Giuseppe Rovani
CENTO ANNI
PRELUDIO
Maggior
follia non v'è
Che,
per godere un dì,
Questa
soffrir così
Legge
tiranna.
Alle
cadenze di questa cabaletta il teatro parve dividersi in due per lo
scoppio d'applausi.
Vengano ora i musici gridava un giovinotto ora che
finalmente questo Amorevoli canta come un uomo e non come una donna.
Il
tenore Amorevoli diffatto fu il primo che, per l'ineffabile dolcezza
d'una voce naturale e pel gusto squisitissimo del suo canto, fece
sperare che col tempo si potesse far senza de' musici. Ma così
non la pensavano i vecchi, uno de' quali diceva indispettito:
Tutto va bene, ma bisognava sentire Carestini a cantar quest'aria.
Egli aveva gli estremi dei bassi e degli acuti, tanto che il Ciardini
tenore disse, che voleva farsi evirare per poter cantare il basso
come lui.
E dove lasciate Cafariello? diceva un altro che portava ancora
la parrucca a riccioni; giammai uomo mortale spinse così
lungi l'audacia del canto.
E Bernacchi il patetico?
E dove lasciate Egiziello, il grande, l'unico Egiziello, il re
dell'espressione? fu egli che nell'opera Artaserse fece
piangere tutta Roma per questo solo accento:
E
pur son innocente.
E
dopo lui Guadagni e Salimbeni e Monticelli e Reginelli e Garducci e
l'Elisi; se il men valoroso di costoro fosse qui, codesto Amorevoli
non piacerebbe nè poco nè assai...
Intanto si compiaccia a sentirlo.
Per forza, non c'è altri...
E
l'opera continuò... e Amorevoli dalla voce piena di fascino e
dall'aspetto bellissimo, fu chiamato sei volte al proscenio, dopo
che, con un'espressione e un ardore indicibile, ebbe cantato
quell'aria con cui finisce l'atto primo:
Empio
fato se m'opprime,
Seguirà
le mie ruine
Chi
superbo mi contende
La
beltà che mi piagò.
Le
ultime due volte che Amorevoli uscì, tenne fisso lo sguardo ad
un palchetto... Nessuno però nè s'accorse, nè
prese informazione di quell'atto...
Solo
il gentiluomo veneziano che teneva dietro alle beltà lombarde,
guidato macchinalmente da quello sguardo ad osservare egli pure il
palchetto, chiese all'amico che gli serviva d'interprete:
Chi è quella bellissima dama là, al numero quattro del
second'ordine?
Bellissima, se avesse imparato a sorridere, e se ricevesse la grazia
dalla bontà... Quella è la contessa Clelia V..., odiata
dalle donne ed anche dagli uomini.
Odiata?
Sì, odiata... Sa il latino, il greco e la matematica... e
dall'alto del suo tripode ci guarda tutti come una divinità
sdegnata. Mentre il cavalier servente è dovunque un
mobile di casa, ed è adottato da chi lo considera come
un'imposizione della moda e nulla più, ella non ha mai patito
d'averne uno. La natura le ha messo il cuore in ghiaccio per
preservarlo dalle infiammazioni.
Ha marito?
Altro che marito! Vedetelo là nel palco dirimpetto... È
un ex colonnello di cavalleria, fatto con sangue di Spagna e con
sangue lombardo. Nobilissimo, del resto, e ricchissimo; ma serio come
un cavaliere del tempo del Cid. Sposò la sapienza,
perchè s'accorse che la grazia lo avrebbe fatto diventar
geloso come il Moro di Venezia...
III
Il
fischio dell'avvisatore, partito dal palcoscenico, fece cessare tutti
i discorsi che si tenevano nella platea e ne' palchetti, e si alzò
il sipario. Il ballo di quella sera rappresentava La Morte
d'Ercole, del coreografo Pitraut, colui che aveva destato
tanto chiasso a Parigi per aver messo in ballo il Telemaco
dell'arcivescovo di Cambray, nel quale ballo la dea Calipso, in
conseguenza di un passo falso, avea corso pericolo di perdere
l'immortalità. L'azione dell'Ercole si apriva
con un grande strepito guerriero; una folla di popolo annunciava il
ritorno d'Ercole che entrava in cocchio tirato da alcuni schiavi di
nazioni diverse da lui soggiogate. Jole era strascinata dai
lottatori; Filoteta ed Ilo stavan seduti sul cocchio ai piedi
d'Ercole. Compariva finalmente Dejanira, la bellissima
Gaudenzi. Questa ballerina destava allora il massimo fanatismo in
Europa, non tanto perchè fosse d'una bellezza abbagliante, ma
perchè nell'arte sua era un'eccezione alla regola, ovverossia
poteva servire di regola tra gli abusi. La critica sapiente,
che allora usciva a protestare in opuscoletti, si lamentava forte che
i compositori de' balli andassero lontanissimi dalla natura; ma più
ancora si lagnava degli esecutori. Tutta l'arte de' ballerini in
generale si riduceva alla capriuola. Non si trattava più di
ballare, ma di andare in alto, e quegli che più s'approssimava
al cielo del teatro passava per il più bravo. Il ballerino
Sauter, per far vedere al pubblico la forza delle sue gambe, si
propose in un gran ballo eroico, dopo aver fatto duecento capriuole
ed altrettanti tours de jambes, di cadere in à
plomb sul piede dritto, e di starvi per otto minuti in
equilibrio, affine di dar tutto il tempo alla platea di battere le
mani. Questi salti eran tanto pericolosi, che bene spesso in teatro
succedevano grandi inconvenienti, e in quella medesima stagione a cui
ci troviamo, nello stesso ballo della Morte d'Ercole, una
divinità, facendo uno sforzo pantomimo, prese così male
la sua misura, che si precipitò nell'orchestra, dove ruppe sei
istromenti, disordinò quindici parrucche, gettò a terra
il violino di spalla, cui poco mancò che uccidesse invece di
fracassare sè stessa; avvenimento, che per quello che poi
saprà il lettore, fece cadere in deliquio la bella Gaudenzi.
Ma continuando a parlar dell'arte della danza a quel tempo, non parea
vero che i compositori de' balli, che volevano far effetto
affrontando qualunque assurdità e mettendo in pericolo la vita
dei loro esecutori, trovassero ballerini e ballerine, e ricche e
sospirate dal bel mondo, che si adattassero a sfigurarsi e a diventar
furie sulla scena. La celeberrima Campioni e la milionaria Curz, a
forza di contorsioni e movimenti irregolari, finito il ballo,
diventavano deformi a segno da far paura; i loro occhi si facevan
torti e biechi, si tramutavano le loro fattezze e lor fuggiva il
colore. Non così la Gaudenzi. Il nostro amico, parlandoci un
giorno di sua madre, ci fece vedere un libro, che teneva carissimo,
nel quale davasi di lei il seguente giudizio: «Anche nel bel
mondo ballante si trovano le rare fenici. La Gaudenzi è una di
quelle; ella balla con agilità inarrivabile, con elegante
portamento e con brio vivacissimo; il corpo suo è sì
ben formato che sembra fatto per ballare. È grande attrice
pantomima; con un volto oltre ogni dire bellissimo esprime al vivo le
diverse passioni dell'animo, la tenerezza, il dolore, lo spavento,
l'allegria, il furore». Noi siamo inclinati a credere che
l'autore dell'opuscolo, stampato a Milano dal Motta, dove stanno
queste parole, fosse uno spasimante della Gaudenzi, e che però
caricasse le dosi; tuttavia viene una gran voglia di credergli,
quando si pensa che tutta Europa andava perduta dietro a codesta
Gaudenzi, mentre pure aveva uno stile di danza contrario a quello
allora in voga. Ma se ella poteva danzare con ragionevolezza d'arte,
non poteva far scomparire le assurdità della composizione
coreografica; però nel nuovo ballo del Pitraut, dopo essersi
gettata nelle braccia dello sposo Ercole, doveva adattarsi a ballare
un pas de trois con lui e con Jole, e solo poteva mettere in
atto tutte le riforme ch'ella avea introdotte nella danza quando
eseguiva l'a solo. Ella avea compreso che la danza non
è altro che un'arte plastica viva e vera, in cui la figura
umana, dotata di forme bellissime, s'atteggia a consigliar pose e
movenze e contorni eleganti alla pittura e alla scultura.
I
pittori Galliari, che non s'interessavano gran fatto alla musica,
nell'ora che danzava la Gaudenzi, erano assidui ad osservarla, stando
fra le quinte; e noi abbiam veduto un disegno a penna d'uno di loro,
dove è ritratta la celebre danzatrice in costume di Dejanira,
adagiata su d'un letto di cespugli, in preda al dolore. Quantunque
però, nel massimo imperversare dell'arte barocca, ella avesse
tanta purezza di atteggiamenti, non aveva il coraggio di omettere
l'entrechat propriamente detto, perchè voleva far
tacere le ballerine rivali, le quali, se ometteva la capriuola,
l'accusavano di poca agilità nelle gambe. Sapeva dunque
soddisfare in un punto e alle esigenze legittime della bellezza
assoluta, rivelando forme d'indescrivibile perfezione, e ai capricci
della moda, e alle pretese dei compositori. Del resto, se ella
era abilissima come danzatrice, riusciva inarrivabile come attrice, e
sapeva provocare il vero orror tragico, quando, nell'ultima scena del
ballo, mentre Ercole ardeva nella camicia funesta, ella entrava come
forsennata, e, non potendo reggere allo spettacolo straziante, si
uccideva. Se non che tutte le sere doveva risuscitar tosto per uscire
al proscenio (non si potevano contar le volte), a ricevere le
dimostrazioni di un pubblico che andava in delirio; e, dopo calato il
sipario, il palco scenico abusivamente era invaso dai giovani
zerbinotti, che recavansi a farle tributo dei loro omaggi e a
lasciarle un tappeto di rose e viole sul pavimento del camerino,
dov'ella gentile e spiritosa e vivacissima dava belle parole a tutti,
e occhiate che parevano significare quel che non volevano dire.
Veduta da presso, la Gaudenzi non scapitava d'un punto dell'effetto
che produceva a chi la guardava dalla platea; chè veramente
era dessa di una perfetta beltà. Aveva la capigliatura
biondo cupa increspata e prolissa, la quale nella sua schietta
natura non potea vedersi che nel momento in cui, attendendo a dar
parole, scioglieva i capegli per poi foggiarli anch'essa nel puff di
convenzione. Aveva occhi azzurri, bocca e mento e contorni
della purezza più completa; soltanto il naso, come quello
della greca Aspasia, sopravanzava d'alquanto il confine stabilito
dalle scuole accademiche. Ma quegli occhi azzurri e quel naso
erano un argomento di censura per le altre beltà invidiose,
segnatamente del ceto patrizio. La contessa Marliani
affermava, sdegnosissima nella sua convinzione, che non può
essere una beltà perfetta chi non ha gli occhi neri; la quale
asserzione diede luogo ad una disputa de' begli spiriti che recavansi
alla sua conversazione. Fu persino convocata una consulta di
pittori per decidere in proposito; e avendo essi sentenziato in
favore degli occhi azzurri, quasi corsero il pericolo di perdere il
loro posto alla tavola di casa Marliani. Ma anche noi che
scriviamo, avremmo perduta l'amicizia della contessa perchè le
avremmo detto che, se gli occhi neri lampeggiano in virtù
della legge dei contrasti, gli occhi azzurri risplendono per virtù
propria; le avremmo detto che la pupilla azzurra sdegna la
mediocrità, vuol bellezza perfettissima di linee nel
sopracciglio e nella cassa dell'occhio, mentre la pupilla nera
s'appaga invece anche di linee irregolari; che l'occhio nero non
avendo un colore, non ha sempre nè varietà nè
nobiltà nè iridescenza nè riflessi, sia dalla
luce esterna che dall'intima luce dell'anima; ora tutte queste
qualità avevan gli occhi della Gaudenzi, occhi esercitanti un
fascino, che poteva persino sembrar colpevole a chi non conosceva
l'indole di quella donna.
Ma
intanto che i cavalierini incipriati stavano indugiandosi alle soglie
del camerino della Gaudenzi, in aspettazione dell'ultima occhiata, e
tutti nella speranza che quell'occhiata significasse una scelta,
senza, del resto, arrivar a comprendere che la Gaudenzi era
sudatissima e sentiva il bisogno di spogliarsi e rivestirsi, e nel
suo segreto, pur conservando l'amabilità dell'azzurra pupilla,
li mandava tutti al diavolo, s'intesero voci d'alterco sul palco
scenico. Ad un illuminatore, che passava in quel punto, tutti
que' gentiluomini si volsero per domandarli di che si trattasse:
È il signor Amorevoli che non vuol più cantare...
Come, come?
Per questa sera, no.
Ma perchè?
Dice di star malissimo, e i medici, richiesti dai cavalieri
ispettori, dichiarano invece che non è mai stato così
bene; ed egli ha minacciato di bastonar tutti quanti, cavalieri,
ispettori e medici... e senza dir altro e sghignazzando di
gran voglia, l'illuminatore passava oltre. Allora gli
spasimanti della Gaudenzi s'allontanarono dalla loro vittima e
mossero a spingere un occhio e un orecchio curioso al camerino del
tenore. Ma tutto era tornato nella più perfetta calma. In
conclusione, convenne fare la volontà del tenore, il quale
dichiarava che, quand'anche non avesse la febbre richiesta dai
regolamenti del teatro, pure non poteva spingere la voce al di là
del sol, aveva compromesso il la, e sarebbe stata una
imprudenza solamente a parlare del si e dei falsetti. Così,
dopo alcuni momenti, uscì l'avvisatore a gridare dal
proscenio, in mezzo ad un silenzio di tomba:
Per improvviso abbassamento di voce del tenore signor Amorevoli, si
ommetteranno nel secondo e nel terz'atto tutti i pezzi d'Ircano. -
Non
è a dire come rimanesse percosso da questa notizia tutto
quanto l'uditorio, il quale, per non saper come sfogare il dispetto,
fischiò disperatamente l'avvisatore, il quale si ritrasse con
un volto pieno d'indifferenza, di calma e d'ironia; con un volto che
pareva quello di Socrate quando si alzò a sfidare le risate
della folla d'Atene. Tanto in qualche cosa giova essere gli
ultimi per assomigliare ai primi.
Ma
tornando all'Amorevoli, noi, al pari dei medici del teatro e dei
cavalieri ispettori, siamo inclinati a credere che in quella sera
egli avesse una salute di ferro e una voce a tutta prova.
Seduto
di fatto nel suo camerino innanzi ad uno specchio, stava
disbellettandosi; e ridendo tra sè, pareva che godesse di un
trionfo ottenuto. Entrava in quella il servo universale del
palco:
Si va dunque a casa?
Prepara il mantello e gli stivali, Zampino.
Gli stivali?
Gli stivali ed il mantello... Sì.
Ecco il mantello.
Tu vuoi assaggiare la mia canna, eh?
Non sono il medico del palco scenico.
Porta via dunque questo drappo rosso, che fa uscire il sole anche di
notte... e prepara il mantello nero, bestione.
Vuol l'amo o le reti, signor Angelo?
Bada a te, Zampino. E Amorevoli si alzava aspergendosi il
volto e le mani d'acqua odorosa, e mettendo in mostra una camicia
tutta gaja di preziosissime trine, e un pajo di calzoni di raso
turchino con punte d'argento. Si adattò il gilè, che
pareva un mazzo d'ortensie, mise gli stivali di rnarocchino nero con
rovesci azzurri come i calzoni, infilò la marsina variopinta
come una squama di serpente, si calcò il cappellino a tre
punte sulla parrucca alla circostanza, e si gettò il
mantello sulle spalle. Dopo aver detto a Zampino: Preparati ad
accompagnarmi col lampione uscì dal camerino, e
recatosi sul palco scenico, nel momento che era calato il sipario,
dopo i frammenti del second'atto, mise l'occhio ad un buco del
telone, e guardò al numero quattro in second'ordine. Il palco
era vuoto... egli soffregossi le mani e ripartì queto, uscendo
per la falsa porta del teatro. Zampino lo seguiva senza far parola,
col lampione che già aveva acceso.
Lasciato
il teatro, Amorevoli volse il passo verso la contrada Larga... alla
quale rispondeva una porta del teatro per dove uscivano i proprietarj
de' palchetti. Molti carrozzoni erano là in fila, e i
cocchieri aspettavano di esser chiamati dal lacchè della
propria casa.
Casa Borromeo, casa Litta, casa Marliani, casa Gambarana, casa
Annoni, casa Belgiojoso, casa Sanazzaro, casa Bossi, casa Taverna...
gridavano essi di mano in mano che i carrozzoni si facevano
innanzi.
Amorevoli
si fermò sull'angolo della contrada delle Ore, porgendo
orecchio alle voci rauche di quei poveri lacchè che facevan
venire innanzi le carrozze in processione.
Casa Verri, casa Beccaria, casa V...
Amorevoli
stette un istante senza far motto, gettò il mantello alla
veneziana intorno alle spalle, ascoltò il cupo e pesante romor
delle ruote di quell'ultimo carrozzone che s'allontanava.
Quante sono le ore? chiese poi a Zampino.
Manca poco a mezzanotte.
Vieni che faremo una passeggiata per la città.
A quest'ora?
A quest'ora e partirono.
Camminarono
una mezz'ora buonamente... Zampino di tant'in tanto diceva ad
Amorevoli:
Ma che si fa?...
Bada a te... e attendi a servirmi bene e vennero a
Poslaghetto. Colà era un'antica osteria, donde partivano
grandi schiamazzi e canti e villotte...
Che diavolo c'è laggiù, Zampino?
Siamo agli ultimi di carnevale, signore; saranno i compagnoni della
Badia de' facchini.
Benissimo. Ora va' a mangiare il tuo boccone in quell'osteria, e
attendimi là...
Non devo accompagnarla?
No.
Ma e se?...
Va' a mangiare il tuo boccone... e Amorevoli partì
solo.
Pareva
praticissimo di quel gruppo di contrade, e difilò dritto ad
una cinta di un gran giardino. Era il giardino del palazzo V..., nome
che dobbiamo tacere, avvertendo solo, a scansare equivoci, che aveva
desinenza spagnuola, e che una volta aveva probabilmente dato
l'appellativo ad una contrada.
Faceva
una notte di febbrajo limpida e stellata... e dal dietro della cinta
si vedeva la sontuosa facciata di un gran palazzo antico, Da
due finestre, poste tra loro a molta distanza, ai lati estremi di
quel palazzo, trapelavano due lumi. Un altro lume trapelava
più in lontananza da una casetta modesta, che rispondeva ad un
giardino confinante a quello della casa V..., il qual giardino
apparteneva al palazzo del marchese F... che era morto la mattina di
quel giorno; due lumi luccicavano a due balconi di quello stesso
palazzo. Il lume della prima finestra del palazzo V... rischiarava la
stanza della contessa Clelia che vegliava...; quello della seconda
finestra rischiarava la camera dell'ex colonnello conte V... che
già dormiva; il terzo lume, che traspariva dalla finestra
della casa modesta, rischiarava l'alloggio della ballerina Gaudenzi,
che s'era acconciata là per esser vicina al Teatrino Ducale e
che in quel momento stava mutandosi la camicia.
Delle
ultime due fiamme, l'una illuminava un lenzuolo in cui era avvolta la
salma patrizia del marchese defunto; e l'altra una mano di gente
venale, pagata la notte a far compagnia al morto.
In
quello spazio misurato dall'occhio del tenore Amorevoli non
scintillavano che quelle cinque fiamme... Esso le contò
macchinalmente, e scavalcò il muricciuolo di cinta,
E
con un'ansia incognita
Ebbe
la debil orma accelerato
E
in alto..................................
Scintillava
il beffardo occhio del fato.
IV
La
contessa Clelia era sola nella sua stanza da letto, di cui gli
addobbi e gli ornamenti, sovraccarichi di sfoggiata ricchezza, fuor
delle leggi del buon gusto, è più facile che un uomo
d'immaginazione se li dipinga, di quello che li descriva un
galantuomo di null'altro temente che di riuscir nojoso a' lettori.
Tuttavia in quelle linee contorte e peccaminose del barocco, e in
quell'oro condensato senza risparmio in forme d'ornamenti, c'era
qualcosa che poteva parlare alla fantasia, e tanto più in
quanto in mezzo ad essi spiccava una donna così severa e così
bella, bella di quella bellezza di rigida perfezione che lascia
placidissimo il cuore, ma che provoca lo spirito d'osservazione in
menti avvezze ad esaminare le opere dell'arte. Pure non si potea dar
figura che fosse meno adatta a quella stanza; chè l'una e
l'altra rappresentavano due stili di due periodi opposti e nemici tra
loro. Il volto della contessa apparteneva a quello stile greco romano
che non sopporta transizioni di scuola; e siccome in quell'ora in cui
vegliava, ella si era lasciata cadere l'alta acconciatura de'
capegli, dai quali, ravviati un momento prima dalla cameriera, era
scomparsa anche la cipria, così a quelle volute contorte del
Borromini e del Fumagalli faceano più cruda antitesi quella
fronte quadra, quei piani delle guancie modellati a rigore, come
quelli d'un cammeo antico, quel mento romano che richiamava il mento
appunto della Clelia, quando passa il Tevere, disegnata
dall'improvvisatore Pinelli, quel naso rigorosamente giusto e ad
angolo retto, il quale insieme cogli occhi grandi e neri e di lento
giro, e colle palpebre prolisse e co' sopraccigli arcuati e folti,
più forse che nol comportasse la delicatezza muliebre,
generava quel tutto che sarebbe necessario a dipingere una Minerva
convenzionale. Occhi tuttavia e sopraccigli e palpebre, che pur di
sotto al rispetto quasi disgustoso che imponevano, e alla fuga in cui
mettevano ogni pensiero giocondo e gaio, potevano, in certi momenti e
a seconda di certe nature, provocare strani pensieri e sommovere il
senso voluttuoso.
La
fronte però, quasi sempre corrugata, di quella gentildonna e
certe protuberanze che, preziose sotto alla mano del frenologo,
recano sempre offesa alla completa bellezza per l'occhio
dell'artista, potevano venir in soccorso onde spegnere la seduzione.
Ma da quella fronte, senza saperlo, i rigidi parenti (di cui,
per esser fidi ad un sistema di prudenza, sopprimeremo al solito il
nome del casato), avean preso consiglio per dare alla fanciulla
Clelia una educazione che fosse distinta oltre il consueto, a ciò
poi singolarmente sollecitati da un dottissimo abate, un tal
Carlantonio Tanzi, stato precettore al fratello della contessina, il
quale, non trovando più nessuno a cui comunicare la sua
dottrina, pensò fare di lei un oggetto di esercitazione
scientifica pe' suoi vecchi anni, e una meraviglia del gentil sesso.
Ad ogni modo, l'abitudine di introdurre le fanciulle a
discipline non fatte pel sesso grazioso, nel secolo passato, secolo
delle esagerazioni e delle cose a rovescio, fu comune più che
non si creda. Era il barocco applicato all'educazione, per cui
alle fanciulle si gonfiavano le teste a spese del cuore, e si
riduceva la scienza a ricovrarsi per forza all'ombra de'
guardinfanti. Molte donne, nel secolo passato, studiarono filosofia,
giurisprudenza, matematica; talvolta, qualche stragrande ingegno,
fece parer sapienza cotale pazzia, e valga per tutte quel prodigio
della Gaetana Agnese; ma più spesso furono anomalie di
sterilissima dottrina, rigonfiata da orgoglio infelice. La contessina
Clelia pertanto, dal dotto abate che non aveva cavato nessun
costrutto dal fratello di lei, fu incaricata di far le sue veci e di
rappresentarlo al consesso dei dotti. A dieci anni la
contessina, oltre alla lingua francese, che si parlava abitualmente
dal conte padre, il quale tante volte s'era trovato a Parigi confuso
nella folla dei cortigiani del gran Luigi, conosceva la lingua
latina; e il prof. Branda, quello col quale ebbe accanite dispute il
giovane Parini, fu invitato dal prete Tanzi a sentir la contessina
Clelia tradurre l'orazione di Cicerone Pro Archia e il Sogno
di Scipione, e recitar a memoria uno squarcio di Lucrezio
De rerum natura. Non istupisca il lettore: chè Voltaire
mandava già il figurino da Parigi; e il professor Branda,
lodata al conte padre la contessina miracolosa, consigliò
l'abate Tanzi ad insegnarle anche la lingua greca... e la lingua
greca fu imparata; poi quand'ella ebbe sedici anni, apprese
matematica insieme col giovane Paolo Frisi, quello che fu in seguito
autore del trattato De gravitate universali corporum, e
in questa scienza, ajutata da un naturale ingegno e sollecitata da
quelle prove di distinzione onde si vedeva circondata ogni qual volta
trovavasi colle altre fanciulle patrizie sue coetanee, fece tali
progressi, che fu introdotta persino all'intima confidenza di Urania;
di modo che nella notte a cui ci troviamo, quantunque la contessa
pensasse assai più di quello che leggesse, pure si teneva sul
tavoliere di lapislazzulo, insieme coll'opera di Boscovich De
maculis solaribus, e all'altra d'Eulero Novæ tabulæ
astronomicæ, il famoso trattato sulla processione degli
equinozj, che d'Alembert aveva pubblicato due anni prima; del qual
d'Alembert ella sapeva tener dietro, senza scontorcersi, alle
dimostrazioni; tantochè avrebbe potuto ripetere ad un consesso
di dotti, come gli assi dell'ellisse descritta dal polo dell'equatore
sieno fra loro come i coseni dell'obliquità dell'eclittica ed
i coseni del doppio di questa obliquità. Ma i coseni
dell'obliquità dell'eclittica non bastavano a render felice
una bella donna di venticinque anni. Sette intanto ne eran corsi da
che era stata fatta sposa all'ex colonnello conte V..., senza
mai averlo veduto prima, senza avere dell'amore e delle questioni
aderenti, altre idee che quelle che sono depositate ne' classici
latini; idee che non poterono avere uno sviluppo intero, compresse
come vennero dall'algebra e dalla geometria, due scienze più
infeste della brina ai primi germogli dell'affetto. Sposò
dunque l'ex colonnello che aveva quattordici anni più di
lei. Egli vantava un gran casato, una grande ricchezza, e brillavagli
inoltre sull'uniforme di parata un segno che attestava il suo valor
militare. Era serio, era dignitoso, parlava poco, ma dalle poche
parole trapelava la stima profonda che aveva della giovinetta
prodigiosa. Ond'ella, quando i rigidi parenti proposero il
matrimonio, consentì e provò anche qualche sussulto che
non veniva nè dalla geometria nè dall'algebra, ma fu un
sussulto di brevissima durata, e la scienza dovette colmare i vuoti
lasciati dall'affetto vero. D'altra parte è a tener
conto d'una cosa. Non tutte le creature umane raggiungono la
maturanza un punto medesimo. L'abitudine agli studi severi, quel non
riposarsi mai su pensieri e desiderj erotici, aveva ritardato il
completo sviluppo della contessa. Fu necessario il tempo, più
che il sole di un'anima appassionata, a togliere l'acerbità a
quel frutto. La giovane contessa era alta, era ben fatta, era bella
parliamo d'allora che andò a maritarsi ma le mancava
quell'arcana virtù della donna, che non si sa da chi e da che,
e come e quando venga provocata.
Noi
non possiamo dire precisamente in qual periodo della vita della
contessa Clelia abbia incominciato codesta misteriosa virtù,
ma pare che sia stato tra l'anno ventiquattresimo e il
ventesimoquinto della sua età; nessuno però s'accorse
di questo, perchè nessuno poteva sospettare che fosse una
virtù l'eccessiva acerbità ond'ella esprimevasi
parlando sia cogli uomini sia colle donne. Un fatto solo notarono
tutti, e uomini e donne: ch'ella era cresciuta in beltà. S'era
fatta più maestosa nel volto, s'era arrotondata ne' contorni
del corpo, soltanto negli occhi era diventata più seria. Del
resto, chi mai non potesse capacitarsi del come una donna possa
essere più bella a venticinque anni che a diciotto, sappia che
la contessa Clelia non aveva mai avuto figli; e che i parti e il
latte guastano un bel corpo di donna più che i classici latini
e i trattati d'astronomia. Quantunque però crescesse di
maestosa bellezza e di attraenti rotondità, non per questo
nessuno presumeva che la gioventù galante le si facesse
dappresso. Ella non era che ammirata quando non era temuta, ed era
temuta quando non era odiata; chè vi sono tali beltà a
questo mondo, sia maschili sia femminili, che raccolgono tanto meno
quanto più hanno di perfezione nel loro aspetto. Sono
conquiste considerate al di sopra di ogni forza volgare, epperò
lasciate in disparte come imprese disperate; donne condannate tutta
la vita a desiderare e ad essere desiderate, a tormentare e ad essere
tormentate per finire i vecchi anni tra le reminiscenze di una gloria
vanitosa senza felicità. Nessuno adunque dei bei giovani di
Milano osava avvicinarsi alla contessa, quantunque taluno de' più
audaci sì fosse azzardato persino a dire all'amico: Che bella
donna!! Nè è da credere che facesse paura il grave e
superbissimo suo marito ex colonnello, tutt'altro: la paura non
veniva che dalla maestà soverchia della bellezza di lei, e da
quelle parole piene di sapienza riposta ond'ella faceva ammutolire
tutti quelli che le si avvicinavano, e dal sospetto ch'ella fosse più
sapiente ancora di quello ch'ell'era. Ma come potè adunque un
tenore?... Noi stavamo in aspettazione di questa domanda, però
la soluzione del problema eccola qui.
Nel
famoso 18 brumajo, Bonaparte, che pure era passato imperterrito
attraverso alla flottiglia inglese, fidente nel proprio destino, per
giungere in tempo a Parigi onde recarsi in mano le redini di tutta la
cosa pubblica; quando si trattò di abbattere il Consiglio de'
cinquecento, si smarrì e parve minor di sè stesso, e
nessuno de' suoi coraggiosi fautori, nemmeno il fratello Luciano,
avrebbe osato disperdere quel formidabile Consiglio. Chi seppe
far tanto? Colui che aveva men testa di tutti, colui che ripeteva il
suo coraggio dalla spavalderia militaresca, e affrontava il pericolo
per non saperne misurar le conseguenze. Fu Murat, che, alla testa de'
suoi granatieri, a bajonetta in canna, entrò nel Consiglio, e
i membri dovettero discendere dalle finestre... con che le sorti di
Napoleone furon fermate. I grandi fatti giovano a spiegare i piccoli,
e viceversa, però la contessa Clelia che riusciva a' cavalieri
milanesi più formidabile del Consiglio dei cinquecento, non
fece nessuna paura al tenore Amorevoli, il quale anzi s'incalorì
delle difficoltà, e fatto baldanzoso dalla lunga lista de'
proprj amori fortunati e reso intraprendente dalle sopracciglia folte
della contessa che gli richiamavano le sue belle compatriotte di
Trastevere (perchè il tenore Amorevoli era nato a Roma), fece
quello che fece poi Murat, mezzo secolo dopo, col Consiglio dei
cinquecento.
Nelle
serate musicali che si tenevano o nell'una o nell'altra delle case
patrizie di Milano, Amorevoli era pregato, supplicato a intervenire,
ad imbalsamar tutti quanti col suo dolcissimo canto. La contessa
Clelia, come di prammatica, era sempre intervenuta a quelle serate, e
ad onta dell'algebra che le faceva usbergo al cuore, si sentì
penetrare da quella voce, nè fu la sola a subire quel fascino.
Tutte le gentildonne leggiadre che si trovavan là a bever
l'onda soave, avrebber battuto moneta falsa per quel fatal Romano, il
quale le saltò via tutte e s'accostò alla sola contessa
Clelia. Amorevoli non era uomo di sterminato ingegno
nessuno durerà fatica a crederlo; non era troppo forte
in letteratura nemmen questo è improbabile; anzi
bisognava si facesse ajutare per afferrar bene il concetto dei
paragrafi de' contratti teatrali, e più ancora per comprendere
alcune strofe dei libretti di Metastasio; ma l'arte di far all'amore
è appunto un'arte, e non una scienza; è in essa che
l'istinto va innanzi a qualunque studio, e l'istinto conosce le vie
segrete e le percorre da padrone; d'altra parte Amorevoli non mancava
d'una certa drittura naturale, e quando parlava, parlava bene e con
quell'accento là dei romaneschi...; lingua toscana in bocca
romana... il proverbio è antico, e i proverbj sono
la sapienza del genere umano... e la verità di quel proverbio
riuscì fatale alla contessa... Infelice!!
Perfino
il gobbo Tacchinardi, gobbo e vecchio, fece impazzir qualche donna
col veleno imbalsamato della sua voce: pensi or dunque ognuno che
brecce doveva aprire Amorevoli, giovine di ventisei anni, bello,
elegante, con certi occhi in cui la penetrazione pareva nuotare nella
voluttà, con una voce che, anche allora solo che parlava, era
già musica, e con quegli accorgimenti del serpe flessuoso che
avvolge e stringe pur continuando a dispiegare la pompa della sua
variopinta veste. Così la scienza fu investita dall'ignoranza,
e la matematica fu messa a giacere dalla melodia. Il lettore
non può immaginarsi il dolore che noi ne proviamo.
V
Ma
tornando ai fatti, in quella notte in cui la contessa vegliava, non
per amore della scienza, siccome pare, ma per amore di qualche altro
oggetto, e in cui Amorevoli stava seduto su d'un sasso cui faceano
spalliera foltissimi carpini, che a lui servivano e di paravento e di
paraluna nel tempo stesso, doveva succedere uno di quei contrattempi
che e si direbbero espressamente concertati dalla perfida
malizia della fortuna, uno di que' contrattempi pe' quali si è
convenuto di dire che talvolta il vero non è
verosimile. Non era la prima volta che Amorevoli, saltando pel
muro di cinta, recavasi nel giardino di casa V... dopo mezzanotte,
ovvero sia dopo finito il teatro; e non era la prima volta che la
contessa, quando batteva un'ora all'orologio dell'Ospedale Maggiore,
discendeva nella biblioteca situata al piano terreno del palazzo, la
quale, per un grande finestrone arcuato, rispondeva al giardino;
finestrone difeso da un'inferriata a modo di cancello, tutta messa ad
oro e foggiata a ricchissimi rabeschi. La contessa, stando di
dentro, sentiva le proteste d'amore dell'infuocato Amorevoli, il
quale protestava inoltre contro quel cancello che non aveva mai
voluto essere aperto, e che serviva alla contessa e di parlatorio e
di fortino. Come, del resto, e quando donna Clelia e il tenore
della stagione di carnevale siensi dati l'intesa per trovarsi a que'
notturni abboccamenti è quello che non si sa. Allorchè
il destino iniquo ha stabilito che succeda quello che non dovrebbe
mai succedere, offre egli stesso le opportunità, consiglia i
mezzi, tende le reti, suggerisce le parole, è il Figaro più
scaltro e più disinvolto e più briccone di tutti, tra
due individui che cogli occhi si son detti quello a cui non
basterebbero cento sonetti del Petrarca. Quale adunque sia
stato il momento e quale il modo con cui que' due concertarono la
maniera per trovarsi insieme, non è ciò che più
importa di sapere. Ma il fatto sta che allorchè in
quella notte di febbrajo suonò quella tal ora, la contessa
discese, e Amorevoli si alzò dal sedile di sasso e si tolse
d'intorno al volto il ferrajuolo, e nell'esaltazione affrontò
anche il chiaro di luna quando sentì aprir la vetriera; e così
in meno d'un lampo fu là, e nella sua, sebbene con renitenza
ineffabile, stette la morbida mano di donna Clelia; di donna Clelia,
che, ignara, di tutto, fuorchè di quello che è men
necessario alla donna, e versando allora come attonita in un mondo di
sensazioni non mai esplorato prima da lei, riusciva ingenua e quasi
stolidamente inesperta, come una fanciulla quattordicenne, la quale,
sebben difesa dal senso arcano del pudore, se non è vegliata
da esperti custodi, concede improvvida le sue fragranze al primo
vento protervo che le soffi intorno. Quella stima eccessiva di
sè stessa che aveale generato lo studio e la scienza,
quell'orgoglio in cui era venuta, forse perchè la sua
intelligenza, sviluppata da infinite cure, non era però per
natura forte abbastanza da sostenere il peso della dottrina, quella
acerbezza dei modi e del linguaggio, che era l'espressione e dell'uno
e dell'altra, erano scomparse. Ma ciò non solo con Amorevoli
(sarebbe troppo facile a comprendersi), ma con tutti, ma colle donne
di sua conoscenza, ma co' gentiluomini, ma con quelli che avea sempre
trattati con dispregio e a cui per contraccambio ella era riuscita
così disgustosa.
Chi
volesse dar la spiegazione dell'acredine ond'era involuta l'indole di
quella gentildonna nel tempo in cui non si pasceva che d'orgoglio
scientifico, potrebbe forse assegnarne la cagione a questo, ch'ella,
sebbene in confuso e senza nemmeno averne la coscienza, sentiva
fieramente la mancanza di uno di quegli affetti che bastano a colmare
un'esistenza; noi per esempio portiamo l'opinione che se essa, in
quei sette anni di matrimonio, avesse avuti una mezza dozzina di
figlioli, il corpo sarebbesi tanto quanto sciupato, ma l'animo
sarebbesi nudrito dei più cari conforti dell'esistenza.
Fu perciò una vera disgrazia, ch'ella per sentire com'è
dolce la vita quando è dolce, abbia dovuto porre il labbro
sugli orli imbalsamati di un vaso che doveva poi esser pieno
d'assenzio. La contessa e Amorevoli stavano da qualche tempo
infervorati in un dialogo, che noi non riporteremo per quella ragione
che i dialoghi di due amanti, come le poesie improvvisate, per
conservare il loro prestigio, hanno bisogno di non essere trascritti.
Possiamo però assicurare che, chi fosse stato presente a
quella notturna confabulazione senza conoscere gl'interlocutori,
avrebbe detto che l'ingegno e l'acutezza e l'amabile scaltrezza e
l'eloquenza appartenevan in proprio a colui che si lasciava allegare
i denti persin dalle strofe di Metastasio: e che invece la povertà
delle idee, la mancanza di slancio, la parola impacciata, la
timidezza puerile erano di colei che pure aveva tanta confidenza con
Eulero e con d'Alembert. E purtroppo l'eloquenza del tenore Amorevoli
era come un ferro tagliente che mira a squagliare una corazza, mentre
la timidezza e il turbamento di donna Clelia rendevano quel
combattimento oltre ogni dire ineguale. Il cancello dorato
della biblioteca stava fra loro due come una guardia di confine, ma
siccome la contessa ne aveva la chiave e dipendeva dalla sua volontà
l'aprirlo, così non potremmo giurare quel che avrebbe fatto la
sua timidezza se dal desiderio fosse stata convertita in coraggio.
In una parola, è probabile che sia stata necessaria una
disgrazia per soccorrere la virtù. Amorevoli, colla sua
voce soave e colla sua facondia insidiatrice, tentava di metterla
all'ultime strette, con una argomentazione serrata, in cui i sofismi
comparivano e scomparivano trasportati dalla velocità delle
parole, l'opposizione sempre più lenta e fiacca
dell'avversario... quando di repente... s'udirono a non molta
distanza più voci che gridavano all'accorr'uomo, al
dàgli dàgli. Davvero che se quello che
stiamo per dire non avesse altro documento che la relazione orale e
solitaria del nonagenario da cui raccogliemmo tanto cumulo di fatti,
noi non avremmo il coraggio di esporre un avvenimento, che, siccome
abbiam detto, non parrebbe verosimile. Ma una difesa scritta nel
secolo passato, che reca la firma: I. C. C. Benedictus Comes
Aresius carceratorum protector... e una sentenza del Senato con
motivazioni profonde, ci fa vedere che quanto è realmente
avvenuto, non può essere rivocato in dubbio. Però
andiamo avanti coraggiosamente, anche perchè, d'altra parte,
se il fatto è strano, riuscì poi fecondo di conseguenze
gravissime.
VI
Amorevoli,
per un movimento troppo spontaneo, balzò indietro tre passi a
quel dàgli dàgli, risuonato
improvvisamente nel silenzio della notte, e s'inferrajuolò
sino al viso per un altro movimento spontaneo; nè egli aveva
finito di coprirsi la faccia movendo, senza proposito determinato, in
ritirata, che la contessa era già uscita, anzi fuggita dalla
biblioteca, per fermarsi affannata sui gradini della scala che
metteva alla sua stanza da letto, comprimendosi colla sinistra il
cuore che parea volesse scoppiarle. Chiunque attende a far cosa che,
se potesse, vorrebbe tener nascosta anche a sè medesimo, trema
dello stormire non aspettato d'una foglia; figuriamoci poi d'una
voce, anzi di più voci che squarcino l'aria intera in un
momento che tutto per consueto dev'essere silenzioso, e che accusino
la piena veglia di molte persone che avrebbero l'obbligo di dormire
profondamente. Amorevoli, sgomentato, s'accostava al muro di
cinta e già stava per tentare il varco; chè le voci,
anzichè cessare, facevansi più vicine, e con esse
udivasi un rumore diffuso, come di molte pedate che battessero
l'ortaglia. Ma un uomo, a pochi passi da lui, in quel punto stesso,
colla velocità non avvertibile di un lepre, coll'elasticità
di un saltatore di corda, balzò oltre il muricciuolo; e
Amorevoli, trattenuto da quell'improvvisa comparsa, non ebbe tempo di
raccapezzar le idee, che si trovò d'improvviso fra molti
uomini che gli furono sopra afferrandolo pel mantello e gridando
Ah... ci sei... è qui l'abbiam côlto
non ci scappa più; e in quella sorvenivano
altri con lumi e con lampioni, stringendosi tutti d'intorno a lui,
che, rischiarato da quelle fiamme messegli al viso per riconoscerlo,
apparve in tutto lo splendore del suo ricchissimo vestito, con gran
meraviglia di coloro che gli si serravano a' fianchi, i quali tosto
per la magica virtù di quella serica marsina e di quelle trine
sfoggiate e delle catenelle e degli anelli, mutarono il ci
sei... nel chi siete e nel chi è
lei? Ci fu un istante in cui nelle teste di quanti eran
là corse un pensier solo, il pensiero che doveva essere un
altro l'oggetto delle loro ricerche; e questo pensiero apparve così
chiaro all'esterno, che un di loro, il più vecchio di tutti,
uscì con asprissima voce a ricacciarlo indietro:
Ma cosa mai vi fa stupire, balordi, che state lì a
contemplarlo come se fosse un'eccellenza? Che cosa vi credete?... È
appunto questa catena e questa seta e questo bel gilè che ci
voleva per conoscere il selvatico... È l'uomo senz'altro
costui; vi sono i ladri cenciosi ed i ladri scialosi. Tutto dipende
dalla qualità del furto.
In
questa comparivano lumi a molte finestre del palazzo V... e lo stesso
conte ex colonnello s'affacciò, degnandosi di parlare a
quella gente, mentre i domestici erano già chiamati dal
rumore.
Che cosa è successo?
Eccellenza, ci perdoni, fu côlto questo signore, vogliamo dire
quest'uomo, nella stanza dell'illustrissimo signor marchese F...
morto stamattina, come V. S. illustrissima sa bene...
No, che non fu côlto nella stanza..., usciva un altro ad
interrompere...
Fuggiva quando noi ci siamo accorti del rumore.
Bisogna dir le cose giuste.
Perdoni, illustrissimo signor conte... ma noi siamo accorsi quando
l'uomo fuggiva....
Ma no, non è così...
Illustrissimo signor conte, dee sapere...
Ma
al signor conte illustrissimo scappò la pazienza, e disse al
cameriere, già disceso in giardino:
Vieni su in camera, e conduci con te uno di questi uomini.
Mentre
il cameriere obbediva, gridava uno dalla siepe che divideva il
giardino di casa V.... dal giardino del marchese defunto:
Qua tutti, presto.... che è venuto il signor tenente del
Pretorio.
Amorevoli
non aveva mai parlato; nella sua testa era un tal cozzo di pensieri,
che gli pareva di sognare, e solo volse lo sguardo alla finestra
della stanza della contessa, quando vide uscir molti lumi dalle
finestre del palazzo; poi ripiegò il capo come sdegnoso di
vedere e di esser veduto. Bensì, quando sentì nominare
l'ufficiale del Pretorio, provò qualche cosa entro di sè
che assomigliava ad un sollievo. Ma fu di breve durata; chè un
pensiero crudo come la fitta di un coltello gli attraversò la
mente.... il pensiero che l'unica giustificazione che gli rimaneva
per togliersi da quel tristo impiccio non era adoperabile per nessun
modo. Egli aveva veduto fuggire un uomo; comprendeva che trattavasi
d'un qualche delitto, sebbene non sapesse immaginarsi quale; ma nel
tempo stesso pensava che si poteva fracassargli le ossa colla corda e
il cavalletto, ma non strappargli di bocca il nome della contessa. Vi
sono uomini, tutt'altro che esemplari, più donne che uomini se
si bada alla mollezza del costume, alle abitudini da cui son tratti
da condizioni speciali; ma che, in certe contingenze della vita, si
son fatta una legge morale, la quale nemmen sanno dove l'abbiano
attinta, ma che per loro è incontrovertibile. Una di queste
leggi morali, a cui Amorevoli obbediva con religione di scrupolo, con
quella religione onde taluni sono schiavi dei pregiudizj, i quali
sono i padroni più despoti dell'uomo, era quella di non
compromettere mai la donna colla quale aveva avuto od aveva tresche
d'amore. Potea essere debole in tutto; in questo era un eroe; non lo
sgomentava per nulla l'idea della colpa; ma lo facea fremere soltanto
l'idea che altri potesse mettere in piazza il nome di una donna
amoreggiata. Quando dunque gli si affacciò alla mente il
pensiero, che a palesare il motivo della sua venuta in quel giardino,
tutto si potea sventare, lo respinse come una abbominevole
tentazione.
Avete sentito? fu detto allora ad Amorevoli, venite con
noi; suvvia presto, che cosa state pensando?
Badate ai fatti vostri, e statemi un tantino discosti... so far la
strada da me, senza essere sorretto. Spicciamoci.
Amorevoli
pronunciò queste parole in modo, che a quella gente passò
la voglia di dir altro, e si avviarono.
Per
una callaja che era aperta nella siepe di divisione entrarono nel
giardino del marchese F... Sotto l'atrio del palazzo li attendeva il
tenente del Pretorio con un barigello, un guardiano e un fante, come
allora venivano appellati.
Il
tenente del Pretorio aveva sentita la storia particolareggiata
dell'avvenuto da chi era stato a chiamarlo. Però, quando vide
Amorevoli: È costui? disse.
Sì, signore.
No soggiunse Amorevoli imperterrito. L'uomo che cercate l'ho
visto io a fuggire e a saltare il muro di cinta. Tant'è vero
che questi uomini mi vennero addosso quand'io stavo di piè
fermo.
Senz'essere
avvezzo agli interrogatorj come l'uom del Pretorio, a chicchessia
poteva riuscir ovvia la dimanda che gli fece infatti il tenente:
Ma voi che cosa stavate facendo là?
Quest'è un altr'affare, e il signor tenente ha ragione di
chieder questo; ma io risponderò in Pretorio, se vossignoria
me lo permette. Intanto è bene che vossignoria sappia ch'io
sono il tenore Amorevoli, al servizio di S. M. il Re di Spagna, e che
oggi ho l'onore di cantare al Regio Ducal teatro di Corte.
A'
tempi di Tramesani, di Crivelli, di Rubini, in qualunque, trambusto
costoro si fossero trovati, bastava che si nominassero per essere
tosto riconosciuti; e lo stesso accadde al tenore Amorevoli, che vide
spuntare sulla faccia dell'ufficiale un sorriso di rispetto e di
bonomia.
Mi rincresce, signore, questo contrattempo, ma...
Comanda il signor tenente interruppe allora il barigello
che si salga nella camera che fu aperta, o da questo signore o da chi
è fuggito, e là, alla presenza di tutta questa gente,
si stenda tosto la deposizione del fatto?
Benissimo rispose l'ufficiale che s'avviò, pregando il
tenore Amorevoli a seguirlo. Tutti in silenzio salirono lo scalone,
sfilarono per due o tre anticamere, entrarono in un salotto dove era
una gran tavola, sulla quale stavan fiaschi e bottiglie, tazze e
bicchieri, che attestavano come quella gente, che avea vegliato a
custodia della salma patrizia, avesse passato la notte a tracannare
il vino della cantina del quondam marchese. Da questo salotto
passarono nella camera in cui giaceva sul letto, avvolto in un
lenzuolo, il corpo del defunto. Tutti dovettero entrar là,
compreso Amorevoli che volea ritirarsi.
No, signore; si compiaccia di rimanere, disse il barigello, più
risoluto e fiero e men musicale assai del tenente del Pretorio.
Quello è dunque l'uscio che fu scassinato?
Quello, sì signore risposero tutti ad una voce; e il
tenente e il barigello s'affacciarono all'uscio, e videro tra molta
suppellettile, un rolò aperto.
È questa la camera?
Questa.
E
il tenente del Pretorio cogli altri retrocesse nel salotto, e là,
fatte da un lato le bottiglie e le tazze, stese la seguente succinta
relazione del fatto, che è quella che noi abbiam trovato
allegata agli atti del processo, il quale diede a far tanto, in prima
al tribunale criminale, di poi per tanti anni, e iteratamente e a
lunghi intervalli, al foro civile.
«Oggi,
giorno 11 febbrajo dell'anno 1750, alle ore otto italiane, chiamati
dagli uomini che vegliavano in casa F.... per custodire il cadavere
del marchese A. F., morto la mattina del 10 corrente, abbiamo trovato
aperto l'uscio della camera attigua a quella dove giaceva il
cadavere, e di cui la chiave dal sullodato marchese F., per quanto
asserisce un domestico della casa, qui presente, e per quanto è
da verificare, venne consegnata un'ora prima della sua morte al molto
reverendo preposto di S. Nazaro. Al qual preposto, per
asserzione dello stesso domestico, e sempre come sarà a
verificare, il marchese F... disse aver messe carte importanti nel
rolò della sua camera da studio, il qual rolò
fu parimenti da noi trovato aperto. Raccolte in seguito le
deposizioni concordi delle otto persone qui presenti, tre domestici
della casa, e cinque uomini di fuori, riferiamo come costoro, colpiti
da un rumore in un momento che cessavano di parlare, e spaventati
perchè veniva dalla stanza del morto, accorsero
cionulladimeno, e videro in quella un uomo che usciva per l'uscio che
stava a dritta del capezzale del letto. Riferiamo inoltre come
tutti si rimanessero prima spaventati, temendo non fosse il morto
risorto, ma che poi fattisi animo, inseguirono l'uomo che era uscito,
il quale pareva assai pratico della casa; perchè passando per
gl'interni corridoj, giunse a un mezzanino, e di là saltò
nel giardino... Che due lo inseguirono saltando pure di là....
ma che, smarritolo al salto della siepe... trovarono poi nel giardino
di casa V... e presso il muro di cinta, una persona col mantello, che
ora, alla nostra presenza, dice di essere il signor Angelo Amorevoli,
cantante di camera di S. M. il Re di Spagna, e primo tenore
nell'attuale stagione al Regio Ducale teatro di Corte; il quale però
protesta di non essere lui altrimenti l'uomo fuggito, ed aggiunge di
aver visto invece egli stesso a fuggire uno.
«F. Baldini, tenente del Pretorio. F. Rò,
barigello.
G. Cialdella, guardiano».
Stesa
questa relazione, il tenente si alzò e disse agli uomini di
casa F...: Voi tutti domani sarete chiamati al Pretorio, e
nessuno esca dalla città sotto pena d'arresto. In quanto a
voi, signor Amorevoli, quando pure sia vero quanto asserite, bisogna
che veniate a passare una notte al Pretorio... Domani... si farà
quel che si farà...
Amorevoli
non disse una parola.
Quando
tutti furono al portone del palazzo, trovarono una frotta di gente
che, sebbene ad ora tarda, dalle osterie vicine, era accorsa al
rumore e alla vista delle guardie. Tra quella frotta c'era
Zampino, il servo del palco scenico, che riconobbe Amorevoli, ed ebbe
il coraggio di gridare:
Che cos'è? che cos'è stato? che diavolo è
successo? Ma signor Amorevoli.... Ma loro signori non sanno che è
il primo tenore del teatro Ducale? È uno sbaglio, non può
essere che uno sbaglio.
Taci, Zampino, e va' a casa gli disse Amorevoli.
Ma
il tenente gli si rivolse, e sentito chi era desso:
Giacchè sei qui, soggiunse, la tua presenza può essere
opportuna... e vieni con noi anche tu.
Dove?
Al Pretorio.
In prigione?
Sta' queto, Zampino.
Ma che diamine ha fatto, signor Amorevoli, in quel poco tempo ch'io
stava mangiando il mio boccone all'osteria!... e quasi piangendo lo
seguì.
Ed
in breve furon tutti al palazzo del Pretorio.
VII
Il
giorno dopo, a quell'ora in cui si può giurare che tutto il
mondo è svegliato, ad eccezione degli ammalati che hanno preso
la decozione di morfina, dei giuocatori che nella notte hanno voluto
ad ogni costo inseguir la fortuna che li fuggiva, e di altre cento
eccezioni; in quell'ora, che a buoni conti noi la poniamo due o tre
quarti d'ora dopo mezzodì, chi si fosse preso il diletto di
percorrere la città di Milano in cabriolet, facendo sosta alle
botteghe di cioccolatteria e di bottiglieria, e a
quelle per la vendita del tabacco; in piazza del Duomo, in pescheria,
in piazza dei Mercanti; o fermandosi presso i libraj Agnelli e Motta
e Bianchi e Galeazzi, in Santa Margherita, dove facean cerchio
maestri, accademici, letterati, preti, giureconsulti; o presso gli
speziali Rapazzini nei Tre Re, e Archinti in piazza del Duomo, e
Omodei a porta Romana, dove s'adunavano i medici e i chirurghi più
riputati della città; o nelle sale degli Accademici
Trasformati in casa Imbonati, sulla piazza di San Fedele, o nello
studio di pittura del Londonio, giovane allora di 22 anni, che già
raccoglieva d'intorno a sè i capi più strani e pazzi e
avventati della città; o sotto il Coperchio de' Figini nelle
botteghe di mode, frequentate dalle più eleganti dame; o nel
salon di qualche maravigliosa, per esempio, della
contessa Marliani, la regina dello spirito e della maldicenza; o in
quello della contessa Clelia Borromeo del Grillo, calamita dei
numerati patrizj dediti agli studj, e degli abati poetanti e dei
maestri di spinetta; ovvero nella bottega del parrucchiere Blanchy,
nato Giuseppe Bianchi in Cordusio, ma che avea cangiato nome dopo il
suo viaggio a Parigi, donde avea importato nella nostra bella patria,
per la prima volta quel tal puff a capitello che era lo spasimo delle
nostre dame; nella qual bottega non sdegnavano di soffermarsi i più
sfoggiati cicisbei o per farsi raccomodare un riccio, o rimettere un
neo caduto, o rimpastare un po' di biacca e belletto...; se qualcuno
adunque si fosse preso il diletto di scorrazzare in lungo e in largo
per la città a far raccolta dei discorsi che si tenevano in
quei tanti centri di buontempo, non avrebbe sentito che un discorso
solo, come se fosse una parola d'ordine passata dal quartier generale
ai soldati del campo; non avrebbe sentito che un nome solo, quello
del tenore Amorevoli; e del suo arresto e del sospetto delle carte
trafugate, e del prevosto di S. Nazaro. Codesto tema poi,
generale e costante, si sparpagliava in mille ramificazioni; chi
narrava la vita del tenore; chi quella del defunto marchese; chi si
fermava al giardino di casa V..., chi voleva perder la testa a
indovinare il motivo per cui il tenore avea potuto trovarsi là;
chi passava in rivista tutte le cameriere e le fantesche di casa
V..., perchè i tenori, diceva un tale, hanno pur troppo de'
gusti plebei; chi tutte le donne del vicinato che per caso avessero
qualche poggiolo o finestra o mezzano a cui si potesse ascendere dal
giardino; giacchè nessuno, letteralmente nessuno, nemmeno per
un istante fuggitivo, potè credere che Amorevoli fosse l'uomo
fuggito dalla casa F... e avesse dovuto aver interesse a entrar nello
studio del defunto marchese, chè in ciò non v'era
probabilità di sorta, e conveniva esser pazzi a supporlo.
Nella
cioccolatteria e caffetteria del Greco, in piazza del Duomo, il quale
cento anni fa era il caffè arcavolo degli odierni,
dell'Europa, del Cova, del Martini, dove
traeva tutta la gioventù più galante e più pazza
e più sfaccendata di Milano, verso le ore due dopo mezzodì,
sembrava quasi che vi si tenesse un'adunanza solenne. Mezza dozzina
di giovani sedevano là intorno ad un gran braciere; uno teneva
la paletta, e pareva colui che, per diritto di eloquenza,
desse l'avviamento a' discorsi; intorno a quella mezza dozzina, che
potea passare per il direttorio, stavan raccolte da trenta o quaranta
persone, le quali or crescevano ed or scemavano, a seconda di chi
andava e veniva; l'attenzione però era profonda.
Voi dite così parlava quel della paletta, che è
improbabile che il tenore Amorevoli siasi introdotto nella stanza del
morto per rubar carte importanti; e chi non lo dice e non lo crede?
bisognerebbe essere un gran mellone solo a sospettarlo. Ma, cari
miei, mi rincresce a dirvelo, altro è che una cosa sia
inverosimile, altro è che non possa essere possibile.
Chi sa tener dietro alla possibilità... essa è un mare
senza fine e senza fondo... e la legge non può pescare in quel
mare, e i giudici del Pretorio e quelli del tribunale e il collegio
dei giureconsulti potranno tenersi le loro convinzioni in petto, e
basta lì; ma se non vien fuori l'uomo che davvero ha fatto il
colpo, chi si trovò al suo posto, suo danno.
Ma che interesse volete voi che potesse avere il tenore?
Ma chi parla ora dell'interesse? cosa c'entra l'interesse? Se
qualcuno avesse tirato una schioppettata al tenore, perchè il
tenore per combinazione venne a trovarsi al posto del birbone
fuggito, che cosa valeva il dire egli era innocente? Lo
so anch'io. Ma fu ucciso perchè il maledetto accidente ha
voluto così... Or fate conto che tal sia della legge: essa
tira su chi si trova in mal punto, e a chi è toccata è
toccata.
Basterebbe poi, a mio rimesso parere, che il tenore dicesse il motivo
per cui trovavasi là...
Ora parlate bene; a tal patto la cosa cambia di aspetto...
Un motivo qualunque...
Un motivo qualunque no... la giustizia è inesorabile; essa è
un ragioniere che tien conto anche dell'ultimo quattrino, e se la
somma non riesce, il bilancio non si può fare. Ci
vuole, caro mio, un motivo che possa essere provato come due e due
quattro; e, a quel che ho sentito da uno scrivano del Pretorio...
sapete cos'ha risposto il tenore al primo interrogatorio del giudice?
Che cosa ha risposto?
Una assurdissima bestialità. Ma già si sa quel che può
uscire dalla bocca di un tenore...; ha risposto, se lo scrivano non
ha detto una sciocchezza, perchè anche questi scrivani.... ha
risposto che nessuno poteva nè può impedirgli delle
bizzarrie innocenti; che però gli era venuta voglia,
passeggiando in quelle parti là dopo il teatro, e vedendo quel
bel giardino e quel gran palazzo, e giacchè faceva anche il
più bel chiaro di luna che mai, gli era venuta, come dicevo,
la voglia di saltar dentro a far una passeggiata...
E che cos'ha risposto il giudice?
Questo non si sa. Ma se il giudice è quell'uomo acuto che
tutti conosciamo, gli dee aver detto: Siete stato disgraziato
a passeggiare in giardino, in un momento che si andava in cerca di un
ladro... Ora il ladro siete voi, se non avete qualcosa di meglio da
dire al giudice.
Ebbene, sarà come voi dite... osservava un altro, e ad uscire
d'impiccio dovrà pensarci il tenore; ma ora vorrei sciogliere
l'altro gruppo del nodo. Che diamine ci poteva essere di così
importante tra le carte del marchese?... se ognuno sa, almeno lo si
diceva da gran tempo, che l'erede universale di tutte le sue sostanze
era suo fratello, il conte Lodovico?...
Io non so nulla nè del marchese nè del conte, eccetto
che il primo fu un gran libertino a' suoi giovani anni, e il secondo
è croce, se il primo fu lettera. Il conte non è
niente di più che un uomo posato, misurato, tirato, che sta
con quattro cavalli mentre potrebbe averne dodici, perchè s'è
fitto in capo che suo figlio, il contino Alberico, che ha tutta
l'aria di voler assomigliare allo zio, possa mettere col tempo la
prima casa in Milano, e metter sotto casa Litta e casa Borromea; che
bel matto!...
Jeri è partito per la campagna.
Tanto per nascondere nella solitudine campestre la gioja che gli deve
esser derivata dal dolore provato in città sentendo i tocchi
dell'agonia suonati per il caro fratello, che Dio l'abbia in
gloria...
E
costui avrebbe continuato per un pezzo a tagliare i panni e al vivo e
al morto; chè era di quelli alla cui parlantina velocissima
conviene di tanto in tanto metter la scarpa, se può passar
l'espressione, per dar qualche riposo agli orecchi degli ascoltatori
e lena ai volonterosi di contraddire; ma per fortuna s'aprì
l'invetriata della bottega, e comparve un compagnone della brigata,
il quale a quei trenta o quaranta che voltarono le faccie a lui, fece
un paio d'occhi pieni di significazione, e gridò:
Amici, una grande scoperta!!
Che? Cos'è stato?
Chi di voi sa dove alloggia la Gaudenzi?
Nella contrada dei Moroni, chi non lo sa? l'abbiamo accompagnata a
casa tante volte dopo il teatro fra i battimani e gli evviva...
Questo va bene. Ma se nessuno sa che la finestra della sua cameretta,
dove riposa il suo bel corpo, guarda nel giardino vicino al giardino
dove fu colto Amorevoli, lo so io e l'ho scoperto io... e lo dico a
voi tutti.
Quando
a Newton nel pomo caduto balenò l'idea della gravitazione
universale, quando Galileo nel Duomo di Pisa fu colpito
dall'oscillazione della lampada, quando Volta nelle piastrelle di
zinco alternate al cartone inzuppato d'acqua salata afferrò il
prodigio delle perpetue correnti elettriche, quando... tutti coloro,
in una parola, che fecero qualche gran scoperta, non provarono
soddisfazione maggiore di quella a cui si esaltarono que' trenta o
quaranta al fiat lux del nome della Gaudenzi e della finestra
e del giardino...
Or ecco sciolto il maledetto enigma.
La è chiara come il sole.
Non ci può esser dubbio.
Ma tu, come hai fatto a sapere?
Vi basti che l'ho saputo... e se non mi credete, andate a verificare
voi stessi.
Però bisogna confessare che il tenore è un bravo
giovane...
Ma certo che è un bravo giovane.
Mi rincresce per la Gaudenzi che ho sempre tenuta per la fenice del
suo ceto... Ma vada; allorchè da una scappata si sviluppa una
bell'azione... è sempre una cosa che fa piacere... Bravo
Amorevoli! così va fatto. Già, quando nel canto uno sa
trasfondere tutta quella dolcezza e quell'affetto e quella
passione... bisogna bene che nel cuore ci sia del buono... non si
sbaglia... Oh quanti di questi cavalieri, che portano spada,
avrebbero gridato là sfacciatamente in Pretorio il nome della
cara beltà, pel crepacuore di non poter dormire a proprio
letto... Oh sepolcri... Oh apparenze!!
Ma
chi parlava, a queste parole si fermò, perchè la sua
attenzione, come quella degli altri, si volse al carrozzone del
giudice, che in quel punto attraversava la piazza del Duomo.
Lasciando
ora dunque i giovinotti del caffè del Greco, e tenendo dietro
al giudice del Pretorio, dobbiam dire che, sottoposto
all'interrogatorio di pratica, il tenore Amorevoli, il quale davvero
aveva risposto quanto fu già riferito nel caffè del
Greco; sottoposti pure all'interrogatorio gli uomini di casa F...,
dietro quanto risultava dalla deposizione del tenente Baldini; il
signor don Antonio De Capitani di Arzago, chè tale era il
nome del giudice, giovane d'anni, ma di matura e soda intelligenza,
pensò bene di recarsi egli stesso a visitare il preposto di S.
Nazaro, anzichè citarlo a comparire in Pretorio, per rispetto
alle qualità venerabili di quel degno sacerdote. Smontato alla
canonica, si fece annunciare, e il pio e umile prete discese egli
stesso a riceverlo.
So già per qual ragione ella s'incomoda a venir da me...
disse il preposto. Era anzi mia intenzione di venire da lei
fra poco.
E
così, precedendo il signor giudice, lo fece entrare in un
salotto, dove sedettero ambidue.
Ella dunque, signor preposto, sa perchè son qui... La cosa è
seria più che non si creda...
Lo so.
Ora abbia la bontà di dirmi, fin dove però glielo
permette il suo ministero, in che rapporti ella si trovò col
marchese defunto...
Non le tacerò cosa nessuna; ella sa quale fu il tenore di vita
di quel benedetto uomo...
Lo so.
Or bene, sette anni sono, da una povera giovine, che ebbe la
disgrazia di capitare nelle sue mani, ebbe un figliuolo...
Qualcosa ne sapeva...
Dopo le prime smanie, ogni affetto, come sempre, venne a sbollire in
quell'uomo volubilissimo; e dato un pugno d'oro a quella poveretta,
si dimenticò presto e di lei e del fanciullo...
Siam sempre a queste...
Quella sciagurata veniva spesso a piangere da me... e a pregarmi
perchè pregassi il marchese... Non le so dire quanto mi
pesasse il recarmi da colui... Spesso... troppo spesso... la dignità
dell'uomo, non che quella del sacerdote, veniva offesa. Ma appunto
codesti insulti, che per gli altri è una virtù il
respingere, per noi è un merito il sopportare. Insieme colle
brusche parole veniva però sempre qualche pezzo d'oro, ond'io
tornavo all'assalto ogni qualvolta la poveretta veniva da me per
bisogno. Se non che l'uomo venne a star male un anno fa... una
malattia di generale disfacimento... Allora una fiera tristezza gli
entrò nell'animo, e con quella una arrendevolezza insolita.
Dietro le mie preghiere, volle vedere quella sciagurata e il
fanciullo; e un giorno più dell'altro lavorando su quell'animo
ammollito, ottenni quel che era nelle vie della giustizia; almeno io
vissi nella speranza d'averlo ottenuto. Lo consigliai a nominare
erede universale il figlio suo, chiamandolo all'onore del mondo, e a
distruggere il testamento fatto prima, pel quale l'erede universale
doveva essere il suo fratello conte Lodovico, una degna e brava
persona, per verità, ma ricca a sufficienza; del rimanente non
aveva dimenticato nemmeno lui... Mi pregò gli facessi venire
un notajo... gli ho mandato il giovane dottor Macchi, il quale vegliò
alla stesa del testamento olografo... perchè quell'uomo non
sapea nulla di nulla. Io seppi dal dottore che quel testamento
infatti era stato scritto dal proprio pugno del marchese, e firmato,
e così messo tra altre carte. La cosa rimase segreta tra me,
il dottore ed il marchese, il quale però soltanto due ore
prima di morire: «Do a voi, mi disse, la chiave del mio studio.
Là dentro nello scrigno c'è quello che voi avete voluto
che si facesse.» Ecco tutto. Del resto io non ho veduto nulla.
Qui c'è una mano esperta che trafugò il testamento,
soggiunse il giudice, dopo un momento di pausa. Ma il mare delle
congetture è troppo vasto per scoprirvi il filo, se non vien
fuori l'uomo. D'altra parte il conte Lodovico...
Partì due ore prima della morte del fratello... egli e suo
figlio.
Per questa parte adunque non c'è a far nulla.
E poi, torno a ripetere, il conte è un uomo irreprensibile...
Dopo
queste parole vi furono alcuni istanti di silenzio, trascorsi i
quali, il parroco:
Sarebbe bene uscì a dire che V. S. illustrissima
parlasse col notajo Macchi... Egli ha letto la scritta del marchese
dopo averla dettata... chi sa che il notajo non sappia qualcosa di
più?
Il
giudice si alzò e: Non voglio perder tempo
soggiunse: sull'istante vado dal dottor Macchi...
Egli sta in borgo delle Grazie.
Lo so.
Così
dicendo, il giudice si partì dalla casa del preposto di S.
Nazaro, e quando lo salutò:
Mi scuserà, reverendo signor preposto, soggiunse, se per le
volute formalità sarò costretto a sentirla anche in
Pretorio. Risalì poi in carrozza per recarsi difilato
alla casa del dottor Macchi.
Ma
quando fu nella via, pensò che era più conveniente
mandarlo a chiamare, che andarlo a visitare, perchè questa
poteva essere una deviazione dalle leggi d'ufficio, soltanto
compatibile, in via straordinaria, con un reverendo preposto. Giunto
così al Pretorio, mandò infatti a prendere in carrozza
il notajo, il quale non si fece aspettare, e ripetè press'a
poco le parole del preposto di S. Nazaro, senz'altra aggiunta che
questa:
Del resto, illustrissimo signor giudice, se io ho dettato il
testamento, e se il marchese lo ha tutto trascritto di suo pugno, ciò
non vuol dire che dopo non l'abbia anche lacerato... perchè
già ella sa che il suo costume fu sempre di disfare oggi
quello che aveva fatto jeri... onde il trafugamento può forse
essere stato un delitto inutile.
Ma a che proposito, osservò allora il giudice al notajo, ella
mi dice questo?
A nessun proposito. Bensì è mia opinione che se mai i
protettori del fanciullo volessero muover lite al fratello del
marchese, di che ho sentito a toccare un tasto, se il secondo
testamento non salta fuori, ognuno potrà pensare quel che
vuole; ma l'erede è il signor conte di pieno diritto.
Il
giudice non replicò nulla, e licenziò il notajo.
Alcuni
momenti dopo entrò un usciere ad annunciare all'illustrissimo
signor giudice una visita dei cavalieri ispettori del palco scenico
del teatro Ducale.
So di che si tratta, disse fra sè il giudice, e li fece
venire avanti.
I
cavalieri ispettori del teatro Ducale erano venuti a domandare
formalmente al giudice il permesso che il tenore Amorevoli potesse
cantar la sera al teatro, dimostrando che col pubblico s'era
contratto l'impegno e col pubblico non si scherzava; e che, del
resto, come il signor giudice avrebbe ingiunto, si sarebbe seguita la
pratica di riconsegnarlo alla giustizia, tutte le sere, dopo finita
la recita.
Il
giudice rispose, che, non solo non aveva nessuna difficoltà a
conceder questo, ma che anzi era suo debito di fare in modo che il
pubblico si dovesse soddisfare pienamente; che però tutto
dipendeva dallo stato di salute del tenore, cui mandò infatti
a riferire la visita e il desiderio degli ispettori cavalieri. Dopo
alcuni momenti, con loro maraviglia e soddisfazione, Amorevoli mandò
a dire che era assai ben disposto a cantar la sera.
Ma
lasciando ora il Pretorio e il giudice, vorremmo sapere che cosa fa e
che cosa aveva fatto donna Clelia, dalle due ore dopo mezzanotte a
quell'ora in cui gli ispettori del palco scenico partirono per dar
gli ordini opportuni, onde il pubblico fosse avvisato che la sera il
tenore Amorevoli avrebbe cantato.
L'infelice,
in quella giornata, pur troppo, aveva dovuto recarsi a far visita ad
una dama sua conoscente; e ognuno può immaginarsi quel ch'ella
abbia provato udendo i tanti discorsi che si fecero intorno
all'avvenimento della notte. E dovette trattenersi colà tanto
tempo, quanto potè bastare per sentire anche la scoperta
relativa alla finestra della stanza della Gaudenzi; poichè dal
caffè del Greco quella notizia si diffuse repentinamente per
tutta la città, anche senza il telegrafo elettrico. Al qual
proposito è ad osservare che mentre ella, donna Clelia e non
la Gaudenzi, avrebbe voluto giacer mille braccia sotterra, piuttosto
che trovarsi in punto che venisse conosciuta la parte che ella aveva
avuto in quel fatto misterioso; pure, in fondo al suo cuore era
deposto un cruccio inavvertito anche a lei; il cruccio, il dispetto
perchè nessuno avesse mai sospettato che il tenore Amorevoli
fosse venuto nel giardino per amor suo. L'essere amati da persona
amatissima aggiunge un tale orgoglio al cuore in sussulto, che, ad
onta di qualunque pericolo, esso vorrebbe, all'ultimo, far noto a
tutto il mondo il trionfo del suo amor proprio. Ma, lo ripetiamo,
questo sentimento giaceva recondito e dissimulato da altre pressure
nel fondo del cuore di quella donna, e ad ogni sguardo che
innocentemente veniva a fermarsi su di essa, mentre il discorso
percuoteva quel tasto, ella gelava e ardeva di confusione e di
spavento; e solo, solo allora che sentì nominare la Gaudenzi,
quasi fu per tradirsi; così forte tentazione la prese di
gridare: No, non è lei! Ma le fitte più
crude le ebbe a subir la sera, quando coll'orgoglioso conte
ex colonnello, suo marito, dovette recarsi in teatro ad
assistere all'opera.
Il
fatto della notte, l'arresto dellAmorevoli, le mille dicerie,
il silenzio generoso ond'esso avea reso sempre più difficile
la propria posizione, la credenza ormai fatta generale degli amori di
lui colla bellissima Gaudenzi, misero in tutta la popolazione una tal
voglia di andare in teatro, che, la sera, i soldati del corpo di
guardia dovettero accorrere per stornare gravissimi disordini.
Nessuno poi saprebbe immaginarsi gli applausi prodigati in quella
notte dal pubblico a colui ch'egli chiamava il re del canto;
indescrivibili furono le pazzie che si fecero per testimoniargli la
universale simpatia, e per significare la disapprovazione universale
alla lettera cruda della legge e al codice delle manette; e
quanto fu strepitoso il trionfo del tenore arcangelico (perchè
l'aggettivo arcangelico fu trovato la prima volta pel tenore
Amorevoli, e non per Moriani, come crede il volgo), altrettanto fu
quello della danzatrice olimpica. Amorevoli e Gaudenzi,
furono i due nomi echeggiati tutta la sera, senza riposo, con tutta
l'aria che può mettere nelle sue canne la gran gola del
pubblico; tanto parea ammirabile il connubio di quelle due belle e
giovani persone! tanto sembrò perfetta quell'armonia della
danza e del canto!
Ma
se l'infelice donna Clelia dall'alto del suo palchetto facea sangue
nel suo segreto, altri, al cui orecchio eran pur giunte tutte le
dicerie del pubblico, fremeva in più basso scanno, ed era il
primo violino di spalla, il quale, nella sua potenza, a tutti
nascosta, dall'umiltà del suo posto, era destinato a gettar
fuoco e fiamme nella polveriera di questo dramma. Ma non è
tempo ancora ch'ei si faccia innanzi.
VIII
L'amore
è il sole dell'anima, ha detto e stampato Vittore
Hugo, quando non contava che vent'anni, ossia quando nemmeno gli
uomini di genio hanno potuto ottenere dall'esperienza il permesso e
il diritto di parlar dell'amore, nè di nessuno degli altri
enti morali che costituiscono l'infesta e crudele famiglia dell'umane
passioni; Vittore Hugo s'attenne poi al metodo più sicuro per
definire una cosa a rovescio, quella di non guardarla che da un lato.
S'egli in quel punto si fosse limitato a descrivere la
felicità, certo vi sarebbe riuscito; chè egli amava
allora, riamato, quella virtuosa e leggiadra fanciulla, che poi sposò
coll'assenso de' superiori, colla benedizione dei parenti, con tutti
i più felici augurj degli amici, colla contentezza della
Francia, che preconizzò altissime sorti al suo giovine poeta,
il quale si assestava nella vita con tutto il suo agio, stornando per
sempre, coll'applicazione di un matrimonio precoce, quelle feroci
ambascie del cuore che troppo spesso hanno la compiacenza persin di
sfiancare i più robusti intelletti. Così il primo poeta
della Francia fece coll'amore la cura dell'amore, e, avendolo in
isbaglio preso per il sole, lo curava intanto al pari di una
malattia, innestandoselo come il vajuolo. L'amore è una
malattia; una delle più terribili malattie del genere umano,
in quanto i nove decimi degli uomini ne devono essere flagellati
almeno una volta nella vita. Se non è oggi, sarà
domani, ma verrà il tuo giorno anche per te, o gaudente
bevitore di wermuth. Felici noi, soltanto, che,
grazie al cielo non siam più di primo pelo, e
che, avendolo subìto a' nostri giovinetti anni colla sequela
di non so quante ricadute, ora, al pari di Renzo, possiam diguazzarci
in mezzo al flagello, sicurissimi d'andarne illesi. Ma chi fosse
innamorato della definizione di Hugo e sospettasse il paradosso nelle
nostre parole, a persuadersi rifletta questo fatto, che di tante
centinaja di migliaja di suicidj onde l'umanità fu contristata
da Adamo in poi, di due terzi buonamente ne fu cagione l'amore; a
compire l'altro terzo, pare abbia contribuito la confraternita dei
debitori.
Allorchè
la favola inventò la camicia avvelenata di Nesso che arse le
immani membra del semidio Ercole, côlto all'impensata, seppe
ben ella cosa faceva; ma in Fedra, in Medea, in Didone, nella Saffo,
e a voler saltare più di due mila anni, in Gaspara Stampa e in
Properzia de' Rossi, che consolazione e qual sole sia l'amore,
ognuno lo può vedere, perchè l'amore, se non trova
contrasti, si spegne o si trasmuta in un'infiammazione benigna che
non intacca l'appetito e non infesta le digestioni e allora non è
amore; e quando sia tale veramente, si crea i contrasti da per sè,
quantunque non ci provveda la perfida fortuna; inventa fantasmi e
larve e sospetti e affanni, e si confedera alla gelosia; ed è
allora che esso entra nel suo pieno stadio, nel suo più
completo sviluppo, che assume le sue virtù più
micidiali, che fa scomparire il color vivo delle fronti, che emunge
le guancie, che turba il numero delle battute del polso, che toglie
il sonno, che sfila e sfianca anche le vite meglio costrutte dalla
rigogliosa natura. O giovinetti, o giovinette, o donne, o uomini, che
versate in qualche periglio amoroso, o voi tutti adunque che mi
ascoltate, se mai il quadretto che v'ho delineato fosse atto a
produrre alcun effetto, fate buon pro dell'avviso, e ringraziatemi; e
chiudete i vostri cuori in fretta, come quando si chiudono le
persiane al comparir dell'uragano.
Così
fossimo vissuti al tempo di donna Clelia e fossimo stati suoi amici,
e avesse ella potuto bere il contravveleno di queste poche righe! ma,
pur troppo, non siamo nati in tempo, e l'uragano scoppiò, e il
suo cuore, rimasto aperto, ne fu messo sossopra, e terribile uscì
il malanno; perchè potrebbe darsi benissimo che qualche
testolina leggiera ne avesse a ridere, ma noi non ridiamo: tanto
quella donna era diventata infelice, chè l'amore esaltato
dalle furie della gelosia, era penetrato nel cuor suo per siffatto
modo, che ben poteva esser definito un tétano
morale.
In
quella notte del trionfo d'Amorevoli e della Gaudenzi, preveduto, ne
siamo quasi certi, dal primo, e per nulla aspettato dalla seconda;
tanto che, non sapendo darsene una spiegazione a sè stessa, ne
richiese, piena di meraviglia, lo stesso tenore che non le seppe dir
nulla (poichè se arrivava a comprendere il motivo per cui egli
era stato così festosamente accolto dal pubblico, non riusciva
a capacitarsi perchè anche la Gaudenzi dovesse avere una
porzione di quegli applausi prodigati in via straordinaria); in
quella notte adunque la falsa diceria degli amori della ballerina col
tenore, aperse a tutta prima una profonda ferita nel cuore di donna
Clelia; chè la gelosia, stranamente immaginosa nell'inventar
sospetti, anche allora che nessun fatto vi dà argomento, aveva
trovato in quelle voci il naturale suo pascolo; pur tuttavia, per la
relazione spontanea della stessa passione ajutata dal desiderio, a
poco a poco si lasciò persuadere dagli interni ragionamenti a
creder false tutte quelle voci, e si veniva così rassicurando
e quasi consolando; chè l'idea del gravissimo pericolo in cui
ella si trovava in faccia al marito, e in cui si trovava la sua fama
in faccia al mondo, se il vero si fosse scoperto, dopo il primo
spavento, erasi quasi del tutto dileguata; tanto l'amore è
imperterrito. Ma la sventura volle che un cavaliere, di quelli che in
teatro esercitano l'officio di gazzettino orale e, raccolta una
notizietta alla porta, la sparpagliano di palchetto in palchetto col
cinguettio d'una cutrettola, volle dunque la sventura che colui
entrasse da lei, presente il conte ex colonnello, a raccontarle
che il Pretorio in quella sera stessa aveva mandato d'ufficio un
invito cortese alla Gaudenzi, affinchè per il giorno
susseguente dopo mezzodì volesse aver la compiacenza di
recarsi nelle sale della giudicatura per essere sentita intorno ad un
fatto in cui essa poteva avere qualche parte. Tale notizia era la
pura verità, poichè il giudice, al cui orecchio dopo
molti giri e rigiri capitò pure la fama di quei pretesi amori
della Gaudenzi con Amorevoli, sospettando nella delicatezza generosa
del secondo il motivo del suo silenzio, pensò che sarebbe
stato forse più facile cavar la confessione sincera dalla
bocca della Gaudenzi, e così poter mandar libero e assolto da
una imputazione gravissima un uomo, che in faccia al mondo era fuori
d'ogni dubbio innocente, ma non lo poteva essere in faccia alla
legge.
Ma
quella notizia tornò a suscitar la tempesta nel cuore di donna
Clelia, che già erasi venuta tranquillando; e le si fisse in
petto, relativamente agli amori di Amorevoli colla Gaudenzi, con
tutti i caratteri della certezza, di quel genere di certezza che
produce la desolazione. Il conte marito e il cavaliere s'accorsero di
un certo trasmutamento nel volto di lei, onde ad una voce le
domandarono s'ella si sentiva male, senza però insistere di
troppo, tanto erano lungi dal vero. Ma il ballo e l'opera finirono,
il sipario calò, il lacchè entrò nel palchetto,
il conte e la contessa scesero nell'atrio, salirono nel carrozzone, e
in breve, ridottisi a casa, il conte spagnolescamente accompagnò
la contessa alle soglie del suo appartamento, ed egli, come consueto,
ritirossi nel proprio. Or che notte fu quella per la contessa
Clelia! che irrequietudine, che affanno! Coloro che in questo punto
stanno comprimendosi le mascelle per uno spasmodico dolor di denti;
quelli che all'inattesa notizia di un grosso fallimento guardano
spaventati al totale rovescio dei proprj affari; quelli che si
sentono annunciare dal medico che bisogna risolversi all'amputazione
di una gamba, han tutto il diritto di dire che la contessa avea buon
tempo, e che bisognava aver smarrita la ragione onde pigliarsi tanto
affanno per l'infedeltà di un tenore. E il medesimo
quasi diciam anche noi, che non abbiamo nè dolori, nè
gambe in pericolo, nè fallimenti... Ma non per nulla abbiam
detto che l'amore è una malattia, e che la mente cessa di
essere sana quand'è investita dai suoi roventi pensieri.
D'altra parte quell'affanno veniva accresciuto alla contessa dal non
avere a chi confidarlo. Un male, soltanto a raccontarlo altrui, scema
della sua intensità. Ma la contessa non aveva amiche, non ne
ebbe mai: e ciò non tanto per la sua indole naturalmente
altera, quanto perchè, cresciuta tra l'invidia astiosa delle
sue pari, che non poteano sopportare la superiorità del suo
ingegno e il prodigio della sua dottrina, si era venuta, a così
dire, guastando il sangue in quella necessità continua di
render disprezzo per invidia. Ma qualcosa conveniva pur fare, pensava
la contessa nella veglia angosciosa di quella notte; ma se Amorevoli
era stato arrestato, qualunque fossero le sue relazioni colla
Gaudenzi, era pur stato côlto in un momento (e tal pensiero la
beatificava) in cui stava intrattenendosi seco in affettuosi e caldi
parlari; ma se Amorevoli si