta divozione, tenendo quest'ordine: prima convien digiunar cinque giorni, sempre bevendo di quell'acqua fra 'l giorno molte volte a digiuno, e ogni volta che si beve convien lavarsi con quella; e passati li cinque giorni si resta di lavare, ma se ne beve continovamente sino a' dieci o dodici giorni, e cosí la virtú di questa sant'acqua libera dalla detta infermità, over opera talmente ch'ella non procede piú oltre. E di questo io con gli occhi miei n'ho veduto l'effetto in Orfa, che molti che vi sono andati infermi se ne sono partiti sani. E ritornando io da Tauris in Aleppo fui in Orfa, dove trovai un Cipriotto nominato Ettore, ch'abitava in Nicosia, ch'essendo andato al santo pozzo tornava libero di molte piaghe.
Questa città è stata regale, magnifica e miracolosa, come si vede per l'antiche memorie e di fabriche e di palagi. Vi sono da dieci in dodici chiese grandissime e fabricate di marmi, di tal sorte ch'io con parole non lo saprei esprimere. Questa città ha un paese tanto bello, tanto ameno e tanto piacevole quanto dir si possa. Dalla banda verso ponente ha un bellissimo monte, pieno di ville abitate e molti castelli antichissimi disabitati. Sono infiniti e bellissimi giardini sotto la città, e pieni d'ogni sorte di frutti, ed è abondante d'ogni vettovaglia e d'ogni cosa che si possa trovare. Oltre di ciò, questo è il passo di Bagadet, di Persia, di Turchia e di Soria, e vi sono buone genti. Questa città è la prima del dominio del sultan sciech Ismael, ed è capo e principio d'una provincia nominata Dierbec, nella qual sono sei gran città con cinque bellissimi castelli, come si dirà.


Del castel Iumilen; della gran città di Caramit, fabricata da Costantino imperatore, e delle belle fabriche e chiese e acque che vi sono, e ch'è piú abitata da cristiani greci, armeni e iacobiti che da macomettani; della provincia Diarbec e sue città, e da cui è signoreggiata.
Cap. 3.

Da Orfa a due giornate si truova un castello detto Iumilen, ch'è sopra un monticello e non ha molto forti mura, con un picciol fosso a torno intagliato in sasso. Attorno poi del castello è un borgo di case cavate nel monte, come grotte, nelle quali abitano li paesani, e sono genti brutte come zingani. Questo paese è molto arido e non vi sono acque, ma in quelle grotte ch'hanno cavate vi son fatte fosse grandi, che al tempo del verno l'empiono d'acqua, della qual poi si servono per tutto l'anno.
Da questo castello a tre giornate si truova la gran città di Caramit, la quale, come nelle lor croniche vien detto, fu fabricata da Constantino imperatore, e volge di circuito da dieci in dodici miglia. È murata di grosse mura di pietra viva, lavorate di maniera ch'elle paiono dipinte, e attorno attorno sono fra torri e torrioni trecentosessanta. Io per mio piacere cavalcai due volte tutt'il circuito, considerando quelle torri e torrioni fatti diversamente, che non è geometra che non desiderasse di vederle, tanto sono maravigliose fabriche: e in molti luoghi di quelle si vede l'arma imperiale scolpita, con un'aquila di due teste e due corone. In questa città vi si vedono molte maravigliose chiese, palagi, quadri di marmi scritti e lettere greche. Le chiese posson essere di grandezza come è quella di San Giovanni e Paulo o de' frati minori di Vinegia, e in molte di loro sono molte reliquie di santi, e particolarmente quelle di san Quirino, che nel tempo che li cristiani dominavano si posero in luce; e in una chiesa di San Giorgio io vidi un braccio d'un santo in una cassa d'argento, che si dice essere un braccio di san Pietro, ed è tenuto con gran riverenza. In questa chiesa v'è anche la sepoltura di Despinacaton, che fu figliuola del re di Trabisonda nominato Caloianni, ed è poveramente sepolta appresso la porta della chiesa, sott'un portico, in terra, e di sopra v'è una cosa fatta a guisa d'una cassa, un braccio alta e un braccio larga, e circa tre di longhezza, murata di mattoni e di terra. V'è anche una chiesa di San Giovanni benissimo fabricata, con assaissime altre di molta bellezza e dignità, fra le quali non voglio già lasciare adietro, poi che mi viene alla memoria, una chiesa detta Santa Maria, che a giudicio mio per le dignissime qualità sue non fastidirà i lettori.
Questa è una gran chiesa, e vi sono dentro sessanta altari, come si vedono anche attorno attorno i luoghi delle capelle; ed è tutta edificata in volte dalla parte di dentro, e le volte sono sostentate da piú di trecento colonne. Vi sono anche volte sopra volte, che parimente son sostenute dalle colonne. E per quel ch'io posso giudicare questa chiesa non fu mai coperta nel mezo, però che, considerando il modo della fabrica, e massimamente il sacro fonte dove si battezzava, io vedeva essere al discoperto, come intenderete. Questo fonte del battesimo è posto nel mezo della chiesa, ch'è dun fino alabastro, fatto come un gran mastebè grossissimo, d'intorno intagliato di diversi fogliami, tanto sottilmente lavorati che non potria esprimerli. Egli è coperto d'una bellissima cuba di marmo finissimo, la qual è sostenuta da sei colonne di marmo fino come cristallo, e anche queste colonne sono intagliate di belli e sottili lavori, e tutta la chiesa è lastricata di marmo. Di questa chiesa ora tutta la parte verso ostro è fatta moschea, e l'altra parte è nel medesimo essere che fu sempre, essendovi il convento dove stanziavano li sacerdoti, nel qual è una mirabil fonte d'un'acqua chiara com'un cristallo. Questa chiesa è tanto degnamente fabricata che propriamente pare un paradiso, tanti vi sono di belli e splendenti marmi, avendo colonne sopra colonne come il palagio di San Marco in Vinegia. V'è ancora il campanile dove stavano le campane, e in molte altre chiese vi sono li campanili senza le campane.
Questa città è molto abbondante d'acque, che in molti luoghi sorgono fonti; ed è parte in piano e parte in monte, cioè in un poggio nel mezo d'una gran pianura, intorno della qual nascono infinite acque dolci. Ell'ha sei porte ben guardate, co' suoi caporali e soldati, tenendo ogni caporal per porta dieci, dodici e venti compagni, e per ogni porta v'è una bella e gran fontana. Vi sono anche molti cristiani, e piú numero che macomettani, cioè cristiani greci, armeni, iacobiti, e de' quali ognun tiene la sua chiesa separatamente, officiandola come vogliono, senz'esser stimolati da' macomettani. Tra gli altri fiumi in questa città ve n'è uno, dalla banda di levante, il quale è nominato il Set, e al tempo del verno cresce maravigliosamente, e corre gagliardamente venendo ad Asanchif e a Gizire in Bagadet, ed entra nel fiume Eufrate: e ambidue poi entrano nel mar Persico. Custagialu Mahumutbec signoreggia questa città con tutta la provincia del Diarbec, però che sciech Ismael gliela donò, per esser suo cognato, marito d'una sua sorella e a lui fedelissimo. Questa provincia ha sei gran città e cinque gran castelli, come ho detto, delle quali città ve n'erano tre: questa di cui avemo ragionato, cioè Caramit, l'altra Orfa e la terza Cartibiert, che già erano dominate da Aliduli, avendole soggiogate. E nel tempo che Iacob sultan passò di questa vita furono occupate da Aliduli, avvenga che care gli costassero. Quando sultan sciech Ismael donò il bel paese del Diarbec a Custagialu Mahumutbec, gli comandò che per ogni modo egli dovesse ricuperar Orfa e Cartibiert: e cosí esso, come fedelissimo, prese ordine d'eseguir quanto teneva in commissione, laonde pigliò Orfa, facendo tagliar a pezzi quanti v'erano dentro; ma non poté pigliar Caramit, però che già sultan Custalumut l'avea fatto circondar di mura; né anche pigliò Cartibiert. Veduto questo, Custagialu si levò da Orfa e se ne venne a Mirdino, e pigliollo senza colpo di spada e senz'altro contrasto, donandosegli volontariamente. E mentre che Custagialu dimorava in Mirdino, Aliduli si mosse e tornò a ricuperare Orfa, scorrendo il paese e danneggiandolo, e ammazzando gente, e minacciando a tutto suo potere di far gran fatti contra sciech Ismael, il qual venne poi a soggiogare Aliduli, come a luogo e tempo sarà detto, massimamente per sodisfare a' molti che desiderano intendere dell'origine del sultano sciech Ismael.


Del castello Dedu; della magnifica città di Mirdino, edificata sopra un alto monte appresso una grandissima pianura; della città di Gizire, ch'è in isola e abbondantissima; di Asanchif, città reale e piena d'infinito popolo e di diverse sette, li due castelli della quale Custagialu, cognato di sciech Ismael, tenne assediati; e del mirabil ponte della detta città.
Cap. 31.

Or, seguendo il mio camino, da Caramit a una giornata si giugne a un castello bellissimo nominato Dedu, il qual è sopra un bel poggio appresso d'una gran montagna, e ha sotto di sé molte ville, ed è luogo molto ricco. Scorrendo piú oltre una giornata, si vede la magnifica città di Mirdino, che volge da quattro in cinque miglia di circuito ed è sopra un'alta montagna, con un castello tant'alto sopra la città che a gran fatica vi tirarebbe una balestra, ed è di circuito un miglio; il qual a chi da basso lo guarda par che metta paura, però che al piè, dov'è posto sopra la montagna, si veggono assaissimi sassi grandi come case, grebani e scogli, i quali mostran ognora di voler rovinare. A' piedi del castello è questa città, murata di grosse mura; e, com'ho detto, è posta in un alto monte, e dentro ha bellissimi palagi e moschee. Egli è ben vero che d'acque v'è carestia, perchè l'acque di quel paese sono salse e poche: e se ciò non fusse questa saria la piú bella città del Diarbec, essendovi un aere tanto allegro e ameno quanto dir si possa. E questa città è posta tanto in alto che, standovi dentro e guardando a basso dalla parte verso levante, par che stia pendente com'una scarpa di qualche fortezza. Fa anche paura grande quando si guarda dal piè delle mura della città insino all'altezza del castello, il qual è tanto lontano ch'assomiglia al colore che si vede guardando in cielo: e ciò massimamente pare a coloro che sono nella pianura ch'è sotto la città verso levante. E la pianura comincia a Orfa e va scorrendo insino a Bagadet, e di lí s'estende fino a Gizire mirabile e grande. Questa città è molto piú abitata da cristiani armeni e iacobiti che da mosulmani, e ognuno officia nelle sue chiese secondo la sua usanza.
Da questa città camminando due giornate verso greco si truova un'altra città detta Gizire, abitata da' detti e da' Curdi, e da altre infinite e diverse sorti di gente. Ed è in isola, e il fiume detto il Set s'estende in quelle bande, accostandosi a un altro monte dove fabricano un bellissimo castello. Questa città è governata da un Curdo, ben però sottoposta a Custagialu Mahumutbec; ed è abbondantissima d'ogni cosa che si possa domandare. M'è parso di far menzione di questa città, avvegna ch'ella non sia per la dritta via di Tauris, però che viene a discostarsi a man destra dalla parte verso greco.
Ma, seguendo ordinatamente il viaggio di Tauris, dico che dalla detta città di Mirdino si viene a un'altra città nominata Asanchif in quattro giornate, la qual è regale e capo della provincia del Diarbec, ed è dominata da un signore detto sultan Calil, il qual è curdo e ha una sorella di sultan sciech Ismael per moglie, ed è capo di assai signori curdi che stanno in quelle bande. Questa città tien di circuito quattro o cinque miglia, ed è murata a piè d'un gran monte, e dall'altra parte del monte vi corre il gran fiume Set; è fabricata la città fra 'l monte e 'l fiume, nella qual vi è un popolo inestimabile di cristiani, di macomettani e di giudei, ed è ricchissima e mercatantesca.
Io stetti qui due mesi, astretto dalle gran nevi ch'erano sul camino di Tauris, dov'io andava mandato dalli miei mercatanti. Vi era dentro in essa Custagialu Mahumutbec con uno esercito di diecimila uomini, perciochè sultan Calil, cognato di sciech Ismael, come abbiamo detto signoreggiava quel paese, ma non di volontà di sciech Ismael, per rispetto ch'egli era curdo, e i Curdi sono uomini disubidienti e male allevati, e ancor che portino le berette rosse, non sono però veri sofiani di cuore, ma solamente con la berretta. Sciech Ismael adunque, che è di sagace e sottile ingegno, ben comprese quel che era il bisogno del suo stato; però, volendo che Custagialu fusse signore de Asanchif e di tutto il Diarbec (perchè Asanchif è terra principal del Diarbec e a lui s'appartiene, per esser egli della Natolia e vero sofiano, e della setta di sciech Ismael e molto fedele, e per esser medesimamente suo cognato), pigliò ispediente di mandarlo in persona a pigliar la possessione del detto paese contra sultan Calil. Entrato adunque in Asanchif, come dissi, con diecimila uomini, esso sultan Calil, vedendosi il nimico addosso per ordine di sciech Ismael, subito, fornitosi di vettovaglia, si ritirò fortificandosi in due castelli, i quali sono sopra di due monti che soverchiano la città: l'uno volge di circuito un miglio, l'altro mezo. Nel maggiore non vi sono stanze né vi abita alcuno; solamente ha un monte altissimo, ch'è forse un miglio, che sta dritto a guisa d'un muro, tal che non vi si può montare, eccetto da una particella di esso, dove hanno fabricato mura grossissime con molti torrioni per difesa di quei passi: e li soldati ch'alloggiano nel castello tengono per loro stanze i torrioni. L'altro, che è minore, è tutto benissimo abitato e ben popolato, e questo è quello dove stanza sultan Calil con Calconchatun sua moglie, ch'è sorella di sciech Ismael, col resto della sua famiglia.
In questa città vennero tutti li signori del Diarbech, per comandamento di Custagialu Mahumutbec, menando con essi tutti gli uomini che poterono, i quali ascesero alla predetta somma di diecimila. E giorno e notte combattevano, ma facevano poco frutto, però che li due castelli erano inespugnabili, né vi valevano i lor cavalli, né le lor lancie, né freccie né balestre né schioppi. Non vi valeva parimente una bombarda di bronzo di spanne quattro, la qual avevano levato da Mirdino, dove stava continovamente alla porta del castello della città. Questa bombarda fu gittata fino al tempo che regnava Iacob sultano in quel paese, che cosí egli la fece gittare. E io stando in Asanchif andavo molte volte a veder combattere e a sparar la detta bombarda; e anche Custagialu ne fece gittar una piú grossa da un giovan Armeno, che la gittò all'uso turchesco con bella tromba, e la bombarda e 'l mascolo era tutto d'un pezzo: il mascolo era lungo per la metà della tromba, ma piú sottile, e la bombarda nella bocca era cinque spanne. Aveano solamente queste due per battere li detti castelli, nelli quali non aveano altra artigliaria se non tre o quattro schioppetti all'usanza azemina, con un picciol mascolo, che con un ingegno s'inchiavava con la tromba, di grandezza d'un buon archibuso, sparando molto lontano. Avevano anche una certa foggia di balestre fatte a modo d'archi d'osso, ma fatte a posta, piú forti di quelli che si tirano con le mani, e hanno il manico con un certo ingegno da scoccare al modo nostro, e sono senza noce, ma in luogo di quella hanno un certo ferro. I loro verettoni sono lunghi come meza una freccia e sottili, e sono impennati di penne e con li ferri secondo che hanno le freccie turchesche, e fanno gran passata. Di queste balestre n'erano anche dentro di un dei detti castelli, e credo fusse nel minore, circa venti.
In questa città vi è un monte, sopra del quale avevano fatto un riparo di tavole e di legnami, e dietro a esso stavano molti uomini con frombe che tiravano nel castello, com'anche quei del castello tiravano nella città: questo riparo avevano fatto per esser il castello piú alto della città, e da quello mandavano a basso molti sassi. Le due bombarde furono drizzate presso del castello, per levar via alcune difese che facevano gran danno, e già avevan morti molti della città; e fecero un muro per lor riparo con una porta di tavole grosse, che come un ponte si poteva alzare e abbassare: e questo tutto fu ispedito in una notte, e quando volevano sparare una delle dette bombarde alzavano e poi abbassavano la porta. E ne morivano molti dell'una e dell'altra parte, però che cominciavano la mattina avanti giorno a sonar li loro stromenti da battaglia, continovando fino al tramontar del sole. E due mesi ch'io dimorai quivi sempre vidi combattere, di maniera che la povera città era meza assediata, per li molti soldati e gente ch'alla giornata giugnevano, facendovisi di molti disordini: il che tutt'era comportato da Custagialu Mahumutbec, per aver denari da mantener li suoi soldati.
Questa città fu sempre tenuta com'un reame separato, ma sottoposto a' re di Persia. E nel vero mi paion molto degne e gentili e buone e amorevoli persone: vi sono di molti mercanti, e donne piú belle assai che in qualsivoglia luogo del Diarbec. Fuori della città vi sono quattro borghi, come vi conterò. Dalla parte di levante, nel monte sotto il castello, vi sono tante grotte che bastarebbero a fabricare una città; sotto di questo è un altro borgo di case grandissime. Dall'altra parte di là dal fiume vi sono alpi sopra il fiume altissime, tutte piene di grotte fatte a martello, con camere e palagi con molte scalette, per le quali si scende giú nel fiume per pigliar acqua, piú belle che non son le case. E appresso di questo luogo è un borgo di case, con un bellissimo bazzarro e un chan d'alloggiar mercanti. Da questo bazzarro andando alla città si passa il fiume sopra d'un bellissimo ponte di pietra, fabricato maravigliosamente: e io per me giudico che non vi sia paragone d'un altro. Egli ha cinque volti altissimi, grandi e larghi: quel di mezo è fabricato sopra una fortissima fondamenta, fatta di pietre longhe due e tre passa e larghe piú d'un passo. Questa fondamenta è talmente grossa ch'ella volge di circuito da passa venti, fatta in forma di colonne, e sostiene il volto di mezo, stando posta in mezo il fiume: ed è tanto alto e largo il volto, che vi scorrerebbe una nave di trecento botti con tutte le vele imbroccate; e veramente assai volte, standovi sopra e guardando il fiume, mi veniva paura per la grande altezza.
Ma poi che mi viene in proposito, dirò ch'io giudico tre cose esser nella Persia di bellezza singulare e notabile: il detto ponte d'Asanchif, il palagio di Assambei sultan e il castello Cimischasac.


Del castello Cafondur e della città di Bitlis; de' popoli curdi e di Sarasbec curdo, signore della detta città, il quale faceva poca stima di sciech Ismael.
Cap. 5.

Or, parendomi aver detto convenientemente di questa città e delle sue condizioni, mi par ragionevole ch'io mi parta, seguendo il viaggio cominciato. Nel fine adunque de' due mesi m'inviai verso Bitlis, dalla quale sono cinque giornate di cammino insino a un castello che si chiama Cafondur, nel qual abita un signor curdo, governandolo sotto l'ubbidienza del signor di Bitlis. Egli è picciolo castello, fabricato sopra un monte acuto; e tutto quel paese è montuoso e arido, sí come da Asanchif a Bitlis tutta la strada è montuosa, con alcuni passi stretti e pericolosi. E avvegna ch'io abbia promesso di scrivere il viaggio drittamente, nondimeno, per sodisfazion mia e per dar piacere a' lettori, farò menzione anco d'una città ch'è poco fuor di strada, la qual è nominata Sert, dove nascono castagne e nocelle in gran quantità, e anche galla da conciar corami. Vi sono poi tre belli castelli, sottoposti al regno d'Asanchif, che sono detti Aixu, Sanson, Arcem. Questo Arcem è signoreggiato da un gran saraceno negro, schiavo di sciech Ismael, ch'è nominato Gambarbec, e ha statura e forza di gigante: e perchè sciech Ismael sultan glielo donò, ora è sottoposto a Custagialu.
Mi viene in mente che già di sopra vi dissi che nella provincia di Diarbec v'erano sei gran città e cinque castelli, ma non gli nominai, sí com'era conveniente di fare: però ora vi dirò il nome di ciascuno. Le città sono Orfa, Caramit, Mirdin, Gizire, Asanchif e Sert; le castella sono Iumilen, Dedur, Arcem, Aixu, Sanson, i quali tutti hanno i lor signori particolari, sott'il nome di Custagialu Mahumutbec.
Ma torniamo al già nominato castello di Cafondur, appresso del quale in una gran valle vi corre un fiumicello, e v'è fabricato un bello e gran chan, il qual fu fatto per ricoverar le genti che passano per quei viaggi al tempo che vengono le nevi, però che in quel paese nevica tanto ch'è cosa incredibile: e io medesimo fui constretto a star un mese in quel chan, non potendo continuare il viaggio mio di Bitlis, per le gran nevi che coprivano d'ogn'intorno. In questo luogo si compra pane, companatico, orzo e paglia carissimo da alcuni villani curdi, che stanziano in alcune ville sopra quelle montagne. Questo paese è sicurissimo da' ladri, e tutt'il tempo ch'io stetti in quel chan mai da niuno mi fu fatto dispiacere, ancora che di giorno e di notte v'andassi molte volte col famiglio del nostro Carimbassi, il quale aveva robbe d'esso Carimbassi, con altre mercanzie ch'erano restate a Asanchif, di valuta di diecimila ducati, e io aveva a mio comando per ducati tremila: né mai vi fu alcuno impedimento.
In capo del mese partitomi, come meglio potei giunsi a Bitlis, dove stetti circa quindici giorni aspettandovi Commimit il Casvem, con il quale io era mandato da' miei mercanti in Tauris per riscuotere alcuni denari. Questa città di Bitlis non è molto grande, né anco è circondata di mura, ma tiene un bel castello sopra una collina, nel mezo, il qual è assai grande e ben fabricato, e cosí come per croniche e memorie si vede, fu fabricato da Alessandro Magno, cioè murato di belle mura, con molti torrioni attorno e torri alte maravigliosamente. Questa città insieme col castello è dominata da un Sarasbec curdo, mezo ribello di sultan sciech Ismael, e stassi nella Persia per esser padrone di quella bella fortezza. Tutti li Curdi sono veri macomettani, piú che gli altri popoli della Persia, però che li Persiani sono diventati della setta sofiana, ma li Curdi non si vogliono convertir a cotal setta, e se ben portano le berrette rosse, nondimeno nell'animo par loro d'avere una ferita mortale. Questa sopradetta città è situata fra gran montagne in una valle, sí che sta come nascosta, né parte alcuna si vede fin che l'uomo non gli è appresso. E tutto quel paese è quasi un porto e un riposto da neve, e tanta ve ne cade che non ne stanno senza, eccetto tre o quattro mesi dell'anno, tal che avanti quindici o venti giorni d'aprile non possono seminare il grano. Di questa città escono molti mercanti, che pratticano in Aleppo, in Tauris e in Bursa, e se ne partono, perciò che in essa non v'è da comprare né da smaltir cosa alcuna mercantesca, per esser tutto il popolo curdo e uomini vili. Vi sono anche molti cristiani armeni, gente piú cattiva che macomettani, e non tanto in questo luogo, ma per tutta la Persia dove se ne truovino. Per mezo questa città passa un fiumicello, onde tutta la città viene a esser abbondante d'acqua. V'è anche nel castello una fonte la quale, ben ch'ella mandi fuori poca acqua, nondimeno sodisfà a' lor bisogni; e il verno ognuno raccoglie molta quantità di neve, e mettendola nelle cisterne se ne servono poi la state.
Questo curdo Sarasbec che signoreggia questa città non fa molta stima di sultan sciech Ismael, il qual, stando io in Tauris, mi ricordo che molte volte lo mandò a chiamare: ma egli non si fidò mai d'andarvi, onde sciech Ismael vi mandò un suo capitano, nominato sofí Zimammitbec, con circa seimila uomini a cavallo, i quali, essendo giunti appresso a Bitlis due giornate, furno sopragiunti da una staffetta, con un comandamento del signore al capitano, che se ne ritornasse subito alla volta di Tauris. Egli, rivoltatosi con la sua gente, se ne venne da sciech Ismael, il qual era tutto turbato e pieno di sdegno, perciò che Usbec detto Casilbas era corso sul paese suo, danneggiandogli il territorio di Iesel. E avendo deliberato di vendicarsene, fece adunar tutte le sue genti a piede e a cavallo, incamminandole contro il detto Casilbas, il quale è del parentado del gran Tamberlano, che signoreggia la Tartaria e Curidin e confina fino in Sammarcant. Quel che di ciò poi seguisse mi riserbo a ragionarne in luogo piú opportuno, e particolarmente raccontare il tutto; fra questo mezo tornerò al mio primo proposito.


D'un mare over lago salso, e de' castelli che vi sono attorno; della città d'Arminig, posta sopra un'isola del detto mare, abitata solamente da cristiani armeni; di castel Vastan, e di Van, nel qual era Zidibec signore, disubbidiente a sciech Ismael: vi fu mandato Bairambec e lo tenne assediato tre mesi, ed ebbe a patti il castello, per essersene di notte fuggito Zidibec.
Cap. 6.

Partitomi adunque da Bitlis, la seconda giornata giunsi a Totovan, picciol castello, ch'è sopra un monte che si stende nel mare, com'intenderete. In questo paese v'è un mare over lago il qual è salso, ma non tanto grande quanto è il mare Adriatico: è longo da trecento miglia, largo nella maggior distanza centocinquanta, e ha attorno attorno molti golfi con luoghi fruttiferi pieni di ville; e la maggior parte de' villani sono armeni. Attorno di questo mare vi sono sette bellissimi castelli, abitati da Curdi e da Armeni, e io tutti gli ho veduti e praticatovi, però che, quando andai in Tauris, v'andai da una parte e tornai dall'altra, per esser questo mare nel mezo del cammino. De' castelli ve ne son quattro dalla parte di levante, cioè Totovan già detto, Vastan, Van, Belgari; verso ponente son Argis, Abalgiris, Calata. Questa Calata anticamente era una gran città, come si vede per molti edificii; ora è ridotta in un picciol castello.
Fra Totovan e Vastan v'è un'isola nel mare, due miglia lontana da terra ferma, ch'è tutta sasso vivo e molto eminente, sopra la qual è una picciola città che volge due miglia, ed è tanto grande la città quanto l'isola. Questa città è nominata Arminig, ed è ben popolata e abitata solamente dagli Armeni, senza macomettano alcuno, e vi sono molte chiese, tutte officiate da cristiani armeni, tra le quali quella di S. Giovanni è la maggiore, e ha un campanile fatto com'una torre, e tant'alto che signoreggia tutta la città; e tra l'altre campane ve n'è una grande, che quando è sonata risuona per tutta quella contrada di terra ferma. All'incontro della città over isola v'è un gran golfo, con una dilettevole pianura con molte ville, tutte abitate da cristiani armeni, con molti belli terreni lavorati e bellissimi giardini, con arbori che producono ogni sorte di frutto. Questo golfo ha un bonissimo e allegro aere, e d'ogn'intorno vi sono montagne cosí alte che par che tocchino il cielo; e non tanto nel circuito di questo golfo, ma anche attorno tutt'il mare, vi sono monti aridi sempre carichi di neve.
Da questo luogo a due giornate si truova il castello detto Vastan, il qual fu rovinato da sciech Ismael, e vi restò un borgo con un bazarro, il qual è sopra un gran golfo del detto mare, pieno di ville, che son tutte abitate da Curdi. Quivi è abbondanza di vettovaglie piú che in alcun altro luogo, e vi si fanno meli bianchi assai, li quali di tempo in tempo sono condotti in Tauris con le caravane, insieme con unto sottile e formaggio per vendere.
Scorrendo piú oltre una giornata v'è il castello di Van, il quale è fabricato sopra un monte over colle ch'è sasso vivo, e da ogni parte risorge acqua viva, e volge di circuito piú d'un miglio, ma stretto e longo com'è il sasso dov'egli è fabricato; e anche in cima di questo sasso, da una parte ch'è erto com'un muro, v'è una fontana, della quale tutt'il castello si serve. Questo castello è signoreggiato da un signor curdo detto Zidibec, ch'è gran signore e molto superbo, per aver egli quella gran fortezza, con molt'altri castelli che sono per quei monti. Costui faceva batter moneta di sua stampa, d'oro, d'argento e di rame. Di sotto del castello è un gran borgo, e la maggior parte degli abitanti son armeni, ma nel castello sono tutti curdi. Questo luogo è lontano dal mare un buon miglio, ed è abbondante d'ogni vettovaglia.
Questo signore ha molti figliuoli, i quali signoreggiano le castella che sono d'intorno. E, come ho detto, egli è molto arrogante pel potere ch'egli ha, ed è ribello e disubbidiente a sciech Ismael, il quale un'altra volta vi mandò un suo capitano, detto Bairambec, con diecimila cavalli di gente fiorita. E io, essendo in Tauris, da' soldati che ritornarono mi feci raccontar tutt'il successo; ma piú puntalmente da un capo di bombardieri, ch'era uomo da bene e molto mio amico, nominato Camusabec di Trabisonda, intesi che, quando Bairambec s'appresentò sott'il castello con l'esercito, Zidibec pieno d'inganno mandò un suo uomo a Bairambec a ricercargli salvocondotto di poter andare a baciarli la mano. Ottenuta la domanda, Zidibec discese dal castello con pochi compagni e tutti disarmati, e venuto alla presenza di Bairambec lo salutò alla usanza persiana over sofiana, dicendogli che si maravigliava che la sua nobil persona fusse venuta con quell'esercito a quel luogo, non essendo ciò allora di bisogno, perchè se pel passato egli avea avuto mala opinione, per l'avvenire volea esser fedel servitore di sultan sciech Ismael, chinando la testa insino a terra, cosí facendo sempre ch'egli nominava sciech Ismael, e ch'era per riverir quel gran nome, com'è il debito suo di fare, mostrando molto umili riverenze nel suo ragionare. E alla fine pregò caldamente Bairambec che, quando egli tornerà alla nobil presenza di sciech Ismael suo signore, si degni di difenderlo e aiutarlo facendo sua scusa: la qual cosa il capitano Bairambec promise di fare; e oltre la promessa gli fece un convito cosí magnifico che saria stato conveniente a ogni gran re. Poi ch'ebbero desinato in compagnia, Zidibec cominciò scusarsi, chiedendo perdono a Bairambec del fastidio e travaglio che per lui avea avuto, venendo con tanto esercito in quel luogo, e levatosi in piedi gli disse: "Signore, manda con esso meco chi ti piace, ch'io li consegnerò nelle mani il castello, e pregoti che tu mi conceda due giorni di termine, ch'io possa apparecchiarmi per venir teco alla presenza di sultan sciech Ismael". Il capitano gli concesse quanto domandava e, chiamato un barone detto Mansorbec, gli comandò ch'andasse con Zidibec nel castello e lo pigliasse per consegnato, sin tanto che venisse altro aviso da sciech Ismael; e anche gli promise di fargli tal favore appresso sciech Ismael ch'egli resteria signor del castello e del bel paese.
Fatte queste convenzioni e patti, Zidibec pigliò licenza, e con esso lui andò il sopradetto barone Mansorbec, con forse cent'uomini, con intenzione di pigliar la possessione del castello a nome di sciech Ismael; e giunti alla porta, entrò primamente Zidibec, e dopo lui Mansorbec con la sua gente: e subito che fu serrata, comparvero da millecinquecento uomini armati, che già stavano apparecchiati per quell'effetto, i quali tagliorno a pezzi Mansorbec con tutti li suoi uomini. Zidibec poi se ne venne con gl'istessi armati alla volta del campo, ed essendo stata data ferma fede alle sue parole da Bairambec, lo trovò co' suoi soldati, che se ne stavano senza sospetto alcuno e disarmati, onde cominciò a combatter fieramente contra tutto l'esercito, del quale ne furono uccisi assaissimi: e de' suoi ne morirono forse da trecento, e anche furono feriti molti altri, e al capitano Bairambec furono date tre ferite. Zidibec si ritrasse al meglio che poté nel castello e, serrata la porta, fecesi forte in esso, che per battaglia di mano era sicuro. Dopo questo successo, avendo Bairambec nel suo campo due bombarde non molto grandi, si misero a battere il castello, ma non gli potevano far danno alcuno, perciò che le mura erano troppo grosse, e anche li bombardieri erano di poco giudicio.
E avendogli tenuto il castello tre mesi assediato, fu scoperto ultimamente da' bombardieri un luogo dove sorgeva una fonte nel castello, che li dava da bere a sofficienza. Vicino a quel luogo piantarono le due bombarde, e tanto gli tirarono che quel grebano donde l'acqua usciva crepò in diversi pezzi, e l'acqua ch'era solita sorgere in alto tutta se ne discese al basso, onde subitamente il castello restò assediato. Per il che vedendosi Zidibec mal sicuro, deliberò, venuta la notte, levarsi di quel luogo, e cosí, calatosi per le mura insieme con forse cinquanta uomini della sua corte, senza far motto agli altri, pigliato il suo tesoro, la sua moglie e due figliuole e travestitosi, egli se n'andò tra quei monti in alcuni altri suoi castelli. La mattina seguente si seppe la nuova per tutto che Zidibec se n'era fuggito, onde tutt'il popolo mandò subito da Bairambec, facendogli offerta del castello, pur ch'esso gli assicurasse l'avere e le persone. Bairambec, ch'ormai gli era venuto in fastidio quell'assedio, per esser già passati tre mesi che dimoravano quivi per quell'impresa, promise loro la sua fede e concedette quanto aveano ricercato. Però gli apersero le porte, ed entrato che fu dissero come la notte Zidibec con la sua corte se n'era fuggito. Lascio far giudicio ad ognuno del dispiacere e dolore ch'egli ebbe, poi che non poté averlo nelle mani. E avendo messo quivi un castellano con ragionevol provisione per conservarsi quel luogo, se ne ritornò in Tauris, dove sciech Ismael fece far molte feste e giuochi in segno d'allegrezza, come sogliono far di simil nuove. Levossi poi di Tauris con molti de' suoi baroni e andossene a Coi, dimorandovi molti giorni, stando nelle caccie e in diversi altri piaceri.


Del castello di Elatamedia; della città di Merent e di Coi; della città di Tauris, dove fanno residenza li re di Persia; del suo castello, de' palagi, fontane e bagni che vi sono; della maravigliosa moschea ch'è nel mezo della città; della qualità degli uomini e delle donne; delle usanze e mercanzie della detta città.
Cap. 7.

Poi ch'ho lasciato adietro il mio primo ragionamento, avendo voluto dar notizia di questa cosa degna di memoria, mi conviene ritornare al già detto castello di Van, dal quale discosto tre giornate si giugne a un altro castello detto Elatamedia, abitato e signoreggiato da Turcomani, buona gente, e non da altri. Da questo luogo camminando tre altre giornate si truova Merent, ch'anticamente fu gran città, come si vede per gli edificii antichi, ed è posta in una bellissima pianura, con molti fiumicelli e giardini assai, e dentro v'è solamente un borgo con un bazzarro. E scorrendo piú oltre tre giornate si vede una bella e gran pianura, circondata da gran montagne, nel mezo della quale è una gran terra nominata Coi, che ne' tempi antichi fu una gran città, come pel circuito di molti edificii si vede. In questo luogo anticamente (e oggidí ancora s'osserva) era costume di ragunar le genti, quando li re persiani volevan uscir con esercito in campagna.
Questa città prima era rovinata, ma poi che sciech Ismael è successo nel regno, egli ha cominciato a rifabricarla e n'ha rifatta una gran parte: e fra l'altre cose è stato fatto un gran palagio, il quale con vocabolo persiano è detto Doulet chana, che vuol significare la casa graziosa. Questo palagio è tutto murato di mattoni, grandissimo, con un arin tutt'insieme; dentro vi sono molte sale e camere, ed è fatto in un volto, come sarebbe dire in un solaro, e ha un bellissimo e gran giardino. Ha poi due porte con due magnifiche corti degnamente fabricate, e quest'entrate sono simili a due chiostri di convento di frati; avanti la porta che sta verso ponente vi sono tre torrioni fabricati in tondo, e ciascuno d'essi volge otto passa, e d'altezza sono da 15 o 16 passa. Questi torrioni sono fatti di corna di nanfroni cervi, e si giudica che nel mondo non ne siano altretanti; e appresso i Persiani queste cose sono riputate molto magnifiche, onde per magnificenza hanno delle corna di quelli animali murato tutti questi tre torrioni, però che tutte quelle montagne sono alpestre e piene di salvaticine; e sultan sciech Ismael porta il vanto co' suoi baroni d'aver ammazzati tutti li detti animali. E veramente sciech Ismael piglia grandissimo piacere delle caccie, e per mostrar ch'egli è valente cacciatore, ha fatto fabricare le dette tre torri, e sta molto piú volentieri in quel luogo e con molto maggior dilettazione che in Tauris, per esservi luoghi molto accommodati alle caccie. In questa città si fanno anche assaissimi cremesini, per esservi alcune radici rosse, che si cavano dalla terra con vanghe e con zappe, e poi sono portate in Ormus, e le adoperano in far tinta rossa in molti luoghi dell'India.
Da questo luogo a una giornata si truova una terra nominata Merent, ch'è picciola, dalla qual a un'altra giornata è anche una picciola terra detta Sofian, posta nella pianura di Tauris, a canto d'una montagna: è bel paese, e ha molti giardini e fiumicelli. Di qui poi si giugne alla nobile e gran città di Tauris, dove fu l'assedio di Dario re di Persia, che poi da Alessandro Magno fu soggiogato e distrutto, e dove sempre è stata la sedia de' re persiani: quivi dimorava sultan Assambei, e dopo lui Iacob sultan suo figliuolo. Questa gran città è di circuito circa 24 miglia, a mio giudicio, e senza mura d'intorno come Vinegia. Dentro vi sono grandissime memorie de' palagi de' re ch'hanno signoreggiato la Persia; vi sono abitazioni molto magnifice. Scorrono anche per entro due fiumicelli, e di fuori mezo miglio dalla parte di ponente v'è un grosso fiume d'acqua salsa, il qual si passa per un ponte di pietra. In ogni contrada e canto d'essa vi sono fontane, che vengono per acquedotti fabricati sotto terra. Li molti palagi de' re passati si veggono lavorati maravigliosamente, dentro e fuori smaltati d'oro e di diversi colori, e ciascun palagio ha la sua moschea e il suo bagno, che parimenti sono lavorati di smalto diversamente a minuti e gentili fogliami: e ogni cittadino che sia in Tauris ha la sua stanza di dentro tutta lavorata di smalto e d'azzurro oltramarino a minuti fogliami.
E molte moschee sono cosí degnamente lavorate che muovono a gran maraviglia chi le contempla; tra le quali nel mezo della città ve n'è una tanto ben fabricata che non m'assicuro di saperla ben descrivere: pur non resterò di dirne qualche cosa. Questa moschea si chiama Imareth Alegeat, ed è grandissima, né mai fu copertata nel mezo; dalla parte dove li macomettani salutano v'è un coro, cioè un volto, tant'alto ch'un buon arco non tirarebbe al sommo. E per quel ch'egli dimostra questo luogo non è mai stato finito, e attorno attorno è tutto fatto in volto, con bellissime cube, le quali sono sostentate da colonne di marmo, ch'è di tanta finezza e cosí lucente ch'assomiglia al cristallo fino, e sono tutte d'una medesima longhezza e grossezza, la qual può esser da cinque in sei passa. Questa moschea ha tre porte, delle quali due sole sono adoperate, e sono fatte in volto: di larghezza sono da quattro passa e d'altezza da venti passa; tengono una colonna per ogni parte, fatta non di marmo ma di pietre di diversi colori, e il resto del volto è tutto di fogliami di smalto lavorato. In ciascuna porta v'è un quadro lavorato di marmo tralucente, e di tanta finezza e bellezza che l'uomo potria specchiarvisi dentro. E per tutta la contrada si vede la moschea, e anche chi fusse un miglio lontano chiaramente può vedere questi due quadri, i quali sono per ogni lato tre passa, e la porta che s'apre e serra è di larghezza tre passa e d'altezza cinque, ed è d'un grosso legname tagliato a forma di tavole, coperto di lame di bronzo grandi gettate in forma, ben lavorate a fogliami e indorate. Dinanzi la porta principale della moschea vi corre un fiumicello, con volti di pietra per i quali passa il fiume. Nel mezo dell'edificio v'è una gran fonte, ma non per natura quivi surgente, ma fatta dall'arte, perciò che l'acqua vien menata per un certo condotto per il quale s'empie, e per un altro si vota, secondo che a loro piace. Questa fonte è di longhezza cento passa e altrettanto di larghezza, e nel mezo ha due passa di fondo, dov'è fabricato un bellissimo capitello, o vogliamo dir cuba, sopra sei colonne d'un finissimo marmo, tutto a fogliami di dentro e di fuori lavorato. E l'edificio è antichissimo, ma il capitello è fatto nuovamente; e v'è un ponte, che va da una parte della fonte diritto al capitello. V'è anche un bellissimo battello, simile a un buccintoro, nel qual molte volte sultan sciech Ismael soleva, mentre era giovane, com'anche suol far al presente, entrar con 4 o 5 de' suoi baroni, e co' remi in questa fonte pigliarsi piacere.
Né di questo voglio dir altro, ma passerò a raccontare di due grandissimi olmi, sotto ciascuno de' quali starebbero piú di 150 uomini: e in questo luogo si fanno prediche, manifestando e dichiarando la nuova fede over setta sofiana. Li predicatori son due dottori di quella setta, e uno d'essi, per quel che dicono molti, già insegnò lettere a sultan sciech Ismael, e l'altro ha molta provisione, per attender con sollecitudine alla predicazione e a convertir la gente alla lor setta.
Ha medesimamente questa città un grandissimo castello verso levante, a piè d'una bellissima collina, ma egli è disabitato, e dentro non ha altra stanza che un magnifico palagio, fabricato sí che piglia un poco della collina: ed è maraviglioso, come si può comprender dalle cose ch'io dirò. Questo palagio è altissimo, e parmi che fin al mezo egli sia massiccio. Di fuora via ha una scala longa da otto in dieci passa e larga tre, la qual monta alla porta regal del palagio, e l'entrata sua è una saletta non molto grande, da una parte della quale è una cuba, nel modo che sarebbe un luogo secreto, che è sostenuto da quattro colonne grosse, che sono longhe da passa cinque e grosse quanto io poteva abbracciare in due volte. Li capitelli di queste colonne sono maravigliosamente intagliati. La colla è d'una certa mistura over pietra che proprio s'assomiglia al fino diaspro, com'io credetti che fussero: ma, toccandole con coltello, trovai ch'elle non erano dure. E furono poste in questo luogo non tanto per bisogno, quanto per magnificenza, però che la cuba è sostenuta da forti e grosse mura. Poi piú dentro v'è un'altra saletta stretta e longa, con molte stanzette come camere; ed entrando piú dentro si truova una sala grandissima, con molte finestre che guardano nella città, perciò che 'l palagio le soprastà, com'ho detto, stando sopra una collina che scuopre tutta la città e molt'altri luoghi piú discosti.
Tutti questi sopradetti luoghi sono dignissimamente lavorati a fogliami di smalto e d'altri diversi colori; cosí anche tutti li cieli delle stanze sono lavorati e dipinti a fogliami d'oro e d'azzurro oltramarino. La sala grande che signoreggia la città ha di molte colonne attorno, che par che sostentino il tetto; nondimeno è sostenuta da grosse mura, e le colonne posero per magnificenza, e perciò ch'elle sono di finissimi marmi, non bianche, ma di colore come d'argento, di tal modo lucido che in ciascuna di esse risplende e vedesi tutta la città, tutta la sala e tutte le colonne, con tutte le genti che vi sono. E per ogni finestra ch'in questa sala si truova vi sono lastre di marmo fino, dell'istessa sorte e foggia che sono le colonne, nelle quali medesimamente si può l'uomo specchiare, e tanto maggiormente quanto queste sono piane, che non pur si vede la città ma anche il circuito d'essa, e le montagne e le colline piú di venti miglia discosto, con tutti li giardini e con la sua gran pianura.
Questa città oltre di ciò ha di bellissime condizioni: la principale è l'esser posta in un sito maraviglioso, nel capo d'una pianura bella e grande dalla parte verso levante, in un luogo ch'ha similitudine d'un golfetto, a' piedi d'una gran montagna, avvegna ch'ella resti dalla banda lontana da dieci miglia verso levante; e verso tramontana ve ne è un'altra non molto grande, appresso la città tre miglia. Quivi v'è l'aere tanto delicato e ameno che induce l'uomo a star sempre di buona voglia e allegrissimo, né io mai vi viddi alcuno ammalato. Usano di mangiare quasi tutti carne di castrati, ch'è molto delicata al gusto; la carne di manzo appresso di loro è vilissima, pure dal popolo minuto se ne mangia. Il lor pane è di frumento, bianco come latte. Hanno pochi vini, pur vi si trovano vini vermigli, come sono groppelli, e vini bianchi, di colore e di sapore di malvasia. Vi sono anche assaissimi pesci, che si pigliano in un lago discosto dalla città una giornata, il qual è salso come quelli di Vastan e di Van: ma non sono di natural sapore di pesce, anzi tengon un stran odore e sapore di solfo. In questo luogo vi vengon anche portati molti schenali, minori di quelli ch'escono del mar Maggiore, ma sono perfetti; vi vien anche caviaro bonissimo: e gli schenali e il caviaro son portati dal mar Caspio, lontano da questo luogo nove giornate, da un castello detto Maumutaga. Com'anche da questo mare vi vengono morone fresche grande come uomini, e sono di tanta perfezione che sono migliori che la carne de' fagiani, e non ve ne vengono mai se non il verno, però che la lor stagione dura solamente due mesi. Vi sono anche frutti comuni, come per tutt'il mondo: nocelle poche, olive delicatissime; né vi si truova olio né aranci né limoni, ma sí ben pomi d'Adamo. Questi frutti, che mancano al tempo del verno, ve ne son portati da Chilan, ch'è una picciola provincia nella riviera del mar Caspio, vers'ostro, lontana dal mare da venticinque miglia. Questa città è anche ornata di molti giardini, ne' quali vi son erbaggi comuni, come erbette, verze, verzotti e cappucci, che somigliano a quelli che vengono in Vinegia, rape e carotte; le radici sono picciole; magiorana, petrosemolo e rosmarino. Vi sono anche risi assaissimi, frumenti e orzi in abbondanza.
Oltre di ciò questa città è benissimo popolata da Persiani, da Turcimani e Zingani, che sono trattati come gente della setta sofiana, e portano berretta rossa, sí com'il resto di tutt'il popolo. Vi sono cristiani armeni in buona quantità, né da Tauris piú oltre scorrendo vi si truovano cristiani d'alcuna sorte. Vi sono anche de' giudei, ma non fermamente abitanti, che tutti sono forestieri, da Bagadet, da Cassan e da Iesede, e vengono in Tauris e sono sofiani, e abitano a Icharansaradi, sí come ciascun mercante forestiero. Della condizion de' popoli so che intenderete cose maravigliose. Gli uomini communemente sono piú grandi che ne' paesi nostri e molto crudeli, robusti in vista e d'animo superbi. Le donne generalmente hanno questa condizione, che son picciole alquanto piú degli uomini, bianche come neve; il loro abito donnesco è come sempre fu l'abito persiano, che lo sogliono portare sfesso appresso del petto, che tenendolo scoperto mostrano le mammelle e anche il corpo, che l'hanno tale che di bianchezza s'assomiglia all'avorio. Tutte le donne persiane, e massimamente in Tauris, sono lascive, e particolarmente tutte costumano vesti da uomo, e se le mettono sul capo coprendosi tutte: queste sono vesti di seta, diversi chermesini, velluti, panni, capi d'oro, ciascuna secondo la lor condizione; da Bursa, da Cafa son portati assai velluti e panni d'oro.
In questa città è un ordine, com'è anche per tutta la Persia, che un appaltatore apposta tutte le gabelle, con tutte le manzarie, come querele e contrabandi. V'è anche una brutta usanza, la qual è stata sempre, ch'ogni mercante che tien bottega in bazzarro paga un tant'il giorno, chi due aspri, chi sei, e chi un ducato, secondo le loro facende: cosí a tutti li maestri di qual si vogliano arti è limitato il pagare secondo le loro condizioni, com'anche le meretrici che stanno al luogo publico sogliono pagar secondo le lor bellezze, però che quanto son piú belle tanto piú sono tenute a pagare. Ma molto piú degli altri che ho detto è questo maladetto, disonesto e orrendo costume, che puzza fino al cielo; e ben di qui si comprende la sceleraggine loro: che v'è un publico luogo e scuola di sodomia, dove parimente secondo le lor bellezze pagano il tributo. Tutti questi denari che si cavano sono a beneficio particolare dell'appaltatore, né si fanno differenze da' cristiani a' mosulmani in andar a donne da partito.
Oltre di ciò, queste gabelle hanno la tariffa, che li cristiani pagano dieci per cento d'ogni sorte di mercanzia, venga pur da che parte si voglia; li mosulmani non pagano se non cinque per cento d'ogni cosa: e se non vendono in Tauris, e che le robbe siano per transito, non si paga per cento, ma si pesa la soma ligata, e pagasi tanto per cento. In una soma che sia da ducati quaranta o quarantacinque di spesa, o sia robba sottile over grossa, è limitato tanto per cento. Di tutto quel che nella città si compra, egli è ancor limitato quanto s'abbia da pagare secondo le sorti delle mercanzie, e tutto riscuote l'appaltatore. Nel tempo ch'io era in Tauris, stava in quest'officio uno nominato Capirali, e aveva le dette gabelle di ducati settantamila. Questa città è molto mercantesca e vi sono sete d'ogni sorte, grezze e lavorate; vi capita del reubarbaro, muschio, azzurro oltramarino, perle d'Orimes d'ogni carattada, specie d'ogni sorte, lacca d'ogni bellezza, endego fino, panni di lana di ogni sorte, d'Aleppo, di Bursa e di Constantinopoli, perchè di Tauris sono levate sete cremesine e portate in Aleppo, in Turchia, e tutti i lor ritratti sono di panni e d'argenti.


Descrizione del palagio regale ch'Assambei fece fabricar fuori della città di Tauris.
Cap. 8.

Avendo io ragionato assai longamente delle molte condizioni di questa città, non mi par che sia ragionevole di lasciare adietro di raccontare d'un bellissimo palagio, il qual il magnanimo sultan Assambei fece fabricare: e avvegna che nella detta città ve ne siano di molti, e grandi e bellissimi, fatti da' re suoi antecessori, nondimeno questo senza dubbio avanza tutti gli altri; e tanta fu la magnificenza d'Assambei, che insino al dí d'oggi nella Persia non è stato re alcuno che l'abbia pareggiato.
Il palagio è fabricato nel mezo d'un grande e bel giardino, tanto fuori della città che solamente un fiumicello vi corre di mezo dalla parte di tramontana, e parimente nell'istesso circuito v'è fabricata una bellissima e gran moschea, con un bello e ricco spedale congiunta. Il palagio in lingua persiana è chiamato Astibisti, ch'appresso di noi si direbbe otto parti, perciò ch'egli ha otto cantoni. È d'altezza da trenta passa, e volge da passa 70 in 80, di forma tonda, a otto cantoni, i quali sono compartiti in quattro camere e quattro salette, e ogni camera ha la sua saletta attorno attorno dalla parte di fuora via, e il resto del palagio dentro resta tondo in una mirabil cuba. Questo palagio è in volto, o come si suol dire in un solaro, e ha una sola scala da montar alla cuba e alle camere e salette, però che la scala si riferisce alla cuba, e dalla cuba s'entra nelle camere e nelle sale. Questo edificio da basso a piè piano ha quattro ponti da entrare, e ha anche molte stanze, ed è tutto di smalto e d'oro, a diversi fogliami lavorato, e con tanta bellezza ch'io non mi sento bastante a poterlo esprimere con parole.
Questo luogo, come ho già detto, è posto nel mezo del giardino, ed è fabricato sopra un mastabè, overo il mastabè è stato fatto attorno attorno per magnificenza, il quale è alto un passo e mezo e largo da cinque passa, come saria una piazza. Per ciascuna porta ch'ha il palagio è limitata una via lastricata di marmo, per la qual vassi al mastabè. Per mezo la porta del gran palagio v'è una scaletta di finissimo marmo, per la qual s'ascende sopra il mastabè, che tutto è fatto di marmi finissimi, e de' quali parimente nel mezo del mastabè è lastricato e sottilmente lavorato un canaletto d'un fiumicello, ch'è largo quattro dita e quattro alto, e corre attorno attorno a guisa d'una vite, overo a modo d'una biscia; e da una parte nasce e va attorno, e in quell'istesso luogo, in un altro luogo o sia condotto si disperde. Il palagio, di sopra dal mastabè tre passa largo, è tutto di marmi finissimi, e di là in su è tutto di smalto di diversi colori, e risplende da lontano come un specchio. La terrazza del palagio ha per ogni cantone una gorna che getta fuori l'acqua, e la gorna è grandissima a maraviglia, ed è fatta in forma d'un dragone, ed è di bronzo, e sí grande che ciascuna farebbe una bombarda, ed è sí ben fatta che s'assomiglia a un vivo dragone.
E dentro del palagio, all'alto nella cuba, tutto attorno attorno sono d'oro e d'argento e d'azzurro oltramarino istoriate tutte le battaglie che già gran tempo furono nella Persia, e si vedono anche alcune ambascierie che piú volte vennero mandate da Ottomano in Tauris, e s'appresentavano avanti ad Assambei, stando scritto in certi brevi in lingua persiana quello ch'essi ambasciatori domandavano, e la risposta ch'egli aveva fatta loro. Vi sono anche istoriate le sue caccie, dove egli è accompagnato da molti baroni tutti a cavallo, con falconi e cani. Si vedono parimente molti animali, come leonfanti e leoncorni, significando cose che a lui sono intervenute. Il cielo della cuba è tutto lavorato a gentilissimi fogliami d'oro e d'azzurro oltramarino; le figure sono cosí ben fatte che paiono naturalissime creature umane. Nella cuba è disteso per terra un finissimo tapeto, che par di seta, lavorato all'uso persiano, con bellissimi fogliami: ed è tondo, e di quell'istessa misura che ricerca il luogo, com'anche in ogni camera e saletta ve n'è uno che cuopre tutt'il suolo. Questa cuba non ha luce, se non quella che piglia dalle salette e dalle camere, però che dalla cuba s'entra nelle camere e nelle sale, dove sono molte finestre che tutte le danno il lume, avvegna che le salette non abbian altro ch'una finestra, ch'è tanto grande che piglia tutt'una facciata, ed è fatta a un modo ch'io non le saprei dar simiglianza: basta che, quando le porte di questi luoghi sono aperte, il palagio over la cuba tanto risplende con quelle bellissime figure ch'è cosa maravigliosa. E questo è il luogo dove Assambei solea dar audienza.
E scostandosi dal palagio un tiro d'arco, v'è fabricato un arin a piè piano, ed è tanto grande che commodamente vi stariano mille donne in diverse stanze; e fra l'altre è un luogo grande com'una sala, ch'ha tutte le mura lavorate d'oro e di smalto, che paion proprio smeraldo, e di molti altri colori. Il cielo di questo arin è lavorato d'oro e d'azzurro oltramarino. In questa sala vi sono molte camere da ogni lato, e tutte le porte sono superbamente lavorate d'oro e d'azzurro, con molti brevi di lettere fatte di radici di perle, e con molti bei fogliami; e pel mezo di questa sala scorre un fiumicello d'acqua chiarissima, il qual è largo un braccio e altretanto è di fondo. Da una parte di questo arin v'è anche una loggietta di quattro passa per ogni quadro, ed è molto magnificamente lavorata di smalto, d'oro e d'azzurro oltramarino a fogliami, cosa veramente molto onorevole. In questo luogo dimorava la regina con le damigelle, a far lavori con l'ago, secondo la lor usanza.
E in vero sarei troppo longo e troppo tedioso s'io volessi andar raccontando ogni cosa del palagio e dell'arin, che sono in un istesso giardino, e vi s'entra per tre porte: l'una è dalla parte di ostro, l'altra da tramontana, la terza di ver levante. Quella di verso ostro è murata in volta con mattoni, e non molto grande, la qual entra nel giardino, rimanendo 'l palagio un tratto d'arco lontano; ed entrato nella porta, da passa quindici da man sinistra vi si truova una loggia, ch'è di longhezza un tiro d'arco e di larghezza passa sei, che da un capo all'altro ha banchi di lastre d'un finissimo marmo, con una spalliera, cioè a somiglianza di spalliera, con un lavoro di fogliami di rilievo di smalto di diversi colori, tanto degnamente fatto ch'a vederlo è maraviglioso; il cielo d'essa è tutto lavorato d'oro e di smalto. Questa loggia d'una parte insino all'altra è tutta sostentata da colonne di marmi finissimi; davanti poi v'è una fonte, tanto longa quanto la loggia, e fabricata di marmi finissimi, come l'altre, che sempre stanno piene d'acque: ed è di larghezza da passa venticinque. Dentro d'essa vi stanno sempre quattro e cinque paia di cesani; d'intorno intorno vi sono piante di rose e di gelsomini, e v'è una bellissima strada che va dritta al palagio regale.
Dalla parte ch'è da tramontana conviene entrare in un certo luogo, ch'è come un chiostro, che tutto è mattonato, avendo attorno banche di marmo da sedere. Questo luogo è tanto grande che vi starebbero trecento cavalli, dove smontavano tutti li baroni che venivano a corte, nel tempo ch'Assambei regnava. In questo luogo v'è una porta, ch'entra nel giardino per andar al palagio regale, la qual è in volto, alto da passa quindici, largo passa quattro, di smalto dignissimamente lavorato d'alto a basso. La porta è fatta d'un marmo ch'è tutto d'un pezzo quadro, nel qual è stata intagliata, ed è da quattro passa per ogni quadro, e l'altezza d'essa può essere un passo e mezo, e di larghezza l'istesso, ed è in volto. Il resto del marmo è tutto intagliato a fogliami, e mentre è percosso da' raggi del sole dall'una e dall'altra parte risplende sí che par finissimo cristallo, però che questi marmi che si truovano nella Persia sono d'altra sorte che li nostri, e di molto maggior finezza: ve ne sono zuccarini, ma come specie cristallina. Dentro di questa regal porta v'è una bellissima strada lastricata fin al palagio regale. L'altra porta, ch'è di verso levante, è sopra un grandissimo maidanno over piazza, ed entra nel giardino. Questa porta ha il muro di mattoni fatto in volto, alta tre passa e larga due, e non v'è lavoro alcuno, ma solamente è biancheggiata di gesso, e dentro v'è una grande e bellissima fonte. Di sopra v'è una bella e grandissima abitazione, con molte camere e una sala scoperta che guarda nel giardino. Dalla parte verso il maidanno v'è una loggia in volto, talmente biancheggiata che mi par ch'avanzi di bianchezza ogn'altra cosa bianca ch'io abbia veduta. In questa abitazione vi si riduceva Assambei con molti baroni, quando si faceva alcuna festa in quel maidanno, e parimente molte volte, quando gli venivano ambasciatori, soleva alloggiarli in questa abitazione, per esser bel luogo e per aver molte stanze. Questa porta è piú lontana dell'altre dal palagio regale, in bellissima vista del maidanno, sopra il quale v'è la moschea e lo spedale che già ho detto. Questa moschea fu fabricata da sultan Assambei, ed è molto grande, e ha dentro di molte cube, tutte di smalto, d'azzurro e d'oro, ben lavorate. Anche lo spedale, over moristano, è grande e con molte abitazioni, e dentro è piú degnamente lavorato che la moschea, avendo molti mastabí grandi, di longhezza di dieci passa e larghi da passa quattro: e a ciascuno d'essi è fatto un tapeto alla sua misura. Fra lo spedale e la moschea v'è solo un muro di mezo, e di fuori dello spedale da un capo all'altro v'è un mastabè, un braccio alto e largo da due passa. E soleva essere una catena di ferro tirata da un capo all'altro a orlo del mastabè, affin che niun cavallo potesse accostarsi né alla moschea, né al mastabè, né allo spedale. E nel tempo ch'Assambei e Iacob sultan regnavano, vivevano piú di mille poveri in questo spedale; e la catena si conservò fin alla morte di Iacob sultan, la qual fu poi levata da' Turcomani.
Tutte queste fabriche furono fatte dal magnanimo Assambei, il quale fu uomo tanto degno ed eccellente che nella Persia non v'è stato un altro da pareggiarlo a lui. E molti signori ch'erano allora nella Persia gli furono ribelli, e tutti gli conquistò per forza d'arme, e combattendo anche con Ottoman sultano ne riportò egli l'onore, rompendo e fracassando tutt'il suo campo, avvegna ch'un'altra volta egli fusse perditore, sí come si potrà conoscere da quel che per innanzi intendo di raccontare.


Caloianni, re di Trabisonda, manda un ambasciatore ad Assambei, re di Persia, chiedendogli soccorso contra Ottomano gran Turco: promette darglielo ogni volta, ch'esso gli dia sua figliuola per moglie; gliela dà con patto ch'ella possa osservar la fede cristiana, e gliela manda in Tauris.
Cap. 9.

In quel tempo in Trabisonda regnava un re detto Caloianni, ed era cristiano, e aveva una figliuola nominata Despinacaton, molto bella: ed era comune opinione che non fusse in quel tempo donna di maggior bellezza, e per tutta la Persia era sparsa la fama della sua gran bellezza e somma grazia. Ed essendo questo re di già molto molestato e danneggiato nel suo pacifico paese da Ottomano gran Turco, e vedendosi a mal termine e in pericolo di perder lo stato, considerando il gran potere del nimico, prese partito di mandare un suo ambasciatore nella Persia in Tauris, dove sultan Assambei dimorava, e domandargli soccorso, sapendo ch'egli era signore molto benigno. L'ambasciatore, ch'era desideroso d'ottener la domanda del suo re e riportargliene l'intera sodisfazione, pregò Assambei che non volesse negar di dar aiuto al suo signore, mostrandogli per molte ragioni che 'l danno del re cristiano veniva anche in qualche pregiudicio del suo paese. Assambei, essendo giovane e non avendo moglie, ed essendo già innamorato della sopradetta giovane, per aver molte volte sentito ragionar delle sue bellezze e degne creanze, diede risposta all'ambasciatore dicendogli che se il suo re gli dava la figliuola per moglie, ch'egli metterebbe non tanto l'esercito, ma anche il tesoro e la propria persona per difenderlo da Ottomano. L'ambasciatore, partitosi con questa risposta e giunto dal suo re, gli espose quanto ricercava Assambei. E vedendosi egli non aver forze bastanti a difendersi dal nimico, che a tutte l'ore lo teneva travagliato, alla fin, astretto da necessità, si condusse ad adempir la richiesta d'Assambei, dandogli la figliuola per moglie; con queste condizioni, ch'ella potesse osservar la fede cristiana e tenersi un cappellano ch'a sua voglia avesse da fare il santo sacrificio, come nella nostra vera religione è ordinato: di che Assambei rimase contento, giurando d'osservar la fede sua a Caloianni.
Fatte queste convenzioni, Despinacaton venne in Tauris, accompagnata da molti signori, che furno mandati da Assambei, avvegna che ne venissero di molt'altri di Trabisonda. Vennero anche con esso lei molte damigelle, figliuole di gentiluomini di gran condizione, che sempre stetter appresso di lei. E avea anche un cappellano, molto riputato e persona degna, che sempre celebrò secondo l'usanza cristiana, mentre ch'ella visse con Assambei, che fu un longo tempo, e con trionfo e osservanza della fede nostra; teneva in un luogo separato la sua capella, facendo fare le sue orazioni a piacer suo. Nacquero di questa donna quattro figliuoli: il primogenito fu Assambei; l'altre furono figliuole femine, delle quali anche ve ne sono due vive, che sempre hanno osservato la fede cristiana.


Ottomano fa apparecchio contra Assambei e Caloianni, i quali mandano ambasciatori a' Veneziani, richiedendoli di confederazione e d'artiglierie; intanto Ottomano manda un bassà con le sue genti a danneggiar la Persia. Assambei, andatogli contra e facendo fatto d'arme, lo ruppe; il gran Turco, di nuovo facendo esercito, gli mandò contra e lo vinse. E vinto se ne torna in Tauris, andando poi contra il soldano, che gli aveva presa la città d'Orfa, appresso la quale lo ruppe.
Cap. 10.

Ottomano del 1472, che benissimo avea inteso li modi e trattato ch'Assambei aveva fatto col re di Trabisonda, e di ciò avutone grande sdegno, e standone di malanimo, deliberò esperimentar le forze e il valor de' due signori, e però egli fece grande apparecchio di gente per venire nella Persia. Assambei, avutone aviso, non meno d'ira e di sdegno pieno che 'l nimico suo, fece comandamento a tutti li suoi baroni che con ogni celerità dovessero ragunare le lor genti, massimamente che 'l re di Trabisonda gli faceva intendere molti preparamenti d'Ottomano contra d'ambedue loro. Parmi anche che Caloianni avesse parentado in Venezia, overo stretta amicizia con alcuni gentiluomini, onde Assambei, d'accordo col suo suocero, determinorno di far gran fatti, e cosí mandorno due ambasciatori a Venezia, ricercando arme confederate da poter mettere il lor nimico Ottomano al basso, dandogli il castigo che ricercava il suo temerario ardire. E per quel che intendo, gli ambasciatori domandorno artiglierie e bombardieri, e l'illustrissima Signoria, per amore e onore e per difensione del re di Trabisonda, concessero e diedero tanto quanto per gli ambasciatori fu richiesto, i quali furono molto onorati; e apparecchiato una nave con l'artiglierie dentro, montarono gli ambasciatori per venire alla Giazza, com'era ordine de' lor signori.
Mentre gli ambasciatori trattavan il negocio in Venezia, Assambei sultan adunò l'esercito suo con molta celerità, che furono circa trentamila combattenti, e ne venne tutto sdegnato e pieno d'orgoglio contra l'empito del nimico Ottomano, che già avea mandato di gran gente, danneggiandoli il paese della Persia nel contado d'Arsingan. Però, giunto Assambei nella bella pianura d'Arsingan, vi stette alquanti giorni per rinfrescar il suo esercito, ch'essendosi levato da Tauris aveva longamente marciato. L'esercito dell'Ottomano, vedendo tanti Persiani, per tema si ritrasse alla volta di Toccato, onde Assambei, che già avea rinfrescato la sua gente, ch'a tutte l'ore andava crescendo, sopragiugnendone della Persia, fece pensiero d'assalir le genti turchesche. Ed essendo fra li due eserciti lo spazio di due giornate di buon cammino e buona strada, si condusse fino a un miglio vicino del campo turchesco, e la mattina poi che furono accampati Assambei mandò a far sapere al bassà ch'era al governo dell'esercito d'Ottomano che 'l giorno seguente a buon'ora voleva azzuffarsi con esso loro: e a questo effetto ambedue le parti si posero in ordine per l'ora statuita, e molto ben ordinato chi dovea essere il primo con la sua schiera, chi 'l secondo e chi 'l terzo; e cosí nel far del giorno tutti s'appresentarono alla battaglia. Assambei sultan fu il primo che volse assalir gli nimici, e durò il combattimento fino all'ora di nona. In questo tempo un bassà con molta gente turchesca, entrando nella battaglia fieramente, mise li Persiani in un subito in rotta. Assambei, veduto l'inconveniente ch'era seguito, e stando egli con ottomila combattenti ben armati e valorosi alle rescosse, per esser presto dove ricercava il bisogno, arditamente entrò nel mezo dell'esercito nimico, facendo animo a' suoi soldati: e cosí quanti gli venivano nelle mani erano uccisi, di modo che i Turchi in quel fatto d'arme furno rotti, uccisi e vinti. Assambei, avuto ch'ebbe la vittoria de' nimici in questa battaglia, subitamente prese con gran trionfo Toccato, Malacia e Sivas, che son tre gran città.
Essendo stata portata la nuova ad Ottomano della rotta e uccisione della maggior parte del suo esercito, ebbe grandissimo dispiacere e ne rimase tutto smarrito, massimamente intendendo la perdita di tre città; nondimeno egli di nuovo di tutti li suoi paesi fece ragunar gente, di modo che fece un grandissimo esercito e drizzollo contra d'Assambei, ch'in Malacia si stava securissimo. E perchè anch'egli nella battaglia avea perdute di molte genti, mandò nella Persia alcuni suoi baroni a farne condurre quante piú potevano, per ingrossare il suo esercito, dall'altra parte aspettando l'artiglieria co' bombardieri mandati dall'illustrissima Signoria. Ma né l'uno né l'altro poté venire con quella celerità che ricercava il bisogno, imperochè l'esercito d'Ottomano sopragiunse alle frontiere con molte artiglierie. La qual cosa non piacque ad Assambei: pur, non potendo far altro, aspettando le sue genti co' suoi baroni della Persia, e sperando anche d'aver l'artiglieria, come re magnanimo, con quelle genti ch'egli avea appresso, che potevano essere circa ventiquattro o venticinquemila, deliberò affrontarsi co' nimici, i quali erano da trentaseimila, e stavano da una parte di Malacia, e dall'altra parte stava Assambei con le sue genti, avvegna che egli fusse discostato meza giornata tra Malacia e Toccato, per esservi un bel luogo per combattere. E stando in quel luogo, l'esercito turchesco seguitò la traccia e appresentossi all'esercito nimico, e cominciarono a menar le mani, sforzandosi ognuno dimostrar il suo valore. E facendosi grand'uccisione dell'una e dell'altra parte, finalmente Assambei restò perditore e fu astretto a lasciar le tre città acquistate, e se ne ritornò in Persia nel suo bel paese, standosene in Tauris nel suo palagio, a godere in feste e giuochi, facendo poca stima della rotta ricevuta, non avendo egli perduto parte alcuna del suo stato.
Poi che fu passato un certo spazio di tempo, fece deliberazione di romper la guerra al soldano del Cairo, e cosí venne nel paese di Diarbec con assaissime genti, onde il soldano del Cairo, insieme co' suoi Mamalucchi e gente del paese, gli andò contra con grossissimo esercito, e passato il fiume Eufrate giunse in Orfa, pigliando la città a sua devozione: e per non esservi anche arrivato in quelle parti il campo d'Assambei, quei Mamalucchi stesero le mani a lor piacere. Or Assambei, il quale già stava in Amit, mettendo insieme gente per venirsene ad affrontare i Mamalucchi, perciò che 'l soldano essendo giunto in Orfa l'aveva presa, subito si levò e, venuto nella pianura d'Orfa, affrontossi col campo de' Mamalucchi, con tanto empito e furia che i Mamalucchi furno la maggior parte tagliati a pezzi, e 'l resto spogliati e mandati via in camicia, e Assambei co' suoi baroni fecero molti bottini. Egli poi se ne venne fino al Bir, e preselo insieme con Besin e Calat ed Efron, che sono in quel circuito: e saccheggiò tutto quel paese. E fermatosi nel Bir sei mesi, se ne ritornò in Persia con gran trionfo, e dimorò gran tempo in Tauris, dandosi piacere nel suo palagio Astibisti.


Assambei venne a morte, e Iacob suo figliuolo, essendo successo nel regno, piglia per moglie una donna di natura lussuriosissima; e commettendo essa adulterio, gli dà il veleno, del quale muore anch'ella insieme con lui e un picciolo figliuolo; onde i baroni della Persia fecero guerra gran tempo tra loro, per succeder nel regno or l'uno or l'altro.
Cap. 11.

Assambei aveva quattro figliuoli: un maschio, che fu sultan Iacob, che dopo 'l padre Assambei si fece signore, e tre femine, delle quali anche ve ne son due in Aleppo, e io molte volte ho ragionato con esse in lingua greca trabesonzia, la quale hanno appresa dalla regina Despinacaton lor madre. Or, stando Assambei in Tauris ed essendo già gran tempo vissuto, dell'anno 1478 venne a morte, e succedette a lui, come dianzi ho detto, Iacob suo figliuolo, il qual era magnanimo e signoreggiò molto tempo la Persia. Costui pigliò una moglie di gran nobiltà, figliuola d'un signor persiano, la qual era fuor di misura lussuriosa, ed essendosi innamorata d'un signor principale della corte, come malvagia e rea femina cercava di dar la morte a Iacob sultan suo marito, con proponimento di pigliarsi poi l'adultero per marito e farlo signore di tutt'il regno: il qual di ragione, per esser egli suo stretto parente, mancando la prole, gli perveniva. Però, accordatasi insieme con l'adultero, ordinò un tossico artificiato per dargli la morte.
Ella adunque fece apparecchiare un bagno con molte cose odorifere, come quella che ben sapeva il costume di Iacob sultan, ed egli v'entrò dentro insieme con un suo figliuolo d'otto over nove anni, e vi stettero dalle ventidue ore fin al tramontar del sole. Uscito poi fuori entrò nell'arino, ch'era a lato al bagno, e la scelerata donna, avendo apparecchiata la bevanda avvelenata mentre ch'egli dimorò nel bagno, sapendo che ordinariamente uscendone egli chiedea da bere, se gli appresentò innanzi nell'entrar dell'arino con una coppa e un vaso d'oro, dov'era dentro il veleno; e mostrandosegli lieta in vista, e facendogli piú carezze del solito per poter meglio eseguir cosí scelerato effetto, la crudelissima donna sfacciatamente porse il veleno al marito. Ma non poté mostrarsi tanto sfacciata che non diventasse alquanto pallida in vista, il che accrebbe il sospetto di Iacob, però che già, per molti andamenti ch'egli avea veduto, avea cominciato a non fidarsi molto di lei: onde li comandò che gli facesse la credenza. La donna, ancora che sapesse di prender la morte, pur, non potendo fuggir di farlo, bevé del veleno fatto di sua mano, e diede poi la coppa d'oro a Iacob suo marito, che parimente insieme col figliuolo bevettero il resto. Questo beveraggio fu di tanto potere e di tanta operazione che a mezanotte venente rimasero morti tutti. La mattina seguente s'andò spargendo la fama per la Persia della subita morte di Iacob sultan, del figliuolo e della moglie. I baroni, intendendo la perdita del lor re, furono in molta confusione e discordia tra loro, di modo che in termine di cinque o sei anni tutta la Persia stette sul guerreggiare, e con molti fastidi, facendosi sultano quando l'uno e quando l'altro di quei baroni. Pur nel fine fu posto in signoria un giovanetto nominato Alumut, d'età di quattordici anni, il qual signoreggiò per fino che sciech Ismael sultano successe.


Secaidar, capo de' sofiani, venuto al fatto d'arme col capitano delle genti d'Alumut, vien rotto e preso; e tagliatagli la testa è portata in Tauris al signore, il quale la fa gittare a' cani.
Cap. 12.

Nel tempo che Alumut signoreggiava, in una città lontana quattro giornate da Tauris per levante v'era un barone, come sarebbe un conte, nominato Secaidar, il qual teneva una fede over setta d'una stirpe chiamata Sofí, ed era reverito come santo uomo in quella setta, ed era capo d'assaissimi di questi sofiani, che ve ne sono in molti luoghi della Persia, cioè nella Natolia e nella Caramania, i quali tutti portavano riverenza e adoravano questo Secaidar, ch'era nativo di questa città detta Ardovil, dov'erano di molti sofiani ch'erano stati convertiti da Secaidar; il quale era come saria un provincial d'una nazione di frati, e aveva sei figliuoli, tre maschi e tre femine, d'una figliuola del signor Assambei, ed era molto nimico de' cristiani. Costui molte volte insieme co' suoi seguaci s'incamminava in Circassia, danneggiando e rovinando quel paese, pigliando di molte schiave e facendo diverse prede, e se ne ritornava poi in Ardovil, a godersi con gli altri suoi sofiani.
Essendo successo nel regno Alumut sultan, e volendo il detto Secaidar tornar in Circassia, com'uomo usato a questo viaggio contra de' cristiani, ragunate le sue genti s'inviò alla volta di Sumacchia, e giuntovi in otto giornate si mise nel camino di Derbant, dove è il passo d'entrar in Circassia: e stettero cinque giornate nel viaggio. Or, venuta la nuova a sultan Alumut e a' suoi baroni come Secaidar con un esercito di quattro o cinquemila sofiani andava in Circassia per destruzione di quel popolo, e tutti v'andavano molto volentieri per la molta speranza ch'aveano di far gran preda, subito spedí un messo al re di quel paese, avendo egli qualche tema, per aver Secaidar tanto numero di genti, e gli mandò a dire che facesse ogni sforzo per non lasciarlo passare, perciochè Secaidar co' sofiani in quel medesimo luogo di quel castello l'anno davanti avevano fatto assai gran danno, e con la metà manco gente, sí che dubitava che non facessero il somigliante; però volse tagliargli il passo, acciò che non andasse accrescendo la sua signoria, come ogni giorno faceva andando in Circassia, perciò ch'ognuno lo seguitava volentieri per l'ingordigia della preda, di modo che in poco tempo si saria fatto troppo gran signore: e facevasi costui come capitano di ventura. Laonde, giunto Secaidar in Derbant, si trovò vietato il passo d'ordine d'Alumut sultan.
Derbant è una città grande e, sí come per le lor croniche e memorie si vede, fu fabricata dal magno Alessandro; ed è larga un miglio e longa tre, e ha d'una banda il mar Caspio, dall'altra una gran montagna, né alcuno vi può passare salvo che per le porte della città, però che dalla parte verso levante è il mare, e verso ponente v'è la montagna, tanto aspra che i gatti non v'andarebbero. Questa città fu nominata Derbant in lingua persiana, che nella nostra significa porta serrata, e chi vuol passar in Circassia bisogna che pigli il camino per questa città, la qual confina con essa, e sono passi deserti la maggior parte, e parlano in circassesco, cioè in turchesco.
Or, vedendo Secaidar che gli era vietato il passo, come ho detto, ne venne in grandissimo sdegno, e cominciò a combattere il castello e assediò quel passo. E trovandosi in quella città pochi uomini da fatti, e non essendo bastanti a difendersi dalle genti sofiane, subito spedirono un messo con molta fretta al re del paese, avvisandolo dell'inconveniente. Ed egli, intesa la nuova, ne diede avviso ad Alumut, che stava in Tauris, il qual fece chiamar tutti i suoi baroni, comandando loro che adunassero gente: per il che, fatto ch'ebbero da diecimila combattenti, andarono contra Secaidar, e in pochi giorni giunsero in Derbant, dov'egli combatteva il castello. Secaidar, visto ch'ebbe le genti d'Alumut, molto adirato si ritrasse da una banda sopra una collina, e fece un'esortazione a' suoi soldati che dovessero combattere virilmente, ch'aveva speranza di esser vittorioso contra gli nimici, e prometteva loro molte e molte cose: e cosí ciascuno promise di portarsi valorosamente: e questo fu a ora di vespro. La mattina seguente i sofiani si posero molto bene in ordine e disposti alla battaglia, e dall'altra banda il capitano delle genti d'Alumut s'era apparecchiato con tutti li suoi soldati. E, conoscendo Secaidar che a giorno chiaro, volendo o no, gli conveniva combattere co' nimici, e per ciò egli fu il primo ch'andò ad assalire, e i sofiani cominciarono a far gran fatti, combattendo come lioni, e tagliorno a pezzi il terzo delle genti d'Alumut. Ultimatamente Secaidar rimase vinto e furono ammazzate tutte le sue genti, ed egli fu preso e, tagliatagli la testa, fu portata sopra una lancia, presentata dinanzi ad Alumut sultan, il qual comandò ch'ella fusse portata per tutto Tauris sopra la lancia, sonando molti instrumenti per segno della vittoria avuta, e poi la fece portare in una maidan, dove s'usa far il maleficio, gittandola a' cani che la mangiassero. Onde i sofiani sono molto nimici de' cani, e quanti ne trovano tanti n'ammazzano.


Tre figliuoli di Secaidar, intesa la morte del padre, se ne fuggirono in diverse parti; uno de' quali, nominato Ismael, fuggí in un'isola di cristiani armeni, dove fu ammaestrato nella sacra Scrittura da un prete armeno; dal quale partitosi va a Chilan e, deliberando di vendicar la morte di suo padre, pone ordine co' suoi di pigliare il castello di Maumutaga e lo mette a sacco, distribuendo ogni cosa a' soldati, il che è cagione che molti lo vadano a servire e diventino sofiani volontariamente.
Cap. 13.

Questa nuova andò in Ardovil, dov'era la moglie di Secaidar con sei figliuoli, e subito ch'intesero questo li tre figliuoli maschi scamparono, e un andò nella Natolia, l'altro in Aleppo, il terzo andò in quell'isola che di sopra ho detto ch'è nel mar di Van e di Vastan, nella qual è la città de' cristiani armeni, e vi dimorò quattro anni in casa d'un papà over prete. Questo figliuolo avea nome Ismael, ed era d'età di tredici in quattordici anni, molto gentile e cortese. E parmi che 'l papà col qual Ismael stava sapeva alquanto d'astronomia, onde conobbe con l'arte sua che questo giovanetto dovea aver gran signoria: però il papà in secreto l'onorava molto, e tanto l'accarezzava quanto a lui era possibile. Fecegli anche chiaramente conoscere la nostra santa fede, e ammaestrollo nella Scrittura sacra, facendogli conoscere che la setta macomettana era vana e trista.
In capo di quattro anni venne volontà ad Ismael di partirsi d'Arminig, e andossene in Chilan, dove stette un anno in casa d'un orefice, che fu grand'amico di suo padre, e lo tenne secreto e molto ben ricevuto e onorato. In questo tempo questo figliuolo secretamente scrisse molte volte in Ardovil a certi personaggi nobili, che già furono amici di suo padre, e fra lor ordinarono molte cose: e in capo dell'anno deliberorno vendicar l'onta di suo padre, e insieme con l'orefice congregarono da diciotto in venti uomini, ch'erano della setta sofiana, per andar secretamente a pigliar un castello nominato Maumutaga. E parmi che Ismael aveva ordinato a dugento uomini d'Ardovil, amici di suo padre, che dovessero venire armati in un luogo appresso il castello, in una valletta piena di canne, e quivi dovessero star nascosti. E come fu dato l'ordine, Ismael cavalcò da Chilan co' suoi compagni e venne a Maumutaga, e correndo con molta furia alla porta del castello ammazzò le guardie e serrò la detta porta. Nel castello erano poche genti, le quali tutte furono tagliate a pezzi, eccettuando i putti e le donne. Ismael poi montò sopra una torre e fece un segno che fra loro era ordinato, e quelli dugento cavalli con molta fretta entrarono nel castello, e poi tutti insieme uscirono in un borgo ch'era di sotto il castello, e ammazzavano quanti innanzi gli venivano, saccheggiando tutt'il borgo e portando nel castello tutti li bottini ch'aveano fatti, dove stava l'orefice con dieci compagni per guardia della porta.
Questo castello di Maumutaga è molto ricco, per esser porto e scala del mar Caspio: tutte le navi che vengono da Strevi, da Sara e da Masandaran, e cariche di mercanzie per Tauris e per Sumacchia, si discaricano in quel luogo. Ismael trovò nel borgo del castello gran tesoro, che tutto dispensò a' suoi sofiani, non si tenendo per lui cosa alcuna. Sparsesi la fama per tutt'il paese come Ismael, figliuolo di Secaidar, aveva preso il bel castello, e tutto quello ch'egli aveva trovato avea donato a' suoi soldati e compagni: e per questa fama d'ogn'intorno gli correva gente, e chi non era sofiano si faceva, per andare a servir il cortese Ismael, con speranza d'aver doni da lui, laonde in pochi giorni congregò piú di quattromila sofiani, che tutti si ragunarono a Maumutaga. Questa nuova andò ad Alumut e parvegli molto strana, e volse mandar le sue genti a Maumutaga; ma fu disconsigliato, per esser fortezza inespugnabile, né si può aver per battaglia né meno per assedio, perchè chi l'assedia da terra non può fare effetto alcuno, che 'l mare gli è aperto. Restò anche Alumut di mandarvi il campo, giudicando che Ismael non dovesse proceder piú avanti, e sperando di pigliarlo con qualche inganno, non sapendo quanto avevano ordinato i cieli.


Ismael va contra il re Sermangoli e gli prende la città di Sumacchia, e saccheggiandola dona ogni cosa a' soldati, onde Alumut dubitando fa ragunar le sue genti; e Ismael domanda soccorso dagli Iberi, e avutolo va ad assaltare alla sprovista l'esercito d'Alumut, il quale se ne fugge in Tauris e poi in Amit. Ismael seguitando la vittoria pigliò Tauris, dove, usando molte altre crudeltà, fece anche tagliar la testa a sua madre.
Cap. 14.

Ismael di giorno in giorno faceva genti, e quanti andavano a lui a tutti donava; e vedendosi gran signore deliberò di pigliare Sumacchia, e ragunate le sue genti cavalcò alla volta di Sumacchia. Sermangoli, re del paese, vedendosi venir addosso i sofiani, abbandonò la città e ritirossi in un grande e bel castello, e d'ogni banda inespugnabile, perciò ch'è posto sopra un altissimo monte, ed è di sasso vivo, ed è nominato Culistan: e questo fece per assicurar la sua persona. Da Maumutaga a Sumacchia vi sono solamente due giornate, sí che presto Ismael v'arrivò col suo esercito, e quivi fece grand'uccisione di quelle meschine genti. Questa città è grande e ricca, porto e fonte di mercanzie e di mercanti, onde Ismael col suo esercito fecero di grossi bottini e feronsi ricchi. La fama si spandeva per tutta la Persia e per la Natolia delle vittorie e della cortesia d'Ismael, che tutto donava a' suoi soldati: per questa fama chi non era sofiano diventava, per aver gran guadagno.
Vedendo Alumut che Ismael procedeva molto avanti con la fortuna a lui favorevole, e che tuttavia congregava gente, non poco dubitando fece chiamare i suoi baroni, e ordinò che con ogni celerità ragunassero le lor genti: di che avendone avuto aviso Ismael, e anch'egli dubitando, mandò in Iberia, essendovi da Sumacchia nel paese d'Iberia tre o vero quattro giornate di camino. Questa Iberia è una gran provincia, e tutti sono buoni cristiani, ed è signoreggiata da sette gran signori, e de' quali ve ne sono due o vero tre che confinano con la Persia, cioè col paese di Tauris, l'uno nominato Alessandro Sbec, l'altro Gorgurambec, il terzo Mirzambec: e a questi mandò Ismael, domandando loro gente da combattere, con dir che tutti coloro i quali andassero al servizio suo rimarrebbero sodisfatti e ricchi, offerendosi, possedendo esso la sedia di Tauris, di farli esenti d'un certo tributo che pagavan al re di Persia; onde li signori cristiani gli mandarono ciascuno tremila cavalli, che vengono a essere novemila in tutto. E questi Iberi sono uomini valentissimi a cavallo e terribili in battaglia; e tutti se ne vennero a Sumacchia, dov'era Ismael, il quale fece loro grandissimi doni, de' tesori che in Sumacchia aveva trovato, per essere città ricchissima.
Alumut sultan, intendendo per spie quanto Ismael operava, avvegna che fusse giovanetto e di minore età d'Ismael (però che Ismael era d'età di dicenove anni, come da molte persone m'è stato accertato, e Alumut era di sedici anni), si partí di Tauris per venir a trovar Ismael, il quale già all'incontro se gli era incamminato con le sue genti, ch'erano da quindici o sedicimila persone. Onde, camminando l'uno contra l'altro, s'affrontarono insieme tra Tauris e Sumacchia. Ma perchè nel viaggio v'è un grandissimo fiume, sopra il quale vi sono due ponti di pietra mezo miglio lontani l'un dall'altro, essendovi giunto prima Alumut col suo campo, ch'era di trentamila valent'uomini, fece rompere i ponti, di modo che non si poteva passare: e quivi il giovane sultan Alumut accampossi. Il giorno seguente giunse il nuovo capitano Ismael all'istesso fiume, ma né l'uno né l'altro poteva passare; nondimeno la fortuna, insieme con la diligenza d'Ismael, fece sí che in quel circuito si trovò il passo dove a guazzo si poteva passare, e quivi la notte seguente apparecchiò le sue genti e passò il fiume all'alba. E ragunate tutte insieme, senza ordinar schiera alcuna ma con tutt'il campo in frotta, assaltò l'esercito d'Alumut, che sicuramente tutti ne' padiglioni dormivano, e cominciorno a far grande uccisione di quelle meschine genti, delli quali parte era imbriaca di vino e parte d'erba, di tal maniera che non sapeano difendersi: e cosí a l'ora di terza tutti furno tagliati a pezzi, salvo che Alumut, ch'era fuggito con certi pochi compagni e andato in Tauris, dove stava il suo tesoro e il suo arin, e andossene poi in Amit.
Ismael fece di gran bottini, pigliando padiglioni, trabacchi, cavalli e arme, e tutto quello che a un capitano faceva bisogno, e ciascuno de' suoi soldati si fece ricco. E in questo luogo stettero quattro giorni riposandosi, che pel longo e forte combattimento erano stanchi. E, non contenti di questo, si levarono cavalcando verso la città di Tauris, dove essendo entrati senz'alcun contrasto furono fatte grandissime uccisioni, e tutti quelli ch'erano della schiatta di Iacob sultan furono mandati a fil di spada, e a molte donne ch'erano gravide apersero li corpi e, tratte le creature, erano scannate. Fu poi aperta la sepoltura di Iacob, e di molti altri baroni ch'erano morti, che furono nella battaglia quando suo padre fu ammazzato in Derbant, e fece bruciar l'ossa di tutti. Fece poi venir trecento publiche meretrici, e le fece metter tutte in una schiera e tagliarle per mezo. Poi fece venir da quattrocento blasi ghiottoni, ch'erano allevati sotto Alumut, e a tutti fece tagliar la testa. Fece anche ammazzare tutti li cani ch'erano in Tauris, e molt'altre cose. Fatto questo, si fece venir sua madre avanti, la quale, per quel ch'io ne potei intendere, fu della stirpe di Iacob sultan, e trovò ch'ella era maritata in un di quei baroni che si trovarono nella battaglia in Derbant, e dissegli di molte villanie, e in sua presenza le fece tagliar la testa: tal che dal tempo di Nerone in qua non è stato mai uno tanto crudele.


Come molte città e signori renderono ubbidienza a Ismael, eccettuando un castellano d'un castello de' cristiani, che lo tenne cinque anni, ma, intesa la morte d'Alumut, s'accordò con Ismael. Nelle ville di questo castello vi si truovano libri scritti con lettere latine in lingua italiana.
Cap. 15.

In questo tempo molte terre, città e castella vennero a inchinarsi. Vennero anche alla sua presenza molti signori e baroni che s'umiliarono, mettendosi la berretta rossa, baciandogli le mani e facendosi suoi vassalli, eccetto un castellano d'un castello longi da Tauris due giornate, nominato Alangiachana. Questo castello tiene diciotto ville de' cristiani che si mantengono all'apostolica, e ogn'anno si sogliono mandar dal patriarca due uomini di quelle genti a Roma al papa, che gli portino incenso; e il patriarca è poi confermato da sua Santità, che gli avea mandato una bella mitria. Dicono i loro uffici in lingua armena, avendo perduta la lingua italiana. Nelle dette ville si truovano di molti libri e scritture in lingua italiana, e stando io in Tauris furon portati due libri scritti con lettere italiane: l'uno trattava d'astronomia, l'altro erano regole d'imparar grammatica. In queste ville nasce anche gran quantità di cremesi grosso. Or, come avete inteso, questo castello fu delle ultime fortezze che perdettero li cristiani, e già è gran tempo che quivi aveano perduto il volgare italiano.
Questo castellano adunque, poi che il capitano Ismael ebbe conquistato Tauris, per quattro o cinque anni si tenne, perciò ch'egli era grand'amico d'Alumut sultan, e anche perciò che nel castello vi stava di molto tesoro, ch'Assambei sultan e Iacob suo figliuolo avean riposto in salvo. Venuto poi a morte Alumut, e il castellano inteso la nuova, né volendo piú tenersi, accordossi con Ismael e dettegli il bel castello col tesoro nelle mani. Come Ismael ebbe posseduto la sedia regale, da tutt'il popolo fu nominato sultan, vedendo ch'egli otteneva sí maravigliose vittorie, e da ognuno era molto onorato e amato e riverito.


Muratcan, figliuolo di Iacob sultan, vien contra Ismael per torgli il regno, ma venuto a far giornata riman vinto, essendogli tagliato a pezzi tutto l'esercito, e se ne fugge in Bagadet.
Cap.16.

Essendo Ismael sultano in Tauris, Muratcan, sultan di Bagadet, con un esercito di trentamila combattenti si mosse per venir in Tauris e torgli il regno, che a lui s'aspettava. La qual cosa intendendo Ismael, mosso da grande sdegno, congregò i suoi baroni e i suoi soldati, e uscito fuori di Tauris con le sue genti nella bella pianura intese che Muratcan veniva con molta prestezza, pensandosi di far gran guadagni. Questo Muratcan fu figliuolo di sultan Iacob. Onde Ismael pregò tutti i suoi baroni e soldati che ciascun volesse portarsi virilmente; pregò anche quei signori iberi che volessero esortare i lor soldati, come fecero quando fracassarono tutt'il campo di Alumut: cosí ciascuno gli prometteva, e parevagli un'ora cent'anni di venire alle mani. Essendo già giunto Muratcan nella pianura di Tauris con l'esercito suo, poco lontano dal campo d'Ismael sultan, fermossi appresso d'un picciolo fiume per rinfrescar li suoi soldati; Ismael ne venne dall'altra riva, e quivi accampossi: e cosí stando ambidue gli eserciti s'invitavano sfidandosi all'arme, dicendosi villania l'un l'altro. Sul mezogiorno Muratcan facendo animo a' suoi soldati contra gli nimici sofiani, e il simile facendo Ismael sultan dall'altra parte, alla fine Muratcan fece tre schiere di tutti i suoi; e vedendo Ismael il modo e proceder del nimico, fece anch'egli due schiere del suo esercito: una fu degli Iberi, ch'erano novemila, l'altra di sofiani, e separata l'una dall'altra ordinarono i caporali come nelle battaglie conviensi, e tutto quel giorno e la notte seguente ambidue gli eserciti stettero su l'armi. Apparita che fu l'alba, cominciarono a sonar di molti stromenti, che li Persiani usano nelle battaglie, esortandosi l'un con l'altro a combatter valorosamente.
Venuto il giorno chiaro, Muratcan fu il primo ad assalir le genti sofiane con diecimila combattenti, ed entrando nella battaglia fece grand'uccisione: ma in breve ora i suoi soldati rimasero perdenti. Il che vedendo Muratcan con l'altre due schiere a un tratto entrò nel fatto d'arme, e parimente fece Ismael, constretto dal bisogno, laonde fu sparso tanto sangue e fatta sí grand'uccisione che mai nella Persia, dal tempo di Dario in qua, a un tratto in una battaglia non è stata la maggiore, che durò dalla mattina fin al mezogiorno. E ne rimase con la perdita e con gran danno Muratcan, il quale con poche genti se ne fuggí e ritornò in Babilonia, o vogliamo dire in Bagadet, con molto suo disonore e scorno; cosí come pel contrario Ismael ne riportò gran lode, e fece di molti bottini di padiglioni, trabacche e cavalli, e se ne ritornò in Tauris con gran trionfo e onore immortale, e longamente nel magno palagio Astibisti dimorò, godendosi ne' trionfi e piaceri, essendogli stato ucciso poco numero di gente. Ma quei di Babilonia, eccettuando da 50 in 70 che scamparono con Muratcan, tutti furono tagliati a pezzi, che potevan essere da trentamila: e ne fa fede l'istesso luogo dove fu fatta la battaglia, che vi si vedono monti d'ossa di quelle meschine genti.
In quel tempo Ismael poteva essere d'età circa 19 anni, come già ho detto; e i fatti e le prodezze che sin qui ho raccontato tutte le fece in un anno, che fu dell'anno 1499. E mentre io stava in Tauris, d'ogn'intorno correvano le genti con l'armi in mano per servirlo, massimamente della Natolia, di Turchia e di Caramania: e a tutti Ismael donava, a chi assai e a chi poco, secondo la condizione e la presenza dell'uomo.


Sultan Calil, signor d'Asanchif, e Ustagialu Maumutbec, barone della Natolia, vennero a render ubbidienza a Ismael, il quale, avendo tre sorelle, ad ognuno di loro ne dà una per moglie; ma poi Ustagialu fa guerra a sultan Calil, per ordine d'Ismael, il quale con grossissimo esercito va contra Aliduli e gli rovina il paese, uccidendoli alcuni suoi figliuoli e gran numero delle sue genti.
Cap. 17.

La provincia di Diarbec sempre fu sottoposta al regno di Persia, e però sultan sciech Ismael, ch'avea conquistato la sedia, volse ch'anche tutt'il paese gli rendesse ubbidienza: onde sultan Calil, che dominava Asanchif, andò in persona da Ismael, e tolse la berretta rossa e gli promise d'essergli buon servitore, per il che Ismael gli fece di gran doni, e confermollo in signoria, e anche gli diede una sua sorella per moglie, e cosí tornossene in Asanchif con molta festa. Un altro baron della Natolia, ch'era venuto a servire Ismael con sette fratelli, tutti uomini valorosi, nominato Ustagialu Maumutbec, aveva avuto in dono la bella provincia di Diarbec, eccettuata la signoria d'Asanchif, onde il detto Ustagialu venne e conquistò la detta provincia, eccetto Amit e Asanchif. E perchè sultan Calil aveva trapassati (come si diceva) li comandamenti d'Ismael, vols'egli che Ustagialu dominasse totalmente tutta la provincia, e mandò un suo ordine a Calil, che dovesse consegnar la città e tutti i castelli a Ustagialu; e parimente mandò ordine a Ustagialu che dovesse ricever la città, non ostante che Calil fusse suo cognato, perciò che Ustagialu, quando egli andò all'impresa della provincia, ebbe per moglie la seconda sorella d'Ismael, sí ch'ambidue venivano ad essere suoi cognati. Ma sultan Calil è curdo, e questi Curdi sono malvoluti da' sofiani, però che non sono ubbidienti. Come sultan Calil non volse consegnar cosa alcuna a Ustagialu, Ustagialu, mosso da sdegno, con circa diecimila cavalli gli venne addosso, e lo combatteva giorno e notte, com'ho detto, insino all'anno 1510, che fu al mio venire d'Azemia, e non l'avea anche potuto conquistare.
In questa provincia di Diarbec gli Aliduli erano soliti far di molte correrie, e danneggiar molto il paese d'Orfa, Somilon e Dedu. Orfa era una gran città, l'altre due sono castella: aveano anch'esse una città, detta Cartibirt, ch'era dominata da un figliuolo d'Aliduli, né Ustagialu l'avea potuta avere. Questa città con le sue castella era sottoposta al regno di Persia, ma gli Aliduli l'avevano usurpata al tempo di sultan Iacob, e dopo ch'Ustagialu le tolse, com'ho detto, gli Aliduli facevano molti danni per il paese: per il che Ismael deliberò di venire in persona a destruzion degli Aliduli, e ingrossato il suo esercito se n'andò ad Arsingan, il qual è un castello che sta nel confine della Trabisonda, della Natolia e della Persia. Quivi Ismael congregò gran gente e prese quel castello, il qual era stato usurpato da un figliuolo d'Ottomano, che signoreggiava la Trabisonda nel tempo che sultan Iacob morí: e in questo luogo Ismael vi stette da quaranta giorni, e adunò da settantamila uomini da combattere, non già perchè tanta gente facesse bisogno per combattere con gli Aliduli, ma perchè dubitava d'Ottomano e del soldan del Cairo, perciò che 'l paese degli Aliduli era nel mezo de' confini del soldan del Cairo e d'Ottoman. E stando Ismael in Arsingan, fece due ambasciatori, uno a Ottomano della Natolia, nominato Culibec, l'altro al soldano del Cairo, detto Zachariabec, promettendo a' detti signori, per la testa e per loro sacramenti, giurando sopra a Mortezali, che né all'uno né all'altro signor farebbe danno, ma solamente andarebbe a distruzione del suo nimico Aliduli.
In capo di quaranta giorni Ismael si levò d'Arsingan, con li suoi settantamila combattenti, per venirsene alla volta d'Aliduli. Da Arsingan al paese d'Aliduli vi si puote andare in quattro giornate da campo, ma Ismael non fece quella strada, perchè volse pigliar la volta di Cesaria, ch'è una città d'Ottomano, per potersi fornire di vettovaglie, sí come fece col suo denaro. Essendo Ismael nel detto luogo, fece gridare pel paese che ognuno dovesse portar vettovaglie da vendere, che gli sarebbero ben pagate. Fece poi far bando per tutto l'esercito, sotto pena della testa, che niuno avesse animo di pigliare un fuscello di paglia senza pagarlo, però che questa città era d'Ottomano, ed è il confine degli Aliduli. E, dimoratovi quattro giorni, Ismael levossi e con tutto l'esercito se n'andò al Bastan, dov'è una bella campagna e un bel fiume, con molte ville. Di lí a una giornata v'è la sedia d'Aliduli, ch'è una città detta Marras. Ismael, avendo prima rovinato e bruciato il paese di Basten, ne venne poi alla detta Marras, dove Aliduli era scampato; e andato sopra una gran montagna detta Caradag, alla quale solo per una stretta via s'ascende, avendo seco di molta gente, Ismael rovinò il paese e ammazzò alcuni figliuoli d'Aliduli, e anche molte genti, le quali di tempo in tempo descendevano dalla montagna per far saltare li sofiani, che dalle molte spie che Ismael teneva in diversi luoghi, e anche dagl'istessi Aliduli che occultamente erano sofiani, venivano scoperte: di modo che, sapendosi la lor discesa dal monte, facilmente da' sofiani erano tagliati a pezzi.
Il tempo ch'Ismael entrò nel paese degli Aliduli fu a' 29 di luglio del 1507, e vi stette fino a mezo novembre. Levossi poi per andar nel suo paese, però che in quello degli Aliduli non era piú vettovaglia, e anche per le gran nevi e freddi che sono per tutto quel paese, di maniera che niun esercito può starvi accampato di verno: e però fu forza ch'Ismael si partisse.


Amirbec fa prigione sultan Alumut, che fidatosi di lui lo ricevé co' suoi soldati in Amit cortesemente, e Amirbec gli mise una catena al collo e incatenato lo condusse a Ismael, il quale con le proprie mani gli tagliò la testa. Piglia la città di Cartibirt e il figliuolo d'Aliduli, e gli taglia la testa; e passato il verno se ne torna in Tauris.
Cap. 18.

Essendo io in Malacia, ch'è una città del soldan del Cairo, venendo da Cimiscasac e d'Arsingan per tornar in Aleppo, trovai Amirbec, signore di Mosulminiato, il qual è molto fedele a Ismael, e porta legate al collo due catenelle d'oro, piene di molti diamanti e rubini, e insieme anche legata la bolla d'Ismael, la qual d'ogni suo secreto è sigillo. E quando gli bisogna suggellare alcuna cosa, ad Amirbec conviene suggellarla con le sue proprie mani. Costui ha fatto morire molti signori, per far cosa grata a sultan Ismael, e stando io in Malacia trovai ch'egli avea preso il giovanetto sultan Alumut, il quale fu sconfitto da sultan Ismael.
E fu preso in questo modo, che venendo Amirbec con quattromila combattenti da Mosul se n'andò in Amit, dove sultan Alumut dimorava, fingendo di voler andare a soccorrerlo, pel dubio ch'egli aveva del ritorno d'Ismael: e cosí Alumut l'accettò cortesemente, come a un signor si richiede, avendogli pel passato sempre usato cortesia, per esser stato Amirbec suo barone. E però Alumut fidatosi e lasciatolo entrare nella città con quattromila soldati, subito Amirbec pose le mani addosso al meschino Alumut, e misegli una catena al collo, dicendogli: "Tu sei prigione d'Ismael sultan". E, lasciato un governatore nella città, cavalcò per trovare Ismael insieme col prigione Alumut e se ne venne a Malacia, dov'io era, però che questa città è il piú propinquo luogo e piú commodo per entrare nel paese d'Aliduli, dov'era Ismael, e stette un giorno e mezo, co' quattromila sofiani ch'erano con esso lui: e io con gli occhi miei viddi il giovanetto Alumut, che stava in catena in un padiglione. Partitosi poi Amirbec, se n'andò a trovare Ismael, ch'era poco distante, e presentogli quel bel presente. Ismael, fattolo venire alla sua presenza, con le proprie mani gli tagliò la testa; poi si mise subito a camminare per entrar nel suo paese, dubitandosi delle nevi, e se ne venne a Malacia, e non vi stette se non un giorno per fornir le sue genti di vettovaglia; e passò il fiume Eufrate, che scorre dieci miglia lontano da Malacia, e se n'andò a Cartibirt, dove signoreggiava un figliuolo d'Aliduli, nominato Becarbec, con gente assai e fornito di vettovaglie: ma nulla gli giovò, perciò ch'Ismael prese la città, e a lui con le sue mani tagliò la testa, e poi con molta celerità s'incamminò verso Tauris.
Di qua da Tauris sei giornate, per quelle nevi e gran freddo, morirono genti assaissime e molti cavalli e cameli, e perderono bottini assai, ch'aveano fatti nel paese d'Aliduli. Ma pur tanto cavalcò Ismael che giunse a Coi, in un suo bel palagio ch'egli stesso aveva fatto fabricare, e vi dimorò insin al naurus, cioè fino al tempo nuovo. Dopo deliberò d'andar a distruggere Muratcan, sultan di Bagadet, e andatosene in Tauris, e trovato i suoi due fratelli, ch'egli avea lasciati al governo della città quando andò contro Aliduli, che non avevano servato totalmente i suoi comandamenti, poco mancò che non tagliasse loro la testa: ma per preghi di molti signori i giovanetti scamparono dalla morte; e con tutto questo Ismael non restò già di confinargli nella terra d'Ardovil, della qual essi sono nativi, né possono partirsi di quel paese e meno far gente, eccetto che dugento cavalli per ciascuno.


Ismael col suo esercito va contra Muratcan, il qual è abbandonato da molti suoi baroni e soldati, che fuggirono nell'esercito d'Ismael; Muratcan, offerendosi d'esser suo vassallo, gli manda ambasciatori, e Ismael gli fa tagliare a pezzi con tutti li lor compagni,
onde Muratcan se ne fugge e, non essendo ricevuto in luogo alcuno, se ne va ad Aliduli,
che gli dà una sua figliuola per moglie.
Cap. 19.

Venuto che fu il tempo nuovo, Ismael aveva congregato da 30 in 40 mila combattenti, co' quali egli si mise in cammino e se ne venne in Casan, la qual città è sua; e, dimoratovi alcuni giorni, se n'andò poi in Spain, ch'è una gran città e benissimo popolata, ch'era di Moratcan: il quale, veduto l'inconveniente, dall'altra banda avea già fatto circa 36 mila combattenti, ed era venuto in Siras, ch'è una città molto piú grande e piú bella che non è il Cairo d'Egitto. Moratcan stava in Siras e Ismael in Spain, ambidue apparecchiati: Ismael avea di molta gente, tutta sofiana e valent'uomini; l'esercito di Moratcan era di genti comandate, come sariano cernide, e venute quasi per forza e malcontente, perchè, intendendo ch'Ismael teneva gran campo e ch'egli era impossibile di poter resistere nella battaglia, massimamente sapendo, l'altra volta che Moratcan fu rotto nella pianura di Tauris, che da trentamila combattenti tutti furono rotti e tagliati a pezzi dalla gente sofiana, e tanto maggiormente temevano, quanto Ismael aveva molto piú numero di gente che allora non ebbe; onde assai baroni e soldati, diffidandosi, si misero a fuggire nel campo d'Ismael.
Moratcan, vedendosi a mal partito, prestamente mandò a Ismael due ambasciatori con piú di cinquecento compagni, e poi mandò lor dietro molte spie, per intender tutto quel che succederebbe. E appresentatisi, gli ambasciatori gli dissero che Moratcan voleva esser suo barone, e dargli quel tributo che a lui fosse stato possibile. Ismael fece tagliare a pezzi gli ambasciatori insieme co' compagni, dicendo: "Se Moratcan voleva esser mio vassallo, doveva egli venire in persona, e non mandar ambascieria". Le spie, veduto il successo, subito riportarono la nuova a Moratcan, il quale si mise in fuga con tutti i suoi, per esser già sparsa la fama per tutt'il suo campo; e molti de' suoi signori si misero la berretta rossa, per il che, dubitando Moratcan d'esser preso come già era stato preso Alumut, s'elesse tremila compagni che a lui parvero piú fidati, e con esso loro s'incamminò alla volta d'Aleppo, per fuggir la furia d'Ismael. Il quale, avendo inteso la sua fuga, gli mandò subito dietro seimila sofiani che lo perseguitarono; ma, passato ch'egli ebbe un fiume ch'aveva un ponte di pietra, subito lo fece rompere, e poco appresso sopragiunsero i sofiani, che non poterno far cosa alcuna.
Moratcan si mise poi in cammino e venne a un suo castello, dove stava un suo schiavo per castellano che, vedendo il signor suo fuggire, o forse avendo qualche intendimento con Ismael, non gli volse aprire. E avendo Moratcan in questo castello molto tesoro, né potendovi entrare, sdegnato fece tagliare a pezzi tutti gli uomini e le donne ch'erano in un borgo sotto il castello. Poi, inviatosi alla volta d'Aleppo, in pochi giorni giunse appresso alla città trenta miglia, e quivi fermossi con quelle poche genti ch'egli aveva, e mandò a Caerbec, signor d'Aleppo, a chiedergli salvocondotto: il quale glielo concedé molto volentieri, e ricevettelo con grandissimi onori. E subito Moratcan mandò molti de' suoi baroni ambasciatori al Cairo, chiedendo salvocondotto al soldano, il quale per qualche rispetto non volse darglielo, ma gli diede luogo che potesse andar a star con Aliduli, mostrando in palese che fusse fuggito. Ed essendovi andato, Aliduli l'accettò di tutto cuore, rammaricandosi del gran danno ch'egli avea avuto da' sofiani, ed egli all'incontro si doleva del danno d'Aliduli, e cosí ambidue s'andavano confortando: e non ostante le sopradette cose, Aliduli gli diede una sua figliuola per moglie.


Ismael, presa Bagadet, se ne va in Spain per impedire i Tartari;
e in capo d'un anno se ne tornò in Tauris, dove si fecero grandissime feste,
ed esso per quindici giorni attese al giuoco dell'arco. Narransi in parte le sue qualità.
Cap. 20.

Veduto ch'ebbe sultan Ismael il nimico suo distrutto, prestamente se n'andò in Siras e in Bagadet, e fece grandissima uccisione di quelle meschine genti. In questo tempo il gran Tartaro detto Ieselbas era uscito con grand'esercito e avea preso tutt'il paese di Corasan e la gran città d'Eri, che volge da quaranta in cinquanta miglia, benissimo popolata, ed è mercantesca; avea preso anche Stravi e Amixandaran e Sari. Queste città sono sopra la riva del mar Caspio alla banda di levante, e confinano col paese che di nuovo Ismael aveva conquistato. Ismael, dubitando, se ne ritornò in Spaan con l'esercito suo. Or, essendo il Tartaro desideroso d'ingannar Ismael, gli domandò il passo per andar alla Meca, fingendo di voler visitare il suo profeta, cioè Macometto: ma Ismael, conosciuta la rete che 'l Tamberlano gli voleva tendere, non tanto gli negò il passo, quanto anche gli fece risposta con molto brutte parole: dimorò un anno in Spain per resistere all'impeto de' Tartari. Questo gran Tamberlano prese una volta quel medesimo paese, con tutta la Persia e la Soria, sí come se ne vedono memorie in Soria.
In capo d'un anno Ismael se ne tornò in Tauris, e per la venuta sua furono fatti grandissimi apparati in molti palagi, e tutta la città faceva feste e trionfi: dove io mi trovai, mandato da' mercanti per riscuotere dal traditor Chamainit il Casvene. Ismael per quindici giorni non cessò di giuocare all'arco ogni giorno, nel mezzo d'un maidano, con molti suoi baroni. In mezo di questo maidano v'è una longa antenna, sopra la quale mettono un pomo d'oro, e per ogni volta ch'egli giuoca hanno venti pomi, dieci d'oro e dieci d'argento, e pongongli sopra la cima dell'antenna, poi co' lor archi e con alcuni bolzonetti fatti a posta li tirano correndo: e chi getta a terra il pomo se lo piglia per suo, e ogni volta che ne vien gettato alcuno, Ismael con tutti i suoi baroni si riposano tanto spazio quanto si consumeria in dir tre fiate il salmo Miserere, bevendo delicati vini e mangiando confezioni. E mentre ch'egli giuoca stanno sempre alla sua presenza due giovanetti belli come angeli, uno de' quali tiene un vaso d'oro con una coppa, l'altro tiene due scatole di confezioni; e i baroni hanno separatamente i lor vini e confezioni. E quando Ismael si va a riposare i due giovani si ritirano appresso il lor signore, porgendogli le confezioni e 'l vino. E avvegna che nel corso non gettassero altro pomo, non resta però Ismael di tornare a far collazione; e quand'egli fa di simil giuochi, tiene sempre appresso mille uomini armati per guardia della sua persona, oltre che saranno poi da trentamila persone attorno attorno di quel maidano tra soldati e cittadini.
Appresso la porta ch'entra nel giardino, dov'è la via che va al palagio, v'è un mastabè grande, e quivi si fanno portar da cena tutti li baroni ch'hanno giuocato, e Ismael entra a mangiare nel suo palagio Astibisti. Poi tutti li baroni cantano, lodando Ismael per esser egli signore e re tanto grazioso; il quale di presente è d'età di trentun anno, ed è di bellissimo aspetto, e in vista mostra d'esser molto benigno, né è di troppo alta ma di ragionevole statura, è grosso e largo nelle spalle, e nel viso mostra d'essere alquanto biondo. Porta la barba rasa, lasciatovi solo i mostacchi, e mostra d'esser di natura d'aver poca barba. È piacevole com'una damigella, e naturalmente è mancino, cioè adopra la sinistra mano in cambio della destra; gagliardo come un daino, e molto piú forte che niun de' suoi baroni. E quando giuoca all'arco tirando a' pomi, de' dieci che vengono gettati egli ne getta li sette, tanto è destro; e mentre dura il giuoco sempre si suonano di molti instrumenti, e molte donne ballano in quella festa, secondo la lor usanza, cantando le laudi d'Ismael. Il qual dimorò in Tauris da quindici giorni, poi se n'andò a Coi con tutto l'esercito, dove stette due mesi.


Sermangoli rompe i patti fatti con Ismael, il qual torna un'altra volta a rovinargli il paese, mandando a tal impresa due capitani; ed esso, partendosi da Canar, se ne va verso il mar Caspio, pigliando molti luoghi, e fra gli altri il castello della città di Derbant, ch'è molto grande e forte.
Cap. 21.

Stando in Coi, parmi che Sermangoli, ch'è re di Servan e tributario d'Ismael, aveva rotti i patti ch'erano tra loro: però Ismael, mosso da sdegno, ragunò le sue genti e se ne tornò un'altra volta a distrugger quel paese, come dianzi ho raccontato, ch'egli un'altra volta pigliò quel paese, e diedelo a colui che prima n'era signore; il qual, essendone privo e avutolo da Ismael, gli promise di servargli fede, ma l'ingannò, per il che ritornò a toglierlo, e andò poi in Carabacdac con tutt'il suo esercito. Carabacdac è una campagna che volge piú di mille miglia, nella qual v'è un bel castello chiamato Canar, ch'ha sotto di sé molti villaggi: e quivi si fanno le sete che da questo luogo sono chiamate canare. Ismael vi stette da otto giorni per rinfrescar le sue genti, per esser paese molto abbondante. In questo luogo egli fece due capitani: uno fu Lambec, l'altro Bairambec. Questo Bairambec è quello che prese il castello di Van, come di sopra ho detto, ed è cognato d'Ismael, il qual ha tre sorelle maritate in tre baroni: il primo è Bairambec, il secondo è Custagialutbec, il terzo sultan Calil, ch'è signor d'Asanchif. Fatti li due capitani, Ismael gli mandò all'impresa di Sumacchia, dando loro la bella città. Ed essendovi andati, li detti capitani la ritrovarono tutta vota, che tutti erano fuggiti nel castello Culustan, il qual è grande com'una città e inespugnabile, perciò ch'è posto sopra un alto monte: e il re del paese v'avea messo un bell'uomo per castellano, a lui molto fedele, e parmi che 'l detto castellano avesse ordine dal suo re che, se Ismael veniva in persona a Sumacchia, gli dovesse consegnare il castello Culustan, ch'è separato dalla città per spazio di mezo miglio. Or, veduto Bairambec e Lembec ch'ognuno s'era ritirato nel castello, pigliorno partito con diecimila valent'uomini d'assediarlo, perchè d'ogn'intorno era fortissimo né da alcuna parte si poteva combattere, e massimamente non avendo appresso di loro ingegni da far trabucchi né artiglierie.
Stando questi capitani all'assedio, Ismael si partí da Canar e se n'andò a Maumutaga, e subito gli fu dato quel castello, perchè i cittadini non volsero aspettar la battaglia, avendo essi un'altra volta provato il furore e la crudeltà: Ismael cavò di esso molta ricchezza, e tutto donò a' suoi soldati. Poi si mise in cammino per la riviera del mar Caspio, per conquistar il resto de' castelli ch'erano nel paese di Servan, il qual è una provincia che dura sette giornate da Maumutaga fino a Derbant. In questa riviera vi sono tre gran città e tre gran castella: la prima è Sumacchia, avvegna ch'ella sia una giornata lontana dal mare; l'altre sono appresso la marina e parte dentro di essa, com'è Maumutaga e Derbant. Ismael camminando giunse a un castello detto Baccara, il quale subito gli fu dato; camminò poi piú oltre una giornata, e ritrovò un castello detto Sirec, ch'è una bellissima fortezza sopra un alto monte. Questo castello si tenne tre giorni per fermar li patti con Ismael, e in capo di tre giorni Ismael vi mandò dentro circa sessant'uomini, confermandovi il primo castellano: e parmi che questi sessanta sofiani usassero nel castello molte disonestà, onde furono tutti tagliati a pezzi dalle genti servane, le quali poi la notte scamporno in quell'altissime montagne per tema d'Ismael, il quale, non v'avendo trovato alcuno dentro, lo fece tutto rovinare. Scorrendo un poco avanti si truova un castello e una bella città nominata Sabran, che non ha mura: in essa non v'era alcuno, che tutti erano fuggiti, chi per forza chi per volontade, perciò che 'l re del paese faceva disabitar quel luogo, a fine ch'Ismael non trovasse vettovaglie; ma egli n'era fornito da Carabacdac, e ogni giorno gli venivano vettovaglie fresche.
Ismael scorse quattro giornate e se n'andò in Derbant, e trovò la città disabitata, che tutte le genti erano fuggite, chi in Circassia e chi in quelle montagne, e solo si teneva il castello, ch'è grande e forte, ed è cosí ben fabricato che par proprio dipinto, e tutte le torri e mura sono come fussero nuove; e da ogni banda v'era gente con lancie e con bandiere. Questo castello ha due porte, le quali avevano murate con grossi sassi e con buona calcina. Quivi stette Ismael da 15 in 20 giorni, e undici giorni continovi con tutt'il suo esercito, ch'erano da 40 mila combattenti, e combatté il castello, e furono fatte due cave per entrarvi, ma niuna fece l'effetto; ne fecero poi una grande a una torre, levando tutt'il fondamento d'essa, e la puntellorno con molte colonne di legno, e poi ch'ebbero ben puntellato e cavato l'empirono di legne ben secche e vi misero il fuoco, acciò ch'abbruciate le colonne la torre cadesse. Le legne in poco spazio di tempo s'abbruciarono, e usciva gran fiamma dalle bocche di quella grotta. Il fuoco fu posto alle 22 ore, ma poco effetto fece, essendo affocato ed estinto nella grotta. Il castellano, dubitando che la cosa non procedesse piú avanti in suo danno e perdita del luogo, mandò un suo messo a mezzanotte da Ismael, offerendogli il castello, pur che fussero salvate le genti e le robbe loro. Ismael, avendo veduto il fuoco non operare, diede la sua fede al messo, promettendogli quanto egli domandava. Però la mattina seguente furno ismurate le porte e datogli il castello nelle mani, dove trovò molte munizioni, vettovaglie e belle armature, e delle quali io ne viddi molte che furno portate alla presenza d'Ismael; il quale, dopo ch'ebbe pigliato il castello, vi dimorò da otto o nove giorni per rinfrescar le sue genti. In questo tempo molti signori confinanti vennero a umiliarsi, mettendosi la berretta rossa.


Ismael se ne torna in Tauris, per la qual tornata si fanno grandissime feste e giuochi. Dell'affezione che gli portano i suoi soldati, e ch'è adorato come un dio; de' lor vestimenti e armature. Della disonestà usata da lui, e come di novo uscí con l'esercito in campagna per andar contra il Tartaro.
Cap. 22.

Essendo io in Tauris in quest'ultimo per espedizione alle cose de' miei crediti, né potendo essere sodisfatto, mi bisognò far comandare Camainit il Casvene, ma non potei aver chi mi facesse ragione, perciò che costui avea il favore d'un suo amico ch'era caporale, laonde io fui consigliato che me n'andassi da Ismael. E cosí, fatto fare una supplicazione, montai a cavallo e pigliai il cammino verso Ismael, il qual trovai con l'esercito nel paese di Servan, sott'il castello di Sirec che fu rovinato. E trovandovi alcuni baroni che già io avea conosciuti in Tauris, dissi loro il bisogno mio, pregandoli che mi volessero introdur da Ismael. Essi mi risposero non esser tempo, insino ch'Ismael non andava in Derbant e che pigliasse il castello; che poi, trovandosi allegro per l'avuta vittoria, avrei ottenuto tutto ciò ch'io avessi ricercato. E, pigliato il consiglio, stetti sempre nel campo fin che Ismael ebbe il castello, e avutolo ritrovai li detti baroni; e dato loro la supplica, con la carta che mostrava che 'l mio avversario m'era debitore, la portarono alla presenza d'Ismael e fugli letto il tutto, e subito mi fece spedire, comandando a tutti i suoi officiali in Tauris che mi facessero ragione. Il comandamento era in scritto, col nome d'Ismael in lettere grandi, e segnato di sua mano con un segno simigliante a una Z; era poi suggellato di mano di Mirbec, signor di Mosul, il qual porta al collo il suggello d'Ismael, ch'è fatto in punta di diamante, messo in un anello d'oro maravigliosamente lavorato: il sugello è grande come mezza una noce, e vi sono scolpite molto belle e minute lettere col nome d'Ismael, includendovi dentro i dodici sacramenti della setta loro. Io adunque, andato in Tauris, non potei oprar cosa alcuna, essendosene fuggito il mio avversario, onde io deliberai andarmene verso Aleppo.
Fra questo mezo Ismael venne in Tauris col suo esercito, per la qual venuta vi furono fatti di molti apparecchi e acconciamenti di bazzarri, e tutta la città gioiva nelle feste e ne' trionfi. Egli ogni giorno veniva nella piazza a giuocar all'arco co' suoi baroni, quali ebbero dal lor re di molti doni; e alla sua presenza nella piazza ballavano, sonando cimbali e flauti, cantando le laudi del magno sultan Ismael. Questo Sofí è tant'amato e tanto riverito che non solamente vien tenuto come un dio, ma come dio viene adorato da tutt'il popolo, massimamente da' suoi soldati, de' quali ve ne sono molti che vanno in battaglia senz'armatura, confortandosi che 'l loro signor Ismael debba andare a soccorrergli nel combattere; ve ne son anche d'altra sorte che parimente vanno nella battaglia senz'armarsi, mostrando d'esser contenti d'aver la morte pel lor signor Ismael, andandovi col lor petto nudo, gridando: "Schiac, Schiac". Qui nella Persia il nome d'Iddio è dimenticato, non ricordandosi mai Dio, ma sempre il nome d'Ismael.
Se l'uomo cavalca overo dismonta, e per avventura scappucciasse, non chiama altro Dio che Schiac, che in persona vuol inferir [...]. Dio in due modi si nomina, e prima dicesi Dio Schiac, ch'è ciascuno; poi, sí come dicono i mosulmani "Laylla laylla, Mahamet ressurralla"; i Persiani dicono "Laylla yllala, Ismael vellildlla". Da una banda dicono come egli è Dio, dall'altra com'egli è profeta; e tutti, e particolarmente i suoi soldati, tengono ch'egli non debba morire, e che sia per vivere in eterno. Io in quel paese ho inteso che Ismael non è contento d'esser chiamato Dio, né anche adorato.
L'usanza loro è di portar berretta rossa, e sopravanza quasi mezo braccio, una cosa come sarebbe un zon, che dalla parte che si mette in testa viene a esser larga, ristringendosi tuttavia sino in cima, ed è fatta con dodici pieghe grosse come un dito, che vogliono significare li dodici sacramenti della setta loro, overo li dodici figliuoli d'Alí profeta. Oltre di ciò non si tagliano mai la barba né mostacchi. Il vestimento loro è come fu sempre; l'armature loro sono corazze di lame indorate, intagliate di bellissimi lavori, e similmente molti giacchi di maglia, elmetti come quelli de' Mamalucchi. Le barde loro sono ingiuppate col cottone e forti a maraviglia; hanno anche barde di lame indorate di finissimo acciaio di Siras, e barde di coio, ma non come i nostri: sono di pezzi, come stanno quelle ingiuppate e come quelle di Soria. Portano anche molti elmetti, over berrette d'una grossissima maglia. Poi ciascuno usa d'andare a cavallo, né vi si truova alcun pedone; usano lancia e spada e satachi, cioè cintura, con un arco con molte freccie.
Questa seconda volta che Ismael venne in Tauris operò cosa strana e disonesta, perciò che fece per forza pigliar dodici giovanetti, de' piú belli che fussero nella città, e, condotti nel palagio Astibisti, egli volse adempir con loro le sue triste voglie; dopo ne donò un per uno a' suoi baroni, che fecero il simile. E poco prima, quando anch'egli tornò in Tauris, pigliò dieci figliuoli d'uomini da bene e fece loro il simigliante. Nel tempo ch'Ismael tornò da Sumacchia vi vennero tre ambasciatori iberi, i quali furono ben onorati e benissimo veduti, e donò loro anche una donzella per uno di quelle mosulmine ch'egli aveva prese per forza: gli ambasciatori le accettarono molto volentieri. Mentre che Ismael stava ne' trionfi, gli venne nuova come le genti d'Usbec, cioè del Tartaro, avevano corso nel paese di Gesti: però fece deliberazione d'andarsi ad affrontare con lui, e subito uscito in campagna volse far la mostra de' suoi soldati, comandando a tutti li baroni che dovessero ragunar le genti che ciascuno d'essi era obligato tenere in campo. Fece anche venire di molt'altra gente da ogni banda, per far grosso esercito e andar addosso Ieselbas: e cosí congregò molta gente, vedendo che gli bisognava, per esser questo Tartaro grandissimo signore e molto potente.
Io, mentre che Ismael ragunava quest'esercito, mi levai di Tauris tornando in Aleppo: e il mio partire fu il primo di maggio del 1510; e m'accompagnai con una mala compagnia. Pur, quando piacque al nostro Signor Iddio, giunsi in Albir, alli 2 di luglio 1510.



Di messer Iosafa Barbaro, gentiluomo veneziano, il viaggio della Tana e nella Persia.

ESORDIO

La terra (secondo quello che con evidentissime dimostrazioni provano li geometri) in comparazione del firmamento è tanto picciola quanto un punto fatto nel mezo della circonferenzia d'un circolo; della quale, per esser una buona parte, secondo l'opinione d'alcuni, over coperta da acque over intemperata per troppo freddo o caldo, quella parte che s'abita è ancora molto minore. Nondimeno tanta è la picciolezza degli uomini, che pochi si truovano che n'abbiano veduto qualche buona particella, e niuno (se non m'inganno) è, il quale l'abbia veduta tutta. E quelli che n'hanno veduto pur qualche particella al tempo nostro, per la maggior parte sono mercanti, overo uomini dati alla marinarezza, ne' quali due esercizii, dal principio suo per insino al dí presente, tanto i miei padri e signori veneziani sono stati eccellenti, che credo con verità poter dire che in questa cosa soprastiano agli altri. Imperochè, dopo che l'imperio romano non signoreggia per tutto come una volta fece, e che la diversità de' linguaggi, costumi e religioni hanno come a dir passato e rinchiuso questo mondo inferiore, grandissima parte di questa poca la qual è abitabile saria incognita, se la mercanzia e marinarezza per quanto è stato il poter de' Veneziani non l'avesse aperta. Tra li quali, s'alcuno è al dí d'oggi che s'abbia affaticato di vederne qualche parte, credo poter dir con verità d'esser io uno di quelli, conciosiachè quasi tutt'il tempo della gioventú mia e buona parte della vecchiezza abbia consumata in luoghi lontani, in genti barbare, fra uomini alieni in tutto dalla civiltà e costumi nostri, tra li quali ho provato e veduto molte cose che, per non esser usitate di qua, a quelli che l'udiranno, i quali, per modo di dire, non furono mai fuori di Venezia, forse parranno bugie. E questa è stata principalmente la cagione per la quale non m'ho mai troppo curato né di scriver quello che ho veduto, né eziandio di parlarne molto.
Ma, essendo al presente astretto da preghiere di chi mi può comandare, e avendo inteso che molto piú cose di queste, che paiono incredibili, si truovano scritte in Plinio, in Solino, in Pomponio Mella, in Strabone, in Erodoto, e in altri moderni, com'è Marco Polo, Nicolò Conte, nostri Veneziani, e in altri novissimi, com'è Pietro Quirini, Alvise da Mosto e Ambrosio Contarini, non ho potuto far di meno che ancora io non scriva quello che ho veduto, prima ad onor del Signor Iddio, il quale m'ha scampato da infiniti pericoli; poi a contento di colui che m'ha astretto, e a utile in qualche parte di quelli che verranno dopo noi, specialmente se averanno d'andar peregrinando dove io sono stato; a consolazione di chi si diletterà di legger cose nuove, ed eziandio per giovamento della nostra terra, se per l'avvenire avrà di bisogno di mandar qualche uno in quei paesi. Onde io dividerò il parlar mio in due parti: nella prima narrerò il viaggio mio della Tana, nella seconda quello di Persia, non mettendo però né nell'uno né nell'altro a una gran giunta le fatiche, li pericoli e i disagi i quali mi sono occorsi.


Del fiume Erdil, altramente detto la Volga; i confini della Tartaria; de' fiumi Elice e Danubio; d'Alania provincia, e perchè sia cosí detta; costume de' Tartari circa le lor sepolture; del monte Contebbe; di Derbent città. Come l'auttore, intendendo che nel monte predetto era nascosto un tesoro, andò con alcuni mercanti e gran numero d'uomini a cavar in detto monte, e le cose maravigliose che vi trovarono.
Cap. 1.

Del 1436 cominciai andar al viaggio della Tana, dove a parte a parte sono stato per spazio d'anni 16, e ho circondato quelle parti, cosí per mare come per terra, con diligenza e quasi curiosità. La pianura di Tartaria, a uno che fusse in mezo di quella, ha dalla parte di levante il fiume d'Erdil, altramente detto la Volga; dalla parte di ponente e maestro la Polonia; dalla parte di tramontana la Rossia; dalla parte d'ostro, la qual guarda verso il mar Maggiore, l'Alania, Cumania, Gazaria: i quali luoghi tutti confinano sul mar delle Zabache, ch'è la palude Meotide, e conseguentemente è posta tra li sopradetti confini. E acciò che io sia meglio inteso, io anderò discorrendo in parte del mar Maggiore per riviera, e in parte infra terra, fin ad un fiume domandato Elice, il qual è appresso Capha circa 40 miglia; passato il qual fiume si va verso Moncastro, dove si truova il Danubio, fiume nominatissimo: e di qui avanti non dirò cosa alcuna, per esser luoghi assai piú domestici.
La Alania è derivata da' popoli detti Alani, li quali nella lor lingua si chiamano As: questi erano cristiani, e furon scacciati e distrutti da' Tartari. La regione è per monti, rive e piani, dove si truovano molti monticelli fatti a mano, li quali sono in segno di sepolture, e ciascun di loro ha un sasso in cima grande con certo buso, nel quale mettono una croce d'un pezzo fatta d'un altro sasso. E di questi monticelli ce ne sono innumerabili, in uno de' quali intendevamo esser ascoso grande tesoro, conciosiachè, nel tempo che messer Pietro Lando era consolo alla Tana, venne uno dal Cairo, nominato Gulbedin, e disse come, essendo al Cairo, avea inteso da una femina tartara che in uno di questi monticelli, chiamato Contebbe, era stato nascosto per questi Alani un gran tesoro; la qual femina eziandio gli aveva dati certi segnali, cosí del monte come del terreno. Questo Gulbedin si mise a cavare in questo monticello, facendo alcuni pozzi ora in un luogo e ora in un altro, e cosí perseverò per anni due e poi morí: onde fu concluso che per impotenzia esso non avesse potuto trovar quel tesoro.
Per la qual cosa del 1437, trovandoci la notte di s. Caterina nella Tana sette di noi mercanti in casa di Bartolomeo Rosso, cittadin di Venezia: cioè Francesco Cornaro (che fu fratello di Iacomo Cornaro dal Banco), Caterin Contarini (il quale dopo usò in Constantinopoli), Giovanni Barbarigo fu d'Andrea di Candia, Giovanni da Valle (il qual morí patron d'una fusta nel lago di Garda, ma prima, insieme con alcuni altri Veneziani, nel 1428 andò in Derbent, città sopra il mar Caspio, e fece una fusta, con consentimento di quel signore, e invitato da lui depredò di quei navilii i quali venivano da Strava, che fu quasi cosa mirabile, la qual lascierò per adesso), Moisè Bon d'Alessandro dalla Giudecca, Bartolomeo Rosso e io, con santa Caterina, la qual metto per l'ottava nelle nostre stipulazioni e patti; trovandoci dico nella Tana noi sette mercanti, in casa di detto Bartolomeo Rosso, nella notte di s. Caterina, tre de' quali erano stati avanti di noi in quelle parti, e ragionando insieme di questo tesoro, finalmente ci accordammo e facemmo una scrittura (la qual fu di mano di Caterin Contarini, la copia della quale per insino al presente ho appresso di me) d'andar a cavare in questo monte. E trovammo 120 uomini da menare con noi a questo esercizio, a ciascuno de' quali davamo tre ducati il mese per il meno.
E circa 8 giorni dopo noi sette, insieme con li 120 condotti, partimmo dalla Tana con la robba, vittuarie e instromenti, i quali portammo su quei zenà che s'usano in Rossia; e andammo sul ghiaccio per la fiumara della Tana, e il dí seguente giugnemmo lí, perch'è sul fiume, ed è circa sessanta miglia lontano dalla terra della Tana. Questo monticello è alto da cinquanta passa e di sopra è piano, nel quale ha un altro monticello simile ad una berretta tonda con una piega a torno, sí che due uomini sariano andati un appresso l'altro su per quel margine: e questo secondo monticello era alto 12 passa, e di sotto era di forma circolare come se fusse stato fatto a compasso, e occupava in diametro 8 passa. Principiammo a tagliare e cavare sul piano di questo monticello maggiore, il qual è principio del monticello minore, con intenzione d'entrar dentro da basso fino in cima, e di fare una strada larga e d'andar di longo. Nel principio del romper il terreno, quell'era sí duro e agghiacciato che né con zappe né con manare lo potevano rompere; pur, entrati che fussimo un poco sotto, trovammo il terreno tenero, e fu lavorato per quel giorno assai bene. La mattina seguente, ritornando a l'opera, trovammo il terreno agghiacciato e piú duro che prima, in modo che ne fu forza per allora abbandonar l'impresa e ritornar alla Tana, con proposito però e ferma deliberazione di ritornarvi a tempo nuovo.
Circa l'uscita di marzo ritornammo con barche e navilii, con uomini da 150, e demmo principio a cavare: e in 22 giorni facemmo una tagliata di circa passi 60, larga passi 8 e alta da passa 10. Udirete qui gran maraviglia, e cose per modo di dire incredibili. Trovammo quello n'era stato predetto che trovaremmo, per il che ne facevamo piú certi di quello che n'era stato detto, in modo che, per la speranza di ritrovare questo tesoro, noi, i quali pagavamo, portavamo meglio la zivera di quel che facevano gli altri, e io era il maestro di far le zivere. La maraviglia grande ch'avessimo fu che prima di sopra il terreno era negro per l'erbe, dopo erano li carboni per tutto: e questo è possibile, conciosiach'avendo appresso boschi di salci, potevano far fuoco su tutt'il monte. Dopo v'era cenere per una spanna, e questo ancora è possibile, conciosiach'avendo vicino il canneto e potendo far fuoco di canne, potevano aver cenere. Dopo v'erano scorze di miglio per un'altra spanna, e (perchè a questo si potria dire che mangiavano paniccio fatto di miglio, e aveano serbati li scorzi da mettere in quel luogo) vorrei sapere quanto miglio bisognava ch'avessero a voler compire tanta larghezza quanta era quella del monticello di scorzi di miglio, alta una spanna. Dopo v'erano squame di pesci, cioè di raine e altri simili, per un'altra spanna, e (perchè si potria dire che in quel fiume si truovano raine e pesci assai, delle squame de' quali si poteva coprire il monte) io lascio considerare a quelli che leggeranno quanto questa cosa sia o possibile o verisimile: certo è ch'è vera. Onde considero che colui il qual fece fare questa sepoltura, che si chiamava Indiabu, volendo far queste tante cerimonie, le quali forse s'usavano a quei tempi, bisognò che si pensasse molto avanti, e che facesse ricogliere e riponere tutte queste cose.
Avendo fatta questa tagliata e non trovando il tesoro, deliberammo di fare due fosse intra il monticello massiccio, le quali fussero 4 passa per largo e per alto: e facendo questo trovammo un terreno bianco e duro in tanto che facemmo scalini in esso, su per i quali portavamo le zivere. Andando sotto circa cinque passa, trovammo in quel basso alcuni vasi di pietra, in alcuni de' quali era cenere e in alcuni carboni; alcuni erano vacui, e alcuni pieni d'ossi di pesce de la schena. Trovammo etiam da 5 o 6 paternostri grandi come naranzi, i quali erano di terra cotta invetriata, simili a quelli che si fanno nella Marca, i quali si mettono alle tratte. Trovammo ancora un mezo manico d'un ramino d'argento picciolino, ch'avea di sopra a modo d'una testa di biscia. Venuta la settimana santa, cominciò a soffiare un vento da levante, con tanta furia che levava il terreno e le zoppe ch'erano state cavate e quelle pietre, e gittavale nel volto delli operarii, con effusione di sangue: per la qual cosa noi deliberammo di levarci e di non far piú altra esperienza, e questo fu il lunedí di Pasqua.
Il luogo per avanti si chiamava le cave di Gulbedin, e, dopo che noi cavammo, è stato chiamato per sino a questo giorno la cava de' Franchi, imperoch'è tanto grande il lavoro che facemmo in pochi giorni, che si potria credere che non fusse stato fatto in quel poco tempo da manco d'un migliaio d'uomini. Non avemmo altra certezza di quel tesoro, ma (per quanto intendemmo) se tesoro era lí, la cagione che 'l fece metter lí sotto fu perchè il detto Indiabu, signore di questi Alani, intese che l'imperatore de' Tartari gli veniva incontra, e, deliberando di sepelirlo, acciò che niuno se n'accorgesse, finse di far la sua sepoltura secondo il loro costume, e secretamente fece mettere in quel luogo prima quello che a lui pareva, e poi fece fare quel monticello.


La fede de' macomettani, onde avesse l'origine: come i Tartari furono astretti alla fede macomettana. Come Naurus, capitano d'Ulumahemet imperator de' Tartari, venuto in divisione andò contra esso imperatore. Il modo di mandar avanti le scolte, e costume di presentar li signori.
Cap. 2.

La fede di Macometto principiò ne' Tartari ordinariamente, mo sono anni circa 110: vero è che per avanti pur alcuni di loro erano macomettani, ma ognuno era in libertà di tener quella fede che gli piaceva, onde alcuni adoravano statue di legno e di pezze, e queste portavano sopra li carri. Il stringer della fede macomettana fu nel tempo di Hedighi, capitano della gente dell'imperator tartaro chiamato Sidahameth Can: questo Hedighi fu padre di Naurus, del quale ne parlaremo al presente. Signoreggiava nelle campagne della Tartaria del 1438 un imperatore nominato Ulumahemet Can, cioè gran Macometto imperatore, e aveva signoreggiato piú anni. Trovandosi costui nelle campagne che sono verso la Rossia col suo lordo, cioè popolo, aveva per capitano questo Naurus, il quale fu figliuolo di Hedighi, dal quale fu astretta la Tartaria alla fede macomettana. Accadé certa divisione tra esso Naurus e il suo imperatore, onde si partí dall'imperatore con le genti che lo volsero seguitare e andò verso il fiume d'Erdil, dov'era uno Chezimahameth, ch'è dir Macometto picciolo, il qual era di sangue di questi imperatori. E, communicato cosí il consiglio come le forze, deliberarono ambidue d'andar contra questo Ulumahemet, e fecero la via appresso Citrachan e vennero per le campagne di Tumen; e venendo intorno appresso la Circassia, aviossi alla via del fiume della Tana e al colfo del mare delle Zabache, il quale insieme col fiume della Tana era agghiacciato. E, per esser popolo assai e animali innumerabili, fu bisogno ch'andassero larghi, acciò che quelli ch'andavano avanti non mangiassero lo strame e altri rinfrescamenti di quelli che venivano dietro. Onde un capo di queste genti e animali toccò un luogo chiamato Palastra, e l'altro capo toccò il fiume della Tana nel luogo chiamato Bosagaz, che viene a dire legno berrettin: la distanzia da uno di questi luoghi all'altro è di miglia 120, e tra questa distanzia camminava detto popolo, quantunque tutto non fusse atto al cammino.
Quattro mesi avanti che venissero verso la Tana noi l'intendemmo, ma un mese avanti che venisse questo signore cominciarono a venir verso la Tana alcune scolte, le quali erano di giovani tre o quattro a cavallo, con un cavallo a mano per uno: quelli di loro che venivano nella Tana erano chiamati avanti il consolo, e gli erano fatte carezze e offerte. Domandati dove andavano e quello ch'andavano facendo, dicevano ch'erano giovani ch'andavano a solazzo: altro non se gli poteva trar di bocca, e stavano al piú una o due ore e poi andavano via. E ogni giorno era questo medesimo, salvo che sempre n'era qualcuno piú per numero. Ma, come il signore fu approssimato alla Tana per cinque o sei giornate, cominciorno a venire da 25 in 50, con le sue arme ben in ordine, e avvicinandosi ancor piú, a centinaia. Venne poi il signore, e alloggiò appresso alla Tana per un trar d'arco, dentro una moschea antica. Incontinente il consolo deliberò di mandargli presenti, e mandò una novenna a lui, una alla madre e una a Naurus, capitano dell'esercito. Novenna si chiama un presente di nove cose diverse, come saria a dir panno di seta, scarlatto e altre cose insino al numero di nove: e cosí è costume di presentare a' signori di quel luogo. Volse ch'io fussi quello ch'andasse co' presenti, e gli fu portato pane, vino di mele, bosa (ch'è cervosa) e altre cose per insino a nove. Entrati nella moschea, trovammo il signore disteso su un tapeto, appoggiato a Naurus capitano: egli era da 22 e Naurus da 25 anni. Presentati che gli ebbe, gli raccomandai la terra insieme col popolo, il quale dissi ch'era in sua libertà. Risposemi con umanissime parole. Dopo, guardando verso di noi, in