Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI

Volume Quinto






Discorso di messer Gio. Battista Ramusio sopra il terzo volume delle Navigazioni e Viaggi nella parte del mondo nuovo.


All'eccellente messer Ieronimo Fracastoro.
Avendo Platone, eccellente Signor mio, da scrivere quel famoso e divino Dialogo nominato il
Timeo, dove tratta della natura dell'universo, tolse per suo principio l'istoria dell'isola Atlantide, e dei re e dei popoli che abitavano in quella, e come combatterono con gli Ateniesi e furono vinti da loro. Egli fa raccontare questa istoria, come ben sa Vostra Eccellenzia, da un Crizia, che diceva averla intesa da un suo avolo detto similmente Crizia, il qual fu al tempo di Solone, uno de' sette savii della Grecia, e la seppe in questo modo: che essendo andato Solone in Egitto ad una città detta Saim, posta dove il fiume Nilo dividendosi fa l'isola Delta, quivi parlò con alcuni sacerdoti peritissimi dell'antichità del mondo, i quali li dissero che essi avevano memorie d'infinite cose, le quali erano avvenute avanti il diluvio di Deucalione e l'incendio di Fetonte; perciochè questa guerra de' popoli atlantici con gli Ateniesi fu molto prima del sopra detto diluvio e incendio. Il qual sacerdote parlò a Solone in questa forma:
"Molte veramente e mirabili opere si leggono, o Solone, d'alcune città nelle scritture e memorie nostre antiche: ma sopra l'altre d'una impresa per la sua grandezza e virtú singolare e maravigliosa. È fama che la vostra città altre volte facesse resistenza ad una innumerabile moltitudine di genti, le quali, venute dal mare Atlantico, quasi tutta l'Europa e l'Asia aveano assediato. Quel mare allora si potea navicare, e avea nella bocca e quasi nella prima entrata un'isola, dove voi chiamate le colonne d'Ercole, la qual si diceva ch'era maggior che non è tutta l'Africa e l'Asia insieme, e da quella si poteva andar all'altre vicine isole, e dall'isole poi alla terra ferma, ch'era posta all'incontro vicina al mare, ma dentro della bocca v'era un picciol colfo con un porto. Il mare profondo di fuori era il vero mare, e la terra di fuori il vero continente. Questa isola si chiamava Atlantide, e in quella era una maravigliosa e grandissima potenza di re che signoreggiavano e tutta la detta isola e molte altre e grandissima parte di quella terra che abbiamo detto esser continente, e oltre di ciò queste nostre parti ancora; perciochè erano signori della terza parte del mondo, che è chiamata Africa, insino all'Egitto, e dell'Europa insino al mare Tirreno. Ora, essendosi la potenza di costoro messa insieme, se ne venne ad assaltare il nostro e anco vostro paese, e tutte le parti che sono dentro delle colonne d'Ercole. Allora, o Solone, la virtú della vostra città verso tutti i popoli si dimostrò chiara e illustre; perciochè avanzando di gran lunga in eccellenza tutti gli altri, sí di grandezza d'animo come di perizia dell'arte militare, e in compagnia degl'altri Greci e anco sola, essendo stata da loro abbandonata, sostenne tutti gli estremi pericoli che dir si possano, fin che espugnò e mandò a terra i detti nemici, per conservare e restituire agli amici la lor primiera libertà. Poichè fu condotta a fine l'impresa, avvenne che, fattosi un grandissimo terremoto e inondazione, che durò per ispazio d'un giorno e d'una notte, la terra s'aperse e inghiottí tutti quei valorosi e bellicosi uomini, e l'isola Atlantide si sommerse nel profondo del mare. Il che fu cagione che da quel tempo in poi non s'è potuto navicare, per il gran fango e terra che v'è rimasa dell'isola sommersa".
Questa è la somma delle cose che Crizia il vecchio diceva avere inteso da Solone. Ora questa isola e guerra, da grandissimi filosofi che hanno commentato il detto Dialogo del
Timeo, è stata riputata favola e cosa allegorica, perciochè alcuni hanno detto che ella voglia significar l'opposizioni che si fanno nell'universo, altri l'opposizioni che si fanno tra li pianeti e la terra, o vero la discordia fra li demonii superiori e inferiori e infinite altre chimere. Ma la verità è questa, che avendo Platone a scriver della fabrica del mondo, il qual teneva esser stato fatto per collocarvi l'uomo, animal divino, acciochè, vedendo egli tanti ornamenti di stelle nel cielo e il moto di cosí stupendi e maravigliosi luminari, conoscesse il suo fattore e conoscendolo di continuo lo laudasse, gli pareva cosa pur troppo fuor di ragione che due parti d'esso fossero abitate e l'altre prive d'uomini: e 'l sole e le stelle con loro splendore facessero la metà del corso indarno e senza frutto, non lucendo se non al mare e a' luoghi deserti e privi d'animali. E però, intesa che egli ebbe questa istoria de' sacerdoti d'Egitto, nella quale si faceva menzione d'un'altra parte del mondo oltra l'Asia e l'Europa e l'Africa, l'ammirò grandemente e, come cosa sacra e conforme a' suoi pensieri, la volse porre nel principio del predetto Dialogo. E veramente noi siamo, oltra gl'infiniti doni concessine da Iddio, obligati grandemente a sua divina Maestà di questo sopra tutti gli altri uomini stati nei secoli passati, che a' nostri tempi si sia scoperta questa nuova parte del mondo, della quale in cosí lungo spazio di tempo non se n'è avuta notizia, e appresso che siamo chiari come sotto la nostra Tramontana e sotto la linea dell'equinoziale vi siano abitatori, e che vivono cosí commodamente come fanno l'altre genti nel rimanente del mondo, la qual cosa gli antichi negarono.
Ma non sarà fuor di proposito (benchè Vostra Eccellenza sappia benissimo tutte queste cose) di parlar alquanto della Tramontana, avendo noi in diversi altri nostri discorsi a bastanza dimostrato sotto la detta linea il tutto essere abitato, con grandissimo temperamento d'aere, ma di quest'altra parte non n'avendo toccato, se non un poco nel parlar che facemmo del viaggio che per fortuna fece il magnifico messer Pietro Querini, gentiluomo veneziano, sotto la Tramontana, come si legge nel secondo libro de'
Viaggi. E però qui ci sforzeremo il meglio che sapremo di dimostrare il maraviglioso e stupendo effetto che si vede far il sole, e sopra la linea e sotto ambedue i poli in un istante, ma diversamente e al contrario l'uno dall'altro. Avendo quel supremo e divino Fabricatore disposto il tutto con tanto artificio che, presso a coloro i quali sono sotto l'equinoziale, e hanno l'orizonte che passa per i due poli, il giorno è di ore dodeci e la notte d'altretante, e l'anno loro è diviso in 12 mesi, quelli che abitano sotto la nostra Tramontana, e che hanno l'orizonte il qual passa sopra la detta linea, e il polo per zenit, hanno il giorno di sei mesi continui, cioè cominciando da' 25 di marzo, che 'l sole vien sopra il detto orizonte, fin che ritorna a passar di sotto agli 8 di settembre; e all'incontro una notte d'altri sei mesi hanno gli abitanti sotto l'Antartico, e il lor anno, cioè tutto il corso che fa il sole per li 12 segni del zodiaco, si compie in un giorno e una notte.
Cosa veramente stupenda e maravigliosa, perchè, quando noi abbiamo la state, quelli che son sotto la nostra Tramontana hanno il giorno di detti sei mesi, e quelli dell'altra opposta la notte del medesimo spazio; e quando è il verno presso di noi, sotto la nostra Tramontana è la notte di detti sei mesi, e nella opposta il giorno d'altretanta lunghezza; sí che a vicenda ora i nostri hanno il giorno, ora quelli dell'altra, e al medesimo modo la notte. La quale, ancorchè sia cosí lunga e di tanto spazio di tempo, non è però di continue e oscurissime tenebre, ma il sole fa il suo corso con tal ordine che gli abitanti nella detta parte non come talpe vivono sepolti sotto terra, ma come l'altre creature che sono sopra questo globo terreno vengono illuminate, sí che possono benissimo sostenersi e riparar la lor vita; perciochè il corpo solare non declina mai, né di sotto della detta linea né di sopra di quella, che è l'orizonte di ambidue i poli, piú di 23 gradi, e anco in questi 23 non cammina per diametro opposto, ma va di continuo circondando attorno, sí che i suoi raggi, percotendo il cielo, rappresentano a loro quella sorte di luce ch'abbiamo noi qui la state due ore avanti che 'l sole lievi.
E questo esempio che abbiamo preso, della diversità degli orizonti dell'equinoziale e di sotto i poli, è stato per dimostrare il mirabile effetto che fa il sole, partendosi delle ore dodeci e venendo pian piano illuminando il globo della terra, riducendo l'anno di dodeci mesi in un sol giorno e una notte, come di sopra è stato detto; sotto l'infinite varietà del corso del quale, ora con giorni lunghi, ora con brevi, tutti gli abitanti sono stati formati e disposti con tal complessione e fortezza di corpo, che ciascuno è proporzionato al clima assegnatoli, o caldo o freddo che sia, e vi può abitare e ripararsi come in luogo suo naturale e temperato, non si lamentando o cercando di partirsi e andare altrove, ma si contenta di starvi per l'amor naturale del sito suo natio. Perciochè ragionevolmente non è da credere che il fattore di cosí bella e perfetta fabrica come sono i cieli, il sole e la luna, non abbia voluto che, essendo ella fatta con tanto stupendo e maraviglioso ordine, il sole non illumini se non una particella di questo globo che chiamano terra, e il resto del suo corso sia in vano sopra mari, nevi e ghiacci; ma l'ha coperta in ciascuna sua parte di diversi animali, e sopra gli altri dell'uomo, come padrone e signor di tutti, per cagion del quale ella era stata fabricata, avendolo dotato di quella divina e celeste parte che è l'anima: e appresso ha disposti e in ciascun luogo compartiti i doni necessarii al vivere, piú e meno, secondo che alla divina sua providenza è piaciuto. Di maniera che chi leggerà l'Istoria del reverendissimo monsignor Olavo Magno, gotto, arcivescovo d'Upsala, delle genti e natura delle cose settentrionali, descritta in 22 libri, quali ora si traducono di lingua latina nella toscana per dargli alla stampa, chiaramente conoscerà che questa tal parte di sotto la nostra Tramontana è tutta abitata d'infiniti popoli delle provincie e regioni di Biarmia, Finmarchia, Scrifnia, Lappia e Botnia, poste sotto li regni di Norvega e Svezia.
Ma per non partirmi dal parlar del viaggio che fa il sole in un anno intero, ora appressandosi a noi e ora allontanandosi, dico che in un medesimo tempo in diverse parti sopra questa rotondità della terra egli causa primavera, state, autunno e verno, e nel medesimo istante, e quasi punto, si veggono apparire i raggi del sole, esser mezzodí, e farsi sera e mezzanotte. La qual varietà, quantunque paia incomprensibile alla picciolezza dell'ingegno umano, pure, speculandola con l'occhio dell'intelletto, e mettendo avanti di quello il moto inestimabile che di continuo fa il sole, vedrassi esser vera a rispetto della diversità de' siti della terra che di continuo vengono illuminati. La qual varietà è fatta con tanta armonia e consonanza, e con una legge cosí immutabile e perpetua, che ogni picciol punto che vi mancasse si dubiteria che tutti gli elementi si confondessero insieme e ritornassero nel primo caos.
Ora, per le cose dette di sopra, penso che non ci sia piú dubbio alcuno che sotto l'equinoziale e sotto ambidue i poli non si trovi la medesima moltitudine degli abitanti che sono in tutte l'altre parti del mondo; e che per questo nuovo scoprir dell'Indie occidentali non si conosca chiaramente quanto tutti gli antichi filosofi con le lor sapienze e gran speculazioni si siano ingannati, pensando che la fabrica di questo mondo, fatta in ogni sua parte con sí mirabil disposizione e da cosí perfetto maestro, fosse la metà sotto il mare, difforme e guasta, e per il caldo e per il gielo inabitata.
Ritornando adunque al primo nostro proponimento, dico che questa parte del mondo nuovo fu trovata nell'anno 1492 dal signor don Cristoforo Colombo genovese, come si vedrà per un Sommario che scrisse in quei tempi don Pietro Martire milanese, che allora stava in Spagna col re catolico, e anco per un altro ch'ha scritto il signor Gonzalo Fernando d'Oviedo, ch'è tanto amico della Eccellenza Vostra, il qual Sommario egli ampliò dapoi e divise in tre parti, chiamandole l'Istorie generali e naturali dell'Indie, delle quali n'è venuta in luce la prima, come si leggerà in questo volume. L'altre due, cioè la seconda, che contien il discoprir di Mexico e la Nuova Spagna, e la terza, dell'acquisto della gran provincia del Perú, essendo, sí come ho inteso, venuto il prefato signor Gonzalo gli anni passati dall'isola Spagnuola fino in Sibilia per farle stampare (non so che cosa vogliamo dir che sia stata cagione) con gran danno de' studiosi di questa cognizione, egli poco dapoi se n'è ritornato alla città di S. Domenico nella Spagnuola, riportando seco dette due parti d'istoria soppresse. Nelle quali, secondo ch'egli medesimo scrisse all'Eccellenza Vostra quest'anni, v'erano piú di 400 figure de' ritratti delle cose naturali, come animali, uccelli, pesci, arbori, erbe, fiori e frutti delle dette due parti dell'Indie. Il che è stato di gran perdita a' studiosi, che desiderano di legger e intender particolarmente e piú volentieri le cose sopradette dalla natura prodotte in quelle parti, dissimili da quelle che nascono presso di noi, che di saper le guerre civili ch'hanno fatte molt'anni gli Spagnuoli tra loro, ribellandosi alla maestà cesarea di Carlo V imperatore per l'immensa ingordigia dell'oro.
Delle quali guerre tutti gl'istorici spagnuoli di questi tempi s'hanno affaticato e affaticano continuamente di scrivere con un'estrema diligenza, notando che ne' fatti d'arme di Salinas, Chupas, Quito, Guarina, Xaquixaguana v'erano i tali e tali capitani, alfieri e adelantadi, co' nomi di tutti i soldati spagnuoli, sí da cavallo come da piedi, e in qual città di Spagna ciascun di lor nacquero, cosa vana e ridicolosa; delle cose naturali veramente sopradette se ne passano brevemente, se non in quanto non possono far di meno di non nominarle alle fiate. Che all'incontro in dette due parti d'istoria del nostro signor Gonzalo vi sono scritte molte cose notabili, e fra l'altre che 'l Messico è in 19 gradi di latitudine di sopra la linea dell'equinoziale, e cento dall'isole Fortunate, dove Tolomeo incomincia le longitudini. Parimente, che v'è differenza d'ore otto del sole dalla città di Messico a quella di Toledo in Spagna, il che è stato osservato con gli ecclissi, cioè che 'l sole nasce otto ore avanti in Toledo che non fa nel Messico; e che 'l sole a' 18 di maggio passa sopra il Messico per andare al tropico di Cancro, e ch'ei ritorna indietro sopra detta città a' 15 di luglio, e getta l'ombre in tutto quello spazio di tempo verso mezzodí, e non vi è caldo di qualità che alcuno sia sforzato a lasciare le vesti; che 'l paese è molto sano e temperato, e nei monti che circondano la laguna del Messico, in gran parte simile a quella di questa nostra gloriosa città di Venezia, vi sono molti luoghi ameni per andar a piacere. E medesimamente come, all'incontro del mal francese, che già fu condotto a noi di dette Indie, i nostri vi portarono il male delle varuole, che mai piú non era stato veduto né udito in quelle parti: e furono alcuni marinari giovani dell'armata di Panfilo Narbaez, ai quali venne detto male, e lo communicarono con gl'Indiani della Spagnuola, in guisa che, d'un millione e seicentomila anime ch'erano sopra detta isola, non se ne ritrovano al presente intorno a 500, tanto questa malattia di varuole, accompagnata d'infiniti strazii e fatiche che gli fecero far gli Spagnuoli, ebbe poter di levar loro la vita. E non solamente nella Spagnuola, ma è passata questa contagione talmente alla Nuova Spagna e anco oltra il mar del Sur nel Perú, che molte provincie sono rimaste deserte e disabitate da Indiani per cagione di queste varuole, e delle guerre civili che hanno fatte gli Spagnuoli fra loro.
Si leggeva anco in detta istoria del signor Gonzalo, la forma e modo come essi con alcune imagini ieroglifice descrivono le loro istorie e notano le memorie dei loro re del Messico, che sono certe figure d'animali, fiori e uomini fatti in diversi atti e modi: sí come s'è veduto in quei libri che 'l detto signor Gonzalo mandò a donare a V.E. e a me, gli anni passati, pieni di varie figure e bizzarrie. Oltra di questo si trattava come nella provincia del Perú, per aver memoria de' loro re e degli anni che hanno regnato, fanno in questo modo, che hanno case grandi con alcune persone diputate, le quali tengono il conto delle cose segnalate con alcune corde fatte di bombagio, che gl'Indiani chiamano
quippos, dinotando i numeri con groppi fatti in diversi modi, e cominciano sopra una corda da uno fino a dieci, e d'indi in su, mettendovi la corda del color della cosa che essi vogliono mostrare e significare. E, come è detto, in ciascuna provincia vi sono questi tali, ch'hanno carico di metter sopra quelle corde le cose generali, e chiamano quippos camaios. E se ne trovano case publiche piene di dette corde, con le quai facilmente dà ad intender, colui che n'ha il carico, le cose passate, benchè elle siano di molta età avanti di lui, sí come noi facciamo con le nostre lettere.
Ora, queste due parti d'istoria del detto signor Gonzalo non essendo venute ancora in luce, ed essendo stato divulgato che egli l'avea portate indrieto alla isola Spagnuola, forse per non volerle per ora publicare, acciochè gli studiosi di simili lezioni non stessero piú con l'animo sospeso, ma potessero in qualche parte sodisfarsi leggendo le cose che si trovano scritte di questo mondo nuovo, ho usato diligenza di far mettere insieme i sommarii e le relazioni che furono scritte dai medesimi capitani nel principio del trovar di quello. Il che s'è fatto nel miglior modo ch'è stato possibile, ancora che abbiamo avute le copie incorettissime; perciochè in ogni modo, per quel che vien detto, le due parti della detta istoria che non abbiamo potuto avere sono state tratte da simili relazioni.
Nell'ultima parte di questo volume sono state poste alcune relazioni di messer Giovanni da Verazzano fiorentino e d'un capitan francese, con le due navigazioni del capitan Iacques Carthier, il qual navigò alla terra posta sotto la Tramontana gradi 50, detta la Nuova Francia; delle quali fin ora non siamo chiari s'ella sia congionta con la terra ferma della provincia della Florida e della Nuova Spagna, overo s'ella sia divisa tutta in isole, e se per quella parte si possa andare alla provincia del Cataio, come mi fu scritto già molti anni sono dal signor Sebastian Gabotto nostro viniziano, uomo di grand'esperienza e raro nell'arte del navigare e nella scienza di cosmografia. Il qual avea navicato disopra di questa terra della Nuova Francia a spese già del re Enrico VII d'Inghilterra, e mi diceva come, essendo egli andato lungamente alla volta di ponente e quarta di maestro dietro queste isole, poste lungo la detta terra fino a gradi 67 e mezo sotto il nostro polo, a' 12 di giugno, e trovandosi il mare aperto e senza impedimento alcuno, pensava fermamente per quella via di poter passar alla volta del Cataio orientale: e l'avrebbe fatto se la malignità del padrone e de' marinari sollevati non l'avessero fatto tornare adietro. Ma Iddio forse riserba ancora lo scoprir di questo viaggio al Cataio per questa via, il qual per condur le spezie sarebbe piú facile e piú breve di tutti gli altri fin ad ora trovati, a qualche gran prencipe, come fa anco il discoprir l'altra parte della terra verso l'Antartico: il che fin al presente non vi è alcuno che abbia voluto o tentato di fare. E veramente questa sarebbe la maggiore e piú gloriosa impresa che alcuno imaginar si potesse, per fare il suo nome molto piú eterno e immortale a tutti i secoli futuri di quello che non faranno tanti travagli di guerra che di continuo si veggono nell'Europa fra i miseri cristiani.
Nel fine adunque di questo nostro discorso non pur è convenevole, ma parmi anco d'essere obligato a dire alquante parole accompagnate dalla verità per diffesa del signor Cristoforo Colombo, il quale fu il primo inventore di discoprire e far venire in luce questa metà del mondo, stata tanti secoli come sepolta e in tenebre, tal che a' tempi nostri s'adempia il detto del profeta della nostra santissima fede: "In omnem terram exivit sonus eorum", avendolo il nostro Signor Iddio eletto e datogli valore e grandezza d'animo per far cosí grande impresa. La qual essendo stata la piú maravigliosa e la piú grande che già infiniti secoli sia stata fatta, molti maestri, pilotti e marinari di Spagna, parendo loro in questa cosa esser tocchi pur troppo adentro nell'onore, essendo palese al mondo che ad un uomo forestiero e genovese era bastato l'animo di far quello che essi non avevano mai saputo né tentato di fare, s'imaginarono, per abbassar la gloria del signor Cristoforo, una favola piena di malignità e di tristizia.
Dipoi gli istorici spagnuoli, che scrivono tutto questo successo, non potendo far di meno di nominar l'auttore di cosí stupendo e glorioso fatto, che ha portati tanti tesori alla corona di Castiglia e a tutta la Spagna, tolsero ad approvar la detta favola e dipingerla con mille colori, la qual è tale. Che un padrone di caravella, navigando per il mare Oceano, fu assaltato da un vento di levante tanto sforzevole e cosí continuo che lo condusse nell'Indie occidentali; e che, ritornato poi indietro, per la fame e per li travagli non gli erano restati se non due o tre marinari, e quelli infermi, i quali, dapoi che furono giunti, incontanente morirono; e che anche il padrone mal condizionato alloggiò in casa del Colombo, il quale era suo amico, e perchè egli sapeva far carte da navicare, gli volse mostrar la terra che esso avea scoperta per la fortuna, e per qual vento aveva fatto questo pareggio. Alcuni dicono che questo padrone era d'Andaluzia, e facendo il viaggio delle Canarie nel suo ritorno arrivò all'isola della Madera, dove allora si trovava Colombo. Altri affermano che era biscaino, il qual andava in Inghilterra carico di tante vettovaglie che li furono bastanti per l'andarvi e per il ritorno. Altri vogliono ch'ei fosse certo Portoghese, che veniva dal castel della Mina; e chi dice ch'egli arrivò in Portogallo, chi all'isole d'Azori e chi alla Madera. E di questo non sanno però alcun di loro affermar cosa alcuna certa, ma ben tutti in ciò si conformano, che 'l detto, arrivato in casa del Colombo, fra spazio di pochi giorni vi morí, e in poter del Colombo rimasero le scritture e le relazioni del detto viaggio, e che per questa informazione il signor Cristoforo si pose in animo d'andare poi a trovar queste terre nuove.
Favola veramente e invenzione ridicolosa, composta e formata con tanta malignità, in pregiudicio del nome di questo gran gentiluomo, quanto dire o imaginar si possa. Né mi pare che l'uomo per confutarla si debba troppo affaticare, essendo assai chiaramente per se medesima conosciuta esser senza alcun fondamento, e finta con molta confusione, non esprimendo alcuno di questi né il luogo, né il tempo, né il nome dell'auttore, ma solamente volendo che si porga fede alla loro semplice parola. Ed è da credere che quelli, i quali volessero torre a provar con simil via che questo pilotto sia stato il primo a trovar queste Indie, appresso ogni prudente e giusto giudice sarebbono riprovati per manifesti calunniatori. Perchè se il signor Cristoforo Colombo avesse fatta questa impresa già 200 anni, la lunghezza del tempo potrebbe forse oscurar qualche parte della verità, e molte finzioni di simili favole potrebbono essere da alcuno credute; ma egli la fece del 1492, nel conspetto e negli occhi di tutto quel regno. E oggidí ancor vivono nella Spagna e nell'Italia di quelli che si trovarono alla corte quando esso fu spedito per andar al detto viaggio; dove non apparve pur un minimo segno di sospizione, né detto parola alcuna di questa caravella né d'altro marinaro: anzi tutto il mondo sapeva ed era chiaro che, perchè il detto era grandissimo marinaro e molto ben pratico del quadrante e dell'altezze del sole e dell'elevazioni del polo, e che aveva navigato gran parte della sua età per tutto il Mediterraneo e per l'Oceano verso Inghilterra, e verso mezogiorno alle Canarie e anco in Portogallo, sovra i liti del quale aveva osservato in certo tempo dell'anno una continua cola di venti di ponente, che tutte queste cose l'inducevano a voler far questo viaggio, avendo fisso nell'animo che, andando a dritto per ponente, esso troverebbe le parti di levante ove sono l'Indie.
E che ciò sia la verità, in tutta la corte a quel tempo non si parlò mai altramente: di che ne dà chiara testimonianza nella sua istoria don Pietro Martire, scrittor celebre in que' tempi che allora stava in Spagna a' servizii di quelli serenissimi re di gloriosa memoria, i quali, veduto il felice successo del viaggio, si trovarono tanto satisfatti del servizio suo che lo divulgarono per tutto il mondo, esaltandolo e inalzandolo fin al cielo, e gli fecero tutti quegli onori che si possono imaginar maggiori, confermandogli i privilegi che gli aveano fatti delle decime di tutte l'entrate e diritti reali che si cavassero di tutte le terre ch'egli scoprisse, creandolo perpetuo almirante dell'Indie, e lui e tutti li suoi descendenti, e facendolo sedere nel conspetto delle lor Maestà, che a privata persona è onor grandissimo in quei regni. E dandogli il titolo di
don, volsero che egli aggiugnesse presso all'armi di casa sua quattro altre, cioè quelle del regno di Castiglia, di Leon, e il mar Oceano con tutte l'isole, e quattro ancore per dimostrar l'ufficio d'almirante, con un motto d'intorno che diceva: "Per Castiglia e per Leon nuovo mondo trovò Colon". Che se avessero avuto sospicion alcuna di questa favola, la qual maliziosamente dopo il suo ritorno fu per invidia finta dalla gente bassa e ignorante, affezionata a' detti pilotti, quei prencipi tanto savi e prudenti non gli averebbono fatti cosí gran privilegi, concessioni e onori. Oltre di ciò, si sa chiaramente che nel cuore e nell'animo di tutti i grandi e signori di Spagna è fin al presente scolpita la memoria di questo gran fatto del signor Cristoforo Colombo, e tutti ne parlano di continuo molto onoratamente. E ho già udito dire molte volte da molti gravissimi senatori, che in diversi tempi sono stati ambasciatori di questa Repubblica in Spagna, che ognuno di quella corte diceva ch'egli meriteria che gli fusse fatta una statua di bronzo, acciochè li posteri in tutti li regni di Spagna avessero sempre dinanzi agli occhi l'auttore di tanti tesori e grandezze aggiunte a quei regni.
Questo è quanto per difesa dell'onor di cosí grande uomo mi è parso che si dovesse toccare. La nobilissima adunque e ricchissima città di Genova si vanti e glorii di cosí eccellente uomo cittadin suo, e mettasi a paragone di qualunque altra città, perciochè costui non fu poeta, come Omero, del qual sette città delle maggiori che avesse la Grecia contesero insieme, affermando ciascuna che egli era suo cittadino; ma fu un uomo il quale ha fatto nascer al mondo un altro mondo, effetto in vero incomparabilmente molto maggiore del detto di sopra. Del quale non posso far che non mi stupisca, avendo trovato che un poeta spagnuolo di Cordova, nominato Seneca, già 1500 anni, mosso dal furor poetico ne dipinse tutta questa impresa, perciochè nella tragedia ch'egli compose di Medea, nel fine d'un coro, scrisse questi versi latini:

Venient annis
secula seris, quibus Oceanus
vincula rerum laxet, et ingens
pateat tellus, typhisque novos
detegat orbes.
nec sit terris ultima Thyle.

Li quali tradotti suonano in questo modo:

Tempi verranno ancora
dopo lunga dimora,
che 'l gran padre Oceano ad altre genti
delle cose mondane il fren rallenti,
che 'l gran corpo terreno
tutto apparisca e si dimostri a pieno
che di Tifi solcando a parte a parte
de l'onde il vasto seno
nuovi luoghi discopra il senno e l'arte,
né sia Tile del mondo ultima parte.


Ora, perchè l'Eccellenza Vostra piú volte per sue lettere m'ha esortato che della parte di questo mondo di nuovo ritrovato, ad imitazione di Tolomeo, ne volessi far fare quattro o cinque tavole di quanto se ne sapeva fin al presente, ch'erano i liti posti nelle carte da navicare, fatte per li pilotti e capitani spagnuoli, e appresso volutomi mandar quel tanto che lei n'avea già avuto dal predetto illustre signor Gonzalo Oviedo, istorico cesareo, sí delle marine della Nuova Spagna e isole del mar del Nort, come della parte che si chiama la terra del Brasil e Perú nel mar del Sur, non ho voluto mancar di non obedir a' suoi comandamenti, e ho fatto che messer Giacomo de' Gastaldi piamontese, cosmografo eccellente, n'ha ridotto in picciol compasso uno universale, e poi quello in quattro tavole diviso, con quella cura e diligenza ch'egli ha potuto maggiore, acciochè gli studiosi lettori vegghino di quanto per mezzo di V.E. se n'ha avuto notizia. Conciosiacosachè, sapendosi in Spagna e in Francia il piacer grande che ella ha di questa nuova parte del mondo, e come ella medesima di sua mano spesse volte ne suol far disegni, tutti gli uomini letterati ogni giorno la fanno partecipe di qualche discoprimento che è loro portato da capitano o pilotto che venga di quelle parti; e fra gli altri il sopradetto signor Gonzalo dall'isola Spagnuola, il quale ogn'anno una volta o due la visita con qualche carta fatta di nuovo. Il simile fanno alcuni eccellenti uomini francesi, che da Parigi gli hanno mandato le relazioni della Nuova Francia, con quattro disegni insieme, che saranno posti in questo volume a' suoi luoghi.
E questo è quanto, facendo fine, s'appartiene a queste tavole nuovamente fatte di geografia e relazioni, a contemplazione di Vostra Eccellenza e degli studiosi mandate in luce.


Sommario dell'istoria dell'Indie occidentali cavato dalli libri scritti dal signor don Pietro Martire milanese, del Consiglio delle Indie, prima del re catolico e poi della maestà dell'imperatore.


Come Cristoforo Colombo genovese, avendo proposta alla Signoria di Genova e poi al re di Portogallo di trovar il mondo nuovo, e non essendoli creduto, lo propose al re catolico, quale gli armò una nave e due caravelle e lo lasciò andare al detto viaggio.

In Genova, antica e nobil città d'Italia, nacque Cristoforo Colombo di famiglia popolare, e sí come è il costume de' Genovesi, si dette a navicare. Nel quale esercizio, essendo di grande ingegno e avendo bene imparato a conoscere li moti de' cieli e il modo d'adoperare il quadrante e l'astrolabio, in pochi anni divenne il piú pratico e sicuro capitano di navi che fusse al suo tempo. Navigando adunque come era suo costume, in molti viaggi fatti fuor dello stretto di Gibilterra inverso Portogallo e quelle marine, aveva molte volte osservato con diligenzia che in certi tempi dell'anno soffiavano da ponente alcuni venti, li quali duravano equalmente molti giorni: e conoscendo che non potevan venire d'altro luogo che dalla terra, che gli generava oltre al mare, fermò tanto il pensiero sopra questa cosa che deliberò volerla trovare. Ed essendo d'età d'anni XL, uomo di alta statura, di color rosso, di buona complessione e gagliardo, propose prima alla Signoria di Genova che, volendo quella armargli navili, si obligheria andar fuor dello stretto di Gibilterra e navicar tanto per ponente che, circondando il mondo, arriveria alla terra dove nascono le spezierie.
Questo viaggio parve a chiunque l'udí molto strano, come a quelli che mai avevano a tal cosa pensato o con l'intelletto fattone alcun discorso, e riputavansi saper tutto quel che fusse possibile dell'arte del navicare, e per questo tennero questo suo ragionamento per una favola e un sogno: ancor che avessero sentito dir che da qualche uno degli scrittori antichi è stata fatta menzione d'una grande isola molte miglia fuora di questo stretto alla volta di ponente. Vedendo Colombo che non era dato fede alle sue parole, gli parve di tentare il re di Portogallo. Né anche appresso questo prencipe gli fu prestato orecchi, essendo li capitani di navi di quel regno molto superbi, né giudicavan che alcuno meglio di loro potesse o sapesse parlare dell'arte del navicare. E questo solamente perchè sempre a vista di terra, né mai da quella allontanandosi e andando ogni sera in porto, avevano scorso tutta quella costa dell'Africa la quale in su l'oceano guarda verso mezzodí. Il qual viaggio de' Portoghesi mai bastò l'animo agli antichi fare, perchè tenevan per certo che fusse arso dal sole qualunque passava sotto l'equinoziale, e reputaron favola quando fu riferito loro che s'era trovato chi da Gades era andato circondando l'Africa insino al mar Rosso.
Rimaso adunque in questo modo ingannato, e avendo sentito parlar della grandezza d'animo del re catolico e della regina Isabella, si dirizzò alla corte loro, con fermo proposito di non partirsi da quelli fin che non gli armassino navili per andare a discoprir detta terra per ponente. E avendo molte volte a lor Maestà e a molti grandi d'Ispagna detto le ragioni che lo movevano a tener certo che questo fusse la verità, pareva che ancora in questa corte delle sue parole fusse tenuto poco conto, perchè lo reputavano uomo leggiero, e giudicavano che la cosa non manco si potesse fare che volare. Pure Iddio, il quale aveva determinato per mezzo di costui scoprir quello che tanto tempo aveva tenuto ascoso a tutti gli savi del mondo, dapoi che fu dimorato in quella corte alcuni anni, pose questa impresa in cuore alla regina Isabella, qual fu una delle rare donne e di tanto cuore quanto alcuna altra che giamai nascesse. E cosí essendo un giorno sollecitata dal detto Cristoforo, persuase al re catolico che non restasse per modo alcuno di far tale esperienzia. E fu tale la persuasione, che gli armorono una nave e due caravelle, con le quali al principio di agosto 1492 con 120 uomini si partí da Gades, e la prima scala fece all'isole Fortunate, le quali dagli Spagnuoli si chiamano le Canarie, gradi 28 in circa sopra l'equinoziale. Questa navigazion fu di mille miglia, perchè, secondo il conto de' marinari, queste isole sono lontane da Gades 250 leghe a quattro miglia per lega. Queste isole dagli antichi furon chiamate Fortunate perchè sono di aere temperatissimo e non senton mai per tutto l'anno né caldo eccessivo né freddo; ancora che alcuni pensino che l'isole Fortunate siano quelle che sono non molto lontane dal Capo Verde dell'Africa, tenute oggi da' Portoghesi, gradi 17 sopra l'equinoziale, chiamate l'isole di Capo Verde.


Delle isole Fortunate, dette ora Canarie, e di quelle che furono trovate a' tempi nostri. E come, navigato che ebbe Colombo trenta giorni per ponente, scoperse terra. E del sito e abitatori e animali di quella.

Ma come quelle che posseggon gli Spagnuoli, alli quali arrivò Colombo, la prima volta fusser trovate, non voglio lasciar di dire. Queste isole, ancor che appresso gli antichi fusser conosciute, pur la memoria dove quelle fussero era smarrita. E nel 1405 uno di nazion franzese, chiamato Giovanni Bentachor, avuta licenzia da una regina di Castiglia di scoprir terre nuove, trovò quelle due che si chiamano Lancilotto e Forteventura: le quali, morto Bentachor, dalli suoi eredi furon vendute agli Spagnuoli. La Gomera e l'isola del Ferro furono trovate da Ferrando Darias; le altre tre, cioè la Gran Canaria, Palma e Tenerife, alli tempi nostri sono state trovate da Pietro di Vera e Alfonso di Lucho.
Ma torniamo a Colombo, il quale, partito da queste isole al diritto di ponente, ancor che tenesse un poco a man sinistra verso gherbino, navigò trentatre giorni non vedendo altro che cielo e acqua, e ogni giorno con l'astrolabio osservava la declinazion del sole, e la notte l'altezza delle stelle fisse, non allontanandosi dal tropico del Cancro, e la Tramontana se gli levava gradi 20 in circa, e a questo modo comandava il cammino. Buttava ancor due volte il giorno lo scandaglio in mare, e notava li segnali della terra dove passava e l'altezza del mare. Ma gli Spagnuoli che erano sopra li navili, passati li primi dieci giorni, comincioron fra loro a mormorare secretamente, dipoi alla scoperta a lamentarsi di Colombo, e vennero a quello, che eran deliberati buttarlo in mare, dicendo che erano stati ingannati da un Genovese, e che lui gli aveva condotti in luogo donde mai piú potriano tornare. Pure andavano scorrendo, essendo nel miglior modo che era possibile da Colombo trattenuti; ma poi che furon passati venti giorni, entroron in gran furore gridando non voler andar piú avanti. Ma Colombo, or con umane parole, or dando loro speranza, e alcune volte arditamente dicendo loro che se gli facevano alcuna violenzia sarebbon tenuti ribelli delli re catolici, gli andava menando di giorno in giorno, tanto che tre giorni avanti che scoprissero terra, dormendo Colombo, gli apparve una mirabil visione, tale che destatosi pieno di allegrezza, chiamati a sé li compagni disse loro che in breve tempo vedrebbon terra. E una mattina, al far del giorno, buttato lo scandaglio in mare e veduta certa sorte di terreno del fondo di quello, conobbe non esser molto lontan da quella, e tanto piú di questo faceva congiettura perchè la notte avanti era soffiato una insolita inequalità di vento, il quale non era causato da altro che dal vento contrario che veniva dalla terra.
Mosso da questi segni, Colombo comandò che uno delli compagni montasse in su la gabbia della nave; il che fatto, non passò molte ore che cominciò di lontano a discoprir certi monti, li quali veduti, subito cominciò con grande allegrezza a gridar: "Terra, terra". Gli altri compagni e quelli delle caravelle, udita questa voce, gridorono ancor loro: "Terra, terra", discaricando tutti li pezzi che avevan di artigliarie. Cristoforo Colombo, vedendo li suoi disegni con l'aiuto di Dio avere avuto sí felice principio, si riempié di tanta allegrezza che era cosa mirabile a vederlo. E avendo buon vento, a mezzogiorno arrivorno appresso terra, qual viddero verdissima e piena di grandissimi arbori: dove arrivati, comandò che fussero buttati gli schifi della nave e caravelle, e che dodici uomini con lui smontassero. Il quale, primo, con una bandiera nella quale era figurato il nostro Signore Iesú Cristo in croce, saltò in terra e quella piantò, e poi tutti gli altri smontorono e inginocchiati baciorono la terra tre volte piangendo di allegrezza.
Dipoi Colombo, alzate le mani al cielo, lagrimando disse: "Signor Dio eterno, Signore omnipotente, tu creasti il cielo e la terra e il mare con la tua santa parola; sia benedetto e glorificato il nome tuo, sia ringraziata la tua maestà, la quale si è degnata per mezzo d'uno umil suo servo far che 'l suo santo nome sia conosciuto e divulgato in questa altra parte del mondo". Questa terra, secondo il conto che faceva Colombo, è lontana dalle Canarie 950 leghe. Nella quale dimorati alquanto, conobbero che era una isola disabitata, e per questo deliberorono andar piú avanti. Ma, per lasciare un segno d'aver preso la possessione in nome di nostro Signore Iesú Cristo, fece tagliare arbori e di quelli fare una gran croce, e collocata in luogo della bandiera, rimontorno in nave. E seguendo il loro viaggio al medesimo modo, dopo alcuni giorni scopersero sei isole, delle quali due erano molto grandi: di queste la maggiore nominarono Spagnuola e l'altra Giovanna, ma di questa non eran certi se la erano isola o terra ferma. E cosí, andando drieto alli litti di queste, sentirono tra boschi folti cantar li rosignuoli del mese di novembre.
In questo luogo trovarono gran fiumi di acque chiarissime e porti naturali capaci di gran navili. Ma a questo non stava contento Colombo, anzi pensava tanto andare avanti che trovasse il fine di questa terra, e arrivasse alli liti orientali e terre dove nascon le spezierie. E per questo andorono scorrendo per li litti di Giovanna, per il vento di maestro, piú di ottocento miglia, e giudicarono che quel fusse continente, come dapoi si è trovato esser la verità, non trovando segno alcuno di fine di quelli litti. Per questo, e per essere stretti dal tempo e fortune che avevano da tramontana, deliberarono di tornar indietro, e cosí ritornati verso levante di nuovo arrivorno all'isola Spagnuola. La natura della quale e gli abitatori desiderando di voler conoscere, si accostarono dalla banda di tramontana, dove la nave maggior dette sopra uno scoglio piano, che era coperto dall'acqua, e si ruppe; le altre due caravelle aiutarono gli uomini e le robe, e smontati in terra viddero una moltitudine di uomini tutti nudi, li quali, subito che viddero li cristiani, si miseno a fuggire con grande impeto in boschi grandissimi. Gli Spagnuoli, seguitandogli, presero una femina e la menarono alle navi, dove la vestirono bene e gli dettero da mangiare e da bere vino, e la lasciorono andare. Subito che fu giunta a' suoi, che sapeva ove stavano, mostrando il nostro vestire a loro maraviglioso e la liberalità delli nostri, tutti a regatta corsero alla marina, pensando questa esser gente mandata dal cielo, e si gittavano in acqua e portavano seco l'oro che avevano e barattavanlo a piatti di terra e tazze di vetro. Chi donava loro una stringa o sonaglio, overo un pezzo di specchio o altra simil cosa, davano in cambio oro.
Avendo già fatto commerzio famigliare, cercando li nostri li loro costumi, trovarono per segni e atti che avevano re tra loro; e dismontando in terra, furono ricevuti onoratissimamente dal re, il qual chiamavano Guaccanarillo, e dagli uomini dell'isola bene accarezzati. Venendo la sera e dato il segno dell'Ave Maria, inginocchiandosi li nostri, similmente facevano loro, e vedendo che li nostri adoravano la croce, e loro similmente l'adoravano. Vedendo ancora la sopradetta nave rotta, andavano con loro barche, che chiamavano canoe, a portar in terra li uomini e le robe, con tanta carità con quanta avrebber fatto se fussero stati de' lor proprii. Le loro barche sono di uno solo legno, lunghe e strette, cavate con pietre acutissime, delle quali alcune erano capaci di ottanta uomini. Appresso costoro non è notizia alcuna di ferro, per la qual cosa li nostri molto si maravigliorono come fabricassero le loro case, le quali maravigliosamente erano lavorate, e l'altre cose che a loro fanno di bisogno; ma si comprese che tutto facevano con alcune pietre di fiumi durissime e acutissime. Intesero che non molto lontano da quella isola erano alcune isole di crudelissimi uomini che si pascono di carne umana, e questa fu la causa che, al principio che viddero li nostri, si misono in fuga, credendo fussino di quelli, quali chiamano canibali. Li nostri aveano lasciato quelle isole quasi a mezzo il cammin dalla banda di mezzodí. Lamentavansi e mostravano con cenni li poveri uomini, che non altramente erano molestati e perseguitati da questi canibali che dalli cacciatori sono perseguitate le fiere salvatiche; e che li putti che loro pigliano, castrano, come facciamo noi li porci o capponi, acciochè diventino piú grassi per mangiarseli, e gli uomini maturi cosí come gli prendono gli ammazzano, e mangiano freschi gl'intestini e le estreme membra del corpo, il resto insalano e dapoi gli serbano alli suoi tempi, come facciamo noi li prosciutti. Non ammazzano le donne, ma le salvano a far figliuoli, non altrimenti che facciamo noi le galline per ova. Le vecchie usano per schiave.
In queste isole e nelle altre, cosí gli uomini come le femine, subito che presentono questi canibali approssimarsi a loro, non trovano per loro altra salute che fuggire, ancora che usino saette acutissime per difendersi; nondimeno, a reprimere il furore e la rabbia di quelli, trovano che poco gli giovano, e confessano che dieci canibali mettono in fuga cento di loro. Non poterono li nostri ben intendere che adorasse questa gente altro che il cielo, sole e luna. Delli costumi d'altre isole, la brevità del tempo e mancamento d'interpreti fu causa che non potettero saper altro. Gli uomini di quella isola usano in luogo di pane certe radici di grandezza e forma di navoni e carote, alquanto dolci, simili alle castagne fresche, le quali chiamano agies. Si trova ancora un'altra radice, che chiamano iuca, della qual fanno pane in questo modo, che la tagliano sottilmente e poi la pestano, la qual ha sugo assai, e ne fanno a modo di focaccie. Ma è cosa maravigliosa questa radice, che chi beve il suo succo subito muore, ma il pane che fanno della massa pesta, buttato via il succo, è sano e saporito. Èvvi ancora un'altra sorte di grano, che chiamano maiz, del qual fanno pane, ed è simile al cece bianco over piselli, e fa una panocchia lunga una spanna, acuta, grossa come è il braccio, dove sono messi li grani ad ordine. L'oro appresso di essi è in alquanta estimazione; ne portano alcuni pezzi appiccati all'orecchie e al naso.
Avendo conosciuti li nostri che da un luogo all'altro non fanno traffico alcuno, né si partono mai di suo paese, cominciorono a dimandare per segni dove trovavano quello oro ch'essi tenevano all'orecchie e al naso. Intesero che 'l trovavano nella rena di certi fiumi che corrono d'altissimi monti, né con gran fatica lo raccoglievano in grani e lo riducevano dapoi in lame. Ma non si trovava in quella parte dell'isola dove allora erano, come dapoi circundando l'isola cognoscettero per esperienzia, perchè, partiti di lí, s'abbatterono a caso a un fiume di smisurata grandezza, dove essendo smontati in terra per far acqua e pescare, trovorono la rena mescolata con molti grani d'oro. Dicono non aver visto in questa isola alcuno animale di quattro piedi, salvo di tre sorte conigli, e serpenti di grandezza e numero admirabile, quali la isola nutrisce, ma non nuocono ad alcuno. Viddono ancora oche salvatiche, tortore e anitre maggiori delle nostre, bianchissime col capo rosso. Viddero pappagalli, delli quali alcuni erano verdi, alcuni gialli tutto il corpo, altri simili a quelli di Levante con una gorgiera rossa, delli quali ne portarono quaranta, ma di diversi e variissimi colori, e massime nelle ale, la quale varietà di colori arrecava alla vista grandissimo piacere. Questa terra produce di sua natura copia di mastice, legno di aloe, cottoni e altre simili cose, certi grani in una scorza rossa piú acuti del pepe che noi abbiamo.


Come Colombo ritornò in Spagna, e del grande accetto fattoli per li re catolici, e come, preparatoli dicessette navili, ritornò al viaggio. Poi che fu partito dalle Canarie, tra l'altre terre scoperse una grande isola abitata dalli canibali, i quali mangiano gli uomini, nella qual si truovano otto grandissimi fiumi e gran copia di pappagalli.

Colombo, contento d'aver trovato questa nuova terra, qual è parte d'un nuovo mondo, essendo oramai la primavera, deliberò tornarsene e lasciò appresso al re sopradetto trentotto uomini (e fece far loro un castel di legno meglio che potette), li quali avessero ad investigare la natura de' luoghi e stagion de' tempi, insino che lui tornasse. Col quale fece lega e confederazione, per quelli cenni e modi che gli fu possibile, a salute e difensione di quelli che restavano. Il re, veduta la partita di Colombo e il restar delli compagni, parve che mosso a compassione lacrimasse, donde abbracciandogli monstrava loro grandissimo amore; e Colombo in questo fece vela per Spagna, e menò seco dieci uomini di quella isola. Dalli quali si comprese che la loro lingua facilmente s'impararebbe e con nostre lettere si scriverebbe. Chiamavano il cielo turei, la casa boia, l'oro cauni, uomo da ben tayno, niente mayani; gli altri loro vocaboli non proferiscono manco chiari che noi li nostri vulgari. E questo fu il successo della prima navigazione.
All'arrivar di Colombo in Spagna fu ricevuto dal re e dalla regina con gran festa, e li fecero grande onore, facendolo sedere publicamente avanti loro, il che appresso li re di Spagna è fra li primi onori, né usano farlo se non a quelli da' quali ricevono qualche gran servizio. E volsero che fusse chiamato admirante del mare Oceano, e a un suo fratello chiamato Bartolomeo dettero il governo dell'isola Spagnuola. Ma, per tornare alla nostra narrazione, dico che l'admirante Colombo, narrato tutto il successo alli re, affermava che sperava trar grandissima utilità di queste isole e per mezzo di queste trovare molti altri ricchissimi paesi. Onde sue Maestà fecero preparare dicessette navili, cioè tre navi con gabbie grandi e quattordeci caravelle senza gabbie, con piú di mille e dugento uomini fra a piè e a cavallo, con sue armadure. Oltra li quali erano ancora fabri, artefici di tutte le arti mecaniche salariati, alli quali comandò che portassero ciascuno tutti gl'istrumenti dell'arte sua, e ogni altra cosa che fusse a proposito per edificare una nuova città in paesi stranieri. Ma Colombo preparò cavalli, porci, vacche e molti altri animali con li suoi maschi, legumi, formento, orzo e altri simili semi, non solo per vivere ma ancora per il seminare, vite e molte altre piante d'arbori che non erano in quelli paesi: perchè non trovarono in tutta quella isola altro arbore di nostra cognizione che pini e palme altissime di maravigliosa durezza, dirittura e altezza, per la grassezza e bontà della terra, e altri assai che fanno frutti che ci sono ignoti, perchè quella terra è la piú abbondante che altra che sia sotto il sole.
Molti fidati e servidori del re si miseno di propria volontà a questa navigazione per desiderio di nuove cose e per l'auttorità dell'admirante. Alli venticinque di settembre del MCCCCXCIII con prospero vento fecero vela da Gades, e il primo d'ottobre arrivorono a una delle Canarie chiamata l'isola del Ferro: nella quale dicono non essere altra acqua da bere che di rugiada, la quale casca da uno arbore in una lacuna fatta a mano sopra un monte della detta isola. Alli tredici d'ottobre fecero vela, né si ebbe nuova di loro fino al marzo, che, essendo il re e la regina a Medina del Campo, a' ventitre di marzo per un corriero ebbero nuova esser giunte a Gades dodici di questi navili, l'anno MCCCCXCIIII. Dall'arrivar delli quali s'intese quanto qui sotto è scritto.
Alli tredici giorni d'ottobre partito l'admirante Colombo dalle Canarie con dicessette navi, navigò vintun giorno prima che scoprisse terra alcuna; ma andò piú a man sinistra verso ostro garbino che l'altro primo viaggio, onde incorsero nell'isole de' canibali, o vero caribbi, detti di sopra. Nella prima viddero una selva tanto spessa d'arbori che non si poteva discernere se sotto fusse o sasso o terra, e perchè era domenica il giorno che la viddero, la chiamarono Domenica: e accorgendosi che era disabitata, non si fermorono in essa, ma andorono avanti. In questi vintun giorno, secondo il giudicio loro feceno ottocento e venti leghe, tanto gli era stato favorevole il vento da tramontana. Dapoi partiti di questa isola, per poco spazio arrivorono a un'altra piena e abbondante di molti arbori, che rendevano odori suavissimi e admirabili. Alcuni che discesero in terra non viddero uomo alcuno, né animale di altra sorte che lacerti, come cocodrili d'inaudita grandezza. Questa isola chiamorono Marigalante, da un capo della quale avendo lontano in su un'altra isola veduto un monte, si partirono alla volta di quello, donde scopersono un fiume grandissimo, al quale andando, trovorono quella isola esser in quel luogo abitata, e fu la prima terra abitata che viddero dapoi il suo partire dalle Canarie.
Era questa isola delli canibali, come dapoi connobbero per esperienzia, e per gl'interpreti dell'isola Spagnuola che avevano seco. Cercando l'isola, trovorono molte ville e borghi di venti e trenta case l'uno, le quali erano tutte edificate per ordine attorno a una piazza tonda; le case, come dicono, tutte erano di legno fabricate in tondo in questo modo. Prima ficcano in terra tanti arbori altissimi, che fanno la circunferenzia della casa; dapoi mettono d'attorno alcuni travi corti, accostati a questi lunghi per puntello, acciochè non caschino, e il coperto fanno in forma di padiglione da campo, in modo che tutte queste hanno il tetto acuto. Dapoi cuoprono questi legni di foglie di palme e di certe altre simile foglie, che sono sicurissime per l'acqua; ma dentro, fra trave e trave tirate corde di cottone o di alcune radici che simigliano sparto, vi pongon su tele fatte di cottone. Hanno alcune sue lettiere che stanno in aere sopra le quali mettono bambagia e fieno per letto. Hanno le dette case ancora portichi, dove si riducono a giocare.
In un certo luogo avendo viste due statue di legno che soprastavano a due serpi, pensarono che fussero suoi idoli, ma intesero dipoi che erano in quel luogo poste solo per ornamento; perchè loro solamente adorano il cielo, ancora che finghino alcune imagini di cottone, le quali dicono essere a similitudine di demoni che veggono la notte. Accostandosi li nostri a questo luogo, gli uomini e le donne si miseno a fuggire e abbandonavano le sue case. Trenta femine e garzoni che erano prigioni, li quali questi canibali avevano presi d'alcune isole per mangiarseli e le femine per servirsene per schiave, fuggirono alli nostri, li quali, entrati nelle sue case, trovorono che avevano vasi di terra a nostra usanza e d'ogni sorte, e nelle cucine carni d'uomini lessate, insieme con pappagalli e oche e anitre, e altre in spiedi per arrostire. Per casa trovorono ossi di bracci e coscie umane, che salvavano per fare punte a sue freccie, perchè non hanno ferro; e trovorono ancora il capo d'un garzone morto poco avanti, che era appiccato ad un trave, e gocciava ancora il sangue.
Ha questa isola otto grandissimi fiumi, tra li quali n'è uno grande quanto il Tesino, con le ripe amenissime da ogni banda. Questa isola chiamorono Guadaluppa per esser simile al monte di Santa Maria di Guadaluppo di Spagna. Gli abitanti per proprio nome la chiamano Caruqueria, ed è la principale dell'isole de' Caribbi. Portorono da questa isola pappagalli maggiori che fagiani, molto differenti di colore dagli altri: hanno tutto il corpo e le spalle rosse, le ali di diversi colori. Non manco hanno copia di pappagalli che noi di passere. Ancora che li boschi siano pieni di pappagalli, nondimeno gli nutriscono e poi gli mangiano. L'admirante Colombo fece donar molti presenti alle donne che erano rifuggite a loro e ordinò che con quelli andassero a trovar li canibali, imperoch'esse sapevano dove stavano. E andate dette donne, dimorate con loro una notte, il giorno seguente menoron seco molti di quelli, i quali venivano per ingordigia delli doni. Ma subito che viddero li nostri, per paura che avessino o per conscienzia di loro sceleraggine, guardandosi l'un l'altro, con grande impeto si misero a fuggire alle valli e boschi vicini.


Come navigando, lasciate a man destra e sinistra molte isole, scoperse una grande isola Matityna, abitata solamente da femine, e come quelle si reggano. E poi ch'ebbe combattuto con una canoa di quegli uomini e donne, e quella messa in fondo, entrò in un mare pien d'isole innumerabili. E dell'isola chiamata San Giovanni, e suoi abitatori, e del re di quella.

Li nostri che erano scorsi per l'isola ridotti alle navi, rotte quante barche trovorono de' detti, si partirono da Guadaluppa alli dodici di novembre per andar a trovar li suoi compagni, li quali restorono nell'isola Spagnuola nel primo viaggio. E navigando lasciavano a man destra e sinistra molte isole. Scopersero in questo viaggio da tramontana una grande isola, la quale, e quelli Indiani che l'admirante aveva menati seco dall'isola Spagnuola, e quelli che erano recuperati dalle mani delli canibali, disseno che si chiamava Matityna, affermando che in essa non abitavano se non femine, le quali a certo tempo dell'anno si congiungevano con li canibali, e se partorivano maschi li nutrivano e poi gli mandavano alli loro padri, e le femine le tenevan seco. Dicevano ancora che queste femine hanno certe cave grandi sotto terra, nelle quali fuggivano se ad altro tempo dell'anno che l'ordinato alcuno andava ad esse, e se alcuno per forza o per insidie cercasse d'entrare a loro, che le si difendono con freccie, le quali traggono benissimo. Per allora non poterono li nostri accostarsi a quella isola, essendo impediti dal vento da tramontana.
Navigando dalla vista di questa isola lontani circa quaranta miglia, passorno per un'altra isola, la quale i predetti dell'isola Spagnuola dicevano esser popolatissima e abbondante di tutte le cose necessarie al vitto umano: e perchè quella era piena di alti monti, gli posono nome Monferrato. Li prefati dell'isola Spagnuola e li recuperati da' canibali dicevano che alcune volte essi canibali andavano mille miglia per prender uomini per mangiarli. Il seguente giorno scoprirono un'altra isola, la quale per esser tonda l'admirante chiamò Santa Maria Ritonda. Un'altra il giorno seguente chiamò San Martino. Ma in niuna di queste si fermorono. Il terzo giorno ne trovorono un'altra, la quale fecero giudicio esser lunga per costa da levante a ponente centocinquanta miglia. Gl'interpreti del paese affermano queste isole essere tutte di maravigliosa bellezza e fertilità. E questa ultima chiamarono Santa Maria Antica. Dapoi la quale trovò altre assaissime isole, ma di lí a quaranta miglia una maggior di tutte l'altre, la quale dagli abitanti è chiamata Ay Ay, e li nostri la chiamarono Santa Croce.
Qui smontorno per far acqua, e l'admirante mandò in terra trenta uomini della sua nave che ricercassero l'isola, li quali trovarono quattro canibali con quattro femine, le quali, visti li nostri, con man giunte pareva domandassero soccorso; le quali liberate per li nostri da' canibali, essi fuggirono alli boschi, come nell'isola Guadaluppa avevan fatto. E dimorando quivi l'admirante duo giorni, fece stare trenta delli suoi uomini in terra continuamente in agguato, nel qual tempo li nostri viddero venire una canoa, cioè una barca, con otto uomini e altretante donne: e fatto segno li nostri gli assaltorono, e loro con freccie si difendevano, per modo che, avanti che li nostri si coprissero con le targhe, un d'essi che era biscaino con una ferita fu morto da una delle femine, la quale similmente ne ferí un altro gravissimamente. Dalle quali due freccie li nostri s'accorsero che quelle e l'altre erano attossicate, perchè avevano in molti luoghi intaccata la punta e con certo liquore venenata. Fra questi era una femina alla quale pareva che tutti gli altri obbedissero come a regina, e con essa era un giovane suo figliuolo robusto, d'aspetto crudele e guardatura di leone. Li nostri, dubitando di non esser peggio trattati da lontano con freccie che combattendo da presso, giudicorono esser meglio da presso venir alle mani, e cosí, dato delli remi in acqua, con un batello di nave investiron la canoa e la misono in fondo. Loro veramente, cosí uomini come femine, notando non restavan di trarre freccie, né con manco impeto, alli nostri, che se fussero stati in barca, e montati sopra un sasso coperto d'acqua, combattendo valentemente furono presi, essendone stato morto uno e il figliuolo della regina ferito di due ferite. Li quali, condotti davanti a l'admirante, mostravano quanto fussino per natura atroci e crudeli: non era uomo che gli vedesse che non avesse paura, tanto atroce e diabolico era il loro aspetto.
Procedendo in questo modo l'admirante, ora per ostro, ora per gherbino, ora per ponente, entrò in un gran mare pieno d'innumerabili e varie isole. Alcune parevano boscose e amene, e altre secche e sterili, sassose, montose; altre mostravano fra sassi nudi colori rossi, altre di viole, altre bianchissimi, onde molti stimavano che fusser vene di metalli e pietre preziose. Non sorsero per queste perchè il tempo non era buono, e per paura della moltitudine e densità di tante isole, dubitando che le navi maggiori non investissero in qualche scoglio. Per questo riservorono a un altro tempo il ricercare le dette isole. Pure alcuni con legnetti piccioli, alli quali non bisognava troppo fondo, passorono per mezzo d'esse, e ne numerorono quarantasei, e questo mare chiamorono Arcipelago per tanto numero d'isole.
Passando avanti per questo mare, in mezzo del camino trovorono l'isola Burichena, da' nostri chiamata San Giovanni, nella quale quelli che furono liberati dalle mani de' canibali dicevano esser nati, e che era popolatissima, cultivata e piena di porti e boschi, e che gli abitatori d'essa erano stati sempre inimici delli canibali; e non hanno navili da poter andar a trovar li detti canibali, ma se per caso li canibali vanno alla sua isola per depredarli, e li possono metter le mani addosso, in presenza l'uno dell'altro tagliati in pezzi gli arrostiscono e gli divorano per vendetta. Tutte queste cose intendevano per gl'interpreti menati dall'isola Spagnuola.
Li nostri per non tardare troppo la lasciorono: pure dall'ultimo capo inverso ponente per far acqua smontorono in terra, dove trovorono una gran casa e bella a suo costume, con altre dodici picciole intorno a questa edificate, ma disabitate. Per qual causa non intesero, se 'l fusse o perchè per la stagion del tempo abitassero al monte per il caldo, o pur per paura delli canibali. Tutta questa isola ha un solo re, quale chiamano cacique, ed è ubbedito con grandissima reverenza da tutti. La costa di quest'isola verso mezzodí s'estende circa a dugento miglia. La notte due femine e un giovane liberati dalle mani delli canibali si gittorono in mare, e notorono all'isola ch'era la loro patria.


Della regione chiamata Xamana. Del re Guaccanarillo, e come da lui furono sviate sette femine cavate dalle mani de' canibali. Del porto reale. E come da una banda furono scoperti quattro gran fiumi e da un'altra tre, nell'arena de' quali si cava oro. E del signor cacique Caunoboa.

L'admirante finalmente giunse con la sua armata all'isola Spagnuola, distante dalla prima isola delli canibali cinquecento leghe, ma molto malcontento, perchè trovò morti tutti li compagni li quali vi aveva lasciati. In questa isola è una regione che si chiama Xamana, dalla quale l'admirante volendo tornar in Spagna la prima volta si partí, e menò seco dieci uomini di quelli dell'isola, delli quali tre solamente ne erano vivi in questa sua seconda tornata: gli altri tutti eran morti per la mutazione dell'aere e delli cibi. Delli quali per ordine dell'admirante uno, subito che arrivorono a Santo Eremo (che cosí chiamorono quella costa di Xamana) smontò in terra, per intendere quello che degli altri era seguito. Gli altri duoi di notte furtivamente si gittorono in mare, e notando scamporono. Della qual cosa però non si curò, credendo trovar vivi li trentotto che aveva lasciati, e cosí non gli dover mancare gl'interpreti. Ma andando un poco avanti incontrò una canoa di molti remi, nella quale era un fratello del re Guaccanarillo, col quale quando l'admirante si partí aveva fatta molto ferma confederazione e raccomandato li suoi. Costui, accompagnato da un solo, venne all'admirante e per nome di suo fratello gli portò in dono due imagini d'oro. E come dapoi s'intese in suo linguaggio, incominciò a narrar la morte delli nostri; ma per mancamento d'interprete al tutto non fu inteso.
Giunto l'admirante al castel di legno e alle case qual li nostri avevano fatte, trovò che tutte erano destrutte e arse, della qual cosa tutti ricevetteno gran passione. Pur, per veder se alcun di quelli eran restati vivi, fece discaricare molte artiglierie, acciochè se alcun fusse ascoso venisse fuora; ma tutto fu fatto in vano, perchè tutti erano morti. L'admirante mandò suoi messi al re Guaccanarillo, li quali riportarono quanto per segni avevan possuto comprendere: che in quella isola, per esser grande, sono molti signori maggiori di lui, delli quali duoi, avendo inteso la fama di questa nuova gente, vennero al castello con grande esercito, dove li nostri venti furono morti, e ruinorono il castello abbruciandolo tutto; e che lui volendoli aiutare era stato ferito d'una freccia (e mostrò una gamba che aveva fasciata con cotone), dicendo che questa era la causa, perchè non era venuto all'admirante come desiderava. L'altro seguente giorno l'admirante mandò un altro nunzio detto Marchiò di Sibilia al detto re, al quale levato via la fascia dalla gamba, trovò non avere ferita alcuna né segno di ferita; pur trovò che era in letto mostrando d'essere ammalato, il letto del quale era congiunto con altri sette letti di sue concubine. Onde incominciò a sospettare l'admirante e gli altri che li nostri fussero stati morti per consiglio e volontà di costui. Nondimeno, dissimulando, Marchiò messe ordine con lui che 'l seguente giorno venisse a visitare l'admirante alle navi. Il quale, arrivato alle navi, come avevano ordinato, fece buona cera e gran carezze alli nostri, facendo loro alcuni presenti, e molto si escusò della morte delli nostri. In questo mezzo, vista una delle femine cavata dalle mani delli canibali, la qual li nostri chiamavan Caterina, gli fece festa e parlò con essa molto amorosamente. Dapoi, domandato all'admirante licenzia, si partí, non senza grande admirazione per aver visto cavalli e altre cose a sé incognite. Furono alcuni che consigliavano che 'l si dovesse ritenere e far che confessasse come li nostri erano stati morti, e se si fusse trovato che lui fusse stato in causa, se gli facesse portar la debita pena; ma l'admirante considerò che non era tempo di irritar gli animi di quelli dell'isola.
Il giorno seguente il fratel di questo re venne alle navi, e parlò con le femine sopradette e le sviò, come mostrò l'esito della cosa; perchè la notte sequente quella Caterina, per liberarsi di cattività o per persuasione del re, si gittò in mare con sette altre femine tutte invitate da lei, e seguitando un fuoco che si vedeva sopra il lito, passorono circa tre miglia di mare, ancor che fusse turbato. Li nostri andorono dietro al medesimo lume, e seguitandole con le barche ne recuperorono tre solamente. Caterina con l'altre quattro se n'andorono al re, il quale la mattina seguente se ne fuggí con tutta la sua famiglia; onde li nostri compresero che quelli che eran restati fussero da costui stati morti.
L'admirante li mandò dietro il sopradetto Marchiò, il qual cercandolo arrivò a caso alla bocca d'un fiume, dove trovò un commodo e bonissimo porto, il qual chiamò Porto Reale. L'entrata è tanto ritorta che, come l'uomo è dentro, non conosce dove sia entrato, ancora che l'entrata sia sí grande che tre navi insieme vi potriano entrare. Intorno surgono alcuni colli in luogo di litti, li quali rompono tutti li venti che potessero farli fortuna, e nel mezzo è un monte tutto verde, pieno d'arbori, con pappagalli e altri uccelli che continuamente cantano suavemente, e massime intorno alla bocca di duoi fiumi, li quali vi metton capo. Procedendo piú avanti viddero un'altissima casa, e pensando che ivi fusse il re Guaccanarillo se n'andò a quella, e approssimandosi li venne incontro uno accompagnato da cento uomini ferocissimi in aspetto, tutti armati con archi, freccie e lancie acutissime, minacciando e gridando che non erano canibali ma taynos, cioè gentiluomini. Li nostri fattoli cenno di pace, e loro diposta la sua ferità, pigliando dalli nostri in dono ciascuno uno sonaglio da sparviere, si fecero insieme molto amici, e tanto che immediate senza rispetto dalle alte ripe del fiume discesero alle navi, dove loro all'incontro donorono alli nostri molte cose.
Noi dipoi entrammo in casa, la quale era tonda, e misurando la grandezza sua trovammo ch'era il diametro, cioè la larghezza, trentaduoi gran passi, e aveva all'intorno trenta altre case picciole. Li palchi erano di canne di diversi colori, con maraviglioso artificio tessuti. Dimandarono li nostri nel miglior modo che poterono dove fusse il re scampato; loro risposono che quella provincia non era del re Guaccanarillo, ma di quello che era lí presente, e che avevano inteso che Guaccanarillo era fuggito al monte; la qual nuova li nostri, fatto prima con questo cacique amicizia e lega, deliberarono far intender all'admirante. Il che inteso, l'admirante mandò in diverse parti diversi uomini ad investigar del detto re, tra' quali mandò Hoieda e Gorbolano, giovani nobili e animosi, accompagnati d'alcuni Indiani. Un di costoro trovò discendere da una banda di certi monti altissimi quattro gran fiumi, l'altro dall'altra ne trovò tre, nell'arena de' quali gl'Indiani, presenti li nostri, raccoglievano l'oro in questo modo: mettevano le braccia in alcune fosse, e con la man sinistra cavavano la rena e con la destra cernivano li grani dell'oro senza altra industria, e lo davano alli nostri; li quali dicono aver visto molti granelli di grandezza di cece. Tra gli altri io ne vidi uno, il quale fu mandato in dono da Hoieda al re, di peso di oncie nove, simile a una pietra di fiume, e questo fu visto da piú persone. Li nostri, visto questo, tornorono all'admirante, perchè quello aveva comandato sotto pena della vita che nessuno facesse altro che discoprire paese. Intesero ancora che uno certo signore delli monti donde discendevano li fiumi, il qual chiamavano cacique Caunoboa, cioè signore della casa dell'oro, perchè boa vuol dir casa, cauno oro e cacique signore.
Trovorono in questi fiumi pesci di eccellente sapore e bontà, e similmente l'acque sanissime. Dicono alcuni che il mese di decembre appresso li canibali è equinozio, ancorchè questo non sia in tutto conforme alle ragioni della sfera, e che quel mese gli uccelli facevano li suoi nidi, e alcuni avevano già figliuoli. Nondimeno, dimandati dell'altezza del polo, dicevano che appresso costoro gran parte del Carro era ascoso sotto il polo artico e che li Guardiani erano molto bassi. Né di questo si può dire altro, perchè di là non è infino a questa ora venuto a chi si possa prestar ferma fede, per esser uomini senza lettere e di tal cose ignoranti.


Dell'isola Spagnuola, e come l'admirante vi edificò in mezzo una città, e della maravigliosa fertilità di quel terreno. Della provincia di quell'isola detta Cibao e sue grandissime ricchezze. Delli gran fiumi che escono da quei monti, e della fortezza quivi edificata per il detto admirante.

L'admirante in questo tempo elesse un luogo alto, propinquo ad uno sicurissimo porto, per edificar una città. E in pochi giorni fabricò case ed edificò una chiesa, nella quale il giorno della Epifania fece solennemente cantare una messa, celebrata da tredici sacerdoti, la quale fu la prima che in questo nuovo mondo in onore di nostro Signore Dio fusse cantata. Ma approssimandosi il tempo che avea promesso al re notificarli del suo successo, rimandò dodici caravelle indietro con notizia di tutto quello che aveano visto e fatto infino all'anno 1494. Essendo rimaso l'admirante nell'isola Spagnuola (la quale per sua larghezza è miglia 220, e il polo si leva da tramontana gradi 22 e mezzo e da mezzogiorno da 19 in 20; la sua lunghezza da levante a ponente è miglia 600 in circa; la forma dell'isola è come la foglia del castagno), l'admirante deliberò edificare una città sopra un colle in mezzo l'isola dalla parte di tramontana, perchè lí appresso era un monte alto con boschi e sassi da fare la calcina, la qual chiamò Isabella. E alli piedi di questo monte era una pianura di 60 miglia lunga, e larga in alcun luogo 20, in alcun 12 e nel piú stretto sei, per la qual passavano molti fiumi, e il maggiore di essi scorreva davanti la porta della città un trar d'arco. In modo che questa pianura è tanto grassa, che in alcuni giardini che fecero sopra la rena del fiume seminandovi diverse sorti d'erbe, come lattughe, verze, borrana, tutte in termine di sedici giorni nacquero e vennero grandi; li melloni, cocomeri, zucche e altre simile cose in 36 giorni furono raccolte migliori che mai fussero mangiate. Ma quello che è piú maraviglioso fu che, essendo piantate alcune radici di canne di zuccaro, in quindeci giorni vennero all'altezza di due braccia e mature. Dicono ancora che le vite il secondo anno fecero uve suavissime, ma poche, per grassezza della terra; fu ancora uno che seminò al principio di febraio, per far prova, un pochetto di grano, il quale alli trenta di marzo (nel qual giorno fu Pasqua della Resurrezione) portò nella città un fascio di spighe mature.
In questo mezo l'admirante, per la notizia che aveva da quelli isolani che aveva seco, mandò trenta uomini ad una provincia di questa isola detta Cibauo, la qual in mezo dell'isola era situata, montuosa, con gran copia d'oro, per quello che mostravano gli abitanti. Questi uomini, ritornati, referirono maravigliose cose delle ricchezze di quel luogo, e che da quelli monti descendevano quattro grandissimi fiumi, che dividono l'isola in quattro parti quasi eguali: l'uno va verso levante, chiamato Iunna, l'altro inverso ponente, Attibunico, il terzo a tramontana, detto Iachen, il quarto a mezodí, Naiba.
Ma per tornar al proposito, l'admirante, fatta questa città circundata di argini e fossi, a fine che se, essendo lui absente, gl'Indiani gli assaltassero, si potessino li nostri difendere, a' dodici di marzo si partí con circa 400 fra a piedi e a cavallo, e si mise in camino per andar alla provincia dell'oro, dalla parte di mezodí. E dapoi passati monti, valli e fiumi, discese in una pianura, la quale è principio de' Cibaui; per la qual pianura corrono alcuni rivoli, nelle arene delli quali si trovava l'oro. Entrato adunque l'admirante per 72 miglia dentro dell'isola e distante dalla sua città, giunse alla ripa d'un gran fiume, sopra la quale in un colle eminente deliberò far una fortezza per poter piú securamente cercare li secreti del paese, e chiamò la fortezza S. Thomé. Mentre che l'admirante era occupato nell'edificar questa fortezza, molti paesani vennero a lui per aver sonagli e altre cose delle nostre, e lui all'incontro gli domandò che gli portassero dell'oro. Onde costoro, alla piú propinqua riva del fiume correndo, in breve spazio di tempo tornavano con le mani cariche d'oro; delli quali un vecchio portò due grani d'una oncia per un sonaglio, e vedendo che li cristiani si maravigliavano della grandezza di questi grani, per segni mostrava che quelli erano piccoli e di poco momento, e prese in mano quattro pietre, delle quali una era minore d'una noce, la maggiore come una arancia, cosí grandi grani d'oro accennava nella sua patria trovarsi, la quale da quel luogo era lontana meza giornata, e con poca fatica potersi cogliere. Oltre a questo vecchio vennero altri, li quali portavano pezzi di peso di piú di tre ducati l'uno e affermavano trovarsene ancora de' maggiori. L'admirante mandò alcuni de' suoi a quel luogo, li quali ritrovarono molto piú di quel che gli era stato detto.
Trovarono del mese di marzo uve salvatiche ben mature e di ottimo sapore, delle quali gli abitatori dell'isola tengono poca cura. Questa provincia, non obstante che sia sassosa, nondimeno è piena d'arbori e tutta di erbe verde. Dicesi ancora che tagliandosi l'erba di quelli monti, che in quattro giorni rimette e cresce all'altezza d'un braccio, e che vi piove assai e per questa cagione vi sono molti fiumi e rivi, la rena delli quali essendo mescolata con oro, tengono per certo che quell'oro tirato dalli torrenti descenda da quelli monti. Gli uomini sono molto oziosi e senza alcuna industria, di modo che d'inverno ne' monti tremano di freddo, e benchè abbino li boschi pieni di bombagia, nondimeno non sanno farsene vestimenti, il che non accade a quelli che abitano alla pianura.


D'una fertilissima isola piena di popoli, detta Iamaica, e d'uno bellissimo porto capace di cinquanta navi. Come ne' conviti regali si danno serpenti a mangiare. Di un fiume navigabile, l'acqua del quale è molto calda. Del modo di pescare d'alcune di quelle genti; e come scopersero un paese qual si crede esser terra ferma, dove si trovano ostriche, nelle quali nascono perle; e di certi fuoghi che si viddero continuar per spazio di 80 miglia.

Cercato quanto è detto, l'admirante se ne tornò alla rocca Isabella, dove lasciò al governo suo fratello con alcuni altri, e lui si partí con tre navili per andar a discoprir certa terra che lui pensava fusse continente, ed è miglia ottanta e non piú lontana dall'isola Spagnuola. La qual terra nel primo viaggio chiamoron Giovanna, e dipoi dalli paesani trovoron chiamarsi Cuba. All'incontro della quale nell'estrema parte della Spagnuola trovò un porto sicurissimo, al quale pose nome porto San Nicolò, il quale era lontano dalla Cuba 20 leghe. Passato de lí alla banda da mezzogiorno, si mise andar verso ponente: quanto piú andava innanzi, tanto piú si slungavano i liti e andavansi ingolfando verso mezzodí. Dalla qual banda trovorono un'isola chiamata da' paesani Iamaica, qual è maggior della Sicilia, e ha un sol monte in mezzo, che incomincia a levarsi da tutte le parti dell'isola, e va ascendendo cosí a poco a poco fino nel mezzo dell'isola, talmente che pare che non ascenda chi sale. Questa isola, cosí alle marine come al mezzo, è fertilissima e piena di popoli, li quali sono piú acuti e di maggior ingegno che gli uomini d'altre isole, e piú dediti alle arti manuali e atti alla guerra. Volendo l'admirante metter in terra in diversi luoghi, correvano armati e non lo lasciavano smontare, e in molti luoghi combatterono con li nostri, ma restando vinti si fecero dipoi amici.
Lasciata l'isola Iamaica, navigarono per ponente settanta giorni, nella quale navigazione, che fu circa 220 leghe, trovorono alcuna volta il mare che a modo d'un torrente correva, e spesse volte si trovorono in luoghi pieni di scogli e secche, per la grande quantità d'isole che da ogni banda si vedevano. Ma pure andavano avanti, per desiderio che avevano di vedere il fine di questa terra. Nel qual viaggio scopersero molte cose da non esser lasciate indietro senza farne menzione. Perchè partendosi dal capo della Cuba chiamato Alfa e Omega, trovorono un bellissimo porto capace di gran numero di navi, il quale era a modo d'un semicirculo e aveva all'intrata da ciascuna banda un monticello, che rompeva tutte le botte del mare che venivano; dentro si slargava ed era profondissimo. Alcuni di loro, smontati in terra con l'armi per sospetto, trovorono alcune case di paglia senza alcun dentrovi, e in molti luoghi il fuoco acceso con spiedi di legno pieni di pesce, e oltre a questo due serpenti di otto piedi l'uno. Visto che nessuno vedeano, incominciarono a mangiar il pesce e lasciarono li serpenti, che erano alla forma di cocodrilli. Dapoi si miseno a cercar un bosco lí vicino, e viddero molti di questi serpenti vivi legati ad arbori con corde, e scorrendo un pezzo avanti trovarono circa settanta uomini, che erano fuggiti in cima d'una grandissima rupe per veder quello che volesse questa nuova gente; ma li nostri fecero loro tante carezze con segni, mostrandoli sonagli e altre cose, che uno di loro s'arrischiò smontare in un'altra rupe vicina; allora uno dell'isola Guanaha, che è vicina alla Cuba, la lingua della quale ha similitudine con la lingua degli uomini della Cuba, nutrito in corte dell'admirante, s'avicinò a costui e gli parlò, e assicurando lui e gli altri, persuadendo loro che senza paura venissero, tutti discesero e fecero grande amicizia con li nostri e gli dichiarorono che loro erano pescatori venuti a pescare per il suo re, che faceva un solenne convito ad un altro re. Trovando che li nostri avevano mangiati li pesci e lasciati li serpenti, ne furono molto contenti e allegri, perchè quelli salvavano per la persona del re per pasto delicatissimo, come appresso di noi si salvano li fagiani e pavoni; dicendo che delli pesci la seguente notte ne piglieriano altretanti. Ed essendo domandati da' nostri perchè gli cocevano, risposero che lo facevano per poterli portare piú freschi e migliori.
L'admirante, avuta l'informazione che desiderava, gli lasciò andare, e lui seguí il suo viaggio verso ponente, e scorrendo quei liti, ancora che fussino pieni d'arbori, alcuni carichi di fiori, e alcuni di frutti, che davano grande odore alla marina, nientedimanco erano aspri e sassosi; il paese era fertile e pieno di genti mansuetissime, le quali senza alcun sospetto correvano alle navi e portavano a' nostri del pane che usavano e zucche piene d'acqua, e gl'invitavano a smontare in terra amorevolissimamente. Ma passando avanti arrivorono a una moltitudine d'isole di numero quasi infinito, le quali tutte conobbero essere abitate, piene d'arbori e fertilissime; e fra gl'altri arbori ne viddero una sorte di grandezza d'un olmo, li quali producono zucche, delle quali non si servono se non della scorza per portare acqua, per esser durissima, la midolla gettano via per essere amarissima. Nella costa che scorrevano trovarono un fiume navigabile, d'acqua tanto calda che non vi si poteva tenere le mani dentro. Trovarono dipoi andando piú avanti alcuni pescatori in certe sue barche d'un legno solo cavato, che pescavano in questo modo: avevano un pesce d'una forma a noi incognita, che ha sopra il corpo alcune squamme con spinette, e sopra la testa ha certa pelle tenacissima, che par una borsa grande; e questo lo tengono legato con una corda ad una banda della barca, tanto sotto acqua quanto va la barca, perchè non può patir vista di aere; e come veggono alcuni pesci grandi o testuggine, delle quali si trovano grandissime, gli slongano la corda e quello subito, sentendosi sciolto, corre come una saetta al pesce o testuggine, buttandogli adosso quella pelle s'appica, e con le spinette, tanto forte che non possono fuggire, e non gli lascia insino a tanto che lui insieme con la preda è tirato dalli pescatori vicino alla riva, li quali a poco a poco raccolgono la corda; e il pesce subito che sente l'aere lascia la preda, e li pescatori saltano con gran prestezza in acqua, tanti che siano sufficienti a tener la preda, la qual dapoi dagli altri compagni è tirata in barca. Presa la preda, di nuovo slongano tanto di corda al pesce cacciatore che possa tornare al luogo suo sotto la barca, dove con una corda della medesima preda gli danno a mangiare. Questo pesce gl'Indiani chiamano guaicano, e li nostri lo chiamarono roverscio perchè pesca roverscio. Questi pescatori, avendo preso quattro testuggini tanto grandi che con la loro grandezza occupavano tutta la barca, le donorono alli nostri per cibo delicatissimo; li quali domandando quanto durarebbe questa costa di terra verso ponente, risposero che non aveva fine e pregarono l'admirante che dismontasse in terra, o vero mandasse per suo nome a salutare il loro cacique, promettendo loro, se andassero, grandissimi presenti. Il che l'admirante per non perdere tempo non volse fare.
Partiti di qui, e scorrendo piú avanti pur per costa verso ponente, dopo pochi giorni s'abbatterono a un monte altissimo, il quale era benissimo cultivato e pieno di gente, le quali, vedute le navi, subito corsono a quelle portando pane, conigli, uccelli e cotone, e dallo interprete domandavano con gran maraviglia se la gente che era arrivata lí veniva dal cielo. Li nostri, veduta la umanità di costoro, all'incontro fecero loro gran carezze facendoli ancor alcuni presenti, e massime a quello che vedevano da costoro essere onorato come principale. Da questo cacique e molti altri uomini di gravità che gli erano appresso, intesero questa costa non essere isola, ma terra ferma.
Appresso questa terra scopersero un'isola a man sinistra, dove non viddero alcuno, perchè tutti, veduti li nostri, se n'erano fuggiti, ma solo viddero quattro cani di bruttissimo aspetto, e non abbaiavano, li quali costoro mangiano come noi li cavretti, ancora oche, anitre e aghironi. Tra questa isola e molte altre e la costa di terra ferma trovorono tanto stretti canali, con tanti gorghi e secche, che molte volte toccorono con il fondo delle navi la rena; durorono questi gorghi circa quaranta miglia, dove l'acqua era tanto spumosa e bianca e tanto spessa, che pareva vi fusse stata gittata farina. Finalmente usciti di queste secche, e intrati in alto mare circa ottanta miglia, viddero un monte altissimo, dove posero in terra alcuni uomini per far acqua e legne; li quali fra pini e palme altissime trovorono duoi fonti d'acqua dolcissima, e mentre che tagliavano le legne e impievonsi li vasi d'acqua, un balestriere de' nostri andò piú dentro nel bosco a spasso e si scontrò in un uomo vestito di bianco fino in terra, che gli fu sopra a capo che non se n'avidde. Nel principio credette che 'l fusse un frate che con loro avevano in nave, ma subito dietro costui ne apparsero due altri vestiti a quel medesimo modo, e cosí risguardando ne vidde una squadra da circa a trenta; li quali visti, subito incominciò a fuggire, e quelli seguitandolo facevano segno che non fuggisse, ma lui quanto piú presto potette venne alle navi e fece intendere all'admirante quanto aveva visto. Il qual mandò in terra per diverse vie molti uomini con ordine che bisognando andassino fra terra quaranta miglia, infino a tanto che trovassero o li vestiti di bianco o altri abitatori. Questi, passato il bosco, entrorono in una pianura piena di varie erbe, nella quale non era pur un segno di strada o sentiero, e volendo andare piú avanti per l'erba, s'invilupporono tanto nell'erba che per buono spazio di tempo con gran fatica fecero un miglio, e questo perchè l'erba era in tanta altezza in quanto sono li nostri formenti quando sono maturi; donde cosí stracchi se ne tornorono indietro.
Il giorno seguente l'admirante mandò altri venticinque uomini armati, alli quali similmente ordinò che con diligenzia cercassino che gente abitasse questa terra. Questi, avendo trovato non molto lontano dalla marina sopra quel lito pedate di grandi animali, pensando che fussero di leoni, impauriti si tornarono indietro per altra via; per la quale trovorono una selva d'arbori, alli quali erano appiccate vite prodotte dalla natura, cariche di grandi grappoli d'uve dolcissime, e altri arbori che avevano frutti odoratissimi e aromatici. Dell'uve seccorono alcuni grappoli, quali per mostra portoron seco, ma gli altri frutti, non potendo seccarsi, tutti si marcirono.
Fra questi boschi in alcuni prati viddero grue in gran quantità, il doppio maggiori delle nostre. Ed essendo andati piú avanti, smontati in terra arrivorono appresso ad alcuni monti, dove in due casette trovorono un solo Indiano, il quale, condotto davanti all'admirante, con cenni delle mani e della testa mostrava che di là da certi monti lí vicini erano luoghi molto abitati; dove, stando in questo luogo li cristiani alcuni giorni, molte barche di gente del paese gli vennero a trovare, e con cenni amichevolmente gli salutavano. Con cenni dico, perchè la lingua loro non era intesa, né ancora da quello Indiano il quale era famigliare dell'admirante e servivalo per interprete, e da questo manifestamente si conobbe fra gl'Indiani esser varie lingue. Pure in questo modo intesero fra terra essere uno potentissimo cacique, il quale andava vestito al modo nostro.
Questa costa è tutta paludosa e piena d'arbori, nella quale cercando li nostri far acqua, trovorono di quelle ostriche nelle quali nascono le perle, con alcune d'esse dentrovi. Né per questo parve loro dover dimorar lí lungo tempo, perchè il loro intento non era altro che scoprir piú terra che fusse lor possibile, secondo che era stato loro comandato dalli re, dubitando non esser prevenuti dal re di Portogallo, il quale, inteso l'acquisto di Colombo, aveva mandato uomini a questa volta, essendo questa consuetudine, che qualunche primo discoprisse fusse signore. Partiti adunque di qui e seguitando il loro viaggio, vedevano per tutti quelli liti fuochi grandi e in gran quantità, perchè essendovi assai monticelli nessuno v'era, per picciolo che fusse, che non avesse il suo, e questo si vedeva per lo spazio di circa ottanta miglia. Qual fusse causa di quei fuochi non potettero intendere, né sapere se fussero fatti ordinariamente dalle case per suoi bisogni, o pur fussero segni dati alli vicini per ridursi insieme, come si fa nelli luoghi di sospetto, al tempo di guerra, o pure perchè convocassino li popoli a vedere le nostre navi, come cosa mai piú da loro veduta. Li litti della detta costa, quanto piú andavano avanti, tanto piú ora ad ostro e ora a gherbino s'ingolfavano, e vedevasi il mare tutto pieno d'isole.


Come l'admirante, ritornando indietro, s'abbaté ad una parte di mare piena di testuggini molto grandi; e quel che gli disse un vecchio Indiano, d'aspetto di molta gravità, e la risposta fattali per l'admirante. In che modo quegli Indiani adorino il sole, e del vivere e costumi loro.

Ma trovandosi l'admirante con le navi per il lungo viaggio mal condizionate, e con mancamento di biscotto, prese partito di tornarsene indietro, e chiamò questa ultima parte della costa, che si pensò che fusse terra ferma, Evangelista. E nel tornare adietro, passando appresso ad altre isole, s'abbaté a una parte di mare tanto piena di testuggini, o vogliamo dire biscie scodellaie, e tanto grandi, che alcuna volta le navi non potevano andare avanti. Passata questa parte, scorse per alcuni gorghi d'acque bianche, simili a quelle delle quali di sopra si è detto. E finalmente, per schivar le secche dell'isole, fu constretto smontare in su li litti di detta terra, al quale molti Indiani vennero portandogli molti doni, come pappagalli, conigli, pane e acqua; ma il piú portavano alcuni colombi maggiori delli nostri e al gusto molto piú soavi, come dipoi riferí l'admirante, che le nostre pernici. Per il che quella sera nella quale erano arrivati in quel luogo, cenando e sentendo in essi certo odore aromatico, ordinò che ne fusse di subito morto alcuno e sgozzato: il che fatto, trovorono loro il gozzo pieno di fiori odorati, li quali davano cosí suave sapore alla carne.
La mattina sequente, secondo che era usato, fece l'admirante dir la messa; mentre che la si diceva, sopragiunse un vecchio d'anni circa ottanta, uomo nell'aspetto di molta gravità, accompagnato da molti Indiani tutti nudi, eccetto le parti pudibunde. Questo, vedendo celebrarsi la messa, stette intento con grande admirazione; la qual finita, subito presentò all'admirante un canestro pieno di frutti del paese, donde l'admirante l'accolse molto graziosamente e se lo fece sedere appresso. Il buon vecchio, per quello Indiano famigliare dell'admirante, del quale esso si serviva, come si è detto, per interprete, perchè intendeva questa lingua, parlò in questo modo: "Noi abbiamo inteso che tu hai molto arditamente scorso tutte queste terre infino a questo giorno da te non piú vedute, e hai molto spaventati questi popoli. Per la qual cosa io ti conforto e prego che sapendo tu che l'anime nostre hanno, poi che sono uscite del corpo, due vie, una oscura e tenebrosa, per la quale vanno l'anime di quelli che sono stati molesti all'umana generazione, un'altra lucida e chiara, ordinata per quelli li quali hanno amato la pace e quiete, essendo tu mortale e aspettando il premio delle tue operazioni, non vogli ad alcuno esser molesto". Alle quali parole l'admirante, restando stupefatto del giudicio di questo vecchio, rispose che sapeva e teneva per certo tutto quello che lui delle anime diceva, ma che si pensava che queste cose non si sapessero dagli abitatori di queste regioni, vedendogli contenti di quanto richiede la natura né cercar piú avanti; e che dalli re catolici era stato mandato con ordine che reducesse in pace e quiete tutte le parti del mondo da loro non piú conosciute, cioè perchè distruggesse li canibali e altri scelerati uomini di quel paese, e gli punisse secondo li meriti loro, e gli uomini quieti e da bene onorasse e defendesse; e che né lui né altri che avesse buona mente temesse di cosa alcuna, e di piú che se da alcuno gli fusse fatto ingiuria, o a lui o ad altri della sua sorte, lo manifestasse, che lui a tutto porrebbe rimedio. Queste parole dell'admirante piacquero grandemente al vecchio, in modo che, ancora che fusse di quella età, diceva esser deliberato di seguirlo dovunque andasse: il che sarebbe successo, se la moglie e figliuoli non gliel'avessero con molte lacrime proibito. Maravigliossi nondimeno il vecchio intendendo dall'interprete l'admirante avere altro signore sopra di sé, e molto piú quando intese quanto fusse la potenzia delli re catolici per li regni e città che avevano sotto il loro imperio, e piú volte domandò se quella terra nella quale nascevano cosí grandi uomini fusse il cielo.
L'admirante volse intendere qualche particularità di questo paese, e cosí per via dell'interprete intese come non hanno tra loro signore alcuno particulare, ma vivono a commune, e li vecchi sono quelli che governano, il numero de' quali è grande. Adorano il sole in questo modo: la mattina, avanti che apparisca a levante, vanno appresso il mare o fiumi o fonti, e come appariscono i primi raggi subito si bagnano le mani e il volto e gli fanno reverenzia. Poi li vecchi si riducono all'ombra d'alberi altissimi e verdissimi, non molto lontani dalle loro abitazioni, e quivi sedendo e ragionando stanno oziosi. Li giovani vanno a far tutte le cose necessarie, come seminare e ricorre il maiz, iuca e agyes, secondo il tempo, e ciascuno lo può ricorre dovunque gli piace per servirsene per casa sua, ancorchè da lui non sia seminato, sí perchè la terra ne produce in tanta quantità che avanza loro, sí ancora perchè hanno opinione che la terra, e ciò che di quella nasce, debba esser commune come è il sole e l'acqua. E per questa causa mai fra loro si sente dire "questo è mio e questo è tuo", né si vede por termini, over fosse e siepi, per dividersi l'uno dall'altro, ma in commune di quanto la natura produce vivono senza bisogno di legge overo giudicio, per lor medesimi naturalmente osservando il dovere.
Il principale intento delli vecchi è ammaestrare li giovani, che nelli cibi e nel resto, che fa lor di bisogno per il viver suo, si contentino di adoperar poche cose, e quelle ancora le quali nascono nel paese loro; e per questa cagione non lasciano venire a' paesi loro alcun forestiero che porti cose nuove, né vogliono far baratti, e proibiscono alli suoi partirsi del paese nativo e pratticar con forestieri, e questo per dubbio che hanno che, presi li costumi stranieri, non diventino scelerati. Spesse volte si riducono, sí gli uomini come le donne, sotto altissime ombre, e quivi ballano a lor modo e si danno buon tempo.


Come l'admirante fu assalito da una grave infermità, e Hoieda, fatta una imboscata, prese il cacique di Caunoboa, qual aveva disegnato di ammazzar l'admirante. Edifica un'altra fortezza, e per qual causa si rimuove dall'incominciato camino. Di alcuni boschi di verzino ritrovati, e come li caciqui del paese si obligorono dar tributo di quelle cose che avevano.

Intesi tutti questi particulari, l'admirante si partí di questo luogo, e di nuovo arrivò all'isola Iamaica, a quella banda che è volta a mezzodí, la qual tutta trascorse da ponente a levante. Dall'ultima parte della quale guardando verso tramontana, vidde a man sinistra alcuni alti monti, li quali conobbe esser nell'isola Spagnuola, in quella parte la quale per ancora lui non aveva scorsa. Desiderando vedergli si dirizzò a quella volta e arrivò al porto chiamato S. Nicolò, con animo di restaurar li navili per andare a ruinar li canibali e abbrucciar loro tutte le lor barche. Il che non potette mandare ad effetto, essendo soprapreso da gravissima malattia per li grandi disaggi e fatiche sopportate in questo viaggio, per la quale fu forzato farsi portare alla città Isabella dove erano due suoi fratelli e il resto di sua famiglia. Quivi recuperata la sanità, non potette esequir la sua impresa per le molte sedizioni nate nell'isola fra gli Spagnuoli, per le quali sedizioni fra le altre cose trovò che un Pietro Margarita, gentiluomo della corte delli re catolici, con molti altri, li quali lui aveva lasciati al governo dell'isola, s'erano partiti irati contra l'admirante e tornati in Spagna; per la qual cosa ancora lui deliberò andare alla corte, dubitando che quelli che si erano partiti non referissero mal di lui alli re, e per dimandar gente in luogo di quella che si era partita e vettovaglie come frumento e vino, perchè gli Spagnuoli non potevano molto facilmente assuefarsi alli cibi indiani. Ma prima che si partisse, cercò di mitigare alcuni di quelli signori del paese che s'erano ancor loro sdegnati contra gli Spagnuoli, per le insolenzie, furti, rapine e omicidii che facevano avanti li loro occhi senza alcuno rispetto; e prima reconciliò e si fe' amico un cacique detto Guarionesio, e perchè questo meglio gli succedesse, maritò una sorella del cacique a quello suo interprete indiano chiamato Didaco, allevato lungamente in sua corte.
Dopo questo andò al cacique Caunaboa, signore delli monti Cibaui, cioè della region nella quale cavano l'oro, dove aveva fatta la fortezza chiamata S. Thomé e postovi alla guardia Hoieda con cinquanta armati, la qual era stata assediata da quel cacique già trenta giorni, e la liberò; e perchè quel cacique aveva nella absenzia sua fatto morire molti delli nostri, deliberò l'admirante con ogni industria averlo nelle mani, e per far questo mandò Hoieda per persuadergli che gli venisse a parlare. Dove arrivato, Hoieda trovò molti mandati da' signori dell'isola a Caunaboa, li quali gli dicevano che non dovesse per alcun modo tenere amicizia con li cristiani, se non voleva diventare loro vasallo. All'incontro Hoieda, parte pregando e parte minacciando, s'ingegnava persuadergli il contrario, cioè che in persona andasse a l'admirante e con lui facesse confederazione. Finalmente Caunaboa, fingendo esser persuaso, disse volersi abboccare con l'admirante, e con questa coperta disegnava ammazzarlo; messo adunque in ordine tutta la sua famiglia e molti altri armati, andava a quella volta. Domandollo Hoieda perchè menasse tanta gente; rispose che un tal signore quale era lui, non doveva andare con manco compagnia. Ma Hoieda, conosciuto questo suo disegno, fatta una imboscata lo prese a man salva, e con ferri a' piedi lo menò all'admirante.
Preso Caunaboa, l'admirante aveva deliberato andar scorrendo tutta l'isola soggiogando quelli signori: ma inteso che per l'isola gli uomini si morivano di fame e che già n'erano morti circa a cinquanta mila (il che tutto aveniva per loro difetto, perchè, acciochè i cristiani patissero e fussero forzati abbandonar l'isola, non solo non avevano quell'anno voluto seminare o piantare le radici delle quali fanno pane e si nutriscono, come di sopra s'è detto; ma ancora avevano svelte e sbarbate ciascuno nel suo paese le seminate e piantate, e specialmente appresso i monti Cibaui, dove si cava l'oro, conoscendo esser potissima causa di far dimorar li nostri nell'isola, il che causò una fame grandissima: ma il male era sopra di loro, perchè li nostri furono soccorsi di vettovaglie da Guarionesio, il quale nel suo paese non aveva tanta necessità), per questa causa l'admirante si rimosse dall'incominciato camino. E perchè li suoi avessino piú ridotti in quella isola, per ogni occorrenzia e assalto che dagl'isolani potesse loro sopravenire, fra la città Isabella e la rocca di San Thomé, sopra una collina abbondante di acque, alli confini del paese di Guarionesio, edificò un'altra fortezza, qual chiamò la Concezione. Allora, vedendo gli uomini dell'isola che li cristiani ogni giorno fabricavano qualche nuova fortezza in su l'isola, e che quelli tenevano poco conto delle navi, le quali già erano quasi tutte marcie, si trovavano in grandissima ansietà conoscendo certo che del tutto erano per perdere la libertà, e cosí pieni di doglia spesso domandavano se li nostri mai erano per partirsi dell'isola. Li nostri, per non gl'indurre a disperazione, al meglio che potevano gli confortavano. E andando scorrendo non molto lontano dalla fortezza per li monti Cibaui, fu presentato loro da uno cacique un pezzo d'oro a similitudine d'un pezzo di tuffo di peso di venti oncie. Questo grano d'oro fu poi mandato in Spagna alli re, che si trovavano in Medina del Campo, e fu veduto da tutta la corte. Trovorono ancora in questi monti molti boschi di arbori di verzino, delli quali dapoi caricorono assai sopra navi per Spagna. Queste cose, quando erano vedute dagl'Indiani, davano loro grandissima molestia.
L'admirante adunque, vedendo gl'isolani afflitti e travagliati, sí per le cose sopradette sí ancora per le rapine delli nostri, quali non potevano tenere che non andassino facendo per tutta l'isola infiniti mali, fece convocare a sé tutti li caciqui del paese, con li quali venne a questo accordo, che lui non permettesse che gli suoi scorressino per l'isola, perchè loro, sotto pretesto di cercare oro, depredavano tutte l'altre cose dell'isola; li caciqui all'incontro s'obligarono dare tributo di quelle cose che avevano, una certa porzione per testa. Gli abitatori delli monti Cibaui si obligorono dare ogni tre mesi, che loro chiamano ogni tre lune, una certa misura piena d'oro e mandarla fino alla città; gli altri che stanno alla pianura, dove nascono li cottoni e altre cose da mercato, si obligorono dare di quelle una certa quantità per testa. Ma questo accordo fu rotto per la fame, perchè essendo mancate quelle sue semenze e radici delle quali facevano pane, avevano assai travagli andar tutto il giorno per boschi procurando da mangiare radici e frutti d'arbori salvatichi, in modo che non avevano tempo di cercare oro; pure alcuni attesero, e al tempo debito portorono parte dell'obligazione, escusandosi del resto, e promettevano che piú presto che si potessino restaurar pagariano il doppio, il che non potettero fare gli abitatori delli monti Cibaui, per esser piú che gli altri oppressi dalla fame.


In che modo gl'Indiani disposero le sue genti per combattere con cristiani, e come combattendo furono superati e vinti. Come furono trovate alcune minere d'oro, appresso le quali il governatore fratello dell'admirante edificò una fortezza.

Ma torniamo a Caunaboa prigione, il quale, pensando dí e notte in che modo potesse liberarsi, cominciò a persuadere all'admirante che avendo lui presa la defensione delli monti Cibaui, che dovesse mandare a quella volta qualche presidio de' cristiani, essendo quelli tutto il giorno infestati dagli nemici suoi vicini. Il che faceva con questo disegno, perchè trovandosi un suo fratello con molti Indiani da guerra in detta provincia, era possibile che, o per forza o per inganni, tanti delli nostri fussero presi da loro, che servissino al riscatto suo. L'admirante, accortosi dell'inganno, mandò Hoieda talmente accompagnato che potesse esser superiore alli Cibaui, se loro contro di lui movessero l'armi.
Subito che Hoieda fu arrivato al paese di Caunaboa, il fratello, secondo l'ordine datogli da quello, mise insieme circa cinquemila Indiani armati al modo loro, cioè nudi, con saette senza ferri, ma con punte di pietre acutissime, e con mazze e lancie. E come quello che avesse qualche notizia del combattere al modo indiano, s'accampò piú d'un trar d'arco lontano dalli nostri, dividendo le genti in cinque squadroni, assegnando a ciascuna squadra il luogo suo, egualmente lontano l'una dall'altra, ordinate in forma d'un semicircolo. Lo squadrone del quale lui era capo pose all'incontro delli nostri, e cosí avendo ordinate le squadre, comandò che si desse segno che tutti egualmente si movessino e che tutti gridando ad un tratto appiccassino la zuffa, acciochè nessuno delli nostri, essendo circundati da tale moltitudine, potesse scampare. Li nostri, vedendo questo, giudicarono esser meglio combattere con uno delli squadroni che con tutti, e cosí si caricorono adosso al maggiore che veniva per la piú piana, e questo perchè in quel luogo si potevano meglio adoperare li cavalli, con tanto impeto che non potettero gl'Indiani, essendo nudi, sostenere la furia delli cavalli, anzi rotti e mal trattati si misero in fuga. Il che fecero gli altri, spaventati per aver visto il primo squadrone ruinato e disfatto, e con quanta celerità potettero si ritirorono alli piú alti monti del paese, donde mandorono ambasciatori alli nostri, promettendo far quanto fusse lor comandato se fosse lor concesso stare in casa loro. Il che facilmente ottennero, poichè li cristiani ebbero nelle mani il fratello di Caunaboa. Li quali tutti due, essendo menati prigioni in Spagna per presentargli alli re catolici, nel viaggio di dolore si morirono.
Dopo questo restarono quieti tutti gli abitatori delli monti Cibaui, fra li quali è una valle, dove abitava il cacique Caunaboa, chiamata Gagona, piena di fiumi che menano oro e di fonti di acque chiarissime, il che fa la valle fertilissima. Questo anno, nel mese di giugno, sopra questa provincia si mosse dalla parte di levante, a ora quasi di mezzogiorno, una fortuna di vento furiosissima, la quale spigneva una moltitudine di nuvole grosse, le quali occupavano lo spazio di circa dieci miglia per ogni verso, e scontrandosi con un vento da ponente, tutti due insieme combattendo facevano cose inaudite e spaventevoli. Perchè or pareva che rompessino le nuvole e le mandassero infino al cielo con tuoni grandissimi e lucidissimi lampi, e ora, appressandosi alla terra, ciò che trovavano girando lo levavano da suolo, ed era tanta la oscurità dell'aere che gli uomini non vedevano l'un l'altro non altrimenti che se fusse stata mezzanotte, quando quella è piú oscura. Dove passava questo impetuoso turbine, non solo sbarbava quanti arbori trovava, e alcuni, che facevano per esser maggiori piú resistenzia, con maggior ferocia con tutte le radici portava lontani per aria, ma, mosse le pietre dalle cime de' monti, le facevano andare a basso con incredibil ruina. Di qui nasceva un rumore nell'aria e per la terra, tanto orribile e pieno di spavento che ognun pensava che il fin del mondo fosse venuto, né si sapeva dove fuggire perchè in ogni luogo appariva la morte manifesta; nelle case non pareva sicuro stare, essendosene vedute gran quantità sfondate dalli sassi e tronchi di alberi che pareva piovessino, e alcune levate in aria con gli abitatori insieme; solo a quelli pareva esser sicuri, come veramente erano, li quali, trovandosi appresso ad alcune caverne, in quelle rifuggirono. Giunse questa rabbia di vento al porto, dove erano tre navi dell'admirante surte con molte ancore, e di queste rotti li canapi e sartie, giratele tre volte le cacciò sotto, insieme con gli uomini che vi si trovoron suso. Il mare, il quale in quelle bande non è solito crescere o decrescere come in Spagna, ma sta sempre nelli suoi termini, e per questo si veggono li liti dove batte pieni di fiori ed erbe, per questo sí crudel temporale gonfiò in modo che allagò in molte parti i piani dell'isola, per lo spazio di tre o quattro miglia.
Gl'Indiani, cessato il vento, qual durò per tre ore, e venuto il sole, tutti attoniti guardavano l'un l'altro né potevano parlare, restando loro ancora nell'animo quel tanto orrore; pur doppo alquanto preso fiato, dicevano mai piú né alli tempi loro né delli loro antichi esser accaduti simili uracani, che cosí chiamano le tempeste, e pensavano che Iddio, vedendo tali mali e sceleraggini che facevano li cristiani per l'isola, volendogli punire avesse mandato loro questa ruina adosso, e dicevano questa gente esser venuta a muover l'aria, l'acqua e la terra per disturbare il lor tranquillo vivere. L'admirante, venuto al porto e visti rotti li suoi disegni d'andare in Spagna per esser rotte le navi, immediate fece far due caravelle, perchè aveva seco maestri sufficientissimi di tutte le arti. E mentre che le si fabricavano mandò Bartolomeo Colombo, suo fratello, che era governator dell'isola, con alcuni bene armati, alle minere dove cavavano l'oro, che sono sessanta leghe lontane dalla fortezza Isabella, per investigar pienamente la natura di quelli luoghi. Andato il detto governatore, trovò profondissime cave, come pozzi: li maestri di minere che aveva menato seco, crivellando la terra in diversi luoghi delle dette minere, quali duravano per spazio di circa sei miglia, giudicarono che quelli tenessero tanta quantità di oro che ogni maestro facilmente potesse cavar ogni giorno tre ducati di oro. Della qual cosa il governatore subito dette notizia all'admirante, il quale, inteso questo, deliberò tornarsi in Spagna. E cosí partí agli undici di marzo 1495.
Partito l'admirante, il governatore suo fratello, per consiglio di quello, edificò appresso le prefate minere dell'oro una fortezza, e la chiamò la fortezza dell'Oro, perchè nella terra con la quale facevano le mura trovorono mescolato oro. Consumò due mesi in far strumenti e vasi da ricorre e lavare l'oro, ma la fame il disturbò e costrinse a lasciar l'opera imperfetta; donde, partitosi di lí, lasciò alla guardia della fortezza dieci uomini, con quella parte che poté di pane dell'isola e un cane da prender alcuni animali simili a' conigli, li quali loro chiamano utias, e tornossi alla rocca della Concezione, nel mese che Guarionesio e Manicatesio signori dovevano pagar il tributo. E, stato lí tutto giugno, riscosse il tributo intiero da questi due caciqui, e oltre a questo ebbe molte cose necessarie al vivere, per sé e per gli suoi che aveva seco, li quali erano circa quattrocento uomini.


Come il detto governatore edificò una rocca sopra un colle propinquo alle minere dell'oro, e fece tagliar gran quantità di verzini nei boschi d'alcuni caciqui. Del grande apparecchio di Beuchio Anacauchoa fatto alla venuta di esso governatore con feste, giuochi e danze, e con far combatter due squadre di uomini armati. E come 10 mila Indiani ch'aveano deliberato venir alle mani con li nostri furono sconfitti, e castigati due de' prigioni, gli altri furono liberati.

E circa il primo giorno di luglio giunsero tre caravelle di Spagna con formento, olio, vino, carne di porco e di manzo salate; le quali tutte cose furono partite, e a ciascuno dato la sua porzione. Per queste caravelle ebbe commessione il governatore dalli re, e suo fratello lo admirante, il quale con li re di tal cosa aveva parlato, che dovesse andare ad abitare in quella parte dell'isola che è esposta a mezzogiorno, perchè stando lí era molto propinquo alle minere dell'oro; e di piú che mandasse prigioni in Spagna tutti li caciqui dell'isola li quali avesser morto cristiani: donde il governatore mandò trecento Indiani con alcuni signori. Dipoi, scorsa tutta la parte di mezzogiorno dell'isola, elesse un luogo per abitare sopra un colle propinquo a uno sicurissimo porto, in sul quale edificò una rocca, la qual chiamò di San Domenico, perchè in domenica arrivò a quello luogo.
Appiè del detto colle corre e sbocca nel porto un bellissimo e largo fiume di chiara acqua, abbondantissimo di diverse sorti di pesci, con le sue ripe da ogni banda amenissime per la diversità dell'erbe e arbori fruttiferi che in esse sono, con tanti frutti che possono li naviganti a loro piacer pigliarne. È questa parte della isola (come dicono) non manco fertile che la provincia dove è la fortezza Isabella; dalla quale partendo il governatore lasciò tutti gli ammalati con alcuni maestri, li quali avevan cominciate due caravelle, acciochè le facessino; gli altri menò a San Domenico. Fabricata questa rocca, la qual dapoi è diventata la principal città di quella isola, lasciò in guardia in detta venti uomini e si partí col resto, e andò per veder le parti fra terra dell'isola verso ponente, delle quali non aveva alcuna notizia. E messo in cammino, lontano da quel luogo trenta leghe, trovò il fiume Naiba, il qual, come è detto di sopra, descende dalli monti Cibaui dalla parte di ostro e corre a diritto per mezzo l'isola. Passato quello, mandò duoi capitani con gente a man sinistra alle terre di alcuni caciqui, che avevano molti boschi di verzini, li quali mai infino a quella ora erano stati tagliati, e di questi tagliorono gran quantità e li misero nelle case di quegli isolani per salvargli, fin che ritornassero a levargli co' navili.
Ma il governatore, scorrendo a man destra non molto distante dal fiume Naiba, trovò un cacique potente nominato Beuchio Anacauchoa, il quale con molta gente era alla campagna per subiugare li popoli di questi luoghi. Lo stato di questo cacique era in capo dell'isola verso ponente, qual si chiama Xaragua, lontan dal fiume Naiba trenta leghe, paese montuoso e aspro, e tutti li cacique di quelle parti gli danno obedienzia. In tutta questa parte da Naiba infino all'ultima parte dell'isola verso ponente non si truova oro. Questo cacique, veduto li nostri venire, poste giú l'armi e dato loro segno di pace, s'incontrò con il governatore, domandando quello che cercassino; al quale rispose che voleva che, sí come gli altri cacique dell'isola pagavan tributo a suo fratello lo admirante, per nome delli re catolici, cosí ancor lui pagasse. Beuchio, inteso questo, admirato disse (come quello che aveva inteso questa nuova gente non cercare altro che oro): "Come posso io pagarvi tributo, conciosiachè in tutto il mio stato non si trovi pur un gran d'oro?" Allora il governatore, conosciuta la verità della cosa, e inteso che aveva gran copia di cottone e canape, vennero all'accordo che di questo gli dovesse pagar tributo. Fatto l'accordo, questo cacique menò seco li nostri alla terra dove lui teneva corte, dove furono molto onorati. E gli venne incontro quel popolo con gran festa, e tra l'altre cose vi furono questi duoi spettacoli. Il primo, che venne loro incontra trenta belle giovani mogliere del cacique, nude tutto il corpo, eccetto quelle che avevan dormito con lui, le quali avevan coperte le parti pudibonde con un certo panno di cottone, secondo loro usanza; ma le donzelle erano tutte nude, con capelli sparsi per le spalle, ma legata la fronte con una benda. Queste eran bellissime e di colore ulivigno, e portavano in mano rami di palme, e venivano incontro al governatore con diversi suoni e canti, ballando: le quali, fattogli riverenzia con le ginocchia in terra, gli presentarono dette palme. Intrati in casa, gli fu apparecchiata una cena molto splendida a loro usanza, e dapoi tutti alloggiati, secondo la qualità di ciascuno. La notte dormirono in letti di corde sospesi da terra, come altra volta abbiamo detto.
Il seguente giorno furono menati ad una casa grande, nella qual usano quegli Indiani far lor feste, dove furon fatti molti giuochi e danze a loro usanza, molto lontane dal danzare nostro. Dopo questi, partiti di questa casa, andorono a una gran pianura, dove all'improviso vennero due squadre d'uomini armati al modo loro, da due diverse bande, le quali il cacique aveva fatto mettere in ordine solo per delettazion delli nostri. Queste vennero alle mani con dardi e freccie e altre armi, cosí ferocemente che pareva che fussero capitali nemici e combattessero per la moglie e figliuoli, in modo che in poco spazio di tempo ne furon morti quattro e molti feriti. E la zuffa sarebbe andata piú in lungo, e di morti e feriti sarebbero stati piú, se il cacique a preghiere delli nostri non avesse dato segno che restassero.
Il seguente giorno, avendo determinato partire, ragionando con il cacique lo consigliò che, acciochè piú facilmente potessero li popoli pagare il tributo impostoli del cottone, facesse seminar quello vicino alle rive delli fiumi. E cosí si partí, e arrivati alla rocca Isabella, dove aveva lasciati gli ammalati e li navili che incominciati si lavoravano, trovò che erano morti di quelli da trecento per varie infirmità. Di che si trovava molto malcontento, e piú perchè non vedeva apparir navili di Spagna con vettovaglie, delle quali aveva gran necessità. Finalmente deliberò divider il resto degli ammalati per li castelli edificati nell'isola, fra Isabella e San Domenico, che è camino diritto da ostro a tramontana, per veder se per mutare aere si potevano sanare. Li quali castelli son questi: prima partendosi da Isabella, lontan trentasei miglia, è la rocca Speranza, e da Speranza lontan ventiquattro miglia è Santa Caterina, da Santa Caterina lontan venti miglia San Iacopo, da San Iacopo altre venti la Concezione, posta alle radici de' monti Cibaui, in una pianura grassissima e molto popolata; tra la Concezione e San Domenico ne era un'altra chiamata Bonauo, dal nome d'un cacique lí vicino.
Partiti gli ammalati per questi castelli, lui se ne andò a San Domenico, riscottendo per il viaggio li tributi da quelli caciqui. E cosí stando, dopo pochi giorni gli venne a orecchi tutti li caciqui che erano vicini alla fortezza della Concezione, per li mali portamenti de' nostri viver malcontenti e desiderar cose nuove. Il che poi che ebbe inteso, subito si mosse a quella volta, e approssimandosi a quel luogo intese che dagli uomini della provincia era stato eletto Guarionesio per signore, e quasi per forza condotto a questa impresa; per forza dico, perchè, avendo provato altra volta l'armi de' nostri, temeva; pur convenne con costoro un dí determinato con quindicimila uomini venire alle mani con li nostri. Il che avendo inteso il governatore, consigliatosi con il capitano della fortezza e altri suoi soldati, determinò assaltar costoro ciascuno in disparte, avanti che si mettessino insieme, e cosí fu fatto. Perchè mandò diversi capitani alli borghi degl'Indiani, li quali erano senza alcun fosso o argine, e trovatigli alla sprovista e disarmati gli assaltorono e tutti gli presero, e legato ciascuno il suo gli menorono al governatore, il quale era andato alla volta di Guarionesio, come a quello che era piú potente, e avevalo preso alla medesima ora. Li presi furon quattordici, li quali tutti furon menati alla Concezione, delli quali duo soli furon castigati; gli altri licenziò il governatore insieme con Guarionesio, e gli licenziò solo per non spaventare gli uomini del paese, il che alli nostri sarebbe stato molto dannoso, perchè avrebbon lasciato di coltivar la terra.
Erano corsi alla fortezza, ciascuno per riscuotere il suo, circa cinquemila Indiani disarmati, i quali con le grida che andavano infino al cielo facevano tremar la terra. Il governatore, fatti molti presenti a Guarionesio e altri caciqui, con promesse e minaccie gli admoní che guardassino di non machinare altra volta cosa che tornasse contra alli re catolici. Allora Guarionesio parlò alli suoi, mostrando la potenzia delli nostri, e la clemenzia inverso chi errava e la liberalità inverso li fedeli, pregandoli che posassino l'animo e che non facessino cose che fussino contro li cristiani. Allora gl'Indiani preson Guarionesio e lo portorono in su le spalle infino alla casa dove abitava. E cosí quella provincia per qualche giorno stette in pace. Pur li nostri erano in gran fastidio trovandosi in paesi stranieri abandonati, conciosiachè già fusser passati quindici mesi dopo la partita dell'admirante, e già mancavan loro tutte le cose necessarie cosí al vivere come al vestire. Il governatore, pascendogli di speranza, meglio che poteva gli confortava.


Dell'ottime condizioni della moglie del cacique di Caunoboa ritornata dal fratello per la morte del marito, e in qual modo essi andorono incontra al governatore, e li presenti e grande accoglienze a lui fatte. E come ne' conviti de' signori usano mangiare serpenti per cibo delicatissimo, e il modo di cuocergli.

Mentre che stavano in questo modo vennero nuncii dal cacique Beuchio Anacauchoa, che aveva lo stato suo verso ponente, detto Xaragua, come di sopra si è detto, a fare intendere al governatore come era preparato tutto il cottone e altre cose delle quali erano debitori lui e tutti gli suoi subditi per tributo. Il governatore, inteso questo, si mise in cammino per andarlo a trovare, e questo faceva molto volentieri perchè aveva inteso che era tornata a casa del detto cacique una sua sorella, detta Anachaona, che in lingua nostra vuol dire "fior d'oro", qual fu moglie del cacique Caunoboa, che fu preso dalli nostri. Questa era reputata la piú bella donna dell'isola Spagnuola, e alla bellezza s'aggiugneva l'ingegno e piacevolezza, per le quali cose era di tanta autorità che la governava tutto lo stato del fratello, appresso il quale era ritornata dopo la morte del marito; e sapendo quello gli era intervenuto, acciochè 'l fratello non incorresse in simile errore, gli persuase che onorasse gli cristiani né negasse far cosa che da quelli gli fusse imposta. Intesa la venuta del governatore, questo cacique e Anacaona sua sorella per onorarlo gli andoron alquante miglia incontro. Con ordine diverso dal primo fecero andare insieme uomini e donne ballando e cantando avanti, poi veniva il cacique sopra un legno leggieri portato da sei Indiani, nudo eccetto le parti pudibunde; similmente Anacaona veniva appresso portata al medesimo modo da sei Indiani. Era costei nuda tutto il corpo, il quale aveva tutto dipinto a fiori rossi e bianchi, le parti vergognose aveva coperte con un telo sottilissimo di cottone di varii colori, in testa e al collo e braccia aveva ghirlande di fiori rossi e bianchi odoratissimi, e nell'aspetto veramente, come dicono, mostrava esser signora. Incontrato il governatore, si fecero porre in terra da quelli che gli portavano il cacique e la sorella, e gli fecero reverenzia. Dipoi l'accompagnarono a casa, dove erano congregati li tributi di trenta caciqui, e oltre a quel che erano obligati, per farsi benivoli li cristiani avevano portati diversi presenti, come pan di maiz e iucca e molti di quelli animali dell'isola chiamati utias, simili a' conigli, pesci di diverse sorti tutti arrostiti perchè non si guastassero, fra i quali eran certi serpi grandi e spaventosi al vederli, di quattro piedi, chiamati yuana, che nascono nell'isola, di diversi colori, con spine dal capo alla coda e con denti acutissimi. Gl'Indiani mangiano questi, e reputangli il migliore e il piú delicato cibo che si possa trovare, e cibo da signori. Li cristiani, ancorchè di questi avesser piú volte veduto mangiarne agl'Indiani, mai ne volser mangiare, perchè la bruttezza loro facea nausea grandissima allo stomaco.
Venuta la sera fu preparata la cena bellissima e abbondatissima di cibi fatti in diverse maniere. Sedeva ad una mensa separata dagli altri il governatore con il cacique e la sorella Anacoana; la qual mensa era un tela di cottone fatta di diversi colori distesa in terra, intorno la quale sedevano loro sopra monticelli, a modo di cussini, di foglie d'arbori tonde, un palmo l'una larghe, odoratissime. E qualunche volta li ministri portavano nuove vivande, portavano similmente un mazzo di dette foglie per nettarsi con esse le mani. Anacoana, ch'era quanto patiscono li costumi del paese delicatissima e bella, guardava il governatore molto amorosamente, parendogli il piú bell'uomo che giamai avesse veduto. Ed essendo ingegnosa e molto piacevole, motteggiava con lui diverse cose per via d'interpreti, e fra l'altre gli disse che teneva per certo che la bellezza del paese de' cristiani superasse la bellezza di qualunque altro paese, vedendo che in quello nascevano uomini tanto belli. E per questo lo pregava che gli dicesse per che causa, lasciando una cosa sí bella, andavano