Giuseppe Rovani



CENTO ANNI




PRELUDIO




Di tutte le forme della letteratura e della poesia il romanzo è la più disprezzata, e per alcune classi di persone la più abborrita. — La lettura di un romanzo si fa, per solito, di nascosto e lontano possibilmente dagli occhi de' curiosi, press'a poco come quando si commette un peccato. — Se una ragazza è in odore di gran leggitrice di romanzi, storna da sè qualunque possibilità di matrimonio; la spina dorsale deviata, il broncocele, la clorosi, l'isterismo, l'epilessia, sono in una fanciulla, contro i giovinotti assestati che voglion metter casa, spauracchi meno spaventosi dell'abitudine a legger romanzi. — I maestri, i pedagoghi, i prefetti di camerata, se colgono un giovinetto alunno sprofondato nella lettura di un romanzo, tosto è un tumulto nella famiglia, un parapiglia nel Collegio-Convitto; minacce di castighi, di espulsioni, di collere implacate. — Gli uomini gravi, i torci-colli, quelli che si danno importanza, quelli che vogliono parere senza essere, i cultori di matematica, i poliglotti, quelli dell'alta e della bassa filologia, gli studiosi d'economia, quelli che aspirano, per lo meno, a diventar soci corrispondenti di un qualche istituto, danno tutti quanti a più potere la caccia ai romanzi, e guardano ai romanzieri con atti di commiserazione e di sdegno e d'inquietudine; press'a poco come gli esorcisti del bel tempo dell'inquisizione guardavano i sospetti di stregoneria. Bene sono esclusi dalla persecuzione e dall'odio universale alcuni pochi romanzi celeberrimi, che a buoni conti si chiamano libri, perchè la parola non corrompa l'opera. — Ma anche questi pochi libri, che in Italia crediamo che sommino a cinque, e in Francia a tre, e in Inghilterra ai migliori di Scott e ai due di Bulwer, sono concessi in via di tolleranza, press'a poco come al tempo dell'editto di Nantes erano sopportati i protestanti. — Egli è bensì vero che il romanzo storico era come riuscito in addietro a sottrarsi all'interdetto, se non altro per la difficoltà delle ricerche e per la necessità di rovistare negli archivj, e perchè, in una parola, la mente e la fantasia erano condannate alla schiavitù della schiena. — Ma dopo che il più grande dei romanzieri venne a condannare il romanzo storico come una mostruosità della letteratura, come un ente ibrido, come un assurdo, come un impossibile, il romanzo storico fu cacciato più sotto ancora del romanzo intimo; e i pedanti che non trovarono mai di lodare Manzoni, questa sola volta s'accorsero della presenza del suo genio, questa sola volta che con coraggio inaudito nella storia dell'orgoglio umano, il grande uomo venne a dar di martello all'opera più colossale del suo genio appunto. — Da più anni in fatti il romanzo storico sembra che sia quasi scomparso dalla faccia del mondo; sembra che ai cacciatori della fama sia passata la voglia di farne: e colui che oggi ha la malinconia di pubblicare questo lavoro, e che, nell'età dell'innocenza, stampò tre romanzi storici uno dopo l'altro; quantunque ne avesse avviato un quarto, dopo il discorso manzoniano lo converse tutto quanto in fidibus per la sua pipa casalinga. Ma se gli uomini onesti e pacifici, se i padri di famiglia, se i prefetti, se i prevosti possono essere oggimai quasi sicuri dall'assalto de' romanzi storici, hanno tutte le ragioni di perdere l'allegria, se pensano a quell'altro genere di romanzi che si è convenuto di chiamare contemporanei, intimi, di costume. Questi romanzi crebbero a dismisura nella persecuzione, come gli schiavi d'Egitto e di Babilonia; si moltiplicarono a miriadi sotto alla percossa dei testoni pesanti, come le lumache quanto più si zappa nell'orto contaminato. In Inghilterra e in Francia è una produzione di romanzi tale che sembran fatti a gualchiera, a trancia, a torchio, a mulino, a vapore; è un'eruzione perpetua e in tutti modi, e più invadente che la lava, dello spirito umano contro lo spirito umano. — Che direbbe se comparisse Orazio col suo precetto degli anni dieci?
E quanti ne producon Francia e Inghilterra ajutate dagli Stati Uniti, tanti ne inghiotte il mondo, che come sigari li fuma e abbrucia, e ne getta gli avanzi alla bordaglia. Tuona la critica, tuonano i pergami, le fanciulle son minacciate di celibato, gli adolescenti di essere cacciati dai ginnasi, i giovani di studio d'essere esclusi dal banco. — Ma i romanzi si riproducono, si sparpagliano, penetrano dappertutto, e sono letti persino da chi tuona e sbuffa; persino dalle madri sospettose; persino dagli uomini che si danno importanza; persino da quelli che hanno la missione di far prosperare l'alta filologia e la numismatica e la diplomatica e i concimi e il baco e il gelso. Sotto al grosso volume severo noi spesso abbiam visto trafugare, alla nostra visita inattesa, la leggiadra brochure parigina, su cui di gran volo potemmo sorprendere i nomi orridi e peccaminosi di Gozlan, di Gautier, di Kock, di Dumas!!! Oh orrore!!!
Dopo tutto ciò, è egli giusto codesto dispregio in cui è tenuto il romanzo, sia storico, sia contemporaneo, sia di costumi, sia morale, sia industriale, sia marittimo, sia dell'alta, sia della bassa società, sia didascalico, sia psicologico: ramificazioni tutte del gran ceppo del vetusto romanzo cavalleresco? — Noi crediamo fermamente di no, e fermamente crediamo che il dispregio provocato dai guastamestieri ingiustamente siasi rivolto contro al genere. Intanto, in codesto interesse antico e perpetuo del romanzo dev'essere deposta la ragione che storna la sua abolizione. — Intanto i più grandi scrittori del secolo sono romanzieri; Foscolo, Manzoni, Goethe, Byron, Scott, Châteaubriand, Vittor Hugo, Bulwer tradussero in forma di romanzo le più splendide e più consistenti emanazioni della loro mente. Intanto in un libro di un grand'uomo morto di recente, abbiamo letto che l'Iliade d'Omero è un romanzo storico, l'Odissea un romanzo intimo, la Divina Commedia un romanzo enciclopedico, il Furioso un romanzo fantastico, la Gerusalemme un romanzo cavalleresco. — Tutte le verità e della religione e della filosofia e della storia, se hanno voluto uscire dall'angusta oligarchia dei savj, per travasarsi al popolo, hanno dovuto attraversare la forma del romanzo che tutto assume: — la prosa, la poesia, le infinite gradazioni dello stile; ei si innalza, in un bisogno, nelle più alte regioni dell'idea, s'abbassa tra le realtà del mondo pratico; è elegia, è lirica, è dramma, è epica, è commedia, è tragedia, è critica, è satira, è discussione; al pari dell'iride, ha tutti i colori, ed è per questo che si diffonde nel popolo, e piove come la luce di luogo in luogo e di ceto in ceto e d'uomo in uomo, e per l'onnipotenza sua appunto può recar danni funestissimi come vantaggi supremi; chè tutto dipende dalla mente che lo governa. Così avviene degli elementi più poderosi che sono in natura, i quali riescono nel tempo stesso e benefici e pericolosi all'uomo. Il romanzo di Scott invogliò alla ricerca delle memorie rivelatrici del Medio Evo, e inspirò il sommo Thierry; Carlo Dickens in Inghilterra propose ed ottenne riforme legali, indarno proposte e domandate dalla scienza in toga. Se non che questi elogi che facciam del romanzo or quasi ci fan parere indegni di esporne uno; mentre prima il quadro detestabile che ne abbiam fatto quasi ci faceva venire il rossore sul volto al pensiero che stavamo per ritornar romanzieri anche noi. — Ma, sia qual vuolsi, è ridicolo tanto l'abbellirsi di modestia, quanto l'accusarsi di superbia. — Già, ogni qualvolta un galantuomo stampa qualche prodotto della sua mente, è reo della più luciferina superbia di cui un uomo può esser capace. — Stampare significa credere bellissimo e utilissimo all'umanità quello che si è pensato e scritto; e chi, nel punto massimo della più alta stima di sè stesso, si fa innanzi col capo chino e colle proteste della sua incapacità è un bugiardo. — Però noi aspiriamo al merito di non essere mendaci. — Cento Anni è il titolo del nostro lavoro, e Cento Anni dovremo veder passar di fuga innanzi a noi, cominciando dalla metà del secolo andato e chiudendo alla metà del secolo corrente. — Vedremo le parrucche cadenti a riccioni stare ostinate contro i topè; vedremo il topè subire più modificazioni e concentrarsi nel codino col chiodo; vedremo i ciuffi a campanile, i capelli alla brutus e la cerchia del rinascimento; vedremo il guardinfante del secolo passato attraverso a più vicende venire a patti col guardinfante del secolo presente. — Vedremo la cipria, che imbiancava i capelli neri, di mutamento in mutamento, svolgersi in quell'empiastro che oggi fa diventar neri i capelli bianchi.
D'altra parte vedremo il progresso dello spirito umano, pur subendo la altalene di questi matti capricci della moda, trovare la sua uscita e andare innanzi. — E vedremo le arti camminare a spina-pesce, perchè il nostro romanzo dev'essere anche un trattato d'estetica — e sentiremo a cantare i tenori e i soprani del secolo passato al teatrino del palazzo Ducale; e prendendo le mosse da essi e con essi e cogli altri che lor tennero dietro, calcheremo per cento anni il palco e la platea dei nostri teatri; e vedremo lo spiegarsi e il ripiegarsi e l'estendersi e l'accartocciarsi della musica; e nella nostra lanterna magica passeranno le ombre dei poeti, dei letterati, dei pittori, dei pensatori; attraverseremo, dunque, a dir tutto, i decorsi cento anni, scegliendo i punti salienti dove le prospettive si trasmutano allo sguardo, e dove si presenta qualche elemento nuovo di progresso o di regresso, di bene o di male, che dalla vita pubblica s'infiltri nella privata; e osserveremo forse per la prima volta fatti e costumi e accidenti caratteristici che non ottennero ancora posto in libri divulgati, e di cui la traccia o la notizia completa rimase o nella tradizione orale che ancora si può interrogare, o in carte manoscritte, quali i processi, i decreti, gli atti giuridici, le memorie di famiglia, ecc., o in opuscoli che, sebbene stampati, pure stettero segregati dal commercio e dalla pubblica attenzione e al tutto dimenticati, o nei quali si leggono cose da cui derivano idee o più complete o modificate, o qualvolta anche affatto opposte alle accettate intorno alle condizioni de' nostri padri, per somministrar così criteri più interi o più nuovi onde stimare i fatti successivi; però al fine di tener dietro al movimento storico di periodo in periodo, essendosi dovuto rompere le dighe dell'unità di tempo nel modo il più rivoluzionario, abbiamo provveduto a stornare la rivoluzione dal campo sacro e inviolabile dell'unità d'azione, ricorrendo al partito, che è forse nuovo e che ci fu suggerito dal fatto vero di un processo criminale e di un'azione giuridica civile conseguitane, di svolgere il nodo drammatico nel seno di quelle famiglie più o meno cospicue per le quali quel processo e quell'azione continuarono per settantacinque anni, così che la differenza originale tra il nostro libro e i libri congeneri, consistesse in ciò appunto, che, dove per consueto gli attori sono individui operanti nel tempo limitato d'un periodo della vita, nel nostro lavoro gli attori fossero invece famiglie, la cui vita si prolunga di padre in figlio e cammina colle generazioni, cogliendo da ciò occasione di tener dietro agli svolgimenti graduali di tutte le parti che costituiscono la civiltà di un paese. Vedremo pertanto gli scherzi curiosi che faranno nel corso di un secolo codeste famiglie, appartenenti a varie caste, distinte alla sorgente e confuse alla foce; e nella vita di un uomo che visse nonagenario, e che, nato quasi alla metà del secolo passato, morì quasi alla metà del secolo corrente, e che parlò e mangiò e bevve e rise con noi, avremo, ci si permetta l'espressione, la chiave di volta che varrà a tener congiunto il vasto edificio e a ravvicinare fra loro quattro generazioni; press'a poco, come il patriarca Enos che andò a caccia con Adamo e spremette i primi grappoli con Noè, e congiunse le due grandi epoche della creazione del mondo e della dispersione delle genti.
Le promesse sono gigantesche e presontuose: ma guai a chi promette poco. Il lettore lo piglia tosto in parola.

LIBRO PRIMO


Il lago di Pusiano e il vecchio nonagenario. – Il teatro Ducale di Milano nel 1750. — Musica, ballo, costumi, pittura scenica. — La contessa Clelia V.... — Il tenore Amorevoli e la ballerina Gaudenzi. — Cinque finestre e cinque lumi. — Il giardino di casa V… — Amorevoli e i custodi del morto. — Sospettato trafugamento di carte. — Il giudice del Pretorio. — Il caffè del Greco. — Il violino di spalla. — Donna Paola Pietra. — Gli scolari del Ginnasio di Brera e il nano guardaportone del senator Goldoni. — La musica sacra e la celebre suor professa Rosalba Guenzani. — Storia degli avvenimenti di donna Paola Pietra.


I


Convien risalire a quindici anni addietro, allorquando chi scrive trovavasi in quella età felice, in cui si è amici di tutto il mondo, e il mondo per contraccambio vuota con noi il sacco delle cortesie; età in cui la bile non è ancora uscita dal suo sacchetto a invelenir le vene, e il volto conserva le sue rose, e le influenze atmosferiche non fanno di noi quel che il rame fa delle rane scorticate; età in cui l'umore è sempre uguale e sempre lieto, e l'animo si apre a tutti, spensierato e fidente; età in cui sin la bruttezza ha la sua beltà; tanto che tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, matrone e fanciulle si volgono a noi, chi per consigliarci, chi per compatirci amabilmente, chi per accarezzarci senza malizia la barba nascente; età in cui l'uomo è il legittimo re dell'universo, del finito e dell'infinito, perchè se il presente gli sorride da tutte le parti, l'avvenire gli si svolge dinanzi in lungo e in largo, senza confine, tutto pieno di fantasmi dorati. Chi pensa a codesta divina adolescenza della vita, e senza consultare la fede di battesimo, vede nello specchio che ha tanti anni di più, e, guardando il fumo che esce dalla sua pipa, può esclamar col poeta:


Questo di tanta speme oggi mi resta


si fa silenzioso e tetro, e cerca tosto di sommover l'onda delle tristi idee, mescolandovi lo spirito d'assenzio. Allorchè dunque chi scrive aveva quindici anni meno, ebbe a far la conoscenza di un vecchio, il qual vecchio, a quel tempo, dei due milioni e cinquecento mila abitanti che contava la Lombardia, era forse quello che portava più anni sulle spalle, tanto che, se fosse stato povero, avrebbe fatto la prima figura alla lavanda de' piedi. Ma non era povero, quantunque non fosse nemmen ricchissimo. — Fu presso al lago di Pusiano, che vedemmo per la prima volta questo vecchio, e precisamente nell'istante che stavamo leggendo l'iscrizione che addita a' passeggieri la povera casa dove nacque il grande Parini.
Quel vecchio era là seduto, in mezzo ad alcuni contadini che lo guardavano con gran rispetto, e sentendo che noi andavam tempestando di domande i proprietari di quella casa, per aver notizie della famiglia Parini e per sentire se vivesse ancora in quel contado qualche parente del poeta, si alzò e avvicinatosi a noi:
— Della casa Parini, disse, non vive oggi che un prete, il quale sta fuori di questo territorio. Del resto io ho conosciuto il poeta, e ho vissuto con lui in grande dimestichezza e qui e laggiù a Milano, e ho conosciuto la madre dell'abate.
— Sua madre, ha ella conosciuta?
— Sua madre, sì signore. A lei ch'è nato jeri, parrà strano ch'io fossi già sul tramonto di quella che si chiama la virilità, quando Parini venne a morire. Avevo pochi anni, quando col poeta, che di fresco aveva dato fuori l'immortale suo Giorno, fui a visitare la sua madre decrepita. — Io conto oggi i miei ottantott'anni, come se fossero ottantotto zecchini, e sto bene di stomaco, perchè la natura ha messo l'eternità ne' miei denti molari; e sto bene di gambe, perchè non ho mai patito d'indigestione e mi giova tuttora il mio vinetto di collina. — Così dicendo si mosse a discendere, accennando ch'io lo seguissi. — Io me gli accostai per dargli braccio; ma egli, ridendo: — Non s'incomodi. Ella potrà stancarsi, giovinetto com'è, non io così vecchio... — e si discese insieme. Non aprì bocca finchè non si fu al basso, e soltanto quando venimmo all'orlo del lago, dove molti villeggianti lo salutarono riverenti:
— Dunque, ella vuol bene al mio Parini? Io chinai la testa. — Parleremo di lui, soggiunse allora; ed io mi feci ad accompagnare il vecchio venerabile, senza esser punto maravigliato dell'affabile libertà ond'egli mi parlava senza conoscermi. Chi ha vissuto una lunghissima vita, sta nel mondo come nel proprio dominio e tratta gli altri colla cortesia dell'ospite verso i nuovi venuti. — Accompagnatolo ad una sua villetta, stetti con lui per più d'un'ora, e quando presi licenza, gli promisi di ritornar il giorno dopo; tanto m'interessava. Allorchè poi lasciai Pusiano, promisi che in novembre mi sarei recato a visitarlo nella sua casa in Milano. — Ciò che feci religiosamente.
Quel vecchio era un tal Giocondo Bruni, benestante, di sufficiente ma non di eccessivo peculio. — Era piccolo di statura, e magrissimo. La natura, che il volle destinato ad una vita lunga, lo aveva emunto d'ogni umore superfluo, e ridotto come una corda di violino. Poteva spezzarsi, non affloscirsi. — Aveva capelli canuti e tuttora folti che gli coprivan la fronte; occhi neri, piccoli, fondi, tuttora vivissimi, e che attestavano come gli abbondasse ancora il fosforo del cervello. A ottantotto anni aveva la mente lucida, le idee ancora ordinate, la memoria fedelissima. Soltanto lo tormentava, nelle giornate piovose, un sonno ch'egli chiamava morboso, del quale s'inquietava ed affliggeva.
Amava la gioventù con predilezione che pareva originalità di natura; ma soffriva antipatie feroci, tanto che ne' crocchi, dove mi trovai seco qualche volta, investiva con rabbuffi insolenti qualcuno che non gli aveva mai fatto offesa. — Ma i vecchi, come i fanciulli, amano ed odiano per istinto; i fanciulli hanno l'istinto della natura, i vecchi quello dell'esperienza; ed il vecchio Giocondo, in quelle tali faccie profilate, costrutte e tinte in quel tal modo, aveva imparato a leggere quel tal carattere; di qui le sue cortesie e le sue asprezze. Nato di madre ballerina, come aveva percorso tanta parte del tempo, aveva così percorso molti luoghi dello spazio, perchè colla madre sino a dodici anni, in compagnia d'un precettore, s'era trovato in tutte le città d'Italia e d'Europa, dove c'era un teatro, dove c'era opera e ballo. — A Milano, dove nacque, stette per più mesi, sino ad otto volte ne' primi dodici anni; poi vi prese stanza, a compire gli studi, sino ai venti; poi fu a Parigi, a Berlino, a Vienna, con la madre che volgeva al tramonto; poi ritornò in Italia e dimorò a lungo in Venezia sempre colla madre, che là morì, lasciandolo erede di un bell'avere a ventitrè anni. Di questa età mi mostrò un suo ritratto eseguitogli dal Tiepoletto a Venezia. — Faccia bellissima e spiritosissima. — Dai ventitrè anni in poi fermò la sua dimora a Milano, recandosi però, quando occorreva, a vedere altrove le cose e gli uomini e le donne degne d'esser osservate dappresso. — Con questa vita, e con quella tempra, e con quel fosforo della massa cerebrale, e con quello spirito della curiosità e dell'investigazione che non lo lasciò mai vivere quieto, era esso la storia universale viva e vera degli ottant'anni che aveva vissuto dopo i primi otto. Aveva passato i sette anni quando Federico il Grande stava disperandosi per gli affari di Sassonia, e Pitt, il padre, veniva rimosso dal ministero britannico, e Caterina II saliva il trono, e la Pompadour facea nausea ai galantuomini, quantunque piacesse al re di Francia. Avea quindici anni. quando Pitt, figlio, facendo stupire i professori dell'Università di Cambridge collo studio indefesso e coll'intelletto universale, imparava a far dimenticare la fama paterna; quando Foxe nei danari che il più bizzarro ed azzardoso dei padri gli dava per tentar la fortuna al giuoco, e nell'oceano della vita, nel quale immaturo si gettò come a nuoto, trovò il segreto della futura sua grandezza, mescendo il punch alle filippiche nel greco di Demostene; quando Rousseau, dando in luce opere di sovrumano concepimento e abbaglianti di forma incomparabile, nel punto stesso che scandolezzava le sane menti con atti ingiuriosi alla dignità d'uomo, pareva che s'affannasse a far creder vera quella definizione del Sarpi, essere l'ingegno una malattia del cervello; quando Robespierre, ancora fanciullo, leggendo avidamente Gian Giacomo, apprendeva l'odio contro tutte le istituzioni sociali, e l'idea nuda ed innocua del filosofo pensava a tradurre in ferro ed in fuoco. Aveva diciassette anni quando per la prima volta s'introdusse la coscrizione militare, e ventitrè quando Maria Antonietta sposò il Delfino di Francia e si concluse la pace al Congresso di Teschen. — Era giovane fatto allorchè a Venezia conobbe Foscarini, e il vecchio Zeno e il Tiepolo, il pittore e il poeta, e il Canaletto, e l'abate Chiari, e Goldoni giovinetto e Carlo e Gaspare Gozzi; a Roma udì il Miserere dell'Allegri, a Napoli assistette al fiasco dell'Armida di Jomelli. Fece una rissa ferocissima di parole con l'Alfieri a Torino. — A Milano conobbe tutti quanti. — Sparlò del prossimo con Casti, stette serio con Parini, fece pazzie col pittor Londonio, sovvenne di danaro il poverissimo Biondi, il ritrattista per eccellenza, che non mangiava per comperare i pennelli. Quando ci trovammo due o tre volte a fare con esso lui qualche giro sulle mura di porta Orientale, ne' giorni che le mille carrozze sfilano in gala, era bello a sentirlo dire: Di quel signore ho conosciuto il bisavolo; quello lì che or va in carrozzino dee la sua prima fortuna alla roletta; quello là che va col tiro a quattro la deve ad una birbonata. Ne' giorni del perdono all'Ospedale Maggiore, quando sono esposti i ritratti dei benefattori di tre secoli, si piantava con soprassalti di gioia davanti a taluno di que' venerandi vecchioni del secolo passato, e diceva: questo somiglia, quello no...; e tosto una biografia, un racconto pieno di accidenti curiosi, di quelli che la storia ignora e pur basterebbero a far la storia vera. Un giorno che si stava innanzi al ritratto del dott. Macchi, di colui che visse in povertà quasi d'accattone per lasciar all'ospedale tutto quanto ebbe dal padre e raccolse dalla sua professione di notajo, dopo averci narrati molti particolari di quell'uomo, che peccò d'avarizia in vita, per essere insigne benefattore in morte, d'improvviso soprastette dicendo: «Vi ricordate di quel tale che la prima domenica di quaresima abbiamo veduto nel carrozzino di gala sulle mura di porta Orientale, e di cui abbiamo tenuto alcuna parola? — Ebbene, questo notajo fu quegli che scrisse la minuta di un testamento che doveva esser trascritto da uno zio del padre del padre di quel signore». Del quale pronunciò il nome che noi non ripeteremo; chè molti dei personaggi che faranno parte della nostra epopea in veste da camera, hanno l'obbligo di costituire una società anonima.
Quando il novantenne vegliardo levò gli occhi dal ritratto del dottor Macchi: «Se verrete da me, soggiunse, fra qualche giorno, vi racconterà un fatto stranissimo, il quale, se può interessare la curiosità degli oziosi da caffè, può interessare il filosofo che spasima d'affanno per i mali che l'uomo ha inventati onde tormentare sè stesso; e può battere alla porta della giustizia e illuminarla, e illuminar persino la sapienza legale».
Ma qui ci conviene lasciare il nostro decrepito amico, che tante volte accompagnammo a veder l'Arco della Pace e a far il giro de' bastioni; e poi, in più angusto cerchio, e sotto i tigli de' pubblici giardini, abbiam sostenuto del braccio quando non poteva più soddisfare al suo orgoglio di camminare isolato; e soltanto continuava a dispiegarci lo sterminato volume contenente uomini e cose vissuti e avvenute in cento anni, ripetendo sempre quel suo intercalare: La mia memoria è una valle di Giosafat tutta affollata di maschere. — E dal bel mezzo del secolo XIX ora ci convien saltare nel bel mezzo del secolo XVIII, e recarci al Teatrino del palazzo Ducale, a quel Teatrino che lasciò per molto tempo il nome al successivo della Canobbiana; colà udremo la musica della Semiramide riconosciuta del maestro Galuppi, e vedremo a danzare la bellissima Gaudenzi... quella che fu la madre del nostro decrepito amico.


II


È dunque la fine del carnevale dell'anno 1750, e ci troviamo nella platea del Regio Ducal teatro di Milano, detto volgarmente il Teatrino. Mancano pochi momenti alle due di notte, le otto dell'odierno orario. — Le sedie della platea sono tutte quante occupate; il semicerchio che corre dall'ultima fila delle sedie alla porta d'ingresso è affollato. — Al davanzale dei palchetti s'affacciano dame e cavalieri; e succede, in una parola, tutto quello che avviene anche oggidì in que' dieci minuti che precedono l'incominciamento di uno spettacolo ne' nostri teatri. — Ma se in un teatro e in un pubblico sono perpetue alcune abitudini, non per questo si confidi un pittore di poter ritrarre lo spettacolo di quella sera, regolandosi con quello che vediamo oggi. — Il teatro Ducale, meno ampio del teatro Carcano, con quattro ordini di palchi, era sovraccarico d'ornamenti barocchi. — Volute in oro e vermicelli e ghirigori e nastri, colle indispensabili maschere della tragedia e della commedia, l'una trapassata in un occhio dal pugnale di Melpomene, l'altra colla bocca sghignazzante piegata in arco. — Il velario è un Febo in quadriga, a cui s'attraversa Diana colle bianche sue cerve, forse a significare la lotta in cui è impegnata la notte per tener lontano il giorno; il tutto nello stile di un allievo di Tiepolo, che abbia l'immaginazione e il colore e la pratica e i vizj del maestro, insieme al manierismo ed agli svolazzi del cavalier d'Arpino. — Il sipario rappresenta la primavera, trionfante sopra le altre stagioni, e coronata da Minerva; bel lavoro dei fratelli Galliari, che oggi farebbe arrossire i nostri contemporanei della tolleranza onde lasciano che tutti i siparj de' teatri in Milano offrano a' forestieri la più misera idea delle arti nostre. — Ma se un amante della pittura poteva congratularsi con quel sipario, un amante della luce doveva protestare contro il nebuloso crepuscolo che avvolgeva tutto il teatro. — Non v'era lumiera che pendesse dal velario; qualche luce soltanto usciva dall'interno de' palchetti, tutti messi sfarzosamente; e, prima che comparissero i ventiquattro becchi di fiamma al luogo della ribalta, gettavano intorno un poco di albore le candelette che alcuni, seduti in platea, tenevano fra mano per leggere il libretto dell'opera. — L'abitudine a quelle mezze tenebre aveva però avvezzate le pupille del frequentatore del teatro a vedere e ad osservare. Tutta la sala era piena; sui rossi, i verdi, i gialli, gli azzurri, e tutta la varietà delle gradazioni di questi colori, il fiordaliso, il pistacchio, il vigogna, il tortorella, l'isabella, il tané, il testa di pavone, ecc., onde in qualche modo aiutavano la poca luce le giubbe, le marsine, i gilets dei messeri buongustaj dell'opera, adagiati in platea, si distendeva uno strato tutto bianco, ed era la polvere di cipro di quelle seicento parrucche di varia foggia, e, come allora dicevasi, costrutte alla reggenza, a tre martelli, alla circostanza.Se da questa nevicata che copriva tanta varietà di colori, si alzavano gli sguardi ai palchetti, il quadro si faceva più ancora stranamente pittorico. Era il tempo in cui le pettinature femminili, che già avevano cominciato a rialzarsi sotto alla reggenza, si spingevano a tale altezza, che bene spesso una testa cessava di essere la settima parte del corpo umano. — La contessa Marliani, bellissima ed elegantissima fra le eleganti di Milano, quando comparve al suo palchetto in second'ordine vicino al proscenio, mise in mostra una pettinatura che dalle tempia si alzava quasi un braccio, allargandosi come una piramide capovolta, sulla piatta superficie della quale erano fiori e frutti, e due tortore imbalsamate che si beccavano gentilmente. Codesta acconciatura veniva denominata il puff di sentimento. E se in quella sera il puff della bella contessa Marliani superava tutti gli altri puff, la gara aveva generata una tale varietà negli oggetti accumulati su di essi, che sarebbe soverchio tenerci dietro colla descrizione. — Pappagalli, aironi, uccelli di paradiso, foglie e fiori e frutti disposti in modo che una testa pareva un capitello corinzio; le quali mode, se piacevano alla maggior parte, tanto che venivano seguite ansiosamente, non per questo cessavano di far ridere gli uomini di gusto e quegli altri che ridono anche delle cose serie.
— Che ve ne pare delle nostre Milanesi, diceva un giovinotto colla sua bianca parrucca ad ala di piccione, ad un altro che gli rispondeva in dialetto veneziano.
— Non sono nè più belle nè più pazze delle veneziane.
— Ma chi è quella dama là che porta la passionata?
La passionata era una delle tante denominazioni che si davano alle mosche e a' nei onde le gentildonne facevano, quel che si direbbe, la loro professione di fede; la passionata era la mosca che si portava all'angolo dell'occhio, la sfrontata quella che stava sul naso, la civetta al labbro, la galante alla pozzetta, l'assassina all'angolo della bocca. E chi o davvero o per bizzarria voleva o intendeva di avere le qualità morali rispondenti a quegli aggettivi, portava una di queste mosche, come un tempo i cavalieri erranti recavano i motti sugli scudi. Il più delle volte però non erano che simulazioni, onde chi avrebbe dovuto aver l'assassina portava l'appassionata, e sempre poi quelle gentildonne cangiavano posto alle mosche, onde tutte quante in una stagione riuscivano e passionate e galanti e civette e sfrontate e assassine.
Ma que' due, tenendo fissi gli occhi in quella che recava all'occhio la passionata, e continuando un discorso incominciato: — Colei è una delle nostre più infocate dilettanti di musica; del resto non v'ha bella signorina in Italia, la quale, nel ricevere la visita di un giovane cavaliere, dopo aver fatto pompa delle sue grazie, non passi al cembalo a cantare un'arietta per rendersi più amabile. — Quella dama là della passionata pigliò molti alla rete cantando l'arietta, — Se tutti i mali miei — ed è così bizzarra che, quando di recente gli fu presentato un giovanotto per essere il suo cavalier servente, così lo interrogò sulle qualità che lo dovevano far degno di quel posto: Signore, sapete la musica?No, quegli rispose. — Ebbene, ripigliò la dama, andate ad impararla e poi venite a ritrovarmi. La musica nel mondo galante è divenuta indispensabile; senza di essa un amante corre sovente pericolo di cadere in disperazione per non essere in istato di cantare un'arietta. — E quel cavalierino che ora siede rimpetto a colei, fu respinto più volte dalla crudele, ed egli sarebbe morto se non avesse imparato a memoria quell'aria del Buranello:


Ah che nel dirti addio,
Cara, morir mi sento...


che gli salvò la vita — e così press'a poco fan tutte... E qui cangiando discorso, il giovane di Milano nominò a quel di Venezia tutte le principali beltà che in quella sera mostravansi al palchetto: la marchesa Serbelloni con puff a nastri azzurri, la marchesa Dadda con puff ad airone, la marchesa Litta con puff a capitello corinzio, la contessa Borromeo del Grillo senza puff, ma con un sistema di riccioni altissimo e intrecciato con dieci braccia di nastro, e la contessa Verri e la marchesa Beccaria, ecc., tutte insomma le arcavole delle nostre più distinte patrizie. — Ma già i suonatori, incipriati anch'essi, eran tutti al loro posto in numero di trenta, e il primo violino, signor Belletti, aveva dato un primo colpo d'archetto. Il maestro Galuppi soprannominato il Buranello, il quale era il compositore della Semiramide riconosciuta, stava già alla sua spinetta, in tutto quello sfarzo di vestito che era la caricatura di tutte le caricature che si trovavano in teatro. Seduto tra il contrabbasso e il violoncello, aveva dietro di sè due viole da gamba, strumento soavissimo, che scomparve per dar luogo alle catube, ai bombardoni, ai serpenti, ai pelittoni, e a tutto il parco di artiglieria della musica di oggidì; e sedevano innanzi a lui due suonatori di flutte, due di oboè, due di corni. Il resto eran contrabbassi, viole e violini.
Quando il maestro Galuppi comparve alla spinetta:
— Costui è il sopracciò di tutte le case di Milano, disse uno de' suddetti interlocutori; chi vuol farsi d'accosto a qualche dama non dee che appigliarsi alle grandi falde quadrate della sua marsina, ed è tosto introdotto. Come compositore val più del nostro Lampugnani, suo collega concertatore, il quale è un buon ambrosiano e un forte contrappuntista, ma quando non assorda fa dormire; codesto Buranello invece compone con molt'arte, va in traccia dell'espressione, e la trova; tuttavia se la sua musica è la scuola dei professori, ne guasterà molti, perchè ha troppi passi pericolosi, e convien essere eccellentissimo nell'arte per collocarli a proposito, com'egli ha saputo fare.
In questa si alzò il sipario e si mostrò allo spettatore un — Gran portico del palazzo reale di Babilonia corrispondente alle sponde dell'Eufrate — lavoro di quei fratelli Fabrizio e Bernardino Galliari, che furono i primi fondatori della nostra scuola scenica, che recaron poscia oltremonte. Essi non conoscendo tutti gli stili architettonici e non avendo erudizione archeologica, applicavano il greco romano dappertutto, in Babilonia, a Menfi, alla China; ma avevano una tal pratica nella prospettiva e una così sterminata immaginazione nel costrutto architettonico e nella combinazione delle linee, dei contrapposti, degli interrompimenti, delle fughe, che lo spettatore ne rimaneva abbagliato e anche oggi ne sentirebbe meraviglia. Le scene poi a quel tempo raggiungevano il più completo effetto, perchè la quasi oscurità della platea concedeva tutto lo splendore al palco scenico, e la ribalta non ancora riboccante di fiamme (chè le lucerne ad argand s'introdussero posteriormente) permetteva che la distribuzione della luce si facesse nel modo più conveniente e più proporzionato alle leggi prospettiche.
Ma lasciando ora i pittori Galliari e la scenografia, dopo la comparsa del palazzo reale di Babilonia, comparve Semiramide tra gli applausi del pubblico, Semiramide in abito virile, sotto nome di Nino, ed era la virtuosa signora Cassarini, che cantò il recitativo: Olà, sappia Tamiri, con quel che segue; dopo del quale venne fuori Sibari, o la seconda donna signora Ghiringhella, e lì s'impegnava un lungo recitativo intercalato di guaiti di violoncelli e viole, sino al punto che Semiramide, con solenne portamento di voce, diceva alla seconda donna: T'accheta, ecco Tamiri; e usciva Tamiri, ossia la signora Giuditta Fabiani Sciabrà; e quando, dopo alquante parole di complimento, Semiramide s'assideva in trono in mezzo a Tamiri e a Sibari, e una guardia recavasi sul ponte a chiamare i principi rivali, tosto, preceduti dal suono di strumenti barbarici, passavano il ponte Minteo, Scitalce e Ircano. Allorchè questi si mostrò, successe un movimento nel teatro, come quando il vento investe una selva, e scoppiò di poi un applauso strepitoso e unisono che pareva fuoco di plotone fatto da un reggimento di veterani. L'opera nel complesso annoiava anzichè no, chè il pubblico aveva ancora nell'orecchie l'Olimpiade di Pergolese, e l'Artaserse di Scarlatti, rappresentate poco tempo prima; e non era pago gran fatto nè della Casserini, nè della Sciabrà, perchè esso ricordavasi troppo della voce stupenda della Turcotti, della grazia dell'Aschieri, del prodigio della Tesi che commoveva irresistibilmente al pianto, e della soavità dell'Agujari che veniva chiamata il rossignuolo della scena. — Però, essendo inferiori le prime donne di quella stagione, alle altre che aveva già sentite, il pubblico si rivolse al nuovo sole che era Ircano, ovvero il tenore Amorevoli, l'occulta passione delle donne. — Applaudito al suo primo comparire, fece fremere d'entusiasmo la platea ad ogni emissione di voce; ma il segreto di mettere in pericolo la mente sana degli spettatori se lo serbò all'aria:


Maggior follia non v'è

Che, per godere un dì,

Questa soffrir così

Legge tiranna.  


Alle cadenze di questa cabaletta il teatro parve dividersi in due per lo scoppio d'applausi.
— Vengano ora i musici — gridava un giovinotto — ora che finalmente questo Amorevoli canta come un uomo e non come una donna.
Il tenore Amorevoli diffatto fu il primo che, per l'ineffabile dolcezza d'una voce naturale e pel gusto squisitissimo del suo canto, fece sperare che col tempo si potesse far senza de' musici. Ma così non la pensavano i vecchi, uno de' quali diceva indispettito:
— Tutto va bene, ma bisognava sentire Carestini a cantar quest'aria. Egli aveva gli estremi dei bassi e degli acuti, tanto che il Ciardini tenore disse, che voleva farsi evirare per poter cantare il basso come lui.
— E dove lasciate Cafariello? — diceva un altro che portava ancora la parrucca a riccioni; — giammai uomo mortale spinse così lungi l'audacia del canto.
— E Bernacchi il patetico?
— E dove lasciate Egiziello, il grande, l'unico Egiziello, il re dell'espressione? fu egli che nell'opera Artaserse fece piangere tutta Roma per questo solo accento:


E pur son innocente.


E dopo lui Guadagni e Salimbeni e Monticelli e Reginelli e Garducci e l'Elisi; se il men valoroso di costoro fosse qui, codesto Amorevoli non piacerebbe nè poco nè assai...
— Intanto si compiaccia a sentirlo.
— Per forza, non c'è altri...
E l'opera continuò... e Amorevoli dalla voce piena di fascino e dall'aspetto bellissimo, fu chiamato sei volte al proscenio, dopo che, con un'espressione e un ardore indicibile, ebbe cantato quell'aria con cui finisce l'atto primo:


Empio fato se m'opprime,
Seguirà le mie ruine
Chi superbo mi contende
La beltà che mi piagò.


Le ultime due volte che Amorevoli uscì, tenne fisso lo sguardo ad un palchetto... Nessuno però nè s'accorse, nè prese informazione di quell'atto...
Solo il gentiluomo veneziano che teneva dietro alle beltà lombarde, guidato macchinalmente da quello sguardo ad osservare egli pure il palchetto, chiese all'amico che gli serviva d'interprete:
— Chi è quella bellissima dama là, al numero quattro del second'ordine?
— Bellissima, se avesse imparato a sorridere, e se ricevesse la grazia dalla bontà... Quella è la contessa Clelia V..., odiata dalle donne ed anche dagli uomini.
— Odiata?
— Sì, odiata... Sa il latino, il greco e la matematica... e dall'alto del suo tripode ci guarda tutti come una divinità sdegnata. — Mentre il cavalier servente è dovunque un mobile di casa, ed è adottato da chi lo considera come un'imposizione della moda e nulla più, ella non ha mai patito d'averne uno. La natura le ha messo il cuore in ghiaccio per preservarlo dalle infiammazioni.
— Ha marito?
— Altro che marito! Vedetelo là nel palco dirimpetto... È un ex colonnello di cavalleria, fatto con sangue di Spagna e con sangue lombardo. Nobilissimo, del resto, e ricchissimo; ma serio come un cavaliere del tempo del Cid. — Sposò la sapienza, perchè s'accorse che la grazia lo avrebbe fatto diventar geloso come il Moro di Venezia...


III


Il fischio dell'avvisatore, partito dal palcoscenico, fece cessare tutti i discorsi che si tenevano nella platea e ne' palchetti, e si alzò il sipario. Il ballo di quella sera rappresentava La Morte d'Ercole, del coreografo Pitraut, colui che aveva destato tanto chiasso a Parigi per aver messo in ballo il Telemaco dell'arcivescovo di Cambray, nel quale ballo la dea Calipso, in conseguenza di un passo falso, avea corso pericolo di perdere l'immortalità. — L'azione dell'Ercole si apriva con un grande strepito guerriero; una folla di popolo annunciava il ritorno d'Ercole che entrava in cocchio tirato da alcuni schiavi di nazioni diverse da lui soggiogate. Jole era strascinata dai lottatori; Filoteta ed Ilo stavan seduti sul cocchio ai piedi d'Ercole. — Compariva finalmente Dejanira, la bellissima Gaudenzi. Questa ballerina destava allora il massimo fanatismo in Europa, non tanto perchè fosse d'una bellezza abbagliante, ma perchè nell'arte sua era un'eccezione alla regola, ovverossia poteva servire di regola tra gli abusi. — La critica sapiente, che allora usciva a protestare in opuscoletti, si lamentava forte che i compositori de' balli andassero lontanissimi dalla natura; ma più ancora si lagnava degli esecutori. Tutta l'arte de' ballerini in generale si riduceva alla capriuola. Non si trattava più di ballare, ma di andare in alto, e quegli che più s'approssimava al cielo del teatro passava per il più bravo. Il ballerino Sauter, per far vedere al pubblico la forza delle sue gambe, si propose in un gran ballo eroico, dopo aver fatto duecento capriuole ed altrettanti tours de jambes, di cadere in à plomb sul piede dritto, e di starvi per otto minuti in equilibrio, affine di dar tutto il tempo alla platea di battere le mani. Questi salti eran tanto pericolosi, che bene spesso in teatro succedevano grandi inconvenienti, e in quella medesima stagione a cui ci troviamo, nello stesso ballo della Morte d'Ercole, una divinità, facendo uno sforzo pantomimo, prese così male la sua misura, che si precipitò nell'orchestra, dove ruppe sei istromenti, disordinò quindici parrucche, gettò a terra il violino di spalla, cui poco mancò che uccidesse invece di fracassare sè stessa; avvenimento, che per quello che poi saprà il lettore, fece cadere in deliquio la bella Gaudenzi. — Ma continuando a parlar dell'arte della danza a quel tempo, non parea vero che i compositori de' balli, che volevano far effetto affrontando qualunque assurdità e mettendo in pericolo la vita dei loro esecutori, trovassero ballerini e ballerine, e ricche e sospirate dal bel mondo, che si adattassero a sfigurarsi e a diventar furie sulla scena. La celeberrima Campioni e la milionaria Curz, a forza di contorsioni e movimenti irregolari, finito il ballo, diventavano deformi a segno da far paura; i loro occhi si facevan torti e biechi, si tramutavano le loro fattezze e lor fuggiva il colore. Non così la Gaudenzi. Il nostro amico, parlandoci un giorno di sua madre, ci fece vedere un libro, che teneva carissimo, nel quale davasi di lei il seguente giudizio: «Anche nel bel mondo ballante si trovano le rare fenici. La Gaudenzi è una di quelle; ella balla con agilità inarrivabile, con elegante portamento e con brio vivacissimo; il corpo suo è sì ben formato che sembra fatto per ballare. È grande attrice pantomima; con un volto oltre ogni dire bellissimo esprime al vivo le diverse passioni dell'animo, la tenerezza, il dolore, lo spavento, l'allegria, il furore». Noi siamo inclinati a credere che l'autore dell'opuscolo, stampato a Milano dal Motta, dove stanno queste parole, fosse uno spasimante della Gaudenzi, e che però caricasse le dosi; tuttavia viene una gran voglia di credergli, quando si pensa che tutta Europa andava perduta dietro a codesta Gaudenzi, mentre pure aveva uno stile di danza contrario a quello allora in voga. Ma se ella poteva danzare con ragionevolezza d'arte, non poteva far scomparire le assurdità della composizione coreografica; però nel nuovo ballo del Pitraut, dopo essersi gettata nelle braccia dello sposo Ercole, doveva adattarsi a ballare un pas de trois con lui e con Jole, e solo poteva mettere in atto tutte le riforme ch'ella avea introdotte nella danza quando eseguiva l'a solo. — Ella avea compreso che la danza non è altro che un'arte plastica viva e vera, in cui la figura umana, dotata di forme bellissime, s'atteggia a consigliar pose e movenze e contorni eleganti alla pittura e alla scultura.
I pittori Galliari, che non s'interessavano gran fatto alla musica, nell'ora che danzava la Gaudenzi, erano assidui ad osservarla, stando fra le quinte; e noi abbiam veduto un disegno a penna d'uno di loro, dove è ritratta la celebre danzatrice in costume di Dejanira, adagiata su d'un letto di cespugli, in preda al dolore. Quantunque però, nel massimo imperversare dell'arte barocca, ella avesse tanta purezza di atteggiamenti, non aveva il coraggio di omettere l'entrechat propriamente detto, perchè voleva far tacere le ballerine rivali, le quali, se ometteva la capriuola, l'accusavano di poca agilità nelle gambe. — Sapeva dunque soddisfare in un punto e alle esigenze legittime della bellezza assoluta, rivelando forme d'indescrivibile perfezione, e ai capricci della moda, e alle pretese dei compositori. — Del resto, se ella era abilissima come danzatrice, riusciva inarrivabile come attrice, e sapeva provocare il vero orror tragico, quando, nell'ultima scena del ballo, mentre Ercole ardeva nella camicia funesta, ella entrava come forsennata, e, non potendo reggere allo spettacolo straziante, si uccideva. Se non che tutte le sere doveva risuscitar tosto per uscire al proscenio (non si potevano contar le volte), a ricevere le dimostrazioni di un pubblico che andava in delirio; e, dopo calato il sipario, il palco scenico abusivamente era invaso dai giovani zerbinotti, che recavansi a farle tributo dei loro omaggi e a lasciarle un tappeto di rose e viole sul pavimento del camerino, dov'ella gentile e spiritosa e vivacissima dava belle parole a tutti, e occhiate che parevano significare quel che non volevano dire. Veduta da presso, la Gaudenzi non scapitava d'un punto dell'effetto che produceva a chi la guardava dalla platea; chè veramente era dessa di una perfetta beltà. Aveva la capigliatura biondo cupa increspata e prolissa, la quale nella sua schietta natura non potea vedersi che nel momento in cui, attendendo a dar parole, scioglieva i capegli per poi foggiarli anch'essa nel puff di convenzione. — Aveva occhi azzurri, bocca e mento e contorni della purezza più completa; soltanto il naso, come quello della greca Aspasia, sopravanzava d'alquanto il confine stabilito dalle scuole accademiche. — Ma quegli occhi azzurri e quel naso erano un argomento di censura per le altre beltà invidiose, segnatamente del ceto patrizio. — La contessa Marliani affermava, sdegnosissima nella sua convinzione, che non può essere una beltà perfetta chi non ha gli occhi neri; la quale asserzione diede luogo ad una disputa de' begli spiriti che recavansi alla sua conversazione. — Fu persino convocata una consulta di pittori per decidere in proposito; e avendo essi sentenziato in favore degli occhi azzurri, quasi corsero il pericolo di perdere il loro posto alla tavola di casa Marliani. — Ma anche noi che scriviamo, avremmo perduta l'amicizia della contessa perchè le avremmo detto che, se gli occhi neri lampeggiano in virtù della legge dei contrasti, gli occhi azzurri risplendono per virtù propria; le avremmo detto che la pupilla azzurra sdegna la mediocrità, vuol bellezza perfettissima di linee nel sopracciglio e nella cassa dell'occhio, mentre la pupilla nera s'appaga invece anche di linee irregolari; che l'occhio nero non avendo un colore, non ha sempre nè varietà nè nobiltà nè iridescenza nè riflessi, sia dalla luce esterna che dall'intima luce dell'anima; ora tutte queste qualità avevan gli occhi della Gaudenzi, occhi esercitanti un fascino, che poteva persino sembrar colpevole a chi non conosceva l'indole di quella donna.
Ma intanto che i cavalierini incipriati stavano indugiandosi alle soglie del camerino della Gaudenzi, in aspettazione dell'ultima occhiata, e tutti nella speranza che quell'occhiata significasse una scelta, senza, del resto, arrivar a comprendere che la Gaudenzi era sudatissima e sentiva il bisogno di spogliarsi e rivestirsi, e nel suo segreto, pur conservando l'amabilità dell'azzurra pupilla, li mandava tutti al diavolo, s'intesero voci d'alterco sul palco scenico. — Ad un illuminatore, che passava in quel punto, tutti que' gentiluomini si volsero per domandarli di che si trattasse:
— È il signor Amorevoli che non vuol più cantare...
— Come, come?
— Per questa sera, no.
— Ma perchè?
— Dice di star malissimo, e i medici, richiesti dai cavalieri ispettori, dichiarano invece che non è mai stato così bene; ed egli ha minacciato di bastonar tutti quanti, cavalieri, ispettori e medici... — e senza dir altro e sghignazzando di gran voglia, l'illuminatore passava oltre. — Allora gli spasimanti della Gaudenzi s'allontanarono dalla loro vittima e mossero a spingere un occhio e un orecchio curioso al camerino del tenore. Ma tutto era tornato nella più perfetta calma. In conclusione, convenne fare la volontà del tenore, il quale dichiarava che, quand'anche non avesse la febbre richiesta dai regolamenti del teatro, pure non poteva spingere la voce al di là del sol, aveva compromesso il la, e sarebbe stata una imprudenza solamente a parlare del si e dei falsetti. Così, dopo alcuni momenti, uscì l'avvisatore a gridare dal proscenio, in mezzo ad un silenzio di tomba:
— Per improvviso abbassamento di voce del tenore signor Amorevoli, si ommetteranno nel secondo e nel terz'atto tutti i pezzi d'Ircano. -
Non è a dire come rimanesse percosso da questa notizia tutto quanto l'uditorio, il quale, per non saper come sfogare il dispetto, fischiò disperatamente l'avvisatore, il quale si ritrasse con un volto pieno d'indifferenza, di calma e d'ironia; con un volto che pareva quello di Socrate quando si alzò a sfidare le risate della folla d'Atene. — Tanto in qualche cosa giova essere gli ultimi per assomigliare ai primi.
Ma tornando all'Amorevoli, noi, al pari dei medici del teatro e dei cavalieri ispettori, siamo inclinati a credere che in quella sera egli avesse una salute di ferro e una voce a tutta prova.
Seduto di fatto nel suo camerino innanzi ad uno specchio, stava disbellettandosi; e ridendo tra sè, pareva che godesse di un trionfo ottenuto. — Entrava in quella il servo universale del palco:
— Si va dunque a casa?
— Prepara il mantello e gli stivali, Zampino.
— Gli stivali?
— Gli stivali ed il mantello... Sì.
— Ecco il mantello.
— Tu vuoi assaggiare la mia canna, eh?
— Non sono il medico del palco scenico.
— Porta via dunque questo drappo rosso, che fa uscire il sole anche di notte... e prepara il mantello nero, bestione.
— Vuol l'amo o le reti, signor Angelo?
— Bada a te, Zampino. — E Amorevoli si alzava aspergendosi il volto e le mani d'acqua odorosa, e mettendo in mostra una camicia tutta gaja di preziosissime trine, e un pajo di calzoni di raso turchino con punte d'argento. Si adattò il gilè, che pareva un mazzo d'ortensie, mise gli stivali di rnarocchino nero con rovesci azzurri come i calzoni, infilò la marsina variopinta come una squama di serpente, si calcò il cappellino a tre punte sulla parrucca alla circostanza, e si gettò il mantello sulle spalle. Dopo aver detto a Zampino: — Preparati ad accompagnarmi col lampione — uscì dal camerino, e recatosi sul palco scenico, nel momento che era calato il sipario, dopo i frammenti del second'atto, mise l'occhio ad un buco del telone, e guardò al numero quattro in second'ordine. Il palco era vuoto... egli soffregossi le mani e ripartì queto, uscendo per la falsa porta del teatro. Zampino lo seguiva senza far parola, col lampione che già aveva acceso.
Lasciato il teatro, Amorevoli volse il passo verso la contrada Larga... alla quale rispondeva una porta del teatro per dove uscivano i proprietarj de' palchetti. — Molti carrozzoni erano là in fila, e i cocchieri aspettavano di esser chiamati dal lacchè della propria casa.
— Casa Borromeo, casa Litta, casa Marliani, casa Gambarana, casa Annoni, casa Belgiojoso, casa Sanazzaro, casa Bossi, casa Taverna... — gridavano essi di mano in mano che i carrozzoni si facevano innanzi.
Amorevoli si fermò sull'angolo della contrada delle Ore, porgendo orecchio alle voci rauche di quei poveri lacchè che facevan venire innanzi le carrozze in processione.
— Casa Verri, casa Beccaria, casa V...
Amorevoli stette un istante senza far motto, gettò il mantello alla veneziana intorno alle spalle, ascoltò il cupo e pesante romor delle ruote di quell'ultimo carrozzone che s'allontanava.
— Quante sono le ore? — chiese poi a Zampino.
— Manca poco a mezzanotte.
— Vieni che faremo una passeggiata per la città.
— A quest'ora?
— A quest'ora — e partirono.
Camminarono una mezz'ora buonamente... Zampino di tant'in tanto diceva ad Amorevoli:
— Ma che si fa?...
— Bada a te... e attendi a servirmi bene — e vennero a Poslaghetto. Colà era un'antica osteria, donde partivano grandi schiamazzi e canti e villotte...
— Che diavolo c'è laggiù, Zampino?
— Siamo agli ultimi di carnevale, signore; saranno i compagnoni della Badia de' facchini.
— Benissimo. Ora va' a mangiare il tuo boccone in quell'osteria, e attendimi là...
— Non devo accompagnarla?
— No.
— Ma e se?...
— Va' a mangiare il tuo boccone... — e Amorevoli partì solo.
Pareva praticissimo di quel gruppo di contrade, e difilò dritto ad una cinta di un gran giardino. Era il giardino del palazzo V..., nome che dobbiamo tacere, avvertendo solo, a scansare equivoci, che aveva desinenza spagnuola, e che una volta aveva probabilmente dato l'appellativo ad una contrada.
Faceva una notte di febbrajo limpida e stellata... e dal dietro della cinta si vedeva la sontuosa facciata di un gran palazzo antico, — Da due finestre, poste tra loro a molta distanza, ai lati estremi di quel palazzo, trapelavano due lumi. — Un altro lume trapelava più in lontananza da una casetta modesta, che rispondeva ad un giardino confinante a quello della casa V..., il qual giardino apparteneva al palazzo del marchese F... che era morto la mattina di quel giorno; due lumi luccicavano a due balconi di quello stesso palazzo. Il lume della prima finestra del palazzo V... rischiarava la stanza della contessa Clelia che vegliava...; quello della seconda finestra rischiarava la camera dell'ex colonnello conte V... che già dormiva; il terzo lume, che traspariva dalla finestra della casa modesta, rischiarava l'alloggio della ballerina Gaudenzi, che s'era acconciata là per esser vicina al Teatrino Ducale e che in quel momento stava mutandosi la camicia.
Delle ultime due fiamme, l'una illuminava un lenzuolo in cui era avvolta la salma patrizia del marchese defunto; e l'altra una mano di gente venale, pagata la notte a far compagnia al morto.
In quello spazio misurato dall'occhio del tenore Amorevoli non scintillavano che quelle cinque fiamme... Esso le contò macchinalmente, e scavalcò il muricciuolo di cinta,


E con un'ansia incognita
Ebbe la debil orma accelerato
E in alto..................................
Scintillava il beffardo occhio del fato.


IV


La contessa Clelia era sola nella sua stanza da letto, di cui gli addobbi e gli ornamenti, sovraccarichi di sfoggiata ricchezza, fuor delle leggi del buon gusto, è più facile che un uomo d'immaginazione se li dipinga, di quello che li descriva un galantuomo di null'altro temente che di riuscir nojoso a' lettori. — Tuttavia in quelle linee contorte e peccaminose del barocco, e in quell'oro condensato senza risparmio in forme d'ornamenti, c'era qualcosa che poteva parlare alla fantasia, e tanto più in quanto in mezzo ad essi spiccava una donna così severa e così bella, bella di quella bellezza di rigida perfezione che lascia placidissimo il cuore, ma che provoca lo spirito d'osservazione in menti avvezze ad esaminare le opere dell'arte. Pure non si potea dar figura che fosse meno adatta a quella stanza; chè l'una e l'altra rappresentavano due stili di due periodi opposti e nemici tra loro. Il volto della contessa apparteneva a quello stile greco romano che non sopporta transizioni di scuola; e siccome in quell'ora in cui vegliava, ella si era lasciata cadere l'alta acconciatura de' capegli, dai quali, ravviati un momento prima dalla cameriera, era scomparsa anche la cipria, così a quelle volute contorte del Borromini e del Fumagalli faceano più cruda antitesi quella fronte quadra, quei piani delle guancie modellati a rigore, come quelli d'un cammeo antico, quel mento romano che richiamava il mento appunto della Clelia, quando passa il Tevere, disegnata dall'improvvisatore Pinelli, quel naso rigorosamente giusto e ad angolo retto, il quale insieme cogli occhi grandi e neri e di lento giro, e colle palpebre prolisse e co' sopraccigli arcuati e folti, più forse che nol comportasse la delicatezza muliebre, generava quel tutto che sarebbe necessario a dipingere una Minerva convenzionale. Occhi tuttavia e sopraccigli e palpebre, che pur di sotto al rispetto quasi disgustoso che imponevano, e alla fuga in cui mettevano ogni pensiero giocondo e gaio, potevano, in certi momenti e a seconda di certe nature, provocare strani pensieri e sommovere il senso voluttuoso.
La fronte però, quasi sempre corrugata, di quella gentildonna e certe protuberanze che, preziose sotto alla mano del frenologo, recano sempre offesa alla completa bellezza per l'occhio dell'artista, potevano venir in soccorso onde spegnere la seduzione. — Ma da quella fronte, senza saperlo, i rigidi parenti (di cui, per esser fidi ad un sistema di prudenza, sopprimeremo al solito il nome del casato), avean preso consiglio per dare alla fanciulla Clelia una educazione che fosse distinta oltre il consueto, a ciò poi singolarmente sollecitati da un dottissimo abate, un tal Carlantonio Tanzi, stato precettore al fratello della contessina, il quale, non trovando più nessuno a cui comunicare la sua dottrina, pensò fare di lei un oggetto di esercitazione scientifica pe' suoi vecchi anni, e una meraviglia del gentil sesso. — Ad ogni modo, l'abitudine di introdurre le fanciulle a discipline non fatte pel sesso grazioso, nel secolo passato, secolo delle esagerazioni e delle cose a rovescio, fu comune più che non si creda. — Era il barocco applicato all'educazione, per cui alle fanciulle si gonfiavano le teste a spese del cuore, e si riduceva la scienza a ricovrarsi per forza all'ombra de' guardinfanti. Molte donne, nel secolo passato, studiarono filosofia, giurisprudenza, matematica; talvolta, qualche stragrande ingegno, fece parer sapienza cotale pazzia, e valga per tutte quel prodigio della Gaetana Agnese; ma più spesso furono anomalie di sterilissima dottrina, rigonfiata da orgoglio infelice. La contessina Clelia pertanto, dal dotto abate che non aveva cavato nessun costrutto dal fratello di lei, fu incaricata di far le sue veci e di rappresentarlo al consesso dei dotti. — A dieci anni la contessina, oltre alla lingua francese, che si parlava abitualmente dal conte padre, il quale tante volte s'era trovato a Parigi confuso nella folla dei cortigiani del gran Luigi, conosceva la lingua latina; e il prof. Branda, quello col quale ebbe accanite dispute il giovane Parini, fu invitato dal prete Tanzi a sentir la contessina Clelia tradurre l'orazione di Cicerone Pro Archia e il Sogno di Scipione, e recitar a memoria uno squarcio di Lucrezio De rerum natura. Non istupisca il lettore: chè Voltaire mandava già il figurino da Parigi; e il professor Branda, lodata al conte padre la contessina miracolosa, consigliò l'abate Tanzi ad insegnarle anche la lingua greca... e la lingua greca fu imparata; poi quand'ella ebbe sedici anni, apprese matematica insieme col giovane Paolo Frisi, quello che fu in seguito autore del trattato De gravitate universali corporum, e in questa scienza, ajutata da un naturale ingegno e sollecitata da quelle prove di distinzione onde si vedeva circondata ogni qual volta trovavasi colle altre fanciulle patrizie sue coetanee, fece tali progressi, che fu introdotta persino all'intima confidenza di Urania; di modo che nella notte a cui ci troviamo, quantunque la contessa pensasse assai più di quello che leggesse, pure si teneva sul tavoliere di lapislazzulo, insieme coll'opera di Boscovich — De maculis solaribus, e all'altra d'Eulero Novæ tabulæ astronomicæ, il famoso trattato sulla processione degli equinozj, che d'Alembert aveva pubblicato due anni prima; del qual d'Alembert ella sapeva tener dietro, senza scontorcersi, alle dimostrazioni; tantochè avrebbe potuto ripetere ad un consesso di dotti, come gli assi dell'ellisse descritta dal polo dell'equatore sieno fra loro come i coseni dell'obliquità dell'eclittica ed i coseni del doppio di questa obliquità. Ma i coseni dell'obliquità dell'eclittica non bastavano a render felice una bella donna di venticinque anni. Sette intanto ne eran corsi da che era stata fatta sposa all'ex colonnello conte V..., senza mai averlo veduto prima, senza avere dell'amore e delle questioni aderenti, altre idee che quelle che sono depositate ne' classici latini; idee che non poterono avere uno sviluppo intero, compresse come vennero dall'algebra e dalla geometria, due scienze più infeste della brina ai primi germogli dell'affetto. Sposò dunque l'ex colonnello che aveva quattordici anni più di lei. Egli vantava un gran casato, una grande ricchezza, e brillavagli inoltre sull'uniforme di parata un segno che attestava il suo valor militare. Era serio, era dignitoso, parlava poco, ma dalle poche parole trapelava la stima profonda che aveva della giovinetta prodigiosa. Ond'ella, quando i rigidi parenti proposero il matrimonio, consentì e provò anche qualche sussulto che non veniva nè dalla geometria nè dall'algebra, ma fu un sussulto di brevissima durata, e la scienza dovette colmare i vuoti lasciati dall'affetto vero. D'altra parte è a tener conto d'una cosa. Non tutte le creature umane raggiungono la maturanza un punto medesimo. L'abitudine agli studi severi, quel non riposarsi mai su pensieri e desiderj erotici, aveva ritardato il completo sviluppo della contessa. Fu necessario il tempo, più che il sole di un'anima appassionata, a togliere l'acerbità a quel frutto. La giovane contessa era alta, era ben fatta, era bella — parliamo d'allora che andò a maritarsi — ma le mancava quell'arcana virtù della donna, che non si sa da chi e da che, e come e quando venga provocata.
Noi non possiamo dire precisamente in qual periodo della vita della contessa Clelia abbia incominciato codesta misteriosa virtù, ma pare che sia stato tra l'anno ventiquattresimo e il ventesimoquinto della sua età; nessuno però s'accorse di questo, perchè nessuno poteva sospettare che fosse una virtù l'eccessiva acerbità ond'ella esprimevasi parlando sia cogli uomini sia colle donne. Un fatto solo notarono tutti, e uomini e donne: ch'ella era cresciuta in beltà. S'era fatta più maestosa nel volto, s'era arrotondata ne' contorni del corpo, soltanto negli occhi era diventata più seria. Del resto, chi mai non potesse capacitarsi del come una donna possa essere più bella a venticinque anni che a diciotto, sappia che la contessa Clelia non aveva mai avuto figli; e che i parti e il latte guastano un bel corpo di donna più che i classici latini e i trattati d'astronomia. Quantunque però crescesse di maestosa bellezza e di attraenti rotondità, non per questo nessuno presumeva che la gioventù galante le si facesse dappresso. Ella non era che ammirata quando non era temuta, ed era temuta quando non era odiata; chè vi sono tali beltà a questo mondo, sia maschili sia femminili, che raccolgono tanto meno quanto più hanno di perfezione nel loro aspetto. Sono conquiste considerate al di sopra di ogni forza volgare, epperò lasciate in disparte come imprese disperate; donne condannate tutta la vita a desiderare e ad essere desiderate, a tormentare e ad essere tormentate per finire i vecchi anni tra le reminiscenze di una gloria vanitosa senza felicità. Nessuno adunque dei bei giovani di Milano osava avvicinarsi alla contessa, quantunque taluno de' più audaci sì fosse azzardato persino a dire all'amico: Che bella donna!! Nè è da credere che facesse paura il grave e superbissimo suo marito ex colonnello, tutt'altro: la paura non veniva che dalla maestà soverchia della bellezza di lei, e da quelle parole piene di sapienza riposta ond'ella faceva ammutolire tutti quelli che le si avvicinavano, e dal sospetto ch'ella fosse più sapiente ancora di quello ch'ell'era. Ma come potè adunque un tenore?... Noi stavamo in aspettazione di questa domanda, però la soluzione del problema eccola qui.
Nel famoso 18 brumajo, Bonaparte, che pure era passato imperterrito attraverso alla flottiglia inglese, fidente nel proprio destino, per giungere in tempo a Parigi onde recarsi in mano le redini di tutta la cosa pubblica; quando si trattò di abbattere il Consiglio de' cinquecento, si smarrì e parve minor di sè stesso, e nessuno de' suoi coraggiosi fautori, nemmeno il fratello Luciano, avrebbe osato disperdere quel formidabile Consiglio. — Chi seppe far tanto? Colui che aveva men testa di tutti, colui che ripeteva il suo coraggio dalla spavalderia militaresca, e affrontava il pericolo per non saperne misurar le conseguenze. Fu Murat, che, alla testa de' suoi granatieri, a bajonetta in canna, entrò nel Consiglio, e i membri dovettero discendere dalle finestre... con che le sorti di Napoleone furon fermate. I grandi fatti giovano a spiegare i piccoli, e viceversa, però la contessa Clelia che riusciva a' cavalieri milanesi più formidabile del Consiglio dei cinquecento, non fece nessuna paura al tenore Amorevoli, il quale anzi s'incalorì delle difficoltà, e fatto baldanzoso dalla lunga lista de' proprj amori fortunati e reso intraprendente dalle sopracciglia folte della contessa che gli richiamavano le sue belle compatriotte di Trastevere (perchè il tenore Amorevoli era nato a Roma), fece quello che fece poi Murat, mezzo secolo dopo, col Consiglio dei cinquecento.
Nelle serate musicali che si tenevano o nell'una o nell'altra delle case patrizie di Milano, Amorevoli era pregato, supplicato a intervenire, ad imbalsamar tutti quanti col suo dolcissimo canto. La contessa Clelia, come di prammatica, era sempre intervenuta a quelle serate, e ad onta dell'algebra che le faceva usbergo al cuore, si sentì penetrare da quella voce, nè fu la sola a subire quel fascino. Tutte le gentildonne leggiadre che si trovavan là a bever l'onda soave, avrebber battuto moneta falsa per quel fatal Romano, il quale le saltò via tutte e s'accostò alla sola contessa Clelia. — Amorevoli non era uomo di sterminato ingegno — nessuno durerà fatica a crederlo; — non era troppo forte in letteratura — nemmen questo è improbabile; — anzi bisognava si facesse ajutare per afferrar bene il concetto dei paragrafi de' contratti teatrali, e più ancora per comprendere alcune strofe dei libretti di Metastasio; ma l'arte di far all'amore è appunto un'arte, e non una scienza; è in essa che l'istinto va innanzi a qualunque studio, e l'istinto conosce le vie segrete e le percorre da padrone; d'altra parte Amorevoli non mancava d'una certa drittura naturale, e quando parlava, parlava bene e con quell'accento là dei romaneschi...; lingua toscana in bocca romana... il proverbio è antico, e i proverbj sono la sapienza del genere umano... e la verità di quel proverbio riuscì fatale alla contessa... Infelice!!
Perfino il gobbo Tacchinardi, gobbo e vecchio, fece impazzir qualche donna col veleno imbalsamato della sua voce: pensi or dunque ognuno che brecce doveva aprire Amorevoli, giovine di ventisei anni, bello, elegante, con certi occhi in cui la penetrazione pareva nuotare nella voluttà, con una voce che, anche allora solo che parlava, era già musica, e con quegli accorgimenti del serpe flessuoso che avvolge e stringe pur continuando a dispiegare la pompa della sua variopinta veste. Così la scienza fu investita dall'ignoranza, e la matematica fu messa a giacere dalla melodia. — Il lettore non può immaginarsi il dolore che noi ne proviamo.


V


Ma tornando ai fatti, in quella notte in cui la contessa vegliava, non per amore della scienza, siccome pare, ma per amore di qualche altro oggetto, e in cui Amorevoli stava seduto su d'un sasso cui faceano spalliera foltissimi carpini, che a lui servivano e di paravento e di paraluna nel tempo stesso, doveva succedere uno di quei contrattempi che e’ si direbbero espressamente concertati dalla perfida malizia della fortuna, uno di que' contrattempi pe' quali si è convenuto di dire che talvolta il vero non è verosimile. — Non era la prima volta che Amorevoli, saltando pel muro di cinta, recavasi nel giardino di casa V... dopo mezzanotte, ovvero sia dopo finito il teatro; e non era la prima volta che la contessa, quando batteva un'ora all'orologio dell'Ospedale Maggiore, discendeva nella biblioteca situata al piano terreno del palazzo, la quale, per un grande finestrone arcuato, rispondeva al giardino; finestrone difeso da un'inferriata a modo di cancello, tutta messa ad oro e foggiata a ricchissimi rabeschi. — La contessa, stando di dentro, sentiva le proteste d'amore dell'infuocato Amorevoli, il quale protestava inoltre contro quel cancello che non aveva mai voluto essere aperto, e che serviva alla contessa e di parlatorio e di fortino. — Come, del resto, e quando donna Clelia e il tenore della stagione di carnevale siensi dati l'intesa per trovarsi a que' notturni abboccamenti è quello che non si sa. — Allorchè il destino iniquo ha stabilito che succeda quello che non dovrebbe mai succedere, offre egli stesso le opportunità, consiglia i mezzi, tende le reti, suggerisce le parole, è il Figaro più scaltro e più disinvolto e più briccone di tutti, tra due individui che cogli occhi si son detti quello a cui non basterebbero cento sonetti del Petrarca. — Quale adunque sia stato il momento e quale il modo con cui que' due concertarono la maniera per trovarsi insieme, non è ciò che più importa di sapere. — Ma il fatto sta che allorchè in quella notte di febbrajo suonò quella tal ora, la contessa discese, e Amorevoli si alzò dal sedile di sasso e si tolse d'intorno al volto il ferrajuolo, e nell'esaltazione affrontò anche il chiaro di luna quando sentì aprir la vetriera; e così in meno d'un lampo fu là, e nella sua, sebbene con renitenza ineffabile, stette la morbida mano di donna Clelia; di donna Clelia, che, ignara, di tutto, fuorchè di quello che è men necessario alla donna, e versando allora come attonita in un mondo di sensazioni non mai esplorato prima da lei, riusciva ingenua e quasi stolidamente inesperta, come una fanciulla quattordicenne, la quale, sebben difesa dal senso arcano del pudore, se non è vegliata da esperti custodi, concede improvvida le sue fragranze al primo vento protervo che le soffi intorno. — Quella stima eccessiva di sè stessa che aveale generato lo studio e la scienza, quell'orgoglio in cui era venuta, forse perchè la sua intelligenza, sviluppata da infinite cure, non era però per natura forte abbastanza da sostenere il peso della dottrina, quella acerbezza dei modi e del linguaggio, che era l'espressione e dell'uno e dell'altra, erano scomparse. Ma ciò non solo con Amorevoli (sarebbe troppo facile a comprendersi), ma con tutti, ma colle donne di sua conoscenza, ma co' gentiluomini, ma con quelli che avea sempre trattati con dispregio e a cui per contraccambio ella era riuscita così disgustosa.
Chi volesse dar la spiegazione dell'acredine ond'era involuta l'indole di quella gentildonna nel tempo in cui non si pasceva che d'orgoglio scientifico, potrebbe forse assegnarne la cagione a questo, ch'ella, sebbene in confuso e senza nemmeno averne la coscienza, sentiva fieramente la mancanza di uno di quegli affetti che bastano a colmare un'esistenza; noi per esempio portiamo l'opinione che se essa, in quei sette anni di matrimonio, avesse avuti una mezza dozzina di figlioli, il corpo sarebbesi tanto quanto sciupato, ma l'animo sarebbesi nudrito dei più cari conforti dell'esistenza. — Fu perciò una vera disgrazia, ch'ella per sentire com'è dolce la vita quando è dolce, abbia dovuto porre il labbro sugli orli imbalsamati di un vaso che doveva poi esser pieno d'assenzio. — La contessa e Amorevoli stavano da qualche tempo infervorati in un dialogo, che noi non riporteremo per quella ragione che i dialoghi di due amanti, come le poesie improvvisate, per conservare il loro prestigio, hanno bisogno di non essere trascritti. Possiamo però assicurare che, chi fosse stato presente a quella notturna confabulazione senza conoscere gl'interlocutori, avrebbe detto che l'ingegno e l'acutezza e l'amabile scaltrezza e l'eloquenza appartenevan in proprio a colui che si lasciava allegare i denti persin dalle strofe di Metastasio: e che invece la povertà delle idee, la mancanza di slancio, la parola impacciata, la timidezza puerile erano di colei che pure aveva tanta confidenza con Eulero e con d'Alembert. E purtroppo l'eloquenza del tenore Amorevoli era come un ferro tagliente che mira a squagliare una corazza, mentre la timidezza e il turbamento di donna Clelia rendevano quel combattimento oltre ogni dire ineguale. — Il cancello dorato della biblioteca stava fra loro due come una guardia di confine, ma siccome la contessa ne aveva la chiave e dipendeva dalla sua volontà l'aprirlo, così non potremmo giurare quel che avrebbe fatto la sua timidezza se dal desiderio fosse stata convertita in coraggio. — In una parola, è probabile che sia stata necessaria una disgrazia per soccorrere la virtù. — Amorevoli, colla sua voce soave e colla sua facondia insidiatrice, tentava di metterla all'ultime strette, con una argomentazione serrata, in cui i sofismi comparivano e scomparivano trasportati dalla velocità delle parole, l'opposizione sempre più lenta e fiacca dell'avversario... quando di repente... s'udirono a non molta distanza più voci che gridavano all'accorr'uomo, al dàgli dàgli. — Davvero che se quello che stiamo per dire non avesse altro documento che la relazione orale e solitaria del nonagenario da cui raccogliemmo tanto cumulo di fatti, noi non avremmo il coraggio di esporre un avvenimento, che, siccome abbiam detto, non parrebbe verosimile. Ma una difesa scritta nel secolo passato, che reca la firma: I. C. C. Benedictus Comes Aresius carceratorum protector... e una sentenza del Senato con motivazioni profonde, ci fa vedere che quanto è realmente avvenuto, non può essere rivocato in dubbio. — Però andiamo avanti coraggiosamente, anche perchè, d'altra parte, se il fatto è strano, riuscì poi fecondo di conseguenze gravissime.


VI


Amorevoli, per un movimento troppo spontaneo, balzò indietro tre passi a quel dàgli dàgli, risuonato improvvisamente nel silenzio della notte, e s'inferrajuolò sino al viso per un altro movimento spontaneo; nè egli aveva finito di coprirsi la faccia movendo, senza proposito determinato, in ritirata, che la contessa era già uscita, anzi fuggita dalla biblioteca, per fermarsi affannata sui gradini della scala che metteva alla sua stanza da letto, comprimendosi colla sinistra il cuore che parea volesse scoppiarle. Chiunque attende a far cosa che, se potesse, vorrebbe tener nascosta anche a sè medesimo, trema dello stormire non aspettato d'una foglia; figuriamoci poi d'una voce, anzi di più voci che squarcino l'aria intera in un momento che tutto per consueto dev'essere silenzioso, e che accusino la piena veglia di molte persone che avrebbero l'obbligo di dormire profondamente. — Amorevoli, sgomentato, s'accostava al muro di cinta e già stava per tentare il varco; chè le voci, anzichè cessare, facevansi più vicine, e con esse udivasi un rumore diffuso, come di molte pedate che battessero l'ortaglia. Ma un uomo, a pochi passi da lui, in quel punto stesso, colla velocità non avvertibile di un lepre, coll'elasticità di un saltatore di corda, balzò oltre il muricciuolo; e Amorevoli, trattenuto da quell'improvvisa comparsa, non ebbe tempo di raccapezzar le idee, che si trovò d'improvviso fra molti uomini che gli furono sopra afferrandolo pel mantello e gridando Ah... ci sei... è qui — l'abbiam côlto — non ci scappa più; — e in quella sorvenivano altri con lumi e con lampioni, stringendosi tutti d'intorno a lui, che, rischiarato da quelle fiamme messegli al viso per riconoscerlo, apparve in tutto lo splendore del suo ricchissimo vestito, con gran meraviglia di coloro che gli si serravano a' fianchi, i quali tosto per la magica virtù di quella serica marsina e di quelle trine sfoggiate e delle catenelle e degli anelli, mutarono il ci sei... nel chi siete e nel chi è lei? Ci fu un istante in cui nelle teste di quanti eran là corse un pensier solo, il pensiero che doveva essere un altro l'oggetto delle loro ricerche; e questo pensiero apparve così chiaro all'esterno, che un di loro, il più vecchio di tutti, uscì con asprissima voce a ricacciarlo indietro:
— Ma cosa mai vi fa stupire, balordi, che state lì a contemplarlo come se fosse un'eccellenza? Che cosa vi credete?... È appunto questa catena e questa seta e questo bel gilè che ci voleva per conoscere il selvatico... È l'uomo senz'altro costui; vi sono i ladri cenciosi ed i ladri scialosi. Tutto dipende dalla qualità del furto.
In questa comparivano lumi a molte finestre del palazzo V... e lo stesso conte ex colonnello s'affacciò, degnandosi di parlare a quella gente, mentre i domestici erano già chiamati dal rumore.
— Che cosa è successo?
— Eccellenza, ci perdoni, fu côlto questo signore, vogliamo dire quest'uomo, nella stanza dell'illustrissimo signor marchese F... morto stamattina, come V. S. illustrissima sa bene...
— No, che non fu côlto nella stanza..., usciva un altro ad interrompere...
— Fuggiva quando noi ci siamo accorti del rumore.
— Bisogna dir le cose giuste.
— Perdoni, illustrissimo signor conte... ma noi siamo accorsi quando l'uomo fuggiva....
— Ma no, non è così...
— Illustrissimo signor conte, dee sapere...
Ma al signor conte illustrissimo scappò la pazienza, e disse al cameriere, già disceso in giardino:
— Vieni su in camera, e conduci con te uno di questi uomini.
Mentre il cameriere obbediva, gridava uno dalla siepe che divideva il giardino di casa V.... dal giardino del marchese defunto:
— Qua tutti, presto.... che è venuto il signor tenente del Pretorio.
Amorevoli non aveva mai parlato; nella sua testa era un tal cozzo di pensieri, che gli pareva di sognare, e solo volse lo sguardo alla finestra della stanza della contessa, quando vide uscir molti lumi dalle finestre del palazzo; poi ripiegò il capo come sdegnoso di vedere e di esser veduto. Bensì, quando sentì nominare l'ufficiale del Pretorio, provò qualche cosa entro di sè che assomigliava ad un sollievo. Ma fu di breve durata; chè un pensiero crudo come la fitta di un coltello gli attraversò la mente.... il pensiero che l'unica giustificazione che gli rimaneva per togliersi da quel tristo impiccio non era adoperabile per nessun modo. Egli aveva veduto fuggire un uomo; comprendeva che trattavasi d'un qualche delitto, sebbene non sapesse immaginarsi quale; ma nel tempo stesso pensava che si poteva fracassargli le ossa colla corda e il cavalletto, ma non strappargli di bocca il nome della contessa. Vi sono uomini, tutt'altro che esemplari, più donne che uomini se si bada alla mollezza del costume, alle abitudini da cui son tratti da condizioni speciali; ma che, in certe contingenze della vita, si son fatta una legge morale, la quale nemmen sanno dove l'abbiano attinta, ma che per loro è incontrovertibile. Una di queste leggi morali, a cui Amorevoli obbediva con religione di scrupolo, con quella religione onde taluni sono schiavi dei pregiudizj, i quali sono i padroni più despoti dell'uomo, era quella di non compromettere mai la donna colla quale aveva avuto od aveva tresche d'amore. Potea essere debole in tutto; in questo era un eroe; non lo sgomentava per nulla l'idea della colpa; ma lo facea fremere soltanto l'idea che altri potesse mettere in piazza il nome di una donna amoreggiata. Quando dunque gli si affacciò alla mente il pensiero, che a palesare il motivo della sua venuta in quel giardino, tutto si potea sventare, lo respinse come una abbominevole tentazione.
— Avete sentito? — fu detto allora ad Amorevoli, — venite con noi; suvvia presto, che cosa state pensando?
— Badate ai fatti vostri, e statemi un tantino discosti... so far la strada da me, senza essere sorretto. Spicciamoci.
Amorevoli pronunciò queste parole in modo, che a quella gente passò la voglia di dir altro, e si avviarono.
Per una callaja che era aperta nella siepe di divisione entrarono nel giardino del marchese F... Sotto l'atrio del palazzo li attendeva il tenente del Pretorio con un barigello, un guardiano e un fante, come allora venivano appellati.
Il tenente del Pretorio aveva sentita la storia particolareggiata dell'avvenuto da chi era stato a chiamarlo. Però, quando vide Amorevoli: — È costui? — disse.
— Sì, signore.
— No — soggiunse Amorevoli imperterrito. L'uomo che cercate l'ho visto io a fuggire e a saltare il muro di cinta. Tant'è vero che questi uomini mi vennero addosso quand'io stavo di piè fermo.
Senz'essere avvezzo agli interrogatorj come l'uom del Pretorio, a chicchessia poteva riuscir ovvia la dimanda che gli fece infatti il tenente: — Ma voi che cosa stavate facendo là?
— Quest'è un altr'affare, e il signor tenente ha ragione di chieder questo; ma io risponderò in Pretorio, se vossignoria me lo permette. Intanto è bene che vossignoria sappia ch'io sono il tenore Amorevoli, al servizio di S. M. il Re di Spagna, e che oggi ho l'onore di cantare al Regio Ducal teatro di Corte.
A' tempi di Tramesani, di Crivelli, di Rubini, in qualunque, trambusto costoro si fossero trovati, bastava che si nominassero per essere tosto riconosciuti; e lo stesso accadde al tenore Amorevoli, che vide spuntare sulla faccia dell'ufficiale un sorriso di rispetto e di bonomia.
— Mi rincresce, signore, questo contrattempo, ma...
— Comanda il signor tenente — interruppe allora il barigello — che si salga nella camera che fu aperta, o da questo signore o da chi è fuggito, e là, alla presenza di tutta questa gente, si stenda tosto la deposizione del fatto?
— Benissimo — rispose l'ufficiale che s'avviò, pregando il tenore Amorevoli a seguirlo. Tutti in silenzio salirono lo scalone, sfilarono per due o tre anticamere, entrarono in un salotto dove era una gran tavola, sulla quale stavan fiaschi e bottiglie, tazze e bicchieri, che attestavano come quella gente, che avea vegliato a custodia della salma patrizia, avesse passato la notte a tracannare il vino della cantina del quondam marchese. Da questo salotto passarono nella camera in cui giaceva sul letto, avvolto in un lenzuolo, il corpo del defunto. Tutti dovettero entrar là, compreso Amorevoli che volea ritirarsi.
— No, signore; si compiaccia di rimanere, disse il barigello, più risoluto e fiero e men musicale assai del tenente del Pretorio.
— Quello è dunque l'uscio che fu scassinato?
— Quello, sì signore — risposero tutti ad una voce; e il tenente e il barigello s'affacciarono all'uscio, e videro tra molta suppellettile, un rolò aperto.
— È questa la camera?
— Questa.
E il tenente del Pretorio cogli altri retrocesse nel salotto, e là, fatte da un lato le bottiglie e le tazze, stese la seguente succinta relazione del fatto, che è quella che noi abbiam trovato allegata agli atti del processo, il quale diede a far tanto, in prima al tribunale criminale, di poi per tanti anni, e iteratamente e a lunghi intervalli, al foro civile.
«Oggi, giorno 11 febbrajo dell'anno 1750, alle ore otto italiane, chiamati dagli uomini che vegliavano in casa F.... per custodire il cadavere del marchese A. F., morto la mattina del 10 corrente, abbiamo trovato aperto l'uscio della camera attigua a quella dove giaceva il cadavere, e di cui la chiave dal sullodato marchese F., per quanto asserisce un domestico della casa, qui presente, e per quanto è da verificare, venne consegnata un'ora prima della sua morte al molto reverendo preposto di S. Nazaro. — Al qual preposto, per asserzione dello stesso domestico, e sempre come sarà a verificare, il marchese F... disse aver messe carte importanti nel rolò della sua camera da studio, il qual rolò fu parimenti da noi trovato aperto. — Raccolte in seguito le deposizioni concordi delle otto persone qui presenti, tre domestici della casa, e cinque uomini di fuori, riferiamo come costoro, colpiti da un rumore in un momento che cessavano di parlare, e spaventati perchè veniva dalla stanza del morto, accorsero cionulladimeno, e videro in quella un uomo che usciva per l'uscio che stava a dritta del capezzale del letto. — Riferiamo inoltre come tutti si rimanessero prima spaventati, temendo non fosse il morto risorto, ma che poi fattisi animo, inseguirono l'uomo che era uscito, il quale pareva assai pratico della casa; perchè passando per gl'interni corridoj, giunse a un mezzanino, e di là saltò nel giardino... Che due lo inseguirono saltando pure di là.... ma che, smarritolo al salto della siepe... trovarono poi nel giardino di casa V... e presso il muro di cinta, una persona col mantello, che ora, alla nostra presenza, dice di essere il signor Angelo Amorevoli, cantante di camera di S. M. il Re di Spagna, e primo tenore nell'attuale stagione al Regio Ducale teatro di Corte; il quale però protesta di non essere lui altrimenti l'uomo fuggito, ed aggiunge di aver visto invece egli stesso a fuggire uno.


«F. Baldini, tenente del Pretorio. — F. Rò,
barigello. — G. Cialdella, guardiano».


Stesa questa relazione, il tenente si alzò e disse agli uomini di casa F...: — Voi tutti domani sarete chiamati al Pretorio, e nessuno esca dalla città sotto pena d'arresto. In quanto a voi, signor Amorevoli, quando pure sia vero quanto asserite, bisogna che veniate a passare una notte al Pretorio... Domani... si farà quel che si farà...
Amorevoli non disse una parola.
Quando tutti furono al portone del palazzo, trovarono una frotta di gente che, sebbene ad ora tarda, dalle osterie vicine, era accorsa al rumore e alla vista delle guardie. — Tra quella frotta c'era Zampino, il servo del palco scenico, che riconobbe Amorevoli, ed ebbe il coraggio di gridare:
— Che cos'è? che cos'è stato? che diavolo è successo? Ma signor Amorevoli.... Ma loro signori non sanno che è il primo tenore del teatro Ducale? È uno sbaglio, non può essere che uno sbaglio.
— Taci, Zampino, e va' a casa — gli disse Amorevoli.
Ma il tenente gli si rivolse, e sentito chi era desso:
— Giacchè sei qui, soggiunse, la tua presenza può essere opportuna... e vieni con noi anche tu.
— Dove?
— Al Pretorio.
— In prigione?
— Sta' queto, Zampino.
— Ma che diamine ha fatto, signor Amorevoli, in quel poco tempo ch'io stava mangiando il mio boccone all'osteria!... e quasi piangendo lo seguì.
Ed in breve furon tutti al palazzo del Pretorio.


VII


Il giorno dopo, a quell'ora in cui si può giurare che tutto il mondo è svegliato, ad eccezione degli ammalati che hanno preso la decozione di morfina, dei giuocatori che nella notte hanno voluto ad ogni costo inseguir la fortuna che li fuggiva, e di altre cento eccezioni; in quell'ora, che a buoni conti noi la poniamo due o tre quarti d'ora dopo mezzodì, chi si fosse preso il diletto di percorrere la città di Milano in cabriolet, facendo sosta alle botteghe di cioccolatteria e di bottiglieria, e a quelle per la vendita del tabacco; in piazza del Duomo, in pescheria, in piazza dei Mercanti; o fermandosi presso i libraj Agnelli e Motta e Bianchi e Galeazzi, in Santa Margherita, dove facean cerchio maestri, accademici, letterati, preti, giureconsulti; o presso gli speziali Rapazzini nei Tre Re, e Archinti in piazza del Duomo, e Omodei a porta Romana, dove s'adunavano i medici e i chirurghi più riputati della città; o nelle sale degli Accademici Trasformati in casa Imbonati, sulla piazza di San Fedele, o nello studio di pittura del Londonio, giovane allora di 22 anni, che già raccoglieva d'intorno a sè i capi più strani e pazzi e avventati della città; o sotto il Coperchio de' Figini nelle botteghe di mode, frequentate dalle più eleganti dame; o nel salon di qualche maravigliosa, per esempio, della contessa Marliani, la regina dello spirito e della maldicenza; o in quello della contessa Clelia Borromeo del Grillo, calamita dei numerati patrizj dediti agli studj, e degli abati poetanti e dei maestri di spinetta; ovvero nella bottega del parrucchiere Blanchy, nato Giuseppe Bianchi in Cordusio, ma che avea cangiato nome dopo il suo viaggio a Parigi, donde avea importato nella nostra bella patria, per la prima volta quel tal puff a capitello che era lo spasimo delle nostre dame; nella qual bottega non sdegnavano di soffermarsi i più sfoggiati cicisbei o per farsi raccomodare un riccio, o rimettere un neo caduto, o rimpastare un po' di biacca e belletto...; se qualcuno adunque si fosse preso il diletto di scorrazzare in lungo e in largo per la città a far raccolta dei discorsi che si tenevano in quei tanti centri di buontempo, non avrebbe sentito che un discorso solo, come se fosse una parola d'ordine passata dal quartier generale ai soldati del campo; non avrebbe sentito che un nome solo, quello del tenore Amorevoli; e del suo arresto e del sospetto delle carte trafugate, e del prevosto di S. Nazaro. — Codesto tema poi, generale e costante, si sparpagliava in mille ramificazioni; chi narrava la vita del tenore; chi quella del defunto marchese; chi si fermava al giardino di casa V..., chi voleva perder la testa a indovinare il motivo per cui il tenore avea potuto trovarsi là; chi passava in rivista tutte le cameriere e le fantesche di casa V..., perchè i tenori, diceva un tale, hanno pur troppo de' gusti plebei; chi tutte le donne del vicinato che per caso avessero qualche poggiolo o finestra o mezzano a cui si potesse ascendere dal giardino; giacchè nessuno, letteralmente nessuno, nemmeno per un istante fuggitivo, potè credere che Amorevoli fosse l'uomo fuggito dalla casa F... e avesse dovuto aver interesse a entrar nello studio del defunto marchese, chè in ciò non v'era probabilità di sorta, e conveniva esser pazzi a supporlo.
Nella cioccolatteria e caffetteria del Greco, in piazza del Duomo, il quale cento anni fa era il caffè arcavolo degli odierni, dell'Europa, del Cova, del Martini, dove traeva tutta la gioventù più galante e più pazza e più sfaccendata di Milano, verso le ore due dopo mezzodì, sembrava quasi che vi si tenesse un'adunanza solenne. Mezza dozzina di giovani sedevano là intorno ad un gran braciere; uno teneva la paletta, e pareva colui che, per diritto di eloquenza, desse l'avviamento a' discorsi; intorno a quella mezza dozzina, che potea passare per il direttorio, stavan raccolte da trenta o quaranta persone, le quali or crescevano ed or scemavano, a seconda di chi andava e veniva; l'attenzione però era profonda.
— Voi dite — così parlava quel della paletta, che è improbabile che il tenore Amorevoli siasi introdotto nella stanza del morto per rubar carte importanti; e chi non lo dice e non lo crede? bisognerebbe essere un gran mellone solo a sospettarlo. Ma, cari miei, mi rincresce a dirvelo, altro è che una cosa sia inverosimile, altro è che non possa essere possibile. — Chi sa tener dietro alla possibilità... essa è un mare senza fine e senza fondo... e la legge non può pescare in quel mare, e i giudici del Pretorio e quelli del tribunale e il collegio dei giureconsulti potranno tenersi le loro convinzioni in petto, e basta lì; ma se non vien fuori l'uomo che davvero ha fatto il colpo, chi si trovò al suo posto, suo danno.
— Ma che interesse volete voi che potesse avere il tenore?
— Ma chi parla ora dell'interesse? cosa c'entra l'interesse? Se qualcuno avesse tirato una schioppettata al tenore, perchè il tenore per combinazione venne a trovarsi al posto del birbone fuggito, che cosa valeva il dire — egli era innocente? — Lo so anch'io. Ma fu ucciso perchè il maledetto accidente ha voluto così... Or fate conto che tal sia della legge: essa tira su chi si trova in mal punto, e a chi è toccata è toccata.
— Basterebbe poi, a mio rimesso parere, che il tenore dicesse il motivo per cui trovavasi là...
— Ora parlate bene; a tal patto la cosa cambia di aspetto...
— Un motivo qualunque...
— Un motivo qualunque no... la giustizia è inesorabile; essa è un ragioniere che tien conto anche dell'ultimo quattrino, e se la somma non riesce, il bilancio non si può fare. — Ci vuole, caro mio, un motivo che possa essere provato come due e due quattro; e, a quel che ho sentito da uno scrivano del Pretorio... sapete cos'ha risposto il tenore al primo interrogatorio del giudice?
— Che cosa ha risposto?
— Una assurdissima bestialità. Ma già si sa quel che può uscire dalla bocca di un tenore...; ha risposto, se lo scrivano non ha detto una sciocchezza, perchè anche questi scrivani.... ha risposto che nessuno poteva nè può impedirgli delle bizzarrie innocenti; che però gli era venuta voglia, passeggiando in quelle parti là dopo il teatro, e vedendo quel bel giardino e quel gran palazzo, e giacchè faceva anche il più bel chiaro di luna che mai, gli era venuta, come dicevo, la voglia di saltar dentro a far una passeggiata...
— E che cos'ha risposto il giudice?
— Questo non si sa. Ma se il giudice è quell'uomo acuto che tutti conosciamo, gli dee aver detto: — Siete stato disgraziato a passeggiare in giardino, in un momento che si andava in cerca di un ladro... Ora il ladro siete voi, se non avete qualcosa di meglio da dire al giudice.
— Ebbene, sarà come voi dite... osservava un altro, e ad uscire d'impiccio dovrà pensarci il tenore; ma ora vorrei sciogliere l'altro gruppo del nodo. — Che diamine ci poteva essere di così importante tra le carte del marchese?... se ognuno sa, almeno lo si diceva da gran tempo, che l'erede universale di tutte le sue sostanze era suo fratello, il conte Lodovico?...
— Io non so nulla nè del marchese nè del conte, eccetto che il primo fu un gran libertino a' suoi giovani anni, e il secondo è croce, se il primo fu lettera. Il conte non è niente di più che un uomo posato, misurato, tirato, che sta con quattro cavalli mentre potrebbe averne dodici, perchè s'è fitto in capo che suo figlio, il contino Alberico, che ha tutta l'aria di voler assomigliare allo zio, possa mettere col tempo la prima casa in Milano, e metter sotto casa Litta e casa Borromea; che bel matto!...
— Jeri è partito per la campagna.
— Tanto per nascondere nella solitudine campestre la gioja che gli deve esser derivata dal dolore provato in città sentendo i tocchi dell'agonia suonati per il caro fratello, che Dio l'abbia in gloria...
E costui avrebbe continuato per un pezzo a tagliare i panni e al vivo e al morto; chè era di quelli alla cui parlantina velocissima conviene di tanto in tanto metter la scarpa, se può passar l'espressione, per dar qualche riposo agli orecchi degli ascoltatori e lena ai volonterosi di contraddire; ma per fortuna s'aprì l'invetriata della bottega, e comparve un compagnone della brigata, il quale a quei trenta o quaranta che voltarono le faccie a lui, fece un paio d'occhi pieni di significazione, e gridò:
— Amici, una grande scoperta!!
— Che? Cos'è stato?
— Chi di voi sa dove alloggia la Gaudenzi?
— Nella contrada dei Moroni, chi non lo sa? l'abbiamo accompagnata a casa tante volte dopo il teatro fra i battimani e gli evviva...
— Questo va bene. Ma se nessuno sa che la finestra della sua cameretta, dove riposa il suo bel corpo, guarda nel giardino vicino al giardino dove fu colto Amorevoli, lo so io e l'ho scoperto io... e lo dico a voi tutti.
Quando a Newton nel pomo caduto balenò l'idea della gravitazione universale, quando Galileo nel Duomo di Pisa fu colpito dall'oscillazione della lampada, quando Volta nelle piastrelle di zinco alternate al cartone inzuppato d'acqua salata afferrò il prodigio delle perpetue correnti elettriche, quando... tutti coloro, in una parola, che fecero qualche gran scoperta, non provarono soddisfazione maggiore di quella a cui si esaltarono que' trenta o quaranta al fiat lux del nome della Gaudenzi e della finestra e del giardino...
— Or ecco sciolto il maledetto enigma.
— La è chiara come il sole.
— Non ci può esser dubbio.
— Ma tu, come hai fatto a sapere?
— Vi basti che l'ho saputo... e se non mi credete, andate a verificare voi stessi.
— Però bisogna confessare che il tenore è un bravo giovane...
— Ma certo che è un bravo giovane.
— Mi rincresce per la Gaudenzi che ho sempre tenuta per la fenice del suo ceto... Ma vada; allorchè da una scappata si sviluppa una bell'azione... è sempre una cosa che fa piacere... Bravo Amorevoli! così va fatto. Già, quando nel canto uno sa trasfondere tutta quella dolcezza e quell'affetto e quella passione... bisogna bene che nel cuore ci sia del buono... non si sbaglia... Oh quanti di questi cavalieri, che portano spada, avrebbero gridato là sfacciatamente in Pretorio il nome della cara beltà, pel crepacuore di non poter dormire a proprio letto... Oh sepolcri... Oh apparenze!!
Ma chi parlava, a queste parole si fermò, perchè la sua attenzione, come quella degli altri, si volse al carrozzone del giudice, che in quel punto attraversava la piazza del Duomo.
Lasciando ora dunque i giovinotti del caffè del Greco, e tenendo dietro al giudice del Pretorio, dobbiam dire che, sottoposto all'interrogatorio di pratica, il tenore Amorevoli, il quale davvero aveva risposto quanto fu già riferito nel caffè del Greco; sottoposti pure all'interrogatorio gli uomini di casa F..., dietro quanto risultava dalla deposizione del tenente Baldini; il signor don Antonio De Capitani di Arzago, chè tale era il nome del giudice, giovane d'anni, ma di matura e soda intelligenza, pensò bene di recarsi egli stesso a visitare il preposto di S. Nazaro, anzichè citarlo a comparire in Pretorio, per rispetto alle qualità venerabili di quel degno sacerdote. Smontato alla canonica, si fece annunciare, e il pio e umile prete discese egli stesso a riceverlo.
— So già per qual ragione ella s'incomoda a venir da me... — disse il preposto. — Era anzi mia intenzione di venire da lei fra poco.
E così, precedendo il signor giudice, lo fece entrare in un salotto, dove sedettero ambidue.
— Ella dunque, signor preposto, sa perchè son qui... La cosa è seria più che non si creda...
— Lo so.
— Ora abbia la bontà di dirmi, fin dove però glielo permette il suo ministero, in che rapporti ella si trovò col marchese defunto...
— Non le tacerò cosa nessuna; ella sa quale fu il tenore di vita di quel benedetto uomo...
— Lo so.
— Or bene, sette anni sono, da una povera giovine, che ebbe la disgrazia di capitare nelle sue mani, ebbe un figliuolo...
— Qualcosa ne sapeva...
— Dopo le prime smanie, ogni affetto, come sempre, venne a sbollire in quell'uomo volubilissimo; e dato un pugno d'oro a quella poveretta, si dimenticò presto e di lei e del fanciullo...
— Siam sempre a queste...
— Quella sciagurata veniva spesso a piangere da me... e a pregarmi perchè pregassi il marchese... Non le so dire quanto mi pesasse il recarmi da colui... Spesso... troppo spesso... la dignità dell'uomo, non che quella del sacerdote, veniva offesa. Ma appunto codesti insulti, che per gli altri è una virtù il respingere, per noi è un merito il sopportare. Insieme colle brusche parole veniva però sempre qualche pezzo d'oro, ond'io tornavo all'assalto ogni qualvolta la poveretta veniva da me per bisogno. Se non che l'uomo venne a star male un anno fa... una malattia di generale disfacimento... Allora una fiera tristezza gli entrò nell'animo, e con quella una arrendevolezza insolita. Dietro le mie preghiere, volle vedere quella sciagurata e il fanciullo; e un giorno più dell'altro lavorando su quell'animo ammollito, ottenni quel che era nelle vie della giustizia; almeno io vissi nella speranza d'averlo ottenuto. Lo consigliai a nominare erede universale il figlio suo, chiamandolo all'onore del mondo, e a distruggere il testamento fatto prima, pel quale l'erede universale doveva essere il suo fratello conte Lodovico, una degna e brava persona, per verità, ma ricca a sufficienza; del rimanente non aveva dimenticato nemmeno lui... Mi pregò gli facessi venire un notajo... gli ho mandato il giovane dottor Macchi, il quale vegliò alla stesa del testamento olografo... perchè quell'uomo non sapea nulla di nulla. Io seppi dal dottore che quel testamento infatti era stato scritto dal proprio pugno del marchese, e firmato, e così messo tra altre carte. La cosa rimase segreta tra me, il dottore ed il marchese, il quale però soltanto due ore prima di morire: «Do a voi, mi disse, la chiave del mio studio. Là dentro nello scrigno c'è quello che voi avete voluto che si facesse.» Ecco tutto. Del resto io non ho veduto nulla.
— Qui c'è una mano esperta che trafugò il testamento, soggiunse il giudice, dopo un momento di pausa. Ma il mare delle congetture è troppo vasto per scoprirvi il filo, se non vien fuori l'uomo. D'altra parte il conte Lodovico...
— Partì due ore prima della morte del fratello... egli e suo figlio.
— Per questa parte adunque non c'è a far nulla.
— E poi, torno a ripetere, il conte è un uomo irreprensibile...
Dopo queste parole vi furono alcuni istanti di silenzio, trascorsi i quali, il parroco:
— Sarebbe bene — uscì a dire — che V. S. illustrissima parlasse col notajo Macchi... Egli ha letto la scritta del marchese dopo averla dettata... chi sa che il notajo non sappia qualcosa di più?
Il giudice si alzò e: — Non voglio perder tempo — soggiunse: sull'istante vado dal dottor Macchi...
— Egli sta in borgo delle Grazie.
— Lo so.
Così dicendo, il giudice si partì dalla casa del preposto di S. Nazaro, e quando lo salutò:
— Mi scuserà, reverendo signor preposto, soggiunse, se per le volute formalità sarò costretto a sentirla anche in Pretorio. — Risalì poi in carrozza per recarsi difilato alla casa del dottor Macchi.
Ma quando fu nella via, pensò che era più conveniente mandarlo a chiamare, che andarlo a visitare, perchè questa poteva essere una deviazione dalle leggi d'ufficio, soltanto compatibile, in via straordinaria, con un reverendo preposto. Giunto così al Pretorio, mandò infatti a prendere in carrozza il notajo, il quale non si fece aspettare, e ripetè press'a poco le parole del preposto di S. Nazaro, senz'altra aggiunta che questa:
— Del resto, illustrissimo signor giudice, se io ho dettato il testamento, e se il marchese lo ha tutto trascritto di suo pugno, ciò non vuol dire che dopo non l'abbia anche lacerato... perchè già ella sa che il suo costume fu sempre di disfare oggi quello che aveva fatto jeri... onde il trafugamento può forse essere stato un delitto inutile.
— Ma a che proposito, osservò allora il giudice al notajo, ella mi dice questo?
— A nessun proposito. Bensì è mia opinione che se mai i protettori del fanciullo volessero muover lite al fratello del marchese, di che ho sentito a toccare un tasto, se il secondo testamento non salta fuori, ognuno potrà pensare quel che vuole; ma l'erede è il signor conte di pieno diritto.
Il giudice non replicò nulla, e licenziò il notajo.
Alcuni momenti dopo entrò un usciere ad annunciare all'illustrissimo signor giudice una visita dei cavalieri ispettori del palco scenico del teatro Ducale.
— So di che si tratta, disse fra sè il giudice, — e li fece venire avanti.
I cavalieri ispettori del teatro Ducale erano venuti a domandare formalmente al giudice il permesso che il tenore Amorevoli potesse cantar la sera al teatro, dimostrando che col pubblico s'era contratto l'impegno e col pubblico non si scherzava; e che, del resto, come il signor giudice avrebbe ingiunto, si sarebbe seguita la pratica di riconsegnarlo alla giustizia, tutte le sere, dopo finita la recita.
Il giudice rispose, che, non solo non aveva nessuna difficoltà a conceder questo, ma che anzi era suo debito di fare in modo che il pubblico si dovesse soddisfare pienamente; che però tutto dipendeva dallo stato di salute del tenore, cui mandò infatti a riferire la visita e il desiderio degli ispettori cavalieri. Dopo alcuni momenti, con loro maraviglia e soddisfazione, Amorevoli mandò a dire che era assai ben disposto a cantar la sera.
Ma lasciando ora il Pretorio e il giudice, vorremmo sapere che cosa fa e che cosa aveva fatto donna Clelia, dalle due ore dopo mezzanotte a quell'ora in cui gli ispettori del palco scenico partirono per dar gli ordini opportuni, onde il pubblico fosse avvisato che la sera il tenore Amorevoli avrebbe cantato.
L'infelice, in quella giornata, pur troppo, aveva dovuto recarsi a far visita ad una dama sua conoscente; e ognuno può immaginarsi quel ch'ella abbia provato udendo i tanti discorsi che si fecero intorno all'avvenimento della notte. E dovette trattenersi colà tanto tempo, quanto potè bastare per sentire anche la scoperta relativa alla finestra della stanza della Gaudenzi; poichè dal caffè del Greco quella notizia si diffuse repentinamente per tutta la città, anche senza il telegrafo elettrico. Al qual proposito è ad osservare che mentre ella, donna Clelia e non la Gaudenzi, avrebbe voluto giacer mille braccia sotterra, piuttosto che trovarsi in punto che venisse conosciuta la parte che ella aveva avuto in quel fatto misterioso; pure, in fondo al suo cuore era deposto un cruccio inavvertito anche a lei; il cruccio, il dispetto perchè nessuno avesse mai sospettato che il tenore Amorevoli fosse venuto nel giardino per amor suo. L'essere amati da persona amatissima aggiunge un tale orgoglio al cuore in sussulto, che, ad onta di qualunque pericolo, esso vorrebbe, all'ultimo, far noto a tutto il mondo il trionfo del suo amor proprio. Ma, lo ripetiamo, questo sentimento giaceva recondito e dissimulato da altre pressure nel fondo del cuore di quella donna, e ad ogni sguardo che innocentemente veniva a fermarsi su di essa, mentre il discorso percuoteva quel tasto, ella gelava e ardeva di confusione e di spavento; e solo, solo allora che sentì nominare la Gaudenzi, quasi fu per tradirsi; così forte tentazione la prese di gridare: No, non è lei! Ma le fitte più crude le ebbe a subir la sera, quando coll'orgoglioso conte ex colonnello, suo marito, dovette recarsi in teatro ad assistere all'opera.
Il fatto della notte, l'arresto dell’Amorevoli, le mille dicerie, il silenzio generoso ond'esso avea reso sempre più difficile la propria posizione, la credenza ormai fatta generale degli amori di lui colla bellissima Gaudenzi, misero in tutta la popolazione una tal voglia di andare in teatro, che, la sera, i soldati del corpo di guardia dovettero accorrere per stornare gravissimi disordini. Nessuno poi saprebbe immaginarsi gli applausi prodigati in quella notte dal pubblico a colui ch'egli chiamava il re del canto; indescrivibili furono le pazzie che si fecero per testimoniargli la universale simpatia, e per significare la disapprovazione universale alla lettera cruda della legge e al codice delle manette; e quanto fu strepitoso il trionfo del tenore arcangelico (perchè l'aggettivo arcangelico fu trovato la prima volta pel tenore Amorevoli, e non per Moriani, come crede il volgo), altrettanto fu quello della danzatrice olimpica. — Amorevoli e Gaudenzi, furono i due nomi echeggiati tutta la sera, senza riposo, con tutta l'aria che può mettere nelle sue canne la gran gola del pubblico; tanto parea ammirabile il connubio di quelle due belle e giovani persone! tanto sembrò perfetta quell'armonia della danza e del canto!
Ma se l'infelice donna Clelia dall'alto del suo palchetto facea sangue nel suo segreto, altri, al cui orecchio eran pur giunte tutte le dicerie del pubblico, fremeva in più basso scanno, ed era il primo violino di spalla, il quale, nella sua potenza, a tutti nascosta, dall'umiltà del suo posto, era destinato a gettar fuoco e fiamme nella polveriera di questo dramma. Ma non è tempo ancora ch'ei si faccia innanzi.


VIII


L'amore è il sole dell'anima, ha detto e stampato Vittore Hugo, quando non contava che vent'anni, ossia quando nemmeno gli uomini di genio hanno potuto ottenere dall'esperienza il permesso e il diritto di parlar dell'amore, nè di nessuno degli altri enti morali che costituiscono l'infesta e crudele famiglia dell'umane passioni; Vittore Hugo s'attenne poi al metodo più sicuro per definire una cosa a rovescio, quella di non guardarla che da un lato. — S'egli in quel punto si fosse limitato a descrivere la felicità, certo vi sarebbe riuscito; chè egli amava allora, riamato, quella virtuosa e leggiadra fanciulla, che poi sposò coll'assenso de' superiori, colla benedizione dei parenti, con tutti i più felici augurj degli amici, colla contentezza della Francia, che preconizzò altissime sorti al suo giovine poeta, il quale si assestava nella vita con tutto il suo agio, stornando per sempre, coll'applicazione di un matrimonio precoce, quelle feroci ambascie del cuore che troppo spesso hanno la compiacenza persin di sfiancare i più robusti intelletti. Così il primo poeta della Francia fece coll'amore la cura dell'amore, e, avendolo in isbaglio preso per il sole, lo curava intanto al pari di una malattia, innestandoselo come il vajuolo. L'amore è una malattia; una delle più terribili malattie del genere umano, in quanto i nove decimi degli uomini ne devono essere flagellati almeno una volta nella vita. Se non è oggi, sarà domani, ma verrà il tuo giorno anche per te, o gaudente bevitore di wermuth. Felici noi, soltanto, che, grazie al cielo non siam più di primo pelo, e che, avendolo subìto a' nostri giovinetti anni colla sequela di non so quante ricadute, ora, al pari di Renzo, possiam diguazzarci in mezzo al flagello, sicurissimi d'andarne illesi. Ma chi fosse innamorato della definizione di Hugo e sospettasse il paradosso nelle nostre parole, a persuadersi rifletta questo fatto, che di tante centinaja di migliaja di suicidj onde l'umanità fu contristata da Adamo in poi, di due terzi buonamente ne fu cagione l'amore; a compire l'altro terzo, pare abbia contribuito la confraternita dei debitori.
Allorchè la favola inventò la camicia avvelenata di Nesso che arse le immani membra del semidio Ercole, côlto all'impensata, seppe ben ella cosa faceva; ma in Fedra, in Medea, in Didone, nella Saffo, e a voler saltare più di due mila anni, in Gaspara Stampa e in Properzia de' Rossi, che consolazione e qual sole sia l'amore, ognuno lo può vedere, perchè l'amore, se non trova contrasti, si spegne o si trasmuta in un'infiammazione benigna che non intacca l'appetito e non infesta le digestioni e allora non è amore; e quando sia tale veramente, si crea i contrasti da per sè, quantunque non ci provveda la perfida fortuna; inventa fantasmi e larve e sospetti e affanni, e si confedera alla gelosia; ed è allora che esso entra nel suo pieno stadio, nel suo più completo sviluppo, che assume le sue virtù più micidiali, che fa scomparire il color vivo delle fronti, che emunge le guancie, che turba il numero delle battute del polso, che toglie il sonno, che sfila e sfianca anche le vite meglio costrutte dalla rigogliosa natura. O giovinetti, o giovinette, o donne, o uomini, che versate in qualche periglio amoroso, o voi tutti adunque che mi ascoltate, se mai il quadretto che v'ho delineato fosse atto a produrre alcun effetto, fate buon pro dell'avviso, e ringraziatemi; e chiudete i vostri cuori in fretta, come quando si chiudono le persiane al comparir dell'uragano.
Così fossimo vissuti al tempo di donna Clelia e fossimo stati suoi amici, e avesse ella potuto bere il contravveleno di queste poche righe! ma, pur troppo, non siamo nati in tempo, e l'uragano scoppiò, e il suo cuore, rimasto aperto, ne fu messo sossopra, e terribile uscì il malanno; perchè potrebbe darsi benissimo che qualche testolina leggiera ne avesse a ridere, ma noi non ridiamo: tanto quella donna era diventata infelice, chè l'amore esaltato dalle furie della gelosia, era penetrato nel cuor suo per siffatto modo, che ben poteva esser definito un tétano morale.
In quella notte del trionfo d'Amorevoli e della Gaudenzi, preveduto, ne siamo quasi certi, dal primo, e per nulla aspettato dalla seconda; tanto che, non sapendo darsene una spiegazione a sè stessa, ne richiese, piena di meraviglia, lo stesso tenore che non le seppe dir nulla (poichè se arrivava a comprendere il motivo per cui egli era stato così festosamente accolto dal pubblico, non riusciva a capacitarsi perchè anche la Gaudenzi dovesse avere una porzione di quegli applausi prodigati in via straordinaria); in quella notte adunque la falsa diceria degli amori della ballerina col tenore, aperse a tutta prima una profonda ferita nel cuore di donna Clelia; chè la gelosia, stranamente immaginosa nell'inventar sospetti, anche allora che nessun fatto vi dà argomento, aveva trovato in quelle voci il naturale suo pascolo; pur tuttavia, per la relazione spontanea della stessa passione ajutata dal desiderio, a poco a poco si lasciò persuadere dagli interni ragionamenti a creder false tutte quelle voci, e si veniva così rassicurando e quasi consolando; chè l'idea del gravissimo pericolo in cui ella si trovava in faccia al marito, e in cui si trovava la sua fama in faccia al mondo, se il vero si fosse scoperto, dopo il primo spavento, erasi quasi del tutto dileguata; tanto l'amore è imperterrito. Ma la sventura volle che un cavaliere, di quelli che in teatro esercitano l'officio di gazzettino orale e, raccolta una notizietta alla porta, la sparpagliano di palchetto in palchetto col cinguettio d'una cutrettola, volle dunque la sventura che colui entrasse da lei, presente il conte ex colonnello, a raccontarle che il Pretorio in quella sera stessa aveva mandato d'ufficio un invito cortese alla Gaudenzi, affinchè per il giorno susseguente dopo mezzodì volesse aver la compiacenza di recarsi nelle sale della giudicatura per essere sentita intorno ad un fatto in cui essa poteva avere qualche parte. Tale notizia era la pura verità, poichè il giudice, al cui orecchio dopo molti giri e rigiri capitò pure la fama di quei pretesi amori della Gaudenzi con Amorevoli, sospettando nella delicatezza generosa del secondo il motivo del suo silenzio, pensò che sarebbe stato forse più facile cavar la confessione sincera dalla bocca della Gaudenzi, e così poter mandar libero e assolto da una imputazione gravissima un uomo, che in faccia al mondo era fuori d'ogni dubbio innocente, ma non lo poteva essere in faccia alla legge.
Ma quella notizia tornò a suscitar la tempesta nel cuore di donna Clelia, che già erasi venuta tranquillando; e le si fisse in petto, relativamente agli amori di Amorevoli colla Gaudenzi, con tutti i caratteri della certezza, di quel genere di certezza che produce la desolazione. Il conte marito e il cavaliere s'accorsero di un certo trasmutamento nel volto di lei, onde ad una voce le domandarono s'ella si sentiva male, senza però insistere di troppo, tanto erano lungi dal vero. Ma il ballo e l'opera finirono, il sipario calò, il lacchè entrò nel palchetto, il conte e la contessa scesero nell'atrio, salirono nel carrozzone, e in breve, ridottisi a casa, il conte spagnolescamente accompagnò la contessa alle soglie del suo appartamento, ed egli, come consueto, ritirossi nel proprio. — Or che notte fu quella per la contessa Clelia! che irrequietudine, che affanno! Coloro che in questo punto stanno comprimendosi le mascelle per uno spasmodico dolor di denti; quelli che all'inattesa notizia di un grosso fallimento guardano spaventati al totale rovescio dei proprj affari; quelli che si sentono annunciare dal medico che bisogna risolversi all'amputazione di una gamba, han tutto il diritto di dire che la contessa avea buon tempo, e che bisognava aver smarrita la ragione onde pigliarsi tanto affanno per l'infedeltà di un tenore. — E il medesimo quasi diciam anche noi, che non abbiamo nè dolori, nè gambe in pericolo, nè fallimenti... Ma non per nulla abbiam detto che l'amore è una malattia, e che la mente cessa di essere sana quand'è investita dai suoi roventi pensieri. — D'altra parte quell'affanno veniva accresciuto alla contessa dal non avere a chi confidarlo. Un male, soltanto a raccontarlo altrui, scema della sua intensità. Ma la contessa non aveva amiche, non ne ebbe mai: e ciò non tanto per la sua indole naturalmente altera, quanto perchè, cresciuta tra l'invidia astiosa delle sue pari, che non poteano sopportare la superiorità del suo ingegno e il prodigio della sua dottrina, si era venuta, a così dire, guastando il sangue in quella necessità continua di render disprezzo per invidia. Ma qualcosa conveniva pur fare, pensava la contessa nella veglia angosciosa di quella notte; ma se Amorevoli era stato arrestato, qualunque fossero le sue relazioni colla Gaudenzi, era pur stato côlto in un momento (e tal pensiero la beatificava) in cui stava intrattenendosi seco in affettuosi e caldi parlari; ma se Amorevoli si mostrò così generoso a tacere il suo nome, ella non doveva permettere, serbando un vile silenzio, che quell'uomo avesse a subire tutte le conseguenze d'una imputazione infame. Nella stretta di tali pensieri, e nel bisogno che più e più sentiva di confidarsi a qualcuno, si ricordò d'una donna; di una matrona milanese, colla quale erasi trovata due sole volte a parlare in tutta la sua vita maritale; d'una donna che a Milano era l'oggetto dell'amore, dell'ammirazione, della venerazione universale, e dal cui colloquio anch'ella aveva raccolto un grande conforto; così grande che aveva potuto comprendere per la prima volta com'è soave l'amicizia d'una donna, quando questa abbia tutte le virtù che le son proprie, senza le sue debolezze. — Sapeva inoltre che colei, quasi per una professione della vita, era stata ed era pur sempre mediatrice pietosa, eccitatrice imperterrita di buone opere, benefattrice instancabile, in molte gravissime contingenze in cui altri erasi trovato. Risolse pertanto di recarsi da quella signora. — Questa si chiamava donna Paola Pietra; severa come la vetusta Cornelia, in continuo lutto vedovile, andava essa educando severamente due suoi figliuoli.
Le avventure di costei, fuori affatto di ogni ordine comune, la costanza, la virtù, i sacrifizj, il coraggio che ebbe a mostrare in una condizione di vita specialissima... tutto ciò aveva diffuso la sua fama per tutta l'Italia ed anche per l'Europa; chè, già claustrale professa nel convento di Santa Radegonda, ne era fuggita per adempiere il voto fatto in segreto a Dio, di far cancellare da più alta autorità gli effetti d'una violenza che si era voluto farle, spingendola renitente ai voti monastici.
Intorno a questa donna Paola Pietra, sta manoscritta una relazione in una serie di motti volumi miscellanei raccolti da un padre Benvenuto di Sant'Ambrogio ad Nemus di Milano, ed esistenti nella biblioteca di Brera.
Il monaco suddetto comincia dal premettere al suo, come egli stesso lo chiama — «Succinto rapporto degli avvenimenti della signora donna Paola Pietra, uscita dal monastero di Santa Radegonda di Milano nell'anno 1730» — scritto di sua propria mano, pare, nel 1766; comincia, diciamo, dal premettere «un'efficace invettiva contro il non mai abbastanza detestato (sono sue parole), e dall'Italia principalmente non mai cacciato abuso di sagrificare, o cogli artifizj o colle violenze, le povere fanciulle allo stato religioso, a cui nè da Dio nè dalla loro inclinazione, sono chiamate». Assicurando indi il lettore «che nella relazione (son pure sue parole) non si dirà cosa veruna di cui non se ne abbiano autentiche prove,» viene a raccontar il fatto, dichiarando però di dover passar sotto silenzio, per un certo riguardo, gli avvenimenti che precedettero la professione religiosa fatta da donna Paola nel 1718.
Tali riguardi sembra che fossero comandati al monaco di S. Ambrogio dall'esistere in Milano, nel momento in cui egli scriveva, e dall'avervi grande autorità coloro, per colpa de' quali la fanciulla Paola ebbe a sopportare tanta violenza. — Ma quegli avvenimenti in prima da noi sospettati, poi inseguiti e sorpresi, a dir così, in alcuni cenni sfuggiti quasi per inavvertenza ad altri paurosi autori di memorie intorno a quel tempo, noi li verremo esponendo, giacchè non siamo condannati dai riguardi che facevano ostacolo ai contemporanei di donna Paola. — Narrando la storia della quale, se dobbiamo uscire per poco di via, dall'altra parte avremo facile il mezzo di rilevare certi atteggiamenti particolari del pubblico costume, in un periodo anteriore al tempo che ci siam proposti d'illustrare, ma di cui è necessario conoscere quanto basta per valutare con più sicuro criterio il tempo successivo. Vedrà inoltre il lettore, nel rovescio della medaglia che offre la monaca di Santa Radegonda di Milano a suor Virginia di Santa Margherita di Monza, che mai possa la forte volontà assistita dalla pura coscienza, e come il solenne spettacolo d'una sincera virtù sia talora potente a placare anche il decreto di consuetudini di ferro.


IX


Quando si pensa che Carlo VI, subentrato ai Re spagnuoli nel dominio di Lombardia, era innamorato della Spagna e del suo sistema, è facile a comprendere come doveva camminare la cosa pubblica in Lombardia, durante il regno di lui, sebbene ei fosse d'indole mitissimo. L'arbitrio dell'autorità costituita tenne allora le veci della giustizia; il diritto storico fu così onnipotente, che il diritto razionale e naturale parve davvero un'utopia di filosofi sentimentali e innamorati, per adoperar la frase di un moderno statista dalla pelle di cuojo; come pare anche oggidì a qualche sincretico legista, che dalla memoria sterminata e prevalente su tutte le altre facoltà dello spirito, ebbe guasto l'intelletto e contaminato il cuore. Quel periodo adunque di Carlo VI contrassegnò la massima prevalenza del ceto patrizio. Chi non era nobile era una bestia, non tollerabile se non in quanto serviva come un cavallo o come un bue; e se appena appena si rivoltava per l'istinto inalienabile della difesa, o sbizzarriva per insipiente indocilità, tosto veniva tolto dal corpo sociale come pericoloso e infesto. Il Senato poi che, sotto il dominio spagnuolo (non sono parole nostre), corredato nella sua istituzione di somma autorità, si reputava maggiore del Governo stesso; per cui la vita, la libertà, la fortuna d'ogni cittadino, erano abbandonate al potere illimitato di lui, che si credeva sciolto dai rigidi principj di ragione, e solea dire che giudicava tamquam Deus; sotto Carlo VI vide più ancora accresciuta l'autorità propria, e perchè le istituzioni mantenute in vigore da chi è innamorato di esse, non ponno a meno d'invadere un campo maggiore di quello che primamente era loro stato conferito; e perchè inoltre, negli anni di Carlo VI, non si presentarono governatori così prepotenti come quei di Spagna, a respingere l'arbitrio coll'arbitrio, ed a farsi beffe del tamquam Deus.
Quando un popolo è condannato a portare simultaneamente il peso di due poteri arbitrarj e iniqui, ma che pure si faccian mutua controlleria, può avere intervalli di sollievo e può accidentalmente trovar anche la giustizia; mentre invece, se di que' poteri uno solo rimane sul campo, allora ai soggetti non resta a far altro che mordersi le mani, perchè loro è impedito anche di esprimere i gemiti del dolore. Ad onta di ciò, qualche uomo di Stato e qualche istoriografo potè lodarsi di quel periodo transitorio; ma la logica rivede i conti alla cronaca, le cui cifre, se non rispondono alla riprova della prima, è indizio che sono fallaci. Però il fatto che siamo per raccontare viene a smentire l'asserzione: che sotto il governo di Carlo VI siasi respirato quanto lo comportava la condizione dei tempi. — Degli arbitrj inumani del Senato, rimasto solo sul campo, fu dunque conseguenza un funesto avvenimento che non si è potuto scancellare dalla tradizione inorridita, sebbene siasi fatto scomparire dagli archivj il relativo processo criminale. Però, furono uomini devoti alla giustizia ed alla santa ragione quelli che pensarono di conservare il dettato della tradizione da essi raccolta dalla stessa bocca di chi era stato testimonio di quel fatto, che ben potè chiamarsi la strage degli innocenti; e la conservarono, perchè lo spettacolo dei traviamenti a cui può andar soggetta un'autorità costituita in arbitrio illimitato, rimanesse ad ammonizione ed a sgomento delle future generazioni.
Chi quindici o vent'anni fa era studente al ginnasio, al liceo, all'università, avrà sentito parlare di un tempo non molto lontano, in cui i giovinetti battaglieri e maneschi solevano ordinarsi in truppa, e assumevano tra loro un'ostilità di convenzione per aver un pretesto di menar le mani. — Gli scolari del ginnasio e del liceo di Sant'Alessandro eran nemici giurati di quelli, per esempio, del ginnasio di Santa Marta, o di quelli di Brera; e questi, non volendo patire insulti, respingevano i nemici armata mano, vale a dire colle munizioni scolastiche, quali i pennajuoli, le righe, le cinghie di pelle, i temperini che convertivano l'ostilità di convenzione in ostilità vera, e le antipatie in furore, e le ragazzate in fatti gravi e in occasioni di affanni alle famiglie. Spesso gli assaliti diventavano assalitori, e l'esercito del ginnasio di Brera, che aveva la riserva formidabilissima degli studenti di disegno, armati di squadra e compasso, trasportavan la guerra fuori del proprio nido, e inseguivano i nemici fin nelle loro sedi come gli antichi Romani. La contrada del Fieno e la piazza dell'Albergo Imperiale parlano ancora di queste guerre, a chi sa interrogarle, come i campi di Zama e di Cartagine. Noi stessi poi ci ricordiamo come alcuni scolari di retorica, che avevano appartenuto a quei tempi gloriosi, guardassero a noi, scolari novizj di prima classe, con quell'aria di pietà e di dileggio con cui un veterano di Waterloo guardava ai molli giovani cresciuti dopo la restaurazione.
Codesta pericolosa consuetudine, di che a' nostri tempi fanciulleschi non era rimasto che la ricordanza, ricordanza che qualche rara volta provocava lo spirito d'imitazione, ora, per fortuna, è scomparsa affatto; ma invece trovavasi nel suo massimo vigore nel secolo passato. Quanto più era rigoroso e quasi tirannico il regime casalingo de' nostri padri, tanto più i giovanetti reagivano a quel rigore, allorchè eran fuori della vista paterna e materna. Non potendo respirare in casa ragionevolmente, perchè il terribile papà, colla parrucca di Filicaja o col topè di Scannabue, li fulminava con lo sguardo, si sfogavano irragionevolmente fuori di casa, e con tanto più intensa, quasi diremmo, rabbia fanciullesca, quanto minore era il tempo di libertà a loro concesso. — Cattivo il sistema d'educazione, pessime le conseguenze. — Però avveniva talvolta che le nature giovanili più vivaci e generose prorompessero peggio delle altre in atti d'insubordinazione e di disordine. Nè limitavansi a quelle battaglie tra loro; ma talvolta quando durava la tregua, siccome avevano degli spiriti esuberanti da versar fuori, tanto più esuberanti quanto più, siccome dicemmo, venivan compressi in casa dal folto sopracciglio paterno e in iscuola dall'arcigna canizie del frate professore gesuita o barnabita, così si sfogavano sui passeggieri, su qualche figura barbogia e ridicola, su qualche vecchia che vendesse i libretti della cabala e avesse odore di sortilega, press'a poco, come non è gran tempo, potemmo vedere qualche sucida vecchiarda inseguita a dileggi e a fischiate dall'irrompente folla della fanciullesca marmaglia.
Qualche volta però, uniti in formidabile truppa, segnatamente gli scolari già adulti della rettorica, si dilettavano anche a far qualche atto di giustizia sommaria, a fare scherzi e dileggi a coloro che per verità li avevano provocati, scherzi e dileggi che non mancavano di spirito, e mettevano di buon umore tutta la città. Ora avvenne il seguente fatto. Alcuni allievi del ginnasio di Brera, delle classi superiori, giovinetti dai quindici ai sedici anni, finite le scuole, uscirono un dì in truppa dalla porta maggiore del palazzo, e di là traendo per le contrade, si dilettarono a metterle a rumore, trattenendosi di tanto in tanto a far celie e dispetti ai passanti, ai bottegaj, alle vecchie portinaje, alle livree passamantate di qualche casa, ai cocchieri, ai lacchè, ecc., ecc.; quando, un di loro, proponendosi qualche soperchieria più saporita, rivolto ai colleghi di scuola, così disse: — Andiamo a vedere il nuovo guardaportone del senator Goldoni. Invece di quel bell'uomo che aveva prima, il Marchese ha voluto seguir la moda, e s'è provveduto di un nano, ma il più brutto e laido nano che m'abbia mai visto; non patisce che nessuno si fermi a guardarlo, e sfido a vincere la tentazione. A chi gli ride in faccia, ringhia come un cane, e scaglia invettive a tutti, e qualche volta mena anche a tondo la lunga canna d'India, che a chi gli tocca il pomo nelle gambe non è un servizio. Il senator Goldoni sa tutte queste cose, e va superbo di questo bel mobile; e quando sa che il suo nano ha fatto cadere il pomo del bastone su qualche testa o qualche schiena, gli dà doppia giornata e doppio pranzo. — Ora, fatto tesoro di queste parole, i compagni mossero tutti e di gran lena, senza nemmeno far precedere una consulta, alla volta del palazzo Goldoni. Giunti di faccia al quale, e visto che il nano guardaportone era là tronfio e pettoruto, e con un faccione protervo e provocatore e ghignoso, tosto si schierarono in semicerchio innanzi a lui, e si misero a cantare in coro una villotta allora in voga, dove c'erano delle celie che parevan pensate e messe in musica apposta per esso. Non è a dire la furia a cui montò il nano, e come tosto facesse succeder le brutte parole e le minaccie e i fatti; e come, all'ultimo, secondo il suo costume, si desse a far girare su quella schiera il suo lungo e pesante bastone senza modo nè misura. Ma il nano era solo, e la schiera era giovane e fitta e forte e baldanzosa, onde fattiglisi intorno, lo disarmarono, lo avvoltolarono come un palèo, e così raggirandolo a spintoni, a calci, a schiaffi, gli fecero fare il giro di tutta la città, fra le risate universali, ottenendo, quel che oggi si direbbe, un vero successo d'entusiasmo.
Il tumulto crebbe al punto, e i guaiti del nano, infuriato e percosso da tanti pugni, furono tali, che, come avviene di consueto in queste faccende, accorse la sbirraglia. Allora gli studenti abbandonarono il nano e tentarono la fuga; ma la folla stipatissima essendo stata d'inciampo ai loro passi, gli sbirri s'impadronirono de' più adulti, lasciando andare la ragazzaglia minuta, mentre il nano mezzo pesto fu ricondotto al suo portone. I quattro giovinetti, che tale riuscì il numero dei disgraziati, vennero tratti al capitano di giustizia ammanettati come ladri. — Se quel nano fosse stato un povero del volgo, esercitante qualche professione, forse gli sbirri avrebber dato una mano agli scolari di Brera; ma avendolo conosciuto pel nano del senator Goldoni, si fecero un paléo, di difenderlo con devozione di vassalli, e di accompagnarlo a casa con tutti i riguardi dovuti a un alto personaggio. E se gli sbirri si comportarono di questa maniera, non stettero indietro i giudici, gli auditori, i notaj, gli scrivani del Capitano di Giustizia, allorchè, maravigliando e quasi inorridendo del gravissimo insulto, guardarono a quei quattro giovinetti scellerati, che ebbero tanta audacia di percuotere il Guardaportone del senator Goldoni. Ma la cosa non doveva fermarsi qui. All'annuncio di quanto era avvenuto, quel senatore, pallido d'ira e giurando di trarre una terribile vendetta, la quale fosse a lezione ed a sgomento della plebe, si recò, abbandonando il pranzo e lasciando i convitati in gran trambusto e cordoglio, al palazzo dell'eccellentissimo presidente del Senato, il quale non meno stupito e convulso d'ira del marchese Goldoni, quasi che si trattasse della patria in pericolo, convocò extraordinariamente il Senato, ingiungendo che facesse parte dell'adunanza il Capitano di Giustizia e il suo Vicario, come praticavasi nelle bisogne d'urgenza. A chi considera oggi tali fatti, la storia pare bugiarda, chè la ragione si rifiuta ad ammettere tanta demenza, più quasi che ferocia, in uomini gravi, costituiti in autorità. Ora il Capitano, avendo già esaminati i giovinetti, lesse in Senato il costituto, esponendo il fatto come un atto manifesto di pubblica sedizione, ed anche, subordinatamente, pronunciando il voto per la massima pena da infliggersi ad essi. Sebbene la maggior parte de' senatori, per la vertigine provocata dall'orgoglio di corporazione, giudicassero quella colpa gravissima, e, smarrito ogni lume di ragione, non sapessero tener conto menomamente dell'inesperienza inconscia e non responsabile di quegli adolescenti, e però non credessero di derogare alla proposta del Capitano di Giustizia, pure non mancò in quel consesso di giudici iracondi qualche voce pietosa; e forse quella voce avrebbe potuto stornare la carneficina; poichè, essendosi letti a quel consesso i nomi de' giovinetti, fece senso a tutti quello di don Giovanni Pietra, figlio del conte Francesco Brunon-Pietra, e fece senso non per altro che perchè era il nome di un nobile. Questo incidente bastò a fare aggiornar la sentenza; ma tutto, purtroppo, fu inutile. Una soperchieria infantile doveva esser causa di un'ingiustizia, e questa doveva provocar poi un atto inumano e veramente inaudito, atto inumano che, a primo aspetto, avrebbe potuto aver sembianze di una virtù somigliante all'inesorabile giustizia della patria potestà di Roma antica; chè il dì dopo, il segretario del Senato, lesse in pieno consesso uno scritto sottosegnato dal conte Francesco Brunon-Pietra, col quale ei supplicava che non si avesse riguardo nessuno alla nobiltà del suo casato, quando fosse stato d'impaccio al corso della giustizia; perchè, riferiamo le sue stesse parole, «l'obbedienza alle leggi e il rispetto all'autorità e segnatamente il culto dell'alta maestà del Senato doveva andar innanzi a tutto.» Le voci pietose che s'eran fatte sentire il giorno prima, si fecero riudire ancora, ma in segno di dolorosa meraviglia, inculcando che si dovesse considerare come non ricevuto uno scritto in cui la devozione all'autorità faceva tacere l'umanità, e offendeva le leggi più antiche e più irrepugnabili di natura, ma tutto fu indarno. — I giovinetti vennero condannati a morte.
Or che indole d'uomo era quel conte Francesco Brunon-Pietra, e come e perchè aveva potuto inviare al Senato quel terribile scritto? Noi abbiamo fatte molte e lunghe e non facili ricerche per scoprirne le cagioni, e alla fine, tenuto scrupolosamente conto di tutto, ci riuscì di cavarne quanto segue.
Quel conte Brunon-Pietra era stato assai famigerato in Milano per le sue galanterie donnesche, per la sua vita disordinata e facinorosa; e soprattutto per aver consumato nella prima gioventù l'intero patrimonio, che era di qualche milione di lire milanesi, e ingoiate poi, l'una dopo l'altra, quattro eredità laterali. Fu allora che, ridotto quasi al verde, seppe così ben fare e comportarsi nella casa dei marchesi Incisa, che una graziosa e virtuosissima giovinetta di quel casato, ricchissima di un'eredità legatale da un suo padrino, tirata ad arte nelle insidie, finì ad invaghirsi perdutamente di lui, ed a concedergli la mano di sposa. — Da questo matrimonio nacquero, ne' primi due anni, un figlio maschio e una fanciulla che non conobbero la madre, perchè, vittima delle furibonde ingiurie maritali, morì tre mesi dopo il secondo parto. Pare che le cagioni di quelle ingiurie e di quella morte immatura sieno state delle tresche scandalosissime con una contessa Ferri, nata Alfieri; poichè, non ancora compiuto il lutto vedovile, il conte Brunon, senza riguardo alcuno, la sposò, e n'ebbe poscia un figliuolo. — Intanto che il primogenito e la fanciulla del primo letto, eredi della ricchezza materna, erano tuttora in cura delle nutrici, il figliuolo del secondo letto cresceva in casa, e la nuova moglie del conte, che aveva preso sul marito quell'impero ch'egli in addietro aveva sempre esercitato sulle donne, gli comunicò un tale amore per quel fanciullo, ch'esso, al pari della matrigna, sentì avversione pei primi due, e tutto l'incomodo e il peso della loro esistenza. — Questo non apparì manifestamente in principio, ma quando i fanciulli avanzarono in età, trapelarono al di fuori le intenzioni del conte, tanto che i parenti della defunta marchesa Incisa, fecero reclami per avocarne a sè la tutela; ma invano, perchè il conte, astutissimo e versipelle, seppe condursi così bene, che furono respinti i reclami e a lui data piena soddisfazione. — Se non che d'allora in poi il conte, affinchè i figliuoli non si lamentassero, finse di trattarli bene. La fanciulla, che era donna Paola, fu messa educanda, com'era di consuetudine, in un monastero che fu quello di Santa Radegonda, il fanciullo fu tenuto in casa; e siccome egli era naturalmente acuto e vivacissimo, e si sentiva come il padrone in casa, e non poteva soffrir la matrigna, nè vedea molto di buon occhio il fratellastro, il conte Brunon, per non averlo contrario, e perchè non gli uscisse di mano l'amministrazione delle sue sostanze, si diede ad accarezzarlo, ad assecondare ogni suo capriccio. — Quali disegni poi si volgesse in testa non si sa..., ma forse, senza che lo sapesse spiegare a sè medesimo, meditava di addensar pericoli al giovinetto, perchè avesse o tosto o tardi a rimanerne travolto. Ed or la mente vorrebbe respingere l'idea di un tanto accordo tra il destino e i desiderj di quel padre scellerato.
Prima che si eseguisse la pena capitale contro que' sventurati giovani, si commosse tutta la città, impietosita e di loro e dei parenti desolati; e nei giorni d'intervallo molte pratiche si tentarono per smuovere l'autorità del Senato da tanta efferatezza. — Or non è a dire la dolorosa meraviglia di tutti, nel sentire quel che era stato scritto al Senato dal conte Francesco, il quale solo, per la sua nobiltà e per quella del figliuolo, avrebbe potuto, se avesse voluto fermamente, impedire quella carneficina e salvare col proprio figliuolo altri giovinetti complici.
Ma la costernazione generale, se fu sincera e profonda, non fu coraggiosa, perchè non par vero che lo spettacolo di così scellerata, ripetiamo demenza, non abbia fatto insorgere tutta la città, per strappare quelle giovani vite dalla mano del carnefice, con tali dimostrazioni solenni dell'ira pubblica, che valessero ad inspirare al Senato stesso quello sgomento che insegna la pietà.
Il conte Francesco potè dunque veder lieta l'infernal moglie per quel primogenito spento, e spento, gli parea quasi — tanto sono assurdi i sofismi dell'iniquità — per un ordine provvidenziale; ma restava la fanciulla, educanda in Santa Radegonda, la giovinetta donna Paola Teresa, che già toccava i sedici anni, e doveva fra poco tempo uscire di là per accasarsi convenevolmente, essendo ricca di buona parte della ricchezza materna. Ora quella figliuola, superstite al fratello, turbò la gioia del connubio infernale. Il conte Francesco ereditava dal figlio i due terzi della sostanza che aveagli lasciata la marchesa Incisa; — ma questo non bastava alla sua seconda moglie, la quale, eccitata da un affetto smodato pel proprio figlio, le parea che fosse rubato a lui quello che potea pure diventar suo, se donna Paola Teresa, o scomparisse come il fratello infelice, o giacchè era in convento, vi rimanesse professa per sempre. — Ma la fanciulla non avea mai dato segno di vocazione alla vita claustrale. Ricca e bella e, per soprappiù, avendo sortito dalla natura una grande virtù per la musica e pel canto — virtù fatta poi mirabile dagli insegnamenti della celebre suor professa Rosalba Guenzani, cantatrice e suonatrice d'organo nel monastero appunto di Santa Radegonda — aveva già potuto presentire le attrattive del mondo; chè ogni qualvolta usciva di convento, a stare un giorno col padre, nella qual occasione recavasi anche a far visita a' parenti, veniva accolta da tutti come in trionfo; e già le era stato toccato di qualche cospicuo matrimonio; di modo che, per modesta e virtuosa che fosse — ed era virtuosissima, tanto da esser l'idolo, non solo della sua maestra suor Rosalba Guenzani, ma delle altre suore e delle amiche colleghe — ogni qualvolta ritornava in convento, sebbene le fossero care e la maestra e le amiche, pure non desiderava altro che di lasciare quelle meste mura del chiostro e di uscire all'aperto. Or venne il tempo in cui, finita la sua educazione, doveva infatti uscire. — Ma fu allora che il conte Francesco, messo innanzi il pretesto d'un viaggio, cominciò ad insinuare alla fanciulla di rimanervi fino al suo ritorno; ed ella vi rimase. — Di poi, quando non valse più quel pretesto, ne cavò fuori altri molti per poterla dimenticare colà; ed ella pazientò senza lamentarsi, ma con grande suo affanno. Infine il padre un dì le fece motto della convenienza ch'ell'avrebbe avuto di abbracciar la vita monastica. La fanciulla stupì a quella proposta, e rispose con sdegno, e risolutissimamente negò. Allora il padre finse di non adirarsi e di trovar giusta quella fermezza di risoluzione; onde levatala dal convento, la condusse in casa. Se non che, dopo alcuni giorni, il portone del palazzo Pietra stette chiuso, perchè tutta la famiglia erasi recata in campagna in un luogo tra i monti valtellinesi. Passarono così due mesi, finchè corse la voce che tutta la famiglia era tornata, ed anche la fanciulla donna Paola. — Ma con grande meraviglia di tutti, essa venne ricondotta dal padre nel convento di santa Radegonda, dove la madre abbadessa sentì dalla bocca stessa di lei che voleva farsi monaca. La poveretta in que' due mesi erasi per tal modo disfigurata, che pareva una larva di fanciulla strappata per miracolo alla morte dall'arte medica. Che cosa del resto sia avvenuto in quel luogo del valtellinese, con che atti di crudeltà siasi trattata la giovinetta in quel tempo, non si sa; onde è libero il campo alle congetture. Quello che pur troppo avvenne si fu, che, dopo un anno, donna Paola Pietra si professò monaca in Santa Radegonda. — Ma, dice il frate di S. Ambrogio ad Nemus, in quella sua succinta relazione:
«In quello stesso momento in cui la fanciulla non da un solo timore riverenziale, ma da una manifesta violenza, fu costretta fare nel suddetto monastero la solenne professione de' voti, protestò nell'interno del suo animo a Dio di non concorrere colla volontà ad un atto, a cui era trascinata dall'altrui volere.» Paga d'aver di ciò chiamato Dio stesso in testimonio, si persuase di poter conservare intera quella libertà che Dio stesso le avea data. Tuttavia, fosse prudenza o un resto del timore onde ella erasi lasciata obbligare all'atto solenne, non confidò che assai tempo dopo, a fide e virtuose persone, gl'interni suoi sentimenti; e come se fosse presaga di quanto doveva poi veramente succedere, nella dolorosa solitudine del chiostro si consolava colla speranza di dover un giorno romper quei lacci che la violenza degli uomini le avevan posto. A tale effetto conservò per molti anni un suo abito secolare, di cui credea fermamente di doversi servire. — Pure in qual modo ella avesse ad uscirne non poteva nemmeno immaginarselo, ben conoscendo che era impresa impossibile il tentarlo per le solite vie giuridiche. Ma la straordinaria virtù del suo canto, come l'aveva già esposta, quand'era ancora educanda, all'ammirazione generale, doveva additarla, monaca, all'altrui pietà. — Già abbiam detto che tutta la città di Milano accorreva nella chiesa di santa Radegonda a sentirvi le migliori produzioni della musica per canto ecclesiastico. — Il maestro Prediani, bolognese, che allora era in Milano, soleva, per così dire, stare in giornata su tutto quello che producevasi in Italia in questo genere, e appena venisse in luce qualche composizione squisita, era sollecito di mandarla alla celebre suor Rosalba, affinchè ella la facesse conoscere ed apprezzare con quel magistero ch'ella aveva nel toccar l'organo e nel cantare, e perchè specialmente, se trattavasi di pezzi a due voci, veniva squisitamente assecondata da suor Teresa Paola Pietra. — L'Ave maris stella di Leo era uscito di fresco in que' giorni.
Il ceto distinto della città, che allora tenea dietro a tutte le novità musicali, e s'interessava anche della musica di chiesa, veniva informato dal maestro Prediani, che dava lezioni nelle principali case, del quando si doveva eseguire qualche gran pezzo istrumentale in Duomo, o qualche canto in Santa Radegonda, onde accorse per sentire quella nuova composizione. La folla, come suol dirsi, si portava a que' trattenimenti, tanto che l'arte faceva dimenticare la devozione; e però, in proposito, erano uscite alquante pastorali contro l'uso e l'abuso della musica sacra. — Ora, tra quella folla stipatissima, si trovò un Inglese, che si chiamava lord Crall, uomo straordinario e cavalleresco, e portato naturalmente all'entusiasmo. Egli sentì quella musica e sentì la voce commossa della monaca giovinetta, la quale, ripetendo quel canto divino, vi trasfondeva tutta l'intensità dei proprj affanni, e con tal fascino, che tutti, mentre atteggiavano il volto al sorriso per la soavità della melodia, pur si sentivano irresistibilmente inondati di lagrime.
Quel gentiluomo dunque, più commosso ed esaltato di tutti, chiese di quella monaca, e udita la storia del fratello di lei e del tristo padre, e com'ella fosse venuta renitente ai voti; tanto si interessò di essa che, d'una in altra ricerca, venne a conoscere i segreti suoi pensieri, ed eccitato dalla pietà e dall'entusiasmo per tanta virtù e sventura, si offrì di liberarla e di farla sua sposa. La forza di codesta tentazione fu sì gagliarda sulla monaca giovinetta, che il pericolo della fuga, i disastri d'un lungo viaggio, l'abbandono della patria, la diversa religione del gentiluomo, e i mille sentimenti di pietà e d'onore che doveano sostener la sua ragione, se la tennero per qualche tempo in grande sospensione d'animo, pur non valsero a soggiogarla; poichè, all'ultimo, ella si faceva imperterrita nell'idea d'esser libera innanzi a Dio, e di potere col matrimonio serbare inviolato il proprio onore. — Rispetto ora al gentiluomo che aveva promesso di liberarla, giova sapere com'egli nascesse da una famiglia illustre inglese passata in Francia, e come il padre suo, pel celebre editto fulminato da Luigi XIV contro gli Ugonotti, nel 1685, siasi trovato costretto a tornare in Inghilterra; dove morì lasciando due figlie ed un maschio, che fu poi questo lord Crall.
Custodivansi le chiavi del monastero nella stanza dell'archivio, a cui si entrava per una bussola chiusa da una piccola serratura; fatta per ciò la prova di diverse chiavi, ne fu trovata una che l'apriva. Dopo di che, fissato il giorno e l'ora per l'uscita, licenziatosi pubblicamente il cavaliere dagli amici, partì da Milano; ma trattenutosi segretamente in un casino poco distante dalla città, vi fe' ritorno pochi giorni appresso, nella stessa notte stabilita per la fuga. — Giunta l'ora in cui la si dovea eseguire, accaddero nel monastero alcuni piccoli e curiosi accidenti che non mette conto di riferire, i quali parea avessero ad impedirla, ma invece l'agevolarono.
Il cavaliere si trovò, con altri, ben armato alla porta del monastero, ed una carrozza stava preparata in vicinanza alla chiesa di S. Paolo; prima d'uscire depose la fanciulla la veste religiosa, e comparve in sott'abito da uomo. — Alla presenza di testimonj si rinnovarono allora ambidue la fede ed il giuramento di sposi, di cui il cavaliere avea prima fatto dichiarazione in iscritto; e, senz'altro contrattempo, lasciarono la città.
La notizia di codesta fuga fece un tal rumore e provocò tanti parlari, che per molto tempo circolarono scritture in proposito e poesie di vario tenore; nelle quali, o lo sdegno dell'ascetismo esaltato condannava altamente quella risoluzione della giovane monaca, o la pietà spontanea di una ragione più libera protestava in sua difesa; ma più di tutti levò grido e si diffuse rapidamente ed ebbe migliaja di copie manoscritte un sonetto ch'ella medesima scrisse in propria difesa: ed è questo, che, sebbene scorretto e tutt'altro che prezioso in faccia all'arte, è preziosissimo in faccia a più gravi ragioni:


Donde n'entrai, m'involo alla ventura,
Porto meco l'onor, la fè nel core.
Benchè questo rassembri un grande errore,
Pianger dovrà chi lo mio mal procura.
So che al mondo non v'è legge sì dura,
Ch'obblighi un cuore ad un sforzato amore.
Amo il decoro e son dama d'onore,
Onde vincer saprò la mia sventura.
Qual combattuta nave in mezzo all'onde,
Oggi imploro dal ciel soccorso, aìta
Per arrivar le sospirate sponde.
Se fortuna o periglio a me s'impetra,
Sia noto al mondo come fui tradita,
Se ben ebbi nel seno un cor di Pietra.


Ma da Milano i due fuggiaschi viaggiarono sollecitamente a Venezia, dove si trattennero parecchi giorni in una casa vicina a quella d'altri Inglesi, nonostante lo strepito che presso la Repubblica faceano il ministro cesareo e il nunzio del papa. Se non che, essendo stati avvisati che non avrebbero potuto fermarsì colà più lungamente senza pericolo, la donna, vestita, come sempre era stata, da uomo, fu condotta di notte sopra un vascello inglese che stava alla rada; mentre il cavaliere, dopo averla consegnata al capitano, per una maggior cautela, passò in altro bastimento olandese. E bene erano stati avvisati in tempo, perchè il giorno dopo, per ordine del Magistrato, si fece la ricerca della fuggitiva in quella medesima casa donde poche ore prima era uscita. Dalla rada di Venezia passato il vascello inglese a Zante per farvi provvigione di vino per l'equipaggio, non potè fermarsi colà quanto bisognava, perchè recatosi di notte al suo bordo il nipote del Console inglese in quell'isola, avvisò il capitano che suo zio aveva accordata al governatore la permissione di far la visita al vascello, per toglierne una religiosa trafugata. Il capitano, levate allora le ancore, si allontanò dall'isola, apprestandosi alla difesa, nel caso che lo si fosse attaccato. La mattina seguente si mostrò infatti una marciliana con altra nave. Ma quella, avendo scorto che l'equipaggio era sotto l'armi, ed essendo il vento poco favorevole per tentare l'abbordaggio del vascello, dopo averlo per qualche tempo inseguito, dovette abbandonarlo. Donna Paola intanto era stata, per maggior sicurezza, nascosta dal capitano nel fondo del vascello, dove ebbe a trattenersi parecchie ore. Cessato il pericolo, all'uscire di quella sepoltura, fu salutata con grandi evviva da tutto l'equipaggio, già informato delle avventure della medesima. Il vino che dovea provvedersi a Zante, fu provveduto in altro porto; e dopo un viaggio non molto lungo, il vascello approdò felicemente a Londra. Qui donna Paola venne accolta dalle due sorelle del cavaliere e ritrovò preparata l'abitazione. Il cavaliere intanto, che per maggior cautela s'era trattenuto alle spiaggie di Venezia, venne poi con abito mentito ad Ancona, donde, attraversata per terra l'Italia, giunse a Livorno, dal cui porto con altro vascello passò in Inghilterra, dove sbarcò poco dopo l'arrivo di donna Paola.
Sparsasi per tutta Londra la novella di codesto fatto straordinario, tosto l'arcivescovo di Canterbury, con proposte onorevoli, tentò l'animo della donna ad abbracciare la religione anglicana; ma la donzella fermissimamente dichiarò che, non essendo passata in Inghilterra per motivo di religione, ella non era in istato nè in volontà di cangiarla; dichiarazione che ripetè poscia alla regina medesima, quando, con maggiore grandezza di offerte, essa le mandò lo stesso invito dell'arcivescovo. La sola cosa che bramava donna Paola era di convalidare il suo matrimonio colla presenza d'alcuni parroci cattolici di Londra; ma questi avendo ricusato di assisterla finchè Roma non avesse decretata invalida la sua professione religiosa, ella inviò una supplica al pontefice allora regnante. Ma o non fosse stata la supplica debitamente concepita, o fosse stata mal diretta, non ne ottenne risposta veruna; per cui deliberò di condursi in Francia insieme col cavaliere, e di là, bisognando, anche a Roma, per implorare personalmente ciò che non s'era potuto ottenere per lettere.
Giunti in una città di quel regno, il vescovo, a cui era noto il fatto già pubblico in tutta Europa, penetrando il loro arrivo, fece qualche passo per assicurarsi della religiosa. Ma essi, avutone sentore, sollecitamente si ritiraron in Ginevra, dove dall'istesso magistrato furono, poco tempo dopo, segretamente avvisati perchè si guardassero dall'uscirne, essendo attesi ai confini; e qui uno stratagemma servì loro di scorta, e preso altro cammino, dubitando di nuovi incontri, se ne tornarono in Inghilterra. Colà, senza nessun avvenimento notevole, visse donna Paola fino all'anno 1732, con quella tranquillità che le potea permettere la sua specialissima condizione, e il rimordimento che di tanto in tanto la infestava d'essersi fatta giustizia da sè stessa, quantunque pur sempre si confortasse della protesta fatta in suo segreto a Dio, e della insistenza e diligenza assidua ond'ella erasi adoperata e s'adoperava per riconciliarsi colla Chiesa. Quando finalmente la sua fortuna volle che ritrovasse un mercante cattolico di Londra, il quale prese l'impegno di scrivere ad un suo corrispondente in Roma, uomo che si assunse l'incarico con religioso calore; e a servir meglio e l'amico e la coppia virtuosa, recossi a ragguagliarne il cardinal di Sant'Agnese, di cui aveva la protezione, il qual cardinale era un Giorgio Spinola di Genova. Questi, riflettendo alla gravezza dell'affare, ne parlò tosto al Santo Padre, ed al cardinale Vincenzo Petra penitenziere, dal quale, coll'assenso pontificio, fu per mezzo dello stesso mercante spedito sollecitamente a Londra il solito breve assolutorio col salvacondotto, affinchè la donna nel termine di sei mesi si portasse a Roma. A tale uopo furon dati gli ordini a banchieri di varie città pel somministramento del denaro e di tutto quello che nel viaggio potea bisognare alla medesima.
All'arrivo di questi ricapiti, benchè fosse il cuor dell'inverno, partì donna Paola da Londra con un cameriere cattolico; ed attraversata la Francia sotto altro nome, giunse a Marsiglia, non senza gravi patimenti cagionati dalla stagione, e il giorno 8 febbraio 1733 entrò in Roma. Il cardinal di Sant'Agnese, avvisato preventivamente dell'arrivo, fe' che le movesse incontro una matrona di esemplare saviezza, in casa della quale donna Paola si trattenne segretamente alquanti dì, trascorsi i quali, per ordine del pontefice, passò al convento del Bambino Gesù, sotto apparenza di dama fiamminga, per ivi addurre le sue ragioni contro la profession de' voti.
La prima determinazione del papa fu di deputare un congresso di cardinali, dal quale si esaminasse se una tal causa dovea agitarsi nella Congregazione del concilio o nel tribunale della sacra Penitenzieria. Le gravi e particolari circostanze che, a primo aspetto, si videro in quest'affare, fecero abbracciare il secondo partito. Per operar tuttavia con più cautela, a' giudici della Penitenzieria furono aggiunti cinque cardinali, fra' quali lo stesso prefetto della Congregazione del concilio.
Da lungo tempo non eravi stata in Roma una causa più intralciata di simil materia. Tre volte, in tempi diversi, radunossi la Congregazione, e si tennero altresì molti Congressi. Non potè sapersi quel che in essi s'andasse di volta in volta determinando: ma quello che si può dire è, che le prove delle violenze da principio accennate, furono, dopo quasi tre anni, poste in sì chiaro lume che, non potendosene dubitare neppur da' giudici più austeri, finalmente, nel mese di settembre dell'anno 1735, a pieni voti venne fatto dalla Congregazione il decreto: Constare de nullitate professionis. Il papa confermò il decreto, e, dopo risolute altre dipendenze, fu data a donna Paola la libertà d'uscire dal chiostro, in cui aveva dimorato per tutto quel tempo con universale edificazione.
Donna Paola Pietra, toccato così il supremo suo intento, a cui incessantemente era stata fida, più, quasi diremmo, per un'ostinazione della mente che si esaltava nell'idea di aver per sè il diritto e la giustizia, che per la probabilità della riuscita, lasciò Roma, sicurissima di sè medesima, poichè s'era come veduta espressamente protetta dalla provvidenza; e ritornò in Inghilterra a ricongiungersi con colui che l'aveva tratta in salvo, e che sempre le si era mantenuto religiosamente fedele. Abbandonata poi l'Inghilterra, venne con esso a Roma dove solennemente ei la sposò. Ma la fortuna non volle permettere che tanta felicità fosse duratura, e, dopo tre anni di convivenza maritale, il virtuosissimo gentiluomo venne a morte, lasciandola madre di due figli. Donna Paola per qualche tempo se ne stette nelle vicinanze di Roma, poi, nel 1743, dopo tredici anni di assenza, ritornò a Milano a fermarvi stabile dimora. Un tale ritorno gettò lo sgomento in coloro che l'avevan voluta sagrificare, sapendola così efficacemente protetta dal santo padre; ma provocò un tripudio universale, tanto che le diverse maestranze della città la vollero festeggiare con notturna luminaria. Ed ella, se magnanima disprezzò tutte le vili paure di chi l'aveva voluta opprimere, non mostrando nemmeno di ricordarsi di loro; volle corrispondere efficacemente a quella pubblica estimazione con atti di carità viva, col farsi consolatrice degli altrui dolori, col metter pace nelle trambasciate famiglie; più spesso, col difendere contro l'attentato de' tristi l'innocenza che non si guarda; tra i molti suoi atti meritorj aveva destato gran rumore un viaggio che fece appositamente per ottenere da Maria Teresa la grazia della vita per un giovane, colpevole d'aver ucciso un cavaliere che avea fatto contumelia alla sua fidanzata. Naturalmente dotata di acuto intelletto, fortificata dall'esperienza, virtuosa senza rigidezza, benefica senza ostentazione, era essa richiesta di consiglio anche da persone di gran riguardo.
Quand'ella recavasi a passeggiare lungo le pubbliche vie, era segno agli sguardi di tutti quel suo grave aspetto, in cui serbavansi tuttavia i resti di una maestosa bellezza; aspetto grave di quella placida mestizia che viene dalle angoscie passate, dalla memoria di una perdita irreparabile, dalla severa considerazione della vita; ed ella, che nell'animo avea tanta pietà per altrui, ne destava poi altrettanta in tutti coloro che la guardavano, conoscendo il suo passato; poichè facea senso quel perpetuo suo lutto vedovile, il quale attestava un dolore che non poteva aver riposo nella vita; e faceva senso quel suo comparire in pubblico assiduamente accompagnata dai due suoi figliuoli già quasi adulti, e come lei vestiti a lutto, e severi e mesti al par di lei. — E davvero che il gruppo di quelle tre figure, che si staccava come un simbolo di dolore sul fondo vivace e variopinto e giocondissimo di quel tempo, giungeva a compungere di gravi pensieri quella società così spensierata e vana, la quale, ignara delle fiere lotte che l'aspettavano, non attendeva che a darsi buon tempo, come chi spende e getta e scialacqua le ultime ricchezze, e tuffa nell'ebrietà il pensiero del domani.
Era dunque stato un felice pensiero della contessa Clelia, quello di voler recarsi da questa donna Paola Pietra, e per richiederla di consiglio in un affare dilicatissimo e serio, e che poteva aver conseguenze luttuose, quantunque vestisse le apparenze di un amore galante; e per versare nel cuore di colei le ambascie, che ormai non potevano più esser contenute nel suo.



X



Per quanto durante la notte, nell'imperversare di un affanno, riesca impossibile di chiuder gli occhi al sonno, v'è pure un momento, vicinissimo all'alba, in cui è convenuto che si debba dormire; ma quel momento pare che, da un genio squisitamente acuto nell'inventar mezzi a tormentare l'umanità infelice, sia stato introdotto apposta fra il confine della notte e del giorno, perchè appunto, al risvegliarsi dopo un fuggitivo, più che riposo, assopimento, sia ancor più cruda la fitta del dolore.
Felici coloro che non ebbero mai nella vita uno di questi quarti d'ora micidiali! Ma se la contessa Clelia, in cinque lunghi lustri, non ne aveva provato neppure uno, ne sentì per la prima volta l'amarezza in quel mattino, in cui il sole di febbraio entrato, come una punta che scatti, da un angolo della finestra, attraversò la stanza da letto, e a guisa di una lancia luminosa, venne acremente a ferirla negli occhi. Ella si svegliò in soprassalto, si alzò sul guanciale, girò gli occhi intorno, e, stata un istante in pensiero, mandò un sospiro amaro; uscì dalle coltri pesanti, e si vestì senz'ajuto di cameriera, che chiamò poi, dando una lieve e lenta strappata al campanello; e mettea la lentezza in tutto quello che faceva, perch'era irresoluta, e voleva e disvoleva, e pensava e ripensava più cose ad una volta. La cameriera entrò in silenzio, in silenzio l'acconciò, chè il tumulto e l'amarezza dell'animo erano sì evidenti nel volto della contessa, che nessuno avrebbe osato parlarle se non per rispondere alle interrogazioni; e in silenzio sarebbe partita, se, quando fu per uscire, la contessa non l'avesse chiamata per nome:
— Lucia?
— Cosa mi comanda?
La contessa stette sopra di sè pensando ancora, poi soggiunse:
— Chiamami Giovanni, il figlio del carrozziere.
Dopo pochi momenti, entrò Giovanni — un servitore in livrea.
— Sai tu dov'è casa Borromea?.
— Lo so.
— Lì presso c'è una casa vecchia.
— Lo so.
— In quella casa abita una signora, che si chiama donna Paola Pietra.
— La conosco benissimo.
— Bene. Va' là da quell'egregia signora. Bada di domandar prima s'ella è alzata, e se riceve a quest'ora, e ad ogni modo aspetta finchè sia possibile di parlarle.
— Sì, signora.
— Quando ti riescirà, le dirai che sei una livrea di casa V..., e che ti manda la contessa Clelia, la quale brama di sapere in qual ora di tutto suo comodo può recarsi da lei, per parlarle di una cosa urgentissima. Ma falle capire però che quest'ora dev'essere prima di mezzodì in ogni modo. — Aspetta... Se mai quella pia e umil donna ti dicesse di voler venir essa da me, le farai comprendere essere assolutamente necessario che vada io medesima in casa sua. Va', e fa' presto.
Il servitore partì; la contessa si gettò a sedere, e richiamò la cameriera... e, ordinate alquante cose, la rimandò subito. Donna Clelia era più sconcertata che mai, e non potea star seduta, e l'irresoluzione le rientrò nell'animo, e persino il pentimento d'aver inviato il servitore da donna Paola; chè le pareva un atto imprudente e pazzo, e tanto più in quanto non aveva parlato che due sole volte a quella donna. Ma, d'uno in altro pensiero, si fermava a quello della Gaudenzi, e andava almanaccando i gradi di probabilità che ci poteano essere negli amori di colei con Amorevoli... e si indispettiva pensando che la Gaudenzi non fosse una sua pari; chè allora, almeno, avrebbe potuto avere un pretesto qualunque per recarsi a visitarla, e trovarsi con lei, e tentare e frugare e interrogare e scoprire il vero... Ma nel mentre stava dibattendosi in tanto contrasto di idee, tornò il domestico a dirle: che donna Paola Pietra era in casa, e che appunto la stava attendendo allora. La contessa Clelia a quella risposta che pur doveasi aspettare, si sentì dare un nuovo tuffo nel sangue e, quasi senza voce, tanto era oppressa:
— Dirai al carrozziere, soggiunse, che attacchi tosto i cavalli; e tu sali a prendermi senza perder tempo. — Indi chiamata la cameriera, che comparve tosto: — Fa' venir qui, le disse, il cameriere del conte.
Questo si mostrò subitamente.
— Direte al signor conte, che questa mattina, per un atto urgentissimo di carità, debbo portarmi da quella donna Paola Pietra ch'egli conosce; e che prima di mezzodì sarò di ritorno. — Il cameriere accennò col capo che farebbe, e partì.
La contessa, cominciando dal conte che la stimava forse assai più di quello che l'amasse, e giù giù fino all'ultimo gradino della gerarchia di quella casa signorile, aveva impresso in tutti una così alta idea della sua superiorità mentale, e d'un certo carattere fuori d'ogni ordine donnesco, e, per conseguenza, d'una virtù inaccessibile ad ogni sorta di pericoli, e quasi eslege da tutti i vincoli del galateo femminile, che andava, stava, dava ordini senza dipendere nè in poco nè in tanto da quell'autorità superiore, che in tutte le case e in tutti i tempi e presso tutte le nazioni, ad onta di qualunque rilassatezza indulgente del costume, è sempre il padrone marito.
Il domestico salì a prenderla, ed ella uscì, e messasi in carrozza, in dieci minuti, con nuovissimo suo affanno, i cavalli si fermarono innanzi alla porta della casa dov'era l'abitazione di donna Paola Pietra.
Preceduta dal servo che l'annunciò, ella pose il piede in una anticamera a pian terreno, nella quale, uscendo da un salotto vicino, le mosse incontro donna Paola.
All'occhio esperto e penetrante di quella grave matrona, bastò uno sguardo, un solo sguardo, per comprendere che la contessa Clelia veniva da lei per qualche proprio cordoglio e non per cose d'altri: onde di punto in bianco cangiò il solito formulario gratulatorio e complimentoso del saluto, che qualche volta può amareggiare altrui colla crudezza del contrasto; lo cangiò nel sorriderle soavemente, e nello stendere la mano per stringer quella della contessa, che lasciò fare senza dir verbo. — Donna Paola intese che in quel momento un tale atto confidenziale, il quale forse in altr'occasione non sarebbe stato dicevole alla poca intimità in cui ella trovavasi colla contessa, era il solo che potesse riuscire conveniente.
Egli è a questi atti sfuggevoli e che passano inavvertiti all'ottuso vulgo, che si riconosce di volo un'indole e un carattere privilegiato. Egli sta in codesti minimi atti il sintomo di quella squisita delicatezza, senza di cui non vi può essere interezza d'ingegno.
Entrarono silenziose ambidue in una sala, e silenziose si posero a sedere. Per qualche tempo stettero così taciturne, perchè donna Paola, com'era naturale, aspettava che parlasse la contessa; ma visto che la titubanza le facea nodo alla lingua:
— Per qual causa, ruppe essa prima il silenzio, la signora contessa ha voluto aver la degnazione di venire da me?
Donna Clelia si scosse, e dopo un istante ancora di titubanza:
— Per un fatto grave, rispose, e nel quale ella sola mi può aiutare...
Vi fu ancora qualche minuto di profondo silenzio. La contessa non sapea risolversi a manifestare il proprio fallo; trattavasi di offuscare con una parola sola, e al cospetto di una donna insigne di virtù, quell'aureola d'onoratezza distinta e quasi eccezionale, di cui ella sapeva pure d'aver, sino a quel punto, fruito nel mondo, sebbene il cicisbeismo avesse trasmutato in peccato veniale e quasi gentile l’infedeltà coniugale; essa lo sapea, e ciò l'aveva ad usura compensata spesso di quell'aridezza invidiosa onde soleva essere trattata dalle sue pari. E dopo tutto questo ell'era venuta là a distruggere con una parola il solo vanto della sua vita; il solo, dopo quello della scienza, di cui, in quell'istante, non faceva più nessun conto; era venuta là per compire, quasi diremmo, un suicidio morale, comandato sì dal dovere, ma pur sempre un suicidio violento; onde se titubava e fremeva e avrebbe voluto lasciar quel luogo, senza farne altro, convien ben compatirla, poichè è durissima cosa il distaccarsi da quanto di più prezioso si possiede, e di cui il mondo tiene pur sempre conto. Alla fine alzando gli occhi, che avea sempre tenuti abbassati, in faccia a donna Paola, e leggendo in essa come un'espressione non definibile d'indulgenza soave e nel tempo stesso di acuta penetrazione, onde le parve di capire che quella donna venerabile avea in qualche parte compreso di che si trattava: parlò e raccontò tutto quello che noi sappiamo, e conchiuse, stringendo con forza convulsiva le mani a donna Paola, ed esclamando: — Or che si fa?
Donna Paola, fattasi forte, per non amareggiar troppo la contessa, onde nascondere il profondo stupore dell'animo a quel racconto, stette anch'ella un momento silenziosa, poi soggiunse con un accento blando, e come se volesse far scorrere un balsamo refrigerante sull'arida piaga di quella che stava innanzi a lei come una colpevole:
— Quel che si dee fare, voi già lo sapete, povera e cara donna mia; lo sapete e lo avete pensato.
— Io?
— Voi, mia cara. Vi sono tali partiti da prendere, in alcune gravissime condizioni della vita, partiti voluti dalla ragione, dal dovere, dalla giustizia, dalla generosità, che, anche nella più tempestosa irresoluzione dell'animo, è impossibile non balenino di colpo alla mente come la luce dell'evidente verità. Però anche a voi dev'essere già venuto in cuore ciò che dovete fare. Le paure, i falsi rispetti, i pregiudizj vi avranno, dopo, fatto rigettare il primo partito, ed anzi ve lo avran fatto parer detestabile. Io conosco queste cose purtroppo, cara mia, perchè le ho provate. Ma sempre si mette in salvo chi sa scansar le vie tortuose, e piglia la strada retta, e cerca il giusto. Ditemi ora la verità, mia cara, non avete già pensato a un tale partito?
— Ah sì, voi dite il vero; ma nelle conseguenze io vedo un abisso che mi spaventa.
— Lo comprendo... ma ciò che è necessario dev'esser fatto. — E tacque con un'espressione quasi d'autorità severa.
— Il silenzio generoso di colui, continuò poi, il quale, per un'inezia (un'inezia, intendiamoci bene, in faccia all'infame delitto ond'è imputato), può condurlo, voi già lo sapete, fino alla tortura, perchè così comanda la legge, la quale vuol far scoppiar violentemente la verità dai corpi umani, come quando si preme la vena per farne uscir sangue... quel silenzio comanda che illuminiate la giustizia. Se voi dunque, confessando imperterrita e senza rispetti umani il vostro fallo, siete la sola che potete salvar colui, dovete farlo e tosto. Salvarlo e dimenticarlo, e non voler rivederlo, e non attendere di esserne ringraziata, e non riposarvi troppo nella compiacenza d'averlo salvato perchè guai! Vostro marito è sempre il vostro marito.
Questa parola fece dare un guizzo come di paura a tutte le fibre convulse della contessa... che alzò gli occhi al cielo, quasi esclamasse: — Sono perduta!
— Voi tremate, cara la mia donna, tremate come una foglia. Ma abbiate coraggio, non è detto poi... Infine non fu che un colloquio... Ben è vero che l'amor proprio e l'idea dell'onore talvolta è più forte e più violenta, e più inesorabile dello stesso amore tradito. Ma l'atto vostro generoso diminuirà la vostra colpa in faccia al mondo, e il mondo può essere mediatore d'indulgenza con vostro marito. Una riparazione fatta con coraggio generoso, quasi quasi concilia la colpa medesima col senso morale, e se vostro marito non perdonasse, il mondo condannerebbe lui. E voi nella stessa solitudine del ripudio, sarete ancor rispettata nella vostra nuova virtù; alla quale però è imposto, perchè possiate per sempre e davvero essere rispettata, di essere incrollabile per tutta la vita.
La contessa taceva e perchè non trovava nulla che le facesse parer men saggio il consiglio di donna Paola e perchè, d'altra parte, non sapeva ancora indursi a prometterle di adempire quella risoluzione, necessaria in faccia al dovere, ma pericolosissima nel tempo stesso.
— Quando poi considero, continuava donna Paola, il vostro ingegno e il vostro sapere straordinario, per cui siete un'eccezione tra le donne; tanto più mi accorgo che, nella solitudine della vostra nuova virtù, assai compensi potrete trovare alla vita.
— Questo straordinario sapere, rispose la contessa, che il mondo m'invidia, è troppo poca cosa, donna Paola, per poter riempire il vuoto e il tormento della mia vita avvenire, credetelo a me. Io so d'esser tenuta orgogliosissima; ma, invece, non v'è nessuno che possa fare di me stima più severa di quella che faccio io stessa. Una donna non deve penetrare nel campo delle gravi discipline, dove improvvidamente io fui spinta, se non a patto di possedere un ingegno sterminato, un ingegno che possa essere un'eccezione anche tra i virili intelletti. Io ho imparato quello che mi fu fatto insegnare, prima per obbedienza, poi per puntiglio e per costanza di volontà; ma ora la mia indole di donna mi fa cadere spossata sotto il peso della mia inutile dottrina; perchè qui dentro ci sono passioni, donna Paola, che, se fossero svampate nella prima adolescenza, mi avrebbero lasciata ancor libera di me; ma invece, trattenute indietro, inconsapevole io stessa, dall'ordine dei miei studj e della mia educazione, ebbero campo di farsi più forti nel lungo riposo; ed ora che trovarono un'uscita, scoppiarono con tanta violenza, che il mio cuore non può fermarle, non può sopportarle più; onde ormai tremo e temo di me stessa.
E fece una lunga pausa.
— Guardate invece, seguì poi, quell'ammirabil donna di Gaetana Agnese. Ella poteva e doveva affrontar la scienza. La natura le concentrò tutta la forza nella testa, e lasciò nel cuore una calma inalterabile, che la fece inaccessibile ad ogni affetto umano. È a queste sole condizioni che una donna può uscire dalla sua natura, e può e deve entrare nel campo altrui per raccogliervi compenso e conforto e pace. — L'Agnese non è già una semplice eccezione tra le donne, bensì è un grand'uomo tra gli uomini, laddove io non sono che la più infelice del mio sesso. Perchè, vedete, questa istessa mia grande riputazione di dotta, di austera e di superba, chè tale io sono riputata pur troppo, e sì a torto, renderà ancor più vergognosa e più detestabile la mia caduta in faccia al mondo.
Donna Paola rimase come percossa a quest'ultima considerazione della contessa, e non rispose, tanto le sembrò amaramente vera; ma tosto, assumendo modi più risoluti e quasi crudi, come se volesse far forza alla propria pietà che l'ammolliva:
— Quando un partito, disse, è comandato dalla necessità e dal dovere, non giova guardar oltre; tutte le conseguenze possibili non entrano nel conto. Se, fatto il dover vostro, all'uscio vi attendesse la morte, converrebbe morire; dico così per dire, cara la mia donna, soggiunse poi subito, pentita d'aver detto troppo; perchè, del resto, io sono convinta che l'applauso generale accompagnerà il vostro atto generoso.
La contessa Clelia stette alquanto silenziosa a quelle parole, poi stringendo nelle proprie la mano di donna Paola con affannosa gratitudine, si alzò, e disse:
— Quand'è così, il vostro consiglio sarà adempiuto. Oggi stesso mi recherò in Pretorio... e tutto sarà finito.
A queste parole donna Paola, abbracciando la contessa: — Permettete, le disse, che io vi faccia una preghiera.
— Una preghiera?
— Se mai, fuori di qui, foste per cangiar d'avviso, e la desolazione vi consigliasse qualche altro passo... per carità, venite prima da me, ve ne supplico.
— Ci verrò, ma per dirvi come sia stato seguito il vostro consiglio.
Nè vi furono altre parole, e la contessa partì riabbracciata da donna Paola Pietra. e risalì in carrozza.




LIBRO SECONDO


La ballerina Gaudenzi e Lorenzo Bruni. — I pensatori celebri e oscuri e i nembi precursori della procella sociale. — Lo studio del pittore Londonio. — Artisti milanesi nel 1750. — Il pittore Clavelli e le maschere-ritratti. — Gli Zanni. — La maschera del Tasca. — Meneghino. — La villotta di Cesare Larghi. — La lanterna magica del pittor Londonio. — Il minuetto. — La prima domenica di quaresima. — Il Capitano di Giustizia. — Sistema di giurisprudenza. — Il processo criminale. — Venezia. — Il lacchè Andrea Suardi detto il Galantino.



I


Se il lettore desiderasse di tener dietro alla povera contessa Clelia, per conoscer tosto le sue risoluzioni e le conseguenze di esse, noi ci troviamo nella necessità di non poterlo accompagnare, perchè siamo invitati da altre persone, per esempio dalla ballerina Gaudenzi, la quale in quella sera in cui il pubblico delirio toccò la sua massima espressione al di lei riguardo, si trovò in camerino l'usciere del Pretorio che le presentò una citazione a comparire; e subito dopo vide il signor Lorenzo Bruni, violino di spalla per l'opera, e primo violino direttore d'orchestra pel ballo; il signor Lorenzo Bruni venutogli innanzi agitato, convulso, iracondo e cogli occhi stralunati; il quale, se in quella sera non proruppe in parole violenti e non fece una scena dietro le scene, è perchè i veglianti regolamenti proibivano a quelli dell'orchestra di andare in camerino, ed egli comprendeva che, se i cavalieri ispettori chiudevano per lui, a loro dispetto, un occhio su quella contravvenzione, perchè così voleva la da tutti quanti idolatrata Gaudenzi, avrebbero còlto però assai volontieri la prima occasione in cui egli avesse commesso qualche stranezza, per far ritornare nel più crudo rigore i regolamenti del palco scenico. Però erasi limitato a dir sottovoce alla Gaudenzi, ma con un fremito mal compreso:
— Che cosa dunque è successo, Margherita?
— Ma non siete contento? Non vedete, che pazzie fa il pubblico per me?
— Pazzie, eh?
— O forse vi dà noia che il pubblico divida le sue grazie in due esatte porzioni tra me e il tenore?
— Il tenore, eh?... il tenore... Ma sapete che cosa si dice in pubblico di voi?... Ma sapete perchè il pubblico v'applaudisce?
— Gran novità da domandare e da sapere.... perchè il pubblico m'applaudisce? Oh curiosa!.... perchè siamo belle, perchè siamo divine, come dicono gli allocchi che vengono da me; perchè Tersicore potrebb'essere la nostra fantesca, come dice il poeta di teatro; perchè, in conclusione... Ma guardate che paio d'occhi mi fate ... Ma sapete che siete bello stasera, ma bello assai... Oh che matto!
— Matto? Or sentirete se son matto, or sentirete che cosa dice il pubblico di voi... Dice... dovreste per dio sentirvi a scottar la faccia pel rossore della vergogna... Dice che il tenore stanotte era disceso dalla finestra della vostra stanza, in quel punto che fu preso dal bargello...
— Ora ho capito, oh bella!... e una sonora e lunga e giocondissima risata, di quelle che in buona lingua si chiamano cachinni, fu il comento che la Gaudenzi fece a quella notizia inaspettata. Poi soggiunse: — Guardate, Lorenzo, cosa c'è lì su quel tavolino.
— Che? una citazione?
— Una citazione, sì... ma ora comprendo tutto, oh bella, bella davvero!
E per quella sera non ci fu altro, perchè il fischio acuto e importuno dell'avvisatore costrinse Lorenzo ad affrettarsi in orchestra; e la Gaudenzi, quando il ballo fu finito e rivide Lorenzo più torbido di prima:
— Addio, Lorenzo, gli disse; avete bisogno di dormire... e di far buona cera; a rivederci domattina, caro; e vispa e vivace e saltellante e sghignazzante l'aveva lasciato là senz'altro.
Ma la mattina venne presto, e quando fu un'ora ragionevole, Lorenzo Bruni non si fece aspettare, ed entrato nell'angusto ma elegantissimo appartamento della Gaudenzi:
— È alzata la Margherita? — domandò ad una zia di lei; una zia rachitica e gibbosa, ma piena di acutezza, e che stava presso a quella giovane beltà come il cane che ringhia sul tesoro messo sotto la sua custodia.
Lorenzo Bruni non aveva finito di nominar la Margherita, che questa, coi capegli mal raccolti dalla notturna rete e fuggenti sulle spalle, e in veste breve e discinta, dalla stanza da letto balzò con un salto nella camera dov'egli trovavasi colla zia; e appoggiando ambedue le mani sulle spalle di lui, fece due o tre battements rapidissimi, dicendogli intanto con aria motteggiatrice e carezzosa:
— Siete guarito, Lorenzo? — e accompagnò queste parole con quella giocondissima e suonante risata a lei abituale; suonante e leggera, e nel tempo stesso plebea insieme e gentile, che assomigliava ad una scala musicale o ad un vocalizzo, in cui le note spiccansi nette e granite; o che, se il confronto non è troppo da naturalista, pareva il lieve e oscillante nitrito di una cavallina che si stacchi allora dalla materna poppa. Lorenzo, venuto là torbido e arrovesciato, com'ella ebbe finito di saltare e di ridere, non potè a meno di spianare la sua fronte corrugata; tanto era completo e ricreante lo spettacolo che, avvolta così a bardosso nelle bianche vesti mattinali, offeriva quella regina della beltà, della gioventù, della salute e dell'allegrezza. E tale davvero era la Gaudenzi, che, veduta a quell'ora, avrebbe fatto girar la testa anche al rettore magnifico dell'università di Bologna. E tanto più riusciva pericolosa, quanto più era inconscia degli effetti che produceva; effetti che potevan suscitare incendj funesti, perchè nella vivacità romorosa e irrequieta e, quasi diremmo, infantile, del suo carattere, ella celava una calma profonda e inalterabilmente serena, cui nulla avrebbe potuto offuscare.
E a vedere com'ella moveva e girava quei suoi grandi occhi azzurri, e come li fermava negli occhi altrui era imposibile credere che quegli sguardi non avessero una significazione profonda; ed era impossibile a non sospettare com'ella non fosse innamorata morta di chiunque, segnatamente se fosse un bel giovane, che stesse parlando seco; e che il più delle volte, infatti, beveva avidamente la luce di quelle pupille, esclamando fra sè con gran tripudio: Son io dunque il fortunato! — Ma ella non ne sapeva nulla, tanto era tranquilla e ingenua!! Ingenua, sì signori, quantunque da nove anni, (chè allora toccava i diciotto) respirasse l'aria torbida e la polvere corrosiva del palco scenico. Ma oltre ad essere perfettamente calma, era anche perfettamente buona; e la calma e la bontà, moltiplicate per una salute non mai stata turbata dal giorno che, bambina, aveva finito di metter l'ultimo dente, sino a quell'ora, davano per prodotto il buon umore appunto, e l'allegria costante; al che, se si aggiunga un'esistenza vissuta nell'agiatezza senza il fasto, tra gli applausi senza l'invidia, nell'amore dell'arte che la preoccupava assiduamente senza le amarezze di chi non è al primo posto, e tutto ciò col condimento di un'ignoranza felice, ignoranza d'ogni altr'arte e d'ogni altra cosa; il lettore potrà valutare completamente il fenomeno di questa figliuola ingenua della natura, della natura che aveva voluto appunto sfoggiare tutti i proprj tesori nel formarla e nel crescerla.
Ma in che rapporti viveva questa giovinetta di diciott'anni con Lorenzo Bruni, e in che tempo si erano conosciuti e in che modo? e da qual luogo erano usciti e l'una e l'altro?
Lorenzo Bruni aveva avuto per patria Treviso, dove nacque da un padre notajo, trentacinque anni addietro. Anch'esso aveva atteso alla giurisprudenza nello studio di Padova; ma essendosi applicato, così per passatempo, a suonare il violino, e riuscitovi più che mediocremente, e fatto con questo i primi guadagni a Venezia, e non colla giurisprudenza, la quale invece lo aveva condannato alla soggezione di un padre insopportabile, tempra curiosa d'uomo che forse suggerì l'idea di sior Todero a Goldoni; risolse di non farne altro, e un bel giorno, senza domandare il permesso paterno e senza nemmeno salutare i consanguinei, fece la scritta con un impresario, e passò da Venezia a Bologna; e così, d'orchestra in orchestra, percorse le principali città d'Italia. A Livorno s'impegnò in seguito con un impresario di Marsiglia, e da questa città erasi condotto a Parigi, dove rimase un pajo d'anni. Libero come l'aria e insofferente d'ogni benchè minimo legame, aveva scelto la professione di suonatore appunto perchè, indipendente da qualunque padrone, da qualunque paese, da qualunque autorità, cittadino di tutto il mondo, trovava dovunque il fatto suo. E oltre a ciò, dotato di mente svegliatissima e istrutto più che mediocremente, travasandosi di luogo in luogo, si godeva a notare le varietà dei costumi, della natura dei paesi, dell'indole dei ceti, delle leggi, delle corti, de' cortigiani, delle arti, ecc., e a far la conoscenza degli uomini più distinti d'ogni città che visitasse; a Parigi, tra gli altri, aveva avvicinato Voltaire e Rousseau e Diderot e d'Alembert. Quella sua natura inquieta e libera, per la quale non aveva potuto sopportare il giogo paterno, nè indursi a chiudersi in una città sola per tutta la vita, dimostra com'egli fosse più adatto che mai ad esaltarsi alle idee di quei quattro atleti dell'intelligenza, che erano destinati a far da leva al mondo invecchiato.
Fin da giovinetto, quantunque i precetti paterni avessero fatto di tutto per chiudere il suo spirito in una scatola, egli aveva però compreso, in confuso, che troppe cose non andavano bene intorno a lui; a Venezia, per esempio, si era invelenito pensando alla consuetudine delle denunzie segrete, e siccome aveva visto che colà al reggimento della cosa pubblica non saliva che il patriziato, ad esso dava colpa di tutto e l'aveva preso in odio con tutta l'esagerazione di un giovane più caldo che riflessivo, il quale non guarda che un lato unico dei prospetti umani. Nè, quando stette fuori di Venezia, potè mai nelle altre città trovar cosa che placasse l'ideale delle sue aspirazioni; e allorchè, venuto a Parigi e lette le prime opere di Voltaire, e sentitosi preso d'amirazione per esso, udì poi raccontare il fatto, incominciato a tavola del duca di Sully, tra Voltaire e l'arrogante marchese Rohan Chabot, e finito in istrada con quella bastonatura che il nobile borioso avea fatto applicare, per vendetta, a Voltaire; tanto più sentì crescere l'avversione verso quel ceto, il quale allora almeno, se non cercava di aggiungere i proprj ai meriti aviti, si ajutava d'orgoglio e di prepotenza per essere rispettato. E, in tale avversione, Lorenzo non aveva nè modo nè misura; e quantunque ricevesse le sue impressioni dalla realtà che lo circondava, pure, trascinato dall'imaginazione, o infervorato dallo sdegno, della società di allora faceva piuttosto la caricatura che il ritratto.
Avveniva pertanto che se, per esempio, raccontavasi qualche bell'atto generoso di un qualche nobiluomo, egli se ne rodeva come di una causa perduta, e cercava cento modi per offuscarlo; e invece, se taluno della bassa plebe si fosse distinto per un qualunque nonnulla, ei ne menava sì lungo scalpore, da provocare lo spirito di contraddizione anche in coloro che pur la pensavano al pari di lui. Era insomma un uomo irrequieto, e che malissimo s'adagiava nel suo tempo. — Ma, di tali uomini, in quel momento critico della metà del secolo passato, ne eran nati parecchi, non si sapeva come, in molte parti dell'Europa. Eran come quelle nuvolette bigie che si mostrano a grandi lontananze e a vari punti dell'orizzonte su di un cielo tutto sereno di un giorno d'estate e d'affannosa caldura; nuvolette che sembran comparse a caso e per dileguarsi tosto; ma che, invece, s'avvicinano grado a grado e, nell'avvicinarsi, s'ingrandiscono finché, a un tratto, tutto il cielo non è che una nuvolaglia sola, e intanto il sordo brontolìo del tuono si fa sentire in lontananza.



II


Codesti curiosi mortali che, dotati d'intelligenza eccedente la sfera comune, non poteano trovarsi bene nel loro tempo e ne sentivano la pesantezza, non sapeano ancora, al punto in cui siamo con questa storia, quel che si volessero. Assomigliavano a chi, fornito di fibra delicata e straordinariamente eccitabile, si sente dominato da un mal essere che non sa spiegare, e volendone assegnare la causa all'aria, alla stagione, a qualche cosa insomma, si vede invece contraddetto dal limpido sole e dalla serenità del cielo e dall'allegria di quanti lo circondano, i quali si lodano e del tempo e del sole e dell'aria. Tale era la condizione in cui versava la maggior parte delle intelligenze squisitamente acute che vivevano alla metà del secolo passato. Del resto, nemmeno Voltaire sapea precisamente quel che si volesse, quantunque fosse il più maturo di tutti; nemmeno Diderot, che si agitava in un'assidua contraddizione e, se parlava chiaro negli intimi sfoghi cogli amici, smarriva il coraggio quando trattavasi di stampare quel che pensava; nemmeno Rousseau, il quale non faceva che accusare un gran dolore senza saper indicarne il luogo. Al pari di costoro, che, per l'ardimento sin colpevole delle loro opere, dovevan poi salire al più alto fastigio della rinomanza, un numero non piccolo d'uomini ignoti e dalle circostanze condannati all'oscurità perpetua discutevano e si disfogavano ne' parlari privati; anzi era codesta massa di uomini ignoti che somministravano la materia, e venivano a determinare i propositi di quelli chiamati a capitanarli. Ed uno di tali uomini, che nel sentire e nel considerar le cose, non era inferiore a quegli ingegni predestinati all'immortalità, era Lorenzo Bruni, che forse avrebbe potuto spiccare sul fondo del suo tempo fra i pensatori più audacemente liberi, se invece di suonare il violino in tutte le orchestre delle principali città di Europa, avesse atteso agli studj con volontà costante, e avesse avuto pazienza di sopportare il burbero padre.
Lasciata Parigi, quando finirono i suoi obblighi contratti coll'impresario, e ritornando in Italia, Lorenzo conobbe a Venezia la Margherita Gaudenzi ancor fanciulla, rimasta due anni addietro orfana del padre, stato ballerino grottesco e morto d'una contusione per un salto mortale mal calcolato; e poi anche della madre, perita nell'incendio del teatro di Sinigallia, la quale, esercitando la professione di figurante ed essendo stata una bella donna, avea sempre fatto le parti d'una qualche dea, quando non si trattava nè di agire nè di danzare; e nelle pantomime che finivano coll'Olimpo illuminato, costantemente era stata incaricata di sedere in qualità di Giunone accanto a Giove Tonante. La fanciulletta, quando rimase orfana, era già tanto innanzi nell'arte, da eccitare la meraviglia di quelli della professione. Allorchè Lorenzo Bruni la vide per la prima volta a ballare sulle scene del teatro di San Moisè, ne fu anch'esso maravigliato, insieme col pubblico che accorreva da tutte le parti della città per ammirare quel piccolo portento; tuttavia, rincrescendogli che anch'ella, come voleva il pessimo gusto di allora, si lasciasse andare alla danza grottesca, e ricordevole delle lunghe discussioni tenute a Parigi con Rousseau stesso, sull'origine e sullo scopo del ballo, nell'occasione che al teatro del Re aveva ballato la celebre Guzzani; e abborrendo al pari del Ginevrino, quella danza che non può al bisogno, suggerire movenze e pose e contorni e linee al pittore ed allo statuario, e non sapendosi contenere nei limiti di una casta eleganza, si abbandona frenetica e lasciva, a inconditi movimenti, in cui non si cerca che di superare strane difficoltà; dispiacendogli dunque tutto ciò, volle conoscere quella fanciulla, colla quale tanto disse e tanto fece, che senz'esser ballerino e solamente guidato dal buon gusto e dal bisogno che sentiva di riformar tutto, la ridusse ad un sistema di danza allora insolito, ma che pure destò ovunque un insolito entusiasmo; tanto è vero che v'è un bello assoluto, il quale trionfa anche ne' più corrotti periodi dell'arte! Basta solo avere il coraggio di promulgarlo.
Era dunque stato in gran parte per merito di Lorenzo Bruni, se la Gaudenzi aveva potuto riuscire un'eccezione gloriosa tra le danzatrici più celebri del suo tempo. — Ma siccome la fanciulla aveva obbedito, fosse per naturale pieghevolezza, fosse per un felice istinto, alla volontà di Lorenzo, e questi compiacevasi del frutto dei proprj consigli; così venne stringendosi tra di essi una spontanea dimestichezza, che stava però ne' rapporti di un maestro colla scolara, d'un tutore colla pupilla; il qual tutore, guidato da una grande onestà naturale, e sollecitato da quel suo spirito irrequieto e originalissimo che lo metteva sempre in contraddizione colle opinioni più generali; volle, aiutando la custodia vigile della zia della fanciulla, far vedere al mondo come la virtù potesse conservarsi intera anche in seno a quella professione che, comunemente, era creduta il varco della perdizione. Suonatore di violino, aveva seguìto così la fanciulla, da quell'ora in poi, di teatro in teatro, facendole sempre da padre e da tutore e da maestro. Se non che il padre e il tutore, man mano che la fanciulla cresceva, e l'adolescenza diventava giovinezza, sentì in petto qualche cosa che non era più nè calma di affetto paterno, nè severità di precettore. Gradatamente insomma e inconsapevolmente s'era innamorato della fanciulla; ma se non aveva mai voluto confessar ciò nemmeno a sè stesso, non è possibile che volesse manifestarlo alla giovinetta Margherita, la quale di qualunque benchè minimo sospetto non aveva neppur gli elementi in sè stessa, onde continuò con ingenuità e con obbedienza a non riguardarlo che come padre e tutore. Se taluno de' nostri lettori è così mal andato di salute da rifiutarsi a credere ciò che diciamo, non getteremo nè il tempo nè il fiato per cercare argomenti a persuaderlo. Non si crede veramente se non ciò che si sarebbe capaci di fare.
Di teatro in teatro, eran venuti ambidue la prima volta al Ducale di Milano, nel 1748, dove erano stati confermati per il carnevale dell'anno 1750. Godeva il Bruni dei trionfi della sua, diremo dunque, pupilla; godeva a sentirla lodata dappertutto dell'onesta virtù onde conservavasi ornata; perchè, anche ne' tempi del più indulgente galateo morale, e del più rilasciato costume, la virtù è sempre applaudita e rispettata, al pari del vero bello artistico che trionfa ognora, pur nel mezzo delle deviazioni del gusto. Pensi ora adunque il lettore che pugnalata al cuore di Lorenzo dovette essere la prima voce che gli giunse all'orecchio del sospettato amore di Margherita con Amorevoli e, più che dell'amore, della notturna tresca. Per verità che non prestò fede neppur un istante a quella bugiarda voce, e tanto più che, quando entrò nel camerino della Margherita a dirle di che trattavasi, le vide l'innocenza in volto e s'accorse d'un'ingenuità fin quasi stolta in quel suo ridere spensierato. Ma che fa l'esistenza delle virtù se nessuno ci crede?
Lorenzo, pur mettendo da canto ogni altro affetto, sentiva l'entusiasmo della vittoria nel poter dire: — Cosa mi diventano tante dame superbe che tutti i giorni cambiano il cicisbeo come la camicia? cosa mi diventano al confronto di questa povera figliuola di un grottesco e di una figurante? — E una voce sinistra, che in un baleno era corsa per tutta la città, aveva bastato a distruggere tutto, e a far succedere parole turpi e scherni inonesti al rispetto di prima! Perchè ben è vero che gli applausi della sera trascorsa eran saliti fin al velario per festeggiar la Gaudenzi; ma eran gli applausi di quella parte di pubblico che avea goduto nello scoprire che la intemerata colomba, cui bisognava rispettare per forza, era pur essa iniziata ai misteri d'amore tanto allora in voga.
— Cara mia, disse dunque Lorenzo alla Margherita, quando questa, ridendo, gli domandò se stava bene di salute; voi ridete, ma vogliatemi credere che non c'è da ridere.
La Margherita si fece allora un po' seria, e soggiunse :
— Caro Lorenzo, non vi comprendo; in fin de' conti la verità è una sola... e quando avrà parlato, perché so parlar alto anch'io, vedete, quand'è necessario, ogni sospetto sarà dileguato.
— Cioè volete dire che non avrete più citazioni in Pretorio, e nessuno potrà insultarvi impunemente, se non vorrà essere passato da una parte all'altra, perchè di scherma io so giocar tanto bene, quanto suonare un a-solo di violino. Ma tutto ciò non vuol dir nulla... e fino a tanto che non esca il nome di colei per la quale il tenore dev'essere venuto in queste vicinanze, a nessuno potrà esser tolto dalla testa che voi eravate l'oggetto delle sue visite notturne.
— Ma perchè io e non altre! Domandate a Zampino, il quale stamattina è venuto per le solite cose del teatro, quante donne furono chiamate a comparire... N'è vero, zia?
— È vero, disse questa, ma la compagnia non vi fa molto onore... Una è la moglie d'un gabelliere che sta lì dirimpetto... L'altra sta lassù al quarto piano e si diletta di far la cucitrice. Belle e giovani tanto l'una che l'altra, ma della loro onestà non mi parlate. Chiedetene qualcosa alla Gilda che ci serve, e sentirete... Ben v'è la moglie d'un pittore che gode buonissimo nome, e la bella figliuola d'un mercante... della quale non c'è chi dica male... Ma in conclusione, voi vedete, signor Lorenzo...!
— Ma! — esclamò egli strabuzzando gli occhi; e stette un momento silenzioso, poi soggiunse: — In Pretorio v'accompagnerò io stesso, Margherita, e chiederò io stesso di parlare al signor giudice. Fate adunque di esser pronta fra un'ora, ch'io sarò a pigliarvi in carrozza.
L'ora passò, Lorenzo venne colla carrozza, e la Margherita accompagnata dalla zia, vi salì tosto. — Giunsero tutti e tre verso mezzodì al Pretorio, dove s'accorsero che una folla di curiosi stava aspettando nel cortile. Quando la Gaudenzi ascese lo scalone e corse la voce della sua venuta per tutti gli ufficj del Pretorio, molti calamaj macchiarono d'inchiostro atti e processi e libelli, tanta fu la fretta e la furia degli impiegati per giungere in tempo a vederla. Notaj, auditori, uscieri, scrivani, colla penna nell'orecchio e i paramanica di bambagina verde, facean capolino dagli usci e dalle finestre; altri uscivan sul corridoio per dove la Gaudenzi aveva a passare, fingendo un'incumbenza di premura. Altri le s'attraversavano al passo per guardarla in faccia ben bene, con gran dispetto di Lorenzo. — Ma questi potè confortarsi quando, all'annuncio della Gaudenzi, il giudice, ch'era giovane e di maniere squisite, le mosse incontro, dicendole alquante cose cortesi, e concedendo sì alla zia di lei come a Lorenzo di assistere all'esame, e di essere interpellati in proposito.
Le domande del giudice, le risposte della fanciulla Gaudenzi, le osservazioni di Lorenzo, le appendici della zia rachitica costituiscono un dialogo da empire quattro facce di processo verbale, dialogo che noi abbiam qui, e che per molti rispetti non è indegno d'una lettura, ma che potrebbe anche provocar gli zitti di quella parte di pubblico che preferisce la musica veloce di Verdi a tante altre musiche; onde, senza riportarlo, ci limiteremo a dire che le sue risultanze furono tali, quali ciascun lettore poteva aspettarsele. Il tenore Amorevoli, interrogato prima dal giudice sul fatto della Gaudenzi, aveva parlato e protestato in modo da impedirgli una soverchia insistenza nell'ordine delle domande da farsi alla Gaudenzi stessa. E il giudice, quando ebbe praticate tutte le indagini iniziatrici, come voleva il suo ufficio, accorgendosi che le cose prendevano una piega ostinata, risolse di non farne altro, e di passare al criminale il processo così incoato. Ma Lorenzo non fu pago per nulla di quell'esame, perchè, si apponesse o no, gli parve che il giudice, il quale aveva lasciato andar qui e là qualche epigramma e qualche scherzo gentile, non fosse del tutto persuaso dell'innocenza della Gaudenzi; e ciò ch'è peggio, allorchè, dopo ricondotta al suo alloggio la Margherita, egli si gettò ne' pubblici ritrovi della città, a sentire come generalmente la si discorresse, dovette fremere più d'una volta alle parole che udì, e più d'una volta fu per venire a qualche atto violento, onde, se si contenne, fu un miracolo.
Almanaccando così mille cose, e pensando al modo di far saltar fuori la complice, se ne tornò in quel giorno verso il quartiere dove era la casetta della Gaudenzi, il palazzo del marchese F... e quello della contessa V... Entrò dai portinaj e nelle botteghe là presso, interrogò serve e servitori e lacchè e barbieri, esplorò porte, cancelli e finestre; chiese conto dei signori padroni del giardino dov'era stato còlto Amorevoli, e quando sentì a nominare la contessa Clelia, e dire ch'era giovane e bella, egli che non sapeva nulla nè del suo carattere austero, nè della sua dottrina astronomica, disse tosto fra sè: — Ma perchè, la si lasciò da parte costei?... Ma perchè? — Nessuno de' cittadini milanesi, i quali erano compresi della fama di quella donna intemerata, nemmen per ombra avean potuto fare un sospetto su di lei... ma Lorenzo, il quale era di fuori, e non era stato a Milano che due stagioni, e, se conosceva pittori e poeti e accademici, non conosceva tutta quanta la nobiltà, nel suo sospetto non fu arrestato neppur da un dubbio; e sdegnato di que' privilegj manifesti e segreti che si accordavano ai grandi signori, quasi fu per recarsi dal giudice; ma, pentitosi di quel partito, che poteva aver aspetto di denuncia, giurò di venirne a capo in altro modo, e quello che si avvisò di fare e che fece, nessuno se lo potrebbe imaginare in mille anni...
Ma e la contessa Clelia?... Ah pur troppo che non ebbe il coraggio di metter tosto in atto il consiglio di donna Paola Pietra, come sentiremo poi; e volendo lasciar passare gli ultimi tre giorni di carnevale, per istornare uno scandalo che, secondo lei, sarebbe riuscito rumoroso in mezzo alla folla dei teatri, delle feste, delle mascherate, aveva pensato di aspettare il primo giorno di quaresima per adempire al dovere... Ma precisamente quegli ultimi giorni di carnevale le dovevano esser fatali.



III


Lasciando per ora da un lato l'infelice contessa, che in ventiquattr'ore è già dimagrata; e dovendo infingere col conte marito, colla cameriera, col parrucchiere seccatore e venditor di frottole instancabile, colla sarta, che in quel dì le portò fin quattro vestiti, l'uno più bello dell'altro, per farne sfoggio in teatro e alle feste, infingersi con tutti quanti l'avvicinavano, i quali erano invasi dall'allegria del secolo e dalla pazzia della stagione; quasi era per morire dello sforzo violento che faceva onde chiudersi in petto la passione. — Ci conviene inoltre lasciare nella solitudine del suo camerino in Pretorio il tenore Amorevoli, pentito e strapentito d'essersi impigliato in quel terribile vischio; e che, a dar sfogo al dispetto che lo rodeva e a passare il tempo della giornata lunghissima, solfeggiava a voce distesa, onde tener la gola preparata per la sera, e talora cantava alcuna cabaletta o dell'Artaserse, o della Semiramide riconosciuta, o dell'Olimpiade, e si concitava nell'esprimere:


Se cerca, se dice
L'amico dov'è ......
L'amico ........


E come se fosse in teatro, quando era alla cadenza, dove azzardava, per non esser al cospetto del pubblico, i passi e le volate più audaci, sentiva le voci e gli applausi di un altro pubblico, lo scarso pubblico inquilino insieme con lui de' locali del Pretorio, voci maschie e anche voci femminine; ladri di mezzo carattere, e tagliaborse novizj, e debitori insolventi e donne di Pafo che s'attaccavano all'inferriata a strillare il loro bravo, appannato dalla raucedine e dall'accento del vernacolo di Cittadella; e a cantare anche, come per corrispondergli un complimento, una di quelle canzoni da orbo, che in que' dì scriveva Pietro Cesare Larghi:


Imparate, o peccator,
Con la stanga del dolor
A sarà la porta granda
Che a l'inferno la ve manda.


Amorevoli taceva, si guardava i calzoni di raso azzurro colle stelle d'argento e diventava malinconico, indignandosi d'essere stato messo là con quella gente; chè, pur troppo, se non ci si è provveduto oggidì, tanto meno a quel tempo s'era pensato ad un'opportuna segregazione tra le diverse qualità d'imputati, e tra gl'imputati e i rei. — Ci convien dunque lasciare alle sue pene il tenore Amorevoli. E dobbiam privarci della compagnia edificante di donna Paola Pietra, e tutto ciò per seguire il signor Lorenzo Bruni in san Vicenzino, nella casa che, movendo dalla contrada de' Meravigli, è anche oggi la quarta a dritta.
In quella casa, a piano terreno, verso il giardino, teneva il suo studio il giovane Francesco Londonio, e più forse che studio di pittura, vi teneva accademia sempre aperta di allegria, e fabbrica operosissima di scherzi e matterìe; e ritrovo, a una cert'ora, di tutti i pittori e scultori ottimi, buoni e grami che allora possedeva Milano; e in que' giorni di carnevale, quartier generale della compagnia dei Foghetti, di cui esso era il capitano.
Lorenzo, che già altre volte erasi recato a quello studio, vi si diresse difilato; e indugiatosi un momento all'ingresso, prima di bussare, sentiva il suono d'una voce che parlava, la quale veniva susseguita, di tratto in tratto, da una risata unissona di più persone. E codesta risata pareva come un intercalare obbligato alle pause che faceva il parlatore. Quando tra una mano di persone v'è una grande allegria e una gran vena di motteggio, riesce penoso, non si sa bene perchè, il farsi tra di loro non chiamato: e Lorenzo, che pur conosceva que' compagnoni, stette un momento in forse per tornare indietro, ma si fece poi animo e bussò forte. — Avanti, avanti, avanti, — gridarono più voci ad una; ed egli entrò...
— Oh!! benvenuto, signor Lorenzo...
— Benvenuto.
— Benvenuto... signor capitano degli archetti; le presento qui, nel nostro pittore Gazzetta, un buon suonatore di violino, il quale giacchè le fabbricerie lo lasciano senza lavoro, vorrebbe ritrovarsi in orchestra.
Chi parlava era il giovane Londonio, la cui figura dovendo comparire a più riprese, in mezzo alle tante che popoleranno il nostro quadro centenario, è bene si sappia quello che ancora non è stampato in nessun libro, come cioè, nato in Milano nel 1723 (e fin qui ci arriva anche il Ticozzi nel suo Dizionario de' pittori), fosse discendente di una famiglia originaria spagnuola, che si chiamava Londognos, feudataria di Ormilìa, un ramo della quale s'era stabilito in Lombardia al tempo della dominazione spagnuola, quando per la prima volta vi capitò un cadetto, in qualità di generale delle truppe spagnuole. Questo Francesco Londonio, quantunque non avesse che 22 anni quando ricevette la visita del signor Lorenzo Bruni, era già noto come pittore di soggetti campestri; ma ciò che allora ne costituiva davvero la rinomanza nelle società alte e basse, era la sua amenissima giovialità, per la quale avrebbe sparsa l'allegria anche tra le file di un mortorio; pensatore di bellissimi trovati, a chi ne faceva, a chi ne prometteva, onde se egli era un amico carissimo, qualche volta riusciva pure un amico molesto; ma quanto era temuto, altrettanto era cercato, e si moriva di noja senza di lui, in tutti quei convegni dov'era solito praticare.
In quel momento stava adunata nel suo studio quasi tutta la confraternita dei pittori milanesi.
V'era il maestro di lui, Ferdinando Porta, figlio di Andrea, scolaro del Cerano e del Legnanino; v'era il giovane pittor De Giorgi, allievo del pittor Del Cairo; v'erano gli esordienti Bergami e Pagani, scolari del pittor Frasa e del Lucini; v'era Angelo Mariani e Zucchi Carl'Antonio già provetti, scolari l'uno del Fiori, l'altro del Sant'Agostino, scrittore di cose d'arte, e che s'era dimezzato tra il Procaccini e il Crespi Daniele. V'erano Lucini e Fabbrica e Clavelli e Zaccaria Rossi e il Crivellone, pittore di trote e di aragoste. V'era il fanciullo Biondi, che attendeva allora a macinar colori: nomi la maggior parte di pittori ignoti a tutti, sin anco ai Milanesi, e che non sono registrati in nessuna storia dell'arte; e de' quali taluno sarebbe forse celebre se fosse nato a Bologna, a Venezia, a Firenze; tanto questa nostra città in talune cose è trascuratissima, fino alla barbarie; così che quei che volesse far la storia delle arti milanesi, potrebbe bene invecchiar nelle ricerche, pur colla pazienza straordinaria di Muratori, ma non venirne a capo mai di farla completa.
Ma, che noja! Ci par di sentir a dire; ma che strana idea di regalarci qui una pagina lacera dell'elenco della confraternita de' pittori del 1750? — Ma perchè farci camminare fino a san Vicenzino, in traccia di persone nuove, mentre vorremmo stare colle conosciute? In quanto alla noja, rispondiamo dunque, che, dal momento che la si prova, è inutile dire che c'è a torto; pure dobbiamo far notare che bisognava passare per di qui, poichè se al lettore noi dicessimo che, dall'umile studiolo d'uno dei pittori che si trovavano là presso il Londonio, e da un disegno grazioso e da pochi colori stemperati su di una tavolozza, dovrà uscire un risolvente drammatico più possente di quanti ne uscirono dal laboratorio chimico di Dumas, il lettore non crederebbe. — Ma dal momento che il signor Lorenzo, che non era uno sciocco nè un buontempone, pur in quell'affanno in cui versava, erasi recato a far visita al Londonio, dove sapeva che di solito si riuniva una congrega di pittori, bisogna bene che ne abbia avuto la sua ragione. — Stiamo dunque attenti a tutte le sue parole, e non perdiamo la traccia de' suoi passi.



IV


Lorenzo dunque era tutto preoccupato del suo gran pensiero, il quale aveva due intenti: quello di far sfolgorare all'aperto l'intatta onestà della sua Gaudenzi, e quello di tirare in campo una gran dama, di mettere in pubblico quel che era successo in segreto, di tal maniera che, nè per protezioni, nè per deferenze, nè per privilegi nè per sotterfugi, non riuscisse più possibile di salvare da uno scandalo solenne i due blasoni del casato lombardo della contessa, e del casato ispano del conte colonnello. Costretto pertanto a fermarsi là, tra quegli allegri compagnoni del pittor Londonio, e ridere insieme cogli altri dei piacevolissimi racconti di lui, si tormentava del tempo che passava inutilmente, e che era preziosissimo per la natura del suo disegno. — Egli aveva bisogno di trovarsi un momento a solo col Londonio, e, non volendo dar nell'occhio, gli conveniva aspettare che quella compagnia si sciogliesse. Buon per lui che il Londonio entrò a dire:
— Orsù, amici, a momenti sarà qui a pigliarci il carrozzone per andare al corso di porta Romana; non v'è tempo a perdere e bisogna vestire la divisa dei Foghetti, perchè mi preme la riputazione. Dopo il corso pranzeremo, se vorrete, tutt'insieme; dopo si andrà all'opera, dopo alla festa in maschera. Quante faccende in un sol giorno!... domani poi, se non volete andare alle vostre case per dormire un pajo d'ore... potete dormir qui tutti da me... perchè domani è un altro giorno pieno zeppo di faccende... e ci converrà non perderci di vista...
— A dormir qui, va bene, entrò a dir uno, ma non si vorrebbe che ci trattassi come hai fatto col podestà di Chioggia: perchè siamo ancora in febbraio.
— Che cosa ha fatto al podestà? domandarono allora tutti ad una voce.
— Ma come? non la sapete?
— Io no.
— Nemmeno io.
— Racconta.
— Raccontate.
— È un fatto molto semplice; fu l'anno scorso, quando ho passato quegli otto giorni, al carnevale di Venezia... che gli alberghi erano zeppi al punto, che a trovar un letto era come trovar un tesoro. Io però ne avevo trovato uno allo Scudo di Francia, sebben mi costasse un occhio. Ora sentite questa. Voi sapete il dispetto che provo a trovarmi a tu per tu con una persona non conosciuta; figuratevi poi quando si viaggia, e si è in una camera da letto. — Ebbene, a una cert'ora, quando l'albergo era tutt'occupato dal primo all'ultimo piano, dalla prima all'ultima stanza, viene da me l'oste. Forse perchè io era il più giovane di quanti eran là e gli avevo ciera da buon figliuolo, e mi dice: — Signore, è arrivato il podestà di Chioggia, e vuole alloggio.
— Buon pro gli faccia, gli dico, doveva arrivar prima il podestà. Cerchi una gondola e dorma la sua notte sotto il felze.
— Va bene, ma io gli ho promesso... insisteva l'oste, e in quella entra il signor podestà in persona, e tanto fa e tanto insiste, che io non posso dire di no. Voi sapete che, per quanta ira uno possa avere in petto, in certi momenti non si trova il modo di scacciare un seccatore. Ma quando fummo soli, non potendo resistere all'idea di dover dormir con un altro, con un podestà... e tondo e grasso qual era colui di Chioggia... non so se voi lo conosciate (diceva rivolto al Bruni), pensava al modo di disfarmene, perchè aveva anche un gran sonno, per aver ballato tutta la notte al ridotto di san Moisé, e così nel pensare, guardando il soffietto che pendeva da lato del camino, mi viene un'idea, e tosto, rivolgendomi all'amico, sì gli dico: — Signor podestà?
— Cosa mi comanda?
— Ho a farle mille scuse anticipate.
— Di che?
— Di questo, che vado soggetto a un grave incomodo.
— Ed è?
— Una febbre acuta, la quale mi ha messo in fin di morte sin da fanciullo, mi lasciò un vizio, un gran vizio.
— Ebbene?
— Vo soggetto a quelli che si chiamano i venti freddi.
Una malattia nuova.
— Nuovissima, e chi ha la disgrazia di dormire con me ci soffre, ma assai. — Ora che cosa avreste fatto voi se foste stati il podestà?
— Darvi la buona notte, e andar via.
— Così pare almeno; ma il podestà fu di un altro parere, e metà credulo e metà no, entrò per il primo in letto. Allora io non feci altro che seguirlo, e, così mezzo vestito, mi cacciai sotto coltre, armato di soffietto, e spensi il lume. Lasciai che il podestà dormisse della grossa, e poi misi in movimento il mantice... Tirava un vento, cari miei, che il letto pareva il Cenisio, onde il podestà si risvegliò spaventato, e non potè trattenersi dal dire dopo qualche momento:
— Ah! è veramente orribile la vostra malattia, signor mio, per carità, accendete il lume, ch'io vo a gettarmi in laguna, piuttosto che dormire con voi.
Io obbedii, accesi il lume. Egli si alzò, non parlò più; soltanto borbottò tra' denti, ed uscì chiamando l'oste a tutta voce. Il resto della notte la dormii così assai placidamente. Or non temete che io voglia oggi estendere a maggiori proporzioni l'esperimento di Venezia. Voi non siete nè sconosciuti, nè podestà, nè ostinati, e v'invito io. Su lesti, dunque, e vestiamoci. La carrozza è qui... sentite. — Poi, voltosi al Bruni: — Dovreste venire anche voi, gli disse. Qui c'è riserva di vesti e maschere per tutti gli amici che capitano... purchè sien tutti artisti, non importa se di pennello o di scalpello o di arco o di fiato o di gola o di rima. Stupisco anzi che non sia venuto oggi il segretario Larghi, il più caro scrittor di villotte che si conosca; e bisogna sentir lui stesso a cantarle! ma lo sentiremo alla festa del teatrino. Risolvetevi dunque. Volete esser Pantalone o Brighella?
— Caro mio, nè l'uno nè l'altro, rispose Lorenzo: e còlto il momento che gli altri attendevano a vestirsi, così gli disse: — Son venuto da voi per un affar di premura.
— Cattivo giorno, ma non importa.
— Ho bisogno dell'opera di un pittore... ma di tale che sia e valente e improvvisatore, e conosca l'arte di colorir le maschere ad uso di Parigi. Ne ho già chiesto altrove, e so che a Milano ve n'è uno bravissimo.
— Siete fortunato... eccolo là... È il pittor Clavelli... Ma...
E dicendo questo, il Londonio crollò la testa.
— Ma... che cosa?
— Ma non sapete che, se l'anno passato tali maschere eran tollerate, quest'anno sono proibite, dopo il lagrimevole fatto della vedova del Duca di Choiseul?...
— Ma qui non si tratta di far piangere, ma di far ridere, soggiunse il Bruni.
— Fate voi... non so che dire; quel giovine lì vi servirà bene; d'altra parte, è in così povere acque, che certo deve aver più paura della bolletta, che delle ordinanze di sua eccellenza. Or lo chiamo e mettetevi d'accordo. Badate però ch'io non so nulla.
— Fate conto ch'io non v'abbia mai interpellato su di ciò. Per altro non è e non sarà che uno scherzo.
Il giovine pittore Clavelli fu chiamato, il Bruni gli parla, il pittore mise innanzi quella difficoltà che sappiamo; ma sentendo che si trattava di guadagnar bene, acconsentì, e promise al signor Bruni che si sarebbe lasciato trovare al caffè del Greco, mezz'ora prima che incominciasse il teatro.
Così stretto il contratto col signor Lorenzo, finì il pittore di adattarsi i due gobbi di Pulcinella, chè tale era la sua maschera, e si mise in ischiera cogli altri, i quali vestivano ciascuno il costume d'uno dei Zanni, allora tanto in voga, i quali eran come i deputati rappresentanti delle principali città d'Italia. Il pittore Londonio, nella sua qualità pur di confratello onorario della badia de' facchini e nella sua qualità di pittore campestre, vestiva la maschera di Beltrame di Gaggiano, maschera che di quel tempo sussisteva ancora, quantunque avesse dovuto cedere il primo posto a quella del Meneghino, inventata già dal Maggi, lo splendor di Milano, come lo aveva chiamato il Redi, e che fu l'Allighieri del dialetto milanese. Così tutti discesero e salirono, meno il Bruni, nel carrozzone carico di munizione per la battaglia del giovedì grasso: fiori, confetti, coriandoli, melaranci, pomi, ova; e di buon trotto si gettarono nel fitto del combattimento, sul corso di porta Romana, a percuotere e a rimaner percossi dalla pioggia de' pomi, a imbrattare e a rimaner imbrattati dalle ova, che si rompevan sulle parrucche incipriate a farvi strani empiastri e lorde miscele di tuorli e di cipria.
Ora, senza perdere il tempo a descrivere il corso del giovedì grasso dell'anno 1750, perchè noi siamo nemicissimi delle descrizioni, segnatamente se siano state fatte da cento altri scrittori; ci limiteremo a dire, a coloro che volessero pur farsene un'idea, che a gettare tutti i colori dell'iride, con tutte le loro infinite gradazioni, su quelle ottanta o centomila figure allora stivate lungo il corso di porta Romana, e a raddoppiare il frastuono, come se quelle centomila persone avessero due gole enfiate per ciascuna; e a lasciare alle carrozze, ai padovanelli, ai calessi, ai birbini, ai carri convertiti in forma di barche e di vascelli il permesso di muoversi a loro beneplacito e di produrre per conseguenza un disordine molto simile a quello di un corpo di truppe che sia piuttosto in fuga che in ritirata; e a portare a un tre quarti buonamente della popolazione colà affollata il numero delle maschere d'ogni forma, d'ogni foggia, di ogni paese e d'ogni colore; a far insomma colla mente tutte queste operazioni, ne può uscire, chiudendo gli occhi e lavorando d'imaginazione, lo spettacolo d'un corso carnevalesco di quel tempo. Ma noi, che non abbiam voglia di attendere a ciò, lasceremo passar l'ora del corso, per recarci invece in piazza del Duomo al caffè del Greco, dove il pittor Clavelli a un'ora di notte stava aspettando il sig. Lorenzo Bruni, che venne di fatto a pigliarlo puntualmente, e a condurlo al teatro Ducale.
— Vi basterà osservar dalla platea, disse il Bruni al pittore, nel far la via, o sarà necessario salire sul palco scenico?
— Farà bisogno della platea e del palco scenico, perchè, a condurre la cosa in modo che l'arte si confonda colla realtà, conviene pigliar tutte le misure.
— Andrete dunque in platea e sul palco scenico. Conoscete i fratelli Galliari, quelli che dipingon le scene? —
— Li conosco benissimo; ma se non mi vedranno, vi sarò obbligatissimo.
— Perchè?
— Perchè è bene che la cosa stia fra voi e me; so quel che dico... l'ordinanza parla chiaro; e fu gran tracollo per me, vedete, quella benedetta ordinanza! fate conto che ne' carnevali passati io arrivassi a guadagnar sino a cento zecchini veneti, tanto che avevo lasciato da una parte la pittura di chiesa, che è la gran pittura, per dir la verità; ma col pane non si scherza... e questi curati di campagna credono di sciupare il pane dei poveri a dar da mangiare a' pittori, segnatamente se son giovani e non han nome.
— Abbiate coraggio, amico, e se mi servirete bene, farete poi il ritratto intero della ballerina Gaudenzi.
— Oh che fortuna sarebbe! sento che è una gran bellezza! una bellezza famosa! Se il ritratto mi riuscisse, tutte le dame di Milano verrebbero da me... sono le occasioni che fanno l'uomo. Cosa credete voi... che tanti pittori famosi sarebbero riusciti tali, se non avessero avuto le occasioni? Che, per esempio, il cavaliere Del Cairo, che fu il maestro del mio maestro, fosse davvero un gran pittore? Non lo credete; ha avuto il vento in poppa; opere di qui, ritratti di là, zecchini a staja, e poi l'ordine di san Maurizio. Ma, per colpa sua e di qualch'altro, s'imbastardò la maniera lombarda cogli innesti della scuola di Bologna; e poi col pigliare qualcosa da Roma, qualcosa da Firenze, qualche cosa da Venezia, ne uscì una mescolanza tale, che non siam più nè di qui nè di là... Ma quando un paese ha avuto la fortuna di possedere un Leonardo, e poi un Luino, e poi quello spavento del Crespi... il Crespi del San Brunone... Non so se voi abbiate visto quel lavoro a fresco? Quello è un a fresco!... Domando io dunque, se c'era bisogno di andar altrove a far gli accattoni? Ma la moda fa tutto; ed io che parlo, son guasto più degli altri, e col far quello per cui voi m'avete chiamato, mi son guasto la mano, e poi mi son messo al punto di guastarmi anche la saccoccia. Se, per esempio, domani taluno mi desse a dipingere una Deposizione, farei le tre Marie col guardinfante. Così vanno le cose.
In questa entrarono nel teatro già affollato, e nel punto che già cominciavan le dame a sedere ai loro posti nei palchetti.
— Vedo che in platea non c'è luogo, disse il Bruni, troveremo dunque un posto comodo in orchestra, dove senza dar nell'occhio, potrete gittar giù sulla carta qualche segno. Quando poi vi bisognerà d'andar tra le quinte, me lo direte.
Lorenzo Bruni si recò allora col pittor Clavelli in orchestra; messo a sedere l'amico, si mise anch'esso al posto, che i suonatori erano già tutti sulle loro sedie, e già attendevano ad accordar gl'istrumenti. Il teatro era zeppo, già faceva quel mezzo silenzio che precede l'alzata del sipario; tutti i palchetti erano occupati; Lorenzo girò gli occhi lungo le file, e il caso volle che fosse, nel momento che il conte V... e la contessa si ponevano a sedere l'uno rimpetto all'altra. Allora sul volto di questa, egli, dal suo basso scranno, tenne fisso uno sguardo lungo e indagatore.
Alla bellezza abituale della contessa Clelia, di cui nessuno erasi prima infervorato, per l'eccesso della sua medesima perfezione, si era sovrapposta una velatura leggiera nel colore, e talune indescrivibili impressioni nella superficie, le quali, togliendole quella, quasi diremo, pompa orgogliosa della beltà nudrita dalla salute e dalla calma, vi aveva soffuse le traccie del patimento e di un certo languore di stanchezza, languore prezioso (per la poesia, intendiamoci bene, non per la realtà), il quale essendo appunto la prima volta che compariva su quella faccia, vi produceva un contrasto ineffabile e la rendeva oltre ogni dire attraente a tutti gli sguardi. Tanto è ciò vero che, quasi a un punto stesso, da tutti coloro che la osservarono quand'ella girò gli occhi intorno, si fecero queste medesime osservazioni a di lei riguardo.
— Ma come s'è acconciata stasera la contessa V...? — Davvero che mi pare un'altra. Se si sapesse ch'ella ha una sorella, si direbbe ch'è la sorella a punto. — È però sempre bella. — Per me, dirò anzi, che è più bella del solito. — Ah, è un gran peccato che l'abbiano inzuppata nella scienza, e fatta così indurire come quel legno che diventa marmo stando nell'acqua!
Ma se molti in quel punto la guardavano fuggitivamente, Lorenzo teneva gli occhi sempre fissi in lei; e da quel palchetto non li abbassò che per volgersi e girarli torvamente sulla platea, così parlando fra sè: — Balordi che siete!... si trova un bel giovane in un giardino, di quelli che s'innamorano per professione, lo sorprendono al piè del palazzo e della stanza dove sta una donna che ha quella faccia lì... e si va a turbar la pace di cinque o sei case per trovar la donna de' suoi sospiri... Balordi voi e balordo il giudice, quando non vi sia di peggio... perchè pare impossibile... una bellezza di quella sorte... che... in conclusione ... qual è la più bella di tutte queste duchesse e contesse e marchese e marchesine che stan qui?... E nessuno è arrivato a pensare che ai tenori, segnatamente quando toccan di quelle grosse paghe che ognun sa, piacciono i buoni bocconi, e, se furono cullati sul letto di paglia, aspirano ai moschetti di drappo. Ma pazienza fossero tutte Vestali le donne di Milano, tutte Lucrezie, tutte Cornelie... Ma no... perchè, anche senza far torto a questa città... si sa ch'è la malattia del secolo, che più si sale e più si pecca... che si è sempre fatto così... Ah sciocchi e balordi... c'è da scavar vicino... ed essi, no... voglion correr mezzo miglio per le ortaglie, e far fatica a trovar l'accesso alla casetta di quella povera ragazza... che è pura come l'acqua... E tutti a intestarsi che debba davvero essere la Gaudenzi... come se non ci fosse stato tutto il tempo e tutto il comodo, supposta una simpatia, d'intendersela sul palco scenico!... Ma non piace al signor pubblico ciò che è naturale e semplice... siam sempre alla storia del teatro... bisognava che il tenore Amorevoli, per essere un caldo amante, saltasse muri, saltasse siepi, si lacerasse tra i pruni la seta dei gheroni, corresse pericolo di rompersi l'osso del collo salendo per qualche scala di seta... allora va bene... allora il signor pubblico è contento...
E così avrebbe seguito il corso de' suoi pensieri chi sa sin dove, se un gran colpo d'archetto del primo violino non gli avesse tagliati i pensieri in due. Gettò allora gli occhi sulla musica, mise il violino alla ganascia, e stette pronto.
Il sipario si alzò, e avvenne tutto quello che era avvenuto la notte addietro. Uscì il tenore Amorevoli tra un subisso d'applausi, i quali poco ormai lo confortavano, perchè, se lo si lasciava andar in teatro, v'era accompagnato in cocchio dal tenente e dal guardiano del Pretorio, che stavan con lui in camerino perchè non parlasse con nessuno; uscivan con lui, e lo accompagnavano all'orlo del palco scenico e lo aspettavan tra le quinte. Queste cose si sapevano dal pubblico, che le disapprovava, quantunque a torto. E venne l'ora del ballo, e il momento in cui usciva la Gaudenzi divina.
Ma che è questo? che novità? che segreto? Cos'è successo?... Ah! noi non sappiam cosa dire, ma il fatto è così precisamente, lettori miei. La Gaudenzi venne accolta da un bisbiglio ostile, intercalato da una dozzina di fischi portentosi, indarno respinti da pochi battimani, che si ritirano tosto, quasi vergognosi d'essersi compromessi.
Da che dunque poteva dipendere questo inaspettato cambiamento delle teste del pubblico? Da un fatto assai semplice: da ciò che, essendosi egli ostinato nel credere agli amori della Gaudenzi con Amorevoli, e avendo sperato, quando sentì ch'essa era stata citata a comparire in Pretorio, volesse confessare ciò che generosamente e cavallerescamente il tenore aveva taciuto; gli venne un fiero dispetto di quell'aspettazione delusa, e più ancora della supposta ipocrisia della fanciulla, che si pensò non avesse voluto corrispondere alla delicatezza dell'amante, per continuare a godere in faccia al mondo di quella gran fama d'onestà, usurpata a troppo buon mercato; la quale onestà, in quella universale rilassatezza del costume, era così eccezionale e strana, segnatamente se la si applicava al teatro, che se molti avean prima potuto apprezzarla, altri l'avean sopportata di mal animo, come un'ostentazione; e questi altri, i quali s'eran compiaciuti della scoperta che la Gaudenzi fosse pur essa infine una donna da teatro come tutte le altre, si rivoltarono senza ritegno contro al preteso sforzo che, secondo essi, ella avea fatto per proseguire ad ingannare il mondo. Talvolta un'idea, un'opinione, una credenza s'impadronisce di un'intera massa di gente in un modo irresistibile. E gli uomini di buon senso e di spirito equo, che volendo esaminare prima di condannare, azzardano qualche difesa e qualche osservazione, sono quelli precisamente che danno le mosse al temporale.
Cane d'un pubblico, scrisse il conte Rostopchin nel proprio epitafio, in attestato del suo profondo disprezzo all'opinione pubblica; e Cane d'un pubblico, disse Lorenzo fra sè e sè fremendo, quando da un collega d'orchestra sentì la spiegazione di quell'improvviso malumore della platea; ma ciò che più di tutto gli fece salire il sangue alla testa, e lo raffermò nel suo proposito di vendetta, fu l'aver visto lo stesso signor conte V... a degnarsi di uscire dalla sua orgogliosa gravità per zittire anch'esso.
— Anche tu, pensò tra sè, anche tu, bufalo bardato di Catalogna! ma non sai quel che ti attende? E quando calò il sipario, tutto convulso si avvicinò al Clavelli, per chiedergli se gli occorreva d'andar sulla scena.
— Ho visto bene, e già ho qui il profilo che non ne scatta un pelo, tanto che in un bisogno potrebbe bastare. Ma un'occhiata attenta e ben dappresso e tra le quinte gli farà nascere il gemello...
— E si arriverà in tempo?
— Altro che in tempo! abbiamo due giorni.
— Quando fosse pronto per sabbato a mezzanotte, è anche troppo.
— Io vi avrò servito per mezzodì, — e Lorenzo accompagnò il pittore Clavelli sul palco scenico, collocandolo presso una quinta; e, prima di discendere in orchestra, andò nel camerino della Gaudenzi, la quale piangeva dirottamente.
— Il pubblico di Milano, esclamò allora Lorenzo, scoppiando dall'ira e dalla commozione, potrà versare a' tuoi piedi tutto l'oro che costa il suo Duomo... ma faccia conto d'averti veduta per l'ultima volta. Del rimanente aspetto sabbato...



V


Ad un savio, non ci rammenta più nè quando nè dove, fu domandato: quale può essere la cosa più fatta per addensare la tristezza nel cuore di un uomo sentimentalmente intellettuale? — Forse la vista di un campo santo, ha egli risposto, nelle ore notturne, con cielo profondo, e luna pallida e stelle tremule e fuochi lambenti e strigi volanti? No. — Forse la cima inaccessa delle Alpi, dove il cacciatore rimane percosso dal mortale solengo? O in una campagna abbandonata e brulla durante il bigio novembre, la vista di uno stagno, sull'opache acque del quale incumba immobile, da un ramo che vi peschi, un decrepito airone? O la solitudine infinita del mare ghiacciato, dove Alfieri, poeta e viaggiatore, potè scoprire com'è tremendo il silenzio quando sta nel suo regno desolato? No. — Forse una camera anatomica, dove il coltello dell'investigatore chirurgo sprigioni i gas più letali e più putridi da un cadavere umano? No. — Che luogo dunque? — Una festa da ballo. — Così rispose quel savio, con incredulo stupore di tutti; ma per quanto potesse essere uno strano pensatore, noi dividiamo perfettamente la sua opinione. Se fosse possibile scrivere un compendio della storia dei dolori, dei disastri, delle tragedie, degli odj, delle vendette, dei delitti di cui il primo filo, più o meno avvertitamente, fu gettato nel rigurgito abbagliante della luce notturna, nel vortice fracassoso delle danze, nella polvere sollevata, nella gioja, nell'orgia, negli scherzi vellicanti, nel motteggio malizioso, nell'epigramma ambidestro, nella schiuma dello sciampagna, nell'allegria saltante, nelle grida incondite, nell'ebbrezza, nella stanchezza, nella dormiveglia di una festa da ballo in maschera; quel compendio sarebbe più voluminoso delle più voluminose enciclopedie condensatrici dell'umana sapienza. — Chi non vuol credere, non s'incomodi; ma la nostra opinione è questa.
Quante volte dalla bocca vermiglia di una faccia di cera uscì la folgore muta di una parola sola, ma che, sola, bastò a scomporre per sempre la felicità di due vite; che potè esaltare in un marito il cieco furore d'una gelosia omicida; e persuadere un troppo credulo fidanzato a respingere quella che indarno fu insidiata da qualche turpe amatore. Quante volte dell'effervescenza del senso, protetto dalla maschera e liberato per lei dal vigile pudore, Mefistofele approfittò per gettar la trama d'un futuro infanticidio! Quante volte una mendace accusa fu portata in alto dalla maschera, a cui nulla è inaccesso, per far percuotere un innocente odiato! e l'iniquità, resa inoffensiva dalla viltà nativa, diventò di colpo e audace e micidiale, celandosi dietro un volto di cera! Quante volte l'effimera virtù si disciolse tutta in sudore al contatto di quel volto stesso... e la ferma virtù vacillò... e cadde a un tratto chi avea potuto resistere a lungo. Per dio la maschera ci fa spavento! sicchè riputiamo che sarebbe un bel passo della civiltà se scomparisse per sempre dalla faccia degli uomini; e tanto più che è già una maschera la faccia naturale. — E dopo di ciò una festa da ballo è luogo di mestizia anche senza i volti finti! — Quante infelici passioni vi s'infiammano, quante felici illusioni scompajono; quanta gara funesta di perfide vanità; quanti gentili tessuti affranti dalla danza frenetica! Chi ha assistito coll'occhio investigatore e colla riflessione a quel punto in cui la prima luce del sole entra a mescolarsi in una gran sala colla fiamma decrepita dei doppieri consunti, e un raggio vivo di quella luce va a percuotere le faccie di un gruppo di giovinette che, vaghe, poche ore prima, delle più fresche rose della salute e della gioja, nell'abbattimento sorgiunto, nella stanchezza, nel repentino avvizzire, nella pupilla fuggita, nel livido pallore, lasciano già indovinare il processo con cui la dissoluzione s'impadronirà col tempo dei loro corpi, e dietro a quella che è quasi larva di gioventù e di bellezza, lasciano travedere con raccapriccio la futura vecchia e il cadavere futuro: ci saprà dire in confidenza, se si può raccogliere allegria da una festa da ballo! Ma abbandoniamo le inutili digressioni, e facciamoci con chi deve recarsi alla festa da ballo in maschera del sabbato grasso.
Pochi minuti prima della mezzanotte di quel sabbato, ossia circa quarant'otto ore dopo che la dea Gaudenzi venne fischiata dal pubblico, lasciatosi trascinare da quella infesta precipitazione di giudizj che ha sul collo tante vittime; Lorenzo Bruni, un po' colle dolci parole, un po' colla finta collera, un po' colla vera, stava distogliendo da un ostinato proposito la Gaudenzi, che, abbigliata con tutto lo sfarzo di una regina, nel punto che stava per salire in carrozza alla festa del teatro Ducale, d'improvviso, come una puledra che adombri, erasi fermata, e, risalendo la scala, avea cercata la sua stanza, giurando che sarebbe morta, piuttosto che mostrar la propria faccia a coloro che aveano potuto insultarla senza ragione.
Avvezza fin dalla prima infanzia alle carezze de' genitori, alle gentilezze di tutti; e, fatta adulta, alle lodi, all'ammirazione, agli applausi, alle adulazioni, ai trionfi; quel primo insulto la trapassò di una profonda ferita, e in modo che la vescichetta del veleno, ci si permetta questa espressione, del veleno onde la natura non manca mai di provvedere anche la più soave e mite creatura, s'era dischiusa con uno squarcio repentino, tanto che lo avea schizzato con veemenza d'intorno a sè, al punto da mettere nella più seria costernazione la vigile zia e Lorenzo. All'invito ch'egli le avea fatto il giorno prima di recarsi all'ultima festa da ballo in maschera, ella aveagli risposto con isdegnosa ironia; alle dolci persuasioni opponendo una fierezza fin quasi selvaggia, di cui ella sino a quel punto non avea sospettato neppure la possibilità, e che aveva dato da pensare all'esperimentato Bruni. Bene, a poco a poco, s'era venuta placando, e piangendo e chiedendo perdono con carezzevoli blandizie, avea promesso di far il suo desiderio e s'era lasciata ornare dalla sollecita zia di fiori, di perle, di brillanti; ma la vescica del veleno le si riaprì, come abbiam veduto, nel punto di salire in carrozza.
— Senti, Margherita, hai tu fiducia in me? le diceva Lorenzo.
— Non mi fido più di nessuno; gli uomini son come i gatti; oggi leccano, domani graffiano...
— Ma puoi tu dire ch'io t'abbia mai fatto un torto...
— Chi v'ha detto questo? rispose acremente la Gaudenzi. Voglio dire che... — ma qui diede in uno scoppio di pianto. Il pensiero dell'insulto ricevuto, riassalendola, non le concedeva pace.
— Dammi retta, Margherita; se ciò che è avvenuto ti affanna tanto, e n'hai troppe ragioni, l'unico tuo desiderio deve esser quello di confonder tutti quanti, dando modo alla verità di mostrarsi intera; ed è ciò appunto a cui ho pensato.... Tu sai che non t'ho mai consigliato cosa che non dovesse portare il tuo bene... Potrei dunque eccitarti a venire stanotte in teatro, se non fossi certo che all'alba del domani, ne uscirai vendicata da quegli stessi che ti hanno offesa?...
— Ma se è vero quel che mi dite... perchè dunque mi fate mistero del modo?...
— Il perchè lo saprai... ed io pretendo d'aver diritto alla tua fiducia... Suvvia, alzati, e andiamo.
— Suvvia, soggiungeva la zia, torna buona come prima, e obbedisci chi vuole il tuo bene...
La Gaudenzi non rispose, si alzò, mosse lentamente verso l'uscio, e Lorenzo la seguì.
— Andiamo, disse il Bruni, a pigliare il padre della prima donna, che s'è incaricato di farti il bracciere alla festa; — e partirono.
Ma intanto che Lorenzo Bruni e la Gaudenzi salivano in carrozza, dopo un'ora di contrasto, in casa V..., quasi che da un medesimo filo dipendessero i successivi movimenti di due congegni, continuava ancora un contrasto incominciato dopo. — La contessa Clelia, la quale mille volte s'era pentita di non aver tosto messo in atto il consiglio di donna Paola Pietra, e alle fischiate onde si volle punire la Gaudenzi aveva provato un cruccio, un affanno, un'inquietudine particolare; e però non desiderava altro, fuorchè spuntasse la prima domenica di quaresima per recarsi in Pretorio, o per iscrivere al giudice, contenta di affrontare affanni peggiori ma di tagliare quel nodo una volta per sempre e finirla; sazia della festa del giovedì grasso e d'un pranzo incomodo di sessanta coperti e d'un'accademia del venerdì e del trovarsi sempre in mezzo a tanti uomini e donne, in ciascuno de' quali e delle quali ella vedeva i suoi denigratori spietati, quando la gran notizia fosse scoppiata in piazza; e affranta per di più da un tedio convulso che la faceva stare di malissima voglia, aveva risoluto di non intervenire altrimenti in quella notte alla festa da ballo in maschera del teatro Ducale. Ma non avesse mai fatto una simile proposta al conte marito! La contessa, nelle più comuni circostanze della vita, poteva in casa far tutto quello che voleva, lo abbiamo già detto; ma in certe occasioni speciali, guai ad omettere una pratica, una consuetudine, un cerimoniale. Allora il conte, rispettosamente ammiratore della contessa, diventava il suo despota e il suo tiranno; e per dare, a modo d'esempio, il permesso alla moglie di non intervenire all'ultima festa del carnevale, dove tra le dame più cospicue si compiva l'ultima e più fiera battaglia di eleganza e di ricchezza, bisognava che la moglie fosse stata assalita, per lo meno, da una encefalite fulminante. Il conte era della famiglia di quel tale che, piuttosto che infrangere un cerimoniale, volle morire asfissiato da un braciere.
Fatto adunque il viso più severo che per lui fosse possibile alla moglie, e pronunciate quelle parole più irrevocabilmente di ferro che per lui si potevano, passò nella sala dov'era la madre della contessa, una sorella e un fratello; e tutto aspro:
— Donna Gertrude (disse alla madre), la si compiaccia di recarsi un istante da sua figlia, la quale pare che abbia volontà d'inquietarmi.
— Che cosa?... Che è avvenuto? rispose donna Gertrude, maravigliata di veder così a rovescio il conte, il quale per consueto, sebbene un po' duramente, le si era sempre dimostrato cortese; ma in quella entrava la contessa.
— Preghi il conte, mamma, a permettermi di non uscire; perchè sto male, male assai.
Il colonnello non seppe allora più contenersi, e strepitò, senza però mancare alla sua gravità.
Ma in quel punto il fratello di donna Clelia si alzò, e di queto le disse non so che parole all'orecchio.
A quelle parole piegaronsi i ginocchi alla contessa, e si gettò a sedere.
La madre e la sorella si guardavano... Il conte passeggiava... Il fratello taceva.
Trascorsi alcuni momenti, la contessa Clelia si levò e:
— Andiamo, disse, non voglio che per sì poco il conte si affanni.
Una mezz'ora dopo, preceduta dal conte marito e dalla sorella, la contessa discendeva lo scalone, rallentando il passo per essere raggiunta dal fratello. Quando questi le fu vicino:
— Chi ti ha detto...? gli disse la contessa.
— È un bisbiglio che corre per la città... La tua assenza avrebbe potuto accrescere i sospetti.... Or pensa a te...
A piedi dello scalone, tra le torcie di due lacchè, la contessa, attonita, salì in carrozza; il conte lieto e sorridente sedette vicino a lei; la portiera si chiuse, e via di trotto. Il conte fratello e la contessina tennero lor dietro in altra carrozza.



VI


Un'ora dopo, la festa da ballo al teatrino era già all'apogeo dello splendore, della folla, della vivacità, del frastuono. Così in quel tempo, come oggidì, il palco scenico si congiungeva alla platea per mezzo di una gradinata divisa in tre scompartimenti. Gl'intervenuti salivano al palco per quello di mezzo, e discendevano in platea pei due laterali. — Essendo il teatro più piccolo, l'orchestra veniva collocata in una galleria espressamente eretta sul palco. — Del resto, noi uomini della civiltà e del progresso, che abbiamo fatto le meraviglie quando il Fetonte degli impresarj introdusse per la prima volta il tappeto verde in teatro, dobbiamo sapere che, nel 1750, i più ricchi tappeti di Gand a rosoni variopinti coprivano tutt'intero il pavimento in occasione delle feste, e tutto era di conformità con quella ricchezza; dimodochè, se la sala tenevasi, come dicemmo, alquanto oscura durante lo spettacolo, pel migliore effetto ottico della scena e delle vedute architettoniche e campestri dei fratelli Galliari, le fiamme inondavano il teatro di luce quando si convertiva in festa da ballo. Ciascuna fila de' palchetti era rigirata da trenta lumiere di cristallo, portanti cadauna sei torcie di cera; dalla vòlta pendevano otto grandi lumiere pur di cristallo, e dall'interno de' palchetti usciva un'altra luce ausiliaria. Siccome poi da ciascun davanzale cadevano sui parapetti ricchissimi arazzi e ricami d'oro e d'argento, o di broccato tutto d'oro tempestato di pietre d'ogni colore e di luccicanti berilli, così l'effetto che allora produceva lo spettacolo interno del teatro Ducale era di gran lunga superiore a quello d'ogni più sfarzosa festa da ballo in maschera d'oggidì. E se il lusso e lo splendore era tanto in platea e sul palco, le sale del ridotto costituivano davvero un Olimpo di ricchezza e di luce in mezzo a cui sfolgoravano le deità terrene; chè le dame più cospicue s'addensavano tutte colà, o adagiate in apposita sala, su scranne dorate, a beare di loro presenza chi le adocchiava; o in altra sala, aggirantisi in quelle danze passeggiate che si chiamavano minuetto e perigordino. Nè è da credere che le sale del ridotto fossero accessibili soltanto alle dame; tutt'altro. La divisione che tra ceto e ceto era ancora ben determinata, nel secolo passato, in tutte le relazioni della vita, e la distanza che tra patriziato e borghesia e plebe era mantenuta inesorabilmente da cento prammatiche e distinzioni e cerimonie, scomparivano affatto in quelle feste del carnevale. Era una continuazione modificata del medio evo, quando il feudalismo dei padroni e dei servi potè costituire quasi due nature diverse; quando per una legge di compenso, a Milano, nelle notti fescennine del famoso san Giovannino alla Paglia, tutti quanti si mescolavano in istrane dimestichezze. Ma quei giorni di eguaglianza eccezionale erano in ragione della disuguaglianza legale e consuetudinaria; tanto che, mitigandosi e trasmutandosi la seconda, grado grado la prima si limitò, e di svolgimento in isvolgimento si pervenne al punto che ambedue scomparvero e si confusero, come vediamo oggidì, in una cosa sola, e tolti gli argini, le acque si riunirono. Ma non preveniamo i tempi, e non esponiamo al pubblico intempestivamente il dietro le scene del nostro libro.
In mezzo a quell'Olimpo lucente delle più belle dame milanesi comparve, a una cert'ora, la Gaudenzi accompagnata dal signor Casserini, il marito della prima donna, quella che faceva la parte di Semiramide riconosciuta. Ma appena fu vista dalla folla de' cicisbei curvati in vari atteggiamenti sulle dame sedute, come statue, che facessero gruppo convenzionale con altre statue, si alzò un bisbiglio ostile. Lorenzo Bruni, che, tutto coperto dal domino nero e dalla nera maschera, stava dietro alla pupilla, quando la vide indietreggiare perplessa, la spinse ad adagiarsi su d'una sedia. La Gaudenzi obbedì, ed egli si indugiò là un momento. Seduta tra la contessa Marliani e la contessa Borromeo del Grillo stava la contessa Clelia. — Ferveva un incessante cicalìo tra la folla incessante. — Maschere d'ogni generazione passavano davanti alle dame per avventar loro motti e scherzi e complimenti. — Il villottista cantava il nome e cognome a ciascuna, e le loro qualità fisiche e morali in accozzamenti strani di idee e di rime; di tratto in tratto fermavasi loro dinanzi un arlecchino, un brighella, un pulcinella, un dottorazzo bolognese, a dir lunghe filastrocche nel dialetto della città rappresentata dalla loro maschera. — Intanto sentivasi la musica del minuetto, la quale, con poche variazioni, era quella che introdusse poi Mozart nella festa da ballo del suo Don Giovanni, e oggidì, con altre poche variazioni, rifece Verdi nell'introduzione del suo Rigoletto. — Tra quella musica e lo strisciar lento dei piedi e il ronzìo continuo, s'udiva strillato, con accompagnamento di chitarra, qualche strambotto d'una maschera curiosa, che s'intitolava il Tasca e parlava un dialetto composto, mescuglio di veneziano, milanese e bolognese:


Nol xè, nol xè pi mondo
De viver all'antiga,
Chi no truffa e no intriga
Resta in fondo.
Tanto la zente xè destomegae,
Che pi no l'ha favor la veritae.
Chi negozia col vero
El xè fallio de botto;
Se domanda Zinzero
El xè merlotto,
Vedo la lealtae scalza e confusa
Perchè tutti la loda, e pochi l'usa.


E altrove gridava Meneghino una filastrocca del Maggi in quel dialetto che, dopo cent'anni, ha potuto alterarsi tanto:


. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .
Ferr e strasc, cardeghee,
Rivendirœu, postee,
Conch, e tajee e messò,
Garzonscii de sartô,
Canaja che vivii
De menuder guadagn,
E criee per i strad cont i cavagn,
Ciovirœu de san Sater,
Tucc compagnon de better,
El vost car Meneghin
El va in lontan paes;
Se pu no s'vedaremm, a revedes.
. . . . . . . . . . . .
Mortadell di tri Scagn,
Busecca de la Gœubba,
Passerit di trii Merla,
Moscatel di trii Re,
Montarobbi del Gall,
Malvasia d'offelee,
Tutt cose de tesoree,
El vost car Meneghin
El va in lontan paes;
Se pu no s'vedaremm, a revedes.


E ad un certo punto entrò nella sala una frazione della compagnia de' Foghetti. — Il pittor Londonio, in costume di Beltrame di Caggiano, mostrava nella lanterna magica alcune sue bizzarre composizioni, le quale facevano sghignazzar tutti quanti e abbassar gli occhi ad alcune dame che s'indispettivano di non poter comprimere il riso. — E subito dopo Cesare Larghi, ch'era segretario soprannumerario di governo, in costume di contadino brianzolo, accennando di voler cantare una delle sue villotte con accompagnamento di ribeba, imponeva silenzio a quanti eran là, i quali gridavano ai suonatori e ai ballerini, basta, zitto, silenzio; — e Cesare Larghi, vista la Gaudenzi, e indispettito col pubblico del modo ond'erasi comportato secolei, si pose precisamente innanzi ad essa, a cantare quella veramente poetica villotta dettata in dialetto contadinesco... e che fu stampata nella collezione de' poeti vernacoli milanesi:


I to oggitt me paren dò bei stelli
Che hin pu lusurient de la lusnava,
E quij to ganassitt ch'hin de sgioncava,
E hin inscì svernighenti e tanto belli.
Famm vedè, cara ti, quii to bocchini
Tanto streccit che paren facc col fuso,
Che fan ol pover Togn deslenguà in giuso
E van disend a tucc: femm di basini.


La cantilena soavemente campestre onde si esprimevano quelle poetiche parole, la bella voce e l'accento e il garbo onde il Larghi la cantava, in prima avean messo un silenzio così profondo in quelle sale, che si sarebbe sentito a volare una mosca; e provocarono poi un tale scoppio d'applausi, che di più non avrebbe potuto ottenere lo stesso Amorevoli.
Come il Larghi ebbe finito, quella dozzina di socj della compagnia de' Foghetti si presentarono alle dame, e le invitarono a ballare un minuetto. Poche vi si rifiutarono, ma tra queste vi fu la contessa Clelia, che accusò di star male. Cesare Larghi invitò la Gaudenzi, la quale, ringraziandolo della cortesia, non si fece pregare. — Si rimise allora lo schiamazzo nelle sale, si rinnovarono le grida, l'orchestra tornò a suonare; e dodici coppie strisciarono la danza con mille scontorcimenti leziosi della testa e delle braccia che sporgevano rose nel punto che fingevano involarle, e sulla punta delle dita deponevan baci incaricati di volar sul volto delle dame danzanti. Lorenzo Bruni che aveva seguito per poco la Gaudenzi nella sala da ballo, ritornò dove s'era trattenuta la contessa Clelia, e girandole dietro le spalle, le accostò la bocca della maschera nera all'orecchio, e, parlandole con voce sottomessa e alterata, l'invitò a danzare.
— Signore, ho già rifiutato un altro gentile invito, perchè sto male.
— Signora, devo parlarvi. — Si tratta di un affar grave... Favorite ad accettare un ballo; avremo agio a stare insieme senza sospetto altrui.
La contessa sentì scorrersi un brivido per l'ossa, e non trovò parola per rispondere; chè quanto aveale detto il fratello l'aveva messa in gravissima apprensione; onde si alzò allora e, detto alla sorella che le sedeva presso:
— Aspetta qui; e, pregata la contessa del Grillo a tenerle compagnia: — Vengo, soggiunse poi alla maschera, la quale offrendole il braccio, la accompagnò nella sala da ballo.
Si posero così tra le figure danzanti, e fecero un giro; indi, quando le dodici coppie si ritirarono per dar luogo alle altre, la maschera trasse la contessa a sedere nel vano di un finestrone.
— Signora, sapete voi chi sono?
— No.
— In mille anni mai più vi apporreste.
— Spiegatevi. Che volete dire?
— Che vi avrei creduta generosa come siete bella...
— Ma chi siete voi?
La maschera aspettò che molte persone si fermassero lì presso, e colse il punto che uno degli ispettori del palco scenico, il conte Pertusati, gli passasse dinanzi. Allora parlò e gestì in modo da attirar l'attenzione altrui; poi di tratto, balzando in piedi, disse ad alta voce:
— Non meritate, no, ch'altri vi abbia riguardo... Vedete ora dunque chi sono; e togliendosi la maschera nera, scoprì la maschera bianca. — Balzò fuori allora, come per arte d'incanto, la figura del tenore Amorevoli. — Sua la faccia, sua la statura, suo tutto. Quanti erano là il riconobbero, e la contessa non potè comprimere un grido, e cadde.
La maschera si ricoprì tosto.
— Ora, voi tutti che siete qui, esclamò, potete attestare qual fu la donna per cui Amorevoli fu arrestato; e, detto questo, s'involò tra la folla, e scomparve.
Noi crediamo che il lettore avrà, presso a poco, compreso da un pezzo in che doveva consistere la trama onde Lorenzo Bruni aveva pensato, con un mezzo per verità illecito, di far uscire la verità allo scoperto.
Era da circa mezzo secolo che in Francia, dove si davano in pubblico persino otto balli alla settimana, si era introdotta la perversa invenzione delle maschere-ritratti, le quali, eseguite da pittori esperti e da plasticatori, rendevano al vivo la sembianza di chiunque si voleva. Questa maschera-ritratto di solito la si copriva con un'altra maschera qualunque, la quale, levata con destrezza, lasciava intravedere il volto imprestato che stava sotto, e che ricoprivasi tosto, onde impedire si potesse conoscere l'inganno. Questa moda dalla Francia si diffuse tosto in Italia, e segnatamente a Milano e a Venezia. Ma i disordini che ne conseguirono furono tali e tanti, che la pubblica morale se ne risentì altamente. Giovani scaltri assumevano il volto di fortunati amanti a ingannar donne e donzelle inesperte. Donne gelose e gelosi amatori e mariti, traevano in insidia donne e amanti creduli, dal che derivarono vendette e delitti.
E due anni prima del tempo a cui ci troviamo, alla duchessa di Choiseul, che, rimasta vedova, s'era invaghita d'un giovane cavaliere, con atroce giuoco fu fatto comparire ad una festa il marito defunto, ond'ella ne prese tale raccapriccio e sgomento, che, caduta ammalata, morì poi di consunzione. Perciò nella Francia stessa s'eran pubblicati editti e pene gravi contro questa invenzione turpe. Poco dopo la proibì anche la Repubblica di Venezia, e nel marzo dell'anno 1749 era uscita pure a Milano, in conseguenza di gravi inconvenienti avvenuti in quel carnevale, la seguente ordinanza:


«L'eccellentissimo governatore, avendo, con sua gravissima indignazione sentito il pessimo e colpevole uso che si è fatto da taluni male intenzionati e osceni giovinastri delle così dette maschere ritratti, ha ordinato che ne sia assolutamente vietata ed interdetta la fabbrica e l'introduzione, sotto pena di sei mesi fino a due anni di carcere, da infliggersi tanto a chi ne pagasse o sollecitasse con male suggestioni l'esecuzione, come a chi vi prestasse l'opera dell'arte e della mano per danaro o per qualunque altro compenso. Tanto sia partecipato al senato, ai tribunali, al pretorio e ai giusdicenti.
Milano, 12 marzo 1749.»


Al grido, alla caduta, allo svenimento della contessa si fermarono le danze, fu fatta tacere l'orchestra, accorsero ad onde uomini e donne da tutte le parti, accorsero le dame dalla sala vicina e la sorella della contessa e la del Grillo; e tosto il fratello, i parenti, gli amici, ultimo il conte V..., la comparsa del quale compresse a tutti la parola in bocca, sicchè fu il solo che, per il momento, non seppe nulla, e potè così ajutare la contessa, quando si riebbe, a recarsi in palchetto. — Scoppiarono allora le dicerie come una eruzione vulcanica. Da quel punto del ridotto all'ultimo angolo del teatro si propagò, colla rapidità della luce, la notizia che il tenore Amorevoli era in teatro; si propagò la notizia ch'era venuto per vendicarsi della contessa V...; che le tresche del tenore erano impegnate con lei e non con la Gaudenzi; e insieme colla notizia corsero e serpeggiarono e s'intersecarono gli stupori; le incredulità, le osservanze, le testimonianze, le persuasioni, le ire, le ingiurie contro quella donna che, dicevasi, alla superbia insopportabile aveva potuto congiungere anche una detestabile ipocrisia; e colle nuove ire e le nuove ingiurie versate contro la nuova vittima, cominciarono i pentimenti d'aver a torto fischiata la ballerina, la vittima di due sere prima, e i propositi di rimettere in piedi quell'idolo stato rovesciato, e d'andare a cercarla e di portarla a casa in trionfo.
E intanto quella notizia era giunta all'orecchio del signor giudice del Pretorio, che si trovava precisamente nel palchetto del signor segretario del Senato. — Còlto come da un colpo di fulmine, e balzato in piedi al sentire che il tenore Amorevoli era venuto in teatro, chiamò un de' tenenti che sopravvegliavano al pubblico, e lo mandò ad assumere informazioni, mentre il segretario del Senato, indarno trattenuto dal signor giudice, che voleva prima verificar la cosa e aveva paura d'una solenne sgridata, si recò, pago di farsi apportatore d'una straordinaria novella, nel palchetto dell'eccellentissimo governatore, dove trovavasi il presidente del Senato. Essi erano già informati di tutto, e facevan chiose e commenti, e già avean mandato a domandare il giudice stesso del Pretorio, che diffatto venne, pochi momenti dopo, tutto confuso a protestare com'egli aveva lasciato il tenore Amorevoli sotto buona custodia. — Tutti stettero perplessi ad aspettare il tenente ch'era corso al Pretorio, il quale, sollecito e ansioso, era salito dal custode delle prigioni, e con esso era entrato nel camerino dove Amorevoli giaceva sdrajato sul letto tra un mezzo sogno e una mezza veglia. E il tenente ebbe l'ingenuità di interrogarlo se mai fosse uscito per recarsi al teatro, per il che il tenore sospettò avesse quel zelantissimo ufficiale dato di volta al cervello.
Allora il tenente, felice che non si fosse verificato lo scandalo d'un prigioniero fuggito, si trovò d'aver gambe velocissime al pari d'un lacchè, e giunto tutto trafelato al teatro, fu introdotto al palco delle loro eccellenze ad annunciare, con gran contento del giudice, ma con nuovo stupore di tutti, che il tenore Amorevoli non era mai uscito dalla sua cella e che quei del ridotto dovevano aver preso uno strano abbaglio. Fu chiamato pertanto il conte Pertusati, uno de' cavalieri ispettori del palco, il quale si maravigliò che il governatore dubitasse della sua asserzione; e furono fatti venire testimonj più di parecchi: tutti si misero la mano al petto, protestando di aver la vista perfetta e la testa sulle spalle. Governatore, presidente, giudice almanaccarono a lungo. Che è? Che non è? Cosa può essere stato? Pensa, ripensa e torna a pensare... Ma, quasi contemporaneamente, nella testa del presidente del Senato e del giudice del Pretorio sorse quel sospetto, che poteva spuntare anche più presto, perchè l'uso delle maschere-ritratti non era che del carnevale passato, e l'ordinanza non gli era posteriore che di nove mesi. Appena messo fuori quel sospetto, fece tosto presa nella testa del governatore conte Pallavicini, il quale fattolo diventar certezza, sentì il diritto di salire in furore, e d'ordinare al signor giudice che praticasse tosto e in tutti i modi possibili le più rigorose indagini per scoprire i contravventori dell'ordinanza.
Quando il giudice uscì dal teatro, la primissima luce bigia dell'alba si confondeva già colle torcie dei lacchè che attendevano, presso le carrozze, i loro padroni. In una parte era uno schiamazzo assordante di evviva; in un'altra, vicino a una carrozza, ferveva un alterco vivacissimo tra due gentiluomini su cui si projettava la luce delle torcie dei lacchè.
Il giudice domandò che significasse quel rumore da un lato e quel contrasto dall'altro, e gli fu risposto come alcuni giovinotti accompagnavano a casa, colle torcie a vento, la Gaudenzi in trionfo; e che l'alterco era tra il conte V... e suo cognato, perchè non s'era più trovata in nessun luogo del teatro, nè in palchetto nè altrove, la contessa sua moglie, e, mandato il lacchè a vedere al palazzo, nessuno l'aveva vista ritornare. Il giudice che aveva il pensiero ai contravventori, non badò a tal fatto più che tanto, e s'affrettò al Pretorio, dove spiccò tosto gli ordini, perchè si mandassero a chiamare tutti i pittori della città di Milano senza perder tempo. E anche noi senza perder tempo diremo, che non batteva il mezzodì, che già il pittore Clavelli, semplice e schietto, invitato a comparire e interrogato, confessò la cosa, e nominò il violino per il ballo del teatro Ducale. Questi, non trovato in casa, come si seppe che praticava presso la ballerina Gaudenzi, colà appunto fu cercato e trovato ed arrestato, con nuovo dolore e spavento e lagrime della Gaudenzi, la quale, pur troppo, cominciava ad essere visitata dalla sventura.
Così nell'ora trista del tramonto di quella tristissima prima domenica di quaresima, il destino di cui abbiam veduto a scintillare in alto l'occhio beffardo, potè contemplare a un punto solo quattro scene dolorose: una sala del palazzo V... in cui il conte passeggiava innanzi e indietro, rapidissimo, mentre il furore che lo divorava per la scoperta dell'infedeltà di quella che aveva riputata irreprensibile, gli si svolgeva in cuore e gli si tramutava in un sentimento spasmodico di pietà e di costernazione, all'idea che la contessa era scomparsa e non si sapeva nè dove nè come, onde mille orridi timori gli straziavano l'animo; e nella sala stessa, la contessa madre sedeva immobile, coll'occhio impietrito e spaventato, intanto che la contessina piangeva dirottamente, e il conte fratello stava ritto in gran pensiero, guardando macchinalmente da un finestrone nella via sottoposta. Altrove poi, la povera Gaudenzi teneva appoggiato il bel volto sulle spalle della zia che, costernata, osservava la nipote costernata, mentre più lontano, in una povera casupola di legno, una vecchia, la madre del pittor Clavelli, pareva fatta stupida, all'annunzio che l'unico figliuolo era stato trattenuto prigioniero; e nella casa in contrada Borromeo, donna Paola Pietra, tenendo una lettera spiegazzata sulle ginocchia, volgeva gli occhi al cielo, esclamando con un sospiro profondo: Ahi sventurata!
E tutto ciò per un muricciolo saltato... e colui che era stata la cagione prima e sola di tanto disordine, attendeva placido in quel punto, ne' suoi vasti latifondi, ad esaminare un prospetto di conti presentatogli dal maggiordomo, di cui la somma totale veniva a dire che l'entrata dell'illustrissimo signor conte era di lire milanesi duecent'ottanta mila, a non contare due diritti d'acqua, che potevano fruttare altre lire venti mila annue.



VII


Dobbiamo saltare alcuni giorni dal tempo in cui avvennero le cose che noi raccontiamo; per ora non son che giorni, ma in seguito ci accadrà di saltar mesi ed anni e olimpiadi e lustri, e non è del tutto improbabile che si debbano saltar via anche decenni. Egli è a questo modo che il lettore potrà farsi capace della possibilità di passar in rivista gli avvenimenti di cento anni in un sol anno; perchè, se dovessimo continuare a tener dietro ai giorni colla fedeltà di un calendario, converrebbe venire a patti colla morte, tanto a chi scrive come a chi legge; la qual cosa, quand'anche fosse possibile, non sarebbe certo un buon affare... parliamo per noi; de' lettori non sappiamo. Tornato ora a' nostri personaggi, a quelli segnatamente che vennero arrestati, il tenore Amorevoli, Lorenzo Bruni, il pittore Clavelli, erano stati trasferiti al capitano di giustizia; di modo che il primo, dopo cinque giorni, e gli altri dopo ventiquattro ore, avean lasciato il Pretorio in santa Margherita. — Diciamo in santa Margherita, non già nell'odierno locale della Direzione di Polizia, perchè a quel tempo qui sussisteva ancora il convento delle monache Benedettine. Del rimanente codesto fatto del trovarsi il Pretorio nella contrada di santa Margherita, in quell'anno o in quel torno, noi lo abbiamo ricavato da alcune ordinanze e avvisi a stampa che abbiamo sott'occhio, ordinanze di quella classe, che, applicabili al momento fuggitivo, non v'è per consueto chi ne tenga conto, onde si perdono senza venir raccolte a fermare ne' libri una notizia stabile di un accidente passeggiero. E da tali ordinanze e avvisi abbiam potuto congetturare appunto, come nel locale assegnato pel Pretorio vi fossero pure delle celle suppletorie pei detenuti. Ognuno sa poi, che l'antico Pretorio non era che l'attuale palazzo dell'Archivio nella piazza dei Mercanti, e che là erano i sedili per il Podestà, pei due giudici, così detti del cavallo e del gallo, i quali rendevan ragione nelle cause civili e criminali; infine pel giudice dei dazj e pel vicario, ecc. Ma tali ordini di cariche e di località, modificate, sebben lentamente, col tempo hanno fatto trasportare il Pretorio altrove, e, forse, per un provvedimento provvisorio, nella contrada di santa Margherita. E pare inoltre, che, alla metà del secolo passato, il Pretorio non serbasse tutte le sue antiche attribuzioni, ma ne avesse invece in gran parte di simili a quelle dell'odierna pretura urbana, con una sezione per le cause criminali.
Colà si instituivano i primi esami e si assumevano le prime informazioni, per passarle poi al capitano di giustizia; sebbene ci siano documenti pe' quali è provato che, anche solo dietro relazione definitiva del giudice pretore, o dei giudici del cavallo o del gallo, si passasse alla condanna degli accusati.
Ora, lasciando da parte cotali questioni che non hanno che qualche lieve rapporto colla natura de' fatti che noi raccontiamo, e desiderando solo voglia taluno stendere una descrizione della città nostra, che completi e continui quella del Lattuada, che si ferma al 1735; diremo che, se Lorenzo Bruni aveva tanto fatto per mettere a nudo la verità, e ben potea dire d'esserci riuscito nel modo il più trionfante, sebbene illecito, come que' capitani che vincono una battaglia per avere saputo ridersi del diritto delle genti; la verità, appena comparsa, fu trattenuta indietro a viva forza, e persino si tentò di farla scomparire, tanto che Lorenzo non aveva altra certezza se non questa, d'aver saputo trovar la maniera d'andar in prigione e di trarsi dietro il povero Clavelli, senza aver trovato poi quella di farne uscire Amorevoli. — Avendo esso, al primo interrogatorio, per le sue buone ragioni, confessato il fatto senza titubanza, e in conseguenza di ciò, essendo stato inviato, benchè in carrozza, perchè pagata da lui, al palazzo del capitano di giustizia, quando colà ebbe a subire il secondo interrogatorio, la sua condizione si venne terribilmente peggiorando. Fin dalle prime parole che gli rivolse l'attuaro, Lorenzo potè accorgersi, acuto com'era naturalmente e penetrativo e scaltrito dall'esperienza, che chi lo esaminava gli aveva una singolare avversione; perchè non era quella consueta severità del giudice verso il reo, ma una severità speciale, trovata e adoperata espressamente per lui, rinfocata dalla natura speciale di quella da lui commessa contravvenzione alla legge, e più che mai dall'intento di quella contravvenzione stessa.
La madre della contessa Clelia aveva un fratello senatore, la sorella del senatore era la moglie del marchese Recalcati, in quell'anno regio capitano di giustizia, uomo integerrimo e giurisperito profondo. Il marito della contessa aveva un fratello, il quale, avendo provato che la sua illustre casa erasi stabilita a Milano da più di un secolo, aveva potuto entrare nel collegio dei nobili dottori. Ora questo dottor collegiale era intrinseco del vicario di giustizia, carica corrispondente a quella che, se non oggi, alquanti anni or sono, chiamavasi di vicepresidente del tribunale criminale. Ognuno può imaginarsi quanto alla contessa madre e al conte marito e a tutto il parentorio premesse, se non l'innocenza di donna Clelia (ormai improbabile, perchè la di lei fuga aveva chiuse le porte a tutte le speranze), almeno l'apparenza di quella. Nei primi giorni adunque dopo la sua scomparsa, se calde e affannose e insistenti e continue furono le ricerche praticate dappertutto per poter scoprire dove ella si fosse ridotta; ricerche che, sino a quel punto, non avevano fatto altro che accrescere il dolore e la desolazione; furono calde e affannose del pari le pratiche, le preghiere, le insinuazioni che la sorella adoperò col fratello, che il cognato senatore fece pesare gravemente sulle spalle del cognato capitano, che il dottor collegiale, mediatrice l'amicizia, fece penetrare nelle ossa del vicario; e siccome eran tutta gente di legge, ossia gente avvezza, in mancanza d'un codice preciso e determinato, a giuocar di testa e d'acume e di sofismi e di cavilli nel labirinto inestricabile delle leggi statutarie, così non affaticarono a conchiudere, che, dopo tutto quello che era successo, non era ancora provato che donna Clelia fosse quel che si voleva che fosse; perchè dal suo labbro non era uscita confessione nessuna, essendo caduta in deliquio; che Lorenzo Bruni poteva, anzi doveva essere un briccone matricolato, e Dio sa quale scopo abbominevole aveva potuto proporsi, e forse della stessa scomparsa di lei poteva essere l'autore egli medesimo. È a notare però, che nè il senatore, nè il capitano, nè il vicario non avean fatto che ascoltare, e con aspetto di sapienza e di prudenza respingere le insinuazioni de' parenti e degli amici, terminando sempre i discorsi coll'intercalare obbligato: non si farà che la pura giustizia, e cogli intercalari accidentali: bisognerà vedere, bisognerà sentire; non si può aver riguardo a nessuno fosse il padre, fosse la madre. Ma in conclusione s'eran lasciati penetrare; perchè gli uomini bisogna che paghino il tributo degli uomini, e nelle questioni di sangue e di parentado e di ceto e d'onore, quando le instituzioni non sono imposte da una giustizia che sia veduta da tutti i lati e in pubblico, il sentimento provoca il sofisma, e il sofisma l'arbitrio, e tutto a nome del giusto e del retto, e tutto senza che l'onestà dell'uomo prevarichi, perchè non è sempre questione di cuor guasto, ma di testa conturbata.
Crediamo sia inutile di dire come, nel secolo passato, nel sistema della giurisprudenza pratica, e segnatamente del così detto processo criminale, non si fosse fatto alcun passo oltre il secolo XVII. (Ci riferiamo a questo secolo, perchè i lettori, nella disquisizione legale di Manzoni intorno alla colonna infame, avran potuto farsi una idea della condizione della giurisprudenza a quel tempo). Non v'era un codice scritto ben discusso, ben formulato e ben determinato in nessun paese. Le leggi statutarie e il diritto romano e le varie interpretazioni dei legisti costituivano tutto il capitale giuridico tanto di un dottor collegiale, come di un senatore. Ed era da quattro secoli che ciò continuava, senza che nessuno si accorgesse che quel sistema fosse irrazionale; irrazionale del pari e assai meno popolare di quello che avea a lungo durato nel feudale medio evo. Diciamo assai men popolare, perchè prima del secolo XIII le cause criminali si trattavano in pubblico, onde, come dice Sclopis, manifesta era l'accusa, pubblico l'esame de' testimoni, aperta e libera così l'interrogazione come la difesa del reo. Ma nel secolo XIII l'eresia suggerì nuove forme d'inquisizione, e, all'uso de' tormenti preparatori, che fu il crudele sistema di prove introdotto dallo studio delle leggi romane (il quale, del resto, per tutte le altre parti era stato così benefico), s'accoppiò il segreto nell'orditura del processo. Che se in prima il processo segreto era invalso soltanto nelle questioni ereticali e in via di eccezione, col tempo si diffuse e si allargò a tutte le cause civili e criminali, e come regola costante. In Mario Pagano, in Meyer, in Sclopis ognuno può vedere tutte le forme originate da questo principio, e come, essendosi voluto corroborare la coscienza morale del giudice colla così detta coscienza giuridica sottoposta al calcolo della probabilità, si fosse edificato un corpo di dottrina falso e pieghevole ad ogni maniera di assurdi e di arbitrj. Per queste cose, tanto nelle cause criminali, come anche nella trattazione delle cause civili, se il giudice o l'avvocato o il patrocinatore che sosteneva un assunto o lo contrastava, era dotto, acuto e dialettico, e se per avventura tra la dottrina, l'acume e l'eloquenza lavoravano la passione, l'ostinazione o l'errore implacabile del giudizio, allora la legge statutaria, il diritto romano, e l'interpretazione dei giuristi facevan la figura e subivan la sorte delle tre palle sotto al bossolo del giocoliere. Per il che ognuno può considerar com'eran degni di pietà coloro dalla cui parte era la ragione. Se poi una tale pratica di giurisprudenza era comune a tutt'Italia e a tutt'Europa, ciascuno Stato vi recava alcune sue forme proprie addizionali, e alcune sue proprie modificazioni di vita e di costumi, le quali rendevano ancor più inestricabile il labirinto degli arbitrj. Per fermarsi a Milano, nel secolo XVIII, oltre al sistema del processo segreto invalso dappertutto, e al diritto romano, e ai commenti dei legisti, la città si regolava ancora cogli statuti e colle costituzioni criminali di Carlo V; ma v'era un fatto che, quand'anche il sistema generale fosse stato ottimo e gli statuti di Carlo V i migliori possibili, era tale da mettere ogni cosa in disordine; ed era che il campo della giurisprudenza giudiziaria era tenuto e padroneggiato con mano tenacissima, meno qualche rara eccezione, dal solo ceto patrizio.
Il collegio dei dottori era costituito per la maggior parte di nobili. — Da questo collegio, che era, quasi diremmo, un vivaio perpetuo di capacità giuridiche più o meno profonde, uscivano quasi sempre i giudici del cavallo e del gallo, il giudice del Pretorio, il vicario, il capitano di giustizia, i senatori, il presidente del Senato. — Abbiamo un elenco manoscritto dei capitani di giustizia dal 1750 al 1783, da cui risulta, che tutti appartenevano alle principali case della città. Si poteva pertanto quasi dire, che la giurisprudenza fosse a Milano una proprietà di famiglia. Ora, se a questo fatto si aggiunga quello de' privilegj ancora sussistenti, ognun vede come poteva camminare il vero diritto, concesso pure che quei patrizj avessero teste di bronzo e cuori pietosissimi; e potessero, per un prodigio della natura e della fortuna, aver tutti la testa, per esempio, di Farinaccio, e la carità squisita, per esempio, di san Francesco d'Assisi. Ma oltre ai legami, abbastanza forti del ceto, v'eran quelli della parentela. Bensì qualche volta s'intromettevano le rivalità e i puntigli e gli odj antichi tra casato e casato: ma questo non era già un mezzo di equilibrio, sibbene un'occasione nuova di poter offendere la giustizia in un altro modo.
Ma torniamo a' nostri personaggi.
Nella prima metà del mese di marzo, Lorenzo venne condotto dal barigello al banco dell'auditore, per essere sentito in un secondo esame. Messo a sedere innanzi al banco, il Bruni stette attendendo con impazienza che l'auditore, il quale era intento a sfogliar carte, gli rivolgesse la parola. Era ansioso di sapere se gli avevano destinato un protettore. I protettori de' carcerati (Protectores carceratorum) erano giovani causidici, che esordivano la carriera assumendo la difesa degli accusati. Eran nobili per la maggior parte anch'essi e bisognava che passassero attraverso a questa pratica per poter avere il diritto di essere ascritti col tempo al collegio dei dottori. Le difese si scrivevano in lingua latina o in lingua italiana, e così venivano presentate al capitano di giustizia per passar poi anche in Senato.
Quando l'auditore alzò la testa, volse a Lorenzo uno sguardo tale da fargli temere il peggio; poi disse:
— Persistete voi dunque nell'asserire che la causa per cui avete ricorso ad una abbominevole astuzia, al fine di trarre in insidie la nobilissima signora contessa Clelia V..., sia stato il desiderio di stornare il disonore dalla vostra protetta?
— Non posso che persistere, perchè è la pura verità.
— Vogliate però considerare che la cosa è inverosimile, e che una tale inverosimiglianza ci consiglierà gravi misure.
— La verità è una sola, rispose Lorenzo con un certo sdegno, e mi pare d'avere già esposto suffizienti argomenti per togliere ogni altro sospetto dalla testa del signor giudice. Torno a ripetere che, dal momento che la giustizia trovò d'escluder dagli esami, non so per che sue ragioni, precisamente la donna che sola era stata la cagione di trarre a mal partito il signor Amorevoli, io mi trovai in dovere di illuminarla; prima di tutto perchè trovavo ingiusto e insopportabile che una virtuosa ragazza avesse taccia di disonestà per colpa altrui; in secondo luogo perchè dal momento ch'io potei intravedere che la nobilissima signora contessa avea potuto aver la debolezza...
— Vi intimo di adoperar parole più rispettose.
Lorenzo tacque un momento, come per respingere un leggiero soprassalto d'indignazione, poi soggiunse:
— Io ho l'obbligo di difendere me stesso. È un obbligo santo come un altro, poichè ciò che mi s'ingiunse qui è di dire la verità. Però se, quand'anche con un mezzo riprovevole ma il solo tuttavia che m'era possibile, ho potuto mostrare a tutto il pubblico da che parte stesse la colpa, io non so in che modo debba nominare la signora contessa, quando per necessità devo parlare di lei.
L'auditore lo guatò bieco, senza far motto.
— Siam tutti di carne umana, soggiunse poi Lorenzo sempre più indispettito, e non è detto che una nobil dama non possa avere una qualche debolezza... il signor auditore mi perdoni la parola.
— Non è più questa la cosa di cui si tratta. Già nel primo esame avete scagliato abbastanza vituperj contro il rispettabile ceto patrizio.
— Io non ho offeso nessuno. Ho detto solo che una povera fanciulla non doveva portar la pena delle colpe altrui, e che, mi perdoni il signor auditore l'amore della verità, la giustizia non doveva avere nessun riguardo alla nobiltà della signora contessa; e dal momento che non aveva dubitato d'interrogare tutte le donne che possibilmente avean avuto parte nel fatto, non c'era nessuna ragione per cui dovesse omettersi precisamente quella, sotto alle cui finestre era succeduto l'arresto del signor Amorevoli. Se gli uomini che tengono il sacrosanto mandato di rappresentare la giustizia avessero fatto il loro dovere, io non mi sarei trovato al punto di offendere la legge. Questo solo ho detto e dovevo dire, per mostrare, d'altra parte, che se ho dovuto ricorrere a un mezzo proibito, fu per un fine retto.
— Un fine retto?... esclamò allora l'auditore rompendo le parole all'accusato; rispondete, ora a questa domanda: — Chi ha fatto scomparire dalla sala, dal teatro e dal palchetto la nobile signora contessa, di cui non si è ancora potuto scoprir traccia?
Questa domanda riuscì così improvvisa e inaspettata al povero Bruni, ch'ei ne rimase colpito, e tanto più in quanto d'un colpo d'occhio ne misurò tutta l'estensione pericolosa. Ma soggiunse poi subito:
— Cosa poss'io sapere di quel che sia avvenuto della contessa?... Dio faccia che non sia successa una disgrazia... Ma se ella è scomparsa e fuggita, il motivo ne è così chiaro, che non se ne può cercare un altro.
— Il motivo n'è tanto chiaro, che la giustizia v'intima adesso di addurre le prove onde convincerla che non siete stato voi a far scomparir dal teatro la contessa.
Lorenzo Bruni stette un momento silenzioso poi ripigliò:
— Tocca a chi mi accusa di questo fatto, per me impossibile e assurdo, a produrre le prove, non a me. Io non posso dir altro, se non che dopo lo svenimento della contessa, avvenuto per l'effetto delle mie parole e della creduta presenza del tenore Amorevoli, io non l'ho veduta più, e non seppi che alla mattina com'ella era scomparsa dal teatro e dalla casa, e non la si ritrovava in nessun luogo.
— La giustizia potrà rendervi ragione in seguito, ma per ora, essendo voi il solo interessato ai danni della nobile contessa, la giustizia è in obbligo di metter voi in istato di accusa per un tal fatto.
Lorenzo, a questo dire, si turbò forte e non trovò parole, sospettando come nell'impegno, forse assunto, di stornare il disonore della contessa e dal suo casato e da quello del marito, si era determinato di prender lui di mira in ogni modo, gettando nel pubblico false voci e false accuse.
— Cosa dunque potete aggiungere al già detto?
— Nulla... Io non posso che ripetere sempre le stesse parole. Io non vidi mai più la contessa dal momento che cadde svenuta.
— Quand'è così, voi sapete quali mezzi tiene in serbo la giustizia per fare in modo che una bocca pronunzii la verità.
E l'auditore, suonato il campanello, ingiunse al custode di ricondurre il Bruni nella sua prigione.
Partito Lorenzo, l'auditore si alzò, e prendendo il processo verbale dalle mani d'un assessore:
— Nessuno, disse, mi leverà dalla testa che costui sia un iniquo matricolato — E con tali parole sulle labbra, e coi relativi pensieri nella testa, si mosse per recarsi nell'aula dell'eccellentissimo signor capitano di giustizia. Quando fu nell'anticamera e già stava per farsi annunziare, gli mosse incontro una livrea dell'illustrissimo signor capitano marchese Recalcati, e:
— Per ora non si può entrare, gli disse.
— Perchè non si può... ?
— Perchè...
Ma in quella si fecero intorno all'auditore molti notaj e assessori e scrivani che si trovavano là, e:
— Sapete, gli dissero, chi fu ammesso or ora all'udienza dell'illustrissimo signor capitano?...
— Che cosa posso saper io?... chi dunque?...
— Non lo indovinereste in mill'anni. Quella venerabile matrona che tutti conoscono, donna Paola Pietra.
— Ma che relazioni può avere una tal donna colla giustizia?
— Chi lo sa?
— Gli è molto che sta col capitano?
— Se non è di più, non è di meno di un'ora... Chi sa mai cos'è avvenuto di strepitoso?
Ma in questo punto s'udì una lunga scampanellata dalla camera del capitano, e accorse le livree ad aprir l'uscio, comparve sulla soglia donna Paola, la quale uscì, attraversando l'anticamera tra gl'inchini riverenti di quanti eran là.
L'auditore allora si fece annunziare, ed entrò dal capitano con una faccia tutta giuliva.
— Ecco il processo verbale del nuovo esame a cui oggi fu assunto Lorenzo Bruni. Ho tali indizj, che mi danno la convinzione possa costui essere il colpevole del trafugamento della contessa.
A queste parole il signor capitano non fece motto, e preso il foglio dalle mani dell'auditore, contro l'aspettazione di quel giudice zelante, non disse nulla, e lo licenziò severissimo.
Ora ci rimane a sapere per qual fine donna Paola Pietra abbia domandato un'udienza al capitano di giustizia, e che cosa sia avvenuto della bella e sventurata donna Clelia.



VIII


Talora dà il caso che, nella massima esaltazione di un sentimento o di più sentimenti, quando tutte le facoltà dello spirito, quasi ubbriacate, hanno cessato di agire regolarmente, essendo messe in rivoluzione da una sventura, da un pericolo, da un dolore, da un colpo imprevisto, occorra necessariamente di prendere un partito; e in tal contingenza si abbracci precisamente quello che è il più opportuno, e che forse non sarebbe giunto a trovare nè a proporre nemmeno la mente più calma e più provvida. — Bisogna adunque che quella esaltazione procellosa de' sentimenti assomigli all'acquavite campale, che spinge fin le reclute contro le bajonette d'un battaglione quadrato; e, per valerci d'una similitudine un po' più gentile, conviene che quell'esaltazione produca quasi un sonnambulismo benefico, il quale, togliendo per poco all'uomo la ragione, la quale può turbarsi in conseguenza della sua potenza medesima e della sua virtù illimitata, gli dà invece l'istinto che va diritto per la sua via, men nobile, se vogliamo, ma più determinata e precisa. — La disperazione, per esempio, non accetta mai le sue leggi dalla ragione, ma si sottomette, sebbene inconscia, alla spinta cieca dell'istinto, ed egli è per questo che qualche volta i suoi consigli sono un sublimato di prudenza.


Una salus victis: nullam sperare salutem.


Applicando ora queste nostre riflessioni alla condizione speciale della contessa Clelia, se, dopo avvenuta la catastrofe del finto Amorevoli e del deliquio, tre uomini di consiglio, come soglionsi chiamare, si fossero uniti per risolvere in fretta e in furia quel che la sventurata avrebbe dovuto fare, è assai probabile che non avrebbero dato il più sano parere.
E, in quanto a noi, siamo specialmente convinti che si sarebbero ben guardati dal dirle: Fuggite, e senza perder tempo, e sola e in qualunque modo ciò vi riesca. Eppure, a pensarci bene, era questo il partito più conveniente che rimaneva alla contessa. Anche noi, dobbiam confessarlo, quando sentimmo per la prima volta che donna Clelia era scomparsa dal teatro, abbiamo fortemente sospettato non le avesse dato di volta il cervello; ma poi, a nostro dispetto, dovemmo convenire che un consiglio di tal fatta non le poteva esser venuto che da Salomone; tanto la disperazione avea tenuto luogo di sapienza! A rimanere a Milano e nella sua casa, come poteva sopportare la presenza del marito? e poi, chi sa cos'avrebbe potuto fare quello spagnuolo inferocito? Come sostenere lo sguardo della madre? come rispondere, cosa dire? Con che fronte uscire in pubblico ad incontrare gli sguardi di tutta la città? Come resistere all'insultante pietà delle rivali trionfanti? Ma ella non avea nemmen pensato a tutto ciò. Riavutasi del deliquio e uscita dal palchetto, col domino tra le mani e come per pigliar aria, guizzò tra la folla delle maschere che facevano ingombro al palchetto e assiepavano il corridojo, e senza titubanze e rispetti, chè la disperazione è imperterrita e non conosce ostacoli, uscì dal teatro; e là, allontanatasi dalla porta dell'ingresso, avvolta nel domino a bardosso, ed esposta così al freddo e al vento, che pareva un Sibilla vaticinante, vista la carrozza di casa Cusani che conosceva (per essere la moglie del marchese Cusani in grande intrinsichezza col Conte V...), chiamò il cocchiere per nome. Quegli si volse, e, col lume del fanale e del primo crepuscolo, riconosciuta, sebbene a stento, la contessa:
— Cosa mi comanda? disse.
— Sta queto, che già siam d'accordo colla marchesa; ho bisogno della sua carrozza; e di buon trotto accompagnami alla mia villa a Gorla...; tu ci sei stato altre volte. Vogliam fare una burla a qualcuno.
Il cocchiere non rispondeva, e stava perplesso; ma la contessa, aperta la porticina :
— Suvvia dunque, t'affretta; chè non c'è tempo a perdere, e se non si corre, ogni cosa può andare a vuoto.
Il cocchiere si strinse nelle spalle, ma obbedì; e sferzati i cavalli, in mezz'ora fu a Gorla sul naviglio. Spuntava il primo sole quando fece una magistrale voltata entro al portone già dischiuso della sontuosa villa V... — Colà giunta, la contessa chiamò il castaldo, che accorse con di lui grande stupore; fece pagar lautamente il cocchiere, al quale impose di ritornar subito a Milano; poi rivolta al castaldo:
— Ti farà meraviglia ch'io mi trovi qui? Ma oggi verrà il conte... e sentirai da lui... or non è tempo a perdere... e fa attaccare i migliori e più veloci cavalli che hai nelle stalle... e dammi un uomo. — Il castaldo obbedì anch'esso prontissimo, per quante congetture facesse. — La carrozza fu tirata fuori, i cavalli attaccati, l'uomo fidato fu tosto in serpe colla sua frusta disposta alle battiture. — Donna Clelia intanto aveva scritta una lettera, che, fatto chiamare un contadino, della cui incapacità a leggere e a scrivere volle prima assicurarsi, gli consegnò, perchè la ricapitasse al curato di Santa Maria Podone. — E il contadino era partito sotto gli occhi stessi della contessa, e senza che il castaldo potesse veder la lettera, dopo ciò la contessa erasi levate le gioje, che mise in un fazzoletto; poi si sciolse i capegli, li abbassò, li rese meno appariscenti, e li nascose in un velo nero che si fece dare dalla moglie dell'agente; raccolse infine al possibile la coda del vestito azzurro ricamato in argento e si avvolse tutta come potè meglio nel domino, adattandoselo alla vita come un vestito comune; e così stranamente acconciata, chè il tumulto de' pensieri gl'impediva d'avere il capo a tali cose, salì finalmente in carrozza, dicendo forte al cocchiere: Ponte san Marco. La casa V... aveva un vasto tenimento tra questo luogo appunto e il lago di Desenzano, e se la contessa si diresse a quella volta non fu per altro motivo che perchè era quella la terra più lontana dei possessi di casa V... Il viaggio durò tutto quel giorno e il successivo. — A notte inoltrata donna Clelia giunse alla villa, tra le solite meraviglie degli agenti e delle fattoresse. All'alba del terzo giorno, avuto il modo di cangiar vesti, scomparve improvvisa anche dalla villa, all'insaputa di tutti.
Se la contessa non avesse pensato a partire inosservata dalla villa di Ponte san Marco, la sua prima fuga non le avrebbe giovato a nulla; perchè, di fatto, da Milano fu spedito sulle sue traccie un uomo fidato sin là, e ciò dovea naturalmente succedere, poichè il cocchiere di casa Cusani, tornato a Milano, quando la marchesa padrona era già a letto, dopo essersi sentito minacciare lo sfratto dalla casa del padrone montato in sulle furie, raccontò il fatto della contessa V... Allora il marchese Cusani, che già sapeva della sparizione di lei, mandò il cocchiere stesso ad avvisarne il conte marito, che tosto inviò un servo a Gorla, ove ebbe la notizia che la contessa era partita per Ponte san Marco; tanto che, quando esso, la madre, il fratello e la sorella di donna Clelia, verso l'ora bassa della prima domenica di quaresima, versavano in quell'angoscia che il lettore sa, un uomo della casa era già in viaggio per quella volta; chè il conte non avea voluto per nessun modo che partissero nè il fratello nè la madre; se a ragione o a torto non sappiamo, ma chi s'attenta di discutere sulla ragione e sul torto in momenti di tanto affanno e scompiglio?
Qui poi occorre di notare per la completa intelligenza delle cose, che il fratello della contessa, quando sentì dal carrozziere di casa Cusani quel ch'era avvenuto, si recò insieme con esso dal marchese medesimo, il quale, dopo un lungo discorso tenuto col conte, ingiunse al carrozziere di non lasciarsi sfuggir di bocca quel ch'era seguito, nemmeno colla marchesa, alla quale si sarebbe concertato quel che dovevasi dire. — E la casa V... incaricò della medesima incumbenza verso i gastaldi della villa a Gorla, l'uomo spedito colà e altrove a cercar notizie della contessa. È a notare inoltre come, in sull'ora tarda della stessa prima domenica di quaresima, il curato di Santa Maria Podone avea portato in persona una lettera a donna Paola Pietra, ed era quella appunto che la contessa aveva scritto prima di partire per Ponte san Marco. In quella lettera, con un disordine d'idee e di modi che è facile immaginare, donna Clelia narrava in prima il fatto accaduto in teatro, poi veniva prorompendo in questi sentimenti:
— «Così tutto è finito per me, nè potrò mai più mostrare la mia fronte a chi m'ha conosciuta, chè piuttosto vorrei trovarmi mille braccia sotto terra. Oh se tosto avessi adempito il suo consiglio, donna venerata, almeno il mondo mi avrebbe dato il merito di una franca confessione, e forse non sarei stata disprezzata da colui, nè tanto punita; quantunque, per verità, non mi sembri poi di aver meritato così fiero e spietato trattamento. Oh potessi far noto al mondo qual era la mia intenzione, e come il pensier mio non fosse altro che di scansar pel momento gli scandali del carnevale... Almeno colui potesse conoscere che la mia intenzione era di salvarlo in ogni modo! Ma faccia ella per me, venerabile signora, il bene che io non ho potuto. La sua carità proveda e accorra e ripari. Se mai credesse di parlare a mia madre, di parlare al conte, lor faccia intendere ch'io non ho veruna macchia grave a rimproverarmi, e che fui assai più disgraziata che colpevole, disgraziata quanto mai si può pensare... Ma ora vedo di darle un incarico impossibile... perchè non è bene, e non desidero ch'ella veda nè mia madre, nè il conte. Chè lo giuro formalmente a lei, venerabile signora, nè ella stessa potrebbe distogliermi da questo proposito... Non sarà mai ch'io ritorni mai più a vivere col conte; io non voglio vederlo mai più. Io non l'ho mai amato, nè lo amo, quantunque lo rispetti e lo compianga. Ma se egli è or fatto infelice per me, son sette anni ch'io son fatta infelice per lui; e d'altra parte vivo certissima che nemmeno esso non mi ha amata mai. Dunque si rompa una volta e per sempre questo nodo, il cui solo pensiero mi ha desolata, perchè... ma io sento il rossore di quello che stavo per dire, ma io sento il bisogno ch'ella mi protegga e mi consigli, e mandi il balsamo della sua parola soave sulla piaga insopportabilmente dolorosa del mio cuore. Or dove io vada non so. Nè so quello che io sia per tentare, nè quello che la disperazione vorrà fare di me. Ma qualunque cosa fosse per succedere; ma dovessi anche morire, chè oramai non vedo miglior mezzo d'uscita alla passione che mi divora e al tormento inesprimibile di non poter vivere senza alimentarla, e di dover incontrare il disprezzo di tutti e il mio stesso; dovessi, dico, anche morirne, io desidero che la sua parola, pietosissima signora, venga a confortarmi nella mia ora suprema. Or io parto... Ed ella mi scriva e tosto... e mandi la sua lettera a Brescia, dove io manderà a levarla, e sulla soprascritta metta il nome del mio casato a rovescio.»
Come rimanesse donna Paola al ricevere questa lettera, è facile imaginarlo. — Il primo pensiero fu di recarsi tosto a spargere qualche conforto fra coloro che dovevano vivere in angustie per la partenza della contessa. Ma poi riflettè che ne potevano scaturire guai più serj, e che prima di parlare alla madre e al marito della contessa erano indispensabili altri provvedimenti. — Intanto credette bene di rispondere subito a donna Clelia, e di trovare il modo perch'ella si ricoverasse in luogo sicuro, dove potesse guardarsi e dalla passione propria e dall'ira gelosa del conte. — Le scrisse dunque di volo una lettera il cui tenore era questo:


«Donna tanto infelice quanto a me cara!
«Se la sventura vi ha visitata, voi dovete essere più forte della sventura. — Se abbiate ben operato ad abbandonare la vostra casa, nella pericolosa e speciale condizione in cui versate, non mi attenterò di recarne giudizio. Ma quand'anche aveste fatto il peggio, la Provvidenza metterà un riparo a tutto. Vi ringrazio, cara donna, che il vostro primo pensiero sia stato quello di scrivere a me, ed io vi mostrerò la mia gratitudine col fare tutto quello ch'io potrò per voi. Di questo potete vivere sicurissima, e se per ora non vi è dato altro conforto, questo vi sia almeno intero. Da più parole della vostra lettera, io scorgo che il vostro cuore, più assai che dalla medesima sventura e dall'onta, è penetrato da un pensiero troppo costante verso chi è vostro obbligo assoluto di dimenticare. — Cara la mia donna, il tempo guarisce di grandi piaghe, e vogliate aver fiducia nel tempo: ma credetemi, che per tornare a rialzarvi in dignità di donna onorata, e costringere il mondo, che si appaga di maldicenza e di disprezzo, a tacere e a rispettare, ve l'ho già detto, conviene che la vostra vita da quest'ora in poi proceda inalterabile e senza un rimprovero. Allora voi troverete che il mondo è qualche volta tanto giusto ne' suoi giudizj, quanto più spesso è precipitoso e spietato. Allora verranno i giorni in cui amerete la stessa sventura, perchè per suo mezzo sarà scaturita la vostra felicità.
«Ma pace per ora, la mia cara donna, pace e coraggio...; e giacchè non avete ancor ben determinata la meta a' vostri passi, e fuggite così a caso, cacciata dalla sola disperazione; e la solitudine potrebbe trarvi a malissimo partito, Dio vi guardi dalle funeste tentazioni della solitudine! Io scrivo in sull'istante ad una famiglia virtuosissima di Venezia, quella dove fui accolta io stessa con carità d'affetto, quando ci capitai da Milano, fuggita da chi mi teneva in ingiusta prigionia; che rividi, come tornai da Roma, e che l'anno scorso fu a visitarmi a Milano, con sempre costante amorevolezza. Voi dunque avete a recarvi colà, e, a tale oggetto, v'accludo un foglio perchè siate riconosciuta e accolta e abbracciata e consolata, e forse guarita coll'insistenza delle cure amorose. Ricevuta questa, rispondetemi di volo, e Dio vi benedica.


«Paola Pietra»


Questa lettera giunse a suo luogo a Brescia, e presto arrivò nelle mani della contessa Clelia, la quale tosto rispose alla donna pietosa con effusione d'affetto, e coll'accettare il partito proposto. Così ella recossi a Venezia, dove infatti fu accolta con ogni maniera di affettuose dimostrazioni in quella casa a cui donna Paola aveala raccomandata.
Ma chi avrebbe detto che il destino, così spesso strano e capriccioso, come talvolta provvido, della dimora di donna Clelia a Venezia doveva valersene per iscoprire i capi del filo a cui s'attiene il fatto principalissimo del nostro racconto, e quello per cui sino ad ora avvenne tutto quello che avvenne? chè il lettore, dato che, per un caso de' più strani, abbia preso interesse a quest'istoria, non deve obbliare che, nella stanza vicina a quella dove giaceva il defunto marchese F... erano state trafugate delle carte; che probabilmente tra quelle ci doveva essere un testamento; che se era stato commesso un delitto di tanta gravezza, qualcuno necessariamente doveva averlo commesso e, se non di certo a Milano, in qualche parte del mondo colui doveva bene esistere e starsene cheto.



IX


Or lasciamo per poco Milano, la Babylo minima di Ugo Foscolo, e rechiamoci a Venezia, la città adottiva del chiaro di luna, del romanticismo convenzionale e degli amori pseudo-platonici. O Venezia! Oppure Vinegia, come noi preferiamo di chiamarti per appagare un nostro gusto da antiquario, quante fantasie di poeti hai tu stancate; quanti romanzieri hai raggirati lontano dal vero, attraverso all'inestricabile labirinto delle tue calli; a quanti esageratori di professione hai fatto prestito grazioso della tragica tinta de' tuoi palagi secolari e dell'onda stigia de' tuoi rii, saturi di gas fosforici e di quel jodio che è tanto lodato per la cura della scrofola! Quante bugie, senza tua colpa, hai fatte pronunciare agli storici, che pure, con un coraggio da leone, s'incaricano di dire la verità! Quanti femori e coscie e stinchi hai tu infranto colla pietra bianca de' tuoi ponti traditori! A quanti giovinotti hai fatto perdere l'appetito e la salute ricoverandoli insidiosamente sotto al felze delle tue gondole! Quanti odorati squisiti e permalosi hai offeso coll'odore infesto del tuo baccalà! Quante spregiate crete Versâr fonti indiscrete dalle tue altane e dalle tue finestre plebee sul capo dell'ansioso visitatore delle vetuste tue glorie! O Venezia, o, come ci piace meglio, Vinegia, tanto straordinariamente bella e fantastica e divina, quanto, in certe parti, difettosa e incomoda e talora fetente! O regina dell'Adriatico, o donna di duplice aspetto, che rendi veraci tutte le descrizioni perchè, al pari della fata Alcina, ti mostri in apparenza di vegliarda a mettere in fuga chi pure è venuto a visitarti colle migliori intenzioni; ma per chi ben ti contempla, sei bella e giovane ed attraente e divina così, da ammaliare Ruggero. Ma la colpa è di chi ha sempre voluto descriverti da un lato solo; e dei pittori di prospettiva che non sanno altro che far ripetizioni eterne della tua piazza e del tuo palazzo Ducale. Così il visitatore, tratto in inganno e venuto a te coll'ansietà come di chi vede una terra di consolazione nella fata Morgana, s'indispettisce, se, dopo l'incantevol piazza e Rialto grande e le colonne del molo e l'ampia laguna, non vede che calli e callette, e negri rii, e casupole miserabili, e ballatoj con luridi cenci, e zucche baruche, addentate ovunque dagli squallidi figli de' tuoi pescatori. Il viaggiatore poetico che, pieno la testa delle narrazioni convenzionali di Venezia, vi capita la prima volta, e per una bizzarria dell'accidente, in un giorno di pioggia; e prima di vedere le tue ricchezze gloriose s'incontra nelle miserie deplorabili, e affacciandosi alla finestra dell'albergo, non ha altra sensazione che di chi abitasse nell'interno d'un pozzo, tra l'acqua in fondo e una pezzetta di cielo bigio su in alto..., che indignazione egli sente contro le guide d'Italia menzognere; che assalti repentini di nostalgia, quand'anche venisse dalle febbrifere risaje! e l'aspetto di codesta prima impressione è così micidiale, che gli dimezza e gli turba l'ammirazione e l'entusiasmo anche pei giorni del sole e per le scene che non hanno riscontro in nessun altro luogo del mondo.
Perchè, ad essere sinceri, chi mai può dire che sia facile trovare un riscontro, pur ne' sogni fantastici delle Mille ed una notti, alla scena che si svolge innanzi all'occhio di chi s'affaccia, per esempio, al finestrone della sala degli Scrutinj del palazzo Ducale, in un mattino del mese d'aprile o di maggio, od anche di settembre, quando un leggier vapore azzurro avvolge tutta la prospettiva lineare degli edificj cospicui che decorano la grande e la piccola piazza, e che rende più vaga e indefinita la prospettiva aerea? E ad arte accenniamo al finestrone della sala degli Scrutinj, perchè il giuoco prospettico riesce tale da quel punto che all'imaginazione è permesso di sospettare interminabili le fughe delle Procuratie nuove e delle vecchie, e più fantastico il bisantino San Marco e quasi ampia come il Bosforo la laguna, e più gigantesche le cupole del tempio della Salute, e quasi alberi annosi d'un'aerea selva i campanili, i comignoli, i pinnacoli che spuntano da ogni parte di dietro al sontuoso, diremo sipario, costituito di quelle tante meraviglie architettoniche che l'arte occidentale innalzò, e staccano su d'un cielo che nei giorni della massima vampa solare e del voluttuoso vento africano, parrebbe essere stato trasportato dall'Oriente! Ma cosa diventa il tuo sole, o Venezia bella, in confronto della tua luna? Qual è regione della terra dov'ella si mostri con tutti i suoi prestigj come in casa tua? in quali altre onde si specchia più volontieri che nelle tue? Da che torri d'altre città si mostra con più attraente vezzo che da' tuoi edificj, o regina dell'Adriatico? Se non che, siccome Byron ha detto che i malefizj della luna sono diabolici in ragione della sua fama usurpata di castità e di modestia, così noi dobbiamo credere che gl'influssi della luna di Venezia sui deboli mortali e sui cuori giovanili siano assai più funesti e irresistibili di tutti gli altri influssi ch'ella esercita altrove, per esempio sul lago di Lucerna e di Costanza. O gondole brune e romite che movete lente, troppo lente per credere che voghiate con innocenza, o nel canale della Giudecca, o in quello più storico dei Marrani, il canal Orfano dei drammaturghi sepolcrali, o nella più espansa laguna delle Fondamenta Nuove, in cospetto di San Cristoforo della Pace! come vi giova il pretesto di dover usufruttare l'influsso della luce lunare! — Quanti giovani, anche inclinati al puritanismo, furono tratti in insidia dalla bianca luna confederata ad una gondola nera, dal cui felze, ove penetrava un suo raggio malizioso, uscì il suono di una qualche voce vellutata o flautata, come vi par meglio, perchè le voci femminili a Venezia, quando si sentono nel canale o nel rio, subiscono, non sappiamo perché, una specie di trasformazione, e infondono un suono che non ha riscontro in nessun'altra delle città a noi note.
Ma lasciando le gondole e le voci flautate, chi vuole a Venezia godere la luna senza pericoli, non la contempli che quando ella s'interessa all'incremento delle belle arti; allora egli si rechi a metà Piazzetta, e la osservi quando il suo raggio attraversa le vetriate dei due finestroni che coincidono all'angolo del palazzo Ducale; e si fermi sotto al campanile quando il disco di essa, rompendo, quasi diremmo, sul massimo suo vertice, sembra sciogliersi in raggi infiniti, che piovono da quel punto come una cascata di luce; e ascenda al ponte della Paglia a vedere come il contrasto del suo bianco raggio che taglia sui marmi anneriti, accresca l'incomparabile bellezza dal lato del palazzo del Doge, che risponde al ponte de' Sospiri; e passi al ponte dell'Arsenale a guardare al suo lume i leoni portati a Venezia dal Peloponnesiaco, i quali vegliano alla custodia di quell'edificio da cui uscirono tante navi coraggiose e fortunate; e trasvolando più lungi in gondola, entri nel rio de' Zecchini a vedere i ruderi di palazzi abbandonati; o passi davanti a S. Giovanni e Paolo, od agli avanzi del convento de' Serviti, dove meditava il prodigioso Fra Paolo; e se gli cresce il tempo, non ommetta il tempietto di Santa Maria de' Miracoli, che direbbesi trasportato a Venezia da uno svolazzo di cherubini fatti architetti; e osservi da vicino il giuoco dei tre ponti, dove la luna si sbizzarrisce in mille modi con quelle arcate e collo specchio di quell'acqua; e di qui ritraendosi e vogando altrove, si prolunghi fino al rio San Polo, a vedere il contrasto che produce la luna colle onde d'acciajo e coi palazzi gotici che sembran di pietra di lavagna, e, colle fiamme che trapelano dalle finestre sparsamente, mentre il fondo stacca sul cielo azzurro e stellato il vetusto campanile di Santa Maria de' Frari.
Ma a codesta scena appunto che si svolgeva lungo il rio San Polo stava intendendo lo sguardo la contessa Clelia dal balcone gotico di una casa di ragione del patrizio Salomon, intanto che l'ultima notte del mese di febbraio sfoggiava tutto il suo sereno, tutte le sue stelle e tutta quanta la sua luna! Al di sopra della sua testa scintillava Giove; ma la contessa era ben lontana dal considerarlo astronomicamente, come un tempo avrebbe fatto; nè gli dava nessun pensiero che quel pianeta, sebbene non apparisse che un semplice punto brillante, fosse circa mille volte più grande della terra; ed era ben lontana dal notare, quantunque in altra parte le apparisse la costellazione di Cassiope a lei ben nota, come il lume di questa costellazione, natante nell'albore della via lattea, fosse meno brillante della costellazione d'Andromeda! O tempi per lei felici, e forse non redituri che alla più tarda età, tempi felici, quando potea attendere a tali oggetti della scienza più eccelsa, sgombra da ogni altro pensiero! O triangoli obliquangoli, o parabole, o ellissi, o iperboli, o diametri e triametri, o assintoti rettilinei, o punti multipli, o curve algebraiche, o radici di polinomj irrazionali! chi mai, potendo in quel punto esplorare i pensieri di donna Clelia, avrebbe sospettato che in quella testa, ora così ardente e fantastica, avessero potuto penetrare e per tanto tempo avere stabile dimora quelle austere forme della scienza più austera? Perchè, ci rincresce a dirlo, se avessimo saputo che si doveva riuscire a tal punto, quasi ci saremmo astenuti dal trarre in iscena una donna che per tanti rispetti ci è cara; ma purtroppo ella non pensava in quel punto nè all'astronomia nè alla matematica, e molto meno a suo marito; pensava bensì al tenore Amorevoli, e tanto più che il giorno antecedente aveva saputo come non era stato esso a trarla in insidia nel ridotto del teatro, e come invece colui stava ancora in prigione; e, giacché non è a far mistero di nulla, se ella a quell'ora si affacciava al balcone, sebbene spirasse una brezzolina crudetta, era perchè da un palazzo vicino, dove tutte le sere tenevasi accademia di musica, tra le molte voci cantanti ve n'era una che, quantunque in minor suono, parea la voce gemella della voce d'Amorevoli. Ad onore del vero però e della giustizia, dobbiamo dire che se la contessa stava tutta sola di notte a quel balcone, era inoltre per fare un atto di carità squisita, che andasse a sconto dei suoi peccati veniali, un atto di carità a vantaggio di una giovinetta tanto bella quanto inesperta, la quale stava per far la figura del rossignuolo quando il serpente a sonagli lo incanta per farselo volare sulla lingua trisulca.



X


Ma per spiegare al lettore più cose che forse non ha compreso al primo, giova sapere come la contessa Clelia fosse stata bene accolta dalla famiglia Salomon per virtù della lettera di donna Paola Pietra: giova sapere, che se la persona e il nome della contessa stettero nascosti per alquanti giorni in Venezia, a poco a poco ne trapelò qualche notizia tra persona e persona che, frequentando la piazza di San Marco, portarono in piazza la notizia medesima; la quale venendo ad intrecciarsi al fatto che si attendevano al teatro di San Moisè in Venezia, per la stagione di primavera, la celebre ballerina Gaudenzi, e, per la stagione futura di carnevale, il non men celebre tenore Amorevoli, presto, insieme alla notizia ch'era già corsa dell'arresto di lui avvenuto a Milano pel contrattempo d'una tresca amorosa, e pel sospetto d'un delitto di più grave importanza, tali e tanti parlari si sparsero e racconti e congetture e sospetti e domande e lettere scritte espressamente a Milano, e risposte avute con gran sollecitudine, che si diffuse per tutta Venezia la novella che la contessa Clelia V..., la fatale Elena di quella seconda Iliade, erasi rifuggita in Venezia appunto e dimorava in casa Salamon. Però non si può dire quanto fosse generale il desiderio di vederla, di avvicinarla, persin di ammirarla; di esaminare dappresso se era poi tanto bella come si diceva, se il tenore era stato di buon gusto, se non aveva avuto torto a sfidare tanti guai, a farsi arrestare, a serbare un pericoloso silenzio, a rinnovare insomma quasi la tragedia di Antonio Foscarini per amore e rispetto e venerazione di lei. E la curiosità fu tanta, che il ponte che attraversava il rio San Polo, di repente si vide frequentato a tutte l'ore del giorno da gran numero di persone, per osservare se mai da qualche finestra si mostrasse la testa della donna che era l'oggetto del discorso universale. La contessa Clelia, a cui la buona famiglia che l'alloggiava riferiva quel che dicevasi nella città, stavasene celata dietro le finestre per vedere tutti senza essere veduta; ma tra i moltissimi notò una figura che assai le diede da almanaccare. Quella figura era d'un giovane gentiluomo, gentiluomo, almeno, per quanto appariva al di fuori, e per la ricchezza dell'abito e pel veladone di broccato e per la spada col fodero di velluto bianco; giovane tanto che forse non arrivava ai vent'anni, ed oltracciò di tant'avvenenza di corpo e di una bellezza così baldanzosa di volto, che quand'anche ella avesse il pensiero altrove, lo avrebbe distinto fra gli altri, anche se non le fosse sembrato d'averlo visto tante e tante volte, e più facilmente a Milano che in altro luogo. Quel giovane passò un giorno, passò due, passò tre giorni per di là e più volte quotidianamente; se non che ella potè accorgersi che non veniva coll'intenzione della moltitudine, la quale attraversava il ponte e gettava un'occhiata al palazzo Salomon; ma sibbene ci veniva per fermarsi a volgere lo sguardo ad una finestra del palazzo dirimpetto che stava presso al ponte, alla qual finestra compariva anche una fanciulla. Chiesto di chi era il palazzo, a donna Clelia fu risposto che apparteneva al patrizio Zen; ma non serviva che d'alloggio alle figlie di lui, le quali per educazione vivevan separate dal resto della famiglia; chiesto chi era la fanciulla, le fu detto essere la maggiore delle figliuole di quel gentiluomo; la qual giovinetta, che forse non aveva quindici anni e rappresentava il tipo più vetusto e più legittimo e più completo della beltà veneziana, era la sorella maggiore di quella Cecilia, che doveva col tempo, sposata al patrizio Tron, diventar celebre ed ispirare al grande Parini la famosa ode intitolata: Il Pericolo.
Donna Clelia, per accertarsi se quel giovane era colui veramente ch'ella sospettava, o almeno per raccogliere un indizio di più onde avvicinarsi alla verità, lo additò un giorno ad uno della famiglia nel cui seno ell'abitava; affinchè senza farsi scorgere lo codiasse e lo sentisse a parlare con qualcuno. L'incarico venne accettato, e senza molta difficoltà, come ognuno può imaginarsi, in quel dì stesso venne riferito alla contessa che colui parlava il dialetto milanese. Questo bastò perchè donna Clelia potesse ritenere d'essersi apposta infallibilmente. In conclusione ella aveva creduto di ravvisare in quel giovane un tale Andrea Suardi detto il Galantino, che a diciasette anni era stato lacchè nella casa del marchese F... ed erasi reso famoso per la straordinaria velocità delle sue gambe, e per avere riportato tre volte il primo premio e la bandiera bianca nelle corse, che, secondo voleva allora il costume, le case più ricche di Milano, in certi determinati giorni dell'anno, facevan fare ai loro più riputati lacchè, onde vedere chi lo aveva più abile e più veloce. Quel giovinetto era dunque diventato una specie di celebrità del suo ceto, e siccome era di un'avvenenza non comune, ch'egli accresceva vestendo la livrea di lacchè con un'eleganza insolita, così veniva da tutti i grandi signori e accarezzato e regalato abbondantemente, ma il giovinetto, di mente svegliata ma di trista indole, era stato guasto da tante carezze e da tanta fortuna. Essendo manesco e rissoso, ad ogni momento il padrone, che gli voleva bene, bisognava pagasse le busse, le bastonate e, una volta, persino una coltellata che, ubbriaco, aveva appoggiato ad un collega nell'acciecamento di una rissa. Essendo discolo, e ch'era peggio, essendo bello, aveva messo a mal partito più ragazze del popolo; e il padrone, il quale aveva della debolezza per quel fanciullo, cresciutogli in casa da un vecchio carrozziere, s'era trovato costretto più d'una volta a pagare indennizzi e a far sospender reclami. A tutto ciò aggiungevasi, che diventato anche giuocatore e non bastandogli più nè il salario nè le mancie ordinarie e straordinarie, e avendo debiti di giuoco da pagare, un giorno rubò alcune monete d'oro al padrone; fatto che, per non essere stato scoperto, rinnovò più volte; ma alla fine, essendo caduti i sospetti su di lui ed essendo stato perciò tenuto d'occhio, fu visto una mattina da due servitori entrare bel bello nella stanza del signor marchese mentre dormiva, prendere una borsa da un tavoliere e, vuotatala per una buona metà, mettersi il danaro in tasca. Fu allora che, riferito e provato il furto, il giovane lacchè venne scacciato sui due piedi dalla casa F...
Il marchese vietò ai due servitori di raccontare il fatto in pubblico, e per qualche tempo continuò il salario al giovane Suardi, il quale, trovandosi ozioso e fuggito da tutti, ognuno può pensare come potesse avviarsi al ravvedimento. Se non che, nell'occasione di una corsa straordinaria avvenuta a Milano tra i lacchè delle varie città di Lombardia, essendo quei di Milano, per esser mancato l'intervento di lui, rimasti gli ultimi, con grave offesa della gloria municipale, il giovane Galantino si offerse allora di battersi coi tre lacchè vincitori, i quale eran di Brescia, di Cremona e di Lodi; e la sfida andò di maniera, che la gloria di Milano riuscì per virtù sua a rimettersi al primo posto, tanto che egli ricevette doni da tutte le parti, e si rifece in gala. — Inoltre, per quella vittoria, un gran signore di Napoli, che era venuto allora a stare a Milano, prese il Suardi al proprio servigio, benchè dopo pochi mesi lo avesse licenziato, onde il giovane ritornò presto alla vita scioperata di prima. — Ora la contessa Clelia aveva veduto molte volte quel giovinetto lacchè, e anch'essa, pur nella sua severità scientifica, aveva applaudito e di cuore a' trionfi di lui, come avean fatto tutte le dame alle quali, com'è naturale, doveva essere simpatico quel giovane così bello e così alacre. — È dunque facile a comprendere come, ad onta del veladone di broccato e dei due orologi e delle ricche trine e della parrucca ad ala di piccione e del cappellino a tre punte listato d'oro, e di tutta quella trasformazione, dell'abitino succinto di lacchè all'abitone prolisso di gentiluomo, a lei facesse colpo quella figura e quella faccia veduta tante volte; faccia caratteristica quant'altra mai, perchè ad un profilo finissimo, ad una bocca quasi da fanciulla, ad un incarnato bianco e rosato, che parea quello di una educanda non ancora trilustre, facean contrasto due occhi neri, vivacissimi e pieni di fuoco, ma d'un taglio così traditore e d'una luce tanto sinistra, che a lungo lasciava disgustato chi lo guardava.
Che il giovane Suardi, ossia il Galantino, come veniva comunemente chiamato a Milano, da questa città fosse passato a Venezia, non ci era nulla di straordinario, sebbene non fosse questo il luogo più adatto alla sua professione di lacchè; ma quel che ragionevolmente doveva promuovere di grandi sospetti era quello sfoggio repentino del suo abbigliamento e quell'aria di profumatissimo gentiluomo ch'egli si dava. La contessa, quando lo vide la prima volta sul ponte, pensò ch'egli avesse fatto una gran vincita al giuoco, e bizzarro qual era e amante della eleganza e del lusso, come ne aveva dato un saggio anche a Milano pur nell'umile sua livrea di lacchè, attendesse allora a gettare i guadagni in fretta e in furia nel recitare per poco tempo la parte del gran signore; ma a questa prima congettura ne tennero dietro delle altre, essendole nota la cagione per cui era stato cacciato dalla casa F..., e fece così altri sospetti di più grave natura. — Quando poi s'accorse del motivo pel quale più volte al giorno capitava su quel ponte, e vide la giovane Marina Zen aspettarlo ansiosa al balcone, e una notte, gettargli anche un letterino; fremette d'indignazione, e sentì una pietà profonda per quella giovinetta, che, cedendo alle prime effervescenze del sangue ed agli arcani desiderj del cuore, si era lasciata cogliere da quel vago aspetto di giovane, onde impaziente lo attendeva, e mestissima lo vedeva discendere dal ponte e dileguarsi. — Donna Clelia, nella sventura congenere in cui versava, aveva trovata quella nuova sollecitudine per i pericoli altrui, e un timore sinceramente affannoso che una fanciulla sbocciante allora allora dall'infanzia, cresciuta in tanta distinzione di natali, bella e fragrante come una rosa, ingenua al punto di abbandonarsi all'insidia per non sospettarla, fosse per cadere negli avvolgimenti di quel furfante mascherato.
Lo spirito, la bontà e il senno di donna Paola erano in quel punto, trapassati nella contessa; tanto riuscì efficace il contatto della virtù, che per lei fu una consolazione l'imitarla.
Da due notti il giovane Suardi, quando tutto dormiva, entrava nel rio in gondola; la fanciulla veniva ad una finestra del pepiano, come la chiamano i Veneziani; ed egli salendo al di sopra del felze, alzandosi in sulla punta de' piedi, e protendendo la mano, poteva toccar quella della fanciulla che, volendo e disvolendo, pur gliela concedeva. La contessa Clelia stava in sull'ali, e se non s'intromise prima in verun modo fu perchè, dopo pochi minuti, in quelle due notti, la fanciulla erasi ritirata, il giovane era disceso, e la gondola, movendo muto il remo, erasi dileguata. Pur quelle visite notturne, continuando, potevano esser causa d'irreparabili sventure, onde la contessa pensò che fosse debito suo il vegliare assidua e attenta. E in fatti, in quella notte in cui abbiam visto la contessa Clelia al balcone mentre le scintillava il pianeta di Giove in sulla testa, quel Giove tanto abile a trasformarsi per tendere insidie alle giovani beltà più celebrate della mitologia; nel punto che si smezzava in seno la passione propria e la pietà per la passione altrui, s'accorse della gondola consueta che procedeva nel rio; e di lì a poco, ferma che fu la gondola, vide affacciarsi la Marina, e tosto impegnarsi un dialogo sommesso e una corrente elettrica di sospiri affidati all'aria. Il Suardi stava, come di solito, sul felze; ma, ad un certo punto, come un leopardo che spicchi un salto traditore, gettò una corda al balcone, e di slancio fu al contatto del viso della fanciulla. Se non che, quasi contemporaneamente, si spalancarono a battere rumorosamente sui marmi le imposte della finestra del palazzo dirimpetto; e il Suardi sentì una voce squillante di donna a gridargli: Galantino! La fanciulla si ritrasse e chiuse i vetri; egli si volse a saettare la pupilla ardente, come un serpe inferocito percosso nella coda. Il raggio della luna, per una divisione che era tra palazzo e palazzo, penetrato allora nel rio, illuminava la finestra dove stava ferma donna Clelia in tutta la maestà della sua faccia di Minerva. Ci fu un istante di profondissimo silenzio e quasi terribile. Il Galantino ravvisò la contessa.



XI


Tanto la contessa che il Galantino stettero per qualche tempo immobili e perplessi, la prima al balcone, il secondo sul felze della gondola; donna Clelia fu molte volte in procinto di parlare, molte volte il Galantino fu tentato di avventare ingiurie a quella che in così mal punto lo aveva sorpreso. Il pensiero però di essere stato riconosciuto, lo aveva colpito in modo che gli tolse il coraggio e la sfrontatezza; onde senza dir nulla, saltò dal felze alla poppa e mosse la gondola. Allora la contessa si ritrasse assai turbata, perchè dopo la prima compiacenza d'aver salvata una fanciulla inesperta, gli sorvennero i timori per sè stessa; poiché, ben conoscendo l'indole tristissima di quel giovinetto, rifletteva che, nella condizione in cui ella trovavasi, da quell'incontro disgraziato potevano derivarle altri guaj. Donna Clelia non sapeva che in parte come stessero e camminassero le cose a Milano, e ciò pel carteggio che teneva con donna Paola Pietra, la quale da un lato prudentemente le taceva alcune cose, e dall'altro non poteva conoscer tutto nemmeno essa. La contessa aveva dunque raccolto dalla terza lettera l'arresto di Lorenzo Bruni, tutore della Gaudenzi; aveva maravigliato al racconto della maschera di cui era stata la vittima; si era consolata al pensiero che Amorevoli era ancora in prigione; che sorta di consolazione! ma il cuore umano è fatto così. Aveva saputo le pratiche che in sui primi giorni i parenti di lei, la madre, il marito avean fatto per tentare di venire sulle sue traccie, ma come s'eran poi racquetati. Se non che donna Paola aveale scritto che a Milano correva qualche voce, non sapeva poi in che maniera, della sua dimora nella città di Venezia, e che però attendesse a stare nascosta e ritirata; che in ogni modo le avrebbe fatto noto prestissimo se potesse trattenersi a Venezia con fiducia, o le fosse necessario rifuggirsi ad altro luogo, con maggiori cautele di quelle che si erano usate prima. Non è dunque a dire quanto, dopo avere appagato lo slancio generoso della sua pietà, si pentisse del non essersi saputa misurare e tener nascosta pur nel momento ch'era accorsa all'altrui soccorso. Se avesse saputo che, nell'intenzione di tutto il patriziato amico de' suoi parenti, si desiderava invece che ella stesse lontana da Milano, e si fingeva di non conoscere dov'ella si fosse ricoverata, perchè alle loro mire giovava il supposto che Lorenzo Bruni, più che della contravvenzione alle leggi sulle maschere, fosse colpevole d'un rapimento eseguito da altri per conto suo, non si sarebbe dato tanto affanno dell'essersi fatalmente incontrata coll'ex-lacchè di casa F... Del rimanente, se donna Clelia poteva aver qualche timore della presenza del Galantino in Venezia, non è a dire quanto costui, dopo il sobbollimento della prima sorpresa, e dopo la prima furia, maledicesse cento volte la coincidenza del trovarsi la bellissima giovinetta Zen nel palazzo dirimpetto al quale doveva venire a dimorare la contessa Clelia V... Ma ciò che lo coceva e gli metteva in cuore di strane paure, chè ben egli sapeva come stava, era quell'essere stato sì tosto riconosciuto, trasvestito qual era e pur fra l'oscurità; onde mille altri sospetti gli entrarono nell'animo.
Per quanto il Galantino della pravità avesse tutta la naturale vocazione e la sfrontatezza, e fosse di quelle complessioni fisiche così perfettamente costituite, che non sono accessibili nemmeno ai turbamenti morali; talchè ai disappunti, agli sfregi, al disonore, alla cattiva fama aveva fatto il callo, pure non dormì troppo tranquillo in quella notte. Alla mattina però si rinfrancò tutto quanto, chè coll'aria fresca che veniva dalla terraferma gli sorvennero anche i secondi pensieri. E si maravigliò di non aver considerato a tutta prima le circostanze speciali in cui versava la contessa Clelia V...; poichè anch'egli conosceva la storiella di Milano, e la fuga di lei, e com'ella se ne stesse in Venezia di contrabbando. Perciò, d'uomo assalito qual egli era, pensò di farsi assalitore, cangiando in sull'istante, sul campo di battaglia, e tattica e strategia; e d'una in altra cosa fermò il partito di recarsi a fare una visita alla contessa. Nessuno può imaginarsi la straordinaria svegliatezza della mente di quel tristo giovine, e il colpo d'occhio onde sapeva scansare i pericoli nel punto di affrontarli, e come, ad onta di così poca età e di una educazione sì rozza, avesse il senso di quelle cose che non s'imparano che cogli anni, colla squisita coltura e con una gran pratica di mondo. Aveva poi una memoria prodigiosa e una facilità strana d'apprendere, tantochè, per venire ad un esempio, in quel mese da che stette in Venezia, si era impadronito d'una buona metà del dialetto veneziano e già ne faceva qualche sfoggio pe' suoi fini. Non è poi a dire come della propria bellezza, di cui non s'invaniva, ma che valutava, quasi a prezzi di stima, aveva stabilito di cavare quel partito che altri trarrebbe dalla ricchezza e dalle altre facoltà che hanno peso e misura; sicchè, contando sulla forza qualche volta onnipotente d'un bell'esteriore, aveva pensato che a lui sarebbero state lecite tante cose, che agli altri potevan venire ascritte a colpa. — Perciò aveva gran cura della propria bellezza, e dell'incarnato delle proprie guancie; e dei denti bianchissimi, che puliva e curava colla sollecitudine del soldato il quale sfrega col pomice la bajonetta, non per amore della bajonetta, ma perchè gli deve servire in fazione. — La natura insomma aveva largito a lui tutti i suoi doni, ma egli aveva condotto le cose in modo da convertirli tutti in altrettante armi d'offesa, e ciò senza nemmeno averne avuto un proposito deliberato; sibbene, torniamo a ripeterlo, per quella pravità irresistibilmente attiva della sua natura, che solo sarebbesi mitigata, o fors'anco si sarebbe tramutata in qualche altra cosa, se avesse avuto un'altra nascita e un'altra educazione. Allora non sarebbe stato il Galantino piè-veloce, ladro e truffatore, come lo vediamo indicato nelle carte che abbiamo sott'occhio, ma sarebbe riuscito un gemello, per esempio, di Fouché o di Talleyrand. A quell'ex-lacchè travestito occorrevano molte ore di toaletta; e in quel mattino adoperò la pomata di riserva, per poter far visita con un certo successo, secondo lui, alla signora contessa.
Vestì pertanto l'abito più sfarzoso che aveva; un veladone ampio di velluto nero, tutto tempestato di puntine d'oro, col panciotto d'una stoffa a duplice trama di fil d'argento e di fil di seta azzurra, che dava molteplici combinazioni di luce, d'ombra e di colori ad ogni screzio di piega; coi calzoni corti di spinone, aventi legacci di velluto a punte d'oro come il veladone, e fibbie di brillantini; tutto il resto faceva corredo e complemento rigoroso al vestito principale.
Non solo adunque aveva adottato lo sfarzo e la ricchezza, chè a ciò poteva arrivare in ventiquattr'ore qualunque villico arricchito; ma nelle stoffe, nei colori, nel disegno de' ricami, nell'eleganza totale dell'acconciatura, metteva l'intelligenza dell'uomo squisito, e persino il colpo d'occhio dell'artista, talchè pareva un cavalierino che tenesse il privilegio del buon gusto dal lungo uso della ricchezza, dalle continue consulte col sarto, dai viaggi a Parigi, che allora era il quartier generale della moda, e lo era diventato fin dal tempo di Luigi XIV, che gli storici si sentirono obbligati a chiamar grande, forse per non aver pronta in quel momento un'altra parola. Ma venendo ora al fatto, quando il Suardi fu bene in assetto, dalla casa ove dimorava, presso al palazzo Pisani in campo san Stefano, discese al rio, ove l'attendeva la gondola con un gondoliere in livrea, al quale, nell'entrar sotto il felze, gridò: — Casa Salomon. Allorchè la gondola si fermò davanti allo scaglione di quella casa, Galantino diede al gondoliere un breve portafoglio di seta legato con nastri, fuor del quale spuntava una cartolina. Allora, come ognun sa, non c'eran biglietti di visita propriamente detti e propriamente fatti, ma c'eran i loro precursori; e giacchè era il secolo delle eleganze più profumate e delle caricature, chi voleva farsi annunziare a qualcuno per una visita, faceva presentare al guarda portone, perchè lo facesse avere al padrone della casa, un bigliettino su cui scriveva il proprio nome, il qual bigliettino veniva sempre collocato in un portafoglio, in un astuccio, in un vezzo qualunque; e tali vezzi qualche volta avevano un gran valore, essendo d'argento, d'oro e persino ornati di pietre preziose; a seconda della ricchezza del visitatore, e del bisogno che aveva di rendersi gradito e d'imprimersi bene nella memoria di chi voleva visitare; perchè era di prammatica che il padrone o la padrona di casa, tolto il foglietto, e letto il nome, si tenesse il vezzo per sè, come pegno e come dono. Il Suardi, che conosceva tutte queste bizzarie della moda, aveva creduto bene di farne uso in quell'occasione. Il gondoliere, chiesto pertanto della signora contessa V..., presentò al servo il portafoglio di seta (la prammatica non voleva che in una prima visita si sfoggiassero i metalli fini e le gemme). Il servo, il quale era stato indettato dalla padrona di casa fin da quando la contessa le era stata raccomandata, rispose non saper nulla di quel nome, ma che avrebbe fatta l'ambasciata alla padrona stessa. Questa era in casa, e disse: — Va dalla contessa, e domanda a lei quel che si ha a fare. Dal nome che è lì dentro ella piglierà norma. Così, entrato il servo nell'appartamento della contessa e fattosele annunziare, le presentò il portafoglio di seta; la contessa levò il foglietto, e lesse — Galantino, per due parole. — Rimase stupita e sconcertata. Il servo, ch'era a parte degli arcani, le chiese se avesse a licenziare il gondoliere. La contessa non sapeva che risolvere; fremeva e arrossiva al pensiero di dover ricevere una tal visita. Dall'altra parte temeva a rimandarlo; però, dopo molte titubanze:
— Fallo entrare, rispose.
Galantino, ad onta della sua baldanza, stava pure in gran paura non gli venisse un rifiuto dalla contessa: perciò quando il suo gondoliere e la livrea di casa Salomon gli dissero di restar pure servito, balzò fuori dalla gondola tutto pago e colla sua baldanza raddoppiata, e s'avviò, preceduto dal servo, all'appartamento della contessa, annunciato lungo i corridoj e le vaste anticamere dallo scricchiolio delle sue scarpe di sommacco. Quando il servo spalancò i battenti dell'uscio della sala ove stava la contessa, egli si trattenne in gran rispetto, sulla soglia, curvando il tergo e chinando la testa fin quasi alle regioni dell'ombilico, di modo che l'elegantissimo fodero della sua spada, alzandosi in quel movimento, veniva colla punta a trovarsi a livello della testa. La contessa Clelia, stando in piedi, colla mano dritta appoggiata ad un tavoliere, come una regina Elisabetta in atto di dare udienza, chinò leggerissimamente il capo, in maniera però come s'ella tentasse d'ingannare sè stessa sulla realtà di quell'atto. — Ma Galantino alzatosi tosto, varcò la soglia, e fu nel mezzo della sala, faccia a faccia con donna Clelia. Il servo si ritrasse, nè la contessa gli osò dir di fermarsi. quantunque ne avrebbe avuta tutta la volontà. Passò qualche momento in cui Galantino stette aspettando che donna Clelia si ponesse a sedere; ma quando vide ch'ella non movevasi, senza mostrare il benchè minimo disdegno a quell'attitudine di regina in trono, con una disinvoltura piena di garbo e con un sorriso dolce, sebbene un po' affettato, le offerse egli stesso una sedia, rompendo in questi termini il silenzio:
— Signora contessa, io non sono più il Galantino di Milano, sono il signor Andrea Suardi, venuto a fermar la mia dimora a Venezia, perchè qui, secondo il mio gusto, si spendono meglio i danari e si gode meglio la vita. La fortuna mi è stata favorevole, e le carte e i tavolini verdi hanno fatto venire nelle mie mani il danaro altrui. Oggi sono benestante e ricco...; col tempo poi non è affatto improbabile ch'io diventi anche nobile. Conosco due o tre qui di Venezia, che cent'anni fa attendevano al miglioramento delle carni suine, ma che per aver fatto in processo di tempo un prestito alla serenissima repubblica, oggi son nobili, dell'ultima qualità questo s'intende, ma nobili in ogni modo. In quanto a me poi, l'assicuro, signora contessa, che del mio passato appena mi ricordo.
Così dicendo, e porgendo la sedia, col gesto pregava donna Clelia a voler sedere. Per quanto la contessa sentisse dentro di sè sdegno e disprezzo e persino paura di quel vezzoso serpente che le stava davanti, pure si lasciò per il momento quasi deviare e placare da quell'aspetto così vago e sorridente, da quell'eleganza così profumata; credeva, ma senza che nemmeno sapesse formular la cosa a sè medesima, che quel volto geniale, que' modi eleganti e quel ricco vestito costituissero come un muro di divisione tra lei e l'abbiettezza e la tristizia di quel giovane. — L'uomo è così fatto: anche il più sapiente, anche il più astuto ama lasciarsi ingannare dall'apparenza, anche allorquando sa benissimo che di sotto sta il marcio. — La contessa dunque accettò la sedia, e dirimpetto a lei si pose a sedere il Galantino.
— Mi rincresce, disse allora questi, ch'io debba incominciare il mio discorso con un rimprovero... e sorrideva maliziosamente, mentre la contessa, abbassando gli occhi, non rispondeva. — Che malefizio egli è poi, seguiva il Galantino, perchè lo si debba rompere in due da chi veglia a notte tarda, che malefizio può essere egli mai che un giovinotto, il quale non è ammogliato, faccia la sua corte ad una ragazza che non è maritata?
E fece un'appoggiatura su questa parola, e nel pronunciarla, tutto il dolce che prima avea tentato di accumulare nella sua vivace pupilla, scomparve, per lasciar intravedere un guizzo di luce sinistra e serpentina.
La contessa, tutta rimescolata a quelle parole, alzò di repente gli occhi che aveva tenuti abbassati, e li fermò con tanta serietà negli occhi mobilissimi del Galantino, che questi pensò di ammorbidire la lama, e di darle una piega.
— Io non aveva cattive intenzioni (continuava), e non ne ho; ma che colpa è la mia se quella ragazza è la figlia del conte Zen? poichè, venga il diavolo a portarmi via, ma posso giurare che aveva tanto la testa ai tavolini verdi in questi giorni, ch'io non pensavo a ragazze; ma colei mi parlò tante volte e così chiaro con que' suoi occhi da penna di pavone, che a non tenerle dietro e a non accompagnarla per vedere dove fosse il suo palazzo, sarei stato una gran bestia.
Il lettore si avvedrà come lo stile di queste ultime parole di Galantino faccia un po' di sconcordanza coi modi eleganti del suo primo presentarsi; ma un giovane che era nato da un carrozziere, ed era cresciuto tra le gambe de' cavalli, e dai dieci ai vent'anni non aveva fatto altro che correre, facendo a gara con essi, bisognava bene che di tanto in tanto, a sua insaputa, e ad onta della sua straordinaria attitudine a saper uscire da sè stesso, lasciasse tuttavia trapelare fra poro e poro l'acre odor di cipolla.
Se non che la contessa non lo lasciò continuare, e soggiunse:
— In conclusione, per qual fine voi oggi siete venuto da me?
— Per due oggetti.
— Quali sono?
— Uno è dedicato all'ottima signora contessa, e s'inchinò; l'altro deve fruttare interamente per me; e del resto, una mano lava l'altra.
— Non vi comprendo affatto.
— Mi lasci parlare, e vedrà la signora contessa, che forse le verrà fatto di capirmi.



XII


A queste parole donna Clelia si alzò, fece alcuni passi, e si recò in sull'uscio, con aria sbadata in apparenza, ma per vedere se qualche servitore fosse lì presso; poi ritornò all'obliqua scherma di quel dialogo, disposta a parlar chiaro e a non lasciarsi intimorire.
— Sentiamo dunque, ella disse, qual'è la cosa che pretendete usufruttare per voi.
— Una cosa semplicissima, signora contessa, ed è questa, che, dal momento che in Venezia ella è la sola che sappia quel che io sono stato una volta, voglia così aver la compiacenza di non guastare con delle importune rivelazioni la mia condizione d'adesso. La qual cosa spero che la signora contessa non mi vorrà negare, anche per riguardo a ciò, che, se io, per esempio, andassi a Milano, e qualcuno mi chiedesse dove sta al presente donna Clelia V... io non avrei certamente l'obbligo di tacere; e allora, a che scopo mettersi in carrozza; e correre a rompicollo per togliere la lena a chi poteva venir dietro, se il signor conte non dovesse far altro che attaccare i cavalli di posta, noleggiar la gondola di Mestre, e venire a Venezia, a ripigliarsi la sua moglie?
— Parliamo di voi, disse allora con piglio assoluto la contessa; di voi e de' vostri bisogni, e lasciamo agli altri la cura dell'altre cose. — Il Galantino fu punto dall'accento altero più che dalle parole di lei; onde si alzò anch'esso, e volendo come insegnarle ad essere un po' più umile, assunse un fare triviale e sguajato.
— Ma sapete però ch'è bella, signora contessa?... di tante donne e gentil donne, di tanti guarnelli e guardinfanti che stanno a Milano, chi avrebbe detto che la più fredda doveva essere la più calda, e che le balzane meglio impiombate dovevano poi essere le più leggiere? Però, bisogna confessarlo, la signora contessa è stata di buon gusto, e vivano gli artisti da teatro; anch'io, per esempio, se trovassi una donnetta di quelle che s'imbellettano in camerino, potrei mettere da un canto la contessina bionda, e appagare così i rigori della sua protettrice.
— Senti, Galantino, vuoi tu ch'io suoni il campanello, e dica al servitore di condurti alla gondola? Bada che in questa casa capitano patrizj del Gran Consiglio, procuratori e avogadori, e se io dicessi loro chi sei tu e chi eri tu e cosa tu hai fatto, e come tu vesta da gentiluomo essendo stato un lacchè, per tentar le figliuole dei nobiluomini veneziani, presto ti metterebbero al bujo; a Venezia si fa presto, e sarebbe per loro un tratto d'indulgenza a scrivere al Senato di Milano; e siccome chi si traveste e si vende per quello che non è mette di grandi sospetti, non so quel che il Senato di Milano farebbe di te quando il Senato di Venezia pensasse a consegnarti al Pretorio del confine del ducato, perchè t'inviasse dritto al Capitano di Giustizia! Sappi, che il tuo nome passò per più bocche la notte che i servitori di casa F... vider l'ombra d'un uomo a fuggire dalla stanza del marchese...
Queste ultime parole furono di tanta forza, che il volto del Galantino corrugato allo scherno, si spianò a un tratto, come se gli si rilasciassero tutti i muscoli; e il colore incarnato e vivace, per la prima volta forse, fuggì da quella faccia tanto bella quanto sfrontata.
Ora convien sapere, che tra i molti sospetti venuti alla contessa sul conto del Galantino, quando lo vide per la prima volta a Venezia in quello sfarzo, fece presa nell'animo suo anche questo, che la ricchezza di lui fosse la conseguenza di quel delitto, e ciò per la ragione, che la mattina del giorno successivo all'arresto dell'Amorevoli, quando a tutti quanti in casa V... pareva inverosimile e assurdo che il tenore potesse aver avuto interesse a quel trafugamento, un servitore tra gli altri, entrò a dire: Scommetterei che è stato il Galantino. Quel sospetto gettato là da un servitore parve una gran sciocchezza, perchè fu subito fatto osservare che il Galantino non avrebbe mai fatto lo sbaglio di aprire uno scrigno dove non v'era che della carta scritta, essendo noto il suo attaccamento sviscerato all'oro e all'argento sonante... e una risata generale mandò per allora quel sospetto agli atti di casa V..., donde non era mai uscito o, almeno, non ne era uscito in modo da poter viaggiare sino al Pretorio. — Ora, che la contessa, in quelle strette di cuore e in quella febbre d'amore, avesse dovuto occuparsi di quell'indizio criminale, il lettore sarà abbastanza ragionevole per non pretenderlo. — Ma quelle parole del servitore, — Scommetterei che è stato il Galantino — parole che erano scomparse affatto dalla memoria della contessa, le si riprodussero tali e quali, alla vista di lui in Venezia, come quando torna a dar fuori una macchia untuosa non ben lavata dalla saponaria. Non gliene avrebbe però mai fatto motto in quel dialogo, se il Galantino non l'avesse stuzzicata con quella baldanza (e qui fece un errore indegno di lui), baldanza che una dama di condizione non poteva sopportare. Dopo tutto, convien confessare che la contessa si comportò con più fermezza e colpo d'occhio di quello che si sarebbe potuto aspettare; onde ci pare non sia sempre vero che lo studio della scienza dei corpi celesti tolga agli intelletti la facoltà di saper distrigarsi bene anche delle cose terrestri.
Intanto però il Suardi aveva avuto tempo di ricomporsi, e insieme col colore che gli era tornato sulle guancie, gli ritornò anche in petto la fidanza; per la quale riprese di nuovo il fare squisito del gentiluomo che aveva dimenticato per un momento con tanto suo danno.
Pur troppo un piè messo in fallo può balzare dall'amenità di un luogo montano in un precipizio.
— Signora contessa, disse poi, ella mi fa torto, o, per dir meglio, ella fa torto a sè stessa, dando luogo a sospetti di simile natura. Che ho a far io col defunto marchese F...? che interessi mi legano a lui? poichè, se non mi fu riferito il falso, credo che si tratti di un testamento...; ella dunque vede bene, signora contessa, che egli è vero ch'io fui il suo lacchè, e che, se quel signore ebbe qualche vanto al mondo, fu per aver avuto il primo lacchè di Lombardia a' suoi servizj, ma ciò non fa ch'io sia un suo parente.
Donna Clelia taceva, ma nella sua testa era penetrata la convinzione che quel che aveva sospettato era vero.
Nella bilancia della giustizia legale, il rossore, il pallore e lo smarrimento sono imponderabili morali; ma nella bilancia dell'uomo valgono più della stessa colpa confessata.
Bene, qualche volta dà il caso che, nelle nature eccessivamente sensitive, il rossore ed il pallore compajono per quelle arcane movenze dello spirito, che si conturba pur al semplice annunzio delle colpe altrui, ma ciò non poteva succedere in quella natura di cuoio del lacchè Galantino: il quale, se potè sgomentarsi alle parole della contessa, fu perchè era tutt'altro che preparato a sentirle, e la sorpresa lo rovinò; chè, sotto il lavoro immediato della sorpresa, l'uomo di solito smarrisce il suo carattere abituale.
Ma alle parole del Galantino così rispose la contessa:
— Io ti dico quel che si pensa di te a Milano, non già quello che ho pensato io, nè che penso adesso. Io non sono la giustizia, e basta che io pensi e provveda a me. Ti dico soltanto che può bastare un sospetto a perdere un uomo, e che perciò ti giova arar dritto e prudente, e non immischiarti colle famiglie patrizie di Venezia e non toccar le loro figlie, perchè l'orgoglio dei Veneziani è tale, che guai se scoprissero quello che tu sei... chè d'uno in altro fatto... si potrebbe... tu mi comprendi...
— Obbligarmi a non far la corte a nessuna delle belle patrizie veneziane, rispose il Galantino, è un pretender troppo, signora contessa, nè io so se in questo, quando mai si presentasse una bell'occasione, potrò accontentarla. Pur d'una cosa trovo che è mio dovere l'esaudire i suoi desiderj; perchè, se la signora contessa conosce la famiglia Zen e ne ha preso a proteggere la bella figliuola, io mi asterrò da questa pratica, sicuro per altro di far un gran dispiacere alla ragazza, del qual dispiacere voglia ella, signora contessa, pigliarsi tutta la responsabilità.
Donna Clelia non rispose, e il Galantino si licenziò, grazioso, sorridente e gajo, in apparenza, come un damerino a cui la dama adorata gli avesse detto di sperare.
Quando la contessa rimase sola, chiamò il servitore cui raccomandò di non lasciar mai più entrare quel signore, poi si mise a fare tra sè e sè una consulta su ciò che gli restava ad operare in quella circostanza.
Pensò a quello strano e quasi inverosimile concordo di accidenti, pel quale, in un modo lontanissimo da tutte le previsioni imaginabili, venne a scoprire, o credeva almeno, l'uomo che era fuggito in quella notte fatale dalla casa F... e da cui era nato tutto il parapiglia. — Per quanto però ella ne tenesse la convinzione, e a sè stessa avesse potuto giurare che il Galantino e non altri era l'autore del trafugamento; pure rifletteva che la convinzione morale è una cosa troppo lontana dalla certezza fisica, per poter così di leggieri mettere nelle mani della legge inesorabile un giovane che, per quanto fosse tristo e avesse tutta la capacità a quel delitto, pure non si poteva assolutamente escludere dalla possibilità la sua innocenza in quel caso speciale. Considerava poi che non era facile a trovare la cagione verosimile del trafugamento consumato da quell'ex lacchè di casa F...; perchè e documenti scritti e testamenti non avevano nelle sue mani nessun valore utile per lui. Ella sentiva inoltre un'avversione invincibile a farsi denunziatrice di un fatto a danno altrui, anche data la piena certezza della colpa, anche data la certezza che, a tacerla, si potesse recar mali gravissimi ad altri. Son le solite lotte dell'intelletto e della logica col dominio del sentimento o di quei sentimenti che, generati da controversi principj e da pregiudizj, si piantano nel cuore dell'uomo a trattenere i consigli della ragione e della coscienza. Siccome poi la comparsa in giudizio del lacchè Galantino, come reo imputato del trafugamento, poteva aprir la porta alla prigione del tenore Amorevoli, così l'eccesso di questo desiderio era d'impaccio a donna Clelia, la quale avrebbe voluto che il vero balzasse netto e schietto sul banco del giudice, senza che ella vi dovesse aver parte. In ogni modo, dopo aver messo a contatto e in disputa nel suo cervello tutti i pro e tutti i contro, pensò di scriverne alla sua consolatrice e consigliera donna Paola Pietra, sotto condizione del più profondo segreto.

LIBRO TERZO


Il capitano di giustizia marchese Recalcati. — I protettori dei carcerati. — Benedetto Arese e Pietro Verri. — Il conte Gabriele Verri. — Sistema rigido d'educazione nel secolo passato. — Problema storico. — Pietro Verri e la campana della piazza de' Mercanti. — Le difese del Verri e dell'Arese. — Lo zio di Cesare Beccaria. — I giuochi d'azzardo e il ridotto di San Moisè in Venezia. — Una curiosa notizia intorno al Senato di Milano.



I


Prima di partire per Venezia abbiam lasciato donna Paola Pietra che usciva dalle stanze del marchese Recalcati. E quella visita potè recare un gran bene, in quel punto segnatamente che il Bruni e l'Amorevoli, nella casa della giustizia, per un perfido giuoco della sorte, erano alle prese coll'ingiustizia. La lettera scrittale dalla contessa nel tumulto della passione le aveva data piena facoltà di riparare i danni che essa non avea potuto stornare in tempo. Però donna Paola assunse quel mandato a rigore di scrupolo e nell'intento di soddisfare a ciò che era giusto ed onesto in tutti i modi possibili. Si tenne dunque informatissima e delle voci che correvano in pubblico, e di ciò che facevasi in privato, e, fin dove era possibile, dell'azione interna delle pubbliche magistrature. Visitata com'era di frequente dalle persone più distinte della città, giunse a subodorare le intenzioni celate dietro alle formalità apparenti; chè per quanto, come dicemmo, i processi criminali camminassero segreti, pure dov'eran tanti assessori e attuari e scrivani, uscivano un po' per volta a circolare tra pubblico e pubblico le cose che più volevano tenersi nascoste. Donna Paola seppe dunque che il parentado della contessa aveva gettato i dadi opportuni per far credere ch'ella fosse vittima innocente di qualche terribile intrigo; seppe inoltre che sulla contravvenzione alla legge commessa dal Bruni si volevan edificare altri supposti ed altre cose, perchè colui dovesse pagare i debiti di tutti. Del resto donna Paola era quella precisamente che doveva conoscere più d'ognuno (e il cuore le faceva sangue rammentando il passato) come lo spirito di corporazione talvolta, a quel tempo, facesse tacere la voce dell'assoluta giustizia. A prevenire così, in quanto dipendeva da lei, le conseguenze possibili di quelle oblique insinuazioni, aveva risolto di far visita ella stessa all'illustrissimo marchese Recalcati, che aveva fama d'uom dotto e di rettissime intenzioni, ma per modestia e per bontà era d'indole pieghevolissima, e cedeva facilmente a chi stava o più in su di lui, od era pari a lui per grado di magistratura, e lo soverchiava poi per ostinazione di principj e d'opinioni, e per superiorità di ingegno e d'eloquenza. — Donna Paola sapeva poi che i membri del nobile collegio dei giureconsulti, e i giudici e i senatori (eccettuato qualche uomo specialmente rigido, e quel senator Goldoni, pensando al quale essa fremeva ancora), presi ad uno ad uno, quando la loro testa e la loro coscienza moveva libera e nell'atmosfera sgombra della giustizia legale, temperata dalla giustizia morale, sentivano e vedevano e desideravano e comandavano il vero bene, ma poi, quando si fondevano in quella formidabile unità del collegio e del Senato, sovente venivano a comprovare quanto fosse vera la sentenza ciceroniana de' Senatores boni viri, con quel che segue. — Armata dunque di tutti questi dubbj e di tutti questi sospetti, per tacere del senno e dell'esperienza, donna Paola si recò negli uffici del Capitano di giustizia. Quando al marchese Recalcati fu annunziata la sua visita, insieme colla meraviglia, provò qualche sensazione che non era tutta di piacere, chè ben conosceva anch'esso quella celebre e venerabil matrona, e la di lei carità operosa e vigile; e sapeva inoltre come colei non facesse mai passo che non fosse per cosa della più grande importanza, e che, allorquando ella si proponeva un fine, animata qual era dalla convinzione e dall'amore del bene, non si rimanesse mai a mezza via, per qualunque ostacolo incontrasse. È poi ad aggiungere, che, in quel giorno della visita di donna Paola, la coscienza di quell'ottimo magistrato non era tranquillissima, onde in tutto ciò che gli si presentava di straordinario, gli parea come d'affacciarsi in un rimprovero
Nulladimeno l'illustrissimo signor marchese, quando donna Paola Pietra entrò, le mosse incontro con atto di profondissimo rispetto, e avanzato di propria mano un seggiolone, la pregò a sedere.
— Qual grave affare, soggiunse poi, ha determinato la signoria vostra venerandissima a venire in questa casa della colpa e della sventura?
— Il desiderio appunto, illustrissimo signor marchese, d'impedire qualche possibile sventura, e di stornar qualche colpa. Ma di una cosa io le debbo innanzi tutto far domanda.
— Parli.
— Vorrei sapere se il signor marchese può ascoltarmi, non nella sua qualità di capitano di giustizia, ma come semplice e privatissimo gentiluomo, e al bisogno farsi depositario di un segreto?...
— È un segreto relativo alle cose della mia carica e alla sorte di coloro che dipendono da me?
— Esso è tale appunto.
— Allora debbo dire, che se dal fatto che mi venisse rivelato, potesse cangiarsi ed anche semplicemente modificarsi lo stato di qualche processo, io non potrei più in coscienza conservare il segreto.
Donna Paola stette per qualche momento silenziosa, poi disse:
— Parlerò in ogni modo.
— Io sto ad ascoltarla.
— In queste prigioni son detenuti da qualche tempo un tale Amorevoli cantante, e un tal Bruni Lorenzo suonatore di violino?...
Il Recalcati si scontorse, e affermò col cenno.
— Ora, siccome è facile congetturare (seguiva donna Paola), che la condizione di costoro può migliorare o peggiorare a seconda delle rivelazioni che qui dentro potessero penetrar dal di fuori, così venni precisamente a farle una rivelazione, che può di subito mandarli ambidue assoluti o quasi... ma il nome ch'io debbo pronunziare ha bisogno del massimo riguardo, e converrebbe che non uscisse da quest'aula.
— Vossignoria parli pure con fiducia.
— Il nome è quello dell'illustrissima contessa Clelia V... Se una strana fatalità non sopravveniva, sarebbesi recata ella stessa qui a confessare a V. S. illustrissima com'ella sola fosse stata l'oggetto di quella visita dell'accusato Amorevoli. Or io vengo per sua commissione e in nome suo a far questa deposizione appunto. Siccome poi ho sentito a correr tra il popolo la voce, anzi la credenza, che quel suonatore, sotto la falsa maschera, celasse il fine di tenderle un'insidia gravissima, ed anzi di trafugarla o di farla trafugare; così vengo ad aggiungere che la contessa è fuggita di sua piena volontà, senza aver piegato ad insinuazione d'altri, col fermo proposito di abbandonare una casa dove, secondo lei, non poteva più vivere. Delle quali cose potrò a suo tempo ed a richiesta della signoria vostra illustrissima esibire le prove.
— Ma dove s'è rifuggita?
— V. S. illustrissima non ha mai sentito a parlare di questo?
— A me finora non consta nessun fatto preciso. Molte voci ne corsero. Ma sa ella, rispettabile signora, dove di presente si trovi la contessa?
— Siccome una tale notizia non giova nè nuoce a nessuno, e soltanto potrebbe far danno alla signora contessa, così V. S. illustrissima non troverà essere un contrattempo che anch'io possa ignorarla.
Il marchese stette muto per qualche istante; poi disse:
— Io ringrazio di cuore, venerabile donna, l'alta e operosa sua carità per la quale ha voluto venir ad illuminare la giustizia. Soltanto debbo dirle che codesta sua carità la esporrà al grave incomodo d'esser sentita più e più volte in giudizio.
— Ed io sarò sollecita, ella conchiuse, di far in modo che tutto corra a vantaggio del vero e del giusto; e ciò detto partì.
Ora, quella visita e quella rivelazione cangiò il piano della procedura, perchè donna Paola era temuta di quel timore il quale non è altro che un modo del rispetto. Il capitano di giustizia parlò col vicario, questo col fratello del conte V...; collegiali e senatori furon sentiti privatissimamente, e si risolse di lasciar che il processo camminasse per la china, senza preoccupazioni, senza esacerbazioni, senza cavilli. Però, fu determinato che, dietro esplorazione degli atti, i signori patrocinatori dei carcerati, da eleggersi all'uopo, stendessero la difesa dell'Amorevoli e di Lorenzo Bruni. Del primo fu eletto patrocinatore il conte Benedetto Arese, giovane di non ancora venticinque anni, e a Lorenzo Bruni toccò in sorte il conte Pietro Verri, che appena avea varcati gli anni ventidue.
Fra i personaggi, che sono già molti e saranno numerosissimi di questa nostra storia, e che non tengono da noi altro incarico, pur nella loro importanza drammatica, che di costituire la moltitudine ed il fondo ai veri grandi uomini storici dei cento anni decorsi, facciamo ora, per la prima, avanzare la figura giovanile di Pietro Verri, come antiste a quella schiera gloriosa di uomini grandi appunto e d'uomini utili, i quali e a gruppi e sparsamente e ad uno ad uno vedremo sorgere, come alberi di alto fusto tra la fitta selva delle piante volgari. — Essendoci proposti di mostrare in azione il più di questi benemeriti, per cui Milano e la Lombardia, e, rispetto a certi elementi speciali della vita pubblica, l'Italia tutta e persino l'Europa si atteggiò a vita più razionale, vedrem frattanto il giovane Verri a contrassegnare il suo primo ingresso tra gli uomini, con uno spirito già vigile a combatter le male consuetudini, per cui il secolo non poteva più reggersi, e col coraggio ad affrontar tutti gli ostacoli che i pregiudizi della sua casa, del suo ceto, del suo tempo dovevano opporgli onde farlo stramazzare a' primi passi.



II


Il conte Benedetto Arese, il giorno dopo che si vide eletto a patrocinatore del tenore Amorevoli, trovandosi nelle sale dell'Accademia de' Trasformati, prese pel braccio l'amicissimo suo Pietro Verri, e lo trasse nella libreria, dov'era un po' di silenzio.
— Caro Pietro, mi trovo in un grave imbarazzo.
— Capisco già cosa mi vuoi dire... Non sai da che parte incominciare a scrivere la difesa di cui sei stato incaricato?
— Se tu non mi aiuti mi trovo al punto di rinunciare all'incarico.
Tutti gli amici coetanei di Verri e quelli che erano stati suoi compagni agli studi, lo avevan sempre riguardato e lo riguardavano come colui che aveva su tutti un'incontestabile superiorità; acuto, arguto, epigrammatico, vivace, parlatore facilissimo, per poco che s'agitasse una questione, di qualunque più lieve cosa si trattasse, tirava gli altri facilmente dalla sua, o, almeno, costringeva tacere gli oppositori; il che se potè stornargli qualche amico che fosse un po' men caldo degli altri, se potè generare qualche antipatia, qualche odio, chi ha pratica di mondo se lo può facilmente imaginare. In ogni modo per una tale superiorità, tutti lo richiedevano di consiglio.
— Caro Benedetto, disse il Verri all'Arese, non far la sciocchezza di rinunziare ad altri il patrocinio a te affidato; perchè se tu ti credi in un grand'imbarazzo, è questo invece il caso di cavarsela con grand'onore e con poca fatica.
Una delle qualità caratteristiche del Verri era di non patir quasi d'invidia (diciamo quasi, perchè è una parola questa a cui non vogliamo rinunziare, tanto è comoda); provava esso dunque una gran soddisfazione nel procurare di far figurare bene i suoi amici.
— Non so comprendere dove tu trovi sì grande facilità?
— Passano anni, caro mio, e corrono centinaja di processi prima che si presenti il caso in cui abbia più desiderio il giudice d'aprir le porte al prigioniero che quasi al prigioniero di uscire; e quel ch'è più raro ancora, che il giudice sia tanto convinto dell'innocenza del costituito, al punto d'indispettirsi che questi mantenga un silenzio che è a suo danno.
— Questo lo so anch'io, ma che mi fa a me?
— È assai facile, caro mio, dare a credere al giudice quello che il giudice stesso pagherebbe qualche cosa per dar ad intendere agli altri.
— E che ho io da fargli credere?
— Che sia probabile, e, sopratutto, che sia verisimile quel che a tutta prima pare stranissimo e appena possibile. Fin adesso il tenore si è sempre ostinato ad un sol punto di difesa, non è vero? onde avrebbe sempre ripetuto, che passeggiando dopo il teatro e vedendo quel bel giardino di casa V..., non volendo perdere l'occasione di godersi tra quelle alte piante un chiaro di luna de' più limpidi, gli venne il ghiribizzo di fare un salto e di passeggiare in giardino.
— Ma chi può prestar fede a una tale bizzarria?
— Non è detto che una cosa bizzarra non sia una cosa vera. Qui sta il punto... Quante volte è capitato a me, quante volte sarà capitato a te, in villa, di saltare un fosso per entrare in un parco altrui, onde guardare cosa c'era di bello e di nuovo.
— Chi non lo sa che un tal ghiribizzo può capitare a chicchessia? ma in villa, ma di giorno; non in una città, non di notte, non nel mese di febbrajo.
— Sia qual tu vuoi, ma tu devi piantarti qui e addurre l'esempio di fatti consimili; poi c'è a tener conto della professione di cantante, la quale dà il diritto ad esser più matti degli altri. E poi c'è la vita passata del tenore, tutta senza rimproveri, per il caso ond'è imputato, almeno; poi c'è la sua agiatezza e i pingui quartali che vorremmo aver noi giovinotti di famiglia, che abbiamo i berilli sul borsellino, ma di dentro c'è poco o nulla, perchè i nostri buoni padri ci voglion troppo bene... non è egli vero, Benedetto mio caro? — E poi c'è la sua condizione di forastiero, e d'uomo che non è mai stato in Milano, e che per conseguenza non deve conoscer la pianta delle case, al punto da passeggiarci dentro e passar per le fessure come un topo domestico; e qui non sarà male il mettere un po' di ridicolo che faccia rilasciare i muscoli troppo tesi dei magnifici signori senatori. Alle volte val più un epigramma ben scagliato e a tempo, che tutte e tre le parti d'un'orazione ciceroniana... E poi già, non mi pare che si vorrà star tanto sodi sulle formalità; quante volte elle si dimenticano per peggiorare la condizione d'un galantuomo... A fortiori le si dovranno dunque dimenticare anche per lasciar respirare libero un galantuomo... Ma, per di più, c'è il fatto che il tenore è aspettato a Venezia; e i patrizj veneziani, che amano tanto la musica, faranno uno scalpore del diavolo perchè al tenore sia data facoltà di cantare a San Moisè... e c'è di meglio che il tenore è al servizio di sua maestà il re di Spagna, e io so che si è già scritto al re con tutte le circostanze mitiganti... e il re scriverà... e l'imperatrice ne parlerà al ministro di Vienna... il quale scriverà al plenipotenziario di qui... e... e poi bisognerebbe aver coraggio, nominar la contessa e tagliar corto e aprir la breccia; e giacchè si è già usciti dalla giustizia per riguardo di lei, ed essi lo sanno, quantunque non vorrebbero farlo sapere all'aria, così fulminarli con un quousque tandem che non manca mai di fare il suo effetto, un quousque tandem però, intendiamoci bene, condito con attestazioni di gran rispetto, e fiancheggiato di magnificentissimi e di eccellentissimi, tu mi comprendi.
— Io ti capisco benissimo; ma in quanto alla contessa; nemmen per ischerzo è a consigliarmi di gettar là qualche cosa sul conto suo. Tu sai che mio padre...
— Ah questi padri, questi padri benedetti, che pretendono di pigliar sempre per l'orecchio i figliuoli, anche quando i figliuoli ci vedon più di loro.
E il giovane Verri si fece serio e tacque, per un momento, poi aggiunse:
— Basta, io son certo che la tua riuscirà una bellissima difesa e che la spunterai, perchè ti proteggono il re di Spagna, i patrizj musicanti di Venezia, e il desiderio de' giudici, i quali imiteranno quelle dame, che nel loro interno sono felicissime di aver avuto la sventura d'essere state sorprese da un zerbinotto intraprendente e sfacciato. — Ma io sì che tengo i piedi in un pantano, da cui sarà difficile uscir netti, perchè se rispetto la verità e la giustizia e la coscienza, son sassate che vanno a cadere sull'invetriate dell'aula dei magnificentissimi senatori; e se mi propongo di lavorar di scherma soltanto per far sentire il suono del fioretto, ma senza ferire, io avrei vergogna di me stesso, e allora sarebbe meglio lasciar la difesa a un altro.
— Ed io ne' tuoi panni farei questo precisamente.
— Bel consiglio!
— È il migliore...
— E lasciar in balia di qualche scimunito la ragione di quel povero diavolo di Lorenzo Bruni, che ti so dire essere un uomo di proposito e di pensamenti generosi tutt'altro che vulgari! Eppure non è che un povero suonatore di violino; ma quando questo è sano (e picchiava colla punta del dito sulla fronte), e la ragion naturale può andar dritta per la sua strada senz'essere trattenuta, contrastata, deviata dai pregiudizj, oh che sapienza è l'ignoranza!...
— Ma e che dunque ti proporresti di fare?
— Nient'altro che mettere la mia coscienza nel vuoto pneumatico, e liberarla da tutta quella pesantezza che le potrebbe derivare dai rispetti umani, e allora...
— E allora?
— Sarà quel che sarà. Ma non dir nulla di questi nostri discorsi nè con tuo padre, nè con altri, nè col marchese Beccaria, lo zio di Cesarino... A proposito del qual Cesarino, sai tu che egli è un ragazzo adorabile, e che tremo di lui soltanto perchè quello zio testardo potrebbe far tanto da riuscire a guastarlo?...
— Oh... sinchè Cesarino sta in collegio a Parma, non è possibile che lo zio possa far male co' suoi consigli stemperati nelle lettere.
Mentre i due interlocutori stavano così parlando nella sala della libreria, udirono un furioso batter di mani che veniva dalla aula maggiore dell'accademia de' Trasformati. — Si recarono dunque anch'essi colà, e stettero a udirvi dalla viva voce del buon Passeroni, un canto del poema il Cicerone, che di quel tempo egli stava componendo. — Quando il Passeroni ebbe finito di leggere l'ultima ottava del canto, l'accademia si sciolse, e i due amici partirono insieme cogli altri.
Il Verri passò il resto della giornata meditando il suo subbietto, e la sera, quando uscì per fare una passeggiata, affatto solo, come soleva, verso il borghetto di porta Orientale, gli venne in pensiero che a riscaldare l'eloquenza e a far raccolta d'argomenti, per persuadere e, all'uopo, per intenerire i giudici, gli sarebbe stato necessario, giacchè aveva sentito replicate volte il Bruni nella sua prigione, di sentire anche la Gaudenzi, che trovavasi ancora in Milano, quantunque fosse già in sulle mosse onde trasferirsi a Venezia per la stagione di primavera. Pietro Verri, quantunque avesse ventidue anni, pure non era stato in teatro che poche volte, e anche quelle poche volte, sempre in compagnia di suo padre, il signor conte Gabriele; il quale non aveva mai permesso che il figlio si staccasse un momento da lui per uscire dal palchetto. Quel rigidissimo uomo non voleva assolutamente che il suo figliuol maggiore si trovasse neppure un istante in compagnia degli eleganti zerbini che passavan la notte in teatro a corteggiar dame, a giuocare nel ridotto, a dar mezz'oncie alle giovani corifee sul palco scenico. Perchè è un fenomeno curioso e che può dar molto a fare alla riflessione d'un filosofo, quello che, mentre il costume generalmente era allora così rilasciato, e le tresche amorose costituivan l'affare più importante e più continuo della vita, e le dame giovani sfoggiavano tal nudità che oggi farebbe senso, e le leggi del matrimonio avevano assunto un'elasticità senza pari (e diciam questo perchè lo troviam detto e ripetuto in storie, in libri di costumi, in poesie, ed anche ce ne assicurò, oltre al nostro amico Giocondo Bruni, qualche altro vecchio vivente, che giunse in tempo per mettere il labbro sull'orlo di quei vasi di voluttà); pure dall'altra parte è incontrastabile che l'educazione, nell'intimo della maggior parte delle famiglie patrizie e non patrizie, si manteneva rigidissima; che i padri e le madri attendevan più a farsi rispettare e temere che amare dai figliuoli; che il tu di Roma antica e il tu alla quacchera d'oggidì era ignoto tra genitori e figliuoli, e sarebbe allor sembrata una profanazione l'assumerlo e l'accordarlo. Guai se alla mattina, prima dell'ora d'asciolvere, le ragazze non si recavano, con una prolissa riverenza appresa a scuola da suor'Agata e da suor Martina, a baciar l'anellone d'amatista del signor papà e l'anellino di brillanti della signora mamma; guai se i ragazzi non imitavan le ragazze; e se ciò non si ripeteva e prima e dopo il pranzo, e prima e dopo la merenda, e prima e dopo la cena; perchè è un altro fenomeno storico che i nostri avi mangiavano più di noi. Come dunque, ad onta di tanti rigori e di tanta etichetta casalinga, e di tanto risparmio di sorrisi confidenziali, dalla casa uscissero nel mondo tante zucche vuote e tanti scapestrati e gaudenti e voluttuosi, è un problema che mal si riesce a sciogliere; nel modo istesso che non possiamo spiegare come ne' libri e nelle satire e nelle opere dell'arte, ad ogni quattro parole, ad ogni pennellata si accenna all'ignoranza classica dei nostri avi patrizj, mentre poi il più de' giovani studiavan legge e si mettevano in lista per entrar al nobile collegio de' giureconsulti, alle magistrature, al Senato? — La spiegazione noi crederemmo di trovarla in ciò, che nei libri anche i meglio riputati, il più delle volte le cose e gli uomini e i tempi si considerano da un lato solo, nel che sta il gran segreto di far scaturire il falso perfino dall'istessa verità.
Ma tornando al giovane Pietro Verri, sebben trattenuto in palchetto dai rigori di suo padre, aveva però vista e contemplata e quasi divorata la bellissima Gaudenzi... Era giovinotto, era vivacissimo. E la simpatia verso la beltà, se non è una prova, è sempre un indizio di squisitezza di sentimento e d'animo gentile.
La ballerina Gaudenzi aveva dunque fatto, se non nel cuore, perchè non sempre si arriva fin là, certamente nell'imaginazione di Verri una fortissima impressione; ond'esso invidiò spesso i cavalierini che si recavano a visitarla sul palco scenico — fin qui non c'è nulla di male. Nè quella figura gli era uscita di mente, anche dopo il tempo trascorso dall'ultima notte ch'ei l'aveva veduta in teatro; ed è anzi probabile che, una o due volte al giorno, ella facesse una visita, sebbene di pochi minuti, alla memoria di lui; chè le cose straordinariamente belle si piantano con ostinazione nella mente di chi è nato a comprenderle, pur nella sfera, intendiamoci bene, ingenua e pura e sgombra dell'estetica.
Per tutte queste cose, quando si sentì eletto a difendere il Bruni, e da costui ascoltò ripetute le lodi ch'eran già corse in pubblico della virtù di quella giovinetta, virtù tanto più preziosa quanto ora men facile in quella professione; gli venne il desiderio di conoscerla da vicino e di parlarle. Il desiderio derivava da una fonte un po' sospetta, ma il giovine Pietro s'ingegnò a dargli l'ammanto della necessità impostagli dal suo delicato ufficio di patrocinare colui che le teneva luogo di padre. — Si recò dunque in porta Romana, e, d'una in altra contrada, fu alla casa dove dimorava la Gaudenzi. — Ma tutto il coraggio gli mancò quando fu in veduta della porta, — indizio che non era proprio convinto della necessità di quella visita. Il timore che suo padre potesse mai giungere a sapere ch'egli era andato nella casa della ballerina Gaudenzi, lo annientò, e al segno, che fu per retrocedere. — Una batteria di pensieri avversi gli rintronò nel capo per qualche minuto; ma poi si fece animo, e gettata un'occhiata di sopra, di dietro, a dritta, a sinistra, per assicurarsi se nessun suo conoscente lo vedeva in quel punto, entrò nella porta. — Com'è ingenua e pudica la giovinezza degli uomini straordinarj!



III


Chiesto se per avventura trovavasi in casa madamigella Gaudenzi, e sentito ch'ella non era mai uscita in tutta la giornata, il giovane Pietro Verri si fece annunciare senza dare il proprio nome, ma semplicemente come chi aveva cose importanti da comunicare ad essa. — Dopo alcuni momenti, insieme colla fantesca ch'era corsa a riferire quella visita, uscì la Gaudenzi senza nessuna delle affettazioni tanto comuni alle donne di teatro di gran cartello, le quali, in tutti i tempi, e forse una volta più ancora d'adesso, arrivavano a far parer umili fin le dame che serbavan gelose le tradizioni dei tre Filippi di Spagna. Ma la Gaudenzi era la figliuola schietta della natura, e l'animo suo versava allora in tal condizione che, all'annuncio, d'una persona che avea a significarle cose di rilievo, non poteva aver sì gelida calma da stare immobile nella camera di ricevimento, posando accademicamente il corpo sul seggiolone e mettendo in vista, impressa nel cuscino dello sgabello, la punta delle scarpine di raso.
— Signore, disse la Gaudenzi al conte Verri con una semplicità piena di vezzo, si degni di restar servito; e precedendolo e schiudendo ella stessa le porte, lo pregò ad entrar nella sala, e gli presentò la sedia con quella disinvoltura onde un uomo avrebbe potuto comportarsi con una donna. — L'ingenuità era pari tanto nel giovine Verri quanto nella Gaudenzi; ma il primo era timidissimo, mentre la seconda, dall'abitudine ad affrontar le mille pupille del pubblico, aveva contratta quella scioltezza, quasi diremmo virile, che forse, a chi era avvezzo al profumato galateo delle aule dorate, potea parer soverchia; ma che in quella giovinetta così bella, e in quell'eleganza spontanea e quasi non voluta d'ogni suo movimento, si vestiva di un incanto specialissimo. Pietro Verri la contemplava muto, e andava pensando come non fosse sempre vero quel che comunemente avea sentito dire, che cioè le beltà da palco scenico non debbano mai esser vedute in camera.
— Signora... disse poi, e stentava a trovar le parole, tanto era impacciato dalla sua timidezza. Dovete dunque sapere, madamigella, riprese tosto, che dall'eccellentissimo signor capitano di giustizia fui prescelto all'onore...
Quell'onore non era certamente la parola che più facesse al caso; ma sovente chi ha l'abbondanza delle idee nella mente, affatica in certe particolarissime circostanze a trovar la parola adatta, quella parola che pur verrebbe sulle labbra di qualunque più meschino sfrontato.
— Io fui dunque prescelto a protettore del sig. Lorenzo Bruni, vostro tutore...
— Mio padre e benefattor mio, assai più che tutore, potete dire, o signore... Ma in grazia, chi siete voi?...
— Sono il conte Pietro Verri.
Per quanto egli fosse sgombro da qualunque pregiudizio e da qualunque benchè minimo orgoglio di sangue, pure provò un'interna soddisfazione nel poter pronunciare quella parola conte; e tutto ciò perchè sentiva come, mettendo innanzi quella parola, egli veniva a liberarsi dall'importunità della propria timidezza; mentre forse la ballerina che lo atterriva col suo fare disimpacciato, a quel titolo sonoro si sarebbe potuta mettere in gran riguardo, e avrebbe subita quella soggezione di cui egli s'accorgeva d'aver gran bisogno. Quanti inesplicabili accidenti in questa nostra povera natura umana!
— Illustrissimo signor conte, io la ringrazio della degnazione per la quale ha voluto venire da me; e ora, giacchè ella è il protettore giuridico del signor Lorenzo, mi voglia dire la verità, la verità schietta, la verità intera. Oh s'ella sapesse da quante persone io mi recai in questi giorni, quante preghiere ho fatte per vedere di poter conoscere come veramente stesse la condizione del signor Lorenzo! ma non ho trovato che faccie arcigne e parole fredde, e giri e rigiri di frasi, dalle quali appariva chiaro che si voleva piuttosto ingannarmi che dirmi la verità.
— I magistrati, cara mia, hanno il debito del segreto, e bisogna aver loro un certo riguardo… D'altra parte il signor Lorenzo Bruni è in una condizione speciale per aver insultato in pubblico il decoro di una delle più cospicue case di Milano...
— Ma guardi, signor conte, che tentazione fatalissima è venuta a quel benedetto uomo di mettere, per amor mio, in così grave pericolo sè stesso, e di far tanto male a quella povera contessa... ch'io non conosco... e per la quale darei la metà del mio sangue perchè non fosse avvenuto quel ch'è avvenuto. Ma Lorenzo fu tratto di cervello dall'ingiustizia del pubblico, e dal desiderio che lo tormentava di poter trovare il modo di convincer tutti del quanto fosse assurda la diceria che il sig. Amorevoli... — E qui la Gaudenzi abbassò il capo, tutta soffusa di rossore, e soggiunse tosto: — Ma non è egli vero, signor conte, che quando un uomo, quando una donna, quando una fanciulla, trovandosi sola con se stessa, può giurare di non aver cosa alcuna a rimproverarsi, non dovrebbe temer di sfidare tutte le calunnie di questo mondo, anche in silenzio, perchè quel che non si sa oggi si sa domani, e la verità esce in fine all'aperto per sua propria virtù?... Devo però confessarle, signor conte, che quando il pubblico mi ricevette, schiamazzando e insultandomi, anch'io non so quel che avrei fatto allora per vendicarmi... e la mia disperazione in quel momento nessuno se la può imaginare, e forse fu per avermi veduta in quella condizione, che Lorenzo non badò più ai mezzi, e giurò di far balzar fuori la verità ad ogni modo, e il modo fu de' peggiori, perchè, ecco a che s'è ridotto, pover'uomo!...
E due lagrime lente le rigaron la guancie.
— Ma io, continuava, non so farmi capace, signor conte, che vi possa essere così grave delitto nell'aver messo una maschera ad una festa da ballo... In fin de' conti, che intenzione era la sua? Quella di far vedere che il pubblico aveva torto e che io era innocente... Ben è vero che offese gravissimamente una nobil donna, ma, per quanto sento a dire, pare che questa nobil donna... fosse davvero la... e allora... di chi è la colpa?...
Pietro Verri sorrideva e compiacevasi di sentir quel discorso vivo e animato, e reso più attraente dall'accento veneto, chè, se non lo abbiam mai detto, lo diciamo adesso, la Gaudenzi parlava il dialetto veneziano, quantunque, pel tramutarsi ch'ella faceva continuamente di luogo in luogo, lo avesse tant'o quanto alterato.
— Cara mia, sapete voi che cos'è la legge?
— Cosa so io? ma la legge dovrebb'essere tutto ciò che è giusto.
— Ed ella infatti si propone la giustizia... ma non sempre la raggiunge, nè lo può; perchè la legge bisognerebbe che potesse trasformarsi all'infinito come tutti gli accidenti umani, e tener dietro a tutte le bizzarrie della fortuna.
— E così qualche volta chi ha ragione paga i debiti di chi ha torto... È questo l'intercalare del signor Lorenzo. Ma mi vorrebb'ella dire di grazia, signor conte, per qual motivo il metter maschere ad una festa da ballo fu posto nel numero dei delitti?
— Per i cattivi usi che se ne fecero troppo spesso dagli uomini cattivi.
— Ma allora si dovrebbe punire il cattivo uso e non l'uso delle cose: sarebbe bella che fosse proibito a parlare, perchè parlando si possono dire delle calunnie!
— Oh che sapienza è l'ignoranza! pensava tra sè Pietro Verri, mentre sorrideva alla Gaudenzi. — Attendete dunque, soggiunse poi, a mettere il vostro bel cuore in pace; poichè se la legge fu fatta per un fine ragionevole, non è poi detto che non si debba tener conto della buona intenzione di chi l'ha trasgredita, trasportato da un nobile riguardo e da una nobile passione...
— E di chi l'ha trasgredita, continuò vivacissimamente la Gaudenzi, perchè in quel momento non c'era altro mezzo di far cessare una perfida calunnia.
— E per questo io mi confido di poter riuscire ad alleggerire al possibile la condizione del vostro signor Lorenzo.
— Come ad alleggerirla? domandò piena di dolorosa meraviglia la Gaudenzi... Ma non è a sperare che lo possan mandare assolto in su due piedi?...
— Tranquillatevi, cara mia, ma per bene che vadan le cose, converrà pure che voi siate disposta a un lieve sacrificio...
— Qual sacrificio?... dite, dica, io son parata a tutto.
— È un sacrificio che non dipende dalla vostra volontà, ma solo dalla vostra pazienza; perché mi rincresce a dirvelo, cara mia, ma per un sei mesi almanco converrà che vi adattiate a restar priva della vista del signor Lorenzo…
— Oh… questo non sarà mai, signor conte; io mi scioglierò in lagrime ai piedi del signor governatore, e otterrò la grazia. E se il governatore starà inflessibile, metterò sossopra mezzo mondo.
— Tranquillatevi, e prima di far passi, lasciate che io faccia i miei; che se fosse necessaria la vostra cooperazione immediata, ho io la persona che, se è possibile far miracoli, ella li sa fare davvero...
Ma la Gaudenzi più non badava a quelle parole, e, alzatasi, misurava in lungo e in largo e concitata la camera, cogli occhi pieni di lagrime e col labbro inetto a proferir parola, perchè un tremito convulso stava per farla dare in uno scoppio dirotto di pianto... Il Verri le teneva dietro coll'occhio, pieno di commozione anch'esso e d'ammirazione, e assalito da un sospetto, come da un lampo che baleni improvviso.
Le anime squisite, anche senza lo scaltrimento di una lunga esperienza, tengono il filo d'Arianna per misurare, senza smarrirsi, il labirinto del cuore umano. Diciamo questo, perchè di fatto, quel ch'egli sospettò, era vero. — Un mese prima, chi avesse detto a quella cara e semplice ragazza: scommettiamo che voi siete innamorata del signor Bruni, ella non avrebbe data altra risposta che una delle sue consuete risate baccanti e sonore... Ma il giorno in cui Lorenzo venne arrestato, e i giorni in cui ella provò, per quel distacco, una costernazione che mai non aveva provato in vita sua, non si potrebbe dir bene in che modo, ma le si depose inavvertito nell'animo un lieve germe di amore, che fruttificò di dì in dì, a seconda della natura appunto dei germi. — Ben è vero che ella non sapeva ancor nulla, e a chi di nuovo le avesse chiesto, se era innamorata, di nuovo ella avrebbe risposto, se non con una risata, certamente con un sorriso accompagnato da un lieve agitar della testa; ma, in conclusione, l'amore lavorava e limava nell'animo suo con tutta la forza di un amore a cui non manca più nessuna delle sue attribuzioni.
— Sentite...
Interruppe il Verri con questa parola il passo concitato della Gaudenzi. Ella si fermò in faccia a lui, attirata da quel sentite, e come chi spera sempre qualche consolazione da tutti gli accidenti del discorso.
— Da quanti anni, egli continuò, il sig. Lorenzo Bruni veglia alla tutela della vostra giovinezza?
— Oh da moltissimi anni! Io era una ragazzina senza padre e senza madre, e ballavo a Venezia al teatro di San Moisè... Chi mi curava non era allora che questa buona e paziente mia zia... Ma si viveva a discrezione degli impresarj che guadagnavano, non tocca a me il dirlo, alle nostre spalle, eppur non ci facevano che soprusi e angherie, n'è vero, zia? Il signor Lorenzo Bruni volle difenderci una volta da un appaltatore usurajo e ottenne di farlo stare al dovere... onde ci fece tener tanti danari, quanti certamente non potevo dire d'aver meritati. Ma questo è poco, perch'egli si prese cura della mia educazione; e siccome ei veniva da Parigi, ed avea vedute tutte le più celebri ballerine e conosceva la danza più di chi ne fa professione, tanto fece e consigliò, che riuscì a tirarmi indietro dall'arte viziata... Onde quel poco che sono, lo voglia credere, illustrissimo signor conte, non lo debbo che a lui.
— E tutto, entrò a dire la zia, senza neppure un'ombra d'interesse, perché i mettimale che vedevan con dispetto quel suo tanto adoperarsi in pro della ragazza, mi andavan susurrando all'orecchio che lo avrebbe fatto per arricchirsi... Ma invece, se non ci ha perduto, non ci ha guadagnato, perchè la bilancia non è più giusta di lui: e i quartali ei non volle nemmen toccarli, e collo scrupolo va tanto in là, ch'ei vuole che dalle mani dell’impresario passino nelle mie; e se provvede a collocarli a buon frutto, desidera ch'io medesima vada a consegnarli… Oh… ci creda, signor conte, che per noi è una gran disgrazia a rimanere senza quell’uomo d'oro.
— Ho caro d'aver sentito tante lodi di quel bravo uomo; così mi lusingo di farle comparire opportunamente nella difesa...
— E può aggiungere, signor conte, i discorsi pieni di consigli, di sapienza e di virtù onde il signor Lorenzo era instancabile a vantaggio di questa ragazza... perchè lo creda, signor conte, ma quel signor Lorenzo, se è un uomo probo, è anche un uomo di gran talento.
E la bella Gaudenzi stava per venire in ajuto della zia; ma in quel punto ch'ella stava per parlare, giunsero all'orecchio del conte Pietro Verri, il quale era là quasi in attitudine di magistrato, i primi tocchi della campana della piazza de' Mercanti. Il giovane patrizio si alzò, come scosso disgustosamente da quel suono, e, tagliando di colpo tutte le fila sospese del discorso, si licenziò, e fu molto se ebbe l'animo di rinnovare alcune parole di consolazione alla fanciulla. Ma che mai c'era di tragico in quella campana della piazza de' Mercanti, dirà il lettore, da mettere i brividi al giovine Verri? — Cari miei, saranno inezie, ma l'eccellentissimo senatore conte Gabriele era un uomo di ferro, e guai se avesse saputo che suo figlio non era già rincasato prima della campana; che una sera in cui il giovane Pietro, trattenuto in certe calde discussioni al caffè Demetrio, giunse a casa un'ora dopo... Filippo II non guatò così bieco il grand'ammiraglio, quando gli tornò innanzi coll'annunzio d'una battaglia navale perduta e della flotta distrutta, come fece allora il conte Gabriele con suo figlio Pietro, il quale per rientrare nelle grazie del signor padre dovette metter sossopra tutto il parentado. S'affrettò egli dunque a saltelloni giù per le scale, divorò la strada, e tutto trafelato giunse a casa quando la campana non aveva ancor finito di dare i suoi tocchi; si recò a far riverenza e a dar la felicissima notte al signor papà, poi si chiuse in camera per stendere la difesa di Lorenzo Bruni.





IV


Là chiuso, si diede a passeggiare tutto pieno e invasato del suo argomento, lodandosi seco stesso dell'aver fatto visita alla ballerina Gaudenzi, perché dall'osservazione attenta di quella beltà, di quella virtù, di quella schiettezza, di quel dolore, e dai particolari che in sì caldo accento erano usciti dalla bocca stessa di lei, e costituivano il più completo e appariscente ritratto di Lorenzo Bruni, s'accorgeva che gli eran venute nuove idee e nuovi fervori; però gli pareva di poter alla fine scrivere una difesa tale da conquidere trionfalmente l'animo dei giudici, pur senza omettere nessuna verità nuova e coraggiosa. L'animo e l’ingegno del Verri era di quella tempra saldissima, che dal momento che una cosa vera o creduta vera gli facea forza, non gli era più possibile, per nessun conto, nè dissimularla nè tacerla, non che falsarla. Poteva adattarsi alla più sommessa obbedienza in casa, a non star fuori oltre i tocchi della campana della piazza de' Mercanti, a non andare in teatro solo, a non frequentare certe conversazioni; ma non poteva piegarsi a far proprie le idee e le convinzioni di suo padre, dal momento ch'egli ne aveva di assolutamente contrarie.
Si mise dunque a tavolino, e con velocità animata dalla concitazione empì tre o quattro fogli di carta. Noi abbiam veduto un ritratto giovanile di Pietro Verri, che press'a poco potrebbe dar l'idea della sua faccia quand'egli era preoccupato di qualche forte pensiero: occhio vivace, arguto e tanto quanto espanso, che sembra inseguire un'idea balenata d'improvviso; guancia calma e fiorente, naso breve e bocca soavissima, la quale quasi sempre si osserva in coloro che hanno squisitezza e di mente e di cuore.
Quand'ebbe finita quella non breve scrittura, se la lesse tutta ad alta voce, e si stropicciò le mani come pago d'aver detto tutto quello che voleva dire; se la rilesse poscia... e cominciò e pentirsi di alcune espressioni troppo ardite, e di quelle segnatamente dove metteva quasi in istato di accusa l'autorità giudiziale. Volle rimediarvi, e cancellò tutto quel brano; ma poi s'accorse che ad ometterlo si distruggeva tutto l'edificio, e si taceva la sola verità insolita e coraggiosa che poteva dare alcun merito a quella difesa; onde rifece il periodo, ammorbidendo soltanto le frasi, decorandole di vocativi pieni di sommessione, e conservando intatto il concetto. Infine pensò che il miglior partito era di far la versione di quella difesa in lingua latina; e ciò per due ragioni: la prima, che l'idioma del Lazio, costringendo l'intelletto degli ascoltatori a fare un breve lavoro, prima di averlo tutto quanto tradotto in parole schiette e lampanti, la verità si ammorbidiva nel trapasso dal latino all'italiano, e le toglieva di far l'effetto di un sasso scagliato altrui senza pietà; la seconda ragione consisteva in ciò, che suo padre era innamorato della lingua latina, e le poche volte che lo aveva veduto sorridere con insolita compiacenza fu sempre nelle occasioni che egli stesso aveagli dato a leggere qualche proprio scritto latino. Così dunque pensò, e così fece. Ma ci voleva ben altro. Lavorò buona parte della notte e il giorno successivo a far la traduzione; poi al terzo dì la presentò al Capitano di giustizia. Non ci pare qui il luogo opportuno di riportare per intero quella lunga difesa, nè tampoco di darla tradotta, nel nostro italiano; chè troppe cose sono in essa riassunte, le quali già furon dette e ripetute da noi in più luoghi; soltanto diremo come l'esordio toccasse alcune idee generalissime intorno alla genesi ed allo scopo della legge, nel quale intese a far campeggiare il concetto, che tutti debbono essere eguali in faccia ad essa; poi venne a parlare delle leggi statutarie, poi delle gride e ordinanze suggerite da casi speciali; poi si fermò all'ordinanza del ministro plenipotenziario governatore di Milano, conte Palavicino, relativa alle maschere-ritratti, lodandone assai l'opportunità e la saviezza.
Ma qui parlò dell'intento che aveva quell'ordinanza, la quale proibiva le maschere non per sè stesse, ma per i gravi e deplorabili danni che, adoperate da uomini iniqui, avevano prodotto; faceva allora acutamente intendere come la prava intenzione e il delitto consumato per mezzo di essa erano i soli elementi che costituivano il caso della penalità e della sua misura. E poi, piegando la parola al fatto speciale del Bruni, mostrava che non avendo egli avuto nessuna prava intenzione, anzi l'intenzione essendo stata lodevole come di chi protegge e difende chi sopporta ingiustamente una calunnia; e, per risultato, non esibendo la consumazione di nessun delitto, ma sibbene lo scoprimento di una verità che ridondava a vantaggio dell'innocente e a danno di chi veramente era in colpa; venivasi con ciò a costituire un caso specialissimo, pel quale quell'ordinanza doveva cessare dalla sua forza attiva, e, in ogni modo, doveva consigliar d'interpellare il voto dell'eccellentissimo governatore per una grazia straordinaria. Ai quali argomenti che mettevano in chiaro l'assenza d'ogni colpa per parte del Bruni, di cui tesse l'elogio riferendo le attestazioni della stessa Gaudenzi, della quale pure lodò la vita senza rimprovero, come portava la pubblica opinione; fece osservare che non sarebbe avvenuta nemmeno la materiale contravvenzione alla legge, se la magistratura non si fosse imposta un obbligo che veniva a ferire il diritto comune, l'obbligo cioè di considerare come intangibile dalla legge e persino dai sospetti la nobiltà di una persona, dalla quale precisamente si dovevano incominciare le indagini. E qui riferiamo un passo, che ci pare assai squisito: «Nè io credo nemmeno che potesse andar offeso il carattere della nobile contessa se fosse stata interpellata in giudizio; chè forse quelle voci vituperose che or circolano in pubblico contro di lei, sarebbero state trattenute da una parola detta in tempo al giudice; così invece, tanto più l'opinione si compiace a denudare e ad esagerare le colpe di una persona, quanto più s'accorge che la magistratura discende dal suo nobile seggio, al punto di tentar di scambiarle le carte in mano e d'ingannarla.»
Questa difesa, quando fu letta, fece l'effetto che naturalmente doveva fare, quello cioè di tirar addosso al giovane Verri tutta l'iracondia della magistratura.
Quasi contemporaneamente a questo scritto, fu presentata al Capitano di giustizia la difesa di Benedetto Arese, una cosettina magra e che per se stessa non poteva certamente essere il tocca e sana per le disgrazie del cantante di camera di S. M. il re di Spagna. — Ma quanto lo scritto del giovane Verri aveva provocata la collera e lo spirito di contraddizione e negli attuari e negli assessori e nel vicario e nell'eccellentissimo capitano marchese Recalcati; e, allorchè fece il suo passaggio d'ufficio al Senato, anche in tutti i senatori e nel loro presidente; altrettanto trovò lode e fautori quella dell'Arese. — In simile maniera noi vediamo nelle accademie e letterarie e scientifiche e artistiche, le quali, per consueto, portano inalberato sul frontone il vessillo del Così faceva mio padre, accordarsi la medaglia d'onore a colui che nell'opera prodotta lusinga l'amor proprio de' giudici e sta ligio ai sistemi invalsi, e non avendo la forza di camminar colle proprie gambe, s'appoggia al braccio altrui.
Quella difesa dell'Arese fu dunque tale, che dispose gli animi a far maturare una sentenza d'assoluzione a favore del signor Amorevoli. Se non che un bel giorno fu presentato d'urgenza un libello dell'avvocato Carl'Antonio Agudio, patrocinatore del figliuolo della signora Celestina Baroggi, nel qual libello si esponeva il fatto del testamento olografo stato scritto dal marchese F… dietro dettatura del dottor Macchi notaio, a favore del figlio suddetto della Baroggi; riferiva che tra le carte del detto marchese non s'era più trovato il testamento in discorso; si conchiudeva, che essendo noto il trafugamento delle carte che stavano nello scrittoio di esso, l'avvocato patrocinatore e il reverendo proposto di S. Nazaro, tutore del figliuolo della Baroggi, facevano istanza perchè si rinnovassero le indagini più severe, allo scopo di rinvenire il trafugatore; e nel tempo istesso facevan rispettosamente intendere che, sebbene le presunzioni a danno del costituito signor Amorevoli paressero prive di fondamento, l'eccellentissimo capitano di giustizia, quando mai nell'alta sua saviezza credesse di mandarlo assolto, adoperasse tuttavia in modo che non potesse evadere dalle ulteriori possibili inquisizioni dell'autorità criminale.
Aveva in pubblico fatto gran senso che, in quel non breve tempo trascorso dalla cattura dell'Amorevoli, non si fosse proceduto con tutti i mezzi reclamati dall'importanza del caso, segnatamente per l'interesse del figlio della Baroggi, che dicevasi essere stato istituito erede universale dal marchese F...; e però il reverendo proposto di san Nazaro aveva ricorso all'avvocato Agudio, il quale godeva fama di gran legista, e quel che più importa, di gran galantuomo, e ciò che meglio preme ancora, di grande ostinato; e il solerte proposto avea fatto capo a lui come a quello che potea aver la forza di conservare nella sua dritta strada la trattazione d'un affare che per mille circostanze poteva essere deviato.
Tornando ora all'Amorevoli, s'egli non avea motivo di lodarsi troppo della fortuna, venne però chi dovea trarlo d'imbarazzo. Allorchè donna Paola Pietra ricevette l'ultima lettera dalla contessa Clelia, dove, colla raccomandazione del segreto, le era fatta la rivelazione intorno al lacchè Suardi; ella nella sua saviezza pensò che non era a tener conto nessuno di quella raccomandazione di segretezza; invece, senza por tempo in mezzo, fece una seconda visita al marchese Recalcati, al quale raccontò il fatto del Galantino, e della vita sfoggiata che colui conduceva a Venezia, e come eranvi tutte le ragionevoli presunzioni che il trafugatore fosse stato colui medesimo.
Quel nome del lacchè Galantino fu per il marchese Recalcati come uno di quei lampi, che, solcando di tratto il fitto bujo, lasciano vedere la posizione degli oggetti circostanti; tanto che uno che abbia smarrita la via, si raccapezza, ed esclama: Ora comprendo per qual parte si dee camminare. — Laonde non sono a dire le feste e le accoglienze ch'egli fece e i ringraziamenti che espresse a donna Paola per quella improvvisa e non aspettata rivelazione. — Lasciandolo ora nel pieno godimento di quella scoperta, saltiam via due giorni, che in faccia a cento anni sono un bicchier d'acqua in faccia al mare, e rechiamoci in casa Verri, in un giorno che l'illustrissimo signor conte Gabriele dava un pranzo quasi diplomatico.
La sfera dell'orologio percorreva l'arco di quella mezz'ora o di quel quarto d'ora che precede il momento solenne, in cui il cameriere in gran livrea diventa un personaggio importante, vogliamo dire, in cui grida dalla soglia: In tavola. In una sala d'aspetto, ferveva, o diremo meglio, languiva la conversazione tra molte persone divise in varj gruppi, ciascun de' quali constava di elementi tra loro affini. — Gravi personaggi di toga e di spada, conti e marchesi e cavalieri che non avevano altro peso da portare che il diploma d'accademico Trasformato, dame e matrone e giovani donne e spose — non una fanciulla. — Il conte Gabriele Verri stava parlando in un angolo della sala col marchese Beccaria, lo zio di Cesare.
— Vedo pur troppo, caro marchese, diceva il conte Gabriele, che questo mio figliuolo, pel quale non ho risparmiato nè cure nè dispendj, vorrà essere la mia croce.
— Ve l'ho detto più volte; bisognava lasciarlo a Roma maggior tempo, o a Parma; la sua vivacità fu sempre eccessiva e bisognava metter acqua e cenere sul fuoco. Vi sono certi temperamenti, che, a lasciarli svampare prima del tempo, diventan acidi come il vino mal turato.
— Ma... volevate che a ventidue anni lo tenessi ancora in collegio?...
— In collegio no... ma mettergli accanto un uomo di proposito, un sacerdote di vaglia...
— Se la mia severità non è valsa a nulla, che cosa volevate che facesse un prete?
— Voi vedrete quel che ne farò io di Cesarino, perchè bisogna che ne prenda io stesso la cura. Suo padre è troppo dolce. Se si vuole, il fanciullo è pieno d'ingegno, e in collegio lo chiamano il piccolo Newton; ma quanto è maggiore l'ingegno, tanto son maggiori i pericoli; ond'io veglierò... così avessi vegliato ne' giorni che da Parma venne a Milano questo carnevale; perchè si trovò spesse volte col vostro Pietro... il quale non so che malefizj abbia fatti a quel ragazzo, che mi venne fuori un giorno con certi propositi, i quali non mi piacquero niente affatto.
— Davvero?
— Per l'appunto.
— È dunque bisogno di qualche provvedimento serio a riguardo di mio figlio... Son dieci giorni che mi venne in mano quella difesa, e quando l'ebbi letta non ho più permesso ch'ei mi comparisse dinanzi. Ma quel che più mi fa dispiacere si è, che non manca d'ingegno... e quello scritto... mi dà a divedere che, se fosse meglio diretto, potrebbe...
— Ma dove è andato a pescare tutte quelle idee, diciamolo pure, rivoluzionarie contro i nobili e contro le autorità? Ma sapete che c'è voluto un bel coraggio?
— È questo appunto ciò che m'affligge, e tanto più che... son cose che si pena a dirle... ma pur troppo s'è fatto male a non far caso della contessa, in quel malaugurato processo... A mio dispetto devo dirlo, e Pietro non sbagliò nell'affermare che, conosciuta in tempo la verità, si poteva sopir tutto senza che ne trapelasse nulla al di fuori. E così... un dì un fatto, un dì un altro... ci ridurremo alla fine... ve lo dico con crepacuore, a perdere la fiducia del popolo, e allora...
E qui si fermò come colpito da una dolorosissima idea, indi soggiunse dopo alcuni momenti:
— E adesso c'è quest'affare del testamento del marchese F... e del lacchè..., che è una spina acuta e pericolosa, la quale può aprir piaghe profonde, e trarsi dietro cento malanni. Ah, marchese, qui sotto c'è qualcosa di seriissimo, e guai se... Il marchese Recalcati me ne fece or ora un motto... che tosto gli ho troncato in bocca... perchè se una parola è pronunciata fuor di tempo e a sproposito... ne scaturisce un'iliade di sciagure...
Il marchese Beccaria guardava fisso il conte come a sorprendergli nell'occhio il segreto del pensiero; poi soggiunse:
— Se un sospetto lo fa uno, lo può fare un altro, e lo ponno fare cento; e tanto più quelli che patrocinano il figliuolo della Baroggi... poichè, a dir la verità, questo contrattempo del lacchè... qualcuno già deve averlo pagato il lacchè a fare il colpo... e chi mai poteva avere interesse a ciò, se non...
— Zitto... la marchesa D*... è là, e ha intenzione di dar la figliuola al figlio del conte e ci potrebbe sentire...
— Ma in conclusione, che si pensa di fare?
— Non ci possono essere due partiti in affare di tanta delicatezza... La giustizia dee fare il suo debito senza essere impacciata da nessun riguardo. Anzi si è già scritto al Senato della serenissima Repubblica di Venezia perchè, se siamo in tempo, passi tosto alla cattura del lacchè; soltanto è mestieri che di tal fatto si mantenga un segreto profondissimo, e non si facciano scandali; perchè guai se il popolo s'accorge che il contagio viene da quel ceto a cui la provvidenza ha ordinato di essere d'esempio e di edificazione a tutti gli altri. — Ma c'è un'altra cosa, marchese caro, che mi ha passato l'anima, ed è che, ieri l'altro, Pietro, mentre stava supplicando sua madre a farsi mediatrice di pace tra lui e me... d'uno in altro discorso vennero a toccare, non so come, un tal tasto; e a Pietro scappò detta... questa frase ribalda: — Se il conte F... fosse un sensale di piazza, a quest'ora il capitano di giustizia gli avrebbe già fatto mettere le manette. Convien dunque che oggi teniamo con lui un discorso serio e dolce nel tempo stesso. Oggi ho dato, posso dire, questo pranzo d'invito per lui, perchè, necessariamente, non ne potendo venir escluso per decoro, io avrò l'occasione di volgermi a lui senza cedere; ed egli d'accorgersi che io non sono poi un uomo inesorabile. Così dopo il pranzo, noi lo faremo chiamare in un'altra camera, e gli terremo un discorso che valga ad insegnargli la prudenza, ed a provargli che è sempre in via di bene tutto quello che noi facciamo; e che finchè uno è giovane, l'esperienza la deve apprendere dai vecchi. Ah pur troppo, caro marchese, la gioventù ha preso aria in questi tempi, e bisogna ricorrere all'astuzia perchè non sian crollate le basi di una salda autorità paterna.
Ed or lasciando che questi rigidi vecchi se la intendano col giovinetto Pietro, ritorneremo a Venezia, e volgeremo i passi verso il calle del Ridotto.



V


Rousseau, il quale asserì che l'uomo lasciato in balia della sua vergine natura, è una perla immacolata, e che dai bisogni fittizj inventati dalla società fu tratto ad inventare egli stesso quei delitti contingenti e convenzionali che, variando di tempo e di luogo, possono persino esser chiamati virtù, come il furto in Atene; non pare abbia voluto esaminare tutti i casi in cui l'uomo, anche nel fitto della società, si trova in pieno arbitrio della sua natura liberissima; tra le altre cose, non ha saputo applicare la sua potente riflessione ai fenomeni d'una bisca.
Una casa da giuoco è un microcosmo; in essa l'uomo appare in tutta la nudità de' suoi istinti. Nella Francia contemporanea di Rousseau, lo spettacolo di un gran re, intento a passar le notti, non animato che dalla speranza di spogliare i ciambellani e i confidenti, doveva bastare a far vedere al sublime lipemaniaco di Ginevra che non sono sempre i bisogni quelli che fanno sviluppare sulla testa umana il bernoccolo della rapacità.
Ma ciò, anche prima della storia di Francia, era provato dalla storia di Roma e dall'esempio d'Augusto che, padrone di tutto il mondo, pure si compiaceva se l'oro di Mecenate passava nelle sue mani; e dall'imperatore Claudio, che affidava ai dadi il destino perfin di quattrocentomila sesterzj, e dai patrizj romani, che, ad onta che il giuoco fosse multato d'infamia, giocavan persin nei comizj, persino in Senato; tanto è vero che l'uomo, per saziare il suo naturale istinto, combatte contro la medesima civiltà, e fa il ladro per diporto; chè non a torto ha detto un acuto scrittore inglese: Essere il giuoco un furto mascherato.
Queste riflessioni le facciamo pensando al ridotto di San Moisè in Venezia, dove, meno i giuochi d'azzardo che ad ogni momento venivan proibiti dagli illustrissimi Correttori, indizio manifesto che non eran sempre obbediti, tutto camminava di maniera da far credere che gli uomini non avessero altra destinazione a questo mondo che quella di passar la vita giuocando. Quel ridotto, che doveva diventar celebre in conseguenza de' suoi peccati, e meritare di venir soppresso, come vedremo, aveva una libreria al pari di un istituto di scienze e lettere; una libreria, intendiamoci bene, tutta di opere relative al giuoco; tra queste primeggiavano il Ludus chartarum seu foliorum, di Lodovico Vives, stampata a Parigi nel 1545; Le carte da giuoco, del P. Menestrier; La giurisprudenza del giuoco, di Lucio Marineo Siculo; Il tarocco, di Gebelin; L'invettiva contro il tarocco, di Lollio Ferrarese; i numeri del Giornale di Trévoux, dov'erano le ricerche storiche sulle carte da giuoco; il capitolo del Berni, intitolato Il giuoco di primiera; Le carte parlanti, di Pietro Aretino; Il trionfo del tresette; la Piazza universale di tutte le professioni — ed altre opere molte, che venivano consultate nei gravissimi casi dubbj.
Quel ridotto era zeppo d'illustrissimi della seconda e della terza qualità, e in mezzo ad essi, da qualche giorno, aveva fermato l'attenzione il giovane gentiluomo milanese, signor Andrea Suardi, pel coraggio onde giuocava le più grosse somme e per la sua meravigliosa virtù a vincere dieci volte su dodici. Ma come potevano quegli illustrissimi patrizj di Venezia gettar le loro notti, ed esser tuttavia parati alle gravi cure del governo, della pace e della guerra? Non confondiamo le idee: a Venezia vi avevano più qualità di patrizj, ovvero sia due qualità ben distinte quella dei tutto facenti, e quella dei nulla facenti. Dal dì che Gradenigo aveva decretato come statuto fondamentale — che niuno fosse mai più eletto nè eleggibile a sedere nel gran consiglio, da quelli in fuori che allora vi si trovavano; — che il loro privilegio sarebbe eredità ai loro discendenti in perpetuo; — che eleggerebbe dal suo corpo tutte le magistrature di Stato; dal dì che codesta aristocrazia s'andò sempre più concentrando in oligarchia, che persino ai figli del doge fu tolto di poter coprire ogni magistratura: lasciato alle poche famiglie vetustissime il monopolio del potere trasmissibile di padre in figlio in perpetuo, tutta la rimanente nobiltà — che era numerosa, e alla quale in Venezia non rimaneva altro scopo alla vita che l'uso e l'abuso di essa, e l'uso e l'abuso della ricchezza — dov'era gentilezza d'ingegno, ell'erasi data all'esercizio delle arti; dove no, proruppe ai godimenti, e con tanta sfrenatezza spensierata con quanta riflessiva e longanime rigidezza gli oligarchi si tenevan saldi al potere; rigidezza riflessiva, e che fomentava quel viver leggiero e svagato dei discendenti di coloro ch'erano stati chiamati uomini nuovi al tempo della prepotenza di Pierazzo Gradenigo, pel motivo che non erano più temibili quelli che per costume s'indebolivano nell'inerzia. E tanto più si erano a questa ragione di vita abituati i nulla facenti, sia che fossero discendenti degli esclusi dal gran consiglio, o figliuoli dei vetusti pantaloni, o piantaleoni nelle terre conquistate, o figli del doge esclusi dalla magistratura, quanto più, comportandosi in tal guisa, vivevano tranquilli della sospettosa vigilanza del tribunale segreto, che più del capo di Buona Speranza e del Mediterraneo abbandonato e della politica spostata, fu causa che si spegnesse la potenza espansiva di Venezia; spenta la qual potenza si troncarono di colpo gli elementi generatori della sua perpetuità. Fin da quando, dopo la forzata abdicazione di Foscari, il tribunal segreto rese amarissimo e pericoloso l'alto onore di recar servigj alla patria, da quel punto cominciò davvero la sua decadenza. Temettero i sospettosi oligarchi il possibile soverchiare del vero merito, temettero l'eccessiva potenza del doge, e l'uno e l'altro circuirono di arcane paure; ma non intravvidero la conseguenza finale di tutto ciò; non intravvidero che se i patrizj e i non patrizj, divagati agli ozj e alla voluttà, non potevano più far paura al Consiglio segreto, per la medesima ragione avrebbero cessato di far paura anche a tutta Europa, la quale non amò giammai Venezia, e la guardò sempre gelosamente; e che se ciò le poteva stornare i pericoli presenti, accumulava sovra di essa i pericoli futuri, rendendo bensì più lenta la sua caduta, ma facendola inevitabile.
Era dunque da quasi tre secoli che la vita interna di Venezia era una vita continua di godimento, che l'allegria de' suoi carnevali era divenuta proverbiale in tutt'Europa, che ai tavolini verdi delle case patrizie e dei pubblici ridotti l'oro aveva imparato a trapassare di mano in mano, con più velocità che altrove, pel decreto di una carta e della cieca fortuna. Che il giuoco poi abbia trovato accoglienza più forse a Venezia che in altri luoghi, sarebbe dimostrato da ciò, che taluno dei così detti giuochi d'azzardo fu invenzione di Veneziani; che un Giustiniani, ambasciatore della Repubblica a Parigi, vi portò per la prima volta la cognizione del giuoco della bassetta, il quale fu poi accolto trionfalmente a quella Corte, e onorato colà dagli uomini della scienza, che pubblicarono considerazioni e calcoli e intrapresero ricerche pazientissime su quel giuoco, sulle probabilità del guadagno e delle perdite.
Il Galantino aveva dunque fatto suo pro di quelle abitudini veneziane; e ricevuto al ridotto qual gentiluomo milanese da quell'ospitalità cortese che sempre distinse i Veneziani tanto d'allora che d'adesso, passava colà le sue notti. Ma siccome i giuochi che vi si tenevano non eran d'azzardo, essendo recentissima un'ammonizione dei signori Correttori; così a una cert'ora, in compagnia di molti gentiluomini, lasciava il tavoliere del tresette e il ridotto per trasferirsi al di là di Rialto, nelle stanze di un umile caffè detto di Costantinopoli; e là, fuori d'ogni sospetto, aperta la voragine del faraone e della bassetta, ei passava il resto della notte. Munito, quando recossi a Venezia, di molto danaro contante, il Galantino, giocatore tanto esperto che pareva aver gli occhi nelle dita, governavasi però prudentemente al ridotto, e in modo da lusingare con mille attrattive i suoi compagni di giuoco, perchè, rilasciato il freno all'avidità, non potessero andare a letto senza prima tuffarsi a piene voglie nel flusso e riflusso dell'azzardo.
Fornito d'oro, egli conduceva le cose in modo da tenere il banco di sovente; ed era un tagliatore di tanta destrezza che in pochi giorni erasi messo insieme una bella sommetta. — La notte a cui ci troviamo con questa narrazione, era la terza d'aprile, ed egli più del consueto era stato favorito dall'audacia e dalla fortuna: onde, in sull'alba, quando uscì da quell'umile caffè, dopo aver bevuto una tazza d'appio, volle assaporare il piacere d'una passeggiata solitaria, spingendo uno sguardo allegro in seno all'avvenire, e scorgendovi già, di mezzo alla nebbia rosata, prospettive di palazzi con macchiette di parassiti intorno a sè, e cocchi e cavalli e tutte le grandezze della vita. Se ne veniva così per ponti e per calli, guardando sbadatamente case ed altane, e sogguardando alla sfuggita le portatrici d'acqua pienotte, già in volta a quell'ora; fin che riuscito al campo Santo Stefano, volse il passo alla casa ove dimorava; ma in quel punto scorse due uomini appoggiati al muro, due uomini che non avrebbe voluto vedere, perchè eran due cappe nere del palazzo Ducale. Diede una rapida occhiata all'intorno, e vide non molto lungi due guardie che passeggiavano, facendo d'occhio di tanto in tanto alle due cappe. — Così queste come le guardie potevano trovarsi là per tutt'altro, ma il Galantino sentì la certezza che aspettavano lui; gli era come quando uno si sente colto da un malore anche lieve durante un morbo contagioso; che in quel malore, provato spesso senza turbarsi, sente con isgomento il sintomo fatale. Galantino si fermò un istante su due piedi, come per fare una rapidissima consulta fra sè e sè; poi, considerato che non c'era a far nulla, mosse difilato, sebbene con placida lentezza, verso la porta della sua casa. — Fu allora che le cappe, venutegli incontro:
— È ella, domandarono, il signor Suardi Andrea di Milano?
— Sono io per l'appunto; in che posso ubbidirle?
— Voglia venir con noi un momento a palazzo.
— Subito?
— Senza perder tempo. Questo è l'ordine.
Il Galantino, con viso calmo, con occhio blando, guardò alle due cappe, e:
— Io sono pronto, disse, quantunque non abbia dormito la notte... Ma vogliano permettere ch'io mi serva della mia gondola...
La gondola è già pronta.
— Allora eccomi qui.
Vennero al rio; la gondola e i gondolieri avevano lo stemma di palazzo. Il Galantino fu pregato di mettersi a sedere sotto il felze; le cappe nere stettero fuori. I remi toccarono l'acqua, e via.



VI


Disceso al palazzo Ducale, il Suardi fu condotto negli ufficj del Consiglio dei Dieci, dove da un segretario gli venne fatta lettura d'una nota del Senato milanese che lo riguardava; dopo di che gli fu soggiunto essere stato deliberato dai signori Dieci di esaudire l'inchiesta del Senato di Milano, facendo scortare il Suardi fino al confine, dove lo si sarebbe consegnato alle autorità competenti del ducato di Milano. Galantino a quell'intimazione, senza smarrirsi in apparenza, quantunque fosse oltremodo percosso nell'intimo suo, rispose: Riuscirgli inesplicabile una tale inchiesta; non aver esso fatto atto veruno pel quale potesse aver timore di chicchessia; che però si sottometteva obbediente al decreto e della Repubblica e del Senato di Milano, certissimo che in poco tempo ai signori Dieci sarebbesi fatta conoscere la causa dell'errore di cui egli in quel punto era vittima. Il segretario non rispose nulla, e soltanto chiesto al Suardi se voleva mandare a prendere le sue robe, se aveva affari lasciati in tronco in Venezia che volesse adempire; e sentito il suo desiderio, provvide a che fosse esaudito. Così in quello stesso giorno venne sotto buona scorta mandato a Milano.
Il Galantino, lo abbiamo già detto, aveva una tal tempra adamantina di corpo, che per il rapporto necessario che è tra materia e spirito, gli rendeva l'animo saldissimo e imperterrito, anche nel più fiero conflitto di quelle circostanze che avrebbero bastato ad abbattere qualunque altro. Avea pure, abbiam detto anche questo, una tal prontezza di veduta, da fargli pigliare di volo la misura esatta delle cose; ne sia prova il non esser fuggito innanzi alle cappe della Repubblica.
Sebbene dunque quell'arresto impreveduto lo avesse a tutta prima sconcertato, come avviene di un uomo robusto colto all'impensata da un colpo violento, tuttavia si riebbe dopo la prima scossa, e si bilanciò per non perdere l'abituale saldezza.
— Chi ne fa una ne fa due, pensava intanto fra sè nel fare il viaggio. E chi non ci mise nè pepe nè sale a tradire il marito, doveva ben tradire un lacchè. Ma va pur là, contessa... Se il diavolo mi toglie da questa trappola... voglio bene che ci rivediamo, e... allora tu sentirai cosa fa il Galantino quando pensa a vendicarsi. Prima però bisognerà scappar dalla trappola... questo lo capisco anch'io. In quanto a me, mi aiuterò... ma sarà sempre bene che gli altri non faccian l'asino... perchè di ragione, se io taccio, essi dovrebbero strapparsi la lingua piuttosto che parlare. Ah signor conte... io penso che la mia salute gli debba star a cuore più che a me... perchè se io cado, anch'esso ha a cadere... e da che altezza! Ben è vero che il conte non mi ha mai nè veduto nè parlato, e potrebbe, in un bisogno, lasciarmi solo nell'intrigo... Ma allora, quand'io sappia stare ben sodo nel dir di no... il malanno svanirà da sè. — E qui a codesti pensieri abbastanza gai in mezzo al disastro, succedevano altri pensieri, tutt'altro che lieti; e si presentavano alla fantasia conturbata del Galantino le parti squallide della sua condizione, malediva il giorno e l'ora che si era lasciato pigliare all’amo da chi non conosceva, per tentare una impresa delle più pericolose; perchè alle cose che già sa il lettore, aggiunga ora avere il Galantino aderito a trafugar le carte, tra le quali era il testamento del marchese F..., per insinuazione di un uomo che a lui volle tenersi ignoto. Che se egli aveva tosto pensato al conte F..., in quella circostanza, e per alcune parole scappate di bocca allo sconosciuto e per altri indizj, ciò non era stato che in conseguenza della sua straordinaria acutezza. Pensando così lungo il viaggio ad un tale sconosciuto, si turbò alquanto nel sospetto che colui, nel frattempo, avesse mai potuto commettere qualche imprudenza; o, per un giuoco non previdibile della maledetta fortuna, anche senza sua colpa, fosse caduto in qualche agguato. Più dunque l'ex-lacchè e l'ex-gentiluomo avvicinavasi a Milano, più smarriva la baldanza e non per il timore di dover passare troppo tempo in prigione, chè a questo, in suo pensiero, si lusingava di anche abituarsi; ma ciò che lo cruciava veramente si era che aveva con sè molt'oro e ricapiti di danaro; oro e ricapiti che avrebbe consegnato al diavolo piuttosto che alla giustizia. Ma a questo punto, per la solita legge del flusso e riflusso, gli vennero i terzi pensieri, che lo rimisero in calma nel punto che fu in veduta di Milano. — Il tarocco l'ho io, riflettè, e bene io fui destro nè a cederlo nè ad abbruciarlo, ed è riposto in tal luogo, che sfido il diavolo a scovarlo fuori; e prima converrà parlare con me. — Ma per quanto codesta riflessione lo avesse alquanto consolato, quando venne in piazza fontana e guardando per la contrada Nuova vide la facciata negra e burbera del palazzo di Giustizia, uno dei pochi edificj architettonici di Milano che abbiano il di fuori come il di dentro, la sua faccia rosea diventò color di piombo.
Il Senato di Milano, poche ore prima, aveva ricevuto una nota da quello di Venezia, nella quale gli si annunziava la cattura fatta dell'Andrea Suardi e la sua partenza per Milano; però quando il Galantino entrò nel palazzo del capitano di giustizia, la sua venuta era attesa da qualche ora, e già gli era stato preparato l'alloggio. Il più generoso degli avventori non poteva venir trattato con maggior sollecitudine da nessun albergatore. La notizia intanto che le presunzioni pel fatto di casa F... erano cadute sul Suardi, lacchè notissimo a tutta Milano, era già corsa per la città, come avveniva sempre ad onta di tutte le precauzioni di segretezza; parimenti eran note a tutti le misure prese contro di lui, e questa volta pare che il Senato non abbia desiderato un soverchio segreto, e meno ancora quando il reo convenuto fu catturato; perchè un tal avvenimento accresceva presso il pubblico la riputazione dell'autorità criminale. Tutta la città di Milano fu dunque piena di un tal fatto, e l'aspettazione delle sue conseguenze erasi convertita in un'ansia impazientissima, perchè da un lato in tutti gli animi era spontaneamente penetrata la persuasione che il reo doveva precisamente essere il lacchè; e dall'altro era universale l'opinione che quel giovane furfante doveva aver lavorato per mandato altrui. Ma d'un nuovo fatto era in attesa la città, ed era la liberazione del tenore Amorevoli; a cui sapevasi già dover essere favorevole la sentenza del Senato. Questo, infatti, appena seppe che il lacchè era nelle mani del barigello, si raccolse a consulta e, ad una gran maggioranza, sentenziò per la liberazione del costituito Amorevoli; con ingiunzione però che non dovesse uscire dalla città di Milano fino a tanto che non si fosse iniziato il processo del Suardi, onde poterlo, all'uopo, sentire in giudizio a constatare la somiglianza o meno tra il costituito Suardi e l'uomo che il tenore Amorevoli aveva sempre asserito di aver veduto a fuggire.
Ma se per il cantante di camera del re di Spagna, dopo aver fatto per la prima volta in sua vita una quaresima di tutto rigore in carcere, a un tratto era comparso il sereno; per Lorenzo Bruni le cose camminavano diversamente, e tale e tanta era la mala prevenzione della magistratura contro di lui, che non solo venne chiamata assurda la difesa del Verri, la quale aveva proposto di mandarlo assolto d'ogni pena; ma contro la verità palmare, contro la deposizione di donna Paola, contro la irrecusabile prova esibita dalla lettera stessa della contessa Clelia, prodotta in giudizio, si volle capziosamente persistere nell'accusa di tentato trafugamento a danno della contessa medesima, o pel manco, trarre le cose in lungo, quasi in attesa di nuovi indizj contro il costituito Bruni. Pietro Verri, a cui la cosa fieramente cuoceva, e voleva pure, benchè solo e giovane e avversato dal padre, riuscire a far trionfare la giustizia assoluta contro la giustizia convenzionale, pensò di recarsi ad impetrare per quel fatto la valida cooperazione di donna Paola Pietra di cui era ammiratore sviscerato. Nemico per istinto e per ragionamento d'ogni pregiudizio e d'ogni schiavitù alle consuetudini tiranniche, aveva ammirato in colei quella potenza di ragione e di volontà, per cui, convinta del vero, era stata fortissima contro l'arbitrio; e per cui, avendo fatto ciò che, tra gli spiriti pinzocheri e il vulgo impregnato di idee false, doveva pure generare scandali e persecuzioni, non per tanto s'era comportata di maniera, da produrre gli effetti contrarj; onde fuggendo dal convento, ed essendo passata dalla vita claustrale a quella del secolo, aveva tuttavia fatto forza all'opinione vulgare ed era salita in tanta venerazione, che la maggiore non avrebbe potuto conseguirsi in verun altro modo. Il qual caso singolarissimo della vita di donna Paola aveva fatto più volte considerare al giovane Verri come non fosse poi, siccome altri opinava, impossibile il distruggere i pregiudizj e le male abitudini inveterate del pubblico costume; e come se tutti gli uomini che vedono il giusto avessero vero coraggio e costanza vera, gli errori non avrebbero mai avuto nel mondo una vita eccessivamente lunga. Fanciullo e giovinetto, essendo stato più volte insieme colla contessa madre a far visita a quella venerabile donna, pensò dunque che gli tornasse bene parlarle adesso che aveva una cosa importante ad affidarle. Per verità che la casa di donna Paola Pietra era frequentata giornalmente da un numero così strabocchevole di persone, e le cose a cui ella era supplicata di provvedere erano tante e così continue e intricate, che non basterebbe il portafoglio di due ministri per darne un'idea. Però il lettore potrà credere che una tal ragione di vita dovesse riuscire molto incomoda e penosa a quell'egregia donna, e che a' dar spaccio a tutto non le potessero bastare le ventiquattr'ore del giorno. Una tal cosa infatti l'abbiamo pensata anche noi, e al punto da sentirci mancare il respiro, quel respiro che qualche volta avrà dovuto mancare alla stessa donna Paola. Ma a tutto si risponde col dire che ella vi aveva il suo genio, e che recava l'entusiasmo nel pensiero di poter essere utile altrui. Certo che una donna di tal tempra è una eccezione fuor d'ogni ordine comune; ma è perciò appunto che l'abbiam messa innanzi ai lettori; che gli uomini e le donne di tutti i giorni non meritano sempre di essere oggetto alle elaborazioni dell'arte. — Fra Cristoforo, ideale sublime, si rifuggì al chiostro, perchè il mondo lo sgomentò, e non vide che fuori del mondo il da ubi consistam per far fruttare la sua calda virtù a pro de' fratelli. — Donna Paola Pietra fuggì invece dal monastero, perchè non sentiva come nel claustro ella potesse esercitare un'azione benefica a pro dell'umanità, e volle ritornare nel tumulto della vita e nel fitto della battaglia, felicissima di affrontar pericoli e di medicare ferite.
Pietro Verri si volse dunque alla casa di lei, e fattosi annunziare, senza tanti preamboli così le disse:
— Molte volte, in compagnia di mia madre, io venni qui, senz'altro fine che di vedere dappresso chi, anche fanciullo, io ammiravo tanto; ora vengo per una delle solite cagioni per cui vengon tutti: voglio dire, per interessarla ad ajutare delle buone persone, maltrattate dagli uomini. A me è riuscito di sapere come V. S. siasi già interessata a pro del costituito Lorenzo Bruni, del quale io fui eletto protettore per sua disgrazia.
— Per sua disgrazia? in che modo?
— È presto detto: per avere espressa la verità intera, e senza le solite astuzie della prudenza. Perciò sarebbe necessario che V. S. parlasse di ciò al signor ministro-plenipotenziario, il conte Pallavicini, il quale è l'autore appunto dell'ordinanza sulle maschere-ritratti, contro la quale il Bruni non ha altra colpa che della materiale contravvenzione. Ma siccome V. S. sa bene che si vuol persistere nel ritenerlo, se non colpevole, per lo meno sospetto d'aver fatto rapire la contessa... così...
Donna Paola Pietra si alzò a queste parole indignata, e:
— Ciò non è possibile, esclamò; io stessa produssi la lettera della contessa, che toglieva ogni dubbio.
— La luce non c'è, tanto per chi non ci vede, come per chi non ci vuol vedere...
— Parlerò al ministro...
— Prima però sarà bene preparare il Senato, che di ragione verrà interpellato: e i cavilli non mancano, e i sofismi e i soliti giuochi delle carte tramutate e dei bussolotti. C'è poi di più, che la contessa, a rigore di processo, dovrebb'essere sentita personalmente in giudizio... perchè una lettera... la S. V. capisce bene... può essere stata dettata e imposta dalla violenza, e la legge, quando vuole, tiene calcolo di tutto... onde a queste rimostranze il governatore potrebbe... Ella, che ha tanto senno ed esperienza, vede bene come vanno il più delle volte a finir queste cose, allorchè c'entra di mezzo il puntiglio.
— Voi dite benissimo... ma allora che si fa?
— V. S. mi perdoni, ma mi lasci parlare con libertà.
— Io sono qui ad ascoltarvi.
— È necessario che la S. V. senta la ballerina Gaudenzi alla quale io ho già parlato... Questa ragazza è la pupilla del Bruni, ed è la fanciulla più semplice e più virtuosa che dar si possa in seno a qualunque onesta famiglia, non che in mezzo alla polvere d'un palco scenico... ed è tanto sconcertata per la prigionia di quel bravo uomo di Bruni, che darebbe la vita onde vederlo rimesso in libertà. A costei ho dunque detto di venire a raccomandarsi alla S. V.
— Non c'era nessun bisogno, io sono disposta a far tutto quello che c'è da fare... anche senza che questa fanciulla s'incomodi a venire da me...
— Questo lo so anch'io, ma è un'altra la ragione per cui è necessario che questa buona ragazza venga consolata dalle parole e dai consigli della S. V.
— Ma di che dunque si tratta?
— È un affare assai delicato.
— Sentiamo.
— V. S. sa che il Senato... voglio dire i Senatori, almeno alcuni di loro, non sono quelli che precisamente dovrebbero essere... e che taluno, son cose che fa pena a dirle, ha, per esempio, l'abitudine di fare, benchè di nascosto... bottega dell'alto suo ministero...
— Oh!!...
— Io non credo d'aver detto cosa che le possa riuscire assolutamente nuova; ella ha provato di peggio.
— Pur troppo. Continuate.
— Il caso poi ha voluto che quelli precisamente che trattan la giustizia colle ganascie più che colla mente e col cuore, sono i più aperti d'ingegno.... e quel che più fa, sono i più ostinati e violenti, e hanno l'arte di tirar la maggior parte a votare con loro... V. S. vede dunque che...
— Vedo tutto e non vedo nulla.
— Converrebbe che la ballerina Gaudenzi in compagnia d'una sua zia facesse una visita a questi tali... e dopo le suppliche e i sospiri e i pianti... trovasse il modo di lanciar gentilmente deposto sul tavolino verde, tra la penna e il calamajo, qualche rotoletto onnipotente di zecchini. I nomi dei signori senatori a cui l'oro fa dir Toma per Roma son questi e questi (e pronunciò nomi che noi non possiamo ripetere). Ma, continuava il Verri, come si fa a dir tutto questo alla fanciulla, dal momento che a me, per mille rispetti, è impedito di toccar un tal tasto?... Nè lo avrei fatto oggi, se non fosse qui ad ascoltarmi la vostra saviezza.
— In conclusione, a che volete riuscire con queste parole?...
— La vostra sapienza m'illumini; ma se, a mettere in salvo gli innocenti, non ci fosse proprio nessun altro mezzo che il sacrificio di cinque o sei rotoletti... che sono una bazzecola per chi saltando in teatro guadagna più di un ministro, converrebbe forse, per soverchio rispetto alla giustizia, lasciar offendere la giustizia?
Donna Paola Pietra si alzò, e:
— Mandate da me codesta fanciulla. Sentirò e vedrò... ma, caro mio, la cosa è così estremamente delicata ch'io non so quel che sarò per fare. Son propositi che solo a toccarli contaminano la ragione e l'onestà... Un tempo erano crudeli e feroci. Ora han mitigate le apparenze, e son diventati... Oh tempi infelici! Mandatemi dunque la fanciulla.
Pietro Verri partì.
Il dialogo surriferito del conte avrà fatto senso al lettore, e anche noi fummo per gran tempo in dubbio di mettere a nudo cotali piaghe. Ma pensando poi che tutto serve a lezione, e che il fatto solo della possibile pubblicità che tosto o tardi viene a svelare le colpe state commesse nella creduta sicurezza del segreto, può utilmente fare il suo effetto in tutti i tempi e in tutti i luoghi; abbiamo creduto opportuno di affidare per la prima volta alla stampa la notizia di alcuni accidenti della vita pubblica e privata del secolo passato, che finora non ottennero che di passar di bocca in bocca dall'una altra generazione, e di non deviare e perdersi nel trapasso. Ma dove sono i documenti orali di quanto fu riferito? Essi sono scarsi e succinti, ma fedeli; essi sono sfoghi repentini della satira plateale, ma che ottennero di perpetuarsi quasi come l'epigrafe della storia in tavola di bronzo. Chè il popolo avea l'abitudine di nominare alcuni senatori intinti nella pece della venalità con motti proverbiali; e per citarne uno, aveva condannato a subire il disonore della strofa seguente due che in ciò avevan passato il segno:


Divora il C…erro
L'oro, l'argento e il ferro;
Il senator M…tone
Divora anche l'ottone.


Che più? In un vivacissimo diverbio avvenuto nelle aule stesse del Senato, un Morosini, il quale era svizzero (in Senato confluiva la nobiltà non solo del ducato di Milano, ma anche d'altri Stati, della Toscana, per esempio, della Romagna, ecc.), ebbe a dire ad un senatore che avea gran voce in capitolo, ma che facilmente si lasciava pigliare all'amo, Ch'egli non aveva i suoi possedimenti a Biassonno, ossia che non biasciava o non mangiava alle spalle altrui. Se non che quello stesso Morosini che avea la virtù d'essere incorruttibile, assaporava poi con truce diletto i tormenti fatti subire agl'imputati, e assisteva alla tortura sorseggiando la cioccolata.
Ed ora andiamo a trovare il tenore Amorevoli.



VII


La letteratura sarebbe assai più feconda se avesse il comodissimo privilegio della musica, nella quale, allorchè un maestro si trova a contatto di una bella situazione drammatica, e si ricorda d'aver letto in qualche vecchio spartito un bel motivo che gli paja ben adatto alla situazione stessa, se lo appropria senza molti scrupoli e senza timore che gli si possan fare i conti addosso. Il sommo, l'unico, l'immortale Rossini, allorchè un amico gli fece osservare, a proposito d'un suo celeberrimo quartetto, che quella musica trovavasi già in un vecchio spartito di Meyer, il maestrone non fece altro che crollare il capo, ed esprimere la sua compassione per la mellonaggine dell'amico scrupoloso, soggiungendo, per un di più, queste parole: — Dal momento che a quella situazione non c'era e non ci poteva essere musica più acconcia di quella già fatta da Meyer, perchè correr pericolo di guastare una situazione per la smania puerile di fare una musica nuova? — Oh così potessimo godere anche noi di un tal privilegio, e tanto più che vi avremmo un diritto maggiore per la nostra condizione di non immortali! In virtù di questo privilegio noi oggi non avremmo fatto altro che riportare come cosa nostra quella bella variazione che Goethe mise in bocca al suo Fausto sul tèma eterno della primavera: «I ruscelli e i torrenti si disvolgono sotto il soave, vitale sguardo della primavera; il vecchio e debole inverno si va ritraendo sull'ispide cime dei monti. Di lassù ci manda ancora, nella sua fuga, qualche spruzzaglie di gelo, ecc., ecc.,» e così, senza molta fatica e colla sicurezza d'un gran successo, avremmo fatto l'istrumentale d'introduzione all'aria di sortita del tenore Amorevoli, che uscì di fatto di prigione in primavera, mentre faceva una splendida mattina del mese d'aprile, un aprile che avrebbe ben potuto chiamarsi fiorile anche prima della nuova nomenclatura della repubblica francese. Oh dev'essere bene esuberante la gioja che prova un galantuomo il primo istante che, preso commiato dall'amico secondino, esce all'aperto, libero, tra gente libera... vogliamo dire senza manette. E una tal gioja non possiamo gustarla che per intuito, dal momento che non abbiam mai avuto, non sappiamo se la disgrazia o la fortuna, d'andare in prigione; diciamo la fortuna, perchè da quel Giuseppe che disprezzò la moglie di Putifarre, al violinista Tartini, pare che la prigionia talvolta faccia l'effetto d'un di que' sogni per la cui virtù discendono infallibili ai mortali i numeri del lotto. Ma, per tornare a’ fatti nostri, Amorevoli uscì tutto attillato, dalla prigione; chè i secondini pagati lautamente da lui, gli avean sempre fatto i punti d'oro. Uscì, e venendo per contrada Nuova e piazza fontana, s'avvide di esser presso alla contrada Larga, e, per conseguenza, vicinissimo al teatro Ducale; però non ebbe allora altro pensiero che di recarsi là, e presto si trovò alla porta del teatro. Zampino, il servo del palco scenico, fu il primo a raffigurarlo, quand'egli si mostrò all'ingresso, e fu per cadere in deliquio per la gioja; non c'è nè cane barbone, nè cane maltese, nè cane pinch, che sappia fare smorfie e salti di consolazione alla vista d'un padrone ritrovato, quanti ne fece quel caro nanerottolo di Zampino a vedere la faccia del suo tenore, del signor Angelo Amorevoli, il quale era stato la sua risorsa durante la stagione di carnevale. — Nè Zampino si fermò lì, ma sempre, come un buon cane amoroso che corre abbajando in casa per annunciare alla famiglia la venuta del padrone aspettato, corse in teatro, dove si facean le prove per la stagione di primavera, e ad onta che la nuova prima donna signora Amarillide Bagnoli stesse sfoggiando una cadenza di parata, gridò con quanta voce aveva in corpo: Signori, è qui il signor Amorevoli! è qui finalmente il signor Amorevoli!
Tutti i professori d'orchestra, i cantanti, i coristi, le comparse non ebber più l'animo alle prove, e furon tutti intorno all'Amorevoli a tempestarlo di domande e di congratulazioni; tanto che egli si vide obbligato ad invitarli tutti a pranzo all'albergo dei Tre Re, dov'egli era alloggiato e dove, pochi momenti dopo, si recò in compagnia di Zampino, de' cui servigj in quella giornata aveva grande bisogno. — E là non è a dire la festa che gli fecero l’oste, i camerieri, il cuoco, il quale andava superbo della confidenza che gli aveva accordato il primo tenore del teatrino, quel tenore tanto affabile che più volte erasi recato in cucina, con insolita degnazione, per ordinargli dopo il teatro il solito brodo a gelatina. — Ma il nostro Amorevoli entrò finalmente nel suo alloggio, rimasto vuoto da tanto tempo, e che l'oste aveva voluto a buoni conti chiudere a chiave nel tempo della cattura, pensando che qualcuno avrebbe pagato, e quando non si fosse presentato nessuno, si sarebbe pagato egli stesso col baule e coi tre cassoni, zeppi di roba e di vestiarj. A proposito dei quali, Zampino fu tosto in faccende per far loro pigliar aria, chè questa era sempre stata la sua incombenza; e intanto che il tenore attendeva a dare udienza alle visite, delle quali, dopo alcun'ora, cominciò la processione, era bello vederlo a togliere da un cassone un elmo che aveva servito nella parte d'Alessandro nelle Indie, e pulirlo colla seppia; toglier da un altro una daga con lama di damasco, che aveva brillato nell'Artaserse, e strofinarla con panno lano; sprigionare e spiegazzare un manto rosso tutto ricamato in oro, dicevasi, da una principessa incapricciatasi del signor Amorevoli (manto prezioso, che molto aveva contribuito al successo del Ciro in Babilonia), e metterlo a pigliar aria sulla ringhiera; e tirar fuori stili e stiletti d'ogni sorta con foderi di velluto di tutti i colori e prepararli per dar loro la polvere di pomice, e disporre tutte in giro a cavalcione della stessa ringhiera quelle dieci o dodici paja di maglie, color carne, bianche, rosse, azzurre. — Oh com'era felice Zampino di aver ripigliato quell'operazione importante!
Quando le visite, fra le quali, oltre ai nobili ispettori del palco scenico, vi furono molti giovani cavalieri delle primarie famiglie, singolarmente innamorati della musica, concessero un po' di respiro al nostro tenore, divenuto in quel dì il personaggio più considerevole della città, al punto che se avesse fatto pagare il biglietto d'ingresso per farsi vedere, avrebbe guadagnato una bella somma; allorchè dunque tutti coloro lo lasciarono respirare, ed ei si trovò solo un istante, colse il momento opportuno, ed uscì per recarsi egli stesso a fare un atto di dovere con sua eccellenza il governatore conte Pallavicini, alle cui feste aveva cantato più d'una volta, e che, per quanto gli era stato riferito, aveva messa una valida parola a di lui vantaggio. Quando dall'usciere fu introdotto nell'anticamera magna, dove da qualche ora stavano in aspettazione i molti che si erano dati in nota per parlare a sua eccellenza, vide uscire dalla stanza del governatore la Gaudenzi appunto, insieme con la quale trovavasi donna Paola Pietra, ch'egli non conosceva. — Si riconobbero tosto e l'una e l'altra, e pari essendo stata la meraviglia in ambidue, si corsero incontro interrogandosi a vicenda:
— Voi qui?
— Qui voi?...
E tosto la Gaudenzi volgendosi a donna Paola:
— È il signor Amorevoli, disse.
— Che oggi per la prima volta respira un po' d'aria libera, soggiunse tosto egli stesso.
Donna Paola, sentendo quel nome, non potè a meno di guardare il tenore con grande curiosità, ma non disse nulla.
Continuava intanto la Gaudenzi:
— Sono qui, come vedete, perchè la nobile signora (e additava donna Paola) che si è degnata di accordarmi la sua protezione, ha avuta la compiacenza di presentarmi ella medesima a S. E., per impetrare la grazia del signor Lorenzo Bruni.
— Scusate, disse Amorevoli, io vengo dal bujo, e veggo ancor bujo; qualcosa ho sentito dire, ma di preciso non so nulla; intanto che aspetto, vogliatemi dunque raccontare ogni cosa; e con atto di cortesia presentava una sedia a donna Paola.
— Non vi pigliate incomodo, ella disse, mi attende la carrozza che mi dee condurre dove sono aspettata. Voi intanto, cara mia, soggiunse volta alla Gaudenzi, indugiatevi qui fin che il segretario vi porga il biglietto confidenziale di S. E. per il presidente del Senato... E in quanto al resto, vivete di buon animo, chè presto, mi lusingo, sarete uscita da ogni fastidio; che Iddio vi benedica! — E partì.
— Oh che santa donna, oh che donna amorevole è quella che ora ci ha lasciati! disse la Gaudenzi. Senza di lei sa Iddio che mai sarebbe avvenuto di Lorenzo! — E si fece a raccontare all'Amorevoli tutto l'imbroglio storico che noi sappiamo. Amorevoli, che in prigione non aveva raccolto che qualche frammento di notizia dai secondini, il quale gli avea cresciuto la confusione delle idee, mentre poi coloro che lo avean visitato all'albergo non l'avevano intrattenuto che di complimenti, credette di sognare quando sentì la storia della maschera, del deliquio, della fuga, dell'arresto.
— Dunque la contessa è fuggita?
— Fuggita, sicuro.
— Ma dove?
— Si dice a Venezia.
— Oh!!!...
Amorevoli tacque...; la Gaudenzi non parlò. Un eloquentissimo silenzio durò per qualche momento.
— Ma voi dovete ballare al san Moisè questa primavera, soggiunse poi Amorevoli.
— Sì... e devo partire a giorni, e faccia la fortuna che Lorenzo ci abbia ad accompagnare. Ma ho sentito che anche voi...
— Io sono scritturato, a stagione, pel carnevale venturo...; in quanto alla primavera, non sono obbligato che per sei recite, e non ho potuto dir di no, perchè quei signori patrizj mi hanno mandato una cambiale colla cifra in bianco; perciò vedete bene che ho dovuto lasciarmi vincere.
La Gaudenzi sorrise, e non rispose nulla. In quella entrò un segretario di S. E., e le consegnò una carta, ricevuta la quale partì di là, insieme colla zia che l'attendeva in un angolo dell'anticamera.
Amorevoli stette aspettando che venisse la sua volta di essere introdotto al governatore; per il che dovette lasciar passar quasi un'ora avendo cangiata la noja dell’aspettare nell'altra noja non meno pesante di dover subire mille interrogazioni da quanti erano là ad aspettare con lui.
Entrò finalmente dal governatore, trovò affabile accoglienza, parlò, ebbe lusinghiera risposta, prese commiato, e, partito di palazzo, e adempiute alcune altre faccende, ritornò finalmente all'albergo dei Tre Re, dov'era già preparata una gran tavola per più di quaranta posate, la quale era la tassa che Amorevoli doveva pagare per essere stato liberato dalla prigione.
Il numero dei convitati l'avea dato Zampino, che in quel giorno fu cameriere soprannumerario e sovrintendente. Poco prima delle due tutti i commensali eran raccolti all'albergo. Alle due fu dato in tavola. Vi sedevano la nuova prima donna, il nuovo primo tenore, il nuovo primo basso. Il primo violino direttore d'orchestra, il maestro Giambattista Lampugnani, compositore e concertatore; i rappresentanti di tutti gli ordini della gerarchia teatrale. Il pranzo principiò in silenzio, si animò a mezzo, si riscaldò poscia; prima cominciarono a parlare alcuni, poi ad uno ad uno entrarono tutti gli altri col sistema precisamente degli stromenti d'orchestra; e col sistema del crescendo rossiniano, allora nemmen sospettato dai maestri, quantunque fosse un modo spontaneo della combinazione dei suoni, tutti si confusero finalmente in quel poderoso e strepitoso unisono che compromette il timpano degli orecchi delicati. Quando poi corse il moscadello e il monterobbio, e le idee nei cervelli riscaldati cominciarono a far la ruota, non vi fu più ritegno nè di parole nè d'allegria.
— Viva il tenore Amorevoli!
— Viva il re dei tenori!
— La simpatia delle platee.
— Dite piuttosto dei palchetti.
— Ah mio caro Amorevoli amoroso, saltò su un tal Frontino, secondo tenore, un po' esaltato, tu porti il nome con te e dovunque tu vada, quando non fai da Giasone, fai da Paride e fai da Enea... Ah diavolo che tu sei, ti ho seguito un pezzo per tutti i primi teatri e d'Italia e di fuori... e dappertutto hai sempre fatto l'effetto d'un tizzone gettato in una polveriera... Ti ricordi a Roma... ti ricordi a Napoli... Oh, a Napoli... quello fu un contrattempo!... E a Madrid... a proposito, sei guarito da quella puntura nel collo?... Ah... ecco qui...


Chi si guarda dal guarnello,
Più si guarda dal coltello....


Ah! ah! ah!… Poveri mariti, dove tu bazzichi... È però anche vero che non sei de' più fortunati... Là il collo fasciato, qui le mani legate. Ah! ah! ah!, e rideva un po' perchè aveva ragione, un po' perchè il vino rideva per lui.
— Taci, taci, Frontino, disse Amorevoli, e lasciami in pace, e se sei allegro più del solito, sta in carattere almeno e parla di cose allegre.
— Ho detto così per dire, e anche per darti un consiglio, il mio Amorevoli, perchè so che tu vai a Venezia... e quella è la città dei pericoli e dei trabocchetti amorosi. Però sta in guardia.
Ma gli altri compagnoni, sebbene allegri come il secondo tenore signor Frontino, diedero di svolta a quel discorso malsano, e trovati altri propositi, prolungarono sin quasi a sera lo sturamento del monterobbio; e se ne uscirono tutt'altro che responsabili della conservazione del loro centro di gravità. E fu davvero un mezzo prodigio se, verso mezzanotte, i suonatori del teatro raccapezzarono tanto di lena e di fiato da mettersi a sedere ad una orchestra posticcia innanzi alla porta dell'albergo dei Tre Re, per fare una serenata di congratulazione e d'addio al celebre tenore che il giorno dopo doveva partir per Venezia; perchè, se il lettore non lo sa, lo sappia adesso, che prima di abbandonare il Capitano di giustizia, condotto a guardar la faccia di Galantino, protestò di non ravvisarlo affatto; onde ebbe licenza, se voleva, di partire anche dalla città di Milano.
La parte giovane e vivace e tanto quanto musicale della popolazione di Milano, che aveva subodorata quell'accademia a ciel sereno, affollò la contrada dei Tre Re, e, secondo il costume imperscrivibile dei giovinotti di tutti i tempi e di tutti i luoghi, fecero un baccano del diavolo, e chiamarono a gran voce il tenore, che dovette più volte mostrarsi sul poggiolo dell'albergo a ringraziare, come se fosse una testa coronata, il buon popolo delle attestazioni di benevolenza onde gli era cortese; e finalmente potè andar a dormire quando i violini cominciarono a sentir l'aria umida della notte, e gli strumenti da fiato cessarono di ricever fiato dai loro proprietarj, che sonnecchiavano coi corni e i clarinetti in bocca.
Ma v'è chi dorme di notte, e v'è chi veglia; e precisamente quando il tenore Amorevoli potè pigliar sonno, vegliava ancora... chi? un uomo di cui il lettore si è forse dimenticato: il conte ex colonnello V..., il marito della contessa Clelia.
Noi lo abbiamo lasciato in un tristo momento, in cui l'ira gli era stata dimezzata in petto dalla pietà... Dopo, dovette cedere alle circostanze... ai pianti della madre di donna Clelia, a quelli della sorella, ai consigli del fratello... D'altra parte, fuggita la contessa, imprigionato il reo tenore, quand'anche avesse voluto far mulinelli collo spadone che aveva portato al reggimento, non avrebbe potuto che farli all'aria: si contenne dunque fremendo, al punto che potè aderire al suggerimento di suo fratello, uno del nobile collegio dei giureconsulti, e presentar la petizione formale per ottenere contro la moglie la divisione giuridica di letto e di mensa. — Essendo poi noto sì a lui come al parentado che la contessa erasi rifuggita a Venezia, dopo il falso gioco tentato per far credere ch'ell'era stata rapita, più volte ei fu in procinto di recarsi colà, e solo si trattenne al pensiero che poteva nascere uno scandalo nuovo, superiore al disonore. Oltre a ciò, il fatto che l'Amorevoli era in prigione, e trovavasi chi sa per quanto tempo fuor d'ogni libertà d'azione, gli ammorzò il furore per quella parte che bastava onde non lasciarlo partir da Milano.
Ma durante quella giornata seppe che il tenore era stato messo in libertà; seppe inoltre (e a una tal notizia poco bastò non uscisse di cervello affatto), che il tenore era stato scritturato dai messeri ispettori del teatro di Venezia per sei recite. — Un uomo placido e di buon senso e di spirito, che fosse nato, per esempio, a Parigi e fosse un seguace del sistema onde colà trattavansi le infedeltà conjugali, non avrebbe fatto altro che recarsi a domandar consigli di prudenza a una mezza dozzina di ballerine voluttuose del teatro del Re... Ma egli era ispano-italico.E questo fu il contrattempo. — Perciò, dopo il primo subbollimento del sangue, si contenne in apparenza, e si finse tranquillissimo coi parenti, col fratello, cogli amici; e tutto questo per potere annunciar loro, senza generare sospetti, che voleva lasciar per qualche tempo la città, e uscire a diporto... Partì dunque due giorni dopo, quasi contemporaneamente all'Amorevoli... e, pur troppo, alla volta di Venezia. Abbiamo pertanto, lettori amici e nemici, tutte le ragioni di credere che la guerra sia tutt'altro che finita, e che soltanto siasi trasportato altrove il quartier generale.

LIBRO QUARTO


Il giovane Parini. — Una lezione intorno ad Orazio. — I due figli di donna Paola Pietra. — Venezia ed il suo maggio. — La contessa Clelia, ed il gondoliere—poeta Antonio Bianchi. — Il conte V... — Preliminari del processo del lacchè Galantino. — Gli statuti criminali di Milano. — Il diritto romano e comune. — I giurisperiti interpreti. — Il giovane Angelo Emo. — Il palazzo Pisani e l'architettura a Venezia. — Il conte Algarotti. — Letterati, pittori e architetti veneziani. — Il padre Vallotti e il violinista Tartini. — La contessa Clelia V..., e il recitativo del maestro Vinci. — La suonata del diavolo. — Il duello e i suoi commentatori del secolo XV. — Il conte V... — Il tenore Amorevoli e il gondoliere—poeta.


I


..............Si et vivo carus amicis,
Causa fuit pater his; qui macro pauper agello
Noluit in Flavi ludum me mittere, magni
Quo pueri, magnis e centuribus orti,
Lævo suspensi loculos tabulamque lacerto,
Ibant octonis referentes idibus aera;
Sed puerum est ausus Romam portare docendum
Artes, quas doceat quivis eques atque Senator
Semet prognatos..............


Così è, cari miei; espressamente vi ho fatto tradurre questo passo d'Orazio della satira VI del libro primo, perchè impariate a conoscere questo poeta, osservato in tutte le sue facce... Il vostro professore di rettorica, il quale fu anche mio professore può aver ragione... ma non mi par giusto che si debba chiamar vizioso chi del suo padre serba così onorata memoria; e ad ogni momento non cessa di esprimergli la sua gratitudine, e vivendo tra cavalieri e accanto a Mecenate, esalta il padre liberto, e dice:


.......at hoc nunc...


Leggete qui:


Laus illi debetur et a me gratia maior.
Nil me pœniteat sanum patris hujus.


Costui non poteva dunque essere nè cortigiano mai nè vile.
Ci vuol altro che richiamar sempre l'epistola Cum tot sustineas, ecc., dove Flacco per la prima ed unica volta esagerò le lodi d'Augusto, e della quale fu cagione una lettera minacciosa scritta dallo stesso principe a lui; ci vuol altro che dimenticare a bello studio il coraggio onde Orazio non dubitò di ricordare i suoi legami con Bruto, e di lodare gli ultimi eroi della repubblica agonizzante, e di rifiutare il posto di segretario presso Augusto medesimo. Così è, i miei ragazzi; tuttavia io non voglio già dire che Orazio fosse senza peccato; chi lo è in questo mondo? chi lo poteva essere in que' tempi? ma dico e sostengo, e ad ogni occasione vi mostrerò, che egli fu uno degli uomini più virtuosi e più schivi e modesti e più liberi di quel tempo e di tutti i tempi. Nè se non fossi convinto di ciò, mi sarebbe sì cara la sua poesia, nè io sprecherei il mio tempo a spiegarla a voi con tanto amore e costanza, se credessi quello che il padre Branda dice di lui. Io non posso scompagnare quel che si pensa da quel che si fa, nè posso dividere la ragione della vita dalla ragione dell'arte, perchè chi conduce torbidi i giorni non può aver limpido il pensiero; onde, se io pensassi d'Orazio quel che ne pensa il padre Branda, getterei le sue odi e le sue satire da questa finestra; nè voi, cari ragazzi, mi avreste vostro ripetitore, se fossi condannato a magnificarvi la potenza dell'ingegno di un uomo di cui disprezzassi la vita. Intanto da questo passo vi è mestieri apprendere come dobbiate onorare la memoria paterna, come dobbiate venerare la vostra madre santa.
— Che cosa ha il nostro signor abate, disse in quella donna Paola Pietra che entrava, nella stanza di studio dei suoi figliuoli.... Cos'avete, mio caro, che tuonate come un predicatore dal pulpito? e sorridendo amabilmente, strinse la mano al giovane abate, che tutti i giorni veniva a far la ripetizione ai suoi ragazzi, i quali frequentavano le scuole Arcimboldi.
— Nulla, o signora, ma in talune cose non posso andar d'accordo col reverendo padre Branda, che onoro moltissimo, e al quale mi lega gratitudine di scolaro. E non lo potendo, ho l'obbligo di parlar chiaro e di dir tutto il mio pensiero anche a questi cari giovinetti. La questione riguardava Orazio, di cui, contro il padre Branda, sostengo che non solo era un grande poeta, ma era anche un poeta galantuomo, perchè se non fosse così e se intorno a ciò non avessi tranquillissima la mia coscienza, non sarei mai a permettere che dei ragazzi avessero a correre pericolo di contaminarsi a leggere le opere di tale, di cui non si potesse vantare una vita complessivamente onesta; perchè è una mia opinione che, pur di sotto alle avvenenze della forma, serpeggerebbe il veleno funestissimo ai giovani.
L'abate che parlava in tal modo, alto, scarno, che nell'esprimersi mandava lampi dai grandi occhi neri, e spirava un'aura solenne dall'arco maestoso del ciglio e dalle forme del volto già austero, per quanto fosse giovane, tanto giovane che gli mancavano 25 giorni a compire gli anni ventuno, era Giuseppe Parini. Donna Paola si compiaceva ad assistere ella stessa alle ripetizioni che il Parini dava a' suoi figli, e perchè si dilettava di quelle animosissime digressioni, e perchè alquanto ne serbava in mente per venire, all'uopo, in ajuto dei figliuoli, quando soli attendevano ad eseguire il còmpito che dava loro il professore. In quanto al Parini, ei s'infervorava per tal modo nella spiegazione de' classici latini, e segnatamente del suo prediletto Orazio, che il più delle volte bisognava che donna Paola lo pregasse a desistere, ed aversi qualche riguardo; e gli facesse presente dover esso dare altre ripetizioni in altre case prima che terminasse la giornata.
Ciò che può fare grandissimo un uomo in quelle arti dove la forma e il gusto sono indispensabili a rendere efficace ed evidente ed amabile il concetto, e segnatamente poi s'egli è nato per esser genio di perfezione più che d'originalità, è, diremo, la fortuna di trovare fra i grandi autori colui che abbia quasi identiche alle sue, oltre alle qualità primitive dell'intelletto, anche talune circostanze della vita. Il Parini, nel suo presago orgoglio giovanile, si compiaceva forse di quel concorso fortuito di accidenti pel quale, siccome Orazio dalla natia Venosa era stato condotto a Roma dal padre liberto; così a lui era toccato un padre tanto amoroso, che non dubitò di vendere l'umile poderetto presso l'Eupili, pel desiderio ch'ei potesse attendere agli studj nella capitale del Ducato di Milano.
Applicatosi a questi e passato alle lettere umane, quando il Parini conobbe Orazio, forse credette conoscer di più sè stesso, e poter misurare con maggior sicurezza le naturali e caratteristiche qualità del proprio ingegno. — Fu quello adunque il suo autore; lo studiò, lo tradusse, lo sottopose alla più minuta analisi, disfacendolo, a dir così, per rifarlo; come chi nato, per esempio, alla meccanica, si prova a scompaginare e sciogliere ad uno ad uno tutti i congegni d'un movimento d'orologio, per provarsi a ricostruirlo poi da capo. Egli è a questo modo che lo studioso diventa padrone di una disciplina o di una parte di essa, al punto ch'ella si faccia obbediente e docile alla sua volontà, e possa così ampliarsi e fruttificare in nuovi aspetti. Egli è di tal modo che nella scienza succedono le scoperte, e nelle arti le innovazioni e le riforme del gusto. Ma codesta indagine insistente intorno agli autori latini e ad Orazio, era appunto giovata al Parini dal bisogno inesorabile per cui doveva salir tante scale al giorno a dar lezioni e ripetizioni a dieci soldi l'una, onde soccorrere alla madre poverissima non che a sè stesso. Dovendo spiegare ad altri un oggetto, nel bisogno di far passare nell'altrui mente le idee e le cognizioni che stanno nella nostra, sotto l'assiduo martello dell'analisi, si svelano interi e ad uno ad uno tutti gli elementi costitutivi di quell'oggetto stesso. È così che il sapere si trasmuta in sangue, come un cibo sano assimilato da uno stomaco perfetto.
In quelle lezioni e ripetizioni che il Parini dava a non pochi suoi allievi, senza ch'egli se ne fosse fatto un sistema premeditato e discusso, bensì per la spontanea felicità del suo ingegno, era riposto il metodo più sicuro e più amabile d'istruzione. La bellezza fatta gustare dalla vivacità dell'espositore attraeva i giovani ingegni, i quali, una volta fermati nella contemplazione di quella bellezza medesima, s'infervoravano negli studj, dei quali s'appigliavano poi a taluna delle molteplici diramazioni a cui si volgeva col tempo la speciale loro vocazione. Parini spiegando un'ode d'Orazio, per l'associazione spontanea delle idee e per la sua naturale facondia, divagava a più cose; e gli scolari in quelle divagazioni imparavano ad interrogare sè stessi per determinarsi poi ad una disciplina speciale. Però anche nel maggior progresso de' tempi sarebbe sempre stato avverso il Parini a quella infesta enciclopedia onde si condannano a stanchezza anticipata le menti giovanili nel punto medesimo che si profumano d'orgoglio; chè, per codesta enciclopedia, si trascura, quasi come accessoria, l'arte prima di dare ordine logico e forma decorosa al pensiero, la quale, appresa nei classici prosatori e poeti, cosparge di gentilezza perpetua tutta la vita, e da essa scaturisce poi il desiderio di riparare a scienze più sode, ma in quella età che è robustissima a comprenderle, a trattarle e a dominarle. Da fanciulli imbrattati di polvere enciclopedica, che hanno ridotto l'intelletto come una pietra lavagna continuamente scritta e continuamente cancellata dallo sfregatojo, e ammaestrati a disprezzare la forma del pensiero, quasi che la forma non fosse un modo del pensiero stesso, non potranno uscire uomini capaci a far progredire nè un'arte nè una scienza mai.
Ma, più che codesta nostra incompleta e nel tempo stesso troppo lunga digressione, a mostrare come dovrebb'essere governata l'istruzione letteraria, basterebbe che si potesse riprodurre qui al vero e al vivo una di quelle lezioni che il Parini faceva a' giovinetti a lui affidati. Donna Paola, assistendovi quotidianamente, aveva imparato a stimare di giorno in giorno sempre più il giovine maestro, e tanto più che di mezzo all'esercitazioni letterarie, quando il tema lo eccitava, egli usciva in certi schianti, diremo così, di bile generosa e di caldissima eloquenza, a cui era fomento la nativa severità del suo costume.
Donna Paola lo ammirava, e sentiva pietà del suo povero stato, e avrebbe voluto in qualche modo poterlo soccorrere, se non vi si fosse opposta la dignitosa fierezza del giovine.
Questi intanto continuava la sua lezione, ed ella ascoltava in silenzio. Se non che pareva preoccupata da qualche altro pensiero e quasi le tardasse che non si desse fine alla lezione; perciò quando il Parini fece una lunga pausa al discorso:
— Badate che si fa tardi, ella disse, e voi, come di solito, trascinato dall'amore degli studj e dallo zelo per l'educazione de' giovani, trascurate il vostro interesse. Per oggi dunque può bastare... e voi, disse poi rivolta ai figli, potete fare una passeggiata col domestico.
I due giovinetti si alzarono, fecero un saluto gentile al Parini, baciarono la mamma, e uscirono.
— E così, che vi pare di questi miei figliuoli?
— Io ne spero assai bene. Carlo ha più rapida perspicacia; Arrigo è più tardo. Ma non dubiterei che il secondo non fosse per lasciarsi indietro il maggiore nell'età del più completo sviluppo... Ma cos'ha ella oggi, che mi sembra turbata?... perdoni l'osservazione.
— Lo sono di fatto... anzi... ho bisogno di voi...
— Mi comandi.
— Siete già stato oggi a far lezione al figliuolo della contessa Marliani?
— Ci fui.
— Avete parlato colla contessa, col conte, con qualcheduno di là?...
— Io sì... ma....
— Ascoltate. Io so che la casa Marliani è in gran dimestichezza colla casa V... Mi bisognerebbe dunque di sapere se il conte è realmente partito da Milano, come ho sentito dire ...
— È partito... ed anzi vi dirò che la cosa non è liscia…; la madre della contessa Clelia venne stamattina in casa Marliani... ed era tutta sconcertata... in conclusione si teme che il conte sia andato a Venezia...
Donna Paola balzò in piedi a queste parole, esclamando:
— Ah il mio sospetto! Ma, cosa pensano di fare coloro... Madre, sorella, fratello... i quali non so se abbian sangue in corpo o stoppa?... Io non ci capisco nulla. Aspettar tanto per accorgersi di ciò; e lasciarlo partire senza pensare, senza temere, senza prevedere... Ah gente stolida e senza cuore!
Il Parini facevasi attento.
— Sentite, continuava donna Paola, vorreste voi assumervi un incarico?... È d'uopo che qualcuno apra loro gli occhi... che uno della famiglia.... Se non può la madre, c'è il fratello... cosa fa qui il fratello?… chè non vola a Venezia a difender la sorella? Stolido!!
— Cosa dunque avrei a far io?
— Parlar alla contessa Marliani, senza nominar me in verun modo, mostrarle la gravezza del caso, interessarla a voler determinare il fratello della contessa Clelia perchè si rechi a Venezia senza perder tempo. Io ho già scritto alla contessa, ma che può mai fare una lettera? Ah, caro mio, voi non potete imaginarvi in che tormentoso affanno io mi trovi... io che, nell'intento di stornare de' mali gravi, ne ho forse accumulati di gravissimi... Ma che potevo far di più?...
— Ella non doveva e non poteva essere responsabile delle azioni altrui...
— Fui io stessa a consigliarla di riparare a Venezia, perchè là conoscevo una famiglia d'oro a cui affidarla.
— Dunque?
— Chi poteva sospettare e prevedere che l'uomo per cui ella si trovò in così grave intrigo, per cui lasciò marito, parenti, patria, doveva precisamente trasferirsi a Venezia anch'esso?... Ora dunque potete comprendere di che si tratta... e come sia possibile e probabile e, Dio non lo voglia, forse vicina una tragedia domestica... Fate dunque presente tutto ciò alla Marliani, giacchè la contessa ama qualche volta intrattenersi con voi; sopratutto mi premerebbe che la raccomandazione fosse fatta in modo che paresse una vostra inspirazione.
— Io farò in maniera che possiate esser contenta...
— Un momento fa vi raccomandava di attender meglio al vostro interesse, e di non abusare lo zelo a danno vostro e di vostra madre... Ma ora debbo dirvi tutto il contrario... che bisogna mettiate per oggi da parte tutte le cose vostre... Del rimanente, chi perde il tempo, dee esser compensato... e...
— Che! gridò il Parini, vorrebb'ella togliermi la mia parte di merito, quando, sotto a' suoi ordini, avessi potuto cooperare a vantaggio altrui?
— Non mi guardate così, anima fiera, disse donna Paola sorridendo lievemente; e giacchè so che avete tanto entusiasmo nel fare il bene... andate e siate sollecito, e Iddio vi benedica.
Il Parini partì; donna Paola si gettò a sedere in gran pensiero. E noi mettiamoci sui passi di coloro per cui la pietosa donna tanto si affannava.


II


Se Amorevoli avesse dovuto partire da Milano, lasciandovi quella per cui, avendo sopportato un malanno non indifferente, gli era cresciuto in cuore l'affetto; certo che il contento di trovarsi finalmente libero e in piena balia di sè stesso, gli sarebbe stato amareggiato dal pensiero che forse non avrebbe veduta mai più colei che abbandonava; ma invece, alla gioja della libertà, a quella che gli veniva dalle attestazioni di stima di un pubblico intero, da una salute perfetta, dalla gloria presente e dalla futura (tutte le professioni dall'astronomo al ciabattino hanno la loro gloria), e dalla ricchezza già in parte accumulata e che prometteva di crescere, e per sè stessa e pel frutto de' capitali, si aggiungevano le speranze agilissime e l'esaltazione cerebrale di chi move, per un felice concorso di circostanze, là precisamente dove si trova la persona che in quel momento è, fra tutte, la più desiderata; e per la quale, tanto si è prodighi quando l'affetto è in tumulto, si darebbero in compenso alcuni anni della vita onde toglier gli ostacoli che si frappongono al completo suo possesso. Ma per questa gioja, per queste speranze appunto, il viaggio di cent'ottanta miglia gli riuscì nojosissimo, e s'impazientò più volte col lento postiglione e colle ardue e tortuose e fangose e ciottolose strade che facevan bestemmiare alla sua volta anche il postiglione, e che invocavano quel sistema a cui, siccome vedremo, fu provveduto finalmente molti anni dopo, per opera di que' nostri concittadini sapienti, che misero coraggiosamente la mano ad estirpare tutti gli avanzi della vetusta barbarie. Ma egli giunse finalmente al Dolo e toccò Mestre, e là, coll'ansia che gli cresceva in petto in ragione che si avvicinava all'isola incantata, noleggiò una gondola non avendo voluto entrare nel barcone del procaccio; e sentì finalmente sotto di sè il gorgoglìo dell'onde di quella tanto decantata e tanto da lui vagheggiata laguna; chè delle molte città d'Europa che avevano un teatro celebre, soltanto Venezia gli rimaneva a conoscere, la città musicale per eccellenza, quella i cui giudizj in fatto di musica e di canto, avevano meritamente allora la preferenza su tutti quelli delle altre città. Però, egli era sollecitato da un'altra ansia, che gli derivava dall'amore dell'arte e dal desiderio che anche Venezia suggellasse la di lui celebrità col suo voto autorevole e co' suoi applausi. Chi professa un'arte qualunque per vocazione e con entusiasmo, non può mai scompagnare il pensiero di essa da qualunque altro pensiero. Del rimanente, il gondoliere, giacchè trattavasi di un viaggiatore, e d'un ricco viaggiatore, per quel che gli pareva, non prese nessuna scorciatoia quando fu presso Venezia, e volle fargli gustare lo spettacolo innanzi al quale avea veduti tutti quanti i foresti, com'essi dicono, ad inarcare le ciglia. È commovente e poetico quell'amore veramente figliale che hanno per la loro bella patria anche gli uomini più incolti e più rozzi di Venezia. Il gondoliere gode e si compiace della meraviglia che vede dipinta sul volto del forastiero che per la prima volta, entrando nel Canal grande, non sa farsi capace di una così interminabile schiera di palazzi insigni, tre o quattro de' quali basterebbero a far onore a qualunque città; del forastiero che s'imagina di trovarsi al cospetto di una scena incantata quando la gondola si ferma al molo, ed egli uscendone si trova in faccia la piazzetta.
— Ghe piasela sior? disse il gondoliere quando vide il nostro Amorevoli fermarsi estatico sulla scalea. No la xe mai stada a Venezia, ela?
— No, caro mio.
— E ben, la fazza conto che no i xe qua tuti i so tesori, come se vorave da qualche foresto invidioso... Me credela, sior?
— Perchè non ho da crederti?
— Se vostra zelenza me permetese, gh'avarave vogia de compagnarla mi a veder le maravege de la zittà.
— E vieni, alla buon'ora... ma prima accompagnami all'albergo... al migliore... capisci tu?...
Il gondoliere invitò il suo viaggiatore a rientrare in gondola, e lo condusse allo Scudo di Francia.
— Vieni a pigliarmi colla gondola fra un pajo d'ore, che intanto debbo dar sesto alle mie robe. Tu mi hai faccia da galantuomo, e avrò bisogno dei tuoi buoni servigj... e così dicendo diede al gondoliere una mancia oltre al convenuto.
Il gondoliere vi gettò un occhio di traverso; fu contentissimo e partì.
E tosto Amorevoli, da un cameriere che non era di Venezia, ma parlava l'italiano coll'accento di chi è nato in Francia, fu condotto in una bella camera al primo piano che rispondea sul rio...
— Le piace quest'alloggio?
— Va bene sì... ma...
— Che?
— C'è qualcosa qui presso che non manda buon odore... Io ho le nari, caro mio, assai delicate e permalose... e vorrei...
— Signore, mi permetta di dirle una cosa... A Venezia c'è tutto di grande, di bello, di buono, ma bisogna avvezzarsi all'odore della laguna. Tutte le città hanno il loro difetto... vorrebb'ella che Venezia ne fosse senza?... A Roma vien la terzana a chi va fuori sulle ventiquattro... A Milano c'è l'aria grossa... A Parigi c'è il fango che imbratta le vesti... A Cadice, di notte, vola nell'aria un verme assassino che intacca il polmone. Io ho servito in più città di Europa... e non v'è luogo che non abbia il suo malanno. Però mi permetta, signore, ch'io le dia un consiglio.
— Che consiglio?
— Non tocchi un tal tasto ai Veneziani, perchè c'è pericolo di perdere la loro amicizia. Ella può lasciarsi andare a criticare il loro teatro, la piazza, il ponte di Rialto, il corno del Doge... tutto... ma non tocchi il cattivo odore de' suoi rii... Per questo lato è convenuto che debbano esalare essenza di rose.
Noi non sappiamo se quel cameriere, che non era di Venezia, dicesse la verità, ma in ogni modo si vede che le città son come gli uomini. Canova s'indispettiva se altri non dava alcuna importanza alle sue povere tele; e non teneva gran conto dell'ammirazione che tutta Italia prodigava alle sue grandi opere statuarie.
In quanto ad Amorevoli, egli non trovò da replicar nulla col cameriere, e dato sesto alle sue robe e rimbionditosi con ogni cura, discese a mangiare; dopo di che aspettò che venisse l'uomo della gondola, il quale venne in fatto sull'imbrunire.
— Ormai si fa tardi, caro mio, e ci resta ben poco a vedere...
— Ma no sala, zelenza, che Venezia la xe megio de notte che de zorno... La se contenta de lassarse guidar da mi, e la vederà che cosse grandi, sior!
Dopo pochi minuti erano al largo verso la Zueca. Il felze era stato levato, e Amorevoli appiccò conversazione col gondoliere, da cui sperava di raccogliere tutto quello che gli abbisognava.
Lasciamoli dunque andare. E noi vediam d'abbandonarci a qualche digressioncina, secondo il solito.
Noi siamo dunque ammiratori entusiasti della città di Venezia. Basta il dire che la nostra fortuna è che Venezia non sia una donna; diversamente chi sa che tremende pazzie avremmo commesso per amor suo. A dare una prova di codesto amore sviscerato, chi, per esempio, a voce e in scritto ha lodato più di noi il suo mese di maggio? Dappertutto questo mese è tenuto in grande riputazione, e i devoti lo chiamano perfino il mese di Maria, tanto è soave e benefico. Con tutto ciò a Milano il mese di maggio, nel suo carattere verace e completo, non lo si conosce che per relazione e in teoria, e per quelle nozioni che si attingono dai poeti classici greci e latini, i quali, imbalsamati come erano dal vento che soffiava dal mare Argolico o dal porto di Ostia, poteron gustare il maggio in tutto il suo splendore; ma in pratica, almeno per quanto ci consta, Milano non sa che cosa sia un tal mese, e non trova in esso che la più completa contraddizione alle descrizioni dei poeti. Invece a Venezia è tutt'altro. Venezia è la madre adottiva non solo del chiaro di luna, ma sì anche del maggio; e noi possiam dire d'aver fatto la conoscenza di lui soltanto sotto il suo cielo! Almeno, nei due anni che vi passammo, quel mese fu d'una eleganza così greca, d'una mollezza così orientale, che non potremo dimenticarlo così facilmente. Se non che, mescendosi all'eleganza, come dicemmo, la mollezza, il maggio di Venezia è un mese pericoloso. Lord Byron, che faceva i suoi computi a seconda del meridiano di Londra, trovò essere il giugno il men puritano dei mesi; ma noi, cresciuti in plaga più mite, siamo stati obbligati a fare il trasporto di trenta giorni. È a Venezia, pur troppo, almeno secondo la nostra esperienza, è nel mese di maggio che l'uomo, riscaldato dal sole di una primavera orientale, e circonfuso dalle molli aspergini marine, prende somiglianza del baco, il quale pasciuto e sazio di foglia, s'irretisce lieve lieve nel serico filo, aspettando di eromperne farfalla. In quanto poi all'anno 1750, il mese di maggio veneziano cominciò appunto co' più lieti pronostici del suo limpido sole, del suo cielo trasparente e dell'aure sue mitissime, attraversate di quando in quando dall'afrodisiaco scirocco.
Però anche alla contessa Clelia, non avvezza al clima veneziano, più che mai parve balsamica in quell'anno la stagione primaverile; e confrontandola alla consueta di Milano, le sembrò tutt'altra cosa; di modo che parlandone ai signori che la ospitavano:
— A Milano, ella diceva, la primavera è la stagione in cui s'accumulano tutti i disastri delle altre, e sebbene anche laggiù la si debba chiamare la gioventù dell'anno, è una gioventù infelice, travagliata e disperata. Quasi quasi, se non fosse per le buone speranze che dà, sarebbe da posporsi alla vecchiaja.
Da queste parole si vede che, anche prima del taglio delle foreste, le primavere milanesi non eran le più accreditate neppure nel secolo passato; tale almeno era l'opinione e l'esperienza della contessa Clelia. Ma ella, siccome spirava il vento più molle, più carezzoso e più tepido sull'espansa laguna, sentiva così a circolare in sè più rapido il sangue e più caldo, il che le comunicava all'intelletto, e più alla fantasia, che è una sezione di quello, una indefinibile esaltazione e un tumulto di desiderj vaghi, che le impedivano persino di dar tutto il peso all'infelice situazione in cui versava. Per molti e molti giorni. avea saputo essere costante a non uscir mai dal proprio appartamento, e ad imporsi tutti gli obblighi di una volontaria prigione; ma un dì cominciò a creder ragionevole di poter far parte della serale conversazione che tenevasi in casa Salomon; e siccome eravi stata accolta con que' segni di stima e di amorevolezza che troppo rare volte avea trovato a Milano, così non fu per nulla restìa a passare da quella conversazione ristretta, tranquilla e casalinga, alle altre di case più cospicue ed affollate del bel mondo. E là, fra tanti giovani che le fecero cerchio intorno, trovò persino entusiasmo. I romanzi dell'abate Chiari eran letti avidamente allora, e avean messo in tutti gli animi giovanili il desiderio del maraviglioso e dello strano; onde la contessa V... di Milano, giovane, bella, dotta, avvezza a trattare con dimestichezza i corpi celesti (chè di ciò era corsa la voce anche là...), infedele al marito, la qual cosa, in un secolo corrotto, facea stupendo giuoco più ancora dell'astronomia; per di più, innamorata del più bravo e del più bel tenore del secolo, personaggio che in una città musicale dovea produrre l'effetto di un giovane e prode capitano dei dragoni, in tempo d’esaltazione guerriera; e, per il non plus ultra del romanzesco, autrice di una fuga disperata (le fughe hanno sempre trovato entusiasti in tutti i tempi, ad eccezione di quelle in musica); tutte queste cose avean dunque fatto sorgere intorno a lei un'atmosfera di splendori così abbaglianti, che l'ammirazione per lei, in un periodo in cui le pesanti parrucche ajutavano a riscaldare i cervelli, diventò, come dicemmo, entusiasmo, diventò delirio. Se poi la contessa Clelia si compiacesse di ciò, non tocca a noi a dirlo. Era la prima volta che provava quel genere nuovo di soddisfazioni; laonde del non aver essa voluto o saputo ritrarsi da quel vortice, noi non ci sentiamo il coraggio di condannarla. Per giunta aveva trovata accoglienza e cortesia straordinaria persin nelle donne, fatto piuttosto unico che raro; ma bisogna considerare che, in virtù di tanto intreccio di cose, ell'era salita a quel fastigio che toglie perfino il sentimento dell'invidia. Ell'era insomma una specie di lord Byron vestito da donna e in guardinfante. Però se le altre patrizie bellissime e argutissime, chè di tali Venezia ebbe a tutte l'epoche forse la più eletta schiera, esercitavano tra di loro, e come a dire in famiglia, le loro gare, le loro invidie, le loro guerre più o meno astute, più o meno perfide, tutte si trovavan poi d'accordo nel festeggiare l'ammirabile lombarda.
Ma, come sappiamo, il sole era entrato in gemelli, e verso notte le gondole avevan cominciato a vogare a diporto. Però anche donna Clelia, ch'era stata chiusa tanto tempo, ebbe volontà di uscire all'aperto; e per non incomodare la famiglia dov'era ospitata, e anche perchè amava di figurare sola (non c'è nè donna nè uomo, compromessi da qualche po' di fama, i quali sappiano resister sempre all'assalto della vanità), si fece noleggiare per qualche tempo gondola e gondoliere. I signori della casa credettero farle una grata sorpresa mettendo a' suoi servigj il più celebre allora dei gondolieri di Venezia. Ed era quel Bianchi Antonio ammirato pel suo raro talento poetico, di cui lasciò prova in due poemi, nei quali tra molti errori di scienza e di lingua, v'è imaginazione straordinaria ed estro vivacissimo.
Il titolo di essi, nelle edizioni da noi vedute, è: Davide re d'Israele, poema eroico sagro di Antonio Bianchi, servitor di gondola, veneziano (Canti XII, Venezia 1751 in fol.); Il tempio, ovvero Salomone (Canti X, Venezia 1753 in 4.°). Vi sono poi altri poemetti comici, quali La cuccagna distrutta, La formica contro il leone, oltre l'oratorio drammatico Elia sul Carmelo. Quando al Bianchi che ad onta della sua condizione di poeta, non cessò mai in tutta la sua vita di far il gondoliere, fu proposto quel servigio e gli fu nominata la gentil donna lombarda, non istette in sulle pretese, e fu tosto a comandi della contessa Clelia. Così, quando Amorevoli capitò in Venezia, era già da tre giorni che la contessa usciva a diporto in gondola tutta sola col suo gondoliere-poeta; e nella sera, quasi nel punto stesso che Amorevoli lasciò lo Scudo di Francia, essa discendeva la scalea di casa Salomon ed entrava in gondola. Antonio Bianchi era un giovane di trent'anni appena, veneziano di sangue puro, tra' più valenti al remo, e onorato di più bandiere nelle celebri regate veneziane; natura schietta di poeta, esso era entusiasta e fantastico, di modo che, avendo saputo anch'esso le avventure della contessa, ed essendogli stato detto come fosse una gran dotta, si compiaceva che gli fosse toccato in sorte di poterle presentare i proprj servigj. Siccome poi in quel periodo di tempo egli stava dando l'ultima mano al poema Davide, così aveva pensato di pregarla a legger que' canti, e di consultarla in quelle parti del poema in cui egli sentiva che l'ignoranza faceva impaccio all'ardua fantasia.
Appena lasciata la casa, donna Clelia amava recarsi a diporto in sul Canal grande, scorrendo sola tra l'altre gondole patrizie che le si avvicinavano a gara, e dalle quali cadevano su di lei sguardi curiosi e ammiratori: e per dir la verità, ella era tale che per forza doveva fermar l'attenzione. Abbiamo più volte espressa la nostra predilezione per la bellezza delle donne veneziane, ma nel tempo stesso dobbiamo far luogo ad una nostra opinione che parrà strana, ma forse traduce il vero, ed è: che il fondo della città stessa di Venezia, così pittoresco e così colorito, è il più opportuno a far spiccare una beltà. — Non per nulla i pittori vanno in cerca di quella tal luce, di quel tal raggio azzurro, persino di quella tal cornice per dare il miglior risalto all'opera del loro pennello; può darsi pertanto che la specialità della parte materiale di Venezia giovi alle figure che staccano su di essa.
Molte donne che altrove non ci avevan fatto nè freddo nè caldo, vedute a Venezia ci parvero ammirabili. Quale ne possa essere la vera cagione non è provato a rigore, ma certo che una ragione ci dev'essere. Intanto anche la contessa Clelia è un altro argomento in nostro favore. Oh qual mirabile effetto faceva quel suo corpo maestoso, gettato a sdraio sui cuscini della gondola, e avvolto in una veste di broccato di stoffa turchina a liste d'argento, che, pel lavoro interno del guardinfante, usciva e galleggiava quasi sugli orli della gondola stessa! come incorniciava bene quella sua testa di Minerva l'indispensabile puff di sentimento, foggiato a cimiero, ch'era una delle cento forme allora in voga!... come, di sotto alla polvere bianca onde quel puff era cosparso e quasi inargentato, spiccava il nerissimo arco del sopracciglio e i grandi occhi lucenti! Già il vero non si può nascondere, noi abbiamo qualche debolezza per donna Clelia; e se in teoria e coi trattati d'estetica alla mano combattiamo e combatteremo sempre per gli occhi azzurri, in pratica abbiam sempre usato i dovuti riguardi agli occhi neri, e quelli di donna Clelia poi sono la nostra morte... Ma in prova che non siamo di cattivo gusto, si è che piacevano fieramente a tutti i giovinotti veneziani; che piacevano persino al nostro gondoliere-poeta, pieno di fantasia qual era, e di fervori sentimentali, e di passione caldissima per la bellezza, che è la febbre terzana dei poeti.
Spinto dal naturale desiderio di parlare di sè stesso e delle proprie opere, difetto che rende qualche volta importuni gli uomini dell'arte, il nostro Bianchi gondoliere, dopo aver lentamente condotta come in trionfo lungo il canal Grande la contessa padrona, venuto a santa Chiara, svoltato nell'aperta laguna, e là fermando talora il remo, compiacevasi a intrattenere de' propositi proprj la contessa, che affabilmente l'ascoltava e rispondeva alle sue interrogazioni; al punto che, in que' tre giorni, poteva dire d'aver dato tre lunghe lezioni d'astronomia elementare all'autore del Re Davide. Se non che la contessa lasciava poi cadere il dialogo, per riconcentrarsi ne' proprj pensieri. Ella sapeva che il tenore Amorevoli doveva venire a cantare a Venezia. Il residente veneto di Milano aveva scritto che il processo di lui era compiuto, ch'ei sarebbe uscito presto per venire a tenere il patto ai signori ispettori dell'opera. L'effetto che fece la prima volta una tale notizia sull'animo di donna Clelia, che non aveva saputo mai nulla di quelle sei sere di recite straordinarie, ognuno se lo può imaginare. I fervori erotici le salirono al viso, e mentre la ragione le facea vedere tutti i pericoli che poteano conseguire da quel fatto, sentiva certi soprassalti di gioja insolita, di gioja non voluta; e mentre vedeva che il destino stava forse per tenderle una mala insidia, si fermava con delizia nell'idea che la fortuna avesse voluto espressamente avvolgerle intorno le inestricabili sue reti. Se non che ricordavasi di donna Paola e delle sue ammonizioni; e al vedere coll'occhio della mente quasi impaurita quella santa figura, si vergognava di que' pensieri, di que' desiderj, di quella gioja... Amorevoli era atteso di giorno in giorno... ella ne aveva sentito a parlare di volo ad una conversazione serale, da un gruppo di giovinotti spensierati che, speranzosi di far breccia nel cuore della mirabile lombarda, aveano dimenticato quel ch'era passato tra essa e il tenore.
Intanto la notte stava per calare affatto... smoriva sempre più all'orizzonte la luce crepuscolare... i colli Euganei, ch'ella vedeva, si erano scolorati e come confusi col cielo.
Erano uscite le stelle rare e sparse... era uscito un quarto di luna... suonava l'avemmaria a tutte le chiese; il campanone grave e profondo di san Marco parea facesse sentir la voce storica e veneranda della vetusta Vinegia. Taceva il gondoliere-poeta, intento a poter ritrarre quel poetico vero. Tacea donna Clelia, assorta e mesta, e coll'animo sollevato da una commozione ineffabile. Il gondoliere, avvisato dell'ora tarda, girò la gondola per tornare in canale. Poco prima era passata per di là anche la gondola ove, e fu un punto se non vi si scontrò, trovavasi Amorevoli... di modo che donna Clelia potè vederla materialmente, ma senza provare veruno dei soliti sospetti presaghi e dei soliti palpiti arcani; nel punto medesimo poi ella vide alla sfuggita il lume di un fanaletto che probabilmente doveva essere di una gondola che s'era spiccata allora allora da Mestre, e soltanto il notò pel giuoco che faceva col suo luccicore tremulo e intermittente; ned ella da nessun genio dell'aria, segretario delle belle donne, venne avvisata che se innanzi le correva in gondola la vita, di dietro potea forse venire in gondola la morte.


III


Abbiamo accennato che, quasi contemporaneamente al tenore Amorevoli, era partito da Milano il conte colonnello V... Esso infatti lasciò la città all'alba del giorno successivo a quello nella cui sera Amorevoli erasi messo in viaggio. Il conte V... avea detto di voler fare una gita nelle sue terre; i servi però poterono accorgersi, pei preparativi che loro vennero ingiunti, che trattavasi invece d'un viaggio di qualche importanza e non breve; così quel che allora pensarono nel far le valigie lo avesser subito detto!... ma, come avviene di consueto, parlarono quando non c'era più l'opportunità. E il conte si mise davvero in viaggio per Venezia, ed essendo partito dodici ore dopo il tenore, tanto martellò e pagò i postiglioni, ch'ei potè guadagnare su chi lo precedeva più di mezza giornata. Ma che intenzioni aveva il conte? che voleva? che pretendeva? In verità esso non ne sapea più di quello che ne sanno in questo punto i nostri lettori.
Noi non abbiamo avuto mai il tempo di fare uno studio fisiologico di questo personaggio, perchè ogni qualvolta ci capitò innanzi, si aveva tanta carne a bollire, che appena appena lo abbiam guardato di traverso; ma oggi convien pure che ne tiriamo il profilo, almen col carbone, se non colla matita o col pennello. Quell'uomo, pigliato in natura, non era un cattiv'uomo; e prima dell'invenzione degli stemmi e dei quarti di nobiltà e de' pregiudizj, probabilmente non sarebbe stato nemmeno il più orgoglioso tra i membri dell'umana razza; sebbene la sua testa fosse molto grossa, il che, stando coi cranioscopi, è indizio di gran mente, pure convien che lo spessore della crosta ossea avesse occupato una buona metà dello spazio che bisogna concedere al cervello perchè adempia passabilmente alle sue funzioni. Non vogliamo dire con ciò che esso mancasse al tutto d'intelligenza, no. La sua testa avea più d'uno spiraglio per cui poteva penetrare, sebbene a stento, qualche raggio dal di fuori. Ma le poche idee che erano entrate là dentro vi si fermarono con tenacità pari allo stento onde vi si erano introdotte, generandovi una durezza ed una ostinazione indomabile. Se fosse lecito imitare i caricaturisti parigini, che cercano nella struttura delle bestie le forme più adatte a dar idea di alcune varietà di tipi umani, a quel conte noi troveremmo il riscontro piuttosto in un bisonte, in un ariete, in un merinos che in altro animale. Apparteneva insomma alla razza delle bestie cozzanti, la meno intelligente e la men domabile di tutte. Però, a lasciarlo tranquillo, era un buon diavolone d'uomo; e soltanto ad aizzarlo, ad inquietarlo, lo si riduceva nella condizione d'un toro, che punzecchiato, arrota gli occhi sanguigni, alza la coda, curva il collo, abbassa la testa, e vibra cornate a tutti quelli che gli si fanno incontro. Cresciuto in seno ad una famiglia il cui sangue, per parte di padre, era un fiume reale che aveva avuto le sue prime scaturigini da un ramo del gran ceppo dei re di Spagna; e per parte di madre, da colui che portò dalla terra santa lo scudo colla biscia; l'idea del suo alto lignaggio fu introdotta e ribadita per tal modo nella sua testa colle sue idee concomitanti e conseguenti, che non per sè, ma per quello, si sarebbe fatto mettere in pezzi. A codesta idea convenzionale dell'onor del sangue, veniva poi a confederarsi l'altra idea pur convenzionale e parimente indomabile, e per la sua natura, più pericolosa, dell'onore del soldato. Esso era stato, come sappiamo, colonnello di cavalleria, e le sue fazioni di guerra le avea fatte con coraggio e con fede; e perciò all'assisa, agli stivali, allo squadrone, in certi momenti, dava assai più importanza che alle nove stelle della corona sormontante il suo stemma. Però al suo cospetto e quando si parlava con lui, siccome era pieno di sospetti e non sempre intendeva le cose nel loro vero senso, bisognava comportarsi con mille riguardi e precauzioni, perchè non pigliasse le parole in mala parte, e adombrasse al punto di chiamarsi offeso colle formole dell'etichetta militare; chè allora non c'era più rimedio, bisognava battersi con lui. Ben è vero che in molti di tali duelli provocati da lui, egli aveva quasi sempre risparmiato l'avversario, pago che fosse salvo il decoro cavalleresco. Ma intanto era un incomodo a trattarlo; onde molti lo scansavano volontieri, e quando si trovavano seco per necessità, discorrendo, giravan largo per istornare querele; poichè, torniamo a ripeterlo, nel frantendere le questioni e nel prendere un violino per un trave, quell'ex colonnello era un portento. Se dunque, conservando però sempre nell'aspetto una compostezza ed una severità castigliana, esso pigliavasi tanto caldo per una mezza offesa, figuriamoci se l'offesa era evidente ed era grave; peggio ancora se l'offesa era di quelle che stanno in prima lista fra i casi contemplati anche dagli indifferenti e dai filosofi della pace; fra i casi per cui anche l'uomo timido diventa feroce, com'era il suo caso precisamente! O fortuna tutt'altro che cieca ma perfida, o fortuna con occhi di lince e piena di sagacia omicida, che attendi a pigliar fuori della folla gli uomini fatti apposta e lasci cader la scintilla dov'è la polveriera! Proprio tra le gambe del conte V... doveva capitare quel fatal romano, fatale così per le prime donne del libretto d'opera, come per tutte le belle donne che gli piacevano! Tuttavia nemmeno il tenore, nato espressamente nel secolo più comodo per gli uomini della sua professione e della sua tempra, poteva chiamarsi il beniamino della fortuna per essersi incontrato in chi facea terrore a tutti, il quale non è a dire che furore sentisse contro il tenore; un miscuglio di furore e insieme di disprezzo che gli facean desiderare di avere dinanzi il rivale, non per battersi con lui, chi mai poteva imaginarsi una simile ignominia! ma per pagarlo, a misura, come suol dirsi, di carbone, a colpi di scudiscio, di frusta, di bastone e di peggio, se di peggio ci fosse stato — perchè più che contro la propria moglie infedele, l'ira sua soffiava tutta come una fornace animata da un mantice contro il tenore; e se l'adagio vulgare che in tali frangenti assegna maggior colpa alla donna che all'uomo, era sulla bocca di tutti anche allora, egli tuttavia non voleva saper nulla di quel diritto per cui l'uomo può fare impunemente il cacciatore; — non ne voleva sapere e strepitava. Del rimanente un'altra ragione per cui era sì poco inclinato alla pietà verso di Amorevoli stava in ciò, ch'ei non era filarmonico punto, e aveva un orecchio così mal costrutto e anti-musicale, che per lui non c'era differenza tra una cadenza di Caffariello e lo zufolo d'un merlo. A dir tutto, non è certissimo che, pur andando pazzo per la musica, avesse potuto aprir le braccia al tenore protervo; ma in ogni modo, quella sarebbe sempre stata una ragione mitigante la collera. Infiammato continuamente da questa, egli erasi messo in viaggio per Venezia, senza veramente un progetto deliberato; ma con più propositi in mente, il più umano de' quali, aveva per intercalare scudisciate e bastonate.
Ma lasciando il conte, dieci ore dopo la partenza di lui, partì da Milano per Venezia la lettera di donna Paola Pietra, quella appunto ch'essa accennò al Parini. — La contessa Clelia la ricevette la mattina del giorno successivo a quello dell'arrivo d'Amorevoli, e fu spaventata quando lesse quelle parole: Credo che il conte V... abbia intenzione di venire a Venezia; e fu maravigliata, e nel tempo stesso consolata, quando pure vi lesse: A quest'ora il signor Amorevoli dev'essere a Venezia. La sera prima ella non aveva sentito a parlare di lui in nessun modo, talchè in quel momento ignorava tuttora il suo arrivo.
Ed ora dobbiamo tornare a Milano, e dar conto di più cose. La visita e le parole di Parini alla contessa Marliani aveano ottenuto il loro effetto, quello cioè di determinare il fratello di donna Clelia a recarsi a Venezia. — Il partito, il lettore se ne avvedrà facilmente, era stato preso un po' tardi, se mai il destino avea fermato di far succedere qualche sventura, ma la presenza di lui potea però tornar sempre di vantaggio. In ogni modo, per l'onore della famiglia, quel viaggio del giovine conte A... era un atto di dovere, e ciò bastava per far tacere il mondo e perchè egli fosse creduto un uomo di cuore.
Ma intanto che il giovine conte A... si affretta verso Venezia abbiam l'obbligo di recarci a prendere informazioni sullo stato delle cose relative al fatto di Lorenzo Bruni.
Il governatore conte Palavicino, messo in cognizione dell'indole genuina del fatto, mandò a chiamare il presidente del Senato; questi espose al ministro che essendo messo ad arbitrio del Senato stesso la misura della pena per la contravvenzione all'ordinanza sulle maschere-ritratti, e una tale misura essendo tassativamente determinata nell'ordinanza stessa dai sei mesi agli anni due, a seconda del caso; per quanto, disse il presidente, tutte le circostanze depongano a favore del costituito, pure non si poteva mandarlo assolto perchè la contravvenzione era stata compiuta; e solo era il caso di applicare al costituito la minor pena di sei mesi, che, giusta la più ragionevole interpretazione, era precisamente la misura voluta per la semplice contravvenzione materiale della legge senza intenzione criminosa. Il conte governatore parve soddisfatto di ciò, ma non già la Gaudenzi; la quale, allorchè le fu annunciata una tale determinazione, diede in lagrime disperate e si recò nuovamente da donna Paola, onde si degnasse accompagnarla di nuovo dal governatore. Era il caso di domandare non già la scrupolosa giustizia, ma una sentenza in via di grazia. Donna Paola parlò con eloquenza, la Gaudenzi sparse lagrime abbondanti; il conte Palavicino si sentì commosso, e quantunque veramente uscisse dalle sue attribuzioni, perchè l'autorità del Senato nelle vertenze civili e criminali era superiore a tutti, pure, trattandosi che l'ordinanza era sua, che forse aveva abbondato nella pena, mandò per un di più a chiamar di nuovo il Presidente del Senato e lo interrogò, ma affermativamente, se si potevano ridurre i sei mesi a due soli, e senza aspettar risposta, gli mise tra mano il rescritto, e lo pregò a dargli corso incontanente. Il presidente mostrò il rescritto in Senato, alcuni senatori strepitarono; altri, e forse n'avevano la loro ragione, applaudirono; il conte Gabriele Verri, che secondo l'indole sua avrebbe dovuto strepitare più di tutti, perchè guai a toccargli l'onnipotenza dell'autorità senatoria, non disse nè sì nè no, e finse d'aver tutt'altro per la testa; onde trionfò il partito dell'indulgenza e, invece di protestare contro quel rescritto com'era stato il pensiero di alcuni senatori, ne fu tosto spedito al Criminale la determinazione in estratto, perchè il capitano provvedesse a darle esecuzione.
E giacchè abbiamo toccato del Capitano di giustizia, non possiamo tralasciare di tener dietro ai preliminari del processo contro il lacchè Andrea Suardi, detto il Galantino, e ciò innanzi di gettarci fra i personaggi che da Milano passarono a Venezia; perchè abbiam bisogno di dar prima qualche cenno intorno alla pratica criminale nel ducato di Milano e di conoscere qualche accidente dell'interrogatorio fatto subire al lacchè, per essere poi in grado di dare giusto valore a ciò che accadrà in seguito.


IV


Alessandro Manzoni, nella Colonna infame, lavoro di breve mole, ma d'importanza grandissima, illustrò per tal modo la condizione della teoria e della pratica criminale nel ducato di Milano, che dopo di lui non è più possibile dir cosa nuova su tale argomento; e soltanto ci rimane a far le meraviglie, quando in taluni fatti avvenuti e prima e dopo l'epoca sulla quale ei scrisse il profondo suo commento, si scoprono le riprove di quanto per la prima volta egli annunciò agli studiosi della giurisprudenza e della storia, al fine di distruggere una credenza invalsa per l'autorità di uomini riputatissimi; la credenza, vogliamo dire, che le atrocità assunte per antica e troppo lunga consuetudine nella procedura criminale fossero suggerimenti de' così detti interpreti del diritto romano. Questa verità dimostrata dal grande scrittore, costituisce quel che si dice una scoperta; chè, è come una necessità naturale a quel sommo intelletto di far dono di nuove forme a tutte le sfere dell'arte a cui si è applicato, e di verità non sospettate prima, e di notizie peregrine o, per lo meno, di questioni nuove a quelle parti della scienza a cui ha voluto dare opera. Cento e più anni dopo l'iniquissima condanna degli untori, ovvero sia nel 1750 e per altri molti anni ancora, vigevano gli Statuta criminalia Mediolani; ed erano consultati ancora e studiati quei medesimi interpreti del diritto romano e del diritto comune che erano celebri al tempo della peste di Milano del 1630. Non v'era dunque nulla di mutato nè nella scienza, nè nella pratica; la prima non aveva avuto nessun uomo di genio e di coraggio che avesse potuto scoprire la verità tutta intera e prefinire colla sapienza della filosofia e collo scrupolo della morale i confini della giustizia; nella seconda non era penetrata nessuna ordinanza speciale a frenare la mano pesante del giudice; tuttavia, guardando i processi posteriori a quel troppo famoso della Colonna infame, se gli arbitrj sono sempre eccessivi e il poter discrezionale appar troppo corrivo in molte parti della procedura, non ricompajono più, per quanto almeno ne sappiamo noi, negli atti preparatorj della tortura... Vogliamo dire che non ricompajono più in quella maniera che si riscontra nel processo degli untori; chè, dopo, le formalità vennero seguite; e bene spesso appare essere stati consultati ed obbediti gl'interpreti, consultando ed obbedendo i quali, il Senato del 1630 avrebbe dovuto mandare assolti i presunti untori. Chi volesse dunque conoscere quali norme doveva tenere nel secolo scorso un giudice prima di sottomettere un imputato alla tortura, e tutte le condizioni che, non volendo varcare i limiti del dovere, si avevano a seguire per obbedire gl'interpreti della legge, assunti, per consuetudine diuturna ma pur sempre provvisoria, in autorità quasi di legislatori, non deve far altro che leggere il capo II dell'Appendice sulla Colonna infame. Là è dimostrato come la folla degli scrittori criminalisti non abbiano avuto altra intenzione che di restringere l'arbitrio del giudice, e di guidarlo secondo la ragione e verso la giustizia; là son riportate le generose invettive de' più celebri giureconsulti contro i giudici crudeli che si arrogavano il diritto d’inventar nuovi tormenti; là, per conseguenza, è provato come non solo debbasi togliere dalla testa dei giureconsulti interpreti l'odiosità che per tanto tempo le fu lasciata pesar sopra; ma si debbano anzi riguardare come i primi che iniziarono la via lunghissima delle riforme; i primi che, costretti a render ragione delle loro decisioni, richiamaron la materia a principj generali, raccogliendo e ordinando quelli che sono sparsi nelle leggi romane, e cercandone altri nell'idea universale del diritto; i primi che prepararono il concetto, indicarono la possibilità e, in parte, l'ordine d'una legislazione criminale intera ed una.
Le cose nuove, e le cose vere, e quelle che costringono la ragione a dir di sì, dopo averla collocata nel più giusto punto di veduta, sono tali e tante in quell'opuscolo, che lo si legge con sempre crescente meraviglia; alla quale vien compagna un'altra meraviglia, quando si considera che un tale opuscolo, perchè non conta molte centinaja di pagine, fu poco letto e peggio sentenziato; mentre altre opere d'altri autori, le quali assomigliano a' magazzini di Lambro pirata, pieni zeppi di roba rubata, sono spacciate per tutta Italia, anzi per tutta Europa, a togliere lo spazio che, pur troppo, manca ai libri ottimi! Ma questa digressione ha tanto a che fare col nostro libro, quanto col regno della luna, onde rientrando in casa, diremo ai nostri lettori, per dilucidare quel passo della stessa Colonna infame, dove, richiamando gli Statuti di Milano, è detto che essi non prescrivevano altre norme alla facoltà di mettere un uomo alla tortura, se non che l'accusa fosse confermata dalla fama, e il delitto portasse pena di sangue; diremo dunque che da queste ultime parole non bisogna lasciarsi trarre a credere che la tortura non si potesse infliggere che agli imputati di omicidio o d'alto tradimento: no, le categorie dei delitti portanti pena di sangue erano molte, anzi erano troppe, prova ne siano gli statuti criminali, dove alla rubrica De forma citationis, ecc., e al capo De tormentis, espressamente si dichiara che la tortura può essere ministrata «in Casibus infrascriptis videlicet: in crimine haeresis, sodomiae, turbationis pacifici Status domini nostri... crimine homicidii, assassinamenti, adulterii, veneficii, privati carceris falsitatis; schachi, seu robariae, furti, ecc.». Il che basta per dimostrare che il delitto ond'era imputato il lacchè Suardi era di quelli per cui gli statuti avevan decretato, all'uopo, l'uso della tortura.
Dalla materia giuridica venendo ora agli uomini che la professavano: dottissimo fra i giureconsulti milanesi era il conte Gabriele Verri, il padre del nostro Pietro. — Il diritto romano, gli statuti, le opere dei più autorevoli interpreti eran talmente famigliari a lui, che, nei casi dubbj, nelle controversie, egli citava a memoria e si diffondeva con facondia e con tutti i saliscendi della dialettica. Però gli ammiratori lo chiamavano la biblioteca ambulante del Senato; gli avversi lo chiamavano il sofista. Una testimonianza della di lui dottrina sono le Constitutiones decretis et senatusconsultis illustrata curante Comite Gabriele Verro; quibus accessit Prodromus de origine et progressu Juris Mediol., eodem Verro auctore, stampate a Milano dal Malatesta nel 1747. Ma è cosa strana a pensarsi che quell'uomo così dotto, e che aveva sotto mano, a dir così, il processo lungo e lento del tempo e i lavori interminabili dei legisti per cui la verità e l'assoluta giustizia si sforzavano a tentar il varco per uscire all'aperto, pur si mantenne sempre stazionario ostinato e quasi feroce nelle consuetudini vecchie; mentre il figlio suo, che applicatosi ad altri rami della scienza e dell'amministrazione pubblica, era di tanto men profondo di lui nella materia giuridica, ebbe tuttavia lo spontaneo intuito del vero e del giusto; — tanto nelle cose che interessano il bene dell'umanità, basta il sentimento a far trovare i rimedj! tanto, spesse volte, la dottrina soverchia e frammentaria, non rischiarita nè da un vasto concetto, nè dall'amore degli uomini, è impaccio alla scoperta del vero!
Per la sua qualità adunque di biblioteca legale ambulante, il senatore Verri, ogni qualvolta trattavasi di qualche fatto fuor dell'ordinario, complicato, inestricabile, veniva sempre consultato confidenzialmente, e come suol dirsi, in camera charitatis. Però se già era stato interrogato in prevenzione dal pretore e dal capitano di giustizia relativamente ai costituiti Amorevoli e Bruni, tanto più lo si volle sentire quando il lacchè venne catturato, e prima che lo si sottomettesse all'interrogatorio. Il nome del conte F... era già corso, il lettore lo sa, sulle labbra e del capitano e del conte Gabriele. Ma questi s'affannò a dimostrare che del conte non era punto a far parola, come se nemmeno fosse esistito, e ciò fino a tanto, ei soggiungeva, che ei non fosse stato messo innanzi espressamente dal costituito Suardi. Prima di aprire la procedura contro il quale, credette bene di sfoderare tutte le sentenze dei trattatisti, e specialmente quelle relative alla qualità ed alla quantità degli indizj necessarj per poter mettere un imputato alla tortura, ed ai limiti onde si doveva intendere ristretto l'arbitrio del giudice dall'osservanza scrupolosa del diritto comune; insistendo segnatamente sull'autorità del Farinaccio, dove questo legista raccomandava che il giudice deve inclinare alla parte più mite, e regolare l'arbitrio colla disposizione generale della legge e con la dottrina dei dotti approvati; e riferendo molti passi di quei giurisperiti che avevano stabilita la regola contraria a quella più comunemente ammessa sull'arbitrarietà dei giudizj. — Il Claro, il Bartolo, il Pozzo, il Bossi, il Marsiglio, il Casoni, oltre al Farinaccio, autore prediletto del conte Gabriele, furono fatti passare tutti innanzi alla memoria del marchese Recalcati, in via di conversazione amichevole e affatto casalinga, ma col fine di predisporlo all'indulgenza, all'indulgenza, s'intende, compatibile colla giustizia, e ciò con tanto più d'insistenza quanto più forte era la sua convinzione che il Galantino fosse il vero e materiale autore del delitto, e che un altro, interessato all'eredità del marchese defunto, fosse stato necessariamente la volontà occulta che aveva guidato i movimenti del lacchè.
Se il conte Gabriele Verri avesse vissuto cento venti anni prima, e fosse stato senatore, e fosse stato interpellato in prevenzione sul fatto degli untori; avrebbe sfoggiata quella medesima dottrina? avrebbe inculcata la scrupolosa osservanza del diritto comune? l'obbedienza alle norme raccomandate da' giurisperiti interpreti? avrebbe insinuata l'indulgenza? Non è facile a rispondere, se non aderendo a quanto fa osservare il Manzoni, che cioè nel 1630 l'universalità del pubblico credeva e voleva le unzioni, e pretendeva che l'autorità scoprisse il delitto; che per ciò era comune e prepotente l'interesse e del pubblico e della magistratura di trovare i rei laddove nel caso nostro l'interesse non è più comune; anzi da parte del Senato e della classe patrizia è quello di non trovare il colpevole; è una preoccupazione gelosa di far scomparire, se fosse possibile, tutte le pedate, a dir così, impresse nel terreno, seguendo le quali, si può giungere al punto donde il vero colpevole s'è mosso; è dunque il caso in cui l'osservanza scrupolosa di tutte le formalità degli statuti criminali, dei principj del diritto comune, della mitezza raccomandata dai giuristi; l'indulgenza, in una parola, può soltanto far sperare di raggiungere quell'intento... E in tal caso, c'è l'uomo di buona memoria e di gran dottrina che fa conoscere tutto ciò che la teoria legale raccomanda alla pratica, e che converte, dove precisamente meno occorre, in un sistema di prudenza guardinga e mite, un sistema di procedura che generalmente, pel modo onde il più delle volte veniva adottato, faceva spavento a tutti. Tanto è necessario che la lettera della legge sia precisa, inesorabile, geometrica, e che i codici scansino al possibile il bisogno dell'interpretazione, se si vuole che la giustizia non sia il balocco della dialettica ambidestra. — Ma veniamo al Galantino.


V


Abbiamo accennato che prima di lasciare in libertà il tenore Amorevoli si volle ch'ei vedesse il lacchè Galantino, dato il caso che ravvisasse l'uomo che egli aveva asserito di aver veduto fuggire e saltare il muricciuolo di cinta del giardino di casa V... Come ognuno può pensare, codesta non era che una misura di formalità, perchè non era probabile che Amorevoli potesse ricordarsi della figura d'un uomo che di notte gli era passato innanzi a gran fuga; nè, quando avesse dichiarato di riconoscerlo, la sua deposizione poteva essere attendibile. Del rimanente poi, Amorevoli, che aveva una gran smania in corpo di uscire all'aperto, non avrebbe mai dichiarato di ravvisarlo, anche se ne avesse avute in memoria le sembianze al pari di quelle di donna Clelia, come fece in fatti. Compiuto dunque quell'atto, s'incominciarono gl'interrogatorj, de' quali non sappiamo se di proprio senno, o per consiglio d'altri, il capitano di giustizia incaricò un nobile Paolo Tradati, auditore di mezzana capacità e notoriamente sprovveduto di quella acutezza legale e segnatamente criminale, onde una domanda gettata opportunamente al costituito, è come un randello scagliato a tempo tra le gambe di chi vorrebbe fuggire. Quell'auditore, onesto, corto, senza fiele, docile, era uno di quel felici mortali, che di quel tempo ed anche in altri tempi, e forse, chi sa mai, anche nel tempo nostro, sono destinati a far carriera, e d'uno in altro posto salgono, non si sa come nè perchè, provocando continuamente le dicerie del pubblico, il quale non sa che l'incapacità costituisce una preziosa capacità sui generis e un arme a più tagli, eccellente nelle mani di chi la sa adoperare. Tuttavia, in quanto all'auditore incaricato d'esaminare il lacchè, non creda il lettore che fosse privo d'ogni sapere e di qualche pratica forense; tutt'altro; vogliamo dire soltanto che tutti gli altri assessori ed auditori del capitano di giustizia ne sapevano più di lui ed erano acuti più di lui.
Chiamato adunque il costituito Galantino innanzi all'auditore criminale nobile Paolo Tradati, presente l'illustr. signor capitano di giustizia, gli fu domandato se sapeva la cagione per la quale era stato arrestato a Venezia per ordine dei Dieci.
Il Galantino rispose di no..., perchè il signor segretario del Consiglio non gli avea fatto motto nessuno, fuorchè dell'inchiesta dell'eccelso Senato di Milano.
Gli fu replicato, se almeno egli congetturava alcuna cagione.
— No, ripetè di nuovo il Galantino... perchè se avessi potuto aver motivo di temere per me... non sarei andato incontro ai fanti del Consiglio dei Dieci, quando gli ho veduti star fermi sulla porta della mia casa. Tuttavia, facendo il viaggio, m'è passato per la mente che m'abbian voluto arrestare a motivo dei giuochi d'azzardo, a cui mi recavo tutte le notti in un caffè remoto di Venezia.
— Come v'è potuto passare in mente un simile sospetto, se il segretario v'aveva detto che l'inchiesta veniva da Milano?
— Il come non lo so... ma il fatto è che mi passò per la mente... Del resto oggi capisco benissimo che ero pazzo a pensarlo... ma, quando non s'è fatto nulla per cui si abbia a temere la giustizia, nell'andare a tentone per cercare un motivo qualunque, si dà dentro spesso in una pazzia...
— Voi dunque potete ripetere che non sapete nulla affatto del motivo del vostro arresto?
— Lo ripeto, disse asseverantemente il lacchè.
Qui succedette un momento di pausa. L'auditore guardò il capitano di giustizia, il quale, disse solamente:
— Continuate.
— In che giorno voi vi siete recato a Venezia per la prima volta? continuò l'auditore.
Questa domanda era un colpo maestro... Il capitano stupì... come uno che vede un fiacco giuocatore di bigliardo a tentare un colpo riservato, e coglier bene la palla, e pensò fra sè stesso: Sta a vedere che costui oggi mi sfalsa per la prima volta...
— Rispondete, quando siete partito da Milano per Venezia?
— Il dì preciso non me lo ricordo bene... ma so che del carnevale di Venezia ho passato nove giorni, e là finisce al martedì, quattro giorni prima di Milano.
La risposta era più ancora da maestro. L'auditore guardò il capitano di giustizia.
— Come potete provare che voi eravate a Venezia prima del mercoledì grasso?
— Che cosa so io?... Da Milano sono partito solo, perchè avendo guadagnato assai al giuoco, m'è venuta la tentazione di recarmi in una città dove il giuoco si fa più largamente che qui... Sono partito senza dir niente a nessuno... e sono arrivato dove non conoscevo nessuno... Però io non saprei come trovare i testimonj...
— Che somma vi trovavate in saccoccia quando partiste da Milano?
— Cento zecchini veneti...
— In che luogo avete giuocato... con chi li avete vinti?
— In che luogo? in più luoghi... ai Tre Re, al caffè Demetrio, al Gallo... in Ridotto. In quanto alle persone... posso nominare il figlio dell'oste dei Tre Re, al quale ho guadagnato dieci zecchini; posso nominare il lacchè di Casa Isimbardi, al quale vinsi sei mesate, ossia l'importo di cent'ottanta lire milanesi; posso nominare il mastro di scuderia di casa Litta, al quale ho vinto quindici partite al tresette l'una dopo l'altra, ossia quindici zecchini... Ma la somma più grossa l'ho presa al Ridotto del teatrino... Non mi domandi però nè il nome nè il cognome di chi ha giuocato con me... perchè non lo so.... e chi mai domanda il nome a un forestiero che in teatro c'invita a giuocare?... Pure se costui fosse ancora a Milano, non c'è dubbio che lo riconoscerei, e sarebbe una fortuna per me, che così potrei far persuasa la signoria vostra illustrissima.
— Perchè vi preme tanto di persuadermi? Chi vi ha detto ch'io voglia farvi colpa dei denari che avevate indosso?... Queste parole mi fanno nascere dei sospetti.
— Vostra signoria illustrissima mi ha chiesto quanti denari avevo quando sono partito... Io ho risposto il vero, punto per punto... e siccome chi dice il vero, vuol essere creduto... così vorrei che alla S. V. ripetesse tale verità quello stesso che ha giuocato con me e che mi lasciò sul tavoliere sessantasei zecchini, ecco tutto.
— Voi, a Venezia, i rapporti parlan chiaro, vi eravate dato a far il ricco gentiluomo, con gondola e livrea e il resto. Come si poteva far tutto ciò con mille cinquecento lire di Milano?
— Molti dei nostri più ricchi patrizj non hanno più di duecento, più di trecento lire al giorno. Vostra signoria illustrissima vede bene che per dieci o dodici giorni chicchessia che voglia assaggiare la vita del gran signore ci può riuscire con mille cinquecento lire... Tutto sta a continuare... Questo è il difficile.
E l'auditore proseguiva:
— Voi asserite di non aver avuto che cento zecchini in tasca quando partiste per Venezia... ma da questi ricapiti e chirografi che il barigello si fece consegnare da voi, appare che sui banchi di Venezia voi avete messo a frutto più di trenta mila lire.
— Queste le ho guadagnate a Venezia, dove mi sono recato espressamente per moltiplicare al giuoco la somma che già teneva presso di me. Vostra signoria sa che il conte Barbò in una sera guadagnò quaranta mila talleri di Carlo VI. Al giuoco si fa presto...
— Ma perchè dunque mi dicevate che avete voluto provarvi a far il gentiluomo con cento zecchini; mentre potevate dirmi addirittura che non si trattava più di cento zecchini ma di trenta mila lire?
— Ho detto così per dire... Del resto vostra signoria non può credere ch'io volessi nascondere il fatto dei recapiti che tenevo presso di me, dal momento che ho dovuto consegnarli al barigello, e che sapevo ch'erano stati consegnati nelle mani dell'eccellentissimo signor capitano di giustizia... Ma ora domanderei licenza a vostra signoria illustrissima di fare una domanda?
L'auditore guardò in viso al signor capitano, il quale accennò di lasciar fare e dire.
— Parlate liberamente.
— Vostra signoria mi domandava un momento fa se io conoscevo la cagione per cui venni arrestato ed ho risposto che non ne sapevo niente, come non ne so niente; ora si contenti, signore, di lasciarmi domandare il motivo per cui oggi sono qui.
L'auditore finse di non intendere, fece pausa... e frugò in un fascio di carte da cui trasse un foglio che pareva una lettera spiegazzata, e la rilesse tutta attentamente senza dir verbo, poi continuò:
— Con quali persone del ducato o della città di Milano vi siete voi trovato nel tempo della vostra dimora in Venezia?...
— Con una sola.
— Con chi?
— Colla signora contessa V...
— Per quali ragioni vi siete recato a farle visita?
— Dirò tutto; per supplicarla ad avere la bontà di non interrompere una mia tresca che avevo con una giovinetta che le abitava dirimpetto.
— Come avete saputo che la contessa V... trovavasi , in Venezia?
— Era più difficile a non saperlo che a saperlo; tutti ne parlavano.
— Ma perchè avete voluto mascherare la vostra condizione in Venezia, e supplicare per ciò la contessa a non palesarvi?
— La mia condizione di lacchè non era favorevole per farmi aprir le porte delle prime case di Venezia, e nemmeno per entrar nelle sale del ridotto di san Moisè. Se la contessa mi avesse palesato, io avrei dovuto sottostare ad un avvilimento vergognoso; perciò la pregai di tacere, e di non mettermi in piazza e di lasciar vivere, se anch'essa voleva vivere.
— Perchè dite: se anch'essa voleva vivere?
— Ma chi non sa la storia della contessa, dal momento che tutta Venezia n'era piena? e appunto per questo le ho fatto intendere, rispettosamente, che badasse piuttosto a' fatti proprj, che non a guastare i fatti altrui. Anzi, sul proposito della signora contessa, giacchè essa ha tentato di rovinarmi...
Qui il Galantino si fermò di punto in bianco, spaventato dalla propria imprudenza, e diventò pallido come un panno lavato.
Il capitano di giustizia fece un atto di sorpresa; l'auditore guardò il capitano contento, come un pilota che dopo una lunga bonaccia, odora finalmente un fil di vento, e s'accorge che si può spiegar la vela.
— Come sapete voi che la contessa abbia tentato di rovinarvi, scrivendo sul conto vostro ad una persona fidata di Milano, e mettendo innanzi i sospetti che voi gli avete ispirati?
— Io non so nulla.
— Come non sapete nulla? Cosa vi disse la contessa quando vi siete trovato seco? badate a non dir la bugia, perchè qui c'è tutto... e mostrò una lettera.
— Cosa mi disse? molte cose mi disse.
— Dite tutto, alla buon'ora, continuò l'auditore che in quel giorno era più coraggioso del solito.
— Io non ho difficoltà nessuna a ripetere tutto il discorso...
— Le cose inutili mettetele da parte e rispondete a me. La contessa vi parlò del trafugamento di carte commesso nella casa del marchese F... nella notte del mercoledì grasso?...
Il lettore si accorgerà che l'auditore, se fosse stato più acuto e sagace, avrebbe potuto scansar tante lungaggini, e cominciare l'interrogatorio da questo punto principale... Buon per lui che il Galantino, per quanto astuto e destro, si lasciò accecare dall'ira momentanea e perdette la scherma: tanto è difficile a navigar sicuri nell'arduo mare delle bricconate.
— Sì, avete detto? continuava l'auditore... Come dunque avete potuto affermare, e, interrogato di nuovo, avete avuto la franchezza di ripetere che eravi ignota la causa per cui siete stato arrestato a Venezia e tradotto a Milano?
Il Galantino aspettò un momento a rispondere, poi disse:
— Torno a ripetere che quando V. S. mi domandò se conosceva la causa del mio arresto, in quel punto era lontano le miglia dall'immaginarla, e soltanto adesso comincio a capire qualche cosa ...
— Ciò è affatto inverosimile... e nelle vostre parole mal si cela una bugia.
— Una bugia? perchè? V. S. illustrissima mi perdoni.
— Se la contessa vi manifestò com'era caduto su di voi il sospetto del furto tentato e consumato in casa F… in che modo non avete pensato a questa circostanza allorchè foste arrestato?
— In che modo non lo so... Ma il fatto è che non ci ho pensato; perchè le parole e i sospetti della signora contessa non mi fecero nè freddo nè caldo. Chi è mai a questo mondo che può temere le conseguenze di quel che non ha mai fatto? E, a proposito della signora contessa, io mi sento in dovere di annunciare un fatto. Un fatto che potrebbe dare un filo, a chi ci ha l'interesse, di scoprire l'autore del delitto commesso in casa F...
— Che?
— V. S. mi permetta di parlare liberamente.
— Ve lo impongo.
— Sappia dunque la S. V. che la contessa V... era l'amante occulta del marchese defunto.
Qui ci fu un momento di pausa; il capitano e l’auditore si guardarono maravigliati.
— Come potete asserir questo? La contessa ebbe sempre fama di donna onesta, austera...
— Della fama io non so niente; guardo ai fatti, io; però chi ha potuto avere una tresca con un tenore... non c'è da restare balordi se potè intendersela prima con un marchese.
Il capitano e l'auditore si guardarono di nuovo e raddoppiarono d'attenzione.
— Io era lacchè in casa F... e queste cose posso saperle... Ma non è ciò che importa... Una sera, prima ch'io partissi da Milano, voglio dire molti giorni prima della settimana grassa... io passeggiavo a notte tarda, in Rugabella... due uomini camminavano innanzi a me… intenti a discorrere, e credendosi affatto soli... non abbastanza a voce bassa; diceva dunque l'un di essi: Io so che il marchese F... (il marchese F... allora era gravemente ammalato) ha lasciato nel testamento alla contessa V... la sontuosa villa che ha in Brianza. L'altro che ascoltava si fermò su due piedi, e disse: A questo modo è un mettere in piazza la contessa... Quasi quasi ci sarebbe da sospettare che ciò possa esser mai una vendetta del marchese contro il conte V... dal quale, per un alterco, venne insultato e ferito in duello. Ma qui non ho sentito altro, perchè que' due, accortisi d'una pedata, si tacquero tosto.
— Ma e che fa tutto questo?
— V. S. mi perdoni... ma se alla contessa potè mai trapelar qualcosa del testamento... è naturale ch'ella dovette desiderare che il testamento sfumasse per aria. La contessa non aveva bisogno delle ville del marchese... ma bensì che a tutti rimanesse celata la sua tresca vergognosa... Se dunque le signorie loro vogliono venire a capo di qualcosa... giacchè hanno voluto mandare ad arrestar me, sino a Venezia... me che non poteva avere, come non ho interesse nessuno nelle cose del marchese defunto... sicchè un tale sospetto mi fa venir voglia di ridere; mandino ad arrestare la signora contessa, e salterà fuori, lo scommetto, quel che si vorrà. La mia condizione è tale anzi, V. S. mi perdoni, che mi dà il diritto di pretendere che la contessa venga chiamata a Milano... Io che ho sopportato e sopporto la pena delle colpe altrui, il che non è giusto... V. S. perdoni questo sfogo alla mia infelice posizione...
L'auditore non disse nulla, e si volse al capitano, il quale dopo alcuni momenti di silenzio:
— Potete rimandarlo in carcere, disse. Per oggi basta.
Il Galantino fu ricondotto in prigione; il capitano e l'auditore, quando furono soli:
— A me par di sognare, disse l'uno. — Io casco dalle nuvole, disse l'altro...
Ma intanto che l'uno e l'altro attendono a riaversi dallo stupore, noi siamo sollecitati dall'amore che portiamo a donna Clelia, a dichiarare al lettore che tutto ciò che disse il Galantino era una sua perfida invenzione per vendicarsi della contessa... Invenzione però che fe' presa in giudizio, e fu occasione di una stranissima combinazione di cose, nella quale il costituito Suardi, tanto esperto giuocatore, non giuocò, di certo, la sua carta più fortunata.


VI


La condizione degli avvenimenti che abbiamo a raccontare è tale, che ci conviene viaggiare innanzi e indietro da Venezia a Milano e da Milano a Venezia, come un conduttore di diligenza. Intanto adunque che a Milano il Galantino sottoponevasi al primo interrogatorio, a Venezia il tenore Amorevoli aveva raccolte dal suo gondoliere quante notizie gli bastavano sul conto della contessa Clelia. Siccome il Bianchi, gondoliere, quando non era al servizio di lei, stava di consueto al traghetto del molo alla punta dell'isola della Zueca, così i suoi compagni del traghetto medesimo sapevan benissimo chi egli serviva di gondola in quegli ultimi giorni. Amorevoli adunque, per quanto avesse fatto interrogazioni prudenti e velate, venne pure a conoscere ogni cosa, e della casa ove essa alloggiava, e della famiglia che la ospitava ed anche delle corse che da qualche giorno ella solea fare a diporto lungo il Canal grande; perchè il Bianchi, spiccandosi ad ora tarda dal suo posto, ove stava il più della giornata facendo versi sotto il felze negli intervalli di riposo, aveva detto più volte:
— Ora andiamo a prendere la nostra bella lombarda.
Però volle anch'egli il tenore recarsi tra l'altre gondole in canale per vedere se mai gli venisse fatto d'incontrarsi in quella della contessa. Lo scontro potea benissimo succedere, senza che fossero turbate le leggi del possibile o del probabile, ma il caso volle che per quel giorno non se ne facesse nulla, e giuocassero quasi a chi si fuggiva; e anche allora che furono a pochi tratti di distanza, là verso santa Chiara, l'uno non avesse sentore dell'altra, e buona notte. Tornò dunque all'albergo e là, messosi in tutta gala, si portò poi, sempre intendesi in gondola, a far visita al corregidore Pisani, che aveva la sorveglianza de' teatri di musica, e dal quale eragli stato fermato il patto di sei sere di recita a quello di san Moisè, perchè solea tenersi chiuso in primavera ed estate l'inallora maggior teatro di san Cassiano. Recatosi da quel ricco patrizio, fu accolto come si poteva accogliere un celeberrimo artista di canto in un tempo in cui la musica era tenuta necessaria come l'aria e l’acqua. Il tenore si scusò del ritardo, dandone cagione a' fatti imperiosi, che il patrizio veneziano, sorridendo, accennò di sapere benissimo, e si dichiarò pronto ad incominciare i suoi impegni.
Il corregidore gli disse che il teatro sarebbesi aperto fra poco perchè dovevasi attendere anche la ballerina Gaudenzi, la quale avea fatto scrivere, le si concedessero alcuni giorni prima di partire da Milano.
— Ed ora, caro mio, ho a supplicarvi di un favore, soggiunse il conte.
— Vostra eccellenza mi comandi.
— Domani sera, a festeggiar l'arrivo del conte Algarotti, do un'accademia di musica a cui interverrà tutto il bello e il buono che abbiamo in Venezia, e molte preziosità che ci son capitate di fuori. Voi avete ad essere tra queste, e dovreste, se non pretendo troppo, cantare una scena, un'aria, che so io, un madrigaletto, qualche cosa insomma; v'è qui Luchino Fabris, l'imitatore di Egiziello, che vuol sentirvi; e nientemeno che la moglie di Hasse, la celebre Faustina, venuta per certe sue faccende di famiglia dalla Germania; la Faustina, ora matura fin troppo, ma che, cantando di agilità, è ancora capace di passar sedici crome in una battuta. V'è qui poi la Turcotti, che voi dovete conoscere perchè mi parlò di voi con entusiasmo tale che parrebbe oltrepassare persino i confini delle crome; e il conte sorrideva. E poi c'è il mago, il gran mago dell'archetto, quel diavolo di Tartini, che v'ha sentito e vuol risentirvi. Dunque, se mai vi bastasse l'animo di dir no, dovrei credervi un uomo ben inflessibile...
— Il vostro desiderio, eccellenza, basta perch'io m'induca a far ciò che di solito non faccio di buona voglia; perchè, prima di farmi sentire in camera, amo che mi si conosca in teatro...
— Vi comprendo benissimo, e tanto più vi ringrazio; ma io so, e me lo disse più d'uno, che voi siete padrone dell'arte in modo, che la governate a vostro arbitrio e in camera e in teatro. Dunque v'attendo domani, così verso le quattro di notte...
— Io vi sarò senz'altro... e Amorevoli si licenziava, il quale non avrebbe certo accettato di far la sua prima comparsa in Venezia a quel modo, se non lo avesse sollecitato la brama di vedervi la contessa. In questo pensiero, giacchè erasi fatto tardi e per quella notte ei non sapeva in che luogo ridursi di Venezia, ritornò al suo alloggio allo Scudo di Francia. Là, giacchè l'albergatore gli aveva fatto portare in camera, siccome ne avea avuto l'ordine, una spinetta da nolo; trasse dal baule la sua biblioteca musicale portatile, e si mise a sfogliazzarla, onde cercarvi qualche cosa che potesse fare all'uopo per l'accademia del giorno successivo. Un'aria della Merope di Jomelli, per la quale il celebre napoletano tre anni prima aveva fatto impazzire tutta Venezia e gli era stato offerto un posto di direttore nel Conservatorio delle fanciulle povere; un'altr'aria dell'Achille in Sciro dello stesso maestro; l'aria celeberrima dell'Olimpiade di Pergolese, che già l'udimmo cantare nelle carceri del Pretorio a Milano. Un grande recitativo dell'Artaserse del Vinci, il maestro perfezionatore dei recitativi obbligati. Alcuni madrigali dell'abate Steffani, passato da Venezia in Germania ad educarvi Haendel, il quale si assimilò le più care imagini melodiche del maestro, e infuse per tal modo la psiche italica nell'astrusa compagine germanica; alcuni altri celeberrimi madrigaletti dell'abate Clari, sposati per lo più a giuocherelli di poesia erotica, ma squisitissimi di stile melodico. D'una in altra cosa, Amorevoli cominciò a provare qualche frase sottovoce, accompagnandosi alla spinetta; ma quando dalle arie passò al recitativo di Vinci, la musica declamata eccitandolo ad entusiasmo, gli fece mandar fuori tutta la sua voce piena, come se fosse alla ribalta d'un grande teatro.
Era la terza volta che Amorevoli riprovava una nota tenuta, un sibemolle prodigioso, alla risoluzione del sublime recitativo di Vinci, quando sentì batter crudamente alla porta della camera. Interrompere chicchessia, foss'anco l'uomo il più placido, nel fitto d'un'occupazione a cui mette tutto l'interesse e tutta l'anima, è il vero segreto di farlo prorompere in atti d'ira, di quell'ira che è deposta in petto a tutti i mortali anche i più linfatici, non essendovi differenza che nella dose. Amorevoli aveva avuto dalla natura una dose d'ira, come suol dirsi, normale, ma gli era stata accresciuta dalle suscettività teatrali e dalle diverse liti cogli impresarj, e dalle controversie coi vestiaristi, sempre incapaci ad accontentare un cantante; per di più essendo romano, da Transtevere, dov'era nato, aveva portato seco ne' suoi viaggi tutti que' modi risoluti e troppo espressivi onde quella frazione di popolo sa imprecare più di tutti i popoli del mondo. Quando adunque si sentì rotto in due il suo preziosissimo sibemolle da quell'importuna picchiata, mandò fuori una di quelle tali frasi, e in quel tono acuto e vibrato che gli era rimasto in gola... e nel tempo stesso andò ad aprire. Era un servo in livrea, con baffi, distintivo rarissimo in quel tempo, e che per lo più soleano portar coloro che, dopo aver servito a lungo nella milizia, si riducevano a mestieri ed a servigj comuni della vita, press'a poco come al tempo nostro, in cui quanti hanno portato sciabola o fucile al reggimento, o hanno inforcato un arcione, serbano nell'aspetto qualche marchio indelebile, pel quale si può quasi indovinare se furon soldati di cavalleria o di fanteria. Quel servo pertanto, con un accentaccio lombardo e con parole nelle quali, per indefinibili combinazioni, si sentiva un'incondita fusione di Milano, di Spagna e di Veneto:
— Il mio padrone, disse, è stracco, e vorrebbe dormire, e gli danno gran noia i vostri gridi. Però uomo avvisato, mezzo salvato.
A quell'intemerata così improvvisa e così villana, Amorevoli s'accontentò in prima di guardare quel servitore con tutto il veleno che gli potea schizzare dagli occhi, poi soggiunse:
— E chi è codesto capo di popone che ti dà simili incarichi? Esci tosto, o non avrai tempo di contare i gradini di questa scala, tanto di fretta io te li farò fare. — E senza più, richiuse i battenti dell'uscio sulla faccia del servitore, e rimessosi alla spinetta, tornò al suo recitativo, azzardando un do sopracuto di petto, che parea voler trapassare il soffitto della camera...
Ma chi era quel servo, e a nome di chi veniva? Già noi non intendiamo di fare una sorpresa; son cose presto indovinate. Lo Scudo di Francia era allora tra' più sontuosi alberghi di Venezia. Il conte V... ch'era entrato la sera in città, in quella barca precisamente della quale la contessa Clelia, non presaga di nulla, aveva veduto alla lontana luccicare il fanale, era disceso a prendere alloggio a quell'albergo appunto, e in compagnia del suo più fido servo, il quale era già stato suo caporale al reggimento. Preso uno degli appartamenti più ricchi dell’albergo, abitava il piano superiore a quello ove Amorevoli s'era acconciato. La combinazione può parere strana per coloro a cui tutto riesce improbabile. Ma il tenore non era poi obbligato a prendere alloggio in una bettola, e il conte, per quanto fosse conte e colonnello, non aveva diritto nessuno di alloggiare nelle camere del Doge. Onde se si trovarono ambedue in quell'albergo, la cosa è tanto verosimile, che quasi sarebbe inverosimile la sua contraria. Ma di ciò non è questione. Il conte V... era dunque venuto a Venezia con intenzioni terribili... in questo almeno era logico: o non muoversi affatto da Milano e bever l'onda di Lete, ciò che invero sarebbe stato atto prudentissimo, chè il suo decoro, non ne andava di mezzo per nulla; o, giacchè erasi mosso, doveva averlo fatto per qualche cosa. Lungo il viaggio aveva meditati, come sappiamo, o almeno come si può congetturare, cento progetti, che tutti gli pareano eseguibili e tosto: ma appena furon tolte le distanze, che a lui erano sembrate il solo ostacolo all'ira sua ed alla sua vendetta, se gli rimase l'ira, si trovò impacciato sul modo di scaricarla agli altrui danni. Bastonare, frustare, sfregiare in qualche modo l'effeminato e petulante e plebeo cantore, com'esso lo chiamava, era il voto supremo della sua mente in ebollizione, ma bisognava pure che si presentasse un'occasione. Bene si ricordava dello sfregio fatto a Voltaire da quel tal duca irritato dalle sue punture; ma cogliere un uomo all'impensata e farlo bastonare da mani prezzolate gli pareva un'azione vilissima, e indegna di cavaliere e di soldato. Dovevasi pertanto cogliere un'occasione plausibile; ma per coglierla era necessario che l'occasione venisse e spontanea e tale, che il mondo potesse dire: — È giusto che colui sia stato bastonato. — E in quanto alla contessa?... Ahimè, che pensando a lei il colonnello si smarriva in un abisso di dubbj.
Ei non era nè determinato, nè focoso, nè innamorato, nè geloso come Otello. Non era assassino come Pietro de' Medici; non efferato come il duca di Guisa; non era cupo e taciturno come Nello della Pietra; non longanime come il Lopez dalla vendetta segreta; bensì in quel suo testone di ceppo e in quel suo cuoraccio da galantuomo era una miscela di tutti questi ingredienti. Ma val più una goccia di acido prussico a produrre i subiti effetti, che dodici elementi che si faccian guerra a vicenda; onde egli si affannava senza costrutto e senza mai sapersi determinare a cosa nessuna; al pari del tenore Amorevoli aveva anch'esso, in quella sera, pagato lautamente, se non un gondoliere, un servitore di piazza, per sapere tutto quello che gli occorreva di sapere; nè per questo i denari erano stati mal spesi; col verboso cicerone era stato in gondola a visitare i luoghi, il rio san Polo, il palazzo Salomon, la scalea, la finestra, la porta del lato della calle, tutto. Ma più raccoglieva notizie e mezzi, insomma più innoltrava nella via ch’egli aveva cercato, e più crescevano le sue irresoluzioni. Se non che, nel fitto appunto di quelle sue accalorate consulte, sente un suono di spinetta di sotto a sè, poi un cantare sommesso, poi una voce che si snoda e si alza, e si diffonde in vibrazioni acute.
Gli pare e non gli pare; chiede a sè stesso: chi è mai costui? e, chiamato il servitore, fa domandare il cameriere.
— Chi è costui che a quest'ora grida come se fosse in teatro?...
Il cameriere mal comprende, non tanto le parole del conte, quanto il piglio sdegnoso onde le pronuncia.
— Eccellenza... è uno dei più celebri cantanti del giorno... Tutti i forestieri che alloggiano qui... son discesi tutti nel salone che è presso le sue camere, per sentirlo più dappresso, e tutti fanno le meraviglie e vanno in solluchero, e si chiamano fortunati d'essere venuti ad alloggiare qui, e poterlo udire prima che canti in teatro, chè egli è la prima volta ch'ei ci capita a Venezia.
— Ma chi è dunque?
— È il tenore Amorevoli, per servirla.
E il conte che già ne avea un sentore, non fece atto di meraviglia nessuna; e rivolto al servo-caporale ch'era lì presente:
— Va tosto abbasso, gli disse, e di' a costui che a quest'ora altri dorme qui, e non vuol essere messo in soprassalto da' suoi strilli.
Il cameriere s'intrometteva per impedire un tale atto, ma il conte-colonnello:
— Va dunque, ruggì al servo-caporale, e bada di non far complimenti. Parla chiaro e risoluto... e se non obbedisce la vedremo.
Il servo, come sappiamo, fece quel che fece, ma quando venne respinto dal tenore, non sapendo che risolvere, perchè di fuori erano molti camerieri che adocchiavano, risalì agli appartamenti del padrone a riferirgli la risposta... Il conte stava in ascolto... quando gli giunse all'orecchio quel do di petto sopracuto che lo fece spiritare, onde, senza rispondere, discese precipitoso e formidabile, come un orso che affamato si rotola dal monte se mai gli venga veduto un giovenco sbandato alla campagna. Discese e bussò sì forte, che Amorevoli dovette aprire... e si vide innanzi, non certamente aspettato... il conte grande e grosso e fiero, il conte che molte volte dalla ribalta aveva veduto in palchetto.


VII


Che la vista improvvisa del conte V... facesse un'ingratissima sorpresa ad Amorevoli, ognuno lo può credere senza fatica. Si scolorò nel viso, fece un passo indietro perplesso, e, in una parola, mostrò di fuori tutti i segni di chi si lascia cogliere dal timore; ma tutto dipendeva dalla sorpresa.
— Or che si fa? gli disse il conte.
È così vero che l'effetto della musica deriva tutto dal colorito, che quella domanda del conte, per sè stessa così semplice, fece avvicinare di qualche passo all'uscio della camera d'Amorevoli i camerieri che si trovavano là presso e i forestieri ch'eran discesi, chè l'inflessione della voce e l'accento fece parer terribili quelle pur così insignificanti parole.
Un momento di riflessione però era bastato perchè Amorevoli si rimettesse, come suol dirsi, in sella, onde a quella domanda del conte:
— Si canta e si suona, rispose.
— Fango salito in scanno, al cospetto di chi credi tu di trovarti?
— Al cospetto di chi meriterebbe discendere dallo scanno nel fango.
Il conte fece un passo innanzi, e la mossa fu tale, che i camerieri accorsero e lo trattennero.
— Ma, disse allora Amorevoli, che pretendete da me, signor conte? Con che diritto vi siete fatto lecito di mandare ad insultare un uomo dabbene? Io sto nella mia camera, io attendo a' fatti miei e all'arte mia, e se momenti fa colla voce potevo ferire l'orecchio altrui, pregovi a pensare che non è mezzanotte e siamo in Venezia, e di quest'ora gli è come si fosse di mezzodì, in un'altra città. Le costumanze, i convenevoli, i riguardi li conosco al pari di chicchessia. Se mi aveste mandato a pregare coi modi del gentiluomo, meno male, vi avrei esaudito; ma invece quel vostro domestico si comportò di maniera, che fu assai se non l'ho spinto rotolone giù per la scala. Del rimanente, se in poco o in nulla vi credete offeso, io son qui pronto a darvi qualunque soddisfazione.
— E quali soddisfazioni mi puoi dare tu?
— Quelle dell'uomo onesto in faccia a chi vuol dar spettacolo di coraggio.
— Ma giacchè ti vanti di conoscere i convenevoli e le prammatiche, non sai tu, istrione vilissimo, ch'altri offende se stesso misurandosi co' pari tuoi?
— Pari o no pari, questa la xe ona prepotenza da sior Lelio...
Chi diceva queste parole era un giovane di vent'anni, poco su poco giù, il quale vestiva l'assisa di soldato di marina. S'era trovato là ad udire insieme cogli altri forestieri; ed avendo preso notizia del fatto, e parendogli quella del conte un'insopportabile soperchieria, non potè più contenersi, e strillò quelle sue parole con fremebonda concitazione. Il conte si volse, e:
— Chi m'interrompe? disse.
— Angelo Emo, nobile di nave, disse il giovine uscendo dal crocchio, e saettando la sua giovane pupilla nella pupilla torva del conte.
Era esso davvero quell'Angelo Emo, il futuro assediatore di Tunisi, colui che gloriosamente doveva chiudere la serie degli ammiragli della serenissima repubblica. Di quel tempo, uscito appena dalla istituzione del Bilesimo consultore della Repubblica, del padre Lodoli, altro consultore, e del celebre Stellini, era entrato da pochi giorni nella carriera marittima, nella qualità appunto di nobile di nave, tirocinio che si faceva durare quattr'anni, col saggio intendimento che i giovani alunni unissero la pratica alla teoria. Di que' giorni egli stava coll'equipaggio lungo le coste dell'Adriatico, e avendo sentito com'era aspettato a Venezia il conte Algarotti, che fanciullo egli aveva conosciuto nella casa paterna, impetrò dal capitano di nave il permesso di venire a Venezia; e siccome il padre, per essere riformatore degli studi, stavasi a Padova colla famiglia, egli avea preso alloggio all'albergo dello Scudo di Francia.
— Or come c'entrate ne' fatti altrui? disse il conte al giovine soldato.
— Quand'uno offende un altro senza ragione e con violenza, tutti hanno diritto d'immischiarsi ne' fatti dell'uno e dell'altro. In conclusione, che v'ha fatto quel signore? Chi mai poteva imaginarsi che la musica vi dovesse far abbaiare alla luna come un cane da presa? O quel signore v'ha offeso, o voi avete offeso lui... Fin qui non c'è nulla di straordinario. Ciò che v'ha di strano si è ch'egli si dichiari disposto a darvi ogni soddisfazione... e voi la rifiutate. E che vorreste dunque?... ch'egli si ammazzasse per rispetto alla vostra corona di conte?
— Ragazzo, bada, ch'io non torca su di te l'ira che mi venne da lui!
— Ed ora son io che vi chiedo soddisfazione, signor conte!... Or non vi può soccorrere la scusa della mancanza di parità fra noi... Voi siete conte ... lo credo perchè lo sento a dire, e poco me ne importa ... In quanto a me... i miei avi furon reggitori di quest'isole quando primamente si congiunsero a città. Piero Emo fece prodigi di valore nella battaglia di Chiozza. Altri si onorarono in ambasciate e in magistrature. Molti di quelli che sono qui presenti sanno chi sono, e ponno fare testimonianza di ciò... però raccogliete questo guanto.
E il giovinetto generoso, levatosi il guanto di daino, lo gettò al piede del conte V... che lo raccolse e soggiunse:
— Sta bene. Or pensate al resto, perch'io non son di Venezia, e non posso scegliermi i padrini in una città che non conosco.
Il lettore si ricorderà d'aver veduto qualche volta addensarsi un terribile temporale al di sopra di un tratto di territorio, e d'aver detto in cuor suo: non vorrei aver io il mio grano e le mie vigne colà; ma d'improvviso il vento cangiar direzione alla procella stessa, e portar lo schianto della gragnuola in quelle parti invece su cui alcuni momenti prima il cielo si distendeva sgombro e tranquillo.
Quando il conte V... feroce e bestiale discese precipitoso a percuotere con violenza la porta della camera d'Amorevoli, scommettiamo che la metà almeno dei nostri lettori avranno ripreso fiato per assistere alla truculenta scena del tenore fracassato e morto. E di fatto, una parola, un gesto di più, qualche cameriere di meno, più radi forestieri e più placidi e prudenti, una sola insomma di tali cause potea bastare a far iscattare la molla d'una catastrofe tragica...
Ma invece un fil di vento e poche parole in dialetto veneziano valsero a cambiar la direzione delle cose. — Omnia sunt hominum tenui pendentia filo; e se Amorevoli potè scampare dal pericolo, per verità che quasi aveva l'obbligo di far cantare un Te Deum in San Marco.
Del resto, in una relazione storica, scritta nel secolo passato da un Cadorin padovano, dove è parlato di Angelo Emo, è riferito codesto fatto del duello ch'egli ebbe nella sua prima giovinezza con un nobile lombardo.
Ed ora tornando a noi, quando il conte V... ebbe raccolto il guanto, il giovine Emo, con quella delicata cortesia che accusava in lui e mente e cuore fuor dell'ordine comune, disse, rivolto ad Amorevoli:
— Mi perdonerete, signore, se io ho voluto per ora togliervi di mano il fioretto. Ma al tempo non manca mai il tempo.
— Per me sono sempre disposto a ripigliare il vostro, quando l'abbiate adoperato. La mia nobiltà sta nell'arte mia e nella mia vita senza rimproveri. Quando il conte accetti, io sono sempre qui ad attenderlo.
Il conte non fece motto. Angelo Emo soggiunse qualche altra gentilezza ad Amorevoli, poi scambiate alcune parole con alcuni amici che gli stavano intorno, due di questi si mossero ed accostatisi al conte V...
— Adesso, gli dissero, giacchè noi per parte del nobile Emo lo assisteremo sul terreno come padrini, voi sceglierete i vostri fra que' quattro gentiluomini là, che sono parati ai vostri comandi, e intanto ci ritireremo a trattare del come e del dove.
Così tutti si ritrassero, mentre Amorevoli si rinchiuse nel suo camerino.
E intanto noi balzeremo da questa notte alla notte successiva per assistere, nel palazzo Pisani, alla lanterna magica, dove si vedranno a passare l'un dopo l'altro i letterati, poeti, i pittori, i musici,


Le donne, i cavalier, l'armi, gli amori


onde in quel tempo Venezia brillava fra le città d'Italia. Nè ciò sarà fatto a caso, perchè colà si offriranno forse le occasioni per isciogliere nodi a cui il lettore probabilmente tien l'occhio.


VIII


Due palazzi egualmente celebri, che portano il nome dei Pisani, vi sono in Venezia; quello a San Paolo, che ha la facciata rispondente sul Canal grande; e quello in Campo San Stefano. Il primo, appartenente a quello stile archi-acuto veneziano che ha per distintivo caratteristico il foro quadrilobato interposto agli archi, ma che nei pilastri bugnati e nel basamento accenna alle prime transazioni tra l'arte del medio evo e il ritorno dello stile romano, è lodato per l’eleganza nativa dell'ordinamento generale del primo stile e la felice libertà degli innesti del secondo. Ma il palazzo Pisani di San Stefano è bestemmiato dalla critica più recente, che lo chiamò un'insignificante montagna di pietre sagomate. Ognuno ha i suoi gusti, e noi, sebbene troviamo pessima di stile la facciata di questo palazzo, giudichiam d'altra parte degnissima di meraviglia la gigantesca grandiosità di tutto l'edificio; i cortili a molti piani di poderosa struttura, le scale, gli appartamenti, le sale che ancora oggi, pur nel tristo abbandono in cui giaciono, fanno rimpiangere allo spettatore quell'avito splendore ove al tempo nostro è infranta affatto la tradizione. Nelle opere dell'arte, segnatamente dell'architettura, la grandiosità dell'impianto e l'audacia del concetto sono elementi che non ponno essere disprezzati, bastando soli a dare importanza agli edifizj. La miscela di più forme, i giuochi di parole, i bisticci, le freddure onde pur sono offese le composizioni drammatiche di Shakespeare, non tolgono ch'egli giganteggi su tutti coloro che non straripano perchè non hanno fantasia che rigurgita. D'altra parte quella miscela ha un valore, se non per l'arte almeno per la storia di essa, almeno per le significanze ch'ella serba in molte parti della storia generale. I drammi di Shakespeare sono l'enciclopedia storica della grammatica inglese, chè cento autori portarono le diverse loro acque a quell'oceano; e il medesimo può dirsi di alcune opere dell'edilizia, fatte innalzare da più volontà e da ingegni diversi, che serbano le varie impronte dei tempi in cui hanno operato; onde se il gusto squisito, contemplando il tutto, si offende, non essendo preoccupato che delle linee e delle forme; l'intelletto abbracciando invece più elementi, non resta offeso dalle forme imperfette, perchè si lascia preoccupare dai varj significati che offre l'edificio. Nel vetusto San Marco, la meraviglia massima delle meraviglie veneziane, è una mescolanza di tutti gli stili e di tutte le idee che quegli stili, secondo alcuni, dovrebbero rappresentare — l'arte cristiana vi transige colla pagana, le incondite stranezze dell'impero basso contaminano spesso i simboli cristiani, la cupola orientale gira sugli archi latini, la colonna greca posa sulle costruzioni bizantine. — La critica inesorabile che è fida al bello assoluto e lo trova nella sola unità poderosa, s'indispettisce di tali mescolanze; ma v'è quell'altra critica più grande, più intellettuale, più liberale, che trova quell'edificio d'un valore inestimabile, per le sue varietà appunto, e perchè l'architettura essendo un libro di granito, come disse il poeta, tanto più quel libro è prezioso, quanto più fatti ricorda della storia di un popolo. Tutte queste nostre chiacchiere vorrebbero dire che anche il grandioso palazzo Pisani, imperfetto, difettoso, senza carattere deciso, ha un merito, se non in faccia alla critica dell'arte, in faccia a quella della storia, e che per ciò i Pisani che lo hanno fatto innalzare e continuare, non hanno mal speso i denari, come taluno ha detto. Cominciato alla metà del 1500 dal Sansovino, fu compiuto quasi due secoli dopo dal vicentino Frigimelica, onde codesto edificio, esaminato in tutte le sue parti, presenta tutte le vicende della grandezza veneziana negli ultimi suoi secoli, e dei trapassi del gusto, rappresentati da vari architetti. Che se anche oggi, pur nell'abbandono in cui è lasciato, serba ancora qualche significato, si figura il lettore quel che nel secolo passato dovesse parere al visitatore intelligente, in uno di quei giorni in cui la ricchezza del proprietario Alvise Pisani lo apriva alla folla dei patrizj e delle altre classi distinte; quel che dovesse parer nella notte in cui lo dischiuse per festeggiare l'arrivo del conte Algarotti, il quale in quel tempo, per straordinario beneficio di fortuna, sedeva re di tutti i regni delle scienze e delle arti. Erano le tre ore di notte; risplendevano tutte le finestre della facciata che guarda il Campo San Stefano. Le due statue oziose, che stanno a' fianchi della maggior porta, avevano avuto anch'esse in quella sera l’incarico di portare un gran fanale sulla testa; risplendeva tutto il lato del palazzo che guarda il rio; e più servi con torcie a vento stavano sulle due scalee per cui si ha accesso al palazzo da quella parte appunto; era tutta illuminata la lunga calletta per la quale il palazzo ha una comunicazione col Canal grande, sulla scalea della quale stavano pure altri servi con torcie a vento per ajutare lo sbarco dalle gondole accorrenti. Dalla parte del campo venivano a frotte di due, di tre, di quattro gentiluomini e gentildonne, preceduti dai servi col lampione. Il Canal grande, per quanto spazio misura la linea di due o tre palazzi, era tutto pieno di gondole con gondolieri schiamazzanti ad aprirsi la via, chi verso l'approdo della calletta, chi verso il rio interno. Gl'invitati che veniano dal campo, s'incontravano nell'atrio con quelli che arrivavano dal rio; e quand'erano forestieri o veneti di terra ferma, si soffermavano a guardare il leone rampante scolpito, che era lo stemma di casa Pisani, colla spada da un lato, la mazza e l'elmo dall'altro; e i fanò delle galeazze che già avevano rischiarate le vittorie del glorioso Vittor Pisani. Tutti costoro poi si incontravano nell'ultimo cortile con quanti vi approdavano dal canale, e insieme salivano lo scalone e, d'una in altra anticamera, entravano nella maggior sala, la cui vôlta, dipinta dal Guarana, è sorretta da molte colonne corinzie, oggi mostranti il gretto legno, allora tutte splendide d’oro nel capitello, nelle scanalature, nella base.
In quella sala v'era uno scompartimento apposito per l’orchestra e pei clavicembali.
L’accademia, dovendosi incominciare ad ora più tarda, la folla dei visitatori traeva di sala in sala ad ammirare gli sfoggi straordinarj di quel palazzo e di quegli appartamenti: i dipinti di Tiepolo, del Tiepoletto, del Canal, del Rizzi, del Cignaroli; i damaschi, i sopraricci, gli arazzi della fabbrica privilegiata, allora celebratissima, delle sorelle Dini, le quali ritraevano un assegno annuo dalla stessa Repubblica. E segnatamente si trattenevano ad esaminare a parte a parte le ricchezze d'ogni guisa che risplendevano nella così detta sala d'Apollo dipinta a chiaroscuro dall'Amigoni bergamasco. Se non ci tormentasse la noja delle descrizioni, onde amiamo dipingere a sguazzo con pennello scenografico e in istile piazzoso, piuttosto che col pennello minuto dei Fiamminghi, vorremmo riprodurre così al vivo il palazzo Pisani di dentro e di fuori in quella serata musicale, che il lettore dovrebbe confessare che oggidì per questo lato la ricchezza par miseria; e quando pure dà il caso che taluno voglia sfidare il passato per superarlo, non riesce che ad essere la scimia che imita il padrone, e provoca il riso invece della meraviglia; perchè c'è una cosa, che distingueva i nostri buoni vecchi, ed è l'armonia che univa la loro persona e i loro vestiti colle proprie abitazioni, le suppellettili, gli addobbi, le tappezzerie, gli ornati, le pitture onde si circondavano. Oggi invece il cilindro del secolo decimonono copre una testa colla barba di Carlo V, o i mustacchi a coda di topo di Tamerlano. Oggi il monotono e gretto frack di panno nero, e i calzoni attillati del marito, si smarriscono nelle volute e nelle sinuosità del guardinfante risuscitato dalla moglie ingrossata. Oggi il signore sotto i soli d'Italia porta il soprabito di guttaperca, che ci fa sentire il ribrezzo delle nebbie inglesi impregnate di filigine; mentre poi sul serpe della carrozza parigina il cocchiere reca l'impronta di una vecchiezza anticipata sotto la parrucca a tre giri del senator Tredenti; e nelle case la stessa sconcordanza perpetua, e negli addobbi e negli ornati sempre una ricchezza senza logica e che rinnova l'immagine oraziana del mostro equino.
Rifacendoci coi nostri personaggi, a tre ore di notte Amorevoli portossi al palazzo Pisani, dove s'incontrò in Luchino Fabris, musico di gran merito, imitatore fortunato del celebre Egiziello. Essi eransi trovati insieme viaggiando più volte, e avevano stretta amicizia; ma, per combinazione, non eran mai stati scritturati a cantare insieme nè in un medesimo teatro nè in una città medesima, onde si conoscevano per fama, e avevano il desiderio di sentirsi a vicenda.
— Ho caro assai di vederti qui, disse il Fabris ad Amorevoli, e finalmente udrò la tua voce.
— Ed io avrò il dispiacere di fartela sentire in un cattivo momento, disse Amorevoli. Non sto niente di lena, e cento cose mi dan noja.
— So tutto, amico mio, ma sono ingredienti quelli che non scemano punto il colorito al canto. Tu vedrai la contessa, e...
Amorevoli finse di aver preoccupata l'attenzione a qualche oggetto, e non rispose.
— Credo bene che la bella lombarda verrà stanotte qui, come s'è mostrata altrove in questi giorni addietro... Ma tu guardi Apollo in quadriga, e non ci senti da quest'orecchio. Pure, se tu taci, tutti parlano. Dammi dunque retta. Sento che c'è qui il marito della contessa...
— Anche questo si sa?
— E che mai? pretenderesti forse che del duello col giovine Emo non fosse trapelato nulla, quando cameriere e cuoco e guattero sono stati testimonj della scena?
— E come si racconta la cosa?
— Sta tranquillo; tu ci fai buonissima figura. Ma ora si vuol sapere come riuscì il duello... è il discorso di tutti... Non sai nulla tu?
— Nulla affatto. Sono andati in Terra Ferma, fuori un tratto del territorio della Serenissima per scansare certa legge che li avrebbe colpiti. Però non se ne sa nulla ancora. Lasciamo dunque che tutto vada a beneficio o maleficio di fortuna; e dimmi chi è quel cosino là smilzo e pallido, colla collana e il medaglione e la croce in petto... Tu hai cantato per due stagioni l'una dopo l'altra a Venezia... e questa che s'innoltra sarà la terza... Devi dunque avere la città tutta quanta in sul palmo, e saper vita e miracoli di ciascuno come un barbiere.
— Davvero che di questa città ormai conosco il dritto e il rovescio come se fosse la mia giubba. Ma non domandarmi chi sia colui, perchè non l'ho mai veduto nè qui, nè altrove, nè in piazza.
Dicendo questo il Fabris si volse a chi gli passava presso, e chiese il nome di quel gentiluomo.
— Chi è colui? rispose l'interrogato con un sorriso secco e amaro. Ma gli è forse permesso ignorarlo? Esso è nientemeno che il re della festa.
— Chi? il conte Algarotti?
— L'Algarotti... sì signori... plebeo di Venezia, conte di Prussia, ciambellano di S. M. il Re Federico, cavaliere del Merito, consigliere intimo del Re di Polonia, consultore del duca di Savoja, di quello di Parma, del Papa; membro di tutte le università, socio di tutte le accademie che furono, che sono e che saranno: astronomo, poeta, pittore, architetto, suonatore di violino... Di molti si suol dire che cosa è... di costui bisogna dire che cosa non è... Tuttavia quel ch'ei valga davvero, lo si conoscerà da qui a cinquanta e meglio ancora da qui a cento anni. Intanto ha la tosse, e un polmone che si rifiuta a fare il suo solito servizio. Padroni riveriti.
Così dicendo, quel gentiluomo si mescolava tra folla e folla.
— Che costui sia un qualche letterato o poeta, razza invidiosa e malefica? disse il musico Fabris, il quale scontrandosi in quel punto faccia faccia con un uomo tutto vestito di nero, alto e magro, ch'ei ben conosceva:
— Signor abate, disse, vorrei sapere il nome di quel giovinotto lì alto e stecchito, con cui testè ho parlato e che or sorride a quella dama.
— Se non amate ch'altri vi tagli i panni addosso, fate di scansarlo... Egli è il conte Carlo Gozzi, il quale ha il cervello fatto di fegato, onde se schizza fiele e bile ad ogni parola, la cosa è naturale.
— Addio Luchino, e via.
— Chi è questo prete? domandò Amorevoli al Fabris.
— È il celebre abate Chiari.
— Ma perchè non presentarmi a lui, che lo avrei ringraziato?
— Di che?
— Del favore che da qualche anno mi fa tutte le notti. Sullo stipo accanto al letto io tengo sempre una tazza d'acqua di gomma e un romanzo dell'abate. Prima di dormire bevo due goccie di gomma, e leggo due pagine di romanzo. La gomma mi fa morbida la gola, le pagine mi fan morbido il sonno. Se mi sveglio, bevo altre due goccie di gomma e leggo due altre pagine di romanzo; così conservo la voce e la salute, rintuzzando la veglia. Se c'incontriamo ancora in lui, ti prego di presentarmi. È un mio benefattore.
— Se tu metti i suoi romanzi insieme coll'acqua di gomma, buon padrone. Ma non si fa così a Venezia; parlo delle donne e del pubblico che legge avidamente i suoi libri; che corre in folla alle sue commedie, e schiamazza d'entusiasmo; e lo supplica a dar sempre qualcosa di nuovo; e sì che l'abate sembra una fontana intermittente, che cala per crescer sempre, e annaffia tutti quanti; eppure tutti si senton arsi.
A questo punto un maggiordomo della casa s'accostò al Fabris, significandogli che il signor conte padrone chiedeva di lui e dell'amico suo. Questi lo seguirono nella massima sala, dove il conte Alvise Pisani sedeva accanto al conte Algarotti, intorno al quale facevano ampia corona molte persone.
V'era il Canaletto, a lui particolarmente devoto per la protezione che ne aveva avuto. Esso tornava allora dall'Inghilterra, dove aveva raccolto molto danaro; e dalla Sassonia, dov'erasi recato a portarvi due suoi quadri per interposizione appunto dell'Algarotti, il quale aveva avuto incumbenza dall'Elettore di acquistar opere ad arricchire la galleria di Dresda. Con lui stava discorrendo l'amico suo Tiepolo, quegli che di stupende macchiette gli ornava le prospettive animandole di vita e rendendole più importanti per lo studio dei costumi e delle foggie. Il Tiepolo era tornato di fresco da Milano, dove avea dipinta la vôlta della maggior sala in casa Clerici. De' letterati, v'era il Gozzi Gaspare, e il senatore Seghezzi, il quale stava in quel punto presentando all'Algarotti un fanciullo di undici anni, autore in quella così giovane età di due o tre poesie in dialetto veneziano, che aveano fatto il giro della città. Ed era quel Gritti che doveva poi riuscire nel vernacolo veneziano ciò che il Maggi era stato nel milanese. Ma di tutti mancava il primo, mancava il Goldoni, il quale era andato a Torino a mettere in iscena il Molière. L'Algarotti dava belle e graziose parole a tutti, ma con quel fare di affabilità convenzionale che, se indispettiva fieramente Carlo Gozzi, non piaceva troppo nemmeno al più mite Gaspare, che giuocava di scherma coi complimenti onde il conte gli era cortese riguardo alla fondazione di quell'accademia de' Granelleschi che, fin dal 1740 iniziata per celia e portando sempre la maschera della matta giovialità, nel fatto era però diventata il conservatorio della buona lingua italiana.
— Ella, signor conte, mi dà lodi che son dovute ad altri, così diceva Gaspare Gozzi. Ecco il vero fondatore dell'accademia, il suo massimo sostegno, il suo principe perpetuo; e dalla schiera circostante, pigliando pel braccio un pretino rachitico, lo presentò al conte dicendogli:
— Questi è il celebre abate Sachellari, l'arcigranellone; si provi, signor conte, a interrogarlo, e sentirà parole di sapienza.
Quel Sachellari era un originale curiosissimo, pieno di goffaggine e di orgoglio. Quando parlava faceva smascellar tutti dalle risa, e più quando recitava gli stolidissimi suoi scritti. Tuttavia quello scimunito aveva data l'occasione perchè si adunassero le migliori intelligenze di Venezia. In prima era stata una gara a chi lodavalo di più con componimenti berneschi; poi da quella gara nacque la celebre accademia in cui risplendette più che mai l'ingegno, la vena poetica, il brio, lo spirito satirico di Gaspare Gozzi.
— La testa di costui, caro Algarotti, è come quella de' miei detrattori.
Chi diceva tali parole era il padre Carlo Lodoli, che nel convento di san Francesco della Vigna teneva aperta scuola privata a molti giovani patrizj e facoltosi, ed era stato maestro anche all'Algarotti. Istrutto in molte scienze e lingue e nell'arte architettonica, egli aveva ottenuta grande rinomanza per avere tentato di distruggere tutti i principj fin allora invalsi nell'architettura, negando obbedienza all'autorità, detronizzando Vitruvio, e introducendo quella filosofia architettonica, che turbò di sottigliezze e astruserie le menti, onde per libidine di opposizione fece poi più tenaci dell'imitazione gli architetti pratici. Del resto, quelle parole ch'esso aveva pronunciate erano dirette a due architetti là presenti: il Poleni che avrebbe battuto moneta falsa per Vitruvio, e il Temanza che aveva scritto un opuscolo contro di lui e di quelle, secondo il parer suo, dementi dottrine. Il Temanza non rispondeva, e ammiccava allo zio Scalfurotto, l'architettore di san Simone Maggiore, mentre ridevan tra loro il Massari, che stava in quel tempo edificando i Gesuati, ed il Lucchesi che eresse san Giovanni in Oleo e l'Ospedaletto di san Giovanni e Paolo. Per altro se il Temanza s'accontentava d'ammiccare e tacere e lasciar che svampasse l'iracondo e dotto frate, dipendeva da ciò, ch'ei sapea assai bene come nessuno desse ragione al suo avversario, mentr'egli era lodato ed ammirato dai più celebri architetti ed archeologhi d'Italia, ed invitato dai più facoltosi patrizj di Venezia, delle cui mense ei teneva gran conto, perchè s'egli era celebre come architetto civile e idraulico, lo era pure come insaziabile mangiatore. Ma il conte Pisani, visti il Fabris ed Amorevoli, li presentò in prima all'Algarotti, poi al P. Vallotti, il celebre maestro suonator d'organo del Santo di Padova, ed a Tartini, e disse loro:
— Or tocca a voi. A momenti sarà qui il doge e il procuratore Foscarini e i signori Dieci, e converrà incominciare.
Il maestro Galuppi, che in que' giorni era passato a Venezia a concertarvi l'opera in musica, si alzò, e volgendosi con grande rispetto al P. Vallotti, il quale allora era stimato nell'arte dei suoni quel che oggi il professor Bordoni è stimato nella scienza dei numeri, lo supplicò a volere esaminare i pezzi di musica da eseguirsi in quella sera.
Vallotti si volse a Tartini, e:
— Avete visto, voi? gli disse.
— Io conosco la musica che devo eseguir io, dell'altra non so. Ma chi ha a cantare dee far quello che più gli piace.
— Però sarebbe ottimo, soggiunse il P. Vallotti, che alla musica di camera non si mescolasse mai la musica di teatro.
— Io ho alcuni madrigali dell'abate Clari e dell'abate Stefani, disse Amorevoli.
— Ecco un artista di buon senso.
— Per metà, maestro. Perchè ho anche un recitativo di Vinci, e due arie del Pergolese e di Jomelli; il pubblico vuol essere accontentato anch'esso, e se dieci gustano Clari e Stefani, mille comprendono la musica teatrale, anche perchè l'hanno sentita ad eseguire più volte, e vi recano un giudizio più ammaestrato dall'esperienza.
— È questa un'ottima ragione, disse l'Algarotti.
— Pessima, entrò a rispondere il P. Vallotti che aveva la stizza del frate, del vecchio e del profondo scienziato, disprezzatore degli uomini superficiali e che, in quanto all'Algarotti, non avea potuto sopportar la lettura di quel suo trattatello sulla musica.
Ma l'Algarotti non si scontorse punto a quella cruda opposizione, ma sorridendo blandamente:
— Ognuno porta l'opinione sua, disse. Bensì mi rincresce di averne una che sia opposta a quella di un sì grand'uomo qual siete voi.
L'Algarotti era stato, già ognun lo sa, alla Corte del Re filosofo, la cui filosofia consisteva nel volere all'ultimo essere adulato. Era stato col Re di Polonia, il quale non amava certo di essere strapazzato dai letterati. S'era trovato in Francia con Voltaire, con Diderot, con tutte le altre colonne della Francia nuova, e seppe sì ben fare che quei grandi uomini avevano lui in conto d'uomo grandissimo. La società di mutuo incensamento non è una invenzione di questi ultimi anni. Essa fioriva anche nel secolo passato, e l'Algarotti ne poteva a buon diritto essere il presidente.
Ma intanto che i signori virtuosi maschi e femmine, e i signori maestri di musica e i signori professori di violino, di viola, di violoncello, di contrabasso, di clarino, di clarone, di fluta, d'oboè, ecc., recavansi nello scompartimento a loro assegnato nella gran sala delle colonne; il maggiordomo e i camerieri facevano un giro per gli appartamenti dov'erano disperse le dame co' loro cavalieri, onde invitarle a sedere nella gran sala.
E in poco tempo s'eran tutte infatti messe a seder là in più file disposte a semicerchio intorno al seggiolone del doge e della dogaressa, press'a poco come le deità dell'Olimpo intorno al Giove nel quadro d'Appiani. E per verità ch'era quello un nuovo olimpo, olimpo terrestre e palpabile, migliore assai del mitologico. Olimpo di ricchezza, di splendore, di gioventù e di bellezza.
Amorevoli, che stava più in alto sulla gradinata dell'orchestra, innanzi al clavicembalo, volse lo sguardo in quella via lattea di pupille tremule; ma nella patria dei grandi occhi lucenti non vide gli occhi che cercava. La contessa Clelia non c'era. L'estro, che un momento prima lo aveva eccitato, leggendo col P. Vallotti un madrigale erotico del Clari, gli svampò in quell'infelice ricerca e chinò la testa avvilito. In quel punto entrava il doge che, girata intorno la testa e messosi a sedere vicino al conte Alvise, tosto gli domandò con grande sollecitudine:
— Non avete ancora veduta la contessa Clelia V... di Milano?
Or che relazioni potesse avere il doge Grimani colla contessa e qual cosa lo sollecitasse a di lei riguardo vedremo fra poco.


IX


Se il labirinto dedaleo in cui, senza sua colpa, si trovò impigliata la contessa Clelia, non fosse un fatto incontrastabile, che fece parlar tanto i nostri buoni vecchi cento anni fa, e che una secca mano registrò in carta grossa; perchè il tempo e l'umido de' muri solitari non bastasse a distruggerla, e così potesse pervenire alle mani di un postero incapace di custodire i segreti; se tal fatto adunque non fosse una verità irrefragabile, noi gli avremmo negata ogni fede quando lo avessimo udito da uno di quegli uomini avvezzi a inventar frottole. Perchè, passi pure tutto quello che fin qui è avvenuto a Milano, passi la maledetta fortuna per cui un semplice dialogo tagliato in mezzo da un cancello e, fino ad un certo punto, anche innocente, mise in piazza i pudibondi arcani di una gentildonna; mentre più spesso quella stessa iniqua fortuna sa conservare intangibile l'aureola penelopea a chi s'intrattiene a lungo in dialoghi senza cancello; passi dunque tutto ciò, e passi la fuga, e passi il ricovero di Venezia: ma ciò che veramente ci fa intolleranti e fremebondi per quella sventurata contessa, è l'infesta combinazione della scrittura teatrale del tenore che cambiò la sede della malattia senza distruggerla, anzi aumentandola a più doppj.
Povera Clelia, seduta presso la finestra della sua camera, colla faccia mestissima e gli sguardi profondi rivolti macchinalmente al cielo, anzi alla luna, alla luna fredda e incapace d'intenerirsi per nessuno, mentre pure da tempo immemorabile si gode la fama di pietosa.
Povera infelice Clelia, gettata e trattenuta dalla fortuna tra un amante fatale e un marito funesto, in una terribile vicinanza e dell'uno e dell'altro; dell'uno e dell'altro, che pure coraggiosamente e fortemente avea fuggiti.
Almeno coloro che si picchiano il costato per ogni nonnulla, e sono inesorabili accusatori delle debolezze altrui, le vogliano tener conto, per tutto quello che potrebbe succedere in avvenire, di questa prima violenza usata contro sè stessa!
Chè anzi, nel punto ch'ella guardava la luna, stava precisamente compiendo contro sè medesima una seconda violenza. Se donna Clelia fosse cotta e stracotta dal desiderio di rivedere Amorevoli, lo pensino i giovinotti che non hanno ancora venticinque anni e che, per un occhiata, sì, per un'occhiata (anche noi abbiamo avuto i nostri verd'anni!) farebbero due volte di notte, non che una, il traverso dell'Ellesponto; lo pensino le fanciulle che non hanno innanzi agli occhi che un unico oggetto; lo pensino anche le donne che hanno più di venticinque anni e son compromesse in qualche pericoloso contrabbando, mentre la guardia di finanza batte la campagna. Donna Clelia dunque, ci rincresce dirlo, ma la verità è una sola, desiderava di vedere Amorevoli con un ardore, con tale ardore, che noi amanti della buona bottiglia e della coppa di manzo, non possiamo nemmeno concepire. Tuttavia, con sì smisurato ardore nell'animo, non si mosse dalla sua camera, e resistette agli inviti della moglie dell'illustrissimo conte Alvise Pisani. Non si mosse per non incontrarsi in colui, negli occhi suoi, per non sentir la sua voce, per non provocare nuovi parlari, per non essere cagione di nuovi scandali; nè si creda che la paura del marito abbia potuto influire sulle sue deliberazioni. No, al marito non pensava, nè poco nè assai; lo fuggiva colla mente, come allorquando si torcono gli occhi da una imagine disgustosa, e passava ad altro; onde il timore non potè mai padroneggiarla. Solo pertanto il fermo proposito di non voler vedere Amorevoli la trattenne in casa. Però se questa non è virtù, noi non sapremmo invero dove andarla a pescare. Seduta a canto a quella finestra, ella sentì suonar due, tre, quattr'ore al campanile di S. Polo, quando un cameriere venne ad annunciarle che il conte Alvise Pisani domandava d'essere introdotto.
Introdotto ch'esso fu:
— Mi rincresce, contessa, egli disse, d'essere stato costretto a rompere il silenzio della vostra camera. Ma voi non avete voluto appagare il desiderio vivissimo che avevamo della vostra presenza nella mia casa in questa sera; vi supplico a voler essere cortese all'invito che per mia bocca vi manda il doge.
— Il doge?... e che... non ho io nessuna volontà, caro conte, di occuparmi stasera in discorsi d'astronomia.
Perchè il lettore possa comprendere queste parole, dee sapere che il doge Grimani, uomo dottissimo, era particolarmente versato nell'astronomia, e però la prima volta che gli venne presentata, in un'altra serata musicale, la contessa Clelia, sapendo quant'ella fosse istrutta in codesta scienza, s'era compiaciuto di intrattenersi con lei in argomenti affini; e per quel discorso, che s'era prolungato più di quello che parea comportare una conversazione di diporto, esso avea fatto una così alta stima della contessa, che parlandone poi a molti, avea contribuito ad accrescere più che mai la voga in che era venuta la bella lombarda.
— Mi pare che non si tratti d'astronomia, rispose il conte Pisani. Il doge ha bisogno di parlarvi per cosa d'importanza.
— Il doge? ma perchè il doge? domandò allora la contessa alquanto turbata, e alzandosi da sedere.
— Vogliate essere tranquilla, contessa. Il doge non mi disse veramente di che si trattasse, ma il suo aspetto era calmo. Onde non è a temere di nulla. Forse, chi sa, sarebbe occorso che vi presentaste ai Dieci. Ma i Dieci e il doge hanno forse voluto cogliere l'occasione di un ritrovo quasi pubblico e di una spontanea intervista per potervi parlare. Del rimanente un tale desiderio del doge è noto a me solo. A voi pertanto non resta che di accettare l'invito della contessa mia moglie, e onorare l'accademia della vostra presenza, come naturalmente avreste dovuto fare se foste stata un po' più amica di noi.
La contessa stette un istante in silenzio, poi disse:
— Ebbene, verrò...
E un impeto di gioja occultamente le innondò l'animo; la gioja del trovarsi costretta a far quello che assolutamente non avrebbe mai fatto per sè stessa, ma che aveva desiderato con ansia affannosa.
Il conte Alvise partì. Ella chiamò le cameriere, e:
— Mi è forza andare in casa Pisani; ajutatemi come si può meglio e di gran fretta a vestirmi.
Ella tremava in tutta la persona, e il fuoco dalle membra convulse le era salito sul volto. La pupilla erasele fatta ardente più del consueto, e un raggio insolito le lampeggiava tra ciglio e ciglio.
A recarsi in casa Pisani per volontà propria erale in prima sembrato una colpa gravissima, onde s'era trattenuta in casa; ma le parole del conte Pisani le avean fatto parer quella visita un atto indispensabile; sicchè il desiderio le fece afferrare con cieca fidanza quel pretesto per illudersi da sè medesima. Non rifletteva, no, che, fermamente volendo, non aveva nessun obbligo di piegare nemmeno all'invito del doge. Ma provava un'esaltazione piena d'ebbrezza e quasi voluttuosa nel pensare d'aver quell'obbligo, e d'essere costretta a rivedere colui; d'altra parte, per le consuete arcane fantasie della mente, le pareva quello un decreto espresso del destino, e si consolava come di un presagio felice.
Non bastandole il tempo e mancandole la voglia, si scelse vesti e acconciatura semplicissima. Avvolse i capelli, che aveva in gran disordine e non potevansi così presto disporre a parata, in molti giri di una ciarpa di pizzo bianco di Gand, foggia allora parimenti usata; puntandola davanti in sul confine della fronte, con un grosso diamante che solo bastava a dar splendore ed aura d'Olimpo a tutta la figura, e senza più se ne uscì.
Venuta in Canal grande, erano affollate tante gondole nello spazio che correva presso al luogo dell'approdo dalla parte del canale, che il suo gondoliere piegò verso il rio e si fermò alla prima scalea.
La contessa discese, preceduta dal servo, e s’indugiò perplessa sotto l'atrio che mette allo scalone...


E soffrirò che sia
Sì barbara mercede
Premio della tua fede, anima mia?
Tanto amor, tanti doni!
Ah! pria ch'io t'abbandoni
Pera l'Italia, il mondo.


La prima sillaba della parola mondo del celebre recitativo della Didone di Vinci, usciva dalle finestre del piano superiore, portata a volo da quel medesimo do sopracuto onde Amorevoli la sera prima aveva fatto salire in furore il conte V... La contessa subì la sorte di chi s'affaccia per veder la battaglia, e senza più è colto nel petto da una palla che fischia. Fu per cadere, sì le forze le mancarono, a quella vibrazione sonora, e dovette appoggiarsi al servo.
Applausi frenetici seguirono quel do privilegiato, che aveva il dono della forza insieme e della soavità. E il recitativo continuò, e venne la cadenza alle parole Numi, consiglio, in cui la nota tenuta di un si bemolle di prodigiosa limpidezza e, come dicono i maestri, di argentina sonorità, attraversò gli spazi dell'aria, e non pareva voce da uomo, no, ma quella bensì di un essere soprannaturale, incaricato di dar qualche buona notizia ai mortali.
Insistiamo su codeste qualità della voce d'Amorevoli, in prima perchè i suoi contemporanei ne parlano come d'un fenomeno non mai più udito; poi per far comprendere ai lettori che non v'è nulla al mondo di più penetrante negli umani petti di una voce in quella chiave; intendasi sempre quando è bella, perchè non bastano i soli suoni a renderla pregevole. Molti uomini storici denno ascrivere la loro fortuna all'avere avuto in dono una voce in chiave di tenore. Il re Davide sarebbe stato trapassato dalla lancia di Saulle impazzito, s'egli non lo avesse placato col sol, col la e col si d'una soavità arcangelica. Eginardo lo storico fu per la stessa ragione se invaghì Emma, la figlia di Carlo Magno. Rizio e Monaldeschi erano tenori di mezzo carattere, e innamorarono due regine. Sarebbe però stato meglio per loro l'aver avuto tutt'altra voce, chè probabilmente sarebber morti in pace al loro letto. Ma ciò non significa nulla contro il nostro assunto. La voce di soprano sfogato ferisce le orecchie, ma non lascia nulla nel cuore; la voce di basso provoca il rispetto ma non l'affetto; ci sarebbe la voce di contralto, ma nei sùbiti trabalzi dai suoni gravi agli acuti compromette troppo sovente i buoni successi. Soltanto la voce di tenore impera sugli animi. Il gobbo Tacchinardi, gobbo e nano, ed arieggiante più il mandrillo che l'uomo, potè ai suoi bei tempi dispiegare la lista di Don Giovanni, tanti capi femminili ei fece girare! chè l'orecchio, lusingato dal suono maliardo della sua voce, lavorava insidiosamente sugli occhi, innanzi a' quali, come a' tempi del mago Merlino, usciva il silfo dal nano, il genio alato dal diavolo colle corna. Dopo tutto, vogliam dire con ciò, che se una donna s'innamora d'un tenore, non pretenda di poter bere l'oblio nemmeno in Acheronte; e se qualche giovinotto ha per rivale un tenore, faccia conto d'esser tisico in quarto grado, e di dovergli senza più far la regolare cessione del suo tesoro.
Non creda però il lettore che codesta sia una malizia di chi scrive, per far le lodi della propria voce; tutt'altro; chi scrive ebbe in sorte la voce di basso; soltanto gli toccò in dono, quasi a titolo di compenso, un fa diesis squillante, di cui si giova per aver ragione nelle dispute fracassose cogli amici.
Ma tornando a donna Clelia, conquisa dalla voce d'Amorevoli, ella si trattenne sotto l'atrio premendosi il cuore, finchè il recitativo si svolse nell'aria:


Se resto sul lido,
Se sciolgo le vele,
Infido, crudele
Mi sento chiamar.


E intanto, confuso
Nel dubbio funesto,
Non parto, non resto —
Ma provo il martire
Che avrei nel partire,
Che avrei nel restar.


Dove appar chiaro come i fervori della passione congelassero nell'anima fredda di Metastasio in tante formole precise e quasi aritmetiche, avverse al genio della poesia e del dramma.
Ma la musica di Vinci aveva l'abbandono e lo slancio e il sentimento che mancava a quelle strofe; e Amorevoli vi mise nel renderla la duplice virtù dell'arte più squisita e dell'animo il più ardente.
Donna Clelia, come i battimani rintuonarono nei cortili:
— Or si può ascendere, pensò, e fatto lo scalone, entrò nelle sale.
I servi di casa Pisani, che la stavano aspettando, mossero a dimandare il conte padrone, che accorse tosto a riceverla.
Preceduta da lui fece l'ingresso nella maggior sala. Il fremito dell'applauso e dell'entusiasmo recente che ancor durava là entro, cessò di colpo alla sua comparsa, e vi successe un profondissimo silenzio. Tutti gli occhi furono fissi in lei. Il conte Pisani, per toglierla dall'imbarazzo in cui la vedeva impigliata, si volse tosto al conte Algarotti dicendogli:
— Ecco la contessa Clelia V..., de' cui talenti avete sentito a parlare. E l'Algarotti si alzò e venne a sedersi vicino a lei. Anche il doge la guardò da lunge, con atto di affabilissima cortesia, e parve dirle:
— Ci parleremo dopo con maggior comodo.
La contessa intanto, rispondendo macchinalmente alle gentilezze del conte Algarotti, guardava di furto allo scompartimento dell'orchestra, dove Amorevoli era investito dalle congratulazioni de' suoi colleghi: da Luchino Fabris, dall'Aschieri, dalla Turcotti, dal P. Vallotti, che nella sua severità gli batteva una spalla in atto di protezione; dal violinista Tartini, uomo di febbrile vivacità, che ad attestargli la sua soddisfazione gli andava squassando un braccio. Nè Amorevoli erasi ancora accorto della comparsa di donna Clelia. Bensì il musico Fabris gli parlò all’orecchio, e l'avvisò dell'arrivo di lei.
Amorevoli si volse lentamente, quasi che non fosse fatto suo...
Medesimamente la contessa Clelia non fece atto nessuno, e stette immobile come un simulacro marmoreo. Solo incontraronsi i raggi delle loro pupille, e benchè gli astanti, che da quell'incontro s'erano atteso una catastrofe, dicessero fra loro: Bada ch'ei pare, non si conoscano nemmeno, pure l'effetto dell'incontro di que' raggi non può esser reso che in parte da quella strofa fremebonda della Parisina,


Un sospiro, un senso arcano
D'un amor maggior d'amore
Trapassò da cuore a cuore
E di gioja l'inondò.


Intanto il conte Algarotti andava circuendo di domande scientifiche la contessa, e d'una in altra notizia, rispondendogli ella pure alcun che macchinalmente, la intrattenne dell'astronomo Lieberkam conosciuto da lui a Dresda, quegli che nel 1743 aveva inventato il microscopio solare; e le parlò del celebre Clairut, colui che avea fatta la dimostrazione dello schiacciamento della terra, mediante l'attrazione e la forza centrifuga. E la contessa, alla sua volta, si trovò costretta a chiedergli conto di Bouger, l'inventore dell'astrometro, e ad informarlo d'un lavoro che in que' giorni il P. Frisi di Milano stava meditando sul moto diurno della terra, facendo uso dell'analisi geometrica di Newton, per mostrare che un tal moto non poteva essere impedito dalle maree. Ma se il microscopio e l'astrometro e la forza centrifuga e l'analisi geometrica di Newton fossero compatibili collo stato dell'animo di donna Clelia, ognuno lo può pensare.


X


Intanto che il conte Algarotti e la contessa attendevano a parlar di scienze esatte, passava quel quarto d'ora o quella mezz'ora di riposo, in cui i vecchi pigliano il tabacco, i giovani susurrano qualche parola all'orecchio delle giovani, e queste pigliano il sorbetto o l'acqua cedrata.
Tartini, cessato di scrollare il braccio ad Amorevoli in segno d'entusiasmo:
— Senti, disse, qui il nostro Luchino Fabris, questa seconda edizione di Egiziello, m'ha raccontato le tue storie e i tuoi amori, e sono contentissimo di te. Così va fatto. Anch'io a vent'anni misi gli occhi addosso ad una fanciulla dell'alto cielo. Hanno tanto orgoglio questi signori che si chiaman lustrissimi, e son così persuasi d'esser fatti di tutt'altra pasta della nostra, che di tanto in tanto conviene che qualcuno metta loro il cervello a partito, e li faccia persuasi che è più nobile di tutti chi è più giovane, più bello e più bravo. Ecco i tre quarti della nobiltà vera; quello che manca a fare i quattro quarti sta nella ricchezza che col merito uno s'acquista. Dunque tu sei un nobile degno del tosone; e giacchè a Milano non avevi amori, hai fatto benissimo a sceglierti qualche stella del cielo superno, e a dar dentro in un marito borioso. Qui Luchino mi ha detto che jeri tu eri prontissimo a batterti con lui, ed egli ha rifiutato per orgoglio, ond'altri ha preso le tue veci. Ma ciò non va bene; voglio conoscerlo io questo signor conte lombardo. Già tu sai che la mia prima professione fu quella dello schermidore, e fu un tempo in cui volevo metter sala d'armi, e anche oggi non so chi abbia occhio più acuto e braccio più fermo del mio. Dunque lascia fare a me a trarre in ballo questo signor conte; che se ricuserà, lo assalirò di tratto, senza dirgli nè asino, nè bestia; onde, se gli è cara la vita, dovrà pur mettersi in sulla parata. Chi sa mai, caro Amorevoli, ch'io debba farti il piatto a dovere, e che il conte sia venuto a Venezia per trovarvi una tomba fatta d'acqua salsa e d'alghe marine? Ma a proposito, dov'è questa signora contessa? Io sto scrivendo qualcosa intorno ai principj dell'armonia musicale contenuta nel genere diatonico, e in questo lavoro non posso disimpacciarmi da certe formole numeriche. A lei dunque, ch'è gran matematichessa, come sento dire, vo' dare a leggere il manoscritto. Così farò la sua conoscenza. Io già ho cinquantott' anni, e tu non devi aver gelosia di me.
Ma il maestro Galuppi, a fermare codesta velocissima parlantina del celebre violinista:
— Ora è venuto il momento, signor mago, gli disse scherzando, di evocare il vostro diavolo, e di mettere lo spavento in tutte queste leggiadre gentildonne.
Per comprendere queste parole del maestro Galuppi, dee sapere il lettore che in quella sera Tartini doveva eseguito appunto quella sua celeberrima sonata, così detta del Diavolo da uno strano sogno ch'esso avea fatto, e che gli aveva messo il pensiero di trarne una composizione musicale.
Avendo il Tartini, a queste parole di Galuppi, preso il proprio violino, l'Algarotti dalle matematiche balzò di tratto a parlar di musica; che era una sua speciale ambizione, quando trovavasi con qualche persona nuova, di percorrere tutto quanto l'ambito delle scienze e delle arti, per far maravigliare chi l'ascoltava, della sua straordinaria versatilità.
— Non avete mai, contessa, sentito questo prodigioso violinista?
— Non ancora; bensì ho sentito il Veracini, dal quale dicesi che costui abbia molto appreso.
— E il Giardini torinese? Il Giardini cantava col violino; ma costui lo fa palpitare e fremere e piangere. Si direbbe che il suo strumento sia un essere animato e dal quale, più che suoni, si debbano attender parole e discorsi. Quando venne a Praga, dove io mi trovava col principe di Prussia, ch'ora è il re Federico II, per l'incoronazione di Carlo VI, nessuno sapeva spiegare il modo con cui traeva dal violino tanta pienezza e rotondità di suono. Chi pensava fossero qualità speciali della costruzione e del legno del suo violino, chi dell'animale che avea date le corde. E nessuno s'accorgeva che il gran segreto era nell'arco, nel modo di governarlo, nella sua pressione sulle corde. Mi diceva il medesimo Tartini, che il suo lungo esercizio in gioventù nel tirare di scherma gli ha comunicata una tal vigoria nel braccio e nel polso, la quale gli tornò poi utilissima a tenere l'archetto. Ma or ora l'udrete e lo giudicherete nella suonata del Diavolo; perchè tutto dev'essere strano e straordinario in costui. La sua vita, le sue vicende, tutto, persino i titoli delle sue composizioni. Doveva essere un frate, e rubò una fanciulla patrizia. Studiava a Padova per fare il giureconsulto, e dì e notte tirava di scherma e ingiuriava or l'uno or l'altro, e li sfidava e li ammazzava a titolo d'esercizio. Va a sentir Veracini a Firenze, e ne ha tanto avvilimento che si nasconde in Ancona per sette anni a crearsi uno stile nuovo d'esecuzione, e fare la famosa scoperta del fenomeno del terzo suono, a scrivervi suonate a centinaja, e un trattato sulle amenità del canto. Infine, venuto maestro di cappella al Santo di Padova, vi fa un sogno che lo esalta sino alla pazzia e gli fa scrivere questa suonata che or ora udrete, e che si chiama del Diavolo.
— Ma come fu?
— Sognò d'aver fatto un patto, e che il diavolo era al suo servizio. Però gli diede a suonare il proprio violino, per vedere quel che il diavolo ne avrebbe saputo fare, e ne udì tal cosa che lo fece trasalire. Risvegliato per così violenta sensazione, dà di piglio al violino per ripetere quel che aveva udito, ma non seppe riprodurre, com'egli asserisce, che il trillo del diavolo a piè del letto. Il resto non è che una composizione di sua fantasia, e una variazione su quel tema, ma è certo la più bella di quante ne ha scritte sin qui.
A questo punto il maestro Galuppi si mise al pianoforte, e facendo scorrere due o tre volte le dita sulla tastiera, richiamò l'attenzione dell'uditorio, il quale fece un silenzio profondo, quando Tartini col violino e coll'arco comparve al parapetto dell'orchestra.
Nel tempo che Tartini faceva correr l'arco sulle corde e regolava i bischeri, l'Algarotti ebbe campo di sfoggiare la sua dottrina archeologica sulla genesi del violino, confutando Aristofane e Ateneo che fecero il violino coevo ad Orfeo, e confutando quelli che lo vollero inventato dagli Indiani e donato all'Italia dalle crociate; e piantandosi nell'opinione che vuole il violino figliuolo dell'occidente, e probabilmente del principato di Galles, e trascorrendo sui varj tramutamenti della sua forma, dalla viola primitiva, alla viola da braccio, a quella da gamba; i quali a lungo andare generarono poi in Francia il piccolo violino.
— Oh che noja, caro signor conte Algarotti. — Per fortuna che Tartini cominciò l'adagio d'introduzione, e il conte dovette permettere che la contessa, trasportata dalla seduzione di quello stile incantato, s'immergesse con tutta l'anima nell'onda voluttuosa della sua passione. Dall'adagio d'introduzione passò il Tartini al secondo pezzo che è a due tempi e da questo alla terza parte, la quale consiste appunto nel trillo del diavolo.
La forza, la soavità, il fremito, la grazia, l'estensione incalcolabile della voce che usciva dal suo violino, erano cose che non si erano mai udite anteriormente a lui, e infatti egli era stato il primo a trovare come la forza che deve spingere l'arco debba radunarsi tutta nelle falangi delle dita; e a far in modo che la mano, all'attaccatura, sia così pieghevole che sembri slogata. Da questi segreti venne senza limite accresciuta la potenza del violino, il quale, allorchè viene sotto la pressione di una mano così ammaestrata, ma che riceva l'impulso da un gran talento musicale, da una fibra nervosa e da un cuore agitato dalla tempesta delle passioni, come avveniva appunto in Tartini, e come lo fu poi in Viotti alcuni anni dopo, e al grado massimo, e fuori quasi dei limiti naturali, in Paganini mezzo secolo dopo, è lo strumento che più fruga ne' precordj a mettere in esaltazione lo spirito. Non era dunque codesto il farmaco migliore pei nervi in parossismo della contessa!
Dopo il pezzo di Tartini, Luchino Fabris, l'imitatore di Egiziello, ebbe la disgrazia di cantare l'arione dell'Euridice, che per verità era il suo cavallo di battaglia, ma dopo, non diremo l'entusiasmo, ma le convulsioni provocate dalla suonata del Diavolo non fece nè freddo nè caldo. Tant'è vero che a questo mondo le cose bisogna saperle fare a tempo. Se la sua voce di musico fosse stata sentita in quella sera prima delle oscillazioni tremende delle minugie incantate del violino di Tartini, avrebbe fatto l'effetto che di solito produceva in teatro; ma pur troppo dovette restarsene avvilito e pieno di dispetto.
E qui un altro riposo succedette all'esecuzione di que' due pezzi, durante il quale il doge Grimani si alzò, e recossi vicino alla contessa Clelia.
— Io attendeva, serenissimo principe, che l'accademia terminasse, e questi egregi signori si dilungassero in altre sale, per potervi parlare, e sentir dal vostro labbro per che grave cagione mi avete mandata a chiamare.
— Io spero che mi vorrete perdonare, contessa, se vi ho fatta venir qui forse contro vostro genio. Ma d'altra parte, anche per adesione dei signori Dieci, ho creduto di non dover farvi chiamare a Palazzo, come pure avrebbe portato il debito. L'eccellentissimo Senato di Milano scrisse al Senato di qui, e supplicandoci ad usar con voi tutti i riguardi a che la vostra alta condizione e i vostri meriti speciali hanno diritto, ci diede incumbenza di provvedere, come ci sarebbe parso meglio, a mandarvi tosto a Milano.
— Io non comprendo, altezza. Chi mi può impedire di vivere in Venezia?
— Noi no; ma il Senato di Milano dev'essere stato costretto a questa determinazione da qualche circostanza straordinaria che noi ignoriamo, e che non potete forse congetturare nemmeno voi. Il Senato di Milano, serbando il silenzio anche colla nostra Repubblica, quantunque per verità avrebbe dovuto parlar più chiaro, ci ha fatto intendere, essere insorta così grave circostanza, per cui è necessario che voi siate sentita in giudizio.
— In giudizio io?
— Dalla lettera dell'eccellentissimo Senato appare che la necessità di sentirvi in giudizio sia una conseguenza della cattura fatta di quel lacchè che voi ben sapete aver dimorato per troppo lungo tempo a Venezia. Non crederei che si tratti di cagione più grave. In ogni modo è bene che non se ne sappia nulla qui... Se noi vi avessimo fatta chiamare a Palazzo, la città tutta quanta sarebbesi tosto gettata in un mare di congetture e di dicerie, e non crediamo che questo v'avrebbe potuto far piacere. Però abbiateci per iscusati se abbiamo colta l'occasione di questa accademia musicale, per mettervi a parte del fatto, e per significarvi che domani occorre che vi mettiate subito in viaggio per Milano. Per verità che, ad adempiere al mandato in modo che non vengano frustrate le intenzioni del Senato di Milano, sarebbe obbligo nostro, dovete perdonarci l'amara parola, di assicurarci della vostra persona. Ma giacchè il Senato milanese ci prega di avervi ogni riguardo, così interpretiamo la cosa più ampiamente che sia possibile, e mettiamo la nostra fede in voi. Il Senato veneto è così persuaso, contessa, dell'incomparabile vostra lealtà che vi lascia in piena balìa di voi stessa.
La contessa Clelia stette per qualche tempo in silenzio, percossa da quelle parole del doge, poi rispose:
— Non mi sarebbe difficile, serenità, indovinare la cagione di tutto ciò, se il Senato di Milano mi avesse scritto direttamente. La cattura del lacchè dev'essere successa per una lettera ch'io scrissi a Milano; onde parrebbe probabile che il Senato volesse sentirmi per raccogliere indizj in una questione gravissima, che adesso non occorre menzionare; ma l'avere incaricato di ciò il Senato di Venezia, senza far scrivere nulla a me stessa, distrugge al tutto una tale congettura. Però, altezza, mi pare come di essere caduta in un abisso, senza sapere chi m'abbia dato la spinta. Abbiate però la mia fede che io sarò a Milano religiosamente nel più breve tempo possibile, per quanto dipende da me.
Può parere strano come in questo breve dialogo nè la contessa abbia mai parlato del conte marito, adducendo al doge il fatto ch'ei trovavasi in Venezia; nè il doge, che pur sapeva tutto, non le abbia mai toccato un tal tasto. Ma la contessa naturalmente scansò di nominare chi poteva farla arrossire. E il doge a cui era stato riferito il fatto del duello, tacque perchè e l'autorità suprema di Venezia e tutte le altre autorità subalterne avevan l'obbligo di ignorare una cosa che, nota, doveva provocare una pena a danno degli infrattori di una legge della Repubblica contro il duello. Chè tanto allora, come prima, e come dopo, e come ora, non possiam dire come sempre, il duello costituiva un fenomeno sui generis del codice criminale, pel quale era esso proibito e punito; e nel tempo stesso era punito e svergognato chi non lo accettava, e non adempiva agli obblighi assurdi che traeva seco. Onde l'autorità, come una mamma innamorata dei figli, chiudeva un occhio, quando sapeva che un Veneziano dava od accettava un duello, e si compiaceva del suo coraggio; mentre poi esagerava nelle ordinanze pubbliche la severità delle frasi contro i trasgressori delle leggi.
Un'altra cosa poi dobbiamo far osservare ai lettori che della Repubblica di Venezia e dei Dieci si son fatti un'idea convenzionale, tutta nera e tutta cupa. Essi avran fatto le maraviglie a vedere il doge parlare in tanta dimestichezza, e quasi da privato, alla contessa. Ma delle terribili apparenze dell'autorità la Repubblica facea conto nelle gravi bisogne della patria, e non in tutte le circostanze della vita pubblica e privata. D'altra parte la serenissima, è forza confessarlo, non era più quella de' secoli antecedenti. La lettera degli statuti era intangibile, ma le costumanze s'erano venute attiepidendo. In una parola, s'era messa anch'ella in cipria e parrucca ad onta del canal Orfano e del Ponte de' Sospiri, che sono gli spauracchi perpetui de' drammaturghi stranieri e de' nostrali che scrivono per gli anfiteatri.
Tornando ora al doge e alla contessa, essendosi mostrato il P. Vallotti a batter la solfa, perchè doveva aver luogo, a chiuder l'accademia, un suo coro fugato, si disgiunsero con atto di reciproco rispetto.
E il coro fugato venne eseguito tra gli sbadigli dell'adunanza, chè esso stava alla musica come il Pape Satan Aleppe alla poesia, sebbene Tartini lo ammirasse e ne fosse compunto.
A notte alta le sale a poco a poco si vuotarono. Quando Tartini si volse per cercare Amorevoli, questi era già scomparso; scomparso prima che la contessa uscisse dalla sala.


XI


Abbiamo lasciato il conte V... e il giovane Angelo Emo intenti ad adempire alle prammatiche preliminari di un duello: di questo mezzo assurdo di riparare le ingiurie, il quale, nato in seno alla barbarie, si è prolungato insino a noi, e vi s'è piantato in guisa che moralisti e filosofi e legisti non arriveranno forse mai a sradicarlo del tutto. Almeno i Barbari erano più logici di noi. Dipartivano bensì da una falsa premessa nell'assegnare i motivi a tale costumanza, ma, dopo la premessa, cessava l'assurdo e le deduzioni camminavano regolarmente. Nel duello, che per loro non era altro che un modo dei giudizj di Dio, essi ponevano per principio che la divinità avrebbe data la vittoria a chi aveva la ragione. Codesta credenza spiega la causa primitiva del duello, il quale poteva sussistere fin che le menti rimanevano acciecate dal pregiudizio; ma non si sa più conciliarlo con verun fine logico dal giorno che tutti furono persuasi che la vittoria dipende dalla fortuna e dalla vigoria, non mai nè dalla giustizia, nè dall'intervento divino. Anzi il fatto diventa ancora più inesplicabile quando si pensa che, precisamente allora che il mondo fu persuaso che Dio non interveniva in codeste prove a fiaccare il braccio di chi aveva torto, e a dar forza al debole che aveva ragione; precisamente allora, ossia nel secolo decimoquinto, quando la civiltà sembrò avviata verso la sua massima altezza, sorsero scrittori a decine per comporre quella che chiamarono scienza dell'onore e del duello.
I legisti di quel secolo, volendo giustificare il duello, si piantarono sull'idea dell'onore convenzionale, senza riguardo nessuno alle leggi invariabili della morale; onde i celebri giureconsulti Passevino, Paride del Pozzo, Baldi, Grimaldi e gli altri seguaci, offrono il miserando spettacolo della scienza intenta ad accrescere occasione alle aberrazioni dello spirito umano. Così il duello, nato spontaneamente in seno a popoli barbari, come un mal frutto d'una mala pianta, fu innalzato all'onore di sistema scientifico dalla civiltà, per cui l'errore insegnato dalle cattedre accrebbe i modi e i mezzi delle offese. Bensì quarant'anni prima del tempo in cui il nostro conte colonnello dovette accettare il guanto dal giovane Angelo Emo, quell'autorità dei vecchi legisti era stata messa in brani da un grande e coraggiosissimo ingegno, dal marchese Scipione Maffei, col suo libro della scienza cavalleresca, a cui appose il bel motto nos nostra corrigimus; e quel libro fece senso in Italia e fece senso in Francia, e trovò sostenitore del nuovo assunto Rousseau; e forse Luigi XIV, forte della sapienza dell'uno e dell'altro, multò il duello colla pena di morte, e instituì il tribunale de' marescialli; e il suo successore accrebbe nell'applicazione la severità alla lettera stessa dell'editto. Ma per quanto in quegli otto lustri si fosse fulminato e scritto e parlato contro il duello, il duello era tuttavia all'ordine del giorno; chè il prestigio del coraggio e dello spregio della morte consigliava indulgenza agli stessi esecutori della legge; e più spesso, non potendosi infrangerne il dettato, se un duello avveniva a dritta, l’autorità, come vedemmo, guardava a sinistra.
Nè pur in codesto fatto, nei cento anni che sono decorsi, non si può dire che siasi fatto un progresso. Sussiste ancora il prestigio del coraggio, sussiste ancora la falsa idea dell'onore. Ed anzi crebbero i sofismi e le sottigliezze e i sotterfugi della mente nel cercare i modi di salvare l’onore senza nemmeno fare appello al coraggio. Son noti i molti duelli a' dì nostri, dovuti indire ed accettare, per far pago il rispettabile pubblico che chiama vile chi non discende sul terreno, foss'anco per un nonnulla; duelli così ben preparati dai pietosi padrini, che la vita de' duellanti fu tanto al sicuro sul terreno della battaglia, quanto sull'origliere dei placidi riposi; onde contemporaneamente alla misura delle pistole e all'assaggio della polvere, e al giuoco de' bussolotti onde si facean scomparire le palle micidiali, il più celebre ristoratore della città stava ammannendo il più lauto asciolvere, e apprestando sulla mensa lieta lo spumante sciampagna. E ciò tuttavia fu decretato potesse bastare per l'onore. Però, stando così le cose, ed essendovi nell'umanità malattie del cervello croniche e incurabili, si può ben profetare un completo fallimento alle società che in Francia, in Germania, in Inghilterra s'instituirono contro il duello; a meno che non vi si consocii l'autorità costituita fondando i tribunali d'onore, onde provvedano a riparare coi loro placiti a quelle ingiurie speciali che fin qui non si credettero vendicabili che dal duello.
Ma comunque fosse e comunque sia di codesta faccenda, Angelo Emo lo propose e il conte V... lo accettò, senza darsi un pensiero al mondo di quel che se ne giudicava e diceva e scriveva dai loro dotti e onesti contemporanei. Anzi, se non il giovane Emo, che era istruttissimo, è probabile che il conte V... non sapesse nulla nè di Scipione Maffei, nè di Rousseau, nè di tutta la parte teorica relativa all'abolizione del duello e solo avesse contezza così in digrosso degli editti dei due ultimi Luigi di Francia.
Si recarono dunque in compagnia dei loro padrini al confine dell'estuario veneto, e là da veri gentiluomini che dovevan ferirsi senza aver nemmeno nè il bene nè il male di conoscersi, si apprestarono a incrociar le spade, fermo dagli arbitri che la sfida dovesse essere, secondo la più generale consuetudine, a primo sangue; il quale, secondo Rousseau, è il modo più assurdo di duello, più assurdo del medesimo duello all'ultimo sangue. Perchè, diceva esso in uno di que' suoi impeti di generosa facondia, al primo sangue?... gran Dio! e che vuoi dunque tu fare di questo sangue? beverlo forse, o bestia feroce? Ma questo primo sangue eruppe con un lieve zampillo dalla clavicola sinistra del conte V... a fargli rossa la bianca lattuga che gli usciva dal panciotto; zampillo lieve di più lieve ferita e che fu giudicata un nonnulla dal chirurgo ch'era presente.
Ma non può immaginarsi il lettore come riuscisse profondissima la ferita che ricevette l'orgoglio del conte, e l'ira che provò contro la fortuna, la quale diede la vittoria al suo giovane avversario, di gran lunga inferiore a lui nel maneggio della spada. Quell'ira però dovette chiudersela in petto, perchè le leggi della cavalleria non permettevano che, compiuta la prova dell'armi, si facesse il viso dell'armi all'avversario, al quale doveva anzi cordialmente stringersi la mano.
Adempiuto pertanto alle prammatiche posteriori al combattimento, il conte V... e il giovane Emo e i padrini e il chirurgo ritornarono tutti a Venezia.
Il conte entrava nella laguna che facevano le tre ore di notte. Torbido com'era, e pur non avendo nessun proposito bene deliberato in testa, discese all'albergo, e, ripartito, andò alla casa Salomon dove aveva in animo di recarsi fin dalla prima sera, ed erasi indugiato, assalito, come il lettore sa, da cento pensieri in battaglia. Nè cosa volesse fare, ei lo sapeva nemmeno, dopo ventiquattr'ore; bensì, per determinarsi, quando fu là, percosse due o tre volte col martello la porta che rispondeva alla parte di terra.
Le imposte si spalancarono, e si mostrò il guardaportone.
— Non è in casa nessuno, diss'egli, senz'attendere che il nuovo venuto parlasse.
— Nessuno?
— L'ho già detto.
— Allora aspetterò fin che venga qualcuno.
— Quando non c'è nessuno in casa, ho l'ordine di non lasciar entrar anima viva, signore.
— Non c'è nemmeno l'illustrissima contessa V... di Milano?
— Nemmeno. Ma anche allora ch'ella è in palazzo, gli è come se non ci fosse; e non riceve nessuno, nessuno affatto.
— Ciò va bene. Ma io sono il conte suo marito, venuto espressamente da Milano, e devo e voglio e ho il diritto d'entrare.
— V. S. illustrissima mi perdoni, ma debbo tenere gli ordini. Io poi non so che V. S. illustrissima sia davvero...
— E credi tu ch'io voglia vendermi per quello che non sono? Va là in malora e lasciami entrare, ch'io stesso parlerà a' tuoi padroni e alla contessa. E così dicendo sforzò, a così dire, l'ingresso; ed entrò in quel lungo androne che, nelle case di Venezia, mette in comunicazione la parte di terra con quella del rio.
— Signore, questa è una violenza di cui il padrone, che è senatore...
— Taci, e bada a te, che nemmeno il diavolo basterebbe a farmi uscire di qui, non che un senatore; e ho nelle valigie il tuo padrone e la tua Repubblica e il Senato e il doge e il corno.
Così dicendo, calcato in testa il cappello a tre punte filettato in oro, abbottonatosi il soprabito turchino da viaggio, ch'era lungo fino agli orli degli stivali e aveva il bavaro pur filettato in oro che copriva le spalle, misurava a gran passi quell'androne colla grande e grossa figura; spingendosi di tanto in tanto fin sul primo gradino della scalea verso il rio a guardare a dritta, a sinistra, a porger l'orecchio, a stare in ascolto se mai venisse qualcuno; poi tornava a passeggiare innanzi e indietro, facendo risuonare sotto la vôlta lo sgarbato scricchiolio de' suoi stivali forti.
Ed or lasciamolo passeggiare a sua posta, chè noi dobbiamo ritornare al palazzo Pisani fra i gondolieri schiamazzanti, a piedi delle scalee, nei cortili interni, ad assistere al passaggio delle belle veneziane, e a dare il braccio alla contessa Clelia per ajutarla ad entrare in gondola e ad adagiarsi sotto il felze.
Scendevano dunque tutte a quell'ora dallo scalone di casa Pisani le ultime e più cospicue beltà patrizie convenute all'accademia. E precisamente s'eran trattenute le ultime per un tacito accordo della loro ambizione e della loro civetteria ad accrescer l'ansia de' giovani cavalieri, aspettanti in due schiere sotto l'atrio che esse facessero loro la carità di qualche occhiata. Discendeva la contessa A..., quella che possedeva gli occhi più grandi e più glauchi in tutto l'estuario veneto. Beltà calcolatrice e perfida, che si compiaceva della interminabil schiera delle sue vittime, e che bisognava ostentar di sprezzarla, per farle spuntare in cuore, se non l'amore, almeno qualche velleità di simpatia. Discendeva la M..., bruna beltà capricciosa, dalla pelle di raso, e dall'occhio andaluso, lucente e tremulo come l'astro di Venere, e che precisamente, pari alla dea che imprestò questo nome a Lucifero, trattava lo sposo come Vulcano, quantunque non fosse zoppo, e lo sagrificava a Marte, anzi a un drappello di semidei più o meno guerrieri che si movevano in evoluzione in faccia a lei, e ch'ella cangiava e sprecava come i guanti e le pantofole. Discendeva la B…, bellezza epigrammatica e mordace, che già navigava cogli anni verso l'equatore della vita femminile, e copriva di nèi le incipienti rughe, che un suo amante corbellato e tradito chiamava i solchi del peccato. Discendeva la S…, beltà perfetta, ma più carnale che spirituale, dall'occhio di capra, dal collo della Diana efesia, dalle membra in cui trionfava la linea curva; sparpagliante a tutti sorrisi ed occhiate, e che era la delizia dei giovinotti in pensione, che, varcati i trentacinque, galoppavano verso i quarant'anni.
Discesero altre più o meno desiderate, più o meno belle, più o meno alte, più o meno grasse; sebbene il guardinfante dal cinto in giù le facesse tutte d'una circonferenza... e tra l'ultime discese la contessa Clelia, che Alvise Pisani e il procurator Foscarini accompagnarono alla scalea, presso alla quale, sotto l'atrio, successe come un ingorgo d'uomini e donne, mentre al di fuori era una confusione inestricabile di gondole e di gondolieri, i quali rispondevano, Vengo, Son qua, al servo colla torcia che gridava i nomi dei signori che si presentavano per andar via: Casa Mocenigo, conte Erizzo, senator Barbaro, Polcastro, Caotorta, Zen, contessa Rezzonico, contessa V..., e questa, dopo un quarto d'ora d'aspettazione, sentì la voce del gondoliere Bianchi, ch'era scivolato tra gondola e gondola fin lì. Il conte Pisani diede il braccio alla contessa, che discese finalmente i gradini, e si adagiò sotto il felze.
Intanto da più di mezz'ora Amorevoli stava nella sua gondola ferma in Canal grande, importunando di continuo il gondoliere:
— Ma bada che non ti sfugga.
— La se fida de mi...
— Ma sai tu ch'è già passata un'ora...
— Gnanca mezz'ora, sior.
— In tante gondole, come vuoi tu conoscere?...
— La lassa far a mi. Nu altri semo come bracchi… se ghe ze el salvadego... nol scapa... La se meta intanto a dormir.
— Ho già visto a passare più di trenta e di quaranta gondole.
— De zento che ghe ne ze... la fazza conto, patron, che semo indrio... Ma la guarda che la ze là... ch'el se consola, sior. E spingendo la gondola codiò dalla lunga quella della contessa per qualche tempo, poi, quando gli parve seconda l'occasione, le si portò ai fianchi.
— Buon dì... compare, disse il gondoliere al Bianchi.
La finestra del felze d'Amorevoli era a due dita dalla finestra del felze della contessa.
— Donna Clelia, egli disse...
Ella trasalì a quella voce, e non rispose; Amorevoli seguì a dire altre parole, ma la contessa non parlò.
Allora il gondoliere Bianchi che, stando in poppa, s'accorse del silenzio della contessa, sospettando ch'ella fosse in un malo impaccio... diede due o tre colpi di remi… e si portò innanzi di tutto lo spazio che misura appunto una gondola, e disse anche qualche mala parola al gondoliere di Amorevoli; e siccome era di tanto più robusto di colui... lo sopravanzò di sì lungo tratto che l'altro indarno s'attentava di raggiungerlo; mentre come un fuoco d'artifizio Amorevoli sagrava al lento gondoliere. Infine, la gondola della contessa svoltò nel rio San Polo. Amorevoli dice al gondoliere: — Va là e t'affretta che la raggiungeremo. Ma il Bianchi era già pervenuto alla casa della contessa, che Amorevoli procedeva ancora discosto. Se non che, in quel punto, ode la voce della contessa, anzi un grido, poi una voce d'uomo, e un rumore di parapiglia. È vicino alla scalea della casa. È presso alla gondola della contessa; vede il gondoliere Bianchi che appoggia un colpo di remo sul cappello a tre punte di un uomo d'alta statura, ch'ei ravvisa pel conte marito. Il cappello a tre punte, inconscio di tutto, fa tre giri grotteschi come un paléo, e cade in laguna. Il conte sfodera la spada e si fa addosso al gondoliere, e l'uno e l'altro cadono a fascio nella gondola, intanto che la contessa piega come in deliquio sulla prora... Tutto questo avvenne in men tempo che noi abbiamo impiegato a dirlo... e Amorevoli, inspirato non si sa da che, ma pronto come una molla che scatti, prende la contessa e, ajutato dal gondoliere, la porta di peso nella propria gondola… mentre dice: — Or t'affretta e non farmi il poltrone.
Nè il conte, nè il gondoliere Bianchi che stavano a fascio nella gondola, non feriti per fortuna, ma bensì martellandosi senza distinzione di rango, poterono veder quel ch'era avvenuto; nè il guardaportone accorso, intento al parapiglia; onde il gondoliere d'Amorevoli si partì senz'impicci... e dopo cinque minuti era già in Canal grande.
Quando furono colà, Amorevoli respirò; ma non era ancora tranquillo, sicchè fece intendere al gondoliere che vogasse più al largo... e il gondoliere si spinse infatti verso il canal de' Marani. Intanto la contessa fu scossa dagli aliti freschissimi della notte e tanto quanto si riebbe; e vedendosi faccia a faccia con Amorevoli, raccolse gli sparsi pensieri e, fatto alla meglio il riepilogo di tutto, gli strinse la mano. Certo che non avrebbe fatto nemmeno quest'atto, per sè al tutto innocente, se fosse stata pienamente in sè stessa; ma dal recente turbinìo dei sensi, la ragione non essendosi ancora tutta quanta sviluppata, l'istinto teneva il suo posto; e l'istinto, il men che potè fare, fu di permettere che la sua mano stringesse quella d'Amorevoli, in segno di gratitudine.
E dopo quella stretta di mano, che lasciò un'impressione indefinibile sulla mano di Amorevoli, vennero le parole tronche, breviloquenti, infuocate, che non ripetiamo perchè per noi non avrebbero senso, tanto ne avevano per quei due! parole che, nell'enfasi erotica, per quelli che le profferiscono hanno un significato che non è inteso da chi le ascolta nella calma di un cuore senza passione. Bensì nella pienezza luminosa di quella gioja istantanea, sapean pur penetrare colla loro acutissima fitta i pensieri del passato e del futuro, e i laceranti rimorsi.
Ma vi sono momenti della vita in cui, al cospetto di un bene presente insperato e supremo, non possono prevalere tutti gli altri pensieri e tutti gli altri dolori. Momenti in cui persino il colmo della sciagura, che pur troppo si presagisce dover essere duratura, comunica al piacere fuggitivo un'esaltazione senza pari.
E qui ci vorrebbero le essenze di rosa, di mirra e belgioino distillate già nella fabbrica di Tomaso Moore di Londra, e passate poi in Italia nella casa figliale di Prati; qui ci vorrebbero le flebili eleganze di Aleardi, di Maffei, di Gazzoletti, per cantare il cantante Amorevoli che muto e pensoso, stava contemplando l'inclita donna pensosa e muta; qui ci vorrebbe qualche svolazzo degli altri poeti minori, che appartengono alla famiglia dei pettirossi, dei canarj e dei capineri, perchè aliassero e gorgheggiassero e pipilassero in segno di festa intorno a costoro, che usufruttano un quarto d'ora di gioja ineffabile, a dispetto della loro falsa posizione.
Notte, cielo stellato, chiaro di luna, Venezia, canal Orfano, canti lontani smorenti nell'aria, gondolieri colle sventure d'Erminia in bocca. Due esseri nell'infelicità felici, un marito terribile lasciato sotto il pugno e il remo d'un gondoliere poeta, eccitabile e fantastico; un passato con de' rimorsi, un avvenire tenebroso: ecco, o signori, consommé di poesia e di romanticismo.
Or qui venite, o giovani fantasiosi e teneri, e voi tutti, che se foste fiori, non potreste esser altro che l'erba sensitiva, venite e volteggiate a vostra posta e in tutti i modi in codesta azzurra sfera che vi appartiene in diritto. Quanto a noi, non abbiamo a far altro; chè il nostro cuore è ruvido oggimai come la pelle di un postiglione.
Ma dove eran diretti que' due felici infelici?... Ma in che ora il gondoliere rivolse il ferro dentato verso la città?
La risposta a queste domande il lettore potrà averla assistendo in seguito a strane cose che avverranno nella città di Milano nell'anno 1766. Per ora,


Galeotto fu il libro e chi lo scrisse,

nè più vi possiam leggere innanzi.

LIBRO QUINTO


Il conte F... e il suo bisavolo. — I medici Moscati, Patrini e Gallaroli. — L'agente Rotigno e don Alberico F... — Donna Paola e la contessa Clelia V... — L'avvocato Agudio. — Un rotolo di cento zecchini e l'avviso a stampa di casa Morosini. — Il Capitano di Giustizia e la contessa Clelia. — Il Viatico — Il confessore e l'erede. — Storia del Senato di Milano. — La tortura, il Galantino e il senatore Morosini.


I


Il giorno ventitrè o ventiquattro maggio salv'errore, un lungo strato di paglia copriva quasi tutto il selciato della via*... Peccato che gl'importuni riguardi ci proibiscano d'indicarla.
Le carrozze, i carri, le carrette cessavano di far rumore appena impigliavano le ruote in quello strame. La qual cosa, tanto allora come adesso, voleva dire che giaceva là presso gravemente ammalato un beneficiato della fortuna. La ricchezza, lo sfarzo, la vita gaudente, persino l'orgoglio e la prepotenza fanno men crudo senso sulla moltitudine di tale insegna di ricchezza, la quale in fine non è che un'insegna di paglia; — e la povera plebe che ha consumata per sè stessa tutta la sua pietà, si ricatta spesso, e nel passare, lanciando all'illustrissimo infermo crudeli epigrammi. Però, se noi fossimo ricchi, faremmo collocare verso corte o verso i giardini il nostro letto, e lasceremmo la paglia a suo luogo, a placare così la pubblica maldicenza, e ad aspettare in segreto che la dea salute tornasse a confortarci, senza fare oggetto di spettacolo pomposo persin la febbre e il vomito e il secesso.
Ma chi giaceva allora a letto obbligato da questi tre incomodi era il conte F..., fratello del defunto marchese.
— Come sta il signor conte? diceva un tale al guardaportone, il quale stava dondolandosi sulla soglia del palazzo.
— Male, sempre male, anzi peggio: oggi a mezzodì si terrà consulto tra gl'illustrissimi signori dottori Bernardino Moscati, Guglielmo Patrini e il dottor Bartolomeo Gallaroli, che è il medico della casa.
— Che Dio vi scampi dai consulti... ma già questo di solito è il malanno di chi ha il diritto di levar colla paglia il rumore delle ruote... Più crescon le cure e le premure, più crescono i pericoli.
E a queste parole s'attraversava la domanda d'un altro, che passava:
— Come sta il signor conte?
— Trattasi di un consulto...
— Più che la medicina sarebbe meglio consultare la carità, la medicina dell'anima, la quale non tarderebbe a dirgli che, per guarire, bisognerebbe fare qualche atto di beneficenza, e non lasciar nella miseria la madre del figlio di suo fratello...
— Queste cose andate a dirle a chi vi piace, non a me che mangio il suo pane...
— Voi parlate bene... ma il vostro padrone opera male. Però state di buon animo, che se mai venisse a morire, come pare che voglia succedere a tutti gli indizj, non saranno pochi quelli che in Milano berranno alla salute dei medici che lo hanno accoppato.
Come dunque ora ha sentito il lettore, il conte F... non avea nessuna buona fama presso i suoi concittadini. Di lui e delle sue qualità caratteristiche non si conoscevano che l'avarizia fastosa e l'orgoglio. Era tradizionale il cattivo credito in cui era tenuto il suo casato, fin dal bisavolo che aveva tormentati i figli cadetti per concentrare nel primogenito tutte le ricchezze. Codesta, come sanno i nostri lettori a sazietà, costituiva allora un modo impreteribile nell'economia della ricchezza patrizia; ma v'erano tuttavia diversi mezzi di farla valere, e i mezzi adottati da quel bisavolo furono de' più disumani. Bensì un ricchissimo parente, il quale non aveva avuto buon sangue con quel tristo antenato, per fargli dispetto, lasciò erede di tutto il proprio un suo figlio secondogenito; (chè troppo spesso nei testamenti, i quali, essendo fatti in fin di morte, dovrebbero pure essere atti di purificazione di tutta la vita, si condensa invece tutta l'acredine morbosa d'una mala esistenza). E colui vincolò la cosa in maniera che, rimanendo senza figli il suo erede, la sostanza dovesse passar sempre al secondogenito. In virtù di questa disposizione, il conte F..., dopo avere, nella sua qualità di secondogenito, odiato per cinque anni il primogenito marchese, e vissuto in continuo timore che lo zio non morisse abbastanza in tempo, e potesse mai congiungersi ad una moglie feconda, ebbe finalmente la consolazione di sentirsi annunciata la morte dello zio, e di andare al possesso di quelle sostanze che gli si competevano per diritto.
Questo fatto, togliendo di mezzo le funeste disuguaglianze, avrebbe dovuto scemargli l'avversione ch'egli avea pel fratello marchese; ma fosse che, duratagli in petto tanti anni, quella fosse passata in istato cronico, o il pingue cibo gli avesse cresciuta la fame; dal giorno precisamente in cui diventò ricchissimo, cominciò a pensare, struggendosi di desiderio, come il casato F... sarebbe stato il più ricco di Lombardia... se le sostanze del marchese e le proprie si fossero unite in una facoltà sola. E a questa considerazione tormentosa dava ansa il fatto che il marchese viveva una vita scostumata e discola, e non aveva un pensiero al mondo d'accasarsi con nessuna patrizia nè di Milano nè di fuori. I luoghi comuni e le tirate sulla virtuale ferocia dell'ambizione si trovano in tanta copia presso tutti gli autori di commedie e di tragedie e di racconti morali, che torna affatto inutile una nuova dimostrazione delle sue attitudini spaventose, segnatamente dopo la famosa parlata del convenzionale Aristodemo; però, il lettore può farsi capace dello stato dell'animo del conte F..., e come avesse tremato ad ogni annuncio che il marchese prolungasse di troppo i suoi amori colla tale e colla tal'altra; e come si fosse consolato alla novella ch'erasi finalmente risoluto di mandar al diavolo colei che avea tenuto il segreto di dominarlo più di tutte; e come avesse provato gli effetti di un colpo apopletico quando sentì che una amante di colui aveagli partorito un figliuolo, ed egli erasi acconciato a conviver con essa e con esso; e come un contraccolpo apopletico gli fosse minacciato dal giubilo che lo fece trasalire alla notizia che il suo fratello, come Abramo, avea finalmente ripudiata quell'Agar in uno col suo Ismaele; e come poi gl'imperversasse nell'animo una vicenda tormentosa di timori e di speranze, quando, percosso il fratello marchese da lunga e penosa malattia, il conte sentì a vociferarsi d'intorno che il prevosto di San Nazaro, cogliendo al varco la di lui natura, fatta più mite dal malore, lo avesse consigliato a non lasciare in balìa della fortuna l'innocente fanciullo ch'esso ebbe dalla infelice Baroggi, e come anzi per dettatura del notajo Macchi avesse scritto di proprio pugno un testamento a favore di quel fanciullo medesimo.
Tutto il resto è già noto al lettore. Gli rimane però a sapere che l'agente di casa F... il quale fu l'uomo adoperato dal conte per tentare il lacchè Suardi, era un tal Giorgio Rotigno, che conosceremo meglio a suo tempo. Ora, se il marchese F... erasi messo a letto molti mesi prima, per lasciarsi consumar lentamente dalla ricomparsa di un antico morbo ribelle ad ogni cura, il conte s'era messo giù invece alquanti giorni prima della partenza per Venezia del conte V... e del fratello della contessa Clelia, per malattia violenta sopraggiuntagli in giorno di venerdì, dopo aver fatto un lauto pranzo di magro.
Ma il mezzogiorno stabilito pel consulto non era lontano, e alquanti servitori di casa F... stavano sulla porta attendendo che venissero i due medici consultori e il medico della cura. — Ed ecco che non si tardò a sentire il lontano rumore di una carrozza, la quale dal lastrico e dall'acciottolato svoltando nella via sullo strato di paglia, smorì in un fruscìo lento e maestoso, e si fermò davanti al palazzo. Era la carrozza del dottor Gallaroli, che dopo pochi minuti venne raggiunta da quella del dottor Bernardino Moscati, e infine da quella del medico chirurgo Patrini. I passeggieri si erano fermati a veder discendere quelle tre celebrità mediche. Il dottor Moscati, padre di Pietro, era un vecchio alto, secco, arcigno, angoloso. La moltitudine lo guardava con venerazione insieme e con spavento.
Esso era professore d'anatomia nell'ospedale maggiore, e veniva chiesto a consulto in molte città anche fuori del Ducato nei casi gravissimi di malattie. Patrini era professore di chirurgia pratica, temuto anch'esso per l'imperterrita asprezza, ond'era fama che sgomentasse gli amputandi per averli docili e immobili sotto al ferro operatore. Dalla scuola di lui e del Moscati doveva poi uscire il celebre Paletta. Il dottor Gallaroli era un ometto rubicondo e allegro, ricercatissimo in tutte le case cospicue e un po' agiate della città, perchè dicevasi che guariva spesso gli ammalati colla sola sua presenza e col buon umore onde purgava l'aria mefitica delle stanze da letto. Smontati i dottori dalle carrozze, e scomparsi dalla vista del pubblico, la ragazzaglia, com'è consueto, si fermò a vedere le rispettive carrozze e i cavalli.
È difficile a spiegare il fenomeno, ma le bestie domestiche ritraggono assai del carattere dei loro padroni, o diremo più giusto, della professione dei loro padroni; segnatamente i cavalli da tiro che stanno lungo tempo al loro servizio. Il cavallo di un medico, inquartato e ben pasciuto, ha qualcosa di solido, di posato, di severo, che impone alle moltitudini press'a poco come il cavallo d'un arciprete. Un occhio avvezzo, senza conoscere il padrone, può distinguere al corso e tra la furia delle carrozze il cavallo del medico dal cavallo del sensale, da quello del patrizio titolato, e perfino può distinguere le gradazioni d'indole e d'età di coloro che stanno in carrozza. E i tre cavalli dei tre dottori, a cui la ragazzaglia facea circolo, confermavano più che mai codesta nostra opinione. Tutti e tre dell'altezza di più che trent'once, tutti e tre gravi e vecchiotti e un po' meditabondi, parevano dire, in loro tenore, al vulgo profano: rispettateci che siamo al servizio della scienza. Oggidì chi volesse fare tali studj sui cavalli dei medici non troverebbe quasi più gli animali da studiare. Non sappiamo perchè, ma oggi la medicina va tutta a piedi. Non vi sono che i cavalli dei medici condotti, ma essi partecipando della condizione de' loro padroni, non sono più riconoscibili, tanto sono maltrattati; e i cavalli di quei medici che, essendo nati ricchi, sarebbero andati in carrozza anche senza la medicina, sfuggono all'analisi ed alla fisiologia. Sarebbe dunque un problema nuovo e curioso: «Valutare la condizione attuale della medicina, non come scienza, ma come professione, dal semplice punto di vista dei cavalli da tiro, ed esibire considerazioni e suggerimenti in proposito.»
Ma lasciamo i cavalli a scalpitare dignitosamente sulla paglia accumulata, e vediamo di poter assistere, per nostra istruzione, al consulto medico.


II


Entrati nella stanza da letto del conte F..., la regola generale vorrebbe che ne facessimo la descrizione esatta, minuta, circostanziata, come si usava una volta dai romanzieri che facevano l'esercizio comandati dal generale Walter Scott, o meglio, come si pratica negli inventarj e negli atti di consegna. Noi però lasceremo una tale descrizione a chi vuol fare uno studio di stile, e collocare a loro posto le parole registrate nel dizionario domestico del chiaro professor Carena; e d'altra parte lasceremo ai pittori la libertà di volteggiare con tutta la loro fantasia per rinvenire una degna cornice al signor conte F..., per sua disgrazia gravemente ammalato, tanto gravemente che il dottor Gallaroli ebbe e scrollare più volte la testa, e in fine a trovare la necessità di domandare un consulto per togliersi dalle spalle l'intera responsabilità della troppo possibil morte dell'illustrissimo suo cliente. Venuto al letto del quale, il dottor Moscati, che ci vedeva poco e allora non ci vedeva punto perchè la stanza era fatta quasi buja dalle persiane semichiuse e dalle tendine di seta verde, ordinò sgarbatamente alla vecchia cameriera, che stava al capezzale, di aprire e di lasciar entrar nella stanza tutta la luce che era disponibile.
I tre dottori gettarono allora un'occhiata acuta e profonda sulla faccia dell'ammalato, che la teneva sprofondata nel cuscino sovrapposto ad altri quattro, tutti messi a merletti e a trine; ma i merletti e le trine facean parere più cruda l'antitesi di quella faccia ossuta, gialla, solcata, distrutta.
I tre medici, a questa prima esplorazione, si guardarono senza far motto, ma si compresero; tanto che il Gallaroli, il dottor della cura:
— Eppure, disse, non è decombente che da otto giorni.
Il Moscati, vecchio cinico, bisbetico e senza prudenza, crollò la testa e passò a toccare il polso dell'ammalato; atto che fu susseguito da un'altra scrollata di testa.
— Che un tale stato, soggiunse poi, possa essere la conseguenza di una replezione, lo credo, perchè lo dite voi; se foste un medico novizio vi direi che quello di toccar polsi non è il vostro mestiere. Cosa m'avete detto ch'egli abbia mangiato?...
— Anguilla di Comacchio, professore; un suo cibo prediletto. Ma egli è solito di mangiarne a dismisura, per quanto io ne lo abbia tante e tante volte sconsigliato. Tutti i venerdì, per sua degnazione, io pranzo qui... e tutti i venerdì mi è toccato dirgli: badi che è troppo, e le farà male; e quel che previdi è avvenuto. Onde, che questo sia un caso gravissimo di replezione, non è possibile negarlo, professore. Prima di pranzo il conte stava bene, non è vero, conte?
Il conte accennò di sì, e, facendo cenno al dottore che gli si accostasse, soggiunse a voce bassa:
— Tant'è vero che ho mangiato troppo, perchè credevo di poter mangiare.
Stia zitto, signor conte... Ma tornando a noi, egli stava bene prima di pranzo, e continuò a star bene anche dopo; anzi vi dirò che, quando il cameriere che portava lo sciampagna, entrò a dar la notizia che ci fece strabiliar tutti, che il lacchè Galantino, catturato a Venezia e fatto viaggiare sotto buona scorta, era stato consegnato un momento prima al Capitano di giustizia, il conte stava tanto bene che, a questa notizia, balzò in piedi e disse: Sono assai contento di questo; da quella canaglia Dio sa che sarà per saltar fuori adesso che è nelle mani della giustizia... Io poi ho uno speciale interesse perchè parli e sia fatto parlare... — e qui bevve due o tre bicchieri di sciampagna l'uno dopo l'altro, e si cacciò poscia a motteggiare e a ridere in modo tale che non è del suo temperamento... Figuratevi, professore, quanto il conte stesse bene... Se non che egli uscì, e alcuni momenti dopo... qui, questa donna entrò in sala tutta scalmanata a dirmi: Venga un po' là, dottore, che il signor conte sta male, male assai, e par che gli manchi il respiro e voglia morire. Io accorsi. Era gettato a stramazzone sulla poltrona, fuggita la pupilla, fuggito il polso. Come vedono, signori professori, non era il caso di una cacciata di sangue. Gli feci dunque servire una limonata acidissima e tepida, dopo la quale, quando si riebbe, lo feci porre a letto, e sebbene la giornata fosse calda per sè, provvidi a farlo ristorare con panni caldi; e così attesi il beneficio del sonno e delle dodici ore della notte.
— Ben pensato, ben provveduto. Non c'era a far altro...
Così diceva il professore Patrini.
— Tutto va bene, soggiungeva il Moscati, ma il giorno dopo, come lo avete trovato il giorno dopo?
— Peggio che mai. Era bensì tornato in sè stesso, ma accusava dolore profondo alla testa, dolore insopportabile allo stomaco. Il polso era duro e inerte... Passammo a' purganti... non se ne ottenne nulla. Ed ora sono scorsi otto giorni, e quasi son venuto in sospetto che l'impedimento sia meccanico. In tanti anni di cura non mi è mai capitato un caso tanto ribelle alla scienza... chè tutto quello che essa può consigliare fu amministrato. Cosa ne pensa il professore Moscati?
— Penso che bisognerebbe conoscere la causa per cui l'anguilla di Comacchio gli ostruì il ventricolo.
— La causa è il cibo medesimo mangiato, anzi divorato in eccesso.
— Va bene... ma questa causa essendo conosciuta, non dovrebb'essere poi tanto intrattabile alla mano risoluta della scienza. Secondo il mio parere, quando gli effetti sono permanenti, e non si modificano nè in più nè in meno sotto al lavoro medico, è indizio che la causa è ignota; ora il nostro studio dovrebb'essere di rintracciar questa causa, per conoscere s'ella sia di tal natura da esser poi governata colla medicina.
Il dottor Gallaroli e il chirurgo Patrini si guardarono in faccia come se non avessero ben afferrato il concetto del professore Moscati.
Ma a questo punto l'ammalato, con voce fonda e intercalata da riposi asmatici, e tuttavia piena di fremito e d'ira:
— Che cosa dunque si conchiude? disse, posso guarire o no? Di che natura è questa malattia?
— Il dottor Gallaroli non ha sbagliato, rispose Moscati. La cura a cui ha sottoposta la signoria vostra illustrissima era l'unica e ragionevole. Ma se il corpo del signor conte non risponde ai trattamenti medici, i medici non possono fare miracoli. Tuttavia speri; e qui tornò a tastargli il polso.
— La febbre è feroce, soggiunse. Il dottor Gallaroli non può che continuare nell'intrapresa cura. D'impedimenti meccanici non credo che sia nemmeno a parlare. Che ne dice il professor Patrini?
— Non c'è sintomo di sorta che accusi un tale impedimento; onde in questo caso non c'è altro che attenersi ad una cura d'aspettativa.
Qui il dottor Gallaroli scrisse una ricetta, toccò anch'esso un'altra volta il polso dell'ammalato, lo tasteggiò alle regioni dello stomaco, poi conchiuse:
— Tornerò sul finire della giornata. E partì insieme coi due medici consulenti.
Quando aprirono l'uscio della stanza, urtarono in un gruppo di persone che stavan tutte origliando, servitori e cameriere, e confuso con loro l'agente della casa, signor Rotigno. — Il figlio del signor conte, giovinetto di vent'anni, che in casa era chiamato don Alberico, passeggiava innanzi e indietro per quell'antisala, tristo in volto, ma vestito con attillatura soverchia, e che certo contrastava e colla gravezza della circostanza e col suo volto medesimo. Ma più di quella medesima attillatura, ciò che facea meraviglia era la preoccupazione ch'esso aveva del proprio aspetto, fermandosi di tanto in tanto a contemplare sè stesso nei due specchioni che dall'alto al basso ornavano due pareti della sala.
Quando i tre medici uscirono, il signor Rotigno tenne loro dietro.
— E così? come si mette, dottore? chiese al Gallaroli.
— Male, male assai.
— Tanto male, soggiunse il dottor Moscati, che, per ogni buon conto, sarebbe opportuno mandare pel prete.
Don Alberico, che, intento a guardar l'effetto d'un neo applicato per la prima volta in quella mattina dal parrucchiere all'angolo del suo occhio destro, non s'era accorto dei tre consulenti ch'erano usciti in quel punto, fu scosso a quella parola prete, e si volse e domandò:
— Come dunque hanno trovato il conte mio padre?..
— Fatevi coraggio, don Alberico, ma non a caso ha detto il dottor Moscati... che c'è bisogno del prete.
Quando i medici si trovaron soli sotto all'atrio del Palazzo:
— Ora ci spiegherete, dottore, disse Patrini a Moscati, quel che avete voluto intendere quando avete parlato della causa della malattia...
Il dottor Moscati crollò allora la testa, e rispose:
— Mi accorgo che nel libro della vita si legge meglio quanti più anni si hanno; e siccome io sono ancora più vecchio di voi altri due, così mi sono accorto di ciò che voi non avete intraveduto. Tuttavia, caro dottor Gallaroli, voi che siete della famiglia, avevate l'obbligo di accorgervi di qualche cosa. Quando mi avete detto, che il malore scoppiò subito dopo l'annuncio della cattura del lacchè, ho tosto compreso da che tutto deriva.
Il dottor Gallaroli e Patrini tornarono a guardare in faccia al dottor Moscati con quell'atto di chi non comprende nulla.
E il Moscati:
— Va benissimo che i preparati anatomici e le lezioni di chirurgia pratica e quelle di medicina non ci devan lasciare il tempo di pensare alle cose di questo mondo. Ma il sole e la luna si vedono, come il freddo e il caldo si sentono anche senza volerlo, perchè sono essi medesimi che si fan vedere e sentire. E così è del fatto presente. Non sapete dunque quel che si dice in tutta Milano, che cioè il lacchè Suardi deve aver trafugato un testamento per insinuazione del... sì, signori, del conte?
— Che? cosa dite?
— Oibò!!...
— Oibò? perchè oibò? vediamo. L'accusa per cui il lacchè Suardi è ora al Capitano di giustizia, è precisamente ch'esso abbia rubate delle carte preziose al marchese defunto, tra le quali un testamento, e un testamento a favore d'un suo figlio naturale. Questo testamento a danno di chi era? Del conte. La scomparsa di questo testamento a vantaggio di chi era? Del conte. Il lacchè a trafugare delle carte cosa poteva guadagnare per sè? Niente. Qualcuno dunque lo dee avere istigato. Chi dunque? Colui solo che ci ha interesse. E chi può essere questo colui? Il conte. Vi parrebbe ancora di sbagliare a credere che non può essere che il conte?... Suvvia dunque... già io non vado dall'illustrissimo signor capitano a ripetere queste parole, che del resto sono in bocca a tutta Milano. Nè io voglio dire in giudizio che la causa per cui l'anguilla di Comacchio si fermò sullo stomaco del signor conte, fu l'annuncio improvviso della cattura del lacchè, nel punto precisamente che i fluidi gastrici lavoravano a manipolare il suo chilo. Fate che domani il lacchè possa escire innocente o dichiarato tale dal Senato... e allora vi accorgerete che siamo ancora in tempo a salvare la vita del signor conte; perchè tolta la causa permanente che non gli lascia aver tregua, è salvo. Son morti degli uomini sul colpo per un eccesso di paura, di collera, d'affanno. È dunque già molto che il conte sia ancor vivo... perchè, colleghi miei carissimi, il caso è serio; e se il lacchè dà fuori il nome del conte, vedete che scandalo, che onta, che vitupero!! Ma torniamo all'Ospedale il quale in certi casi è più allegro del Capitano di giustizia e del Senato, e spesso un forcipe fa meno paura d'un articolo delle istituzioni criminali.
Dicendo questo, aprì lo sportello della sua carrozza, traendoselo dietro a richiudersi romorosamente. Gli altri fecero lo stesso, e i cavalli si mossero con trotto dignitoso e scientifico.


III


Ed ora tornando nella camera del conte, ci accorgiamo che è necessario di spiegar nettamente molte cose che lo risguardano, in continuazione a quel po' di schizzo che, qualche pagina addietro, abbiam dato della sua vita e dell'indole sua. Non sappiamo perchè ogni qualvolta ci occorse di parlare del conte F... e della parte che ebbe nel trafugamento delle carte di suo fratello, lo abbiamo sempre fatto con una circospezione che non potremmo nemmen spiegare a noi stessi. Parrebbe quasi che il desiderio onde il senatore Gabriele Verri e gli altri, i quali erano più o meno in parentela, più o meno in dimestichezza col conte, e che, meglio ancora che per l'onore di lui, spasimavano per il decoro e la buona fama della casta, sia passato nel nostro sangue come un male attaccaticcio; tanto che, se il lettore si ricorda, abbiam sempre parlato a mezza bocca, e gettatigli innanzi in cumulo i fatti senza divisarli bene, quasi timorosi che il conte potesse risuscitare a farci pagar cara la nostra imprudenza. Ci vergogniamo dunque di questo nostro modo di procedere, e vogliamo parlar chiaro, e senza l'ajuto de' personaggi, ma per la nostra bocca medesima. Il conte F... avendo dunque saputo qualche giorno prima che morisse il marchese, che il prevosto di San Nazaro era riuscito a fargli stendere un testamento a favore del figlio della Baroggi; avendo saputo inoltre che il testamento non era stato consegnato a nessuno, e che anzi il marchese aveva dichiarato al prevosto stesso: trovarsi nello scrittojo del suo studio, in mezzo a molti documenti di famiglia, anche le disposizioni dell'ultima sua volontà; il dì medesimo che esso morì e che i notai del Pretorio apposero i suggelli allo scrigno, parlò col suo agente signor Rotigno (che per lui aveva il merito d'avergli ridotto, con un'amministrazione inesorabile, a un terzo di più il valore de' suoi possedimenti), parlò un lungo discorso che condusse il Rotigno a fargli la proposta di tentare il lacchè Suardi, stato tanti anni al servizio del marchese, e che, per essere respinto da tutti e non aver più nè dove dormire nè di che mangiare, dalla disperazione facilmente sarebbe stato persuaso ad accettare buoni patti. La sostanza, in palazzi, case, ville, terreni, capitali, diritti d'acqua, ecc. del marchese F... era valutata a circa dieci milioni di lire milanesi. Il conte promise al Rotigno lire 200 mila di regalo, quando l'impresa fosse riuscita bene; in quanto al lacchè, avrebbe dovuto ricevere sessanta mila lire di compenso, compiuta ogni vertenza; quando cioè fosse tolto di mezzo ogni pericolo d'investigazione criminale, e dopo un lasso di sei mesi; delle quali sessanta mila lire se gliene dovevano anticipare due mila prima di tentare il fatto; altre vent'otto mila subito dopo consumato il trafugamento; il resto, come dicemmo, maturati i sei mesi.
Queste cose, secondo le regole della drammatica e de' suoi sospensorj, il lettore avrebbe dovuto saperle in altro luogo e tempo, quando cioè, dopo un lungo ordine di anni e di vicende, ogni segreto dovrà saltar fuori all'aperto per uno di quegli accidenti che non sanno uscire che dalla bisaccia agitata dalla cieca fortuna. Ma siccome queste cose noi le sappiamo già, avendo sott'occhio tre quinterni di carta gialla e tarlata, tutta nera d'inchiostro svanito, dove la storia del processo c'è tutt'intera, così ne facciamo una graziosa anticipazione ai nostri lettori, anche perchè possano così valutar meglio la portata di questi due personaggi: il conte F... e l'agente Rotigno.
Compiuto il fatto, seppellito il marchese, pagato il lacchè, il conte e l'agente respirarono. Del qui pro quo provocato dagli amori di donna Clelia col tenore gioirono in segreto di una gioja profonda, di una di quelle gioje onde nelle vecchie leggende della nubilosa Germania vediamo esaltato il maligno spirito quando riesce a trarre a perdizione qualche innocente; gioirono in segreto, vogliamo dire che non si comunicarono le loro gioje; perchè e l'uno e l'altro evitarono sempre di parlare di quant'era avvenuto, e per qualche giorno parve anzi che si scansassero. Un'avversione misteriosa grado grado era nata tra di essi; e tanto più implacabile quanto l'uno era più avvinto all'altro, e quanto più dovevano dissimularla con degnazione cortese per un lato, e con profondo rispetto per l'altro. Sul resto erano tranquilli, meno però sul fatto del lacchè, il quale, dopo aver mostrato il testamento originale al signor Rotigno, ostinatamente volle tenerlo per sè, limitandosi a trarne di proprio pugno la copia. Tanto il conte che il Rotigno avevano conosciuto il Galantino per una faccia sola, per quella della ribalderia, dell'audacia e della miseria; ma non sospettarono affatto quella dell'ingegno, dell'acume e dell'astuzia naturale. Davvero che non s'era adempiuto per parte del lacchè alla più grave delle condizioni. Ma dieci milioni erano guadagnati, il fatto era corso tanto bene, che pareva espressamente comandato dalla fortuna. Il capriccio del lacchè poteva essere un capriccio senza pericolo di conseguenze gravi, e del resto anch'esso era interessato a tacere. Non si pensò dunque ad altro che a dar corso alle faccende domestiche, e giacchè solo il conte era chiamato all'eredità, a procacciare gli opportuni provvedimenti per andare al possesso di essa.
Per tutte queste circostanze adunque, ci pare sia facile a capacitarsi del terribile effetto che dee aver fatto sull'animo del conte F... la notizia inaspettata della cattura; ella veniva a dire in conclusione, secondo le consuete risultanze de' processi, che fra pochi giorni tutto sarebbe stato palese, e, insieme coll'edificio che veniva a crollare dalle fondamenta, il decoro del casato, il decoro apparente, già s'intende, veniva ad essere oscurato per sempre. La vivacità lieta che il conte mostrò a' commensali quando la notizia venne annunciata, e le parole che pronunciò non erano state che un effetto dell'esaltazione della paura e dell'astuzia istintiva e quasi meccanica che ha chiunque per trarre in inganno gli astanti intorno a cosa che vuolsi tenere nascosta e si trema possa venir palesata pur dal menomo turbamento esterno, dal colore mutato, dalla voce indebolita. L'uomo allora finge ed esagera sentimenti in tutto opposti a quelli che gli si agitano in petto, di modo che talvolta ei si rivela per l'eccesso appunto della finzione medesima; e il conte si rivelò in fatti a molti de' commensali che notarono ogni cosa e tacquero; si rivelò persino, chi mai lo crederebbe, allo stesso dottor Gallaroli, uomo naturalmente acuto e scaltrito da una lunga esperienza, tanto acuto e tanto scaltro, che finse di esser caduto dalle nuvole quando il sincero e sciolto e burbero dottor Moscati non dubitò di dire quel che pensava. Ma se quella notizia fu tanto micidiale al conte, da fargli l'effetto dell'acqua dei Borgia e dell'arsenico, non lasciò intatto nemmeno l'agente Rotigno, come è facile a credere. Benchè fornito com'era dalla natura di un corpo robusto e inquartato come quello d'un cavallo da stanga, e avendo colorito il volto da quel colore permanente che par vernice metallica e che non permette di distinguere un uomo in deliquio da uno che ha ben bevuto, non ne lasciava trapelar nulla all'esterno. Nessuno però dei nostri lettori più infelici e malcontenti della vita avrebbe potuto invidiarlo; chè in otto giorni e otto notti, se riuscì a sfiorare tre o quattr'ore di dormiveglia, s'arrischia a dir troppo.
Ben è vero ch'egli aveva prese tutte le precauzioni, onde, anche nel caso che il Galantino fosse stato posto alle strette, non potesse nominare l'uomo da cui aveva tenuto il mandato, perchè egli non gli s'era dato a conoscere; ma nel tempo stesso avea potuto accertarsi che il lacchè avea, come suol dirsi, mangiata la foglia, e nel caso di un buon tratto di corda che gli avesse fatte veder le stelle anche di giorno, avrebbe presto dato fuori i nomi per cercar sollievo o trarre altrui nel laccio. Il fatto però d'una malattia grave e pericolosa del conte gli aveva messo in cuore qualche speranza. — Se mai fosse per morire, pensava, prima che il lacchè ci tiri in ballo, a me non riuscirebbe difficile trarmi d'impaccio. Il lacchè nominerà il conte... ma il conte morto non potendo comparire in giudizio... il tutto finirà colla restituzione del testamento... e chi deve esser ricco sarà ricco, e buona notte, e don Alberico s'accontenti di quello che ha. Per tali considerazioni, il signor Rotigno si consolava ogni qualvolta il dottor Gallaroli gli dava pessime informazioni dell'ammalato; e arrivò perfino a stropicciarsi le mani per un soprassalto repentino di giubilo quando sentì annunciato il consulto, tanto avea buona opinione dei consulti medici!!! Se non che questo fresco venticello che gli soffiò sull'animo agitato venne respinto da una frase sola del dottor Moscati: — È mestieri del prete. — Egli non avea pensato che alla morte del conte, e non all'agonia nè a' suoi preliminari, talchè non avea mai considerata la necessità della confessione e dell'olio santo. Però quella parola prete gli penetrò nel cuore coll'effetto di un cuneo che squaglia un ceppo, chè, pensava egli: La vita eterna farà parere al conte un nonnulla i dieci milioni del marchese... e per alleggerir l'anima verserà tutto nelle orecchie del prete... — Insomma lo spavento che gl'indusse quella parola fu tale che se in quel punto avesse mangiato anch'esso due o tre rocchj d'anguilla, l'indigestione lo avrebbe soffocato. Tant'è vero che fare il galantuomo è la migliore speculazione di questo mondo.


IV


Lasciando adesso le nostre digressioni, e venendo a' fatti; quando il signor agente Rotigno e don Alberico tornarono nell'antisala:
— Bisognerà dunque, disse il secondo, mandare a chiamar don Giacinto.
Don Giacinto era il vicario di Santa Maria Podone, dipendente dal curato di Santa Maria Porta; era il prete di casa, ossia quello che più frequentemente aveva a che fare col signor conte padrone; non tanto, a dir la verità, per le faccende dell'anima, ma per le vertenze di un beneficio di jus patronale, pel quale il conte F... aveva diritto di nomina.
— Don Giacinto è stato qui sin dall'altro jeri, rispose il signor Rotigno, ma ho creduto bene di rinviarlo. Queste sottane nere, caro don Alberico, fanno un tristo effetto sugli ammalati. Dopo i purganti e gli altri argomenti, ciò che procura la guarigione di un ammalato è la faccia gioviale del medico e la speranza. Ma a che amministrar purganti e conforti, quando un prete dee venire a mettere spavento? Che effetto farebbe a lei, don Alberico, se dopo il quarto o quinto giorno di malattia, il prete venisse a farle visita subito dopo il medico?
— Che effetto? si sa... Ma quando il medico lo consiglia...
— Il dottor Gallaroli è un furbo che vuol darsi importanza e ama far correr la voce per Milano ch'egli è l'uomo dei miracoli... e sa, anche dopo l'olio santo, rinnovare la vita; gli altri due, è naturale... son della professione, e una mano lava l'altra, e il mestiere non vuol essere rovinato — però son venuti, come succede sempre, per dar ragione al medico della cura, il quale, a dir la verità, mi par il prete che canta messa, mentre gli altri due fan da diacono e gli tengono il piviale. È sempre la stessa storia, però bisogna saperli interpretare, e non seguirli testualmente questi signori.
— Basta, fate voi. Badate però che stasera il dottor Gallaroli non faccia strepito del non essere stato obbedito.
— Vedrà che il dottore non dirà nulla... E poi io vivo certo che il conte debba migliorare...
— Fate pure, fate pure... Ora sentite ...
— Che cosa?
— Fatemi contar dal cassiere un cento talleri di Carlo Sesto.
— Siam sempre a queste, don Alberico.
— Sono otto giorni che ne ho di bisogno.
— Il signor conte mi proibì di darle altro danaro prima che incominci il mese di giugno.
— Il giugno è qui presto... è un'anticipazione di pochi giorni...
— Eppoi?
— Eppoi, fate presto. Non mancano usuraj a Milano, e se batto di piede saltan fuori talleri da tutte le parti. Non è la prima volta. Ma che maledetto gusto è questo di costringermi a pigliar dieci per restituir venti! Non c'è al mondo uomo più avaro e più sucido di mio padre; e voi gli tenete la staffa. È tempo di finirla. Ho ventun'anni, e colla nuova eredità sono il figlio unico più ricco di Lombardia. Venti milioni... una piccola bagattella... e sempre aver bisogno di denari come se fossi un pezzente, e domandar la carità a voi. Ma chi siete voi?
L'agente sorrise, e:
— Sono il suo umile servitore, che ama lo splendore della casa, e desidera che l'unico erede di tanta facoltà non trovi d'aver decimato nulla quando sarà egli il capo della casa e il padrone assoluto di tutto. Però, giacché veramente le occorrono, vado a farle contare i cento talleri.
— Sentite, se fossero centocinquanta non mi lamenterò; anzi, ora che ci penso, mi lamenterei se fossero appena cento.
Il signor Rotigno discese nello studio dov'erano molti impiegati subalterni, cassiere, ragioniere e scrivani, perché l'amministrazione della casa era vasta e complicata. Si fece contare dal cassiere i centocinquanta talleri, li fece notare alla partita di don Alberico, incaricando uno scrivano di stendere una ricevuta che il figlio del padrone avrebbe firmata per la necessaria regolarità, e perchè voleva così il signor conte padrone.
Mentre il signor Rotigno s'indugiava là per tale occorrenza, entrò un commesso di studio seguito da un facchino portante un sacco di denaro; entrò e disse:
— Gran novità.
— Che cosa?
— È tornata, pochi momenti sono, la signora contessa Clelia V...
— Tornata?... ma perchè?
— S'ella voleva tornar così presto, tanto aveva a non fuggire.
— Oh bella! il conte marito volle andare dov'ella si trovava, ed ella ritornò dove non si trova più suo marito. Fin qui non ci vedo nulla di strano, ed è facile a capire.
— Che cosa è facile a capire?
— Quello che voi non sapete, soggiunse il commesso. La contessa è tornata perchè fu fatta ritornare.
— Da chi?
— Da chi ha l'autorità, s'intende; voglio dire, dal Senato. Ma sapete il motivo? è il motivo che vi farà strabiliare tutti.
— Sentiamo, parla, di' presto.
— Il motivo è che il Galantino ha dato fuori il suo nome; e in conclusione, è dessa che lo ha pagato a rubare il testamento. E si sa anche com'era il testamento. Erede, già s'intende, il nostro illustrissimo signor padrone, e diversi legati, tra' quali uno, e il più vistoso, all'egregia contessa... in compenso di... mi capite... Altro che Urania e Minerva e che so io, come la chiamava il vicario don Giacinto: ah! ah! ah!... a dire che mi divertono tali intrighi, è dir poco.
— Ed ella deve aver fatto trafugare un testamento, perchè il testatore ha voluto regalarla? Ma c'è sale in zucca a creder queste fandonie?
— Altro che sale! Il testatore assegnò il premio... ma assegnò anche i servigi... vedete che scandalo. Ah ah ah... Ma già è sempre stato un po' matto il signor marchese. Non somiglia per niente al nostro illustrissimo signor padrone.
Il signor Rotigno intanto ascoltava e taceva; e siccome era informato in parte del processo del Galantino, e già avea sentito toccare un tasto di una simile deposizione, credette a mezzo, e quasi quasi si sarebbe confortato, se non gli fossero tosto sorgiunti i secondi pensieri a fargli capire che l'inganno poteva durare per poco e non per sempre. Tuttavia pensò di farne parola al conte. Prese allora i centocinquanta scudi, salì, entrò nella sala dove ancora stava passeggiando don Alberico, gli consegnò i denari colla ricevuta che don Alberico sottoscrisse; e quando questi partì, pensò di entrare nella camera da letto del conte... Se non che, allorquando fu per aprire, si fermò e disse tra sè, anzi pensò... perchè certe cose, nemmeno i bricconi di cartello le osano dire neppure in soliloquio: — Questa notizia potrebbe consolarlo un po' troppo, e aprire il varco alla salute... un'inezia accoppa, un'inezia fa rinascere. È dunque meglio tacere. — E così ridiscese nello studio, prese il cappellino a tre punte e la sua canna d'India, e uscì ad appurare le notizie della giornata.
Intanto che il Rotigno se ne va pe' fatti suoi, facciamoci colla contessa Clelia. Il commesso di studio, raccontando che era tornata a Milano, avea detto il vero. Al serenissimo doge Grimani, nelle sale del nobile Alvise Pisani, ella avea promesso che il giorno successivo impreteribilmente sarebbe partita da Venezia; e il doge aveale detto: confidare interamente nella sua parola e non volere per verun conto commetterla a scorta nessuna. Queste furono le parole: ma i fatti non vi corrisposero esattamente. Chè alla contessa Clelia il dì dopo fu reso al tutto impossibile di lasciar Venezia, per varj accidenti sorvenuti all'impensata, e che, scorsi che saranno sedici anni dal tempo in cui versa il nostro racconto, il lettore probabilmente saprà indovinare. In quanto al doge incaricò l'ufficio de' corregidori di far tener dietro ai passi della contessa; e allorchè seppe, con sua grande meraviglia, ch'ella trovavasi ancora in Venezia, alla promessa che donna Clelia rinnovò di partire fra breve tempo, non fu tanto credulo; e sotto specie d'onorarla, la fece accompagnare sino al confine del ducato di Milano da messer Zuane Pizzamano, camerlengo di Comune, e dalla nobile sua moglie. Onore che, giunto al confine, le fu rinnovato dal signor luogotenente di Pretorio, dottor Rocco Orlandi, il quale, espressamente a ciò incaricato da lettera senatoria, le domandò con rispettosa deferenza, ma con quel modo d'interrogare che significa essere il provvedimento già stato ventilato e ingiunto dall'autorità, le domandò adunque se ella desiderava, giungendo a Milano, d'essere alloggiata nella casa dell'egregia donna Paola Pietra sua conoscente.
Ma in che modo l'autorità provvide a far alloggiare la contessa presso donna Paola Pietra? Il fatto è chiaro. Dopo che il Senato fu istrutto della strana deposizione del lacchè Suardi, e riputò indispensabile di sentire di presenza in giudizio la contessa V..., l'illustrissimo capitano di giustizia, dopo una conferenza col presidente del Senato e col senatore Gabriele Verri, mandò a chiamare donna Paola, a cui fece palese la deposizione del Galantino, e insieme la risoluzione in che era venuto l'eccellentissimo Senato d'interessare il Consiglio Veneto a mandare a Milano la contessa.
Che terribile colpo facesse una tale notizia sull'animo di donna Paola è facile immaginare.
Dopo il primo turbamento e dopo quella tremenda confusione in cui le persone educate da una lunghissima esperienza son gettate al sentire imputato di una colpa detestabile chi si ama e si protegge, appunto perchè alla predilezione ed alla stima si mesce sempre il dubbio dell'umana perversità e delle apparenze ingannatrici; donna Paola, nel fondo dell'animo suo, rifiutossi a prestar fede all'oscena accusa. Disse poi tali cose al signor capitano, e le espose con tanta eloquenza e fervore, che lo stesso marchese Recalcati, ch'era un eccellente galantuomo, fu presto dell'avviso, essere infondata l'accusa del Galantino, e dovere anzi l'accusa medesima servir col tempo alla riprova della di lui ribalderia. Perciò, alla profferta che donna Paola gli fece di ricevere in casa la sventurata contessa sotto la sua protezione e sorveglianza non potè che accondiscendere, onde al luogotenente di Pretorio al confine del Ducato furono inviate istruzioni in proposito. Nè qui si fermò la caritatevole donna, ma affannata di avere col proprio consiglio peggiorata la condizione della contessa, pensò di non omettere cosa nessuna, la quale potesse giovare alla causa di quella sventurata e, in ogni modo, dovesse giovare al trionfo della verità. A tale oggetto si recò dall'avvocato patrocinatore del figlio della Baroggi, perchè vedesse di poter raccogliere una o più testimonianze ad indicare e provare, non essere altrimenti vero che il lacchè Galantino si trovasse già a Venezia prima degli ultimi otto giorni del carnevale di Milano. E l'avvocato si prese l'assunto, e in pochi dì fu sulla via di far qualche preziosa scoperta.
Se dunque queste ultime pagine furono noiose anzi che no, ci lusinghiamo che il ritorno della contessa, e la sua chiamata in giudizio, e le sue confidenze a donna Paola e le sue ansie: come pure la scoperta dell'avvocato patrocinatore, e i nuovi interrogatorj imposti al Galantino, e le lotte in Senato sul proposito della tortura, e i risultamenti provvisorj di codesta matassa, saranno


Vasta materia di sermon futuro.


V


Il giorno stesso in cui si tenne il consulto medico in casa F..., donna Paola Pietra, con lettera confidenziale, venne avvisata dall'illustrissimo signor marchese Recalcati, che il giorno dopo, accompagnata dal luogotenente del Pretorio di confine, sarebbe giunta a Milano la contessa Clelia V... Per ciò ella si trattenne in casa onde adempire all'ufficio cui si era spontaneamente offerta.
Le persone che, sollecitate da una stragrande bontà di cuore e dall'amore degli uomini, s'interessano con operosità alle cose altrui, quando le loro premure non hanno riuscita, si sentono travagliate da insopportabili inquietudini, e talora, per quanto invase dallo spirito di carità, provano il pentimento d'essersi volute adoperare a vantaggio degli altri. In una tale condizione d'animo trovavasi appunto donna Paola nelle ore che stava aspettando la sua protetta, e tanto più si affannava, quanto più, ripensando le cose avvenute (e non conosceva il peggio), vedeva che i buoni consigli non assicurano sempre la felice riuscita delle cose, e talvolta, pur troppo, come nel caso suo, partoriscono effetti al tutto opposti ai desiderati. A taluno de' nostri lettori parrà strano che siasi voluta mettere innanzi donna Paola siccome l'ideale della carità, un surrogato in terra alla Provvidenza, quando poi, in sulle prime operazioni, doveva fallire agli intenti desiderati. Ma innanzi tutto, quando un fatto è realmente avvenuto con quelle circostanze speciali, impreteribili al raccontatore, un personaggio non può sempre appagare i desiderj di chi legge. D'altra parte una storia come la nostra non è che uno specchio più o meno terso, più o meno ondulato, in cui si riflette la prospettiva della vita. Ci può essere qualche deviazione di linea, qualche raggio che s'interseca o prima o dopo, ma l'immagine riflessa in poco può variare dal vero. C'è di più, che un personaggio, tanto nei lavori dell'arte come nella vita reale, il quale si distingua per carattere segnalato di virtù, si fa manifesto per l'intenzione ed il fervore della volontà di operare il bene, non già per l'ultima riuscita, la quale non è mai la vera misura onde valutare il grado della virtù stessa. Coloro che pretendessero dovere la comparsa di donna Paola Pietra stornare sciagure e peccati e cadute, mostrerebbero di non conoscere la differenza che passa tra i personaggi della vita vera e gli dei d'Omero. A questi era permesso far scomparire Paride in una nube e involarlo all'ira di Menelao per stornar l'asta del Telamonio dallo scudo di Ettore; ma ai nostri personaggi, vogliam dire ai buoni, non sono obbligatorj che il desiderio del bene e la facoltà di sudare per correre sulla sua traccia; non già la sicurezza di conseguirlo.
Ma ciò non toglie che donna Paola fosse afflittissima e si riputasse quasi colpevole di quanto era avvenuto. Tuttavia, quel che più le cuoceva, era il dubbio che di tanto in tanto veniva a galla delle sue medesime persuasioni e de' suoi raziocinj; il dubbio, vogliam dire, che donna Clelia fosse ben altra da quella ch'essa aveva creduto; e che quanto potè sembrare un trascorso accidentale, fosse invece un'abitudine perversa dell'intera vita. — Inoltre la passione violenta ond'era stata assalita al cospetto di un cantante, circondato dal fascino della gioventù, della bellezza, dell'eccellenza dell'arte, lasciava trovar scusa e perdono pur nell'animo del più inesorabile censore; ma le relazioni col defunto marchese, perduto di costumi, nè giovane, nè attraente, rendeva turpe e non perdonabile la colpa. Se non che, nel punto che donna Paola stava dibattendosi fra cotali pensieri, il servo entrò a dire che la contessa V... era discesa dalla carrozza.
Donna Paola alzossi quando quella entrò.
Il lettore si ricorderà delle caldissime espansioni di affetto, dell'abbraccio tenero e commosso onde queste due donne si lasciarono dopo il primo loro dialogo. Chi ora dunque crederebbe che, rivedendosi, dovessero tanto l'una che l'altra mostrare una freddezza riguardosa, e proferir parole e saluti a cui non corrispondeva la gelida espressione del volto e degli occhi! Ma nell'una era un sospetto, nell'altra era una recente memoria che la faceva timorosa della presenza di quella venerabile donna. — E codesta peritosa freddezza della contessa, accrebbe in quel punto i dubbj di donna Paola, di maniera che, per un movimento istantaneo, il suo volto assunse l'espressione della più severa austerità.
Partito il servo, rimaste sole, aspettando la contessa, altre parole, e vedendo perdurare donna Paola in quella gravità ch'ella non sapeva spiegare:
— E che cosa è avvenuto, esclamò, perchè io non veda più il sorriso benevolo su quella vostra santa faccia?
Dir queste parole, gettar le braccia al collo di donna Paola e prorompere in pianto fu un punto solo. La mestizia acerbissima del viaggio solitario, i timori, le rimembranze che da molte ore le avean fatto nodo insopportabile al cuore, si sciolsero in quello scoppio di lagrime.
Donna Paola sentì sottentrar tosto la commozione alla severità, e riabbracciando la sventurata:
— Oh, fate animo, disse, io sono sempre la stessa per voi. Sedete e tranquillatevi... e faccia Iddio che...
E qui s'interruppe, perchè non le parve il momento opportuno di uscire con disgustose interrogazioni.
Ma se donna Paola per allora aveva creduto bene di tacere, la contessa dopo qualche momento:
— Or io vorrei sapere, disse, la cagione per cui, con gravissimo scandalo, il Senato sollecitò il doge di Venezia a farmi partire da quella città e, sebbene con apparenze onorifiche, a mandarmi qui custodita e guardata, in conclusione, come si pratica coi malfattori.
— Ma non sapete nulla, contessa? disse donna Paola, veramente nulla? e la mirava fissa, quasi a passarla fuor fuori, come dicono i Fiorentini.
— Nulla io so, bensì mi perdo inutilmente in un mare di congetture. Il doge Grimani non sapeva nemmeno esso la causa di tale misura, ed anzi ebbe a lamentarsene. Il camerlengo di Comune che insieme colla nobile sua moglie mi accompagnò sino al confine del Ducato, com'è naturale, ne sapeva meno del doge. In quanto al signor luogotenente di Pretorio, che dal confine mi accompagnò sino alla porta di questa stanza, mi sembrò bene che fosse al fatto della cagione vera, ma scansò sempre le mie domande, e quando gli manifestai il mio sospetto di una qualche falsa deposizione di quello scellerato lacchè: — Potrebbe darsi benissimo, disse; che il Galantino non sia straniero a questa faccenda, ma io non so nulla; e dicendo questo si capiva troppo bene ch'ei sapeva tutto, ma gli era stato ingiunto di tacere. Intanto, appena m'ebbe lasciata alla porta di questa stanza, si recò dal capitano per annunziare il mio arrivo, e presto sarà di ritorno. Ora ditemi voi in che consiste questo mistero.
Donna Paola tornò a guardar fissamente la contessa; poscia, prendendola per mano, le disse affettuosamente :
— Sedete e ascoltate;... e, prima ch'io parli, fatemi una promessa.
— Che promessa?
— Di non tacere il vero, di non mentire (perdonatemi questa parola), di confessar tutto, quando pure si trattasse di cosa, che, a pronunciarla, vi dovesse abbruciare la lingua.
— Ma parlate, in nome del cielo; voi mi spaventate. Di che dunque si tratta?... Io non conosco fatto nessuno che possa recar tali effetti.
E qui donna Paola, con voce bassa, manifestò alla contessa la deposizione del Galantino.
Donna Paola, proferita ch'ebbe la trista parola, avvezza a leggere nei repentini guizzi del volto quel che passava nell'animo altrui, allorchè la contessa balzò in piedi saettando lei d'uno sguardo che dell'orgoglio offeso avea persino la ferocia; d'uno sguardo che, incredibile a dirsi, esprimeva quasi un iracondo disprezzo per lei medesima; d'uno sguardo che sembrava persino minacciare un atto violento; si alzò di colpo, tanto si tenne sicura dell'innocenza della contessa, le buttò le braccia al collo, la baciò e la ribaciò in volto, poi disse:
— Che voi siate mille volte benedetta, cara la mia donna, ho avuto torto di credere a una tale accusa, or vogliate perdonarmi. Ma, pur troppo, dovevo parlar chiaro e così.
La contessa si buttò allora a sedere, come spossata. Successe un lungo silenzio... Cadevano intanto le lagrime a dirotta sulle pallide guancie della contessa, che il suo labbro convulso beveva, quasi a tentar di nasconderle. E donna Paola s'era volta altrove per non turbare quel profondissimo dolore... e quando macchinalmente prese e aprì un libro, ne bagnò le pagine di due grosse lagrime repentinamente sgorgate anche a lei.
In questa fu bussato alla porta, e, senz'attender altro, entrò un vecchietto colla zazzera del tempo del senator Filicaja e con una giubba stata già rossa color fuoco, ma pel lavoro degli anni diventata color zenzuino. Egli, senza cavarsi il cappellino a tre punte e appoggiato alla canna d'India, come stesse in casa propria o sulla pubblica via:
— Buone nuove, donna Paola, disse, buone nuove!
Era l'avvocato Agudio, il patrocinatore officioso del figlio della Baroggi. Uomo burbero, bisbetico, cinico, ma galantuomo, una specie di Paletta applicato al ceto legale. Rigido di una rettitudine insolita, che traeva all'ideale e si spingeva fino al cavillo; affettava trascuratezza di tutte le convenienze sociali, andando in ciò fino alla caricatura ed alle aperte lesioni del più dozzinale galateo. Vestiva male e all'antica, quasi ad attestar disprezzo al tempo che correva; magro, sano, forte, come se fosse d'acciajo, era di una operosità prodigiosa; tenace del suo proposito fino ad esser caparbio, inasprito inoltre da quel demonio interno che si chiama spirito di contraddizione, faceva paura al Collegio dei dottori, al Pretorio, al Capitano di giustizia, al Senato medesimo, che aveva in esso un controllore indomabile; e siccome a tali qualità congiungeva una gran dottrina giuridica, così era il più riputato e temuto del fòro milanese.
Alla sua improvvisa comparsa, la contessa Clelia balzò in piedi, e vergognosa delle proprie lagrime, si ritrasse in un'altra camera.
Donna Paola Pietra si volse e vide lui che ripeteva:
— Buone nuove!!...
— Buone nuove davvero? chiese donna Paola.
— Buone vi dico.
— Or raccontate e sedete...
— Non ho tempo da perdere, e vo via subito; uno de' miei giovani di studio, che ha trovato il modo di essere astuto insieme e onesto, s'è messo al punto di far saltar fuori la verità, perchè dice d'averlo veduto egli stesso, il Galantino all'albergo dei Tre Re, precisamente un giorno della settimana grassa, quantunque non sappia giurarlo. Però l'altro jeri andò a mangiare un boccone a quell'albergo e là, d'una in altra parola ebbe il piacere di sentire confermato il suo sospetto da un cameriere. — Questo cameriere venne da me stamattina e ripetè quanto avea detto al giovane di studio... Ben è vero che, allorquando gli domandai s'ei sarebbe disposto a ridire le stesse cose al signor capitano di giustizia, parve tentennare e voler ritirarsi... Ma la fortuna ha voluto ch'egli nominasse un altro cameriere, il quale per combinazione cangiò in questi giorni osteria e città, ed è andato a Cremona; lo nominò dicendo che colui aveva giuocato in una di quelle notti col Galantino, e siccome era amicissimo del lacchè così avrebbe facilmente saputo ogni affar suo... Intanto il cameriere di qui sarà sentito oggi stesso dal capitano... Spero che non saprà ritrattarsi, perch'io gli ho fatto paura, mettendogli innanzi tutte le conseguenze del non dire la verità... Egli è bensì a considerare che la sola sua testimonianza non basta all'intento... Ma ho mandato or ora a Cremona il giovane di studio, e ritornerà, spero, col cameriere che passò in quel luogo... Se i due vanno d'accordo... la volpe è presa... e il Senato dovrà decretare la tortura... Sino a questo punto, per verità, non si verificarono gli estremi, ed il senator Verri, che conosce il diritto, ha messo a tacere, com'io seppi, il senator Morosini che vorrebbe cominciar sempre dalla tortura, tanto ci si guazza dentro... e il Verri ha tirato dalla sua tutti gli altri, perchè la sua chiacchiera quando ha preso il vento è una tempesta che dove tocca lascia il segno. Bensì il Morosini tentò rifarsi producendo casi criminali a dozzine in cui la tortura venne inflitta anche senza quegli estremi dai quali il Verri non decampa, e il Verri a ripetere che gli errori passati non devono essere esempio a nuovi errori, e qui ha ragione, ma sibbene un salutar avviso per scansarli. E intanto c'è un altro fatto, di cui la città è piena. Sentite, che questa è nuova, e giudicate voi... È un avviso a stampa su tutti gli angoli della città, col quale il maggiordomo di casa Morosini invita il proprietario di un rotolo di cento zecchini veneti stati mandati all'indirizzo del senatore, a voler rimandarli a pigliare. La folla è stipata a tutti i canti e chi ne dice una e chi un'altra... Il Morosini, se non è un gran giureconsulto, è un furbo matricolato... e... odia tutti i suoi colleghi, segnatamente il Verri, e... voi già capite dove va a parar la cosa. Or io vo, e voi state di buon animo e dite lì alla... (e qui fece un lezio curioso accennando la porta della camera per cui la contessa era dileguata) che dopo il temporale viene il sereno... È ben la contessa V.... non è vero? soggiunse poi subito.
— Sì, la contessa, arrivata or ora da Venezia.
— Povera donna, è la vittima di un assurdo arbitrio... Ma lo studio fu di gettar la polvere negli occhi, e di rivolgere l'attenzione altrove... Però non ci riusciranno. No, non ci riusciranno... Far venir con violenza una persona che sta altrove di pien diritto, perchè un ladro briccone inventa una frottola a suo danno... e pazienza avesse detto, il ladro bugiardo, d'aver visto egli stesso, d'essere stato testimonio, mezzano, che so io... Ma no, tutt'altro... Ora basta... la verità dee balzar fuori... Intanto buon dì e buon anno — e l'avvocato Agudio uscì.
Quando l'avvocato attraversò il cortile, incontrossi nel luogotenente del Pretorio che tornava dal palazzo del Capitano di giustizia.
Questi lo inchinò con atto di profonda devozione, esclamando:
— Signor avvocato, i miei rispetti...
— Oh addio... non ti conoscevo... Or dove sei tu?
— Luogotenente di Pretorio al confine.
— Bravo, ma cosa fai qui?
— Ho accompagnato a Milano l'illustrissima signora contessa V..., ed ora, per commissione dell'egregio signor capitano di giustizia, vengo a portarle l'ordine scritto di recarsi domani per essere sentita in giudizio... E stasera torno donde sono venuto... Presto poi spero di venir traslocato a Milano... Mi conservi la sua protezione...
— Addio... E l'avvocato uscì sulla via, e attraversata la piazza Borromeo e santa Maria Podone, se ne venne al Broletto, al Cordusio e alla piazza de' Mercanti, salutato per via rispettosamente da molte persone di cappa e di spada, come suol dirsi, ai quali egli non corrispondeva che il più confidenziale saluto, e tirava via parlando fra sè e borbottando tra' denti.
Quando fu in piazza de' Mercanti, la folla non era scemata innanzi ad uno de' pilastroni del palazzo, in oggi dell'Archivio, sul quale era impastato l'avviso firmato dal maggiordomo di casa Morosini, che diceva così:
«Il sottoscritto, d'ordine dell'illustrissimo senatore Morosini, suo padrone, invita il proprietario di un rotolo di cento zecchini veneti mandati, certo in isbaglio, all'indirizzo del sullodato suo padrone, a voler recarsi dalle ore 12 alle ore 3 nello studio della casa per ritirare il detto rotolo.
«Milano, di casa Morosini, 28 maggio 1750.»
L'avvocato si fermò perchè si dilettava dei discorsi del pubblico.
— Credi, tu che sia stato per isbaglio? diceva un giovinotto ad un altro.
— Se è stato uno sbaglio, certo che non è stato l'unico, e usciranno altri avvisi.
— Può bastare anche un solo, diceva un terzo. Ma invece del maggiordomo di casa Morosini dovrà sottoscriversi il custode del palazzo del Senato.
— Non ti capisco...
— Oh bella... Vuoi tu che chi ha fatto il dono sia così dolce da credere che possa bastare l'aver pensato a un senatore solo?...
— Poteva anche bastare... giacchè si trattava di rompere il sasso più duro...
— Io per me credo che non usciranno altri avvisi. Intanto l'affar si fa serio... e comincio a dire che il conte F... ha perduto la prudenza...
— Che prudenza! è moribondo... eppoi non si può dire...
— Che?... bisognerebbe esser orbi... od esser qualcuno di coloro che hanno l'obbligo di veder più degli altri... Altro che fandonie, amico caro!
L'avvocato si partì ghignando e proferendo tra sè e sè:
— Sciocchi, i quali credete di menar il mondo per il naso... costui v'ha già letto in fondo all'anima... però a rivederci al sabato; ed entrò sono i portici del nobile Collegio dei giureconsulti.


VI


Com'è facile a credere, il pubblico, che, nel caso nostro, era l'aggregato di tutti coloro i quali non aveano parte veruna nella magistratura e molto meno nella giudiziaria, e che senza nessuno studio preparatorio, nè teorie discusse, procedeva avanti coraggioso nel giudizio delle cose colla sola guida del senso comune, erasi fatto un concetto a modo suo dei fatti che abbiamo raccontati e delle conseguenti tesi criminali; e, cosa strana, il concetto del pubblico riuscì precisamente la camicia del vero. Vogliamo dire che esso opinava per la reità del Galantino, come opinava per la reità del conte F...; anzi, quando mai avesse dovuto essere indulgente con uno dei due, propendeva piuttosto a favore del primo che del secondo; in quanto poi all'accusa che il lacchè avea gettata contro la contessa, mentre e capitano e vicario e attuario e auditori e assessori e senatori, a primo colpo ne furono influenzati al punto da ammetterla, e in conseguenza da trovar necessario il sentir di presenza la contessa in giudizio; il pubblico, vogliamo dire la maggioranza, non credette nulla affatto; chè il senso comune rifiutavasi a vedere tresche amorose là dove correva un divario di più che trent'anni d'età, tresche venali dove la ricchezza era pareggiata, tresche turpissime dove, cessa anche la fragilità umana, era però innegabile l'ottima fama della contessa, l'ottima fama del casato cospicuo a cui apparteneva, l'educazione avuta, la specialità sublime degli studj fatti. Però quelle ragioni medesime per cui il pubblico non avea sospettato mai che Amorevoli si fosse trovato nel giardino per lei, tornarono a ricomparire, quasi indignate della prima sconfitta, a ricomparire per difendere fervorosamente la sventurata contessa, e per isparlare con iracondia del procedere della giustizia.
E c'è di più, che al pubblico si confederò per la prima volta, nel desiderio di difendere la contessa, indovinate chi? tutte le donne più o meno cattive, più o meno giovani, più o meno belle del ceto patrizio e anche del ceto solamente ricco, che un tempo erano sempre state le naturali nemiche della superba contessa. Fu una specie di diserzione inattesa, un cambiar repentino di propositi e d'opinioni, un mettersi tutti da un lato a protestare in favor suo, e in modo di far salire in orgoglio coloro che hanno buon concetto dell'indole femminina.
Donna Paola che, nel tempo dell'assenza della contessa, mediatore il giovane Parini, era andata a visitare la madre di lei, partiti che furono per Venezia il conte V... e il conte fratello, credette bene, qualche ora dopo l'arrivo di donna Clelia, di rinnovar la visita alla contessa madre, e d'invitarla a venire ad abbracciar la figlia per confortarla. Molte dame trovavansi per caso colà... e tutte furono intorno alla contessa madre, la quale, nei dì della fuga e dell'assenza di donna Clelia, avea protestato di non voler mai più riconoscerla per sua figlia; tutte adunque le furono intorno per supplicarla a cedere alle preghiere di donna Paola. Che più!.... talune espressero persino un desiderio vivissimo d'andare a far visita alla fuggitiva ripatriata.
In quel giorno adunque madre e figlia si riabbracciarono; in quel giorno la contessa del Grillo andò a far visita a donna Clelia, e le rasciugò il pianto e la consolò riferendole quel che si diceva di lei per la città, e come avesse mille difensori, ed esortandola a star lieta. E donna Clelia infatti, se non lieta, almeno placida, dormì la notte; e soltanto quando si risvegliò fu percossa acerbissimamente dal pensiero che in quel giorno doveva comparire innanzi al Capitano di giustizia.
È un pregiudizio e un errore della mente, ma i luoghi dove si amministra la giustizia criminale incutono un vago sgomento anche nelle persone più intemerate, se per caso son esse chiamate a presentarsi ai giudici, sia pure per una semplice testimonianza, per un'informazione di poco conto, fin anco pel proprio vantaggio. Se dunque la contessa Clelia non potea sopportare il pensiero di doversi presentare al Capitano di giustizia per un'accusa e una presunzione gravissima, quantunque ella si sentisse innocente, la cosa è ragionevole. Confortata però dal reintegrato amore della contessa madre, sostenuta da donna Paola, si ricompose, e pensò ad assumere quel contegno che dovesse comandare alla sua volta un gran rispetto ai giudici medesimi.
Verso mezzodì la contessa madre le mandò un carrozzone di casa. Di concerto coll'illustrissimo marchese Recalcati, erasi stabilito che donna Paola avrebbe accompagnata la contessa, e l'avrebbe assistita di presenza anche nella sala degli interrogatorj. Partirono dunque di casa e l'una e l'altra poco dopo il mezzogiorno, e presto il carrozzone entrò nel cortile del Palazzo di Giustizia. La livrea pavonazza coi galloni gialli del cocchiere e dei due servitori, fece tosto conoscere a quanti trovavansi colà ch'era la carrozza di casa A..., chè la stessa donna Paola avea consigliata quella specie di pubblicità fastosa, perchè in simile circostanza doveva riuscire assai significante.
Il capitano marchese Recalcati, che stava in aspettazione di esse, quando sentì il loro arrivo, credette bene di uscire insieme col vicario e cogli assessori a riceverle in capo allo scalone. Era una degnazione insolita, ma che all'ottimo Recalcati era stata suggerita dalla specialità del caso, e, dopo i discorsi tenuti con donna Paola e le pubbliche dicerie pervenutegli all'orecchio, dalla persuasione che la contessa meritava il suo rispetto più che la sua severità. Dopo que' primi atti di ricevimento, ai quali però non fu straniero un certo sussiego di cerimoniale tutt'altro che adatto a mettere altri di buon umore, le signore furono fatte entrare in una sala, nella quale comparvero poco dopo il capitano, il vicario, un attuario, due auditori e due assessori, ponendosi a sedere presso una gran tavola coperta dal tappeto verde e su cui stava una croce d'ebano col Cristo d'avorio. I due assessori, pregando la contessa ad accostarsi, essi medesimi le portarono il seggiolone a bracciuoli.
Donna Clelia era vestita con austera semplicità, per quanto poteva esser permesso dalle foggie del tempo. Quand'ella si mosse tenendo dietro agli assessori che le portavano il seggiolone, la severissima regolarità del suo volto, fatta allora più grave dalla condizione dell'animo, la fronte che, per l'azione dell'orgoglio offeso, le si aggrondava in quel punto, raccostandole i neri sopraccigli al vertice del suo naso romano, i labbri e il mento che, modificati dai muscoli in soprassalto, parvero assumere fuggitivamente il disegno della bocca e del mento del giovane Bonaparte cogitabondo e cupo; tutto ciò, anzi che farla credere una donna chiamata a rispondere in tribunale, le avea comunicato l'aspetto della istessa dea Temide convenzionale, persuadente col severo simulacro l'inesorabile giustizia.
Quando la contessa fu seduta, l'attuario, dopo avere scorse alcune carte e guardato con significazione in faccia all'illustrissimo signor capitano, quasi a dire, siamo a tempo? incominciò l'interrogatorio dal consueto punto di partenza, domandando cioè alla contessa se ella sapeva la cagione per cui era stata citata in giudizio.
— La cagione, rispose donna Clelia, l'ho saputa ieri dalla venerabil donna Paola qui presente, ed è tale che mai non avrebbe potuto esser materia di una congettura a chiunque non sia offeso nella mente.
(Dal costituto che abbiam sott'occhio crediamo bene trascrivere le precise parole pronunciate dalla contessa, le quali, per una nota apposta in calce dall'attuaro signor Bignami, siamo avvertiti essersi voluto trasportarle e conservarle per intero nel processo verbale.)
Dopo quell'esordio, rivoltasi la contessa al signor capitano:
— Or io domando a vostra signoria illustrissima, soggiunse, se mi dà licenza di parlare con libertà.
Il capitano con atto benevolo accennò che dicesse. Allora la contessa incominciò; e un auditore, intinta la penna nel calamajo, si mise a scrivere come sotto dettatura.
— Più vo pensando al fatto per cui sono qui, disse la contessa, meno so farmi capace delle cagioni che possono avere spinto questo tribunale a credere, anche per un momento, alle deposizioni infondate di un costituito notoriamente malvagio, già più volte venuto nelle mani della giustizia e più volte, credo, punito.
L'illustrissimo signor capitano interruppe a tal punto la contessa. dimostrando come la deposizione a cui essa alludeva non aveva già ottenuta fede, ma bensì aveva costretta la giustizia a non trascurare nemmeno quel filo, per quanto potesse parere assurdo, trattandosi di una causa della più grande e delicata importanza.
— Di nuovo mi trovo costretta, replicò allora la contessa, a domandare se mi si dà licenza di continuare a parlar con libertà.
E di nuovo accennatole dal capitano affermativamente:
— Io non mi lagno, continuò la contessa, che la giustizia abbia fatto quel che doveva fare; mi lamento bensì che nell'intento di rintracciare il capo di quel filo assurdo che venne messo fuori dal costituito Suardi, siasi incominciato di là dove, al peggio, avrebbesi dovuto finire. Comprendo assai bene quanto possano parere e siano ardite e, ciò che più monta, intempestive e dannose le parole di chi, invitato a difendersi in giudizio, vuol farsi censore dell'autorità; ma ci sono tali ingiurie, che, da qualunque parte vengano, non è permesso non respingerle con coraggio. La colpa di che obliquamente mi si vuole imputare, e che in uomini gravissimi e sapienti come voi potè pure prendere stanza, è di tale natura che ogni prudenza si ribella; e l'onestà, crudamente offesa, si rivolta iraconda non solo contro l'accusatore, ma anche contro chi ha potuto credere all'accusa, e così procedere di conformità... Questa è forse la prima volta che da chi sta al mio posto è tenuto un linguaggio di tal natura a chi sta al vostro, ma io confido che l'illustrissimo capitano vorrà tener conto della specialissima condizione in cui mi trovo.
— Vi ho lasciato parlare, contessa, prese a dire allora il capitano, perchè ve ne avevo dato licenza, e perchè è a tener conto della condizion vostra appunto. Ma la giustizia non può avere de' speciali riguardi per nessuno, nemmeno per l'innocenza, fosse pur veduta con certezza, quando da circostanze eccezionali è tratta a comparire come rea convenuta innanzi alla legge. Però la signoria vostra or si compiaccia di rispondere alle domande che le farà l'attuaro, per rispondere alle quali era necessario, illustrissima contessa, la vostra presenza; onde l'autorità non poteva operare diversamente da quel che ha fatto. Del resto, sia un attestato codesto della buona stima che si ha di voi, illustrissima contessa, se l'autorità medesima si degna di venire alla giustificazione de' proprj atti.
La contessa si rimise in calma, e:
— Vi ringrazio, disse, eccellentissimo signor capitano, di questa degnazione.
Qui ci fu un po' di pausa.... indi l'attuaro continuò:
— L'illustrissima signora contessa ha conosciuto il defunto marchese F...?
— L'ho conosciuto ... ma, quasi potrei dire, soltanto di nome e di vista... dico quasi, perchè a una festa in casa Borromeo, tre anni fa, esso mi rivolse la parola, ed io di conformità gli risposi... e d'allora in poi, se l'ho visto spesse volte e spesse volte ho risposto al suo saluto stando in carrozza al corso della strada Marina, non gli ho parlato mai più, nè mi sono trovata mai con lui nè tanto nè poco nè punto.
L'auditore allora chiese alla contessa: quale a suo giudizio, doveva essere la cagione per la quale il costituito Suardi fu tentato di scaricare su di essa la colpa ond'egli era imputato.
— Nella lettera che scrissi alla venerabile donna Paola qui presente, e che so essere stata deposta nelle mani delle signorie vostre, mi pare risulti evidente la cagione per cui il costituito Suardi ha messo innanzi il mio nome. È questa una cagione di vendetta e di rappresaglia, come suol dirsi. La sua cattura essendo avvenuta subito dopo la visita ch'egli venne a farmi, per indurmi con impudenza inaudita quasi a rendermi complice dell'insidia in cui egli stava per trarre una inesperta fanciulla veneziana di casato patrizio, ch'io per avventura potei giungere in tempo a salvare dalle scellerate sue mani; dovette necessariamente fargli credere che l'accusa potesse essere venuta da me, essendosi egli smarrito contro la natura sua, e avendo perduto la sfrontatezza e l'audacia quand'io, con sua sorpresa, gli toccai del sospetto che si aveva di lui pel fatto del defunto marchese. Chiunque avesse osservata la faccia di quel ribaldo, quando io lo colpii all'impensata, non potrebbe oggi dubitare nemmen per ombra della sua reità... Per tutte le quali cose persuaso il costituito Suardi che da me gli sia venuto il colpo, ha voluto vendicarsi e, ingegnosissimo qual è e astutissimo, ha saputo sì ben fare e sì ben dire, ch'è riuscito a trarre in inganno anche voi. Del rimanente, quand'io scrissi quella lettera alla venerabile donna Paola, la pregai di non farne motto con veruno, perch'io non intendevo di farmi accusatrice di nessuno al mondo, nemmen de' ribaldi; ma ella, che ha più sapienza di me, ha pensato che, quando l'indulgenza verso i tristi torna a danno, e a gravissimo danno di sventurati innocenti, tosto si converte in colpa; e però di quella mia lettera fece un atto d'accusa.... accusa che oggi maturatamente io rinnovo, supplicando l'alta giustizia di questo tribunale a non intralasciare indagine nessuna, a non fermarsi alle ingannevoli apparenze, a inseguire il vero con insistenza, perchè trattasi di un povero fanciullo derelitto, trattasi di una sventuratissima donna lasciata nella miseria a macerarsi della colpa altrui. Il testamento fu dettato dal notajo Macchi, e scritto dal defunto, e deposto fra le sue carte più preziose; jeri la contessa del Grillo mi assicurava di ciò, avendone parlato collo stesso notajo. De' riguardi troppo giusti alla fama di famiglie cospicue possono far peritosa la giustizia nel frugare colà dove precisamente dev'essersi appiattata la colpa... Ma testè, con sapienza, l'illustrissimo signor capitano dicevami che nemmen l'innocenza può lasciarsi in riposo quando da fatti eccezionali è chiamata siccome rea convenuta innanzi alla legge: tant'è vero ch'io sono qui... Per tutte le quali cose codesto tribunale voglia provvedere, nell'alta sua saviezza, perchè la giustizia abbia l'intero suo corso. Al qual fine io sono qui sempre disposta a dar ragione d'ogni mio fatto... Dirò di più, tanto sono persuasa di poter essere utile a degli sventurati, che io sono disposta, giacchè ho superato il primo ribrezzo di venire a questi scanni, a sopportare la vista del costituito lacchè... Io porto opinione che la mia presenza e le mie parole e la ricordanza de' fatti avvenuti gli faranno smarrire l'audacia, e la verità balzerà fuori.
E la contessa tacque in mezzo al silenzio de' giudici.


VII


Ella, vedendo che l'auditore scrivente aveva deposta la penna, aspettava di essere di nuovo interrogata dall'attuaro. Ma questo invece si fece dare il processo verbale, e lo passò all'illustrissimo signor capitano, il quale, dopo averlo letto attentamente, si alzò e così disse alla contessa :
— Il tribunale ha compiuto l'ufficio; dolente per un lato di avervi sottoposta a gravi disturbi, felice per l'altro di aver consolato queste aule dove risuona di continuo la voce della colpa, d'averle consolate, dico, colla vostra presenza, colla vostra coraggiosa franchezza, coi vostri savj ragionamenti, colle vostre calde preghiere. Spero che vi sarete fatta capace della necessità che si aveva di sentirvi in giudizio di presenza. Se il vostro senno e le vostre fervide sollecitazioni potranno far sì che la giustizia, per quanto spontaneamente solerte, pure accresca il suo zelo, e, messa in guardia dai vostri consigli, scopra il lato giusto e sorprenda il varco che mette alla scoperta della verità, voi stessa dovrete ringraziare l'eccellentissimo nostro Senato se da Venezia vi ha obbligata a venire tra noi.
Così dicendo, si mosse dalla seggiola, si accostò a quella dove stava donna Clelia, le porse il braccio a sorgere, e insieme con lei venne a donna Paola, la quale strinse affettuosamente la mano alla contessa.
Così e l'una e l'altra furono accompagnate fino al capo dello scalone, dove il signor capitano marchese Recalcati, con un profondo inchino, le lasciò. E donna Clelia, che nel punto in cui la carrozza entrò nel palazzo s'era sentita a coprire il cuore per ribrezzo, provò in quel momento una soddisfazione insolita, una compiacenza, di cui da molto tempo non aveva provata l'eguale. Così avviene spesso nelle cose di questo mondo; e in quel modo che dagli indizj di felicità scaturisce talvolta l'affanno, le paurose aspettazioni si convertono sovente in occasioni di contento. Intanto uno de' servi, già salito con esse, discese a far venire la carrozza ai pie' dello scalone e a tener aperto lo sportello. Le donne salirono, adocchiate da cento curiosi che s'erano affollati lì presso; e tosto lo scalino fu ripiegato con rumore, lo sportello si richiuse con solennità, il servitore salì a far compagnia al collega. Il cocchiere sollecitò i cavalli, e di rumor di ruote e di scalpiti risuonò tutto il palazzo all'uscire del carrozzone patrizio.
Ma quello non era giunto in piazza fontana, che tosto svoltò nel cortile un altro carrozzone non patrizio, ma che era un rappresentante legittimo del popolo; un carrozzone da nolo, dalla cassetta del quale, dove s'era assiso baldanzosamente insieme al cocchiere, discese un domestico colle gambe arcuate, portante una livrea azzurra passamantata di rosso fuoco, la quale gli scendeva fino ai piedi, ad attestare come essa, senza fargli carico della statura, apparteneva, nè più nè meno del carrozzone, a tutto il rispettabile pubblico pagante.
E il domestico disceso ad aprir la portiera era nientemeno che l'amico Zampino del teatrino Ducale, e la signora che ne uscì era la ballerina Gaudenzi, a cui tenne dietro l'indispensabile zia.
Alla celebre danzatrice trattenutasi a Milano con permesso scritto e sottoscritto dagl'ispettori del teatro di san Moisè di Venezia, scadeva in quel dì appunto il termine estremo, onde il giorno dopo doveva partire per Venezia. Ella veniva a trovare il signor Lorenzo Bruni, che stava adempiendo alla sua quarantena là dentro, e raccomandato dal ministro governatore, vi era anche ben trattato, avuto riguardo alla qualità della locanda. Quelle visite della Gaudenzi si rinnovavano spesso, e siccome essa largheggiava di mancie a dritta e a sinistra, così accorse il custode del palazzo appena ella discese; accorsero gli uscieri appena ella salì; accorsero i secondini appena ella si mostrò all'anticamera del signor carceriere in capo. Ed or lasciamola andare al suo destino, chè la raggiungeremo tra poco.
Nel cortile trovavasi contemporaneamente una mano di giovinotti buontemponi, con cui ci siam già affiatati altra volta al caffè del Greco, ci pare al mercoledì grasso; e che, se non è assolutamente necessario, non è nemmeno tempo gettato a sentirli anch'essi, e tanto più che ci troviamo avere a' nostri comodi un quarticello di ricreazione.
Era dunque la solita compagnia del caffè del Greco, trascinata dall'ozio e dalla curiosità fino al Capitano di Giustizia per appurare le notizie del giorno indietro e per raccogliere quelle della giornata, un po' tempestando il custode, un po' qualche usciere che per caso discendesse; un po' qualche assessore, o auditore, o notajo, o scrivano amico. Tra quella schiera di buontemponi felici, si trovava, già s'intende, anzi stava a capo di tutti, quel chiacchierone indomabile che già vedemmo seduto colla paletta in mano al braciere d'inverno del caffè.
— Ma sapete che è una giornata curiosa questa! (era esso che parlava). Il palazzo del Capitano di giustizia ha cambiato faccia... e se la va innanzi di tal passo, il teatrino si trasloca qui. Carrozzoni con tre livree, contesse in gran gala, conti e contini e baroncini e marchesini che passeggiano su e giù per gli atri e per le scale. (Erano infatti i nobili praticanti e i patrocinatori dei carcerati). Per ultimo ballerine col carrozzone del teatro... è qui Zampino in persona, Zampino in livrea... Sta a vedere che fra poco questo cortile sarà la platea, e le celle dei detenuti saranno i palchetti. Ma va benissimo così. È assai meglio che il palazzo di Giustizia metta il parrucchino e il belletto e diventi allegro come il palco scenico di quello che presentano le tragedie asmatiche di Corneille; men male quelle di Racine, il quale par che faccia il disperato o pianga per diporto, tanto è calcolato in tutto, onde si direbbe che paga il fiaschetto delle lagrime un tanto all'oncia.
— Ma cosa fai qui, Zampino, e come puoi abbandonare il teatro?
— Meglio servitore di carrozza, che servitore di palco scenico, quando non è stagione di carnevale. Allora gli artisti son tutti di cartello, e pagano senza contare... Adesso sono straccioni che non han di proprio nemmen le maglie; perciò di giorno servo il carrozzone del comune e conduco in giro i forestieri... Men male però stavolta che s'è fermata a Milano... questa cara bionda, la quale non guarda pel sottile... e insieme coi denari vien anche roba e cibo e vino... Ah... questa ragazza e il signor Amorevoli, per far star bene chi li serve, non c'è chi li somigli.
— A proposito, che è avvenuto del tenore?...
— È a Venezia... ed or sa Dio quando tornerà, perchè quando un tenore di quella vaglia, piglia il volo, chi può sapere dove andrà a finire? Inviti di qua, inviti di là, se poi vanno alla Corte di Francia, o alla Corte di Spagna, o alla Corte di Vienna... a rivederci all'altro mondo... E dire che m'aveva promesso di condurmi con lui... perchè gli piaceva il mio servizio... ma... È stato un tal diavolo a quattro questo carnovale passato, con tante disgrazie... che... basta!... Ora son qui.
— Povero Zampino, e cosa viene a fare in questi luoghi la tua bionda?
— Bella domanda! a trovar il signor Bruni, il violino di spalla... e lo sposerà, appena uscirà all'aperto. Sì, signori. Così rimarranno con tanto di naso quei cari cicisbei spasimanti che credevano abbagliarla collo specchietto degli anelli di brillante e coi titoloni; e va benissimo, e mi fanno ridere questi ruba occhiate... Ma il signor Bruni è un altro galantuomo che paga bene.... e che è quel che si direbbe una mosca bianca fra i suonatori... bollettoni eterni che portano in deposito al pignoratario persino il contrabasso e il corno quando non c'è teatro, e non sono chiamati a far baldoria a qualche festa di chiesa di campagna.
Tutta la brigata volle smascellarsi dal ridere a codesta espansione furibonda del nano Zampino contro gli stracci teatrali; ma vedendo che scendeva dallo scalone un auditore, il quale era uno degli amici, furon tutti colà a tempestarlo di domande:
— E così? non si sa nulla della contessa che fu lasciata partire com'è entrata?
— E che diavolo! volevate che le si mettessero le manette come a un borsaiuolo?
— Chi ha mai pensato e detto questo? entrava lesto il chiacchierone; io anzi ho sempre detto che a mandar a prender la contessa per forza, la giustizia avrebbe fatto un buco nell'acqua.
— E se non la si fosse mandata a pigliare, avreste detto che erano i soliti riguardi paurosi che l'autorità ha verso i titolati.
— E voi altri dottoroni della legge, per far vedere che siete uomini integerrimi, avete cominciato a dar prova d'imparzialità precisamente dove non occorreva... Così siete caduti dalla padella nella brace!
— Che brace e che padella?
— Brace e padella, sì... Prima si poteva dire che eravate maligni ma acuti, oggi si può dire che siete galantuomini ma balordi... Ma già è un destino che non abbiate a imbroccarne mai una.
— Taci, taci, buontempone... che se il mondo dovesse regolarsi a chiacchiere.... tu saresti il Giove in cipria; fortuna che ti si lascia dire e dire... e chi deve fare fa, senza il tuo parere...
— E per questo le cose camminano come camminano; piuttosto è che ad un bisogno sapete essere e bricconi e balordi — così si pigliano più piccioni a un favo... bravissimi! e mentre s'importuna la Repubblica di Venezia per importunare la contessa che stava benissimo là col suo bel tenore... qui non si pensa che il conte F... è il fratello del marchese; e che, data pure per assurda e impossibile la presunzione, sentirlo in giudizio, bisognava ben sentirlo... Ma invece... se il conte F... fosse morto da cento anni non si potrebbe dimenticarlo meglio...
— E puoi tu dire di sapere quel che si farà?
— Che cosa so io?... Quand'anche si finisse coll'impiccarlo, la giustizia avrebbe sempre il torto di avere aspettato troppo tardi... E poi che bel merito... Di qui soffia uno e discopre gli altarini, di là l'avvocato Agudio spicca un libello e mette sossopra la città, e cerca e trova testimonj. Capisco anch'io che a questo modo, a calci nel sedere, dee camminar la giustizia anche a Milano... Oh ci vuol proprio un gran merito...
— Ma intanto il cameriere dei Tre Re....
— Che cameriere?
— Diavolo, tu che sai tutto... non sai che il testimonio ingaggiato dall'avvocato Agudio è il cameriere dei Tre Re? e domani sarà messo agli interrogatorj un altro cameriere che si mandò a pigliare fino a Cremona?
— Oh ora va bene... e questo primo cameriere?...
— Fu messo alle strette... e disse che il lacchè Suardi trovavasi in Milano e bazzicò più volte all'albergo nella settimana grassa. Questo basta perchè il Galantino sia trovato in mendacio... basta, cioè, sino ad un certo segno... perchè poi c'è un altro guajo...
— Che guajo?
— Che nel punto in cui il cameriere doveva confermar tutto con giuramento, ei fece di tratto un gran passo indietro e protestò che la memoria poteva forse ingannarlo... e in ogni modo non sapea risolversi a giurare a danno altrui... e qui non c'è nè che dire nè che fare... Ma domani si sentirà l'altro... e se mai parlasse come questo... e per soprappiù giurasse... e, messo in confronto col Galantino... Basta, vedremo... Ora tu continua a dire che noi vogliamo chiuder la porta al vero, e tener mano a' birbanti. Il contrattempo sai tu piuttosto in che consiste? consiste in ciò che il conte F... è a malissimo partito. Ma voi... mi fate perder tempo, mentre sono aspettato in Pretorio. Addio, buone lane.
E l'auditore partì, e la brigata, salutato il Zampino, se ne andò, indovinate dove?... verso le parti di Santa Maria Podone, per raccogliere notizie intorno alla salute del conte F... Ma non avevan voltato il canto di Santa Maria Fulcorina, che sentirono a qualche distanza i suoni intermittenti di un campanello scosso a mano, una voce acuta che spiccava nel silenzio, per esser tosto seguita dal rumore di cento voci. Sancta Maria, acclamava la voce bianca; ora pro eo, rispondeano le altre in sordo brontolìo. E il campanello intercalavasi a quelle voci: Salus infirmorum, ora pro eoRefugium peccatorum, ora pro eo — Consolatrix afflictorum, ora pro eo... e così finchè i nostri compagni giunsero in veduta del santissimo Viatico, il quale entrò nel portone di casa F...
— Si vede che il conte non sta benissimo di salute, disse ridendo il più assiduo interlocutore. Ora guardate, che, allorquando un uomo è nato sotto la protezione della ruffiana fortuna, muore nel punto preciso che la morte è un colpo orbo alla bassetta.
Ma per vedere in qual condizione si trovi precisamente il moribondo conte, entriamo anche noi in casa F... insieme col Viatico.


VIII


Quello che don Alberico avea pronosticato al maggiordomo di casa, che cioè il dottor Gallaroli avrebbe fatto, tornando alla visita della sera, un grande scalpore al sentire che non s'era ancor mandato a chiamare il prete, avvenne per l'appunto.
Il conte F..., in quelle sei o sette ore che erano passate dal consulto al suono della campana serale, aveva peggiorato a furia; onde il bisogno del prete erasi fatto più necessario che mai. Come dunque montasse in collera il medico della cura, sebbene per abitudine gioviale e cortese ed anche un po' adulatore, è facile imaginarsi. Si trattava di spargere di sè e delle sue osservanze religiose un'opinione favorevole, la quale lo avrebbe ingraziato al clero in cura d'anime, certo che un medico dee necessariamente tenersi confederato; e il dottor Gallaroli tanto più salì sulle furie, quanto più era straordinaria e cospicua l'occasione. Data pertanto una buona sgridata al maggiordomo, perchè in quel momento la collera serviva al suo intento, come altre volte la giovialità e la condiscendenza, partì facendosi promettere obbedienza intera, e raccomandandosi in ispecial modo, e qui cangiando tono e frasi e faccia, a don Alberico. Non però cessarono le dispute tra questo e il maggiordomo, dopo che il medico si fu partito. E il Rotigno non faceva che ripetere i paralogismi sfoderati fin dal mattino col figlio del signor conte, difendendo il suo proposito con tanto maggiore insistenza e caparbietà, quanto più disperava della possibilità di potervisi mantenere; anzi l'insistenza e la caparbietà crebbe al punto che diventò iraconda petulanza; tanto la considerazione del pericolo vicino lo avea fatto uscire da quelle misure di rispettosa convenienza che pur gli erano comandate dalla sua condizione e da quella di don Alberico. Ma ciò gli partorì appunto l'effetto contrario a quello per cui si crucciava; che don Alberico, inasprito da quella così audace contraddizione, ordinò a' domestici che tosto andassero a chiamare don Giacinto di Santa Maria Podone.
I domestici di casa F... non erano mai stati i più pronti esecutori degli ordini di don Alberico, perchè il conte padre e il maggiordomo erano sempre stati i soli a far paura alla servitù; ma in quel momento successe una repentina diversione. Il conte padrone potea morire; e allora il maggiordomo, cessando a un tratto di essere dopo di lui la persona più autorevole della casa, doveva diventare invece il servitore devoto di don Alberico, non rimanendo, in quanto al resto, che l'uomo il più abborrito dai dipendenti; perchè questi, se lo avean sempre obbedito con prontezza, lo avevano anche sempre odiato con effusione, per quelle relazioni di sudditanza oppressa e di tirannia che intercedono quasi sempre tra un maggiordomo e le livree d'una casa. Don Giacinto fu dunque mandato a chiamare. Il vicario di Santa Maria Podone, indignato di essere stato messo alla porta dal maggiordomo quando erasi presentato a visitare il conte, non s'era più mosso, ma sentendo peggiorar sempre le notizie della salute del conte, aspettava di venir invitato. Quando pertanto il servo di casa fu a dirgli, che venisse subito perchè il conte padrone stava a malissimi termini, tosto accorse.
Il maggiordomo, allorchè vide il prete entrar nella stanza da letto del conte F..., provò quell'oppressione di cuore e quello sgomento onde è assalita una moglie infedele che, sorpresa dal marito, lo veda entrar nella stanza dove avea creduto di poter nascondere il furtivo amante.
Don Giacinto il quale, per una lunga abitudine al letto degli ammalati, aveva fatto, come suol dirsi, l'occhio medico, avvistosi tosto del massimo pericolo in cui versava il conte, senza por tempo in mezzo gli propose la confessione, che dall'ammalato incadaverito fu accettata.
Quando la vecchia cameriera uscì per lasciare il padrone da solo a solo col prete, trovò il maggiordomo che s'indugiava nella sala vicina.
— Or come sta il padrone? quegli le chiese.
— Sta con don Giacinto e si confessa. Usciamo tutti di qui, e non si lasci entrar nessuno.
— Io mi fermerò, e non entrerà alcuno; disse il maggiordomo preoccupato; e, uscita la vecchia, in prima egli si diede a passeggiare per la camera, rallentando di tratto in tratto il passo, per finire a fermarsi poi del tutto in un angolo della sala, raggruppato in un atteggiamento che significava la più profonda concentrazione in un pensiero unico. Ma a riscuoterlo entrò improvviso don Alberico che gli disse con accento di meraviglia:
— Or che fate lì rincantucciato? E la sua voce risuonò in quel profondo silenzio: chè tutti i servi si erano allontanati.
Alla voce di don Alberico, la quale distintamente arrivò fin all'orecchio dell'ammalato, rispose un sospiro grave, anzi un gemito rantoloso dell'ammalato stesso. I due, scossi da quel gemito, stettero un momento immobili e senza quasi tirare il fiato.
— Or su, coraggio, dica pur tutto.
Era il prete che parlava; ma il prete quasi nel punto medesimo usciva, e vedendo i due:
— Presto, si chiami qualcuno, che al padrone è sorvenuto un deliquio. — E diede egli stesso una strappata al campanello, e s'udì lungo le sale silenziose l'oscillazione prolungata del filo metallico.
Accorse incontanente la vecchia cameriera, ed entrò col prete nella stanza del conte.
— Or vedete, disse allora il Rotigno a don Alberico, i buoni effetti da me pronosticati di queste negre sottane.
— E che si doveva fare? rispose il giovane.
Dopo una mezz'ora il conte erasi tanto quanto riavuto, onde don Giacinto, fatta di nuovo uscir la vecchia, ripigliò la confessione.
Ma ora non creda il lettore di potere, introdotto da noi in quella stanza di morte, mettere la testa tra le orecchie del prete e la bocca del conte. No; di quella confessione noi non sappiamo nè principio, nè mezzo, nè fine. Chè il sacramento della penitenza non è costituto criminale, e non si traduce in processo verbale a saziare la curiosità dei posteri curiosi. Soltanto possiamo dire che, allorquando il prete uscì, il maggiordomo che lo attendeva alla porta per leggergli in volto e penetrargli l'anima, non vi potè legger nulla; o, diremo più giusto, non vi notò altro che quell'abituale tranquillità del sacerdote che ha fatto il suo dovere; ed anzi quella tranquillità era tale che se la sentì trasfusa in se medesimo. In quanto a noi, volendo avventurare qualche congettura, regolandoci con quello che avvenne dopo, ci pare di poter sospettare, che il conte fosse al punto di fare al sacerdote la rivelazione intera d'ogni cosa; ma la combinazione fatale avendo voluto che in quel punto la voce dell'unico erede gli suonasse all'orecchio, quella bastò per impietrargli il segreto in gola. L'indomita ambizione e il pensiero della grandezza del casato perpetuata nel figliuolo, fu più forte d'ogni altra angustia, e tacque; vogliamo dire, è assai probabile che sia avvenuto così, perchè, del rimanente, ripetiamo, non sappiam nulla di preciso.
La mattina successiva, sacerdote e dottore furono al letto del conte; e il malore, durante la giornata, progredì al punto che, nel dopo pranzo, fu indispensabile accorrere col Viatico, in vista del quale, coi cappelli devotamente levati, ci staccammo da quella schiera di giovinotti avventori del caffè del Greco. Ma come essi per raccoglier novelle della salute del conte F... lasciarono il palazzo del Capitano di Giustizia; a noi conviene invece ritornare di necessità in quel luogo, nell'aula degli interrogatorj. E dobbiamo ricordarci anche della Gaudenzi, venuta colà a visitare Lorenzo Bruni. Se non che il dialogo che s'impegnò tra questo e la bellissima danzatrice, e il terzetto a cui si allargò il duetto, al sorgiungere di Pietro Verri, interessa un ordine di fatti che qui potrebbero far sbadigliare il lettore, tutt'altro che disposto a tener dietro al corso generale delle cose di quel secolo in un punto che più ci attirano le particolarità del processo; per la qual cosa omettiamo un tal dialogo, reclamando il diritto ai ringraziamenti.
Dall'auditore che parlò nel cortile del palazzo di Giustizia cogli amici del caffè del Greco, abbiamo sentito come il primo cameriere dell'albergo dei Tre Re messo agli interrogatorj abbia, in prima, deposto contro il lacchè Suardi, dicendo di aver giuocato con lui in una delle sere della settimana grassa; poscia, interpellato se fosse disposto a raffermare la deposizione col giuramento, siasi ritratto di un passo, accusando la possibilità che la memoria avesse mai potuto tradirlo. In tal guisa veniva a riuscire secondo l'espressione dell'attuaro, irrita affatto la sua prima dichiarazione, e però a risolversi in un indizio, più che insufficiente, nullo. Se non che il causidico praticante nello studio dell'avvocato Agudio, che era un tal Gerolamo Benaglia, recatosi a Cremona, aveva trovato all'albergo del Sole il secondo cameriere, e interrogatolo, lo aveva sentito confermare l'asserzione del primo, dichiarandosi inoltre pronto e a giurare e a sostenere il confronto col medesimo Galantino; perciò, senza por tempo in mezzo, avealo condotto seco a Milano; del che avendo dato avviso al signor capitano di giustizia, questi avea ordinato che il dì dopo dovesse comparire per essere sentito in giudizio.
Il marchese Recalcati, se per le molte circostanze sorvenute era disposto a lasciar corso liberissimo alla giustizia senza riguardi obliqui per nessuno, e nel bisogno a parlare anche in Senato, dove il capitano spesso era chiamato e sentito; non però aveva mai avuto gran voglia di comunicare una velocità straordinaria all'andamento del processo. La sua natura onestissima era pur sempre alle prese con quella sommessa deferenza ch'egli sentiva per chi voleva virare il naviglio in modo, che finisse per perdersi in alto mare, lontano dalla vista del pubblico.
Ma l'esame fatto alla contessa Clelia V..., le franchissime parole di lei, le calde sue sollecitazioni raddoppiarono la sua onestà e scemaron la deferenza ch'egli avea per altri. Però venne in pensiero di dar corso più rapido al processo, e a tal fine volle, che il secondo cameriere venuto a Milano col causidico praticante Benaglia dovesse comparire in giudizio quel dì medesimo, senza attendere il giorno successivo; e siccome l'ora erasi fatta tarda, così dispose che l'esame si avesse a fare dopo i vespri a chiaro di lucerna, e gli esaminatori dovessero, al bisogno, vegliar la notte perchè «col sorgere del sole (togliamo queste parole dal processo) qualche lume di verità dovesse rischiarare la casa della giustizia».


IX


Per l'ora prima di notte fu dunque invitato a comparire innanzi al signor capitano di giustizia, come testimonio contro il costituito Suardi, detto il Galantino, il già cameriere nell'albergo dei Tre Re, Cipriano Barisone.
Questi comparve di fatto in un col causidico praticante Benaglia. Aperto il costituto, l'attuaro domandò al Barisone se conosceva il Suardi.
— Lo conosco fin da due anni, fin da quando esso era al servizio del marchese F...
— In quali relazioni vi siete trovato con lui?...
— Io ero cameriere all'albergo... e, quando lo conobbi per la prima volta, esso era un avventore che scialava e mangiava i migliori bocconi, e beveva il vin migliore... Di poi, allorchè venne scacciato da quella casa, si astenne per qualche tempo di venire all'osteria; e quando ci tornò, se prima faceva il signore e non giuocava che cogli avventori, dopo ha dovuto, di necessità, se voleva trovare un compagno, mettersi a far comunella con noi gente di servizio... e a notte tarda, quando i più degli avventori eran partiti, giuocava con noi alle carte; e siccome a quell'ora si cenava, egli non aveva schifo di mangiare nei nostri piatti, perchè si capiva benissimo che capitava all'Osteria senza che nè una crosta di pane gli avesse toccato un dente. Si rifece però un poco, e lo vedemmo con de' zecchini d'oro assai in quell'occasione che vinse la corsa co' lacchè di Brescia e di Cremona. Ma fu un'allegria corta, perchè presto tornò ad aver bisogno degli avanzi della nostra cucina.
Qui l'auditore l'interruppe.
— Di qualche cosa però avrà dovuto vivere; con che dunque esso mantenevasi?...
— A dormir sul fenile dell'osteria, a mangiare nell'altrui piatto, ad avere i piedi fuor delle scarpe, mi pare a me, che non debba occorrere gran cosa per vivere. Tuttavia, se mai capitava ch'egli avesse qualche lira tra le mani, le guadagnava al giuoco delle carte nel quale aveva sempre ragione, e quando non era la fortuna, egli stesso faceva le parti di lei.
— Spiegatevi meglio.
— È presto spiegato: s'egli faceva il mazzo, le buone carte eran sempre le sue, e in ciò nemmen chi giuoca ai bussolotti in piazza poteva essere più svelto di lui.
— Ma conoscendo questo, perchè avete continuato a giuocare con esso?
— Che cosa vuole? ci sono a questo mondo de' buoni semplicioni coi quali non si vuol aver a che fare per la ragione dell'antipatia. Parimenti vi sono de' mariuoli che più te ne fanno, più ti innamorano di loro. E il lacchè era uno di questi... Ci rubava i punti, faceva scomparir le carte, ci mangiava il boccon migliore, talvolta ci portava via qualche camicia, qualche calza... che so io.... e tuttavia, quando non lo si vedeva a comparir all'osteria, si pareva senza una mano... Era pieno di piacevolezze, di pazzie, di invenzioni... e perfino il padrone dell'albergo che è un uomo col viso sempre aggrondato e che non ride mai, arrivava a domandar conto di quel briccone se passava una giornata senza vederlo. In quanto a me però, ultimamente, ne avrei fatto anche senza.
— Or dunque, venendo al fatto, quando fu l'ultima volta che voi avete giuocato seco all'albergo dei Tre Re?
— L'ultima volta fu la domenica grassa.
— Come potete provarlo?
— Provarlo? colla buona memoria... io non ho altro... perchè mi ricordo benissimo come se fosse adesso, che la domenica grassa ho giuocato con lui, ed era quasi la mattina del lunedì... E il far tanto tardi non succede che in tali giornate di gran faccende... E poi c'è un altro fatto... Giuocavano con noi due camerieri soprannumerarj, i quali non sono venuti che in settimana grassa, e precisamente alla domenica. Ma chi li va a prendere adesso questi camerieri i quali ora sono qua, ora sono là... e spesso se fanno il cameriere in settimana grassa, fanno il facchino a san Michele... e non si riconoscon più nè al viso né al vestito?...
— Ma voi sapreste sostenere tutto quello che avete detto fin qui anche in confronto del lacchè?
— Perchè no?... s'io parlo... è perchè trattasi di dir la verità... e se dico la verità... è perchè il signor causidico, che venne a pigliarmi a Cremona, mi ha assicurato che a dir la verità tutta quanta si reca vantaggio a delle persone oneste e povere..., e a tacerla, si tiene invece il piatto a' birbanti.
L'attuaro, che avendo proposto il giuramento al primo cameriere, lo aveva sentito a ritirar la parola per ispavento della solennità dell'atto; credette di non farne motto al secondo testimonio, e di provocar prima il confronto di lui col Galantino. Di fatto avrebbe dovuto incominciare anche coll'altro da questo atto, preterendo il giuramento; ma sbaglia anche il prete a dir la messa.
Il cameriere Barisone fu dunque fatto uscire, pel momento, dalla sala degli interrogatorj, e fu mandato a prendere il costituito Suardi. — Questi comparve nella sala un quarto d'ora dopo, in mezzo a due secondini, o come chiamavansi allora più comunemente, sbirri.
La faccia del Galantino, quando si mostrò, era sorridente; lo sguardo di lui lampeggiava a dritta e a sinistra con vivacità gioviale. Un occhio esperto però avrebbe dovuto comprendere ch'ei sorrideva vivacemente, perchè la sua forte volontà moveva i muscoli del viso e degli occhi. Era, se ci si passa la similitudine, come un caratterista brillante di una compagnia comica, il quale ha i creditori alle calcagna e gli arresti personali intimati per debiti, e tuttavia, sul palco scenico, ride e fa ridere, e par l'uomo più allegro del mondo. Del rimanente, quel roseo incarnato che avea sempre colorito il volto bellissimo del Galantino, era scomparso per dar luogo a un lieve pallore, insolito su quella faccia trionfante di sfrontatezza e di salute.
L'attuaro, fatta una lunga pausa, durante la quale guardò il Galantino con una significazione severissima, rilesse ad alta voce il primo costituto stato già sottoscritto dal Suardi, poi soggiunse:
— Avete ancora il coraggio di sostenere tutto quello che avete detto e deposto qui in processo verbale sottoscritto?
— La verità è una sola, e io non posso già dire che non è avvenuto quello che realmente è avvenuto.
— Voi sapete che chi spontaneamente confessa la propria colpa alla giustizia, ha meritato che la giustizia alla sua volta gli si mostri indulgente. Vi esorto adunque di nuovo a dire la verità, se volete che la giustizia non faccia uso contro di voi di tutto il suo rigore.
— La giustizia può fare quello che vuole; ma io non posso cambiare quello che è stato.
— Ebbene, sappiate che abbiamo assunte testimonianze, dalle quali risulta che voi avete mentito. La domenica grassa, a notte tarda, avete giuocato alle carte all'albergo dei Tre Re... Vedete dunque che non è verosimile che voi foste allora a Venezia già da otto giorni.
Il Galantino, benchè fosse di bronzo, non potè a meno di commuoversi a quelle parole, e fu una sua fortuna s'egli era illuminato dalla fiamma della lucerna piuttosto che dai raggi del sole; si ricompose però sull'istante, come un cavaliero, fatto piegare indietro da una lancia, che tosto si rimette in sella; e rispose con asprezza:
— Non sarà mai vero che alcuno possa dire, ch'io mi trovassi a Milano la domenica grassa. Torno a ripetere ch'io andai a Venezia otto giorni prima. E quegli che a loro signori avesse detto il contrario è un bugiardo infame.
L'attuaro tacque un momento, poi disse ad un usciere:
— Fate entrare il testimonio.
L'usciere entrò col Cipriano Barisone cameriere.
Il Galantino, che nel frattempo aveva almanaccato per indovinare chi mai poteva essere venuto a deporre in giudizio contro di lui, e quasi erasi accostato al vero, si trovò parato a sostenere la prima vista del cameriere Cipriano, e tanto che, dalle difese, con una sfrontatezza senza uguale, passò alle offese.
— Ah è costui, disse, quegli che viene a inventar fandonie per farmi danno. Ma non mi fa meraviglia. No... È naturale... però bisognava essere un birbone come lui. Sappiano dunque loro signori che costui ha parlato per vendetta... perchè più volte ha detto che volea vendicarsi di me... Or di' un po' tu se questo non è vero, o ribaldo.
L'attuaro, assalito anch'esso e sorpreso da quell'inattesa franchezza del costituto:
— È vero, chiese al Barisone, che voi avete potuto dire altre volte di voler vendicarvi di lui?
— Sì, signori, è vero, e ne ho le ragioni, e gravi. Prima di tutto costui... che regala del proprio agli altri... e non è mai stato innocente nemmen quando poppava, perchè vi son dei serpenti che avvelenano appena usciti al sole... costui dunque non mi restituì mai cinquanta lire che gli ho prestate, e una sera che gliele richiesi, in faccia agli avventori, mi appoggiò un pugno qui... che, ecco, mi spezzò questo dente. Poi... ma...
— Taci lì, che continuerò io, aggiunse il Galantino cacciandosi a ridere nel profferir quelle parole.
Il Barisone fremeva...
— Sappiano dunque, signori... e innanzi tutto già si sa che si è di carne, e dove c'è carne c'è sangue. Ebbene, questo bel pappione s'è fitto in testa di sposare la figlia della lavandaja dell'albergo. Un fior di ragazzotta, giovane e fresca... una gioncata colle fragole. Il marito dunque era costui... ma...
— Taci...
— Dopo qualche mese la bella sposa... si guardò dunque intorno e vide che, in conclusione, ci voleva qualche cosa dolce per far passare l'amaro dell'aloè. Il caso ha voluto che io gli capitassi innanzi nel momento appunto che era presa dalla nausea di questo gabbiano... Ora chi non lo sa? l'uomo è cacciatore... e quando l'allodola è novella... va presto nel carniere... Del resto la colpa... (e qui si diede a sghignazzare come se fosse in piazza) è di costui che una notte, invece di stare all'osteria, è venuto a casa due ore prima del consueto... e si cacciò a strepitare come uno spiritato ed io a dar giù botte da orbi... perchè questi mariti gelosi van tenuti in soggezione. Così la bella lavandaja tornò a picchiar sulla pietra, e costui giurò di vendicarsi di me. Ecco tutto.
A queste parole del Galantino, e il viso tra il goffo e l'iracondo che faceva il Barisone, sulla faccia dell'attuaro guizzò un sorriso fuggitivo, ch'esso respinse a forza aggrondando il sopracciglio; l'illustrissimo signor capitano guardò con severità l'attuaro, quasi ad ammonirlo perchè desse sulla voce al Galantino e lo richiamasse al dovere ed al rispetto; ma due giovani scrivani, che, per fatalità, s'erano adocchiati, si comunicarono a vicenda quella volontà contagiosa di ridere, che cresce in ragione diretta della sconvenienza, della gravità della circostanza e della severità dei superiori. Ben la nascosero in prima con tali conati da meritare ogni maggior elogio da chi tien conto dell'intenzione; ma i conati e gl'impedimenti non fecero altro che accrescere gl'impeti convulsi, di modo che, dopo essersi soffocati per qualche tempo, come si fa colla tosse quando potrebbe tradire un segreto pericoloso, alla fine scoppiarono in uno schianto così scandaloso e indecente, che la terribilità del luogo, la gravità del signor capitano, l'aggrondatura artificiale dell'attuaro, l'inerte serietà dei due sbirri non valsero a salvare la solennità della dea Temide.
Accorse però al riparo l'attuaro, gridando bieco al Galantino:
— Basta così, e attendete a rispondere ai giudici voi quando sarete interrogato; indi voltossi al testimonio:
— È vero quanto ora fu detto?
— È vero.
— Perchè dunque non lo avete esposto prima?
— Vostra signoria mi perdoni, ma quando io era per continuare e dir tutto, ho dovuto rispondere ad altre domande.
— È egli vero altresì che siete stato eccitato contro il costituito qui presente da spirito di vendetta?...
— Ho detto più volte di voler vendicarmi di lui, questo è vero, ma non furono che parole, e sarebbero sempre state tali. Ciò però non ha nulla a che fare con tutto quello che ho deposto circa il fatto di aver giuocato con esso la domenica grassa, perchè questa è la pura verità, e quando io stavo a Cremona e fui chiamato e interpellato dal signor causidico Benaglia, era lontano mille miglia dal credere ch'io dovessi venire a Milano, ond'essere sentito in giudizio per cosa che risguardava costui.
— Ma come avete potuto, col malanimo che avete seco, giuocare ancora con lui?
— Chi si poteva salvare dalla sua importunità, e anche dalle sue prepotenze? d'altra parte i compagni ridevano di me quando facevo il dispettoso con esso... onde, pel quieto vivere... bisognava adattarsi a giuocare e a lasciarsi incantare anche le carte... Ma se V. S. non crede alle mie semplici parole, io sono disposto a giurare tutto quello che ho detto, perchè non sarà mai che per malanimo io voglia inventar storie a danno di chicchessia.
— Ora parlate voi, disse l'attuaro al lacché.
— Quel che ho detto, lo ripeto. La domenica grassa io stava a Venezia... e costui è un bugiardo... e s'egli è disposto a confermare le sue fandonie col giuramento, non è la prima volta che a questo mondo si sente a giurare il falso con indifferenza.
L'attuaro, a queste parole, guardò al signor capitano di giustizia, che a quella tacita interpellazione:
— Or si rimandi in prigione, disse.
E gli sbirri condussero fuori il Galantino.
— Che vi rimane adesso da aggiungere? disse l'attuaro al cameriere.
— Io non ho niente da aggiungere; son uomini questi che farebbero perdere la testa a chicchessia. Del resto io vivevo tranquillo in Cremona, all'albergo del Sole, e non avrei mai voluto recar danno nè a lui nè ad altri nè a nessuno, se non fossero venuti espressamente a cavarmi di là e a tirarmi a Milano per forza. Questo io dico perchè V. S. si persuada della verità delle mie parole, e che non ho mai ingannato nessuno al mondo, e vorrei che il Signore Iddio mi castigasse qui se mai ho detto il falso.
A queste parole venne rimandato anche il testimonio Barisone, fattagli intimazione di non uscire da Milano fin che non ne avesse avuto il permesso dall'autorità; per la qual cosa venne chiamato nella sala anche il giovane causidico Benaglia, a cui fu parimente intimato che, sotto la sua responsabilità, il cameriere dovesse restare a Milano sino a nuove disposizioni.
E il capitano di giustizia, che si attendeva di venire al chiaro d'ogni mistero in quella notte, trovò invece d'aver raggruppato di più il nodo nel tentare di scioglierlo, avendo bensì la convinzione morale invincibile della reità del Galantino, ma non avendo le prove legali per condannarlo; anzi non avendo raccolto, a rigore, nemmeno gl'indizj legittimi per metterlo alla tortura, come egli avrebbe creduto opportuno, e come e l'attuaro e gli assessori e gli auditori consigliavano ad una voce.
Però ad onta che gl'indizj non fossero a rigore di scrupolo i più legittimi, perchè dei due testimoni necessarj, uno erasi ritirato, e il secondo aveva infirmata la sua deposizione col sospetto di malanimo contro il costituito; e prescindendo anche da ciò, non potea bastare come testimonio solo, non verificandosi in lui gli estremi voluti dagli statuti e confermati dagli interpreti, perchè la sua condizione non era tale che si potesse dichiararlo superiore ad ogni eccezione; tuttavia, avuto riguardo che i due camerieri in massima erano andati d'accordo, che il secondo era disposto a giurare, avuto riguardo inoltre alle deposizioni della contessa Clelia V... e all'abito criminoso del Suardi, l'illustrissimo signor capitano marchese Recalcati pensò di portar la cosa in Senato, affinchè quella suprema magistratura provvedesse in proposito; e il referato che fu steso e spedito il giorno dopo, venne chiuso col voto espresso che appoggiava l'applicazione della tortura al costituito di cui si trattava.


X


Quando codesta relazione, col voto dell'illustrissimo capitano di giustizia e colla nota — d'urgenza — fu portata in Senato, correva il primo di giugno. Essendo giorno di mercoledì, che, al pari del lunedì e del venerdì, era riservato alle cause civili, i segretarj del Senato la misero fra le cause da trattarsi in consiglio il giorno dopo (chè nei giorni di martedì, giovedì e sabato si discutevano esclusivamente le cause criminali). Ed ora giacchè si ha ad assistere allo spettacolo di questo Senato in sessione, di questo Senato che sta vivendo gli ultimi anni della sua vita (e dovremo assistere fra non troppo lungo tempo al suo totale scioglimento); per coloro che non hanno letto la sua storia scritta da Orazio Landi, nè il commentario del Garoni, nè le memorie di don Martino de Colla, nè il Lattuada; o che, anche avendoli letti, non li serbano tutti in memoria, è bene che riassumiamo qui con breviloquenza da telegrafo: che l'origine del Senato di Milano risale al primo duca Giovanni Galeazzo Visconti, quando, nel 1390, ottenne titolo e dignità ducale dall'imperatore Venceslao, non avendo allora che l'appellazione di Consiglio; — che, nel 1499, questo Consiglio ebbe titolo di Senato da Lodovico XII di Francia ed era un Consiglio di diciasette Senatori presieduti dal Gran Cancelliere; che, nel 1522, ritornato Francesco II Sforza in Milano, un nuovo regolamento portò a 27 il numero dei padri coscritti; — che, nel 1527, venuto a pigliar possesso del Ducato di Milano il Borbone in nome di Carlo V, venne sconvolto il regolamento sforzesco, e fu costituito il Senato da un presidente, quattro cavalieri, dodici giureconsulti con sette segretarj, per tramutarsi poscia e stabilirsi nel presidente con quattordici giureconsulti; di modo che al tempo in cui ci troviamo colla nostra storia, il Senato constava del presidente e di quattordici senatori, uno de' quali aveva titolo di senatore reggente o vicepresidente, come decano. Di quattordici però non risiedevano che dodici, perchè due venivano sempre impiegati nelle preture della città di Pavia e di Cremona. A questo illustre corpo si univano sei segretarj e nove portieri, vestiti di divisa color violetto cupo e portanti collane d'oro al collo nelle pubbliche comparse. Giova inoltre sapere, per coloro almeno che pel momento non hanno cosa di maggior importanza da imparare, che i senatori cambiarono due volte il vestito, perchè sotto i duchi e i re di Francia portavano berretta o giubbone colle divise bianco rosse; e al tempo del dominio spagnuolo assunsero le toghe foderate, in tempo d'inverno, colle pelli di zibellino (ponticus mus), come lo chiama il Garoni, il qual zibellino distingueva i senatori dagli altri magistrati togati, onde è probabile che i più vanitosi dovessero nutrire una certa avversione per l'estate.
E come l'eccellentissimo Senato cambiò titolo, numero, ingredienti, vestito, più d'una volta, medesimamente dovette cangiare spesso il luogo delle sue adunanze; onde sotto il primo duca probabilmente, e, di certo, sotto l'ultimo, si radunava in porta Vercellina presso la parrocchia di san Protaso al Foro; poi, sotto i re di Francia, nella casa pure in porta Vercellina assegnata al gran cancelliere: infine si traslocò in una parte del medesimo reale palazzo.
Ed è in questo luogo che noi adesso dobbiamo recarci. Un'ora dopo mezzogiorno del primo giovedì del mese di giugno, il presidente e i senatori intervenuti, che in quel giorno erano in numero di otto (non era necessario che tutti quanti intervenissero), dopo avere ascoltato la santa messa nella cappella del palazzo medesimo, come voleva la consuetudine, entrarono nella gran sala, che nel 1750 si denominava ancora delle udienze, perchè sotto i duchi e i re di Francia vi si tenevano infatti le udienze pubbliche; entrarono e si posero a sedere intorno ad una gran tavola con tappeto verde; i senatori si assisero quattro per parte, nelle cattedre che si chiamavano ancora de' padri coscritti; il presidente nella più rilevata cattedra posta in capo alla tavola. Dietro di lui, ad una tavola più piccola sedette uno de' sei segretarj. Tutto era augusto e solenne in quell'aula. Al disotto dei dipinti a fresco della metà superiore delle pareti si vedevano cinque grandi quadri, dov'erano dipinte ad olio le proprietà della giustizia, portanti al disotto dell'ampia cornice i titoli latini a caratteri cubitali, cioè Æquitas, Legislatrix, Distributiva, Commutativa, Vindicativa, del che ha lasciato memoria il Lattuada. Intercalati a queste tele si vedevano i ritratti di Giovanni Galeazzo Visconti, di Francesco II Sforza, di Carlo V, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, Carlo II di Spagna, e dell'imperatore Carlo VI, che stava in faccia alla cattedra del presidente. Più basso, a coprire in parte i magnifici arazzi, rigiravan l'aula alcuni quadri con cornici ad intaglio messo ad oro, rappresentanti i principali misteri della passione di Gesù Cristo, tra' quali spiccava per eccellenza d'arte quello di Gesù portante la Croce sul Calvario, dipinto dal Daniel Crespi, e regalato al Senato dall'arcivescovo di Milano, cardinale Monti successore di Federico Borromeo. Vedevasi pure un altro gran quadro rappresentante il trionfo di san Michele sopra Lucifero, quasi a simboleggiare la trionfante giustizia.
Aperta dall'eccellentissimo signor presidente la seduta, il segretario mise in prima sul tappeto due o tre cause criminali estranee affatto al nostro argomento, di quelle cause che non provocano discussione, e in cui le opinioni e tutti i sistemi si mettono d'accordo; indi pose innanzi all'eccellentissimo signor presidente le carte relative al processo del lacchè Suardi, dichiarando ad una ad una le pezze, a dir così, di tutto il costituto, e domandando se doveva far lettura del rapporto presentato dal signor capitano. Il presidente, com'era di pratica, accennò che facesse; e il segretario lesse adagio adagio il rapporto, facendo, quel che in musica si direbbe, delle appoggiature sui punti che costituivano le saglienze della tesi; ed esponendo il voto del capitano con una chiarezza particolare, che potea significare la deferenza dell'egregio signor segretario per quel voto medesimo.
Finita che fu una tale lettura, prese la parola il senator M ...tone che era decano.
Dopo il senator Morosini, svizzero ticinese (perchè i senatori, come già notammo, si eleggevano da tutte le città e capiluoghi del Ducato ed anche da altre città fuori del Ducato stesso), il M...tone era il più caldo partigiano della giustizia armata di cavalletto e di scure, onde propendeva al rigore, non per l'indole perversa, ma per quell'impulso che viene da ciò che oggi si chiamerebbe l'arte per l'arte. Per di più non essendo di Milano, non era in gran dimestichezza col patriziato milanese e però non era nè intrinsico nè conoscente del conte F... Questi elementi dovevan dunque farlo presumere più propenso che mai al voto del capitano di giustizia. Ma forse perchè non avea avuto torto il popolo milanese, quando col suo senso comune vendicatore lo aveva ferito, avventandogli l'aculeo di quella strofa che già abbiamo accennato in addietro; v'era probabilmente una ragione per cui la spinta naturale in lui si trovava in lizza con una controspinta avventizia. Del resto, comunque fosse la cosa, egli cominciò a parlare cercando di giustificare i motivi che dovevano aver provocato il voto del capitano, ma conchiuse, dichiarando che non trovava gli estremi per decretar la tortura al costituito Suardi.
Se non che, non aveva esso finito di parlare, che il senatore Morosini, di temperamento impetuoso e bilioso, pronunciò, affoltandole, molte parole che parevano schiuma, quand'esce a dirotta da una bottiglia dove ha dovuto per troppo tempo fremere chiusa. Nè in prima quelle parole parevano aver senso, ma a poco a poco, rallentandosi, si disposero in ordine e il discorso procedette perfettamente intonato colla solennità del luogo.
— I sommi capi, così egli proseguì, pei quali non si troverebbe di sottomettere alla tortura il costituito Suardi, si ridurrebbero dunque al non aver avuto il Suardi per proprio vantaggio un eccitamento al furto; all'avere nel primo interrogatorio risposto con tale aggiustatezza e conseguenza alle domande del giudice, da far presumere in uomo indotto quella tranquillità d'esposizione che deriva dal non aver altro a fare che ripetere la pura verità; alla ritrattazione del primo testimonio, alla proposta del giuramento; al non poter bastare le sole deposizioni del secondo, per non verificarsi in lui la qualità dell'essere superiore a qualunque eccezione; e, quand'anche vi si verificassero, all'essere state infirmate dalle cagioni di vendetta che dovevano presuntivamente aver eccitato il secondo testimonio a danno del costituito. Ora dunque, in quanto al primo punto mi meraviglio come ancora possa mettersi in campo la mancanza d'una causa che, direttamente e spontaneamente sorta in lui stesso, doveva eccitare il lacchè al furto; quasi che non fosser noti a migliaja i casi di sicarj prezzolati, i quali assassinaron persone da essi nemmen conosciute. Il vantaggio che doveva raccogliere il costituito Suardi dal furto, non deve cercarsi nel furto in sè stesso e per sè stesso, ma nel premio che presuntivamente deve essergli stato dato o promesso da chi poteva avere interesse a far scomparire le carte più preziose del defunto marchese. In quanto al secondo punto, se nel primo interrogatorio appare l'astuzia del costituito, faccio osservare che non ci appar sempre la coerenza là dove, eccitato dall'ira, esce a dire che la contessa lo ha tradito... (prego l'egregio segretario di leggere quel passo, ch'io notai, appena le carte furono portate in Senato e di cui non ricordo bene le parole).
Il segretario cercò, trovò e lesse il passo.
— Or mi pare che sia difficile il dimostrare esserci coerenza qui, quantunque subito dopo il costituito, con arte diabolica, torca le parole a diverso significato. Ora la mancanza di coerenza in un uomo di sì manifesta astuzia, fa presunzione che vi sia colpa. Venendo ora ai testimonj: se il primo si è ritrattato accusando una memoria infida, per la paura che nelle persone ignoranti desta l'idea di dover giurare; pure le sue deposizioni fatte prima vanno d'accordo colle deposizioni del secondo testimonio, il quale, per soprappiù, spontaneamente dichiara di volere confermare gli asserti con giuramento. Bene io sento a dire che il secondo, essendo solo a testimoniare, non basta a formare un indizio, perchè non si verifica in lui la qualità di essere superiore a qualunque eccezione. Ma perchè, domando io, non si verifica? Ma quand'è che un uomo è superiore a qualunque eccezione in faccia a un tribunal criminale? Io credo, allorquando la sua vita è senza macchie criminali di sorta. È la vita senza rimproveri che costituisce la qualità dell'essere superiore a qualunque eccezione; non la condizione alta, nè la ricchezza, nè i titoli. Il marchese Alfieri, che l'anno scorso ebbe il bando dalla Repubblica di Venezia per attentato di veleno contro il marito della sua amante, non è più oggi superiore a qualunque eccezione, sebbene sia titolato e ricchissimo. Due anni or sono, il sagrestano di San Satiro, solo testimonio contro il Faldella che rubò la lampada dell'altare maggiore, bastò a formare legale indizio, perchè fu dichiarato superiore ad ogni eccezione. Perchè dunque non lo potrà essere anche questo Barisone Cipriano? In ogni modo, non merita si dica neppure una parola a dimostrare l'assurdità dell'essere egli stato mosso da spirito di vendetta; sopratutto è a considerare, eccellentissimi colleghi, che egli trovavasi a Cremona, dove tanto era lontano dal pensare a vendicarsi, che si dovette andarlo a chiamare e pregarlo per farlo venire a Milano. È a considerare, finalmente, se mentre questo Cipriano Barisone non ha note criminali di sorta, il costituito ha contro di sè la pessima sua fama, e il fatto d'aver già commesso un furto nella casa stessa del suo padrone che, notoriamente, pur lo amava e lo proteggeva.
Il senatore Morosini avendo a tal punto fatto pausa:
— Se bastasse, gli subentrò tosto il senatore conte Gabriele Verri, la morale convinzione di un giudice a determinare la legittimità degli indizj per mettere un uomo alla tortura, io per il primo non esiterei a farla applicare al costituito Suardi. Ma questa convinzione non basta, perchè può procedere da errore di giudizio, da false parvenze, dall'impossibilità di vedere tutti i lati delle cose. È dunque necessità l'aderire in tali casi quasi passivamente alla legge.
— E sia fatto, osservò il Morosini, giacchè la legge rimette gl'indizj all'arbitrio del giudice.
— Ma il nostro predecessore senator conte Bossi, ribatteva il Verri, nel suo aureo trattato, al titolo De indiciis ante torturam assegna all'arbitrio del giudice l'obbligo di esaminare con coscienza la verisimiglianza e la probabilità (indicium verosimile et probabile sit). Ora la coscienza ci ammonisce di non prestar fede soverchia alle convinzioni morali, e, torno a ripetere, di aderir positivamente alla legge. Ma giacchè la legge nuda e nel diritto romano e negli statuti criminali di Milano lascia questi indizj all'arbitrio del giudice, bisogna chieder consiglio a coloro che hanno continuata la legge stessa, interpretandola.
— Ma la parola degli interpreti, interruppe il Morosini, non è Vangelo, e tanto si può esser tratti in errore dalle loro convinzioni come dalle nostre.
— C'è un divario notabile. Essi, interpretando la legge, non erano circoscritti da un fatto speciale; bensì erano rischiarati da un complesso di fatti molteplici che hanno la virtù di costituire una norma assoluta. Noi invece, al cospetto di un fatto solitario, siamo tratti, non volendolo, a decisioni condizionate e relative. Gl'interpreti hanno questo vantaggio su di noi, di aver meditato e scritto in circostanze lontane dall'influenza pervertitrice della passione fuggitiva del momento, dalle opinioni correnti e dai pericoli che presenta all'intelletto un fatto unico; epperò essi hanno il diritto di essere ascoltati, noi l'obbligo di ubbidire; di modo che assumono virtù di legge in mancanza d'una legge scritta, determinata, sanzionata, comandata; e come avviene delle gride, che le ultime possono derogar le prime e sostituirle, e però, come tali, sono le sole che devono essere seguite; così avvien degli interpreti, de' quali gli ultimi più acclamati dal consenso universale dei giurisperiti e dei magistrati, devono essere di preferenza consultati e seguiti. Ora il consenso più generale è pei due celebri giureconsulti, il Casoni e il Farinaccio; e costoro, spaventati dagli eccessi a cui nell'amministrar la tortura furon tratti giudici o troppo crudeli o troppo confidenti nelle loro convinzioni, o troppo ciechi, sono giunti a conchiudere, il primo: che la tortura non è arbitraria; il secondo, che non sono arbitrarj nemmeno gli indizj. Communis error judicum putantium torturam esse arbitralem — dice il primo, e non sbaglia; — Non immerito audivi plures jurisperitos dicentes posse melius formari regulam, inditia ad torquendum, non esse judici arbitraria, dice il Farinaccio chiarissimamente. Però dal processo verbale relativo al costituito Suardi non risulta provata la bugia dell'accusato, che sarebbe uno degli indizj legittimi; perchè mancano i due testimoni, quali son voluti dal Farinaccio che qui fa testo di legge. Può esser vero che il primo testimonio non abbia giurato per sgomento. Ma può essere, non vuol dire è. — Può esser vero che il secondo testimonio abbia abito di onestà, ma intanto sussistono presunzioni contro di lui provocate da gravi disgusti passati prima del preteso furto tra accusato e testimonio. E, anche qui, il può essere non vuol dire è — poichè la giustizia è come l'aritmetica, nella quale, se manca la verificazione, non può asserirsi che il calcolo sia giusto.
Dette queste parole, il conte Verri si tacque; e quasi nel momento istesso, entrato nell'aula uno de' segretarj, s'accostò al segretario in seduta, che, alzatosi, parlò all'orecchio dell'eccellentissimo signor presidente, il quale, rivoltosi ai signori senatori :
— Un'ora fa, disse, ha cessato di vivere l'illustrissimo conte F... Come l'egregio segretario Carlo fu sollecito di portarne l'avviso, così io lo ripeto ai senatori qui congregati; faccio presente che la morte del conte F... nella causa che ora qui si sta discutendo... può essere forse un fatto significante.
Questo annuncio fece l'effetto di quei congegni dell'arte nautica, che di punto in bianco fanno galleggiar ritto e baldanzoso un naviglio che, appena uscito dal cantiere dell'arsenale, procedeva impacciato e piegato sull'un dei fianchi.
I diversi pareri degli otto senatori tacitamente si armonizzarono in un consiglio unico, quantunque due o tre altri senatori prendessero la parola, parlando con varia sentenza. Se non che, mentre il Morosini, in quel giorno, tornò impetuoso a ribattere gli argomenti degli avversari, il conte Gabriele Verri parve minor di sè stesso, e lasciò dir gli altri; nè più parlò il senator M...tone. Per le quali circostanze, venuta la votazione, la determinazione del Senato fu che il costituito Suardi, soprannominato il Galantino, si dovesse sottoporre alla tortura lieve e semplice. La voce pubblica che cominciava a parlar alto contro la lentezza onde si procedeva verso il Galantino, e dicea chiaro che si voleva salvare il lacchè, per non compromettere la riputazione del conte F..., fu per il momento placata dal decreto del Senato, di che tosto gli eccellentissimi membri, al cui orecchio eran giunte le pubbliche querele, fecero divulgar la notizia. E per quel giorno e pel successivo tutta la città di Milano non s'interessò che a quell'unico tema della tortura del Galantino e della morte del conte F...
Il giorno 3 giugno la piazza Borromeo era tutta gremita di popolo, chè si celebrarono le solenni esequie del defunto nella chiesa di Santa Maria Podone, sulla cui facciata, tutta coperta a nero e ad oro, si leggeva il seguente cartellone sormontato dalla corona e incorniciato dagli stemmi:


comiti a… f…
eq. hierosol
pio munifico
charitate in egenos ex corde
domesticam gerenti felicitatem
excesso anno lv
ætatis suæ
filius comes albericus moerens
fidelium preces poscit


Due giorni dopo, al costituito Andrea Suardi, chiamato a nuovo esame, venne intimato si risolvesse a dire la verità, altrimenti verrebbe messo alla corda, così portando la determinazione dell'eccellentissimo Senato, pel concorso di molte circostanze atte a formare indizio; segnatamente per le deposizioni del Barisone Cipriano, confermate con giuramento. Nel rescritto del Senato era stato ingiunto al capitano di giustizia di far adempire al secondo testimonio l'atto formale del giuramento prima d'esaminar di nuovo il costituito.
Questi, che nel confronto col Barisone avea creduto di essere riuscito a togliere ogni forza alle di lui deposizioni; che, per soprappiù, stando in prigione e tastando gli sbirri e mettendo insieme le sparse parole che loro eran cadute di bocca, come chi si affanna di riunire i minuti pezzetti di un foglio lacerato, era riuscito a sapere che il conte F... era morto, e però erasi lasciato andare alle più allegre speranze; rimase come sbalordito a quegli inattesi propositi del giudice; e lo sbalordimento fu di tal natura, da preparar la via ad una susseguente indignazione, anzi ad una esasperazione così aperta e dichiarata, che potea benissimo parer quella di un innocente calunniato. Le parole pertanto che rispose al giudice furono quelle della collera che non ha nè ritegno nè riguardi; e questa volta non già pel calcolo consueto del suo ingegno lungoveggente e scaltro, ma per l'accensione spontanea del sentimento offeso. Erasi messo al posto dell'innocente, s'era lusingato d'aver fatto per potersi fermare a quel posto usurpato; di più attendeva a raccogliere il frutto dei suoi calcoli e della sua fortuna, allorchè di punto in bianco e crudissimamente si vide frustrato nella sua aspettazione; l'ira sua doveva dunque essere naturale e spontanea.
Se un ladro giunge a involare con fortuna una somma di denaro, e avendola nascosta in luogo da lui creduto sicuro, allorchè va per riprenderla non la trova più, il dolore ch'ei ne prova, è simile in tutto a quello del legittimo proprietario stato derubato. E così nè più nè meno avvenne del Galantino al cospetto dell'accusa e del giudice; egli sentì ed espresse tutti i fenomeni dell'innocenza oltraggiata; li sentì anzi e li espresse in modo che il capitano di giustizia ne fu colpito.
Il marchese Recalcati, d'indole mite, aveva avversione a quella barbara eredità del diritto romano, la tortura; tanto è ciò vero che al Suardi la volle decretata dal Senato, mentre egli stesso avrebbe potuto infliggerla; e qui, di passaggio, dobbiamo notare, che la maggior parte dei giudici del suo tempo che avevan viscere, avevano cominciato a detestarla. Viveva essa gli ultimi anni, a dir così, della sua vita feroce, e lo spirito pubblico, senza dichiararlo manifestamente, le s'era rivoltato contro, a preparare e ad accelerare quella morte che le doveva poi venire dal colpo meditato e risoluto di un grand'uomo.
I medesimi sostenitori d'essa, a forza di commentarla e confortarla e mostrarne la validità, facendo passare e ripassare innanzi alla mente degli ascoltatori non propensi, nei momenti più caldi della disputa, la lettera del diritto romano e quella dello statutario e quella dei criminalisti, avean fatte balenare molte verità che dimostrarono la fallacia; verità inchiuse in quegli articoli medesimi stati scritti per darle vigore.
Molte volte il senator Gabriele Verri, che era un partigiano della tortura, aveva detto e ripetuto in Senato quel titolo cospicuo del Digesto, dove è parlato della fragilità e del pericolo della tortura; esso lo aveva ripetuto perchè, avendo fede in quel mezzo, pretendeva che si adempissero tutti i suoi preliminari con rigore di scrupolo; persuaso com'egli era, che, adempiendo con esattezza a tutti i dettami della legge, prima di decretar la tortura, questa non poteva infliggersi che al veramente reo, la cui ostinazione poi era presumibile potesse domarsi solo coi tormenti. L'uomo dialettico e preoccupato, correndo con precipitazione alle conseguenze ultime, non aveva mai saputo fermarsi un momento di più su quel titolo, ch'ei non adduceva che per provare la necessità dell'esattezza aritmetica nel raccogliere indizj; ma che, in realtà, inchiudeva già tutta quanta la condanna della tortura nel punto stesso che le dava sanzione; bensì vi s'erano fermati gli uomini meno preoccupati e meno oppressi dal cumulo della dottrina e più illuminati dal raggio del sentimento, e ne eran rimasti colpiti, e tra questi il marchese Recalcati appunto, il quale, per consueto, andava sempre a rilento e come di malavoglia quando trattavasi di ministrare la tortura.
Se dunque stette perplesso e quasi pauroso di quanto egli stesso aveva fatto allorchè sentì prorompere il Galantino con tanta sincerità di sdegno, è facile a comprendersi. Se non che, a confortarlo ne' suoi dubbj e nelle sue ansie, entrò qualche momento dopo nella sala stessa degli interrogatorj il senator Morosini; colui che propugnava la tortura, non per una convinzione scientifica al pari di Gabriele Verri, nè per considerarla una fatale necessità della procedura criminale, ma per una di quelle arcane voluttà della mente, anzi del senso viziato, che pur talvolta si riscontrano in individui non affatto pervertiti e talvolta, come nel caso nostro, persino onesti; una di quelle arcane voluttà onde si spiega il fenomeno di qualche fanciullo che si gode a denudar la farfalla delle sue ali, o a spennare il pulcino vivo, o a percuotere fieramente in sull'aja il pollo in fuga. Tale era il senator Morosini. Egli veniva in carrozza al palazzo del Capitano di giustizia ogni qualvolta trattavasi di qualche bel caso di tortura. Compiacevasi a far egli stesso le parti d'auditore e d'attuaro, abilissimo come era a gettar scaltre insidie negli interrogatorj; più abile a farle riuscire, accennando agli stessi aguzzini i modi dell'atroce arte loro; press'a poco al pari di un maestro di musica (ci fa ribrezzo l'apatica e spietata similitudine, ma un carattere dev'essere messo a nudo tutto quanto), al pari dunque di un maestro compositore che all'orchestra imponga e faccia sentire gli accelerati e i rallentati. E tanto dilettavasi quel senatore di sì feroce passatempo, che si faceva portar la cioccolata, già lo abbiam detto, nelle aule medesime del capitano, e l'assorbiva lentamente dove s'interrogava, dove davasi la corda.
Quando il senator Morosini entrò, tutti, compreso l'illustrissimo signor capitano, si alzarono; ed egli, nella seggiola che gli fu messa innanzi, si calò, a dir così, con quella pesantezza convenzionale che quasi sempre affettano gli uomini costituiti in una gran carica, anche allorquando non hanno a portare nè il peso degli anni nè quello dell'adipe. Si assise dunque, e nel punto che dal panciotto cavò la scatola d'oro, tutta a figure ed ornamenti in rilievo e a smalto, e porse il tabacco all'illustrissimo signor capitano:
— È il lacchè? domandò; e al cenno del marchese Recalcati non rispose che caricando a più riprese di rapato vecchio le ampie narici di un naso abbastanza senatoriale.
Il Galantino intanto s'era fatto tranquillo, squadrando solo il nuovo venuto (che non era in toga, ma in giubba rosso fuoco gallonata, e panciotto di teletta d'oro) con certe occhiate fra l'iracondo e il beffardo, che parea dicesse:
— Oh se fossimo noi due a quattr'occhi, non so come l'andrebbe, caro nasone, con quella carta d'oro che hai sulla trippa, eccellente per avvolgere il mandolato di Cremona!
Ma l'attuaro, come tutto tacque e il senatore ebbe rimessa la scatola nell'ampia saccoccia del panciotto:
— Ancora dunque, così parlò al Galantino, vi esorto a dire la verità; e a risparmiarci il dolore di dovervi far mettere alla corda.
— Quello che ho detto ripeterò sempre, rispose il costituito, perchè è la pura verità, e sfido qualunque prepotenza a farmi dire quello che non è.
— Prepotenza di chi? domandò blandamente il senatore, sebbene fosse per indole focoso.
— Di chi ha la forza, e l'adopera per tormentare chi non l'ha.
— Ma che ostinazione è la vostra, soggiunse allora con lentezza quasi soave il senatore, di non voler confessare quel che manifestamente risulta dai fatti e dalle deposizioni di testimoni giurati?
— Che cosa risulta? vostra signoria illustrissima mi illumini, perchè da quello che io so e ho l'obbligo di sapere non risulta nulla, nulla affatto contro di me, e sino ad ora non sono che la vittima di una maledetta calunnia. Io sono accusato d'aver rubate delle carte al marchese F... ma chi può asserirlo? chi m'ha visto a rubarle?... Dove sono questi pretesi testimonj?
— Se qualcuno v'avesse veduto, caro mio, non farebbe bisogno di mettervi alla tortura. Sareste condannato addirittura come convinto. Ma voi avete detto una bugia... asserendo di trovarvi altrove nella notte del furto mentre eravate a Milano. Però se avete negato questa verità secondaria, vuol dire che avevate interesse a negarla… Dunque se si procede oltre, è perchè colla vostra ostinazione voi stesso comandate la severità alla giustizia.
— Io ero a Venezia otto giorni prima della settimana grassa, e ripeto che chi dice di no è un bugiardo infame.
— E questo è quel che si vedrà, soggiunse l'attuaro.
Allora il senator Morosini parlò sottovoce al capitano. Questi si alzò. L'attuaro fece un cenno ai due sbirri che stavano dietro le spalle del Galantino; ed essi, presolo per le braccia, lo trassero fuori di quella sala per condurlo nella vicina, dove soleva darsi la corda. Il senator Morosini, il capitano, gli altri entrarono anch'essi in quel tristo camerone, e si posero a sedere, rinnovando in prima l'attuaro al Galantino l'esortazione di dire la verità, poscia accennando agli sbirri di fare il loro dovere.
Questi, avendolo pigliato di sorpresa, gli levarono il vestito e il panciotto, e l'afferrarono per le braccia, traendolo presso la corda che pendeva dalla carrucola.
Il volto del Galantino che, siccome dicemmo, s'era da qualche tempo fatto pallido, si caricò allora improvvisamente di un rosso cupo che gl'invase la fronte e gli orecchi; e l'occhio, naturalmente bieco e serpentino, vibrò sugli sbirri uno sguardo così infuocato di furore, che fece un'impressione strana sugli astanti; poscia, flessuoso e forte come un leopardo, diede uno squasso irresistibile ai manigoldi, avventando loro bestemmie a furia. Per un istante fuggevolissimo ei si tenne disciolto, ma i manigoldi lo ripresero e, ad un cenno dell'attuaro, altri due sorvennero ad ajutare i primi. Ned egli perciò si ristava dal dare squassi formidabili. La camicia, slacciata e laceratasi in que' forti sbattimenti, metteva a nudo collo, petto, braccia. La chioma, sollevata e scomposta e gettata or da un lato or dall'altro della testa in movimento assiduo, or copriva or lasciavagli scoperto il viso. L'animale uomo non comparve mai così bello, così sfolgorante, così formidabile nella sua giovinezza come in quel punto. Nella pelle e nella tinta v'era la delicatezza di una fanciulla; nelle forme, ne' muscoli, nelle proporzioni perfettissime l'aitanza di un gladiatore giovinetto. Il medesimo senator Morosini, rivoltosi al capitano, non si potè trattener dall'esclamare: — Che bel ragazzo!
Ma il bel ragazzo fu incontanente tratto in alto come un fascio di fieno; e un gemito ferino che sordamente gli muggì in gola, perchè una volontà di ferro avea tentato di trattenerlo, accusò il dolor fisico derivatogli dalle braccia squassate.
Così sospeso per aria, all'attuaro che gli ripeteva se risolvevasi a dire la verità:
— La verità l'ho detta, rispose, anzi urlò.
Il senator Morosini suggerì allora ai quattro manigoldi di alzare la vittima più presso la carrucola, e accompagnò le parole caricando di nuovo le nari di rapato, e scuotendo colla punta del pollice e dell'indice la cadente polvere dalle ampie lattughe di pizzo di Fiandra della camicia, asperse di oscura goccia.
Rialzato così il Galantino, potè sentirsi lo stridere della carrucola e il fruscìo della corda; non però un lamento di lui, che, alla sempre uguale domanda rinnovatagli, rispose sempre le stesse parole.
A tal punto, per ingiunzione del capitano, venne calato giù. Sotto al labbro inferiore del Galantino i giudici videro una striscia rossa. A respingere il dolore col dolore s'era ficcati i denti superiori nel labbro inferiore, al punto di farne sprizzar vivo sangue.
Allora venne di nuovo ammonito con mitissimo linguaggio dal marchese Recalcati, il quale gli mise innanzi il pericolo che, per la sua ostinazione, si sarebbe dovuto passare alla tortura grave col canape; ma di nuovo rispose il Galantino che, giacchè essi volevano sapere la verità, questa l'aveva già detta; e nemmeno abbruciandolo a fuoco lento, sarebbero riusciti a fargli dir la bugia. Nè il capitano avrebbe insistito più oltre; ma il senatore Morosini lo interrogò di nuovo, e di nuovo lo fece mettere alla corda, sempre però infruttuosamente; laonde quando il Galantino fu rimandato in prigione, il capitano e l'attuaro e gli auditori espressero il dubbio che il costituito potesse per avventura essere innocente.
— È giovane e forte, forte di corpo e d'animo, disse il senator Morosini. La tortura semplice non basta. Vedrete che confesserà tutto alla tortura grave.
E al Senato fu spedita relazione del fatto, con interpellanza se si dovesse passare alla tortura grave appunto.
Ma il senatore Gabriele Verri parlò e parlò forte e mostrò come tutti gli interpreti andassero d'accordo nel proibire di passare alla tortura grave, se non fossero sopravvenuti altri indizj; onde, per mancanza di essi, la giustizia dovette accontentarsi del risultato della prima tortura.
E qui ci conviene tagliar crudelmente il filo del racconto, e dare un addio all'anno 1750; perchè un altro periodo, secondo noi, abbastanza curioso della storia della città nostra, c'intima di affrettarci, essendo ben lungo il còmpito che ci siamo assunto.

LIBRO SESTO


Gli attori del secondo atto. — I due mondi. — Il Galantino. — Gli appalti delle Regalìe. — Ferma generale. — I fermieri Greppi, Pezzolio, Rotigno, Mellerio. — Strana risoluzione del popolo milanese. — La contrada delle Quattro ganasce. — Editto del 7 aprile 1766. — Il tabacco di contrabbando e la beltà adolescente. — Il monastero di S. Filippo.



I


Sono trascorsi sedici anni. Saltano fanciulli e parlano adolescenti di cui i genitori nel 1750 o non si conoscevan tra loro affatto, o non sapevano di dover diventare marito e moglie, o i loro nomi non erano stati ancor gridati da nessuna balaustra di altar maggiore; son giovinotti maturi quelli che alla metà del secolo, non avendo che venti anni, eran chiamati fanciulli dai giovinotti maturi del loro tempo. Le belle donne che, allora nella canicola dei venticinque anni, facevano girar la testa a chi le avvicinava, ora hanno varcato il quarantesimo anno, e qualche ruga incipiente ha fatto cadere, a loro dispetto, il termometro fin quasi a zero; e non osano più sfidare le lucide e bianche mattine, e molto meno il perfido sole di mezzogiorno, ma amano di preferenza le luci artificiali, modificate dalle seriche cortine piuttosto color rosso o rosa o violaceo, che gialle e verdi; e, se escono a passeggi sollazzevoli, benedicono gli smorenti crepuscoli, incaricati di gettare una benefica confusione tra i confini che dividono la gioventù dalla maturanza! E chi era maturo ora è vecchio e chi vecchio è decrepito: l'avvocato Agudio, per esempio, non può più recarsi nemmeno in carrozza nè in lettiga al collegio dei giureconsulti, e, obbligato al letto dal femore cronicamente offeso, serba però ancora lucidissima la mente e inesauribile la dottrina legale, e dà consulti a chi ne vuole. Il dottor Bernardino Moscati si fa ajutare dal figlio Pietro e il giovinetto Giambattista Paletta lascia la giurisprudenza per la chirurgia superiore. Il pittor Londonio ha sparpagliato per tutta Lombardia una popolazione di vacche e buoi e asini e capre con tanta verità e in tale quantità, da essere chiamato in questo genere il primo pittore del suo tempo. Pietro Verri non è più il destituito patrocinatore dei carcerati, ma un ex-ufficiale ripatriato, e, da cinque mesi, consigliere del consiglio supremo d'economia; e Beccaria non è più fanciullo, ma un giovane di trent'anni, già rinomato in tutt'Italia e in tutt'Europa per un libro che fu alla scienza del diritto quello che molti anni dopo fu la pila di Volta alle scienze fisiche. E giacchè l'accennare a questo libro, insieme col libro ci fa uscire da Milano e dall'Italia, voglia ricordarsi il lettore che poco oltre la metà dei tre lustri decorsi erasi pubblicata a Parigi l'Enciclopedia, a gettare in tutto il mondo un filo di congiunzione e di fratellanza tra tutti gli uomini del pensiero, quel pensiero che irretì e dominò e generò poi l'azione. Federico II aveva fatto le sue grandi prove di valore nella guerra de' sette anni; ma la preponderanza del pensiero cominciava ad essere così invadente, che il re soldato pareva spesse volte un suddito al cospetto dell'ironia dissolvente di Voltaire, il Mefistofele in carne ed ossa, al cui confronto impallidisce e si dilegua il postumo ideale del poeta di Weimar. E il genio del sentimento, intinto di pazzia e armato di sofisma, aveva già dettato a Rousseau tutti i suoi capolavori e il Contratto sociale, in cui stava il germe di Robespierre e la profezia della rivoluzione francese; ed era morto papa Lambertini, l'epigrammatica sapienza, ed eragli successo colui che doveva essere perpetuato dal genio di Canova; e giacchè la chiesa ci allarga a tutto il mondo, voglia ricordarsi il lettore, per farsi un'idea del colore e della densità dell'atmosfera ond'è tutt'all'intorno vastamente circondata la nostra piccola sfera drammatica, voglia ricordarsi che, nel frattempo da noi saltato, l'Inghilterra aveva già fondata la sua compagnia nelle Indie, e cercato di sottrarre le mogli indiane al rogo volontario, e i fanatici al carro di Jaggernath; mentre Spagna aveva ordinato il battesimo ai Cinesi delle Manille, quasi nel tempo stesso che scopriva il nuovo Messico ed ordinava il censimento delle Filippine; e voglia ricordarsi che Caterina II era successa a Pietro III sul trono di Russia, ed erasi fatta la pace tra la Svezia, la Prussia e la Russia; e un'altra ne facevano Austria, Prussia e Sassonia, e un'altra ancora Inghilterra, Francia e Spagna; e a proposito di Spagna e Francia, i gesuiti della seconda avean deposto l'abito regolare, mentre quelli della prima erano stati mandati per mare nelle terre del papa; che nell'anno anteriore a quello a cui ci troviamo oggi colla nostra storia, cominciò l'insurrezione delle Colonie Inglesi nell'America settentrionale quando appunto era uscita l'opera Dei Delitti e delle Pene. Due fatti che non hanno in apparenza parentela nessuna, ma che pure, in così diverso modo, vengono a mostrare la scienza dell'uomo solitario e l'istinto delle moltitudini, anelanti alla riconquista del diritto razionale e naturale. Ma se il nome di Beccaria ci fece uscir da Milano, ora con lui dalle lontane regioni dei due mondi, colla velocità quasi della luce, rivoliamo in casa nostra, a tener dietro ai personaggi a noi già famigliari, che cangiarono età, aspetto, condizione, fortuna; e a far la conoscenza dei nuovi, per dominare così gli atteggiamenti di due generazioni.
Ed ora si ripigli il filo del quale abbiam reciso un capo.
È probabile che taluno dei più fantasiosi tra i nostri lettori qualche volta abbia pensato, come sarebbe vario e bizzarro e proficuo, se fosse possibile, lo spettacolo che si presenterebbe a chi avesse facoltà in un dato punto di simultaneamente girar l'occhio e penetrare nell'interno di più luoghi e di più dimore, ad assistere dall'alto alla varietà delle scene e delle azioni di molti uomini intenti a disparate cose in uno stesso momento. Tale spettacolo, che è e fu sempre un assurdo impossibile se non nelle ballate nordiche o nelle leggende del medio evo, noi vogliamo presentarlo a' nostri lettori oggi, senza essere maghi e senz'avere nessuna scopa ai nostri comandi; e questo ne giova, perchè sorprendendo alcuni de' nostri personaggi di antica conoscenza e alcuni de' personaggi nuovi in quell'attitudine onde ci si mostreranno, vedremo, senza perder tempo, che intenzioni hanno e da che punto prendon le mosse, e a che accennino.
Collochiamoci dunque in alto, e volgiamo l'occhio ad osservare le molteplici macchiette delle figure che stanno e s'agitano e formicolano al basso.
Gettiamo lo sguardo nella camera di ricevimento di donna Paola, e la vedremo impegnata in un dialogo seriissimo con una dama, dell'età press'a poco come la sua, e che è la contessa Arese, conservatrice del monastero di san Filippo Neri.
E se dopo gli occhi, vogliamo far lavorare gli orecchi, ecco quel che al lettore potrà giovare per conoscere di che si tratta. Così dunque sta parlando la contessa Arese:
— Io ho creduto bene, donna Paola, di renderla avvisata di questa grave circostanza. La fanciulla è troppo bella, vivace e troppo ardente, perchè la si possa trattenere più oltre in mezzo alle altre educande, e tanto più con quell'inconveniente che le ho detto. D'altra parte, proibirle di passeggiare in giardino insieme colle sue compagne, prendere per lei misure particolari, sarebbe un gettare lo scandalo nel convento, sarebbe mettere in allarme tutti i parenti delle fanciulle... Giacchè dunque la ragazza è già per varcare i quindici anni, io sarei di parere che vostra signoria, nella sua saviezza, la levasse di là, e la tenesse qui sotto ai suoi occhi.
— La ringrazio, contessa, dell'avviso e del consiglio, risponde donna Paola; ma non è cosa che si possa fare con precipitazione. Se colui, ch'ella dice, ha fatto acquisto della casa e del giardino contiguo al convento con manifesta intenzione di gettare insidie alla ragazza, mi pare che all'amministrazione del convento, pel pericolo a cui potrebbero essere esposte tutte le monache e le educande in conseguenza di questa comunicazione immediata coll'altrui dimora, potrebbe far murare una cinta ed isolare il monastero affatto. Io stessa ne farà parola... Intanto, domani che è giovedì, parlerò alla ragazza; sentirò, e vedrò poi, di pieno accordo colla signoria vostra, quello che si dovrà fare.
Ma in questo punto, in cui la nobile conservatrice del monastero di san Filippo sta parlando con donna Paola, noi, girando l'occhio e facendolo penetrare entro al monastero stesso, possiamo vedere una fanciulla trattenersi nel dormitorio, mentre le sue compagne educande ne escono a coppie; indugiarsi un momento davanti uno specchio, accarezzarsi le chiome quasi a migliorare la gretta acconciatura del convento, levarsi il grembialetto di levantina nera, assottigliarsi la vita stringendo la cintura oltre il punto voluto dalla governante del dormitorio; e, fatto questo, accostarsi al proprio letto, tirar la stringa della fodera del guanciale, levarne un gelsomino appassito, odorarlo, con una inspirazione lenta, estatica, voluttuosa, che finisce in un lungo sospiro; poi rimetterlo di furto, guardandosi in torno, sotto la copertina del guanciale, e con passo lieve lieve e quasi trasvolante uscir dal dormitorio, discender le scale e farsi colle compagne, baciando sulla guancia la prima che le si fa incontro, ma con un trasporto e con un atto così particolare e curioso, che sembra quasi che, baciando materialmente quella faccia, coll'intelletto del senso ne baci un'altra.
Tentare di tradurre al vivo il profumo incantevole, la vaghezza, diremo, trasparente, ma che parrebbe voler dissimulare i tratti più risentiti di quell'adolescente beltà; rendere quella grazia lieve e quasi fuggitiva e che lascia indovinare come, scorrendo qualche lustro, ella potrebbe forse ritrarsi per lasciar luogo a forme più compiute, più sode, più solenni; tentare adunque di tradurre ciò in sembianza di verità viva, è impossibile. Anche ai pittori è malagevole più che mai il far ritratto della beltà femminile adolescente; forse perchè presenta il fenomeno d'un'assidua ineguaglianza.
Ma nel punto che questo lavoro ineffabile della natura artefice bacia il volto della fanciulla compagna, lungi da Milano, a Bologna, in una delle aule assegnate alla facoltà matematica, la laureata contessa Clelia V..., seduta nella cattedra, sta leggendo ad un uditorio di trentacinque giovani studenti le seguenti parole:
«Galilæus ad Magni Verulamii votum deterso scholarum situ veterum geometrarum severitate ratiocinari homines edocuit, et quadam veluti expeditione in lunam, venerem, solem, jovem, et fixas usque feliciter absoluta, ad reformandam physicam et mechanicam delapsus genuina principia aperuit, quibus problemata motus omnia expedirentur, ecc.»
E intanto che la laureata contessa sta recitando la sua prolusione, a Monaco, nella casa vicina al teatro, il tenore Amorevoli, in variopinta veste da camera, sta scorrendo questo brano di lettera del signor Bruni, marito della signora Gaudenzi, il quale brano dice così:
«Lasciando per ora il discorso della mia Gaudenzi, che ha fatto furore a Napoli, quantunque, per verità, non sia più giovane, vi dirò che essendo io venuto a Milano per trattare con questi signori interessati all'appalto del regio Ducale Teatro la scrittura di mia moglie pel prossimo carnevale 1766 67, ho raccolte le notizie che m'avete raccomandato. La fanciulla è tra le educande del monastero di san Filippo Neri, e porta il nome del conte V..., e come tale anzi fu collocata colà; il conte che vive ancora qui, ha fatto causa per declinare la legittimità di detta sua figliuola... La causa dura da quindici anni, avendo il conte rinnovata la lite più volte per essergli sorvenuti sempre nuovi documenti e testimonianze da persone di Milano e di Venezia. Ma il Senato ha rigettato le sue domande ed ha pronunciato sentenza contraria, dichiarando sua figlia legittima quella che voi sapete, e avente per conseguenza pieno diritto al nome del casato del conte, all'eredità, alla successione.»
Scorsa la qual lettera, il tenore non fa altro che sorridere e dalla poltrona passare alla spinetta a ripetere de' vocalizzi per tenere in esercizio la sua trachea oramai di quarantadue anni.
E dalla casa attigua al teatro di Monaco, piegando ancora l'ala dell'occhio verso Milano, e fermandola al disopra di una casa in contrada di Pantano, dopo aver percorsa una fuga di stanze a pianterreno, in ciascuna delle quali stanno seduti giovani scrivani col capo chino su grossi libri maestri, vediamo in un salotto un bellissimo giovane di trentacinque anni, vestito riccamente, ovverosia vediamo il signor Andrea Suardi, detto il Galantino, ora banchiere, successore al signor Rocco Rotigno, quale altro degli impresari della Ferma generale del sale, del tabacco e delle mercanzie del ducato di Milano, intento a dir queste parole ad un suo commesso:
— In forza dell'articolo ottavo della grida del 7 aprile di quest'anno, farete oggi, anche per ordine del presidente camerale, come appare da questo foglio che terrete con voi, una rigorosa perquisizione nel monastero di san Filippo Neri, dove sappiamo essersi nascosta una gran quantità di tabacco di Spagna. Nel fare tale perquisizione, trattandosi d'un luogo privilegiato e godente del sacro asilo, per vostra norma vi farete leggere prima dal capo dello studio il disposto nell'ultimo concordato colla santa sede.
Licenziato il qual commesso, il nostro ex lacchè tira il campanello, e al servo gallonato che gli compare innanzi:
— Fa mettere la sella al cavallo, dice, che voglio uscire a fare una galoppata.
E una galoppata in questo medesimo istante la sta facendo un giovane di ventisette anni, il quale chi ha veduto il ritratto di Shelley, il fantastico amico di Byron, è costretto a dire che gli somiglia in tutto e per tutto.
E di fatto il giovane è figlio di padre inglese, ossia è lord Guglielmo Crall, ossia è il figlio maggiore di donna Paola Pietra. E il giovine caccia il cavallo a furia, avendo probabilmente per isprone e per iscudiscio un pensiero che lo esalta, e dopo aver fatto il giro di tutte le mura della città, se ne vien giù per porta Romana, e d'una in altra via, fa sentire lo scalpito suonante del suo cavallo nella contrada Nuova, dov'era situato il monastero di san Filippo, e nella quale, venendo dal naviglio di porta Tosa, entra, pur galoppando, il signor Andrea Suardi, incontrandosi in lord Crall appunto, e voltando subito dopo nella porta d'una casa.
Ed ora che abbiam fatto sfilare la maggior parte degli attori del secondo atto, imitando i direttori delle compagnie equestri che, allorchè danno spettacoli nell'arena, prima d'incominciare fanno caracollare in giro i così detti artisti che devono prodursi sulla corda, sui cavalli e sulle bighe; ora dunque, previe alcune spiegazioni troppo necessarie al lettore, per comprendere talune inaspettate trasformazioni, stiamo attendendo quel che sarà per succedere, giacchè pare che il celebre sestetto della Cenerentola — O che nodo avviluppato — sia stato scritto espressamente dal maestrone per essere poi applicato come epigrafe al nostro libro.



II


E intanto ci rimetteremo in compagnia del sig. Andrea Suardi che fu l'ultimo rimasto sul palco scenico. Il lettore, dopo aver lasciato costui nelle stanze del Capitano di Giustizia, in una condizione tanto prossima alla berlina, avrà fatto le maraviglie nel vederlo, sedici anni dopo, libero e sano e più bello di prima, e colle apparenze della ricchezza, e avente un servitore coi galloni al proprio servizio, e un cavallo da sella per le passeggiate di diporto. Ma la fortuna e il diavolo, in tutti i tempi, han sempre dato il braccio a' furfanti.
Ed ora è probabile che il lettore si lamenti dell'aver noi troncato il processo del nostro eroe. Però, a confortarlo, lo consigliamo a pensare alla noja che avrebbe dovuto subire se avessimo riprodotto qui tutto quello che fu scritto dagli attuari e dagli auditori del criminale dopo l'ultimo tratto di corda dato al costituito lacchè; lo preghiamo a considerare che, da tanta carta e tanto inchiostro il solo fatto importante che ne risulta, è che, non essendo sorvenuti nuovi indizj, si dovette desistere dalla tortura grave; e che dopo sei mesi di indagini, requisizioni, interpellanze, di esami fatti a gentiluomini, servi, camerieri, ecc., non essendo saltato fuori neppure un appiglio importante a danno del costituito, esposta in ultimo ogni cosa al Senato, questo sentenziò che il reo convenuto Andrea Suardi, detto il Galantino, dovesse rimandarsi in libertà, mancando le prove reali del delitto ond'era stato imputato.
Il Suardi, appena uscito dalle carceri del Capitano, dal quale gli furon consegnati i chirografi del denaro che esso aveva depositato sul banco di San Marco a Venezia, non pensò che ad abboccarsi col signor Rotigno, agente della casa F...
Dopo la morte del conte, che nel testamento gli ebbe assegnato un legato di milanesi lire 200 mila, l'ex-agente avea abbandonato la casa F..., e si era congiunto al suo fratello Rocco per intraprese commerciali.
Ora si venne maturando un fatto pubblico che diede poi un avviamento speciale e curioso ai fatti privati. In quell'anno medesimo 1750, anno fatale a quelle persone di cui abbiamo fatto la conoscenza, il generale Pallavicini, ministro plenipotenziario a Milano, come sa il lettore, abolì i separati appalti delle regalie del sale, del tabacco, della polvere, ecc., e formò la così detta Ferma generale, riunendo tutte le suddette regalie in un sol corpo, ed affidandole ad una società costituita in prima da tre Bergamaschi, quali erano Antonio Greppi, Giuseppe Pezzolio e il detto Rocco Rotigno, a' quali in seguito si aggiunsero Giacomo Mellerio di val Vegezzo, Francesco Antonio Bettinelli, cremonese, ed altri, fra cui il fratello di Rocco Rotigno.
Premessa questa notizia, e tornando ai nostri personaggi, se il Galantino, appena uscito di prigione, pensò all'agente di casa F...; questi non era mai stato un giorno solo senza pensare al detenuto, chiara ragione che dalle risultanze del processo dipendevano quasi immediatamente le condizioni della sua vita. Ben è vero che, appena venne in possesso della somma legatagli dal conte F..., domandò licenza all'erede di ritirarsi dall'amministrazione della casa, accusando il desiderio di voler ridursi a vivere a Bergamo, presso il fratello Rocco, che vi teneva commercio di seta; ma in realtà per trovarsi lontano dal ducato di Milano, di cui fin che gli pendeva sul capo la spada di Damocle, gli bruciava sotto il terreno.
Ma un dì gli giunse la notizia che il lacchè Suardi era stato rimesso in libertà per mancanza di prove legali, e per avere, anche sotto la duplice prova della tortura semplice, costantemente respinta ogni accusa. Il Rotigno respirò, com'è ben naturale, e per tal fatto gli si mise una tale bonarietà nel sangue e s'atteggiò a tanta condiscendenza, che quando il fratello Rocco, che spendeva più di quello che guadagnava e che trovavasi in qualche disordine commerciale, gli propose d'entrare secolui in una impresa, che doveva essere lucrosissima, purchè egli fosse disposto ad esporre alla fortuna la metà almeno de' suoi capitali, egli vi annuì senz'altro.
Codesta impresa così vantaggiosa era appunto l'accessione che egli, il Rotigno, come altro de' socj, doveva fare alla Ferma generale del tabacco, sale e merci, ecc., istituita dal conte Pallavicini. L'anno 1750 era in sullo scorcio quando i tre fermieri generali Greppi, Pezzolio e Rotigno vennero a trattare i patti col ministro plenipotenziario. Entrava l'anno 1751 quando i loro nomi furono pubblicati quali assuntori dell'impresa. E in quel torno appunto il Suardi s'era, dopo sette mesi di detenzione, trovato sotto il libero cielo.
Questi fermieri, intanto che scadeva il termine imposto dall'abolizione delle regalie, e prima d'entrare, a così dire, in carica, si trovarono aver bisogno d'un gran numero d'impiegati, di commessi, di esattori, ed anche di socj ausiliarj, i quali, congiungendosi ad essi con qualche piccolo capitale, ricevessero da' fermieri principali un salario congruo e una data quota sugli utili annui.
Quando si pensa ai miracoli che sa far la fortuna, allorchè ha fermamente deliberato di prendere alcuno a proteggere, si rimane percossi di maraviglia vedendo come quegli accidenti stessi che per la maggior parte degli uomini sono colpi mortali e ostacoli insormontabili, diventino per i suoi beniamini occasioni di felicissimi avviamenti. E così avvenne del Galantino. Cercato del signor Rotigno, come sentì ch'esso erasi ritirato a Bergamo, andò colà, trovollo senza difficoltà, ebbe lunghi abboccamenti seco; e il fine di questi abboccamenti essendo, per parte del Galantino, quello di riscuotere da lui il residuo della somma di compenso che gli era stata promessa, il Rotigno di necessità lo soddisfece, e per soprappiù, importandogli, come se si trattasse di salvar gli occhi e la vita, di mettere a tacere per sempre quel serpe velenoso da cui, volere o non volere, egli dipendeva; gli propose appunto di entrare come esattore a servizio della Ferma generale, investendo in quella una parte del suo danaro, ond'essere accettato come uno de' soci secondarj.
Il Suardi, alla cui intelligenza balenò tutta l'importanza di quella vasta azienda, accolse il partito, siccome suol dirsi, a bocca baciata, e impiegate nella Ferma lire quindici mila milanesi, entrò in carica quale altro degli esattori. Essendo uscito innocente persin dalla prova della tortura, egli non provò rossore nessuno a tornare a fermar stanza a Milano. D'altra parte, comunque fossero le cose, il pudore era un elemento del tutto straniero alla natura sua. Venne dunque a Milano, si diede al suo ufficio con alacrità insolita e con un'attività, quasi diremmo, febbrile. La spinta prepotente d'ogni suo atto, fin da quando era fanciullo, era sempre stato l'amore del denaro. Venuto pertanto al posto di esattore, fu tanta la sua abilità e scaltrezza nel trovar modo di cavar sangue anche dalle rape, che, mentre riuscì il più pronto e il più efficace degli esattori della Ferma, tanto da recare a questa vantaggio grandissimo; indirettamente, con astuzie speculative che a nessun altro sarebbero venute in pensiero, intascava lautissimamente anche per sè. Col tempo impiegò nella Ferma altre lire ventimila, dalle quali e dalle altre quindicimila ritraeva il cinquanta, il cento per cento. Pietro Verri, in una memoria inedita di cui è riferito un brano dal barone Custodi, parlando dei fermieri, dice che «costoro avevano poco o nulla al mondo, ma affrontarono arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo. Indirettamente poi essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta dei bozzoli del paese cadeva nelle loro filande, le quali erano sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti proprietarj.» Avvenne pertanto che, non volendo figurare il Rotigno Rocco quale acquirente di una vastissima filanda di seta, sul confine del Bergamasco, per le ragioni addotte sopra dal Verri, il Suardi ne fosse investito apparentemente; ed anche da ciò, alla sua maniera, ritrasse vantaggi quanti ne volle. Avvenne inoltre che il fratello del Rotigno Rocco venne a morire nel gennajo dell'anno 1752, la qual cosa produsse altre conseguenze vantaggiosissime al Suardi: ed eccone la ragione. L'impresario Rocco, che già era venuto, allorchè attendeva al semplice commercio delle sete, a tristi termini, per la sua abitudine allo spendere più delle entrate; fatto fermiere e, in poco tempo, trovando di poter raccogliere guadagni al di là d'ogni preventivo, erasi dato alla larga vita, al banchettare, al signoreggiare, senza darsi più un pensiero al mondo del governo della casa, perchè di ciò era specialmente incaricato il fratello ex agente, prudente amministratore. Di modo che pare che un giornale di quel tempo, intitolato il Corriere Zoppo, alluda a lui in quel numero del mese di dicembre dell'anno 1753, dove è stampato che i fermieri, oltre i gran profitti che traono, pascono la propria ambizione nel signoreggiare e nel farsi servire alla sovrana da una truppa di commessi.
Mortogli pertanto il fratello, e datosi a sfoggi, a bagordi, a giuochi, a scialacqui, e non avendo più mente per governare il fatto proprio, fece, come suol dirsi, carta bianca al Suardi, di cui quanto le mani fossero fedeli, il lettore lo sa al pari di noi.
Dal 1752 pertanto al 1754, per parte del signor Rocco Rotigno, non fu altro che un guadagno continuo e senza misura e uno spendere in proporzione; e da parte del Suardi, occhio dritto e mano dritta del signor Rocco, non fu altro che un usufruttare il capogiro del suo principale, tanto da far entrare in casa propria, senza che nessuno se ne accorgesse, o almeno senza che se ne accorgesse chi poteva impedire tal fatto, buona parte dei redditi annuali di colui, a non tener conto de' guadagni legittimi, e non legittimi, ch'egli, quale esattore e cointeressato, faceva per se stesso. Questa cuccagna continuò senza interruzione e senza importuni timori sino al mese di agosto del 1754. Ma in questo tempo, il popolo milanese, indignato dalle espilazioni sistematiche della Ferma generale, fece tale risoluzione e la attuò con tale fermezza e concordia di volontà, che le casse dei signori fermieri per qualche tempo ne dovettero sopportare gran danno.
La relazione manoscritta di questo fatto sussiste nella biblioteca di Brera, e fa parte della raccolta di quel monaco Benvenuti di sant'Ambrogio ad Nemus, da cui abbiamo tolta la storia di donna Paola Pietra; e su questa relazione sarebbe stato nostro pensiero di condurre un quadro disegnato e colorito in modo, che il lettore fosse, come a dire, trasportato in mezzo a que' fatti. Ma un istancabile scrittore, molti anni sono, avendo pubblicato gran parte di quella cronaca, non ha lasciato che noi potessimo far cosa nuova. Però ci limiteremo a riassumere i fatti principali di quella relazione stessa con quegli intendimenti che non sono in essa e che non si propose chi la diede in luce; riporteremo poi, sempre riassumendo, quelle parti della cronaca stessa che il suo editore ha creduto bene di omettere, ma che al fatto nostro riescono preziose e caratteristiche. Nell'azione così di un astuto furfante (il Suardi) infaticabile a frodare il danaro pubblico per la protezione d'improvvide leggi, e nella reazione oculata, sapiente, ed ugualmente infaticabile di un generoso e vigoroso intelletto (il Verri) che si propose di difendere la pubblica ricchezza dalla mano rapace di pochi, vedremo un atteggiamento curioso di quel tempo, e la crisi benefica operarsi, come in quasi tutti i membri della società d'allora, così anche in codesta parte della pubblica amministrazione.



III


Più dunque era il guadagno de' fermieri e degli interessati della Ferma, più cresceva in essi, meglio che il desiderio, la libidine del guadagno e la gelosia sospettosa che il pubblico frodasse loro qualche cosa. In quell'anno 1754 erano diventate frequentissime e vessatorie le perquisizioni nelle botteghe, ne' magazzini, nelle case private, persino in quelle delle più cospicue famiglie, persino ne' conventi e nei monasteri, i privilegi de' quali, in faccia alle inesorabili esigenze della Ferma, venivano transitoriamente sospesi dalla sacra Congregazione. L'avarizia e l'auri sacra fames de' fermieri aveva loro consigliato un sistema di prodigalità nella corruzione, vogliamo dire che essi facevano regali così lauti e pesanti ai pochi nelle cui mani stavan le redini principali della cosa pubblica, che questi, interessati indirettamente negli utili, aprivano le mani per star pronti a chiudere gli occhi, e a proteggere gli abusi, le prepotenze e le esorbitanze colla legge e colla forza. A Ferragosto, a Natale, ogni qualvolta era opportuno, si mandavano a coloro che potevano quel che volevano, casse di cioccolata sopraffina di Caracca, i cui pani dovevano far l'ufficio di coprire un sedimento di talleri, o di zecchini, o di oggetti preziosi in oro, in argento, in gemme, a seconda del grado e dell'indole dell'uomo. Una volta tra l'altre — e crediamo sia stata la sola perchè l'occasione e il bisogno fu della massima importanza — un servizio da tavola tutto d'oro, del valore di circa ottantamila ducati, venne avvolto nella bambagia, dissimulato appunto dalla fragranza del cacao, del thè e del caffè; e così spedito al ministro Kaunitz. Nel torbido adunque si pescava chiaro; e il sinedrio dei divoratori sedeva a tavola con formidabili ganascie, mentre i loro commessi entravano dappertutto insolentemente a metter sossopra merci, masserizie, mobiglie, per cercare quel che talvolta non c'era, e spesso per avere l'occasione di metter l'indulgenza a caro prezzo.
Una tale tempesta imperversò, come dicemmo, in quell'anno 1754 più ancora degli anni addietro, al punto da costringere i cittadini a perdere la pazienza.
In poco spazio di tempo, dice il cronista di sant'Ambrogio ad Nemus, la città in ogni ordine di persone si vide tutta contro i fermieri. Non potendo privarsi degli oggetti utili e indispensabili per privare i fermieri del guadagno che ne ritraevano, risolsero di smettere l'uso del tabacco, dal quale appunto ricavava la Ferma il principale provento. Sembra incredibile ma fu vero, continua il cronista, ed in poco più di quattro giorni, tanto nella città capitale che in altre città del Ducato, l'impresa del tabacco rimase quasi del tutto abbandonata. Si bruciarono in piazza mucchi di tabacchiere di legno; quelle d'argento furono mandate in offerta al sepolcro di san Carlo; si stamparono patenti scherzevoli sopra il tabacco, e motti derisorj da mettersi nelle scatole vuote e da inviarsi a chi si fosse pensato di non obbedire al voler generale; si scrissero componimenti poetici, sonetti, scherzi d'ogni sorta che rapidissimamente facevano il giro di tutto il Ducato. All'ingresso dell'Impresa generale del tabacco, situata in Pescheria Vecchia, fu appeso un cartello colle parole cubitali: Bottega d'affittare fuori di tempo; fu gettato un arcolajo tra gli assistenti della Ferma che sedevano in essa bottega, per indicar loro che attendessero a far giù filo, non avendo più occasione di vender tabacco; s'indirizzò da essi una frotta di contadine, venute a Milano per vender filo; di notte s'affiggevano in molte parti della città iscrizioni d'ogni foggia, relative tutte al medesimo oggetto; fu fatta circolare una leggenda erudita contro il tabacco, estratta dalla scuola del Buon Cristiano, stampata nel 1733 dal Marelli; fu diretto un sonetto a sua eccellenza il signor conte don Beltrame Cristiani, capo della Giunta governativa, sostenitore de' fermieri, e mangiatore anch'esso alla buona tavola comune, sebbene, del resto, fosse un egregio ed abile e dotto uomo; le quartine del qual sonetto erano le seguenti:


Il volere arricchir troppo le Imprese
È un vero impoverir tutti i mercanti,
È un voler che Milan fra stenti e pianti
Vada il vitto a cercar fuor del paese.
Manca il danaro e non si guarda a spese
Per arruolare battidori e fanti;
Giuro, se va così, per tutti i santi,
Che Milan diverrà come Varese.


Sulla nuova fabbrica del palazzo dello stesso conte Cristiani in Monforte fu appesa l'iscrizione: Sumptibus Firmaræ generalis; la qual contrada di Monforte, appunto per esservi il palazzo del conte Cristiani, da qualche anno veniva chiamata dal buon popolo milanese: Contrada delle Quattro ganasce, adoperando esso al solito quella satira gioviale che è una qualità caratteristica della sua indole e di cui è tutto quanto condizionato il suo dialetto.
Per sei mesi continuò così la popolazione ad astenersi dal tabacco. Se non che i lamenti essendo stati rivolti anche alla cattiva qualità di quello che si vendeva prima dell'anno 1754, i fermieri cominciarono a introdursi con destrezza tra persona e persona, a donare alcune prove di tabacco veramente perfetto a varie delle più cospicue e nobili case, le quali a poco a poco si arresero. E Andrea Suardi, con insolita scaltrezza, per ricattar l'impresa e ricattar sè stesso del danno passeggiero, propose ai capi della Ferma, al fine di rimuovere il popolo milanese dalla risoluzione di non prender tabacco, di farlo venire da altrove, per qualche tempo, come se fosse di contrabbando.
Ed egli s'impegnò di governare il nuovo stratagemma, e di vincere la universale fermezza coll'inganno. Di tal modo l'astuto ottenne di gabbare e la popolazione e la stessa Ferma; chè l'una e l'altra, prese come furono all'amo, lavorarono a tutto suo vantaggio. Ed ecco in qual modo.
Da molto tempo egli erasi accorto del quanto avrebbe guadagnato chi si fosse posto a capo di un vasto contrabbando, mettendo in lizza l'odio che la popolazione avea contro la Ferma; ma un tale assunto, oltre che era pericolosissimo per chicchessia, a lui riusciva impossibile, impegnato com'era colla ferma stessa; perchè necessariamente avrebber dovuto dar nell'occhio le sue pratiche coi capi dei contrabbandieri di confine, detti volgarmente spalloni. Quando pertanto gli parve che il contrabbando poteva servire a far credere al popolo che a prender tabacco frodato si perdurava nella dimostrazione contro i fermieri, e che ciò intanto veniva opportunissimo a far ripigliare un'usanza, che, per puntiglio, potea facilmente andare in dissuetudine, egli lo propose ai capi, a cui il nuovo trovato parve una scoperta mirabile. Il Suardi in tal modo, sotto gli occhi e per volontà degli stessi fermieri, si mise in relazione coi così detti spalloni di confine, relazione che non abbandonò più, anche allorquando, dopo un anno, ogni cosa tornò alla condizione primiera; per il che e da una parte e dall'altra i guadagni fioccarono nella sua cassa.
Mandava inesorabilmente i suoi fanti a sequestrare nei magazzini e nelle botteghe il tabacco e le altre mercanzie di contrabbando; ed era spesso quel tabacco ed eran quelle mercanzie stesse de' cui contrabbandi egli era il manutengolo supremo. Così era pagato lautamente dai capi della Ferma, e nel tempo stesso era ringraziato dagli spalloni che guadagnavano per lui e con lui. Faceva da Giasone e facea da Medea, facea da Paride e Menelao. Tanto il diavolo poteva parere un semplicione al suo confronto.



IV


Rimessasi la popolazione milanese in tranquillità, sbolliti gli odj, almeno in apparenza, ricomprate le tabacchiere, riscossi i nasi dal semestrale riposo, i signori fermieri e compagnia tornarono ad assidersi a tavola coll'appetito accresciuto e coi pilori instancabili, e più il tempo fuggiva dal temuto agosto del 54, più si facevano imperterriti alle espilazioni ed alle vessazioni. La miniera dell'oro e dell'argento a loro medesimi pareva così esorbitantemente ricca, che pel timore che da un giorno all'altro loro potesse mai venir tolta, facevano in fretta e in furia, a così dire, le scorte per ovviare ai pericoli contingenti. Un tal timore crebbe nel 1758, in conseguenza dell'abolizione de' fermieri, decretata negli Stati Pontificj il 12 dicembre 1757, e delle lodi che da tutte le gazzette e dai fogli pubblici vennero al capo della chiesa, Benedetto XIV. Segnatamente nel Corriere Zoppo o Mercurio storico di Lugano fu stampato un lungo ed assennato articolo, che fece gran senso; e nel quale, tra l'altre cose, dopo dimostrati i vantaggi che dovevano conseguire negli Stati romani alla risoluzione pontificia, leggevansi queste considerazioni:
«Chiunque si fa a vedere que' paesi, ne' quali è libero tal genere (ossia il commercio del tabacco dalla Ferma), a prova conosce che le lusinghevoli esibizioni de' fermieri non finiscono poi che a spopolare e ad inquietare le città, i cittadini e i forestieri, a tutto loro profitto e con iscapito del principe a cui servono.»
E soggiunge (alludendo senza dubbio al ducato di Milano): «Si è sperato in un luogo fioritissimo d'Europa poch'anni fa, che si dovesse abbracciare l'opportuno partito preso ora dal Pontefice. Le compensazioni proposte al Re per reintegrare le sue finanze del prodotto di tale appalto e i beni che ne sarebbero avvenuti nello Stato, erano posti in tal chiarezza da un gran personaggio, che i popoli credevano da un giorno all'altro di sentirne l'abolimento.
«Ora però, conchiude, che il capo della Chiesa ha dato un così bell'esempio, è credibile che sarà da altri principi imitato, e che essi approfitteranno dei vantaggi che può produrre il dilatato commercio d'un genere reso tanto comune. Se il tutto si riducesse ad appalti, le città più fiorite diverrebbero solitudini, restringendosi a poche case quel che è il sostegno di tante famiglie.»
Il fatto adunque del decreto pontificio, la voce pubblica, le gazzette misero in tale apprensione i signori fermieri, che questi presero il partito di Wallenstein, il quale saccheggiava i paesi quando vedeva di non poter fermarvisi a lungo coll'esercito.
Fra tutti i fermieri e gli addetti alla Ferma, quel che viveva in minor timore era pur sempre il Suardi, per le ragioni sopraccennate, ed anche perchè in quell'anno medesimo il signor Rocco Rotigno, in conseguenza di una prodigalità forsennata, dei colpi maestri che egli il signor Suardi aveva dato al di lui naviglio pericolante, carico di debiti enormi, sparì improvvisamente da Milano nel mese di ottobre. La favola del cavalier Beltrame e di Roberto il Diavolo s'era verificata nell'intimità del Suardi col Rotigno; e questi dovette perder tutto, sollecitato dalle maligne insinuazioni del suo amministratore, che comparve in prima lista fra' creditori quando il fallimento venne pubblicato.
Riguardo al detto Rotigno è curioso il Monitorio pubblicato nelle parrocchie della città di Milano, segnato dal canonico Bazetta, cancelliere arcivescovile, e stampato in Milano per Beniamino Sirtori, tipografo arcivescovile. È diretto a tutti i reverendi abati, priori, prevosti, arcipreti, rettori, curati e vice curati delle chiese tanto regolari, quanto secolari, e comincia così: «Ci è stato esposto per parte di certi signori di questa città, che alcune persone, li nomi delle quali non si sanno, in perdizione delle anime loro ed in gran danno dei creditori del signor Rocco Rotigno, indebitamente occultano, detengono, occupano o sanno chi indebitamente ha, detiene, occupa ed usurpa oro ed argento, denari, ferro, legno, bronzo, stagno, rame, lino, seta, suppellettili di casa, istromenti, scritture, libri de' conti, ragioni, crediti ed altri beni spettanti al detto signor Rocco Rotigno, non curandosi di restituire, soddisfare e rivelare come devono...»; e continua, comandando ai sopraddetti, «che in virtù di santa obbedienza e sotto pena di sospensione a divinis nelle loro chiese in presenza del popolo, avvisino pubblicamente le persone di qualsivoglia stato, grado e condizione le quali occultano, usurpano, ecc., che in termine di nove giorni debbano, sotto pena di scomunica, aver interamente restituito a' detti creditori ciò che detengono», ecc.; e conchiude invitando anche i soli aventi notizie di qualche mal atto, a far le debite rivelazioni in mano del cancelliere arcivescovile o del vicario foraneo, colla dichiarazione che delle rivelazioni non si potesse agire che civilmente e per solo interesse civile.
Per verità non consta, ma ci pare che, tenuto conto dei fatti precedenti, e avuto riguardo agli istinti rapaci del nostro ex lacchè Galantino, egli avrà dovuto essere uno di quei tali detentori minacciati di scomunica. Ma nessuno si occupò di far rivelazioni a danno suo, nè egli si prese premura alcuna di consegnare o al cancelliere arcivescovile o al vicario foraneo oggetto di sorta; nè la scomunica lo colpì mai nè allora nè dopo. Bensì fu notato com'esso, da una certa magrezza accidentale, ma che non fu troppo fuggitiva, la quale aveva alterato di qualche poco la sua bellezza giovanile, cominciò a riaversi alquanto dopo la morte del primo Rotigno; se ne rifece quasi del tutto dopo la scomparsa del Rotigno secondo, e trascorso un anno, gli si soffusero di novello incarnato le belle guance, che ritornarono tumidette e rigogliose di beata salute: press'a poco siccome avvenne di alcuni famosi eroi delle antiche e delle moderne storie, i quali dalla squallida magrezza onde furono investiti sotto all'azione violenta dell'insaziato genio della conquista, si riebbero quando poterono appagare la loro ambizione, e raggiunger l'ultimo intento.
E otto anni passarono così al Suardi tra la giovinezza che baldanzosa gli maturava, e la salute che continuava, e l'allegria che cresceva, e la ricchezza che s'accumulava. Ma a un tratto la popolazione milanese sbuffò come nel 1754, e fu nell'occasione in cui venne pubblicato l'editto del 7 aprile 1766, provocato certamente dai fermieri, coi soliti mezzi onde sapevano ottenere tutto quel che volevano, e forse da essi medesimi imaginato e scritto, perchè l'assurda violenza che v'è comandata non può spiegarsi se non facendone autrice la loro insaziabile ingordigia. L'editto consta di ventotto articoli, ne' quali è tenuto conto, con minutezza cavillosa, di tutti i casi, non soltanto probabili, ma semplicemente possibili in cui la Ferma, rispetto alla regalia del tabacco, potesse menomamente venir danneggiata. Le pene, per la detenzione clandestina di tabacco frodato, varcano, senza nessuna apparenza della benchè menoma giustizia legale, ogni misura di proporzione colla colpa; poichè si estendono dalla multa di scudi cento per ogni libbra di tabacco, a due tratti di corda, a tre anni di galera, persino alla confisca dei beni; e, quel che è incredibile a dirsi, questa pena veniva minacciata a' padroni per la possibile colpa dei servi, ai padri per la colpa dei figli, come dichiarava la lettera del capitolo primo. E la sola detenzione di tabacco estero, pur in quella piccola quantità che non potea passare il privato consumo, veniva punita colla frusta, colla corda, col bando, e quando si trattasse di nobili, colla relegazione in fortezza, a tenore dell'articolo terzo. E davasi facoltà agli ufficiali e deputati della Ferma di entrare, d'ogni ora e tempo, a loro beneplacito in casa di qualunque persona, di qualsivoglia stato, grado e condizione... come in qualunque luogo esente di rispetto e privilegiato, a sensi dell'articolo ottavo; e persino di far perquisire nei castelli e nei quartieri militari, infliggendo la pena dell'indennizzo del quadruplo del danno e del sequestro del soldo ai castellani, capitani, tenenti ed ufficiali, come ingiungeva l'articolo undecimo.



V


Or piegando dai fatti pubblici ai privati, alcune pagine addietro abbiamo udito il Suardi a dar gli ordini ad un suo commesso per una perquisizione da farsi nel monastero di san Filippo Neri. Pare adunque che il tabacco di contrabbando sia per aver qualche relazione coll'adolescente beltà che già abbiamo delineato con matita color di rosa, e che forse avrebbe avuto tutt'altro avviamento nella vita se non ci fosse stata la Ferma generale del tabacco, e se non fossero stati pubblicati i ventotto capitoli dell'editto del 66. Gli amanti delle salsette piccanti, che odiano il tabacco ed hanno in orrore i capitolati, vogliano compiacersi a credere qualche volta che alle cose più scabre si connettono le più vaghe e gentili, e che se un libro dovesse tutto quanto essere, cosparso di amori e sospiri e baci, provocherebbe una sazietà, da far desiderare l'abolizione dei baci, dei sospiri e degli amori.
Dopo di ciò, il nome di quella beltà adolescente era Ada, nome che, per quanto ci consta, non fu portato che da due donne celebri, vale a dire dalla moglie giovinetta di Caino e da una figliuola di lord Byron. Come poi le sia stato imposto quel nome, pochissimo usato adesso e allora forse ignoto, non essendo ancora uscito il mistero di Byron a renderlo popolare, bisogna domandarlo a sua madre, che un dì, leggendo la Bibbia per consigliarsi coi proverbj di Salomone, nello sfogliare il libro, le corse all'occhio la parola Ada che è nella Genesi e fu così colpita da quella parola soave pel duplice a e per la consonante di greca mollezza, che ricercando da qualche tempo un bel nome da imporre a chi ella doveva mettere in luce fra pochi dì: — Ecco quel che cercava, disse fra sè, pel caso che chi nascesse avesse la fortuna sì poco benigna da essere piuttosto femmina che maschio. — E così avvenne di fatto, e la fanciulla fu chiamata Ada. Portata al sacro fonte, la neonata, quando l'inconscia sua testolina sentì il freddo battesimale, mandò guaiti sì acuti, che pareano persino presaghi di futuri affanni. Dopo, per tutto il tempo ch'ella pendette dalle poppe materne, fragranti come quelle d'Andromaca, obbedì saporitamente alle leggi fisiologiche di quel periodo di sedici mesi. Indi subì le malattie inevitabili dell'infanzia; subì un croup assalitore che mise in disperazione l'amor materno e in moto tutta la facoltà medica di Milano; ebbe le ferse che minacciarono di rientrare per un colpo d'aria infesto. Poi fu divisa da sua madre che andò a Bologna, perchè sua madre era donna Clelia, come il lettore sa sebbene non glielo abbiamo ancor detto. Quando la contessa passò in quella città (perchè, in conseguenza di talune bizzarrie del conte colonnello, che non basterebbe chiamar tali, essendo state piuttosto atti pericolosi di feroce escandescenza, ella dovette abbandonare Milano), la fanciulla aveva cinque anni; quattro ne scorsero prima che donna Clelia vi ritornasse, per rivederla di passaggio e di gran premura, cogliendo la propizia occasione che il conte V... era andato per diporto a Parigi. E allorchè la vide, ammirò beata quel suo capolavoro di bellezza infantile; tanto più beata quanto più le pareva di veder nel lume di quegli occhi giovinetti balenare un raggio d'altri occhi, benchè nell'insieme la fanciulla fosse tanto somigliante a sua madre come la parte più piccola somiglierebbe alla parte maggiore di una gemma preziosa che si potesse dividere in due. E la passione che, pel lavoro del tempo, s'era in lei tanto quanto attiepidita rispetto a colui che sa il lettore, riproruppe nell'intimo suo un dì che la fanciulla, dandosi a ridere, riprodusse una lieve e fugace alterazione delle linee del viso, che era caratteristica in suo padre; diciamo — in suo padre, non nel conte V...
È cosa dolorosissima a pensarsi, ma, troppo spesso, ella è vera. Le passioni nate e cresciute e alimentate in onta al grido dell'opinione pubblica, e al decreto dell'assoluto dovere, e al soliloquio assiduo della coscienza, sono le più ardue a sradicarsi da un cuore, e spesso non si sradicano che colla vita. Un amore invece che sia stato protetto anche dalle sospettose madri, e benveduto dai padri perplessi, e che abbia meritato le congratulazioni di tutto il parentorio, per quanto ei sia fervido agli esordj, è destinato a svampare, ad addormirsi, a morire, appena abbia percorso il suo periodo fisiologico; a morire in pace bensì e a suo letto, come suol dirsi, ma pur sempre a morire; press'a poco forse come i conforti incessanti di una vita agiata afflosciano l'esistenza, e i leni tepori del caminetto ponno addormentare dopo il pranzo anche uomini attivi e impazienti come Giulio Cesare e Napoleone. Davvero che c'è da gettar via la testa meditando su codesti arcani del cuore umano, ma la colpa non è nostra se gli amori benedetti muojono in pace, mentre le maledette passioni vivono in guerra. Ora quella indefinita alterazione nelle vaghe linee della fanciulletta Ada, che riprodusse al vivo il sorriso di Amorevoli, fece nel cuore della contessa l'effetto di un metallo rovente che, immerso nell'acqua alquanto sbollita, ritorni a farla stridere. O cara e sventurata Clelia, indarno protetta dai logaritmi e dalle ipotenuse! Divisa da colui da otto anni, troncato ogni carteggio seco per uno sforzo violento della sua volontà, ossia per un atto di virtù vera..., che brividi ella sentì corrersi pel sangue nel sorprendere il fuggitivo baleno di quell'antico sorriso! Fu allora che l'affetto antico, risorto tutt'intero, non trovò altra via di sfogo salutare che nell'abbracciare e baciare e stringere a sè quella soave sua Ada, per la quale in quel momento, sentì cresciuta la tenerezza al punto, che l'amor materno sembrò quasi assumere, per un istante, i fervori di una violenta passione! Ma ora dovevan dividersi.
La contessa tornò a Bologna; Ada fu ricondotta in monastero. Or che lume d'intelletto risplendeva entro al leggiadro velo di quella fanciulletta? che spontanea virtù di natura avea sortito? che cuore, che sentimenti, che istinti? Ahi, nata di passione, pur troppo, il germe di essa le si depose inavvertito nel sangue, quasi come avviene de' malori gentilizj! germe destinato a dar subite espansioni e precoci, a guisa di un fiore che, affidando all'aria ancor fredda le sue prepostere fragranze, precorra, annunciandola, la primavera; — e all'occulto germe doveva dar forza e riceverne a gara, per le consuete rispondenze arcane, una non comune svegliatezza di mente, recando essa nell'ingegno un abito spontaneo a manifestarsi col linguaggio dell'arte! Tutte queste cose, quando la fanciulla non avea che otto anni, non furono intravedute che dalla penetrazione profonda di donna Paola; ma a dieci anni vennero considerate, e con inquietudine sospettosa, anche dalla madre superiora del monastero di san Filippo. L'ingegno straripava in insolita vivacità, e certe baldanzose interrogazioni della fanciulletta turbarono spesso l'insipienza bigotta delle monache maestre. Per di più, come voleva l'uso del tempo e la consuetudine dei monasteri, alla fanciulla fu insegnata la musica; domandando ella stessa un tale studio, perchè un naturale istinto ve la portava, e desiderandolo anche donna Paola Pietra, per essere ella medesima, come sa il lettore, tanto insigne in quest'arte.
Un bello e acuto ingegno, ma piuttosto amico del paradosso, s'è messo in testa di voler provare che la musica, fra tutte, sia l'arte religiosa per eccellenza. Il valent'uomo ha sfoggiata a ciò molta dialettica e maggior dottrina, ma non è riuscito a persuaderci, quantunque abbia santa Cecilia per sua naturale protettrice. La musica, onde giungere all'intelletto, deve attraversare necessariamente i sensi; e non rendendo essa nessun concetto preciso e determinato che attragga l'intelletto con velocità, spesso avviene che, indugiandosi troppo a lungo coi sensi stessi, smarrisca poi la via di pervenire allo spirito. Però non a caso ha detto un savio dell'antichità, che la musica feconda il senso prima del tempo; onde, stando così le cose, non vediamo come la teologia possa giovarsi troppo del suo ajuto. Ma, comunque sieno per sentenziare i saggi su di ciò, e limitando la questione ad un solo esempio, a quello esibitoci dalla giovinetta Ada, ella mostrò in sè stessa che quel savio dell'antichità aveva pronunciato il vero. Anzi, or che ci rammenta, ella non vien nè sola nè prima a dar ragione a colui; ma vien seconda a una certa duchessa Elena, di nostra intrinseca conoscenza. Al pari di questa adunque, come la fanciulla Ada toccò i tredici anni, ossia come le si dischiuse il periglioso crepuscolo dell'adolescenza, allorchè per istudio e per diporto facea scorrere la mano sui tasti dell'organo, più non istette paga ai suoni tesi ed agli accompagnamenti solenni del Tantum ergo; ma con estro inventivo traendone suoni della più fantastica inspirazione, questi le rivelarono la confusa iride di una vita di cui non aveva ancora notizia. Siamo sempre ai soliti misteri della vita.
In seguito a tali idee, la fanciulla, uscendo al giovedì dal monastero per recarsi alla casa di donna Paola, cominciò a guardare il mondo circostante con un occhio che non era più quello dell'infanzia; così l'anno tredicesimo sfumò, e spuntò il quattordicesimo; e trascorse anch'esso, e la bellezza intanto cresceva e il lago del cuore non era più calmo, e vennero gli anni quindici. Ahi! che un giorno il Suardi, il quale già l'aveva adocchiata altre volte, e aveva notizia di lei e dell'origine sua, si fermò a contemplarla con perfida intenzione, guardandolo pur essa con innocenza mal presaga; chè il volto e gli occhi del Suardi erano di quella fatale qualità che dove cadono lasciano il segno, quantunque non fosse più giovinetto; ma anche Adalgisa cantava:


E tutta assorta in quel leggiadro aspetto
Un altro ciel mirar credetti in lui.


pensando a Pollione, il quale aveva trentacinque anni, giusta un computo esattissimo. Del rimanente, guai se una giovinetta trova di riposar l'occhio in un giovane che tramonta. Ella è perduta, se altri non la strappano. Un giovane che quasi ha finito d'esser giovane, e annuncia già la calva e bigia virilità, aduna tutte le sue forze e i suoi prestigj in sull'estremo, e combatte come un soldato il quale sa che il ponte gli fu tagliato alle spalle. Però guardatevi, o giovinette care, dalle tentazioni di un giovane che a momenti non sarà più tale. Il diavolo stesso vi potrà essere men funesto. Fuggite, o fanciulle, i giovani vecchi. È questo un parere da vero amico, che vi scongiuro di ascoltare.



VI


Molte erano le ragioni per cui il Galantino, descritta che ebbe quella strana parabola, per la quale, dopo essere nato da un cocchiere nelle stalle del marchese F..., ed essersi dilettato a frugar nelle saccocce del suo padrone protettore, e aver mostrato la gamba più veloce tra quelle dei lacchè di tutto il Ducato, ed aver fatto il ladro commissionario per compensi non vulgari, e avere indossata a Venezia la serica velada di lustrissimo per frodare l'altrui al giuoco, e aver subìto la tortura col coraggio onde quell'antico Romano mise la mano ad ardere nel braciere, e averla subìta e vinta per uscir dalle mani della legge netto e purgato come un lebbroso da un bagno di zolfo, era pervenuto ad essere uno degli addetti alla Ferma, a possedere tre case in Milano, due grandi magazzini di varie merci nei Corpi Santi, due filande di seta tra Palazzolo e Bergamo, una villa ridente e voluttuosa tra Gorla e Crescenzago, un'altra villetta in Brianza; a nuotare in somma nell'oro, a dormire sotto il moschetto di damasco violetto, a portare uno splendido anellone di lapislazzuli sull'indice ed un altro di diamante dalla più pura e bianca goccia sul medio, e due orologi d'oro a ripetizione nel taschino, perchè, come allora voleva il costume, l'uno facesse la controlleria dell'altro; a calzare gli stivaletti di sommaco filettati d'oro, col fiocco d'oro e gli speroni d'argento, per caracollare su d'un bellissimo puledro normanno color isabella, a lunga criniera nera e coda lunghissima che sommoveva la polvere del corso di via Marina; lungo il quale, tra le file dei carrozzoni patrizj, faceva leggiadra mostra di sè, mentre le giovani dame gli lanciavan guardi furtivi, e i mariti bestemmie e dileggi che non trovavan eco nelle mogli (e qui ci sia permesso tirar il fiato, perchè abbiam fatto un periodo alla Guicciardini); molte dunque erano le ragioni per cui aveva messo l'occhio sulla fanciulla Ada, educanda nel monastero di san Filippo. Egli ricordavasi troppo del dialogo avuto colla contessa Clelia a Venezia, e s'era fitto in capo che le rivelazioni di essa fossero state la causa della sua cattura. Aveva pertanto fermato di trarne vendetta, e se questa non gli riuscì la prima volta che l'ebbe tentata, non vuol dire ch'ei dovesse deporne il pensiero. Ben è vero ch'egli non era uomo da trascurare i propri affari per un tal fine, e nemmeno di cercarne affannosamente le occasioni; ma tuttavia avea sempre pensato che, se un'occasione qualunque gli si fosse presentata spontanea e nei momenti d'ozio, egli sarebbe sempre stato disposto a coltivarla. Oltre a ciò, e indipendentemente dai rancori colla contessa Clelia, egli, sebbene avesse avuto un protettore nel marchese F... e un compenso in danari non dispregevole dal conte fratello di esso, portava un'avversione profonda alla casta patrizia, pel semplice motivo, ma significantissimo, che dai crocchj dei gentiluomini al teatro, al ridotto, alle case di giuoco, ai pubblici convegni era sempre stato e veniva sfuggito con disprezzo manifesto, in ispecial modo dal conte-colonnello. Poco curandosi del resto del conte colonnello, gli era nato un desiderio vivissimo, uno di quei desiderj che diventano irrequieti perchè nascono di puntigli, di regolarsi in modo che, o una qualche dama vedova, delle primissime famiglie, la quale per combinazione fosse straricca e fosse ancora giovane e ancora bella, cadesse per avventura nelle sue insidie amorose; oppure, e per lui era il disegno più conveniente, invece della vedova, venisse a trovarsi nel laccio una qualche contessina o marchesina giovinetta e inesperta, e le cose si riducessero al punto che il matrimonio fosse reso indispensabile.
A tutto questo pensò per lungo tempo, senza tuttavia darvi una grande importanza, e solo in quei momenti, in cui beveva il caffè dopo il pranzo, o cavalcava solitario, o stava così sottocoltre alla mattina, aspettando che il servo gli recasse l'acqua fresca inzuccherata. Se non che il destin volle che un giorno, sedendo a pranzo in casa d'uno dei capi della Ferma, tra i varj parlari, il discorso cadesse sulla contessa V... e da uno dei commensali venissero dette queste precise parole: «a proposito, ho visto jeri la figliuola di lei, quella che fu messa in San Filippo; oh che bella e graziosa tosina!... È tutta sua madre, se forse non ha una certa grazietta inesprimibile, che sua madre non aveva!»
Non ci ricorda in qual battaglia, ma in una delle più celebri, Napoleone, il quale non vedeva ancora ben chiaro sull'esito di essa, a un tratto, sentite le relazioni d'un suo ajutante che accorreva sbuffante, balzò in piedi e gridò: — La vittoria è nostra. — Ora il Suardi non balzò in piedi e non gridò, ma pensò tra sè: Adesso vedo quel che si ha a fare, — e fermò un mezzo partito. Così, otto giorni dopo, ossia quando ricorse l'altro giovedì, giacchè dal commensale amico aveva sentito anche i particolari della giornata, si trovò in luogo ed in ora opportuna, e vide, anzi guardò la fanciulla. Gironzando poi là in vicinanza del monastero di San Filippo, osservata un'ortaglia con casamento, entrò così a caso a dimandare di chi fosse, e giacchè da qualche tempo andava cercando un vasto luogo in Milano, non molto distante dal suo studio in Pantano, per deposito di mercanzie, chiese se il proprietario sarebbe disposto a vender quel luogo. Il proprietario non era spontaneamente disposto, ma il Suardi esibì di pagarlo qualcosa più del valore, e alcuni giorni dopo egli ne era diventato il padrone. Quando lo comperò, non aveva per verità altro fine che di farne un deposito di merci; dell'averlo poi scelto invece d'un altro non aveva una ragione precisa, quantunque ne avesse molte d'indeterminate. Ma nell'ora e nel luogo acconcio ei si mostrò alla fanciulla un altro giovedì; e la fanciulla lo guardò ancora più attenta, ed egli la ferì d'una di quelle occhiate che, ogni qualvolta in simili contingenze le ebbe dirette con ferma intenzione, al pari delle frecce di Guglielmo Tell, non gli erano mai fallite; e sorse un quarto giovedì, e il Suardi si comportò di maniera che la fanciulla s'accorgesse com'egli uscisse da una casa accosto al monastero.
Entrava l'estate dell'anno 1766, e quotidianamente cominciò a recarsi colà, verso le ore in cui le monache e le educande discendevano a passeggiar per diporto in giardino. Se si dovesse dire che il Galantino, nella vaga confusione de' suoi disegni, non avesse altro scopo che di soddisfare a' suoi rancori colla contessa, si direbbe il falso. In realtà, quando vide la fanciulla, e quando la fanciulla guardò lui, segnatamente alla seconda ed alla terza volta, egli sentì nel sangue, se non precisamente l'amore, qualcosa certo di molto affine ad esso, e l'avrebbe sentito e coltivato quando pure non si trattasse della figlia della contessa.
Al Suardi, il lettore già lo sa, era sempre piaciuta la bellezza femminile, e, avvenente qual era, nella sua progressiva trasformazione di lacchè in vagabondo, in fermiere, in negoziante, in ricco possidente, ebbe tante avventure amorose quante ne volle. S'era poi sempre mostrato, fin dall'età adolescente, assai propenso a innamorarsi di chi era di qualche grado superiore alla sua condizione. Ora, siccome le facce del poliedro umano sono tante, e fu già dimostrato dalle prove e riprove de savj che un uomo non è mai tutt'affatto cattivo nè tutt'affatto buono, e che anche nel sangue più guasto, sapendo adoperare, nell'analisi di esso, la virtù degli agenti e reagenti chimici, si rinviene sempre qualche dose più o meno abbondante di buon sangue, così il Suardi, nelle contingenze amorose, recava spesso una gentilezza che, quasi, potea dirsi quella di un gentiluomo squisito.
Amando le donne, anzi idolatrandole, allorchè s'aveniva in quel genere di beltà che aveva potenza di su di lui, lasciavasi vincere da essa, dominare e, quasi diremmo, tramutare. Era forse quella medesima cagione recondita per cui, fin dalla fanciullezza, avendo sempre ambito il vestire elegante, avea frugato nelle saccocce del padrone, vinto dalle tentazioni di parere in faccia alle donne più di quello che era. Qualunque poi fosse la cagione, serbando esso un abito di gentilezza nel fare all'amore, trovandosi là solo, all'ora dei miti crepuscoli estivi, su d'un balcone che rispondeva sul muro di cinta dell'ortaglia del monastero, la quale non frequentata che dall'ortolano, serviva come d'antemurale al giardino stesso dove passeggiavano le monache e le educande, ei si deliziava nel sentire le voci fresche, che l'aria gli portava, delle giovinette convenute là a sollazzarsi; e si compiaceva nel tentar d'indovinare e distinguere, fra tutte le altre, la voce della fanciulla che da qualche tempo gli si era piantata immobile in fantasia. Del resto, per astuto che fosse e ricchissimo di trovati, egli veniva là tutti i giorni, senza saper ancora perchè, e quasi per aspettar dalla fortuna il premio dell'insistenza; press'a poco come un astronomo che tutte le notti appunti il telescopio in qualche plaga sospettata del cielo, nella fiducia che un astro novello ci cada dentro a dargli il vanto di scopritore. Ma che volete, o lettori? È tanto vero che la fortuna è l'alleata più fida del genio del male, che un dì l'astro aspettato brillò veramente agli occhi del Suardi.
Ed ecco in qual modo. Se il Suardi, scaltrito da lunghissima esperienza, preoccupato da tanti affari, sacerdote anziano del tempio di Gnido, col cuore fatto a squama di coccodrillo, per quanto, come dicemmo, lo spettacolo della bellezza avesse scoperto il suo lato molle e penetrabile, erasi tuttavia lasciato dominar tanto dal pensiero di quella fanciulla; è troppo facile imaginare come stesse il cuore e come tumultuasse la fantasia della quindicenne Ada, appena l'occhio maliardo del bellissimo Suardi la ebbe penetrata.
Nova in quella nova regione dell'amore, sebbene da lei presentita in confuso per la misteriosa intuizione del senso precocemente riscaldato dall'ingegno e dallo studio di un'arte che recava in sè stessa la seduzione, ella provò tosto quell'intima gioja, mista di compiacenza e persino d'orgoglio, che non si confonde con nessun'altra gioja al mondo, e quell'irrequietudine particolare e senza riposo la quale spesso converte l'amore in ciò che può chiamarsi, già lo dicemmo, il tetano morale. Sapeva che colui abitava, o, almeno, veniva spesso in un sito contiguo al monastero, chè in questo il Suardi aveva ottenuto il suo intento. Passeggiando ella dunque nel giardino, cominciò a dilungarsi dalla giovinetta schiera delle compagne alunne, e ad esplorare d'ogni intorno per iscoprire se mai le potesse pervenire qualche sentore di colui. Quando facevasi sommesso o taceva del tutto il cicaleccio delle amiche, stava, come suol dirsi, in sull'ale, quasi sperasse che quell'insolito silenzio venisse mai rotto da qualche voce che non fosse quella delle amiche o delle maestre; allorchè un giorno, pervenuta all'ultimo lembo del giardino, dov'era come una baracca, la quale serviva di legnaja e di ripostiglio per gli strumenti rurali dell'ortolano, penetrò in essa come un viaggiatore sempre in cerca di una terra inesplorata, e s'affacciò così a caso ad una rozza finestretta con inferriata. S'affacciò e fuggì e cadde a sedere su dei covoni di paglia, quasi svenuta. Il Suardi era al balcone, e vide quel raggio balenare di tratto, e svanire come una stella di sant'Elmo.

LIBRO SETTIMO


Ada. — Il Galantino e l'ortolano del monastero di San Filippo Neri. — Guglielmo lord Crall. — La casa Ottoboni Serbelloni. — Pietro Verri e il bilancio dello stato del commercio nel ducato di Milano. — I commissarj della Ferma. — Una loggia di Liberi Muratori nella contrada di san Vittorello. — Il Galantino e il figlio della Baroggi. — La madre priora di San Filippo. — I commessi della Ferma e i Liberi Muratori.


I


Il giorno dopo (e correva la prima metà del mese di giugno, del che non a caso facciamo avvertito il lettore) il Galantino ritornò, com'è naturale, a quella sua vedetta.
Ritornò, ma non uscì sul balcone, bensì stette nascosto dietro le griglie. Per quanto ei fosse fiducioso di sè e della propria avvenenza, e fosse reso baldo dalle molte e continue e facili sue vittorie, pure non avrebbe saputo giurare a se stesso d'aver fatto nella fanciulla quella profonda impressione, da cui dovesse poi prorompere la necessità d'una corrispondenza. Era ingegnoso e acuto, lo abbiam detto cento volte, e conoceva le anomalie dei cuori femminili; ma d'altra parte, nella interminabil lista delle sue avventure, non ancora era comparsa una figura sì giovane, sì olezzante di fragranza virginea.
Era quella la prima volta ch'ei trovavasi al cospetto d'una innocenza tanto pura, mentre egli era di tanto più provetto di lei, che avrebbe potuto essere suo padre. E congetturava che l'innocenza può parere audace, può sembrar perfino d'esprimere desideri non puri, e ciò per l'eccesso appunto della illibatezza, la quale procede spensierata e confidente; e pensava che poteva essersi ingannato, e l'apparizione repentina della fanciulla e la repentina sua scomparsa riuscirne una prova fedele. Però disse tra sè, quando si pose ad aspettare in silenzio dietro le griglie: — Se ella oggi ritorna, allora non c'è dubbio, sarà quel che sarà, e nessuno m'incolpi se farò quel che sarò per fare. Se poi non ritorna...
E la fanciulla Ada ritornò e s'affacciò: s'affacciò e si ritrasse, per affacciarsi e ritrarsi ancora, come fa la capriuola che, irresoluta, sporge la testa dalla rupe, quasi odorando il vento se gli porta rumor di cacciatori, e fugge precipitosa, per ritornar tosto a rigirar l'occhio sospettoso finchè, rassicurata, spicca il salto e procede. E anche Ada ritornò là, e girato l'occhio intorno e non vedendo nessuno, si fermò e alzò lentamente lo sguardo al balcone poco discosto lasciandovelo riposare a lungo, e quasi dimenticandolo su di esso, assorta in una immobile contemplazione! Oh divino spettacolo della giovinezza, della beltà e della innocenza! Oh spettacolo doloroso della tentazione, che sorge lenta lenta, e inavvertita si associa a così dolci compagne!
O voi che avete i cuori fatti d'agata, e dal gelo del sangue vi fu reso arcigno e spietato il giudizio, non vogliate abborrire in anticipazione, quasi fosse una figliuola del diavolo, questa leggiadra figura che, senza sua colpa, portò dalla natura strani fervori nel sangue. Costei, credo bene di dirvelo anche a costo di prevenire gli eventi, perchè se avete degli odj a usufruttare, ne scagliate altrove il veleno; costei, pur attraverso a un doloroso tramite di pericoli, è predestinata alla sincera virtù, se la virtù sta nel far violenza a se stessi, e non nel portarne la maschera senza volere il vero bene, anzi senza nemmeno comprenderlo. Questo sia detto senza andare in collera, perchè non veniate a turbarci coi vostri obliqui affanni, o lividi farisei, e coi sospetti di chi non vede che colpa e maledizione in ogni spontanea effervescenza dell'affetto.
Or continuando, il Suardi uscì sul balcone, e contemporaneamente alla sua comparsa gettò una carta entro alla finestra, dove Ada stava in contemplazione; ed ella, arrossendo, ancora si ritirò, raccogliendo però la carta, nella quale era quel fiore, quel fiore che noi l'abbiam già vista a levare di sotto alla tela del guanciale del suo lettuccio collegiale, ed a fiutarlo, coll'olfatto, diremo, dell'anima. Allora il Suardi si tenne certo di essere rimasto nel cuore della fanciulla, e su tale certezza ordì un disegno che mai non gli era venuto in mente sino a quel punto. E, uscito di là, e recatosi alla sua casa civile in Pantano, mandò, senza perder tempo, un suo uomo di studio a cercare dell'ortolano del monastero di San Filippo, con ordine che gli desse qualche danaro a persuadergli d'andare a lui, quando per caso si fosse mostrato restìo. Ma l'uomo di studio si portò bene, e l'ortolano, senza farsi troppo pregare, si accompagnò con esso, e venne alla presenza del Suardi, nel suo gabinetto segreto.
— Oh bravo! così disse il Suardi seduto all'ortolano che stava in piedi, quando l'uomo di studio uscì dal gabinetto; ti ringrazio dell'essere stato così sollecito. Ma prima di tutto... ti piace il vin di Cipro?
— Per dire che mi piace penso che bisogna aver buona memoria. Me ne ha dato un bicchiere tre anni fa il cameriere della marchesa Ottoboni, quando portai in quella casa un mazzo di fiori, nell'occasione che si faceva sposa la marchesina ch'era stata educata in convento.
— Rinfresca dunque la memoria e riscalda lo stomaco con questo.
— Obbligato alle sue grazie... buono! Ma ora posso sapere per cosa vossignoria mi ha fatto chiamare?
— Dimmi un po', il mio uomo, sei tu ammogliato?
— Mancherebbe anche questa, caro signore, con quella miseria di salario che si ha in convento. È già molto se posso provvedere a me e alla mia vecchia madre. Per la moglie e per i figliuoli non c'è posto davvero.
— Guarda mo, il mio uomo, io credevo che tu stessi benissimo colà... perchè conosco molti altri ortolani e giardinieri che hanno il tuo e poi ancora il tuo. Ma come va dunque la cosa?
— Come vada ora lo so io... come è andata una volta non lo so... Ma pare che non si sia pensato all'ortolano, quando si fondò il monastero... Tanto che la dama conservatrice mi dà qualche cosa del suo... e del resto vivo d'incerti che capitano quando capitano; e se mai dà il caso d'un'annata in cui le educande non escano in molte dal convento, per ritornare, fatte grandi e brave nelle loro famiglie, non c'è nemmeno il pretesto di far loro qualche bel regalo coi fiori del giardino che è il solo mio vantaggio, dal momento che, non per superbia, ma son più giardiniere che ortolano, ed è questa ancora una fortuna; perchè fagiuoli, cavoli, carote e cipolle van tutte a finire nella cucina del convento, dove il cuoco par che mangi anche la parte delle reverende e delle educande.
— Quand'è così, va benone. La mia paura era che colà tu stessi troppo bene.
— Paura? ma perchè paura?
— Perchè, per una villa che ho in Brianza, ho bisogno di un giardiniere, ma di un bravo giardiniere. Io lo pagherei bene. Oltre a ciò avrebbe i proventi dell'ortaglia per lui, e le mance de' mazzi di fiori che di tanto in tanto si mandano a regalare alle belle che escono a villeggiare. Io t'ho visto, e mi sei parso il mio uomo. Non vecchio, non giovane, buone spalle, cera lustra, occhio furbo ma galantuomo. E allora potresti prendere anche moglie. Scommetto che più di una volta t'è venuto il ghiribizzo di prender moglie...
— Il signore scherza.
— Io non ischerzo, il mio uomo. Ma se ti piacciono i patti, domani o dopo esci in campagna con me... ed oggi, anzi adesso, prima che tu esca di qui, ti do, a titolo di caparra, una mezza dozzina di zecchini. Ti piacciono i zecchini?
— Più ancora del vin di Cipro.
— Dunque ci stai?
— Ci sto.
— Ecco i zecchini. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Va bene?
E licenziò l'ortolano; nè per quel dì gli disse altro; ch'ella è astuzia antica e greca il non parlar mai in sulle prime della cosa che più importa.
Intanto il giorno successivo, all'ora consueta, il Suardi fu al balcone consueto, o, per dir meglio, stette ancora nascosto, per vedere se la fanciulla ricompariva, e per non darle soggezione, quando mai ricomparisse. E Ada ricomparve, e si fermò, e il Galantino le rivolse una parola, una parola vaga e insignificante, tanto per provar la voce; e Ada rispose una parola anche essa, ma non intera; e soltanto per far sentir la voce; una voce di mezzo contralto vellutata, la quale compì l'opera, mettendo alla massima bollitura il sangue di Galantino.
E in quel dì stesso egli fece chiamare di nuovo l'ortolano del convento, e:
Senti, gli disse, prima che ce n'andiamo in campagna, ho bisogno che tu mi faccia un piacere.
— Vossignoria non ha che a comandarmi.
— Prima di tutto, hai tu accesso libero in convento?
— Fino ad un certo punto, sì.
— Già s'intende, sino ad un certo punto. Ma fin dove, per esempio?
— In cucina, in legnaja, in cantina... e qualche volta, quando le monache sono in refettorio o in giardino, si va a far pulizia ne' dormitoj; e quando le ragazze sono a letto, si va a farla in refettorio.
— Sei tu solo a far questo?
— Io e il facchino del convento.
— Ma va benone. Or vedi che si ha a fare. Vieni intanto con me.
E l'ortolano seguì il Suardi in un camerone terreno.
— Vedi tu tutta questa roba?
— Vedo e sento. È un tale odor di tabacco che si starnuta anche senza annasare.
— Ebbene, ho bisogno che tutta questa roba, già non è poi gran cosa, tu la distribuisca, un po' per giorno, in molte parti del convento, in quelle parti che sono fuori della vista giornaliera.
— Oh... questo è impossibile.
— Per chi ha buona volontà non c'è niente di impossibile.
— Anche questo può esser vero... ma...
— Che ma?
— Vossignoria sa cosa c'è di nuovo.
— Vuoi tu che non lo sappia? Sono uno di quelli che hanno fatta la legge.
— Capisco.
— Non c'è dunque per me nessun pericolo a contravvenirvi.
— Per vossignoria, no; ma per quelle del convento...
— Ma sei forse innamorato delle monache?
— Io? oh!...
— Lascia dunque andare, e piglia questi due zecchini che cogli altri faranno otto... Finita la cosa, te ne darò altri quattro, e così faranno dodici. Trovami fuori or tu un ortolano in tutto il Ducato che in ventiquattro ore guadagni dodici zecchini.
— A far l'ortolano, no; ma nemmeno io ci riesco, perchè mi pare ch'oggi non si tratti nè di cipolle nè di lattughe.
— Dunque...
— Eh... basta... quando si tratta di cambiar stato, si può fare un tiro anche alle monache.
— Sicchè?
— Sicchè... se vossignoria ha altri affari a cui pensare, ci pensi pure... che in quanto a questo è bell'e spicciato.
— L'ho detto io. Cera lustra, occhio furbo e galantuomo.
Furbo sì... galantuomo non si può sempre viver sicuri di esserlo...
— Va là, va là... e non farmi lo scrupoloso, chè son tutte inezie, e già non si ha a far male a nessuno. Del resto, fatta la cosa, tu viaggi in collina, e un altro verrà al tuo posto. Anzi, dovresti pensare fin d'ora al sostituto.
— Oh non occorre pensarci. Ci sono aspiranti a trentine, chè tutti credono che il convento ingrassi e l'orto delle monache sia un bel zapparlo...
— Ah furbo che tu sei... dunque siamo intesi.
E l'ortolano partì.
Ora per non trarre il lettore per le lunghe, gli basti sapere che, siccome il Suardi volle, così venne fatto; chè l'ortolano distribuì il tabacco tanto equabilmente in tutte le parti del convento, che non ne andarono senza nè il refettorio nè i dormitoj.
E il lettore durerebbe fatica a prestar fede a questo, se non lo avessimo informato appuntino degli abusi e delle enormezze ribalde che si commettevano in Milano per mettere i cittadini in contravvenzione rispetto al nuovo editto sulla Ferma. Nè soltanto si faceva entrar di soppiatto il tabacco nelle case de' gran signori e dovunque si presentava una facile occasione, o un servo venale o un portinajo più venale ancora che facesse il manutengolo; ma ne' giardini si buttavan da' muricciuoli di cinta anche sacchetti di sale, onde poter così gettar la colpa sul padrone di casa, sul prevosto della parrocchia, sul priore del convento: perchè la voracità de' fermieri s'era diffusa a tutta la folla de' loro satelliti, i quali, anche senza averne il comando, commettevano inaudite nefandità per intascare le quote che loro eran dovute sulla esazione delle multe; e, sovente ancora, per altri fini indiretti che sapevano iniquamente dissimulare sotto colore di dover fare inesorabili perquisizioni nelle interne dimore; delle quali esorbitanze or appunto ci porse un saggio il Galantino. Ma che intenzioni aveva egli? ma perchè, sotto pretesto di frugare onde cercare il tabacco di contrabbando, aveva pensato di mandar volpi e faine nell'ovile intemerato?
Questo è ciò che vedremo in seguito. Intanto ci convien recarci in casa di donna Paola, negli appartamenti del suo figlio maggiore, di quel Guglielmo lord Crall che noi abbiamo già visto a venir di gran trotto per via Nuova, verso le parti appunto del monastero di San Filippo. E ci convien far la sua conoscenza intima, perchè non dobbiamo attenderci cose indifferenti da questo bel giovane biondo, costituito dalla duplice natura d'italiano e d'inglese, nato da genitori di tempra fuor dell'ordine comune, caldo di mente, caldo di cuore, scolaro di Parini, lettore di Rousseau, entusiasta, misantropo, che dovea presentire quella melanconia destinata dal secolo a certi spiriti eccezionali, donde poi scaturì il concetto del Werther di Goethe, e quella che si potrebbe chiamare la moda del suicidio.


II


Questo Guglielmo lord Crall lo abbiam già veduto adolescente di dieci in undici anni a tradurre, in compagnia del suo minor fratello, una satira d'Orazio, essendone istitutore ripetitore il giovane abate Parini.
Ora devesi sapere che il marito di donna Paola lasciò morendo una ricca facoltà ai due figli; che mancato a Londra nel 1762 un fratello di esso, accrebbe di tanto gli averi dei due suoi nipoti, che questi potevano stare a fare coi più ricchi di Milano; che il minore di loro, due anni prima del tempo a cui ci troviamo, si recò a Londra per compiacere alla tendenza che sentiva in sè irresistibile per i viaggi e la vita avventurosa; e che il maggiore prescelse di starsi invece con sua madre a Milano, tutto infervorato com'era di lettere e poesia e speculazioni filosofiche. Di questo Guglielmo lord Crall abbiamo anzi sott'occhio un volumetto, stampato del Galeazzi, di poesie latine (Carmina Latina — Domini Gulielmi Cralii — E Londino oriundi — Mediolani, typ. Jos. Galeatii 1765), poesie tibulliane assai più che oraziane, sebbene di mestissima vena, e qua e là soffuse di una mistica nebbia che non poteva appartenere al genio di nessun poeta pagano e latino. Ma de' suoi versi tibulliani modificati dallo spleen inglese, il quale dal sangue del padre era passato nel suo, parleremo in altra circostanza. Per ora ne basti sapere che, mentre egli attendeva alla stampa de' proprj versi, s'innamorò, come può innamorarsi un italiano moltiplicato per un inglese, di una fanciulla, la quale, e chi non l'ha indovinata prima? era appunto la crescente Ada.
Vi sono persone, per lo più femminili, qualche volta maschili, le quali, trovandosi giovani in presenza di giovani dell'altro sesso, non possono nè muoversi nè respirare nè guardare senza nuocere all'altrui buon umore, ossia senza destare qualche furente passione, la quale poi, allorquando non è corrisposta, finisce per essere incomodissima e molesta, e qualche volta persino pericolosa a chi l'ha innocentemente provocata. Egli è perciò che sono talora degni d'invidia quelli che dalla natura fisica non ricevettero tutt'intero nè perfetto il loro appannaggio, ed ebbero qualche occhio di meno, o qualche protuberanza di più, e dalla rachitide e dalla scrofola furono preparati in modo da servire di controstimolo a chi è nato per amare. Costoro almeno, se hanno il diritto di lagnarsi di molte cose, non hanno a subire la sorte di esser vittima dell'altrui simpatia!
Tornando ora al giovane Guglielmo e alla fanciulla Ada, la disgrazia fu che egli stette assente da Milano, per essere stato alle più celebri università d'Italia, una mezza dozzina di anni; e che non potè assistere al graduato sviluppo della fanciulla; bensì, lasciatala ragazzetta, la rivide adolescente, anzi con tutti i prestigi d'un'adulta. Noi non pretendiamo che sia un rimedio sicuro per non innamorarsi di una fanciulla, l'averla vista a nascere, a crescere, a piangere colle lagrime dell'infanzia. Gli uomini non vedono all'ultimo che il frutto maturo, e non rinunciano a mangiarlo per averlo visto acerbo. Tuttavia, qualche volta, giovò questa circostanza a serbare illesi de' giovani maturi dai tormentosi affetti per fanciulle adolescenti, e forse avrebbe giovato anche al giovane Guglielmo. Ma per fatalità quando ei ritornò, a ventisei anni, vide Ada che ne aveva quattordici, con tutti gli attributi esterni dei quindici e quasi anche dei sedici anni. Allorchè la vide, e fu appunto un giovedì di vacanza, la prima di lui sensazione fu di rimanere abbagliato e scosso; la seconda, di non credere che fosse quella stessa Ada che l'avea spesso frastornato co' suoi trastulli infantili. Se non che, passando il tempo, e vedendola altre volte, e sentendola parlare con garbo assai, e ascoltandola cantare e suonare, con quella voce di mezzo contralto velata di voluttà, con quelle mani bianche, lunghe, sottili, intellettuali, se può passar la parola, l'incanto cessò di esser passeggiero. Per di più, movendo ella gli occhi con una espressione di guardatura tenerissima, egli si confidò d'interpretare quell'espressione a proprio vantaggio ogni qualvolta i lenti e grandi occhi di Ada riposavano inconscj su di lui. Ma non bisogna fidarsi dei begli occhi delle belle, chè il loro linguaggio somiglia molto a quello della musica, la quale possiede un linguaggio universale che può dir tutto e può dir nulla, e guai se le parole del libretto non vengono in soccorso delle note. Però, cari i miei giovinotti, che cantate vittoria perchè un'occhiata v'ha lusingato, vogliate credere a chi ha più esperienza di voi: Non vi fidate. E a buoni conti, per la vostra tranquillità, fate venire in soccorso degli occhi una esplicita dichiarazione, la quale, se sarà scritta e in carta bollata, meglio.
Ma se oggi possiamo venire in aiuto de' nostri giovani amici, ci stringe il cuore di non aver potuto aiutare il cogitabondo Guglielmo lord Crall, il quale prestò una fede così illimitata agli occhi di Ada, che ne rimase ferito incurabilmente; gli occhi di Ada, i quali erano ben lontani dal credere di doversi compromettere adempiendo alla necessità del loro ufficio. Ned egli confidò a nessuno il suo segreto; onde la passione tanto più fremeva quanto più era compressa di dentro. Nè mai pensò di farne motto alla fanciulla. Le pareva di troppo acerba. E quando pure avess'egli saputo passar sopra a tal fatto, lo faceva ritroso la condizione di educanda in cui Ada trovavasi ancora. Ma il suo silenzio se valse con tutti non valse con donna Paola. Gli occhi delle madri, quando trattasi di figli amatissimi, comprendono cose che nessun occhio acuto non potrebbe mai decifrare. Ma ella pure, dal canto suo, non solo non ne fece motto al figlio, ma dissimulò profondamente d'essersene accorta. Ella non poteva veder di buon occhio quest'affetto, e si crucciò amarissimamente appena ne ebbe sentore. Le parea come di farsi rea di lesa delicatezza, soltanto a pensare alla possibilità che, ritornando a Milano la contessa Clelia, la quale con sì fiducioso abbandono le avea lasciata la cura della figlia, trovasse poi nella casa medesima di donna Paola già adulto un amore tra la propria figliuola e il figlio di lei. Perciò taceva e sperava, e quando la nobil donna conservatrice del monastero di San Filippo, le parlò dell'indole troppo vivace e risentita dell'educanda Ada, e le propose di ritirarla dal collegio, ella amò di lasciar cadere quel discorso, perchè tutto avrebbe voluto anzichè tenersi in casa quell'occasione di contrattempi e di sciagure possibili.
A tal punto eran dunque le cose, quando Ada alle tentatrici parole del Suardi ebbe risposto più col suono della voce che con altre parole. Ma il dramma sollecitava il suo gran colpo di scena.
Tutti i giorni, essendo entrata l'estate, il giovane Crall soleva recarsi in sul tramontare della giornata in casa della marchesa Serbelloni Ottoboni, dov'era il convegno di tutti i begli spiriti della città di Milano. Il dì stesso in cui il Suardi, per ingiunzione dei capi della Ferma, e per decreto della magistratura, e con permesso della sacra congregazione, trattandosi di luogo eccezionale, aveva stabilito di mandare la solita sgherraglia a perquisire il monastero di San Filippo Neri; quel dì stesso lord Crall non credette di rompere le sue abitudini e si recò in casa Ottoboni. Era l'ora in cui cominciava, a dir così, la processione delle carrozze patrizie dirette al corso di via Marina; e dal terrazzo di casa Ottoboni vedendosi le carrozze che di tanto in tanto si soffermavano, e i cavalcatori eleganti che facevano pompa di sè e dei preziosi puledri, e i passeggieri pedestri, si traeva partito da questa congiuntura per passare quelle ore che precedevan la cena, dimezzando così il tempo tra la conversazione in sala e lo spettacolo del pubblico che moveva a diporto.
In quel giorno, tra gli altri, v'era là l'abate Parini, v'era Pietro Verri, v'era il suo intrinsicissimo Padre Paolo Frisi, v'era Cesare Beccaria, il segretario Cesare Larghi, v'era la sorella di Gaetana Agnese, la non meno rinomata, almeno allora, Maria Agnese, la sola compositrice di musica drammatica ricca di fantasia e di dottrina che vanti ancora la storia dell'arte; v'era quel maestro Galmini destinato a fare il quarto con Adamo, Matusalem e Noè; chè di quel tempo aveva settantanove anni, e tenne dalla natura un piloro di bronzo così poderosamente costrutto, che per morire dovette aspettare altri cinquantanove anni ancora, essendo morto nel 1825 di centotrentotto anni, e avendo così potuto abbracciare in un amplesso quasi tutta la scala ascendente delle vicende progressive dell'arte sua, dal rivoluzionario Monteverde al rivoluzionario Rossini. V'era il pittor Londonio, il tormento dei preti, dei frati, dei vecchi, di tutti, e che, per farlo stare alquanto in riga a quella conversazione quotidiana, non ci voleva che la graziosa dignità della marchesa padrona, e l'occhio fulminante dell'austero Parini. Era quella insomma una bella e buona compagnia, e non sapremmo se oggi se ne potrebbe mettere insieme una migliore.
Il Parini aveva allora trentasette anni, e quantunque, per mangiare, dovesse ancora arrabbattarsi a dar lezione, chè assai poco gli fruttava l'avere avuto dal conte Firmian l'incumbenza di stendere la Gazzetta Ufficiale di Milano, pure era già la figura più gloriosa della città. Erano usciti il Mattino e il Mezzogiorno; e risuonava delle sue lodi tutta Italia, ed avea già ottenuto di frenare il mal gusto che aveva straripato a furia per un secolo e mezzo; di ricondurre l'arte alle sue limpide e severe sorgenti, e di farsi odiare da una mezza dozzina di nobilissimi milanesi, che ebbero l'orgoglio di voler vedere sè stessi nell'ideale dipinto dell'immortale poemetto; tra' quali spiccava quel conte Alberico F..., con cui ci troveremo; il qual conte Alberico volle disputare al principe B... il vanto di aver tentato di consacrare ad una vindice bastonatura le povere spalle dell'abate scellerato.
Ma l'abate impaziente, irrequieto e versatile, passava così zoppicando da un crocchio all'altro, parlando di musica colla bella Agnese, e digredendo, a proposito della mano di lei che scorreva sui tasti di un gravicembalo, sulle qualità indispensabili, costitutive d'una bella mano; e contraddicendo Londonio che voleva sfoggiare la sua dottrina in ciò, e contraddicendolo con apparenza di violentissima enfasi, per finir tutto in celia e lasciar scornato l'avversario comico, il quale, quell'unica volta, avea parlato sul serio; chè era codesto un modo caratteristico del conversare di Parini, come ci vien riferito anche dal suo scolaro e biografo Reina. E dalla musica e dall'estetica delle mani egli passava a parlare col Larghi, schizzando spirito e bile in qualche fuggitiva questione di letteratura e poesia; anche qui alzando la sonora sua voce a far tacere quanti parlavano nella sala, i quali, sebbene conoscessero quella sua abitudine bizzarra, si mettevano in grave apprensione, non fosse mai per impegnarsi qualche lotta violenta e scandalosa. Soltanto tra Parini e Pietro Verri i ragionari correvano in un modo speciale. Quel venerabile vecchio Bruni, che abbiam conosciuto a Pusiano, e che fu per noi il libro parlante che più ci istruì intorno a buona parte delle cose già descritte, ci disse più volte, parlando di Parini e Verri coi quali e tra' quali si trovò sovente, ch'eglino si stimavano assai vicendevolmente, ma si temevano forse più di quello che si amassero, e che però ei sarebbe stato disposto a credere, frugando in fondo a' penetrali della coscienza di ambidue, che qualche spruzzo di celata antipatia avesse leggermente inacidito il loro sangue. Parini primeggiava, e, avea il diritto di primeggiare. Verri voleva primeggiare, e ne avea il diritto. Era dunque invidia, era gelosia?... chi lo sa?... Ma anche gli uomini più intemerati e santi sono uomini; e non ponno frugar ne' cuori de' benemeriti mortali se non gli acuti contemporanei che hanno potuto leggere attentamente ne' loro occhi. Or mentre Parini tuonava, il conte Verri era impegnato in un discorso colla marchesa Ottoboni, alla quale proponeva, essendo essa letteratissima, di tradurre il teatro francese applaudito, e segnatamente le ottime commedie di Molière, per tentare in tal guisa di purgare anche il teatro comico a Milano dalle scipite laidezze ond'era contaminato, chiamando così il Verri in ajuto delle sue idee innovatrici l'opera altrui; applicando la sua immensa attività a infondere vita nuova a tutto quello che invocava una riforma nella sua patria, e amando che fosse applicato a sè quel passo di Sofocle:


Per me, per voi, per tutta
La città mi travaglio ......


In altra parte poi, Cesare Beccaria, seduto solo, anzi sdrajato su d'un canapè, già annojato del peso della sua precoce corpulenza e della gloria che non aveva cercato, dissimulava, sotto l'aspetto d'una indolenza invincibile, l'attività prodigiosa ma intermittente di uno spirito che conflagrava a sbalzi, e prorompeva poi come la lava; e, inerte, pareva non avesse nè pensieri nè volontà di pensare, e non badasse a nessuno dei discorsi che si facevano intorno a lui; chè girava vagamente la semichiusa pupilla di cosa in cosa, come uno che abbia piuttosto volontà di dormire che d'operare; ma in realtà ascoltando tutto, e avvicinando le idee estreme che tumultuavano in quella sala nel cicaleccio di tante persone, e di ciascuna idea che gli paresse non rigettabile facendo base alla feconda generazione di tutte le idee conseguenti, colla prontezza d'una facoltà induttiva prodigiosa.
Ora nel punto che codesto quadro animato si moveva in sala, sul terrazzone agitavasi un altro quadro animato, più attraente di quello che stava in sala, essendo costituito di belle e giovani gentildonne.
I discorsi che volavano all'aria dalle lor bocche leggiadre non assomigliavano a quelli che facevansi al di dentro. Non un tèma industriale, non un tèma scientifico, non uno di belle arti, nemmeno di musica; se pure alle arti non si volessero ascrivere i bei giovinotti attillatissimi che passavano a cavallo per di là. Tenendo dunque dietro quelle care donne ai cari giovani, d'improvviso chi stava in sala sentì esclamare da mezza dozzina di bocche: Guarda, guarda — guardate il Galantino. E tutti, meno il Beccaria, che non avrebbe lasciato il molle canapè per tutto l'oro del mondo, si fecero al terrazzo, ai balconi, alle finestre, tanto quel Galantino era diventato un oggetto di moda, un capo d'arbitrio, come suol dirsi; tanto era esso presente alla memoria di tutti, poichè l'eccesso della sua famigerata ribalderia, quasi redenta da una smodata fortuna, la quale pareva si dilettasse a camminar sfacciatamente sul collo alla virtù; e l'origine abbiettissima di lui, come veniva giudicata dalla casta patrizia preponderante e trionfante in quel secolo, dissimulata dalla più bella faccia di giovine che mai abbia adornato corpo di duca o di marchese, e dalle più belle gambe che mai abbiano fatto risaltar forme greche e guizzar muscoli gladiatorj sotto a maglie di seta bianca, producevano un tale imbroglio e generavano una confusione nelle teste di quelle giovani dame, le quali cavavano pure il fazzoletto canforato se mai bottegajo o bracciante lor passasse d'accosto, che a vantaggio del Galantino avrebbero rinnovate le sommosse cruente di Roma antica per mettere la plebe sulla testa dei patrizi.
Il nostro vecchio amico Bruni, che conobbe il Galantino e lo vide più volte in Milano tanto a cavallo che a piedi, un dì, mentre stava raccontandoci i suoi fasti più celebri, ci fece il suo fisico ritratto senza trascurare la ricchezza degli accessorj. «Io non mi ricordo — riportiamo le precise parole del Bruni — d'aver mai veduto più bell'uomo vestito più sfarzosamente; e quando esso cavalcava per la città, preceduto da un servo gallonato, il suo nobile aspetto, lo sfarzo de' suoi abiti, la ragazzaglia che spesso gli traeva dietro, tutto questo, ad un forastiero che lo avesse visto la prima volta senza conoscerlo, potea facilmente darlo a credere pel governatore della città o per qualche altro distinto personaggio. Eppure era quello che era, e mio padre, col quale mi trovavo a Milano nel '66, mi disse d'averlo veduto più volte aiutare il mozzo di stalla dell'albergo dei Tre Re ad attaccare i cavalli alle vetture».
Venendo ora al fatto nostro, la comparsa del Galantino sotto i balconi di casa Ottoboni Serbelloni diede una repentina diversione a tutti i discorsi che si facevano dalle persone là convenute, associandole tutte in una discussione sola. Pochi momenti prima era entrato in sala lord Crall. Il fasto del Suardi fece mettere sul tappeto l'editto del '66. Parlò il Verri, parlò il Parini, parlò Beccaria, parlò il giovane Guglielmo. E il dibattimento fu tale, che merita la pena che noi lo riproduciamo, tanto più che la conseguenza di esso fu una pericolosa risoluzione presa dal figlio di donna Paola, risoluzione che aggruppò, facendolo più serio, il dramma.


III


— Bello eh?... disse ironicamente il segretario Cesare Larghi, il celebre villottista, alla figlia maggiore della contessa Marliani che somigliava alla madre.
— Altro che bello, bellissimo... rispondeva la contessina; guardate là il marchese Sannazzaro e don Glicerino Brebbìa che figura fanno, cavalcando poco discosti da lui.
— Io scommetto, entrava a dire una assai matura dama, la quale era però stata molto giovane e molto bella, e s'era giovata troppo bene e della gioventù e della bellezza; io scommetto che venne fatto uno sbaglio o dalle comari o dalle balie, e che colui fu tramutato in cuna con qualchedun altro... perchè il sangue sopraffino si conosce alla sua pelle. Guardate là il conte V... che gli passa accosto galoppando... Chi venisse oggi a Milano per la prima volta, e non sapesse niente di niente, come mai potrebbe dire che colui è un grande di Spagna, a dispetto di tutto quell'oro... e che il Galantino è quello che è?
— Sapete cosa c'è di nuovo, cara contessa?
— Sentiamo.
— C'è di nuovo che tanto il conte V... quanto il Sannazzaro e don Glicerino e il conte Alberico che vedo laggiù e gli altri, farebbero assai bene a studiare un certo epigramma che so io, e a metterlo in pratica, già s'intende colle opportune varianti...
— Sentiamo l'epigramma...
— Scusate se vi richiamo un nome che puzza di scandalo... ma chi non ha conosciuto la Valaperta?...
La dama torse il viso con un lezio della bocca che significava schifo e ribrezzo...
— Eh, non occorre che mi facciate quel viso, amabile contessa. Ma volere o non volere, se la Valaperta girò da una mano all'altra per vent'anni e su tutte le piazze come una cambiale tempestata di accetto e di firme; ciò non vuol dire che non fosse molto bella e in ultimo molto ricca, e che scarrozzasse su e giù per di qui e per il corso di via Marina con gran treno e livree rosse...; ma un bel giorno si videro scritte su tutte le cantonate della città queste parole chiare e tonde:


La Valaperta infame
Oggi trionfa in cocchio.....
Andate a piedi, o dame.


E l'epigramma fu così efficace, che una grida, con minaccia di multa e prigionia e corda, non poteva essere eseguita più puntualmente; tanto che per una quindicina di giorni non si videro più carrozze al corso, nè dame in volta... e la Valaperta, vedutasi sola e saputa la congiura, lasciò Milano e sparì... Ecco dunque quel che dovrebbero fare questi cavalierini sciocchi...
— Scusate, ma se le dame avevano ragione, i cavalieri avrebbero torto; credereste forse voi che, scomparendo i cavalieri, il Galantino volesse scomparire per puntiglio?...
— Per puntiglio, no certo... non è un uomo tanto sottile di pelle. Tuttavia la ribalderia scornata in pubblico farebbe sempre il suo buon effetto...
— Caro il mio Larghi, entrava a dire il Londonio pittore, non è troppo facile a scornare la ribalderia quando mette gli speroni e va a cavallo; e cavalca meglio della virtù....
— Vi prego di andare adagio colla virtù, faceva osservare il Parini, perchè non mi pare che nel conte V..., per esempio, e nel conte Alberico F... e nel principe B... ella abbia dei rappresentanti troppo legittimi. Quando si nasce sul materasso trapuntato di zecchini, a non commettere ladrerie e trufferie non occorre di essere nè sant'Ambrogio, nè san Carlo...
— Sono anch'io del vostro parere... ma giacchè si parlava di scornare i ribaldi... io li ho ben tratti nell'agguato l'altro jeri... e senza pigliar le cose sul serio... anzi...
Il vecchio Galmini, amicissimo di Londonio, proruppe in una risata a queste parole, soggiungendo poi:
— Questo l'ha proprio trovata fuori di conio; e dimostrò l'inutilità delle dimostrazioni in pubblico… e la sciocchezza dell'astenersi dal piacere di tirar tabacco per farla ai fermieri.
— Ma cos'ha fatto? dissero molti ad una voce, cos'ha fatto?... qualcuna delle sue, già m'immagino... Orsù, raccontate...
— Ma non san nulla... lor signori?...
— Davvero che è stata bella, diceva il Larghi, ma non tutti hanno il coraggio e la vena e il buon tempo di questo bel matto qui...
— Raccontate dunque...
— Ma io stupisco, diceva il Londonio, che non se ne sappia ancora niente... Però m'accorgo che quelli stessi che furono presi in trappola sono andati d'accordo nel non lamentarsi in pubblico... Ah ah ah!!
— Sentiamo dunque...
— Care damine gentili... abbiano pazienza, ma non son cose da dire a loro... I loro nasi ne soffrirebbero più che i loro cuori; e altro che canfora ci vorrebbe...
Ma continuando il Galmini a sganasciarsi dal ridere, cresceva nelle dame la volontà di ascoltare, mentre il Londonio si faceva serio, di quella serietà comica che mette il buon umore negli astanti, e accennava di non rompere il silenzio.
— Suvvia, dunque, parlate...
— Ma e poi, se mi fan mettere alla porta?
— Non lo faremo.
— E poi, se venendo per far loro una visita, ordineranno ai servi di dirmi che non sono in casa?
— Non lo faremo.
— E poi, se non permetteranno mai più ch'io parli alla loro presenza?...
— Lo permetteremo sempre.
— Sempre?
— Sì.
— Lo promettono?
— Lo promettiamo.
— Ebbene... si tratta di...
E tutte le dame, a sentir la parola che noi non vogliamo trascrivere, ma che uscì dalla bocca di Londonio, fuggirono chi in un lato, chi in un altro della sala, gridando ad una voce: Uh!...
— Or basta così, disse allora seriissima la marchesa Ottoboni, ma nascondendo i guizzi del riso sotto a muscoli protesi a gravità. Basta così...
— Adesso poi, mi permetta, marchesa, ma voglio andare innanzi io... Sappiano dunque che lunedì, la direzione dell'ufficio della Ferma generale ricevette una lettera anonima, che io naturalmente avevo letto prima che fosse ricapitata. Nella qual lettera era fatta la denuncia «Qualmente che in casa del pittore Londonio fosse nascosta una quantità considerevole di tabacco da naso, tabacco di Spagna di prima qualità... e che era nascosta nei tali e tali luoghi...» Ora la lettera anonima fece presa... e tanto, che nell'ora in cui si stava a tavola, tre commissarj della Ferma, due tenenti della giunta, due bargelli del capitano di giustizia si presentano al portinajo di casa, il quale tutto scalmanato entra e dice: — È qui la forza... coll'ordine di fare una perquisizione in tutti i locali della casa... — Or viene il buono. Dietro la scorta di una carta che avevano tra mano, si dirigono a luogo sicuro... e in un sottoscala vicino al mio studio trovano una dozzina di boette, o almeno d'involti che a loro pareano boette forestiere; e insieme con quelle tre grandi vasi coperti; e dal sottoscala passando in giardino trovano altre boette e altri vasi in un ripostiglio del corridojo... e così altrove. Scoperto il corpo del delitto, fatta portar penna, carta e calamajo, due de' commissarj della Ferma e un tenente della giunta si accingono a stendere il processo verbale... ma prima, a constatare la qualità del tabacco, que' tre personaggi gravi, arcigni, terribili, fatto scoperchiare un vaso, immergono le loro sei dita contemporaneamente come se facessero l'esercizio, portando poi ciascuno le due dita al loro naso magistrale; se non che, pur contemporaneamente, si guardarono in faccia con un tale scontorcimento del viso e tali smorfie strane, che per quanto io fossi preparato, non potei trattenere gli scoppj del ridere... Allora... quei tre minossi, compromessi nel decoro, proruppero in basse villanie contro di me... ma io intimai loro il rispetto alla casa altrui, mentre li invitava a spiegarmi il motivo della loro venuta... E così, dopo molto tempestare, dovettero partire scornati; chè in conclusione non era tabacco, ma fimo polverizzato di stambecco e di bue e di cavallo, ecc., ecc., e quei signori credo che avranno dovuto consumar molto ranno e sapone per lavarsi le mani, e purgare le narici autorevoli. Del resto, la cosa mi pare che abbia fatto un cert'effetto... perchè è da tre giorni che non si sente a parlare di perquisizioni domiciliari.
Così parlò il Londonio, tra il riso mal celato delle dame permalose e curiose; e noi lo abbiamo lasciato dire perchè il lettore sapesse un fatto che, propalato allora dal Londonio stesso, menò rumore per tutto il Ducato. Del rimanente, quando mai avessimo offesa la delicatezza squisita de' nostri lettori, la colpa non è nostra, se dovendo porre in iscena la vena epigrammatica del pittor Londonio, il quale fece tanto ridere il suo secolo, non abbiam potuto far peccare quest'uomo per abuso di acque nanfe, mentre fu una sua abitudine costante il non lasciar mancare mai l'odor d'ammoniaca negli intingoli delle sue incessanti celie, che mettevano di buon umore anche le dame più accigliate.


IV


— Bravo il nostro pittore, disse lord Crall; il vostro spirito, per maturare, ha bisogno, come i cavoli dell'agro lombardo, di essere ingrassato dal concime. Voi avete trattato da pari vostro questa faccenda, ma io la tratterei da par mio, ossia con tutta la serietà di cui può essere capace un uomo che ride due o tre volte in un anno; e vorrei che i signori commissarj della Ferma venissero una qualche volta in casa mia; una volta sola, e vi assicuro che, senza tener conto delle conseguenze, io farei tal cosa da insegnar la giustizia col mezzo della violenza. Giacchè pur troppo mi accorgo che contro a certi mali ci vogliono rimedj speciali. Ma intanto mi scusi l'abate Parini, se questa volta me la piglio anche con lei.
— Con me?
— Precisamente con lei per quanto io le sia obbligato da tanta gratitudine. Prima di tutto, a che essere ammesso, pe' suoi meriti straordinarj alla confidenza del conte Firmian, che mi dicono avere l'istinto del bene, senza parlargli chiaro, e senza dimostrargli lo scandalo dell'ultimo editto? In secondo luogo, a che avere tra le mani l'arme onnipotente di una gazzetta, lasciata in suo arbitrio, senza adoperarla quando più freme il bisogno? A Roma la Ferma venne abolita in virtù delle gazzette; è una gazzetta che fuori di qui scarica assiduamente le sue armi per ferire la Ferma. Ma le armi degli ignoti valgono poco. Vuolsi che la verità sia fatta risuonare da un uomo venerato dal pubblico e rispettato dagli stessi uomini del potere, perchè sia riconosciuta siccome tale da tutti; ed io sono certo che se nel gazzettino di Milano uscisse una catilinaria dell'autore del Giorno contro agli arbitrj de' fermieri, questi si conterrebbero alquanto, o l'autorità penserebbe a contenerli.
— Mi piace la vostra franchezza, giovane generoso, rispose il Parini, ma quel che torna inutile non va fatto. L'autorità che un uomo d'ingegno e di cuore s'è legittimamente acquistata, finisce a spuntarsi quando il pubblico s'accorge che, per quanto ella sia generosa, non viene ascoltata. Avete veduto che risultamenti ebbe la notizia che ho spacciato sull'abolizione de' castroni. Lodi da Voltaire, lodi da Federico di Prussia, lodi da tutte le teste quadre d'Europa. Fin qui va benissimo. Ma gli elefanti canori continuano a contaminare le scene; e tutti gli anni genitori spietati offrono sul bacile, in sacrificio all'arte musicale, la parte migliore de' loro figliuoli... ed io... io son posto nella schiera di coloro che tengono, da quelli che in apparenza lodano l'ingegno, sprezzandolo in fatto, il permesso di garrire a deserto. Del rimanente ho parlato al conte Firmian di quello che tanto vi cuoce, e per consolarvi, vi dirò che qualche cosa si farà, e l'editto verrà in gran parte riformato; e poi c'è qui il consigliere Verri che...
— Io spero, prese la parola il Verri, di poter venir in aiuto dello scherzo serio del nostro pittor Londonio e della vostra giusta indignazione, lord Crall. L'abate Parini, protestando sul gazzettino e contro l'autorità di chi ha fatto l'editto e contro i fermieri che lo usufruttano colla più schifosa interpretazione, sapete che avrebbe raccolto gran lode dai buoni, e basta lì... ma si sarebbe inimicato il governatore, e sarebbe stato perseguitato, Dio sa in che modo, dagli interessati alla Ferma; e il pubblico non ne avrebbe avuto nessun vantaggio. Queste cose, caro mio, bisogna pigliarle blandamente; e poi quando si vuole inoculare ai grandi e ai piccoli, a chi comanda e a chi obbedisce il senso della giustizia e della moralità, sapete che cosa bisogna fare? bisogna far sì che la giustizia e la moralità trovi un posto sul libro mastro del dare e dell'avere, e farle comparire non più austeramente vestite e colle mani vuote, ma addobbate sfarzosamente, e col cornucopia versante dobloni nelle casse dell'erario. Non è che la finanza, la quale in certi casi, confederandosi colla giustizia, può, facendo i proprj, far anche gl'interessi della povera compagna, quasi sempre derelitta. È un pezzo che lavoro a queste cose, e già ho aperto gli occhi a chi li aveva chiusi naturalmente e a chi li teneva chiusi per convenienza. Persuaso di questo, ho cominciato a fare indagini insistenti per redigere un bilancio dello stato del commercio nel ducato milanese, che feci pubblicare senza perder tempo. Io sapevo benissimo che, a discoprire gli altari e a togliere il velo ai misteri, più di uno avrebbe guaito, e qualcheduno anche di quelli che stanno più in su. Il che di fatto avvenne, ed ebbi accusa d'avventato e d'imprudente; perchè non si voleva che io mettessi il pubblico a parte delle mie rivelazioni; e si amava piuttosto che dalla mia testa le versassi nella testa altrui, senza che nemmen l'aria se ne accorgesse. Ma io sapevo quel che mi facevo, prima di tutto perchè fatto palese il falso movimento di un congegno della gran macchina civile, chi la governa è costretto ad operare a suo dispetto, e a suo dispetto spesse volte s'incammina a raccogliere gli applausi della moltitudine; poi, perchè di questi applausi, giacchè avevo fatto la fatica, desideravo averne anch'io la mia quota; e ciò mi pare che sia ragionevole. Intanto sono riuscito a far comprendere che l'innocente diletto di far strillare il pubblico sotto alle battiture dei fermieri costava allo Stato due milioni all'anno, e che però l'abolizione d'infinite vessazioni ne faceva entrar due nelle casse erariali. Quando gli atti magnanimi fruttano danari è facile a farli diventare contagiosi. Ecco perchè senza perdere gran tempo, sono riuscito a insinuare l'idea della Ferma mista. Questo è il primo passo, ed era il più difficile; il resto verrà da sè.
— Ma come avvenne, domandava il Parini, che i ventotto capitoli dell'editto del mese d'aprile, i quali hanno messo la costernazione in tutto il popolo, sono posteriori alla vostra nomina di consigliere del Consiglio d'economia, e alla vostra elezione a rappresentare il Governo nella Ferma mista?
L'editto era già steso, e per quanto io abbia strepitato, lo si volle far impastare sulle cantonate della città, perchè i fermieri furono più forti d'ogni più forte ragione.
— E perchè, per il momento, soggiunse il Beccaria colla solita sua aria sbadata, due mila ducati nelle saccocce di chi porta l'armellino sotto la toga, pesano di più che due milioni nelle casse forti della finanza. In ogni modo puoi chiamarti fortunato, il mio Pietro, perchè appunto hai trattato una questione, in cui l'amore per il pubblico bene si trasmuta in oro sonante. Così potessi anch'io provare che la riforma del diritto penale è un buon affare di commercio da convertirsi in danaro; che in quarantott'ore scomparirebbero dai crocicchj gli squallidi apparati della tortura... Così qui il nostro abate Parini avesse potuto dimostrare che l'abolizione de' castroni è un lauto affare di finanza; chè allora avremmo veduto un decreto del Ganganelli a precedere gli encomi di Voltaire. — Così il suo Giorno e le sue Poesie... Ma che cos'è successo che lord Crall grida come uno spiritato?
Codesta repentina diversione del discorso di Beccaria era infatti provocata dalla voce di lord Crall, che tuonò improvvisa, come allorchè sorviene qualche disastro, o corre qualche ingiuria tra gl'interlocutori.
Che è, che non è, tutti si misero ad ascoltare. Un giovinotto, entrato allora in casa Ottoboni, avea raccontato che, cavalcando lungo il corso di porta Romana, e piegando, per la strada del naviglio, verso san Barnaba e le vie lì presso, avea veduta accorrere gran folla di gente per quei luoghi quasi sempre abbandonati; ed egli per curiosità tenne dietro alla moltitudine, e venuto al monastero di San Filippo, avea sentito come i commissarj della Ferma colla sbirraglia erano entrati a perquisire in convento; e siccome ad onta delle mille esorbitanze de' fermieri, pur era quella la prima volta che si attentavano di introdursi in un monastero, così la voce corsa v'avea chiamato e vi chiamava gran gente.
Lord Crall a quel racconto, in prima era rimasto immobile, poi non avea potuto trattenersi dal rompere in parole della più violenta esasperazione: e Spada e pistola ci sono, gridò... e qualcuno oggi la pagherà per tutti, e così dicendo, calcandosi il cappello a tre punte in testa, uscì come un invasato dalla casa Ottoboni.


V


Il giovane Crall, uscito dal Palazzo Ottoboni Serbelloni, fece la via con quell'affannosa sollecitudine di chi non ha altro timore che d'arrivar tardi. Passando a volo tra gente e gente, venuto alla corsia de' Servi, svoltò a sinistra nella contrada de' Pattari, passò per piazza fontana, venne in contrada Larga, attraversò la contrada Velasca e, riuscito a Porta Romana, piegò a destra, e svoltò infilando la viottola di san Vittorello, giunto alla metà della quale entrò in una porta larga e tozza, quella porta medesima su cui oggi si legge — Vettura per città e per campagna. Attraversato il cortile, si fermò davanti ad un ingresso chiuso da due imposte, nella destra delle quali era infisso un pendulo martello a serpente. Diede due gran colpi, l'uno vicinissimo all'altro, poi attese alquanti secondi, e diede un terzo colpo più deciso e più sonoro dei due primi. Allora le imposte si spalancarono, come se un nascosto congegno le avesse fatte girare, e com'egli fu entrato, quelle si chiusero dietro lui. Il luogo dove lord Crall avea inoltrato il piede, era un'aula vasta; tre lampade pendevano dalla vôlta. Questa e le pareti eran tutte tappezzate di drappo nero; scheletri interi e frammenti di scheletri umani, costati, braccia, stinchi, teschi erano appesi intorno intorno come trofei. Una gran tavola coperta di panno nero era ad un'estremità dell'aula. Assiso innanzi ad essa stava un vecchio, d'aspetto grave, con due altri seduti alla destra ed alla sinistra di lui. Sulla tavola, davanti all'uomo seduto nel mezzo, era un teschio, uno squadro, una cazzuola ed altri ordigni. Dietro a lui, molto in alto, pendeva dalla parete un quadro che rappresentava i ruderi di un gran tempio, sulle due colonne anteriori del quale si leggevano queste parole: — Iachin e Booz. — Sotto ad esso era un tripode, e sul tripode una lampada funeraria, da cui guizzava una gran fiamma verde azzurra che rischiarava misteriosamente quel quadro e tutta l'aula e le faccie dei tre che stavano innanzi alla tavola, e le trenta o quaranta faccie degli altri, seduti in ampio cerchio rimpetto ai tre. Quando il giovane Crall fu entrato, pronunciò le stesse parole che si leggevano sul quadro — Iachin e Booz, — e tutti si alzarono, ed egli prese posto tra gli altri. Ma ora, perchè il lettore non sospetti che lo si voglia divertire colle fantasmagorie della lanterna magica, sappia che era quella un'adunanza di uomini appartenenti a quella società segreta, i cui fasti, giusta la credenza di alcuni dei suoi più fanatici seguaci, si sprofondavano nella più remota antichità, società che si vantava discendente persin dai vetusti Bramini, dai Ginnosofisti, dai Druidi remoti; che credeva procedere dai misteri eleusini; che venerava qual suo gran maestro capostipite l'architetto Hiram, il costruttore del tempio di Salomone; ed ecco perchè sulle due colonne superstiti del portico del tempio distrutto, cui figurava il quadro che abbiam descritto, vedevansi le parole Iachin e Booz, le quali vennero fatte scolpire da Hiram sul tempio di Gerusalemme, per accennare alle idee della edificazione e della forza. Mentre però quella società gloriavasi d'una nobiltà tanto antica, che all'uopo non bastandole di fermarsi ad Hiram, risaliva a trovar le sue origini fin nella torre di Babele, compiacevasi pure di procedere da più umile ma più prossimo e più sicuro stipite; chè dopo il secolo VIII e nei secoli XII e XIII, nell'occasione segnatamente che fu innalzato il tempio di Strasburgo, fu dessa rappresentata e diffusa vastissimamente da quella confraternita di capimastri e muratori che lavorarono ai più cospicui edificj di tutte le parti d'Europa, e impressero dappertutto con opera continua ed uniforme, quello stile d'architettura che, falsamente detto lombardo in Italia e falsamente gotico in Francia, non fu altro che il neogreco, il quale, abbandonato il Partenone, si era appreso al tempio cristiano. Se non che il fatto dell'architettura murale s'era convertito in simbolo dell'idea di civiltà e di progresso; epperò tutt'Europa avea brulicato di tante figliazioni di quella società, quanti erano uomini invaniti della persuasione di poter essere illuminatori del loro secolo.
Una tale società che, senza essersi mai spenta del tutto, ebbe però de' periodi del più inerte languore, si ridestò tutt'a un tratto verso la metà del secolo passato in Inghilterra prima, poi in Francia, e colla più rapida moltiplicazione poi in Italia. Nel 1732 avea stabilita una loggia a Roma. Nel 1747 ne piantò una a Milano (si chiamavano logge i luoghi delle sue adunanze). Nel 1766 ella viveva ancora ed avea residenza appunto nella contrada di san Vittorello. L'autorità conosceva l'esistenza sua, ma non ne pigliava gran fastidio perchè da essa non era mai derivato danno di sorta; d'altra parte sapeva che la moltitudine, alla quale era pur nota l'esistenza di lei, la derideva manifestamente, e perchè non avea mai veduto procedere da essa atto veruno che, in poco o in tanto, influisse sul bene pubblico; e perchè sapeva come quelle serali e notturne conventicole si sciogliessero spesso in pranzi lauti e cene prolungate. Comunque del resto fosse di ciò, nel tempo a cui ci troviamo colla nostra storia, quella società, ingrossata di fresca schiera e sollecitata da qualche spirito fervoroso, avea preso un avviamento un po' più determinato e serio. A noi non consta che il Verri v'appartenesse. Il suo ingegno acuto e pratico e consistente gli avrà fatto riconoscere e deridere l'inutilità di tali riunioni. Ma vi appartenevano molti suoi amici, e di quelli ch'egli stimava e che stimavano lui, tra' quali il giovane Crall, ch'era il più caldo di tutti.
Questi, domandata ed ottenuta la parola dal gran maestro presidente, così parlò a quell'adunanza:
— Venerabile maestro del grand'Oriente, maestri fratelli, compagni ed iniziati, la causa che qui m'ha oggi mandato è della più alta importanza, ed ha bisogno della vostra forte e pronta cooperazione. Nelle ultime adunanze, a voti unanimi, fu determinato che la nostra loggia sarebbe d'ora innanzi intervenuta immediatamente a soccorrere il prossimo in pericolo, non soltanto coll'opera del pensiero, ma anche con quella della mano, esponendo al bisogno anche la vita, quando l'occasione fosse stata grande ed urgente. Venerabili fratelli, quest'occasione è venuta! Tutte le case, tutti i ceti, tutte le confraternite, tutti i corpi sacri e morali della città di Milano sono da più giorni esposti alle violenti soperchierie, ed alla rabida fame de' fermieri. Sono esposti eziandio agli arbitrj, ai capricci, alle voglie talvolta oscene degli sgherri della Ferma. Finora vennero risparmiati gli asili delle sacre vergini, dove si raccolgono per educazione le fanciulle delle più distinte famiglie della città. Ma oggi per la prima volta si penetrò in essi. Il monastero di San Filippo Neri fu, momenti sono, invaso dalla sbirraglia de' fermieri, sotto pretesto che vi sia nascosta mercanzia di contrabbando. Propongo adunque che quanti siamo qui tra i più giovani e i più avvezzi all'arme, usciam tosto per recarci colà a respingere la violenza colla forza. È necessario un esempio, è necessario che qualche vita si sacrifichi alla giustizia, è necessario che qualche fatto enorme scuota dal colpevole letargo coloro che pur tengono il mandato del pubblico bene, ma che, impinguati dalle volpi, chiudono gli occhi e lasciano fare. Quelli che sono del mio avviso, permettendolo il maestro venerabile, si alzino dunque e mi seguano.
A queste parole così determinate, proferite con voce sonora e con accento caldissimo, successe un bisbiglio fra quanti erano là radunati nell'aula. Il maestro venerabile, con placido discorso, tentò dissuadere il fratello Crall da quell'impresa arrischiata; il maestro oratore venne in soccorso del venerabile, così pure il maestro tesoriere e il segretario, tutte persone che probabilmente non volevano compromettere i pranzi e le cene future con qualche passo arrischiato.
— Ma a che, gridò allora il giovane Crall, abbiamo pronunciato con tanta solennità il giuramento dell'ordine? Dimmi tu, e qui si rivolse ad un giovane vicino, dimmi tu che l'altro giorno non eri che un lupicino venuto a cercar qui la luce (si chiamavan lupicini i candidati prima di essere ricevuti in quella società), dimmi ora dunque: che cosa hai giurato quando fosti trovato degno di essere ammesso fra gli adepti? Parla, che cosa hai giurato su questa spada?
— D'amare i miei fratelli, e soccorrerli a norma delle mie facoltà.
— E a che hai acconsentito quando mai tu non sapessi mantenere il giuramento?
— Che mi sia troncato il capo, strappato il cuore, abbruciato il corpo e gettate le ceneri al vento.
— E perchè dunque una così atroce sentenza?… soltanto forse per togliere la possibilità che qualcuno di noi manchi al convegno, quando si tratta di sedere a mensa per divorare con formidabili ganasce le più saporite imbandigioni? È forse ai cuochi soltanto o ai vinattieri che abbiam giurato di esser utili? e per così poco mettere a repentaglio e testa e cuori e ceneri? Suvvia, dunque, che si fa?
Al venerabile mancò la parola, tacquero l'oratore e il tesoriere. Una dozzina di giovinotti si alzarono, sfoderando le spade e gridando: Noi siam tutti pronti, se lo permette il venerabile. Questi crollò il capo, e disse: Andate, che la fortuna vi salvi, ma ricordatevi del segreto. L'adunanza si sciolse, e ne uscirono una decina di giovani armati di spada e di proposito deliberato.
Or lasciamo che costoro s'avviino verso il monastero di San Filippo, prontissimi a cavar dal fodero di pelle bianca inverniciata la spada non ancor molto cruenta, e in procinto di produrre un tal disordine, da far strillare di spavento la madre badessa, le monache e le educande e da costringere le leggi tapine a dar la testa nelle muraglie per la novità del caso. In questo frattempo noi dobbiamo recarci altrove ad assistere a un dialogo tra il Galantino ed un personaggio che comparirà per la prima volta in iscena, ma che fu da noi tante volte nominato, e che, a tutto rigore, potrebbe reputarsi il primo personaggio del dramma, o per lo meno il personaggio indispensabile; perchè se costui non fosse nato, non sarebbe avvenuto nulla affatto di tutto quanto abbiamo raccontato e racconteremo. Egli è il figlio della Baroggi, il pupillo patrocinato indarno dal galantuomo Agudio. Noi l'abbiamo nominato più volte quand'esso non aveva che cinque anni, ed ora che dobbiamo conoscerlo di presenza ha compiuti gli anni ventuno, ed è sotto-tenente nelle guardie di confine della Ferma generale; carica che press'a poco ora corrisponderebbe a quella di sergente nelle guardie di finanza. Ma in che modo questo disgraziatissimo giovane, che pure fu a due dita di essere uno tra i pochissimi benedetti dalla fortuna e dalla ricchezza, passò i sedici anni dal 1750 al 1766? in che modo il Galantino, per le sue buone ragioni, andò a soccorrere la povertà infelicissima della madre di lui e ad offrire al figliuolo un posto tra le guardie della Ferma? a che cosa or lo vuole adoperare, per usufruttuare il beneficio, nel colpo che sta per tentare? che effetto sarà per fare in convento la comparsa d'una dozzina di giovani guardie della Ferma, protette dalla legge, prepotenti e viziate? che sarà per nascere dal parapiglia guerresco tra i compagni della loggia di san Vittorello capitanati da lord Crall, e che stranissimo qui pro quo potrà generarsi da tutta questa arruffatissima matassa?


VI


Intanto, prima di assistere al dialogo tra il Galantino e il figlio della Baroggi, e a sapere in che modo incominci la relazione tra l'uno e l'altro ed inoltre com'erano riuscite infruttuose le cure del prevosto di san Nazaro e dell'avvocato Agudio per far constare la paternità del defunto marchese F... a favore del fanciullo stato battezzato nella parrocchia di san Nazaro sotto il nome della madre; così avendo voluto il marchese stesso, previa una dichiarazione orale fatta dal medesimo al prevosto, colla quale avea promesso di volere a tempo migliore dargli il proprio nome. È a sapere altresì come la testimonianza solitaria del prete non avea avuto nessun peso in giudizio, perchè la consuetudine voleva che insieme col parroco testimoniasse anche il padrino il quale mancò; e nemmeno ebbe valore la testimonianza del notajo Macchi, quello ch'era stato chiamato a stendere il testamento nel quale veniva istituito erede il figlio della Baroggi, pur nominato qual figlio dal marchese testatore, ed assunto al diritto e all'obbligo di portarne la parentela; e tutto questo ad onta del patrocinio dell'avvocato Agudio, che invano aveva adoperato tutta la sua sapienza e sagacia legale per far che quelle due testimonianze avessero valore a provare la paternità che si negava dagli avversarj. Ma gli avversarj erano riusciti a convincere i giudici, o almeno i giudici avevano avuto il loro interesse a lasciarsi convincere, come quelle testimonianze dovessero valutarsi separatamente e al cospetto di due circostanze diverse e che però, prese isolatamente, non dovevano e non potevano avere nessuna forza di prova; e tanto meno, in quanto il registro battesimale era il solo atto scritto legittimo e pubblico a cui doveva aversi riguardo nella trattazione di quella causa. Bene l'Agudio aveva insistito nella dimostrazione che, sebbene fosse vero, per essere la testimonianza del notajo Macchi relativa alla scritturazione d'un testamento, e quella del parroco relativa ad una dichiarazione orale fatta dal marchese in tutt'altra circostanza e per tutt'altro intento, che dovessero prendersi isolatamente; non di meno venivano esse come a confederarsi ed a costituire la validità della duplice testimonianza quando si guardava al solo ed esclusivo fatto della paternità.
Perduta adunque la lite dalla Baroggi, sentenziate insussistenti le sue pretese a favore del di lei figlio, ella si venne a trovare nella più deplorabile condizione.
Il prevosto che l'avea presa a proteggere, erale sempre stato liberale di qualche soccorso, anche dopo svanita ogni speranza; ed avea provveduto eziandio a far educare convenientemente il fanciullo. Ma, per disgrazia, venuto a morte anch'esso, nel 1761, la Baroggi si trovò derelitta del tutto, con un figlio che avea sedici anni, non in posizione di continuare nell'educazione incominciata, non atto a guadagnarsi tosto il vitto per sè e per la madre, dimostrando bensì le più belle attitudini, ma nell'incapacità di poterle far maturare e condurre a perfezione.
Allora la sventurata Baroggi erasi rivolta allo stesso conte Alberico, il quale, per levarsi l'importuna d'attorno, ordinò che il maggiordomo le contasse qualche danaro. Ma il maggiordomo, sborsato per quella volta la somma di che aveva avuto l'ordine, provvide da quell'ora in poi a sbarrar la porta alla sventurata, e a spuntare gl'improvvisi affetti di quella pietà superficiale e sbadata che pur sorgeva in petto al giovine conte ogni qualvolta gli perveniva qualche supplica straziante di quella povera donna.
Questo fatto provocò un certo rumore nella città, tanto che giunse all'orecchio anche del Galantino, il quale di quella faccenda ne sapeva qualche cosa più di tutti. Ora la notizia della condizione deplorabile in cui versavano la Baroggi e il figlio di lei (e difficile a dire se per un senso di pietà spontanea, o per qualche altra causa meno generosa benchè più forte), gli fece una profonda impressione, tanto profonda che pensò di mandare un suo commesso dalla madre a proporle se voleva impiegare in qualche modo il figlio presso gli ufficj della Ferma, che gli sarebbe dato un salario sufficiente onde provvedere a sè ed alla madre. In tal guisa il giovinetto Giulio Baroggi fu impiegato in prima siccome scrivano; poi avendo mostrata assai svegliatezza e solerzia, venne promosso a commesso delle esattorie, infine a sotto-tenente nelle guardie della Ferma; carica che gli fruttava un non dispregevole salario, una bella divisa, e molti di que' guadagni che soglionsi chiamare incerti, sia per le quote che gli eran contate sulle perquisizioni e contrabbandi, sia pel soprassoldo che toccava quando aveva il mandato di percorrere alla testa di un numeroso drappello di guardie tutta la linea del confine.
Se non che la necessità di vegliare le notti, di vivere tra la più rozza gentaglia, e più di tutto, i tristi pensieri che gli derivavano dal confronto tra quello che era e quello che avrebbe potuto essere, gli fecero contrarre la mala abitudine della gozzoviglia, del bere, dell'uso e dell'abuso dell'acquavite, per dar tono alla vita, per mettersi all'unisono e acquistar baldanza tra quelli a cui comandava, e più ancora per scacciare i molesti pensieri, che si facevano sempre più intensi quando la reazione che succedeva all'esaltazione provocata dalle bevande spiritose, gli lasciava infiacchita la fibra e più disposta a subir l'influenza della tristezza. Codeste sue abitudini non gl'impedivano però di essere zelantissimo alle sue incumbenze, perchè la natura gli aveva pur concesso saldezza di mente e saldezza di carattere. Bensì lo avevano condotto al punto d'impegolarsi nei debiti e tanto, che non sempre i suoi guadagni poteano bastare a conservare alla madre quella vita modestamente provveduta che pure fervorosamente egli desiderava nella quiete dell'animo suo, ma di cui si dimenticava tra i bicchieri e tra i compagni. Da ciò dovettero originare disgusti e malumori e alterchi tra lui e la madre, la quale finiva in pianto le sue querele, lasciando il figlio desolato e pentito e pieno di proponimenti di cangiar vita. Però la tristezza gli si era confitta nell'anima al punto, che la giocondità anche passeggiera non era più una condizione naturale del suo spirito, ma un effetto artificiale delle bevande spiritose, delle quali ormai non poteva più far senza, perchè erano il solo mezzo che gli era rimasto a dar qualche istante di requie all'anima travagliata, press'a a poco come chi fa tacere lo stridore dei denti col versarvi sopra l'alcool addormentatore.
Insistendo sul qual fatto, egli è a considerare come dall'infanzia alla fanciullezza, alla giovinezza, avendo egli sempre avuta dinanzi la figura turbata e piagnolosa della povera sua madre, necessariamente gli si venne invelenando l'esistenza; sentendo a parlar sempre di miserie, e vedendo sempre la disgrazia in casa, il suo spirito avea, per questo lato, contratta quasi l'abitudine del timore, come que' fanciulli che, percossi continuamente da madri spietate, si rannicchiano tremanti ad ogni alzar di braccio che pur si mova per tutt'altro. Così anche allora che non v'erano occasioni che potessero presagire infortunj, egli viveva col sangue agitato, e paventava miserie che non solo non eran probabili, ma impossibili. Su questa condizione, diremo fondamentale, della sua esistenza, si vennero poi radicando altri sentimenti profondi. Un odio implacabile contro ai ricchi e ai nobili, che usciva affatto dalla ragionevolezza e dalla giustizia, ma che pur troppo era spiegabile in chi era stato ed era ancora la vittima d'uno di loro, e pareva dovesse portarne le conseguenze in perpetuo. Il marchese F... aveva ingannato sua madre, e sebbene il Baroggi credesse che colui avesse testato a favor suo, temeva tuttavia non fosse stato anche quello un giuoco ingannatore per togliersi d'attorno gl'importuni, i quali volevano impedirgli di lasciar tutte le sue ricchezze al fratello, e di appagar la boria coll'accrescer sempre più l'importanza del casato. In quanto al conte Alberico, è inutile a dire com'egli lo abborrisse con tutta l'esaltazione di un sentimento implacabile. Se non che d'accosto a tant'odio contro di un ceto in genere e di que' due uomini in ispecie, quasi per concedere un po' di riposo al suo spirito, il quale sarebbe stato consumato da quell'assidua acredine, venne spuntando, lo abbiamo già detto, il sentimento della gratitudine per colui che solo fra tutti — egli poi ne ignorava la vera cagione — aveva pur provveduto a sostenerlo, ad ajutarlo, a beneficarlo. E questa potrebbe parere una fortuna, se la disgrazia non avesse fatto che un tal protettore fosse di quelli appunto che si chiamano piaghe e vituperi dell'umanità.
Questi poi alla sua volta tenevasi caro il Baroggi, perchè si valeva di lui in quelle circostanze dove era necessaria una stoffa d'uomo più sopraffina del consueto, una cera più gentile e modi più delicati di quelli che mostravano comunemente i bassi impiegati e le guardie della Ferma. Dopo tutto alfine è a confessare che il Suardi si compiaceva dei beneficj che faceva al suo giovane protetto, e che in cuor suo lo compiangeva, e non pensava e non guardava a quel giovine senza sentirsi tanto quanto commosso. La natura del Galantino era tristissima, il lettore ne ha delle prove per fin soverchie; ma avendo il dono di una mente svegliata, questa di tanto in tanto mandava sul cuore di lui un raggio benefico, che lo rendeva migliore. Si addomestica il leone e l'orso nero, perchè un certo loro istinto d'intelligenza permette all'uomo di ammansarne la ferocia. Ma l'orso bianco è implacabile, perchè è il più torbido di tutte le fiere. Il Galantino tristissimo aveva pur pensato a cercare e della Baroggi e del figlio suo. Il conte Alberico invece, dopo un pugno d'oro concesso per forza, li aveva lasciati alla loro miseria.
Ben è vero che il Galantino più di tutti doveva misurare l'infortunio di quella madre e di quel figlio. Ma il conte Alberico sapeva pure che il defunto marchese ne era il padre, sapeva pure che un testamento era stato scritto a suo favore, sapeva pure che quel testamento era stato trafugato, e che credeva che fosse distrutto; sapeva pure che la fortuna, il solo giuoco della fortuna aveva messe a sua disposizione le ricchezze che avrebbero dovuto appartenere al figlio Baroggi. Ma una volta che si sentì protetto e salvo e assolto dalla legge, e che la legge avea alzato un muro di divisione tra lui conte e il Baroggi finanziere, non pensò mai che dalle sterminate sue rendite che ascendevano a lire milanesi seicentotrentamila, poteva levarne, senz'accorgersi, una lievissima annata, che pure avrebbe bastato a sostentar due vite e a stornare la maledizione dal capo dello zio defunto, e da quello del padre e dal proprio. Or chi dunque può dirsi più tristo, tra l'ex-lacchè Galantino e il conte Alberico F...?


VII


Tornando ora al racconto, quando il Galantino, passando a cavallo sotto al balcone di casa Ottoboni, attrasse gli sguardi e provocò i parlari delle donne allegre e voluttuose che vi stavano radunate; in quel punto, agitando molti disegni in capo, pensava di volgere la corsa verso la casa propria, dove avea fatto dire al sotto-tenente della Ferma, Giulio Baroggi, che si trovasse in sul tramontare della giornata, che egli avea gran bisogno di parlargli. E il Baroggi fu pronto alla chiamata, tanto che, quando il Suardi scavalcò nel cortile della propria casa, quello lo stava aspettando da quasi mezz'ora. Il Suardi salì appena il portinajo gli nominò il sotto-tenente, ed entrato nell'anticamera, e vistolo a passeggiare innanzi e indietro:
— Attendi un istante che vengo subito, gli disse.
— Faccia i suoi comodi, rispose quegli, levandosi il cappellino, e calcandoselo di nuovo in testa quando il Suardi si ritirò.
Vestito della sua verde assisa, coi rivolti bianchi al petto, alle maniche ed alle falde, colle uose di panno nero che gli giungevano a mezza coscia, colla sciabola cinta non senza una certa trascuratezza che aveva il suo vezzo, col cappellino a tre punte tanto piegato in sulla banda destra, che il sopracciglio veniva quasi tagliato a metà; nel passeggiare innanzi e indietro per l'anticamera presentava quell'aspetto eteroclito che, assunto per una consuetudine indeclinabile, sembra farsi quasi una seconda natura in tutti quelli che, senza appartenere alla milizia regolare, portano divisa ed armi in servizio degli ordini civili, e nelle frequenti scaramuccie coi contrabbandieri, sono esposti ai pericoli della guerra, essendo ascritti al men glorioso esercito della pace. Tuttavia le mosse ch'ei faceva nel passeggiare, più che quelle di una guardia di finanza vera e reale, parevano quelle di un attore che ne caricasse le apparenze per rappresentare un personaggio. Chè di tanto in tanto, e per atti fuggevolissimi, la trivialità, quasi assunta per proposito, tradiva una certa eleganza nativa, avendo esso la taglia spigliata e leggiadramente costituita, e la fisonomia e i contorni e i tratti del volto belli e gentili. Bensì sul fondo bianco e pallido della faccia, nella regione dei zigomatici segnatamente, si vedea soffusa una tinta come di rosso di mattone, la quale non pareva naturale, sibbene artificiosamente sovrapposta, ed era infatti l'insegna dell'acquavite e del rack di cui faceva tanto abuso. Esso non contava che ventun anni, ma ne dimostrava buonamente una mezza dozzina di più, perch'era torbida la tinta dell'occhio, il quale però, sotto all'ampio e puro arco del sopracciglio, girava con guardatura intelligente ed espressiva e soave, quando era in calma.
Dopo brevissimi istanti rientrò il signor Suardi, e disse lesto e sommesso al Baroggi:
— Andiamo di là che t'ho a parlare di un affare urgentissimo... Quante ore abbiamo? aspetta, e già tardi... — e così dicendo condusse il Baroggi in un gabinetto vicino.
— Sai, continuava il Suardi, che in sull'imbrunire i commessi della Ferma devono fare una minuta perquisizione nel convento di San Filippo Neri, perchè, per sicurissime informazioni, sappiamo che v'è nascosto in gran quantità del tabacco forastiero.
Il Baroggi guardò il Galantino con un lezio del volto significantissimo.
— Chi ve l'abbia gettato non si sa... perchè non par vero nemmeno che la madre badessa, per il suo privato consumo e per quello delle suore coadjutrici... basta... qualcuno sarà stato... e a noi non importa nè di chi nè del come nè del quando; quel che preme si è che la perquisizione non torni inutile... E voglio che anche tu sii presente... essendo necessario che quella gentaglia di commessi e guardie e sbirri sia tenuta in freno... tu mi capisci.
— Capisco benissimo. Ma capisco anche che si può fare un buco nell'acqua.. e che questa volta era meglio chiudere un occhio e lasciar che il tabacco marcisse in convento, anzichè liberare il volo ai falchetti e gettarli tra quelle povere rondini. Il malumore della città è al punto, che un minimo fatto di più basta a convertirlo in una tempesta da ammaccar il capo di chi si lascerà cogliere. Figuratevi poi questa bagattella. Fin ad ora non fu mai fatta perquisizione in nessun monastero... Torno a ripetere, mi pare che questo voglia essere un colpo falso, di quelli che feriscono e fanno saltar le dita a chi tiene l'archibugio.
Il Galantino tacque un momento, con un certo atto di preoccupazione, poi soggiunse:
— Ma, caro mio, la legge c'è, e se ci fu pel convento dei Cappuccini, e per quello dei Barnabiti... e per casa Visconti e per casa Arconati... ci può e ci dev'essere anche per la casa delle monache. Chi sono infine quelle pettegole? i signori che hanno fatta la legge dovevano pensarci loro...
— Ma sapete, signor Galantino... già qui si può parlar chiaro, che nessuno ci sente... sapete che quell'editto fu una grande iniquità... e dacchè Milano è Milano non s'è mai vista la magistratura a tenere il sacco ai... che cosa si ha da dire?... ai birboni e ai ladri... come in quest'occasione?...
— Come? ai birboni e ai ladri?
— So quello che dico... e quand'esce una legge di quella conformità, chi ha l'incarico di farla eseguire ha naturalmente il mandato di fare il ladro e il birbone... Ed io dichiaro di aver dovuto essere e l'uno e l'altro, quantunque a mio dispetto. E, giacchè si ha a dire la verità tutta quanta, ho avuto caro che voi m'abbiate fatto chiamare, dal momento che avevo un ardente desiderio di parlarvi...
— Parlarmi? e di che?
— Di questo, che se fosse possibile farmi passare dal corpo delle guardie negli ufficj d'amministrazione, a me parrebbe di toccare il cielo col dito.
— Io t'ho fatto nominar sotto-tenente perché sapevo che un tal posto impingua le saccocce.
— E ve ne ringrazio e tanto, chè, dopo mia madre, siete voi il solo uomo a cui mi professi obbligato in tutta questa mia vita maledetta...
— Maledetta... perchè tu l'hai voluto... tu bevi, tu giuochi, tu gozzovigli, tu spendi e spandi, e poi tua madre piange... ed io...
— Voi mi avete sempre soccorso, e torno a ripetere che a voi solo io sento l'obbligo della più profonda gratitudine... ma...
— Che?
— Quando un uomo è nato per correre ad un fine e riesce ad uno opposto; quando un uomo si sente la mente e il cuore fatti per riuscir bene in una certa vita, e dal bisogno è invece costretto a far quello che gli ripugna... allora è necessitato a violentar la natura propria, ubbriacandola, affinchè non si risenta del peso insopportabile che gli è imposto. Quando ho bevuto e la testa mi si esalta, posso vivere tra quella masnada di briganti che ho d'attorno. Quando ho bevuto, e il mio cuore è addormentato e i miei sentimenti sono soffocati, posso anch'io dar mano alle nequizie che si compiono per obbedire la legge. Del rimanente, sarebbe ora minor male se ci fosse il pericolo di affrontarla: ci sarebbe almeno il merito del coraggio. Ma così è una vigliaccheria senza esempio. Io so che il boja è più abborrito dell'assassino... il mondo almeno la pensa così, e c'è il suo perchè... Ora noi siamo ancor peggiori di lui, chè, se non altro, egli uccide i colpevoli, mentre noi ci facciamo il più tristo giuoco de' galantuomini.
— Non so che dire, e può darsi benissimo che tu abbia ragione, ma se domani vuoi lasciar giù questa giubba color pistacchio e questa sciabola, bisogna che tu stasera, anzi fra pochi momenti, lor faccia guadagnare il ben servito.
— Vale a dire?... Non afferro bene.
— Vale a dire che tu devi far parte della spedizione del monastero.
— Io?
— Tu.
— Ma perchè?
Il Galantino stette un momento perplesso, poi soggiunse:
— Perchè voglio che il conte Alberico F... vada al diavolo e crepi di bile.
Il Baroggi si fece attento.
— Caro Giulio, tu sei il primo al quale faccio una tale confidenza; ma in conclusione ho stabilito di prender moglie...
— Niente di più naturale e di più facile.
— Naturale sì, facile no... Non per la moglie, ma per quella che voglio io; e quella che voglio io è nientemeno che la promessa sposa del conte Alberico (il lettore comprenderà come questa fosse un'invenzione del Suardi), e tutto è pronto, e si dice che il bello e leggiadro e profumato e viziato conte, messi da parte i suoi cento amori, e lasciatine gli avanzi alla servitù come si fa cogli stivali e colle calze smesse, siasi innamorato perdutamente di quella che piace a me. Ma il conte non l'avrà e non la sposerà... e tu mi devi ajutare.
— Io?... Ma che cosa posso far io?
— Sai tu dove sta di casa quella che piace al conte e piace a me?... non lo sai? ebbene te lo dirò io: sta di casa nel monastero di San Filippo, ed è piaciuta anche a te...
— A me?
— Tu l'hai veduta e guardata e lodata un giorno in cui, mentre passeggiavi con me, ella mi passò vicino, accompagnata dalla livrea di casa Pietra Incisa.
— Chi?... quell'angelo?...
— Quello appunto... ma oggi ha da volar via, e sei tu quello che gli dee fare spiegar l'ali e farlo uscire, non dalle finestre... guai! ma da un uscio che t'indicherò.
— Ma che vi pensate? Io non sarò mai per far questo.
— Tu lo farai.
— E quand'anche avessi tutta la miglior volontà di obbedirvi, non vedo nessuna via da poterne uscir fuori ... Prima non la conosco, colei... ed ella non conosce me ... e poi una fanciulla non è una puledra da farsela venir dietro passo passo soltanto col darle a veder lo zuccaro.
— Senti, Giulio; la cosa non è facile e, se vuoi, nemmen troppo probabile; possibile però mi pare che sia. Forse, da che ci sono al mondo conventi di monache, è la prima volta che un decreto della magistratura ingiunge ad una truppa di giovinetti armati e caldi d'acquavite, di entrare tra la santità e l'innocenza, come se fosse in caserma; non s'è mai sentito che il pastore il quale ha in custodia le pecore si confidi alle volpi ed ai lupi per guardarle dai cani. Non c'è che dire. L'autorità ha perduta la testa... ma conviene approfittare di questo capogiro, di questa ubbriachezza non mai udita, perchè scommetto che ciò non sarà mai per avvenire una seconda volta. Ora tornando a noi, la novità del caso metterà una tal confusione nella testa di quella povera badessa, e di quelle semplici e buone suore maestre e coadjutrici e sorveglianti, che le monache e le monachelle giovani e le educande si spanderanno per i corridoj e per i cortili con un gusto matto. Tu un momento fa hai parlato di puledre: ebbene... metti che il fuoco s'appigli ad un fenile, e da quello ad una scuderia. È già molto che i palafrenieri pensino a salvar la pelle, senza tener dietro ai cavalli che, rotta la catena e la cavezza, si spanderanno per la città con trotto vivace e allegro, e coi nitriti della libertà. Ho tenuto conto di tutto, e il mio piano non è una pazzia.
— Quasi.
— La possibilità della riuscita c'è, e ciò mi basta. Dunque cosa intendi di fare? Bada intanto che è un affare d'urgenza e non c'è tempo da perdere.
— Non so che dire... io non mi prendo questo impegno.
— Che?
— Dite quel che volete, chiamatemi ingrato... sconoscente. Dirò che avete ragione, ma per quest'impresa io non mi movo. Mi son dato alla crapula per stordire la testa e far il callo alle bricconate legali....figuratevi se nel giorno stesso che voglio cangiar professione e vita... posso commettere una vilissima scelleraggine... posso ingannare... trafugare una povera ragazza... per metterla nelle mani di chi... domando mille perdoni, ma di chi non è certamente un santo.
Il Suardi, a queste parole, guatò in prima torvamente il Baroggi, poi fece due o tre passi per la camera concitato e convulso; poi si piantò in faccia al sotto-tenente, pigliandolo per mano colla sinistra, e mettendogli la destra sulla spalla.
— Tu credi, Giulio, che di questa fanciulla io voglia farmi un giuoco osceno e crudele. T'inganni. Pure mi piaci, e ti voglio bene ancor più di prima, e ammiro il coraggio onde rifiutasti di dar mano a un'azione, perchè temevi fosse per essere scellerata. Ma t'inganni, Giulio. Io ho trentacinque anni... e in parte puoi immaginarti e in parte lo sai, quante e quante donne mi corsero dietro... semidee e semidonne; la lista di Don Giovanni potrebbe parer la polizza del tuo pranzo in confronto. Ebbene... questa è la prima volta ch'io mi sento innamorato, innamorato alla follia, innamorato al punto da compromettere tutta la mia esistenza, e tutta la mia ricchezza accumulata con tanti pericoli e con tanta fatica, per il desiderio che mi tormenta di poter avere in moglie questo angelo del paradiso, che è venuto quaggiù per fare il miracolo di convertire al bene i demonj dell'inferno. Io non vanto nessuna nobiltà, ma, siamo sinceri, il mio blasone potrebbe sempre essere la coda del diavolo in campo rosso. Eppure, da qualche tempo, io mi sento tutt'altr'uomo... e se questa fanciulla potesse mai diventar mia moglie... certo che il mio avvenire sarebbe la più luminosa ammenda del mio passato. Dunque?...
— Posso ammirarvi, posso anche compiangervi, ma non posso ubbidirvi... ve l'ho già detto. Sono stanco di fare il servitore d'anticamera nel palazzo dell'iniquità. Io non nego che voi abbiate delle buone intenzioni... ma ingannare, insidiare una fanciulla... perchè, in fin dei conti, voi siete padrone di essere innamorato di lei, ma ella non è poi obbligata a diventar vostra moglie.
— Quella fanciulla è innamorata di me, come non lo fu mai nessuna delle tante donne e fanciulle che ho conosciute....
— Quand'è così, andate voi stesso; la vostra presenza farà certo più effetto della mia. Tutto quel che si può fare... è che... indossiate la mia montura, e facciate suonar questa sciabola sul lastrico del convento; giacchè mi sembra che vi prema di non essere riconosciuto... e ciò è troppo naturale.
— Caro mio, tu hai studiato più di me, ma sei più giovane di me... e sarai sempre men dritto, meno esperto e men ragionevole di me. Sei contento a prestarmi sciabola e montura, e non vuoi prestarmi la mano. Ma giacchè abborri il male, e non vuoi commetterlo credendolo tale, se ritiri la mano devi ritirare anche la sciabola. In conclusione hai paura di esporti per me.
— Paura? lo sanno i contrabbandieri di confine... lo sanno gli spalloni che sono armati di tutto punto, quasi come i soldati del reggimento Clerici.
— Se dunque non hai paura... prestami mano, chè a far riuscir bene l'impresa non basto io solo; ma guarda come sei caparbio e a torto. Tu facendo il mio piacere fai quello della fanciulla, fai crepare di rabbia il conte Alberico; tu che l'hai tanto colla casta dei nobili, fai sì che un ramo d'un loro antichissimo albero s'innesti su d'un albero plebeo, benchè carico di frutti e di fiori: tutto ciò tu fai ajutandomi.
E qui si fermò come colpito da un forte pensiero, poi continuò:
— Infine... sai tu quel ch'io posso fare per te?... sai che da un atto, da un atto solo e rapido della mia volontà, dipende che tu dall'oggi al domani diventi a un tratto uno de' più gran ricchi del ducato di Milano...!
Il Baroggi si scosse a tali parole, e lo guardò fisso, e colla pupilla penetrativa parve addentrarsi in quella del Suardi, che si fermò ad un tratto impallidendo, poi:
— Vieni con me, soggiunse; e lo trasse in una camera attigua.
Il Suardi si tolse allora una piccola chiave che aveva in uno dei due taschini dei due orologi; salì su di un seggiolone di cuojo, accostò la mano per alzare un lembo della tappezzeria di damasco verde, foggiata a tenda; poi si rivolse ancora più pallido di prima, e ridiscese... e accostò la bocca all'orecchio del Baroggi. Questi era muto, e il cuore gli batteva per l'affanno della curiosità e dell'aspettazione.


VIII


Quando il Suardi ebbe messo il labbro all'orecchio dei Baroggi, si trattenne di colpo, come se un secondo pensiero avesse istantaneamente distrutto il primo; si trattenne, e a colui che stava in sull'ale:
— Quel che ti volevo dire te lo dirò domani. Il tempo passa, e se si giunge tardi non si fa nulla. Per ora, affinchè tu metta il cuore in pace riguardo alla purezza di quella fanciulla, ti propongo questo partito: se mai si riesce, come spero (chè allorquando una cosa la si vuole la si ottiene, purchè la volontà sia quella tale), se mai si riesce dunque a trarla dal monastero, ella rimanga, finchè sarà bisogno, presso tua madre. Tua madre che colle ginocchia logora i gradini degli altari, e si macera, poveretta, nelle preghiere e nei digiuni, pentita e strapentita e troppo pentita di avere... ma non richiamiamo il tristo passato, che, del resto, s'ella fu ingannata, non ha ragione di credersi colpevole, mentre non fu che una vittima. Tua madre sia dunque la sua custodia. Così tu non potrai avere più scrupoli... e mi presterai quell'ajuto, senza del quale non si può far nulla. Suvvia, coraggio... e pensa al tuo avvenire.
Capitò a molti, anche tra uomini i più tenaci del loro proposito, di avere a lungo respinte le insidiose insinuazioni degli scaltri con franchissimo coraggio, e che poi, o per qualche accidente inaspettato o per la stanchezza della lotta, si sentiron costretti a lasciarsi trarre nel laccio senza dir di sì e senza dir di no, e di seguire, sebbene contro genio, la volontà altrui. È sempre la storia del diavolo e delle sue tentazioni. Un tal fenomeno lo dovette subire anche il Baroggi. Quella uscita inaspettata del Suardi sulla facoltà che aveva detto d'avere, di poter cambiare dall'oggi al domani la fortuna di lui; le parole e i modi misteriosi onde egli avea toccato quel tasto, la tappezzeria rimossa dalla sua mano, quasi fosse per discoprire cosa della più alta importanza, e fino a quel punto gelosamente celata; tutto ciò gli mise una tale agitazione nel sangue, una tal commozione nel cuore, una tal confusione nella mente, che, in una parola, non si trovava nella condizione di prima. Egli sapeva la storia del Galantino, e la sua prigionia e la tortura subita e sopportata, e le carte importanti trafugate al defunto marchese, sicchè a queste cose egli corse di slancio col sospetto, appena il Galantino gli parlò con quel piglio misterioso. Allorchè poi quegli troncò il discorso, e, svoltandolo in un altro, propose al Baroggi di affidar la fanciulla a sua madre; non ebbe in quel momento il coraggio di costringerlo a palesar tutto, e d'altra parte non seppe persistere nel rifiutargli il proprio ajuto, perchè non voleva lasciarsi fuggir di mano l'occasione e il merito di poter penetrare in quel segreto, che era stato ed era, e, sino a quel punto, gli pareva che avesse dovuto continuare ad essere, il segreto di tutta la sua vita. Non rispose dunque nulla all'ultimo eccitamento del Suardi, bensì, come questi si mosse, gli tenne dietro sbalordito e pensoso e disposto a far tutto quello che colui avrebbe voluto in quel giorno. Così usciti dalla stanza, discesi in cortile, salirono nella carrozza che li aspettava, dicendo il Suardi:
— Strada facendo ti spiegherò il mio piano.
Mentre il signor Suardi, al pari di un comandante in capo, insieme col suo ajutante di campo, guardando di tratto in tratto l'orologio, si recava al quartier generale, lontano dalla mischia, e nel tempo stesso in situazione di accorrere al riparo, e d'improvvisare sul medesimo campo di battaglia un nuovo colpo strategico, quando mai un rovescio inaspettato fosse per mandare in dileguo il primo piano già da lungo meditato; i commessi incaricati della perquisizione, le guardie, gli sbirri, quelle col loro archibugio ad armacollo, questi colla sola sciabola girata dietro le reni, erano usciti dal palazzo della Ferma generale, e si avviavano difilati alla volta del monastero di San Filippo Neri. Le ventiquattro erano passate, e già stava per compirsi l'ora che ad esse succedeva. Il sole primaverile illuminava per carità qualche camerotto al quinto piano, dove degli estremi raggi stava approfittando con ansiosa sollecitudine qualche povera cucitrice, la quale voleva compir l'orlo di qualche camicia per risparmiare i tre soldi della popolana candela di sego. In quell'ora, nella chiesuola del monastero di San Filippo, nella parte ch'era segregata dal pubblico, erano discese la madre badessa, le suore maestre, le monache semplici, le converse, le incipienti, e il drappello delle educande. Il mantice dell'organo veniva caricato d'aria da due grosse e ottuse converse; intanto che, quasi a provare la quantità d'aria che era entrata nelle canne, e la propria valentia nell'arte, una mano percorrendo agilissimamente i tasti, ai profondi suoni della canna maggiore, con netta e rapidissima decrescenza, faceva succedere il sibilo acuto e flautato della canna ottavino. L'organo, come al solito, dava in sulla parte della chiesa aperta al pubblico, e i pochi che a quell'ora erano intervenuti, guardando attraverso la griglia di legno che dal parapetto dell'organo si alzava fino a due terzi della canna maggiore, vedevano per la luce di due ceri, i quali erano accesi al disopra della tastiera, muoversi tre teste. Ed eran le teste della suora maestra di canto fermo e d'organo, e di due fra le allieve più distinte in quell'arte. Di queste due, quella che, seduta alla tastiera, sbizzarriva colla mano velocissima, era la giovinetta Ada. Poco dopo, dall'altare, collocato dietro al muro che divideva la chiesa in due parti (e faceva riscontro all'altro posto oltre il muro, ed al quale si ufficiava per il pubblico), una suora intuonava le litanie della Beata Vergine; ad essa, le altre monache, le educande, il pubblico rispondevano, mentre l'organo colle sue echeggianti variazioni interpolava ogni tema di que' predicati, coi quali la più sublime poesia sgorgata dall'entusiasmo della fede e dell'amore decorò il nome di Maria.
Di qui passando altrove, il lettore può accompagnare di nuovo i commessi della Ferma, usciti dal palazzo dell'amministrazione generale per recarsi al convento, quando le litanie potevano essere al loro termine. Allorchè dunque il primo dei commessi, lasciati i compagni nella via di san Barnaba, entrava nell'ortaglia dov'era il nuovo casino del signor Suardi, per abboccarsi con lui, come aveva avuto ordine; la suora inginocchiata all'altare cantava già il concede nos famulos tuos, ecc., e quando, dopo avergli parlato, il commesso usciva frettoloso, in compagnia del sotto tenente Giulio Baroggi, aveva già rintronato sotto alle vôlte della chiesa il sub tuum e l'a periculis cunctis libera nos semper.
Una mezz'ora dopo, il commesso e il Baroggi e gli altri erano già entrati in monastero, e fu allora che quel gentiluomo amico di casa Ottoboni, galoppando per diporto in quei luoghi, e saputa la cosa, s'era affrettato a raccontarla agli amici, e innocentemente a mettere la tempesta nell'anima del giovane Crall, che divorando e tempo e strada, corse alla loggia dei compagni Frammassoni di San Vittorello.
Il sole era scomparso, da qualche tempo, e anche i luminosi crepuscoli di quella serena giornata s'erano spenti affatto, e qua e là lasciavasi veder nel cielo qualcuna delle stelle più premurose, allorchè sboccò dalla contrada di San Vittorello quella scelta schiera di Frammassoni giovani e frementi, armati tutti di spade e qualcuno anche di pistola; dispostissimi tutti a far nascere un tale scompiglio e un tal disordine, che fosse poi atto a provocare un ordine. Ed ora dobbiamo dire quello che, sebbene non sia indifferente, pur ci fuggì di memoria allorchè parlammo di quella loggia di Muratori; ed è che fra coloro i quali si trovavano presenti alla tornata, v'era un uomo che abbiamo conosciuto fin dall'anno 1750, e che, se non fu il primo, non fu nemmeno l'ultimo ad aver parte attiva negli avvenimenti d'allora; vogliamo dire il signor Lorenzo Bruni, violino di spalla per l'opera, e primo violino del ballo al teatro Ducale. Il lettore deve ricordarsi e della lettera che lo stesso Bruni scrisse da Milano al signor Amorevoli, tenore al teatro di Dresda, per dargli informazioni intorno alla figliuola della contessa Clelia V...; e com'egli fosse venuto a Milano onde conchiudere di presenza, co' signori ispettori del teatro Ducale, la scrittura di sua moglie, madama Gaudenzi-Bruni, per la prossima stagione di carnevale.
Or dunque si aggiunga al resto che il Bruni, venuto a Milano solo, era stato poi raggiunto dalla moglie e da un suo figlio giovinetto, il quale non aveva ancora tre anni (Chi avrebbe detto a noi che questo fanciullo, figlio di un tal uomo, dovevamo poi conoscerlo vecchio novantenne in riva al lago di Pusiano, perchè ci fosse anello di comunicazione tra il passato e il presente!) Aggiunga inoltre il lettore, che il Bruni, per esser diventato marito e padre, non aveva cangiato carattere, idee, aspirazioni, abitudini. Che anzi in quegli anni, avendo percorso mezz'Europa, più e più s'era infervorato nelle sue opinioni; che, siccome voleva la nuova onda delle cose, s'era ascritto alla loggia dei Frammassoni di Parigi, che s'era messo in comunicazione colle logge erette nelle principali città d'Europa, e che arrivato a Milano, e saputo della loggia milanese, avea sollecitato di mettersi in comunicazione con essa; ch'era stato de' più caldi ad esortarla perchè dall'inerte discussione passasse all'azione pratica. Infine che, sebbene non avesse più trentacinque anni, ma cinquant'uno, pure alla proposta di lord Crall, s'era messo in compagnia de' giovani più deliberati, sfoderando anch'esso la spada, e giurando su quella, come voleva il formulare.
Ed or presto vedrà il lettore fino a che punto sappiano giungere i maledetti ghiribizzi della fortuna e gli strani giuochi della combinazione; e come il signor Bruni ogni qualvolta inciampava nei ciottoli delle contrade di Milano, avesse a dar della testa anche nelle corna del diavolo, occasionando trambusti serj, e dovendo alla sua volta rimanerne vittima.


IX


Il generale in capo, ossia il Galantino, che, al pari del duca di Wallenstein, combatteva per proprio conto, aveva dato ordine al suo ajutante di cogliere, senza sgarrare d'un minuto, quell'istante in cui le monache e le educande, uscite appena dalla chiesuola, si sbandavano per diporto, a sparsi gruppi, lungo i corridoj ed i portichetti del monastero, aspettando che la campana le chiamasse in refettorio per la cena. E un tal ordine venne di fatto eseguito puntualmente; chè il giovine Baroggi era di quella tempra d'uomini che ponno dubitare a lungo prima di accettare un incarico; ponno anche averlo accettato contro la propria convinzione: ma una volta che hanno promesso di mandarlo ad effetto, non disputano più se sia buono o cattivo, onesto o turpe, utile o dannoso; si dimenticano delle proprie persuasioni e di se stessi, non da altro sollecitati che dal desiderio di farsi riconoscer degni dell'altrui fiducia. Avea insomma le qualità d'un perfetto soldato, il quale può disapprovare una battaglia, una mossa strategica, ma si lascia tagliare a pezzi piuttosto che mancar menomamente ad un comando ricevuto; con tali norme erasi comportato infatti nella sua condizione di sotto tenente della Ferma; disapprovava quell'istituzione, e vituperava le malversazioni legali; ma quando al confine comandava un picchetto di guardie, i contrabbandieri avevano con lui un malissimo giuoco. Allorchè dunque il piccolo esercito che era sotto la sua direzione fu alla soglia della porta del convento, la prima cosa fu di posare due guardie rappresentate dal loro fucile, ai due lati di essa; poi il primo commesso, seguito da tutti gli altri, entrò nel camerotto della vecchia custode del convento, che trasalì nel veder quell'uomo seguito da tanti altri armati. Ma il commesso, alla vecchia che, per un movimento istintivo, si alzò da sedere e fece alcuni passi per piantarsi in luogo da sbarrar loro l'entrata:
— Siamo i commissarj della Ferma, precedeteci, chè vogliamo parlare alla madre priora del convento. Fate presto e non temete, chè non si vuol mangiarvi, nè voi nè la madre priora nè le monache; e senza dir altro, sforzò, a così dire, il passo e varcò la soglia, ed entrò procedendo fino al secondo cortiletto del monastero, seguìto dal secondo commesso, da un sergente, dalle guardie, dagli sbirri e dal sotto tenente Baroggi che veniva ultimo e colla testa bassa.
Chi avrebbe detto alla pia fondatrice di quelle sacre mura che doveva venir giorno in cui, senza un rispetto al mondo, avevano ad essere violate da uomini profani, anzi dalla più ribalda feccia degli uomini profani? Ma la vecchia custode, volendo essere la prima a comparire innanzi alla reverenda madre priora, stupita e barcollante s'affannava a precedere que' giovinotti, di cui sentiva gli sghignazzi protervi.
Le monache e le fanciulle educande sfilavano in quel punto lungo un portichetto, per dove avevasi a passare. La vecchia, con quello spavento di chi ha in cura una nidiata di pulcini e osserva un gatto che li guarda e li fiuta:
— Aspettate! esclamò con un certo accento, nel quale si sentiva che il tremito della paura materiale era confuso all'indignazione. Aspettate! chè la reverenda madre priora viene in coda a queste.
V'è una certa specie di rispetto e di riguardo che è provato anche da' più ribaldi, persino allora che sono ubbriachi. Tutti adunque si fermarono, mentre il Baroggi, che stava dietro a tutti, si portò anch'esso in linea per guardar le fanciulle che passavano: e guardò infatti, e vide quella che cercava.
Intanto, allo spettacolo nuovo e inaspettato di quelle faccie, di quelle armi, di quelle canne lucenti d'archibugi, s'era messo uno strano bisbiglio e scompiglio tra quella lunga fila di monache e ragazze; e s'udirono anche esclamazioni di sgomento; e si videro anche alcune uscir dalla fila, e affrettare il passo, e svoltare chi per una parte, chi per l'altra.
Sostati i commessi e il sotto tenente Baroggi alla testa delle guardie, la vecchia portinaja volgendosi alla madre priora, che già aveva intraveduto quegli uomini armati, con quel senso di stupore che non era e non poteva essere sgomento, ma somigliava piuttosto al turbamento confuso di un cattivo sogno:
— Reverenda madre, le disse con voce gutturale e pecorina, questi uomini sono entrati, perchè hanno voluto entrare e perchè tengono un ordine da quelli che comandano.
La madre priora, fattasi presso ai commessi della Ferma, che alla lor volta si avanzarono verso di lei:
— Che cosa vogliono, loro signori? disse.
Le parole non erano che queste, ma le pronunciò con quel piglio grave, severo, burbero, di chi, preposta da trent'anni al governo del monastero, teneva l'abitudine del comando più assoluto e inesorabile, ed era avvezza ad essere impreteribilmente ubbidita.
Se la madre priora avesse avuto maggior pratica di mondo, è certo che non avrebbe parlato con quell'accento a quei rozzi uomini, i quali erano usi anch'essi a non sentirsi contraddetti.
— Noi siamo i commissarj della Ferma, rispose con piglio più rozzamente burbero il primo dei commessi; e se siamo qui, vuol dire che ci possiamo stare; del resto, per un di più, veda vostra maternità l'ordine che teniamo dai nostri padroni.
La reverenda madre lesse l'ordine scritto, poi soggiunse: Questo non sarà mai.
Il primo commesso guardò in faccia al collega a quell'uscita inaspettata della priora; il secondo commesso guardò al sotto-tenente Baroggi, il quale, levatosi già da qualche tempo il cappellino a tre punte, si avanzò facendo un profondo inchino alla reverenda.
La gioventù, il bell'aspetto e gli atti di cortesia costituiscono sempre una buona raccomandazione in quasi tutti i casi della vita: e tanto ciò fu vero in quell'occasione, che alla reverenda, senza ch'ella il volesse, anzi senza che nemmeno pensasse a volerlo, si spianarono di tratto gli aggrottamenti del ciglio, e si sciolsero due profonde rughe che le si eran fatte ai lati della bocca contorta.
— A vostra maternità, continuava il Baroggi, raddolcendo più che poteva la voce, dev'essere noto l'editto pel quale è data facoltà alla Ferma generale del tabacco di mandare i suoi commessi anche nell'interno de' monasteri a fare perquisizioni, quando vi sia presunzione che in qualcuno di essi siasi nascosto del tabacco proibito.
— Che... che cosa... cosa mi tocca di sentire?
— Vostra maternità si degni ascoltarmi; la colpa non è nè della Ferma nè di noi, e molto meno della vostra maternità reverenda se fu riferito trovarsi appunto nascosta in questo convento una grande quantità di tabacco proibito. Io sono persuaso che questa possa essere stata una denuncia infondata... fors'anche la calunnia di qualche malevolo: ma siccome la legge parla chiaro, e parla chiaro e forte anche contro di noi se ci rifiutiamo a fare il nostro dovere; così vostra maternità deve permettere che la legge venga in tutto e per tutto eseguita.
Quantunque il Baroggi parlasse a voce alta, veniva essa però soverchiata dal bisbiglio e dalla pispilloria di tutte le monache e fanciulle che si erano affollate sotto al portico, tanto che le arcate echeggiavano di quell'insolito frastuono raccolto in un sol punto. Le monachelle più paurose, in prima fuggite, eran tornate, attratte dalla curiosità irresistibile; le più audaci s'erano stipate in densa schiera presso ai nuovi venuti; le più adulte fra le semplici educande facevano luccicare, mentre parlavano, i loro vivaci e non più timidi occhi sul bello e giovane soldato che parlava. E non si può nemmeno sgridarle, poverette, giacchè dal momento che non erano destinate alla vita claustrale, la figura del giovane colla sua assisa brillante e la sciabola lucente, che staccava sovra di un fondo cupo occupato dalle figure severe della priora e delle suore maestre e dalle nere loro vesti, quasi somigliava all'effetto che un cielo azzurro, riflesso da un lago, produrrebbe su chi uscisse da un luogo tenebroso, dove sia stato a lungo per altrui volontà.
Ma la reverenda, dopo aver girato un severissimo sguardo su quella truppa di giovinette che facevano tanto rumore, e intimato loro il silenzio:
— Non nego la legge, disse, nè l'ordine che tenete da chi l'ha fatta; ma prima che io vi permetta di passar oltre, dovrò parlare alla nobil donna conservatrice di questo sacro asilo. L'autorità sarà informata di tutto... e allora... quando essa persista nel suo comando... voi potrete adempire al debito vostro.
Il primo commesso a queste parole si permise di ridere villanamente; e per ispirito d'imitazione fecero lo stesso e il secondo commesso e le guardie e gli sbirri. Per verità che la reverenda madre l'aveva detta grossa; ma ella non era poi obbligata ad intendersi molto dei diritti della finanza.
— Madre reverenda, soggiunse allora il Baroggi, mentre saettava un'occhiata come di rimprovero a quei profani irrisori, noi non siamo obbligati ad aspettare altri ordini dell'autorità; anzi il nostro obbligo preciso è di non aspettarne alcuno. Bensì vostra maternità potrà sempre raccontar l'accaduto alla nobile conservatrice del monastero, perchè essa provveda a far mettere questo convento sotto la protezione di un privilegio straordinario.
Il sotto tenente non avea quasi finito di pronunciare queste parole, che il commesso, perduta la pazienza:
— Orsù, andiamo! disse al collega ed alle guardie. Noi sappiamo, madre reverenda, dove fu nascosto il tabacco; non abbiamo nemmeno bisogno di scorta; e così dicendo varcò l'arcata del portico, seguito dai soldati.
Il Baroggi lasciò fare, e si ritrasse in coda. La madre badessa, coraggiosa della propria autorità e di quello zelo ardentissimo di religione che mette agli ultimi gradi tutti gli altri rispetti, fece, quantunque vecchia, due passi rapidi e si piantò innanzi al commissario, e:
— Nè voi nè i vostri passerete per di qui, disse. Ma in quella le suore maestre e coadjutrici le si fecero intorno come per trattenerla onde il commissario e le guardie passarono oltre, fulminati dai solenni anatemi di lei, fino a che, nell'eccesso dell'affannosa sua indignazione, ella cadde come spossata e svenuta nelle braccia di quelle che la circondavano. Allora crebbe più che mai il susurro delle suore atterrite e indignate; allora s'udirono voci alte e querule; e persino qualche scoppio di pianto di qualche fanciulla commossa; allora, chi si fosse trovato là, avrebbe potuto assistere al vario modificarsi delle varie indoli delle fanciulle ivi raccolte: chè alcune eran passivamente atteggiate; altre, non trattenute da nessun riguardo, si sentivano tratte a seguir quelle guardie per ispiare i loro passi; altre osavano perfino di far sentire qualche mal compresso cachinno di riso; ed eran forse le più riottose tra le educande, quelle che più spesso avevan subita la severità della madre superiora, ed erano incoercibili dai castighi, e sospiravano di uscire a respirar l'aria libera del mondo.
Quando i perquisitori si trovaron soli in un androne, il Baroggi li trattenne, e disse:
— Or che volete fare senza la presenza di tre o quattro di codeste suore maestre, giacchè alla reverenda superiora è venuto un deliquio? Sapete bene che, affinchè la perquisizione sia legittima e non dia luogo a recriminazioni ed a gravami per parte de' perquisiti, bisogna che il processo verbale venga sottosegnato da qualcuno di loro. Perciò è necessario che faccian testimonianza del nostro operato tre o quattro di codeste suore, le quali, se sono ragionevoli, non devono ritenersi in pericolo per trovarsi in mezzo a noi, protette come sono naturalmente dalla loro vecchiaja e dalle grinze impresse nella loro faccia dalla devozione e dalla penitenza. Or lasciate che io vada a supplicarle perchè vogliano seguirci, intanto che la reverenda superiora attende a ricuperare i sensi smarriti.
E coloro, a tali parole, si fermarono, ed il Baroggi retrocesse per far quanto aveva detto, ma più ancora per ripassare tra la schiera delle giovinette educande, in mezzo alle quali il suo occhio acuto aveva già scorto quella per cui era stata ordita una trama tanta complicata e pericolosa. Ritornato così nell'atrio, diede un'occhiata ai varj gruppi che s'eran sparpagliati qua e là sotto ai portici; s'accostò a quello dove rivide l'Ada; rispettosamente e col miglior garbo s'accostò, e:
— Dove si son ritratte le reverende suore maestre? domandò.
Più d'una rispose a quella domanda; e il Baroggi sentì anche la voce della fanciulla Ada; e più d'una si mosse per andar a cercare di quelle venerande che, nella confusione e nella preoccupazione del deliquio della madre superiora, non avean pensato a non lasciar sole le loro giovinette allieve; e si mosse anche Ada. Se non che il Baroggi, colto il punto, lesto e sommesso: «Ella aspetti... le disse; nell'ortaglia v'è chi dee parlarle. Si volga per di là, la supplico...», e via ratto come se nulla fosse, camminando sui passi delle giovinette che s'eran mosse in cerca delle maestre.
Ada, a quelle parole del Baroggi, trasalì e stette immobile alcuni istanti, e pareva un leggiadro simulacro marmoreo che rappresentasse l'incertezza. Se non che, allorchè vide ritornar il Baroggi seguito da tre fra le venerande madri, ella uscì dalla immobilità, senza però uscire dalla perplessità affannosa.
In quel punto la confusione nel convento era giunta a quel grado che non pareva potersi dar la maggiore. Chi andava da una parte, chi dall'altra; chi stava origliando presso l'androne dov'erano entrati i perquisitori; chi, salito che fu il Baroggi coi compagni e colle tre suore nella parte superiore del monastero, tenne lor dietro per non saper vincere la curiosità; chi si recava a domandar della salute della madre superiora; chi, tra le giovinette più ottuse, più apatiche e più sensuali, giacchè era l'ora della cena, aveva messo il piede in refettorio, sollecitata dal giovanile appetito che non lasciava scorgere al mondo cosa veruna, la quale avesse maggior importanza d'una buona minestra; chi tra le più maliziose e ribaldelle s'ingegnava a far chiose astute ed epigrammatiche sull'avvenuto. Solo Ada non faceva parte nè dell'una nè dell'altra schiera.
Da molti e molti giorni ella avea cessato di mettere in comune i proprj coi pensieri, colle cure e colle abitudini infantili delle compagne. Ella avea smarrita l'allegria delle amiche spensierate, avea perduto l'appetito delle amiche prosperose e placide; non sentiva la tentazione d'imitare le più astute e le più riottose; in una parola, non trovavasi più in monastero che colla presenza materiale, perchè col pensiero e col cuore trovavasi assiduamente altrove.
Da alquanti giorni non aveva potuto vedere il giovane Suardi, perchè, siccome sa il lettore per le parole che la nobil conservatrice del monastero disse già a donna Paola, era trapelato qualche vago sospetto alle monache maestre, e queste, tenutala d'occhio, non l'avean mai lasciata sola; però la fanciulla si crucciava, e continuamente andava almanaccando sul modo di poter eludere quell'assidua vigilanza. Nè mai si era attentata di affidare il suo pericoloso segreto a nessuna delle compagne, nemmeno ad una che, pari a lei d'età e sua vicina nella camerata, avea preso ad amarla svisceratamennte, sebbene coll'amore più d'una madre o d'una sorella maggiore che d'una compagna. Codesta sua amica, figliuola d'un marchese Crivello, era piuttosto cagionevole di salute, graziosa nel volto, ma tanto quanto deformata dalla rachitide, fornita d'ingegno fuor dell'ordine comune, e infervorata di così religioso zelo, che quasi parea tramutarsi in quello che suol chiamarsi abito bigotto e scrupoloso. Essa erasi accorta del segreto di Ada, ma avea taciuto. Amorosa, previdente e prudente, pensava di vegliarla dappresso e di fare, per quanto era in lei, la cura di quel male senza avvisarnela. Interrogata dalla superiora e dalle maestre sul conto di Ada, quando s'eran messe in qualche apprensione, e interrogata appunto perchè la conoscevano come la miglior sua confidente, ella tacque, ed anzi cercò stornare i sospetti, per stornare i castighi dall'amica. Bensì coi modi più gentili nel discorso abituale, avea tentato distogliere i pensieri di Ada da quella direzione che loro avea comunicata la passione. Sempre adunque trovandosi seco, perché anche Ada la ricambiava d'affetto sincero, e in que' giorni le stava più del solito accosto, accadde che, nel momento in cui il Baroggi s'era avvicinato al gruppo delle educande dove di volo avea veduto la fanciulla Ada, questa parlasse precisamente colla Crivello. Bene l'inchiesta del Baroggi aveva diviso quel gruppo di fanciulle, ed Ada era rimasta sola un istante fuggevolissimo con lui, ma la Crivello s'avvide che era corsa qualche parola. S'avvide e tacque, e si dilungò facendo mille pensieri, e fermandosi non veduta a guardare Ada rimasta immobile e concentrata.
A questo punto eran le cose nel monastero, quando un sordo muggito di voci confuse di popolo affollato e battimani e fischiate, contemporaneamente rintronarono nel monastero; poi fu sentito un colpo secco d'archibugio squarciar l'aria, ripercosso in degradate oscillazioni.


X


Quelle grida, quello scoppio di fucile giunsero fino al dormitorio delle maggiori educande, dove i commessi della Ferma avevano già trovato, lungo il cornicione che lo rigirava, buon numero di boette di tabacco, con gran meraviglia delle tre suore vegliarde che assistevano, dichiarando ad ogni minuto la loro assoluta ignoranza di quella contravvenzione; e le grida e la detonazione inaspettata colpirono di vario stupore i commissarj, le monache e il Baroggi, che, senza dir parola, uscì e discese precipitoso nel cortile. Accorreva in quel punto la vecchia portinaja, accorreva una delle due guardie state collocate ai lati della porta del monastero. Sotto l'androne della porta si sentiva un crescente frastuono, in mezzo al quale spiccavano voci d'ira veementissime; e quasi contemporaneamente fu invaso il cortile dalla folla. Il Baroggi stupefatto si guardò intorno e cercò la via dell'ortaglia che gli era nota, e, quando fu in quella, vide una fanciulla che fuggiva seguita da un'altra che cercava trattenerla. Egli credeva che Ada si fosse già recata nell'ortaglia, ma la ravvisò in quella che affannata correva precipitosa, quasi si schermisse dall'altra, e la raggiunse.
— Siete la signora Ada, disse quando le fu presso. Suvvia, affrettatevi. Un gran precipizio vi sta sopra. Ma chi è costei?
L'Ada e la Crivello non parlavano. Allora il Baroggi prese la prima per mano e la trasse con sè.
— Che tentate di fare? disse allora la Crivello.
— Zitto... voglio salvarla.
Allora la Crivello afferrò con quanta forza aveva la veste dell'amica. Questa tentò sciogliersi, esclamando sommessa: — Deh lasciami, per carita! Ma la Crivello si avvinghiò ad Ada con invincibile tenacità, e:
— Bada a te, diceva, la mia povera Ada. Ma, intanto, l'una fuggendo, l'altra trattenendo, il terzo inseguendo, eran tutti pervenuti nell'ortaglia. Una voce maschile fu udita in quel punto. Il Baroggi la riconobbe; Ada ne trasalì.
— Sei tu? ripeteva quella voce: era il Suardi.
— Son io, rispondeva il Baroggi.
— Or che avvenne di Ada?
— Zitto. Ella è qui; e il Baroggi, non sapendo che fare, giacchè la fanciulla a lui ignota teneva strettamente abbracciata Ada, le prese ambedue in un fascio, e di peso le portò fino a quella parte del muro di cinta dove era un uscio. Là stava in piedi il Galantino, tra il muro e un'imposta semichiusa.
— Siete voi? esclamò allora il Baroggi, ecco qui. Ma sono due invece d'una sola. E dal peso mi pare che sieno svenute e l'una e l'altra.
— E che vuol dir ciò?
— Che quando si vuol strappare una rosa di furto e in fretta, due o tre se ne strappano in una volta, e si rovina l'arbusto. Ecco qui, ed or prendete, chiudete, mettetele in carrozza e via come il fulmine; se no va a succedere un gran precipizio.
— Ma che vuol dire che ho sentito un colpo di fucile?
— Vuol dire che la faccenda è seria più di quel che pare, e v'è un mistero che non comprendo... m a sostenete queste ragazze, e salite in carrozza, e sopratutto badate a non passare innanzi alla porta del convento. Il popolo par che sia uscito dai gangheri affatto, ed è penetrato in convento.
Il Galantino non rispose, prese in braccio quel fascio di due fanciulle, e quando fu per richiuder l'uscio di cui gli aveva data la chiave il ribaldo ortolano:
— Vieni anche tu, disse al Baroggi.
— Non sarà mai, rispose questi; il Baroggi non è mai fuggito innanzi al pericolo, e or vedo che si ha a menar le mani. Addio dunque, e se nella mischia si dovesse lasciarci la pelle... chi sa mai? fate che quella fanciulla non mi maledica... rispettatela e fatela felice... Poveretta!... Addio dunque.
Il Galantino non aggiunse verbo, e chiuse l'uscio del muro di cinta. Il Baroggi stette fermo un istante ancora a quel posto. Tese l'orecchio... e raccapricciò nell'udire una confusione di strilli femminili; e gli parevano ululati di naufraghe che si mescolassero al muggito di un mare tempestoso. Tese l'orecchio, e sentì il precipitoso trotto di due cavalli e il rumore di una carrozza. Allora volse gli occhi al cielo tutto stellato: — Oh Dio, esclamò, che mai feci? Oh povere ragazze! e ripetè la via dell'ortaglia desolato e cupo.
Allorchè poi dall'ortaglia ei mise piede entro il recinto del monastero, que' dieci o dodici campioni della frammassoneria che, seguiti da una densa onda di popolo, avevano forzata la porta del monastero e atterrata, anzi uccisa quella guardia che aveva lasciato partire il colpo d'archibugio, si trovarono dirimpetto alle guardie della Ferma, le quali, partito il Baroggi e sentito crescere il tumulto, erano discese a furia sotto il portico. Impegnatasi una fiera mischia, come se il cortile del monastero fosse un campo di battaglia, le monache e le fanciulle atterrite affacciandosi agli ingressi, fuggendo su e giù per le scale, attraversando i corridoj continuavano ad assordar l'aria di grida di spavento. Il Baroggi, vista quella scena e osservando i proprj compagni impigliati in quella lotta disuguale, chè il popolo ajutava gli assalitori, onde le guardie della Ferma erano percosse da tutte le parti, sentì il sangue salire alla testa, e cieco di furore, sfoderando la sciabola si fece largo tra il popolo, dando giù a dritta e sinistra; ma qual fu la sua meraviglia, quando si vide dirimpetto que' gentiluomini, dei quali conosceva alcuni che erano delle prime famiglie di Milano! I colpi erano corsi senza pietà, onde il sangue non mancava; vide cadere due dei proprj, vide atterrati tre degli avversarj. Ed egli, parando colla sciabola un colpo di spada che gli veniva calato dal giovine lord Crall, ch'ei conosceva benissimo:
— Ma che demonio v'ha inspirato? gridò. Che c'entrano le guardie della Ferma se adempiscono gli ordini della superiorità? Dovevate andare al palazzo dell'ammistrazione, se avevate senno e coraggio e...
E in quella si sentì gridare: «lasciate il passo, il passo, il passo.» Poi una voce sgangherata che tuonava: «Fermi tutti, o vi faccio abbruciare in questo cortile a schioppettate.»
Il popolo naturalmente fece ala. Due padri cappuccini entravano insieme con un grosso picchetto di soldati del reggimento Clerici, comandati da un tenente, che era quello che gridava stentoreamente.
Quella quarantina di soldati di milizia regolare, che i cappuccini, saputo lo scompiglio, erano andati a prendere alla vicina caserma di San Barnaba, circondarono le guardie assalite e i gentiluomini assalitori, e i colpi cessarono, se non cessò il sangue di scorrere. La folla che, allorquando i soldati fecero largo, ebbe teste e stomachi e ventri percossi e scompigliati spietatamente dai colpi di calcio, di necessità si fece più rada. Un po' di calma sottentrò al tafferuglio inaudito di prima, un po' di silenzio successe al frastuono che parve aver voluto far crollare le mura del monastero. Cinque uomini erano stesi sul selciato del cortile; nè in quel primo istante si ebbe tempo di vedere se erano morti o feriti.
— Che cosa dunque è stato tutto questo fracasso? domandò il tenente a quelli ch'eran là accerchiati.
— Noi non possiamo saper nulla, rispose il Baroggi. Noi siamo qui per ordine della superiorità. E s'è scoperto molto tabacco proibito in convento. Ecco tutto. Cosa poi sien venuti a fare questi signori non si sa.
— Siamo venuti a far giustizia noi, gridò lord Crall, giacchè nessuno non sa più farla qui. Siamo venuti a dare un esempio, e a lasciare un segno che faccia risensare gli stolidi che hanno voluto sguinzagliar questa canaglia nell'asilo delle sante vergini. Ecco cos'è stato.
Il tenente del reggimento Clerici non rispose nulla nè al Baroggi, che nella sua qualità di soldato urbano al servizio della Ferma era tenuto in dispregio dagli ufficiali della milizia regolare; nè a lord Crall, che conosceva e stimava, ma al quale non poteva dar ragione, per la gran ragione che in faccia alla legge colui aveva torto. Soltanto si limitò a dire:
— Io non sono un auditore, nè un attuaro del Capitano di Giustizia, e non c'entro a metter parole in questa faccenda. Bensì è mio dovere di farli scortar tutti, illustrissimi signori, e di farli consegnare al Capitano di Giustizia per l'appunto. Mi rincresce che sia toccato a me un così odioso incarico. Ma lor signori farebbero lo stesso se fossero ne' miei panni.
— È giusto, disse lord Crall; e noi promettiamo di consegnarci al Capitano, e diamo perciò la nostra parola d'onore. Soltanto vi prego di prestare soccorso a questi carissimi miei amici che sono lì distesi per terra. L'uno è don Giorgio Porro, l'altro è un conte Rusca, quello là, che mi par morto, è uno Stefano Pecchio.
I Frammassoni superstiti partirono poco dopo, seguiti alla lontana da una mano di soldati. Le guardie della Ferma, i commessi, il Baroggi uscirono anch'essi, con promessa di esser pronti alla chiamata del capitano.
I cinque stesi per terra, assistiti dai due cappuccini, vennero fatti porre su altrettante barelle, e trasportati nel loro convento.
Quella medesima notte nel palazzo del Capitano di Giustizia furono esaminati coloro che si consegnarono e fu steso il processo verbale, presente il signor tenente del reggimento Clerici, che nel processo, veduto da noi, è firmato tenente Angelo Birago di Casal Monferrato. Il processo reca anche i nomi degli accusati, e sono i seguenti: don Giorgio Brentani, Guglielmo lord Crall Pietra Incisa, Gaspare Antolini avvocato, Carlambrogio Negri negoziante, Lorenzo Bruni professore di violino, Amilcare de Brème, Vincenzo Ghisalberti.
Nella medesima notte, uno dei due cappuccini accorsi al trambusto, per ordine della reverenda superiora del monastero di San Filippo Neri, riferì al Capitano, con nota scritta e firmata dalla madre priora e da tre suore maestre, come non s'eran più trovate in convento due tra le maggiori educande del monastero. Donna Giacoma Crivello dei marchesi Crivello, e donna Ada V..., figlia della contessa Clelia V..., tutelata, per esser assente la madre, da donna Paola Pietra Incisa.
Il giomo dopo, tutta Milano, anzi tutto il Ducato, fu pieno di codesto avvenimento, e, com'è naturale, fu portato a cielo il coraggio di quelli che avevano affrontata la guardia della Ferma per dare un esempio solenne. Ma insieme colle grandi lodi e coi lamenti pel loro arresto, corse anche la voce che coloro erano frammassoni; perchè, ad onta che il cardine fondamentale della frammassoneria fosse il segreto, pure, nei tre periodi dell'esistenza di quella società in Milano, anche per testimonianza di molti vecchi che vivono oggi, il pubblico conosceva molti degli ascritti ad essa, ond'erano additati comunemente siccome oggetti di speciale osservanza, a dispetto del tanto raccomandato segreto. Se non che una tale notizia fu un lampo che suggerì al Suardi il modo di gettar la confusione nelle teste del pubblico e dell'autorità.
In quel dì stesso trovatosi insieme col Baroggi, dopo aver parlato molto di molte cose con esso lui, il Suardi, cacciandosi di tratto a ridere:
— Ma sai tu, disse, che quegli originali pare che siano stati pagati espressamente da noi?
— E in che modo?
— È presto capito. All'autorità ora è noto che coloro sono Frammassoni. Tu sai che se molti dicevano che la loro esistenza avea per iscopo la propagazione dei lumi e il vantaggio del popolo, altri assicuravano che celavano, sotto questa bella apparenza, fini turpi e disonesti. Or è facile far pendere tutti i sospetti da questa parte. A che sono venuti ad assalirci? per cogliere l'occasione di gettar lo scompiglio in tutti e trafugar due fanciulle. Va benissimo; ciò almeno par assai chiaro. Ma c'è di più; e un sospetto ne genera sempre degli altri. Sappi dunque, che quel lord Crall lo vedevo a galoppar di frequente nelle vicinanze del monastero. Ora ho pensato che potesse essere innamorato di Ada... e ciò è naturalissimo, essendosi egli trovato seco spesse volte nella casa della propria madre. Del resto, che ciò sia o non sia, non importa; basta che sembri, e che l'accusa lanciata contro lui d'aver tese le insidie per farla trafugare, abbia tutte le apparenze della verità... Una nota di tal genere, senza firma di nessuno, sta da qualche ora nelle mani del signor Capitano... Ah! ah! va benissimo... E a te, che ne pare? È bella sì o no? Ma davvero che la fortuna è la mia schiava più devota... e t'assicuro che darei del capo nel muro, quasi incredulo di così strana combinazione! Or che fai tu che stai così serio?
— La rete è lunga e larga, rispose il Baroggi, e ci siam dentro anche noi... e quella povera mia madre. Ah no, per Dio, che non c'è tanto da ridere.
— Sta tranquillo, Giulio, te l'ho già detto jeri: il mio blasone è la coda del diavolo in campo rosso.

LIBRO OTTAVO


I discorsi di casa Ottoboni. — Parole di donna Paola Pietra intorno all'impresa dei Liberi Muratori contro i commessi della Ferma. — La contessa Arese e le dame del biscottino. — Dialogo tra l'Arese e donna Paola. — La calunnia. — Il caffè Demetrio e il maggiordomo Carlantonio Baserga. — L'abate Parini. – Il pubblico e il Galantino. — Donna Ada V... e donna Giacoma Crivello. — Il conte V... e il decreto del Senato. — Un sermone morale. — Il lago di Como. — La contessa Clelia V... — L'abate Frugoni e Condillac. — Da Casal Pusterlengo a Lodi. — Il figlio di Lorenzo Bruni. Suo racconto. — Donna Paola, la contessa Clelia e la Gaudenzi. — L'avvocato Strigelli. — Cattura de' Liberi-Muratori. — Il Galantino e il Baroggi.



I


Nella notte in cui avvennero i gravissimi disordini raccontati, la conversazione di casa Ottoboni, che sul tramonto era sparpagliata in varie sale e sui terrazzi, si raccolse tutta in due salotti, in uno dei quali continuarono i discorsi; nell'altro gli abitudinarj si unirono per giuocare all'ombretta spagnuola, all'arduo tarocco, allo scientifico scacco.
A quei convegni serali interveniva anche donna Paola Pietra, e nella sua tarda età, per consueto, sedeva al tavoliere e giuocava a tarocco col padre Frisi, col questore conte Pertusati, che allora era il prefetto della nobilissima scuola di san Giovanni alle Case Rotte, col maestro Galmini, ed altri; e qualche rarissima volta si faceva al pianoforte colla contessa Agnese, la maestra di musica già da noi nominata, sorella della celebre Gaetana, quando quella supplicava d'eseguire qualche pezzo celebre o dell'abate Stefani, o di Scarlatti, o dell'abate Clari, o di Hasse, o d'altri. Ci pare di aver detto più d'una volta come tutta la città di Milano, tanti anni addietro chiamata dalla valentia straordinaria di donna Paola, aveva avuta l'abitudine di accorrere in folla alla chiesuola del monastero di santa Radegonda, quand'ella monaca professa o cantava mottetti e responsorj, o suonava l'organo. Però ella non aveva dismessa affatto la pratica di quell'arte, e anche nella sua vecchia età, nei ritrovi più intimi, si lasciava indurre a dar saggio della sua ancor abile mano, quando ne veniva pregata o importunata.
Quasi dunque ogni sera ella interveniva in casa Ottoboni; vi si fermava fino al tocco della campana, alla qual ora o veniva a prenderla la carrozza, o se il tempo era bello e l'aria mite, veniva a pigliarla il suo figlio Guglielmo, il quale viveva con essa nel più ammirabile accordo; e così pedestri, seguiti dal servitore col lampione, si rincasavano, per ritirarsi, ella a riposare, lord Guglielmo a studiare fino a notte tardissima.
Anche in quella sera donna Paola Pietra, sul tardi, come soleva, recossi in casa Ottoboni. Essendo stata bellissima la giornata, lord Guglielmo aveva detto al carrozziere di non attaccare per quella sera, ch'egli stesso avrebbe accompagnato a casa sua madre. Spesse volte poi il padre Frisi e il Parini e l'avvocato Fogliazzi si facevan con loro, e così lentissimamente passeggiando e qualche volta scegliendo apposta la strada più lunga, continuavano la conversazione e qualche volta anche salivano tutti in casa Pietra Incisa a bere l'acqua cedrata. La partenza precipitosa di lord Crall, all'annuncio che il monastero di San Filippo era stato invaso dalle guardie della Ferma aveva provocato i parlari e messo in movimento le congetture fra quanti erano là radunati in casa Ottoboni. Però, quando venne donna Paola, fu un accordo tacito di tutti di non farle motto alcuno di quel ch'era successo.
Soltanto quand'ella si fu adagiata nel salotto da giuoco a farvi una partita al tarocco coi soliti suoi competitori, la ciarla continuò più abbondante e più investigatrice e più fiscale di prima nella sala della conversazione. In tal modo era trascorsa qualche ora di notte, allorquando entrò l'avvocato Rejna, il padre, crediamo, del noto bibliofilo, che di quando in quando aveva l'abitudine di frequentare quella casa. Entrò circospetto e, con un'aria di mistero che svegliò la curiosità in tutti quanti, chiamò in disparte l'abate Parini, e:
— Guai, caro abate, guai serj. Un disordine, un parapiglia da non imaginarsi il secondo in mille anni.
— Che cosa è successo? — domandò il Parini.
— Prima di tutto... è qui donna Paola?
— È qui.
— Male. Avrei voluto che fosse a casa sua.
— Ma di che si tratta?
— Una compagnia di cavalieri e d'uomini civili con spade e pistole sono entrati nel monastero di San Filippo.
— C'era lord Crall?
— Sì... e sono entrati coll'intento di dare alle guardie della Ferma una lezione che loro lasciasse il segno, e da far nascere un tale scompiglio da costringere l'autorità ad abrogare l'editto del mese di aprile; e lo scompiglio è nato in fatti, ma di tal sorta che sono rimasti in terra cinque tra morti e feriti, e dovettero accorrere i soldati del reggimento Clerici... e lord Crall...
— Che? È forse morto?
— No, ma fu condotto, anzi scortato al Capitano di giustizia insieme con altri sei o sette... tra cui vi sono due che furono vostri scolari, e v'è il figlio del banchiere Negri... quell'accattabrighe...
— Oh che caso!
— Or cosa credete di fare? Dobbiamo dire il fatto a donna Paola?...
— Domando a voi come si fa a serbare il segreto con quella donna; con quella donna che avanza gli uomini in consiglio e prudenza e fermezza. E poi già... quello che non saprebbe stasera, saprebbe domattina, e avrebbe ragione di lamentarsi con noi; e poi, non vedendo a comparire suo figlio, passerebbe una notte di spasimo. Un male che si conosce è sempre meglio di un disastro che si teme e si ingrandisce coll'imaginazione.
La faccia espressiva del Parini, e il suo grand'occhio, in quel punto insolitamente espanso, e la fronte spaziosa e pura su cui appariva, quasi a dir, la fuga dei veloci suoi pensieri; e ciò, dopo quell'aria di mistero onde lo aveva chiamato in disparte l'avvocato Rejna, provocò l'attenzione di quanti stavano parlando nella sala; di modo che la marchesa Ottoboni s'accostò ai due interlocutori, chiedendo che cosa era avvenuto; e quasi contemporaneamente quanti eran seduti si alzarono, e alle loro domande l'avvocato dovette ripetere quello che aveva detto al Parini.
— Ah me l'era imaginato, diceva uno.
— In quanto a me avrei sospettato qualunque cosa fuorchè questa...
— Ma che interesse... che desiderio... che smania... Non ci capisco niente affatto io...
— Quello che non avete capito voi aveva capito io da un pezzo... (e chi parlava era una dama).
— Che cosa avete capito?
— Lord Guglielmo ha ventisei anni ed è letterato... ed è fantastico... e in monastero c'è qualche ragazza che ha più di quindici anni.
— E che?... Volevate che fosse geloso delle guardie della Ferma?...
— Altro che gelosia... paura e spavento... e fin qui non ha torto... Da soldati in convento non c'è da attender nulla di buono.
— Donna Gioconda egregia, disse il Parini con ironia severa alla bella e giovane e maliziosa dama che parlava sommesso, ma non abbastanza perchè non