Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI


Volume quarto



La lettera che mandò Arriano, filosofo e istorico nobilissimo, all'imperadore Adriano, nella qual racconta ciò che si trova navigando d'intorno al mar Maggiore.


Questo Arriano fu per sangue di Nicomedia, città dell'Asia, e fiorì in Roma ne' tempi d'Adriano, da cui fu sommamente amato e onorato; scrisse la vita d'Epiteto filosofo e l'istoria d'Alessandro Magno.



All'imperador Cesar Traiano Adriano Augusto Arriano manda salute.

Venimmo a Trapezunte, città greca, come dice quel gran Senofonte, posta sopra il mare, populata da quelli di Sinopia, e con piacere guardammo il mare Eusino, di là onde ancora Senofonte e voi il guardaste già. E gli altari per testimonianza vi restano ancora, li quali in verità furon fatti di mal pulita pietra, e perciò le scolpite lettere non vi si scorgono chiaramente, le quali son greche, ma difettose, sí come scritte da gente barbara ignorante. Io ho dunque deliberato di rifar gli altari di pietra bianca, e d'intagliarvi lettere con ben apparenti note. Evvi ancora una vostra imagine in piacevole atto, col dito steso verso il mare, ma il lavoro né vi si simiglia né è per altro molto bello, laonde mandatene una degna d'esser chiamata col vostro nome nel medesimo atto, perciochè il paese è attissimo ad eterna fama. Evvi ancora un tempio di pietre quadre, non biasimevolmente edificato, ma la figura di Mercurio che v'è non è né al tempio né pure al medesimo paese convenevole: or, se vi par ben fatto, mandatemene una di cinque piedi al piú, che cosí fatta stimo io dovere essere massimamente alla misura del tempio conveniente. Un'altra ancora me ne potrete mandare di Filesio, di quattro piedi, perciochè non mi par fuor di ragione ch'esso sia nel medesimo tempio e nel medesimo altare col suo antico. E di coloro che vi verranno alcuno a Mercurio, chi a Filesio, e chi all'uno e all'altro farà sacrificio, e insieme aggraderanno questi e quelli a Mercurio e a Filesio: a Mercurio aggraderanno essi perciochè onoreranno il suo descendente, e a Filesio onorando il suo antico, nella maniera che ancora io in questo luogo ho fatto magnifico sacrificio, non come Senofonte nel porto di Calpe, il quale per difetto di bestie da sacrificare tolse dal carro un bue. Ma que' medesimi della terra han fatto l'apparecchio non iscarsamente, e quivi abbiamo avuta carne a gran dovizia, sopra quella ad onore degl'iddii bevendo larghissimamente. Ora io so ben che non v'è nascoso chi sia colui per la cui felicità prima abbiamo fatte le nostre preghiere, essendo già noto il nostro costume, ed essendo voi consapevole a voi medesimo di meritare che ciascun prieghi per la vostra felicità, ancora coloro che meno di me sono stati beneficiati da voi.
Ora, movendoci da Trapezunte, la prima giornata arrivammo al porto d'Isso, e facemmo esercitar que' pedoni che vi sono, perciochè quivi una schiera di vostra gente a piè, come sapete, dimora; e i venti cavalieri che sono al suo servigio fu mestieri che ancora essi lanciassero le lancie loro. Quindi navigammo da principio aiutati dalle matutine aure che spiravano da' fiumi e da' remi insiememente, perciochè le aure erano fredde, come dice ancora Omero, e non bastanti a chi volesse far tosto; poi sopravenne bonaccia, in maniera che i remi solamente ci aiutavano. Poscia una nube di repente levatasi si squarciò di verso sirocco massimamente, e mandò giú impetuoso vento e a noi sommamente contrario, il qual nondimeno sol ci fece utilità, perciochè dopo poco cominciò il mare ad ondeggiare, in guisa che l'onde non pur per gli remi, ma sopra la parte dinanzi della nave quinci e quindi discorrevano abondevolissimamente. Questa in verità è cosa aspra da raccontare. E dall'una parte gittavamo fuori l'acqua, dall'altra sopramontava, ma l'ondeggiare non era da traverso: e per queste cagioni di forza, a gran pena e fatica ci sospingevamo co' remi, e dopo molto affannare venimmo ad Atene, perciochè nel Ponto Eusino è ancora un paese che vien cosí cognominato. E quivi è un tempio d'Atene, cioè della dea Pallade, fatto alla greca, onde a me par che sia disceso il nome di questa contrada, ed evvi una certa rocca non guardata; e il porto a' suoi tempi capirebbe non molte navi, e le potrebbe coprir dal vento ostro e da sirocco, e parimente i legni che vi si mettessono conservar salvi da greco, ma non da tramontana né da certo altro vento il quale in quel mar vien chiamato traschia, e in Grecia scirone. Ma in su la notte duri tuoni e folgori discesono, e il vento non durava il medesimo, ma si cangiò in ostro e dopo poco in garbino, e alle navi piú non era sicura la stanza. Prima adunque che al tutto il mar s'inasprisse, quante navi poterono capire in quel luogo d'Atene tante là ne tirammo, fuor che la galea, perciochè essa, sospintasi sotto a certo sasso, sicuramente mareggiava. E ci parve di mandarne molte a tirare in terra ne' vicini liti, e le vi tirarono, sí che tutte furono salve da una in fuori, la qual, mentre si vuol movere innanzi al suo tempo, trovandola volta di costa soprapresela il mare, e spingendola in terra la spezzò: ma niente se ne perdé, né pur le vele e gli arnesi della nave e le persone si tolsero via salve, ma i chiovi ancora e la pece, sí che per rifarla non v'era di bisogno se non di legnami da navi, del quale come sapete presso quel mare è copia grande. Questo tempo durò per due giorni, e fu ragionevole, che non si conveniva che cosí trapassassimo Atene, quantunque in Ponto, come si farebbe alcun luogo disabitato e senza nome.
Quindi levati sotto l'aurora tentavamo il mare a traverso, ma, fatto dí grande, spirando un poco di greco compose il mare e acquetollo, e facemmo avanti mezogiorno piú di cinquecento stadii, pervenendo ad Absaro, dove stanno al continuo cinque coorti: e pagai il loro soldo, e viddi l'armi e il muro e la fossa e la vittoaglia che v'era. Ma qual fosse il parer mio d'intorno a quelle cose vi s'è scritto nelle lettere latine. Or dicono che la contrada d'Absaro alcuna volta già si chiamava Absirto, per avere in questo luogo Medea ammazzato Absirto, e la sua sepoltura vi si mostra; e che poi il nome si guastò per gli circonstanti popoli ignoranti, nella maniera ch'ancora molt'altri si son guasti, sí come dicono che Tiana di Cappadocia già si nominava Toana, da Toante re de' Tauri, il quale si ragiona essere venuto infino a questo paese perseguitando Pilade e Oreste, e quivi infermatosi esser morto.
Or nel venir da Trapezunte trapassammo questi fiumi: l'Isso, onde vien detto il porto d'Isso, il quale è lontano da Trapezunte stadii centoottanta; e l'Ofi, il quale è lontano dal porto d'Isso infino a novanta stadii al piú, e parte il paese de' Colchi dal Tiannico; poscia il fiume chiamato Psicheo, lontano dall'Ofi forse trenta stadii; poi il fiume Calo, e questo ancora è lontano dal Psicro trenta stadii. Seguita il fiume Rizio, il quale è lontano centoventi stadii dal Calo; e un altro fiume chiamato Ascuro è da questo lontano trenta; e un certo Adieno dall'Ascuro sessanta. Quindi ad Atene ha centoottanta stadii; appresso d'Atene è Zagate, fiume lontano al piú sette stadii. Or, mossi d'Atene, trapassammo il Pritane, dove ancora sono i reali palagi d'Anchialo e questo è d'Atene lontano stadii quaranta. Al Pritane vien dietro il fiume Pissite, e dall'uno all'altro sono novanta stadii, e da Pissite all'Arcabe altri novanta, e dall'Arcabe all'Apsaro sessanta.
Or, levatoci dall'Apsaro, trapassammo l'Acampsi di notte, il quale è lontano dall'Apsaro quindici stadii. Ma il Bate fiume n'è da questo lontano settantacinque, e l'Acinase da Bate novanta, e novanta dall'Acinase l'Ise: e ricevono navi e l'Acampse e l'Ise, e in sul far del giorno mandano fuor da loro possenti aure. Dopo l'Ise trapassammo il Mocro: novanta stadii sono tra il Mocro e l'Ise, e questo anco riceve navi. Quindi navigammo al Fase, che n'è lontan novanta dal Mocro, il quale ha fra quanti fiumi io ho veduti giamai leggierissima l'acqua, e che massimamente cangia colore. La leggierezza in verità potrebbe alcun comprender dal peso, e di piú ancora da questo, che sopranuota nel mare senza mischiarvisi, sí come dice Omero che 'l Titaresio trascorre dal di sopra del Penio a guisa d'olio: e se ne poteva prendere esperienza con l'urna al sommo del trascorrente fiume attingendo acqua dolce, e, cacciandola a fondo, salsa. Or tutto il mar Ponto ha l'acqua troppo piú dolce che 'l mar di fuori, e di ciò sono cagione i fiumi, li quali per grandezza e per moltitudine sono senza misura. L'argomento della sua dolcezza (se pur le cose apparenti a' sentimenti hanno bisogno d'argomento) è che color che v'abitan d'intorno tutti gli animali loro che pascono cacciano al mare, e in esso gli abbeverano, e bevendone si vede che ne stanno molto bene: e dicesi per fermo che cotal beveraggio è loro piú giovevole che quello di dolce acqua. E il colore del Fase è come quel del piombo o dello stagno bagnato, ma messo a posarsi diventa chiarissimo. Stimasi ancora che color che navigan per il Fase non debbano con esso loro portare acqua, e raccontasi che, come cominciano a toccar del fiume, versano e gittano via quant'acqua hanno in nave: il che non facendo, si dice per fermo che coloro che mettono questa cosa a non calere non capitano bene nel loro viaggio. E l'acqua del Fase non si corrompe, ma sta in istato oltre al decimo anno, fuor solamente che diventa piú dolce.
Ora a coloro ch'entrano nel Fase a sinistra sta la dea Fasiana, ed è questa, se dall'abito s'argomenta, una cosa medesima con la dea Rea, perciochè ha il ciembalo in mano e i leoni al seggio, e siede nell'atto di quella ch'è ad Atene nel suo tempio chiamato Metroo, fatta per mano di Fidia. Quivi ancora si mostra l'ancora d'Argo e l'ancora del ferro che vi si mostra non mi pare antica: e di grandezza non è secondo l'ancore d'oggi, e la forma è alquanto diversa, pur mi par piú nuova essere di tanto tempo. Mostransi anche certi pezzi d'un'altra di pietra antichi, sí che questi piú tosto si mostrano dover potere essere reliquie dell'ancora d'Argo. Quivi non ha alcun'altra memoria di ciò che si favoleggia di Giasone. La rocca, nella quale stanno quattrocento eletti soldati, mi parve essere fortissima per la natura del luogo, ed esser posta in parte attissima per la sicurtà di coloro che vi vanno: e intorno al muro è doppia la fossa, e l'una e l'altra assai ben larga. Il muro era già di terra e vi soprastavano torri di legno; ora è di mattoni cotti ed esso e le torri, ed è ben fondato, e gli ordigni da guerra sono apparecchiati: e, per dirlo in poche parole, il luogo d'ogni cosa è guarnito, in guisa che niun de' barbari non ardisce d'appressarvisi, non che di metter coloro che lo guardano in timor d'assedio. Ma conciofossecosachè fosse convenevole che le navi vi potessino stare in sicuro, e quanto di fuor della rocca è abitato da gente che non è scritta alla milizia e da certi altri mercanti, mi parve dalla fossa doppia, la quale cerchia il muro, stenderne un'altra infino al fiume, la quale circonderà il luogo dove dimoran le navi e le case che sono di fuor della rocca.
Or, da Fase partiti, trapassammo il fiume Cariente, che riceve navi: infra i due fiumi sono novanta stadii; e dal Cariente infino al fiume Cobo ne navigammo altri novanta, dove ci fermammo: ma il perchè e tutto quello che quivi facemmo potrete leggere nelle lettere latine. Dopo il Cobo trapassammo il fiume Singame, per lo quale si può navigare, ed è lontano dal Cobo ducentodieci stadii al piú. Dietro al Singame è il fiume Tarsura: fra essi sono centoventi stadii; e il fiume Ippo n'è lontano dal Tarsura centocinquanta, e trenta l'Astelefo dall'Ippo, il quale trapassato venimmo a Sebastopoli dopo centoventi stadii. E partiti da Cobo vi giugnemmo avanti mezogiorno, sí che il medesimo giorno pagammo le genti, e vedemmo l'armi e i cavalli, e i cavalieri salire a cavallo, e gl'infermi e la vettoaglia, e andammo intorno al muro e alla fossa: e sono dal Cobo insino a Sebastopoli seicentotrenta stadii, e da Trapezunte duemiladucentosessanta. E Sebastopoli anticamente si chiamava Dioscuriade, e fu populata da quei di Mileto. Le genti che quivi pervenendo trapassammo sono queste. Con quei di Trapezunte, come ancora dice Senofonte, confinano i Colchi, e coloro li quali egli dice essere battaglievolissimi e nimichevolissimi a quei di Trapezunte Drilli gli nomina egli, ma a me par che sieno i Sanni, perciochè ancora infino al presente essi sono cosí fatti, e abitan forte paese e sono senza signore, e già erano tributarii de' Romani, ma come rubatori non pagavano compiutamente il tributo: ma ora con l'aiuto di Dio compiutamente il pagheranno, o nol facendo gli metteremo a ruba. A costoro seguitano i Macheloni e gli Eniochi: loro re è Anchialo. Appresso seguono i Zidriti, ubidienti a Farasmano; a' Zidriti i Lazi, e de' Lazi è re Malassa, il quale tien il reame da voi; a' Lazi gl'Apsili, donde è re Giuliano, fatto da vostro padre. Dopo gl'Apsili sono gli Abaschi: il loro re è Resmaga, il qual pur da voi tiene il reame; dopo li Abaschi i Sanigi, dov'è posta Sebastopoli: e Spadaga è per voi re de' Sanigi.
Ora infino all'Apsaro navigammo verso levante a destra del mare Eusino: e l'Apsaro mi pare essere il fine della lunghezza del Ponto, perciochè di quindi già cominciammo a piegare verso tramontana infino al fiume Cobo, e di là dal Cobo infino al Singame. Ma dal Singame ci andammo volgendo nel sinistro lato del Ponto infino al fiume Ippo. Or dall'Ippo infino all'Astelefo e a Dioscuriade riguardammo il monte Caucaso: l'altezza al piú è come quella delle Alpi di Francia, e si mostra in certo giogo del Caucaso ch'ha nome Strobilo, dove si favoleggia che Prometeo fu appiccato da Vulcano, secondo il comandamento di Giove.
Or questo è quello che si trova venendo dal Bosforo tracio infino alla città di Trapezunte. Il tempio di Giove Urio è lontano da Bizanzio centoventi stadii, e quivi è quella strettissima come si chiama bocca del Ponto, per la quale esso entra nella Propontide: e queste cose dico io a voi che ottimamente le sapete. E a chi naviga dal tempio a destra occorre il fiume Reba, lontano dal tempio nonanta stadii, poi per centocinquanta capo Melano, cosí chiamato. Da capo Melano al fiume Artane, dov'è porto per picciole navi presso al tempio di Venere, sono altri centocinquanta stadii, e dall'Artane al fiume Psile pur centocinquanta: e vi si potrebbono fermare sicure le navi picciole sotto un sasso che sporge in fuori, non lungi di là dove il fiume mette in mare. Quindi al porto di Calpe ha ducento e dieci stadii, e il porto di Calpe qual paese si sia e qual porto, e come in esso è fonte di fresca e chiara acqua, e selve presso al mar di legnami da navi che sono abondevoli di selvagine, queste cose tutte si raccontano dal vecchio Senofonte. Dal porto di Calpe a Roa sono venti stadii, dove ha porto per picciole navi da Roa ad Apollonia, picciola isola poco lontana da terra, vi sono altri venti (nell'isola ha porto), e quindi a Chele pur venti. Da Chele centoottanta infin dove 'l fiume Sangario mette in mare; quindi alle foci dell'Ippio altri centoottanta; dall'Ippio al Lillio mercato cento, e da Lillio all'Eleo sessanta. Quindi ad un altro mercato chiamato Caleta centoventi; da Caleta al fiume Lico 80, e dal Lico ad Eraclea, città discesa da' popoli doriesi di Grecia, populata da' Megaresi, sono venti stadii: ad Eraclea è porto. E da Eraclea infino a quel luogo che si chiama il Metroo ottanta stadii; quindi al Posideo quaranta, e quindi a Tindaridi quarantacinque, e quindi a Ninfeo quindici, e dal Ninfeo al fiume Ossina trenta, e da Ossina a Sandaraca novanta, porto di picciole navi. Quindi a Crenidi sessanta, e da Crenidi a Psilla mercato trenta; quindi a Tio, città posta sopra 'l mare, greca ionica, popolata ancor essa da' Milesii, da novanta. Da Tio al fiume Billeo venti, e dal Billeo al fiume Partenio cento: infino a qui tengono i Bitini, popoli di Tracia, de' quali fa menzione Senofonte nel suo componimento ch'erano infra tutti gli Asiani battaglievolissimi, e che l'oste de' Greci in queste contrade patí molto, poi che gli Arcadi non vogliono piú esser dalla parte di Chirisofo e di Senofonte. Da qui inanzi comincia Paflagonia.
Dal Partenio infino ad Amastre, città discesa da' Greci, vi sono stadii novanta, dove ha porto; quindi agli Eritini sessanta, e dagli Eritini a Cromna altri sessanta. Quindi a Citoro novanta (in Citoro ha porto), e da Citoro agli Egiali sessanta, e a Timena novanta, e a Carabe centoventi; quindi a Zefirio sessanta. Da Zefirio al Tico d'Abono, ch'è picciola città dove ha stanza non molto sicura (ma se gran tempesta non molto durasse vi potrebbono le navi dimorar senza danno), son centocinquanta stadii, e da Tico d'Abono ad Eginete altri centocinquanta. Quindi a Cinole mercato sessanta, e a Cinole a certa stagione ha gran fortuna; e da Cinole a Stefane centoottanta, dove ha stanza sicura da navi. Da Stefane a Potami centocinquanta; quindi a capo Lepto centoventi, e da capo Lepto ad Armene sessanta, dov'è porto (e Senofonte fa menzione d'Armena). Quindi a Sinope sono quaranta stadii (quei di Sinope vennero da Mileto); da Sinope a Carusa centocinquanta, dove ha mala stanza da navi, e quindi a Zagara altri centocinquanta, e quindi al fiume Ali trecento. Questo fiume già era il confine infra il reame di Creso e quel de' Persiani, ma ora corre sotto la signoria de' Romani, non da mezodí come dice Erodoto, ma da oriente, e mettendo in mare viene a partire le cose de' Sinopei da quelle degli Amiseni. Dal fiume Ali a Naustatmo sono novanta stadii, dove ha una palude; quindi ad un'altra palude di Conopeo cinquanta, e da Conopeo ad Eusena centoventi. Quindi ad Amiso centosessanta: Amiso siede sopra 'l mare, città discesa da' Greci, da quelli che vi vennero d'Atene. D'Amiso ad Ancone porto, dove l'Iri mette in mare, son centosessanta stadii, e dalle foci dell'Iri ad Eracleo porto trecentosessanta. Quindi quaranta al fiume Termodonte: questo è il Termodonte dove si dice che stettono l'Amazoni. Dal Termodonte al fiume Beri sono novanta stadii, e quindi a fiume Toari sessanta, e dal Toari ad Enoe trenta. Da Enoe al fiume Figamunte quaranta; quindi alla rocca Fadisana centocinquanta; quindi alla città Polemonio dieci. Da Polemonio a capo chiamato Giasonio centotrenta; quindi all'isola de' Cilici quindici, e dall'isola de' Cilici a Boone settantacinque: in Boone ha porto. Quindi in Cotiore novanta: di questa città fa menzion Senofonte e dice che fu populata da quelli di Sinope; ora è non molto gran villaggio. Da Cotiore al fiume Molantio sono al piú stadii sessanta; quindi ad un altro fiume Farmateno centocinquanta, e quindi a Farnacea centoventi: questa Farnacea anticamente si chiamava Ceraso; essa fu ancor populata da que' di Sinope. Quindi all'isola Arrentiade son trenta stadii, e quindi a Zefirio porto centovinti; da Zefirio a Tripoli nonanta. Quindi agli Argirii venti, dagli Argirii a Filocalea nonanta; quindi a Coralli cento, e da Coralli a monte Iero centocinquanta, e da monte Iero a Cordile porto quaranta, e da Cordile ad Ermonassa quarantacinque, dove ha ancora porto, e da Ermonassa a Trapezonte sessanta. Qui voi fate far porto, perciochè prima quanto durava il mar commosso a certa stagion dell'anno vi solean fermar le navi. Or quanto spazio sia da Trapezonte infino a Dioscuriade già s'è detto contando di fiume in fiume, che messi insieme fanno da Trapezunte a Dioscuriade, ch'ora si chiama Sebastopoli, duemiladucentosessanta stadii. Questo è quel che si trova da coloro che a destra navigano da Bizanzio infino a Dioscuriade, la quale è stanza de' soldati romani, e il termine della signoria di Roma navigando dalla destra del Ponto.
Ma poi ch'io seppi che Coti, re del Bosforo chiamato Cimerio, era morto, ho posto cura descrivendo farvi ancora chiaro il viaggio infino al detto Bosforo, acciochè, se per aventura pensaste alcuna cosa intorno al detto Bosforo, possiate meglio queste cose sappiendo deliberare. Adunque a chi parte da Dioscuriade il primo porto dovrà essere in Pitiunte, dopo trecentocinquanta stadii, quindi alla Nitica centocinquanta, dove anticamente stava gente scizia della quale fa menzione Erodoto scrittore, e dice costoro esser coloro che mangiano i pedocchi: e in verità ancora infino al presente questa ferma opinione regna di loro. E dalla Nitica al fiume Abasco sono novanta stadii, e il Borgi n'è lontano dall'Abasco centoventi, e il Neside dal Borgi, dov'è capo Eracleo, sessanta. Dal Naside a Masaitica novanta; quindi ad Acheunte sessanta, il qual fiume parte i Zinchi da' Sanichi: Stachenface è re de' Sanichi, e da voi riconosce il reame. Dall'Acheunte a capo Eracleo son centocinquanta stadii; quindi a certo capo dove ha sicurtà dal vento traschia e da borea centoottanta; quindi a quella che si chiama l'Antica Lazica centoventi; quindi all'Antica Acaica centocinquanta, e quindi a porto Pagra trecentocinquanta, e da porto Pagra a porto Iero centoottanta. Quindi a Sindica trecento, e da Sindica al Bosforo chiamato Cimerio e a Panticapeo, città nel Bosforo, cinquecentoquaranta. Quindi al fiume del Tanai sessanta, il qual si dice che parte l'Europa dall'Asia, e venendo dalla palude Meotide entra nella marina del Ponto Eusino. Ma Eschilo, nella sua tragedia il cui titolo è Prometeo slegato, mette il Fase per confin dell'Asia e dell'Europa, perciochè esso introduce i Titani cosí parlare a Prometeo: "O Prometeo, noi qui siamo venuti a vedere questi tuoi gravosi affanni e questo alto dolor de' tuoi legami"; poi raccontano di quanto lunge sieno venuti, e come hanno passato il gran doppio confin Fase, quindi della terra d'Europa e quinci d'Asia. Or la detta palude Meotide si dice che gira d'intorno a nove migliaia di stadii. Ora, a venir da Panticapeo infino in sul mare, ad una villa che v'è detta Cazeca, sono quattrocento e venti stadii; quindi alla disabitata città di Todosia ducentoottanta: essa ancora anticamente discesa degli Ioni greci, populata da' Milesii, e di lei si fa memoria in piú scritture. Quindi al porto de' Scitotauri, non usato, ha dugento stadii, e quindi ad Almitide nella Taurica seicento, e da Lambade a porto Simbolo, il quale ancora esso è in Taurica, cinquecentoventi; e quindi al Cherroneso della Taurica centoottanta, e dal Cherroneso al Cercinete seicento, e da Cercinete a porto Calo, il quale è scitico anche esso, altri settecento, e da porto Calo a Tamiraca trecento. E dentro da Tamiraca è una palude non molto grande, e quindi infino dove sgorga la detta palude sono altri trecento stadii, e quindi ad Eoni trecentoottanta, e quindi al fiume Boristene centocinquanta. E chi naviga su per lo fiume trova una città discesa da' Greci, il cui nome è Olbia. Or dal Boristene ad una certa isoletta disabitata e senza nome sono stadii sessanta, e quindi ad Odesso ottanta, dove ha porto. Dopo Odesso seguita il porto degli Istriani per ducentocinquanta stadii, e per cinquanta il porto degli Isiaci, e quindi alla bocca dell'Istro che si chiama Psilo milleducento: quanto è fra mezo disabitato è e senza nome.
Navigando dirittamente da questa bocca per tramontana, in disparte in alto mare è una isola, la quale alcuni chiamano l'isola, altri il Corso d'Achille, e chi la Leuca, cioè la bianca isola, per lo suo colore: si dice che Teti la lasciò al figliuolo e che Achille vi sta, ed evvi un tempio e una figura d'opera antica. E l'isola è senza uomini, dove pascono non molte capre, le quali si dice che tutti coloro che v'arrivano le consagrano ad Achille. E nel tempio vi si veggono molt'altri doni, vasallamenta e anella, e delle piú preciose pietre: tutti questi presenti si fanno ad Achille; e vi si leggono scritture, quali latine e quali greche, che sono composte in diverse maniere de versi in lode d'Achille, e havene alcune che lodan Patroclo, perciochè ancora onorano Patroclo in compagnia d'Achille tutti coloro che si procacciano il favore d'Achille. E nell'isola conversano molti uccelli morgoni e fulichette e cornacchie marine senza numero, e questi uccelli servono nel tempio d'Achille: ciascuno giorno la mattina per tempo volano al mare, e poi, avendovisi bagnate l'ale, tosto rivolano al tempio e lo vanno spruzzando, e acciochè sia netto alcuni lo vanno spazzando con l'ale. Sono ancora alcuni che raccontano che coloro che vanno alla detta isola portano con esso loro bestie da sacrificare da vantaggio, delle quali parte n'amazzano in sacrificio, parte ne lasciano vive sacre ad Achille. Ora avviene ch'alcuni altri per fortuna vi capitano senza bestie, e se loro piace di far sacrificio ad Achille gli dimandano di quelle bestie che pascono, quelle dico che loro piú vanno per l'animo, e insiememente gittano davanti all'altare tanto quanto par lor conveniente per lo prezzo di quelle dimandate ed elette bestie. Se il dio il contende (perciochè dicono che s'odono le risposte) aggiungono moneta al prezzo; quando il consente vengono ad intendere che l'hanno pagate giustamente: e la comperata bestia per se stessa si viene a fermare nel tempio senza piú fuggir via; e che molta moneta è nel tempio de' prezzi di tali animali. Dicono ancora che a coloro che son portati all'isola o che vi vengono, poi che cominciano ad appressarvisi, appare Achille in sogno e mostra loro dove debbano arrivare per piú agevolmente prender terra. Alcuni ancora ardiscono di dire che lor sia visibilmente apparito sopra la vela o sopra la sommità dell'antenna, a guisa di Castore e di Polluce, e che solo Achille in ciò fa meno che non fanno i detti figliuoli di Giove, Castore e Polluce, ch'essi vengono ad aiuttar tutt'i naviganti e apparendogli salvano, ma costui solamente a chi s'avicina all'isola sua. Non manca ancor chi affermi che Patroclo gli sia pure in sogno apparito. E queste cose dell'isola d'Achille ho scritte per averle udite parte da chi v'è stato, parte da chi l'ha intese e credute ad altri: e a me paiono non indegne di credenza, perciochè io mi fo a credere Achille dovere essere cosí ben santo come alcuno altro prendendo argomento dalla nobilità e dalla bellezza e dal valor dell'animo, e per esser morto giovane, e per aver di lui cantato Omero, e avendo amato per amore in guisa che ne volle morire ed essere stato amico dell'amico.
Dalla bocca dell'Istro chiamata Psilo alla seconda sono stadii sessanta, e quindi a quella che si dice Calo quaranta; al Narico, che cosí si chiama la quarta, sessanta; quindi alla quinta centoventi, e quindi ad Istria città cinquecento. Quindi a Tomea trecento; da Tomea a Callancia altri trecento, dove ha porto. Quindi al porto de' Cari centoottanta, e il paese d'intorno al porto si nomina Caria. Dal porto de' Cari a Tretisiade centoventi; quindi al paese disabitato de Bizi sessanta, e da Bizi a Dionisopoli ottanta. Quindi a Odesso porto ducento; da Odesso a piè di monte Emo, che perviene insino in sul mare, trecentosessanta, dove pure è porto. E da Emo alla città di Mesimbria con porto novanta, e da Mesimbria ad Anchialo città, e da Anchialo ad Apollonia, centoottanta. Tutte queste città sono state da' Greci populate, in Iscizia, a sinistra di chi va nel mar Pontico. E d'Apollonia al Cherroneso, dove ha porto, son sessanta stadii, e dal Cherroneso al muro d'Auleo 250, e quindi al lito di Tiniade centoventi, e da Tiniade a Salmideso ducento. Di questa contrada fa menzione il vecchio Senofonte, e infino a qui dice che venne l'oste de' Greci della quale era duce, quando l'ultima volta militò con Seuta di Tracia, e molte cose scrisse della malagevolezza di questo paese quanto è a' porti, e che quivi perdé le navi per fortuna, e che i vicini Traci combatterono con loro per lo rompimento delle navi. Da Salmadeso a Frigia sono trecentotrenta stadii; quindi alle Cianee trecentoventi: queste sono quelle isole Cianee le quali i poeti fingono alcuna volta essere andate errando, e che per mezo fra lor passò la prima nave Argo, la quale menò Giasone da Colchi. Dalle Cianee al tempio di Giove Urio, dov'è la bocca del Ponto, sono stadii quaranta; quindi al porto che si chiama della Furiosa Dafne pur quaranta; da Dafne a Bizanzio ottanta. Questo è quanto è da Bosforo Cimerio infino al Bosforo di Tracia e alla città di Bizanzio.

Il fine della lettera di Arriano
della sua navigazione d'intorno al mar Maggiore


Aldus Manutius Romanus Iacobo Sanazaro patritio Neapolitano et equiti clarissimo S.P.D.


Georgius Interianuas Genuensis, homo frugi, venit iam annum Venetias, quo cum primum adplicuit, etsi me de facie non cognosceret nec ulla inter nos familiaritas intercederet, me tamen officiose adiit, tum quia ipse benignus est et sane quam humanus, tum etiam quia Daniel Clarius Parmensis, vir utraque lingua doctus et qui in urbe Rhacusa publice summa cum laude profitetur bonas literas, ei ut me suo nomine salutaret iniunxerat, mihique statim sic factus est familiaris ac si vixisset mecum. Est enim homo, ut nosti, facetus ac integer vitae et doctorum hominum studiosissimus. Tum visus est mihi Homeri Ulisses alter: nam et ipse

pollòn d'anthròpon ìden àstea, kaì nòon égno,
pollà d'o gh'en pònto pàthen àlghea on katà thymòn

Non miror igitur si et tu plurimum eo homine delectaris, et Pontanus, vir doctissimus ac aetate nostra Vergilius alter, et Politianus olim, multi homo studii ac summo ingenio, qui etiam in Miscellaneis suis de eo ipso Georgio meminit, delectatus est. Is vulgari lingua libellum de eorum Sarmatarum vita et moribus composuit, qui a Strabone et Plinio et Stephano Zygi appellantur, qui ultra Tanaim fluvium et Maeotin paludem habitant orientem versus, eumque ad me misit imprimendum hac lege, ut ubicunque opus esset emendarem. Sed ego immutavi tantum quod in ortographia peccare videbatur: caetera, ut maior fides historiae haberetur, dimisi ut ipse composuit. Ipsum autem libellum, quoniam gratissimum tibi fore existimamus tum ipsa historia tum summo ipsius Georgii in te amore, ad te mittimus. Simul ut hac ad te epistola peterem, ut quae et latina et vulgari lingua docte et eleganter composuisti ad me perquam diligenter castigata dares, ut excusa typis nostris edantur in manus studiosorum, quam emendatissima et digna Sanazaro. Nam quae impressa habentur valde sunt depravata ab impressoribus.
Vale, vir doctissime suavissimeque, et me fac diligas quemadmodum facere te accepi a Marco Musuro, Cretensi iuvene, et latine et graece oppidoque erudito atque utriusque nostrum amantissimo.

Venetiis, XX Octobris DII.


Giorgio Interiano genovese a messer Aldo Manuzio romano della vita de' Zichi, chiamati Ciarcassi.


Perchè vi ho conosciuto molto amator di virtú e diligente indagatore di gesti e costumi alieni, avendo io da piú anni in qua premeditato e contemplato la natura e condizione del sito e vivere di Ciarcassi e Sarmazia, non m'è parso cosa indegna raccoglier insieme molte loro estranee e notabili maniere e drizarle piú tosto a voi, come a ingeniosissimo e dotto, il quale, meritando punto l'opera d'essere produtta a luce, avete piú facultà e di correggerla e castigarla e farla imprimere piú diligentemente che niuno altro. Non solum dico per simili opere minime e infime, ma etiam per ogn'altra quantunque dignissima. Sichè vi dedico l'opera tale quale è e la rimetto tutta a voi, el quale prego non li rincresca rileggerla ed emendarla, ch'io so ch'ella ne deve aver bisogno, e massime in ortografia, perchè sappialo ognuno ch'io non ebbi mai ventura d'imparare né mediocri littere né artificii d'eleganzie. Ma s'io vederò che per lo stile indotto l'opra non manchi del tutto essere gradita, ho in animo, se 'l tempo mel concederà, con quanta piú verità me sarà possibile, scrivere e produrre molt'altre cose notabili ed egregie, intese, viste e palpate in diverse regioni del mondo, le quali son certo non solum daranno diletto, ma etiam in qualche parte admirazione a chi l'ascolterà. State sano.

Zichi, in lingua vulgare, greca e latina cosí chiamati e da' Tartari e Turchi dimandati Ciarcassi, in loro proprio linguaggio appellati Adiga, abitano dal fiume della Tana detto Don su l'Asia tutta quell'ora maritima verso el Bosforo Cimerio, oggidí chiamato Vospero e bocca di San Giovanni, e bocca del mar Ciabachi e del mare di Tana, antiquitus palude Meotide; indi poi fora la bocca per costa maritima fin appresso al cavo di Bussi per sirocco verso el fiume Fasi, e quivi confinano con Avogasia, cioè parte di Colchide. E tutta lor costiera maritima, fra dentro la palude predetta e fora, può essere da miglia 500; penetra fra terra per levante giornate 8 o circa in el piú largo. Abitano tutto questo paese vicatim, senz'alcuna terra o loco murato, e loro maggiore e migliore loco è una valle mediterranea piccola chiamata Cromuc, meglio situata e abitata che 'l resto. Confinano fra terra con Sciti, cioè Tartari. La lingua loro è penitus separata da quella di convicini, e molto fra la gola. Fanno professione di cristiani, e hanno sacerdoti alla greca. Non si battezano se non adulti d'otto anni in su, e piú numero insieme, con simplice asperges d'acqua benedetta a lor modo e breve benedizione di detti sacerdoti. Li nobili non intrano in chiesa se non hanno 60 anni, che, vivendo di rapto come fanno tutti, li pare non essere licito e crederiano profanare la chiesa. Passato detto tempo o circa lasciano il robare, e allora intrano a quelli officii divini, i quali etiam in gioventute ascoltano fora su la porta de la chiesa, ma a cavallo e non altramente. Le loro donne parturiscono su la paglia, la quale vogliono sia el primo letto de la creatura; poi, portata al fiume, quivi la lavano, non ostante gelo o freddo alcuno, molto peculiare a quelle regioni. Impongono alla ditta creatura el nome de la prima persona aliena quale entri dopo lo parto in casa, e se è greco o latino o chiamato alla forestiera l'aggiungono sempre a quel nome uc, come a Pietro Petruc, a Paulo Pauluc etc. Essi non hanno né usano lettere alcune, né proprie né straniere. Loro sacerdoti officiano a suo modo, con parole e carattere greche, senza intenderle; quando li accade far scriver ad alcuno, che raro lo costumano, fanno far l'officio a Iudei per la maggior parte, con lettere ebree, ma lo forzo mandano l'uno a l'altro ambasciatori a bocca.
Fra loro sono nobili e vasalli e servi o schiavi; li nobili tra li altri sono molto reveriti, e la maggior parte del tempo stanno a cavallo. Non patiscono che li sudditi tengano cavalli, e se a caso un vasallo allieva alcun polledro, cresciuto ch'è, di subito gli è tolto dal gentiluomo e datogli bovi per contra, dicendogli: "Questo t'aspetta, e non cavallo". Fra loro sono di detti nobili assai signori di vassalli, e viveno tutti senza subiezione alcuna l'uno a l'altro, né vogliono superiore alcuno se non Dio, né tengono veruno administratore di iustizia né alcuna legge scritta: la forza o la sagacità o interposite persone sono mezi di loro litigii. D'una gran parte di detti nobili l'un parente amazza l'altro, e il piú delli fratelli; e sí presto che l'un fratello ha morto l'altro, la prossima notte dorme con la moglie del defunto, sua cognata, perchè se fanno licito avere etiam diverse moglie, quale tengono poi tutte per legitime. Subito che 'l figlio del nobile ha doi o tre anni, lo danno in governo ad uno delli servitori, il qual lo mena ogni dí cavalcando con un archetto piccolo in mano, e come vede una gallina o uccello o porco o altro animale, l'insegna a saettare; poi, diventando piú grande, esso medemo va a caccia dentro da li loro proprii casali a detti animali, né il suddito ardiria farli alcun ostaculo. E fatti che sono uomini, la loro vita è continuo a la preda di fiere selvatiche, e piú di domestiche, ed etiam di creature umane.
Loro paese per la maggior parte è palustre, molto occupato di cannuccie e calami, de la radice di quali s'accoglie el calamo aromatico; le quali palude procedeno dai gran fiumi del Tanai, similiter oggi cosí chiamato, e Rombite detto Copa, e piú altre grosse e piccole fiumare, quale fanno molte bocche e quasi infinite paludi, come s'è detto, fra le quali sono fatti assai meati e transiti; e cosí furtivamente per simili passi secreti insultano i poveri villani e gli animali, delli quali con li proprii figliuoli ne portano la pena, però che, straportati d'un paese in un altro, li barattano e vendeno. E imperochè in quel paese non s'usa né corre alcuna moneta, massime nelli mediterranei, li loro contratti se fanno a boccassini, ch'è una pezza di tela da fare una camisa: e cosí ragionano ogni lor vendita, e aprezzano tutta la mercanzia a boccassini. La maggior parte di detti popoli venduti sono condotti al Cairo in Egitto, e cosí la fortuna li transmuta dai piú sudditi villani del mondo a de li maggiori stati e signorie del nostro secolo, come soldano, armiragli etc. Loro vestimenti di sopra sono de feltro, a guisa de peviali de chiesa, portandolo aperto d'una delle bande per cacciare lo destro brazzo fora; in testa una beretta etiam de feltro in forma d'uno pane di zuccaro. Sotto detto manto portano terrilicci cosí chiamati de seta o tela, affaldati e rugati da la centura in giú, quasi simili a le falde de l'antica armatura romana; portano stivali e stivaletti l'uno sopra l'altro, assettati e molto galanti, e calzebrache di tela larghe. Portano mostacchii di barba longhissimi. Portano etiam continuo allato quest'altre artegliarie, cioè fucino da foco, in uno polito borsoto di corio fatto e recamato da loro donne. Portano rasoro e cota de pietra da affilarlo, con il quale si radeno l'un l'altro la testa, lasciando sul vertice un lineo de capelli longo e intrecciato, ch'alcuni voglion dire sia per lasciare appiglio alla testa, se a loro fussi tagliata, acciò non sia imbrattata la faccia con le mani sanguinenti e brutte de l'omicida. Si radeno etiam lo pettenale, sempre che siano per combattere, dicendo che saria vergogna e peccato essere visto morto con peli in tal loco. Gettano foco a case de' nimici, qual tutte sono di paglia, attaccati solfarini accesi a freze.
Tengono in case coppe d'oro grande da 300 fin in 500 ducati, dico li potenti, e ancora d'argento, con le quali beveno con grandissima ceremonia, in uso piú al bevere che a molt'altri loro apparati, bevendo continuo e a nome di Dio e a nome di santi e di parenti e d'amici morti, commemorando qualche gesti egregii e notabile condizione con grandi onori e riverenzie, quasi come sacrificio, e con lo capo sempre scoperto per maggiore umilità. Dormeno con la lorica, cosí da loro chiamata, ch'è camisa di maglia, sotto la testa per guancial, e con l'arme appresso, e levandosi a l'improvisa di subito si vesteno detta panciera e si drizzano armati. Marito e moglie iaceno in letto capo a piedi, e loro letti sono de corio, pieni di fiori di calami o iunchi. Tengono questa opinione fra loro, che non si debbi reputare alcun di generazione nobile, della quale se abbia notizia per alcun tempo essere stata ignobile, se bene avesse poi procreati piú re. Vogliono che 'l gentiluomo non sappia fare né conti né negozii mercantili, salvo per vendere loro prede, dicendo non spettare al nobile se non reggere popoli e difensarli e agitarsi a caccie e ad esercizii militari. E assai laudano la liberalità, e donano facilissimamente ogni loro utensile, da cavallo e arme in fora; ma de' loro vestimenti sopra tutto ne sono non solum liberali ma prodighi, e per questo accade ut plurimum siano di vesti peggio in ordine che sudditi. E tante fiate l'anno che si fanno veste nove o camise de seta cremesina, da loro usitate, de subito li sono richieste in dono da' vassalli: e se recusassino di darle o ne demostrassino mala voglia gli ne seguiria grandissima vergogna, e per ciò incontinente gli è dimandata e in quel instante proferendola se la spogliano, e per contra pigliano la povera camisa de l'infimo dimandatore, per la maggior parte trista e sporca. E cosí quasi sempre li nobili sono peggio vestiti degli altri, stivali, arme e cavallo in fora, che mai non donano, nelle quali cose sopra tutto consiste la loro pompa. E piú fiate donano quanti mobili hanno per avere un cavallo che gli aggrada, né tengono cosa piú preziosa d'un ottimo cavallo. Se gli accade acquistare alla preda o in qualch'altro modo oro o argento, subito lo dispensano in poculi predetti o in guarnimenti di selle, o per uso d'adornamenti militari. Quanto per spendere, fra loro non lo costumano, e potissime li mediterranei, che quelli de le marine sono piú avezzati a' negozii.
Combatteno quotidianamente con Tartari, dai quali d'ogni banda quasi sono cinti. Passano etiam lo Bosforo su la Taurica Chersoneso, provincia dov'è situata Cafa, colonia constituta ab antico da' Genoesi, e passano volentieri detto freto all'invernata, che 'l mare è gelato, a preda d'abitanti sciti. E poco numero di loro caccia gran gente di quella, perchè sono molto piú agili e meglio in ordine d'arme e di cavalli, e dimostrano piú animosità. Le loro armature da testa sono proprie a ponto come se vede sopra l'antigaglie, con le retenute per le guancie attaccate sotto la gola al modo antico. Tartari sono piú pazienti ad ogni necessità, tanto ch'è cosa mirabile, e cosí piú fiate vincono, precipue quando se poteno conducere in qualche estreme paludi o neve o giacci o luoghi penuriosi d'ogni bene, dove per constanzia e ostinazione il piú delle volte vincono.
Detti Zichi per la maggior parte sono formosi e belli, e al Cairo, fra quelli mamaluchi e armiragli, che il piú di loro sono di tal stirpe (come s'è detto), si vede gente di grande aspetto; e di loro donne el simile, quali sono nel proprio paese etiam con forestieri domestichissime. Usano l'officio de l'ospitalità generalmente ad ognuno con grande carezze, e l'albergato e l'albergante chiamano conacco, come l'ospite in latino, e alla partenza l'ospite accompagna el conacco forestiero per fin ad un altro ospizio, e lo defende e mettegli, bisognando, la vita fidelissimamente. E benchè (come s'è detto) tanto si costuma il depredare in quelle parte che viene a parere guadagno quasi di iusto affanno, tamen a' loro conacchi usano molta fideltà, e in casa loro e fora, con grandissime carezze. Lasciano maneggiare le loro fanciulle vergine dal capo alli piedi, precipue in presenzia de' parenti, salvo sempre l'atto venereo; e, riposandosi il forestiero conacco, a dormire o risvegliato che 'l sia, dette fanciulle con molti vezzi li cercano le immondizie, come cose peculiarissime e naturale a quelli paesi. Intrano ditte poncelle nude nei fiumi, ad occhi veggenti d'ognuno, dove si vede numero infinito di formatissime creature e molto bianche. El vitto loro è una gran parte di quelli pesci anticei, cosí oggidí da loro chiamati, ed etiam antiquitus, secondo Strabone, che in effetto sono sturioni piú grossi e piú piccoli, e beveno di quell'acque di dette fiumare, molto speciale alla digestione. Usano ancora ogn'altra carne domestica e salvatica; frumenti e vini d'uva non hanno; miglio assai e simili altre semenze, delle quali fanno pane e vivande diverse, e bevande chiamate boza; usano etiam vino di mele d'ape. Le loro stanzie tutte sono di paglia, di canne, di legnami, e gran vergogna saria ad uno signore o gentiluomo fabricare o fortezza o stanzia de muro forte, dicendo che l'uomo si dimostreria vile e pauroso e non bastante né a guardarsi né a defendersi: e cosí tutti abitano in quelle case predette, e a casale a casale, né una minima fortezza s'usa o abita in tutto quel paese; e perchè si trovano alcune torre e muraglie antiche, li villani a qualche loro proposito l'adoperano, che i nobili se ne vergognariano. Loro medemi lavorano ogni dí le proprie saette etiam a cavallo, delle quali ne fanno perfettissime: e poche saette si trovano di maggiore passata delle loro, con spiculi o ferri d'ottima fazione, temperatissimi e di terribil passata. Le loro donne nobili non s'adoperano in altri lavori che in recami etiam sopra corami, e recamano borsotti di pelle per focini da foco (come di sopra s'è detto) e centure di corio politissime.
Le loro esequie sono molto strane. Poi la morte di gentiluomini li fanno talami di legname alti alla campagna, sopra li quali pongono a sedere el corpo morto, cavati prima l'intestini: e quivi per otto giorni sono visitati da parenti, amici e sudditi, dai quali sono appresentati variamente, come di tazze d'argento, archi, freccie e altre merce. Da li due lati del talamo stanno li due parenti stretti d'età, in piedi, appoggiati ad un bastone per uno, e sul talamo da man manca sta una poncella con la freccia in mano, sopra la qual ha uno fazzoletto di seta spiegato, col quale li caccia le mosche, avenga che sia il tempo gelato, com'è la piú parte dell'anno in quelli paesi. E in faccia del morto, in terra piana, sta la prima delle moglie, assettata sopra una catedra, mirando continuo il marito morto, constantemente e senza piangere, che lacrimando seria vergogna. E questo fanno per un gran pezzo del dí fin all'ottava, e poi lo sepeliscono in questo modo: prendono un grossissimo arboro e de la parte piú massiccia o grossa tagliano a sufficienzia per la longhezza, e lo sfendono in due parte, e poi lo votano o cavano tanto che li stia il corpo a bastanza, con parte delli donarii appresentati ut supra; poi, posto il cadavere nel cavato de' detti legni, lo pongono al luogo statuito della sepoltura, dov'è gran multitudine di gente. Lí fanno la tomba cosí chiamata, cioè el monte di terra sopra, e quanto è stato maggior maestro e avuto piú sudditi e amici, tanto fanno il monte piú eccelso e maggiore; avendo il piú stretto parente raccolte tutte l'offerte e fatto continuo le spese a' visitanti, secondo è stato piú amoroso e onorevole, tanto piú e manco sepeliscono di dette offerte col corpo.
Costumano etiam in dette esequie a li gran maestri un altro sacrificio barbaro, opera meritoria di spettaculo: prendeno una poncella di 12 in 14 anni e, posta a sedere sopra una pelle d'un bove allora amazzato e distesa col pelo sul suolo della terra, in presenzia di tutt'i circonstanti, uomini e donne, e il piú gagliardo e ardito giovane di quelli sotto il manto di feltro si prova a sponcellare detta fanciulla, e rare fiate che quella renitente non ne stracca tre o quattro e tal fiate piú inanzi ch'ella sia vinta; tandem poi, lassa e stanca, con mille promissione d'essere tenuta per moglie o altre persuasione, el valent'uomo rompe la porta e intra in casa. E poi come vincitore mostra subito a' circonstanti le spoglie fedate di sangue, e cosí le donne presenti, forse con finta vergogna, voltano la faccia fingendo non volere mirare, non potendo però contenere il riso etc.
Poi la sepoltura, per piú dí all'ora del mangiare fanno mettere in ordine el cavallo del defonto, qual mandano a mano con uno di servitori alla sepoltura; onde, sino a tre fiate per nome chiamato el morto, lo convitano da parte delli parenti e amici se vuole venire a mangiare; e, visto il servitore non avere alcuna risposta, ritorna col cavallo a riferire che non risponde: e cosí scusi, parendo avere fatto loro debito, mangiano e beveno a suo onore.


Il fine di Giorgio Interiano genovese della vita de' Zichi, chiamati Circassi.


Parte del trattato Dell'aere, dell'acqua e de' luoghi d'Ippocrate, nella quale si ragiona delli Sciti.


Or tra' Sciti in Europa è una gente diversa dall'altre, la quale abita intorno alla palude Meoti, che con speciale nome Sauromati sono chiamati, le femine de' quali cavalcano e saettano e lanciano dardi d'in sui cavalli e combattono coi nimici mentre son pulcelle, né prima si lasciano privare della virginità che non abbiano ammazzati di sua mano tre de' nemici, né mai consumano il matrimonio se non hanno sacrificate le vittime secondo che si costuma. E qualunque prende marito si rimane di cavalcare, infin che necessità non sopravenga di fare oste di tutte loro. E hanno meno la poppa destra, perciochè le madri, mentre le figliuolette sono ancora in infantilità, fabricato certo stromento di rame il mettono loro infogato in su la destra poppa, la quale s'abbrucia in guisa ch'ogni accrescimento vi s'impedisce, e tutto il vigoroso augmento nella spalla destra e braccio trapassa. Or, quanto è alla forma degli altri Sciti, è da sapere ch'essi sono tra loro simiglianti, ma differenti dagli altri uomini, il che ancora aviene degli Egiziani, se non che questi sono molestati dal caldo e quelli dal freddo.
Or la solitudine, com'è chiamata, degli Sciti è una prateria piana, rilevata, né troppo acquosa, perciochè vi sono fiumi grandi che via conducono l'acqua da' campi. In questo luogo gli Sciti dimorano, e chiamansi Nomadi, perochè quivi non han case, ma abitano in carri. E alcuni de' carri, che sono piccolissimi, hanno quattro ruote, e gli altri sei, e sono smaltati di fango e fatti a guisa di camere, le quali alcuna volta sono semplici e altra divise in tre; e queste sono strette, per poter ripararsi dall'acqua e dalla neve e da' venti. E sono i carri tirati alcuni da due e altri da tre paia di buoi senza corna, perciochè quivi i buoi per la freddura non hanno corna. Adunque in questi carri dimorano le femine, e gli uomini vanno a cavallo, e con esso loro menano le pecore quante n'hanno e i buoi e i cavalli, e soggiornano in un luogo tanto tempo quanto basta l'erbaggio al loro bestiame, ma quando viene meno vanno altrove; ed essi mangiano carni cotte a lesso e beono latte di cavalle e manducono ippace, cioè cacio di cavalle.
Cosí fatta adunque è la maniera del viver loro e de' costumi e delle stagioni e della forma, che la nazione degli Sciti è differente molto dagli altri uomini e simile a se stessa, sí come altresí si vede negli Egiziani, e poco abonda in figlioli. Né la contrada sostiene se non pochissime e picciolissime fiere, perciochè è sottoposta alla tramontana e alle montagne Rifee, onde spira borea. E quantunque il sole vi s'appressi allora quando egli gira piú alto sopra di noi di state, nondimeno per picciolo spazio si riscalda, né venti traenti da parti calde quivi pervengono, se non di rado e già stanchi. Ma di verso tramontana sempre soffiano venti freddi, per la neve e per gli giacci e per la copia dell'acqua, che mai non abandonano quelle montagne, le quali pur perciò non si possono abitare; e molta nebbia il dí occupa i piani, e cosí si vive in umidore. Adunque quivi sempre ha verno, ma state pochi dí e que' pochi non molto buona, perciochè le pianure sono rilevate e nude, né sono inghirlandate de monti, e sottogiacciono a tramontana in guisa di piaggia. Quivi non nascono fiere di grande statura, ma solamente di tanta che si possano riparare sotterra, perciochè altrimente non permette il verno e la nudità del terreno: e di vero quivi non ha né tiepidezza né coperto. Perciochè i mutamenti delle stagioni non sono né grandi né potenti, ma simili e poco differenti, laonde ancora essi sono tutti simili di figura, e costumano sempre il medesimo cibo e il medesimo vestire, e di state e di verno; e tirano a sé l'aere aquoso e grasso, e beono l'acque di nevi e di giacci disfatti, né punto s'affaticano, che né il corpo né l'animo si può affaticare là dove i mutamenti non sono potenti. Adunque perciò è di necessità che si veggano essere grassi e pieni di carne, e che abbiano le giunture umide e deboli, e i ventri da basso umidissimi oltre a tutti gli altri ventri, perciochè possibile non è che la panza s'asciughi in cosí fatta contrada e natura e disposizione di stagione. Adunque per grassezza e carne senza peli appaiono l'uno all'altro simili, io dico i maschi a maschi e le femine a femine. Perciochè, non essendo le stagioni dissomiglianti, né corruzioni né male disposizioni possono avenire nel concepimento della creatura, s'alcuna gran disaventura o infirmità a forza ciò non operi.
Ora io darò un manifesto segnale della loro umidità. Troverai che tutti i Nomadii, e i piú degli altri Sciti, ancora s'abbrucciano le spalle, le braccia e le palme delle mani, e i petti e le coscie e le reni, non per altro se non per la naturale umidità e morbidezza, perciochè non possono né tirare archi né lanzar dardi per umidità e debolezza della spalla; ma per l'abbruciamento s'asciuga dalle giunture molto dell'umore, e divengono i corpi piú gagliardi e meglio si nutriscono, e le giunture s'invigoriscono. Or sono i corpi loro e morbidi e larghi, prima perchè non si fasciano sí come in Egitto, né hanno in costume cavalcando di stare assettati in su la persona, e appresso perchè seggono assai, che i maschi, prima che si possano tenere a cavallo, il piú del tempo seggono in carro, e poco usano di spasseggiare a piè, perchè sono tuttavia in viaggi e qua e là trasportati. E maravigliosa cosa è a vedere quanto morbide sieno le femine. Or rossa è la nazione degli Sciti per la freddura, non potendo molto quivi il sole, che la bianchezza è abbrucciata dalla freddura e si trasmuta in rossezza.
Né possibile è che cosí fatta natura abondi in figliuoli, perciochè né l'uomo appetisce spesso di congiungersi con femina, per umidità di natura e per morbidezza e per frigidità di ventre, per le quali cose è di necessità che rarissime volte nasca nell'uomo stemperato appetito di congiugnimento, e di piú, per lo continuo cavalcare rotti, divengono mal atti a ciò. Or questi sono gl'impedimenti dalla parte degli uomini. E dalla parte delle femine sono altresí e la grassezza della carne e l'umidità, perciochè le matrici non possono poi apprendere il seme, che la purgazione non viene loro ogni mese come fanno di bisogno, ma dopo lungo tempo e poca, e la bocca delle matrici per la grassezza si riserra né può ricevere il seme; ed esse sono ociose e grasse, e i ventri loro freddi e morbidi. E per queste necessità non può la nazione degli Sciti abbondare in figliuoli. E si può di ciò prendere certo argomento dalle serve, che non cosí tosto s'accostano a l'uomo che concepiscono, perchè s'affaticano e hanno carne magra. Oltre a ciò i piú degli Sciti divengono disutili al congiungimento e si mettono a fare le bisogne feminili, e il ragionar loro è parimente da femine: e questi sono chiamati uomini senza maschilità. Ora i paesani attribuiscono la cagione a Dio, riveriscono questi uomini e adorangli, temendo ciascuno di sé simile disaventura. Ma a me pare che e questi mali e tutti gli altri procedono da Dio, e che niuno abbia piú del divino dell'altro o dell'umano, anzi tutti sono divini, e ciascuno di questi ha sua natura, né niuno aviene senza natura.
E racconterò come a me paia che questo male avenga. Essi per lo cavalcare sono assaliti da lunghi dolori, sí come coloro che cavalcano co' piedi pendenti; poi diventano zoppi e si ritraggono le coscie a coloro che fieramente s'infermano. Or tengono cotale maniera in curarsi: dal principio dell'infirmità si tagliano l'una e l'altra vena dopo l'orecchia, e quando è sgollato il sangue per debolezza sono soprapresi dal sonno e dormono; poscia si destano, alcuni sani e alcuni no. A me pare adunque che essi con questa cura si guastino, perciochè dopo gli orecchi sono vene le quali quando altri taglia, coloro a' quali sono tagliati divengono sterili. Io stimo adunque ch'essi perciò si tagliano quelle vene. Appresso perchè, andando per usar con le mogli, né venga loro fatto la prima volta, non mettono il cuore a ciò né si danno affanno; ma quando due e tre e piú fiate hanno tentato senza effetto, facendosi a credere d'aver commesso alcun peccato verso Dio, a cui attribuiscono ciò, si vestono di gonna feminile publicandosi d'essere senza maschilità, e femineggiano e si mettono a fare insieme con le femine quelle bisogne ch'esse sogliono fare. Or ciò aviene a' ricchi degli Sciti e non agl'infimi, ma i nobilissimi e coloro ch'hanno piú polso perchè cavalcano sono sottoposti a ciò, e i poveri meno, che non cavalcano. E di vero convenevole cosa era, se questa infirmità è piú divina dell'altre, che non toccasse solamente a' nobilissimi e a' ricchissimi tra' Sciti, ma a tutti ugualmente, anzi pare a coloro che non hanno beni, li quali mai non onorano gl'iddii (se vero è ch'essi godano dell'onore fatto loro dagli uomini e ne rendano loro guiderdone), perciochè verisimile cosa è che i ricchi sacrifichino spesse fiate agl'iddii e che consagrino loro de' doni delle sue ricchezze e che gli onorino, e che i poveri non facciano ciò perchè non hanno di che, e di piú ch'essi gli maledicano perchè non danno loro medesimamente delle facultà: laonde per questi peccati doverebbono i disagiati incappare piú tosto ne' mali che i ricchi. Ma, cosí come ancora prima ho detto, questi mali procedono dagl'iddii come ancora gli altri, e ciascuno aviene secondo la natura. E cosí fatta infermità aviene agli Sciti per tale cagione quale io ho detto, né punto sono risparmiati gli altri uomini, perciochè là dove cavalcano assai e spesso i piú sono assaliti da lunghi dolori e da sciatica e da doglie de' piedi, né sono stimulati a lussuria.
Queste cose fanno gli Sciti, e per queste cagioni oltre a tutti gli uomini sono disutilissimi all'usare con le femine, e perchè continuamente portano le brache e sono a cavallo il piú del tempo, laonde né con mano si toccano le parti vergognose, e per la freddura e per la stanchezza si dimenticano del piacere dell'amoroso congiungimento, né intendono a ciò se non quando sono privati della maschilità. Cosí fatte cose adunque diciamo della nazione delli Sciti.

Il fine del trattato d'Ippocrate Dell'Aere e dell'acqua


Viaggio del magnifico messer Piero Quirino viniziano, nel quale, partito di Candia con malvagie per ponente l'anno 1431, incorre in uno orribile e spaventoso naufragio, del quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali.

Ancor che la umana fragilità naturalmente ne faccia inclinati a vani pensieri e opere reprensibili, nondimeno, participando di quella parte divina dell'anima che sopra gli altri animanti il nostro Signor Dio per sua singular grazia ne ha concesso, ci debbiamo sforzar con tutto il poter di laudar il nostro benefattor, estollendo e facendo note le miracolose opere sue verso di suoi fideli, a devozione di cristiani e per esempio all'altre nazion d'infideli. Del qual officio ancor che tutti ne siano debitori, pur quelli si deono reputar esserne maggiormente i quali, nelle immense adversità loro, dove avean bisogno d'aiuto presentaneo, sono stati soccorsi e liberati per l'infinita bontà e misericordia sua. Per questa causa io, Pietro Quirino di Vinezia, ho deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti, scrivere e con pura verità manifestare quali e in che parti del mondo furono le adversità e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della volubil rota di fortuna, l'officio della quale (come abbiamo per lunga esperienzia) è di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l'infimo e basso inalzare, e molto piú quelli che pongono in essa ogni sua speranza. Per tanto non è da tacere, anzi piú efficacemente son debitor di dichiarire i miracolosi soccorsi che 'l nostro pietosissisno Signor Dio ha usato verso la mia indegna persona, e d'altri dieci, che fummo del consorzio e compagnia di LXVIII.
Dovete adunque sapere che, per desiderio d'acquistar parte di quello di che noi mondani siamo insaziabili, cioè onore e ricchezze, io m'intromisi di patronizzar una nave per il viaggio di Fiandra, ne la quale non solamente la mia persona, ma eziandio disposi di metter la facultà e uno mio maggior figliolo. E come piacque al Salvator nostro, i giudicii del quale sono immensi e profondi, per principio di miei singular doni e grazie (ancor ch'io allora per l'affetto paterno non li conoscessi), giorni cinque avanti il mio partir di Candia, dove io avea caricata la detta nave, il detto mio figliolo passò di questa vita: il che mi fu d'un estremo cordoglio che mi penetrò nelle viscere, parendomi esser rimasto solo e privo d'ogni consolazion in un viaggio cosí lungo come dovea fare. O quale e quanta fu la cecità e ignoranzia mia, che di sí fatto principio mi riputassi esser da Dio offeso?
Essendo seguito il detto miserabil caso, alli 25 aprile 1431, essendomi sforzato, con grande amaritudine dell'animo mio, feci partenza di Candia per venir in ponente. E avendo costeggiata gran parte della Barberia, per il contrasto de' venti contrarii, usciti che fummo fuor del stretto di Gibralterra, giugnemmo adí 2 giugno con l'infelice nave appresso il luoco di Calese, posto in la provincia di Spagna, dove, per causa del pedota ignorante, accostati alla bassa di San Pietro toccammo con la nave in una roccia di scoglio non apparente sopra il mare, in modo che 'l nostro timone uscitte del luoco suo, non senza risentimento delle cancare, come si dimostrò per i seguiti casi. E oltre ciò la nave in tre parti della colomba si ruppe, facendo infinita acqua, con tanta furia che con gran pena si poteva tener seccata. Questo cosí inopinato caso radoppiò il dolore al mio appassionato cuore; pur il nostro Signor Dio clementissimo non mancò della sua grazia, che, giunti in Calese, immediate discaricammo la nave rotta (e fu adí 3 di giugno), e discaricata la mettemmo a carena, e in giorni 25 non senza difficultà remediammo al tutto, ritornando il carico in la nave. E perch'io ebbi notizia della guerra bandita fra la mia ducal signoria di Venezia e Genovesi, fummi bisogno accrescer il numero di miei combattenti, sí che soggiunsi fino alla somma di persone 68. E adí 14 di luglio per seguitar l'infortunato viaggio mi parti', e per non incontrarmi in molte navi nemiche, quali si aspettavano di ponente, deliberai, alquanto andando fuor di cammino, allontanarmi dal capo di San Vicenzo. E perchè regnava il vento chiamato in quella costa agione, il quale largo dal terreno dimostra da greco, questo mi fu tanto contrario di riveder terra ch'io volteggiai giorni quarantacinque nei contorni delle Canarie, luoghi incogniti e spaventosi a tutti i marinari, massimamente delle parti nostre.
Quali sogliono esser i pensieri de' circonspetti patroni quando si trovano con tante persone in simil casi, luoghi e stagioni, tali dovete creder che fossero i miei, massime vedendomi ogni giorno minuire la vettovaglia, unico conforto e sostegno dell'umana natura, specialmente di marinari che di continuo s'affatticano. Pur piacque a Dio di porgermi remedio e conforto, aiutandomi il vento a segno di garbino, e per ritrovar la tanto desiderata terra drizzammo prora e vele verso il greco, e per duoi giorni e notti quasi in poppa andavamo con le vele alzate. Ma, non consentendo la nimica fortuna il continuar del nostro desiderato bene, ne sopramesse ancor spaurosi accidenti, che fu il rompersi d'alcune delle cancare dove sta il timone, che fummo constretti a proveder di nuovo sostegno per fortificarlo; sí che in luogo di ferro vi ponemmo delle nostre fonde a opera di nizza, e talmente le acconciammo che ne fummo serviti fino a Lisbona, dove giugnemmo alli 29 d'agosto.
Nel detto luoco con debita solecitudine confermammo le già rotte cancare e fornimmo la mesa nostra, e adí 14 di setembre uscimmo di porto per inviarsi al detto viaggio. Nondimeno, contrariati da nimichevoli venti, volteggiando in alto mare giugnemmo alli 26 d'ottobre al porto di Mures, dov'io, accompagnato da 13 miei compagni, andai devotamente a visitar la chiesa di messer San Iacomo. Ma poco vi dimorai, che subito ritornato feci vela alli 28, con assai favorevole vento di garbino, dal qual speravo aver la desiderata e bisognevole colla. E allungatomi da capo Finisterrae per cerca miglia 200 al mio dritto camino, alli 5 di novembre, cessando il prospero e soave vento, si cominciò a levar quello da levante e sciroco, qual, se bonazzevole fosse durato, averiane scorti ad entrar nei canali di Fiandra, luogo da noi ne' precedenti giorni sommamente desiderato; ma, accrescendosi ogn'ora la possanza e impeto suo, fummo ribattuti fuori del dritto nostro cammino, per tal modo che spedegassemo sopra l'isola di Sorlinga. E ancor che per vista di terreno di questo non fussimo accertati, nondimeno l'opinione de' nostri buoni pedoti, i quali avevano già posto il suo scandaglio nel fondo del mare e trovandolo a passa 80, di questo n'affermava. Come i naviganti accostandosi piú al terreno, il vento mutando faceva segno per la revoluzione delle valute, onde si mostrava da greco a tramontana opposito di lassarne accostare alla coperta di terreno.
E per incominciar a dir del principio delle nostre afflizioni e amarissime morti, ancor che la potenzia del nostro Salvatore soccorresse a tempo e luogo la mia indegna persona e de dieci compagni, come non senza gran stupore nella sequente parte sarà inteso, accadette che adí 10 del detto mese, la vigilia di san Martino, che per forza e impeto del gonfiato mare venne a meno il nostro timon delle sue cancare, il qual era freno e segurtà della infelice nave, non rimanendone pur una sola al suo sostegno. Quanta e qual fosse l'angustia e desperazion nostra lo lascio considerar ai savii auditori, né in altro modo in quel ponto mi viddi abbandonato di vita di quello che faccian li miseri quando col capestro al collo si veggon tirar in alto. Pur, fatto animo meglio ch'io potei, cominciai ad usar l'officio del patron, con la voce e coi gesti innanimando e confortando gl'impauriti marinari che già erano mezi persi, che con una grossa tortizza legorono il detto timone: non già che fussimo sicuri di mantenerlo al suo luoco, ma solo per averlo raccommandato per fortezza di quello nel lato della nave, ch'andava tutt'ora travagliando. Ma ne avenne in contrario che, dispiccatosi in tutto dalla nave, rimase da poppe nondimeno legato, e cosí inutilmente tre giorni cel tirammo drieto. Pur alla fin con vigorosità d'animo e con gran forza il recuperammo dentro la nave, ligandolo piú che potevamo a causa che nel travagliar di quella non percotesse l'una e l'altra parte, con tal apertura di quella.
Trovandomi adunque in cosí alto e impetuoso mare, con tanta rabbia di fortuna, senza governo alcuno e con le vele alzate al vento andando a posta di quello, quando straorzando fino al batter della vela, poi alquanto poggiando, discorrevamo secondo e a quella parte che la fortuna ne spingeva, sempre allontanandoci da terra. Per il che, vedendomi in cosí disperato cammino, cognoscendo la natura di marinari, che vogliono di continuo saziar gl'appetiti loro, dopo varie e util considerazioni gli esortai che si mettesse regola e misura a quello che n'era rimaso della mensa nostra, dando il governo di quella a due o tre che alla maggior parte fosse piaciuto, li quali con equalità la distribuissero due volte fra il giorno e la notte, non iscludendo ancor me da questo numero, acciochè, durando il nostro infortunio, con questo ordine piú lungamente fussimo preservati dalla morte: il che da tutti fu laudato e messo ad esecuzione. Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi solo nella mia cameretta con grande amaritudine d'animo e, considerando l'estrema miseria nella qual io ero, drizzai il cuore al nostro Signore Iddio, raccomandandomi a quello e pentendomi di tutti i miei peccati. E veramente io confesso che 'l rimuovermi dagli occhi quella persona, la qual per il paterno affetto amavo grandemente, mi fu d'incredibil alleviamento alle immense angustie che mi soprastavano, perchè non so come fosse stato possibile che non mi fosse crepato a tutte l'ore il cuore, vedendolo e considerando che mi dovesse morire avanti gli occhi. E per volermi sollevar alquanto la passione, mi posi ad andar con l'animo ripensando la misera qualità de' corpi nostri, e come tutt'i gran principi e re, poveri e bassi, presenti e futuri, erano soggetti alla necessità della morte, e che noi cristiani avevamo questo privilegio, donatone per la passione del Signor nostro Iesú Cristo, della gloria del paradiso, quando contriti ci raccomandassimo a lui. E con questi e simili pensieri presi grandissimo vigore, che poco o niente stimava piú la morte, e con le medesime ragioni andai poi ad inanimar quella misera turba di marinari, che volessero pentirsi dei loro misfatti: in alcuni delli quali conobbi che le mie parole avean fatto profitto.
Or, trovandoci nel sopradetto stato, per consiglio d'un nostro marangon fu terminato di fabricar dell'antenne superflue e alboro di mezo due timoni alla latina, sperando di metter freno all'immenso travaglio della nave: li quali con ogni sollecitudine furono immediate fatti, e posti alli loro luoghi congrui e convenienti. E questa opera ne dette assai conforto e speranza, vedendo per isperienzia che facevan l'officio suo. Ma la fortuna inimica, che non ne concedeva termine di poter respirar, aumentò di sorte la possanza de' venti e gonfiamento del mare che, percotendo con l'onde i detti timoni, li levò via del tutto dalla nave: del qual accidente rimanemmo cosí attoniti e storniti come fanno quelli che in tempo di pestifero morbo si sentono affebrati col segno mortale. E cosí abbandonati discorrevamo il cammino verso il qual la furia di venti ne menava.
Adí 25 novembre, il giorno dedicato alla vergine santa Caterina, qual fassi fortunale e dicesi esser punto di stella, tanto si aumentò la rabbia del mare e dei venti che stimassemo certo in quel giorno dover esser l'ultimo di nostro fine, e per tanto tutti ad una voce con grandissime lacrime ci raccomandavamo alla gloriosa Vergine Maria e altri santi del paradiso, che placassino il nostro Signor Dio e n'aiutassino, avodandoci con diverse devozioni in pellegrinaggi e altre opere d'umilità. Del che ne vedemmo mirabil effetto, che fummo in tanto e cosí gran furor di mare preservati dalla morte, qual si bonacciò alquanto, non però che di continuo non andassimo scorrendo alla via di ponente maistro, sempre dilungandoci dalla terra. E già per le continue pioggie e furie de' venti la vela era tanto indebolita che la cominciò a squarciarsi, sí che per piú fiate nel tanto batterla ne fummo del tutto privati; e ancor che ne mettessimo una seconda, che si suol portar per simil respetti, nondimeno, per esser ancor lei non troppo forte, come la fu bagnata e dalla furia dei venti gonfiata poco tempo ne servite.
Or, trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessarii al navigare, similmente gl'animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che non si trovavan piú forza, lena né vigor; e ancor che la detta nave fosse nuda e priva delle dette cose, e non avesse piú corso e rimanesse come stanca, nondimeno a tutt'ore l'impeto grande del mare la percoteva in sí fatto modo che la faceva risentir in tutte le sue fitture, e alcune fiate la soperchiava ed empiva d'acqua: e pur noi miseri, cosí stanchi, eravamo astretti a svodarla.
Piú volte avendo esperimentato col scandaglio nostro di trovar fondo, avenne che ci trovammo in passa 80, di giaroso terreno, e sí come accade a quelli che non sanno notare che, trovandosi in acqua profonda, s'attaccano ad ogni piccolo ramoscello per non perire, medesimamente noi, redutti in tanta estremità, ne parve di tentar un simil remedio, qual solo ne restava, cioé d'afferrarsi con l'ancore: e cosí facemmo, ponendo quattro nostre tortizze una in capo dell'altra. La qual nostra retenzion ne venne fatta, ancor che alla fine ne riuscisse inutile, perchè, avendo per ore 40 sopra il detto sostegno travagliato grandemente la già indebolita nave, uno de' miseri compagni, spaventato e dubitando di peggio, al luoco di prua nascosamente tagliò il capo e fine dell'ultima tortizza: e cosí noi, abbandonati dal detto sostegno, discorrevamo alla via e usitato modo, aspettando di continuo la morte, qual la maggior parte di noi si preparava di ricevere con cristianissima disposizione, ponendo tutta la nostra speranza nella futura vita. E alcuni veramente per gesti e per parole si mostravano al tutto disperati, massime non vedendo punto fermarsi la rabbia del mare e di venti.
Adí 4 decembre, la festa di santa Barbara, con unita possanza di quattro onde fummo vinti e superati, in modo che l'infelice nave profondò oltra l'usato modo. Nondimeno, ancor che fussimo mezi morti, pur si prese tanto di vigore che si mettemmo a star nell'acqua fino a meza la persona e votarla: e cosí la vincemmo, e per tre giorni dapoi un poco meglio andammo scorrendo. Ma alli 7 del mese, rifrescandosi di nuovo il furor del vento e mare, fummo di nuovo superchiati, di sorte che la nave s'ingallonò, e dalla banda di sottovento senza trovar contrasto l'acqua entrava dentro. Allora veramente pensammo di profondarsi del tutto, perchè, non sapendo che fare, stavamo di continuo aspettando la morte, riguardandosi l'un l'altro con grandissima pietà e compassione. Alla fine fu ricordato per ultimo rimedio che si tagliasse l'alboro, pensando che la nave, alleviata da quel peso, dovesse alquanto respirare e sollevarsi: e cosí fu fatto. E avendolo tagliato venne una botta di mare che lo lanciò fuori, insieme con l'antenna, senza toccar punto la banda, come se a mano fosse stata fatta: il che fece sopirar grandemente la nave, e a noi dette ardire di poterla votar dalla grande acqua che vi era entrata. E come piacque a Dio il mar e vento cominciò a cessar del suo furore.
Or, trovandosi la nave cosí spogliata di tutti gli arbori, che sono quelli che la sostengono dritta, come sanno tutti i marinari, dove spettavamo che la respirasse alquanto, la cominciò ad andar piú alla banda, di sorte che l'onde del mare facilmente v'entravano dentro. E noi, afflitti per il continuo travaglio patito già tanto tempo, né star in piedi né sentar potevamo, tanto erano i corpi nostri redutti in estrema debolezza, e pur convenivamo a tutt'ore adoperarci con gl'instrumenti a votar l'acqua. Ed essendo in questo stato, senza speranza alcuna di riveder terra, esaminando la nostra miseria e calamità concludemmo che, piacendo a Dio di mitigar l'ira del mare e vento, metter la nostra barca e schiffo nel mare e in esse entrar per provar d'andar a terra, che, rimanendo in nave volontariamente, ci vedessemo morir di fame, conciosiach'impossibil fusse con la nave poter pervenire a terra, non avendo timon né arboro né la vela, e secondo il parer nostro lontani dalla piú prossima terra verso levante, ch'era l'isola d'Irlanda, oltra miglia 700.
Fu posto adunque ordine di preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore, quando il furioso mare nel concedesse. Trovandosi alcuni dei miseri compagni sí abituati in bever vino fuor di misura, i quali non credevan morire, e di starsi tutto il giorno a scaldarsi, accendendo il fuoco d'odoriferi cipressi (perchè in gran parte il corpo e cargo d'essa nave era di tal legname), è cosa incredibile a questi tali di quanto nocumento fosse l'intrar in le barche e variar stilo di vivere, come qui di sotto si dirà.
Avevamo per costume al far della lunghissima notte, avanti che fussimo privi dell'arboro, di ridurci nella mia camera e salutar la Vergine nostra imperatrice, e con devotissima orazione lagrimando pregar essa e il suo Figliuolo omnipotente e redentor nostro che ne salvasse da tanto impeto, furor e tenebria. Non era piú in poter nostro di darci a cosí santo misterio, perchè né il star né l'andare, anzi con gran pena il giacere n'era permesso: però, secondo il parer di ciascuno, dove ci ritrovavamo distesi facevamo le nostre orazioni col cuore. Stando in queste angustie, m'andavano per mente varie considerazioni, e fra l'altre che nell'entrar di queste barche non nascesse question e rissa fra quelli ch'hanno manco discrezione degli altri con effusione di sangue, volendo ognuno entrar nella maggiore: ed era cosa verisimile, massimamente intravenendo il molto bere che a questi li faceva inclinati. E per tanto io ricorsi all'omnipotente Dio, pregandolo che m'illuminasse a trovar via e modo che fra noi non intravenissero simili inconvenienti. Piacque a sua bontà d'esaudirmi, mettendomi nella mente ch'io dovessi confortar tutti che la elezion d'entrar nelle barche fusse secreta, e solamente manifesta al scrivano, qual facesse nota della volontà di ciascuno. E cosí miracolosamente avenne che, dove tra noi s'era deliberato che 21 toccasse al schiffo e 47 alla barca maggiore, per propria volontà 21 furono contenti andar nel schiffo e i remanenti nella barca. Vero è che a me fu conceduto la preminenzia di poter nella fine far entrar e menar meco un mio famiglio dove piú mi piacesse: e quantunque nel mio concetto avessi fatto elezion d'andar nel schiffo, perchè era provato molto buono, finalmente, visto i miei officiali aver presa l'entrata della barca, mutai opinione e insieme col mio famiglio entrai nella maggiore, che fu causa della salute nostra, come intenderete.
Fatta la partizione, cominciammo a preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore. Parevane cosa molto difficile, per non aver l'arboro né altro luoco altiero da poterle metter nella banda; nondimeno la necessità ne messe avanti di drizzar l'arguola del già nostro timone e fortemente legarla alla sinistra banda del nostro castello da poppe, però che l'era sotto vento, mettendo le taie congrue e frasconi nella cima con le fonde sufficienti, e aspettando anco che 'l tempo, il mare e vento si mitigasseno.
Adí 17 di decembre, essendo fatta alquanto di bonazza, con gran difficultà mettemmo le piccole fuste nel grande e spaventoso mare, al far del giorno, e ragunate le vettovaglie che n'eran rimaste giustamente le dividemmo, dandone a quelli del schiffo per persona 21 la sua rata, e alla barca per 47. Ma del molto vino che si attrovavamo l'una e l'altra turba ne prese quanto le fuste con debito modo erano capaci. Venuta adunque l'ora della partenza e separazion nostra, primamente io chiamai tutti quelli che mi parveno piú spogliati di vestimenti, e a cadauno diedi delli miei che mi ritrovavo. Dapoi, quando fummo nell'entrar e separarci, ci perturbammo tutti d'una immensa tenerezza di cuore, e si abbracciavamo l'una e l'altra parte baciandoci per la bocca, mandando fuori acerbissimi sospiri: e ben pareva (come avenne) che piú non eravamo per rivederci.
Partimoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando l'infelice nave, la qual con sommo studio e con gran delettazione avevo fabricata, e nella quale io avevo posto mediante il suo navigare grandissima speranza. Lasciamo in quella botte 800 di malvagia, assai odoriferi cipressi lavorati, pevere e gengevo per non poca valuta, e altre assai ricche robe e mercanzie. Come dicemmo in quel giorno mutammo fusta, ma non però fortuna, conciosiachè nella sopravenente longhissima notte, che fu il martedí al far del mercore, il vento da levante e scirocco tanto rafrescò che la misera nostra conserva, qual era nel schiffo, si smarrí da noi, né piú sapemmo qual fusse il lor fine. E noi, dalla forza del mare e dell'onde vedendoci soperchiare, per esser stracargati, ci mettemmo per ultimo remedio a libar, e per slungarsi la vita ci privammo della causa del vivere, perochè in quella notte gettammo gran parte di cibo e vino ch'avevamo, e alcune delle vestimenta nostre e altri instrumenti necessarii a salvamento della fusta. Pur piacque a Dio per salute di noi 11 rimasti in vita, che la fortuna il sequente giorno di 18 cessò, onde drizzammo la prova alla via di levante stimando di ritrovar il piú prossimo terren dell'isola d'Irlanda a capo di ponente. Ma, non possendo continuar in quel cammino, per la mutabilità di venti che venivano or a greco or a garbino, discorrevamo con poca, anzi nulla speranza di preservarci in vita, per mancamento massime del bere.
Or qui è da far intendere gli amarissimi casi per li quali numero di 47 ch'entrorno nella barca cominciò a mancare: e prima, per il martellar della misera barca aveva patito nel travaglio della nave, la si era alquanto risentita e faceva acqua, e di continuo a sette per guardia scambiandoci eravamo astretti a votarla e star al timon per governo, con grandissimo freddo; secondariamente per il mancar del vino, che in poca quantità n'era rimasto, fu necessario di ponerli ordine, pigliandone il quarto d'una tazza (non però grande) due volte tra il giorno e la notte, ch'era una miseria. Del mangiare pur ci potevamo contentare alquanto meglio, però che di carne salata, formaggio e biscotto ne avevamo assai bene; ma il poco bere ne metteva spavento adosso, dovendo mangiar cibi salati.
Adunque per le cause sopradette alcuni cominciorono a morire, né avanti mostravano alcun segno mortale, ma in un momento ne cadevano avanti gli occhi morti. E per piú distintamente parlare, dico che i primi furono quelli che nella nave dissolutamente vivevano in bere molto vino e in darsi alla crapula, stando al fuoco senza alcuna moderazione, che per il variar d'una estremità all'altra, ancor che fussero i piú robusti, nondimeno erano manco atti a tolerare tali accidenti: cadevano morti tal giorno duoi, tal giorno tre e quattro, e questo durante dalli 19 decembre fino alli 29; e subito li buttavamo in mare.
Al detto giorno 29, mancando del tutto il vino, né sapendo come ci trovavamo lontani over appresso terra, per dir il mio pensiero, io desideravo esser del numero di quelli che già erano morti: pur a Dio piacque ch'io ebbi grandissima toleranzia per mantenermi in vita. E vedendoci tutti in tal desperazione e certezza di morte, fui inspirato da Dio di persuader alli remanenti, con forma di parole convenienti, che devoti e contriti ricevessero la certa morte, communicando insieme l'ultimo vino che ne restava: alle qual parole tutti pieni di lacrime mostrorono un'ottima e cristiana disposizione, raccomandando a Dio l'anime loro. Ed essendo ridutti in questa estrema necessità del bere, molti, arrabbiati di sete, si misero a bere dell'acqua salmastra: e cosí uno avanti l'altro, secondo la lor complessione, andavan mancando di questa vita. Con alcuni della miserabil compagnia, contenendosi, ci ponemmo a bere dell'urina nostra, cagion potissima di preservarne in vita. E per non patir maggior siccittà m'asteneva di mangiare se non pochissimo, perchè d'altri cibi non avevamo che di salmastri. Nel qual miserrimo stato continuassemo per giorni cinque, e adí 4 di zenaro avanti il far del giorno, navicando con suavissimo vento per greco, uno de' compagni che si trovava verso la prova vidde quasi ombra di terreno avanti di noi sotto vento: il quale con voce ansiosa cominciò ad annunciarne quel che li pareva, sí che tutti bramosi di tanto bene con gli occhi attenti guardammo verso quella parte. E per non esser ancor sopravenuto il giorno, rimanemmo per fin che la chiarezza ne certificò esser terra, con grandissima allegrezza.
Adunque, reassumendo vigor e forza, pigliammo i remi per approssimarsi al tanto desiderato terreno, ma per la molta distanzia e per la brevità del giorno, qual era di spazio d'ore due, quello perdemmo di vista; né potemmo usar troppo i remi per debolezza, e quella lunghissima notte dimorammo con non poca speranza. E sopravenuto il dí sequente, smaritosi il detto terreno dal veder nostro, di sotto il vento ne vedemmo un altro montuoso e assai piú prossimo, in modo che ne parve di poter piú facilmente smontar in quello che nell'altro per avanti veduto. Quello adunque tollemmo a segno col bossol nostro, per non smarrirlo la notte sequente, e con le vele in poppa cacciando il vento, a circa ore quattro di notte giugnemmo sotto il detto terreno, al qual accostandosi ci trovammo esser circondati da molte secche, come dimostrava il romper dell'onde: né è cosa alcuna piú paurosa al marinaro che a sequaro di terra trovarsi di notte in luoghi incogniti, e però il gaudio e conforto nostro si convertí in desperazione ed estrema mestizia, onde piangendo ci raccomandavamo a Dio e alla Madre sua, fido soccorso de' peccatori. Piacque alla misericordia sua in tal e tanto pericolo d'aiutarci, in modo che, avendo la barca nostra tocco in una di quelle secche, un colpo di mare, stendendosi per sotto il fondo, la sollevò e messela fuori di quella, onde ci vedemmo franchi da tal pericolo. E tuttavia appressandoci al salutifero scoglio, avenne per miracolo grande che, non trovandosi in alcuna sua banda spiaggia né luogo da poter ben capitare, perchè in tutto il suo circuito era spredo grebanoso, in quella sola spiaggetta il Guida e Salvator nostro ne condusse, stanchi e lassi come deboli uccelletti dapoi che fatto il passaggio giungono a terra. In questo luoco ferimmo con la prova della barca, e quelli che si ritrovavano in quella parte saltorono immediate in terra, qual trovorono tutta coperta di neve, della qual ne presero senza misura per raffreddar le viscere loro arse e asciutte: il che fatto, a noi ch'eravamo rimasti per debolezza in barca, e per difenderla dal rompersi, ne porsero in una secchia e caldiera. Io con verità vi dico che tanta ne presi ch'io non l'arei potuta portar sopra le spalle, e mi pareva che nel prender di quella consistesse ogni mia salute e felicità: ma il contrario avenne a cinque della misera compagnia, perochè quella notte, avendo ancor loro mangiatone, spirorono di questa vita. Noi stimammo che l'acqua salmastra che per avanti beverono gli desse la caparra della lor morte.
Quivi dimorammo la lunghissima notte per salvar la fusta dal romper, non avendo corde né altro modo di ligarla, e aspettammo il breve giorno; il qual fattosi discendemmo, sedici rimasi di quarantasette, non trovando altro che neve, nella qual si mettemmo a riposare, ringraziando il Signor Dio ch'al natural sito nostro n'avea condotti, e campati dal soffocarsi nel mare. Costretti poi dalla fame, rivedemmo quello che ne fosse rimasto della mesa nostra, né altro ritrovammo che in fondo d'un sacco molte fregole di biscotto, messedate con sterchi di ratti, un persutto e un pezzo piccolo di formaggio: le qual cose, riscaldandole ad un piccolo fuoco che noi femmo di costrati della barca, ci restaurammo alquanto dalla fame.
E conosciuto poi con certezza quello esser scoglio deserto, deliberammo di partirci il secondo giorno, empiendo cinque nostre barile d'acqua ch'usciva dalla neve. Fattosi il dí sequente entrammo nella barca, per veder di trovar qualche altro luoco abitato, a ventura e non per alcuna certezza che sapessimo dove andar. Ma cosí tosto come vi montammo dentro, entrando l'acqua del mare per le commissure, perochè non era stata ben ligata la precedente lunghissima notte, e sbattuta su le pietre e in diverse parti apritasi, andò a piombo a fondo, e noi tutti bagnati ci sforzammo di ritornar a terra. Or, vedendoci rimaner in tal deserto luoco tutto coperto di neve, soprapresi da grande tristizia, ma non già comparabile alla precedente (dico quando ci vedemmo nella piccola barca su l'alto mare), stimavamo che per alcun giorno ne fusse prolungata la morte, ma non perdonata: e ch'altro ci dovevamo imaginare, vedendoci debolissimi, in uno scoglio della detta condizione, senza coperto alcuno e senza vettovaglia da mangiare? Pur, inspirati dal nostro unico Benefattor, provedemmo a duoi estremi e deboli remedii: l'uno di fabricar duoi coperti con li remi, duoi gabbanetti e vela; l'altra di tagliar le corbe e maieri della barca, e far fuoco e riscaldarci. Poi per unico cibo ricorrevamo al lito del mare, raccogliendo buovoli e pantalene, delle quali poca quantità si trovava: con quelli si mitigava alquanto la nostra rabbiosa fame.
Eramo tredici sotto un coperto e tre sotto un altro, giacendo parte sopra la neve e parte sedendo; ci scaldavamo ad assai debole e fumoso fuoco, perochè dalla pegola bagnata procedeva tanto fumo dai detti legni ch'appena lo potevamo tolerare, e gli occhi nostri e il volto s'enfiorono di sorte che dubitassimo di perder la vista. Ma peggio che noi eravamo carghi e pieni di vermenezzo di pedocchi, ch'a pugnate li gettavamo nel fuoco, e tra gli altri sopra il collo d'uno mio scrivanello ne viddi tanti che gli avevano rosa la carne fino alli nervi, e stimo che fossero potissima cagione della sua morte. Essendo in tale misero stato tre degl'infortunati compagni, di nazion spagnuola, uomini robusti e ben formati, spirorono di questa vita, credo per il bere dell'acqua del mare. E per esser noi tredici che eravamo rimasi deboli e impotenti, non li potevamo rimover dal fuoco, sí che tre giorni e notti vi stettero: pur con difficultà li mettemmo fuori del coperto nostro, il quale poco ne difendeva.
In capo di undici giorni, andando il mio servitor a raccoglier delle pantalene, perchè altro non era il cibo nostro, avenne che nell'estrema parte del scoglio trovò una casetta fatta di legnami al lor modo, e intorno di quella e dentro vi era sterco di bove, sí che chiaro si conosceva da nuovo esservi stati animali di quella sorte, e che gente umana vi praticasse: la qual cosa ne dette non poca speranza, per il che terminammo d'andarvi per trovar riparo e coperto. Ma tre della compagnia erano tanto estenuati e appresso al morire che non si poteron partire, onde noi dieci, fatti fasci di legni della nostra barchetta, e io con una mia anconetta d'un Crocifisso, che mai non mi abbandonò né io lui, ce n'andammo verso la detta casa: e per la molta neve io, che piú debole ero degli altri, molto m'affannai a giugnervi, benchè non fosse oltra ch'un miglio e mezo discosta dal primo luogo. Dentro la qual arrivati ne parve aver trovato grande rimedio, perciochè ne riparava dal vento e dalla neve, e fatta netta meglio che fu possibile ci ponemmo a giacere, ragionando fra noi ch'alcun luoco abitato dovesse esser qui propinquo, ma che solamente nella state dovevano venir a questo luoco a veder i suoi animali, perchè già per la freschezza del sterco di buoi conoscevamo esservi stati animali. E ancor che la ragion e necessità ne suadesse che dovessemo andar cercando quelli, nondimeno per l'estrema debolezza nostra non era possibile ch'alcun potesse ascender il monte vicino. E cosí dimorando, sospinti dalla fame andavasi per il lito del mar, propinquo un trar di pietra, cercando il cibo nostro consueto, cioè pantalene e buovoli marini.
L'andata nostra in questa casa fu un giovedí; sopragiunse il sabbato, che fu giorno a noi salutifero perchè, essendo andati tutti eccetto io per pantalene, avenne ch'uno della misera compagnia trovò un pesce di mirabil grandezza morto sopra il lito del mare, che poteva pesare da lire 200 e pareva esser morto da fresco: in che modo li fosse stato buttato noi non lo sappiamo, ma ben debbiamo credere che 'l misericordioso Dio per salvarne cosí permettesse. Colui che 'l trovò cominciò a chiamare i suoi compagni, nunziandoli la grazia sopravenutali, e diviso in piú pezzi lo portorono alla casetta, dov'io avea acceso un debil fuoco. Considerate ch'allegrezza fu la nostra. E immediate ci mettemmo a cuocerne parte, qual si poneva in la caldara che ci trovavamo, e parte su le deboli brace, sí che al sentimento dell'odor suo alcuni di compagni sopravenendo, con stupore ch'avessero sentito tal inconsueto odore, per la fame grande non potendo aspettare che fusse del tutto cotto, lo cominciammo a mangiare, e per giorni quattro senza regola alcuna ce ne saziammo. Poi, vedendolo mancare, fu ricordato ch'a misura da lí avanti fusse distribuito.
Ma non è da lasciare adietro una particella necessaria: dico che de' tre de' nostri compagni che da prima erano restati adietro, vedendo che noi eravamo partiti, un di loro ricercandone venne a trovarne il dí sequente che trovammo il pesce. E vistolo entrare, fra noi fu uno di tanta malignità che dava per consiglio ch'al detto non se ne dovesse lassar gustare, anzi egli voleva violentemente obviarli, ma io, con parole convenienti persuadendo il contrario, indussi tutti a fargliene parte: il qual restò quella notte con noi, poi l'altro giorno andò agli altri dua suoi compagni e invitogli alla grazia mandatane da Dio, e cosí vennero a reficiarsi.
E con la regola posta com'ho detto dopo giorni quattro, il detto pesce ne durò giorni dieci, porgendone non solamente sodisfazione alla fame, ma vigore alla indebolita natura. E di piú, quanto durò il detto pesce, tanto fu tempo fortunato, e cosí impetuoso che per niun modo averiamo potuto aver ricorso alle solite pantalene, sí che chiaramente comprendemmo che Dio per salvarne ne l'aveva mandato. Consumato il pesce, ritornammo all'opera e guadagno solito di trovar da saziarci di pantalene, cibo di poco nutrimento.
Or qui si dirà come miracolosamente piacque al Salvator nostro di cavarne di tanti guai e disperazione; e fu in questo modo, che ritrovandosi a miglia otto prossimo uno scoglio abitato da pescatori, nel qual ve n'era uno ch'aveva duoi figliuoli, e nel detto disabitato luoco dove noi ci trovavamo aveva in pascolo, serrati in una casetta sopra 'l monte, alcuni suoi animali, ad uno delli detti figliuoli venne in visione come i prefati animali s'erano derupati dalla parte dove noi ci ritrovavamo, e narrata al padre questa cosa, egli deliberò di venirsene insieme con detti suoi figliuoli in una sua barchetta a vedere ciò che fusse. E cosí all'alba vennero al lito prossimo dell'abitazion nostra, e discesero i duoi figliuoli, rimanendo il padre al governo della barca; e vedendo fumar la casa dove eravamo, verso quella drizzorono i passi, ragionando insieme che volesse dir questo fumo nella casa disabitata, perchè non potevano pensar che a questo luoco vi potesse capitar gente da parte alcuna. Ma per aventura la voce umana prima pervenne all'orecchie d'un mio compagno, nominato Cristoforo Fioravante, qual disse con ammirazione: "Non udite voi voci umane?" Rispose il nocchier nostro: "Sono questi maledetti corbi, ch'aspettano la fin nostra per divorarne, com'hanno fatto degli altri corpi di nostri compagni". Ma, piú approssimandosi i predetti, a tutti fu chiaro la voce esser umana, onde n'andammo verso l'uscio con imaginazione di qualche inopinata speranza. E vedendo noi costoro, i cuori nostri s'empierono d'inestimabil conforto, ma essi, che ci viddero in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon spazio spaventati e muti. Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono certificati ch'eravamo persone pericolate e bisognose d'aiuto, cominciorono a parlarne, nominando il suo scoglio e assai altre cose: ma nulla per noi era inteso. Duoi della nostra compagnia, sperando di trovar qualche cibo, se n'andorono verso la barca, ma niente vi trovorono; e venuti a noi estimassemo che detta barca fosse di luoco abitato prossimo, e però non aveano portato seco da mangiare. Qui terminammo che duoi di noi andassero con detta barca, perchè di piú non era capace; e quantunque ad alcuni paresse bene si dovesse ritener uno de' detti paesani, con dir che saressimo con piú prestezza aiutati, nel vero né a me né agli altri parve d'acconsentirli, per non sdegnar gli animi d'alcuni di loro, dai quali aspettavamo qualche grazia e rifugio. E cosí li nostri duoi andorono in detta barca, e con atti cercavano di farli intendere il bisogno nostro, perchè con parole niuna delle parti si poteva intendere.
E partironsi un giorno di venerdí, rimanendo noi in grande speranza e aspettando che 'l giorno sequente venisseno per noi. Accadette che non apparve né messo né ambasciata, onde la notte del sabbato venendo la domenica dimorammo in grandi sospiri e fastidiosi pensieri, estimando che, per esser la barchetta di piccola portata e troppo caricata, per il cammin si fosse roversciata. Ma la causa dell'indugio processe perchè gli abitatori del scoglio, essendo alle lor pescagioni, non poterono aver notizia del caso e bisogno nostro. Ma sopravenuta la domenica, all'ora della messa, il suo capellano, ch'era todesco, il quale avea parlato con uno delli duoi ch'andorono, il quale era fiammengo, compita la messa fece intendere a tutti il caso, la condizione e nazion nostra, mostrandoli i nostri compagni: e commossi a pietà tutti lagrimorono, e beato colui che prima poté mettersi in via con le loro barchette portando di lor cibi per trovarne, sí che la detta dominica, giorno di somma venerazione e a noi salutifero, barche sei, qual prima e qual ultima, vennero per noi, portandone copia de' suoi cibi. E chi potria stimare quanta e qual fosse l'allegrezza nostra, vedendoci visitar con tant'amore e carità?
Venne con loro il frate suo cappellano, dell'ordine di San Dominico, e con parlar latino dimandò qual fra noi era il padrone: a cui respondendo mi dimostrai per esso. E lui, poi che m'ebbe dato da mangiare de' suoi pani di segala, che mi parveno manna, e da bere della cervosa, mi prese per mano, dicendo ch'io menassi duoi con me: onde elessi uno Francesco Quirini candiotto e Cristoforo Fioravante veneziano, e insieme seguitammo il detto frate. Entrati in barca del principal di detto scoglio, fummo condotti in quello e menati all'abitazione del detto, che pur era pescatore, per un suo figliuolo, per la mano sempre, per esser io tanto debole che non potevo camminare. Entrati nella casa ne venne incontra la madonna con una sua fantesca, e io, ricordandomi del modo che sogliono far alcune schiave grezze quando riconoscono qual sono le sue madonne, mi gettai a terra per volerli baciar il piede: ma lei non volse, perchè commossa a pietà mi condusse al fuoco e porsemi un scodellotto di buona latte. E successivamente ebbi buona compagnia e fui piú degli altri ben visto. È vero ch'io non mi sdegnai, in tre mesi e mezo che vi stemmo, di porgerli aiuto ne' lor bisogni: né alcuna cosa è piú necessaria a chi va per il mondo che umiliarsi nella mente e opere sue.
Gli altri compagni, ch'eran per numero otto, furono condotti e divisi fra lor case. Fu arricordato di duoi ch'erano rimasi nel primo nostro alloggiamento, uno de' quai moritte, l'altro era in estremo, e subito gionto a noi passò di questa vita: e a lui con gli altri morti nel primo scoglio fu data la debita sepoltura, benchè per li corbi la carne d'alcuni fosse devorata. Noi altri fummo raccolti e governati secondo il suo potere con gran carità. Erano in detto scoglio abitato d'anime 120, e alla Pasqua 72 si communicorono come catolici fidelissimi e devoti. Non d'altro mantengono la lor vita che del pescare, perochè in quella estrema regione non vi nasce alcun frutto. Tre mesi dell'anno, cioè giugno, luglio e agosto, sempre è giorno né mai tramonta il sole, e ne' mesi oppositi sempre è quasi notte, e sempre hanno la luminaria della luna. Prendono fra l'anno innumerabili quantità di pesci, e solamente di due specie: l'una, ch'è in maggior anzi incomparabil quantità, sono chiamati stocfisi; l'altra sono passare, ma di mirabile grandezza, dico di peso di libre dugento a grosso l'una. I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perchè sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d'Alemagna. Le passare, per esser grandissime, partite in pezzi le salano, e cosí sono buone. E poi nel mese di maggio si partono di quel scoglio con una sua grapparia grandetta, di botte 50, e cargato detto pesce conduconlo in una terra di Norvegia, per miglia oltra mille, chiamata Berge, dove a quella muda di molte parti vengono navi di portata di botte 300 e 350, cariche di tutte le cose che nascono in Alemagna, Inghilterra, Scoccia e Prusia, dico necessarie al vivere e vestire. E quelli che conducono detto pesce (ch'innumerabil sono le grapparie) lo barattano in cose a lor necessarie, perchè com'ho detto niente vi nasce dov'è la lor abitazione; né hanno né maneggiano moneta alcuna, sí che fatti i suoi baratti se ne tornano adrieto, sempre resalvandosi luoco da poter tor delle legne da brucciare per tutto l'anno e altri suoi bisogni.
Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perchè nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini. Sono (com'io predissi) devotissimi cristiani: non perderiano la festa di veder messa, e quando sono in chiesa sempre stanno in orazione inginocchiati; mai non mormorano né bestemmiano santi, non nominano il demonio. Quando muore alcun loro congiunto, le mogli per li mariti il giorno della sepoltura fanno un gran convito a tutt'i vicini, quali apparecchiansi secondo il lor costume e potere con suntuose e ricche veste. La moglie del morto suo si veste de piú belle e care veste che l'abbia, e serve delle brutte a' convitati, e ricordagli spesso che facciano allegrezza per la requie del defunto. Digiunano continuamente li giorni comandati, e quante feste che vengono all'anno con cristianissima fede l'hanno in venerazione. Le loro abitazioni sono composte di legnami in forma tonda. Usano solo un luminale dritto in mezo del colmo, e l'inverno, per esservi insupportabili freddi, lo tengono coperto con scorze di pesci grandissimi, qual sanno preparar in tal modo che rendono gran lustro. Usano panni di lana grossi di Londra e d'altri luoghi, e non usano pelle se non poche. E per conformarsi con la region fredda, e per esser piú atti al tolerare, nate che sono le lor creature, come hanno quattro giorni le pongono nude sotto il luminale, quello scoprendo acciò la neve li caschi adosso: imperochè per tutto l'inverno, dalli 5 di febraro fino alli 14 di maggio, che fu la nostra dimora, sempre quasi ci nevicava. Quelle creature che scapolano la pueril etade tanto sono cotti e assueti al freddo che grandi poco, anzi nulla lo stimano. Considerisi come noi altri, mal vestiti e non usi a cosí fatta regione, dovevamo comportarci, massime le feste, che andavamo alla chiesa distante da mezo miglio: pur, con l'aiuto del Redentor nostro, il tutto tolerammo nel detto scoglio.
Alla stagione della primavera capitavano innumerabili oche salvatiche, e annidavansi per lo scoglio e piú appresso i pareti delle case; e tanto erano domestiche, per non esserli fatto alcun spavento, che le madonne delle case andavano al covo, e l'oca, levandosi con lento passo, dava commodità che gli fusser tolte l'uova piú e meno come pareva a quelle donne: e ne facevano frittaglie per nostro uso. E come de lí se rimoveva, l'oca ritornava al nido e ponevasi a covare, né per alcun modo ricevevano altro spavento. A noi pareva cosa stupenda, con altre assai che saria lungo narrarle.
Questo scoglio era distante inver ponente dal capo di Norvega, luogo forian ed estremo, perchè è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi, da miglia 70, e basso in acqua e piano, eccetto alcune mote dove sono fabricate le sue casette. Sono appresso quello alcuni altri scogli, quali abitati e quali no, piccoli e mezzani; e questo era da miglia tre per circuito. Nel tempo che vi dimorammo fummo umanamente trattati, secondo il lor potere, mangiando inestimabilmente per duoi mesi di lungo di quelle sue vivande, cioè butiro, pesce, e alcuna volta della carne: né mai ci potevamo saziare, e veramente, se i detti cibi non fussero stati di natura lubrici, noi eravamo morti dal soverchio mangiare. La medicina nostra era latte di fresco munta, perchè ognuno di quei capi di famiglia aveva chi quattro e chi sei vacchette a sostentamento della sua brigata.
Venuto il tempo di maggio, all'uscita del quale sogliono condur il pesce loro nell'antedetto luoco di Berge, si preparorono con quello di condur ancora noi. Ma prima alcuni giorni, pervenuto a notizia di una donna, moglie del principal rettore di tutti gli scogli, il quale da quelle parti era absente, del capitar nostro in quel luogo, mandò un suo cappellano con la sua barca, che vogava a remi 12, e a me come principale portò in nome di detta donna pesci 60 stocfisi indurati al vento, e pani tre grandi rotondi a nostro modo di segala e una fugaccia, dicendo che la causa della venuta era perchè, avendo inteso detta madonna noi esser stati mal trattati da quelli dove ci ritrovavamo alloggiati, che largamente dicessimo in che cosa ne fosse stato fatto alcun torto, perchè del tutto ne farebbe restaurare, comandando a quelli del scoglio che ne facessero buona compagnia e ne conducessino a Berge. Noi, ringraziandola, escusammo l'innocenzia de' nostri ospiti, laudando il suo buon portamento; e trovandomi una corda di paternostri di ambra, che ebbi a San Iacomo di Galizia, la mandai a detta madonna, acciò pregasse Iddio per il nostro repatriare.
Approssimandosi il tempo del partir nostro, per indicio del lor cappellano, perchè era frate predicatore alemano, fummo constretti a pagar cadauno di noi a ragion di due corone al mese, cioè corone sette per uno: e non avendo danari a bastanza, ebbero del nostro tazze sei d'argento, pironi sei e cucchiari sei, la maggior parte delle qual cose pervenne in mano del malvagio frate, forse che non se ne fece conscienzia, parendoli meritare per la sua turcimania, e acciochè nulla ne rimanesse delle robe del sfortunato viaggio. Nel giorno della partenza nostra universalmente da tutti fummo presentati del lor pesce, e al prender licenzia le donne e fanciulli lagrimavano, e noi con loro, venendo il frate con noi per visitar il suo arcivescovo e portarli dell'acquistate robe la parte sua.
Partimoci alla stagione che già era tanto cresciuto il giorno che navigando alla fine di maggio vedemmo per ore 48 il corpo solare, ma andando alla via di mezogiorno e allontanandoci dalla settentrional regione perdevamo per poco spazio il veder di raggi del sole, perchè, ancor che si smarrisse, rimaneva però chiaro il giorno, apparendo in spazio d'un'ora il sole. Ma, come n'affermavano quelli del scoglio della salute nostra (dico del scoglio abitato), per mesi tre dell'anno sempre veggono il corpo solare, com'ho detto per avanti. Onde, navigando noi per molti scogli e sempre per canali alla via di mezogiorno, udivamo grandi strepiti di coccali e altri uccelli marini, ch'avevano i lor nidi per li detti scogli; ma, come veniva il punto di dover dormire, tutti rimanevano in silenzio, e a noi si manifestava il tempo del riposo, ancor che fosse giorno, e allora si mettevamo ancor noi a dormire. Cosí scorrendo per giorni 15 col vento quasi in poppa, di continuo al dretto di monteselli fatti a posta in su le ponte di detti scogli, che n'insegnavano la via netta e profonda, e trovavamo che molti delli detti erano abitati, e venivamo da quelle genti raccolti con pietà, e fatto che gli avea il frate a sapere della condizion nostra, ne porgevan di lor cibi, cioè latte, pesce e simil cose, senza pagamento alcuno.
Avenne che per il cammino s'incontrammo in quello arcivescovo che 'l frate andava a visitare, qual era superiore di tutti quei luoghi e scogli, nominato archiepiscopus Trundunensis, con due suoi belingieri che venivan remorciati: e la sua compagnia era da persone oltra ducento. Li fummo appresentati, e inteso ch'ebbe i casi nostri, condizion e nazione, molto si condolse; offerendoci a noi, scrisse una lettera al luoco della sua sedia, chiamato Trondon, dove è il corpo di s. Olavo, qual fu re di Norvega, perchè ivi dovevamo capitare, per la qual avemmo buona raccoglienza; a me fu donato un cavallo. Dopo molti parlamenti pur del naufragio nostro ci partimmo per seguir il viaggio.
Giunti in Trondon, intendendo il patron nostro che si faceva guerra fra Alemani e il suo signore re di Norvega, deliberò di non andar piú oltra, sí che ne messe in un scoglio appresso Trondon abitato, raccomandandone agli abitatori di quello, e lui ritornò adietro. Il dí sequente, che fu il dí venerandissimo dell'Ascensione del nostro Signore, fummo condotti in detto luogo e menati ad uno ornatissimo tempio di S. Olavo, dov'era il rettor con tutti gli abitatori, e quivi stemmo alla messa. Finito l'officio fummo presentati al detto rettore, facendoli intendere con cui eravamo lí capitati: con maraviglia e pietà m'interrogò s'io sapevo parlar latino; li dissi di sí. Prima convitatone tutti ch'andassimo a disinar con lui ne l'ora che manderia per noi, ne fece ritornar in chiesa, dove dimorammo per poco spacio; poi venne un canonico, col qual andai ragionando della condizion e stato nostro, che stupido il faceva rimanere. Giunti a casa del detto rettor, trovammo che l'avea convitati molti del luoco, insieme con altri chierici paesani: e quivi umanissimamente ne ricevette, facendone un convito di piú vivande a lor modo, benchè attendessino li paesani ch'erano lí presenti piú al mirarne e interrogarne che al mangiare. Funne dipoi provisto d'alloggiamento per dormire, ma di continuo dal detto rettore e altri canonici avessimo il mangiare copiosamente.
Io, che ad altro non pensavo che di venir a casa, il giorno seguente dimandai consiglio e aiuto come dovessimo far per addrizzarci verso l'Alemagna over Inghilterra, perchè secondo che meglio a lor paresse cosí eravamo per fare. Dopo molte parole fu concluso che per piú sicurtà della guerra e per non passar tanto mare, e per aver soccorso e aiuto alle nostre miserie, che dovessimo andar a trovar uno messer Zuan Franco, cavaliere fatto per il re di Dacia, della nostra nazione, il qual abitava in uno suo castello nel regno di Svezia distante per giorni cinquanta. Onde dopo giorni otto dal giunger nostro al Trondon ci partimo, dandone una guida il rettore con duoi cavalli; e all'incontro di miei pesci ch'io li donai, e uno sigillo e centura d'argento, mi dette spironi, stivali, capello e una manaretta ad onor di s. Olavo, che l'aveva per sua divisa sopra la sua arma, bolze di cuoio, alcune renghe e pan, con fiorini quattro di Rens. Oltre di ciò avemmo per parte del reverendo arcivescovo un altro cavallo, sí che ci mettemmo a cammino persone dodici con la guida e cavalli tre, e giorni 53 camminammo verso levante sempre, e di continuo avendo giorno, capitando quando in cattivo e quando in peggior alloggiamento, bramosi massimamente di pane. E in piú luoghi macinavano nel pistrino scorzi d'arbori tagliati a sonde a modo di zucche, e componendoli con latte e butiro facevano come fugaccine, quali usavano in luoco di pane; e ne davano latte, butiro e formazo, e da bere l'acqua del latte agro. Pur trascorrevamo il cammino, e alcuna volta c'imbattevamo in migliore alloggiamento, trovando cervosa, carne e altre cose necessarie. D'una cosa trovammo copia, cioè di caritativi e amorevol ricetti, sí che in ogni luogo fummo ben visti.
Per il reame di Norvega sono rarissime abitazioni, e molte volte capitavamo all'ora del suo dormire: benchè non fosse notte, pur era il tempo della notte. La guida nostra, che sapeva il modo e il lor costume, apriva l'uscio dell'ostaria, e trovavamo la mensa con le sedie a torno, fornita di cussini di cuoio con buona piuma, che serviva in luogo di stramazzo, e trovando tutto aperto ci prendevamo da mangiare di quello che vi era, poi ci mettevamo a posare. E molte volte intravenne che i padroni delle case venivano a riguardarne quando dormivamo, e rimanevano con stupore. Sentendoli poi la guida, parlando con loro li faceva intendere la nazione e casi nostri, e commovevansi a pietà e maraviglia, e ne portavano da mangiare senz'alcun pagamento, sí che persone dodici e tre cavalli furon nutriti per tutto il cammino di giornate cinquantatre con l'amontar di fiorini quattro che a Trondon ne furon donati. In questo cammino ritrovammo monti e valli aridissime e spaventose. Il forzo degli animali, come caprioli e uccelli, cioè francolini e pernici, erano bianchissimi quanto la neve, fagiani grandissimi quanto oche. Vedemmo nella chiesa di S. Olavo, a piè della sedia metropolitana, una pelle d'orso bianchissima, di lunghezza di piedi quattordici e mezo. Altri uccelli, zirifalchi, astori, falconi di piú sorti, sono bianchi oltra il natural suo, e questo per il grandissimo freddo di quella regione. Per tal cammino, già dismentichevoli di nostri infortunii e allegri, ci appropinquammo quattro giornate appresso a Stichimborgo, castello dov'era il prenominato messer Zuan Franco. Ma prima capitammo in un luoco nominato Vastena, nel qual nacque s. Brigida, la quale constituí una regola di donne e cappellani d'osservanza devotissima: e a suo onore nel detto luoco li reali e principi di ponente fecero fabricare una nobilissima e stupenda chiesa, nella quale numerai altari 62, e la copertura di quella era tutta fatta di rame. Quivi sono donne monache devotissime, con lor cappellani osservanti di detta regola. Nel detto monasterio fummo raccolti come forestieri e bisognosi, perchè è ricco e abondante, e per uso pio danno rifugio a' poveri: e cosí ancora noi dettero da vivere abondantemente. Due giorni dipoi ci aviammo per ritrovar il compatriota nostro messer Zuan Franco, dove giugnemmo in spazio di quattro giorni: e quanto a noi fusse di conforto a vederlo niuno è che considerar lo potesse. Né men fu allegro il detto messer Zuanne a vederne, il qual si dimostrò molto cortese e pietoso verso di noi, poi che per relazion nostra ebbe notizia di casi e naufragii nostri, e pose tanta diligenzia e fervore in racconfortarne e darne aiuto che piú dir né stimar si potrebbe, perchè era per costume e per natura cortesissimo e liberalissimo. Dico che per giorni 15 che dimorammo con lui ognuno cercava di ben trattarne con opere e con parole, in modo che nelle nostre proprie case non aressimo potuto aver meglio i nostri commodi.
Approssimandosi il tempo che per devozione di certa indulgenzia alla chiesa di S. Brigida già nominata in Vastena innumerabili cristiani e di lontane provincie sogliono andare, il valoroso messer Zuane a nostro conforto e instruzione disse ch'avea deliberato di voler andar e menar ancor noi al detto perdono, non solamente acciò pigliassimo l'indulgenzia, la quale era grande, ma per veder il concorso di tante devote persone, e per aver notizia se in alcuna parte maritima si trovavano navilii ch'andasseno verso Alemagna o Inghilterra, luoghi dove per necessità del nostro repatriare ne conveniva capitare. E cosí avenne che al tempo debito con lui andammo, accompagnati dalla sua famiglia, che passava cavalli cento benissimo in punto, e partimmo andando ogni giorno in commodissimi alloggiamenti de' luoghi sottoposti al detto messer Zuane. Durò l'andata nostra 5 giornate, e veramente, cosí nel suo castello come ne' suoi villaggi del cammino, fummo magnificamente e splendidamente trattati. Giunti in Vastena la vigilia del perdono, trovammo nel vero un concorso d'innumerabili persone di diverse nazioni: molti cavalieri con le loro famiglie passati di Dacia, luoghi distanti oltra miglia 600; altri d'Alemagna, d'Olanda, Scocia, che son oltra il mare; similmente di Norvegia, Svezia, assai genti venute per terra. Quivi intendemmo che in Lodese, luoco maritimo distante a giornate otto, si trovavano due navi, una per Alemagna, cioè per Rostoch, l'altra per l'isola d'Inghilterra: della qual cosa fummo molto contenti e allegri. Sí che, restati fin il dí sequente della festa, che fu il primo d'agosto, devotamente ricevemmo il perdono; tolta poi adí 3 del detto licenza dal prefato magnifico cavalier, qual n'abbracciò tutti con tante dolci e amorevol parole che tutti piangevamo, ne consegnò ad un suo figliuolo nominato Mafio, giovane molto costumato e amorevole, comandandoli che ne conducesse a Lodese. E vedendomi alterato alquanto di febre, mi volse quel valorosissimo cavalier per piú mia commodità dar un suo cavallo portante notabilissimo, e di andar tanto soave che non viddi mai il simile: e ben mi fu necessario per l'augumento del detto accidente, perchè altramente averia fatto molto male.
Giunti in Lodese alloggiammo in una sua casa propria che aveva quivi con possessioni, sí come anco in Vastena, dove dal figliuolo fummo governati secondo il solito suo e paterno costume, dimorando piú giorni per aspettar la partenza delle dette navi. Pur venne il tempo che quella si partí per Rostoch, luogo d'Alemagna, con la quale se n'andorono Nicolò di Michiel mio scrivano, Cristoforo Fioravante uomo di consiglio e Girardo dal Vin sescalco, rimanendo di noi otto, che poi adí 14 di settembre ci partimmo per Inghilterra, forniti dal prefato Maffio di tutte le cose necessarie. E come piacque alla bontà divina per otto giorni e notti tanto ne fu favorevole e soavissimo il vento che noi passammo in Inghilterra al luogo di Lisla, ch'è nell'estrema parte verso tramontana dell'isola; nel qual luogo il buon parone ne appresentò al suo parzionevole, uomo ricco e da bene, il qual, intese ch'ebbe le condizion nostre, ne raccolse con tanta carità che piú non averebbono potuto far i piú propinqui parenti. Qui dimorammo due giorni e due notti; dipoi con suo favore, dandomi nobeli quattro, ne messe in via d'andar a Londra.
Ma non voglio tacer quel che m'avenne quando io dismontai di nave in terra a Lisla: parendomi esser uscito del profondo dell'inferno, fui ripieno di tanta allegrezza e divozione che per quella notte, ringraziando Dio e per tenerezza lagrimando, mai mi potei addormentare. Partitici da Lisla, andando con un bato su per una fiumara, aggiungemmo a Cambris, terra grande dov'è studio di piú facultà. La domenica, andati alla messa ad un notabile monasterio, mentre udivamo la messa un monaco di detto luoco, dell'ordine di S. Benedetto, mi venne a trovar, parendogli ch'io fussi sopra gli altri, dicendomi in latino che dopo la messa voleva parlarmi. La qual finita che fu, senza dimora venne e menommi solo in una parte remota di detta chiesa, e poi che 'l m'ebbe interrogato della nazion mia e di casi intravenuti, mi porse scudi sedici in mano, dicendo che ancor lui voleva andar al santo Sepolcro, e che capiteria in Venezia e veniria a trovarmi. Accettata la detta elemosina e fattili li debiti ringraziamenti, mi parti' e fui a confortar i miei compagni, alli quali dissi il tutto; e pagata ch'ebbi l'ostaria con questa elemosina, tutti allegri cominciammo di nuovo a ringraziar la divina clemenzia, che pur un giorno, dopo partiti dal scoglio deserto, posto che vi fosse mancamento di danari e di roba, mai non patimmo carestia di mangiare, ma sempre a luoco e tempo la grazia ne era preparata. Speriamo adunque in Dio e facciamo bene, che mai non ne potrà mancare.
Partiti da Cambris il sequente giorno capitammo a Londra, dove poche ore avanti capitò il mio nocchiero con due altri. E datosi a conoscere a quei signori mercatanti della nazion nostra, e dittoli della mia venuta, messer Vettor Cappello con gli altri ne vennero incontro lontan da Londra per piú miglia aspettandomi. E quando a lor fui giunto, quanta e qual fosse l'allegrezza nostra ogni persona discreta lo può comprendere, perciochè, abbracciandomi e con tenerezza lagrimando, parve loro d'aver recuperato il perduto, e a me d'esser resuscitato da morte a vita: e non altrimenti mi condussero e riceverono nelle lor case, con tutti gli altri ch'erano in mia compagnia, che se gli fussimo stati lor proprii e amati fratelli. Il gentilissimo e d'ogni virtú ornatissimo messer Zuan Marcanuova, venendo a mia visitazione, perch'io non potevo andar fuori, similmente mi strinse con grande affetto e amorevolezza, mi abbracciò, poi menò seco i bisognosi nobili nati in Candia che in mia compagnia si ritrovavano, cioè messer Francesco Quirini e messer Piero Gradenico suo nepote: i quali veramente non potevano capitar meglio, perchè si ritrovavano infermi e ruinati della persona in tal modo, per il lungo viaggio, che, se non fosse stata una cosí amorevole e pietosa accoglienza, incorrevano a pericolo di morte. Ad essi adunque in quella casa con ogni diligente studio e carità fu provisto via piú di quello ch'era a bastanza a' suoi casi. Io ancor dove rimasi, che fu la casa del valoroso messer Vettor Cappello, e in compagnia di messer Ieronimo Bragadin, umanissimi e cortesi, ebbi tanto abondantemente i miei commodi che piú desiderar non aria potuto: s'ingegnavano, insieme con gli altri mercanti, con ogni modo e via di confortarmi e aiutarmi, acciò che io potessi riaver la mia salute. O Signor Iddio, quante sono le tue grazie e doni a noi nel tanto travaglio, pericolo e sinistri concessi, che da una estrema miseria e calamità ne reducesti a tanta abondanzia d'ogni bene! Questo io sento col cuore, dicolo con la lingua, e mettolo anco in scrittura.
Dapoi alcuni giorni si volse partir parte di miei compagni, che fu il nocchier Bernardo dai Caglieri e Andrea di Piero da Otranto marinari, per andar a far suoi voti, e io rimasi con Nicolò, fidel famiglio, e Alvise di Nasimben penese in casa di detti signori, e similmente il Quirini e Gradenigo. A quelli che si partissero fu dato danari, per modo che non patirono alcuni incommodi nel cammino.
Dimorammo noi rimasti in Londra circa mesi duoi, contra il voler nostro, sforzandone i nobilissimi e amorevoli mercatanti, perchè a lor pareva che fussimo ancor troppo deboli e non ben fortificati. Fummo dapoi tutti vestiti e messi in punto secondo il grado nostro, e volendo che io con gli altri riconoscessi in dono vestimenti e danari datine per le cavalcature e viaggio, io ringraziandoli non volsi per modo alcuno, assegnandogli la ragione. Li pregai bene che in luoco nostro avessero per raccomandati gli altri compagni, come bisognosi. E venuto che fu il tempo della partenza nostra da Londra, avendone provisto di cavalcature e guida, mi aviai insieme col nobile messer Ieronimo Bragadin, uno di nostri benefattori, e passato il mare si separorono dapoi dalla mia compagnia alcuni marinari per andar a' suoi voti, e messer Francesco Quirini, Piero Gradenigo, nobili candiotti, quali fecero altra via incognitamente. Loro e noi trascorremmo l'Alemagna, andando messer Ieronimo e io per la via di Basilea, e in giorni 24 giugnemmo al desiderato porto della patria nostra dell'alma città di Venezia, dove fu consumata e approvata l'esaudizione fattami per il misericordioso Iddio, intercedendo il glorioso santo Agostino, la cui orazione per giorni quaranta avevo devotamente a ginocchi nudi detta avanti il Crocifisso, con ferma speranza e fede d'esser esaudito, la qual comincia: "O dulcissime Iesu Christe Deus verus, etc.". E la mia dimanda conteneva che 'l Signor Dio mi concedesse grazia di ritornar a casa sano e ritrovar i miei vivi in simile stato: e cosí m'avenne, sí che laude e gloria incessabilmente sia riferita al Signore in secula seculorum. Amen.

Il fine del viaggio e naufragio del magnifico messer Pietro Quirino.


Naufragio del sopradetto messer Piero Quirini descritto per Cristoforo Fioravante e Niccolò di Michiel, che vi si trovarono presenti.

Ancora che per infiniti esempi, sí antichi come moderni, ogn'ora siamo esortati, nella misera e travagliata vita di noi marinari, che dobbiamo sempre aver la mente e animo drizzato al nostro Signor messer Iesú Cristo e in quello metter ogni speranza; vedendosi nondimeno che per esser mal allevati e nodriti, o per natural inclinazion che abbiamo sempre al male, le dette esortazioni poco giovarne, acciochè con la viva voce e testimonio proprio vediamo di commover questi animi indurati e poco devoti, n'ha parso esser conveniente officio di far memoria e non lassar andar in oblivione un pietoso e crudel viaggio pieno d'innumerabili ed estremi casi, occorsi ad una cocca veneziana sopra la qual noi eravamo, di portata di botte 700 e piú, carica di vini, specie, cottoni e altre mercanzie di gran valuta, fatta d'ancipresso e armata in Candia d'uomini 68 per andar verso ponente, il patron della qual era messer Piero Quirini, gentiluomo veneziano, nel 1431. La qual, dopo molti disagi, infortunii e mancamenti occorsili dal partir suo di Candia fino in ponente, alli 6 di novembre del detto millesimo capitò alla bocca di canali di Fiandra, e trascorse larga delli detti per fortuna da sirocco alla volta di maestro circa miglia 140, scorrendo ogn'ora sopra l'isola di Ussenti, dove d'accordo dicemo noi, Cristoforo Fioravante e Nicolò di Michiel, che a mezodí tentammo con il scandaglio il fondo del mare e trovammoci in passa 55 d'acqua, e poi verso la sera di nuovo il cercammo e trovammoci in passa 90 e piú. Ma la fortuna e rabbia de' venti era tanto grande che ne ruppe cinque cancare del nostro timon, ch'erano appiccate all'asta d'essa nave, benchè parte di maschi di quella fussero spezzati. E per aiutar esso timon ci sforzammo di ridurlo e farlo star al suo luogo per forza di nizze, cavi e stroppe, il che si faceva con grandissima difficultà: e nondimeno la nave andava sempre verso ponente maestro con vento di levante.
Alli 11 del detto mese ci trovammo trascorsi circa il fin dell'isola d'Irlanda, dove incontrammo due navi dalle Schiuse cariche a Baia di sale che tiravano in Irlanda, alle qual ci sforzammo d'accostarci per darli lingua: e con difficultà ad una sola potemmo porger alcune poche parole, e ci accorgemmo ch'ancora le dette avean voglia di parlarne, e se l'impeto della fortuna non n'avesse obstato l'un con l'altro averia soccorso alli suoi bisogni. Ma, come dapoi intendemmo, una di dette navi capitò male.
Alli 12 all'alba, non restando, anzi ogn'ora piú aumentandosi la fortuna, con tanto impeto e furor cargò sopra il timon già indebolito che li ruppe ogni suo ritegno, di sorte che l'andò alla banda, dove noi per ultimo rimedio gli attaccammo una grossa tortizza, con la qual tre dí cel tirammo dietro, non li possendo far altro: nel qual tempo per arbitrio nostro ci parve che scorressimo miglia 200 e piú contra nostro volere.
Alli 15 la mattina, essendo il vento e mar alquanto bonazzato, con grandissimo nostro affanno tirammo in nave il detto timon, sperando col tempo, essendo acconcio, d'adoperarlo; e per allora fabricammo di legname due spere over retegni, con li qual potessimo contrastar alla seconda dell'acque e venti, li quali contra il voler nostro conducevan tutt'ora la nave alla traversa, non potendo adoperar la vela gonfia in alcun nostro proposito.
Scorremmo con questi travagli da dí 20 fin 25 novembre, a punto la notte di s. Caterina, nella qual le palle di duoi postizzi timoni, ch'avevamo fatto essendone mancato il vero governo, ci furon dal vento e dal mare con gran furia fracassate e rotte. E oltra di questo ci levò collo la maggior parte del quartier sopravento dalla banda destra, dove all'alba fu necessario lassar l'antenna e quel poco resto della vela ch'era rimasa, e rimettemmo una seconda vela per necessità: non però che fosse bastante a tempi di tanta rabbia e fortuna. Poi levammo via l'aste di duoi postizzi timoni, e con molti pezzi di legni ne fabricammo un altro, che piú presto ombra che vero timon si poteva chiamare, e lo mettemmo al luoco suo per governo: ma non poté durar se non fin alli 26 novembre, che l'impeto del mare ne lo portò via del tutto, sí che rimanemmo privi d'ogni speranza di governo.
Alli 27, trovandone tutti dolenti e angustiosi, vedendone tutt'ora rappresentar la morte, non sapendo che fare deliberammo di sorger con l'ancore, e avendo tentata la distanzia del fondo col scandaglio, ci trovammo esser la mattina in passa 80, e sperando di piú bassezza verso la sera, ci trovammo in passa 120 alti dalla rena. Onde ne parse di non aspettar piú di far questo effetto, e attaccammo alla maggior ancora tre nove e grosse tortizze, una in capo dell'altra, per lunghezza capace a tal distanzia di fondo, e gettatala in mare stemmo attaccati fortemente, di continuo travagliando la nave per gran spazio di tempo. Poi, vedendo incrudelirsi piú la fortuna, la qual faceva fregar tanto la detta tortizza alla banda della nave che li fili eran frusti, e la tortizza fatta debile che piú non poteva durare, e perdendo ogni speranza di ritegno, ne parse di tagliarla. E cosí facemmo, lassandola insieme con il ferro nel mare; e la nave in abbandono andava dove la furia di venti e mare la menava, con grandissimo spavento di cuori nostri.
Adí 29 detto, non cessando per modo alcuno la fortuna, anzi tutt'ora crescendo, un groppo di vento sforzevole piú dell'usato ci levò via la seconda vela dell'antenna, onde tutti attoniti e smariti ci sforzammo di nuovo, delle strazze della prima e di questa seconda, di avilupparne un'altra, piú presto segno che vela, e la mettemmo meglio che fu possibile sopra l'antenna, con la quale andammo errando or qua or là, dove il mar ne portava, fin alli 4 di decembre, che fu il giorno di santa Barbara.
Alli 4 di nuovo s'incrudelí tanto la rabbia del vento che ne portò via del tutto questa terza vela, e cosí nudi e spogliati di vela e timoni andammo alla ventura fino alli 8 dí, sempre errando senza saper farli provisione alcuna per la salute nostra. Dapoi sempre crescette il vento di levante, e con tanto impeto e forzo che 'l mar si cominciò a levar cosí alto che l'onde parevan montagne, e molto maggiori che mai per avanti le avessimo vedute, con l'oscurità della notte lunghissima, che pareva ch'andassimo nel profondo d'abisso. Qui si può pensar quanta era l'angustia e tremor nei nostri cuori, perchè, ancor che fussimo vivi, ne pareva in quel instante esser morti, aspettando ogn'ora la morte, la qual vedevamo presente. In queste tenebre si vedeva alle fiate aprir il cielo con folgori e lampi cosí risplendenti che ne toglievan la vista degli occhi; e ora ne pareva toccar le stelle, tanto la nave era portata in alto, ora ci vedevamo sepolti nell'inferno, di sorte che tutti attoniti avevamo perso il poter e le forze, né altro si faceva per noi se non che con pietà uno riguardava l'altro.
E scorrendo con tant'impeto per molte ore, alla fine un collo di mare ne sopragiunse con tanta furia sotto vento alla nave che l'acqua v'entrò dentro e l'impitte quasi meza, per la qual già indebolita s'ingallonò e mostrò carena. E veramente quella era l'ultima ora e fin nostro, e certo eravamo inghiottiti dal mare, se non fusse stato il nostro Signor Iesú Cristo, che non abbandona quelli che pietosamente lo chiamano, che porse tanto vigore e forza nelli animi nostri afflitti che, vedendo la nave in cosí pericoloso termine piena d'acqua, né poterla per forza umana buttar fuori, deliberammo di tagliar l'arboro, e con l'antenne e sartie buttarlo in mare. E cosí facemmo, e la nave alleggerita respirò alquanto; e noi allora, preso ardire, cominciammo a buttar fuori l'acqua, la quale con gran nostro affanno e sudore alla fine vincemmo. Di questa maniera andammo scorrendo quella lunghissima notte, e venuto pur alquanto di giorno, il nostro generoso e constante patron, vedendo la sua nave spogliata d'ogni armizzo e instrumento, qual avea fabricata e adornata con tant'allegrezza, soprapreso da un dolor e affanno inestimabile che lo faceva attonito e fuor di sé, considerando che piú non vi era rimedio di poter scapolar la vita, andando errando dove il vento e mar ne menava, pur alla fine sforzatosi, non mostrando perturbazion alcuna nel viso né nel parlare, ancor che 'l cuor li fosse trafitto e se li vedessin le lagrime agli occhi, con voce salda voltatosi verso di noi ne cominciò a parlar in questo modo:
"Carissimi fratelli e uniti compagni in cosí estremo e orribil caso, poi che per li nostri peccati è parso a colui che solo può l'anime nostre salvare e per questa via purgarle di condurne a questo miserabil passo, vi prego che con tutto il cuore debbiate levar la mente vostra verso nostro Signore, qual per amor nostro venne in questo mondo a patir la morte con tanta e sí crudel passione, pentendovi di tutt'i vostri peccati e raccomandandovi alla misericordia sua, acciò che, come l'ora venghi dell'uscir di questa nostra misera e afflitta vita, la qual vedo approssimarsi, la maestà sua in questo nostro transito ne riceva nelle benigne e piatose sue braccia". E quivi, mancandoli la voce, s'ingroppò d'una estrema tenerezza di cuore e stette un gran pezzo che non poté parlare, non mostrando però segno alcun di dolore: solum se gli vedeva correr le lagrime dagli occhi.
Alla fine, riavutosi, con la medema costante voce andò drieto continuando: "Considerato adunque i nostri spaventevoli termini nelli quali ci troviamo, io comprendo chiaramente che stando in nave è star in man d'una morte certa, e noi di noi medemi saremo omicidi, perchè, ancor che restassino i venti e il mar si abbonacciasse, non abbiam però da vivere per piú di 40 giorni, rispiarmando e allungando quanto sia possibile la mesa che ci troviamo; la qual finita, ci vederemo subito morire tutti ad un tratto, essendo privi d'ogni soccorso e aiuto di poter navicar con questo corpo di nave, che senza arbori, vela e timon si può chiamar morto. Ma se noi l'abbandoniamo con quel poco che ci è restato di vivere ed entriamo nelle due barche che sono qui in nave, non però scapoliamo l'impeto del mare, al quale bisogna obedire, ma noi avemo in quelle governo e vele da poterne guidar dove conosceremo esser la nostra salvezza, e non esser condotti or qua or là contra il voler nostro: e però, quando piacesse al nostro Signor Dio di darne un poco di bonaccia, che saria segno d'esser placato verso noi miseri peccatori, a me pareria, quando a voi ancor cosí piacesse, che preparassimo la barca e schiffo di quel poco di viver che ci è rimasto, e quello equalmente partire". A queste ultime parole avendo tutti piangendo risposto d'esser contenti, egli continuando disse: "Però con vostro consenso comando a te, Nicolò di Michiel scrivano, che secretamente debbi tuor in nota il nome di quelli che vogliono montar sopra del schiffo e sopra la barca". E immediate si dettero in nota persone 45 di voler montar sopra il schiffo, qual era capace solum d'uomini 21, e però fu necessario di buttar per sorte chi vi doveva montar suso: e cosí fu fatto, e quello preparorono e misero in ordine, e il simile fecero della barca, nella qual entrò il patron con uomini 47 salvati fin allora.
Alli 17 decembre, mitigatosi alquanto la furia di venti, parse a tutti esser tempo atto di lassar la nave e montar nelle barche. Ma il timon, ch'era sopra coperta disteso, ne impediva che non le potevamo buttar in mare, onde fu forza tagliarlo e farne tre pezzi, e quelli gettar fuori. Ma il giorno era tanto curto che in un momento si vedeva la notte, onde fu forza d'aspettar il giorno di 18, nel qual si trovò il mar piú bonacciato. E allora cominciammo a voler alzar in alto la barca e schiffo, ma, non avendo l'arboro, fu forza di pigliar l'arguola del timon e, quella con sartie e taglie acconciata, ci mettemmo a voler levar la barca: ma, non potendola alzar tanto alto che la non rimanesse obligata dentro della banda del vivo della nave, ne fu forza di tagliar di detta banda non manco di due braccia per altezza e molto piú per lunghezza, e a questo modo le gettammo in mare salve. E dovendoci partir l'un dall'altro, si contristorono tutti i nostri cuori, e ci cominciammo ad abbracciar e baciar con infinite lagrime, sospiri e singulti: ed erano tanto serrati e contristati i nostri spiriti che non era possibile di mandar fuori parola alcuna, se non guardarsi piangendo.
Montorono nel schiffo i 21 a cui era toccata la sorte, e li fu data per rata secondo la porzione della mesa rimasta biscotti, anzi frisoppi, circa lire 300, formaggio candiotto lire 80, persutti lire otto, sevo da ripalmare lire 40, oglio circa lire due e non piú; ma ben vi mettemmo carrattelli sette di vini tiri, ch'è una sorte di malvasia, che di piú la ditta fusta non era capace. Similmente nella barca entroron uomini 47, computando il padrone, alli quali per rata toccò la lor parte di vettovaglia, aggiuntovi un poco di gengevo verde in sciroppo e sciroppi di limoni, con alquante poche spezie che furon tolte. Noi eravamo per arbitrio nostro distanti dalla piú prossima isola o terren da miglia 500 o piú dal capo sotto vento dalla parte di tramontana, e navigammo di conserva nel tranquillo mar quel poco di giorno con li nostri 21 compagni, consolandoci visto il principio di sí piana fortuna. Ma nel far della notte si levò una nebbia con oscurità che ne fu nunzio della mala sorte e fine che dovevano aver i compagni del schiffo, quali perdemmo di vista né piú li vedemmo.
Alli 19, apparsa l'alba e non vedendo alcun segno del schiffo, ne fece dubitar della lor morte, onde gli animi nostri molto si conturborono dubitando di quello che doveva intravenire, perciochè s'incrudelirono i venti per tal modo ch'un colpo di mare sí impetuoso saltò nella barca dietro della popa, dove noi Cristoforo e Nicolò eravamo assentati, che per forza del suo furore si piegoron due falche, che lasciorono segno d'insupportabil affanno, per modo che la barca era piú carica del peso dell'acqua che del suo proprio. Onde per aiutarla corressimo tutti a cavarla a mano, e, dalla paura e necessità constretti, ne conveniva gittar fuori per libarla tutto quello, o con acqua o senza, che piú pronto e commodo ne veniva alle mani. Riseccata la barca, subito s'accorgemmo d'aver in questa fortuna buttato via la maggior parte del vino, e che ci trovavamo in tanta estremità che, se volevamo gustarne per rivigorar gli affannati sensi, non toccava a cadaun per rata piú d'una tazza al giorno, e chi piú voleva bere gli conveniva pigliar dell'acqua del mare: e durò questa misura otto giorni e non piú. Dipoi, accortisi di maggior bisogno, ci riducessimo a maggior estremità, restringendo la rata nostra a meza tazza il giorno. Né alcuno di noi poteva fissamente dormire, per li varii dubbii e pericoli che sempre ne stavano presenti. Stavamo di continuo, giorno e notte, quatro o sei di noi, chi al timone e chi alla sentina, stando sempre fermi e dritti, dandoci il cambio: dove pativamo freddo senza comparazion molto maggiore di quello qual già fu non sono molti anni in Venezia, quando tutt'i canali erano giacciati, che da Margara a Venezia passavano sopra il ghiaccio non solamente gli uomini e le donne, ma buoi, cavalli, carri e carrette in gran quantità, con admirazione di tutto 'l popolo, conciosiachè quella regione sia senza comparazione molto piú fredda del paese d'Italia. Or considera che stato era il nostro, ritrovandoci alla scoperta con pochi panni, non avendo da mangiar né da bere né altra cosa necessaria al viver umano, salvo pochi frisoppi avanzatici, e le notti di ore 21 l'una, pur oscure. Per il qual freddo cominciavamo a perder i sentimenti de' piedi, e a poco a poco tal freddo intenso occupava tutto il corpo, accendendone d'una canina e rabbiosa fame, tal che cadaun cercava di divorar ciò che piú accanto e prossimo avesse in qual parte potea, pur che far lo potesse con quel debole e poco vigore che gli era rimaso. Poi, sopragiungendoli la morte, lo vedevi crollar la testa e cader immediate morto.
Nei quali disagi, di 47 uomini che in questo termine ci ritrovavamo, ne spirorono 26: e non è cosa di maraviglia, non potendo aver alcun soccorso; anzi è divino miracolo che ne sia rimasto vivo alcuno, e quelli pochi che siam restati è solamente per far memoria di sommamente esaltare la divina potenzia. Li quali 26 morirono dalli 23 di decembre fino alli 5 di gennaio, quando uno, quando duoi e piú al giorno, e li davamo il mare per sepoltura.
Adí 31 decembre, mancatone in tutto il vino e vista la cruda esperienza di nostri 26 compagni, che per bere dell'acqua del mare morirono, la necessità ne fece buon stomaco, cioè di pigliar della nostra urina per spegner la sete. E già vi erano di compagni usi a torne in abondanzia, perchè, mancatali l'abondante copia del vino, non potevano tolerar la sete, non che scacciarla, anzi avevano per somma grazia di poterne impetrar da' compagni, de' quali ve ne furono alcuni che la negavano al piú suo propinquo per riservarla a se medemi. Vero è che alcun di noi cautamente la mortificava con alquanto siropo di gengevo verde o di limoni a caso rimastici, durante questo fin al quinto di gennaio, ogn'ora piú usandoci a maggiori estremità.
Adí 3 di gennaio 1431 avemmo vista del primo terreno, il che ne porse somma speranza, avenga che fosse molto distante, dove vedemmo alcuni scogli sopravento colmi d'infinita neve, alli quali, per esserne i venti contrarii, non potemmo accostarci con la vela, e manco con li remi, per esser le nostre braccia grandemente indebilite: onde pur ci afforzavamo d'appressarvici secondo il vento, ma, per la correntia dell'acqua trapassandoli del tutto, li perdemmo di vista.
Adí 5 del detto avemmo vista d'un piú alto scoglio sotto vento, il quale scorrendo, subito ci afforzammo di accostarvici, benchè scorremmo per alquante ore. E visto noi esser soprani allo scoglio pur lontano, allargammo la vela per andarvi, talchè circa le tre ore di notte vi fummo appresso, e forse troppo: ma mediante il lume della divina clemenzia s'accorsero quelli da proa dell'occulto e sassoso scoglio, onde subito fu ordinato a quelli del timon che dovessero tirare a poggia. Noi ci trovavamo in grandissimo pericolo di manifesto e certo naufragio, per esservi sotto sassi infiniti che ne facevan spaventar, perciochè eravamo entrati fra due scogli in un luogo che a torno a torno era petroso e innavigabile; nel qual punto essa misericordia di Dio, per salvarne, subito mandò un colpo di mare senza rottura, il qual a peso ne cavò salvi fuori di quella concavità, benchè per questo cargasse la fusta di molta acqua, la qual subito riseccammo. Il che veramente conoscemmo esser dono del Signor Dio, che secondo i bisogni nostri e casi estremi ne porgeva ardire, vigor e sapere, del corpo come della mente.
E andando alla via d'uno piú alto scoglio, avemmo vista d'una valle posta fra duoi prossimi monti, nella qual volendo entrare, circa la quarta ora di notte, i crudel venti non ne lasciavano. E accesi di grandissimo desiderio di smontar in terra, ripigliammo vigore e a forza di remi e col divino aiuto entrammo nella detta valle, a punto nel men dubbioso luoco, quasi nel suo principio, nel qual subito che si sentí toccar con la fusta la rena, cinque de' nostri compagni, piú desiderosi del bere che d'altra recreazione, saltorono in acqua senza riguardo alcuno, ancor che fosse molto alta, e s'aviorono verso la neve, e tanta n'inghiottirono ch'era cosa incredibile. Poi a noi ch'eravamo rimasti in barca per defenderla dal batter del mare ne portorono gran quantità, della quale con grande avidità ne pigliammo ancor noi fuor di misura.
E discorrendo secondo i nostri iudicii, che avendo scorsi con questa fusta giorni 18 dal dí che ci partimmo dalla nave fin questo dí 6 di gennaio, sempre camminando fra greco e levante, e non di minor vento che di sei miglia per ora, noi eravamo trascorsi da duoimila e cinquecento miglia e piú, senza mai veder terreno alcuno.
Adí 6 di gennaio, a punto il solenne giorno dell'Epifania, smontammo in terra 19 di noi in questo disabitato e arido luogo, chiamato l'isola di Santi, in la costiera di Norvega sottoposta alla corona di Dacia, lassando duoi altri alla guardia della debole barca, acciò dalle percosse del mare non fosse rotta. E quivi smontati col favor d'un remo c'ingegnammo d'accender fuoco, e con la casettina del fucile ci riducemmo nel men scoperto luogo da' venti: e visto il fuoco la natura pur prese alquanto di vigore. Ma questa prima notte, per li già patiti disagi, tre di nostri compagni smontati in terra morirono, e li due compagni ch'erano rimasi in barca, visto che niuno andava né andar poteva a darli aiuto né scambio, abbandonarono la barca con li suoi coredi, e tremanti, freddi e mezi morti ne vennero a ritrovare, dove pur alquanto si scaldorono. Vista per noi l'estrema nostra calamità, e comprendendo quest'isola esser disabitata, e accorgendoci chiaramente, per li fumi e fuochi che noi vedevamo, ch'altra isola ch'era appresso a noi cinque miglia era abitata, noi 18 rimasi deliberammo d'andar a quella. Ed essendo rimasa in abandono la nostra barca, il mar l'avea molto battuta, onde cercammo restoppiarla e calefattar al meglio potemmo, ritornandovi dentro quei pochi armizzi che ci eran restati per andar alla detta isola. Ma, montati che vi fummo sopra, la barca s'aprí e allargò le sue corbe, in modo che subito la vedemmo piena d'acqua: onde ne fu forza mutar pensiero.
Smontati parte di noi quasi tutti in acqua e parte fino al mezo in minor acqua, ci sforzammo di tirarla in terra, e, desperati di mai non potervi star sopra, deliberammo di adattarla in modo che fosse a proposito per coprirci. Come meglio potemmo la facemmo in due parti, e della maggiore femmo una copritura over capanna per tredici di noi, e della minore un'altra capace per cinque uomini: sotto le quali entrammo, coprendole con parte della nostra vela. E delle reliquie e coredi di detta barca facemmo continuamente fuoco, solo per conservar la vita nostra.
Mancandone in tutto ogni sostanzia del cibarci e del bere, andavamo vagando sopra il lito del mare, dove la natura ne porgeva il vivere con alcune chiocciole e pantalene: e di questi non quanti né quando volevamo, ma quando potevamo e in picciola quantità. E levando la neve in alcuni luochi, trovavamo certa erba la qual con la neve mettevamo in la caldiera, e come ne parea che la fosse cotta la mangiavamo: né però ci potevamo saziare. E cosí vivemmo 13 giorni continui, con pochissima carità fra noi, per la gran penuria di tutte le cose ed estrema fame facendo piú tosto vita bestiale che umana.
Perseverando in cosí aspra vita, avenne che per gl'insupportabili disagi mancorono quattro di nostri compagni del maggior ridutto, a punto dov'era l'afflitto padrone, con quelli rimedii e pochi conforti all'anime e corpi loro che si può stimare, appresso di noi rimanendo i lor corpi, i quali, per esser noi debolissimi, perso ogni nostro vigore, non potevamo rimover due braccia lontani dagli occhi: anzi dirò piú che non avevamo cosí tosto presa la gelata o calda acqua per bocca, che subito la natura per se medesima la mandava fuori, non potendo noi di ciò astenerci né pur levarci in piedi.
Aveaci la fredda stagione a tanto bisogno ridotti che per riscaldarci stavamo stretti in modo che parevamo quasi cuciti insieme, onde, entrati sotto la vela la qual copriva intorno intorno fino a terra ambe le nostre capanne, non potendo esalar il fumo, che procedeva (com'io stimo) per la pece ch'era intorno ad alcuni pezzi della barca, li quali noi abbrucciavamo, di sorte s'enfiorono gli occhi che non potevamo vedere: nondimeno il tutto pativamo per riscaldarci. E i vestimenti nostri, quali mai ci cavamo da dosso, s'empierono di vermenezzo, e abondavano i pedocchi in tanto numero che, levandocegli da dosso, li gettavamo a piene mani nel fuoco, e s'incarnavano per tal modo nella cotica e fin nell'ossa che finalmente condussero a morte un nostro giovane scrivanello, che mai si poté da tal abominevol vermenezzo difendere: cosa di manifestissimo esempio per abassar le nostre superbie e alterezze.
Ora, essendo fra noi mancata la concordia, ciascun usava il suo proprio aviso, onde, vagando parte di nostri compagni per il salvatico e disabitato sito, vennero a notizia d'un solitario e antico ridutto, già fatto da pastori per il tempo della state: ed era posto nel piú alto di la costa di detta isola di ver ponente, distante dal nostro circa un miglio e mezo. Al quale sei di compagni del numero degli otto che in questo primo si trovavano deliberorono trasferirsi, per manco loro incommodità, lassando gli altri duoi compagni soli nell'abbandonato luoco, sí per non poter lor camminare come per esser noi a condurgli impotenti.
Avenne che quelli sei, per grazia e dono di Dio, trovorono un pesce grandissimo, al qual non so che nome darli, o balena over porco di mare, qual è da stimare che fosse mandato dalla somma e divina bontà per cibarne. E considerato che quello si vedea esser stato gettato dal mare sul lito, morto da fresco e buono e grande, e al tempo di tanto bisogno, ne rendemmo grazie al clementissimo Signor Dio, il quale per allora volse sostentare li tanti estenuati corpi e tanto bisognosi di questo cibo, placato forse per l'orazioni di qualche risvegliata anima divota. Onde noi altri cinque compagni del piccolo e secondo ridutto, come ci acorgemmo che questi nostri compagni aveano acquistata cosí abondante preda e che la volean tener secreta, tutti adirati n'andammo a ritrovarli, disposti al tutto di volerne ancor noi, o per amor o per forza, spingendone la fame ad usar ogni crudeltà e metter le persone ad ogni rischio di morte, ogn'ora piú accrescendo l'odio tra noi. Ma il prudentissimo padrone, vedutone nel viso tutti accesi di fuoco, con parole umili e piene di carità cominciò a pregar e supplicar, minacciando l'ira divina sopra di loro crudeli se non ne facean partecipi del dono mandatoli dal Signor nostro clementissimo, di sorte che ne gustammo quanto volemmo insieme con loro, e anco n'ebbero gli altri duoi compagni ch'erano restati infermi nel primo ridotto. Con questo pesce ci nutrimmo nove dí convenientemente, e per aventura quelli proprii nove giorni furono con tanti venti, pioggie e nevi che per niun modo il crudel tempo n'averebbe lasciati uscir un passo fuori della nostra capanna.
Consumato il miracoloso pesce, alquanto si bonacciò la rabiosa fortuna, onde, non avendo da vivere, a guisa di lupi che spinti dalla fame van cercando l'altrui abitazioni, uscimmo della capanna e andammo vagando per il deserto scoglio, per trovar alcun soccorso da vivere di pantalene e buovoli marini, con li quali ci era necessario contentarci, ancor che fossero cose minime. E cosí ci nutrimmo insino all'ultimo di gennaio 1431, però magri, pallidi, afflitti e mezi vivi. Fra il qual tempo, trovando alcun sterco di bove che dal freddo e vento era riarso (che ogni dí ne racoglievan per far fuoco), conoscemmo per fermo quel luoco esser stato abitato da buoi, la qual cosa ne porgea ferma speranza di qualche buon fine: e con questo tolleravamo parte di nostri acerbi pensieri e dolori.
Alla fine venne l'ora che 'l nostro benigno Fattore e clementissimo Signore volse condurre al porto di salute le sue tanto affannate pecorelle, e fu in questo modo. Essendosi ad un pescatore, vicino a questa isola cinque miglia, l'anno dinanzi smarriti duoi vitelli dal luoco dove gli soleva tenere, e non avendo mai di quelli fra l'anno sentito nuova alcuna, né avendo speranza di ritrovarli, la propria notte venendo il primo giorno di febraio 1431 venne in visione ad uno figliuolo del detto pescatore di Rustene (che cosí la detta isola si chiamava), il qual era di età d'anni 16, come certamente i duoi vitelli erano scampati su l'isola di Santi, distante dalla loro, dove noi eravamo alloggiati, a punto dalla parte di ponente, dove non ebbe ardir mai alcuno d'andarvi suso per la bassezza della marea. Onde il figliuolo ch'ebbe tal visione pregò il padre e un suo fratello maggiore che li facessero compagnia per andar a ritrovarli, e cosí tutti tre con una loro barca pescaressa presero il viaggio verso detta isola, e vennero a punto dove noi eravamo; e quivi smontando i detti giovani lasciorono il padre a guardia della barca, e alquanto su per la costiera montati, s'avviddono innanzi nell'aria uscir fumo del loro usitato altre volte ridutto, onde spaventati e confusi si maravigliavano, e non poco, come, donde e per qual via questo potesse esser, per il che stavano molto piú stupefatti: e desiderando di saperne la causa, comincioron fra loro a parlare. Noi, benchè sentimmo tal strepito e udimmo le voci, pur non potevamo comprender ciò che si fosse, ma giudicavamo piú tosto che fosse il gracchiar di corbi che voci umane: e a questo ne induceva l'aver veduto pochi dí innanzi, sopra i miseri corpi de' nostri otto compagni gettati al vento, moltitudine de corbi che con la voce fendevano l'aria, pascendosi di quelli, onde pensavamo non poter esser altri. Ma, perseverando di ben in meglio le voci de' fanciulli da Dio mandati per salvarne, chiaramente s'accorgemmo che queste erano voci umane e non d'uccelli. E in quello instante Cristoforo Fioravante uscí della capanna e, visti li duoi garzonetti, ad alta voce gridando venne verso di noi, dicendo: "Rallegratevi, ecco che duoi ne vengono a ritrovare". Onde, accesi d'uno ardente disio, ci levammo in piedi, andando piú col cuore che con li piedi; alli quali approssimati, conoscemmo che per la subita ed estrema novità si spaventarono, e nella loro effigie divennero pallidi. Noi per il contrario, rallegratici e con certa speranza confortati, con atti e gesti di umilità ci dimostravamo che non eravamo per offenderli in modo alcuno. Varii pensieri n'andavano per la mente, se dovevamo ritener uno di loro o tutti duoi, overo se doveva andar con loro uno o due di noi. Il primo aviso ci contrariava, per non saper con chi né con quanti avessimo a fare, per non intendere noi loro né essi noi. Ma, consigliati dal Spirito Santo, con dolci maniere quanto piú potemmo descendemmo alla barca loro, dove era il padre che gli aspettava, il quale quando ne vidde rimase ancor lui stupido e attonito. In questo mezo guardavamo se nella lor barca vi fosse cosa alcuna da soccorrere a' bisogni nostri da vivere, e nulla vi trovammo. E mossi a pietà, che ne vedevano affamati per segni e atti che li facevamo, contentorono di menar con loro Ghirardo da Lione scalco e Cola di Otranto marinaro, per aver qualche intelligenzia del parlar francese e todesco, lasciandone con gran speranza di presta salute.
Giunta la lor barca con li duoi nostri compagni a Rustene, tutto quel popolo concorse, e visto l'aspetto e l'abito d'essi nostri compagni, e di tanta e tal novità stupefatti, dimandavano fra loro donde e come questi tali fussero apparsi, over onde smontati, e per esser meglio intesi tentoron di parlarli con diverse lingue: ma finalmente un sacerdote alemano dell'ordine de' Predicatori s'intese con uno de' detti compagni in todesco, e per tal mezo furon certificati chi fussimo, donde e per qual via quivi eravamo capitati. La qual cosa la mattina sequente, che fu il dí secondo di febraio, giorno dedicato alla gloriosa Madre di Cristo, il detto prete publicò a tutto il popolo di Rustene, esortandoli che dell'infortunio nostro si movessero a pietà e ad aiutarne con le lor forze. Noi che eravamo rimasti nell'isola disabitata stavamo con ferma credenza e infallibile speranza che senza dimora alcuna la mattina seguente dovessero tornar per noi, sí per esserne avisati, come eziandio perchè i duoi nostri compagni li sollecitariano. Passato un giorno e una notte e non vedendo alcuno comparir, varii e terribili pensieri n'andavano per la mente, e tutti tendevan al male, onde, passata la solennità della gloriosa Donna e non venendo né ambasciata né soccorso alcuno, fummo eccessivamente conturbati, rimanendo mezi morti.
In questo mezo, per il catolico ricordo del prete alemano, alli 3 di febraio 1431, a punto il dí di san Biagio, giunsero a noi gli umani e pietosi cittadini di Rustene, copiosi d'ogni sustanzia che usano per il loro vivere, per cibarne e salvarne, desiderosi di condurne all'amorevol loro abitazioni per recreare i nostri estenuati corpi. E cosí fummo guidati e accettati in Rustene il giorno predetto, dove ne furon porti grandi restauri, che n'erano piú tosto nocivi per la troppa abondanzia, perchè non ci potevamo saziar ogn'ora del mangiare, e il stomaco debile, non potendo patire, ne induceva un affanno nel cuore che pensavamo di morire.
Erano rimasti nel primo e maggior di due nostri ridutti duoi di compagni ch'erano impotenti, i quali nulla sapevano di questo cosí miracoloso soccorso: e data di loro notizia a questi catolici paesani, e similmente degli altri otto morti e non sepolti, radunatisi insieme andorono col prete cantando salmi e imni, sí per sepelire gli otto morti come per condur a porto di salute i duoi rimasi, i quali giunti all'isola di Santi fecero l'opera di misericordia con li detti otto spirati, al numero de' quali s'aggiunse uno delli duoi rimasti, qual trovorono morto. Or pensate come doveva star l'altro, privo di compagnia e d'ogni umana sustanzia: e costui ancora con poca vita fu condotto a Rustene, dove in capo di due giorni passò di questa vita.
Giunti noi undici a Rustene, smontammo in casa del nostro conduttore, ostiero e signore, come lui e gli altri volsero: nella cui entrata il prudentissimo nostro padrone messer Piero Quirino, usando della sapienzia sua, fece un atto di grandissima umiltà, che subito che 'l vidde la consorte del nostro maggiore, mostrando per sembianti volerla riconoscer per signora e madonna, a' piedi di quella si gettò; ma essa non volse e lo sollevò di terra, abbracciandolo e conducendolo al fuoco, e di sua mano li dette da mangiare.
In questa isola sono dodici casette con circa bocche 120, per la maggior parte pescatori, e sono dalla natura dotati di ingegno di saper far barche, secchie, tine, cesti, reti d'ogni sorte e ogni altra cosa che sia necessaria per il suo mestiero, e sono l'un verso l'altro molto benivoli e serviziali, desiderosi di compiacersi piú per amore che per sperar alcun servizio o dono all'incontro. Il forzo de' loro pagamenti e baratti, in luoco di moneta battuta, sono pesci chiamati stochfis, quasi tutti d'una misura, di quali ogn'anno seccano al vento copia infinita, e li caricano al tempo di maggio, conducendoli per li reami di Dacia, cioè Svezia, Dacia e Norvega, pur tutti sottoposti al re di Dacia, dove barattano detti pesci a corami, panni, ferro, legumi e altre cose delle quali essi hanno carestia. Poche altre cose per vivere si trovano qui oltra il pesce; pur alle fiate qualche poco di carne di bue, latte di vacca, del quale con segala e non so che altra mistura fanno pane di cattivo sapor. Il loro bere è latte agro, ch'è dispiacevole a chi non è avezzo; usano anco cervosa, cioè vino cavato di segala. Noi mangiammo del pesce passera, li quali sono grandissime e da non poter credere: ne vedemmo alcune assai piú lunghe di sei piedi di misura commune veneziana, larghe su la schiena piú di duoi piedi, e per altezza grosse piú di duoi terzi d'un piede, cosa mirabile a dire. Vestono gli uomini di pelle rosse e tal nere, difensive dell'acqua, e se usano panni sono grossi, di colori azzurri, rossi e berrettini, condutti di Dacia, di picciol prezzo. Usano questi paesani di frequentar molto le chiese, perchè sono devotissimi e hanno somma reverenzia al culto divino. L'avarizia è qui totalmente spenta, però in niuna guisa sanno né conoscono che cosa sia dell'altrui far suo, salvo per baratto: e però non costumano di serrar né uscio né casa né finestre né alcuna cassa per dubio di non esser robati, ma sí ben per causa degli animali salvatichi.
Gli abitatori di questo luoco, e giovani e vecchi, sono di tanta semplicità di cuore e obedienti al divino precetto che non sanno né conoscono né pensano in guisa alcuna che cosa sia fornicazione né adulterio, ma usano il matrimonio secondo il comandamento di Dio, come proprio sacramento, solo per osservar il divin precetto e non per alcuna propria lussuria né alleviamento del stimolo della carne, tanto è la region fredda e contraria alla libidine. E per dar di ciò vero argomento, dico io Cristoforo ch'eravamo in casa del predetto nostro ostiero e dormivamo in una medema capanna dove ancor lui e la moglie dormivano, e successivamente v'erano in un contiguo letto le sue figliuole e figliuoli d'ottima età insieme, appresso li quali letti dormivamo ancor noi, pur alli loro contigui, sí che nell'andar loro a dormir o al levarsi di dí o di notte, spogliati nudi, e noi similmente, cosí indifferentemente ci vedevamo insieme, e con quella purità come se fussemo stati piccolini fanciulli. Anzi vi dirò di piú, che quasi di duo giorni l'uno il predetto nostro ostiero con li figliuoli maggiori si levavano per andar a pescare, quasi nella piú dilettevole ora del dormire, lasciando in letto la moglie e figliuole, con quella securità e purità che se propriamente nelle braccia della madre l'avesse lasciate, non tornando a casa per minor spazio che di ore otto.
Gli abitanti in quest'isola, massime i piú vecchi, si trovano cosí uniti di volontà con Dio che in ogni caso di morte natural che occorra, di padre, madre, marito, moglie, figliuoli, o qualunque altro parente overo amico, quando è apparita l'ora del passare all'altra vita, subito senza alcun ramarico s'uniscono insieme alla catedral chiesa a ringraziar e lodar il sommo Creatore, che ha concesso a quel tale di viver tanti anni, e al presente come sua creatura l'ha voluto chiamar in grazia e appresso di sé, e ad ora debita farlo mondare per riaverlo puro e netto come il nacque. Onde, lieti e contenti della sua infallibil volontà, li danno lode e gloria, non mostrando in parole né in gesti passione alcuna, come se proprio ei dormisse. Veramente possiamo dire che da dí 3 febraio 1431 insino alli 14 di maggio 1432, che sono giorni cento e uno, esser stati nel cerchio del paradiso, ad obbrobrio e confusione de' paesi d'Italia.
Quivi vedemmo all'entrar di maggio grande varietà. Prima le lor donne usano d'andar ai bagni, li quali sono molto vicini e commodi, e per purità e usanza, che tengono che sia la seconda natura, usano di uscir delle loro abitazioni nude come proprio uscirono dal ventre materno, andando senz'alcun riguardo al lor viaggio; solo in la man dritta portano un mazzo d'erba in guisa di scopa, dicono per fregarsi il sudore da dosso, e la man manca tengono sul fianco distendendola quasi per ombra di coprir le posterior parti, non però che s'appressi molto: dove noi, vistole da due volte in suso, se ne passavamo cosí leggiermente come lor proprii, tanto ne inclinava la region fredda e il continuo vederle a non ne far conto alcuno. Dall'altra parte queste proprie donne si vedevan la domenica entrar in chiesa con lunghi e onestissimi panni, e per non esser viste per alcun modo nel viso portano in testa a modo di una compiuta celata da gorzarino, la qual ha una visiera a punto in modo d'una cimiara da piffari, per la qual guardano per entro quella non meno lungi dagli occhi loro che si sia la cimiara lunga, come proprio s'ella avesse in bocca per sonare, e peggio ch'ella non puol vedere né parlare se non si volge larga dall'uditore un braccio e piú. Io ho voluto notar queste due estreme varietà, come degne da esser intese.
Quivi da 20 novembre fino adí 20 febraio la notte si mantiene e dura circa ore 21 o piú, non ascondendosi però mai la luna del tutto, o almeno i suoi raggi; e da 20 maggio fino alli 20 d'agosto sempre si vede o tutto il sole o i suoi raggi non mancano.
In questa regione vi è copia infinita d'uccelli bianchi, nella loro lingua chiamati muxi, e noi li chiamiamo coccali marini, i quali per natura conversano e dimorano volentieri dove abitano le persone, o in barca o in terra che si ritrovino, e sono cosí domestici come i colombi casalenghi appresso di noi. Questi uccelli par che si paschino e nudriscono solo del stridare, tanto continuamente cinguettano: vero è che al piú caldo tempo e quando è sempre giorno, circa ore quattro, come saria a dir appresso di noi innanzi l'occaso del sole, restano di stridare, e allora i paesani assueti a ciò per tal restare se ne vanno a dormire, come segno di quiete. In questa isola e in li paesi di Svezia vedemmo pelli bianchissime d'orsi, come di armellini, assai piú lunghe di dodici piedi veneziani, cosa stupenda ma vera.
Stemmo in Rustene mesi tre e giorni undici, pur aspettando tempo congruo di passar col nostro ostiero in Svezia, con l'usato suo carico di pesce stocfis, il qual è a punto di maggio, dove questi paesani si partono, conducendone copia infinita per li reami dell'antedetto re di Dacia. Adí 14 di maggio 1432 venne la tanto desiderata ora di rivolger il viso verso l'amorosa e amata patria, com'avemo avuto sempre il desiderio e l'animo, e lasciar il caritativo sito di Rustene, che fu l'ultimo sussidio e restauro alle nostre miserie. E prendemmo licenzia dalli nostri domestici di casa e dalla nostra madonna e ostiera, alla qual per segno di carità lasciammo non quello eravamo obligati, ma solo quello ne era rimaso, cioè certe piccole cosette di minima valuta all'animo nostro, come fu tazze, centure e annelletti; e similmente prendemmo dalli vicini e dal prete e universalmente da tutti, dimostrando loro per cenni e per parole, secondo che dall'interprete poteron comprendere, come noi a tutti ci riputavamo obligati. E fatte le debite salutazioni, montammo sopra una fusta di portata di circa botte 20, carica del detto pesce, guidata dal nostro patron ostiero con tre delli suoi figliuoli e alcuni suoi parenti, e il detto giorno ci partimmo tirando alla volta di Bergie: ed è il primo porto atto al spaccio di tal pesce, il qual luoco è distante da Rustene circa mille miglia. E conducevano detta fusta per certi dritti e securi canali, commodissimamente vogando.
Ma poi che fummo dilungati da Rustene da circa dugento miglia, trovammo certe reliquie di corbami e forcami del nostro schiffo, per il che conoscemmo chiaro come li nostri compagni ch'erano in quello la prima notte che da noi si partirono esser sommersi e periti.
Adí 29 maggio 1432 capitammo con la predetta fusta al Trondon, in la costiera di Norvega, luogo del re di Dacia, dove si riposa l'onorato corpo del glorioso santo Olao. Qui dimorammo giorni 10, per aspettar passaggio e tempo conforme al nostro cammino; e non lo trovando, per non perder piú tempo prendemmo licenzia dal nostro amoroso ostiero, dai figliuoli e dagli altri, per seguir il nostro viaggio per terra.
Adí 9 giugno ci partimmo dal Trondon camminando a piedi, andando verso Vastena, luoco sottoposto al re di Dacia nella provincia di Svezia, dove è la mascella e parte dell'osso della testa di santa Brigida. Quivi essendo conosciuti per Veneziani, gli abitanti, per reverenzia del lor glorioso re santo Olao, al qual già (come ben sapevan) la nostra signoria di Venezia fece grandissimo favore nell'andar e tornar del viaggio di Ierusalem, si disposero con fatti di provederci di consiglio, aiuto e danari. E prima ci consiglioron che non andassimo per il dritto cammino in Dacia, per li pericoli d'animali salvatichi che ci potrian occorrere, ma addrizzarsi verso Stichimborg, per trovar un valoroso cavalliero veneziano, detto messer Giovan Franco, dal qual avessemo per amor della patria favor e aiuto copiosamente, ancor che la strada fosse di 30 giornate al contrario del nostro dritto camminare.
Partiti da Vastena, duoi di nostri compagni, piú veloci del camminar che dotti, n'andorono innanzi forse due balestrate, dove, trovando due egual strade, una delle quali è manco usata ma piú corta e sassosa, s'aviarono per quella ch'era piú corta, e giunsero a Stichimborg adí 13 luglio, da noi sempre con affanno d'ambe le parti smarriti. E noi altri nove rimasi adietro andammo per l'altra strada, soggiornando con alquanto dispiacere per il lor smarrimento, e alli 18 capitammo in la corte del detto cavallier messer Giovan Franco, baron onorato e appreziato dalla corona di Dacia, dove trovammo con grande allegrezza li due smarriti compagni.
Al giunger nostro, sendo già informato il valoroso cavalliere, con allegra faccia ben mostrò a noi quanto sia l'amor della patria, e massime conoscendo la calamità e penuria di noi compatrioti, e poterla facilmente sovenire. E però non si poteva saziar d'onorarne, vestirne, cibarne, donarne danari per li nostri bisogni; dapoi, accommodandone di buone cavalcature, con la propria sua persona e dell'unico suo figliuolo messer Mafeo, con 120 cavalli de' suoi servitori ne accompagnò molte giornate per il suo territorio, camminando sempre a sue proprie spese. Dapoi sopra i suoi confini prendemmo combiato, ringraziandolo con quelle piú reverenti e amorevoli parole che ci fosse possibile. Onde egli partito ne lassò per nostra guida il detto suo figliuolo messer Mafeo, con 20 famigli a cavallo, il qual ne fece compagnia fino a Vastena, luogo donde circa 40 dí avanti ci eravamo partiti, al qual luogo per schifar il cammino di due mesi ci affannammo di ritornare, talchè adí 30 luglio entrammo in Vastena, dove dimorammo fino alli 2 d'agosto, sempre accompagnato e fattone le spese dal detto messer Mafeo.
Adí 2 d'agosto ci licenziammo dal predetto messer Mafeo, rendendoli quelle grazie che potemmo, e da lui partiti andammo a Lodese, dove capitammo alli 11 del detto, nel qual luogo trovammo duoi passaggi, l'uno per Inghilterra, l'altro per Alemagna bassa: e quivi ci dividemmo volontariamente in due parti.
Adí 22 agosto 1432 noi Cristoforo Fioravante, uomo di consiglio dell'infelice nave, insieme con Girardo da Lione scalco e Nicolò di Michiel di Venezia scrivano, ora scrittore della presente opera, ci partimmo dagli altri 8 nostri compagni, essi andando a Londra e noi verso Venezia per via di Rostoch, fingendo d'andar per il perdono a Roma.
E dopo molti affanni e disagi, passando monti, valli, fiumi, quando a piè quando a cavallo, con l'aiuto dell'omnipotente Iddio capitammo alla nostra tanto desiderata patria di Venezia adí 12 di ottobre 1432, sani e salvi, lasciando a Vasenech il detto Ghirardo da Lion, il quale de lí andò alla sua nazione.
E quelli ch'andorono in Inghilterra furono questi:
Messer Piero Quirini fu di messer Francesco, patron poco aventurato, il quale, avanti questi aspri casi, era uso di viver tanto delicatamente quanto a gentiluomo della sua sorte si richiedeva, avendo il corpo di gentilissima complessione: e sí come prima era debile e delicato, cosí dipoi, per li tanti patiti disagi cangiata natura, divenne forte e robusto.
Messer Francesco Quirini fu di messer Iacomo, gentiluomo veneto, stato su l'infelice cocca mercatante.
Messer Piero Gradenico fu di messer Andrea, di età d'anni 18, giovane mercatante: cosa stupenda che in cosí tenera età abbia potuto sostener gli affanni e disagi predetti.
Ser Bernardo da Cagliere, nocchiero della nave, la cui moglie, essendo giovane, sí per la longa dimora del tempo trapassato, sí per essersi verificato piú volte detta nave con tutti quelli che vi eran sopra esser pericolata, e non apparendo alcun segno in contrario, consigliatasi piú frezzolosa che pensatamente, com'è usanza delle bisognose donne, si maritò a Triviso e piú mesi visse in santo matrimonio, credendo perseverar in quello. Ma, sentita la nostra venuta e la vera novella del vivo e vero marito, subito separò la copula del secondo matrimonio e rinchiusesi in uno onesto monasterio, sí per dichiarir la integrità della sua mente come per aspettar di ritornar col vero sposo, il qual dopo noi circa tre mesi venne a Venezia sano e salvo. E dopo alcuni ragionevoli sospetti, ma non veri, purgati, come onesta, savia e cara donna se la ritolse, avendo piú rispetto alla sua debole natura che al preso consiglio, e oggi l'ha piú cara che mai per la sua innocenzia. Alvise di Nasimben da Zara, già penese della predetta cocca. Andrea di Piero da Sibenico, Cola da Otranto marinari e Nicolò Quirini, già tartaro e famiglio fidelissimo, che piú tosto si dee chiamar balia over mamma del detto suo padrone messer Piero, il qual servitor veramente, in ogni estremità che patirono, sempre mostrò con vero effetto d'aver piú cara la vita del detto che la sua propria, scemando sempre la rata sua per sovenir all'estenuato corpo e appetito del suo bisognoso signore. Li quali tutti, fuor che ser Bernardo di Caglieri, tornorono dalli lor voti dalli 14 alli 25 di gennaio.
E tutte le cose che abbiam detto di sopra furon narrate per li sopradetti Cristoforo Fioravante e scritte per Nicolò di Michiel scrivano, ma ordinate e messe insieme da me, Antonio di Matteo di Curado, secondo che da lor mi furono recitate; e ancor che siano confusamente dettate, sono però tutte scritte con ogni verità.
A Bruggia capitando poi nel suo ritorno il detto messer Piero Quirino, ridotto in casa di messer Vettor Cappello fu di messer Giorgio, sentí dir di bocca di uno di padroni già trovato a capo Chiara come quella propria notte del nostro infortunio l'altro padrone con la sua nave carica di sale a Buya, alla qual dieron lingua capitò male, pericolando alli 11 di novembre 1431.

Il fine della narrazion di Cristoforo Fioravante e Niccolò di Michel sopra il naufragio del magnifico messer Piero Quirino



Navigazione di Sebastiano Caboto


PREFAZIONE NELLA SEGUENTE NAVIGAZIONE

Si aveva messo in fantasia Sebastiano Cabota inglese, nato di padre veneziano, instrutto prima da Giovanni Cabota suo padre, e molti anni col pensier discorso aveva poter esser che qualche passo fosse nel mar Settentrionale per il quale o di verso levante o di verso ponente, con breve navigazione e facile, da queste nostre parti nel grande oceano Indico passare si potesse, perchè dall'opposizione di qualche terra incognita esso passo impedito non fosse, persuaso ad imaginarsi questa cosa cosí dal testimonio d'alcuni autori antiqui come dall'esperienza de molti moderni.
Gli argomenti che movevano e il padre e il figliuolo a credere che questo esser potesse erano che Plinio, servendosi del testimonio di Cornelio Nipote, scrive che dal re di Svezia furon donati a Metello Celere, proconsole della Gallia, alcuni mercadanti indiani che erano da fortuna maritima stati trasportati da' lor paesi ne' liti di Svezia. Dicono ancora trovarse scritto che a' tempi di Ottone imperatore fu presa nel mar Settentrionale germanico una certa nave che di Levante dalla forza de' contrarii venti vi era stata portata; il che (come essi affermano) a modo alcuno far non si saria potuto se quel mare Settentrionale fosse per cagione de' gran freddi e ghiacci sempre innavigabile. Un altro argumento ancora avevano, che oltra il mare Indico, il golfo Gangetico, l'Aurea Chersoneso over Malacha, è la provincia de Sina, e oltra le navigazioni de' moderni sapevano di certo che questo mare Indico era posto in longhezza quasi nel grado 180 e in larghezza nel 25 grado, poco di là dal meridiano di Tartaria e dell'amplissimo imperio del Cathai, qual da' naviganti è cercato come scopo e premio delle fatiche loro. E considerando come e quanto questo gran mar delle Indie si andasse ognior piú sotto questo meridiano ingolfando e piegando verso settentrione, non con leggier coniettura né senza ragione (essendo che le cose incognite possono esser cosí false come vere) giudicavano esser verisimile che, se il mar nostro Settentrionale o di verso levante o di verso ponente si distendesse alla volta di mezogiorno, se particolarmente sotto quell'istesso meridiano sotto il quale il mar Indico verso settentrione si piega, che facilmente sotto l'istesso meridiano col mar d'India congiungere si potrebbe. La qual cosa giudicano doversi ricercare, cosí perchè a' nostri tempi molte altre cose non men incognite, incredibili e difficili scoperte si sono, come ancora perchè ritornarebbe, quando questo passo si trovasse, di grande utilità, guadagno e sigurezza e di molto minor travaglio il navigar per esso a' popoli d'Europa. Quali utilità e guadagni questi esser possano, un'altra volta dirassi. Fra tanto non posso far di non mi ridere della vergognosa audacia e temerità d'alcuni li quali, come se già la cosa chiara fosse, non si vergognano di porre nelle lor carte di geografia questa strada aperta, congiungendo insieme questo nostro mar Settentrionale con l'Indico oceano: la qual cosa fanno alcuni di verso ponente, e altri alla volta di levante.
Questi sono i principali argomenti ne' quali Sebastiano Cabota confidatosi persuase agli uomini di questi paesi di potersene passare dal mar Settentrionale dalla banda di levante (perciochè quella di ponente avevano indarno ed esso e il padre cercata) facilmente e in curto tempo nell'India orientale, o almeno di giungere nel regno del Cathai, di dove sperava ritornare carico di oro, di gioie e di speciarie. Non che tutte queste tanto abbondantemente in quel regno nascano (qual è paese molto temperato e da uomini bianchi abitato), ma perchè, distendendosi il vastissimo imperio del gran Can tanto largamente e verso levante e verso mezogiorno, sono anco da lontanissimi paesi, al suo imperio sottoposti, portate a quel grande imperatore per tributo queste cose tutte. Si potrebbono dire molte cose di Cathaia e del Cathai (il primo de' quali è posto sotto il grado 130 di longitudine e sotto il grado 230 l'altro); ma per esser sin ora molto incerte e dubbie altro io non ne voglio scrivere.
Ora, se fosse lecito di passare dal mar Settentrionale sotto il meridiano dell'uno e dell'altro, e che il mare piegasse ivi verso mezogiorno, non sarebbe lunga navigazione dal grado di latitudine 70, over 60, sino al grado di latitudine 30, sotto il quale il Cathay situano, da Moscovia con incredibile distanzia lontano: se bene Sigismondo Libero, qual lungo tempo in Moscovia stette per ambasciatore di Ferdinando re d'Ungaria, scrive che i Cathaini ed esso gran Can non è in tutto a' Moscoviti incognito, che spesse volte occorre che nelle battaglie le quali co' Tartari si fanno alcuni soldati si prendono che dicono esser stati al soldo di detto gran Can. Descrive anco egli con viaggi di giorno in giorno fatti che tra la Moscovia e i regni del gran Can si trovano Paulo Giovio ancor lui, informato da Demetrio moscovita, del granduca di Moscovia ambasciatore, a questo modo scrive: la Dwina, fiume grossissimo della Moscovia, tirando seco infiniti altri fiumi velocissimo corre verso settentrione, ove è un grandissimo mare, talmente che quelli che a banda destra navigano possono indi passar verso il Cathay. Il che non leggiermente conietturar si può, se per sorte non vi si interpone qualche banda di terra, perciochè la provincia del Cathaio all'ultime parti dell'India orientale appartiene, ed è quasi nel paralello di Tracia situata; la qual da' Portughesi è stata discoperta, mentre essi navigarono per i paesi di Sina e di Malacha, e ne riportarono certe vesti di pelle di zebellini fatte, col quale argumento chiaramente si comprende non essere la città del Cathay troppo da' paesi de' Tartari distante. Cosí dice lui.
Ma basti questo, quanto alle cose del Cathay, perciochè mi è parso che non sarebbe stato bene il scrivere le navigazioni fatte per trovare il Cathay e non aver prima di esso qualche cosa detto, massime che le cose le quali nella seguente navigazione da me seranno scritte con questo piú manifeste si faranno. Venendo per tanto alle nostre navigazioni, hassi da sapere che i mercadanti di questa cittade hanno una certa casa nella qual a consultare e a deliberare si sogliono redurre: e chiamasi la lor compagnia la Compagnia de' mercatanti del Cathaio, over della Russia; e Sebastiano Cabota (il quale è già morto), uomo di lunga esperienza e peritissimo dell'arte del navigare, e il quale (come esso dir soleva) sin quando in Spagna abitava aveva nella mente tenuto per marinari questo secreto occulto per utilità e beneficio della sua patria, era di questa compagnia governatore, con suo grande onore e riputazione. De molte navigazioni poi che i nostri uomini hanno in Moscovia fatte, questa sola in questo luoco si descrive, ed essa non come istoria, ma piú presto come una certa maritima peregrinazione con frase e ordine marinaresco è scritta. Un'altra volta poi, se cosí ne parerà, piú diffusamente scriveremo quelle cose che all'istoria di Moscovia e del Cathaio appartengono, le quali certamente maravigliose sono, perciochè già molti de' nostri uomini di Moscovia si sono partiti con disegno d'andarsene per terra a trovare il Cathaio, da' quali hanno anco i nostri mercadanti avute lettere, ne' paesi oltra il mar Caspio scritte. State sani.




Discoprimento del mare Settentrionale sino al gran fiume Obbo, fatto del mese di maggio del 1556.

Il quarto giorno di maggio, in giorno di luni, la matina a ora di terza date le vele a' venti si partimmo dal porto di Harruici col vento di ponente maestro, e intorno all'ottava ora fossemo all'incontro del paese Orfordnesse, ove il vento si mutò, e da scirocco buttossi; e a l'ora seconda fossemo all'incontro di Sole, e indi sino all'ora sesta verso greco navigassemo, nel qual tempo il campanile della chiesa di Varmouth otto leghe era distante verso ponente, di dove dirizassemo il camino verso settentrione, qual tramontana è chiamata. Dapoi sin all'ora sesta del giorno di marti navigassemo diritto per tramontana otto leghe, della quale ora sino a mezogiorno tirassemo verso maestro e tramontana, e indi per l'istesso vento sino all'ora sesta del mercore seguente: nella quale ora mossesi il vento di luoco, e andò a ponente maestro; e in questo giorno si trovassemo in 55 gradi e minuti 10 di latitudine. E in questo luoco anco l'aguglia del bossolo da navigare variava da settentrione a levante quasi tredeci gradi. E indi velegiassemo per greco cinque leghe; il vento voltossi a hort hort ost, cioè a greco tramontana, e sino alla ora sesta del giovedí seguente facessemo cinque leghe di camino per greco e tramontana, e tre sul mezogiorno greco. Ove, buttato il scandaglio, quarantacinque passa d'acqua trovassemo, col fondo d'arena minutissima, negra e bianca mescolata insieme. E avessemo questo giorno 55 gradi e 23 minuti, contrastando fra tanto, come di sotto dechiararemo, col vento contrario.
De qui sino al tramontar del sole andassemo otto leghe verso tramontana e sino al venerdí, all'ora che il sole era in zuid west, con una gagliarda buora diece leghe scorressemo; e indi sino al sabbato, essendo il sole in hort ost, in greco, e soffiando il vento zuid west, da garbino, sei leghe avanzassemo, e allora piegassemo le prore verso buora, essendo da sirocco il vento. Di dove, sino che il sole fu in zuid ost, sirocco, otto leghe per greco e tramontana velegiassemo, nel qual luoco andò il vento un'altra volta a tramontana; e poi, sino al tramontar del sole, navigassemo per greco e per tramontana otto leghe, e di nuovo voltossi tramontana, e sul tramontar del sole doi leghe verso greco e tramontana facessemo. E indi sino a ora di terza della domenica sei leghe per detto vento andassemo, e de quindi sino al lunidí, essendo il sole in zuid sirocco zuid ost, facessemo tredeci leghe e meza di camino, e sino al sole in zuid garbino west altre tre leghe.
Mutossi in questo luoco il vento, e buttossi a maestro west e per hort, tramontana; poi sino al tramontar del sole da ponente maestro. Navigammo per tanto sino a ora di terza del seguente giorno per hort hort west, per tramontana e maestro, venticinque leghe, e sino a sol a monte per tramontana e per west quattordeci leghe. Fecesi allora una bonaccia calma con una foltissima nebbia, e il vento andò a hort maestro e a ponente west e per west; dal qual luoco andassemo poi sino al sole hort west, col vento da greco ost hort ost, quasi quattro leghe e meza verso tramontana. E de qui sino al mezogiomo del mercordí seguente navigassemo per greco e per levante ost e si trovassemo in 57 gradi e minuti 52 di latitudine; e sino alli 14 del mese, essendo il sole in zuid, ostro, facessemo tre leghe e meza verso ost hort ost, greco e tramontana, e soffiando poi il vento da greco buttassemo da brazzo per pigliar il vento. E in questo giorno di venere fossemo sette leghe vicini a' liti di Norvegia, sopra un luoco da' nostri chiamato Norwai, ove sul mezogiorno eravamo in latitudine gradi 58 e mezo, e vi scoprissemo altre tre navi oltra le nostre. E a questo modo andassemo seguitando i liti di quella regione, la quale per hort hort west si distende, e per west, hort west e per hort, tramontana, come meglio appare nella carta di questa nostra navigazione.
Si trovassemo nel levar del sole del giorno del sabbato doi leghe e meza vicini all'isola di San Donstano, cosí da me nominata, avendola alla banda di levante, ove nell'istesso giorno si trovassemo in 59 gradi e minuti 42 di latitudine; ove anco scoprissemo di verso levante quel monte tondo ed eminente, qual quando si mostra per levante a quelli che per tramontana navigano, allora si distende la terra verso tramontana, con la mità d'un punto alla volta di ponente. E di qui, secondando il lito dal sole meridionale sino al settentrionale, navigassemo venti leghe per ponente maestro. La domenica mattina poi, su l'ora di sesta, l'ultima terra che noi scoprir potessemo era distante tre leghe da noi verso levante, e poi piegava a tramontana e a levante: il capo e promontorio della qual terra io giudico che l'istesso sia che quello qual Cowtenesse over Sckwtenesse chiamano. L'ora sesta di questo giorno mutassemo viaggio, voltando le prore a tramontana col vento zuid zuid ost, sirocco; e levatasi poi una foltissima nebbia, perdessemo la vista d'una delle nostre navi, chiamata Scerhthrift, mentre verso tramontana prendemmo il camino. E poco dopo perdessemo anco la vista di terra, e d'una fusta della nostra conserva, che pinace chiamano, essendo vicini doi leghe e meza al lito; e l'ultima terra da noi vista, dopo che in questa nebbia entrassemo, la quale è la parte settentrionale del promontorio Cowtenesse, n'era verso hort hort ost, tra greco e tramontana, e zuid zuid west. E sul finir del giorno navigassemo cinque leghe verso settentrione, e poi sino a ora di terza del luni seguente facessemo diece leghe verso hort hort ost, e indi per hort, tramontana, e per ost, levante, perciochè andò il vento da west garbino zuid west con molta nebbia: nel qual giorno sul mezodí erravamo in 63 gradi e mezo di latitudine, e trovassemo la fusta che poco prima si era persa.
Da questo luoco sino al mezogiorno del lunidí seguente navigassemo per hort hort ost 44 leghe, e da mezogiorno indietro sino all'ora ottava quindeci leghe per greco; di dove sino al mezodí del mercore per hort hort ost e per levante, ost, e si trovammo in 67 gradi e minuti 39 di latitudine. Dapoi sino al sole hort west facessemo 18 leghe verso hort ost, greco, e giungessemo doi leghe vicino al lito, ove per mezo di la nebbia che si disfantava scoprissimo terra, che dalla banda meridionale di Lowfow s'alzava; di dove navigammo sino alla quarta ora del venerdí diece leghe e meza per tramontana e per levante, ost.
Dopo, sul mezogiorno, si trovassemo in 69 gradi e nel mezo di latitudine, e sino alla settima ora per il vento hort hort ost undeci leghe e meza navigassemo, e per greco altre dieci leghe, e di nuovo con ost hort ost tre leghe e meza. E allora, di mezo alla nebbia, terra scoprissemo, essendo il vento zuid zuid west, e indi sino all'ora ottava del sabbato per tramontana 43 leghe velegiassemo. Nel qual tempo il vento andò da tramontana, essendo noi vicini al lito, all'incontro d'una certa chiesa piccola, qual stimo io che sia quella la qual Kedelwick è chiamata. Voltassemo allora le prore al mare, per esser molto gagliardo il vento, e commandai che la fusta andasse a terra in cerca di qualche luoco sicuro per le navi: qual trovò, e viddevi doi altre navi su l'ancore e alcune case in terra; ma il vento di modo rinforzò che non si puoté in quel luoco commodamente ritirarsi. In questo luoco, essendo il sole settentrionale, scoprimmo il capo di Hort (cosí da me chiamato nella prima navigazione in queste parti), qual era verso levante da detta chiesetta nove leghe distante da noi, nel supremo angolo cioè della sua parte piú orientale.
Il primo di giugno, giorno di domenica, dessemo fondo nel colfo del Corpo di Cristo, essendo il sole in hort ost, greco, e in ost, levante; qual è un colfo meza lega profondo, il capo del quale (qual è il promontorio del Corpo di Cristo) è posto per zuid ost, sirocco e per ost, levante, una lega dal principio del colfo distante. Patissemo in questo luoco gran travaglio del mare, correndovi l'acqua a guisa d'un rapido torrente; la larghezza di questo colfo esser può intorno a doi leghe. Navigammo dal promontorio Pulcro sino al capo del Corpo di Cristo per ost, levante, dieci leghe, ed è da sapere che quando la luna è in zuid, ostro, e per ponente, west, fa il mare in questo colfo accrescimento grande.
Levate l'ancore e date le vele a' venti, navigassemo sino all'ora settima della sera per zuid, ostro, 20 leghe, e ci bisognò calar le vele per la nebbia che grande levossi: e vedevasi molti e grossi pezzi di ghiaccio che del colfo uscivano. Dopo, avendo fatto vela solo con la mezana, drizzassemo il corso verso scirocco zuid zuid ostro; e su l'ottava ora sentimmo un tiro d'artegliaria, qual sapemmo dopo esser tanto tirato dalla nave Edouardo, che con esso ne salutava, alla quale ancor noi con un tiro respondessemo: per la nebbia veder non si potessemo. Essendo poi il sole in hort hort, e la nebbia disfacendosi, vedessimo un certo promontorio di terra, il lito della quale verso zuid west si destendeva: qual terra io giudicai che l'isola della Croce fosse, ed essendo il sole in greco ne era essa posta verso west zuid west.
Dal ditto sole sino al lunedí per zuid ost navigassemo, e il giorno ottavo di questo mese, nel romper dell'aurora, soffiando il vento ost zuid, dessemo fondo in un mare basso, qual è all'incontro del promontorio Lowcowt, ove nella luna meridionale l'acqua del mar si gonfia. Notisi che il capo di Goodffortune, cioè il promontorio di Buona Fortuna, giace per zuid ost distante dieci leghe dell'isola della Croce, e il promontorio Lowcowt è posto per zuid ost sei leghe dal promontorio di Buona Fortuna; il capo di Santo Edemando è situato dal promontorio Lowcowt verso ost zuid ost e mezo punto verso zuid, sei leghe da quello distante, tra i quali doi promontorii giace quel colfo di meza lega, profondo ma piccolo e di pericoli pieno. Essendo poi il sole in zuid ost, si sforzassemo di far viaggio contra il vento, soffiando allora ost zuid ost, e ne fu forza fermarsi su l'ancore: e trovassemo che il mare s'alzava in quel luoco cinque passa, e quasi per tutto quel tratto e anco nel capo di Lowcowt s'alza il mare quattro exopedii, overo passa, d'acqua.
Ed essendo il sole in west hort, se mettessemo ad andare incontra al vento sino al sole hort ost del luni seguente; ma nell'alzarsi del mare dessemo fondo su la bocca del fiume Coloay, ove otto passa d'acqua trovassemo. Il capo di San Bernardo è situato verso zuid ost, e per zuid sei leghe distante dal promontorio di Santo Emondo: e tra essi è il fiume Coloay, nel quale l'istessa sera entrassemo, e per esso il mercordí tutto navigassemo col vento settentrionale, ove anco mandassemo il schifo in terra per calefatarlo. È la bocca di questo fiume in sessantanove gradi e minuti quarantaotto di longitudine. La mattina poi del giovedí seguente, sull'ora di sesta, venne alle nostre navi una barca di Moscoviti over di Russi, vogata da venti remi, nella quale ventiquattro uomini erano, il capo delli quali mi presentò un gran pane, sei grandi bracciadelli (da loro colachi chiamati), quattro lucci salati e secchi, e la quarta parte d'un staro di farina d'avena: qual fu da me d'un pettine e d'un specchio retrocambiato; e mi disse che a Pechora o Petzora era il suo viaggio. E avendoli io dato largamente da bere, da noi s'accommiatarono, essendo ormai alquanto sminuito il gran reflusso dell'acqua. Mandassemo in questo luoco a terra anco la nostra fusta, per avere essa bisogno d'essere acconcia, ove dai cattivi tempi fur di modo impediti e tanto tempo trattenuti che mancò le cose da mangiare, furon dalla fame astretti a mangiare erbe e radice salvatiche. Fu la nostra nave dalla giobbia dopo mezogiorno sino alla domenica fuor di modo dalla fortuna grande travagliata, e tanto che alla divina clemenzia attribuire si può che essa da tal fortuna si salvasse.
È da avvertire che nel lito del fiume Coloaya verso zuid zuid west è un commodissimo luoco da star su l'ancore, con quattro e anco cinque passa d'acqua nel maggior discrescente del mare; ma in questo luoco non è terra alcuna verso ost hort ost, e ho scandagliato con la nostra fusta che la sua profondità tira verso il lito di zuid ost. Il giorno di giobbia di questo mese, salpate l'ancore, uscissemo dal fiume in alto mare e veleggiassemo sette overo otto leghe, dove incontrassemo una tramontana cosí gagliarda che ne fu forza nel lassato fiume tornare; né troppo vi dimorassemo che vennero alle nostre navi co' lor zoppoli alquanti pescatori, che ne dicevano che loro verso settentrione andavano in pesca di certi pesci, morsi e salmoni chiamati: quali tutti ne fecero volontieri e allegramente parte del pane e farina che seco avevano. Mentre in questo fiume stessemo, ogni giorno vedessemo molti zoppoli de quei popoli vicini, da loro detti lodie, venire a seconda del fiume, talchè se n'erano raccolti insieme al numero di trenta, ciascun de' quali per il manco ventiquattro uomini aveva. Tra' quali fu un certo chiamato Gabrielle, che con noi stretta amicizia fece, e dissemi che tutte quelle lodie andavano a Petzora a pigliare e morsi e salmoni; mostrommi ancora in che modo, per qual strada e con che vento condurre mi poteva a Petzora con la navigazione di sette giorni o di otto, per la qual cosa io giudicai dover essere ottima cosa con loro accompagnarmi e servirmene come per guida, offerendosi esso Gabrielle di mostrarmi le secche e altri luochi pericolosi che per questa strada erano; il che fu da lui anco fidelmente fatto.
Il giorno della domenica, che fu alli 21 del mese di giugno, mi donò una gran barile di quella bevanda che usano quei popoli, da lor meda chiamata, d'acqua, di miele e di certe erbe fatta. Si partissemo il lunedí in conserva di tutte quelle lodie dal fiume Coloaya, le quali a piene vele e con vento favorevole velocemente navigando, ne passarono molto viaggio: ma tuttavia, ricordevoli della fatta promessa, andavano spesso calando le vele e aspettandoci. Andassemo seguendo il lito sino al promontorio di San Giovanni, come nella nostra carta piú apertamente si vede, e il lunedí, essendo il sole in ost hort ost, fussemo all'incontro del promontorio di San Giovanni; ove è da avvertire che sino al fiume, o colfo, per il quale vassi a Mezean sono tutte bassure piene di seccagne e di molti altri pericoli, essendovi a pena doi passa d'acqua, né da alcuna banda si discopre terra. Buttassemo questo istesso giorno l'ancora all'incontro d'un certo colfetto lontano quattro over cinque leghe da detto promontorio, nel quale colfetto entrarono con le lor barche andando a remi Gabrielle e un altro de' principali tra loro, il che noi a modo alcuno mai noi non potessemo fare: e prima che si facesse notte vi entrarono piú de venti delle lor barchette, essendo il vento da greco, e noi andassemo velegiando a sequaro di terra, la quale ne diffendeva dal vento. Vene questo giorno, sul mezodí, Gabrielle col suo battello a trovarne, al quale io feci alcuni presenti, per esser con la sua guida uscito di quelle seccagne a salvamento, che furono duoi pettini d'avolio e duoi specchi d'acciaro e certe altre cosette di poco momento.
E il mercore, cioè il giorno di san Giovanni Battista, mandassemo il nostro schifo a terra a scandagliare l'altezza dell'acqua di detto colfetto, e trovollo quasi in tutto secco, e di modo che tutte le barchette che entrate vi erano toccavano terra. Con tutto che questo luoco fosse poco commodo da fermarvisi, tuttavia, conoscendo a manifesti segni che era per succedere presto fortuna, e travagliandone grandemente il vento settentrionale e il gran corso dell'acqua, fossemo sforzati a darvi fondo e per un gran pezzo, non senza molto pericolo, contra il vento e la fortuna contrastare, e si trovavamo di modo in questo luoco intrigati che non era piú in noi speranza di salvarsi. E in questa maniera travagliati su doi ancore voltassemo alla fine la prora al mare, e con la mezzana e con l'artimone preso il vento e tagliate le gomone dell'ancore, felicemente aiutati dal gagliardo vento, di quelle secche uscimo in alto mare, e tutto quel giorno con l'artimone andassemo scorrendo: e il giovedí giungessemo all'incontro del promontorio di San Giovanni, ove un buon luoco da dar fondo trovassemo, quando sia il vento da hort hort ost.
Il venerdí poi sul mezogiorno, rasserenatosi il cielo e acquietatosi il mare e i venti, de qui si partimmo e dove l'ancore restate erano tornassemo; le quali mentre da noi si salpavano, venne di nuovo a trovarne Gabrielle, con noi rallegrandosi dell'essersi salvati dal scorso pericolo. E per segno d'essermi vero amico donommi un vaso d'acqua di vita e una barila di mede, offerendosi di piú di servirne in tutto quello che per lui si potesse; e io all'incontro, per non parere discortese, le feci un pasto e a lui e ad alquanti suoi compagni nella nostra nave. Abita questo Gabriele in un castello detto Coboay. Mandai il giorno sequente, cioè il sabbato, il nostro schifo al lito a far acqua e legne, ove furono i nostri umanamente trattati e pasteggiati da un nobile e generoso gentiluomo, Kerrillo chiamato. Qual, fatto poi cargare da' suoi servi il schifo di legne e d'acqua, se ne venne con presenti alla nostra nave, vestito d'una veste di seta e con una collana al collo di perle; e io lo rallegrai con darli vino a bere e con remunerare il suo dono con alcune delle cose nostre.
Dopo la partita del quale facessemo vela col vento settentrionale, e sul far della sera si turbò talmente il mare e crescettero i venti che fossemo sforzati di nuovo tornare al promontorio di San Giovanni. Perdessemo in questa fortuna il schifo, che per poppe era ligato, e stessemo in questo luoco su l'ancore sino alli quattro di luio. È il promontorio di San Giovanni in latitudine di 66 gradi e 50 minuti. È da notare che la terra di questo promontorio avanza sopra l'acqua dieci passa, quando che il mare è nel maggior crescente, ed è d'arbori priva, senza pietre, senza rupe over scogli: ma è solo una certa terra negra la quale è di sorte marcia putrefatta che, se ne casca qualche pezzetto in mare, non va a fondo, ma sta sopra l'acqua come fosse legno. Trovansi in questo luoco, luntano tre leghe dal lito, nuove passa d'acqua col fondo di creta.

Luio.

Il sabbato, quarto giorno di questo mese, essendo il sole in hort hort ovest, andò il vento da ost hort ost, col qual noi si sforzassemo far viaggio. Ed essendo doi leghe dal promontorio lontani, vedessemo in una valle una casetta, cosa rara in quelle parti; e poco dopo vedessemo anco nella cima d'un monte tre uomini, che d'altre parti ivi erano venuti per pigliare con i lacci armellini, martori, sciuri e altri animaletti di simil sorte: il che fu da noi giudicato per i molti lacci che su per il lito vedessimo. Nel levar del sole della domenica, si trovassemo all'incontro d'un certo colfo torto, ove i Russi con le lor barche s'erano in salvo retirati, e ove ancor noi dessemo fondo. E poi, vedendo che la maggior parte di loro erano partiti, non mi parve di piú ivi fermarmi, onde, seguendo il vento, con l'istesso corso superassemo il reflusso grande del mare.
Il lunedí, su l'ora del mezogiorno, copriva il crescente il lito tutto, qual non cresce altramente quasi se non quando la luna è meridionale. Subito che salpassemo l'ancore, scoprissemo le lodie de' Russi, che prima avevamo perse di vista, le quali di quel colfo per mezo gli arenosi monti uscivano: cominciano questi monti, quindeci leghe verso hort hort ost dal promontorio di San Giovanni. Seguitando noi sino al fine la correntia dell'acqua, dessemo poi fondo luntano sei leghe verso hort hort ost dal luoco ove questo istesso giorno vedessemo i Russi uscir del colfo. E in questo luoco ancora si retiraro i Russi con le lor lodie in colfo, nel quale per la bassezza all'acqua entrar noi non potessemo. Nell'ora del sole settentrionale, salpate l'ancore, drizzassemo il corso verso settentrione, e la terra si distendeva verso hort hort ost e verso zuid zuid west, sino al sole meridionale; e allora in 68 gradi e mezo di latitudine si ritrovassemo. Sotto la qual latitudine terminano i predetti monti e la terra si distende per hort, tramontana, e per ponente, west, per zuid, ostro, e per ost, levante, per ponente maestro e poi di nuovo per west; e da qui in poi si trovano l'acque piú grosse. Nell'ora poi che il sole era in hort west, si fermano meza lega vicino al lito, in dieci passa d'acqua, ove trovassemo gran quantitade de pesci diversi, come sono accelli over branchi e capitoni.
Passassemo il mercore appresso il promontorio detto da' suoi abitatori Cany Noz, avendo il vento ost da levante in nostro favore. La giobbia poi, essendo pochissimo vento, lo pigliassemo all'orza, per giungere con l'aiuto del reflusso piú facilmente a Cany Noz, e si trovammo sul mezogiorno in latitudine di 68 gradi e minuti 40. Volendo il giorno di venere seguente navigare nel modo del giorno passato, mai non si puoté, onde ci bisognò fermarsi su l'ancore: ed ecco vedemo turbarsi l'aere da settentrione e da ponente, e minacciare orribil tempesta. E io non sapeva ove per l'ancore fosse buon tenidore, né dove trovar porto alcuno ove le navi dalla fortuna imminente salvar si potessero: e la terra sotto la qual in questo temporale su l'ancore stessemo era al mare e a' venti scoperta. Mentre io m'andava imaginando quello ch'era da farsi, vidi una barchetta uscire fuori d'un colfo di detto promontorio Cany Noz, qual era quella di Gabrielle amico nostro, che per visitarne aveva e il porto sicuro e i compagni abbandonato. Ne avvertí esso della strada che per andar verso levante dovevamo tenere, onde salpassemo l'ancore: seguendo questa guida navigassemo verso levante, ost, e per zuid, ostro, col vento da ponente maestro, essendo una foltissima nebbia.
Il sabbato ancora per ost zuid ost navigassemo, e si trovammo da Gabrielle condotti in un certo colfo sicuro, detto Horgiovett, quale è da Cany Noz trenta leghe distante; nella bocca ed entrata del quale doi passa d'acqua trovassemo, ma passata quella l'acqua sempre era maggior, crescendo sino alla profondità di cinque passa e mezo. Mentre in questo luoco su l'ancore stessemo, mandai alquanti de' nostri a far legne al lito, li quali non vi trovarono pur un solo arbore, ma trovarono bene gran cataste di legne, dal corso dell'acqua ivi portate. Vi si trovarono anco gran quantità di uccelletti nei nidi, come di platee, di sepie, d'alcioni, di foleghe e d'altri diversi uccelli di simil sorte, de' quali ne toccò a noi la miglior parte, non volendosi i Russi, per una certa lor superstizione, toccare a modo alcuno. Caricassimo la domenica le legne in nave, e di pietre la saorna li dessemo; a che mentre si attende, scoperse Gabriel da lontano un certo fumo, e andò con la sua barca a vedere quello che fosse. Pareva che questo fumo sul lito fosse, ed era da noi due leghe lontano; ma essendo il sole in hort west, Gabrielle alla nave tornò, menando seco un certo giovene della gente de' Samoidi, l'abito e vestimento del quale molti forestieri ne parvero. Ne presentò questo giovene tre oche salvatiche e un chelonalopice (è questa una spezie d'anatre salvatiche). Mandai il lunedí nella barca di Gabrielle alcuni de' nostri al lito, quali al lor ritorno otto baricoo d'acqua dolce portarono. La latitudine di questo Horgiovett è di 68 gradi e mezo, e fassi quivi il crescente quando in zuid west, garbino, si trova la luna, alzandosi l'acqua per doi passa d'altezza.
Partimmo di questo luoco essendo il sole in ponente maestro, e felicemente verso levante veligiando venticinque leghe di viaggio facessemo, dove scoprissemo verso tramontana, hort, e per west, ponente, una certa isola otto leghe da noi distante, chiamata Dolgoyeve, dalla banda orientale della quale per spazio di sette leghe alla volta di ost, levante, e per zuid, ostro, sono molte pericolose seccagne. Il mercordí, essendo il sole per levante, s'eravamo al promontorio Zsvatoy Noz a cinque leghe avvicinati, avendo noi verso mezogiorno. Entrassemo questo istesso giorno per un pericoloso scanno della bocca del fiume Petzora, essendovi appena in essa un passo d'acqua; ed essendo stati tutto il giovedí su l'ancore, discesi il venere sul lito, ove trovai che 'l bossolo da navigare variava gradi tre e mezo da settentrione a ponente, essendo nell'istesso giorno in gradi 69 e minuti 10 di latitudine. Per lunghezza di doi overo di tre leghe della banda orientale di Zsviatoy Noz sino alla bocca del fiume Petzora è un continuo tratto di colli arenosi e una terra umile e molto bassa, e col reflusso del mare l'acqua sopra il predetto scanno quattro piedi cresce: qual accrescimento in questo luoco fassi essendo la luna in zuid west.
Il luni, essendo il sole in hort e ost, non senza molti pericoli se tirassemo fuora del scanno, ove soli cinque piedi d'acqua trovassemo, talchè nell'uscire vi era un piede d'acqua manco che nell'entrare. Di che giudico questa esser la cagione, che nell'entrare il vento, che di verso il mare soffiava, era gagliardo, e però, mentre noi passavamo co' nostri legni arando e movendo dette arene, il vento e il moto del mare in qua e in là le disperdevano; la qual cosa non averessemo auto ardire di fare, se non avessemo veduto le barche de' Russi passarci inanzi e assicurarci la strada. Ma nell'uscire i venti eran cessati, e il cielo da ogni parte era sereno, talchè non era cosí agitata l'arena dall'onde come nell'entrata; ma questo di bene avessemo, che alla nostra nave cinque piè d'acqua eran bastanti. Or, mentre sopra questo scanno passavamo, ne mancò in tutto il vento, qual era ost zuid ost, di modo che la correntia dell'acqua sequimmo, facendo il viaggio alla volta di ost hort ost. Ne parve il marti, essendo il sole in hort west, di veder terra di verso levante, ma s'accorgessemo poi che non terra, ma mucchi grandi e prodigiosi di pezzi di ghiaccio erano quelli, perchè non passò meza ora dopo che furo da noi scoperti che in mezo di esso si ritrovassemo, essendone in un subito venuti addosso e d'ogni intorno avendone chiusi. Ne pose questa cosa in gran spavento, e ne dette tanto da fare fatiche e stenti, da cosí imminente pericolo la nave cavassemo: perciochè fossemo di modo travagliati da questi quasi monti e castelli di ghiaccio che se la nostra nave, la quale col solo artimone allora veleggiava, non fosse stata agile e destra da maneggiare, essendo massime allora il vento di zuid zuid ost, era quasi impossibile di poter mai da tanti pericoli uscire a salvamento. Ma avendoli pur con divino aiuto finalmente superati, verso levante drizzassemo il camino, meglio che si poteva il vento pigliando, né troppo andassemo che di nuovo in mezo a gran pezzi di ghiaccio si trovassemo, ma non tanto pericolosi come erano i primi.
Il giovedí poi, essendo tranquillo il mare, si sforzassemo d'andare incontra al vento, che da settentrione allora spirava; e sul mezogiorno trovai che eravamo in latitudine di 70 gradi e 11 minuti. E avendo navigato quasi per doi ore con vento fresco da hort ost, greco, verso maestro, hort west, da una troppa di ghiaccio un'altra volta circondati fossemo, la qual, pigliando bene il vento, sicuramente passassemo, e spintisi in alto mare sei leghe di camino verso ponente facessemo. Voltassemo poi nel sole meridionale del venere le prore alla volta di levante, avendo il vento hort hort ost, e sul mezogiorno eravamo in 70 gradi e minuti 15 di latitudine; e a questo modo contrastando contra il vento fussemo il giorno di san Iacomo in 70 gradi e minuti 20 di latitudine. Nel qual giorno, essendo il sole in zuid west, s'accostò di modo alla nostra nave una gran balena, che facilmente s'averebbe con arme d'asta e anco con le spade potuta ferire: il che non si ebbe ardimento di fare, acciochè essa, sentendosi ferire, non gettasse sottosopra la nave, ma chiamai tutti gli uomini che eran su la nave e gli ordinai che tutti a un tratto a piú poter gridassero, affine che essa, spaventata da quei gridi, via se ne fuggisse. Il tempo era sereno e il mare tranquillo e senza vento, ed essendosi quella bestia a una banda della nave appoggiata, la tolse dal camino e fecela girare co l'altra banda a quel poco di vento che era, onde, come serrata tra doi muri, non si puoté muovere fin che co' gridi questa bestia non fu da noi scacciata. Avanzava la sua schiena di modo sopra l'acqua che da principio da gran maraviglia fossemo presi, nel considerare ciò che questo esser potesse, né potevamo sospicare che animale o pesce fosse.
Vedessemo poco dopo alcune isole, e verso esse il camino drizzassemo, ove era commoda stazione per le navi in 15 e 18 passa d'acqua, col fondo di fango negro: e quivi dessemo fondo, essendo il sole in hort west. E avendovi acqua dolce trovata, l'isole San Giacomo furon da noi nomate. Essendo la domenica il vento gagliardo e a noi contrario, su l'ancore stessemo; e il luni sul lito me ne andai per pigliare di quel luoco la latitudine, qual trovai di gradi 70 e di 42 minuti, e il bossolo da navigare sette gradi mezo variava da settentrione a ponente.
Navigassemo il marti lungo il lito alla volta di ponente, col vento di hort west; e mentre io voleva dar fondo, vedessemo venire una barchetta fuori della costa del promontorio ove aveva disegnato fermarmi: e mandai subbito il nostro schifo a intendere che gente in essa barca fosse. Furono i nostri umanamente nella barchetta ricevuti da quello che in essa commandava, qual gli aveva già conosciuto, e narrolli ch'era stato lor compagno di viaggio nel fiume Colay; insegnolli poi la strada che tenere si doveva per arrivare al fiume Obbi, e che il paese nel quale allora si trovavamo la Nova Gemba, cioè la nuova terra, si chiamava. Né di questo sodisfatto, se ne venne in persona col suo schifo alla nostra nave, nella quale essendo montato, di nuovo mi raccontò l'istesse cose dette di sopra, aggiungendo che in questa Nuova Gembla era un monte che al suo giudicio superava d'altezza tutti gli altri monti del mondo, e che né anco il Camen Bolshoy, qual in terra di Petzora a grande altezza ascende, a questo monte ad alcun modo parangonare d'altezza si può. Mi dette ancora certi segnali della strada per la quale al fiume Obbi si va. Pareva poi che egli avesse gran fretta di partire, essendo (come egli diceva) ormai passato il tempo commodo per le sue facende, e che per questo con noi piú non poteva dimorare; ond'io licenziandolo li donai un specchio d'acciaro, doi scorlieri di stagno e doi coltelli con la vagina di veluto. Per il qual presente parve che egli si contentasse di non si partire ancora, e raccontommi molte cose che al nostro proposito facevano, e in oltre retrocambiò il mio dono presentandomi decesette oche salvatiche e un grosso bracciadello. Ne disse poi che quattro delle lor lodie, over barchette, erano state dalla furia de' venti da Cany Noz gettate in questa Nuova Gembla. Chiamavasi costui per nome Loschak.
Mentre il mercore navigavamo verso levante, una barchetta vedessemo, quale era ancora essa una delle compagne di Loschak; alla quale avvicinatisi, e venuto a parlamento con quello che la guidava, intendessemo anco da lui del fiume Obba l'istesso che da Loschak inteso avevamo. Navigammo la giobbia verso levante col vento d'ost hort ost; il venere si levò un gagliardo vento da ponente, onde, essendo il sole in hort west, dessemo fondo sopra l'isole dette Vaigatt, ove vedessemo doi piccole lodie, cioè barchette de paesani, quali vennero alla nostra nave. Il patron delle quali mi fece presente d'un gran pane, e dissemi che tutti loro erano della città di Colmagro, da uno in fuori, quale in Petzora abitava, che ne parve anco piú valente de tutti gli altri nell'amazzare i pesci da lor chiamati morsi. Alcuni compagni loro davano in questo tempo la caccia a un orso bianco nelle rotture del monte poco dal lito lontane, e talmente l'astrinsero che egli si gittò nel mare, ove da' Moscoviti over Russi che eran con le barchette a noi venuti fu su' nostri occhi ucciso. Levatosi poi questo istesso giorno il vento da settentrione, vedessemo da lontano tanto ghiaccio che non ne parve sicuro il mettersi in mare.

Agosto.

Me n'andai il sabbato sul lito, ove vidi tre morsi che erano stati dalle predette gente amazzati; un dento non troppo grande del qual pesce un roublo è da lor stimato, qual è una sorte di moneta di quelle parti; e la pelle bianca de l'orso apprezzano doi over tre roubli. Ci dissero poi questi che nella maggiore di quell'isole era una sorte de Samoidi, gente fiera, crudele e idolatra, la quale non voleva la pratica de nessuna altra sorte di gente. Non hanno case, ma abitano sotto tende coperte de pelle di cervi, e sono gran lanciatori e sagittarii; hanno gran quantità d'ogni sorte de cervi.
Si levò la notte seguente una fortuna grande con vento gagliardo da ponente, e la domenica il vento era sí fiero, e tanta neve dal cielo cascò, che, ancor che fossemo sorti su doi ancore, appena dalla fortuna diffender si potemmo. Salpate il luni l'ancore e date le vele a' venti, arrivassemo all'incontro d'un'altra isola, distante dalla prima cinque leghe verso ost hort ost, ove venne Loschak un'altra volta a trovarci e pregommi che, lassata la nave, io andassi alquanto seco. La qual cosa avendo io fatta, smontammo in terra, e condussemi in un luoco non troppo dal lito lontano, ove me fece vedere molti idoli de' Samoidi, quali piú di trecento erano, brutti, sporchi e senza alcuna arte fatti, di modo che generavano nausea a' risguardanti, e avevano gli occhi e la bocca tutti sanguinosi. Erano questi effigie d'uomini, di donne e de fanciulli, tanto goffamente fatti che peggio non si potrebbe dire; ed erano anco le lor parti vergognose imbrattate di sangue, quale erano d'alcuni legnetti fatte, con doi o tre segni sopra col coltello fattivi.
Non vedessemo nessuno de' Samoidi, ma sí bene molti segnali loro, e tra gli altri alquante delle lor carrette guaste, oltra i molti tronchi d'arbori bagnati di sangue, quali che i lor altari fossero da noi fu giudicato. Vedessemo ancora certi instrumenti di legno, essi in luoco di speti per arrostir le carni adoperano, e per questo si può conietturare fanno il fuoco diritto sotto a essi speti. Mi diceva Loshak, qual era meco, che questi Samoidi di questo luoco non sono cosí fieri, salvatici e crudeli come quelli che intorno al fiume Obbi hanno le lor stanze. Dissemi ancora che essi case non hanno, né certo io mai ne viddi alcuna, ma fanno le lor tende di pelle di cervi, sostentandole con tavole e pali; e hanno anco barchette dell'istesse pelle fatte, le quali, quando essi dal mar s'allontanano, se le portano seco su le spalle. Non hanno da' cervi in fuora altre bestie da soma; sono privi di pane e di frumento, se a caso de' Russi non gli n'è portato. Né s'usa tra lor leggere o scrivere, essendo affatto privi delle lettere.
Giungessemo il marti ove la lodia di Loshak s'era in sicuro retirata, e ove prima eravamo su l'ancore stati. Allegrossi esso grandemente della nostra venuta, e avendone fatte molte carezze montò sopra la nostra nave e disse: "Se piacerà a Dio e al vento, voglio con voi sino al fiume Obbi venire, perciochè in queste isole de' Vaigatti pochissimi morsi si trovano"; aggiungendo che se non si fosse potuto arrivare al fiume Obbi, che nel fiume Narmzoye sarebbe entrato, ove non sono gli uomini tanto salvatici e bestiali come quelli che intorno al fiume Obbi abitano: perciochè quelli assaltano con le frezze e con le frombe tutti quelli che del lor lenguaggio non sono. Vedessemo il mercore venirci sopra monti cosí grandi di ghiaccio che fossemo astretti con prestezza di questo luoco partirsi, e di nuovo tornare verso mezogiorno all'isola nella quale alli 31 di luio s'eravamo fermati; sul lito della quale il giovedí smontai per pigliare la latitudine del luoco, e la trovai di 70 gradi e 25 minuti. E variava in questo luoco il bossolo da navigare otto gradi da settentrione verso ponente. E fra tanto che io sul lito stetti, Loshak e doi altre barchette di Petzora da noi si partirono; né poca maraviglia mi generò il vederli cosí in un subbito lassarci, né lo potessemo a modo alcuno per le secche sequire, essendovene tra quell'isola molte e molto pericolose. Ma, per quanto m'accorsi dopo, sono essi gran valent'uomini in prevedere le fortune maritime, perciochè il venere ne bisognò star sorti su l'ancore, essendosi una gran burasca da hort hort ost levata: la qual mentre durava, ne venne adosso dall'uno e dall'altro angolo dell'isola, alla coperta della quale sorti eravamo, tanta furia di quasi monti di ghiaccio che ne misero non poco spavento. Durò questa fortuna lungo tempo, con neve, grandine e pioggia; la quale essendo il sabbato alquanto abbassata, convenissemo nondimeno starsene fermi, per cagione d'una nebbia cosí fatta che appena tra noi di nave veder si potevamo, soffiando in questo tempo il vento hort ost e ost.
La domenica, su l'ora quarta della mattina, col vento zuid, dall'ostro, da questa isola facessemo levata. Mentre che tra le secche di queste isole piccole alla volta del mar s'avanzavamo, crebbe di modo la nebbia che ne convenne abbassar le vele per non urtare con quella oscurità in qualche scoglio, o dar su qualche seccagna. Essendo il sole in zuid ost, si sfantò alquanto la nebbia, onde, fatto vela, a mezogiorno si voltassemo verso l'isole Vaigatti; ed essendo il sole in occidente, di nuovo le vele callassemo, perciochè di nuovo levossi gran nebbia con pioggia. E scandagliato in questo luoco il mare, 25 passa d'acqua trovammo col fondo di fango negro; nel sole poi settentrionale, andò il vento a tramontana e per ost, levante, durando ancora foltissima nebbia. Il luni, essendo il sole orientale, buttato il scandaglio trovassemo 40 passa d'acqua, e il marti, durando ancora la nebbia, sorgessemo in 23 passa, essendo il sole in ost hort ost. Il mercore poi la mattina, su la terza ora, si disfantò la nebbia, essendo il vento hort ost e ost, e scoprissemo alcune altre isole di là dai Vagiatti, alle quali il nostro camino drizzassemo, navigando per ost zuid ost, e nel sole occidentale dessemo fondo dalla banda di zuid west di dette isole. E messi tre de' nostri nel schifo, li mandai in terra a pigliar lengua e far pratica coi Samoidi di detto paese, ma tornati rifferirono non aver trovato alcuno; e tutto questo giorno fu gran pioggia e pochissimo vento.
Levossi la giobbia vento da ponente, talmente che fossemo sforzati a star su l'ancore, perciochè il vento gagliardo ne spingeva alla volta di terra. E quantunque l'aere pieno di nebbia fosse, tuttavia navigassemo appresso il lito, sempre col scandaglio in mano: e avendo trovato terra tra noi e il vento, dessemo fondo, ma, schiarendosi la nebbia nel tramontar del sole, si trovassemo esser scorsi in mezo alle seccagne. E in questo giorno istesso di nuovo la nave saornassemo. Ascende il crescente del mare in questo luoco all'altezza di quattro piedi, e con ordine incerto crescono l'acque e callano. Stessemo il venere su l'ancore in mezo alle seccagne, essendo il vento da zuid west con gran pioggia e nebbia; qual tempo fu anco il sabbato, la domenica e il luni seguente, ora col vento da ponente, ora regnando west hort west. E il marti, sfantatasi la nebbia, si trovassemo in latitudine di 70 gradi e 10 minuti, e l'istesso giorno levossi di nuovo la nebbia col vento di west hort west; la quale dopo il mezogiorno del mercore essendosi schiarita, e levatosi il vento da ost hort ost, salpassemo l'ancora e otto leghe di camino per zuid e per ost navigassemo, insino all'ora settima, stimando noi di arrivare a vista de quei colli arenosi che sono dalla banda orientale di Petzora. Ed essendo il sole in hort west, la mezzana calassemo, per essersi levato vento contrario. E soffiando ost hort ost, levossi intorno a meza ora di notte fortuna tale che una simile non fu mai da noi provata dopo che d'Inghilterra partissemo; e dico tale che, se la man de Dio diffesi non ci avesse, era impossibile che la nostra nave avesse potuto reggere a cosí grand'empito del mare e de' venti. La quale piú furiosa la giobbia si fece, crescendo il vento da zuid zuid west; ma levatosi poco dopo il vento settentrionale, cessaron gli altri e acquietossi il mare. E giudicai allora di esser quindici leghe distante dall'angolo piú meridionale di Petzora. Essendo poi il sole in zuid west, con la mezzana comminciammo quasi contra il vento a velligiare, essendo egli in quel tempo da hort west e per hort. Ma, impediti dall'onde grande del mare, poco viaggio facessemo, e intorno a mezzanotte andava lentamente la nave per hort hort ost.
Il venerdí sul mezogiorno eravamo in latitudine di gradi 70 e otto minuti, ove, gettato il scandaglio, trovassemo 29 passa d'acqua e il fondo d'arena schietta di negro colore; ed essendo il sole in occidente voltassemo verso ponente la prora della nave, ma non passò troppo che da ponente il vento si levò. Fu il sabbato poi bonaccia calma, e intorno al suo mezogiorno fussemo in latitudine di 70 gradi e un terzo, ove, buttato il scandaglio, 49 passa d'acqua trovassemo, e il fondo di fango negro; onde se accorgessemo non esser troppo lontani dalla Nuova Gembla. E a questo modo per tre cagioni principali perdessemo la speranza di poter piú per questo anno verso levante andare. La prima delle quali fu che il vento per lo piú era da hort hort ost e per hort; quai venti, da settentrione venendo, sempre vanno crescendo, passato che si è Cany Noz per andar verso levante. La seconda fu la grande e terribile quantità del ghiaccio la quale ogni dí se vedevamo addosso, talchè sa Dio quanti pericoli passassemo. Il giorno per tanto di giobbia di questo mese, essendo la notte oscurissima e avvicinandosi l'inverno con le sue procelle, giudicai esser ben fatto, cosí per la salute de tutti noi come perchè non si poteva ciò fare se non con grandissimo pericolo, il lassar per questo anno di volere piú avanti scoprire. E però determinai col primo vento che a proposito fosse di drizzar il nostro viaggio alla volta del colfo di San Nicolò, per provare se ivi si poteva far qualche guadagno.
Vedessemo il sabbato forsi doi o tre leghe da lontano grandissimi mucchi de ghiaccio, il qual cosí da lungi parean quasi terra ferma, e si estendeva da settentrione alla volta del levante; ma spirando l'istesso giorno un piacevolissimo vento meridionale, dal qual portati piegassemo alquanto a levante, e cosí fuggissemo l'instante pericolo. Nel farsi poi sera, s'abbonacciò di fatto il mare, e soffiando un venticello da zuid west navigassemo per hort west e per west sino al mezogiorno del sabbato seguente; nel qual giorno fussemo in 70 gradi e mezo di latitudine, quantunque non si puoté la latitudine cosí giustamente a punto pigliare, per essersi alquanto il mar turbato, onde l'ebbi piú tosto per coniettura che per certezza ferma. Avessemo il luni il vento meridionale e per zuid, ostro, e per west, ponente, navigassemo, essendo sul mezogiorno in 70 gradi e minuti 10 di latitudine, e poco fu il vento di tutto questo giorno. Ed essendo il sole in west hort ponente maestro west, buttato il scandaglio 29 passa d'acqua trovassemo, col fondo di terra negra fangosa, con arena messedata: e qui fossemo cinque leghe distanti dall'isola Colgoyeva, dalla parte di hort hort ost. Fu il marti vento da ponente, contra il quale si sforzammo di navigare, e il simile fu il mercore, ma alquanto piú piacevole. E anco in questo giorno fossemo in 70 gradi e 10 minuti di latitudine, e lontani tre leghe dall'angolo settentrionale dall'isola Colgoyeva. Scorressemo il giovedí la parte occidentale di questa isola, in cerca di qualche luoco che buon tenitore avesse, essendo il vento di hort west, ma trovar non lo potessimo, però che di nuovo verso il mar voltassemo il camino, avendo il vento di west zuid west ed essendo nel far del giorno cascata molta neve.
Il venere si levò il vento meridionale, contra il quale fu il nostro camino, e il sabbato pur con detto si drizzassemo alla volta di ponente, ed essendo sul mezogiorno disfatta la nebbia, scoprissemo terra lontano da noi sette overo otto leghe, posta a levante di Cany Noz, ove trovassemo 35 passa d'acqua col fondo di terra fangosa. E poco dopo, avendo di nuovo buttato il scandaglio, solo 19 passa d'acqua trovassemo col fondo arenoso, ed eravamo vicini al lito tre leghe e meza. Nell'abbrunirsi della sera si levò in un subbito cosí gran furia de' venti che, non li potendo far contrasto, la prora alla volta di ponente girassemo. Si fece la domenica il vento piú piacevole e levossi nebbia, e col vento meridionale tirassemo verso levante per spazio d'otto ore, e indi col vento vest zuid vest navigassemo; e buttando il scandaglio trovassemo 32 passa d'acqua col fondo di terra fangosa. Il luni s'avvicinassemo al promontorio di Cany Noz, ove gettate l'ancore si ponemmo a pescare; e vi trovassemo gran quantità de pesci, e in particolare ve n'eran tanti d'una certa sorte, chiamati nusi da' paesani, che non lassavano avvicinarsi altra sorte di pesce agli ami, e con tal furia s'incozzavano che molti ne portarono via gli ami con i piombi che gli erano attaccati. Essendo poi il sole in occidente, levossi dalla parte di west hort west il vento con fortuna tale che sforzati fossemo ad abbandonar la pescaggione; e pigliando il vento stretto per zuid west e per zuid il camino prendessemo.

Settembre.

Il luni, essendo il sole in occidente, gettassemo il scandaglio e 20 passa d'acqua trovassemo, e nel fondo molti scorzi de caraguoli, onde feci giudicio d'esser lontano da Cany Noz 24 leghe. L'undecimo giorno poi di questo mese a Colmogro prendessemo porto, e ivi aspettassemo che l'inverno passasse.

Nel mese di maggio del 1557.

Partimmo una domenica dalla città di Colmogro col nome de Dio, nella nave chiamata Serchthrift. E questa città è situata in 64 gradi e minuti 25 di latitudine, e variava il bossolo da navigare da settentrione a levante gradi cinque e minuti diece. E giungessemo il luni all'isola Pozavka, qual è distante solo quattro leghe dai scanni di Berozova, e vi si fa il crescimento del mare quando la luna è in hort e per zuid. Si levammo il sabbato da Pozavka e drizzassemo il camino verso i scanni di Berozova, ove nel descrescente del mare dessemo fondo; mandando doi schifi sopra esso scanno tentassemo il suo fondo, e tredeci piedi alta, dove il suo maggior fondo era, la trovassemo. Vi s'alza il mare quando egli cresce intorno a tre piedi, qual fa il crescente quando la luna è in oriente. La domenica mattina de qui partita fessemo, e navigando tra le secche di quei scanni trovassemo in alcuni luoghi appena cinque passa d'acqua, sin che scoprissemo il colfo di San Nicolò; e alora, verso settentrione voltatici, l'indrizzassemo verso la cima d'un monte, posto a levante di Coia Reca, e mezo miglio da esso luoco distante.
Questa cima, monte e il monasterio di San Nicolò sono situati verso zuid zuid west e hort hort west, e sono lontane uno dall'altro undeci leghe. Coia Reca è mezo miglio vicina del Cany Noz dalla banda di levante; Cany Noz, e mezo l'isola Mowdeastro Ostro, la quale all'incontro de' scanni di Berozova è posta, sono verso zuid e per ost e verso hort e per west, e sono uno dall'altro distante quattro leghe; o per dir meglio dalla parte del scanno che verso il mare se distende a Cany Noz sono tre leghe e meza de distanzia. Il luni, essendo il sole in hort ost e per ost, fussemo all'incontro di Coscoy Noz. Dogges Noz è posto verso hort hort west otto leghe lontano da Coscoy Noz, e ha Dogges Noz la somiglianza di quel pesce che da' Latini capone è detto; nella piú bassa parte del quale vi si vede piantata una croce.

Giugno.

Tre leghe è distante il promontorio di Dogges Noz da Fox Noz, alla volta di hort e per west. E il secondo giorno di giugno sul lito smontai nell'angolo settentrionale di Dogges Noz, doi miglia da esso angolo lontano; trovai la latitudine di 65 gradi e di minuti 47, e anco in questo luoco essendo la luna orientale fassi il crescente del mare. Ed è qui da notare che quando il mare è nel maggior crescente, e che sopra il lito se distende, è il spazio di doi punti del bossolo da navigare prima che l'acque nel lor letto ritornino; e la variazione d'esso bossolo in questo luoco è di quattro gradi da settentrione a levante. L'istesso giorno il vento da hort hort west ne gittò indietro sino all'incontro di Dogges Noz, ove soffiando il vento hort e per west è un bonissimo luoco da star sull'ancore all'incontro di alcune saline, in quattro passa e mezo d'acqua: qual seccagna over saline sono mezo miglio distante dall'angolo settentrionale di Noz.
Essendo il venere il sole in zuid zuid west, di questo luoco se partissemo; e passati ch'avessemo quattro miglia verso settentrione, vedessemo che per tutti quei liti che a settentrione guardano non vi nascono né crescono arbori, essendo il lito tutto di terra da tentori; tuttavia in alcune rotture de' monti vi si vedono degli arbori. E il piú certo e manifesto segno di conoscere questo paese di Dogges Noz è questo, che egli è di terra da tentori, la qual cosa certo in altro luoco di questo paese non avemo veduta. All'incontro di Fox Noz, una lega dal lito lontano, vi è fondo di quindici passa d'acqua, e dall'angolo meridionale di Fox Noz sino a Zolatista vi fanno sei leghe di camino. La domenica, gettato in mare il scandaglio, cercai che altezza d'acqua era sopra i scanni di Zolasta, ove n'avevano detto i Russi che buon luoco averessemo per le navi trovato; ma dove essa era piú profonda non trovassemo se non quattro piedi d'acqua. Fossemo il luni in sessantasei gradi di latitudine, e in questo luoco avevamo a mezogiorno il capo di Pentecoste, da noi sei leghe distante.
Smontai il mercore in terra, su l'isola detta Croce, ove presi la latitudine gradi 66 e 24 minuti; ed essendosi slontanati dall'isola della Croce quasi una lega verso hort ost, scoprissemo terra dalla banda di levante, qual io giudicai che fosse il capo di Buona Fortuna, ed era allora da noi lontano intorno a nove leghe verso ost zuid ost. Il promontorio delle Grazie, overo il capo di Grace, è distante da l'isola della Croce sette leghe e meza verso hort ost. Vi sono anco doi altre isole verso hort hort ost, cinque leghe distante dal capo di Grace, delle quali quella che è piú verso mezodí è piccola e appena mille passa lunga, ma quella che è piú sotto il settentrione è ancor essa piccola e rotonda, e ambedue poco sono dal lito distante. Dalla prima di queste isole è situato il capo di Race verso tramontana e per west, e doi leghe sono l'una dall'altra distante. Meza lega lontano dal capo di Race, verso hort hort west, è un altro promontorio, tra l'uno e l'altro de' quali sicuramente e commodamente i Russi con le lodie si fermano, ed è da loro quel luoco chiamato Stanavich. Dalla banda poi occidentale del sopradetto promontorio è una lunga e alta pianura d'arena.
Alli diece di questo mese dessemo fondo tre leghe e meza oltra il capo di Race verso settentrione, e mezo miglia vicino al lito, ove fossemo in latitudine di 67 gradi e minuti 10; e conobbi farsi ivi il crescente quando è la luna in tramontana e per ost. Scandagliata poi l'acqua, trovassemo 22 passa di fondo, e in esso molti pozzi di varii conchilii grandi, e in alcun luoco pietre d'arena insieme stretta. Si levassemo da questo luoco sul mezogiorno col vento da tramontana, e per ost verso levante la prora drizzando, ed essendo dal corso dell'acqua aiutati. Voltandoci poi verso ponente trovassemo 22 passa d'acqua, col fondo di conchilie rotte e d'arena di color di cenere: ed era l'aere tutto di nebbia pieno, e di sorte fredda che essa sopra le corde s'agghiacciava, di galaverna cargandole.
La mattina del venere poi, essendo il sole orientale, disfantossi alquanto la nebbia, ma, soffiando un gagliardo vento da tramontana e per west, ed essendo le corde di galaverna cariche, giudicassemo che presto si levaria gran temporale, e che però saria bene di provedersi di qualche luoco sicuro: onde, drizzando il corso a quelle isole che sono dal capo di Race doi leghe distante verso mezogiorno, trovassemo buon luoco e sicuro. E in questo luoco il flusso del mar doi passa si alza, e fassi il reflusso quando la luna in zuid zuid si ritrova. Sono da' Russi queste isole chiamate Trie Ostrevee. Si può sicuramente tra l'una e l'altra passare, pur che si tenghi dritto il viaggio per il mezo del canale; ma se pur fia bisogno di piegare da alcuna delle bande, pieghisi verso l'isola maggiore, ove si trova tre passa e mezo, e quattro, d'acqua, finchè si giunge ove il canale è strettissimo, cioè tra l'angolo settentrionale dell'isola maggiore e l'angolo meridionale di terra ferma, all'incontro di detta isola posta; e allora bisogna il corso drizzare verso settentrione, finchè si arriva all'incontro di quella croce che in terra ferma si vede, e troverassi nel maggior calar dell'acqua 10 piedi di fondo con arena nettissima. E se ancora si vorrà per esso canale navigare alla volta di mezogiorno, bisogna avvertire di tenersi a banda destra quel lito che verso hort west si distende, perciochè, giunto che sarai all'incontro della croce detta di sopra, trovarai dalla banda dell'isola infiniti scogli, che si distendono per quanto tiene la metà della pianura arenosa di sopra nominata. Ma se converrai trovar luoco da stazio per i venti aquilonari, subito che del mare uscito serai accostati alla parte piú meridionale dell'isola maggiore, perciochè, avvicinato che sarai al continente, trovarai un commodissimo luoco da star al coperto de' venti aquilonari, in 4, 5, 6 e 7 passa d'acqua anco nel calar del mare. E inoltre, se bisogno farà, averai nell'isola maggiore commodissimo luoco da callefattare le navi, la qual isola maggiore è lunga quasi un miglio e un quarto di miglio larga.
Durò questa furia de' venti aquilonari sino alli sedeci di questo mese, e poi andò il vento a mezogiorno, ma sopragiunse tanta quantità di ghiaccio che non si potessemo di quel luoco partire. Nel qual tempo io me n'andai sul lito, e poco lontano dalla sopradetta croce trovai che eravamo in 66 gradi, cinquantaotto minuti e trenta secondi di latitudine, e la variazione del bossolo era di tre gradi e mezo da settentrione a levante. La giobbia, essendo il ciel sereno e il vento da settentrione, a piene vele il vento seguitassemo; e avendo dato fondo lontano tre leghe dall'angolo settentrionale del capo di Race e doi miglia a terra vicino, trovassemo venti passa d'acqua col fondo d'arena di color di cenere e negra, con la quale messedate erano pezzetti de diverse conchilie. E abbonacciato alquanto il vento, al lito s'avvicinassemo tanto quanto son lunghe due corde, e vi trovammo 18 passa d'acqua col fondo d'arena cenericia e negra.
È in questo luoco buona e sicura stanzia per le navi ne' tempi tempestosi per i venti da settentrione e da ponente. Dal capo del Corpo di Cristo verso mezogiorno, e da esso due leghe distante, è una certa altezza di terra, alla coperta della quale si possono le navi reparare dalla tramontana e dall'ost. E dalla banda di ponente, quasi un miglio vicino al lito, sono 23 passa d'acqua, col fondo di nettissima arena, tra la quale sono meschiati alcuni pezzetti di scorze di conchilie, e l'istesso fondo si trova vicino al lito quanto son lunghe due corde in 18 passa d'acqua. Dessemo fondo un miglio dal lito lontano, ove si fa il crescente quando la luna è in zuid e per west, due leghe lontano dal capo del Corpo di Cristo alla volta di mezogiorno: è la piú orientale punta di tutta quella terra, la quale insieme col capo di Race è verso mezogiorno situata, con mezo punto a west e per tramontana e con mezo punto verso ost; e sei leghe sono l'uno dall'altro distanti. Si fermassemo questo giorno su l'ancore lontani da capo di Race sei leghe verso settentrione, avendo il vento da ponente maestro, con nebbia e freddo grande; e intorno al mezodí apparve alquanto il sole in mezo alla folta nebbia. E cercando io la latitudine del luoco, la trovai di 67 gradi e 29 minuti.
Giungessemo il luni all'incontro del capo del Corpo di Cristo, doi leghe e meza dal lito lontani, ove, scandagliata l'acqua, si trovassemo in 36 passa e il fondo d'arena di color di semola, con molti pezzetti di scorze di quelle cappe che si chiamano di san Iacomo di Compostella. Il martidí di mattina fossemo all'incontro del capo Galant, che da' Russi Socti Noz è nominato; e mentre navigamo tra esso e il capo di Confort, levossi prima il vento da hort west, indi subbito andò da tramontana, talchè ne convenne cercar luoco sicuro per le navi e lo trovassemo sicurissimo contra tutti i venti in sette passa d'acqua. E avendo dato fondi tra l'isola di San Giovanni e i luochi di terra ferma, mi ritrovai in 68 gradi e un minuto. Passato il mezodí, il vento era tutto settentrionale, e fossemo quasi sepolti dalla gran neve qual cascò quel giorno dal cielo. Vennero questo giorno a trovarne nelle lor barchette di cuoro sedeci Lapponi, che doi fanciulletti seco avevano; ed essendovene alcuni che parlavano russo, li domandai ove essi le lor stanzie avessero, e mi risposero che le loro abitazioni erano poco distanti dal fiume Vecongo, e che la loro orda era di circa cento uomini, non computando né le donne né i putti. Diceva ancora che essi cercavano il lor vento tra le rupi e i sassi, affermando che, se non ne trovavano, convenivano star senza mangiare. E io certo li vidi, non altrimente che se buoi fossero stati, ingordamente l'erbe mangiare e anco inghiottirsi gli ovi crudi che nei nidi degli uccelli trovavano, e tal volta con i pozzi dentro già mezo creati.
Il venerdí mattina dall'isole di San Giovanni si partissemo, e scandagliando il mar dalla lor banda di ponente 36 passa d'acqua trovassemo, col fondo di terra fangosa con arena mescolata. È situata Ivana Creos (cioè la isola di San Giovanni) a west hort west con mezo punto verso settentrione dal promontorio del capo Galant, e sono sette leghe l'un luoco dall'altro distanti. Il promontorio di questa isola, la qual noi capo Confort nominassemo, è situato da Ivana Creos verso hort west e per tramontana, e quasi la terza parte d'un punto dalla volta di ponente, e sono tre leghe tra esse distanti. Delle sette isole poi, quella di San Giorgio, la quale è piú orientale de tutte l'altre, è situata da Ivana Creos a hort west, con mezo punto verso tramontana: quattordici leghe e meza sono una dall'altra lontane, e il capo di Confort in questo tratto è posto. La ultima ancora di queste isole, insieme col capo di Confort, si distende verso hort west e per tramontana, a zuid ost e per zuid. Sotto quella che è piú meridionale è commodissimo luoco per le navi, quando è fortuna da hort west sino a hort ost. Dalla banda di zuid ost sino a quella di hort west di queste sette isole vi è distanzia di tre leghe e meza. Dalla parte poi di hort ost delle dette isole sino all'isola di San Pietro sono undeci leghe di camino; qual isola di San Pietro si scopre alla volta di hort west, piú tosto come una punta di terra bassa e depressa che abbia d'isola forma, e ha un certo luoco rilevato a somiglianza d'un castello.
L'isola di San Paulo è situata da quella di San Pietro verso hort west e per west; sei leghe sono l'una dall'altra distanti. È in questa isola un bellissimo colfo col fondo arenoso, e molto commodo da mettersi in sicuro contra i venti aquilonari. Il promontorio over capo di Sover Bear è posto verso hort west e per west dall'isola di San Paulo, cinque leghe da quella distante. Il capo di Confort, qual è l'isola Kildena, giace sei leghe lontano da Sover Bear, alla volta di hort west; e sono per tutto questo colfo isole assai. Dal capo di Bonaventura sino a Chebe Navogolocke sono diece leghe verso hort west, e piegando assai alla volta di west; qual Chebe Navogolocke è amenissimo promontorio, sopra il quale la terra s'alza a somiglianza d'una grandissima botte; e da questo luoco sino a Regor sono leghe nove e meza di distanzia, tirando alla volta di hort west con mezo ponto verso west. Appare Rhegor a quelli che di levante vengono come doi monticelli uniti insieme a guisa d'una sella, overo d'una gobba di camello.
Si fermassemo la domenica sopra l'ancore alla banda orientale di Rhegor, ove notassemo che il mare il suo crescente faceva quando era la luna in zuid west e per ost; e mezo miglio dal lito lontano, 15 passa d'acqua trovassemo. Essendo poi il sole in hort west, si levò la nebbia cosí spessa che sforzati fossemo a dar fondo poco da quella punta lontani che verso Doms Haffe si distende, ove avessemo 33 passa d'acqua col fondo furfuraceo. Giungessimo il luni dopo mezogiorno alla bocca del fiume Vardhusso, il che col scandagliar l'acqua fu da noi conosciuto, perciochè per la gran nebbia scoprir non lo potessemo. Mandai in questo uno de' nostri al lito, che intendesse che paesi questi fossero, e quello che in essi si facesse, e che insieme procurasse d'intendere qualche nuova delle nostre navi. E il marti sul lito smontai, ove desinai col luocotenente del governator di quei paesi, dal qual fui cortesemente accarezzato, perciochè il governatore non era ancora da Bargia venuto, quale di giorno in giorno s'aspettava, ed era openione che dovesse portare qualche cosa di nuovo. Essendo poi il sole in hort west e per tramontana, da Vardhusso si partissemo, e alla piú dretta verso Colmagro tirassemo. E il mercordí, giunti che fossemo a Rhegor, si levò il vento ost zuid ost a noi contrario, talchè ci astrense a retirarsi alla coperta dalla banda occidentale del promontorio di Rhegor, ove si trova un bonissimo luoco da stazio per tre over quattro navi piccole, che non peschino piú d'undeci over dodeci piedi, e non possono esser travagliate se non dal vento ost hort ost, perciochè sono diffese da' venti aquilonari da alcuni scogli ver tramontana posti.
Nel qual luoco essendo noi entrati, vi trovassemo una piccola navetta che di Dronton veniva, il patron della quale ne fece relazione che una delle nostre navi, detta Filippo e Maria, s'era in esso luoco sovernata, e che il mese di marzo in Inghilterra era tornata; e un'altra, chiamata Confiera, andata in marina, e s'era spezzata, le vele delle quali disse aver comprate e ce le mostrò, che alla sua navetta accommodate l'aveva. Ivi condussero poco dopo i Teutoni alle lor tende, ove fui da loro umanamente trattato, e vidi una fiera ove i Laponi da' Teutoni molte cose compravano, come sono piatti, tondi, bazini e scoglieri d'argento, e anco annelli e fibbie da centure d'argento indorato, con collanne e manili pur d'argento con bella arte lavorati. Vi portano i Teutoni anco il zito, qual è una gagliardissima bevanda, e detta volgarmente la doppia birra, e un'altra sorte di vino, chiamato meda, qual con miele ed erbe è fatto da loro. E son sicuro che quel zito, ch'appresso di noi in Inghilterra è reputato per una cosa rara e che universalmente la doppia birra si chiama, non saria a par del loro stimato di bontade alcuna da' Kerilli, da' Laponi. Vidi anco che i Teutoni vendevano in questo luoco panni grossi de diversi colori, e molte pelle di ludrie, di castori e di volpe, cosí negre come rosse, con le quali non possono le nostre stare a parangone; ma i prezzi di queste cose non puoti mai da loro intendere. Imparai solo questo, che li vidi cambiare doi loade d'argento, le quali un dolor fanno, con cento pesci secchi, volgarmente da lor stockffissche, chiamati. Si raccontavano poi che questo anno del 1557 avevano con le lor mercanzie fatto in queste parti un gran guadagno, e che disegnavano di partirsi con prestezza con gli lor legni carichi e andarsene per la piú curta a Vardusso, ove scaricata la lor robba volevano con l'istessa velocità in questo luoco con nuove mercanzie tornare. E il figliuolo del governatore mi disse di voler andare in Amsterdam con una nave carica di pesci, qual anco mi donò una barile di quel gagliardo zito, e portomela esso istesso sino alla nave.
Indi mi detti a praticare con i Russi, con i Kerilli, quali mi offersero di vender de' lor pesci; e facendomi l'istessa offerta anco i Lapponi, agli uni e agli altri resposi che io non mi ritrovava per allora denari da poter con essi trafegare, e che io non era venuto quivi ad altro effetto se non per ricercare le navi le quali da noi s'erano smarrite. Mi pregarono essi che io tornasse l'anno seguente a vederli; e avendoli detto io tra l'altre cose che non era possibile che loro tanto pesce avessero che a noi dar ne potessero, e far che anco Teutoni sodisfatti ne restassero, mi fu da lor risposto che quando vi andassero piú navi e piú spesso a levare la lor mercanzia, che anco piú gente concorreria dalle circonvicine provincie cosí a pigliare come ad acconciare i pesci; aggiungendo esser alcuni di quelli che quivi eran presenti li quali abitavano quindi lontano il viaggio di doi mesi, e con carrettine tirate da velocissimi cervi (che di velocità superavano il corso de' cavalli) in queste parti venivano.
Mentre che io era a parlamento co' Laponi e con i Kerilli, un officiale del grande imperator de Russia, qual era quivi venuto a rescoter il tributo che al suo prencipe da queste genti si pagava, mi mandò per un suo messo a pregare che io mi contentasse d'andare alla sua tenda; qual, dopo avermi umanamente salutato, con inchinare il capo ad usanza de' monaci, e dopo fatta insieme una colazione, mi domandò per qual cagione non andassero le nostre navi in quelle parti. A che risposi ciò esser occorso per non aver noi prima avuta di questo luoco conoscenza, né saputo di questa fiera che in esso si faceva. Replicò egli: "Se voi frequentarete il venirvi spesso, vi si farà molto maggior concorso di pescatori, onde giudico che saria ben fatto a dar principio a questo negozio". "Se piacerà a Dio, - dissi io, - questo anno che viene averete delle nostre navi in questo porto". E perchè io vidi che nell'istesso tempo i ministri del re di Dazia dagli istessi Laponi il tributo rescuotevano, domandai Vassilleo Feothrovich, officiale del prencipe di Russia, se i Daci ne averebbeno dato fastidio alcuno nel venir che noi facessemo a Rhegor. Mi rispose: "Non abbiate di ciò spavento alcuno, perchè questo paese è del mio prencipe, e per suo nome io vi commando che voi arditamente e con l'animo reposato frequentiate di questo luoco la pratica". Non venderono i Kerilli né i Laponi i lor pesci sinchè questo officiale non li ebbe veduti e datoli licenza di venderli.
Li domandai anco che sorte di mercanzia a questa fiera venissero: "Oro, - mi rispose egli, - argento, perle e panni di varii colori, ma per la maggior parte turchini, rossi e verdi; molto gagliardo zitto, vino, vasi di peltre e pelle de volpi". Pagano questi Laponi tributo al grande imperador de' Russi, al re di Dazia e a quello di Svezia. Mi disse poi Vassileo che nel fiume Cola, qual nasce 20 leghe sopra Reghor verso zuid ost, gran copia di salmoni trovaressemo, purchè nella Russia fosse il frumento in basso prezzo, perciochè allora gran numero di poveri e di pescatori a pescarli vi concorreno. Mi dissero i Teutoni che essi avevano questo anno fatto un buon guadagno, secondo ch'all'incontro i Kerilli si lamentavano d'aver avuto un cattivo anno, per non aver potuto vendere i lor pesci, e che quelli che venduti avevano gli avevano a' Teutoni dati per quel prezzo che ad essi era piacciuto. Li domandai allora a che prezzo venduti gli avessero; e mi dissero che gli aveano dati 25 pesci per quattro alteni, che redotti alla nostra moneta possono essere intorno a venti dinari. Mi fu anco detto da' Teutoni che in Reghor si acconciavano i miglior pesci secchi che nel paese fossero, che da loro stookiffische son chiamati.
Vidi nella tenda di Vassilleo sette overo otto arme d'asta e altrettanti archi con i lor carcassi pieni di frezze, spade e altre sorte d'armi. Fui invitato a la lor tenda anco da quelli che per lo re di Dazia il tributo riscotevano, ove vidi anco l'istesse arme, e non in alcuno altro luoco. E domandandoli io se si servivano di queste arme contra i Laponi, mi risposero che non l'adoperavano in questo, ma solo per castigare i suoi quando in qualche errore incorressero. Guardati da non ti fidare di Kerilli né di Laponi, perciochè essi non men che i Russi al robare attendono, e in questo assuefatti sono.
Ora, mancando il vento ed essendo ormai tanto calcato che non potevano piú a Colmogro tornare, si fermassemo su la banda orientale del promontorio Reghor, ove mandai a terra alquanti de' nostri, acciochè ne' forni de' Kerilli cuocessero del pane.

Il fine di questa navigazione



Dei commentarii del viaggio in Persia di messer Caterino Zeno il cavaliere, e delle guerre fatte nell'imperio persiano dal tempo di Ussuncassano in qua, libri due; e dello scoprimento dell'isole Frislanda, Eslanda, Engrovelanda, Estochilanda e Icaria, fatto sotto il polo artico da due fratelli Zeni, messer Nicolò il cavaliere e messer antonio, libro uno.


PROEMIO DELL'AUTTORE

Avendo io preso a scrivere un viaggio fatto in Persia da messer Caterino Zeno il cavalliere mentre la nostra Republica, per esser in guerra col Turco, desiderava che dalla banda di levante egli fosse travagliato dall'arme del re Ussuncassano, che alcuni anni avanti con molta scienzia dell'arte militare aveva fatta sua la Persia e gran parte delle convicine provincie, ho giudicato convenirsi assai al mio proposito toccar tutte le guerre che furono fatte in Persia, o tra quelli della casa reale o da essi Persiani contra i Turchi; e particolarmente narrar in che modo esso Ussuncassano, essendo povero signore e di molti fratelli che aveva (dei quali Giausa, il primogenito, era rimaso re di Persia) il men potente di stato, perchè non possedeva se non un picciolo castello, né aveva a sua ubbidienza fuor che trenta soldati, s'alzasse poi a tanta grandezza che gli bastasse l'animo di combatter l'imperio di tutta l'Asia con la casa ottomana, che molto in fiore di opulenzia e di potenza sotto Maomette era formidabile a tutto il Levante.
Ma con che arte egli si facesse re, se per sua propria virtú o per astuzia, dirò con quella brevità che potrò maggiore, per aver istimato questa cosa degna da essere scritta alle nostre genti: perchè di tutti i re d'Oriente che furono doppo che dai Persi fu tolta la monarchia e trasferita nei Greci, niun fu che pareggiasse la grandezza di Dario d'Istaspe di Ussuncassano, e se la fortuna l'avesse favorito, come nella prima battaglia ch'egli ebbe su l'Eufrate con i Turchi, anco nella seconda a Tabeada, nelle campagne di Tocato, non è dubio che si sarebbe col corso di quelle due vittorie insignorito di tutta l'Asia e dell'Egitto. Ma si debbono forte doler alcuni re orientali, grandi di forze, grandi d'animo, di non aver avuto scrittori ch'abbiano celebrato le lor cose: perchè e tra i soldani d'Egitto e tra i re di Persia ci sono stati uomini eccellentissimi nella guerra e degni non solo d'essere paragonati con i re barbari antichi famosi in arme, ma eziandio con i grandi capitani greci e romani in tutte quelle cose che si possono desiderar in sommo grado di eccellenza ne' valenti imperatori d'eserciti. Perchè a noi, che siamo in Europa, e ammiratori delle lontane e vicine virtú, vengono cosí mozze e cosí imperfette le cose fatte da quelli, che per i pochi particolari che se ne ha non è possibile che si ordisca compiuta istoria. Però non sia alcuno che si maravigli se in questi miei commentarii non iscriverò le cose cosí largamente in alcuni luoghi, come averei fatto se piú piene informazioni avesse avuto, perchè messer Caterino, che come s'è detto andò ambasciadore a Ussuncassano, scrisse alcune lettere sopra ciò, delle quali ho tratto il sugo di questa poca istoria, a sodisfazione di coloro che, sentendo ragionar del Sofí e del suo grande stato, sono vaghi d'aver notizia delle cose di quell'imperio.
E ben so che, nello scrivere assai diversamente in questa materia da quel che ne ha scritto e altri autori, molti si rivolgeranno al riprendere, per essere difficile estirpar dalle menti le radici de una invecchiata opinione; ma avanti che essi il facciano, prego che mirino piú alla buona intenzione mia che ad altro desiderio ch'io abbia di farmi riputar per piú intendente delle cose del mondo che gli altri scrittori. Perchè noi dobbiamo molto piú prestar fede a uno che per parentado era congiunto con Ussuncassano e ch'ebbe dalla reina Despina sua zia, come si de' credere, di tutte le cose da lui fatte cognizioni, che non a coloro che solo nelle loro istorie si sono valuti delle relazioni d'alcuni Armeni, forse nimici di quel re; i quali, per torgli la riputazione, andarono spargendo fama ch'egli non era nato di sangue reale e che, mentre egli governava alcuni luoghi d'Armenia, con lo spender assai e farsi ben voler ai soldati, ebbe occasione di venir a rottura con Giausa, e fraudolentemente farlo morir col figliuolo. E aggiungono, per piú abbellir questa menzogna, che in esso Giausa si estinse la progenie di Moleoncre, già gran sultano de' Parti. Le quali cose tutte si conoscono non essere vere, perchè come averebbe Ussuncassano potuto signoreggiar la Persia quando egli non fosse stato di sangue reale? Massimamente perchè non è alcuna nazione che abbia in piú stima la nobiltà e stirpe reggia di quel che hanno i Persiani; e lasciati gli esempii antichi di Dario d'Istaspe, nato di Atossa, figliuola di Ciro, s'è veduto nei piú freschi tempi regnar gloriosamente Ismale per questa cagione, che, quantunque egli non nascesse di sangue reale da canto di padre, la madre nondimeno sua, chiamata Marta, fu figliuola di Ussuncassano, per la quale il nuovo re fu tolerato, come già Dario per sua madre Atossa. Né debbiamo credere che la fazione degli antichi re (se pur alcuna fazione vi fu, come costoro dicono) si fosse cosí tosto levata via, perciochè, dove occorre un nuovo sangue che regni, è impossibile che ci nascano grandi motivi e tumulti, come tra molti regni della cristianità abbiamo veduto. E pur il regno di Ussuncassano, quanto alle cose di dentro, non sentí alcuno strepito di guerra domestica o civile, se non quella di suo figliuolo Unghermaumet: ma questa fu ambizione di signoreggiare e non fazione di antico o recente regno.
Però leggansi senza riprensione questi miei commentarii, che se io avessi potuto trovar il viaggio fatto per messer Caterino, che primo ci diede a conoscer le cose della Persia, e doppo di lui messer Giosafat Barbaro, e in fine messer Ambrogio Contarini, tutti ambasciadori in Persia per la nostra Republica, molte altre particolarità averei tocche che sarebbeno state carissime a quelli che si dilettano di queste cose: perchè esso viaggio, che fu stampato, per gran ricercar che abbia fatto non m'è mai potuto venir alle mani. S'egli mi verrà, che non è alcuno cosí maligno che nol debba dar fuori, supplirò a quanto ora ho mancato. Ma assai si dice che fa colui che fa quel che può: poi che altri particolari maggiori non s'è potuto avere, tolgasi questi e lodissi l'industria del buon messer Caterino, che io, per non aver trovato piú che tanto tra le sue scritture, piú che tanto non ho potuto scrivere.


DEI COMMENTARII DEL VIAGGIO IN PERSIA
E DELLE GUERRE PERSIANE
DI MESSER CATERINO ZENO IL CAVALLIERE.


LIBRO PRIMO


L'anno del nascer del nostro Signor Iesú Cristo mille e quattrocento e cinquanta, regnando in Persia Giausa, Assimbeio, che dapoi per le cose da lui fatte si disse Ussuncassano, che in lingua persiana vien a dire magno uomo, non si contentando d'essere signore d'un picciolo castello, cominciò a poco a poco a usurparsi gli stati e le giurisdizioni degli altri suoi fratelli men potenti di lui; i quali, o perchè non fossero da sé studiosi dell'arme, o perchè per altro amassero di vivere in ocio, non resistendo alla sua ambizione facilmente lo fecero montar in credito e in fama. Era Ussuncassano uomo bellicoso, valente e sopra tutto di magnificentissima liberalità, ch'è virtú rara nei gran signori a destar verso di sé l'affezione dei soldati, pur ch'ella s'usi a tempo e a luogo, e con quelli ch'hanno qualche merito di valentigia, acciochè quel che l'usa non sia riputato o di poco giudicio o prodigo. Per la qual cosa egli ebbe tosto il seguito di gente di guerra, sí che, messo insieme cinquecento buoni cavalli, diede l'assalto alla famosa e grande città di Amitto; dove la fortuna gli fu cosí favorevole che la prese, con tanta sua riputazione che oramai egli avea il concorso di tutti quei paesi.
Per questo pensò che di leggier li verrebbe fatto di poter isforzar il regno di Persia, pur che non gli mancassero quelli favori ch'avea cosí pronti di molti suoi partegiani. Per il che, fatto di lor grosso esercito, si mise in campagna con animo, se Giausa si movesse di tentar la fortuna della battaglia. Essendo ridetto a Giausa, che s'avea mezo insospettito per quei motivi del fratello, l'insulto e presa di Amitto, non giudicò che facesse piú per lui lo star a bada, cosí per non lasciar crescer in piú forze Ussuncassano, come per riparar a molt'altri inconvenienti che sogliono addur con seco le tarde provigioni della guerra. Messo per tanto insieme l'esercito con quasi tutte le forze della Persia, venne contra Ussuncassano. Qui alcuni signori persiani, amicissimi dell'uno e dell'altro, conoscendo quanto danno ne sarebbe seguito alla Persia se si fosse venuto all'arme e al sangue, si framessero tra questi fratelli e ridussero con molta destrezza le cose a buoni termini di pace. Se non che Giausa, chiedendo di tributo a Ussuncassano trecento garzoni, né volendo esso a ciò consentire, fu cagione che si rompesse ogni pratica di accordo, perchè egli diceva: "Ho io imperio sopra i figliuoli de' miei vassalli che gli paghi a Giausa per tributo? O posso io forse disporre delle loro come delle mie cose? Se Giausa volesse far forza di averli con l'arme in mano dai lor padri e dalle madri, io non consentirei mai che fossero tolti, quantunque fossi certo di perdervi la vita, perchè cosí è obligato il prencipe a difender i suoi, come essi a ubbidire: or consideri se di volontà glieli darò". La qual risposta toccò in maniera al vivo l'animo di quei popoli, che non era alcuno che volentieri non avesse messo in ogni pericolo la vita per Ussuncassano. Con questo favore adunque egli tirò artificiosamente Giausa nelle campagne di Arsenga, nel qual luogo, venuto con lui alle mani, lo vinse e prese, seguendo suo figliuolo, che si salvò con la fuga fin sopra Tauris.
Dicono le istorie persiane che Maomete secondo, signor di Turchi, il quale dubitava che la grandezza di Ussuncassano non gli avesse col tempo a nuocere, prese a favorir Giausa per rimetterlo in stato; onde Ussuncassano, ch'aspettava qualche gran moto di verso quelle parti, mandò Unghermaumet suo figliuolo, valentissimo giovinetto in arme, fin sopra Tauris, il quale s'insignorí d'un gran paese, mentre egli d'altro lato, che andava riducendo tutta la Persia a sua ubbidienza, aveva occupato fin al mar d'India, possedendo grande stato. Il quale stato si chiudeva in questi termini: da levante aveva il fiume Indo e i Tartari, da ponente Gorgora, Trabisonda, Caramania, Soria e l'Armenia minore di qua dell'Eufrate; da ostro gli Arabi e 'l mar d'India, da tramontana il mar di Baccú. Questo suo paese era la maggior parte tenuto dagli Armeni cristiani e dai popoli naturali persiani, separandolo una perpetua trincea di montagne, abitate da' Curdi, popoli liberi, e parte dominate dal signor di Betelis, il quale alcuni anni dapoi, vedendo la grandezza di Ussuncassano, venne alla sua ubidienza.
E perchè allora l'arme turchesche erano piú che mai floride e illustri sotto Maomete secondo gran Turco, e si faceano gloriosamente sentire in Asia e in Europa, dubitando Ussuncassano che tanto imperio e tante forze della casa ottomana non distruggessero col tempo il regno di Persia, come suol avenire a' grandi prencipi che sempre viveno in gelosia degli stati loro, se veggono un qualch'altro prencipe di spirito far grandi progressi con l'arme in mano, fece strettissima lega e parentado con Caloiane, imperador di Trabisonda, prendendo per moglie la Despina sua figliola, con condizione ch'ella potesse vivere nella legge cristiana. Questo medesimo imperadore maritò anco un'altra sua figliuola nel signor Nicolò Crespo, duca dell'Arcipelago, di cui ne nacquero quattro figliuole femine, che furono dapoi onoratissimamente maritate in altretanti gentiluomini veneziani de' primi della nobilità. E d'una, che fu Fiorenza, locata in casa Cornaro, nacque madama Caterina, la reina di Cipri, e messer Giorgio il procuratore; di Valenza, maritata in messer Giovanni Loredano dalla Samitara fu di messer Alvise il procuratore, non uscí prole alcuna. D'un'altra, detta Lucrezia, maritata in casa Priuli, uscí messer Nicolò il procuratore, e di Violante, che si congiunse in matrimonio con messer Caterino Zeno il cavalliere, che fu poi ambasciadore in Persia a Ussuncassano, uscí messer Pietro, che generò messer Caterino, morto l'anno passato, che Dio abbia raccolta la sua felicissima anima: dal quale è nato messer Nicolò, che ancor vive.
Il qual messer Caterino cavaliere, in quelli sospetti ch'avevano quasi tutte le potenzie del mondo della grandezza di Maumete gran Turco, fu spedito ambasciadore della nostra Republica a Ussuncassano, acciochè, poi che non potevano mover i re di Ponente a travagliar il commune nimico, che tutto sitibondo di regni aspirava all'imperio del mondo, movessero almeno quelli di Levante, che dal medesimo sospetto presi stavano ansii e dubbii delle cose loro. Perchè la fortuna, che molte volte suole opporsi agli alti desiderii degl'uomini, fece che la nostra Republica, per trovarsi allora in colmo d'amplitudine e floridissima per molti acquisti fatti, avendo gli anni davanti gloriosamente guerreggiato in Lombardia con Filippo Visconte e accresciuto il suo imperio in quella provincia, destò di sé una certa gelosia nei re d'Europa, che temevano che tanto stato e tanta opulenzia non si rivolgesse col tempo in lor pernicie; e sopra tutto che essa Republica, sendo superiore ne' governi civili alla romana, nell'ingrandirsi e alzarsi in potenzia in un certo modo non la venisse con gli anni a pareggiare. Onde, quasi che congiurati insieme, mentr'ella li chiedeva a un per uno di lega contra Maomete, tutti gliela negarono a viso aperto. Per la qual cosa i maggiori nostri, che per buon zelo erano infiammati a questa salutifera impresa, ne stavano pieni di molt'affanni, vedendo che l'invidia della lor grandezza veniva a cagionar la ruina della cristianità: che, se essi ch'erano potentissimi in mare e con grande stato in Grecia, e ricchi per alcune grosse isole che possedevano, avessero riceuto pur un poco di percossa, che ostacolo sarebbe rimaso al Turco che non avesse assaltato l'Italia, come se ne vide l'effetto poi nella presa d'Otranto? Ma quel era che li teneva in maggior fastidio e travaglio d'animo, che il Turco, conosciuta l'importanza d'aver questa Republica amica, la ricercava di pace; e i padri vedevano che, doppo che fossero stati battuti i piú potenti delle sue arme, rimanevano, collegandosi con lui, a una manifesta preda del vincitore.
Or, mentre si trovavano in queste ansietà, giunsero a Venezia quattro ambasciadori mandati da Ussuncassano, cioè Azimamet, Morat, Nicolò e Chefarsa, uomini gravi e di grande auttorità appresso il re, i quali, con assai proferte del signor loro, s'offerirono di far lega e buona compagnia contra il Turco e contra il soldano, pur che i Veneziani non mancassero con l'armate di mare di travagliar l'una e l'altra potenzia. I quali, lieti d'aver trovato il maggiore e piú potente re di Levante per confederato e compagno di quella guerra, accettarono l'offerta e se profersero d'ogni tempo d'essere buoni amici del re e di fargli conoscere che per suo e lor rispetto questa guerra sarebbe lor, piú di quante altre mai n'avessero fatto, a cuore. E cosí, rimaso Azimamet in Venezia, gli altri tre passarono al papa e al re di Napoli, per mover se potevano l'uno e l'altro a entrar in quella lega. Per questo parve al senato che si devesse elegger un ambasciadore che residesse presso il re Ussuncassano, cosí per essere egli pronto a infiammarlo e muoverlo a prender alla commune offesa e difesa l'arme, come perch'egli rappresentasse la grandezza e la dignità della Republica.
Adunque fu prima eletto messer Francesco Michele, che rifiutò; dapoi elessero i padri messer Giacomo da Mezo, che anch'egli non volse accettar un tal carico; in fine, l'anno 1471, fu eletto messer Caterino Zeno, il quale lietamente prese il viaggio, mosso solamente dal zelo della santa fede. Costui fu figliuolo di messer Dragon Zeno, che morí in Damasco, essendo stato molt'anni avanti fin alla Balsera e in Meca e in Persia; onde messer Caterino, ch'aveva qualche cognizione di quei luoghi e che sapeva d'essere nipote della reina Despina, moglie d'Ussuncassano, solo si giudicò idoneo di servir bene e prontamente in quella legazione la sua patria. Ma perchè questo viaggio era nuovo, lungo, insolito e pieno di pericoli e di fastidii, niuno si trovava che volesse andar con messer Caterino; e la Signoria nostra, che non voleva desister dall'impresa, conosciuta questa difficultà accrebbe maggior soldo e piú grosse provisioni a quelli servidori che volessero andar con lui, per il che si trovaron alcuni valent'uomini, usi a patir tutt'i disagi, che, tirati dall'ingordo salario e dalla vaghezza di veder il mondo, volentieri vennero al suo servigio.
Fu per tanto messer Caterino spedito alli 6 di giugno quel medesimo anno che fu eletto, con commissione a Ussuncassano che la nostra Signoria s'offeriva d'armar cento galee e molt'altri maggiori e minori legni, e con quelli travagliar dal canto di mare lo stato del Turco, dov'egli dalla banda di levante non mancasse di stringerlo con tutte le sue forze. Con queste commissioni partitosi messer Caterino da Venezia, passò a Rodi in pochi mesi, e di là entrato nel paese del Caramano pervenne, ben che con suo molto travaglio, in Persia. Né io posso scrivere i particolari del suo viaggio, perchè, come dissi di sopra, egli, che fu stampato, non m'è mai per gran ricercar ch'abbia fatto potuto pervenir alle mani. Giunto messer Caterino a Ussuncassano, fu ricevuto con gran festa e onore, per essere ambasciadore d'una Republica sí illustre e potente, sua nuova confederata e amica. Dove, doppo aver visitato il re, chiese di poter visitar la reina Despina, la quale cosa, come non usata a concedersi a qualsivoglia persona di Persiani, gli fu negata, perchè è costume tra loro che le donne non si lasciano veder d'alcuno. E tanto stimano l'essere vedute quanto se una tra noi ben pudicissima commettesse adulterio; per questo, mentre o camminano per le città e per le castella o cavalcano con i mariti alla guerra dietro la persona del re, si copreno il viso d'alcune reti tessuti di setole di cavalli, cosí spesse ch'esse possono ben veder altri, ma elle non d'alcuno.
Pure, stando messer Caterino, gli fu concesso per special grazia del re che la visitasse a nome della Republica, laonde, commesso dentro alla reina e datole notizia ch'egli era, come caro nipote e parente fu raccolto e ricevuto da lei con somma allegrezza, richiedendo con grand'istanza s'erano tutte vive le nipote sue e in che stato si trovavano: a che tutto rispose graziosissimamente messer Caterino, e a ogni sua dimanda pienamente sodisfece. Dapoi, volendosi tornar al suo alloggiamento, ella nol consentí, ma lo tenne nel suo palagio, dandogli appartate stanze per sé e per la famiglia, e presentandolo ogni dí (cosa ch'è riputata molt'onorata presso i re di Persia) delle medesime vivande che se le mettevano a mangiar davanti. E udita dapoi piú particolarmente la cagione della sua venuta, gli promise ogni sua opera a favore, per riputarse anch'ella parente della nostra illustrissima Signoria; e in effetto questa reina fu un buon braccio, mediante messer Caterino, a muover Ussuncassano a imprender la guerra contra il Turco. Né è da tacere che, per il parentado ch'aveva messer Caterino con la Despina, pervenne in tanta grazia e domestichezza appresso Ussuncassano ch'egli entrava e usciva ad ogni suo piacere nelle stesse segrete camere del re e della reina a che ora e a che tempo voleva, e, quel ch'è piú maraviglia, trovandosi anco amendue quelle maestà in letto: il che non so mai s'altro re macomettano o cristiano concedesse ad alcuno, per istrettissimo parente ch'egli fosse.
Questa reina Despina fu la piú religiosa signora del mondo, visse sempre cristianissima, e ogni dí solennemente faceva celebrar messa alla greca, alla quale stava con molta divozione; né il marito, tutto che fosse di diversa legge e nimico della sua, le ne disse mai una parola, né la persuase mai ch'ella lasciasse la fede sua, cosa rara certo da sentire che l'uno comportasse tanto l'altro e s'avessero tra sé tanto amore e tanta affezione. Né messer Caterino mancava, vedutala buona cristiana, d'infiammarla a persuader il marito che facesse una gagliarda guerra a' Turchi, aspri nimici di tutti i cristiani, e particolarmente nimicissimi di lei e di tutt'il suo sangue, poi che le avevano morto il padre e toltole il suo stato. Per le quali persuasioni la reina tanto fece e tanto disse col marito ch'egli, che da sé era pur troppo infiammato ad abbassar la grandezza dell'imperio ottomano, scrisse di sua propria mano lettere al re di Gorgora, signor di Giorgiani, che rompesse da quel lato guerra al Turco. E la Despina, mentre il marito era volto a questa impresa e raccoglieva genti a furia, fece spedir il cappellano di messer Caterino con lettere scritte di sua mano alla illustrissima Signoria e a tutti i parenti suoi.
Ma, passato quel verno, né s'avendo nuove degli apparati che avea detto messer Caterino che faceva la Republica nostra a' danni dell'Ottomano, cominciò il re a scemar forte di speranza e a dargli men credito che non faceva per avanti. Per la qual cosa, avendo in ponto un bellissimo e fioritissimo esercito, pensava di muoversi contra alcuni signori tartari suoi nimici. Ma la nostra Republica, che non mancava di mandar messi e lettere e di tenerlo desto all'impresa, per piú confirmarlo nella opinione che i Veneziani non sarebbeno mai mancati di quanto avevano promesso, elessero a' sei di gennaio per ambasciadore in Persia, venti mesi doppo la partita di messer Caterino, messer Giosafat Barbaro, e inviarono con lui alcuni doni al re, che furono sei bombarde grosse, archibusi e spingarde in gran numero, polvere e altre munizioni, sei bombardieri e cento archibugieri e altri maestri da far artigliaria. E d'altro lato fecero il capitan general di mare, e con grande armata lo mandarono alle marine di Caramania; dove giunto, e fatte alcune leggieri battaglie co' nimici, prese certe castella che aveva occupato il Turco, consignandole a' capitani del signor caramano. Questo signore, per aver dato transito a messer Caterino, fu all'improviso assaltato dal Turco e spogliato dello stato suo; onde egli, lasciate alcune fortezze ben fornite di genti e di munizioni, fuggí a Ussuncassan, dal quale fu graziosamente ricevuto e datogli speranza di rimetterlo in casa, pur che quelle fortezze, ch'esso diceva che tenevano ancora per lui, si conservassero a sua devozione. Ma la speranza che molte volte fallisce ai desiderii degli uomini, andò in questo fallita al Caramano, perchè i capitani che avevano in guardia quei fortissimi luoghi, corrotti dall'oro turchesco, benchè con disonorato nome d'essere chiamati traditori del signor loro, diedero ai nemici le fortezze ch'avevano in mano.
*Fatto questo acquisto, Maomete mandò ambasciadori da Constantinopoli in Persia per iscusarsi con Ussuncassano di quanto s'era fatto e per confermar con lui buona pace e amistà. Ma quel dí che dovevano aver udienza dal re, messer Caterino per tempissimo entrò nella sua camera, e gli parlò con tanta efficacia e promesse che, aiutato dalla Despina e dal sospetto preso del signor caramano cacciato di casa sua, e che fuor uscito presso di lui lo supplicava e pregava che non l'abbandonasse in quella fortuna, gli ambasciadori senza altra conclusione furono licenziati; e subito, dato ordine alle cose della guerra, mise in punto l'esercito. Ed esso, a gran cammino venuto nella città di Betilis, si fece venir messer Caterino e gli disse che voleva che andasse con lui nel suo esercito, acciò che vedesse con quanta prontezza egli aveva presa la guerra, parte per suo rispetto e per sicurezza del regno di Persia, e parte spinto dalla nostra Republica e dalla fresca ingiuria stata fatta al signor caramano, al quale non poteva mancare per essere suo confederato e amico, e che novellamente s'aveva tutto messo nelle sue braccia.
Le quali cose udí allegrissimamente messer Caterino, e lo ringraziò con molte parole dell'affezione che egli portava alla nostra Illustrissima Signoria; e accompagnatosi con un suo capitano, chiamato amarbei, Giusultan Nichenizza, andò a far la mostra delle genti di guerra del re, le quali, com'egli scrive in una sua lettera particolare, erano centomila cavalli, computati i servidori che accompagnavano i padroni, parte armati essi e i cavalli al modo d'Italia, parte coperti di alcuni corami corti fortissimi e atti a resister contra ogni gran colpo senza che l'uomo ne sentisse alcuna offesa. Altri vestivano di sete finissime, con giubbe imbottite, anch'elle sí forti che non potevano essere passate dalle saette. Altri avevano corazzine dorate e maglie, con tante arme da offesa e diffesa ch'era uno stupore a vedere come bene e agevolmente nelle fazioni se ne prevalevano. I servidori anch'essi erano benissimo a cavallo con corazze di ferro forbite, e in iscambio delli scudi che usano i nostri avevano rotelle con le quali si coprivano, e usavano scimitare finissime nella battaglia. I padroni facevano la somma di quarantamila uomini, tutti bravi soldati, e i servidori sessantamila, che mai non fu veduta in altro esercito la piú bella gente a cavallo: gli uomini erano grandi e nerbuti molto di persona, e cosí destri nel valersi dell'arme che si sono dette che una picciola banda di essi averebbe rotto qualsivoglia grosso squadrone d'inimici.
Fatta la mostra, si marchiò a gran giornate con tutto l'esercito verso il paese nimico, sendovi Pirameto signor caramano e tutt'i figliuoli del re, giovani valenti e animosi quanto piú si possa dire. E messer Caterino, che anch'esso vi si voleva pur trovare, andò a tor prima buona licenza dalla reina Despina; ma l'esercito marchiava avanti con tanta prestezza che non ebbe spazio di poterlo piú aggiungere, ond'egli, ch'aveva una banda di cinquecento cavalli, se ne restò tutto malcontento. Con questi facendo cammino, fu assaltato in Giavas da quelli del paese, che gli fecero di molti danni; per il che, perduti alcuni soldati e patito altri diversi incommodi, si volse verso il Tocato e si condusse al fine nella città di Carpeto, dove intese con suo molto contento che Ussuncassano tosto vi doveva venire.
L'esercito persiano entrò il mese di settembre in Giavas e corse e abbruciò per lungo e per largo il paese, facendo preda e tagliando gli uomini a pezzi, con tanto spavento de' paesani che ognuno fuggiva davanti quella tempesta. E passato Arsenga e il Tocato col medesimo empito arsero i borghi e i vilaggi per tutto, e assaltarono e presero Carle, che fu del Caramano. Di che impaurito Mustafà, figliuolo del Turco, che con Acomat bascià si trovava in Lulla, città del Caramano, fuggí alla volta del Cogno, e levata sua madre la mandò in Saibcarascar, quattro giornate piú adentro verso Costantinopoli. Ma, venendo i Persiani alla volta del Cogno, il Turco scrisse lettere al figliuolo che si dovesse ritirare, né cercasse di temerariamente venir alle mani co' nimici, perchè ogni picciola vittoria li averebbe fatto sperar e tentare poi tutte le cose. Per le quali lettere Mustafà, che conosceva il padre dirgli il vero, si ritirò in Cuteia, dove trovò Daut bascià, beglierbei della Natolia, che faceva gran provisioni di gente di guerra; né il gran Turco giudicò il rimanere, acciò che i suoi, mancando della sua presenza, non venissero a perdersi d'animo e lasciar i nimici audacemente penetrar nel paese ed espugnar i fortissimi luoghi. Per la qual cosa, passato in Asia con tutta la corte, stava in continua aspettazione di dover tosto aver contra Ussuncassano con l'esercito persiano; ma, inteso dalle spie che i tumulti in quelle provincie procedevano da un capitano di Ussuncassano che con quarantamila cavalli andava predando, abbruciando e facendo uccisioni, e che tuttavia marchiavano alla volta di Bursia per abbruciarla, sendo rimaso il re adietro col resto dell'esercito, il Turco spedí Mustafà con sessantamila cavalli, i migliori dell'esercito. Il quale a grandissimo cammino mosse alla volta de' nimici, desideroso di venir con loro alle mani e frenar tanta soldaresca licenza.
Di che avertito, l'esercito persiano si cominciò a ritirare, per conoscersi molto inferior di numero al nimico; e perchè erano carichi di preda e camminavano difficilmente, quattromila cavalli turcheschi, che venivano a tutto corso avanti sotto Armaut, li giunsero e in un punto s'attaccarono con lor a battaglia: dove i Persiani, dando dentro animosamente, gli strinsero con tanta forza che li ruppero in un attimo e tagliarono a pezzi duemila Turchi col capitano Armaut. A pena avevano finita questa fazione che vi sopravenne Mustafà col resto delle genti, il quale, serratosi in un squadrone, urtò i Persiani molto bravamente, ed essi non men onoratamente gli risposero, sí che si menò le mani bene d'ambi i lati per molte ore. E si giudica che la vittoria ad ogni modo sarebbe stata de' Persiani se non avessero prima combattuto con quei quattromila cavalli; perchè trovatili Mustafà, che veniva con genti fresche, stanchi da quella battaglia e dal cammino, rimase, benchè con suo gran danno, vincitore. Il numero degli uccisi non è messo nelle lettere dalle quali s'è tratta questa istoria: solo v'è che rimase prigione de' Turchi Usufcan, capitano di Ussuncassano, e che Pirameto, signor caramano, fuggendo si salvò con gran parte dell'esercito.
Tutto 'l verno che seguí il re e il Turco attesero a far nuovi apparati di guerra, per poter a tempo nuovo mostrar il viso al nimico. E Ussuncassano ne' bei principii della state si mise in campagna con l'esercito, e, prese alcune spie del Turco, comandò che fossero tagliato lor le mani e, appiccate al collo, si rimandassero in quel modo all'Ottomano. Di quei medesimi dí giunsero lettere a messer Caterino scrittegli da messer Pietro Mocenigo, che fu poi doge, allora capitan generale di mare, e da messer Giosafat Barbaro, nelle quali ebbe aviso e di doni che mandava l'illustrissima Signoria al re e dell'armata venuta alle marine di Caramania; e sopra tutto intese con sommo piacere delle castella espugnate e rese ai capitani del signor caramano. Le quali lettere riempierono in maniera d'allegrezza e di speranza Ussuncassano che fece per tutto l'esercito bandir tal nuova, e comandò per maggior segno d'affezione e di onore verso la nostra Republica che a suon di trombette e di zamblacare fosse lodato e salutato il nome veneziano: e fu tanto lo strepito che se ne udí il grido per molte miglia lontano. Il Turco anch'egli, fatto il maggiore sforzo che per avanti avesse mai fatto, passò in Asia e si fermò in Amasia, città di Cappadocia, che era il sangiacato di suo figliuolo Baiazete, che andò col padre a questa guerra insieme con Mustafà, rimanendo Gien, suo terzo figliuolo, in Costantinopoli.
E perchè la difficultà di guidar gli eserciti in Persia consiste in condursi delle vittovaglie dietro, avendo costume i Persiani di ridur il paese in solitudine le belle quindici e venti giornate di verso quella banda di dove aspettano guerra da qualche prencipe, sí che, se colui che assalta la Persia non va ben provisto di tutte le cose necessarie, o nel viaggio s'ha da morir da fame, o come rotto ha da ritornar indietro con molto suo disonore, o rimaner preda del nimico, Maumete, che sopra questo s'era consigliato bene con i suoi, dopo aver fatto buona provisione di vettovaglie fece cinque squadroni di tutto il suo esercito. Il primo conduceva la sua persona, nel quale con l'ordinanze dei gianizzari, v'erano trentamila soldati, il fior si può dir delle genti turchesche; il secondo guidava Baiazete, con altri trentamila; il terzo Mustafà, parimente di trentamila, computati dodicimila Valacchi condotti da Basaraba lor capitano, che venne in aiuto del Turco in quella guerra. Il quarto aveva sotto di sé Asmurat Paleologo turco, beglierbei della Romania, con sessantamila persone, tra le quali vi furono molti cristiani suoi vassalli che lo seguitavano; il quinto fu di Daut, belierbei della Natolia, di quarantamila uomini. V'erano poi gli acangi, cavalli venturieri col capitan loro, alla somma di trentamila: questi trascorreno i paesi trenta, quaranta e cinquanta miglia avanti gli eserciti turcheschi, e rubano e abbruciano e ammazzano ciò che si para lor davanti; sono valentissimi delle persone e il lor ufficio è di portar vittovaglie al campo.
Con tanto esercito il Turco si levò di Amasia, e conducendo con seco molti pezzi grossi d'artigliaria con belle ordinanze prese la via del Tocato; e lasciata a man sinistra la città di Sivas, appresso il fiume Lais, che vien dalle montagne di Trabisonda, entrorono in una pianura bassa tra detta città e il monte Tauro, e trovarono per cammino Nicheset, castello de' Persiani fortissimo, che non fu combattuto altramente per non perder tempo nel viaggio. E cosí marchiando ebbero da man manca la città di Coilivatar, posta tra monti e circondata de villaggi, e, disceso il monte, si fermarono presso la città Carascar, illustre per alcune minere.La gente di questo luogo era tutta fuggita ai monti, per il che non vi si fermando punto pervennero alla città d'Argina, situata in una gran pianura. Quivi fu trovato in una chiesa un filosofo che studiava con molti libri intorno, né si movendo dal leggere per gridi o per romori che si facessero, fu tagliato a pezzi da' cavalli acangi; tutto l'altro popolo era fuggito oltra l'Eufrate. Di qui levatisi i Turchi passarono il paese detto Arsenga, ch'è nell'Armenia minore, e s'avicinarono all'Eufrate poco lungi da Malatia, dove vi giunsero i nuncii del soldano del Cairo, sopra undici dromedarii; i quali legati comparvero davanti al signore, dandogli una saetta con una lettera in cima, alla quale fu subito risposto; ed essi, rimontati i lor dromedarii, si partirono, facendo grandissimo cammino in un dí, perchè il dromedario è cosí veloce che cammina senza intermissione piú che tutti gli altri animali. E scrive san Giovanni Crisostomo sopra Matteo, dechiarando quel passo difficile, come potevano essere venuti i magi di Oriente in Giudea ad adorar Cristo in cosí breve spazio di tempo, come è notato dall'evangelista, che essi vennero su dromedarii, che come s'è detto sono velocissimi animali a far lungo cammino.
Levatosi da quel luogo l'esercito turchesco marchiò avanti lungo la riva dell'Eufrate verso greco levante contra il corso del fiume, dove su l'altra riva si presentò Ussuncassano con tutto l'esercito persiano in ordinanza. In questo luogo l'Eufrate, che è fiume larghissimo e con rive altissime, faceva molte isole ghiarose, per le quali facilmente si poteva passar a guazzo dall'una riva all'altra. Ussuncassano aveva un bellissimo esercito di Lesdi, che sono i Parti, di Persiani, di Giorgiani, di Curdi e di Tartari; e i principali capitani che 'l conducevano erano Unghermaumet, Calul ed Ezeinel suoi figliuoli, e Pirameto, signor caramano. Ma quantunque il suo esercito fosse grande, veduto egli nondimeno quel del Turco cosí immenso e che occupava tanto spazio di paese, cosa che non averebbe prima creduto di udita, lo mirò sospeso un pezzo, e poi tutto ammirativo disse: "Hai cabesenne dentider", che in lingua persiana vien a dire: "O figliuolo di putana, che mare", paragonando tanto esercito a un mare. Or il Turco, che giudicava con l'ardire di prevenir e spuntar le forze di Ussuncassano, comandò al beglierbei della Romania, Asmurat Paleologo, che con la sua gente passasse il fiume e s'insignorisse dell'altra riva, che era un manifesto spezzar Ussuncassano e tutto 'l suo esercito. E perchè il Paleologo era giovane e ardito, acciò che con la temerità non si cagionasse qualche errore, gli diede Maomete bascià che lo reggesse negli urgenti bisogni.
Costui mostrò uno grossissimo squadrone a suon di gnaccare e d'altri istromenti bellici, con le bandiere spiegate calò la riva del fiume, e di secca in secca se ne passava all'altra; quando Ussuncassano, sdegnato di tanto temerario ardire, spinse nel fiume una banda fortissima delle piú fiorite sue genti, dove attaccatisi i Persiani a battaglia co' Turchi nel mezo del fiume, combatterono valorosamente piú che tre ore continue sugli occhi d'amendue gli eserciti, che gli stavano a riguardare e innanimare de su le rive, senza che l'una parte cedesse all'altra pur un'oncia d'acqua o di terreno. In fine i Turchi, ributati dai Persiani, con estremo lor danno furono rotti e cacciati dalle secche: molti in quella furia si annegarono, tirati giú dal corrente del fiume. E i Persiani, caricandoli continuamente, furono cagione che di nuovo si rimettesse la battaglia piú feroce e piú crudele che la prima, perchè in quel ritirarsi il Paleologo, preso dall'acqua, era vicino a sommergersi: dove volendolo aiutar i Turchi, e principalmente i suoi schiavi, di nuovo fecero testa, sprezzando in un certo modo la vita, per il che si rinovellò l'assalto di nuovo, menandosi le mani cosí bene che non vi si discerneva vantaggio alcuno. Tuttavia i Persiani, posti su la vittoria, un'altra volta ruppero i nimici e li ributtaron con grande mortalità, rimanendo affogato nell'acque Asmurat. Veduto questo, Maumete bascià, che in un'altra secca vicina stava in ordinanza, si ritirò destramente alla riva; alla quale giunti i Persiani che davano la caccia ai nimici, Maomete appizzò il terzo assalto, e facendo testa sostenne valorosamente la furia persiana. E s'averebbe combattuto piú che mai bene se non sopraveniva la notte, che divise la battaglia. Ed è opinione che 'l mancar del dí tolse a Ussuncassano una bellissima vittoria di mano, perchè, rotto che fosse stato Maomete bascià, i Persiani si sarebbeno con molto lor onore insignoriti dell'altra riva, e, non potendo il Turco in luoghi rilevati usar l'artigliarie né occupar gran terreno con la cavalleria, remaneva certissima preda del nimico: perchè nel fatto d'arme del fiume non morirono piú che cinquecento Persiani, e dell'esercito turchesco tra morti e annegati mancarono quindicimila persone, e infiniti furono i prigioni. Per la qual cosa il Turco, travagliato da mille pensieri, tutta la notte tenne l'esercito in arme, temendo di non essere assaltato.
L'altro dí fece un donativo estraordinario a tutte le genti, liberò gli schiavi, con condizione che ritornassero col campo a Costantinopoli, e rassettato l'esercito marchiò alla seconda del fiume, discostandosi da lui presso la città di Braibret, che lasciò a man destra, a canto le montagne che parteno l'Armenia maggiore dalla minore; il quale cammino era verso maestro alla volta di Trabisonda. Rotti i Turchi al vado dell'Eufrate nella maniera che s'è detto Ussuncassano era molestato da' figliuoli e da tutto l'esercito che seguitasse avanti, né perdesse l'occasione di una tanta vittoria: perchè i Persiani, che avevano provato la forza del nimico, sprezzavano quella milizia e pensavano in tutti i luoghi di rimaner al di sopra combattendo con essi. Seguitava adunque il re dall'altra riva i Turchi, per veder a che riusciva il disegno loro; ma come videro i Persiani che essi si erano discostati dall'Eufrate, chiesero con grande istanza a Ussuncassano d'essere passati oltra il fiume, poi che si conosceva che quella era una manifesta fuga di Turchi. Egli, benchè contra sua voglia si piegasse a questo, perchè come astuto, pratico e vecchio soldato nelle guerre si ricordava quel nobil precetto della disciplina militare, che ai nimici che fuggono si debbono lastricar le strade d'oro e far i ponti di argento, pur condiscese al fine nel voler de' suoi, per vedere a che devesse riuscire tanto ardore e tanto disiderio di battaglia. E cosí, scelti quarantamila soldati, i piú pronti di mano e arditi, passò l'Eufrate e a gran cammino si mise a seguitar l'esercito nimico, avendo lasciato oltra il fiume Calul, suo figliuolo primogenito, con tutti i Giorgiani e i Tartari, molti altri soldati a guardia delle bagaglie.
E alla fine d'agosto giunse sopra alcune montagne, di cima delle quali vide nella valle che menava verso Trebisonda l'esercito turchesco; e credendo per la fresca vittoria di poterlo facilmente superare e metter in fuga, s'ordinò a fatto d'arme. I Turchi, che si vedevano chiusa la strada e conoscevano che o bisognava che se l'aprissero con l'arme in mano o rimaner con molto disonor loro rotti e tagliati a pezzi, come aviene a quelli che sono in frangente di disperazione fecero della necessità virtú, e s'ordinarono anch'essi con grande ardire a battaglia. Il Turco adunque, lasciato Ustrefo con buona guardia in presidio degli alloggiamenti, si mise a salir il monte da un'altra parte che non era stata occupata dalle genti persiane; e Ussuncassano, che 'l vide partire dagli alloggiamenti, spinse Unghermaumet suo figliuolo con uno squadrone di diecimila cavalli a dar la stretta a Ustrefo e a tor ogni rifugio al Turco di potersi piú salvare. Ed egli, fatto tre altri grossi squadroni, diede il corno destro a Pirameto, signor caramano, e 'l sinistro a Ezeimel suo figliuolo, tenendosi esso nel battaglione di mezo con tutta la fanteria, che era benissimo in punto. E attaccata la battaglia a quattordici ore, durò il fatto d'arme otto ore continue, sostenendo i Persiani con tanto valore quel grande e grosso esercito, ch'era miracolosa cosa a vedere l'incredibil prodezze che facevano dei lor corpi. E se non era che Mustafà, figliuolo del Turco, con un fresco squadrone di genti urtò per fianco nel corno destro del Caramano, la vittoria sarebbe stata incerta e dubbia ancor piú: perchè, cedendo il Caramano al nuovo assalto di Mustafà, mise tutta in confusione da quel lato la battaglia, conciosiachè nel ritirarsi caricò per fianco la battaglia di Ussuncassano, il quale, per quel disordine di suoi e per combatter dal fronte col nimico, si vide stretto in maniera che dubitò d'esser stato tolto in mezo. Onde, preso da timore non picciolo per l'incertezza della cosa, smontò da cavallo e salí sopra una cavalla corridora che si faceva condur per tai bisogni sempre appresso; e vedendosi piú e piú ogni ora stringere e incalzare dal destro corno, diede volta e fuggí. Il che veduto da suo figliuolo Ezemiel, si mise con gran cuore in mezo la fanteria e cercò di far testa, acciò che per un poco d'empito ch'avevano fatto i nimici tutto l'esercito non fosse rotto; ma, quantunque questo giovinetto valentissimo sostenesse alquanto la furia de' Turchi, pur, morto da loro, i Persiani furono rotti e messi in fuga.
Unghermaumet, ch'era andato ad assaltar gli alloggiamenti del Turco guardati da Ustrefo, se ben vi trovò gran difesa, sperava nondimeno, combattendovi lungamente, di avergli presi: ma, vedendo la rotta del padre, si ritirò a poco a poco, e fu in gran pericolo d'essere fatto prigione, perchè avanti la sua ritirata i Turchi di già avevano occupata tutta la campagna. Pur a tutta forza fattosi il cammino, si salvò e si ridusse al padre; il quale, non si tenendo sicuro negli alloggiamenti, ch'erano dieci miglia lontani dal luogo della battaglia, passò in fretta l'Eufrate e si ritirò col resto delle sue genti adentro nel suo paese. Fu questa giornata fatta l'anno 1473, nella quale morirono diecimila Persiani e quatordicimila Turchi.
Maomete, rimaso in questa maniera vincitore, deliberò di seguitar avanti la sua buona fortuna, e col corso di quella guerra insignorirsi di qualche luogo del nimico; onde, riordinato l'esercito, marchiò un'altra volta verso la città di Baibret. E gli acangi, che procedevano innanzi, assaltati da quelli della terra, furono in gran numero tagliati a pezzi; doppo la qual fazione tutto 'l popolo di quel luogo, ch'era stato avertito dalle spie che il Turco se ne veniva a gran cammino col rimanente dell'esercito, fuggí ai monti, avendo sfogata per un modo di dire la rabbia contra i suoi nimici. Giunti i Turchi al passo per il fiume Eufrate, dove fu fatta la prima battaglia, passarono senza contrasto alcuno, e gli acangi furono i primi; e marciando alla volta di Erseagan, per tutto trovavano il paese e le città abbandonate, e quattro giornate dapoi pervennero a Carascar, fortezza posta in cima d'un monte. Dove i Turchi, apparechiatisi a combatterla, tirarono alcune artigliarie sopra un alto monte che batteva la fortezza, dal quale quindici dí continui la bombardorono; e infino un capitano chiamato Darap, schiavo di Ezeimel, figliuolo di Ussuncassano, che l'aveva in guardia, intendendo la morte del suo signore si rese.
Da Carascar il campo marchiò a Coliasar, città che, non volendo far prova delle sue forze contra cosí gagliardo nimico, si rese anch'ella. In tanto giunsero nuove al Turco che Ussuncassano rimetteva l'esercito, con animo di ributtar, se poteva, i nimici fuori del paese; per la qual cosa non gli parve di proceder piú avanti, per non entrar in quelli pericoli da' quali non potesse poi uscire. Dato adunque volta, ritornò a grandissimo cammino in Sevas e poi in Tocato; nel qual luogo era l'ambasciator del re d'Ungheria, che con molte simulate parole fin a quel punto aveva intertenuto, dicendogli che voleva prima liberarsi dalla guerra di Persia, e poi che conchiuderebbe la pace col suo re, che ne lo richiedeva: il che fece egli tutto ad antiveduto fine, acciò che in quel frangente l'arme unghere non lo molestassero. Ma, vedutosi poi su la vittoria, lo licenziò senza conchiusione: con la quale arte il re unghero fu con suo gran danno e di tutta la cristianità ingannato, perchè, s'egli si fosse valuto di quella occasione, non è dubbio che con pochissime forze averebbe non solo cacciato i Turchi di Grecia, ma messo in terror tutta l'Asia.
Spedita nella maniera che s'è detto la guerra persiana, il Turco tornò con molto trionfo a Costantinopoli, lasciando Mustafà al suo sangiacato, che poco dapoi si morí. E Acomat bascià con buon esercito andò alla volta di Laranto, città del signor caramano, posta appresso il monte Tauro, dove, fingendo buona pace e amistà co' paesani, assicurò a poco a poco i grandi, invitando quando questo quando quel con domestichezza e famigliarità a mangiar con seco. E usata quest'arte alcuni dí, fin che gli parve di averli ben tratti di suspizione di sé e dell'esercito, prefisse un certo dí alla sua partita, avanti il quale fece un solenne convito a tutti quelli signori, i quali, mentre allegri con lui mangiavano e bevevano, furono da alcuni suoi, a questo effetto eletti, fatti prigioni e strangolati in alcuni segreti luoghi: perchè, entrato senza difficultà nel monte, levò quei popoli e li mandò in Grecia, ponendo in cambio lor altri ad abitar il paese.
Mentre queste cose si facevano nello stato del Caramano, Ussuncassano, che in pochi dí aveva avuto la fortuna con lietissimo aspetto contra, e dapoi col piú turbato che mai gli paresse aver avuto per la rotta passata, si trovava in gran travaglio d'animo, perchè tutta quella opinione che egli s'aveva in tante guerre acquistato d'essere invincibile parve che a una sola percossa la perdesse. Laonde, avendo appresso di sé due ambasciadori, un polono e l'altro unghero, acciò che non vedessero le sue miserie e per conseguente non gliele accrescessero, diede all'uno e all'altro buona licenza. E perchè la sua maggiore speranza era ne' principi cristiani, ai quali vedeva che non men toccavano le sue piaghe che a se stesso, spedí messer Caterino con lettere scritte a tutt'i re dell'Europa, con richieder quel favore da loro che ricercava il pericolo ch'egli ed essi correvano, poi che a contemplazione della nostra Republica e d'altre potenzie cristiane egli principalmente aveva prese l'arme contra l'Ottomano. E cosí tutti questi ambasciadori, partitisi di compagnia da quel re, passarono in Gorgora. E messer Caterino, lasciati andar a lor viaggio gli altri due, venne in Salvatopoli, sopra il mar Maggiore, di dove passò in Cafa, con un naviglio di Luigi da Pozzo genovese; il quale, avuto sentore per viaggio che egli era ambasciadore di Ussuncassano, lo voleva condurre a Costantinopoli al Turco, perchè Cafa gli ubidiva e pagava tributo, onde si mandò un bando sotto gravissime pene che niuno lo dovesse alloggiare o riccettare o sovenire d'alcuno aiuto. Tuttavia Andrea Scaramelli, affezionatissimo cittadino della nostra Republica, senza guardar a pene che fossero state fatte, stimando piú la grazia della Signoria che la vita e le sue facultà, venne di notte segretamente con una barchetta appresso il naviglio e, fattogli sapere perchè egli era venuto, lo levò e condusse a salvamento in terra, nascondendolo in casa sua. Qui non si trovando messer Caterino denari, era in un grandissimo fastidio delle sue cose, quando un servidore ch'egli aveva, chiamato Martino, lo persuase con molte parole che lo facesse vender all'incanto e di quel danaio se ne valesse. Messer Caterino, benchè gli paresse la liberalità e la fede di Martino singolare, pure, stretto dal bisogno in chi si trovava, lo fece vender, com'egli aveva detto, all'incanto, servendosi dal pregio tratto di quella vendizione: esempio certo raro di una servitú fidele, e da comparare con qual altra si voglia di quelle antiche, che si dice che tali servi furono che per salvar la vita ai padroni s'offerirono di essere morti. Né la nostra Republica mancò di riconoscer un tanto servigio fatto in un suo sí benemerito cittadino, perchè, oltra il riscatto suo, gli diede una buona pensione, con la quale visse, dando a veder agli altri quanto importi a servir fedelmente questo stato.
Di Cafa messer Caterino scrisse lettere alla illustrissima Signoria, narrando in quelle tutto il successo delle due battaglie passate, e come Ussuncassano l'aveva spedito con commissioni segrete a tutti i re d'Europa per moverli a far una gagliarda guerra al commune nimico, avendo esso in animo ne' bei principii della primavera d'uscir con tutte le forze della Persia in campagna e tentar di nuovo la fortuna della battaglia. Queste lettere furono gratissime alla Signoria, per tante nuove che d'altro lato ancora non aveva avuto; ma, intendendo che ancora messer Giosafat Barbaro non era passato in Persia, secondo le commissioni ch'ebbe in prima che egli prese quella legazione, non gli parve che si convenisse alla dignità sua lasciar un re affezionatissimo suo amico, e sopra tutto valoroso e costante a mantener la sua parola a chi una volta l'avea promessa, senza un ambasciatore, poi che messer Caterino s'era da lui partito. Onde, alli 10 di settembre l'anno 1473, il senato elesse ambasciador in Persia messer Ambrosio Contarini, il quale partí alli 13 di febraio, come nel suo viaggio si legge. Costui, facendo anch'egli per la Magna e Polonia il cammino di Cafa, passò finalmente in Persia, dove trovò ch'era anco giunto messer Giosafat Barbaro; ma fu poco ben veduto dal re, o fosse che avesse trovato ne' nostri prencipi assai proferte e parole e pochi fatti (levandone la nostra Republica, che gli aveva inviolabilmente attenuto quanto aveva promesso ed era prontissima di nuovo con lui a seguitar una medesima fortuna), o pur che si conoscesse inferior di forze ai Turchi per la maniera della milizia persiana, che non è pagata, ma chiamata serve i re nelle guerre. Laonde gli diede buon commiato, con generali parole di voler a tempo nuovo guerreggiar coi nimici, e negando esso di volersene ritornare con dire che non l'aveva avuto in commissione della Republica, a forza lo costrinse a partirsi con un altro ambasciador del duca di Borgogna per la qual ripulsa rimaso mal sodisfatto messer Ambrogio di quel re, cercò poi con parole d'oscurar molto la sua potenzia.
Messer Caterino in questo mezo, con l'aiuto del signor Michele Aman, doppo sofferte molte fatiche e molti grandi pericoli scorsi, passò in Polonia e trovò il re Cassimiro che faceva gran guerra al re unghero. Con tutto questo messer Caterino gli espose l'ambasciata di Ussuncassano e lo pregò che, considerato il gran pericolo che correva la cristianità se, vinti i re potentissimi di Levante, Maomete si fosse volto in Ponente, volesse far buona lega e amistà con quel re e dal suo lato travagliar il nimico, che altretanto egli farebbe in Levante. L'udí il re graziosamente e gli rispose che per la guerra in Ungheria non poteva guerreggiar altramente co' Turchi, co' quali si trovava in lega; della qual resposta conosciuto messer Caterino l'animo di quella maestà, che non ne poteva trar né ambasciadori né pur una lettera scritta a Ussuncassano, con una lunga orazione l'esortò a far pace con gli Ungheri, dicendo che, poi ch'egli non volea far guerra ai Turchi, almeno non fosse cagione che l'Ungheria per suo rispetto non facesse in tanto bisogno della cristianità il suo debito, come in tante altre guerre pur co' medesimi nimici era usata di fare. E furono cosí efficaci le sue parole che Cassimiro, uditi gli ambasciadori ungheri, la conchiuse e serrò in tre dí.
Stando messer Caterino in Polonia, trovò messer Paolo Ognibene che andava nuncio della nostra illustrissima Signoria a Ussuncassano, al quale diede lettere scritte al re tutte piene di esortazioni e di parole caldissime, che egli seguitasse arditamente la guerra cominciata, perchè ad ogni modo averebbe poi seguito de' prencipi cristiani, quando lo vedessero da dovero muoversi contra l'Ottomano; e che egli non mancava di ufficio e di ogni sorte di fatica a esporre agli Europei quanto aveva avuto in commissione da lui. E con queste lettere scrisse anco nel medesimo tenore al re di Gorgora e al re Melico di Mengrelea. E mandato a buon viaggio l'Ognibene, egli partí per Ungheria, dove ricevuto onoratamente dal re Mattia Corvino, che fu il piú illustre re in arme e in lettere che avessero mai non solo gli Ungheri, ma tutti i regni della cristianità, gli parlò tanto bene sopra le commissioni avute da Ussuncassano che il re, che era pur da sé troppo inclinato a far guerra ai Turchi, promise che non mancarebbe mai a un re cosí benemerito della republica cristiana. E dapoi conversato piú intrinsicamente messer Caterino e conosciuto il suo valore e la virtú, lo fece con molto onore cavalliere, come nel privilegio fatto in Buda alli 20 d'aprile 1474 si può vedere, nel quale sono esplicate tutte l'opere sue in questa impresa e le fatiche esemplari.
Partí d'Ungheria messer Caterino e se ne venne a Venezia, dove, per esser egli stato in sí lontane regioni che non si ricordava per memoria di uomini che alcun Veneziano avesse fatto né piú lungo cammino né piú memorabile in servigio della patria, fu ricevuto da tutta la nobilità e dal popolo con molta allegrezza; e in particolare i suoi lo viddero come un dio disceso dal cielo. E sentite poi piú adagio il senato le commissioni di Ussuncassano e il buon animo che aveva verso la nostra Republica, elessero quattro ambasciadori al papa e al re di Napoli, e mandarono con lor messer Caterino come ambasciadore del re di Persia, con questo che devesse preferir gli altri; e furono spediti in senato alli ventidue d'agosto, l'anno mille e quattrocento e settantaquattro. Le quali ambasciarie però non produssero alcun effetto buono, perchè, in quei tempi sendo gravissime discordie tra i nostri prencipi, pareva che s'opponesse una certa violenza fatale a non lasciar che si prendesse l'arme con un tanto re e sí valoroso, e che pur dianzi aveva esposto se stesso e tutto il suo regno al giuoco della fortuna per dimostrar che l'impresa gli era a cuore, contra quel nimico che si vedeva apertamente che aspirava a far suo tutto il mondo.
E fu scritto avanti la partita di questi ambasciadori a messer Giosafat Barbaro, che era in Cipro, che dovesse passar a Ussuncassano, né facesse riuscir vana la sua legazione, poi che era stato tanto tempo di qua nelle marine di Caramania; perchè, essendo stato eletto in senato alli cinque di gennaio del settantuno, si partí doppo aver ricevuto questa lettera, che gli fu scritta l'ultimo di gennaio del settantatre. Perch'egli, lasciato da parte ogni rispetto della sua vita, s'incamminò finalmente al destinato suo viaggio per servir la patria, e cosí, doppo diversi pericoli scorsi, arrivò in Tauris a Ussuncassano, come narra nel suo viaggio, l'anno mille e quattrocento e settantaquattro: dove fu accarezzato e benissimo veduto da quella maestà. E scrive il medesimo messer Giosafat che lo trovò nella sua grandezza e riputazione di prima, perchè in quei dí ricevette gli ambasciadori d'India con grandissima pompa, che ogni anno erano usati a portarli certi doni in segno di soggezione. Ma la guerra che nacque tra lui e Unghermaumet suo figliuolo, il valente, fu cagione di torgli ogni sua riputazione e di spuntar quelle forze dell'animo suo che fin allora erano state giudicate invitte: conciosiachè per il dolore di vedersi ribellato contra un cosí valoroso figliuolo, e famosissimo per la sua gagliardezza in Asia e in Europa, non poteva se non mancar degli ufficii di re, e sopra tutto di ritor l'animo dall'impresa che aveva concetta in cuore di far contra l'Ottomano.
La cagione di questa guerra tra padre e figliuolo fu che i Curdi, popoli della montagna, inimici d'Ussuncassano e della grandezza del regno di Persia, per isparger semi di discordia nel bel mezo della quiete di quello stato fecero divulgar fama attorno che Ussuncassano era morto; alla qual fama diede facilmente orecchie Unghermaumet, come quel che aspirava, dopo che fosse morto il padre, a farsi re di Persia. E per questo, raccolto quell'esercito che gli aveva dato Ussuncassano acciò che guardasse Bagadet, che fu già Babilonia, e tutto il paese di Biarbera, occupò in un subito Seras, città che è sul confino della Persia, avendo quasi tutti i Curdi in suo aiuto, perciochè, inteso essi che Unghermaumet s'era insignorito di Seras, si misero insieme in gran numero e corsero e depredarono il paese fin appresso Tauris. Per la qual cosa Ussuncassano, che si trovava in campagna con la porta, cioè con quelli soldati ordinarii ch'egli continuamente teneva in presidio della sua persona, si mosse a gran giornate verso Leras; di che impaurito Unghermaumet, che di già aveva conosciuto l'inganno de' Curdi e il suo troppo credere avergli fatto tentar temerariamente con l'arme un negocio di tanta importanza, uscí della terra, e col mezo d'alcuni signori amici di lui e del padre cercava d'impetrar del suo fallo perdono. Ma sentendo che Ussuncassano veniva con animo incrudelito verso di lui, gli parve di aver mal fatto, e perciò entrò in suspizione della sua vita e di non essere tradito; e tanto valse questa sua imaginazione che, senza veder pur in faccia le genti del padre, si mise in fuga e pervenne nel paese dell'Ottamano, su le frontiere del sangiaccato di Baiazete, figliuolo del Turco, dal quale ebbe salvocondotto con licenzia del padre di potersi ricovrar sotto il patrocinio turchesco. E mandata la moglie e suoi figliuoli in Amasia, perchè piú se ne assicurasse Baiazete, egli poi cavalcò alla sua volta, e fu accarezzato e grandemente onorato da quel signore.
E perchè questo giovane valente non poteva patir d'essere stato cosí in quel modo sbattuto dalla fortuna, desideroso di tentar la sorte, che molte volte si dice che di turbata ci suol venir allegra incontra, pur che per noi non si manchi a noi stessi, passò a Constantinopoli per mover se poteva Maomete gran Turco a dargli qualche aiuto, e fu ricevuto con grandissime dimostrazioni d'amore e con promesse e offerte grandi: perchè Maomete era uomo di valore e ammirava negli uomini illustri la nobilità e la virtú piú che altro prencipe ottomano stato avanti di lui. Né dalle parole discordavano punto gli effetti, perchè Maomete, disiderando di tor il credito e la riputazione a Ussuncassano e farsi amico costui, sí che l'arme persiane per l'avvenire non se gli opponessero nel bel mezo del corso delle sue vittorie, giudicò che facesse molto per lui aiutar Unghermaumet in questa impresa, e con quelle discordie tra padre e figliuolo snervar le forze della Persia, acciochè col tempo poi o esso o i suoi discendenti se la potessero sottoporre.
Avuto Unghermaumet questi aiuti turcheschi, entrò nella provincia di Sanga, sul confine della Persia, e di là con ispesse correrie danneggiava continuamente il paese di suo padre, il quale, con tutto che mandasse alcune bande di cavalleria e fanteria a quelli confini perchè ne ributtassero il figliuolo che ostilmente lo guerreggiava, non per questo mostrò di volersi vendicar di tante ingiurie: anzi in publico e in privato diceva di sentir tanto dolore di queste cose che doppo non molto si finse di essere caduto infermo, e ritirandosi a poco a poco con quelli ne' quali aveva, o per beneficii lor fatti o per altro, piú fede, fece sparger fama per tutta la Persia e anco in Turchia di questo suo gran male, e in fine si publicò da' medesimi ch'egli era morto. Perchè furon subito mandate lettere e messi avisando a Unghermaumet, co' contrasegni della morte del padre, ricercandolo i primi signori del regno che egli venisse in diligenza a causa che per aventura gli altri fratelli, cioè Calul e Giacuppo, non gli togliessero il regno, che di ragione a lui si conveniva piú che gli altri per il suo molto valore; e perchè si coprisse meglio l'inganno si celebrarono sontuosissime esequie al morto re nella città. Onde l'infelice Unghermaumet, che era strassinato per i capelli dalla sua sorte a morire, non si ricordando che il troppo credere l'aveva già cacciato di casa sua e fattol andar fuoruscito a cercar aiuto da' suoi nimici, che fentamente lo favorivano per farlo poi con l'occasione piú in profondo ruinare, prestò certissima fede alla cosa e, dati ad alcuni suoi in guardia i messi che gliene portavano la nuova, corse in posta verso la Persia, in tanta fretta che in pochi dí fu in Tauris. E ricercato quelli che gli avevano scritto la morte del padre e datogli speranza del futuro regno, fu da lor condotto fin dov'era il padre, con tanta segretezza che 'l meschino non se ne avidde se non quando si trovò avanti di lui. E cosí ricevuto con gravi parole e minaccie fu fatto prigione, e poco dapoi morto.
Questo fine ebbe Unghermaumet, che da' Persiani fu sempre chiamato per la sua gran fortezza il valente, uomo senza dubbio eccellentissimo nell'arme e degno del paterno imperio, quando, allettato dalla dolceza del regnare, non fosse stato cosí frettoloso al credere: perchè, se viveva piú lungamente, averebbe il regno di Persia ricevuto da lui bellissimi ornamenti di gloria, e sarebbe montato in maggior fama che non montò poi per Ismaele suo nepote. Né doppo la sua morte fu piú la Persia molestata da' Turchi, né Ussuncassano fece piú alcuna cosa memorabile fin alla sua morte.
E messer Caterino anch'egli, doppo che ebbe fatto tutte quelle legazioni che aveva tolto a fare per comandamento di Ussuncassano e della nostra Republica, ritornò a Venezia, tanto ben veduto e accarezzato universalmente cosí da' nobili come da' popolari che per la somma grazia in che era appresso tutti, in lui tutti si rivolgevano gli occhi, vedendo uno che aveva con un lungo pericolo circuito non solo l'Europa, ma anco gran parte dell'Asia. E fu mirabil cosa che per questa grazia essendo tolto del consiglio di Dieci, che è singularissimo e grandissimo onore nella Republica, non ebbe se non dicisette voti contrarii nel gran consiglio; ma quel era assai piú mirabile che, mentre egli passava per via, concorrevano tante persone a vederlo che non poteva andar innanzi. E cosí si dice che all'andar alla gloria vi va per istrade strette e difficili, che quel Ercole introdotto da Senofonte tolse anzi di viver con gli affanni lodato che standosi in piacere rimaner senza alcuna fama al mondo; il quale fu fortemente in questo imitato dal buon messer Caterino, che per servir la patria e aggiunger alla perfetta lode non guardò mai né a fatiche né a pericoli. Onde si può conchiuder certo che colui possede assai onori, che col merito dei proprii sudori li acquista, sendo quegli altri, che paiono veri onori e che sono per tali stimati dal volgo, ombra e fumo a comparazione loro.



DEI COMMENTARII DEL VIAGGIO IN PERSIA E DELLE GUERRE PERSIANE DI MESSER CATERINO ZENO IL CAVALLIERE.


Sapendo io quanto universalmente piaccia agli uomini la novità delle cose, e sopra tutto quanto aggradisca la varietà dei fatti di re illustri a quelli che versano nelle istorie, ho stimato degna cosa essere alla superior narrazione aggiunger quelle altre guerre persiane che furono doppo la morte di Ussuncassano, acciò che si vegga da questi pochi capi quante eccellenti cose si averebbono da scriver di quelli re, se tra lor vi fosse, come la polizia de' costumi e valor dell'armi, anco una esquisita letteratura che, raccogliendo i fatti loro, li comendasse alla memoria di posteri. Né di niun'altra cosa s'hanno da doler i re di Levante, se non che tra loro non vi fioriscono gli studii né la politezza delle lettere, perchè, congiunto il pregio dell'arme con quel de' libri, non è dubbio che, l'uno all'altro sendo come puntello e sostentacolo, verrebbeno ad essere assai piú illustri che le cose fatte dai nostri re: conciosiachè pare che i belli soggetti arricchiscano in un certo modo di parole gli stili e li facciano singolari tra gli altri, e molte volte gli stili aiutano gli alti soggetti a comparere e a farsi valere in bellissima mostra tra gli altri piú chiari.
Venendo adunque al proposito mio, dico che doppo la morte di Unghermaumet Ussuncassano sopravisse poco tempo, e, morendo la notte dell'Epifania del mille e quattrocento e settantotto, lasciò quattro figliuoli maschi, tre nati di una madre e uno della Despinacaton, figliuola dell'imperador di Trabisonda, il quale la notte istessa che morí il padre fu dagli altri tre fratelli morto. E tra questi tre poi, per il desiderio di regnare che tutti avevano, nacque grande emulazione e odio, sí che il secondo ammazzò il maggior fratello e regnò solo, che si chiamava Giacuppo Chiorzeinal. Già la Despina per avanti s'era separata dal marito e abitava sul confine di Riarbera la città di Cavalleria, nella quale morí, e fu sepolta nella città in chiesa di San Giorgio, dove si vede fin oggidí la sua sepoltura molto onorata. Ebbe Ussuncassano di costei tre figliuole femine. La prima, che era chiamata Marta, fu maritata in Secheaidare, signor di Arduil, città verso greco, lontana da Tauris tre giornate; il qual signore era capo della fazione de' cacari neri, che è la parte sofiana e la piú potente per il seguito de' popoli e per la nuova dottrina, essendo tutta la Persia divisa in due fazioni, l'una delle quali è detta cacari bianchi e l'altra cacari neri, che sono come già erano in Italia i guelfi e i ghibellini, i bianchi e i neri. E l'altre due figliuole vissero appresso la madre con amplissime ricchezze, e doppo la sua morte abitarono pur in Cavalliera; ma, intesa la morte del padre e con quanta crudeltà gli altri fratelli avevano morto il lor fratello uterino, temendo anch'elle di quel che gli potea avenire, raccolte gioie e altre cose di piú valuta fuggirono in Aleppo e di là in Damasco. Nel qual luogo una d'esse si trovò fin l'anno mille e cinquecento e dodici, e vide messer Caterino, figliuolo di messer Pietro, che nacque di messer Caterino Zeno già stato ambasciadore in Persia, che giovinetto mercatante negociava allora in Damasco; e riconosciutol per parente l'accarezzò con ogni sorte di demostrazione d'amore, e volendosene ritornar in Persia per aver inteso i felici successi d'Ismaele suo nipote, per i quali era divenuto re di Persia, cercò di menarlo con esso lei, proferendogli grandissime cose e qualche stato. Dove messer Caterino, ch'era tirato dalla dolcezza di goder la sua patria e d'altro lato dall'amor de' parenti, ringraziatala di tanta amorevolezza e gratitudine d'animo si rimase, scusandosi non vi poter andar per l'importanza de' suoi affari e per l'affezione che aveva al suo natural paese.
Or Giacuppo, morto che ebbe il maggior suo fratello, regnò lungamente e, come si dice, poi per inganno di sua moglie, poco pudica femina, fu morto. Doppo il quale tenne il regno Allamur, suo figliuolo, che oltra la Persia possedeva Diarbec e parte dell'Armenia maggiore appresso l'Eufrate; al cui tempo la fazione de' Cacari neri era in tanto credito per Secheaidare che l'altra de' cacari bianchi pareva che non fosse in alcuna stima. Era Secheaidare come un alano, o maestro o profeta, come lo vogliamo dire, che predicando nella setta macomettana nuovo dogma, e Alí essere stato maggiore che Omar, aveva molti discepoli e persone che favorivano la sua dottrina, e perseverò cosí in questo un tempo, di maniera che era da tutti riputato santo e un uom quasi divino. Ebbe costui di Marta, figliuola della Despina e di Ussuncassano, sei figliuoli, tre maschi e tre femine; né, con tutto che avesse sua moglie figliuola di una signora cristiana, restò d'essere nimico della fede nostra, perchè, fattosi capitan di ventura, corse molte volte ostilmente fin in Circassia, mettendo tutto in preda e menando gran numero di schiavi in Persia, in Arduil sua città. Queste correrie, oltra la utilità che ne traeva per i bottini, gli facevano onori, di maniera che ebbe tosto il concorso degli onori della sua fazione: de' quali fatto buon esercito, s'incaminò pur alla medesima impresa di Circassia, e passato Sumachi, otto giornate di sopra Arduil, arrivò in Berbento, che è cinque giornate lontana da Sumachi, avendo lo sforzo con seco di cinque in seimila persone, tutte da guerra e bravi soldati con l'arme in mano.
È Berbento città che fu edificata alle angustie de' monti Caspii d'Alessandro contra le correrie degli Sciti, dove c'è il passo cosí stretto che cento fanti espediti possono vietar il passo con le picche a un millione d'uomini. Il suo sito è giudicato sopra tutti gli altri delle città di Levante fortissimo, perchè ella è posta su l'altezza di certi monti e manda due ale quadre di muro fin al mare, che abbraccia il borgo e il porto, nel quale stanno le navi, con ispazio che non eccede trecento passi. Ed è questo spazio cosí forte e ben munito che sempre facendovi la guardia non vi si lascia entrar alcuno, ed è solo passo per il quale si può andar in Circassia; e lo chiamano i paesani Amircarpi, che significa porte di ferro, non perchè ci siano, ma perchè il luogo è fortissimo e atto a resister contra ogni guerra. Per la qual cosa, sendo di se stessi sicuri, gli uomini della terra non volsero dar il transito a Secheaidare, né pur lasciar entrar alcun de' suoi dentro, per sospetto preso delle genti che aveva con lui: e spacciando subito lettere e messi al re Alamur che gli facessero intender questa cosa, si apparecchiarono a difendersi se Secheaidare avesse voluto far forza di passare. Il re, grandemente commosso per questi motivi di Secheaidare, entrò in non picciola suspizione di lui, parendogli che egli, per il gran credito in che era e per aver il concorso di tanti uomini, e poi per essere d'una setta capo che era allora in molto conto in Persia, ma piú per le prede grosse che faceva e arricchiva quelli che lo seguitavano, e anco per la fama della sua santità, potesse farsi col tempo sí grande che gli levasse il regno e ne stabilisse uno a sua voglia fermo e saldo contra ogni sforzo d'arme.
Secheaidare, vedendosi vietar il passo, sdegnato forte contra quelli di Berbento, cominciò a combatter la terra e a porre ogni sua forza per averla nelle mani; di che avisato Alamur, non gli parve piú di star a bada, acciò che il troppo indugio non gli fosse cagione di qualche ruina. Raccolto adunque prestamente l'esercito, si mosse alla volta di Berbento e marchiò con diligenza, giungendo a tempo in soccorso de' suoi. Secheaidare, come vide comparir l'esercito di Alamur, lasciato di oppugnar la terra si voltò in ordinanza contra di lui; e appiccatasi la zuffa d'ambi i lati molto feroce, si menò le mani parecchie ore bene, sí che non vi si discerneva chi ne avesse il meglio; in fine, soprafato Secheaidare dalla moltitudine de' nimici, rimase tagliato a pezzi, e i suoi anch'essi, benchè fossero pochi, fecero nondimeno cose incredibili, e non ne scampò pur uno che non fusse morto o ferito a morte. La testa di Secheaidare, fitta su la punta di una lancia, fu mandata in Tauris e tenuta in publico perchè fosse veduta da tutti, e doppo essersi festeggiato e fatto grandi allegrezze per la vittoria avuta di lui fu tratta ai cani.
Giunta questa nuova in Arduil, dove era la moglie di Secheaidare con suoi figliuoli, se ne dolsero grandemente quelli ch'erano della fazione sofiana, tuttavia tacevano e simulavano il dispiacere per non dar cagione al re d'incrudelir contra di loro. Ma suoi figliuoli, presi di timor di se stessi e della vita (come avviene nelle subito cose, che tutto si teme), un fuggí nella Natolia, l'altro in Aleppo e il terzo in una isola che è dentro il lago Attamar, abitata dagli Armeni cristiani e chiamata Sancta Dei Genitrix, dove in casa d'un prete stette nascosto quattro anni, che non se ne seppe mai in Persia cosa alcuna. Era questo giovinetto, che si chiamava Ismaele, di tredici anni, di nobilissima presenza e di aspetto veramente regale, perchè negli occhi e nel sovraciglio teneva un non so che di grande e di signorile, che dimostrava ben che egli aveva da riuscir ancora un gran signore: né le virtú dell'animo discordavano punto dalla bellezza del corpo, perchè aveva ingegno elevato e senso delle cose cosí alto, che pareva incredibile che in sí tenera età egli lo potesse aver tale. Onde il buon prete, che faceva professione d'astrologo e di conoscer per gli aspetti del cielo l'influsso delle cose, tratta la sorte sopra di lui, previde ch'egli sarebbe ancora padrone di tutta l'Asia: perchè, con piú sollecitudine datosi a servirlo, lo trattenne secondo le sue forze e stato con ogni sorte d'amorevolezza e di cortesia, acquistandosene perciò somma grazia presso di lui.
Ismaele, aspirando a ricuperar lo stato paterno, partitosi da questo luogo che non aveva ancora forniti diciotto anni, andò in Carabac e poi in Gillon, riparandosi in casa di un antichissimo amico di suo padre, chiamato Pircale. Costui, mosso a pietà dello stato d'Ismaele, come quel che aveva veduto suo padre già essere stato gran signore e riputato divino per la maniera della sua vita, scrisse secretamente in Arduil a tutti quelli della fazione sofiana, ai quali sapeva che nella battaglia di Derbento erano stati morti per il piú dalla fazione contraria dei cacari bianchi padri, parenti e fratelli, che ritornandosi a mente quanto già Secheaidare aveva fatto per loro volessero favorir di aiuto suo figliuolo Ismaele, che fuor uscito si riparava presso di lui, acciò che potesse avere e lo stato paterno e mantener in piede la parte: che se si poteva prometter di un giovinetto ben creato e ben nato, come era egli, cose grandi, egli prometteva lor di costui cose grandissime, per conoscer in lui e vigor d'animo e destrezza d'ingegno e valor corporale, quanto non gli era mai piú parso di vedere in niun altro suo pare. Per le quali lettere mossi, quelli di Arduil gli proferirono in questo conto e in ogni altro per aiuto d'Ismaele tutto lo stato e poter loro. Perch'egli, messi segreti ordini di quel che aveva da fare, raccozzò insieme dugento uomini della sua fazione in Gillon, e dugento altri gliene diedero quelli di Arduil, co' quali, appostate d'incaminar con qualche bel principio le sue cose a buon fine, si mise in una vale commoda atta alle insidie, di dove, come tempo gli parve, corse alla parte del castello Marmurlagi. E fatto un subito empito, tagliò a pezzi tutto il presidio che v'era, e, posto in lui buon ordine e miglior guardie, uscí fuori nel borgo e lo diede a saccomano ai suoi soldati, mandando a fil di spada tutte le genti. Questo castello era ricchissimo, per essere posto sopra un porto del mar di Baccú, lontano da Tauris otto giornate, nel qual porto vengono le navi di Namiscaderem e d'altri luoghi, cariche di mercanzie per Tauris, per Sumachi e per tutta la Persia. Preso il castello, Ismaele vi fece condur dentro la preda e la dispensò largamente a' suoi soldati, non tenendo di tante preziose cose acquistate niente per sé, come quel che voleva con la liberalità obligarsi quanto fosse possibile gli animi degli uomini, per saper che in questa parte consiste ogni acquisto de' stabili regni e degli imperii. Per la qual cosa tosto si sparse attorno la fama della sua liberalità e dell'ardire, e la memoria di suo padre, riputato uomo divinissimo, si rinovellò piú che mai bella e illustre, e la fazione sofiana, che dalla morte sua fin allora era stata in poco conto, cominciò a moversi e a rimontare, concorrendo in gran frequenza la gente da ventura a lui; per il che, avendo egli raccolti insieme cinquemila buoni soldati, entrò in speranza di poter tentar sicuramente maggiori cose che non aveva fatto per innanzi.
Conosciuta adunque la facilità di insignorirsi della città di Sumachi, per non ci essere nel paese alcun suspetto di guerra e per conseguente poche genti che la guardassero, si mosse a gran camino alla sua volta; di che avuto aviso il re Sermendole, che la signoreggiava, vedutosi impotente alla difesa contra Ismaele, fuggí e se ritirò nel castello di Culisan, fortissimo, posto pur nel paese medesimo di Sumachi. Per il che Ismaele, trovata la città senza difensori, la prese a man salva, e tagliati a pezzi per tutto i Sumachini si arricchí di un grandissimo tesoro che v'era, il quale, seguendo egli pur la sua prima liberalità, fu da lui compartito e donato alle sue genti, che perciò si fecero molto ricche. Questa seconda impresa cosí felicemente successagli lo fece montar in estremo credito, di modo che, avendo il concorso di tutti i convicini paesi, ingrossava ogni dí piú l'esercito. Di che insospettitosi piú che non fece al tempo di suo padre, Alamur chiamò alla porta tutti i gran signori persiani, e fatte provisioni di genti da guerra si mosse con l'esercito contra Ismaele; il quale, vedute le sue forze deboli da potersi tener in campagna e venir, se l'occasione li richiedesse, a giornata col re, ricercò di aiuto alcuni signori giorgiani cristiani che confinavano con quel paese, i quali erano Alessandro Bec, Gurgurabet e Mirabet. Costoro, perchè avevano antica nimistà con Alamur e desideravano di batter la sua potenza, valendosi dell'occasione d'Ismaele, si deliberorono di favorirlo contra Alamur, onde ognun da per sé gli mandò una banda di tremila cavalli, sí che in tutto furono novemila, molto buoni soldati, perchè questi sono quelli che anticamente si chiamavano Iberi, e che allora per essere cristiani, come ancora sono, guerreggiavano continuamente co' Turchi su le frontiere di Trabisonda. I quali furono allegramente veduti e riccamente presentati da Ismaele, che con questi aiuti giorgiani si trovò aver in campagna un bellissimo esercito di sedicimila persone, onde marchiò avanti con animo di venir a battaglia con Alamur, se gliene fosse data da lui l'occasione.
E cosí amendue s'incontrarono fra Tauris e Sumachi, appresso un gran fiume, dove Alamur, che aveva un esercito di trentamila uomini tra cavalli e fanti, postosi su l'aviso occupò due soli ponti per i quali Ismaele poteva passare nella campagna dove egli s'era alloggiato, con questo consiglio, che fosse per quella via vietato ai nimici che con l'ardire (che molte volte si dice che è favorito dalla fortuna) non tentassero la somma di tutte le cose, e contra sua voglia lo facessero venir a fatto d'arme. Ma Ismaele, che dubitava di perder la reputazione se vi si fosse framesso tempo in mezo, e tanto piú quando vedeva che per i ponti occupati Alamur si stava sicuro d'ogni guerra negli alloggiamenti, né si curava molto della zuffa, trovato insperatamente il guado del fiume di notte tempo lo valicò tacitamente, e serratosi in un grosso squadrone assaltò l'esercito nimico e fece una grandissima uccisione d'uomini: perchè, non avendo tempo quelli del re a prender l'arme, mezi nudi, da' soldati armati e feroci erano tagliati smisuratamente a pezzi per tutto. E se pur alcuno piú animoso faceva testa, era tanto fiero l'urto de' sofiani che, in un attimo, ributati da una perpetua tempesta di colpi, convenivano correr una medesima fortuna con gli altri. Né si ricorda per memoria d'uomini che fosse fatta la piú orribil battaglia notturna di questa, conciosiachè nel piú gran buio della notte si vedeva tutta quella campagna rilucer d'arme e si sentiva lo strepito e il grido e la confusione d'un tanto esercito che, rotto e spezzato, fuggiva davanti la caccia dei nimici. Alamur, sendo a pena con pochi scampato, si ritirò in Amir, facendosi in quella città forte.
E Ismaele, avendo con tanto suo onore mandato a fil di spada quel grande esercito, fece ragunar tutta la preda insieme e la dispensò ai suoi senza tener per sé cosa alcuna, e mostrossi l'altro dí verso Tauris; né vi trovando difesa, la prese e mise a sacco, tagliando a pezzi per tutto quelli della fazione contraria. E per far le vendette di suo padre contra quelli capitani e signori che si diceva esser stati contra Secheaidare nella battaglia di Berbento e aver tenuto mano nella sua morte, fece trar di sepoltura i lor corpi e abbruciar in piazza; e mentre vi si conducevano, volle che andassero per via in processione avanti di loro dugento femine meretrici e quattrocento sbirri, e per maggior infamia di quelli signori ordinò che agli sbirri e alle meretrici fosse tagliata la testa e abbrucciati con i corpi. Né sazio di questo, fattosi condur davanti sua matrigna, che doppo la morte del padre aveva preso per marito un certo gran signore che si ritrovò col re nel medesimo fatto d'arme di Berbento, le disse una grandissima villania in faccia e la ingiuriò con ogni sorte di oltraggio, e in fine comandò che, come vilissima e disonestissima femina che ella era, le fosse mozzo il capo in vendetta del poco capitale che ella aveva fatto di suo padre.
Per la presa di Tauris e rotta del re impauriti, tutti i popoli e signori convicini mandarono a dar ubbidienza a Ismaele, fuor che Alangiacalai, castello due giornate posto sopra Tauris di verso tramontana, il quale con dieci ville contermini è abitato da cristiani catolici; ma infine, doppo essersi tenuto cinque anni in devozione di Alamur, sentita la sua morte si rese a patti a Ismaele, con un grandissimo tesoro che v'era dentro. Auto questo castello, Ismaele si fece chiamare imperador della Persia con nuovo nome di Sofí. Ma Moratcan, figliuolo di Alamur, fatto un esercito di trentamilia persone con alcuni aiuti turcheschi, venne all'acquisto del regno che di ragione gli toccava, con intenzione di ricuperar lo stato paterno e di vendicar in un medesimo punto le sciagure del padre contra la fazione sofiana. Il che sentito, Ismaele raccolse prestamente l'esercito e venne alla volta di Moratcan, dove, azzuffatisi insieme questi due giovani nelle campagne di Tauris, fecero un pezzo amendue gran cose con l'arme in mano per rimaner superiore al nimico. Ma sendo i sofiani valenti e vecchi soldati e usi a vincer per tutto con la buona fortuna del capitano, ruppero quelli di Moratcan con grandissima loro strage, e quel meschin giovane, non vedendo piú alcun rimedio alle sue cose, fuggí in Diarbeca con alcuni pochi soldati che si salvarono dalla rotta. E queste cose furono fatte l'anno mille e quattrocento e nuovantanove, con tanta fama della buona ventura d'Ismaele, ma piú del suo valore, che di già egli cominciava ad essere in ispavento a tutto il Levante.
L'anno che seguí fece Ismaele l'impresa di Diarbeca, che era piú sotto l'imperio di Moratcan, e s'insignorí in quel paese di alcune terre importanti. E perchè l'Aladuli in questa guerra aveva aiutato Moratcan per suspizione presa d'Ismaele e della sua grandezza, fatto un esercito di piú de settantamila persone si mosse contra di lui, non senza però gran timore di non s'irritar contra il soldano e il Turco, essendo il paese dell'Aladuli posto in mezo queste due potenzie. E fatta la via di Arsenga e di Sevas, venne in Naseria per il paese del Turco, pagando le vittovaglie e i passi per tutto senza molestar in alcun luogo gl'uomini, mostrando di tener buona amistà con l'Ottomano. Giunto per questa via a Aladulo alla città di Alessat, passò in una giornata alcuni monti, finchè pervenne in Amaras, mettendo tutto il paese in preda e a ferro e fuoco. Ma il signor di Aladuli, ch'era fuggito nelle montagne di Catarac e in quelle fattosi forte, non volendo metter tutto il suo stato al giuoco della fortuna, non si curò altramente di venir a giornata con Ismaele, ma, mandando fuori alcune bande di buona cavalleria, faceva assaltar quando di dí e quando di notte tempo i sofiani, e ritirandosi al monte teneva in continuo travaglio l'esercito nimico. Dove Ismaele, essendo stato dai ventinove di luglio fin a mezo novembre senza aver fatto nulla a questa impresa, mancandogli le vittovaglie fu ributtato dal verno e dalla carestia delle cose in Malatia, città del soldano; dalla quale partitosi passò in Tauris, avendo perduto nel camino molti soldati e un numero quasi infinito di cavalli e cameli, per l'asprezza del freddo e per la gran neve che tirava.
Ma, non si essendo per quella sciagura punto perduto di animo, l'anno che seguí, raccozzato un esercito di quarantamila persone, assaltò Casan, città di Moratcan in Babilonia, per liberarsi d'ogni sospetto che costui col tempo gli potesse nuocere. Perchè Moratcan, messi insieme trentaseimila uomini tra cavalli e fanti, venne in Sevas per tor dall'impresa di Casan il nimico; onde Ismaele, tenendogli dietro, andò in Spaam per far fatto d'arme con Moratcan, avendo posto nella battaglia tutta la somma di questa impresa, conoscendo ben il valor dei suoi, e che di già i Persiani e tutti gl'altri che eran stati sotto l'imperio di Alamur desideravano di ubidirgli. Questa mossa d'Ismaele mise tanto spavento nell'esercito nimico che a pezzo a pezzo cominciò a partirsi e a fuggir nel campo de sofiani: di che tutto sbigottito, Moratcan cercò di far buona pace con Ismaele, onde gli mandò alcuni ambasciadori che gli dicessero che egli si contentava di essergli soggetto pur che gli lasciasse Bagadet. Ma non essendo né gli ambasciadori né le condizioni della pace accettate da Ismaele, che aspirava a rimaner assoluto signor del tutto, Moratcan, disperatosi anco di poter impetrar la vita si gl'andava nelle mani, fuggí con una banda di tremila cavalli verso Aleppo, dove non essendo ricevuto, per timor che aveva il soldano di non s'irritar contra Ismaele, passò in Aladuli; e fu da quel signore, che gl'era stato prima grandemente amico, benignamente raccolto, con dargli speranza di rimetterlo in istato, come l'occasione venisse, e perchè questa speranza avesse piú luogo in lui gli diede per moglie una sua figliuola.
Ismaele, avendo nel modo che s'è detto ributtato Moratcan venne con tutto l'esercito in Biarbeca e s'insignorí di Bagadet e di Seras, tagliando a pezzi molti della contraria fazione in quel paese e messovi ordine e presidio che lo guardasse, ritornò in Tauris. E l'anno che seguí, che fu il mille e cinquecento e otto, fatte grandi provisioni di genti di guerra si mosse in persona contra il Tartaro Leasilbas, signor di Sarmarcant, al quale ubidivano i Zagatai, altrimente detti dalle berrette verdi. Costui si trovava allora con un esercito vittorioso al confine della Persia, avendo fatto molte prodezze in arme al dintorno, perchè, dopo essersi impadronito del paese de' Saraceni, aveva dapoi preso la gran città di Eri e Cavadisca e Cava, e all'ultimo Sanderem e Sari, due gran città poste sopra il mar di Baccú e vicine allo stato d'Ismaele. Per i quali acquisti mise in grandissimo spavento tutto il Levante, e particolarmente insospettí forte il Sofí, che era nimico di quelli dalle berrette verde; per il che si ritirò in Spaam. Tutti gli eserciti si fermarono: ma Lasilbas, vittorioso, per aver occasione di venir alli mani co' sofiani dimandò il passo a Ismaele, dicendo che voleva andar in Mecca per cagion di voto. La qual dimanda fece molto piú insospettir Ismaele, perchè, negatoglielo a viso aperto, afforzò tutte quelle frontiere sui confini di Lasilbas con buone bande di cavalli, tenendo tutto l'anno mille e cinquecento e nove l'esercito in quelle parti, con animo di opporsi al Tartaro se avesse voluto far forza di passare. In fine, per interpretazione di alcuni signori tartari e persiani amici dell'uno e dell'altro, fecero buona pace tra sé.
E Ismaele, che da una guerra era spinto in un'altra, l'anno che seguí andò addosso il signor del paese di Siraan, che egli aveva negato il tributo che ogni anno gli pagava, ed entrato nella campagna di Carabac, che gli era piú di mille miglia e ha nel mezo la terra di Chianer, dalla quale vengono le sete canarie, mandò a prender Sumachi. E assaltato Culosan, castello fortissimo, posto pur nel medesimo paese di Sumachi, lo ridusse in sua forza, e insieme con lui Mamurcagi castello, per la sua fortezza di grande importanza in quelle parti. E caminando pur per la riviera del mar di Baccú, prese molte altre buone castella, perchè il paese di Servan ha sette giornate di riviera sopra il detto mare, cominciando da Mamurcagi fin in Berbento, nel qual tratto ci sono tre grandi città e tre castella: col qual acquisto ritornò a guisa di trionfante in Persia e festeggiò alcuni dí per la vittoria avuta quasi con tutti i gran signori e prencipi del regno. E poco tempo dapoi ruppe gran guerra al detto Tartaro Lasilbas, per una certa emulazione d'imperio che vegghiava tra l'uno e l'altro; dove Lasilbas con grosso esercito venne contra i sofiani e, attaccata con lor la battaglia feroce e sanguinosa, fece per molte ore da valente uomo: tuttavia, prevalendo le forze de' nimici, rotto e ributtato si salvò con la fuga in Samarcant. Fu questa vittoria la piú illustre che mai avesse Ismaele, perchè aveva combattuto con nimici grandi guerrieri e famosi in arme per tutto il Levante: onde il Turco e il soldano entrarono in molto sospetto della potenza d'Ismaele, giudicando l'uno e l'altro che, se il Tartaro rimaneva in tutto vinto, aprivano a Ismaele la strada d'acquistarsi l'Asia e l'Egitto, poi che in Levante non ci erano altri signori che fossero piú potenti di loro appresso il Tartaro Lasilbas.
Per la qual cosa Selim gran Turco, inteso che Ismaele era occupato nella guerra che faceva alla città di Samarcant, ch'era la principale che possedeva il signor tartaro, mise insieme un grossissimo esercito di Turchi e si mosse in persona contra la Persia, l'anno mille e cinquecento e quattordici, e fece la via del fiume Sivas, che è settecento miglia lontano da Costantinopoli e da Tauris settecento e quarantacinque, che si può dire che di poco era a essere in mezo delle due dette città, e passato il fiume Lai marchiò a gran giornate avanti per il paese di Arsenga. Il che sentito Ismaele, che era in Tauris senza la sua banda ordinaria, che stringeva Samarcant, si diede a far genti a furia, con le quali fatto un assai buon esercito lo mise sotto due suoi molto valenti capitani, un detto Stacalú Amarbei e l'altro Aurbec Samper, e li mandò alla volta di Selim, acciò che ritardassero con le scaramuccie il suo empito, finch'egli, raccozzati insieme maggiori genti, si trovasse gagliardo in campagna come il nimico a far giornata. Era questo esercito di quindicimila cavalli, tutti buoni soldati, e 'l fior si può dir delle genti persiane, perchè non sogliono i re di Persia dar soldo per cagione di far guerra se non a una banda ordinaria, che si chiama la porta del signore: conciosiachè i gentiluomini della Persia, per essere civilmente nutriti, danno opere alle cavallerie, e quando il bisogno il ricerca vanno volontariamente alla guerra e si menano dietro, secondo che sono piú o meno ricchi, schiavi cosí ben armati e bene a cavallo come sono essi. Nondimeno non si moveno mai se non per difesa del paese; che se la milizia persiana fosse pagata come la turchesca, non è dubio ch'ella sarebbe molto piú potente che quella de' prencipi ottomani, la qual cosa è stata osservata quasi da tutti quelli che hanno auto comercio con l'una e l'altra nazione. E l'istesse donne persiane anco segueno armate una medesima fortuna con i mariti, e combatteno virilmente, come quelle altre antiche Amazoni che fecero tante prodezze al lor tempo con l'arme in mano.
Or i due capitani Amarbei e Samper marchiarono avanti, e inteso che Selim aveva passato l'Eufrate e se ne veniva a gran giornate, si ritirarono a Coi, nel qual luogo si trovava Ismaele, venutovi dianzi di Tauris. Il quale, udito il grande apparato di guerra che menava a quella impresa Selim, fatto ben fortificar l'esercito suo, ritornò di nuovo in Tauris per far provisione di maggiori forze e mostrar poi il viso ai nimici. È Coi città che si dice essere stata edificata dalle ruine dell'antica Artasata, non piú lontana da Tauris che tre giornate: però, parendo a Ismaele che per la vicinanza averebbe potuto venir in un volo a trovarsi nel fatto d'arme, commise sotto espresso comandamento a detti suoi capitani che lo devesseno aspettare, che tosto egli verrebbe con nuove genti, e con lor poi insieme ne ributtarebbe il nimico. Ma poco dapoi partito Ismaele, sopravenne l'esercito turchesco in ordinanza, che fu ai ventiquattro d'agosto, e si distese su le campagne che si dicono Calderane, dove avevano anco i lor alloggiamenti i Persiani. I quali, vedendo i nimici menar tanta bravura e provocarli a battaglia, non si poterono tenere di non dar dentro, sendo sempre stati vittoriosi in tante guerre passate, che aveano fatto sotto gli auspicii del piú gran re che mai avesse avuto il Levante. Onde, per essere arrivate alcune bande di cavalli la notte passata venute di Tauris, sí che in tutto facevano ventiquattromila soldati, si divisero in due grossi squadroni: il primo conduceva Stacalú Amarbei, e l'altro Aurbec Samper. E dato il segno della battaglia, investirono animosamente i nimici, e il primo fu Amarbei, che diede nella banda di Natolia con sí terribil urto che tutta la ruppe e fracassò, facendo tanta uccisione i Persiani di Turchi che di già da quel lato avevano la vittoria in pugno; se non che Sinan bascià, per soccorrer da quel canto la battaglia, che andavano tutta in ruina, mosse la banda caramana e, caricato lo squadrone persiano, fece rifar testa a quelli che già rotti s'apparecchiavano a fuggire. Onde i Persiani, rispondendo bene a Sinan, fecero piú che mai da valent'uomini il lor devere, né, perchè fosse tagliato a pezzi Amarbei, rimasero di mantener valorosamente la battaglia.
Veduto Samper moversi di luogo i Caramani e caricar Amarbei, anch'egli, serrato il suo squadrone, si mosse e urtò per fianco Sinan, ruppe i Caramani e in un attimo fu adosso l'esercito del signore, e rotta e malmenata la cavalleria tagliò a pezzi le prime ordinanze de' gianizzari e mise in confusione tutte quelle brave fanterie, che parve una saetta celeste che aprisse tutto quel grande e grosso esercito. Di maniera che il signore, vedendo tanta strage, si mosse di luogo e voleva voltarsi e fuggí, quando Sinan, soccorrendo al bisogno, fece con prestezza drizzar le artigliarie nel battaglione e dar cosí ne' giannizzari come nei Persiani. Onde, sentito lo strepito di quelle machine infernali, i cavalli persiani sparsi per la campagna si divisero e ruppero da se stessi, non ubbidendo piú per lo spavento preso né alla mano né allo sprone. Il che veduto, Sinan, fatto una sola battaglia di cavalleria di tutte l'altre rotte da' Persiani, si mise a tagliarli per tutto a pezzi, talchè per la sua industria Selim rimase, quando piú si teneva per perdente, vittorioso. E si dice per certo che, se non erano le artigliarie che spaventò in quel modo i cavalli persiani, che non avevano mai piú sentito sí fatti strepiti, tutte le sue genti rimanevano rotte e mandate a fil di spada: e, vinto il Turco, la potenzia d'Ismaele sarebbe stata maggiore che quella del Tamerlane, perchè con la riputazione sola di una tanta vittoria si averebbe fatto signore assoluto di tutto il Levante.
Ora, sconfitti che furono in quel modo da Selim i Persiani, non senza suo estremo danno, gli fu menato davanti, carico di molte ferite, Aurbec Sampir; e intendendo che nel fatto d'arme non vi si era trovato Ismaele, gli disse tutto pieno di sdegno: "Cane che sei, tu hai avuto ardire di venir contra di me, che sono in luogo di profeta e tengo il luogo di Dio in terra?" A cui, senza mostrar alcun segno di paura, rispose Samper: "Se tu tenessi il luogo di Dio in terra, non verresti contra il signor mio; ma Dio t'ha salvato dalle mani nostre acciò che pervenghi vivo nelle sue, e allora egli farà le nostre e sue vendette". Per le quali sue parole turbatosi oltra modo, Selim disse: "Andate e ammazzate questo cane"; ed egli rispose: "Io so che questa è la mia ora, ma tu apparecchia l'anima tua a far sacrificio alla mia, perciò che verrà il signor mio in un anno e farà il simile di te che vuoi che ora si faccia di me", e fu subito tagliato a pezzi. Fatto questo, Selim levò il campo e venne sotto Coi; nella qual città si riposò con tutto l'esercito alcuni dí, e sparse fama, e cosí lo scrisse in molte lettere in diversi luoghi mandati, ch'egli era rimaso vittorioso, essendosi nella giornata fatta nelle campagne Calderani ritrovato in persona Ismaele: il che scrisse però falsamente, perchè Ismaele non vi fu in persona, né men la banda dei suoi vecchi soldati, che si trovavano allora intorno Samarcant stringendo quella città.
Ismaele, avuta la nuova della rotta del suo esercito, mise insieme quelle genti che si erano salvate dal fatto d'arme e avevano fatto capo in Tauris; con la moglie e con tutte le sue ricchezze si levò di quella città e andò in Caseria, che è lontana da Tauris per levante sette giornate, raccozzandovi un altro esercito per tentar un'altra volta in persona la fortuna della battaglia. Poco doppo la sua partita il Turco, levatosi da Coi, arrivò in Tauris, e fu ricevuto con dimostrazioni amorevoli e cortesi da quelli della città, perchè non parve lor di metter in pericolo la vita, quanta facultà avevano contra quel nimico, davanti il quale non aveva potuto durar tanti uomini valentissimi che si erano armati in difesa della Persia. E statoci tre soli dí, né vedendo concorrer alcun dei popoli e signori convicini a fargli dedizione, entrò in suspizione che Ismaele non fosse piú forte che egli non pensava, come veramente era, che quasi tutti i primi uomini della Persia facevano da tutte le bande capo a lui per salute del regno. Laonde, levati diversi uomini eccellenti in diverse arti e cinquecento some di ricchezze, senza ingiurar in altro la città si levò e marchiò alla volta dell'Eufrate, essendo sempre travagliato per il cammino dai Giorgiani, i quali, con alcune bande di cavalleria espedita, rubbavano le bagaglie dell'esercito e tagliavano a pezzi quelli che si partivano punto dalle ordinanze. Ed erano cosí spessi i lor assalti che gli acangi, usi a correr avanti l'esercito le belle quaranta e cinquanta miglia, non s'argomentavano punto di scostarsi dall'esercito, perchè quei feroci nimici stradaiuoli facevano di lor per tutto grandissima uccisione. Né di spada solamente morivano, ma di fame ancora, perchè, provedendo essi all'esercito di vittovaglie, né potendo per tanto fastidio far l'ufficio detto, convenivano scampando una misera morte perir per una miserrima.
Aveva in questo mezo Ismaele grandemente ingrossato il suo esercito, onde, per aggiunger a tempo i nimici, si mosse per Tauris; e inteso che il Turco s'era levato e che marchiava avanti in tanta fretta che non l'averebbe potuto arrivare, gli parve di soprastare e di muoversi con piú discorso in questa impresa. Scrisse adunque lettere e mandò ambasciadori al soldano, al signor d'Aladuli e al re di Gorgora con mostrar loro il gran pericolo che correvano se non si fossero armati con lui contra Selim, perchè, sbattuta la Persia, tutti li stati loro rimanevano preda del nimico. Questi ambasciadori furono volentieri uditi per timor che entrò in quei signori, veduto Selim essere rimaso vittorioso dei sofiani, per il che si serrò una lega nella quale entrarono Ismaele, il re di Gorgora, il soldano e il signor di Aladuli, promettendosi questi re di aiutarsi l'un l'altro quando il bisogno il richiedesse contra l'Ottomano, con patto espresso che non si udisse da loro alcuno ambasciadore del Turco. Il qual patto per non essere stato osservato dal soldano fu poi la sua ruina, e di tutta la potenzia dei mamalucchi: perchè, avendogli il Turco mandato un ambasciadore poco tempo dapoi, l'ammesse e sentí contra la capitulazione della lega. Onde, quando Selim entrò in Soria per batter il soldano, Ismaele non gli volse dar aiuto, per timor preso di non essere stato tolto in mezo.
Or, chiusa la lega che s'è detto, Ismaele, che era tutto volto a far l'impresa contra i Turchi, mandò suoi ambasciadori a Selim che si trovava allora in Amasia, i quali gli appresentarono una mazza d'oro gioiellata, una sella e una spada ricchissimamente guarnite, con una lettera che diceva: "Ismaele, gran signor della Persia, manda a te, Selim, questi doni molto eguali alla tua grandezza, perciochè vagliano tanto quanto il tuo regno: se tu sei uomo di valore, conservateli bene, perchè verrò a torteli insieme con la tua testa e col regno che possiedi contra ogni ragione, non essendo lecito che stirpe di villani abbia imperio sopra tante provincie". Questa lettera alterò tanto l'animo sdegnoso di Selim che volse ammazzar gli ambasciadori, ma, ritenuto dai suoi bascià, si rimase; tuttavia per la gran collera non si puoté tenere che non facesse lor tagliar gli orecchi e il naso, e cosí gli spedí con una lettera scritta a Ismaele, che diceva: "Selim, gran signor di Turchi, risponde a un cane senza stimar il suo abbaiare, dicendogli che, se si mostrerà, troverà incontro che gli farà quel che fece mio avolo Maomete a suo avolo Ussuncassano".

DELLO SCOPRIMENTO DELL'ISOLA FRISLANDA, ESLANDA, ENGROVELANDA, ESTOTILANDA E ICARIA FATTO PER DUE FRATELLI ZENI, MESSER NICOLÒ IL CAVALIERE E MESSER ANTONIO, LIBRO UNO.


Nel mille e dugento anni della nostra salute fu molto famoso in Venezia messer Marin Zeno, chiamato per la sua gran virtú e destrezza d'ingegno podestà in alcune republiche d'Italia, ne' governi delle quali si portò sempre cosí bene ch'era amato e grandemente riverito il suo nome da quelli anco che non l'avevano mai per presenza conosciuto: e, tra l'altre sue belle opere, particolarmente si narra che pacificò certe gravi discordie cittadinesche nate tra' Veronesi, dalle quali si aspettavano grandi motivi di guerra, se la sua estrema diligenza e buon consiglio non vi si fosse interposto. Fu il primo podestà che tenessi la Republica veneziana in Costantinopoli, l'anno 1205, quando ella n'era patrona con li baroni francesi. Di costui nacque messer Pietro, che fu padre del duce Rinieri, il qual duce, morendo senza lasciar di sé figliuoli maschi, fece suo erede messer Andrea, figliuolo di messer Marco suo fratello. Questo messer Andrea fu capitan generale e procuratore di grandissima riputazione per molte rare parti ch'erano in lui, e fu suo figliuolo messer Rinieri, senatore illustre e piú volte consigliero; di cui uscí messer Pietro, capitan generale della lega de' cristiani contra Turchi, chiamato Dragone, perchè nel suo scudo portò, in cambio d'un manfrone che aveva prima, un dragone. Il quale fu padre di messer Carlo il grande, clarissimo procuratore e capitan generale contra Genovesi, in quelle pericolose guerre che furono fatte mentre quasi tutti i maggiori prencipi dell'Europa oppugnavano la nostra libertà e l'imperio: nelle quali per il suo valore liberò, non altrimenti che un altro Furio Camillo Roma, la sua patria da un istante pericolo che correva di non divenir preda de' suoi nimici, onde perciò se ne acquistò il cognome di Leone, portandolo per eterna memoria delle sue prodezze nello scudo dipinto. Di messer Carlo furono fratelli messer Nicolò il cavalliere e messer Antonio, padre di messer Dragone, del quale nacque messer Caterino, che generò messer Pietro dai Crocecchieri, di cui uscí un altro messer Caterino, che morí l'anno passato, fratello di messer Francesco, di messer Carlo, di messer Gian Battista e di messer Vicenzo; il quale messer Caterino fu padre di messer Nicolò, che ancor vive.
Or messer Nicolò il cavaliere, come uom di alto spirito, doppo la sudetta guerra genovese di Chioggia che diede tanto da far ai nostri maggiori, entrò in grandissimo disiderio di veder il mondo e peregrinare e farsi capace di varii costumi e di lingue degli uomini, acciò che con le occasioni poi potesse meglio far servigio alla sua patria, e a sé acquistar fama e onore. Laonde, fatta e armata una nave delle sue proprie ricchezze, che amplissime aveva, uscí fuori dei nostri mari, e passato lo stretto di Gibilterra navigò alcuni dí per l'Oceano, sempre tenendosi verso la tramontana, con animo di veder l'Inghilterra e la Fiandra. Dove, assaltato in quel mare da una gran fortuna, molti dí andò trasportato dalle onde e da' venti senza sapere dove si fosse, quando finalmente scoprendo terra, né potendo piú reggersi contra quella fierissima burasca, ruppe nell'isola Frislanda, salvandosi gli uomini e gran parte delle robbe che erano su la nave: e questo fu l'anno mille e trecento e ottanta. Qui concorrendo gl'isolani armati, in gran numero assaltarono messer Nicolò e i suoi che, tutti travagliati per la fortuna passata, non sapevano in che mondo si fossero, e per consequente non erano atti a far un picciolo insulto, non che a difendersi gagliardamente come il pericolo lo portava contra tai nimici. E in ogni modo sarebbono stati malmenati se la buona ventura non faceva che casualmente si fosse trovato ivi vicino un prencipe con gente armata, il quale, inteso che s'era rotta pur allora una gran nave nell'isola, corse al romore e alle grida che si facevano contra i nostri poveri marinari, e cacciati via quelli del paese parlò in latino e dimandò che genti erano e di dove venivano; e saputo che venivano d'Italia e che erano uomini del medesimo paese, fu preso di grandissima allegrezza, onde, promettendo a ciascuno che non riceverebbono alcun dispiacere, e che erano venuti in luogo nel quale sarebbono benissimo trattati e meglio veduti, li tolse tutti sopra la sua fede.
Era costui gran signore e possedeva alcune isole dette Porlanda, vicine a Frislanda da mezogiorno, le piú ricche e popolate di tutte quelle parti, e si chiamava Zichmni; e oltra le dette picciole isole signoreggiava fra terra la duchea di Sorani, posta dalla banda verso Scozia. Di queste parti di tramontana m'è paruto di trarne una copia dalla carta da navigare che ancora mi truovo avere tra le antiche nostre cose di casa, la quale, con tutto che sia marcia e vecchia di molti anni, m'è riuscita assai bene e, posta davanti gli occhi di chi si diletta di queste cose, servirà quasi per un lume a darli intelligenzia di quel che senz'essa non si potrebbe cosí ben sapere.
Con tanto stato che s'è detto, Zichmni era bellicoso e valente e sopra tutto famosissimo nelle cose di mare, e per aver avuto vittoria l'anno avanti del re di Norvegia, che signoreggiava l'isola, com'uom che desiderava con l'arme di farsi molto piú illustre che non era, con le sue genti era disceso per far l'impresa, e acquistarsi il paese di Frislanda, che è isola assai maggiore che Irlanda. Onde, vedendo che messer Nicolò era persona sensata e nelle cose marinaresche e della guerra grandemente pratico, gli commise che andasse su l'armata con tutti i suoi, imponendo al capitano che l'onorasse e in tutte le cose si valesse del suo consiglio, come di quel che conosceva e sapeva da sé molto per lungo uso di navigare e dell'arme. Questa armata di Zichmni era di tredici legni, due solamente da remo, il resto navigli e una nave, con la quale navigarono verso ponente. E s'insignorirono con poca fatica di Ledovo e di Ilofe e di alcune altre isolette, volgendosi in un golfo chiamato Sudero, dove, nel porto della terra detta Sanestol, presero alcuni navigli carichi de pesce salato; e, trovato qui Zichmni che con l'esercito di terra era venuto acquistando tutto il paese, poco vi si fermarono, perchè, fatto vela pur per ponente, pervennero fin all'altro capo del golfo, e girandosi di nuovo trovarono alcune isole e terre, che furono tutte da lor ridotte in poter di Zichmni. Questo mare da lor navigato era in maniera pieno di seccagne e di scogli che, se non fosse stato messer Nicolò, il suo piloto e i marinai veneziani, tutta quell'armata, per giudicio di quanti v'erano su, si sarebbe perduta, per la poca prattica che avevano quelli di Zichmni a comparazione dei nostri, che nell'arte erano, si può dir, nati, cresciuti e invecchiati.
Or, avendo l'armata fatte quelle cose che si sono dette, il capitano, col consiglio di messer Nicolò, volle che si facesse scala a una terra chiamata Bondendon per intender i successi della guerra di Zichmni; dove intese con suo molto piacere che egli aveva fatto una gran battaglia e aveva rotto l'esercito nimico, per la qual sua vittoria tutta l'isola gli mandava ambasciadori a fargli dedizione, levando le sue insegne per tutte le terre e castella: per il che gli parve di soprastar in quel luogo fin alla sua venuta, dicendosi per fermo ch'egli tosto v'aveva da essere. Al suo arrivare si fecero grande dimostrazioni d'allegrezza, cosí per la vittoria di terra come per quella di mare, per la quale i Veneziani erano tanto onorati e celebrati da tutti che non si sentiva d'altro parlare che di loro e del valore di messer Nicolò. Onde il prencipe, che era da sí amantissimo de' valenti uomini, e di quelli spezialmente che si portavano bene nelle cose marinaresche, si fece venir messer Nicolò, e dopo aver con molte onorate parole comendato e lodato la sua grande industria e l'ingegno, dalle quali due cose diceva che riconosceva un molto grande e rilevato beneficio, come era quel di avergli salvata l'armata e acquistato senza alcuna sua fatica tanti luoghi, lo fece cavalliere. E onorati e donati di ricchissimi presenti tutti i suoi, partí di quel luogo, e a guisa di trionfanti per la vittoria avuta andò alla volta di Frislanda, città principale dell'isola, posta dalla banda di levante verso ostro dentro un golfo, che molti ne fa quell'isola, nel quale si prende pesce in tanta copia che se ne caricano molte navi e se ne fornisce la Fiandra, la Bretagna, l'Inghilterra, la Scozia, la Norvegia e Danimarche, e di quel ne cavano grandissime ricchezze.
Fin qui scrive messer Nicolò in una sua lettera a messer Antonio, suo fratello, questi avisi, pregandolo che con qualche nave lo volesse andar a trovare. Per il che egli, che non men era desideroso che si fosse il fratello di veder il mondo e pratticar varie genti, e perciò farsi illustre e grand'uomo, comprò una nave e, dirizzatosi a quel camino, doppo un lungo viaggio e varii pericoli scorsi giunse finalmente sano e salvo a messer Nicolò, che lo ricevette con grandissima allegrezza, e perchè gli era fratello e perchè era fratello di valore. Fermossi messer Antonio in Frislanda e ci abitò quatordici anni, quattro con messer Nicolò e dieci solo; dove pervenuti in tanta grazia e favor di quel prencipe che per gratificarselo, ma piú perchè da sé egli pur troppo il valeva, fece capitan della sua armata messer Nicolò, e con grande apparato di guerra si misero all'impresa di Estlanda, che è sopra la costa tra Frislanda e Norvegia, dove fecero molti danni. Ma inteso che il re di Norvegia con una grossa armata di navi veniva lor contra per distorli da quella guerra, si levarono con una burasca sí terribil che, cacciati in certe seccagini, ruppero gran parte delle lor navi, salvandosi il rimanente in Grislanda, isola grande ma disabitata. L'armata del re di Norvegia, anch'ella assaltata dalla medesima fortuna, si ruppe e perdé tutta per quei pelaghi. Di che avuto aviso Zichmni da un naviglio de' nimici scorso per fortuna in Grislanda, avendo già racconcia la sua armata e vedendosi per la tramontana vicino alle Islande, si diliberò di assaltar Islanda, che medesimamente con l'altre era sotto il re di Norvegia; ma trovò il paese cosí ben munito e guarnito di difesa che ne fu ributtato per aver poca armata, e quella poca anco malissimo in ordine di arme e di genti. Per la qual cosa si partí da quella impresa senza avervi fatto nulla, e assaltò nelli istessi canali l'altre isole, dette Islande, che sono sette, cioè Talas, Broas, Iscant, Trans, Mimant, Damberc e Bres; e messo tutto in preda edificò una fortezza in Bres, nella quale lasciò messer Nicolò con alcuni navigli e genti e altre munizioni, ed egli, parendogli allora di aver fatto assai, con quella poca armata che gli era rimasa ritornò a salvamento in Frislanda.
Messer Nicolò, rimaso in Bres, si deliberò a tempo nuovo di uscir fuori e di scoprir terra; onde, armati tre navigli non molto grandi, del mese di luglio fece vela verso tramontana e giunse in Engroveland, dove trovò un monistero di frati dell'ordine de' Predicatori e una chiesa dedicata a san Tomaso, appresso un monte che butta fuoco come Vesuvio ed Etna. E c'è una fontana di acqua affocata, con la quale nella chiesa del monastero e nelle camere de' frati si fa l'abitazione calda, essendo nella cucina cosí bollente che senza altro fuoco farvi si serveno al bisogno di quella, mettendo nelle pignatte di rame il pane senz'acqua, che si cuoce come in un forno ben riscaldato. E ci sono giardinetti coperti di verno, i quali inaffiati di quell'acqua si difendeno contra la neve e il freddo, che in quelle parti, per essere grandemente situate sotto il polo, v'è asprissimo: onde ne nascono fiori e frutti ed erbe di varie sorti, non altrimente che si facciano ne' paesi temperati alle loro stagioni. Per le quali cose le genti rozze e salvatiche di quei luoghi, vedendo effetti sopra natura, tengono quelli frati per dei, e portano a lor polli, carne e altre cose, e come signori li hanno tutti in grandissima riverenza e rispetto.
Nel modo adunque che s'è detto fanno questi frati, quando v'è maggior il ghiaccio e la neve, la lor abitazione temperata, e possono in un attimo riscaldar e raffreddar una stanza con far crescer a certi termini piú l'acqua, e con aprir le finestre e lasciarvi entrar la freddura della stagione. Nelle fabriche del monistero non si serveno di altra materia che di quella stessa che porta lor il fuoco, perchè tolgono le pietre ardenti, che a similitudine di faville escono dalla bocca dell'arsura del monte allora che sono piú infiammate, e buttano lor sopra dell'acqua, per la quale si apreno, e fanno bitumo o calcina bianchissima e molto tenace, che, posta in conserva, non si guasta mai. E le faville medesime, estinte che sono, serveno in luogo di pietre a far i muri e i volti, perchè, come si raffreddano, non si possono piú disfare o rompere, se per aventura non sono spezzate dal ferro; e i volti fatti di quelle sono in maniera liggieri che non hanno bisogno di altro sostentacolo, e durano sempre belli e in concio. Per queste tante commodità v'han fatto quei buon padri tante abitazioni e muraglie che è uno stupore a vederle. Il piú de' coperti che vi sono si fanno in questo modo, che tirato il muro fin alla sua altezza, lo vanno a poco a poco avanzando sopra il volto, tanto che nel mezo forma un giusto piover; ma di pioggie non ci si teme troppo in quelle parti, perchè per essere il polo, come s'è detto, freddissimo, caduta la prima neve non si disfà piú, se non passati i nove mesi dell'anno, che tanto tra lor dura il verno. Viveno di salvaticine e de pesci, perciochè dove entra l'acqua tiepida nel mare v'è il porto assai capace e grande, che per l'acqua che bolle di verno non si congela mai; laonde c'è tanto concorso di uccelli marini e di pesci che ne prendeno un numero quasi infinito, col quale fanno le spese a un gran popolo ivi vicino, che tengono in continua opera, cosí nel tirar su le fabriche come nel prender gl'uccelli e il pesce e nel far mille altre cose che bisognano al monistero. Le case di costoro sono intorno al monte tutte rotonde e larghe venticinque piedi, e nell'alto si vanno stringendo in maniera che vi lasciano di sopra una picciola apritura, per dove entra l'aere, che dà lume al luogo; e la terra v'è cosí calda di sotto che dentro non ci sente alcun freddo.
Qui di state vengono molti navigli dall'isole convicini e dal capo di sopra Norvegia e dal Trondon, e portano ai frati tutte le cose che si possono disiderare e le cambiano con tor per esse del pesce, che seccano all'aere e al freddo, e pelli di diverse sorti d'animali. Onde s'acquistano legna d'abbrucciare e legnami eccellentemente lavorati e grano e panno da vestire, conciosiachè per il cambio delle due cose dette quasi tutti i convicini disiderano di smaltir le mercatanzie loro, ed essi senza fatica e dispendio hanno ciò che vogliono. Ci concorreno in questo monistero frati di Norvegia, di Svezia e di altri paesi, ma la maggior parte sono delle Islande. E sempre in quel porto ci sono molti navigli che non possono partire per essere il mare aggiacciato, e aspettano il nuovo tempo che lo disgele. Le barche de' pescatori si fanno come le navicelle che usano li tessitori nel far la tela; e tolte le pelli de' pesci le formano con alcuni ossi de' medesimi pesci che le formano, e cucite insieme e poste in piú doppii riescono sí buone e sicure ch'è cosa certo miracolosa a sentire: nelle fortune vi si serrano dentro e lasciano portarsi dall'onde e da' venti per il mare senza alcun timore o di rompere o di affogarsi, e se danno in terra stanno salde a molte percosse. E hanno una manica nel fondo, che tengono legata nel mezo, e quando entra acqua nel naviglio la prendeno nell'altra metà e, con due legni chiusi serrando di sopra, e aprendo la legatura di sotto, cacciano l'acqua fuori; e quante volte occorre lor di far di questo, lo fanno senza disconcio o pericolo alcuno.
L'acqua poi nel monistero, per esser di zolfo, si conduce nelle camere de' maggiori per certi vasi di rame, di stagno o di pietra, cosí calda che come una stufa riscalda benissimo la stanza senza che v'introduchi puzza o altro cattivo odore. Oltra di questo, menano un'altra acqua viva con un muro sotto terra, acciò che non si agghiacci, fin nel mezo della corte, dove cade in un gran vaso di rame, il quale sta in mezo d'un fonte bollente; e cosí riscaldando l'aqua per il bere e adacquar i giardini, hanno dal monte tutte le commodità che si possono desiderar maggiori. Né pongono in altro piú cura quei buon padri che nel coltivar bene i giardini e nel far belle fabriche e vaghe, e sopra tutto commode; né mancano lor in questo buoni ingegni e uomini industriosi, perchè pagano e donano largamente, e verso quelli che portano frutti e semenze sono senza fine liberali e larghi nello spendere; per il che v'è un grandissimo concorso di ovre e di maestramenti, per esserci in quel luogo cosí buon guadagno e miglior vivere. Usano il piú d'essi la lingua latina, e specialmente i superiori e i grandi del monistero.
Questo tanto si sa d'Engroveland, della quale messer Nicolò descrive tutte le cose dette, e particolarmente la riviera da lui discoperta, come nel disegno per me fatto si può vedere. E in fine, non essendo egli uso a quelli freddi aspri, infermò e poco dapoi ritornato in Frislanda morí, lasciando in Venezia due figliuoli, messer Giovanni e messer Tommà; da messer Nicolò figliuolo del quale nacque poi l'illustrissimo cardinal Zeno tanto famoso, e da messer Pietro gl'altri Zeni che vivono oggidí. Or, morto messer Nicolò, messer Antonio successe nelle sue ricchezze e all'onore, né, con tutto che tentasse molte vie e pregasse e supplicasse assai, gli venne mai fatto di ritornarsene a casa sua, perchè Zichmni, come uom di spirito e di valore, si aveva al tutto messo in cuore di farsi padron del mare. Onde, valendosi di messer Antonio, volle che con alcuni navigli navigasse verso ponente, per essere state discoperte da quel lato da certi suoi pescatori isole ricchissime e popolatissime; la qual discoperta narra messer Antonio in una sua lettera scritta a messer Carlo, suo fratello, cosí puntalmente, mutate però alcune voci antiche e lo stile, e lasciata star nel suo essere la materia.
"Si partirono ventisei anni fa quattro navigli de pescatori, i quali, assaltati da una gran fortuna, molti giorni andarono come perduti per il mare, quando finalmente raddolcitosi il tempo scoprirono una isola detta Estotilanda, posta in ponente, lontana da Frislanda piú di mille miglia, nella quale si ruppe un de' navigli; e sei uomini che v'erano su furono presi dagli isolani e condotti a una città bellissima e molto popolata, dove il re che la signoreggiava, fatti venir molti interpreti, non ne trovò mai alcuno che sapesse la lingua di quelli pescatori, se non un Latino nella stessa isola per fortuna medesimamente capitato. Il quale, dimandando lor da parte del re chi erano e di dove venivano, raccolse il tutto e lo riferí al re, il quale, intese tutte queste cose, volle che si fermassero nel paese. Perchè essi, facendo il suo comandamento per non si poter altro fare, stettero cinque anni nell'isola e appresero la lingua; e un di loro particolarmente fu in diverse parti dell'isola, e narra che è ricchissima e abbondantissima di tutti li beni del mondo, e che è poco minore di Islanda, ma piú fertile, avendo nel mezo un monte altissimo dal quale nascono quattro fiumi che la irrigano. Quelli che l'abitano sono ingeniosi e hanno tutte l'arti come noi, e credesi che in altri tempi avessero commercio con i nostri, perchè dice d'aver veduti libri latini nella libraria del re, che non vengono ora da lor intesi. Hanno lingua e lettere separate, e cavano di dove traggono pellereccie e zolfo e pegola; e verso ostro narra che v'è un gran paese molto ricco d'oro e popolato. Seminano grano e fanno la cervosa, che è una sorte di bevanda che usano i popoli settentrionali, come noi il vino. Hanno boschi d'immensa grandezza, e fabricano a muraglia, e ci sono molte città e castella. Fanno navili e navigano, ma non hanno la calamita, né intendeno col bossolo la tramontana.
Per il che questi pescatori furono in gran pregio, sí che il re li spedí con dodici navili verso ostro, nel paese che essi chiamano Drogio; ma nel viaggio ebbero cosí gran fortuna che si tenevano per perduti. Tuttavia, fuggita una morte crudele, diedero di petto in una crudelissima, perciò che, presi nel paese, furono la piú parte da quelli feroci popoli mangiati, cibandosi essi di carne umana, che tengono per molto saporita vivanda. Ma, mostrando lor quel pescatore co' compagni il modo di prender il pesce con le reti, scampò la vita, e pescando ogni dí in mare e nelle acque dolci prendeva assai pesce e lo donava ai principali: onde se ne acquistò perciò tanta grazia, che era tenuto caro e amato e molto onorato da ciascuno.
Sparsasi la fama di costui ne' convicini popoli, entrò in tanto disiderio un signor vicino di averlo appresso di sé e veder com'egli usava quella sua mirabil arte di prender il pesce, che mosse guerra a quell'altro signore, appresso il quale egli si riparava; e prevalendo in fine, per essere piú potente e armigero, gli fu mandato insieme con gli altri. E in tredici anni che stette continuamente in quelle parti dice che fu mandato in quel modo a piú di venticinque signori, movendo sempre questo a quel guerra, e quel a quell'altro, solamente per averlo appresso di sé: e cosí errando andò senza aver mai ferma abitazione in un luogo lungo tempo, sí che conobbe e praticò quasi tutte quelle parti. E dice il paese essere grandissimo, e quasi un nuovo mondo, ma gente rozza e priva d'ogni bene, perchè vanno nudi tutti, che patiscano freddi crudeli, né sanno coprirsi delle pelli degli animali che prendono in caccia. Non hanno metallo di sorte alcuna, vivono di cacciaggioni e portano lancie di legno nella punta aguzze, e archi le corde de' quali sono di pelle d'animali. Sono popoli di gran ferocità, combattono insieme mortalmente e si mangiano l'un l'altro; hanno superiori, e certe leggi molto differenti tra di loro. Ma piú che si va verso garbino vi si trova piú civilità, per l'aere temperato che v'è, di maniera che ci sono città, tempii agli idoli, e vi sacrificano gli uomini e se li mangiano poi, avendo in questa parte qualche intelligenza e uso dell'oro e dell'argento.
Or, sendo stato tanti anni questo pescatore in questi paesi, si deliberò di ritornar, se poteva, alla patria; ma i suoi compagni, disperatosi di poterla piú rivedere, lo lasciarono partir a buon viaggio, ed essi si rimasero là. Ond'egli, detto a lor a Dio, fuggí via per i boschi verso Drogio, e fu benissimo veduto e accarezzato dal signor vicino, che lo conosceva e teneva grande nimistà con l'altro. E cosí andando d'una in un'altra mano di quelli medesimi per li quali era passato, dopo molto tempo e assai travagli e fatiche pervenne finalmente in Drogio, nel quale abitò tre anni continui, quando per sua buona ventura intese da' paesani che erano giunti alla marina alcuni navili. Ond'egli, entrato in buona speranza di far bene i fatti suoi, venne al mare, e dimandato di che paese erano intese con suo gran piacere che erano di Estotilanda: perchè, avendo egli pregato d'essere levato, fu volentier ricevuto per aver la lingua del paese, né essendo altri che la sapesse lo usarono per lor interprete. Laonde egli frequentò poi con lor quel viaggio, sí che divenne molto ricco, e fatto e armato un navilio del suo se ne è ritornato in Frislanda, portando a questo signor la nuova dello scoprimento di quel paese ricchissimo: e a tutto se gli dà fede per i marinari, e molte cose nuove, che appruovano essere vero quanto egli ha rapportato. Per la qual cosa questo signore s'è risoluto di mandarmi con un'armata verso quelle parti, e tanti sono quelli che vi vogliono su venire, per la novità della cosa, che senza dispendio publico penso che saremo potentissimi".
Questo si contiene nella lettera per me di sopra allegata, e ho posto il suo tenor qui a causa che s'intenda un altro viaggio che fece messer Antonio, il quale partí con molte gente e navili, non essendo però stato fatto capitano, come da prima aveva pensato, perchè Zichmni in persona vi si volle trovare. E ho una lettera sopra questa impresa che dice in questo modo:
"L'apparato nostro grande per andar in Estotilanda fu incominciato con mal augurio, perchè tre dí a punto avanti la nostra partita morí il pescatore che aveva da essere nostra guida; tuttavia non restò questo signore di seguitar avanti il preso viaggio, prendendo per guide, in cambio del morto pescatore, alcuni marinai ch'erano tornati da quella isola con lui. E cosí ci ponemmo a navigar verso ponente e scoprimmo alcune isole soggette a Frislanda, e passate certe seccagne ci fermammo a Ledovo, dove per sette dí fummo per cagione di riposo e di fornir l'armata delle cose necessarie. Partiti di qui, arrivammo il primo di luglio all'isola di Ilofe e, perchè il vento faceva per noi, senza punto fermarci passammo avanti; e ingolfatici nel piú cupo pelago, non doppo molto ci assaltò una fortuna cosí fiera che per otto giorni continui ci tenne in travaglio e balestrò senza saper dove ci fossemo, perdendosi gran parte de' navili. In fine, tranquillitosi il tempo, si ragunarono insieme i legni che si erano smarriti dagli altri, e navigando con buon vento scoprimmo da ponente terra. Perchè, drizzate le vele a quella volta, arrivammo in un porto quieto e sicuro, e vedemmo un popolo quasi infinito, posto in arme e in atto di ferire, essere corso al lito per difesa dell'isola. Laonde Zichmni facendo dar a' suoi segno di pace, gl'isolani mandarono dieci uomini che sapevano parlar in dieci linguaggi, né fu inteso alcun di loro fuor ch'un d'Islanda.
Costui, sendo stato condotto davanti il nostro prencipe, e dimandato da lui come si chiamava quell'isola e quai genti l'abitavano e chi la signoreggiava, disse che l'isola si chiamava Icaria, che tutti i re che aveano regnato in quella si chiamarono Icari, dal primo re che vi fu, che dicono esser stato figliuolo di Dedalo, re di Scozia; il quale, sendosi insignorito di quell'isola, vi lasciò per re il figliuolo con le leggi che ancora gl'isolani usano, e doppo fatte queste cose, volendo piú avanti navigare, per una gran fortuna che si levò si sommerse, onde per la sua morte ancora chiamano quel mare Icareo e i re dell'isola Icari. E perchè si appagavano di quello stato che avea lor dato Dio, né volevano punto innovar costumi, non ricevevano alcun forestiero, e che perciò pregavano il nostro prencipe che non volesse romper quelle leggi che aveano avuto dalla felice memoria di quel re, e osservate fin allora; perchè non lo potrebbe fare se non con manifesta sua ruina, essendosi essi tutti apparecchiati di lasciar anzi dí la vita che di perder in alcun conto l'uso di quelle. Nondimeno, acciochè non paresse che in tutto rifiutassero il commercio degli altri uomini, gli dicevano per conchiusione che volentieri averebbeno ricevuto un de' nostri e l'averebbono tra loro fatto de' primi, e questo sol per apprender la lingua mia e aver relazione de' nostri costumi, cosí come avevano già ricevuto quelli altri dieci d'altri diversi dieci paesi che all'isola erano venuti.
A queste cose non rispose altro il nostro prencipe se non che, fatto ricercar dove ci era buon porto, fece vista di levarsi, e circondando l'isola si cacciò a piene vele con tutta l'armata in un porto mostratogli dalla banda di levante; nel quale fatto scala, discesero i marinai a far legna e acqua con quella prestezza che poterono maggiore, dubitando tuttavia di non esser assaltati dagli isolani. Né fu vano il timore, perchè quelli che abitavano al dintorno, facendo segno agli altri con fuoco e con fummo, si misero tosto in arme, e, sopravenendo gli altri, in tanto numero discesero al lito sopra di noi con arme e saette che molti restarono morti e feriti. Né valeva che si facesse segno di pace, che, quasi che combattessero della somma di tutte le cose, s'incrudelivano ognor piú. Per la qual cosa ci fu forza a levare e dalla lunga andar con un gran circuito grande intorno l'isola, essendo sempre accompagnati per i monti e per le marine da una moltitudine infinita di uomini armati. E cosí, voltando il capo dell'isola verso tramontana, trovammo grandissime seccagne, nelle quali per dieci dí continui fussemo in molto pericolo di non perder l'armata, ma per buona nostra sorte fu sempre bellissimo tempo.
Passando adunque avanti fin al capo di levante, sempre vedevamo gli isolani nelle sommità de' monti e per i liti venir con noi, e con grida e con saettarci dalla lunga dimostrar verso di noi ognor piú un medesimo animo nimico; perchè ci deliberammo di fermarci in un porto sicuro, e veder di parlar un'altra volta con l'Islando. Ma non ci riuscí il disegno, perciochè quel popolo poco men che bestiale in questo stette continuamente in arme, con animo deliberato di combatterci se avessimo tentato la discesa. Laonde Zichmni, vedendo di non poter far cosa alcuna, e che s'egli fosse stato piú ostinato nel suo proposito la vittovaglia averebbe potuto mancar all'armata, si levò con buon vento, navigando sei giorni per ponente. Ma, voltatosi il tempo a garbino e ingagliarditosi perciò il mare, scorse l'armata quattro dí con vento in poppa; e discoprendo finalmente terra, con non picciolo timore ci appressammo a quella, per essere il mar gonfio e la terra discoperta da noi non conosciuta. Nondimeno Dio ci aiutò, che mancato il vento ci pose in bonaccia; onde alcuni della armata, andando a terra con i navili da remo, dopo non molto ritornarono e ci riferirono con sommo nostro piacere che avevano trovato bonissimo paese e miglior porto. Per la qual nuova rimorchiate noi le navi e i navili andammo a terra, ed entrati in un buon porto vedemmo dalla lunga un gran monte che gettava fummo, il che ci diede speranza che nell'isola ci sarebbeno trovate genti. Né, con tutto che fosse assai lontano, restò Zichmni di mandar cento buoni soldati che riconoscessero il paese e rapportassero quai genti l'abitavano; e fra tanto l'armata si forní d'acqua e di legna e prese di molto pesce e uccelli marini, e vi si trovarono tante vuova d'uccelli che se ne saziarono le genti meze affamate.
Mentre noi dimoravamo qui, entrò il mese di giugno, nel qual tempo l'aere era nell'isola temperato e dolce piú che si possa dire; tuttavia, non vi si vedendo alcuno, entrammo in suspizione che un sí bel luogo fusse disabitato, e ponemmo nome al porto e alla punta che usciva in mare Trin e capo di Trin. I cento soldati andati doppo otto dí ritornarono e riferirono essere stati per l'isola e al monte, e che quel fummo nasceva perchè dimostrava che nel suo fondo v'era gran fuoco, e che c'era una fontana dalla quale nasceva una certa materia come pegola che correva al mare; e che v'abitavano molte genti intorno mezze salvatiche, riparandosi nelle caverne, di picciola statura e molte paurose, perchè subito che ci videro fuggirono nelle caverne; e che v'era un gran fiume e un porto buono e sicuro. Di che informato Zichmni, vedendo il luogo con aere salubre e sottile e con miglior terreno e fiumi, e tante altre particularità, entrò in pensiero di farlo abitare e di fabricarvi una città; quando la sua gente, stanca oggimai d'un viaggio cosí pien di travagli, cominciò a tumultuare e a dire che volevano ritornar a casa, perchè il verno era vicino, e che, se lo lasciavano entrare, non s'averebbeno poi potuto piú partire se non la state che veniva. Per la qual cosa egli, ritenuti solamente i navili da remo e quelli che vi volevano restare, rimandò gli altri indietro tutti con le navi, e volle che contra mia voglia io fossi lor capitano.
Partitomi adunque, poi che altro non si poteva fare, senza mai veder terra navigai verso levante venti giorni continui; voltatomi poi verso silocco, doppo cinque dí scopersi terra, trovandomi arrivato nell'isola Neome, e, conosciuto il paese, m'accorsi d'aver passato Islanda. Perchè, presi rinfrescamenti dagl'isolani ch'erano sotto l'imperio di Zichmni, navigai con buon vento in tre dí in Frislanda, dove il popolo, che credeva d'aver perduto il suo prencipe per sí lunga dimora che nel viaggio avevamo fatto, ci raccolse con segni di grandissima allegrezza".
Doppo questa lettera non trovo altro, se non che per congettura giudico (come posso trar da un altro capo di un'altra lettera che porto qui di sotto) che Zichmni fece una terra nel porto dell'isola da lui novellamente discoperta, e che, datosi meglio a cercar il paese, la discoprí tutta, insieme con le riviere dell'una e l'altra parte di Engroveland, perchè la veggo particolarmente descritta nella carta da navigare; nondimeno la narrazione è perduta. Il capo della lettera dice cosí:
"Quanto a sapere le cose che mi ricercate de' costumi degl'uomini, degli animali e de' paesi convicini, io ho fatto di tutto un libro distinto che piacendo a Dio porterò con meco, nel quale ho descritto il paese, i pesci mostruosi, i costumi, le leggi di Frislanda, d'Islanda, d'Estlanda, del regno di Norvegia, d'Estotilanda, di Drogio e in fine la vita di Nicolò il cavalliere nostro fratello con la discoperta da lui fatta e le cose di Grolanda. Ho anco scritto la vita e l'imprese di Zichmni, prencipe certo degno di memoria immortale quanto mai altro sia stato al mondo per il suo molto valore e molta bontà; nella quale si legge lo scoprimento di Engroviland da tutte due le parti e la città edificata da lui. Però non vi dirò altro in questa lettera, sperando tosto d'esser con voi e di sodisfarvi di molte altre cose con la viva voce".
Tutte queste lettere furon scritte da messer Antonio a messer Carlo suo fratello. E mi dolgo che il libro e molte altre scritture pur in questo medesimo proposito siano andati non so come miseramente di male, perchè, sendo io ancor fanciullo, e pervenutomi alle mani, né sapendo ciò che fossero, come fanno i fanciulli le squarciai e mandai tutte a male, il che non posso se non con grandissimo dolore ricordarmi ora. Pur, perchè non si perda una sí bella memoria di cose, quel che ho potuto avere in detta materia ho posto per ordine nella narrazione di sopra, acciò che se ne sodisfaccia in qualche parte questa età, che piú che alcun'altra mai passata, mercé di tanti scoprimenti di nuove terre fatte in quelle parti dove a punto meno si pensava che vi fossero, è studiosissima delle narrazioni nuove e delle discoperte de' paesi non conosciuti fatte dal grande animo e grande industria dei nostri maggiori.


Due viaggi in Tartaria per alcuni frati dell'ordine minore e di San Dominico, mandati da papa Innocenzio IIII nella detta provincia per ambasciatori l'anno 1247.


Alli lettori


Correndo gli anni del Signore 1247, papa Innocenzio IIII, volendo retraer le genti barbare dalla tanta crudeltà che usavano verso gli uomini e massime cristiani, ancor che in ogni luogo si publicasse la cruciata, mandò ancor ambasciatori nelle parti orientali frati minori e predicatori, li quali, preso cammino per terra per la Polonia e Rossia, vennero in Tartaria, scrivendo diligentemente il loro viaggio e notando ciò che con proprii occhi avevano veduto e da molti cristiani che abitano nel paese fermamente inteso


Del sito e qualità del paese de' Tartari.
Cap. 1.

Truovasi nelle parti orientali una provincia detta Mongal, overo Tartaria. Questa è situata da quella parte che l'oriente si congiunge con l'aquilone; e di qui è il paese di certi popoli che si dimandano Leitai e anche Solanghi. Da mezogiorno è la sede de li Saracini, fra l'oriente e mezogiorno abitano gli Humi, e da l'occidente li Naimani; dall'aquilone circonda il mare Oceano. In alcuni luoghi è montosa e in alcuni ha molte pianure, ma tutta quasi in ogni canto è piena d'arena. Non è fruttuosa nella centesima parte, perciochè non può far frutto se non è irrigata da fiumi, che ivi rarissimi si truovano, onde né villaggi né città alcuna vi è edificata, salvo una che si dimanda Carcurim e si dice sufficientemente esser buona. Noi certo non abbiamo veduto quella, ma siamo stati vicino a meza dieta quando a Syraorda, che è la maggior corte de l'imperatore, dimorassimo. Avenga che questo paese sia molto sterile, nientedimeno è molto condecente a nutrir bestiami. Sono certi luoghi che hanno alquanti boschetti, e fuor di questi legname alcuno non si ritruova; per tanto cosí l'imperator come li principi e altri s'acconciano a sedere in terra, cuocono le loro vivande con sterco di buoi e cavalli. L'aere è mirabilmente inordinato: a meza estate tuoni, lampi e saette, donde molti allora periscono, e cadono le nevi alte per li campi. Sono eziandio in questo paese sí freddi e crudeli venti che alle fiate non si può appena cavalcare, onde quando fossimo a orda, che cosí chiamano le stanze dell'imperadore e principe, per il gran vento giacevamo gettati in terra, e per la gran polvere che 'l vento inalzava nulla vedevamo. Mai nell'inverno piove, ma spesso nella estate, e cosí poco che appena la polvere e radice d'erbe si possono inaquare. Qui ancora cade molte volte grande tempesta, e questo noi vedemmo quando l'imperator, dopo la elezione, si doveva poner nella sedia regale, nel qual tempo cadde tanta tempesta che 160 uomini nella corte furono percossi. Vi è ancora ne la estate un gran caldo, e di subito freddo grandissimo.


De la forma, abito e viver loro.
Cap. 2.

La forma de li Mongali, over Tartari, è estratta da tutti li uomini, però che tra gli occhi e le guancie sono largi piú degli altri, le guancie eziandio sono prominenti molto da le mascelle, hanno il naso piatto e breve, gli occhi piccoli e le palpebre fino alle ciglie elevate; e sopra il capo, a modo de' sacerdoti, radendo da l'una e l'altra parte del fronte piú ch'in mezo fanno capegli longhi, e gli altri come le femine lasciano crescere, de' quali fanno due code e leganle drieto le orecchie. Hanno li piedi piccoli; li vestimenti, cosí degli uomini come delle donne, sono fatti ad un medesimo modo. Non usano mantelli, cappe o cappucci, ma portano vesti fatte a maraviglia di bucaranno, di scarlato over baldaquino, qual sono forti e preciosi panni; e quelle che son fodrate hanno le pelle di fora, e sono aperte dalla parte di dietro, ove etiam pende una coda piccola fino alli ginocchi; le quale essi non lavano, né permettono che sian lavate, specialmente fin che dura il tempo de' tuoni.
Le loro abitazioni sono rotonde a modo di padiglioni, fatte di bacchette e verghe di sopra; a mezo il coperto hanno una fenestra rotonda, per la qual entra il lume ed esce il fumo, perciochè sempre a mezo fanno fuoco; il colmo e le bande sono coperte di feltro, e del medesimo sono anche le porte. Queste sue trabacche alcune si disfanno e portansi da' somieri dove si vole, altre non si possono disfare, ma nelle carrette cosí intiere si portano, e quelle sempre portano seco, vadano in guerra o in altro luogo. Sono molto ricchi d'animali, cioè camelli, buoi, capre e pecore; li cavalli e altre bestie da soma sono appresso loro in tanta quantità che non credo tutto il resto del mondo n'abbia tanti. Ma porci e altri animali non hanno.
Lo imperator, baroni e altri magnati abondano d'oro, argento, seta e pietre preziose. Li cibi d'essi son tutte le cose che si posson mangiare: avemoli veduto mangiar fino pedochi. Bevono il latte delli animali e in gran quantità, pur che se ne trovi di quello di bestie da soma, però che nello inverno li richi solo ne bevono, ma li poveri cuocono del miglio nell'acqua e lo lasciano dissolver, poi la mattina ne bevono uno o due bichieri, e alle volte piú non mangiano quel giorno. Quando è la sera, si dà a ogniuno un poco di carne, e sorbono il brodo; ma nell'estate, che hanno del latte a sufficienzia, rare volte mangiano carne, se non le vien donate, o che sia stata presa a caccia, como sono uccelli e fiere salvatiche.


Delli loro costumi.
Cap. 3.

Hanno alcuni costumi che son molto laudabili e alcuni in tutto abominevoli. Sono piú obedienti a li loro patroni che molti di noi, cosí religiosi come seculari, perciochè portano a quelli somma riverenzia, né mai direbbono loro una bugia cosí facilmente, né farebbono altro di quello che loro viene imposto. Rare volte e quasi mai contendono insieme. Guerre, risse, questioni, omicidio tra loro niuno interviene; non si ritrovano assassini e robatori, onde le loro stanze e carrette, dove sono gran tesoro, né con serrature né con altro instrumento si chiudeno. Se alcuna bestia è smarrita, colui che la vede, o lassala stare, o la conduce a quelli che hanno questo officio, appresso li quali colui che l'ha perduta la ricerca e senza alcuna difficultà se la piglia. Uno onora l'altro, e liberalmente con famigliarità communicano le vivande, benchè poche siano appresso loro. Sono uomini di grande toleranzia, perciochè alle volte che sono stati uno e due giorni senza mangiare sopportano valentemente e cantano e giocano come se avessero ben mangiato. Nel cavalcare sostengono gran freddo e anche caldo intollerabile. Fra loro quasi mai è alcun piacere, e, benchè molto s'imbriachino, tamen nella sua imbriachezza mai contendono. Niuno sprezza il compagno, ma quanto può li dà aiuto. Le loro donne sono caste né tra loro mai si dice della sua impudicizia, ma alcune di quelle dicono parole assai brutte e disoneste.
Li Tartari verso tutti gli altri uomini son superbissimi, e reputano cosí nobili como ignobili da poco, e li scherniscono; onde vedemmo nella corte de l'imperatore il gran principe di Rossia e 'l figliuolo del re di Giorgiani e molti soldani nissuno onor ricever da quelli, anzi, coloro che alla cura sua erano assegnati, benchè fossero vili, li andavano di sopra, e sempre tenevano il primo loco, e spesso bisognava sedessero dietro le sue spalle. Oltra di questo sono verso gli altri uomini iracondi e sdegnosi, e quasi mai dicono la verità: al principio sono losinghevoli, ma poi pungono come scorpioni, conciosiachè sono ingannatori e fraudolenti, e ad ogniuno che possono con l'astuzia sua danno inciampo. Quello mal che li vogliono fare a maraviglia occoltano, aciò non se ne avvedano e trovino qualche remedio contra le sue astuzie. Sono sporchi nel mangiare e altri suoi fatti. La imbriachezza sommamente onorano, e poi che alcuno ha molto bevuto, vomita e tosto corre a riempiersi. Prontissimi sono a dimandare, a donar avarissimi, e, se alcun forestiero appresso loro è morto, non si dice nulla.


Della legge e consuetudine loro.
Cap. 4.

Hanno nella loro legge, over costume, che uccidono gli uomini e le donne che si trovano in adulterio manifesto; similmente, se una vergine cade in Fornicazione con alcuno, ambedue son messi a morte. Se si ritruova alcuno che assassini o robbi in palese, senza pietà alcuna è ammazzato. A qualunque discopre li consigli, massime quando vanno a battagliare, li danno cento battiture delle maggior che possa dare un rustico col bastone. Cosí eziandio, quando li minori offendono alcun de' suoi maggiori, non gli perdonano, ma gravemente lo battono. Generalmente si maritano con tutti i suoi propinqui, eccetto la madre e la figlia che sia sorella da parte d'essa madre, perciò che la sarebbe da parte di padre; e la moglie d'esso padre dopo la sua morte sogliono torre. Anche la moglie del fratello, il piú giovene dopo la sua morte, overo alcun della parentela, convien che la toglia.
Ed essendo noi lí, un certo prencipe di Rossia, che si chiamava Andrea, fu accusato al Baty che menava cavalli fuori di Tartaria e vendevali ad altri; e benchè questo non fosse provato, li fu data la morte. La qual cosa saputa, il fratello minore e la moglie di quello ch'era morto vennero a supplicar il prefato prencipe che la terra non li fosse tolta, ma quello comandò al giovine che togliesse la cognata, e ad essa similmente che l'accettasse per marito. Quella rispose voler piú tosto la morte che far contro la sua legge; costui nientedimeno, ben che amendue rifiutassero quanto potevano, li constrinse per forza far questa cosa nefanda.
Dopo la morte delli primi mariti, le mogli de' Tartari non facilmente piú si maritano, se non volesse forse alcuno tuor la cognata o madregna. Non è appresso loro differenza alcuna tra bastardi e legitimi, ma il padre dà ciò che vol ad ogniuno, onde, se ben sono di sangue reale, cosí si fa principe il figliuol naturale come quello della regina. E avendo il re di Georgia o Scozia due figliuoli, uno chiamato Melich, legitimo, e l'altro David, nato d'adulterio, morendo lassò una parte del paese al naturale Melich, a cui etiam da parte de la madre veniva il reame per la succession feminile; il quale venne da l'imperator de' Tartari, e anche David prese tal cammino. Venuti adonque amendue a corte, e dati grandissimi doni, dimandava il figliuol naturale che li fosse fatta giustizia a modo di Tartaria, e cosí fu data la sentenzia contra Melich, che David il maggiore la eredità che gli aveva lassata il padre quietamente in pace possedesse. E conciosiachè un Tartaro abbi una moltitudine di mogli, ha ogniuna casa per sé e famiglia: or con una, or con l'altra mangia, beve e dorme. Nientedimeno una fra le altre è la maggior, con la qual piú spesso dimora; e, con tutto che son tante, rare volte s'appicciano insieme.


Delle superstiziose tradizioni che essi o li suoi maggiori hanno fatto.
Cap. 5.

Per certe constituzioni che essi o li suoi antecessori hanno ordinato, dicono alcuni peccati esser indifferenti: uno è poner il coltello nel foco, over a qualunque modo toccare il foco col ferro, ed etiam tirar fori della caldiera la carne col coltello, over tagliar con la manera appresso il foco, imperochè credono cosí tagliarsi la testa al foco. Un altro è appoggiarsi a quel flagello con che si percuote il cavallo, perchè non sanno ciò che siano speroni, e con la medesima scorizata toccar le frezze, pigliar uccelli gioveni e occiderli, batter il cavallo col freno, un osso romper con un altro, gettar in terra latte o altre vivande, urinar nella sua stanza. La qual cosa se alcuno fa di volontà, è occiso; se per necessità, bisogna che dia molti danari all'incantatore, dal qual vien mondato e purificato, il quale eziandio faccia che la stanza con tutte le masserie passino per mezo due fuochi: innanzi che a questo modo sia purificata, niuno è ardito intrare o portar fuori alcuna cosa. Oltra di questo, se qualche morsello si mette nella bocca d'uno che, non lo potendo inghiottire, lo mandi fuora subitamente per la fenestra tonda della sua stanza, lo cavano fuora e senza pietà l'ammazzano. E se alcuno zappa sopra la porta della stanza d'un prencipe perde la vita. Molte altre cose hanno simili a queste, che reputano peccati; amazzar gli uomini, assaltar il paese d'altri e robbarli le sue facultà e fare contro li comandamenti e proibizioni di Dio non è peccato appresso loro. Della vita eterna e dannazione niente sanno, credono solamente dopo la morte viver nell'altro mondo, moltiplicar in bestiami, mangiar e bere e far ciò che facevano in questa vita presente. Nel principio della luna, overo quando è piena, cominciano quello che vogliono fare, e chiamano essa luna grande imperatore, e pregando quella si inginocchiano.
Tutti quelli che dimorano nelle sue stanze bisogna che si purifichino per il fuoco, la qual purificazione si fa in cotal modo: prima appicciano due fuochi, e due aste mettono appresso quelli, e una corda in la sommità delle aste; ligano poi sopra la corda certi pezzi di burcarano, sotto la qual corda e ligature tra quelli fuochi passano di uomini, le bestie e gli abitacoli. Sono anco due donne, una di qua e l'altra di là, che, spargendo acqua, recitano certi incantamenti. E se alcuno è ammazzato da saetta, bisogna al preditto modo passare tutti quelli che dimorano in quello loco. La stanza, il letto, la carretta, li feltri, le veste e ciò che hanno da niuno si tocca, ma da tutti si rifiuta come cosa immonda. E acciò brevemente dica, tutte le cose pensano che si purghino col fuoco: onde, quando viene qualche ambasciatore, principe o altra persona, bisogna esso e li suoi doni per due fuochi, acciò si purifichi, passare, conciosiachè temono non si porti qualche incanto, veneno o cosa nociva.


Del principio dell'imperio over principato de' Tartari.
Cap. 6.

Questa parte orientale, la qual abbiamo detto di sopra chiamasi Mongal e in che modo sia situata, ebbe anticamente quattro popoli, come si dice: il primo popolo in lingua loro dicevasi Iekamongal, cioè Grandi Mongali; il secondo Summongal, cioè Aquatici Mongali, che erano essi Tartari, da un fiume Tartar cosí nominati, il quale bagna il suo paese; il terzo Merkath; il quarto Metrithl. Tutti questi avevano una medesima forma e linguaggio, ben che tra loro in diversi principi e provincie fossero divisi. Nel paese di Iekamongal fu uno detto Chingis. Costui cominciò esser robusto cacciator, e imparò robbar li uomini e far bottini, e a poco eziandio andava per le città, e qualunque poteva pigliava e facevalo suo seguace. Cosí inclinò li suoi cittadini, che lo seguitavano per capitano, in male operare, e cominciò a combatter con li Aquatici Mongali, overo Tartari, e quelli soggiogò, morto lo principe loro in battaglia. Dopoi vinse li Merchathi e, procedendo oltra, ottenne eziandio l'imperio de' Metriti. Udito questo li Naimani ebbero a gran sdegno che Chingis fosse cosí elevato. Questi avevano avuto uno valente imperatore, a cui tutte le predette nazioni di Tartari davano tributo: essendo questo morto, successero li figliuoli in luogo suo, ma, perchè gioveni e stolti, non sapevano regger il popolo, erano fra loro divisi e in diverso voler partiti, né per questo cessavano molestar li confini de' Tartari e far molte correrie. Per la qual cosa Chingis congregò insieme tutti li suoi sudditi, e facendo il simile li Naimani e Karakitai popoli, vennero all'incontro. Pervenuti adonque in una valle stretta, fu fatta la battaglia, e superati li Naimani e Karakitai dalli Tartari: quelli che poteron fuggirno, gli altri furono fatti prigioni. Fra questo mezo lo Octoday delli predetti Karakitai, Cam figliuolo de Chingicam, poi che fu creato imperatore edificò una certa cittade nominata Chanil. Appresso qui, verso mezogiorno, è un deserto grande, nel qual si dice per certo abitar uomini salvatichi, li quali niente al postuto parlano, né hanno giunture nelle gambe, e se alle fiate cadeno non si ponno levare per se stessi; ma nientedimanco hanno tanta discrezione che fanno feltri di lana de camelle, con quali si vestono e reparano il vento impetuosissimo. E quando sono sagittati da' Tartari mettono nelle ferite certe erbe, e fortemente fuggono da quelli.


Della vittoria de' Tartari e Kithai.
Cap. 7.

Ritornati li Tartari nel suo paese, si apparecchiorno a guerra con li Kithai popoli, e di subito mosso il campo entrorno nelli suoi confini; la qual cosa sentendo l'imperatore de' Kithai, mosso l'esercito suo contro a quelli, fu commessa una dura battaglia, nella quale vinti li Tartari, tutti i nobili loro furono occisi, se non sette. Onde fino al dí d'oggi, quando vogliono battagliare qualche contrada e alcuno gli minaccia uccisione, dicono: "Per il passato eziandio occisi, non rimanemmo piú che sette, e tamen ora siamo cresciuti in tanta moltitudine, onde non ci spaventiamo di tal cosa". Chingis e gli altri che rimasero si fuggirono nella sua terra, e conciosiachè alquanto si avessero riposato, un'altra fiata si preparò alla guerra e andò contro li Huyri. Questi sono cristiani nestorini. Rimasto per tanto vincitore, tolse e usurpò le sue lettere, perochè li Tartari fin qua scrittura alcuna non avevano. Di qui partito, venne al paese de' Sarhuyur e de' Caraniti e de' Hudirath, li quali tutti ottenuti ritornò nella patria. E, pigliato alquanto di riposo, ragunò tutti li suoi soldati e assaltò un'altra fiata li Kithai, e longamente combattendo con quelli pigliaro una gran parte del paese e constrinsero l'imperatore a chiudersi nella sua città maggiore, la qual tanto tempo assediorono che in tutto mancorono le vettovaglie all'esercito. Non avendo adunque che mangiare, commandò Chingiscam a' suoi che di dieci uomini uno dessero a mangiare. Quelli della città virilmente con sagitte e altre machine dalli muri si difendevano; e poi che mancorono li sassi, gettavano l'argento liquefatto, imperochè quella città era molto piena di ricchezze. Li Tartari, non potendo vincer quella con guerra, cavorno sotto terra una grande via dal campo fino a mezo la città; e dapoi discoprendosi entro e fuori, tanto molestarono con l'arme li cittadini che, rotte le porte e l'imperatore con molti ammazzato, ottennero la terra e portorno seco in Tartaria l'oro e l'argento con tutte l'altre ricchezze, lasciati delli suoi in governo della provincia. Allora, superati li Kithai, Chingis fu dichiarato imperatore; ma fin al dí d'oggi è una parte di questo paese in mare la qual non hanno potuto pigliare li Tartari.
Sono li Kithai uomini pagani, che hanno linguaggio per sé, ed eziandio (come si dice) il vecchio e nuovo Testamento, e le vite de' santi padri ed eremiti, e case dove orano a certi tempi, come chiese. Dicono ancora aver alcuni santi; adorano un Dio, e Iesú Cristo e credono la vita eterna, ma non si batteggiano. La nostra scrittura onorano e reveriscono, amano li cristiani e fanno molte elemosine, e parono uomini assai benigni e umani. Non hanno barba nella faccia; concordano in parte con li Tartari. Megliori artefici non si potrebbeno trovare al mondo, in qualonque opera si esercitano; la terra loro è ricchissima di formento, vino, oro, seta e altre cose.


Della battaglia che fecero nell'India maggiore e minore.
Cap. 8.

Avendo dopo la prefata vittoria li Tartari alquanto riposato, partirono li suoi eserciti. E l'imperatore mandò uno delli suoi figliuoli, detto per nome Fossut, il quale eziandio chiamavasi Cam, cioè imperatore, contro li Comani, i quali con molta guerra superati, ritornorono nel suo paese. Mandò etiam un altro figliuolo contro li Indiani e superò l'India minore. Questi sono neri saracini, chiamati Etiopi. Partito l'esercito de lí, se n'andò alli cristiani che sono nell'India maggiore. La qual cosa udendo il re di quel paese (che da tutti è detto il Prete Ianni), congregato l'esercito venne contro a quelli. E aveva fatto far imagine di bronzo le quali, poste sopra li cavalli o piú tosto elefanti, oppose a quelli; dietro quelle erano uomini con folli over mantici, che soffiando accendevano un foco artificiato che di quelle abondantissimamente usciva, che, con gran scorno de l'inimica gente, li cavalli e l'inimici abbrucciava. Scendeva sí grande fumo da quel fuoco greco in aere che luce alcuna ivi non si poteva vedere. Allora gl'Indiani cominciorono a scarcare li archi e far piover sagitte, onde molti morti alle fiere rimasero e gli altri confusi si partirono, né piú avemo udito che siano tornati.


Come furono scacciati dalli uomini canini e superorono li Tabethini.
Cap. 9.

Ritornando per deserti, li Tartari pervennero ad una terra nella quale, sí come alla corte de l'imperatore con fermezza ne raccontorno i clerici ruteni e altri che vi erano stati, ritrovarono certi monstri li quali hanno specie di femina; e poi che per molti interpreti ebbero dimandato quali fossero gli uomini di quella terra, fugli risposto in quel luoco tutte le femine che nascevano aver forma umana, ma li mascoli di cane. Mentre che dimorarono in questa terra, li cani nell'altra parte del fiume si congregarono insieme, ed essendo d'inverno tutti si gettorono all'acqua, poi rivolgevansi nella sabia, e cosí per lo gran freddo si congelava sopra di loro quella materia. E poi che ciò molte fiate ebbero fatto, con grande impeto assaltorono li Tartari, i quali gettando saette sopra loro, pareva che percotessero sassi, conciosiachè quelle indietro ritornavano, né manco l'altre sue arme li potevano dar noia alcuna. Ma essi cani, saltando in mezo loro, molti col morder ammazzorono, e cosí furono scacciati li Tartari dalla sua patria; onde fin a questo tempo è un proverbio tra loro de ciò, che ridendo insieme dicono: "Il mio padre, over fratello, fu occiso dalli cani". Le donne di quelli che pigliarono menorono seco in Tartaria e sono state fino al dí della sua morte.
Di qui scampati, capitorono ad un paese detto Rurihabeth, dove li abitatori son pagani, e questi con l'arme vigorosamente combattendo soggiogorono. Ha tal gente una mirabil consuetudine, anzi miserabile, perciò che, come il padre d'alcuno muore, si aguna tutto il parentado e lo mangiano. Costoro non hanno pelli nella barba, anzi portano in mano un certo ferro (come avemo veduto) con il qual sempre pelano la barba, se qualche pelo vi nascesse; molto brutti sono. Di qui l'esercito ritornò nella sua patria.


Come furono cacciati dalli monti Caspii per certi uomini che abitano sotto terra.
Cap. 10.

Nel medesimo tempo che furono mandati li predetti eserciti a varie espedizioni, avviossi Chimgiscam contra oriente, al paese de' Kergis; il qual allora non prese, ma, sí come ne era detto, venne alli monti Caspii, e da quella parte che arrivorono li monti sono come di pietra adamantina, e però le sagitte e arme loro trasse a sé, a modo di calamita. Gli uomini che stanno tra li monti rinchiusi da Alessandro Magno, sentito il cridor dell'esercito (come si crede), cominciarono a romper il monte. E quando d'altro tempo dato dieci anni ritornorono li Tartari, era rotto il monte, ma provando d'entrare a quelli mai fu possibile, che una nuvola era posta innanti essi, oltra la quale piú andar non potevano, perdendo il vedere. Costoro, sentendo li Tartari non proceder oltra, pensando questo esser da timore corsero con impeto per andar loro addosso, ma, trovata la nebbia, né loro eziandio poteron passare. Innanti che venissero li Tartari alli predetti monti, passorono piú d'uno mese per una larga solitudine; e indi procedendo piú anche d'un mese camminorono per un grande deserto, onde fu ritrovato uno paese nel quale vedevano le pedate de' piedi per le strade, ma gente alcuna non era d'intorno. Pur finalmente ritrovorono uno uomo con la sua moglie, il quale, menato alla presenza de Chingiscam, fu dimandato da l'imperatore dove abitassero gli uomini di quel paese. Rispose che in terra sotto li monti abitavano; allora Chingiscam, tenuta la sua donna, mandò lor a dire che venissero a lui. Il quale andato, tutto il fatto raccontò: quelli risposero che in tal giorno venirono alla sua presenza, per fare il suo comandamento. Ma in questo mezo per vie occulte sotto terra si ragunarono, e vennero disopra a battagliare con Tartari, e molti all'improvisa ammazzorno.
Questi popoli, quando il sole usciva, non potevano soffrire quel strepito, anzi, come era tal tempo, bisognava che ponessero una orecchia in terra e l'altra fortemente chiudessino, per non udire quel suono orribile; né eziandio a questo modo erano sí cauti che molti non morissino.
Veduto adunque Chingiscam che faceva nulla, e li suoi avevano il peggio, partissi di qui, e menò seco quelli due che erano stati trovati, i quali dimororono in Tartaria fino alla morte. E dimandati per qual causa abitassero sotto terra, dissero che in quello luoco ogni anno a certo tempo, quando nasce il sole, fassi tanto romore che non si può per modo alcuno tolerare; la qual cosa acciò non odano, allora con timpani e altri instrumenti musici tutti cominciano a sonare.


Delli statuti di Chingiscam e morte sua, con il numero de' suoi figliuoli e baroni.
Cap. 11.

Ritornando da quel paese Chingiscam, e mancate le vettovaglie, pativano gran fame. Or per sorte furono trovate le interiore fresche d'una bestia, e cavato fuora il sterco le misero a cuocer, e poi innanzi a Chingiscam portate tutti si posero a mangiare. Per la qual cosa ordinò che né sangue né interiori né cosa alcuna che si possa mangiare (eccetto il sterco) si gettasse via. Venuto adonque nella sua patria, ordinò li statuti che di sopra avemo narrati, li quali inviolabilmente osservano li Tartari. Poi questo da una percossa di un tuono morí.
Ebbe quattro figliuoli: il primo Octoday, il secondo Tossutcham, il terzo Thiaday, il quarto non sapemo il nome. Da questi quatro sono discesi tutti li principi de' Tartari. Il primo de' figliuoli di Octoday fo Cuyne, che ora è l'imperatore; li fratelli di costui, Cocthen e Chitenen. Delli figliuoli di Thossutcham sono Baty, Ordu, Siban, Borobaty, che è piú ricco e possente, poi l'imperator di tutti, Ordu, piú vecchio delli capitani. Di Thiaday, Hurin e Cadan. Del quarto figliuolo de Chingiscam, Mengu, Bithath e altri molti. La madre de Mengu, detta Serocthan, è gran signora fra li Tartari, e, salvo la madre dell'imperatore, piú nomata e potente di tutti (eccetto il Baty). Questi sono li nomi. Ordu è stato in Polonia e Ungaria, Baty eziandio, Hurin e Caden e Siban e Duyghet, li quali tutti furono in Ungaria, ma ancora Cirpodan, il quale ancora è oltra mare, contra certi soldani de' Saracini e altri abitanti lo paese transmarino. Il resto è rimasto in Tartaria, cioè Mengu, Sirenen, Hubibay, Smocur, Cara, Gay, Sibedey, Bora, Berca, Coresa. Sono etiam molti altri principi de' quali non sapemo il nome.


Della potestà che ha l'imperator e li principi.
Cap. 12.

L'imperator loro sopra tutti ha un mirabile dominio, conciosiachè niuno ardisce dimorar in parte alcuna se non gliela assegna; e quello ordina il loco a' principi, li principi a' conduttieri, li conduttieri a' centurioni, li centurioni a' decani. Tutto quello viene loro commandato, sia qual tempo e loco si voglia, in guerra alla morte, senza altra contradizione obbediscono. Imperochè, se l'imperatore dimanda la figlia vergine o sorella d'alcuno, la danno senza contradire, anzi spesse volte fa adunare molte donzelle dalli confini di Tartari, e quelle che vuol ritiene per esso e le altre dà alli suoi baroni. E in ogni luoco dove manda messaggi fa di bisogno li sia dato cavalli e spese senza dimora; e similmente venga da qual parte si voglia ambasciatori con tributi, è di necessità gli siano dato cavalli, carrette e spese. Ma quelli che vengono da terre non sottoposte a lui sono in gran miseria e povertà del viver e vestire, e massime quando vanno a' principi e li bisogna tardare, però che cosí poco danno a dieci uomini che non basteria a uno over duo. E se vien loro fatto ingiuria, non si possono lamentare, e peggio che molti doni cosí da principi come sergenti sono richiesti, li quali se non darai fanno beffe di te e reputano da niente. Onde a noi gran parte delle cose che n'avevano dato li cristiani per viver fu di bisogno spender in presenti. Alla conclusione, cosí tutte le cose sono in potestà de l'imperadore che niuno ha tanto ardire che dicesse: questo è mio, quello è tuo; ma gli uomini, gli animali e ciò che possedono è suo. Il medesimo dominio ha ciascun de' principi sopra le provincie che reggono.


Della elezione dello imperator Octoday e legazione del principe Baty.
Cap. 13.

Morto, come è detto di sopra, Chingis, congregoronsi tutti li baroni ed elessero per imperatore Octoday, suo figliuolo, il quale, fatto consiglio co' suoi principi, divise gli eserciti e mandò il Baly, che li apparteniva nel secondo grado, contro la terra d'Altissodan e lo paese de' Bismini, che erano saracini ma parlavano in comano. Entrato adonque nelle provincie di costoro, li fece suoi sudditi; ma una città detta Barchin fece gran tempo resistenza, però che li cittadini nel circuito della città avevano fatti molti fossati, e nanti che questi fossero riempiuti non si poteva pigliarla. Li cittadini della città detta Sarguit, udito questo, uscirono fuori e se resero spontaneamente, onde non fu destrutta la città, ma molti di quelli ammazzati e fatti prigioni. Ricevute le spoglie, posero delli suoi per guardia e andorono contra la città Orva. Questa era molto abitata e ricca: trovansi entro molti cristiani, Gazari, Ruteni, Alani e altri; similmente molti Saracini, da' quali era dominata. Stava sopra un gran fiume ed era come porto spaziosissimo. Poi che li Tartari non la poteron pigliare, tagliorono il fiume e quella con tutti li abitanti somersero.
Fatto questo, se n'andorono in Rossia, dove con gran occisione de cristiani città e castelli distrussero. Kaonia, città metropolitana della provincia, longamente assediorono, e al fine presa, furono amazzati li cittadini. Onde noi, passando per quel paese, trovammo infinite teste e ossi di morti che giacevano sopra la strada, imperochè era stata gran città e molto abitata; ma al presente è ridutta quasi a nulla, e appena sono ducento case, e li abitatori di quelle sono tenuti in estrema servitú. Partiti da Rossia e Comania, li Tartari condussero l'esercito contra li Ungari e Poloni, dove molti di loro rimasero morti; e (come è detto di sopra) se li Ungari avessero virilmente fatto resistenza, si partivano al tutto confusi. Di qui vennero nella terra de' Mordvani, che son infedeli; e superati questi nel paese de' Byleri, cioè la grande Bulgaria, quella al tutto ruinorono. Poi verso l'aquilone contra li Hastarchi, cioè l'Ungaria grande; e avuta la vittoria camminorono piú oltra alli Parositi, e' quali hanno la bocca e lo stomaco piccolo a maraviglia, onde non mangiano, ma cuocono le carne, e quando son cotte pongono la bocca sopra la pignata e del fumo si nutriscono; e, se pur mangiano qualche cosa, mangiano pochissimo. Di qui vennero alli sogomedi, li quali vivono solamente di caccia, e le case e vestimenti hanno di pelle di bestia; poi ad uno certo paese sopra il mare oceano, dove ritrovorono certi monstri che in tutto hanno forma umana, ma li piedi di bove, con la testa d'uomo che in la faccia pare sia di cane: doi parole parlavano come uomini, e poi latravano como cani. Di qui ritornorono in Comania, e lí fin al presente molti sono rimasti.


Della legazione di Cirpodan.
Cap. 14.

Nel medesimo tempo Octoday Cam mandò Cirpodan, capitano de l'esercito, verso mezogiorno, contra una nazione detta Chergis, la quale eziandio superò. Costoro sono pagani, e non hanno peli nella barba; quando more il padre, per dolore, in segno di scoruccio, si levano da una orecchia a l'altra come dire una correggia dalla sua faccia. Da indi Cirpodan venne alli Armeni. Passando per certi deserti trovorono monstri che hanno forma umana, e solo a mezo il petto un braccio con la mano, e similmente un solo piede; duo scargavano uno arco, e sí fortemente correvano che li cavalli non li potevano aggiugnere. Il suo corso era con un piede a salto a salto, e poi che cosí erano stanchi facevano della mano l'altro piede, torcendosi come un cerchio; ancora, quando cosí erano lassi, ritornavano all'andar di prima. Questi Isidoro li chiama Cyclopedi, de' quali alcuni ne ammazzarono li Tartari, e (sí come a noi fu detto dalli chierici ruteni nella corte, che stanno con l'imperatore) molte fiate vennero ad esso ambasciadori mandati da quelli, acciò avessero pace con lui.
Venuti adunque li Tartari in Armenia, quella soggiogorono, ed eziandio una parte della Georgia; l'altra parte si rese al suo comando, e paga di tributo fino al presente vintimila perpere, che son alcune monete. Di qui arrivorono nella terra del soldano de Vurun, forte e possente, onde, combattendo con quello, lo vinsero. In somma seguitorono piú oltre e battagliorono fino al paese del soldano d'Halapia, e adesso anche lo possedono; deliberando tutta volta di battagliare in altre terre, non son ritornati fino al dí d'oggi nella sua provincia. Andò il medesimo esercito ad un paese detto Calisibaldac, e fecenlo suddito, imponendo di tributo ogni giorno quattrocento bisanti oltra baldachini e altri doni che sono obligati a' Tartari. Mandano eziandio ogni anno a dire al califa che venga in Tartaria, ma quello con tributo e infiniti presenti prega che lo voglino sopportare; nientedimeno lo imperatore piglia ciò che manda, ma dicegli con ambasciatori sempre che debba venire.


In che modo si deportano li Tartari nelle battaglie.
Cap. 15.

Ordinò Chingiscam li Tartari per decani, centurioni e caporali; ma ogni diece caporali sono sotto il governo d'uno, e sopra tutto l'esercito uno o due, al piú tre capitani, ma in tal modo che abbino uno ad ubbidire. E quando son appiccati a battaglia, se communemente tutti non fuggono, quelli che voltano le spalle perdono la vita; e se uno o due over piú di dieci audacemente si mettono a combatter, e gli altri non li seguitano, conviene che sian morti. Similmente, se accade che in dieci sia preso alcuno, che li compagni non lo liberino, essi anche sono decapitati. Le armi loro dicono esser due archi, almen uno che sia buono, e tre carcassi pieni di frezze, un manerino e corde da tirare drieto le machine. Li ricchi hanno arme nella ponta acute, che solo tagliano da una parte, e alquanto storte; li cavalli armati, le gambe coperte, scudo e panciera, ma le panciere e coperture di cavalli alcuni hanno di cuoro, sopra il corpo con artificio duplicato e triplicato; l'elmo di sopra è ferro o acciaro, ma quello che attorno copre il collo e la gola è di cuoro. Altri tutte queste cose hanno di ferro, fatte in questa forma: sono certe lame sottili, larghe come un dito, longhe un palmo, e in ciascheduna fanno otto busi piccoli; entro mettono tre correggie strette e forte, accozzando le lame una sopra l'altra; per tanto quelle alle tre correggie con altre sottile tirate per li busi ligano, e nella parte di sopra una coreggia da l'una e l'altra parte duplicata con un altra cuciono, acciò le lame stiano salde e assettate. Questo fanno cosí agli uomini come li cavalli: e tanto sono lucente che si guarda entro come in un specchio.
Altri nel ferro de la lanza hanno uno ancino, col quale, se possono, tirano fuor di sella li nimici. Li ferri delle frezze sono acutissimi da l'una e l'altra parte, e perciò sempre allato li carcassi portano lime per aguzzare le sagitte. Hanno scuti di bacchette e verge, ma non credo che quelli usino se non nelli alloggiamenti e a guardia dell'imperatore e principi, solamente di notte. Sono astutissimi nelle guerre, conciosiachè 42 anni è che battagliano con altri popoli. Quando arrivano alle fiumare, li maggiori hanno un cuoro tondo e leggiero nella bocca, attorno il quale sono molte orecchie; dentro quelle mettono una corda e, poi che l'hanno empito di vestimenti e altre cose, stringono fortemente e calcano per modo che pare una balla. Nel mezo mettonsi cose piú gravi, e di sopra la sella, dove si sedono come in una nave, e, ligati alla coda del cavallo, mandano uno dinanti che notando governi il destrieri; alle volte hanno due remi e loro medesimi si vogano in terra; e spinto adunque uno cavallo nell'aqua, tutti gli altri tengono dietro a quello. Ma li poveri hanno ogniuno da per sé una bolza, o vogli dire sacco di cuoro ben cucito, e, messo in questo le sue robbe, lo ligano alla coda del cavallo, e cosí passano il fiume, come è detto di sopra.


In che modo si può loro resistere.
Cap. 16.

Niuna provincia esser penso che possi fargli resistenza, perciochè d'ogni paese qual sia sotto il suo dominio soglieno far gente d'arme. E se una provincia che li sia vicina non li dà soccorso, destrutta quella che assediavano, con li uomini che hanno preso vanno contro a questa, e pongono quelli primi nell'esercito, e se si portano male li occidono. Se gli cristiani vogliano combatter con loro, fa bisogno si adunino insieme e di commune consiglio facciano resistenza. Li combattitori abbino archi forti e balestre, che molto temono, frezze e dardi a sufficienza; una parte s'arma di buon ferro, over manera col manego longo. Li ferri delle sagitte, quando son caldi, debbono temperare a modo de' Tartari, cioè nell'aqua mescolata col sale, acciò vagliono a penetrar l'arme loro. Le spade e lancie con gli ancini, che vagliano a traer quelli di sella, però che facilmente cascon di quella. Abbi scudi e altre armi con le quali possino defender se stessi e li cavalli dall'armi e sagitte loro; e se alcuni non sono sí ben armati, debbono a l'usanza loro stare indietro e ferir quelli da longi con archi e balestre.
Similmente è di bisogno, come abbiam detto di sopra fare li Tartari, ordinar le squadre e poner legge alli combattenti che, qualunque si volterà a saccheggiar nanti la vittoria, debbono sottogiacer a gran pena: chi cosí facesse appo loro sarebbe morto senza altra compassione. Il loco dove si de' battagliare sia nel piano piú che si può, acciò da ogni canto si veggiano; né tutti debbono insieme ragunarsi, ma ordinar molte schiere, né perciò troppo distanti l'una dall'altra. Contra quelli che prima s'affrontano è bisogno mandar un squadrone, e l'altro sia preparato in suo soccorso succedere; son ancora necessarii molti speculatori ad avisar quando si muoveno le ciurme, imperò esse sempre squadre con squadre debbonsi poner all'incontro, conciosiachè quelli ogni ora si sforzino serrar in mezo l'inimico. Siano attenti eziamdio li soldati, benchè fuggano, non li tenir molto dietro, acciò (come soleno fare) non li tirino all'inganni apparecchiati, perochè piú con fraude che con fortezza combattono, e ancora acciò non si stanchino li cavalli, imperochè noi non n'abbiamo in tanta moltitudine quanto loro: li Tartari, quelli che cavalcano un giorno, tre e quattro giorni piú non toccano. Oltra di questo, se voltano e' Tartari le spalle, non perciò debbono partirsi li nostri over separarsi: questo fingono per poter, diviso l'esercito liberamente tornar a distrugger il paese. Ma al postuto li nostri capitani mettano guardie giorno e notte per l'esercito, né fa mestier li combattenti giacer spogliati, ma sempre pronti alla battaglia, conciosiachè sempre li Tartari come demonii son vigilanti a procurare inganno e dar nocumento. Certo quelli di loro che in guerra son caduti da cavallo è da pigliarli, perchè, come son al piano, fortemente sagittano e gli uomini con gli cavalli ferendo amazzano.


Del viaggio di frate Giovanne minore fin alla prima custodia de' Tartari.
Cap. 17.

Noi adonque, secondo il mandato della Sedia apostolica essendo per gir alle nazioni de' populi dell'Oriente, eleggemmo prima andare alli Tartari, conciosiachè temessimo alcun pericolo per loro non avvenisse alla Chiesa d'Iddio. Cosí prendendo cammino arrivammo al re di Boemia, il quale, essendo nostro familiare, ci consigliò che ci aviassimo verso Polonia e Rossia, perchè in Polonia aveva della sua stirpe, con l'aiuto de' quali potressimo intrar in Rossia; e, date le lettere di salvocondutto, fece che etiam per le sue corti e città ne fossero date le spese, insino al duca Bolezlao di Slesia, suo nipote. Il qual similmente a noi era noto e familiare, onde fece il medesimo per fin che arrivassimo a Conrado, duca di Lantiscia. Al quale (favoreggiando Iddio noi) era allora venuto il signor Wasilicon, duca di Rossia, da cui etiam piú chiaramente intendessimo del fatto de' Tartari, perchè gli aveva mandato ambasciatori, li quali già erano tornati. Ma inteso che seria bisogno noi darli presenti, facemmo comprare, di quello che in elemosina n'era dato per subsidio del viaggio, pelle de castori e altri animali; la qual cosa presentando, il duca Conrado e la duchessa di Cratonia, l'episcopo e certi soldati con molti altri ne diedero di queste pelle. Finalmente pregato il duca Wasilicon dal duca di Cracovia, l'episcopo, e baroni, ne condusse seco nel suo paese; dove riposati alquanti giorni a sue spese, poi che, da noi pregato, fece ragunare li episcopi, leggemmo le lettere del nostro santo papa, che gli ammoniva volessino tornar alla unità della santa madre Chiesa, alla qual cosa noi eziamdio quanto potevamo inducessimo il duca, gli episcopi e insieme tutti gli altri. Ma perchè il duca Daniele, fratello del predetto Wasilicone, ito al Baty, non era presente, non potero dar di questo ultima risposta.
Poscia Wasilicone ne mandò con un suo sergente fino in Kionia, città metropolitana di Rossia. Nientedimeno andavamo sempre con paura di morte per li Lituani populi, che solevano spesso far assalto in Rossia, e specialmente in quelli luoghi per quali passavamo. Ma per il predetto sergente eramo securi da' Ruteni, delli quali etiam una grandissima parte presa e morta era da' Tartari. Nella città Damilone fossimo amalati a morte, nientedimanco per una carretta con freddo e neve ci facemmo trarre. Essendo adonque venuti in Kionia, auto consiglio del nostro camino col caporale e altri nobili, ne fu risposto che, se conducessimo li nostri cavalli nelli confini de Tartaria, quando fosse gran neve tutti morirebbono, conciosiachè non saperebbono cavare l'erba sotto la neve come li tartareschi, né si potria trovar altro da pascerli, però che li Tartari non hanno né strame né fieno né altro pascolo. Onde determinammo lassargli con due famigli che gli avessino in governo, e perciò mi fu necessario far presenti al caporale, acciò ne fosse benigno in dar cavalli e salvocondutto. Il secondo giorno poi la festa della Purificazione, preso cammino, giungemmo ad una villa di Canona, la quale era immediate sotto Tartaria, il prefetto della quale ne diede cavalli e condutta fino ad un'altra; nella qual trovammo prefetto Michea, pieno d'ogni scelerità, il qual, pigliato ciò che gli piacque, ne condusse fino alla prima guardia de' Tartari.


Come e in che modo prima furono ricevuti dalli Tartari.
Cap. 18.

Era la sesta feria poi lo primo giorno di quadragesima, e giva il sol a monte, quando, posti ad alloggiare, corsero sopra noi Tartari orribilmente armati; e cridando che uomini fossemo, fu lor risposto noi esser ambasciatori del signor nostro papa de' cristiani, onde, pigliate alcune vivande da noi, subito si partirono. La mattina, per tempo levati, andammo alquanto piú oltra: ed ecco che molti de li maggiori che fossero in corte ci vennero incontra, dimandando per qual causa fossemo iti in Tartaria e ciò che avevamo a fare con loro. A' quali rispondemmo esser ambasciatori del signor nostro papa, il quale è padre e signore de' cristiani, e per questo averne mandato cosí a re come a principi e tutti i Tartari, acciò piaccia loro li cristiani esser suoi amici e far pace con loro: anzi desidera quelli siano grandi in cielo appresso Iddio, e però li esorta con nostra voce e sue littere che si faccino cristiani e ricevino la fede del nostro Signor Giesú Cristo, perchè altrimenti non si possono salvare. E molto maravigliasi di tanta occisione d'uomini, e massime cristiani, cioè Ungari, Montani, Poloni, che sono suoi subditi, conciosiachè nulla offesa avessimo ricevuta da quelli ne' Tartari, né manco sospizione d'esser danneggiati. E perchè sopra questo Iddio è molto adirato, avvisa quelli da qui indietro guardarsi da tal sceleraggine e pentirsi de quello che han fatto; e finalmente prega voglino rescriverli ciò intendono di fare.
Le qual cose udite, li Tartari dissero voler dar cavalli e guida che ne conducessero fino a Corenza. Subitamente, ricevuto quello che dimandorono da noi, prendemmo cammino con la guida a Corenza principe; ma essi nientedimeno mandoron innanti un messo a staffetta che dicesse al prefatto principe ciò che da noi avevano inteso. Questo principe è signor di tutti che son posti in guardia contra gli popoli occidentali, acciò per caso non si facesse alla provista movimento alcuno; e si dice che ha sotto di sé seicentomille armati.


In che modo furono ricevuti da Corenza.
Cap. 19.

Pervenuti adonque alla sua corte, fece che lunge da lui ne fosse posta una stanza, e mandò gli suoi procuratori che ne dimandassero con che cosa se gli volevamo inchinare, cioè che presenti, inchinandosi, eramo per fargli. A' quali rispondemmo lo signor nostro papa non mandar presente alcuno, sopra ciò che non era certo dovessimo pervenir in Tartaria, e che eramo venuti per lochi pericolosi; ma nientedimeno, di quelle cose che per grazia d'Iddio e del signor nostro papa avevamo avuto per viver, a nostro poter lo onoraressimo. Cosí, presi da noi doni, fumo condotti al suo padiglione, over orda, insegnatoci che nanti la porta della stanza tre fiate col ginocchio sinistro ci inchinassemo e attendessimo con diligenzia non toccar col piede il soglier della porta. E poi che entrammo alla presenzia sua, e de tutti i maggiori che per questo erano chiamati, replicassimo inginocchione quello avemo detto desopra. Furono eziandio offerte le lettere del signor nostro papa, ma l'interprete che da Kionia con pagamento avevamo menato con noi non era sufficiente ad interpretarle, né manco si ritrovava alcun altro; dove, datigli cavalli e tre Tartari che ne guidassero, se n'andammo al Baty. Questo è appresso loro il piú possente, salvo l'imperatore, a cui tutti son tenuti obedire piú che ad altro principe.
Si partimmo la seconda feria poi la prima domenica di quadragesima, e sempre cavalcammo tanto quanto potevamo trovar li cavalli, perciò che tre e quattro fiate avevamo cavalli da nuovo, ogni giorno dalla mattina sino alla notte, anzi spesso di notte s'affrezzavamo, né perciò potessimo aggiunger nanti il mercordí santo. Era il nostro cammino per il paese de' Comani; il quale è tutto piano e ha quattro fiumi grandi: il primo detto Nepar, appresso il quale dal lato di Rossia stava Corenza, e Moncii, che è maggior di lui nella parte campestre; il secondo Don, sopra il quale sta un certo prince che ha la sorella del Baty per moglie, detta Tirbon; il terzo Volga, che è molto grande, dove signoreggia il Baty; il quarto Laes, sopra il quale camminano doi caporali, uno da una parte e l'altro dall'altra. Questi tutti nell'inverno descendono al mare e ne l'estade sopra la ripa ascendono alli monti, cioè il mar Maggiore, dal quale esce poi il braccio di San Zorzi, cioè la Propontide, che passa in Constantinopoli. Sono queste fiumare molto piene di pesci, e massimamente Volga, ed entrano il mar di Grecia, che si dice il mar Maggiore. Sopra Nepar molti giorni semo caminati non solo per il giaccio, ma eziandio sopra li liti del mar Greco a gran pericolo siamo andati per il giaccio in piú luochi molti giorni, conciosiachè si congela circa i liti tre leghe in piú basso. Ma nanti che arrivassimo al Baty, due Tartari andorno innanti a notificargli quello che dicemmo a Corenza.


In che modo fussimo ricevuti dal gran prince Baty.
Cap. 20.

Giunti nelli confini de' Comani al Baty, fummo posti una lega lunge dalle sue stanze, e poi fussimo menati alla sua presenzia. Ne fu detto esser necessario prima passar per mezo due fochi, ma noi questo per nissun modo volevamo fare. Quelli ci dissero: "Andate securamente, che per altra causa non facciamo se non che, portando voi qualche mal pensiero al nostro signore, over veneno, il foco vi lievi ogni cosa nociva". A' quali rispondemmo che, acciò di tal cosa non avessero sospizione, volentieri eramo apparecchiati di passare. Venuti adonque ad orda, over padiglione, fummo interrogati dal suo procuratore Eldegay in che modo volessimo inchinarsi: fu detto quello che di sopra a' procuratori di Corenza, onde, dati li doni e intesa la causa della nostra venuta, fummo introdotti alla stanza del signore. Fatte quelle circonstanze d'inchinarsi e non toccar il soglier della porta, entrati dentro dicemmo inginocchione la nostra ambasciata, e, date le lettere, fu molto pregato che volesse dare interpreti a traslatar quelle. Furono dati nel venerdí santo, e cosí con loro translatammo diligentemente quelle in lingua rutena, saracina, e tartaresca; la qual interpretazione fu presentata al Baty, che poi l'ebbe molto ben letta e notata. Finalmente fummo redutti alla nostra stanza, ma non ne diedero vivanda alcuna, eccetto una fiata la notte che giungemmo, un poco di miglio in una scutella.
Questo Baty sta con gran magnificenzia, tenendo ostiarii e officiali come imperatore; senta in uno loco eminente, come sedia regale, con una delle sue mogli. Gli altri, cosí fratelli e figliuoli, come maggiori seggono in mezo sopra un banco, e gli altri uomini in terra; ma gli uomini alla destra, le femine alla sinistra. Ha eziandio padiglioni di lino belli e grandi, che furono del re di Ongheria; niuno oltra la sua famiglia ha ardimento approssimar alla sua stanza, sia quanto possente e grande si voglia, salvo che non sia chiamato o che sapesser esser tale la sua volontà. E noi, fatta l'ambascieria, sedemmo alla sinistra, perchè cosí fanno tutti gli ambasciatori nell'andare, ma nel ritorno eramo posti alla destra. Nel mezo s'acconcia la mensa vicino alla porta della stanza, sopra la qual si mette il beveraggio in vasi d'oro e d'argento: né mai beve il Baty o altro prince de' Tartari che non si canti over suoni, a quello specialmente, quando sono in publico. Quando cavalca sempre gli vien portato sopra il capo ne l'asta un'ombrella o altra cosa da coprirlo, e cosí fanno a tutti i principi maggiori della provincia, ed eziandio alle mogli loro. Il medesimo Baty è benigno verso gli suoi uomini, ma nientedimeno è molto temuto da quelli; nella battaglia crudelissimo, sagace e molto astuto, conciosiachè gran tempo abbi combattuto.


Come, partiti dal Baty, passorono per lo paese de' Comani e Changiti.
Cap. 21.

Nel giorno del sabato santo fummo chiamati alla corte, e uscito a noi il predetto procuratore del Baty, disse da parte sua che volessimo andare a l'imperador Cuyne, ritenuti alcuni de' nostri sotto certa speranza di volerli mandar indietro al papa, a' quali dessimo etiam lettere di quello avevamo fatto; ma, come furono al prince Moncii sopradetto, non gli lassò partire nanti del nostro ritorno. Noi lo giorno di Pasqua, detto l'officio e mangiato, come Dio volse, con gli due Tartari che n'erano stati assegnati da Corenza con molte lagrime se partimmo, non sapendo d'andar o a morte o a vita; ed eramo tanto debili che appena potevamo cavalcare, conciosiachè in tutta la quadragesima fu il nostro cibo miglio con aqua e sale solamente, il medesimo nelli altri giorni da digiunare, né avevamo altro da bere che neve risolta nel caldaio. Il nostro cammino era per Comania, cavalcando fortissimamente, conciosia non mancasse da mutar cavalli cinque e piú fiate al giorno, salvo quando camminavamo per li deserti; ma allora toglievamo cavalli migliori e piú forti, che potessero sostenire la continua fatica. E questo dal cominciar della settuagesima fino all'ottava di Pasqua.
Tal paese di Comania da l'aquilone immediate poi la Rossia ha li Mordvini, Byleri, cioè la gran Bulgaria, li Bastarchi, cioè la grande Ungaria, poi li Parositi, Samoedi, quelli che si dice aver la faccia di cane. Nelli liti deserti del mare da mezogiorno li Alani, Circassi, Gazari, la Grecia, Constantinopoli, la terra d'Iberi, li Catii, Brutachii, li quali dicono esser giudei, che si radono tutta la testa; il paese de' Cithii, Giorgiani, Armeni e Turchi. Da l'occidente, l'Ungaria e Rossia. È Comania terra grandissima e longa, li popoli della quale li Tartari hanno destrutta, benchè altri scamporno che poi son tornati e fatti suoi servi. Poi intrammo nella terra de' Kangiti, la quale in molti lochi ha grande carestia d'acqua, e dove pochi abitano, non gli essendo acque. Di qui passando gli uomini che andavano a Ieroslao, duca di Rossia, morirono di sete in grande numero. Per questo paese e per Comania eziandio trovammo giacer in terra molti capi e ossi di morti, come in sterquilinio. Fu lo nostro cammino dall'ottava di Pasqua fino a l'Ascensione, e gli abitanti erano pagani, e cosí loro come li Comani non lavorano terra, ma vivono d'animali, né edificano case, ma stanno in trabache. Li Tartari destrussero questi e abitano nelle loro terre, e quelli che son rimasti li servono.


Come vennero alla prima corte del futuro imperatore.
Cap. 22.

Usciti del paese de' Kangiti intrammo nella provincia de' Bisermini, che parlano in lingua comana, ma tengono la legge de' Saracini; eziandio in questo paese trovammo infinite città con castelli minate e molte ville deserte. Il signor si chiamava Altissoldano, il quale con tutta la sua progenie fu destrutto da' Tartari. Qui sono monti altissimi, e da mezogiorno è la città di Gierusalem e Baldac e tutta la terra de' Saracini, e non distante da quelli confini dimorano due fratelli carnali principi de' Tartari, cioè Burin e Cadan, figliuoli de Thiaday, che fu de Chingiscam. Da l'aquilone è il paese de Kithay e lo mare dove dimora Siban, fratello del Baty. Per questi luoghi andammo dall'Ascensione fin quasi ad otto giorni nanti la festa di santo Giovanni Battista; poi intramo nella terra delli Kithai neri, nella quale l'imperatore ha edificato un palazzo dove etiam fummo invitati a bere. E quello che posto è lí dall'imperatore fece danzar alla nostra presenzia li maggiori della città e due proprii figliuoli che aveva.
Partiti di qui, venimmo a un picolo mare, nel lito del quale sta un monticello ove si dice esser un buso, e de lí nell'inverno uscir tanta tempesta di venti che a pena possono passare li viandanti senza gran pericolo; nell'estate sempre s'ode romore, ma esce fora piacevolmente. Per li liti di questo mare camminammo molti giorni, e, benchè sia piccolo, ha però molte isole. Lasciato questo a man sinistra, trovammo che in quel paese abitava Orda, piú antico di tutti i principi de Tartaria (come è detto di sopra). Qui è la corte del suo padre, nella qual abitava una delle sue mogli, però che è consuetudine de' Tartari che non si disfaccino le corti, over stanze, de' principi e maggiori, ma sempre sono ordinate alcune donne che l'abbino in governo, alla quale perviene la parte de li doni, sí come nanti alli mariti era data. Cosí finalmente pervenimmo alla prima corte dell'imperatore, nella qual dimorava una delle sue mogli.


Come arrivorono da Cuyne, che aveva ad esser imperatore.
Cap. 23.

E conciosiachè non avessimo ancor veduto l'imperatore, non ne volsero chiamar e introdur alla sua stanza, ma nel nostro padiglione, a costume de' Tartari, ne fecero molto ben servire, e acciò si riposassemo ne tennero un giorno. Partiti la vigilia di san Pietro e Paulo, entrammo nella terra de' Naimani, che son infideli. Nel giorno delli Apostoli cascò una gran neve e avessimo un gran freddo. Questo paese è frigidissimo e pieno di monti, e ha poco piano; queste genti, come li Tartari da' quali erano soggiogate, non lavorano e abitano ne' padiglioni. Passati per questo luoco molti giorni, venimmo al paese de' Tartari; qui cavalcando velocemente tre settimane, il giorno di santa Maria Maddalena pervenimmo a Cuyne, eletto imperatore. E perciò tanto ci affrettammo in questo cammino, che era comandato a' Tartari che ne guidavano tosto condurceci alla sollenne corte, che già molti anni era publicata per la nuova elezione dell'imperatore. Levavamo la mattina per tempo e, senza mangiare, cavalcavamo fino a sera, e spesse fiate cosí tardi venivamo che non si trovava che mangiare, ma quel che dovevamo aver cenato davasi la mattina; e mutati spesso li cavalli, senza perdonarli, senza alcuna intermissione, velocemente quanto potevano trottare, tanto li sforzavamo.


Della esaltazione di Raconadio in soldan di Turchia.
Cap. 24.

L'anno disopra, nella legazione de' frati in Tartaria, che fu dall'Incarnazione 1245, del mese d'ottobre morí Gaiasadino, soldan di Turchia; successe nel regno il suo figliuol Raconadio, ancora fanciullo, il qual aveva generato d'una figlia di sacerdote greco. Uno altro, detto Azadino, d'una figlia (come si dice) d'un certo Iconio over pretorio burghese; il terzo, Aladino, della figliuola della regina di Giorgia, la qual aveva avuto per moglie. Raconadio era d'anni undici, Azadino di nove, Aladino di sette. E certamente questo minor figlio della regina era erede legitimo, perciochè eziandio il padre suo, il terzo giorno poi che nacque, commandò a tutti li ammiragli prestassero giuramento di omaggio al fanciullo sí come erede legitimo e figliuolo, secondo il costume del paese, e volse fosse battuta un'altra moneta differente dalla sua, la qual fino al tempo presente corre in Turchia. Ma allora era bailo di tutta la Turchia un certo Persiano, chiamato Losyr. Costui longo tempo innanti, venuto dal soldano, era notario di corte, e aveva un fratello che vendeva legne. Poi, a poco a poco, in tanto ascese che fu canciellieri di Turchia, onde era delli piú antichi della terra, e in molte facende sagace ed esperto; il quale eziandio per salvar il paese era ito alli Tartari, e il soldano, venendo a morte, gli lassò sua spada. Costui, per commission di quello, aveva tutto il reame in pugno, onde piú volte desiderò con ogni suo sforzo torre una delle mogli del suo signore ch'era morto; la qual cosa appresso li Turchi è gran vergogna, cosí del signore come della gente. Narrò questa sua intenzione a Salesadino, come amico e famigliare, che dopo quello allora era in Turchia potentissimo; il che molto gli dispiacque, e quanto puoté da tale opprobrio lo dissuase. Ma egli finalmente prevalse e, tolta la madre di Raconadio per moglie, esso Raconadio, come maggior d'età, dichiarò esser soldano. Onde l'uno e l'altro errore niente fu a grado Salesadino e altri ammiragli, parte che esso Losyr, constituendo quello soldan, incorreva lo spergiuro, parte che esso, omo plebeio e foristiero, facea a tutti loro molto disonore e villania.


Della furia di Losyr tiranno.
Cap. 25.

Salesadino e molti ammiragli turchi a tanto si sdegnarono verso Losyr, che seicento di loro della morte sua fecero congiurazione. Ma alcuni di quelli ch'erano in tal fatto andorono da Losyr e, detto come la morte sua era trattata, chiesero il giuramento che avevano fatto, promettendo da qui indietro fidelmente accostarsi a lui; nominorono eziandio alcuni che piú in odio avevano, e persuaderono a Losyr che quelli amazzasse. Ma uno tra quelli piú astuto consigliollo che per alcun giorno, serrato nella camera, fingesse d'esser ammalato e, sotto specie di visitazione, quelli a sé chiamasse, apparecchiato il loco conveniente tutti con insidie chiudesse, li quali poi potesse a suo modo far morire. La qual cosa fatta, quindici overo, secondo altri, vintiquattro ammiragli delli maggiori secretamente furono occisi. Dicono eziandio li Latini e cristiani che lo medesimo Losyr fino 60 ammiragli ammazò, e altri perseguitando cacciò della patria, altri rinchiuse in pregione, il marchese di Lambro incarcerò e l'ammiraglio come bandito cacciò fino in Tartaria. E quello che l'aveva consigliato di far tanta strage, con la moglie e figliuoli fece decapitare. Ma molto piú era sdegnato contra di Salesadino, come quello che potente in Turchia non poteva soffrire ciò che faceva.
Salesadino dimorava in Arsenga, paese a lui commesso. Avendo adonque un giorno seco ducento combattitori, sopragiunsero vintimila uomini dell'esercito di Losyr. Quelli che eran in questo campo mandorono dir a Salesadino che non fuggisse, ma constantemente aspettasse la venuta loro, però che, l'ora che si cominciasse la zuffa, quelli che gli parevano contrarii gli sarebbono favorevoli. Costui, troppo credevole alle sue parole, misesi alla battaglia, e subitamente fu preso da tanta moltitudine; ma nientedimeno scampato con alquanti si fortificò in un castello detto Gamach. Finalmente circondato e assediato dall'esercito di Losyr, fu quasi costretto da' castellani uscire, perochè dicevano non voler difender uno nel castello del soldan che fosse contra lui. Tra questo mezo mandava Losyr messi, dicendo che securo uscisse del castello e si eleggesse quello che meglio li pareva, o liberamente lassar il paese e gir dove li piacesse, over da qui indietro rimaner nella Turchia con benevolenzia de Losyr, come già per avanti. Consentendo Salesadino, e avuto il giuramento da Losyr d'osservar ciò gli prometteva, era uscito già del castello e menato dagli ambasciatori, quando il perverso, mandati all'incontro altri, comandò che l'amazzassero nella via, la qual cosa eziandio fu osservata. Sapeva Salesadino parlar tedesco e francese, amava molto li cristiani e, se alquanto piú fosse vissuto, sarebbesi (come si crede) battezzato.


Della confermazione della pace fra Turchi e Tartari.
Cap. 26.

Nel medesimo anno che morí il soldan di Turchia Gaiasadino, li successe il figliuol maggiore Raconadio, cioè l'anno dell'Incarnazione 1245. Li Tartari fecero tregua con li Turchi e allora quattordici camelli carichi d'iperperi, che son sorte di monete, furono mandati al gran Cane, e trecento somieri di panni di seta scarlatti e altri panni preziosi con molte cavalcature. Il fratello del soldan, Azadino, fu mandato a l'imperator per far questa pace; in somma li Turchi con questa condizione si fecero tributarii de' Tartari. Ogni anno rendono a quelli mille migliara e ducentomille iperpere e cinquecento panni di seta, la seconda parte dorati, cinquecento cavalli e tanti camelli e cinquemila castroni: tutte queste cose son tenuti condurre a sue spese salve e intere fino a Mongan. Tanto vagliono li doni e presenti che si mandano quanto il tributo, e piú, come si dice, oltra di questo sono obligati li Turchi per tutta la Turchia proveder agli ambasciatori de' Tartari in cavalcature, doni e vettovaglie a l'andare, dimorare e ritornare. Il notario del soldano computò le spese delli ambasciatori tartari, le quali avevano fatte nella città d'Iconio in due anni, e fu trovato che, senza il pane e vino, avevano speso seicentomila iperpere. La predetta confederazione tributaria fu fatta in Savastia, presente il marchese di Lambro, detto Constantino, il quale a quel tempo era marescalco della Turchia ed era stato bailo; e quando prima questo tributo fu dato a' Tartari gli era presente un soldato di Constantino provinciale, il quale molte cose di quelli narrò a' frati predicatori mandati dal signor nostro papa con sue lettere in Tartaria.


Come il re d'Armenia è sottoposto a' Tartari, e altre cose accadute in quel regno.
Cap. 27.

Cerca il medesimo tempo Constante, padre e bailo dil re d'Armenia, che si chiama Aitons, mandò il figliuolo suo, conestabolo del medesimo regno, alli Tartari e, sottomettendosi col suo reame a darli tributo, fece pace con loro. Questa Armenia minore anticamente si diceva Cilicia, ed è situata fra Turchia e Siria. Qui è Tarsis, città archiepiscopale, della qual Paulo apostolo si dice esser stato; qui eziandio è lo catolico, cioè universale, episcopo, sí come in Georgia. Il regno di questa Armenia pochi anni avanti due fratelli della maggior Armenia, Leone e Robino, acquistarono, e prima Robino maggior d'età regnò in quella, o piú tosto la governò; essendo per morire, il regno e la sua figlia, cioè erede di quello, lassò nel governo del suo fratello Leone. Ma quello, usurpato per sé l'imperio, e fece di baronia regno, perochè, come è detto disopra, per avanti non era lí re, ma un barone, il quale serviva al soldano di Turchia sotto tributo. A sua petizione l'avo del signor de Trousot andò alla corte romana e da Otone imperatore, chiedendo che volesse ricever quello in uomo regale. La Chiesa con condizione, cioè salva la ragione dell'eredità, lo ricevette; il simile fece Otone. Un arcivescovo todesco, cioè il mogontino, pose la Corona in testa al Leone, con questo patto, che tutti li putti fra dodeci anni facesse poner al studio delle lettere latine. Allora, incoronato re, dotò la Chiesa del casale di Estelica, del castello di Paperon e molti altri casali; questo giurorno tutti gli baroni mantenerli fede, che fu del 1242. Poscia il medesimo Leone, tre fiate caduto in infirmità, fece che tutti i baroni giurassero a Robino suo nipote come vero e ultimo signore di giusta eredità; nientedimeno diede la sua figlia, a cui era disposto lasciar il regno, ad un fratello del prince d'Antiochia per moglie, e quello poi a tradimento l'ammazzò.
Morto esso Leone, un certo baron della medesima provincia, detto per nome Constante, tolse la sua figliuola per forza, e poi quella, che non consentí, ad un suo figliuol Haiton la congiunse in matrimonio e a quello diede il regno. Ma la figlia di Robin, la qual per eredità debbe aver il regno, halla tolta un Filippo soldato di Monte Forte, per il che meritamente aspira a quello, e come giusto spera poterlo acquistare. Constante con diversi inganni e fraude 62 baroni maggiori dell'Armenia ha morti, e la madre e sorella del soldan di Turchia, le quali avevano mandato a lui, come uomo regio e fidele, per scamparle da' Tartari; ma esso, infedele e iniquo, le mandò ad essi Tartari, e si dice quelle esser morte in cammino. Onde il soldan entrò nel suo paese e accampossi a Tarso, ma lí infermosse e morí; poi fu sepolto in Satellia, città regale.


Come e in che modo Cuyno ricevé li frati minori
Cap. 28.

Poi che arrivarono da Cuyne, fecene dare alloggiamento e spese come sogliono dar li Tartari, ma meglio a noi che alli altri ambasciatori; né perciò fummo chiamati, che ancora non era eletto né intromesso nell'imperio. La interpretazione delle lettere del papa e le parole del Baty erano già mandate a quello; poi che fossimo stati cinque o sei giorni, mandonne da sua madre, dove si ragunava la corte solenne. Quivi era teso un padiglione di scarlatto bianco, di tal grandezza che a nostro giudicio potevano ben star entro duemila uomini; era fatto atorno il circuito un palco di legname, over steccato, con varie figure a maraviglia dipinto. Qui andammo noi con li Tartari che a guardia nostra erano assegnati, e già tutti i principi erano venuti insieme, e ciascun d'intorno cavalcava con li suoi fanti per pianure e colli. Il primo giorno tutti si vestirono di scarlatto bianco, il secondo di rosso, e allora venne Cuyne al padiglione, ma il terzo giorno tutti furono in scarlatto turchino, il quarto in bellissimi baldaquini. Nel steccato appresso il padiglione erano due maggior porte, per una delle quali doveva entrare l'imperator solamente, e qui niuna guardia era posta, benchè fosse aperta, conciosiachè nissuno aveva ardimento d'entrare o uscire per quella. Dall'altra tutti quelli ch'erano ricevuti entravano, e qui era la guardia con spade, archi e sagitte: per tanto, se alcuno si approssimava oltra li confini posti al padiglione, se era preso battevasi, ma, se fuggiva, con ferro o frezza li tiravano dietro. Erano molti li quali nel freno, sella, petoriali e simil cose a nostro giudicio avevano per vinti marche d'oro. Cosí li principi infra il padiglione parlavano insieme e trattavano (come credemmo) la elezione dell'imperatore, ma tutto il popolo dimorava da lontano fuori dello steccato, e cosí stavano insino a mezogiorno; allora si cominciava a bever latte di cavalle, e fin alla sera tanto ne bevevano che era cosa mirabile a vedere. Noi eziandio chiamaron piú entro e ne diedero della cervosa, e questo ne fecero per segno di onore, ma tanto ne sforzavano a bevere che per niun modo tal consuetudine potevamo sostenere; onde mostrammo questo esserne grave, per il che cessorno far tal sforzo.
Erano di fuora il prince Ieroslao de Susdal di Rossia e molti principi de' Kithai e Solanghi; due eziandio figliuoli del re di Georgio, li ambasciatori del califo di Baldach, che era soldano, e piú di dieci soldani de' Saracini (come credemmo). Dicevasi esser piú di tremile ambasciatori tra quelli che portavano tributo e quelli che lo lassavano, e per quali avevano mandato quelli ch'erano prefetti delle provincie. Tutti costoro stavano fuori del steccato e qui davanli da bevere, ma sempre era dato a noi e lo prince Ieroslao lo superior loco, quando eramo con loro.


Come fu sublimato nell'imperio.
Cap. 29.

Certamente, se ben ci ricordiamo, fummo lí circa quattro settimane, e credemmo che gli fosse celebrata la elezione, nientedimeno non publicata, e per questo massime credevamo, perchè sempre, quando Cuyne usciva del padiglione, gli cantavano e con belle verghe che nella cima hanno lana scarlattina se gl'inchinavano, la qual cosa non si faceva a niun altro de' principi infino che di fuori stavano. Questa stanza, over corte, è nominata da loro Syra Orda.
Usciti di qui tutti parimente cavalcammo per tre o quattro leghe ad un loco in una bellissima pianura, vicino ad una fonte, dov'era apparecchiato un padiglione il quale chiamavano orda Aurea, perochè qui Cuyne si doveva poner in sedia il dí dell'Assunzione della nostra Donna; ma per la tempesta grande della qual dicessimo nel primo capitolo fu rimessa e differrita. Era questo padiglione posto nelle colonne coperte a lame d'oro, e fitte con chiavature del medesimo metallo e altri legni; disopra era de baldaquino, ma nell'altre parte di panno. Qui dimorassimo fino alla festa di s. Bartolameo, nella quale una grandissima moltitudine si congregò e, volta la faccia verso mezogiorno, stava in piedi. E alcuni un trar di pietra erano lontani dagli altri, e, sempre facendo orazioni e inchinandosi con le ginocchia contra mezogiorno, procedevano oltra; ma noi, che non sapevamo se facessero incantamenti o se s'inginochiassero a Dio over altro, non volevamo far tal cerimonie. E, poi che molto cosí ebbero fatto, ritornorno al padiglione e posero Cuyne nella sedia imperiale: allora li principi s'inginochiorono dinanti a quello, e poi cosí tutto il popolo fece, salvo noi che non eramo suoi subditi.


Della solennità fatta quando fu intronizato.
Cap. 30.

L'anno del Signore MCCXLVI Cuyne, il quale è detto etiam Gogcam, cioè imperator over re, fu sublimato nel regno de' Tartari. Tutti li baroni loro, congregati nel mezo del sopra detto loco, collocorono una sedia d'oro sopra la quale fu posto a sedere Gog, e alla sua presenzia tennero una spada, dicendo: "Volemo, preghiamo e comandiamo che vogli signoreggiare sopra tutti noi". Allora disse quello: "Se volete ch'io signoreggi, voi siate apparecchiati ognuno a far quello che commanderò, venir quelli che son chiamati, andar ove manderovi a occidere quello vorrò sia morto". Tutti risposero esser apparecchiati; adunque disse: "Da qui indietro il parlar della mia bocca sarà cortello tagliente", e tutti in commune acconsentirono. Poi questo posero in terra un feltro, e fecero che sedesse sopra quello, dicendo: "Guarda disopra e conosci Iddio, e contempla il feltro nel qual qui a basso sei sentato. Se governarai ben il tuo regno, se liberal serai e amator della giustizia e tutti li baroni tuoi secondo la loro dignità onorerai, sei per regnare magnifico e tutto il mondo verrà sotto il tuo dominio, e Iddio è per darti ciò che desidererà il tuo core. Ma, se il contrario sei per fare, misero serai e abietto, anzi tanto povero che non ti sarà lassato il feltro nel qual siedi". Detto questo, li baroni fecero sentar la moglie di Gogcam con esso nel feltro, e cosí sedendo ambedoi levaronsi sopra nell'aere, e con voce publica e cridor di tutti protestorono quelli esser l'imperator e l'imperatrice. Poscia fecero portare infinita quantità d'oro, argento e pietre preziose e ciò ch'era rimasto a Chagadcham, acciò il novo imperatore avesse plenaria potestà di quel tesoro. Le qual cose esso, come li piacque, a ognuno de' principi distribuí, e quello che avanzò riservò per sé. Fatto questo, incominciorono a bere, come è di suo costume, e insino a sera stettero continuamente in quel mestiere. Poi vennero carni cotte nella cenere senza sale: di queste davano li servitori un membro solo o particella a quattro e cinque uomini. Non molto stette che giunsero carne e brodo con sale a modo di salsa. Cosí facevano tutti i giorni che celebravano conviti.


Della etade, costumi e sigillo dell'imperatore de' Tartari.
Cap. 31.

L'imperatore, quando fu sublimato, pareva esser d'anni XL over XLV, era di statura mediocre, molto prudente, astuto, non da scherzare, ma grave di costumi; né mai uomo alcuno lo vedeva cosí facilmente ridere o far qualche levità, sí come ne dicevano li cristiani i quali di continuo stanno con esso; e ne affermarono che di corto era per farsi cristiano, e ciò perchè lui teneva sacerdoti cristiani e li faceva le spese. Ed eziandio aveva la cappella da cristiano innanzi al suo maggior padiglione, dove li chierici publicamente cantano e in aperto battono le ore come gli altri cristiani, a consuetudine di Greci, sia quanto voglia la moltitudine de' Tartari e altre genti: e questo non fanno gli altri principi.
È usanza dell'imperatore che mai con la bocca propria parla con forestieri, siano quanto grandi si vogliano, ma per una persona intermedia ode e risponde ogni fiata che propongono alcun detto over odono risposta dalla sua bocca. Quelli che sono sotto lui, sia qual si voglia, stanno fermi ingenocchione fin che abbi parlato, né è licito piú ad alcuno parlar sopra quello che ha determinato l'imperatore, il quale ha un procuratore e protonotarii e scrivani e tutti officiali di corte, cosí in cose private come publice (eccetto avvocati), imperochè senza strepito di giudici e lite ogni cosa è fatta ad arbitrio suo. Il simile fanno tutti li principi de' Tartari nelli lochi che son pertinenti a loro.
Ma questo a tutti sia manifesto, che, sendo noi allora nella solenne corte già molti anni congregata, il medesimo Cuyne imperator di novo eletto con tutti i suoi principi spiegò il vessillo contra la Chiesa d'Iddio, l'imperio romano e tutti i reami de' cristiani e popoli dell'Occidente, se non esequiseno (la qual cosa non voglia Dio) ciò che mandava a dir al papa e tutti principi potenti de' Cristiani: cioè che si sottomettino a quelli, conciosiachè niun paese temano salvo la cristianità, e però contra noi si preparano alla guerra. L'imperator padre de costui, cioè Octoday, fo morto col veneno, e per questo avevano alquanto restato da battagliare. La intenzion loro, come è detto di sopra, è soggiogare tutto l'universo, il che hanno avuto per testamento de Chingiscan, onde ed esso imperator cosí scrive nelle sue littere: "La fortezza d'Iddio, l'imperator di tutti gli uomini". Nella superscrizion del suo sigillo eziandio è questo: "Iddio in cielo e Cuynecam sopra la terra, fortezza d'Iddio, sigillo de l'imperator di tutti i mortali".


Delli suoi nomi, principi ed eserciti.
Cap. 32.

Questo nome Cham, overo Chaam, è appellativo, e vuol dire re over imperator magnifico o magnificato; ma ciò singularmente attribuiscono li Tartari al suo signore, tacendo il proprio nome, ed esso s'avanta d'esser figliuol d'Iddio e cosí nomarsi dagli uomini. Il medesimo vol dir Cuyne che Gog e il fratello suo Magog: certamente Iddio predice l'advenimento di Gog e Magog per Ezechiel profeta, e promette esser fatto la morte di quelli. Eziandio essi Tartari, propriamente parlando, si chiamano Mongil over Mongol, che forse consona a Mossoth.
Questo Cuynecam, over Gogchaam, fervido e bogliente a sottometter li mortali come un forno caldissimo, ha cinque eserciti che obediscono al suo dominio, per li quali impugna tutti gli avversarii e ribelli a sé. Nelli confini di Persia tiene un capitano, detto per nome Bayothnoy, il quale ha soggiogato tutto il paese de' cristiani e saracini fino al mare Mediterraneo, e vicino ad Antiochia, e piú oltra delle diete, intanto che dal capo di Persia fino al mare 14 regni ha conquistato. Bayoth è nome proprio, ma noy vol dir dignità. Corenza è un altro capitano, verso li cristiani d'Occidente, il quale ha sotto di sé seicentomilla armati, dimorandolli come in guardia acciò li cristiani non faccino impeto. Baioth è maggior capitano de' Tartari, a' suoi piacevole e molto riverito da quelli, nell'esercito del quale sono seicentomilla combattenti, cioè 160 mille Tartari, 450 mila fra cristiani e infideli; e si dice aver lui sette volte piú soldati che Baiothnoy. Costui è crudelissimo in guerra, ma Cham dicono aver cinque eserciti, il numero de quali niuno facilmente potria compreender. Dicesi Baioth aver diciotto fratelli di piú padri e madri, li quali tutti son baroni, e hanno ciascheduno almanco sotto sé diecimila combattenti; e fra tutti due soli fratelli sono entrati nel regno d'Ungheria. E doveano trenta anni procedendo oltra combattere, ma allora morí l'imperatore; un'altra fiata sono apparecchiati a guerra.


In che modo furono ricevuti li frati dall'imperatore.
Cap. 33.

In quel luoco dove fu posto l'imperatore nella sedia fummo chiamati nanti la stanza, e, poi che Ginghay, protonotario suo, ebbe scritto li nostri nomi e di coloro da' quali eramo mandati, e del prince de' Solanghi e degli altri, cridò in alta voce recitando quelli all'imperatore e università de' signori. La qual cosa fatta, ogniun di noi quattro fiate inchinosse col ginocchio sinistro; ne avvisorno che non toccassimo il soglier della porta e, poi che con diligenzia fummo cercati, non ci trovarno arme alcune adosso. Entrammo per la porta dalla parte orientale, però che da l'occidente niuno passa se non l'imperatore; il simile fa uno principe nel suo padiglione, ma gli altri non fanno molto stima di tal cosa. Allora primamente venimmo alla sua presenzia, e nella stanza, cioè dopoi che fu dichiarato imperatore, tutti eziandio gli ambasciatori furono ricevuti da quello, ma pochissimi entrorno nel suo padiglione. Molti doni furono presentatili da loro, ch'erano vasi infiniti, cioè sciamiti, scarlatti, baldaquini, centure di seta lavorate d'oro, pelli nobilissime e altri presenti. Fugli etiam data un'ombrella, over padiglioncello, a modo di solana, che si porta sopra il capo dell'imperatore quando cavalca, coperta tutta di gemme. Uno prefetto d'una provincia aveva menato a quello molti cameli coperti di baldaquini, e sopra erano con certi instrumenti che si poteva seder entro quelli; altri menavano cavalli e muli guarniti e armati, parte di cuoro, parte di ferro. E noi fossimo richiesti se li volevamo far presenti, ma già non era possibilità, conciosiachè tutto quasi il nostro avevamo consumato in tal arte. Nel medesimo luogo, longi dalle stanze, sopra un monte, stavano piú de cinquecento carrette, le quali tutte erano piene d'oro e argento e drappi di seta, e ciò fu diviso fra l'imperatore e capitani, i quali dopoi distribuirono come gli piacque a' suoi la parte che gli era toccata.


Del luogo dove presero combiato la madre e 'l figliuolo, e della morte de Ieroslao, principe di Rossia.
Cap. 34.

Partiti di qui, venimmo ad un altro luogo dove era un padiglione mirabile, tutto di porpora rossa, il quale avevano dato li Kithai. Qui eziandio fummo introdotti, e sempre, quando entravamo, n'era dato cervosa da bere over vino, ed etiam carne cotta, se volevamo mangiare. Eravi nel mezo una picciola tresca di legname preparata, dove era posta la sedia imperiale d'avolio a meraviglia scolpito, nella qual eziandio, se ben ci ricordiamo, era oro e pietre preziose, e s'ascendeva in questo luogo per scalini, ed era di sopra rotonda. Nel circuito della sedia erano banchi dove sedevano le matrone, a mano sinistra; dalla destra di sopra niuno sedeva, ma di sotto al mezo li principi erano nelli banchi inferiori, altri dietro loro. E ogni giorno veniva gran moltitudine di matrone.
Questi tre padiglioni de' quali abbiamo detto di sopra erano molto grandi, ed eziandio le mogli sue avevano, altri di bianco feltrone, grandi e belli a sofficienza. Qui tolsero combiato: la madre dell'imperatore andò in una parte del paese, e Cuyne in un'altra a far giudicio, perochè era presa una sua amica la quale aveva ucciso il padre suo con veneno, in quel tempo che erano iti li Tartari in Ongheria; per il che eziandio ritornarono adietro. Questa con molti altri fu sentenziata a morte.
Nel medesimo tempo morí Ieroslao, principe grande di Soldal, che è una parte di Rossia, perciochè, chiamato dalla madre de l'imperatore quasi per onorarlo a mensa, incontinente che ritornò al suo alloggiamento infermossi e morí. Dopo sette giorni il suo corpo diventò biavo a meraviglia, per il che si diceva da tutti esser stato da quella con beveraggio avelenato, acciò potessero liberamente a pieno posseder il suo paese.


Come finalmente andati all'imperatore diedero e ricevetero lettere.
Cap. 35.

Finalmente li Tartari nostri guidatori ne condussero all'imperatore, il quale, inteso noi esser presenti, ne fece un'altra fiata ritornar da sua madre, imperochè intendeva il secondo giorno voler spiegare un stendardo, sí come è detto disopra, contra tutta la cristianità, la qual cosa non voleva che sapessimo noi. Pertanto partiti, dimorammo pochi giorni, che un'altra fiata ritornati ad esso dimorassimo un mese con lui, in tanta fame e sete che appena potevamo vivere, perochè le spese date per quattro giorni appena bastavano per uno, né potevamo trovar cosa alcuna da comprarci: era lontano la piazza. Ma il Signor Dio proviste a noi, che un lavoratore d'un Ruteno, per nome detto Cosma, molto amato dall'imperatore, alquanto ne sustentò. Costui ne mostrò la sedia dell'imperatore, che aveva fatta nanti che fosse incoronato, e il suo sigillo, che eziandio aveva lavorato.
Poi l'imperatore mandò per noi e fece dir per lo suo protonotario Chyngay che volessimo scriver li nostri fatti e porgerli a quello, la qual cosa fu esequita. Passati molti giorni, un'altra fiata ne fece chiamare e interrogò se fosse appresso il papa nostro alcuno che sapesse intender lingua o tartaresca o saracina o rutena; al quale rispondemmo che niuna di queste lettere avevamo, ma che ne pareva espediente scrivessero i Saraceni in tartaresco e ne interpretassero, che noi in lingua nostra poi transferiressimo, e che cosí la lettera con la interpretazione fosse portata al papa nostro. Allora, partiti da noi, andorno all'imperatore, ma nel giorno di s. Martino fummo chiamati: incontinente Kadach, procurator di tutto l'imperio, e Chinghay e Bala e molti altri scrittori vennero da noi e ne interpretarono la lettera di parola in parola; e poi che scrivessimo in lingua latina, facevano interpretar di parte in parte un'altra fiata, volendo saper se avessimo fallato in qualche parola. Scritte adonque ambedoi le lettere, fecero noi una e due fiate leggere, acciò non fosse cosa alcuna di manco, e dissero: "Vedete che tutto ben abbiate inteso, conciosia, non intendendo voi ciò che è scritto, sarebbe vano". E però scrissero lettere in saracino, acciò nelle parti nostre, se fosse bisogno, trovassimo alcuno che le potesse leggere.


Come furono licenziati.
Cap. 36.

Dissero le nostre guide: "Ha proposto l'imperator di mandar con voi suoi ambasciatori"; ma voleva lui (come credemo) che questo noi adimandassimo: uno ch'era il piú vecchio ne esortava ciò dimandare. Ma non pareva a noi utile che venissero, perciò rispondemmo non star a noi dimandar questo, che volentieri, piacendo a Dio, se gli mandasse, securamente gli condurremmo. Certo per molte cause non piaceva che venissero: prima, perchè temevamo che, vedute le guerre e contrasti che fra noi si fanno, non pigliassero piú ardimento di venir contra noi; secondariamente, che spiassero li paesi; terzo, perchè non fossero morti, però che le genti nostre son arroganti e superbe, onde li servitori che stanno con noi, pregati dal cardinale legato della Lemagna che andassero da lui, presero cammino in abito tartaresco, nella via quasi furono lapidati da' Tedeschi e costretti metter giú quel abito. L'usanza è de' Tartari che mai faccino pace con coloro che hanno morti li suoi ambasciatori, se prima non piglino vendetta. La quarta causa acciò non ne fossero tolti per forza; la quinta perchè niuna utilità era del loro venire, conciosia non avessino altra potestà o commissione che portar le lettere dell'imperator al signor nostro papa e principi cristiani, le quali noi avevamo.
Per tanto il terzo giorno, che fu la festa di san Bricio, data la littera e chiusa col sigillo dell'imperatore, ne licenziaro, mandandone alla corte di sua madre, la quale diede a ciascun de noi un pelizzone di volpe fodrato di fuori col pelo e una porpora; de' quali drappi le nostre guide si saziaro, cioè pagandosi d'un vestimento per ogni passo, e robborno meza la parte di quello che dato al servitore, e la migliore. La qual cosa non ne fo ascosa, ma nientedimanco non volessino far parole.


Come ritornarono dal viaggio.
Cap. 37.

Allora prendemmo cammino verso le nostre parti, e per tutta la vernata venimmo giacendo per deserti, spesse fiate nella neve, salvo quel loco che ci potevamo fare col piede. Lí certo non sono arbori, ma pianura, e spesso la mattina ci trovammo coperti di neve che la notte il vento gettava. Cosí camminando fino all'Ascensione pervenimmo dal Baty; e dimandato se cosa alcuna volesse scriver al papa, rispose niente piú di quello che aveva scritto l'imperatore, e date lettere di salvocondutto ci partimmo da quello. E il sabbato infra l'ottava delle Pentecoste arrivammo dal Moncii, dove erano stati ritenuti li nostri compagni e servidori. Cosí, ricevuti quelli, andammo alla via nostra insino a Corenza, e dimandati da quello presenti un'altra fiata, niente li dessimo, però che non avevamo. Furono dati a noi doi Comani, ch'erano della plebe de' Tartari, acciò ne conducessero per fin a Kionia di Rossia, ma lo nostro Tartaro non ci lasciò prima che non avessimo passato l'ultima guardia. Costoro che Corenza n'aveva dato ci condussero in sei giorni da l'ultima guardia a Kionia. Arrivammo adonque quivi quindici giorni nanti la festa di san Giovambattista, ma gli Kionesi, saputo la nostra venuta, tutti ci vennero incontra allegramente e si congratulavano con noi come se fossimo suscitati da morte a vita. Il medesimo fo fatto a noi per tutta Rossia, Polonia e Boemia. Daniel e Wasilicon suo fratello ne fecero gran festa, e contra il nostro voler ne tennero otto giorni. Fra questo mezo, facendo seco consiglio e con li episcopi e con altri uomini eccellenti sopra quello che avevamo detto noi nel nostro andare, risposero in commune voler il papa nostro in special signore e padre, e la santa madre Chiesa in segnora e maestra, confermando cioè che prima di questa materia per un suo abbate avevano mandato a dire, e piú etiam mandorno con noi di novo ambasciatori con lettere al papa.


Come li frati predicatori foro ricevuti da Baiothnoy, prince de' Tartari.
Cap. 38.

L'anno del Signore 1247, nel giorno della translazione di san Dominico, primo padre de' predicatori, frate Ascelino, mandato dal papa per ambasciatore, arrivò ne l'esercito de' Tartari, cioè nella Persia, dove era Baiothnoy capitano. La qual cosa intesa, quello, che nel suo padiglione sedeva, vestito d'oro, con suoi baroni circonstanti che riccamente erano addobbati di seta, d'oro e preziosi drappi, mandò alcuni col suo egyp principale (cioè consigliero) e interpreti, li quali, poi che gli ebbero salutati, dimandaro di cui ambasciatori fossero. Frate Ascelino, principal ambasciatore del signor nostro papa, rispose per tutti: "Io son ambasciator del signor papa, il quale apresso cristiani è di maggior dignità che ciascun altro uomo, e a quello si fa riverenzia como padre e signore nostro". In questo detto, coloro molto sdegnati dissero, superbamente parlando: "In che modo lo papa vostro è maggior de tutti li uomini? È pervenuto ancor a notizia sua che Chaam sia figliuolo d'Iddio, e Baiothnoy e Batho suoi capitani, e si divulghino li nomi loro e multiplichino in ogni loco?" A' quali rispose frate Ascelino: "Il nostro signore papa non sa chi sia Chaam, Baiothnoy e Batho, né mai ha udito cotali nomi. Ma questo ha bene inteso da molti, che è una certa gente barbara che si dice Tartari, già molto tempo uscita delli confini orientali, la qual ha sottomesso al suo dominio molte contrade e, non perdonando a niuno, infinita gente ha destrutto; e se li nomi di Chaam e suoi principi avessen saputo, non saria restato di scrivergli nelle sue lettere che portamo. Ma, dolendosi di tanta occisione de cristiani e altre genti, mosso per compassione, di consiglio de' suoi fratelli cardinali ne ha mandato al primo esercito de' Tartari che piú tosto potessimo ritrovare, esortando il signore dell'esercito e quelli che gli obediscono voglino per l'avvenir cessar da tanta strage, e massime de cristiani, e pentirsi delle scelerità che fin qua hanno fatto, sí como il tenor delle littere sue a quelli che leggono manifesta. Pregamo adonque il vostro signor che vogli ricever la scritta del nostro papa e, quella letta, si degni rescrivergli o con ambasciatori o con sola parola".


Come li Tartari dimandarono doni, e della venuta de' Francesi.
Cap. 39.

Dette queste parole, li predetti baroni con suoi interpreti ritornarono al padiglione e li raccontarono le parole di frate Ascelino. Dopo per alquanto spazio, deposti li vestimenti di prima e vestiti di novo, vennero dalli frati con interpreti, dissero in tal modo: "Cercamo solamente ciò da voi, se 'l vostro signor papa manda presenti a Baiothnoy". A' quali rispose frate Ascelino: "Da parte sua noi niente portiamo, imperochè non è di consuetudine mandar presenti ad alcuno, e massime incognito e infidele, anci li figliuoli suoi cristiani e pagani eziandio donano a lui molte cose". Detto questo, ritornarono al suo capitano e, dimorati alquanto, con novi vestimenti vennero a' frati dicendo: "Con che modo senza vergogna potete comparer al conspetto del nostro prince con le mani vote e porgerli lettere del vostro papa, la qual cosa mai uomo alcuno venuto qui ha fatto?" Allora rispose frate Ascelino: "Benchè usanza è di qualunque ambasciatore, e massime appo cristiani, che porti le lettere nanti il prince e veggia quello, nientedimeno, se non è lecito a noi presentarsi al vostro signore senza doni, né manco voi volete, raccomandamo a voi, se v'è in piacere, le lettere del signor nostro papa, che da parte sua a Baiothnoy le presentate". Ma sopra tutto costoro, nelle sue dimande, cercavano astutamente e con sollecitudine da' frati se ancor li Francesi avessero fatta la cruciata e con Veneziani insieme fussero passati in Siria, perochè avevano udito (come dicevano) da suoi mercanti che molti de' Francesi, insieme con Veneziani, erano per navigare in Siria. E forse pensavano in che modo potessero impedire la venuta loro, o fingendo di volersi far cristiani, o sotto altra specie d'inganno, acciò li removessero dall'entrata di Turchia e Halapia sue provincie, e almeno per qualche tempo finger amicizia con Francesi, li quali (come affermano i Giorgiani e Armeni) sopra tutte le genti del mondo temono, dopo veduta la impresa fatta del valoroso duca Gottifredo di Boglione, primo re di Ierusalemme, il qual fece soggietta a' cristiani gran parte di Terra Santa, del 1090 di nostra salute.


Come gli frati non volsero adorar Baiothnoy.
Cap. 40.

Dopo lo sopradetto parlare, ritornorono li baroni al padiglione, e, poco dimorati, un'altra fiata vestiti di novo vennero alli frati e dissero: "Se volete veder la faccia del nostro signore e presentargli le lettere, è necessario che lo adoriate come figliuolo d'Iddio che regna sopra la terra, e tre fiate v'inginocchiate nanti a quello, perochè cosí ci ha comandato Chaam, che regna sopra la terra figliuolo d'Iddio, cioè dover esser adorati Baiothnoy e Batho da qualunque venirà qui come se stesso: la qual cosa fin all'ora presente avemo fatto, per l'avvenire fermamente osservaremo". Allora, dubitando li frati e questionando ciò intendeva fare Baiothnoy per questa adorazione, cioè idolatria o altro errore, frate Guiscardo cremonese, che sapeva li costumi e la consuetudine de' Tartari, sí come aveva imparato da' Giorgiani, nella città de' quali detta Triplheis, in casa delli frati, per sette anni era dimorato, sopra questo certificando li frati disse: "Di far idolatria a Baiothnoy nulla dubitate, però che non intende voler questo da voi, ma, in segno che 'l papa gli sia soggetto e tutta la Chiesa romana, che per comandamento di Chaam credono soggiogare, vuol li sia fatto questa riverenzia da qualunque capita qui a lui con ambascierie". Per tanto tutti d'un medesimo animo li compagni, poi che circa tal petizione ebbero consultato, deliberorono piú tosto esser decapitati che cosí adorando inginocchiarsi a Baiothnoy; e ciò parte per conservar l'onor della Chiesa universale, parte per schifar scandolo con Giorgiani, Armeni, Greci, Persiani, Turchi e tutte le gente orientali, acciò per questa riverenzia divulgata nel Levante non si desse occasione e materia di far allegrar li nimici della Chiesa, conciosia questo fosse segno della soggezion e tributo che aspettavano da noi li Tartari. Oltra che saria stata in tutto spenta la speranza di quelli cristiani che son suoi prigioni e aspettano dalla Chiesa la sua liberazione, e ancora acciò non fosse imputata alla sacrosanta Chiesa macula alcuna nella costanzia e dispregio di morte che adorando quello sarebbono incorsi.


Come li frati esortorno li Tartari a diventar cristiani.
Cap. 41.

Il predetto consiglio e proponimento di consenso di tutti liberamente a quelli frate Ascelino dichiarò, e piú aggiunse: "Né forse che sia longi da noi si possi trovare materia di discordia over pertinacia nelle nostre risposte, o dal vostro signore o d'altri, conciosiachè alle orecchie vostre possono parer aspre e superbe, questo eziandio per voi notificamo a quello, che siamo apparecchiati farli ogni reverenzia che si conviene far sacerdoti e uomini religiosi e ambasciatori del signor papa, salva la dignità della religion cristiana e osservata in ogni loco la libertà della Chiesa. Eziandio quella riverenzia che solemo far a' nostri maggiori re e principi, la quale c'insegna la Scrittura: "a' maggiori inchina lo tuo capo", pronti semo e apparecchiati prestargli per il ben della pace, unità e concordia. Ma quella che volete ricusamo, come ignominia della religion nostra, e piú tosto eleggemo sostenere qual morte ne vorrà dare il vostro signore. Ma se (quello che lo nostro signor papa e cristiani desiderano) si volesse far cristiano Baiothnoy, non solo nanti quello se ingenocchiaressimo, ma etiam tutti voi; e piú baciaressimo le piante de' piedi vostri e de' minori per l'amor d'Iddio".
La qual cosa intesa, con impeto e furore turbati dissero: "Voi ne avisati che ci facciamo cristiani e siamo cani come voi: non è un cane il vostro papa, e voi tutti cristiani cani?" Allora per niun modo frate Ascelino poté negare quello che dicevano, conciosiachè impedito fosse da rugiti e fremiti, pieni di cridore e protervi. Per tanto li prefati baroni con li suoi interpreti ritornorno al padiglione e riferirono al capitano ciò che avevano detto li frati.


Il trattato d'occider li frati.
Cap. 42.

Udito Baiothnoy la risposta dallo egyp e suoi baroni, sostenendo con sdegno tal cosa, comandò irato per definitiva sentenzia che quelli fossero morti, non temendo sparger il sangue loro innocente e romper la consuetudine d'ogni gente, che vol possino liberamente andar gli ambasciatori e ritornare. Alcuni de' suoi consiglieri dicevano: "Non amazziamo tutti, ma solamente due, e gli altri mandiammo indietro al papa". Era l'opinione d'alcuni scorticar il principale, ed empita la pelle di paglia mandarla per li altri al pontefice; altri volevano che due frustati per tutto l'esercito s'occidessero, e li compagni riservassero fino alla venuta de' Francesi. Alcuni dicevano di menar per l'esercito a veder la potestà e moltitudine di gente, e ponergli nanti le machine che iacevano nel piano, e cosí paressino uccisi non da loro, ma da quelli instrumenti. Prevaleva la sentenzia de Baiothnoy di decapitarli, conciosiachè fossero stati contumaci nella sua adorazione. Ma finalmente, volendo cosí quello che dissipa li pensieri de' maligni, una di sei mogli che aveva Baiothnoy, la quale era piú antica, e altri che erano venuti, preposti alla cura degli ambasciatori, con tutto il suo sforzo furono contro la sentenzia data sopra li frati. Quella sua moglie dinanti lui parlava: "Sappi che, se farai morir quelli, sei per incorrer nell'odio e orrore di coloro che udiranno tal cosa, e perderai tanti doni e presenti che ti solevano esser mandati da longinque parte e grandi uomini, ed eziandio li toi che mandi ambasciatori a diversi principi per tuo esempio con giusta fidanza saranno morti e distrutti senza rispetto alcuno". Similmente quello che aveva cura de' noncii cosí li diceva: "Non ti ricorda come si adirò verso di me Chaam sopra la morte di quello messo che comandasti l'ammazzasse, il core del quale, cavato dalle viscere, per metter paura agli altri che venissero qui e udissero questo, mel facesti portare nel pettorale del cavallo per tutto l'esercito publicamente? Se mi comandarai ch'io ammazzi quelli, non gli ammazzerò, ma son per fuggire da te e, conservando la mia innocenzia, velocemente andar a Chaam e accusarti della morte sua nella corte plenaria, come malefico e inaudito omicida". Per queste persuasioni vinto e mitigato Baiothnoy, lo cor suo turbato e fello a poco a poco rimosso il furore si quietò.


In che modo di adorarlo con loro fecero contesa.
Cap. 43.

Finalmente, poi che piú longi del solito avessero dimorato, ritornorno alli frati con l'interpreti e, non dimostrando il furore che Baiothnoy aveva conceputo verso di loro, cosí parlarono: "Poi che per niun modo vi degnate adorar il nostro capitano inginocchione, cercamo da voi qual sia il modo che tenete in onorar li vostri maggiori secondo la sua dignità; oltra questo, se vi lasciamo venir dinanti lui, in che modo farete onore e riverenza a sua signoria, sí come merita umilmente esser riverita". Allora frate Ascelino, cavato un poco il capuccio di testa e inchinato il capo: "Cosí - disse - faremo, e questo è il modo di onorar i nostri maggiori, e cosí a Baiothnoy non altrimenti, benchè ne fusse fatto violenza, siamo per fare". Allora costoro li domandorno in che modo adorassino Iddio li cristiani. Fu risposto: "Li cristiani in molti modi adorano Dio, alcuni prostrati in terra, altri genuflessi, e chi ad un modo e chi ad un altro. E molti certo e diversi, venuti da lontano, adorano il vostro signore impauriti, per il suo tiranneggiare fatti servi suoi e schiavi. Ma il nostro signor papa e tutti li cristiani non temono tiranni, né a quelli potete di ragion comandare vi adorino, come comanda il vostro Chaam, imperochè non sono sotto sua giurisdizione o imperio".
Un'altra fiata li Tartari aggiunsero tal questione: "Conciosiachè voi cristiani adoriati legni e sassi, cioè croce in legno e sasso scolpite, per che causa non voleti adorar Baiothnoy, il quale il figliuolo d'Iddio Chaam ha comandato che come se stesso si adori?" A questa questione con duplice articolo intrigata per ordine rispose frate Ascelino: "Li cristiani non adorano legni e sassi, ma il segno della croce formato in quelli, per il nostro Signor Giesú Cristo sospeso in essa, il quale l'ha ornata delle membra sue come di preziose gemme e col suo sangue consecrata, dove acquistò la nostra salute. Ma il vostro signor a niuno modo per le ragion sopradette potemo adorare, quantunque con ogni tormento fossimo cruciati".


Come non volsero andare da Chaam.
Cap. 44.

Finito questo parlare, li baroni, ritornati al suo capitano e detto l'intendimento de' frati, poi che ebbero alquanto dimorato vennero a quelli dicendo: "Il signor nostro Baiothnoy comanda che, tosto partiti di qui, debbiate andar a Chaam, signor e re di tutti i Tartari, perochè, venuti ad esso, potrete apertamente veder quanta sia la gloria sua e potenzia, e quale sia e quanto grande, le qual cose ora sono nascoste agli occhi vostri: e lí voi medesimi li potrete presentar le lettere del vostro papa da sua parte e, veduta la gloria, potenzia e ricchezze, verissimamente ciò che arete veduto e udito ritornati raccontar a quello". Frate Ascelino, conosciuta allora la malizia di Baiothnoy, che da molti cristiani e infideli prima aveva imparato, cosí rispose alli baroni: "Poi che il mio signore (come altre fiate ho detto) mai ha udito il nome di Chaam, né mandatomi a quello, ma al primo esercito de' Tartari ch'io incontrassi, non voglio né debbo andare a Chaam, contento della presenza del signor vostro e dell'esercito nel qual son capitato, e massime sciolto a bastanza da quello mi era imposto. Per tanto son preparato a mostrar le lettere del papa al vostro capitano ed esercito, se li piacerà di vederle e pigliarle; il che se non li piace, ritornerò adietro e narrerò al mio signore tutto il fatto per ordine".
Dissero quelli un'altra fiata: "Con che fronte voi altri cristiani avete ardimento dire che 'l vostro papa sia maggiore d'ogni uomo in dignità, però che qual è colui che ha udito il vostro papa aver conquistato tanti reami quanti il figliuol d'Iddio Chaam? Chi mai ha inteso cosí da longi dilatarsi il nome del papa vostro come quello di Chaam, che già per tutto l'universo si sparge, diffunde e in ogni loco è temuto, imperochè già (cosí Iddio comandando) signoreggia dal levar del sole sino al mare Mediterraneo e Pontico e in ogni luogo per queste parte il nome suo è celebrato, e da tutti gli abitanti con grande onorificenzia riverito? Perciò Chaam è maggior del vostro signore e d'ogni persona di potenzia e gloria, che ha ricevuto da Iddio in lo conquistare di tanti paesi". Rispose frate Ascelino alla prima parte della questione lo signor papa esser maggior d'ogniuno per dignità, conciosiachè dal Signor nostro sia stata conceduta la universal potestà della sacrosanta madre Chiesa a santo Pietro e suoi successori, questa medesima durando in quelli per infino alla consumazione del mondo. Finalmente dichiarando ciò con molti modi ed esempli, quelli uomini bestiali, non potendo a pieno intender ciò che dicesse, molto si adiravano; onde, volendo risponder agli altri articoli, fu impedito dalla protervia loro e instanzia, la qual cridando ogn'ora piú dimostravano.


Come fecero transferir le lettere del papa in linguaggio tartaresco.
Cap. 45.

Poscia li ditti baroni andorno a riferire quelle parole a Baiothnoy e, dimorati alquanto, un'altra fiata ritornarono a' frati, dicendo: "Il signor nostro Baiothnoy manda a dire che vogliati dare le lettere del vostro signor papa a noi, come messaggi suoi fideli e sicuri". Adunque frate Ascelino, non chiamato alla presenzia di Baiothnoy, ma escluso fuori, diede a quelli le lettere, quantunque ciò contra la consuetudine approbata non facesse volentieri. Quelli, prese le lettere, andorno a Baiothnoy e, fatto lí poca dimora, vennero dalli frati dicendo che mediante loro e l'interpreti incontinente le lettere fossero tradotte in lingua persiana e poi esposte in tartaresco, e poi sarebbono chiaramente intese da Baiothnoy. Allora frate Ascelino, con tre suoi compagni e con l'interpreti e scrittori del prince, dilongossi dalla moltitudine degli astanti ed espose le lettere a' translatori di parola in parola, cioè scrivendo li notarii persiani quello che da' Turchi, Greci e frati li era detto.
Per tanto, transcritte le lettere e in tartaresco lette a Baiothnoy, e ritenute col sigillo appresso di sé, mandò li baroni con uno cancellier grande e sollenne di Chaam che al presente si partiva, li quali dissero: "Comanda a voi Baiothnoy che si debbino elegger due li quali vadino a Chaam con questo suo servitore, che sicuramente si condurrà sino alla sua corte; e venuti daranno le lettere alla sua presenzia, e ciò che aranno veduto della sua gloria riferiranno al papa". Rispose frate Ascelino: "Non vi abbiamo detto altre fiate che per il mandato che ci è imposto non siamo tenuti di andare al vostro imperatore? Potemo ben esser ligati e per forza condotti, ma di nostra volontà mai anderemo, né voi ci condurrete, oltra che non ci vogliamo separar un da l'altro in questa ambasciaria".
Or, partiti costoro, ritornò il predetto cancelliero e con astute parole cautamente li losingava, reprendendo con piacevolezza frate Ascelino della durezza del parlare ed esperimentando se lo potesse inchinar all'adorazione di Baiothnoy. A cui frate Ascelino disse: "Pensavo, come aveva udito da molti, che tra li Tartari volentieri fosse intesa la verità, ma, come vedo, è già caduta nelle piazze, e non entra in quelli, né manco da loro è amata. Due parole solamente ho detto, cioè che 'l nostro papa, quanto a noi cristiani, è maggior d'ogniuno in dignità, e che non sa ciò che sia Chaam o Baiothnoy, le quali hanno aggravato piú il vostro capitano e suoi baroni (sí come mi son potuto accorger) che tutto il resto del mio dire. Ma son qui presente per la libertà della fede e verità, né temo un uomo mortale". Venuta già la sera che si dovevano licenziar da corte, lo antedetto cancellieri, sendo per partirsi la mattina seguente, fece chiamar li frati e gli ebbe letto le lettere che Chaam aveva mandato a Baiothnoy, fatte da mandar per tutto il mondo, ammonendo quelli che ciò che udissero tenessero a mente. Tutte queste cose predette si fecero nel primo giorno.


Come li Tartari con beffe e inganni fecero molto appo loro dimorare li frati.
Cap. 46.

Nel medesimo giorno la sera, udito il tenor delle lettere, promettendogli quelli baroni e lo cancelliere di dar a loro una copia di tal lettere, li frati digiuni ritornorno al suo alloggiamento, che era ben lontano un miglio dal padiglione di Baiothnoy. Dopo quattro giorni frate Ascelino e frate Guiscardo vennero a corte e dissero a' baroni, mediante gli interpreti, che si volesse degnar il prince risponder al tenore delle lettere papali, e tosto licenziati volesse darli salvocondutto per il suo paese. Or alcuni baroni che s'intendevano col signore risposero: "L'altro giorno che eravate venuti a corte, intendemmo dal vostro parlare esservi partiti di cristianità per veder l'esercito de' Tartari; poi che tutto non è ancor ragunato insieme né quello avete veduto, non fa bisogno d'esser licenziati da corte né partirvi di qui". Alle qual parole rispose frate Ascelino: "Sí come nel primo giorno piú fiate sopra questo detto vi rispondemmo, non siamo venuti qui prima per veder il vostro esercito, ma portar le lettere del nostro signor papa e darli risposta, quantunque senza dubio alcuno conseguiti per questa venuta veder voi e il vostro esercito". Allora partendosi li baroni e promettendo ciò ricordare a Baiothnoy e con celerità darli risposta, espettarono li frati dalla mattina al gran fervor del sole fino a nona; e ultimamente senza risposta alcuna ritornorno alla loro stanza. Cosí spesse fiate frequentando li altri giorni alla corte per aver licenzia d'andare, furno scherniti da' Tartari e riputati da quelli como vilissimi garzoncelli, né degni d'aver risposta, anzi come cani. Per tanto molte volte e quasi ogni giorno givano a corte, e da prima sino a sesta, e tal fiata a nona, in quel gran caldo del mese di giugno e luglio senza coperta alcuna dimoravano, chiedendo risposta o licenzia; ma non sendo tenuti degni pur di parlare con essi, sempre ritornavano al loro alloggiamento digiuni e affamati. In questo modo Baiothnoy, sdegnato verso di quelli, e per escusazion della sua scelerità opponendogli le ostinate risposte e comandando tre fiate che fossero morti, li ritenne nove settimane nell'esercito, dileggiandoli come indegni di udienza. Ma li frati, con umiltà sopportando la sua malizia e indegnazione, mutarono con ingegno la necessità in virtude.


Come li fecero espettare Augutha.
Cap. 47.

Al fine, suspesa la sentenzia per cinque settimane, fatto lettere da mandare al papa e apparecchiati suoi ambasciatori, pensò di licenziarli il giorno di s. Giovambattista; ma il terzo giorno seguente rivocò quello aveva deliberato, dicendo aver inteso come veniva un grande e solenne ambasciatore da Chaam, figliuolo d'Iddio, detto per nome Augutha. Costui, come molti affermavano, era mandato a signoreggiar tutta la Georgia, e nella corte dell'imperatore era delli primi consiglieri, e sapeva come Chaam aveva rescritto al papa e datoli un nuovo mandato, che si spargesse in tutto il mondo, la copia del quale Baiothnoy voleva portassino li frati, benchè poco innanti fossero licenziati. E forse, come molti credevano, si pensava di finir con questo prince la morte loro, che fin qua aveva differita. Onde, non si potendo resister alla tirannia sua, per tre settimane e piú con umiltà e pazienzia sostennero, aspettando di giorno in giorno l'avvenimento d'Augutha. Stavano fermi e immobili, avendo per sostentazion del corpo un poco di pane e acqua a bastanza; e alcuna volta, per non averne, digiunando fino a sera mangiavano latte di capra e vacche, forse ancor alle volte di cavalle, e piú spesso avevano acqua pura; e per non esser a sufficienza mescolavano col latte agro, senza far menzione alcuna di vino.


Come dapoi la venuta di Augutha si partirono.
Cap. 48.

Ma pensando frate Ascelino che facilmente, con questo tardare, potria perder il passaggio del mare che era necessario per la invernata che s'approssimava, andò a ritrovar un gran consigliero della corte, pregandolo che volesse con suo preghi far che Baiothnoy gli espedisse, promettendogli, se tal cosa facesse, non dovergli esser ingrati. Costui, andato da Baiothnoy, interpose preghiere e bone parole per li frati, onde fece far per comandamento suo le lettere al papa e metter in punto gli ambasciatori. Or, fatte le lettere e scritti entro li nomi de' noncii e apparecchiati al cammino ecco che quel giorno nel qual parimente erano per far partita sopragiunse Augutha con l'avunculo del soldano di Halapia e lo fratello del soldano di Mosloal, che anticamente si dicea Ninive. Costoro eziandio venivano dal gran Cane, a cui avevano fatto omaggio per li suoi descendenti, ed essi con molti doni e presenti onorato s'avevano fatto tributarii suoi. Vennero alla presenzia de Baiothnoy, e quello con molti doni adororno, tre fiate inginocchiandosi, come avevan fatto al gran Cane.
Di qui facendosi festa per tutto l'esercito e conviti a suo costume, in bever latte di cavalle e camelli, con canti over cridori, e invitando li Tartari d'intorno con le mogli loro a tal solennitade, lasciorno da canto le facende nostre e di tutti gli ambasciatori. Sette giorni continovi sedettero a mangiare, bere e solazzare; l'ottavo, che fu la festa di santo Iacobo, diedero licenzia a' frati che si partissero con le littere di Baiothnoy e Chaam, che dicono lettere d'Iddio, e insieme con messaggieri che mandavano al papa. Uno anno tra l'andar e dimorar e ritornar stettero li frati; ma frate Ascelino in quel viaggio stette anni tre e sette mesi innanzi che giongesse al pontefice. Frate Alessandro e frate Alberico furono con lui tre anni, poco meno; frate Simone due anni e sei settimane; frate Guiscardo, che l'avevano tolto da Triphleis, cinque mesi. Sono, come si dice, da Achon insino a quello esercito de' Tartari, in Persia, 58 diete.


Della lettera che fu mandata al papa.
Cap. 49.

La forma della lettera la qual mandò Baiothnoy al pontefice nostro è tale: "Per disposizion divina la parola d'esso Chaam mandata a Baiothnoy sappi, papa, esser cosí. Li toi ambasciatori son venuti e ne hanno presentato le tue lettere. Li toi noncii hanno detto gran parole, non sapemo se di tuo precetto o da se stessi abbin parlato. Tal parole erano nelle littere: molti uomini amazzate, estinguete e date in perdizione. Il comandamento stabile de Dio e lo statuto de colui che contiene la faccia dell'universo cosí è appo noi: qualunque udirà quello, abbi stanza sopra il proprio paese, aqua e patrimonio, e dia la virtú a quello che contiene la faccia de l'universo; ma qualunque il precetto e statuto non udirà, ma metterasi far a l'opposito, sia destrutto e dato in perdizione. Sopra ciò vi mandamo questo precetto e statuto: se volete abitar sopra la terra nostra, aqua e patrimonio, fa di bisogno che tu, papa, in propria persona venghi da noi, e a quello che contiene la faccia de l'universo ti appresenti; e se tu non udirai il precetto d'Iddio e di quello che contiene la faccia di tutto il mondo, noi nol sapemo (Iddio il sa), è necessario che nanti che venghi mandi ambasciatori, e ne facci avvisati se vieni o non, se voi far pace o esser inimico. La risposta di questo precetto tosto manderai a noi. Questo precetto per le mano de Aybeg e Sargis avemo mandato, dil mese di luglio, il vigesimo giorno di la luna, scritta nel territorio del castello Sitiente".


Delle lettere de l'imperatore mandate al medesimo principe.
Cap. 50.

Questa è la forma della lettera d'esso Chaam, che loro dicono esser lettera d'Iddio: "Per comandamento d'Iddio vivo, Chingiscam, figliuolo d'Iddio dolce e venerabile, dice: Iddio è eccelso sopra tutte le cose, esso Iddio immortale, ma sopra la terra Chingiscam solo signore. Vogliamo questo pervenir a notizia di tutti in ogni loco, alle provincie a noi soggette, alle provincie a noi ribelle. Fa di bisogno tu, o Baiothnoy, gli ecciti e faccia avviso che questo è il mandato de Dio vivo e immortale senza dimora, ed eziandio fagli a sapere sopra ciò la tua petizione, e in ogni loco questo mio mandato, dovunque potrà pervenir, ti noncio. E qualunque contradirà sarà preso a caccia, e il suo paese rovinato; e ti certifico che ogniuno che non udirà questo mio mandato sarà sordo, e chi vederà né averà cura di metterlo in esecuzione sarà cieco, e chiunque farà secondo il giuramento di questo, conoscendo la pace e non pigliandola, sarà zoppo. Questa mia ordinazione pervenga a notizia di quelli che sanno e non sanno. Qualunque udirà e non farà cura di osservare sarà destrutto, morto e dato in perdizione; pertanto ciò manifesta, o Baiothnoy. E qualunque vorrà la utilità della sua casa, proseguirà quello e si farà nostro servo, sarà salvo e onorato; e colui che contradirà a questo, secondo il tuo volere sforzati di castigarlo".


Viaggio del beato Odorico da Udine, dell'ordine de' frati minori; delle usanze, costumi e nature di diverse nazioni e genti del mondo; e del martirio di quattro frati dell'ordine predetto, qual patirono tra gl'infedeli.


Quantunque molti scrittori, quali hanno scritto del sito de la terra, abbino ancora detto delle usanze, costumi e natura di diversi popoli, nazioni e genti di esse, nondimeno, avendo io deliberato passar di là dal mar verso le parti orientali, acciò facessi alcun frutto nella salute dell'anime, mi è parso cosa lecita dire molte cose degne di grande ammirazione, come quello ch'avendole viste e intese possa fedelmente scriverne.
Dico dunque che, passando il mar Maggior, me ne andai in Trabisonda, anticamente chiamata Ponto Euxino. Questa terra è molto ben situata ed è porto e quasi scala di Persiani, di Medi e di tutti quelli che sono di là dal mare. Qui vidi cosa che molto mi piacque: eravi un uomo qual menava seco piú di quattromilla pernici, ed esso camminava a piedi per terra, e quelle lo seguivano volando per l'aere; e se ne andavano ad un certo castello chiamato Zanga, lontano da Trabisonda tre giornate. Queste pernici erano di tal sorte che, volendo il dito uomo riposarsi, tutte, a guisa de polli, intorno di lui s'acconciavano; e cosí le conduceva in Trabisonda, sino al palazzo dell'imperatore, ove egli eleggeva quante ad esso piacevano, e l'altre da novo menava al loco di dove prima l'aveva tolte. Sopra la porta di questa città è posto il corpo di s. Atanasio, quello dico qual compose il simbolo qual comincia: "Quicunque vult salvus esse etc.".
Ora, da quivi partendomi, me ne andai nell'Armenia maggiore, ad una città domandata Acron, città certamente buona; e per il tempo passato fu molto ricca e abondevole di carne, pane e di molte altre vettovaglie, eccetto che di frutti; e oggidí in quello stato di abondanzia e suo esser sarebbe, quando da gente tartaresche e moresche non fusse stata destrutta. Questa dicono esser la piú alta terra che al presente sia nel sito del mondo. Ha ancora buone acque, imperochè le vene dalle quale esse acque sorgono e nascono hanno origine e capo dal fiume Eufrate, distante dalla detta città una giornata; e da quello le acque per ditte vene pianamente trascorrono insino ad essa. Questa ancora ci diede mezo per andar in Tauris città.
Di qua partendomi, andai in un certo monte chiamato Sollisaculo, nella contrata del quale è il monte Gordico, dove Noè insieme con l'arca dopo la cessazione del diluvio si posò; lo quale, quando dalla compagnia con la quale io era fosse stato aspettato, con desiderio arei asceso. Nondimeno volendo, non ostante questo, salirvi, le genti della predetta contrada che ivi erano dicevano mai in alcun tempo alcuno aver possuto né poter salirvi, dicendo questo parere che non da altro procedesse, eccetto dal voler dell'altissimo e grande Iddio, al qual credemo, come se dice, che non piaccia che niuno vi salisca.
E da questa contrada e preditti monti partendomi, me n'andai in Tauris, anticamente chiamata Susi, città grande e regale e in bel sito posta, qual fu sotto il dominio di Assuero re: dove si dice esser l'Arbor secca in una mosceta, che vuol dire una chiesa di saraceni.
Questa città è la miglior per traffico di mercanzia che altra città qualsivoglia al mondo, essendo che non si trovano oggi cose, sí per il vitto dell'uomo come per altro uso, e sorte di mercanzia delle quali non sia copiosamente abondevole, e talmente che è quasi incredibile a credersi della tanta copia delle cose che ivi si trovano. Molti mercanti, sí convicini come di varii e diversi paesi, e quasi d'ogni parte del mondo, concorrono in la predetta per causa di mercanzia e uso de' lor mercimonii. Di questa intendeno coloro che dicono che 'l suo re ha piú intrata e rendita da essa sola che il re di Francia di tutto il suo regno. Non troppo lungi di quivi è un monte di sale, qual dà grande copia di sale a essa città, del quale ciascuno quanto gli fa di bisogno può senza pagarlo torre. In questa città ancora vi è un gran numero di cristiani di ciascuno paese e nazione, alli quali essi mori sono signori e dominano. Vi sono molte altre cose quali io, per fuggir la longhezza, lasso di scriverle. Da questa città partendomi, camminando per dieci giorni arrivai in una città domandata Soldania, dove il re de' Persiani nel tempo de l'estate dimora, e di là, venuto lo inverno, si parte ad invernare in una certa contrada di sopra il mar Bacud. Questa città è grande e ha in sé molte buone acque, e in essa si portano molte e grande mercanzie per vendersi.
Di essa partendomi con certi Caranani con li quali io era in compagnia, presi il cammino verso la India superiore, verso la quale molti giorni camminando arrivai in una città domandata Cassà, città delli magi regale e di grande stima, ma da' Tartari molto distrutta. Questa è molto copiosa di pane e di vino e d'altre cose. Dalla predetta città insino a Ierusalem, là dove li magi non per umana forza ma divina andorno, essendo che cosí presti arrivassero, sono cinquanta giornate.
Di qua partendomi, arrivai in una città domandata Gest, distante dal mare arenoso (mare molto mirabile e pericoloso) una giornata. In questa è una gran copia di frumento, orgio, vino e di altre vettovaglie e di ogn'altra cosa si possa dire, specialmente di fichi, uva passa verde come erba e molto minuta. Questa è la miglior città che il re de' Persiani possegga in tutto il suo regno, in essa quale dicano li saraceni che nessuno cristiano possa piú che per spazio di un anno vivervi.
Quivi da Gest partendomi e passando per molte terre e città, arrivai in una terra domandata Como, città anticamente grande e per il tempo passato molto dannosa a' Romani, le mura della quale sono circa cinquanta miglia di circuito, e sonvi oggi delli palazzi integri, ma inabitati; la predetta di molte vittovaglie è copiosa.
E da questa, molte terre vedendo, passai in una terra domandata Iob, sito di ciascuna cosa al vivere umano necessaria, molto buono, sí per essere vicina a monti nelli quali sono grassi pascoli per gli animali, come per esservi tanta copia di pernici che quattro d'esse si vendono men d'un grosso, e abondevole della piú perfetta e miglior manna che sia in alcuna terra del mondo. Li vecchi di questa sono bellissimi, ma in luogo di donne filano. Questa terra è all'incontro dal capo della Caldea alla tramontana.
Di dove partendomi, passai in la Caldea, il regno della quale è molto grande, e verso di essa camminando giunsi alla torre di Babilonia, dalla predetta distante quattro giornate. Nella detta Caldea è il vero idioma caldeo, qual noi chiamamo lingua caldea. Gli uomini della quale sono belli, e vanno molto ornati e acconci in quel modo che le donne nostre qui usano: portano in testa certi faccioli d'oro insertati di perle. Ma le lor donne sono brutte e non portano vestimenti né scuffia né altra legatura in testa, ma con li capelli sciolti e scapigliate, solo di una camicia insino alle ginocchia corta vestite e discalze vanno, con le maniche larghe e sí longhe che toccano la terra; e quando cosí in alcuno luogo vanno, vi è usanza che gli uomini dalli quali esse sono accompagnate avanti di loro camminano, sí come qui da noi gli uomini dopo le donne seguano.
Di qui partito, venni nella interiore India, molto dalli Tartari danneggiata, gli uomini della quale il piú delle volte il lor cibo usano solamente mangiare dattili, delli quali v'è tanta copia che 40 libbre d'essi per men prezio se hanno che sia un grosso: e di molte altre cose v'è il simile.
E partito che fui dal predetto luogo, molti luoghi e paesi passando, venni al mar Oceano. La prima terra che trovai era chiamata Ornez, terra ben murata e di molte e grandi mercanzie copiosa, in la quale è tanto grande caldo che le virile membra degli uomini escono dalla lor borsa e loco dove sono, e per insino alla mità delle coscie scendendo vengono: per il che fanno una certa unzione con la quale il corpo e le membra ongono, e quelle onte in certi sacchetti legate e intorno di essi centi portano; la qual cosa se li predetti non facessero, tutti senza dubio morirebbono. Gli uomini di questo paese usano certa sorte di barche, nell'una delle quali essendo montato, non vi potei vedere ferro alcuno. E con quella vinti giorni navigando giunsi in una terra domandata Thana, dove quattro nostri frati per amore e fede de Cristo glorioso e benedetto martirio pazientemente sofferirono: le ossa de li quali furono nell'India superiore portate, in una città domandata Zailo, dove in un certo luogo de frati del medesimo ordine furono con grande onore e reverenzia riposte.
Il predetto loco de Thana sí de pane e vino come anco d'arbori è abondantissimo. Questa terra per il tempo passato fu grande, allora che 'l re Porro, quale con Alesandro re ebbe gran guerra, la dominava; ma al presente, dapoi che li mori per forza la presero, è sottoposta al dominio de Doldalo lor re. Il popolo de questa adora gli idoli, cioè il fuoco, il serpente e gli arbori, quali essi per loro dei tengono. Usa ancora il predetto popolo e ciascuno d'essi tenere avanti sua casa un pede o vero pianta de fasioli, quanto una colonna grosso, al qual per insino gli danno l'acqua in niuno tempo si dissecca. In lo paese e contrada di questa vi sono varie e diverse sorti d'animali, come leoni negri in grande numero, simie, gatti maimoni e nottue cosí grande come qui appresso noi sono li colombi; similmente li sorzi d'essa cosí grandi come qui da noi li cani, quali lor cani gli ammazzano, non potendo le gatte prenderli. Sonovi ancora molte altre belle cose e delettevole ad intendere.
Ma da quivi arrivai in un bosco detto Muubar, di circuito 18 giornate, dove il pepe, e non in altra parte del mondo, nasce. Mi è parso utile e non fuor di preposito scrivere in che modo esso pepe nasca e si coglia. Dico dunque che 'l pepe nasce in certe foglie d'erba, domandata elera, quali foglie si piantano a canto gli arbori pini, olmi e altri arbori grandi, sí come qui da noi e universalmente in terra di lavoro usasi piantar le vigne. Quali poi in alto elevate fanno li racemi, a modo delli racemi de l'uva, e talmente di pepe carchi che per il soperchio peso parono spezzarsi; qual maturato, essendo allora in color verde, lo vendemmiano nel modo che fanno qui le vendemmie dell'uva, e poi colto lo pongono a seccare e deseccato lo serbano nelli vasi. In lo predetto bosco sono due città una chiamata Ziniglin, l'altra Alandrina, quali continuamente tra esse fanno guerra, e parte da giudei, parte da cristiani abitata: e in quelle guerre sempre cristiani restano delli iudei vincitori. Vi sono ancora nel predetto bosco certi fiumi, nelli quali sono cocodrilli, venenosi serpenti.
Dal capo ancora di questo bosco verso il mezogiorno vi è una città chiamata Palombo, nella quale nasce il zenzaro meglior che in altra parte del mondo nasca; la quale molti non credano che sia di tanti mercimonii grassa, delli quali essa veramente abonda. In lo paese di questa adorano il bove, qual essi per loro dio tengono e stimano, e quello la mattina uscendo dalla stalla, di sotto di esso mettono dui bacili d'oro, nell'uno delli quali pigliano la orina, nell'altro il sterco. Dell'una lavano la faccia, dell'altro in tre parte del corpo mettano: primo in mezo del viso, secondo nella sommità delle galte, ultimo in mezo del petto; e questo modo non solamente il popolo, ma il lor re e la regina osservano, con quello veramente estimandosi esser santificati e salvi. Il predetto bove lor dio fanno per sei anni fatigare, nel settimo è nel commune. Questi popoli similmente hanno per lor dio un idolo mezo uomo e mezo bove, e quello adorano: quale piú volte ad essi popoli rechiedendo dice che amazzino quaranta vergini, del sangue delle quali abbino a far sacrificio ad esso. Per il che sí li uomini come le donne usano far voto di dar al ditto li loro figliuoli e figliuole (in quel modo che delli nostri noi per alcuno caso o infermità facciamo, in alcuna religione dedicandogli), quali, venuto il tempo, avanti il detto idolo amazzano, e il sangue de quelli avanti esso sacrificano, secondo che il profeta dice "immolaverunt filios et filias suas demonibus". Osservano ancora un altro pessimo e irragionevole costume, che, morendo alcuno, il corpo morto e la sua moglie insieme, quantunque viva, dopo quello abbrucciano, dicendo quella insieme con esso seco in l'altro mondo godersi; e se la donna del morto ha con esso figliuoli, può senza esserli reputato in vergogna con essi starsi. Ma, se la donna avanti del marito muore, da niuna lege vi è il marito costretto che, volendo altra moglie, non possa. Le donne similmente di questo loco portano raso il viso e la barba, e il lor bevere è vino; li uomini il contrario di esse usano. Molte altre cose a queste simile il predetto popolo osserva, quali, per essersi a vedere come ad intendere abominevoli, lascio di scrivere.
Da questo regno insino ad un altro gran regno chiamato Mebor (sotto del quale sono molte altre cittadi e terre) sono dieci giornate. In esso è il corpo del beato Tommaso apostolo, dove la sua chiesa è piena d'idoli, al contorno della quale sono circa quindici case di cristiani, ma mali uomini ed eretici. Similmente in questo è un idolo di statura grande, come generalmente li pittori qui da noi dipingono san Cristofono, tutto d'oro fino composto e in una catreda similmente d'oro assettato, avvolto con una corda al collo di pietre preziose e di gran valore, quale non solamente le genti di quel paese onorano, ma molti di lontani paesi (sí come cristiani vanno a San Pietro) a quello corrono e visitano. Delli quali molti con una corda, altri con una tavola al collo alligata, molti con un cortello al braccio cacciato vengono, e quello mai muovono insino che al ditto idolo siano arrivati; al qual gionti il braccio, già per la ferita marcio, tagliano e troncano. Molti altri qual per il medesimo effetto vengono, mosso che dalla lor casa hanno tre passi, nel quarto fanno una cava sopra la terra, quanto uno di essi longo, qual poi con uno incensero con incenso e fuoco dentro aspergono, alli quali, mentre che sono in cammino, accascando fare alcuna cosa, fanno un certo segnale per il qual conoscano quanto abbiano camminato. E cosí continuamente procedendo camminano insino che al ditto idolo siano venuti, dove essi per tai impedimento e lor cerimonia impediti in longo tempo arrivano; e al qual finalmente aggiunti, nel canto della chiesa del ditto idolo trovano un lago, nel quale li peregrini, e tutti quelli che per causa di visitar detto idolo vengono, buttano oro o argento o pietre preziose in onore dell'idolo e per causa della fabrica del tempio di esso. Per il che, quando in quello vi è da farsi o renovarsi alcuna cosa necessaria, in quello fanno con diligenzia cercare, dove trovano una quantità d'oro e d'argento e finalmente tutte quelle cose che sono state da' peregrini e altri (come ho detto) buttate.
Nel giorno che questo idolo fu fatto vengono tutti quelli che sono di quel contorno, e al loco dove sta esso idolo vanno, qual solennemente prendeno e sopra un ornato e acconcio carro l'assettano, e quello poi il re e la regina, con tutti li forestieri e tutto il popolo coadunato insieme, fuor della chiesa menano e insino ad un certo lor loco deputato con grandi instrumenti e sorte di suoni accompagnano, avanti di esso molte vergine precedendo, quali a due a due mirabilmente insino al ditto loco cantando vanno. Al qual venuti, il ditto popolo e donne insieme con quella medesima armonia, suoni e istrumenti il riportano, e in quel loco di dove prima l'hanno tolto ripongono. E nel portar che fanno del detto carro molti di quelli peregrini per causa della festa venuti avanti del popolo si appresentano, dicendo aver desiderio in servizio e amor del lor dio morire. Il che detto, nel loco di dove il carro ha da passare in terra si mettono, sopra delli quali il carro passando gli amazza e subito morono; e in questo modo ciascuno anno piú di cinquanta vi morono, li corpi de li quali sono con diligenzia tolti e abbrucciati, estimando quelli (essendo per lor dio morti) esser santi.
Usa ancora il popolo di questo loco che, se vi capita alcuno qual faccia intendere volere per il suo dio morire e amazzarsi, allora gli amici, parenti e tutti li buffoni di quella contrada insieme si ragunano a far festa a costui, al collo del quale cinque cortelli ben aguzzati appendeno, e quello avanti del lor idolo con grandi canti accompagnato menano. Al qual gionto e preso in mano un di quelli cortelli, taglia la sua carne, e quella tagliando con alta voce dice: "Per il dio mio taglio la carne mia"; e li pezzi di essa butta nella faccia di quel idolo, dicendo: "Voglio per il mio dio morire", e cosí finalmente muore; il corpo del quale subito abbruciano, dicendo quello esser santo, avendosi per il suo dio ammazzato. Vi sono ancora in questo regno molte altre maravigliose e inusitate usanze, da non farsi d'esse menzione né da scriversi.
Da questo regno e paese partito, presi il cammino verso il mezogiorno e, per il mar Oceano venti giorni navigando, venni in un paese domandato Lamori, dove, per la distanza del cammino, incominciai a perdere la tramontana, perchè la terra per la sua altezza se gli opponeva. Quivi è tanto grande il caldo che cosí gli uomini come le donne vanno nudi, de niuna sorte di vestimenti coperti; per il che, vedendo me, si maravigliavano e mi beffavano, con dire il Dio Adam aver fatto l'uomo nudo, e al suo mal grado volere io andar vestito. Gli uomini di questa contrada hanno le lor donne in commune, talmente che nissuno delli uomini ha donna qual possa dire esser sua, né meno esse delli uomini nessuno essere suoi. Delle quali se alcuna viene a figliar, quello che o maschio o femina nasca ad un di quelli con li quali esse hanno conversato donano, e lo chiamano patre. Il sito di questa terra è molto buono, abondevole sí di carne, di biada e di riso come ancora d'oro, di legna, di aloe, di canfora copioso, ma abitato da genti crudeli e pessime, quali di carne umane non meno si notricano che noi del manzo facciamo. Per il che molti mercanti di lontano paese vi vengano a vendere a costoro uomini e figliuoli, quali essi comprano, e comprati gli ammazzano e mangiano. E cosí di molte altre, quali non scrivo, cose a queste simili vi sono.
Nel medesimo paese di Lamori, verso il mezogiorno, è un altro regno, chiamato Sumoltra, di molte cose copioso, nel qual sí gli uomini come le donne usano in circa dodeci parte della faccia con un ferretto caldo segnarsi; e questi continuamente fanno guerra con quelli che vanno nudi. Vicino al qual v'è un altro regno chiamato Botterigo, dove nascono molte cose quali non scrivo.
Similmente non da lungi di questo regno di Botterigo è una isola di circa tremila miglia di circuito, domandata Iana, nella quale nasce la canfora, le cubebe, le melegete, le noci moscate e molte altre specie similmente preziose; è finalmente grassa di tutte le cose al vivere dell'uomo necessarie, eccetto che di vino. Il re della quale ha sette re sotto di sé, il palazzo del qual è molto grande a maraviglia; le sue scale sono di molta grandezza, alte e larghe, e li gradi d'essa uno d'oro, l'altro d'argento è fatto. Li lati della sala uno d'oro, l'altro d'argento è coperto e composto, e li muri d'esso sono tutti di lame d'oro limate, nelle quali vi sono scolpite molte imagini di cavalieri, alla testa delli quali vi è un circulo (sí come qui l'imagine di nostri santi tengano) tutto d'oro e di preziose pietre insertato; e da un tetto tutto di fino oro fatto coperto. Finalmente questo palazzo è piú bello e piú ricco che qualsivoglia altro al mondo. Con il detto re molte volte il gran Can di Catay ha fatto guerra, ma sempre da questo è rimasto vinto e superato.
Vicino a questa isola è posta un'altra contrada domandata Paten e d'alcuni altri chiamata Malamasmi, sotto della quale sono molte isole. In questa contrada sono varie e diverse sorti d'arbori, delli quali alcuni farina, alcuni mele, altri vino producono, e molti veneno il piú pericoloso che sia al mondo; tal che, se casualmente alcuno ne prendesse, a quello non è niuno rimedio se non uno, che pigliano del sterco dell'uomo e quello dissoluto con acqua beveno, e in questo modo si liberano. Quelli arbori che producono farina sono grandi, ma di poca altezza, il tronco delli quali con una accetta tagliano, di dove escie un certo liquore simile alla colla; qual essi in certi sacchetti di foglia mettono, e quello per spazio di giorni quindeci al sole lasciano. Dove dimorando, nel fine di detto spazio si converte in farina, qual pigliano, e nell'acqua del mar dimorando per dui giorni continui quella lasciano. Qual passati ripigliano e nell'acqua dolce la lavano, e di quella poi fanno pane molto buono, di fora bello ma dentro alquanto negro, e non solamente di quello pane, ma in ogn'altro uso che lor piace se ne serveno: del qual io, fra Odorico, ho veramente visto e mangiato.
Appresso di questa provincia e paese di Paten, verso il mezogiorno, vi è il mar qual chiamano il mar Morto, l'acque del quale sí continuamente e veloce verso il mezogiorno corrono che, se alcuno vi casca, mai piú (per la velocità credo d'esse acque) si ritrova. In questa contrada sono certe sorti de canne delle quali alcune son passi cinquanta di longhezza, e grandi come arbori; alcune altre sono quale a modo di gramegna per la terra s'estendeno, domandate casar, dove in ciascun nodo d'esse sono le radici le quali produceno altri rametti, e quelli da rami in rami procedendo s'estendono per piú d'un miglio. In esse se trovano pietre di tal virtú che quelli che le portano addosso non ponno esser da spada né da alcun ferro offesi, per il che molti uomini menano li lor figliuoli, alli quali essi fanno una ferita picola al braccio, nella quale essi dentro mettono de quelle pietre, e quella poi con una polve de un certo pesce e con quelle pietre dentro consolidano. Molti diventano gagliardi e animosi corsari, dalli quali gli altri naviganti vedendo esser grandemente offesi e non potere da quelli con arme di ferro difendersi, cominciano per loro defensione a fare certi pali acutissimi di un fortissimo legno fatti e con ferro legati; con li quali (essendo da ditti corsari assaliti) e con certe altre saette similmente acutissime quelli feriscono e da essi, essendo massimamente quelli poco armati, gagliardamente in questo modo si difendono. Delle predette canne similmente ne fanno vele alle lor nave, sostorie, pagliette, e altre cose di molta utilità. Finalmente in questa contrada sono di grande maraviglia, e tali che narrandole non sarebbono credute, onde non ho curato troppo di scriverle.
Questo regno per molte giornate è distante da un altro regno domandato Zapa, il paese del quale è molto ricco di robbe e altre cose che sono all'uso dell'uomo necessarie. Il re ha molte moglie e donne, dalle quali tra maschi e femine dicesi aver circa 200 figliuoli. Questa similmente ha quattordici elefanti domestici, quali esso tiene, e quelli fa dagli uomini delle sue ville, quali ad esso sono soggiette, a quel modo guardare come li nostri qui guardano pecore, castroni o simili altri animali. Nel mar di questa contrada vi è una certa sorte di pesci, maravigliosa certo e cosa bella ad intendere, di tal natura che ciascuno anno se parteno per venire alla detta contrada, e nel venire che fanno tanto e sí innumerabile è il numero di essi che 'l mare pare sia tutto di pesci coperto. Alla ripa del qual venuti, dal mare in quella si lanciano e buttano, e là per tre giorni continui stanno; qual passati, vengono li altri e fanno l'istesso che hanno fatto li primi, e cosí di grado in grado secondo lor condicione e specie tutti fanno. Alla qual ripa gli uomini di quel paese vanno e di quelli quanto lor piace ne toglieno; quali essendo domandati della causa onde questo proceda, rispondono detti pesci far quello in onore e riverenza del lor signore. E in questo loco ancora ho visto una testudine di grandezza mirabile, simile al cuba overo trullo di Santo Antonio a Padoa. In questa contrada pur si usa che, se alcuno more qual abbia moglie, quella insieme con il marito abbruciano, estimando insieme in quel mondo, sí come in questo, andare a godersi.
E da questa contrada partendomi e navigando per il mar Oceano verso il mezogiorno, trovai molte isole e contrade; e tra le altre che trovai v'era una isola domandata Hicunera, di circa duomila miglia de circuito. Gli uomini e le donne di questa contrada adorano il bove, qual essi lor dio stimano, per il che ciascuno d'essi porta nella fronte un bove di oro o d'argento, dinotando quello esser il lor dio. Costoro similmente vanno nudi, di niuno vestimento coperti, ma solamente di una tovaglia, con la quale le loro vergognose membra nascondono, centi vanno. Sono sí di statura grandi come di fortezza di corpo gagliardi e in guerra valenti, alla quale quando vanno, cosí nudi e senza armi se partono e in quel modo combattono, solamente di un scudo che lor cuopre la testa, il corpo insino al piedi grande difesi; e se gli accasca prendere alcuno qual non si possa riscattare, quello non ammazzano, ma lo lassano per il lor cammino andare. Il re di questa contrada porta una collana nella quale sono trecento perle grosse e di gran valore, e ciascun giorno in onore delli suoi dei dice trecento orazioni. Porta ancora un rubino grande e longo un palmo, di sí vivo colore che pare essere una fiamma di fuoco; si stima questa essere la piú bella e la piú preziosa pietra che sia al mondo. Il gran Tartaro di Catai l'ha molto desiderata, né mai per denari o per forza o ingegno ha potuto ottenerla. Osservasi per tutto il suo regno gran giustizia, talchè ciascuno può per quello securo andare.
L'altra isola era di circa duemila miglia di giro, domandata Silam, di cose al vivere necessarie e di altri beni molto grassa; in essa è un infinito numero sí di serpenti ed elefanti come di molti animali selvaggi, tra li quali ivi dicono esserne alcuni quali non offendono uomini forestieri né di altro paese, ma quelli che sono in quella isola nati solamente noiano. In questa contrada ancora è un grande e alto monte, dove dicesi Adam aver ivi pianto il figliuolo cento anni, sopra del quale è un bel piano e in mezo di quello è un grande e profondo lago, le acque del quale dicono essere nate (il che non si crede) le lagrime d'Adam e d'Eva. Nella profondità d'esso si trovano molte pietre preziose, quali il re di questa contrada a' poveri per la sua anima dona, lasciando quelli una over due volte l'anno in ditto lago intrare, permettendo che togliano di queste pietre quante essi ne ponno prendere, e prese a quelli liberamente donando. E perchè ditte acque sono piene di sanguisughe, acciò che ditti poveri vi possano intrare senza essere da quelle offesi, pigliano un certo frutto domandato bavoyr, qual pestano, e pesto del succo di quello molto bene s'ungono, e unti in ditto lago entrano, e non ponno le sanguisughe per il ditto licore e succo di quel frutto offendergli. Le acque che vengono giú per questo monte da questo lago, dove cavando si trovano fini rubini, diamanti, perle e altre pietre preziose, per il che il re di questa contrada si dice avere piú pietre preziose che altro re che sia al mondo.
Da qui partendomi e piú verso el mezogiorno caminando, arrivai in un'altra isola domandata Dadin, che appresso noi significa immondo e brutto: perchè gli uomini che qui dimorano in lor cibo usano mangiare carne crude, sí umane come di molti altri animali, e d'ogn'altra bruttezza che si possa dire. Osservano tra essi un brutto e abominevole costume, che 'l padre mangia il figlio e il figlio il padre, la moglie il marito e il marito la moglie, in questo modo. Infermandosi il padre d'alcuno, subito il suo figlio va da l'astrologo, cioè lor sacerdote, al quale dice: "Signore, vi prego che andiate dal nostro dio a saper se mio padre die esser liberato da questa infirmità, overo deve per quella morire". Allora il sacerdote con il figlio dell'infermo insieme vanno dal lor idolo, al qual gionti fanno orazione e dicono: "Signor, tu sei il nostro dio, qual noi per nostro dio adoriamo e stimiamo; ti preghiamo che vogli risponder a quello che noi ti domandiamo. Il tale uomo è molto infermato: ti domandiamo se deve di tal infirmità essere liberato, over di quella morire". Allora il demonio per bocca di quell'idolo risponde: "Tuo padre non morirà, ma da questa infirmità serà libero, ma tu adesso tali e tali cose quali ti comando farai". E cosí, inteso il figlio il modo qual deve tenere nel governo di suo padre, da quello si parte e va da suo padre, al qual serve diligentemente facendo tutto quello che l'idolo ha detto, insino a tanto che 'l ditto suo padre è liberato totalmente di sua infirmità.
Ma se 'l demonio averà detto che 'l padre ha da morire, allora il detto sacerdote va là dove sta l'infermo e, postoli un panno alla bocca, il soffoca; e morto in questo modo che l'ha, subito lo spezzano in piú pezzi, e tagliato che l'hanno invitano gli amici e parenti e tutti li buffoni di quella contrada, quali insieme con li figliuoli e la moglie con grand'allegrezza e suoni lo mangiano. Le ossa del quale poi con grande solennità sotteranno, e gli altri parenti, quali non sono stati per sorte alla festa con essi, se lo reputano in grande vergogna. Questi volendo io di tal cosa riprendere, dicendo che essi facevano contra ogni ragione e natura di tutti gli altri animali, "imperochè, se voi amazate un cane, quello gli altri cani non mangiaranno: quanto maggiormente voi, che sete uomini razionali, non dovereste fare questo?", essi respondevano: "Noi la mangiamo acciochè non la mangiano li vermi e per quello pata alcuna pena, imperochè, essendo mangiata da' vermi, l'anima di quello patirebbe gran pena". E quantunque molte cose replicassi, mai in alcuna parte dalla lor opinione e costume li potei rimovere. In questa similmente vi sono molte e altre diverse novitati, quali se non si vedeno non se gli può dar fede, perchè in tutto 'l mondo non sono piú grandi e maravigliose cose di quelle che sono e si trovano quivi.
Delle parti di questa contrada volendomi io ben informare, tutti dicevano questa India avere sotto di sé vintiquattromila isole, delle quali la maggior parte è abitata, e similmente avere sessantaquattro re di corona. E con questo faccio fine di scrivere altro dell'India inferiore: al presente intendo solamente dire della superiore.
Dalla qual partendomi, presi il cammino verso l'oriente e, per il mar Oceano molti giorni navigando, venni in una nobile e grande provincia domandata Manzi, qual noi chiamamo India superiore, molto abondevole di pane, di vino, di carne, di pesci, di riso e finalmente di tutte cose che fanno per l'uso dell'uomo molto ricca. Della grandezza della quale volendomi informare, domandai molti mori, cristiani e officiali del gran Cane, quali di un istesso parlar affermavano questa provincia anzi avere 2000 grosse città sotto di sé, talmente grandi che né Venezia né altra città si potrebbe equiparare a quelle di grandezza; per il che tanta moltitudine di genti e numero di uomini è in la predetta provincia che è incredibile a dirsi. Delli quali tutti sono mercanti o vero artesani, quali per lor povertà, purchè possano con le mani aiutarsi, non patono alcuno bisogno. Gli uomini di questa sono di corpo belli, ma alquanto di color pallidi, la barba delli quali è rara e longa, a modo di gatte; ma le donne sono di corpo e di faccia bellissime.
La prima terra di questa provincia qual io trovai era domandata Ceuscala, per tre Venezie di grandezza, distante dal mare una giornata e sopra d'un fiume posta, le acque del qual nascono dal mare e si stendono di là dalla terra 12 giornate: terra di grande abondanzia e di tutte le cose che si trovano al mondo fertile, e di tanta quantità di zenzaro copiosa che 300 libre d'esso si hanno per men prezio de un grosso. Quivi ancora si trovano le piú belle, grasse e migliore oche che siano oggi al mondo, e al doppio de le nostre grande, de color bianche, sopra la testa delle quale nasce un osso di grandezza simile ad un ovo, di color sanguigno; e sotto la gola di essi pende una pelle per mezo palmo longa. Di esse vi è il miglior mercato che in qual altro loco si voglia, talchè una d'esse cotta e ben concia costa men d'un grosso; e quella copia che si trova là di queste, la simile d'anatre e di galline, quali sono a maraviglia grandi. In questa si trovano serpenti, di grandezza piú grandi che tutti gli altri del mondo, quali gli uomini di questa terra prendono, e presi li mangiano: la vivanda delli quali talmente solenne e unica è stimata da essi che, accadendo a quelli fare un convito o vero alcuno pasto nel qual non vi sia stato la minestra di quest'animali, si riputano non avere fatto e non essere stato in quel convito cosa degna. Gli uomini di questa città e di tutta questa provincia sono idolatri, e usano certa sorte di barche per navigare e grandissime, come in tutte le altre città del suo regno.
Questa contrada lasciata, passando per molte città, doppo longo camino di molti giorni, venne in una certa città molto nobile domandata Zaton, quale di tutte quelle cose che sono all'umano uso necessarie è molto grassa, ma di zuccaro tanto che tre libre e otto onze di quello ivi vagliono men di un grosso. Questa città al doppio di Bologna è grande, e vi sono molti monasterii di religiosi idolatri, quali adorano universalmente gli idoli, nell'uno delli quali io fui e trovai che vi erano 3000 di questi religiosi, e nella loro chiesa vi erano 11000 idoli, di statura sí grandi che 'l piú picciolo d'essi era di grandezza simile alla pittura che si fa qui da noi di san Cristoforo. Alli quali quando essi danno a mangiare (perchè vi fui presente) fanno portare le minestre calde, e quelle avanti d'essi idoli pongono, e il fumo d'esse ascende nella faccia d'essi idoli, e ivi tanto quelle dimorare lassano insino che vi sia fumo; e quello lor tengono essere la vivanda di lor dei, stimando di quello essi nutrirsi. Il resto che avanza lo riserbano e mangiano essi. Molte altre cose in questa terra trovai quali lasso scrivere.
Da questa verso l'oriente caminando, venni in una città domandata Fluzo, bella e di circa 30 miglia de grandezza, sopra del mare posta, nella quale li galli sono sí grandi che in altra parte del mondo non si trovano maggiori, e le loro galline sono bianchissime come neve, senza penne, ma di lana (in loco di quelle) coperte, a modo di pecore.
Dalla quale partendomi e caminando 18 giornate, passando molte città, terre e diversi paesi, venni in un gran monte abitato da due lati, nell'uno lato del quale abitavano certe genti quali vivevano in un modo de vivere strano e inusitato, e tutti gli animali che sono e nascono in quello son negri; e gli animali che in l'altro lato si trovano sono bianchi, similmente da stranie genti abitato e nel vivere molto dagli altri alieno: le donne quali hanno marito hanno in testa un gran barile di corna, quali in segno del lor maritaggio portano. Da questo predetto monte doppo il camino di 18 altre giornate, vedendo molti luoghi e paesi, arrivai in un gran fiume, per il traverso del qual era un ponte, e nel capo d'esso una casa di un pescatore dove alloggiai, qual, volendo darmi alquanto spasso mi disse che se volevo andar seco a vedere un bel pescare. Similmente in un altro loco partito e allontanatomi da questo fiume molte giornate, vedetti un altro modo di pescare qual era questo, che gli uomini che pescavano erano in una barca nudi, con un sacco dietro al collo legato, e in quella una tina d'acqua piena tenevano, e ciascuno d'essi con il sacco nell'acque butandosi prendeva li pesci con le mani, qual presi in quel sacco mettevano; e dall'acque levatosi saliva nella barca, dove reponeva li pesci quali avea presi, e subito intrato nella tina in quell'acqua calda si lava, e in questo modo uno doppo l'altro facevano.
Venni doppo questo in una città domandata Cansay, che appresso noi vuol dire città celestiale, di pane, di vino, di carne, di porco, di riso e finalmente di tutte quelle cose che sono all'umano uso necessarie copiosa, e ancora di mercanzie grandi, e nobilissima. Questa è la maggior città che sia oggi al mondo, e in tutto il sito della terra di grandezza e circuito (secondo l'opinione di molti cristiani e altra gente che ivi dimorano) è 100 miglia, posta appresso un fiume, qual dall'un lato di essa passa, sí come in Ferrara; per il che la detta è piú longa che larga, circondata tutta d'acque di lacune come Venezia, nel contorno della quale sono circa 11000 porti, in ciascuno delli quali sono le guardie del gran Cane quali ivi per difensione e guardia d'essa città continuamente dimorano. Questa ha 12 porte principali; lungi da ciascuna d'essa piú di 8 miglia vi sono città maggiori che Venezia e Padova di grandezza, talchè caminerà alcuno sei e otto giorni continui, caminando sempre per ditto spazio alle volte per un borgo solo e loci abitati d'essa: onde parerà, doppo longo e grande camino, non aversi quasi di là partito. Questa città sí grandemente è abitata che non è spanna né palmo d'essa dove non siano abitacoli, talchè in una casa saranno alle volte dieci e dodici fuochi insieme, quali, per statuto del lor signore, pagano per ciascuno anno un balis, che vuol dire cinque carte bombacine, di valore un fiorino e mezo delli nostri. È ben vero che ditti dodeci fuochi, essendo in una casa insieme, fanno e sono numerati per un fuoco, e cosí per uno pagano; quali tutti sono 90 tunne, vocabulo e nome che appresso noi significa numero di 10000. Nonanta tunne adunque importa qui da noi numero di 90000 fuochi. E gli altri che ivi dimorano, alcuni son cristiani, alcuni mercanti, alcuni passaggeri che di là passano. Finalmente, piú volte mi maravigliai come tanta gente e numero di uomini vi potesse capire; e sotto di essa sono li borghi, nelli quali non minor numero di gente vi sono che sia in essa città.
Qua capitando quattro nostri frati minori, convertirono un grande e potente uomo alla fede nostra, nella casa del quale allora alloggiai, e quello alle volte mi diceva: "Atha, - che vuol dire padre, - piace a voi venir meco a spasso vedendo la terra?" Al qual io risposi piacermi, per il che, in una barca montati, andassimo ad un gran monastero, al qual intrati chiamò a sé un di quelli religiosi; e quello là venuto, mostrandomi gli disse: "Vedete voi questo raban frach (cioè questo uomo religioso)? Costui viene dalle parti occidentali e va al presente in Cabalec a pregar alli dei la vita del gran Cane. Per il che vi prego che mostriate alcuna cosa nuova a costui, ch'esso poi, partito di qui, possa in questa città di Cansay avere alcuna cosa nuova visto raccontare". Quale rispose esserli grato far tutto quello ne piacesse, e cosí di là andassimo seco. Qual prese prima dui gran mastelli pieni di molene e altri fragmenti quali doppo la lor tavola avanzavano, e quelli presi andassimo ad un certo giardino nel quale, aperta primo la porta d'esso, entrassimo, dove era un monticello di delettevoli e ameni arbori pieno. Cosí stando, il predetto uomo prese un cimbalo e quello preso incominciò a sonare, al suono del quale varii e diversi animali che in quello monticello dimoravano si movevano, e giú dal detto monte a tre a tre ordinatamente li vedevamo scendere: delli quali alcuni erano come gatti maimoni, alcuni altri avevano la faccia di uomo, altri di diversa sorte. Quali avanti d'esso cosí ordinatamente venuti, a quelli secondo era di bisogno e secondo la lor qualità dava mangiare, ponendo avanti d'essi certi catini dove mangiavano. E quando al ditto uomo pareva ch'avessero mangiato, preso un'altra volta il cimbalo in mano e sonandolo, tutti al lor loco ritornavano. Della qual cosa ridendomi, domandai onde questa cosa procedesse, ed egli rispondendomi disse: "Queste sono le anime di gentiluomini grandi e potenti, quali noi per l'amor di Dio pascemo". "Come le anime di gentiluomini? - dissi io. - Questi sono bestie e animali come gli altri". Qual replicandomi disse: "Queste sono le anime di gentiluomini grandi e potenti (com'ho detto), quali, partiti che sono dal corpo, vengono in simil animali ad albergare, in tanto che, secondo la nobiltà e grandezza del morto, sua anima si elegge un animale bello e nobile come lei ad abitarvi. E le anime degli uomini rustici e villani entrano in corpo d'animali vili simili ad esse, e in quelli abitano". Al qual pur sforzandomi volerli dire il vero, non potei mai da quella opinione ritrarlo.
Finalmente, chi volesse dire a pieno tutte quelle cose che in questa città sono, certo che in longo scrivere né anco compiria. Visto che ebbi Cansay, mi parti' e caminando sei giorni venni in una gran città domandata Chileraphe, terra in un bel sito posta, di grandezza e circuito di muro 40 miglia: città molto abondante, nella quale fu la prima sede del re manzo, e nella quale sono circa 370 ponti di pietre, piú belli che siano al mondo. Quivi ancora è una sorte di barche per navigare di grandezza mirabile.
Da Chileraphe venni in un fiume grande, chiamato Dotalay, maggiore di tutti gli altri fiumi che siano oggi nella terra, talmente che il piú stretto loco d'esso è di larghezza sette miglia. Qual passa per mezo la terra de' Pigmei, domandata Tacchara, città delle piú belle e maggiori che siano al mondo. Gli uomini di questa son chiamati Pigmei, de statura tre spanne o palmi grandi; e non solamente essi, ma gli altri uomini di altro paese, quantunque grandi, che ivi dimorano, se generano figliuoli, quelli sono di picciolezza di corpo simili a quelli Pigmei. Quali essendo nell'età di cinque anni si maritano, onde vi nasce ed è tanto il numero di questi che non si può né dire né numerare; per la lor picciolezza vengono da tutto il mondo nominati e famosi. Questi tali hanno il discorso della ragione come noi, e il loro lavoro è di bombace, della qual fanno piú opere che in altro loco del mondo.
E passando da questo fiume e da molte altre cittadi, venni in un loco domandato Iamzai, città nobile e grande, de abitazione de 80 tunne, cioè 80000 fuochi, essendo com'è detto che una tunna significa numero de 10000, di tutte le cose che sono per il vitto degli uomini abondantissima. Di essa il loro signore ha di entrata e rendita 50 tunne di balassi, cioè numero de 750000 fiorini, essendo che pur abbiamo detto che ogni balasso importa il valore de un fiorino e mezo delli nostri. Ma acciochè per il pagare di una tanta summa di denari detta città non patisse disaggio e impoverisse, il detto signore gli lassava dugento tunne. Quivi usasi che, volendo alcuno invitare a pasto suoi amici o altro, va a certi alloggiamenti a questo solo effetto deputati, dove là gionto chiama quello che governa lo alloggiamento, e dicegli: "Patrone, io voglio fare un pasto a certi miei amici e spendere tanto: fate che trovi apparecchiato". Partito, torna poi con quelli a chi ha da fare il pasto al ditto alloggiamento, ove si fa il pasto ordinatamente, essendo là molto meglio serviti che nelle lor case proprie. Quivi ancora è una sorte di barche di grandezza mirabile; e in quella vi è ancora un loco de frati minori dell'ordine nostro.
Da longi di questa città dieci miglia, nel capo di questo fiume, è un'altra città domandata Meugu, quale come le altre città sono bianche, e li lor palazzi e sale di essi sono giú nella pietra cavati, e là abitano; e molte altre cose belle e mirabili vi sono, ma tra le altre una sorte di barche cosí grande che è incredibile ad intendere la grandezza di esse.
E da questo passando molte cittadi e luoghi e caminando otto giorni per acqua dolce, venni in una città domandata Benzin, sopra de un certo fiume posta, domandato Caramoraz: questo fiume passa per mezo la città di Catay, alla quale, quando le acque d'esso crescono, fanno gran danno, come il Po qual passa per Ferrara. E caminando molti giorni per questo fiume giunsi in una città domandata Suzupato, molto di pane e vino e mercimonii e d'ogn'altra cosa copiosa, e di sorgo tanto abondevole che in tempo quando è piú caro e costa, ivi 40 libre costano men d'otto grossi.
Dalla predetta città di Suzzumato partendomi venni in una nobile e grande città chiamata Cabalec, molto antica e nobile, posta nella provincia di Catay, quale li Tartari insieme con un'altra città domandata Taydo, distante dalla ditta mezo miglia, per forza presero. Questa città ha 12 porte una dall'altra distante per spazio di due miglia, donde il contenuto di esse è circa 50 miglia di giro e di grandezza. In essa il gran Cane tiene sua sede, dove ha un bello e grande palazzo, le mura del qual sono circa quattro miglia di circuito; e nel cortile d'esso è un monte non naturale ma fatto a mano, piantato tutto d'arbori, onde lo chiamano Monte Verde. Nella sommità del quale vi è posto un altro palazzo quanto si possa dire bello, e dal lato d'esso un lago similmente con arte fatto, dove sono e vi vengono tanta quantità di oche selvagge, anatre e cesani che chi li vede fa piacere e maraviglia. Quando al signor piace andare a caccia, può là senza uscire fuor della terra cacciare; quale al suo traverso ha un bel ponte di pietra. Ma il palazzo dove la propria persona del re dimora è grande, ma molto piú bello, posto sopra un certo loco elevato dalla terra dui passi, li muri del qual son di finissime pelle rosse coperti, e di dentro ha vintiquattro colonne di puro oro fatte. E in mezo d'esso vi è una pigna grande, alta due passi, fatta d'una pietra preziosa chiamata merdicas, tutta d'oro fino ligata; e da quella pendono certe reticelle quanto una spanna grande, similmente di fine perle insertate, e in ciascuno angulo d'essi vi è un serpe tutto d'oro fatto, qual pare che ditti angoli fortemente batta. E da li condutti per questa, a modo di fontana, viene l'acqua, della quale tutta la corte del re si serve, per il che all'incontro d'essa sono molti vasi di oro, ad effetto che chi vuol bevere quelli prendendo beva. In questo palazzo ancora sono molti pagoni d'oro, di tal sorte che, volendo alcuno di quelli del signor alcun spasso dargli, fanno un romore, battendosi insieme man con mano, quali come se fossero di quel suono spaventati mettono le ale e fanno segno di moversi, come se volessero di là partire.
E quando il gran signore di questa siede in sedia regale, nel sinistro lato d'esso sede la regina, nel secondo grado sono due sue donne, nell'ultimo tutti li parenti della regina. Delle quali donne le maritate hanno in testa un piede di uomo, un braccio e mezo di longhezza, di grosse e fine perle ornato (talchè se in alcuna parte del mondo sono perle di valore, si trovano qui), e sopra d'esso hanno similmente certe penne di grue, le quali in segno di maritaggio portano. Nel destro lato d'essa regina siede il figliuolo primogenito, qual doppo morto il padre ha da succedere in regno, e doppo questi predetti siedono giú tutti quelli che sono di sangue regale; dove sono quattro scrittori, l'officio delli quali è scrivere tutte le parole che il re sedendo dice. In presenza del qual similmente sono molti altri e innumerabili baroni, con mirabil silenzio avanti il suo cospetto stando in piedi, non avendo nessuno d'essi ardimento (se prima non sono da esso re domandati) parlare, eccetto li suoi buffoni, li quali ponno, per dar spasso e far ridere il signor, dire alcuna cosa; nondimeno non hanno ardire altrimente fare, eccetto secondo l'ordine dato ad essi dal re; dimorando avanti la porta del palazzo molti baroni, quali guardano e vedono che nissuno senza licenzia del re entri, e avendo alcuno ardire di fare altrimente ed entrarvi, non solamente non lo lassano, ma quello viene crudelmente battuto. E quando da questo signor si ha da far qualche convito, il secondo suo figliuolo insieme con quattromille baroni lo servono, delli quali ciascuno porta una corona in testa, vestiti d'una veste tutta de finissime perle conserta, di tal valore che solo esse perle si stimano passare il valore di 15000 fiorini.
Nella corte del qual sono piú di 10000 uomini, quali hanno diversi officii, uno all'altro respondenti e talmente bene ordinati che ciascuno d'essi fa fidelmente il suo officio, senza in quelli trovarsi alcuna fraude. Nella qual corte io, fra Odorico, fui tre anni continui, e alle predette feste e conviti molte volte presente; e in essa noi frati minori avemo un loco deputato, al qual capitati, bisogna a noi dare la nostra benedizione ad esso re. Ivi essendo, diligentemente domandai cristiani, mori, saraceni e molti altri baroni quali mirano la persona del re, a quello solo officio deputati: dalli quali tutti di un conforme parlar fui informato che li buffoni solamente di esso erano circa 7300 tunne, cioè 30000 de essi, delli quali alcuni guardavano li cani, altri le bestie, altri in guardia degli uccelli erano deputati. Il numero delli quali uccelli dicevano essere 15 tunne, cioè 150000; e li medici quali il detto per sua cura tiene sono 4009, delli quali 4000 sono idolatri, otto cristiani e un saraceno, quali tutto quello che loro fa di bisogno hanno dalla corte del re.
Questo signore nell'inverno sta in Cabalec, e nel principio dell'estate si parte a starsi in una città domandata Sanay, posta sotto la tramontana, loco e abitazione freddissima, dalla quale quando dal l'una per starsi all'altra si parte, va con mirabil grandezza. Avanti d'esso vanno quattro eserciti d'uomini a cavallo, di numero 50 tunne, cioè 50000 cavaglieri, delli quali uno precede all'altro una giornata, trovando, in ogni giornata deputata alla quale arrivano, apparato tutto quello che fa di bisogno per lor vitto. E nell'ultimo esercito, in mezo del qual sopra un ornato e concio carro a due rote viene il re, e nel qual è un solaro a modo di sala ordinato, fatto tutto di legno d'aloe d'oro inaurato e di bellissime pelli di molte pietre preziose ornate coperto, da quattro elefanti e da altrettanti cavalli bellissimi tirato, e similmente da quattro baroni (là chiamati zuche) guidato, delli quali l'officio è con diligenza guardare che 'l carro sia da bon loco tirato e che il re non abbia alcuna offensione; al qual niuno per meza arcata (eccetto li suoi deputati) ha ardimento avicinarsi. Per prendersi nel camino alcun spasso, seco nel carro porta dodici uccelli domandati zifalci, quali, vedendo alcuno uccello, lassa dietro quelli volare. E questo medesimo o simil modo osservano secondo il lor grado le sue donne, e l'istesso il suo figliuolo primogenito.
Questo divise il suo regno dodici parti, nominata ciascuna con il segno de 12, delle quali una è quella provincia di Manzo della quale abbiamo detto, cioè India superiore, qual sotto di sé ha circa 2000 cittadi grosse; donde talmente è grande questo suo imperio che in caminar alcuna parte d'esso v'anderebbe il camino di sei e piú giorni in vederla, non numerando tra le divise parte le isole, quali passano il numero di 5000. In ciascuna delle quali isole e parti del suo regno il detto fece ordinare certe case e alloggiamenti di cortina, (tenendo esse questo nome: case di cortina) di tutte quelle cose che fanno per il vitto dell'uomo fornite, ad effetto che li passaggeri e altri viandanti, quali per il suo regno caminano, per lor bisogno loco e albergo e tutto quello che ad essi è necessario abbiano e trovino. E a fine che, quando nel suo regno accade alcuna cosa di nuovo, subito gli ambasciatori del ditto signore cavalcano, e se il fatto è di troppo importanzia montano sopra li dromedarii, e a quello velocemente corrono; dove a questi alloggiamenti avvicinati mettono un corno in bocca fortemente sonandolo, dando per quello aviso a quelli che nell'alloggiamento e case stanno che viene l'ambasciatore (quali appresso noi si domandano staffette). Per il che l'oste, per insino a tanto che quello arriva, fa mettere in ordine un uomo e un cavallo fresco, al quale arrivato al detto alloggiamento il primo gli consegna le littere, quali consignate, là si reposa e della fame e camino già fatto si restaura; e l'altro che ha preso le littere corri insino all'altro alloggiamento, e in quel modo fa come il primo ha fatto.
Quando questo signore va alla caccia serva quest'ordine. Fuori de Cabalec vinti giornate ha un bellissimo bosco di otto giornate di circuito, nel quale è tanta varietà di animali che è cosa maravigliosa; alla custodia di questo bosco sono posti dal gran Cane alcuni li quali diligentemente lo custodiscono. E alla fine di tre o vero quattro anni se ne va il predetto con la sua gente, e quello circonda con gli uomini, li quali lasciano intrare li cani, e gli uccelli consueti doppo quelli dentro mandano a volo; ed essi a torno a torno diligentemente investigando cacciando vanno, reducendo quelle fiere ad una bellissima pianura quale in mezo di quel bosco se ritrova, talmente che ivi si congrega di ogni parte grandissimo numero di selvaggie fiere, come sono, cervi e molti altri e varii animali, tanti che è grandissima maraviglia. Li gridi degli uomini, delli cani e li stridi degli uccelli sono sí grandi che uno non può intendere l'altro: dalli quali ancora tutti quelli animali ridotti tanto si spaventano che timidamente tremano. E congregati quelli animali nel modo predetto, viene il re, portato da tre elefanti, e lancia tre saette in quelli; quali lanciate, tutti quelli che li accompagnano fanno il medesimo, avendo ciascuno la sua saetta con il proprio segno segnata, acciochè una dall'altra si cognosca. E a quell'altre ammazzate poi vanno, e le saette dietro quelle lanciate raccogliendo; quali essendo (come è detto) segnate, ottimamente la sua ciascuno discerne, toccando ad ogniuno d'essi quell'animale qual con la sua saetta ha ferito.
Questo re similmente fa quattro feste all'anno, cioè la festa del suo nascimento e la festa della sua circoncisione, e cosí le altre, alle quali fa chiamare tutti li buffoni e li baroni di sua parentela, ma specialmente quelli chiama alle predette due prime. Li quali essendo chiamati vengono con una corona in testa, sedendo allora il re in sede regale di quel modo abbiamo di sopra detto; al qual arrivati, ordinatamente stanno nel lor loco deputati. Delli quali li primi vanno vestiti di scarlato, li secondi di colore sanguigno, li terzi di turchino, portando ciascuno in mano una tavola di denti d'elefanti bianca, centi de cingolo d'oro un somesso alto, con un grande silenzio stando in piedi; vicini a questi stanno similmente li buffoni, tenendo le loro insegne. E doppo questi in un angulo del palazzo dimorano filosofi grandi e sapienti, li quali attendono a ciascun punto e ora e, occorrendoli quel punto o vero quell'ora quale aspettano, un di quelli allora con alta voce gridando dice: "Chinatevi al nostro imperator signor grande"; allora tutti li baroni tre volte una doppo l'altra danno della testa in terra, e cosí battuti stanno insino che un altro delli detti sapienti un'altra volta sclama dicendo: "Tutti levatevi". Il che inteso, subito si levano, e fatto questo attendono agli altri punti, quali similmente trovati, un'altra volta si sclama: "Ponetevi un dito nell'orecchia", e quelli subito lo pongano, e dicendo: "Cavatelo", lo cavano. E doppo un pezzo li predetti diranno: "Burattate farina", e questi e molti altri simili alli predetti segni fanno fare questi filosofi, dicendo quelli essere di gran significato e denotare gran cose. E a queste feste sono molti deputati, l'officio delli quali è vedere che nessuno delli baroni e buffoni chiamati vi manchi; il che trovandosi, quello che manca verrebbe ad incorrere gran pena e castigo. E li predetti sapienti similmente attendono il ponto di questi buffoni, qual venuto esclamano: "Fatte festa al nostro signore". Allora quelli cominciano a sonare tutti li loro istrumenti di suono, fortemente cantando, delli quali è tanto lo strepito che fa maraviglia ad intendere, non cessando per insino che esclamando gli è detto: "Tacete tutti", e cosí quelli tutti tacciono. E dopo fatto questo, tutti quelli che sono della parentela del re tengono molti cavalli bianchi apparecchiati per donarli al re, e stando in tal procinto, esce una voce dicendo: "Il tal di tal casa tanti cavalli tiene per il suo signore". Alcuni altri essi stessi dicono quelli cavalli tenere in ordine per il suo signore, in tanto ch'è una maraviglia di tanto numero di cavalli che vengono donati a questo signore. Molti altri baroni vi sono quali da parte di altri signori e baroni portano presenti al predetto, e quelli da lor nome gli presentano. A questo similmente tutti li principali delli monasterii vanno con li presenti, al qual arrivati gli donano e gli danno la lor benedizione, e il medesimo a noi frati minori è necessario fare, darli la nostra. E fatto questo, avanti di esso si presentano alcuni buffoni e buffonesse, e in sua presenzia sí dolcemente cantano che ad intendergli danno piacere e maraviglia; e doppo cantato che hanno, fanno menare certi leoni in presenzia del re, al quale fanno dagli predetti leoni fare riverenzia, facendo doppo questo portare certi cifi artificiosamente pieni di buon vino, e alla bocca di chi vuol bevere detti cifi porgono.
Finalmente, queste e molte altre cose simili in presenzia di questo signore fanno, talmente che, se io volessi a pieno della grandezza di costui e delle cose della sua corte dire, indurrei piú tosto maraviglia che credenza, se prima non fossero con li proprii occhi visti. Né meno è da maravigliarsi che possa questo fare tanta e sí incomparabil spesa, imperochè in tutto il suo regno si spendono certe carte quali là si hanno, e si spendono per moneta, donde infinito tesoro perviene alle mani di questo signore. E di esso faccio fine.
Una cosa maravigliosa e stupenda similmente scrivo, non come cosa che l'abbia vista, ma intesa da uomini veramente degni di fede, quali dicevano che in un regno sono certi monti domandati Capesci, dove nascono melloni molti grandi: quali essendo maturi si aprono, e dentro dicono che si trova un animaletto a modo d'agnello picciolo, quale ha il mellone e la carne insieme. E quantunque questo paia all'orecchie di chi l'intende incredibile, nondimeno, sí come nella provincia d'Iberina sono gli arbori quali producono uccelli, similmente può essere possibile e vero che ivi si trovassero li predetti melloni.
Viste queste predette cose in Catayo, me partetti e, caminando per 50 giornate verso il ponente, passai per molte cittadi e per la terra del Preteianne, del qual non è né anco una centesima parte di quello si dice e si afferma essere vero. La principale sua città è domandata Cassan, nondimeno non è maggior di Vicenza, quantunque pur il detto abbia molte altre cittadi sotto di sé. Questo, per patto fatto tra essi loro, ha da menare la figlia del gran Cane per moglie.
Da questa città molti giorni caminando, venni in una provincia domandata Cassan, la miglior seconda provincia e la piú abitabile che altra che sia al mondo; quale nel loco che è piú stretta è circa 50 giornate larga, longa piú di 60. Talmente questa provincia è abitata che uscendo dalla porta d'una città si vedono quelle dell'altra; copiosa di fromento, orgio, fave e altre vettovaglie, ma specialmente di castagne e di reobarbaro (perchè in questa provincia nasce) vi è tanta copia che quasi una soma di cavallo si vende e se averia per meno di sei grossi. Questa predetta provincia è numerata tra le 12 parti del regno del gran Cane.
Passato da questa provincia, venni in un gran regno domandato Tiboc, qual confina con essa India, sottoposto pur tutto al dominio del gran Cane, nel quale è la maggior abondanzia di pane e di vino che in altra parte del mondo sia. E le gente di questo regno abitano in le tende fatte di feltri negri; e la regale e principal città sua è fatta di mura bianche e negre, e le vie di quella sono salizate, in le quali nessuno ha ardimento spandere sangue di uomo né di animali, in reverenzia di un certo idolo quale adorano e hanno in stima. Ivi ancora dimora il lor papa, qual essi chiamano lo alfabi, capo di tutti quelli idoli, cioè lor fattore e governatore, alli quali esso secondo il suo costume distribuisce tutti quelli beneficii quali loro hanno. Le donne di questo regno portano piú di cento, e nella bocca hanno dui denti cosí longhi come cignali.
Usasi qui ancora che, morendovi alcuno, allora il figlio del morto farà intendere come vuol fare onore a suo padre: per il che farà chiamare tutti li sacerdoti e religiosi e buffoni di quel contorno, quali venuti portano esso morto fuori in una campagna con grande allegrezza, nella quale è apparato un gran desco, sopra il qual mettono la testa del morto e quella dapoi tagliano, e tagliata danno in mano del figlio. Qual presa, esso, insieme con tutta la sua compagnia, cantano molte orazioni per esso, e doppo li sacerdoti prendono il busto e quello in piú pezzi tagliano, e tagliato che l'hanno ritornano con tutta la compagnia, insieme dicendo per il morto molte orazioni. Qual stando cosí in pezzi, poco doppo vengono gli uccelli, aquile, voltori e altri uccelli quali dalli monti calano, e quelli prendendo portano seco. La qual cosa vedendo con alta voce quelli cridando dicono: "Vedemo qual sia stato quest'uomo? Per certo esso è santo, imperochè vengono gli angeli di Dio e quello seco portano in paradiso", stimando li predetti uccelli essere angeli. Della qual cosa il figlio si tiene molto onorato e grande, credendo che 'l corpo del padre sia stato cosí onorificamente portato dagli angeli di Dio. Il che visto e fatto, subito il figliuolo prende la testa del padre e cuocela, qual cotta, la mangiano, e dell'osso grande di quella ne fa fare un cifo, con il qual esso e tutti della sua casa in memoria del suo padre morto con reverenzia e devozione beveno. E queste e molte cose inusitate e irragionevoli alle predette simili osservano.
Ed essendo io nella predetta provincia di Manzi, fui vicino al palazzo d'un uomo popolare, la vita del quale era in questo modo: il predetto aveva in suo servizio 50 donzelle, quali continuamente lo serveno; e quando il detto uomo vuol mangiare, senta a tavola, al qual le predette donzelle con canti diversi e sorte di suoni le vivande a cinque a cinque le portano, e quelle con le lor mani in bocca di quello mettono, a modo d'uccello pascendolo, non cessando mai avanti di esso cantare insino che le predette minestre non abbia mangiato; e quelle di mangiar compite, vengono le altre donzelle, quali con diversi canti e sorti di suoni cinque altre vivande li portano, menando finalmente, insino che vive, in questo modo sua vita. Il cortile del palazzo di questo tiene di grandezza dui miglia, e il solaro di quello un lato d'oro, l'altro d'argento è coperto; sopra del qual sono li monasterii e campanili, a modo che molti per lor piacere far sogliono. Ed essendo io (come ho detto) lí, dicevano che quattro uomini simili a questo erano in la provincia di Manzo. La nobiltà di questi quella essere stimano, quando portano le ungia delle mani al possibil longhe, per il che molti permettono talmente crescere le ungia, massimamente del dito grosso, che con quella si circondano tutta la mano. E la bellezza delle donne appresso di essi consiste in avere il piede picciolo, per il che le donne, quando hanno figlioli, essendo quelli in fascia li legano, e non permettono che crescano.
Partendomi dalle terre del Preteianne, tenendo pur il camino verso il ponente, arrivai in una contrada molto bella e fertile, domandata Melistorte, nella quale era un uomo domandato il Vecchio del Monte, imperochè questo fra dui monti di questa contrada avea fatto un muro, qual circondava il monte. Di dentro del qual erano certi fonti di acqua, li piú belli che si potriano trovare, appresso delli quali si dimoravano donzelle bellissime quanto mai altre si trovassero, similmente belli e ornati cavalli, e finalmente v'erano tutte quelle delizie e piaceri che poriano dar diletto ad uomo, facendo similmente per certi condotti al detto loco venire latte e vino: per il che questo loco chiamavano paradiso. E quando il detto uomo trovava alcune giovane valoroso, quello dentro di questo suo loco faceva mettere, ad effetto che, volendo il detto fare arrobbar e assassinare alcun re o vero barone, chiamava un de quelli qual piú era avanti al suo loco, al qual domandava che trovasse alcuno il quale piú ad esso paresse che si dilettasse stare in quel suo paradiso. Quale trovato e postovi, e gustato ch'aveva quella somma dolcezza di quel loco, li faceva dare bere una bevanda, qual subito bevuta lo faceva gravemente dormire; e addormentato che era, quello fuori di quel loco portar faceva. E risvegliato, e trovandosi fuori di quel piacere, veniva in tanto grande travaglio, angoscia, che non sapeva che farsi. Allora a quel vecchio patrone del loco instantemente pregandolo gli diceva che volesse un'altra volta in quel suo loco ridurlo, e gli era dal predetto vecchio resposto: "Se tu non amazzi il tale re, o vero tal barone, non puoi intrar là, promettendoti dopo, vivo o morto che tu rimanghi, nel paradiso ridurti"; quali, per la dolcezza di quel loco gustata, per tornarvi non rifiutavano morire. E in questo modo faceva assassinare da quelli qual esso voleva. Per il che tutti li re di quel contorno, avendo paura di costui, gli danno gran tributo; ma dopo che li Tartari avevano quasi per forza preso tutto il mondo, pervennero al loco di questo e gli tolsero il dominio. E tolti molti di questi saraceni, quali esso per il sopra detto effetto teneva, mandorno via; e finalmente v'entrò nella città dove il predetto vecchio dimorava, quale assediorno, da quella mai partendosi insino che la presero. Quale presa, ebbero alle mani il vecchio, qual ligorno, e finalmente mala e crudel morte a quello derno.
In questo paese del predetto loco di Melistorte l'omnipotente Iddio ha concesso una singular grazia alli frati minori, qual è questa, che nella grande Tartaria cosí facilmente cacciano li demonii dalli corpi assediati da quelli come si caccia un cane di casa. Donde molti uomini e donne, quali sono da' demonii assediati e vessati, quelli ligati per 10 giorni camminando alli nostri frati conducono alli quali condotti e menati, li predetti frati a quelli demonii comandano da parte del nome di Iesú Cristo debbiano da quelli corpi prestissimo uscire e non vessarli; e subito inteso il comandamento fatto ad essi escono, e quelli che restano dal demonio per grazia de Dio (data alli predetti) liberati si battezzano. Allora li predetti frati vanno a pigliare li loro idoli, di feltro fatti, quali con croce e con acqua benedetta prendeno, e quelli al foco portano, e tutti quelli che sono alla contrada di questi vicini vengono a vedere abbrusciare li dei delli suoi convicini. Quali nel foco buttati (essendo in quelli il demonio) dal foco escono e non lascia quelli abbruciare; per il che li predetti frati buttano acqua benedetta sopra del foco, onde li predetti demonii dal corpo di quell'idoli escono, cridando in aere: "Mira, mira come sono dalla mia casa cacciato"; e allora quelli corpi delli idoli, non essendovi il demonio, si brusciano. Per la qual cosa molti di quelli indemoniati all'anno da' nostri frati sono battezzati.
Un'altra cosa mirabile e di terror piena ho vista, che andando per la valle posta sopra del fiume qual si domanda fiume di Piaceri, uscendo quello dal paradiso terrestre, viddi molti corpi di uomini morti, e ivi intendeva diversa sorte di suoni, quali a modo de nacari mirabilmente sonavano, donde tanto era il romore che mi metteva gran paura. Questa valle circa 7 o 8 miglia di terra è longa, nella quale se alcun v'entra, senza mai piú uscire di là subito muore. Pur nondimeno vi volsi entrare, ad effetto che vedessi che cosa erano questi suoni e corpi morti; alla quale intrato, viddi tanti corpi morti, com'ho detto, che è incredibile dirsi. E nel lato di detta valle, nel muro d'esso, in un sasso vi era una faccia di uomo talmente terribile che per il timor preso da quella mi credetti veramente morire, continuamente meco dicendo orazioni, non avendo totalmente ardire piú de sei o vero otto passi appropinquarmeli. Per il che non volendo a quella (com'ho detto) avicinarmi, andai nell'altro capo della valle, e sopra un certo monte arenoso salito sopra di esso guardando niente altro vedeva, eccetto che udiva li predetti nacari sonare. Ed essendo nel capo di questo monte, trovai una quantità d'oro e d'argento a modo di squame di pesce adunata, della quale me ne posi nel seno alquanto, qual poi pensando che fossero inganni di demonii, quello sprezzando in terra buttai. E cosí di lí per il volere di Dio senza niuna offensione usci': qual cosa sapendolo poi li saraceni e altre genti, molto mi riverivano, stimandomi, essendo di tal loco vivo uscito, santo, dicendo quelli corpi morti che in quella valle dimoravano essere uomini di spiriti infernali.
Una cosa ho a dire del gran Cane, qual ho vista, che passando il predetto per quella contrada, tutti gli uomini avanti l'uscio di sua casa fanno fuoco, e in quello pongono profumi, acciochè quello passando gli inspirino odore, e venendo molti uomini lo vanno ad incontrare. Il qual avendo una volta a venir in Cabalec, e sapendosi certo della sua venuta, un nostro vescovo e alcuni nostri frati e io con essi in compagnia andassimo per due giornate ad incontrarlo; ed essendoci a quello appropinquati, ponessimo la croce sopra un legno, tal che si potea manifestamente da ciascuno vedere. Io aveva in mani l'incensero, qual meco aveva portato, e incominciassimo ad alta voce cantare, dicendo "Veni creator Spiritus". Qual canti avendo il detto udito, ne fece chiamare e comandò che ce gli accostassimo, che altramente non si averessimo appropinquati, essendo che abbiamo detto che nissuno per meza arcata possa, se non chiamato, appropinquarseli. Cosí a quello avicinati, deponendo il suo capello, qual era di inestimabil valore, fe' reverenzia alla nostra croce: e subito il vescovo, pigliando l'incensero da mano qual io aveva quello con il fumo dell'incenso suffumigò. E perchè tutti quelli che al detto signore vanno seco portano alcuna cosa ad offerirgli, servando quella legge antica qual dice: "Non apparebis in conspectu meo vacuus", per questo noi certi frutti portassimo, quali in un piatto gli offeriscono, de li quali ne prendette due, dell'uno delli quali ne mangiò un poco; e a quello il predetto vescovo dopo questo gli diede la sua benedizione. Il che fatto, comandò che di lí partissimo, acciò dalla moltitudine de' cavalli non fossimo offesi. Per il che, di là partiti, andassimo ad alcuni suoi baroni, quali certi frati del nostro medesimo ordine alla fede convertirono, quali erano nell'esercito di costui, alli quali offerimmo del resto di quelli pomi: quali non con minor allegrezza furno da quelli accettati, come se gli avessimo donati grandissimi presenti.
Io, fra Odorico di Friuoli, dell'ordine de' frati minori, al reverendo padre fra Guidotto, ministro della provincia di Santo Antonio, confesso che, essendo io da quello per obedienzia richiesto che le sopradette cose, sí quelle che con li proprii occhi ho viste come quelle che da uomini degni di fede ho intese, gli volesse dire e far scrivere, quelle ho dette. È ben vero che molte cose ho fatte scrivere quali non ho viste, ma quelli che sono di quella contrada funno testimonio essere vere. E molte altre cose ho lasciate, quale se prima con li proprii non fossero viste non sono credibili.
Le predette cose io, fra Guglielmo di Solona, nell'anno 1330 nel mese di maggio a Padova, nel loco di S. Antonio, ho scritte, in quel modo che il predetto fra Odorico con la propria bocca gli riferiva, non curandomi d'un alto e ornato modo di parlare scriverli, ma con un domestico e mezo modo di dire, acciochè da dotti e ignoranti siano quelle intese. Il predetto fra Odorico passò dalla presente vita del Signor nell'anno 1331 alli 4 di gennaio, e dopo la sua morte di molti miracoli risplendette.


Viaggio del beato frate Odorico di Porto Maggiore del Friuli, fatto nell'anno MCCCXVIII.


In questo anno corrente del MCCCXVIII divotamente prego il mio Signore Iddio che porga tal lume al mio intelletto che io possa, in tutto o in parte, rammemorare le maravigliose cose da me viste con questi occhi, alle quali, perchè maravigliose siano, non perciò se gli deve aver minor fede, poscia che appresso Iddio niuna cosa è impossibile. Voglio dunque a coloro che queste cose che io dirò vedute non hanno, quanto meglio potrò, brevemente scrivendo, dimostrarle. E giuro, per quell'Iddio che in mio aiuto ho chiamato, in questa narrazione non dovere io dire né meno né piú di quel che in varie parti del mondo caminando ho visto.
Nell'anno sopradetto io, frate Odorico di Porto Maggiore del Friuli, della provincia di Padova, nel mese d'aprile, con buona licenza del mio superiore mi parti', e navigando con l'aiuto di Dio e buon vento giunsi in Constantinopoli con altri miei compagni. E indi partendo, passammo il mare Maggiore e arrivammo in Trabisonda, città metropoli di Ponto, ove giace il corpo del beato Atanasio. Qui fu la prima cosa da me veduta degna di maraviglia, quale tanto piú oserò di dirla quanto che molti, con quali ho parlato in Venezia, m'hanno riferito d'aver visto simil cosa. Viddi un uomo barbuto e di feroce aspetto che menava con lui circa duemila perdici, a quella guisa che menava i pastori loro armenti; quali Eferdici volando e andando via le menò a donare all'imperatore di Costantinopoli, il quale ne tolse quante a lui parve e l'altre le lasciò andar via. Del che maravigliandomi fortemente, udi' da coloro che sarebbe egli per far altre prove piú maravigliose di queste; fra le quali fu questa, che un giorno essendo stato ammazzato un caro e fidelissimo fameglio dello imperatore di Costantinopoli, e non trovandosi il malfattore, ne fu questo barbato dallo imperatore con istanza pregato che con qualche via lo scoprisse. Il quale, fatto portare il giovane morto nel mezo della piazza tutto insanguinato, in presenza di molta gente, scongiurando con li suoi incantesmi gli messe in bocca una crescia piccola di fior di farina, il quale non sí presto ebbe in bocca la crescia che si rizzò in piedi e disse chi l'aveva ammazzato e per che cagione, e ciò detto ricadde subito morto.
Dopo molti giorni andassimo ad un castello dello imperadore di Costantinopoli, che avea nome Zanicco, dove si cava l'oricalco e 'l cristallo. Indi partiti venimmo in Armenia maggiore, in una terra che ha nome Orzaloni, ove poco innanti era morta una ricchissima donna, la quale fece testamento e, fra l'altre cose, lassò che de' suoi beni si fabricasse un monastero di meretrici delle piú belle giovani del paese, e di detti beni della defunta queste donne fussero ben vestite e adornate secondo loro usanza, e ben servite cosí nel vestire come nel mangiare, le quali erano obligate senza alcuna mercede di sodisfare tutti coloro da' quali fussero richieste. E se pure vi fusse tra loro alcuna che non avesse sodisfatto a quei che l'avessino richiesta, e coloro se ne fussero lamentati, subito la donna fusse mandata via da detto monastero e priva di tutto quanto aveva in compagnia di quelle. Di che volendo noi saper la cagione, e perchè avessi fatto fare tal cosa doppo morte la detta donna, ci fu risposto per impetrar misericordia della anima sua e di suoi peccati dal Dio suo che ella adorava.
Quindi partito, andai sul monte dove è l'arca di Noè, nella cui cima si dice pochi che abbino voluto andarvi essere potuti pervenire, perchè il monte è santissimo e oltre ciò inaccessibile per l'altissima neve che vi sta tutto l'anno e piglia almeno le due parti del monte. E quindi partiti, navigammo e venimmo in una città di Persia detta Taurisio, dove sono luoghi di frati minori. La città è mirabile e abondante di ricchi mercadanti, al cui lato è un grandissimo monte di sale, donde ogni persona ne può torre quanto vuole; e già se n'erano carche navi e mandato dove ne era carestia.
Quindi ci partimmo e arrivammo in Soldania, dove è la sedia del re di Persia, e da qui a Sabba, dove arrivarono i tre magi. Questa l'è una bella città e ben situata, lontana da Gierusalemme delle giornate piú di LX. Di qui andammo al mar sabbionoso, e ci convenne star colla caravana in porto ben quattro giorni. E non fu niuno di noi che ardisse d'intrar in questo loco, perchè l'è un'arena asciutta e al tutto priva d'umore, e si muta a quella guisa che fa il mare quando è in tempesta, or qui or lí, e fa nel muoversi l'istesso ondeggiar che fa il mare, in guisa tale che un'infinità di persone s'è trovata, caminando per viaggio, oppressa e sommersa e coverta da queste arene, le quali dal vento dibattute e trasportate or fanno come monte in un loco e or in un altro, secondo la forza del vento da cui sono elle agitate.
Tra pochi giorni doppo venimmo in una città chiamata Geste, la quale è l'ultima parte della Persia verso il paese d'India. Quivi trovai grandissima abondanza di grano e di fichi e d'uva passa grossissima e verde. E quindi partito andai nella Caldea, là ove tutti e' giovani e vecchi secondo loro facultà sono vestiti da donne alla guisa di queste del nostro paese; la maggior parte di qual porta in testa cuffie lavorate di oro e adornate di perle e altre pietre preziose. E le donne loro al contrario vanno mal vestite, con veste che non giunge sino al ginocchio, con braghesse e legazze che pendono insino al collo del piede, e portano la testa discoverta, scapigliate, senza ornamento niuno nel capo. Qui viddi io un giovane che voleva menar per moglie una bella giovane, accompagnata da altre giovani belle e vergini, le quali forte e dirottamente piangevano, stando il giovane sposo con la testa bassa e leggiadrissimamente vestito; e d'indi a poco il giovane montò s'un asino, e la moglie lo seguiva mal vestita e scalza a piedi, toccando l'asino, e 'l padre andava benedicendo, fino a casa dove la menò per moglie.
Lungi di qui navigando per lo mar d'India, in ventotto giorni arrivassimo in una città stata già del re Porro e chiamata Tava, e ben situata, là ov'è grande abondanza per conto del vivere. Qui viddi uno leon grande e negrissimo, alla guisa di un bufalo, e viddi le nottole, o vogliam dire vespertiglioni, come sono le anatre di qui da noi, e topi chiamati sorici di faraone, che sono grandi come volpi, e ve ne sono un'infinità grande, e peggiori de' cani mordenti. Il paese è di saracini. La gente è idololatra e adora il bue, della cui carne non ne mangierebbeno per qualsivoglia cosa del mondo, ma gli fanno ben lavorar la terra; però, giunti che sono al sesto anno, li lasciano andar via dove loro piace e gli adorano in ogni loco che se gli fanno incontro; e del loro sterco se n'ungono il viso, credendo eglino allora esser santificati. Né solo questo animale adorano, ma bensí come primo degli altri con minor riverenza, ma però molti e varii ne adorano: chi pesci, chi fuoco, chi luna, chi arbori, chi il sole. Le donne vanno nude, e quando alcuna va a marito, monta a cavallo e 'l marito monta in groppa e gli tiene appontato un coltello alla gola; e non hanno niente indosso, se non in testa una cuffia alta alla guisa d'una mitra e lavorata di fioretti bianchi; a cui cantando tutte le vergini della terra vanno innanzi ordinatamente fino a casa, dove lo sposo e la sposa si restano soli, e la mattina, levati, vanno pur nudi come prima.
Quindi partendo e navigando per lo mare Oceano verso il nirisi, e trovando il sole, e caminando per lunghe contrade, arrivammo a quella di Nicoverra, la qual gira a torno circa duemila miglia. Dove viddi e uomini e donne colla testa di cane e nudi, quali pure adoravano un bue, della cui effigie tali ne portano nella fronte una d'oro, altri una d'argento, secondo loro avere. Gli uomini sono grandi communemente e fortissimi; la maggior parte del tempo fanno guerra, e alla nuda, fuori che sono coverti da uno scudo grandissimo che gli cuopre fino a terra. Quando prendono alcuni de' loro nemici, se non si riscattano se gli mangiano arrostiti, e 'l simile vien fatto a loro dai nemici. E 'l re di queste bestie era con una catena al collo di trecento perle grosse e bianche e tonde com'una nocella; e oltre ciò nella destra mano aveva un rubino che, per lo vero Iddio, era piú grande d'una spanna, e cosí fino che parea d'aver in mano un carbone infocato. E diceasi che il gran Cane avea piú volte messo ogni suo ingegno e forza per averlo, ma non l'avea mai possuto avere. Il re, benchè sia idololatra e col viso rassembri un cane, tien ragione e giustizia, e ha gran quantità di figliuoli ed è di gran possanza, e per tutto il suo paese si va sicuro senza essere offeso.
Di qui partiti arrivammo, caminando verso oriente, in una grandissima isola chiamata Diddi. Qui è grandissima gente, che non mangia cose che siano compre; le donne e gli uomini grandi e membrutti, quali si mangiano l'un l'altro; e il padre vende i figli come da noi si vendono i capretti. E se o uomo o donna alcuna si ammalasse, subito sono portati ad un lor sacerdote che attende alli sacrificii de' loro idoli, fra' quali ve n'è un grandissimo tutto di oro il quale è piú degli altri adorato, a cui si porta innanzi l'ammalato, il quale doppo molte orazioni fattegli risponde se dee morire o guarire. Se dee guarire, l'ammalato è riportato a casa, con esser prima fatte all'idolo molte offerte. Ma se l'idolo risponde che debba morire, il sacerdote toglie un panno e gli lo mette d'intorno alla gola e lo strangola, e del morto ne fanno piú di mille pezzi e lo mettono in un vaso grande, e cosí vien mangiato da tutti i parenti; e dell'ossa si fan certe cerimonie e poi sono sotterrate. E se alcuno de' parenti non vi fusse invitato, se lo reputa a grande ignominia e scorno, e quasi sono lieti quando alcuno s'inferma per posserlo mangiare e farne festa. Onde io avendogli di ciò ripreso, e dettogli che farebbono meglio a lasciarli morire naturalmente e sotterarli, mi fu risposto che sepelliti a questo modo puzzarebbono e farebbono i vermi, di modo che Iddio, offeso dalla puzza, non gli riceverebbe nella gloria sua.
Da qui passammo nell'India superiore e pervenimmo nella nobile provincia di Mangi, chiamata l'India di sopra, qual provincia contiene piú di duemila grosse cittadi e altretante tenute e grosse castella, che sono come Vicenza o Trivigi, che non han nome di città. In questo paese è tanta moltitudine di gente che è una cosa incredibile, di tal sorte che in molte parti di detta provincia viddi piú stretta la gente che non è a Vinezia al tempo dell'Ascensione. Il paese è abondante assai di pane e vino e carne, ma molto piú di pesce, e vi sono infiniti artegiani e assaissimi mercadanti. E non vi è chi vada cercando la limosina, perchè o poveri o infermi sono ben governati e provisti delle cose necessarie. Gli uomini sono tutti ugualmente grandi e pallidi, con i peli della barba irti e male composti alla guisa delle capre; le donne sono bellissime.
La prima città della provincia che io vedessi fu Tescol, la quale è tre volte maggior di Vinezia, ed è lungi del mare una giornata ed è messa sopra un fiume; e vi sono tanti navilii de naviganti che osarei dire non averne tanti tutta l'Italia. E per un ducato viddi dar 700 libre di zenzevero verde e fresco. Qui sono oche bellissime e maggiori tre volte delle nostre e bianchissime, e hanno su la testa un osso com'un ovo, e dalla gola gli pende la pelle fin in terra; l'anatre e le galline sono per due delle nostre. Qui sono i maggiori serpenti del mondo, quali si prendono con certi loro ingegni, e li coceno e mangiano, e gli paiono odoriferi; di modo che il mangiar serpenti in convito non è differente da altre vivande, anzi, quando vogliono far convito piú famoso, tanto piú serpenti apparecchiano e danno in tavola a' convitati.
Quindi partimmo e navigammo 27 giornate, e trovammo di molte cittadi e castella, ne' quali entrammo, e specialmente venimmo in una bellissima città detta Zanton, dove sono dui luoghi di nostri frati minori. La terra è abondante di tutte le cose necessarie alla vita umana; qui 3 libre di zuchero si danno per un soldo. La città è grande due volte piú di Bologna; uomini e donne sono piacevoli e belli e cortesi, massime a' forastieri. Sono in questa terra molti monasteri e idololatrice, avisandovi che vi sono piú di 3000 idoli, e il minore è due volte piú grande d'un uomo, e sono d'oro o d'argento o d'altri metalli lavorati; e gli danno da mangiare mettendogli il fumo nel naso, e loro si mangiano le bevande refreddate che sono.
Di qui partendo verso oriente, giunsi in una città che è sopra il mare, grande piú di 30 miglia, chiamata Foggia; i galli sono grandissimi, le galline bianchissime e in vece di piume sono vestite di lana come pecore. Quindi navigammo 18 giornate, trovando sempre città e castella, e pervenimmo ad un monte altissimo nel qual mi parve veder cosa strana, che da quel lito dove noi discendessemo io viddi uomini, le donne e bestie tutti negrissimi piú che carboni spenti, e da l'altro lato verso oriente erano tutti, uomini e donne e bestie, bianchissimi; ma l'una parte e l'altra mi pareva che vivessino e vestisseno come bestie. Le donne maritate portano in testa un corno di legno coverto di pelle, lungo piú di due spanne, a mezo la fronte.
Qui poco dimorammo e, partiti, arrivammo ad una città chiamata Belsa, che ha un fiume che passa per mezo la terra, e fuori ha un grandissimo ponte di marmo e da capo ha una bella osteria. E lo ostieri, per darci piacere, ci disse se noi volemo veder pescare, e menocci al lato del ponte dove il fiume era piú largo, là ove erano molte barche; ed eracene una che pescava con un pesce che loro chiamano marigione. E l'oste ne aveva un altro, e quello tolse, e tenevalo con una corda messa in una bella collana: è ben vero che noi ne avevamo veduti ne' nostri paesi assai, e molti lo chiamano veglio marino. Questa bestia avea il muso e 'l collo com'una volpe, e i piedi davanti com'un cane, ma avea le dita piú longhe e i piedi di dietro come un'oca, e la coda col resto del busto come un pesce. Quale l'oste lo mandò giú nel fiume ed egli, cacciatosi dentro, cominciò a prendere di molto pesce con la bocca, tuttavia mettendolo nella barca: e giuro che in meno di due ore n'empí piú di dui cestoni, e similmente fecero gli altri pescatori. Quando poi non volean piú pescare, lasciavano la bestia nell'acqua, acciochè andasse a pascersi, e quando era ben pasciuta ritornava ciascuna al suo pescatore, come cosa domestica. Qui medesimo viddi un'altra sorte di pescare: stavano gli uomini tutti nudi in barca, e ciascuno aveva un sacchetto a torno e buttavasi in acqua per un ottavo d'ora in circa, e prendeva del pesce con mano mettendolo in sacchetto, e poi tornava in barca; e incontinente si metteva in una tina d'acqua calda, e un'altra volta poi si buttavano in acqua a pigliar del pesce.
Stati qui alquanti giorni, partimmo e arrivammo in una città maravigliosa detta Guinzai, che in nostra favella vuol dire città di cielo. Questa città è la maggiore che sia in tutto 'l mondo, ed è sí grande che a pena ardisco di dirlo; ma ho ben trovate in Vinezia assai persone che vi sono state. La terra è pienissima di gente, e non vi è un passo di terra che non sia abitato. Case ve ne sono assaissime, di otto e di dieci solari, che in ogni solaro abita una fameglia con le sue massarie, per la gran carestia di terreno, di modo tale che ogni piccola stanza vale gran danari. La città ha grandissimi borghi, ne' quali abita assai piú gente che nella città; la quale ha 12 porte principali, e ciascuna porta ha una strada dritta d'otto miglia, e in capo di 8 miglia v'è una città piú grande di Padova, di sorte che ogni porta delle 12 ha per la dritta strada una città della grandezza che ho detto. Noi eravamo 7 che andassimo per quei borghi. Qui han cavato i terrazani e fatto lagune per certi canali, come sono a Vinezia, e sono tanti e tali che da capo e da piè delli canali, o vero lagune, hanno porte che, per Dio vero, sono di certo di piú di diece miglia: e a tutte sono le guardie, e queste stanno per il gran Cane. Nella terra vi son di molti cristiani, ma piú di saraceni e idololatri. E mi fu detto che ciascuna casa paga l'anno al signore un bastagne, che val un ducato e mezo, e dieci fameglie fanno un fuoco per focolaro. Questi focolari della terra sono 85, e ogni focolaro è diecimila fochi, e ogni foco è communemente 10 famiglie; e questo è solamente de' saracini, tutti il resto è di cristiani e mercadanti e altre genti forastiere, che sono dieci volte piú di saracini. E appresso alla maraviglia come potessimo star tante genti insieme, s'aggiungeva il veder quanto in abondanza vi fusse e pane e vino e carne e altre cose tutte necessarie alla vita umana. Qui dimora lo re di Mangi.
Dove è un luogo di frati minori che convertirono un grandissimo barone, nella cui casa io albergai, e dissemi: "Acta, - cioè "o padre', - vieni che ti mostrerò la terra". Ciò detto salimmo in una barchetta, e mi menò in un monastero chiamata Thebe; e uno di quei religiosi mi disse: "O rabin, - che viene a dire "o religioso', - va' con questo che è del tuo ordine, che vi mostrerà qualcosa di nuovo". E cosí andammo sin al loco de' frati minori, dove ebbi grandissimo onore, e fui fino a sera trattenuto con varii ragionamenti della magnificenza delle terre. Fra tanto venne lui con molti altri frati di fuora del loco un trar d'arco, in un orto grande e dove era un monticello tutto pien di caverne e intorno intorno d'alberi fruttiferi. Ivi due di quei nostri frati cominciorno a sonar di cembalo, e subito viddi cosa piú maravigliosa che avessi mai visto per viaggio, conciosiachè io viddi uscir da quelle caverne, spinte dal suono udito, le migliaia di bestie salvatiche le piú diverse e strane che mai piú fussino vedute: fra quali conobbi gatti salvatichi, martarelli, scimie, maimoni, volpi, lupi, spinosi, ed erano bestie cornute con viso umano e altri assai diversi, ma la piú parte aveano viso umano. E poichè alquanto erano stati, s'andorono via e con gran fretta tornorono nelle caverne; onde io fui pien di paura e di meraviglia, pregai colui che m'avea qui menato che cosa ciò fusse, e che volesse significar tanta diversità di bestie. Ed egli sorridendo dissemi che quelle erano anime de gran signori e nobili uomini, che qui si pascono di sudor di Dio: e quanto l'uomo era piú nobile, tanto piú in nobil corpo di bestia entrava l'anima sua. Il che tuttavia che io nol credessi, non potti cavar altro da lui, né da quegli che vi erano presenti.
E desiderosi di veder qualche cosa altra di nuovo, ci partimmo, e navigando in men di sei giorni arrivammo ad un'altra bellissima città chiamata Chilense, la qual girava intorno delle miglia piú di quaranta; nella qual sono 360 porte tutte lavorate di marmo con intagli bellissimi. E dicesi che questa terra fu la prima che avesse il re de Mangi, quale è assai abitata e d'assaissimi navilii, abondantissima d'ogni cosa; ma perchè non vi erano cose degne di meraviglia, poco vi dimorammo. E navigando trovammo un fiume largo piú di 20 miglia, di cui un ramo passa per la terra, chiamato Piemaronni. Gli uomini e le donne qui non sono maggiori di tre spanne. Qui si fanno i maggiori lavori di bombace del mondo, e vi sono assaissimi mercanti e forastieri, ma ogniuno di loro non maggiore, come ho detto, di tre spanne.
Di qui usciti, caminando e passando una infinità di città e castella, giungessimo in una città chiamata Sai, ove è un luogo de frati minori. Qui trovassimo tre belle chiese di cristiani. La terra è bella e grande, e 18 tomavi di focolari; ogni focolaro è 10000 fochi, e ogni foco è 10 e 12 fameglie. Similmente ogn'anno pagano per foco quel che vale un ducato. Le genti di questa città la maggior parte vanno agli alberghi, di quali ve n'è grandissima quantità; e se alcuno volesse convitare od onorare un altro, va dall'ostiere e gli ordina tutto quel che ci vuole per bevanda de' convitati. Quindi navigando, giungemmo ad una città nominata Laurenza, la quale è fondata sopra un fiume che passa per mezo il Cataio e fa grandissimo danno quando rompe gli argini. Cosí navigando giungessimo ad un'altra città chiamata Sunzomaco. Quivi è maggior abondanza di seta che sia in tutto 'l mondo, che nella maggior carestia se ne danno 40 libre per un soldo; di mangiar vi è abondanza grande. E perchè vi era in questo loco piú gente che in niun altro che avessi visto, domandando donde ciò avvenisse, mi fu risposto per conto che l'aria e il luogo sono alla generazione molto salutiferi, di modo tale che pochi sono che moiono, se non di vecchiezza.
E navigando da quattro giornate, pervenimmo nella nobil città chiamata Cambalú, che è terra molto antica e gira 24 miglia, e un'altra appresso a questa meno di un mezo miglio. Il circuito di ambedue è da 60 miglia: sono poi tutte due insieme cerchiate da un'altra muraglia, che gira in tutto circa 100 miglia. E questa è la principal terra del gran Cane, e qui si tien ragione, e quivi è la sedia di questo mirabil signore del gran Cane; il cui palazzo gira piú di quattro miglia, e ad ogni cantone è un palazzo dove dimora uno di quattro suo baroni principali. E dentro al palazzo grande è un altro circuito di muro, che da un muro all'altro è forse meza tirata d'arco, e tra questi muri vi stanno i suoi provisionati con tutte le sue fameglie. E nell'altro circuito abita il gran Cane con tutti i suoi congiunti, che sono assaissimi, con tanti figliuoli, figliuole, generi, de nepoti, con tante moglie, consiglieri, secretarii e famegli che tutto il palazzo, che gira 4 miglia, viene ad esser abitato. Ben vero è che nel mezo delle case dove lui risiede è un monticello bellissimo, attorniato di bellissimi alberi, nel cui mezo sorge un laghetto che gira piú d'un miglio, sopra cui è 'l piú bel ponte che non ho mai visto il migliore, in considerando il marmo, l'artificio, che è una maraviglia. Eran nell'acqua le centinaia dell'anatre e de assaissimi uccelli che vivono di pesce, d'ogni sorte, che quel lago produce. Io viddi il palazzo dentro ove stava il gran Cane, nel quale erano 24 colonne d'oro fino. Nel mezo del palazzo era una colonna di oro massiccio nella quale era intagliata una pigna di pietra preziosa, ed è sí fina, sí come io intesi, che 'l suo prezzo non lo potrebbono agguagliare quattro grosse cittadi. Il suo nome è medecas, ed è tutta legata in oro fino. E artificialmente escie di questa pigna il beveraggio per lo signore, e similmente per condutto vanno atorno la mensa sua molti pavoni d'oro smaltati, che paiono che sian vivi, e tal volta si mettono a cantare fino che 'l signor mangia. Il che tutto credo per certo che sia per arte diabolica.
Quando questo gran Cane siede nella sua sedia imperiale, nel lato manco sta la regina, un grado piú giú, sotto cui stanno tutte le altre mogli, e sotto quelle tutto l'altro parentado. Da lato destro appresso il signore sta il figliuolo primogenito, che dee regnar doppo la sua morte, e a lui sotto tutti gli altri figliuoli e tutti coloro che vengono dal sangue regale. Nel loco piú basso di tutti stanno quattro scrittori che scrivono tutto quello che parla il signore finchè sta nella sedia; a cui davanti sta una grandissima quantità di baroni e altri nobilissimi, quali non ardiscono mai di parlare finchè stanno inanzi alla presenza del signore, se da lui non fussero domandati. Sono poi attorno alla sua mensa tanti suoni e canti, tanti buffoni e altre sorti di persone, che a ciascuno fia incredibile, se volessi dir minutamente tutto quel tanto che io viddi. E di quei buffoni ciascuno ha l'ora sua deputata, quando dee star in guardia e trattenimento del signore; ma nelle porte sono guardie grandissime, e se alcuno vi s'appressasse senza licenza del capitano sarebbe amaramente battuto. E quando questo signore volesse far qualche gran convito, subito s'appresentano a lui quindecimila baroni che vengono tutti a servirlo. E io vi stetti tre anni in compagnia di frati minori che vi hanno il monastero, che dove dalla corte vi veniva tanta robba che sarebbe stata bastante per mille frati.
E, per lo Dio vero, è tanta differenza da questo signore a questi d'Italia come da un uomo ricchissimo ad un che sia il piú povero del mondo; e perchè le cose che io vi dico vi sieno piú degne di fede, vi dico che mi fu da parecchi cristiani che ivi dimorano detto che questo signore teneva da ducentoottantamila uomini, li quali non attendevano se non a' cani e cavalli e a tutte le cose che appartengono alla caccia per servigio del signore. Anzi, per solo governo del signore sono 400 medici constituiti quali sono tutti idololatri, de' cristiani continuamente vi sono 8 medici; quali non si scemano né aumentano, ma, morto l'uno, in suo loco si mette l'altro. In somma la corte è ordinatissima e magnifica quanto sia per tutto 'l mondo di baroni, gentiluomini, famegli, agenti, cristiani, turchi, idololatri, quali tutti hanno dalla corte quel che gli fa di mestieri.
Il signore nel tempo della state dimora in una città tanto fresca che è piú somigliante all'inverno che alla primavera, e ha nome Sandoy, ed è sotto tramontana; l'inverno dimora in un'altra città caldissima chiamata Cambalú. E di rado il detto signore colla sua fameglia more di malatie, se non di vecchiezza. Quando vuole andare da una terra in un'altra, va sopra un bellissimo carro ornato di drappi d'oro e di pietre preziose e perle grosse, menato da quattro elefanti coverti trionfalmente; e sopra il carro vanno dieci girfalchi, e quando vanno per strada van sempre uccellando. Allato al carro vanno sempre 50 baroni a cavallo per guardia; e la regina viene appresso in un altro carro con i figliuoli, con guardia d'altretanti baroni, ma non cosí adornato come quello del marito. Dietro poi una giornata viene tutto il restante della famiglia.
Le bestie poi di tante sorti strane sono infinite che lui tiene, fra quali erano sei cavalli che aveano sei piedi e sei gambe per uno, e viddi dui grandissimi struzzi e dui piccioli dietro di loro con dui colli per ciascuno e dui teste, dalle quali mangiavano; senza far menzione di altri uomini salvatichi che stanno nello giardino di detto signore, e donne tutte pelose di un pelo grande e bigio, quali han forma umana e si pascono di poma e d'altre bevande che gli ordina il signore che se gli dia: fra quali erano uomini non piú grandi di dui spanne, e questi chiamano gomiti. Nella corte ho visto uomini di un occhio nella fronte, che si chiamavano minocchi. E a quel tempo furono appresentati al signore dui, un maschio e una femina, quali avevano una spanna di busto, colla testa grossa e le gambe lunghe, e senza mani, e s'imboccavano con uno dei piedi. E viddi un gigante grande circa 20 piedi, che menava dui leoni, l'un rosso e l'altro nero, e l'altro aveva in guardia leonesse e leopardi; e con sí fatte bestie andava il signore a far caccia, a prender cervi, caprioli, lupi, cingiali, orsi e altre bestie salvatiche.
Ma la grandezza del paese che domina questo gran principe è tanta che non bastano otto mesi ad andar da un capo all'altro per traverso, senza contarvi l'isole, che sono piú di cinquemila, avisandovi che in questo terreno del principe sono piú di duimilla grosse città, senza le castella, che son senza numero: e vi sono proposti quattro che governano l'imperio di questo gran signore. E ciascuna persona che, facendo viaggio, passa per quei paesi, di qual condizion sia, è ordinato che per dui pasti che fa non paghi nulla. Per tutto il paese vi sono torri altissime, dove sono assaissime guardie, le quali hanno sempre dui o tre corni da sonare grandissimi. E quando il signore vuol far sapere qualche novità da lungi, o vuol mandar lettere altrove che siano di grande importanza, incontanente ordina che si suoni il corno, e di mano in mano ad ogni loco, dove si trova apparecchiato un cavallo buono per posta, per tre o quattro miglia distante; ove si cambiano cavalli, persone, di tal sorte che in un giorno riceve e manda le littere dove non bastarebbono a pena dieci.
Quando poi questo gran Cane vuol far una bella caccia, che la fa una sola volta l'anno, va in un loco che è di lungi da questa città dove egli dimora delle miglia piú di 400, dove è un grande, folto bosco. Ivi sono bestie di ogni sorte, e si diceva che 'l bosco girasse piú di 200 miglia. Qui il signore mena con seco tanti cacciatori che circonda tutto 'l bosco intorno intorno, e allora dislaccia i cani e leoni e leonesse e altre bestie fatte domestiche e acconcie a tal arte, e similmente varie sorti d'uccelli; e la gente si viene stringendo a poco a poco, e 'l signore sta nel mezo della selva, là ove è un prato che gira un miglio, con quattro uomini armati e suoi fidati. E lui sta solo in un muro di quattro passi che lo circonda fino alla cintura, ma sta a cavallo insieme con gli altri, e talora nel suo carro imperiale: e queste fiere tutte, o la maggior parte, passano dinanzi a lui, o poco lungi, con gli altri cacciatori che tengono i lioni e leonesse e leopardi che stanno di lungi una tirata d'arco. Quivi è sí forte il gridar delle genti, l'abbaiar de' cani, l'ulular delle fiere e 'l sonar de' corni e d'altri stromenti che le povere fiere, assalite da tema grande e orror di morte che porta seco, e lo presente stato che versa negli occhi delle infelici bestie, e 'l ricordarsi delle altre volte che vi sono incappate, che fa tremare come debole canna e non ben ferma, percossa di crudelissimi e violentissimi soffiar di borea o d'aquilone, le quali vengono uccise quasi per tema. Ma fatta una grande uccisione di loro, l'imperatore, come tempo gli pare, grida "sio", che vuol dire misericordia alle bestie: alla cui voce i cacciatori suonano raccolta e chiamano i cani dalla preda e gli uccelli, e fa riserrare le bocche della selva, che le bestie non vi possino piú entrare. Ciò fatto, il signore monta sopra uno elefante, accompagnato da quaranta over cinquanta baroni, andando saettando le bestie che passano dinanti a loro. L'altro giorno poi fa pigliar le bestie morte e le ferite, e ciascuno di loro conosce la sua saetta che avea tirato alla bestia: secondo il colpo che ha fatto vien lodato o piú o meno.
Oltre ciò il signore ogn'anno fa quattro feste: la prima è per il dí della sua natività, la seconda è dell'incoronazione sua, la terza è del matrimonio, quando menò per moglie la regina, la quarta è della natività del suo primogenito figliuolo; dove convita tutti i parenti suoi e baroni. Delle quali una ne vidd'io che vi fui presente, dove il veder tanti buffoni, tanti servitori, tante sorti di bevande, canti, suoni e altre cose metteva maraviglia a tutti; e massime il vedere il gran Cane in persona in una sedia ricchissima e ornatissima con tutti quanti i baroni coronati di pietre preziose e perle e oro, ciascuno secondo la sua possibilità, divisi in quattro parti overo squadre. In un poggetto di marmo poi stanno tutti i filosofi e astrologi, e tutti, secondo la loro professione, fanno prova di loro. E di loro certi guardano non so che ponti, o di stelle o di pianeti, secondo i quali, quando ora gli pare, gridano forte dicendo secondo il nostro idioma: "Ingenocchiamoci al nostro grandissimo signore". E ogni persona che vi si trova presente inchina il capo a terra, e i baroni si cavano la corona, e similmente gridando un'altra volta accennano che seria 'l tempo di levarsi e mettersi a sedere. In oltre ogni barone è tenuto dargli per tributo un cavallo bianco l'anno; senza dire dell'altre genti private, che gli donano chi bestie insegnate di farli riverenza e inchinarsi inanzi a lui e altre cose con quali si danno a conoscere al signore.
Un dí fra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta bianca piú che neve, la cui lana rassembrava un bombace, la quale si pelava. E domandando dai circostanti che cosa fusse, fummi detto che era stata donata dal signore ad un barone per una carne che fusse la migliore e piú utile al corpo umano d'ogn'altra; soggiungendomi che vi è un monte che ha nome Capsiis in cui nascono certi peponi grandi, e quando si fan maturi si aprono e n'esce fuori questa bestia. E fummi anche soggionto che nel reame di Scozia e d'Inghilterra sono arbori che producono pomi violati e tondi alla guisa di una zucca, da' quali, quando sono maturi, esce fuora un uccello. Questo credo piú, per averne avuto raguaglio da persone d'importanza e degne di fede, che se l'avessi visto con i miei propri occhi.
Ma voglio qui far fine di dir delle cose del gran Cane, ch'io sarei certo di non poter dir la millesima parte di quanto ho visto. Tuttavia stimo che sia meglio di passar altrove.

FINE



La descrizione della Sarmazia europea del magnifico cavalliere Alessandro Guagnino veronese, tradotta dalla lingua latina nel volgare italiano dal reverendo messer Bartolomeo Dionigi da Fano.


Essendo io per descrivere le genti di Sarmazia dell'Europa e il sito de' paesi che abbraccia essa provincia, ho giudicato non esser fuor di proposito, anzi dover molto a' lettori delettare, il porre prima i termini che l'Europa dall'Africa dividono e dall'Asia. L'Europa per tanto, terza parte del mondo, fu cosí nomata da Europa, figliuola d'Agenore, re di Libia e di Soria; della rara bellezza della quale inamoratosi (come i poeti favoleggiano) Giove, né trovando altro mezo di condurre a fine il suo desio, transformatosi in un toro candidissimo si mescolò con altri armenti che vicino al lito del mar pascendo andavano, ove anco per suo diporto Europa con le sue damigelle alor si ritrovava. La qual, tirata dalla insolita bellezza di questo animale, se li fece vicina, e trovatolo piacevolissimo si assicurò di modo che sopra vi ascese, e il toro, carico della desiata preda, a poco a poco si cacciò nel mare e portolla nell'isola di Candia.
Confina l'Europa verso levante col fiume Tanai; da mezzogiorno ha per confine il mar Mediterraneo, da settentrione il Britannico, e l'Atlantico oceano di verso ponente. È questa parte del mondo piú piccola assai dell'altre dua, che sono l'Asia e l'Africa, ma è molto piú abitabile, perciochè, non sottogiacendo a troppo né freddo né caldo, per consequente è molto copiosa e piena d'abitatori per la sua temperanza, da alcuni luochi in fuora, che, situati sotto la plaga settentrionale, per caggione de' freddi grandi malamente abitar si possono. La rendono anco superiore all'altre parti la cristiana religione, i costumi e la consuetudine del vivere, la frequenza degli uomini e delle città, la gran fertilità de tutte le cose necessarie al vitto umano e l'ottima temperie dell'aere sanissimo. Si distende in larghezza mille e doicento miglia italiani dal mar Ionio, o vogliam dire Arcipellago, insino all'oceano Ibernico, e in longhezza tremilia e ottocento miglia dal capo di Portugallo sino al fiume Tanai, qual la Sarmazia dell'Asia divide. Comincia pertanto l'Europa a mezzogiorno dal mar Ionio, e da levante dal fiume Tanai.
La Sarmazia, della quale ho proposto di parlare, regione grandissima e che molti regni e nazioni abbraccia, giace in questa terza parte del mondo. Ma bisogna sapere che due sono le Sarmazie: una scitica, over asiatica, situata oltre i fiumi Tanai e Wolga verso levante, la quale da' Tartari over Sciti zawolensi, divisi in orde, cioè in tribú o compagnie, è largamente abitata; l'altra si chiama la Sarmazia d'Europa, gli abitatori della quale sono i Poloni, i Russi, i Lituani, i Masoviti, i Pruteni, i Pomerani, i Livoni, i Moscoviti, i Goti, gli Alani, i Valacchi e quei Tartari che su la banda occidentale del Tanai hanno le stanze appresso il mar Maggiore. Il fiume Tanai e la palude Meotide dividono questa Sarmazia dalla banda di levante dall'Asia, e il fiume Vistola, da altri detto Odera, di verso ponente è il suo confine; da mezzodí è serrata da' monti d'Ungaria, che i paesani chiamano Beskid, e di verso tramontana la separa dalla Germania il mar detto Sarmatico. Altri confini sono dati da Ptolomeo, principe de' cosmografi, alla Sarmazia europea, quali per brevità tralasso, rimettendo i desiderosi di saperli al quinto capitolo del terzo libro d'esso famoso autore. Qual anco scrive questi essere i fiumi che al suo tempo per essa scorrevano: la Vistola, che dagli antichi anco Vandalo, Istola over Iugula con nomi diversi fu chiamato; nasce questo ne' monti Sarmatici, e passando per la Slesia, Polonia, Massovia e Prussia, dopo l'aver molti altri fiumi nel suo letto recevuti scarica le sue acque nel mar Sarmatico over Balteo, appresso Gedano, famosissima fiera della Prussia. Il fiume Cronone, volgarmente detto Hiemen, ha il suo fonte non lungi da Torow della Russia, che, scorrendo oltra essa provincia, la Littuania e la Prussia, piega poi verso settentrione e va a sboccare in quella parte del mar Germanico che è forsi da lui chiamato Cronio. Il Rubone, che adesso da' paesani è detto Dzwina e da' Latini e Germani Duna, principia nella Russia di Moscovia e, per essa facendo il suo corso, passa poi per la Littuania e per la Livonia e va a cascare con molte gran bocche vicino doi miglia a Riga, metropoli di Livonia, dopo l'aver scorso dal suo fonte cento e trenta miglia poloni di paese. I fiumi anco Ternuto e Chersiro, che nascono, secondo Ptolomeo, da' monti Rifei, è opinione ch'entrino nell'istesso mare, quali credo che siano quelli che volgarmente oggi Narezv e Bug son chiamati.
Ha la Sarmazia europea oltra questi molti altri fiumi famosissimi, come sono il Boristen, detto Dneper, il qual corre nel mar Maggiore; l'Ippane, ch'oggi Beg è detto, ed entra nella Vistola; il Tiran, over Dnester, detto propriamente da tirare, parola italiana, è cosí detto perciochè, quasi da un arco tirata saetta, con empito terribile le sue acque corrono. E di piú ha la Vilia, la Disna, il Peripeto, la Sluenza, la Narva in Livonia e molti altri fiumi navigabili, che troppo sarei longo a nominarli tutti.
È questa Sarmazia, dentro a' termini da Ptolomeo e da me descritti, signoreggiata dal potentissimo e invittissimo re di Polonia, i confini del regno del quale, acquistati dagli antichi col mezo della guerra e della pace, sono a' tempi nostri dentro a questi termini compresi. Cominciando da' monti Sarmatici e dal palatinato di Transilvania, appresso il fonte del fiume Vistola, ove principia il ducato tessinense, si distende per la Slesia al fiume Odera, e sino alla marca brandburgense e sino a Francfordia; indi con lungo tratto passando la Pomerania arriva a' liti dell'oceano Germanico e al golfo Godano over Baltico; e poi girando per la banda di settentrione tira alla volta di levante per la Samogizia, per la Curlandia e per il gran paese di Livonia, e toccando la Filandia, quasi luoco ultimo del mondo, sottoposto al re di Svezia, e molti paesi della Russia, giunge a' confini del granducato di Moscovia. Partendosi poi dal mar Germanico e piegando verso gli altari d'Alessandro Magno per quelle campagne inculte vicine alla palude Meotide, con lunghissimo tratto passa di là dal Boristen, e indi dal mar Maggiore tornando verso ove abbiamo cominciato comprende i campi della Podolia e tocca i Moldavi e Valacchi, i Iazici, i Metastani over Transilvani e gli Ungari; ed è serrato questo nobilissimo regno di verso mezogiorno da' monti ch'oggi si chiamano Schepusiensi. Chiamasi Sarmazia con greco vocabulo, pigliando la derivazione di questo nome dalla somiglianza ch'hanno gli occhi de' popoli che gli abitano con quelli della vipera, cioè terribili e crudeli: perciochè sauros in greco vipera e omma occhio significa. Or, avendo descritta questa Sarmazia in generale, descendendo a particolari ragionaremo prima de' Poloni, prencipali popoli di tutti questi paesi.


Origine dell'antica e bellicosa gente di Sarmazia, dalla quale sono i Poloni discesi.

Dovendo io scrivere l'origine de' Poloni e dei re loro, e per ordine poi le lor imprese, mi par d'avvertire prima il lettore che io in questo prencipio non parlarò particolarmente de' Poloni, perciochè è necessario investigar prima l'origine e costumi dell'antichissima gente sarmatica, o vogliam dir slavonica, il che facilitarà grandemente l'intelligenza delle cose seguenti.
Apertamente appare per le Scritture sacre dell'antica legge, con le quali si concordano anco l'opinioni de tutti gli istorici, che, cessato quel diluvio universale ch'al tempo di Noè successe, Iafet, primogenito di Noè, si fermò primieramente in quella parte dell'Europa qual verso levante e settentrione si distende, nella provincia che ditta fu poi l'Asia minore. Nel qual luoco, favorendo Dio questa azione, in termine di non molti anni crescettero i discendenti da lui in un popolo grandissimo, il che presignificava e l'etimologia del suo nome e la felice benedizione da suo padre datali. Perciochè quel gran patriarca Noè, prefigurando che necessariamente doveva esser la condizione dell'umana vita di tre sorte, si dice che disse e ordinò a' figliuoli, imponendo a ciascun d'essi l'officio che esercitar dovevano, che dovesse ciaschedun di loro attendere alla vocazione predefinita, con queste parole: "Tu, Sem, come sacerdote ora, attendendo al divino culto. Tu, Cam, affaticati lavorando la terra ed esercitando tutte l'arte mecaniche. Tu, Iafet, reggi e difende come re e come soldato maneggia l'armi, e, proponendo leggi certe, fa che tutti gli altri, stando ne' lor termini, attendino a menar vita pacifica". Qual comandamento e testamento noi vedemo durare insino a' tempi nostri, essendo che ciascuna nazione che da' detti tre fratelli è discesa sin ora osserva la vocazione alla quale da una certa predestinazione e dalla paterna imprecazione è stata chiamata.
I descendenti pertanto di Iafet, che si erano molto nell'Europa dilatati nell'Asia minore, corrispondendo alla felice benedizione o testamento del padre applicarono subito l'animo al maneggiar l'armi, ed essendo grandemente col tempo cresciuti popolarono, sotto la guida di Gomero, figliuolo di Iafet, le parte orientali, l'Armenia e altri paesi nelle parti settentrionali, distendendosi sino al Bosforo vicino alla palude Meotide, ch'ora la Cimeria si chiama, e occupando per lungo tratto, dalle fonti del Tanai sino ove egli in mar sbocca, tutti i paesi per i quali esso scorre. Considerando poi esser necessaria una superiorità sotto la quale gli altri quietamente vivono, elessero Tuiscono, overo Ascena, figliuolo di Gomero, per lor signore universale, il qual, per quanto dice Beroso, signoreggiò tutti quei paesi che si contengono dal nascimento del Tanai insino al Reno, fiume di Germania. Dalla qual testimonianza conseguentemente si potria cavare i Sarmati o Slavi e i Germani, or detti Todeschi, esser discesi da un istesso capo e fondatore ed esser una cosa istessa. E Cranzio ancora scrive che i Poloni e i Boemi sono parenti de' Todeschi, allegando in confirmazione di questo che molto tra queste nazioni s'usa il lor lenguaggio, e molti anco alla todesca vestono. La qual ragione se vera fosse, si provaria che fossero anco italiani e ungari, perciochè e gli abiti e la lengua latina è talmente a' Poloni familiare che nel parlare elegantemente latino di gran lunga tutte l'altre nazioni avanzano. Cranzio per tanto s'abbaglia in questo luoco, perciochè se i Slavi over Sarmati descendessero da' Todeschi e avessero sin da' tempi antichi avuto un istesso lenguaggio, di dove saria nato l'uso ch'hanno questi popoli della lengua sarmatica, over slavica, la quale è tra essi communissima? Oltre che e nell'abito e ne' costumi e nel modo del vivere sono in tutto i Sarmati diversi da' Todeschi; la qual cosa è da Plinio confermata con queste parole: "I Sarmati certamente non sono todeschi, dividendo gli uni dagli altri il fiume Vandolo, over Vistola". La qual openione è approbata da' diligenti investigatori dell'antichità, Cornelio Tacito, Strabone e Ptolomeo.
Ma, tornando di dove son partito, questi discendenti di Iafet furono uomini valorosi, strenui, pronti di mano e bellicosi; di che rendono testimonianza l'imprese da essi in quel principio strenuamente e con audazia fatte, per le quali si dice ch'erano da tutto il resto del mondo temuti. Onde furono primieramente Sauromati da' Greci chiamati, da sauros che, come di sopra si è detto, vipera significa, e omma, che vol dire occhio, quasi volendo dire gente terribile e con occhi di vipera; dal qual tempo questa gente e questi paesi da essi abitati ritengono il nome di Sauromati e di Sauromazia. Crebbero in processo di tempo questi popoli di modo ch'essendo troppo stretti a tante genti i lor confini, si dilatarono dalle bocche del Tanai e dalla palude Meotide verso mezogiorno, e occuparono la Dazia, la Russia, la Lituania, la Borussia, ch'ora Prussia si chiama, e tutta la Livonia. La maggior parte de' quali passò in quelle parti ch'a' tempi nostri Polonia è chiamata, e popolarono l'una e l'altra riva del fiume Vistola, dagli antichi detto Vandalo; e fatta compagnia e amicizia con i Teutoni ch'appresso quel fiume molto prima in alcune capanne abitavano, non essendo ancor usi a procacciarsi il vivere con le lor fatiche, si dettero insieme con essi a depredare la Sassonia e la Pomerania; e fatti alcuni legni andavano scorsegiando il mar Germanico over Balteo, e infestando i suoi luochi maritimi per provedersi delle cose al vitto necessarie.
Ma quando e con quale occasione fosse questo passagio da' Sarmati fatto, dai luochi del Tanai e dalla Meotide palude in questi paesi, non si trovando di questo tra lor memoria alcuna non si può prefissamente sapere; e se tra' Sarmati il studio delle lettere fosse fiorito alora al par delle arte militare, non è dubio ch'averiano lassata memoria piú certa e della lor venuta in quelle parti e di molti altri lor fatti gloriosi, ma attesero essi piú tosto ad animosamente e virilmente adoperar l'armi che ad ornatamente ed elegantemente scrivere. Il Sabellico nondimeno ed Erodoto scriveno che i Sarmati e i Cimbri furon da Aliate, re de' Lidi, dell'Asia scacciati; alcuni altri hanno openione che essi spinti fossero da' Goti fuor delle loro sedi; la qual cosa non pur punto è verisimile, ma è piú tosto da credere ch'essi di propria volontà, over da qualche fato tirati, o pur bramosi dell'altrui ricchezze, si movessero ad acquistar quei paesi con l'arme che eran per l'abitar del genere umano de' suoi molto megliori. E non solo i Sarmati, ma molte altre nazioni ad essi finitime, abbandonando le lor proprie stanze, passarono in provincie piú abitabili, come furono i Cimerii, altramente detti Cimbri, i Goti, i Daci, i Svevi, over Tuisconi, e i Saci, che ora si chiamano Sassoni e che sino a' tempi nostri co' Sarmati confinano. Ma non è già da credere che le genti da' suoi luochi tutti a un tempo si levassero, ma che molti rimanessero nell'abitazioni dagli altri abbandonate; la qual cosa appieno si prova esser vera per quelli Tartari che stanno a' tempi nostri appresso il fiume Tanai e tra la palude Meotide e il mar Maggiore, perciochè questi e ne' costumi e nel modo del vivere poco sono da' Sarmati differenti.
Ma, tornando all'istoria, quei Sarmati che si fermaro appresso il fiume Vistola, avendo insieme coi Teutoni lor confederati con le continue correrie desolate tutte le circonvicine provincie, e non trovando piú che depredare, né volendo piegarsi a lavorar la terra, si trovaro non aver piú di che vivere: onde, unitisi insieme con detti Teutoni, fecero un esercito di trecentomila persone e passarono piú inanzi all'acquisto di provincie piú fertile e piú grasse, e lassato il nome de Sarmati, dal fiume Vandalo, sopra il qual essi abitavano, detto da' moderni Vistola, fur nomati Vandali. Il primo passaggio che fece questo cosí grosso esercito fu nella Panonia, al tempo dell'imperator Costantino il Magno, e scacciatone gli antichi abitatori per quaranta anni la conservar in poter loro, di dove (per quanto narrano l'istorie degli Ungari) furon poi da' Goti discacciati. Ma gli annali de' Poloni raccontano che i Vandali fur di Panonia cavati da Stilicone lor capitano, e, in Italia condotti, la scorsero e rovinarono tutta. Poi, sotto la condotta dell'istesso, in Spagna passarono, e di Spagna per il stretto di Gibelterra traghetarono in Africa; qual avendo con l'armi occupata, in pace e prosperità grandissima per doicento anni possederono, nel qual tempo non solo travagliarono grandemente il romano imperio e in terra e in mare, ma presero anco e crudelmente saccheggiarono l'istessa città di Roma sotto Sixto papa, per quanto alcuni scrivono, l'anno di Cristo quattrocento e ventinuove. E finalmente l'anno cinquecento e trentaotto Iustiniano imperatore col mezo di Belisario, capitano celeberrimo del suo esercito e uomo segnalato e chiaro per le molte degne imprese da lui fatte, gli dette una tal rotta che persero totalmente le lor forze e fur dell'Africa scacciati, essendo il lor re Gilimero venuto in poter de' nimici e condotto a Costantinopoli pregione.
Dicono alcuni che i Vandali in questa battaglia fur in tutto estinti e spenti; ma questo appar non esser vero per piú di un argomento, perciochè, quantunque in questo fatto d'arme fossero le forze lor indebolite in modo che non poterono piú tornare nella pristina lor possanza, tuttavia le reliquie che dall'uccisione avanzarono si sparsero con la fuga in diverse parti del mondo: e alcuni tornarono sul fiume Vistola, lor antica patria, e di dove già tanti anni si erano i lor progenitori partiti; altri passaro in Grecia, altri in Panonia, altri in Germania, a provedersi di nuove stanze. Le reliquie di quelli che occuparono il paese posto di là dal fiume Albi verso settentrione, per la maggior parte mantengono ancora la lengua slavica, e il lor ducato, confine alla Prussia, Vandalia si chiama, il duca de' quali s'usurpa il titolo di feudo della Prussia de' Poloni. I Todeschi, pigliando la denominazione da' Vandali, chiamano tutti i Sarmati che usano la lengua slavonica Wenden o Winden; e il mare che bagna la Sarmazia è da loro chiamato Venedico. Attendendo io alla brevità, tralasso gli altri fatti di questi Vandali, e tanto piú che di lor non si scrive altro che una crudeltà e barbara empietà con la quale contra ogn'altra nazione si incrudelivano, onde sino a' nostri giorni si canta nelle letanie dalla catolica romana Chiesa: "A Vandalis libera nos, Domine".
Si levò dopo questi Vandali dall'istesso paese un'altra gente, niente nell'esser crudele dalla prima dissimile: quali, per quanto scrive Procopio, Roxolani over Rossani e anco Ruteni o Russi si chiamarono. I Volgari ancora, over Voltinii popoli, cosí chiamati dal fiume Volga, di costumi e di lengua conformi a' Roxolani, usciron degli istessi luochi. Qual fiume Volga celeberrimo, stimato da molti (ma falsamente) il Tanai, chiamato Rha da Ptolomeo, e da' Tartari Edel, divide con termini certi i Moscoviti da' Tartari campestri. Quelli Roxolani pertanto, o Russi, avendo per somiglianza della vita e de' costumi fatto amicizia e compagnia con questi Volgari, congiunte insieme le forze passaro nella regione taurica, che possedono ora i Tartari precopensi, e ivi fermaro le lor stanze. Quanto tempo vi siano stati e quando vi andassero non si può sapere, non essendo tra essi stato alcuno che, scrivendo e i tempi e le cose da questi popoli fatte, procurasse e di giovare alla posterità e di dar perpetua fama alle lor imprese.
Intendendo poi questi esser gran discordie in Grecia tra' prencipi cristiani, assai di loro passarono con Chranno lor capitano il Danubio, e scorsero predando per tutta la Tracia, ove anco in una sanguinosa battaglia roppero l'imperator di Costantinopoli, tagliandoli a pezzi tutte le sue genti, e inoltre amazzarono Niceforo e Michele Curoplato imperatori appresso Andrianopoli. E avendo finalmente occupata l'una e l'altra Misia, dal nome loro Wolgaria la chiamarono, ch'oggi Bulgaria da tutti è detta. Altri s'impatroniro di parte della Russia e Wolinia la nomarono, che sin a' tempi nostri il nome conserva; il resto fermaro le lor sedi in Podolia, in Lituania, in Podlasia e in Massovia. Quali tutti sino a questo giorno han mantenuti gli occupati luochi, da quelli in fuora che in Misia s'erano fermati.
Fur questi popoli dagli istoriografi chiamati con nomi diversi, perciochè i Greci li dettero nome di Sporii, cioè dispersi, e di Sauromati, cioè crudeli, pigliando l'etimologia dagli occhi viperini; gli altri li nominaro Roxolani, Besi, Guadi, Bodini dal fiume Boristen, Bolgari dalla Volga, Moravi dal fiume Moravo, over dal re Morato, Anti, Bosmi, Corni, Serbi, Rasci dalla Russia, Dalmati, Slavi, Illirici, Istri dal fiume Istro, che è il Danubio, Boemi dalla regione Boemia, Poloni dal paese campestre e piano, overo dalla caccia: perciochè questa parola pole in lengua slava e caccia e pianura significa, e questa gente abita un paese piano e quasi tutta aperto, e grandemente della caccia si diletta.
Questi popoli di Sarmazia, secondo che in diverse provincie divisi sono e che con varii nomi son denominati, cosí hanno anco diversi lenguaggi, secondo che per lontananza sono gli uni dagli altri divisi, se bene tutti d'un istesso ceppo son discesi e tutti hanno un istesso idioma slavonico. Perciochè i Moscoviti da' Ruteni, i Ruteni da' Poloni e Masoviti, e cosí i Boemi e i Croatti, nella proferta, negli accenti e in alcune parole son talmente differenti che difficilmente tra loro anco si intendono, se con la scambievole pratica e conversazione non si assuefanno l'uno al parlar dell'altro. E questo è occorso perchè i Sarmati o Slavoni, gente bellicosa e odiosa della pace, scorrendo in molte guerre per diverse parte del mondo e occupandone anco molte, mutarono assai il parlar slavonico con i molti vocaboli in queste e in quelle parte presi. Si vede poi per le scritture degli antichi istoriografi che la gente de' Slavini o Slavi fioriva sino al tempo della guerra troiana in Paflagonia; Procopio anco cesariense, scrivendo già mille e cinquanta anni della guerra gotica, fatta a' tempi de Iustiniano imperatore, fa menzione di questi Slavini. E il Biondo, che già cento e dieci anni scrisse l'istoria dalla declinazione del romano imperio, mentre scrive i fatti d'Arcadio e Onorio romani imperatori, nomina in quella anco gli Slavi. Ma Iornando alano nelle sue croniche dice che questo nome de Slavi era nuovo a' suoi tempi, e che il lenguaggio ch'usano i Slavoni era antichissimo.
Scrivono ancora Iornando e san Gregorio papa, primo di questo nome, che i Slavi abitavano sopra il Danubio verso settentrione, e che passato il Danubio travagliarono grandemente l'una e l'altra Misia, la Panonia, la Macedonia, la Tracia, l'Istria, e che finalmente fermatisi nella Dalmazia e nell'Illirico tra la Drava e Sava fiumi dettero a quel paese il nome di Slavonia, e indebolirono totalmente il romano imperio. Non perdonaro gli istessi Slavi né anco alla Germania, e giunsero a tal grandezza che possedono quasi meza l'Europa e parte dell'Asia, perciochè si computano in questa nazione non solo quelli che abitano la Dalmazia, l'Illirico, il Corpato e le montagne d'Ungaria, ma anco molti altri grossi e potentissimi popoli orientali e settentrionali, quelli tutti cioè che parlano nel lenguaggio slavonico: come sono i Bolgari, quei della Bossina, i Servii, i Croatti, i Carni, i Rasciani, i Dalmatini, gli Istriani (i Burgundi hanno già perso la lengua slavonica), i Stirii, i Poloni i Masoviti, i Pomerani, i Lusazi, i Podoli, i Volini, i Ruteni, i Moldavi, i Moscoviti, che gran stato possedono, i Cassubi, i Vandali, i Slesii, i Moravi, i Boemi e altri molti. In tutte queste provincie, che si distendono dall'oceano Glaciale, posto oltre i confini del granduca di Moscovia verso settentrione, sino al mar Mediterraneo e Adriatico, si usa la lengua slava. E similmente dal mar Maggiore insino al mar Germanico hanno le lor colonie i Moldavi, i Valacchi e gli altri popoli ruteni, quantunque assai di loro, pigliando costumi forestieri, hanno mutato il lor antico ordine di vivere, perciochè i Bulgari, quelli della Bosina, i Rascii e i Dalmati si tengono co' Turchi e con gli Ungari; i Burgundi, Misii, Pomerani e Slesi con i Germani; i Littuani, i Ruteni e i Masoviti con i Poloni; e gli Istriani, i Carni e i Carinzii con gli Italiani. E con tutto che questi siano tra diverse nazioni dispersi, conservano però l'idioma slavonico, quantunque nella proferta e accenti molto differente.
Fecero questi Sarmati molte onorate imprese, e prencipalmente quando i Roxolani (i descendenti de' quali oggi Ruteni o Russi son chiamati) combatterono in favor di Mitridate re di Ponto, il qual signoreggiava in quelle parti ch'ora obediscono all'imperio turchesco. Guerreggiarono anco con varia fortuna lungo tempo co' Romani e con diversi re circonvicini, ma, perchè non fu tra loro chi si desse alle lettere, tenevano poco conto de saper le cose passate, né di far memoria de' lor antichi gesti a beneficio della posterità. Ma chi vorrà ben considerare il tutto, conoscerà non esser stata anticamente gente piú bellicosa de' Sarmati, perciochè essi niente stimavano i discomodi che porta seco la guerra, come sono freddi, cattivi tempi e altri simili disagi, stimando poco la vita per acquistarsi eterno nome; né temendo punto la morte si metteno ad ogni risego e pericolo. Della rara forza e audace animosità de' quali quello Ovidio Nasone che fu da Roma confinato in Ponto scrisse come per un miracolo ad alcuni prencipali gentiluomini romani in queste parole.

Nel primo libro de Ponto, l'elegia seconda a Maximo:

Hostibus in mediis interque pericula versor,
tanquam cum patria pax sit adempta mihi:
qui, mortis saevo geminent ut vulnere causas,
omnia vipereo spicula felle linunt.
Hic eques instructus perterrita moenia lustrat
more lupi clausas circumeuntis oves.
Tecta rigent fixis veluti vallata sagittis,
portaque vix firma summovet arma sera.



All'istesso nella terza elegia:

aut quid Sauromatae faciant, quid Iasiges acres
cultaque Oresteae Taurica terra Deae,
quaeque aliae gentes, ubi frigore constitit Ister,
dura meant celeri terga per amnis equo.
Maxima pars hominum nec te, pulcherrima, curat,
Roma, nec Ausonii militis arma timet.
Dant illis animos arcus plenaeque pharetrae,
quamque libet longis cursibus aptus eques,
quodque sitim didicere diu tollerare famemque
quodque sequens nullas hostis habebit aquas.



Nell'elegia settima del quarto libro a Vestale:

ipse vides onerata ferox ut ducat Iasis
per medias Istri plaustra bubulcus aquas.
Aspicis et mitti sub adunco toxica ferro
ac telum causas mortis habere duas.



A Severo nella elegia decima nona:

Nulla Getis toto gens est truculentior orbe,
tinctaque mortifera tela sagitta madet.



Da questa d'Ovidio testimonianza appare che i Sarmati erano gente bellicosa e che non erano soggetti al romano imperio, quando dice: "Nec te, pulcherrima, curat, Roma". Quello poi che si può dire degli antichissimi lor costumi e instituti sono per lo piú le cose seguenti. Usavano ne' primi tempi quelli antichissimi Sarmati, over Slavoni, e quelli che le lor stanze nelle regioni di Polonia e di Russia posero, la prisca lengua slavonica, qual è commune a' Sarmati e a' Ruteni. Non conoscevano re o prencipe per descendenzia over lignaggio, ma, quando si movevano a far guerra, eleggevano per lor capo quello che tra loro era conosciuto avanzar gli altri d'ingegno e di valore, la signoria del quale durava tanto quanto la guerra durava, per cagione della quale era stato dichiarato capitano, e non piú. E de qui viene che sino oggi non succedono nel regno di Polonia i figliuoli o altri propinqui del re, ma dal consenso del senato a quella degnità è assonto quello che per valore e virtú se ne mostra esser piú degno. Tutti quelli che erano atti a maneggiar l'armi le pigliavano nelle guerre da essi mosse, le quali armi loro erano archi, alabarde e lancie; e conducevano seco nelle guerre anco le moglie, che, essendo donne molto dedite agli incantamenti e all'arte magica, attendevano agli augurii e all'indovinare, e con grande e provata certezza predicevano i futuri successi delle lor battaglie. Non conoscevano tra loro la maggior vergogna e ignominia che il fuggir dall'inimico: e però mai questo ad alcun di lor eserciti intervenne, e, se alcun soldato nelle battaglie fuggito fosse, gli era in tutto vietato il ritornar fra' suoi. La degnità maggiore tra essi, dopo quella de' capitani da lor eletti, era l'esser cavalieri, che da' fornimenti chiamamo a speron d'oro; alla qual degnità alcun non poteva ascendere che non se l'avesse con l'arme in mano e con valorosi fatti nelle guerre contra nemici acquistata, e mostrato esserne meritevole. Adoravano Marte, la luna e il sole e altri falsi dei della antica religione, facendoli sacrificii e onorandoli in luochi a questo deputati, e tenevano l'anime esser immortali. Ponevano le sepolture de' lor morti nelle selve e ne' campi, e accumulandoli sopra molte pietre le rendevano molte eminente, della qual sorte di sepolture se ne vedono sin al giorno d'oggi infinite per tutta la Russia. Molti ancora usavano, all'usanza de' Romani, d'abbrusciar i cadaveri e raccolte le ceneri reponerle nell'urne. Di poco cibo restavano contenti, e si fornivano delle cose necessarie col barattare una cosa con l'altra, né avevano cosa alcuna di proprio fuor che l'arco, la framea, e la lancia. Vestivano vilmente e vesti fatte di cuoro o di pelle di animali, lunghe insino a' piedi. Non si curavano d'accumular tesori o vesti preciose, né di posseder possessioni e campi, e le differenze che tra lor nascevano le diffinivano in campagna aperta con l'arme in mano. Questo è quanto si può dire delli antichissimi costumi e instituti della gente sarmatica over slavonica, gran parte de' quali insino a' tempi nostri da' lor posteri in alcuni luochi ancora s'usano.
Or si cominciarà a ragionar particolarmente de' Poloni, di dove cioè siano venuti e quando in questi luochi di Sarmazia fermati se siano. E qui metteremo, benigno lettore, le vite e successioni di ciascun prencipe e re di Polonia, scritte già da Clemente Ianizio in elegie, le quali tornaranno a grande ornamento, bellezza e ampliazione della prosa, da noi con somma diligenza nettate da molti errori che per colpa de' stampatori scorsi vi erano.



COMPENDIO DELLE CRONICHE DI POLONIA SECONDO L'ORDINE E SUCCESSIONE DE TUTTI I PRENCIPI E RE DI QUELLA GENTE, DA LECHO PRIMO DUCA E AUTORE DE' POLONI SINO AL RE ENRICO VALESIO.


Lecho primo duca e autore de' Poloni.

Quae modo Sarmatia est, quondam deserta fuerunt
invia, post magnas Deucalionis aquas.
Primus in haec Lechus popolum deduxit agrestem,
de patria pulsus seditione domo:
Dalmata vir, Phariis claro patre natus in agris,
quos rapidus curvis Crupa pererrat aquis.
Colle super pulchro properatae moenia Gneznae
struxit et a nidis nomen habere dedit,
omine permotus: multas ibi namque videbat
per vicinum aquilas nidificasse nemus.
Exule patre sumus, sed plurima regna per orbem
principia exulibus, dat sua Roma notho.



Doi illustri e magnanimi prencipi uscirono di questa gente slavonica over sarmatica, l'origine della quale abbiamo copiosamente descritta, uno de' quali Cecho si chiamò e l'altro Lecho, fratelli tra loro. Questi, passate e superate molte difficilissime fatiche e molti duri travagli de' tempi bellicosi nell'Illirico e nella Dalmazia, fastiditi dalle domestiche sedizioni che, posto fine alle guerre esterne, dalla pace e dall'ozio nascevano, essendo dotati d'ingegno nobile ed elevato elessero un'altra sorte di vivere, ed essendo guerra civile tra la lor gente si cavaro con quelli che li volsero seguire fuor delle lor trinciere. E usciti di Croazia, regione dell'Illirico, entraro verso ponente ne' paesi di Germania e occuparo quel paese che giace tra l'Albi e la Vesera, fiumi celeberrimi; e fabricando una città e fortezza su le rive della Vesera la nominaron Bremia, denotando esser ormai finiti i gravi pesi delle lor miserie, perciochè Bremia in lengua slavica significa peso; la qual città sin ora da' Todeschi Bremen è chiamata.
Seguirono molte battaglie tra' Germani e questi doi fratelli per cagione del paese da lor occupato, nelle quali assai cittade e castelli, spaventati della lor gran possanza, vennero volontariamente sotto al lor dominio. E cosí Cecho pose le sue prime stanze appresso li fiumi Danubio e Albi, nella città di Boemia, antica colonia de' Romani, avendo scacciati in parte i primi abitatori e parte tra i suoi connumerati. Favorendolo poi la fortuna e la virtú, l'Austria, la Lusazia, la Moravia e la Misna alla sua obedienza sottopose. Lecho, l'altro fratello, eroo magnanimo, passò piú inanzi assai col suo esercito l'anno della nostra salute cinquecento e cinquanta, per trovare ed elegere a sua voglia luochi piú abitabili; e andando da ponente verso settentrione giunse in questi campi ove ora è la Polonia, e fermossi con i suoi appresso il fiume Vistola, nell'istesso luoco di dove si eran già partiti i Vandali. Dopo, tirando dalla Vistola al fiume Odera alla volta di levante e del settentrione, sottomise al suo imperio tutte quelle provincie ch'oggi la Slesia, il marchesato di Brandburg, la Prussia, Meckelburg, la Pomerania, l'Holsatia e la Sassonia si chiamano, avendo tagliati a pezzi, scacciati e parte anco ricevuti in grazia gli antichi abitatori di quei luochi. Mentre Lecho col valore va cosí dilatando i termini del suo imperio, fu da un certo signorotto di Germania, col quale aveva lungo tempo guerregiato, sfidato a singolar duello per diffinire con la spada tra essi due le lor differenze, nate dall'ingordizia di signoregiare. Accettò animosamente Lecho la disfida, e, venuti a battaglia sulla vista de' lor eserciti, assalse con tal valore Lecho il suo contrario ch'al primo affronto li tolse la vita, e fecesi patrone di tutto il suo stato, nel quale sono molti luochi maritimi, chiamato ora Pomerania.
Pacificato ch'egli ebbe il suo imperio e debellati tutti quelli che nuocer li potevano, si dette ad assettare le cose del regno, e andando revedendo i deserti di Polonia considerava i luochi piú forti e piú commodi da fabricare cittadi e fortezze; e a caso trovò un luoco molto forte per sito o per natura, per esser serrato d'ogni intorno da laghi e da fangose paludi; qual grandemente piacendoli, ivi fondò la prima città e fortezza ch'egli edificasse, la qual fu da lui chiamata Gnezna dalla gran moltitudine de' nidi d'aquile ch'in esso luoco ritrovò, perciochè in quella lengua i nidi degli uccelli gniazdo si chiamano. E per consiglio degli aruspici e indovini prese per arma un'aquila bianca che l'ale spiega in atto di volare e fecela porre nell'insegne militari; onde sin da quel tempo è dai re di Polonia sempre per arma del regno polonico stata adoperata. Da Lecho pertanto, primo duca e autore de' Poloni, furono essi da' Ruteni e dagli altri Slavi chiamati Lechiti, e i Boemi da Cecho fur chiamati Cechi; e il nome con che ora si chiamano i Poloni è stato cavato dalla pianura e campi aperti ne' quali essi abitano, perchè (sí come di sopra è stato detto) il campo da lor si chiama pole. Avendo per tanto Lecho fatte molte onorate imprese, e benissimo ordinate le cose del suo regno, felicemente uscí di questa vita. Dopo la morte del quale non si truova cosa alcuna certa de' suoi legittimi eredi e successori, e sopra questo è gran varietà negli istorici poloni; ma lui per testamento ordinò che i popoli dovessero elegere uno della lor nazione che fosse della republica benemerito e valoroso nell'armi, e a questo dovessero obedire.
Visimiro, uno de' discendenti di Lecho, prencipe de' Poloni, avendo dilatata la sua signoria sin a' confini de' Dani, ed essendo i suoi luochi per la vicinanza grandemente infestati e predati da Sinardo, re de' Dani, raccolto aiuto da tutte quelle parti ch'egli puoté, e fatta una potente armata, la forní di soldati e si mosse alla volta de' nimici. Era tra gli altri suoi legni un naviglio di smisurata grandezza, l'aspetto solo del quale spaventò grandemente i Dani, che sotto la guida di Sinardo lor re eran venuti con le lor navi ad incontrarlo: e venutosi a battaglia, fur da' Poloni i Dani rotti e messi in fuga, e datali la caccia insino in terra occuparono in Dania col favor della vittoria l'isole Ruggia, Hemeria, Teondia e Salendia, nelle quali fabricate molte città e castelli, le fortificò con presidii de Poloni. E sina a' nostri tempi ritengono queste città i nomi da' Poloni in lengua slava postoli, come sono Wisimer da Wisimero, Lubeca, città ricchissima e popolosa, Dancica, terra famosissima, fondata da' Poloni su' liti del mar Germanico per un ostaculo contra le correrie de' Dani. Avendosi poi Visimiro fatto tributario il re de' Dani e tolto un suo figliuolo per ostaggio, dopo assettate le cose di Dania ricondusse l'armata carica delle spoglie de' nimici a salvamento in Polonia. Ed essendo successa bene a' Poloni questa prima impresa navale, presero animo grande e attesero ad esercitarsi nelle cose maritime.
Passati alquanti anni, sopportando mal volontieri il re Sivardo il giogo de' Poloni, fece lega con gli Holsazi e con i Swezii, e levatosi dalla obedienza mosse di nuovo guerra a' Poloni, menandoli sopra un numeroso esercito. Ma anco questa seconda volta fu da' Poloni rotto e le sue genti messe a fil di spada in Scania, ed essendosi il re con la fuga salvato, poco dopo, vedendosi privo dell'esercito e le sue cose redotte a mal passo, morí di puro dolore. Dopo la cui morte Visimiro soggiogò al suo imperio gran parte della Dania, e dopo aver fatte molte altre degne imprese, e aggrandito assai il suo stato, morí senza lassar figliuolo alcuno. Estinta che fu in Visimiro la casata di Lecho, se misero i Poloni in libertà, e non volendo comportare d'esser da alcun prencipe straniero signoregiati, fatta una general dieta in Gniezna crearono dodeci palatini, uomini tra lor prencipali e valorosi, a' quali della lor republica dettero il governo. Qual non durò piú di venti anni, perciochè, essendo il dominio in man de molti, cominciarono per ambizione a discordar tra loro: da che ne successero guerre civili e scambievole occisioni, che dettero animo a' popoli finitimi di liberarsi dal giogo de' Poloni. S'accorsero i Poloni de' gran danni che cagionava la signoria di tanti, onde, chiamata la general dieta, elessero per lor signore un certo Craco o Croco, uomo in quei tempi molto segnalato, e il quale descendeva dalla casata di quel Cecho che di sopra nominato abbiamo.


Craco prencipe de' Poloni.

Eluctata iugo multorum, patria Cracum
praefecit rebus laeta lubensque suis.
Finibus hic pepulit Gallos, qui nostra ruebant
in rura, exustae post mala Pannoniae.
Invitus regni tenuit quoque sceptra Bohemi,
et rexit geminum, carus utrique, solum.
Tunc habitasse draco fertur sub rupe Vaneli,
dirus vicini depopulator agri:
sulphure farcit ovem Cracus, monstro obiicit, illo
interiit ingens bellua victa cibo.
Conditur a Croco Cracovia: fabula Grachi
frivola Romani iam mihi, quaeso, tace.



Croco, descendente di Cecho, autor de' Boemi, recevuta ch'ebbe di commun volere la signoria di Polonia, raffrenò le genti finitime, che già aveano cominciato a rebellarsi, e diffese valorosamente il regno dagli insulti de' nimici: ruppe un grosso esercito de' Galli che, usciti de' lor paesi, dopo aver messo l'Ungaria tutta a ferro e a fuoco, venivano per scorrere e predar la Polonia. Finalmente paceficato il suo stato, riempí di lavoratori i luochi inculti e a cultura li redusse, ed edificò una famosa città o fortezza in un luoco ditto Vanel, appresso il fiume Vistola, e dal suo nome la chiamò Cracovia.
Si ritrovava in una spelonca di questo luoco, a quei tempi, un dracone di grandezza smisurata che, stando in essa ascoso, n'usciva quando dalla fame era cacciato, e col suo venenoso fiato corrompeva di sorte l'aere che molti ne morivano, e, scorrendo per la città e per i luochi vicini, mangiava ciò che egli di vivo incontrava. Onde, per fuggir questo danno, fur i cittadini sforzati porli ogni giorno alla bocca della spelonca tre corpi de bestie, affine che, trovando egli da mangiare commodamente, non uscisse a farli sí gran danno. Ma prevedendo Craco che il continuare questa cosa averia cagionato, a lungo andare, ch'essi senza bestie (tanto all'uman genere necessarie) seriano restati, fece scorticare un vitello ed empita la pelle di solfore e di salnitro e di pece la fece porre alla bocca della spelonca nell'ora ch'a pigliare il pasto il dracone uscir soleva; che giunto ivi tutto famelico, né trovando se non questa sol pelle, la devorò credendola una bestia. Né passò troppo che, operando il calor grande di quella mistura, cacciata la bestia da l'ardor che dentro aveva, corse al fiume Vistola e bevé tanto che finalmente crepò. E Craco, dopo l'aver lungamente regnato e bene ordinate le cose del suo stato, lassando doi figliuoli, Craco e Lecho, e una figliuola nomata Vanda, uscí di questa vita.
Sepulto che fu Craco secondo il costume del paese, chiamata la dieta elessero i Poloni in lor prencipe Craco secondo, figliuolo di maggior età del primo Craco; ma Lecho suo fratello, spento dall'ambizione e dalla invidia ch'alla grandezza del fratello portava, l'uccise in una caccia, e disse (aggiungendovi lacrime fente) ch'egli, mentre temerariamente una fiera seguiva, era da cavallo cascato e dalla fiera crudelmente stracciato. Con la qual arte ebbe astutamente Lecho la signoria del paese, ma non passò troppo ch'essendosi l'inganno scoperto egli fu del regno discacciato.


Vanda donna d'animo virile.

Connubii ob crebram virgo formosa repulsam
Teutonici Vanda bello petita ducis,
hosti congreditur, vincit. Magno ille pudore
incumbit gladio, se peremitque suo.
At victrix: "Mea virginitas sit victima vobis,
o superi, per quos est mihi sospes, - ait, -
Rotogari effugi thalamos". Sic fata, sub alti
se fluvii rapidas praecipitavit aquas.
Bactra Semiramidem, Tomirin Scitaque ornet, utrique
quam meus anteferat laude Polonus habet:
aequentur regnis, aequentur Marte, licebit,
aequari Vandae quae, rogo, morte potest?



L'anno della natività di Cristo nostro Signore settecento e trenta Vanda, quarta nell'ordine de' duchi di Polonia, unica e legittima del regno erede, fu con universal consenso al governo di quello inalzata. Governò questa la republica, menando vita verginale, strenuamente e con rara e prudenza e forteza, non altrimente che un'altra Pantasilea o un'altra Ortigia. E adescando la fama della sua rara e singolar bellezza gli animi de molti prencipi al suo amore, come con l'amo i pesci pigliar si sogliono, li fu dato questo cognome di Vanda over di Venda, ch'in lengua slava significa l'amo con che si piglia il pesce. Tra gli altri prencipi che per fama della sua gran beltà di lei inamorati si erano, era smisuratamente amata da Ritagora, prencipe germano, che spesse volte per suoi ambasciatori ricercò di averla per moglie, né mai puoté venire al suo disegno, rispondendo essa non volersi a modo alcuno maritare. Onde, vinto per queste repulse e dall'amore e dallo sdegno, mosse guerra a' Poloni, sperando ottenere quello con la forza a che dalla durezza della donna si vedeva tagliar ogn'altra strada, e credendo che i Poloni, spaventati delle sue gran forze, glila dovessero consignare in moglie. Ma Vanda, avendo raccolti da piú bande grossi aiuti, intrepidamente ad incontrar lo venne, e fatto con esso doi sanguinosi fatti d'arme nell'uno e nell'altro restò vittoriosa, tagliando a pezzi tutte le genti del nimico; e Ritagora a fatica con la fuga gli uscí delle mani, che quando poi, ridotto in sicuro, considerò le cose seguite e videsi esser stato doi volte da una donna superato, fu da tal dolore e vergogna assalito che, non volendo piú vedere il sole, con la sua propria spada se uccise. E Vanda, lassando una memorabil vittoria a' suoi Poloni, avendo offerta la sua verginità agli dei, si gettò giú d'un ponte nella Vistola, cosí finendo la vita entro a quelle acque; il corpo della quale, essendo dopo stato trovato in bocca della Dlubna, ove essa entra in la Vistola, fu sopra un luoco elevato sepulto, un miglio luntano da Cracovia.
Non restò dopo Vanda successore alcun legittimo, onde tornarono un'altra volta i Poloni ad elegere i dodeci palatini che, governando altrettante provincie, mantenessero il stato e la riputazione di quel regno. Ma ne seguí il contrario, perciochè, convertendo essi l'arme, che voltar dovean contra il nemico, contra proprii paesani, crudelmente per gara di commandare tra loro l'uccidevano; d'onde nacque che i Marcomanni, gli Unni e i Germani da ogni banda quel regno travagliarono.


Premislao, overo Lesco primo.

Restituit patriae magna virtute ruinam
Lesco suae, miris usus in hoste dolis.
Sub nemore hostis erat, Lesco sub nocte silenti
appendi galeas per nemus omne iubet;
sol oritur, galeas accendit, it obvius hostis
in nemus, instructi militis arma putans:
nil reperit, species quia Lesco removerat illas,
sic nostros Moravis terga dedisse putat.
Castra mero celebrat, belli securus, in antris:
Lesco venit tenebris, castra sopita capit,
aeternumque hosti dat somnum, longa Polonis
otia, finitimis foedera, iura, metum.



L'anno del parto virgineo settecento e cinquanta, essendo guerra in Polonia per la discordia che tra' palatini regnava, uno solo di essi, chiamato Lesco, cercava l'utile della patria e non il suo. E avendo fatta in quei tempi i Moravi una grossa correria nella Polonia, mentre tornano indietro carichi di preda, fur da Lesco, che raccolti molti soldati seguitati gli aveva, giunti e assaliti apresso il monte ch'or si chiama Calvo, nel luoco ove adesso è la famosa chiesa di Santa Croce, e ove i Moravi, fuor d'ogni pensiero d'esser da' nemici assaliti, s'erano accampati all'ombra de' boschi vicini; e fattoli dar all'arma, subito nelle vicine selve si ritirò con le sue genti. E i Moravi, che già avean prese l'arme, quando viddero i Poloni esser cosí in un subito smariti, imaginandosi che per paura indi fuggiti fossero, deposte l'arme, non avendo piú alcun sospetto de' nemici, si dettero largamente a bevere e indi a dormire. Alora Presmilao, che questa occasione aspettava, su la mezanotte uscí fuor delle selve e, divise le genti, assalí da piú bande i Moravi adormentati e, uccisili tutti, recuperò la preda e i pregioni. Dalla qual vittoria reso illustre, fu con i suffragii de tutta la gente, sprezato il molto numero de' governatori, eletto per signor de tutto il regno; nel quale avendo fatte molte degne imprese e restaurate con la sua gran virtú le ruine della patria, uscí di vita senza alcun figliuolo.


Lesco secondo.

Attulit huic regnum variorum cursus equorum
et praeter morem sors oculata suum.
Dignus erat regno, quamvis patre natus agresti,
rusticus et modica iustus arator agri.
Non bello quam pace minor: mireris in illo
hoc, qui nulla umquam noverat arma, viro.
Ante oculos voluit monumentum vile prioris
fortunae, sagulum, semper habere suos.
Et tamen illius non legerat ille poetae
Sarmatico dignum carmen in orbe legi.
Fortunam reverenter, quicunque repente
dives ab exili progrediere loco.



Morto Premislao Lescone l'anno settecento e ottanta della nostra salute senza lassar posteritade alcuna, nacque gran differenza tra' senatori e il popolo per l'elezione del futuro signore, la qual fu ultimamente di commune consenso levata col terminare ch'il prencipe nell'infrascritto modo si elegesse. Piantarono una colonna inanzi ad una porta di Cracovia e la corona e il scettro regal sopra vi posero, e per publico bando fecero per tutto intendere ch'un giorno terminato tutti quelli ch'al regno aspiravano dovessero trovarsi a cavallo appresso il fiume Pradni, perchè, d'indi date le mosse a tutti a un tempo, quello nel regno succederia che prima alla colonna giungesse. Publicata per il regno questa cosa, un giovene di bassa famiglia, ma astuto molto, considerato ben il tutto, ficcò per strada ove il corso esser doveva molti chiodi di ferro con le punte in su e, coperteli pulitamente con la terra, pose ben mente al luoco che netto de chiodi avea lassato, per occuparlo esso nel corso. Venutosi pertanto a questa prova, esso, preoccupato il luoco buono, giunse solo alla colonna, essendo tutti gli altri restati adietro coi cavalli feriti: e con questa astuzia inalzò se stesso al regno. Ma presto questo occulto inganno si fece palese, perciochè, essendosi sfidati doi gioveni a correr per l'istessa strada a piedi, restaro ambidoi da questi chiodi feriti; uno però manco dell'altro, qual essendo alla colonna giunto, l'altro, sentendosi pungere i piedi, volse chiarirse di dove ciò venisse e, trovato l'inganno, negava voler pagare quello ch'eran prima tra lor stati d'accordo. Onde, essendo la causa andata inanzi al magistrato, fu scoperta la fraude con la quale Lescio s'era del regno impatronito. Levatosi pertanto il rumore de' nobili e prencipali del regno, fu Lescio privo della degnità e fatto squartare a coda di cavalli, e il giovene ch'a piedi era corso alla colonna fu di voler de tutti ornato della degnità regale e chiamato Lesco secondo. Questo, quantunque fosse plebeo, si portò tuttavia in modo come se di regal sangue nato fosse, e tutto il tempo di sua vita esercitò questo, che, vestitosi gli ornamenti regii, si poneva sopra quelle veste di lana che soleva prima portare, per un ricordo della vita di prima e per burlarsi della fortuna che molte volte suol buttare al fondo quelli che da bassi luochi inalza: la qual consuetudine osservavano anco molti altri prencipi poloni. Finalmente, dopo l'aver fatto molti fatti eroici, morí Lesco lassando un sol figliuolo dell'istesso nome.


Lesco terzo.

Quam fuerit belli cupidus, quam Martis amicus
iste, vel hoc signo duscere quisque potest.
Cum sub eo patriae pax arma quieta teneret,
bellandi fieret nullaque causa domi,
impatiens otii Graicos contra atque Latinos
Pannonibus toties auxiliaris erat.
Viginti genitor varia de matre nothorum,
infamat quantum tanta libido virum.
Saepe, licet magna post multa trophaea legantur,
et Cipriae studiis incubuisse divos,
quod si defendi exemplo non possit Achillis,
Lesco, et Alexandri, Mars quoque moechus erat.



Sepulto Lesco secondo l'uso della patria, fu salutato per signore Lesco terzo suo figliuolo, e settimo nell'ordine de' prencipi poloni. Non degenerò punto da' costumi paterni, e col suo valore acquietò tutti i nemici circonvicini e redusse tutto il suo stato in pace e sicurezza grandissima. Dopo, non potendo l'ozio sopportare, andò con l'esercito in aiuto degli Ungari e de' Sassoni che contra l'imperator romano Carlo Magno guerreggiavano, e finalmente l'anno ottocento e uno fu nella Slesia da Carlo Magno con le sue genti ucciso in compagnia de' Boemi, Pomerani e Pruteni, in un fatto d'arme che appresso il fiume Odera successe. Popelo figliuolo legitimo del quale (perciochè vinti altri n'avea di concubine, a' quali avea assignato stati in Pomerania), intesa la morte del padre, prese l'insegne del regno.


Popelo primo.

An ne tibi lectum tantum, lascive, reliquit,
non etiam clipeos armaque dura pater?
Et Veneri tantum iussit servire? Gradivo
non etiam, o noster Sardanapale, suo?
Quandoquidem in fratrum tam multa gente tuorum
legitima solus coniuge natus eras,
successisse etiam patris te laudibus aequum,
non tantum vitiis imperioque fuit.
At genitore tuo felicior ipse fuisti
hac in tam rari parte, Popele, boni,
quod tibi dissimilem genuisti, quique putaret
a cuculo cuculum degenerare nefas.



Popelo, primo di questo nome, e di Lesco terzo figliuolo, che da' Germani fu chiamato Osserich, morto che fu il padre prese il governo del regno l'anno del Signore ottocento e quindeci. Degenerò questo grandemente dalla paterna virtú, e sprezzando di tener la sede regale in Cracovia la transferí prima in Gnezna e indi in Grufficia, ove anco nel laco Goplo una fortezza edificò. Né altro di lui resta da scrivere, non avendo mai fatto cosa di memoria degna, ma atteso solo a piaceri e a solazzi. Soleva questo nelle sue maledizioni dir spesso queste parole: "O fosse io da' sorci rosegato!"; il che, quantunque a lui non occorresse, intervenne, come di sotto si dirà, al suo figliuolo.


Popelo secondo.

Dum timet hic regno, vir inutilis, et cum
coniuge consultat quid male tutus agat,
vim morbi simulat, patruos accersit et illis
(viginti fuerant) toxica mista dedit.
Orta cadaveribus vis murum erupit et illum,
uxorem, natos undique dente petit,
dilaniat: frustra medios fugiebat in ignes,
frustra in Glopeas perfidus hospes aquas.
Discite iustitiam, qui propter lucra paratas
fertis et exertas ad scelus omne manus.
Est Deus, est scelerum vindicta, est poena malorum:
unde putes minime posse venire, venit.



L'anno del salutifero parto della Vergine ottocento e trenta, Popelo secondo, succedendo al padre nel regno, non li fu punto dissimile ne' costumi libidinosi, perciochè, lassato da parte i negozii del regno, si dette agli ozii, a' balli e alle delicie. E oltra di questo non lui, ma la sua moglie commandava, che da lui fuor d'ogni termine era amata. Per la qual cosa i baroni del regno, chiamandolo Sardanapalo di Polonia, poco, anzi niente lo stimavano. Onde Popelo, considerata questa cosa, venne in sospetto che i Poloni lo privassero del regno e ch'in suo luoco sustituissero alcuno de' suo cii; e però, preso consiglio dalla moglie, finse esser infermo, e fatti chiamare a sé vinti suo cii, prencipi di Pomerania, e stando in letto, strettamente li pregò che caso ch'egli di questa infermità morisse fossero contenti di sustituire uno de' doi suo figliuoli nel regno: il che promisero essi di volentieri esequire, ogni volta che vi concoresse la volontà de' principali del regno. E fra tanto che essi insieme ragionano, apparecchiò la regina per darli bere una bevanda avelenata, e, fattala ad essi appresentare, gli esortò che volessero tutti bevere. Fecero loro quanto essa ricercava, e poco dopo, partitisi dalla presenza del re, fur tutti da quella bevanda uccisi. La qual nuova venuta in palazzo, gridò con allegrezza la regina ch'i dei giustamente castigati avevano quelli che contra la vita del lor signore machinavano, e però per comandamento della regina furono i corpi loro come de rubelli lassati insepolti e gettati nel laco Goplo. E subito Dio, giusto vendicatore del scelerato omicidio, fece di quei corpi in maraviglioso modo uscir una gran moltitudine di sorci, che con strepito terribile assaltaro il re, che con la moglie e figliuoli nella rocca attendeva a conviti; né mai con arme né con fuoco discacciar si puotero. Alora il re, spaventato dall'inusitato né mai piú udito pericolo, fuggí con la moglie e con i figli nella rocca che sin ora è nel laco Goplo appresso il castello Crusphicia; ma crescendo di continuo i sorci in tanta quantità che e l'acqua e la terra coprivano, tutti con stridi orribili lo perseguitavano, onde i marinari che vogavano la barca ove era il re, temendo il manifesto pericolo e che in mezo all'acque li fosse la barca da' sorci rosegata, s'accostarono alla piú vicina riva e fuggirono quanto piú lontano puotero. E il re con prestezza si salvò nella rocca fortissima con la moglie e figliuoli, ove furono da' sorci consumati in modo che di lor non ne restò segnale alcuno.


Piasto crusphicense.

O priscos hominum mores, o nescia fastus
simplicitas, ingens o probitas et amor!
Non puduit proceres homini dare sceptra Polonos
qui modo cultor agri Crusphiciensis erat,
ob solas virtutis opes, virtutis honorem,
qua vir in exigua floruit ille casa.
Hoc orti de fonte duces regesque Poloni
duravere dies ad, Ludovice, tuos.
Compita Crusphiciae veterum, nostro estis in orbe
eventu gemini nobilitata ducis:
regnum ruricolae deferri, a mure vorari
regem, res aeque prodigiosa fuit.



Consumato monstruosamente da' sorci Popelo secondo, nacquero l'anno ottocento e quarantadoi nella dieta di Crusphicia molte contese per cagione dell'elezione de nuovo prencipe. Si ritrovava in questo tempo in Crusphicia un certo Pijasto, uomo simplice ma di gran virtú e bontà, al qual, mentre la dieta ancor durava, nacque un figliuolo; per il giorno de l'imposizione del nome del quale, secondo il costume del paese, apparecchiò Pijasto doi vasi di perfettissimo miele e fece amazzare un porcello per ricevere allegramente gli invitati. Giunsero in quei giorni in Crusphicia doi uomini sconosciuti e in abito forestiere (è fama che furono i santi Giovanni e Paulo romani) che, volendo entrare nel palazzo ove l'elezione si trattava, non gli fu promesso, e andati in casa di Pijasto fur da lui amorevolmente accettati e umanamente trattati. Li quali radettero, secondo il costume di quei popoli, il nato fanciullo, e mettendoli nome Semovito si partirono, né mai piú veduti furono. Per il gran concorso delle genti in Crusphicia per cagione della dieta, vi era grande ed estrema carestia delle cose all'uman vito necessarie, onde andavano molti a casa di Pijasto a comprarsi quanto li faceva di bisogno; nella quale, dopo la partita di quei santi, mai venne a manco né il pane né il miele né la carne porcina, moltiplicando Dio, larghissimo donatore e remuneratore, in essa tutte queste cose: ed esso senza alcun prezzo abondantemente ne porgeva a tutti, quanto il lor bisogno ricercava. Per lo che vedendo tutti Pijasto esser dalla potente mano de Dio tanto favorito, e a viva voce e con i soffragii l'elessero monarca del lor regno. Il qual, quantunque nato di basso lignaggio, governò per vinti anni con somma destrezza e fortezza il regno a sé commesso; dopo, essendo vivuto cento e venti anni, uscí di vita lassando Semovito suo figliuolo, dal sangue del quale sono disceso i duchi e re che signoreggiarono la Polonia, sino al tempo del re Ludovico ungaro.


Semovito.

Sic et Alexander iuvenis, vix illa suarum
ingressus rerum limina magna, perit,
ut Semovite peris, patriaeque relinquis acerbos
maerores, iustam mortuus ante diem.
Ense tuo eiecti de nostro turpiter agro
ultra Carpathium Pannones usque iugum.
Tota tibi solvit Pomerania victa tributum,
fluctibus et nostris accola quisquis erat.
Quatuor annorum sunt haec omnia, quid si
non abrupta tibi tam cito vita foret?
Quamvis, quantumvis modicae sub tempore vitae,
maxima qui gessit vixit abunde diu.



L'anno della umana redenzione ottocento e nonantacinque Semovito, fatte le solenne esequie al padre, fu assonto al regno. Questo con rara e segnalata prudenza, fortezza e providenza resse il popolo a sé comesso, e spesso scacciò i nemici da' confini del suo imperio: e fu tale il suo valore che astrense gli Ungari, i Boemi, i Cassubri e i Pomerani a pagarli tributo. E fatte, in quattro anni ch'egli regnò, molte egregie imprese, morí in età giovenile, lassando la patria vittoriosa e pacefica e un figliuolo che fu poi Lesco quarto.


Lesco quarto.

Quam pater invictis Semovitus fecerat armis
pacem, Sauromatis attuleratque suis,
filius est illam miro complexus amore,
et vitae summam fovit adusque diem:
vir cuius mores nemo reprehendere possit,
aut nisi quem pugnae classica bella iuvant.
Sed cur bella geras, frueris qui pace. Quid optes,
contentus proprio qui potes esse, meum?
Gloria ad arma vocat multos laudumque cupido,
spes praedae multos dives ad arma vocat,
utraque bellandi causa iniustissima: solam
quae pacem querant proelia iusta voca.



L'anno del parto della Vergine novecento e doi, successe Lesco al padre Semovito, essendo ancora in giovenile etade, onde fu sotto tutori sin che pervenne all'età atta a governare; nella quale, non essendo da alcuno provocato, mantenne il regno nella pace dal padre lassatavi, non degenerando punto dalle virtú del padre e dell'avo. Ma ancor lui prevenuto dalla morte nella sua piú fresca etade, lassò un figliuolo chiamato Semomislao.


Semomislao.

Ultimus iste fuit nostrorum ex ordine regum
ignari falsos qui coluere Deos.
Huic peperit coniunx oculorum luce carentem
haeredem, sterilis cum foret ante diu.
Mos erat infanti, vitae ut compleverat annum,
ludere quod vellet nomen habere pater.
Ergo, dies venit simul illa, recepit ocellos,
ostentum dubia plebe stupente, puer.
Res ea signabat discussa nocte Polonos
visuros lucis lumina vera novae.
Visuros illo Christum sub rege negemus,
quod bona praestituat quaeque futura Deus.



Morto Lesco, fu assonto al regno il figliuolo Semomislao, l'anno novecento e ventuno. Né questo fu dissimile a' suoi predecessori, e a pena nell'ultima sua vecchiezza puoté aver un figlio, e quello cieco nacque. Ed essendo redotti in Gnezna i prencipali del regno per raderlo e metterli il nome, fu da essi Miescone nominato: e mentre, posti a tavola, cominciano a mangiare, venne chi portò la nuova ch'il cieco fanciullo avea ricuperato gli occhi, e restando e il padre e gli altri tutti attoniti per questa nuova, fu il fanciullo ivi portato con gli occhi aperti e belli. Volse intendere il re da' suoi indovini quello che ciò poteva significare, quali resposero che sí come questo suo figlio per grazia degli dei era stato illuminato, che cosí per suo mezo fra poco tempo la Polonia saria illuminata, il che anco successe. E finalmente Semomislao, lassando il regno in stato tranquillo, uscí di questa vita.


Miesco primo.

Christe, sub hoc ad nos venisti principe, ab hoste
possessas Stigio commiseratus oves.
Cesserunt idola tibi, Mars, Leda, Gemelli,
Cynthia, Pluto, Ceres, Iupiter, Aura, Venus.
Foemina te nobis ostendit prima, Bohemo
sanguine, prima crucem nos docuitque tuam.
Sic tu prima quidem nobis es caussa salutis
ipse Deus, mulier caussa secunda fuit.
Illa tuo tingi Mesconem fonte maritum
fecit, terra suum est tota secuta ducem.
Plurima tunc data sunt tibi templa, novemque cathedrae,
et quas sacrifici dilapidamus opes.



L'anno del Signore novecento e sessantadoi, sepulto Semomislao con le solite pompe, Miesco suo figliuolo, il qual nato era cieco e poi, come si disse, avea miracolosamente la vista recuperata, fu da' Poloni eletto al governo del paterno regno. Aveva questo sette concubine, né mai da alcuna d'esse puoté aver figliuoli, per il che si ritrovava molto malcontento. Praticavano in quel tempo nel suo regno molti cristiani, quali l'esortavano, se desiderava aver figliuoli, abbraciare insieme con le sue genti cristiana fede. Dalle quali persuasioni mosso, Miesco mandò ambasciatori a Boleslao, alor re di Boemia, quello che con gran ribaldaria aveva ammazato san Venceslao, suo fratello germano, domandandoli una sua figlia per moglie; il che promise Boleslao di far molto volentieri ogni volta che egli insieme co' suoi si battezzasse. Piacque la condizione a Miesco, e l'anno della nostra salute novecento e sessantacinque si battezò con tutta la sua gente, e lassato il nome di Miesco fu chiamato Mieczslao, pigliando quasi il chiaro nome con la spada. E subito mandò commissione per tutto il regno che alli sette di marzo si gettassero per terra, si spezzassero e si abbrusciassero tutti gli idoli ch'erano nelle terre e luochi a lui sogetti; perciochè quei popoli prima onoravano col divino culto molte creature, come il sole, la luna e l'aura, che essi Pegwisd chiamavano. E oltra questo adoravano Iove, da essi detto Iossa; Plutone, qual Lacton over Lactone nominavano; Cerere, chiamata Niam, un tempio famosissimo della quale era nella città di Gnezna; Venere e Diana, questa detta da lor Ziovonia e quella Marzana; e anco Lelo e Poleto, da' Romani chiamati Castore e Poluce: e sin ora ne' conviti o mentre insieme bevono raccordano queste genti i nomi loro, gridando spesso d'allegrezza queste parole, Lelo e Poleto.
Solevano, ne' giorni dedicati alle feste di questi lor dei, ridursi gli uomini e le donne, i gioveni e i vecchi, tutti in un luoco a ballare e giocare, e massime alli venticinque di maggio e alli venticinque di giugno: la qual congregazione chiamavano stado, cioè squadra. La qual cosa nelle ville de' Ruteni e de' Littuani ancora s'usa, perciochè dalla dominica di Pasqua insino alla festa di san Giovanni Battista si raccogliono le donne e le donzelle a squadre a ballare, gridando con voci geminate questa parola, lado lado, e battendo insieme le mani vanno in giro ballando. E nella Slesia, a' confini di Polonia, alli sette di marzo, giorno nel quale fur gli idoli destrutti, redottisi insieme i putti per i castelli e per le ville, per un costume già molto tempo messo in uso, fanno una statua come di donna e uscendo a squadre fuori del castello, cantando una certa lor cantilena il simulacro giú di un ponte nel fiume precipitano.
Nettata a questo modo la Polonia dagli idoli, il prencipe Mieczslao instituí per segno piú chiaro della accettata cristiana fede che nel celebrar la santa messa, mentre l'Evangelio si legge, cacciassero gli uomini mano alle lor spade, volendo significare che essi erano apparecchiati a combattere sina alla morte per la fede cristiana. Fondò molte chiese, parocchie ed episcopati, e arricchilli di buone e grosse intrate. Ebbe un solo figliuolo della moglie boema, nomata Dambrowka, che battezato prese nome Boleslao Chabro; ed essendo essa poco dopo il parto morta, si tornò Mieczslao a maritare in Iudit, figliuola del prencipe degli Ungari, la qual anco essa li partorí un figliuolo, nomato Mieczslao. E finalmente, lassando molte memorie de cristiana pietà nella Polonia, felicemente uscí di vita. Aveva egli molto prima mandati ambasciatori a Benedetto, sommo pontefice, chiedendo di esser ornato di regal corona; ma non li fu concessa per dubbio che egli non fosse bene ancora fermato nella cristiana fede.


Boleslao Chabro primo re di Polonia.

Vici, devictos cepi cum rege Bohemos,
subieci Moravos Saxoniosque mihi,
Cassubios populosque freti cis littora nostri
et Prussios, dubia teque, Ruthene, fide.
Imperii fines, positis ex aere columnis,
signavi, Herculeum sic imitatus opus.
nec mihi templa minus curae quam castra fuerunt,
hac quoque laude patri cedere nolo meo.
Regia ab egregio sortitus stemmata Othone
sum Gneznae (Gneznae tunc meus hospes erat).
Quae quicunque fac sic hoc dignus honore,
quo tunc, magno iudice, dignus eram.



L'anno novecentonovantanove dalla natività di Cristo Boleslao, primo di questo nome, da' suoi fatti eroici cognominato Chabri, figliuolo maggiore del morto Meczslao, fu di commun volere sostituito al padre nel governo del regno. Transferí questo con grand'onore da Prussia in Gnezna il corpo di santo Alberto, vescovo di Praga, qual mentre predica a' gentili la cristiana fede era da loro stato ucciso appresso il fiume Savo, vicino a Fescau, castello maritimo; nella qual translazione fur per virtú divina fatti infiniti miracoli. Era in questo tempo Ottone terzo imperator romano aggravato da crudele infirmitade, dalla qual essendo oramai condotto vicino al morire, intese dei gran miracoli che si facevano alla sepoltura di questo santo glorioso. Onde fece voto, se per sua intercessione era da questa infirmità liberato, d'andare a visitare il suo sepolcro; e subito fatto il voto recuperò per divina bontà intieramente la sua sanitade. E messosi in viaggio per sodisfare il suo voto, quando egli fu vicino a Posnania, città della maggior Polonia, fu incontrato da Boleslao accompagnato da numero infinito di baroni e nobili poloni, che, ingegnandosi d'onorar Cesare quanto era possibile, fece tra l'altre cose silicare per sette miglia la strada per dove l'imperator passar doveva di panni di seta e de altra sorte di varii colori, che tanta strada vi è da Posnania in Gnezna; e salutatisi e datosi la mano, se n'andarono cosí a piedi tenendosi per mano e ragionando tra lor di varie cose insino a Gnezna. Ove entrato il devoto imperatore nel tempio nel qual giacevano gli ossi di quel beato santo, se gittò prono in terra inanzi alla sua sepoltura, e con ardente cuore rese grazie all'onnipotente Iddio, qual ne' suoi santi è mirabile, della recevuta grazia, e al suo voto sodisfece. Trattenuto poi per molti giorni onoratamente e copiosamente da Boleslao, e da lui di molti preziosi doni presentato, considerò Ottone molto sopra queste sue gran cortesie, e deliberossi di premiarle con qualche segnalato favore; onde, redottisi nella prencipal chiesa di Gnezna, lo coronò di corona imperiale e dechiarollo e confirmollo in perpetuo con l'autorità dell'imperio re di Polonia, facendo libero ed esente lui e i suoi successori da tutti i tributi e servitú debite all'imperio romano. Nel partirsi poi l'imperatore di quei paesi, per piú chiaro segno della lor stretta amicizia donò al nuovo re Boleslao la lancia di san Maurizio e un chiodo della croce di Cristo; e all'incontro recevette da lui un braccio di santo Adalberto, che dall'imperator fu in Roma collocato nella chiesa di S. Bartolomeo. E de piú tra lor parentella contrassero, avendoli data l'imperatore in moglie una sua nipote chiamata Risca, figliuola del palatino del Reno. E alla sua partita fu da Boleslao, con gran pompa e molta cavallaria de' principali baroni, accompagnato sino a' confini del suo regno.
Questo primo re di Polonia tutte le cose con gran prudenza e fortezza maneggiò, e fu sopra modo bellicoso, perciochè con guerre felici spesse volte ruppe gli eserciti de' circonvicini nemici e scorse senza trovar resistenza i lor paesi. Ruppe Boleslao re di Boemia con il suo grosso esercito, e fattolo prigione li fece cavar gli occhi, mettendo tutto il suo regno a ferro e a fuoco. Ed essendoseli mosso contra Iaroslao, prencipal duca de Russia, con un potente esercito, in un memorabile e sanguinoso fatto d'arme l'uccise con tutte le sue genti, e prese Kiovia, metropoli della Russia, di dove portò via molti tesori, e si fece tributarii tutti i prencipi di quella provincia. Soggiogò i Pruteni, i Sassoni, i Cassubii e i Pomerani; pose i suoi termini con i Ruteni insino al fiume Tira e Boristen, con i Pruteni, Cassubii e Sassoni al fiume Albi e al mar Germanico over Baltico; e avendo imitato Ercule, piantò sopra quel mare doi colonne di ramo, a perpetua memoria delle sue degne imprese. E avendo cosí allargato grandemente i confini del suo regno, uscí di vita lassando un figliuolo chiamato Miescone.


Miesco secondo.

Degener, imbellis, gula, crapula, sordibus uxor
uxoris, totus foemina, lurco nihil
hic erat; uxor erat rex, princeps, omnia, nostrum
asperius quovis angue perosa genus,
Teutonibus tantum aequa suis: quam credis ab illa
tractata est miseris terra Polona modis?
Tunc Boleslai nobis periere labores,
ruperunt nostrum regna subacta iugum.
Ut rapuit tantum mors fausta phrenetide regem,
pellitur e regno Rixa fugitque suo.
Dant poenas scelerum, furor hunc, dolor abstulit illam,
at longo fato dignus uterque fuit.



Miesco secondo fu inalzato dopo la morte del padre alla regal degnità l'anno mille e venticinque dal parto virginale. Degenerò questo grandemente da' costumi del padre, e, abbandonati i fatti della republica, si lassava dalla moglie reggere, onde con la sua dapoccaggine e libidine sminuí e grandemente debilitò l'amplissimo regno dal padre lassato, facendo nulle le tante fatiche già da quello fatte. E finalmente, sprezzato da tutti, lassando Casimiro suo figliuolo, fu da infirmità che teneva di pazzia cavato dal mondo. E morto lui nacquero molte controversie intorno alla elezione del prencipe nuovo, perciochè alcuni volevano Casimiro suo figliuolo e altri, dubitando che egli dovesse imitare il padre, non volevano a questo in modo alcuno acconsentire. Onde la regina relitta del morto Miscone, vedendosi da' Poloni sprezzare, tolto il figliuolo Casimiro, la corona regale e molto tesoro, se ne passò con queste cose in Sassonia a trovar suo fratello Cesare. E indi mandò il figliuolo a Parigi, acciochè ivi attendesse a studii delle buone discipline; ove esso, resosi monaco, entrò nel monasterio cluniacense e prese gli ordini sacri. Fra tanto, essendo stati molti anni i Poloni privi del lor re legittimo con lor gran danno e della lor republica, furon sforzati andarlo a ricercare in Francia, il quale per molti respetti gli era dall'abbate di quel monasterio denegato. Ma finalmente, con molte fatiche e spese de' Poloni, fu da Benedetto nono sommo pontefice assolto dalla professione, avendo imposto a' Poloni, per penitenzia d'aver scacciato il lor signore e legittimo erede, che dovessero ogni anno pagare al pontefice romano un dinaro per testa, qual paga si chiama tra loro il debito di San Pietro; che tutti gli uomini si tagliassero i capelli sopra l'orecchie; e che nelle feste prencipali dovessero adoperare un fazuol bianco in luoco di centura.


Casimiro primo.

Innocuus cum matre puer Casimirus eodem
exilio, matris crimine, pulsus erat.
Cluniaci placuit sibi vita monastica, servus
quam cuiusquam hominis maluit esse Dei.
Nos sumus interea sine principe, subdita cunctis
terra dolor fuerit quae numerare malis.
Reddimus eiecto regnum, multa ille reversus
restituit melior vix patre, dignus avo.
Maslaum domuit civili Marte furentem,
in reliquos mansit pax sibi grata dies.
Quod Deus innocuis adsit, quod corruat insons,
maiori ut surgat laude, videre potes.



L'anno del Signore mille e quarantauno Casimiro, primo di questo nome, cavato dal monasterio, figliuolo di Miescone secondo, terzo re di Polonia, con universale applauso fu coronato nella città di Gnezna. Questo primieramente nettò il regno da molti ladroni e assasini che grandemente lo dannegiavano; poi attese a ritornare sotto il suo giogo consueto le nazioni che ribellate si erano. E avendole Maslao, duca di Massovia, congiurato con i Pruteni e con i Piecinghi mossa guerra civile, con un sanguinoso fatto d'arme lo ruppe appresso il fiume Vistola, vicino alla città di Ploczko. E avendo Maslao raccolto un altro esercito, fu di nuovo da Casimiro rotto e posto in fuga, onde, vedendo esso le sue cose disperate, fugí nel paese de' Pruteni, da' quali con molti tormenti cruciato fu al fin fatto morir sopra la forca. E Casimiro, paceficato che egli ebbe il suo regno, quietamente lo resse il resto di sua vita, qual felicemente finí lassando tre figliuoli, Boleslao, Vladislao e Miescone, e una figlia Swatochna chiamata. E prima che ei morisse, fece edificare in Tinyec un monasterio dell'istessa regola della quale egli aveva già fatto professione, e lo dottò de molti privilegii, esenzioni e grosse intrade.


Boleslao Audace.

Quam bello magnus, quam magnis strenuus ausis
Boleslaus erat, tam truculentus erat.
Vastavit Moravos, Hunnos, te, Russe, Bohemos,
vastavit patriae nec minus arva suae.
Cuncta libidinibus complebat, cuncta rapinis,
cuncta ignominiis, sanguine, cuncta metu.
Ponteficem secuit frustratim recta monentem,
urbis pontificem, maxime Crace, tuae.
O scelus, o portentum, o nostri infamia regni,
non tibi sacrilegae tunc cecidere manus?
Unde et ubi periit, nec iam dubitate, Poloni:
raptum sub Stigiis obruit Orcus aquis.



Nel mille e settantaotto Boleslao, figliuolo di Casimiro, cognominato Audace dalla grandezza dell'animo suo eroico, fu da tutti i suffragii dechiarato re e successore del padre; né piú presto prese l'insegne regali che li fu mosso guerra dal re di Boemia Vratislao, che venne col suo esercito predando sin dentro a' confini della Slesia. La qual cosa subito che intese Boleslao, raccolte con prestezza le sue genti l'andò animosamente a ritrovare, ma Vratislao, quando seppe della sua venuta, non li sofferse l'animo d'aspettarlo, e messosi in fuga ritornò vergognosamente nel suo regno. Nel quale seguendolo Boleslao gli lo mise tutto a ferro e a fuoco, e carico di spoglie nemiche ricondusse il suo esercito in Polonia, senza aver trovato in luoco alcuno chi se gli opponesse. L'anno seguente poi, avendo Boleslao messo insieme molto maggior esercito, dette il guasto alla Moravia e alla Boemia, onde Vratislao, temendo di peggio, trattò accordo con lui, sodisfacendolo di quanto egli volse. Domati che egli ebbe da una banda i Moravi e i Boemi, se li levarono contra i Pruteni e i Pomerani, l'esercito de' quali avendo esso circondato appresso il fiume Ossa, lo mise tutto, senza che pur un vivo ne restasse, a fil di spada; e sottomise al suo dominio la Pomerania e molte fortezze nella Prussia, e pose anco il giogo a essi Pruteni l'anno mille e settantanuove.
Venne in questo tempo a trovarlo Bela, erede del regno d'Ungaria, raccomandandosi alla sua fede e aiuto chiedendoli contra Andrea suo fratello, dal quale era del regno stato privo e discacciato. Piacque questa nuova occasione di guerreggiare a Boleslao, ed entrato con l'arme nemiche in Ungaria roppe l'esercito dell'imperatore Enrico, che in compagnia de Boemi e di Teutoni diffendeva le parti d'Andrea; nella qual battaglia restò esso Andrea morto, e Bela fu col braccio di Boleslao di quel regno coronato. Che tornato in Polonia prese per moglie Viseslava, unica erede del ducato di Russia, ed ebbe per nome di dote molti ducati di quella provincia. Prese poi anco Kiovia, metropoli di quel ducato, per forza; dove si trattenne quell'inverno con l'esercito per non esser piú tempo da star in campagna, e mise tal spavento per tutta la Russia che molti prencipali duchi di quella provincia s'apparecchiarono di fuggire in Grecia, e molte città e castelli, senza farli alcuna resistenza, si dettero nelle sue mani. E perchè Premislia non fece segno alcuno di volersi arrendere, andatoli sopra con tutte le sue genti, per forza la prese e abbrusciò, né potendo per l'acque grosse di che era circondata prendere la sua cittadella, l'ebbe finalmente a patti in suo potere. E indi passando di nuovo con l'armi in Ungaria acquietò i rumori che vi s'erano levati tra gli eredi di Bela e Salomone, allora re d'Ungaria. E accommodate queste differenze, senza mettervi dimora tornò con l'esercito in Russia e prese Volodimiria e Chelma, città grosse, con i luochi ad esse sottoposti; e dopo si fece signore de tutto il ducato di Volhinia. Indi si transferí con le sue genti a Kiovia, ove in un sanguinoso fatto d'arme roppe e mise in fuga Swatoslao, prencipe di Russia, che avendo un grosso esercito cercava con inganno trapolare il re Boleslao: con la qual fazione rese totalmente debile le forze de' Russi. Fece poi lunga dimora in Kiovia, ove si dette a piaceri, a solazzi, alla lusuria e a molti altri vizii. Dopo l'esser stato sette anni fuora con l'esercito, ritornò in Polonia e, sdegnato contra san Stanislao, vescovo di Cracovia, lo fece amazzare e tagliare in pezzi a membro a membro. Il corpo del quale, essendo poi per divina providenza tornato a reunirsi e onoratamente sepolto, risplendé de molti miracoli, come per le croniche di Polonia appare. E Boleslao, travagliato dalla conscienza della comessa scelerità e pentitosi di quanto aveva fatto, abbandonando il regno insieme col figliuolo Mieczslao andò per il mondo vagando sconosciuto, e in abito di peregrino morí in lontani paesi; dopo la cui morte il figliuolo Mieczslao fece nella patria ritorno.


Vladislao Hermano.

Plurima rescidit fratris decreta tiranni
Hermanus, Latio par pietate Numae.
Hunc spurius vetitis vexavit filius armis,
sed pius arma tulit pro pietate Deus.
Vincitur impietas Gopleae ad stagna paludis,
induit inque feras debita vincla manus.
Dic, qui multa legis, quot dignos laude piosque
legeris historiae per genus omne nothos?
Telegonus, qui pisce patrem obtruncavit Ulissem,
de turpi Circes natus amore fuit.
Proditor Aeneas patriae est, ne crede Maroni,
Romulus occisor fratris, uterque nothus.



L'anno mille e ottantadoi dalla natività di Cristo, Vladislao Hermano successe nel regno al fratello Boleslao. Ebbe questo un figliuolo di Iudit, figliuola di Wratislao, re di Boemia, che Boleslao terzo si chiamò, e fu dalla stortezza della bocca cognominato Krziwousti; e della seconda moglie, figliuola d'Enrico quarto imperator romano, tre figlie li nacquero. Fabricò e riccamente dotò molti monasterii e chiese. Con un sanguinoso fatto d'arme roppe e astrense a tornare ad obedienza i Prussi e i Pomerani che ribellati s'erano; nella qual impresa mentre egli è occupato, Bratislao prencipe di Boemia, presa l'occasione, fece molti danni alla Polonia. Onde li mandò il re contra per refrenar quella licenza Siecziech, palatino di Cracovia, insieme con Boleslao suo figliuolo di nuove anni, che ruppero valorosamente gli nemici, e con loro il lor prencipe Bratislao; e avendo scorsa la Moravia e datali il guasto col ferro e col fuoco, carichi di spoglie nel campo del lor re tornarono. Fu non dopo molto fatto intendere a Vladislao che i Pomerani, rotta la fede, s'erano impatroniti di Miedzirzechz, rocca fortissima ne' confini di Sassonia. Alla qual nuova Boleslao, allora di età di dodeci anni, con grande instanza, mescolandovi le lacrime, pregava il padre che a lui dovesse imporre il carico di recuperar quel luoco. Onde restando il re maraviglioso della grande audacia, prudenza e animosità di questo giovenetto suo figliuolo, li dette una parte dell'esercito, accompagnandolo con molti uomini di consiglio, e il resto mandò sotto il governo di Siecziech, palatino di Cracovia. Quali valorosamente assediarono e combatterono questa forteza, ma, perchè il luoco per natura era inespugnabile, indarno le lor fatiche spendevano. Per il che il palatino persuadeva che si dovessero dall'assedio levare, ma Boleslao lo rimosse da questo parere, e fatto animo a' soldati ordinò che si facessero gli alloggiamenti intorno alla rocca, fabricandovi casette e capanne per diffendersi dall'inverno che sopragiungeva, fingendo di voler continuare l'assedio anco l'inverno. Onde gli assediati, che speravano che i nemici, cacciati da' freddi, dovessero l'assedio abbandonare, quando videro far queste provisioni si misero in paura e, mandati ambasciatori con doni a Boleslao, e la fortezza e se stesse gli offerirono. Qual avendo esso accettati, li lassò tutti andar liberi, e ricuperata con sua gran gloria la rocca, allegro e pieno de nemiche spoglie al padre con le gente a lui commesse ritornò. Dopo Hermano, consumato dalla vecchiezza, avendo fatto molte forti e onorate imprese, felicemente fece passaggio all'altra vita.


Boleslao Krzivousti.

Hic quinquaginta pugnavit proelia, signis
collatis, casu non variante fidem.
Pugnavit quoties, toties et vicit: eorum
nomina quas vicit, quod breve claudat opus?
Caesaris Henrici magnas fudisse cohortes
sat sibi, si deessent caetera, laudis erat.
Maerore interiit, quod prorsus inermis ab hoste
foedifrago victus, fraude doloque semel.
I modo, Pompeii numera mihi Romae triumphos,
nos Boleslai proelia: maior uter?
Pompeium Caesar bello prostravit aperto,
fraus potuit nostrum vincere sola ducem.



Nel millecento e tre Boleslao, Krzivousti cognominato dalla bocca che per infermità se gli era storta, morto che fu il padre, li fu di commune volontà dato per successore nella regia degnità. Fu questo travagliato da Zbignevio monaco, suo fratello bastardo, che invidiandoli il regno Borivoio, re di Boemia, e Svatepolk, duca di Moravia, contra li mosse; de' quali ebbe Boleslao vittoria per mezo di Zelislao, capitano generale delle sue genti. E l'anno seguente, ingrossato l'esercito, fece una correria nella Moravia, e senza trovare alcun incontro l'andò tutta depredando. E anco la terza volta guidò l'esercito a danno de' Boemi e de' Moravi, e mentre che egli va mettendo il tutto e a ferro e a fuoco, i Boemi, avendoli posti gli aguaiti, l'assalirono animosamente in un passo difficile e luoco stretto. Alora il re, vedendo il gran bisogno, fece officio di valente soldato e di prudente imperatore, perciochè, sugli occhi del suo esercito mezo spaventato, fu egli il primo che andò sopra a uno de' nemici e in poco tempo l'uccise con la spada; e nell'istesso tempo Dershiak, cavalliere polono, un altro ne amazzò con la sua lancia. Da' quali esempii avendo preso animo i Poloni, urtarono sí fieramente ne' Boemi che, non potendo essi a tal virtú resistere, fur forzati a cedere e a mettersi in fuga. Dopo la qual vittoria il re in Pomerania passò, e avendola tutta depredata, e prese in essa molte città e castelli, ricondusse l'esercito alla patria ricco per le molte spoglie a' nemici tolte.
Occorse dopo queste vittorie che, essendo il re andato a un convito d'un certo nobile il giorno della dedicazione d'una chiesa, e volendo per sua recreazione andare alla caccia, si trovò aver solo cento cavallieri che l'accompagnassero; con i quali mentre va cacciando, dette in una imboscata di tremila Pomerani, ne' quali il re come feroce leone fu primo ad investire, e avendone di sua mano amazzati tre accresette grandemente l'animo a' suoi. E mentre egli valorosamente combatte, fu da un Pomerano assalito, che fallò il colpo e gli amazzò il cavallo sotto. Ma essendo con prestezza aiutato da' suoi a rimettersi a cavallo, urtarono stretti insieme con tal valor negli nemici che li posero in fuga; e per un pezzo fur dal re perseguitati qual con molta fatica de' suoi fu dall'ostinata audazia di volerli ancor perseguitar ritratto. E indi vittorioso al luoco del convito insieme co' suoi fece ritorno.
Giunse fra tanto alla sua corte Borivagio, re di Boemia, chiedendo aiuto contra Sivatopolg suo nepote, che del regno privo l'aveva; e da lui fu nel regno riposto e alla Boemia dato il guasto. Dalla qual impresa speditosi, voltò l'insegne verso Pomerania, la qual avendo tutta messa a sacco, prese per forza la rocca di Bielgrad e insieme la cittade, luochi per natura e per arte fortissimi. E alora l'altre città e fortezze vennero di lor volontà in poter suo, che furono Camenecia, Golimberg, Vielim e Czarncovia. E poco dopo tornato in Boemia li dette un'altra volta il guasto, e ruppe e fece prigioni Zbignevio e Gvevoniro, duchi rebelli di Pomerania, che contra il giuramento fattoli di fideltà contra di lui avevan preso l'armi. Enrico quarto imperator romano, sdegnato con Boleslao per i molti danni tante volte da lui fatti in Boemia, congiunte le sue forze con quelle di Swatopolg, re di quei paesi, si mosse con un potentissimo esercito sopra la Slesia, e avendo per forza presa la città Lubusa combatté con molti fieri assalti Glogovia, città prencipale del ducato glogoviense; ma indarno spese in questo luoco le sue forze, e vi perse gran numero de' suoi piú valorosi soldati. E in quel mezo avendo Boleslao messe le sue genti insieme, le mosse sopra l'imperatore e i Boemi, avendo fatto publicare nel suo campo che qual si fosse che li bastasse l'animo d'ammazzare Swatopolg, re di Boemia, sarebbe quello con tutta la sua posterità dal re grandemente remunerato. Era tra gli altri nel campo polono un soldato boemo che, avendo questa promessa intesa, se ne passò nel campo de' nemici e, sapendo benissimo come le trinciere stessero, si condusse sino al pavion regale; e visto il re cominciò con voce orribile a gridare: "Fuggi, fuggi o re, perciochè siamo assaliti da una moltitudine grande di Polonia". Alla qual voce paesana uscito il re fuor della tenda, fu da questo soldato con una lancia passato da una banda all'altra e amazzato; che indarno seguito da' Boemi felicemente nel campo polono si salvò ed ebbe i promessi doni, avendoli il re dato per insegna un'oxa, cioè una secure, che crescette poi in un gran famiglia di Polonia.
Non restò per la morte di Swatopolg l'imperatore di seguitar la guerra, anzi molti danni a' Poloni nella Slesia fece; e ricercandolo Boleslao d'accordo, né lo potendo con giuste condizioni ottennere, messe in arme le sue genti, una mattina nel romper dell'aurora assaltò il campo cesareo un miglio lontano da Wratislavia, città della Slesia. Né fu con minor virtú dagli imperiali l'assalto ricevuto, e combattendo gli uni e gli altri per la gloria e per la vita e signoria, durarono nel sanguinoso conflitto e mortale sino vicino alla notte. Onde, vedendo Boleslao esser bisogno per ottenere la vittoria di qualche maggior sforzo, raccozò cosí combattendo una grossa banda de' suoi piú valorosi cavallieri e, pigliata alquanto di giravolta, andò ad urtare i nemici per fianco con empito e furia tale che disordinò le squadre imperiali, e, mossele di luoco, dettero esse segno di voler fuggire. Di che accortosi l'uno e l'altro esercito, questi, preso animo, renforzaron la battaglia, e quelli, sbigottiti, cominciarono a piegare prima e indi apertamente a mettersi in fuga; nella quale non fu minore l'uccisione di quello che era nella battaglia di tutto il giorno stata, e l'imperatore a fatica con la fuga si puoté salvare, accompagnato da un solo servitore. E i Poloni, arricchiti con le spoglie dell'esercito nemico, la palma della vittoria ottennero; e sin ora il luoco ove successe questo famoso fatto d'arme da' Poloni Psiepole, cioè campo canino, è chiamato, perciochè vi concorse tanta moltitudine de cani a devorare i corpi degli uccisi che, essendo usi all'umana carne, non fu per molto tempo sicura quella strada a' passagieri.
L'anno seguente, apparecchiando l'imperatore un'espedizione per Roma contra il pontefice e temendo che in absenzia sua Boleslao inquietasse e rovinasse le provincie dell'imperio, gli mandò ambasciatori pregandolo con certe condizioni, avuto rispetto alla degnità imperiale, che egli volesse andare a trovarlo a Bambergo, permettendoli far in modo che di questo abboccamento mai si pentirebbe. Andò Boleslao e, abboccatosi con l'imperatore, renonciò perpetuamente a ogni servizio che egli come re di Polonia fosse all'imperio tenuto, e fatta con Enrico una stabile pace si congiunsero insieme (secondo che nel pacificarsi tra prencipi usar si suole) con vincolo di parentado, perciochè prese Boleslao in moglie Adchleyda, sorella dell'imperatore, e a Vladislao suo figliuolo fu congiunta in matrimonio Cristiana, figliuola dell'istesso imperatore. E cosí composta e fermata tra loro una perpetua pace, furono liberati i pregioni dell'una e dell'altra parte. Non puoté Boleslao goder di questa pace troppo tempo, perciochè l'anno millecento e tredeci i Pomerani e i Pruteni, sprezzando il fatto giuramento, fecero alla sprovista una correria nel ducato di Massovia, e con arme nemiche a tutta quella provincia il guasto dettero. E mentre carichi di preda indietro tornano, furono dal governatore di quei paesi, quando men vi pensavano, assaliti, tagliati a pezzi e la preda ricuperata. Del qual castigo non sodisfatto, Boleslao, che era per la lor perfidia grandemente sdegnato, fece esercito e lo condusse alli lor danni, e avendo posto lo assedio intorno alla fortezza di Naklo, nella quale diecimila Pomerani, uomini da guerra, si trovavano: quali, non li bastando l'animo de diffendersi dalle forze regie, vennero a questi patti col re, che se fra termine di quindeci giorni non erano soccorsi dagli suoi, di darsi volontariamente in le sue mani, con questo che fra tanto fosse tregua tra loro, né offendere a modo alcuno si dovessero. La qual triegua fermata, seppe il re che venivano ascosamente per le selve cinquantamila Pomerani e Pruteni in soccorso degli assediati; e avendo insieme avuto per spia ove e come erano alloggiati, fece due parte del suo esercito e, prevenendo con la prestezza la nuova dell'essersi mosso, fu adosso agli nemici. E assalitili a un istesso tempo e alla fronte e alle spalle, secondo che fur trovati sprovisti e perciò disordinati, fecero poca o nissuna resistenza, onde fur presto tutti rotti e sbaragliati, e restandone uccisi quattromila gli altri parte fugirono e parte presi furono. Alora i Noklocensi resero e se stessi e la lor città con tutti i luochi ad essa sottoposti a' Poloni vencitori. E avendo poco dopo i Pomerani e i Pruteni formato un altro esercito, dal valoroso Boleslao di nuovo rotti furono, e il prencipe lor fatto pregione e condennato a carcere perpetua.
Accomodate ch'ebbe il re le cose di Pomerania e di Prussia, apparecchiò del millecento e ventiquattro una potente armata, e passato con essa in Dania, s'offersero tutti quei d'accettarlo volontariamente per signore; ma esso, rifiutando quel regno, si contentò solo di cavarne i tesori, quali insieme con l'istesso tesoriere in Polonia fece portare, i descendenti del qual tesoriere sino a' nostri tempi in Polonia e in Prussia ancor celebri sono, e da Dania Durini son chiamati. Tornato che fu Boleslao di Dania, se li levò contra un'altra guerra, perciochè i prencipi sediziosi di Russia se li scopersero nemici, e per farlo maggiormente sdegnare il prencipe halliciense, parente del re, del suo stato scacciarono. Si vendicò di questi onoratamente Boleslao, perciochè, andatoli sopra, ruppe il lor esercito e uccise il duca di Presmilia con tre altri duchi di Russia che in questo campo si trovavano. Né passò troppo che vedendo i prencipi di Russia che a guerra aperta non lo potevano offendere, determinarono, cosí consigliati da Ieroplo duca di Kiovia, d'ingannarlo sotto pretesto d'amicizia. Li mandano pertanto ambasciatori e li promettono di voler esser tributarii e subditi del regno di Polonia, e che grandemente desideravano di remettere il duca halicense nel suo primo stato con le proprie forze. Credette Boleslao a queste lor promesse, e di loro fidandosi andò con poche genti alla volta d'Halice; ed essendo ormai a quella vicino, ecco che i prencipi di Russia, avendo condotto nel lor campo molte bande d'Ungari, uscirono dell'imboscate e circondarono i Poloni d'ogni intorno. Quando s'accorse il re della perfidia de' Russi, non si perse punto d'animo, anzi, voltatosi a' suoi, gli esortò a valorosamente combattere contra questi che sotto la fede gli avevano traditi. Ma il palatino di Cracovia, non si movendo né per la presenzia né per le parole del re, nel primo rumore se mise in fuga con una banda di cavalli a quali esso comandava. E il re, vedendo che non vi era altro rimedio, facendo officio di valente soldato e d'animoso capitano, andò prima de tutti ad investire con i cavallieri della sua corte nelle squadre degli Ungari. E avendoli tutti sbaragliati, restrense insieme i suoi e si spinse sopra i Ruteni, ove durò un pezzo la battaglia; e già cominciavano i Ruteni a piegare, quando correndo tutto il resto del campo adosso a questi pochi Poloni, fur dalla gran moltitudine soprafatti e rotti. Nel qual conflitto fu amazzato il cavallo sotto al re, mentre egli e con la voce e con fatti inanimava i suoi; ed essendoli da un cavaliere il suo cavallo dato, fu da' suoi che gli erano intorno sforzato a torsi fuor di quel pericolo, passando valorosamente per mezo a' nemici che d'ogni intorno l'aveano circondato.
Tornato che egli fu nel regno, era grandemente per questo caso adolorato, e biasmava non tanto gli inganni e perfidia de' Ruteni quanto la viltà e vergognosa fuga del palatino di Cracovia; al quale mandò ad appresentare una pelle di lepore, una rocca con un fascetto di lino e un pezzo di corda, dimostrando che egli nel fuggire somigliava il lepore, che indegnamente era uomo tenuto e che doveva esercitare gli esercizii donneschi e non cose che ad uomo si convengono, e che esser appicato meritava. Per la qual cosa messosi quel palatino in desperazione, di propria mano si appiccò alla corda della campana d'un oratorio che egli aveva, il nome del quale per il rispetto che si porta a' suoi posteri nelle croniche si tace. E da quel tempo in qua il castellano di Cracovia per questa caggione al palatino di degnità precede.
E Boleslao, dolendosi ogni giorno piú della fortuna contraria, cascò in infermità, dalla quale dopo presi i santi sacramenti fu a morte condotto l'anno della sua età quinquagesimo quarto, e dopo l'aver regnato anni trentasei, e nella catedrale chiesa di Plocia fu sepolto. Del qual sino a' nostri tempi non è stato alcun re di Polonia piú bellicoso né piú felice in tutte le sue imprese, perciochè, essendo egli stato travagliato con guerre da tutti i re e signori circonvicini, esso, non mancando la fortuna a' suoi alti disegni, non solo da loro si diffese, ma anco a sua volontà, avendo prima rotti i lor eserciti, andò scorrendo per tutti i stati loro, non essendo manco valoroso nel combattere con la propria persona che savio nel sapere agli altri comandare. Fece con gli inimici quarantasette fatti d'arme prencipali e memorabili, non computando i molti assalti e le spesse scaramuccie, ed eccettuando anco questo ultimo conflitto nel qual fu da' Ruteni ingannato. Dal quale però, non altrimente che Ettore troiano e che il cartaginese Annibale, diffendendosi con le proprie forze e rompendo le fatte squadre de' nimici da' quali era circondato, illeso si salvò. Mentre ancora egli viveva, il regno a' suoi figliuoli divise, lassando per testamento a Wladislao, di maggior età, i ducati di Cracovia, di Siradia, di Slesia e di Pomerania; a Boelslao Crispo la Masovia, la Drobinia, la Cuiavia; a Mieslao il stato di Gnezna, di Posnania e di Calisi; e ad Enrico quello di Lubla e di Casimira. E non lassando cosa alcuna a Casimiro, suo figliuolo di minor età, li fu da' senatori domandato quello che di lui esso ordinava, a' quali dette questa risposta: "Non sapete voi che a un carro che con quattro rote corre è necessario che uno vi sia che sopra li seda?" La qual cosa anco successe, come piú a basso si dirà.


Wladislao secondo.

Quatuor in natos regnum diviserat aequis
partibus, egregia cum ratione, pater.
Ladislae, tibi cessit Cracovia, natu
maxime, avaritia maxime, Marte nihil.
Fratribus eiectis, solus dum quaeris habere
omnia, possessis pelleris ipse bonis,
coniuge cumque tua, quae rem tibi suasit iniquam,
victus in externam profugis exul humum.
Ignorata tibi fuit alea? Discere in illa
contentus proprio vivere quisque potest.
Nam aliena petens perdit sua lusor et aurum
dum cupit amisso flens alit aere domum.



L'anno del Signore millecento e quaranta Wladislao secondo al padre nel regno successe. Degenerò questo grandemente da' costumi del padre e, spento dalle lusinghe della moglie, non si contentando del stato dal padre lassatoli, se dispose di spogliar suoi fratelli de' lor ducati, e avendo condotti soldati pagati di Russia li cominciò con la guerra a travagliare. Per la qual cosa Enrico, Boleslao Crispo e Mieczlao, per paura delle forze del fratello, si ritirarono nella rocca di Posnania, ove dal smenticato della fraterna carità strettamente assediati furono. E già non avendo da mangiare trattavano di rendersi al fratello, quando i soldati vecchi che con loro si ritrovavano, mossi a compassione del torto fatto a' lor signori, se gli offersero a spender per lor la propria vita, e li persuasero a combattere e far prova della virtú loro. Essendoseli pertanto appresentata una occasione di far bene i fatti loro, una notte che i nemici, avendo tutto il giorno atteso a balli, ubriachi dormivano, gli uscirono sopra con facelle accese in mano e con gridi terribili, e messo fuoco nelli loro alloggiamenti ne misero molti a fil di spada. E gli altri mezo adormentati fuggirono, tra' quali essendosi anco salvato Wladislao, fu da' fratelli sin a Cracovia perseguitato; ma non doppo molto se ne fuggí esso in Germania a trovare i parenti della moglie, ove fu dalla moglie e da' figli seguito. E cosí quello che, non contento del suo stato, aveva aspirato alle cose d'altri restò in tutto privo anco del suo.


Boleslao quarto Crispo.

Dum cogit Prussos ad Christi dogma, Polonos
amisso evertit milite Crispus opes.
Transfuga ducebat nostros malefidus, iniquum
transgressos Ossam protrahit inque locum.
In convestitum viridanti cespite caenum
(a tergo in silvis abditus hostis erat)
insilit, inclusos caeno suffocat in illo:
vix pauci incolumes se eripuere fuga.
Mens generosa, dolo quia nil agit, ipsa malignis
opportuna dolis insidiisque capi est,
et quia metitur propriis virtutibus omnes,
est in perniciem credula saepe suam.



L'anno millecento e quarantasei Boleslao Crispo, cosí cognominato dai capelli ricci, essendo scacciato il sedizioso fratello, prese il governo del regno. E fu spesse volte dall'imperator Corrado ricercato che volesse concedere qualche provincia al scacciato fratello, il che essendoli fermamente negato, condusse l'imperatore le sue genti in Slesia per astrengerlo a far questo per forza; ma, mal trattato assai volte da' Poloni, si partí senza aver potuto cosa alcuna operare. Guerreggiò per l'istessa cagione anco con l'imperator Federico Barbarossa, con il qual avendo ultimamente fatta pace, richiamò il fratello di Germania, perdonandoli le passate offese, che poco dopo morí nella città di Kloczko, non senza sospetto di veneno. L'anno poi millecento e sessantaquattro, fatto il re Boleslao tre grossi eserciti, li guidò in compagnia de' fratelli contra Pruteni e dette il guasto a tutto il lor paese, ricercando quei popoli che dovessero venire al cristianesimo, finchè essi promisero di battezzarsi. Ma poi, sprezzato essi la accettata fede, fecero una correria contra Poloni nella Massovia, e di nuovo Boleslao con i fratelli se li mosse contra. Vennero in questo doi Pruteni nel campo polono, fingendo di esser fuorusciti e di esser benissimo informati del sito della Prussia, onde furono da' Poloni tolti per guida del campo. Ma essi, caminando con inganno, guidarono l'esercito polono in certi luochi molto intricati per i folti boschi e per le fangose paludi; ove trovandosi esser entrati in una profonda palude, che ad arte da' nemici era stata di verde erbe coperta, non potevano andare inanzi né indietro tornare. E mentre s'affaticano di cavarsi di luoco cosí iniquo, uscirono i Pruteni dell'imboscate e a' Poloni una gran rotta diedero, nella quale morí tra gli altri Enrico, duca di Lubla e di Sendomira, fratello di Boleslao, strenuamente combattendo. E il re ritornò con l'altre genti in Polonia e attese a menar vita pacifica, sinchè del millecento e settantauno e l'anno vigesimonono della sua vita morí dentro a Cracovia, e fu nella chiesa della rocca sepolto.


Mieczlao overo Miesco terzo.

Saepe dies oritur nitida face, nec tamen illi
credideris: subito nubilus esse potest,
grandine messores lapidare, tonitribus orbem
concutere et rapidis frangere fulminibus.
Ecce senex noster, regni cum cepit habenas,
vir bonus et placidi fratris imago fuit.
Mox sobole ingenti, generis, affinibus, auro
inflatus, coeptam destitit ire viam.
Nil illo peius, nil et crudelius illo
(Audace excepto) patria nostra tulit.
Sed tamen est pulsus. Numquam impunita tirannis
Sarmaticis feritas scilicet illa fuit.



Il vecchio Mieczlao successe nel regno al fratello Boleslao Crispo l'anno della nostra salute millecento e settantaquattro. Fu questo rapace, crudele e troppo severo contra i suoi sudditi, e in essi una dura tirannide esercitò, per lo che da tutti era con orribili biasteme maledetto. Onde il vescovo di Cracovia, chiamato Gedeone, fece consiglio con gli altri senatori occultamente de cacciarlo del regno e sustituire Casimiro in luoco suo; e venuta l'occasione che il re era passato nella Polonia maggiore, gridarono essi Casimiro in lor re contra sua voglia.


Casimiro secondo cognominato Giusto.

Tractus ad imperium precibus lacrimisque suorum
imperii fractas surgere fecit opes,
percussit scelerum fratris iusto ense ministros,
sacrificis pacem ruricolisque dedit,
qui modo calcati sub direptore iacebant
inque suis rebus nil habuere sui.
Intulit in patriam corpus, Roma usque petitum,
divi qui Floris nobile nomen habet.
Mista dedit domino scelerati aconita ministri
inter solennes perfida dextra dapes,
trusit et in subitum, patria plangente, sepulchrum
delicias hominum deliciasque deum.



L'anno del salutifero parto virgineo millecentoottanta Casimiro, al fratello sostituito nel regno di Polonia, fece una dieta generale in Lancizia, ove con degni supplicii puní tutti quelli che eran stati cagioni de' mali dal fratello fatti. Indi, avendo recevuto Mieczlao suo fratello in grazia, li consignò l'entrate di Gnezna e di Posnania. Nel qual tempo i Pomerani e i Pruteni, considerata la gran clemenza e bontà di Casimiro, volontariamente al dominio suo si sottoposero. Nell'istesso tempo Brestia, città di Littuania a' Poloni rebellatasi, fu caggione che il re, andatovi sopra con l'esercito, la prese insieme con la rocca e fece morire tutti quelli che questa rebellione caggionata avevano. E raquistato questo luoco mosse le vittoriose insegne sopra la Russia, ove in un sanguinoso fatto d'arme roppe l'orgoglio dei duchi Sevoldo e Volodomiro, che ribellati s'erano. Contra quali mentre egli guerreggia, il vecchio Mieczlao affettando la pristina sua degnitade si fece di Cracovia signore, restando la fortezza in poter de' soldati di Casimiro; e Mieczlao, fortificata la città con buoni presidii, andò fuori a far provision di nuove genti. Ma Casimiro, essendo già espedito di Russia, ricondusse l'esercito a Cracovia e vi fu senza alcun contrasto ricevuto, ove dette il conveniente castigo a tutti quelli che in questa sedizione il fratello favorito avevano. Dopo, non essendosi smenticato della morte d'Enrico suo fratello e della rotta data a' Poloni con inganno, guidò il suo fiorito esercito nella Prussia e tutta a ferro e a fuoco la mise, e si fece tributari i Pruteni e i Pomerani. Di dove a Cracovia tornato, finí la sua vita l'anno millecento e nonantaquattro, non senza sospetto di veneno. Nel suo tempo, cioè l'anno decimo prima che egli morisse, procurò e ottenne che a tutte sue spese fosse portato il corpo di san Floriano da Roma insino in Cracovia, ove lo fece onoratamente collocare.


Lesco quarto il Bianco.

Cum sene bellavi patruo, sed an impius isto
sim facto iusti discutitote viri.
Esset uter rerum dominus certavimus, at me
id velle in patriam nudus adegit amor,
ne paterer regnare lupum maiore petentem
a quo pulsus erat cum feritate gregem.
Dum labor, invadit Pomeranus balnea, inermum
dat non speratae me meosque neci.
Quanto igitur rerum dominis securius aevum
(quod quidam scripsit) cernite pauper agit?
Tempora sunt, loca sunt quaevis metuenda potenti:
quod vivit, totum est cura, pericula, metus.



Fatte le debbite esequie funerali a Casimiro, Lesco suo figliuolo, da' capelli Bianco cognominato, fu re da tutti salutato. Tuttavia Mieczlao suo cio aveva anco egli gran parte del regno a sua devozione, onde fece tra lor varie battaglie. Chiamò poi Lesco la dieta generale in Zueiman, nella quale si congregarono molti prencipi e baroni di Polonia. Fu a questa dieta citato de commissione del re Svantopolo, capitano di Pomerania, per non aver egli già alquanti anni pagato il tributo che era obligato ai re di Polonia di diecimila marche d'argento all'anno; il quale, avendo dalle spie inteso con quanta poca gente il re si ritrovasse, lo venne improvisamente a trovare con una grossa banda de soldati, ed entrato nella città mise ogni cosa sottosopra, tagliando a pezzi quanti resistenza facevano. Fu il re, che alora ne' bagni si ritrovava, di questo tumulto avisato, che, vedendo non aver il modo de potersi diffendere, montò a cavallo con alquanti servitori e dettesi a fuggire. Ma fu seguito e giunto da Svantopolo che, da ribello e mancator di fede portandosi, senza aver rispetto alcuno alla regia maestà crudelmente l'uccise, col qual amazzò anco Enrico, prencipe d'Vratislavia, e molti altri, del milledoicento e ventisette. Fu il corpo di Lesco portato in Cracovia da' suoi e con gran pianto di tutta la città onoratamente sepolto


Boleslao quinto il Pudico.

Tartaricus furor in cineres, regnante Pudico,
Sarmatiae totas pene redegit opes.
In flammas abiit Cracovia, quicquid et agris
porrigitur ripas, Odera, ad usque tuas.
Fugerat ad Ingros princeps, quia vitribus impar
ad confligendum cum subito hoste fuit.
Stanislae, tuos cineres tellure levavit
et sacrum in fastis fecit habere locum.
Coniuge consenuit cum virgine virgo maritus,
addictus studiis, casta Diana, tuis.
Bochnenses reperit thesauros primus et inde
sarciit a diris damna recepta Getis.



Boleslao Pudico prese dopo la morte del padre il governo del regno l'anno milledoicento e quarantatre. Patí in questo tempo la Polonia molti danni per la moltitudine di quelli che la governavano, perciochè era il regno in mano de ventiquattro prencipi che con le lor discordie tutto inquieto lo tenevano. La qual ruina fu poi maggiormente accresciuta da nuova sorte de nemici, perciochè vennero in questi tempi nel regno centomila Tartari che, scorrendo tutta la Polonia e la Russia, l'una e l'altra orribilmente guastarono e abbrusciando le città e le ville ne menarono i lor popoli pregioni. Per remediare a questi danni, raccolte il re Boleslao le forze del suo regno e unitele con quelle d'Enrico, duca della maggior Polonia, e degli altri prencipi al suo dominio soggetti, andò animosamente ad incontrare i Tartari. E venuti alle mani, fu per molte ore ostinatamente combattuto e con gran fierezza d'animo dell'una parte e dell'altra, e già i Tartari a piegare incominciavano, quando un lor alfiere si fece inanzi con una insegna nella quale era scritta questa lettera greca x, in cima all'asta della quale era fitto una testa terribile, fatta per arte magica, che fumo e sporco vapore per la bocca gettava. Per l'aspetto di questa cosa orribile e spaventevole i Poloni attoniti e quasi incantati restarono, e mancandoli tutto a un tempo e l'animo e le forze furon da' Tartari fracassati, non altrimente che i frumenti dalla spessa grandine ne' campi. Volendo poi questi barbari investigare il numero degli uccisi, a tutti l'orecchia destra tagliarono e ne empirono novi sacchi grandissimi. In questo fatto d'arme si sminuí grandemente la moltitudine de' baroni e prencipi di Polonia, di Slesia e di Russia; e i Tartari, insuperbiti per questa cosí gran vittoria, misero a fuoco e a fiamma quasi tutta la Russia e la Polonia, e anco parte dell'Ungaria e della Germania, con i quali abbrusciamenti e con le crudele occisioni e rapine che facevano riempirono tutti i luochi circonvicini di paura e di spavento. L'anno milledoicento e settantanuove fu visto in cielo un esercito d'uomini a cavallo che tra lor fieramente combattevano. E l'anno istesso una gentildonna di Cracovia partorí in un portato sei figliuoli. E nella città di Calissa nacque un vitello con doi teste e sette piedi, il corpo morto del quale, essendo stato gettato alla campagna, né da cani né da uccelli fu mai stracciato o tocco. Boleslao, dopo l'aver regnato anni trentasette, senza lassar figliuoli uscí di questa vita, e si disse che era sempre vissuto vergine, onde s'acquistò anco il nome di Pudico.


Lesco sesto il Negro.

Quanta locustarum, quo nos haec scripsimus anno,
appulit in nostros agmina ventus agros,
agmina tanta ferunt in nos venisse Getarum
sub Nigro, et primum congeminasse malum:
iis cessit solis, alioqui semper in hoste,
cum quocunque iniit proelia, victor erat.
Arma Ruthenorum, ductore superba Leone
et magna, exigua contudit ille manu.
Obtrivit quoties Lituanum et Iazigas? (Hoc iam
interiit nostro funditus ense genus).
Multa in Christicolas nil laudum habitura fuerunt
bella, lacessitus sed quia vicit habent.



L'anno della salute nostra milledoicento e settantanuove Lesco Negro, duca di Siradia, nel regno al fratello successe; qual sin dal prencipio del suo regno fu da molti nemici travagliato, perciochè i Tartari tornarono in grossissimo numero e dettero di nuovo il guasto alla Russia e alla Polonia. Contra quali andato con miglior fortuna Lesco dette una memorabil rotta a Leone, prencipe superbo di Russia, che accordatosi coi Tartari se gli era ribellato e avea molte compagnie di quei Tartari al suo soldo condotte; e avendo scacciati di Russia tutti quei barbari e amazzatone molti, ne condusse schiavi in Polonia meglio di seimila. L'anno poi milledoicentoottantadoi fecero i Littuani una correria nel territorio di Lubla e ne menarono via molti pregioni. Il che intendendo Lesco, con quelle genti che la brevità del tempo li concesse di raccorre se li pose dietro, e giuntoli appresso i fiumi Nemen e Narew li assalse, roppe e mise in fuga, e avendo fatto di loro una gran strage tutti i prigioni recuperò con la preda insieme. Ed essendo del milledoicento e ottantacinque tornati i Lituani a predare in molto maggior numero, furono similmente da lui rotti e scacciati e toltoli la preda e i pregioni. E finalmente, dopo l'essersi in molte imprese strenuamente portato, se ne passò all'altra vita e nella città di Cracovia fu sepolto.


Enrico il Buono.

Teutonibus solis claves permiserat urbis,
quae regni titulum possidet una, Niger.
Illi Silesium furtim sub nocte silenti
menibus accipiunt cui studuere ducem,
nobilium contra, contra decreta senatus:
nam cui legitime scepta darentur erat.
Perfida pars vicit, regnat Probus, exulat heres,
sed res parta dolo non diuturna fuit.
Silesii Henricum dubio rapuere veneno,
quod factis alter, nomine et alter erat.
Qui fraudem in vita coluit, rem fraude paravit,
qua periit, dignus fraude perire fuit.



Enrico il Buono, duca di Vratislavia, prese dopo la morte di Lesco il governo del regno l'anno della natività de Cristo milledoicentononanta; e perchè il vescovo di Cracovia insieme con gli altri baroni avevano chiamato al regno Boleslao, duca di Masovia, Enrico, che già n'era in possesso, trovandosi piú potente facilmente lo fece ritirare. E poco dopo Vladislao Cubitale, duca di Siradia (a costui per ragion naturale il regno perveniva), avendo congiunte alle sue forze la cavalleria della maggior Polonia, mosse guerra ad Enrico per scacciarlo del regno a lui debito, e venuto con esso a battaglia appresso Sievira, città della Slesia, li ruppe e tagliò a pezzi le sue genti, nella qual fazione occise anco il figliuolo del duca glogoviense e prencipe di Sprotavia. E ottenuta una segnalata vittoria tirò con l'esercito alla volta di Cracovia, che senza far resistenza se li dette. Ma essendo tornato di nuovo Enrico con esercito sopra questa cittade, vi fu di notte secretamente da' Teutoni introdotto, e fu questa cosa tanto impensata e subito che Vladislao ebbe a pena tempo, buttatasi indosso una tonica monacale, di fuggire. E cosí di nuovo si fece Enrico del regno signore, qual non avendo goduto piú d'un anno uscí di vita, non senza sospetto di veneno, e fu sepolto nella città d'Vratislavia.


Presmislao secondo.

Ob scelus Audacis raptum diadema Polonis
retulit istius gloria luxque viri.
Magnus erat, tantum peperit qui primus honorem
nobis, magnus et hic qui revocavit erat,
splendidus, antiquis certans heroibus omni
virtute, in summo quam decet esse viro.
Caeditur insidiis, celebrans solenne Liici:
invidiam virtus dat sibi et illa necem.
Et caute et timide genio servite, potentes,
exitio multis lux genialis erat.
Hoc Cyrus interiit, Macedo interiitque Philippus,
hoc est Argolicis Troia cremata rogis.



L'anno del Signore milledoicento e nonantacinque Premislao, prencipe della Polonia maggiore e della Pomerania, alla degnità regal fu assunto. Avendo questo con la fama del suo gran valore spaventati gli animi de tutti i prencipi finitimi, fu d'ordine di Venceslao, re di Boemi, dai marchesi di Brandeburg ucciso, avendo presa occasione d'assalirlo e con molte ferite, dopo sua molta resistenza e diffesa, amazzarlo, mentre egli il giorno di santa Dorotea in un convito con i suoi si trattenneva in solazzi e ragionamenti delettevoli, avendo solo regnato sette mesi.


Venceslao re di Boemia.

Ad Venceslai usque dies, Auguste, Bohemi
scortea Sauromatis tota moneta fuit;
nummus erat pellis detracta animantibus illis
quas aspergillos patria nostra vocat.
Hoc ego dum cuidam narro, qui strangulat amplo
arcas argento, semper egenus ait:
"Ergo putrescebant tunc nummi? O dura priorum
tempora, tunc nasci res miseranda fuit!
Gratia magna Deo, quod homo sum natus in isto
seculo, cum pelles non nisi sutor habet!
Quod si quando Deus mala vult secla illa recurri,
tunc ego, tunc, superi, mivius esse precor".



L'anno del parto della Vergine mille e trecento Venceslao, re di Boemia, al regno di Polonia fu chiamato. Combattette questo lungo tempo per il regno con Vladislao Cubitale, e lo privò de tutte le città e fortezze che egli possedeva, li quali dette in governo non a' Poloni ma agli suoi Boemi. E Vladislao, che di ragione doveva esser signore, spogliato de tutti li suoi beni se n'andò come in bando in Ungaria e indi a Roma; di dove essendo in Ungaria tornato, mise insieme alcune bande d'Ungari e cominciò con varie correrie a travagliare i Boemi in Polonia. E poco dopo di Pelce, di Vislicia e di Lelovia si fece patrone; e finalmente essendo (come si dice) dopo la pioggia rasserenato il cielo, Venceslao passò di questa vita e Vladislao ebbe dopo la sua morte il tanto da lui aspettato regno. Questo Venceslao boemo fu il primo che introdusse la moneta d'argento in Polonia, quei grossi cioè boemi che in Cracovia ancora si usano; essendo che per avanti col baratto di alcuni pezzetti d'argento, di pelle di aspreoli e di molte altre cose si provedevano di quanto a' lor bisogni era necessario. Nel tempo di questo re boemo Cracovia fu centa di mura.


Vladislao Cubitale, detto volgarmente Loxietex.

Corpore parvus eram, cubito vix altior uno,
sed tamen in parvo corpore magnus eram.
Non ego Prussorumque Bohemorumque cruorem
iactabo, cladem nec, Gedemine, tuam.
Fortunam vici, cum qua mihi bella fuerunt,
ut Niger e terris triste volarat iter.
Ter cecidi regno: per te, Ramnusia, semper
post lapsum erexi maius ad arma caput.
Corde viris opus est magno, non corpore: magnum
qui stravit Goliam nonne pusillus erat?
Ingentem parvus Poliphemum vicit Ulisses?
Sed tamen ille hominem, tam grave numen ego.



Del milletrecento e sei, dopo l'aver passati molti pericoli e dopo l'aver superate le frequenti repulse, pur finalmente ascese Vladislao Cubitale alla bramata corona del regno di Polonia; e l'anno istesso che egli il regno prese, raccolto un grosso esercito, lo condusse in Slesia contra Enrico duca di Glogovia, e senza in luoco alcun trovar contrasto li mise a ferro e a fuoco tutto il suo paese. L'anno poi milletrecento e venti fu il prefato Vladislao insieme con Hedvigi sua consorte coronato in vero re e monarca di Polonia. E alora primieramente fu la chiesa di Cracovia dotata e privilegiata di questa autorità di coronare i re di Polonia, essendo che prima in Gnezna, città non troppo sicura, questa cerimonia solea farsi. E l'anno milletrecento e ventisei fece il re un potente esercito di Lituani, Pruteni e Poloni per vendicare la morte del fratello Premislao, ed entrato ne' paesi de' marchesi brandeburgensi li mise tutti a ferro e a fuoco, dal fiume Odera e da Brandeburg sino a Francfordia; e avendo arrichiti i suoi con le nemiche spoglie salvi li ricondusse in Polonia, menando seco seimila pregioni. Fece gran guerra con i cruciferi di Prussia, e avendoli essi piú volte con correrie travagliato il suo regno, sdegnato il re condusse le sue genti armati in Prussia, l'anno milletrecento e trentauno. Ove trovò che i nemici avevan rinforzato il campo loro con bande fortissime di Teutoni, co' quali del mese di settembre venuto animosamente alle mani, nel primo empito de' suoi Poloni fracassò le prime squadre de' nemici; e fattoseli poi contra la seconda battaglia de' Teutoni, guidata dai commendatori Russer, conte di Plauno, e Otto Magno di Brunsdorff, si renovò un crudel conflitto e sanguinoso. Ma fu tal la virtú e fortuna de' Poloni e del re loro che, fraccassate le forze de' nemici, restarono al fin vittoriosi, avendo oltra altri molti amazzati in questa fazione quattromila cavallieri cruciferi, tra' quali molti commendatori e altri personaggi di conto. Dopo la qual vittoria tornato Vladislao in Polonia, preso da infermità giunse al fin della sua vita in Cracovia l'anno milletrecento e trentatre.


Casimiro Magno.

Nil hoc splendidius, nil magnificentius uno est,
quodcunque illius respiciatur opus.
Legibus armavit patriam, placidumque sub illo
libertas ad nos protulit alma caput.
Oppida tot cinxit muris quot pene per omne
hoc regnum muris oppida cincta vides.
Tres simul hospitio excepit cum Caesare reges,
cum tibi dat neptem, Carole quarte, suam.
Rex ingens opibus, bello, pietate: quid illum,
quid premis infami, Cypria, sola nota?
Hunc dici Magnum est iniuria magna, Poloni:
iure suum nomen Maximus esse potest.



Sepolto e fatte le debite esequie ad Vladislao, fu di consentimento universale gridato re Casimiro Magno suo figliuolo, l'anno del Signore milletrecento e trentatre, il quale attese prima a pacificare il suo regno, nettandolo da tutti i sediziosi, da' ladroni e da l'altri uomini di mal affare; e poi nel milletrecento e trentanuove dechiarò e constituí suo successore Lodovico suo nepote, figliuolo di Carlo re d'Ungaria e d'una sua sorella. Il che fatto, del milletrecento e quaranta mosse le sue genti a' danni de' Russi, e nella lor provincia entrato prese Leopoli, lor città metropoli, di dove portò via molti tesori, e andatosene sotto Volodimira anco di essa si fece signore, avendola per forza d'armi acquistata, e indi tornò col trionfante esercito in Cracovia. Né varcò troppo tempo che, ingrossato che egli ebbe con nuove bande de soldati il suo esercito, di nuovo in Russia lo condusse e tirò alla sua obedienza l'infrascritte regioni con le lor cittadi: cioè Presmilia, Halicia, Leopoli, Sanocia, Lucovia, Volodimira, Lubaczovia, Treblovia, Tustania e molte altre, le quali sin ora al regno di Polonia sono unite. E tornato la terza volta in Russia la soggiogò totalmente al suo dominio, pigliando alcune rocche e fortezze che nell'altre espedizioni diffese s'erano.
Nel milletrecento e sessantatre dette Casimiro Elisabetta sua nepote, figliuola del duca stolpense, in matrimonio a Carlo quarto imperator romano, alle nozze della quale in Cracovia si trovarono esso imperatore, Ludovico re d'Ungaria, Pietro re di Cipria, Sigismondo re di Dania, Otto duca di Baviera, Semovito di Massovia, Boleslao di Svidnicia e Vladislao di Opolia. Le qual nozze compite, un gentiluomo di Cracovia, chiamato Vierinok, i genitori del quale erano venuti da' paesi del Reno in Cracovia ad abitare e il qual era regio tesoriere, dette per alquanti giorni onoratissimi e abondantissimi conviti all'imperatore e a tutti quei re e duchi che in la città si ritrovavano, onorandoli poi in fine con richissimi e preziosissimi presenti. L'anno finalmente milletrecento e settanta, mentre il re Casimiro in una caccia dietro a un cervo corre appresso Prezdboria, li cascò sotto il cavallo e scavezzolli una gamba, dal dolore dalla qual percossa egli fra pochi giorni uscí di vita, e nella città di Cracovia fu sepolto. Cense questo di mura tutte quasi le città e fortezze di Polonia, fabricò molte rocche e assai chiese, ornò la patria di molte leggi e cavallaresche e civili, le quali sin ora s'osservano, e di gran lunga avanzò tutti i re suoi predecessori in accrescere i tesori e l'entrate del regno: e però ragionevolmente fu chiamato Magno.


Ludovico ungaro.

Non quia vir fuerit nequam Ludovicus et ultor
crudelis nostras non bene rexit opes,
sed quia Pannoniae dum plus amat arva paternae
linquebat saevis istud ovile lupis.
Qui novit quid agant famuli, si longius absit
(praesertim fuerit qui minus asper) herus,
hic videt aerumnas, quas multa absentia veri
pastoris nostrum tum cumulabat avis.
Illo rege quidem leges crevere, sed illo
rege tamen robur non habuere suum.
Lex, nisi tutores habeat, contra arma potentum
est quod araneolus sub trabe nectit opus.



Morto Casimiro Magno senza alcun figliuolo e legittimo erede, fu l'anno milletrecento e settanta coronato del regno di Polonia il re Ludovico d'Ungaria, a lui nepote. Nel cui tempo non successe in Polonia cosa alcuna di memoria degna, fuora che i molti omicidii e latrocinii che per la sua absenzia per tutto quel regno si facevano. E se alcuno passava in Ungaria a dolersi col re delle ricevute ingiurie, era da lui rimesso alla regina, dalla regina a' fattori regii, e da quelli era di nuovo con lettere rimandato a' governatori di Polonia, talchè in quel tempo molto male le cose di quel regno passavano.
L'anno poi milletrecento e ottantauno dette il re Ludovico sua figliuola Maria in moglie al marchese Sigismondo, figliuolo di Carlo quarto imperatore de' Romani, e re di Boemia; e dechiarollo re di Polonia dopo la sua morte. Il qual passò in Polonia in atto di guerra, e castigati alcuni ribelli guidò le genti contra il duca di Massovia, che pretendeva per cagione di parentella ragione nel regno di Polonia, e dato il guasto a tutta la Massovia si condusse a Posnania, metropoli della maggior Polonia, ove da tutti fu onorevolmente e con molti segni d'allegrezza accettato per re. Morí fra tanto il re Ludovico, e fu sepolto in Alba Regale, avendo dodeci anni sopra Poloni regnato. Publicata che fu la sua morte in Polonia, si consigliarono secretamente i prencipali del regno d'abbandonare Sigismondo, e chiamando una figlia del re Ludovico d'Ungaria, e creatala regina, darla in matrimonio a prencipe tale che fosse bastante a governar bene la lor republica e diffenderla da tutti i suoi nemici. Fatto pertanto sapere questo lor disegno alla regina vedova d'Ungaria, che fu sorella del re Casimiro, li mandò essa Hedvigi sua figliuola, che, onoratamente da' baroni poloni recevuta, fu da essi solennemente in Cracovia secondo l'antico costume del regno di Polonia coronata. E l'anno milletrecento e ottantacinque, avendo Iagellone, granduca di Littuania, inteso la venuta della regina Hedvige in Polonia, per fama della sua rara bellezza e nobili costumi inamoratosi, la mandò per dui suoi fratelli, Skiergellone e Borisso, ad appresentare con doni richissimi e insieme a richiederla di matrimonio; promettendo, se questo otteneva, di batizzarsi con la sua gente, di restituire tutte le città e rocche con i lor territorii che Littuani occupate tenevano al regno di Polonia, di liberare tutti i schiavi poloni che per il suo stato si trovavano, e de piú di unire e incorporare il granducato di Littuania col regno di Polonia, di recuperare per forza d'arme la Slesia, la Prussia e la Pomerania, di convertire tutti i tesori in utile del regno polono, e finalmente di fare tutto quello che fosse per tornare a beneficio e grandezza della polona republica e ad accrescimento della cristianitade.
Fu molto cara e grata questa ambasciaria a' prencipi poloni, ma alla regina grandemente spiacque, perciochè, essendo essa, vivendo ancora il padre, stata promessa in moglie a Vilhelmo duca d'Austria, ardentemente il matrimonio di lui desiderava, né poteva a questo secondo piegarsi. Per lo che mandarono i Poloni ambasciatori in Ungaria alla regina Elisabetta sua madre, che l'informassero di quanto si trattava e il suo parer gli adomandassero; la qual rispose che essa in tutto e per tutto si reportava a quanto al consiglio de' Poloni paresse ben fatto e a quanto da lor fosse ordinato. Mandarono alora i Poloni un'onorata man d'ambasciatori in Littuania, invitando quel duca a venire con le condizioni da esso proposte a pigliare la corona del regno di Polonia e la bella Hedvige per moglie. A che mentre si attende, Vilhelmo duca d'Austria, avisato come le cose in Polonia passassero, venne in Cracovia accompagnato da una nobil squadra de cavallieri della sua corte, e portò seco grandissimi e preziosissimi doni per tentare che il matrimonio già a lui promesso effetto avesse: che fu dalla regina allegramente recevuto, e per molti giorni attesero a darsi piacere (onoratamente però) in conviti e in danze. Per la qual cosa vedendo alcuni baroni di Polonia quanto Vilhelmo alla regina caro fosse e quanto scambievolmente s'amassero, lo menarono dentro alla fortezza, ove mentre si tratta d'accompagnarli insieme, venne nuova esser giunto ivi appresso Iagellone; onde turbatisi tutti cacciarono Vilhelmo fuor della fortezza, serrandoli dietro le porte. Corse, quando ciò seppe, la regina, e spenta dal dolore si sforzò con le proprie mani romper le serrature delle porte, per andare nella città a trovar Vilhelmo e il matrimonio con esso consumare, ma fu da' consiglieri con lungo ragionamento e con molte ragioni da questo disuasa. E Vilhelmo, vedendosi aver ostinatamente contrari i baroni di Polonia e crescendo la fama della giunta di Iagiello, di Cracovia con i suoi ascosamente si partí.


Iagiellone overo Vladislao littuano.

L'anno della natività di Cristo milletrecentoottantasei Iagiellone, granduca di Littuania (la cui genealogia diffusamente nella descrizione di Littuania si vede), venne molto onoratamente a' dodeci di febraro in Cracovia, accompagnato da tre suoi fratelli, Borisso, Svidrigielone e Vitoldo, ove con allegrezza grande lo ricevero i Poloni e condussero nella rocca ad alloggiare. E alli quattordeci de ditto mese fu insieme con i fratelli battizzato e chiamato Vladislao, e il giorno istesso fece le nozze con la regina Hedvigi, e secondo la sua promessa incorporò e uní con publica scrittura e col suo giuramento confirmò il ducato di Littuania, la Samogizia e la Russia col regno di Polonia; e la settimana seguente lo crearono e coronarono i Poloni con le solite ceremonie re de' paesi loro. Compite le solennità delle nozze, si transferí il re insieme con la regina sua moglie nella maggior Polonia, per acquietare alcuni tumulti che ad instanzia di Domarato, capitano generale della maggior Polonia, e di Vincenzo palatino in quella provincia si levavano. Li quali acquietati e accommodati, fece apparecchio di far una espedizione in Littuania per rimuovere con la forza dalla cultura degli idoli quelli che di propria volontà non avessero voluto accettare la cristiana fede. L'accompagnarono a questa impresa gran numero di baroni e cavallieri poloni, l'arcivescovo di Gnezna con molte persone ecclesiastiche e Semovito di Massovia e Conrado di Olensnicia duchi. E giunto in Vilna fece intimare per il principio della seguente quadragesima in essa città la general dieta, nella quale si trattò e concluse di levar affatto di quei paesi il vano culto degli idoli: e cosí quelle genti barbare della Lituania e della Samogizia vennero al fonte del sacro battesmo e furono a turme, come nella descrizione della Littuania appare, aspergendoli con l'acqua benedetta battizati, mettendo a ciascuna turma nome o Stanislao o Pietro o altro simile.
Assettate dal pio re le cose di Lituania secondo il voler suo, vi lassò Vitoldo suo cugino in governo e, tornato in Polonia, mosse le genti contro la Slesia e prese le città e castelli sottoposte a Vladislao duca d'Opelia, che furono Krzepice, Bobolicze, Olstin, Brzeznice, Ostresevo e Grabovo. Sette anni tenne assediata la rocca di Boleslaviecz, la qual ebbe finalmente per fame da Oska duchesa vedova. E il duca opoliense, conoscendosi non esser bastante da poter gli altri suoi luochi diffendere, li vendette per quarantamila fiorini a' cruciferi di Prussia, che con i lor presidii li fortificarono; ma il re, mandatovi un gagliardo esercito, tutte le sottopose al suo dominio. Morí l'anno trecentononantanuove la regina Hedvigi, della santità della cui vita gli annali de' Poloni larga testimonianza fanno; e l'anno seguente fu al re mandata in moglie sin d'Ungaria Anna, figliuola del conte ciliciense.
L'anno poi millequattrocento e dieci mosse il re guerra a' cruciferi di Prussia, e passato il fiume Vistola fece gli alloggiamenti appresso il castello Cierniensko, ove li venne in soccorso con grosse bande di Lituani e di Tartari Vitoldo suo cugino, e anco Semovito e Ianusio duchi di Massovia lo vennero ad aiutar con le lor genti; e unite tutte queste forze insieme, mosse il re l'esercito verso i castelli Tanebrigo e Grimoaldo. Nel qual luoco, mentre egli la messa ascoltava, li vennero quasi a un istesso punto doi spie che l'avisavano i Pruteni suoi nemici venire alla sua volta con tutte le lor forze, e che erano poco indi luntani. Alla qual nuova non fece egli moto alcuno, anzi stette devotamente saldo fin che la messa fu compita; la qual finita mise le sue genti in battaglia, ponendo nella vanguardia quaranta insegne de' Lituani insieme con tutti i Tartari che in suo favore l'armi prese avevano. Lo venne in questo a trovare un messo de Ulrico Iungingen, mastro de' cruciferi di Prussia, che quasi bertizando il re li mandò a donare doi spade nude e altretanti scudi con queste parole: "Che aspetti, o re, che non vieni alla battaglia? Se spade ti mancano, eccotene dua, una per te e l'altra per Vitoldo tuo fratello; se hai stretto campo da metter l'esercito in battaglia, io luoco ti darò". Accettò il re queste due spade e sospirando disse: "Quantunque a me non mancano armi d'ogni sorte, accetto volontieri questo dono, come prenuncio col favor divino della futura vittoria". E ditte queste parole fece dar nelle trombe, e il simile fu da' Pruteni fatto, e tutto a un tempo questi doi eserciti con empito grande ad incontrar s'andarono. E la prima battaglia de' Lituani e Tartari, usi all'arco e alle frezze, scaricorono un folto e mortal nembo di frezze contra lor nemici; poi venuti alle mani fur da' Teutoni nel primo affronto rotti e messi in fuga. Sotto intraro subito i Poloni freschi d'animo e di forze con strepito e fragore orribile di gridi, di tamburi e di trombe, e con tal valore ne' Pruteni urtarono che a viva forza, superato e abbassato il lor orgolio, li fecero indietro rinculare. E avendo il re mandato fuori due grosse ale di cavallaria dai dui corni della battaglia, serrò in mezo i nemici già disordinati, che persi d'animo avevano l'occhio piú al fuggire che al combattere; ma avendoli i nemici circondati, fur pochi quelli che salvar si potero, restando gli altri alla campagna uccisi. Ulrico, il gran mastro de' cruciferi di Prussia, mentre s'affatica per far star salda la battaglia e mentre con le parole e con i fatti tenta di fermar i suoi posti in disordine, fu con trecento suoi commendatori ucciso, e il duca stetinense e quello di Osnicia fur fatti pregioni. Morirono in questa giornata tra Pruteni e Teutoni cinquantamila soldati; ma Silvio scrive solo quarantamila.
Ottenuta ch'ebbero i Poloni la vittoria, presero e saccheggiaron le trinciere nemiche, nelle quale fecero un grosso e ricco buttino, e avendo riportato cinquanta insegne de' nemici, a perpetua memoria d'impresa tanto segnalata nella chiesa della fortezza di Cracovia in luoco alto ed eminente le posero. Fecero i cruciferi di nuovo un altro sforzo e, avendo ottenuto aiuti da' Sassoni e dal re de' Romani Sigismondo, si mossero alla volta di Polonia, e furono da' Poloni, che di questi loro apparecchi erano stati avertiti e avevano le lor genti raccolte, animosamente incontrati. E mentre che la battaglia crudele e sanguinosa per l'ostinazione e valore degli uni e degli altri ancora dura, un certo cavalliero polono, chiamato Giovanni Misai, cacciatosi vigorosamente per mezo a' nemici, a lor dispetto sina alla insegna prencipale agiunse, e amazzato l'alfiere prese l'insegna, e attacatesela alle spalle ferendo e uccidendo si fece strada per mezo a' nemici e con l'insegna tra' suoi salvo si condusse. Persa la prencipale insegna, fur tutti cruciferi disordinati e indi posti in fuga, che da' Poloni trovati per le selve e per i campi sbandati erano messi tutti a fil di spada, onde ne perirono intorno a diecimila. E l'anno istesso, essendo venute dodeci insegne d'Ungari a predar nella Polonia, fur da' Poloni rotti e discacciati. E l'anno millequattrocento e quatordeci, non attendendo i cruciferi a quanto avevano promesso, li menò sopra il re con Vitoldo suo fratello l'esercito di Lituani e di Poloni, e si fece nella Prussia patrone di molte cittade e fortezze, acquistandole col felice valor de' suoi soldati, che fur della lor virtú da lui largamente premiati, avendo remunerato i Littuani che ben servito avevano con darli l'arme e ornamenti della polona nobiltà.
L'anno finalmente millequattrocento e trentadoi, essendo il re Vladislao Iagellone vecchio divenuto e avendo mentre regnato aveva fatte molte imprese nobilissime, passò felicemente all'altra vita, lassando doi figliuoli, Vladislao e Casimiro, e fu in Cracovia nella chiesa del castello sepolto in un monumento di marmore, nel quale fu anco scolpita la sua imagine.


Vladislao quinto.

Ladislae, tibi regale Polonia sceptrum
contulit ob proprii splendida facta patris.
Hinc quoque et Ungaricus defert diadema senatus
et quae sunt lati iugera multa soli.
Egregia vero tu praeditus indole regnas
ac regis imperio subdita regna tuo.
Nec piguit Macedum fines vastare remotos,
nominis ut foret gloria nota tui,
donec inire petit tecum trux foedera Turca
quod facis, at Latius frangere papa iubet.
Cui tu dum pares, te ad Varnam Marte paludem
fudit Amurates et tua castra capit.



Vladislao quinto al padre Iagellone nel regno di Polonia successe l'anno del Signore millequattrocento e trentaquattro; qual l'anno poi millequattrocento e trentasette, essendo morto Sigismondo imperator romano e re d'Ungaria e di Boemia, fu solecitato da molte preghiere de' baroni ungari ad accettare il regno d'Ungaria, onde andatovi del millequattrocento e quaranta fu solennemente in Buda coronato. Mosse poi il re le forze di questi doi regni contra Turchi del quarantatre, e recuperò molti luochi che da essi nella Rascia erano stati occupati. Intendendo poi che i Turchi li venivano molto potenti sopra, dette una grossa banda d'Ungari e di Poloni a Giovanni Uniade, palatino di Transilvania, e mandollo ad incontrare l'esercito nemico. Fu la prestezza del Uniade tale che prima visto fu da' Turchi nelle lor trinciere che essi sapessero lui venirli contra: e secondo che sprovisto fu l'assalto, e l'animosità e valore de' cristiani grande, fur in poco d'ora i Turchi rotti e messi in fuga, e ne restaro pregioni quattromila insieme con nuove insegne militari, col favor della qual vittoria scorsero i Poloni e gli Ungari tutte le provincie di Slavonia sino a' confini della Macedonia. Pose alora l'imperator de' Turchi un buon esercito nella montagna della Macedonia o della Romania per diffender quelle provincie dell'empito de' Poloni; ma il bassà che di questo aveva il carico, confidatosi nella gran moltitudine de' suoi, discese alla pianura a far il fatto d'arme coi cristiani, sperandone ottennere vittoria certa. Ma la cosa altrimente passò, perciochè i cristiani dettero cosí gran rotta a' Turchi che Amurate fu sforzato a mandare ambasciatori ad Vladislao e domandarli la pace, la quale per dieci anni ottenne, restituendo al re polono tutte le fortezze e altri luochi occupati nella Rascia; e questo accordo da ciascuna delle parti fu giurato d'inviolabilmente osservare.
Giunse poco dopo alla corte del re il cardinal Giuliano, legato del sommo pontefice, il quale con molte e varie persuasioni mosse il re a rompere la conclusa e giurata triegua, assolvendolo con l'autorità del sommo pontefice dal giuramento al Turco fatto, e lo persuase a prendere l'armi in compagnia degli altri prencipi cristiani contra il commun nemico de' popoli di Cristo. L'anno pertanto millequattrocento e quarantaquattro, fatto un numeroso esercito, con esso si mosse a' danni del Turco; il che quando egli intese, molto si maravigliò della inconstanza e legerezza de' cristiani, e che cosí poco conto del nome del lor Dio facessero, e chiamato un potentissimo esercito d'Asia venne alle mani co' cristiani appresso la palude Varna e al lito del mar Maggiore. Sanguinoso e crudele fu questo conflitto, del quale il Turco al fin restò vittorioso, avendo con la gran moltitudine de' suoi circondato l'esercito cristiano e tagliatolo quasi tutto a pezzi, restandovi tra gli altri anco il re ucciso, mentre con animo intrepido non manca, in cosí ria fortuna, di portarsi da valente soldato e da prudente imperatore; la qual rotta cagionò non poco dolore e pianto per tutta la cristianitade. Visse Vladislao, dopo coronato re di Polonia, diece anni, e quattro anni resse il regno d'Ungaria: e il ventesimoprimo anno della sua età fu, come si disse, appresso Varna da' Turchi amazzato, mentre per obedire al consiglio del pontefice roppe la tregua con Amurate fatta.


Casimiro quarto.

Post fratrem Casimirus adest, quem Turca peremit,
Sarmaticas iustus qui regit ultor opes,
eripit et captas Marianis fratribus urbes
aetera terribili discutiente modo.
Hoc duce sacrifici magnas sensere repulsas,
hic ubi Castuliam Vistula volvit aquam.
Hinc repetit Mariae non vi sed munere Castrum,
Prussiaci quod tunc incoluere duces.
Hunc quoque Choynitium, multis licet inde peremptis,
sensit et illius quae ditionis erant.
Ducentem reliquae felicia tempora vitae
fata gravem nobis eripuere ducem.



L'anno della nostra redenzione millequattrocento e quarantasette Casimiro, granduca di Lituania, al fratello Vladislao nel regno successe. E l'anno seguente Pietro, palatino di Valachia, li giurò obedienza e promise pagarli il debito tributo, essendo da' Poloni stato aiutato nella guerra che egli aveva con Bochdaneo suo fratello bastardo, che del suo stato privarlo voleva; qual da' Poloni fu col suo esercito rotto, scacciato e amazzato. E l'anno millequattrocento e cinquantaquattro vennero ambasciatori dei nobili e cittadini di Prussia a raccomandarsi e mettersi nelle braccia del re Casimiro, come quelli che si lamentavano di non poter piú sopportare gl'intollerabili pesi e le straordinarie gravezze con le quali erano da' cruciferi tirannigiati, che le moglie levavano per forza a' mariti, le tenere verginelle a' patri e alle madri, le possessioni e bestiami a' contadini, e reducendo il vulgo in miserabile servitú se ne servivano come se bestie fossero in fabricar luochi forti e le città de muraglie circondare. Ebbero forza questi giusti lamenti di farli dal re accettar sotto la sua protezione, e impostoli un leggier tributo fur connumerati tra' subditi della corona di Polonia, e come a tali fu deliberato dar l'aiuto che essi ricercavano per liberarli dalla dura servitú nella qual da' cruciferi erano tenuti. Fatto per tanto quelle provisioni di gente che la brevità del tempo li concesse, le mosse il re contra Ludovico, gran mastro di cruciferi; qual, avendo risaputo prima quanto in Polonia in suo danno si trattava, s'era fortificato con un grosso esercito de Teutoni. E incontratisi questi doi eserciti appresso la città di Choynicze, vennero a prima giunta al fatto d'arme.
Roppero i Poloni le prime squadre de' nemici, e avendo ucciso Battazare, duca di Zegania, e fatto pregione Bernardo Stumburg, general capitano dell'esercito nemico, avevano col empito loro fracassata tutta questa banda, quando, essendo nel perseguitar quei che fuggivano disordinato alquanto il battaglione de' Poloni, fur gagliardamente dalla battaglia prutena investiti: che trovatili disordinati, prima li mossero di luoco, e poi pigliando animo da questo buon prencipio li cargarono con tal empito sopra che, non potendo i Poloni piú resistere, guasta e stracciata l'ordinanza si dettero a fugire. Fece il re cose maravigliose per fermarli, ma erano le cose in tal confusione che non fu mai possibile, anzi corse pericolo, mentre troppo tardi si retira, di restar pregion de' suoi nemici. Furono in questa battaglia amazzati molti Poloni, e trecento ne restar pregioni. Per levarsi questa macchia fece Casimiro un altro piú potente esercito, ed entrato nella Prussia prese molte città e fortezze. E non avendo il gran mastro de' cruciferi dinari da dare le debbite paghe a' suoi soldati, dette per acquietarli in lor potere la fortissima rocca di Marimburg, acciò la tenessero sinchè fossero del tutto sodisfatti; ma andando questa cosa in lunga, e volendo i soldati le lor paghe, vennero a patti del millequattrocentocinquantasette col re Casimiro, e li vendettero quel luoco con tutte l'artegliarie, arme e munizioni che vi si ritrovavano per quattrocento e settantaseimila fiorini. Onde, per vendicarsi il gran mastro di questa e altre offese, prese per forza alcune di quelle fortezze che il re in Prussia possedeva, che mosse il re a metter di nuovo sercito in campagna, e con i cruciferi affrontatosi roppe e fracassò totalmente il lor esercito, uscendoli appena il gran mastro con pochi de' suoi vivo dalle mani. E cosí finalmente spogliaro i Poloni (benchè con gran difficultà) i cruciferi del possesso de tutti i luochi forti.
L'anno poi millequattrocento e sessantasei, avendo il re per forza presa la città e castello di Choynico, mosso dalle molte preghiere de diversi prencipi cristiani fece con il gran mastro e con l'ordine de' Teutoni pace e perpetua confederazione. Dal qual tempo il ducato di Pomerania e le città Michlovia e Culma fur aggiunte al regno di Polonia, per le quali i Poloni avevan co' cruciferi combattuto per il spazio di cento e ottanta anni. E Casimiro, vivendo il resto di sua vita in somma pace e quiete, con tranquillità e felicità grande de suoi popoli, del millequattrocento e nonanta a miglior vita passò; del quale rimasero sei figliuoli, Vladislao, Casimiro, Alberto, Sigismondo, Frederico e Alessandro, e sette figlie, Hedvigi, Zofia, Anna, Barbara, Elisabetta e altre due. Vladislao fu dagli Ungari dopo la morte del re Mattia di commun consenso di quel regno coronato, qual tolse anco dopo sotto la sua protezione il regno di Boemia. Alberto al padre successe nel regno di Polonia, e cavati a sorte ad Alessandro toccò il granducato di Lituania e a Sigismondo quello di Glogovia; Friderico fu assunto ai vescovadi di Cracovia e di Posnania, dopo l'anno l'ornò anco il papa della degnità cardinalesca.


Giovanni Alberto.

Ducis, Ioannes Alberte, binominis agmen
Sarmaticum, matre id perfidente tua,
instauras novo, sed frustra Marte tumultum
ulturus patrui funera maesta tui.
Nam Dacus variat primo quod dixerat ore,
te contra Turcam velle iuvare ferum.
Instruit horrendos te contra perfidus hostes
et fudit populos Marte iuvante tuos,
unde nemus nostris patuli memorabile fagi,
dum sol siderico tramite currit, erit.
Sic igitur multis non faustis obrutus actis
te rapuit iuvenem Parca severa ducem.



Fu sustituito Giovanni Alberto al padre nel regno polono e coronato della regal corona l'anno millequattrocentononantadoi. Mandarono i Veneziani ambasciatori a questo re a rallegrarsi seco della ricevuta degnità e ad augurarli felice fortuna contra i nemici del cristiano sangue. Vennero anco a trovarlo gli ambasciatori del Turco ricercandolo di tregua, la quale per alquanto tempo ottennero. L'anno poi millequattrocentononantaquattro andò Giovanni Alberto ad abboccarsi con Vladislao, re di Ungaria e di Boemia suo fratello, nella città di Livocza, ove trattarono di congiunger le forze di questi regni insieme e far vendetta della morte d'Vladislao lor cio, che fu da' Turchi crudelmente ucciso. E per diligenzia che facessero che il lor disegno passasse secreto, non potero impedire che l'imperatore de' Turchi, che non ne steva senza qualche gelosia, non fosse del tutto avvertito, onde mandò al re Alberto un ambasciatore per confermare la tra lor già fatta triegua. Occorse nell'istesso tempo che, essendo Stefano palatino di Valacchia da' Turchi travagliato, richiese come feudale del regno di Polonia d'esser dalle forze di quel regno aiutato. Piacque grandemente al re questa occasione di poter ragionevolmente romper guerra al Turco e vendicare le passate offese: e posto in campagna un potentissimo esercito di Poloni, Lituani, Masoviti, Ruteni, Pruteni e Slesii, lo mosse verso Moldavia a' danni de' Turchi.
Diversi segni occorsero, per i quali poteasi facilmente prevedere l'infelice fin di questa impresa, perciochè, mentre il re attende ad apparecchiare le cose a tanta guerra necessarie, li cascò sotto un generoso cavallo che egli cavalcava, appresso Leopoli di Russia, in un picciol torrente, e quantunque l'acqua fosse bassissima non si puoté aiutare che non vi lassasse la vita. E nella città di Leopoli un cavalier polono chiamato Stopsi, che da tutti era per matto conosciuto, andava tutto il giorno gridando: "I nostri vanno incontro al lor male!" Dette anco una saetta nel suo campo e amazzò un cavalliere con dodeci cavalli. Aveva al re promesso il palatino di Moldavia di mantenere il suo esercito di vittuaglie, delle cose necessarie anco a' cavalli, e il re, fidatosi delle sue false promesse, non fece quella provisione che per il campo bisognevole era; ma, giunto con le genti in Valacchia, mandò chi ricordasse al palatino di quanto aveva promesso e l'esortasse a mandar le vittuaglie e ad apparecchiarsi ad uscir seco alla guerra contra Turchi. A che rispose il mancator di fede: "Abbisi cura il re di guardarsi da' Turchi e da altri, poi che gli ha bastato l'animo de entrar con gente armata ne' luochi a me sottoposti senza mia saputa".
E avendo doi e tre altre volte il re ammonito che non li mancasse di fede, e di queste ammonizioni il palatino facendo poco conto, mosse a gran sdegno il re con tutti i suoi Poloni, onde quell'arme che apparecchiate avean contra Turchi le convennero voltar contra i suoi ribelli, e andarono subbito all'assedio di Soczava, metropoli della Valacchia. La qual mentre essi valorosamente combattono, Vladislao re d'Ungaria mandò all'uno e all'altro ambasciatori e feceli far pace insieme, la qual con giuramento confirmata il re, che per le gran fatiche del corpo e i molti travagli dell'animo era cascato in malattia, prese col suo esercito la strada per ritornare in Polonia. E mentre ei conduce l'esercito per mezo di una selva grandissima che dalla moltitudine de' faggi è ditta Bukovia, e che senza pensiero alcuno de' nemici i soldati alla sfilata marciano, fur tolti in mezo dal traditor palatino di Valacchia, che contra ogni legge e divina e umana e contra l'accordo e giuramento ultimamente fatto urtò d'ogni intorno ne' Poloni disordinati e stracchi, e tagliatili per la maggior parte a pezzi fece quasi tutti gli altri pregioni; tra' quali furono i piú segnalati Nicolò, palatino di Russia, Gabriel, conte di Tenczin, Giovanni Zbignevio figliuolo del capitanio di Marinburg, e molti altri quali con il sangue proprio salvarono la vita al lor re posto in estremo pericolo. Sono ancora in questa selva infiniti ossi che di qua e di là biancheggiano, veri segnali di questa infelice rotta: e io che questa istoria scrivo mi ricordo averli visti mentre capitano della fantaria serviva il magnifico Lasco, palatino di Siradia, che era andato in aiuto alla despota Erachide, qual cercava acquistar la Valacchia l'anno millecinquecentosessantadoi della nostra salute.
Ma tornando all'istoria, nel millequattrocentononantatre fu tanto caldo il mese di genaro e di febraro (cosa maravigliosa in Polonia) che gli arbori fiorirono, li uccelli i nidi fecero e le campagne di bellissima erba coperte erano; ma dai rigidi freddi e ghiacci che il mese di marzo poi seguirono fu tutta questa bella vista guasta e strapacciata. E l'anno seguente, appresso Cracovia, in una villa detta Czarna, parturí una donna un figliuolo col collo e l'orecchie di lepore. Né troppo dopo un'altra donna un altro ne partorí, e insieme con esso un fiero serpente che il putto devorò sino alle viscere. E del nonantanuove d'una Giudea nacque in Cracovia un vitello con doi teste, una nella coda e l'altra al luoco solito, e la coda era posta nella schiena, e aveva nella parte destra sette piedi e nissun nella sinistra; qual mostro fu per molto tempo fuor di Cracovia tenuto in mostra di qualunque veder lo volesse. Ora il re Alberto, essendo del millecinquecento e uno passato di Cracovia in Prussia, venne a morte nella città di Torunia l'anno quadragesimo della sua età, avendo regnato otto anni e otto mesi.


Alessandro.

Multa laborati hoc recinunt de rege libelli,
quam duri promptus Martis ad arma fuit.
Nil illum morbi, nil frigora saeva movebant,
ut non inceptum perficeretur opus.
Saepius insano compressit Iazigas arcu
et dedit horrendae millia multa neci;
indigna ulciscens saevi periuria Mosci,
illius constans abstulit ultor opes.
Nec tantum bello studuit, sed legibus aequis
subiectam patiens est moderatus humum.
Illa ducis laus est certo verissima magni
quivi sacra, qui iustum cum pietate colit.



Alessandro, granduca di Lituania, successe nel regno al fratello l'istesso anno che egli uscí di vita, e del millecinquecento e sei mosse guerra a' Valacchi, e preseli alcune fortezze poste appresso il fiume Tyra. E indi passato in Littuania, fu da grave infirmitade soprapreso, ed essendo nell'istesso tempo venuti ventimila Tartari a depredare nella Lituania, mandò il re ad incontrarli Stanislano Kizka lituano con una fiorita banda del suo esercito, seguitandolo esso col resto, quasi mezo morto. E fatta la rasegna delle sue genti, aggrevandolo di continuo maggiormente il male, si fermò nel castello di Lida, e seguitando Stanislao l'arme de' Tartari, li giunse inaspettato appresso il castello Kleczo: e con tanto valore urtarono i Lituani in essi sbandati che pur uno non ne restò vivo, e fu recuperata la preda e i pregioni furon liberati. La nuova di questa vittoria fu al re portata nell'ora che ei stava per passar di questa: che quantunque avesse la favella persa, nondimeno con l'alzar le mani e con le lacrime e sospiri ne rese a Dio le debbite grazie, e porgendo le mani a tutti i circonstanti l'anima rese al suo Fattore l'anno quadragesimoquinto della sua etade nella città di Vilna, dove fu anco sepolto, dopo l'aver regnato in Polonia quattro anni e otto mesi, e quatordeci anni governato il granducato di Lituania.


Sigismondo primo.

Cum iurarat atrox devicto Glinscius hoste
suspectam, pulsa suspitione, fidem,
qui caperet regni post mortem fratris habenas,
tota Sigismundum terra Polona cupit,
hoc qui magnatum tunc nemo tenatior aequi,
maior consiliis et pietate foret.
Dos regum decorabat eum clementia, solus
deque Iagellona stirpe superstes erat.
Prostravit fretum numeroso milite Moscum,
millia quo bello bis cecidere decem.
Quantus amor populoque suo, externisque monarchis,
tantus erat Turcis et tibi, Teuto, tremor.



L'anno del Signore millecinquecento e sette, sepolto con grandissimo onore il morto re Alessandro, Sigismondo suo fratello, duca di Glogovia, d'Opavia, capitano generale e granduca di Lituania, prese il governo del regno. Redrizò questo con le sue spalle la quasi cascata republica polona, e avendola da ogni banda paceficata mosse guerra a Basilio, prencipe di Moscovia, avendo condotti in suo aiuto i Tartari precopensi, e avendo preso molti de' suoi castelli vi pose grossi presidii de' suoi piú valorosi soldati. Fecero l'istesso anno i Tartari una grossa correria nella Russia, contra quali essendo andato il castellano di Leopoli con i cinquecento cavalli poloni, secondo che trovò i nemici sbandati e carichi di preda, con l'aiuto divino li roppe e tolseli la preda. Del cinquecento e nuove il palatino di Valacchia, rompitor di fede passò con molta gente in Russia e mise a sacco la città di Leopoli, di dove portò via molto tesoro, ed ebbe a patti il forte castello di Rohatinia. E sentendo che i Poloni s'apparecchiavano a venirli contra, con prestezza in Valachia si ritirò, ove, da' Poloni vistosi seguitare, s'ascose esso nelle selve. E i Poloni, non trovando resistenza, misero tutta quella provincia a ferro e a fuoco e presero queste fortezze: Dorochinia, Sozez Panonice, Botusania e Chocinia. Dettero anco molti gagliardi a Soczava, metropoli della provincia, ma, non la potendo acquistare, carichi di spoglie e dato il guasto a' luochi dei nemici s'inviarono alla volta di Polonia. E mentre essi passavano il fiume Tira, over Nestro, i Valacchi, presa l'occasione per esser nel passar disordinati e anco divisi dal fiume, usciro delle selve e dettero un feroce assalto a quelli che ancora passati non erano. Erano questi i cavallieri della corte regia, che, animosamente fatto testa, sostennero valorosamente l'empito nemico; e mentre essi combattono, repassarono alquante compagnie de' Poloni secretamente il fiume e, andate alle spalle de' Valacchi, con empito grande in essi investirono, che vistosi da' nemici circondati si persero d'animo, e postisi in fuga lassaro a' lor nemici la vittoria.
Dell'anno poi millecinquecento e dodeci i Tartari precopensi, stipendiarii del re, messosi insieme intorno a ventiquattromila cavalli, fecero una correria nella Russia e fermaronsi a Visniovicio, in Podolia. Presero i Lituani e i Poloni l'arme per reprimere l'audazia di costoro, e venuti con essi alle mani, mentre si era sul maggior furor della battaglia un'ala de cavalaria polona secretamente passò alle trinciere nemiche ed entratevi sciolse tutti i Poloni e Lituani che da' Tartari pregioni eran menati; che, dato di mano a quelle arme che aver in quel bisogno puotero, i nemici alle spalle assaltarono, e cargando essi da quella parte e valorosamente combattendo gli altri alla fronte, fur i Tartari disordinati e rotti e privi della preda di Polonia scacciati da minor numero assai di quello che essi erano.
Passati doi anni dopo questa impresa, seppe il re Sigismondo che Basilio, granduca di Moscovia, era con gente armata nella Livonia entrato e che si era insignorito di Smolensko, castello fortissimo; onde, per diffender le sue giurisdizioni, fece un esercito di Lituani e de Poloni alla somma di trentacinquemila tra cavalli e fanti e mandollo sotto la condotta di Costantino duca di Ostrovaski a recuperare quanto da' Moschi era stato occupato, contra il quale d'ordine del Moscovito si mossero ottantamila cavalli. Giunto Costantino con le sue genti al Boristene, li fece sopra un ponte fabricare appresso il castello Orsham, e fece passar dall'altra parte le sue genti; ed essendone già la metà passate, fu consigliato Giovanni Andrea Coladin, generale capitano dell'esercito de' Moschi, il quale era col campo poco indi luntano, che si servisse di questa buona occasione di rompere i Poloni, avendo messo il lor esercito in luoco che non poteva dagli altri esser soccorso. A che esso rispose: "Se noi tagliamo a pezzi questa parte de' nemici, che faremo poi? Gli altri, questo vedendo, si salvaranno fuggendo: però è molto meglio che tanto aspettiamo che tutto il lor esercito dalla nostra banda passi, perciochè tale e tante son le forze nostre che, circondati che averemo gli inimici, li potremo, come se tante bestie fossero, andarseli inanzi cacciando sin nella Moscovia, e fatteli tutti schiavi a man salva di tutta la Lituania saremo patroni". Passato per tanto che fu l'esercito polono, fu dall'una e dall'altra parte dato nelle trombe e tamburi e cominciato animosamente la battaglia, avendo prima i Moscoviti urtato con empito grande nelli Lituani, da' quali fur valorosamente sostenuti per un pezzo, e poi fingendo di pigliar la carica s'andarono pian piano retirando alla volta d'un colle per tirare il nemico nelle insidie da lor postoli. Il che felicemente li successe, perciochè, seguitando i Moschi valorosamente la da lor creduta vittoria, si condussero in parte ove i Poloni le lor artegliarie piantate avevano, che in un subbito essendoli contra sparate fecero una strage orribile e di cavalli e d'uomini. Col quale aspetto e col rumor terribile, essendo questa cosa nuova appresso i Moscoviti, restarono essi di modo sbigotiti e i lor cavalli spaventati che, non li potendo piú reggere, si posero a fuggire. E i Lituani e Poloni, che prima di fuggire mostravano, voltando faccia e strette tutte le lor gente insieme urtarono gagliardamente ne' già disordinati, e per tutto quel giorno li dettero la caccia e uccisero, e la notte all'uccisione il fine dette. È un fiume tra Orsham e Dubrovna, chiamato Cropiuna, nell'incerto guado e alte ripe del quale perirono tanti de' Moschi che fuggivano che i lor corpi il corso del fiume ritennero. Fur fatti pregioni in questa battaglia tutti i capitani e consiglieri del duca e al re mandati; ma Giovanni Celadin, capitan generale, con doi altri uomini di conto fu ritenuto in ferri nella città di Vilna. Morirono in questo fatto d'arme quarantadoimila Moscoviti, non computando quelli che nella fuga anegati s'erano, e doimila ne fur fatti pregioni, restandovi morti de' Lituani e de' Poloni solo trecento. E da quel tempo in qua non ha piú il Moscovita avuto animo d'affrontarsi co' Poloni a battaglia campestre.
Intesa ch'ebbe il prencipe di Moscovia la rotta de' suoi, uscito di Smolensko se retirò piú che di passo in Moscovia, e l'esercito regio, avendo assediato Smolensko, non lo poté prendere, per esservi stato lassato dal Moscovito grosso e valoroso presidio; onde, presi tre altri castelli a lui vicini, e dato il guasto ad altri luochi, carichi i soldati di preda vittoriosi tornaro alle lor case.
L'anno seguente se ridussero insieme a parlamento in Vienna d'Austria l'imperator Massimiliano, Sigismondo re di Polonia e Vladislao re di Ungaria e di Boemia, fratelli. E l'anno millecinquecento e decedotto fu d'Italia mandata al re Sigismondo in moglie Bona, figliuola de Giovanni Sforza duca di Milano, che fece in Cracovia molto onoratamente la sua entrata, essendo stata incontrata dagli vescovi, baroni e cavallieri poloni con molta pompa e apparato. La quale del millecinquecento e venti partorí in Cracovia in absenza del re un figliuolo, che Sigismondo Augusto fu nomato. L'anno poi millecinquecento e venticinque Alberto, marchese di Brandeburg e gran mastro dell'ordine teutonico, dopo molte guerre e inimicizie con Poloni avute, vedendo che indarno calcitrava contra il stimolo, fece solenne giuramento d'obedienza al re Sigismondo in Cracovia, e cavatosi l'abito dell'ordine fu creato dal re duca di Prussia, con che ebbero in quella provincia fine le giurisdizioni de' cavallieri teutonici. Ed essendo l'anno seguente morti in età giovenile Stanislao e Giovanni, duchi di Masovia, ricascò quel ducato alla corona di Polonia. E l'anno millecinquecento e trenta Sigismondo Augusto, d'età d'anni diece, vivendo ancora il padre, di suo ordine e volontà fu in Cracovia solennemente del regno di Polonia coronato.
L'anno seguente Petrillo, palatino di Valacchia, entrò con arme nemiche ne' paesi al re di Polonia soggetti e abbrusciò Sniati, Colonia con le circonvicine ville; onde il re ordinò a Giovanni, conte di Tarnovia, che con seimila soldati andasse a reprimere l'audacia del spergiuro nemico. Che andato fortificò il suo campo appresso ad Obertina, in un luoco per natura forte, e all'incontro si mostrò sopra un colle di quello piú alto il palatino Pedrillo con cinquantamila combattenti tra Valacchi, Turchi e Ungari, e fece sparare (senza però far danno alcuno) molti pezzi d'artegliaria contra Poloni. Ma essi, avendo le sue meglio aggiustate, le spararono con gran danno de' nemici, e tutto a un tempo ad assaltargli andarono, quali animosamente avendosi incontrati, con lancie, spade e con ogni altra sorte d'arme crudelmente s'uccidono. I Poloni avanzavano di virtú e i Valacchi di numero, onde per un pezzo non si conosceva ove la vittoria piegasse; ma avendo i bombardieri poloni di nuovo cargato le lor artegliarie e nel maggior furor della battaglia nelle folte squadre de' nimici sparatele, li disordinarono di modo che, cargandoli gagliardamente i Poloni in questa occasione sopra, li fecero a viva forza le spalle voltare, con tal spavento e viltà d'animo che, gettando l'armi per esser piú espediti nella fuga, erano come vil pecorelle da' Poloni messi a fil di spada. Che, gloriosi per aver cosí pochi fracassato un esercito tanto grosso de' nemici, s'arrichirono con la molta preda nelle lor trinciere trovata, e conducendo seco cinquanta pezzi d'artegliaria grossa tolta a' Valacchi e mille pregioni, tutti uomini di conto, con una segnalata vittoria in Polonia al lor re tornarono.
Del trentadoi in Moravia, sopra Olomuncia, apparvero tre soli. Del trentacinque il tutore e governatore del duca di Moscovia fece una grossa correria in Littuania, dando il guasto per tutto ove passava sin vicino quindeci miglia alla città di Vilna, onde il re di Polonia, raccolti all'insegne molti soldati pagati e anco molti volontarii, li dette per capo Giovanni di Tarnev e mandolli a danneggiare la Moscovia. Con i quali avendo i Littuani le lor forze congiunte, entraro nel paese nemico e presero per forza il castello Honul e lo fortificarono con i lor presidii, e indi tirarono alla volta di Starodub, luoco fortissimo, nel qual sapevano essere Owczina, Suiski, Koluczow e molti altri de' prencipali baroni di Moscovia. E postovi l'assedio e fatta con l'artegliaria la batteria, grandemente travagliano i diffensori, che essendo molti e valorosi gagliardamente si diffendono; e perchè i muri della rocca erano fatti di roveri con terrapieni grossissimi, vi faceva l'artegliaria pochissimo danno, onde fecero i Poloni una mina, e datoli fuoco abbrusciarono e spezzarono gran parte della rocca, e fattosi del resto patroni ne riportaro ricchissimo tesoro, restando abbrusciati molti Moscoviti, e tutti i baroni sopranominati fur fatti prigioni. Il popolo del qual luoco superava di numero l'esercito regio alla somma di sessantamila persone, per il che il Tarnow, per non vi lassar cosí grosso numero de nemici che fossero bastanti, levando rumore, ad opprimere il presidio, fece amazzare tutti i vecchi, i plebei e la gente disutile, lassando solo vivi li giovenetti nobili e le giovenette verginelle. Giunto Sigismondo all'ottantesimoprimo anno della sua vita, e passatolo di doi mesi e sette giorni, avendo molte degne imprese con sua gran lode fatte e lassando il suo regno in stato pacifico e ben ordinate le cose della sua republica, fece il commun passaggio all'altra vita il solenne giorno di Pasqua del 1548, e con onorata pompa funerale fu in Cracovia nella chiesa del castel sepolto.
Scrive Martin Bielsk polono, negli annali de' Poloni che nella sua patria lengua fece, che nel prencipio del regno di questo Sigismondo fu un certo gentiluomo polono chiamato Giacomo Melstink, della città di Brezinio, il quale, fosse o per legerezza d'animo o piú presto per qualche desperazione, si prese il nome e autorità di Cristo ed elesse Pietro Zatorsk, cittadino di Cracovia, e altri alla somma di dodeci ribaldi a lui simili, secondo il numero degli apostoli di Cristo, il nome de' quali anco li pose, chiamandosi lui Iesú Cristo. Che, caminando per le ville, facevano infiniti incantamenti e ghiottonarie, perciochè fingevano alcuni lor compagni di esser morti e publicamente eran da lor resuscitati; mettevano dei pesci nelle fangose paludi, nelle quali mai a ricordo d'uomo vi se n'eran visto, e poi invocando il nome del lor Cristo con le mani li pigliavano; ponevano ascosamente nelle fornace il pane e in nome di Cristo publicamente d'indi lo cavavano, non senza gran maraviglia e stupor del volgo, qual sapeva ivi non esser pane. Giunsero questi al monasterio di Cestochovia, famoso per una miracolosa imagine della Madonna, ove non erano ancora conosciuti, e dopo esser stati in quel luoco alquanti giorni per ordine da essi fatto si finse uno di loro di esser indemoniato: col qual mezo il viver lor si guadagnavano, perciochè, non avendo essi né borsa né cuccina, si cacciava questo per l'osterie e per le case, e robando la carne che trovava la gettava tra' suoi, quali facendoli, per dar fede alla cosa, il segno della croce, sicuramente poi se le mangiavano. Era in questo luoco grandissimo concorso di popolo, per esser luoco di gran devozione, come è in Italia la gloriosa Madonna da Loreto. Menarono finalmente questi ribaldi il suo spiritato all'altare di quella Vergine beata, avendolo prima vestito d'una veste doppia ed empitoli il seno di sassetti tra la veste e la camisa: che trovandosi all'altare Ticino, uscí di man di quei che lo tenevano e saltò sull'altare carico de' dinari dell'offerte fatte, e di quelle se n'impí il seno, però tra le due veste. Al qual rumore essendosi il monaco che serviva allo altar da quel fugito, corsero gli altri monachi, e preso questo spiritato lo discensero, acciochè in terra cascassero i denari de' quali aveva fento empirsi il seno; ma non cascaro in terra altro che sassi, restando il denaro nella veste doppia. I monachi allor di mala voglia pensarono che per malizia del demonio fossero i dinari in sassetti convertiti, e cominciarono a legger varii exorcismi e orazioni sopra d'essi, acciochè di nuovo tornassero dinari. Ma, non facendo essi dopo molte fatiche mutazione alcuna, sdegnato il monaco gettò il libro per terra, dicendo: "Mai piú ho combattuto con diavoli di questa sorte: vadano seco tutti gli altri diavoli!", e si tolse dall'impresa. E gli ingannatori, levatisi con quei dinari di questo paese, andarono alla volta di Slesia, vicina alla Polonia, ingannando per tutto ove passavano il volgo ignorante.
Ed essendo in una certa villa capitati, fur a trovare una matrona nobile, dicendoli: "O donna, Cristo con i suoi apostoli ti visita, però a lui offeriseti e l'anima tua salva serà". Rispose la donna che il marito non era a casa, e che in sua absenzia non gli era licito accettare alcuno. Li domandaro allora essi se lei aveva o tovaglie o tela da offerirli, e mostrandoli essa una pezza di tela: "Questa, - dissero loro, - pigliaremo per noi, e Cristo ti benedirà, acciochè sempre abbi buon raccolto di lino. Mostra se tu n'hai alcuna altra pezza"; che mostratali, e volendo anco quella pigliare, li disse la donna non volerglila dare, perchè il marito dato gli arebbe. Onde questi ribaldi, ficcandoli dentro un pezzo d'esca accesa, glila restituiro, e la donna, alcun mal non sospettando, mise la tela in una cesta: la qual dopo poco impicciatasi attaccò il fuoco nella cesta e la cesta nella casa, che s'abbrusciò con quanto dentro vi era. E tornato il marito e trovata la casa abbrusciata, volse intendere come il caso era seguito; e dicendo la donna esser questo intervenuto per non aver fatto essa le debbite accoglienze a Cristo e agli suoi apostoli, il marito, acceso di sdegno, disse: "Questo un ladrone e non già Cristo è stato", e chiamati alquanti suoi vicini si pose con essi a seguitare i malfattori. E giuntoli in una certa villa, quando il falso Cristo si sentí quel rumor sopra, voltatosi verso quello che Pietro chiamava: "Pietro, - disse, - s'avicina l'ora della mia passione e del calice qual io son per bevere"; al qual Pietro rispose: "L'istesso a me soprastà, per quanto io sento". Disse il simulato Cristo: "Pietro, io non so come passar questo pericolo, se non fuggo per questa finestra". "Finchè io viva, - disse egli, - non ti lasserò, ma per l'istesso luoco ancora io fugirò e seguirotti". E cosí ambedui per una finestra fugirono, e gli altri apostoli chi da una banda chi da un'altra se n'andarono, che seguiti e presi dai villani, li dettero infinite bastonate, dicendoli: "Profetiza, Cristo, con i tuoi apostoli in qual bosco questi bastoni son cresciuti". Per le qual bastonate essi, mutato pensier, si castigarono, dicendo: "È troppo dura cosa il passar per la passione e per i tormenti che Cristo e gli suoi apostoli patirono".
L'anno del salutifero parto della Vergine millecinquecento e quarantaotto Sigismondo Augusto, granduca di Littuania, dopo fatte le debbite esequie al corpo del padre, fu al governo del regno inalzato, qual da lui fu con somma prudenzia e fortezza in pace mantenuto. Aveva questo del quarantatre presa in moglie Elisabetta, figliuola di Ferdinando re de' Romani, d'Ungari e di Boemi, che d'immatura morte il lassò vedovo del quarantacinque, non avendo di lei lassata alcuna prole. Onde egli, contra il voler della madre, sposò Barbara lituana, della casata dei Radivili, la qual prima era stata moglie di Gustoldo lituano; qual matrimonio spiacque non solo alla madre, ma anco a tutti i baroni di Polonia, che se ne mostrarono di modo sdegnati che vi andò poco non si levasse qualche gran rebellione. Ma essendo essa, e non senza sospetto di veneno, in poco tempo uscita di vita, l'accompagnò il re cosí morta da Cracovia sino a Vilna, e ivi onoratamente la fece sepellire nella chiesa del castello, a santo Stanislao dedicata. Voltatosi poi a reintegrare l'amicizia e parentella con Ferdinando, prese per moglie un'altra sua figliuola nomata Catarina, che era prima stata congiunta in matrimonio col duca di Mantua Francesco Gonzaga, la qual dopo trovando sterile repudiò e onoratamente la rimandò a suo fratello Massimiliano imperatore in Germania.
E l'anno millecinquecentocinquantasette prese una guerra giustissima contra Guilhelmo Furstemberk, mastro in Livonia dell'ordine teutonico, e circondato da centomila tra cavalli e fanti, poloni, lituani e ruteni, andò in persona in Livonia a questa guerra. Ma il mastro di Livonia, vedendosi di forze troppo inferiore, la pace supplichevolmente adimandò e ottenne, remettendosi con tutto l'ordine suo nella fede e clientella del re, come piú diffusamente nella descrizione della Livonia appare. Il prencipe di Moscovia, pretendendo alcune ragioni di eredità e di tributi scorsi e non pagati, entrò l'anno millecinquecento e cinquantaotto nella Livonia con numeroso esercito e prese Derpta, città episcopale della provincia derptense, con il suo castello, e in processo di tempo si fece anco di molti altri castelli patrone. Per lo che Sigismondo Augusto, mosso da giusto dolore, roppe la guerra con il Moscovito, la qual con varii successi fu per molti anni da' lor capitani manegiata cosí nella Livonia come anco nella Russia. E del sessanta, avendo il Moscovito fatto un esercito di trecentomila soldati, si mosse in persona all'acquisto di Poloczo nel tempo del carnevale intorno al fin di febraro, e avendola con molte battaglie redotta in poter suo, ne cavò grandissimo tesoro e menò in Moscovia ottantamila schiavi, oltra quelli che da' suoi furono uccisi; fece sommergere nella Duna tutti quelli giudei che battizzare non si volsero, lassando andar liberi i Poloni soli che in quella città da lui furon trovati.
E del millecinquecento e sessantaquattro, avendo il granduca di Moscovia trattenuto longo tempo gli ambasciatori de' Lituani in Moscovia, mise con prestezza un esercito in campagna e, subbito licenziati gli ambasciatori, a' danni della Lituania lo mandò: che diviso in due parti, fu una parte guidata dal duca di Srebrnio, dalla banda di Smolensko, e l'altra dal duca di Soiski, verso Polocza. S'accampò questo ultimo ne' campi czasniciensi, appresso il fiume Ula. E Nicolò Radivil, palatino di Vilna, capitano generale de' Lituani, e Gregorio Chodkiewez, mastro di campo, essendo dalle spie benissimo informati, assaltarono con poca gente i nemici che, di ciò non avendo alcun pensiero, sicuri e senza far le debbite guardie se ne stavano, e ne fecero una orribil strage, essendosi in quello affronto persi d'animo e messisi a fuggire. Il che poco o niente li giovò, perciochè quelli che uscir di mano a' Lituani, secondo che andavan per le selve, campagne e palude sbandati, o s'annegavano o erano da' villani amazzati, e pochi ne tornarono a casa. Morí tra gli altri Pietro Soiski, general di quelle genti, mentre ferito cercava con la fuga salvarsi, essendo capitato in man d'un villano che con una accetta l'uccise: il che a' Lituani assai dispiacque, che averlo vivo nelle man desideravano; il corpo del qual, portato a Vilna, fu nella chiesa de' Ruteni onoratamente sepolto. L'altra parte dell'esercito, che da Smolensko alla volta d'Orsha tiravano, intesa che ebbero la sanguinosa e infelice rotta de' suoi, furono da tal spavento assaliti che, gettando l'arme e le bagaglie per poter piú speditamente fuggire, con una vergognosa retirata o piú presto fuga alla lor salute providdero. E l'istesso anno Stanislao Pacz, luocotenente del granducato di Littuania e alora palatino vitebliense, raccolto del suo stato una grossa banda de soldati e accompagnatoli con i cavallieri della sua corte, li guidò contra i Moscoviti, che allora con tredecimila soldati Iezciriscza gagliardamente combattevano, e valorosamente assalitili spezzaro a viva forza le lor squadre e l'artegliaria tutta li presero. Ond'essi spaventati in fuga si posero, nella quale essendo da' Lituani vittoriosi seguiti, ne fur occisi intorno a ottomila, alcuni presi e il resto, gettate l'arme, chi qua chi là sbandati con la fuga si salvarono. E i Lituani, fatto un grosso bottino dell'arme, bagaglie e artegliarie de' nemici, essendo in questa fazione di lor morti pochissimi, salvi a Witepska ritornarono. Gregorio Tewmax, generale de' Moscoviti, appena uscí con la velocità de man de' Littuani che, rifatto dopo esercito maggiore, tornò all'assedio di quel luoco con molti pezzi di buona artegliaria, e dopo molto contrasto del fin se ne fece patrone.
Fu dopo per alcuni anni dagli uni e dagli altri combattuto con egual fortuna, e le fortezze loro variamente travagliate, nel qual tempo fur grandemente le forze de' Moschi sbattute dal capitano Romano Sangusk, mastro de' Littuani, che con poca gente spesse volte ruppe eserciti grossi de' nemici, mentre egli tenta pigliare Sussa e Ulla, fortezze di Moscovia. E del sessantasette i Lituani di Witebsca amazarono nel laco Sitno tremila Moscoviti, li tolsero cento e venti pezzi d'artegliaria minuta e con essa molta polvere e balle. E l'anno istesso alcuni pedoni di Witelsca uccisero sotto la rocca Vielis molti Moscoviti, e gli altri, avendo la carica da' nemici, nel fiume Duna s'annegaro, restando pregioni doi nobili, Alessio Simiczov e Bachdano Hrevri, con molti altri Moscoviti. E l'anno seguente si deliberò il re Sigismondo Augusto d'andare in persona contra il granduca di Moscovia e, fatto un esercito elettissimo di centomila combattenti e provistolo d'artegliaria e delle altre cose alla guerra necessarie, passò con esso di là da Vilna miglia ventiquattro, sino Rodoskowicze. Ove accampatosi e fermatosi per molte settimane, senza far altro cassò una gran parte del suo esercito e tornosene a Grodna, avendo prima inviate genti pagate, cosí cavalli come fanti, con molti pezzi de artegliaria da muraglia a combattere Ula, fortezza del Moscovito, sotto la condotta di Giovanni Chotkiewicz, capitan generale di Samogizia, uomo pratico delle cose di guerra e che nelle guerre dell'imperatore Carlo quinto s'era onoratamente portato. Il quale, quantunque non mancasse d'ogni strada tentare per farsi di quel luoco signore, fu nondimeno astretto a levarsi dall'assedio, per esser giunto grosso soccorso agli assediati. La qual fortezza però fu poco dopo dal capitano Romano Sangusko con un improviso assalto presa e abbrusciata, e il presidio che dentro vi era parte fu da' nemici amazzato, parte insieme col luoco arse, e parte nel fugire nella Duna e Ula fiumi s'affogaro, essendone stati fatti prigioni alcuni pochi; e de' Lituani solo alcuni feriti restaro. Fur trovate in questo luoco molte spoglie e bagaglie de' soldati, gran quantità de dinari e alquante bombarde e altri instrumenti da guerra, che tutto andò in poter de' vencitori. Le vittuaglie per la maggior parte s'abbrusciarono e il castello, con altro modello da' Lituani riedificato e fortificato, fu da essi raccomandato ad un grosso presidio de' suoi piú valorosi.
L'istesso anno alcuni pedoni della città di Vitebsca entrarono alli cinque di genaro di notte alla sprovista nei borghi del castello Vielissa, e abbrusciatili amazzarono trecento nemici, delle spoglie de' quali e della preda in quei borghi fatta alle lor case carichi tornarono. E alli decesette gli istessi pedoni, entrati in Usviat, città di Moscovia, vi fecero un grosso bottino, menando via tra l'altre cose alcune artegliarie, e poco mancò che non pigliassero anco il suo castello. Nel qual tempo tornò a Vitebska con molta preda e con molti pregioni fatti nel ducato di Biela di Moscovia il Birula con i suoi fantacini, che in quel paese son chiamati kozaci dallo assaltare sprovista e furtivamente gli nemici, come a dire quelli che in Italia corsari e in Germania freibiteri dal corseggiar il mar nomati sono; ma questi stanno in terra ai mali passi, e a dieci di essi dà l'animo d'assalire furtivamente cento Moscoviti, romperli, metterli in fuga e dispogliarli. Da un'altra banda essendo usciti i fanti di Vitebeska e di Surafa, e accompagnatisi con la cavallaria del palatino vitebliense, abbrusciaro la città di Vielissa, amazzandovi il Polviato rotmaestro di quel luoco, che del castello era uscito per dar soccorso a' suoi; ed essendovi giunti da trenta cortigiani del granduca la notte con trecento cavalli per entrare in soccorso del castello, e non essendo dal presidio tolti a tempo dentro, fur ancora essi da' Lituani rotti e discacciati, che dopo sacchegiata la città a Vitebska allegri ritornaro, menando pregione tra gli altri il coppiero del granduca di Moscovia. Molte altre simili fazioni fur fatte mentre la guerra durò tra questi prencipi, che finalmente del mille e cinquecento e settantauno fu terminata con una triegua di tre anni. E l'anno seguente del mese di luglio venne a morte il re Sismondo in Knissinia, posta a' confini alla Littuania, della Podlassia e della Masovia, dopo la cui morte l'interregno per un anno pacificamente per grazia divina durò, contra l'openione universale, non si movendo alcuno de' circonvicini nemici.
Gli interregni del regno di Polonia, cominciando da Lecho primo di quel regno fondatore del cinquecento e cinquanta insino all'anno millecinquecentosettantadoi, nel qual Sigismondo Augusto di questa vita passò, nuove esser stati si contano. Il primo fu quando venne a fine la progenie di Lecho, al qual dopo (il tempo non si sa) secondo alcuni Visimiro successe, e a Visimiro Craco. Il secondo interregno dopo la morte di Vanda, figliuola di Craco, successe, la qual, avendo agli dei la sua verginità votata, dopo l'esser restata vittoriosa in tre sanguinosi fatti d'arme di Ritagora, prencipe di Germania, precipitatasi nell'acque della Vistola vi lassò la vita. Dopo la quale avendo diviso dodeci palatini il regno tra loro, con danno della lor republica per alquanti anni il governarono. Fu il terzo interregno quando, essendo morto Premislao senza figliuoli, fu conteso del regno col corso de' cavalli e che pervenne con inganno in Lesco, giovene di bassa famiglia. Successe il quarto dopo Popello secondo, che da' sorci in Crusphicia devorato rimase, quando quel Piasto cittadino crusphiciense e semplice contadino, ma grande uomo da bene, fu di commune volontà de tutti fatto del regno signore. Il quinto interregno occorse quando, essendo morto Mieczlao over Miesco secondo, Rixa sua moglie, consentendolo il senato, per alquanti anni con danni di Polonia il regno governò che fu poi per le sue perversità insieme col figlio Casimiro giustamente da' Poloni del regno privata e in Sassonia al fratello romano imperator mandata. Il sesto fu dopo che Premislao fu da Ottone Lango e da' marchesi brandburgensi ucciso, quando chiamarono i Poloni al governo del lor regno il re di Boemia Venceslao. Il settimo dopo Casimiro Magno, di Vladislao Lokietktone figliuolo, quando fu a quel regno chiamato il re Ludovico d'Ungaria. L'ottavo dopo Ludovico, re d'Ungaria e di Boemia, quando chiamarono i Poloni Iagellone granduca di Lituania al matrimonio della regina Hedvigi e alla regale corona; la posterità del quale sino a questo nono interregno è durata.
Ma torno di dove partito mi sono. Subbito morto il re Sigimondo furono fatte molte particolari diete de' nobili e baroni di Polonia e di Lituania, nelle quali si trattò di pacificare i lor confini e dalla banda di Podolia da' Tartari e da quella di Lituania e di Russia da' Moscoviti, e indi di venire all'elezione del nuovo re. Vennero, subbito sparsa questa nuova, ambasciatori in Polonia del sommo pontefice, di Massimiliano imperator romano, del re di Francia e di suo fratello Enrico duca d'Angiú, del re di Svezia e di molti altri signori, duchi e prencipi circonvicini, e il tutto per divina grazia pacificamente passava contra quasi il parer universale. Vi fu solo questo strepito, che il sabbato santo dell'anno seguente fecero i Tartari una correria nella Podolia nel territorio del castello Dara, guidati da Baca e Sicoza lor capitani, che mentre, avendo abbrusciate alcune ville, se retiravano carichi di preda furono assaliti alla sprovista dai cortegiani e senatori di Buczacio, capitano di Camienez, che amazzatone molti recuperarono la preda e scacciarono gli altri fuor di quei paesi. E a' sette poi d'aprile del millecinquecento e settantatre si prencipiò la dieta generale fuori di Varsovia dalla banda del fiume Vistola che guarda a levante, nella gran tenda a questo destinata, ove tutti i senatori del regno polono e del granducato di Lituania per questa elezion redotti si erano. Giunsero in questo mezo lettere di Mehemet, primo visir nella corte del Turco, con le quali raccomandava egli caldamente per nome del suo signore agli elettori Enrico, duca d'Angiú e fratello del re Carlo di Francia, proponendo molte condizioni a quel regno utile, ogni volta che essi in lor re eletto l'avessero; che, ascoltato in Varsovia, fu fra pochi giorni espedito. E indi a poco a poco venne a questa dieta un chiaus di Selim, gran signor de' Turchi, che nella sua orazione fatta al senato mostrò quanto il suo signore fosse amorevole e benevole amico di quella republica e quanto ad essa affezionato; da sua parte poi lo pregò (dechiarando questo esser dal gran signore sinceramente desiderato) che volessero eleggere in re loro uno de' baroni del regno, quello che ad essi paresse esserne degno: e nominò prencipalmente Giacomo Uchamsk, arcivescovo di Gnezna, primato del regno; Giovanni Ferleo di Bambrovicza, palatino di Cracovia e marescalco del regno; Giorgio Iazlonieczk, palatino di Russia, e Nicolò Mieleczk, palatino di Podolia. Il che quando essi non volessero esequire, li pregava strettamente e ricercava che, dovendo essi un re d'altra nazione pigliare, dovessero elegerne uno che dall'imperio turchesco e de' Tartari suoi stipendiarii amico fosse, acciochè in ogni bisogno potessero esser da lui contra a' lor nemici favoriti. Ringraziarono i senatori il Turco di questa sua dimostrazione di benevolenzia, dicendo che per grazia de Dio essi avevano forze bastante a diffendersi da qualunque nemico, e che però non li facevano bisogno aiuti de stranieri.
Dopo molte consulte nella dieta fatte fu risoluto d'eleggere Enrico, duca d'Angiú, contradicendo solo il palatino di Cracovia, quello di Sandomira e quello di Podolia, quali, quantunque questa elezione lodassero, volevano che prima si confermassero nel suo stato le cose della religione, e che fermo ordine si desse alle giurisdizioni e immunità della nobiltà polona. Fatta questa deliberazione, l'arcivescovo di Gnezna publicò nella dieta Enrico duca d'Angiú eletto re di Polonia; della qual grandemente si sdegnaro i marescalchi e gli altri ordini a' quali far questo officio conveniva, e già molti disegnavano di partirsi della dieta e lassar le cose imperfette, quando, favorendo questo negozio la grazia divina, fur levate tutte l'occasione dei despareri che tra lor sorgevano, e redottisi insieme alli tredici e quattordeci di maggio fecero con gli ambasciatori del duca Enrico i patti e le condizioni pertinenti al mantenere la libertà, l'immunità, le leggi e privilegi del regno di Polonia e del granducato di Lituania. Le qual cose tutte i detti ambasciatori con solenne giuramento (le cui parole il vescovo di Cracovia propose) giurarono e promisero che dal lor duca e re futuro sariano mantenute, confermate e accresciute. Dopo la solennità del qual giuramento tutti a una voce, cosí i Poloni come i Lituani, pronunciarono e solennemente confirmarono il duca Enrico esser legittimamente eletto re di Polonia e granduca di Lituania, la qual elezione fu subito anco a' Lituani publicata dal palatino di Cracovia Giovanni Fierleo, marescalco del regno polono, e da Giovanni Chodkiemicz, capitano di Samogizia e marescalco generale del granducato di Lituania. E concluse a questo modo le cose, si redussero cosí i catolici come gli evangelici nella chiesa di San Giovanni, e con voci concordi e il Te Deum e l'altre cose dalla romana Chiesa in simile occasioni usate devotamente cantarono, essendosi fratanto sparate tutte l'artegliarie per segno d'allegrezza universale. E prima che la dieta si licenziasse furon fatte le lettere dell'elezione, ed eletti cosí da' senatori come dall'ordine de' cavallieri tredeci ambasciatori, uomini chiari per sangue e ornati di somma prudenzia, che in Francia le portassero e andassero a far reverenza al re da essi eletto. Capo della qual ambasciaria era Adamo Conarsk, vescovo di Posnania, e i suoi compagni Alberto Lasco, palatino di Siradia, Giovanni, conte di Tenzin, castellano di Voinicia, Giovanni Tomiczk con Nicolò suo figlio, castellano di Gnezna, Andrea, conte di Gorka, Giovanni Herbort, castellano sanocense, Stanislao Crisk, castellano raciaznense, Nicolò Cristoforo, duca d'Olik e di Niesviez, Giovanni Zborowsk, Giovanni Zamoisk, Nicolò Fierl e Alessandro Prunsk, di diverse città governatori. Quali, richiesta e non ancora ottenuta licenzia di passar per Germania, solecitando il viaggio giunsero felicemente a Parigi il decimonono giorno d'agosto, accompagnati da piú di doicento e cinquanta gentiluomini onorati, che dal re Carlo con somma umanità fur ricevuti, e da' suoi ministri con ogni sorte di carezze copiosamente d'ogni cosa serviti. Quali, avendo col re eletto trattato e concluso quello che si richiedeva per l'una e l'altra parte, essendo fratanto con conviti e molti altri solazzi trattenuti, alli ventiotto di settembre insieme col re di Parigi si partirono, pregando Dio tutta la nobiltà francese e i popoli tutti di quel regno che fausta e felice reuscisse ad Enrico questa andata.
Aveva il re Carlo disegnato d'accompagnare con tutta la corte il fratello sino a' confini del suo regno, né da lui dividersi sinchè egli in Germania non entrasse; ma per strada assalito da infermità fu sforzato a mutar pensiero e restare indietro, travagliato nel corpo dal male e nell'animo dalla partita del fratello. E il re eletto, seguitando il suo viaggio, giunse nel ducato di Lorena, ove da quel duca suo cugino fu con tutta la sua compagnia lautamente e abondantemente ricevuto; e dovendosi in quei giorni battezzare una figliuola poco inanzi al duca nata, fu levata dal sacro fonte dal vescovo di Posnania e dagli altri ambasciatori suoi colleghi. Licenziatosi poi dal cugino e giunto per i suoi viaggi a Biamont, ultimo confine del regno di Francia, s'accombiatò dalla regina Catarina sua madre, da Francesco, duca d'Alansone, suo fratello, da Margarita sua sorella e dagli altri prencipali baroni del regno francese, e accompagnato dal nuncio apostolico, il vescovo de Montereale, da duchi, conti, baroni e altra nobiltà di Francia al numero di seicento, oltra i Poloni che con gli ambasciatori eran venuti, entrò ne' confini di Germania. Dove fu incontrato da un'onorata compagnia de prencipi germani, che furono Cristoforo, figliuolo de Federico conte palatino, prencipe di Parvapietra, e il conte Ludovico di Namsau, fratello del prencipe d'Orange, da' quali come da guide del camino a Zabernia fu condotto, ove molto alla grande dal vescovo d'Argentina riceuto fu. E indi passando per il territorio di Spira e per Vormacensi giunse al Reno, fiume celeberrimo e famoso, e passatolo si tolse alquanto di strada per visitare il conte Federico palatino, che in Heidelberg allor si ritrovava, che con molte carezze e amorevolezza grande, allegro dell'esserli un tanto forestiero venuto alla sprovista in casa, nel proprio castello lo ricevette e allogiò. Tornato poi di nuovo a passare il Reno a Mogunza si condusse, incontrato dal vescovo di quella città con seicento cavalli, e passando la terza volta il Reno giunse a Francfordia, città posta appresso il fiume Meno, ove da' cittadini di quel luoco fu con ogni sorte d'onore accarezzato; di dove passato a Fulda castello la vigilia di Natale, vi si riposò tutte le feste. Le qual passate andò a Vatico, e ivi fu da Filippo langravio, che con tremila Teutoni incontrato l'aveva, onoratamente trattato. E indi passati i fiumi Visurgo e Albi entrò nella Sassonia, a' confini della quale lo venne ad incontrare il Casimiro, genero del duca di Sassonia, con doimila gentiluomini sassoni, di arme e vesti forte e ricche armati e adornati, che per tutta la Sassonia compagnia li fece. Fu poi receuto a Locri dell'ambasciator di Massimiliano imperatore con mille e cinquecento cavalli, che li tenne compagnia sino a' confini della marca brandburgense, i signori della quale sono dei re di Polonia vasalli. Fu anco in questo luoco da quel prencipe con sommo onore receuto, servito e accompagnato insino a Francfordia, città posta sul fiume Odera, che la Germania dalla Polonia divide, con non piccola allegrezza de' Poloni che seco erano; a' quali grandemente delettava aver condotto a salvamento il lor re sino a' confini de' paesi loro, di che ne ringraziavano tutti il vero Dio. Il re Enrico rese le debbite grazie e all'imperatore e agli altri prencipi germani, per i paesi de' quali era passato, della fede data e mantenuta e delle cortesie in questo viaggio da lor fatteli; e passata l'Odera giunse a Medericia castello, posto su le ripe d'esso fiume e alla corona di Polonia soggetto, ove fu dai prencipali baroni e da gran numero della nobiltà polona con gran pompa e infiniti segni d'allegrezza accettato e condotto a Posnania, metropoli della maggior Polonia. Ove per alquanti giorni onoratamente trattennuto, prese il camino poi verso Cracovia, avendo mandato inanzi Alberto, marescalco di Francia, ad onorare con la sua presenzia l'esequie del re Sigismondo suo predecessore, quali in quei giorni, secondo l'antico costume di quel regno, si facevano.
Pare a noi di descrivere ora le pompe di queste esequie, perciochè, avendo di sopra scritto la vita, imprese e morte di questo re serenissimo Sigismondo e della felice tranquillità dei suoi tempi diffusamente trattato, ne pare, o lettori umanissimi, di vedervi desiderosi di sapere con che pompa e onore egli fosse sepulto, e con quanto splendore e magnificenzia le sue esequie passarono; le qual cose essendoli con sommo onore, come anco l'altre cose, meritamente avvenute, piú brevemente che potrò da me descritte saranno.
Passato ch'ebbe questo re l'anno quinquagesimo della sua età, indebolito grandemente da gravi e spessi pensieri delle cose del regno e tirato al fine da una lenta e longa infirmitade, uscí di questa travagliata vita con morte piacevolissima e tranquilla, ritenendo sino all'ultimo spirare i sensi dell'intelletto sani e illesi, nella città di Knysinia, ove si era transferito per visitar la Lituania. E da Knysinia fu il suo corpo portato nel forte castello de Tikocin da esso fabricato, doi miglia da quel luoco distante, e indi, passato l'anno, in Varsovia fu condotto e da Varsovia a Cracovia per sepelirlo fu portato, accompagnato da una grossa comitiva de senatori e dalla regina sorella. Quando s'intese essere il nuovo re entrato ne' confini del regno, fermato fuor di Cracovia nella corte chiamata Pradenik, s'attese per tre giorni ad apparecchiare quanto di bisogno faceva per onorare un tanto prencipe; e alli quindeci di febraro tutti i senatori, vescovi e cavallieri che si erano redotti da tutte le parti del regno, cosí per onorare queste esequie come per l'espettazione del nuovo re, andarono in castello a ritrovare l'infante Anna, vergine prudentissima e onoratissima. E similmente tutte le gran matrone involte in veste negre li furono intorno, amorevolmente consolandola del longo dolore e lacrime frequenti che la rendevano mesta e sconsolata. Sonavano fra tanto tutte le campane, cosí della città come delle vicine ville. E l'infanta uscita di castello con questa onorata comitiva di signori e di signore andò al luoco ove il corpo era, che d'indi levato in una cassa di piombo coperta di veluto negro, nel quale l'insegne e arme regali eran ricamate, fu tirato da otto cavalli di segnalata negrezza, circondato d'ogni intorno da suoi cortegiani da corotto vestiti. Seguiva dietro una gran compagnia d'uomini illustri, ancor loro vestiti di negro, tra' quali andavano gli ambasciatori de diversi prencipi stranieri, l'arcivescovo, vescovi e abbati, e l'infanta con lento passo veniva in mezo al legato del sommo pontefice e allo ambasciatore de' signori veneziani. Erano poi portate trentadoi barre coperte di veluto, panni d'oro e d'altri preziosi drappi di seta, sopra le quali l'arme regali recamate si vedevano. E similmente trentatre cavalli eran menati a mano, coperti sino a terra di veste di seta di varii colori, con l'insegne regie dall'una e dall'altra banda. Ultimamente venivano gli alfieri de ciascuna provincia, portando su generosi cavalli l'insegne delle provincie loro. Prima l'insegna negra della regal corte comparse, nella quale era l'aquila bianca coronata, con l'ale in atto di volare, posta in campo rosso, qual era circondata dell'insegne de tutte l'altre provincie. Portava nel secondo luoco l'alfier di Lituania l'insegna rossa di quel ducato, nella quale in campo rosso era un cavallo corrente con un uomo armato sopra che una spada tenea sopra la testa e dall'altra banda aveva quattro colonne; e con questa insegna ne portavano un'altra, detta goncza, nella quale in campo azurro eran doi croce. La città di Cracovia l'insegna rossa con l'aquila bianca; quella di Sendomira l'insegna rossa con un scudo diviso, nella mità del quale erano tre bande rosse e tre bianche, nell'altra un campo azzurro con tre ordini di stelle. Nell'insegna della città kalisiense, fatta a scacchi bianchi e rossi, si vedeva una testa di bisonte ch'avea tra' corni una corona d'oro e nelle nari pur un cerchio d'oro. Posnania nel campo rosso ha la semplice aquila bianca. Siradia porta mezo un lione e mezza un'aquila bianca coronati; Cuiavia mezo leon e meza aquila rossa coronati; Lanciacia mezo aquila bianca e mezo leon rosso coronati. Ravia l'aquila negra con un R d'oro in mezo al petto, e il simile la città plocense, ma in luoco del R ha un P per differenziarsi dall'altra. La belzense ha il grifon bianco in mezo al campo rosso. Lubla in campo rosso un cervo, nel collo coronato; Podolia in campo bianco un sol con i suoi raggi; Leopoli un leon in atto di salir sopra una pietra in campo azurro; Premislia in campo azurro l'aquila d'oro con doi teste coronate; Chelma un orso che in mezo a tre arbori camina in campo glauco. La città dobrinense un capo umano coronato, fuor della qual corona escon doi corni. La vielunense un agnus Dei col segno della croce ornato e un calice in campo rosso. La sadecense un scudo diviso, nella metà del quale sono linee rosse e glauche e nell'altra nuove stelle in campo rosso. La livense meza aquila rossa e mezo orso bianco coronati. La drohicinense ha da una parte l'insegna del granducato di Lituania e dall'altra l'aquila bianca in campo rosso. Kiovia un san Georgio che ferisse il dracon con una lancia in campo azurro, e dall'altra parte in campo bianco un orso verde. Il ducato di Prussia l'aquila negra, fuor delle cui ale una man esce con una spada nuda. Il palatino di Valacchia una testa di bisonte con stelle infra le corna e dalla banda destra una luna eclissata, con un circolo nel naso, nel campo celestino. Il ducato zatoriense l'insegna di color celeste ornato con un'aquila bianca con la lettera Z in mezo al petto, e quello di Sviecinia in campo azurro l'aquila negra con la lettera O nell'istesso luoco. Il ducato di Massovia in campo rosso l'aquila bianca col capello ducale, e quelli di Slupza e di Pomerania il grifon rosso in campo bianco portano.
Cavalcava inanzi a questo funerale il Macziciwski, di tutte arme armato, che con la richezza e gran fatture che erano in quelle arme gli occhi di ciascuno a sé tirava; portava questo in mano una spada nuda indorata con la ponta appoggiata al destro fianco. Seguiva poi il scudiero regio da corotto vestito, che per terra la regal insegna strascinava e nel braccio sinistro portava il scudo, nel qual l'arma del re era depinta. Vedeasi dopo questo uno con la spada del regno in mano, la punta della quale al suo fianco appoggiava. Eran poi il pomo, che il mondo figurava, il scettro e la corona d'oro portati da quei senatori a' quali per antico instituto ciò si conveniva. Caminavano inanzi a questi gli ambasciatori de tutte le provincie, e dopo la nobiltà il senato della città seguiva, e dopo quello con lungo ordine il popolo. E prima degli altri tutti eran processionalmente e con bello ordine inanzi passati i chierici e religiosi de tutta la città. Vedeansi poi i putti de tutte le scuole ordinatamente caminare cantando lugubre canzoni, dopo i quali andavano i dottori e maestri dell'universitadi e tutti i professori delle buone lettere. Serravano ultimamente su questa ordinanza quattromila persone vestite d'abito oscuro e malinconico, con torzi e candele accese in mano. Pervenuta che fu questa pompa in castello, nella chiesa catedra, quel corpo posero, la qual pareva che tutta ardesse per la gran moltitudine de' torci in essa accesi, e rendevano mesto spettaculo le molte arme o vogliam dire insegne regie in campo negro per tutto il tempio poste. Fatti in questo luoco da' sacerdoti i soliti officii e le cristiane preci, fece l'abbate magilense la funebre orazione, e compite le cerimonie tutte fu il corpo nelle sepolture de' suoi predecessori collocato. E il giorno seguente in tutte le chiese e monasterii della città e del castello si celebraro le messe da morto per l'anima del re defonto, e passando gli alfieri con molta turba del popolo e con l'istesse bare e altre cose del passato giorno per tutta la città. E un uomo d'arme a cavallo che in luoco di cimiero carico avea l'elmo di candele accese, giunto alla chiesa catedrale, rotta la lancia e gettata via la spada lasciossi da cavallo cader. E giunto nella messa solenne agli Agnus Dei, il cancelliero e il vicecancelliero ruppero i sugelli del re morto e i senatori posero i lor scettri sopra l'altare nel qual il sacrificio si faceva. A che mentre in castello si attende da' prencipali del regno, i cittadini e il popolo nella chiesa parocchiale di Santa Maria ancora lor l'esequie celebravano.


Della solennissima entrata de Enrico Valesio, potentissimo re di Polonia, in Cracovia, e della preclara sua coronazione.


L'anno 1574 dopo che la divina potenza per restaurare la salute nostra d'umana carne si vestí, essendosi solennemente fatto il sontuoso funerale del re Sigismondo Augusto, e levate via le veste oscure e altri segnali di mestizia e di dolore, tutti gli ordini del regno e del granducato di Littuania, di Russia, di Massovia e dell'altre regioni di Sarmazia, desiderosi di veder pur finalmente il tanto da lor bramato viso del re da loro eletto, se dettero ad apparecchiare, non guardando a sparagno in cosa alcuna, quanto li pareva esser conveniente per ricever con pompa grande il nuovo re. Saria cosa longa il descrivere in questo luoco i superbi apparati de' vestimenti ne' quali tra lor a gara facevano di superarsi i pomposi Poloni e i splendidi Lituani e gli impazienti d'esser in questo venti Ruteni e Massoviti, che s'ingegnavano non guardando a spesa di far al nuovo re palese il grande affetto che a lui tutti portavano, con gli onorati e ricchi abiti de' quali per onorar la sua entrata si adornavano. Alcuni in veste di panni d'oro, altri d'argento, questi di seta e quelli di veluto di varii e preziosi colori, carichi e tempestate di perle e d'infinite gioie, veder si facevano, i cavalli dei quali non eran di minor bellezza e bontà di quanti siano dagli antiqui mai stati laudati. Era tal finalmente questa pompa che l'invidia non avea che opporli. La città poi di Cracovia, capo e metropoli del regno polono, non perdonava né a fatica né a spesa per onoratamente ricevere il suo re novello: le strade per dove egli passar doveva nette e di verde frondi fiorite si vedevano, i muri di finissimi tapeti e razzi coperti, fra' quali bella vista rendevano le molte tele d'oro e di argento interpostevi e i molti vasi d'oro e d'argento che da quelli pendevano, da che giudicar si può di quanto pomposo e ricco conciero il castello fosse adobbato. La plebe di verde ghirlande le porte e le fenestre coronavano, altri luoco alle facelle apparecchiavano per scacciar con esse le notturne tenebre, altri gran cataste di legne facevano per far i fuochi, segni per tutto usati d'allegrezza. Le muraglie della città e i beluardi del castello forniti fur di grossa artegliaria, né era alcuno, per vecchio o debile che ei fosse, che non si adoperasse o con l'ingegno o con la mano in questa publica allegrezza.
Le qual cose tutte abondantemente e perfettamente apparecchiate e proviste, giunse il re a Balicie, villa del palatino di Cracovia distante dalla città per mezo miglio, con una innumerabil moltitudine di Francesi e di Poloni, ove per quella notte si fermò, e vi fu con grande allegrezza e sua e di tutti i suoi molto alla grande accettato e trattenuto. E il giorno seguente, che fu il decimoottavo di febraro, fur le strade di Cracovia tutte ripiene cosí di quelli che per incontrare il re s'apparecchiavano, come di quelli che da molte parte del regno per vederlo eran venuti. Il tutto pieno era di giubilo e di festa, mostrando sin l'aere sentir questa allegrezza perciochè per molti giorni inanzi e dopo l'incoronazione i tempi fur tanto tranquilli e dolci come se fosse a mezo primavera, onde diversi concerti d'uccelletti si sentivano, cosa che in quella stagion fu sempre insolita. Prima che il re dalle Ballicie si levasse lo venne ad incontrare (a guisa d'un grosso torrente che dagli alti monti scende) una folta, spessa e grossa squadra di senatori, di cavallieri, oltra il popolo e il volgo tutto e una moltitudine grandissima di persone dell'uno e dell'altro sesso, ornati con le ricche vesti a questo effetto fatte. Erano queste genti tante che empiendo tutti i campi fuor della cittade, i monti, i colli e le vicine strade, e cargando i tetti delle ville e degli arbori i rami, rapresentavano a' riguardanti il popoloso esercito di Xerse. Venne prima de tutti l'arcivescovo di Gnezna, primo senatore del regno polono, che si mandava inanzi doicento cavallieri vestiti all'ungaresca, con le lancie su la cossa, che risplendevano per il molto oro di che eran ricamate le lor sopraveste di seta. Ed esso li seguiva in una caretta rossa, tirata da sei cavalli di seta rossa coperti, e con esso venivano il vescovo di Posnania Adamo Konarsk e quello di Ploccia Pietro Miscowk, inanzi a' quali la croce era portata. Erano questi seguiti da Stanislao Slomousk, arcivescovo di Leopoli, e dal vescovo di Camenez, accompagnati ancor loro da una grossa banda di ben ornati e armati cavallieri. Dietro a' quali comparve Francesco Crassinsk, vescovo di Cracovia, inanzi al qual marciavano doicento cavallieri, all'italiana vestiti di drappi di seta fodrati di martori finissimi e con grosse catene d'oro al collo. Ed essendo questo passato, si vidde Stanislao Carncowsk, vescovo di Cuiavia, col qual venivano il vescovo di Chelm e il palatino di Lancicia con una onorata banda di cavalli.
Passati i vescovi comparve prima de tutti il castellano di Cracovia in abito ungaro con doicento cavallieri armati, resplendenti per molto oro e argento, che bella mostra facevano con le molte insegne e scudi che portavano. Dopo il quale i palatini apparver uomini ornati di somma gravità: il primo de' quali, il cracoviense, col fratello, capitano general di Sandomira, conducevano trecento cavalli all'ungaresca e alla tartaresca armati e con vesti e livree tanto superbe che facevan stupire i risguardanti. Li veniva dietro il palatino di Sandomira e l'ensifero del regno suo fratello, con doicento e cinquanta cavalli pur all'ungaresca armati e di sopraveste richissime adornati, che non men si mostravano atti alla battaglia di quello che con la lor pompa gli occhi de' circonstanti delettassero. Alla coda de' quali i castellani oscvienense e bresinense accrescevano con le lor genti questa squadra trionfale, seguiti dal palatino calisiense con la sua corte superbamente vestita all'ungaresca. Dopo il quale Alberto Lasco, palatino di Siradia, lume della patria e propugnaculo di tutte le virtudi, conduceva quattrocento cavalli vestiti a modo d'Ungari e cento con gli abiti de' Tartari, cosí bene armati e tanto riccamente adobbati che a giudicio de tutti avanzò di gran lunga tutti gli altri, perciochè con diligenzia tale era stata da lui la sua squadra ordinata che né gli uomini desiderar potean migliori cavalli, né a belli e forti cavalli mancavan cavallieri di loro indegni. Ultimo venne il palatino di Podolia, che con cento e cinquanta ben armati cavalli fu come una bella aggiunta all'altre. Venivano dopo questi i baroni di Lituania e di Russia insieme mesciati, che le lor squadre guidavano, non men ornate di preziose veste per onor del trionfo che ben armate e pronte alla battaglia: il primo de' quali era il duca Nicolò Giorgio Radivillo, palatino di Vilna, ornamento della patria e senator dotto e d'ingegno divino, che seco conduceva tal cavallaria che in conto alcuno non si mostrava a' Poloni inferiore; qual dal castellano tracense, condecentemente d'uomini e di cavalli fornito, era accompagnato. Seguiva Giovanni Chodkievicio, capitan general di Samogizia, chiaro e in pace e in guerra e uomo nato per far le grandi imprese. Era seguito questo dal gran tesorier di quel ducato e dal castellano miscense, gli uomini e cavalli de' quali per il molto oro d'ogni intorno risplendevano. Dopo i quali veniva il duca Nicolò Cristoforo Radivillo, marescalco della corte, con le sue genti riccamente vestite all'usanza d'Italia. Venivan finalmente il mastro di campo, il scalco e gli altri ministri della persona del re, quali in abito ungaresco, quali in italiano, quali in tartaresco e quali in moscovitico superbamente e riccamente adobbati.
Il giorno mi mancarà prima che io possa commemorare che uomini, che eroi, che duchi si fossero ad onorar questa festa adunati. Si vedeva la cavallaria di Lituania al numero di piú di tremila risplendere per il molto oro, perle e gioie. E dopo i Lituani il duca Costantino, palatino di Kiovia, con doi figliuoli, uno in abito Italiano e l'altro alla moscovita vestito, si mandava inanzi trecento cavallieri d'infinito oro e argento adornati. E il palatino di Blaslavia conduceva i suoi Wolinii al numero di doicento alla tartaresca confusamente armati, con le faretre e gli archi dorati. E finalmente i palatini di Culma, di Marimburg e di Pomerania guidaron le lor squadre armate alla todesca, a' quali aggiunse il Dulscio pruteno trentasei cavallieri armati di corazze d'oro. Indi i conti di Tencinio, Giovanni castellano wivicense e Andrea belzense, illustri per l'antiquità della famiglia e per l'onorate imprese da lor fatte, fecero mostra de doicento e cinquanta cavalli all'usanza degli Ungari armati di lancia e di rottella e nelle vesti non men degli altri superbi. Seguivano gli Herbortoni, chiari per l'ingegno, per la prudenzia e per i libri da essi composti, con doicento cavalli; i castellani camenecense e savichmostense centi di cento e cinquanta; Andrea Wapowik con cavalli cento e il biecense e radomiense con ottanta. Dopo i quale Stanislao, conte di Tarnaw e castellano cechoviense, comparve con doicento cavalli benissimo in ordine d'arme e di veste richissime adornati. Tutti gli altri castellani, i nomi de' quali seria cosa troppo lunga il raccontarli, condussero ancor essi le lor squadre benissimo in ordine e degne d'un tanto trionfo. E il cancilliero col tesoriero del regno, Girolamo Businsk, senatori degni di venerazione cosí per le lor virtú come per il lor grande amor verso la patria, presentarono i suoi non men degli altri ornati. Dopo i quali il marescalco della corte Andrea Opalinsk, uomo ornato d'ogni sorte di virtú, comparse con settantacinque cavalli armati all'usanza d'Italia. Serravano su questo corpo di gente le squadre de' capitani delle città e degli regii officiali, che, se non passavano, non erano anco inferiore d'arme e d'ornamenti ad alcuna delle sopra nominate. Delettava non senza qualche spavento i risguardanti una squadra di doicento cavalli del palatin di Lubla, che, ornati i cavalli con ale d'avoltori, comparvero essi armati all'ungaresca come se in battaglia entrar volessero. E per finirla, tutte le città del regno mandarono onorate compagnie de suoi cittadini ad onorare questa solenne festa, e dopo tutti i cittadini di Cracovia con la plebe al numero di quattromila, cento e venti de' quali erano a cavallo vestiti alla todesca e il resto tutti pedoni, divisi in squadre sotto diverse insegne, secondo i diversi mestieri degli artegiani, venivano pomposamente vestiti.
Passate che fur tutte queste genti, si mosse il re in mezo a' suoi Francesi e Guasconi e da una gran comitiva di Poloni accompagnato, e allora si dette nelle trombe e tamburi e si spararono l'artegliarie tutte; e fatta l'orazione dal vescovo plocense, alla qual d'ordine del re fu dal Bibraco risposto, si mossero tutti per entrar nella città, dilettandosi grandemente il re della vista di cosí bella gente, la quale a giudicio de' pratichi delle cose di guerra era tale che a qualsivoglia esercito potente sicuramente opponer si poteva. Per esser il popolo cosí grosso non si poté tanto solecitar il marciar di queste squadre che tutto il giorno non si consumasse, onde quando il re giunse alla porta della città detta di San Floriano un'ora di notte era passata. Era questa porta ornata come a un trionfo tal si conveniva, e il re era stato posto a cavallo d'una chinea bianchissima e piú alta assai d'ogni altro cavallo, affine che da tutti potesse esser veduto; e i consoli della città l'ombrella d'oro sopra li portavano. Era esso vestito d'una veste negra fodrata di pelle di pantiera e avea intorno la sua guardia di quaranta Guasconi archibugieri e di sessanta Svizzari con alabarde superbamente vestiti; aveva appresso la sua persona il duca di Nivers e quel d'Humene, il marchese d'Elba, il duca de Ghisa e molti altri baroni francesi, ciascun de' quali, per onorarli, erano da doi palatini in mezo tolti. Andavano inanzi e seguivano diversi concerti di varii instrumenti; seguivano anco gli ambasciatori de diversi prencipi e republiche, e dopo le confuse e grosse turme del popolo che, desideroso di vedere il re, di qua e di là senza alcun ordine correva. I tetti delle case erano pieni, chi s'attaccava a un trave e chi a una collonna, ogni fenestra, ogni buso eran di gente piene; fur rotti i muri e fattevi larghi pertusi nelle case poste su la strada ove il re passar doveva; tutti i luochi erano occupati, e anco quelli ne' quali non senza pericolo si stava. Nel giungere la persona del re in piazza, parve che la terra s'apprisse dal strepito terribile dell'artegliarie che allor furon sparate; e nell'entrar in castello trovò un arco trionfale con sommo artificio fabricato, ornato di tapeti d'oro, nel quale si sentiva una soave melodia de musici instrumenti, e in cima vi era un'aquila bianca con gigli d'oro in mezo al petto, la quale era con tale artificio composta che s'andava sempre voltando verso il re, e col sbatter delle ali e col chinar la testa segno d'allegrezza mostrando. Mentre poi il re nel castello entrava, fu tale il strepito dell'artegliarie che parve che quanti tuoni e folgori venner mai dal cielo fossero tutti in quel punto ivi mandati, che fu poi seguito da un piú dolce ma bellicoso suono di tamburi, di fifferi e di trombe. Entrato nel castello, ove un'altra aquila con l'ali pur festa faceva, andò alla chiesa catedrale di Santo Stanilao, e fu da' canonici incontrato e salutato, e cantato il Te Deum con suave melodia. Visitò l'infanta Anna e poi, fatte dall'uno e dall'altro le debbite accoglienze, se retirò nel palazzo assignato alla cena e allo allogiamento.
Il giorno seguente andò il re in consiglio, ove per bocca del Bibraco, suo cancelliere privato, rengraziò tutti gli ordini del regno del favor che gli avean fatto in darli in governo un regno cosí florido e potente, pregando Dio che facesse che questa loro elezione fosse giovevole e ad essi e alla cristianità tutta, e, promettendo di non mancar dal canto suo di far sí che essi de lui non restassero ingannati, li pregò che si venisse presto alla coronazione. E l'altro giorno da Sandivoio Carncovio, referendario del regno, fu il re salutato per nome de tutta la nobiltà polona con una molto affabile orazione, nella quale sofficientemente dechiarò quello che al re s'apparteneva a fare per conservazione della lor republica e anco della regia degnità. A che per nome del re fu anco risposto che esso era per sodisfare a tutti, che voleva conservare salve le cose a lui commesse, il che era pronto a confirmare non solo con scrittura, ma anco con il proprio sangue. E l'istessa sera nel tramontar del sole fu condotto il re, accompagnato da molti vescovi e dal legato del sommo pontefice, nella chiesa di Santo Stanislao, prottettore de' Poloni, nella città di Casimiro, posta dall'altra parte del fiume, nel qual luoco già fu quel glorioso santo ucciso; ove fatta orazione e basciato l'altare, nel castello con la sua compagnia fece ritorno. Questa visita di Santo Stanislao, per antico costume in legge convertito, sono tenuti di fare tutti i re di Polonia prima che allo atto della coronazione si venga.


Ordine qual si tiene per antico instituto nella coronazione de' re di Polonia, e le solenni cerimonie che in essa si costumano.


Primieramente sono obligati congregarsi tutti i vescovi, consiglieri del regno e gli altri officiali, e di piú tutti gli abbati che portano mitria, o almeno quelli della diocesi cracoviense, nel luoco e per il giorno alla coronazione destinato. E il re, dovendo in tal giorno ricevere il santissimo corpo di Cristo nostro Signore, si prepara con digiuni, elemosine e con la confessione sacramentale a quanto si può degnamente pigliarlo. E la domenica nella qual deve esser benedetto si reducono l'arcivescovo, i suffraganei, gli abbati mitriati e gli altri prelati tutti nella chiesa catedrale, vestiti di rocchetti, stole, piviali, mitre e altri abbiti sacri; vi si riducono anco tutti i senatori e l'ordine de' cavallieri. E ordinata la processione con l'incenso e aqua benedetta al palazzo del re andarono per levarlo e condurlo nella chiesa catedrale, e, fermatisi tutti gli altri alle scale, solo i vescovi accompagnarono l'arcivescovo nella camera regia, ove dal marescalco del regno overo dal maestro delle cerimonie fu il re vestito di sandali, d'una tonica, di guanti, di camiso, di tonicella e di palio; che di questo abito adornato, e chiuso d'ogni intorno da' prencipali baroni del regno, gli fu dallo arcivescovo gettata sopra l'aqua benedetta e dettali una orazione devota per questo effetto composta. Indi, tolto in mezo dal vescovo di Cracovia e da quel di Cuiavia, sostentandoli uno il braccio destro e l'altro il sinistro, s'inviarono verso la chiesa, caminandoli inanzi il castellano di Cracovia con la regal corona e il palatino col scettro, il palatino di Vilna col pomo d'oro e con la spada nuda Andrea Sborovio. Dopo i quali con la croce innanzi andavano i vescovi, arcivescovi, abbati e gli altri baroni, ciascun al suo luoco ordinato, e similmente i baroni francesi e gli ambasciatori de' prencipi stranieri. Giunti in chiesa, fur fermate sopra l'altar maggiore le regali insegne che, come si disse, da' senatori eran portate; e il re nel suo trono fu posto a sedere, inanzi al quale disse l'arcivescovo alcune altre orazioni. Si levò in questo punto un gran contrasto, per caggione che i vescovi volevano che si annullasse un certo accordo fatto nel tempo dell'interregno tra i catolici e gli evangelici, allegando quello esser contra le leggi divine ed ecclesiastiche e fatto contra il voler de tutti i prelati, e all'incontro producendo gli evangelici che si dovesse per sicurezza delle cose loro fermo e inviolato mantenere. La qual contesa, essendosi col divino aiuto trovato mezo di sodisfarli tutti, fu acquietata. E ridotto il tutto in tranquillo stato, uno de' vescovi lesse un'altra orazione, la qual finita fece al re una pia esortazione nell'infrascritto modo: "Dovendo voi, ottimo prencipe, recevere oggi la sacra onzione e l'insegne regali dalle nostre mani, i quali (benchè indegnamente) siamo in questa azione vicarii di Cristo nostro Salvatore, sarà bene che vi avertiamo prima del peso che voi sete per pigliare. Voi prendete oggi la regia degnità e la cura di governare i popoli fideli a voi commessi, luoco certamente preclaro tra' mortali, ma pieno di pericoli, di fatica e di travagli. Ma se considerarete che ogni signoria da Dio viene, per il quale e i re regnano e i legislatori cose giuste statuiscono, e che voi sete per aver a render conto del gregge a voi commesso a esso Iddio, osservando primieramente la pietà onorarete il Signor Dio con tutta la mente e con purità di cuore; conservarete inviolata sino al vostro fine la religione cristiana e la fede catolica, della quale sin dal vostro nascimento professione avete fatta, la qual anco, per quanto le vostre forze potranno, contra a' nemici suoi diffenderete; renderete la debita reverenza a' prelati, sacerdoti e altre persone ecclesiastiche; non conculcarete l'ecclesiastica libertà. Amministrate saldamente iustizia verso tutti, senza la quale compagnia nissuna troppo può durare, premiando i buoni e i cattivi castigando. Defenderete le vedove, i pupilli e i poveri e deboli da ogni oppressione; benevole e benigno, mansueto e affabile a tutti (quanto la degnità regal comporta) vi mostrarete; e finalmente vi portarete in modo che appara che voi non per propria utilità ma per beneficio de' popoli il regno abbiate preso, e che il premio delle vostre buone opere non in terra ma nel cielo aspettiate, la qual cosa quello Dio si degni di concedervi che vive e regna per tutti quanti i secoli".
Fatta questa esortazione, fu il re dal vescovo con queste parole interrogato: "Volete voi tenere la santa fede da uomini catolici insegnata e con buone opere in quella servire?" E il re rispose: "Voglio". "Volete voi esser tutore e diffensore delle chiese e de' suoi ministri?" "Voglio". "Volete voi tenere, regere e diffendere il regno a voi commesso secondo la iustizia de' nostri antichi?" "Voglio e prometto di fidelmente il tutto fare, per quanto il divino favore e l'aiuto de tutti i suoi fideli mi daranno forze". Le quali interrogazioni finite, il re ingenochiato inanzi all'arcivescovo col capo scoperto disse le seguente parole: "Io, Enrico, per grazia de Dio re futuro di Polonia, publicamente confesso e prometto innanzi a Dio e agli angeli suoi di quanto poterò e saperò mantenere le leggi, la iustizia e la pace alla Chiesa de Dio e al popolo a me soggetto, salvo sempre il condegno rispetto della misericordia divina, e secondo che meglio da' miei fideli consiglieri consigliato serò. Portarò sempre il dovuto rispetto agli ecclesiastici prelati e alla Chiesa inviolabilmente mantenerò quanto dagli imperatori e da altri re concesso è stato. Agli abbati, conti e altri miei vassalli i lor congrui onori da me osservati saranno, e secondo che in ciò i miei fideli mi consigliaranno". E ciò dicendo pose le mani sopra il libro degli Evangeli e disse: "Cosí mi aiuti Dio e questi Evangeli santi". Alora l'arcivescovo, ditte prima alcune devote orazioni, si pose ingenocchioni e disse sopra il re, che genuflesso e col capo chino verso l'altar stava, i versetti della benedizione; quai finiti, gli altri vescovi con devozione cantarono le lettanie, in fin delle quali fur da l'arcivescovo detti alcuni versetti e orazioni, già anticamente per questo ordinate.
Dopo le quali postosi l'arcivescovo a sedere, se li presentò il re avanti, e ingenocchiatosi fu del palio e della tonicella spogliato e indi unto dall'arcivescovo dalla palma della man destra sino al gomito e tra le spalle e insieme la spalla destra, dicendo parole e orazioni a questo appropriate. E nettato il luoco da un vescovo, e di nuovo vestito il re della tonicella e palio, sempre orazioni dicendo, l'arcivescovo le mani si lava e, deposta la mitria, fa la confessione, e il re menato nel suo solio fa orazione. E detto l'alleluia nella messa e da un vescovo alcune orazioni per il re, stando esso genuflesso li porse l'arcivescovo la spada, dicendo: "Pigliate la spada tolta dall'altare dalle nostre, benchè indegne, mani, in luoco però e con l'auttorità de' santi apostoli consecrata e regalmente a voi concessa e di volontà divina da noi benedetta, in defensione della santa Chiesa, per castigare i malfattori e in lode de' buoni; e siate recordevole di quello del quale il salmista profettò dicendo: ""Cengite la tua spada sopra il tuo fianco, o potentissimo", acciochè con questa voi faciate l'opere giuste e ragionevoli e gagliardamente la grandezza dell'empietà voi destrugiate; la santa Chiesa e suoi fideli defendiate, odiando e destrugendo non meno i falsi cristiani che i nemici di questa santa fede; defendiate ancora e con clemenza aiutiate le vedove e i pupilli, restauriate le cose destrutte, conserviate le restaurate, vendichiate le cose ingiuste e le ben ordinate da voi sian confirmate; acciochè questo facendo, ed essendo egregio osservatore del giusto e convenevole, potiate poi senza fin regnare in compagnia del Salvator del mondo, la somiglianza del quale in voi portate, e il quale con Dio Padre e col Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli". Dette le qual parole li cense la spada, dicendo alcune altre parole di questo tenore: "Accengite, o potentissimo, la tua spada sopra il tuo fianco, e averti che i santi non con la spada ma con la fede restaron de' regni vencitori". E indi, mettendoli la corona, disse: "Pigliate la corona del regno, la quale benchè da indegni è però sopra il vostro capo imposta per le mani de' vescovi, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, la quale sappiate significare gloria e onore de virtú e opera di fortezza, e che per questa sete partecipe de' nostri ministeri; perciochè, sí come noi siamo interiormente pastori dell'anime e rettori, cosí sapiate voi dover esser defensore contra tutte l'adversità della Chiesa di Cristo, e utile esecutore e prospicuo regnatore del regno da Dio datovi e per l'officio della nostra benedizione da noi in luoco degli apostoli e de tutti i santi a voi commesso; acciochè finalmente, essendo ornato di gemme di virtú tra i graziosi santi e coronato de premii dell'eterna felicità, vi possiate senza fine gloriare insieme col Redentore e Salvator nostro Iesú Cristo, il nome e luoco del quale ora tenete, il qual vive e signoreggia Dio col Padre e Spirito Santo ne' secoli de' secoli". Finalmente li pose l'arcivescovo nella sinistra il pomo d'oro che il mondo significa, e nella destra il regal scettro, dicendo: "Pigliate la verga della virtú e della verità, per la quale intendiate voi essere tenuto ad accarezzare i buoni, spaventare i cattivi, insegnare la buona strada a quelli che errano, porger la man a quei che son caduti, i superbi disperdere e gli umili inalzare. E dal nostro Signor Iesú Cristo la porta aperta ve sia, il qual di se stesso parlando disse: "Io son la porta, ciascuno che per me entrarà salvo sarà", e il quale è la chiave di David e il scettro della casa d'Israel, che apre e nissun serra, serra e nissuno apre; e quello che il legato della carcere cavò, che sedeva nelle tenebre e ombra della morte, vi sia autore che lo possiate in tutte le cose seguire, del qual il profeta David cantò: "La tua sede Dio, nel secolo de' secoli, verga d'equità la verga del tuo regno"; e imitando lui amiate la iustizia e alle iniquità odio portate, perciochè per questo vi ha onto Dio, Dio vostro, ad imitazione di quello che inanzi a' secoli onto aveva d'oglio d'esultazione piú che gli altri suoi partecipi, Iesú Cristo Signor nostro, il qual con esso vive e regna Dio ne' secoli de' secoli".
Mentre poi l'offertorio della messa si cantava, offerí il re sopra l'altare pane e vino e al suo tempo la pace basciò e comunicossi. E poi, scintosi la spada e finita la messa, fu il re condotto al trono regale in mezo la chiesa apparecchiato, nel qual dall'arcivescovo intronizato fu e datoli il governo del regno con queste parole: "Sedete, e da qui in poi tenete il luoco datovi da Dio per la sua onnipotente autorità e per la presente nostra tradizione, di noi cioè vescovi e altri servi de Dio. E quanto voi vedete il clero piú vicino a' sacri altari, ricordatevi di darli ne' luochi pertinenti tanto maggiore onore, acciochè il mediatore tra Dio e gli uomini confermi voi mediatore del clero e della plebe per longo tempo in questo regal solio, e ne l'eterno regno seco vi faccia regnare Iesú Cristo nostro Signore, re di re e signor dei signori, il qual col Padre e Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli de' secoli". La qual ceremonia compita, fu dall'arcivescovo intonato il Te Deum e sollennemente da' musici cantato, e indi stando esso alla destra del re disse alcuni versetti e devote orazioni, nelle quali pregava Dio per la lunga e buona vita del re e per la felicità e tranquillità del regno a lui comesso. Prese poi il re la sacra spada in mano e ornò della degnità di cavallieri a speron d'oro alquanti nobili e consiglieri regii. Finite tutte queste solenni cerimonie, in palazzo il re fu accompagnato, ove un nobilissimo convito era apparecchiato, e mangiò il re nell'istessa sala ove tutti gli altri prencipi e senatori mangiarono, in luoco però piú degli altri eminente e servito da molti onorati officiali del regno. E il giorno seguente andò con l'istesso ordine del giorno passato in piazza, e sedendo in un alto tribunale fabricato a questo effetto ricevette il giuramento e molti doni da' cittadini di Cracovia, e preso in mano il pomo e la spada fece anco in quel luoco molti cavallieri; e per molti giorni poi a feste e a solazzi si attese.


BREVE E COMPENDIOSA DESCRIZIONE DEL REGNO DI POLONIA CON I SUOI PALATINATI, DISTRETTI OVER PROVINCIE, CITTÀ E CASTELLI PRENCIPALI.



Il regno di Polonia, amplissimo e nobilissimo nell'europea Sarmazia, piegando alquanto da levante verso settentrione è contiguo alla Massovia e alla Lituania; dalla banda di settentrione alla Prussia e al mar Germanico over Venedico s'accosta; da quella di mezogiorno e da levante insieme confina con la Russia, Podolia, Valacchia e coi monti d'Ungaria, detti Beskid; da ponente i suoi termini sono i confini della Slesia, della Sassonia e il fiume detto Albi. Qual Polonia in due parti è divisa, dette maggiore e minore. La maggiore è cosí detta perchè in essa primieramente si fermò Lecho, auttore e fondatore de' Poloni, e in essa fabricò la città di Gnezna, sede del regno; ma doppo fu la regal sede transportata in Cracovia, metropoli della minor Polonia, nella quale sin ora ancora dura, e per questa caggione la minor Polonia è alla maggior preposta, e ancor noi prima questa descriveremo.


Cracovia terra.

Cracovia, città famosissima, metropoli della minor Polonia, fabricata in pianura appresso la Vistola, fiume navigabile per il quale a Gedeno, nobil mercato della Prussia, si portano di tutte le sorte mercanzie, è di doppio muro, d'argine e di fossa cinta. Il castello della quale in un colle alquanto alto, detto Vanel, è situato, appresso detto fiume, famoso per la sede, coronazione e sepoltura de' re di Polonia, e chiaro per il studio e università. Sono contigue a Cracovia tre altre città, Clepardia, Stradomia e Casimira, questa bagnata dal fiume Rudawk, dalla Vistola quelle. Non ha Cracovia il supremo avvocato, come l'altre città del regno, perciochè del milletrecento e dodeci, regnando Vladislao Cubitale, un certo Todesco, avvocato di Cracovia, fu capo di quel tradimento per il quale venne Cracovia in potere di Boleslao, duca opoliense, del qual misfatto fu anco co' suoi complici severamente castigato; e da quel tempo in qua l'istesso re è della città pretore. E anco il castellano di Cracovia precede in senato di luoco e di degnità il palatino, perciochè al tempo di Boleslao Krzivoust re di Polonia, essendo esso re con inganno da' Ruteni suoi nemici tolto in mezo, il palatino in quel tempo di Cracovia, poco conto del suo onor tenendo, fuggí con le genti a lui commesse, il suo re in mezo a' nemici abbandonando, onde d'alora in qua fu dato al castellano il primo luoco. Ma in tutte l'altre provincie i palatini son di maggior degnità che i castellani.
Sono nel distretto o palatinato di Cracovia l'infrascritte cittadi, nelle quali si tien ragione delle cause de' nobili da capitanei, da giudici e da altri regii officiali: Biecz, città di muro circondata, posta in pianura e per mezo la quale passa il fiume Rapa, nella cui acqua si raccoglie certa spiuma da che il solfore si cava, e luntana quindeci miglia da Cracovia. Woyniz, città fatta di legname, sul fiume Dunaiecz, da Cracovia distante nuove miglia. E undeci miglia è Sandecz, città murata, posta in pianura, appresso la quale il detto fiume passa. Lelovia, città ancor essa murata, posta sopra un colle, ha il suo castello in pianura, bagnato dal fiume Biala, è da Cracovia luntana undeci miglia; e Kzyaz, città di legno, è sette miglia distante. Prozzovice, città posta in pianura, è di legno fabricata ed è in essa appresso il fiume Sozeniana un palazzo del re, luntana da Cracovia non piú di quattro miglia: in questo luoco si soglion fare le terrestre adunanze de' nobili. Molte altre città e castelli de' nobili e baroni sono nel territorio di Cracovia, ma in questo luoco non si fa menzione se non di quei luochi ne' quali fanno residenza i regii officiali. Son nell'istesso territorio tre minere notabili, che con l'entrate che d'esse si cavano grandemente accrescono il regio tesoro: la prima in Olkussia, cinque miglia da Cracovia distante, ove argento e gran quantità di piombo si cava; la seconda nella città di Bochkia, luntana anco essa da Cracovia cinque miglia, e in essa si cavano gran masse di sal al ghiazzo simile; in Vielicza, distante doi miglia, è la terza minera, ove simil sorte di sale, ma non sí fino, in gran copia si cava.


Senato prencipale di Cracovia e suo distretto.

Il vescovo, il castellano, il palatino di Cracovia; i castellani sandecense, woinicense, biecense, oswiecinense.
L'arma della città di Cracovia è l'aquila bianca coronata in campo rosso, con una banda d'oro al traverso dell'ali. E il distretto sandecense ha l'arma sua peculiare, qual è un scudo compartito da doi colori. Nell'istesso territorio cracoviense doi ducati sono che per natural ragione nelle mani dei re son ricaduti, il zatoriense e l'oswiecimense.
Osviecim, città prencipale di detto ducato, è di legname fabricata e posta in luoco piano, il cui castello ancora esso è fatto di legno, ma le sue mure di creta sono smaltate, e appresso li passa un certo fiume, luntano sette miglia da Cracovia. Porta per arma un'aquila negra con la lettera O in mezo al petto.
La città di Zator col suo castello, in luoco piano posta appresso la Vistola, non piú di cinque miglia da Cracovia distante, è fatta tutta di legname. Era questa capo di quel ducato e ha per arma l'aquila azurra, nel petto della quale la lettera Z si vede. Fu il duca di questa città con inganno da Spiticowe Miskowsk, cavallier polono, ucciso, dal qual tempo è poi sempre stata in potere de' re di Polonia.


Sandomira.

Sandomira, una delle principali città del regno di Polonia, è posta in un colle appresso la Vistola, ventidoi miglia da Cracovia luntana, e cosí essa come il suo castello di muraglia son cinti. Le città e castella di sua giurisdizione sono: Checini, città posta in piano, la rocca della quale è fondata sopra un scoglio eminente, che distà da Cracovia miglia tredici ed è chiara per la minera del lasuli, nella quale dell'argento anco si trova. Korczin, città nuova di legno col castello di muro, situata appresso il fiume Vislok, circondata di paludi d'ogni intorno. Wislicia, città le cui case son di legno e intorno alla quale il fiume Nida corre, di muro è circondata ed è sopra un scoglio in mezo a paludi fangose situata, nelle quali sono infinite biscie e altri simili animali. Pilzno, città fatta di legno apresso il fiume Vislok; Opozno, città murata e posta in pianura, appresso ai cui mura il fiume Pilza passa; Rodonia, in pianura, di muro e di buon argine cinta; Poloviec, città di legno, fra alcuni colli posta; Zawichost, città pur di legno, appresso la Vistola posta, qual ha una rocca di mura dall'altra banda del fiume; Zarnow, castello di legno, e Malogost, città di legno anco essa. I senatori della qual terra sono il palatino e castellano di Sandomira e i castellani vislicense, radoniense, zawicostense, zarnoniense, malogostense e il polanecense. Porta questa terra per sua arma un scudo nella metà del quale sono tre bande rosse e tre bianche, e nell'altra metà in campo azurro tre ordini di stelle a tre per ordine.


Lublin terra.

È la città di Lublin di fortissimo muro, fossa e acqua circondata; e il suo castello, fondato sopra un eminente colle, appresso al maggior stagno, ancor lui è d'un muro grossissimo e da una profondissima fossa serrato. Si fanno in questa città tre fiere all'anno, ciascuna delle quali un mese dura: la prima per la festa delle Pentecoste, la seconda per quella di san Simone e Giuda e la terza per la Purificazione della Madonna. Alle quali sogliono dalle circonvicine provincie redursi diversi mercanti, come sono turchi, armeni, greci, todeschi, moscoviti e lituani. I borghi di questa città sono per la maggior parte abitati da giudei, ove hanno anco una bella sinagoga, e il suo castello dal fiume Bistrzica è bagnato; ed è da Sandomira quattordeci miglia lontana, da Cracovia trentasei, da Vilna settanta e ventiquattro da Marsovia. Le città del cui territorio son queste: Vezendow, città grande di legno appresso un laco posta e luntana sette miglia da Lublin; Lulow, città di legno in pianura situata e da una banda forte da una fangosa palude, dall'altra da un argine fortissimo, è da Lublin distante miglia quattordeci e un largo territorio possede; Parcow, anco esso di legno, posto in pianura vicino ad un gran laco, nuove miglia da Lublin distante; Casimira, città di legno, edificata in mezo a' scogli appresso la Vistola, al tempo che quel fiume inonda va quasi meza sotto l'acque, ed è da Lublin luntana sette miglia. Ha la terra di Lublin doi senatori prencipali, il suo palatino cioè e il suo castellano. Porta per insegna in campo rosso un bianco cervo con una regal corona al collo.


Delle terre e distretti della maggior Polonia.

Posnania, famosa città e metropoli della maggior Polonia, fabricata tra colli in mezo al Varta, fiume navigabile, e al fiumicello Prosna, è serrata di doppio muro e fossa. Sono in essa palazzi e case bellissime e politamente di pietre acconcie fatte; il cui castello per sito fortissimo e per arte nel piú eminente colle siede, serrato anco esso da detti doi fiumi. E dall'altra banda della Varta vi sono grandissimi borghi, da un gran laco e da molte paludi circondati, li quali spesse volte dal gran accrescimento della Varta tutti allagati sono insieme con le ville a lor vicine, e tal volta di sorte che appena fuor dell'acque le cime degli edifici appaiono. E in essa città crescon alle volte in modo l'acque che e per la piazza e per le strade con barchette si naviga, la qual inondazione non dura però piú di tre giorni al piú che durar possa. Sono in questa città tre famose fiere: la prima nel prencipio di quadragesima, che dura un mese integro; la seconda dura cinque settimane e comincia la festa di san Giovan Battista; e quattro settimane la terza per la festa di san Michele.
Sono nel suo distretto: Koscien, città posta in pianura e in mezo alle paludi, fortificata di doppio muro, fossa e argine, distante da Posnania sette miglia. Miedzirzecze, che in piano tra fiumi e fangose paludi giace, dalle quali anco ha il nome preso, è alla Slesia e Pomerania vicina, confinando con l'una e con l'altra di queste provincie; e il suo castello per natura, sito di luoco, aggiuntovi le cose da buoni ingegni fatte, è da tutti stimato inespugnabile, perciochè oltre il sito è in modo di forte mura, grossi argini e profonde fosse cinto che prender non si può se non per fame, di che i Todeschi fede far ne possono, ch'avendolo tenuto molti anni strettamente assediato convennero ultimamente con lor vergogna dall'impresa levarsi. Quindeci miglia è questo luoco da Posnania luntano. Ostresow, città di legno fabricata a' confini della Slesia in una larghissima pianura, è d'ogni intorno dalle selve cinta. E Uschow, luoco murato posto in piano, undeci miglia è dalla sua metropoli. Sremsk, Premescz, Rogozno tutte tre sono di legno e a Posnania appartengono, in ciascuna della qual si tien ragione. I Senatori di Posnania sono sette: il vescovo, il palatino e il castellano della città e i castellani di Sremsk, di Miedzyrzecze, di Premecz e di Rogozno. Nelle lor insegne i Posnani l'aquila bianca posta in volo portano


Caliss terra.

Caliss, città cinta di muro e posta tra paludi, è dal fiume Prosna bagnata; vi si vedono ancora le ruine d'un forte castello, che a' tempi antichi fu da' cruciferi di Prussia destrutto. Contiene il suo territorio la città di Gnezna, la qual è di muro circondata in mezo a una pianura posta tra laghi e alcune coline. Ed è questa città chiara per la sedia archiepiscopale, e fu questa la prima città che da Lecho, autore de' Poloni, in Polonia fondata fosse, ove ne' primi tempi i re la residenza facevano; e in essa il prencipe Boleslao Chabri fu dall'imperatore Ottone coronato di regio diadema, del qual sino a' tempi nostri i re di Polonia ancor s'adornano. In questa città è la chiesa catedrale metropolitana, e in essa il corpo di santo Adalberto, vescovo di Praga. Ed è Gnezna distante da Caliss quattordeci miglia e sette da Posnania. Si fanno in essa fiere molto famose, ma la prencipale è quella che per la festa di santo Adalberto si fa. Pizdry, che è nella pianura e tra le selvi posta su la ripa del fiume Warta, è nuove miglia da Caliss luntana. Warta, grossa città posta ancora essa sul fiume dell'istesso nome; Naklo, città de legname vicina al fiume Notesia, qual nel laco Goblo ha il suo prencipio, il cui castello è in mezo alle paludi di sassi murato; la città Land su la Warta, quattro miglia luntana da Gnezna; Konin, città murata, d'ogni intorno col suo castello dall'acque della Warta circondata, alla quale non vi si può andare se non per ponti, è luntana otto miglia da Caliss; Slupza, città d'un grosso muro e di forti bastioni ben fortificata, appresso il Warta fiume; Kolo, città serrata di legname, è alle volte col suo castello dalla Warta d'ogni intorno allagata, e otto miglia è da Caliss luntana; vi sono poi Land e Camenez, ne' confini della Pomerania. I senatori prencipali della città di Caless sono l'arcivescovo gneznense, il palatino e castellano di Calijss e i castellani di Gnezna, di Nakyd, di Camenez e quello di Landa. L'arma che essa nella insegna porta è una testa di bisonte con la corona d'oro e uno annello d'oro nelle nari, in un campo diviso a scachiero di rosso e di bianco.


Siradia terra.

Siradia, le cui case son fatte di tavole, è posta in luoco piano e di muro e di pietre circondata, il cui castello, fatto pur di pietra, appresso la Warta è fabricato. Era già questa provincia tenuta per un grandissimo ducato e applicata a' secondigeniti de' re di Polonia. Nel suo distretto si contengono: Vielunia, città di buon muro di bastioni e di profonda fossa circondata, bagnata insieme col suo castello dalla Posna fiume; Sadex, città fatta di legno, posta in pianura appresso un stagno, luntana da Siradia cinque miglia; Petrocovia, città murata e in luochi palustri fabricata, nella quale di comun volere dei re e senatori di Polonia è statuito che le diete generali si facciano. Ne' suoi borghi è una torre e un palazzo regio, ove si tien ragion da' magistrati, che di profonda fossa è circondata; sono anco in essa molti palazzi dei vescovi e de' baroni poloni, e fuor della città vicino a un ameno bosco vi è, fatto di tavole, un palazzo regale, chiamato Bugey, ove al tempo delle general diete abita il re con tutta la sua corte per godersi la bontà di quell'aere perfettissimo. Rospiza, città di legname fatta, è posta in pianura in mezo alle paludi, e Spicimira è dell'istessa sorte. I nobili della città di Siradia possono per privilegio a lor da' re concesso le lor lettere con cera rossa sigillare, il che non possono negli altri luochi fare se non i baroni e i regii officiali. Si guadagnarono essi questa autorità quando, in una battaglia che i Poloni coi Pruteni facevano, avendo quelli di Lancicia persa l'insegna del lor palatinato, si fecero inanzi i Siradiensi e sí fieramente nei nemici urtarono che rottoli recuperaron la perduta insegna. I suoi senatori sono il palatino e il castellano di Siradia e i castellani rospiriense, spicimirense e vielunense. Porta per arma in campo lasurino la metà d'un leon rosso e la mettà d'un'aquila negra; e il distretto wielunense ha la sua particolar insegna, la qual è in campo rosso un agnus Dei con una bandiruola e dentrovi una croce.


Lancicia terra.

Lancicia, serrata di buon muro e di fossa, è posta in piano e d'ogni banda di fangose paludi circondata; il suo castello è in luoco alto, di muro fabricato e serrato di profonda fossa, appresso al quale il fiume Bsura passa. E nella villa detta Kozciol è posta la chiesa catedrale, fatta tutta di pietre intagliate e assai sontuosamente fornita. Orlovia, città di suo distretto, è tutta fatta di legno e da una banda da un fangoso e largo fiume è resa forte, dall'altra da paludose lagune, ed è da Lancicia luntana quattro miglia. Nell'istesso distretto è la città di Piatek, tra fangose paludi, dal fiume Bsura cinta, famosa per tutta la Polonia per la buona cervosa che in essa si cuoce. Bresina, città di legno assai grande, posta in mezo ai stagni, è da Lancicia sette miglia distante. Konarzem, Inowlodz, Biechom e molte altre città e castelli alla giurisdizione di Lancicia appartengono. Sono i senatori di Lancicia il suo palatino e il suo castellano e i castellani bresiniense, konariense, inowbodiense e biecoviense. La sua arma è meza aquila bianca e mezo leon negro in campo rosso, di corona d'oro coronati.


Cuiavia overo Vladislavia terra.

Vladislavia, città grande e chiara per la sedia episcopale, è fabricata in mezo ai stagni appresso il fiume Vistola. È questa provincia per la maggior parte palustre e sono in essa rarissime selve, onde gli abitatori di legne patiscono. Bidgostia, città murata e in pianura posta, è sei miglia da Vladislavia luntana, appresso la quale passa il Borda, fiume navigabile, per dove dalla maggior Polonia sono le mercanzie nella Vistola portate. Ha Vladislavia tre prencipali senatori, il suo palatino e castellano e il castellano di Bidgostia.


Breste terra.

Breste è città murata e di bastioni, argini e fossa fortificata, fondata in pianura alle paludi in mezo. Contiene nel suo distretto Radzieiow, città di legno in campo aperto appresso ad un gran laco fondata; la città di Crasphice, di legno anticamente e prima dopo Gnezna fabricata, la cui rocca fatta di muro giace appresso al gran laco Gopla detto, di dove uscirono i sorci che Popelo prencipe di Polonia devorarono, secondo che piú diffusamente ne' fatti dei re di Polonia si descrive (soleva già esser in questa città la sede del regno, che fu poi in Cracovia transferita); e Kovalow, castello in luoco palustre di legno fabricato. Quattro sono i senatori della terra di Breste, il suo palatino e castellano e i castellani di Crusphice e di Kowolow. Il palatinato d'Vladislavia e quello di Breste hanno nella lor insegna un'istessa arma, cioè meza un'aquila rossa e mezo un leon negro in campo d'oro, ma senza corona.


Rava terra.

Rava, città di legno, posta in piano, ha il suo castello murato in cima a un scoglio del fiume detto Rava. Sochaczovia, città di legno anco essa, è d'alte siepe di grossi legni da una banda serrata, e il castello di buone mura in cima a uno alto scoglio fabricato è reso forte dalla Bsura, fiume che appresso li corre; Gostinin, città fatta di legname in mezo a fangose paludi, ha il castello murato in cima a un scoglio e forte per le molte paludi che intorno have; Gambin, città grande di legno e in mezo alle paludi posta, sono le città del distretto di Rava, i cui senatori sono il suo palatino e castellano e i castellani di Sochaczovia e di Gostinin. Ha per insegna in campo rosso una aquila negra con un R in mezo al petto.


Plosco terra.

Plosco, città murata, situata appresso il fiume Vistola e chiara per la sede episcopale, ha il castello forte di mura in cima ad un colle eminente. Molte sono le città del suo territorio, che sono: Bielsko, città di legno posta in piano, da Plosco sette miglia luntana; Racziayas, città di legno, da fangose paludi serrata, otto miglia è dalla sua metropoli distante; Sieprcz, città di legno posta in cima a un alto colle, qual d'ogni intorno di paludi è circondata, dista da Plosco cinque miglia; Srensko, città di legno posta in piano, la cui rocca murata da grandissime paludi e stagni è cerchiata, ed è da Plosco luntana dieci miglia; Mlawa, città di legno alla Prussia finitima, è da un fiume bagnata dell'istesso nome, luntano miglia undeci da Plosco; Plonsko, castello di legno, luntano sette miglia; e Radzanow, città di legno appresso il fiume Ukra, qual ha un forte castello murato in cima a un scoglio in mezo a palustre lacune e otto miglia da Plosco distante. I senatori di Plosco, il suo Vescovo il palatino e il castellano sono e i castellani raczialense e il sieprcense. È simile la sua insegna a quella di Rava, eccetto che in luoco dello R ha il P in mezo al petto.


Territorio dobrinense.

Dobrina, città di legno, di grosse serraie circondata, è posta in un scoglio, vicina alla Vistola, il castello della quale fu da' cruciferi, destrutto. Slonsk, città di legno in piano, alla Vistola propinqua, è doi miglia luntana da Dobrina. Ripin, castello di legno fabricato in pianura appresso il fiume Odlex, cinque miglia da Dobrina distante. Gorzno, città di legno, edificata in cima a un colle e circondata d'argine e di fossa d'acqua piena, è sei miglia distante da Dobrina. Fur ne' tempi passati molte guerre tra Poloni e cruciferi di Prussia per il possesso di questa provincia, qual ha tre senatori prencipali, il castellano di Dobrinia, quello di Ripin e quello Slonsk. La sua insegna è in campo rosso un capo umano con doi corni che ha doi corone, una in cima alla testa e l'altra al collo.


Ducato di Massovia.

La Massovia è una regione amplissima, congiunta alla Polonia; ha da settentrione la Prussia e da levante la Lituania, e la Russia alquanto verso mezogiorno piegando. Aveva anticamente prencipe da sua posta ed era designata ai secondigeniti dei re di Polonia, ma del millecinquecento e ventisei, essendo di morte immatura mancati i duchi Giovanni e Stanislao, unichi eredi di quel stato, ricaddette esso ducato alla corona di Polonia. Gli abitatori del quale e nel parlare (da alcuni fischi in fuora) e nell'abito, costumi e religione co' Poloni si confanno; sono gli uomini strenui e bellicosi e pronti a cacciarsi inanzi nelle sanguinose battaglie. La prencipale città di questo ducato è detta Varschovia, città murata illustre e metropoli di tutta la Massovia, la qual di doppio muro e fossa è circondata, posta in pianura appresso il fiume Vistola, sopra la ripa del qual fiume è situato il suo forte e ben murato castello, con la città da una banda congiunto. È in questo luoco un magnifico ponte di legno sopra la Vistola con gran spesa fabricato. Comprende questa città nel suo distretto molte altre buone cittadi, che sono: Czersko, appresso la Vistola, di legname fatta, la qual ha un forte castello di muro in cima a un colle e dista da Vascovia cinque miglia; e della istessa sorte sono Egrod e Zakrozin, quella dodeci miglia e questa otto da Varschovia distante. La città di Cziechanow, in pianura situata, è di grosso argine circondata, il cui castello serrato da profonda fossa in mezo alle paludi è posto, ed è dodeci miglia luntana dalla sua metropoli. Czerniensk, città grossa di legno, ha il suo castello e un bello monastero de' frati di Santo Agostino. Pultowosk, città murata, posta insieme col castello appresso il fiume Narew; e Rosan, posta in piano, col suo castello in cima un scoglio appresso a detto fiume. Varka, città grande di legno, posta in pianura vicina al fiume Pilcza, otto miglia distante da Varschovia; Blonie, Tarcin e Godziek, città fatte di legno, la prima quattro miglia, l'altra cinque e la terza sette da Varschovia distante; Prasni, città grande con le case di muro; Lomza, città grande appresso al Narew, fiume navigabile, nella quale sono edificii bellissimi di muro, ed è da Varschovia luntana venti miglia. I senatori principali del ducato di Massovia sono il palatino generale di Massovia e i castellani di Varschovia, di Czersko, di Vissegrod, di Zakrozim e di Cziechanow. Porta la Massovia per insegna in campo rosso un'aquila bianca in atto di volare.


Liwo terra.

Liwo è città di legno fatta col castello di mura appresso il fiume Liwiecz. Wegrow, castello di legno, mezo miglio da Liwo distante. Wizna, città posta in pianura vicino al fiume Narew, il cui castello di fossa circondato in cima a un colle siede. Nur, città grande di legno, posta anco essa sopra detto fiume. Cameniec, città di legno, situata in pianura appresso il fiume Bug, otto miglia da Liwo distante. Doi sono i senatori della terra liwense, il castellano di Liwo e quello Wizna, e ha per insegna meza aquila rossa e mezo leon bianco coronati.


Podlassia provincia.

È Podlassia una assai grande provincia che da ponente con la Massovia e da levante con la Lituania confina. Fu già sotto la giurisdizione e signoria de' Lituani, ma del millecinquecento e sessantanove il re di Polonia e granduca di Lituania Sigismondo Augusto la uní col regno di Polonia. Sono i suoi abitatori parte poloni, parte ruteni e parte masoviti, e in sé contiene queste cittadi prencipali: Bielsko, città grandissima di legno e prencipale della Podlassia, fabricata a' confini della Lituania appresso il fiume Byala; il suo castello di legno fu alla presenzia del re dalla saetta percosso e convertito in cenere. Tre miglia luntano dalla qual cittade si trova sul fiume Nur la città di Bransko, di legno anco essa edificata, nella quale è la corte regia ove le cause de' nobili si disputano. E indi altri tre miglia da Bielsko luntano è di legno edificata Sura, infra i colli appresso il fiume Narew, sopra un de' quali giace il suo castello di fossa circondato. Tikoczin, città di legno, posta in pianura appresso il Narew, la cui rocca fortissima per natura e per sito del luoco è resa con arte quasi inespugnabile, perciochè, oltra i grossi ripari e forti bastioni e la molta artegliaria, è talmente dalle paludi e dall'acque del fiume Narew serrata e circondata che da banda alcuna non vi si puol entrare; e in essa il tesoro regio come in luoco sicurissimo è riposto. Fu questa a' tempi nostri dal re Sigismondo Augusto con gran spesa restaurata, e vi si batte moneta; è luntana dieci miglia da Bielsko e quarantadoi dalla città di Vilna. Non piú di doi miglia da questo luoco luntano giace la città di Knissin, fabricata di legno, tra stagni, boschi e fangose paludi; e anco in questa è un palazzo regale con un giardino grande e amenissimo, pieno di varie sorte di salvaticine e di vaghe peschiere, onde bellissime caccie vi si fanno. Narew è città posta sul fiume dell'istesso nome, luntana quattro miglia da Bielsko; e Wasilkow, castello di legno sopra l'istesso fiume, nel quale resiede un capitano regio; Augustow, città nuova, da Sigismondo Augusto edificata, del quale anco il nome porta, è luntana da Bielsko venti miglia.


Distretto drohicinense.

Drohicin, città di legno appresso il fiume Bug edificata, ha sopra un colle la corte regia ove le cause de' nobili si difiniscono, ed è luntana da Bielsko dieci miglia e trenta da Varschovia. Cinque miglia distante dalla quale è il castello Mielmik, fabricato di legno appresso il fiume Bug, e la sua rocca in un colle eminente. La città di Losiscze, vicino tre miglia a Drohicin, giace appresso ad un gran stagno, sopra il quale è anco in pianura posto il castello Mordi, d'indi luntano cinque miglia. Si cavano di questi distretti di Podlassia Bielsk e Drohicin in ogni occasione di guerra ventimila nobili, e vi son doi senatori prencipali, il lor palatino e il castellano. Portan la sua insegna zalla e in essa in campo bianco l'arma del granducato di Lituania, cioè un cavalliero armato con una spada impugnata e alzata sopra la testa in atto di menare; e dall'altra parte, dopo che furono incorporati al regno di Polonia, portan l'aquila bianca in campo rosso.


Delle terre e distretti della Russia al regno di Polonia incorporate.

Varie sono l'opinioni cerca l'origine de' Roxolani over Ruteni, altramente detti Russi; quali, secondo che trattando de' Sarmati e de' Poloni si è detto, è cosa chiara esser ancor essi Sarmati e Slavoni e che da Iafet senza alcun dubio descendono. Alcuni sono che se imaginano che dal color Russi si chiamano, altri dall'esser in diverse parti dispersi, perciochè rozsieia in lengua slava dispersione significa; il che molto piú s'accosta al vero, essendo che essi occupano tutta la Sarmazia europea e parte ancor della asiatica, e che le lor colonie dal mar Glaciale al Mediterraneo o Adriatico e dal mar Maggiore al Baltico oceano si distendono, per lo che sporii da' Greci, cioè dispersi, fur chiamati. Quali fossero i primi signori de' Ruteni sapere non si può, non essendo l'uso delle lettere tra loro, finchè l'anno della natività del nostro Signore settecento e nonantasei fur dall'imperatore di Costantinopoli Michiel Curopalato mandati a' Bulgari i carateri co' quai scriver dovessero, che fur da tutti i Ruteni accettati, e si dettero da quel tempo in qua a far memoria con scritture cosí delle cose che si raccordavano esser passate come di quelle che dopo successero. E la Russia da doi gran prencipi signoreggiata, che sono il granduca di Moscovia, che si dà titolo d'imperator di tutta la Russia, perciochè in essa possede assai ducati, e il re di Polonia, qual è anco signore del granducato di Littuania e possede i ducati della Russia alla Lituania incorporati: quello cioè di Vitepsko, di Chiovia e di Mescislavio e altri de' quali nella descrizione della Lituania trattato abbiamo. Ora, lassando questi già descritti, descriveremo l'altre regioni della Russia confinante con la Polonia con tutte le lor cittade prencipali, nelle quali in gran parte sono colonie de Poloni e i baroni e cavallieri son quasi tutti poloni, e la maggior parte segueno i riti della romana religione, come sono i nobili e i cittadini; ma i contadini e lavoratori viveno alla greca, la religione e riti de' quali nella descrizione della Moscovia diffusamente avemo dimostrato.


Leopoli e Halicia terre.

Leopoli, città famosa e metropoli della Russia, e al re di Polonia sottoposta, fu da Leone prencipe de' Russi edificata. È questa città di doppio muro, di bastioni, d'argini, di profonda fossa, d'artegliaria e d'altri bellici instrumenti fortificata e ben provista, e ha doi fortezze, o vogliam dir castelli, uno nella città e l'altro sopra un altissimo scoglio che signoreggia tutta la cittade, scuopre dieci miglia di paese d'ogn'intorno. Rendono famosa questa città e la sede archiepiscopale e le grosse fiere che in essa si fanno, oltre che anco il metropolitano di tutta la Russia la sua sede vi tiene. Vi sono molte chiese che alla romana e molte che alla greca fanno; e anco gli Armeni una chiesa della lor religione col suo prelato e sacerdoti vi hanno. Halicia, grandissima città di legno anticamente fatta, una dei ducati di Russia, è in mezo a dui fiumi situata, perciochè dalla Moldavia la divide il fiume Prud e dall'altra banda è bagnata dal Tiras, detto volgarmente Nester, il cui castello, pur fatto di legno, in cima a un alto colle è posto. Contengono nel lor distretto queste doi cittadi: Zidacow in Pokutia, città di legno, posta in pianura appresso il fiume Striy, col castello in un colle eminente di buon argine serrato. Grodex, serrata col suo castello in pianura da stagni circonstanti, quattro miglia a Leopoli vicina. Busko, città posta tra fangose paludi dalle qual esce il fiume Bug, e per esso da Volynia nella Vistola diverse mercanzie si portano, ed è da Leopoli distante miglia cinque. Striy e Vizna, città di legno e in pianura poste: la prima sopra un fiume dell'istesso nome, e l'altra chiusa dalle paludi è ancor essa bagnata da un fiume del suo nome. Sviatin, città di legno e di buoni ripari circondata, con la Moldavia confina e appresso li corre il fiume Prud; è luntana da Leopoli dodeci miglia. Colomia, città di legno, giace alle radice d'un monte appresso al fiume Prud e in essa il sal si cuoce. Rohatin, città di legno, in pianura di seraie accerchiata, e appresso li passa la Rohatinka fiume, il cui castello situato sopra un colle è d'ogni intorno dalle paludi e da' stagni chiuso, dieci miglia da Leopoli luntano. Dolinia, castello di legno, serrato in mezo ai colli; e Lubaczow, città di legno collocata in pianura, col castello in mezo all'acqua de paludi e de stagni edificato. I prencipali senatori di queste terre sono l'arcivescovo di Leopoli, il palatino generale di Russia e i castellani di Leopo, di Halicia e di Lubaczow. L'arma della terra di Leopoli è in campo lazurino un leon fulvo in atto di montar sopra d'un sasso, e quella d'Halicia è in campo rosso con l'ali aperte una monacchia coronata.


Belsa terra.

Belsa è città di legno, grande e in pianura edificata, il cui castello è da cosí larghe paludi circondato che le saette de' predatori tartari giunger non vi possono. Sokal, città posta in pianura appresso il fiume Bug, ha il suo castello di legno sopra un alto colle. Hrubyesow castello con la sua fortezza in cima pur d'un colle è fabricato. È nell'istesso distretto la città di Hrodlo, d'acuti pali d'intorno serrata, il cui castello occupa un colle al fiume Bog contiguo. Vi è medesimamente Graboniec, città fatta di legno in capo a una pianura, qual ha in cima a un colle altissimo una fortezza per natura e per sito fortissima, essendo la sua salita montuosa e alpestre. Della istessa sorte è anco Thissowice, ma non cosí forte il suo castello. Doi sono i senatori prencipali di questa provincia, cioè il suo palatino e il castellano, e per insegna porta un griffon bianco coronato in campo rosso.


Chelm e suo territorio.

Chelm, città chiara per la sedia episcopale, è di grossa siepe di travi circondata, col castello di legno e di creta smaltato, in cima a un colle che per quattro miglia d'ogni intorno si scuopre. Crasmistaw, città murata, appresso a un grandissimo stagno, ha la sua fortezza in pianura di buone mura fabricata, vicino alla quale passa il Viepr, fiume navigabile; è da Lublin luntana sette miglia, e in essa fa residenza un regio capitano generale. Ratno è città grande di legno, posta tra larghissime paludi, e da Chelm sino ad essa per strada di ventiquattro miglia si camina quasi sempre per ponti fatti a mano; ha la sua fortezza in un colle eminente appresso il fiume Perepeto navigabile, la qual dall'altra banda è dal fiume Tur e dalle fangose paludi molto forte resa, e da tutte le parti l'andarvi è molto difficile. È la città di Liubowlia su le rive del Bug edificata; ancor essa ha in un colle alto il suo castello. Il vescovo e il castellano di Chelm sono i senatori prencipali di questa provincia. Porta per insegna in campo d'oro un orso che in mezo d'arbori tre si mostra caminare.


Presmiliense territorio.

Presmilia è città fatta di muro appresso al navigabil fiume San, chiara per la sedia episcopale; la sua rocca è dall'altra banda del fiume, di grossi bastioni ben fortificata, ove è un regio giardino pieno d'ogni sorte di fiere. Sambor è città di forte siepe di travi circondata, appresso il fiume Tira, con la sua rocca all'Ungaria finitima. Drohobicz, città di pianura fortificata con acuti pali, è, famosa per le minere del sale che ivi abondante si cava. Sanok, città di legno, da colli d'ogni intorno chiusa, sopra un de' quali è la sua rocca murata. Przeworsk, sopra un colle edificata e di muro circondata, è posta appresso il fiume Mleczka. Krosno è città murata, intorno alla quale corre il fiume Iasiolda, e un altro fiume detto Vislok li passa per mezo; e mezo miglio indi luntano è la forte rocca de Camieniecz, posta sopra un eminente scoglio e per sito e per arte quasi inespugnabile tenuta. Ha il territorio premiliense tre prencipali senatori, il vescovo e il castellano di Presmilia e il castellano sanocense. Nella sua insegna porta in campo azurino l'aquila d'oro con doi teste e coronata.


Regione di Podolia.

Confina la Podolia, amplissima regione, di verso mezogiorno con la Moldavia e con la Valacchia; dalla banda di levante ha larghissime campagne e disabitate sino al fiume Tanai, alla palude Meotide e al mar Maggiore e sino ai luochi dei Tartari precopensi. È questo paese fertilissimo di tutte le cose che dalla terra nascono, onde, seminino pur i lavoratori i lor campi con quanta negligenza possono, è tale la bontà del terreno che per ogni uno cento ne raccogliono; e ne' prati di maniera l'erbe crescono che appena si vedeno le corna dei buo' che dentro vi vanno pascendosi. Con tutto questo la terra è dura e carantosa, talmente che per ararla convengono giungere sotto un aratro sei para di buo', che col frequente anelare mostrano la gran fatica che nell'ararla fanno. Sono i suoi boschi abondantissimi di miele, perciochè non è arbore alcuno ogni poco sbusato che non sia pieno di perfetto miele. Non è paese alcuno piú copioso d'armenti, gregi e fiere di questo. Fu anticamente da Allani, da Goti, da Geti, da Cumani, da Poluvcii e da Rosolani abitato, e sin ora vi sono alcune reliquie di Circassi appresso il Boristene.
Contiene questa regione molte città e fortezze, le prencipali delle quali sono: Camenez, città con la Moldavia confinante e quasi per man divina tra scozese e ruvinose rupi edificata, e ha sole doi porte, la cui rocca, cinta d'ogni intorno dalla natura d'una perpetua rupe e d'una profondissima fossa ad arte fatta circondata, con la giunta di molti bastioni è resa inaccessibile a' nemici; come anco la città è dalle sassose, continue e altissime rupe di sorte chiusa che per molte pruove è stata inespugnabile conosciuta. Li corre appresso il fiume Smotricz, ed è talmente dalle rupi serrata che, quantunque le case siano altissime, non appareno però i lor tetti sopra le rupe che la serrano. Assai volte da' Tartari, da' Valacchi e da' Turchi è stata tentata, ma sempre con lor gran vergogna e strage ne son stati scacciati; ed è solo doi miglia da Chochimia, fortezza importante della Moldavia, luntana. Bar, città di grossi pali a modo di siepe serrata, fu, col suo castello fatto di muro sopra un colle di larghe paludi circondato, in pianura edificata da Buona, figliuola di Giovanni Sforza duca di Milano e moglie di Sigismondo re di Polonia, qual nominò Barri da una città di Puglia della quale essa era signora. Miedzibosz, città di legno, insieme con la sua rocca giace tra larghissime paludi, né vi si può andare se non per i ponti fatti a questo effetto, ma con tutto questo è spesso da' Tartari infestata. Brezania, castello di legno con la rocca di muro in cima a un colle. Trebowla, città posta a piè d'un altissimo monte, la cui rocca è sopra un colle eminente fabricata. Chmielnik, città di legno da pali serrata, ha la rocca di legno in pianura appresso il fiume Bog, da Erodoto chiamato Hipanis, e da Camenez venti miglia luntana. Braslaw e Vinnicka, città e rocche di legno di palificata e di fossa circondata, e appresso li corre il fiume Bog. Sono questi doi luochi piú de tutti gli altri da' Tartari precopensi travagliati, e possedono territorio grandissimo, portando nella lor insegna di cinericio colore l'arma del granducato di Lituania.
La città di Svinigrod con la sua rocca è di legno in piano edificata, intorno alla quale sono per quelle compagne diversi forti, fatti per impedir le spesse correrie de' Tartari. Passando poi oltra il Bog, le reliquie de' Circassi e de' Canoncii abitano quelle larghissime e deserte campagne, nelle quali né fortezza né colle né selva né monte alcun se vede, che per doicento miglia poloni sino al Tanai alla palude Meotide, al mar Maggiore e a' Tartari precopensi si distendeno. Ha la Podolia solo tre senatori prencipali, il vescovo di Camenez, il palatino generale di Podolia e il castellano di Camenez, e per insegna in campo bianco porta il sole da dodeci stelle circondato.

Non crediate, candidi lettori, che io abbia qui descritto tutto il regno polono, perchè ho solo fatta in questo luoco menzione delle provincie prencipali, le quali già eran ducati e ora in palatinati son redotte, e delle città e fortezze prencipali, nelle quali si tien ragione delle cause de' nobili. Le qual provincie, oltre i luochi da me descritti, hanno molte e frequentissime altre cittadi, fortezze, castelli cosí del re come de' vescovi, de' baroni e de' nobili poloni. E in ciascuno de' luochi da me disopra nominati sono dal re mandati gli officiali a tenere ragione, come sono i capitanei generali, che la persona regia rapresentano, i giudici, i sottogiudici, i notari, i camerlenghi e i sottocamerlenghi. Tutti questi nelle cause civili de' nobili sentenziano, ma le capitali o criminali d'ordine del re alla dieta generale si remettono. Sono molti altri gli officiali regii, quali per brevità qui non descrivo; sono anco nel regno di Polonia molti contadi, come il contado di Tarnow, di Gorka, di Tencin, di Melstin, di Sidlowiecz e molti altri, che per non esser troppo lungo qui tralasso.


ORDINI DEL REGNO DI POLONIA, DEL GRANDUCATO DI LITUANIA
E DEL RE CON I SUOI SENATORI.



Il regno di Polonia, grandissimo e potentissimo, come abbiamo detto, nella europea Sarmazia, è dagli altri regni differente cosí in molte altre degne cose come nel modo del governo, perciochè negli altri regni sogliono i re di suo volere, senza il consiglio de' senatori e senza il consenso de' nobili, imporre a' popoli che legge li pare, e se non sono da natural bontà retti e governati facilmente tiranni divengono. Ma nella Polonia, secondo che i re non nascono, ma sono da' communi suffragii de' senatori e de' nobili eletti, cosí, quantunque siano potentissimi e di soldati volontarii avanzino il gran poter degli altri re, non possono senza il parer de' suoi elettori cosa alcuna publica determinare. Chiara cosa è che i re di Polonia superano di forze tutti gli altri potentissimi re, che ogni volta che li fa bisogno possono mettere in campagna senza alcun stipendio un esercito di doicentomila nobili, soldati volontarii, provisto d'ogni sorte d'arme alla guerra necessarie, perciochè la nobiltà polona, libera ed esente da tutte le gravezze e gabelle, è solamente obligata a servire il suo re quando per la patria guerreggiar bisogna; e se questi volontarii non fossero a bastanza, possono cavar del proprio regno trecentomila soldati pagati. E con tutto che il re di Polonia sia di tante forze signore, è nondimeno tenuto a vivere secondo le leggi e secondo gli ordini da' senatori dattoli, e cosí l'amplissimo regno dall'imperio regio, e la regia maestà dalla libertà del senato e de' nobili è temperata, e tutti gli ordini del regno e il re istesso son dentro a' termini dell'equità sempre mantenuti. E se per sorte il re, uscendo de' suoi termini, trattasse d'opprimer la libertà de' suoi, gli è proibito dalla senatoria autorità, che per giuramento a questo son tenuti, talchè il poter del re di Polonia è tutto sopra il gravissimo consiglio de' suoi senatori fondato. E all'incontro gli istessi senatori e tutto l'ordine equestre reveriscono, amano e onorano la regia maestà e sono sempre apparecchiati a spendere e la robba e la vita per il suo bene e salute.
I senatori sono dal re eletti della prencipale e piú illustre nobiltà di tutto il regno, uomini ornati d'ogni sorte di virtú e bontà, e datoli sacramento d'essere alla patria fideli. E i prencipali senatori sono arcivescovi e vescovi, cosí per reverenzia che portano alla maestà e autorità dell'ordine ecclesiastico, come per le richezze grande di che essi abondano; e siedeno questi in senato da una banda e dall'altra al re vicini. Doi sono gli arcivescovi in tutto il regno polono: quello di Gnezna, primato del regno e legato nato del sommo pontefice in tutta la Sarmazia, qual da' tempi antichi ha autorità di coronare i re novelli; il secondo è l'arcivescovo di Leopoli, nella Negra Russia, ove da Cracovia fu transferita la sede metropolitana l'anno mille e settantacinque nella corte di Lamperto Zula, di santo Stanislao predecessore. Si trovano in tutta la Polonia tredeci vescovi, ch'altri non sono che prencipi grandissimi e abondanti di tutte le cose: quali sono quello di Cracovia nella minor Polonia, di Posnania nella maggiore, di Vladislavia over Cuiavia nella Pomerania, di Vilna nella Littuania, di Plosco nella Massovia, il varmiense, di Culma nella Prussia, di Presmilia, di Lucicia, di Chelm, di Chiovia nella Russia, di Samogizia e di Camenez. Assistono questi per ordine al re loro ne' luochi ad essi deputati, e perchè è lite antiqua tra il vescovo di Vladislavia e quello di Posnania per la precedenza, or l'uno or l'altro precede.
Per privilegio antiquo, dopo i vescovi il primo luoco è del castellano di Cracovia, capo de' capitani da guerra, dopo il qual hanno il lor luoco i palatini, tra' quali tiene il piú degno luoco il cracoviense, e tra essi sono mescolati alcuni castellani prencipali; e finalmente gli altri castellani maggiori e minori, quali seria troppo lungo il nominarli, sono ne' lor debbiti luochi collocati. Li quali non sono, come par che la voce significhi, castellani di rocche o di fortezze, ma sono governatori di provincie minori per nome del re, né fuor della degnità e autorità, la quale è prima dopo i palatini, di questi lor officii guadagno alcuno riportano, benchè siano chiamati signori di quelle provincie al lor governo commesse, perciochè essi non cercano altro (cosa da veri senatori) che il commodo e l'utile della patria loro. Seguono dopo i castellani gli arcimariscalchi e i marescalchi, supremi officiali del regno tutto, che sono doi del regno di Polonia e doi del granducato di Lituania; l'officio de' quali è aver cura della pace e tranquillità della corte regia e delle diete tutte, compartire i luochi a' baroni e a' cortegiani. Caminano inanzi al re quando esce di palazzo, con alcuni bastoni dretti in mano, e provedeno che senza confusione ciascun facci il suo officio intorno alla persona regia, e nel dar il lor luoco a' senatori usano somma avvertenza. Succedono a questi in degnità i cancellieri e i vicecancellieri, che sono similmente doi per la Polonia e doi per la Lituania, e doi sugelli tengono. Carico di questi è di scrivere i privilegi, l'immunità e le prerogative dal re ad alcuno concesse, scrivere le lettere regie, leggere quelle ch'al re sono mandate, le qual tutte cose sottoscritte che sono dal re, essi il sugello vi pongono. Le lettere e privilegii tutti che nella cancellaria del granducato di Lituania si distendono con caratteri e parole rutene sono descritte, ma quelle che in Polonia si fanno in lengua latina, della quale sono essi peritissimi, si scrivono.
La maggior degnità che in senato sia è quella de doi capitani generali di guerra, uno de' quali in Polonia, l'altro in Lituania comanda; appresso questi è la piena autorità di commandare agli eserciti in nome del re. E dopo questi hanno il lor luoco doi mastri di campo del regno e doi del granducato; segue poi il general governatore della maggior Polonia, e similmente i governatori della Samogizia e della Russia, delle quali degnità non sono dal re ornati se non gentiluomini prencipali e benemeriti del regno e della patria. Si eleggeno anco in senatori gli officiali regii dell'uno e dell'altro imperio, come sono i giudici che d'ordine del re nelle cause de' nobili sentenziano, i coppieri, i sottocamerieri, i secretarii, gli alfieri, i notari e i capitani de' soldati, gli esattori delle intrate del regno e i tesorieri e tutti gli altri che per le provincie a' desegnati officii attendono, e a certo tempo de l'anno si reducano a far certi iudicii che termini o roki volgarmente son detti. E anco l'ensifero e alfiero della corte regia, il quale in guerra porta l'insegna della corte, hanno in quel regno non piccola degnità. Non sono senza degnità e autorità i secretarii, notari e i protonotari; e oltra questi i camerieri, il mastro di stalla e quello de' cuochi hanno in senato le lor degnitadi. I governatori delle città, de' castelli, delle rocche e delle provincie, i referendarii che e al re e in senato le suppliche e domande porgono de' popoli, il gran secretario e referendario del re, gli soprastanti alle saline e alle minere de' metalli godono ancora essi di non poca degnità. Tengono in senato il luoco loro li nuncii delle provincie e delle prencipal cittadi, eletti dagli ordini di dette provincie e cittadi a comparire per nome della nobiltà tutta, e anco i cavallieri e giovenetti nobili, di virtú e di nobiltade ornati, quali servono ordinariamente nella corte regia, e i cubicularii o carrettieri che per tutte le provincie con le lettere e regii mandati discorrono; e l'ultimo luoco di degnità è quello de' soldati pagati per guardia della persona del re.
Hanno tutti questi senatori, cosí per il giuramento che fanno come per l'amor che alla lor patria portano, una perpetua e indefessa volontà di diffendere la libertà publica e d'accrescere i confini del lor imperio. Quando si tratta in senato della lor republica, liberamente e spesse volte gagliardamente dicono il lor parere, riprendono il re se cose fa di reprensione meritevoli, e di comun consenso gli ordini santissimi de' lor antiqui e le carissime leggi della commune patria sin alla morte diffendono. Nella Polonia minore sono quaranta capitani generali, nella maggior trenta, nel ducato di Massovia decedotto, li quali officii non per successione s'acquistano, ma per grazia del re sono conferiti a' benemeriti. Governano questi le provincie e con regia autorità le cause de' nobili giudicano, rescuoteno l'entrate regie e al maggior tesoriero le consegnano.
Gode il regno di Polonia un aere saluberrimo ed è fertilissimo di tutto quello che può produr la terra, della qual fertilità sentono anco utile le regioni oltra il suo mar poste, alle quali è di Polonia gran quantità di frumento condotto. È copioso d'animali e salvaticine d'ogni sorte, talmente che la Sassonia e gli altri popoli di Germania vivono delle carne de' buoi che di Polonia cavano. I suoi abitatori diversamente e secondo gli abiti di varie nazioni vestono, ma è in grand'uso l'italico, il spagnuolo e l'ungaresco, il qual è proprio e particolare abito loro. Usano altri il turchesco, il germanico, il moscovitico e il boemo, perciochè, delettandosi loro d'andar vedendo diversi e luntani paesi, diversi alle lor patrie riportano costumi. Sono i Poloni dotati d'industria eccellentissima e si dilettano saper varii lenguaggi, e prencipalmente son della lengua latina peritissimi, della quale come della lor nativa per la maggior nelle città e ville communemente si servono; ed è cosí familiare a' poveri e a' ricchi, perciochè non sparagnano a spesa né a fatica alcuna in fare che i putti siano in quella amaestrati ed esercitati. E di qui viene che quasi tutti parlano benissimo latino, e questa mi par cosa degna da esser osservata, che delle lettere o scritture del lor idioma o sia nelle cose sacre o sia nelle profane mai non si servono, anzi tutte le leggi cosí civili come de' nobili e de' villani son latine, e le cancellarie tutte le lor espedizioni in lengua latina fanno, da che nasce che tutti in questa lengua dottissimi deventano. Hanno di piú i Poloni e i Lituani la propria e perfettissima proferta d'essa lengua, talchè nel lor parlare con una certa grazia e dolcezza gli accenti d'essa giustamente proferiscono. Per il che appare che la Polonia i studii di tutte l'altre gente supera, essendo che pochi sono quelli che benissimo non parlino latino, e molti che la lengua germanica, l'ungara e communemente l'italiana e indi la francese e la spagnuola possedono.
Si delettano molto i cavallieri degli ornamenti de' lor cavalli, de forti e bellissime arme e di veste sontuose e ricche. Nelle battaglie campestre o pochi o molti che siano allegramente assaltano il nemico; piantano le lor trinciere con sommo giudicio, serrandole d'ogni intorno con le lor carrette, talmente che non meno vi sono entro sicuri che se fossero dentro a qual se sia fortezza. Sono uomini bellicosi, strenui, né conoscono che cosa sia paura. Per la maggior parte all'ungaresca s'armano, e portano le lancie lunghe e targa tale che con essa stando a cavallo tutti si cuopreno. E tra loro sono uomini tanto animosi che nelle rotte date ai lor eserciti, piú tosto che vergognosamente fuggire e abbandonar gli amici, soffreno di lasciarsi a pezzi tagliare. Come avvenne in Moldavia a doi fratelli cavallieri poloni, detti i Strusoviczii, quali, essendosi con cinquanta compagni dall'esercito smariti, dettero in una grossa imboscata de Valacchi, da' quali essendo d'ogni intorno circondati fu uno d'essi nel primo affronto ucciso e l'altro, serrati insieme i suoi, credendo esser tra quelli anco il fratello, divise valorosamente le nemiche squadre felicemente si salvò. Ma, accortosi della morte del fratello, li spiacque di sorte il viver senza lui che tornò di nuovo a cacciarsi in mezo l'esercito nemico e, quantunque avrebbe potuto ancora salvarsi, volse piú tosto combattendo morire che sopravivere al fratello. E del milletrecento e nonantasette, come nella descrizione de' duchi di Lituania appare, essendo il duca Vitoldo dalla moltitudine de' Tartari in fuga posto, un cavalliero, Melstinio detto, animosamente si voltò contra nemici e in mezo alle lor squadre cacciatosi valorosamente combattendo molti di loro uccise, né puoté dal combattere esser rimosso sinchè, d'ogni banda da' Tartari ferito, cascando da cavallo finí insieme la vita e la battaglia.
Si trovano ne' gesti de' Poloni molti casi simili, quali seria cosa troppo lunga ad uno ad uno raccontare. E questo non solo tra fratelli, ma anco tra fideli amici e compagni spesse volte avviene, come occorse non è troppo in Vilna, ove caminando di notte doi giovenetti compagni in doi altri armati s'incontrarono e, venuti a parole e alle mani, un d'essi uno de' suoi avversarii uccise; ed essendosi per timor della iustizia indi fuggitto, fu il suo compagno preso e, imputando la giustizia a lui il commesso omicidio, fu per il giorno seguente alla morte condennato. E condotto al luoco alla giustizia deputato e in quello che il boia, sfodrata la spada, s'apparecchia a tagliarli di un colpo la testa, quello che l'omicidio aveva fatto a tutto corso ivi ne venne e disse: "Lassate libero andar questo innocente, perchè son sol di questa morte reo". Il che detto, ingenochiatosi intrepidamente aspettò il colpo che li levò la testa, e l'innocente suo compagno fu in libertà lasciato.
I nobili e non troppo abbondanti di ricchezze non sopportano a patti l'ingiurie da baroni o da piú ricchi fatteli, perciochè per povero che sia un nobile è bastante, raccolti gli amici e i parenti, di castigare l'altro, quantunque ricchissimo; perchè li amici non solo le possessioni e la robba, ma anco la propria vita per l'amico spendono. Per la qual cosa i baroni di Polonia fanno gran stima de' lor nobili, quantunque poveri, ma in Lituania i poveri nobili son come servi de quelli che di ricchezze abbondano. Occorse al mio tempo in Polonia che un certo signore di grande autorità, Giovanni Luthormisk, gran tesoriero del regno, capitano di Lancicia e di Radomia e castellano de Siradia, ingiuriò alcuni poveri nobili, detti Mikolaiewsk; onde essi, raccolti molti suoi parenti e trovatolo in viaggio assai bene accompagnato, l'uccisero e fecero in pezzi. Il capo de' quali dovendo per questo misfatto over esser privo della nobiltà over perder la vita, e di quella piú l'onor stimando, comparse allegramente alla dieta in Lublino, ove era stato citato, e ivi, salvo l'onore, li fu per sentenzia del re tagliato il capo. Onde, se il troppo pasteggiare e le prodighe spese delle lor ricchezze, insieme con le molte imbriachezze, non dessero danno alla fama de' Poloni, avanzariano di grandezza d'animo e d'innata virtú tutte l'altre nazioni. Ma bevendo uno (sí come è lor costume) per la sanità dell'altro, si cargano assai volte di vino piú d'ogni dovere, col votare in un sol fiato grandissimi bicchieri, talmente che molte volte la troppa carità che ne' conviti un mostra all'altro li priva della propria sanitade e per il troppo bere in varie infermitadi cascano. E quando beve uno per la sanità dell'altro, bevuto che ha si batte della tazza quanto può sopra la testa, e sia pur la testa o di vetro o di legno over di terra; e quando poi il giorno si sente ammalato, al vino dà la colpa, non si raccordando della botta nella testa datosi col vaso col quale egli ha bevuto. E interviene anco alle volte, e massime in Massovia, che per forza uno l'altro a bever astrenge, dicendo: "O bevi o meco combatte"; e si trova tal cervello che piú presto vuol combattere che bever piú di quello che li comporta il stomaco.
Per tutta la Sarmazia, ma particolarmente in Polonia, in Massovia, in Lituania e in Russia, tengono tutti tanta copia di servitori e di ministri che quasi impossibile pare che tanti spesar ne possino; li quali però altro non fanno che tener compagnia al lor patrone, overo andare in qualche viaggio per suo servizio, essendo esenti dal far ogni altra sorte di servitú. Non ordina mai il nobile ad alcun servitore ingenuo, per pover che egli sia, servizio alcun mecanico; e se pur alcuno ha sí poca discrezione che gli l'ordini, li risponde esso che a' pari suoi non si commandano cose simili e che debba trovarsi de' villani da' quali possi in questo esser servito, che egli lo servirà sempre in quello che onesto e lecito sia. E di qui avviene che spesso i nobili serveno e cortegiano altri nobili, con tutto che di sangue e di virtú non li siano punto inferiori, perciochè fanno solo servizii onesti di lor degni, contra il costume delle parti occidentali, nelle quali si tengono i nobili il servire a vergogna, perciochè a far servizii vili da' lor signori astretti sono. Apresso i Sarmati quello che piú per la sanità del suo signore beve miglior servitore è stimato. E posto a tavola il signore, subbito siedeno a mensa tutti i cortegiani a' suoi luochi, che alle volte occupano tre e quattro tavole, e tante vivande messe dinanzi li sono che ciascun cortegiano puol della sua parte, mangiato che egli ha, tre servitori spesare; e mentre mangia va porgendo quello che li piace ad un paggio che di dietro li sta. Suol ciascun cortigiano aver servitori e paggi, li quali servitori hanno ancor essi servitori e i paggi paggi, e questi hanno altri insino al quarto ordine, che tutti dal patrone spesati sono e salariati. Li quali per la maggior parte non fanno altro che servire a tavola, e mangiato ch'hanno, scopertisi il capo e fatta al signore (secondo il lor costume) una profonda riverenza, se ne vanno ove li piace, e talvolta tre e quatro giorni e la settimana intiera piú non li vede il patrone, secondo che con i compagni o nelle taverne si trattengono. E rare volte son da' patroni ove sian stati adomandati, e se pur adomandati sono respondono aver allegramente per la salute del lor signor bevuto, ed egli sorridendo grazie ne gli rende e alle fiate largamente li dona.
Occorse una volta che, pagando un certo episcopo per man del suo tesoriero i suoi cortigiani nel tempo dell'anno alle paghe deputato, ed essendo essi tutti posti per ordine, un certo vagabondo (che senza esser al servizio d'alcuno applicato pratticava in corte mangiando ogni giorno e bevendo alla tavola del signore) se mescolò tra gli altri servitori che di esser pagati attendevano; e mormorando essi che non servendo egli ad alcuno volesse come gli altri la paga tirare, fu dal vescovo domandato a chi e in che cosa servisse. Rispose egli: "A voi, monsignor reverendissimo, servo e faccio da valent'uomo quello che tutti gli altri fanno". E domandandoli il Vescovo che servizio fosse questo suo, "Doi volte al giorno, - disse egli, - monsignor reverendissimo, mangio e bevo alla vostra tavola". Per la qual risposta mossosi quel signore a riso, ordinò che come gli altri ancor lui fosse pagato.
Si governano i nobili con le leggi castrensi e terrestri datteli dal re, e citati sono alle cittadi provinciali e distrettuali, che di sopra numerate abbiamo, in nome di quel capitano che ivi il luoco del re tiene e che le provincie e fortezze governa, e chiaman questi termini castrensi. Sono anco citati per nome del re ai termini terrestri, quali rare volte si fanno, ove sono da' giudeci terrestri, ch'hanno questo carico dal re, le lor cause giudicate; ma da' cittadini sono nelle città osservate le leggi imperiali, che da essi magdeburgense son chiamate. E questo basti per quanto brevemente si può dire del regno di Polonia, il qual per molte raggioni è utilissimo a tutta la cristiana republica, essendo (e massime a' popoli di Germania) come un fermo ostaculo e saldo bastione contra l'empito de' Tartari e de' Turchi.


BREVE E SOMMARIA DESCRIZIONE DEL GRANDUCATO DI LITUANIA, DE' SUOI DUCHI, PROVINCIE, PALATINATI, CITTÀ E PIÚ FAMOSI CASTELLI, E DELL'ORIGINE, COSTUMI E ANTIQUA SUA RELIGIONE.



Vera origine della famosissima gente lituana, non piú mai da istorici latini dechiarata.

Ptolomeo, di tutto il mondo curiosissimo geografo, scrisse che in quelle parti che da' Lituani oggi son abitate e in quelle che al lor dominio sottoposte sono, quali sono la Russia, la Podolia, la Volhinia, la Podlassia e la Samogizia, avean le lor colonie alcuni popoli de' quali a' nostri tempi è persa affatto ogni memoria, chiamati alora i Galindi, i Bodini, i Gemini, i Sudini, i Carioni, gli Amoxobii, i Stabani, i Sturni, i Nascii, gli Asubii, i Vibiani e gli Ombroni, e abitavano tra Lublin, Brestia e i Sargati. Quali popoli vuol l'istesso Ptolomeo che da' Cimbri, da' Goti e da' Sarmati descendessero. Ora, avendo noi appieno di sopra di Sarmati descritta l'origine, resta che palese facciamo anco l'origine de' Cimbri. È pertanto ferma openione de tutti gli antiqui istorici che i Cimbri da Gomero, nepote di Noè e di Iafet figlio, siano discesi e che da lui quel nome abbino auto che per tanti secoli conservato si hanno; i descendenti del quale avendo nell'Asia e nell'Europa occupata gran parte del mondo, il che e la etimologia del nome (che larghezza significa) e la benedizione paterna pronosticato avevano, possedettero di Gomero i figliuoli il monte Cimero, che da lor quel nome prese, mettendo le lor stanze appresso la Meotide palude oltre le fonti del fiume Tanai, qual tiene il suo prencipio nel ducato di Rhesa, che al granduca di Moscovia obedienza rende. Ed essendo in processo di tempo grandemente cresciuti, li fu cosa molto facile il distendersi per le provincie vicine e il farsi patroni della Russia, della Lituania, della Livonia, della Borussia, detta ora la Prussia, e della Cimbrica Chersonesi, ove sono adesso gli Sweci, i Dani e i Calandi; e alterato alquanto il lor antiquo nome de Cimeri, furon detti Cimbri.
Quando e con quale occasione si fecero di quei luochi patroni non si può sapere, non essendo in uso tra lor a quei tempi il scrivere e il notar i lor successi. È ben questo a tutto il mondo noto, che essi sono sempre stati gente bellicosa, valente e pronta di mano, alla qual cosa le imprese da loro animosamente e con gran valor fatte chiara testimonianza rendono. Perciochè abbandonando essi queste lor colonie settentrionali passarono in numero di trecentomila per la Germania nelle terre de' Svizari e di Francia, e indi nella Spagna, mettendo a sacco tutti questi regni; e l'anno centesimodecimo prima che Cristo nascesse entrarono in Italia e l'andarono tutta sacchegiando, avendo prima occiso col suo esercito il consolo de' Romani Papirio Carbone, che andato era ad opporseli, e poco dopo un'altra rotta dettero al consolo Marco Iunio Silano. E in un'altra fazione avendo superate le genti d'Aurelio Scauro, legato del consolo, e fatto lui pregione, d'ordine di Bolo, in quel tempo re de' Cimbri, crudelmente l'uccisero, la qual cosa, per quanto Cornelio Tacito scrive, occorse l'anno seicento e quaranta dalla edificazione della città di Roma. Finalmente, avendo i Romani raccolto un esercito molto grosso e potente, lo mandarono contra a' Cimbri, che con essi fecero un sanguinoso fatto d'arme nel passo dell'Alpi che l'Italia dalla Francia dividono, ove fur di nuovo i Romani rotti e messi a fil di spada il lor esercito, nel quale erano ottantamila combattenti, salvandosi solo di tanto numero il lor capitan generale Quinto Servilio Cepio con dieci compagni per portar a Roma l'infelice nuova di rotta cosí grande; qual fu dal senato fatto vergognosamente morire e confiscatili tutti i suoi beni, imputandoli che per suo diffetto e colpa questo danno cosí grande era successo. Dicono che mai non avevano i Romani in un sol fatto d'arme percossa cosí grande recevuta, onde, essendo grandemente travagliati e dubbitando della ruvina dell'imperio loro, volando la fama che i Cimbri s'apparecchiavano di venire alla lor destruzione rechiamarono d'Affrica, ove egli avea superato il re Iugurta, Caio Mario, capitano bellicoso e avventurato. E doi anni dopo la rotta detta di sopra venne Caio Mario alle mani co' Cimbri e co' Teutoni vicino all'Acquesextie, e in un sanguinoso e orribil fatto d'arme doicentomila ne mise a fil di spada; e fu tanta la moltitudine degli uccisi che i Massiliensi, raccolti gli ossi loro, ne fecero siepi intorno alle lor possessioni e i campi, ingrassati dal sangue e grasso umano, deventarono in tutto fertilissimi.
E i Cimbri, quantunque fossero tanto scemati, non si persero per questo d'animo, anzi, serratisi insieme, urtarono nell'esercito del proconsole Quinto Catullo e lo misero in fuga, e piantate le lor trinciere appresso il fiume Tessino in Lombardia misero ancora in spavento il popolo romano; onde, passato Caio Mario con l'esercito in quelle parti e unite le sue genti con quelle di Catullo, li presentò a' ventinove di luio la giornata, e dopo un lungo e ostinato menar de mani li roppe tagliandone a pezzi cento e quarantamila. Per la quale uccisione essendo spezzate a fatto le lor forze, usciti d'Italia alle antiche lor stanze ritornaro, e fermarono le lor sede in Dania, in Prussia, in Svezia, in Livonia e in Lituania; gli abitadori della qual provincia Gepidi furon nominati, e quelli che in Samogizia si fermarono afferma Enea Silvio che Masageti si chiamarono, gente assai da Plinio nominata. Ma Erasmo Stella, con belle ragioni pruova esser i Gepidi di nazione gotica, e che guidati da Litalano over Litwone, figliuolo di Vedenato, re di Prussia, che di commissione del re suo padre del cinquecentosettantatre a questa impresa si mosse, vennero in queste parti a quel regno vicine e vi si fermarono, avendone scacciati gli Alani da' quali prima erano abitate, e Lituania dal nome del lor capitano le nomarono. Qual anco scrive, nell'istoria della Prussia, che la Samogizia fu cosí chiamata da Saimone, di detto Litwone fratello, che la venne a populare, la qual a quel tempo per lunghi tratti di terra verso la Prussia e verso la Livonia si stendeva; che similmente i Lotiali, over Litwoni, che ora dopo la venuta de Germania in quelle parti da' Latini son chiamati Livoni, ebbero il nome dall'istesso Litwone.
Tutte queste genti, i Pruteni cioè, i Polowci, i Samogiti, i Gepidi, i Lituani, i Livoni, i Curlandi, i Iatwirgin over Iagizi e Iaczwingi, secondo che erano d'un istesso lenguaggio, cosí avevano gli istessi costumi, consuetudini e leggi, e sempre di commun volere guerreggiarono contra i popoli cristiani, essendo però tutte divise da confini, e ciascuna il suo signore avendo. Furono i Iaczvingi crudelissimi popoli, che le lor sede avevano ne' confini di Lituania appresso la Massovia, in quel paese ch'oggi la Podlassia è nominata, li quali nelle battaglie mai non si retiravano se non vincevano o venti non erano: e de qui successe che dalle continue guerre in tutto esterminati furono, e quei pochi che avanzarono in Lituania, Russia e in Massovia per la commodità della vicinanza ad abitar si retirarono. Sono alcuni che stimano che i Lituani siano cosí stati chiamati dal lituo, che il corno de' cacciatori significa, la qual opinione come frivola e degna di ridersene è da tutti reprobata. Matia Miecoviense e Dlugoso, diligenti investigatori dell'istorie polonice, e gli annali de' Ruteni affermano che alquanti Italiani, over fugendo la tirannide dell'imperator Nerone overo il meritato esilio over la crudel ruvina che Attila, re degli Unni, faceva, dopo longa navigazione, sotto la guida d'un certo Palemone vennero per il mar Baltico in queste parti, ed entrati con la lor armata nel fiume Nemna, da Ptolomeo detto Cronone, posero in Lituania le lor sedi; il che è anco da' Lituani gagliardamente confirmato, e che ciò possi essere par che ne rendino testimonianza certa le molte parole italiane delle quali essi si servono. E dicono che questo Palemone (qual il nome istesso mostra esser stato latino e italiano), essendo in quelle parti venuto con gran comitiva d'uomini nobili a lui parenti, i prencipali dei quali erano Orsini, Colonni, Iuliani, Cesarini e Gastaldi, dette in Lituania prencipio alle casate de' nobili; ma il volgo, come sono i contadini e lavoratori, vogliono che da' Goti siano discesi, a che consentono anco molti scrittori dell'istoria di Polonia, di Germania e de' Russi, al giudicio e autorità de' quali reportandosi noi laudiamo quanto da essi è stato scritto.
Questo Palemone pertanto, accettato per le sue virtú da quei popoli per prencipe, dette il nome al paese dall'Italia sua patria proponendoli, secondo l'uso della italiana lengua, articolo feminino a questo modo: l'Italia; ma in processo di lungo tempo essendosi persi per la barbarie e i costumi e la lengua italiana, fu il paese con nome corrotto detto Lituania. Vogliono alcuni altri che gli Italiani cosí la nominassero dal lito del mar Baltico, qual la Prussia, la Livonia e l'ultime parti della Lituania e della Samogizia bagna, e questo perchè prima là si erano fermati. Succedendo poi a Palemone un prencipe dell'istessa casata, non solo presero gli Italiani il nuovo nome, ma presero anco la lengua di quella gente, la signoria delle qual s'aveano tolta, e al modo e norma di vivere s'accostaron degli istessi barbari. Ma nel suo prencipio e molti anni anco dopo fu questa gente lituana oscura e all'imperio de' Russi sottoposta, pagando essi al prencipe di Kiovia in segno di sogezione alcune cosette di poca valuta, per esser il lor paese sterile; sin che Mendolfo overo Mendog, Witement e Gedimino, capitani illustri, succedendo l'un dopo l'altro nel prencipato di Lituania, non solo denegarono la solita obedienza a' Russi, ma anco, con spesse battaglie e piú con astuzie militari avendo piú volte rotti e quasi a fatto debellati i Russi, al lor domino li sottoposero e gli astrensero a pagare a' Lituani, in luoco del picciol tributo di cose vile che da essi eran soliti a scuodere, grossa somma d'argento e di oro. Pigliando per tanto il prencipio da' tre fratelli nepoti di Palemone cominciarò a narrare, secondo l'opinione de' Ruteni, i successi de' Lituani dal prencipio del prencipato loro.


Ordine e genealogia dei duchi di Lituania.

Successero nel prencipato di Lituania a Palemone, patricio romano, tre suoi nepoti, Borco, Cunosso e Spera, che da' Ruteni, ma contra la verità dell'istoria, non nepoti ma suoi legitimi figliuoli son tenuti. Borco, avendo fabricato un castello appresso il fiume Iuria, ove esso discarga le sue acque nel Cronone, altramente detto Nemna, fiume della Samogizia, prese la denominazione dal suo nome e da quello del fiume e Iurborg chiamollo, qual luoco sino a' tempi nostri dura, e in esso facendo la sua residenza signoreggiava la Samogizia tutta. Ma Cunosso, passando piú avanti nell'istessa regione, fondò un castello dal suo nome Kunosso chiamato, applicandoli per territorio gran paese a lui circonvicino. E anco Spera, fabricata la fortezza Vilcomir appresso il fiume Sventa, di quei luochi si fece signore. Ma essendo finalmente Borco e Spera usciti di vita, a Cunosso le lor signorie ricadettero, che avendo generato doi figliuoli, Kierno e Gybuto, passò ancor egli al fin di questa vita. Dopo la morte del quale Kierno, fattosi signore nella Lituania sopra l'una e l'altra ripa del fiume Vilia, constituí il castello Kiernow sede del suo prencipato, qual i Ruteni ed essi Lituani senza alcun buon fondamento s'imaginano che dal lito, over dal lituo o corno da cacciare, Lituania nomato fosse. Gybutio, di Kierno fratello, restò della Samogizia signore, e, unite insieme le forze, fecero una espedizione nella Russia e dettero il guasto a tutto quel paese che giace intorno alle città di Brasla e di Poloczo; e mentre vittoriosi e carichi di preda nel lor paese tornano, trovarono che la Samogizia era in quel tempo stata da' Livoni depredata, onde per vendicarsene in Livonia subbito passarono e, messala tutta a ferro e a fuoco, un grosso e buon bottino indi ne riportarono.
Dopo la morte de questi doi fratelli li successero ne' lor stati Zivibondo di Kierno e Moatwil di Gibuto figliuoli, che di fraterno amore amandosi i lor sudditi in pace mantennero, pagando un certo leggier tributo a' prencipi di Russia. Ed essendo in giovenile età morto Muntwilo, li successe nel prencipato di Samogizia Vikint suo figliuolo. In questo tempo Batti, imperator de' Tartari, entrato con grosso esercito nella Russia, la percosse di modo che rese molte debile le forze de' duchi di quella provincia; onde parendo a Zivibondo, duca di Lituania, esser questa buona occasione di levarsi dal giogo de Ruteni e mettersi in libertà, fece capitano delle sue genti Erdziwilo, figliuolo di Vikint suo nepote, e mandollo a danni della Russia. Qual passato il fiume Vilia prese Novogrodck, grossa fortezza e città de' Ruteni, e ivi fermò la sedia del suo prencipato; e passando poi piú inanzi, e trovato appresso il fiume Nemna un scoglio molto forte per natura, vi fabricò sopra il castello Grodno. E indi passando con l'esercito in Podlassia si fece patrone di Brzestia, di Mielco e di Drohicino, città de' Ruteni destrutte da' Tartari, e fortificolle, e con poca fatica redusse sotto al suo domino tutti i circonvicini paesi. Le quali imprese essendoli felicemente successe, riconobbe con onorati premii quei capitani che in essa l'avevano valorosamente e fidelmente servito, perciochè assignò in Lituania a Eixio, dal qual la famiglia de' Dovoini è discesa, la provincia che ora da esso Eixiski è chiamata; Granso, ove sono adesso i Gransiski; e a Campo, dal qual discende la famiglia de' Gastuldi, dette la provincia Osmiana.
Avendo pertanto Erdzivil accresciute le sue forze in Russia e in Lituania, andò ad incontrare Kurdasso, re de' Tartari zawolensi, che secondo sua usanza andava scorrendo e predando la Russia; e trovatolo appresso il castello Mozera, qual è vicino al fiume Okovniowka, lo ruppe e mise in fuga. E finalmente, dopo l'aver fatte molte imprese eroiche, uscí di vita, lassando Mingailo e Algimonte suoi figliuoli del suo prencipato successori. Algimonte signoreggiò a Samogizia e Mingalio mosse guerra a' Polocensi, che in libertà vivevano e datoli una rotta appresso a Grodzecz lor fortezza prese la città di Polocza, e lungo tempo dominò a' Polocensi e a' Novogrodensi, lassando quella signoria nella sua morte a Ginvilo e Skirmunto suoi figliuoli. Skirmunt, sepulto onoratamente il padre, prese la signoria di Lituani e di Novogrodensi, e Ginvil quella di Polocza; il qual, avendo preso per moglie Maria, figliuola del duca dei Twerensi, si fece cristiano e, chiamatosi Georgio, fece un'aspra e lunga guerra per la patria contra i Pskoviensi e contra quelli di Smolenco; e finalmente passò di questa vita lassando Borisso suo figliuolo successore nel ducato di Polocza.
Governò con somma destrezza Borisso il ducato di Polozca, e fabricò nel castello della città prencipal di quel ducato un bellissimo tempio di pietre cotte sotto il titolo di Santa Sofia, e un altro al nostro Salvator Cristo Iesú; oltra i quali fece anco mezo miglio luntano da Polozca un monasterio di verginelle a Dio consecrate, e restaurò e dotò le chiese de' Santi Borisso e Hlebo. Fondò il castello e fortezza dal suo nome detto Borisowo, appresso al fiume Beresina, sina al quale contende sin oggi il granduca di Moscovia arrivare i suoi confini. Successe dopo la morte di Borisso nel prencipato di Polozca suo figliuolo Rechwold, il qual pieno d'anni all'altra vita passò lassando una figliuola, Poroskavia chiamata, e un figliuolo, Hlebo detto. Hlebo visse pochi anni e Poroskavia menò sua vita verginalmente nel monasterio del rito rutenico; e non dopo molto per causa de divozione venne a Roma con alcuni monaci grechi, ove morí e fu per la santità della sua vita canonizata e messa nel catalogo de' santi, e Paraxide chiamata da' Latini secondo l'opinione de' Ruteni.
Skirmunt, figliuolo di Mingail e di Ginvil fratello, governando virilmente la Lituania dette una gran rotta a Micislao, duca di Lucicia, che con grand'esercito de Russi andato era a trovarlo, e tolseli doi castelli, Pinska e Twowia; e ruppe anco e mise in fuga Balaklaio, re de' Tartari zawolensi, che andava predando la Russia. E finalmente mosse guerra a' prencipi di Russia, essendosi accorto che essi trattavano di scacciarlo di Lituania, e avuto di loro una notabil vittoria sottopose al suo dominio Mozera, Cernihovia e Karasovia, grosse fortezze, con i lor territorii e dettele in dono a Stroinato, Lauborto e Pissimonte suoi figliuoli. Kukovito, cio di Skiermunt, avendo governato molti anni il prencipato di Lituania e Samogizia, uscí di vita lassando il dominio di quei luochi a Giedrusso suo genero, marito di Poiata sua figlia, qual dopo avendolo felicemente assai tempo dominato morendo a Ringolt suo figlio lo lasciò.

Qual non ebbe piú presto presa di quei stati la signoria che fu sin dentro al suo ducato assalito da' prencipi di Russia, che, sdegnati per non gli esser pagato l'antico tributo, cercavano di quel stato privarlo, né contenti delle proprie forze condussero anco a' suoi danni una grossa banda de Tartari. Onde, raccolto Ringolt di Lituania e di Samogizia un grosso esercito, venne con essi alle mani appresso il fiume Mahilva, e tagliati a pezzi seimila Tartari e gran numero de Ruteni, fra quali morirono anco Demetrio, duca drucense, Luetoslao, duca di Kiovia, e Leone, duca di Volodimira, acquistò d'essi una segnalata e famosa vittoria; alla qual sopravivendo poco, lassò l'anno della nostra salute milledoicento e quaranta la signoria a Mindog suo figliuolo. Qual essendo da tutti i suoi nell'imperio paterno confirmato, guerreggiò con sua gran lode con i cruciferi di Prussia e con i Livoni, e dopo molti conflitti sottopose al suo dominio i duchi di Smolenco e di Volhinia; e del milledoicento e quarantatre e del quarantasei travagliò con correrie e sparger molto sangue de cristiani i stati di Boleslao Pudico, re di Polonia, e quello di Daniele, signore e re coronato di Russia; indi mise piú volte a ferro e a fuoco cavandone grossissimi bottini la Massovia, la Dobrinia e la Kuiavia. E l'anno milledoicento e cinquantadoi, persuaso da' cruciferi di Prussia e di Livonia, abbracciò con molti de' suoi la cristiana fede, e scrisse lettere ad Enrico di Zalcza, alora di quell'ordine gran mastro, nelle quali, chiamandosi grandemente a lui obligato per gli aiuti e favori da esso receuti, li consegnava in dono gran parte de tutto il suo ducato; e da' frati cruciferi consigliato mandò ambasciatori ad Innocenzio quarto papa in compagnia de quelli del gran mastro e de' cruciferi, a darli notizia del suo esser venuto alla cristiana fede e chiederli che con la sua autorità li desse titolo di re di Lituania. A che acconsentendo il sommo pontefice dette ordine ad alcuni vescovi di quelle provincie che coronar lo dovessero; il che essi fatto avendo, non passò l'anno che egli, o pentito d'aversi privato di tante cittadi e donatele al gran mastro o per qualche altra cagione, rinonciando alla già presa fede tornò di nuovo ad adorare gl'idoli. E del milledoicento e sessanta, avendo raccolti trentamila soldati, mise crudelmente tutta la Massovia a sacco, prese e abbrusciò la città di Polozco, e indi voltatosi verso la Prussia, non avendo ardimento i cruciferi di uscir delle trinciere, abbrusciò e rovinò tutte le città da' cruciferi edificate, mettendo a fil di spada quanti cristiani egli trovava, e lieto ricondusse il suo esercito in Lituania carico delle spoglie de' nimici. E fabricando l'anno istesso il gran mastro e i cruciferi il castello Carsowin sopra il monte di San Giorgio, furono da' Lituani e da' Ruteni assaliti e rotti, nella qual fazione Enrico Massusen, maestro di Livonia, ed Enrico, marescalco di Prussia, da' Lituani uccisi furono, e il castello Carsowin e un altro detto Heizburg vennero in poter de' Lituani per difetto che ebbero i difensori di vittovaglia; di dove essendo andati sotto Komisberg, da' cruciferi discacciati furono.
L'anno poi milledoicento e sessantadoi, unitosi Mendog con Swarno, prencipe di Russia, misero insieme un potente esercito ed entrati nella Massovia colsero alla sprovista, il giorno della vigilia di san Giovanni Battista, Semovito, duca di Massovia, nella corte di Iasdow e lo fecero prigione insieme con suo figliuolo Corrado e con tutti i soldati che seco allora si ritrovavano. Ed essendo venuto il duca Semovito nelle mani di Swarno, prencipe di Russia, fu crudelmente da lui fatto decapitare, ma Corrado suo figliuolo fu da Mendog e da' Lituani conservato vivo e anco l'anno istesso lassato in libertade. Avendo poi i Lituani e i Ruteni saccheggiata tutta la Massovia e parte della Cuiavia, carichi di preda a casa ritornarono. Ed essendovi tornati l'anno seguente, né trovando che predare per raggione del gran guasto datoli l'anno passato, scorsero nella castellania loviciense, all'arcivescovato di Gnezna appartenente, né vi trovando resistenza alcuna la depredaron tutta e superbi e altieri tornarono alle patrie loro. Finalmente il pietoso Iddio, avendo compassione de' Poloni e de' Massoviti cultori della cristiana fede, permise che i Lituani e i Ruteni tra loro si rompessero. Perciochè Stroinat, nepote di Mendog, mosso da desiderio di farsi signor di Lituania, tolto in sua compagnia Dowmanto, genero dell'istesso, lo assaltarono mentre egli dormiva e, uccisolo insieme con Ruklam e Rzepikaza suoi figliuoli, si fece per forza di quel stato signore, l'anno milledoicento e sessantatre; e poco dopo, mosso dall'istessa ambizione di signoreggiare, uccise Towcivilo, duca di Polosco, suo fratello. Onde Voisalk, monaco secondo il lor rito rutenico, figliuolo di Mendog, per vendicar la morte del padre ammazzò l'anno seguente Stroinat e, di monaco fattosi di Lituania prencipe, infestò con spesse correrie la Polonia, la Massovia e i cruciferi; ma anco egli del milledoicento e sessantasette, essendo venuto in disparere con Leone, duca di Russia, per cagione d'alcune cittadi che egli in Russia si voleva usurpare, fu da lui ucciso in Varowsko, nel monasterio ruteno di Santo Michele. Fu questo Leone figliuolo di Danielle, già re di Russia, ed edificò la famosa città di Leopoli.
Essendo estinti per queste sedizioni i prencipi di Lituania, fu di comun volere de tutti quei popoli creato granduca di Lituania e di Samogizia Uteno, della casata dei Kitauri, qual descendeva anco essa dal sangue degli antiqui prencipi. Qual dopo l'aver fatte molte guerre con i Ruteni e con i cruciferi de Prussia uscí di vita lassando suo figliuolo Swiutoro del ducato erede, qual poco tempo sopravivendo al padre, nel qual dette però saggio di prencipe ottimo e prudente, morí, e successeli Germonte suo figliuolo, qual avendo anco in breve la sua vita finita, venne il prencipato in mano de Trahu figliuolo. Qual fu molto chiaro e in guerra e in pace, e fabricato un forte castello, qual sin ora dura, Trahy dal suo nome lo chiamò, e finalmente lassando cinque figliuoli leggittimi, Narimondo, Dowmante, Holsano, Giedruto e Troideno, uscí di questa vita glorioso per molte degne imprese. Sepolto Trahu con le solite ceremonie della patria, Narimondo suo figliuolo de piú tempo nel granducato gli successe, e portò la sua sede da Novogrodek in Kiernova; e Dowmant ebbe la signoria del castello Uciano; Giedrate un castello fabricò appresso un laco e dal suo nome Giedrat il nominò e ivi tenne la sede del suo prencipato, la posterità del quale in grosso numero sino a' tempi nostri dura, quali tutti godono di titolo di duca e per duchi si tengono; la giurisdizione de' quali, cominciando quattro miglia vicino a Vilna, metropoli di Lituania, si distende per ventisei miglia poloni. E molti di loro, quantunque poverissimi, che stanno al servizio d'altri ricchi signori, non vogliono però a patto alcuno esser privati del titolo di duca, anzi hanno molto per male quando altramente chiamati sono: e veramente essi dal sangue de' duchi de Lituania descendono, e portano l'arme antique di quel ducato, quali dicono che da' Romani portate vi furono. Ma tornando a l'ordine disegnato, Holza, quarto figliuolo di Trahu, passato il fiume Vilia si distese verso levante e giunto al fiume Horabla un castello vi fabricò e, dal suo nome Holsani chiamatolo, ivi fermò la sede del suo prencipato. Terminò la famiglia di questi duchi holsanensi in la persona de Paulo, episcopo di Vilna, predecessore di Valeriano, veramente reverendissimo presente episcopo di quella, e il ducato è riccaduto alla corona regia. Il quinto fratello, Troideno detto, ebbe la signoria degli Iatwingi, ove adesso è la Podlassia, e degli Doinowi, ove edificò la rocca detta Rarroda, appresso il fiume Biebra, la qual a' tempi nostri ancora dura.
Comandando a questi quattro fratelli per ragione di età Narimunte granduca di Lituania, e congiunte insieme le forze loro, infestavano con spesse correrie la Polonia, la Russia, la Massovia e la Prussia, e grandemente anco i cruciferi cosí di Livonia come di Prussia travagliavano. Nacque poi guerra civile tra Narimonte e Dowmante suo fratello, per averli esso rapita la moglie; e assediatolo in Ucziana, ove esso si era fatto forte, prese il castello, ricuperò la moglie e, privato Dowmante del ducato, lo cacciò fuor di quei paesi. Qual fuggendo in Pscovia fu da' Pscovensi per lor prencipe accettato, con le forze de' quali i Ruteni polecensi si soggiogò, avendo presa la città di Polozca. Vogliono gli annali de' Ruteni che Narimunte, granduca di Lituania, fosse primo autore dell'arma che ora i duchi nelle lor insegne portano, un cavalliere cioè sopra un bianco cavallo con la spada nuda sopra la testa in atto di dar la caccia a gente posta in fuga, onde è da lor detta volgarmente poggonia. Morendo poi Naremunte, fu Troideno suo fratello al granducato assunto, qual, defendendo con sommo valore i confini del suo stato dagli assalti de' Ruteni e de' cruciferi, governò con gran spavento de' circonvicini il suo prencipato. Ed essendoli nato un figliuolo d'una figlia del duca di Massovia, fu il putto battezzato, e fattosi grande si rese monaco secondo la setta de' Ruteni. L'anno poi milledoicento e settantaotto racolse Troideno i suoi Lituani e grosse bande de barbari ruteni alla somma di trentamila e piú, e in tre parti diviseli ne mandò una a' danni di Massovia; l'altre due nel paese di Culma contra cruciferi guidò e, avendo dato il guasto a una gran parte della Prussia a' cruciferi sottoposta e presi Burglam, Luba e Chelm, nobilissimi castelli, redusse l'esercito in Lituania carico di preda e con numero infinito de pregioni. E l'istesso anno la terra di Cuiavia, il castello Kowale e la città di Lancicia da' Lituani sacchegiate furono.
Fratanto Dowmante, prencipe di Pskovia e di Poloczo, tenendosi grandemente ingiuriato che Troideno, suo fratello e di età di lui minore, signoreggiasse il granducato di Lituania, corroppe con gran somma de dinari tre villani e mandolli ad ammazzare il fratello: quali avendolo appostato quando egli del bagno usciva l'assalirono e, prima che da' suoi potesse esser soccorso, crudelmente uccisero. Alla qual nuova corse subito Dowmante con le sue genti all'acquisto della Lituania, ma non ebbe il suo tradimento il fin da esso propostoli, perciochè Rimunte, figliuolo di Troideno, fattosi in un subito di monaco prencipe, lo venne con le forze di Lituania ad incontrare e rottoli e dissipate le sue genti lo tagliò nella battaglia a pezzi anco esso, vendicando egreggiamente l'ingiusta morte al padre data e facendoli le condegne esequie col sangue de chi tramata l'aveva. Dopo la qual vittoria, chiamata la dieta in Kiernova, renonciò a tutte le ragioni che nel granducato aveva e, sprezzando il terreno prencipato, si elesse di continuare nella vita monastica. E quantunque fossero ancor vivi doi fratelli di suo padre, il duca di Giedra e quello di Nalsa, a' quali per ragione d'eredità quel ducato perveniva, dissuase la dieta dal dar la signoria ad alcun di loro, allegando quelli esser troppo gioveni e mal atti a quel governo, e ch'avendo suo cio Narimunte di felice memoria dato per insegna a quel ducato un uom armato a cavallo con la spada impugnata, bisognava eleggere un prencipe che con i fatti respondesse a quella impresa: e propose e ottenne che quel prencipato dato fosse a Vittenen samogita, dall'illustre famiglia dei Kitauri, descendente da romani prencipi, uomo strenuo e magnanimo e del qual gran cose si speravano.
L'anno milledocento e settantanuove della natività dell'incarnato Verbo fu Vittenen di comune consentimento de tutti salutato di Lituania prencipe, qual dominò gran parte anco della Russia e molte guerre fece con i Poloni suoi confinanti e con i duchi della Russia. Dell'ottantadoi passò nel territorio di Lublin con grosso esercito di Lituani e di Iaczvingi, e avendovi fatta grossa preda, mentre sicuro riconduce le genti in Littuania assalito fu da Lesco il Negro, il quale in Lublin da una angelica visione a questa impresa era stato esortato e inanimato, ch'avendolo tra il Narrew e il Nemen colto sprovisto e fuor d'ogni pensiero d'esser assalito da' nemici, e perciò senza guardia alcuna, quantunque con numero assai minore de soldati lo ruppe e uccise diecimila barbari, riportandone oltre la vittoria molte onorate spoglie. Per memoria della qual gloriosa vittoria edificò Lesco in Lublin una chiesa parochiale, a san Michele Arcangelo dedicandola, nel giorno della cui festa de' suoi nemici vittorioso era restato. Del milledoicentoottantasei uno de' duchi di Lituania, chiamato Peluso, tenendosi offeso da' prencipi di Lituania andò secrettamente a trovare Alberto Missen, comendatore in Orugsberg, e fattosi dare venti cavallieri teutonici, tra' quali erano de piú nome Martino Golin e Conrado Twil cruciferi, venne occultamente dove si facevano banchetti per certe nozze tra molti prencipi lituani, e assalitili di notte mentre essi dormivano, settanta n'uccisero oltra molta altra turba de' convitati, e fatto pregione il sposo, la sposa con molte matrone e donzelle, carico di preziose vesti e perle per onorar le nozze e per la dote ivi portate, a salvamento in Konigsber si condusse. E del milleottantasette i Lituani, i Pruteni e i Samogiti, passati ascosamente nel territorio drobrzinense, entrarono una domenica mattina, mentre era il popolo occupato in chiesa ne' divini officii, in Dobrzin, città prencipale, e, uccisi i vecchi e i fantolini lattanti, menarono tutti gli altri in misera servitú dopo l'avere tutto 'l paese saccheggiato. E indi a doi anni, raccoltosi intorno a ottomila Lituani, fecero una correria nel territorio sambiense di Prussia, e abbrucciate molte ville, uccise assai persone e menato via grosso bottino, salvi a casa lor ne ritornarono, non avendo auto animo i cruciferi d'affrontarsi con loro, ma solo cosí dalla luntana travagliandoli li tolsero da cinquanta persone.
Del nonantauno poi i cruciferi prussiensi dettero il guasto alla Lituania e, avendone amazzati molti, settecento ne condussero pregioni. Né passò troppo che il comendatore di Konigsberg prese il castello Mederabe, in Lituania posto; e Memer, gran mastro della Prussia, assaltando con grosso esercito la Lituania mise a fuoco e in cenere redusse Pastonw e Gersonv, e carico di preda a casa ritornassene. Pochi giorni dopo Vitenen, duca di Lituania, entrato come nemico nel territorio di Cuiavia fece grand'uccisione intorno alla città di Brzescia e, gran numero di pregioni e grossa preda fattavi, salvo ritornò ne' suoi paesi; quantunque Vladislao Loktek e Casimiro di Cuiavia e di Lancicia duchi e il mastro di Prussia Menhardo li fossero con le lor genti sopra, non glilo puotero vietare, anzi senza far cosa alcuna memorabile furon astretti indietro a ritornare. L'anno del nonantatre Conrado Stange, commendator di Ragneta, espugnò intorno alla festa di san Iacomo Miendege, castello di Lituania, e avendovi uccisi molti Lituani assai piú ne menò pregioni; e il duca Vitenen, messi insieme assai Lituani e Ruteni, per ottanta giorni andò scorrendo la Prussia e a sacco mettendola. E l'anno seguente, fatta una squadra di mille e ottocento cavalli e facendo il viaggio secretamente per le selve e per i boschi, entrò all'improvisa in Lancicia dopo la festa delle Pentecoste, e fatto empito nella chiesa catedrale, ove la maggior parte del popolo come in luoco piú sicuro era fugita, ne uccise un numero grandissimo. E fatti prigioni gli altri insieme con i prelati, canonici e sacerdoti, mise a sacco la chiesa, levandone i vasi, le vestimenta e altre cose al divino culto consecrate; né potendo aver cosí facilmente come egli voluto averebbe molti che sopra la chiesa eran saliti, fece accendere il fuoco in tutte le case ad essa vicine, onde restaron tutti dal gran calore e folto fumo soffocati. Voltatosi poi contra le ville, ne cavò preda grandissima d'ogni sorte di bestiame e d'altre cose.
Casimiro, raccolti quanti soldati egli puoté in quella pressa, lo andò valorosamente ad assalire per ricuperare la preda e i pregioni e delle recevute ingiurie vendicarsi; e affrontatosi seco nella villa di Troianow, appresso la città Subaczow, con forze assai minori, fu dalla moltitudine de' Lituani soprafatto e intrepidamente combattendo ucciso e i suoi, morto lui, fur rotti, uccisi e fatti pregioni. Dopo la qual vittoria dividendo il duca i pregioni tra' soldati del suo esercito, fu cosa degna da notare che a ciaschedun soldato lituano vinti Poloni in parte toccarono. E l'anno istesso Meinhardo, gran mastro della Prussia, dette il guasto a doi territorii della Lituania, a quello di Pastonv e a quello di Gierscow; e il comendator de Ragneta prese e abbrusciò Keinul, castello de' Lituani. E del nonantasei, entrato Vitenen nel territorio di Culma e in quello di Colubia, nell'uno e nell'altro luoco gran danni fece, e indi guidò le sue genti in Livonia e misela tutta a ferro e a fuoco. Del nonantaotto ruinarono i Lituani il castello Strasburg, nel tener di Culma posto, ed essendo nel ritorno da' cruciferi assaliti convennero a forza lassar parte dell'acquistata preda. E l'anno seguente fecero seicento Lituani una correria nella Prussia, mettendo a ferro e a fuoco per tutto ove passavano, e maggior danno che in altro luoco nel distretto di Natangia fecero; e avendone in ogni luoco uccisi molti, trecento Teutoni menaron pregioni.
Aveva il duca Vitenen un mastro di stalla Gedimino chiamato, uomo ambizioso e di grand'animo, qual desiderando di farsi signore, presa sicura occasione, il suo signor uccise, e presa la duchessa in moglie, la quale alla morte del marito consentito aveva, si fece del ducato anco patrone: e tal fu il fine del duca Vitenen. Tutti gli istorici degni di fede questa cosa affermano, solo i Ruteni vogliono che questo Gedimino fosse di Vitenen figliuolo e che legitimamente nel ducato li succedesse.
L'anno di Cristo nato mille e trecento essendosi Gedimino, nel modo detto di sopra, fatto del granducato di Lituania signore, aggrandí molto il suo stato, avendo parte per forza parte d'accordo tirati assai luochi della Prussia sotto la sua giurisdizione. E mentre egli strenuamente il suo stato governa e felicemente da' Poloni e da' Prussi lo diffende, i cruciferi prussiensi e quelli di Livonia, fatta liga insieme e condotti grossi aiuti di Germania, come nemici nella Samogizia entrarono e rovinando quanto essi incontravano posero l'assedio alla fortezza di Kunosow e, avendola molti giorni battuta, con un gagliardo assalto se ne impatronirono, facendovi pregione Gastaldo, capitan general de' Lituani: col favor dalla qual vittoria tutta la Samogizia sotto al lor dominio venne. Onde l'anno seguente, volendo Gedimino vendicarse delle receute ingiurie e de' danni nella Samogizia patiti, scrisse un potente esercito de Lituani e, condotti in suo aiuto molte bande de Tartari e de Russi, contra i cruciferi e contra suoi collegati lo condusse. E affrontatosi con essi una mattina nel levar del sole appresso il fiume Okmiena, durò il sanguinoso conflitto sino a mezogiorno, sin che la banda de' Samogiti, in mezo al furor della battaglia abbandonando i cruciferi, dalla banda de' Lituani passarono e le forze de Gedimino molto accrescettero. Il qual col favor di questi (avendo anco i suoi preso grande animo) urtò sí fieramente ne' sbigotiti nemici che li ruppe, tagliò a pezzi e mise in fuga, nella qual molti Germani con i lor commendatori uccisi furono e altri presi, che a Gedimino furono appresentati. Servisse egli del favore di questa vittoria, ed entrato nella Prussia prese Ragneta e Cilza, città de' nemici, e avendo a molti altri luochi dato il guasto, trionfante e carico di spoglie ritornò le sue genti alle lor patrie, avendo anco recuperata tutta la Samogizia e scacciatone affatto tutti i presidii de' cruciferi. E continuando felicemente questa guerra, del milletrecento e quattro mossosi contra i prencipi di Russia tagliò a pezzi Volodimiro, duca di Volhinia, con le sue genti, e la città Voledimira prese; e voltatosi contra Leone, duca di Luca, lo fece fuggire e occupò Luczkum e fecesi da tutta la Volhinia signore; dopo le quali imprese menò l'esercito in Brestia alle stanze e delle passate fatiche ricreollo.
E ricrescendoli poi lo star in ozio rinforzò l'esercito de piú gente e si mosse contra Stanislao, prencipe di Chiovia, e dopo l'aver espugnati doi castelli, Vraczaio e Zitomira, s'incontrò in esso Stanislao, ch'avendo congiunte le sue forze con quelle di Leone, prencipe lucense, di Romano branscense e d'Ula preslaviense, lo venivano unitamente a ritrovare. E fatto con essi un sanguinoso fatto d'arme li roppe, con la morte del prencipe lucense e di quello di Preslavia, essendosi Stanislao e Romano con la fuga salvati. Per la qual vittoria inalzatosi Gedimino a speranza di cose maggiori, adentro nel paese nemico si cacciò, e presa Bialigrodek e Kiovia, mettropoli allor della Russia, Cercasso, Kaniomia e Putvilla, passò per settanta miglia oltra Kiovia ed ebbe, parte d'accordo parte a forza, Slempowrato, Bransko e Pereslavia; e fattosi signore di quasi tutta la Russia, Severia e Volhinia ritornò trionfante in Lituania. Essendo poi un giorno andato Gedimino alla caccia fuor di Kiernova ed essendo scorso per cinque miglia oltre il fiume Vilia, trovò un luoco per sito e per natura fortissimo, e piacendoli grandemente vi fabricò sopra una fortezza, e appresso a quella una città che da lui fu Troko nominata, ove da Kiernova la sedia del granducato trasportò.
Dell'anno trecento e cinque oltra il millesimo, essendo andato alla caccia verso levante, molte fiere trovò ove la Vilna con la Vilia si miscia, e ivi nel monte allora Krzywagora e ora Turzagoria over Lissa, cioè Calvo, detto uccise di sua mano un'ura, qual è una fiera molto grande; e stracco dalla caccia, essendo la notte sopragiunta, in quelli monti si pose a dormire. E mentre egli riposa, li parve in sonno di vedere in quel luoco un gran lupo di ferro che fortemente urlava, nel cui ventre rugivano altri cento lupi; e dal sonno destatosi racontò l'insonio alla sua guardia e a' suoi cortegiani, che da diversi diversamente interpretato fu, ma Lezdzieiko, sacerdote de' suoi dei (qual dicono che fu in un nido d'aquila trovato) e che era molto perito nelli augurii e nel predire le cose future, interpretò i secreti di questo insonio a questo modo. "Il lupo di ferro, - disse egli, - che ruggiva significa una città forte, famosa e nobile, e i lupi che in esso rugivano la gran moltitudine de' popoli che in essa sono per essere; onde, o signore, io ti consiglio che tu in questo loco debbi una terra e una rocca edificare". Fu da Gedimino molto onorato questo sacerdote per la eccellenzia della sua virtú e Radiwil quasi consigliero dello edificare Vilna chiamato; i discendenti del quale, uomini di gran valore e in pace e in guerra, si mostrano sino a' tempi nostri in servizio della cristianità esser dotati d'animo generoso e d'ingegno prestantissimo. Mosso Gedimino dal savio consiglio di Lezdzieiko fece subbito doi torre edificare, una in cima al soprascritto monte e l'altra nella sottoposta a lui pianura, appresso alle quale comandò si fabricasse una grossa cittade, la qual Vilna dal fiume che appresso li passa nominò; e transferendo la ducal sede da Trochi in questo luoco, felicemente avendo dilatati i suoi confini governava il suo prencipato.
Successero l'anno seguente alcune discordie nel regno di Polonia: dalle quali presa occasione i Lituani, passando occultamente per i boschi e per luochi senza strada, si condussero nella maggior Polonia e, presi e abbrusciati i castelli Kalis e Stanisino con le ville loro, vi uccisero tutti i vecchi e tutti i puttini, menando pregioni in Lituania tutta l'altra turba de l'uno e dell'altro sesso. E l'anno medesimo Enrico de Pleczko sassone, mastro de Prussia, essendosi abbatuto in un tempo scuro per molta nebbia, assaltò all'improvisa e prese nella Samogizia il castello Gartin, fortificato con presidio de Lituani, quali da' suoi Teutoni uccisi tutti furono. E giungendo di continuo molti forestieri di Germania in aiuto de' Pruteni, mossero un'altra guerra a' Lituani, e avendo spogliato il territorio di Karssovin menarono in Prussia numero grande de pregioni. Del milletrecento e sette entrarono i Lituani il giorno della festa di san Gallo nel territorio di Syradia e di Kalissia, ove grossa preda fecero; avendo col ferro e col fuoco molti danni fatto, si retirarono con prestezza in Lituania. L'anno che a questo successe Olgerdo, figliuolo di Gedimino, entrato con Lituani nella Prussia vi fece molto danno e ne cavò una preda grossissima. Ed era questa una cosa ordinaria, che i Lituani e i cruciferi di Prussia spesse volte s'andavano l'uno l'altro dannegiando. L'anno seguente poi passò l'istesso Olgerdo, quasi sotto carnevale, con tutte le sue genti nella Prussia e la ridusse per la maggior parte in ruina, e in Lituania ritornò con cinquecento pregioni; di che vendetta facendo i cruciferi desolarono all'incontro tutta la Samogizia, e fur da' Lituani le lor provincie desolate. Dell'undeci poi assediarono con un numeroso esercito i Samogiti Ragneta, e avendola lungo tempo combattuta, né potendola prendere, dato il guasto alle lor biade e il tutto all'intorno saccheggiato in Samogizia ritornarono. Ma Olgerdo, seguitando l'impresa de' Samogiti, pose l'assedio intorno a Trismemel, e per dicessette giorni continui gagliardamente lo combattete; e venendo doicento soldati da Enrico, mastro de' Prussi, per soccorso di quel luoco, li mise essi tutti a fil di spada.
Del milletrecento e venti Enrico, marscalco di Prussia, condusse un ben instrutto esercito a' danni de' Lituani, quali accompagnati con i Samogiti presero un passo cattivo per dove nel ritorno bisognava a' cruciferi passare, e tagliati molti grossi arbori e attraversatili per la strada, piú difficile da passar lo resero. E indi messosi in aguaiti aspettavano che i nemici giungessero, quali non sapendo di questo cosa alcuna securi verso la patria ritornavano; e avvicinatisi alle preparate insidie, fur da' Lituani con avantaggio tale assaliti che tutti vi restaron morti, senza che pur uno n'avanzasse da portar la nuova. Andarono indi i Lituani nel territorio di Dobrzin e, abbrusciata la cittade, carichi di preda a casa ritornarono. E di là a doi anni rovinarono i Lituani in Livonia l'episcopato derptense, di dove menarono in Lituania cinquemila pregioni. E in mezo a freddi crudeli del medesimo anno David, capitano de Gartin, lituano, fece una correria nella Livonia sino a Ravalia, e abbrusciate le chiese, tolti i vasi sacri, tornò in Lituania seco menando seimila pregioni e quantità grande di spoglie; e nell'istesso tempo un'altra banda di Lituani e di Samogiti presero la città di Memel con tre castelli ad essa vicini. E indi entrati nel distretto di Vilow, nella Prussia, tagliarono a pezzi il commendator di Capiow con l'esercito de' Teutoni che egli gli avea contra menato; e David di Gartin, cacciatosi nella Massovia, li dette il guasto abbrusciandovi molti castelli e ville.
L'anno milletrecento e ventitre, mossisi secretamente, i Lituani assaltarono nella Polonia la città dobrzinense e presala l'abbrusciarono, menandone via novemila captivi. E David de Gartin l'anno seguente dette il guasto alla Massovia, entratovi dalla banda di Polovska di ordine del duca Gedimino, e avendo abbrusciate trenta ville e rovinate trenta chiese parochiali, quattromila pregioni in Lituania condusse; e un altro esercito de Lituani fece una correria nella Livonia e in molti luochi gran danni vi fece. L'anno milletrecento e venticinque dette il duca Gedimino Anna, sua figlia, in moglie al duca Casimiro, del re di Polonia Vladislao figliuolo, consignandoli in luoco di dote tutti i Poloni che nel suo granducato eran pregioni; per il qual matrimonio successe la desiderata pace tra Poloni e Lituani. Gedimino dopo, mentre valorosamente assalta il castello Fridburg, che i cruciferi in Samogizia fabricato avevano, fu da un crucifero, valent'uomo in tirar d'arco, con una frezza nella qual era fuoco artificiato nella schiena ferito e di vita cavato.
Ebbe questo prencipe sette figliuoli della moglie di Vitenen suo signore, ucciso da lui: Montivido o Monivido, Narimondo, Olgerdo, Iawnuto, Keistuto, Koriato e Lubarto; e oltra di questi ebbe anco alquante figlie, una delle quali abbiamo già detto che fu maritata nel re di Polonia Casimiro. Divise egli mentre viveva il suo stato a' suoi figliuoli, consignando a Munivido, de piú età, le città di Kiernovia e di Slonimo con le lor provincie; a Narimundo Pinsko, col suo distretto, da' Russi o con la forza o d'accordo acquistato; ad Olgerdo Krewo; a Keistuto Troki; a Kuriato la città di Novogrodek col suo territorio; e a Iawnuto (qual piú che tutti gli altri suoi figliuoli amava) dette la città di Vilna e la summa de tutto l'imperio. Toccò a Lubato nella Russia il ducato di Volodimira, perciochè, avendo questo preso per moglie la russa figliuola del duca di Volodimira, ed essendo al socero restato erede, non ebbe parte alcuna nel paterno stato. Olgerdo e Keistuto grandemente si amarono, ed essendo per natura d'ingegno molto nobile li spiaceva che Iawnutio, uomo da niente, fosse del prencipato restato signore. Onde dopo la morte del padre si consigliarono di torli il prencipato e di Vilna scacciarlo, e, messo l'ordine, determinaro il giorno da metterlo in esecuzione. Aveva Olgerdo nella Russia il ducato viteuscense, avendo in moglie una unica figliuola del signor di quei paesi; ove essendo egli andato per alcune facende, non puoté esser il destinato giorno in Vilna. All'incontro Keistuto, per adempir quanto ordinato si era, entrò all'improviso con le sue genti in Vilna e, fattosi patrone dell'una e dell'altra rocca, fece cercare di Iawnuto, che in quel rumore fuggito era ne' boschi; e trovatolo e fattolo in Vilna condurre, lo cacciò pregione. Venne poco dopo Olgerdo di Russia, e col fratello Keistuto abboccatosi, nacque tra loro un notabile contrasto, perciochè Keistuto cedeva il prencipato ad Olgerdo per esser di maggior etade, e Olgerdo voleva che lui fosse signore, poi che e la fortuna e la propria virtú l'avean nelle sue man fatto cascare. Finalmente dopo molte cortese dispute si convennero di cavare il fratello Iawonuto di pregione e tra lor doi divider tutto il stato, restando però Vilna e la suprema autorità in man di Olgerdo, fratello de piú tempo; e che nissuno entrasse nella giurisdizione dell'altro, ma che ciascuno la sua parte governasse; e se per l'avvenire acquistassero con guerra o in altro modo altri paesi, de dividerli equalmente tra loro. Le qual condizioni furon da essi con giuramento confirmate; indi, cavato il fratello de prigione, per misericordia fraterna il ducato zaslaviense li concessero.


Olgerdo prencipe di Lituania.

Olgerdo, avendo sotto Iawnutio col mezo di Keistato ottenuto il prencipato, fece molte guerre con i Livoni e con i cruciferi di Prussia suoi finitimi, variando la fortuna or per l'uno or per gli altri. E dell'anno milletrecento e ventisette un potente esercito di Lituani e di Russi entrò come nemico nella Prussia e l'andò in gran parte danneggiando, e prese ch'ebbe molte fortezze e ammazzati molti Teutoni in vendetta del da loro ucciso suo padre Gedimino, ricondusse l'esercito in Lituania carico di preda, non avendo mai auto ardire i cruciferi in luoco alcuno d'opponerseli o di venire con esso a battaglia. E indi passato con sommo silenzio nella Nuova Marca, l'andò tutta scorrendo sino a Franford, e tutto quel paese che giace appresso l'Odera fiume liberamente a sacco mise. Dette poi una rotta a tre prencipi de' Tartari, fratelli tra loro, Kutlubacho, Zacbeio e Dmeitro, e scacciolli fuor della Podolia. Demetrio Iwanowicz, granduca di Moscovia, insuperbito per la sua gran possanza, mandò a minacciare Olgerdo che egli fra il termine d'un mese voleva alle sue provincie dar il guasto e che per le feste di Pasqua lo voleva col ferro e col fuoco venire in Vilna a ritrovare. Si ritrovava alora Olgerdo in Vitebska, che intesa questa imbasciata li mandò una facella accesa, altieramente avertendolo che prima che quella si smorzasse egli entraria potentissimo in Moscovia e la sua lancia nelle mura della fortezza di quel duca cacciarebbe. E con somma prestezza raccolte le sue genti da guerra, a lunghe giornate entrò nella Moscovia e, assediata strettamente la città ducale, astrense quel tiranno ad abboccarsi seco e a domandar la pace; qual datali secondo il suo desio, spense il cavallo e secondo avea promesso la lancia nelle mura di Moscovia ruppe. Con la qual pace avendo allargato molto i confini del suo stato, col passar sei miglia di là dal Mozaisko e col avicinarsi a Moscovia miglia dodeci, trionfante in Lituania ritornò; e indi quasi tutta la Russia al suo dominio sottopose, a' prencipi della quale soleano già i Lituani tributo pagare.
Ebbe Olgerdo di Maria sua moglie e figlia del duca thwerense, dodeci figliuoli: Iagelone (che fu poi re di Polonia), Skiergelone, Boriso, Coributo, Vigundo, Korigelone, Narimundo, Languino, Lubarto, Andrea e Burano. Tra' quali Iagelone era piú che gli altri tutti da suo padre amato, perciochè esso e di effigie e di virtú e di grandezza d'animo piú de tutti lo somigliava; e con consenso di Keistuto, suo fratello, fu da lui dechiarato del prencipato erede. Ebbe anco Keistuto sei figliuoli: Vitoldo, Patricio, Totivilo, Sigismondo, Voijdato e Dowgato; e amando egli per il suo bello ingegno e animo Vitoldo, lo designò suo successore. Tra questi doi cugini Iagelone e Vitoldo era una stretta amorevolezza e amicizia.


Iagielo prencipe di Lituania.

L'anno del Signore milletrecento e ottantauno, essendo morto Olgerdo, Iagielo col favor di Keistuto suo cio ebbe il paterno dominio. Fece con vario evento molte guerre con Ruteni, con Poloni e con i cruciferi di Livonia e di Prussia. Era nella corte di Iagielo un certo Voijdilo, uomo di schiatta de villani e bassa, ma sopra modo astuto; qual avendo da prima servito Olgerdo per pistore, e conosciuto da lui per uomo di buon ingegno, lo fece suo cubiculario e indi suo coppiero, e favorendolo la fortuna ascese al grado del piú intimo secretario che egli avesse, e tale si mantenne sinchè Olgerdo visse. E Iagiello, non lo tenendo manco caro di quello che al padre fosse stato e stimandolo molto, una sua sorella per moglie li dette; la qual cosa a suo cio Keistuto grandemente dispiacque. Di che Voijdilo accortosi, entrò in sospetto di correre qualche pericolo nell'autorità e nella grazia del prencipe, e per rimediarvi cominciò falsamente a biasmare Keistuto appresso Iagielo, e fece sí co' suoi falsi consigli che mosse il giovene a far secretamente lega con i cruciferi di Prussia contra Keistuto suo cio. Fu di questa lega Keistuto avisato da un crucifero commendatore hosterodense, qual gli avea dal sacro fonte levata una sua figlia, a Giovanni duca di Massovia maritata. E volendosene egli risentire, fu da Vitoldo suo figliuolo, che il cio appresso lui scusava, acquietato. Ma poco dopo, essendosi Iagielo scoperto suo nemico col mover guerra ai Ruteni polocensi, che erano da Andrea suo figliuolo governati, e col menar nel suo campo grosse bande di Livoni dal gran mastro di Livonia mandateli, remosse Keistuto ogni dubbio e venne con le sue genti a Vilna; e fattosene al primo assalto patrone, fece venire Vitoldo suo figlio e mostrolli le testimonianze vere della lega contra lui fatta tra Iagiello e i cruciferi. Ma amandolo lui, come si disse, caramente, operò tanto con il padre che, tolta solo Vilna a Iagielo, li concesse che potesse godere Kreva, suo patrimonio, e Vitepska, che per dote della madre a lui toccava. Indi preso Voijdilo, di tutti questi mali caggione, per la gola lo fece appiccare.
Non passò troppo che, essendo andato Keistuto in Russia per castigare Coributo suo ribello, mentre egli combatteva Novogradia severiense, Iagielo non solo ebbe per tradimento la città di Vilna ma anco, posto l'assedio a Troko, ne divenne a patti patrone. Per lo che, apparecchiando Keistuto le sue genti de Samogiti e di Ruteni per andar contra il nepote, mise ancor egli in compagna un esercito grosso di Prussi e di cruciferi livoni: voleva quello ricuperare Troko e questo mantenerselo. Ma essendo questi due potenti eserciti venuti a vista uno dell'altro, prima che al fatto d'arme venissero, mandò Iagiello suo fratello Skergelone ad invitare Keistuto e Vitoldo suo figliuolo ad abboccarsi insieme; al qual parlamento essendo essi senza alcun sospetto venuti, fur da Iagiello fatti pregioni, che, messo Keistuto in catena, lo mandò a Kreva e in pregione soffocar lo fece. E Vitoldo tenne in Vilna lungo tempo pregione, né mai ebbero forza le preghiere de' baroni lituani, del gran mastro de' cruciferi di Prussia suo collegato, né quelle de' fratelli e de' suoi cii di farlo di pregione liberare; anzi ordinò che in Kreva condotto fosse e ivi fatto morire. Dalla qual morte dalla moglie liberato fu, perciochè, avendo essa libertà d'andarlo in pregione a visitare, una notte lo fece vestire de' drappi d'una sua damigella, e cosí stravestito lo condusse fuori, restando facilmente i guardiani ingannati per esser egli giovenetto sbarbato. Liberato che egli fu, andò subito a trovare Giovanni, duca di Massovia, suo parente, e indi a' cruciferi di Prussia passò, a lor raccommandandosi. Da' quali fu prima ripreso che egli cercasse la lor amicizia, ora che dalla necessità era sforzato, e poi benignamente lo consolarono e l'esortarono ad aver buona speranza. E subito unitisi i cruciferi con i Samogiti, che grandemente Vitoldo favorivano, e fatto empito nella Lituania, presero Troki e la fortificaro con grosso presidio; ma tornando Iagiello di Russia, ove si trovava alora, riprese quel luoco e scaccionne i nemici. Finalmente, richiamando Iagiello per suoi internuncii Vitoldo in Lituania e con lui pacificatosi, lo fece signore di Grodna, di Breste, di Drohicino, di Mielnik, di Bielsk, di Suraso, di Camenez e di Wolkowisko con lor territorii, facendosi promettere e giurare obedienza e vasallaggio, e tra l'altre cose di non mandar ambasciatori in luoco alcuno senza sua saputa. Gli annali di Lituania vogliono che oltra le predette città li fossero da Iagiello dati nella Russia anco i ducati di Volhinia e di Podolia.
Poco dopo, mancando il regno di Polonia per la morte di Ludovico, re degli Ungari, fu Iagielo con alcune condizioni (come nella descrizione di Polonia si vede) da' Poloni a quel regno chiamato, e alli quattordeci di febraro del milletrecentoottantasei insieme con i fratelli e con i suoi cugini in Cracovia, metropoli di Polonia, battizato fu; e il giorno istesso matrimonio contrasse con Hedvige, unica erede del regno e di Ludovico re degli Ungari e de' Poloni figlia, e per molti giorni si attese in quella corte a giuochi e a solazzi. Nel qual tempo Conrado Zelner, gran mastro de' cruciferi di Prussia, vedendo esser la Lituania senza i suoi signori, che erano andati tutti queste nozze ad onorare, congiunse le forze col gran mastro di Livonia e andolla da doi bande ad assalire, e col ferro e col fuoco in molte sue parti il guasto li dette. E presa in Russia Lucomlia, luoco forte, vi lasciò in guardia Andrea, di Iagiello fratello, qual in Russia si era fatto cristiano e il quale questa espedizione procurata aveva, al qual anco i Polocensi d'accordo si dettero. E nell'istesso tempo Swatoslao, duca di Smolenco, entrato nella Russia, il territorio di Vitepsko e d'Orsha a sacco mise e per forza Mscilavia prese. Le qual cose intese ch'ebbe Iagielo, inviò subbito Skiergelone e Vitoldo con i Lituani e con i Poloni volontarii in Lituania. Quali accelerando il viaggio non poterono però giungere l'esercito di cruciferi, che già di Lituania era partito; ma ricuperarono di subbito Lucomlia, e d'indi in Misczlavia andati con poca fatica di tutto quel paese patroni si fecero, amazandovi Svatoslao che occupato l'aveva; e recuperata anco Polocza, castigarono quelli che l'avean data a' nemici. Ed essendo in questa impresa restato pregione Andrea, fratello del re, che de tutti questi rumori stato era cagione, fu di commissione del re tenuto serrato tre anni pregione nel castello dheczinense di Polonia, di dove fu poi finalmente liberato a instanzia de Vitoldo suo cugino e degli altri suoi fratelli. Ne resta ora a dire in che maniera i popoli di Lituania insieme con i lor duchi alla cristiana fede venissero e alcune altre cose a' Lituani appartenenti.


Dell'antiqua religione de' Lituani.

Fu la gente lituanica e samogitica dedita al culto di molti dei, o piú tosto demonii, sino al tempo di Iagielo Vladislao, che di duca di quei paesi fu alla corona di Polonia assunto, e del quale diffusamente ragionato abbiamo nella descrizione de' re di Polonia. E piú d'ogni altro erano questi popoli dedicati ad adorare il fuoco, da essi in lengua loro znicz, come è dire cosa sacra, chiamavano; e lo mantenevano ne' piú onorati luochi della città perpetuamente acceso, avendoli solenni sacerdoti e ministri consecrati, e se per colpa loro il fuoco si smorzava erano puniti di pena capitale. Conservavano in Vilna, metropoli di Lituania, questo fuoco in mezo la cittadella, nel luoco ove adesso drizzata è la bella chiesa di Santo Stanislao. Tenevano anco e adoravano per dio il fulmine, o vogliam dir saetta, che peruno in lengua slavica si chiama; onoravano di adorazione di latria i boschi e gli arbori in essi di maggior grandezza, di sorte che era tenuto gran sceleragine il violarli o con ferro o con altra sorte d'ingiuria. La qual cosa se da qualche Lituano, osservatore dell'istessa religione, fatto era, cioè si egli a modo alcuno offendeva qualche arbore overo il fuoco, era subbito da' diavoli o amazzato o stroppiato di qualche membro. E quando vedevano il sole oscurarsi per cagione delle nubi, stimavano che egli con loro corrocciato fosse, e per placarlo ad esso si avvodavano. Credevano anco che le vipere e serpenti fosser dei, e ciascuno padre di famiglia cittadino, contadino e ciascun nobile tenevano in casa loro un serpente, quali in luoco degli dei penati e famigliari adoravano, offerendoli latte e galli. Ed era cosa di cattivo annuncio e perniciosa riputata a tutta la famiglia il violare o disonorare in alcun modo o non tener in casa e accarezare alcuna di queste fiere e venenose bestie, perciochè questi tali overo de tutti i lor beni privati erano, overo con crudelissimi tormenti erano uccisi. Era poi tra loro ogni anno un sacrificio solenne qual nel principio d'ottobre, dopo fatto il raccolto, essi facevano, al quale si reducevano con le moglie, figliuoli e servi, e per tre giorni attendevano sontuosamente a banchetti, mangiando quello che a' lor dei sacrificato avevano; la qual cerimonia in Samogizia, Lituania e in alcuni luochi della Russia da' vilani ancor si osserva, come di sotto al suo luoco si dirà.
Quando essi vittoriosi dalle guerre tornavano, parte della preda e uno de' piú degni pregioni ch'avessero in vece di vittima al fuoco donavano. Abbrusciavano i corpi de' morti con quelli ornamenti de' quali il morto, mentre viveva, sapevano essersi dilettato, con i cavalli e arme, doi cani da caccia e un falcone, e solevano anco con il corpo di qualche grand'uomo abbrusciare vivo il piú caro e fidel servitore che egli avesse avuto, e per questo grandissimi presenti agli amici del servo e a' parenti facevano. Facevano l'esequie in torno a' sepulcri de' lor passati spargendovi sopra late, miele e cervosa e a suono di piva e di timpano molti balli facendovi; qual costume ancora da' contadini si mantiene nelle parti di Samogizia che con la Curlandia confinano. Quali errori e vane superstizioni furono da Iagiello tolte via dopo che egli si congiunse in matrimonio con Hedvige, del regno di Polonia unica erede, come di sopra appare ove de' regi di Polonia si tratta. Perciochè egli, assettate ch'ebbe le cose di Polonia, non potendo patire che la Littania sua patria stesse piú persa nel servire a' demonii, comandò una dieta generale in Vilna, metropoli di Lituania, per il principio di quadragesima dell'anno milletrecentoottantasette, alla quale vi si condusse egli con la regina Hedvige, da grandissimo numero di baroni e di nobili poloni accompagnato, menando seco l'arcivescovo di Gnezna e molti sacerdoti e altre devote persone. Ve lo accompagnarono anco Semovito e Giovanni di Massovia e Conrado di Olesnicia duchi. Vennero a questa dieta Skergelo di Troko, Vitoldo di Grodna, Volodimira di Kiovia e Coributo di Novogrod duchi, del re Iagielo fratelli, con una moltitudine infinita di cavallieri e di popolo minuto. Fu in questo luoco diligentemente trattato che i popoli, renonciando alle vani superstizioni e al culto degli falsi dei, la cristiana fede accettassero, affaticandosi in persuaderli questa cosa piú d'ogni altri il proprio re, non solo col esortare e gran premii promettere, ma anco insegnando, non potendo ciò fare i sacerdoti poloni per non aver la lengua littuana. Ma quella barbara gente difficilmente si poteva indurare a lassare quella religione che per tanti anni da' suoi antichi era stata osservata, sinchè, essendo di comandamento del re smorzato il fuoco sacro e gettato per terra il suo tempio e altare, qual era in Vilna ove ora è la chiesa di Santo Stanislao, i serpenti uccisi, tagliati i boschi e gli arbori sacrati senza alcuna offesa di Poloni che queste cose facevano, si ritrovarono i Lituani in tutto stupidi e maravegliati, perciochè dicevano essi: "A che modo i nostri dei perdonano tanta ingiuria a questi ribaldi cristiani poloni e si lassano cosí bruttamente offendere con le scelerate lor mani, essendo che qual di noi questo facesse da lor sarebbe subitamente ucciso?" E seguitando pur i Poloni senza esser punto offesi in destrugere i tempii e statue di quei falsi dei, conobbero gran parte de' Lituani la falsità della lor religione e, rendendosi facili ad obedire il lor signore, vennero in grandissima quantità al sacro battesmo, che furon tutti di vesti bianche di lana vestiti quali per questo effetto dal re eran di Polonia state portate. Ed essendo troppo gran fatica battizarli tutti ad uno ad uno, fu questo onore fatto solo alli piú nobili; e il volgo partito in diverse turme fur da' sacerdoti, aspergendoli di acqua benedetta e imponendo a ciascuna turma un nome o di donna o di omo, battizato in nome del Padre, del Figliuolo e del Spirito Santo, e a questo modo in un giorno ne fur battizati trentamila, non computando tra questi i piú nobili né quelli che in Polonia col re s'eran cristiani fatti; dal qual tempo sono sempre i Lituani stati saldi nella cristiana fede.


Skergelo prencipe di Lituania.

Accettata ch'ebbero i Lituani la lege di Cristo, volendo Iagielo in Polonia tornare, investí Skergelone suo fratello del ducato di Lituania e al governo di quello lassollo. Onde Vitoldo, signor d'animo grande, sdegnandosi e avendo per indegnità di dover obedire a uno uomo peggiore di sé e di nissun valore, fortificò Grodna e Brzeste sue rocche e, di grosso presidio fornitele, se n'andò con Anna sua moglie in Massovia a trovare il duca Giovanni suo genero; di dove passò in Prussia e abboccossi co' cruciferi, dai quali fu umanamente accettato, sperando essi col suo mezo di facilmente impatronirsi di Samogizia e della Lituania. Cominciò per tanto Vitoldo a travagliar la Lituania con l'armi de' cruciferi di Prussia e di Livonia; ma accortosi ad alcuni segni che egli malamente de' cruciferi si potea fidare, mandò internuncii a Iagielo suo fratello e, reconciliatosi con lui e avuta da lui speranza d'esser granduca di Lituania instituito, vestitosi in abito di crucifero secretamente in Lituania corse e per non tornar da' nemici, come se dice, con le mani vuote prese tre rocche de' cruciferi confine a' Samogiti, Iurgemburg, Mergerburg e Neginhasun, essendovi come amico stato dentro recevuto: spianò egli questi luochi parte amazando, parte facendo pregioni i capitani e i soldati che vi erano in presidio. Ma vedendo poi che la speranza datali del ducato andava in lungo, tentò di pigliar Vilna a tradimento in questo modo. Sparse fama di voler fare in Vilna feste solenni nelle nozze d'una sua sorella e, fornite cento carrette di valorosi soldati, li coperse di strame e inviolli nella rocca di Vilna come se fosser carichi di salvaticine e altre robbe per le nozze necessarie. Fu questa sua fraude scoperta prima che le carrette nella rocca entrassero, ed esso cascato di questa speranza, avendosi prima reconciliati gli animi de' cruciferi col mezo de' suoi ambasciatori, fuggí di nuovo nella Prussia, di dove di là a doi anni venne con grosso esercito ad infestar la Lituania.
L'anno poi milletrecentononanta passò Iagielo, re di Polonia, con le sue genti in Lituania per reprimere le correrie che da Vitoldo in essa erano fatte: prese Camenez e, posto l'assedio a Grodno, fortezza di Vitoldo posta appresso il fiume Nemen e da lui di grosso presidio provista, il giorno quinquagesimo dell'assedio se ne fece per forza patrone, non avendo mancato fratanto Vitoldo di tentar varie stratageme, ma sempre indarno, per darli soccorso. E l'anno istesso, nel maturire delle biave, entrarono i cruciferi da tre bande in Lituania, con pretesto in apparenza di voler vendicare Vitoldo e in stato rimetterlo, ma in vero per farsi essi signori di quella provincia. Guidava uno di questi eserciti Vitoldo, il mastro de' cruciferi di Livonia l'altro, e il terzo avea per capo Conrado Valerodo, gran mastro di Prussia e di tutta questa impresa supremo capitano. Dettero questi il guasto per tutto ove passarono, e preso e abbrusciato Troko se accamparono tutti insieme sotto Vilna, la fortezza inferiore delle quale ebbero subito, per tradimento de' Russi e d'alcuni Lituani che il fuoco vi impicciarono, nelle mani. Di dove mentre Corigelo, fratello del re e cio di Vitoldo, fuggendo l'incendio se n'andava, fu da' nemici preso e tagliatoli il capo, e gli altri tutti che erano in essa parte dal fuoco, parte dal ferro inimico fur di vita cavati, che fur contati sino al numero di quattordecimila.
Era in presidio della fortezza superiore il capitan Nicolò Moscorovio con una buona banda di Poloni, qual non puoté mai sbigottire, sí che a' nemici si rendesse, né la occisione de' suoi nell'altra rocca fatta, né il vederla ardere e convertirse in cenere, né minaccie nemiche che cercavano spaventarlo col mostrarli la testa di Corigielo, né i molti e gagliardi assalti da' nemici datili, con tutto che gli avessero gettati per terra gran parte de' muri. Li quali non avendo esso il modo da poterli riffare, né terra da riempire le rotture in essi fatte, venne all'ultimo a questo rimedio, d'attaccare molte pelle d'animali tra una ruina e l'altra di quei muri e a questo modo coprirsi da' spessi tiri de' nemici: e negli assalti coi proprii petti i soldati quei passi serravano. E anco Skergelone, fratello del re, uscendo spesso con i suoi Russi e Lituani sopra dei nemici e molti uccidendone, indeboliva grandemente le lor forze; onde, vedendo essi l'impresa difficile, nel mese d'ottobrio l'assedio abbandonarono, lassando il paese tutto dannegiato.
E l'estate seguente, essendo tornato Vitoldo con i cruciferi sopra Vilna ed essendo essa da' Poloni valorosamente diffesa, fu sforzato a torsi dall'impresa, e i cruciferi, per non parere d'esser venuti indarno in quelle parti, presero per forza di ritorno i castelli Vilcomera e Novogrod, e amazzativi i presidii di Sckergelone gli abbrusciarono. L'istessa estate fecero i cruciferi doi altre correrie in Lituania, mettendo il tutto a sacco, e drizarono tre forti appresso Cowna, Mennerdero, Metenburg e Riteverdero; e concessono uno a Vitoldo, fortificarono gli altri doi con i lor presidii, di dove infestavano tutto il circonvicino paese. Onde, rincrescendo finalmente al re Iagielo le tante percosse della Lituania, mandò Enrico, figliuolo di Semovito duca di Massovia, a trattar secretamente la pace con Vitoldo e rechiamarlo nel granducato di Lituania. E a questo modo tra loro la pace successe, concedendo il re Iagielo a Vitoldo suo cugino il ducato di Lituania, quantunque avesse de' fratelli carnali a' quali era piú onesto che concesso fosse. Assettate le cose con queste condizioni e avendo ottenuto Vitoldo quanto egli desiderava, fece alla sprovista pregioni i cruciferi e i mercanti germani che in Riteverdero seco si trovavano e, abbrusciato il luoco, in Lituania li condusse. Fu mentre egli era in viaggio assalito da' cruciferi degli altri doi forti, ma fur da lui facilmente rotti e ributtati e i lor forti presi e abbrusciati. Giunto poi che egli fu in Vilna con molti pregioni e ricca preda de cruciferi, da Iagielo fu onoratamente e con molta clemenza ricevuto.


Vitoldo granduca di Lituania.

Vitoldo, di Prussia rechiamato, l'anno della nostra salute milletrecento e nonantadoi fu da Iagielo, suo cugino e re di Polonia, investito del granducato di Lituania e fatto supremo signore de' Lituani e de' Ruteni, ed esso e con solenne giuramento e con instrumenti e scritture s'obligò d'esser sempre a devozione de' re di Polonia. Non passò troppo dopo fatta questa investitura che, non potendo sopportare Swidrigelone e Skiergelone che Vitoldo fosse stato da Iagielo a' fratelli carnali preposto, mossero guerre civili contra Vitoldo. Ed essendo Swidrigelone debole de forze, si retirò in Prussia e, unitosi con i cruciferi, dette con essi molti travagli alla Lituania; sotto la scorta del quale presero i cruciferi i castelli Suraso, Gartena e Stramela. Ma Skiergelo, di maggior animo dotato e di forze piú gagliardi provisto, raccolte quante genti egli puoté si mostrò nemico Vitoldo; per acquietare i quai rumori convenne di nuovo tornare il re Iagielo in Lituania, e aggiungendo ai stati di Skiergelone il territorio cremenense, il stanubudense e il trocense, lo rese pacifico e quieto. E ribellandosi poi Coributo a suo fratello Vitoldo, fu da lui rotto in battaglia. Si mosse indi Vitoldo d'ordine del re contra Orshan, fortezza della Russia, e fattosene patrone ebbe anco a patti Vitebsko sotto Svidrigelone, ove lo vennero supplichevolmente a ritrovare il duca odrucense e il prencipe di Smolenco e li promisero esserli vasalli fideli. Indi si sottopose Vitoldo Zithomira e Kiovia, di Russia metropoli, e scacciatone il duca Volodimiro, russo per nazione, la donò secondo che egli aveva promesso a Skiergelone, suo fratel cugino. Qual ancor egli maneggiando felicemente l'armi e passando oltra a Kiovia, Circasso e Swinigrod, castelli posti appresso il Boristene, al suo dominio sottopose. E poco dopo, essendo Skiergelone alla caccia andato, fu da un monaco russo, dell'arcivescovo vicario, invitato a una sua villa, ove dandoli una bevanda avenenata lo privò di vita; e fu in Kiovia sepolto in certe profondissime e sotterranee caverne, petzari chiamate, chiare e illustri per le sepolture de' prencipi di Russia.
Dopo la cui morte dette Vitoldo il governo di Kiovia ad un certo figliuolo d'Olgemundo, e mandando Simone, suo capitano, dette il guasto a quasi tutto il ducato rhesanense; indi passando esso in persona sopra Smolensko scacciò di quel luoco Glebo, di esso signore, per non gli averli egli reso obedienza, e messo un altro al governo di Smolensko, ricevette e accarezò in esso Basilio duca di Moscovia, che da lui invitato venuto era a trovarlo. Roppe poi e tagliò a pezzi col mezo di Algerdo, luocotenente generale delle sue genti da guerra, i Tartari con tre lor famosi capitani. Ed essendoseli ribellato Theodoro, figliuolo di Coriato, duca di Podolia, n'ebbe vittoria e fecelo prigione e tirò sotto al suo giogo Bratislavia, Camenez, Smotricia, Scala, Cervonigrod e tutta la Podolia, della qual a Iagielo re di Polonia dono fece. Mentre Vitoldo a queste imprese attese, i cruciferi di Prussia, incitati da Swidrigelone, qual come si disse tra loro era rifugito, travagliarono con molte correrie la Lituania, presero alquanti castelli e tentarono d'impatronirsi anco di Vilna, capo di quel ducato, dalla qual senza effetto convennero partirsi. E i Lituani, con i Poloni che con essi si trovarono, entrati nella Prussia fecero in essa non minor danno di quello che i lor paesi patito avevano.
L'anno milletrecento e nonantasei apparecchiò Vitoldo una espedizione contra Tartari, e avendo rotte le lor genti da guerra ne condusse una tribú pregioni, nel lor lenguaggio horda chiamata; e donati parte de' prigioni al re e a' baroni di Polonia, pose gli altri sopra il fiume Vacca, luntani da Vilna doi miglia, consignandoli ivi all'intorno campi da cultivare. Quali sino al giorno d'oggi ivi dimorano, e con tutto che alla agricoltura dati se siano, non hanno però in tutto tralassate l'arme, e osservando la maumetana superstizione con le lor leggi liberi viveno, riconoscendo come tutti gli altri Lituani, né peggio trattati di loro, per lor signore il re di Polonia granduca di Lituania; e hanno la propria insegna da portar nelle guerre, di lettere arabice scritta. L'anno seguente, dissuadendolo indarno il re e la regina di Polonia, si mosse Vitoldo con forze maggiori contra Tartari, da molti illustri signori di Polonia e di Lituania desiderosi di gloria accompagnato. E fatta la resegna delle sue genti in Kiovia, pieno di buona speranza penetrò nelle larghissime campagne de' Tartari, regnando in quel tempo tra loro nella gran Scizia il Tamerlano, uomo in vero bassamente nato, ma che con la scienzia dell'arte militare e per beneficio di fortuna era a tal grandezza asceso che si ritrovava nel suo esercito un millione e docentomila soldati; e avendo dato una gran rotta a' Turchi con amazzarne in un fatto d'arme ducentomila, fece prigione Baiazet, grande imperator de' Turchi, che in quel tempo Costantinopoli assediava, e, messolo in una gabbia di ferro, se lo strasinò dietro per tutta l'Asia ligato con catene d'oro. Scorse con maravigliosa prestezza, destrusse e occupò questo Tamerlano l'anno milletrecentononantasette l'Iberia, l'Albania, l'Armenia, la Persia, la Mesopotamia e l'Egitto e riempí il mondo col spavento del suo nome. Ora, avendo varcato Vitoldo la Sula e la Psola fiumi, era senza contrasto alcuno nelle campagne de' Tartari passato, quando fu d'ordine del Tamerlano in un subbito incontrato da Ediga, uno de' potentissimi capitani de' Tartari, che seco una innumerabile moltitudine del Tartari menava. E venuti al fatto d'arme ebbero i Tartari una sanguinosa vittoria, e se non fossero stati cosí di numero tanto superiori, come erano, restavano sicuramente dalla virtú de' Vitoldiani superati e venti. Morirono in questa battaglia molti prencipi di Lituania e di Polonia, tra' quali de' piú nominati sono tre fratelli del re Iagielo di Polonia, Andrea, Demetrio e Coributo, e altri nuovi duchi lituani e russi; e pochi furon fatti pregioni. Vitoldo insieme con Swidrigelone suo cugino, con Ostroroge e Samotulio poloni, con velocissima fuga si salvarono; e Melstinio polono, potendosi con la fuga salvare, volse piú presto cacciarsi nelle folte squadre de' nemici e valorosamente combattendo morire.
L'anno millequattrocento e tre fece di nuovo guerra Vitoldo con Smolenzci, che ribellati s'erano; e confidatosi negli aiuti de' Poloni assediò il forte castello di Smolensko, ove tutti i piú nobili con le lor moglie, figliuoli e richezze retirati si erano, e dopo lungo combatterlo l'ebbe finalmente a forza, e delle gran richezze in esso trovate parte mandò a donare al re di Polonia, parte secondo i lor meriti tra' soldati divise. Ed essendoseli resi d'accordo tutti gli altri luochi, redusse quel ducato in forma di provincia. Entrarono i cruciferi di Livonia nella Lituania, e fattovi grosso bottino nelle lor patrie tornarono; che seguiti dalla luntana da Vitoldo, quando vide egli che disfatto l'esercito erano chi qua chi là alle lor case andati, entrò qual rapido torrente nella lor provincia e l'andò scorrendo, guastando e abbrusciando tutte le ville e luochi men forti, e avendo anco preso e abbrusciato un forte castello chiamato da' Germani Dunimburg, posto sopra il fiume Dwina, se retirò nella Lituania carico di preda. Né varcò troppo tempo che da nuovo fu la Lituania travagliata da una banda da' cruciferi di Prussia e dall'altra da quelli di Livonia, di che ne fu caggione Swidrigelone, che la seconda volta era tra loro riffugito. Onde e il re Iagielo e il duca Vitoldo, mossi a compassione de' danni che i lor popoli pativano, richiamaron Swidrigelone di Prussia e il ducato di Podolia li concessero. Ma questo uomo ambizioso e perverso, né punto acquietato per questa regia liberalità, abbrusciò i castelli che egli in Russia possedeva, e non potendo piú aver recapito in Prussia per le condizioni nuovamente fatte tra il re polono e i Prusiensi, tra le quali era questa, che essi non potessero piú accettare alcun bandito che della casata regia fosse, se ne fuggí in Moscovia alla corte del duca Basilio. E l'istesso anno, che fu del millequattrocento e sei, avendo Vitoldo fatto pace con tutti i cruciferi, passò il fiume Hugra e ruppe la prima volta guerra contra il Moscovita, pretendendo esser a questo provocato dall'ingiurie fateli dal genero del duca Basilio; e dato il guasto per il lungo e per il largo dentro alla Moscovia, carichi di preda ricondusse i soldati in Lituania. E l'anno che venne, fortificato con grossi aiuti di Polonia e de' cruciferi, tornò con maggior forze a questa guerra e scorse quel ducato sacchegiando e abbrusciando per tutto ove passava, sino che giunse all'Occa, grandissimo fiume: né piú inanzi passar puoté, impedito dall'arme di Swidrigelone suo cugino, che in favor del Moscovito combatteva. Finalmente ottenne il duca Basilio da Vitoldo la pace, e fu tra loro con condizioni equali confermata.
Mentre che queste cose succedono, non sapendo Sigismondo Coributo cosa alcuna della triegua tra' cruciferi e il fratello fatta, raccolto un buon esercito de Lituani, entrò con esso a' danni della Prussia e, avendovi tre castelli e molte ville prese e abbrusciate, ne riportò un grosso e ricco bottino. Onde i cruciferi, non ammettendo scusa alcuna de ignoranzia, subbito per vendicarsene si mossero e, passati occultamente per alcune foresti ove non fu mai né strada né sentiero, sopra Volkovisko inaspettati giunsero: e fattosene con un improviso assalto patroni, e il castello abbrusciarono e una infinita moltitudine di ogni sesso ed età, che in esso erano nelle sollennità del culto divino in quel giorno di festa occupati, ne menaron pregioni. Non era in questo tempo Vitoldo piú che sette miglia indi luntano, che intesa la venuta de' nemici si retirò con prestezza insieme con la moglie ne' luochi piú reposti di quella foresta, e vi stette finchè seppe i nemici esser partiti, perciochè non ebbe egli mai ardire d'opporsi a' nemici che a' suoi luochi il guasto devano, ma sempre partiti che essi erano ne' lor paesi entrava, la pariglia de' danni recevuti rendendoli.
L'anno poi millequattrocento e quindeci condusse Vitoldo grosse bande de soldati di Polonia e mosse guerra a' Russi di Pskovia, quali, non si sentendo atti a potersi diffendere, la pace con molto oro e argento comprarono; e il simile poco dopo fecero quei di Novogrod a' Pskovesi vicini, acquietando con molti doni Vitoldo, che a' lor danni mosso si era. Finalmente Sigismondo, re de' Romani, per far che Iagielo re di Polonia e Vitoldo di Lituania duca tra loro si rompessero, fece secretamente con Vitoldo lega e promiseli, a onta e ingiuria de' Poloni, di incoronarlo di corona regia, cosa grandemente da Vitoldo, uomo ambizioso e di grand'animo, desiderata. Alla qual cosa contradicendo gagliardamente Iagielo suo cugino co' Poloni tutti, nacquer tra lor diverse controversie. Sigismondo mandò in questo tempo ambasciatori a Vitoldo, ricercandolo che giurasse di mantenere la promessa lega, e per essi lo appresentò d'un drago d'oro politamente e con grand'arte lavorato, qual fosse come un segnale o pegno della lor amicizia. Accettò Vitoldo la cortesia del mandato presente, ma non volse ad alcun patto far il giuramento del qual era richiesto, e con tutto questo non si removeva dalla ambizione d'esser da Sigismondo dechiarato re di Lituania e di regal corona il capo ornarsi; la qual promisero gli ambasciatori imperiali a mezo il mese d'agosto portarli.
Non passarono questi accordi cosí secretamente che Iagielo re di Polonia non ne fosse avisato, che subbito commise a Giovanni Czarnkovio, sottocamerario di Posnania, uomo solecito e diligente, che, postosi a' confini della Polonia e della Sassonia, facesse ogni opera d'aver nelle mani gli ambasciatori che inanzi e indietro per questo negozio andavano. Prese egli poco dopo Batista Ciegola italiano, dottor di legge e di patria genoese, insieme col Rota germano, che da Cesare a Vitoldo andavano, e avendoli cerchi e toltoli le lettere li lassò poi al lor viaggio andare. Lette ch'ebbe il re queste lettere, intese per esse che presto passaria un'altra man di ambasciatori con la regia corona, e che però Vitoldo, rimosso ogni dubbio, dovesse unirsi e far lega con i cruciferi di Prussia e di Livonia, con gli Ungari e con Germani a danno del regno di Polonia. Quando la nuova di questa cosa per la Polonia si sparse fu tale l'alterazione e sdegno che quei popoli ne presero che, senza che da alcuno commandato li fosse, dato di man all'arme e inalborate l'insegne, appresso Turagora si posero, apparechiati di andare per la quiete, onore e riputazione della patria loro a trovare il nemico sin sugli estremi liti del Germanico oceano. S'approsimavano ormai i cesarei ambasciatori a' confini di Prussia, per la qual passar dovevano, quando, avendo inteso essere i passi da' Poloni occupati, non ebbero ordine de passar piú avanti; anzi, avendo indarno doi mesi aspettato per veder se a qualche modo pur passar potessero, né trovando strada alcuna sicura, a Cesare in Ungaria tornarono. E poco dopo, avendosi preso Vitoldo grandissimo affanno per non aver potuto ottenere quanto esso desiava, del millequattrocento e trenta nella città di Troki uscí di vita, dopo l'esser ottanta anni vivuto. Prencipe veramente solicito e d'animo invitto, e che in tutta la sua vita mai altro che acqua avea bevuto, temperatissimo nel mangiare, e tanto intento in non voler mai il tempo indarno consumare che molte volte espediva le cause e agli ambasciatori dava risposta mentre a tavola per mangiar sedeva; ma molto inchinato a' solazzi venerei, perciochè egli era solito, ottenuta che egli avea de' nemici la vittoria, lassare le sue squadre anco nel paese nemico e con velocissime poste andare a casa a ritrovar la moglie. Fu molto cortese e liberale a' forestieri, ma voleva in obedienza i suoi tenere piú tosto con la paura che coi beneficii. Fu di statura mediocre, debole di complessione e solito di portar rasa la barba e le mascielle.


Swidrigelone prencipe di Lituania.

Sepulto e fatte l'esequie a Vitoldo nella rocca di Vilna, fu da Iagielo il governo di Lituania a Swidrigelone, suo fratello, di Vitoldo cugino, consignato; qual era uomo d'animo vile e dato all'ubriachezze. Ma i baroni poloni, provedendo all'utilità della patria e ben considerata questa cosa, chiamarono a parlamento Daugerto, palatino di Vilna, qual da Vitoldo al governo di Podolia era stato posto; e non sapendo esso quanto da essi si trattava, lo fecero pregione e occuparono Kamenez, Smotric, Skala e Cervonigrod, e facilmente della maggior parte della Podolia signori si fecero, levandola dalla obedienza de' Lituani. La qual cosa risaputa ch'ebbe Swidrigelone, uomo violento e molto precipitoso, smenticatosi de' beneficii dal re suo fratello recevuti, qual in quei giorni celebrava in Vilna gli officii funebri al defonto prencipe, cominciò a bravare contra di lui e scopertamente minacciarli pregioni e morte, insieme con tutti i suoi Poloni, talmente che fur essi sforzati a farli giorno e notte diligente guardia. E il re, o perchè egli temesse della sua persona o pur perchè egli la parte di Swidrigelone favorisse, acconsentí che la Podolia restituita li fosse e scrisse di questa cosa a' magistrati di quei luochi, mandando le lettere per Tarlone, uno de' suoi baroni, nelle quali commandava che si dovesser consignare i luochi di Podolia in nome de Swidrigelone suo fratello a Michiel Baba russo, suo commesso. Ma Andrea Tencinio e Nicolò Brevicio, nobilissimi gioveni poloni che il regio sigillo tenevano, mossi dall'amore che alla patria portavano scrissero lettere a Michiele Buczac, che era al governo di Camenez di Podolia, avisandolo che il re vinto da estrema necessità cedeva la Podolia a Swidrigelone, e che però egli non solo non dovesse obedire alle regie commissioni, ma che anzi dovesse subbito far pregioni il Tarlone e il Baba. E perchè non era sicuro mandar palesemente queste lettere, perciochè di ordine di Swidrigelone erano diligentemente cercati tutti quelli che per i suoi luochi passavano, dentro a un candelotto di cera le chiusero e, a Tarlone datolo, lo pregarono che, giunto che egli fosse in Camenez, a Buczac presentar lo dovessero e da lor parte dirli che, chiamato esso i magistrati della città, se non voleva commettere errore dovesse da quel candelotto il lume ricercare. Fece il giovene Tarlone, non sapendo come il fatto passasse, fidelmente questa imbasciata; ed essendo il Buczac uomo molto intelligente, comprese quello che poteva essere e, rotto il candelotto e lette le lettere che in esso erano, mise pregione il Tarlone e il Baba, né lassò entrare alcun Lituano nelle fortezze di Podolia. E anco in Polonia, essendovi giunta la nuova del pericolo del re, fecero con prestezza provisioni di genti da guerra per andare a soccorrerlo. Onde Swidrigelone, di questo avisato, si riconciliò col re suo e appresentatoli molto oro e molto argento libero lo lassò tornare nel suo regno. Ma non restò per questo di menar il suo esercito in Podolia per ritornarla sotto al suo domino, al qual venne contra il re Iagielo con le sue genti da guerra: e s'affrontarono insieme il giorno di santa Margarita del millequattrocento e trentauno appresso la città di Luczkum, e avendo consumati molti giorni tra lor scaramucciando, vennero finalmente all'accordo il giorno della Purificazione della Madonna, e fu tra lor formata la pace. Fratanto il palatino di Valacchia, tributario del regno di Polonia, entrò come nemico in esso regno, l'esercito del quale sbandato e che per quelle selve e campagne andava errando fu da' Poloni e da quelli di Podolia quasi tutto ucciso. Indi vedendo il re che Swidrigelone perseverava nel suo cattivo animo, né restava di mover sedizioni, li concitò contra i proprii Lituani e consigliò Sigismondo, suo cugino e fratello del morto Vitoldo, duca starudubense, che procurasse di farsi con l'arme del ducato di Lituania signore. E subbito i baroni lituani, conoscendo esser cosí voler del re, a Sigismondo s'accostarono e mossero l'armi contra Swidrigelone suo duca, a questo dalla sua troppa crudeltà incitati, e l'andarono ad Osmana, dove alor si ritrovava, ad assalire. Il qual essendo di questo trattato da Giovanni Munivido a tempo stato avisato, con somma prestezza fuggí nella Russia, di dove unito co' cruciferi di Livonia diverse correrie in Lituania fece.


Sigismondo prencipe di Lituania.

L'anno del Signore millequattrocento e trentadoi Sigismondo, figliuolo di Keistuto già prencipe di Lituania e duca starodubense nella Russia, cugino del re Iagielo di Polonia, fu per beneficio e favore de' baroni poloni assunto al granducato lituano, essendone, come di sopra si è detto, stato meritamente scacciato Swidrigelone, uomo sedizioso e inquieto. Qual nuovo signore giurò fideltà e omaggio al re e a' baroni di Polonia, e giurò similmente ai Lituani di mantenerli nelle lor giurisdizioni; e cosí la terza volta fu solennemente fatta l'unione e incorporazione del granducato di Lituania col regno di Polonia. E l'anno istesso il re Iagielo uscí felicemente di vita l'ultimo giorno del mese di maggio, al qual Vladislao suo figlio nel regno successe, che poco dopo fu chiamato anco al regno d'Ungaria. Qual essendo l'anno millequattrocentoquaranta andato a pigliar il posesso di quel regno, il duca czartoriense russo con inganno e fraude uccise in Troki Sigismondo, granduca di Lituania; e d'allora in poi fu il granducato di Lituania transferito nella persona de' secondigeniti dei re di Polonia, perciochè i baroni poloni insieme con i duchi di Massovia menarono al possesso di quel granducato Casimiro, secondogenito del re Iagielo, qual fu con l'allegrezza grande da' Lituani recevuto e con suffragii communi per lor signore accettato. Successe poi questo del quarantasette nel regno a suo fratello Vladislao, e granduca di Lituania fu con desideroso affetto di Lituani creato Alessandro, suo figliuolo.


Alessandro prencipe de Lituania.

Alessandro, nepote di Iagielo e figliuolo di Casimiro, re di Polonia, ottenuto ch'ebbe il possesso del granducato di Lituania, prese in matrimonio Elena, figliuola di Giovanni granduca di Moscovia, con questa condizione, che dovesse fabricarli una chiesa secondo il rito rutenico nella città di Vilna, nella quale dovessero metterli alcune matrone e vergine a servire secondo il detto rito. La qual condizione differendo Alessandro di adempire, fu cagione che il suocero l'arme contra li prese e, fatti tre potenti eserciti, in tre diverse parti a' suoi danni si mosse. Entrò il primo verso mezodí nella provincia Severa; verso ponente l'altro, contra Toripiec e Biela; e il terzo tenne la strada in mezo agli altri dui, tirando alla volta di Drohob e di Smolensko; e oltra questi un altro ne ritenne a' confini, per soccorrere ove il bisogno richiedesse e quello degli altri tre contra il quale i Lituani si movessero. Or, essendo giunto uno d'essi a un certo fiume Wedrasch detto, fu da' Lituani incontrato, che dal duca Costantino Ostroski eran guidati, che seco una onorata banda de baroni e de nobili menava. Nel qual luoco avendo da alcuni pregioni il numero de' nemici e chi i lor capi fossero risaputo, entrarono in gran speranza di restar superiori e di romper le nemiche squadre. Era tra l'uno esercito e l'altro il detto fiumicello, che impediva il venire alle mani, e l'uno e l'altro tentava di passarlo; ma avendolo alquanti Moschi prima passato, cominciarono a travagliare i Lituani e provocarli alla battaglia. Ed essi, valorosamente incontrandoli, li posero in fuga e di nuovo il fiume li fecero passare; e allora tutte le squadre si mosero e cominciosse un orribil fatto d'arme, qual mentre sanguinoso e con grande ardor d'animo si mescia, furono i Lituani assaliti per fianco da una grossa banda di Moschi che negli aguaiti erano stati posti. Fu tale il spavento e disordine che questo inaspettato assalto generò ne' Lituani che, persi d'animo, si posero in fuga e lassarono la vittoria a' Moschi. Fu il capitan generale con molti altri nella battaglia preso, e gli altri sbigotiti resero a' nemici le trinciere e se stessi, e i castelli Drohob, Toropiec e Biela volontariamente in poter de' Moschi andarono. L'altro esercito che verso mezogiorno sotto la guida di Macmetemin prese il camino, avendo a caso fatto pregione il governator della città di Bransko, con questo mezo di quella città signor si fece.
E poco dopo doi fratelli germani, prencipi di Severia, detti i Semeteici, che prima a' duchi di Lituania obedienza rendevano, ribellatisi al duca di Moscovia si dettero, talchè quello che in molti anni e con molte fatiche Vitoldo acquistato aveva in un sol fatto d'arme si perse e in poter venne del duca di Moscovia. Crudelmente si portò il Moscovito con i pregioni fatti in questa guerra, e tentò con stretta pregionia e con lusinghe d'indurre il duca Costantino, capitan generale di questa impresa, ad abbandonare il suo natural signore e al suo servizio porsi; qual dopo lunga resistenza, vedendo non essere altra strada alla sua liberazione, accettò il partito e giurò fideltà al Moscovito. E quantunque li fosser da lui state consignate entrate tali ch'onoratamente e da suo pari viver poteva, e che da quel prencipe con sommo amor fosse trattato, tuttavia dopo l'esservi alquanti anni stato, venutali occasione, se ne fuggí per le selve e in Lituania con molto tesoro tornò. Il qual poi l'anno millecinquecento e quattordeci, facendo con l'esercito de' Lituani officio non solo di savio e prudente generale, ma quello anco di valoroso soldato, roppe e tagliò a pezzi sotto il re Sigismondo (come di sopra ne' fatti di quel re si disse) ottantamila Moscoviti.
Ma al proposito tornando, essendo morto Giovanni Alberto suo fratello, fu Alessandro, granduca di Lituania, re di Polonia eletto, e contentandosi solo della liberazione de' pregioni fece per sei anni tregua col Moscovito suo suocero l'anno mille e cinquecento e tre. E di là a tre anni finí sua vita in Vilna, ove anco fu sepolto, essendo quarantacinque anni vivuto, de' quali quattordeci signoreggiò la Lituania e quattro e mesi otto portò la regal corona di Polonia. Li successe nel granducato di Lituania e nel regno di Polonia Sigismondo suo fratello, e di questo nome primo.


DESCRIZIONE DELLE PROVINCIE OVER PALATINATI DI LITUANIA
E DELLE SUE PRENCIPAL CITTADI.




Confina la Lituania di verso levante con quella parte della Russia che obedisse al Moscovito; da ponente alla Podlassia, Massovia, Polonia e, piegando alquanto ver settentrione, alla Prussia s'accosta; tocca da settentrione la Livonia e la Samogizia e da mezogiorno la Podolia e la Volinia, della Russia provincie. È la Lituania grandissimo paese e in sé contiene molti ducati, regioni e provincie con diversi nomi chiamate; e a' tempi del granduca Vitoldo si distendevano con lungo tratto i suoi termini verso i Livoni e i Pruteni dal Ponto Euxino, o vogliamo dire il mar Maggiore, e dalla Taurica Chersoneso sino al golfo del mar Baltico e al mar di Curlandia. È il granducato di Lituania tutto diviso in palatinati e distretti o provincie determinate, ove e i giudicii particolari e i terrestri di nobili s'esercitano, non altrimente di quello che usa anco la Polonia. Quali palatinati e distretti possono computarsi per altretanti ducati (come erano anco al tempo de piú duchi), e cadaun palatinato ha la sua particolare insegna, della qual nelle battaglie si servono, portando poi tutte le provincie e distretti che sono sotto a ciaschedun palatinato nelle lor insegne l'istesso colore e segno che i lor prencipali portano. Vi è solo questa differenza, che l'insegna di palatinati è maggiore e ha doi corni, cioè è biforcata in cima, e quella de' suoi distretti è minore e si distende e finisse in un sol corno. Primamente l'insegna peculiare del granducato è quadra, a differenza dell'altre, e vi sono sessanta braccia di tela di seta rossa, e in mezo vi è la propria arma, cioè un uomo armato sopra un bianco cavallo che di correr mostra, che tiene sopra la testa una spada nuda e in atto di colpire, e sopra di esso il capello ducale; dall'altra parte dell'insegna è posta l'imagine di nostra Signora con un puttino, vestita dil sole. L'insegna poi del generale capitano dell'esercito, dell'istessa grandezza e forma, è di colore azzurro, e da una banda ha l'istessa arma del granducato, dall'altra l'imagine di santo Stanislao, vescovo cracoviense, in campo rosso.


Palatinato di Vilna.

Vilna, capo e metropoli de tutta la Lituania, giace tra' colli appresso la Vilna (dalla quale il nome ha preso) e Vilia fiumi; è circondata di muro e le sue case sono anco di muro fabricate. Ha doi forte e ben murate cittadelle, una inferiore, e questa è grande e riccamente edificata, superiore l'altra, e posta sopra un colle eminente. E l'una e l'altra sono da una banda rese forte dalla Vilna che appresso li corre, e dall'altra dalla Vilia, fiume della Vilna maggiore e navigabile, e per il quale si portano da Vilna le mercanzie a Gedano, fiera famosissima della Prussia. Sono in questa città molte chiese che fanno alla romana e molte secondo il rito rutenico, e tutte con gran spesa fatte e onoratamente mantenute. L'episcopale sede è nella rocca, nella chiesa dedicata a santo Stanislao; e il metropolitano anco di Russia tiene in questa città la sua sede secondo il rito rutenico, in una grande e bellissima chiesa a Maria Vergine e de Dio madre dedicata. E in tutto il granducato di Lituania cinque sono gli episcopati che alla romana Chiesa obedienza rendono, cioè di Vilna, di Samogizia, di Kiovia, di Luca e di Ianovia; e oltra questi sette prepositure over parocchie piú notabili fondate e dotate da Vadislao Iagielo, che fu ultimo che reducesse i Lituani alla cristiana fede, che son la wilcomeriense, la misogoliense, la nemenciense, la medvicense, la crevense, l'olbolcense, l'haynense. L'arcivescovo che a questi vescovi comanda in Leopoli, città della Russia, resede. Quelli del rito ruteno sono sette, cosí nella Lituania come nella Russia al regno di Polonia soggetta, cioè l'arcivescovo di Vilna, e gli vescovi (che da' Ruteni vladica son chiamati) sono quello di Poloczo, di Volodimira, di Luca, di Pinsce, di Kiovia, di Presmilia e di Leopoli, il qual gode anco il titolo di metropolita. I costumi, gli abiti e religione de' quali nella descrizione di Moscovia vederannosi, là ove si tratta della religione de' Russi.
Il palatinato di Vilna l'insegna rossa biforcata porta, nella quale vi entrano braccia trentacinque di tela di seta, da una banda della quale in campo bianco l'arma del granducato si vede, ornata dall'altra di colonne, arma antica della gente di Vilna. Sono in questo palatinato tre distretti, o dir vogliam provincie, l'osmianense, il bratislaviense e il vilcomeriense, ciascun de' quali ha la propria insegna, dalla nobiltà nelle guerre usa a portarsi. Osmiano è castello fabricato di legno, luntano da Vilna sette miglia, e possede un assai grande territorio, nel quale molti castelli del re e de' nobili sono. Porta insegna rossa, a quella di Vilna simile, ma con un corno solo, in mezo alla quale è in campo bianco l'arma del granducato posta. È Vilkomeria castello anco esso di legno, collocato appresso il fiume Swienta, nel quale resiede la corte e magistrato regio, e ivi le cause de' nobili si disputano; la sua rocca fu già da' cruciferi abbrusciata, della quale ancora in cima a un scoglio le ruine apparono. Possede un distretto grandissimo, che per miglia venticinque si distende, nel quale molti castelli del re, de' nobili e di religiosi si vedono. Porta ancor lui l'insegna rossa ornata da una banda dell'arma del granducato e dall'altra con l'imagine dell'arcangelo Michiele. Bratislavia, città di legno, ha la sua rocca sopra uno scoglio d'un grandissimo laco, la nobiltà della quale l'insegna rossa porta con l'arma del granducato di Lituania; ed è questo luoco venti miglia da Vilna luntano. Né piú di doi miglia distante da Bratislavia giace la rocca Ikaznia, fabricata di muro, con la città di legno, appresso un fiume dell'istesso nome; e Driswiat, rocca posta sopra un gran laco dell'istesso nome, cinque miglia da Bratislavia è distante.


Palatinato trocense.

Troki è città fatta di legno, e fu già di muro circondata, del qual sin ora le ruine appaiono, ma da' cruciferi di Prussia fur con la sua rocca rovinati. È luntana da Vilna sei miglia e ha la sua rocca nel laco, in luoco per natura molto forte, alla qual andare non si può se non per barca. Facevano già i duchi di Lituania la lor residenza in questa cittade, prima che in Vilna transfer