Franco Sacchetti



IL TRECENTONOVELLE


Proemio



Considerando al presente tempo e alla condizione dell'umana vita, la quale con pestilenziose infirmità e con oscure morti è spesso vicitata; e veggendo quante rovine con quante guerre civili e campestre in essa dimorano; e pensando quanti populi e famiglie per questo son venute in povero e infelice stato e con quanto amaro sudore conviene che comportino la miseria, là dove sentono la lor vita esser trascorsa; e ancora immaginando come la gente è vaga di udire cose nuove, e spezialmente di quelle letture che sono agevoli a intendere, e massimamente quando danno conforto, per lo quale tra molti dolori si mescolino alcune risa; e riguardando in fine allo eccellente poeta fiorentino messer Giovanni Boccacci, il quale descrivendo il libro delle Cento Novelle per una materiale cosa, quanto al nobile suo ingegno... quello è divulgato e richie... che infino in Francia e in Inghilterra l'hanno ridotto alla loro lingua, e grand...so; io Franco Sacchetti fiorentino, come uomo discolo e grosso, mi proposi di scrivere la presente opera e raccogliere tutte quelle novelle, le quali, e antiche e moderne, di diverse maniere sono state per li tempi, e alcune ancora che io vidi e fui presente, e certe di quelle che a me medesimo sono intervenute.
E non è da maravigliare se la maggior parte delle dette novelle sono fiorentine... che a quelle sono stato prossima... e se non al fatto piú presso a la... e perché in esse si tratterà di... condizioni di genti, come di... marchesi e conti e cavalieri, e di... grandi e piccoli, e cosí di grandi donne, mezzane e minori, e d'ogni altra generazione; nientedimeno nelle magnifiche e virtuose opere seranno specificati i nomi di quelli tali; nelle misere e vituperose, dove elle toccassino in uomini di grande affare o stato, per lo migliore li nomi loro si taceranno; pigliando esempio dal vulgare poeta fiorentino Dante, che quando avea a trattare di virtú e di lode altrui, parlava egli, e quando avea a dire e' vizii e biasimare altrui, lo faceva dire alli spiriti.
E perché molti e spezialmente quelli, a cui in dispiacere toccano, forse diranno, come spesso si dice: "queste son favole", a ciò rispondo che ce ne saranno forse alcune, ma nella verità mi sono ingegnato di comporle. Ben potrebbe essere, come spesso incontra, che una novella sarà intitolata in Giovanni, e uno dirà: ella intervenne a Piero; questo serebbe piccolo errore, ma non sarebbe che la novella non fosse stata. E altri potran dire...


NOVELLA II

Lo re Federigo di Cicilia è trafitto con una bella storia da ser Mazzeo speziale di Palermo.

Di valoroso e gentile animo fu il re Federigo di Cicilia nel cui tempo fu uno speziale in Palermo, chiamato ser Mazzeo, il quale avea per consuetudine ogni anno al tempo de' cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovagliuola in collo e portare allo re dall'una mano in un piattello cederni e dall'altra mele; e lo re questo dono ricevea graziosamente.
Avvenne che questo ser Mazzeo, venendo nel tempo della vecchiezza, cominciò alquanto a vacillare, e non sí però che l'usato presente di fare non seguisse. Fra l'altre volte, essendosi molto ben pettinato, e assettata la chioma sotto la cuffia, tolse la tovagliuola e' piattelli de' cederni e delle mele per fare l'usato presente; e messosi in cammino, pervenne alla porta del palazzo del re.
Il portinaio, veggendolo, cominciò a fare scherne di lui e a tirargli il bendone della cuffia; e contendendosi da lui, e un altro il tirava d'un'altra parte, però che quasi il tenevano insensato; e cosí datoli la via, or da uno e ora da un altro fu tanto tirato e rabbuffato che tutto il capo avea avviluppato; e con tutto questo, s'ingegnò di portar pure a salvamento il presente, giugnendo dinanzi al re con debita reverenza. Lo re, veggendolo cosí schermigliato, disse:
- Ser Mazzeo, che vuol dir questo, che tu sei cosí avviluppato?
Rispose ser Mazzeo:
- Monsignore, egli è quello che voi volete.
Lo re disse:
- Come è?
Ser Mazzeo disse:
- Sapete voi qual è la piú bella storia che sia nella Bibbia?
Lo re, che era di ciò intendentissimo, rispose:
- Assai ce ne sono, ma il superlativo grado non saprei ben quale.
Allora ser Mazzeo disse:
- Se mi date licenzia vel dirò io.
Rispose lo re:
- Di' sicuramente ciò che tu vuogli.
E ser Mazzeo dice:
- Monsignore lo re, la piú bella istoria che sia in tutta la Bibbia è quando la reina di Saba, udendo la sapienza mirabile di Salamone, si mosse cosí da lungi per andare a vedere le terre sue e lui in Egitto; la quale, giugnendo alle terre governate per Salamone, tanto trovava ogni cosa ragionevolmente disposta che quanto piú vedea, piú si maravigliava, e piú s'infiammava di vedere Salamone, tanto che, giugnendo alla principal città, pervenne al suo palazzo, e di passo in passo ogni cosa mirando e considerando, vidde li servi e' sudditi suoi molto ordinati e costumati; tanto che, giunta in su la gran sala, fece dire a Salamone come ella era e perché quivi venuta. E Salamone subito uscío della camera e faglisi incontro; il quale la detta reina veggendo, si gittò inginocchioni, dicendo ad alta voce: "O sapientissimo re, benedetto sia il ventre che portò tanta prudenza, quanta in te regna".
E qui ristette ser Mazzeo.
Disse allora il re Federigo:
- Be', che vuoi tu dir, ser Mazzeo?
E ser Mazzeo rispose:
- Monsignor lo re, voglio dire che se questa reina comprese bene, per l'ordine e costume delle terre e de' sudditi di Salamone, esser lui il piú savio uomo del mondo; io per quella medesima forma posso considerare voi essere il piú matto re che viva, pensando che io, vostro minimo servo, venendo con questo usato dono alla vostra maestà, li servi vostri m'abbino concio come voi vedete.
Lo re, veggendo e considerando ser Mazzeo, lo consolò con parole, volendo sapere chi e come era stato, quelli tali fece dinanzi a sé venire, e corressegli e puní innanzi a ser Mazzeo, e del suo servizio gli cacciò; comandando a tutti gli altri che quando ser Mazzeo volesse venire a lui, giammai porta non gli fusse tenuta e sempre a lui facessono onore: e cosí seguirono di fare, maravigliandosi il detto del fine di sí notabile istoria, a proposito detta per un vecchierello a cui la mente già diffettava. Fu cagione questo ser Mazzeo, col suo dire, che questo re d'allora innanzi tenne molto meglio accostumata la sua famiglia che prima non tenea: ed è talor di necessità che si truovino uomeni di questa forma.


NOVELLA III

Parcittadino da Linari vagliatore si fa uomo di corte, e va a vedere lo re Adoardo d'Inghilterra, il qual, lodandolo, ha da lui molte pugna, e poi, biasimandolo, riceve dono.

Lo re Adoardo vecchio d'Inghilterra fu re di gran virtú e fama, e fu tanto discreto che la presente novella ne dimostrerrà in parte. Fu adunque nel suo tempo uno vagliatore a Linari in Valdensa nel contado di Firenze, il quale aveva nome Parcittadino. Venne a costui volontà di lasciare in tutto il vagliare ed esser uomo di corte, e in questo diventò assai sperto; e cosí spermentandosi nell'arte cortigiana, gli venne gran volontà di andare a vedere il detto re Adoardo; e non sine quare , ma perché avea udito molto delle sue magnanimità, e spezialmente verso li suoi pari. E cosí pensato, una mattina si misse in cammino, e non ristette mai che elli pervenne in Inghilterra alla città di Londra, dove lo re dimorava; e giunto al palagio reale, dove il detto re dimorava, di porta in porta trapassando, giunse nella sala, dove lo re il piú del tempo facea residenza; e trovollo fiso giucare a scacchi con lo gran dispensiere.
Parcittadino, giunto dinanzi al re, inginocchiandosi con le reverenti raccomandazioni, quella vista o quella mutazione fece il re come prima che giugnesse: di che stette Parcittadino per grande spazio in tal maniera. E veggendo che lo re alcun sembiante non facea, si levò in piede e cominciò a dire:
- Benedetto sia l'ora e 'l punto che qui m'ha condotto, e dove io ho sempre desiderato, cioè di vedere il piú nobile e 'l piú prudente e 'l piú valoroso re che sia fra cristiani; e ben mi posso vantare piú che altro mie pari, dappoi che io sono in luogo dove io veggio il fiore di tutti li altri re. O quanta gloria mi ha conceduta la fortuna! ché oggimai, se io morisse, con poca doglia verrei a quel passo, dappoi che io sono innanzi a quella serenissima corona la quale, come calamita tira il ferro, cosí con la sua virtú tira ciascuno con desiderio a veder la sua dignità.
Appena ebbe insino a qui Parcittadino condotto il suo sermone, che lo re si levò dal giuoco, e piglia Parcittadino, e con le pugna e calci, cacciandolo per terra, tante gliene diede che tutto il pestò; e fatto questo, subito ritornò al giuoco delli scacchi. Parcittadino assai tristo, levandosi di terra, appena sapea dove si fosse; parendoli aver male spesi i passi suoi, e similmente le lode date al re, si stava cosí tapino, non sapendo che si fare. E pigliando un po' di cuore, volle provare se, dicendo il contrario al re, gliene seguisse meglio, da che per lo ben dire glien'era colto male; incominciando a dire:
- Maladetto sia l'ora e 'l dí che in questo luogo mi condusse, che credendo esser venuto a vedere un nobile re, come la fama risuona, e io sono venuto a vedere un re ingrato e sconoscente: credea esser venuto a vedere un re virtuoso, e io sono venuto a vedere un re vizioso: credea esser venuto a vedere un re discreto e sincero, e io sono venuto a vedere un re maligno, pieno di nequizia: credea esser venuto a vedere una santa e giusta corona, e io ho veduto costui che male per ben guiderdona; e la prova il dimostra, che me piccola creatura, magnificando e onorando lui, m'ha sí concio ch'io non so se mai potrò piú vagliare, se mai al mio mestiero antico ritornare mi convenisse.
Lo re si lieva la seconda volta piú furioso che la prima, e va a una porta, e chiama un suo barone. Veggendo questo Parcittadino, qual elli diventò non è da domandare, però che parea un corpo morto che tremasse, e s'avvisò essere dal re ammazzato; e quando udí lo re chiamare quel barone, credette chiamasse qualche justiziere che lo crucifiggesse.
Giunto il barone chiamato dal re, lo re gli disse:
- Va', da' la cotal mia vesta a costui, e pagalo della verità, ch'io l'ho ben pagato della bugia io.
Il barone va subito, e recò a Parcittadino una robba reale delle piú adorne che lo re avesse, con tanti bottoni di perle e pietre preziose che, sanza le pugna e' calci ch'egli ebbe, valea fiorini trecento o piú. E continuo sospettando Parcittadino che quella robba non fosse serpe o badalischio che 'l mordesse, a tentone la ricevette. Dappoi rassicuratosi e messasela indosso, e dinanzi allo re si appresentò, dicendo:
- Santa corona, qualora voi mi volete pagare a questo modo delle mie bugie, io dirò rade volte il vero.
E conobbe lo re per quello che avea udito, e lo re ebbe piú diletto di lui.
Dappoi, stato quello che gli piacque, prese commiato e dal re si partí, tenendo la via per la Lombardia; dove andò ricercando tutti li signori, raccontando questa novella, la quale gli valse piú di altri fiorini trecento; e tornossi in Toscana, e andò a rivedere con quella robba gli suoi parenti vagliatori da Linari, tutti polverosi di vagliatura e poveri; li quali maravigliandosi, Parcittadino disse loro:
- Tra molte pugna e calci fui in terra, poi ebbi questa robba in Inghilterra.
E fece bene a assai di loro; poi si partí e andò a procacciare sua ventura.
Questa fu cosí bella cosa a uno re, come potesse avvenire. E quanti ne sono che, essendo lodati come questo re, non avessono gonfiato le gote di superbia? Ed elli sappiendo che quelle lode meritava, volle dimostrare che non era vero, usando nella fine tanta discrezione. Assai ignoranti, essendo lodati nel loro cospetto da piasentieri, se lo crederanno; costui, essendo valoroso, volle dimostrare il contrario.


NOVELLA IV

Messer Bernabò signore di Melano comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili; di che uno mugnaio, vestitosi de' panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate e l'abate rimane mugnaio.

Messer Bernabò signore di Melano, essendo trafitto da un mugnaio con belle ragioni, gli fece dono di grandissimo benefizio. Questo signore ne' suoi tempi fu ridottato da piú che altro signore; e come che fosse crudele, pur nelle sue crudeltà avea gran parte di justizia. Fra molti de' casi che gli avvennono fu questo, che uno ricco abate, avendo commesso alcuna cosa di negligenza di non avere ben notricato due cani alani, che erano diventati stizzosi, ed erano del detto signore, li disse che pagasse fiorini quattromila. Di che l'abate cominciò a domandare misericordia. E 'l detto signore, veggendolo addomandare misericordia, gli disse:
- Se tu mi fai chiaro di quattro cose, io ti perdonerò in tutto; e le cose son queste che io voglio che tu mi dica: quanto ha di qui al cielo; quant'acqua è in mare; quello che si fa in inferno; e quello che la mia persona vale.
Lo abate, ciò udendo, cominciò a sospirare, e parveli essere a peggior partito che prima; ma pur, per cessar furore e avanzar tempo, disse che li piacesse darli termine a rispondere a sí alte cose. E 'l signore gli diede termine tutto il dí sequente; e come vago d'udire il fine di tanto fatto, gli fece dare sicurtà del tornare.
L'abate, pensoso, con gran malenconia, tornò alla badía, soffiando come un cavallo quando aombra; e giunto là, scontrò un suo mugnaio, il quale, veggendolo cosí afflitto, disse:
- Signor mio, che avete voi che voi soffiate cosí forte?
Rispose l'abate:
- Io ho ben di che, ché 'l signore è per darmi la mala ventura se io non lo fo chiaro di quattro cose, che Salamone né Aristotile non lo potrebbe fare.
Il mugnaio dice:
- E che cose son queste?
L'abate gli lo disse.
Allora il mugnaio, pensando, dice all'abate:
- Io vi caverò di questa fatica, se voi volete.
Dice l'abate:
- Dio il volesse.
Dice il mugnaio:
- Io credo che 'l vorrà Dio e' santi.
L'abate, che non sapea dove si fosse, disse:
- Se 'l tu fai, togli da me ciò che tu vuogli, ché niuna cosa mi domanderai, che possibil mi sia, che io non ti dia.
Disse il mugnaio:
- Io lascerò questo nella vostra discrizione.
- O che modo terrai? - disse l'abate.
Allora rispose il mugnaio:
- Io mi voglio vestir la tonica e la cappa vostra, e raderommi la barba, e domattina ben per tempo anderò dinanzi a lui, dicendo che io sia l'abate; e le quattro cose terminerò in forma ch'io credo farlo contento.
All'abate parve mill'anni di sustituire il mugnaio in suo luogo; e cosí fu fatto.
Fatto il mugnaio abate, la mattina di buon'ora si mise in cammino; e giunto alla porta, là dove entro il signore dimorava, picchiò, dicendo che tale abate voleva rispondere al signore sopra certe cose che gli avea imposte. Lo signore, volontoroso di udire quello che lo abate dovea dire, e maravigliandosi come sí presto tornasse, lo fece a sé chiamare: e giunto dinanzi da lui un poco al barlume, facendo reverenza, occupando spesso il viso con la mano per non esser conosciuto, fu domandato dal signore se avea recato risposta delle quattro cose che l'avea addomandato.
Rispose:
- Signor sí. Voi mi domandaste: quanto ha di qui al cielo. Veduto appunto ogni cosa, egli è di qui lassú trentasei milioni e ottocento cinquantaquattro mila e settantadue miglia e mezzo e ventidue passi.
Dice il signore:
- Tu l'hai veduto molto appunto; come provi tu questo?
Rispose:
- Fatelo misurare, e se non è cosí, impiccatemi per la gola. Secondamente domandaste: quant'acqua è in mare. Questo m'è stato molto forte a vedere, perché è cosa che non sta ferma, e sempre ve n'entra; ma pure io ho veduto che nel mare sono venticinque milia e novecento ottantadue di milioni di cogna e sette barili e dodici boccali e due bicchieri.
Disse il signore:
- Come 'l sai?
Rispose:
- Io l'ho veduto il meglio che ho saputo: se non lo credete, fate trovar de' barili, e misurisi; se non trovate essere cosí, fatemi squartare. Il terzo mi domandaste quello che si faceva in inferno. In inferno si taglia, squarta, arraffia e impicca, né piú né meno come fate qui voi.
- Che ragione rendi tu di questo?
Rispose:
- Io favellai già con uno che vi era stato, e da costui ebbe Dante fiorentino ciò che scrisse delle cose dell'inferno; ma egli è morto; se voi non lo credete, mandatelo a vedere. Quarto mi domandaste quello che la vostra persona vale; e io dico ch'ella vale ventinove danari.
Quando messer Bernabò udí questo, tutto furioso si volge a costui, dicendo:
- Mo ti nasca il vermocan; sono io cosí dappoco ch'io non vaglia piú che una pignatta?
Rispose costui, e non sanza gran paura:
- Signor mio, udite la ragione. Voi sapete che 'l nostro Signore Jesú Cristo fu venduto trenta danari; fo ragione che valete un danaro meno di lui.
Udendo questo il signore, immaginò troppo bene che costui non fosse l'abate, e guardandolo ben fiso, avvisando lui esser troppo maggiore uomo di scienza che l'abate non era, disse:
- Tu non se' l'abate.
La paura che 'l mugnaio ebbe ciascuno il pensi; inginocchiandosi con le mani giunte, addomandò misericordia, dicendo al signore come egli era mulinaro dell'abate, e come e perché camuffato dinanzi dalla sua signoria era condotto, e in che forma avea preso l'abito, e questo piú per darli piacere che per malizia.
Messer Bernabò, udendo costui, disse:
- Mo via, poi ch'ello t'ha fatto abate, e se' da piú dí lui, in fé di Dio, e io ti voglio confirmare, e voglio che da qui innanzi tu sia l'abate, ed ello sia il mulinaro, e che tu abbia tutta la rendita del monasterio, ed ello abbia quella del mulino.
E cosí fece ottenere tutto il tempo che visse che l'abate fu mugnaio, e 'l mugnaio fu abate.
Molto è scura cosa, e gran pericolo, d'assicurarsi dinanzi a' signori, come fe' questo mugnaio, e avere quello ardire ebbe lui. Ma de' signori interviene come del mare, dove va l'uomo con grandi pericoli, e ne' gran pericoli li gran guadagni. Ed è gran vantaggio quando il mare si truova in bonaccia, e cosí ancora il signore: ma l'uno e l'altro è gran cosa di potersi fidare, che fortuna tosto non venga.
Alcuni hanno già detto essere venuta questa, o simil novella, a... papa, il quale, per colpa commessa da un suo abate, li disse che li specificasse le quattro cose dette di sopra, e una piú, cioè: qual fosse la maggior ventura che elli mai avesse aúto. Di che l'abate, avendo rispetto della risposta, tornò alla badía, e ragunati li monaci e' conversi, infino al cuoco e l'ortolano, raccontò loro quello di che avea a rispondere al detto papa; e che a ciò gli dessono e consiglio e aiuto. Eglino, non sappiendo alcuna cosa che si dire, stavano come smemorati: di che l'ortolano, veggendo che ciascheduno stava muto, disse:
- Messer l'abate, però che costoro non dicono alcuna cosa, e io voglio esser colui e che dica e che faccia, tanto che io credo trarvi di questa fatica; ma datemi li vostri panni, sí che io vada come abate, e di questi monaci mi seguano; e cosí fu fatto.
E giunto al papa, disse dell'altezza del cielo esser trenta voci. Dell'acqua del mare disse: "Fate turare le bocche de' fiumi, che vi mettono entro, e poi si misuri". Quello che valea la sua persona, disse: "Danari ventotto"; ché la facea due danari meno di Cristo, ché era suo vicario. Della maggior ventura ch'egli avesse mai, disse: "Come d'ortolano era diventato abate"; e cosí lo confermò. Come che si fosse, o intervenne all'uno e all'altro, o all'uno solo, e l'abate diventò o mugnaio o ortolano.


NOVELLA V

Castruccio Interminelli, avendo un suo famiglio disfatto in uno muro il giglio dell'arma fiorentina, essendo per combattere, lo fa combattere con un fante che avea l'arma del giglio nel palvese, ed è morto.

Ora voglio mutare un poco la materia, e dire come Castruccio Interminelli, signore di Lucca, castigò uno gagliardo contro le mura. Questo Castruccio fu de' cosí savi, astuti e coraggiosi signori come fosse nel mondo già è gran tempo; e guerreggiando e dando assai che pensare a' Fiorentini, però che era loro cordiale nimico, fra l'altre notabili cose che fece fu questa: che essendo a campo in Valdinievole, e dovendo una mattina andare a mangiare in uno castello da lui preso, di quelli del Comune di Firenze, e mandando un suo fidato famiglio innanzi che apparecchiasse le vivande e le mense, il detto famiglio, giugnendo in una sala, dove si dovea desinare, vide tra molte arme, come spesso si vede, dipinta l'arme del giglio del Comune di Firenze, e con una lancia, che parea che avesse a fare una sua vendetta, tutta la scalcinò.
Venendo l'ora che Castruccio con altri valentri uomeni giunsono per desinare, il famiglio si fece incontro a Castruccio e, come giunse in su la sala, disse:
- Signore mio, guardate come io ho acconcio quell'arma di quelli traditori Fiorentini.
Castruccio, come savio signore, disse:
- Sia con Dio; fa' che noi desiniamo.
E tenne nella mente quest'opera, tanto che a pochi dí si rassembrò la sua gente per combattere con quella del Comune di Firenze; là dove, appressandosi li due eserciti, per avventura venne che innanzi a quello de' Fiorentini venía uno bellissimo fante bene armato con uno palvese in braccio, dove era dipinto il giglio.
Veggendo Castruccio costui essere de' primi a venirli incontro, chiamò il suo fidato famiglio, che cosí bene avea combattuto col muro, e disse:
- Vien qua; tu desti pochi dí fa tanti colpi nel giglio ch'era nel muro che tu lo vincesti e disfacesti: va' tosto, e armati come tu sai, e fa' che subito vadi a dispignere e vincere quello.
Costui nel principio credette che Castruccio beffasse. Castruccio lo costrinse, dicendo:
- Se tu non vi vai, io ti farò impiccar subito a quell'arbore.
Veggendosi costui mal parato, e che Castruccio dicea da dovero, v'andò il meglio che poteo. Come fu presso al fante del giglio, subito questo fante di Castruccio fu morto da quello con una lancia che 'l passò dall'una parte all'altra. Veggendo questo Castruccio, non fece alcun sembiante d'ira o cruccio, ma disse:
- Troppo bene è andato -; e volsesi a' suoi, dicendo: - Io voglio che voi appariate di combattere con li vivi, e non con li morti.
O non fu questa gran justizia? ché sono molti che danno per li faggi e per le mura e nelle cose morte, e fanno del gagliardo, come se avessono vinto Ettore; e oggi n'è pieno il mondo, che in questa forma, o contra minimi o pecorelle, sempre sono fieri; ma per ciascuno di questi tali fosse uno Castruccio che li pagasse della loro follia, come pagò questo suo famiglio.
Assai notabili cose fece ne' suoi dí Castruccio; fra l'altre, dicea a uno, che a sua petizione avesse fatto un tradimento:
- Il tradimento mi piace, ma il traditore no; pagati e vatti con Dio, e fa' che mai tu non mi venga innanzi.
Oggi si fa il contrario, ché se uno signore o Comune farà fare uno tradimento, fa il traditore suo provvisionato e sempre il tiene con lui, facendoli onore. Ma a molti è già intervenuto che quelli che hanno fatto fare il tradimento, dal traditore poi sono stati traditi.


NOVELLA VI

Marchese Aldobrandino domanda al Basso della Penna qualche nuovo uccello da tenere in gabbia, il Basso fa fare una gabbia, ed entrovi è portato a lui.

Marchese Aldobrandino da Esti, nel tempo che ebbe la signoria di Ferrara, gli venne vaghezza, come spesso viene a' signori, di avere qualche nuovo uccello in gabbia. Di che per questa cagione mandò un dí per uno Fiorentino che tenea albergo in Ferrara, uomo di nuova e di piacevolissima condizione, che avea nome Basso della Penna. Era vecchio e piccolo di persona, e sempre pettinato andava in zazzera e in cuffia. Giunto questo Basso dinanzi al marchese, il marchese sí gli dice:
- Basso, io vorrei qualche uccello per tenere in gabbia, che cantasse bene, e vorrei che fosse qualche uccello nuovo, che non se ne trovassono molti per l'altre genti, come sono fanelli e calderelli, e di questi non vo cercando; e però ho mandato per te, perché diversa gente e di diversi paesi ti vengono per le mani al tuo albergo; di che possibile ti fia che qualcuno di questi ti metta in via, donde se ne possa avere uno.
Rispose il Basso:
- Signore mio, io ho compreso la vostra intenzione, la quale m'ingegnerò di mettere ad effetto, e cercherò di far sí che subitamente serete servito.
Udendo il marchese questo, gli parve avere già in gabbia la fenice, e cosí si partío. Il Basso, avendo già immaginato ciò che far dovea, giunto che fu al suo albergo, mandò per un maestro di legname, e disse:
- Io ho bisogno di una gabbia di cotanta lunghezza, e tanto larga e tanto alta; e fa' ragione di farla sí forte ch'ella sia sofficiente a un asino, se io ve l'avessi a metter dentro, e abbia uno sportello di tanta grandezza.
Compreso che 'l maestro ebbe tutto, fu in concordia del pregio, e andò a fare la detta gabbia; fatta che l'ebbe, la fe' portare al Basso e tolse i denari.
Il Basso subito mandò per uno portatore, e là venuto entrando nella gabbia, disse al portatore che 'l portasse al marchese. Al portatore parve questa una nuova mercanzia e quasi non volea; se non che 'l Basso tanto disse che pur lo portò. Il qual giunto al marchese, con grande moltitudine di popolo che correa dietro alla novità; il marchese quasi dubitò, non conoscendo ancora che cosa fosse quella. Ma appressatosi la gabbia e 'l Basso ed essendo su portato presso al marchese, il marchese, conoscendo ciò che era, disse:
- Basso, che vuol dir questo?
Il Basso, cosí nella gabbia, con lo sportello serrato, cominciò a squittire, e disse:
- Messer lo marchese, voi mi comandaste pochi dí fa che io trovasse modo che voi avesse qualche nuovo uccello in gabbia, e che di quelli tali pochi ne fossono al mondo; di che, considerando chi io sono e quanto nuovo sono, ché posso dire che nessuno ne sia piú nuovo di me in su la terra, in questa gabbia intrai, e a voi mi rappresento, e mi vi dono per lo piú nuovo uccello che tra' cristiani si possa trovare; e ancora vi dico piú, che non ce n'ha niuno fatto com'io: il canto mio fia tale, che vi diletterà assai; e però fate posare la gabbia da quella finestra.
Disse il marchese:
- Mettetela sul davanzale.
Il Basso dice:
- Oimè, non fate, ché io potrei cadere.
Dice il marchese:
- Mettetelo su, ché 'l davanzale è largo.
E cosí messo su, accennò a un suo famiglio che dondolasse la gabbia, e nientedimeno la sostenesse.
E 'l Basso dice:
- Marchese, io ci venni per cantare, e voi volete ch'io pianga.
E cosí, quando il Basso fu rassicurato, disse:
- Marchese, se mi darete mangiare delle vivande che mangiate voi, io canterò molto bene.
Il marchese li fece venire un pane con un capo d'aglio, e tennelo tutto quel dí su la finestra, facendo a lui di nuovi giuochi; e tutto il popolo era sulla piazza a vedere il Basso nella gabbia; e in fine la sera cenò col signore, e poi si ritornò all'albergo, e la gabbia rimase al marchese, ché mai non la riebbe.
Il marchese da quell'ora innanzi ebbe il Basso piú caro che mai, e spesso l'invitava a mangiare, e facevalo cantare nella gabbia, e pigliava gran diletto di lui. Chi sapesse la disposizione de' signori, quando fossono in buona tempera, ognora penserebbono di cose nuove, come fece il Basso, che per certo ben serví il marchese, e non andò in India per l'uccello; ma essendogli presso presso, fu servito del piú nuovo e unico uccello che si potesse trovare.


NOVELLA VII

Messer Ridolfo da Camerino, al tempo che la Chiesa avea assediato Forlí, fa una nuova e notabile assoluzione sopra una questione che aveano valentri uomeni d'una insegna.

Messer Ridolfo da Camerino, savissimo signore, con poche parole e notabil judicio, contentò una brigata di valentri uomeni di quello che domandorono sopra una questione, sí come il Basso d'un nuovo uccello contentasse il marchese.
Al tempo che la Chiesa, e messer Egidio di Spagna cardinale per quella, avea per assedio costretta la città di Forlí per gran dimora; e di quella essendo signore messer Francesco Ardelaffi, notabile signore, molti signori notabili e valentri uomeni a petizione della Chiesa erano concorsi al detto assedio; ed essendo in una parte raccolti con una questione quasi quelli che erano i maggiori del campo, e tra loro essendo messer Unghero da Sassoferrato, il quale avea l'insegna del Crocifisso, la quale è quella insegna che è piú degna che alcun'altra; ed essendo gran contesa tra loro, però che quello che avea l'insegna dicea aver caro quel beneficio fiorini duemila; altri diceano: io vorrei innanzi fiorini duecento; e tali diceano fiorini cento, e tali fiorini trecento, e chi dicea di meno e chi di piú; passando per quel luogo messer Ridolfo da Camerino, che andava provveggendo il campo, s'accostò a loro domandando di quello che contendeano; di che per loro gli fu detto la cagione, pregandolo ancora che la loro questione diffinisse, e quello che si dovea prezzare la detta insegna.
Messer Ridolfo, avendo tosto considerata la questione, fece la risposta dicendo che chi tenea che la detta insegna si dovea prezzare e avere cara duecento, o trecento, o mille, o duemila, non potea avere ragione; però che quando il nostro Signore Jesú Cristo fu in questa vita, e di carne e d'ossa, fu venduto trenta danari, e ora ch'egli è dipinto nella pezza e morto e in croce, che si possa o debba ragionevolmente stimar piú, è cosa vana, e per la ragione allegata non potere justamente seguire. Udito che ebbono tutti questa sentenzia, con le risa s'accordorono a por fine alla questione, e dissono tutti, eccetto messer Unghero, messer Ridolfo avere ben detto e giudicato.
Notabile detto e strano fu quello di messer Ridolfo, e come che paresse ostico, raccontando come disse del nostro Signore, a ragione il judicio fu giusto; e mostrò, sanza dirlo, che son molti che fanno maggiore stima delle viste che de' fatti. E quanti ne sono già stati che hanno procacciato d'essere Gonfalonieri e Capitani, e d'avere l'insegna e reale e dell'altre, solo per vanagloria, ma dell'opere non si sono curati! E di questi apparenti ne sono stati, e tutto il dí sono piú che degli operanti. E non pur nelle cose dell'arme ma eziandio di quelli che in teologia si fanno maestrare, non per altro, se non per essere detto Maestro; Dottore di leggi, per essere chiamato Dottore; e cosí in filosofia e medicina, e di tutte l'altre cose: e Dio il sa quello che li piú di loro sanno!


NOVELLA VIII

Uno Genovese sparuto, ma bene scienziato, domanda Dante poeta come possa intrare in amore a una donna, e Dante gli fa una piacevole risposta.

Questo che seguita non fu meno notabile consiglio che fosse il judicio di messer Ridolfo. Fu già nella città di Genova uno scientifico cittadino e in assai scienze bene sperto, ed era di persona piccolo e sparutissimo. Oltre a questo era forte innamorato d'una bella donna di Genova, la quale, o per la sparuta forma di lui, o per moltissima onestà di lei, o per che che si fosse la cagione, giammai, non che ella l'amasse, ma mai gli occhi in verso lui tenea, ma piú tosto fuggendolo, in altra parte gli volgea. Onde costui, disperandosi di questo suo amore, sentendo la grandissima fama di Dante Allighieri, e come dimorava nella città di Ravenna, al tutto si dispose d'andar là per vederlo e per pigliare con lui dimestichezza, considerando avere da lui o consiglio o aiuto come potesse entrare in amore a questa donna, o almeno non esserli cosí nimico. E cosí si mosse, e pervenne a Ravenna, là dove tanto fece che fu a un convito dove era il detto Dante; ed essendo alla mensa assai di presso l'uno all'altro, il Genovese, veduto tempo, disse:
- O messer Dante, io ho inteso assai della vostra virtú e della fama che di voi corre; potre' io avere alcuno consiglio da voi?
Disse Dante:
- Purché io ve lo sappia dire.
Allora il Genovese dice:
- Io ho amato e amo una donna con tutta quella fede che amore vuole che s'ami; giammai da lei, non che amore mi sia stato conceduto, ma solo d'uno sguardo mai non mi fece contento.
Udendo Dante costui, e veggendo la sua sparuta vista, disse:
- Messere, io farei volentieri ogni cosa che vi piacesse; e di quello che al presente mi domandate, non ci veggio altro che un modo, e questo è che voi sapete che le donne gravide hanno sempre vaghezza di cose strane; e però converrebbe che questa donna che cotanto amate, ingravidasse: essendo gravida, come spesso interviene ch'ell'hanno vizio di cose nuove, cosí potrebbe intervenire che ella avrà vizio di voi; e a questo modo potreste venire ad effetto del vostro appetito: per altra forma sarebbe impossibile.
Il Genovese, sentendosi mordere, disse:
- Messer Dante, voi mi date consiglio di due cose piú forte che non è la principale; però che forte cosa sarebbe che la donna ingravidasse, però che mai non ingravidò; e vie piú forte serebbe che poi ch'ella fosse ingravidata, considerando di quante generazioni di cose ell'hanno voglia, che ella s'abbattesse ad avere voglia di me. Ma in fé di Dio, che altra risposta non si convenía alla mia domanda che quella che mi avete fatto.
E riconobbesi questo Genovese, conoscendo Dante per quello ch'egli era, meglio che non avea conosciuto sé, che era sí fatto che erano poche che non l'avessono fuggito. E conobbe Dante sí che piú dí stette il Genovese in casa sua, pigliando grandissima dimestichezza per tutti li tempi che vissono. Questo Genovese era scienziato, ma non dovea essere filosofo, come la maggior parte sono oggi; però che la filosofia conosce tutte le cose per natura; e chi non conosce sé principalmente, come conoscerà mai le cose fuora di sé? Costui, se si fosse specchiato, o con lo specchio della mente, o col corporale, averebbe pensato la forma sua e considerato che una bella donna, eziandio essendo onesta, è vaga che chi l'ama abbia forma di uomo, e non di vilpistrello.
Ma e' pare che li piú son tocchi da quel detto comune: "E non ci ha maggiore inganno che quello di sé medesimo".


NOVELLA IX

Messer Giovanni della Lana chiede a uno buffone che faccia un bel partito: quelli ne fa uno molto nuovo: a colui non piace; fanne un altro, donde messer Giovanni scornato si parte.

Non so qual fosse piú sparuto di persona, o il Genovese passato, o messer Giovanni della Lana da Reggio, del quale brievemente dirò in questa novella. Il quale messer Giovanni, non possendo stare in Reggio, stando in Imola, ed essendo in uno cerchio di valentri uomeni, non considerando alla deformità della sua persona (ché era piccolissimo judice, e avea una foggetta in capo foderata d'indisia, che pare' l'erba luccia, ed era troglio, o vero balbo), disse a uno uomo di corte, chiamato maestro Piero Guercio da Imola, piacevole buffone e sonatore di stormenti, il quale era nel detto cerchio:
- Doh, maestro Piero, fate qualche bel partito dinanzi a questi valentri uomeni.
Rispose maestro Piero:
- Io il farò, poiché voi volete. Il partito è questo: qual volete voi pigliare delle due cose l'una, o volete che io cachi in codesta vostra foggia, o voletevi cacare voi?
Disse il maestro Giovanni quasi mezzo imbiancato:
- Io non voglio né l'uno né l'altro; fatene un altro che diletti questa brigata.
Disse il buffone:
- Io lo farò, poiché voi volete; dicendo: "Qual volete voi, messer Giovanni, quando avesse cacato nel vostro cappuccio, o mettervelo in capo voi, o volete che io vel metta in capo io?"
Messer Giovanni udendo questo, se al primo partito era divenuto bianco, a questo secondo diventò rosso e bizzarro, rimanendo scornato, dicendo:
- Mo vi nasca il vermocan, ché vui se' in brutto rubaldo di merda, e cosí di quella vi menate per bocca, ché da altro non se' vui.
Il maestro Piero con motti si difendea e dicea:
- Vo' se' judice, veggiamo a ragione chi ha il torto di noi due -; pigliandolo per lo lembo, acciò che non si partisse, però che era già in cammino; pur con quella poca di forza che avea, si spiccò e andonne rampognando; gli altri rimasono ridendo.
Cosí a messer Giovanni fu insegnato dal maestro Piero una legge che giammai piú non l'avea trovata. Cosí s'acquista spesso con gli uomeni di corte, che spesso s'entra in motti con loro, ed elli vituperano altrui; e però non si potrebbe errare a tacere, e lasciar dire un altro. Per farsi innanzi messer Giovanni, e non considerando a sé, fu beffeggiato da questo buffone con due cosí nobili partiti, come avete udito.


NOVELLA X

Messer Dolcibene, essendo con messer Galeotto alla valle di Josafat e udendo che in sí piccol luogo ciascuno ha a concorrere al diejudicio, piglia nuovamente luogo per non affogare allora.

Messer Dolcibene fu, secondo cavaliere di corte, d'assai, quanto alcun altro suo pari, e molte novelle assai vaghe e di brutta materia si possono scrivere di lui; e in questa novella, non per via di fare partito, come volea fare il maestro Piero da Imola, ma per altra forma, andando al Sepolcro con messer Galeotto e con messer Malatesta Unghero, trovò nuovo stile per dare diletto a questi due signori.
Andando adunque messer Galeotto e messer Malatesta detti, e messer Dolcibene con loro, al Santo Sepolcro, giugnendo là costoro e passando dalla valle di Josafat, disse messer Galeotto:
- O Dolcibene, in questa valle dobbiamo tutti venire al diejudicio a ricevere l'ultima sentenzia.
Disse messer Dolcibene:
- O come potrà tutta l'umana generazione stare in sí piccola valle?
Disse messer Galeotto:
- Sarà per potenza divina.
Allora messer Dolcibene scese da cavallo, e corre nel mezzo d'un campo della detta valle, e calati giuso i panni di gamba, lasciò andare il mestiere del corpo, dicendo:
- Io voglio pigliare il luogo, acciò che quando sarà quel tempo, io truovi el segno e non affoghi nella calca.
Li due signori diceano ridendo:
- Che vuol dire questo? e che fai tu?
Messer Dolcibene risponde:
- Signori, io ve l'ho detto: e' non si può essere savio, se l'uomo non s'argomenta per lo tempo che dee venire.
Dice messer Galeotto:
- O Dolcibene, lasciavi la parte del nibbio che serà maggiore segnale.
Disse allora messer Dolcibene:
- Signore, se io ci lasciassi el segnale che voi mi dite, e' non sarebbe buono per due cagioni: la prima, ch'e' ne serebbe portato da' nibbi, e 'l luogo rimarrebbe senza segno; e l'altra, che voi perdereste la mia compagnia.
Allora gli fu risposto da quelli signori:
- Per certo, Dolcibene, tu sai ben dire gli argomenti a ogni cosa; sali a cavallo, ché per certo tu hai ben provveduto -; e con questo sollazzo seguirono il loro cammino.
O questi son li trastulli de' buffoni, e' diletti che hanno li signori! Per altro non son detti buffoni, se non che sempre dicono buffe; e detti giucolari, ché continuo giuocono con nuovi giuochi. E non fu però questo messer Dolcibene sí scellerato che non componesse in questa andata del Sepolcro in versi vulgari una orazione alla nostra Donna che gli facesse grazia, raccontando tutti i luoghi santi che oltre mare avea vicitato.


NOVELLA XI

Alberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aúto il malanno.

Al tempo di messer Guccio Tolomei fu in Siena uno piacevole uomo e semplice, e non malizioso come messer Dolcibene. Era costui balbo della lingua, e avea nome Alberto; il quale essendo uomo di pura condizione, e usando spesso in casa del detto messer Guccio, però che 'l cavaliere ne pigliava gran diletto, avvenne che uno dí di quaresima, trovandosi messer Guccio con lo inquisitore, di cui era grande amico, compose con lui che l'altro dí facesse richiedere il detto Alberto, e quando fosse dinanzi da lui, gli opponessi qualche cosa di resía, e di questo ne seguirebbe alquanto di piacere e allo inquisitore e a lui.
Come il detto messer Guccio sí desse ordine, tornato che fu a casa, l'altro dí di buon'ora il detto Alberto fu richiesto che subito comparisse dinanzi allo inquisitore. Alberto tutto tremante, e se prima era balbo, a questo punto, avendo quasi perduta la lingua, appena poté dire: - Io verrò -; e andato a trovare messer Guccio, dicendo: - Io vi vorrei parlare -; e messer Guccio comprendendo quello che era, disse:
- Che novelle?
Dice Alberto:
- Cattive per me, ché lo inquisitore mi ha fatto richiedere, forse per paterino.
Dice messer Guccio:
- Averestú detto alcuna cosa contra la fede cattolica?
Dice Alberto:
- Io non so che s'è la fede calonica, ma io mi credo essere cristiano battezzato.
Dice messer Guccio:
- Alberto, fa' come io ti dirò; vattene al vescovo; e di': "Io fui richiesto, e appresentomi dinanzi a voi"; e sappi quello che ti vuol dire: dopo te poco stante verrò io; e lo inquisitore è molto mio amico, e cercherò dello spaccio tuo.
Disse Alberto:
- Ecco io vo, e affidomi in voi. E cosí si partí, e andonne al vescovo.
Il quale là giunto, come il vescovo il vide, con uno fiero viso disse:
- Qual se' tu?
Alberto balbo e tremante di paura disse:
- Io sono Alberto, che fui richiesto che io venisse dinanzi da voi.
- Or ben so, - dice il vescovo, - se' tu quell'Alberto che non credi né in Dio, né ne' santi?
Dice Alberto:
- Signor mio, chi ve l'ha detto non dice il vero, ché io credo in ogni cosa.
Allora dice il vescovo:
- E se tu credi in ogni cosa, dunque credi tu nel diavolo; e questo è quello che a me non bisogna altro ad arderti per paterino.
Alberto mezzo uscito di sé, domandando misericordia; dice il vescovo:
- Sai tu il Paternostro ?
Dice Alberto:
- Messer sí.
- Dillo tosto, - disse lo inquisitore.
Alberto cominciò; e non accordando l'aggettivo col sustantivo, giunse balbettando a uno scuro passo, là dove dice: da nobis hodie ; e di quello non ne potea uscire. Di che lo inquisitore, udendolo, disse:
- Alberto, io l'ho inteso; ché chi è paterino, non puote dire le cose sante; va', e fa' che domattina tu torni a me, e io formerò il processo secondo che meriterai.
Dice Alberto:
- Io tornerò da voi; ma io vi prego per l'amore di Dio che io vi sia raccomandato.
Disse lo inquisitore:
- Va', e fa' che io ti dico.
Allora si partí, e tornando verso casa, trovò messer Guccio Tolomei che allo inquisitore per questa faccenda andava. Messer Guccio, veggendolo tornare, dice:
- Alberto, la cosa dee stare bene, quando tu torni.
Disse Alberto:
- Gnaffe! non istà, però che dice che io sono paterino, e che io torni a lui domattina, e ancora non mancò per quella puttana di donna Bisodia che è scritta nel Paternostro che non mi facesse morire allotta allotta. Di che io vi prego per l'amore di Dio che andiate a lui e preghiate che io gli sia raccomandato.
Disse messer Guccio:
- Io vo là, e ingegnerommi fare ciò che io potrò al tuo scampo.
E cosí andò messer Guccio, e portando all'inquisitore la novella di donna Bisodia, ne feciono per due ore grandissime risa. E mandando lo inquisitore, innanzi che messer Guccio si partisse, per lo detto Alberto, ed elli con gran timore tornandovi, gli diede lo inquisitore ad intendere che se non fosse messer Guccio, l'averebbe arso; e ben lo meritava, però che di nuovo avea inteso ancora peggio, che d'una santa donna, cioè di donna Bisodia, sanza la quale non si puote cantare messa, avea detto essere una puttana; e ch'egli andasse e tenesse sí fatti modi che non avesse piú a mandare per lui. Alberto, chiamando misericordia, disse non dirlo mai piú, e tutto doloroso della paura che avea aúta, con messer Guccio a casa si tornò. Il quale messer Guccio, avendo condotto la cosa come avea voluto, gran tempo nella sua mente ne godeo, e senza Alberto e con Alberto.
Belle sono le inventive de' gentiluomeni per avere diletto di nuove e di semplici persone; ma piú bello fu il caso che la fortuna trovò in Alberto, essendo impacciato da donna Bisodia; e forse forse, se Alberto fosse stato uno ricco uomo, lo inquisitore gli averebbe dato tanto ad intendere che si serebbe ricomperato de' suoi denari, per non essere arso o cruciato.


NOVELLA XII

Come Alberto detto, rimenando uno ronzino restío a casa, risponde a certi, che 'l domandano nuovamente, come nuovo uomo era.

Dappoi che io ho messo mano in Alberto da Siena, seguirò ancora di dire di lui una piacevole novelletta, la quale, se la fece per senno, serebbe stata bella a qualunque savio; ma credo piú tosto fosse per semplicità. Costui, avendo bisogno d'andare a un suo luogo fuori di Siena, accattò da un suo vicino un ronzino, sul quale salendo suso, e andando insino alla porta, come là giunse, il ronzino si cominciò a tirare addietro, come se della porta avesse aúto paura, o fosse aombrato, o che si fosse posto in cuore di non volere uscire della terra. Alberto, accennandoli cotale alla trista, non lo poteo mai fare andare; ma cominciandosi a sinistrare, e Alberto avendone grandissima paura, per lo migliore discese in terra, e prese le redine, lo volse indietro e cominciollo a rimenare a casa di chi gli l'avea prestato: là dove il ronzino non ch'egli andasse di passo, ma andava sí di trotto che facea ben trottare Alberto.
E cosí arrivò per lo campo di Siena; al quale quelli Sanesi che v'erano avendo gli occhi, veggendo menare uno ronzino a mano, a gran boci gridavano:
- O Alberto, di cui è cotesto ronzino? O Alberto, dove meni tu questo ronzino?
A quelli che diceano: "Di cui è cotesto ronzino?" rispondea: "Èssi me' suo". A quelli che diceano: "Dove il meni tu?" rispondea: "Anzi mena elli me".
E cosí diede che pensare a' Senesi buona pezza, tanto che seppono l'effetto di quello che dicea; e Alberto rendé il ronzino, dicendo a colui:
- To' ti il ronzino suo, dappoi che e' non vuole che io vadi in villa oggi -; e cosí si rimase Alberto, che non andò in villa quel giorno.
Io per me credo che Alberto in questo fosse molto savio; ché sono molti che dicono: "Io vincerei pur la prova". Quando uno avesse a domare, o scorgere un suo puledro, forse è da consentire; ma vincere la prova d'un cavallo altrui, colui che si mette a questo non corregge il suo cavallo, ma piú tosto puote pericolare sé.



NOVELLA XIII

Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.

Similmente questo Alberto in questa sua terza novella, che segue, non mi pare molto sciocco; però che essendo li Sanesi, per certa guerra che aveano co' Perugini, assembrati per combattere, e 'l detto Alberto essendo a cavallo tra la brigata sanese, e bene armato, scese da cavallo, e misesi il cavallo dinanzi, ed egli stava di drieto a piede. Veggendo gli altri che v'erano Alberto stare per questa forma, diceano:
- Che fai tu, Alberto? sali a cavallo, però che noi siamo subito per combattere.
A' quali Alberto rispose:
- Io voglio stare cosí, ché, se 'l cavallo mio fosse morto, serà fatto la menda di lui; ma se io fosse morto, nessuna menda di me serebbe fatta.
E come Dio volle, la gente si recò a battaglia, dove li Sanesi furono sconfitti. Ed essendo molto addietro il detto Alberto cosí a piede, il suo cavallo fu preso, ed elli si fuggí e cogliendolo la notte in certe vie tra boschi, e traendo vento che facea sonare le foglie, gli parea avere mille cavalieri dietro; e come uno pruno il pigliava dicea:
- Oimè! io mi t'arrendo, non mi uccidere -; credendo che fossono nimici che 'l pigliassono: e cosí con gran paura e con grande affanno consumò tutta quella notte, tanto che la mattina su l'alba si trovò presso a Siena.
E giunto a Siena, come che assai avessono da pensare ad altro, pure erano di quelli che domandavono:
- Alberto, come è ita la cosa? tu se' a piede? ove è il cavallo?
E quelli rispondea:
- Egli è perduto: cosí avess'elli fatto come fe' quell'altro d'uno di questi dí, che non avesse voluto uscire fuori della porta.
Ma la cosa andò peggio per Alberto, che domandando la menda, fu detto che non era stato a cavallo come si dovea; e non la poté mai avere.
Fu savio avviso quello di costui, se gli fosse venuto fatto, ché s'averebbe levato spesa da dosso; e arebbe aúto denari, e la persona salva era ritornata a Siena. E qui si puote vedere da quanto prezzo è il sesso umano; ché d'ogni animale è fatto stima di valuta, eccetto che dell'uomo, ma di questo non si domanda menda: benché si potrebbe dire per la sua nobilità eccede tanto agli altri, e per questo non è prezzo che lo possa ricomperare. Ma ancora è piú sicuro in una guerra, e piú forte, l'uomo povero che 'l ricco; se lo ricco è preso, è menato lui e 'l cavallo per li denari suoi; se lo povero è preso a cavallo, è lasciato l'uomo, e 'l cavallo n'è menato. E questo non è altro se non che tutto l'universo è corrotto per la moneta, e per quello a ogni cosa si mette ciascuno.


NOVELLA XIV

Come Alberto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, allega con nuove ragioni piacevolmente.

Non voglio lasciare la quarta novella d'Alberto, di quelle che già udi' di lui, come che molte altre ne facesse. Avea il detto Alberto una matrigna assai giovane e complessa e atticciata, il quale in nessun modo, come spesso interviene, potea avere pace con lei; e di questo suo caso dolendosi spesse volte con alcuni suoi compagni, da loro gli fu dato questo consiglio, dicendo:
- Alberto, se tu non trovi modo d'avere a far di lei, non isperar mai di star con lei se non in battaglia e in mala ventura.
Dice Alberto:
- Credete voi cotesto?
Coloro rispondono:
- Noi l'abbiamo per lo fermo.
Dice Alberto:
- E serebbe troppo gran peccato! e pur s'i' 'l facesse, e venisse agli orecchi dello inquisitore, e' m'ha colto animo addosso, leggermente mi farebbe morire.
E quasi come se non vi avesse l'animo, si partí dalle parole di costoro; e da altra parte pensò di mettere il consiglio ad effetto, e nol dissono a sordo; ché un dí, essendo andato il padre fuori e la donna rimanendo in camera, Alberto sanza dire troppe parole ché male le sapea dire, venne a' fatti e in sul letto l'uno e l'altro si condussono, e fu fatta la pace, che parea una casa cheta e riposata, che prima parea tempestosa e indemoniata. Nella qual pace e amore continuando Alberto, aiutando alle fatiche del padre, avvenne un dí che l'uno e l'altro stando di meriggio a giacere, che 'l padre ch'era andato in villa, tornò in quell'ora, e andato su, trovò sul letto sprovveduti la donna e Alberto.
Alberto, veggendo il padre, si gittò alla panca lungo il muro; e 'l padre piglia la mazza del letto per dargli, dicendo: "Sozzo traditore", e quando: "ria puttana".
E andando Alberto ora in su e ora in giú, secondo come la mazza del padre si menava, e gridando e l'uno e l'altro, tutta la vicinanza trasse al romore, dicendo:
- Che vuol dire questo?
E Alberto dice:
- E questo mio padre, che ebbe a fare cotanto tempo con mia madre, e mai non gli dissi una parola torta; e ora perché mi ha trovato giacer con la moglie, non altro che per buono amore, mi vuole uccidere, come voi vedete.
Gli vicini, udendo la ragione allegata per Alberto, dissono il padre avere il torto; e tirandolo da parte, dissono che non era senno il suo di fare palese quelle cose che si doverriano nascondere, e fecionli credere che, conoscendo eglino la condizione d'Alberto, che egli non era salito su quel letto per alcun male, ma per molta dimestichezza, avendo voglia di dormire. E cosí si dié pace il padre, e la donna si dié pace con Alberto per la domestichezza che avea presa con lei, facendo ciascuno da quell'ora innanzi i fatti loro sí occulti e sí cheti che 'l padre mentre che visse non ebbe piú a giucare del bastone.
Buono fu il rimedio che dato fu ad Alberto a stare in pace con la matrigna, e buona fu la ragione d'Alberto, ch'elli disse a' vicini quando trassono. E cosí credo che assai (non tutte) averebbono pace co' figliastri, se elli facessono quello che costui, e massimamente quelle che son mogli degli antichi padri, come era costei, le quali, essendo giovani, voglion vegliare, e' vecchi mariti voglion dormire.


NOVELLA XV

La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d'una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che 'l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna sapea troppo bene a che fine il marchese l'avea maritata.
Avvenne che, essendo andata a marito, stette cinque anni con lui e mai alcuno figliuolo non fece; e morendo il detto judice di Gallura, la donna tornò vedova a casa del marchese: alla quale né andò incontro il detto marchese, né alcuno sembiante fece, se non come il detto caso mai non fosse intervenuto. La qual donna giunta, e credendo essere dal marchese ricevuta teneramente, e veggendo tutto il contrario, e maravigliandosi di questo, e andando alcuna volta dove era il detto marchese per dolersi della sua fortuna, e fare con lui il debito lamento, nessuno atto facea, ma volgevasi in altra parte.
Continuando questo piú dí, la giovane, desiderosa di sapere la cagione de' modi e del cruccio del marchese, impronta verso lui andando un dí, cominciò a dire:
- Potre' io sapere, fratel mio, perché tanta ira e tanto sdegno tu dimostri verso di me sventurata vedovella, e piú tosto posso dire orfana, venendomi tu meno, che altro ricorso non ho?
Ed elli, volgendosi verso lei con nequitoso animo, rispose:
- O non sai tu la cagione? e perché ti maritai io al judice di Gallura? come non ti vergogni tu di essere stata cinque anni sua mogliera, ed essermi tornata in casa senza avere fatto figliuolo alcuno?
Appena lo lasciò la donna infino a qui dire, come quella che lo intese, e disse:
- Fratel mio, non dire piú, ch'io t'intendo; e giuroti per la fé di Dio che, per adempiere la tua volontà, ch'io non ho lasciato né fante, né ragazzo, né cuoco, né altro, con cui io non abbia provato; ma, se Dio non ha voluto, io non ne posso far altro.
Cosí si rallegrò il marchese di questo, come si fosse rallegrato un altro che, dopo grande abbominio dato a una sua sorella, la trovasse poi senza difetto; e in quell'ora l'abbracciò teneramente, e amandola e avendola piú cara che mai; e maritolla poi a un messer Marco Visconti, o a messer Galeazzo. Ha detto già alcuno ch'ella fece una fanciulla che ebbe nome Joanna, e maritossi a messer Ricciardo da Camino, signore di Trevisi. E questo par che tocchi Dante, capitolo ottavo del Purgatorio, dove dice in parte:

Quando serai di là dalle larghe onde
Di' a Giovanna mia, che per me chiami
Là dove agli innocenti si risponde, ecc.

Come che sia, questa donna contentò il fratello. Vogliono dire alcuni, e io sono colui che 'l credo, che questa fosse savia e casta donna; ma, veggendo la disposizione del fratello, con le sue parole lo volle fare contento di quello che elli avea voglia, e tornare nel suo amore. E cosí si contenta l'animo di quelli che guardano pure alla utilità, e non all'onore; e questa donna se ne avvide, e diegli di quella vivanda che volea, facendolo contento con quello che pochi se ne averebbono dato pace.


NOVELLA XVI

Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s'era maritata per pulzella, e 'l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell'altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e 'l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de' Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
- Che fai tu, sventurato? vuo' tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l'apparecchiata tavola, e lasciò che se 'l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v'era, e che 'l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l'ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v'era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v'era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l'avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l'appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d'una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
- Se cotesto è, Dio ci t'ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de' Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill'anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s'accostò al mercato, fu fatto e dato l'ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de' Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s'era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a' suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l'ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s'andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d'amore l'avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l'apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de' suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che 'l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l'amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l'avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon'ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che 'l valletto l'udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d'assi l'una allato all'altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un'altra, e in un'altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l'alba del giorno, e cosí s'andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un'ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l'albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n'andò; e giugnendo all'uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l'uscio mal serrato, v'entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s'era colicato, per avventura trovò i suo' panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l'appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l'amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l'altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
- Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca' la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi'; morendo il cavallo, taglia' li la coda e quivi l'appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l'abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all'albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca' le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l'ha: - e cosí trovorono. - E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell'occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e 'l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a' comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de' matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de' vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de' Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n'incontra spesse volte e dell'uno e dell'altro, come avete udito, e peggio.


NOVELLA XVII

Piero Brandani da Firenze piatisce, e dà certe carte al figliuolo; ed elli, perdendole, si fugge, e capita dove nuovamente piglia un lupo, e di quello aúto lire cinquanta a Pistoia, torna e ricompera le carte.

Nella città di Firenze fu già un Piero Brandani cittadino che sempre il tempo suo consumò in piatire. Avea un suo figliuolo d'etade di diciotto anni, e dovendo fra l'altre una mattina andare al Palagio del Podestà per opporre a un piato, e avendo dato a questo suo figliuolo certe carte, e che andasse innanzi con esse, e aspettasselo da lato della Badía di Firenze; il quale, ubbidendo al padre, come detto gli avea, andò nel detto luogo, e là con le carte si mise ad aspettare il padre, e questo fu del mese di maggio.
Avvenne che, aspettando il garzone, cominciò a piovere una grandissima acqua: e passando una forese, o trecca, con un paniere di ciriege in capo, il detto paniere cadde; del che le ciriege s'andarono spargendo per tutta la via; il rigagnolo della qual via ognora che piove cresce che pare un fiumicello. Il garzone, volonteroso, come sono, con altri insieme, alla ruffa alla raffa si dierono a ricogliere delle dette ciriege, e infino nel rigagnolo dell'acqua correano per esse. Avvenne che, quando le ciriege furono consumate, il garzone, tornando al luogo suo, non si trovò le carte sotto il braccio però che gli erano cadute nella dett'acqua, la quale tostamente l'avea condotte verso Arno, ed elli di ciò non s'era avveduto; e correndo or giú, or su, domanda qua, domanda là, elle furono parole, ché le carte navicavano già verso Pisa. Rimaso il garzone assai doloroso, pensò di dileguarsi per paura del padre: e la prima giornata, dove li piú disviati o fuggitivi di Firenze sogliono fare, fu a Prato; e giunse ad uno albergo, là dove dopo il tramontare del sole arrivorono certi mercatanti, non per istare la sera quivi, ma per acquistare piú oltre il cammino verso il ponte Agliana. Veggendo questi mercatanti stare questo garzone molto tapino, domandarono quello ch'egli avea e donde era: risposto alla domanda, dissono se volea stare e andare con loro.
Al garzone parve mill'anni, e missonsi in cammino, e giunsono a due ore di notte al pont'Agliana; e picchiando a uno albergo, l'albergatore, che era ito a dormire, si fece alla finestra:
- Chi è là?
- Àprici, ché vogliamo albergare.
L'albergatore rampognando disse:
- O non sapete voi che questo paese è tutto pieno di malandrini? io mi fo gran maraviglia che non sete stati presi.
E l'albergatore dicea il vero, ché una gran brigata di sbanditi tormentavono quel paese.
Pregorono tanto che l'albergatore aperse; ed entrati dentro e governati li cavalli, dissono che voleano cenare; e l'oste disse:
- Io non ci ho boccone di pane.
Risposono i mercatanti:
- O come facciamo?
Disse l'oste:
- Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sí che paia gaglioffo, e vada quassú da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia parte dica mi presti dodici pani: questo dico perché, se questi che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa.
Mostrato la via al garzone, v'andò malvolentieri, però che era di notte, e mal si vedea. Pauroso, come si dee credere, si mosse, andandosi avviluppando or qua or là, sanza trovare questa chiesa mai; ed essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall'una parte un poco d'albore che dava in uno muro. Avvisossi d'andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s'avvisò quella essere la piazza; e 'l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l'uscio. Il lavoratore, sentendo, grida:
- Chi è là?
E 'l garzone dice:
- Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani.
Dice il lavoratore:
- Che pani? ladroncello che tu se', che vai appostando per cotesti malandrini. Se io esco fuori, io te ne manderò preso a Pistoia, e farotti impiccare.
Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando cosí come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che 'l potesse conducere a migliore porto, sentí urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l'aia una botte dall'uno de' lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse.
E cosí stando, ecco questo lupo, come quello che era forse per la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e cosí fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentí toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e cosí ciascuno tirando, e la botte cade, e cominciasi a voltolare. Il garzone tien forte, e lo lupo tira; e quanto piú tirava, piú colpi gli dava la botte addosso. Questo voltolamento durò ben due ore; e tanto, e con tante percosse dando la botte addosso al lupo, che 'l lupo si morí. E non fu però che 'l giovane non rimanesse mezzo lacero; ma pur la fortuna l'aiutò, ché quanto piú avea tenuto forte la coda, piú avea difeso sé stesso, e offeso il lupo. Avendo costui morto il lupo, non ardí però in tutta la notte d'uscire della botte, né di lasciare la coda.
In sul mattino, levandosi il lavoratore, a cui il giovene avea picchiata la porta, e andando provveggendo le sue terre, ebbe veduto appiè d'un burrato questa botte: cominciò a pensare, e dire fra sé medesimo: "Questi diavoli che vanno la notte non fanno se non male, ché non che altro, ma la botte mia, che era in su l'aia, m'hanno voltolata infino colaggiú"; e accostandosi, vide il lupo giacere allato la botte, che non parea morto. Comincia a gridare: - Al lupo, al lupo, al lupo -; e accostandosi, e correndo gli uomini del paese al romore, viddono il lupo morto e 'l garzone nella botte.
Chi si segnò di qua e chi di là, domandando il giovene:
- Chi se' tu? che vuol dire questo?
Il garzone, piú morto che vivo, che appena potea ricogliere il fiato, disse:
- Io mi vi raccomando per l'amore di Dio, che voi mi ascoltiate e non mi fate male.
Li contadini l'ascoltarono, per udire di sí nuova cosa la cagione, il quale disse, dalla perdita delle carte insino a quel punto, ciò che incontrato gli era. A' contadini venne grandissima pietà di costui, e dissono:
- Figliuolo, tu hai aúta grandissima sventura, ma la cosa non t'anderà male come tu credi: a Pistoia è uno ordine che chiunque uccide alcun lupo, e presentalo al Comune, ha da quello cinquanta lire.
Un poco tornò la smarrita vita al giovene, essendoli profferto da loro e compagnia e aiuto a portare il detto lupo; e cosí accettoe. E insieme alquanti con lui, portando il lupo, pervennono all'albergo al pont'Agliana, donde si era partito, e l'albergatore della detta cosa si maraviglioe, come si dee immaginare, e disse che e' mercatanti se ne erano iti, e che egli ed eglino, veggendo non era tornato, credeano lui essere da' lupi devorato, o essere da' malandrini preso. In fine il garzone appresentò il lupo al Comune di Pistoia, dal quale, udita la cosa come stava, ebbe lire cinquanta; e di queste spese lire cinque in fare onore alla brigata, e con le quarantacinque, preso da loro commiato, tornò al padre; e addomandando misericordia, gli contò ciò che gli era intervenuto, e diegli le lire quarantacinque. Il qual padre, come povero uomo, gli tolse volentieri, e perdonògli; e con li detti denari fece copiare le carte, e dell'avanzo piatío gagliardamente.
E perciò non si dee mai alcuno disperare, però che spesse volte, come la fortuna toglie, cosí dà; e come ella dà, cosí toglie. Chi averebbe immaginato che le perdute carte giú per l'acqua fossono state rifatte per un lupo che mettesse la coda per uno cocchiume d'una botte, e sí nuovamente fosse stato preso? Per certo questo è un caso e uno esemplo, non che da non disperarsi, ma di cosa che venga non pigliare né sconforto né malinconia.


NOVELLA XVIII

Basso della Penna inganna certi Genovesi arcatori, e a un nuovo giuoco vince loro quello ch'egli avevano.

Come questo giovene acquistò puramente, e con grande simplicità, le lire cinquanta, cosí con grande astuzia il piacevol uomo Basso della Penna, raccontato a drieto, in questa novella vinse a un nuovo giuoco piú di lire cinquanta di bolognini. A questo Basso capitorono all'albergo suo a Ferrara certi Genovesi che andavano arcando con certi loro giuochi; e 'l Basso, avendo compresa la loro maniera, un giorno innanzi desinare si mise allato lire venti di bolognini d'ariento e una pera mézza, ché era di luglio, considerando che dopo desinare, lavate le mani, in su la sparecchiata tavola d'arcare loro, e cosí fece. Ché avendo desinato, ed essendo con loro ragionamenti alla mensa sparecchiata, disse il Basso:
- Io voglio fare con voi a un giuoco che non ci potrà avere malizia alcuna.
E mettesi mano in borsa, e trae fuori bolognini, e dice:
- Io porrò a ciascun di noi uno bolognino innanzi su questa tavola, e colui, a cui sul suo bolognino si porrà prima la mosca, tiri a sé i bolognini che gli altri averanno innanzi.
Costoro cominciorono con gran festa ad essere contenti di questo giuoco, e parea loro mill'anni che 'l Basso cominciasse. Il Basso, come reo, si mette il bolognino sotto con le mani tra gambe sotto la tavola, dove elli avea una pera mézza: e venendo a porre a ciascuno il bolognino innanzi, quello che dovea porre a sé ficcava nella pera mézza, onde la mosca continuo si ponea sul suo bolognino, salvo che delle quattro volte l'una ponea quello della pera dinanzi a uno di loro, acciò che vincendo qualche volta non si avvedesseno della malizia.
E pur cosí continuando, cominciorono a pigliare sospetto, parendo loro troppo perdere, e dissono:
- Messer Basso, noi vogliamo mettere i bolognini uno di noi.
Disse il Basso:
- Io sono molto contento, acciò che non prendiate sospetto.
Allora uno di loro co' suoi bolognini asciutti e aridi, che non aveano forse mai tocca pera mézza, cominciò mettere a ciascuno il suo bolognino. Il Basso lasciava andare sanza malizia alcuna volta che vincessino; quando volea vincere elli, e 'l bolognino gli era posto innanzi, spesse volte il polpastrello del dito toccava il mézzo della pera, e mostrando di acconciare il bolognino che gli era messo innanzi, lo toccava con quel dito, onde la mosca subito vi si ponea, benché gli bisognava durare poca fatica, però che le hanno naso di bracchetto e volavano tutte verso il Basso, sentendo la pera mézza, e ancora il luogo su la tavola dinanzi da lui, dove di prima il bolognino unto del Basso avea lasciato qualche sustanzia; e cosí provando or l'uno or l'altro dei Genovesi, non poterono tanto fare che 'l Basso non vincesse loro lire cinquanta di bolognini con una fracida pera, onde gli arcatori furono arcati, come avete udito.
E molte volte interviene che son molti che con certe loro maliziose arti stanno sempre avvisati d'ingannare, e di tirare l'altrui a loro, e hanno tanto l'animo a quello che non credono che alcun altro possa loro ingannare, e non vi pongono cura.
Se facessono la ragione del compagno, il quale molte volte non è cieco, non interverrebbe loro quello che intervenne a costoro; però che spesse volte l'ingannatore rimane a piede dell'ingannato.


NOVELLA XIX

Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l'ha date bianche.

Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un'altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell'ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all'albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
- Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
- Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
- Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
- O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
- Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch'elle fossono altro che bianche?
L'uno de' mercatanti guatava l'altro, e cominciava a ridere dicendo che 'l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d'altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a' quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l'hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.


NOVELLA XX

Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino.

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne' quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co' discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a' famigli:
- Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
- E non c'è vino.
Di che dicono che 'l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
- Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell'invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che 'l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e' fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.


NOVELLA XXI

Basso della Penna nell'estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa.

Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l'ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che moría. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sí grande che la moglie non s'accostava al marito, e 'l figliuolo fuggía dal padre, e 'l fratello dal fratello, però che quella pestilenza, come sa chi l'ha veduto, s'appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch'e' suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dí di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d'uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio: "Basso, tu motteggi sempremai"; disse Basso:
- Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aúto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione.
Finalmente al notaio convenne cosí scrivere per questa volta; e cosí fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo.
Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
- Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona.
E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere:
- Oggimai, perché io muoia, me ne vo contento, ché ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d'attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morí.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua famiglia; ché sono assai che abbandonano in cosí fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita, e tale è il nostro amore che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere piú liberi.


NOVELLA XXII

Due frati minori passano dove nella Marca è morto uno; l'uno predica sopra il corpo per forma che tale avea voglia di piagnere che fece ridere.

Non fu sí canonizzata la fama del Basso di piacevolezza dopo la sua morte, quanto fu canonizzata la fama d'uno ricco contadino falsamente in santità in questa novella. E non è gran tempo che nella Marca d'Ancona morí nella villa un ricco contadino, che avea nome Giovanni; ed essendo, innanzi che si sotterrasse, tutti gli suo' parenti e uomeni e donne nel pianto e ne' dolori, volendoli fare onore, non essendo ivi vicina alcuna regola di frati, per avventura passorono due frati minori, li quali da quelli che erano diputati a fare la spesa furono pregati che alcuna predicazione facessono a commendazione del morto.
Li frati, nuovi sí del paese, e sí d'avere conosciuto il morto, cominciorono tra loro a sorridere, e tiratisi da parte disse l'uno all'altro:
- Vuo' tu predicar tu, o vuogli che io predichi io?
Disse l'altro:
- Di' pur tu.
Ed egli seguí:
- Se io prédico, io voglio che tu mi prometta di non ridere.
Rispose di farlo.
Dato l'ordine e l'ora, e saputo il nome del morto, il valentre frate andò, come è d'usanza, dove era il morto e tutta l'altra brigata; e salito alquanto in alto, propose:
- Que, qui . Per que s'intende Janni, per qui s'intende Joanni dello Barbaianni; non ci dico cavelle, perché vola di notte. Signori e donne, io sento che questo Joanni è stato bon peccatore, e quando ha possuto fuggire li disagi, volentiera ce l'ha fatto; ed è ben vivuto secondo il mondo; hacci preso gran vantaggio nel servire altrui, ed ègli molto spiaciuto l'essere diservito: largo perdonatore è stato a ciascuno che bene gli abbia fatto, e in odio ha avuto chi gli abbia fatto male. Con gran diletto ha guardato li santi dí comandati; e secondo ho sentito, gli dí da lavorare s'è molto guardato da' mali e dalle rie cose. Quando li suoi vicini hanno avuto bisogno, fuggendo le cose disutili, sempre gli ha serviti: è stato digiunatore quando ha aúto mal da mangiare: è vissuto casto, quando costato li fosse. Oratore m'è detto che è stato assai: ha detto molti paternostri, andandosi al letto, e l'Ave Maria almeno, quando sonava nel popul suo. Spesso ne' dí fuor di settimana facea elemosine. Venendo alla conclusione, li costumi e le opere sue sono state tali e sí fatte che sono pochi mondani che non le commendassono. E chi mi dicesse: "O frate, credi tu che costui sia in Paradiso?" Non credo. "Credi tu che sia in Purgatorio?" Dio il volesse. "Credi tu che sia in Inferno?" Dio nel guardi. E però pigliate conforto, e lasciate stare li lamenti, e sperate di lui quel bene che si dee sperare, pregando Dio che ci dia grazia a noi, che rimagnamo vivi, stare lungo tempo con li vivi, e li morti co' maglianni, da' quali ci guardi qui vivit et regnat in secula seculorum. Fate la vostra confessione ecc.
La voce andò tra quella gente grossa e lacrimosa costui avere nobilmente predicato, e che elli avea affermato il morto per la sua santa vita essere salito in sommo cielo.
E frati se n'andorono con un buono desinare e con denari in borsa, ridendo di questo per tutto il loro cammino.

Forse fu piú vera e sustanzievole predica questa di questo fraticello che non sono quelle de' gran teologhi, che metteranno con le loro parole li ricchi usurai in Paradiso, e sapranno che mentono per la gola; e sia chi vuole, che se un ricco è morto, abbia fatto tutti e' mali che mai furno, niuna differenzia faranno dal predicare di lui al predicare di San Francesco; però che piagentano per empiersi di quello delli ignoranti che vivono.


NOVELLA XXIII

Messer Niccolò Cancellieri per esser tenuto cortese fa convitare molti cittadini, e innanzi che vegna il dí del convito è assalito dall'avarizia, e fagli svitare.

Questo inganno che questo frate fece con coverte parole a fare tenere un uomo santo, che non v'era presso, non volle usare in sé messer Niccolò Cancellieri, cavaliere dabbene, salvo che era avarissimo. Il quale volendo coprire in sé questo vizio, nell'ultimo si penteo, e nol fece.
Questo cavaliero fu da Pistoia, uomo sperto e cortigiano, stato e usato quasi il piú della sua vita con la reina Giovanna di Puglia, e con li signori e baroni di suo tempo e di quello paese. Essendo tornato costui a Pistoia, e facendo là sua dimora, fu stimolato e pinto dalli suoi prossimani, dicendo:
- Deh, messer Niccolò, voi sete un cavaliero d'assai, se non che l'avarizia vi guasta; fate un bello corredo, e mostrate a' Pistolesi non essere avaro come sete tenuto.
Tanto gli dissono che costui fece invitare bene otto dí innanzi tutti li notabili uomeni di Pistoia a mangiare una domenica mattina seco. E cosí fatto, quando giugne al quinto dí, che s'appressava al tempo di comprare le vivande, una notte fra sé medesimo pensò e fondossi pur su l'avarizia, però che il dí vegnente dovea cominciare a sciogliere la borsa, dicendo in sé medesimo: "Questo corredo mi costerà cento fiorini, o piú; e se io ne facesse cinquanta come questo, serebbe uno: non fia che sempre io non sia tenuto avaro. E per tanto, poiché 'l nome dell'avarizia non si dee spegnere, io non sono acconcio per spenderci denaio".
E cosí prese per partito che la mattina, levato che fu, chiamò quel medesimo famiglio che per sua parte avea invitato li cittadini, e disse:
- Tu hai la scritta con che tu invitasti que' cittadini a desinare meco; recatela per mano, e come tu gl'invitasti, va', e svitali.
Dice il famiglio:
- Doh, signore mio, guardate quello che voi fate, e pensate che onore ve ne seguirà.
Dice il cavaliere:
- Bene sta; onore con danno al diavol l'accomanno; va', e fa' quello che io ti dico; e se alcuno ti domanda la cagione, rispondi che io mi sono pensato ch'io perderei la spesa.
E cosí andò il fante, e cosí fece, laonde molti dí se ne disse in Pistoia, facendo scherne al detto messer Niccolò. Il quale, essendogli manifesto, dicea:
- Io voglio innanzi che costoro dicano male di me a corpo vòto, che a corpo satollo del mio.
Io non so se questa fu maggiore cattività che quella che averebbono fatto gli svitati, quando avessono avuto li corpi pieni, che forse con grandissime beffe di lui averebbono patito quelle vivande, dicendo:
- Ben potrà spendere, e fare conviti, ché cosa sforzata pare e sempre avaro fia tenuto.
El cavaliere si rimase nella sua misertà e fuori della pena del convito, che non li fu piccola. Ebbe questo difetto, il quale nel mondo sopra li piú regna per sí fatta forma ch'egli è forse cagione delli maggiori mali che si commettono nel cerchio della terra.


NOVELLA XXIV

Messer Dolcibene al Sepolcro, perché ha dato a uno Judeo, è preso e messo in un loro tempio, là dove nella feccia sua fa bruttare i Judei.

Se nella precedente novella il cavaliere non volle ingannare altrui e mostrare sé essere quello che non era, cosí in questa messer Dolcibene mostrò e fece credere certamente a certi Judei il falso per lo vero. Come addietro è narrato, messer Dolcibene andò al Sepolcro; e come egli era di nuova condizione, e vago di cose nuove, venendo a parole con uno Judeo, perché dicea contro a Cristo, schernendo la nostra fede; dalle quali parole vennono a tanto che messer Dolcibene diede al Judeo di molte pugna; onde fu preso e menato a gran furore, dove fu serrato in un tempio de' Judei.
Venendo in su la mezza notte, essendo tristo e solo cosí incarcerato, gli venne volontà d'andare per lo bisogno del corpo, e non potendo altro luogo piú comodo avere, nel mezzo del tempio scaricò la soma. La mattina di buon'ora vennono certi Judei, e apersono il tempio, dove nel mezzo dello spazzo trovorono questa bruttura. Come la viddono, cominciano a gridare:
- Mora, mora lo cristiano maladetto, che ha bruttato lo tempio dello Dio nostro.
Messer Dolcibene, essendo da costoro assalito e preso, avendo gran paura, disse:
- Io non fui io; ascoltatemi, se vi piace: stanotte in su la mezza notte io senti' gran romore in questo luogo; e guardando che fosse, e io vidi lo Dio vostro e lo Dio nostro che s'aveano preso insieme e dàvansi quanto piú poteano. Nella fine lo Dio nostro cacciò sotto il vostro, e tanto gli diede che su questo smalto fece quello che voi vedete.
Udendo li Judei dire questo a messer Dolcibene, dando alle parole quella tanta fede che aveano, tutti a una corsono a quella feccia, e con le mani pigliandola, tutti i loro visi s'impiastrarono, dicendo:
- Ecco le reliquie del Dio nostro.
E chi piú si studiava di mettersene sul viso, a quello parea essere piú beato; e lasciando messer Dolcibene, n'andorono molti contenti, con li visi cosí lordi: e ancora procurando per lui, però che la tal cosa con gran verità avea loro revelata, il feciono lasciare.
Molto fu piú contento messer Dolcibene ch'e' Judei; però che fu molto novella da esaltare un suo pari e da guadagnare di molti doni, raccontandola a' signori e ad altri. E io credo ch'ella fosse molto accetta a Dio, e che in quello viaggio non facesse cosa tanto meritoria che quelli increduli dolorosi s'imbruttassino in quelle reliquie che allora meritavano.


NOVELLA XXV

Messer Dolcibene per sentenzia del Capitano di Forlí castra con nuovo ordine uno prete, e poi vende li testicoli lire ventiquattro di bolognini.

La seguente novella di messer Dolcibene, della quale voglio ora trattare, fu da dovero, dove la passata fu una beffa.
Nel tempo che messer Francesco degli Ardalaffi era signor di Forlí, una volta fra l'altre v'arrivò messer Dolcibene: e volendo il detto signore per esecuzione fare castrare un prete, e non trovandosi alcuno che 'l sapesse fare, il detto messer Dolcibene disse di farlo elli. Il capitano non averebbe già voluto altro, e cosí fu fatto. E messer Dolcibene fece apparecchiare una botte, e sfondata dall'uno de' lati, la mandò in su la piazza facendo là menare il prete, ed elli col rasoio e con uno borsellino andò nel detto luogo.
Giunti là e l'uno e l'altro, e gran parte di Forlí tratta a vedere, messer Dolcibene avendo fatto trarre le strabule al prete, lo fece salire su la botte a cavalcioni, e li sacri testicoli fece mettere per lo pertugio del cocchiume. Fatto questo, ed elli entrò di sotto nella botte, e col rasoio tagliata la pelle, gli tirò fuora e misseli nel borsellino, e poi gli si mise in uno carniere, però che s'avvisò, come malizioso, di guadagnare, come fece. Il prete doloroso, levato di su la botte, ne fu menato cosí capponato a una stia, e là alquanti dí si fece curare. Il capitano di queste cose tutto godea.
Avvenne poi alquanti dí che uno cugino del prete venne a messer Dolcibene in segreto, pregandolo caramente che quelli granelli gli dovesse dare, ed elli farebbe sí che serebbe contento; però che 'l prete capponato sanza essi dire messa non potea. Messer Dolcibene, aspettando questo mercatante, gli avea già misalti e asciutti, e quanto gli dicesse, e come gli mercatasse, egli n'ebbe lire ventiquattro di bolognini. Fatto questo, con grandissima festa disse al capitano che cosí fatta mercanzia avea venduta; e 'l sollazzo e la festa che 'l capitano ne fece non si potrebbe dire. E in fine, per diletto e non per avarizia, della quale fu nimico, disse che volea questi denari e che elli apparteneano a lui. Messer Dolcibene si poteo assai scuotere, ché convenne che tra le branche di Faraone si cavassono lire dodici di bolognini, dando la metade al detto capitano.
E cosí rimase la cosa che 'l prete se n'andò senza granelli dell'uno de' quali ebbe il capitano lire dodici, e messer Dolcibene altrettanti dell'altro.
Questa fu una bella e nuova mercanzia: cosí delle simili si facessono spesso, ché ne serebbe molto di meglio il mondo; e che fossono tratti a tutti gli altri, acciò che, ricomperandosi, avessono l'uno e l'altro danno, e poi gli si portassono in uno borsellino, che almeno non serebbono li viventi venuti a tanto che bandissono ogni dí le croci sopra le mogli altrui, e che tenessono le femmine alla bandita, chiamandole chi amiche, chi mogli e chi cugine; e li figliuoli che ne nascono, loro nipoti gli battezzano, non vergognandosi d'avere ripieni li luoghi sacri di concubine e di figliuoli nati di cosí dissoluta lussuria.


NOVELLA XXVI

Bartolino farsettaio fiorentino, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo, e col maestro Dino da Olena, insegna loro trarre il sangue, ecc.

La dottrina che seguita non fu meno maestrevole che quella di messer Dolcibene, la quale usoe Bartolino farsettaio, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo e con maestro Dino da Olena, ragionando d'assai cose da diletto con loro, però che come fossono scienziati, erano non meno piacevoli che Bartolino. Fra l'altre cose che costui disse a questi due medici, fu che gli domandò se sapeano come si traea il sangue al peto. Udendo li due valentri uomeni questo, cominciano ad entrare nelle risa per sí fatta forma che quasi rispondere non poteano; pur in fine dissono che no, ma che volentieri l'apparerebbono.
Disse Bartolino:
- Che volete che vi costi?
Disse il maestro Tommaso:
- Voglio che ogni volta che tu avrai male, esser tenuto di medicarti in dono.
E 'l maestro Dino disse che gli volea essere obbligato che ogni volta si volesse far fare uno farsetto non farlo mai fare per altra mano che per la sua.
Disse Bartolino allora:
- E io sono contento; state attenti, e io ve lo mostreroe testeso.
E subito fece un peto nell'acqua del bagno, il quale immantenente gorgogliando venne a galla e fece una vescica. E Bartolino come vide la vescica:
- Ora vi converrebbe avere la saettuzza e darvi entro
Quanti ne avea nel bagno, delle risa furono presso che affogati, e li medici piú che gli altri.
Io scrittore non so qual fosse meglio, o quello che promissono questi medici a Bartolino, o quello che Bartolino insegnò loro. Come che fosse, onestamente Bartolino riprese l'arte loro, che tanto ne sanno molti quanto Bartolino ne 'nsegnò loro, o meno.


NOVELLA XXVII

Marchese Obizzo da Esti comanda al Gonnella buffone che subito vada via, e non debba stare sul suo terreno; e quello che segue.

Il Gonnella piacevole buffone, o uomo di corte che vogliamo dire, mostrò al marchese da Ferrara non meno che Bartolino. Però che avendo il detto buffone commessa alcuna cosa piccola contro al marchese Obizzo, o per avere diletto di lui, gli comandò espressamente che sul suo terreno non dovesse stare; ché se vi stesse, gli farebbe tagliare la testa. Di che il Gonnella, nuovo come egli era, se ne andò a Bologna, e là accattoe una carretta, e su vi misse terreno di quello de' Bolognesi, e detto e accordatosi col guidatore della carretta del pregio, vi salí suso e ritornò in su questa carretta dinanzi al marchese Obizzo. Il quale, veggendo venire il Gonnella in sí fatta maniera, si maravigliò e disse:
- Gonnella, io t'ho detto che tu non debba stare sul mio terreno, e tu mi vieni su una carretta dinanzi. Che vuol dire questo? ha' mi tu per cosí dappoco?
E disse a' famigli suoi che 'l pigliassono a furore.
Disse il Gonnella:
- Signor mio, ascoltatemi per Dio, e fatemi ragione, facendomi impiccare per la gola, se io ho fallato.
Il signore, volonteroso d'udirlo, che ben pensava qualche nuova ragione dirsi per lui, disse:
- Aspettate un poco, tanto che dica ciò che vuole.
Allora il Gonnella disse:
- Signore, voi mi comandaste che io non stesse sul vostro terreno; di che io me ne andai subito a Bologna, e misi su questa carretta terreno bolognese, e su quello sono stato e al presente sono, e non sul vostro, né sul ferrarese.
Il marchese, udendo costui, con gran sollazzo patí questa ragione, dicendo:
- Gonnella, tu se' una falsa gonnella e con tanti colori e sí diversi che non mi vale né ingegno né arte contro alla tua malizia: sta' ove tu vuogli, ch'io te la do per vinta.
E con questa piacevole astuzia rimase a Ferrara, e rimandò la carretta a Bologna, e 'l marchese l'ebbe per da piú che prima.
E cosí con una nuova legge che niuno dottore giammai seppe allegare, il Gonnella allegò sí che a ragione il marchese non seppe contraddire, e 'l Gonnella ne guadagnò una roba.


NOVELLA XXVIII

Ser Tinaccio prete da Castello mette a dormire con una sua figliuola uno giovene, credendo sia femina, e 'l bel trastullo che n'avviene.

Piú nuova e piú archimiata mostra fece colui che si mostrò in questa novella essere femina, ed era uomo. Venendo alla novella, nel mio tempo fu prete d'una chiesa a Castello, contado di Firenze, uno che ebbe nome ser Tinaccio, il quale essendo già vecchio, avea tenuto ne' passati tempi, o per amica o per nimica, una bella giovane dal Borgo Ognissanti, e avea avuto di lei una fanciulla, la quale nel detto tempo era bellissima e da marito: e la fama era per tutto che la nipote del prete era una bella cosa.
Stava non troppo di lungi a questa uno giovane, del cui nome e famiglia voglio tacere, il quale, avendo piú volte veduta questa fanciulla, ed essendone innamorato, pensò una sottile malizia per essere con lei, e venneli fatto. Una sera di tempo piovoso, essendo ben tardi, costui si vestí come una forese, e soggolato che s'ebbe, si mise paglia e panni in seno, facendo vista d'essere pregna e d'avere il corpo a gola, e andossene alla chiesa per addomandare la confessione, come fanno le donne quando sono presso al partorire. Giunta che fu alla chiesa, era presso a un'ora di notte, picchiò la porta, e venendo il cherico ad aprire, domandò del prete. Il cherico disse:
- Elli portò poc'ora fa la comunione a uno, e tornerà tosto.
La donna grossa disse:
- Ohimè, trista, ch'io sono tutta trambasciata.
E forbendosi spesso il viso con uno sciugatoio, piú per non essere conosciuto che per sudore che avesse sul volto, si pose con grande affanno a sedere dicendo:
- Io l'aspetterò, ché per la gravezza del corpo non ci potrei tornare; e anco, se Dio facesse altro di me, non mi vorrei indugiare.
Disse il cherico:
- Sia con la buon'ora.
Cosí aspettando, il prete giunse a un'ora di notte. Il popolo suo era grande: avea assai populane che non le conoscea. Come la vide al barlume, la donna archimiata con grande ambascia, e asciugandosi il viso, gli disse che l'avea aspettato, e l'accidente il perché. E 'l prete la cominciò a confessare. La maschia donna, com'era, fece la confessione ben lunga, acciò che la notte sopravvenisse bene. Fatta la confessione, la donna cominciò a sospirare, dicendo:
- Trista, ove n'andrò oggimai istasera?
Ser Tinaccio disse:
- E serebbe una sciocchezza; egli è notte buia e pioveggina e par che sia per piovere piú forte; non andate altrove: statevi stasera con la mia fanciulla, e domattina per tempo ve n'anderete.
Come la maschia donna udí questo, gli parve essere a buon punto di quello che desiderava; e avendo l'appetito a quello che 'l prete dicea, disse:
- Padre mio, io farò come voi mi consigliate, però che io sono sí affannata per la venuta che io non credo che io potesse andare cento passi sanza gran pericolo, e 'l tempo è cattivo e la notte è, sí che io farò come voi dite. Ma d'una cosa vi prego, che se 'l mio marito dicesse nulla, che voi mi scusiate.
Il prete disse:
- Lasciate fare a me
E andata alla cucina, come il prete la invioe, cenò con la sua fanciulla, spesso adoprando lo sciugatoio al viso per celare la faccia.
Cenato che ebbono, se ne andorono al letto in una camera, che altro che uno assito non v'avea in mezzo da quella di ser Tinaccio. Era quasi sul primo sonno che 'l giovane donna cominciò a toccar le mammelle alla fanciulla, e la fanciulla già avea dormito un pezzo; e 'l prete s'udía russare forte; pur accostandosi la donna grossa alla fanciulla, e la fanciulla, sentendo chi per lei si levava, comincia a chiamare ser Tinaccio, dicendo:
- Egli è maschio.
Piú di tre volte il chiamò pria che si svegliassi; alla quarta:
- O ser Tinaccio, egli è maschio.
E ser Tinaccio tutto dormiglioso dice:
- Che di' tu?
- Dico ch'egli è maschio.
Ser Tinaccio, avvisandosi che la buona donna avesse fatto il fanciullo, dicea:
- Aiutalo, aiutalo, figliuola mia.
Piú volte seguí la fanciulla:
- Ser Tinaccio, o ser Tinaccio, io vi dico ch'egli è maschio.
E quelli rispondea:
- Aiutalo, figliuola mia, aiutalo, che sie benedetta.
Stracco ser Tinaccio, come vinto dal sonno si raddormentoe, e la fanciulla ancora stracca e dalla donna grossa e dal sonno, e ancora parendoli che 'l prete la confortasse ad aiutare quello di cui ella dicea, il meglio che poteo si passò quella notte. E presso all'alba, avendo il giovene adempiuto quanto volle il suo desiderio, manifestandosi a lei, che già sanza mandorle s'era domesticata, e chi egli era, e come acceso del suo amore s'era fatto femina, solo per essere con lei come con quella che piú che altra cosa amava, e per arra, levatosi, in sul partire gli donò denari che aveva allato, profferendoli ciò che avea essere suo; ed ancora ordinò per li tempi avvenire come spesso si trovassono insieme; e fatto questo con molti baci e abbracciamenti pigliò commiato, dicendo:
- Quando ser Tinaccio ti domanderà "che è della donna grossa", dirai: "Ella fece istanotte un fanciul maschio, quando io vi chiamava, e istamane per tempo col detto fanciullo s'andò con Dio".
Partitosi la donna grossa, e lasciata la paglia, che portò in seno, nel saccone di ser Tinaccio; il detto ser Tinaccio, levandosi, andò verso la camera della fanciulla, e disse:
- Che mala ventura è stata questa istanotte, che tu non mi hai lasciato dormire? Tutta notte ser Tinaccio, ser Tinaccio : ben, che è stato?
Disse la fanciulla:
- Quella donna fece un bel fanciul maschio.
- O dove è?
Disse la fanciulla:
- Istamane per tempissimo, credo piú per vergogna che per altro, se n'andò col fanciullo.
Disse ser Tinaccio:
- Deh dagli la mala pasqua, ché tanto s'indugiano che poi vanno pisciando li figliuoli qua e là. Se io la potrò riconoscere, o sapere chi sia il marito, ché dee essere un tristo, io gli dirò una gran villania.
Disse la fanciulla:
- Voi farete molto bene, ché anco me non ha ella lasciato dormire in tutta notte.
E cosí finí questa cosa, ché da quell'ora innanzi non bisognò troppo archimia a congiugnere li pianeti, che spesso poi per li tempi si trovorono insieme; e 'l prete ebbe di quelle derrate che danno altrui. Cosí, poiché non si può far vendetta sopra le loro mogli, intervenisse a tutti gli altri, o sopra le nipote, o sopra le figliuole, come fu questa, simile inganno, che per certo e' fu bene uno de' maggiori e de' piú rilevati che mai si udisse.
E credo che 'l giovene facesse piccolo peccato a fallire contro a coloro che, sotto la coverta della religione, commettono tanti falli tutto dí contro alle cose altrui.


NOVELLA XXIX

Uno cavaliero di Francia, essendo piccolo e grasso, andando per ambasciadore innanzi a papa Bonifazio, nell'inginocchiare gli vien fatto un peto, e con un bel motto ramenda il difetto.

Io uscirò ora alquanto di quelle materie e inganni ragionati di sopra, e verrò a uno piacevole motto che uno cavaliere francesco gittò dinanzi a papa Bonifazio ottavo.
Uno cavaliere valente di Francia fu mandato per ambasciador con alcun altro dinanzi a papa Bonifazio, che avea nome messer Ghiriberto, il quale era bassetto di sua persona, e pieno e grasso quanto potea. E giunto il dí che costui dovea sporre questa ambasciata, come uomo non usato a simil faccenda, domandò alcuno che reverenzia si costumava fare quando un suo pari andava dinanzi al Papa. Fugli detto che convenía che s'inginocchiasse tre volte per la tal forma. Essendo il cavaliere di tutto informato, andò il dí medesimo dinanzi al Papa per disporre l'ambasciata; e volendo fare destramente piú che non potea la sua persona, s'inginocchiò la prima volta; come che gli fosse fatica, pur n'uscío; venendo alla seconda inginocchiazione, la fatica della prima aggiugnendosi con la seconda, e 'l volere fare presto e non potere, lo costrinse a far sí che la parte di sotto si fe' sentire. El cavaliere, veggendo esser vituperato, subito soccorse, dandosi delle mani nell'anche, dicendo:
- Lascia parlare moi, che mala mescianza vi don Doi.
Papa Bonifazio, che ogni cosa avea sentito, e ancora il piacevole motto dello ambasciadore, disse:
- Dite ciò che voi volete, che io v'intenderò bene.
E giugnendo appiè del Santo Padre, con grande sollazzo il ricevette; ed elli seguío la sua ambasciata, e per averla sposta con due bocche ebbe meglio dal Papa ciò che domandò.

Molto fu da gradire il tostano rimedio di questo cavaliero, il quale, sentendosi contra il suo volere caduto in tal vergogna, subito ricorse a quello, ché altro rimedio non vi era, né piú piacevole. Altri scientifichi uomeni già sono stati, che dicendo una ambasciata dinanzi al Papa, sanza che caso sia occorso loro di vergogna, sono cascati, non sappiendo perché, in sí fatta maniera che sono penati una gran pezza a ritornare in loro.


NOVELLA XXX

Tre ambasciadori cavalieri sanesi e uno scudiere vanno al Papa. Fanno dicitore lo scudiere, e la cagione perché, e quello che con piacere ne seguío.

Non fu meno coraggioso questo ambasciadore sanese a dire arditamente la sua ambasciata dinanzi al Papa, che fosse il cavaliero di Francia.
Fu in Siena al tempo di Gregorio papa decimo ordinato di mandarli una solenne ambasciata, ed elessono tre cavalieri e uno che non era cavaliere, il quale era il migliore dicitore di Siena, quando tre o quattro volte avesse bevuto d'un buon vino prima che disponesse l'ambasciata: e non beendo per lo modo detto, non averebbe saputo dire una gobbola. E questa condizione, o natura, a me scrittore mi pare che fosse delle strane e delle diverse che mai s'udissono.
Mossonsi questi quattro ambasciadori sanesi, e andarono a Corte: ed essendo la mattina che doveano sporre l'ambasciata, tiratisi da parte all'albergo, cominciò a dire alcuno de' cavalieri:
- Chi dirà?
Disse uno di loro:
- Cioè? E chi nol sa chi dee dire? dica il tale.
Costui si cominciò a difendere, che non era cavaliere; e che, dicendo egli, era fare vergogna agli altri compagni ambasciadori, che erano cavalieri; e quella per niun modo volea fare.
Brievemente, e' si poteo ben dire di Berta e di Bernardo, che costui pinto da' tre convenne che fosse il dicitore. E col modo usato fu mandato per lo migliore vino della terra e per li confetti. Beúto che n'ebbe il dicitore tre volte, andorono a disporre l'ambasciata, la quale fu per lo scudiere tanto ben disposta, quanto altra che disponesse mai. Fatto questo, ed essendo per quella mattina dal papa licenziati, tornorono all'albergo. Ed essendo alquanto ristretti insieme, disse il dicitore a' cavalieri:
- Io non so se io dissi bene, e a vostro modo.
Dissono li cavalieri:
- Per certo tu dicesti meglio che tu dicessi mai.
Rispose il dicitore e presto:
- Per lo santo sangue di Dio, che se io avesse beúto un altro tratto io gli averei dato nel viso.
Quanto li cavalieri del detto di questo loro compagno risono, non si potrebbe dire. E 'l dicitore mostrò che, chi non ha cuore, lasciando ogni temerità, giammai non può ben dire.
E cosí è veramente, che 'l dicitore, quando parla, conviene che sia sicuro e coraggioso, però che 'l dire sempre manca per lo timore; e chi è ben pronto e ardito dinanzi al sommo pontefice, rade volte o non mai avviene che dinanzi ad ogni signore non dica arditamente.


NOVELLA XXXI

Due ambasciadori di Casentino sono mandati al vescovo Guido d'Arezzo; dimenticano ciò che è stato commesso, e quello che 'l vescovo dice loro, e come tornati hanno grande onore per aver ben fatto.

Se lo passato ambasciadore ampliava il suo dire, o la sua rettorica per bere il vino, in questa mostrerrò come due ambasciadori per lo bere d'un buon vino, come che non fossono di gran memoria, ma quella cotanta che aveano quasi perderono.
Quando il vescovo Guido signoreggiava Arezzo, si creò per li Comuni di Casentino due ambasciadori, per mandare a lui addomandando certe cose. Ed essendo fatta loro la commessione di quello che aveano a narrare, una sera al tardi ebbono il comandamento di essere mossi la mattina. Di che tornati la sera a casa loro, acconciarono loro bisacce, e la mattina si mossono per andare al loro viaggio imposto. Ed essendo camminati parecchie miglia, disse l'uno all'altro:
- Hai tu a mente la commessione che ci fu fatta?
Rispose l'altro che non gliene ricordava.
Disse l'altro:
- O io stava a tua fidanza.
E quelli rispose:
- E io stava alla tua.
L'un guata l'altro, dicendo:
- Noi abbiàn pur ben fatto! O come faremo?
Dice l'uno:
- Or ecco, noi saremo tosto a desinare all'albergo, e là ci ristrigneremo insieme, non potrà essere che non ci torni la memoria.
Disse l'altro:
- Ben di' -; e cavalcando e trasognando pervennono a terza all'albergo dove doveano desinare, e pensando e ripensando, insino che furono per andare a tavola, giammai non se ne poterono ricordare.
Andati a desinare, essendo a mensa, fu dato loro d'uno finissimo vino. Gli ambasciadori, a cui piacea piú il vino che avere tenuta a mente la commessione, si comincia ad attaccare al vetro; e béi e ribei, cionca e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino della loro ambasciata ma e' non sapeano dove si fossono, e andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si destaron tutti intronati. Disse l'uno all'altro:
- Ricorditi tu ancora del fatto nostro?
Disse l'altro:
- Non so io; a me ricorda che 'l vino dell'oste è il migliore vino che io beessi mai; e poi ch'io desinai, non mi sono mai risentito, se non ora; e ora appena so dove io mi sia.
Disse l'altro:
- Altrettale te la dico; ben, come faremo? che diremo?
Brievemente disse l'uno:
- Stiànci qui tutto dí oggi; e istanotte (ché sai che la notte assottiglia il pensiero) non potrà essere che non ce ne ricordi.
E accordaronsi a questo; e ivi stettono tutto quel giorno, ritrovandosi spesso co' loro pensieri nella Torre a Vinacciano. La sera essendo a cena e adoperandosi piú il vetro che 'l legname, cenato che ebbono, appena intendea l'uno l'altro. Andaronsi al letto, e tutta notte russorono come porci. La mattina levatisi, disse l'uno:
- Che faremo?
Rispose l'altro:
- Mal che Dio ci dia, ché poi che istanotte non m'è ricordato d'alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai.
Disse l'altro:
- Alle guagnele, che noi bene stiamo, che io non so quello che si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi' cosí fiso, sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte in questo albergo.
- Che diavol vuol dir questo? - disse l'altro. -
Saliamo a cavallo, e andiamo con Dio; forse tra via pur ce ne ricorderemo.
E cosí si partirono, dicendo per la via spesso l'uno all'altro:
- Ricorditi tu?
E l'altro dice:
- No, io.
- Né io.
Giunsono a questo modo in Arezzo, e andorono all'albergo; dove spesso tirandosi da parte, con le mani alle gote, in una camera, non poterono mai ricordarsene. Dice l'uno, quasi alla disperata:
- Andiamo, Dio ci aiuti.
Dice l'altro:
- O che diremo, che non sappiamo che?
Rispose quelli:
- Qui non dee rimanere la cosa.
Misonsi alla ventura, e andorono al vescovo; e giugnendo dove era, feciono la reverenzia, e in quella si stavano senza venire ad altro. Il vescovo, come uomo che era da molto, si levò e andò verso costoro, e pigliandoli per la mano, disse:
- Voi siate li ben venuti, figliuoli miei; che novelle avete voi?
L'uno guata l'altro:
- Di' tu.
- Di' tu.
E nessuno dicea. Alla fine disse l'uno:
- Messer lo vescovo, noi siamo mandati ambasciadori dinanzi alla vostra signoria da quelli vostri servidori di Casentino, ed eglino che ci mandano, e noi che siamo mandati, siamo uomeni assai materiali; e ci feciono la commessione da sera in fretta; come che la cosa sia, o e' non ce la seppono dire, o noi non l'abbiamo saputa intendere. Preghianvi teneramente che quelli Comuni e uomeni vi siano raccomandati, che morti siano egli a ghiadi che ci mandorono, e noi che ci venimmo.
Il vescovo saggio mise loro la mano in su le spalle, e disse:
- Or andate, e dite a quelli miei figliuoli, che ogni cosa che mi sia possibile nel loro bene, sempre intendo di fare. E perché da quinci innanzi non si diano spesa in mandare ambasciadori, ognora che vogliono alcuna cosa, mi scrivino, e io per lettera risponderò loro.
E cosí pigliando commiato, si partirono.
Ed essendo nel cammino, disse l'uno all'altro:
- Guardiamo che e' non c'intervenga al tornare, come all'andare.
Disse l'altro:
- O che abbiamo noi a tenere a mente?
Disse l'altro:
- E però si vuol pensare, però che noi averemo a dire quello che noi esponemmo, e quello che ci fu risposto. Però che s'e' nostri di Casentino sapessono come dimenticammo la loro commessione, e tornassimo dinanzi da loro come smemorati, non che ci mandassono mai per ambasciadori, ma mai offizio non ci darebbono.
Disse l'altro, che era piú malizioso:
- Lascia questo pensiero a me. Io dirò che sposto che avemo l'ambasciata dinanzi al vescovo, che egli graziosamente in tutto e per tutto s'offerse essere sempre presto a ogni loro bene, e per maggiore amore disse che per meno spesa ogni volta che avessono bisogno di lui, per loro pace e riposo scrivessero una semplice lettera, e lasciassono stare le 'mbasciate.
Disse l'altro:
- Tu hai ben pensato; cavalchiamo pur forte, che giunghiamo a buon'ora al vino che tu sai.
E cosí spronando, giunsono all'albergo, e giunto un fante loro alla staffa, non domandorono dell'oste, né come avea da desinare, ma alla prima parola domandorono quello che era di quel vino.
Disse il fante:
- Migliore che mai.
E quivi s'armorono la seconda volta non meno della prima, e innanzi che si partissono, però che molti muscioni erano del paese tratti, il vino venne al basso, e levossi la botte. Gli ambasciadori dolenti di ciò la levorono anco ellino, e giunsono a chi gli avea mandati, tenendo meglio a mente la bugia che aveano composta che non feciono la verità di prima, dicendo che dinanzi al vescovo aveano fatto cosí bella aringhiera, e dando ad intendere che l'uno fosse stato Tulio e l'altro Quintiliano, e' furono molto commendati, e da indi innanzi ebbono molti officii, che le piú volte erano o sindachi, o massai.
Oh quanto interviene spesso, e non pur de' pari di questi omicciatti, ma de' molto maggiori di loro, che sono tutto dí mandati per ambasciadori, che delle cose che avvengono hanno a fare quello che 'l Soldano in Francia; e scrivono e dicono che per dí e per notte mai non hanno posato, ma sempre con grande sollecitudine hanno adoperato, e tutta è stata loro fattura; che attagliono e intervengono, ed eglino seranno molte volte con quel sentimento che un ceppo; e fiano commendati da chi gli ha mandati, e premiati con grandissimi officii e con altri guiderdoni perché li piú si partono dal vero e spezialmente quando per essere loro creduto se ne veggiono seguire vantaggio.


NOVELLA XXXII

Uno frate predicatore in una terra toscana, di quaresima predicando, veggendo che a lui udire non andava persona, truova modo con dire che mostrerrà che l'usura non è peccato, che fa concorrere molta gente a lui e abbandonare gli altri.

Meglio seppe comporre una sua favola uno frate, del quale parlerò in questo capitolo, che non seppono comporre la loro gli ambasciadori di Casentino. Però che in una terra delle grandi di Toscana, predicandosi nel tempo di quaresima, come è d'usanza, in piú luoghi, uno frate predicatore veggendo che agli altri che predicavono, come spesso interviene, andava molta gente, e a lui quasi non andava persona, disse uno mercoledí mattina in pergamo:
- Signori, egli è buona pezza che io ho veduto tutti gli teologhi e predicatori in un grande errore; e questo è ch'egli hanno predicato che 'l prestare sia usura e grandissimo peccato, e che tutti i prestatori vanno a dannazione. E io per quello che io posso comprendere, e che io ho trovato, ho veduto che 'l prestare non è peccato. E acciò che voi non crediate che io dica da beffe, o che io faccia stremi argomenti di loica, io vi dico ch'egli è tutto il contrario di questo, ch'egli hanno sempre predicato. E perché non crediate che io dica favole, perché la materia è grande, se io averò il tempo, io ne predicherò domenica mattina; e se io non avesse il tempo, un altro dí che mi venga a taglio, sí che ne anderete contenti, e fuori d'ogni errore.
La gente udendo questo, chi mormora di qua, e chi borboglia di là. Finita la predica, escono della chiesa; la boce va qua e là; ciascuno pensa: "Che vuol dire questo?" Gli prestatori stanno lieti, e gli accattatori tristi; e tale non avea prestato, che comincia a prestare. Chi dice: "Costui dee essere un valentissimo uomo"; e chi dice che dee essere una pecora; questo non si disse mai piú.
E in brieve tutta la terra aspettava la domenica mattina, la quale, venuta che fu, come li popoli son sempre vaghi di cose nuove, tutti corsono a pigliare luogo, e gli altri predicatori poterono predicare alle panche. Costui avea prima gli uditori sí radi che dall'uno all'altro avea parecchie braccia; ora v'erano sí stretti che affogava l'un l'altro; e questo era quello che elli avea desiderato. Giugnendo il frate in pergamo, e detta l'Avemaria, per non guastare la sua predicazione, propuose sopra l'Evangelio, e disse:
- Io dirò prima certe cose morali; poi dirò la storia dell'Evangelio; e ultimamente alcune parti a nostro ammaestramento, come la materia richiede, e dopo questo dirò dell'usura, come io vi promisi di dire.
E predicando per grande spazio questo valentre frate, mise gran tempo su le parti dell'Evangelio; e venendo a quella dell'usura, era molto tarda l'ora, però che era passata terza, e ciò avea fatto in prova per tranquillare la gente. Di che disse:
- Signori, questo Evangelio mi ha ingannato in questa mattina, però che egli è di grande sustanzia, e la midolla sua è profonda, come avete udito, e sono per questo sí trascorso oltre che in questa mattina non avrei tempo di dire quello che io v'ho promesso; ma abbiate pazienzia, ché in queste mattine che verranno non serà sí lungo il predicare; e quando mi vedrò il tempo, io ve ne predicherò, che mi pare mill'anni, per trarvi di questo errore.
E cosí gli pasceo d'oggi in domane insino all'altra domenica, nella quale concorse maggior populo che prima. Essendo salito in pergamo e avendo predicato, disse:
- Signori, io so che la cagione che tanta moltitudine è qui è solo per udire quello che piú volte v'ho detto, cioè del prestare. Di che io mi vi scuso, ché io sono stato un poco riscaldato di febbre; e pertanto m'abbiate stamane per iscusato; ma il tal dí venite, e se Dio mi farà grazia, ve ne predicherò.
E ora facendo una scusa, e ora un'altra, tutta Quaresima fece venire gente a sé, tenendoli sospesi insino a domenica d'olivo. Allora disse:
- Io vi ho promesso tante volte di dire la tal cosa che io non voglio trapassare questa mattina che io non vi dica ciò che io v'ho promesso. Voi sapete, signori, che la carità è accetta a Dio, quanta altra virtú che sia, o piú. E la carità non è altro che sovvenire al prossimo, e 'l prestare è sovvenimento; adunque, dico che 'l prestare si può fare, e ch'egli è licito; e ancora piú, che chi presta, merita. Ma dove sta il peccato, e dove è? Il peccato è nel riscuotere; e però il prestare, e non riscuotere, non che sia peccato, ma egli è grandissima mercè, ed essere accetto a Dio. E ancora dico piú che 'l riscuotere si può fare con modo, che non che sia peccato, ma è grandissima carità. Verbigrazia, uno presta a un altro fiorini cento, riscuote a certo dí li fiorini cento, e non piú; questo prestare e questo riscuotere è licito, e molto piace a Dio, e ancora piacerebbe piú, se per via d'amore o di carità non si riscotessono, ma liberamente si lasciassono al debitore. Sicché avete che l'usura sta nel riscuotere piú che la vera sorta, però che 'l peccato nel tenimento non sta ne' fiorini cento, ma sta in quello che si dà piú che la vera sorta; e questa piccola quantità fa perdere tutta la carità che serebbe ne' fiorini cento, e ancora il servigio e bene che averebbe fatto al buon uomo che gli accattoe, e torna in cosa inlicita e di restituzione. E però conchiudendo, fratelli miei, io vi dico e affermo che 'l prestare non è peccato, ma il gran peccato è il riscuotere oltre la vera sorta; e con questo ve ne andate, e gagliardamente prestate, ché sicuramente potete prestare per lo modo che ho predicato; e guardatevi di riscuotere, e cosí facendo serete figliuoli del vostro padre, qui in coelis est.
E fece la confessione, la quale non fu né intesa né udita per lo grande mormorío e bisbigliare che vi era; e chi facea grandissime risa, dicendo:
- Questi ce n'ha ben fatto una, e tutta quaresima ci siamo venuti per udire questa predica, e istamane ci venimmo che non era dí. Deh morto sie egli a ghiado, che dee essere uno ciurmatore.
Chi stiamazza di qua e chi di là, piú giorni per la terra non si disse altro. Questo frate poté essere uno valentre uomo, però che egli avea mostrato, o voluto mostrare al populo, quanto era leggiero, e che correano piú tosto alle frasche e alle cose nuove che a quelle della Santa Scrittura; e ancora andavano volentieri a udire chi dicesse cose secondo gli appetiti loro.
Corse a questa predica prestatori, e chi avea voglia di prestare; e questi rimasono scherniti come meritavano; come ch'egli hanno preso tanto del campo che da loro hanno fatto un concetto, che Dio non veggia e non intenda, e hanno battezzata l'usura in diversi nomi, come dono di tempo, merito, interesso, cambio, civanza, baroccolo, ritrangola e molti altri nomi: le quali cose sono grandissimo errore, però che l'usura sta nell'opera e non nel nome.


NOVELLA XXXIII

Lo vescovo Marino scomunica messer Dolcibene, e ricomunicandolo poi, dando della mazzuola troppo forte, messer Dolcibene si leva, e cacciandolsi sotto, gli dà di molte busse.

Come il frate predicatore nella passata novella fece scherne di un gran populo, cosí in questa parve che messer Dolcibene volesse fare la vendetta contra un vescovo.
Essendo adunque costui arrivato in una terra de' Malatesti in Romagna, uno vescovo Marino, o per eccesso commesso per lui, o per averne diletto, l'avea scomunicato o fatto vista. E di ciò avendone piú di que' signori gran diletto, questo vescovo, non volendolo ricomunicare, il tenea accannato, ed elli avea gran bisogno di ritornare a Firenze, e cercava la ricomunica. Avvenne che alcuno de' signori, come aveano ordinato, li disse:
- Io ho tanto fatto col vescovo che ti ricomunicherà; fa' che tu sia domattina nella cotal chiesa, ed elli farà verso te quello che fia da fare.
Ed elli disse di farlo.
E 'l signore, che avea ordinato che 'l vescovo gli desse che gli dolesse, andò anco là la mattina, e non parea suo fatto, standosi nel coro. E messer Dolcibene giunse nel detto luogo per accozzarsi con lui. E in quell'ora era entrato il vescovo in una cappella, e aspettava che l'amico andasse a lui, e 'l signore disse a messer Dolcibene:
- Il vescovo è là: va', spàcciati.
Ed elli cosí andò; e giunto che fu nel luogo dinanzi dal vescovo, ponendosi inginocchione; e 'l vescovo, che avea un buono camato in mano, fatta che gli ebbe la confessione sopra il capo, disse:
- Di', Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam.br> E quelli dicendolo piú volte, come si fa; e 'l vescovo menando la bacchetta che parea che facesse una sua vendetta; come dice: "Di', Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam "; e mena la mazza; e messer Dolcibene si leva, e pigliando il vescovo, e dicendo a un tratto: "Et secundum magnam multitudinem pugnorum "; e darli, e cacciarselo sotto, fu tutt'uno.
E quando gli ha dato quanto volle, corre nel grembo del signore, che era presso, e tutto avea veduto. La famiglia del vescovo correndogli drieto per pigliarlo, il signore mostrandosi turbato disse:
- Menatelo a casa mia, ché questa punizione voglio fare io.
E questo disse per consolare il vescovo e levarlo dalle sua mani. Mandatone messer Dolcibene preso, e 'l signore si accostò al vescovo, dicendo:
- Come sta questa cosa?
E 'l vescovo rispose:
- Per Corpus Christi, quod cacavit eum Sathana.
E cosí forbottato il vescovo si tornò al vescovado, e messer Dolcibene stette rimbucato piú dí. E in fine il signore diede ad intendere al vescovo che gli avea fatto dare tanta colla che forse mai non serebbe sano delle braccia; e feceli mettere uno sciugatoio al collo, e allenzare il braccio; e 'l vescovo per questo parea tutto aumiliato. E forse in capo d'otto dí messer Dolcibene, avvisandone il signore, e dovendo dire il vescovo una messa piana, essendo alla chiesa il signore da parte, andò alla detta messa quasi in sul celebrare, e fattosi innanzi quanto poteo, prendendo il vescovo il corpo di Cristo, e messer Dolcibene esce:
- Né mica disse istamane cotestui il paternostro di san Giuliano.
Il vescovo, sentendo questo diavolo ivi, e udendo il motto, avendo il calice nelle mani, gli venne sí fatte risa, che fu presso che 'l calice non gli cadde di mano. E detta la messa, che già messer Dolcibene s'era partito col signore, gli perdonò quella medesima mattina, e fu poi sí grande suo amico che appena il vescovo sapea vivere sanza lui. E 'l signore vidde andare questo fatto come egli avea voglia, e rimase contento.
E cosí una pensa il ghiotto, un'altra il tavernaio. Il vescovo s'avvisò di mazzicare, e non fece ragione d'essere ingoffato, come avete udito. E forse, perché fosse vescovo, avea bisogno di disciplina, come messer Dolcibene. E non si dee ancora, né da beffa, né da dovero, aspreggiare uno peccatore, quando viene a contrizione, però che nelle cose sacre non si vuole scherzare; ché per menare la bacchetta oltre al debito modo, n'acquistò un bene gli sta che mai non gli venne meno.


NOVELLA XXXIV

Ferrantino degli Argenti da Spuleto, essendo al soldo della Chiesa a Todi, cavalca di fuori, e poi, essendo tornato tutto bagnato di pioggia, va in una casa, dove truova al fuoco di molte vivande e una giovene, nella quale per tre dí sta come li piace.

Altro gastigamento diede Ferrantino degli Argenti da Spuleto a uno calonaco di Todi; però che, essendo il cardinale del Fiesco per la Chiesa in Todi, e avendo condotti soldati, fu tra questi uno che avea nome Ferrantino degli Argenti da Spuleto, il quale io scrittore e molti altri viddono esecutore in Firenze nel MCCCXC o circa, per tal segnale che cavalcava uno cavallo con uno paio di posole di sí smisurata forma che le loro coregge erano molto bene un quarto di braccio larghe.
Essendo stato tolto uno castello nel Todino da uno gentiluomo di Todi, convenne che tutti li soldati vi cavalcassino, fra' quali fu questo Ferrantino; e fatto intorno al castello quel danno che poterono sanza riaverlo, tornandosi verso Todi, venne grandissima piova, di che tutti si bagnarono, e fra gli altri si bagnò Ferrantino piú che nessuno, perché li suoi panni pareano di sadirlanda, tanto erano rasi.
Essendo costui cosí bagnato, entrò in Todi, e andò a smontare ad una casetta che tenea a pigione, e disse ad uno suo paggetto acconciasse i cavalli nella stalla, ed egli andò cercando per la casa se fuoco o legne d'accenderlo trovasse: niuno bene vi trovò, però che era povero scudiere, e la sua magione parea la Badía a Spazzavento.
Come costui vidde questo, e che era tutto bagnato e agghiacciava, dice: "Cosí non debb'io stare". Subito se n'uscío fuori, e d'uscio in uscio mettendo il capo, e salendo le scale, si mise andare cercando l'altrui case, e fare dell'impronto per asciugarsi, se fuoco vi trovasse. Andando d'una in altra, per fortuna capitò ad una porta, là dove intrato e andando su, trovò in cucina uno grandissimo fuoco con due pentole piene, e con uno schidone di capponi e di starne, e con una fante assai leggiadra e giovene, la quale volgea il detto arrosto. Era perugina, e avea nome Caterina. Costei veggendo cosí di subito venire Ferrantino nella cucina, tutta venne meno, e disse:
- Che vuoi tu?
E quelli disse:
- Io vegno testeso di tal luogo, e sono tutto bagnato, come tu vedi: in casa mia non ha fuoco, e indugiare non mi potea, ché io mi serei morto: io ti prego che mi lasci rasciugare, e poi me n'andrò.
Disse la fante:
- O asciugati tosto, e vatti con Dio, ché se messer Francesco tornasse, che ha una gran brigata a cena con lui, non l'averebbe per bene, e a me darebbe di molte busse.
Disse Ferrantino:
- Io 'l farò, chi è questo messer Francesco?
Ella rispose:
- E messer Francesco da Narni, che è qui calonaco, e sta in questa casa.
Disse Ferrantino:
- O io sono il maggior amico ch'egli abbia -; (e non lo conoscea però).
Disse la fante:
- Deh spàcciati, ché io sto tuttavia con le febbri.
Ferrantino dicea:
- Non temere, ché io serò tosto asciutto.
E cosí stando, messer Francesco tornò, e andando in cucina a provvedere le vivande, vidde Ferrantino che s'asciugava, e dice:
- Che ci fa' tu? Chi è costui?
E Ferrantino dice chi è, come è.
Disse messer Francesco:
- Mal che Dio ti dia; tu déi essere un ladroncello, a entrare per le case altrui; escimi testè di casa.
Dice Ferrantino:
- O Pater reverende, patientia vestra , tanto che io m'asciughi.
Dice il calonaco:
- Che Pater merdente ? io ti dico escimi di casa per lo tuo migliore.
E Ferrantino fermo, e dice:
- Io mi asciugo forte.
- Io ti dico che tu m'esca di casa, se non ch'io t'accuserò per ladro.
E Ferrantino dice:
- O prete Dei, miserere mei -; e non si muove.
Quando messer Francesco vede che costui non si parte, va per una spada, e dice:
- Al corpo di Dio, che io vedrò se tu mi starai in casa a mio dispetto -; e corre con la spada verso Ferrantino.
Veggendo questo, Ferrantino si leva in piede, e mette la mano alla sua, dicendo:
- Non truffemini.
E tratta della guaina si fa incontro al calonaco, tanto che lo rinculò nella sala, e Ferrantino incontrogli, e cosí amendue si trovorono in sala, facendo le scaramucce sanza toccarsi.
Quando messer Francesco vede che non lo può cacciar fuori, eziandio avendo presa la spada, e come Ferrantino digrigna con la sua, disse:
- Per lo corpo di Dio, ch'io andrò testeso ad accusarti al cardinale.
Disse Ferrantino:
- Io voglio venire anch'io.
- Andiamo, andiamo.
E scendendo amendue giú per la scala, giunti alla porta, dice messer Francesco a Ferrantino:
- Va' oltre.
Dice Ferrantino:
- Io non andrei innanzi a voi, che sete officiale di Cristo.
E tanto disse, che messer Francesco uscí fuori prima.
Come fu uscito, e Ferrantino pigne l'uscio, e serrasi dentro; e subito, come su è, quante masserizie poté trovare da ciò gittò giú per la scala, acciò che l'uscio dentro fusse ben puntellato; e cosí n'empié tutta la scala, tanto che due portatori non l'arebbono sgombra in un dí; e cosí s'assicurò che l'uscio si potea ben pignere di fuori, ma aprire no. Veggendosi il calonaco di fuori cosí serrato, gli parve essere a mal partito, veggendo in possessione della carne cotta e della cruda uno che non sapea chi si fosse; e stando fuori, molto piacevolmente chiamava gli fosse aperto.
E Ferrantino fassi alle fenestre, e dice:
- Vatti con Dio per lo tuo migliore.
- Deh apri, - dicea il calonaco.
E Ferrantino dicea:
- Io apro -; e apriva la bocca.
Veggendo costui esser fuori della sua possessione e dell'altre cose, e ancora esser beffato, se n'andò al cardinale, e là si dolse di questo caso.
In questo, venendo l'ora della cena, la brigata che dovea cenare con lui, s'appresentano e picchiano l'uscio. Ferrantino si fa alle fenestre:
- Che volete voi?
- Vegnamo a cenare con messer Francesco.
Dice Ferrantino:
- Voi avete errato l'uscio; qui non sta né messer Francesco, né messer Tedesco.
Stanno un poco come smemorati, e poi pur tornano e bussano. E Ferrantino rifassi alle fenestre:
- Io v'ho detto che non istà qui; quante volte volete ch'io vel dica? Se voi non vi partite io vi getterò cosa in capo che vi potrà putire, e serebbe meglio che voi non ci foste mai venuti -; e comincia a gittare alcuna pietra in una porta di rincontro perché facesse ben gran romore.
Brievemente, costoro per lo migliore se n'andorono a cenare a casa loro, là dove trovorono assai male apparecchiato; e 'l calonaco, che s'era ito a dolere al cardinale, e che avea cosí bene apparecchiato, convenne si procacciasse d'altra cena e d'altro albergo: e non valse che 'l cardinale mandasse alcuno messaggio a dire ch'egli uscisse di quella casa; ma come alcuno picchiava l'uscio, gli gittava presso una gran pietra; di che ciascuno si tornava tosto a drieto.
Essendo ognuno di fuori stracco, dice Ferrantino alla Caterina:
- Fa' che noi ceniamo, ché io sono oggimai asciutto.
Dice la Caterina:
- Me' farai d'aprire l'uscio a colui di cui è la casa, e andarti a casa tua.
Dice Ferrantino:
- Questa è la casa mia; questa è quella che Dio misericordioso m'ha istasera apparecchiato. Vuo' tu che io rifiuti il dono che m'ha dato sí fatto signore? Tu hai peccato mortalmente pur di quello che tu hai detto.
Ella la poté ben sonare che Ferrantino n'uscisse; e' convenne, o per forza o per amore, ch'ella mettesse le vivande in tavola, e ch'ella sedesse a mensa con Ferrantino, e cenorono l'uno e l'altro molto bene: poi rigovernato l'avanzo delle vivande, disse Ferrantino:
- Qual'è la camera? andiànci a dormire.
Dice la Caterina:
- Tu se' asciutto, e ha' ti pieno il corpo, e or ci vogli dormire? in buona fé tu non fai bene.
Dice Ferrantino:
- Doh, Caterina mia, se per questa mia venuta qui io avesse peggiorata la tua condizione, che mi diresti tu? io ti trovai che cocevi per altrui in forma di fante, e io t'ho trattata come donna; e se messer Francesco e la sua brigata fosse venuta a cena qui, la tua parte serebbe stata molto magra, là dove tu l'hai avuta molto doppia, e hai acquistato paradiso a sovvenire me, che era tutto molle e affamato.
La Caterina dice:
- Tu non déi essere gentiluomo, ché tu non faresti sí fatte cose.
Dice Ferrantino:
- Io sono gentiluomo, e ancora conte, la qual cosa non sono quelli che doveano cenar qui; e tanto hai tu fatto maggior bene: andiànci a dormire.
La Caterina disdicea, ma pur nella fine si coricò con Ferrantino, e non mutò letto, però che in quello medesimo dormía col calonaco; e cosí tutta notte si rasciugò con lei Ferrantino, e la mattina levatosi, tanto stette in quella casa quanto durorono le vivande, che fu piú di tre dí, ne' quali messer Francesco andò per Todi, e guardando alcun'ora da lungi verso la sua casa, parea uno uomo uscito di sé, mandando alcuna volta spie a sapere se Ferrantino ne fosse uscito; e se alcuno v'andava, le pietre dalle fenestre erano in campo. Nella fine, consumate le vivande, Ferrantino se n'uscío per un uscio di drieto, ché per quello dinanzi per le molte masserizie gittate dentro non poteo; e andossene alla casa sua povera e mal fornita, là dove il paggio e due sua cavalli aveano assai mal mangiato, e ivi fece penitenza; e messer Francesco tornò a casa sua per l'uscio di drieto, ed ebbe a trassinare e racconciare di molte masserizie in iscambio della cena.
E la Caterina li diede ad intendere che ella avea sempre conteso, e difesosi da lui, e come di lei alcuna cosa non avea aúto a fare. Poi il cardinale, per lo richiamo del calonaco, mandò e per l'uno e per l'altro, dicendo a Ferrantino che si scusasse d'uno processo che gli avea formato addosso. Ferrantino scusandosi dicea:
- Messer lo cardinale, voi non ci predicate altro se non che noi abbiamo carità verso il prossimo: essendo io tornato dell'oste tutto bagnato, in forma che io era piú morto che vivo, in casa mia non trovando né fuoco, né altro bene, morire non volea. Abbatte'mi, come volle Iddio, in casa questo valentre religioso, il quale è qui, trovandosi uno gran fuoco con pentole e con arrosti intorno; mi puosi a rasciugare a quello, sanza fare o molestia o rincrescimento a persona. Costui giunse là, e cominciommi a dire villania, e che io gli uscisse di casa. Io continuo con buone parole, pregandolo mi lasciasse asciugare: non mi valse alcuna cosa, ma con una spada in mano mi corse addosso per uccidermi. Io, per non esser morto, misi mano alla mia per difendermi da lui infino alla porta da via, là dove uscendo elli fuori, per poter menarla alla larga, e uccidermi com'io uscisse dell'uscio, io mi serrai dentro e lui di fuori, solo per paura della morte; e là sono stato per questa paura, sa Dio come, infino ad oggi. Se mi vuol far condennare, egli ha il torto; io non ci ho che perdere alcuna cosa, e posso andare e stare a casa mia: io non ci uscirò, che io non sappia perché; ché quanto io, mi tengo offeso da lui.
Udendo il cardinal questo, chiamò il calonaco da parte, e disse:
- Che vuoi tu fare? tu vedi quello che costui dice, e puoi comprendere chi egli è; facendo pace fra voi, credo che sia il meglio, innanzi che tu ti voglia mettere a partito con un uomo di soldo: - di che elli consentío.
E simigliantemente chiamò Ferrantino da parte, e insieme li pacificò, e non sí che 'l calonaco non guardasse a stracciasacco Ferrantino un buon pezzo.
Cosí Ferrantino, asciutto che fu, ed empiutosi il corpo tre dí, e con la femina del calonaco aúto quel piacere che volle, ebbe buona pace; la qual vorrei che avesse ogni laico o secolare, adoperando le cose morbide e superflue de' cherici, e a loro intervenisse sempre delle loro vivande e conviti e femine, quello che intervenne a questo nobile calonaco, che sotto apparenza onesta di religione, ogni vizio di gola, di lussuria e degli altri, come il loro appetito desidera, sanza niuno mezzo usano.



NOVELLA XXXV

Uno chericone, sanza sapere gramatica, vuole con interdotto d'uno cardinale, di cui è servo, supplicare dinanzi a papa Bonifazio uno benefizio, là dove dispone che cosa è il terribile.

E per mostrare bene quanto gran parte de' cherici vengono avere li beneficii sanza scienza e discrizione, dirò qui una novelletta, che tu, lettore, il potrai molto ben conoscere. Al tempo di papa Bonifazio, essendo servo d'uno de' suoi cardinali uno chericone, che, non che sapesse gramatica, appena sapea leggere, volendo il detto cardinale di lui fare qualche cosa, gli fece fare una supplicazione per impetrare alcuno beneficio dal santo padre. E conoscendolo bene grossolano, disse:
- Vie' qua. Io t'ho fatto fare una supplicazione, la qual voglio che tu dea innanzi al santo padre, e io ti menerò dinanzi da lui. Va' arditamente, però che ti domanderà alcuna cosa per gramatica; se sai rispondere da te a quello che ti domanda, rispondi e non temere; se non lo intendi, e non sapessi rispondere, guarderai a me, che sarò da costa al papa, ed io t'accennerò quello che tu debba dire, sí che mi potrai intendere; e secondo comprenderai da me, cosí risponderai.
Disse il chericone, che averebbe meglio saputo mangiare uno catino di fave:
- Io lo farò.
Lo cardinale trovò la supplicazione, e datogliele, il menò dinanzi al papa, raccomandandolo alla sua santità; e 'l chericone, gittandosi ginocchione, glie la porse; e 'l cardinale si mise ritto da lato al papa, e volto verso il chericone, solo per accennarli quello che dovesse dire se bisognasse. Come il papa ebbe la supplicazione, la lesse; e guardato questo cherico, considerando che fosse chi egli è, lo domandò:
- Quid est terribilis?
Il cherico, udendo questo nome cosí terribile, e non sapendo che rispondere, guardava il cardinale, il quale menava il braccio, come quando si dà lo 'ncenso col terribile. E 'l cherico, pensando a quello che gli accennava, disse a lettere grosse:
- Il tale dell'asino, quando egli è ritto, padre santo.
Il papa, udendo questo, parve che dicesse: "Egli ha meglio risposto che potesse. E qual'è piú terribile cosa che quella?" E disse:
- Fiat, fiat -; e volto al cardinale ridendo, disse: - Menalo via; fiat, fiat.
E cosí fu fatto.
Quanto fu grosso questo chericone, che non considerò quello che disse, né innanzi a cui, facendo cosí bella sposizione! e per questo ebbe il beneficio; ché avendo saputo qualcosa, forse non l'arebbe aúto. E forse fu questa sua grossezza cagione di farlo venire a maggiore dignità, come spesso interviene a molti, a cui viene il nostro Signore tra le mani, li quali hanno meno discrizione che gli animali irrazionali.


NOVELLA XXXVI

Tre Fiorentini, ciascuno di per sé, e con nuovi avvisi per la guerra tra loro e' Pisani, corrono dinanzi a' Priori, dicendo che hanno veduto cose che niuna era presso a cento miglia; e cosí ancora che avevano fatto, e non sapeano che.

Molto seppono meno quello che dicessono tre Fiorentini in questo capitolo, che 'l cherico passato. Nel tempo che l'ultima volta li Fiorentini ebbono guerra co' Pisani, essendo gl'Inghilesi, che erano dalla parte de' Pisani, cavalcati verso il terreno fiorentino, uno Geppo Canigiani, il quale era a un suo luogo a San Casciano, spaventato da uno romore o d'acqua, o di vento, come interviene quando viene mal tempo, s'avvisò quello poter esser l'esercito de' nimici, e portar la novella a' Signori da Firenze, per venire in grazia. E cosí salito a cavallo, a spron battuti n'andò al palagio de' Priori a smontare; e andato dinanzi a' Signori, disse che venía da San Casciano, e ch'e' nimici con grandissimo romore ne veníano verso Firenze.
Li Signori domandano se gli ha veduti; colui dicea di no, ma che gli avea sentiti.
- Come gli sentisti?
E quelli dicea che avea udito un gran romore.
Dicono li Priori:
- O che sai tu che quel romore fossono li nimici? Rispose:
- O egli erano cavalieri, o ell'era acqua.
Strinsono le spalle e ringrazioronlo, e andossi con Dio.
Il secondo fu uno che avea nome Giovanni da Pirano il quale essendo fuori della porta a San Niccolò su uno suo cavallaccio, certi buoi fuggendo verso la porta detta, elli credendo avere li nimici al gherone, diede delli sproni alla giumenta, e fuggendo nella terra dinanzi a' detti buoi, non restò mai che egli fu dinanzi a' detti Priori, dicendo:
- Mercè per Dio, che tutti i buoi digiogati fuggono dentro per la porta San Niccolò.
E Priori notano costui con l'altro di sopra, e dissono che stesse attento, e spesso recasse loro novelle.
Il terzo fu uno che avea nome Piero Fastelli, il quale, benché fosse mercatante, avea per usanza con uno balestro e con le corazzine andarsi in tempo di guerra cosí a piede, quando un miglio e quando due. Avvenne che, essendo gl'Inghilesi col campo pisano nel piano di Ripole presso due miglia a Firenze, e per uno pessimo tempo piovoso e nebbioso, durato molti dí, essendo ito Piero una mattina forse una balestrata fuori della detta porta, saettoe uno verrettone verso il greto d'Arno; tornò a Firenze, e subito andò a' detti Priori, e disse:
- Signori miei, io vegno presso presso al campo de' nimici, e ho saettato un gran verrettone in gran danno di loro; ma la folta nebbia non m'ha lasciato discernere.
Li Signori, guatano l'uno l'altro, e dicono:
- Piero, de' tuoi pari ci vorrebbe assai, ché con meno di cinquanta verrettoni si sconfiggerebbono li nimici: va' e ingegnati di saettarne, e recaci novelle spesso.
Cosí furono avvisati questi signori in pochi dí da tre valentri uomeni di guerra di tre cose sí fatte che 'l Dabuda n'averebbe scapitato. E però chi è uso alla mercanzia non può sapere che guerra si sia; però si disfanno le comunità, quando non istanno in pace; che standosi a fare l'arte loro, dicono: "Noi abbiamo sconfitto li nimici"; come fa la mosca, che è in sul collo del bue, quando gli fosse detto: "Che fai, mosca?" e quella dice: "Ariamo".


NOVELLA XXXVII

Bernardo di Nerino, vocato Croce, venuto a questione a uno a uno con tre Fiorentini, confonde ciascuno di per sé con una sola parola.

Seppe meglio quello che disse in tre cose a tre uomeni, essendo a contesa con loro, costui di cui parlerò al presente. Bernardo di Nerino, vocato Croce, fu nel principio barattiere, e in questo tempo fu di sí forte e disprezzata natura che si metteva scorpioni in bocca, e con li denti tutti gli schiacciava, e cosí facea delle botte e di qual ferucola piú velenosa. S'egli era di diversa natura, ciascuno il pensi, che per accesa, continua e mortal febbre, sfidato da' medici, veggendolo molto ardere, vollono fare notomia di sí fatta natura, addomandandola elli: il feciono mettere nudo in una bigoncia d'acqua fredda, come esce del pozzo, e preso costui cosí ardente e nudo, ve l'attufforono dentro, il quale cominciando a tremare e schiacciare li denti, stato un pezzo, lo rimisono nel letto, e subito cominciò a migliorare, e spegnersi l'arsione in forma che guerío.
Ora, tornando alla materia, costui prestando in Frioli di barattiere nudo tornò ricco a Firenze, e venendo spesso a parole con altrui, porgea detti nel quistionare che confondea ognuno; e io scrittore fui presente a tre volte, le quali a piedi si diranno. La prima fu, che avendo parole con uno stato barattiere, com'elli, assai disutile uomo, chiamato Fascio di Canocchio, il detto Fascio disse al Croce:
- E ti pare essere un gran maestro, e' mi darebbe cuore di venderti sul ponte a Sorgano.
E 'l Croce rispose:
- Io ne sono molto certo, ed è segnale, quando si trovasse il compratore di me, che vaglio qualche cosa; ma e' non mi darebbe cuore di vendere te in sul ponte al Rialto, tenendoviti suso tutto il tempo della vita mia, tanto se' tristo e doloroso.
Costui ammutoloe e rimase confuso.
La seconda volta il detto Croce ebbe questione su la piazza di mercato nuovo con uno chiamato Neri Bonciani, il quale parea piú tapino che Fascio di Canocchio, era sparuto e avarissimo, ed eranvi molti cittadini tratti al romore. Quando vedde assai gente là corsa, e quelli si volge a loro, dicendo contra il detto Neri:
- Deh guardate, signori, per cui fu morto Cristo, che è cosa da non esser mai lieto né contento.
La brigata tutta comincia a ridere, e a Neri si turò la strozza in sí fatta forma che si partí, e mai non disse parola.
La terza fu che Giovanni Zati, non essendo ancora cavaliero, essendo molto piccolo e sparuto, e avendo il padre prestato in Frioli, volle mordere il Croce dell'anima nel prestare che avea fatto, e lui mettea in parole nel paradiso; e 'l Croce disse dopo molte parole:
- Giovanni, io ti vorrei fare una piccola questione; e questa è che io vorrei saper da te, se tu andassi al luogo comune, e fatto el mestiero del corpo, e avessi bisogno d'adoperare la pezza, e in quel luogo fosse dall'un lato sciamiti, dall'altro drappi, da un'altra parte fossono pezze per quello mestiero, qual piglieresti per nettarti?
Rispose:
- Piglierei le pezze da quel mestiero.
E 'l Croce disse presto:
- E cosí farà il diavolo di te.
Costui sentendosi cosí mordere, e la sparuta vista e l'opere sue, che ancora non meritavono paradiso, come si dava a credere, mai né allora né poi si stese in simil ragionamenti con lui.
E cosí questo Croce cavò d'errore questi tre errati di loro medesimi, li quali sono molti come costoro che s'ingannono sí forte che credono che tutti gli altri siano ciechi, e a loro pare avere gli occhi del lupo cerviere, non pensando chi siano, né quanto vaglino l'opere loro, essendo peggiori che tali con cui contendono, si vogliono fare di buona terra, mostrandosi buoni, essendo il contrario. E per questo nacque quel proverbio: "Lo sbandito corre drieto al condennato". Ma a tutti intervenisse che s'abbattessono al Croce, il quale non essendo Socrate, non Pittagora, non Origene, né degli altri filosofi ch'ebbono profonde sentenzie, ma uno omicciatto disutile, con cosí nuove ragioni che gli confondesse come confuse questi tre con cui venne a questione: questo non gli diede scienza, ma sottigliezza e ingegno di natura.


NOVELLA XXXVIII

Messer Ridolfo da Camerino con una bella parola confonde il dire de' Brettoni suoi nimici, facendosi beffe di lui, perché fuor di Bologna non uscía.

Le notabil parole e i brevi detti di messer Ridolfo da Camerino la passata novella mi reduce a memoria; de' quali ne dirò alcuni qui dappiè. Però che io scrittore, trovandomi in Bologna buon tempo con lui, quando era generale capitano di guerra de' Fiorentini, e di tutta l'altra lega per la guerra della Chiesa, quando il cardinale di Genèva, che poi ebbe nome papa Clemente in Vignone, era venuto con li Brettoni alle porte della detta terra, e uno nipote del detto messer Ridolfo nato di sua sorella, chiamato Gentile da Spuleto, andando per guadagnare, come fanno gli uomeni d'arme, facendo scaramucce coi detti Brettoni, fu preso da loro. E sapiendo gli Brettoni ch'egli era nipote di messer Ridolfo, con disprezzamento gli diceano:
- Noi aspettiamo il capitano vostro: perché non esc'elli fuori? noi sentiamo che si sta pur nel letto: venga fuori, venga.
Gentile rispose ch'egli aspettava gente, e che ben gli andrebbe a vedere a luogo e a tempo. Puosonli ducati cinquanta di taglia, e lasciaronlo alla fede che gli andasse a procacciare. Tornato in Bologna, e andando a messer Ridolfo, disse messer Ridolfo:
- Che dicono li Brettoni?
- Dicono: "Che fa questo vostro capitano, che si sta pur dentro? Che non esc'egli fuori? noi l'aspettiamo".
Disse messer Ridolfo:
- Come rispondesti?
Disse Gentile:
- Risposi che tosto usciresti fuori, però che voi aspettavate gente.
Disse messer Ridolfo:
- Mal dicesti, che Dio mal ti faccia.
E Gentile disse:
- Perché, messere?
Disse messer Ridolfo:
- Se' per tornarci?
Disse Gentile:
- Signor sí, però che ho portare loro cinquanta ducati per la taglia che m'hanno posta.
Dice messer Ridolfo:
- Se ti dicono piú: "Perché non esce fuori messer Ridolfo?" e tu rispondi: "Perché voi non c'entriate dentro"; e d'altro non t'impacciare.

Or non fu bella parola questa a uno capitano di guerra? per certo bella e notabile, come se l'avesse detta Scipione o Annibale: e troppo maggiore prova fu a' nimici questa riposta (se Gentile la disse loro) di mostrare loro chi messer Ridolfo era, e da quanto, che se due volte gli avessi sconfitti in battaglia campale. Altri poco sperti e pratichi nella maestria dell'arme si sarebbono andati incastagnando di parole, e quante piú ne avessono dette, da meno serebbono stati reputati.


NOVELLA XXXIX

Agnolino Bottoni da Siena manda un cane da porci a messer Ridolfo da Camerino, ed egli lo rimanda in dietro con parole al detto Agnolino con dilettevole sustanza.

Molto fu da ridere quest'altro motto che segue del detto messer Ridolfo. Francesco, signore di Matelica, ebbe un tempo guerra col detto messer Ridolfo; e morendo il detto Francesco, rimasono suoi figliuoli, li quali, per istare sicuri e per difendersi da lui, uno Foscherello da Matelica, che era gran caporale in una compagna d'uno che avea nome Boldrino, facea sua camera in Matelica per provvisione ch'avea Boldrino a tutta sua brigata da' figliuoli di Francesco. E come s'usa per le guerre, questo Foscherello, come cordiale nimico di messer Ridolfo, fece una cavalcata con gente d'arme sul terreno di messer Ridolfo, per la quale menoe e predoe ottocento porci, e condusseli a Matelica.
Stando per alcuni dí, non potendo messer Ridolfo vendicarsi sopra i nimici, sopravvenne uno famiglio d'Agnolino Bottoni da Siena con uno bellissimo cane alano a mano, e andato dinanzi a messer Ridolfo, e fatta la reverenza, disse che Agnolino Bottoni gli presentava quel cane. Messer Ridolfo, guardando il cane e 'l famiglio, domandò da quello che quel cane era buono. Il famiglio gli rispose:
- Da porci, signor mio.
E messer Ridolfo disse:
- E come ne piglia?
Il famiglio disse:
- Quando uno, e quando due per dí, secondo come l'uomo gli truova.
Disse allora messer Ridolfo:
- Amico mio, questo non è cane da me, rimenalo ad Agnolino, e di' che io l'ho per ricevuto, ma che questo cane non è per li fatti mia, se non piglia piú che un porco per volta. Se gli ne venisse alle mani uno di quelli di Foscherello da Matelica, che ne piglia ottocento per volta, priegalo che me lo mandi.
Il famiglio, udendo costui, e veggendo che dono non ricevea, si partí quasi scornato, rapportando il cane e la 'mbasciata ad Agnolino, il quale, intendendo il fatto disse che messer Ridolfo dicea molto bene, dappoi che elli avea aúta sí poca considerazione che, essendoli stati tolti in quelli dí ottocento porci, gli mandava un cane che forse non avvenia del mese una volta che ne pigliasse uno.
Quanto fu piacevole il detto di messer Ridolfo! ché rade volte interverrebbe che, essendo presentato uno dono a uno, e quelli non lo volessi e rimandassilo in drieto, che non ne portasse cruccio o sdegno quelli che l'ha mandato. E 'l dire suo fu sí piacevole che non che Agnolino ne portasse, ma e' confessò aver fallato, solo per la perdita delli ottocento porci di messer Ridolfo.


NOVELLA XL

Il detto messer Ridolfo a un suo nipote, tornato da Bologna da apparare ragione, gli prova che ha perduto il tempo.

E questa che segue non fu meno bella novella, né meno bel detto, il quale disse a un suo nipote, il quale era stato a Bologna ad apparar legge ben dieci anni; e tornando a Camerino, essendo diventato valentrissimo legista, andò a vicitare messer Ridolfo. Fatta la vicitazione, disse messer Ridolfo:
- E che ci hai fatto a Bologna?
Quelli rispose:
- Signor mio, ho apparato ragione.
E messer Ridolfo disse:
- Mal ci hai speso il tempo tuo.
Rispose il giovene, che gli parve il detto molto strano:
- Perché, signor mio?
E messer Ridolfo disse:
- Perché ci dovei apparare la forza, che valea l'un due.
Il giovene cominciò a sorridere, e pensando e ripensando egli e gli altri che l'udirono, viddono esser vero ciò che messer Ridolfo avea detto. E io scrittore, essendo con certi scolari che udiano da messer Agnolo da Perogia, dissi che si perdeano il tempo a studiare in quello che faceano. Risposono:
- Perché?
E io segui':
- Che apparate voi?
Dissono:
- Appariamo ragione.
E io dissi:
- O che ne farete, s'ella non s'usa?
Sí che per certo ella ci ha poco corso; e abbia ragione chi vuole, che se un poco di forza piú è nell'altra parte, la ragione non v'ha a far nulla. E però si vede oggi, che sopra poveri e impotenti tosto si dà iudizio e corporale e pecuniale; contra i ricchi e potenti rade volte, perché tristo chi poco ci puote.


NOVELLA XLI

Molte novellette, e detti del detto messer Ridolfo piacevoli, e con gran sustanza.

E mi conviene in questa novella, poi che io sono entrato a dire di questo valentre uomo, dire certi suoi detti; però che, al mio parere, e' fu filosofo naturale di pochissime parole. Dico adunque che un suo amico, che era stato gran tempo che non l'avea veduto, disse:
- Messer Ridolfo, voi siete ringiovenito dieci anni, poi che io non vi vidi.
E messer Ridolfo guarda costui con la coda dell'occhio, dicendo:
- Di quello che dici, ne prendo conforto, ma saccio che non ci dici lo vero.
Dicea il detto messer Ridolfo che non volea ch'e' servi suoi del suo avessono meglio di lui. Quando era il freddo grande, dicea:
- Andate accendere il fuoco, e là vi scaldate, e quando egli ha fatta la bracia, mi chiamate.
Volea ch'e' fanti avessono il fummo e non lo volea elli.
Essendo il detto messer Ridolfo al servigio del re Luigi di Cicilia, andando con certa gente d'arme, fu assalito; di che convenne che tutti si fuggissono a sproni battuti, e camporono. Tornato poi messer Ridolfo nel cospetto del re, e lo re gli disse:
- Ridolfo, per quanto aresti dato quelli sproni?
E quelli rispose:
- Di cotesto non saccio: ma ben saccio per quanto ci sarei rattenuto a fare lo patto.
Le candele della cera facea volgere alla mensa sua capo piede, mettendo di sopra il lato piú grosso della cera verde, dicendo che alli servi suoi volea che toccasse poi il sottile e non a lui; e da questo si cominciorono a fare delle candele mozze.
Essendo a Bologna il detto messer Ridolfo capitano di guerra per li Fiorentini, quando ebbono guerra con la Chiesa, gli fu detto che 'l papa avea venduto o impegnato Vignone per voler far gran guerra; ed egli disse:
- Molto c'è savio lo papa nostro; vuol vendere quello ch'egli ha, per acquistar quello che non sa.
Quando messer Ridolfo fu con la reina e con gli altri a dare ordine che fosse fatto il papa da Fondi, tornando a casa sua, trovò messer Galeotto suo genero, il quale dicendoli quanto era contra a Dio e all'anima sua quello ch'egli avea fatto, rispose:
- Aiolo fatto perché abbiano tanto a fare de' fatti loro ch'e' nostri lascino stare.
Essendo il detto messer Ridolfo andato a vicitare messer Gian Auguth, che era con lo esercito suo fuori di Perogia, e andando poi a vicitare l'abate di Mon maiore che per lo papa signoreggiava Perogia, e in quelli dí era fatto cardinale, gli disse:
- Avendoci fatto male, se' fatto cardinale; se ci avessi fatto peggio, saresti fatto papa.
Avendo maritata una sua figliuola giovane a messer Galeotto, che era già vecchio, molti suoi prossimani e uomeni e donne gli diceano:
- Doh, messer Ridolfo, che avete voi fatto a dare una giovane a un vecchio?
Rispondea:
- Hoccelo fatto per noi, e non per lei.
Fu dipinto a Firenze, quando venne in disgrazia del comune, per farli vergogna; essendoli detto, disse:
- E si dipingono li santi: sonci fatto santo.
Ancora per questa cosí fatta cosa essendo a una sua terra, e trovando un suo suddito che tornava d'acconciare sue vigne e suoi terreni, lo domandò onde venía; disse che venía d'acconciare vigne e altri suoi fatti.
Disse a certi che erano con lui:
- Pigliate costui, e andatelo ad impiccare pe' piedi
Costoro ed elli domandano:
- Signore, perché?
Ed elli rispose:
- Perché li Fiorentini m'hanno fatto impiccare pe' piedi perché io ci ho fatto i fatti miei; secondo quella ragione e quella legge (ché si dee credere ch'e' Fiorentini ne veggano assai) costui dee essere impiccato; andate e impiccatelo.
E stante un poco lo licenziò; e per questo scusava sé, e accusava altrui.
Dicea che de' santi si facea come del porco: quando il porco muore, tutta la casa e ciascuno ne fa festa, e cosí per la morte de' santi tutto il mondo e tutti i cristiani ne fanno festa.
Ancora spesso dicea: "Tristo a quel figlio, che l'anima del suo padre ne va in paradiso".
Quando li Fiorentini nel MCCCLXII ebbono guerra co' Pisani, essendo elli capitano di guerra, e avendo posto il campo in Valdera, avendo due consiglieri fiorentini, forse mercatanti o lanaiuoli, li quali una notte pensarono che 'l campo non stava bene in quel luogo e che egli starebbe meglio su uno monte ivi vicino; e levatisi la mattina con questo pensiero, tirorono messer Ridolfo da parte e dissono che parea loro che 'l campo stesse molto meglio nel tal luogo; messer Ridolfo, come gli ebbe uditi, ghignando e guardandogli disse:
- Iate, iate, iate sí alle botteghe a vennere i panni.
Se dicea il vero ogni uomo il pensi, quello che ha a fare la mercatanzia o l'arte meccanica con la industria militare.
Non tenendosi quelli del reggimento di Fiorenza contenti di lui nella fine della guerra della Chiesa, lo feciono dipignere, come a drieto è detto. Di che, dappoi a certo tempo, essendo stato spinto, furono mandati a lui certi ambasciadori fiorentini a' quali fece due cose. La prima, che essendo a tavola del mese di luglio da lui convitati, era di drieto a loro a uno camino cosí acceso un gran fuoco, come se fosse stato del mese di gennaio. Gli ambasciadori, sentendo alle spalle il fuoco penace per lo sollione, domandorono messer Ridolfo che cagione era il perché di luglio tenesse il fuoco acceso alla mensa. Messer Ridolfo rispose che ciò facea perché quando i Fiorentini l'aveano dipinto, l'aveano dipinto sanza calze in gamba; di che per quello avea sí infrigidite le gambe, che mai da là in qua non l'avea possute riscaldare, e però gli convenía tenere il fuoco presso per riscaldarle. Gli ambasciadori sorrisono un poco, ma quasi ammutolorone. Poi seguendo alle vivande vennono capponi lessi, e le lasagne, le quali messer Ridolfo ordinò che la sua scodella fosse minestrata tanto innanzi ch'ella fosse tiepida, e quelle degli ambasciadori venissono bollenti e caldissime in tavola. E cosí alla tavola gionte, messer Ridolfo comincia sicuramente pigliarne pieno il cusoliere. Gli ambasciadori, cosí veggendo, ebbono per fermo poterle pigliare altresí sicuramente; onde al primo boccone tutto il palato si cossono, sí che l'uno cominciò a lagrimare, e l'altro cominciò a guatare il tetto, e a singhiozzare.
Messer Ridolfo dice:
- Che miri?
E quelli dice:
- Guardo questo tetto, che fu cosí ben fatto: chi lo fece?
Dice messer Ridolfo:
- Fecelo maestro Súffiaci; nol conosci tu?
Gli ambasciadori intesono il tedesco, e lasciorono affreddare le lasagne; e fra loro poi dissono:
- E ci sta molto bene, che corriamo subito a dipignere gli signori come fossono portatori ed elli ci ha ben dimostrato quel che ben ci sta.
E cosí quasi scornati si tornorono a Firenze, dove saputa la novella, fu tenuto messer Ridolfo avere renduto pan per focaccia.
Avea mandato un fante con lettere, e preso da un suo nimico, gli fa tagliare le mani. E tornando al detto messer Ridolfo con le mani mozze, disse:
- Signor mio, questo ho aúto per voi.
Ed elli rispose:
- All'abbottonar te n'avvedrai, se l'avrai aúto o per te o per me.
Essendo ripreso da Messer Galeotto ch'egli era vecchio sanza figliuoli maschi... maritare e tenea certe terre altrui, rispose:
- Saccio che ognora...
E lo re Carlo mandò a dolersi di lui, che avea dato aiuto al duca... per venirli addosso. Rispose:
- Hogli messo il calderugio nella gabbia; ora sta, se lo sa pigliare.


NOVELLA XLII

Messer Macheruffo da Padova fa ricredenti i Fiorentini di certe beffe fatte contro a lui da certi gioveni sciagurati, e con opere ancora il dimostra.

Messer Macheruffo de' Macheruffi da Padova, antico cavaliere d'anni, e anticamente venuto podestà di Firenze, in questa novella tiene molto bene la lancia alle rene a messer Ridolfo. Però che, venendo podestà di Firenze, come è detto, con uno tabarro e co' batoli dinanzi in forma da parere piú tosto medico che cavaliere, fu ragguardato e considerato da tutti, e massimamente da certi nuovi uomeni e sollazzevoli, li quali piú che gli altri facendosene beffe, proposono di fare sopra lui qualche cosa; e come che 'l fatto s'andasse, il primo dí che entrò in officio, venente la notte, gli fu appiccato con certi chiovi un buon numero d'orinali alla porta, ciascuno con orina dentro. La mattina seguente per tempo, aprendosi lo sportello, ché volea andare il cavaliere alla cerca, tirando lo sportello il portinaro, vidde ben dieci orinali essere appiccati ad esso. Di che maravigliandosi e facendosi fuora a guardare la porta, vidde tutto il rimanente, e subito corre a dirlo al podestà; il quale, inteso che l'ebbe, disse:
- Va', e fagli tutti venire su e fagli venir ben salvi, che non se ne rompa alcuno.
E per questo fare, convenne che 'l cavaliere adoperasse tutta la famiglia, che era apparecchiata d'andar con lui alla cerca, a portare li detti orinali dinanzi al podestà. Veggendoli il podestà se gli cominciò a uno a uno a recare in mano, e guardando l'acque, gli diede poi a' fanti che gli appiccassino intorno alla sala grande, e se non v'era dove, fece conficcare degli aguti. Cosí comandato, fu fatto; avendo considerato questo valentre uomo quelle tante e diverse acque, né piú né meno che facesse un medico.
L'altro dí seguente, o che 'l consiglio si facesse come anticamente in quella sala si facea, o che 'l podestà mandasse per molti nobili cittadini; gli quali giugnendo sanza sapere il fatto, tutti, veggendo quelli orinali, si maravigliavano; e cosí essendo ragunati, il podestà giunse fra loro, e cominciò a dire:
- Signori fiorentini, io ho sempre udito dire che voi sete li piú savi uomeni del mondo; e poi che io venni qui, in sí piccolo tempo conosco voi sete molto piú savi che non ci si crede; e la prova il manifesti: che essendo io venuto qui vostro podestà, e voi, come savi, considerando che 'l rettor della terra conviene che purghi li vizii e' malori di quelli che ha a reggere, né piú né meno come il medico conviene che curi le infirmità de' suoi infermi, mi avete in questa notte appresentato le vostre acque, li vostri segni in questi orinali che vedete d'intorno appiccati, li quali orinali mi sono stati confitti alla porta; e io avendoli proccurati, come che molto sofficiente in medicina non sia, veggio e ho compreso in questi vostri cittadini grandissime infirmità, le quali con la grazia di Dio penserò di curar sí che io vi creda lasciare piú sani, e in migliore stato che io non vi truovo.
Quando costui ebbe cosí parlato, li cittadini si tirorono da parte, e feciono uno risponditore per tutti; il quale disse al podestà che non potea essere che nelle gran terre non fossono diverse condizioni di genti, e semplici e sciocchi e matti; e che lo confortavono che cercasse chi avesse quelli orinali appiccati, e che ne facesse sí fatta punizione che a tutti gli altri fosse esemplo, e molte altre cose.
E 'l podestà disse loro:
- Voi mi dite che ci sono diverse genti e ignoranti e stolti; per quelli tali e io e gli altri rettori siamo eletti: ché, se tutti li populi fossono savi, non bisognerebbe ci andasse rettori e oficiali.
E cosí presono commiato e partironsi.
Il qual podestà rimaso, come che fosse valentre uomo, mosso ancora dallo sdegno, non dormío; ma con informazioni e con gran sollecitudini segretamente seppe chi erano quelli che erano di mala condizione e di cattiva vita; e cominciò ora uno per ladro, ora due per micidiali, e quando tre e quando quattro, e mettitori di mali dadi e d'altre pessime condizioni, a spacciare e mandarli nell'altro mondo, e ancora fu in questo numero di quelli che aveano appiccati gli orinali. E in brieve tanti ne impiccò, e tanti ne decapitò e justiziò per ogni forma, che nella fine del suo officio lasciò sí sanicata e sí guerita la nostra città che si riposò molto bene per assai tempo.
E però non si dee mai giudicare secondo le apparenze, e fare scherne d'altrui, e massimamente de' rettori; però che l'apparenza mostra molte volte quello che è d'assai, dappoco, e quello che è dappoco, mostra d'assai. Come che io credo che questa fosse permissione di Dio, volendo che ciò avvenisse perché li cattivi fossono puniti, e che quella mala erba fosse diradicata per forma che quella città ne rimanesse in migliore stato.


NOVELLA XLIII

Un cavaliero di piccola persona da Ferrara andò podestà d'Arezzo: quando entra nella terra s'avvede essere sghignato, e con una parola si difende.

Meglio s'avvide degli atti, che gli Aretini faceano contro a lui, uno cavaliere piccolo e sparutissimo da Ferrara, quando entrò capitano d'Arezzo, che non fece messer Macheruffo, però che nel principio del suo officio al giuramento tagliò la via a chi avesse animo d'appiccare orinali o fare simili frasche. Però che, avveggendosi nel suo entrare in Arezzo che molti ghignavano e sghignazzavono della sua sparuta personcina, tutto sdegnoso n'andò alla maggiore chiesa, dove gli anziani e' rettori erano presenti, a farli leggere li capitoli e dare il giuramento. Quando il cancelliere ebbe letto ciò che dovea, gli porse il libro e disse:
- E cosí giurate a le sante die Vangele?
E 'l capitano guardando dattorno verso il populo disse
- Io giuro ciò che è...


NOVELLA XLVII (frammento)
... Tasso se la guerisse. Però che io sono stato con lei quarantatré maladett'anni, e ora dice che mi vuol venir drieto. Non sia, per l'amor di Dio. Arrogete ancora al maestro Giovan dal Tasso il maestro Tommaso del Garbo, e a loro due per egual parte lascio li fiorini duecento in quanto la guariscano.
Li parenti furono tutti suso, e spezialmente li fratelli della donna.
- O Jacopo, che volete voi fare? volete voi lasciare a' medici il vostro? ove rimarrebbe la vostra fama? ché ciascuno dirà: "Jacopo ha voluto lasciare piú tosto a due medici, che l'hanno forse sí mal curato che se n'è morto, che lasciare a una sua moglie che l'ha servito quarantatré anni, che non gli tocca per anno, lasciandole fiorini ducento, fiorini cinque". Or pensate bene.
E quelli rispose, che appena si potea intendere:
- O che so io chi m'ha piú tosto morto, o' medici, o ella?
E brievemente tanto fu combattuto che quasi come vinto, o col dire "sí" con parole o con cenni, il testamento ritornò che lasciasse alla donna fiorini duecento, e questo fece a grandissima pena: e poco stante si morí. E la donna fece il pianto grandissimo, come tutte fanno, perché costa loro poco; e sotterrato il marito, e rasciutto le lacrime, se avea difetto, si fece curare gagliardamente, e poi intese ad acconciarsi per sí fatta maniera che, con la dota sua e col lascio, in meno di due mesi uscío de' panni vedovili e rimaritossi.
Se la donna fece dello infingardo, molto gli stava bene, che gli andasse drieto: ma io credo ch'ella concepea nella sua mente di mostrarsi nelle parole e negli atti che 'l marito li lasciasse acciò che, morto lui, si potesse meglio rimaritare com'ella fece.
Niuna cosa si passa e dimentica, quanto la morte; e la femmina che piú si percuote e nel pianto e nel lamento è quella creatura che piú tosto la dimentica; e questa ne fa la prova, ché appena era sotterrato il marito che pensò d'averne un altro; e 'l marito andò forse a torre una moglie in inferno, per aver fatti lasci che espettavano piú al corpo che all'anima; e quella ch'egli avea lasciata, non accese mai una candela per l'anima sua.
Per questa donna si può notare leggiermente questi tre versetti:

Donna non è, che non adori Venere
Tal in sua deità, e qual è vedova
Non si cura di quel ch'è fatto cenere.




NOVELLA XLVIII

Lapaccio di Geri da Montelupo a la Ca' Salvadega dorme con un morto: caccialo in terra dal letto, non sappiendolo: credelo avere morto, e in fine trovato il vero, mezzo smemorato si va con Dio.

Tanto avea voglia questa contata donna d'andar drieto al morto marito quanto ebbe voglia di coricarsi allato a un morto in questa novella Lapaccio di Geri da Montelupo nel contado di Firenze. Fu a' miei dí, e io il conobbi, e spesso mi trovava con lui, però che era piacevole e assai semplice uomo. Quando uno gli avesse detto: "Il tale è morto", e avesselo ritocco con la mano, subito volea ritoccare lui; e se colui si fuggía, e non lo potea ritoccare, andava a ritoccare un altro che passasse per la via, e se non avesse potuto ritoccare qualche persona, averebbe ritocco o un cane, o una gatta; e se ciò non avesse trovato, nell'ultimo ritoccava il ferro del coltellino; e tanto ubbioso vivea, che se subito, essendo stato tocco, per la maniera detta non avesse ritocco altrui, avea per certo di far quella morte che colui per cui era stato tocco, e tostamente. E per questa cagione, se un malfattore era menato alla justizia, o se una bara o una croce fosse passata, tanto avea preso forma la cosa che ciascuno correa a ritoccarlo; ed elli correndo or drieto all'uno or drieto all'altro, come uno che uscisse di sé; e per questo quelli che lo ritoccavono, ne pigliavono grandissimo diletto.
Avvenne per caso che, essendo costui per lo comune di Firenze mandato ad eleggere uno podestà ed essendo di quaresima, uscío di Firenze, e tenne verso Bologna e poi a Ferrara, e passando piú oltre, pervenne una sera al tardi in un luogo assai ostico e pantanoso che si chiama la Ca' Salvadega. E disceso all'albergo, trovato modo d'acconciare i cavalli e male, però che vi erano Ungheri e romei assai, che erano già andati a letto; e trovato modo di cenare, cenato che ebbe, disse all'oste dove dovea dormire. Rispose l'oste:
- Tu starai come tu potrai; entra qui che ci sono quelle letta che io ho, e hacci molti romei; guarda se c'è qualche proda; fa' e acconciati il meglio che puoi, ché altre letta o altra camera non ho.
Lapaccio n'andò nel detto luogo, e guardando di letto in letto cosí al barlume, tutti li trovò pieni salvo che uno, là dove da l'una proda era un Unghero, il quale il dí dinanzi s'era morto. Lapaccio, non sapiendo questo (ché prima si serebbe coricato in un fuoco che essersi coricato in quel letto), vedendo che dall'altra proda non era persona, entrò a dormire in quella. E come spesso interviene che volgendosi l'uomo per acconciarsi, gli pare che il compagno occupi troppo del suo terreno, disse:
- Fatti un poco in là, buon uomo.
L'amico stava cheto e fermo, ché era nell'altro mondo. Stando un poco, e Lapaccio il tocca, e dice:
- O tu dormi fiso, fammi un poco di luogo, te ne priego.
E 'l buon uomo cheto.
Lapaccio, veggendo che non si movea, il tocca forte:
- Deh, fatti in là con la mala pasqua.
Al muro: ché non era per muoversi. Di che Lapaccio si comincia a versare, dicendo:
- Deh, morto sia tu a ghiado, che tu déi essere uno rubaldo.
E recandosi alla traversa con le gambe verso costui, e poggiate le mani alla lettiera, trae a costui un gran paio di calci, e colselo sí di netto che 'l corpo morto cadde in terra dello letto tanto grave, e con sí gran busso, che Lapaccio cominciò fra sé stesso a dire: "Oimè! che ho io fatto?" e palpando il copertoio si fece alla sponda, appiè della quale l'amico era ito in terra: e comincia a dire pianamente:
- Sta' su; ha' ti fatto male? Torna nel letto.
E colui cheto com'olio, e lascia dire Lapaccio quantunche vuole, ché non era né per rispondere, né per tornare nel letto. Avendo sentito Lapaccio la soda caduta di costui, e veggendo che non si dolea, e di terra non si levava, comincia a dire in sé: "Oimè sventurato! che io l'avrò morto". E guata e riguata, quanto piú mirava, piú gli parea averlo morto: e dice: "O Lapaccio doloroso! che farò? dove n'andrò? che almeno me ne potess'io andare! ma io non so donde, ché qui non fu' io mai piú. Cosí foss'io innanzi morto a Firenze che trovarmi qui ancora! E se io sto, serò mandato a Ferrara, o in altro luogo, e serammi tagliato il capo. Se io il dico all'oste, elli vorrà che io moia in prima ch'elli n'abbia danno". E stando tutta notte in questo affanno e in pena, come colui che ha ricevuto il comandamento dell'anima, la mattina vegnente aspetta la morte.
Apparendo l'alba del dí, li romei si cominciano a levare e uscir fuori. Lapaccio, che parea piú morto che 'l morto, si comincia a levare anco elli, e studiossi d'uscir fuori piú tosto che poteo per due cagioni che non so quale gli desse maggior tormento: la prima era per fuggire il pericolo e andarsene anzi che l'oste se ne avvedesse; la seconda per dilungarsi dal morto, e fuggire l'ubbía che sempre si recava de' morti.
Uscito fuori Lapaccio, studia il fante che selli le bestie; e truova l'oste, e fatta ragione con lui, il pagava, e annoverando li danari, le mane gli tremavono come verga. Dice l'oste:
- O fatti freddo?
Lapaccio appena poté dire che credea che fosse per la nebbia che era levata in quel padule.
Mentre che l'oste e Lapaccio erano a questo punto, e un romeo giunge, e dice all'oste che non truova una sua bisaccia nel luogo dove avea dormito; di che l'oste con uno lume acceso che avea in mano, subito va nella camera, e cercando e ricercando, e Lapaccio con gli occhi sospettosi stando dalla lunga, abbattendosi l'albergatore al letto dove Lapaccio avea dormito, guardando per terra col detto lume, vidde l'Unghero morto appiè del letto. Come ciò vede, comincia a dire:
- Che diavolo è questo? chi dormí in questo letto?
Lapaccio, che tremando stava in ascolto, non sapea s'era morto o vivo, e uno romeo, e forsi quello che avea perduto la bisaccia, dice:
- Dormívi colui, - accennando verso Lapaccio.
Lapaccio ciò veggendo, come colui a cui parea già aver la mannaia sul collo, chiamò l'oste da parte dicendo:
- Io mi ti raccomando per l'amor di Dio, che io dormii in quel letto, e non potei mai fare che colui mi facessi luogo, e stesse nella sua proda; onde io, pignendolo con li calci, cadde in terra; io non credetti ucciderlo: questa è stata una sventura, e non malizia.
Disse l'oste:
- Come hai tu nome?
E colui glilo disse. Di che, seguendo oltre, l'oste disse:
- Che vuoi tu che ti costi, e camperotti?
Disse Lapaccio:
- Fratel mio, acconciami come ti piace e cavami di qui. Io ho a Firenze tanto di valuta, io te ne fo carta.
Veggendo l'oste quanto costui era semplice, dice:
- Doh, sventurato! che Dio ti dia gramezza; non vedestú lume iersera? o tu ti mettesti a giacere con un Unghero che morí ieri dopo vespro.
Quando Lapaccio udí questo, gli parve stare un poco meglio, ma non troppo; però che poca difficultà fece da essergli tagliato il capo ad esser dormito con un corpo morto; e preso un poco di spirito e di sicurtà, cominciò a dire all'oste:
- In buona fé che tu se' un piacevol uomo; o che non mi dicevi tu iersera: egli è un morto in uno di quelli letti? Se tu me l'avessi detto, non che io ci fosse albergato, ma io sarei camminato piú oltre parecchie miglia, se io dovessi essere rimaso nelle valli tra le cannucci; ché m'hai dato sí fatta battisoffia che io non sarò mai lieto, e forse me ne morrò.
L'albergatore, che avea chiesto premio se lo campasse, udendo le parole di Lapaccio, ebbe paura di non averlo a fare a lui; e con le migliori parole che poteo si riconciliò insieme col detto Lapaccio. E 'l detto Lapaccio si partí, andando tosto quanto potea, guardandosi spesso in drieto per paura che la Ca' Salvadega nol seguisse, portandone uno viso assai piú spunto che l'Unghero morto, il quale gittò a terra del letto; e andonne con questa pena nell'animo, che non gli fu piccola, per un messer Andreasgio Rosso da Parma che aveva meno un occhio, il quale venne podestà di Firenze; e Lapaccio si tornò, rapportando aver fatta elezione al detto podestà, ed esso l'avea accettata. Tornato che fu il detto Lapaccio a Firenze, ebbe una malattia che ne venne presso a morte.
Io credo che la fortuna, udendo costui essere cosí obbioso e recarsi cosí il ritoccare de' morti in augurio, volesse avere diletto di lui per lo modo narrato di sopra, che per certo e' fu nuovo caso, avvenendo in costui: in un altro non serebbe stato caso nuovo. Ma quanto sono differenti le nature degli uomeni! ché seranno molti che non che temino gli augurii, ma elli non vi daranno alcuna cosa di giacere e di stare tra' corpi morti; e altri seranno che non si cureranno di stare nel letto dove siano serpenti, dove siano botte, scorpioni, e ogni veleno e bruttura e altri sono che fuggono di non vestirsi di verde, che è il piú vago colore che sia; altri non principierebbono alcun fatto in venerdí, che è quello dí nel quale fu la nostra salute; e cosí di molte altre cose fantastice e di poco senno, che sono tante che non capirebbono in questo libro.


NOVELLA XLIX

Ribi buffone, tornando da uno paio di nozze con certi gioveni fiorentini, è preso di notte dalla famiglia: giunto dinanzi al podestà, con un piacevole motto dilibera lui e tutta la brigata.

Molto fu piú ardito e piú coraggioso Ribi buffone incontro a uno cavaliere d'uno podestà che 'l prese, e ancora col podestà, che non fu Lapaccio vile e timido, per essere stato in un letto con un uomo morto. Questo Ribi fu piacevolissimo, e fu fiorentino, e molto si ridusse, come fanno li suoi pari, nelle Corte de' signori lombardi e romagnuoli, perché con loro facea bene i fatti suoi, ché dava parole, e ricevea robe e vestimenti; e quando venía in Firenze, non guadagnando, ricorrea alcuna volta alle nozze, dove pur alcuna cosa leccava.
Essendo costui in Firenze una volta, e facendosi là verso Santa Croce un bello paio di nozze, egli vi stette quasi tutto il dí, e vegnente la notte, avendo ciascun uomo e donna e cenato e ballato, e coricatosi lo sposo e la sposa, il detto Ribi con una brigata di gioveni di buone famiglie si partí per andare albergo con loro.
Avvenne che, passando questa brigata da San Romeo, s'abbatterono nel cavaliero del podestà che andava alla cerca; il quale comincia a dire:
- Che gente siete voi?
Risposono:
- Amici, messere.
- Passate innanzi; quanti siete voi?
Dissono:
- Vedetelo.
E fra 'l noverare, e dire: "Tanti uomeni, tanti torchi", al cavaliere venne veduto un torchio, la cui cera non era sei once.
Disse il cavaliere:
- Quello torchio non è di peso.
Ribi fassi innanzi:
- Messer sí, è.
Disse il cavaliero:
- E dee pesare tre libbre, e non è quattro once.
Ribi rispose e subito:
- L'avanzo aveste voi in culo.
Come il cavaliero ode questo:
- Za, famiglia, pigliate costui; piglia za, e piglia là, menategli tutti al palazzo.
Ribi dicea:
- Perché, messere, omè! perché?
- Come perché? - dice il cavaliere - dunque credi che io sia un bambarottolo: io ci ho impeso gli uomeni per minor parola che quella che in vituperio della Corte ci hai detta tu.
Dicea Ribi:
- Doh, messer lo cavaliere, noi venghiamo dalle nozze e siamo caldi; quello che noi diciamo, diciamo per sollazzare.
- Per sollazzare nella malora; - dice il cavaliere - e dite che sete caldi; altrimenti vi ci farò riscaldare, per le chiabellate di Dio; se giunghiamo a palazzo, ci parlerete d'altro verso su la colla; menateli oltre.
E con questo busso furioso la famiglia condusse la brigata in palagio: e giugnendo dentro nella corte, il podestà, che credo era da Santo Gemino, andando per lo verone in capo della scala, però che era di state, e 'l caldo grande, veggendo costoro, disse che gente era quella. Il cavaliere, che ratto andava verso lui, disse se volea gli menassi dinanzi da lui. Rispose di sí; e cosí tutti vennono dinanzi al podestà. Il quale addomandò il cavaliere perché coloro fossono presi. A cui il cavaliere rispose, volgendosi verso Ribi, e dice:
- Signor mio, questo rubaldo ha fatto gran vergogna a voi e a tutta la vostra Corte.
- E che ci ha fatto? - dice il podestà.
Dice il cavaliere:
- Hacci fatto cosa che mai non ce la direi.
E 'l podestà dice:
- Che ha detto nella malora?
Disse il cavaliero:
- La piú laida cosa, e la piú vituperosa che tu udissi mai; piacciati, signor mio, non la volere udire, ché c'è troppo abbominevole.
Il podestà al tutto dice:
- Io ce la voglio sapere; e se mi ci metti a ira, quello doverrò fare a loro, farò a te ipso.
E 'l cavaliere, alla maggior pena del mondo, gli disse:
- Podestà mio questo cattivo uomo, essendo con questa brigata, che è qui, a luogana, avea questo torchio che qui vedete che non è sei once; io ci dicea che non era al peso secundum formam statuti : esso dicea pur di sí; e io dissi: "Come di' tu di sí, ché non è quattr'once?" e quello disse: "L'avanzo avestú in culo".
Disse Ribi:
- Messer lo podestà, io non dissi con l'aste.
Disse il cavaliero:
- E che ci hanno a fare l'aste, che t'affranga Dio e la Matre?
Allora il podestà, che, come savio, avea già compreso il fatto e pigliavane diletto, si volse al cavaliero, e disse:
- Se costui non disse con l'aste, e la cera è poca, come tu di' e vedi, essendo intervenuto ciò che ti disse, non te ne serebbe venuto né debilimento di membro, né altro male; avesse detto con l'aste, serebbe stato cassale e mortale.
Disse il cavaliero, quasi sdegnato:
- Facci che ti piace, per le budella di Dio, se ce l'avesse a punire, la lingua con che lo disse gli farei trarre dalla canna.
Disse il podestà:
- Io ti dico, cavaliero, che si vuole aver discrizione: se costui non disse con l'aste, non mi pare che meriti alcuna pena.
Disse uno judice del maleficio che era col podestà, ed era fratello di quello messer Niccola da San Lupidio, a cui Ribi altra volta trasse le brache, come si narra nel libro di messer Giovanni Boccacci:
- Questi Toschi ci sono tutti gavazzieri, deasi lo sacramento a isso, se disse con l'aste.
E 'l podestà disse:
- E cosí si faccia.
E datoli il juramento, Ribi, alzando la mano, dice:
- Io giuro per quello Dio, cui adoro, che io non dissi con l'aste. Doh, messer lo podestà, sere' io sí fuori della memoria? ché so che se io l'avessi detto, n'andrebbe il fuoco, o la mitera.
Disse il podestà:
- Vacci con Dio; per questa fiata t'aio perdonato, e guàrdate bene per un'altra volta, quando la cera del torchio fosse di piú peso, ad un altro cavaliero non dicessi simili parole; però che, benché tu non dicessi con l'aste, e la cera fosse tanta quanto vuole lo statuto che sia, ed ella entrassi al cavaliere dove tu dicesti, e' serebbe sí pericoloso che tu potresti aver la mala ventura.
Ribi ringraziò il podestà della licenzia e dell'ammaestramento, e partissi con tutta la brigata; e 'l podestà ne rimase in gran sollazzo con li judici suoi; e 'l cavaliero dicea che di ciò la Corte si era vituperata, e rimase tutto scornato, e non volea fare officio, e molti dí combatté il podestà, volendosi pur partire, dicendo che mai in quello officio non credea aver altro che vergogna, poiché non s'era fatta justizia di sí vituperato delitto.
Alla per fine pur si reconciliò, e la novella si comprese sí per la terra che quando quel cavaliero era veduto, andando alla cerca, era detto da' garzoni:
- Quello è il cavaliero del torchio con l'aste.
Gran gentilezza usò questo rettore, che considerò alla qualità e al modo, e all'uomo chi era, e grande disperazione fu quella del cavaliere; ma pur procedea da justizia e da buon animo. Ma pur considerando quello che dovea considerare, e chi Ribi era, di quello che avea detto si dovea dar pace, però che a' loro pari pare che debba essere lecito ciò che dicono e ciò che fanno. Bella e nuova allegazione fece Ribi, e ragionevolmente da non potervi apporre, però che quanto piú dicea il cavaliero, quella cera essere di piccolo peso, tanto era la colpa di Ribi minore, e piú allegava per lui.


NOVELLA L

Ribi buffone, vestito di romagnuolo, essendo rotta la gonnella, se la fa ripezzare con iscarlatto alla donna di messer Amerigo Donati, e quello che rispondea a chi se ne facea beffe.

Troppo fece rappezzare meglio una sua gonnella un'altra volta questo Ribi, e a suo utile, che non ripezzò la scusa del torchio con l'aste. Però che, avendo in dosso una gonnella romagnuola, ed essendo vecchia, avea una rottura nel petto e una nel gomito. Ed essendo una mattina a desinare con messer Amerigo Donati di Firenze, andò alla donna sua in camera, però che avea contezza con le donne de' cavalieri, come sempre hanno, e disse:
- Madonna tale, averesti voi un poco di scarlatto?
Disse la donna:
- Ribi, se' tu per motteggiare?
Disse Ribi:
- Madonna no, anzi dico dal migliore senno ch'io ho, però che io vorrei volentieri che voi mi rappezzaste questa gonnella.
Disse la donna:
- O che buona ventura! vuo' tu ripezzare il romagnuolo con lo scarlatto?
Disse Ribi:
- Deh, non ve ne caglia: madonna, se voi l'avete, fatemi questo servigio.
La donna, vaga di veder questa novità, disse:
- Io n'ho bene, e acconcerottela, poiché tu vuogli; ma una nuova cosa fia a vederla.
Disse Ribi:
- Madonna, voi dite il vero: e perché io vo cercando cose nuove, come nuovo che io sono, però fo questo; e quando fia fatto, non starete tre dí che, sapiendo la cagione, serete contenta.
E brievemente, preso alquanto di rispitto, che come ebbe desinato con messer Amerigo, egli diede una mezza volta, e con un'altra gonnella in dosso recò quella sotto il braccio alla detta donna, la quale in quel dí la ripezzò con due pezzetti di scarlatto di colpo nuovi. Avendo Ribi la gonnella ripezzata, se la misse addosso l'altra mattina, e uscí fuori, andando in mercato nuovo, dove piú gente credea trovare. Chi lo vedea, dicea:
- O Ribi, che è questo? o tu hai ripezzato il romagnuolo con lo scarlatto!
E Ribi rispondea:
- Tal fosse l'avanzo!
E cosí con questa gonnella e con questo motto diede piacere parecchi dí a' Fiorentini, avendo con loro buone cene e desinari. Dappoi (che fu piú nuova cosa) n'andò in Lombardia, portando questa gonnella cosí fatta nella valigia, e dinanzi a piú signori comparío con essa. E quando li diceano:
- Che vuol dir questo, Ribi? perché hai tu ripezzato il romagnuolo con lo scarlatto?
E quelli dicea:
- Tal fosse l'avanzo -; aggiugnendo un'altra particella: - Gli uomeni di Firenze che non sono signori di terre, veggendomi vestito cosí male di romagnuoli, e che la gonnella era rotta qui e qui, mi cominciorono a farla di scarlatto in due luogora, come vedete. Pensai e penso che, vegnendo con essa dove fossono de' signori, che l'avanzo, che è molto piú, per loro si compiesse.
E cosí dicea a tutti, dov'elli andava: tanto che quel romagnuolo gli fu tutto coperto di scarlatto e ancora n'ebbe parecchie belle robbe. Quando la donna di messer Amerigo sentí quello che due pezzuole di scarlatto, poste sul romagnuolo, erano valute a Ribi, ebbe per certo lui essere savio e avveduto quanto altro buffone.

Questa parola o motto di Ribi viene spesse volte a proposito d'allegare, benché oggi non so se quello ripezzare fosse tenuto o povertà, o leggiadria; però che, non che i panni di dosso con molti cincischi e colori si frastaglino e ripezzino, ma le calze non basta si portino una d'un colore e l'altra d'un altro; ma una calza sola dimezzata e attraversata di tre o quattro colori; e cosí per tutto si tagliano e stampano i panni che con gran fatica sono tessuti.


NOVELLA LI

Ser Ciolo da Firenze, non essendo invitato, va ad un convito di messer Bonaccorso Bellincioni; èlli detto; e quelli, essendo goloso, risponde sí che e allora e poi mangiovvi spesso.

Ser Ciolo non ebbe minore volontà d'empiersi il corpo che avesse Ribi di vestirlo; però che, essendo in questi tempi vecchietto assai goloso e ingordo, facendo messer Bonaccorso Bellincioni, cavaliere famoso fiorentino, uno corredo a notabili cavalieri e altri, il detto ser Ciolo, avendo sentita la grida, deliberò di appresentarsi tra gli altri al detto convito; e se per forza non ne fossi cacciato, porsi alla mensa, e di quello mangiare ch'eglino. Movendosi con questo pensiero, si misse in via, e andò verso la casa del detto messer Bonaccorso, là dove, veduto nella via dinanzi all'uscio suo ragunarsi i cavalieri, e gli altri valentri uomeni, come è d'usanza, e quelli affretta i passi, e giugne e mescolasi tra loro.
E cosí stando, venuta che fu tutta la brigata, e detto loro che passino su, e ser Ciolo ne va su per le scale con loro insieme. Giunti in su la scala, ciascun si trae il mantello; e ser Ciolo prestamente si trae il suo. Dice uno de' famigli della casa a un altro:
- Che diavol ci fa ser Ciolo?
Dice l'altro:
- Non so io; e' fa una gran villania, ché io so bene che e' non fu su la scritta.
E accostansi a lui e dicono:
- Ser Ciolo, voi non fuste invitato; voi farete bene d'andarvene a casa.
Dice ser Ciolo:
- Io farei un bell'onore a messer Bonaccorso! ché direbbe ogni uomo che per avarizia m'avesse fatto cacciare. Io per me ci sono venuto per bene, e non per far vergogna a persona: se io non sono stato invitato, non è mio difetto; la colpa è stata di chi l'ha aúto a fare; - e accostasi al bacino, accozzandosi con un altro, e toglie l'acqua alle mani.
E poterono assai dire e con parole e con cenni, che ser Ciolo si serrò sí con gli altri che, come furono per andare a tavola, si ficcò tra loro, e puosesi a sedere a mensa. Messer Bonaccorso, che ogni cosa avea considerata, mangiato che ebbe, domandò li suoi donzelli che cagione era stata, o di cui interdotto, che ser Ciolo fosse venuto quivi a desinare, e di quello che con loro contendea. Egli risposono che 'l domandavono chi l'avea invitato, e quello che rispose, e la cagione perch'egli era venuto. Di che messer Bonaccorso, udendo come ser Ciolo avea risposto a' famigli, fu piú contento e del modo e della novella di ser Ciolo, e del desinare che ebbe, che di quello che ebbono tutti gli altri: e compiuta questa festa, l'altro dí mandò messer Bonaccorso per ser Ciolo, che desinasse con lui; e ripetendo le cose del dí dinanzi, con lui ne prese gran piacere, e chiamò li suoi famigli e in sua presenza e' disse a loro:
- Ogni festa ch'io do mangiare altrui, fate che voi provveggiate di uno tagliere piú per ser Ciolo; e voglio ch'egli possa e debba sempre venire a mangiare ad ogni mio convito -; e voltossi a ser Ciolo, e disse: - E cosí v'invito.
E ser Ciolo accettò molto volentieri.
E per questo messer Bonaccorso il misse in tale andare che nessuno facea in Firenze convito che ser Ciolo non vi si rappresentasse, e che non facesse un tagliere d'avanzo per ser Ciolo, se vi venisse; e con questa preeminenza visse nella sua vecchiezza.
E però è uno volgare che dice: "Or va' tu, e non fare dell'impronto." Questo mondo è delli impronti, e 'l vizio della gola fa gli uomeni molto impronti; ma rade volte se ne arriva bene, come arrivoe ser Ciolo, il quale, mosso da questo vizio, udendo le vivande che messer Bonaccorso apparecchiava per lo detto corredo, bramoso di mangiare di quelle, si mise a pericolo di avere di molte mazzate, ed esserne cacciato con vergogna; ed egli si dice che fu il primo che disse, tornando dal desinare di messer Bonaccorso a casa sua, queste parole, o questo motto che vogliàn dire: "Chi va lecca, e chi sta si secca".


NOVELLA LII

Sandro Tornabelli, veggendo che uno il vuol fare pigliare per una carta, della quale avea fine, s'accorda col messo a farsi pigliare, e ha il mezzo guadagno dal messo.

E questa che segue fu una astuta malizia ad empiersi la borsa, cosí bene come ser Ciolo s'empié il corpo. E non è molti anni che in Firenze fu un cittadino chiamato Sandro Tornabelli, il quale era sí vago d'acquistare moneta che sempre stava con l'arco teso per veder se potesse fare un bel tratto, e sempre andava in gorgiera. Costui, essendo già antico d'anni, sentendo che un giovane il volea far pigliare per una carta antica già pagata al suo padre, e 'l giovane non lo sapea, e 'l detto Sandro avea la fine; onde Sandro ciò sapendo, non posoe mai che s'accozzoe col messo che avea questa trama, e la commissione in mano, il quale ebbe nome Totto Fei, e disse:
- Fratel mio, io so che 'l tale vuole che tu mi pigli a sua petizione, e vuolti dare fiorini dodici, o piú. La carta, per che mi vuol fare pigliare, è pagata, e io ho la fine in casa; di che io ti voglio dire cosí: "Tu se' bisognoso, e anco io non sono il piú ricco uomo del mondo, io voglio che tu segua questa faccenda, e tu fa' patto con lui d'avere piú denari che tu puoi, e poi mi piglia, ché io sono contento, con questo: che e' denari, i quali averai da lui, sieno mezzi tuoi e mezzi miei; e preso che tu mi averai e aúto il pagamento, e io mostrerrò la fine a quell'ora che fia di bisogno".
Questo messo, udendo il detto Sandro, s'accordò piú tosto di pigliarlo con questo inganno che senza esso: però che la sua condizione era cattiva, per tal segnale che elli avea mozza la mano; e la cagione fu che, avendo detta una testimonianza falsa in servigio d'un suo amico, fu condennato in lire otto, o nella mano: di che colui, in cui servigio l'avea detta, gli mandò alla prigione lire otto, e disse che la ricomperasse, però che innanzi volea quel danno che a sua cagione li fosse mozza. Costui, veggendosi questi denari su un desco, che erano tutti grossi d'ariento, e guardandoli fiso, dall'altra parte mettendo sul desco la mano che dovea perdere, cominciò a dire in sé medesimo: "Qual è meglio che io parta da me, o la mano, o' danari? e' mi rimane una mano, essendomi tagliata l'altra, e con l'una mi notricherò ben troppo, e vie meglio, avendo le lire otto che con le due, non avendole, e stando povero e mendico come sono"; e poi pensava averne veduti assai sanza alcuna mano, ed esser vissuti; di che al tutto s'attenne a' danari, e lasciossi tagliar la mano.
Ho voluto dir questo, per dimostrare la condizione di questo messo. Accordatosi costui col detto Sandro, e molto volentieri, però che egli era assai gran cittadino, e massimamente che tutti, o la maggior parte degli officii di Firenze avea aúti, sí che pochi messi, non essendo di suo volere tra per gli officii, e perché era di diversa condizione, serebbono stati contenti di porli le mani addosso. Avendo adunque il detto Sandro ogni cosa composta e ordinata con questo cosí fatto messo, da ivi a pochi dí fu preso dal detto Totto Fei, e per la detta cagione è menato in palagio del podestà, e messo nella Bolognana.
Colui che l'avea fatto pigliare, avendoli il messo fatto sentire la presura subito venne al detto palagio a raccomandarlo, e fare scrivere la cattura, come è d'usanza.
Sandro era a una finestra ferrata della prigione che risponde su la corte, e crollava il capo contro al detto messo come con lui avea ordinato; e 'l messo s'accostava e domandava fiorini sedici al giovane, li quali gli avea promessi di dare. E Sandro dalla finestra avea gli occhi e gli orecchi a ogni cosa; e 'l giovane dava parole al messo:
- Ben te gli darò.
Il messo comincia a dire:
- Oimei! o è questa mercanzia da dire "io te gli darò", ché essendo in prigione, mi minaccia, che ne sarò ancora forse morto a ghiado?
E andava poi in qua e 'n là, accostandosi spesso appiè della finestra, dove era il detto Sandro preso, e come il messo s'accostava, e Sandro dicea, sí che l'udía il giovene e ogni altro:
- Per lo corpo di Dio, che io te ne pagherò -; e poi dicea piano al messo: - hatt'egli pagato?
Il messo accennava di no; e Sandro usciva dicendo forte:
- Non poss'io mai aver cosa che buona mi sia, se io non te ne pago e se questa presura non ti costa amara.
Totto col suono di Sandro andava volteggiando verso il giovane, e diceva:
- Deh, pagami, ché io vorrei piú volentieri della mia povertà averne dati altrettanti a te, e non averlo preso; ché egli mi minaccia, come tu odi, per forma che mi leverà di terra, sí che non mi stentare, e priegotene.
E quelli rispondea:
- Aspettami un poco; e' pare che io me ne sia per andare per debito.
E 'l messo, come cruccioso e adirato, tirando in su le spalle, andava verso la finestra; il quale quando Sandro sel vedea presso, lo domandava pianamente se gli avea aúti; e dicendo di no, vie piú aspramente minacciava il messo, facendo tanto cosí che 'l messo ebbe fiorini sedici. Come Sandro seppe da Totto che 'l pagamento era fatto, fece vista di mandare uno a casa sua; e come tornò, cominciò a dire:
- E ci ha una brigata di buon fanciulli che fanno pigliare di carte pagate: per lo corpo e per lo sangue! che si vorrebbono impiccare per la gola -; e in presenza di tutti quelli della corte che v'erano, e di chi l'avea fatto pigliare, appresentò la carta della fine, la quale veggendo il giovane, rimase tutto scornato e addomandò perdonanza a Sandro, però che di ciò non sapea alcuna cosa.
Sandro disse:
- Se tu nol sapei, e tu l'appara: chi mi rende l'onore mio della vergogna che tu m'ha' fatta?
E brievemente e' misse su e parenti e amici per essere in pace con Sandro, e a gran pena gli venne fatto: e rimasesi fuori di fiorini trecento, che credea dovere avere come Ughetto dell'Asino, e de' fiorini sedici che diede a Totto Fei.
Una sottile e cattiva malizia fu questa, che questo Sandro volesse usare tant'arte, e avere tanta vergogna per pochi denari; ma piú nuova cosa fu che, quando uno è preso per debito, colui che l'ha fatto pigliare aspetta che paghi, e a lui par mill'anni d'aver pagato per uscir di prigione: questo era tutto il contrario; ché colui che era preso aspettava che il creditore, che l'avea fatto pigliare, pagasse sí che elli uscisse di prigione.
E perciò non si vorrebbe mai risparmiare la penna. Il padre lasciò al giovane la carta accesa, e niuno ricordo lasciò che n'avesse fatto fine, o che fosse pagato, e perciò questo gl'intervenne. E anco se Sandro avesse aúto un figliuolo, o parente folle, gli potea intervenire peggio.


NOVELLA LIII

Berto Folchi, essendo in una vigna congiunto con una forese, alcuno viandante passando di sopra un muro, non accorgendosi, gli salta addosso, il quale credendo sia una botta, fuggendo grida accorr'uomo, e mette tutto il paese a romore.

Ben venne ad avere il suo intendimento d'uno amorazzo Berto Folchi, e ancora il priore Oca con sottile inganno a godere una vigna, cosí bene come ad effetto del suo volere venisse Sandro Tornabelli. Questo Berto Folchi fu uno piacevole cittadino della nostra città, e leggiadro e innamorato ne' suoi dí. Costui, avendo piú tempo dato d'occhio con una forese nel populo di Santo Felice ad Ema, nella per fine un dí, essendo la detta forese in una vigna, il detto Berto non abbandonando questo suo amore, ne venne alla sua, e appiè d'un muro a secco che cingea la vigna, dietro al quale passava una via, si puosono. Era nel sollione per un gran caldo, che passando due contadini che veníano da Santa Maria Impruneta, disse l'uno all'altro:
- Io ho una gran sete; vuo' tu andare in quella vigna per un grappolo d'uve, o vuogli che vi vadia io?
Disse l'altro:
- Vavi pur tu.
Di che l'uno, saltato con una lancia sul muro, e gittatosi di là co' piedi su l'anche di Berto che era addosso alla detta forese, fu tutt'uno: del quale colpo ebbe maggiore paura e danno Berto che la forese, però che ella si sentí meglio calcata. Il contadino che avea saltato, sentendosi giugnere co' piedi su una cosa molliccia, sanza volgersi addietro comincia a fuggire per la detta vigna, fracassando e pali e viti, gridando: "Accorr'uomo, accorr'uomo" con le maggiori voci che aveva in testa.
Berto nientedimeno si studiava di fare li fatti suoi, come che gli paresse essere nel travaglio. Al romore del contadino chi correa qua e chi là:
- Che è? che è?
E quelli dicea:
- Oimè! che io ho trovata la maggior botta che mai si trovasse.
Il romore crescea; ed elli li diceano:
- Se' tu impazzato, che tu metti il paese a romore per una botta?
E quelli pur gridava:
- Oimè! fratelli miei, ch'ella è maggiore che un vassoio. Io vi saltai suso, e parvemi saltare come su uno grandissimo polmone, o fegato di bestia; oimè! che io non tornerò mai in me.
D'altra parte il suo compagno, o parente che fosse, che aspettava l'uve, temendo forse per briga che aveano, udendo il romore, che colui non fosse assalito e morto, comincia a gridare anco elli: "Accorr'uomo" e fugge indietro quanto puote. Le campane di Santo Felice cominciano a sonare a martello, e quelle da Pozzolatico, e di tutto quel paese. Chi trae dall'un lato e chi dall'altro, e ciascun corre:
- Che è? che romore è questo, e in quest'ora?
La donna s'era spiccata da Berto, fugge verso la casa del marito, gridando:
- Oimè trista! che romore è questo?
E abbattesi al marito, il quale come gli altri verso la piazza di Santo Felice correa, dicendo:
- Oimè! marito mio, che vuol dir questo? ché sallo Dio con quanto diletto facea erba nella vigna per lo bue nostro, ed elli si levò questo busso, che son quasi mezza morta.
Berto giugne da un altro lato della piazza, e dice:
- Che novella è questa? che buona ventura è?
Disse il lavoratore che gli avea saltato addosso:
- Come, che è? o non l'avete voi sentito? non credo che niuno vedesse o trovasse mai sí gran botta come io trovai nella tal vigna; e peggio fu che io gli saltai addosso; che è maraviglia ch'ella non mi schizzò il veleno; e pur cosí non so se io me ne morroe.
Disse Berto:
- In buona fé che tu se' un piacevol uomo; o se tu avessi trovato un diavolo, che avresti tu fatto?
Disse colui:
- Vorrei innanzi trovare un diavolo che una botta a quel modo.
In questo, l'altro compagno giunse alla piazza trambasciato, gridando; e veggendo il compagno corre ad abbracciarlo, dicendo:
- Oimè! compagno mio, che hai tu aúto? chi t'ha assalito? io credetti che tu fosse stato morto.
E quelli, mezzo smemorato, dicea di questa botta. E Berto Folchi verso costoro si volge ancora, e dice:
- Che cortesi uomeni siete voi? avete con questo vostro romore scioperato quanti uomeni ha in questo paese, e io era sopra a fare una mia faccenda, e sono stato sí bestia che io ci son corso anch'io.
E rispondendo e dicendo, chi di qua e chi di là, e Berto dice:
- Egli è buon pezzo che io usai in questo paese, e già fa buon tempo udi' dire che uno trovò una gran botta in quella vigna; forse è questa dessa.
Tutti a una voce affermarono che cosí dovea essere, però che v'erano li muri a secco, e certe muricce di sassi rovinati; egli è possibile che ella vi sia ancora molto cresciuta.
Tutti con questo si tornorono a casa. E appena erano compiuti di partirsi, e Berto tornando verso Firenze, che 'l priore Oca, priore del detto luogo, uomo piacevolissimo, tornando da Firenze, non di lungi una balestrata dalla piazza si scontrò in lui, il quale salutandolo come molto suo domestico, il rimenò addietro, volendo che quella sera si stesse con lui. E accettato Berto e tornando insieme col priore, dice il priore:
- Io ho udito tra via che ci è stato un gran romore; che cosa è stata questa?
Disse Berto:
- Priore mio, se voi mi terrete credenza, io vi dirò la piú bella novella che fosse poi che voi nasceste.
Il priore dice:
- Berto, ponla su (e porgegli la mano) e cosí ti giuro, e anco sai che io sono prete.
Di che Berto gli disse il principio, mezzo, e fine di ciò ch'era stato. Il priore era grasso; egli stette un gran pezzo che non potea ricogliere l'alito, tanto ridea di voglia. E cenato, e albergato con gran festa di ciò insieme, il detto Berto la mattina seguente si tornò a Firenze; e 'l priore, dopo la messa, pensò di far sí che quella novella gli valesse qualche cosa, dicendo a' suoi popolani e del caso intervenuto, e del romore, ammonendoli tutti che non si accostassino a quella vigna, però che cosí fatta botta era di gran pericolo, pur guardando altrui, non che schizzando il veleno. Di che pochi erano che vi fossono arditi di entrare entro, se già non fosse stato Berto e la forese.
E 'l priore, veggendo che non era alcuno che la volesse lavorare, s'accordò con colui di cui ell'era, di torla a fitto, dicendo:
- Io metterò a rischio, e so alcuna orazione, e alcuno incanto che è buono a ciò; e anche quel mio fante è uno mazzamarone che non se ne curerà.
Abbreviando la novella, e' tenne la detta vigna a fitto parecchi anni per una piccola cosa, e traevane l'anno, quando cogna otto e quando cogna diece di vino, e a colui di cui ell'era, pur ch'ella non rimanesse soda, ma fosse lavorata, parea guadagnare la detta vigna. E cosí tirò l'aiuolo il priore Oca, andando spesso Berto a bere di quel vino con lui, facendo sí che alla botta mai non fu piú saltato addosso.
Che diremo adunque de' casi e degli avvenimenti che amore conduce? Tra quanti nuovi ne furono mai, non credo che ne fosse nessuno simile a questo, e con tutta la fortuna a suono di campane a martello, e a romore di popolo, Berto condusse a fine il suo lavorío; e 'l priore Oca, per dare una buona ammonizione a' suoi popolani, ne guadagnò in parecchi anni forse quaranta cogna di vino: e fugli bene investito, però che era goditore e volentieri facea cortesia altrui.


NOVELLA LIV

Ghirello Mancini da Firenze dice alla moglie quello che ha udito di lei, e quella scusandosi, fa a littera quello di che è stato ragionato in una brigata.

La moglie di Ghirello Mancini usò mercatanzia d'un'altra man paniccia, pagando il marito di quella moneta ch'elli andava cercando. Alla piazza di San Pulinari nella città di Firenze sempre usò nuova generazione di gente, e di diverse contrade. Avvenne un dí per caso che, essendo adunato un cerchio d'uomeni nel detto luogo, tra' quali era uno che avea nome ser Naddo, e Ghirello Mancini, e altri; di che una mala lingua di quelli del cerchio, cominciò a dire di nuove cose della moglie, per metterli in giuoco a dire delle loro e dell'altrui. Onde dicendo l'uno e dicendo l'altro e pro e contro delle loro mogli, disse ser Naddo a Ghirello che contro alla moglie di ser Naddo dicea:
- Ghirello, la tua monna Duccina è sí grassa ch'ella non si dee poter forbire la tal cosa, quando è ita al luogo comune.
E cosí avendo detto e delle loro e dell'altre ciò che vollono, la notte e l'ora da tornarsi a casa gli partí dal ragionamento. E tornato Ghirello in casa e cominciato a spogliare, che era di giugno e caldo grande, s'accostò alla camera; e andato al letto, standosi cosí a sedere prima che entrasse sotto, e la sua moglie monna Duccina essendo per la camera in camicia, racconciando sue bazzicature, e Ghirello vedutala, ricordandosi di quello che ser Naddo avea la sera detto, disse:
- Duccina, o non sai tu quello che mi fu detto dianzi al canto di San Pulinari?
Disse la Duccina:
- Qualche male: o che?
Disse Ghirello:
- Fu detto che quando tu hai fatto el mestiero del corpo, che tu non ti déi poter forbire la cotal cosa.
La Duccina, udendo questo, comincia a dire:
- Deh davi il malanno a la mala pasqua, ché mai non fate altro che dire male di altrui.
E con un impeto grandissimo d'ira, subito chinandosi cosí in camicia in mezzo dello spazzo, disse:
- Guata, se io mi posso chinare.
E pignendo la mano verso il cocchiume, come se l'avesse a forbire, tirò uno peto sí grande che parve una bombarda.
Ghirello, avendo veduto prima l'atto, e poi sentito il tuono, disse:
- Duccina, a cotesto non ti risponderei io, se non ci fosse ser Naddo.
E la Duccina, volendosi ricoprire, disse:
- Sí che fu ser Naddo; deh dàgli tanti maglianni quanti mai ne vennono a creatura, vecchio rimbambito ch'egli è; ché se io lo truovo, gli dirò tanta villania quanta ad asino.
Disse Ghirello:
- Tu hai fatta la pruova, e adiriti: o se tu non l'avessi fatta, che diresti tu?
Ed ella disse:
- Che pruova nella malora? che siete tutti piú tristi che 'l tre asso.
Disse Ghirello:
- Donna, or va', dormi oggimai, va'. Io ci menerò domani ser Naddo, e vedremo quello che dee essere di questo fatto, e che ne vuole la ragione.
Disse la Duccina:
- Che ragione? ben che voi sete ragione. Alla croce di Dio che se tu cel meni, che io gli getterò un mortaio in capo. Sa' tu com'egli è del fatto, Ghirello? E vide ben ser Naddo a cui sel dire; ché, se tu fussi quello che tu dovessi, non avrebbe avuto ardire di dire male d'una tua donna, ove tu fussi.
Belli ragionamenti che sono i vostri! lasciate stare li fatti miei e dell'altre donne, e ragionate de' vostri, che tristi siate voi dell'ossa e delle carni! ché ben vorrei che ser Naddo e gli altri cattivi fossono stati qui, come ci se' tu, e avessi fatta la pruova in sul viso loro, come io l'ho fatta innanzi a te, che d'altro non eravate degni.
E cosí se ne andò la Duccina al letto, e non sanza borbottare, tanto che s'addormentoe; e la mattina levatosi Ghirello, e stato un pezzo fuori, si ritrovoe con ser Naddo e con gli altri, e predicorono la pruova che la Duccina avea fatta, e dissono tutti ch'ella avea ragione, e ch'ella tirerebbe un balestro non che un peto, quando bisognasse.
Nuova cosa è quello che usano spesse volte li mariti disonesti, che spesso in cerchio diranno di cose vituperose delle loro donne, e piú ancor dell'altre, e chi venisse bene considerando, elle ne potrebbon far dire forse piú degli uomeni; e hanno tanta discrezione che nol fanno; e gli uomeni, dove dee essere piú virtú e piú savere, sono meno discreti di loro; ché non bastò a Ghirello d'essere a udire e dire forse male della Duccina; ma egli lo ridisse perché ella il sapesse.


NOVELLA LIX (frammento)

... e presso a quel luogo era fatta una fossa per sotterrare un pellegrino. Il signore, veggendo questo, dice:
- Che questione è questa?
Dicono i contadini:
- Signor nostro, egli è morto qui un pellegrino, il quale alcuna cosa non troviamo ch'egli abbia di che si possa sotterrare. Noi, per meritare a Dio, abbiamo fatta la fossa; preghiamo il prete rechi la croce e' doppieri, acciò che lo sotterriamo; e' dice che vuol denari, e mai non lo farà altramente; e 'l cherico dice peggio di lui, e hacci voluto quasi dare.
Disse il signore:
- Venite cià, o messer lo prete, e voi messer lo cherico; è vero quello che costoro dicono?
Dice il prete e 'l cherico a un tratto:
- Signore, noi dobbiamo avere el debito nostro.
Disse il signore:
- E chi vel de' dare? il morto che non ha di che?
Ed e' risposono:
- Noi dobbiamo pur avere il debito nostro, chi che ce lo dia.
Disse il signore:
- E io vel darò io: debito vostro è la morte; dov'è il morto? adugélo qua; mettetel nella fossa: pigliate 'l prete; cacciatel giú: dov'è il cherico? mettetel su; mo tira giú la terra.
E cosí fece sotterrare il prete e 'l cherico sul morto pellegrino, e andò a suo viaggio.
E stato alcun dí a questo suo luogo, ritornò a Melano; e tornando per una via, dov'era un'altra delle sue prigioni ed era su l'ora di terza, gli prigioni, che aveano sentito il beneficio ch'egli avea dato agli altri, sentendo il signore passare, cominciorono a gridare:
- Misericordia, misericordia.
Quelli ristette, dicendo:
- Che è quello?
Il guardiano si fece innanzi.
- Signore, sono li prigionieri, che vi domandono misericordia.
Disse il signore:
- Sí, hanno apparato dagli altri.
Chiamò uno de' suoi famigli da cavallo, e disse:
- Va', metti in prigione questo guardiano cogli altri, e guarda la prigione tu, e fa' che tu non déi né mangiare né bere ad alcuno di loro, se io non torno da Chiaravalle, là dove io andrò com'io avrò desinato; e guarda che tu faccia ciò che io dico, ch'altrimenti io t'impiccherò per la gola.
Come detto, cosí fatto. Il signore andò a desinare, e come ebbe desinato, montò a cavallo e andò a Chiaravalle, dove è una gran badía, e uno bellissimo abituro per lo signore: e stato là tutto quel dí e l'altro, alla reina venne grandissimo male; di che subito gli fu mandato a dire. Come lo sentí, che cosí avea d'usanza, benché fosse di notte, subito fu mosso per vicitar la reina; e questo credo fosse fattura di Dio, perché quelli prigioni non morissono, ch'erano già stati quarantadue ore sanza mangiare e sanza bere, avendovi di quelli già che cominciavono a balenare. Tornato che fu, ebbono tutti mangiare e bere, come poteano, ringraziando tutti il loro Creatore.
Or queste tre cose avvennono, si può dire, in un piccol viaggio: la prima fu di gran carità, e volle che fosse sí valida ch'ella valesse eziandio a chi v'era per debito: la seconda fu mossa da justizia, e fu seguita con gran crudeltà: la terza fu sdegno, e tòr materia che ogni dí non avessi avvenire.
Non notando quelli comuni queste cose che sempre stanno in cacciare l'uno l'altro, e non vogliono vicino, non conoscendo il bene che Dio ha dato loro.


NOVELLA LX

Frate Taddeo Dini, predicando a Bologna il dí di Santa Caterina, mostra un braccio contro a sua volontà, gittando un piacevol motto a tutta la predica.

Molte volte interviene che delle reliquie si truovano assai inganni, come poco tempo intervenne a' Fiorentini. Avendo aúto di Puglia un braccio, il quale fu dato loro per lo braccio di santa Reparata, e facendolo venire con gran cerimonia, e mostrandolo parecchi anni per la sua festa con gran solennità, nella fine trovorono il detto braccio esser di legno.
Era adunque frate Taddeo Dini dell'ordine de' Predicatori, valentissimo uomo, il dí di Santa Caterina a Bologna; e al monistero di Santa Caterina per la festa la mattina predicando, avvenne che, compiuta la predicazione, anzi che scendesse del pergamo e pervenisse alla confessione, con molti torchi gli fu recato un forzieretto di cristallo, coperto con drappi, dicendo:
- Mostrate questo braccio di santa Caterina.
Frate Taddeo, che non era smemorato, dice:
- Come il braccio di santa Caterina! Io sono stato al Monte Sinai, e ho veduto il suo corpo glorioso, intero con le due braccia e con tutte l'altre membra.
Dissono quei pretoni:
- Bene sta; noi tegnamo che questo sia veramente il suo braccio.
Frate Taddeo con chiare ragioni diceva non esser da mostrarlo. La Badessa, sentendo questo, lo mandò pregando il dovesse mostrare; però che, se non si mostrasse, la devozione del monastero si perderebbe. Veggendo frate Taddeo che pur mostrare gli lo convenía, aprí il forzierino, e recatosi in mano il detto braccio, disse:
- Signori e donne, questo braccio che voi vedete dicono le suore di questo monastero che è il braccio di santa Caterina. Io sono stato al Monte Sinai, e ho veduto il corpo di santa Caterina tutto intero, e massimamente con due braccia; s'ella ne ebbe tre, quest'è il terzo -; cominciando con esso a segnare in croce, come si fa, tutta la predica.
Gl'intendenti di questo risono, parlando tra loro; molti uomini e feminelle semplici si segnarono devotamente, come quelli che non intesono frate Taddeo, né avvidonsi mai di quello che avea detto.
La fede è buona e salva ciascuno che l'ha; ma veramente solo il vizio dell'avarizia fa di molti inganni nelle reliquie; che è a dire che non è cappella che non mostri aver del latte della Vergine Maria! ché se fusse come dicono, nessuna sarebbe piú preziosa reliquia, pensando che del suo corpo glorioso alcuna cosa non rimase in terra; ed e' si mostra tanto latte per lo mondo, dicendo esser del suo, che se fosse stata una fonte ch'avesse piú dí rampollato, quello si basterebbe. Se se ne potesse far prova, come frate Taddeo fece del detto braccio, ciò non avverrebbe. Ora la fede nostra ci fa salvi; e chi archimia sí fatte cose, ne porta pena in questo o nell'altro mondo.


NOVELLA LXI

Messer Guglielmo da Castelbarco, perché un suo provvisionato mangia maccheroni col pane, gli toglie ciò che con lui molti anni ha guadagnato.

Nelle contrade di Trento fu già un signore, chiamato messer Guglielmo da Castelbarco, il quale, avendo seco uno (secondo ch'io già udi') a provvisione, ch'avea nome Bonifazio da Pontriemoli, e volendoli sommo bene, però che lo meritava, come valente uomo ch'avea guidato suo' dazi e gabelle; e per questa sua provvisione, e per l'utile delli officii, facendo pur lealmente, era divenuto ricco di forse sei mila lire di bolognini; essendo un venerdí costui a tavola col signore, e con altra sua brigata, essendo recati maccheroni e messi su per gli taglieri innanzi a ciascheduno, essendo venuto il cosso al signore, e veggendo il detto Bonifazio mangiare li maccheroni col pane, ed era carestia ne' detti paesi, subito comandò a' suoi sergenti che 'l detto Bonifazio fusse preso; li quali mossi, subito il presono. Costui, maravigliandosi, dice:
- Signor mio, che cagione vi muove a farmi pigliare cosí furiosamente?
Dice il signore:
- Tu 'l saprai bene: dunque mangi tu il pane col pane? e guardi d'affamare il mondo, che vedi il caro esser sí grande? e credi che io sia un matto, e non me ne avveggia?
Bonifazio, udendo la cagione, credette il signore facesse per aver diletto, e quasi cominciò a sorridere.
Disse il signore:
- Tu ridi, ah? io ti farò ben rider d'altro verso. Menatelo là alla prigione, e guardate non fuggisse.
Fu menato costui e messo nella prigione; e ivi a pochi dí fu condennato in lire sei mila di bolognini, per aver voluto turbare lo stato, non che di lui, ma di tutta la sua provincia, e spezialmente per fame. Convenne che costui rimettesse ciò che mai avea acquistato con lui, e quello che egli avea a casa sua, e pagò i detti danari, gittandogli il signore parole, come grandissima grazia gli aveva fatta di non averli tolta la vita.
Stia dunque co' signori a bastalena chi vuole; che per certo, chi non si sa partir da loro, e sta con essi a bastalena, rade volte ne capita bene, come a molti è intervenuto, come contar si potrebbe. Questo messer Guglielmo ancora tolse ciò avea un suo famiglio o sottoposto perché avea fatto metter l'arme sua in una pietra da camino, opponendo che l'aveano messa al fumo, perché l'affogasse. Poi ebbe quello che e' meritava... il feciono morire in prigione.


NOVELLA LXII

Messer Mastino, avendo tenuto uno provisionato a far sua fatti, e parendogli che fusse arricchito, domanda veder ragione da lui, il quale con nuova malizia fa ch'egli è contento non rivederla.

Ne' tempi che messer Mastino signoreggiava Verona, gli capitò alle mani uno ch'era come uno per fante a piede, a fare suoi servigi; il quale come pratico ed esperto stato ben venti anni, facendo ancora molto bene i fatti del signore, diventò ricco. A messer Mastino venne l'appetito che venne a messer Guglielmo nella precedente novella; e pensossi di domandare di veder ragione da costui, e cosí fece; ché lo chiamò una mattina e disse:
- Vien cià, va', apparecchia tutte tue scritture de' fatti miei che ti sono pervenuti per le mani, poi che tu fusti nella corte mia.
Al buon uomo parve essere impacciato, pensando non poter mai mostrare al signore quello che dimandava; ma pure rispose:
- Datemi respitto, e io penserò di soddisfare al vostro comandamento.
Ed egli disse:
- Va', e quando hai le cose preste, vieni; e io darò ordine chi debba per me esser con teco a vedere le dette ragioni.
Rispose costui:
- E sarà fatto, signor mio.
Tornasi a casa e partesi dal signore, e pensando e ripensando, quanto piú pensava piú gli pareva essere impacciato; e guardando per casa, ebbe veduta la rotella, la cervelliera, uno lanciotto, uno farsettaccio con un coltello, con le quali cose era venuto di prima, quando s'era acconcio al servigio di detto signore. E vestitosi nel modo ch'era venuto, e prese quelle medesime arme appunto, in quella forma l'altra mattina senza piú aspettare s'appresentò innanzi a messer Mastino.
Il quale veggendolo, si maravigliò, dicendo:
- Che vuol dir questo, che tu se' cosí armato?
- Signor mio, - disse quello, - voi m'avete comandato che io vi mostri ragione di ciò c'ho aúto a far de' vostri fatti, poi che io fui servitore di vostra signoria; io vi dico cosí, signor mio, che io non veggio modo nessuno ch'io ve la potessi mai mostrare, se non questo che voi vedete. Voi sapete, signor mio, che quando io venni al vostro servigio, io era povero mascalzone, con quello in dosso, e con quelle povere armicelle, con le quali mi vedete al presente. E per tanto la ragione è fatta; nessuna altra cosa, che quello che io ci recai, me ne porterò; e cosí me n'andrò povero, com'io ci venni: tutto l'altro mio rimanente, e la casa, con ciò che v'è dentro, lascio alla vostra signoria.
Messer Mastino, come savio signore, considerando l'avvedimento e modo di costui, disse:
- Non voglia Dio, che io ti tolga quello che hai con me guadagnato; va', e fa' lealmente e' fatti miei, e da mo innanzi non aver pensiero che io ti vegna mai meno.
Costui ringraziò el signore; e parvegli aver avuto buon modo a mostrar la detta ragione; e stette nella corte di messer Mastino tutto il tempo della vita sua, e fugli piú caro che altro uomo ch'egli avesse.
Or considera, lettore, quant'è ignorante chi fa lunga dimora nella corte d'uno signore, e come in uno punto e' si volgono e disfanno altrui.
E guarda s'egli è pericoloso, ché, sognando che un servo l'uccida, sel reca a vero e disfallo. E però chi si può levar dal giuoco, quando ha piena la tasca, non vi stia a guerra finita; però che la maggior parte ne rimangon disfatti, come apertamente per molti si poría vedere.


NOVELLA LXIII

A Giotto gran dipintore è dato uno palvese a dipingere da un uomo di picciolo affare. Egli facendosene scherne, lo dipinge per forma che colui rimane confuso.

Ciascuno può aver già udito chi fu Giotto, e quanto fu gran dipintore sopra ogni altro. Sentendo la fama sua un grossolano artefice, e avendo bisogno, forse per andare in castellaneria, di far dipignere uno suo palvese, subito n'andò alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il palvese drieto, e giunto dove trovò Giotto, disse:
- Dio ti salvi, maestro; io vorrei che mi dipignessi l'arme mia in questo palvese.
Giotto, considerando e l'uomo e 'l modo, non disse altro, se non:
- Quando il vuo' tu? - e quel glielo disse.
Disse Giotto:
- Lascia far me.
E partissi. E Giotto, essendo rimaso, pensa fra sé medesimo: "Che vuol dir questo? serebbemi stato mandato costui per ischerne? sia che vuole; mai non mi fu recato palvese a dipignere: e costui che 'l reca è uno omicciatto semplice, e dice che io gli facci l'arme sua, come se fosse de' reali di Francia; per certo io gli debbo fare una nuova arme". E cosí pensando fra sé medesimo, si recò innanzi il detto palvese, e disegnato quello gli parea, disse a un suo discepolo desse fine alla dipintura; e cosí fece. La qual dipintura fu una cervelliera, una gorgiera, un paio di bracciali, un paio di guanti di ferro, un paio di corazze, un paio di cosciali e gamberuoli, una spada, un coltello, e una lancia.
Giunto il valente uomo che non sapea chi si fosse, fassi innanzi e dice:
- Maestro, è dipinto quel palvese?
Disse Giotto:
- Sí bene; va', recalo giú.
Venuto il palvese, e quel gentiluomo per procuratore il comincia a guardare, e dice a Giotto:
- O che imbratto è questo, che tu m'hai dipinto?
Disse Giotto:
- E ti parrà ben imbratto al pagare.
Disse quelli:
- Io non ne pagherei quattro danari.
Disse Giotto:
- E che mi dicestú che io dipignessi?
E quel rispose:
- L'arme mia.
Disse Giotto:
- Non è ella qui? mancacene niuna?
Disse costui:
- Ben istà.
Disse Giotto:
- Anzi sta mal, che Dio ti dia, e déi essere una gran bestia, che chi ti dicesse: "chi se' tu?" appena lo sapresti dire; e giungi qui, e di': "Dipignimi l'arme mia". Se tu fussi stato de' Bardi, serebbe bastato. Che arma porti tu? di qua' se' tu? chi furono gli antichi tuoi? deh, che non ti vergogni! comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d'arma, come stu fussi il Dusnam di Baviera. Io t'ho fatta tutta armadura sul tuo palvese; se ce n'è piú alcuna, dillo, e io la farò dipignere.
Disse quello:
- Tu mi di' villania, e m'hai guasto un palvese.
E partesi, e vassene alla grascia e fa richieder Giotto.
Giotto comparí, e fa richieder lui, addomandando fiorini dua della dipintura: e quello domandava a lui. Udite le ragioni gli officiali, che molto meglio le diceva Giotto, giudicarono che colui si togliesse il palvese suo cosí dipinto e desse lire sei a Giotto, però ch'egli avea ragione: onde convenne togliesse il palvese, e pagasse, e fu prosciolto.
Cosí costui, non misurandosi, fu misurato; ché ogni tristo vuol fare arma e far casati; e chi tali, che li loro padri seranno stati trovati agli ospedali.


NOVELLA LXIV

Agnolo di ser Gherardo va a giostrare a Peretola, avendo settanta anni, e al cavallo è messo un cardo sotto la coda; di che movendosi con l'elmo in testa, il cavallo non resta, che corre insino a Firenze.

Non è gran tempo che in Firenze fu un nuovo pesce, il quale ebbe nome Agnolo di ser Gherardo, uomo quasi giullare, che ogni cosa contraffacea: e usando con assai cittadini, che di lui pigliavono diletto, ed essendo andazzo di giostrare, andando con certi a Peretola che andavano per ciò fare, giostrò anco elli, e avea accattato un cavallaccio di quelli della Tinta di Borg'Ognissanti, che era una buscalfana, alto e magro, che parea la fame. Giunto a Peretola, el brigante si fece armare, ed era dalla parte di là dalla piazza sí che veniva a correre verso Firenze. E messogli l'elmo in testa, e data l'asta, e appiccatogli un cardo sotto la coda, fu tutt'uno. Era la sella altissima: altro non era a vederlo, se non un elmo nella sella, che parea colui, cui elli piú volte in brigata raccontava.
Mosso la scuccumedra con Agnolo suvvi, e sentendo il cardo, si comincia a lanciare e a percuotere Agnolo or qua or là negli arcioni, sí che l'asta si rassegnò in terra, e 'l cavallo, scagliandosi e traendo, comincia a correre verso Firenze. Tutti quelli dattorno scoppiavono delle risa. Agnolo non tenea ridere, però che si sentía dare i maggior colpi del mondo negli arcioni, e cosí essendo lacerato ad ogni passo e percosso, giunse alla Porta del Prato, ed entrò dentro, correndo e nabissando che fece smemorare e' gabellieri; e giú per lo Prato, che ogni uomo e femina per maraviglia diceano: "Che vuol dir questo?", entrò nel Borgo Ognissanti.
Or quivi era la fuggita e da' lanci e da' calci del cavallo! ognun fuggendo e gridando:
- Chi è questi? che fatto è questo?
E cosí non restette mai il cavallo che giunse alla Tinta, dov'era il suo albergo, là dove il cavallo fu preso per le redine e menato dentro.
Essendo domandato: "Chi se' tu?", colui soffiava e doleasi: dilacciarongli l'elmo, e quel grida e duolsi:
- Oh me, fate piano.
E cosí trattogli l'elmo, il capo di Agnolo parea uno teschio, o uno uomo morto di piú dí.
Fu tratto della sella con fatica d'altrui, e con dolor di lui; ed egli, pur dolendosi, per nessun modo si potea sostenere in piede; onde fu condotto su uno letto; e giunto di fuori colui di cui era e la casa e 'l cavallo, quando tutto seppe, scoppiava di risa. E giugnendo dove Agnolo era, dice:
- Oh, io non credea, Agnolo, che tu fussi Gian di Grana, e che tu giostrassi, almeno me l'avestú detto quando tu accattasti el mio cavallo, che mel déi aver guasto, però che non era da giostra.
Disse Agnolo:
- Guasto ha egli me, che mi par restío: s'io avessi aúto un buon cavallo, io avrei dato a colui una grande scigrignata, e avrei aúto onore, dove io sono vituperato. Io ti prego per Dio che tu mandi per li panni mia a Peretola, e fa' dire a que' giovani che io non m'ho fatto mal niuno, però che la buon'arme m'ha campato.
E cosí fu mandato per li suoi panni, che vennono con essi tutti quelli che di lui avevono aúto in ciò diletto. E giunti ad Agnolo dicono:
- Oimè, ser Benghi (ché cosí era chiamato) se' tu vivo?
- O fratelli miei, - dicea quelli, - io non vi credetti mai rivedere: io sono tutto lacero; quel maladetto cavallo m'ha morto; io non provai mai peggior bestia; quando io v'era su, mi parea esser la secchia de' vasgellai; io debbo aver rotta tutta la sella e le corazze; dell'elmo non ti dico, che talora si percotea su la sella per forma che de' esser tutto rotto.
Se la brigata rideva, non è da domandare. Alla perfine il vestirono la sera al tardi, e a braccia il condussono a casa sua; là dove correndo la donna all'uscio, cominciò il pianto, come se fusse morto, dicendo:
- Oimè, marito mio, chi t'ha fedito?
Agnolo non dicea alcuna cosa; la moglie pur domandava:
- Che è questo?
Dicevano i compagni:
- Non è cosa che vi bisogni piagnere.
- E lasciatolo, s'andarono con Dio; e la donna abbracciando Agnolo, comincia a dire:
- Marito mio, dimmi quel che tu hai.
E Agnolo chiese d'entrar nel letto; il quale la donna spogliandolo e veggendolo tutto livido, disse:
- Chi t'ha cosí bastonato?
E parea il corpo suo o di profferito o di marmorito, tanto era percosso.
Alla fine ritornato l'alito ad Agnolo, disse:
- Donna mia, io andai con una brigata a Peretola, e convenne che ciascuno giostrasse; io, per non esser piú tristo che li altri, e pensando a' miei passati da Cerretomaggio, volli giostrare anch'io; e se 'l cavallo ch'era restío, e hammi concio come tu vedi, fusse stato buono, io avea oggi maggior onore che uomo che portassi mai lancia già fa parecchi anni.
La donna, ch'era savia, e conoscea le frasche d'Agnolo, comincia a dire:
- Sí, che tu se' uscito della memoria affatto, o vecchio mal vissuto; che maladetto sia il dí ch'io ti fu' data per moglie, che mi consumo le braccia per nutricar li tuo' figliuoli, e tu, tristanzuolo, di settanta anni vai giostrando: o che potrestú fare, che a ragione di mondo non pesi dieci once? Va' va', che ora serai tu messo nel sacco de' priori, che n'ha' pisciato cotanti maceroni. Ed è peggio, che, perché tu se' chiamato ser Benghi, di' che tu vi se' per notaio. Doh tristo, non ti conosci tu? e se questo pur fosse, quanti notai ha' tu veduto giostrare? Se' tu fuori della memoria? Non consideri tu, che tu se' lavorante di lana, e altro non hai, se non quello che tu guadagni? Se' tu impazzito? Deh, va', ricollicati, sventurato; ch'e' fanciulli ti verranno oggimai drieto co' sassi.
Agnolo con voce lena dice:
- Donna mia, tu di' che io mi ricolichi; dolente sono, che m'è convenuto collicare; io ti prego che tu stia cheta, se tu non vuoi ch'io muoia affatto.
E quella dice:
- Or fustú morto, innanzi che vivere con tanto vituperio.
Dice Agnolo:
- O son io il primo, a cui venga sciagura ne' fatti d'arme?
- Deh, va' col malanno, - disse la moglie - va', scamata la lana, come tu se' uso, e lascia l'arte a quelli che la sanno fare.
E non restette insino a notte la contesa; e la notte pure si rabbonacciorono come poterono. Agnolo mai non giostrò piú.
Molto fu piú savia questa donna che il marito; però che ella conoscea lo stato suo, e quello del marito; ed elli non conoscea solo sé: se non che la moglie gli disse tanto che giovò.


NOVELLA LXV

Messer Lodovico da Mantova per una piccola parola, che per sollazzo dice un suo provisionato, gli toglie ciò ch'egli ha.

Ancora mi viene innanzi come piccola cagione muove un signore a dar la mala ventura altrui. Essendo messer Lodovico di Gonzaga signore di Mantova, uno suo provisionato avea detto con certi altri, piú per diletto che per altro "Signore è vino di fiasco, la mattina è buono, e la sera è guasto". La detta parola fu rapportata al signore; sí come spesso interviene, per venire in grazia del signore sempre vi sono li rapportatori. Udendo ciò messer Lodovico, fece chiamare a sé quel provisionato, e disse:
- Mo mi di'; ha' tu detto le ta' parole?
Quel rispose:
- Signor mio, sí; ma le parole mie non furon dette se non per motto, però che altra volta l'udi' dire a un valente uomo.
Disse il signore:
- Sí che tu di' che dicesti per motto, e non ti pare avere detto alcun male; e ha' mi nominato e appareggiato con un fiasco di vino. In fé di Dio, io ho voglia di farti giuoco, che sempre te ne verrebbe puzza; ma acciò che tu lo possa ben dire da dovero, spogliati in farsetto, come quando tu venisti a far con mi: e vatti con Dio.
Costui si dileguò in ora, che mai non apparí a Mantova; e lasciò il valer di due mila lire di bolognini, il quale avere tutto si tolse el signore. Cosí intervenne che signore e vin di fiasco, l'uno era vino e l'altro l'ha disfatto.


NOVELLA LXVI

Coppo di Borghese Domenichi da Firenze, leggendo una storia del Titolivio, gli venne sí fatto sdegno che, andando maestri per danari a lui, non gli ascolta, non gli intende, e cacciagli via.

Fu un cittadino già in Firenze, e savio, e in istato assai il cui nome fu Coppo di Borghese, e stava dirimpetto dove stanno al presente i Leoni, il quale faceva murare nelle sue case; e leggendo un sabato dopo nona nel Titolivio, si venne abbattuto a una storia; come le donne romane, essendo stata fatta contra loro ornamenti legge di poco tempo, erano corse al Campidoglio, volendo e addomandando che quella legge si dirogasse. Coppo, come che savio fosse, essendo sdegnoso, e in parte bizzarro, cominciò in sé medesimo muoversi ad ira, come il caso in quella dinanzi a lui intervenisse; e percuote e 'l libro e le mani in su la tavola, e talora percuote l'una con l'altra mano, dicendo:
- Oimè, Romani, sofferrete voi questo, che non avete sofferto che re o imperadore sia maggior di voi?
E cosí si nabissava, come se la fante in quell'ora l'avesse voluto cacciare di casa sua.
In questa cosí fatta furia stando il detto Coppo, ed ecco venir li maestri e manovali che uscivano d'opera, e salutando Coppo, domandarono denari, come che molto il vedessino adirato. E Coppo come uno serpente volgesi a costoro, dicendo:
- Voi mi salutate, e io vorrei volentieri essere a casa il diavolo; voi mi chiedete danari delle case che mi acconciate, io vorrei volentieri ch'elle rovinasseno testeso, e rovinassonmi addosso.
Costoro si volgeano l'uno all'altro, maravigliandosi, dicendo:
- Che vorrebb'egli?
E dissono:
- Coppo, se voi avete cosa che vi spiaccia, noi siamo malcontenti; se noi possiamo fare alcuna cosa, che vi levassi dalla noia che avete, ditecelo, e farenlo volentieri.
Disse Coppo:
- Deh, andatevi con Dio oggi al nome del diavolo, ch'io vorrei volentieri non esser mai stato al mondo, pensando che quelle sfacciate, quelle puttane, quelle dolorose, abbiano aúto tanto ardire ch'elle sieno corse al Campidoglio per rivolere gli ornamenti. Che faranno li Romani di questo? ché Coppo, che è qui, non se ne puote dar pace: e se io potessi, tutte le farei ardere, acciò che sempre chi rimanesse se ne ricordasse: andatevene, e lasciatemi stare.
Costoro per lo migliore se n'andorno, dicendo l'uno all'altro:
- Che diavolo ha egli? e' dice non so che di romani: forse da stadera.
E l'altro dicea:
- E conta non so che di puttane: avrebbegli la donna fatto fallo?
E uno manovale disse:
- A me pare che dica del capo mi doglio ; forse gli duole il capo.
Disse un altro manovale:
- A me pare che si dolga che gli sia versato un coppo d'oglio.
- Che che si sia, - dicon poi - noi vorremmo e' danari nostri, e poi abbia quel vuole.
E cosí deliberarono di non andare piú a lui per allora, ma di tornarvi la domenica mattina; e Coppo si rimase nella battaglia, della quale essendo la mattina raffreddo, e tornandovi e' maestri, diede loro ciò che doveano avere, dicendo che la sera avea altra maninconia.
Savio uomo fu costui, come che nuova fantasia gli venisse; ma ogni cosa considerata, ella si mosse da giusto e virtuoso zelo.


NOVELLA LXVII

Messer Valore de' Buondelmonti è conquiso e rimaso scornato da una parola che un fanciullo gli dice, essendo in Romagna.

Molti sono che viddono e udirono già messer Valore, e sanno, come che fusse reputato matto, quanto fu reo e malizioso. Egli erano poche cose di che non s'intendesse e ragionasse, con uno atto quasi di stolto. Essendo pervenuto a una terra una sera in Romagna, e favellando dov'erano Signori e gentili uomini, o che gli fusse fatto in prova fare, o che da sé lo facesse, venne un fanciullo, il quale era d'età forse di quattordici anni, e accostandosi a messer Valore, il cominciò a guatare in viso, dicendo:
- Vo' siete un grande calleffadore.
Messer Valore con la mano pignendolo da sé, dice:
- Va', leggi.
Costui fermo; e messer Valore dicendo per sollazzo con costoro dicea:
- Quale avete voi che sia la piú preziosa pietra che sia?
Chi dicea il balascio, chi 'l rubino, e chi l'elitropia di Calandrino, e chi una, e chi un'altra.
Dice messer Valore:
- Voi non ve ne intendete; la piú preziosa pietra è la macina del grano; e s'ella si potesse legare e portarla in anello, ogni altra pietra passerebbe di bontà.
Dice il fanciullo (e tira messer Valore per lo gherone):
- Mo qual volete voi piú, e qual val piú, o un balascio, o una macina?
Messer Valore guata costui, e scostagli la mano da sé, e dice:
- Vanne a casa, pisciadura.
E que' fermo. La brigata comincia a ridere e sí della macina da grano, e sí del detto del fanciullo. Messer Valore dice:
- Voi ridete? Io vi dico tanto, che io ho trovato esser maggior virtú in un piccolo sasso che non è macina da grano, che io non ho trovato né in pietre preziose, né in parole, né in erbe, e pur l'altro dí ne feci la sperienza, e sapete che si dice che in quelle tre cose lasciò Dio la virtú, e udite come, e credo che voi stessi il confesserete. Egli era l'altro dí un giovanetto su uno mio fico, e facevami danno, cogliendo que' fichi che v'erano su. Io cominciai a provar la virtú delle parole, dicendo: "Scendi giú, vanne"; e infine minacciando quanto potei, e' non si mosse mai per le mie parole. Veggendo che le parole non valeano, cominciai a cogliere dell'erbe, e facendo di quelle mazzuoli, le gittava, e davagli con esse alcuna volta, e le furono novelle, che mai si partisse. Veggendo che ancora non mi valevano l'erbe, misi mano alle pietre, e cominciai a gittare verso lui, dicendo: "Scendi giú". Com'egli vedde pur ricorre la seconda pietra, avendo gittata la prima, subito scese a terra del fico, e andossi con Dio. Questo non averebbe fatto quanti rubini e quanti balasci furono mai.
La brigata tutta con grande sollazzo dissono messer Valore aver ragione, e dire il vero; e 'l fanciullo guarda messer Valore con un atto malizioso, e dice:
- In fé di Dio, questo gentiluomo è molto amico delle pietre, e ne deve avere piena la scarsella.
E pongli mano a un carniere ch'egli avea. Messer Valore si volge, e dice:
- Vanne col malanno; chi diavol è questo fanciullo? Serebb'egli Anticristo?
Dice il fanciullo:
- Io non so che Anticristo; s'io potessi far quello che possono gli signori di Romagna, in fé di Dio, che io vi darei tante di queste pietre, che hanno sí gran virtú che portandole in Toscana voi ne andreste ben fornito.
Messer Valore quasi tutto scornato, udendo le parole di questo fanciullo, dice verso la brigata:
- E non fu mai nessun fanciullo savio da piccolino che non fusse pazzo da grande.
Il fanciullo, udendo questo, disse:
- In fé di Dio, gentiluomo, voi dovest'essere un savio fantolino.
Messer Valore, strignendosi nelle spalle, disse:
- Io te la do per vinta.
E rimase quasi tutto smemorato, dicendo:
- Non trovai mai nessun uomo che mi mattasse, e uno fanciullo m'ha vinto, e matto.
Il piacere che quelli dattorno ebbono di ciò non è da domandare; e quanto piú ridevano, messer Valore piú imbiancava. Nella fine disse messer Valore:
- Chi è questo fanciullo?
Fugli detto come era figliuolo d'un uomo di corte, chiamato o Bergamino, o Bergolino. Disse messer Valore:
- E m'ha sí bergolinato, che io non ho potuto dir parola, che non m'abbia rimbeccato.
Dice alcuno:
- Messer Valore, menatelo con voi in Toscana.
Dice messer Valore:
- Non che io lo meni in Toscana, io fuggirei di stare là, quando egli vi fusse: fatevi con Dio, e bastivi questo, ché se gli altri Romagnuoli sono della razza di questo fanciullo, e' non ne fia mai nessuno ingannato.
E cosí a Firenze si tornò scornato e beffato da uno fanciullo colui che tutti gli altri beffava.


NOVELLA LXVIII

Guido Cavalcanti, essendo valentissimo uomo e filosofo, è vinto dalla malizia d'un fanciullo.

La passata novella mi fa venire a mente questa che seguita, la quale fu in questa forma. Giucando a scacchi uno d'assai cittadino, il quale ebbe nome Guido de' Cavalcanti di Firenze, uno fanciullo con altri facendo lor giuochi, o di palla o di trottola come si fa, accostandosegli spesse volte con romore, come le piú volte fanno, fra l'altre, pinto da un altro questo fanciullo il detto Guido pressò; ed egli, come avviene, forse venendo al peggiore del giuoco, levasi furioso e dando a questo fanciullo, disse:
- Va', giuoca altrove.
E ritornossi a sedere al giuoco delli scacchi. Il fanciullo tutto stizzito piagnendo, crollando la testa s'aggirava, non andando molto da lunga, e fra sé medesimo dicea: "Io te ne pagherò." E avendo uno chiovo da cavallo allato, ritorna verso la via con gli altri, dove il detto Guido giucava a scacchi; e avendo un sasso in mano, s'accostò drieto a Guido al muricciuolo o panca, tenendo in su essa la mano col detto sasso, e alcuna volta picchiava; cominciando di rado e piano, e poi a poco a poco spesseggiando e rinforzando, tanto che Guido voltosi disse:
- Te ne vuoi pur anche? Vattene a casa per lo tuo migliore, a che picchi tu costí cotesto sasso?
E quello dice:
- Voglio rizzare questo chiovo.
E Guido agli scacchi si rivolge, e viene giucando.
Il fanciullo a poco a poco, dando col sasso, accostatosi a un lembo di gonnella o di guarnacca, la quale si stendea su la detta panca dal dosso di detto Guido, su essa accostato il detto chiovo con l'una mano, e con l'altra col sasso conficcando il detto lembo, e con li colpi rinforzando, acciò che ben si conficcasse e che 'l detto Guido si levasse; e cosí avvenne come il fanciullo pensò; ché 'l detto Guido essendo noiato da quel busso, subito con furia si lieva, e 'l fanciullo si fugge, e Guido rimane appiccato per lo gherone. Sentendo questo, e quel tutto scornato si ferma, e con la mano minacciando verso il fanciullo che fuggiva, dicendo:
- Vatti con Dio; che tu ci fusti altra volta!
E volendo spastoiarsi, e non potendo, se non volea lasserare il pezzo della guarnacca, gli convenne cosí preso aspettare tanto che venissono le tanaglie.
Quanto fu questa sottil malizia a un fanciullo, che colui che forse in Firenze suo pari non avea per cosí fatto modo fusse da un fanciullo schernito e preso e ingannato!


NOVELLA LXIX

Passera della Gherminella, credendo trovare gente grossa per arcare, ne va in Lombardia, e trovandoli piú sottili che non volea, ritorna a fare il suo giuoco a Firenze.

Passera della Gherminella fu quasi barattiere, e sempre andava stracciato e in cappellina, e le piú volte portava una mazzuola in mano a modo che una bacchetta da Podestà, e forse due braccia di corda come da trottola, e questo si era il giuoco della gherminella, che tenendo la mazzuola tra le due mani e mettendovi su la detta corda, dandogli alcuna volta, e passando uno grossolano dicea:
"Che l'è dentro, che l'è di fuori?", avendo sempre grossi in mano per metter la posta.
Il grossolano veggendo che la detta corda stava, che gli parea da tirarla fuori, dicea di quello "che l'è di fuori", e 'l Passera dicea: "E che l'è dentro".
Il compagno tirava, e la corda, come che si facesse, rimanea e fuori e dentro come a lui piacea; e spesse volte si lasciava vincere per aescare la gente e dar maggior colpo. Quando con questo giuoco ebbe consumato quasi ogni uomo, e spezialmente sul canto de' Marignolli dove si vende la paglia, gli disse un dí uno che di questa sua arte con lui alcuna volta si trovava alla taverna:
- Passera, io m'ho pensato che, se tu vai in Lombardia, la gente v'è grossa, tu guadagnerai ciò che tu vorrai, e spezialmente a Como e Bergamo, che vi sono gli uomini che paiono montoni, sí sono grossi; e se tu vuogli, me ne verrò con teco.
Disse il Passera:
- Sie fatto; quando vogliamo?
- Andiamo in tal dí.
Venuto el dí posto, el Passera col suo consigliere si mosse, e giugnendo a Bologna, dove dall'albergo di Felice Ammannati erano molti e Fiorentini e Bolognesi, come Felice il vede, dice:
- Buon buono! Legatevi le borse, brigata, che ecco il Passera.
Il Passera si partí da giuoco il meglio che poté, e non gli parve di stare in Bologna, né di perdersi la fatica. L'altro dí pervenne a Ferrara; là fu ancora sí conosciuto che non vi approdò alcuna cosa. Andossene a Modona, e quivi in su la piazza tese la rete, là dove non pigliò alcuna cosa. Come va, o come sta, inteso che aveano el giuoco, ciascun s'andava con Dio. Andò a Reggio, e quivi misse innanzi il giuoco, e chiamando a sé gente.
- Che volete voi dire? Guardate questo giuoco.
L'uno tirava una reggiaria e l'altro un'altra: e 'l Passera si volge al consigliero e dice:
- Tu m'hai pur condotto bene.
E quel dice:
- Non ti sgomentare; andiamo pur oltre a Parma.
Provorono; chi dicea:
-Etira quella cordella.
L'altro dicea:
- E se la tiri, ché io non voglio apparare testeso giuoco nuovo.
E cosí o peggio a Piacenza, che ben lo piagentavano, dicendo:
- O barba, e che giuoco è questo?
E poteva assai dire, ch'egli era quivi uccellato. A Lodi su la piazza lodavono il giuoco, e domandovonlo onde egli era. Giunto a Melano, dov'erano le buone borse, gli era detto:
- Mo guarda chi crede arcare li Melanesi!
E in tutte le terre passate non guadagnò soldi venti, che gli scotti gli erano costati piú di cento novanta.
Andaronsene a Como tosto tosto, credendo trovar quelli Comasini grossissimi; e là in su la piazza cacciò il Passera fuori la mazzuola e la cordella.
- Chi mette? e che l'è dentro?
Giugne l'uno e dice:
- A mi che fa?
E quel dice:
- E che l'è di fuori?
E un altro giugne, e dice:
- E che fa a mi?
Mai non gli fu fatta altra risposta.
Andaronsene a Bergamo, a Brescia, a Verona, a Mantova, a Padova e in molte altre terre, e non trovorono chi dicesse, se non: "A me che fa?" e "Che fa a mi?" o peggio tanto che, tornati a Firenze, il Passera trovò aver guadagnato lire quattro e soldi otto, e trovò avere speso in lui e nel consigliero lire quarantasette e soldi. Onde, per rifarsi, cominciò a tender la trappola in Firenze al luogo usato. Il primo dí che vi fu, correvano le genti come se mai non l'avessino veduto, credendo che 'l Passera fusse morto, e ciascuno gli facea festa; e chi piú era caduto alle sue reti per li tempi passati, piú di nuovo vi cadea, e guadagnò co' fatappi in pochi dí ciò ch'egli avea in Lombardia messo al di sotto: dicendo con assai poi questa novella, affermando che tra quanti luoghi avea cerchi, e in Lombardia e altrove, mai non avea trovata gente paolina come là dov'egli era nato.


NOVELLA LXX

Torello del Maestro Dino con uno suo figliuolo si mettono a uccidere dua porci venuti da' suo' poderi, e in fine, volendogli fedire, li porci si fuggono e vanno in un pozzo.

Nella nostra città fu uno pratico e avvisato uomo chiamato Torello del maestro Dino, al quale essendo venuto per le feste di Pasqua due porci da' suo' luoghi da Volognano, che pareano due asini di grandezza; e convenendo che cercasse chi gli uccidesse, acconciasse e insalasse, pensò che ciò non si potea fare senza buon costo; e pertanto disse al figliuolo:
- Ché non uccidiàn noi questi porci noi, e conciànli? noi abbiamo il fante, e risparmierenci i danari che vorrebbe chi gli acconciasse; e credo che noi farèn bene come loro.
E dice al figliuolo:
- Che di'?
E que' risponde:
- Dico che noi il facciamo.
- Or bene, troviamo due invoglie e uno coltellino bene appuntato, e metteremo l'uno in terra; e io - disse Torello - l'ucciderò, e voi lo terrete che non fugga.
Risposono che ben lo farebbono. Torello, recatosi in concio che era gottoso e debole, si mette il grembiule, e chinasi e fa chinare gli altri a pigliare il detto porco per le gambe, e fannolo cadere in terra: come gli è in terra, Torello che avea attaccato il coltellino alla coreggia, se lo reca in mano, e volendo fedire il porco per ucciderlo, e standoli col ginocchio addosso e senza brache, e 'l figliuolo essendo andato per un catino per la dolcia, appena era il ferro entrato nella carne un'oncia, che 'l porco cominciò a gridare; l'altro che era sotto una scala, sentendo gridare il compagno, corre e dà tra' calonaci di Torello. Come il ferito sente il compagno venuto alla riscossa, furiosamente dà un guizzo sí fatto che caccia Torello in terra. In questo giugne il figliuolo, e Torello dice:
- Tu se' stato tu che non torni mai.
- Anzi tu.
- Anzi tu.
E con questa tenzione, il porco uscito lor tra le branche, corre per uno androne, e l'altro porco drietoli, e dànno su per una scala. Torello levatosi, e 'l figliuolo, dicono:
- Ohimè! male abbiamo fatto.
Dànno su per la scala dietro a' porci, là dove il sangue per tutto zampillava. Giunti in sala, caccia di qua, caccia di là, e quello ferito dà in una scanceria tra bicchieri e orciuoli, per forma e per modo che pochi ve ne rimasono saldi.
Alla perfine il porco s'accostò al pozzo ch'era su la sala e gittòvisi dentro, e l'altro porco drietogli.
Quando Torello vede questo, dàssi delle mani su l'anche dicendo:
- Oimè, or siàn noi diserti -; e fassi alle sponde guardando nel pozzo. - Che faremo e che diremo?
Alla per fine voltosi al suo fante, il pregò per amor di Dio che si collasse nel pozzo, e togliesse un buon coltello appuntato e una fune, e o vivi o morti pensasse di legarli; ed egli e 'l figliuolo tirerebbon su la fune del pozzo, alla quale accomandasse li detti porci. Il fante bestia volle servire Torello, e preso il detto fornimento s'attaccoe alla fune del pozzo, e còllavisi entro. Come fu giunto giuso, e 'l porco ferito gli dà di ciuffo alla gamba, e quanto ne prese tanto ne levò.
Sentendo il fante il dolore del morso, comincia a gridare: "Accorr'uomo, oimè, oimè!" a sí alte voci che la vicinanza trasse, e truovano cosí fortunoso caso; e saputo come il fatto era ito, dicono a Torello:
- In buona fé, tu hai fatto un bel risparmio; quando tu riaverai questi porci, fara'celo assapere, e peggio è ch'egli averanno morto questo buon uomo che v'entrò dentro.
E fassi alcuno alla sponda dicendo:
- Se' tu vivo?
E quello dice:
- Oimè, per Dio! tirate la fune e io m'atterrò a essa per uscire di qui.
E 'l porco in quell'ora anco l'assanna; ed egli si volge in su:
- Oimè, tirate, ché, se voi non tirate, io son morto.
Alla fine tirarono la fune, come se attignessero acqua; ed eccoti il tristo su con una gamba guasta e tutta stracciata, che piú mesi ne penò a guarire, e gridava:
- Oimè! Torello, a che partito me avete messo? io non serò mai piú uomo.
Torello dicea:
- Sta' cheto; io ti farò medicare al maestro Banco che è molto mio amico, ma de' porci come si fa?
Dice il fante:
- Il pensiero sia vostro, che volete tòr l'arte a' tavernai.
Alla per fine e' s'andò per due beccai che desseno e consiglio e aiuto: e dissono voleano d'ogni porco fiorini uno a trargli del pozzo. Torello, veggendosi mal parato, disse:
- Sie fatto.
E domandorono se gli volea uccidere, però che laggiú convenía s'uccidessino. Disse di sí:
- Fate tosto, e fate come voi volete.
Allora l'uno s'armò come se andasse a combattere, e con uno coltello appuntato a spillo andò giuso, e brieve, dopo gran pena, gli uccise, e legati prima l'uno e poi l'altro alle funi del pozzo, gli tirorono fuori: dell'acconciatura poi gli pagò quello se ne venía, che fu forse un altro fiorino. L'acqua del pozzo rossa di sangue umano e di sangue porcino, convenne che in poco tempo si rimondasse, e lavasse il pozzo piú di otto volte, e costò bene fiorini tre. I porci non ebbono dolce, la carne fu tutta livida e percossa, e fu assai di peggio. Or questo risparmio fece questo valente uomo ch'e' porci valeano forse dieci fiorini ed egli ne spese poi forse altrettanti, senza le beffe che furono via piú.
La novella detta, per alcuno giovane fu già scritta, e molto piú lungamente, però che mette ch'e' porci andorono in cucina e in quella tempestorono ciò che v'era. E questo non fu vero; però che quello della cucina avvenne a uno gentiluomo de' Cerchi, vicino di Torello, che, sentendosi piú giovane e meglio in gambe di lui, volle provare d'uccidere un suo porco; il quale da lui fedito, come questo, sí gli uscí tra mani, e correndo su per la scala, imbrattando ogni cosa col sangue, n'andò in cucina, e là fece gran danno, tempestando ciò che v'era. Questi porci mi fanno ricordare d'alcun'altra novella, per lo serrarsi insieme, quando sono offesi, la quale racconterò qui da piede.


NOVELLA LXXI


Uno Frate romitano di quaresima in pergamo a Genova ammaestra ch'e' Genovesi debbano fare buona guerra.


E non è molt'anni che trovandom'io in Genova di quaresima, e andando, com'è d'usanza, la mattina alla chiesa, fui alla chiesa di Santo Lorenzo, dove predicava in quell'ora un frate romitano, ed era la guerra tra Genovesi e Viniziani; e in quelli dí li Viniziani aveano forte soprastato a' Genovesi. Ora, accostandomi e porgendo gli orecchi per udire alquanto, le sante parole e' buoni esempli che io gli udi' dire furono questi. E diceva:
- Io sono Genovese, e se io non vi dicessi l'animo mio, e' mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male, ché io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini; la natura dell'asino è questa: che quando molti ne sono insieme, dando d'uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanto è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. Li Viniziani sono appropiati a' porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente egli hanno la natura del porco, però che essendo una moltitudine di porci stretta insieme, e uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi gli percuote; e questa è veramente la natura loro: e se mai queste figure mi parvono proprie, mi paiono al presente. Voi percotesti l'altro dí li Viniziani: e' si sono serrati verso voi a lor difesa e a vostra offesa; e hanno cotante galee in mare con le quali v'hanno fatto e sí e sí; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l'uno l'altro; e non avete se non cotante galee armate: egli n'hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia.
Poi fa fine a queste parole, dicendo:
- Non l'abbiate a male, ché io serei crepato, s'io non mi fusse sfogato.
Or questa cotanta predica udi' io, e torna' mi a casa; l'avanzo lasciai udire agli altri. Avvenne per caso quel medesimo dí che nel luogo de' mercatanti, essendo io dov'erano in un cerchio e Genovesi, e Fiorentini, e Pisani, e Lucchesi, e ragionandosi de' valenti uomini, disse uno savio Fiorentino che ebbe nome Carlo degli Strozzi:
- Per certo voi Genovesi siete gli migliori guerrieri e piú prod'uomini che siano al mondo: noi Fiorentini siamo da fare l'arte della lana, e nostre mercanzie.
Ed io risposi:
- E c'è ben la ragione.
Il perché tutti dissono:
- Come?
E io rispondo:
- Li nostri frati, quando predicano a Firenze, ci ammaestrano del digiuno e dell'orare, e che dobbiamo perdonare, e che dobbiamo seguire la pace e non far guerra; li frati che predicano qui insegnano tutto il contrario; però che in questa mattina ritrovandomi in Santo Lorenzo, io porsi gli orecchi a un frate romitano che predicava; gli ammaestramenti e gli esempli che il populo qui poté udire furono questi: - e raccontai ciò che avea udito.
Tutti si maravigliorono: e allora da chi aveva udito com'io, ne seppono la verità, e ciò udito, dissono che io aveva ragione; e parve a tutti una nuova predica.
E cosí siamo spesse volte ammaestrati, tanto è ampliata la nostra fede, salendo tale in pergamo che Dio il sa quanta sia la loro prudenza, o la loro discrezione.


NOVELLA LXXII

Un Vescovo dell'ordine de' Servi al luogo della chiesa loro di Firenze, dicendo le piú nuove cose del mondo, e le piú stolte, tira a sé di molta gente.

La novella passata mi tira a dire quello che, fra l'altre nuove predicazioni che facea, disse un dí un Vescovo dell'ordine de' Servi nella loro chiesa in Firenze in sul pergamo predicando. Questo Vescovo lavaceci, vogliendo ammaestrare nel vizio della gola, riprendea gli Fiorentini dicendo:
- Voi siete molto golosi; e' non vi basta magnare le pastinache fritte, ché voi le mettete ancora nell'agliata cotta; e quando mangiate li ravazzuoli, non vi basta, quando hanno bollito nel pignatto, mangiarli con quel buglione, ché voi gli traete del loro proprio brodo e friggeteli in un altro pignatto, e poi gli minestrate col formaggio.
E molte altre cose simili che tutte veníano dalla sua profonda celloria.
E in questa medesima predica, che credo fosse quel dí della Assunzione, venendo a dire come Cristo n'andò in cielo, comincia a dire:
- E n'andò ratto piú che cosa che si potesse dire. Come n'andò ratto? andonne come uccello che volasse? piú; andonne come freccia che uscisse d'arco? piú; o come strale che uscisse di balestro? piú; come n'andò? Come se mille paia di diavoli ne l'avessino portato.
Udendo questa cosí bella predica, mi ritrovai in quel dí col Priore dell'ordine, e domandolo qual scrittura dicesse quello che quel Venerabile Mellone aveva detto in pergamo; ed egli rispose ch'egli era de' piú valenti uomini che avesse l'ordine, ma ch'elli credea che per infirmità ch'egli avea aúto fusse alcun'ora impedito nella mente; e io risposi che quella infirmità era continua e ch'ella durava troppo, però che in ogni predica che facea, dicea cose simili a quelle o vie piú nuove, per sí fatta forma che la gente correa piú al detto frate per avere diletto delle sue dolci parole, che non andavono per divozione alla Nunziata per avere da lei grazia. Riconobbono il loro errore, che 'l faceano predicare, e la stoltizia di colui che predicava; e disposono lui della predica, e feciono predicare un altro. E pensa tu, lettore, che frate costui potea essere; ché passando io scrittore poi ad alcun dí per Mercato Vecchio, costui era sopra un paniere di fichi, e dicea alla forese:
- O donna, quante fiche date vui per un dinaro?
E comprandole le mangiava in piazza.
Le cose stratte fuori di forma, e nuove di scienza, e con sciocchezza adornate nelle sue prediche, furono tante che lingua appena le potrebbe contare, non che io scrivere. Tanto dico che, essendo costui cosí scorto, la gente lasciava l'altre predicazioni, e correano alla sua; essendogli fatte alcuna volta di nuove cose, e fra l'altre gli vidi un dí conficcare la cappa su le sponde del pergamo, e altre cose assai; e tanto se n'avvedea dell'altrui beffe quanto farebbe una bestia.
E questi tali ci ammaestrano spesse volte, e noi cosí appariamo che manco fede abbiamo l'un dí che l'altro.
Questo frate tenea oppinione che quando il nostro Signore andò in cielo che n'andasse cosí veloce e ratto come avete udito. Uno mio amico veggendo il dí dell'Ascensione all'ordine de' frati del Carmine di Firenze, che ne faceano festa, il nostro Signore su per una corda andare in su verso il tetto, e andando molto adagio, dicendo uno:
- E va sí adagio che non giugnerà oggi al tetto.
E quel disse:

  • Se non andò piú ratto, egli è ancor tra via.



NOVELLA LXXIII

Maestro Niccolò di Cicilia, predicando in Santa Croce, gittò un motto verso il Volto santo, il qual è... , e fa rider tutta la gente.

Avendo narrato le dua precedenti novelle di quelli due smemorabili frati, mi si fa innanzi a dire una novelletta de un valentissimo maestro in teologia dell'ordine di Santo Francesco, il quale ebbe, o ancora ha (però che non so s'egli è vivo) nome maestro Niccola di Cicilia. E acciò che questa novelletta mostri il suo fondamento, è da sapere che questi valenti frati minori che sono stati, o ancora che sono in Cicilia, giammai non soffersono, dove abbiano possuto, che 'l Volto santo si dipinga in alcun luogo loro, e sono stati malvoglienti di chi mai n'ha fatto dipignere alcuno.
Capitò questo maestro Niccola nella nostra città per una questione che aveva mosso contro a lui uno Inquisitore de' frati predicatori in Cicilia; e andavasi a diffinire in Corte dinanzi al Sommo Pontefice, nel tempo ch'e' Fiorentini ebbono guerra co' pastori della Chiesa. E sentendosi per Firenze la profonda scienza del maestro Niccola, fecionlo pregare dovesse predicare qualche dí, egli predicò tre feste, l'una dello Spirito Santo, l'altra della Trinità, la terza del Corpo di Cristo; tutte altissime materie e da non meno valente uomo che fusse elli.
Essendo una di queste feste in pergamo il dí dopo desinare, ed essendovi moltissima gente, fra l'altre cose, giugnendo in una parte, volendo dare ad intendere l'essenzia del nostro Signore Jesu Cristo, dice:
- Com'è fatta la faccia di Cristo?
E furioso si volge verso il Volto santo dicendo:
- Non è fatta come la faccia del Volto santo che è colà che ben ci vegno a crepare, se Cristo fu cosí fatto.
E detto questo, si ritorna a quello che avea a dire.
La predica comincia a ridere, e ridi e ridi, tanto che per buona pezza né il detto Maestro poteo dire, né altri ascoltare. E io scrittore mi trovai con un altro valente frate maestro in teologia, che avea nome maestro Ruggieri di Cicilia nella detta chiesa; vidi certi che 'l pregavano se volea acconciare una questione, mandasse per Dino di Geri Tigliamochi (questo Dino avea fatto fare quello Volto santo); rispose maestro Ruggieri:
- Questo Dino che voi dite che io mandi per lui, è quello Dino che ci ha posto quel Volto santo colae?
Dissono di sí; e que' disse:
- Se tutti gli pianeti avessono disposto che questo accordo si facesse, adoperandosi questo Dino in ciò, lo farebbe discordare, immaginando ch'el ci abbia fatto porre questo Volto santo in questo luogo.
E mai non volle mandare per lui.
E cosí questi due valenti uomini con cosí fatta piacevolezza vollono mostrare e mostravono a chi andava alle loro camere che del nostro Signore avevano figure assai, senza cercare di cose nuove; e che il nostro Signore e di viso e d'ogni membro fu il piú bel corpo che fusse mai e che questo Volto santo che parea uno mascherone era il contrario.


NOVELLA LXXIV

Messer Beltrando da Imola manda un notaio per ambasciadore a messer Bernabò, il quale, veggendolo piccolino e giallo, il tratta come merita.

Egli è poco tempo che, essendo messer Beltrando degli Alidosi signore d'Imola, mandò un notaio per ambasciadore a messer Bernabò signore di Melano, il qual notaio avea nome ser Bartolomeo Giraldi, omicciuolo sparuto, piccolissimo, tutto nero e giallo, con gli occhi giallissimi, che parea se gli fosse sparto su il fiele. Giugnendo costui dove era il signore, trovò che era su una scala, per salire a cavallo, e 'l cavallo era ivi, e' famigli già alla staffa. Fatta la riverenza questo ambasciadore cosí fatto, e messer Bernabò dalla prima volta in su, non che lo guardasse, ma tenea volto il viso in altra parte, e dicea:
- Di' pur via ciò che tu vuogli.
E cosí, costui dicendo, e messer Bernabò mostrandoli le rene, chiamò a sé un suo famiglio e disse:
- Va', sella il tale cavallo, e allungali le staffe quanto puoi, e menalo subito qui.
Il famiglio andò presto, e menò il cavallo nella forma che il signore avea detto. Come 'l signore vide il cavallo, chiamò il famiglio, e disse:
- Quando io vel dico, o accennerò, aiutate porre a cavallo questo ambasciadore, e non raccorciate le staffe.
E come disse, cosí fu fatto; ché messer Bernabò disse:
- Messer l'ambasciadore, sali su quel cavallo, e verra' con mi parlando.
E detto questo, salí il signore a cavallo, e l'ambasciadore ciò veggendo, volendo salire sul cavallo delle staffe lunghe, e non potendo, fu da' famigli postovi su, come un fanciullo. El signore cavalca tosto; e costui, non avendo modo né d'acconciarsi, né da raccorciar le staffe, cavalca come puote. Questo cavallo, che 'l signore avea fatto venire, sempre andava aizzato e intraversando; e messer Bernabò dicea:
- Dite ciò che voi volete; lasciate pure andare il cavallo.
E non lo guardava però in viso, se non poco. Costui s'andava con le gambucce spenzolate a mezzo le barde, combattendo e diguazzando; e quello cotanto che diceva, lo dicea con molte note, come se dicesse uno madriale, secondo le scosse che avea, che non erano poche. E messer Bernabò quanto piú il vedea diguazzare, piú dicea:
- Di' pur oltre i fatti tuoi, ché io t'intenderò bene.
Brievemente egli il menò quattr'ore a questa maniera, che assai volte fu l'ambasciadore per rassegnarsi in terra, e mai non poté mettersi e' panni sotto, né acconciarsi, sí che le cosce, non che le gambe, non portasse scoperte. Alla fine tutto lacero, come quello che avea poco prosperità, ritornò col signore alla corte, donde s'era partito, piú giallo e piú cattivelluccio che mai; e 'l signore, sceso che fu, disse che ben gli risponderebbe, e andò suso.
Quando l'ambasciadore ne scese, s'attaccoe agli arcioni, lasciandosi spenzolare; e non giugnendo a un braccio a terra, fu, per una volta che 'l cavallo diede, presso che caduto. Alla fine assai debolmente si posò in terra ferma; e mai non poté andare innanzi al signore, stando in Melano piú di quindici dí; e, s'ebbe risposta, gli fu fatta per altrui, e tornossi al signore che l'avea mandato.
Il quale, udito dal giallo ambasciadoruzzo come era stato trattato, s'avvisò che messer Bernabò aveva ciò fatto per la strutta e dolorosa apparenza del suo ambasciadore, il quale parea uno rigogolo piú tosto che persona.
Molto si dovrebbe piú guardare, quando l'uomo manda gli ambasciadori, che non si fa. Vogliono essere attempati e savi, e apparenti; altrimenti chi gli manda n'ha poco onore, e vie meno eglino che sono mandati. E cosí intervenne a questo ambasciadore giallo detto di sopra.


NOVELLA LXXV


A Giotto dipintore, andando a sollazzo con certi, vien per caso che è fatto cadere da un porco; dice un bel motto; e domandato d'un'altra cosa, ne dice un altro.


Chi è uso a Firenze, sa che ogni prima domenica di mese si va a San Gallo; e uomini e donne in compagnia ne vanno là su a diletto, piú che a perdonanza. Mossesi Giotto una di queste domeniche con sua brigata per andare, ed essendo nella via del Cocomero alquanto ristato, dicendo una certa novella, passando certi porci di Sant'Antonio, e uno di quelli correndo furiosamente, diede tra le gambe a Giotto per sí fatta maniera che Giotto cadde in terra. Il quale aiutatosi da sé e da' compagni, levatosi e scotendosi, né biastemò i porci, né disse verso loro alcuna parola; ma voltosi a' compagni, mezzo sorridendo, disse:
- O non hanno e' ragione? ché ho guadagnato a mie' dí con le setole loro migliaia di lire, e mai non diedi loro una scodella di broda.
Gli compagni, udendo questo, cominciorono a ridere, dicendo:
- Che rileva a dire? Giotto è maestro d'ogni cosa; mai non dipignesti tanto bene alcuna storia quanto tu hai dipinto bene il caso di questi porci.
E andaronsene su a San Gallo; e poi tornando da San Marco, e da' Servi, e guardando, com'è usanza, le dipinture, e veggendo una storia di nostra Donna e Josefo ivi da lato, disse uno di costoro a Giotto:
- Deh dimmi, Giotto, perché è dipinto Josef cosí sempre malinconoso?
E Giotto rispose:
- Non ha egli ragione, che vede pregna la moglie, e non sa di cui?
Tutti si volsono l'uno all'altro, affermando, non che Giotto fusse gran maestro di dipignere, ma essere ancora maestro delle sette arti liberali. E tornatisi a casa, narrorono poi a molti le due novelle di Giotto, le quali furono tenute parole proprio di filosofo dagli uomini che avevono intendimento. Grande avvedimento è quello di uno vertuoso uomo, come fu costui.
Molti vanno e guardano piú con la bocca aperta, che con gli occhi corporei, o mentali; e però qualunche vive non può errare d'usare con quelli che piú che lui sanno, però che sempre s'impara.


NOVELLA LXXVI

Matteo di Cantino Cavalcanti stando su la piazza di Mercato con certi, uno topo gli entra nelle brache, ed egli tutto stupefatto se ne va in una tavola, dove si trae le brache, ed è liberato dal topo.

E non è molt'anni, che in casa Cavalcanti fu un gentiluomo chiamato Matteo di Cantino, il quale io scrittore e molti altri già vedemmo. Era stato il detto Matteo di Cantino ne' suoi dí e giostratore e schermitore; e ogni altra cosa com'altro gentiluomo seppe fare; era sperto e pratico com'altro suo pari e costumato. Essendo d'età di settant'anni, e molto prosperoso, ed essendo il caldo grande (però che era di luglio), e avendo le calze sgambate, e le brache all'antica co' gambuli larghi in giuso, dicendosi novelle in un cerchio, dov'erano e gentiluomini e mercatanti in su la piazza di Mercato Nuovo; e 'l detto Matteo essendo nel detto cerchio, venne per caso che una brigata di fanciulli di quelli che servano a' banchieri, che là sono, con una trappola, dove aveano preso un topo, e con le granate in mano si fermano in sul mezzo della piazza e pongono la trappola in terra, e quella posta in terra, aprono la cateratta; aperta la cateratta, il topo esce fuori, e corre per la piazza: li fanciulli con le granate menando, correndogli dietro per ucciderlo, ed egli volendosi rimbucare, e non veggendo dove, corre nel cerchio, dov'era il detto Matteo di Cantino, e accostatoglisi alle gambe, salendo su subito verso il gambule, entrò nelle brache. Sentendo ciò Matteo, pensi ciascuno come gli parve stare. Egli uscí tutto fuor di sé, li fanciulli l'aveano perduto di veduta:
- Ov'è? dov'è?
L'altro dicea:
- E l'ha nelle brache.
La gente trae; le risa son grandi. Matteo, come fuori della memoria, se ne va in una tavola; gli fanciulli con le granate drietogli, dicendo:
- Caccial fuori; e' l'ha nelle brache.
Matteo agguattasi dietro all'appoggio del banco, e cala giú le brache. De' fanciulli erano dentro con le granate, gridando:
- Caccial fuori, caccial fuori.
Giunte le brache in terra, il topo schizza fuori. Li fanciulli gridano:
- Eccolo, eccolo: al topo, al topo: e' l'avea nelle brache; alle guagnele! Emandò giú le brache.
Gli fanciulli uccidono il topo, Matteo rimane che parea un corpo morto; e piú dí stette, che non sapea dove si fosse. E non è uomo, che non fosse scoppiato di risa, che l'avesse veduto, com'io scrittore che 'l vidi. Brievemente e' si botò alla Nunziata di non portare mai in tutta la sua vita piú le calze sgambate, e cosí attenne.
Che diremo de' diversi casi che avvengono? Per certo che mai non credo n'avvenisse nessuno cosí nuovo, né cosí piacevole. Starà l'uomo con gran pompa e superbia, e una piccola cosa il metterà a dichino; anderà sgambato per le pulci, e uno sorgo l'assalisce in forma che esce di sé. E non è sí piccola ferucola che non dea che fare all'uomo: e l'uomo anco le vince tutte, quando si dispone.


NOVELLA LXXVII

Due hanno una quistione dinanzi a certi officiali, e l'uno ha dato all'un di loro un bue, e l'altro gli ha dato una vacca, e l'uno e l'altro s'ha perduta la spesa.

In una città di Toscana, la quale per onestà non dirò qual fusse né ancora dirò quali officiali, né in tutto né in parte, fu già, e forse ancor dura, un grande officio di valenti cittadini, i quali aveano grandissima balía e di ragione e di fatto a terminar le questioni che interveniano e tra' cittadini, e tra' contadini; avvenne per caso che due ricchi uomini mercatanti di bestie aveano quistione di lire trecento o piú tra loro; e venne la quistione dinanzi a questo officio: e non terminandosi tosto a modo che l'uno di loro volea, e avendo paura non gli fusse fatto torto, pensò fare qualche dono a uno di quelli del detto officio, il quale fusse da piú e meglio il potesse aiutare. Ebbe considerato quello che egli immaginava. Aveva una possessione, la quale era bella e buona, ma l'uomo non era addanaiato sí che di buoi la tenesse ben fornita; e pensò di scoprirglisi, e andare a lui, e raccomandandosi perché lo mantenesse e favellasse nelle sue ragioni, e donargli un bue, ché molti n'avea; e come ebbe pensato, cosí fece. E l'amico non si fece molto dire, che si tolse il detto bue.
L'altro, che avea la quistione con questo che avea donato il bue, non sapiendone alcuna cosa, gli fu venuto un medesimo pensiero, dicendo: "Il tale è il maggior uomo dell'officio; io gli vorrei fare qualche bel dono, acciò che mi sostenesse nelle mie ragioni"; e pensò lo stato suo, e ch'egli avea un luogo bello da tener bestie grosse; e per non essere abbiente di danari, non ve le tenea. E però andò a raccomandarsi a lui, e donògli una vacca, dicendo:
- Io voglio che voi la tenghiate per mio amore nel vostro luogo.
Costui se la tolse, e ha avuto il bue e la vacca, e niuno non sa dell'altro alcuna cosa: se non che da ivi a pochi dí essendo li due boattieri con la quistione dinanzi al detto officio, e rovesciandosi quasi la cosa addosso a quello che avea donato il bue; e li compagni diceano a quello da piú dell'officio:
- Ciò che te ne pare, quello parrà a noi.
E quelli stava cheto, e non facea parola. Colui che avea dato il bue a costui, che stava mutolo, aspettando da lui avere soccorso, e vedea che non dicea parola, esce fuori con la voce, e dice:
- O che non favelli, bue?
E quei risponde:
- Perché la vacca non mi lascia.
L'uno si volge di qua e l'altro di là.
- Che vuol dire quello che costui ha detto?
E domandandolo, e' diede loro a credere che dicea a sé medesimo; e l'officiale, che avea detto della vacca, disse loro che gli era uno proverbio, che sempre questi mercatanti di bestie usavano quando aveano quistione, ponendo nome a chi avea il migliore della quistione, bue, e a chi avea il peggiore, vacca.
Avvenne poi, come che s'andasse, che quello della vacca vinse il piato; forse ne fu cagione che la vacca, quando fu donata, era pregna, e in quel tempo che si diede la sentenzia, fece un vitello.
Ora cosí spesse volte gli animali inrazionali sottopongono quelli che sono razionali, a confusione di molti comuni, dove non si può aver ragioni, se lepri, o capriuoli, o porci salvatichi non compariscono. E io per me, veggendo questa gelosa consuetudine, farei innanzi un mio figliuolo cacciatore, che legista. E non dirò quello che seguita, per vantarmi d'averlo detto per grandissima virtú, ma averlo detto come uomo, aiutato da maggiore signore; ché la parola non fu mia, ma sua. Io era podestà d'una terra dov'io descrissi le predette novelle; e venendo uno terrazano di quella a domandare di grazia alcuna cosa, la quale, avendola fatta, era e mia disgrazia e mia vergogna, io gliela negai, e non la feci.
Partitosi costui da me, disse alcuno:
- Messer lo Podestà, voi avete perduta una lepre; però che colui che non avete servito in quella sua domanda, è uno buon cacciatore, e avea disposto di mandarve una lepre, se voi l'aveste servito.
E io risposi:
- Se mi avesse data la lepre, io l'arei mangiata e patita; ma la vergogna non si sarebbe mai patita.
E cosí è veramente, come che io mi confesso essere in ciò peccatore come gli altri; ma egli è una gran miseria che una piccola cosa, che all'appetito diletti e dura un attimo, e subito è corrotta, sottoponga e vinca la ragione d'onore, che dura sempre. Ora ne cogliesse e incontrasse a tutti, come incontrò a quel mercatante che donò il bue: e a chi o per avarizia o per gola sottopone la ragione, giú pel palato fusse saziato con quello fu saziato Crasso.


NOVELLA LXXVIII

Ugolotto degli Agli si lieva una mattina per tempo, ed essendoli poste le panche da morti all'uscio, domanda chi è morto égli risposto che è morto Ugolotto, onde ne fa gran romore per tutta la vicinanza.

E non è vent'anni che fu un Ugolotto degli Agli nella città di Firenze, il quale era magro, asciutto e grande, e avea bene ottant'anni; e sempre, perché era uso nella Magna, volea favellar tedesco; e sempre gli dilettò tenere sparviere, ed era pauroso della morte piú che altro uomo. E come spesso avviene, che nelle gran terre è di nuovi uomini, cosí fra gli altri uno, che avea nome... del Ricco, vocato Ballerino di Ghianda, andò una notte, ché spesso andava attorno, e picchiò l'uscio d'Ugolotto. Ugolotto, che avea la camera sopra l'uscio, si destò, e levatosi, si fece alla finestra. Ballerino tirasi a drieto, e Ugolotto dice:
- Chi è la?
Dice Ballerino:
- Sete voi Ugolotto, voi?
Dice Ugolotto:
- Sí, sono.
Dice Ballerino:
- Sia col malanno, e con la mala pasqua, che Dio sí vi dia.
Dice Ugolotto:
- Aspetta un poco, aspetta un poco -; e piglia una sua spada rugginosa e antica, e scende giú per la scala, percotendo sí la detta spada che Ballerino l'udisse, acciò che si fuggisse.
Ballerino, che ogni cosa udía, e sentiasi bene in gambe, si ferma, e aspetta quello che Ugolotto dee fare. E cosí Ugolotto apre l'uscio, e stropiccia la spada al muro.
- Chi è la? ove se', ladroncello?
Ballerino comincia a latrare, o baiare come un cane, e fare come quando al cane sono tirati gli orecchi. Ugolotto fassi innanzi, e dice:
- Aspetta un poco, aspetta -; e colui fassi in drieto, e continuo l'aizzava, tanto facendo cosí che la famiglia d'uno esecutore, giunto di poco in officio, sopravvenne. Ballerino, che era bene in gambe, levala; e Ugolotto con la spada riman preso, ed ènne menato a furore. E giunto a Palagio l'esecutore domanda; la famiglia dice che 'l trovorono fuori con la spada gnuda. Parve all'esecutore una nuova cosa, e subito il volea mettere alla colla, se non che uno gli disse:
- Costui è vecchio, come vedete; lasciatelo stare di qui domattina, e saprete la verità.
E cosí fece, e con tutto che lo esecutore udisse quello per che Ugolotto era uscito di casa con la spada, non c'era modo (però che egli era de' grandi, e 'l detto esecutore è sopra loro con gli ordini della Justizia) che non lo volesse condennare per turbare il pacifico stato. Alla per fine con molte preghiere se ne levò e fece pagare al detto Ugolotto per la spada lire cinquantadue e mezzo; e tornossi a casa, rammaricandosi, quando in latino e quando in tedesco, di questa noia a lui fatta e della sventura che gli era occorsa. Ma egli stette poco che gl'intervenne peggio che peggio.
L'altra mattina seguente fu andato alla campana da casa Tornaquinci, dove sempre stanno beccamorti alla bottega d'uno speziale, e appena che si vedesse lume, fu bussato, e detto che mandassino a casa gli Agli, che era morto Ugolotto; quanto io, credo che costui fusse anco Ballerino di Ghianda, o Pero del Migliore, che con lui usava.
Come i beccamorti sentirono questo, subito furono presti, e mandorono a spazzare a casa gli Agli e porre le panche.
Ugolotto, levandosi per tempo, però che non potea dormire per la malenconia delle lire cinquantadue e mezzo che avea pagate, giugne all'uscio per uscir fuori, e veggendo queste panche poste, dice a quelli che le poneano:
- O chi è morto?
E que' rispondono:
- E morto Ugolotto degli Agli.
E Ugolotto dice:
- Come, diavol, morto Ugolotto degli Agli! ècci piú Ugolotto di me?
- Noi non ne sappiamo nulla, - rispondono coloro, - né conosciamo Ugolotto; noi facciamo quello che c'è detto.
Ugolotto grida:
- Portate via le panche, che siate mort'aghiado.
Costoro senza toccarle se ne vanno, e diconlo a' beccamorti; li quali, ciò udito, ne vanno là, e come veggono Ugolotto nella via, tutti spaventano:
- Che vuol dir questo?
E Ugolotto fassi incontro a loro, e dice:
- Qual Ugolotto è morto, che siate tagliati a pezzi? per lo corpo di Dio, s'io fussi giovane, come già fui, che voi non faresti mai metter piú panche ad uomo che morisse.
Quelli diceano:
- Voi avete ragione; se colpa ci è, ell'è di chi cel venne istamane a dire.
- O chi fu? - dice Ugolotto.
Dicono coloro:
- Egli era sí per tempo che noi non lo potemmo scorgere.
Dice Ugolotto:
- Serà stato un ladroncello, che mi fece pagare ieri lire cinquantadue e soldi dieci.
Dicono quelli:
- E se voi il sapete, non ne riputate noi.
Dice Ugolotto:
- Io non lo so, chi fosse non posso sapere; ma io me n'andrò testeso all'esecutore -; e messosi in via, cosí fece.
I beccamorti, che aveano tese le panche per beccare, sanza alcun utile se le riportorono a casa; ed Ugolotto si dolse allo esecutore, e del primo caso e del secondo. L'esecutore, avendo la cosa scorta, fra sé medesimo ne cominciò a pigliar diletto; e voltosi a Ugolotto, disse:
- Gentiluomo, avvisiti tu di nessuno che queste cose ti faccia?
Dice Ugolotto:
- Io non mi posso immaginare chi sia.
Disse l'esecutore:
- Pensaci suso, e se nessuno indizio mi darai, lascia fare a me.
Ugolotto disse di farlo, e partissi, pensando e ripensando, tanto che per lo pensare e la vecchiezza e' stette buon pezzo che parea tralunato; e nella fine si diede pace, e innanzi che passassino quindici mesi, le panche si posono da dovero, e fussene fuori.
Perché questo Ugolotto era ubbioso di temer la morte, però trassono nuovi uccelli aver diletto di lui. E veramente ella fu cosa da un suo pari, da darsene e pena e fatica; e a quelli che 'l feciono, fu il contrario; ché se fussi stato un uomo paziente dovea lasciare andare e ridersene, e al pagare de' beccamorti se n'avrebbe riso anco elli.


NOVELLA LXXIX

Messer Pino della Tosa, essendo a uno corredo in casa di messer Vieri de' Bardi, ha una quistione con uno cavaliere, e messer Vieri l'assolve e fa rimanere il cavaliere contento.

Al tempo che messer Vieri de' Bardi vivea a un suo corredo andorono a mangiar con lui molti notabili cittadini cavalieri, tra' quali fu messer Pino della Tosa, uomo grandissimo della nostra città. Il quale messer Pino con un altro cavaliere vennono a ragionare de' fatti di Firenze; ed è vero che 'l detto messer Pino sempre cavalcava una mula, la quale avea tenuta gran tempo. E cosí, ragionando, di parole in parole, vennono in una questione, che 'l cavaliere dicea:
- Con quante barbute si correrebbe Firenze?
Dicea messer Pino:
- Correrebbesi con duecento.
Dicea il cavaliere:
- Non si correrebbe con cinquecento.
E messer Pino ridea, e dicea:
- Emi darebbe cuore di correrla con centocinquanta.
E l'altro se ne facea beffe, e dicea cose assai, volendo tener fermo el numero suo. Abbattessi messer Vieri alla detta questione, e dice:
- Di che contendete voi?
- Contendiamo cosí e cosí.
Dice messer Vieri:
- Che dice messer Pino?
Risponde il cavaliero:
- Dice che correrebbe Firenze con centocinquanta barbute.
Dice messer Vieri:
- Io l'ho molto per certo, che correrebbe Firenze, e con assai minor quantità, però che egli ha fatto via maggior fatto, che l'ha signoreggiata con una mula già fa cotant'anni -; e contò un gran numero.
Gli altri cavalieri, che questo udirono, dissono veramente che messer Vieri avea dato buon judizio, e che egli credeano che per la ragione che messer Vieri avea detta, non che messer Pino corresse con centocinquanta lance Firenze, ma che la correrebbe con un asino, quando elli volesse.
E oggi si può molto piú credere questa novella, però che sono assai, che senza cavallo, o asino, e senza correrla, la signoreggiano; e ancora dirò una cosa piú forte, che la signoreggiano senza fare iustizia.


NOVELLA LXXX

Boninsegna Angiolini, essendo in aringhiera bonissimo dicitore, su quella ammutola come uomo balordo, e tirato pe' panni, mostra agli uditori nuova ragione di quello.

Anticamente nella città di Firenze si ragunava il consiglio in San Piero Scheraggio, e ivi si ponea o era di continuo la ringhiera; di che, essendo nel detto luogo ragunato una volta il consiglio ed essendo fatta la proposta, com'è d'usanza, Boninsegna Angiolini, savio e notabile cittadino, si levò, e andò su la ringhiera, e cominciando il suo dire bene e pulitamente, com'era uso, come fu a un passo dove conchiudere dovea quello ch'egli avea detto, e quel subito, com'uomo aombrato, non dice piú; ma sta su la ringhiera buona pezza, e alcuna cosa non dicea. Maravigliandosi gli uditori, e spezialmente gli signori Priori che erano di rincontro a lui, mandorono un loro comandatore a Boninsegna a dirli che seguisse il suo dire; e 'l comandatore subito va appiè della ringhiera, e tirando Boninsegna pel gherone, dice per parte de' Signori, che segua il suo dire. E Boninsegna, un poco destatosi, dice:
- Signori miei, e savi consiglieri, io venni in questo luogo per dire il mio parere su le vostre proposte, e cosí avea fatto insino che io giunsi al passo dov'io ammutolai. E dicovi, Signori, che non che io mi ricordi di cosa che io dovessi dire, ma io sono quasi uscito di me medesimo, veggendo i goccioloni che in quello muro che m'è dirimpetto sono dipinti; ché per certo e' sono i maggiori goccioloni che io vedessi mai. E ancora c'è peggio, che morto sia a ghiado il dipintore che gli dipinse, che dovett'esser forse Calandrino che fece loro le calze vergate e scaccate; sappiate, Signori, chi mai portò calze cosí fatte? di che io vi dico, Signori, che mi si sono sí traversati nel capo, che se non escono, né ora né mai non potrò dire cosa che io voglia.
E scese della ringhiera.
A' Signori e a quelli del consiglio parve questa nuova cosa, e ciascuno ridendo guatava quelli goccioloni. Chi dice:
- O bene! non è egli una nuova cosa a vederli?
L'altro dicea:
- Io non vi posi mai piú mente; chi sono elli?
L'altro dicea:
- E si potrebbe dire di quelle, che disse una volta uno Sanese sul campo di Siena. Passando uno, che era vestito mezzo bianco e mezzo nero, tutto da capo infino a piede, eziandio coreggia e scarpette; e l'uno disse: "Chi è quello?", e 'l Sanese rispose: "E tel dice"; io non so chi costoro siano, ma e' tel dicono.
L'altro dicea:
- E sono profeti.
E l'altro dicea:
- E sono patriarchi
Come che si sia, e' sono lunghissimi, come ancora oggi si vede, dallo spazzo insino al tetto; e considerandogli ciascuno, come gli considerò Boninsegna, forse che quello che intervenne a lui interverrebbe a molt'altri, e spezialmente veggendogli con le calze vergate e scaccate.
E però veramente al dicitore, che ha a dire bene alcuna cosa, non gli conviene avere l'animo né il pensiero se non solo a quello che dé' dire, però che ogni piccola cosa, che viene alla mente fuori della sua diceria, lo impedisce per forma che spesse volte rimane in su le secche, ed è incontrato già a perfetti dicitori.


NOVELLA LXXXI

Uno Sanese, stando da casa i Rossi in Firenze, avendo prestato danari a uno di loro, va dov'e' giuoca e colui, veggendolo, e avendo vinto, comincia a biastemare, e 'l Sanese dice che non gli de' dar nulla.

Nel tempo che molti gentiluomini, avendo perduta la signoria di Siena, furono confinati molti di loro chi qua e chi là, fu confinato tra gli altri uno Nastoccio o Minoccio de' Saracini, il quale tolse una casa a pigione da casa i Rossi; e là dimorando, era usante, come sono li Sanesi, ed era giucatore di tavole bonissimo. Aveva prestato costui a un Borghese de' Rossi circa fiorini dieci, ed era passato ben due mesi che riavere non gli potea. Ora questo Sanese, essendo da alcuni vicini invitato di bere, dice l'uno:
- Io ho fatto venire un fiasco di vino di villa, andianne a bere.
Dice il Sanese:
- Per lo santo sangue di Dio, che non potrebbe esser buono Iddio, se fusse in fiasco; e ancora si laverebbe prima un ventre che un bicchiere casereccio: andiàncene alla taverna, ché è qui presso un buon vino al Canto a' quattro paoni.
La brigata, udendo li piacevoli motti del Sanese, non seppono disdire. Andarono a bere con lui alla taverna; e avendo quasi beúto quello che piacea loro, venne un suo compagno a dirli che colui che gli dovea dare dieci fiorini giucava a tavole da casa i Gucciardini, e che avea vinto ben trenta fiorini. Udendo il Sanese questo, disse a' compagni:
- Deh, andiamo di quassú dal pozzo Toscanegli, e torneremo in giú verso il ponte, ché m'è detto che 'l tale giuoca, e ha vinto; forse mi renderà dieci fiorini.
Mossonsi, dicendo:
- Fa' la via a tuo senno, e noi seguiremo.
E cosí andando, come costui si venne appressando, e Borghese, veggendolo, comincia adirarsi e percuotere le tavole, come se mai non avesse vinto; e come il Sanese gli fu presso, piú mostrava Borghese l'ira, volgendo il viso al cielo, e biastemando tutta la corte del paradiso.
Giunto il Sanese, e veggendo gli atti dolorosi di Borghese, e immaginando che ciò facea ad arte, per non aver materia di pagare, dice a Borghese:
- Ciòe, non biastemare, tu non mi dee dare cavelle.
Borghese col busso delle tavole, e col furore, fece orecchi di mercatante, onde il Sanese s'andò con Dio, con intenzione di non addomandarli e di non averli mai.
Avvenne da ivi a certi dí che Borghese, giucando e avendo perduto, volea accattare denari, ed essendovi il Sanese, lo richiese di prestanza, dicendo:
- Io ti debbo dare dieci fiorini; prestamene cinque, e fieno quindici.
Il Sanese risponde:
- A me non déi tu dar cavelle.
Dice Borghese:
- Come? Io ti debbo pur dar dieci fiorini; al corpo e al sangue, che io te gli darò domane.
Il Sanese dice:
- Io ti dico che non debbo avere da te nulla.
E colui pur rimettesi. E 'l Sanese mai non disse altro, che:
- A me non déi tu dare cavelle.
E cosí si rimase la cosa; e non credo che mai gli riavesse; ché se quel gentiluomo de' Rossi avesse aúto conoscimento, se non gli dovesse mai aver renduti al Sanese, gli dovea rendere, per la piacevolezza delle parole usate verso lui.


NOVELLA LXXXII

Uno Genovese quasi uomo di corte per una festa che si fa a Melano, giugne dinanzi a messer Bernabò, il quale, volendo vedere come sostiene al bere, il fa provare con un gran bevitore suo famiglio; e 'l Genovese il vince.

Quando messer Marco Visconti primogenito di messer Bernabò menò la donna sua che avea nome madonna Isabetta della casa di Baviera, o di quelle maggiori della Magna, capitò a questa corte, com'è d'usanza, uno Genovese piacevolissimo, ed era come uno uomo di corte, bevitore era grandissimo e mai il vino non gli facea noia. Avvenne che costui andò a vicitare messer Bernabò, e stando dinanzi a lui inginocchioni, e dicendo sue novelle, e messer Bernabò, considerando, come colui che conoscea gli uomini all'alito, il lasciò star piú d'un'ora, che mai non disse che si levasse. Alla per fine, dolendo al Genovese le ginocchia, da sé stesso si levò, dicendo:
- Signor mio, io non posso piú stare inginocchioni.
Il signore guarda costui, e dice:
- Tu déi essere uno obbriaco.
Dice il Genovese:
- Io non sono obbriaco, Signore; ma beo volentieri.
Dice messer Bernabò:
- Se tu bei cosí volentieri, vuo' tu bere a prova con un mio famiglio?
Dice il Genovese:
- Utinam, Domine.
Dice messer Bernabò:
- Aspetta un poco -; e fa chiamare il bevitore suo.
Il qual, subito fu dinanzi a lui, dice il signore:
- Vien za; vuo' tu fare a prova di bere con costui?
E quegli risponde:
- Signore, volentiera.
- Or mo via, - dice il signore, - qualunche vincerà, io gli farò un dono com'io crederrò che lo meriti; e colui che perderà, converrà che bea dodici tratti della mia malvasía.
- Sia con Dio, - dissono i bevitori.
Allora il signore dice a' servi:
- Andà addurre uno boccale d'Orlando.
E vanno, e recono uno quarto di un vino bianco, o di Creti, o donde che si fosse, che era sí grande che pochi uomini erano che n'avessono beúto tre volte che non rimanesseno ammazzati. E perché questo vino era cosí grande, e cosí vincea ciascuno, e però il signore il chiamava Orlando. Ora, apparecchiato il vino, e molti bicchieri lavati, dice il signore:
- Pigliàve per la mano, e cominciate a ballare.
E quelli cosí fanno. E 'l signore gli chiama, e dice:
- Date bere a ciascuno tre muiuoli.
E cosí feciono; poi gli facea ballare. Il Genovese ballava molto piú destro.
Chiamatigli la seconda volta, dice:
- Date sei bicchieri a bere a ciascuno.
E cosí beono: poi fa loro ripigliare il ballo.
Il Genovese salta, che parea un beccherello. Il bevitore di messer Bernabò comincia a innaspare da piede. Sono chiamati la terza volta, e dato nove bicchieri per uno; ripigliano il terzo ballo. Il Genovese fa scambietti, lanciandosi in alto piú destro che se fosse stato una lontra; il bevitore del signore non si poteva azzicare, e andava a onde, come se fosse in fortuna. La quarta volta beve il Genovese dodici bicchieri; quel del signore, che era nell'altro mondo, appena gli poté bere; pur gli bevve, sforzandosi quanto poteo.
Ed entrando nel quarto ballo, nel quale il Genovese facea cose maravigliose, l'altro ogni passo era per cadere, e nella fine cadde in terra disteso. Com'elli cadde, il Genovese a cavalcioni li salí addosso; e pregò il signore che lo dovesse far cavaliere in sul corpo di quello obbriaco; e 'l signore disse che lo meritava bene, e fecelo cavaliere in su l'ubbriaco.
Fatto cavaliere, il Genovese guarda il signore, e dice:
- Con vostra licenza, volete voi che io facci lui cavaliere bagnato sí come merita?
Dice il signore:
- Fa' ciò che tu vuogli.
Il Genovese mette mano alle brache, e scompisciò l'obbriaco con piú orina che non avea beúto malvagía, che ne avea bevuto trenta bicchieri; e scompisciato che l'ebbe, col mazzapicchio gli dié tale in su la gota che s'udí come se fussi stata una gran gotata, e disse:
- Questa è la gotata ch'io ti do; e voglio che per mio amore tu abbi nome messer Cattivo.
E cosí fu sempre chiamato.
Quando messer Bernabò ebbe assai di queste cose riso, fece portare il corpo di messer Cattivo dal cortile, dov'erano le stalle de' cavalli suoi, e feciolo gittar su un monte di letame, dicendo:
- Tu l'hai fatto cavalier pisciato, e io lo farò cavalier sconcacado; e te, che meriti d'avere onore, voglio che sia a mia provvisione per quello che tu domanderai (e fa venire due bellissime robbe, e donògliele), e come tu hai battezzato lui messer Cattivo, e io voglio battezzar te messer Vinci Orlando.
E cosí fu sempre chiamato.
A cui vien fatta una cosa o bella o laida, dinanzi a un signore, quando è ben disposto, li vien ben fatto, come venne a questo Genovese: ma a molti è incontrato già il contrario, perché l'animo d'un signore parrà talora cheto, e tra sé medesimo combatte con diverse genti e in diverse parti. Piú sicuro saria, a chi 'l può fare, di non s'impacciare, e non sarà impacciato.


NOVELLA LXXXIII

A Tommaso Baronci, essendo de' Priori, sono fatte da' Priori tre piacevoli beffe.

Essendo de' Priori ne' loro tempi Marco del Rosso degli Strozzi, e Tommaso Federighi, e Tommaso Baronci, e altri, avvenne, come spesso interviene, che volendo pigliare il detto Marco e Tommaso Federighi alcuno piacere d'alcuno de' compagni, ebbono procurato Tommaso Baronci esser quello di cui gran piacere si potea pigliare. Essendo il detto Tommaso Baronci Proposto, uno suo paio di scarpette co' becchetti grosse (essendo andato al letto) gli arrovesciorono una sera; e la mattina, levandosi, e sonando in fretta a' collegi, mettendosi le dette scarpette al buio, essendo sollecitato, n'andò nella udienza; e là postosi a sedere, statovi gran pezza, tanto che tutti i collegi v'erano, Marco guardando a' pie' di Tommaso, disse:
- Che è questo Proposto? Vuo' tu andare a cacciare con coteste scarpette?
Quelli guatale e dice:
- Come! che mala ventura è questa? Elle non paiono le mia, benché io non le veggo bene, se io non ho gli occhiali.
E cavossi gli occhiali da lato, e misseseli, e con essi si chinava quanto potea, facendosi verso la finestra; ciascun guatava che scarpette son quelle.
Dicea Tommaso:
- Elle non sono le mie, ch'ell'aveano i becchetti, e queste non l'hanno.
Alla per fine se n'andò alla camera sua, e là se le cavò, e guata e riguata; il Toso famiglio, che v'era presente, disse:
- Tommaso, queste scarpette sono state arrovesciate -; e mostrògli i becchetti, ch'erano dentro.
Dice Tommaso:
- Toso, tu di' vero; che serebbe stato questo?
Quel rispose:
- Io non so; il meglio che ci sia è dirizzarle.
E tra egli e 'l Toso ebbono che fare, anzi che l'avessino addirizzate, ben insino a terza; e pur si passò Tommaso senza darsi piú briga. Marco e Tommaso il dí medesimo feciono un altro giuoco, che gli fororono l'orinale, dove, stando in sul letto ritto, orinava la notte, e riposonlo nel luogo suo; e la sera a cena, essendo su la mensa di molti capponi arrosto, Tommaso Baronci, come Proposto, diede uno cappone al Toso, e disse:
- Va', mettilo nella cassa mia; e domattina il porterai alla Lapa, - cioè alla moglie.
Toso cosí fece. Marco, e Tommaso Federighi, veduto questo, quando ebbono cenato, segretamente feciono pigliare una gatta di quelle della casa, e tolto il cappone, che era nella cassa, vi missono la gatta, e dentro ve la serrarono. E cosí disposto e l'orinale e la gatta, aspettarono il tempo che la detta loro faccenda ordinata venisse a quel fine che desideravono.
Andatisi al letto tutti li signori, su la mezza notte e Tommaso si rizza sul letto, pigliando l'orinale, facendo quello che era usato. Marco, che era desto, dice:
- O Proposto, tu ci desti ogni notte con questo tuo orinare.
Tommaso stillava su per lo letto, e fece orecchi da mercatante, e appiccando l'orinale s'avvide ogni cosa esser ita su per lo letto, e colicandosi, appena trovò un poco d'asciutto. Levandosi la mattina, venendo il Toso ad aiutarlo vestire, dice Tommaso:
- Toso mio, io sono vituperato, e non so che mi fare; la cotal cosa m'è intervenuta; l'orinale mostra che sia rotto; istanotte, orinandovi entro, com'io soglio, tutta l'orina è ita per lo letto, e se i miei compagni veggono, diranno v'abbia pisciato.
Disse il Toso:
- Io v'ho detto piú volte che sarebbe meglio uscire un poco fuore del letto, però che 'l vetro scoppia molte volte, e spezialmente per l'orina, e ciò che v'è dentro s'esce di fuori.
Dice Tommaso:
- Ben la pisceremo! o perché terre' io l'orinale, s'io dovesse uscir del letto?
Dice il Toso:
- E mi pare che ci sia pisciato troppo: - e stende il copertoio - ecco, io porterò le lenzuola a casa vostra, e dirò che me ne dia un altro paio.
Dice Tommaso:
- Non fare; se la Lapa le vedesse cosí conce, io non arei poi pace con lei; ma fa' com'io ti dirò: portera'le a casa tua, e da'le a qualche feminetta, che le lavi in acqua fresca e asciughile, e non dire di cui siano, e poi le porterai a casa, ma fa' che oggi siano asciutte, e poi le porterai, e allora vorrò che porti il cappone.
E Toso cosí fece, che portò le lenzuola, e fecele lavare, e subito le pose ad asciugare, e asciutte che furono, el Toso le rapportò a Tommaso, il quale el commendò della sollecitudine che aveva aúta, di far fare un bucato senza fuoco, e disse:
- Vie' qua, andiamo per quel cappone, che la Lapa è una donna diversa, e s'ella dicesse nulla delle lenzuola, veggendo il cappone, si rattempererà un poco.
E cosí ragionando Tommaso col Toso, giunsono alla camera, e Tommaso aprendo la cassa, dov'era il cappone, e la gatta schizza fuori, e dàgli nel petto; il quale impaurito lascia cadere il coperchio, e fuggesi fuori tutto smarrito, che quasi era per perdersi affatto. Marco, e l'altro Tommaso, passeggiavano di rincontro per vedere a che la novella dovesse riuscire, e giunti dov'era Tommaso, dicono:
- Che avesti, che tu fuggisti fuor della camera?
Dice Tommaso:
- Io credo che fusse il nimico di Dio; e serà stato quello che m'arrovesciò le scarpette.
Disse il Toso:
- A me parve egli una gatta.
Disse Tommaso:
- Ben, che fu gatto maschio: e' mi parve tre cotanti che una gatta.
Disse il Toso:
- Andiamo alla cassa, e datemi il cappone, ch'io il porti.
E tornano ad aprirla; e apertala, sul tagliere non era alcuna cosa.
Dice Tommaso:
- Oimè! che 'l Toso arà detto il vero, ch'ella s'ha manicato il cappone.
Dice Marco e 'l compagno:
- Onde v'entrò la gatta? ha la cassa gattaiuola?
E 'l Baroncio trae fuora le masserizie, e guatando dice:
- Io non ci veggo né gattaiuola, né buca.
Dice Tommaso Federighi:
- E m'avvenne una volta, ch'io fui de' signori, com'ora, simil caso; e brievemente, quando io mandai il famiglio col tagliere, che 'l mettesse nella cassa, una gatta v'era entro a dormire: e' non se n'avvedde, e mangiossi quello ch'era sul tagliere, e poi se n'uscí in questa forma che questa.
- Mala ventura, che cosí nuova fortuna non m'avvenne mai piú, e credo che da ieri in qua sia dí ozíaco per me. Or ecco, io non credo mai compiere questo officio che io ritorni alla Lapa mia, che con lei non ho mai paura; e qui ci starò oggimai con gran temenza, però che io credo che tra queste camere sia qualche mala cosa.
Vo' dite pur: gatta, gatta: arrovesciommi la gatta le scarpette, e anco altro, che fu peggio?
Dice Marco:
- E può ben essere: a cotesto vagliono molte orazioni e paternostri; abbine consiglio con questi maestri in teologia.
E mandò tre dí per certi teologhi, li quali li dierono consiglio ch'egli orasse e dicesse paternostri otto dí dalle quattro ore insino a mattutino; e questo consiglio fu fattura de' due compagni.
Il detto Tommaso, come invilito dalla paura, cosí fece che otto notti quasi non dormí, armandosi con molti paternostri, acciò che 'l nimico non entrasse piú nella cassa, e scemato quaranta libbre, finí l'officio, e tornossi alla Lapa, nelle cui braccia prese gran sicurtà, dicendole che non volea mai piú esser de' Priori, però che 'l demonio era in quelle camere, e a lui avea fatto le cose scritte di sopra, raccontandogliele a una a una: e con questa credenza stette finché visse, che fu poco.
Per le simplicità di molti si muovono spesso de' savi a fare cose da trastulli, per passar tempo; ché benché gli uomini siano signori, perché spesso hanno malinconie, pare che non si disdica fare simili cose per sollazzare la mente.


NOVELLA LXXXIV

Uno dipintore sanese, sentendo che la moglie ha messo in casa un suo amante, entra in casa e cerca dell'amico, il quale trovando in forma di crocifisso, volendo con un'ascia tagliarli quel lavorío, il detto si fugge, dicendo: "Non scherzare con l'ascia".

Fu già in Siena uno dipintore, che avea nome Mino, il quale avea una sua donna assai vana, ed era assai bella, la quale un Sanese buon pezzo avea vagheggiata, e anco avea aúto a fare con lei, e alcuno suo parente piú volte gliel'avea, detto, e quel nol credea. Avvenne un giorno che, essendo Mino uscito di casa, ed essendo per alcuno caso andato di fuori per vedere certo lavorío, soprastette la notte di fuori. L'amico della donna, di ciò avvisato, la sera andò a stare con la moglie del detto dipintore a suo piacere. Come il parente sentí questo, che avea messo le spie per farnelo una volta certo, subito andò di fuori dove Mino era, e tanto fece che, dicendo per certa cagione dovere andare e tornare dentro, fu mandato uno con le chiavi dello sportello: e questo parente, uscendo fuori, lasciò quello delle chiavi dello sportello che l'aspettasse, e andò a Mino, el quale era a una chiesa presso a Siena; e giunto là disse:
- Mino, io t'ho detto piú volte della vergogna che mogliera fa a te e a noi, e tu non l'hai mai voluto credere; e però, se tu ne vuogli esser certo, vienne testeso e troverra'loti in casa.
Costui subito fu mosso e intrò in Siena per isportello; e 'l parente disse:
- Vattene a casa, e cerca molto bene, però che, come ti sentirà, l'amico si nasconderà, come tu déi credere.
Mino cosí fece, e disse al parente:
- Deh, vienne meco; e se non vuogli entrare dentro, statti di fuori.
E quel cosí fece.
Era questo Mino dipintore di crocifissi piú che d'altro, e spezialmente di quelli che erano intagliati con rilevamento; e aveane sempre in casa, tra compiuti e tra mani, quando quattro e quando sei; e teneagli, com'è d'usanza de' dipintori, in su una tavola, o desco lunghissimo, in una sua bottega appoggiati al muro l'uno allato all'altro, coperti ciascuno con uno sciugatoio grande; e al presente n'avea sei, li quattro intagliati e scolpiti, e li due erano piani dipinti, e tutti erano in su uno desco alto due braccia, appoggiati l'uno allato all'altro al muro, e ciascuno era coperto con gran sciugatoi o con altro panno lino. Giugne Mino all'uscio della sua casa, e picchia. La donna e 'l giovane, che non dormiano, udendo bussare l'uscio, subito sospettano che non fosse quello che era; e la donna, senza aprire finestra o rispondere, cheta cheta va a uno piccolo finestrino, o buco che non si serrava, per vedere chi fosse; e scorto che ebbe essere il marito, torna allo amante, e dice:
- Io son morta: come faremo? il meglio ci sia è che tu ti nasconda.
E non veggendo ben dove, ed essendo costui in camicia, capitorono nella bottega dov'erano li detti crocifissi.
Disse la donna:
- Vuo' tu far bene? sali su questo desco e pònti su uno di quelli crocifissi piani con le braccia in croce, come stanno gli altri, e io ti coprirrò con quel panno lino medesimo, con che è coperto quello; vegna cercando poi quanto vuole che io non credo che in questa notte e' ti truovi, e io ti farò un fardellino de' panni tuoi e metterògli in qualche cassa, tanto che vegna il dí; poi qualche santo ci aiuterà.
Costui, come quello che non sapea dove s'era, sale sul desco e leva lo sciugatoio, e in sul crocifisso piano si concia proprio, come uno de' crocifissi scolpiti, e la donna piglia el panno lino e cuoprelo, né piú né meno, com'erano coperti gli altri, e torna a dirizzare un poco il letto che non paresse vi fusse dormito se non ella; e tolto le calze, e scarpette, e farsetto, e gonnella e l'altre cose dello amante, subito n'ebbe fatto un assettato fardellino e mettelo tra altri panni. E ciò fatto, ne va alla finestra, e dice:
- Chi è?
E que' risponde:
- Apri, io son Mino.
Dice quella:
- O che otta è questa? - e corre ad aprirli.
Aperto l'uscio, e Mino dice:
- Assai m'ha' fatto stare, come colei che se' stata molto lieta che io ci sia tornato.
Disse quella:
- Se tu se' troppo stato, è defetto del sonno, però che io dormiva e non t'udía.
Dice il marito:
- Ben la faremo bene.
E toglie uno lume e va cercando ciò che v'era insino a sotto il letto.
Dice la moglie:
- O che va' tu cercando?
Dice Mino:
- Tu ti mostri nuova; tu 'l saprai bene.
Dice quella:
- Io non so che tu ti di': sapera'tel pur tu.
Andando costui cercando tutta la casa, pervenne nella bottega, dov'erano li crocifissi. Quando il crocifisso incarnato lo sente ivi, pensi ciascuno come gli parea stare; e gli convenía stare come gli altri che erano di legno; ed egli avea il battito della morte. Aiutollo la fortuna, ché né Mino né altri mai averebbe creduto essere in quella forma colui che era nascoso. Stato che Mino fu nella bottega un poco, e non trovandolo, s'uscí fuori. Era questa bottega con una porta dinanzi, la quale si serrava a chiave di fuori, però che uno giovene che stava col detto Mino, ogni mattina l'apriva come s'aprono l'altre, e dalla parte della casa era uno uscetto là, donde il detto Mino entrava nella bottega; e quando ne uscía della bottega e andavane in casa, serrava il detto uscetto a chiave, sí che il vivo crocifisso non se ne poteva uscire, se avesse voluto.
Essendosi combattuto Mino il terzo della notte, e non trovando alcuna cosa, la donna s'andò al letto, e disse al marito:
- Va' tralunando quantunche tu vuogli; se tu ti vuogli andare al letto, sí ti va'; e se no, va' per casa come le gatte, quanto ti piace.
Dice Mino:
- Quand'io arò assai sofferto, io ti darò a divedere che io non sono gatta, sozza troia, che maladetto sia il dí che tu ci venisti.
Dice la moglie:
- Cotesto potre' dir'io: è bianco, o vermiglio quello che favella?
- Io tel farò bene assapere innanzi che sia molto.
Dice quella:
- Va' dormi, va', e farai il tuo migliore, o tu lascia dormir me.
Le cose per istracca si rimasono per quella notte; la donna s'addormentò, e ancora egli andò a dormire. Lo parente, che di fuori aspettava come la cosa dovesse riuscire, standovi insino passata la squilla, se n'andò a casa, dicendo: "Per certo, in tanto che io andai di fuori per Mino, l'amante se ne sarà andato a casa sua".
Levatosi la mattina Mino molto per tempo, e ancora ragguardando per ogni buco, nella fine, avendo assai cercato, aprí l'uscetto e venne nella bottega: e 'l suo garzone aperse la porta di fuori da via della detta bottega.
E in questo, guardando Mino questi suoi crocifissi, ebbe veduto due dita d'uno piede di colui che coperto stava.
Dice Mino fra sé stesso: "Per certo che quest'è l'amico". E guardando fra certi ferramenti, con che digrossava e intagliava quelli crocifissi, non vidde ferro esser a lui piú adatto che un'ascia che era tra essi. Presa quest'ascia, e accostatosi per salire verso il crocifisso vivo, per tagliargli la principal cosa che quivi l'avea condotto, colui, avvedutosi, schizza con un salto, dicendo:
- Non ischerzar con l'asce.
E levala fuori dell'aperta porta; Mino drietoli parecchi passi, gridava: "Al ladro, al ladro"; colui s'andò per li fatti suoi.
Alla donna, che tutto avea sentito, capitò un converso de' frati predicatori che andava con la sporta per la limosina per lo convento. Andato su per le scale, come talora fanno, disse:
- Frate Puccio, mostrate la sporta, e io vi metterò del pane.
Quegli la diede. La donna, cavato il pane, vi misse il fardellino che l'amante avea lasciato, e sopra esso gittò suso il pane del frate e quattro pani de' suoi, e disse:
- Frate Puccio, per amor d'una donna che recò qui questo fardellino dalla Stufa, dove pare che il tale ier sera andasse, io l'ho messo sotto il pane nella vostra sporta acciò che nessuno male si potesse pensare; io v'ho dato quattro pani; io vi priego (ché egli sta presso alla vostra chiesa) quando n'andate, che voi glielo diate a lui, che 'l troverrete a casa; e ditegli che la donna della Stufa gli manda i suoi panni.
Dice Fra Puccio:
- Non piú! lasciate far me.
E vassi con Dio; e giugnendo all'uscio dell'amante, mostrando chieder del pane, domandava:
- Ècci il tale?
Colui era nella camera terrena; udendosi domandare, si fece all'uscio, e dice:
- Chi è là?
Il frate va a lui, e dàgli i panni, dicendo:
- La donna della Stufa ve li manda.
E colui gli dié duo pani, e 'l frate partissi. E l'amante considera bene ogni cosa, e subito ne va al campo di Siena, e fu quasi de' primi vi fusse quella mattina, e là facea de' suoi fatti, come se mai tal caso non fusse avvenuto. Mino quando ebbe assai soffiato, essendo rimaso scornato del crocifisso, che s'era fuggito, ne va verso la moglie dicendo:
- Sozza puttana, che di' che io sono gatta, e che io ho beúto bianco e vermiglio, e nascondi i bagascioni tuoi in su' crocifissi; e' convienne che tua madre il sappia.
Dice la donna:
- Di' tu a me?
Dice Mino:
- Anche dico alla merda dell'asino.
- E tu con cotesta ti favella, - disse la donna.
Dice Mino:
- E anche non hai faccia, e non ti vergogni? che non so ch'io mi tegno che io non ti ficchi un tizzon di fuoco nel tal luogo.
Dice la donna:
- Non saresti ardito, s'io non ho fatto l'uomperché; ché alla croce di Dio! stu mi mettessi mano addosso non facesti mai cosa sí caro ti costasse.
Costui dice:
- Deh, troia fastidiosa, che facesti del bagascione uno crocifisso, che cosí gli avess'io tagliato quello che io volea com'egli s'è fuggito.
Dice la donna:
- Io non so che tu ti beli: qual crocifisso si poté mai fuggire? non sono egli chiavati con aguti spannali? e se non fusse stato chiavato, e tu te ne abbi il danno, se s'è fuggito però che egli è tua colpa, e non mia.
Mino corre addosso alla donna e cominciala a 'ngoffare:
- Dunque m'hai tu vituperato e anco m'uccelli?
Come la donna si sente dare, che era molto piú prosperevole che Mino, comincia a dare a lui; da' di qua, da' di là, eccoti Mino in terra e la donna addossoli, e abburattalo per lo modo. Dice la donna:
- Che vuoi tu dire? Pigliala comunche tu vuoi, che vai inebbriando di qua e di là, e poi ne vieni in casa e chiamimi puttana; io ti concerò peggio che la Tessa non acconciò Calandrino: che maladetto sia chi mai maritò nessuna femina ad alcuno dipintore, ché siete tutti fantastichi e lunatichi, e sempre andate inebbriando e non vi vergognate.
Mino, veggendosi mal parato, priega la donna che lui lasci levare, e ch'ella non gridi, acciò che i vicini non sentino, che, traendo al romore, non trovassino la donna a cavallo. Quando la donna udí questo, dice:
- Io vorrei volentieri che tutta la vicinanza ci fosse.
E levossi suso, e cosí si levò Mino col viso tutto pesto; e per lo migliore disse alla donna che gli perdonasse, ché le male lingue gli avevano dato a creder quello che non era, e che veramente quello crocifisso s'era fuggito per non essere stato confitto. E andando il detto Mino per Siena, era domandato da quel suo parente che l'avea indotto a questo:
- Come fu? come andò?
E Mino gli disse che tutta la casa avea cerco e che mai non avea trovato alcuno; e che, guatando tra' crocifissi, l'uno gli era caduto sul viso, e avealo concio come vedea. E cosí a tutti e' Sanesi che domandavano: "Che è quello?" dicea che uno crocifisso gli era caduto sul viso.
Ora cosí avvenne, che per lo migliore si stette in pace dicendo fra sé medesimo: "Che bestia son io? io avea sei crocifissi e sei me n'ho: io avea una moglie e una me n'ho; cosí non l'avess'io! a darmi briga, potrò arrogere al danno, come al presente m'è incontrato; e s'ella vorrà esser trista tutti gli uomini del mondo non la potrebbono far esser buona"; se non intervenisse già come intervenne a uno nella seguente novella.


NOVELLA LXXXV

Uno Fiorentino toglie per moglie una vedova stata disonestissima di sua persona, e con poca fatica la gastiga sí ch'ella diviene onesta.

Nella città di Firenze fu già uno, secondo che io udi', che ebbe nome Gherardo Elisei, il quale tolse per moglie una donna vedova; la quale essendo disonesta e vana con l'altro marito, era stata tenuta assai cattiva di sua persona; e avea nome monna Ermellina. Ora, come questo Gherardo tolse questa donna per moglie, molti suoi parenti e amici, anzi che consumasse il matrimonio, dicono:
- Gherardo, che hai tu fatto? tu sei savio, e hai tolto cui tu hai: che fama ti fie questa? - e molte altre cose.
Dice Gherardo:
- Io vi fo certi che io so chi costei, che io ho tolto, è stata: e so che, s'ella non mutasse modo, io averei mal fatto; ma con la grazia di Dio io credo far sí che con meco ella non fia com'ella è stata, ma fia tutto il contrario; e però di questo non ne prendete piú pensiero che me ne prenda io.
La brigata si strignea nelle spalle, e tra loro se ne facean beffe, dicendo:
- Dio ti dia bene a fare.
E cosí dopo alquanti dí monna Ermellina ne venne una sera a marito, e avendo cenato, ed essendo l'ora d'andarsene al letto, n'andò alla camera, là dove Gherardo ancora si rappresentò, com'è d'usanza; e serrato, monna Ermellina, accostandosi al leccone, comincia a ragionare amorosamente col detto Gherardo; e Gherardo si comincia a spogliare in farsettino, e monna Ermellina in giubba. Ed essendo le cose tutte ben disposte a tal vicenda dalla parte di monna Ermellina detta, e Gherardo esce dall'uno de' canti della camera con un bastone in mano, e dà, e dà, e dà alla sposa novella. Costei comincia a gridare, e quanto piú gridava e Gherardo piú bastonava. Quando ebbe un pezzo cosí bastonato, e la donna dicendo:
- Oimè, fortuna, dove m'hai tu condotto? ché, senza saper perché, la prima sera io sono cosí acconcia da colui con cui io credea aver sommo piacere; volesse Dio che io mi fosse ancora vedova, ché io era donna di me, e ora sono sottoposta in forma e a cui io non sarò mai piú lieta.
E Gherardo rifà il giuoco; e bussato insino dove volle, e la donna dicendo pur: "Perché mi fa' tu questo?"; e Gherardo gli dice:
- Io non voglio che tu creda, Ermellina, che io t'abbia tolta per moglie che io non abbia molto ben saputo che femina tu se' stata; e bene so, e ho udito che costumi sono stati e' tuoi e quanta onestà è stata nella tua persona; e credo che, se 'l marito che avesti t'avessi gastigata di quello che ora t'ho gastigat'io, queste battiture non bisognavono. E però considerando, ora che se' mia moglie, gli tuoi passati costumi le tue disonestà e' tuoi vituperi non essere stati gastigati, io, innanzi ch'io abbia voluto teco consumare il matrimonio, ho voluto purgare ciò che tu hai fatto da quinci addietro con le presenti battiture; acciò che, considerando tu se per li passati falli da te commessi quando non eri mia moglie io t'ho data disciplina, pensa quella che io farò e che battiture serebbono quelle che da me averai, se da quinci innanzi, essendo mia moglie, di quelli non ti rimarrai, e piú non ti dico: tu se' savia e 'l mondo e grande.
Brievemente, questa buona donna si lagnò assai, e avea di che, facendo scuse di quello che Gherardo dicea. Alla fine s'andò al letto, e non che quella notte, ma durante un mese o piú non gli giovò trovarsi col marito, come quella che era tutta pesta. Di tempo in tempo, rabbonacciandosi con Gherardo, queste battiture ebbono tanta virtú che, com'ella era stata per li passati tempi dissoluta e vana, cosí da indi innanzi fu delle care, delle compiute e delle oneste donne della nostra città.
Oh quanti sono li dolorosi mariti che fanno cattive mogli! piú ne sono cattive per difetto de' mariti che per lo loro. Da' una fanciulla a uno fanciullo e lascia far loro. Che dottrina imprenderà ella dall'ignorante giovane? e quella via ch'ella piglia, per quella corre.
E non si truova sempre il bastone di Gherardo né quello che si conterà nella seguente novella.


NOVELLA LXXXVI

Fra Michele Porcelli truova una spiacevole ostessa in uno albergo, e fra sé dice: "Se costei fusse mia moglie, io la gastigherei sí, che ella muterebbe modo". Il marito di quella muore; Fra Michele la toglie per moglie e gastigala com'ella merita.

Passati sono circa a trent'anni, che fu uno Imolese, chiamato Fra Michele Porcello, il quale era chiamato Fra Michele, non perché fosse frate, ma era di quelli che hanno il terzo ordine di Santo Francesco, e avea moglie, ed era un uomo malizioso e reo, e di diversa maniera; e andava facendo sua mercanzia di merce per Romagna e per Toscana; poi si tornava ad Imola, come vedea che per lui si facesse. Tornando costui una volta tra l'altre verso Imola, giunse una sera a Tosignano, e smontò a un albergo d'uno che avea nome Ugolino Castrone, il quale Ugolino avea per moglie una donna assai spiacevole e smancerosa, chiamata monna Zoanna: sceso che fu Fra Michel da cavallo, e venendosi rassettando, disse all'oste:
- Fa' che noi abbiàn ben da cena; hai tu buon vino?
- Sí bene, voi starete bene.
Disse Fra Michele:
- Deh, fa' che noi abbiamo una insalata.
Disse Ugolino:
- Zoanna, - chiamando la moglie, - va', cògli una insalata.
La Zoanna torce il grifo, e dice:
- Va', co' tela tu.
Il marito dice:
- Deh va' vi.
Ella risponde:
- Io non vi voglio andare.
Fra Michele, veggendo i modi di costei, si rodea tutto di stizza. Ancora, avendo Fra Michele voglia di bere, dice l'albergatore alla moglie:
- Deh va' per lo tal vino.
E porgeli l'orciuolo.
Dice madonna Zoanna:
- Va' tu, che tornerai piú tosto, e hai l'orciuolo in mano, e sai meglio la botte di me.
Fra Michele, veggendo la spiacevolezza in moltissime cose di costei, dice all'oste:
- Ugolino Castrone, tu se' ben castrone, anco pecora; per certo, s'io fosse come te, io farei che questa tua moglie farebbe quello ch'io gli dicesse.
Disse Ugolino:
- Fra Michele, se voi fuste com'io, fareste quel che fo io.
Fra Michele si consumava di nequizia, veggendo i modi fecciosi della moglie d'Ugolino, e fra sé stesso dicea: "Signore Iddio, stu mi facessi tanta grazia che morisse la donna mia e morisse Ugolino, per certo e' converrebbe che io togliessi costei per moglie, per gastigarla della sua follia". Passossi Fra Michele la sera come poteo, e la mattina se n'andò ad Imola.
Avvenne che l'anno seguente in Romagna fu una mortalità, per la quale morí Ugolino Castrone e la donna di Fra Michele. Da ivi a parecchi mesi, cessata la pestilenza, e Fra Michele adoprò tutti gl'ingegni ad avere per moglie madonna Zoanna; e in fine fu adempiuto il suo intendimento. Venuta questa buona donna a marito, e andandosi la sera a letto, dov'ella si credea esser vicitata con quello che sono le novelle spose, e Fra Michele che non avea sgozzato ancor la 'nsalata da Tosignano, la vicita con un bastone, e cominciagli a dare, e sanza restare tanto gli diede che tutta la ruppe; e la donna gridando, egli era nulla, ché costui gliene diede per un pasto, e poi s'andò a dormire.
Da ivi a due sere, e Fra Michele disse ch'ella ponesse dell'acqua a fuoco, che si volea lavare i piedi; e la moglie, che non dicea: "Va', ponla tu", cosí fece; e poi levandola dal fuoco, e messala nel bacino, Fra Michele si cosse tutti e' piedi, sí era calda. Com'egli sente questo, non dice: che ci è dato? ; rimette l'acqua nell'orciuolo, e riposela al fuoco, tanto ch'ella levò il bollore.
Come questo fu fatto, toglie il bacino, e mettevi l'acqua, e dice alla moglie:
- Va', siedi, che io voglio lavare i piedi a te.
Costei non volea; alla fine per paura di peggio le convenne volere. Costui lavala con l'acqua bollente, la donna squittisce: "oimè"; e tira i piedi a sé. Fra Michele gli tira nell'acqua, e dàgli un pugno e dice:
- Tieni i piè fermi.
La donna dice:
- Trista, io mi cuoco tutta.
Dice Fra Michele:
- E si dice: "Togli moglie che ti cuoca"; e io t'ho tolta per cuocer te, innanzi ch'io voglia che tu cuoca me.
E brievemente, e' la cosse sí, che piú di quindici dí stette che quasi non potea andare, sí era disolata. E un altro dí gli disse Fra Michele:
- Va' per lo vino.
La donna che non potea appena metter li piedi in terra, tolse la 'nghestara, e andava a stento come potea. Com'ella è in capo della scala, e Fra Michele di dietro gli dà un pugno, dicendoli:
- Va' tosto -; e gettala giú per la scala; e poi aggiunge: - Credi tu che io sia Ugolino Castrone, che quando ti disse: "Va' per lo vino"; e tu rispondesti: "Va'vi tu"?
E cosí questa donna Zoanna, cotta, livida e percossa, convenía che facesse quello che quando ell'era sana non volea fare.
Avvenne che un dí Fra Michele Porcello serrò gli usci della casa per fare l'ottava con lei; questa, avvedendosi, fuggí di sopra, e per una finestra d'in sul tetto se n'andò fuggendo di tetto in tetto, tanto che giunse a una vicina di Fra Michele, alla quale venendognene pietà, se la ritenne in casa; e poi alcuno e vicino e vicina, venendo a pregar Fra Michele che ritogliesse la sua donna, e che stesse con lei come dovesse, egli rispose che com'ella se n'era ita cosí ritornasse; s'ella se n'era andata su per le tettora, per quella medesima via ritornasse, e non per altra; e se ciò non facesse, non aspettasse mai di ritornare in casa sua. La vicinanza sappiendo chi era Fra Michele, feciono che su per le tetta, come le gatte, la donna ritornò al macello. Com'ella fu in casa, e Fra Michele comincia a sonare le nacchere. La donna macera e tormentata, dice al marito:
- Io ti priego che innanzi che tu mi tormenti ogni dí a questo modo, senza saper perché, che tu mi dia morte.
Dice Fra Michele:
- Poiché tu non sai ancora perché io fo questo, e io tel voglio dire. Tu ti ricordi bene quando io venni una sera allo albergo a Tosignano, che tu eri moglie d'Ugolino Castrone; e ricorditi tu quando egli ti disse che tu andassi a cogliere la insalata per mi, e tu dicesti: "Va' vi tu"? - E su questa, gli diede un grandissimo pugno; e poi dice:
- E quando disse: "Va' per lo tal vino"; e tu dicesti: "Io non vi voglio andare"? - E dàgliene un altro.
- Allora me ne venne tanto sdegno che io pregai Iddio che desse la morte a Ugolino Castrone e alla moglie che io avea, acciò che io ti togliesse per moglie. Egli, come pietoso esauditore de' miei prieghi, gli mandò ad esecuzione; e ha fatto sí che tu se' mia moglie, acciò che quello gastigamento che 'l tuo Castrone non ti dava, io te lo dea io; sí che ciò che t'ho fatto infino a qui è stato per punirti de' falli e de' fastidiosi tuoi modi, quando eri sua moglie. Or pensa che, essendo tu da quinci innanzi mia moglie, se tu vorrai tener quelli modi, quello che io farò; per certo, ciò che io ho fatto fino a qui ti parrà latte e mele; sí che a te stia oggimai, se tu con le prove e io co' bastoni e con li spuntoni, se bisognerà.
La donna disse:
- Marito mio, se io ho fatto per li tempi passati cosa che non si convegna, tu m'hai ben data la pena. Dio mi dia grazia che da quinci innanzi io faccia sí che tu ti possa contentare; io me ne 'ngegnerò e Dio me ne dia la grazia.
Fra Michele disse:
- Messer Batacchio te n'ha fatta chiara; a te stia.
Questa buona donna si mutò tutta di costumi, come s'ella rinascesse; e non bisognò che Fra Michele adoperasse, non che le battiture, ma la lingua, ch'ella s'immaginava quello che egli dovesse volere, e non andando, ma volando per la casa, e fu bonissima donna.

Io per me, come detto è, credo ch'e' mariti siano quasi il tutto di fare e buone e cattive mogli. E qui si vede che quello che 'l Castrone non avea saputo fare, fece il Porcello. E come che uno proverbio dica: buona femmina e mala femmina vuol bastone; io sono colui che credo che la mala femmina vuole bastone, ma alla buona non è di bisogno; però che se le battiture si danno per far mutare i cattivi costumi in buoni, alla mala femmina si vogliono dare perch'ella muti li rei costumi; ma non alla buona, perché s'ella mutasse li buoni, potrebbe pigliare li rei, come spesso interviene, quando li buoni cavalli sono battuti ed aspreggiati, diventano restii.


NOVELLA LXXXVII

Maestro Dino da Olena medico, cenando co' Priori di Firenze una sera, essendo Dino di Geri Tigliamochi gonfaloniere di justizia, fa tanto che 'l detto Dino non cena, volendo dar poi i confini al detto maestro Dino.

Dino di Geri Tigliamochi fu uno cittadino di Firenze mercatante, uso molto ne' paesi di Fiandra e d'Inghilterra. Era lunghissimo e maghero, con uno smisurato gorgozzule; ed era molto schifo d'udire o di vedere brutture, e per questo, favellando mezzo la lingua di là, avea un poco del nuovo. Essendo gonfaloniere di justizia, fece invitare maestro Dino a cena, e 'l detto maestro Dino era vie piú nuovo che 'l detto Dino. Essendosi adunche posti a tavola, il detto gonfaloniere in capo di tavola, e 'l maestro Dino allatogli, e poi era Ghino di Bernardo d'Anselmo, che era priore, e forse componitore col maestro Dino di quello che seguí della presente novella, posta la tavola, fu recato un ventre di vitella in tavola; e cominciandosi a tagliare, dice il maestro Dino a Dino:
- Per quanto mangereste in una scodella, dove fosse stata la merda parecchi mesi?
Dino guarda costui, e turbatosi, dice:
- È mala mescianza a chi è mal costumato; porta via, porta.
Dice il maestro Dino:
- Che è questo che è venuto in tavola? è ancor peggio.
Dino sconvolge il suo gorgozzule:
- E che parole son queste?
Dice il maestro Dino:
- Sono secondo quello che è venuto in tavola per la prima vivanda: confessatemi il vero; non è questo ventre il vasello dove è stata la feccia di questa bestia, poi ch'ella nacque? E voi sete il signore che voi sete, e pascetevi di sí lorda vivanda?
- È mala mescianza, è mala mescianza; levate via, - dice a' donzelli, - e 'n fé del Criatore vo' non ci mangerè plus.
Dino infino a qui non mangiò né del ventre, né alcuna cosa. Levata questa vivanda, vennono starne lesse; e maestro Dino dice:
- Quest'acqua delle starne pute -; e dice allo spenditore: - Dove le comperasti tu?
Dice lo spenditore:
- Da Francesco pollaiuolo.
E maestro Dino dice:
- Egli ne sono venute molte a questi dí, e alcuno mio vicino n'ha comperate, credendo siano buone, poi l'ha trovate tutte verminose; e queste fiano di quelle.
E Dino dice:
- È mala mescianza, mala mescianza, nell'ora mala a tanto scostume -; e dà la sua scodella al famiglio, e dice:
- To' via.
Dice maestro Dino:
- E mi conviene pur pur mangiare, s'io voglio vivere; lascia stare.
E Dino in gote, e non mangia, e parea il Volto santo.
Levata questa vivanda, vennono sardelle in tocchetto. Dice il maestro Dino:
- Gonfaloniere, e' mi risovviene quando e' miei fanciulli erano piccoli, che uscivano loro i bachi da dosso.
E Dino levasi:
È mala mescianza a chi è mal costumato; per Madonna di Parigi, che non m'avete lasciato mangiar stasera con sí laida maniera di parlare; ma per mie foi non verrete piú a questo albergo.
Maestro Dino ridea e pregavalo tornasse a tavola, e non ci fu mai modo, ché se ne andò tra le camere, dicendo:
- Nostro Signore vi doni ciattiva giornea; un poltroniere venuto in tal magione, e tiensi esser gran maestro di musica, e le sue parlanze sono piú da rubaldi che votono li giardini che da quelli che debbon dare esempli e dottrine, come doverrebbe dar elli, che si può dire esser vecchio mal vissuto.
Ghino di Bernardo, e gli altri signori, che di ciò avevono grandissimo piacere, si levarono da tavola e andorono dove Dino era, e trovaronlo molto in gran mescianza, e non voler vedere il maestro Dino; pur tanto feciono, che un poco si raumiliò: e maestro Dino con lui a' versi, tanto che si conciliò con lui. Ma poco duroe, però che stando un pezzo, e maestro Dino volendosi partire, disse Ghino di Bernardo:
- Maestro, pigliate commiato da Dino e fategli reverenza.
E 'l maestro Dino piglia per la mano Dino, e dice:
- Messer lo gonfaloniere, con la grazia vostra, datemi licenzia -; e quel li porge la mano; e 'l maestro Dino, pigliandola, subito si volge, e mandate giú le brache, a un tratto gli scappuccia il culo e 'l capo.
Or non piú; Dino si comincia afferrare:
- Pigliatelo, pigliatelo.
Ghino e gli altri diceano:
- O Dino, non gridate; anderemo nell'udienza, e là faremo quello che fia da fare.
Maestro Dino dice:
- Signori, io mi vi raccomando che per aver fatta debita reverenza io non perisca -; e pur scendendo le scale si va con Dio.
Dino, rimaso furioso, la sera medesima va nell'audienza, raguna i compagni, e mette il partito, ché era Proposto, di mandare uno bullettino allo esecutore, e che 'l maestro Dino abbia i confini. Metti il partito, e metti e rimetti, non si poté mai vincere. Veggendo Dino questo, col gorgozzule gonfiato chiama li donzelli che facciano accendere i torchi, ché se ne volea andare a casa. Li compagni scoppiavono delle risa, e diceano:
- Doh, Dino, non andare istasera.
E Dino, brievemente, non rattemperandosi, n'andò a casa, e la mattina fu mandato per lui; e non c'ebbe mai modo che lo dí seguente tornasse in Palagio; tanto che uno de' signori, con uno carbone, nella minore audienza ebbe dipinto nel muro proprio Dino con uno gorgozzule grande, e con la gola lunga, che parea proprio desso. Essendo la sera di notte, che Dino non era voluto tornare in Palagio, vi mandorono li signori ser Piero delle Riformagioni, pregandolo dovesse tornare acciò che e' fatti del comune non remanessino senza governo; e ancora per provvedere che 'l maestro Dino fosse punito del fallo commesso. Dopo molte parole, Dino si lasciò vincere e la mattina seguente tornò al Palagio, e come sul dí giunse nell'udienza minore, ebbe veduto, essendo con Ghino di Bernardo insieme, il viso ch'era stato dipinto nel muro; e guardando quello, cominciò a soffiare: e Ghino dice:
- Deh, lasciate andare queste cose, non ve ne combattete piú.
Dice Dino:
- Come diavolo mi di' tu questo, che m'ha ancora dipinto in questo muro? E se tu non mi credi, vedilo.
Ghino, che scoppiava dentro sí gran voglia avea di ridere, dice:
- Come, buona ventura, vi recate voi a noia questo viso, e dite che sia dipinto per voi? Questo fu dipinto, già fa piú tempo, per lo viso del re Carlo primo, che fu magro e lungo, col naso sgrignuto. E perdonatemi, Dino, che io ho udito dire a molti cittadini che 'l vostro viso è proprio quello del re Carlo primo.
Dino a queste parole diede fede, e ancora si racconsolò, sentendosi assomigliare al re Carlo primo: e stando alquanto, ritornò in sul maestro Dino, e tiratosi nell'audienza, mette a partito el bullettino e' confini, e non si vince, e disperavasene forte. Alla per fine disse Ghino:
- Poiché questo partito non si vince, commettete in due di noi che mandino per lo maestro Dino, e dicangli quello che si conviene, facendogli una gran paura -; e cosí feciono.
E fu Ghino e un altro, che mandorono per lo maestro Dino: e come fu venuto, e Ghino comincia a ridere, e in fine gli disse che Dino il voleva pur per l'uomo morto, e che tutte l'altre cose averebbe dimesse, e datosene pace, salvo che del trarre delle brache. Dice il maestro Dino:
- Egli è una parte del mondo che è grandissima, ed èvvi un re che è il maggiore, e ha molti principi sotto sé, e chiamasi il re di Sara: quando uno fa reverenza a uno di quelli principi, si trae il cappuccio; e quando si fa reverenza allo re maggiore, si cava a un tratto il cappuccio e le brache; e io, considerando il gonfaloniere della justizia essere il maggior signore, non che di questa provincia, ma di tutta l'Italia, volendogli far reverenza, feci il simile che s'usa colàe.
Udendo li due priori questa ragione, risono ancora vie piú, e tornorono a Dino e agli altri, e dissono come aveano vituperato il maestro Dino, e fattogli una gran villania; e che s'era scusato con la tale usanza che è in tal paese; e se cosí era, non aver elli tanto errato; pregando Dino che non se ne desse pensiero, e che a loro lasciassono questa faccenda. Brievemente, a poco a poco Dino venne dimenticando la ingiuria del maestro Dino, ma non sí che non gli tenesse favella parecchi anni; e 'l maestro Dino di ciò ne godea, e dicea:
- Se non mi favellerà, e io non andrò a medicarlo, quando avrà male -; e cosí stettono buon tempo, infino a tanto che 'l maestro Tommaso del Garbo, dando loro a cena una sera un ventre e delle starne, fe' loro far pace.
Sempre conviene che tra' signori officiali e brigate sia uno che pe' suoi modi gli altri ne piglino diletto. Questo Dino fu di quelli: non già per vizio, ma per costume, era biasimevole delle cose lorde, e non volea udire; e perché maestro Dino ebbe piacere, e' dienne a' signori. E però è grazia a Dio d'avere sí fatto stomaco che ogni cosa patisca.


NOVELLA LXXXVIII

Uno contadino da Decomano viene a dolersi a messer Francesco de' Medici che uno suo consorto gli vuol tòrre una vigna, e allega si piacevolmente che messer Francesco fa ch'ella non gli è tolta.

Fu a Decomano, non è molt'anni, uno contadino assai agiato, e avea possessione insino in su quello di Vicchio; là dove tenea a sue mani una bella vigna, la quale uno de' Medici gli volea tòrre, ed era presso che per aversela. Veggendosi costui, che Cenni credo avea nome, a mal partito, pensò d'andarsene a dolersene a Firenze al maggiore della casa; e cosí fece; ché salito una mattina a cavallo, andò a Firenze, e saputo che messer Francesco era il maggiore, se n'andò a lui, e giunto là, disse:
- Messer Francesco, io vengo a Dio e a voi, a pregarvi per l'amor di Dio, che io non sia rubato, se rubato non debbo essere. Uno vostro consorto mi vuol tòrre una vigna, la quale io fo perduta, se da voi non sono aiutato. E dicovi cosí, messer Francesco, che se egli la dee avere, io voglio che l'abbia; e dirovvi in che modo. Voi dovete sapere, che sete molto vissuto, che questo mondo corre per andazzi, e quando corre un andazzo di vaiuolo, quando di pestilenze mortali, quando è andazzo che si guastano tutti e' vini, quando è andazzo che in poco tempo s'uccideranno molt'uomini, quando è andazzo che non si fa ragione a persona: e cosí quando è andazzo d'una cosa, e quando d'un'altra. E però, tornando a proposito, dico che contro a quelli non si pote far riparo. Similmente quello di che io al presente vi vo' pregare per l'amor di Dio, è questo: che s'egli è andazzo di tòr vigne, che il vostro consorto s'abbia la mia vigna segnata e benedetta, però che contro all'andazzo non ne potrei, né non ne voglio far difesa; ma, se non fusse andazzo di tòr vigne, io vi prego caramente che la vigna mia non mi sia tolta.
Udendo messer Francesco la piacevolezza di costui, il domandò come avea nome; e quel gliel disse; e poi dice:
- Buon uomo, il mio consorto con teco non potrebbe aver ragione, e sie certo che, andazzo o non andazzo che sia, la vigna tua non ti fia tolta -; e disse: - Non t'incresca di aspettare un poco.
E mandò per quattro i maggiori della casa; e dice loro questa piacevol novella; e piú, che chiama Cenni e dice:
- Di' a costoro ciò che hai detto a me -; e quelli 'l disse a littera.
Costoro tutti di concordia mandarono per lo loro consorto che già s'avea messo a entrata la vigna, e riprendonlo del fatto, e brievemente liberarono la vigna dalle mani di Faraone, e dissongli che Cenni avea allegato la ragione degli andazzi, per forma che non potea avere il torto; e che di ciò facesse sí che mai non ne sentissino alcuno richiamo. E cosí promesse loro, poiché andazzo non era, di liberare la vigna, e di non seguire piú la sua impresa.
Per certo la legge non arebbe in molto tempo fatta fare quella ragione a Cenni, che l'allegare suo piacevole dell'andazzo fece. E non se ne faccia alcuno beffe; ché chi vi porrà ben cura, da buon tempo in qua, mi pare che 'l mondo sia corso per andazzi, salvo che d'una cosa, cioè d'adoprare bene, ma di tutto il contrario è stato bene andazzo, ed è durato gran tempo.


NOVELLA LXXXIX

Il prete da Mont'Ughi, portando il corpo di Cristo a uno infermo, veggendo uno su uno suo fico, con parole nuove e disoneste lo grida, poco curandosi del sacramento che avea tra le mani.

Alla chiesa di San Martino a Mont'Ughi presso a Firenze, fu poco tempo fa un prete che avea nome Ser... il quale era poco devoto, ma piú tosto scellerato; e fra l'altre cose, tutta la chiesa tenea mal coperta, e sopra l'altare peggio che in altro luogo era coperto, per tal segnale, che 'l dí della sua festa, piovendo su l'altare, e' vicini e gli altri diceano:
- Doh, prete, perché non cuopri tu che non piova su l'altare?
E quelli rispondea:
- Tal sia di lui, se vuole che gli piova addosso. E disse fiat , e fu fatto il mondo; ben può dir cuopri, e fia coperto, e non gli pioverà addosso.
E cosí era di diversa condizione in ogni cosa.
Avvenne per caso che, essendo ammalato a morte un suo populano nel tempo di state, fu mandato per lui acciò che portasse la comunione; ed egli pigliando il corpo di Cristo, andò per comunicare lo infermo; e non essendosi molto dilungato dalla chiesa, guardando per un suo campo, vide su uno fico uno garzone che mangiava e coglieva de' fichi suoi; e come uomo non cattolico, né che andasse con la comunione nelle mani, ma come uno malandrino disperato, voltosi a quello, disse gridando:
- Se il diavol mi dà grazia ch'io ponga giú costui, io ti concerò sí che cotesti saranno i peggiori fichi che tu manicassi mai.
Il garzone, che avea del reo, e anco forse avea voglia di farli dir peggio, dice:
- O Domine , voi portate il Signore, et ego vado in tentatione ficorum.
Dice il prete:
- Io fo boto a Dio che m'uccella! Che dirai? Scendine, che sie mort'a ghiado.
Il garzone, avendo il corpo pieno, disse:
- Or ecco, io scendo, e' fichi tuoi ti rendo.
E tirò un peto che parve una bombarda; e 'l prete se n'andò al suo viaggio tutto gonfiato; e 'l nostro Signore tra 'l prete discreto, e 'l ghiottoncello che era sul fico, cosí fu onorato; e l'infermo dal venerabile prete cosí ben disposto fu comunicato.
Che diremo che fosse quella ostia da sí devoto cherico sacrata e portata? Io per me non credo che cattivo arbore possa fare buon frutto. E tutto il mondo n'è pieno di tali, che Dio il sa tra cui mani è venuto.


NOVELLA XC

Un calzolaio da San Ginegio tratta di tòrre la terra a messer Ridolfo da Camerino, al quale essendo venuto agli orecchi, con belle parole lo fa ricredente del suo errore, e perdonagli.

Ancora mi conviene tornare a una delle novelle di messer Ridolfo da Camerino, la quale sta in questa forma. Uno calzolaio della terra di San Ginegio, la qual tenea il detto messer Ridolfo, fu una volta sí presuntuoso che cominciò a parlare e a trattare per via di stato contro al detto messer Ridolfo; di che gli venne agli orecchi. Essendo il detto messer Ridolfo nella detta terra, e saputo che ebbe il convenente del fatto, non corse a furia, come molti stolti fanno; e non volle che queste cose paressino, se non come da calzolaio. E ancora non volendo mostrare viltà, ma piú tosto magnanimità, mostrò d'andare a sollazzo per la terra; e andando dove questo calzolaio stava con la sua stazzone, e messer Ridolfo si ferma e dice:
- Perché fa' tu quest'arte? - E quelli dice: - Signor mio, per poter vivere - . E messer Ridolfo dice: - Non ci puoi vivere con essa, non è tua arte e non è tuo mestiero, e non la sai fare -; e toglie le forme e falle portar via.
Il calzolaio poté assai dire, che non si trovasse senza le forme; e non sapendo che si fare, e non potendo pensare quello che questo volesse dire, se ne va piú volte a messer Ridolfo a richiedere le sue forme. Alla per fine v'andò una volta, e trovò messer Ridolfo con una brigata di valentri uomini; e avvisandosi, se chiedesse le forme dinanzi a tanti, gli verrebbe meglio fatto di riaverle, considerando il detto messer Ridolfo per vergogna piú tosto gliene rendesse; e fattosi innanzi, in presenza di tutti dice:
- Signor mio, io vi priego mi rendiate le mia forme, ché io non posso lavorare, né far l'arte mia.
E messer Ridolfo guarda costui, e dice:
- Io ci t'ho detto, che non è l'arte tua di cucire ciabatte e fare calzari.
E 'l calzolaio disse:
- O se questa non è l'arte mia, che sempre ce l'ho fatta qual è la mia?
Disse messer Ridolfo:
- Ben ci hai domandato; l'arte tua è di stare per questo bello palazzo, e darti alle cose piú alte; e io voglio tener quelle forme, per imprender di cucire, e di fare le scarpe e' calzari, se mi bisognassi.
Questo calzolaio, continuando le sue domande, e messer Ridolfo facendo risposte strane e chiuse, e gli omeni che qui erano pareano come smemorati a udire il calzolaio domandare le forme e le risposte che 'l signor facea. Stati per alquanto spazio, e messer Ridolfo dice:
- Questo ciabattino che voi vedete qui, ha trattato di tormi la signoria; e io, sappiendo ciò, e veggendo che l'animo suo de' esser grandissimo, e non da tirare li cuoi con li denti, ma piú tosto da esser signore in questi palazzi, gli ho tolto le forme, però che, se cerca questo mestiero e parli che questo debba essere il suo, di quello non ha a fare alcuna cosa, però che non è suo mestiere, ma è molto vile e basso al suo grand'animo.
Questo calzolaio si scusava, e cominciorongli a tremare li pippioni: e messer Ridolfo dice:
- Nella tua mal'ora, non ti pure scusare, ch'io so ogni cosa, e voglioti condannare in presenza di costoro -; e disse a uno che andasse per le forme.
Quando il calzolaio udí questo, s'avvisò che con le dette forme il dovesse fare uccidere. Giunte le forme, dice messer Ridolfo:
- Dappoi che ci hai detto innanzi a costoro che questo è il tuo mestiero, e io ti voglio credere, e rendoti le forme; ma lascia stare il mio mestiero che non è da te, né da tuo pari, e torna a tagliare e a cucire le scarpe nella tua mal'ora; e va' e fammi lo peggio che puoi.
Al calzolaio cominciò a tornare lo spirito; e disse:
- Signor mio, - inginocchiandosi, - io prego Dio che vi dia lunga e buona vita; e della grazia che mi avete fatta vi dia quel merito che alla vostra virtú e alla vostra misericordia si richiede. Io per me non sono da tanto che mai ve lo potesse meritare; ma bene siate certo d'una cosa che l'animo mio, e ciò che io posso, è tutto dato a voi.
E cosí si partí in quell'ora, che mai non pensò, né in detto né in fatto, se non ad esaltazione del suo signore. E 'l detto messer Ridolfo per questo ne divenne al suo populo sí amato che tutti parve che... con un fervente amore ad ogni suo bisogno.
Oh quanto egli è da commendare uno signore quando per uno vile uomo gli è fatto simile offensa, che egli se ne curi come curò costui, mostrando la sua magnanimità e l'animo liberale, il quale il fa grande e montare fino alle stelle, per aver annullate e fatto poca stima di quelle cose le quali molti vili fanno maggiori, temendo che ogni mosca non gli offenda.


NOVELLA XCI

Minonna Brunelleschi, essendo cieco, di notte guida altrui ad imbolare pesche; e alcun altro furto per lui piacevolmente fatto.

Minonna Brunelleschi da Firenze fu ne' miei dí, e fu cieco, come che in molte cose passava gli alluminati, per tale che niuno suo vicino era che, se aveva a mettere cannella in botte di vino, non mandasse per lo Minonna che la mettesse; e io piú volte il vidi che mai non versava gocciola di vino, giucava a zara e andava solo sanza niuna guida. Avea costui un suo luogo alle Panche, e avea per vicino un Giovanni Manfredi, vocato Giogo. Avea appostato il Minonna nella vigna di questo Giogo certi peschi carichi di bonissime pesche; e una sera di notte ebbe due compagni, e disse:
- Volete voi venire meco in tal luogo per le pesche?
Dissono costoro, ch'erano capitati a casa sua, ed erano fiorentini:
- O noi non sappiamo il luogo noi.
Dice il Minonna:
- Non ve ne caglia; verrete, come io vi guiderò, e recate questo sacco.
Costoro due guardano l'un l'altro, dicendo:
- Questa è ben gran cosa, che gli alluminati sogliono guidar e' ciechi, e questo cieco vuol guidare gli alluminati.
Infiammorono via piú d'andare, e dissono:
- Andiamo, per vedere tanto nuova cosa.
Andorono, e troppo bene di campo in campo il Minonna gli ebbe guidati; e giugnendo per entrare nella vigna, dov'erano li peschi, questa era molto bene affossata, e con buona siepe. Dice il Minonna:
- Lasciate andare me innanzi; venite in quaggiú, ché ci dee essere una cotale callaietta nascosa -; e coloro dietro.
Quando fu alla callaia, dice il Minonna:
- Or passate qui, e tenete da man ritta, e vedrete i peschi.
Costoro cosí fanno, e cosí truovono ciò che dice; e 'l Minonna con tutto ciò fu a' peschi quand'eglino; e coglievane egli per amendue loro: in fine egli empierono 'l sacco; e 'l Minonna volea che gliel mettessono in collo. Costoro non vollono, e pigliono questo sacco il meglio che possono, e tornansi a casa e vannosi a letto.
La mattina il Minonna ed ellino se ne vanno a Firenze, e questi due non potendosi tenere che la detta novella non divolgassino, pervenne la detta cosa agli orecchi di Giovanni Manfredi. Non potendosi il detto dar pace, sanza dir alcuna cosa, la seguente notte se ne va con alcuno nell'orto del Minonna, e tagliato molti belli cavoli che v'erano, e colti quelli frutti che poté portare, e fare danno, fece.
Arriva la novella al Minonna, e subito si pensa essere stato Giovanni Manfredi; e comincia a soffiare che parea un porco fedito, con un naso sgrignuto e con un leggío di drieto per ispalle, che parea un dalfino quando sopra il mare si getta soffiando a indovinare tempesta. Subito si mette la via fra gambe, e caccia il capo innanzi con la foggia, come andava, per andare alle Panche; e passando con questo impeto dalla bottega di Caperozzolo, di fuori nella via era uno bariglione su uno desco con non so che cose da fare o lattovari o savori in molle, e davvi si fatta entro che 'l bariglione e 'l desco, con ciò che v'era, andò per terra; e va pur oltre a suo cammino.
Caperozzolo, o suo lavoratore, che pestava dentro, vedendo questo, esce fuori e guata dietro al Minonna, gridando:
- Morto sie tu a ghiado, o non vedi tu lume? che perdere postú gli occhi.
Il Minonna fece vista di non udire, e va pur via, e giugne alle Panche, ed entra nell'orto, e va tastando li cavoli con ciò che v'è, dolendosi forte, e massimamente de' cavoli de' quali spesso mangiava gran minestre; e stette alcun dí, mostrando non sapere chi ciò gli avesse fatto. Alla per fine pensò che la cosa non rimanesse qui. Una sera ebbe due contadini, e pregolli fussino con lui, e cosí fu; ché venuta la notte, con due sacca e con coltellini andorono all'orto di Giovanni Manfredi, dove era un campo d'agli di smisurata bellezza, e de' quali il detto Giovanni sempre ragionava, e questi agli divegliendo a uno a uno, tagliarono li capi e mettevano ne' sacchi, e 'l gambo rificcavono nella terra, e cosí tutti gli ebbono divelti e portati i capi e lasciati i gambi nel luogo loro.
Da ivi a due dí, essendo e Giovanni e Minonna al Trebbio, dove usavono, il Minonna si dolea de' cavoli suoi. Dice Giovanni Manfredi:
- Io vorrei che mi fussino stati innanzi tolti gli agli miei, che si guastassino come pare che si guastino.
Dice il Minonna:
- Come? egli erano cosí belli.
E quelli dice:
- E sono tutti appassati da ieri in qua.
Dice il Minonna:
- Saranno forse bruciolati.
Costui se ne va, e comprende troppo bene che 'l Minonna abbia fatto qualche cosa; ed entrato nell'orto, tira uno aglio, tirane due, e' poté assai tirare che trovasse il capo a niuno. Subito immaginò quel che era; e l'altro dí, essendo al Trebbio, non si poté tenere il Giogo che non dicesse:
- Minonna, almeno ne avestú lasciato qualche uno.
Disse il Minonna:
- Ha' tu il farnetico?
Disse il Giogo:
- Io l'ho bene, quando tu m'hai tolto gli agli miei.
Dice il Minonna:
- Di' tu de' cavoli miei? mandastegli tu a vendere alla Ciacca?
- Che Ciacca, che sia mort'a ghiado?
- Anzi sia tu.
- Anzi tu -; e vanno l'un contro all'altro per darsi.
Aveano centocinquant'anni tra amendue, e uno era cieco, e l'altro avea gli occhi arrovesciati che pareano foderati di scarlatto. La gente fu su, feciono fare la pace; al Minonna rimasono gli agli, al Giogo i cavoli... e mai non si vollono bene, e sempre borbottavano... niuno per ammendarsi, aveano i piè nella fossa, e imbolavano agli e cavoli: averebbono ben tolto altro, perché cane che lecchi cenere non gli fidar farina.


NOVELLA XCII

Soccebonel di Frioli, andando a comprare panno da uno ritagliatore, credendolo avere ingannato nella misura, e 'l ritagliatore ha ingannato lui grossamente.

Fu in Frioli nel castello di Spilinbergo già uno ritagliatore fiorentino; e andando uno friolano, che avea nome Soccebonel, a comprare panno, cominciò a domandare del panno di qualche bel colore, però che volea fare una cioppa da barons. Lo ritagliatore dice:
- Vuo' tu celestrino?
- No.
- Vuogli verde?
- No.
- Vuogli sbiadato?
- No.
- Vuogli cagnazzo?
- No.
- Vuogli una cappa di cielo?
- Sí, sí, sí.
Avvisossi al nome, che vi fosse il sole e la luna, e le stelle, e forse gran parte del Paradiso. Fatto venire questo cappa di cielo, furono in concordia del pregio per quattro canne. Il ritagliatore truova la canna, e dice a Soccebonel:
- Piglia costí, e comincia a metter su la canna.
Il friolano metteva, e tirava il panno piú su che la canna, quando uno sommesso, e quando piú, e stavasi tanto attento che ad altro non guatava. Il fiorentino, che nel principio subito se ne fu avveduto, quando mettea il panno su la canna lasciava mezzo braccio della canna a drieto, e quando piú, sí che ogni quattro braccia tornavano al buon uomo forse tre e mezzo. Misurate le quattro canne, e pagato, il friolano se ne fa portare il panno; e perché lo 'nganno s'occultasse, dice il venditore:
- Vuo' tu far bene? attuffalo in una bigoncia d'acqua e lascialo stare tutta notte, sí che bea bene, e vedrai poi panno ch'el fa.
Costui cosí fece; e la mattina lo scola alquanto dall'acqua, e mandalo al cimatore, che l'asciughi nella soppressa e che lo cimi. Cimato il panno, e Soccebonel va per esso, e dice:
- Che de' tu avere?
Dice el cimatore:
- E mi par nove braccia; da' nove soldi.
Dice costui:
- Come nove braccia? oimè! che di' tu?
Il cimatore il truova, e dice:
- Vedilo, misuralo tu.
Rimisuralo, e non lo truova piú; e dice:
- Per lo corpo della madre di Jesu Cristo, che mi serà stato furato.
E va al ritagliatore, e va di qua, e va di là; l'uno gli dicea:
- Questi panni fiorentini non tornano nulla all'acqua.
E il ritagliatore dicea:
- Guarda dov'egli stette la notte che 'l mettesti in molle, che chi che sia non l'avesse imbolato.
Un altro dicea:
- Questi cimatori sono tutti ladri.
E un compagno del ritagliatore, che forse sapea il fatto, dicea:
- Vuo' ti dica il vero, gentiluomo? Ché non è molto che io udi' dire che uno levò un braccio di panno fiorentino, e la sera l'attuffò, come tu facesti questo, in uno bigonciuolo d'acqua, e lasciovvelo stare tutta notte, la mattina quando andava per trarlo dell'acqua, egli lo trovò tanto rientrato che non vi trovò nulla.
Dice Soccebonel:
- Au, può esser cest?
E que' rispose:
- Sí, può esser canestre.
Or cosí costui credendo ingannare, rimase ingannato, e fu per impazzarne; e la cappa di cielo tornò che non arebbe coperto un ciel d'un piccol forno; e la cappa da barons si convertí in un mantellino, che parea un saltamindosso.
E cosí avviene spesse volte che tanto sa altri quant'altri.


NOVELLA XCIII

Maso del Saggio fa una gran ragunata di cittadini che abbiano grandi nasi in Santo Piero Scheraggi, e poi con piacevolezza dimostra loro ch'egli hanno grandissimi nasi.

In Firenze fu già uno piacevole e sollazzevole uomo, che ebbe nome Maso del Saggio, e fu sensale. Veggendo costui per la nostra terra una brigata di cittadini che aveano grandissimi nasi, pensò di ragunarli insieme tutti una mattina, e preso tempo d'uno dí, a uno a uno gli andò invitando, dicendo:
- Uno cittadino molto dabbene ti priega, che tu sie domattina con gli altri che vi fiano in San Piero Scheraggio. E perché tu non sappi al presente chi sia il cittadino, non te ne caglia, però che non si dice chi, per alcuna cagione.
E cosí a uno a uno disse a tutti. Costoro udendo cosí nuova...


NOVELLA XCVII( frammento)

... bocca, facendo: Sciu, u, u, u. Il prete, o frate che vogliamo dire, come la vede con quest'atti, dice in verso la ciovetta:
- E tu l'ha' tue?
E scagliando il calice verso lei con tutto il vino disse:
- E tu t'abbi or questo al nome del diavolo.
Come ebbe scagliato il calice, e quelli vede l'ostia in su l'altare, e non comprendendo ch'ella fosse stata sotto il calice, dice:
- Ecco che ci ha aúto paura, e perciò l'ha reportato qui -; e volgendosi al popolo disse per miracolo come la ciovetta avea furata l'ostia, e che per paura della gittata di quel calice verso li suoi occhi strabuzzanti l'avea renduta, e riposta su l'altare, e aveasi ritenuto il vino.
La ciovetta parea che intendesse queste cose, guardando ora il prete, ora il cherico, ora il populo, continuo, ora chinando il capo a terra, e ora levandolo in alto, schiacciando col becco, facea: Sciu, u, u, u. Quelli che erano con qualche intendimento ivi alla messa, non poteano tenere le risa. Altri villani croi e grossi diceano:
- O nella mal'ora, a che ci tiene frate Sbrilla la ciovetta presso all'altare, s'ella ci fura il corpo di Cristo?
E troppo bene lo credeano.
Frate Sbrilla, minacciata la ciovetta che non starebbe piú in quel luogo, fecesi dare le ampolluzze al cherico, e riforní il calice col vino, e compieo la messa.
E a questo modo, e tra cosí fatte mani, e cosí discreti sacerdoti è condotto il nostro Signore; che spegnere se ne possa il seme!


NOVELLA XCVIII

Benci Sacchetti trae ad una brigata un ventre della pentola e mandaselo a casa per il fante, e in iscambio di quello mette nella pentola una cappellina.

Nella città di Vinegia furono già certi mercatanti fiorentini, i quali per lunga dimora aveano presa amistà e compagnia insieme, per tale che le piú volte mangiavano insieme, e spesso recava ciascuno la parte sua, e accozzavano insieme, e faceano tanisca, e per quello che io udisse già io scrittore da mio padre, il quale fu principio della presente novella, egli era uno Giovanni Ducci, Tosco Ghinazzi, Piero di Lippo Buonagrazia, Giovannozzo di Bartolo Fede, Noddo d'Andrea, ch'ancora è vivo, e Michel Cini, e Benci del Buon Sacchetti, e certi altri. Avvenne per caso che Giovanni Ducci, el Tosco, e Piero di Lippo, facendosi una vitella grandissima e bella, feciono borsa, e comperorono il ventre per mangiarlo la seguente domenica a cena, e fra loro puosono che niente se ne dicesse: ché, se gli altri compagni il sapessono, non lo potremmo avere in pace, poco ne toccherebbe per uno.
Disse il Tosco:
- Cosí si vuol fare, ché io n'ho aúto voglia un gran pezzo: io intendo farne corpacciata.
E cosí tennono il segreto, e messer Gherardo Ventraia fu portato a casa Giovanni Ducci.
Quella medesima mattina, che era sabato, andando, com'è d'usanza, Benci e Noddo a vedere la beccheria, per comperare per la domenica, capitorono al desco dove la detta vitella si vendea.
Dice l'uno:
- O questa è bella carne.
- Ben di' vero.
- Quanto la libbra?
E comperaronne una pezza. E pesandola il beccaio, dice:
- Gnaffe! i compagni vostri ebbono poco fa il ventre.
Dice Benci:
- O chi?
E 'l beccaio dice:
- Giovanni Ducci, e tale, e tale.
- E a casa cui andò il ventre?
Dice il beccaio:
- A casa Giovanni Ducci; e là pare a me, che lo mangeranno doman da sera.
Dicono costoro:
- Or sia con Dio.
Tolgono la carne, e partonsi; e tornando a casa, dice l'uno all'altro:
- Questa cosa non vuole andare a questo modo.
Dice Noddo:
- Gnaffe! io piglierò la tenuta doman da sera a buon'otta.
Dice Benci:
- Noddo, e' la non vuole andare a cotesto modo; vuo' tu lasciar fare a me?
Dice Noddo:
- Sí bene.
Dice Benci.
- Non dir nulla; io credo far sí che noi aremo il ventre, ed egli avranno la broda; sta' cheto, e non dir nulla: fa' ch'io ti truovi domane due ore innanzi ora di cena, e farai com'io ti dirò, e vedrai il piú bel giuoco che tu vedessi mai -; e cosí si fermarono.
Benci, tornato a casa, va cercando d'uno fodero di cappellina vecchio bianco, e per avventura n'ebbe trovato una cappellina, la quale avea usato già il padre della donna sua che era grandissima e sucida; levonne il panno e tolse il fodero, e apparecchiò una bisaccia, e dentro vi misse il detto fodero; e trovò uno aguto di mezzo braccio, e feceli dalla punta un poco d'oncino, e misse nella bisaccia. Trovate queste masserizie, l'altro dí su l'ora imposta si trovò con Noddo, ed ebbono Michele Cini, che era sensale di mercatanzia, e strettisi insieme, dice Benci:
- Io non so, Michele, se tu sai questo fatto; la cosa sta sí e sí.
Michele fu tosto accordato. Dice Benci:
- Tu anderai un poco innanzi, e chiamerai la Benvegnuda, che ti rechi la chiave del fondaco, e che tu voglia vedere qualche balla di mercatanzia; Noddo e io intreremo dentro, e tu la tieni a bada quanto puoi; volgi e rivolgi le balle, e digli che t'aiuti; e andremo su alla cucina, e lascia fare a noi.
E cosí ordinorono, menando Benci un suo fante in mantello con la bisaccia e con l'altre masserizie. E Michele Cini giugne, e picchia l'uscio, e chiama la Benvegnuda, che rechi la chiave del fondaco. La Benvegnuda viene subito con le chiavi. Dice Michele:
- Va' apri, ché voglio veder certe balle per farle vendere a Giovanni.
Dice la Benvegnuda:
- Serrate l'uscio.
Dice Michele:
- Giovanni è presso, che ne viene co' mercatanti; lascialo pur stare aperto.
E cosí fece.
Andato ella per aprire il fondaco, la brigata della bisaccia entrano dentro, e vanno alla cucina. Quando Michele vede andato su Benci con gli altri, va nel fondaco, che la Benvegnuda avea aperto, e quivi volgi e rivolgi, aiutandogli la fante per buon spazio. Benci e gli altri, ch'erano in cucina, trovorono messer Gherardo che bollia forte, e Benci subito recasi in mano le masserizie, che parea volesse travagliare, e cava fuori l'aguto uncinuto e lo fodero della cappellina; e cacciato nella pentola il detto uncino, piglia messer Gherardo con la sua donna monna Muletta; e traendolo fuori del laveggio, il mise nella bisaccia, e diello al fante, e disse:
- Vanne a casa, e non dir nulla.
Andato il fante, Benci caccia il fodero della cappellina arrovesciato nella pentola, e pisciovvi entro, e coperta com'ella stava, s'uscirono della cucina, e scendendo la scala, per l'uscio ancora aperto se n'uscirono fuori. Michele, che era con la Benvegnuda nel fondaco, quando crede essere stato assai dice:
- Per certo Giovanni Ducci ha aúto qualche storpio; serra il fondaco, e io anderò a saper quello che fa.
La Benvegnuda cosí fece. Michele s'andò con Dio, e sul Rialto trovato Noddo, che scoppiava di risa, dice:
- Ov'è Benci?
Dice Noddo:
- È ito a casa a far trarre il ventre della bisaccia, e metterlo in una pentola a fuoco, perché se avesse manco di cotto, che si cuoca; e dissemi, quando fosse ora, noi andassimo là a cena.
E cosí feciono: ché su l'ora della cena Noddo e Michele con la maggior festa del mondo andarono a manicare il detto ventre, aspettando la gran festa che doveano avere di questa novella. Dall'altra parte la brigata che avea comperato il ventre, s'avviano andare a cena. Dicea Piero per la via:
- Io ho aúto voglia d'un ventre ben un anno, e non m'è venuto fatto d'averlo.
Dice il Tosco:
- Altrettal te la dico.
Dice Giovanni:
- Istasera ce ne caveremo la voglia -; e cosí ragionando, giunsono a casa: - O Benvegnuda, fa' che noi ceniamo.
Data l'acqua alle mani, si posono a tavola. La Benvegnuda avea subito fatta la suppa, come si fa, con le spezie e tutto; e caccia il manico del romaiolo nella pentola, trae fuori, e mette in uno catino sí subito che avveduta non si fu di quello che era; ma subito porta a tavola quello e la suppa; e costoro cominciano a manomettere la suppa, e manicando truovano i taglieri, e fatto venire dell'aceto, e tutti scoperto il catino, e prese le coltella per tagliare un pezzo del ventre, mena il coltello, partire non si potea, e stettono buon pezzo.
Alla per fine dice uno:
- O che è cotesto?
Dice l'altro:
- Non so io, piglialo, e tiralo su.
- Buon buono! o che diavolo è questo? a me par'egli una cappellina.
- Una cappellina?
Chi avea della suppa in bocca, getta fuori:
- Alle guagnele, che noi ce n'abbiamo una...
Chiama la Benvegnuda; ed ella giugne:
- Buon pro vi faccia.
- Tu sia la malvenuta, - dice Giovanni Ducci, - o che ci hai tu recato in tavola?
Dice quella:
- Hovvi recato un ventre che voi mi mandaste.
Dice il Tosco, ch'era levato ritto, e stava dal lato di fuori:
- Guata se egli è ventre.
E levalo suso alto.
Dice la Benvegnuda:
- Oimè, che vuol dir questo?
Dice il Tosco:
- Vuol dir panico pesto -; e aperta questa cappellina, essendo la fante volta per tornar nella cucina, gli lo cacciò in capo.
La fante gettalo in terra:
- Che diavolo è questo che voi fate?
Dice Giovanni:
- Vie' qua: dimmi il vero, chi c'è venuto?
Ed ella dice:
- Venneci Michele Cini.
Dicono costoro:
- I nostri compagni ce l'hanno calata.
E sappiendo come Michele era venuto, e ciò che avea fatto e detto, l'ebbono per lo fermo; dicendo Piero:
- Io ho ben veduto Noddo molto ridere da dianzi in qua.
Dice l'altro:
- Come che ci abbiano fatto la piú sucida beffa che noi avessimo mai, io credo ci abbiano fatto molto bene; avevamo diviso la compagnia per un ventre.
Dice Giovanni:
- Truovaci qualche marzolino; e metti questa cappellina in bucato, ché io la vorrò rendere al Benci, che debb'essere stato il principio di tutto questo fatto.
Dissono gli altri:
- Me' faremo a mandarlilo ora -; e tolgono uno piattello, e coprono; e dicono: - Va', di' a Benci che Giovanni Ducci gli manda del ventre della vitella.
E cosí giugnendo a Benci con l'ambasciata e col presente, dice Benci:
- Di' che gran merzè; ma che 'l tavernaio l'ingannò, ché cotesto è di pecora, e non è di vitella.
Ritorna il fante, e dice quello che Benci e gli altri hanno detto, e ch'egli era di pecora. Dice il Tosco:
- Ed egli ben ci ha trattato come pecore.
E con tutto questo, quelli che l'ebbono, e quelli che 'l doveano mangiare, furono troppo contenti di sí bella beffa; e poi, trovandosi l'uno con l'altro, tutti rideano a un modo, per tale che tutta Vinegia otto dí n'ebbe piacere.
Oggi se ne ucciderebbono gli uomini; e nota che da questo si dice: "Egli ha fatto una sucida beffa" però che quella cappellina era sucidissima.
E cosí si davano i mercatanti diletto, e insieme, di ciò che si faceano, erano contenti, e aveanlo a caro. Ma io credo bene che poi sia intervenuto il contrario; però che le risa son quasi per tutto convertite in pianto per li difetti umani, o per li iudicii divini.


NOVELLA XCIX

Bartolino farsettaio, veggendo la sua donna esser molto nera, con belle parole la morde, come ch'ella non mostrasse intenderle.

Bartolino farsettaio menò moglie una donna vedova, la quale era nerissima; e la sera andando al letto, questa donna era tutta spogliata, e sedea sul letto, segnandosi, dicendo sue orazioni. Bartolino era già coricato, e non coricandosi la donna, e quelli la guata, e pareagli ch'ella fosse in gonnella monachina, però che le carne sua aveano quel colore. Dice Bartolino:
- Spogliati, e vatti al letto.
Dice la donna:
- Io sono spogliata.
Bartolino la tocca; ed ella squittisce.
- O di' tu di vero? entra sotto.
Ed ella entrò.
Questo ho detto per tanto ch'ella era nerissima, tanto che fra l'altre volte Bartolino desinando una mattina carne di castrone, e oltre disse facesse molto bene della salsa, ché n'era vago. Venneli innanzi piccola scodellina di salsa. Dice Bartolino:
- O che vuol dir questo, che io ho sí poca salsa?
La donna disse:
- E non si trovorono dell'erbe.
Dice Bartolino:
- E mi pare bene che se ne trovassino, che tu te l'hai mangiata, per tal segnale che tu hai il viso tutto verde.
Dice la donna:
- E non è quel che tu credi.
- O che è?
- È che io mi voglio levare questa carne salvatica di sopra, che per lo stare in contado è arrozzita.
Dice Bartolino:
- Datte ben fatica, che poi che tu foste mia moglie t'ha' fatto piú volte il dibuccio, come che tu creda che io non me ne sia avveduto; e quanto piú cavi, piú mi pare che truovi il nero; e però per lo mio amore, donna mia, non cavare piú, però che tu potrai trovare lo 'nferno, tanto anderai giú.
La donna disse:
- Deh, ben istà; io voglio pur comparire come l'altre, e non voglio parere una manimorcia.
Dice Bartolino:
- Or fa' che ti piace, ch'egli è meglio a mio parere che tu cuopra il tristo, anzi che tu lo scuopra.
La donna disse:
- Non so che tristo; se io sarò trista, io me n'avrò il danno.
E se mai si fece uno dibuccio, da questa volta in là se ne fece quattro, tanto che ella diventò un'aringa nera, e col suo senno s'andò sempre al mercato, parendoli esser bellissima; e Bartolino stette contento, e alla mostarda e alla salsa.
Molto è ingannata la donna di sé per lo vizio della vanagloria; e quanto piú si vede nello specchio sozza, meno si conosce; ma con nuove arti s'ingegna pur di comparire, non lasciando stare né 'l viso, né alcuno membro come Dio l'ha creato; e non pensa che la piú bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa secca nell'ultima vecchiezza, e in fine diventa uno testio.


NOVELLA C

Romolo del Bianco dice al frate in Santa Reparata, predicando dell'usura, che predichi di quelli che accattono, però che ivi erano tutti poveri.

Una piccola novelletta m'è venuto voglia di raccontare di uno vecchierello fiorentino, il quale ha bene ottant'anni, ed è ancora vivo, e ha nome Romolo del Bianco. Costui ha le piú nuove parole del mondo alle mani, e la maggior parte come filosofiche. Andando di quaresima costui alla predica che si fa la sera alla chiesa maggiore di Santa Reparata, alla qual predica vanno tutti poveri lavoranti di lana, poi che sono usciti, e serrate le botteghe, e fanti e fante e servigiali ancora a quella vanno; uno giovane frate romitano ogni sera predicava dell'usura, e che ciascuno si guardasse dal prestare, però ch'ell'era quella cosa che conducea l'uomo a dannazione; e poi ritornava pure in usura e su' contratti inleciti. Quando Romolo del Bianco assai ha bene udito di questa usura, levasi su, e dice:
- Messer lo frate, io ve l'ho creduto dire già è parecchie sere, ma sommene tenuto, ché credea che voi uscisse a predicare d'altra matera che dell'usura; ora mi pare che voi non sete per predicare d'altro; io vi voglio far chiaro che voi vi perdete le parole, però che quanti voi ne vedete a questa predica accattano, e non prestano, ché non hanno che, e io sono il primo. E però, se voi ci sapete dare alcuno conforto sopra li nostri debiti e sopra che dobbiamo dare altrui, io ve ne priego; quanto che no, e io e gli altri che ci sono, potremo fare senza venire alla vostra predica.
Il frate, e tutta la predica, come smemorati guatavono onde questa boce venía, però che v'era buio, che quasi non vedea l'un l'altro; e pur scorsono che era Romolo del Bianco, dicendo tutti:
- Egli ha molto ben ragione, ché non c'è alcuno di noi che non abbia piú debito che la lepre.
E 'l frate da quindi innanzi predicò della povertà, come con pazienza si volea comportare; dicendo spesso: "Beati pauperes, ecc. ", e fu loro grandissimo conforto per le parole che Romolo avea predicate al predicatore.
E però conviene che il predicatore sia sí discreto che se predica a una gente in una terra, che sieno ricchi per usure, molto li riprenda su questo, e se predica a' poveri, li conforti su la povertà; se sono macolati di sfrenate concupiscenze, contro a quelle dicano, e da estorsioni, sí di ruberie, e di guerre, e cosí degli altri vizii de' fare il simile; acciò che non sia ripreso da uno pover uomo come fu colui.


NOVELLA CI

Giovanni Apostolo sotto ombra di santa persona, entra in un romitoro, avendo a fare con tre romite, che piú non ve n'avea.

Fu a Todi, non è molto, uno che era chiamato Giovanni dell'Innamorato, ed era di questi che si chiamano Apostoli, che vanno con le fogge vestiti di bigio sanza levare mai gli occhi in alto; e ancora facea in Todi l'officio del barbiere.
Era costui molto usato d'andare di fuori in certi luoghi di Todi, e spesso passava da uno romitoro, dove erano tre giovene romite, che l'una era bellissima quanto potesse essere. E 'l detto Giovanni era spesse volte domandato:
- Perché hai tu per soprannome dello 'nnamorato?
E quelli rispondea:
- Perché sono innamorato della grazia di Jesu.
E quasi da tutti era tenuto un santo, e spezialmente da queste tre romite, le quali a lui erano molto devote.
E questo Giovanni dicea che era innamorato di Jesu, e molto segretamente era innamorato piú della bella romita. Andò questo Giovanni un dí fuori di Todi a una religione di monaci presso a tre miglia, e tornando la sera tardi per mal tempo freddo e nevicoso, giunse a quel romitorio a ora che in Todi non serebbe entrato, sí era sera, e ciò fece bene in prova. Giunto là, picchia la ruota.
- Domine, chi è?
Risponde:
- Sono il vostro Giovanni dello 'nnamorato.
- O che andate voi facendo a quest'otta?
E quelli dice:
- Io andai istamane alla tale badía, e sommi oggi stato con don Fortunato, e ora tornava a Todi, e l'ora tarda e 'l tempo reo m'hanno condotto qui, e non so che mi fare.
A questo romitoro non era presso né casa né tetto. Dicono le romite:
- Che fu a muovervi cosí tardi?
Dice l'Apostolo:
- E non è stato sole, li nuvoli m'hanno ingannato: poiché la cosa è qui, io vi priego che mi mettiate un poco costí dentro al coperto.
Dicono le romite:
- O non sapete voi che noi non ci mettiamo persona?
Dice l'Apostolo:
- E non s'intende per me, che sono quel che voi, dalla parte del Signore: e ancora il caso della notte, e del tempo che qui m'ha condotto, è cosa di necessità; e voi sapete che 'l nostro Signore ci comanda che noi aiutiamo quelli che sono in necessità.
Le donne, ch'erano vergini, dierono fede alle suo parole, e apersonli. Quando viene che, dette l'ore e mangiato un poco, si debbono andare a posare, dice Giovanni:
- Andatevi pure a dormire, io mi dormirò su questa panchetta.
Aveano queste un lettuccio solo, e dicono:
- Noi ci getteremo su queste casse, e tu ne va' nel letto.
Brievemente, non volle; ma disse:
- Andatevi al letto, e io mi dormirò in qualche modo.
Costoro se n'andorono in questo letticciuolo; la bella si colicò da capo, e un'altra allatoli dalla proda lungo il muro, e da piede lungo il muro si colicò la terza. E stando un poco, dice una romita:
- Giovanni, e' ci incresce di te, considerando il freddo che è.
Dice Giovanni:
- Io il sento bene, e ho ben paura che non mi dia qualche beccata, che io triemo tutto -; e piglia una lucerna che v'era accesa, e dice: - Io voglio andare qui in cucina, e accenderò un poco di fuoco -; e ito là, sul focolare non era fuoco.
Come ciò vide, s'immaginò: "S'io spengo la lucerna, fuoco non c'è piú, io verrò meglio ad effetto de' fatti miei"; e spenta la lucerna, dice:
- Oimè, io volea accendere un poco di fuoco, ed egli è spento la lucerna.
- Come ci farai? - disse la piú bella romita.
Dice Giovanni:
- Poiché qui sono (e accostasi alla lettiera) io enterrò in questa proda qui da' tuo' piedi -; e tastando con le mani, s'abbatte a toccare il viso alla romita; e andando in giú, entrò in quella proda, e dice: - Perdonatemi, che meglio è fare cosí che morire.
Le romite stavano chete piú per vergogna che per altro, e forse alcuna dormía. Come Giovanni è nel letto, egli era piccolo, non potea fare non toccasse della bella romita, e prima i piedi, i quali erano morbidissimi. Dicea Giovanni:
- Benedetto sia Jesu Cristo, che sí belli piedi fece.
E dai piedi tocca le gambe:
- Benedetto sie tu, Jesu, che sí belle gambe creasti.
Va al ginocchio:
- Sempre sia lodato il Signore, che cosí bel ginocchio formò.
Tocca piú su le cosce:
- O benedetta sia la virtú divina, che sí nobil cosa generò.
Dice la romita:
- Giovanni, non andar piú su, ché c'è lo 'nferno.
Dice Giovanni:
- E io ho qui con meco il diavolo, che tutto il tempo della mia vita ho cercato di metterlo in inferno -; e accostasi a costei, mettendo il diavolo in inferno, come che con le mani un poco si contendesse.
E dicea:
- Che è questo, Giovanni, che tu fai? noi ci saremmo tutte confessate da te, e io spezialmente, e tu tieni cosí fatti modi.
Dice Giovanni:
- Credi tu che Jesu abbia fatta la tua bellezza perch'ella si perda? Non lo credere.
Quando Giovanni fu stato quello che volle, tornò alla sua proda. L'altre due romite, che forse aveano fatto vista di dormire, dice quella che è allato a Giovanni da lato del muro:
- O che trigenda è questa istanotte, Giovanni? In verità di Jesu, che tu ci fai poco onore, e non dovevi entrare nel letto nostro.
Dice Giovanni:
- O santa sie tu; che credi tu che io abbia fatto altro che bene? Io non ci ho detto parola che non abbia lodato il Salvadore. E poi, non pensare che alla vostra fragilità se non fosse aiutato, il demonio piglierebbe gran possa sopra di voi; e quello che io ho fatto appunto sta cosí -; e fassi verso costei, e comincia a' piedi, come all'altra; e tutto, come avea fatto a lei, fece a costei.
Sentendo la terza il tramestio, ed essendo stata in ascolto, dice:
- In buona fé, Giovanni, se noi t'aprimmo, tu ce n'hai renduto buon merito.
Dice Giovanni:
- Sciocche che voi sete! credete voi che ciò che io ho fatto sia altro che bene? Credete voi che molte rinchiuse come voi non si disperassono, se alcuno mio pari spesse volte non desse loro di questi conforti? Voi sete giovani, e sete femine: credete voi che per questo ne diminuisca la gloria di Dio in voi? E voi sapete che con la sua bocca disse che noi provassimo ogni cosa, e quello che è buono tenessimo.
E questo è anco a' miei pari utilissimo, però che, come io abbia questo abito, sono pur uomo, e spesso mi assaliscono gli amorosi desiderii; e a questi non è modo che s'attutassino mai, se non si domassono e', come si domano, con voi. E io cosí ho fatto e farò quanto sia di vostro piacere, e non piú.
Dice questa romita:
- Voi dite che il nostro Signore dice che si vuole provare ogni cosa, e 'l buono ritenere, io non ho provato nulla, sí che io non so quello ch'io mi debba ritenere.
Dice Giovanni:
- Io lodo Dio, toccando li membri, e cominciando dal piede -; e accostasi a costei: - e quando io son qui allo 'nferno, e io v'attuto el mio diavolo entro -; e cosí fece, come all'altre, ed ella si stette, perché le some furono ragguagliate.
E Giovanni, fatta tutta la cerca, si ritornò al luogo suo là dove trovò i piedi piú morbidi; e riposatosi, e dormito un pezzo, ritornò alla bella romita a confortarla, e spegnere, il fuoco a lui, la quale non si contendea troppo. La mattina per tempissimo levandosi, disse:
- Suore mie, io vi ringrazio quanto posso della vostra carità, che ver me usaste ier sera, ad accettarmi in questa vostra casetta santa; quello Signore che mi ci condusse dia grazia e a voi e a me di salvare l'anime nostre, rendendovi quel merito che desiderate. A me pare essere già levato in alto verso Jesu parecchie braccia, essendo stato con la vostra santità. Se io ho a far per alcun tempo alcuna cosa, fate di me sicuramente come dovete.
Elle rispondono:
- Giovanni, noi ti preghiamo che ti sia raccomandato questo piccolo romitorio, e che esso vegni a vicitare come tua casa; va' nella pace di Dio.
E cosí si partí, che parea, quando giunse a Todi, uno cappone vero.
E piú tempo continuò questa cosí fatta vicitazione, per forma che diventò, di fresco e colorito, quasi magrissimo e pallido, e andava onesto, che parea San Gherardo da Villamagna, essendo tenuto santo; e quando morí ogni uomo e femina gli andava a baciar la mano, dicendo che facea miracoli.

Or guardate quanto è nascosa la ipocrisia del mondo, che colui ch'era della condizione di sopra scritta si fece piú tosto santo nella sua fine. O quanti ne sono tenuti santi e beati, che le loro anime non vi sono presso per la ipocrisia che sempre regnò; e troppo è difficile a poter cognoscere il cuore, o gli segreti dentro dell'uomo.


NOVELLA CII

Uno tavernaio di Settimo, non potendo mettere e appiccare un porco alla caviglia, grida accurr'uomo e fa trarre tutto il paese: giunta la moltitudine, domanda aiuto, ed èlli fatto.

Presso a Settimo è un luogo in su la strada che si chiama la Casellina, e sempre v'è stato un tavernaio che ha tagliato carne, e fra l'altre, bonissime vitelle e gran porci. Avvenne per caso che, essendovi un beccaio grassissimo, non è gran tempo, comprò un porco grassissimo, che pesava libbre quattrocento; e una mattina per tempissimo, avendolo morto, abbruciato e concio, volendolo appiccare alla caviglia, e levarlo da terra, per niuno modo il poté fare; e aiuto non avea, se non d'una sua donna, che gli avea aiutato insino allora, e abbruciare e fare, ed era poco prosperosa, e a quello poco gli potea dare aiuto Questo beccaio aspettò ben un'ora che passasse chi che sia, mai non vi passò persona; e se alcuno vi passò, era o femine o fanciulli che niente venía a dire.
Alla per fine, essendo costui trafelato e quasi come disperato di non lo potere appiccare alla caviglia, si rizza in punta di piedi, volgendosi attorno attorno, con le maggior grida che gli uscissono di bocca, gridando: "accurr'uomo, accurr'uomo" per sí fatta maniera che duecento contadini che erano a lavorare per li campi chi con marra e chi con vanga trasse, dicendo: "Che è? che è?" avvisandosi fosse stato un lupo, che usava in quelle contrade, e avea morto assai fanciulli.
Dice il beccaio:
- Come, che è? Ho morto questo porco, ed egli ha presso che morto me, volendolo appiccare alla caviglia, e mai c'è passato chi m'abbia aiutato ben un'ora; e sono tutto trafelato, che mai simile fatica non durai; e però, fratelli miei, aiutatemi a levarlo, sí che io l'appicchi alla caviglia.
E 'l romore si leva tra quelli che erano tratti:
- Deh, tagliato sia tu a pezzi come tu taglierai cotesto porco -; diceano la maggior parte. - Dunque hai tu messo a romore questo paese, per appiccare un porco?
Quelli si scusava:
- Io non ho potuto fare altro; io l'ho fatto per voi, come per me, che l'avete a manicare.
Altri diceano:
- Io fo boto a Dio, che noi ti accuseremo al Podestà, e converrà che tu ci ristori dello scioperio nostro; e anco sarai condannato di mettere a romore questa contrada.
Un'altra brigata, che vi davano poco d'essere stati scioperati, rideano il meglio che poteano, e vannone certi verso lui, e aiutanlo.
Dice il tavernaio:
- Quella di coloro è cattiva discrizione, che dice m'accuseranno: che dovea io fare?
Quelli che erano iti aiutarlo erano giovani, e diceano:
- Tu di' vero, e facesti quello che tu dovevi -; e levoronlo suso, e appiccaronlo alla caviglia.
E 'l tavernaio disse loro pianamente:
- Venite domattina asciolver meco, ché io voglio ch'e' migliacci sien vostri.
Egli accettarono e asciolverono molto bene la domenica mattina; poi il dí ritrovandosi a loro usanze, quelli savi riprendeano molto il tavernaio, dicendo che gli si verrebbe gran punizione. Quelli giovani, che aveano aúti de' migliacci, si volgeano a costoro, dicendo:
- E vi par'esser piú savi che Matasalao, e ciascun dice la sua: anzi fece molto bene; che dovea far costui, se non avea aiuto?
Dicono quest'altri:
- Ben foste di quelli che gli aiutasti; cosí spendeste voi l'avanzo del tempo vostro che ci avete a vivere.
E dice un altro:
- Dio il volesse, ché noi c'empiemmo stamane molto bene il corpo di quel porco con buon migliacci.
- Oh, non maraviglia.
- Se voi ve ne fate maraviglia, e voi v'abbiate il danno, che voi non ve ne ugneste il grifo.
E cosí rimase la cosa, che i cittadini che erano attorno per le ville n'ebbono per buon pezzo piacere col beccaio della detta novella, avendolo molto per piacevole, piú assai che non lo tenevono in prima. Ed egli diede sempre poi buona carne a quelli che l'aiutorono, e fece loro miglior mercato ch'agli altri. E però dice: "Servi, e non guardare a cui, e averai de' migliacci".


NOVELLA CIII

Uno prete, portando il corpo di Cristo, e passando la Sieve con esso, il fiume cresce, ed elli s'aiuta, e con una bella risposta dice che ha campato il corpo di Cristo a certi che erano in su la riva.

Presso a Sieve fu già un prete, il quale avea nome ser Diedato, ed era piacevole e non molto cattolico, il quale avendo a portare il corpo di Cristo a uno infermo, ed essendo stato venuto per lui di là dalla Sieve, e convenendo che il detto prete, andando a comunicare il detto infermo, guadasse l'acqua, disse a quelli che erano venuti per lui:
- Andatevene innanzi, e aspettatemi dalla proda di là dal fiume, sí che io veggia dov'è il passo, e poi ce n'anderemo insieme.
Quelli, come il prete disse, cosí andorono. Andati che furono, il prete trova il corpo di Cristo e 'l cherico con la campanuzza, e mettesi in via, e giunti in su la proda per passare di là, ser Diedato e 'l cherico si mettono a passare. Il cherico avea una mazza e andava innanzi tastando il guado. E come spesso adiviene, che, essendo piovuto nel Mugello, la Sieve cominciò a crescere, quelli che aspettavano il prete su la sponda, gridavano:
- Passate tosto, ché 'l fiume cresce.
Quelli s'affrettano; l'acqua era già alla cintura al prete, e pur si studiava quanto potea, levando in alto le mani, con le quali tenea il corpo di Cristo; e l'acqua pur crescea tanto che gli giugnea al bellico. E nel vero si sarebbe molto meglio il prete difeso, se non che convenía guardasse di salvare con le braccia alte il corpo di Cristo; pure, aiutandosi quanto poteo, a grandissima pena giunse alla proda, là dove erano quelli che l'aspettavono, li quali dissono:
- Ser Diedato, voi avete molto da ringraziare il nostro Signore Jesu Cristo, il quale avete in mano, ché per certo noi vi vedemmo annegato, se non fosse stato il suo aiuto.
Dice ser Diedato:
- In buona fé, se io non avesse aiutato lui altrimenti che elli aiutasse me, noi seremmo affogati ed elli ed io.
Disse uno di quelli:
- E non mi dispiace la ragion vostra.
E racconcio che si fu, col cherico insieme con la campanuzza si missono in via, e andarono a comunicare il detto infermo. E questa novella si divulgò per tutto infino a Firenze, e nacquene quistione, piú per diletto che per altro, quale aiutasse l'uno l'altro. E, bontà della nostra fede ch'è molto ampliata, li piú diceano che 'l prete avea condotto ogni cosa a salvamento; essendo assai che allegavano a chi dicesse il contrario:
- Se tu fossi in uno gran pelago e fossi per affogare, qual vorresti innanzi avere addosso, o 'l vangelo di Santo Giovanni, o la zucca da notare?
Udendo questa ultima parte, tutti concorsono che vorrebbono innanzi avere la zucca. E cosí la ragione di ser Diedato fu confermata; e dell'altra, dove tutta la nostra fede de' stare, ne fu fatto beffe.
Quando io penso quanta fede è, via meno ne truovo che io non credo; però che ciascuno va drieto a quelle cose che giovano al corpo, e non all'anima. Il prete bestia volle dire che avea aiutato il nostro Signore, come se avesse gran bisogno dell'aiuto d'uno pretignuolo.
Se lo disse per motti ancora fece gran male. L'altro diede il partito d'una zucca vota al vangelo di Santo Giovanni; e noi siamo ben zucche vote, e nella fine ciascuno se n'ha vedere.


NOVELLA CIV

Messer Ridolfo da Camerino, per avere diletto d'alcuno, dice a Bologna una novella vera, che par miracolo; e per gli altri gli è risposto con altre due novelle, piú vere e incredibili che la sua.

Essendo a Bologna messer Ridolfo da Camerino, generale capitano della Lega, che era col Comune di Firenze contro a' Pastori della Chiesa, erano l'ambasciadori del Comune di Firenze, tra' quali fui io scrittore, in quelli tempi che 'l cardinale di Genèva passò di qua co' Brettoni. Ed essendo un dí a casa del detto messer Ridolfo e io e altri, appresso alla piazza de' frati Predicatori di Bologna, e uno morto era portato a sepellire. Veggendo ciò messer Ridolfo, si volge a noi, dicendo:
- Che nuova usanza ho veduto in alcun paese, che quando uno è portato alla fossa, drieto gli vanno una gran brigata, tra' quali molti innanzi vanno in camicia cantando, e poi ne vanno drieto a costoro grandissimo numero d'uomini e di donne piangendo; e questi che piangono, in fine danno denari, e pagono quelli che cantano!
Dice subito uno ambasciadore, che avea un poco del nuovo, e messer Ridolfo se n'era accorto:
- O dove si fa cotesto?
A messer Ridolfo e gli altri vennono le risa grandissime, dicendo:
- Fassi in ogni luogo.
Ancora non lo intese. E io dissi:
- E ci è via piú nuova cosa, e non dirò di lunge di strani paesi, che io veggio in Bologna portare il vino nelle ceste e mangiare i cocchiumi delle botti.
Ciascun dice:
- Vogliàn noi fare a chi maggiore la dice?
- Io non so che maggiore: non vedete voi che ora di vendemmia portare il mosto in quelli cestoni? Non vedete voi che mangiano per casa cocchiumi bianchi di botti?
E cosí era. Dice un altro:
- Quando io venni in Bologna, io trovai piú nuova cosa, ch'io mi scontrai in uno, presso di qui due miglia, che avea il capo di ferro e le gambe di legno, e favellava con le spalle.
- O questa è ben piú nuova, - dicon tutti.
Dice costui: - Ell'è piú vera che l'altre.
Dicono elli: - Deh, dicci come, se ti cal di me.
- E io vel voglio dire: io trovai un uomo con una cervelliera in capo ch'andava a cogliere pine nel pineto di Ravenna, e andava a gruccie; e domandandolo se uno famiglio che io avea mandato innanzi, avea veduto, e quelli ristrinse le spalle, dicendo con esse che non l'avea veduto.
Or cosí si raccontarono qui per diletto quelli veri che aveano faccia di menzogna. E ben v'erano de' nuovi uomini, ché v'era tale che avea comprato oche, e turato loro gli orecchi con la bambagia, l'avea messe sotto la lettiera dove dormía nell'albergo di Felice Ammannati, dicendo ch'elle non ingrassavono per lo star molto in ascolto, e non beccavono; e però avea turato loro gli orecchi. Ma io scrittore il posso dire di veduta, ch'ell'avevono appuzzato la camera con tutto l'albergo in forma che gli osti non vi voleano stare; e ben lo seppe Felice Ammannati che con tutto il puzzo ne fece di belle novelle, pigliandone con altrui gran diletto. E si conviene molte volte dare inframesse di frasconi, e mostrare di nuove novelle, nate da nuovi uomeni, come erano queste.
E benché nel primo dire paiano frasche e bugie, nell'effetto son pur vere, e la novità degli uomini si truova di molti modi, i quali il piú delle volte sono veri, e non paiono.


NOVELLA CV

Essendo amunito messer Valore che muti foggia, mettesi il cappuccio a gote, che mai piú non l'avea portato.

Messer Valore de' Buondelmonti, del quale adrieto è assai dimostrato chi fu, usando sue diversità e sue nuove maniere, fu uno dí da' suoi consorti amunito che se non mutasse foggia elli lo metterebbono in luogo che se n'avvedrebbe che l'avessino per male. Messer Valore risponde a costoro:
- Io v'ho inteso, e non vi bisogna piú dire, che siate certi ch'io muterò foggia, poiché voi volete.
Ed e' risposono:
- Fatelo per lo vostro migliore, sí che noi ce n'avveggiamo.
E quelli disse:
- Io lo farò.
E vassene a casa, e chiama "Mamma" (una sua madre che ave' ben novantacinqu'anni, ed egli n'avea settantacinque); e dice quello che gli hanno detto e' suoi consorti e ch'ella gli truovi li suoi cappucci, ch'egli intendea di portare il cappuccio a gote, che sempre l'avea portato a foggia. E trovatone uno largo, la mattina sel mise, e uscí fuori col cappuccio a gote, e andando per Firenze, pensate nuova cosa che parea, ché sempre l'avea portato a foggia. Chi lo vedea, dicea:
- O che è questo, messer Valore? io non vi conoscea; avete voi i gattoni?
- Anzi ho mutato foggia, che m'hanno detto i miei consorti che se io non muto foggia, che mi metteranno in prigione; e però siate mie' testimoni che io l'ho mutata.
E cosí andò per Firenze rispondendo a chiunque il domandava, tanto ch'e' consorti dissono un dí.
- Messer Valore, ancor son questi de' modi?
Onde messer Valore, per disperato, e per levarsi loro dinanzi, se n'andò in contado a Montebuoni, e là facea sue faccende: e fra l'altre un dí facea fare un muro a terra; e arrivando là certi suoi vicini, dicono:
- Che è questo, messer Valore? o voi murate a terra, e riprenderesti tutti gli altri uomini?
Dice messer Valore:
- Egli è meglio tenere a terra che vendere a calcina; e' mi conviene essere buon garzone, ch'e' consorti miei m'hanno minacciato e non vogliono ch'io porti foggia; e quando voi ne vedete alcuno di loro, vi priego dichiate come io sono disposto e come io fo masserizia.
E cosí si partirono, ed egli stette piú tempo in contado, e le sue cose uscirono di mente a' suoi consorti.
Avea presa la forma e avea passato settantacinque anni; impossibile era che mutasse foggia dell'animo: quella del cappuccio fu agievole a mutare. Vecchio di tempo e nuovo di costumi, come che siano differenti, rade volte si parte l'uno dall'altro.


NOVELLA CVI

Una moglie d'uno orafo riprendendo il marito d'avere aúto a far con altra, ed elli riprende lei per simigliante cosa; ed ella risponde che l'ha fatto in utile della casa, e vince la quistione.

Nel borgo alla Noce nella città di Firenze fu già uno orafo d'ottone, e avea una sua moglie molto cortese della sua persona, ed elli se n'avvedea in gran parte; ma per lo migliore, e per aver pace, sel tacea. Avvenne caso che questa donna infermò, ed ebbe lunga malattia, per tale che il marito alcuna volta s'era infardato con un'altra trista, e alla donna, o moglie che vogliamo dire, era la detta cosa venuta agli orecchi; di che cominciò ad avere parole col marito, e tra molte parole cominciò a dire:
- Tu hai uno grande pensiero de' fatti miei, che mentre che io sono stata per morire, e tu se' stato or con una trista, or con un'altra.
Dice il marito:
- Oggimai dich'io che tu se' guarita, poiché tu cominci a squittire.
- Che squittire con la mala pasqua! Sí, che io sono coccoveggia. Parevati mill'anni che io morisse; non t'è venuto fatto. So che tu stavi a barba spimacciata, per torti poi una di queste tue triste.
Dice il marito:
- Io son certo che qualche buona panichina t'ha messo nel capo questi imbratti.
- Ben che tu se' imbratto e vituperio con tuo' struffinacci: va' struffinati con essi quanto tu vuogli che a me non t'accosterai tu piú, sozzo can vituperato.
Quando costui ha assai udito, dice a costei:
- Io mi sono assai stato cheto, e per li tempi passati e ora; ma io non mi posso piú tenere. Deh dimmi, buona femina, che ti par esser Santa Verdiana che dava mangiare alle serpi: non credi tu che io sappia chi tu se'? e non ti misuri, e biasimi pur me, e taglimi legne addosso. Se fusse pur quel che tu di', tu hai aúto male cotanto tempo, e teco non ho potuto usare, e per questo se io fosse ito ad altra femina, non sarebbe stato cosí grande avolterio, ma io che sono stato sano già cotanto tempo, e tu hai potuto usare con me come l'altre usano co' loro mariti, e ha' mi fatto fallo, e non credi forse che io lo sappia? ben lo so bene.
Dice la moglie:
- E tu tel sappi, che se io l'ho fatto, l'ho fatto in utile della casa col nostro lavoratore, che ci fa buona misura e dacci le staia colme. Ma tu l'hai fatto in danno della casa, e tu 'l sai che hai messo in culo a queste tue troiacce, e metti ciò che tu puoi.
Dice il marito:
- A me pare che tu sia fatta una trecca baldella; io non sono per perdermi piú il fiato con teco.
Dice quella:
- Io ne son certa che tu lo vuoi ben perdere con l'altre.
Dice il marito:
- Sa' com'è del fatto? fa' come ti piace, che poco impaccio m'ho dato da quinci addietro, e vie meno me ne darò da quinci innanzi. Una cosa ti ricordarò: abbi a mente l'onore tuo e pensa che tu déi morire.
Disse la moglie:
- Pènsavi pur tu, che morrai prima di me.
Disse il marito:
- E cosí sia; tu m'hai ben fracido; io te la do per vinta.
Dice la moglie:
- E tuttavia mi di' villania, sí che io sono quella che t'ho fracido; va' domandane i cessami tuoi, se t'hanno fracido o eglino, o io, ché tu non fosti mai degno d'avermi, che maladetta sia la fortuna, ché mio padre mi potea maritare a Baldo Baldovini che serei stata con lui come gemma in anello; e poi mi diede a una bella gioia.
Dice il marito:
- Io ti dico che io te la do per vinta; lasciami vivere -; e volte le spalle, se n'andò alla bottega e tornossi nel modo suo di prima: che se avesse trovato con lei quello dello staio colmo, facea vista di non vedere.
Ed ella, come buona massaia, sempre s'ingegnò di fare la faccenda in utile della casa, infin ch'ella poteo.


NOVELLA CVII

Volpe degli Altoviti, essendo a tagliere con uno, taglia testicciuole di cavretto, e 'l compagno, mentre che taglia, si mangia l'occhi; il quale, ciò veggendo, gli proffera si mangi anco i suoi.

Io ho pur voglia di raccontare una brieve novelletta, e piacevole, la quale col piú bel motto del mondo gittò a mensa uno degli Altoviti chiamato il Volpe. Il quale essendo ad un suo luogo in una villa che si chiama Palazzuolo, presso all'Ancisa a un miglio, gli capitorono di maggio certi Pratesi che andavano verso Arezzo; ed elli per sua cortesia li ritenne la sera a cena e albergo. Ed essendo venuta l'ora della cena, e postosi a tavola, vennono certe testicciuole di cavretto; e 'l Volpe, essendo a tagliere con uno di loro, recasi innanzi una testicciuola e cominciala a partire: e messo un occhio sul tagliere, il Pratese, sanza aspettar altro, subito il piglia e manucaselo. E 'l Volpe pone in sul tagliere l'altro; e come fu in sul tagliere, e quelli fa il somigliante. Quando il Volpe vede questo, pon giuso il coltello, e voltosi verso costui, alzando le mani agli occhi, e sciarpatili, fu tutt'uno, dicendo a questo Pratese:
- Deh, mangiati anco questi per lo mio amore.
Il Pratese conobbe il motto e vergognossi, dicendo che avea il pensiero altrove. Dissono i compagni:
- Per certo tu se' assai piacevole compagnone a tagliere.
E costui disse:
- Volpe mio, io l'ho in boto: che poi che gli occhi d'una giovane m'uccisono, essendo da loro morto, io mi botai sempre mangiare gli occhi, ovunche io gli trovasse, com'uomo che fo una mia vendetta.
Il Volpe udendo questo, levasi e dilungasi da lui su uno deschetto:
- Alle guagnele! se codesto è, quelli che io ti profferea tu non se' per avere; e se mai tu mangerai piú meco, io vorrò il salvocondotto per gli occhi, o tu ti anderai con Dio.
L'amico lasciava pur dire e foderavasi, dando al tagliere il comandamento dello sgombrare, tale che se 'l Volpe avesse posto piú occhi che non furono mai di cera appiccati a Santa Lucia, tutti se gli arebbe mangiati. E cosí si recò la cattività in ischerzo, ridendosi del suo costume. E 'l Volpe poi sel menò una volta a cena, e non gli dié testicciuole né occhi, ma diégli peducci, sí ch'egli apparasse a sonar le sampogne, o di sonare zuffoli diventasse buon maestro. E cosí con piacere e con diletto, e con nuove vivande venne sí digrossando questo Pratese, che era uno grandissimo manicatore, che rado poi volle mangiare col Volpe, assai lo invitasse.
Grande scostume è, stando a un tagliere con un altro, che uno non ha tanta temperanza che si possa un poco aspettare, e non fa la ragione del compagno. A molti n'è stata fatta tanta vergogna che sarebbe meglio che avessono fatto tre dí dieta.


NOVELLA CVIII

Testa da Todi, essendo de' Priori, ha sotto carne arrostita insalata, e uno catello all'olore gli entra sotto, e abbaia, e tanto fa ch'elli la getta, e rimane scornato.

Al tempo d'Urbano papa V, era per lo detto papa nella terra di Todi uno suo nipote, ch'avea nome messer Guglielmo, assai cavaliere dabbene, a tener luogotenente per lo detto papa. Era l'officio de' priori nel loro palagio, ed era di loro priore de' priori, al modo loro, e al modo nostro è chiamato il proposto, e avea nome Testa, il quale avea per usanza ogni mattina di bere a buon'ora; e fra l'altre mattine una mattina, perché 'l vino non gli facesse noia, e anco per potere bere meglio, prese una fetta di carne salata, e con uno pane sotto se n'andò alla cucina, e mettendo la detta carne su la bracia, come la si fu un poco riscaldata, e messer Guglielmo giugne, che vuole favellare a' priori, e subito e chiamato il proposto:
- Venite che messer Guglielmo è venuto che vuole favellare a' priori.
Il Testa, ch'era proposto, subito per non perdere quella sua arrosticciana o carbonata che vogliamo dire, mettela in uno pane e cacciasela sotto e giugne in sala, ed entra nell'audienza, trovando i compagni, e chiamando messer Guglielmo.
Avea il detto messer Guglielmo uno catello quasi tra botolo e bracchetto, e mai non si partiva da lui; ed essendo tra lui e tra' priori, sentí l'odore della carne salata, e andava pur col muso fiutando a uno a uno, e poi si fermava al proposto, e piú volte andandogli intorno, ora levandosi ritto, e ora intrandogli sotto il mantello, e alcuna volta ulolava. Alla perfine, non partendosi questo cane, ma stropicciando il proposto attorno attorno, el proposto cava il pane e la carne secca di sotto e gettala al cane e dice:
- E tu te l'abbi al nome del diavolo.
Gli altri priori come grossi diceano:
- E che hai tu dato al cane, proposto?
Ed egli dicea:
- Andate pur dietro a quello che siamo per fare.
Dice messer Guglielmo:
- Guarda, signori, quanto il vostro proposto è amator della chiesa di Roma; che non che sia tenero di monsignor lo papa o di me, che sono suo vicario, ma egli è tenero di uno mio vile cagnucciuolo, al quale vedete che ha dato cosí ben da mangiare in questa mattina.
Tutti i priori parvono montoni, sí stettono cheti, e al proposto parve aver pisciato nel vaglio, tanto che quasi per vergogna ammutolò. E 'l cavaliere detta la sua faccenda si partí, raccontando poi al papa Urbano la piacevole novella del proposto di Todi e del suo cucciolino; della quale il papa e gli altri della sua Corte che 'l seppono, piú tempo, dicendo questa novella, n'ebbono piacere grandissimo.
Ancora s'usano di simili reggimenti che pasciuti e avvinazzati vanno sempre ad ordinare e dare li loro consigli; ed ella sta come la sta, e Italia il sa, che con molte fatiche, di male in peggio va.


NOVELLA CIX

Uno va podestà, e lascia che la donna abbia guardia d'una botte di vino, sí che la ritrovi. Ella il dà a un suo divoto frate, e 'l marito, tornato d'officio, non se ne ricordò; di che ella pone a' Servi una botte di cera.

Presso alla chiesa de' Servi da Firenze fu già un uomo d'assai buona condizione, e avea una sua donna molto bella. Il quale essendo per andar podestà del Borgo a Santo Lorenzo, lasciò e comandò alla moglie che d'una sua botte di finissimo vino vermiglio per alcuna persona non se ne dovesse cavare; ma che gli lo dovesse serbare, sí che alla sua tornata trovasse e la botte e 'l vino nella forma che lasciava. La moglie disse che ciò che dicea, serebbe fatto; il marito andò in signoria, e la moglie rimase a fare la masserizia. Essendo questa donna stata circa due mesi, uno frate suo confessore o devoto, della detta chiesa de' Servi, cominciò ad esser di mala voglia, e la donna vicitandolo alcuna volta, e domandando come stava, ed elli rispondea che stava bene s'elli trovasse uno vino che li piacesse. Disse la donna:
- Io credo che in casa ne sia uno finissimo; ma il mio marito m'ha fatto tale comandamento che io non ardirei di toccarlo.
Udendo il frate questo, grandissima volontà gli venne d'averne, dicendo alla donna:
- Deh, mandatemene una piccola ingastaduzza pur per assaggiare.
La donna disse:
- Per una inghestara sia che vuole, ch'io ve la manderò.
E mandatoli la detta inghestada, al frate gli piacque sí che gli parve gli rimettesse la vita addosso; e raccomandandosi molto a questa donna, di guastada in boccaletto, e di boccaletto in guastada, il frate visitò sí questa botte, che un mese innanzi che 'l detto tornasse dell'officio, il vino ebbe del basso, e 'l frate era guarito e gagliardo.
Dice un dí la donna al frate:
- Oimè trista, come farò che 'l marito mio è per tornare, e la botte che mi raccomandò cotanto è vota?
Dice il frate:
- Buona donna, non ti dare pensiero; raccomandati e botati a questa nostra Annunziata, e lascia fare a lei.
Dice la donna:
- Se la mi fa grazia che 'l mio marito non mi tormenti per questa botte del vino, io gli porrò una botte di cera.
Disse il frate:
- E cosí fa', e vedrai ch'ella t'aiuterà.
Compiuti li sei mesi, el marito tornò di podesteria, e come che s'andasse la cosa, affatappiato o aoppiato che fosse, giammai non si ricordò né di questa botte, né del vino, se non come mai non fosse stato in quella casa. La donna piú volte disse questo al frate, il quale le disse:
- Siate certa ch'Ella non abbandonò mai persona, e ha fatti sempre grandissimi miracoli.
Onde la donna fece fare una botte di cera, e mandolla alla detta Annunziata de' Servi, per aver vota una botte di vino, e per essere tornato il suo marito di podesteria sanza la memoria.
Di questi boti e di simili ogni dí si fanno, li quali son piú tosto una idolatria che fede cristiana. E io scrittore vidi già uno ch'avea perduto una gatta, botarsi, se la ritrovasse, mandarla di cera a nostra Donna d'Orto San Michele, e cosí fece.
O non è questa non mancanza di fede, ma uno gabbamento di Dio e di nostra Donna e di tutti suoi Santi? E vuole il cuore e la mente nostra; non va caendo immagini di cera, né queste borie e vanità. Chi si recasse ben la mente al petto, e' vederebbe che molti lacciuoli, con li quali si crede andare in paradiso, le piú volte tirano altrui allo inferno.


NOVELLA CX

Uno gottoso facendo uccidere un porco di Santo Antonio, il porco gli fugge addosso in sul letto, e tutto il pesta, e assanna chi l'ha voluto uccidere, e campa.

E fu non è ancora molt'anni, uno mio vicino, il quale era tanto perduto di gotte che quasi mai di gran tempo non era possuto uscire del letto; e per questa sua malattia non avea perduto la gola, né alcun dente ancora, ma sempre agognava come potesse menare le mascelle. Avea fatto suo refettoro costui in una camera terrena appresso alla via, donde s'entrava nella sua casa, e ivi molti suoi calonaci s'andavano a stare con lui vicitandolo molto spesso, però che mai altro che mangiare e bere non si facea nel detto luogo. Avvenne per caso che due porci di Santo Antonio, bellissimi, quasi ogni dí entravono dalla porta da via, e poi subitamente entravono nella detta camera. Un giorno fra gli altri, essendo entrati questi porci nella detta camera, dice il gottoso a uno suo mazzamortone contadino:
- Che recadía è questa di questi porci? voglianne noi uccidere uno?
Risponde quelli:
- Purché voi vogliate.
Dice alcun che v'era:
- Oimè non ischerzate con Santo Antonio.
Dice il gottoso:
- Se' tu di questi sciocchi ancora tu che credi che Santo Antonio abbia a insalare carne? per cui? per la sua famiglia? tu sa' bene che colassú non si bee e non si mangia, ma questi suoi gaglioffi col T nel petto, sono quelli che divorano e dannoci a credere queste frasche; tutto il peccato si sia mio; lasciate fare a me.
E dice al fante:
- Troverrai una scure e appoggera'la in cotesto canto, e lascerai poscia governare a me questo fatto.
E cosí fu messo in ordine.
L'altra mattina, non essendovi altri ch'elli nel letto attratto, come ho detto, e questo suo fante, ed ecco li porci, ed entrono nella camera. Dice il gottoso al fante:
- Serra l'uscio e fornisci.
Quelli era un bastracone che averebbe gittato in terra una casa. Piglia la scure e mena, e dà con essa al porco nel capo; e non gli dié di sodo, ché la scure schianci; e 'l porco fedito, gittando molto sangue, gettasi sul letto, e l'altro dietrogli, e volgonsi verso il fante, facendo gran romore. Il gottoso che avea i porci addosso, comincia a gridare. Il fante il vuole soccorrere; sale sulla cassa, per cacciare li porci; e' porci, com'è di loro usanza, co' visi volti al fante gli si faceano incontro e continuo ammaccavano il gottoso; e 'l gottoso gridava; e' porci, quando il sentivano, grufolavano verso il suo viso, uscendo tuttavia il sangue, che parea una doccia. Il fante combattea di su la cassa, e non potendoli per alcun modo cacciare, sale sul letto, e su questo salire, pose i piedi su' piè del gottoso; il quale comincia a gridare:
- Accurr'uomo, ch'io son morto, - e avea il viso tutto sanguinoso.
E 'l fante come fu sul letto, e un porco l'assannò per la gamba, e comincia a gridare anco elli; e cosí in questa baruffa, pigiando i porci il gottoso, gridando il gottoso, che avea ben di che, lamentandosi il fante, e stridendo i porci, la famiglia del capitano passando per la via sente questo romore, corre dentro: - Avrí za -; e caccia in terra l'uscio della camera ch'era serrato, ed entrando dentro il cavaliere vede il gottoso col viso tutto insanguinato, vede il fante sul letto tra' porci fedito, e vede fedito un porco su la testa.
- Che vuol dir questo? - con le spade e co' berrovieri, facendosi contro a' porci, percotendoli; e' porci difendendosi, ma non potendo piú, facendosi adrieto, caddono tra la lettiera e 'l muro, ed eranvi sí stivati che uscire non ne poteano; e per questo faceano si grande le strida, e 'l gottoso i mugli, e 'l fante i dolori, e la famiglia il romore, per sí fatto modo che parea l'inferno; e tutto il mondo era tratto e traea; e ancora non avea potuto il cavaliere sapere quello che questo fosse.
Alla perfine il gottoso che appena potea favellare, e perché favellasse, per lo romore de' porci non era udito, dice:
- Oimè, io sono morto, io sono tutto lacero; volendo fare cacciare fuori questi porci, e' ci si rivolsono addosso, e hannomi concio come voi vedete.
E porci tuttavia stridivano.
Udito ciò il cavaliere, va col bastone verso i porci, dicendo:
- Nella mal'ora, doveteci uccidere gli uomeni? - e dà loro del bastone.
Egli erano in soppressa, e perché avessono voluto, non ne potevano uscire. Essendo il cavaliere quasi stracco, e udendo la cagione, disse alla famiglia:
- Jamoci -; e cosí si partí.
Rimasa cosí la cosa, li porci non si poterono mai trarre di quel luogo che convenne che 'l gottoso fosse portato altrove, e convenne si disfacesse la lettiera; e con questo erano sí accanati e accesi che fu gran pena a poterli cacciar fuori. E cosí terminò questa caccia che 'l gottoso ne venne presso a morte, essendo le carne sue tutte peste; sopra le gotte ebbe male sopra male, non potendo guarire in parecchi mesi delle pedate e percosse de' porci. Il fante fu per perderne la gamba. Santo Antonio fece questo miracolo, e però dice: "Scherza co' fanti e lascia stare i santi".


NOVELLA CXI

Frate Stefano, dicendo che con l'ortica farà levare la figliuola della comare, che piú non dorma, ha a fare di lei; e la fanciulla gridando, e la madre dice che faccia forte, sí ch'ella si levi, credendo che faccia con l'ortica; poi in fine lo conobbe per falso compare e piú non volle sua domestichezza.

Nella Marca in uno castello che si chiama San Mattia in Casciano, officiava in una chiesa un frate che avea nome frate Stefano; il quale presso alla chiesa avea per vicino una sua comare e costei avea una bella figliuola d'etade di quattordici anni o quindici. Ed essendo nel tempo della state che comunemente alli giovani piace il dormire, dormendo questa fanciulla che avea nome Giovanna, e chiamandola la madre che si levasse, ed ella rispondea che si levava; e chiamando molte volte: "Giovanna, levati"; ed ella dicendo: "Io mi levo"; e non levandosi; lo detto frate Stefano, udendo tanto chiamare, ed essendo nella chiesa, subito si trae le brache, e lasciale in un canto; e colse, che ve n'avea presso, parecchi gambi d'ortica, ed esce fuori della chiesa, e va verso la sua comare, dicendo:
- Comare mia, vuo' tu che io la vadia a orticheggiare, sí ch'ella si lievi?
La madre disse:
- Io ve ne prego - : avvisandosi che questo suo compare e parrocchiano fosse cattolico, come dovea essere.
Giunse frate Stefano al letto, dov'era la detta Giovanna, e scoprendo li panni del letto montò addosso alla detta Giovanna pigliando e piacere e diletto, ma non sanza fatica, però che la detta fanciulla piangea e gridava. La madre sentendola, dicea:
- Orticheggiala, orticheggiala, frate Stefano.
E lo detto frate Stefano dicea:
- Lascia fare a me -; e diceva frate Stefano: - E levera'tici, cattiva.
E la madre dicea pure:
- Orticheggiala, orticheggiala, sí che si lievi.
E finalmente avendola orticheggiata per questa maniera, e adempiute le sue lascive volontati, ritornò verso la comare con l'ortica in mano; ritornando alla chiesa, dice alla comare:
- Ognora ch'ella non si lieva, chiama pur me, vedrai come io la orticheggerò.
Partito lo frate, la Giovanna si levò piangendo, e vanne verso la madre; la qual disse:
- Hatti bene orticheggiata?
La Giovanna disse:
- Altro ci ha che ortica; andate a veder lo letto.
E la madre l'andò a vedere, e vide li segni che frate Stefano l'avea tradita e vituperata; e cominciò a dire:
- Compare falso, tu m'hai ingannata; ma per la morte di Dio te ne pagherò.
Quel dí medesimo frate Stefano ebbe sí poca faccia che domandò la comare se la sua figliuola s'era levata. Ed ella rispose:
- Vanne, compare falso, che per la passion di Dio non ce ne beccherai mai piú - : e non gli entrò mai piú in casa.
Non è adunque maraviglia se le piú non vogliono presso frati o preti, da poi che cosí sfrenatamente assaliscono le femine. Un altro, e io scrittore sono di quelli, che facendo prima mille madriali e ballate, non acquisteremo un saluto; e costui, venutoli il pensiero, calate le vele e lasciate in guardia a quelli Santi dipinti della chiesa, n'andò, come uno indomito toro, a congiungersi con una fanciulla.
E perciò ha provveduto bene la città di Vinegia, che poiché altri non si può vendicare sopra lor mogli o figliuole, che a ciascuno sia lecito sanza pena fedire i cherici di qualunque fedite non muoiano ellino, ed ènne pena soldi cinquanta; e chi è stato là, l'ha potuto vedere; ché pochi preti vi sono che non abbiano di gran catenacci per lo volto. E di questo freno è infrenata la loro trascurata e dissoluta baldanza.


NOVELLA CXII

Essendo Salvestro Brunelleschi a ragionamento con certi, come l'avere a fare con le mogli era dannoso; e Franco Sacchetti dicendo che di ciò ingrassava; la moglie del detto Salvestro udendo ciò da una finestra, fa ciò ch'ella puote la notte perché 'l suo marito ingrassi.

Non è ancora dieci anni che Salvestro Brunelleschi, molto piacevolissimo uomo, diede cena a una brigata, tra la quale mi trovai io scrittore. E avendo il detto comperato una filza di salsiccioni per metterne su ogni tagliere uno lesso, avendogli fatti lessare, gli misse a freddare su una finestra. Quando la brigata fu a tavola, vennono su' taglieri capponi lessi; dicendo Salvestro:
- Signori, io mi vi scuso che vi avevo a dar salsicciuoli che erano su una finestra a freddare; non ve gli ho trovati; non so se gatta o altri gli avesse tolti.
Dico io:
- Per certo serà stato uno nibbio che io vidi testè per aria con una filza che portava; e' siano stati dessi.
E cosí fu; che per maggior prova piú di sei mesi continuò ogni dí a quell'ora venire verso la detta finestra, avvisandosi ogni dí fosse pola.
Ora avendo cenato, e usciti fuori, avendo il detto Salvestro una sua donna piacevolissima com'egli, ed era Friolana, stando quella sera alla finestra; e su una panca appiè della sua casa essendovi molti vicini, com'è d'usanza, ed eranvi de' ben satolli, e io scrittore mi trovai tra quelli; vi si cominciò a ragionare dell'usar con le mogli, e la proposta fu: quanto l'uomo rimanea vinto per quella faccenda. Dice Salvestro:
- Quando io ho aúto a fare della donna, mi par essere nell'altro mondo, sí rimango vinto.
Dice un altro:
- A me comincia andare la cappellina in su l'occhio manco.
Dice un altro:
- A me intervien peggio, ché quando io mi voglio trovare con la donna mia, la cappellina si rimane sul capezzale.
Dice uno, che ha nome Cambio Arrighi; avea settant'anni:
- Io non so che voi vi dite; quando io sono stato una volta con la mia per quello affare, e' mi par esser piú leggiero che una penna.
Dice Salvestro:
- Sta' con lei due volte, e volerai.
Io udendo costoro, dico:
- Io ho gran vantaggio da voi, che l'usar con la donna mia mi tiene grasso e gagliardo; quanto piú uso con lei, piú ingrasso.
La donna Friolana ci era sopra capo a una finestra, com'ho detto, e ogni cosa notava. E uno maestro Conco, il quale era di barattiere divenuto pollaiuolo, e di pollaiuolo era diventato medico, che era vago delle femine come i fanciulli delle palmate, dice:
- O sciocchi, sciocchi, e' non è piú inferma cosa a' vostri corpi, e da cacciarvi piú tosto sotterra, che quello di che voi dite.
Venne la notte, e partí questo ragionamento, e ciascuno s'andò a casa. Salvestro andatosi a letto con la sua donna che ogni cosa aveva udita, la donna gli s'accosta allato e dice:
- Salvestro, ora m'avveggio perché tu se' cosí magro; e ben veggio che Franco ha detto istasera il vero di quello che voi ragionavate.
Dice Salvestro: - Di che?
Dice quella:
- O tu ti mostri delle cento miglia; ciascuno degli altri dicea che l'usar con le loro mogli gli cacciava sotterra, e Franco disse che ne ingrassava; e però se tu se' magro, egli è stato tuo difetto; io intendo che tu ingrassi -; e tanto fece, che convenne che Salvestro piú volte si sforzasse se potea ingrassare.
Venuta la mattina, e io mi stava su la panca da via, e Salvestro scendendo la scala, uscendo fuori, e io salutandolo gli do il buon dí. E quelli risponde:
- Cotesto non dich'io a te, ma piú tosto ho voglia di dire che Dio ti dia cento milia malanni.
E io dico:
- Perché?
E quelli dice:
- Come perché? tu stai la sera a dire che l'usare con la tua donna t'ingrassa, e la donna mia t'udí; ella mi giunse istanotte, dicendo: "Or veggio perché tu se' magro; alla croce di Dio, e' conviene che tu ingrassi"; e hammi fatto, per le tue parole, far quelle cose, che Dio sa come sono sofficiente a ciò.
Continuo era la donna alla finestra, e con grandissime risa dicea ch'ella intendea d'ingrassare Salvestro, com'era ingrassato io: "e quel maestro di firusica del Conco, che disse sí e sí, che Dio gli dia il malanno, che sta con la bottega piena d'orci invetriati e di torni da balestra, e tiravi su le gambe attratte, e' andò pur l'altro dí a Peretola a tagliare uno gavocciolo tra la coscia e 'l corpo; gli trasse il granello, e morissene, che arso sia elli, com'egli è degno; sta a dire che noi cacciamo sotterra i mariti; e' gli si vorrebbe ben fare quello che merita; lasci stare le mogli, con la mala ventura, ché egli non può parlare di quello che non prova; tanto s'intende di questo, quanto della medicina; ché bene è tristo chi alle mani gli viene". E poi voltasi verso me disse:
- E par bene che Franco conosca quanto il maestro Conco: e' non vi fu niuno che dicesse il vero, altri ch'elli. E tu, Salvestro, ne potrai bene scoppiare, che giugni fuori e non lo saluti, per quello che disse; che converrà, o vuogli tu, o no, che io m'ingegni d'ingrassarti.
Or cosí, per le mie parole, fu condotto il detto Salvestro che spesse volte convenía che vegliasse, che volentieri averebbe dormito; e la donna lo studiava, e quanto piú lo studiava, piú dimagrava; tanto che la donna gli dicea spesse volte:
- Per certo, Salvestro, tu se' di cattiva razza; quando io credo che tu ingrassi, e tu dimagheri; averesti tu la pipita?
- Gnaffe sí ch'io l'ho; ma né mica l'hai tu, tanto becchi volentieri.

Quando ebbono avuto in su questo un pezzo di piacere, ne feciono pace, e tornoronsi in sul dormire, e in sul russare, standosi pianamente, come la natura richiedea.




NOVELLA CXIII

Al proposto di San Miniato un venerdí santo da uno della brigata delli scopatori, con la bocca, è tolta l'offerta che avea su l'altare.

In San Miniato al Tedesco, che oggi si chiama fiorentino, fu un proposto ricco, come ancora oggi si vede la rendita di quello propostato, ma era tanto avaro che Mida non fu il terzo. Avvenne per caso che uno venerdí santo andandosi a visitar le chiese, e offerere su gli altari ogni maniera di gente, e oltre a questo molte compagnie e regole di battuti, col Crocifisso innanzi; avvicinandosi su la nona, il proposto s'accostò all'altare per vedere come fosse fornito; e vedutovi suso assai danari, gli cominciò a raccogliere per riporli però che mezzo dí era passato, sperando non dovervi venire piú a dare offerta alcuna gente. E raccolti i detti danari su uno monticello in su l'altare, e aprendo la tasca per mettervegli entro, ed ecco giugnere una compagnia di battuti, per inginocchiarsi all'altare e offerere: come vede costoro, levasi dall'altare, e lasciavi li denari; e 'l cherico da parte; pensando che quando elli vedessino tanti danari, maggiore divozione gittasse al suo maggiore altare; e partissi, e uscío per alquanto fuori della chiesa. Quando gli scopatori ebbono dinanzi a quello altare orato inginocchione quanto vollono, vanno a baciar l'altare, e cosí giugnendo all'altare, uno di loro gittato gli occhi a quel monticello de' dinari, mandato un poco la visiera dell'elmo, facendo vista di baciare l'altare, pose la bocca aperta su' detti danari, e quanti con la bocca ne poteo pigliare, tanti ne pigliò; e data la volta, seguendo gli altri, s'uscío fuori. Stando alquanto, il proposto torna per ricogliere, e credendo ch'e' denari fosseno cresciuti, gli trova scemati per sí fatto modo che sanza riguardare o come, o che, dice al cherico:
- Ove sono questi denari?
Dice il cherico:
- E sono come voi gli lasciasti.
- Come sono, com'io gli lasciai? - dice il proposto. Piglia costui, e dagliene per uno pasto.
Il cherico si scusò assai, ma niente gli valse, e 'l proposto stette di ciò gonfiato e tristo un buon tempo, non potendo mai sapere che viaggio avessono fatto detti denari; e colui che se n'empié la bocca, con alcuno compagno fece che si convertirono in capponi; e per l'anima del proposto feciono tra loro una bella piatanza; ed elli con l'avanzo che v'erano rimasi si stette misero e tapino.


NOVELLA CXIV

Dante Allighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo.

Lo eccellentissimo poeta volgare, la cui fama in perpetuo non verrà meno, Dante Allighieri fiorentino, era vicino in Firenze alla famiglia degli Adimari; ed essendo apparito caso che un giovane cavaliere di quella famiglia, per non so che delitto, era impacciato, e per esser condennato per ordine di justizia da uno esecutore, il quale parea avere amistà col detto Dante, fu dal detto cavaliere pregato che pregasse l'esecutore che gli fosse raccomandato. Dante disse che 'l farebbe volentieri. Quando ebbe desinato, esce di casa, e avviasi per andare a fare la faccenda, e passando per porta San Piero, battendo ferro uno fabbro su la 'ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, se non che s'accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di molti ferri con che facea l'arte; piglia Dante il martello e gettalo per la via, piglia le tanaglie e getta per la via, piglia le bilance e getta per la via, e cosí gittò molti ferramenti. Il fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice:
- Che diavol fate voi? sete voi impazzato?
Dice Dante:
- O tu che fai?
- Fo l'arte mia, - dice il fabbro, - e voi guastate le mie masserizie, gittandole per la via.
Dice Dante:
- Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie.
Disse il fabbro:
- O che vi guast'io?
Disse Dante:
- Tu canti il libro e non lo di' com'io lo feci; io non ho altr'arte, e tu me la guasti.
Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavoro; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante; e Dante n'andò all'esecutore, com'era inviato. E giugnendo all'esecutore, e considerando che 'l cavaliere degli Adimari che l'avea pregato, era un giovane altiero e poco grazioso quando andava per la città, e spezialmente a cavallo, che andava sí con le gambe aperte che tenea la via, se non era molto larga, che chi passava convenía gli forbisse le punte delle scarpette; e a Dante che tutto vedea, sempre gli erano dispiaciuti cosí fatti portamenti; dice Dante allo esecutore.
- Voi avete dinanzi alla vostra Corte il tale cavaliere per lo tale delitto; io ve lo raccomando, come che egli tiene modi sí fatti che meriterebbe maggior pena; e io mi credo che usurpar quello del Comune è grandissimo delitto.
Dante non lo disse a sordo; però che l'esecutore domandò che cosa era quella del Comune che usurpava. Dante rispose:
- Quando cavalca per la città, e' va sí con le gambe aperte a cavallo, che chi lo scontra conviene che si torni adrieto, e non puote andare a suo viaggio.
Disse l'esecutore:
- E parciti questo una beffa? egli è maggior delitto che l'altro.
Disse Dante:
- Or ecco, io sono suo vicino, io ve lo raccomando.
E tornasi a casa, là dove dal cavaliere fu domandato come il fatto stava.
Dante disse:
- E m'ha risposto bene.
Stando alcun dí, il cavaliere è richiesto che si vada a scusare dell'inquisizioni. Egli comparisce, ed essendogli letta la prima, e 'l giudice gli fa leggere la seconda del suo cavalcare cosí largamente. Il cavaliere, sentendosi raddoppiare le pene, dice fra sé stesso: "Ben ho guadagnato, che dove per la venuta di Dante credea esser prosciolto, e io sarò condennato doppiamente".
Scusato, accusato, che si fu, tornasi a casa, e trovando Dante, dice:
- In buona fé, tu m'hai ben servito, che l'esecutore mi volea condennare d'una cosa, innanzi che tu v'andassi; dappoi che tu v'andasti, mi vuole condennare di due -; e molto adirato verso Dante disse: - Se mi condannerà, io sono sofficiente a pagare, e quando che sia ne meriterò chi me n'è cagione.
Disse Dante:
- Io vi ho raccomandato tanto, che se fuste mio figliuolo piú non si potrebbe fare; se lo esecutore facesse altro, io non ne sono cagione.
Il cavaliere, crollando la testa, s'andò a casa. Da ivi a pochi dí fu condennato in lire mille per lo primo delitto, e in altre mille per lo cavalcare largo; onde mai non lo poté sgozzare né egli, né tutta la casa degli Adimari.
E per questo, essendo la principal cagione, da ivi a poco tempo fu per Bianco cacciato di Firenze, e poi morí in esilio, non sanza vergogna del suo Comune, nella città di Ravenna.


NOVELLA CXV

Dante Allighieri, sentendo uno asinaio cantare il libro suo, e dire: arri; il percosse dicendo: cotesto non vi miss'io; e lo rimanente come dice la novella.

Ancora questa novella passata mi pigne a doverne dire un'altra del detto poeta, la quale è breve, ed è bella. Andandosi un dí il detto Dante per suo diporto in alcuna parte per la città di Firenze, e portando la gorgiera e la bracciaiuola, come allora si facea per usanza, scontrò uno asinaio, il quale avea certe some di spazzatura innanzi; il quale asinaio andava drieto agli asini, cantando il libro di Dante, e quando avea cantato un pezzo, toccava l'asino, e diceva:
- Arri.
Scontrandosi Dante in costui, con la bracciaiuola li diede una grande batacchiata su le spalle, dicendo:
- Cotesto arri non vi miss'io.
Colui non sapea né chi si fosse Dante, né per quello che gli desse; se non che tocca gli asini forte, e pur:
- Arri, arri.
Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante, cavandoli la lingua, e facendoli con la mano la fica, dicendo:
- Togli.
Dante veduto costui, dice:
- Io non ti darei una delle mie per cento delle tue.
O dolci parole piene di filosofia! che sono molti che sarebbono corsi dietro all'asinaio, e gridando e nabissando ancora tali che averebbono gittate le pietre; e 'l savio poeta confuse l'asinaio, avendo commendazione da qualunche intorno l'avea udito, con cosí savia parola, la quale gittò contro a un sí vile uomo come fu quell'asinaio.


NOVELLA CXVI

Prete Juccio della Marca è accusato allo Inquisitore per le sue cose lascivie, ed essendo dinanzi a lui, gli dà di piglio a' granelli in forma che mai non li lasciò, che lo prosciolse.

E mi conviene pur tornare nella Marca, però che di piacevoli uomeni sempre è stata piena. Fu nella terra di Montecchio già un prete, il quale avea nome prete Juccio, il quale era cattivo in ogni crimine di lussuria; e per questo, purch'egli avesse possuto contentare le sue volontà, ogni affezione vi mettea, come se nel Vangelo per la bocca di Cristo gli fosse comandato; e sempre avea per usanza d'andare sanza panni di gamba. Avvenne per caso che, arrivando nella detta terra uno Inquisitore dell'ordine di Santo Francesco, questo prete Juccio li fu accusato de' suoi cattivi costumi; e fra l'altre cose, fu detto allo Inquisitore che elli non portava panni di gamba:
- E questo, venendo a voi, il potrete fare vedere, e seretene certo; e secondo li vostri decreti senza brache non si puote cantar messa, ed elli la canta tutto dí.
Udito l'Inquisitore gli accusatori, fece richiedere prete Juccio, il quale di presente comparí. Come lo Inquisitore il vide, disse:
- Fatti in cià ad escusarti d'una inquisizione.
E quelli accostasi a lui. Dice l'Inquisitore:
- Èmmi detto che ci vai sanza brache.
Dice prete Juccio:
- Signor mio, egli è vero, che per questi caldi non le posso portare.
Dice lo Inquisitore:
- Anzi ci vai senz'esse, per esser piú presto alli stimoli della lussuria.
- Come che sia, io sono a' vostri comandamenti.
Dice lo Inquisitore:
- Se' tu prete Juccio, il quale fai tante cattivanze?
E quelli rispose:
- Non fe' mai niuna cattività.
E detto questo, dà di piglio alli testicoli con l'altre appartinenze dello Inquisitore, e dice:
- Perché tenete voi questo pascipeco? questo è quello che va facendo le cattivanze, e contra li comandamenti di Dio -; e tirando quanto potea, dicendo: - Mai non ti lascerò il tuo pascipeco, se tu non mi prosciogli d'ogni cosa che lo mio pascipeco ha fatto.
E tanto tirò che lo Inquisitore per forza l'assolveo della formata inquisizione. E partendosi il detto Inquisitore, prete Juccio ringraziò il pascipeco dello Inquisitore, lo quale l'avea assoluto de' suoi peccati, dicendo quel verso delle letane: Propitius esto, parce nobis domine . E cosí per nuovo modo fu deliberato prete Juccio; e l'Inquisitore se n'andò con la borsa e col pascipeco molto ristretto e forte indolinzito, in forma ch'andando a cavallo, dalla sella era molestato piú che non averebbe voluto.
E cosí questi cherici marchigiani, andando sbracati, sono sí fieri, che ogni persona fanno venire a ubbidienza, se non s'abbattessino a messer Dolcibene, che gli sapea capponare.


NOVELLA CXVII

Messer Dolcibene, essendo nella città di Padova, e non volendo il Signore che si partisse, con una nuova e sottile astuzia al suo dispetto si parte.

Nella città di Padova con messer Francesco vecchio da Carrara si trovò messer Dolcibene, il quale a drieto in piú novelle è stato raccontato, a una sua festa; ed essendo stato piú dí, e avendo aúto quella utilità che gli uomeni di corte, che traggono a' signori, possono avere, e piú nulla sperando, pensò di voler mutare asgiere e di partirsi, chiedendo commiato al signore. Il signore, veggendo che costui si volea partire, perché non vedea da potere piú trarre a sé, non lo licenziò; ed elli pur ritornando a domandar licenza, però che non avendo il bullettino non potea uscire di Padova, il signore ordinò con quelli delle bullette gli facessino il bullettino, e a quelli delle porte avea ordinato non lo lasciassono andare, se elli medesimo, o suo famiglio, non dicesse loro. Messer Dolcibene, andando e' co' bullettini e con licenza, pervenuto alla porta per uscir fuori, niuna cosa gli valea. Ritornando in fine al signore e dicendogli: - Al nome del diavolo, non mi straziar piú, lasciamene andare -; dice il signore:
- Va', per me non ti tengo; e acciò che tu 'l creda bene, tu vedrai testeso la prova.
E chiamò messer Ugolino Scovrigni, e disse:
- Sali a cavallo, e va' con Dolcibene, e di' a' portinari lo lascino andare.
A messer Dolcibene parve esser licenziato da dovero, e muovesi col detto messer Ugolino; e come furono alla porta, dice messer Ugolino:
- Lasciate andare messer Dolcibene, e io ve lo dico per bocca del signore.
Dissono i portinari:
- Se il signore il dicesse qui in persona, noi non siamo per lasciarlo andare.
Messer Ugolino strigne le spalle, e tornasi con messer Dolcibene al signore, e dice quello ch'e' portinari hanno detto. E 'l signore mostra di adirarsi, e dice:
- Dunque m'hanno i miei servi per cosí dappoco? per lo corpo e per lo sangue, che io scavezzerò loro le braccia su la colla.
Messer Dolcibene, che s'avvedea, dice al signore:
- Deh, non facciamo tanti atti; tu fai fare tutto questo, e fa' lo per istraziarmi; ma quando io mel porrò in cuore, io me n'andrò a tuo dispetto.
Disse il signore:
- Se tu puo' far cotesto, o che vieni per licenzia e per bullette? vattene ogni ora segnato e benedetto.
Disse messer Dolcibene:
- Vuo' tu, s'io posso?
Disse il signore:
- Sí sí, va' pur via.
E messer Dolcibene si parte, e vassene a uno luogo s'uccideano li castroni e' porci; e toglie uno coltellaccio, e tutto quanto l'avviluppò nel sangue, e sale a cavallo, e portalo alla scoperta in alto, mostrando che con esso avesse fatto omicidio; e dà degli sproni, correndo verso la porta. La gente gridava: "Che è, che è?" E chi dicea: "Piglia"; e chi: "Pigliate"; e messer Dolcibene gridava:
- Oimè lasciatemi andare, ch'io ho morto il todesco Casalino.
Come la gente udiva questo, chi a man giunte gli priega drieto, e chi in un modo, e chi in un altro, dicendo:
- Dio ti dia grazia che tu scampi e che tu vada salvo.
Giugnendo alla porta, i portinari si fanno incontro per pigliarlo e con le spade e con lance, e averebbonlo fatto; ma come udirono lui dire avere morto il tedesco Casalino, le lance e le spade di piatto si menavono, e davano maggiori colpi che poteano su la groppa al cavallo, gridando: "Piglia, piglia"; ogni cosa feciono, perché fuggisse bene; e cosí, uscendo fuori della porta a sproni battuti, s'andò con Dio.
E acciò che questa novella sia meglio gustata, questo tedesco Casciolino fu il piú sgraziato padovano che mai fosse in Padova, e non era niuno, non che bene gli volesse, ma che non bramasse a lui venire ogni male. Era ricchissimo, e per questa disgrazia si partí di Padova con ciò ch'egli avea, e vennesene a Firenze, e comperò casa, e puosesi su la piazza di Santa Croce; e comperò il bel luogo da Rusciano, il quale è oggi di messer Antonio degli Alberti. E come in Padova non avea grazia in persona, in Firenze n'ebbe vie meno, e ivi si morí. Il signore di Padova, sentendo in che maniera messer Dolcibene se n'era andato, pensi ciascuno che piacer ne prese, non ch'elli, ma tutta Padova. E 'l tedesco Casalino era guardato da ciascuno con gran risa; ed elli n'aombrò di questa novella per sí fatta maniera che quasi ne parea fatto piú tristo che prima. Messer Dolcibene, uscito di Padova, se n'andò ricercando i signori di Lombardia, e con questa novella guadagnò di molte robe, e ritornossi a Firenze con esse. E ritrovandosi fra' rigattieri, poiché con esse ebbe fatto un pezzo la mostra, le recò a contanti; e poi se n'andò a un suo luogo a Leccio in Valdimarina, e con quelli danari fece fare di be' lavori.


NOVELLA CXVIII

Il piovano da Giogoli ingannato da un suo fante, il quale con una gran piacevolezza li fichi buoni per sé mangiava, e' cattivi portava al piovano; dopo non molti dí veduto il fatto, n'ebbono gran sollazzo.

Alla pieve a Giogoli, presso a Firenze, poco tempo fa, fu un piovano, che avea un suo fante, il quale quasi ogni cosa a lui opportuna facea, insino al cuocere. Essendo di settembre, e avendo in un suo orto un bel fico castagnuolo, e avea molti belli fichi; una mattina dice il piovano al detto fante:
- Va' togli quel canestro, e va' al tale fico, ch'io vi gli vidi molto belli ieri, e recamene.
Il fante tolse il canestro e andò al detto fico, e salendovi suso, veggendoli molto belli, e assai di quelli pengiglianti, che aveano la lagrima, si mettea in bocca, che parea ch'egli avesse a fare una sua vendetta; e quando cogliea, per suo mangiare, uno di quelli cosí fatti fichi che aveano la lagrima, dicea:
- Non pianger no, che non ti mangerà messere -; e mandava giú; e se mille fichi avesse mangiato con quella lagrima, a ciascun dicea: - Non pianger no, non ti mangerà messere -; e manicavaselo elli.
Nel canestro mettea fichi tortoni, o con la bocca aperta, che appena gli averebbono mangiati i porci; e portali al piovano; il quale veggendoli, dice:
- Son questi fichi del fico ch'io ti dissi?
Disse il fante:
- Messer sí.
E piú mattine il piovano mandò il detto fante, e mai non poté avere un buon fico. Una mattina fra l'altre, avendolo mandato il piovano per li detti fichi, dice a un suo cherico:
- Deh, va' sotto la tale pergola, e guarda che 'l fante non ti veggia, e vedi di qual fichi mi reca, e quello che fa; che per certo altro che Dio non può fare che costui mi rechi de' fichi di quel fico.
E 'l cherico va sotto la pergola e sta in guato, accostandosi piú al fico, dove il fante era, che potea. Essendovi su il fante, ebbe veduto troppo bene che, cogliendo quelli piú belli fichi, che piagnevano dell'inganno del loro signore, il fante, sanza partirli, se gli mangiava, dicendo a ciascuno:
- Non pianger no, non ti manicherà messere.
Quando il cherico ha veduto e udito il fatto, catalone catalone, se ne va e torna al piovano, e dice:
- Messere, e' ci è la piú bella novella che voi udiste mai; il vostro buon garzone va troppo bene al fico, dove voi il mandate, e quelli belli che voi vorreste e che al becco hanno la lagrima, tutti gli manuca per sé; ed ècci peggio delle beffe che fa di voi: ché ciascuno che gli viene alle mani di quegli, dice: "Non pianger no, non ti mangerà messere"; e manucaseli tutti a questo modo.
Dice il piovano:
- Per certo questa è ben bella novella; ben dicea io, questo non poter mai essere -; e aspetta che lo amico torni co' fichi, ed eccolo tornare.
Il piovano scuopre il canestro, e non truova se non fichi duri e a bocca aperta. Volgesi al fante:
- Deh morto sie tu a ghiado; quanto io ho assai sofferto! che fichi son questi che tu m'hai recato parecchi mattine?
Quelli risponde:
- Messere, son di quel fico che voi mi mandaste
Dice il piovano:
- E tu di' vero, ma di quelli del lamento della Maddalena non me ne tocca niuno a me.
Dice il fante:
- Che hanno a fare i fichi con la Maddalena?
- Ben lo sai tu, - dice il piovano, - come tu hai consolato quelli che aveano la lagrima, che se' stato sí pietoso del piagnere che faceano che tu gli hai tutti divorati.
Il fante si difendea; ma pur sentendo dire il piovano, con la testimonianza del cherico, ebbe per certo il guato essere scoperto, e dice:
- Messer lo piovano, quello che io facea io mel credea fare per vostro vantaggio; io vi recava de' fichi che stavano divisi e a bocca aperta. E perché ve gli recava partiti e divisi? Perché voi sempre gli partite, quando gli mangiate; e perciò che non gli aveste a partire, e non duraste quella fatica; che quanto io per me, non ne parto mai niuno, e però mangiava gl'interi. L'altra ragione, il perché io ve gli recava a bocca aperta, tenendo per me e mangiando quelli della lagrima, è perché io conosco che le cose allegre vogliono esser de' signori, e le triste de' fanti. Io vi recava i fichi lieti e che rideano di sí gran volontà con la bocca aperta, che se avessino aúto denti, tutti si sarebbono annoverati; e per me mi toglieva li tristi di pianto e lagrimosi.
Dice il piovano:
- Per certo, tu m'hai rendute ragioni che tu déi molto ben sapere il Rinforzato -; e fra sé medesimo godea di questa novella; ma pur non sí, che trovando da ivi a pochi dí che 'l fante detto allegando un testo del Codico, gli facea danno in cucina, lo mandò via, essendo rimaso il detto piovano molto piú sperto e piú cauto.


NOVELLA CXIX

Messer Gentile da Camerino, mandando l'oste a Matelica, certi fanti da Bovegliano, essendo ebbri, combàttieno uno pagliaio, e nella fine, cogliendo ciriege, sono tutti presi.

Messer Gentile da Camerino fece bandire una volta per lo suo territorio che cotanti per centinaio dovessino con le loro arme comparire, sapendo che volea mandare l'oste a Matelica; e per obbedire, ogni suo sottoposto s'apparecchiò d'andare nella detta oste; e fra gli altri comuni e ville, andarono alla detta Matelica una nuova generazione di gente d'una villa che si chiama la pieve di Bovegliano; della qual villa si partirono per andar nell'oste trenta e dieci buon fanti, e ben armati tutti si misseno in cammino, e arrivorono ad una taverna, dove la detta brigata si rinfrescarono; e poi che ebbono molto ben beúto, che tutti erano obbriachi, andarono in su un'aia, dove era un grande pagliaio di paglia, e chi si voltolava di qua, e chi di là. Disse uno di loro che avea nome Nazzetto:
- Brigata, noi andiamo nell'oste a Matelica, e se noi non proviamo prima le nostre persone, innanzi che giugniamo a Matelica, non sapremo che fare, e là saremo vituperati; e perciò credo che sia lo meglio che noi diamo la battaglia a questo pagliaio, e facciamo ragione che sia un castello; e come faremo qui, cosí faremo a Matelica.
E cosí si furono accordati; e armandosi tutti di palvesi, e di rotelle, e di balestra, e lancioni; tutti ad una voce gridando: "Alla terra, alla terra"; alcuno gridava: "Arrendetevi, cattivelli"; e gittansi addosso al detto pagliaio, lanciando forte e balestrando verrettoni, facendo gran prove contro al detto pagliaio.
Ma il migliore fante che ci fosse, fu Nanziuolo di Nazzarello, che lanciò la lancia per fino allo stocco nel detto pagliaio. E questo detto: "infino allo stocco", s'intende, secondo il vulgare della Marca, quando tutto il ferro v'è entrato dentro. E tanto fecero la detta brigata che tutto lo detto pagliaio buttorono per terra, e poi si coricorono a dormire nella detta paglia; e traversando le gambe e intraversando l'una sopra l'altra, quando si svegliarono, e uno guarda fra le dette gambe, e videle cosí infrascate. Dice alla brigata:
- Fratelli miei, come faremo noi, che non serà chi ci recappi queste gambe, perché io non so qual si sieno le mie.
E l'altro rispondea:
- Per le maraviglie di Dio, che tu dici lo vero che non reconosciamo le gambe l'uno dell'altro.
E chi facea boto a San Venanzo, e chi a San Givingio, e chi a Santo Iemino, e chi a uno, e chi a un altro, che li campasse e rendesse le sue gambe. E standosi in questa maniera, passando uno da San Genagio, il quale avea nome Giovanni di Casuccio, ed era abbottonato d'argento dal capezzale infino al piede, da loro fu chiamato, dicendo:
- Noi ti preghiamo che ritruovi a ciascuno di noi le nostre gambe, e a ciascuno rendi le sue.
Lo detto Joanni, facendosi presso a costoro, disse:
- E che mi ci darete, se io ce le ritruovo?
Furono in patto di darli soldi dieci per ciascuno; egli furono contenti, e pagaronlo innanzi tratto; e chi diede danari e chi pegni.
Quando fu da ciascuno accordato, ed egli piglia uno bastone e gitta tra le gambe di questi pappacchioni. Quando egli veggiono questo, ciascuno si tira le sue gambe sotto, e ciascuno riebbe e riconobbe le sue; e lodando lo detto Joanni per buon maestro, e Santo Venanzo, e gli altri santi, a cui s'aveano raccomandati, che aveano mandato costui perché non fossono vituperati, pigliando ciascuno le loro arme e le loro gambe, e andarono a Matelica. Giugnendo nel campo lo dí seguente, li trenta e dieci buon fanti dalla pieve di Bovegliano andarono a mangiare le ciriege per una vigna, e chi stava ad alto e chi a terra. Quelli di Matelica uscirono fuori a scaramucciare; e traendo uno d'uno balestro, uno di questi che stava a terra, cominciò a gridare e lamentare, dicendo:
- O compagno mio, acciutemi, che io sono morto -; tenendosi l'arme a' fianchi, parendoli esser morto, come dicea, solo per lo diserrare del balestro.
E 'l compagno scende del ciriegio, e guarda costui e dice:
- Che hai tu?
E quelli dice:
- Guarda a chinche è colto quillo, quillo che fu su per l'aere.
E lo compagno guarda, e dice:
- E qui non è niente.
Ed elli risponde:
- Se no è qui, adunque è in quella folta sepe.
E stando in questa questione, li Matelicani furono alla detta brigata, e pigliarono, delli trenta e dieci buon fanti, trenta e undici. Alli quali, a cui furono tratti i denti, a cui mozzi gli orecchi; e pagarono quello che poteano per uscire di prigione. E cosí capitarono questi gagliardi, che, essendo armati di mosto, combatterono con la paglia, e poi appiè d'un ciriegio furono vinti, senza fare alcuna difesa.


NOVELLA CXX

Essendo messo di notte un bando in Firenze da casa Bardi, un cherico, essendo entrato in uno monimento per certe faccende, comincia a gridare, e 'l banditore si fugge, credendo sia stata un'anima.

Al tempo che 'l Duca d'Atene signoreggiava Firenze, morí un cavaliere de' Bardi, il quale fu riposto in uno monimento da Santa Maria sopr'Arno, che ancora oggi si vede essere nel muro dalla faccia dinanzi, il quale è sopra la via. E la notte vegnente, essendo salito alcuno cherico sul detto monimento, e avendolo scoperchiato, ed entratovi dentro per ispogliare il detto cavaliere morto, per alcun caso convenne andare un bando per parte del Duca in quell'ora della notte; e giugnendo il banditore a bandire nella via appiè del detto monimento, come ebbe compiuto el bando, e costui che era nel monimento si lieva, uscendo mezzo della sepoltura, e percotendo le mani, gridoe:
- Sia, sia, sia.
Il banditore veggendo e udendo il romore e le grida uscire con un corpo di un monimento, dà delli sproni al cavallo, e levala, come avesse mille diavoli addosso, credendo fermamente che anime di quello monimento si fossono levate e avessono fatto il detto romore, affermando il detto banditore a ciascuno che per certo di quella sepoltura un'anima, levandosi, dicendo: "Sia, sia, sia", gli avea messa tal paura addosso che mai non che credesse bandire piú, ma che il fiato suo avea perduto in tal forma ch'egli era molto presso a morte.
Tutta Firenze il giorno seguente andorono a vedere il detto monimento; chi tralunava di qua e chi di là; nella fine dissono che 'l banditore ave' aúto le traveggole e che non sapea quello che si dicea. Il Duca, sappiendo questo, volle sapere dal banditore questo fatto; e alla fine, credendo che l'avesse fatto per mettere la terra a romore, lo volea fare impiccare. Poi per la paura aúta il banditore parea che fosse invasato e fuori della memoria, e per questo campò la vita; che 'l Duca il fece cassare, e mai piú non fu banditore, e anco ne fu contento. Nuovi casi s'accozzorono insieme a far maravigliare il Duca e tutti i cittadini, e a far presso che impiccare il banditore. E per questo e per moltr'altre cose si può comprendere come la fortuna spesso avvilisce chi va piú di sicuro; come costui, che per bandire fu per morire.


NOVELLA CXXI

Avendo maestro Antonio da Ferrara a Ravenna perduto a zara, capita nella chiesa dov'è il corpo di Dante, e levando tutte le candele dinanzi al Crocifisso, le porta tutte e appiccale al sepolcro di detto Dante.

Maestro Antonio da Ferrara fu uno valentissimo uomo quasi poeta, e avea dell'uomo di corte; ma molto era vizioso e peccatore. Essendo in Ravenna al tempo che avea la signoria messer Bernardino da Polenta, avvenne per caso che 'l detto maestro Antonio, essendo grandissimo giucatore, e avendo un dí giucato, e perduto quasi ciò che avea, e come disperato vivendo, entrò nella chiesa de' Frati Minori, dov'è il sepolcro del corpo del fiorentino poeta Dante; e avendo veduto uno antico Crocifisso, quasi mezzo arso e affumicato per la gran quantità della luminaria che vi si ponea; e veggendo a quello allora molte candele accese, subito se ne va là e dato di piglio a tutte le candele e moccoli che quivi ardevano, subito, andando verso il sepolcro di Dante, a quello le puose dicendo:
- Togli, che tu ne se' ben piú degno di lui.
La gente, veggendo questo, pieni di maraviglia diceano:
- Che vuol dir questo? - e tutti guatavano l'uno l'altro.
Uno spenditore del signore, passando in quell'ora per la chiesa, e avendo veduto questo, tornato che fu al palagio, dice al signore quello che ha veduto fare a maestro Antonio. Il signore, come sono tutti vaghi di cosí fatte cose, fece sentire all'arcivescovo di Ravenna quello che maestro Antonio avea fatto, e che lo facesse venire a lui, facendoli vista di formare processo sopra la eretica pravità per paterino. L'arcivescovo ebbe subito commesso che fosse richiesto; e quelli comparí; ed essendoli letto il processo che si scusasse, e' non disdisse alcuna cosa, ma tutto confessò, dicendo all'arcivescovo:
- Se voi mi doveste ardere, altro non vi direi; però che sempre mi sono raccomandato al Crocifisso e mai altro che male non mi fece; e ancora tanta cera veggendoli mettere che è quasi mezz'arso (cosí fuss'elli tutto), io gli levai quelli lumi e puosigli al sepolcro di Dante, il quale mi parea che gli meriti piú di lui; e se non mi credete, veggansi le scritture dell'uno e dell'altro. Voi giudicherete quelle di Dante esser maravigliose sopra natura a intelletto umano; e le cose evangeliche esser grosse; e se pur ve n'avesse dell'alte e maravigliose, non è gran cosa, che colui che vede il tutto e ha il tutto, dimostri nelle scritture parte del tutto. Ma la gran cosa è che un uomo minimo come Dante, non avendo, non che il tutto, ma alcuna parte del tutto, ha veduto il tutto e ha scritto il tutto; e però mi pare che sia piú degno di lui di quella luminaria; e a lui da quinci innanzi mi voglio raccomandare; e voi vi fate l'oficio vostro e state bene ad agio, che per lo suo amore fuggite tutti il disagio e vivete come poltroni. E quando da me vorrete sapere piú il chiaro, io vel dirò altra volta, che io non abbia giucato ciò che io ho.
All'arcivescovo parve essere impacciato, e disse:
- Dunque avete voi giucato e avete perduto? tornerete altra volta.
Disse maestro Antonio:
- Cosí aveste voi perduto voi, e tutti i vostri pari, ciò che voi avete, ch'io ne sarei molto allegro. Il tornare a voi starà a me; e con tornare, e senza tornare, mi troverrete sempre cosí disposto o peggio.
L'arcivescovo disse:
- Mo andeve con Dio o volí con Diavolo, e se io mandassi per voi, non ci verrete. Andate almeno a dar di queste frutte al signore, che avete dato a mi -; e cosí si partí.
Il signore, saputo ciò che era stato, e piacendoli le ragioni del maestro Antonio, gli fece alcuno dono, sí che potesse giucare; e delle candele poste a Dante piú dí con lui n'ebbe gran piacere; e poi se n'andò a Ferrara forse meglio disposto che maestro Antonio. In quelli tempi che morí papa Urbano quinto, una tavola essendo di lui posta in una nobile chiesa d'una gran città, vidi a quella essere posto un torchio acceso di dua libbre, e al Crocifisso, il quale non era molto di lungi, era una trista candeluzza d'uno denaio. Pigliò il detto torchio, e appiccandolo al Crocifisso, disse:
- Sia nella mal'ora se noi vogliamo volgere e mutare la signoria del cielo, come noi mutiamo tutto dí quelle della terra.
E cosí se n'andò a casa. Questa fu cosí bella e notabile parola, come mai potesse avvenire a simile materia.


NOVELLA CXXII

Messer Giovanni da Negroponte, avendo perduto a zara ciò ch' elli avea, andò per vendicarsi, e uccise uno che facea li dadi.

Messer Giovanni da Negroponte, avendo un dí perduto a zara ciò ch'egli avea, essendo grandissimo e valente uomo di corte, caldo caldo, con l'ira e con l'impeto del giuoco, andò con un coltello a trovare uno che facea dadi, e sí l'uccise. Ed essendo preso e menato dinanzi al signore di quella terra, che era despoto... il quale gli volea tutto il suo bene, dal signore fu domandato:
- Doh, messer Giovanni, che v'ha mosso a uccidere uno vile uomo e mettere alla morte voi?
Quelli rispose:
- Signor mio, solo l'affezione che io porto alla vostra persona, pensando l'amore che mi portate; e la ragione è questa. Io avea perduto a giuoco ciò ch'io avea, e fui presso a una dramma per uccidermi; e disponendomi pur di fare omicidio, e considerando l'amore che mi portate, e che senza me non sapete stare; perché voi non perdeste me, e perché io non perdesse voi, andai a dar luogo all'ira sopra colui che faceva i dadi, pensando quella essere dignissima vendetta; però che molti signori e vostri pari mettono spesse volte pene a chi giuoca; ma considerando quanti mali dal giuoco vengono, io credo che serebbe molto meglio a tutto il giro della terra spegnere tutti gli altri, come io ho spento questo uno, che lasciarli in vita; e pensate quanti mali dal giuoco vegnono, e forse le ragioni mie non vi doverranno dispiacere.
Il signore, ch'era di perfetta condizione, pensò le ottime ragioni di messer Giovanni da Negroponte, fece legge che per tutto suo terreno fosse pena l'avere e la persona a qualunche facesse dadi, e che ancora chi gli facesse potesse esser morto sanza alcuna pena; e a qualunque fossono trovati addosso, pena di lire mille, o la mano; e chi giucasse, dove dadi fossono, pena l'avere e la persona. E cosí spense per tutto suo terreno questa pessima barba e questa maligna radice; la qual'è biestemmar Dio, consumare le ricchezze, congiugnimento di superbia e ira, per avarizia cercar furti e ruberie, uccidere e... darsi al vizio della gola, e per questo venire alle sfrenate lussurie e a tutti i mali che può far natura. E a messer Giovanni da Negroponte fu perdonato; e quello che facea i dadi, e che fu morto, se n'ebbe il danno.


NOVELLA CXXIII

Vitale da Pietra Santa, per introdotto della moglie, dice al figliuolo che ha studiato in legge, che tagli uno cappone per gramatica. Egli lo taglia in forma che, dalla sua parte in fuori, ne tocca agli altri molto poco.

Nel castello di Pietra Santa, in quello di Lucca, fu già un castellano abitante in quello, ch'avea nome Vitale. Era, secondo di là, abiente, e orrevole contadino; ed essendogli morta una sua donna, lasciandogli uno figliuolo d'anni venti, e due figliuole femine, da' sette infino a' dieci anni, gli venne pensiero che questo suo figliuolo, che già era bonissimo gramatico, di farlo studiare in legge, e mandollo a Bologna. E mentre che era a Bologna, il detto Vitale tolse moglie. E stando insieme, come per li tempi avviene, Vitale cominciò aver novelle come questo suo figliuolo diveniva valentissimo; e quando bisognava danari pe' libri, e quando per le spese per la sua vita, el padre mandava quando quaranta e quando cinquanta fiorini: e molto di danari si votava la casa. La donna di Vitale, e matrigna del giovane che studiava a Bologna, veggendo mandare questi danari cosí spesso, e pensando che per questo a lei diminuiva la prebenda, cominciò a mormorare, e dice al marito:
- Or getta ben via questi parecchi danari che ci sono; mandagli bene, e non sai a cui.
Dice il marito:
- Donna mia, che è quel che tu di'? o non pensi tu quello che ci varrà, e l'onore e l'utile? Se questo mio figliuolo serà giudico, potrà poi esser dottorio conventinato, che ne saremo saltati in perpetuo seculo.
Dice la donna:
- Io non so che secolo; io mi credo che tu se' ingannato, e che costui, a cui tu mandi ciò che puoi fare e dire, sia un corpo morto, e consumiti per lui.
E in questa maniera la donna s'avea sí recato in costume di dire questo corpo morto che come il marito mandava o denari o altro, cosí costei era alle mani, dicendo al marito:
- Manda, manda, consumati bene, per dar ciò che tu hai a questo tuo corpo morto.
Continuando questa cosa in sí fatta maniera, agli orecchi del giovane che studiava in Bologna pervenne come la matrigna il chiamava in questa contesa che facea col marito "corpo morto". Il giovane lo tenne a mente; ed essendo stato alquanti anni a Bologna e bene innanzi nella legge civile, venne a Pietra Santa a vedere il padre e l'altra famiglia. E 'l padre, veggendolo, ed essendo piú lieto che lungo, fece tirare il collo a un cappone, e disse lo facesse arrosto, e invitò il prete loro parrocchiano a cena.
Venendo l'ora e postisi a tavola, in capo il prete, allato a lui il padre, poi la matrigna e seguentemente le due fanciulle, ch'erano da marito, il giovane studente si pose a sedere di fuori su uno deschetto. Venuto il cappone in tavola, la matrigna, che guatava il figliastro in cagnesco, a ceffo torto, comincia a pispigliare pianamente al marito, dicendo:
- Che non gli di' tu che tagli questo cappone per gramatica, e vedrai s'egli ha apparato nulla?
Il marito semplice gli dice:
- Tu se' di fuori sul deschetto, a te sta il tagliare; ma una cosa voglio, che tu cel tagli per gramatica.
Dice il giovane, ch'avea quasi compreso il fatto:
- Molto volontieri.
Recasi il cappone innanzi, e piglia il coltello, e tagliandogli la cresta, la pone su uno tagliere e dàlla al prete, dicendo:
- Voi siete nostro padre spirituale e portate la cherica; e però vi do la cherica del cappone, cioè la cresta.
Poi tagliò il capo, e per simile forma lo diede al padre, dicendo:
- E voi siete il capo della famiglia, e però vi do il capo.
Poi tagliò le gambe co' piedi, e diedele alla matrigna, dicendo:
- A voi s'appartiene andar faccendo la masserizia della casa, e andare e giú e su, e questo non si può far senza le gambe; e però ve le do per vostra parte.
E poi tagliò li sommoli dell'alie, e puoseli su uno tagliere alle sue sirocchie, e disse:
- Costoro hanno tosto a uscire di casa, e volare fuori; e però conviene abbiano l'alie, e cosí le do loro. Io sono un corpo morto: essendo cosí, e cosí confesso, per mia parte mi torrò questo corpo morto -; e comincia a tagliare, e mangia gagliardamente.
E se la matrigna l'avea prima guatato in cagnesco, ora lo guatò a squarciasacco, dicendo:
- Guatate gioia! - e pian piano dicea al marito: - Or togli la spesa che tu hai fatta.
E assai si poté borbottare, che la brigata che v'era l'averebbono voluto tagliare in volgare, e spezialmente il prete, che parea che avesse il mitrito, specchiandosi in quella cresta. Da indi a pochi dí, essendo il giovane per tornare a Bologna, fece piacevolmente certo tutti il perché avea partito il cappone per sí fatta forma. E spezialmente con una mezza piacevolezza dimostrò alla matrigna il suo errore; e partissi e dagli altri e da lei con amore; come che io credo che ella dicesse con la mente: "Va', che non ci possi mai tornare".


NOVELLA CXXIV

Giovanni Cascio fa temperare Noddo, essendo a tagliere con lui, di non mangiare li maccheroni caldi, con una nuova astuzia.

Noddo d'Andrea, il quale al presente vive, è stato grandissimo mangiatore, e di calde vivande mai non s'è curato, se non come s'elle andassono giú per un pozzo, quando se l'ha messe giú per la gola. E io scrittore ne potrei far prova, che avendo mandato uno tegame con uno lombo, e con arista al forno, e 'l detto Noddo avendone mandato un altro con un busecchio pieno non so di che, al fornaio, mandando Noddo per lo suo, gli venne dato il mio; il quale come gli venne innanzi, subito trangusgiando e l'arista e poi il lombo, tenendolo in mano intero, dandovi il morso entro, dice la donna sua:
- Che fa' tu? questo non è il tuo busecchio; questo tegame è carne d'altrui, e non è la nostra.
Quando l'ebbe presso che recata a fine, facendo vista di non udir la donna, dà alla fante il tegame con quell'ossa che erano rimase, e dice:
- Va' al fornaio, che mi mandi el mio tegame, che questo non è il mio.
Il fornaio, senza metter molto cura su la detta faccenda, cercò di quello dov'era il busecchio, e mandòglilo. E 'l fante mio va poi per lo mio tegame: il quale giunto, e scoprendolo, poco v'avea altro che ossa. Dico al fante:
- Va' al fornaio, e sappi se io ho a far dadi.
Il fornaio si scusò dell'errore, e Noddo con molte risa si mangiò la cena sua e la mia, non curando caldo che fosse in essa, facendo tosto tosto. Or questo voglio aver detto, ad informazione di cosí fatta natura, venendo ad una piccola novelletta delle sue. Egli pregava pure Dio, quando fosse stato a mangiare con altrui, che la vivanda fosse rovente, acciò che mangiasse la parte del compagno; e quando erano pere guaste ben calde, al compagno rimaneva il tagliere: d'altro non potea far ragione. Avvenne per caso una volta che mangiando Noddo e altri insieme, ed essendo posto Noddo a tagliere con uno piacevole uomo, chiamato Giovanni Cascio; e venendo maccheroni boglientissimi; e 'l detto Giovanni, avendo piú volte udito de' costumi di Noddo, veggendosi posto a tagliere con lui, dicea fra sé medesimo: "Io son pur bene arrivato, che credendo venire a desinare, e io sarò venuto a vedere trangusgiare Noddo, e anco i maccheroni per piú acconcio del fatto; purché non manuchi me, io n'andrò bene". Noddo comincia a raguazzare i maccheroni, avviluppa, e caccia giú; e n'avea già mandati sei bocconi giú, che Giovanni avea ancora il primo boccone su la forchetta, e non ardiva, veggendolo molto fumicare, appressarlosi alla bocca. E considerando che questa vivanda conveniva tutta andarne in Cafarnau, se non tenesse altro modo, disse fra sé stesso: "Per certo tutta la parte mia non dee costui divorare". Come Noddo pigliava uno boccone, ed egli ne pigliava un altro, e gittavalo in terra al cane, e avendolo fatto piú volte, dice Noddo:
- Omei, che fa' tu?
Dice Giovanni:
- Anzi tu che fai? non voglio che tu manuchi la parte mia; vogliola dare al cane.
Noddo ride, e studiavasi; e Giovanni Cascio si studiava e gittava al cane.
Alla per fine dice Noddo:
- Or oltre, facciamo adagio, e non gli gittare.
E quelli risponde:
- E mi tocca torre due bocconi, quando tu uno, per ristoro di quello che hai mangiato, non avendo io potuto mangiare uno boccone.
Noddo si contendea; e Giovanni dicendo:
- Se tu torrai piú che uno boccone, quando io due, io gittarò la parte mia al cane.
Finalmente Noddo consentí, e convenne che mangiasse a ragione; la qual cosa in tutta la vita sua non avea fatto, né avea trovato chi a tavola il tenesse a siepe. E la detta novella piacque piú a quelli che v'erano a mangiare, che tutte le vivande che ebbono in quella mattina. Cosí trovò, chi sanza misura trangusgiava, chi gli diede ordine di mangiare consolatamente con una nuova esperienza.


NOVELLA CXXV

Re Carlo Magno, credendo fare tornare alla fede... Giudeo, il detto... essendo a mensa con lui, lo riprende come egli non osserva la fede cristiana come si dee, onde il detto... testa rimane quasi conquiso.

Re Carlo Magno fu re sopra tutti gli altri, che mai il mondo avesse, d'assai, e coraggioso molto, tanto che praticando di valorosi cristiani signori, costui, e lo re Artú, e Gottifredi di Buglione, sono di piú virtú tre reputati; e' Pagani sono altri tre, Ettore, e Alessandro Magno, e Cesare; e tre judei, David, Josuè, e Juda Maccabeo. Tornando alla storia, avendo acquistato lo re Carlo Magno tutta la Spagna, gli venne per le mani uno Spagnuolo, o Judeo, o al tutto Pagano, il quale era uomo di molto sentimento e industria. Di che lo re, considerando la virtú dello Spagnuolo, s'ingegnò che tornasse alla fede cristiana, e venneli fatto.
Ed essendo una mattina a mangiar col detto re, stando ad alto a mensa, come usano li signori, uno poverello era là a basso, quasi in terra o su basso sedere a una povera mensa, e desinava. E questo era che sempre questo re, quando mangiava, dava mangiare a uno povero, o a piú, per simile forma, per ben dell'anima sua. Veggendo lo Spagnuolo questo povero mangiare in tal maniera, domandò il re chi colui era e quello che significava il mangiar suo per quel modo. E lo re rispose:
- Quello si è un povero di Cristo; e quella limosina che io fo a lui, fo a Cristo; però che, come tu sai, e' n'ammaestra che, qualunche ora noi facciamo carità a uno di questi suoi minimi poverelli, noi la facciamo a lui.
Dice lo Spagnuolo:
- Monsignore, voletemi perdonar quello che io dirò?
- Di' ciò che tu vuogli.
E quelli dice:
- Assai cose stolte ho trovato in questa vostra fede e questa mi par maggior che alcuna dell'altre. Però che se voi tenete per vera fede che quel poverello sia il vostro Signore Jesu Cristo, qual'è la ragione che voi gli date mangiar vilmente colà in terra e voi cosí onorevolmente mangiate quassú in alto? a me mi pare, secondo il dir vostro, che doverreste fare il contrario, cioè mangiare là voi, ed egli mangiasse qui nel luogo vostro.
Lo re veggendosi mordere per modo che male si potea difendere, allegò assai cose, ma non sí che lo Spagnuolo non rimanesse al di sopra di quello che avea detto, e dove credette il signore fare accostar costui alla fede, egli lo fece dilungare piú di cento miglia, e ritornò nella fede sua di prima. E non disse il vero questo Spagnuolo? che cristiani siàn noi, e che fé è la nostra? delle cose che non ci costano, largamente le diamo a Dio, come paternostri, avemarie e altre orazioni, darci delle mani nel petto, metterci canavacci in dosso e cacciarci le mosche dalle rene, andare alle processioni e alle chiese, stare devoti alle messe e simili cose, che non ci costano; ma se si darà mangiare al povero: dàgli un poco di broda, mettilo in un canto, come un cane; farassi una piatanza: votiamo la botte del vin cattivo, fassi macinare il grano intignato, e l'altre vivande, di quelle che non piacciono a noi, le diamo a Cristo.
Crediamo che sia struzzolo, che patisce il ferro. Chi avrà la figliuola guercia, sciancata, o contraffatta, dice: "Io la voglio dare a Dio"; la buona e la bella tien per sé. Chi ha il cattivo figliuolo, prega Iddio che 'l chiami a sé; chi l'ha buono, prega Dio che non lo chiami a sé, ma che li dia lunga vita. E cosí potrei contare migliaia di cose, che tutte le peggiori diamo a quel Signore che a noi ha donato e prestato ogni cosa. Sí che per certo la ragione dello Spagnuolo fu perfetta, perché nel mondo la ipocrisia ha sottoposto l'umana fede.


NOVELLA CXXVI

Papa Bonifazio morde con una parola messer Rossellino della Tosa, il quale con una piacevole risposta si difende.

Messer Rossellino della Tosa da Firenze fu uno cavaliere molto dabbene; il quale, avendo bene ottant'anni, fu mandato ambasciadore a papa Bonifazio. Questo messer Rossellino, come che avesse gran tempo, spesso spesso gli nascea un figliuolo; e al detto papa piú volte quasi per cosa maravigliosa era stato detto. Di che avendo il detto messer Rossellino sposta la sua ambasciata, e 'l papa avendo ben considerato messer Rossellino, come quelli che avea udito de' figliuoli che gli nasceano, disse:
- Doh, messer Rossellino, vo' siete antico di cotanto tempo, secondo che ho udito; io sento che ogni dí avete uno figliuolo; questa è grandissima grazia, che viene da Dio; per alta ragione ella si può dire cosa maravigliosa.
Messer Rossellino, udendo il papa, disse:
- Padre Santo, vegna l'agnello donde vuole, nasca elli dentro alla mia cortina, io non me ne curo.
Udendo il papa le sue parole, disse:
- Messer Rossellino, voi foste sempre savio cavaliere e ora mi parete piú savio che mai, pensando che di quelle cose che non si può far pruova, e andarla cercando serebbe cosa stolta, voi prendete quella parte che alcuno non vi potrebbe apporre.
Messer Rossellino rispose:
- Padre Santo, io ho sempremai udito dire che tanto ha l'uomo briga, quant'elli se ne dà -; e cosí finirono questi ragionamenti.
Ma molti ignoranti averanno figliuoli, e sarà alcuno domandato: "È tuo questo?" e quelli risponde: "Io credo di sí, ma io non ne so altro". E chi dicesse a lui che possederà quello del padre con grande avere: "E tu come sai che tu sie figliuolo di cui tu ti tieni?" non lo saprebbe né provare né mostrare. Adunque questo valente cavaliere, essendo trafitto dal papa delle cose incerte, se le fece certe; e molti matti, come di sopra ho detto, le certe faranno incerte, e con loro vergogna, e con loro vituperio.


NOVELLA CXXVII

Messer Rinaldello da Meza dell'Oreno, essendo in Firenze, e veggendo molti giudici, si maraviglia come Firenze non è disfatta considerando che un solo ha consumato la sua patria.

Uno cavaliere chiamato messer Rinaldello da una terra, che si chiama Meza dell'Oreno, arrivò una volta nella città di Firenze; e stando in quella per alquanti dí, venne per caso che questo gentiluomo vidde a uno mogliazzo gran numero di cittadini, tra' quali, come interviene, dinanzi andavono molti addobbati con vaio. E quelli, veggendoli, domandò alcuni fiorentini chi erano quelli che portavano vaio e che andavano innanzi. Fugli risposto che erano cavalieri, e giudici, e medici. Dice il gentiluomo: - E quanti giudici vi sono?
E quelli guatano, e cominciano a noverare: - Quattro e altri tre, sette: èvvene sette.
E quelli dice: - E haccene piú?
Risposono: - Sí bene.
E messer Rinaldello disse allora, segnandosi e guardando in alto le case della città: - Oh che miracolo è questo, che in questa città sia alcuna casa che non sia disfatta, e sia per terra!
I Fiorentini udendo costui e vedendolo segnare, dissono:
- E di che vi maravigliate voi?
E quelli rispose:
- Io vel dirò. Io sono d'una città, che si chiama Meza dell'Oreno, la quale è stata grande e nobile città, e in grande concordia e pace; e in tale maladetta ora e punto uno ricco uomo di quella mandò un suo figliuolo a studiare a Bologna, e fecelo giudice, che tornando in quella terra, giammai non abbiamo sentito che ben sia; in discordia ci ha messi; la pace, che solevamo avere, è convertita in guerra, noi stiamo tanto male, quanto mai stemmo bene; e questo tutto viene da questo iudicio, che in quella è venuto. E però pensando che voi mi dite, la quantità che di questi giudici qui avete, io mi maraviglio che, avendo un solo, ha cosí guasta la nostra terra, che questi, che tanti avete, qui abbiano lasciato pietra sopra pietra.
Li Fiorentini, udendo costui, dissono, ridendo:
- Volete voi che noi diciamo il vero? e' ci danno la mala pasqua.
Il cavaliere rispose:
- Se non v'hanno fatto altro, voi n'avete buon mercato; ché a noi ha dato quell'uno la mala ventura per tutti li tempi che viveremo, e noi e li nostri discendenti.
E cosí finirono le parole.
E quando io considero bene chi sono ne' presenti tempi questi con li vai in testa, io penso messer Rinaldello aver detto il vero; e considero poter avere poca pace il luogo dove stanno, e meno chi a loro crede; e la prova il dimostra: che quella terra marina, che tanto è stata nel suo buon reggimento, giammai non ebbe alcuno judice; giammai viniziano non ne fu alcuno. E Norcia, che è piccola terra a rispetto di quella, mai non volle di questi giudici, né chi sotto coverta di scienza l'avesse voluta guastare; per tal segnale, che ne' loro consigli non vogliono alcun troppo savio, e dicono: "Escanne fuori li sapii". E con questo si regge cosí bene come terricciuola d'Italia.


NOVELLA CXXVIII

Il vescovo Antonio fiorentino con uno piacevole motto confonde certi gentiluomini fiorentini, li quali si doleano che a un suo fedele e servitore, e loro congiunto, essendo morto per usuraio, non lo lasciava sotterrare.

Fu in Firenze per li tempi passati uno vescovo Antonio, vescovo di quella città, uomo molto venerabile e dabbene; il quale avea uno suo cordiale amico e servidore, della famiglia de' Pazzi di Firenze, ben veramente gentiluomo, che uccellare, e cacciare, e cavalcare, e ogni altra cosa da diletto ottimamente facea. Avea certi suoi danari, e prestavagli a usura. Il detto vescovo non sapea né stare, né andare, che questo gentiluomo appena mai si potesse partire da lui. Avvenne per caso che questo de' Pazzi, avendo grande infirmità, si morí. Come fu morto, il vescovo manda a vietarli la sepoltura, e che non sia sotterrato in sagrato s'e' libri suoi non gli sono appresentati, e se non si soda di rendere a ciascuno da cui elli avesse aúto usura. Alli suoi congiunti e consorti parve questa una nuova cosa, pensando l'amore che detto vescovo portava al morto; e mossonsi certi di loro e andaronsene al vescovo; li quali, a lui giunti, fatta primamente la reverenza, dissono:
- Venerabile padre, noi vegnamo alla vostra paternità, che, come voi sapete, egli è piaciuto a Dio di chiamare a sé il tale vostro servitore e nostro consorto; ed è venuto alla sua casa e vostro messo e comandamento, che elli non sia sotterrato se non sono fatte quelle cose che si appartengono di fare quando uno usuraio muore. Di che, considerando quanto il tenevate per figliuolo e servidore, maravigliàncene forte, pregandovi per la vostra benignità, e per non oscurare la sua fama, e per quello amore, il quale sempre gli avete portato, che vi debba piacere in questo fine della sua vita vi sia raccomandato.
Il vescovo, avendo uditi costoro, rispose:
- Io vi confesso che al vostro consorto, il quale morto è, portai nella sua vita tanto amore quanto ad alcuno io portasse mai; ma la cagione di partire questo amore non è venuta da me, ma è venuta da lui; e però m'abbiate per iscusato, però che io seguo gli ordini del vescovado, li quali io ho giurato di seguire. S'egli ha fatto cauzione, bene sta; quanto che no, fate di sodare e appresentare e' libri, e io mi porterò il piú benignamente che potrò.
E cosí convenne che facessono. E 'l vescovo si portò poi sí, e con la sua prudenza, e con la virtú di Santo Giovanni Boccadoro, che a' consorti del morto, parendo smemorati della risposta del vescovo, convenne esser contenti: e 'l morto fu sotterrato.
Bella risposta fu quella del vescovo, s'ella non fosse stata mossa da avarizia; e veramente si vede ogni amor mancare, purché l'uomo possa tirare a sé, e spezialmente e' cherici, che per lo denaio ad ogni cosa si mettono, non curando ch'ella sia o onesta o disonesta. E non dico per questo vescovo, che fu valentre uomo, ma dicolo per la maggior parte comunemente.


NOVELLA CXXIX

Marabotto da Macerata con una nuova lettera, richieggendo di battaglia un gran Tedesco, libera per piú mesi la sua patria che non è cavalcata.

Al tempo che la Chiesa di Roma perdeo la Marca d'Ancona, fu un uomo che si chiamava Marabotto da Macerata ed era grandissimo di persona; ed essendo guerra nella detta Marca, uno Todesco, che avea nome Sciversmars, era al soldo della Chiesa, e la stanza sua era a Monte Fano. Facendo gran guerra il detto Tedesco a Macerata, lo detto Marabotto andò alli Priori di Macerata, e domandò licenza, che volea mandare una lettera allo detto Sciversmars, a richiederlo di battaglia, e per li Priori gli fu conceduta. Lo detto Marabotto scrisse la lettera in questa forma: "A voi, nobile uomo Sciversmars della Magna, Marabotto della Valle d'Ebron vi saluta. Ho udito dire della vostra nobilità, e che voi sete un buon uomo d'arme, e che a queste contrade avete fatto grandissima guerra contr'a' villani; e io sono venuto dalle mia contrade con settecento cavalli per trovare di buoni uomini d'armi, e provare la mia persona con loro, e non con li villani. E perciò vi prego che vi vogliate provar con meco su nel campo, solo, ed eleggere il campo dove vi piace, che mi pare mill'anni che io vi sia; e se non volessi combattere solo con meco a corpo a corpo, pigliate de' vostri quel numero che vi piace di venire, e io verrò con altrettanti; e ancora vi farò vantaggio, che la mia brigata serà meno dieci che la vostra per ogni cento combattitori. E questo vi priego quanto posso che facciate, e non vogliate provar la vostra gentilezza co' villani, ma con buoni uomeni d'arme. E di questo vi piaccia subito per vostra lettera farmi risposta, ecc., e da mo innanzi per questo terreno non venire, perciò che io vi tratteria come inimico mortale".
Avendo Sciversmars la detta lettera, e udendo il nome maraviglioso di chi la mandava, e ch'egli era della Valle d'Ebron, tutto invilí, immaginando costui non dover esser altro che gran fatto; e mai non iscrisse, né fece risposta. E per questa cosí fatta lettera impaurito, piú mesi stette che non fece guerra, né cavalcò sul terreno di Macerata, solo per paura del detto Marabotto.
Questa di questo Marabotto fu sottile inventiva, che con un poco d'inchiostro cacciò il nemico della sua terra, e valse quella lettera assai piú a Macerata che non serebbono valuti trecento uomeni a cavallo.


NOVELLA CXXX

Berto Folchi è preso, standosi al fuoco, da una gatta, e se non fosse la moglie che con un sottile avviso il liberoe, egli ne venía a pericolo di morte.

Adrieto in una novella è dimostrato come Berto Folchi fu colto in iscambio d'una botta; ora in questa piccola novelletta voglio mostrare come fu colto in iscambio d'uno topo; la quale sta per questa forma. Il detto Berto, essendo del mese d'ottobre, ed essendo a uno suo luogo a Scandicci, contado di Firenze, avea uno ciccione nel sedere, appunto dove si tiene il brachiere; ed era sí velenoso che molti dí gli avea quasi dato un poco di febbre; e convenía che per quello s'andasse e stesse per casa sanza panni di gamba.
Avvenne che una sera, avendo quattro bellissimi tordi, e volendoli arrostire a suo modo, avea detto a una sua fanticella gli recasse a un fuoco che era in sala; e quivi acconciando lo schedone, ponendosi a sedere su uno deschetto e pigliando la paletta, e acconciando il fuoco, e volendo che li detti tordi per ragione fossono cotti per mangiarseli in santa pace con la sua donna; essendo una sua gatta sotto il deschetto, come sempre stanno, ebbe veduta la masserizia di Berto pengigliare tra li piè del deschetto; avvisandosi forsi quella essere un topo, avventasi e dàgli d'uncico.
Come Berto si sente cosí preso, getta le mani verso la gatta, e pigliandola, se la volea levar da dosso; ma quanto piú questo facea, la gatta, facendo gnao, piú l'afferrava; tanto che per la pena cominciò a gridare. La fante, che volgea lo schedone, dicea:
- Che avete voi, Berto?
E Berto dicea:
- Non lo vedi tu?
E la fante, bench'ella il vedesse, non ardiva accostarsi per onestà verso le masserizie di Berto, ma comincia a chiamar la gatta: "Muscina, musci, musci, muscina"; e brevemente la gatta, non che ella il lasciasse, ma continuo piú strignea; tanto che Berto continuando le strida, e la donna, sentendolo, subito corse.
Come Berto la vede, dice:
- Oimè, donna mia, io muoio; la gatta m'ha preso, come tu puoi vedere; io muoio, io muoio.
La donna tenera del suo marito e delle sue masserizie, gettasi là, e piglia la gatta e strignela perché le lasci: e la gatta allora piú afferrava: poi la piglia per la gola e strigne perch'ell'apra la bocca. S'ella l'apriva, a mano a mano con un morso ripigliava; tanto che Berto comincia a gridare: "Accurr'uomo". La donna, vedendosi mal parata, come savia e avveduta e tenera delle carni del marito, pensò un sottil modo: ch'ella prese lo schedone de' quattro tordi, che era a fuoco, che appena erano caldi, e accosta i tordi al ceffo della gatta. La gatta, che era affamata, sentendo l'odore de' tordi, lascia i calonaci e dà d'uncico a' tordi, li quali strascicò con tutto lo schedone per tutta la casa, e a piú bell'agio del mondo gli mangiò, però che la donna e la fante aveano altra faccenda tra mano e di quelli poco si curavano.
Berto uscito tra le branche della gatta, e per le strette e per li graffi, parea morto; le sue masserizie erano tutte azzannate, e parea vi fosse fatto su alla trottola.
La valentre donna mandò per uno medico de jure coglionica, e fecelo curare. Il quale ebbe assai che fare piú di due mesi a guarirlo; e se non fosse la buona moglie, che volle innanzi perder la cena che 'l marito, Berto Folchi era a pericolo di non esser mai piú uomo; e sempre da indi innanzi tenne Berto avere la vita per la sua valentrissima donna.


NOVELLA CXXXI

Essendo andato una volta Salvestro Brunelleschi al bagno per contentar la donna, per generare figliuoli, la donna l'altro anno vi vuole ritornare; Salvestro gli dice che non è piú buono a ciò, e ch'ella provi con altrui, e la donna vi va sanza lui.

Salvestro Brunelleschi, del quale adrieto è fatta menzione, avendo una sua donna piacevolissima friolana, e non avendo alcuno figliuolo, e la donna avendone molto maggior voglia d'aver di lui, disse uno dí:
- Salvestro, e' m'è detto se noi andiamo al bagno a Petriuolo, che io ingrosserò e avremo figliuoli.
Salvestro dicea:
- Donna mia, ella vuol essere altr'acqua che quella del bagno.
La donna si fermò a volere che Salvestro con lei andassono al bagno, e Salvestro convenne che consentisse; e prese le purgagioni, e saputo il modo che avevano a tenere, il quale era o d'uccidere Salvestro, o aver figliuoli, si mossono una mattina, e giugnendo alla fonte di San Piero Gattolino, trovarono uno piovano de' Macchi che abbeverava uno suo ronzino, ed era molto goditore, il quale domandò Salvestro dove andava. Salvestro disse:
- Andiamo al bagno, benché io potrei dire che io vo al macello.
Dice il piovano:
- Per certo voi non dovete andare senza me, e vedrete com'io vi farò godere.
Salvestro disse:
- Sia nella buon'ora -; e cosí si missono in camino.
E questo piovano volle essere lo spenditore, comprando le migliori vivande che potea, sí che stettono alla paperina. Ed essendo a Petriuolo, e bagnandosi, come a casa tornati erano, e la moglie dicea a Salvestro:
- Tu sai bene quello che 'l medico disse -; e accostandosi al leccone, convenía che Salvestro consumasse il matrimonio.
E tanto seguí questa faccenda che, non che consumasse il matrimonio, egli ebbe quasi tutto che consumato sé; tanto che tornati a Firenze gli venne una gran malattia, tal che ne venne presso a morte. E con tutto il male dicea alla donna:
- Noi abbiàn pur ben procacciato; per procacciare uno fanciullo ha' voluto perdere il marito.
E pur guerito, e la donna non ingrossata, stettono circa un anno; ed essendo detto alla donna da altre donne che 'l bagno si volea continuare, a voler fare figliuoli, e giugnendo a Salvestro questa sua donna un dí, gli dice ch'ella vorrebbe ritornare al bagno, però che gli è detto che per una volta non giova alcuna cosa, se non si continua d'andarvi spesso. Salvestro, udendo la moglie, e veggendo come della prima volta n'era arrivato, dice:
- Donna mia, tu sai che noi v'andammo anno, e misi tutta la forza mia e l'ingegno perché tu adempissi il tuo appetito di far figliuoli; e sai che per quello io ne venni in fine di morte; io non ci serei piú buono a questo; se tu ti vuogli andare tu stessa, va', e prova con altrui, che quanto io non ci son buono.
La donna cominciò a ridere; e Salvestro disse:
- Tu ridi? Io ti dico va' nella buon'ora, e togli quelli danari che tu vuogli; e pruova la tua ventura con chi ti piace, ché quanto io ho provata la mia fino alla morte, e veggio che io non ci son buono a nulla.
La donna non poté mai menarvi Salvestro, e andovvisi ella, e menò alcuno suo parente; e come ch'ella si facesse, ella ha ancora a ingrossare; e da ivi a poco tempo si morí, e Salvestro si rimase, e non andò al bagno per non conducersi a morte per acquistar figliuoli.
E fu molto savio; però che, delle sei volte, le cinque l'uomo ha volontà d'aver figliuoli, li quali son poi suoi nimici desiderando la morte del padre per esser liberi.


NOVELLA CXXXII

Essendo stati assaliti quelli da Macerata dal conte Luzzo, una notte venendo una grande acqua, credendo che siano li nimici, con nuovi modi tutta la terra va a romore.

Nel tempo che 'l comune di Firenze e gli altri collegati feciono perdere gran parte della Marca alla Chiesa di Roma, il conte Luzzo venne nella Marca con piú di mille lance, e puose il campo a Macerata dal lato d'una porta che si chiama la porta di San Salvadore; e dall'altro lato si puose messer Rinalduccio da Monteverde, che allora era signore di Fermo; puose lo campo da un'altra porta, cioè alla porta del mercato; e ivi al terzo dí dierono la battaglia alla terra, credendola aver per forza. E lo conte Luzzo con la sua brigata ruppono le mura appresso delle mura di San Salvadore in tre luoghi, avvegnadio che della sua gente assai ne fossono feriti e morti. E partendosi il quarto dí la detta oste, e ritornando in quello di Fermo, da ivi a pochi dí, una sera a tre ore di notte, venne una grandissima acqua a Macerata; e correndo forte le vie della terra, menando l'acqua ogni bruttura delle strade, turò una fogna. Di che l'acqua non possendo uscire di fuori, né fare il suo corso, entrò per le case che gli erano dappresso. Di che andando una femina per lo vino, ché volea cenare, andando di sicuro, trovò la casa piena d'acqua; e prima che di ciò s'accorgesse, entrò nell'acqua infino alle cosce, e forse piú su, ond'ella cominciò a gridare: "Accurr'uomo". Lo marito correndo al romore per aiutare la moglie, e 'l lume si spense, si trovò nella detta acqua; ed essendo nell'acqua cominciò a gridare: "Accurr'uomo". Li vicini, udendo il romore, scendeano le scale per sapere che fosse: e quando erano all'uscio non poteano uscire fuori per l'acqua che era per le vie e per le case. Di che anco eglino cominciarono a gridare, avvisandosi fosse il diluvio. Lo guardiano che stava nella terra cominciò a chiamare le guardie, udendo lo romore, chiamò lo cancelliero e li priori, dicendo che alla porta di San Salvadore si gridava: "All'arme, all'arme!" E li priori diceano:
- Odi mo che che dice.
E lo guardiano dice:
- Elli gridano che la gente è dentro.
Li priori rispondono e dicono:
- Suona, campanaro, suona, campanaro, all'arme; che sie impeso!
Lo campanaro cominciò a sonare all'arme. Le guardie che erano in piazza, pigliarono l'arme, e vanno alle bocche delle vie della piazza, mettendo le catene, gridando:
- All'arme, all'arme.
Ogni gente, sentendo la campana, usciva fuori armata, pensando essere assaliti dal conte Luzzo; e venendo in piazza, trovorono le guardie a difendere le catene della piazza: li quali gridavano: "Chi è là, chi è là?" e chi diceva: "Viva messer Ridolfo"; e chi rispondea: "Amici, amici"; ed era sí grande lo romore che non s'udía l'un l'altro, essendo tutto lo populo armato in piazza, aspettando la gente ad ora ad ora, però che molti diceano che la gente era dentro, e che era giunta a una chiesa che si chiama San Giorgio, la quale è a mezza via dalla porta alla piazza.
Vedendo li priori che niuno non venía, mandando certi messi verso la detta porta per sapere novelle, e molti ve n'andorono che feciono come il corbo, che mai non tornorono. Fra li quali fu mandato un frate Antonio dell'ordine di Santo Antonio, il quale avea uno palvese in braccio e con uno battaglio d'una sua campana in collo, il quale il dí dinanzi era caduto da una sua campana; andando per sapere del romore e recarne novelle, ritornando con la imbasciata, lo detto frate cadde sul detto palvese, e perché elli era molto grande che parea uno gigante, non potendo sbracciar lo palvese, non si potea levare, ed era poco dilungi dalla piazza; un altro stava su la via poco dilungi dalla piazza, udendo il detto fracasso del palvese che facea il detto frate per levarsi e non potea, cominciò a gridare:
- A me, brigata, che ecco la gente.
Un altro cominciò a gridare:
- A loro, a loro.
E una parte uscí fuori delle catene e andavano per la via, gridando:
- Alla morte, alla morte.
E quando furono presso al frate che era in terra, chi gridava:
- Chi e' tu?
E chi gridava:
- Rendite, traditore.
E chi gridava:
- Chi vive?
E 'l frate che giacea in terra, gridava:
- Accorrete per l'amor di Dio.
Vedendo costoro che questo era il frate, con gran pena lo levarono su. Egli era tutto dirotto, però che quando cadde in terra, il battaglio uscendogli di mano, e l'uncino s'appiccò allo scapulare, e volendosi lo detto frate rilevare, lo battaglio gli avea molto dato per gli fianchi e per le reni; e per questo tutto era pesto ed era quasi mezzo morto. E ritornando alla piazza con la detta brigata, andò alli priori dicendo la novella della detta acqua, e com'elli era caduto, e al pericolo ch'elli era stato; dicendo che, se quello guardiano che lo udí bussare non l'avesse udito, ch'egli sería morto ivi; dicendo alli priori che, poiché Dio l'avea campato di questo, che mai palvese non portaria piú; e com'elli giugnesse a casa, di quello farebbe mille pezzi, per non portarlo mai piú. Li priori udendo la detta novella, ritornò loro il polso che quasi aveano perduto, dando licenza ad ogni uomo che ritornasse a casa. E di questa novella, e per Macerata e per l'altre terre da presso, piú dí n'ebbono gran piacere considerando all'acqua e alla caduta di frate Antonio.
E cosí sono spesse volte e ignoranti e matti i popoli che in tempo di guerra massimamente, cadendo un quarto di noci, o rompendo una gatta uno catino, si moveranno a romore credendo che siano inimici: e su questo come tordi ebbri s'anderanno avviluppando perdendo ogni loro intelletto.


NOVELLA CXXXIII

Uberto degli Strozzi, essendo de' Priori, al tempo che lo Imperadore Carlo passò a pigliare la corona, in uno dí con due piacevoli detti quella tristizia fa convertire in risa.

Quando lo imperadore Carlo re di Buem passò in Italia a pigliare la corona, essendo in Italia molto prosperato, e spezialmente in Toscana, avendo Pisa e Siena e Lucca, a' Fiorentini parea stare assai male. Era fra quelli tempi de' priori Uberto degli Strozzi e Salvino Beccanugi, e altri loro compagni; li quali facendo un consiglio di richesti, ed essendo molti cittadini ragunati nella sala, e confortandosi per li savi la gente; dicendo alcuni esso, per non aver denari, convenirsi tosto partire di Toscana; altri diceano: "Di maggiori pericoli siamo campati"; e confortavasi la brigata molto con gli aglietti, Uberto degli Strozzi che era de' priori, era uno uomo antico e piacevolissimo quanto avesse la nostra città, e con questo era molto povero; Salvino Beccanugi era anco poverissimo. Di che essendo nel consiglio de' richiesti per li consiglieri detto quanto facea di bisogno; Uberto degli Strozzi per l'ufficio de' priori si levò su, e disse:
- Savi consiglieri, i Signori hanno udito li vostri consigli, e veggendogli molto uniti n'hanno preso grandissimo conforto, pensando tosto metterli ad esecuzione. Una cosa vi voglio dire come Uberto: il diavolo non è nero come si dipigne. Questo imperadore ci può star molti dí, come volare per aria; però che veramente sappiamo ch'egli è piú povero che non è Salvino Beccanugi, che è qui nostro compagno.
Salvino era molto antico: sente dire questo a Uberto, levasi e faglisi incontro, dicendo:
- Che di' tu, che di' tu di me? che povero? io sono piú ricco di te.
Ed era sí infiammato che Uberto non potea fare conclusione al suo dire; e dice:
- Per dire il vero, non sono lasciato dire: Salvino m'interrompe il dire; apri la porta, e andatevi con Dio.
Or di questo Salvino non si potea dar pace, perché rimase tutto scornato, contendendo con Uberto. E Uberto li dicea:
- Deh, Salvino, dattene pace; che cosí foss'io ricco io, come tu se' de' piú poveri uomeni ch'io sappia.
E Salvino piú infiammava. E durò la detta questione tanto che, tornati nella udienza, fece il proposto venire un buon vino e de' confetti, e fece far pace insieme a quelli due poveri gentiluomeni. E quel dí medesimo, essendo andato Rosso de' Ricci, che poi fu messer Rosso, a provvedere alle castella, tornò dinanzi a' Signori, e ragionando e rapportando: il tale castello ha bisogno della tal cosa, e lo tale della tale, disse come al castello di Fucecchio bisognava vi si mandassono tre bombarde. Come Uberto l'ebbe udito, alza la gamba e lascia andare una gran coreggia, dicendo:
- Eccon'una, fatti dare a' compagni l'altre due.
Rosso, sentendo la bombarda, ristrignesi nelle spalle, ed esce fuori dicendo:
- Io sono pagato pur di buona moneta da questi mie' Signori; se io avessi tal onore dell'altre cose, io potrei star molto lieto.
I priori smascellavano delle risa, e fra quelle riprendeano Uberto; e spezialmente Salvino che dicea:

  • Io fo bot'a Dio; Uberto... tutti gli uomini per asini tu troverrai... che ti farà di quello, che ben ti...

Dice Uberto:
- E non ne poteva andar di meno... una brigata si vanno trastullando alle spese del comune; e poi tornano, e per mostrare abbiano fatte cose maravigliose dicono che si mandino le bombarde a Peteccio. Io torrei a sostenere che Aristotile non averebbe meglio risposto, e che in questo palagio mai non si fece piú bella risposta a simile materia.
E priori con le risa pensarono forse Uberto non avere il torto; e a Rosso dissono che metterebbono ad esecuzione quello che a loro avea rapportato; e ancora il commendavano che ottimamente avea fatto. E Uberto dicendo:
- Non guardare, Rosso, alla risposta che io ti feci, però che 'l male del fianco m'ha assalito già fa due dí: non te ne curare.
Rosso rispose come si convenía, e nel commiato disse:
- Ogni acconcio d'Uberto è mio, e spezialmente essendo de' miei Signori; però che le cattive cose non si vogliono tenere, ma voglionsi lasciare andare -; e andossi con Dio.


NOVELLA CXXXIV

Petruccio da Perugia, essendoli dato per debitore il Crocifisso dal suo prete, va con una scure percotendo il Crocifisso, e volendo da lui per ogni denaio cento, in fine è pagato.

In quello di Perugia fu già uno che avea nome Petruccio, uomo di nuova condizione, assai diverso. E andando ogni domenica a udire la messa al suo popolo, ad una chiesa che si chiama Santo Agapito, il prete ricogliendo l'offerta dicea com'è d'usanza: Centum per unum accipietis et possidebitis vitam aeternam ; e mettea li danari in uno ceppo che era ivi presso collegato nel legno appiè d'un Crocifisso. Di che continuando queste messe e questa offerta, disse un dí Petruccio al prete:
- Questo cento per uno che ci promettete, e quando gli averemo? e chi ce li de' dare?
Disse il prete:
- Questo nostro Signore, il quale è qui in croce, ogni volta che tu vorrai, purché tu voglia, ti renderà cento per uno; ed elli li riceve, come tu vedi, che tutti gli do a lui, mettendoli in quel ceppo.
Disse Petruccio:
- Se cotesto è, ben mi piace.
Sta un mese e sta due; e avvisandosi che 'l Nostro Signore si movesse a dargli cento per uno, e 'l pagamento non venía; né colui, cioè Nostro Signore che gli era dato in pagamento, non si movea; una sera disse Petruccio:
- Io non sono pagato dal debitore che 'l prete piú volte m'ha assegnato; piú non intendo di aspettare. Per certo conviene ch'io sappia se io debbo esser pagato da questo debitore che 'l prete m'ha dato tante volte.
E toglie una scure, e vassene un dí nella chiesa, rimpetto al Nostro Signore, e dice:
- Rendimi li miei denari.
Nostro Signore si stava, e fermo e cheto; dice Petruccio:
- E par che tu mi gabbi; e peggio, che non mi rispondi; per le chiabellate e per le budella, che conviene che tu mi paghi -; e dà della scure sí fatta nel ceppo, dov'erano i denari, che 'l ceppo si spezzò, e con tutti li denari e con lo Crocifisso ne viene in terra.
Veggendo Petruccio li denari per terra, ricolse li denari, e dice:
- Va', tu non mi credevi; cosí t'acconcerò io, se non mi paghi; non ci ho ancor del sacco le cordelle - , e vassene con dieci lire, o circa.
Torna il prete alla chiesa, vede questo fracasso per terra, volgesi a una casiera che avea, e dice:
- Chi diavol c'è stato? che truovo lo cippo spezzato, e rubati li danari, e 'l Crocifisso per terra, come che di quello poco mi curo.
Dice la casiera:
- Io ci vidi entrare Petruccio; non so se l'avesse fatto elli.
Il prete va, e truova Petruccio, e dice:
- Io ci ho trovato il tal lavorío fatto in chiesa; ed èmmi detto tu fosti là; averesti veduto chi ce l'avesse fatto?
Dice Petruccio:
- Hoccelo fatto io.
Disse il prete:
- O perché?
E Petruccio risponde:
- Questo è lo pagamento delle promesse che m'hai detto, che sí novo ci ti mostri? mille volte m'hai promesso che ci riceverò cento per uno, e che quello che buttai per terra me gli dovea dare, [né mai] non ci pote' aver danaro, se non fusse [quello] che ci ho fatto, bontà della scura.
E dicoti ancora che ne rimango aver assai; se non ci fai accordare, e non trovass'io pagatore, lo giuoco che ho fatto a quisto farò a te isso.
Il prete dice:
- Ah Petruccio mio! tu non m'hai bene inteso; ché io ti dicea che cento per uno ti darebbe nell'altro mondo.
Dice Petruccio:
- Sicché m'assegni quello che non saccio? e che saccio che ci sia nell'altro mondo? e che bisogno ci avrò là di denari? arò a comprare delle fave? se non ci sono pagato interamente, vedrai quello che ti farò.
Il prete veggendosi mal parato, e che per questo venía a perder la divozione della chiesa, s'accordò con Petruccio, e diégli altrettanti denari, e pregollo che mai piú offerta non gli desse; e cosí fece.
E cosí questo prete pagò a contanti quello, di che facea debitore Cristo nell'altro mondo. E intervenisse cosí agli altri, non bisognerebbe dire: Centum per unum accipietis.


NOVELLA CXXXV

Bertino da Castelfalfi, facendo una cortese lemosina a uno saccardo povero e infermo, essendo da' nimici preso, dal detto saccardo in avere e in persona è liberato.

Come nella precedente novella era assegnato al Perugino cento per uno nell'altro mondo, cosí nella seguente voglio dimostrare come un buon uomo, servendo un vile saccardo con uno dono d'una piccola cosa, fu meritato da lui e dell'avere e della persona; e non è mill'anni che questo fu, ma è sí piccolo tempo che io ho favellato al buon uomo a cui questa novella che io racconterò, avvenne; il quale fu Bertino da Castelfalfi, uomo di bonissima condizione, e asgiato contadino, e, secondo suo pari, ricco di bestiame. Aveva recato costui, nel tempo ch'e' Fiorentini aveano guerra col conte di Virtú, anno 1391, suoi casci freschi, fatti di pochi dí, a vendere al mercato a Santo Miniato, e stando su la piazza con questi casci, e uno saccardo infermo con uno pezzo di pane in mano domandò a questo Bertino un poco di quel cascio, per mangiarlo con quel pane. Bertino disse:
- To' ciò che tu vuogli -; ed egli peritandosi, e Bertino ne tolse uno, e disse: - Togli, mangia -; e avea questo Bertino molto grosso il dito grosso della mano ritta.
Lo saccardo, togliendo il cascio, si puose ivi a sedere; e pigliandone uno pezzo, lo mangiò con quello cotanto pane che avea. Quando l'ebbe mangiato, disse:
- Gnaffe, buon uomo, io non ho alcuno denaio da darti, e non ho piú pane.
Bertino avendo pietà di costui, avea due pani con seco, toglie questi due pani, e disse:
- Vie' qua con meco -; e toglie l'avanzo del cascio, e menollo alla taverna, e ivi gli mise li due pani innanzi, e disse: - Mangia gagliardamente.
Essendo costui ed elli alla taverna, mangiò quanto li piacque e del pane e del cascio di Bertino; e del vino, che Bertino fece venire, bevve quanto gli fu di piacere. Fatto che Bertino ebbe questa cortese lemosina, disse:
- Va', che sie benedetto -; e partissi.
Avvenne poi per caso che certa gente d'arme de' nimici, cavalcando verso Castelfalfi se ne menorono molto bestiame minuto del detto Bertino. E avendolo menato, feciono loro avviso che colui, di cui egli era, andrebbe per riscattarlo; e missono certo aguato. E cosí venne lor fatto; che andando Bertino co' suoi fiorini, da costoro fu preso e menato a Casole, su quel di Volterra: e là fu nelle gambe sconciamente inferriato. E cosí stando un giorno co' ferri in gamba al sole, lo saccardo, a cui elli avea dato il cascio, passando dove Bertino assai tapino si stava, cominciò a figurare il detto Bertino, e avendolo mirato un pezzo, dice:
- Buon uomo, e' mi ti par pure conoscere.
E Bertino, guardando lui, dicea:
- Gnaffe, io non conosco te, ch'io sappia.
E questo era assai possibile; però che 'l saccardo era guerito, e bene in arnese; e dice a Bertino:
- Per certo tu se' esso, per tal segnale, che tu hai il dito grosso.
Allora Bertino cominciò quasi a conoscerlo. E 'l saccardo disse:
- Raccordati del cascio che mi desti a Santo Miniato?
E quelli disse:
- Figliuolo mio, io ti conosco ora.
Dice il saccardo:
- Non voglia Dio che io non te ne renda guidardone; farai com'io ti dirò: io ti recherò domattina una lima sorda, con che tu segherai cotesti ferri; e menerò colui, che t'ha preso, altrove, e io tornerò per te, e accompagnerotti insino a casa tua.
Bertino disse:
- Figliuolo, io terrò sempre la vita per te.
Questo saccardo la mattina portò la lima a Bertino, e menò alla taverna chi 'l tenea preso; e quando fu bene avvinazzato, lo condusse a giucare; ed essendo avviluppato nel giuoco, il saccardo lo lasciò e tornò a Bertino, il quale s'era spastoiato, e condusselo a Castelfalfi, e mai non lo abbandonò. Dove il detto Bertino gli volle dare de' suoi fiorini, e nessuno non ne volle torre, e tornossene.
Quanta virtú ebbe questo saccardo, e quanta remunerazione usò in un piccolo benefizio ricevuto, è cosa maravigliosa a udire. Io per me credo, se fusse stato de' maggiori Romani, serebbe degno di memoria. E però non si può errare a servire, e sia l'uomo minimo quanto vuole; però che Isopo ci ammaestra nella sua favola, quando il leone ebbe bisogno del ratto, dicendo: Tu, qui summa potes, ne despice parva potenti .


NOVELLA CXXXVI

Prova maestro Alberto, che le donne fiorentine con loro sottigliezza sono i migliori dipintori del mondo, e ancora quelle che ogni figura diabolica fanno diventare angelica, e visi contraffatti e torti maravigliosamente dirizzare.

Nella città di Firenze, che sempre di nuovi uomeni è stata doviziosa, furono già certi dipintori e altri maestri, li quali essendo a un luogo fuori della città, che si chiama San Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorío che alla chiesa si dovea fare; quando ebbono desinato con l'Abate e ben pasciuti e bene avvinazzati, cominciorono a questionare; e fra l'altre questione mosse uno, che avea nome l'Orcagna, il quale fu capo maestro dell'oratorio nobile di Nostra Donna d'Orto San Michele: - Qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro, che sia stato da Giotto in fuori? - Chi dicea che fu Cimabue, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Buffalmacco, e chi uno e chi un altro. Taddeo Gaddi, che era nella brigata, disse:
- Per certo assai valentri dipintori sono stati, e che hanno dipinto per forma ch'è impossibile a natura umana poterlo fare -; ma questa arte è venuta e viene mancando tutto dí.
Disse uno, che avea nome maestro Alberto, che era gran maestro d'intagli di marmo:
- E mi pare che voi siate forte errati, però che certo vi mosterrò che mai la natura non fu tanto sottile quant'ella è oggi, e spezialmente nel dipignere, e ancora del fabbricare intagli incarnati.
Li maestri tutti, udendo costui, rideano, come se fossi fuora della memoria. Dice Alberto:
- O voi ridete! io ve ne farò chiari, se voi volete.
Uno, che avea nome Niccolao, dice:
- Deh, faccene chiari per lo mio amore.
Alberto risponde:
- Ciò farò, poiché tu vuogli; ma ascoltate un poco - (perché tutti erano a modo delle galline, quando schiamazzono); e Alberto comincia, e dice: - Io credo che il maggior maestro che fosse mai di dipignere, e di comporre le sue figure, è stato il nostro Signore Dio; ma e' pare che, per molti che sono, sia stato veduto nelle figure per lui create grande difetto, e nel tempo presente le correggono. Chi sono questi moderni dipintori e correttori? Sono le donne fiorentine. E fu mai dipintore, che sul nero, o del nero facesse bianco, se non costoro? E nascerà molte volte una fanciulla, e forse le piú, che paiono scarafaggi; strofina di qua, ingessa di là, mettila al sole, e' fannole diventar piú bianche che 'l cecero. E qual artista, o di panni, o di lana, o dipintore è, che del nero possa far bianco? certo niuno; però che è contro natura. Serà una figura pallida e gialla, con artificiati colori la fanno in forma di rosa. Quella che per difetto, o per tempo, pare secca, fanno divenire fiorita e verde. Io non ne cavo Giotto, né altro dipintore, che mai colorasse meglio di costoro: ma quello che è vie maggior cosa, che un viso che sarà mal proporzionato, e avrà gli occhi grossi, tosto parranno di falcone; avrà il naso torto, tosto il faranno diritto, avrà mascelle d'asino, tosto l'assetteranno; avrà le spalle grosse, tosto le pialleranno; avrà l'una in fuori piú che l'altra, tanto la rizzafferanno con bambagia che proporzionate si mostreranno con giusta forma.
E cosí il petto, e cosí l'anche, facendo quello sanza scarpello che Policreto con esso non averebbe saputo fare. E abbreviando il mio dire, io vi dico e raffermo che le donne fiorentine sono maggiori maestre di dipignere e d'intagliare, che mai altri maestri fossono; però che assai chiaro si vede ch'elle restituiscono dove la natura ha mancato. E se non mi credete, guardate in tutta la nostra terra, e non troverrete quasi donna che nera sia. Questo non è che la natura l'abbi fatte tutte bianche; ma per istudio le piú, di nere son diventate bianche. E cosí è, e del loro viso e dello 'mbusto, che tutti, come che naturalmente siano e diritti e torti e scontorti, da loro con molti ingegni e arti sono stati ridotti a bella proporzione. Or se io dico il vero, l'opera lodi il maestro.
E voltosi alla brigata, disse:
- E voi che dite?
Allora tutti a romore di populo dicono, gridando:
- Viva il messere, che troppo bene ha giudicato -; e su quella prateria, ch'è di fuori, dopo l'assoluta questione, dierono a maestro Alberto la bacchetta, e feciono venire del vino della botte, con lo quale si rifiorirono molto bene, dicendo all'Abate che la domenica seguente tornerebbono tutti a dire il loro parere sopra quello di che avevono aúto consiglio. E cosí, la seguente domenica, tutti insieme, tornorono a fare con lo Abate quello medesimo che aveano fatto quel dí, salvo che portarono...


NOVELLA CXXXVII

Come le donne fiorentine, senza studiare o apparare leggi, hanno vinto e confuso già con le loro legge, portando le loro fogge, alcuno dottore di legge.

Assai è dimostrato nella precedente novella quanto le donne fiorentine con sottile industria avanzano di dipignere tutti li dipintori che furono mai; e come li diavoli fanno parere e diventare angioli di bellezza; e ancora come ogni difetto di natura elle addirizzano e racconciano. Ora in questa voglio mostrare come la loro legge ha già vinto gran dottori, e come elle sono grandissime loiche, quando elle vogliono.
Egli è non gran tempo che io scrittore essendo, benché indegno, de' Priori nella nostra città, venne uno judice di ragione, il quale avea nome messer Amerigo degli Amerighi da Pesaro, bellissimo uomo del corpo, e ancora valentissimo della sua scienza. E appresentandosi nella sua venuta all'officio nostro con quelle solennità e parole che bisogna, andò ed entrò nell'officio. Ed essendosi fatta nuova legge sopra gli ornamenti delle donne, fu poi da ivi a certi dí mandato per lui, e ricordato che sopra quelli ordini procedesse tanto sollecitamente quanto si potesse; e quelli rispose di farlo. E andato alla sua casa, veduto sopra quelli ordini, piú e piú dí la sua famiglia andò cercando; e quando il notaio tornava, gli diceva, quando trovava alcuna donna, com'elli la volea scrivere, l'argomento che ciascuna facea, e 'l notaio ne parea quasi che mezzo uscito di sé; e messer Amerigo avea notato e considerato tutti i rapporti del suo notaio.
Avvenne per caso che, veggendo certi cittadini le donne portare ciò che elle voleano senza alcun freno; e sentendo la legge fatta; e ancora sentendo l'officiale nuovo esser venuto; vanno di loro certi a' Signori, e dicono che l'officiale nuovo fa sí bene il suo officio che le donne non trascorsono mai nelle portature come al presente faceano. Onde li Signori mandorono per lo detto officiale, e dicendoli come si maravigliavono del negligente officio che facea sopra gli ordini delle donne, il detto messer Amerigo rispose in questa forma:
- Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per apparar ragione, e ora, quando io credea sapere qualche cosa, io truovo che io so nulla, però che cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete dati, sí fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come sono quelli ch'elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il cappuccio; il notaio mio dice: "Ditemi il nome vostro; però che avete il becchetto intagliato"; la buona donna piglia questo becchetto che è appiccato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Or va piú oltre, truova molti bottoni portare dinanzi; dicesi a quella che è trovata: "Questi bottoni voi non potete portare"; e quella risponde: "Messer sí, posso, ché questi non sono bottoni, ma sono coppelle, e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo, e ancora non c'è niuno occhiello". Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: "Che potrà apporre costei?" "Voi portate gli ermellini"; e la vuole scrivere; la donna dice: "Non iscrivete, no, ché questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi"; dice il notaio: "Che cosa è questo lattizzo?" e la donna risponde: "È una bestia". E 'l notaio mio come bestia...Truova spesse volte donne con...
- Noi abbiamo tolto a contender col muro.
Dice un altro:
- Me' faremo attendere a' fatti che portano piú.
Dice l'altro:
- Chi vuole il malanno, sí se l'abbia.
E infine dice uno:
- Io vo' che voi sappiate ch'e' Romani non potero contro le loro donne, che vinsono tutto il mondo; ed elle per levar gli ordini sopra gli ornamenti loro, corsono al Campidoglio, e vinsono e' Romani, avendo quello che voleano; per tal segnale che Coppo del Borghese in una novella di questo libro leggendo in Tito Livio la detta istoria, ne fu per impazzare. E cosí allegando or l'uno or l'altro, fu detto per tutto l'officio a messer Amerigo, che guardasse di far quello che ben fosse e l'avanzo si stesse. E questo fu detto in tal ora, e in tal punto, che quasi d'allora in qua nessuno officiale quasi ha fatto officio, o datosene fatica; lasciando correre le ghirlande per becchetti, e le coppelle e i lattizzi, e' cinciglioni. E però dice il Friolano: "Ciò che vuole dunna, vuol signò; e ciò che vuol signò, tirli in birli".


NOVELLA CXXXVIII

Non essendo obbedito dalla sua famiglia Buonanno di ser Benizo, armatosi tutto a ferro, corre la casa per sua.

Buonanno di ser Benizo fu uno fiorentino mercatante di spezieria. Era un uomo basso e largo e grosso; andava con uno tabarro, sempre sgollato, piloso molto nel collo; e avea per costume di bere la mattina, quando una volta e quando piú; e alcuna fiata s'abbatté a tale, che dicendo: "Andiamo a bere"; e 'l compagno gli dicea:
- Io non berei, se non fussi la cotal ora -; e Buonanno dicea:
- A cotest'ora purgo io il ventre -; ma dicealo a lettere grosse.
Ora venendo al fatto, questo Buonanno avea una sua moglie molto diversa; e quando Buonanno dicea: "Mela"; ed ella dicea: "Mela e pera", sempre borbottando e attraversando, e con lei non potea aver concordia. E veggendo il fante e la fante che la donna delle sue contese le piú volte rimanea al disopra, el fante e la fante ancora, ritrosendo contra Buonanno, poco il serviano. Onde, veggendosi Buonanno mal parato, pensò un dí d'andare in uno suo fondachetto, e ivi (ché v'erano l'armadure) s'armò da capo a piede; e quando fu armato, si reca in mano una sua spada nuda, ed esce fuori e comincia in terreno correre per tutto e dar della spada per gli assiti, gridando:
- Viva Buonanno.
Per tutto il terreno non trovò se non il fante; verso cui percosse con la spada di piatto, dicendo:
- Che viva?
Il fante mezzo fuor di sé, dice:
- Che vuol dir questo?
Dice Buonanno:
- Viene a dire panico pesto -; e dàgli di piatto sul capo, e dice: - Di', viva Buonanno, o io t'ucciderò.
Il fante grida alle maggiori voci che poteo:
- Viva Buonanno.
E Buonanno dàlla su per la scala, e giugne alla cucina:
- Viva Buonanno.
La fante cominciò tutta a tremare. Buonanno dà con la spada in una pentola, e fanne mille pezzi. La fante stava come smemorata, e per la putta paura grida:
- Viva Buonanno, viva Buonanno.
E Buonanno ritorna in sala; e nel mezzo di quella, cavate e poste le brache, grida vie piú forte:
- Chi vuol portar le brache or ne venga per esse -; e grida: - Viva Buonanno -; facendo intorno alle brache grandissimi colpi e grandissime menature.
La donna, udendo il romore, fassi in capo di sala. E Buonanno cosí armato si fa incontro:
- Viva Buonanno; - e dàgli una buona di piatto.
La donna dice:
- Se' tu, Buonanno? o che vuol dir questo?
E Buonanno croscia un'altra buona piattonata:
- Viva Buonanno.
Ancora nol disse; onde Buonanno tocca la terza
- Io dico: di': viva Buonanno, o io t'ucciderò.
La donna a mal in corpo dice:
- Viva Buonanno, viva Buonanno.
E cosí per tutta la casa per questo modo trascorre.
E tornando verso la moglie e l'altra famiglia, disse:
- Ècci nessuno che si vogli mettere le mie brache? elle sono qui in terra, vada per esse. Io sono il signore...


NOVELLA CXXXIX

Uno Massaleo da Firenze, essendo in prigione con uno giudice stato della Mercatantia, con una strana piacevolezza usata nel giudice si mostra avere errato.

Massaleo degli Albizi fu uno nuovo uomo, e con molte nuove piacevolezze. Essendo costui stato in prigione buon pezzo e ancora essendovi, venne per caso che uno giudice della Mercatantia, assai giovane e pulito e chiaro, nel tempo del suo sindacato, per certa cosa accusato, non potendo per quella dar mallevadore, convenne che andasse alle Stinche. Massaleo veggendo questo giudice, entrò con lui in ragionamento, e per quello che v'era, e molte altre cose; e in fine lo invitò a cena, ed elli cenò con lui. Avendo cenato, e vegliato un pezzo, Massaleo veggendo che 'l giudice ancora non era fornito del suo letto, lo invitò a dormire con lui; e 'l giudice ancora, veggendo la domestichezza di Massaleo, si coricò nel letto. Dove ragionato che ebbono un pezzo, e venendo sul cominciare a sonneferare; e Massaleo mosso piú per piacevolezza che per vizio, e per comprendere un poco de' modi del giudice, però che a lui stesso parea un bigolone, disteso il braccio per lo letto verso lui, gli pigliò il picciuolo, e cominciandolo a rimenare; il giudice, che già era mezzo addormentato, subito destossi, dice:
- Oimè, o che fé a costui vu?
Massaleo subito risponde:
- Perdonatemi, che io credea che fosse il mio.
E 'l giudice disse:
- In fé di Dio, voi smarriresti bene un'altra cosa, quando voi smarrite questa.
E Massaleo disse:
- Io era abbarbagliato già dal sonno, e non credea che altro che 'l mio ci fosse in questo letto - : e cominciò ad allegare con una gramatica grossa: - Domine judex, reputate non esse malitiam, sed errorem.
Dice il giudice:
- Mo, messer Massaleo, e' par che vo' sia per caleffare; lagàme dormire, che io ve ne prego.
E Massaleo ed egli s'addormentorono, e cosí finí quest'opera. Che saputa che questa novella di fuori fu per Firenze, li piú valenti uomeni che v'erano scoppiavono delle risa.
E 'l giudice poi per maraviglia del grande errore, e di Massaleo, quando a ciò pensava, parea quasi un uomo invasato; e fecesi recare un letto per lui, e in quello, mentre che stette in prigione, si dormí, acciò che Massaleo piú non cadesse in simile errore.


NOVELLA CXL

Tre ciechi fanno compagnia insieme, e veggendo la loro ragione a Santa Gonda, vegnono a tanto che si mazzicano molto bene insieme, e dividendo l'oste e la moglie, sono da loro anco mazzicati.

Nel popolo di Santo Lorenzo presso a Santa Orsa nella città di Firenze tornavano certi ciechi, di quelli che andavono per limosina, e la mattina si levavono molto per tempo, e chi andava alla Nunziata, e chi in Orto San Michele, e chi andava a cantare per le borgora, e spesse volte deliberavano che, quando avessono fatta la mattinata, si trovasseno al campanile di Santo Lorenzo a desinare, dove era uno oste che sempre dava mangiare e bere a' loro pari. Una mattina essendovene due a tavola, e avendo desinato, dice l'uno, ragionando del loro avere, o della loro povertà:
- Io accecai fors'è dodici anni, e ho guadagnato forse mille lire.
Dice l'altro:
- Ohi tristo a me sventurato, ch'egli è sí poco che io accecai, che io non ho guadagnato duecento lire.
Dice il compagno:
- O quant'è che tu accecasti?
Dice costui:
- È forse tre anni.
Giugne uno terzo cieco, che avea nome Lazzero da Corneto, e dice:
- Dio vi salvi, fratelli miei.
E quelli dicono:
- Qual sei tu?
E quelli risponde:
- Sono al buio, come voi -; e segue: - E che ragionate? E quelli contorono il tempo de' loro guadagni.
Disse Lazzero:
- Io nacqui cieco, e ho quarantasett'anni; s'io avessi e' danari che io ho guadagnati, io sarei il piú ricco cieco di Maremma.
- Bene sta, - dice il cieco di tre anni, - che io non truovo niuno che non abbia fatto meglio di me.
E facendo cosí tutti e tre insieme, dice questo cieco:
- Di grazia, lasciamo andare gli anni passati; vogliàn noi fare una compagnia tutti e tre, e ciò che noi guadagnamo, sia a comune; e quando andremo fuori tutti tre, noi andremo insieme, pigliandoci l'uno con l'altro; se bene bisognerà chi ci meni, il piglieremo.
Tutti s'accordorono, e alla mensa s'impalmorono e giurorono insieme. E fatta questa loro compagnia alquanto in Firenze, uno che gli avea uditi fermare questo loro traffico, trovandogli uno mercoledí alla porta di Santo Lorenzo, dà all'uno di loro un quattrino, e dice:
- Togliete questo grosso tra tutti tre voi -; e continuando, dove costoro si fermavano insieme a certe feste, costui facea sempre limosina d'uno quattrino, dicendo: - Togliete questo grosso tra tutti e tre.
Dice colui, che lo riceve alcuna volta:
- Gnaffe, e' ci è dato un grosso che a me par piccolo com'uno quattrino.
Dicono gli altri due:
- O non ci cominciare già a volere ingannare.
Questi rispose:
- Che inganno vi poss'io fare? quello che mi fia dato, io metterò nella tasca, e cosí fate voi.
Disse Lazzero:
- Fratelli, la lealtà è bella cosa.
E cosí si rimase; e ciascuno ragunava; e deliberarono tra loro ogni capo d'otto dí mescolare il guadagno e partire per terzo.
Avvenne che, ivi a tre dí che questo fu, era mezzo agosto; di che si disposono, come è la loro usanza, d'andare alla festa della nostra Donna a Pisa; e movendosi ciascuno con un suo cane a mano, ammaestrato, come fanno, con la scodella, si misono in cammino cantando la intemerata per ogni borgo; e giunsono a Santa Gonda un sabato, che era il dí di vedere la ragione e partire la moneta; e a uno oste, dove albergorono, chiesono una camera per tutti e tre loro, per fare li fatti loro quella notte; e cosí l'oste la diede loro.
Entrati questi ciechi con li cani e co' guinzagli a mano, quando fu il tempo d'andare a dormire nella detta camera, disse uno di loro, che avea nome Salvadore:
- A che ora vogliam noi fare la nostra faccenda?
Accordoronsi, quando l'oste e la sua famiglia fosse a dormire; e cosí feciono. Venuta l'ora, dice il terzo cieco che avea nome Grazia, ed era quello che era stato men cieco:
- Ciascuno di noi segga, e nel grembo noveri gli danari ch'egli ha, e poi faremo la ragione; e colui che n'avrà piú, ristorerà colui che n'avrà meno.
E cosí furono d'accordo, cominciando ciascuno annoverare. Quando ebbono annoverato, dice Lazzero:
- Io trovo, secondo ho annoverato, lire tre, soldi cinque, danari quattro.
Dice Salvadore:
- E io ho annoverato lire tre, danari due.
Dice Grazia:
- Buono, buono; io ho appunto quarantasette soldi.
Dicono gli altri:
- O che diavolo vuol dire questo?
Dice Grazia:
- Io non so.
- Come non sai? che déi avere parecchi grossi in ariento piú di noi, e tu ce la cali a questo modo: è la compagnia del lupo la tua: tu hai nome Grazia, ma a noi se' tu disgrazia.
Dice costui:
- Io non so che disgrazia; quando colui dicea che ci dava un grosso, a me parea egli uno quattrino; e che che si fosse, come io vi dissi, io il mettea nella tasca; io non so; io serei leale come voi in ogni luogo, che mi fate già traditore e ladro.
Dice Salvadore:
- E tu se', poiché tu ci rubi il nostro.
- Tu menti per la gola, - dice Grazia.
- Anzi menti tu.
- Anzi tu - , e cominciansi a pigliare e dare delle pugna; e danari caggiono per lo spazzo.
Lazzero, sentendo cominciata la mischia, piglia la sua mazza, e dà tra costoro, per dividerli; e quando costoro sentono la mazza, pigliano le loro e cominciansi a batacchiare, e tutti li danari erano caduti per lo spazzo. La battaglia cresce, gridando, e giucando del bastone; li loro cani abbaiavono forte, e tale pigliava per lo lembo co' denti or l'uno or l'altro; e' ciechi, menando le mazze, spesso davano a' cani, e quelli urlavano: e cosí parea questo uno torniamento. L'oste, che dormía di sotto con la moglie, dice alla donna:
- Abbiàn noi demoni di sopra?
Levasi l'uno e l'altro, e tolgono il lume e vanno su, e dicono:
- Aprite qua.
I ciechi, che erano inebriati su la battaglia, udivano come vedeano. Di che l'oste pinse l'uscio per forza, e aprendolo, intrò dentro, e volendo dividere i ciechi, ebbe d'una mazza nel viso; di che piglia uno di loro, e gittalo in terra:
- Che vermocane è questo, che siate mort'a ghiado? - e pigliando la mazza sua, dando a tutti di punta, dicea: - Uscitemi di casa.
La donna dell'oste accostandosi e schiamazzando, come le femmine fanno, uno cane la piglia pel lembo della gonnella, e quanto ne prese, tanto ne tirò. Alla per fine perdendo costoro la lena, ed essendosi molto bene mazzicati, e chi era caduto di qua e chi di là, dice Lazzero:
- Oimè, oste, che io son morto.
Dice l'oste:
- Dio gli ti mandi, uscitemi testè di casa.
E quelli tutti si dolgono e dicono:
- Oimè, oste, vedi come noi stiamo -; che aveano li visi lividi e sanguinosi - e peggio, che tutti li nostri danari ci sono caduti.
Allora l'oste dice:
- Che denari, che siate mort'a ghiado, che m'avete presso che cavato l'occhio?
Dice Lazzero:
- Perdonaci, che noi non veghiamo piú che Dio si voglia.
- Io vi dico: uscitemi di casa.
E quelli dicono:
- Rico' ci li danari nostri, e faremo ciò che tu vorrai.
L'oste fa ricogliere i danari; i quali non assegnò mezzi, e disse:
- Qui ha forse cinque lire; voi m'avete a dare delli scotti lira dua, restacene lire tre; io voglio andare al Vicario quassú, e voglio che mi faccia ragione, che m'avete fedito, e alla donna mia da' vostri cani è stata stracciata la gonnella.
Quando costoro odono questo, tutti ad una voce dicono:
- Amico, per l'amor di Dio, non ci volere disfare; togli da noi quello che possiamo, e anderenci con Dio.
L'oste disse:
- Poiché cosí è, io non so se mi perderò l'occhio; datemi tanto che io mi possa far medicare, emendate la cotardita della donna mia, che pur l'altro dí mi costò lire sette.
Brevemente, li ciechi dierono all'albergatore li danari caduti, che erano nove lire, soldi due, e altrettanti che n'aveano addosso; e cosí di notte, pregorono l'oste che perdonasse loro, e andaronsene cosí vergheggiati, chi sciancato, e chi col viso infiato, e chi col braccio guasto, per bella paura tanto oltre, che furono sul contado di Pisa, la mattina. Quando furono a una taverna appiè di Marti, cominciorono a rimbrottare l'uno l'altro; e l'oste, veggendoli sanguinosi e accaneggiati, si maravigliava, dicendo:
- Chi v'ha cosí conci?
E quelli dicono:
- Non te ne caglia - : e ciascuno addomanda uno quartuccio di vino, piú per lavarsi le busse o le percosse del viso, che per bere.
E fatto questo, dice Grazia:
- Sapete che vi dico? io facea in fede i fatti vostri, come i miei, e non fu' mai né ladro né traditore; voi m'avete dato di ciò uno buon merito, che io ne sono quasi disfatto in avere e in persona: egli è meglio corta follia che lunga, e farò come colui che dice: "Uno, due e tre, io mi scompagno da te"; e con voi non ho piú a fare nulla, e l'oste ne sia testimone -; e vassi con Dio.
Dicono questi altri:
- Tu hai nome Grazia, ma tale la dia Dio a te, chente tu l'hai data a noi.
E andossene solo a Pisa: e Lazzero e Salvadore se n'andorono anche alla festa con questa tempesta. E perché oltre all'essere ciechi, erano tutti laceri dalle bastonate, fu loro fatte a Pisa tre cotanti limosine; onde ciascuno di quelle mazzate, non che se ne dessi pace, ma e' non averebbon voluto non averle per tutto il mondo, solo per l'utilità che se ne vidono seguire.


NOVELLA CXLI

Come a uno Rettore capitò innanzi con una questione una femmina con tre sordi, e come nuovamente e piacevolmente diffiní la loro questione.

La passata novella di tre ciechi tira me scrittore di dire una, la quale intervenne al piú mio singulare amico che io avesse mai; e come quella racconta tre ciechi, cosí questa racconterà tre sordi. Fu adunque il mio cordiale amico Podestà in una terra non di lungi dalla nostra venticinque miglia; e quasi presso all'uscita del suo officio gli venne una questione innanzi, e già era stato tratto uno Podestà successore a lui, il quale in tutto era sordo; e 'l Podestà presente lo sapea, però che quando la campana grossissima delle tre sonava in Firenze, li vicini veggendo che costui non l'udiva, e perché non fosse preso dalla famiglia, gli accennavano, alzando le dita all'aria, che se n'andasse a casa; sí che per tutto si sapea che il sordo Podestà dovea entrare in officio da ivi a un mese. Avvenne per caso che una femmina con uno suo fratello vennono un dí a questo mio amico podestà, e la femmina cominciò a dire:
- Messer lo Podestà, io vegno a Dio e a voi, però che un mio vicino m'ha fatto col torto una grande cattività; però che per uno mio chiasso dirieto egli è entrato e hammi guasta e rotta una mia ficaia, che io avea nell'orto; e però vi prego che, com'egli me l'ha fatto col torto, che voi me lo rifacciate col diritto e con la ragione.
Il Podestà, udendo costei, avea voglia di ridere, e pur si ritenea. E poi dice questa donna:
- E questo mio fratello dee avere da lui danari di quattro opere, e la menda d'uno asino che gli guastò, non contro a voi dicendo altro che bene.
Il Podestà domanda costui s'egli è vero quello che la donna dice. Ed egli dice:
- Messer lo Podestà, io non odo ben lume; questa mia sirocchia v'ha detto come sta la cosa.
Il Podestà chiama il messo, e manda per l'altra mattina a richiedere colui che dovea avere guasto la ficaia. Venendo l'altra mattina, e la donna del richiamo, e 'l fratello, e lo richiesto, venneno alla stanga. Dice il Podestà:
- Buona donna, che domandi tu a costui?
E quella dice la ragione della sua ficaia e quella del fratello, però che era uno sordacchione balordo. Detto che l'ebbe, 'l Podestà dice all'altra parte:
- È vero quello che dice questa donna?
Colui viene aggirando gli orecchi, e dice:
- Messer lo Podestà, io non odo bene.
Alcuno che gli era allato, dicendo al Podestà che non udía, gli accostò la bocca agli orecchi, gridando forte:
- Il Podestà dice s'egli è vero.
E quelli dice:
- Io non so a quello io debbo rispondere.
Dice la donna:
- E si mostra delle cento miglia; egli ha ben del sordo, ma egli ode ben, quando vuole udire.
Il Podestà, per levarsi questa pena da dosso, e perché ancora erano parenti, disse alla donna che volea che la compromettessono in uno amico di mezzo, e cosí fece sonare all'altra parte negli orecchi; e brevemente e' chiamorono uno, e per l'altro dí gli fece dire, e all'albitro e alle parti, venissono a lui.
E cosí l'altro dí essendo costoro venuti innanzi al Podestà, il Podestà disse che, udita la questione, la dovesse terminare fra tre dí, alla pena di venticinque lire. Questo albitro stava come un uomo di legno; e brevemente, se le parti aveano mal udire, l'albitro era quasi sordo affatto. Quivi erano molti terrazzani, e chi ridea di qua, e chi di là. Dice il Podestà:
- Buona donna, e' non ci è niuno che oda altro che tu; e io a te dico che io voglio dare sentenza sopra questa questione.
Dice la donna, credendo subito avere ragione della sua ficaia:
- Io ve ne prego per l'amor di Dio.
- La sentenza che io do, è questa: che veggendo che l'uno e l'altro di questi che hanno la questione son sordi, e l'arbitro che avete eletto è anco sordo, e io non saprei né intendervi, né favellare per cenni; considerando che 'l nuovo Podestà ci sia di qui a un mese, a lui lascio la vostra questione.
La donna, che udiva bene, facea croce delle braccia, pregando il Podestà che la spacciasse elli, e ch'ella non dovesse stare tanto tempo ad aspettare ragione della sua ficaia. E 'l Podestà dice:
- Donna, com'io ho detto, cosí condanno; va' nella buon'ora.
La donna e' sordacchioni s'andorono a casa; e quelli che v'erano, udendo questo giudicio, compresono bene ciò che 'l Podestà volle dire.
Che altro non fu se non che, essendo coloro tutti e tre sordi, aspettassino il Podestà sordo; ed elli, come pratico de' costumi de' sordi, terminarebbe quella questione sordamente, come tra sordi si dovea terminare.


NOVELLA CXLII

Uno buffone di Casentino morde uno avaro con una nuova risposta, e fàllo ricredente della sua miseria.

Agnolo Moronti, vocato Agnolo Doglioso, fu uno piacevole uomo di corte di Casentino, il quale essendo per una pasqua di Natale a pasquare col conte Ruberto, ed essendovi ancora uno fiorentino assai ricco, il quale molto avea avuto diletto de' modi e de' costumi del detto Agnolo; al partirsi dietro alla pasqua, ciascuno accomiatandosi l'uno dall'altro, Agnolo pigliò per le mani il ricco fiorentino e 'l fiorentino lui, forse per aver il detto Agnolo da lui qualche cosa, come è d'usanza de' suoi pari; il fiorentino disse:
- Agnolo mio, io sono molto contento d'averti conosciuto, però che mai non vidi tanto piacevole uomo quanto tu se', e volentieri farei cosa che ti piacesse; ma non posso qui altramente essere fornito che io mi sia, però che ho poca vesta e men danari con meco; ma se tu vieni a Firenze a questi tempi, io non t'avrò mai per amico, se non te ne vieni diritto a casa; e allora ti potrò donare, non quello che tu meriti, ma quello che sarà caparra della tua amicizia, ad essere tua sempre la mia casa.
Agnolo, che non disdegnava le profferte, se non come tutti i suoi pari fanno, accettò graziosamente le profferte del fiorentino, e ancora, come uomo di buona memoria, per la festa di Santo Giovanni Battista seguente pensò d'andare a Firenze, e a casa di costui, e cosí fece. E giunto in Firenze, subito n'andò a cavallo a casa di colui che tutto il mondo dovea essere salsa. E domandando di lui, e la moglie disse che non v'era, ma che dovea essere là al canto a un ridotto. Agnolo, udendo questo, scende da cavallo, e appiccalo a un arpione di fuori, e vassene a quel luogo dove la donna disse, e trovò l'amico sedere; e Agnolo con lieta faccia, andando verso lui che sedea, non parve che 'l fiorentino l'avesse mai veduto; e Agnolo di ciò avveggendosi, fra suo cuore disse: "Io avrò fatto cattivo sogno"; e dice:
- Io sono venuto a vedere la festa, e ho voluto attenerti la promessa; io sono stato a casa tua, e ho appiccato il ronzino di fuori; io il vorrei mettere nella stalla.
Dice quel fiorentino:
- Or vedi ben sciagura, che la stalla mia è tutta impacciata, che certi lavoratori mi vennono dinanzi con some e hannola piena d'asini, per forma che non vi capirrebbe un cane, non che uno ronzino.
Agnolo presto presto dice:
- O tu che fai costí?
E quelli disse:
- Stommi, come tu vedi.
E quelli disse:
- Cosí non ti stessi tu, che tu ne seresti forsi di meglio cinquecento fiorini.
Dice costui:
- Come?
Dice Agnolo:
- Ben lo so io.
- Deh dimmi, deh dimmi.
Egli lo lasciò con questa gozzaia in quell'ora, e in quel punto, che costui non levò mai il pensiero di questi fiorini cinquecento che si dovea avere peggiorati, e da ivi a meno di due mesi si morí, e Agnolo l'avea detto per motti e per dargli che pensare. Serebbe stato il meglio, che 'l fiorentino gli avesse fatto cortesia, e non avesse ritenuto gli asini de' lavoratori, che forse non ve n'avea alcuno.
E cosí Agnolo si tornò in Casentino, e non trovò la festa come credette, ma forse la diede peggiore a colui che ne fu cagione.


NOVELLA CXLIII

Il Piovano da Settimo rimane scornato, perché uno, che era bastardo, scontrandolo gli dimostra, con una piacevole novella, come anco elli è mulo.

La passata novella dimostra come a uno fu fatto poco onore per essere affigurato a uno asino; in questa che seguita, brievemente si dimostrerrà come un altro per essere affigurato d'essere mulo, si scornò in forma che sempre fu nimico di chi gli lo disse. Fu adunque poco tempo fa, e ancora è, uno piacevolissimo e povero suo pari, il quale con la sua famiglia sempre è stato nel Castello de' Pulci, come colui che sempre è stato una creatura di que' Pulci. Era costui bastardo, e niente si curava di dirlo elli stesso, ora con uno motto, ora con un altro, pur che credesse dare diletto altrui. Al tempo che 'l Comune di Firenze ave' guerra con la Chiesa di Roma, partendosi costui, ch'era chiamato lo Innamorato, per andare a Firenze a fare alcuna sua faccenda, vidde per avventura pigliare bestie, cioè muli e asini, come si fa spesso in tempo di guerra, per mandare fuori certa vituaglia; e ritornandosi verso il castello, poi che ebbe fatta la faccenda, scontrò nella strada da Settimo il Piovano di quella pieve, il quale ancora era bastardo, che andava a Firenze. Il quale Piovano, salutando lo Innamorato, domandò che novelle avea a città. Lo Innamorato rispose:
- Andate voi là?
Disse il Piovano:
- Mai sí, che mi convien comprare certe cose che io ho bisogno.
Disse lo Innamorato:
- Io per me v'andava ancora per fare certi mia fatti; ma quando io fui alla porta, e' vi si pigliava tutti e' muli per mandare non so dove; di che io diedi volta, e sonmene venuto per non essere preso; voi, che farete, messere?
Come il Piovano ode costui, si mutò di mille colori, come colui che si sentiva essere fatto a staccio; e dice:
- Deh, datti la mala pasqua, che se' uno ribaldo.
E l'Innamorato dice:
- Deh, non v'adirate di quello che non m'adiro io.
E 'l Piovano dice:
- Dunque vuo' tu agguagliare lo stato tuo al mio?
E l'Innamorato dice:
- O volete state, o volete verno, che secondo la nazione noi nascemmo a un modo, e io per me vi tengo per maggiore fratello.
E 'l minacciare e 'l rimbrottare del Piovano fu assai, e stette coppie d'anni che non favellò allo Innamorato; il quale non vi dié nulla, dicendo questa novella e nel contado e nella città, e dando gran diletto a molti che lo stavono ad ascoltare.


NOVELLA CXLIV

Stecchi e Martellino, con un nuovo giuoco e con un lordo, in presenza di messer Mastino, con la parte di sotto gittando molto fastidio, o feccia stemperata, infardano due Genovesi con li loro ricchi vestimenti, da capo a piede.

Quando messer Mastino era nel colmo della rota nella città di Verona, facendo una sua festa, tutti i buffoni d'Italia, come sempre interviene, corsono a quella per guadagnare e recare acqua al loro mulino. E durante la festa, essendo là venuti due Genovesi molto puliti e pieni di moscado, come soleano andare, ed erano ancora uomeni assai sollazzevoli, mezzi cortigiani, e facevano spesso certi giuochi da dare diletto a' signori; tra gli altri uomeni di corte che v'erano, fu uno che avea nome Martellino, e uno che avea nome Stecchi, tanto piacevoli buffoni quanto la natura potesse fare. Li quali, veggendo quanto a questi due Genovesi parea essere gran maestri, e come andavono adorni, vantandosi un giorno l'uno: "io farei"; e l'altro: "io direi"; dice Stecchi e Martellino:
- Messer Prezzivalle, - (ché cosí avea nome l'uno, e l'altro messer Zatino), - noi vogliamo fare una cosa, che vi parrà forse strana, che io Stecchi cacherò quanto uno granello di panico, e non piú né meno.
Dicono li Genovesi:
- E per lo sanghe de De, che non porie essere.
Dice Stecchi:
- Se non può tessere, ella fili.
Ed essendo questa tencione, messer Mastino sopraggiunse, e udendoli, dice:
- Che contesa è la vostra?
E quelli il dissono. Lo signore, ché sempre sono volontorosi di nove cose tutti, disse:
- Questo intendo pur di vedere.
Dice Stecchi:
- Alla prova.
E messer Mastino dice:
- O apparecchiàve, e fàve nella sala.
Dice Stecchi:
- Fate che ci sia uno saggiuolo con uno granello di panico, acciò che ciascuno vegga questa sperienza; ma io voglio che questi gentiluomeni genovesi veggano sí questo fatto che ne siano certi.
Li Genovesi dicono:
- E noi vogliamo essere quelli che veggiamo e pesiamo questo fatto; che ci credete beffare come ghiottoni?
Dice Stecchi:
- Trovate il saggiuolo e lo granello del panico, e io andrò con Martellino nella camera, e verrò nella sala -; e cosí fu.
Messer Mastino andò nella sala al luogo suo, aspettando questo fatto vedere con tutti quelli della corte sua. Li Genovesi giunsono col saggiuolo e con lo granello del panico. Stecchi era andato con Martellino, e ad una conca d'acqua messo il forame (come sempre parea che facesse, quando volea), tutta quella conca dell'acqua per la parte di sotto tirò nel ventre, e cosí pieno si rassegnò nella sala; e domandato al signore dove volea che facesse il giuoco, e messer Mastino disse:
- Là dove io vegga prima, e poi tutti gli altri.
E cosí nel mezzo della sala Stecchi, calate le brache, e alzando le parti di sotto, e' Genovesi all'altra parte col saggiuolo e col granello del panico, stesono una mantellina per ricogliere questa piccola cosa, tanto appunto quanto Stecchi dicea che dovea fare. Stecchi pontava, o facea vista, e dicea a' Genovesi:
- Appressatevi sí, a guardare questa piccola cosa, che voi la veggiate.
Li Genovesi, l'uno dall'uno lato, e l'altro dall'altro, diceano:
- Fa' pur mo via i fatti tuoi, che noi stiamo bene sí attenti, che non t'usciría l'anima di quaggiú che noi non la vedessimo.
Martellino tenea i panni, e dicea quanto potea perché i Genovesi accostassino il viso nella spera, e quando gli ebbono appunto dove vollono, e Stecchi disserra la cateratta, e schiza a costoro ciò che avea beúto di sotto, e tanto piú quant'era la lavatura, che erano alquante dramme di feccia, che parve una doccia di mulino, per sí fatta forma ch'e' Genovesi non ne perderono gocciola, che tutta l'ebbono tra sul viso e su' loro vestimenti, ed eziandio in sul saggiuolo. Vedendosi costoro sí mal parati, vannosene verso una camera dicendo:
- Mala gramezza! e' debbono essere due leccaori, che cuzí ci hanno bruttao in presenza del signore.
Il signore, e tutti quelli che v'erano, quasi per le risa piangeano. E 'l signore fece mandare a quelli Genovesi chi gli mettesse in bucato e lavasseli bene, dicendo come di ciò farebbe gran punizione. E pur lavato costoro il meglio che si poté, le robe non si poterono lavare cosí tosto, e non se le poteano mettere; di che ebbono materia di mandare a chiedere a messer Mastino due vestimenti, o a loro convenía stare nel letto per non avere che si mettere; onde il signore mandò loro due robe. Come Martellino sente che 'l signore ha dato due robe a costoro, manda a pregare il signore che gli ne dia una a lui, però che quella mostarda con molti sprazzi l'avea tutto bruttato. Il signore disse:
- Mo dagliene una, che nasca loro il vermocane, poiché mi conviene vestire chi m'ha sconcagà la mia corte.
Stecchi tornato nella camera sua, e Martellino con lui, al quale fu recata una roba presente Stecchi; e Stecchi considerando come li Genovesi e Martellino, per esser tutti lordi, aveano aúto le robe, dice:
- Oimè sventurato! egli era meglio che io fosse stato convolto in un privato, se per questo io dovea avere merito dal signore.
Li Genovesi lavati, con le robe donate dal signore, comparirono dinanzi a quello, dolendosi di quel cattivo villano che con sí brutto giuoco gli avea vituperati, pregandolo il dovesse punire per forma che gli altri non corresseno mai in simil follia. Martellino non era molto di lungi, udí ciò che costoro diceano al signore; e vassene a Stecchi, e diceli ciò che ha udito.
Dice Stecchi:
- Or bene: sai com'è da fare? io entrerò nel letto, e dirò che per questo fatto io ne sono per morire, però che le busecchie m'escono di corpo: cerca in quella mia bisaccia, e dammi un cuffia di seta che v'è; e io me la metterò dentro nella parte di sotto, e lascerò un poco del bendone di fuori, e tu fai il giuoco, e' Genovesi veggendomi a quel partito, rimarranno contenti, e 'l signore forse mi donerà qualche roba, poiché l'ha data agli altri, e non a me. E però vattene al signore, e digli com'io sto grave; però che per molto ristrignere che io feci, per uscire uno granello di panico e non piú, la cosa si ruppe e, come vidde, uscí alla dilagata fuori per forma che le busecchie sono trascorse per uscirmi del corpo, e già una se ne vede di fuori: e se voi il volete vedere in quel medesimo luogo, e voi, e' Genovesi, e tutti gli altri ve ne farà chiari.
Martellino con questo si parte, e truova messer Mastino che ancora avea li Genovesi innanzi; e dice:
- Signor mio, Stecchi è a mal partito, però che per ritenere di non uscire del corpo se non uno granello di panico, la cosa si ruppe, come si vide, e brievemente le busecchie gli escono di corpo; e di ciò ve ne vuol fare prova in quel luogo medesimo, acciò che questi gentiluomeni genovesi non credino ch'egli avesse fatto in prova quello che disavvedutamente è incontrato.
Messere Mastino, che altre volte avea saputo chi era Stecchi:
- Mo fosse già morto, sozzo rubaldo, che ha guasto a costoro tutte le loro robe; madiesí, che io gli voglio vedere uscire le budelle di corpo.
E presi li Genovesi per le mani, gli menò in sala, e postisi da parte, comanda che sia detto a Stecchi che di presente venga in sala. Martellino subito va, e acconcialo ch'egli era livido come un uomo morto; e sostenendolo che non parea si potesse azzicare, il menò nella sala, là dove tutto affannato fece reverenza al signore, dicendo
- Signor mio, io sto male.
Dice il signore:
- E tu lo meriti molto bene a fare sí fatte cattiverie nella mia corte.
Dice Stecchi:
- Io me ne ho la pena, e se non mi credete, io ve la mosterrò.
E Genovesi essendo presenti, dice il signore:
- Mostra ciò che tu vuogli, che io voglio che si veggia il rimanente di questa tua bruttura.
Martellino toglie una panchetta, Stecchi vi si reca a traverso col viso di sotto, mostrando il culattario al signore e a tutta la brigata. Martellino, scoprendo i panni con quelli di gamba ancora, del centro di quella luna tisica e nera si vede uscire uno bendone bianco, che parea uno busecchio; il quale Martellino recandosi in mano, dice:
- Guardate, signore, quanta sventura è venuta in questo vostro servidore di Stecchi, che per volere dare sollazzo a quelli che sono venuti a questa vostra corte, egli è guasto della persona in forma che non serà forse vivo di qui a vespro.
E comincia a tirare il bendone, il quale a ciascuno parea uno busecchio; e quando Martellino tirava, e Stecchi gridava:
- Oimè! - dolendosi quanto piú potea.
E cosí tirando appoco appoco, e Stecchi urlando, ecco uscire fuori la cuffia; allora Stecchi grida con le maggiori grida che può:
- Oimè! che 'l ventre se ne va.
La maggior parte della brigata l'aveano per fermo. Quando Martellino l'ha quasi tirato fuori, e Stecchi pare come morto, chiama alcuni:
- Deh aiutate, sí che vada a morire sul letto.
Molti corsono aiutarlo, e' Genovesi dicono:
- O messer Martellino, deh lagaci vedere quel ventre.
Dice Martellino, che se l'avea messo in una tasca:
- O io l'ho mandato a sotterrare in sagrato.
Dicono i Genovesi:
- E mandà voi alla ecclesia sí fatte reliquie?
Dice Martellino:
- Cosí comanda il Papa che si faccia.
La mattina vegniendo, essendo stato Stecchi nel letto insino allora, e Martellino va alla beccheria, e compera un ventre di porco, e portalo alla scoperta che ognuno il vede; e con un medico innanzi che era molto bene informato di questa faccenda, tale che per tutto si tenea essere grandissimo medico di sofistica, ne vanno a Stecchi, avendo dato a intendere a ciascuno che voleano rimettere il ventre a Stecchi.
Quelli che 'l credeano, stavano trasognati; e quelli che s'erano avveduti del giuoco, piaceva loro sí questa novella che quasi scoppiavano delle risa. Entrato il medico e Martellino nella camera dove era lo sventurato Stecchi, vi stettono un pezzo, dicendo le piú belle novelle del mondo; e puosono che Stecchi l'altra mattina uscisse a campo sano e lieto, e col ventre del porco squittito in scambio del suo, lodandosi della bella cura del medico sofistico. E uscito della camera il medico da tutti era guatato; e molti il domandorono come stava Stecchi, e quelli dicea:
- Bene; e credo ch'egli uscirà domane fuori, però che io gli ho rimesso un ventre di porco, e già adopera come faceva il suo, o meglio.
La gente allora piú smemorava.
La mattina seguente Stecchi, che parea ancora affannato, comparisce nella corte, e ciascuno il guatava per maraviglia; e su la terza si rappresentò al signore, il quale sogghignando disse: - O io credea tu fosse sotterrato.
E chiama i Genovesi e dice:
- Mo guardà, se voi vedeste mai sí bel morto.
E quelli dicono:
- In fé di Dio, messere Stecchi, che poiché voi non avete il ventre, noi ci potremo piú fidare di voi, che voi non ci porré sconcagare. Ma come non sé vu morto? - Dice Stecchi:
- Perché uno valentre sofistico m'ha messo nel porco un ventre di corpo.
- Mo andave con Dio, - dicono li Genovesi, - che voi ci avé ben infardà, che Dio vi dia la mala perda.
Dice Stecchi:
- A voi non dich'io male, che ben vi venga: voi dite che io v'ho sconcagato; lo sconcacato par essere a me, che voi sete vestiti che parete d'oro, e io sono tutto affumicato, bontà di questo signore che ha vestito voi, e di me non mette cura; ma io me ne voglio andare, e voglio morire (se povero e nudo debba stare) innanzi a casa mia che morir qui -. Messer Mastino, udendo Stecchi, chiama un suo cortigiano e dice:
- Va' reca a Stecchi la tal roba, che gli nasca il vermocane, dappoi che mi convien vestire lo sconcagadore e li sconcagadi.
E giunta la roba, gliela diede, la quale valse piú che tutte e tre l'altre che avea date. Li Genovesi, veggendo questo, dicono:
- Messere Stecchi, lo male non sta dove si pone: ma chi ha fare con Tosco, non conviene che sia losco.
E cosí rimasono messer Mastino con gran diletto di cosí fatta cosa, ed eglino tutti amici l'uno dell'altro rimasono; e mentre che quella festa durò, ebbono gran piacere; e compiuta la festa, ciascuno si tornò a casa sua, rimanendo a' Veronesi che dire di cosí fatta novella piú d'uno anno: sanza che messer Mastino ne godé gran tempo, come signore che gran diletto avea di cosí fatte cose.


NOVELLA CXLV

Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere Podestà, messer Dolcibene schernisce la sua miseria, e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione.

A Firenze venne, non è gran tempo, uno podestà, il quale, prima che entrasse nell'oficio, si fece cavaliere di populo; il quale ebbe nome messer Lando o messer Landuccio da Gobbio; e fu sí magnanimo che la corazza e la barbuta, con che fu fatto cavaliere, fu data, com'è d'usanza, a messer Dolcibene, ché cosí è d'usanza donarla a un uomo di corte; il quale, vendendo le dette armadure, n'ebbe in tutto soldi quarantadue, sí che messer Dolcibene poté fare assai larghe spese. È vero che fu ristorato da ivi a poco tempo, mangiando col podestà un dí di quaresima, col cavolo e con la tonnina. Al quale messer Dolcibene, essendo sussequenti a lui a tavola li due collaterali, veggendo loro porre innanzi tanta tonnina che non arebbe scoccata la trappola, si volge a loro e dice:
- Messer li collaterali, mettetevi gli occhiali che vi parrà due cotanti.
O non intesono il motto, o fecion vista di non intenderlo. Ora, avendo questo messer Dolcibene un poco contezza nella detta corte, e avendo in casa una sua nipote, fanciulla bellissima e pulcella; essendo il detto, come li piú delli suoi pari sono, tenuto anzi scellerato che no; i parenti della fanciulla da lato di madre, non potendola avere tratta di casa messer Dolcibene, mossongli piato alla corte del podestà dinanzi a uno judice, che parea il piú nuovo squasimodeo che si vedesse mai. Egli avea una foggia alta presso a una spanna, con uno gattafodero che parea una pelle d'orsa, tanto era morbido, e avea uno collaretto a un suo guarnaccione, o vero collaraccio che era sí largo e spadato che averebbe tenuto due staia alla larga, e avea uno occhio piccolo e uno grande, piú in su l'uno che l'altro; e uno naso che parea una carota; ed era da Rieti. Richiesto messer Dolcibene, andò a uno procuratore molto suo domestico e piacevole uomo, che avea nome ser Domenico di ser Guido Pucci, e comparendo là messer Dolcibene, e togliendo libello e dando libello, una mattina fra l'altre, essendovi molta gente, udendo il giudice l'una parte e l'altra, e messer Dolcibene dicendo che la fanciulla appartenea piú a lui che a loro, e
- Messer Dolcibene, nos volumus conservare virginitatem suam .
Dice messer Dolcibene:
- Faciatis facere unam bertescam super culum suum .
Il judice guata messer Dolcibene e dice:
- Che parole son queste? favellaci onesto nella mal'ora.
E come dice questo, ser Domenico tira un peto che stordí il judice con tutti quelli che erano al banco; dicendo il giudice e guatando or l'uno or l'altro, dice:
- Per le budella di Dio! se posso sapere chi buffa a questo modo, io lo farò savía buffare per altro verso.
E tornato su la questione, e ser Domenico dicendo:
- Noi vogliamo la copia della petizione, - e tirare un altro peto fu tutt'uno.
Il giudice che era a sedere, levasi e guata i visi dattorno e dice:
- E pur di quella vena nella mal'ora! ché, se ci posso vedere chi cosí fa scherne al banco, io gli faraggio cosa che gli potrà putire, che mi ci pare essere venuto nella corte degli asini.
Dice messer Dolcibene:
- Messer lo giudice, e' sono questi che m'hanno mosso questione, quelli che vi suonano queste trombe; voi farete bene a punirli.
Dice ser Domenico:
- Egli è gran villania, e poco onore a chi fa sí brutte cose dinanzi a tanto uomo quanto è questo giudice.
Il giudice, udendo questo, comanda a due di quelli che vadano su. Quelli si scusano che quelle cose non hanno fatto. Onde chiama la famiglia e fagli menar su; e levatosi dal banco, dinanzi al Podestà disse quello che coloro aveano fatto. Egli si scusavano: alla per fine il Podestà disse che desse loro un poco di colla la sera, sí che apparassino di spetezzare al banco. E cosí fece loro il giudice; ed eglino diceano:
- Doh, messere, trovate il vero, ché noi non fummo noi.
Dicea il giudice.
- Come non ci foste voi nella mal'ora? onde credete che io sia? avetemi sí per orbo che io non veggia lume? io ci fo come la lepre che dorme con gli occhi aperti.
E voltosi a quelli che aveano la fune in mano, dice:
- Tirate su -; e 'l tirare e 'l gridare su la colla fu tutt'uno.
E 'l Podestà, udendo il lamento, mandò a dire al giudice non gli collasse piú, ché, se ci aveano col fiato di sotto offeso, che con quello di sopra erano bene stati puniti. E 'l giudice gli lasciò, dicendo loro che simil cosa mai non facessino, però che non troverebbono un podestà cosí benivolo. E quelli dolendosi, dissono:
- Noi vi ringraziamo che voi non ci avete morti affatto, ma noi vi raffermiamo veramente che noi non facemmo quelle cose dinanzi al banco vostro, e non siamo uomeni da ciò; ma tale v'ha detto che quello facemmo noi, che elli l'ha fatto elli; èssi vendicato di noi a questo modo; faccia come li piace e tengasi la nipote nostra come vuole, ché noi non ci torneremo piú.
E 'l giudice, minacciando per le parole che diceano, essendo licenziati, se n'andorono a casa. Messer Dolcibene l'altra mattina col suo procuratore furono al banco e niuno di costoro vi comparí. Veggendo messer Dolcibene questo comincia a pigliare del campo ché ben sapea quello che a coloro era intervenuto e dice:
- Guardate ben, messer lo giudice, questi cattivi uomeni che istamane non ce n'è alcuno, e iermattina credeano vincere la questione con le peta; e' sono di mala condizione; e voleano questa fanciulla a mal fine.
Dice ser Domenico:
- Messer lo giudice, istamane pare il banco vostro una cosa riposata, come vuole la ragione, ma iermattina ci si udiano truoni e bombarde; ora potete comprendere che uomeni sieno coloro che hanno la questione con messer Dolcibene, che veramente e' sono di quelli che non si vorrebbono udire.
Dice il giudice:
- Ego dedi bene eis disciplinam ; ma, se non fossi il meo Podestà, peggio ci facea a issi.
Levato il banco, messer Dolcibene e ser Domenico disse al giudice che qualunch'ora quelli ladroncelli venissono a dire piú nulla, mandassi per loro, che eglino verrebbono con cose di grande onore della corte e vituperio di loro; e cosí si partirono e vinsono la questione; e quelli che aveano la ragione e domandavono le cose oneste, furono tormentati e perderono la questione.
O quanti rettori, se non sono ben cauti, e chi con malizia, e chi sanza malizia, dannano li innocenti, e assolvono li nocenti, e se mai fu, al tempo ch'è oggi si manifesta. Chi a uno fine e chi a un altro dànno iudicio, e Dio il sa come; ché nelle corte si fa sí fatta ragione che guai a chi s'induce in esse con alcuna questione.


NOVELLA CXLVI

Uno standosi in contado, facendo volentieri dell'altrui suo, imbola un porco, e con sottil malizia nel mena, e morto che l'ha con sottil frodo il mette in Firenze, il quale, essendo scoperto, paga lire ventotto, e ancora lo restituisce a cui l'avea imbolato, e in tutto gli costa fiorini dieci, e rende il porco.

Un povero gentiluomo, secondo il volgare falso del mondo, ma vizioso e spezialmente nel fare dell'altrui suo, stava sempre in contado a un suo podere in una sua casetta, presso a Firenze meno d'un miglio; e sempre si dava attorno, recando e di dí e di notte a sé delle cose del paese. E fra l'altre volte, ebbe una volta tanta sicurtà d'andare a imbolare un porco di notte, che chetamente elli e uno compagno lo trassono del porcile avendo uno catinetto di non so che biada e una cordella con che legarlo, e lo ne menò cheto cheto; e venendo per uno campo ad una fossa assai larga, non veggendo come il porco si potesse far passare quella, e ancora, pigliandolo, farebbe romore, dice al compagno suo, ch'era uno contadino bene atante e grande, ben fatto e sempre con lui uso d'andare a fare di dette faccende:
- Facciamo com'io ti dirò; scenda uno di noi in questa fossa, e chinisi a traverso, tanto che faccia ponte delle reni, e l'altro su per quel ponte mandi il detto porco -; e cosí s'accordarono.
Il contadino scese nella fossa e subito chinatosi, ebbe fatto un ponte che vi serebbe passato su un bue; e 'l capomaestro gli dà il canestruzzo della biada che lo metta dall'altra parte, ed egli pianamente con ingegni tanto fece che il detto porco passò Rubicone. Passato il porco, poco stettono che giunsono alla magione, donde s'erano partiti; ed essendo tre dí presso a San Tommè, che piglia il porco per lo pè, avendo costui un altro porco in casa allevato, deliberò quella notte col suo compagno uccidere l'uno e l'altro, e per debito che avea, mandarli a Firenze a un suo amico tavernaio, e farne danari, e cosí feciono. E abbruciati e sparati, e cavate e rigovernate le cose dentro, gli appiccorono in una cella terrena, e serrorono l'uscio. La mattina vegnente dice il lavoratore e alcuno vicino a costui:
- O che avea istanotte il tuo porco?
E que' risponde:
- Avea male per lui, però che io l'ho morto; io ho a dare danari a certe persone, e m'hanno posto l'assedio, io lo voglio vendere e pagare ognuno.
Dicono coloro:
- Oh non vendere almeno e' migliacci, fa' che noi n'abbiamo.
- Ben aremo de' migliacci! che mai di piccolo porco come quello non credo che tanta dolcia uscisse.
Era forse libbre centocinquanta: l'imbolato era trecento. Stato un pezzo e mangiato, ed egli e lo suo compagno andorono a Firenze, e a uno tavernaio dal Ponte alla Carraia; e con lui parlato di vendere dua porci morti e acconci, che gli stimavono libbre quattrocentocinquanta, ed essendo in concordia del pregio, disse gli mandasse la sequente mattina; e cosí si partirono, e diede ordine al fatto, come udirete. Tornato che fu la sera in contado, dice il gentiluomo da beffe al suo compagno:
- Tu sai che del porco intero si paga alla porta quaranta soldi, e pagando lire quattro, mi gitterebbe mala ragione; prestami domattina l'asino tuo, e cogli di molto alloro, e fa' d'esserci per tempo, ché io ho pensato che io non pagherò se non quaranta soldi d'amendue; il Comune ruba tanto altrui che io posso ben rubar lui.
Dice quelli:
- Io verrò la mattina, e con l'alloro e con l'asino, e porterolli dove tu mi dirai.
Dice il nobile gentiluomo:
- Portera' li in Terma a casa la tale mia parente, e mettili nella camera terrena, e io vi sarò tosto dopo te, e poi li manderemo al tavernaio.
E cosí andò il contadino, e la mattina di buon'ora giunse con l'asino e con l'alloro; e trovato colui che aspettava, mise l'asino e l'alloro dentro, e andorono nella cella dove erano li porci. Dice il principale:
- Sa' tu quello ch'io ho pensato? che io voglio che noi spariamo bene quel porco grande, e mettervi dentro quel piccolo, e poi l'affascineremo con questo alloro, e non fia niuno che possa immaginare che sia altro che uno.
E brievemente cosí di questi due porci feciono uno; e messo su l'asino, e legato, e acconcio, e aúto soldi quaranta per la gabella, si mise in via. Giunto alla porta, li gabellieri dicono:
- Paga di quel porco tu -; e quelli comincia annoverare sul tavolello li quaranta soldi; e mentre ch'elli annoverava, certi garzonotti, giucatori e sviati, come spesso si riparano alle porti, guatavano questo porco, e quando toccavano le sanne, e quando i piedi, e dicevano tra loro: "Questo è un bel porco".
Annoverati i denari, e detto arri , e dato della mazza all'asino, fu tutt'uno; ed essendo dilungato forse trecento passi, uno di quelli garzoni che avevono ben procurato il porco, s'accostò a' gabellieri e dice:
- Di che vi dié la gabella quello di quel porco?
Dicono i gabellieri:
- Pagocci d'un porco.
Disse il garzone:
- Io per me vidi dirieto tre piedi di porco e sono stato gran pezzo per ismemorato; che io so ben ch'e' porci hanno due piedi dirieto, e non tre.
Il maggior gabelliere comandò a uno che corresse e giugnesse colui, e menasselo a drieto; e cosí fu fatto. Giunto costui e detto: "Torna addietro"; subito divenne di mille colori; e quando fu alla porta, i gabellieri cercano quel porco, e guatando trovorono il minore in corpo a quello. Come l'hanno trovato, dicono:
- Eja! questo è pure il piú bel frodo che si vedesse mai.
Dice il contadino:
- Gnaffe! io porto quello che m'è dato.
- Va', che sia tagliato a pezzi, - dicono i gabellieri, e mandano alla gabella con l'asino e con la soma.
Giunto dinanzi a' maestri, ciascuno si maraviglia di sí falsa sottigliezza, domandando di cui erano; ed egli il disse e fu per averne la mala ventura; ma tanto valsono le preghiere ch'egli pagò di soldi quaranta, e per ogni denaio tredici, che furono ben ventotto lire. In questo mezzo a colui a cui era stato imbolato il porco, ragionandosi di questo frodo, gli venne agli orecchi; e pensando chi e come, e che non era uomo da tenere due porci, si diede e a cercare e a investigare, e trovò che 'l porco suo era il maggiore di quelli due. Di che mandò uno a colui che gliene avea furato, dicendoli quale e' volesse, o subito restituire il suo porco, o che egli andasse al rettore. Costui per uno di mezzo il fece contento, allegando non era stato elli, ma che gli era stato recato a casa.
E cosí questo cattivo uomo non capitò alle forche, come era degno; ma pure ebbe parte di quello che meritava, ché rimase sanza il porco, e con danno e con vergogna gli costò piú di dieci fiorini. E però non si puote errare a lasciare stare le cose altrui; ché, se non che costui morí da ivi a poco tempo, e' venía a fine che averebbe vituperato sé e tutta la sua progenie.


NOVELLA CXLVII

Volendo frodare un ricco di danari la gabella, s'empie le brache d'uova; essendo detto a' gabellieri, quando passa il fanno sedere, e tutte l'uova rompe, impiastrandosi tutto di sotto; e pagando il frodo, rimane vituperato.

La novella detta di sopra mi fa ricordare d'un'altra novella d'un ricco fiorentino, ma piú misero e piú avaro che Mida, il quale, per frodare una gabella di meno di sei danari, ne pagò, con danno e con vergogna, maggior quantità, benché s'armasse il culo con una corazza di guscia d'uova.
Fu adunque uno tristo ricco di ben ventimila fiorini, il quale ebbe nome Antonio (il soprannome non voglio dire, per onore de' suoi parenti) il quale, trovandosi in contado, e volendo mandare a Firenze ventiquattro o trenta uova, disse il fante:
- E si vuole dare la gabella, però che le quattro pagono uno denaio di gabella.
Quando questi ode dire questo, piglia il canestro, e chiama il fante, e vassene in camera, e dice:
- A ogni tempo è buona la masserizia; io voglio risparmiare questi danari.
E detto questo, e prese a quattro a quattro l'uova, alzandosi il lembo dinanzi, cominciasele a mettere nelle brache. Dice il fante:
- O ove le mettete voi? o voi non potrete andar per la via.
Dice Antonio:
- Nòe! ell'hanno un fondo in giuso queste mie brache che ci capirrebbono le galline che l'hanno fatte, non che l'uova.
Il fante si volse, e fecesi il segno della Santa Croce per maraviglia. E Antonio, intascato che ebbe l'uova, si mette in cammino, e andava largo, come s'egli avesse aúto nelle brache due pettini da stoppa; e quando fu presso alla porta, disse al fante:
- Vattene innanzi, e di' a' gabellieri sostenghino un poco la porta.
E 'l fante cosí fece; ma non si poté tenere che a uno gabelliere non dicesse in grandissimo segreto il fatto; il quale gabelliere disse agli altri:
- E ci è la piú bella novella che voi udisse mai, ché 'l tale passerà testè qui, che viene dal luogo suo e hassi piene le brache d'uova.
Dice alcuno:
- Doh, lasciate fare a me, e vederete bel giuoco.
Dissono gli altri:
- Fa' come ti piace.
E cosí giunse Antonio:
- Buona sera, brigata, ecc.
Dice quel gabelliere:
- Antonio, deh vieni qua un poco, e assaggerai un buon vino.
Quelli dicea non volea bere.
- Per certo sí farai -; e tiralo per lo mantello, e condottolo dove volea, dice: - Siedi un poco.
Colui risponde:
- Non bisogna -; e per niun modo vuole.
Il gabelliere dice:
- Io posso pur sforzare uno, volendoli fare onore -; e pignelo a sedere su una panca.
E come si pone, e' parve si ponessi a sedere su un sacco di vetri.
Dicono i gabellieri:
- Che hai tu sotto, che fece cosí grande scrosciata? sta' un poco su.
Dice il maggiore:
- Antonio, tu déi volere che noi facciamo l'officio nostro; noi vogliamo vedere quello che tu hai sotto, e che fece cosí grande romore.
Dice Antonio:
- Io non ho sotto nulla -; e alzò il mantello, dicendo: - E sarà questa panca che avrà cigolato.
- Che panca? non fu busso di panca quello; tu alzi il mantello, la cosa dee essere altrove -; e fannolo alzare a poco a poco, e brievemente, veggono certo giallore venire giú per le calze, e dicono: - Questo che è? noi vogliamo vedere le brache, donde pare che venga questa influenza.
Quelli si scuote un poco; un altro alza subito e dice:
- Egli ha piene le calze d'uova. Antonio dice:
- Deh, state cheti, che le sono tutte rotte, io non sapea altrove dove metterle; e questa è piccola cosa, quanto alla gabella.
Dicono i gabellieri:
- Elle dovettono essere parecchie serque.
Dice Antonio:
- In realtà, ch'elle non furono se non trenta.
Dicono i gabellieri:
- Voi parete un buon uomo, e giurate in lealtà; come vi dobbiamo noi dare fede? quando voi frodate il Comune vostro d'una piccola cosa, ben lo faresti d'una grande; e sapete ch'e' dice: "Can che lecchi cenere, non gli affidar farina". Or bene, lasciateci una ricordanza, e domattina ci conviene andare a' maestri a dire questo fatto.
Dice Antonio:
- Oimè! per Dio, io sarei vituperato; togliete ciò che voi volete.
Dice uno di loro:
- Deh, non facciamo vergogna a' cittadini: paga per ogni danaro, tredici.
Antonio mette mano alla borsa, e paga soldi otto; e poi dà loro un grosso, e dice:
- Togliete, bevetegli domattina; ma d'una cosa vi prego, che non ne diciate alcuna cosa a persona -; e cosí dissono di fare; ed egli si partí col culo nello intriso e bene impiastrato.
E giunto a casa, dice la moglie:
- Io credea che tu fossi rimaso di fuori; che ha' tu tanto fatto?
- Gnaffe! - dice costui, - non so io -; e mettevasi le man sotto, e andava largo com'uno crepato.
Dice la donna:
- Se' tu caduto?
E quelli dice ciò che intervenuto gli era. Come la donna l'ode, comincia a dire:
- Doh! tristo sventurato, trovossi mai piú questo o in favola, o in canzone? benedetti sieno gli gabellieri che ti hanno vituperato, come eri degno.
Ed egli dicea:
- Deh, sta' cheta.
Ed ella dice:
- Che sto cheta? che maladetta sia la ricchezza che tu hai, quando tu ti conduci a tanta miseria! volevi tu covar l'uova, come le galline quando nascono i pulcini? non ti vergogni tu, che anderà questa novella per tutta Firenze, e sempre ne serai vituperato?
Dice Antonio:
- Li gabellieri m'hanno promesso non dirlo.
Dice la donna:
- O questo è l'altro tuo senno, che non fia domane sera che ne sarà ripiena tutta questa terra -; e cosí fu come la donna disse.
E Antonio rispondea:
- Or ecco, donna, io ho errato; de' si mai restare? errasti tu mai tu?
Disse la donna:
- Maisí, ch'io posso avere errato, ma non di mettermi l'uova nelle brache.
E quelli dicea:
- O tu non le porti.
E la donna dice:
- Mal e danno s'io non le porto; e se io le portasse, vorrei prima esser cieca che aver fatto quello che tu; e ancora non apparirei mai tra persona: quanto piú vi penso, tanto piú mi smemoro, che per due dinari tu se' vituperato per sempre mai: tu non doverresti mai esser lieto, se tu avessi conoscimento; ché pur io non apparirò mai tra donne ch'io non me ne vergogni; credendo che tuttavia mi sia detto: "Vedi la moglie di colui che portò l'uova nelle brache".
Antonio dicea:
- Deh, non dir piú; gli altri se ne stanno cheti, e tu par che 'l vogli bandire.
Dice la donna:
- Io me starò ben cheta, ma e' non se ne staranno cheti gli altri che 'l sanno. Io ti dico, marito mio, tu eri tenuto prima dappoco, e ora serai tenuto quello che tu serai. Io fui data a una gran ricchezza, ma e' si potea dire, a una gran tristezza.
Antonio, che già avea studiato e letto l'abicí in sul mellone, si venne pur ripensando aver fatto gran tristizia di sé, e che la donna dicea molto bene il vero; e pregò umilmente la donna di questo fatto si desse pace, e ancora, s'egli avesse fallato, ella stessa sopra lui pigliasse la vendetta. La donna un poco si cominciò a rattemperare, e disse:
- Va' pur con tuo senno a mercato, che io me ne camperò il meglio che potrò -; e cosí si rimasono.
Direm noi che le donne non siano spesse volte in molte virtú avvedute piú che gli uomeni? Questa valentre donna in quante maniere ritrovò il marito! Ella era ben cosí d'assai tra le donne, come elli dappoco tra gli uomeni. Le novelle vennono pur al fine meno; ma non per Firenze, dove di questo sempre si disse con diletto d'altrui, e con vituperio del bell'amico. Il quale, cavatesi le brache perché la fante non se ne accorgesse, disse che la mattina scaldasse uno orciuolo di ranno, e déssignelo nel bacino a buon'ora, e la sera se ne fece dare un altro, con che si lavò il culo, ma non sí che non ingiallasse le lenzuole, prima che avesse parecchie rannate; le quali li furono di necessità, tanto erano le torla, con li albumi e con li gusci, incrosticate e appiccate nel sedere. Or cosí guadagnò questo tapino la gabella di trenta uova, ch'elli ne fu si vituperato, che sempre di questo se ne disse, e ancora oggi se ne dice piú che mai.


NOVELLA CXLVIII

Bartolo Sonaglini con una nuova e sottile astuzia fa sí che, essendosi per porre molte gravezze, d'essere convenevolmente ricco, è reputato poverissimo, ed ègli posto una minima prestanza.

Come nelle due passate novelle quelli che vollono ingannare il Comune e la gabella n'arrivorono assai male, come avete udito, e sí in mancare di moneta come in crescere di vergogna; cosí in questa voglio raccontare uno che ingannò il suo Comune, e seguígline innanzi bene che male. Fu, e ancora è, uno Fiorentino, chiamato Bartolo Sonaglini, mercatante assai avveduto, e spezialmente in questa novella, la quale io racconterò; nella quale, non che fosse avveduto, ma egli fu antiveduto e circunspetto. Però che, essendo li Fiorentini per entrare nella maggior guerra ch'egli avessono mai, la quale fu col Conte di Virtú, e ragionandosi d'acconciare gli estimi e le prestanze, costui s'avvisò troppo bene: "E si chiameranno quelli delle Settine, e fiano una brigata che caricheranno pur li mercatanti, e la spesa fia tanta che chi non si fia argomentato, o sia da Dio aiutato, serà diserto". Onde, come vide tempo, e che la cosa pur seguía, egli, levandosi la mattina, scendea all'uscio suo, e se passava alcuno, e quelli lo chiamava, e dicea:
- È egli sonato a consiglio? - e stava dentro.
Dicea lo amico:
- O che vuol dir questo, Bartolo?
E quelli rispondea:
- Oimè! fratel mio, io sono disfatto; però che, mandando certa mercanzia oltre mare, il mare me la tolse, e sonne rimaso disfatto; però che, per volere pur sostenere il mio onore, debbo dare a certi buona somma di moneta, li quali, sentendo lo stato mio, il quale è tanto povero che appena è alcuno che lo stimasse, vogliono esser pagati, e volesse Dio che io avesse di che.
Dice colui:
- E me ne 'ncresce -; e vassi con Dio.
L'altra mattina qualunche passava ed elli dicea, stando con l'uscio un poco socchiuso, chiamando or l'uno or l'altro:
- O tale, è sonato a consiglio?
Chi dicea sí, e chi dicea no; e tali diceano:
- O questo che vuol dire, Bartolo? motteggi tu?
Ed elli rispondea:
- Io non ho da motteggiare, ché mi converrà delle due cose fare l'una, o dileguarmi del mondo, o morire in prigione: ché alcuno traffico, che io avea di fuori, m'ha disfatto, e posso dire che io sono tra le forche e Santa Candida.
E in questa maniera continuò piú d'un mese, tanto che le Settine si cominciorono a ragunare, e fare l'estimo o le prestanze. Quando veníano alla partita di Bartolo Sonaglini, ciascuno dicea:
- Egli è diserto, e guardasi per debito.
E l'uno dicea:
- E dice il vero, ché pur una di queste mattine non ardiva d'uscire di casa, e domandava s'egli era sonato.
E l'altro dicea:
- E anco cosí disse a me.
E l'altro dicea:
- Egli è vero come costoro dicono; una nave, che andava a Torissi, secondo che m'è detto, gli ha dato la mala ventura.
Dice un altro:
- Egli è cotesto, e anco sento che uno gli ha dato la mala pasqua.
- Sia come si vuole, - dicono gli altri, - e' si vuole trattar secondo povero.
E tutti a una voce gli posono tanta prestanza quanta si porrebbe a uno miserabile, o poca piú.
Fatte le prestanze, e suggellate, e mandate alla camera, e registrati i libri, e cominciatesi a bandire (ché si bandíano a quattro a quattro) il detto Bartolo Sonaglini cominciò a uscir fuori, e non domandava se era sonato a consiglio. E fra l'altre mattine alcuno suo vicino, che s'era avveduto de' fatti suoi, dice una mattina:
- Bartolo, com'hai tu fatto, che tu non pare che ti guardi piú?
E Bartolo rispondea:
- Io sono in alcuna convenga co' miei creditori, e mi converrà navicare secondo i venti.
E in brieve costui, essendo ricco, con questa astuzia fece sí che, mostrandosi ben povero, fu trattato nelle prestanze come poverissimo, e non sentí molti guai di quelli che sentirono molti, che copertamente erano dentro poverissimi e di fuori pareano ricchi.
Io scrittore credo che 'l detto Bartolo serebbe forte da riprendere, se Bruto, o Catone, o loro discendenti fussono stati di quelle Settine; ma considerato come la volontà avea sottomesso la discrezione di quelli, che 'l savio Bartolo Sonaglini avea compreso essere eletti già a fare le Settine, io reputo lui essere degno di perpetua memoria come uomo mercatante avveduto in tutte le cose. E cosí in tutta quella guerra, che li banditori andavano bandendo le smisurate prestanze, e Bartolo dicea di fuori:
- O mala ventura, ché questa guerra mi disfarà affatto.
Ma in casa, e fra sé stesso dicea: "Bandite pur forte, ché lo non me ne curo; e fate pur guerra forte, ché per certo tal me l'averebbe appiccata, ch'io l'ho appiccata a lui" dicendo:
- Siedi e gambetta, e vedrai vendetta
E cosí tutta quella guerra costò al circospetto Bartolo Sonaglini piccolissima cosa, dove molti altri piú ricchi di lui ne rimasono disfatti.


NOVELLA CXLIX

Uno abate di Tolosa con una falsa ipocrisia, facendo vita che da tutti era tenuto santo, fu eletto vescovo di Parigi, là dove essendo a quello che sempre avea desiderato, facendo una vita pomposa e magnifica, si dimostrò tutto il contrario, recando molto bene a termine li beni del vescovado.

Ora mi viene a caso di dire come uno religioso, sotto coverta d'ipocrisia, frodò il mondo e capitonne bene quanto al corpo, ma quanto all'anima credo il contrario. Fu in Francia uno abate di Tolosa, il quale avea grandissimo desiderio di venire o gran vescovo, o altro grandissimo prelato, e di fuori mostrava tutto il contrario; però che parea a' costumi suoi che la sua badía gli fosse troppo gran beneficio, dicendo spesse volte:
- E che è di bisogno questi grandi beneficii? niuno doverrebbe volere se non tanto quanto regolatamente gli fosse a bastanza.
E con questo, mangiava sottilmente, facendo vita piú tosto arida che delicata, digiunando tutti li dí comandati, e molti degli altri. E allo spenditore suo avea comandato che, quando andasse alla peschería, togliessi de' minori pesci, e di meno valore che vi fossono: però che non era buono essemplio al mondo che li suoi pari andassino per loro vivere cercando le cose di vantaggio; e 'l fante cosí facea. Tanto che continuando questo abate questa astinente vita, per tutto era tenuto il migliore religioso che fosse in tutta Francia.
Avvenne per caso che 'l vescovo di Parigi morío; di che, pensando e gli elettori e la comunità di nuovo vescovo, tutti traevano nel segno con le voci a questo abate per lo piú santo uomo che fosse in Francia. E considerando la sua vita e la sua santità, a furore di populo fu eletto vescovo di Parigi. E andatagli la elezione confirmata dal papa, costui si mostrò di non la volere, e che avea troppo grande beneficio pur di quella badía ch'egli avea. E facendo questa archimiata mostra, allora piú accendendo gli animi di quelli che 'l voleano, convenne che consentisse a quello che lungo tempo avea desiderato. Di che lasciò la badía, e a Parigi andò a pigliare possessione e tenuta del detto vescovado; e come al piú cattolico e santo uomo ch'egli avessono mai, tutti l'andavono a vicitare, basciandoli le mani per grandissime reliquie.
Stando questo venerabile vescovo nella magione del vescovado, avvenne per caso che uno dí che non si mangiava carne, per lo antico suo spenditore furono comperati pescetti di poco valore al modo usato, come quando era abate; ed essendo a tavola per desinare, furono recati questi pescatelli in su la mensa.
Come il vescovo li vede, dice:
- E che vuol dire questo? non avea altro pesce alla peschería?
Dice lo spenditore:
- Signor mio, e' v'erano di molti belli pesci e grossi d'ogni ragione; ma io comperai di quelli piccoli che solevate volere.
E 'l vescovo sorridendo, dice:
- O matto che tu se', io pescava allora con quelli piccoli per pigliare de' grossi. Io sono nel vescovado di Parigi, al quale si richiede troppo piú magnifica vita che all'abate di Tolosa; e però da quinci innanzi le migliori vivande abbi mente di comprare per la mia mensa, che tu puoi -; e cosí disse il suo famiglio di fare.
E se prima il detto vescovo digiunava o facea astinenza, ora non sapea o non volea sapere che cosa fosse digiuno, allegando la gran fatica che in quello beneficio li convenía avere. Li Parigini, veggendo li suoi costumi e la sua pulita vita, si maravigliorono forte di questa trasformazione in cosí poco tempo, dicendo in loro lingua un proverbio che spesso diciamo noi toscani: "Non ti conosco se non ti maneo". E 'l vescovo ne dicea un altro: "Piú non ti curo, domine, che uscito son del verno". E cosí stette, mentre che visse vescovo di Parigi, con sí fatta vita e con sí pomposa che quello che venne drieto poté dire:
- Io mi credea esser vescovo di Parigi, e io mi truovo abate della badía a Spazzavento.


NOVELLA CL

Uno cavaliere, andando in una podestería, porta uno suo cimiero; uno Tedesco il vuole combatter con lui ed elli niega la battaglia: in fine si fa dare fiorini cinque, che gli è costato, e pigliane un altro, e avanza fiorini tre.

Uno cavaliere de' Bardi di Firenze, piccolissimo della persona, e poco o quasi mai niente, non che uso fosse in arme, ma eziandio poco s'era mai esercitato a cavallo, il quale ebbe nome messer... essendo eletto Podestà di Padova, e avendo accettato, cominciò a fornirsi di quelli arnesi che bisognavano d'andare al detto officio: venendo a voler fare uno cimiero, ebbe consiglio co' suoi consorti che cosa dovesse fare per suo cimiero. Li consorti si ristrinsono insieme e dicono:
- Costui è molto sparuto e piccolo della persona; e pertanto ci par che noi facciamo il contrario che fanno le donne, le quali, essendo piccole, s'aggiungano sotto i piedi, e noi alzeremo e faremo grande costui sopra il capo.
Ed ebbono trovato uno cimiero d'un mezzo orso con le zampe rilevate e rampanti, e certe parole che diceano: "Non ischerzare con l'orso, se non vuogli esser morso". E fatto questo e ogni suo arnese, ed essendo venuto il tempo, il detto cavaliere molto orrevolmente partí di Firenze per andare nel detto officio.
E giugnendo a Bologna, fece la mostra della maggior parte delle sue orrevoli cose; e poi passando piú oltre, intrando in Ferrara, la fece via maggiore, immaginandosi tuttavia accostarsi a entrare nel detto officio. E mandato innanzi e barbute e sopraveste, e 'l suo gran cimiero dell'orso, passando per la piazza del Marchese, essendo nella piazza molti soldati del Marchese, passando costui per mezzo di loro, uno cavaliere tedesco, veggendo il cimiero dell'orso, comincia a levarsi del luogo dove sedea, e favellare in sua lingua superbamente dicendo:
- E chi è questo che porta il mio cimiero? - e comanda a uno suo scudiere che meni il cavallo, e rechi le sue armadure, però ch'egli intende di combattere con colui che 'l porta e intende di appellarlo di tradimento.
Era questo cavaliere tedesco uno uomo valentissimo di sua persona, grande quasi come terzuolo di gigante, e avea nome messer Scindigher. Veggendo alcuni e tedeschi e italiani tanta fierezza, furono intorno a costui per rattemperarlo e niente venía a dire; se non che due per sua parte andorono all'albergo a dirli che convenía metter giú quel cimiero dell'orso, o e' gli convenía combatterlo con messer Scindigher tedesco, il quale loro lui mandava, dicendo che questo era il suo cimiero. Il cavaliere fiorentino, non uso di questa faccenda, risponde che elli per sé non era venuto a Ferrara per combattere, ma per passar oltre e andare alla podestería di Padova; e che elli avea ognuno per fratello e per amico: e altro non ebbono. Tornando a messer Scindigher con questo, egli era già armato, cominciando a menar maggior tempesta, e chiamando li fosse menato il cavallo. Gli ambasciadori il pregano si rattemperi e che vogliono ritornare a lui: e cosí feciono. E giunti all'albergo, dicono a questo cavaliero:
- Egli è il meglio che qui si vegga modo, però ch'egli è tanta la furia del cavaliere tedesco, ch'egli è tutto armato, e crediamo ora che sia a cavallo.
Dicea il cavaliere de' Bardi:
- E può armarsi e fare ciò che vuole, ché io non sono uomo da combattere, e combattere non intendo.
Alla per fine dopo molte parole dice costui:
- Or bene, rechiànla a fiorini, e l'onore stia dall'uno de' lati; se vuole che io vada a mio viaggio, come io c'entrai, io me n'andrò incontenente; se vuole dire che io non porti il cimiero suo, io giuro su le sante Dio guagnele ch'egli è mio, e che io lo feci fare a Firenze a Luchino dipintore, e costommi cinque fiorini; se egli il vuole, mandimi fiorini cinque, e tolgasi il cimiero.
Costoro ritornorono con questo a messer Scindigher, il quale come gli udí, chiama un suo famiglio, e fa dare a costoro cinque ducati di zecca, e dice al famiglio vada con loro per quello cimiero, e cosí feciono; che portorono fiorini cinque, e 'l cavaliere per lo migliore se gli tolse e diede il cimiero; il quale con uno mantello coperto il portorono a messer Scindigher, al quale parve aver vinto una città. E 'l Podestà che andava a Padova, rimaso sanza il cimiero, fece andar cercando se in tutta Ferrara si trovasse qualche cimiero, il quale con seco portasse in scambio dell'orso. E per avventura trovò a uno dipintore uno cimiero d'uno mezzo babbuino, vestito di giallo con una spada in mano; e copertamente essendoli recato, disse uno suo giudice:
- E v'è venuta la piú bella ventura del mondo; fate levare a questo la spada di mano, e per iscambio di quella abbia un piccone rosso in mano, e serà l'arma vostra.
Al Podestà piacque, e cosí fu fatto, che gli costò in tutto forse uno fiorino; ed in spignere e ripignere alcuna targhetta, costò un altro, e in tutte l'altre cose era l'arma sua alla distesa. Sí che egli avanzò fiorini tre, e 'l tedesco rimase con l'orso, e costui lo rimutò in babbuino, e andossene alla podesteria dove dovea.
Ma, se costui avesse fatto di quelle che uno fece in simil caso, forse ne serebbe riuscito piú netto, il quale avendo uno cimiere d'una testa di cavallo, uno todesco gli mandò a dire che portava il suo cimiero, e che lo ponesse giú, o elli lo volea combattere con lui. E quelli rispose:
- O che cimiero è quello che porta questo valentre uomo?
E colui disse:
- Una testa di cavallo.
E quelli rispose:
- E la mia è una testa di cavalla; sí che non ha fare nulla con quello.

E rimase il todesco per contento, e colui ne riuscí con questa sottile risposta, e schifò la battaglia, della quale non ne sarebbe stato molto vago.


NOVELLA CLI

Fazio da Pisa volendo astrologare e indovinare innanzi a molti valentri uomeni, da Franco Sacchetti è confuso per molte ragioni a lui assegnate per forma che non seppe mai rispondere.

Nella città di Genova io scrittore trovandomi già fa piú anni, essendo nella piazza de' mercatanti in uno gran cerchio di molti savi uomeni d'ogni paese, tra' quali era messer Giovanni dell'Agnello e alcuno suo consorto e alcuni Fiorentini confinati da Firenze, e Lucchesi che non poteano stare a Lucca, e alcuno Sanese che non potea stare in Siena e ancora v'era certi Genovesi; quivi si cominciò a ragionare di quelle cose che spesso vanamente pascono quelli che sono fuori di casa loro, cioè di novelle, di bugie e di speranza, e in fine di astrologia; della quale sí efficacemente parlava uno uscito di Pisa che avea nome Fazio, dicendo pur che per molti segni del cielo comprendea che chiunque era uscito di casa sua fra quello anno vi dovea tornare, allegando ancora che per profezia questo vedea; e io contradicendo che delle cose che doveano venire né elli né altri ne potea esser certo; ed elli contrastando, parendogli essere Alfonso o Tolomeo, deridendo verso me, come egli avesse innanzi ciò che dovea venire, e io del presente non vedesse alcuna cosa. Onde io gli dissi:
- Fazio, tu se' grandissimo astronomaco, ma in presenza di costoro rispondimi a ragione: qual è piú agevole a sapere, o le cose passate o quelle che debbono venire?
Dice Fazio:
- O chi nol sa? ché bene è smemorato chi non sa le cose che ha veduto adrieto; ma quelle che debbono venire non si sanno cosí agevolmente.
E io dissi:
- Or veggiamo come tu sai le passate che sono cosí agevoli: Deh, dimmi quello che tu facesti in cotal dí, or fa un anno.
E Fazio pensa. E io seguo:
- Or dimmi quello che facesti or fa sei mesi.
E quelli smemora.
- Rechiànla a somma: Che tempo fu or fa tre mesi?
E quelli pensa e guata, come uno tralunato.
E io dico:
- Non guatare; ove fusti tu già fa due mesi a questa ora?
E quelli si viene avvolgendo.
E io il piglio per lo mantello e dico:
- Sta' fermo, guardami un poco: Qual navilio ci giunse già fa un mese? e quale si partí?
Eccoti costui quasi un uomo balordo. E io allora dico:
- Che guati? mangiasti tu in casa tua o in casa altrui oggi fa quindici dí?
E quelli dice:
- Aspetta un poco.
E io dico: - Che aspetta? io non voglio aspettare: Che facevi tu oggi fa otto dí a quest'ora?
E quelli:
- Dammi un poco di rispitto.
E io dico:
- Che rispitto si de' dare a chi sa ciò che dee venire? Che mangiasti tu il quarto dí passato?
E quelli dice:
- Io tel dirò.
- O che nol di'?
E quelli dicea:
- Tu hai gran fretta.
E io rispondea:
- Che fretta? di' tosto, di' tosto: Che mangiasti iermattina? o che nol di'?
E quelli quasi al tutto ammutolòe. Veggendolo cosí smarrito, e io il piglio per il mantello e dico:
- Diece per uno ti metto che tu non sai se tu se' desto o se tu sogni.
E quelli allora risponde:
- Alle guagnele, che ben mi starei, se io non sapessi che io non dormo.
- E io ti dico che tu non lo sai e non lo potresti mai provare.
- Come no? o non so io che io son desto?
E io rispondo:
- Sí ti pare a te; e anche a colui che sogna par cosí.
- Or bene, - dice il Pisano, - tu hai troppi sillogismi per lo capo.
- Io non so che sillogismi: io ti dico le cose naturali e vere; ma tu vai drieto al vento di Mongibello; e io ti voglio domandare d'un'altra cosa: Mangiastú mai delle nespole?
E 'l Pisano dice:
- Sí mille volte.
- O tanto meglio! Quanti noccioli ha la nespola?
E quelli risponde:
- Non so io, ch'io non vi misi mai cura.

E se questo non sai, ch'è sí grossa cosa, come saprai mai le cose del cielo? Or va' piú oltre, - diss'io:
- Quant'anni se' tu stato nella casa dove tu stai?
Colui disse:
- Sonvi stato sei anni e mesi.
- Quante volte hai salito e sceso la scala tua?
- Quando quattro, quando sei, e quando otto
- Or mi di': Quanti scaglioni ha ella?
Dice il Pisano:
- Io te la do per vinta.
E io gli rispondo:
- Tu di' ben vero che io l'ho vinta con ragione, e che tu e molti altri astronomachi con vostre fantasíe volete astrologare e indovinare, e tutti sete piú poveri che la cota, e io ho sempre udito dire: "Chi fosse indovino serebbe ricco". Or guarda bello indovino che tu se', e come la ricchezza è con teco!
E per certo cosí è, che tutti quelli che vanno tralunando, stando la notte su' tetti come le gatte, hanno tanto gli occhi al cielo che perdono la terra, essendo sempre poveri in canna. Or cosí co' miei nuovi argomenti confusi Fazio pisano. Essendo domandato da certi valentri uomeni se le ragioni con che io avea vinto Fazio avea trovato mai in alcun libro, e io dissi che sí, che io l'avea trovate in uno libro che io portava sempre meco, che avea nome il Cerbacone; ed eglino rimasono per contenti, facendosene gran maraviglia.


NOVELLA CLII

Messer Giletto di Spagna dona uno piacevole asino a messer Bernabò, e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d'asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de' quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono.

Uno cavaliere di Spagna il quale avea nome messer Giletto, andando o venendo dal Sepolcro, arrivò a Melano, e avea con seco un asino, il piú piacevol bestiuolo che fosse mai: e' si rizzava in ponta di piè di drieto come uno catellino francesco, e dicendo alcuna parola il cavaliere, egli andava ritto in piede quasi ballando; e quando messer Giletto dicea che cantasse, elli ragghiava piú stranamente che tutti gli altri asini; e brievemente e' facea un tomo quasi come una persona, e molte altre cose molto strane a natura d'asino.
Essendo in Melano il detto cavaliero andò a vicitare messer Bernabò, e fecesi menare il sopradetto asino dirieto: e giunto che fu dinanzi a lui e fatta reverenzia, veggendo venire il signore questo asino, subito ebbe gli occhi a quello, dicendo:
- E di cui è quell'asino?
Disse lo cavaliero che gli era presso:
- Signore, egli è mio; ed è il piú piacevole bestiuolo che fosse mai.
L'asino era molto d'arnese dorato ben fornito; di che messer Bernabò udendo il cavaliere e veggendo l'asino, li parve che fosse o che dovesse essere quello che messer Giletto dicea; e tirossi in uno chiostro e puosesi a sedere col detto cavaliere allato. E giugnendo l'asino, dice il cavaliere:
- Signore, volete voi vedere una nuova cosa di questo asino?
Messer Bernabò, che avea vaghezza di nuove cose, dice al cavaliere:
- Io ve ne prego.
Era per avventura quivi presso uno Fiorentino che avea nome Michelozzo, il quale vide tutti li giuochi che questo asino fece, e ancora vide che messer Bernabò, veggendolo, scoppiava delle risa; e messer Giletto che in fine, veggendo che 'l signore ne avea diletto, gli disse:
- Signor mio, io non ho maggior fatto da donare alla vostra signoria; s'egli è di vostro piacere, a me serà grandissima grazia, non ch'io lasci questo asino a voi, però che la vostra signoria non richiede sí vil cosa, ma che io il lasci a questi vostri famigli, acciò che n'abbiano alcuna volta diletto.
Messer Bernabò disse che l'accettava graziosamente; e in quel dí medesimo il signore donò a messer Giletto un ricco palafreno che valea piú di cento fiorini; e fattogli ancora grande onore si partí, e andò a suo viaggio.
Michelozzo, che tutto avea veduto, ancora pigliando commiato dal signore, in quelli dí si tornò a Firenze; e venutoli uno pensiero assai sformato, che se potesse trovare due belli asini, mandandogli per sua parte al signore, poter venire grandemente nella sua grazia; e subito mandò in Campagna e in terra di Roma cercando di due. Nella fine ne trovò due bellissimi, li quali li costorono fiorini quaranta.
E venuti li detti asini a lui a Firenze, mandò per uno banderaio volendo sapere quanto scarlatto avea a levare per covertarli; e saputo che l'ebbe, subito il detto panno ebbe levato; e rimandato per lo banderaio, fece tagliare le due coverte magnifiche e grandi, che non ch'altro ma li loro orecchi coprivano; e fecevi mettere, com'è d'usanza, nella testiera e nel petto, e da lato l'arma de' Visconti, e appiè di quelle la sua.
E messo ogni cosa in punto con uno fante e uno paggio a cavallo, e uno a piede che innanzi a loro guidava li detti asini, cosí covertati li mandò al signore detto. Ed essendo veduta questa maraviglia per Firenze, come spesso si corre a vedere, l'uno domandava e l'altro domandava:
- O che è questo?
Il famiglio rispondea:
- Sono due asini che Michelozzo manda a messer Bernabò.
Chi stringea le mascelle e chi le spalle: e chi dicea:
- O è fatto messer Bernabò vetturale?
E chi dicea:
- Ha egli andare ricogliendo la spazzatura?
- O io fo boto a Dio, - dicono li piú, - che questa è cosí ordinata pazzia, come si facesse mai -; e molte altre cose come dicono le piú volte e' populi.
Quando gli asini con li loro famigli furono fuori della porta a San Gallo, le coverte furono levate loro da dosso, e messe in una valigia; e giunti a Bologna, prima che entrassono nella terra feciono mettere loro le coverte; ed entrati per la terra, diceano li Bolognesi:
- E che son questi?
Chi credea che fossono corsieri da palio, e chi ronzini; poi, veggendo quello ch'egli erano, l'uno dicea all'altro:
- In fé di Dio e' sono asini -; e domandavono il famiglio: - E che vuol dir questo?
E quelli dicea:
- Sono due asini, che uno gentiluomo di Fiorenza presenta al signore di Melano.
E mentre che domandavono, l'uno cominciò a ragghiare. Dicono alcuni:
- In fé di Dio voi gli dovea mandare in una gabbia, poiché cantano cosí bene.
Giugnendo all'albergo di Felice Ammannati, or quivi furono le domande e quivi le risa.
- Che è questo? - dice Felice e molti altri. E 'l famiglio rispondea.
- O vatti con Dio! - dicea ciascuno, - che questa è delle gran novità che si vedesse mai, che a cosí gran signore sia presentato due asini.
E mentre che erano guatati nel ridotto dell'albergo, l'uno comincia a spetezzare e fare lo sterco. Dice Felice:
- Disse Michelozzo che voi presentasse queste peta e questo sterco a me?
E voltosi al famiglio disse:
- Abbiate cura a una cosa, che quando voi gli appresentate al signore ch'e' non ispetezzassino a questo modo, però che voi potreste esser pagati e del lume e de' dadi.
Dice il famiglio:
- Noi faremo ben sí che la cosa andrà bene, e 'l signore sa bene che gli asini cagano.
Felice, e tutti i Fiorentini che v'erano, e Bolognesi non si poteano ricredere di questo cosí nuovo dono; e poi che gli asini si furono partiti, piú d'uno mese n'ebbono che dire. E abbreviando la novella, la quale serebbe molto lunga; quello che parve a quelli di Modana, però che per ogni terra gli asini con le coverte e con l'arma faceano la mostra; quello che diceano li Reggiani; e 'l miracolo che questo parve a Parma, a Piacenza e a Lodi; e quello che per le dette terre si disse, e come la parve loro nuova cosa, non si direbbe in uno mese.
Giunti a Melano, or quivi fu il correre del populo a vedere: "E che è? e che è?" ciascuno si strignea e potevano mal dire quello che averebbono voluto. Giunti alla corte del signore, e 'l famiglio degli asini dice al portinaio, come per parte di Michelozzo viene a presentare alcun dono al signore. Il portinaio vede per lo sportello questi due asini coverti; va al signore e diceli la cosa, e ancora piú, che dice che gli par vedere che siano due asini coverti di scarlatto. Come il signore ode costui, tutto si mutò in vista e dice:
- Va', di' che venga.
Il famiglio andò al signore e spuose l'ambasciata e 'l dono che per parte di Michelozzo gli appresentava. E 'l signore udito che l'ebbe, disse:
- Dirai a Michelozzo che m'incresce che mi presenti li suoi compagni e che sia rimaso cosí solo -; e licenzòlli; e mandò per uno che tutte le some del signore conducea, il quale avea nome Bergamino da Crema; e dice: - Va', ricevi quelli asini e togli quelle veste, e fa' tagliare subito una gonnella a te e una per uno a quegli altri che vanno con li muli e con gli asini, portando le mie saline; e lo scudo ch'elle hanno, ciascuno n'abbia uno dirieto e uno dinanzi, e quel di Michelozzo dappiè; e a quelli che gli hanno menati di' che aspettino la risposta.
Bergamino cosí fece, che ne andò nel chiostro, e tolse gli asini e misseli nella stalla, e quelle coverte mise in una sala; e 'l dí medesimo mandò per uno sarto, e fece tagliare a sé e a tre altri quattro gonnelle di questo scarlatto, li quali erano tutti uomeni mulattieri e asinai della corte. E fatte le gonnelle e vestitisi, misono gli basti agli asini donati; e andando di fuori di Melano, e tornando carichi con biada, e 'l Bergamino e gli altri drieto, erano domandati:
- Che cosa è questa? voi sete cosí vestiti di scarlatto, e con quest'arme, drieto a questi asini?
Dice Bergamino:
- Uno gentiluomo da Firenze che ha nome Michelozzo m'ha mandato questo dono di questi asini di scarlatto, e io n'ho vestiti me e costoro per suo amore.
E tutto ciò avea fatto come gli avea imposto il signore.
Fatto che ebbono cosí, e Bergamino fece fare una risposta a Michelozzo per lo cancelliere del signore, e per parte di lui com'elli avea ricevuti dua asini coperti di scarlatto, e che subito avea messo loro i basti, adoperandoli ne' servigi del signore, li quali molto bene portavano le sue some; e ancora di quello scarlatto del quale avea vestiti gli asini se n'era vestito egli con tre altri asinai; e con l'arme del signore, e con la sua a basso per farli piú onore, piú dí cosí vestiti erano andati per Melano drieto a' detti asini, facendo la mostra e dicendo chi ne gli avea mandati. E fatta la lettera con molte altre cose dettata, la fece serrare, dicendo appiede: "Bergamino da Crema castaldo della salmeria del magnifico signore di Melano, etc.". E la soprascritta dicea: "Al mio fraello Michelozzo o vero Bambozzo de' Bamboli da Fiorenza". E tutta compiuta e sugellata, la diede al famiglio e disse:
- Ecco la risposta; ogni volta che tu vuoli, tu te ne puoi andare.
Questo famiglio volea pur parlare al signore, pensando forse d'aver danari per lo presentato dono; elle furono novelle che mai non poté andare a lui.
Di che si tornò a Firenze con la lettera di Bergamino; e giunto a Michelozzo gli la puose in mano; e cominciando a leggere la soprascritta, tutto venne meno. Aprendo la lettera legge chi la manda; e allora peggio che peggio. Letto che l'ebbe, si dà delle mani nelle mani, e chiama il famiglio e dice:
- A cui desti tu la lettera?
E quelli dice:
- A messer Bernabò.
- E che ti disse?
- Disse gl'increscea che voi rimaneste solo, e che voi gli aveste mandati quelli che erano vostri compagni.
- Chi ti dié questa lettera?
- Uno suo fante; e mai lui non pote' piú vedere.
- Oimè! - dice Michelozzo, - tu m'hai disfatto, che so io chi sia Bergamino o Merdolino? escimi di casa, ché meco non starai tu mai piú.
Dice il famiglio:
- E l'andare e lo stare mio serà come voi vorrete; ma io vi dirò pur tanto che in ogni luogo era fatto beffa di noi; e se io vi dicesse ogni cosa che c'era detta, voi ve ne maravigliereste.
Michelozzo soffiava e dicea:
- E che t'era detto? o non si donò mai cosa alcuna a niuno signore?
Dicea il fante:
- Maisí, ma non asini.
Dice Michelozzo:
- Deh, morto sie tu a ghiado! se tu non foste stato meco quando quel cavaliere spagnuolo gli donò il suo, e che diresti tu?
Dice il fante:
- Quello fu un caso, e anco era un nuovo bestiuolo, e questo è un altro.
Disse Michelozzo:
- E valeva piú un piè di uno di questi, che tutto quello asino, che mi sono costati con le veste piú di cento fiorini.
Dice il fante:
- Li vostri erano da portar soma, e cosí alle some furono subito messi.
Dice Michelozzo:
- Ella è pur bene andata quando io mandava gli asini a messer Bernabò, e tu gli hai dati a Bergamino da Crema. Che diavol ho io a fare con Merdolino da Crema, che secondo la lettera dice che è asinaio? levamiti dinanzi, che ti nasca mille vermocani.
Il fante si partí, e in capo di due dí lo ritolse ben volentieri. E al detto Michelozzo venne poi una malattia che mai non parve sano, forse piú per malenconia che per altro difetto. E veramente e' fu nuovo dono, ed egli ne fu trattato nuovamente e come si convenía.


NOVELLA CLIII

Messer Dolcibene, andando a vicitare uno cavaliere novello, ricco e avaro, con uno piacevol morso il desta a farsi fare qualche dono.

E mi conviene pur tornare a messer Dolcibene, il quale in piú novelle a drieto è stato raccontato, però che fu il da piú uomo di corte che fosse già è gran tempo, e non sine quare Carlo di Buem Imperadore il fece re dei buffoni e delli istrioni d'Italia. Essendosi fatto in Firenze uno cavaliere, il quale sempre avea prestato a usura ed era sfolgoratamente ricco, ed era gottoso e già vecchio, in vergogna e vituperio della cavalleria, la quale nelle stalle e ne' porcili veggo condotta: e se io dico il vero, pensi chi non mi credesse s'elli ha veduto, non sono molti anni, far cavalieri li meccanici, gli artieri, insino a' fornai; ancora piú giú, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri. E per questo fastidio si può chiamare cacalería e non cavalleria, da che mel conviene pur dire. Come risiede bene che uno judice per poter andare rettore si faccia cavaliere! E non dico che la scienza non istea bene al cavaliere, ma scienza reale sanza guadagno, sanza stare a leggío a dare consigli, sanza andare avvocatore a' palagi de' rettori. Ecco bello esercizio cavalleresco! Ma e' ci ha peggio, che li notai si fanno cavalieri, e piú su; e 'l pennaiuolo si converte in aurea coltellesca. Ancora ci ha peggio che peggio, che chi fa uno spresso e perfido tradimento è fatto cavaliere. O sventurati ordini della cavallería, quanto sete andati al fondo!
In quattro modi son fatti cavalieri, o soleansi fare, che meglio dirò: cavalieri bagnati, cavalieri di corredo, cavalieri di scudo e cavalieri d'arme. Li cavalieri bagnati si fanno con grandissime cerimonie e conviene che siano bagnati e lavati d'ogni vizio. Cavalieri di corredo son quelli che con la veste verdebruna e con la dorata ghirlanda pigliano la cavallería. Cavalieri di scudo sono quelli che son fatti cavalieri o da' popoli o da' signori, e vanno a pigliare la cavallería armati e con la barbuta in testa. Cavalieri d'arme son quelli che nel principio delle battaglie o nelle battaglie si fanno cavalieri. E tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose che serebbe lungo a dirle; e fanno tutto il contrario. Voglio pur aver tocco queste parti, acciò che li lettori di queste cose materiali comprendano come la cavallería è morta. E non si ved'elli, che pur ancora lo dirò, essere fatti cavalieri i morti? che brutta, che fetida cavallería è questa! cosí si potrebbe fare cavaliere un uomo di legno, o uno di marmo, che hanno quel sentimento che l'uomo morto; ma quelli non si corrompono e l'uomo morto subito è fracido e corrotto. Ma se questa cavallería è valida, perché non si può fare cavaliere un bue, uno asino, o altra bestia che hanno sentimento, benché l'abbiano inrazionabile? ma il morto non l'ha né razionabile né inrazionabile. Questo cotal cavaliere ha la bara per cavallo, e la spada e l'arme e le bandiere innanzi come se andasse a combattere con satanasso. O vana gloria dell'umane posse!
E ritorno al cavaliere novello di sopra; al quale andando messer Dolcibene, come i suoi pari fanno, per acquistare o dono di roba o di danari, lo trovò stare malinconoso e pensoso, come se facesse mestiero di qualche suo parente, e poco farsi lieto della cavallería e meno della sua venuta.
Di che messer Dolcibene comincia a dire:
- O che pensate?
Que' soffiava come un porco; e non rispondendo se non a stento, disse messer Dolcibene:
- Doh, messer... non vi date tanta malenconia, ché per lo corpo di Dio se voi ci avete a vivere, voi ne vedrete fare de' piú cattivi di voi.
Il cavaliere disse:
- O pur bene, voi me n'avete appiccata una.
Disse messer Dolcibene:
- Se voi ne sete fuori per una, buon per voi; ma se voi non pigliate altro partito, io ve n'appiccherò piú di quattro.
Il cavaliere si sta, e non dice piú parola; se non che fa venire i confetti e da bere, e ad altro non riesce. Alla per fine veggendo messer Dolcibene che questo cavaliere non riescía ad altro, comincia a dire:
- Io sono venuto a voi, però che 'l Comune ha posto una gabella che ogni cattivo debba pagare lire dieci; e io per lo detto Comune son venuto, per riscuoterla da voi.
Dice il cavaliere:
- Se io debbo pagare cotesta gabella, io sono contento; ma fatevi pagare a questo mio figliuolo, il quale è qui presente, il quale è due cotanti cattivo di me, che a quella medesima ragione ha a pagar lire venti.
Messer Dolcibene si volge al giovane:
- Fa' tosto quello che tu déi -; e abbreviando le parole, e' non valse lo scontorcere, ché messer Dolcibene per lire trenta tra amendue ebbe fiorini otto, e anco non gli cancellò del libro della detta gabella; però che con bocca per grande improntitudine gli assannò in quelli dí, empiendosi il corpo come poteo.
E 'l cavaliero, o che si pentisse del sogno avea fatto o come che s'andasse, fu piú misero nella cavallería che non era stato prima; e questo incontra sempre, però che chi nasce cattivo, non ne guarisce mai.


NOVELLA CLIV

Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo cosí le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là piú di due anni, ritorna a casa con piú denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell'agio a casa il padre.

Uno giovene degli Spinoli di Genova, non è gran tempo, tolse per moglie una gentil giovene genovese, la quale piú tempo gli era piaciuta; e presa la dota, essendo una domenica la giovene andata a marito, ed essendo le nozze di Genova di quest'usanza, ch'elle durano quattro dí, e sempre si balla e canta, mai non vi si proffera né vino, né confetti (però che dicono che, profferendo il vino e' confetti, è uno accommiatare altrui), e l'ultimo dí la sposa giace col marito e non prima; essendo venuta questa giovene, e 'l marito, avendo vaghezza d'essere con lei, pregò le donne che dovesse loro piacere ch'elli giacesse la domenica sera con lei. Qui non fu mai modo che acconsentito fosse di rompere questa usanza. Passossi quel dí, e seguendo il lunedí, e 'l giovane piú infiammava, e cominciò a dire:
- Io voglio al tutto istasera giacere con la mia mogliera.
Le donne e gli altri dissono non volere al tutto che la loro usanza si rompesse. E 'l martedí ancora il simile volea: niente ci fu mai modo. Venuto il mercoledí, che l'usanza dava di giacere con la sposa, lo giovane sdegnato, avendo veduta una nave che era per far vela per andare in Caffa, ebbe uno suo famiglio, e impuosegli segreto che di quello che facesse non dovesse ad alcuno appalesare; e fatto alcuno suo fardello di robe e d'altre cose opportune, e tolti fiorini mille dugento, tra della dota e altri, andò sulla detta nave, la quale con prospero vento subito fu dilungata. Le nozze continuando li loro balli e suoni appressandosi la sera, le donne e gli altri non veggendo il giovane, forte si maravigliavano, dicendo:
- Che può esser questo, che costui, che a quest'altre sere è stato cosí volonteroso, istasera, quando è il tempo d'essere con la sua donna com'elli desiderava, non si truova?
Domanda di qua, cerca di là, il bell'amico non si trovava, che forse otto miglia o piú era di lunge. La brigata e' parenti stavano tutti smemorati, e forse la donna novella che avea perduto il marito prima che l'avesse avuto. Brievemente, ella si coricò al modo che l'altre. L'altro dí non s'ebbe altro a fare che cercare, domandare e aspettare. Aspetta il corbo! ché quanto piú aspettavono l'amico, piú si dilungava. E stando per alquanti dí, ritornata la donna a casa sanza avere consumato il matrimonio, s'e' parenti stavano dolorosi non è da domandare; però che aveano dato una dota di fiorini mille, e riaveano in tal forma la giovane a casa, che non poteano sapere se l'era vedova o maritata.
Alla per fine dolendosi un dí alcuno suo parente su la piazza di San Lorenzo di questo caso, uno padrone d'una nave, la quale pochi dí nel porto di Genova, tornando d'Alessandria, avea scaricato, e avea nome messer Gian Fighon, essendo presente a questa doglienza, dice:
- Per lo sangue de De', che io lo vidi, essendo al porto, salire su la tal nave che andò in Caffa, che serà andà su quella nave.
Questo suo parente udendo costui, e domandandolo da lui a sé distesamente, ebbe per certo ciò essere vero; e ritruova tutto il parentado e dice ciò ch'egli ha udito. Di che se ne vanno a casa dello sposo smarrito, e cercano de' suoi panni, e non trovando né quelli, né 'l famiglio, dicono per certo costui avere fatto mal viaggio per la sposa, ed ebbonlo tutti per fermo; e mandando lettere e domandando se alcuno tornava di quel paese, stettono ben otto mesi che non ne sentirono novella.
Alla fine tornando di Caffa uno Genovese degli Omellini, essendo domandato di questo fatto, disse avere il detto giovane lasciato in Caffa e che di poco su la tal nave era là giunto. Di che tutti e' parenti, avendo questa cosa per certa, sollecitorono con lettere, quanto poterono, e massimamente il padre e' fratelli di lei, che l'aveano data la dota e mandata al marito, e riaveansela in casa; e brievemente, e' poterono assai mandare o scrivere che questo buon uomo tornasse, se non in capo d'anni due, mesi quattro e dí dodici, che di Caffa tornò a Genova con fiorini duemila. E quando a' parenti fu detto, sallo Dio l'allegrezza e 'l correre ad abbracciarlo, come è d'usanza de' Genovesi. E chi dicea:
- O scattivao, ove seu stao? - e chi una cosa e chi un'altra dicendo.
Dice il giovane:
- Io vegno cozzí di Caffa.
Or pensate l'animo de' Genovesi che disse questo giovane: "Io vegno cozzí di Caffa", come fosse tornato da porto Alfino, ed egli era venuto trentacinque migliaia di miglia, che è de' maggiori navicari che si faccia. Or in brieve, giunto costui, fu domandato, e che cosa l'avea dilungato tanto paese, avendo la novella sposa. E quelli rispose, non altro che ira o sdegno, dicendo il perché, e poi disse:
- E io sono or qui, e dico che, se la vostra o nostra usanza è buona di stare il quarto giorno prima che si dorma con la mogliera, e io dico che la mia che io ho cominciata a fare, è buona e ottima, però che sono stato molti piú dí che quattro. E perdonàme tutti quanti, ché io credo che ciò che è intervenuto sia stata grazia di Dio; però che io ebbi sempre voglia nella mia giovenezza, là dove ancora sono, d'andare in Caffa; ed essendo per questo sdegno o caso andato, io sono molto piú contento esservi andato prima che io giacesse con la mia mogliera, che poi, però che da molti savi Genovesi che sono stati in Francia ho udito dire che nella sala dello re è una dipintura di tre diverse maniere di genti, e a ciascuna è fatta con mano una figa: la prima è quella che toccherebbe a me; se io fosse giaciuto con la mia sposa e poi fussi andato in Caffa, mi serebbe là fatta la figa, però che dice ch'egli è molto folle chi toglie mogliera, e quando ha dormito con sé alquanto, partesi da lei, facendo gran viaggio da lungia, dicendo: "Chi toglie mogliera giovene e sta un poco con lei, e poi piú tempo si dilunga, è forte ingannato; però che mette il fuoco nel pagliaio, e poi si dilunga e non crede ch'egli arda". La seconda (acciò che voi sappiate che io so come quella dipintura sta), è quando uno dee avere fiorini cento, o altra quantità da un altro, e 'l debitore gliene vuole dare una parte, e quello gli fa un'altra figa.
E 'l terzo è che, quando a uno è dato un gran segreto e quello il dice a un altro, dicendo e pregando che tenga segreto quello che non ha possuto tenere ello, e costui ha un'altra figa. Ora tornando a' fatti nostri, io vi dico che io mi parti' per isdegno, che tre sere non potei giacere con la mia mogliera; e questo feci mal volentieri e pur me ne incontra bene, che di fiorini mille dugento che io portai, io n'ho addutto duemila. E per la ragione della figa di Francia, io sono piú contento d'essere andato in Caffa prima che io fosse con lei, che dappoi. E perciò io vi dirò brievemente l'animo mio: poiché Dio m'ha ricondotto qui, se voi mi volete mandare la donna che dee essere mia, a casa, fate che la vi sia istasera; piú nozze non ho a fare; e s'ella non vi fia a buon'ora, come io sono andato in Caffa, cosí andrò al Dalí.
Come costoro udirono questo, tosto tosto s'avacciarono la sposa vi fu a mezza nona, e questo giovene lavorò il suo terreno che era fatto tanto maggese, come li piacque, e ristorò e' tempi perduti il meglio che poteo, stando fermo con la sua moglie, sanza andare in molti viaggi.
Come che bene gli serebbe stato che in quel tempo che stette in Caffa un altro se l'avesse accaffato; e stavagli molto bene, non potendosi astenere un dí di quello che avea a usufruttare tutto il tempo della vita sua.


NOVELLA CLV

Maestro Gabbadeo da Prato è condotto a Firenze, per avviarsi dopo la morte del maestro Dino, il quale venuto, gl'interviene che guardando uno orinale a cavallo, e 'l cavallo aombrando, corre a suo mal grado insino alla porta al Prato, ed egli non lasciò mai l'orinale.

Maestro Dino del Garbo fu in que' tempi il piú famoso medico, non che di Firenza, ma di tutta la Italia, il quale finendo i dí suoi, essendo passato di questa vita, molti medici d'attorno, sentendo la sua morte, corsono a Firenze, e tali che, non che sapesseno medicina, non arebbon saputo trovare il polso alle gualchiere. E fra gli altri era in questi tempi in Prato un medico antico e assai grosso di quella scienza, il quale sempre portava una foggia altissima, con un becchetto corto da lato, e largo che vi serebbe entrato mezzo staio di grano, e con due batoli dinanzi che pareano due sugnacci di porco affumicati. Ed essendo costui in Prato e poco guadagnando di suo mestiero, uno suo amico gli disse:
- Maestro Gabbadeo, voi dovete sapere ch'egli è morto a Firenze il maestro Dino, il quale, mentre che vivea, niuno vostro pari vi potea guadagnare niente; ora per quello che io ho sentito, ciascuno corre là, e credo che un vostro pari farebbe là tutto il bene del mondo; e stando voi qui, vi starete sempre tra due soldi e ventiquattro danari, e non si conoscerebbe la vostra virtú.
Di che maestro Gabbadeo, udito l'amico suo, gli disse:
- Io veggo certo che tu mi di' il mio bene, e quello che serebbe l'onor mio; ma io non potrei durare alla spesa, però che mi converrebbe tenere un ronzino e uno fante, e converrebbemi renovare li miei vestimenti e le mie fodere di vai, le quali in questo castello sono ancora assai orrevoli.
E questi suoi ornamenti, non ragionando de' panni lani, ma vai e foderi, erano sí pelati che non è niun pellicciaio che avesse potuto conoscere di che bestie fusson fatte quelle pelli.
L'amico, che avea pur voglia ch'egli andasse a Firenze a pigliar corso, gli disse:
- E non si vuol stare a lellare, anzi si vuol pigliare partito, innanzi che gli altri piglino luogo prima di voi; però che sapete che la vostra è un'arte, che quando una famiglia si comincia a medicare da un medico, rade volte lo mutano mai, e la spesa non fia come voi immaginate; però che del cavallo che voi terrete, se torrete un poltracchiello, in che spendiate otto in dieci fiorini, ne raddoppierete i danari in meno d'un anno; però che i vostri pari gli scorgono bene, che tutto 'l dí gli menano in qua e 'n là, e poi riescano i migliori cavalli, e i piú sicuri che si scorgano.
E 'l medico, senza udire piú, dice all'amico:
- Or ecco, io ne voglio consiglio con la donna mia, e se me ne consiglierà, subito piglierò partito.
E di subito con gran festa se ne va alla donna sua, ove molto lietamente gli raccontò il consiglio gli dava l'amico suo. La donna volontorosa che 'l marito uscisse di mendicume, dice:
- Marito mio, chi ti consiglia di questo non ti vuol male; non istate a badea; pigliàtene partito il piú tosto che potete; e io ci voglio mettere un orlo di vaio che io ho alla mia guarnacca celestra; e se non basterà, torrò anco i manicottoli, e con quello t'acconcerò i batoli de' vostri tabarri, e leveronne quei pelati, che vi sono.
E brievemente cosí fu fatto. E acconce le sue robe per questa forma, accattò uno ronzino, e venne a Firenze in casa un suo pratese che vi stava; e dettogli la faccenda, il menò, addobbato il meglio che poté, a Santa Maria della Tromba; e là a una bottega di speziale cominciò a fare residenza; e avendo informato l'amico suo di volere uno poltracchiello, gliene fu menato uno ch'era d'Ormannozzo del Bianco Deti, il quale sempre si dilettava di scorgere puledri; e comprollo fiorini dieci a termine d'uno mese; e mandatolo a casa, la seguente mattina, accattato una posolatura tutta dorata, salí sul detto poltracchio e giunse in mercato vecchio alla bottega dello speziale. E stando ivi alquanto a cavallo, gli fu posto un orinale in mano, il quale era d'una donna inferma che stava in Torcicoda, la quale s'era cominciata a medicare da lui. Avendo tratto l'orinale della cassa il maestro Gabbadeo, e stando sul poltracchio attento a procurare l'orina, uno portatore venía di rincontro con uno porco in capo; come il poltracchio vede il detto porco, comincia a soffiare e averne paura per sí fatta forma che comincia a fuggire. Il medico, non lasciando l'orinale, s'ingegnava di ritenere il cavallo. Lo speziale e la gente d'attorno gridavano:
- Ritenete, ritenete.
Egli era nulla, che la levava quanto potea; e mai per questo il medico non lasciò l'orinale; ma diguazzandosi di qua e di là, tutta l'orina gli andò sul cappuccio e sul viso e su la roba, e alcune zaffate nella bocca, e con tutto ciò non lo lasciò mai. Correndo il cavallo già tra' ferravecchi col detto medico, e con l'orinale in mano, andando lungo una bottega di ferrovecchio, ed essendo appiccato molte grattuge e romaiuoli e padelle e catene da fuoco, dà tra queste masserizie e tutte le fece cadere, e la foggia del cappuccio, essendo presa da una catena da fuoco, fece rimanere il cappuccio con tutto il vaio appiccato, che n'era ben fornito. E 'l medico scappucciato col cavallo, che per lo romore de' ferramenti caduti molto piú correva, sanza lasciare mai l'orinale, dàlla giuso da casa i Tornaquinci e giuso verso la porta del Prato, che mai non lo poté tenere.
E brievemente, e' l'averebbe rimenato a Prato, se non ch'e' gabellieri, veggendolo venire, chiusono la porta, e ivi ristette il cavallo. E gabellieri, veggendo questo medico senza cappuccio con l'orinale in mano, domandavono:
- Che vuol dir questo?
Il medico non potea appena favellare; poi raccolto lo spirito, disse a' gabellieri ciò che intervenuto gli era; e per lo migliore insino a sera stette nella loro casellina; e accattato uno cappuccio, al tardi si ritornò a piede, facendo menare il poltracchio a mano a casa lo amico suo, là dove giunto, veggendolo l'amico pratese, dice:
- O che vuol dire questo? siete voi caduto?
E quelli disse di no, raccontando ciò che era stato. Dice l'amico:
- Voi aveste cattivo consiglio a comprare poltracchio, però ch'e' vostri pari non conviene che abbiano a contendere co' cavalli, ed è maraviglia come e' non v'ha morto.
Dice il medico:
- Tu di' vero; io credetti a un mio amico, che mi disse che io raddoppierei i denari, se io comprasse uno poltracchio.
Disse l'amico:
- Chi ve ne consigliò non fu vostro amico; però che essendo di tempo, come sete, non si fanno i poltracchi per voi.
- La cosa è pur qui, - dice il maestro Gabbadeo; - a' rimedii: il cappuccio rimase appiccato a una catena da fuoco tra' ferravecchi; io ti priego guardi s'ello si può riavere.
E l'amico disse di farlo. E la mattina per tempo va fra' ferravecchi, e domanda dov'è il cappuccio che correndo quello cavallo era rimaso.
Fugli insegnato che era rimaso presso dalla Volta delle stelle. E andato là, trovò il fabbro che l'avea; e dicendogli la sventura, gli addomandò il cappuccio. Il fabbro dice:
- Io non so chi e' si sia; a me pareva elli un pazzo; e' m'ha rotto le padelle, e ciò che io aveva appiccato di fuori; - e mostra a costui il danno, e domandando la menda.
Di che l'amico s'accordò che de' primi danari guadagnasse il medico, gli darebbe un fiorino; e riebbe il cappuccio, che non valea trenta soldi, e riportollo al maestro Gabbadeo dicendoli in che forma l'avea riaúto. Il medico sel mise in capo che ancora non era ben asciutto dell'orina; e quel dí medesimo cercò con Ormannozzo che si ritogliesse il suo poltracchiello, e che elli ne volea perdere due fiorini; e fu fatto. Poi comprò un ronzino vecchio per fiorini otto, il quale assai cattivamente il portava, e rassettatosi in una casetta, che tolse a pigione in Campo Corbolino, il meglio che poté s'avviò. E per dischiesta di medici, in poco tempo pagò il ronzino e mandò fiorini uno al fabbro; e con poca scienza, in sul ronzino vecchio, proccurando l'acque degli orinali, sanza versarlesi addosso, pochi anni avanzò ben fiorini secento, e poi si morí, portando el libro sul corpo suo nella bara, come se fosse stato Ipocras o Galieno.


NOVELLA CLVI

Messer Dolcibene fa in forma di medico nel contado di Ferrara tornare una mana a una fanciulla, che era sconcia e svolta, nel suo luogo; e questo fa gittandovisi su a sedere.

Nessuna cosa è tanto dolce quanto è il bene, chi volesse ben contemplare; e però essendo vago e dell'uno e dell'altro, ritornerò pur a quel nome, dove ciascuno di questi due s'inchiude, cioè a messer Dolcibene, il quale drieto in piú novelle è stato raccontato. E perché il valentre medico maestro Gabbadeo nella passata novella, con quella scienza e con quella pratica che la natura gli avea donato, con grandissimo ordine volendo bene considerare in sul poltracchiello l'orinale della sua inferma, e per quello poltracchiello essere quasi pericolato; voglio dimostrare in questa seguente come costui senza sapere o filosofia o medicina, essendo in caso che non trovava albergo né casa che si potesse alloggiare, fece una nuova e bellissima esperienza, e non mai usata per nessun medico stato innanzi a lui.
Venendo adunque alla novella, messer Dolcibene, essendo stato fatto per adrieto re degl'istrioni d'Italia da Carlo imperatore di Buem, sentendo che 'l detto imperadore la seconda volta ritornava in Italia, essendo già giunto in Lombardia, il detto messer Dolcibene con parecchi cavalli si partí di Firenze per andare in Lombardia incontro a vicitare il detto imperadore. E giugnendo una sera al tardi in Ferrara, trovò là essere il detto imperadore, e per la gran quantità di gente, che avea seco, avea preso tutte le stanze e gli alberghi, dentro in Ferrara e di fuori parecchie miglia; onde convenne che 'l detto messer Dolcibene, sanza trovare alloggiamento, se n'andasse al palagio, dove l'imperadore era. E sceso nella via, e lasciato i cavalli a' suoi famigli, n'andò alla sua presenza, e fattali la reverenza, disse:
- Signor mio, abbiate buona speranza, che voi avete modo di vincere tutto il mondo; però che voi state bene e col Papa e con meco: voi con la spada, il Papa co' suggelli e io con le parole; e a questo nessuno potrà resistere.
L'imperadore avendoli fatta risposta come si convenía, e messer Dolcibene disse:
- Sacra corona, io non sono ancora alloggiato, io voglio andare a cercare, se ci è, ov'io cappia, e poi tornerò alla vostra maestà.
E cosí partitosi e salito a cavallo, di luogo in luogo domandava dove potesse stare con cinque cavalli ch'egli avea. E brievemente, non trovando albergo in Ferrara, uscí fuori e tenne la via verso Francolino; e domandando di casa in casa dove potesse stare, andò parecchie miglia; e in fine s'abbatté a una casa di qua dal Ponte al Lago Scuro; dove veduto che ebbe una donna molto malinconosa all'uscio, disse:
- Com'è il vostro nome, madonna?
E quella rispose:
- Perché 'l disé voi? io ho nome donna Margotta.
E messer Dolcibene disse:
- O vostro marito com'ha nome?
E quella rispose:
- Ha nome Salisin.
Ed elli seguí:
- Madonna, potrestemi voi ricettare con questi cavalli per questa sera, dandovi quel pagamento che voi stessa addomanderete?
A cui la donna rispose:
- Messer, io ho tanta briga che mi si screva il core.
E quelli disse:
- Che avete voi?
Ed ella rispose che una sua figlia di quattordici anni, che piú non avea, s'avea sconcia e travolta una mano e 'l braccio, essendo caduta pur mo a terra d'una figa, e non fa altro che piagnere e lagnarse.
E messer Dolcibene dice:
- Madonna Margotta, io sarò l'angiolo di Dio che serò venuto qui per voi, e per la vostra putta; però che io sono il migliore medico di racconciare ossa che sia in Italia o nella Marca Trivisgiana. Io vi guarirò questa fanciulla, s'ella avesse, non che storte, ma rotte quante ossa ella ha addosso.
La donna, udendo messer Dolcibene, e parendoli nella apparenza quello che dicea, comincia a riceverli graziosamente; e acconci li cavalli, e tirati li colli a sue galline, apparecchiò ogni cosa, sí che 'l detto stette forse cosí bene come l'imperadore. E in questo tornò Salisino, che era andato a pescare e avea arrecato due porcellette, e donna Margotta fattalisi incontro, raccontò con dolore la caduta della loro figliuola, e con allegrezza la ventura che gli era venuta a casa, di sí valentre uomo medico. Il marito fece reverenza, raccogliendo messer Dolcibene, e fece cuocere le porcellette, e poi li raccomandò la figliuola. Onde messer Dolcibene fu menato al letto a veder la fanciulla, la quale era assai bella, secondo l'aria ferrarese; e veduta la mano la quale, essendovi caduta suso, l'avea rivolta sotto il braccio, quasi come uno uncino alla in su; messer Dolcibene domandando di molte cose, e in fine non trovandone quivi, e volendo fare pure una bella cura, fece quasi una poltiglia da cavalli, e stracciate pezze e fatte fasce e lenze, impiastrò la mano e 'l braccio della fanciulla per modo che stesse ben morbido, e fatto questo, la fece sostare un'ora acciò che stesse ben morbida, ed elli andò a provvedere e' cavalli e assaggiare il vino e a studiare le galline e le porcellette. E stato per alquanto, tornò al suo magistero, e sfascia la fanciulla, e la fanciulla gridando forte del duolo, el padre e la madre, avendo paura non morisse di spasimo, pregavano che per Dio non facesse con le mani per forza. Messer Dolcibene disse:
- Io non ci porrò le mani, sopra la mia fé, - e fessi arrecare molta stoppa e due taglieri grandi; e messo il braccio su uno di questi taglieri, con lo scrigno dell'oncino di sopra, e con molta stoppa di sotto e di sopra, puose sopra quella l'altro tagliere, sí che quasi in strettoie si dovesse fare ritornare nel suo luogo.
E detto questo e fatto, recandosi cortese, disse:
- Non abbiate paura, che niuna delle mani adopero -; e dato volta, dicendo: - Tenete ben fermo il braccio com'io l'ho acconcio -; vi diede tal su del culo che averebbe dirizzato un palo di ferro che fosse stato torto.
E subito voltosi e preso il braccio con istecche, con sue poltiglie e allenzamenti l'ebbe fasciato, gittando dell'acqua nel viso alla fanciulla, la quale per lo gran dolore urlava quanto potea; pur da ivi appresso un'ora si racchetò, e 'l braccio e la mano stavano diritti e ciascuno nel luogo suo. E voltosi a Salisino e a madonna Margotta, dice:
- Come vi pare che sia andato?
E quelli dissono:
- Molto bene, maestro, che Dio vi doni buona e lunga vita.
Allora messer Dolcibene, vantandosi, dice:
- Or pensate quello che io farei con mano, quando col culo ho fatto cosí grande esperienza.
Dappoi andorono a cena con gran letizia, e fu tenuto alla paperina, non pagando alcun danaio; e la mattina per tempo levatosi, come ebbe preso commiato e salito a cavallo, un gran paio di capponi morti si trovò agli arcioni, e promissonli di fare piú oltre, se mai arrivasse piú in quel luogo. E tornato a Ferrara con questa novella, tenne piú dí a sollazzo la corte dello imperadore, e profferevasi a tutti quelli uomeni d'arme, che securamente si sconciasseno l'ossa, che egli le racconcerebbe subito col culo, meglio che altro uomo con mano. E valsegli questa volta piú che se uno sommo medico avesse guarito di simile cosa uno grandissimo signore.


NOVELLA CLVII

Messer Francesco da Casale signore di Cortona mena Pietro Alfonso a mostrarli il corpo di santo Ugolino, là dove con nuove parole si raccomanda a lui, e con vie piú nuove si sta, e parte dal detto messer Francesco.

Nella città di Cortona al tempo di messer Francesco da Casale, signore di quella, arrivò un valentre uomo di Spagna, per avventura parente di messer Gilio di Spagna cardinale, il qual ebbe nome Pietro Alfonso. Costui, essendo piacevolissimo uomo e assai gran mangiatore, spesse volte era domandato quanta carne gli basterebbe al pasto; ed elli rispondea:
- Alle cui spese?
E se quelli diceano: "Alle tue"; ed elli allora dicea:
- Io sono piccolo mangiatore, e ogni poca vivanda m'è assai.
Se diceano: "All'altrui spese"; rispondea: - Io sono gran mangiatore e vorrei buone vivande e assai.
E altri piacevoli motti simili a questi sempre avea.
Ora essendo questo Pietro Alfonso col detto signore per alcun dí, il signore gli cominciò a dire di molte belle reliquie, le quali nella terra avea; e che v'era il corpo di santa Margherita.
Pietro rispose:
- Cotesta è nobile reliquia, pensando a chi fu la santa.
Disse il signore:
- Ella non è quella, anzi è una santa Margherita, la quale fu di questa terra.
Disse Pietro:
- E può ben essere, però che pare che sempre, dove hanno regnato i signori, vi siano assai corpi di santi e spezialmente martiri.
Lo signore rispose:
- In fede, e' ci sono assai dell'altre, e fra esse c'è un corpo di santo Ugolino, la piú venerabile reliquia che mai tu vedessi: e voglio domattina che noi andiamo a vederla; e se tu ti raccomandi a quel corpo, per certo, Pietro, egli ha fatto assai miracoli; e di quello che lecitamente addomanderai, troverrai ti farà grazia.
Dice Pietro:
- Signore, e' mi piace, e ve ne prego che cosí sia.
La mattina seguente si mosse il signore, e Pietro con lui e andorono alla chiesa dov'era il detto corpo; ed entrati in una cappella, li cherici il trassono, o dell'altare o armario, e involto, com'è d'usanza, di molti veli e drappi d'oro, isfasciando a parte a parte, il signore essendo innanzi, e Pietro cosí da costa, istando inginocchione. Essendo scoperto in tutto il detto corpo, ed essendo nero pauroso con l'ossa scoperte, disse il signore:
- Pietro, accostati e raccomandati a lui.
Pietro sentendo dire: "Accostati", gli s'arricciarono tutti i capelli; e pur per obbedire s'accostò, e cominciasi a fare il segno della Santa Croce, dicendo:
- Messer santo Ugolino, io vi prego per l'amore di Dio, che voi non mi facciate né bene né male -; e questo disse tre volte, segnandosi continuamente.
Lo signore, veggendo costui, e maravigliandosi, disse:
- Pietro, hai tu paura de' santi?
E Pietro rispose:
- Signor mio, io non l'ebbi mai tale -; e levoronsi di ginocchione; e fattosi da capo il segno della Santa Croce, si partirono.
E per la via ragionando, disse il signore:
- Pietro, tu m'hai fatto assai maravigliare della maniera e delle parole che tu hai usate dinanzi al venerabil corpo di questo santo.
E Pietro rispose:
- Signore mio, io non ebbi mai simile paura, però che piú scuro corpo mai non vidi; e se li corpi de' santi sono cosí paurosi, che debbono essere e' corpi dannati? Io vi voglio dire, in fede, parecchie parole: il mondo è pieno di novità, e ciascuno ha vaghezza delle cose nuove, quia omnia nova placent ; questo vostro santo Ugolino poté essere un santo uomo, ma il corpo mio non accambierei al suo. Nel catalogo de' santi non trovai mai santo Ugolino, e non so chi si fu. Se voi avete reverenza e devozione in quello, e voi quello adorate, che quanto io, non sono per adorarlo: ma mille anni mi pare che io mi vada con Dio, il quale voglio adorare, e voi v'adorate santo Ugolino; ma fate di vedere il suo corpo il meno che voi potete; che quanto io, non sono acconcio, né intendo vederlo mai piú.
Messer Francesco, udendo costui, disse:
- Per certo, Pietro, questa è delle belle reliquie del mondo, ma tu non la conosci.
- Signor mio, - disse Pietro, - e' può ben essere ch'ella vi par bella, e avetemela forse mostrata per cacciarmi; e io me ne voglio andare, però che a me ha ella fatto grandissima paura, tale che fatevi con Dio, e di me non fate ragione mentre che in Cortona questo corpo di santo Ugolino fia.
E salito a cavallo, disse al signore:
- Fatevi con santo Ugolino, e io voglio fare sanza lui.
E 'l signore rispose:
- Pietro, poiché ti vuogli pur partire, vattene con santo Ugolino.
E Pietro disse:
- Signore mio, voi direte poco piú, che io non saperò se io mi debba stare, o se io me ne debbo andare -; e dato degli sproni, e detto al signore: - Rimanetevi con santo Ugolino -; si partí.
E cosí avviene oggi nel mondo, che li signori e gli altri viventi sono sí vaghi di cose nuove che se elli potessono, muteríano la signoria del cielo, come spesso mutano quella delle terre. Abbiamo li santi canonezzati e cerchiamo di quelli che non sappiamo se sono. Abbiamo il nostro Signore Jesu Cristo, la sua Madre, gli Apostoli e gli altri maggiori del Paradiso, e andremo dietro a san Barduccio. Dall'una parte diremo che chi muore scomunicato, il corpo suo si sta intero e non si disfà: dall'altra parte diremo un corpo morto, che non si consuma, essere santo. E segue tanto questa idolatria che s'abbandonano li veri per questi tali, che spesse volte, essendo dipinti, è fatto loro maggiore luminaria e posto piú immagini di cera che al nostro Signore. E cosí spesso s'abbandona la via vecchia per la nuova; e' religiosi spesso ne sono cagione, dicendo spesso che alcuno corpo sotterrato alla chiesa loro averà fatto miracolo, e dipingonlo per tirare, non acqua a lor mulino, ma cera e denari; e la fede si rimane dall'uno de' lati.


NOVELLA CLVIII

Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di Santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de' Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de' fanti, vinse le sètte loro, ed ebbe onore.

Al tempo che 'l Comune di Santo Miniato in Toscana era in sua libertà, come avea per usanza, mandava quasi continuo la elezione del capitanato a uno fiorentino, e per la diversità degli uomeni di quello e per lo male reggimento de' rettori, che là andavano, rade volte intervenía che alli piú di questi rettori non fosse fatta vergogna, e talora tanta che talora se ne veníano in camicia, e talora erano presso che morti. Avvenne per caso che fu eletto per capitano un Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, uomo piacevolissimo e saputo, e non abbiente, ed era forte gottoso, e quasi di ciò perduto. Avendo costui la elezione, cominciò a pensare, e dall'una parte il tirava il bisogno, e dicea: "Io voglio andare"; dall'altra dicea: "Io non voglio andare a morire; io sono vecchio, e sono attratto di gotte: li Sanminiatesi hanno fatto sí e sí al tale e cosí all'altrettale; egli è meglio ch'io rifiuti".
Alla per fine, combattendo molte cose nella sua mente deliberò d'andare, per sovvenire alla sua necessità, e con una sottile astuzia, per riparare alle furie e alle sètte de' Sanminiatesi; e cosí accettoe. E venuto il tempo, andò nel detto officio; nel quale stando, apparí una gran mortalità, la quale fu molto prosperevole al detto Soldo, come appiede di questa novella si dimostrerrà.
Ora stando costui nel principio del suo capitanato, apparve un caso, che uno da Coligarli, o di quello paese, fu preso per alcuno eccesso, del quale, essendo colpevole, meritava d'essere dicapitato. Come la setta di messer Bindaccio Mangiadori il seppe, subito furono a lui, protestando che 'l detto non morisse; e per opposito la setta de' Ciccioni con ogni loro forza e argomento voleano che 'l preso non campasse. E questa era un'aspra contesa, come spesso interviene tra due sètte.
Veggendo Soldo questo, fra sé medesimo comincia a dire: "Io non debbo essere venuto qui per farmi uccidere, e sono poco adatto a combattere con costoro, però che io sono vecchio e infetto: a me conviene avere senno per la loro.. e portarmene quello che io avanzerò, che n'ho bisogno. E cosí pensato, disse una mattina all'una setta e all'altra che la sera andassono al banco a lui, e che piglierebbe lodo tale su' fatti del preso che l'una parte e l'altra doverrebbe rimanere per contenta; e cosí si partirono. E venuto poi l'ora del vespro, essendo Soldo al banco, l'una e l'altra setta comparirono alla difesa e all'offesa, dicendo ciascuna parte ciò che voleano. Disse Soldo:
- Io v'ho intesi, e serei molto contento della vostra pace e della vostra concordia, però che unitamente credo, se ciò fosse, consigliereste che io facesse giustizia, la quale ho giurato di fare, facendo ragione a ciascheduno; e di questo non me ne storrei, se già per voi non si facesse una cosa.
Udendo questo quelli che voleano che 'l preso campasse, dissono fare ciò che comandasse loro.
Allora disse Soldo:
- Ogni parola che voi fate è vana, altro che quello che io vi dirò. Andate, e diliberate tra voi quello che voi volete che io faccia di costui, e di concordia tornate a me, se mi direte che egli muoia, serà fatto; se mi direte che io lo lasci, subito fia lasciato.
Detto questo, ciascuno guarda l'un l'altro, e chi soffiava di qua e chi di là; alla fine si partirono, e dissono di tornare l'altra mattina. Elle furono favole, ché non che s'accordassono, ma elli non s'accozzorono mai insieme che ne ragionassono. Tornati la mattina e l'una parte e l'altra, e procurando chi pro e chi contro, disse Soldo:
- Io voglio spacciare questo fatto; che mi rispondete voi a quello che io vi dissi ieri?
Rispose l'uno dell'una parte:
- Messer lo capitano, noi non seremo mai in concordia, però che noi vogliamo che campi, ché ci pare che non meriti morte, e costoro vogliono che muoia.
Gli altri rispondeano:
- E dice il vero, che noi vogliamo che muoia, come il peggiore uomo che mai fosse in questo paese, e merita mille morti; e sapete, messer lo capitano, che la justizia è quella che conserva, non che questa terra, ma il mondo; e però vi preghiamo che facciate ragione.
Quando costui ebbe detto che facesse ragione, disse Soldo all'altra parte:
- Voi udite che costoro non sono di concordia con voi, né voi con loro, e dicono che io faccia ragione; e voi volete che io faccia ragione o no?
A costoro parve essere nelle pastoie, e dissono:
- E anco noi vi preghiamo che voi facciate ragione.
Disse Soldo:
- Voi diciavate poco fa che non eravate di concordia; in questa parte voi sete uniti e in concordia, cioè che io faccia ragione; e io cosí farò; e ancora vi dico cosí, ciò che prima vi dissi, che se di qui a tre dí verrete di concordia l'una parte e l'altra, o che io il salvi, o che io il danni, quello seguirò, se bene direte; quanto che no, io farò ragione, come di concordia m'avete detto.
Cosí tutti si partirono non sapendo che si dire, e ma' s'accordorono. Di che Soldo seguí il suo corso, e fece morire il preso... E cosí fece sanza fare alcuna... o motto, o totto. E cosí il buon rettore quando vuol fare quello che dee, non è mai cosa non abbia, se non per l'altrui follia, e rade volte, anzi non è mai, che se vuole fare ragione, che non possa. Essendo dicapitato costui, la parte che n'era stata malcontenta alcuna volta pensava di nimicarlo in certe cattivanzuole, come nel rassegnare la famiglia, e altre cose. Ed essendosi il detto Soldo di ciò avveduto, e durante la mortalità e avendo meno famiglia che non dovea, tenea quando sei e quando otto gonnelle in una sala de' fanti sopra una stanga. Venendo il rassegnatore, il detto Soldo dicea:
- Rassegnate come vi piace -; e mostrando loro le gonnelle, dicea: - Io ne feci sotterrare istanotte quelli che voi vedete; andate giuso alle letta e troverrete assai, che hanno il gavocciolo, e qual sta male e qual si muore.
Come il notaio della rassegna vede e ode queste cose, parea cacciato da mille diavoli, e turandosi il naso si fuggía fuori del palagio, e andavasi con Dio.

Quelli che aspettavono che 'l detto Soldo fosse condennato, udendo il rassegnatore, si segnavono; e non che gli mandassono il rassegnatore, ma non passavano dal suo palagio per la pestilenza, la quale udivano v'era appresa. E cosí e di questo e d'altro si passò questo avveduto capitano con l'altrui divisione e follia, trattando li sudditi suoi come meritavono; e tornossi a Firenze sano e salvo e gottoso, come v'andò, e forse con la borsa piena e con molto onore, lasciando loro e con le loro sètte e con le loro divisioni; le quali ciascuno che le segue, fanno venire a ultima e finale destruzione; come sempre e per antico e per moderno s'è veduto nel mondo
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NOVELLA CLIX

Uno cavallaccio di Rinuccio di Nello, sciogliendosi, per correre drieto a una cavalla in Firenze, e 'l detto Rinuccio, seguendolo, con nuovi casi fece quasi correre a seguirlo la maggior parte de' Fiorentini.

Uno cittadino molto antico d'anni e nuovo di costumi fu, non è gran tempo, nella città di Firenze, il quale ebbe nome Rinuccio di Nello, uomo assai di famiglia antico; e stava presso a Santa Maria Maggiore. Costui avea sempre cavallo, per suo cavalcare, che era piú nuovo di lui, e non so da qual razza si veníano quelli cotanti che tenne ne' suoi dí, che tutti pareano piú sgraziato l'uno che l'altro. Fra gli altri, quasi nell'utimo della sua vita, n'ebbe uno che parea uno cammello, con una schiena che parea Pinza di monte, e con una testa di mandragola, la sua groppa era che parea un bue magro; quando elli li dava una spronata, e' si movea d'un pezzo, come se fosse di legno, alzando il muso verso il cielo; e sempre parea addormentato, se non quando avesse veduto una ronzina; allora rizzando la coda, un poco anitriva e spetezzava. Non era però da maravigliare se 'l detto cavallo era incordato, però che gli dava spesso a rodere sermenti per paglia e ghiande per biada. Avvenne un giorno per caso, che, volendo cavalcare il detto Rinuccio, avea appiccato il detto cavallo di fuori nella via; ed essendo venuta una ronzina alla piazza dove si vendono le legne, che era quasi dirimpetto alla sua casa, ed essendosi sciolta da uno arpione, cominciò a fuggire per la via dov'era appiccato il detto cavallo; il quale, come sentí la giumenta correre dirietro, tiroe la testa a sé con sí dura maniera che ruppe uno briglione assai forte; però che il detto Rinuccio l'avea fatto fare in prova, mostrando a ciascuno per quello che 'l cavallo fosse sí poderoso che appena si potea governare. Tirato addietro la testa con tutta la persona, spezzò la briglia, e voltosi dietro alla cavalla verso Santa Maria Maggiore, gli tenne dietro furioso, com'è d'usanza degli stalloni.
Rinuccio che era per uscire fuori e montare a cavallo, sente un gran romore, che ogni uomo correa drieto a tanta novità; fassi alla porta, non truova il cavallo, domanda dove gli è ito. Uno calzolaio gli dice:
- Rinuccio mio, il vostro cavallo ne va drieto a una cavalla col mazzafrusto teso, e in su la piazza di Santa Maria Maggiore mi parve gli salisse addosso: soccorretelo, ché si potrebbe troppo ben guastare.
Rinuccio non dice: "che ci è dato?"; mettesi a corso, e con gli sproni in piede fu piú volte presso che caduto; e tenendo per nuove vie drieto a questa sua buscalfana, pervenne in Mercato Vecchio; là dove giunto, vide il cavallo addosso alla ronzina; e ciò veggendo, comincia a gridare:
- San Giorgio, San Giorgio.
I rigattieri cominciano a serrare le botteghe, credendo che 'l romore sia levato. Le bestie entrano tra' beccai, che allora stavano alla scoperta in mezzo della piazza; e giugnendo a uno desco d'uno che avea nome Giano, che vendea le vitelle, la ronzina si gettò sul detto desco, e 'l cavallo drietole per forma che Giano, che era assai nuovo pesce, fu presso che morto; e le pezze della vitella di latte, che erano tese per lo desco, furono tutte peste, e convertironsi in pezze di vitella di loto. E detto Giano, quasi come smemorato, fuggí in una bottega di speziale. E Rinuccio aombrato gridava: - San Giorgio -; e Giano gridava: - Oimè, ch'io sono diserto.
Colui, di cui era la ronzina, era tuttavia drieto con un bastone, e volendo attutare la concupiscenza della carne dava di gran bastonate, quando al cavallo e quando alla ronzina; e spesse volte, quando dava al cavallo, e Rinuccio gli si gettava addosso, e dicea:
- Per Santo Loi, che, se tu dài al mio cavallo, che io darò a te.
E cosí pervennono con questo romore per Calimala, là dove tutti i ritagliatori gittavano i panni dentro, e serravono le botteghe. Chi dicea:
- Che è?
E chi dicea:
- Che vuol dir questo? - e chi stava come smemorato; e molti seguivono le bestie, le quali, voltesi per lo chiassolino che va in Orto San Michele, entrorono tra' granaiuoli e le bigonce del grano che si vendea sotto il palagio, dov'è l'Oratorio, e scalpitarono molti granaiuoli.
E di quelli ciechi, che sempre ve ne stavano assai nel detto luogo al Pilastro, sentendo il romore ed essendo sospinti e scalpitati, non sappiendo il caso del romore, menavano i loro bastoni, dando or all'uno e or all'altro.
La maggior parte di quelli, che si sentivano dare del bastone, si rivolgeano a loro non sappiendo che fossono ciechi. Altri, che sapeano che coloro erano ciechi, diceano e riprendeano quelli che contro a loro faceano; e quelli tali si rivolgeano loro addosso. E cosí chi di qua e chi di là, e chi per un verso e chi per un altro, si cominciarono a ingoffare, facendo molte mislee da piú parti; e con queste mischie uscirono fuori de Orto San Michele le scuccomedre, non essendo ancora attutato il caldo del bestiale amorazzo del cavallo, anzi piú tosto cresciuto, e forse con alcune pugna che ebbe Rinuccio e quello della ronzina, giunsono, cosí percotendosi, e con busso e con romore, su la piazza de' Priori. Li quali Priori e chi era in palagio, veggendo dalle finestre tanto tumultuoso popolo giugnere da ogni parte, ebbono per certo il romore essere levato. Serrasi il palagio, e armasi la famiglia, e cosí quella del capitano e dello esecutore. Su la piazza era tutto pieno, e parte combatteano con pugna, e gran parte d'amici e parenti erano drieto a Bucifalasso e a Rinuccio, per aiutarlo, che già non potea piú.
Come la fortuna volle, il cavallo e la ronzina quasi congiunti entrorono nella corticella dello esecutore, là dove lo esecutore, per grandissima paura, non sappiendo che fosse, ma avvisandosi che 'l furore del populo gli venisse per uno che avea tra mano, del quale era gran contesa che non morisse, ed elli il volea far morire; si fuggí drieto a un letto d'un suo notaio, e di là entrò sotto la lettiera, essendo già quasi mezzo armato. Il popolo ancora si bussava in gran parte con le pugna, ed era per venire a' ferri; se non che subito la porta dello esecutore, la qual giammai non si serra, fu subito serrata, e a gran fatica fu preso il cavallo e la giumenta, li quali tutti gocciolavono di sudore, e Rinuccio di Nello era piú morto che vivo, e non sudava, però che non avea omore, e le rotelle degli sproni gli erano cascate di dietro, e intrate sotto le piante, le quali gli aveano laceri tutti gli fiossi de' piedi.
Li Signori rassicurati, ch'aveano veduto ciò che era, mandarono comandatori e famiglia ad acchetare la zuffa e 'l romore, e con bandi e con comandamenti ebbono assai che fare di potere acchetare la moltitudine.
Nella fine, essendo le cose rabbonacciate, la gente si cominciò a partire; ma drieto a Rinuccio e al suo Baialardo n'andorono centinaia, guardando Rinuccio per grande novità. Quello della ronzina se n'andò in Vinegia tutto pesto e afflitto con la sua ronzina, e là si riposò tanto che tornò un poco in sé: e giurò di non tenere mai piú ronzina tutto il tempo della vita sua; e cosí fece. Il Podestà e 'l capitano, essendosi armati, quando sentirono le cose non essere di pericolo, e la cagione del romore, e come già era cheto, salirono a cavallo, e con le loro brigate quasi a un'ora giunsono su la piazza. Fu fatto beffe di loro da quelli che v'erano rimasi, che pochi erano; ed eglino aveano seguito l'ammaestramento di Cato: rumores fuge . E là stati per alquanto, dicendo: "E dove son issi? e dove son quissi?" alla fine si partirono.
Uno cittadino che era ito per lo esecutore, il quale era ricoverato, dice a un suo spenditore:
- O che fa l'esecutore? dorm'elli?
Costui rispose:
- Quando questo romore cominciò, io vidi che si armava, e dappoi non l'ho mai veduto.
Risponde il cittadino:
- E sarà ricoverato in qualche cesso; egli ha fatto un bello onore a sé e a me, che andai per lui; hanno fatto cosí gli altri rettori?
E cosí dicendo, andorono nel suo palagio, e domandando il cittadino dello esecutore, ciascuno si stringea nelle spalle, e non si trovava. Alla per fine un suo piú fidato, che sapea dove era fuggito, andò alla camera dov'era sotto il letto, e dice:
- Jateci fori, non è cavelle.
Costui esce fuori tutto pieno di paglia e di ragnateli; e uscito un poco nella sala, si scontra nel cittadino; al quale disse il cittadino:
- Doh, messer l'esecutore, donde venite voi? che onore v'è questo, a non essere uscito fuori oggi?
E quelli dicea:
- Egli è tanto che non ci armai, che nulla armatura ci ho trovata bona, e la guardancanna piú d'un'ora m'ha tenuto, che eran guasti li fibbiali a potercela mettere, ancora non è acconcia: ma parciti, amico mio, che ancora vada in piazza?
- Andate il piú tosto che potete.
- Va', truovaci il cavallo, e jamoci.
E mettesi una barbuta, che della farsata uscirono, com'e' la prese, una nidiata di topi.
Quando lo esecutore vide questo, si cominciò a segnare, tirandosi a drieto, dicendo:
- Per Dio, questo c'è lo dí ozíaco.
E volgesi a uno famiglio, e dice:
- Dove ci ponesti questa barbuta, che t'affranga Cristo e la Madre?
Pur cosí fatta se la mise in testa; e salito a cavallo con una sopravvesta di ragnateli, profilata di paglia, uscí in su la piazza, là dove di due ore ogni cosa era finito. Quelli che vedeano costui, diceano:
- Buono, buono! a bell'otta! costui dee essere pazzo.
Diceano altri:
- Onde diavolo esc'egli? a me par che venga da Nepi.
E altri diceano:
- Egli esce di qualche stalla; ché si dovea essere fuggito per paura.
E cosí si fermò là, dove si pone il Saracino; e volgendosi attorno dicea:
- E dove ci sono quissi che fanno romore? per certo, che mo ce li scanno.
Alcuni gli s'accostano, e dicono:
- Messer l'esecutore, andatevene a casa, ch'egli è spento.
E altri diceano:
- Andate a farvi scuotere, e poi tornate, ché voi sete pieno di ragnateli.
E in questo si volgea verso le finestre de' Signori, facendo segno, se voleano che facesse alcuna cosa. I Priori gli mandarono a dire che s'andasse a disarmare, e ch'egli avea aúto l'onore, perché 'l campo era rimaso a lui. Questo esecutore se n'andò; e nel vero gli parve rimanere vituperato; e disarmato che fu, si pensò di rimediare alla vergogna, e l'altro dí ebbe formato una inquisizione addosso a Rinuccio di Nello, per turbare il pacifico stato. Detto Rinuccio ricorse a' Signori, chiamando mercè per Dio, che per un suo cavallo gagliardo e di gran cuore non fosse disfatto. I Priori avendo diletto di piú cose con lui, mandorono per lo esecutore, il quale non poterono rimuovere in quattro dí, che lo volea pur condennare, o gittare la bacchetta. Alla fine pur stette contento al quia , e allo esecutore parve avere grandissimo onore, dolendosi piú d'un mese, che non avea potuto fare justizia; e cosí si rimase la cosa. Or pensino quelli che tengono gli stati, quanto è leggiera cosa quella che fa muovere a romore i popoli! Per certo chi vi pensasse, quanto piú gli paresse essere di grande stato, con maggior paura viverebbe. E se ciò è intervenuto in molti popoli già, pensa tu, lettore, e sotto qual fidanza si può stare sicuro.


NOVELLA CLX

Uno mulo traendo calci in Mercato vecchio fa fuggire tutta la piazza, e guasta la carne ed e' panni di cui era carico, fa venire in quistione i lanaiuoli co' beccari; e dopo molte nuove cose, il fine che n'è seguito.

Fammi venire a memoria la precedente novella d'un'altra che già io vidi; però che non è molti anni che in Mercato vecchio nella detta città era allevato un corbo, tanto piacevole a far male quanto altro fosse mai. Il quale uno dí di sabato santo, quando la beccheria era piú fornita di carne, e' cittadini in moltitudine a comperarne, essendo venuto a un desco molto ben fornito di castroni, uno con dua muli carichi di panni che veníano dalle gualchiere, e lasciato i muli da parte e comprando castrone, si mosse a volo, e postosi su uno soccodagnolo de' detti muli, volto con la coda verso la groppa del mulo cominciò a chinare la testa verso il rotto del detto mulo, ed entro vi diede del becco. Il qual mulo sentendosi bezzicare quel luogo, di che piú sono schifi, come ciascuno puote immaginare, cominciò a trarre e a tempestare sí diversamente che dando tra le caviglie e tra' castroni, tutti facendoli cadere, con questi calci diede tra' deschi de' tavernai. L'altro, benché non fosse trafitto, con grande diversità seguía il compagno, traendo e saltando non men di lui.
Li tavernai e li cittadini abbandonano i deschi e fuggono per le botteghe d'intorno. Questi muli parea che dicessono: "Facciamo il peggio che possiamo"; che insino su per li deschi saltando e traendo ogni cosa cercorono, e ad assai e tavernai e cittadini feciono male. Nella piazza non era rimaso creatura, se non due bestie vive e tutte l'altre morte. Intorno intorno per le botteghe era tutta la gente fuggita e la maggior parte ridea; ma a' tavernai non tenea ridere. E quando ebbono tempestato la carne, vollono delle frutte; e verso la Lisa trecca s'inviarono, e voltorono con li calci tutti i loro panieri, assai si potesseno elle arrostare. I panni delle gualchiere che aveano addosso, tutti gli aveano gittati per terra e quali erano su per li deschi; ed e' castroni erano per terra. E quando ebbono assai tempestato, s'andorono a rinfrescare con monna Menta che vendea l'erbe, e là si rodeano sue lattughe e suo' camangiari.
Alla perfine colui di cui egli erano, tutto uscito di sé, con l'ambascia della morte n'andò là a ripigliarli. Quando i tavernai veggono ripresi e' muli, escono delle botteghe; e quelli che avevano ricevuto danno, s'avviano verso costui gridando:
- Sozzo ladro, sozzo traditore, tu ci hai disfatti -, e voleanlo pur uccidere e averebbonlo morto, se non fossono stati assai cittadini che per temperarli dissono:
- Menatelo al Podestà che 'l punirà e faravvi restituire ogni vostro danno.
Costoro convertirono la loro furia in menarlo preso al Podestà; e non poté ricogliere i panni, né menar seco i muli; li quali furon legati a' piedi d'un desco; né appena poteo dire: "Domine, aiutami", che come elli avesse morti tutti e' beccai, cosí con gran furore ne lo menorono. Altri rimasi a ricogliere la carne che era per terra, veggendola convolta nel fango e guasta, sí come arrabbiati si mossono con coltellacci e con stangoni ad andare verso i muli, e a loro, come avessono a mazzicare verri, con li coltellacci di piatto e con gli stangoni gli mazzicarono per tal forma che quasi guasti rimasono.
Altri artefici dattorno per pietà raccolsono quelli panni che veníano dalle gualchiere e riposonli tutti calpestati e alcuni rotti da' ferri, quando e' muli traevano.
In questo tempo il Podestà domanda i tavernai che aveano menato preso il tapinello, quello che colui avea fatto. Risposono ch'egli avea a emendare la carne e 'l danno loro, la quale era grande quantità di dinari, sanza ch'elli avea messo a romore la terra. Colui che era preso, rispondea:
- Signor mio, io non ci ho colpa, però che io venía dalle gualchiere e portava panni a certi lanaiuoli nella Vigna, di che passando per mercato, io lasciai li muli da parte e comperava un poco di castrone; li muli non so che si hanno aúto ch'elli hanno pericolato tutta quella piazza; e di ciò io sono dolente, non è mia colpa.
El Podestà che avea nome messer Agnolo da Rieti, disse al preso:
- E perché ci meni li muli, se sono restii, per la piazza dello mercato, dove tanta gente e tanto populo stanno?
Colui rispondea che mai non aveano fatta simile ritrosía, e non sapea che ciò volesse dire: e' ancora non sapea che fosse stato il corbo. Il Podestà volea desinare: fa mettere in prigione il preso e a' tavernai dice vadano a fare i fatti loro e che troverrebbe la verità, punendo chi avesse fallato. Di che si partirono, e 'l cattivello rimase preso.
In questo intervallo, la novella giunse nella Vigna a quelli lanaiuoli, di cui erano i panni, non dicono: "che ci è dato?"; avviansi verso Mercato Vecchio e domandano di questa faccenda e ancora de' panni loro. Fu detto loro a passo a passo come il fatto era andato e del principio del corbo e d'ogni altra cosa. Vanno nelle botteghe dove i panni sono, e truovanli assai male in ordine e alcuni ne truovano rotti; cominciano a dire:
- Che diavolo è questo? queste sono state tagliature di coltellacci; ella non andrà a questo modo; credono questi bestiali trattare l'Arte della lana a questo modo? dove diavolo sono i muli?
Fu loro mostrato. Mandorono certi marruffini per essi; li quali sciogliendoli e menandoli a loro, non si poteano azzicare, sí si doleano. Allora, come gli vidono, montando piú in furore, dicono:
- E hanno guasto questi due muli che valeano presso a cento fiorini -; però che era loro stato detto tutto il convenente dal principio alla fine.
E fanno mettere i panni su quelli muli cosí fatti, come erano, e muovonsi, dicendo:
- Andiamo al Podestà noi, e vedremo se ci fia fatta ragione, e se l'Arte della lana e quei che fanno i panni in Firenze sono venuti sí al poco che parecchi ladroncelli di beccai li trattino a questo modo.
Alcuno bestiale, udendo costoro, dice:
- E voi andate al Podestà; ché se voi vendete e fate panni, e noi vendiamo la carne, la quale nutrica questo populo.
Alcuno marruffino s'inviava verso costui: quelli avea il coltellaccio in mano. Veggendo ciò uno di quelli lanaiuoli piú savi, tirò il marruffino a drieto, dicendo:
- Andiamo dove si fa ragione, e vedremo se 'l Podestà farà quello che dee fare; che s'egli il fa, e' sarebbe meglio ch'egli avessono preso un cane per la coda.
E cosí andorono con li due muli zoppi, carichi di panni che pareano tinti in loto, dinanzi al Podestà, con la doglienza che ciascuno dee estimare. E non vi furono sí tosto giunti che una frotta di beccai, andando lor drieto, vi giunsono quasi a un'ora: e cominciano a dire:
- Messer lo Podestà, non credete loro, però che per maggioranza ci vogliono torre il nostro; noi siamo poveri uomeni, e hannoci questi loro muli concio sí oggi la nostra mercatanzia che non ce ne rizzeremo a panca di questo anno; li muli e' panni son fatti come là vennono; ma la carne nostra non si può celare: mandate il vostro cavaliere a vederla, ché non troviamo alcuno che ne voglia dare denaio.
Dicono e' lanaiuoli:
- Questi muli hanno avuto tante stangonate, e con coltellacci e con ogni altra cosa, da loro, che di cento fiorini che valeano non se ne troverrebbe quaranta, sanza i panni che son peggio assai piú; noi vi preghiamo che voi ci facciate ragione.
Li beccai dissono:
- E noi anche ve ne preghiamo che ce la facciate; ma mandate il cavaliero a vedere il danno nostro, che è vero, e non v'andiamo con frottole.
Dice uno lanaiuolo:
- Oh buono, buono! lo sbandito corre drieto al condennato.
Dice il Podestà:
- Non saccio ancora chi ci dee essere, o sbandito o condennato; jateci, e manderò el mio cavaliero.
I lanaiuoli dicono:
- Messer lo Podestà, rendeteci il preso.
Il Podestà non volea; nella fine i lanaiuoli sodorono per lui; e rendello e disse ciascuno s'andasse a casa, ed elli s'informerebbe della verità e farebbe ragione. Passossi il dí della Pasqua; e poi il lunedí, volendo il Podestà seguire la giustizia e la ragione, si mosse da ogni parte a volersi investigare del vero; e tutta l'Arte della lana e quella de' beccai con ogni studio erano in palese e in segreto a lavorare nella corte, perché ciascuno s'ingegnava di rimanere al di sopra della loro gara. Nella per fine, dicendo e pensando il Podestà la colpa essere principiata da' muli, disse:
- Che debbo fare? condanneròcci il vetturale che non ci ha colpa? non lo debbo fare: dirò che li beccai mendino li panni e' muli a' lanaiuoli? non mi par ragione.
Di che, avendo il martedí e l'una e l'altra parte dinanzi, e udendo e ascoltando ciascuno, pensò di levarsi questa cosa da dosso, conchiudendo in questa forma:
- Savi lanífici e beccari: io aggio molto pensato su questa vostra questione, e ho veduto che 'l nimico dell'umana jenerazione s'è ingegnato di commettere rissa e scandalo tra voi, li quali dovete essere uniti come fratelli; però che come l'Arte della lana e quella della beccheria paiano molto dissimilanti, elle sono tutte una; però che della pecora si può dicere sia principio l'arte di ciascuno. L'uno di voi fa l'arte con la sua lana, e l'altro con la sua carne. E che 'l nimico di Dio ci abbia fatto quello che detto v'ho, io vel mostro, e ancora vi voglio mostrare che ogni rettore non può mai dare diritto judicio, se non truova la radice e 'l fondamento d'ogni delitto e d'ogni questione che innanzi gli viene; e io cosí ho trovato in questa vostra questione. E per farvi di ciò chiari, voi dovete sapere, e cosí ho saputo io, che un corbo è stato principio di tutto questo male; e sapete che 'l corbo è proprio affigurato al demonio, però ch'egli è nero e ha voce infernale e tutte l'opere sue sono a fare a odoperare male; e tutta questa è la natura del demonio. Cosí ha fatto questo maladetto corbo, che è venuto a mettere scandolo tra quelle due arti che fanno mestiero di quello animale dove nel figliuolo è affigurato l'agnello di Dio; sí che si può dire questa questione essere tra 'l corbo e la pecora. E se qui ciò è come vedete, la questione mosse il diavolo e mossela contra il figliuolo di Dio, cioè contra la pecora e l'agnello suo figliuolo. E però, figliuoli miei, siete fratelli e comportate in pazienza il danno che avete ricevuto, ché da nessuno di voi è venuta la colpa. Colui da cui ella è venuta, cioè quello maladetto corbacchione, se ce lo potrò avere, punirò lui, e uno c'ha nome Luisi barattiero che lo tiene, in forma che sarete contenti.
Costoro guatorono l'uno l'altro e non sappiendo che si dire, dissono:
- Noi ci raccomandiamo della ragione.
E cosí si partirono, dicendo per la via alcuni:
- Alle guagnele, che, se elli punirà il corbo, che noi bene seremo soddisfatti de' danni nostri.
Altri diceano:
- Elli dee essere una sciagurata persona.
Altri che erano forse quelli che erano contenti che 'l Podestà non procedesse, diceano che elli dovea essere uno valentre uomo, e che elli avea assegnato molto belle ragioni; e cosí ciascuno s'andò a fare i fatti suoi, ciascuno mettendo a uscita il suo danno il meglio che poteo.
Luisi barattiere e 'l corbo furono richiesti, ma 'l corbo fece come quello dell'Arca, che fatto ch'egli ebbe quest'opera, non si rividde mai; però che Luisi, avendo sentito la intenzione del Podestà, non aspettò la richiesta, ma accompagnossi con Giovanni Piglia 'l fascio e col suo corbo e andossene verso Terra di Roma, dove era il Muscino Rafacani che avea un altro corbo, e là dimorò con lui piú mesi. E 'l Podestà, volendo pur procedere, da alcuno cittadino vicino di Mercato gli fu tanto detto che fu posto piedi a' fatti di Luisi e del corbacchione, non però sí che 'l detto Luisi tutto il tempo del detto Podestà ardisse di tornare a Firenze. Questo caso del Podestà fu da molti commendato e da molti ripreso. Io scrittore credo che, veggendo elli che quasi nessuno giudicio potea dare giusto, elli trovasse quella inventiva e del corbo e della pecora, e ch'egli ebbe in ciò grande discrezione, la quale se cosí avesse usata negli altri suoi processi, avrebbe aúto onore, là dove nella fine del suo officio, credo che avesse vergogna.


NOVELLA CLXI

Il vescovo Guido d'Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna storia, la quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che 'l dí dipignea, le nuove cose che ne seguirono.

Sempre fu che tra' dipintori si sono trovati di nuovi uomeni e infra gli altri, secondo che ho udito, fu uno dipintore fiorentino, il quale ebbe nome Bonamico, che per soprannome fu chiamato Buffalmacco, e fu al tempo di Giotto e fu grandissimo maestro. Costui, per essere buono artista della sua arte, fu chiamato dal vescovo Guido d'Arezzo a dipingere una sua cappella, quando il detto vescovo era signore d'Arezzo: di che il detto Bonamico andò al detto vescovo e convennesi con lui. E dato ordine il come e 'l quando, il detto Bonamico cominciò a dipignere. Ed essendo nel principio dipinti certi Santi, ed essendo lasciato il dipignere verso il sabato sera, una bertuccia, ovvero piú tosto un grande bertuccione, il quale era del detto vescovo, avendo veduto gli atti e' modi del dipintore quando era sul ponte, e avendo veduto mescolare i colori e trassinare gli alberelli e votarvi l'uova dentro, e recarsi i pennelli in mano e fregarli su per lo muro, ogni cosa avendo compreso, per far male, come tutte fanno; e con questo, perch'ella era molto rea e da far danno, il vescovo gli facea portare legato a un piede una palla di legno; con tutto questo la domenica, quando tutta la gente desinava, questa bertuccia andò alla cappella, e su per una colonna del ponte appiccandosi, salí sul ponte del dipintore; e salita sul ponte, recandosi gli alberelli per le mani e rovesciando l'uno nell'altro e l'uova schiacciando e tramestando, cominciò a pigliare i pennelli e fiutandoli e intignendoli e stropicciandoli su le figure fatte, fu tutt'uno. Tanto che in picciolo spazio di tempo le figure furono tutte imbrattate, e' colori e gli alberelli volti sottosopra e rovesciati e guasti.
Essendo el lunedí mattina venuto Buonamico al suo lavorío per compiere quello che avea tolto a dipignere, e veduto gli alberelli de' suoi colori quale a giacere e quale sottosopra, e' pennelli tutti gittati qua e là, e le figure tutte imbrattate e guaste, subito pensò che qualche Aretino, per invidia o per altro l'avessono fatto; e andossene al vescovo, dicendo ciò ch'egli avea dipinto esserli stato guasto. Il vescovo di ciò isdegnato, disse:
- Buonamico, va' e rifa' quello che è stato guasto; e quando l'hai rifatto, io ti darò sei fanti co' falcioni, che voglio ch'egli stiano in guato con teco nel tal luogo nascosi, e qualunche vi viene, non abbiamo alcuna misericordia, che lo taglino a pezzi.
Disse Buonamico:
- Io andrò e racconcerò le figure piú tosto che potrò, e fatto che ciò fia, io ve lo verrò a dire, e potrassi fare quello che di ciò dite.
E cosí deliberato, Buonamico rifece, si può dire, la seconda volta le dette dipinture; e fatte che l'ebbe, disse al vescovo a che punto la cosa era. Di che il vescovo subito trovò sei fanti armati co' falcioni, a' quali impose che fussono con Buonamico in certo luogo riposti presso alle dette figure; e se alcuno vi venisse a disfarle, subito il mettessono al taglio de' ferri.
E cosí fu fatto, che Buonamico e' sei fanti co' falcioni si missono in guato a vedere chi venisse a guastare le dette dipinture. E stati per alquanto spazio, ed egli sentirono alcuno rotolare per la chiesa; subito s'avvisorono che fussono quelli che venissono a spignere le figure; e questo rotolare era il bertuccione con la palla legata a' piedi. Il quale subito accostatosi alla colonna del ponte, fu salito sul palchetto dove Buonamico dipignea; e tramestando a uno a uno tutti gli alberelli, e mettendo l'uno nell'altro e pigliando l'uova e rovesciandole e fiutando, presi i pennelli e ora con l'uno e ora con l'altro, stropicciandoli al muro, ogni cosa ebbe imbrattata.
Buonamico, veggendo questo, ridette e scoppiava a un punto; e voltosi a' fanti de' falcioni, dice:
- E non ci bisognano falcioni, voi vi potete andare con Dio; la cosa è spacciata, ché la bertuccia del vescovo dipigne a un modo e 'l vescovo vuole che si dipinga a un altro; andatevi a disarmare.
E cosí usciti del guato, venendo verso il ponte dov'era la bertuccia, subito la bertuccia si cominciò a inalberare, e fatto loro paura, pignendo il muso innanzi, cominciò a fuggire e andossi con Dio. Buonamico con li suoi masnadieri se n'andò al vescovo, dicendo:
- Padre mio, e' non è di bisogno che voi mandiate per dipintore a Firenze, ché la vostra bertuccia vuole che le dipinture siano fatte a suo modo; e ancora ella sa sí ben dipignere che le mie dipinture ha corrette due volte. E però, se della mia fatica si viene alcuna cosa, vi prego me 'l diate, e anderommi verso la città dond'io venni.
Il vescovo, udendo questo, benché male li paresse che la sua dipintura era cosí condotta, pur scoppiava delle risa, pensando a sí nuovo caso, dicendo:
- Buonamico, tante volte hai rifatte queste figure che ancora voglio che le rifacci; e per lo peggio che io potrò fare a questo bertuccione, io il farò mettere in una gabbia presso dove dipignerai, là dove vedrà dipignerti, e non potrà ispignere; e tanto vi starà che la dipintura fia dipinta di piú dí e 'l ponte levato.
Buonamico ancora s'accordò a questo, e dato ordine del dipignere e fatto una gabbia alla grossa e messavi la bertuccia, fu tutt'uno. La quale, quando vedea dipignere, il muso e gli atti ch'ella facea furono cose incredibili; pur convenne ch'ella stesse contenta al quia . E dopo alcuni dí, compiuta la dipintura e levati i ponti, fu tratta di prigione; la quale piú dí vi tornò, per vedere se potesse fare la simile imbrattatura; e veggendo che 'l ponte e 'l salitoio piú non v'era, convenne che attendesse ad altro. E 'l vescovo con Buonamico goderono piú dí di questa novità. E per ristorare il detto vescovo Buonamico, l'ebbe da parte, pregandolo gli dovesse fare nel suo palagio un'aguglia che paresse viva che fosse addosso a un leone e avesselo morto. Al quale Buonamico disse:
- Messer lo vescovo, io il farò; ma e' conviene che io sia coperto attorno attorno di stuoie e che nessuna persona non mi veggia.
Il vescovo disse:
- Non che di stuoie, ma io la farò fare d'assi, sí che starà per forma che mai non serai veduto -; e cosí fece.
Buonamico trovati gli alberelli e' colori, con l'altre masserizie entrò nella chiusa dove dovea dipignere; e quivi tutto per contrario cominciò a dipignere quello che 'l vescovo gli avea imposto, facendo un fiero e gran leone addosso a una sbranata aguglia; e compiuto che l'ebbe, serrato tenendo quel chiuso dove l'avea dipinto, disse al vescovo gli mancavano alcuni colori e che avea bisogno alcuni serrami serrassino il chiuso dove dipignea, tanto che andasse e tornasse da Firenze.
Udito ciò il vescovo, fece dare ordine si serrasse e con chiavistello e con chiave, tanto che Buonamico tornasse da Firenze. E cosí Buonamico si partí e vennesene a Firenze; e 'l vescovo, aspettando l'un dí e un altro, e Buonamico non tornando ad Arezzo, però che partito s'era, e avea compiuta la dipintura e con animo di non tornarvi piú, quando il vescovo fu stato piú dí e vide che Buonamico non tornava, comanda a certi famigli che vadano a spezzare l'asse del ponte e veggano quello che Buonamico ha dipinto. Di che alcuni andorono, e apersono e vidono la dipintura fatta; e ciò veduto, vanno al vescovo e dicono:
- La dipintura sta per forma che 'l dipintore v'ha ben servito alla 'ndreto.
- O come sta?
Fugli detto. E volendone esser certo, l'andò a vedere; e veduta che l'ebbe, venne in tanta ira che gli fece dar bando dell'avere e della persona, e insino a Firenze il mandò a minacciare. E Buonamico rispose a quelli che 'l minacciava per sua parte:
- Di' al vescovo che mi faccia il peggio che puote; ché se mi vorrà, converrà che mi mandi la mitera.
E cosí avendo veduto il vescovo i costumi di Buonamico e avendoli dato bando, ripensandosi poi, come savio signore, che ciò che Buonamico avea fatto, avea fatto bene e saviamente, lo ribandí e riconciliollo a sé; e mandando per lui spesse volte, mentre che visse lo trattò come suo intimo e fedele servidore. E cosí avviene spesse volte che gli uomeni da meno con diverse astuzie vincono quelli che sono da piú, e fannoseli benivoli quando piú attendano a nimicarli.


NOVELLA CLXII

Popolo d'Ancona buffone, per grande improntitudine e con nuova sottigliezza di parole, cava una cappa di dosso al cardinale Egidio, quasi contro al suo volere, e vassene con essa.

Ne' tempi che la Chiesa di Roma era in grande e prospero stato, allora che 'l cardinale Egidio dominava per lei la Marca e 'l Ducato e molte provincie d'attorno, trovandosi il detto cardinale nella città d'Ancona, con festa e allegrezza di vittorie per la Chiesa ricevute, avvenne per caso che un uomo di corte chiamato Popolo d'Ancona, andando al detto cardinale con animo e con intenzione di spogliarlo e di vestire sé, come tutti sono usi, ché mai non posano se tutte le robe de' signori e de' gentili non recano a loro. E volesse Dio che ragione o cagione si vedesse, che questo a loro si dovesse fare! però che, considerando la loro natura, io non so se, per loro vizii o scelleratezze, alcuni sono tenuti di donare a loro, o per cattività di quelli che donano, credendosi essere magnanimi tenuti per non essere da loro infamati. Come che sia, veduto s'è esperienza che alcuni di questa generazione sono stati moderati e virtuosi uomeni da ogni grande affare, che da' signori e tiranni hanno sempre poco acquistato o niente; dall'altra parte sono stati di quelli che aranno usato brutti costumi, fastidiose operazioni; e con queste averanno recate le facce di molti signori in risa, e con quelle faranno loro grandissimi doni di robe e d'altre provvisioni. Altri seranno, che con nuove e piacevoli industrie faranno tanto che moveranno e' signori e gli altri a dare loro alcune veste e doni, quasi sforzatamente; e di questi cotali fu questo Populo d'Ancona, uomo piacevole e ingordo, che, avendosi recato nella mente d'acquistare una roba da qualche signore, o per ingegno, o per forza, o per piacevolezza, giammai non restava che veniva a effetto del suo proponimento.
Giugnendo adunque, come di sopra dissi, questo Popolo dinanzi al cardinale Egidio e veggendoli una bellissima cappa cardinalesca addosso, cominciò a dirli suoi motti e sue novelle; e in fine, accostandosi e pigliando il lembo della cappa, domandò al cardinale gliela donasse. Il cardinale, veggendo la improntitudine del buffone, si volse a lui, e disse:
- Con li denchi con li denchi piglia del mio ciò che ti piace, béi e mangia del mio quanto ci puoi, e piú non aspettare.
Rispose Popolo:
- Signore mio, volete voi che con li denti io pigli del vostro quanto mi piace?
Il cardinale rispose:
- A`jotelo detto che sí.
Come ciò fu detto, il buffone piglia la cappa cardinalesca co' denti e tira quanto puote, non dimorsandola mai; tanto che, non potendoselo il cardinale partire da sé, misse le mani al cordiglio del capezzale e quello sciolto, con le mani gli gettò la cappa addosso, dicendo:
- Vacci nella malora -; e a' famigli suoi voltosi, disse lo cacciassono via, e giammai a lui non lo lasciassono piú venire, però che piú non intendea d'essere morso co' denti di tal buffone che era stato peggio verso lui che un cane arrabbiato.
Grande fu l'astuzia di questo buffone, considerando che con li suoi morsi avea spogliato un cosí fatto prete e cardinale, e massimamente avendo spogliato uno di quelli che con le loro cerimonie si vestono sempre delle spoglie altrui.


NOVELLA CLXIII

Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d'uno judice a palagio.

Nel popolo di Santo Brancazio di Firenze fu già uno notaio, il quale ebbe nome ser Buonavere; ed era uno uomo grande e grosso di sua persona e molto giallo, quasi impolminato e mal fatto, sí come fosse stato dirozzato col piccone; sempre con desiderio era piatitore e del quistionare a ritto e a torto giammai non finava: e con questo era sgovernato, che mai nel pennaiuolo che portava non avea né calamaio, né penna, né inchiostro. Se fosse stato richiesto, andando per una via, facesse un contratto, cercavasi el pennaiuolo e dicea avere lasciato il calamaio e la penna a casa per dimenticanza; e pertanto dicea andassono allo speziale e recassono il calamaio e 'l foglio.
Avvenne per caso che un ricco uomo di quelle contrade, dopo lunga infirmità venendo a morte, volendo fare testamento subito, avendo i suoi parenti paura che non sopravvenisse la morte prima che lo potesse fare, facendosi alcuno di loro alla finestra, ebbono veduto questo ser Buonavere passar per la via; onde lo chiamò che andasse suso, e feceglisi incontro a mezza scala, dicendo che per Dio venisse a fare quel testamento, che era di gran bisogno. Ser Buonavere si cercò il pennaiuolo e disse non avere il calamaio, e subito disse andare per esso e cosí andò. Giunto a casa, penò ben un'ora a trovare il calamaio e a trovare una penna. Quelli, che voleano che 'l buon uomo che moriva testasse, vedendo tanto stare ser Buonavere, avendo paura che l'infermo non morisse, andorono subito per ser Nigi da Santo Donato e a lui feciono fare il testamento.
E partitosi che fu, ser Buonavere, avendo penato a macerare i peli del calamaio buono spazio di tempo, giunse per fare il testamento. Fugli detto che era tanto stato che l'aveano fatto fare a ser Nigi; onde tutto scornato si tornò indrieto; e fra sé facendo grandissimo lamento della perdita che gli parea avere fatto, si pensò di fornirsi per grandissimo tempo d'inchiostro e di fogli e di penne e di pennaiuolo fornito, acciò che tal caso non potesse piú intervenire. E andatosene a uno speziale, comperò un quaderno di fogli e legandogli stretti, se gli misse nel carnaiuolo, e comperò un'ampolla con la cassa piena d'inchiostro, e appiccossela alla correggia; e comperò, non una penna, ma un mazzo di penne e penonne a temperare una gran brigata bene un dí; e in uno sacchettino di cuoio da tenere spezie se l'appiccò allato; e cosí fornito, disse:
- Or veggiamo s'io serò presto a fare un testamento come ser Nigi.
Essendo la cosa di ser Buonavere cosí ben fornita, avvenne caso, che egli andò a palagio del Podestà quel dí medesimo per dare una accezione a uno collaterale d'uno Podestà che c'era da Monte di Falco; il quale collaterale essendo vecchio, portava una berretta attorniata intorno intorno con pance di vaio tutte intere, ed era vestito d'un rosato di grana. E cosí sedendo al banco, il detto ser Buonavere giugne col fiaschettino allato e col foglio della accezione in mano e cacciatosi tra una gran calca che v'era, giunse dirimpetto al giudice; era avvocato dell'altra parte messer Cristofano de' Ricci e ser Giovanni Fantoni procuratore; li quali, avendo veduto ser Buonavere con l'accezione, ficcansi tra la calca, e dovidendo le schiere giunsono al giudice, e ristretto ser Buonavere al giudice, ed eglino altresí, disse messer Cristofano:
- Che accezione e che pisgiagione? questa cosa si riciderà con le scuri.
E cosí, ficcandosi l'uno addosso all'altro, l'ampolla dello inchiostro si ruppe, e dello inchiostro la maggior parte andò su la cioppa del collaterale, e alcuno sprazzo su quella dello avvocato. E messer lo collaterale, veggendo questo e alzando il lembo, maravigliandosi, comincia a guardare intorno e chiama famigli che serrino la porta del palagio, sí che si truovi onde quello trementaio era venuto. Ser Buonavere, e veggendo e udendo, si mette la mano sotto: e cercando l'ampolla, la truova tutta spezzata e l'inchiostro avere ancora elli in gran parte addosso: subito esce tra uomo e uomo, e vassi con Dio. Il collaterale, essendo rimaso quasi da piede capo, e messer Cristofano in isprazzi, guardava l'uno l'altro, e quasi come usciti della memoria chi guardava l'uno e chi l'altro. E 'l collaterale guardava le volte, se di lassú fosse venuto, e poi si volgea verso le mura; e non veggendo donde tal cosa uscisse, si volse verso la panca, guardandola di sopra, e poi chinando il capo, la guardò di sotto; e poi, scendendo gli scaglioni del banco, a uno a uno gli venne guardando; nella fine ogni cosa veduta, si cominciò a segnare per forma che quasi fu per uscire della memoria. Messer Cristofano e ser Giovanni, per avere migliore ragione del piato, dicevano:
- O messer lo collaterale, nol toccate, lasciatelo seccare.
Altri diceano:
- Cotesta roba v'è stata guasta.
Altri diceano:
- E pare uno annuvolato di quelli che si soleano portare.
E cosí guardando e dicendo ciascuno, il judice cominciò a sospettare; e volto il viso verso quelli, disse:
- E sapete chi ci sia stato quelli che mi ci ha vituperato?
Chi rispondea a un modo e chi a un altro. Tanto che 'l judice, come uscito di sé, disse al cavaliero che facesse richiedere il cappellano che ponesse la dinunzia. E 'l cavaliero, quasi ridendo, disse:
- E contro a cui la porrà, ché voi, a cui il caso è venuto addosso, non sapete chi? il meglio che potete fare è di guardare che alcuno non rechi al banco inchiostro; e la cioppa, che ci avete fatta nera da piede, fatecela mozzare; e perché ella sia piú corta, non fa forza, che parrete mezzo uomo d'arme.
Udendo tante ragioni il judice, e da ogni parte essendo quasi gabbato, prese il partito che 'l cavaliero gli disse, e rimase vinto di questa cosa; e durò ben due mesi che al banco guardava ciascuno che vi venía, credendo che continuo gli fosse gittato inchiostro addosso; e di quello che tagliò da piede, fece calcetti e guanti, il meglio che poté. Messer Cristofano dall'altra parte scese gli scaglioni, e alzandosi i gheroni strignea la bocca per maraviglia, e ser Giovanni Fantoni con lui dicea:
- Per evangelia Christi, quod est magnum mirum .
E cosí ne smemororono parecchi in una mattina, senza che ser Buonavere non avea piú che un paio di calzacce bianche, e quelle, trovandosi a casa, trovò tutte spruzzate d'inchiostro che parea una tavola de' fanciulli dell'abbaco. Ciascuno si lavò e riparo fece all'inchiostro il meglio che seppe; ma la medicina migliore fu il darsene pace; ché ben sarebbe stato meglio che 'l detto ser Buonavere non fosse stato notaio, e se pur fu, andare avvisato e fornito con l'arte sua, come gli altri, che sono circunspetti, vanno. Però che, se ciò avesse fatto, averebbe fatto il testamento che gli serebbe valuto assai; non arebbe guasta la roba del collaterale, né quella di messer Cristofano; né non arebbe fatto uscire di sé il collaterale e gli altri che v'erano, e non s'averebbe versato l'inchiostro sul suo gonnellone, e su le calze che gli gittò peggiore ragione; e in fine non averebbe fatto spesa nella rotta ampolla, né in quello inchiostro che dentro v'era: come che l'aiutasse in gran parte la fortuna, ché se quello collaterale si fosse di lui avveduto, averebbe aúto a mendare le robe guaste e forse averebbe aúto peggio.
E cosí si rimase la cosa, rimanendo in questo quel proverbio che dice: "In cento anni e 'n cento mesi torna l'acqua in suo' paesi". Cosí incontrò a ser Buonavere, che essendo andato gran tempo secco e sanza inchiostro, se ne puose poi tanto allato che ne tinse la corte d'uno Podestà.


NOVELLA CLXIV

Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è piú tapino che mai.

Se nella precedente novella ser Buonavere, per essere trascurato e non portare l'arte sua a cintola, come è d'usanza, perdeva e' suoi guadagni, e visse povero, in questa seguente voglio mostrare come uno fiorentino in una notte divenne molto ricco e la mattina ritornò in poverissimo stato.
Dico adunque che in quelli tempi che 'l conte di Virtú disfece messer Bernabò suo zio e signore di Melano, e nella città di Firenze di ciò molto parlandosi, avvenne per caso che uno, il quale avea nome Riccio Cederni, uomo assai di piacevole condigione, e avea briga mortale, e per quella andava sempre armato di panziera e di pianella; avendo udito un giorno molte parlanze di quanti danari e di quanti gioielli il conte rimanea signore, la sera, andandosi a letto e cavandosi la pianella, la mise su uno forziere sottosopra, acciò che del sudore quella si rasciugasse, e andandosi a letto e dormendo, cominciò a sognare, e fra l'altre cose sognò come egli era arrivato a Melano, e che messer Bernabò e 'l conte di Virtú facendoli grandissimo onore, l'aveano condotto in uno de' loro grandissimi palazzi, e là stato per alquanto spazio, come se fosse stato l'Imperadore, l'aveano posto a sedere in mezzo di loro, e quivi fatti venire grandissimi vasi d'oro e d'argento, pieni di ducati e di fiorini nuovi, gli aveano a lui donati; e oltre a questo, gli profferevono ogni loro terra; e quasi in sonno questo Riccio era diventato o leone o falcone pellegrino.
Di che essendo costui in questa sonnolenzia e addormentata gloria, avvicinandosi all'aurora, il detto Riccio si svegliò e quasi come uomo uscito di sé, perché per l'essere desto riconobbe da grandissimo stato e ricchezza ritornare alla sua povertà... grandissimo guaio si riconobbe... si cominciò a lagnare di cosí grandissima sventura, come era stata quella del tornare a Mongibello. E poi, cosí doglioso e quasi fuor di sé, si levò e vestissi per andare fuori. E andando con questa fantasia giú per la scala a gran pena, non sapea se dormía o se era desto.
Giugnendo all'uscio per uscir fuori, e cominciando a pensare su la ricchezza che gli parea avere perduta, e volendosi mettere la mano a grattare il capo, come spesso interviene a quelli che hanno malenconia, trovossi la cappellina in capo con la quale la notte avea dormito, e accozzando la smemoraggine con la malinconia, diede la volta indrieto, e subito ritornò alla camera e gittò la cappellina sul letto; subito andò al forziere, dove lasciato avea la pianella nel cappuccio e quella presa prestamente e messalasi in capo, su per le tempie e per le guance sentí colare in abbondanzia di molta puzzolente bruttura. E questo era che una gatta, la notte, di sterco avea ben fornito quella pianella. Sentendosi il detto Riccio cosí bene impiastrato, subito si trae la pianella, la quale avea molto rammorbidata la farsata, e chiama la fante, maladicendo la fortuna; e narrando il sogno suo, dicea:
- Oimè sventurato! quanta ricchezza e quanto bene io ho aúto istanotte in sogno, e ora mi truovo cosí infardato!
La fante, quasi smemorata, il volea lavare con l'acqua fredda; e 'l Riccio comincia a gridare ch'ella accenda il fuoco e ch'ella metta del ranno a scaldare; ed ella cosí fece: e 'l Riccio stette tanto a cervelliera scoperta quanto il ranno si penò a scaldare.
Come fu caldo, se n'andò in uno corticino, perché per una fogna la lavatura di quello fastidio avesse l'uscita, e quasi per ispazio di quattr'ore si penò a lavare il capo. Quando del capo e' fu lavato, ma non sí che piú dí non gliene venisse fraore, disse alla fante che recasse la pianella; la quale era si fornita d'ogni parte che né elli, né ella ardivano a toccarla. Ed essendo una bigoncetta nella corte, prese partito d'empierla d'acqua; ed empiuta ch'ella fu, vi cacciò entro la pianella dicendo:
- Sta' costí tanto che ben la vaglia -; ed egli si misse in capo il piú caldo cappuccio che avea, ma non sí che per non portare la pianella, per arrota non gli venisse il mal de' denti, di che convenne stesse in casa piú dí; e la fante, che parea lavasse ventri, scuscendo la farsata e lavandola per ispazio di due dí.
Il Riccio si dolea, raccordandosi del ricco sogno, e in quello che gli era convertito, e del male de' denti; infine, dopo molte novelle, e' mandò per uno maestro che gli fece una farsata nuova, e scemato il duolo de' denti, uscí di casa e andò al Canto de' tre Mugghi, là dove stava a bottega, e là a molti si dolse e del caso e della fortuna sua; e compensato l'avere dell'oro della notte con la feccia della gatta, convenne che si desse pace.
Or cosí interviene spesso de' sogni; ché sono molti uomeni e feminelle che ci danno tanta fede quanta si potesse dare a una cosa ben vera; e guarderannosi di non passare il dí per uno luogo dove aranno sognato avere disavventura. E l'una dice all'altra: "Io sognai che la serpe mi mordea" e s'ella romperà il dí un bicchiere, dirà: "Ecco la serpe di stanotte". L'altra avrà sognato d'affogare nell'acqua; caderà una lucerna e dirà: "Ecco il sogno mio di stanotte". L'altra sognerà d'essere caduta nel fuoco; combatterà il dí con la fante che non abbia ben fatto, e dirà: "Ecco il sogno di stanotte". E cosí si può interpretare il sogno del Riccio, che era fra oro e moneta, e la mattina si coperse di sterco di gatta.


NOVELLA CLXV

Carmignano da Fortune con una nuova immaginazione sfinisce una questione di tavole passando per la via, la quale non si potea sfinire per chi non avesse veduto.

Carmignano da Fortune del contado di Firenze fu uno uomo di stratta condizione, però che quasi visse, non come uomo moderato, non come uomo di corte, ma vestito in gonnella bisgia, sanza mantello, col cappuccio a gote, cinto larghissimo, brutto piú che altro uomo, che sempre el naso e gli occhi gli colava; tanto era goloso che sempre le cose altrui andava cercando; fuggito era da' schifi, dagli altri era accettato piú per udire dir male e' malefici d'altrui (che meglio che altro uomo gli seppe dire) che per altra virtú che fosse in lui; e cosí fatto come era, per scusare il suo mal dire, dicea una buona parola: che non era male il dir male, ma che il male era a rapportarlo. Chi considera a ciò, elle son parole di filosofo, però che la nostra fragile natura, inclinata a' vizii, spesse volte e a desinari e a cene ragiona piú de' fatti altrui che de' suoi; e non rapportandosi, rade volte ne doverrebbe uscire male; donde, rapportando, spesse volte ne escono e brighe e uccisioni.
Questo Carmignano considerava troppo bene la qualità e degli uomeni e delle donne, e quando trovava da potere dire male di loro, adornava e incastrava il suo dire per sí fatta forma che, udendolo, colui a cui toccava se ne ridea. Quando giucava a scacchi e quando a tavole; e allora, se alcuno gli avesse detto alcuna cosa o dato noia, subito parea che avesse la risposta a vituperare quel tale. Sempre andava sanza brache, per tal segnale che giucando un dí a scacchi, vedendosi per alcuno giovene di gran famiglia le sue masserizie, disse:
- Carmignano, vatti quella pedona?
Carmignano che sapea la madre di colui esser cattiva di sua persona stata, subito rispose:
- Meglio la conobbe mammata.
Uno mercatante, chiamato Leonardo Bartolini, dicendogli alcuna cosa che non gli piacque, quando giucava a tavole, e quelli pensò essere costui con molti fratelli, tra' quali era un maestro Marco, valentre in teologia, e uno che avea nome Tobia, di poco valore e quasi scimonito, disse:
- Io me lo soffero da te, come da bestia, e 'l piú savio che sia tra voi è il Tobia, mettendovi ancora il maestro Marco.
E cosí avea le sue risposte pronte piú che altro uomo.
Dico adunque che, passando costui al Frascato, trovò a un giuoco di tavole esser grandissima contesa. L'uno che giucava era possente uomo di famiglia, l'altro era uno omicciuolo di piccolo affare. D'intorno era assai gente, e niuno volea dire chi avesse la ragione o il torto. Carmignano, avendo compreso il fatto, si fa innanzi e dice:
- Io dirò, a rappellare di mio, chi ha il torto.
Dice il possente che non avea voglia che si dicesse
- Come il dirai che non c'eri?
E Carmignano rispose:
- Io ti dico che io so la questione, e dirolla che non ci avrà alcuno ma.
Dice l'omiciatto che giucava:
- Io per me son contento, e priegotene per l'amore di Dio che lo dica.
Veggendo il maggiore tanto innanzi la cosa, mosso da arroganzia si volse verso Carmignano, dicendo:
- E io son contento, pur per vedere quello che tu dirai.
Allora Carmignano dice:
- E io il dirò, e dico che tu hai il torto, però che se tu avessi la ragione, questi che son qui te l'arebbon data, come la questione mosse, e arebbonlo detto; ma perché non l'hai, nessuno di costoro per la tua maggioranza non l'hanno osata dire; e però costui che giuoca teco, ha la ragione.
Ciascuno che era intorno, dicea sotto voce:
- E tu di' il vero.
Colui minacciava Carmignano e dicea:
- Tu mi fai perdere questo giuoco; al corpo e al sangue che io te ne pagherò.
Carmignano allora disse:
- Io ti dissi nel principio che io volea difinire la questione a rappellare di mio, e cosí ancora voglio, se male ho giudicato. Costoro che sono qui presenti il dicano, e se la lingua loro di ciò è impedita, fa' venire delle fave bianche e nere, e dicanlo le fave.
Quello possente di questo partito sbigottí forte, e disse:
- E non si mettono alle fave i giuochi delle tavole -; e crollando il capo disse: - I' me 'l terrò a mente.
Carmignano disse:
- E tu te 'l tieni; - e dato la volta col cappuccio a gote alla larga, e col naso e con gli occhi rampollanti, s'andò con Dio.
Questa novella mi fa ricordare quanto il mondo corre oggi in questo errore, e ben lo sa il men possente, quando ha questione col possente; ché, non che gli sia fatta ragione, ma non si truova chi per lui apra la bocca, o chi giudicare voglia contro al piú possente. E nelle terre che dicono reggersi a comune, questo vizio piú incontra, e la prova il manifesti, ché anni otto o dieci durerà un piato e quando in gran tempo non è spacciato, ciascuno può pensare, come pensò Carmignano, che la maggioranza per non pagare dilunga la questione. E non si vede egli nella justizia che tutti i poveri uomeni e tapini sono gli esecutori di quella, ma i possenti non la vogliono per loro?


NOVELLA CLXVI

Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artificio fa cavare un dente a un suo amico dal Ciarpa, fabbro in Pian di Mugnone.

Poiché le menti de' mortali sono cosí disposte e non vogliono adoperare le virtú per addirizzare quelle, seguirò ora di dire d'alcune pestilenze corporali, venute in corpi di picciolo affare, che da nuove maniere di medici sono state sanate. Fu, e ancora è, per li tempi nella città di Firenze uno piacevole cittadino, chiamato Alessandro di ser Lamberto il quale fu e sonatore di molti stormenti e cantatore: e con questo avea per le mani molti nuovi uomeni, però che con loro volentieri pigliava dimestichezza. Vennegli per caso che un suo amico, rammaricandosi molto che un dente gli dolea, e spesso spesso il conducea a tanta pena che era per disperarsi; al quale, considerato Alessandro un nuovo pesce, fabbro di Pian di Mugnone, chiamato Ciarpa, disse:
- Ché non te lo fai tu cavare?
E quelli rispose:
- Io lo farei volentieri, ma io ho troppo gran paura de' ferri.
Disse Alessandro:
- Io t'avvierò a un mio amico e vicino di contado, che, non che ti tocchi con ferro, e' non ti toccherà con mano.
Rispose costui:
- O Alessandro mio, io te ne prego; se lo fai, io serò sempre tuo fedele.
Alessandro disse:
- Vientene domani a starti meco e andremo a lui, però ch'egli è un fabbro di Pian di Mugnone, chiamato Ciarpa.
E cosí fu fatto; ché l'altra mattina, giunti l'uno e l'altro al luogo d'Alessandro, subito se n'andorono al detto Ciarpa, il quale trovorono alla fabbrica che fabbricava un vomere. Giunti costoro a lui, Alessandro che col Ciarpa sapea ben ciarpare, cominciò a dire del difetto del dente del compagno suo, e com'egli si dimenava e che volentieri se lo volea cavare; ma che egli non volea gli fosse tocco con ferri, né con mano, se possibil fosse.
Disse il Ciarpa:
- Lasciamelo vedere -; e toccandolo con mano, quelli diede un grande strido.
Sentí che si dimenava; onde disse:
- Lascia far me, ché io tel caverò e non vi metterò né ferro né mano.
Quelli rispose:
- Deh, sí per Dio.
Il Ciarpa, sanza partirsi dalla fabbrica, manda un suo garzone per uno spaghetto incerato con che si cuciono le scarpette; e venuto che fu, disse a costui:
- Addoppia quello spaghetto e fa' nel capo tu stessi un nodo scorritoio e mettivi pianamente il dente dentro.
Costui di gran pena cosí fece. Fatto questo, disse:
- Dammi l'altro capo in mano -; e aúto che l'ebbe in mano, il legò a uno aguto che era nel ceppo della fabbrica, e disse a colui: - Serra sí il cappio che tenga il dente -; e colui il serroe.
Fatto questo, dice il Ciarpa:
- Or statti pianamente, ché io ho a dire alcuna orazione, e subito il dente uscirà fuori -; e menava la bocca come se la dicesse, e niente meno avea il bomere nel fuoco; e colto che ebbe il tempo che lo vidde ben rovente, cava fuori questo bomere e difilalo verso colui con un viso di Satanasso, dicendo: - Che dente e che non dente? apri la bocca -; mostrando di volerglilo ficcare nel viso.
Colui che avea il dente nel cappio, mosso da maggior paura, subito si tira a drieto per fuggire, in forma che il dente rimase appiccato al ceppo dell'ancudine. Rimaso colui quasi smemorato, si cercava se avea il dente in bocca, e non trovandoselo, dicea per certo che mai sí bella e sí nuova sperienza non avea veduto e che niuna pena avea aúta, se non della paura di quel bomere, e che non se l'avea sentito uscire. Alessandro ridea, e volgesi all'amico, dicendo:
- Averesti mai creduto che costui fosse sí buono cavatore di denti?
L'amico appena era ancora in sé, che cominciò a dire:
- Io avea paura d'un paio di tanaglie, e costui me l'ha tratto con un bomere; sia come vuole, ch'io sono fuori d'una gran pena.
E per rimunerare il fabbro, la domenica vegnente gli diede un buon desinare e Alessandro con loro.
Questa fu nuova e bella esperienza, ché con una grandissima paura fece, non che dimenticare la minore paura, ma eziandio non si ricordò di quella, e non sentendo alcuna pena, si trovò guarito. Gnuna cosa fa trottare quanto la paura; e io scrittore già vidi prova d'uno gottoso che piú tempo era stato che mai non era ito, ma portato fu sempre: stando costui a sedere in mezzo d'una via su una carriuola, correndo un suo corsiere che gli venía a ferire addosso, essendo perduto de' piedi e delle mani e in tutto di gotte attratto, subito con le mani prese la carriuola e con parecchi salti con essa insieme si gettò da parte, e 'l cavallo correndo passò via. Un altro gottoso, non in tutto attratto, ma doglioso di gotte forte, stando su uno letto, in una terra di Lombardia, ambasciadore, si levò il romore in quella; ed essendo tutto il populo in arme, gridavano alla morte verso quello ambasciadore; di che, sentendolo il gottoso che appena sul letto stare non potea sanza gran guai, prestamente schizzoe del letto, e dato giú per la scala dell'albergo si fuggí buon pezzo di via verso la chiesa de' Fra' Minori; e non parve gottoso, ma piú tosto barbaresco o can da giugnere; e campò la persona; e ancora piú che piú tempo stette sanza pena di gotte, dove prima ogni dí l'avea. E cosí "bisogno fa la vecchia trottare".


NOVELLA CLXVII

Messer Tommaso di Neri manda un suo lavorante di lana al maestro Tommaso perché lo curi d'alcuno difetto; e portando l'orina al maestro, ne porta un pieno orinale e un mezzo orciuolo; e quello che ne seguita.

Un'altra bella sperienza mi fa venire a memoria la precedente novella; la quale consigliò maestro Tommaso del Garbo.
Fu, non è gran tempo, un fattore di arte di lana, il quale era grandissimo bevitore, e stava con messer Tommaso di Neri di Lippo, e messer Tommaso di lui spesse volte avea gran piacere, e tenealo per suo grande amico. Avvenne per caso che questo fattore piú volte s'era doluto col detto messer Tommaso, come spesse volte si sentía gran doglia nella testa, e che volentieri ne averebbe consiglio con qualche medico intendente. Messer Tommaso disse:
- Vattene lunedí mattina, che è festa, da mia parte al maestro Tommaso, e portagli l'acqua tua, e digli il tuo difetto, e guarderai quello che ti dice.
Questo fu un sabato dopo nona, e messer Tommaso gli disse del lunedí, acciò che la domenica stesse riposato, e poi il lunedí portasse il segno. Come gli disse, cosí pensò di fare. La domenica seguente, dove costui dovea tenere vita di mezzo, e' cominciò la mattina andare bevendo con sue brigate, e insino alla sera giurò non restare. Vegnente la notte, e levandosi per orinare su la mattina, la donna li porse l'orinale, e orinando lo empié che traboccava; disse alla donna che tosto trovasse uno orciuolo; e quello empié ben mezzo.
Fatto dí, costui porta, non il segno, ma uno diluvio d'orina al medico, e portò l'orinale e l'orciuolo; e giunto nella bottega di Pietro... nel Garbo, che era speziale, sotto le case del detto maestro Tommaso appiccò l'orinale, e l'orciuolo si ritenne sotto... e là postosi a sedere, tanto stette che 'l maestro giunse a procurare l'acqua degl'infermi, com'è d'usanza, o di quelli che si vogliono purgare. E vedute piú e piú, giunse a quella dell'amico; il quale subito se gli accostò allato, dicendo essere uno fedel servitore di messer Tommaso di Neri, il quale a lui il mandava acciò che gli desse aiuto e consiglio a quello difetto che si sentía.
Maestro Tommaso disse:
- Ov'è l'acqua tua?
E quelli tolse l'orinale che presso gli era.
Come il maestro misse le mani nella cassa per trarre l'orinale fuori, attuffò le dita nell'orina però che era pieno sanza gorgiera; tirò fuori, e maravigliandosi, disse a costui:
- E non pare che tu abbi il male del fianco -; e veggendo fare alcuno atto di quello orciuolo che avea sotto il mantello, disse: - Che hai tu costí?
E quelli rispose:
- È l'avanzo dell'acqua che io feci.
Veggendo questo il maestro, disse a costui:
- Che facestú ieri?
E quelli rispose che avea bevuto co' suoi compagni.
Allora disse il maestro:
- Va', e fa' tre dí allato allato come facesti ieri, e non aver pensiero che se alcun difetto averai, si purgherà per l'orina.
Costui tolse i vasi suoi, e ritornossi con essi, salvo che quando fu in Santo Martino, gli votò in una cateratta di quelli lanaiuoli, che ne corse il rigagnolo piú di venti braccia; e tornossi a casa mettendo in esecuzione ciò che 'l maestro Tommaso gli avea detto.
E messer Tommaso di Neri il dimandò il dí medesimo quello che 'l maestro Tommaso gli avea detto. E quelli rispose:
- Dice che io facci alcuna cosa assai agevole, e serò guerito.
Disse messer Tommaso:
- O bene sta.
Avvenne per caso che scontrandosi il martedí messer Tommaso col maestro, il maestro disse:
- Messer Tommaso, ho io a fare oricello?
E quelli rispose:
- Come?
E quelli disse come un suo fattore era venuto a lui per sua parte, e aveagli recato un segno maraviglioso e sformato d'uno orinale pieno e d'uno orciuolo. Messer Tommaso uscí quasi di sé, e udendo la novella, e del bere la domenica, e del rimedio di maestro Tommaso, disse:
- Deh, morto sie egli a ghiado; non maraviglia che non è stato oggi a bottega, che seguirà su le taverne el consiglio che gli avete dato; - e partissi con risa.
E messer Tommaso disse il tutto al suo fattore, e ripreselo forte; ma non sí che non seguisse quello che 'l medico gli aveva detto che facesse, affermando che molto gli giovava; e se prima era bevitore, diventò tracannatore; e messer Tommaso se ne strinse le spalle.

E questa era la doglia del capo: ché sono molti che berranno tanto che non che dolga loro il capo, ma e' diventeranno paralitichi ritruoplichi, e col male della gocciola che piú tosto si potrebbe dire il male del quarto; che a tanto è venuto questo misero difetto ch'e' giovani tutti se ne guastono, usando la mattina piú e piú volte bere la malvasía e altri vini, e poi corrono alla lussuria; e cosí si guastano e mancano i corpi.


NOVELLA CLXVIII

Maestro Gabbadeo con una bella cura fa uscire a uno contadino certe fave che gli erano entrate nell'orecchia, battendole su l'aia.

Ancora ritornerò pur alla medicina, e al maestro Gabbadeo, del quale a drieto in una bella novella è stato narrato.
Fu nel contado di Prato un contadino di forte natura, chiamato l'Atticciato; il quale nel mese di luglio battendo fave, gli ne venne schizzato una nell'orecchia, e volendosela cavare con sue dita grosse, quanto piú s'ingegnava di trarla, piú la ficcava in entro; tanto che per viva forza convenne che ricorresse al maestro Gabbadeo; il quale, veggendolo, disse:
- Qui vuole essere un partito che, benché ti dolga, non te ne caglia.
Disse costui:
- Fate che vi piace, escan'ella.
Allora il maestro ch'era grande e atante della persona, facendo vista di guardare ora l'una orecchia e ora l'altra prese tempo, e lascia andare, e dà uno grandissimo punzone a costui dall'altra parte, dove la fava non era, per sí fatta forma che costui cadde in terra dalla parte dove era la fava; e tra per lo pugno e per la percossa in terra, la fava uscío fuori dall'orecchia. Il lavoratore, avendo aúto questo colpo, si dolea del pugno e della caduta, e alla fava non pensava. Dice il maestro Gabbadeo:
- Lasciami vedere l'orecchia -; e quelli, dolendosi, gli la mostrò, e vide la fava esserne uscita.
Colui si dolea d'un gran botto che gli parea aver ricevuto; e maestro Gabbadeo dicea:
- O sciocco, non sai tu che quando t'entra alcuna cosa nella guaina del coltellino che tu la volgi, e tanto picchi ch'ella n'esce? cosí mi convenne fare di te, che mi convenne dare il colpo dall'altra parte, acciò che quella orecchia che avea la fava percotesse in terra, e cosí n'è uscita. Altri medici t'avrebbono tenuto un mese impiastri, e serebbene andato tutta la ricolta tua. Va', e procaccia di far bene, e quando ti verrà fatto, rechera'mi un paio di capponi.
Quelli si racconsolò, ché avea paura che non si volesse pagare piú agramente, oltra averli dato delle busse, e disse:
- Io non ho capponi, ma se voi non gli avete a schifo, io vi recherò un paio di paperi.
- E tu cotesti mi reca, e va' che sia benedetto; e se nella villa tua avvenisse che nessuno avesse alcun male, racconta la bella sperienza che io t'ho fatta, e avvialo a me.
Colui disse che lo farebbe, e andossene assai doglioso, come quelli che per guerire della fava avea avuto una gran percossa, talché stette piú dí che non poté battere; e come fu sdoluto, portò i paperi a maestro Gabbadeo; il quale della bella cura acquistò gran fama per lo paese, che fu sperienza nuova e mai piú non usata.
E lo Atticciato fu sempre grandissimo suo amico. E ben lo dice il proverbio: "batti il villano, e ara'lo per amico".


NOVELLA CLXIX

Bonamico dipintore dipignendo santo Ercolano su la piazza di Perugia, il dipigne col diadema di lasche in capo, e quello che ne seguita.

Come il maestro Gabbadeo con medicina non mai piú provata né scritta gabbò bene l'Atticciato, e di non pensato per un gran colpo da giostra gli uscío fuori la fava degli orecchi; cosí in questa susseguente dirò una piccola novelletta di Buonamico dipintore, del quale a drieto in un'altra s'è fatto menzione. E questa novella mostrerà che, come il maestro Gabbadeo con grandi scherne curò l'Atticciato; cosí questo Buonamico con grandi scherne adornò un Santo de' Perugini, in forma che gli lasciò tutti inteschiati.
Fu ne' tempi del detto Buonamico, allora che Perugia era in prospero stato, diliberato per li Perugini che in su la piazza di Perugia fosse dipinto un Santo Ercolano tanto magnificamente quanto dipignere si potesse. E cercato qual dipintore in superlativo grado potesseno avere, fu messo loro innanzi questo Buonamico, e cosí presono di mandare per lui. E mandato che ebbono, e giunto in Perugia, e fatto il patto, e datogli il luogo e dove e come; il detto Buonamico, com'è d'usanza de' depintori, volle essere tutto chiuso d'asse o di stuoie; e per piú dí dato ordine alla calcina e a' colori, nella fine salí sul ponte e cominciò a dipignere. Quando fu in capo d'otto o di dieci dí, li Perugini, che voleano che Santo Ercolano fosse gittato in pretelle, cominciarono, quando in brigate andavano passeggiando su per la piazza, accostarsi verso il ponte dove costui dipingeva, e l'uno dicea:
- O maestro, sarà mai fatta questa uopra?
Stando uno pezzo, veniva un altro e dicea:
- O maestro, quanto è innanzi questo lavoro?
E quelli stava pur cheto e in... come tutti i dipintori fanno. Un'altra brigata andava a lui, e diceano:
- O maestro, quando vedremo questo nostro padrone? e' dovrebbe essere finito sei volte; deh spacciati, pregamote.
E cosí tutti i Perugini con diversi detti, non una volta il dí, ma parecchie, andavono a Buonamico a sollecitarlo; tanto che Buonamico fra sé medesimo dice: "Che diavolo è questo? costoro sono tutti pazzi, e io dipignerò secondo la loro pazzia". Entrolli nel capo di fare Santo Ercolano incoronato, non d'alloro, come poeti, non di diadema, come i santi, non di corona d'oro, come li re, ma d'una corona, o ghirlanda di lasche. E veduto, quando la figura era quasi compiuta, di farsi fare il pagamento, attese, e aúto il pagamento, disse avea ancora a rifiorire tutti li ornamenti per ispazio di due dí; e furono contenti. Il rifiorire che Buonamico fece, si fu che fece una corona ben fornita di lasche a detto Santo Ercolano; e fatta che l'ebbe, una mattina per tempo si trovò con Giovanni [Piglialfascio] e uscí di Perugia, e tornò verso Firenze. I Perugini faceano al modo usato, e diceano alcuni:
- O maestro, tu lo puoi ben cominciare a scoprire; mostracelo un poco.
Il maestro stava cheto che camminava verso Firenze. Quando tutto quel dí ebbono consumato in dire, e chi una cosa e chi un'altra; e non sentendo alcuna risposta, l'altro dí pensorono costui non esservi, perché veduto non lo aveano; e domandando dove tornava allo albergo, fu loro detto ch'egli era presso a due dí ch'egli avea accordato l'oste, e credeano si fosse ito con Dio.
Udendo questo i Perugini, vanno alcuni per una scala, e appoggianla al ponte per vedere a quello che questa cosa era; e salitovi suso, vide questo Santo inghirlandato di molte lasche; subito scende e va agli anziani, e dice loro come il dipintore di Firenze gli ha ben serviti, e che per dilegione, dove dovea fare una corona di santo a Santo Ercolano, egli avea fatto una ghirlanda piena di lasche, delle maggiori che mai uscissino del lago. Essendo questa novella nel palagio, subito fanno cercare tutta Perugia per giugnere Buonamico, e di fuori feciono trovare certi cavallari in su cavalle che lo giugnessono. Elle furono frasche; ché Buonamico se ne venne sano e salvo. La fama di questo fatto si dilatò per Perugia, e ciascuno correa verso questo nuovamente dipinto Santo Ercolano: e a furore ne levorono e l'assi e le stuoie, e fu una cosa incredibile a vedere e a udire quello che diceano, e non pure di Buonamico, ma di tutti i Fiorentini, e spezialmente sparlavano contro a quelli che erano in Perugia. Alla per fine tolsono subito uno dipintore che quelle lasche convertisse in uno diadema, e a Buonamico dierono bando dell'avere e della persona. La qual cosa quando Buonamico seppe, dicea:
- Eglino col bando, e io con le lasche; che io per me, se mi facessero imperadore, non dipignerei in Perugia mai piú, però che sono li piú nuovi inteschiati che io trovasse mai.
Cosí rimase la cosa, e Buonamico dimostrò assai a' Perugini la ignoranza loro, che credono piú in Santo Ercolano che in Cristo; e tengono che sia innanzi al maggiore Santo in Paradiso. Se vi fosse con le lasche in capo forse direbbono il vero, che quelli Apostoli che furono pescatori, veggendoli le lasche in capo, gli farebbono grande onore.


CLXX

Bartolo Gioggi dipintore avendo dipinto una camera a messer Pino Brunelleschi di Firenze, il nuovo motto e altro che seguí.

Non fu meno nuovo che Buonamico, Bartolo Gioggi dipintore di camere; il quale avendo a dipignere una camera a messer Pino Brunelleschi, essendogli stato detto che tra gli alberi di sopra dipignessi molti uccelli, nella fine, essendo ito il detto messer Pino in contado per ispazio d'un mese, essendo la dipintura quasi compiuta, e messer Pino veggendo la camera col detto Bartolo, il quale gli domandava denari; messer Pino, avendo considerato ogni cosa, disse:
- Bartolo, tu non m'hai servito bene, né come io ti dissi; però che tu non hai dipinti tanti uccelli quanti io volea.
Al quale Bartolo subito rispose:
- Messere, io ce ne dipinsi molti piú; ma questa vostra famiglia ha tenute le finestre aperte, onde se ne sono usciti e volati fuori maggior parte.
Messer Pino, udendo costui, e conoscendolo gran bevitore, disse:
- Io credo bene che la famiglia mia ha tenuto aperto l'uscio della volta, e hatti dato bere per sí fatta forma che tu m'hai mal servito, e non serai pagato come credi.
Bartolo volea denari, e messer Pino non gli li volea dare. Di che essendo presente uno che avea nome Pescione, e non vedea lume, assai criatura del detto messer Pino, disse Bartolo Gioggi:
- Voletela voi rimettere nel Pescione?
Messer Pino disse di si. Il Pescione comincia a ridere, e dice:
- Come la volete voi rimettere in me che non veggio lume? che potrei io vedere quanti uccelli, o come?
Elle furono parole, ché la rimisono in lui. Il quale, essendo studiato, e massimamente da Bartolo Gioggi, volle sapere quanti uccelli Bartolo avea dipinti; e con certi dipintori aútone consiglio, cenando una sera di verno col detto messer Pino, il Pescione disse che su la questione di Bartolo Gioggi avea aúto consiglio da piú e da piú, e veramente di quelli uccelli che nella camera erano dipinti messer Pino se ne potea passare. Messer Pino non dice: "Che ci è dato?"; subito si volge al Pescione, e dice:
- Pescione, escimi di casa.
La notte era; il Pescione dicea:
- Perché mi dite voi questo?
E quelli dice:
- Io t'intendo bene, escimi di casa -; e a uno suo famiglio che avea nome Giannino che non avea se non uno occhio, dice: - Togli il lume, Gianni, fagli lume.
Il Pescione, essendo già alla scala dicea:
- Messere, io non ho bisogno di lume.
E quelli dicea:
- Io t'intendo bene, vatti con Dio; fagli lume, Gianni.
- Io non ho bisogno di lume.
E a questo modo il Pescione, sanza luce, e Giannino con un occhio e con un lume in mano scesono la scala, e 'l Pescione se ne andò a casa, dall'una parte soffiando e dall'altra ridendo; e poi di questa novella facendo ridere molti, con cui usava. E stette parecchi mesi innanzi che messer Pino gli rendesse favella; e Bartolo Gioggi a lungo andare fece un buono sconto, se volle essere pagato.
Io per me non so qual fu piú bella novella di queste due, o 'l subito argomento di Bartolo Gioggi, o il lume che messer Pino facea fare al Pescione vocolo.
Ma tutto credo che procedesse, o di non pagare, o di dilungare il pagamento.


NOVELLA CLXXI (frammento)

Il Vescovo dell'Antella di Firenze avendo fatto dipignere l'altare di Santo Bastiano nella maggior chiesa... .


NOVELLA CLXXII (frammento)

- ...denaio de' suoi; e se gli avessi aúti, se gli averebbe fatti dare, e averebbe pagato l'oste. Ma qui mi pare che ci sia una gran malizia: che 'l fiorentino colse tempo sul principio della messa e disse al frate che costui avea difetto, e che gli dicesse certe orazioni; e venendo poi costui al frate, udito che disse: "Va' e vieni a terza, e io farò ciò che fia da fare", Nuccio avea creduto che dica di darli i danari, ed egli averà detto delle orazioni. Nuccio Smemora allora piú gridava e dicea che gli avea promesso Roma e Toma. I frati diceano:
- Nuccio, sappi meglio fare un'altra volta che sia certo che colui averà fatto il desinare, e stato nell'albergo alle tue spese, però che dee essere tutto proprio come frate Avveduto ha detto.
Costui gridava e quasi come aombrato se n'andò al Vescovo; il quale fece richiedere il frate; e carminandosi la questione per tutte le congiunture, fu veduto che 'l cavaliero Gonnella era stato cattiva gonnella per l'oste, tale che gli dié il mal verno; e con lettere e con amici, scrivendo a Firenze di questo cavaliero e chi fosse, giammai non ne poté sentire alcuna cosa; però che 'l Gonnella si tornò al marchese a Ferrara, dond'era partito, di che malagevole sarebbe stato a rinvenirlo.
E Nuccio (che per lui si dice Nuccio Smemora) non facendo le cose sue caute, credendo guadagnare, perdé grossamente, e ancora ne rimase buon tempo come aombrato, come il Gonnella l'avea fatato.


NOVELLA CLXXIII

Gonnella buffone predetto in forma di medico, capitando a Roncastaldo arca certi gozzuti, e ancora il Podestà di Bologna; e con la borsa piena si va con Dio, e loro lascia col danno e con le beffe.

Perché simil malizia o maggiore segue in questa novella che non è stata la passata, come che ancora ella fu del Gonnella, brievemente la dirò; però che io non truovo tra tutti i buffoni che furono mai sí diverse astuzie e cosí strani modi usare, non per guadagnare, ma per rubare altrui.
Come nella passata novella è stato detto, il Gonnella il piú della sua vita stette col marchese di Ferrara, e alcuna volta venía a Firenze; e fra le altre venendo una fiata, e avendo passato Bologna, e giugnendo una mattina a desinare a Scaricalasino, ebbe veduto per la sala e in terreno certi contadini gozzuti; di che come vide il fatto, subito informò in camera uno suo famiglio, e fecesi trovare una roba da medico che nella valigia avea, e miselasi in dosso; e venendo alla mensa, ed essendo posto a mangiare, el suo famiglio s'accostò a uno lavoratore gozzuto che era nella sala, e disse:
- Buon uomo, quel valentre medico che è colà a tavola, è gran maestro di guerire di questi gozzi; e non è alcuno sí grande che non abbia già guerito, quando egli ha voluto.
Disse il lavoratore:
- Doh, fratel mio, e' n'ha in questa montagna assai; io ti prego che sappi, quand'egli ha mangiato, se ne volessi curare parecchi che, secondo uomeni d'Alpe, sono assai agiati.
Gnaffe! costui nol disse a sordo, ché come il medico Gonnella ebbe desinato, il famiglio gli s'accostò da parte, e tirollo in camera, e dissegli il fatto; onde il medico fece chiamare il contadino, e disse:
- Questo mio famiglio mi dice sí e sí; se tu vuogli guarire, io non mi impaccerei per uno solo, però che mi serà un grande sconcio di tornare a Bologna e recare molte cose. Ma fa' cosí: se ti dà cuore d'accozzarne otto o dieci, va' subito, e menali qui, e togli uomeni che possano spendere fiorini quattro o cinque per uno.
Il contadino disse subito farlo; e partitosi non andò molto di lungi che ne accozzò con lui otto, o piú. I quali subito vennono al maestro Gonnella, e là ragionato per buono spazio con lui, el medico disse:
- E m'incresce che io non sono in luogo piú abile alle cose che bisognano; poiché cosí è, io tornerò a Bologna, e bisognerà due fiorini per uno di voi; e tanto che io torni, ordinerò ciò che avete a fare e lascerocci il fante mio. Se voi volete, ditelo, e io darò ordine ad ogni cosa.
Tutti risposono:
- Sí per Dio, e' danari son presti.
Disse il medico:
- Aveteci voi niuna casa adatta dove possiate in una sala stare tutti, e fare fuoco di per sé ciascuno?
- Sí bene, - risposono.
Allora disse:
- Trovate per ciascuno una conca, o calderone di rame, o altro vaso di terra, e trovate de' carboni del cerro, e legne di castagno, e abbiate uno doccione di canna per ciascuno e ciascuno per quello soffi ne' carboni e nel fuoco; questo soffiare con alcuna unzione che io vi farò nel gozzo, assottiglierà molto la materia del vostro difetto; e 'l fante mio non si partirà da questo albergo infin ch'io torno.
Come detto, cosí fu fatto; che questo medico ebbe fiorini dua per uno, e prima che si movesse gli acconciò in una casa, ciascuno col fuoco e col trombone a bocca, e unse loro i gozzi, e disse non si partisseno finché tornasse. Quelli dissono cosí fare. Maestro Gonnella si partí, e vennesene a Bologna; e spiato che là era un Podestà giovene, desideroso d'onore, se n'andò a lui, e disse:
- Messer lo Podestà, io credo che per avere onore voi fareste ogni spendio; e pertanto se mi volete dare fiorini cinquanta che son povero uomo, io ho alle mani cosa che vi darà il maggiore onore che voi aveste mai.
Il rettore volontoroso disse che era contento, ma che gli dicesse di che materia era la cosa. E quelli disse:
- Io vel dirò. In una casa sono una brigata che fanno moneta falsa, date buona compagnia al vostro cavaliero, e io il metterò sul fatto, sí veramente che perché sono uomeni di buone famiglie non vorrei loro nimistà. Quando io avrò messo il vostro cavaliero sul fatto, io mi voglio andare a mio cammino.
Questa cosa piacque al Podestà; e apparecchiato il cavaliero con buona famiglia, sappiendo che avea andare da lungi, diede fiorini cinquanta al Gonnella, e la notte gli mandò via, tanto che giunsono alla casa dove si conciavono i gozzi. E trovato il fante suo che era in punto, dissono:
- Qui sono la brigata; e fatevi con Dio, ch'io non voglio che paia che io abbia fatto questo.
Il cavaliero disse:
- Va' pur via -; e dando nella porta, dice: - Avrite za.
Quelli rispondeano:
- Sete voi il maestro?
- Che maestro? avrite za.
- Sete voi il maestro?
- Che maestro?
Spezza la porta, ed entrarono dentro, dove trovorono la brigata tutta soffiare sanza mantachi nel fuoco. Piglia qua, piglia là; costoro furono tutti presi, sanza poter dire: "Domine aiutami"; e se voleano dire alcuna cosa, non erano uditi: e' gozzi loro erano divenuti due tanti, come spesso incontra a simili, quando hanno paura con impeto d'ira.
Brievemente, a furore ne furono menati a Bologna; là dove giunti al Podestà, e 'l Podestà, veggendoli tutti gozzuti, si maravigliò e fra sé stesso disse questa era una cosa molto strana; e menatili da parte l'uno dall'altro, prima che elli li mettesse alla colla, domandò che moneta elli faceano. Elli diceano ogni cosa come stato era, e oltre a questo giunse lo albergatore, e altri da Scaricalasino, e dissono ordinatamente come il fatto stava; e accordossi ciascuno di per sé, e quelli che vennono, che questo era che un medico di gozzi era passato di là, e dicea di guarirli, e acconciolli a soffiare nel fuoco, come gli trovaste; e poi disse venire a Bologna per cose che bisognavono, e che l'aspettassono in quella casa cosí soffiando nel fuoco.
Il cavaliero, udendo questo, tirò da parte il Podestà, e disse:
- Ello dee essere vero, però che come io giunsi alla porta, là dove erano, e bussando, dicendo che aprissono, e' diceano: "Sete voi il maestro?" e poi voi vedete che costoro son tutti co' gozzi; la cosa rinverga assai, ché, a fare moneta falsa, otto serebbe impossibile fossono tutti gozzuti.
Ma sapete che vi voglio dire? questo medego dee essere assottigliatore piú di borse che di gozzi; e cosí egli ha assottigliata la borsa di questi poveri uomeni, e anco la vostra; a buon fine il faceste; da' tradimenti non si poté guardare Cristo; rimandate costoro alle loro famiglie, e pensate di sapere chi è questo mal uomo che ha beffato e loro e voi; e se mai potete, gli date o fate dare di quello che merita.
Elle furono novelle; la brigata fu lasciata, e tornoronsi tutti a Scaricalasino; e 'l Podestà poté assai cercare che trovasse chi costui era stato; però che io non voglio che alcun pensi che venisse allora a Firenze, anzi diede volta ad altra terra. E quando era cavaliere, e quando medico, e quando giudice, e quando uomo di corte, e quando barattieri, come meglio vedesse da tirare l'aiuolo; sí che posta di lui non si potea avere, come colui che sempre stava avvisato in queste faccende. La brigata gozzuta giunti a Scaricalasino aspettarono il medico, non ostante a questo, piú dí, credendo che tornasse; e non tornando, guatavano i gozzi l'uno dell'altro per maraviglia, quasi dicendo: "È scemato gnuno?", o "È scemato l'uno piú che l'altro?". Poi se ne dierono pace; ma non s'avvisorono mai, come gente alpigiana e grossa, come il fatto fosse andato; e avvisoronsi che qualche malivolo, perché non guerissono de' gozzi, avesse condotto là quella famiglia; e pensando or una cosa e or un'altra, se prima erano grossi, diventorono poi grossissimi e stupefatti. E ancora per maggiore novità parve ch'e' gozzi loro, non che altro, ne ingrossassono.
Perché chi nasce smemorato e gozzuto, non ne guarisce mai.


NOVELLA CLXXIV

Gonnella medesimo domanda denari che non dee avere, a due mercatanti, l'uno gli dà denari, l'altro il paga di molte pugna.

Vassi capra zoppa, se 'l lupo non la intoppa. Veggendo adunque con quanta malizia, e falsa arte, il Gonnella ha in due novelle arrapato o rubato, con utile di sé, e con danno altrui, come che a chi ode le dette novelle con festa se ne rida, nientedimeno quelli, contro a cui elle son fatte, ispesse volte ne piangono, come l'albergatore da Norcia e i gozzuti da Roncastaldo. Ma perché spesse volte sono degli uomeni che come di sí fatte novelle rideno, pur alcuna volta serebbono molto allegri che la volpe fosse colta alla trappola, e per dare contentamento a questi tali, come che in questa terza novella il Gonnella rubasse cinquanta fiorini con nuova astuzia, nella fine pur colto ma non come meritava.
Essendo venuto questo Gonnella da Ferrara a Firenze, e tornando su la piazza di Santa Croce in casa uno buffone chiamato Mocceca, e sentendo la qualità de' mercatanti di Firenze, pensò un nuovo modo d'avere danari, e forse mai non piú usato. Costui se ne andò una mattina a uno fondaco d'una buona compagnia in Porta Rossa; i quali forse non stavano bene, come altri pensava, però che cominciavono a mancare del credito; e giunto al cassiere, disse:
- Vedi la ragion mia, e dammi quelli duecento fiorini che io debbo avere.
Costui, e alcuno scrivano che v'era, disse:
- In cui son elli scritti?
E quelli rispose:
- Buono, buono! in me; e' non pare che voi mi vedessi mai piú; cercate quel libro, voi mi vi troverrete bene.
Costoro cercano e ricercano, e nulla trovavano; di che dicono a costui:
- Noi non troviamo alcuna cosa; quando i nostri maggiori ci seranno, e noi il diremo loro.
Costui comincia a gridare, dicendo:
- Io griderò tanto: "Accorr'uomo" che ci trarrà tutta Firenze; dunque mi mettete voi il mio in questione?
Uno d'un fondaco che era allato a quello si fa cosí oltre, e dice al Gonnella:
- Buon uomo, va', e tornaci dopo mangiare, e pensaci bene, che io credo che tu abbi errato il fondaco.
Dice il Gonnella a costui:
- Non l'ho errato, no; io verrò bene a te per quelli che tu mi déi dare che cotesta è un'altra ragione che io ho a fare teco.
Di che costui si scosta, e dice:
- Io ho fatto un bello acquisto; io volea levare la questione altrui, e holla recata a me.
Tornasi nel fondaco suo, e 'l Gonnella grida nel primo fondaco, e dice che vuol essere pagato. Giunge uno de' capomaestri, e maravigliasi:
- Che vuol dire questo?
E il Gonnella grida:
- Voi non mi ruberete.
Brievemente, la cosa andò tanto oltre che costui il tirò nel fondaco della mostra dentro, e chiamò il cassiere dicendo:
- Questa è dell'altre mia venture -; e disse: - Dara'gli fiorini cinquanta, e non ci dir piú parola.
Al Gonnella parve mill'anni torseli, e andossi con Dio. L'altra mattina, e quelli disse al Mocceca:
- Vuo' tu venire? io voglio andare a tirare l'aiuolo a cinquanta fiorini, s'io posso.
Quelli disse:
- Maisí, che io verrò, forse me ne toccherà qualche cosa.
E cosí mosso il Gonnella col Mocceca, giunse al fondacaio da lato, a cui egli avea detto che avea avere anco da lui, e disse:
- Truova la mia ragione, e pagami.
Il fondacaio che avea considerato la condizione di costui, e come elli avea aúto fiorini cinquanta dal fondaco da lato, disse:
- Buon uomo che de' tu avere?
E quelli disse:
- Fiorini dugento che io gli depositai a un'ora con quelli da lato.
Colui rispose:
- Il cassiere è istamane ito riscotendo; tornaci dopo mangiare, e averai ciò che tu déi avere.
Il Gonnella disse:
- Sia con Dio; io ci tornerò oggi.
E andato a desinare col Mocceca, disse:
- Io credo d'avere oggi da quel fondaco buon pagamento, però che non ha voglia che io gridi.
Dice il Mocceca:
- Questo mondo è degl'impronti; io non ci avrò mai nulla.
Il fondacaio, come saggio e avveduto, dice:
- Per certo che io non gitterò fiorini cinquanta, come il vicino mio di qua; d'altra moneta pagherò costui -; vassene in Mercato Vecchio a due suoi amici barattieri, e dice: - Io voglio un grande servigio da voi, che quando voi avete desinato vegnate al fondaco, e darete a uno quante pugna e calci voi potrete; e la cagione è che questa cosa è licita a Dio e al mondo; e disse loro come il fatto stava di passo in passo.
Risposono che molto volentieri, e che parea loro mill'anni essere alle mani; e cosí fermorono, che dopo mangiare furono al fondaco di buon'ora, e 'l fondacaio ancora con loro; il quale li menò dentro nella mostra, e disse:
- Statevi qui; quando colui verrà per li danari, e io il menerò dentro, e dirò: "Date quelli danari a costui"; e voi sprangate.
Detto e acconcio questo fatto, e 'l Gonnella giunse, e lascia il Mocceca di fuori, e dice al fondacaio:
- Io vengo per quelli danari.
Il fondacaio dice:
- Volontieri; andiamo di là al cassiere -; e avviasi di là, dove coloro erano; e 'l Gonnella drieto.
Il quale, come giunse dentro, il fondacaio dice a coloro:
- Date quelli danari a costui.
Come costui dice questo, e costoro aprono le braccia, e cominciono a pagare colui di quella moneta che meritava; e dannogliene per sí fatta maniera che tutto il ruppono; e se volea gridare, e quelli diceano:
- E di quelli ti paga.
Di che avendogliene dato, non per un pasto, ma forse per tre corredi, il detto Gonnella con le mani e col mantello al viso, per ricoprirsi, esce per lo mezzo del fondaco, dicendo:
- O pagano i mercatanti a questo modo chi dee avere? - ed escesene fuora, là dove il Mocceca l'aspettava.
Veggendolo uscire del fondaco cosí rabbuffato e venire verso lui, dice:
- Se' tu pagato?
E 'l Gonnella risponde:
- Mainò: ma io sono sodo molto bene, in forma ch'io non gli ho piú a domandare.
Disse il Mocceca:
- Vuo' tu ch'io ti dica il vero, Gonnella? el t'è colto, d'assai cose che tu hai fatte, buona ventura; ma pur tu hai fatte assai di quelle che tu averesti meritato di perder la vita, non che di avere una gran battitura come tu hai aúta oggi; questo ti puote essere esemplo al tempo che dee venire. Tu sai che l'arte nostra è d'acquistare con piacevolezza, e non di rubare, né di tòrre, se non come l'uomo vuole; non con falsità, non con malizia, se non in quanto, con ogni modo che puoi, tu facci che ti sia donato; lascia andare queste falsità che sono da pericolare e te e altrui, e tòrnati dal marchese tuo da Ferrara, e statti pianamente, e viviti di limatura, e non di rubatura.
Il Gonnella udendo costui disse:
- Mocceca, tu non se' mocceca e da'mi buon consiglio, e vie migliore me l'averesti dato se tu fosse stato partecipe del pagamento che ho aúto stamane; e bene ho sempre udito dire: "Passasi il folle con la sua follia, e passa un tempo, ma non tuttavia".
E cosí prese commiato dal Mocceca, stando molti anni che non tornò a Firenze, e andossene a Ferrara.
Or cosí intervenisse a tutti gli altri che domandono falsamente quello che non debbono avere; che è venuto il mondo a tanto che ciascuno si mette a domandare quello non dee; e veggendo che niuna pena se ne dà oggi nel mondo, dicono: "Io non posso altro che acquistare; se non se n'avvede, io me la abbo, e se se n'avvede, io me la gabbo". E l'altro dice: "Muovi lite, acconcio non ti falla". E cosí va oggi il piú del reggimento che è sopra la terra. Volesse Dio che almeno ciascuno la comprasse come qui la comprò il Gonnella.


NOVELLA CLXXV

Antonio Pucci da Firenze truova esser messo in uno suo orto di notte certe bestie, e con nuovo modo s'abbatte a chi l'ha fatto.

Io non voglio per ora raccontare piú dell'opere del Gonnella, però che mi conviene dar luogo agli altri; e ancora, perché Antonio Pucci, piacevole fiorentino, dicitore di molte cose in rima, m'ha pregato che io il discriva qui in una sua novella; la quale, perché con risa se la portò in pace pensando ancora chi gli la fece, è da prenderne ancora un poco di trastullo.
Antonio Pucci avea una casa dalle fornaci della via Ghibellina, e là avea uno orticello che non era appena uno staioro, e in quello poco terreno avea posto quasi d'ogni frutto e spezialmente di fichi, e aveavi gran quantità di gelsomino; ed eravi uno canto pieno di querciuoli e chiamavalo la selva. E questo cosí fatt'orto, con le proprietà sue, avea messo il detto Antonio in rima, in capitolo, come Dante e in quello trattava di tutti li frutti e condizioni di quell'orto, né piú né meno come se fosse ubertoso, come la piazza di Mercato Vecchio di Firenze, della quale già mise in rima tutte le sue condizione, magnificandola sopra tutte le piazze d'Italia. Era in questi tempi certi piacevoli uomeni in Firenze, l'uno de' quali era un Girolamo che ancora vive, uno Gherardo di... e Giovanni di Landozzo degli Albizi, e uno che avea nome Tacchello tintore, e altri, li quali erano piú nuovi l'uno che l'altro. Erano costoro cosí nuova brigata come ne' loro tempi fosse nella nostra città.
Udendo costoro tanto e per prosa e per versi dire ad Antonio di questo orto, si posono in cuore di mettervi una notte certe bestie dentro che 'l pascessono, e Antonio facessono smemorare; e brievemente, una sera al tardi al prato del Renaio vidono un muletto e due asini magri e vecchi alla pastura. Trovorono modo che uno di loro gli mise in uno luogo di drieto a questo orto, là dove era uno uscetto serrato con legname e ancora di fuori murato a secco, e dentro con chiavistello e toppa serrato a chiave che gran tempo non era stato aperto. E sul primo sonno, andando due innanzi a smurare il muro di fuori, e altri su per le mura entrati dentro, aprirono, o con grimaldello o con altro artificio, il detto serrame, sí che l'uscio e smurato e aperto rimase. Fatto questo, i due micci e 'l muletto furono ivi menati e messi dentro. Il quale muletto era stato adornato a casa il Tacchello, prima che ve lo menassono, d'una gorgiera di cuoio e altre cose assai maravigliose. E poi che fu introdutto nell'orto, di quello gensomino gli feciono e posoliera e briglia in grande adornamento e là il legorono a' piedi d'un lastrone tondo dove Antonio cenava la sera; e su quello lastrone missono molti cavoli, i quali nel dett'orto aveano colti, acciò ch'egli avesse buona profenda. E fatto questo, subito serrano l'uscio con ingegni per modo che non parea mai stato aperto; e sequentemente murorono di fuori, come prima era, e vannosi con Dio.
La mattina vegnente Antonio, che avea una cameretta sul detto orto, dall'altra parte dove era la casa, e ivi dormía, levandosi la donna prima ed elli poi, e andandosi affibbiando per l'orto, ebbe vedute queste tre bestie selvagge, e oltre a ciò che non aveano lasciato filo di buona opera, avendo ogni cosa e roso e guasto, quasi uscí di sé, dicendo:
- Che vuole dir questo? - e andato all'uscio, dond'erano entrati, trovando serrato come prima era, maggior maraviglia si diedono; e piú ancora che andò di fuori e videlo murato come prima.
Brievemente, la malenconia dell'orto guasto fu grande; ma maggiore era il pensiero donde fossono entrati. E fra l'altre cose, veggendo il mulo cosí addobbato co' cavoli innanzi, ancora piú si maravigliavono dicendo:
- Che inghirlandamento è questo?
Dicendo Antonio Pucci:
- Io credo pur essere nato di legittimo matrimonio -; e volgendosi alla moglie, dicea: - E cosí credo che sia anco tu; questa è una nuova cosa e non so quello che io me ne creda! percuotere ne potrei il capo al muro e altro non avrei; pur m'ingegnerò con ogni sottigliezza trovare chi m'abbia fatto questo, e diàncene pace.
Detto questo, s'ingegnorono mettere il bestiame fuori dell'orto; il quale convenne passasse per una cameretta dove dormía Antonio e la moglie; e convennesi disfare la lettiera, perché potessino passare: e messigli nella via, si ritornorono a pascere al Renaio; e cosí rimase la cosa.
Quel dí medesimo il detto Antonio pensò un sottil modo per trovare chi avesse fatto la faccenda; e qualunche trovava suo domestico, salutandosi con lui, dicea:
- Ben t'ho.
Colui che era salutato da lui e non era stato a fare quella faccenda, s'andava con Dio, sanza dire altro. Scontrossi in quello dí nel Tacchello tintore, il quale disse:
- Addio, Antonio.
E Antonio rispose:
- Addio Tacchello, ben t'ho.
E Tacchello risponde:
- Alle guagnele, Antonio, che io non fu' io.
Allora Antonio s'accosta al Tacchello e dice:
- O chi fu altri che tu?
E quelli rispose:
- E furono i tali e tali.
E per questa maniera seppe di qualunche v'era stato; e a uno a uno dolutosi, costò a ciascheduno una cena e fu fatta la pace: facendo poi Antonio Pucci uno sonetto di tutto questo fatto che non fu meno piacevole che la novella.
Un altro averebbe abbaiato tre mesi e in su ogni canto averebbe detto: "E m'è stato fatto sí e sí: per lo corpo e per lo sangue, che converrà che sia Roma e Toma". Costui, come saggio, sanza dire o mostrare alcuna cosa, con uno ben t'ho chetamente seppe chi gli avea messo le bestie nell'orto, e dall'altro ebbe migliore pastura che non furono i cavoli che furono dati al mulo; e poi dicendo la novella a molti, piú tempo se ne risono.


NOVELLA CLXXVI

Scolaio Franchi da Firenze, beendo con certi e avendo un bicchiere di trebbiano in mano e avendo commendate le bontà di quello, Capo del Corso con dolce modo gli lo toglie.

Un'altra beffa, forse mai piú non usata, mi tira dover dire quello che intervenne a un piacevole fiorentino, il quale era di età di settantacinque anni o piú, ed ebbe nome Scolaio Franchi. Costui essendo buono bevitore e vicitando volentieri le taverne dove i buon vini si vendeano, vendendosi una mattina uno buon trebbiano a una taverna in Firenze, luogo che si chiama al Fico; e questo Scolaio andandovi a bere egli e uno Guido Colombi e Bianco di Bonsi, essendo mesciuto una terzeruola e avendo ciascuno i bicchieri in mano, e specchiando gli occhi loro nel vetro e in quello trebbiano che era buono e chiaro, di color d'oro; e Scolaio guatando nel bicchiere, comincia a dire:
- O lavoratori, benedetti siate voi che lavorate queste vigne; e maledetto sia chi mai vi pose estimo; ché le vostre mani si vorrebbono imbalsimare. E se voi non fosse, che vino potremmo noi mai bere? per lo corpo di Dio, se mai mi truovo de' Priori che io troverrò modo che ne' loro estimi e nelle loro imposte e' saranno sgravati. E non si ved'egli che durano tutto l'anno fatica per noi quelli che governono queste vigne? non ne beono per loro, e tutto ciò che fanno, fanno per noi. Se voi non mi credeste, sappiate chi lavorò queste vigne, voi troverrete che beono aceto annacquato. Or dunque non è egli gran male a chiamarli villani, affaticandosi in ogni cosa per dare a noi? Si possono molto piú tosto chiamare cortesi, ed essere veramente figliuoli di Dio, il quale ogni cosa fa per noi, e cosí costoro.
E cosí col bicchiere in mano, seguendo il ragionamento, venne in su uno parlare divino , dicendo a' compagni:
- Io vo' che voi sappiate che nel principio del mondo fu deliberato che Scolaio beesse questo bicchiere di trebbiano.
Era appresso dirieto a lui uno amico del detto Scolaio, chiamato Capo del Corso; il quale, avendo udito la predica che Scolaio avea fatta sul bicchiere, e in fine udendoli dire che ab eterno era stato deliberato che beesse quello bicchiere di trebbiano, subito manda la mano oltre e leva quel bicchiere di mano a Scolaio, dicendo:
- Anzi fu deliberato che io il dovea bere io -; e detto questo e beútolo, fu tutt'uno.
Scolaio si volge, e veggendoli essere stato tolto e beúto il suo bicchiero da Capo del Corso, di cui era amico, disse:
- Vatti con Dio, Capo, che io non dirò mai piú queste parole, che io non lo bea in prima.
Disse Capo:
- E tu farai molto bene, se tu non vuoi errare, però che ogni cosa è giudicata nel suo fine; e però quello bicchiere dovea essere mio e non tuo.
Disse Scolaio:
- E però non lo dirò io mai piú che io non bea prima.
Questi furono due motti di gran piacevolezza; lo primo fu quello di Scolaio che propose la questione del destinato; e Capo del Corso la fortificò e assolveo; e questo fu il secondo.
O dolcezza del frutto che piantò Noè! Quante belle novelle si potrebbon dire di molti che hanno oltre modo seguito il sugo delle vite; e ancora si potrebbono contare delle vituperose che hanno seguito coloro che trasordinatamente hanno usato l'uso del vino; però che nessun frutto fece il nostro Signore Dio che tanto dea dolcezza e conforto e mantenimento alla natura umana, quanto fu questo, usandolo moderatamente; e cosí per e converso niuno è che tanto distrugga il corpo umano quanto questo, usandolo stemperatamente.
Volesse Dio che gli uomeni del mondo, e spezialmente li gioveni, se ne avvedesseno, li quali oggi darebbono scaccomatto e a Scolaio Franchi e a Capo del Corso, essendo fatti non bevitori ma gorgioni, beendo la mattina piú volte, innanzi che sia l'ora del desinare, malvagía. E con questa cosí fatta virtú vogliono soprastare a quelli che potrebbono essere loro padri, dicendo essi essere piú degni de' reggimenti delle terre di Bacco, che coloro li quali, con virtú e con temperanza, discretamente vivono.


NOVELLA CLXXVII

Il piovano dell'Antella di Firenze sente che messer Vieri de' Bardi fa venire magliuoli da Corniglia; truova modo, quando vengono, gli fa scambiare e to' gli per lui, e quello che seguita.

Tanto è grande lo studio divino che da un gran tempo in qua gran parte delli Italiani hanno sí usato ogni modo d'avere perfettissimi vini che non si son curati mandare, non che per lo vino, ma per li magliuoli d'ogni parte; acciò che ognora se gli abbino veduti e usufruttati nella loro possessione; e perché siano stati cherici, non hanno aúto il becco torto.
Fu, non è molti anni, uno cavaliere ricco e savio nella città di Firenze che ebbe nome messer Vieri de' Bardi, il quale era vicino al piovano all'Antella, là dove a un suo luogo dimorava spesso. E veggendosi in grande stato, per onore di sé e per vaghezza di porre nel suo alcuno nobile vino straniero, pensò trovare modo di far venire magliuoli da Portovenere della vernaccia di Corniglia. E per alcuno amico fece scrivere a un messer Niccoloso Manieri da Portovenere che quelli magliuoli dovesse mandare. E aúto buona risposta, trovandosi alcuna volta con messer lo piovano in quella villa suo vicino, dicea come avea trovato modo d'avere de' magliuoli della vernaccia di Corniglia, e che gli aspettava d'ora in ora. Il piovano, udendo messer Vieri, e avendone aúto voglia gran tempo, disse:
- Ben fate; ma quanto io per me vorrei vitigni che facesseno vino assai; cotesto è vitigno da far debito.
Messer Vieri rispose:
- Io non lo pongo per avanzare, ma per farne cortesia.
E cosí per alquanti dí si rimase la cosa, tanto ch'e' magliuoli un giorno giunsono in su la sera che era domenica e 'l piovano per avventura era col detto messer Vieri. E messer Vieri avendo letta la lettera, disse:
- Ecco il fatto.
E 'l piovano rispose:
- Guardate che voi non gli poneste se la luna non dà volta.
Messer Vieri dice che non sapea gli andamenti della luna.
- Quando fia buon porli?
E quelli rispose:
- Da domane in là; sotterrategli istasera in qualche luogo qui di fuori, e poi gli porrete.
Messer Vieri cosí fece fare; e 'l piovano si tornò alla sua pieve, là dove subito ebbe due lavoratori, li quali, come che fosse da sera, andassono a portare certe sue pergole d'uve angiole e verdoline e sancolombane e altri vitigni, e subito le recassono; li quali cosí feciono; e recate che l'ebbono, il piovano disse:
- Voi avete andare con questi magliuoli al luogo di messer Vieri de' Bardi, dove voi troverrete dal tale lato sotterrati certi magliuoli; recatemi quelli e in quel luogo sotterrate questi.
Costoro ubbidenti, subito andorono; e fatta la faccenda, gli recorono al piovano; il quale detto loro che mai alcuna cosa ne dicessono, la mattina di buon'ora in un suo pezzo di terra divelta fece porre i detti magliuoli, e messer Vieri similmente fece porre quelli che gli erano stati scambiati. E cosí li due posticci stettono due anni anzi che mostrasseno l'uve, come è della ragione de' posticci. Quando l'uve si cominciorono a vedere, e messer Vieri andando per lo suo posticcio, il quale credea essere vernaccia da Corniglia, vide nuove ragione d'uve al suo intendimento, e dove bianche di ragione verdigna e dove cimiciattole e dove angiole, e cosí diversi vitigni, come nel piú delle vigne poste alla mescolata si truova.
E con tutto questo di grappolo in grappolo molti acini assaggioe, tanto che facendo una assaggiatura di quasi tutti i grappoli, ebbe fatto sí grande corpacciata che quasi per lo 'nfiamento del dolore e per lo mangiare degli acini non potea ritornare a casa. E veramente il suo fu grandissimo dolore, però che dietro a lunga fatica, aspettando il frutto, se ne truovò fuori.
Di che stando in questa afflizione, subito scrisse a messer Niccoloso da Portovenere come molto bene l'avea servito de' magliuoli, li quali gli avea mandati di forse due anni; però che, dove credea gli avesse mandati magliuoli da Corniglia, gli avea avuti di vitigni dolorosi e tristi, i quali ogni volta si poteano vedere. Aúto la lettera messer Niccoloso, come colui che si sentía avere ben servito l'amico suo, subito si turboe, come colui che veramente con l'occhio era stato a far potare la migliore vernaccia di Portovenere; e riscrisse a messer Vieri che elli per sé gli avea mandato diritti magliuoli di vernaccia; e se trovava il contraro, che suo difetto non era, ma che elli cercasse bene, che o per cammino o a casa sua non fossono stati scambiati.
Avendo messer Vieri la lettera, non pensò mai se non come potesse rinvenire il fatto; e tanto si diede attorno, sappiendo chi in quelli tempi per lo paese avea poste vigne, che gli venne trovato che 'l piovano dell'Antella gli avea scambiati i detti magliuoli, come a drieto è stato detto. Di che sappiendo ciò, e' s'avea pensato fare cose incredibili contro al piovano; e sarebbonli venute fatte, se non che gli venne maggiore fortuna, la quale gli fece dimenticare tutte queste cose; però che in questo tempo i Bardi furono cacciati, di che il piovano si rimase co' magliuoli e usufruttolli tutto il tempo della sua vita, e ancora s'usufruttano per li successori. Questa novella mi fu narrata a Portovenere, là dove io scrittore nel 1383 arrivai, andando a Genova: e fummi interamente detta pur un'altra novella, la quale quel medesimo giorno avvenne che fu questa.
Andando uno villano di Portovenere un giorno nei dí di marzo quando là mi trovai, a potare quella medesima vigna donde questi magliuoli erano venuti; e intrando in una gondoletta, come hanno d'usanza, per mare, e approdare e scendere appiè delle vigne, e portando un poco di vivanda per mangiare, e legando la gondoletta quando è sceso in terra; ed essendo d'usanza, per la quantità di molti lupi che sono in quel luogo, alcuna volta venire di quelli alla riva e lanciarsi nella barchetta e pascersi e di pane e di carne che truovono; cosí in questo di uno affamato lupo si lanciò in quella barchetta, la quale non essendo bene legata, subito essendo pinta dal lupo, si scostò dalla riva, e in poca d'ora fu per mare di lungi da terra messer lo lupo piú di trenta braccia. E 'l contadino, il quale era attento a potare la vigna, pur volgendosi, come spesso usano, verso il mare, vide la barchetta sua partita dalla riva e pigliar mare; e non scorgendo bene chi la menava, cominciò a gridare:
- O tu che meni la mia barca, torna alla riva che ti nasca il vermocane, che per lo sanghe de De ti farò appiccare alle forche basse.
E cosí gridando e strangolandosi e non veggendo tornare la barca indietro, ma dilungandosi piú tosto dalla proda, corse giú per la piaggia in verso il mare, e chiamando e guardando ben fiso, ebbe veduto il lupo nella barca. E vedutolo e fattosi il segno della croce, e gridato: "Soccorrete, soccorrete", era tutt'uno. Tanto che di voce in voce il romore giunse a Portovenere, là dove la gente tutta cominciò a correre, chi con le balestra, e chi con la lancia, e chi con ispiedi; ed entrati in certi legni e navicando verso il romore, giunsono alla piaggia dove il contadino gridava; e domandandolo della cagione del romore, rispose:
- Vedé gran maraviglia che 'l lupo cozzí se ne va con la mia barchetta.
Costoro voltisi a quella, danno de' remi in acqua, e giunti intorno alla barca dove era il lupo, cominciano ad alte voce, tirando le balestra:
- In fé di Dio, messer lo luvo, vo' farrí il mal viaggio.
Gli atti che 'l lupo facea, veggendosi colto in mare, erano cosa maravigliosa; e costoro attorniatolo con loro legni e con le balestra cariche, comincioronlo a saettare, tanto che il lupo fu morto. Morto il lupo, levorono il contadino su la sua barca e fecionlo sedere sul lupo, e con gran festa nel menorono a Portovenere, facendosi ciascuno maraviglia di tal caso, godendo tutta la brigata insieme, mangiorono questo lupo. E maestro Ubertino di Fetto Ubertini in teologia, frate eremitano, in quello tempo, tornando da Genova, trovai in Portovenere, il quale, com'io, fu presente a tutte queste cose.
E veramente considerando questo caso, chi fia colui che sappia dove dee morire e come, pensando dove i lupi spesse volte son presi? E qual caso di morte piú nuovo che esser preso e morto un lupo, per aver messo la coda nel cocchiume d'una botte, grattandosi della rogna, o della stizza, come addietro nella novella è fatta menzione? E qual caso piú nuovo che essendo un lupo quell'animale ch'è, piú selvaggio e piú terreno e piú spaventevole e spezialmente perché egli è quella bestia che piú ha d'ardire a uccidere la natura umana, essersi condotto in un piccolo battello per mare a esser morto per questa forma? Io per me credo che quando queste cose intervengono ci sono mostrate per figura dall'eterno Dio, se noi le conoscessimo. E non sono affigurati i lupi a' tiranni? e qual tiranno è che possa vivere sicuro e guardisi, quantunche sa che il piú delle volte non sia colto a nuove tagliuole e in luogo dove l'uomo non lo penserebbe giammai? Ma ancora ci ha piú nuova cosa: che quelle pecorelle, le quali piú elli devorano, sono quelle che danno loro morte, come intervenne a questo lupo.
S'e' tiranni lupigni pensassino alla presente novella, piú tosto porterebbono vestigio e natura di pecorella che di lupo; ma la superbia e l'avarizia vuole che ciascuna città per li suoi peccati sia dilungata da' giusti pastori e soggiaccia sotto a' lupi rapaci, li quali sono nimici della justizia e amici della forza.


NOVELLA CLXXVIII

Giovanni Angiolieri, andando a vedere donne in Verona, percuote il piede in una pietra, e con empio animo col coltello voltosi verso lei, come fosse uomo la volea uccidere.

Non furono tanto fieri quelli di Portovenere a uccidere il lupo che navicava, quanto era fiero a volere uccidere una pietra Giovanni Angiolieri nostro fiorentino. Il quale trovandosi in Verona, ed essendo uno bell'uomo attempato, con Piero Pantaleoni, di simil età formoso, avendo le gorgiere intorno alla gola, come allora s'usava per li Fiorentini, e ancora avendo il detto Giovanni il coltello allato, disse a Piero se elli volea con lui andare a vagheggiare. Piero, che piacevole uomo era, fu subito presto, e disse:
- Andiamo.
E mossi che furono, giugnendo a uno scontrazzo di donne, e Giovanni, che lussurioso era molto, andando e guardando le donne, percosse in una pietra per forma che tutto fu che caduto in terra, e riaútosi che s'ebbe, tutto il guardare che facea verso le donne convertí contro alla pietra, con un fiero piglio pigliando con la mano le cornicella del coltello, dicendo:
- Per lo corpo di Cristo che se tu fussi uomo, come tu se' pietra, io ti ficcherei questo coltello infino alle cornicelle; e pur cosí cosí, non so a ch'io mi tenga ch'io nol faccio.
Piero che ciò vedea, con grandissime risa, dice:
- Doh, Giovanni, datti pace; queste sono cose che intervengono tutti dí al mondo.
Giovanni si volge a Piero, e risponde subito
- Deh, sia col nome del diavolo, se noi ci lasceremo cacare in capo.
A Piero parve questa una nuova novella, e assai gli fu fatica a temperare Giovanni che non volesse pur uccidere quella pietra. E via piú nuova parve a quelli uomeni e donne veronese che questo vidono; che senza questo caso erano uccellati quelli fiorentini che per lo mondo erano veduti in gorgiera; ed era scorto un volgare che dicea: - "O Lapo rico' quel danaio".- Non ricogliere', se fosse un quattrino. Brievemente, Piero si tornò a casa col detto Giovanni il piú tosto che poteo, e ad animo riposato la sera ebbe Giovanni, e disse:
- Giovanni, tu vedesti oggi a quanta ira tu venisti per quel caso che ti occorse di quel sasso; e' non è gran fatto, come molti stimano, però che per Giovanni da Sasso i Fiorentini vennono poco tempo, come tu sai, a gran guerra co' Pisani, e fu pe' fatti di Pietrabuona. Sí che tu vedi e puoi conoscere che, come gran virtú è nelle pietre, cosí spesso v'è il contrario; però che una piccola pietra molte volte uccide un uomo, e 'l male della pietra è uno grandissimo male. Ma quello che mi pare gran cosa è che chi ha gli occhi s'acciechi elli stesso. Noi ci abbiamo questa nostra usanza di queste gorgiere, o doccioni da cesso che vogliamo dire; ne' quali tegnamo la gola sí incannata che noi non ci possiamo tenere mente a' piedi, e con questo siamo scherniti, come tu puoi vedere: abbiàn noi briga, se non con noi stessi? questa fatica a che ci diàn noi? E non ti dico delle bracciaiuole, che è assai nuova cosa, almeno a' forestieri, quando le veggono che ben possono dire che noi portiamo la gola nel doccione e 'l braccio nel tegolo. Lasciamo questa foggia a chi la vuole, e andiamo in forma che noi ci possiamo por mente a' piedi.
Giovanni, come ebbe udito Piero, subito dice:
- E cosí sia fatto.
E subito spogliatosi, si sfibbia la gorgiera, e dàlla a Piero, e dice:
- Nel primo fardello che farai, mandala a vendere a Firenze.
E cosí similmente Piero si digozzò; e in quelli dí infreddorono si della gola che non faceano altro che tossire, tanto che convenne facessono per piú mesi collaretti foderati, se vollono poter resistere al freddo che sosteneano per la levata gorgiera. E quando cominciorono a uscire fuori, e andare per Verona, a chi gli avea veduti in gorgiera parea una nuova cosa, e diceano:
- Guarda li Toscani che s'han levado la gorzera -; e molte altre cose.
E cosí rimase la cosa. E non fu ella al mondo sopra tutte le altre usanze maravigliosa questa della gorgiera? Di tutte l'altre che furono mai nel mondo, questa fu la piú strana e la piú noiosa. E racorda a me scrittore che io udi' dire a Salvestro Brunelleschi che essendo elli stato quasi sempre in Frioli, tornò a Firenze quando i suoi consorti aveano grandissima briga con una famiglia loro vicina, chiamata gli Agli; e tornando in quel tempo della Magna uno degli Agli chiamato Guernizo, o per lo nome, o perché fiero uomo tenuto fosse, tutti i Brunelleschi s'armarono per forma che a Salvestro fu messa la gorgiera; e in quella mattina, andando a desinare, e avendo una scodella di ceci innanzi, e pigliandoli col cucchiaio per metterseli in bocca, gli si misse giú per la gorgiera. Egli erano caldi; il collo e la gola il sentí per forma che elli disse:
- Io m'avea messa la gorgiera per paura del Guenize, ed ella m'ha arsa tutta la gola -; e levatosi da tavola, la si trasse e gittolla per lo spazzo, dicendo: - Io voglio innanzi esser morto da' miei inimici che uccidermi io stessi.
O quante usanze per la poca fermezza de' viventi sono ne' miei tempi mutate, e spezialmente nella mia città. Che fu a vedere già le donne col capezzale tanto aperto che mostravono piú giú che le ditelle! e poi dierono uno salto, e feciono il collaretto infino alli orecchi; e tutte sono usanze fuori del mezzo. Io scrittore non potrei contare per altrettanta scrittura, quanto tutto questo volume contiene, le usanze mutate ne' miei dí; ma come ch'elle si mutasseno spesso nella terra nostra, non era che nella maggiore parte dell'altre città del mondo elle non stessono ferme; però ch'e' Genovesi non aveano mai mutate le loro fogge, e' Viniziani mai, né Catelani mutavano le loro, e cosí medesimamente le loro donne; oggi mi pare che tutto il mondo è unito ad avere poca fermezza; però che gli uomeni e donne Fiorentini, Genovesi, Viniziani, Catelani, e tutta Cristianità vanno a uno modo, non conoscendosi l'uno dall'altro. E volesse Dio che vi stessono su fermi; ma egli è tutto il contrario, ché se uno arzagogo apparisse con una nuova foggia, tutto il mondo la piglia. Sí che per tutto il mondo, e spezialmente Italia è mutabile e corrente a pigliare le nuove fogge.
Che è a vedere le giovenette, che soleano andare con tanta onestà, avere tanto levata la foggia al cappuccio che n'hanno fatto berretta, e imberrettate, come le mondane vanno, portano al collo il guinzaglio, con diverse maniere di bestie appiccate al petto. Le maniche loro, o sacconi piú tosto si potrebbono chiamare, qual piú trista e piú dannosa e disutile foggia fu mai? pote nessuna tòrre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la manica e la tovaglia co' bicchieri ch'ella fa cadere? Cosí fanno i gioveni, e peggio che si fanno questi maniconi a' fanciulli che poppano. Le donne vanno in cappucci e mantelli. I piú de' gioveni sanza mantello vanno in zazzera. Elle non hanno se non a tòrre le brache, e hanno tolto tutto; elle sono sí piccole che agevolmente verrebbe loro fatto, però ch'egli hanno messo il culo in uno calcetto; e al polso danno un braccio di panno; mettono in uno guanto piú panno che in uno cappuccio.
D'una cosa mi conforto che ciascuno s'ha incatenare i piedi, seguendo cosí nell'altra persona. Forse serà fare penitenza ciascuno di tante cose vane; che si sta un dí in questo mondo, e in quello si mutano mille fogge e ciascuno cerca libertà, ed elli stesso se la toglie. Ha fatto il nostro Signore il piè libero; e molti con una punta lunghissima non possono andare. Fece le gambe a gangheri, e molti con lacci se l'hanno sí incannate che appena si possono porre a sedere; lo 'mbusto è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinío del panno, il collo asserragliato da' cappuccini; il capo arrandellato con le cuffie in su la zazzera di notte che tutto il dí poi la testa par segata. E cosí non si finirebbe mai di dire delle donne, guardando allo smisurato traino de' piedi, e andando infino al capo; dove tutto dí su per li tetti, chi l'increspa, e chi l'appiana, e chi l'imbianca, tantoche spesso di catarro si muoiono.
O vanagloria dell'umane posse , che per te si perde la vera gloria. E di questo piú non vo' parlare; però ch'io mi avvilupperei ne' fatti loro, e dell'altre cose non potrei parlare.


NOVELLA CLXXIX

Due donne, di due conti Guidi moglie, si mordono con due maleficiosi detti, mossi per parte guelfa e ghibellina.

Perché io in parte di sopra ho parlato della vanità feminile, mi viene a memoria di dire una novella di due donne le quali, con acutissimo ingegno e maleficio di parole, l'una verso l'altra cominciò, e come l'altra sagacemente rispose.
Fu, non è gran tempo, in casa conti Guidi maritate due donne; l'una fu figliuola del conte Ugolino della Gherardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame co' suoi figliuoli; l'altra fu figliuola di Buonconte da Montefeltro, uomo quasi capo di parte Ghibellina, e che era, o egli o' suoi, stato sconfitto con gli Aretini da' Fiorentini a Certomondo. Avvenne adunque per caso che del mese di marzo queste due donne, andando a sollazzo verso il castello di Poppi e giugnendo in quel luogo a Certomondo, dove i Fiorentini aveano data la detta sconfitta, la figliuola del conte Ugolino si volse alla compagna e disse:
- O madonna tale, guardate quanto è bello questo grano, e questo biado, dove furono sconfitti i Ghibellini da' Fiorentini; son certa che 'l terreno sente ancora di quella grassezza.
Quella di Buonconte subito rispose:
- Ben è bello; ma noi potremo morire prima di fame che fosse da mangiare.
La buona donna che cominciò a trafiggere, sentendosi cosí mordere, fece vista di non s'avvedere delle velenose parole, e andorono per loro viaggio. Ora che diremo dello ingegno della malizia feminina? Piú aguto hanno l'intelletto, e piú subito e a fare e a dire il male, [e piú] assai che gli uomeni sono fatte parziali; che al buon tempo elle averebbono ripresi e' mariti loro, oggi li confortono a combattere per parte.
E per questo da loro è disceso assai male nel mondo, e discenderanne, se Dio per sua providenza non dispone gli animi a meglio che vedere si possa.


NOVELLA CLXXX

Messer Giovanni de' Medici balestra con una artificiosa parola Attaviano degli Ubaldini, il quale con quello strale la rende a lui.

Non fu meno velenosa risposta quella che fece su la piazza de' nostri Signori Attaviano di messer Aghinardo degli Ubaldini a messer Giovanni di Conte de' Medici. Il quale Attaviano, essendo stato in Firenze dappoi che 'l padre era stato preso, e dato ha Monte Colereto e tutto il suo al Comune di Firenze, avea preso quasi forma, come gli altri cittadini, d'andare e a' priori la mattina ch'egli entravono, ed eziandio a' gonfaloni. E fra l'altre volte una mattina a dí otto di gennaio, dandosi i gonfaloni, se n'andò a casa del Gonfaloniere con brigata, come faceano gli altri cittadini, e poi con tutta la brigata seguí il Gonfaloniere insino in su la piazza; e lasciatolo alla ringhiera, ne venne in Vacchereccia con quelli cavalieri che v'erano, e spezialmente con messer Giovanni di Conte là si puose a sedere. Ed è vero che poco tempo innanzi del MCCCLX era stato uno trattato in Firenze di molti cittadini, e furonne due dicapitati; il qual trattato nell'effetto era di cacciare alcune famiglie; e in questo fu Bartolommeo di messer Alamanno de' Medici; e ancora tra' Medici e gli Ubaldini non fu mai né pace né buona volontà. Ora venendo al fatto, standosi cosí a sedere messer Giovanni col detto Ottaviano, incominciò a dire:
- Deh, Ottaviano, chi averebbe mai creduto che gli Ubaldini fosseno venuti in tal mattina accompagnare i gonfaloni in questa nostra città?
E Ottaviano subito rispose:
- Allora si serebbe creduto questo, che si serebbe creduto che i Medici avesseno voluto sovvertere il popolo di Firenze.
Messer Giovanni ammutolò per forma che non disse piú verbo.
E però non si potrebbe essere troppo cauto in pensare quello che l'uomo comincia a dire; però che le parole conducono spesse volte gli uomeni nel lecceto in forma che chi ha mosso riceve parole che sono peggio che spontonate. A molti è già nociuto il favellare; il tacere mai non nocque ad alcuno.


NOVELLA CLXXXI

Messer Giovanni Augut a due frati minori, che dicono che Dio gli dia pace, fa una subita e piacevole risposta.

Quella che fece messer Giovanni Augut a due frati minori fu assai piacevole risposta; i quali frati, andando a lui per alcun loro bisogno a uno suo castello, laddove egli era, chiamato Montecchio, quasi uno miglio di qua da Cortona, e giugnendo dinanzi alla sua presenza, come di loro usanza, dissono:
- Monsignore, Dio vi dia pace.
E quelli subito risponde:
- Dio vi tolga la vostra elemosina.
Li frati, quasi spaventati, dissono:
- Signore, perché ci dite voi cosí?
Disse messer Giovanni:
- Anzi voi perché dite voi cosí a me?
Dissono i frati:
- Noi credevamo dire bene.
E messer Giovanni rispose:
- Come credete dir bene che venite a me, e dite che Dio mi facci morir di fame? non sapete voi che io vivo di guerra, e la pace mi disfarebbe? e cosí come io vivo di guerra, cosí voi vivete di lemosina; sí che la risposta che io v'ho fatta è stata simile alla vostra salutazione.
I frati si strinsono nelle spalle, e dissono:
- Signore, voi avete ragione; perdonateci, ché noi siamo gente grossa.
E fatta alcun'altra faccenda che aveano a fare con lui si partirono e tornorono al convento di Castiglione Aretino, e la contorono questa per una bella e nuova novella, spezialmente per messer Giovanni Augut, ma non per chi averebbe voluto stare in pace. E per certo e' fu quell'uomo che piú durò in arme in Italia che altro durasse mai, ché durò anni sessanta, e ogni terra quasi gli era tributaria; ed elli ben seppe fare, sí che poca pace fu in Italia ne' suoi tempi. E guai a quelli uomeni e populi che troppo credono a' suoi pari, però che populi e' comuni e tutte le città vivono e accrescono della pace, ed eglino vivono e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e struggonsi e vengon meno. In loro non è né amore, né fede. Peggio fanno spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno a' soldati dell'altra parte; però che, benché mostrino di voler pugnare e combattere l'uno contro all'altro, maggior bene si vogliono insieme che non vogliono a quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano: ruba di costà, che io ruberò ben di qua. Non se n'avveggono le pecorelle che tutto dí con malizia di questi tali sono indotte a far guerra, la quale è quella cosa che ne' popoli non può gittare altro che pessima ragione. E per qual cagione sono sottomesse tante città in Italia a signore, le quali erano libere? Per qual cagione è la Puglia nello stato ch'ella è, e la Cicilia? E la guerra di Padova e di Verona ove le condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville?
O miseri adunque quelli pochi, che pochi sono, che vivono liberi: non credano alli inganni della gente dell'arme; stiano in pace, e innanzi siano villaneggiati due o tre volte, che si movano a far guerra; però che la si comincia agevolmente, e balestra in parte che nessuno il crede, e 'l suo male non si può emendare per fretta.


NOVELLA CLXXXII

Messer Ridolfo da Camerino, essendo invitato di combattere a corpo a corpo, con una piacevole risposta il fa conoscente.

Ancora non voglio lasciare una risposta di messer Ridolfo da Camerino. E sono molti già stati che avendo invidia, odio o nimistà, o guerra, con uno signore d'assai, hanno pensato e sottigliezze e astuzie come con piccol costo potessono vituperare quel tal signore. Fu adunque uno signorello nella Marca o di Matelica, o di Macerata, potrei errare, il quale non possendo resistere agli assalti di messer Ridolfo, gli venne un pensiero di mandarlo a richiedere di combattere a corpo a corpo, immaginando: messer Ridolfo non vorrà combattere e rimarrà vituperato. E preso un suo ambasciadore, gli commise l'ambasciata. E avuto il salvocondotto, andò alla presenza di messer Ridolfo; il qual giunto a lui, disse:
- Il tal signore per ogni modo che può, vi sfida, e vuole combattere con voi; eleggete il campo e 'l dí, ed elli è presto.
Messer Ridolfo guarda costui, e sghignando chiamò un suo famiglio, e disse:
- Va', reca da bere a costui delle buone novelle, ché par che 'l tal signore, nostro nimico, di signore sia fatto medico.
E piú oltre non disse, tanto che l'ambasciadore ebbe bevuto: beúto che ebbe, disse messer Ridolfo:
- Tu sie il ben venuto; le tue parole aio intese; torna al tuo signore e di': "E dice Redulfo che tu lo sfidi, che non credea che tu fossi fatto medico; poiché vede che ci sei medico, ogni volta che gli verrà febbre o altro difetto nella persona, egli ti manderà l'orina".
L'ambasciadore quasi intronò di questa risposta, e disse:
- Signore, volete che io dica altro?
E messer Ridolfo disse:
- Io ho detto assai, se lo saprà intendere.
Partesi l'ambasciadore e tornò al suo signore con questa risposta. Come quello signore l'udí, se prima gli portava odio, gliene portò poi molto piú; e ancora dicea in se medesimo: "E mi sta molto bene; io mando sfidando, e s'egli avesse voluto combattere, io non so se io mi vi fosse condotto; e' m'ha dato la risposta che io meritava". E da questa ora innanzi sempre cercò d'esser suo amico.
Assai ne sono stati che sanza fare alcuna comparazione, richiederanno di combattere con uno a corpo a corpo, e Dio il sa come verrebbono agli effetti. Ma questa battaglia è lecito ad ogni savio uomo di schifarla.


NOVELLA CLXXXIII

Gallina Attaviani dà un bel mangiare a uno forestieri, credendo sia gran maestro d'una arte, e mangiato, truova il contrario; di che s'ha perduta spesa, e rimane scornato.

Ora lascerò le subite risposte e verrò a dire d'alcun nuovo avviso fatto per un nostro fiorentino, il quale ebbe nome Gallina Attaviani. Fu costui orafo in Porta Santa Maria, e continuo, come fanno, scolpiva suoi intagli dentro allo sportello.
Era per ventura in quel tempo venuto a Firenze, per andare a Roma, uno Rinaldo da Monpolieri, il quale, uscendo la mattina dall'albergo de' Macci, ove tornava, andava in Orto San Michele a udire messa o a vedere Nostra Donna; e poi andava in Mercato Nuovo, distendendosi per Porta Santa Maria, là dove avea preso per uso di posarsi e d'appoggiarsi allo sportello del Gallina, e là, sanza dire alcuna cosa, guardava e considerava lo 'ntagliare del Gallina. E continuando questo piú volte in diversi dí, al Gallina venne in pensiero costui dovere essere uno grandissimo maestro d'intagli. E avvisandosi quasi fosse Pulicreto, una mattina, sanza sapere altro, gli disse:
- Gentiluomo, io vi prego che domattina voi desiniate meco.
Rinaldo disse piú volte:
- Gran mercè -; non bisognava; e che sempre era con lui, ecc.
Allora il Gallina piú infiammava, e tanto gli disse ch'egli accettò lo 'nvito. La fortuna fu favorevole al Gallina, acciò che potesse fare piú magna spesa; egli era di quaresima, e al Ponte avea storioni e lamprede. Egli andò e invitò certi suoi vicini gentiluomeni e de' Bardi, e de' Rossi, e fece uno mangiare di quattro taglieri bellissimo. Venuta l'altra mattina, e Rinaldo s'appresentò alla bottega del Gallina, e andarono a desinare; là dove, com'è d'usanza, tutti facevono reverenzia al forestiere, e domandavono el Gallina chi egli era. E 'l Gallina dicea che nol sapea, ma che gli parea comprendere ch'egli era un gran maestro d'intagli e innanzi ch'egli uscisse da tavola, egli il domanderebbe che mestiere era il suo. E cosí mangiando, avendo desinato, e venendo l'acqua alle mani, el Gallina dice:
- Voi dovete essere un gran maestro a Monpolieri; deh ditemi, se Dio vi guardi: che arte o che mestiere è 'l vostro?
Rinaldo risponde:
- Fra' mio, son concagador di boccali.
Dice il Gallina:
- Che dite voi che siete?
Rinaldo dice:
- Son concagador di boccali; noi chiamiamo concagare quello che voi vedete vi si dipigne su, e boccali quelli che voi chiamate orciuoli.
Quando il Gallina intese tutto, disse fra sé stesso: "Buona spesa ho fatta; se io fo l'altre a questo modo, io potrò tosto lavorare vasi di terra, come costui, e lasciare stare quelli dell'ariento". Gli altri che erano a desinare scoppiavano di voglia che avevano di ridere; e levatisi da mensa, Guerrieri de' Rossi, che era al desinare stato, pigliò il Gallina per la mano da parte, e dissegli:
- E t'è venuto istamane la maggior ventura che io vedesse mai venire a uomo del mondo, sí che sia contento della spesa che hai fatta, come che costui sia concagadore di boccali. Tu hai nome Gallina, e costui ha nome Rinaldo; quando fu mai che la volpe potesse appressarsi alla gallina ch'ella non se la manicasse? hatti aiutato la fortuna che gli mettesti dell'altre vivande assai innanzi, di che tu se' campato; spiccati da lui il piú tosto che puoi, e lascialo concagare i boccali.
Dice il Gallina:
- Guerrieri, tu motteggi sempre; io me n'ho una mia una.
E Guerrieri rispose:
- E io me n'ho un'altra, che quella lampreda fu la miglior cosa che io manicasse anche.
E cosí alla piazza a Ponte si rise piú tempo di questa novella; e Rinaldo e 'l Gallina se n'andorono verso la bottega, e indi a pochi dí Rinaldo si tornò a Monpolieri a concagare i boccali.


NOVELLA CLXXXIV

Uno Piovano, giucando a scacchi, vincendo il compagno, suona a martello, per mostrare a chi trae, come ha dato scaccomatto; e quando gli arde la casa, niuno vi trae.

A San Giovanni in Soana in Valdipesa fu già uno piovano molto piacevole uomo e grande giucatore a scacchi, e spesse volte giucava per spassare tempo alla sua pieve con uno gentiluomo de' Giandonati, e dicendo molte cose su lo scacchiere, come sempre fanno li giucatori delli scacchi, ed essendo venuto la cosa in gara: - Io ti darò scaccomatto. - Non farai. - Sí farò -; il piovano o che ne sapesse piú, o come si fosse, delle sei volte le cinque gli dava scaccomatto. E quello de' Giandonati, non che si confessasse averlo aúto, ma spesse volte dicea averlo dato a lui.
Avvenne per caso che un dí fra gli altri, giucando e terminandosi il giuoco, il prete si recava a darli scaccomatto. Colui dicea di no. E 'l piovano dice:
- Io tel darò nel mezzo dello scacchiere.
- Che darai? non farai; io il darò a voi.
Eccoti aúto scaccomatto dal piovano in mezzo dello scacchiere, e non lo volea consentire. Il piovano, veggendo questo, corre alle campane e suona a martello. Come il popolo sente sonare, ognuno trae. Giunti alla pieve, fannosi al piovano:
- Che è? che è?
Dice il piovano:
- Voglio che voi il veggiate e siate testimoni che io gli ho dato scaccomatto in mezzo dello scacchiere.
I contadini cominciono a ridere; e dicono:
- Messer lo piovano, fateci pur scioperare, - e vannosi con Dio.
E cosí sta per spazio d'uno mese che poi interviene un'altra volta questo caso; e 'l piovano suona a martello. La gente trae, ma non tanti quanti la prima volta. E 'l piovano mostra loro come gli ha dato scaccomatto in mezzo dello scacchiere. I contadini si cominciano a scornare e dolere, dicendo:
- Voi la potrete ben sonare che noi ci vegnamo piú.
E da questo vogliono dire alcuni che venisse il motto che dice: "Tu la potrai ben sonare". Il piovano disse avesseno pazienza, però che meritavano a venire a trarre un uomo del suo errore. I contadini diceano:
- Noi non sappiamo che errore, sappiamo bene che tra la prima volta e questa, noi siamo scioperati una opera per uno.
E 'l piovano disse:
- Voi sapete che nella morte di Cristo disse Caifas: "E conviene che uno uomo muoia per lo popolo, anzi che tutta la moltitudine perisca"; e io dico a voi ch'egli è di necessità che tutti abbiate un poco di fatica, acciò che costui esca del suo errore; or non siano piú parole; se ci volete venire, ci venite, e se no, sí vi state -. E quasi brontolando si partirono.
Avvenne per caso, come spesso incontra, ed è piacere di Dio, che da ivi a due mesi, volendo una femina di questo piovano fare bucato, s'apprese il fuoco nella sua casa in cucina; e fu su la compieta; di che subito il piovano suona la campana a martello. I contadini erano per li campi, chi con vanga e chi con marra, essendo già l'ora d'uscire d'opera; chi si getta la vanga e chi la marra in collo e vannosene verso le loro case, dicendo:
- El prete la potrà ben sonare; se giuoca a scacchi, ed elli si giuochi; meglio serebbe che egli attendesse a dire l'ore e gli altri beneficii.
E cosí non si curando costoro del sonare a martello, la casa in gran parte arse. La mattina vegnente, come la voce va per lo popolo, si dice la casa del piovano essere arsa; chi si duole, e chi dice:
- Ben gli sta.
Vénnonne una gran brigata verso la chiesa, dove il piovano stava tristo e afflitto, e dice a costoro:
- Io l'ho ben potuta sonare acca per traverso; sonala ben che Dio t'aí, che io ho la mala pasqua, bontà di voi che non mi avete soccorso.
Allora quelli che v'erano, tutti a una voce dissono:
- Noi credevamo che voi giucassi a scacchi.
Il piovano rispose:
- Io giucava ben ora a scacchi col fuoco; ma elli m'ha dato scaccomatto e hammi diserto.
Certi de' contadini risposono:
- E voi ci allegasti l'altro dí Caifas che disse cha era di bisogno che uno perisse per lo popolo, anzi che perisse tutta l'umana generazione; fate ragione che noi abbiamo seguita questa profezia, non che voi siate morto per lo popolo, ma che voi abbiate aúto una disciplina o una gastigatoia, anzi che 'l popolo vostro perisca, ché ogni dí ci facciavate correre qui come smemorati.
Dice il piovano:
- Io credo che voi diciate il vero e allegate molto bene; e 'l riso degli scacchi m'è convertito in pianto. Io saprò oggimai che mi fare, e serrerò la stalla, poi che io ho perduto i buoi.


NOVELLA CLXXXV

Pero Foraboschi truova in un'oca cotta un capo di gatta, e quello perché gli fu fatto, e quello che gli avviene.

Pochi anni sono passati che in Firenze fu un gentiluomo chiamato Pero Foraboschi, il quale, essendo antico d'anni e avendo del nuovo, tornando di Valdarno verso Firenze e arrivando a Cascia, fu invitato del mese d'ottobre, quasi in fine, a bere là con uno contadino; il quale accettando l'invito, gli furono recate castagne secche, per sí fatto modo che togliendone Pero parecchie in mano, e cominciando a volerne mangiare una, tra ch'egli avea pochi denti e cattivi e la castagna era dura come pietra, e' non vi fu modo che e' non se la cavasse di bocca e rimettessela in mano, e ripresene un'altra la quale in simil forma non si macerò mai; e provando or l'una or l'altra, tutte le provò e in mano se le ritolse, sanza poterle domare. E cosí avendole in mano, pigliò commiato; e venendo verso Firenze, giammai non le dimorsò, che sempre tra via or l'una or l'altra si metteva in bocca, e quanto piú le biasciava e rugrumava, piú induravano. A questo modo giunse questo Pero a Firenze, là dove giugnendo, uno Bartolozzo speziale che stava in su quel canto de' Figliuo'petri, assai piacevole persona e nuovo uomo, gli si fa incontro, e salutando il piglia per la mano, e sceso da cavallo, lo invitò a bere. Pero disse:
- Lasciami rimettere il ronzino in casa, e io ne vengo -; e mostragli le castagne e dice: - E anco ho l'esca da me.
Disse Bartolozzo:
- Io me ne vo innanzi, vienne a tuo agio.
Rimesso il ronzino nella stalla, Pero se n'andò a bere con Bartolozzo; dove essendovi degli altri vicini, e Pero porse la mano delle castagne alla brigata. E togliendone ciascuno, o che le castagne fossono intenerite o che uno di loro avesse migliori denti che Pero, disse:
- O elle son vincide.
E Pero rispose:
- Elle possono ben essere vincide, che io l'ho recate in bocca da Cascia in qua.
La brigata si volge e sputano quelle tante che aveano in bocca; e Bartolozzo dice:
- Come diavolo l'hai recate in bocca?
Pero grosso raffermò la faccenda; e gli altri si guatorono insieme e spaccioronsi di bere e andoronsi con Dio. Bartolozzo, tornando alla bottega, fra sé stesso si dolea dicendo: "Io fo onore a Pero, ed elli mi fa villania dogli del migliore vino ch'io ho, ed elli m'ha dato della lava sua: non sia io mai uomo, se io non gnene fo una piú sucida a lui".
Avvenne per caso che la fortuna da indi a pochi dí fu favorevole al desiderio suo, però che, venendo la vilia d'Ognissanti, e Pero, o che li fosse stata donata, o che avesse comprata una grassissima oca pelata, disse a uno contadino che era con lui:
- Va' e portala alla bottega di Bartolozzo speziale, e di' che me la serbi.
E 'l contadino cosí fece. Come Bartolozzo vide questa, disse a uno fanciullo della bottega:
- Va', riponla.
E pensando in che modo ne potesse fare una a Pero, andandosene a desinare, ebbe veduto una gatta morta presso all'uscio suo e occultamente a uno fanciullo se la fece tirare in casa; e fatto questo, tagliò il capo della gatta e l'imbusto fece gittare segretamente fuori.
Desinato che ebbe, portò il capo della gatta sotto il mantello alla bottega, e veduto tempo che segreta potesse fare la faccenda, tolse l'oca di Pero, la quale non era ancora mossa dalla bottega; e sparata che l'ebbe e cavato ciò che dentro avea, vi misse il capo della detta gatta, e cuscitolo dentro, la rappiccò donde spiccata l'avea.
Non fece Bartolozzo questo per lo fine a che venne poi, però che s'avvisoe che mandando Pero per l'oca, e facendola aprire per mettervi o agli o mele cotogne, trovasse in iscambio delle cose dentro dell'oca, la testa della gatta; e di questo vedesse la novità che ne seguisse. Ma la fortuna volle che la cosa andasse piú oltre e in altra forma. Però che mandando Pero per la detta oca, e per avventura essendo in quel dí venuta a stare una fante con lui che avea nome Cecca, la quale, non essendo mai stata con altrui, dicea saper ben fare ogni cucina, non essendosi mai partita da Baragazza, dond'ella era, se non allora che venne a Firenze, e alla prima casa che arrivò, fu a casa Pero Foraboschi; credendo Pero che questa fosse figliuola di Pellino, disse che acconciasse quell'oca e portassela al forno. Costei, vedendola sparata e ricucita, avvisossi ch'ella fosse acconcia d'ogni cosa che bisognava; e tolto uno tegame e acconciala dentro, la portò al forno. Venuta la sera d'Ognissanti, e la Cecca andata per l'oca, e Pero e la sua famiglia essendo a tavola, facendo venire la detta oca, come la vide cosí rilevata nel corpo, disse:
- Per certo bene è riuscita quest'oca bella e grassa, com'io credea; guarda quant'ella è piena -; e recasela innanzi, e col coltello in mano la cominciò a spolpare e a mangiare.
Quando le parti di sopra furono quasi mangiate, e Pero comincia a entrare nel groppone; là dove aprendo da parte di drieto, parve che s'aprisse uno cimitero; e a un tratto giugnendo il puzzo al naso e agli occhi il capo della gatta incostricciato e digrignante che parea un teschio, Pero quasi smemorato, segnandosi e levandosi da tavola, dice:
- Che mala ventura è questa?
La donna sua sbigottita conforta Pero, e pensa quella essere una malía, dicendoli che si boti di porre una immagine alla Nunziata s'ella gli fa grazia che rimanga libero di tale accidente. Pero dice:
- E cosí la prego e cosí prometto.
E levatosi la cosa dinanzi e gittata via, come si dee credere, la notte quasi non dormí, lamentandosi di quello che avea mangiato. E pensando tutta notte sopra a ciò, la mattina vegnente andò investigando chi fossono quelli che gli aveano venduta quell'oca, o a lui, o al notaio della Grascia dov'egli era officiale, il quale si crede veramente che gli la donasse, come ancora oggi si fa. Donde ch'ella venisse, Pero consumò quasi tutta la mattina de' Morti e per paura della malía, e per ogni altra cagione, in andare investigando, e chi l'avesse venduta, e ancora Bartolozzo che l'avea serbata, se potesse trovare chi avesse messo il capo della gatta dentro all'oca. E non potendone alcuna cosa trovare per fuggire il pericolo di che dubitava, si tornò a casa, e 'l dí tre di novembre s'andò in Orto San Michele, facendosi fare di cera; e dopo alquanti dí compiuta la immagine, la fece portare alla chiesa de' Servi, e là alla Nunziata la presentò.
La quale poi fu messa a' ballatoi del legname che sono di sopra; e insino al dí d'oggi si vede, ch'ella somiglia propio Pero Foraboschi.
Or cosí intervenne a Pero, per dire che avea recate le castagne in bocca da Cascia in qua, che furono due stoltizie: l'una recare parecchie castagne da Cascia, e l'altra dire che l'avea macerate in bocca; di che a lui fu messo a macerare il capo della gatta nel culo dell'oca; ed elli ne diventò di cera, appresentandosi a' Servi. E per recare per miseria sei castagnuzze da Cascia, gli venne comprata l'una piú di venti soldi. E cosí l'avaro molto spesso spende piú che 'l largo, come nel mondo tutto dí interviene.


NOVELLA CLXXXVI

Messer Filippo Cavalcanti calonaco di Firenze credendo avere la sera d'Ognissanti una sua oca cotta, per nuovo modo gli è tolta.

Una novella d'un'altr'oca mi viene a memoria di raccontare, la quale, con gran diligenza essendo piena, non di capo di gatta ma d'allodole e d'altri uccelletti grassi, venne alle mani di certi che se l'ebbono, come la fu cotta; e colui, di cui l'era, si stette alla musa la sera d'Ognissanti. Non è molti anni che in Firenze in Porta del duomo furono certi gioveni, li quali si pensarono tra loro di fare uno Ognissanti, sanza fatica e sanza costo, alle spese altrui. E avviatisi la sera d'Ognissanti a certi forni, tolsono alcune oche a' fanti e alle fanti che le portavono a casa. E giugnendo molto tardi al forno della piazza de' Bonizi, stando di fuori assai nascosi, veníeno i servi al forno, e diceano:
- Dammi l'oca del tale de' Ricci.
Quando udivano dire de' Ricci, diceano:
- Questa non è l'oca nostra -; se diceano de' Medici, o degli Adimari, diceano il simile.
Avvenne che uno fante bergamasco giugne e dice:
- Dammi l'oca di messer Filippo Cavalcanti - (che era calonaco di Santa Reparata).
La brigata dice l'uno all'altro:
- O questa è l'oca nostra.
E aúto che 'l fante ebbe la detta oca nel tegame, come è consuetudine, s'avviò d'andare a casa messer Filippo con essa, che stava in quella via appiè del campanile; dove sempre v'era taverna, e luogo assai oscuro. Come i gioveni vidono mosso l'amico, cosí gli s'inviano dirieto; e giugnendo il fante all'uscio che era serrato, come cominciò a picchiare, e due s'accostaro; l'uno dà d'uncico all'oca, e l'altro il tiene dirieto, e lasciatolo, e fuggendo tutti come cavriuoli, fu tutt'uno. Il fante comincia a chiamare messer Filippo con alta boce, ché ancora non avea aperto:
- O messer Filippo, l'oca sen va, o messer Filippo, l'oca sen va.
Messer Filippo ciò udendo, si muove dicendo:
- Come sen va l'oca, che sie mort'a ghiado? non è ella morta, e cotta?
E 'l fante spesseggiava:
- Io vi dico ch'ella sen va, venite tosto.
- Come sen va, che sia tagliato a pezzi? è ella viva? - e con questo giugne all'uscio, e apre.
E 'l fante dice:
- Oimè, messere, certi ghiottoni m'hanno rubato l'oca.
Dice messer Filippo:
- O non potevi tu dire: l'oca m'è tolta? che sia impiccato, come seranno ellino.
E cosí detto, andò ben cento passi gridando:
- Pigliate i ladri.
Trassono fuori de' vicini.
- Che è, che è?
Ed e' risponde:
- Come diavol: "che è?"; èmmi stata tolta l'oca che venía dal forno.
Dice il fante:
- Voi dite villania a me, perché io dicea che l'oca se n'andava; e voi dite ch'ella venía dal forno; o come venía, s'ell'era morta, e non era viva?
Messer Filippo guata costui, e dice:
- O questo è ben peggio che 'l fante vuole loicare meco, quando s'ha lasciato tòr l'oca: va', fa' che noi abbiamo degli agli a cena, che Dio ti dia il malanno e la mala pasqua.
Alcuni vicini che scoppiavono al buio, diceano:
- O messer Filippo, pazienzia.
E quelli rispondea:
- Come pazienzia? che è cosa da rinnegare la fede!
L'altro dicea:
- Volete cenar meco?
Egli era sí infiammato che non udía e non intendea; avea l'animo a quelli uccelletti che erano nell'oca che l'aiutorono a volare; e poi se n'andò in casa, e tutta sera gridò col fante, e ancora dicea:
- S'io posso sapere chi me l'ha tolta, mai non vederà oca che di quella non gli venga puzzo.
Elle furono parole: e' convenne che facesse sanza l'oca, e mangiasse altro; e molto stette che pace non se ne diede.
E perché dice: "Una pensa il ghiotto, e l'altra il tavernaio". E la pazienza dicono che noi seguiamo, e per loro poco o niente la vogliono.-


NOVELLA CLXXXVII

A messer Dolcibene si dà mangiare una gatta per scherno: dopo certo tempo elli dà a mangiare sorgi a chi gli dié la gatta.

Molto fanno ridere queste beffe gli uditori, ma molto piú dilettano quelle, quando il beffatore dal beffato riceve le beffe, come in questa si dimostrerrà. Ciascuno puote avere inteso per certe novelle passate chi fu messer Dolcibene. Costui fu invitato a mangiare una volta dal piovano della Tosa, il quale tenea Santo Stefano in Pane, dicendo ch'egli avea un coniglio in crosta. E a questo mangiare vi fu el Baccello della Tosa, e alcun altro che sapea il fatto. E questa si era una gatta, la quale era venuta alle mani del piovano, e messer Dolcibene n'era schifo. Essendo adunque il piovano, messer Dolcibene e altri, fra l'altre vivande recandosi la crosta della gattaconiglio, ella fu sí buona che messer Dolcibene ne mangiò piú che niuno. Come la crosta fu mangiata, e 'l piovano con gli altri cominciano a chiamare: "muscia"; e chi miagolava, come fa la gatta.
Messer Dolcibene, veggendo questo, imbiancòe, come il piú de' buffoni fanno, e temperossi, dicendo:
- Ell'è stata molto buona -; per non gli fare lieti, e per render loro, come vedesse il bello, pan per cofaccia.
Giammai non gli uscí questo fatto della mente, fin a tanto che venendo la figliatura delli stornelli, de' quali era molto copioso a un suo podere in Valdimarina, e in quello tempo provvide di pigliare con trappole e con altri ingegni in un suo granaio parecchi sorgi, acciò che gli avesse presti e ordinò con un suo fante che una gabbiata di stornelli gioveni, mescolatovi alcuno pippione, recasse dopo desinare quando lo vedesse col piovano al Frascato, e paresse gli portasse in mercato a vendere, dicendo con lui: "Per quanto volete voi che io gli dia?"
Conoscea messer Dolcibene la natura del piovano e del Baccello, che come gli vedessono, cosí dicessono: "Tu non ci dài mai mangiare di queste tue uccellagioni", e che gli chiederebbono cena.
E cosí proprio intervenne; che giunto il fante, il piovano piglia la gabbia, e disse non renderlila, se non desse loro cena. Di che messer Dolcibene acconsentí, e fessi dare la gabbia, e andonne a mettere in ordine la cena. E giunto a casa, tolse due pippioni e otto sorgi, i quali acconciò per fare una crosta, levando i capi, e le gambe, e' piedi, e le code, arrocchiandogli per mezzo, sí che nella crosta pareano proprii stornelli; e mescolò due pippioni a quarti tra essi, e della carne insalata, e fece fare la crosta; e 'l fante mandò a vendere l'avanzo.
Giunta l'ora della cena, la brigata s'appresentò a casa messer Dolcibene. Come li vide, disse:
- Voi non manicherete istasera se non della gabbiata che toglieste, sí che non sperat'altro.
E cosí di motto in motto se n'andorono a mensa. E venendo la crostata, dice il piovano:
- Aveteci voi messo alcuno pollastro dentro?
E messer Dolcibene disse:
- La colombaia mia non ne fa; io n'ho fatta una crosta di pippioni e stornelli.
Dice il piovano:
- O da che sono li stornelli? elle son bene delle cene vostre.
Dice messer Dolcibene:
- Io ne mangio tutto l'anno, e sono molto buoni.
Dice il Baccello:
- Sí manichereste voi topi, non vi costass'elli.
E cosí vennono a cavare la vivanda della crosta; e 'l primo che assaggiò di quei topistornelli, fu il piovano, e disse:
- E son migliori che io non credea.
Messer Dolcibene s'era messo in coda, che non poteano ben vedere il suo mangiare, e toccava spesso il tagliere, ma poco se ne mettea in bocca, se non un poco di carne salata, facendo di pane gran bocconi. Quando la crosta fu mangiata, sanza fare rilievo di topi, venuta l'acqua alle mani, disse messer Dolcibene:
- Fratelli carissimi, io v'ho dato cena istasera, e convennemi cacciare, e non sanza gran fatica, però che ogni ingegno e arte ci misi per spazio d'uno dí e una notte, acciò che voi stessi bene. Ben vorrei che la cacciagione fosse stata di maggiore bestie, come sete voi; ma piacque alla fortuna, che balestra spesso dove si conviene, che furono topi; i quali da lei messi nelle mie mani, parve che io dovesse dire "Non ti ricordi tu della gatta ch'e' tuo' amici ti dierono a mangiare? va', e rendi loro quello che meritano"; e brievemente per suo consiglio feci fare la crosta, dove tutti quelli che mangiasti per stornelli, furono topi. Se vi sono paruti buoni, sonne contento; se non fossono stati buoni, reputatelo alla fortuna ché di buon grano sono stati notricati, tanto che me n'hanno roso parecchie staia.
Come il piovano e gli altri udirono questo, diventorono che parvono interriati, dicendo quasi con boce sbalordita:
- Che di' tu Dolcibene?
- Dico che furono topi, e la vostra fu gatta: cosí nel mondo spesso si baratta.
Poco poterono rispondere a messer Dolcibene a ragione, che non gli confondesse; però ch'egli avevono cominciato. E dee ciascuno che vive in questo mondo, recarsi a quella vera legge che chi la seguisse mai non errerebbe, cioè: non fare altrui quello che non vorreste fosse fatto a te. E pur come non istimatori di questa legge, né del primo fallo venuto da loro, s'adirorono forte; e tale disse:
- Dolcibene, e' ti si vorrebbe darti una coltellata nel volto.
E que' rispondea:
- A voi sta; che come dalla gatta a' topi, cosí dalla coltellata alla lanciata anderà: uscitemi di casa; e qualunch'ora voi vorrete de' miei mangiari, io ve gli darò secondo che meriterete.
E se n'andorono scornati, e co' ventri attopati. E quello di che mai non si poterono dar pace fu che messer Dolcibene un buon pezzo, dicendo questa novella per la terra, scornava forte costoro; tanto che 'l piovano e gli altri il pregorono non dovesse dir piú; e feciono pace per non essere piú vituperati.
Or cosí interviene a chi non fa mai la ragione del compagno. E se alcuno uomo di corte fu vendicativo, e tenesse a mente, fu messer Dolcibene; e ben lo seppe un uomo di corte chiamato messer Bonfi; il quale, avendo parole d'invidia con messer Dolcibene, però che non era se non da dare zaffate, un dí innanzi a molti gli diede una zaffata; messer Dolcibene non la sgozzò mai, tanto che colto un dí tempo, con un ventre pieno il giunse in Mercato Nuovo, e in presenza di tutti i mercatanti gli lo percosse al viso per forma che si penò a lavare una settimana o piú.
Colui l'offese con l'orina, ed elli si vendicò con lo sterco.

E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno e fare la ragion sua come la sua propria; e cosí facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene.


NOVELLA CLXXXVIII

Ambrogino da Casale di Melano compra una trota, e messer Bernabò non può avere pesce; manda per Ambrogino, e vuol sapere di che fa sí larghe spese; ed elli con un leggiadro argomento si spaccia da lui.

Non si dilettò di simil vivande, quali furono quelle della passata novella, Ambrogino da Casale gentiluomo di Melano; il quale ne' tempi che regnava messer Bernabò, essendo ricco di forse cinquemila fiorini, e avendo considerato la quantità delle imposte e delle gravezze del signore, e in quanto tempo convenía che tutto il suo fosse del signore, si pensò di logorarsi il suo e darsi il piú bel piacere del mondo (e chi venisse di drieto serrasse l'uscio) e in cavallo e in vestire, e sopra tutto magnare co' suoi compagni delle migliori vivande che potea avere.
Avvenne per caso che, essendo venuta una ricca ambasciata dello re di Francia al detto messer Bernabò, e volendoli onorare, convenne che uno venerdí diliberasse dare loro mangiare; e mandò il suo spenditore alla pescheria perché comprasse del pesce; il quale, andando e nulla trovando, domandò i pescatori che fosse la cagione. Risposono credeano fosse cagione del vento che allora era, però che in quella mattina altro che una trota di venticinque libbre v'era stata, la quale avea comprata Ambrogino da Casale. E con questo lo spenditore tornò al signore, niente avendo comprato; e raccontando come solo una trota v'era stata, e quella avea comprata Ambrogino, commise a uno famiglio che andasse per lui. Ito per lui, Ambrogino cominciò a tremare, non avendo freddo, e subito ne va dinanzi al signore il quale, come il vide, disse:
- Mo dimmi, onde ti viene che tu fai sí larghe spese, che tu comperi una trota di venticinque libbre, e io, che sono il signore, non posso avere un poco di pesce per dar mangiare altrui?
Ambrogino tutto timoroso volea dire, e non ardiva, e 'l signore, vedendo ciò, disse:
- Di' sicuramente ciò che tu vuogli, e non avere di me alcuna paura.
Ambrogino, essendo assicurato da colui di cui avea paura, disse:
- Signor mio, poiché voi mi comandate che io vi dichi la verità, io ve la dirò, pregandovi per misericordia che di ciò a me non ne segua alcuna novità.
Il signore ridisse:
- Di' sicuramente e non aver paura.
Allora disse Ambrogino:
- Magnifico signore, egli è buona pezza che io m'avvidi che tutto il mio dovea venire a voi; di che, considerando questo, io mi sono sforzato di logorare il mio quant'ho potuto, prima che il logoriate voi; e in questa mattina comprai quella trota per istudiarmi di mangiare innanzi il mio che voi ve 'l mangiate voi. E questa è la cagione e niuna altra cosa mi muove.
Il signore, udendo costui, cominciò a ridere, e disse:
- Ambrogino, in fé di Dio, io credo che tu sie il piú savio uomo che sie in Melano; va' e godi e spendi largamente, che io ti confermo nella tua buona volontà, e voglio che ti goda il tuo, piú tosto che io lo voglia per me; e per lo tempo che dee venire tu te ne avvedrai -; e licenziollo.
Partitosi Ambrogino con la debita reverenzia, tornò a casa sua, e parendoli avere fatta buona mattinata, si pensò di presentare la trota al signore, e trovato uno intendente famiglio, la puose in su un bianco tagliere grande, che già era cominciata a conciare per cuocersi; e copertola d'una bianca tovagliuola, disse al famiglio:
- Va' al signore messer Bernabò e di': "Il vostro servidore Ambrogino vi presenta questa trota, perch'ella si confà molto meglio alla sua signoria che alla mia debile condizione"; e che che io me gli abbia detto in questa mattina, io ho molto piú caro quello che prende del mio che quello che mi rimane.
Il famiglio con la imbasciata portò il presente al signore. Al quale il signore rispose:
- Di' ad Ambrogino che in questa mattina io avea compreso assai della sua condizione, ora ho maggiormente compreso della sua virtú; va' e digli da mia parte ch'egli ha ben fatto.
Il messo cosí rapportò ad Ambrogino.
Venuto il dí dopo mangiare, come spesso interviene, che li signori a cui vogliono far male il fanno fuor di misura, e a cui vogliono far bene il fanno senz'alcun mezzo; essendo partiti da mangiare gli ambasciadori di Francia e messer Bernabò, conosciuta la condizione d'Ambrogino, subito lo elesse suo provvisionato a maggiore salario degli altri, o come gli altri, e mandò per lui. Le grazie d'Ambrogino verso il signore, udendo il beneficio a lui dato, non si potrebbono scrivere; e spesso il mandò per rettore, quando in una terra e quando in un'altra; tanto che, come vivesse poco, non avea pensiero di spendere di quelli di casa ma di riporre quelli che gli avanzavono di quelli che 'l signore gli dava. E cosí quello che visse, bontà della trota che gli venne per le mani, visse riccamente e in buono stato, e in quello si morí.
Per questa novella veramente si può comprendere che allo stato che si vede e de' signori e de' comuni (e specialmente oggi, che altro non cercano se non per gravezze quello de' loro sudditi consumare) che Ambrogino saviamente provvedesse a volersi prima manicare il suo, che altri lo mangiasse. E io scrittore sono di quelli che già dissi che la spesa della gola era tra l'altre la piú trista; e cosí solea essere. Ma essendo venuto il mondo a tanto che tutte l'altre cose conviene che vadino in rovine, reputo oggi il mangiare e 'l bere essere quella cosa che li principi del mondo possono meno avere.
Però che, se io considero a' contanti, quelli sono la prima cosa dove percuotono; se io considero alle possessioni, sempre v'hanno l'occhio a tirarle a loro; se alle masserizie, sempre sono la prima cosa che le famiglie e' messi ne portono, se alle belle robe che uomeni o donne portino, o s'impegnano o si vendono per pagare: solo il mangiare è quello che giammai non possono avere. E però saviamente facea Ambrogino, però che molti ne sono già stati che con grande avarizia averanno ammassata ricchezza, e mai non aranno goduto un'ora che gli è sopravvenuto un caso di guerra, che converrà che la maggiore parte del suo si paghi alla gente scellerata dell'arme, i quali del loro goderanno gran pezze, ed eglino non aveano cuore di contentarne l'animo loro d'uno minuzzolo.
E però dice: "Chi per sé raguna, per altri sparpaglia".
E ancora intervien peggio, che quello che l'avaro spesso arà ritenuto di spendere, che ragionevolmente spendere si dovea, per altrui scialacquatamente sarà speso e gittato, con grande sua tristizia e dolore. Non dico però che in ogni cosa la via del mezzo è quella che è piú commendabile.


NOVELLA CLXXXIX

Lorenzo Mancini di Firenze, volendo fare uno matrimonio e non potendo accostare il pregio della dota, con nuovo modo conchiude.

E mi convien venire a una novella d'un nostro cittadino, il quale, disponendosi di volere fare un matrimonio tra due suoi amici, e l'uno volendo gran dota e l'altro non potendo darla, alla fine con una sua piacevole astuzia fece sí che, essendo le parti molto da lunge, le fece sí prossimane che 'l parentado venne a conclusione. Fu costui uno piacevole e pratico uomo, chiamato Lorenzo Mancini, il quale, essendo grandissimo e amico e compagno di Biagio di Fecino Ridolfi, e avendo compreso di dar moglie al detto Biagio, considerò che Arrigo da Ricasoli, molto suo cordiale amico, avendo una bella figliuola da marito, in quella dovesse mettere e la fatica e l'ingegno acciò ch'ella fosse sua moglie. E andato un dí a Biagio, gli disse tutto il convenente che si dee dire sopra sí fatta materia, lodandoli la mercanzia quanto si dee per fare sí che la cosa venisse ad effetto. Biagio acconsentí al piacere del parentado; ma alla dota si puose di volere fiorini mille, e non meno. Quando Lorenzo udí il suono di fiorini mille, un poco gli mancò il pensiero; ma pur per primo colpo non lasciò né lo scudo né la lancia, ma partitosi, disse:
- Or bene -; e andò a quello da Ricasoli, e simile gli disse come s'avea pensato, che desse la sua figliuola a Biagio di Fecino, e se li piacea d'avere a fare con lui.
Rispose di sí. Seguí Lorenzo:
- Che gli vuoi tu dare?
L'amico disse:
- Ragiona, Lorenzo mio, che io vivo di rendita, come tu vedi; e' mi sarà molto malagevole a potere aggiugnere a cinquecento fiorini.
Allora rispose Lorenzo:
- Quando l'uomo truova cosa che gli piace, e' conviene che si sforzi.
Colui rispose:
- Quello che non si puote è piú duro che pietra.
Disse Lorenzo:
- Tu farai quello che vorranno gli amici -; e partissi.
E stando un pezzo, si trovò con Biagio, e disseli che credea accapezzare le cose in quanto elli condiscendesse alla dota, la quale a lui parea troppo alta. Biagio stette pur fermo a mille, e mai non iscese. Andò Lorenzo a quello da Ricasoli a provare con quante ragioni potesse di farlo salire; giammai non vi fu modo; ché in conclusione Lorenzo durò grandissima fatica circa d'un mese, e mai non poteo fare scendere li mille, né salire li cinquecento. Alla per fine si pensò un modo nuovo, quasi disperandosi, dicendo: "Che diavol è questo? io credo che l'uno di costoro sia di porfido e l'altro di diamante; ben piglierò un poco di sicurtà, che io m'ingegnerò di trarre innanzi questo parentado. El peggio che ci possa incontrare, se lo rompono poi: ed elli se lo rompano".
Andossene a Biagio e disse:
- Il fatto è fatto -; e poi n'andò a quello da Ricasoli e disseli il simile: - Dove volete voi essere oggi?
Composono d'essere in Santa Maria sopraporta e pochi per parte, e Lorenzo fosse dicitore delle parole. E cosí feciono; che Lorenzo molto lietamente disse e in principio e mezzo e fine, andando pur d'attorno, non narrando mai né dota né alcuna quantità, dicendo:
- Dio vi dia buona ventura.
La gente cominciandosi a partire, e Biagio dice a Lorenzo:
- O tu non hai detto della dota.
Dice Lorenzo:
- Tu credi che io sia notaio: vo' sete oggimai parenti, ben v'accorderete.
A Biagio non piacquono molto le parole, e a male in corpo si partí, perché Lorenzo studiò che avea un poco a fare in quel dí; né la sera cenò, né la notte dormí Biagio che buono gli paresse, parendogli mill'anni che l'altra mattina fosse con Lorenzo. E cosí venuta, e Biagio si trovò con Lorenzo e disse che 'l dí dinanzi e' non avea ben chiarito la dota. Lorenzo rispose:
- Biagio mio, io non durai mai maggiore fatica che fare questo parentado; però che tu ti ponesti su' mille fiorini e mai non ne scendesti, e l'altro si pose su' fiorini cinquecento e mai non salí; io avea pur voglia di fare il parentado e cosí ho fatto: se su la dota c'è a fare niente, voi sete parenti, voi il farete meglio che altri.
Dice Biagio:
- Motteggi tu?
Lorenzo dice:
- Io dico il vero.
Dice Biagio:
- Se tu di' il vero, e tu l'attieni per te, ché, quanto io, non sono per attenerlo io.
Risponde Lorenzo:
- Se tu non lo atterrai, e' non si disfarà il mondo, e la vergogna fie tua e non mia; fa' che ti pare: io ho fatto il parentado.
La novella venne agli orecchi dell'altra parte, che di questo non facea contesa; accostossi con Lorenzo e disse:
- A che siàn noi?
Disse Lorenzo:
- E mi pare piatire alle civili; fate che vi piace.
Nella fine e' s'accordorono per men vergogna di loro, e per non si recare a nimico Lorenzo; e costò a quello da Ricasoli questa dota in tutto fiorini cinquecento, per recarla a fiorini come fece Lorenzo.
Giammai alcun sensale non arebbe concluso questo matrimonio: solo una nuova astuzia di Lorenzo fece fare quello, che essendo ito la cosa con grand'ordine, giammai non si serebbe fatta. E però è buono alcuna volta pigliar confidanza nelli amici e uscire de' termini; però che spesse volte uno trasandare acconcia una cosa, che tutto il seguire dell'ordine che fu mai non l'acconcerebbe.


NOVELLA CXC

Gian Sega da Ravenna con nuova astuzia ha a fare con una giovene giudea, e tutti li Giudei che sono con lei fa entrare in uno necessario.

Assai fu di minore fatica a Gian Sega da Ravenna a venire ad effetto d'un suo disordinato appetito di lussuria verso una giovene giudea. E per farmi un poco a drieto a questa storia, questo Gian Sega, al tempo di messer Bernardino da Polenta, stando in Ravenna, e seguendo maniera d'uomo di corte, ed essendo pure d'una diversa condizione, avendo già morti uomini in diverse maniere, avvenne per caso che, come spesso si mutano gli animi de' signori e le subite risa si convertono in pianto, cosí subito questo signore fece pigliare Gian Sega, e in mano del Podestà essendo al martorio, confessò avere morti uomeni e altre cose assai; di che gli fu dato il comandamento dell'anima, per essergli tagliato il capo. E la mattina che ciò si dovea fare, andando la famiglia alla prigione su la mezza terza per legarlo, costui, con la forza delle braccia e co' morsi e calci, contro la famiglia stette per ispazio d'un'ora anzi che fosse legato; alla per fine, essendo con gran fatica tratto fuori, niuno se gli accostava presso che, co' denti e con gittarsi in terra, non desse assai che fare a ciascuno che piú presso gli stava; tanto che, essendo su la nona, non avendolo potuto conducere a mezza via, mandorono per un asino e a traverso ve lo legorono su, non sanza grandissima fatica... che andava a fare la... però che poi che fu legato... tanto si divincolò... dall'un de' lati, che...
lamentandosi di questo Gian Sega, dice:
- Signor mio, giammai non faceste tanta degna cosa quanto a levare di terra quel mal uomo che mandaste a dicapitare; però che tra l'altre cose e' mi diede fuori della porta parecchie bastonate.
Disse il signore:
- Sozzo rubaldo, sí che tu mi lodi, appropiandoti ch'io faccia una tua vendetta.
E subito chiama un suo segretario, e dice:
- Monta sul corsiere, e corri al luogo della justizia, e di' al cavaliero, se Giovan Sega non ha morto, che subito lo rimeni a me.
Il famiglio, ubbidendo al signore, corse, e trovò Gian Sega col collo sul ceppo e con fanti addosso, che per forza il teneano, e 'l giustiziere con la mannaia e col mazzo apparecchiarsi: dicendo:
- Rimenate costui al signore sano e salvo -; e cosí subito fu fatto.
E Gian Sega, quasi mezzo morto e per lo combattersi, e per lo fine della morte dove elli era, e per la soperchia allegrezza della boce, che disse rimenatelo sano e salvo , mescolata col dolore, giunse al signore come uno uomo aombrato. A cui il signore disse:
- Gian Sega, io mi sono ricordato che al tal tempo, uscendo io fuori di questa terra e tu eri con meco, essendo assalito da gente d'arme, tu entrasti tra loro e me e tanto gli tenesti a bada, combattendo con loro, che io scampai, e tu fosti preso.
Venne a memoria a messer Bernardino, dopo il detto di colui che lodava la justizia che facea, questo atto che Gian Sega avea fatto per la sua salute, e su questo si fondò, parendoli virtú camparlo per questo, e 'l contrario per lo detto di quell'uomo.
Gian Sega, cominciando a riavere gli spiriti, li quali erano assai smarriti, disse:
- Signore...
e domandato licenza a messer Benardino, se n'andò a Rimine a messer Galeotto Malatesti, col quale stando alquanti mesi, sopraggiugnendo l'anno del giubileo 1350, pensò d'andare in Porto Cesenatico e là tenere uno albergo: e cosí fu là. Dove, essendo in questa maniera avviato, avvenne per caso che, tra certi judei che stavano in Ravenna e certi altri judei che stavano ad Arimino, si contrasse uno matrimonio, che uno di quelli che stavano a Ravenna tolse per moglie una bella giovene judea di quelli che stavano a Rimine. Ed essendo andati circa sei di quelli di Ravenna a Rimine con lo sposo per congiugnere il matrimonio, come hanno per usanza, e poi menando la sposa con la cameriera a Ravenna, arrivorono una sera a Porto Cesenatico all'albergo di Gian Sega. Il quale, avendo ricevuto li giudei e veggendo la giovene judea bellissima, non ricordandosi della passata ventura ma ritornando alle sue scellerate opere, pensò in che forma potesse avere a fare con questa judea. E con una nuova malizia andò alla riva, là dove ordinò con certi marinai che la sera di notte dovessono giugnere alle porte dell'albergo, facendo busso e tumulto e con arme e con bastoni, sí come volessono e rubare e predare e uccidere qualunche dentro v'era; e questo facessono per tre volte, mettendo poco dall'una volta all'altra, e continuo si crescesse l'assalto, gittando maggiore paura a quelli dentro.
Come Gian Sega ordinò co' marinari, cosí fu fatto. E vegnendo la notte, essendo le porte dell'albergo tutte serrate, li marinai, come gente scherana o sbandita, giungono, percotendo le porte, dicendo:
- Aprite cià.
Come li judei sentono questo, ebbono grandissima paura, pregando l'oste che gli debba scampare. E l'oste dice:
- State fermi, tanto che io vada a vedere dalla finestra chi e' sono.
E cosí andò l'oste e tornò, e disse:
- Questi sono sbanditi, de' quali io ho maggiore paura fra la notte che io non ho ora; però statevi pianamente e veggiamo se altro segue.
Li giudei stavano ristretti e cheti come olio. Stando per alquanto spazio, gli marinai giungono la seconda volta e con maggiore furore che la prima. Li giudei dicono all'oste:
- Oimè! oste, scampaci la vita.
Dice l'oste:
- Venite con meco -; e menolli in un'altra camera e stalla molto buia e disse: - Statevi qui.
Li giudei stavano, come l'oste dicea. E l'oste va a una finestra e dice, sí che li judei udíano:
- Andatevi con Dio, che io non ci ho istasera alcuno forestiero.
Ed elli rispondeano:
- Aspettera' ti un poco, ché noi ne vorremo saper altro; - e partironsi.
E poco stante tornorono cum fustibus et cum lanternis , facendo sembiante di voler mettere fuoco nell'albergo. Li giudei, sentendo il romore e udendo dire del fuoco, e veggendo per li spiragli delle porte la fiamma, dicono all'oste:
- Noi siamo morti, se non ci metti in qualche luogo ben occulto.
Era in uno canto, là dov'egli erano, uno necessario presso che pieno, con due assi coperto, dove l'oste gli condusse, dicendo:
- Entrate qui, che io non credo che vi truovino per fretta.
Costoro, volontorosi di fuggire la morte, in calca v'entrorono dentro. E in questo giunse la cameriera, che avea sentito tutto, raccomandando e lei e ancora la sposa judea. A cui l'oste disse:
- Entrate anche qui voi: della giovane non abbiate paura; io dirò che sia mia figliuola, o metterolla sotto il letto.
La cameriera subito entrò dove gli altri; e ivi chi si trovò nella malta insino a gola e chi insino al mento, e coperchiati dall'assi vi stettono quasi tutta la notte; però che Gian Sega spesso facea romore, come se fossono all'uscio per volere entrar dentro. E avendo serrato col chiavistello l'uscio della camera dove costoro erano, se n'andò dove la giudea era; a cui ella si gittò al collo, morendo di paura; e Gian Sega la condusse verso il letto e disse non avesse paura ella, ma dicesse che fosse sua figliuola, e dormisse con lui in quel letto. La giovene tremante di paura cosí fece; e Gian Sega in quello subito si coricò, usufruttando la fanciulla e abbracciando la legge giudaica quanto li piacque; e alcun'ora si levava, andando verso la porta, facendo romore come i malandrini vi fossono, acciò che i giudei stessono ben ristretti nel cessame. E cosí continuò tutta notte, ora al letto con la giudea, ora alla porta con lo falso romore; tanto che, apparendo il giorno, egli acconciò il letto con la judea insieme, non parendo mai che vi si fosse giaciuto; e ammaestrolla entrasse dietro al letto, dicendo che tutta notte per gran timore vi fosse stata; ed ella cosí fece, e serrossi dentro nella camera.
Avendo Gian Sega cosí ordinato i fatti suoi e della sposa, andò verso la fecciosa tomba per trarre il popolo judaico della conserva, dicendo:
- Uscite fuori, che Dio ci ha fatto gran grazia, però ch'egli è giorno e ormai siamo sicuri.
Il primo che uscí fu la cameriera, la quale parea che uscisse d'uno brodetto. Come i judei vidono fare la via alla cameriera, subito l'uno dopo l'altro tutti e sei, cosí infardati come si dee credere, con gran fatica se n'uscirono fuori; e 'l marito della sposa subito domanda di lei; a cui Gian Sega disse:
- Vorrei che cosí fosse stati voi, però che come ella sia stata con molto spavento, come fanciulla ella si serrò nella camera e là s'è stata tutta notte, e voi sete stati in forma che molto me n'incresce; ma io non credea che questa fossa fosse cosí piena: ma ogni cosa sia per lo migliore, ché per lo migliore si fece.
I giudei risposono che di ciò erano certi, ma che l'oste venisse al rimedio, come lavare si potesseno. L'oste disse:
- Lasciate fare a me, io farò scaldare tant'acqua, che l'uno dopo l'altro vi laverete in questa casa di dietro, e poi enterrete nel letto, e io m'anderò alla marina a lavare i vostri panni; e quando siano asciutti potrete andare al vostro viaggio.
A' giudei parve essere a buon porto, e cosí presono per partito, aspettando parecchi dí, tanto ch'e' panni fossono e lavati e rasciutti. E questo non nocque punto a Gian Sega, però che ebbono a pagare molti scotti, e forse qualche altra volta si trastullò con la judea.
E dopo alquanti dí co' panni non troppo ben lavati si tornorono a Ravenna.
Che diremo adunque degli avvenimenti della fortuna? ché in poco tempo si trovò Gian Sega nell'ultimo della morte e scampato da quella, solo per combattersi dalla famiglia; ché, se fosse ito senza contesa, serebbe stato morto parecchie ore innanzi. E però dice: "Passa un'ora e passine mille". Dappoi, diventato albergatore, contentò l'animo suo della judea, forse piú che 'l marito, il quale lui con l'altra compagnia judaica mise in una puzzolente conserva di cristiani; ché molto averebbono aúto meno a male d'essere affogati in isterco di judei. Cosí avvenisse a tutti gli altri che stanno pur pertinaci contro alla fede di Cristo, ché, poiché non si vogliono rivolgere dalla loro incredulità, fossono fatti rivolgere in quel vituperoso fastidio che Gian Sega gli fece attuffare con obbrobio e con vergogna di loro.


NOVELLA CXCI

Buonamico dipintore, essendo chiamato da dormire a vegliare da Tafo suo maestro, ordina di mettere per la camera scarafaggi con lumi addosso, e Tafo crede sieno demoni.

Quando un uomo vive in questo mondo, facendo nella sua vita nuove o piacevoli e varie cose, non si puote raccontare in una novella ciò ch'egli ha fatto in tutta la vita sua; e pertanto io ritornerò a uno, di cui a drieto alcune novelle sono dette, che ebbe nome Buonamico, dipintore, il quale cercò di dormire, quando venía la notte, dove Gian Sega nella passata novella cercò il contrario. Costui nella sua giovenezza essendo discepolo d'uno che avea nome Tafo, dipintore, e la notte stando con lui in una medesima casa, e in una camera a muro soprammattone allato alla sua, e com'è d'usanza de' maestri dipintori chiamare i discepoli, spezialmente di verno, quando sono le gran notti, in sul mattutino a dipignere; ed essendo durata questa consuetudine un mezzo verno che Tafo avea chiamato continuo Buonamico a fare la veglia, a Buonamico cominciò a rincrescere questa faccenda, come a uomo che averebbe voluto piú presto dormire che dipignere; e pensò di trovare via e modo che ciò non avesse a seguire; e considerando che Tafo era attempato, s'avvisò con una sottile beffa levarlo da questo chiamare della notte, e che lo lasciasse dormire. Di che un giorno se n'andò in una volta poco spazzata, là dove prese circa a trenta scarafaggi; e trovato modo d'avere certe agora sottile e piccole e ancora certe candeluzze di cera, nella camera sua in una piccola cassettina l'ebbe condotte; e aspettando fra l'altre una notte che Tafo cominciassi a svegliarsi per chiamarlo, come l'ebbe sentito che in sul letto si recava a sedere, ed egli trovava a uno a uno gli scarafaggi, ficcando li spilletti su le loro reni e su quelli le candeluzze acconciando accese, gli mettea fuori della fessura dell'uscio suo, mandandoli per la camera di Tafo.
Come Tafo cominciò a vedere il primo, e seguendo gli altri co' lumi per tutta la camera, cominciò a tremare come verga, e fasciatosi col copertoio il viso, ché quasi poco vedea, se non per l'un occhio, si raccomandava a Dio dicendo la intemerata e' salmi penitenziali; e cosí insino a dí stava in timore credendo veramente che questi fossono demoni dell'inferno. Levandosi poi mezzo aombrato, chiamava Buonamico, dicendo:
- Hai tu veduto stanotte quel che io?
Buonamico rispose:
- Io non ho veduto cosa che sia, però che ho dormito e ho tenuto gli occhi chiusi; maravigliomi io che non m'avete chiamato a vegliare come solete.
Dice Tafo:
- Come a vegliare? ché io ho veduto cento demoni per questa camera, avendo la maggiore paura che io avesse mai; e in questa notte, non che io abbia aúto pensiero al dipignere, ma io non ho saputo dove io mi sia; e per tanto, Buonamico mio, per Dio ti prego truovi modo che noi abbiamo un'altra casa a pigione: usciamo fuori, però che in questa non intendo di star piú, ché io son vecchio, e avendo tre notti fatte come quella che ho avuto nella passata, non giugnerei alla quarta.
Udendo Buonamico il suo maestro cosí dire, dice:
- Gran fatto mi pare che di questo fatto, dormendo presso a voi, com'io fo, non abbia né veduto né sentito alcuna cosa: egli interviene spesse volte che di notte pare vedere altrui quello che non è, e ancora molte volte si sogna cosa che pare vera e non è altro che sogno: sí che non correte a mutar casa cosí tosto, provate alcun'altra notte; io vi sono presso, e starò avvisato, se nulla fosse, di provvedere a ciò che bisogna.
Tanto disse Buonamico che Tafo a grandissima pena consentí; e tornato la sera a casa, non facea se non guardare per lo spazio che parea uno aombrato; e andatosi al letto, tutta la notte stette in guato, sanza dormire, levando il capo e riponendolo giú, non avendo alcuno pensiero di chiamare Buonamico per vegliare a dipingere; ma piú tosto di chiamarlo al soccorso, se avesse veduto quello che la notte di prima.
Buonamico, che ogni cosa comprendea, avendo paura non lo chiamasse a fare la veglia sul mattutino, mandò per la fessura tre scarafaggi con la luminaria usata. Come Tafo gli vide, subito si chiuse nel copertoio, raccomandandosi a Dio, botandosi e dicendo molte orazioni; e non ardí di chiamare Buonamico; il quale, avendo fatto il giuoco, si ritornò a dormire, aspettando quello che Tafo la mattina dovesse dire.
Venuta la mattina, e Tafo uscendo del copertoio, sentendo che era dí si levò tutto balordo, con temorosa boce chiamando Buonamico. Buonamico, facendo vista di svegliarsi, dice:
- Che ora è?
Dice Tafo:
- Io l'ho ben sentite tutte l'ore in questa notte, però che mai non ho chiuso occhio.
Dice Buonamico:
- Come?
Dice Tafo:
- Per quelli diavoli; benché non fossono tanti quanto la notte passata. Tu non mi ci conducerai piú; andianne e usciamo fuori, ché in questa casa non sono per tornare piú.
Buonamico gli poté dire assai cose che la sera vegnente ve lo riconducesse, se non con questo: che gli diede a intendere, se uno prete sagrato dormisse con lui ch'e' demoni non arebbono potenza di stare in quella casa. Di che Tafo andò al suo parrocchiano e pregollo che la notte dormisse e cenasse con lui; e dettagli la cagione e sopra ciò ragionando, s'accozzorono con Buonamico e tutti e tre giunsero in casa. E veggendo il prete Tafo presso che fuor di sé per paura, disse:
- Non temere, ché io so tante orazioni, che se questa casa ne fosse piena, io gli caccerò via.
Dice Buonamico:
- Io ho sempre udito dire ch'e' maggiori nimici di Dio sono li demoni; e se questo è, e' debbono essere gran nimici de' dipintori, che dipingono lui e gli altri Santi, e per questo dipignere se n'accresce la fede cristiana che mancherebbe forte se le dipinture, le quali ci tirano a devozione, non fossono; di che, essendo questo, quando la notte, che' demoni hanno maggiore potenza, ci sentono levare a vegliare per andare a dipignere quello di che portano grand'ira e dolore, giungono con grand'impeto a turbare questa cosí fatta faccenda. Io non affermo questo; ma parmi ragione assai evidente che puote essere.
Dice il prete:
- Se Dio mi dia bene, che cotesta ragione molto mi s'accosta; ma le cose provate sono piú certificate -; e voltosi a Tafo, dice: - Voi non avete sí grande il bisogno di guadagnare che, se quello che dice Buonamico fosse, che voi non possiate fare di non dipignere la notte: provate parecchie notti, e io dormirò con voi, di non vegliare e di non dipignere, e veggiamo come il fatto va.
Questo fu messo in sodo: che piú notti vi dormí il prete, ch'e' scarafaggi non si mostrorono.
Di che tennono per fermo la ragione di Buonamico essere chiara e vera; e Tafo fece bene quindici notti, senza chiamare Buonamico per vegliare. Essendo rassicurato Tafo e costretto dal proprio utile, cominciò una notte di chiamare Buonamico, perché avea di bisogno di compire una tavola allo Abate di Bonsollazzo. Come Buonamico vide ricominciare il giuoco, prese di nuovo de' scarafaggi e la seguente notte gli mise a campo per la camera su l'ora usata. Veggendo questo Tafo, cacciasi sotto, dolendosi fra sé stesso, dicendo:
- Or va', veglia, Tafo, or non ci è il prete; Vergine Maria, atatemi -; e molte altre cose, morendo di paura, insino che 'l giorno venne.
E levatosi egli e Buonamico, dicendo Tafo come li demoni erano rappariti; e Buonamico rispose:
- Questo si vede chiaro ch'egli è quello che io dissi, quando il prete ci era.
Disse Tafo:
- Andiamo insino al prete.
Andati a lui, gli dissono ciò che era seguito. Di che il prete affermò essere la cagione di Buonamico vera, e per verissima la notificò al populo, in tal maniera che, non che Tafo, ma gli altri dipintori non osorono gran tempo levarsi a vegliare. E cosí si divolgò la cosa che altro non si dicea; essendo tenuto Buonamico che, come uomo di santa vita, avesse veduto, o per ispirazione divina, o per revelazione, la cagione di que' demoni essere apparita in quella casa; e da questa ora innanzi da molto piú fu tenuto, e di discepolo con questa fama diventò maestro; partendosi da Tafo, non dopo molti dí fece bottega in suo capo, avvisandosi d'essere libero e potere a suo senno dormire; e Tafo rimase per quelli anni che visse trovandosi un'altra casa, là dove tutti e' dí della vita sua si botò di non fare dipignere la notte, per non venire alle mani delli scarafaggi.
Cosí interviene spesse volte che volendo il maestro guardar pure al suo utile, non curandosi del disagio del discepolo, il discepolo si sforza con ogni ingegno di mantenersi nelle dotte che la natura ha bisogno; e quando non puote altrimenti, s'ingegna con nuova arte d'ingannare il maestro, come fece questo Buonamico, il quale dormí buon tempo poi quanto li piacque; infino a tanto che un'altra volta una che filava a filatoio gli ruppe piú volte il sonno, come nella seguente novella si racconterà.


NOVELLA CXCII

Buonamico detto con nuova arte fa sí che una che fila a filatoio, non lasciandolo dormire, non fila piú; ed egli dorme quanto vuole.

Essendo Buonamico, del quale di sopra è detto, maestro in suo capo e vago di dormire e di vegliare secondo il tempo; però che gli convenía esercitare l'arte altramente quando era sopra sé che quando era sotto altrui come discepolo; avendo una sua casa, e avendo per vicino a muro mattone in mezzo uno lavoratore di lana un poco asgiato, il quale avea nome o era chiamato Capodoca assai nuovo squasimodeo; ed era costui quello che nella bottega d'Andrea di Veri gli fece già di nuovi trastulli; avea costui una sua moglie, la quale ogni notte di verno si levava in sul mattutino a vegliare e filare lo stame a filatoio presso al letto di Buonamico, non essendovi altro in mezzo che 'l muro di mattone soprammattone, come detto è. E Buonamico vegliava da dopo cena infino a mattutino, sí che a mattutino andava a dormire, e 'l pennello si riposava quando il filatoio cominciava. Essendo il focolare, dove costei cocea, allato al detto muro, pensò Buonamico una nuova astuzia; però che, avendo considerato che questa buona donna, quando cocea, mettea la pentola rasente a quel muro, fece un foro con un succhio in quel muro, rasente a quella pentola, e poi lo turava con un pezzuolo di mattone in forma che la donna non s'accorgesse. E quando pensava o vedea che la donna mettesse a fuoco, avea uno soffionetto di canna assai sottile, e in quello mettendo sale, quando sentía non esservi la donna, mettendolo per lo foro all'orlo della pentola, vi soffiava entro per forma che nella pentola metteva quanto sale volea.
E avendo per cosí fatta forma salato la pentola che quasi mangiare non si potesse, tornando Capodoca a desinare, la prima volta gridò assai con la donna, e in fine conchiuse, se piú cadesse in simile follia, gli farebbe Roma e Toma. Di che Buonamico che ogni cosa sentía, per adempire il suo proponimento, insalò la seconda volta molto piú che la prima. E tornando il marito per desinare e postosi a mensa, venendo la scodella, il primo boccone fu sí insalato che glilo convenne sputare, e sputato e cominciato a dare alla donna fu tutt'uno, dicendo:
- O tu se' impazzata o tu inebbrii, ché tu getti il sale e guasti il cotto per forma che, tornando dalla bottega affaticato, non posso mangiare come fanno gli altri.
La donna rispondea a ritroso; e colui con le battiture si svelenava tanto che 'l romore andò per la contrada, e Buonamico, come vicino piú prossimano trasse, ed entrando in casa, disse:
- Che novelle son queste?
Dice Capodoca:
- Come diavolo, che novelle sono? Questa ria femina m'ha tolto a consumare; e' pare che qui siano le saliere di Volterra, che io non ho potuto due mattine assaggiare del cotto ch'ell'abbia fatto, tanto sale v'ha messo dentro; e io ho di molto vino d'avanzo! ché n'ho un poco, e costommi fiorini otto il cogno e piú.
Dice Buonamico:
- Tu la fai forse tanto vegliare che quando ella mette a fuoco, come persona addormentata non sa quello ch'ella si fa.
Finito il romore, dopo molte parole, dice Capodoca:
- Per certo io vederò se tu se' il diavolo; io tel dico in presenza di Buonamico: fa' che domattina tu non vi metta punto di sale.
La donna disse di farlo. Buonamico lasciò quella pentola nella sua sciocchezza. E tornato il marito a desinare, e assaggiando la sciocca vivanda, comincia a mormorare dicendo:
- Cosí vanno i fatti miei; egli è peggio questa vivanda che l'altra; va', recami del sale che vermocan ti nasca, sozza troia, fastidiosa che tu se', che maladetta sia l'ora che tu c'entrasti; che io non so a che io mi tengo che io non ti getti ciò che c'è nel viso.
La donna dicea:
- Io fo quello che tu mi di'; io non so che modo mi tenga teco; tu mi dicesti che io non vi mettesse sale punto, e io cosí feci.
Dice il marito:
- E non s'intendea che tu non ve ne mettessi un poco.
La donna dicea:
- E se io ve n'avessi messo, e tu m'averesti zombata come ieri, sí che per me io non ti posso intendere; dammelo oggimai per iscritto di quello che tu vuoi che io faccia, e io n'avrò consiglio sopra ciò di quello ch'io debbo fare.
Dice il marito:
- Vedila! ancora non si vergogna; io non so a ch'io mi tengo che io non ti dia una gran ceffata.
La donna gonfiata, per non ricorrere il passato dí, si stette cheta per lo migliore. E Capodoca, quando ha mangiato come ha potuto, dice a lei:
- Io non ti dirò oggimai, né non insalare né insala; tu mi déi conoscere; quando io troverò che la cosa non facci a mio modo, io so ciò ch'io m'ho fare.
La donna si strigne nelle spalle, e 'l marito ne va alla bottega. Buonamico, che ogni cosa avea sentita, si mette in punto col sale, e col soffione per la seguente mattina che venne in giovedí; che sono pochi che in tal mattina non comprino un poco di carne, stando a lavorare tutta la settimana, come facea costui. Avendo il mercoledí notte assai male dormito Buonamico e a suono di filatoio, come in sul fare del dí el filatoio ebbe posa per mettere la carne in molle la donna e trovare la pentola, e per accendere il fuoco spezzare col coltellaccio alcuno pezzo di legne, cosí Buonamico col sale e col soffione si misse in guato; e preso tempo, se la seconda volta avea molto piú salato che la prima, la terza salò ben tre cotanti; e questo fece passata terza per due cose: la prima, perché questa donna insino a terza non facea altro che assaggiare la pentola, mettendovi il sale a ragione, dicendo: "Ben vedrò se 'l nimico di Dio serà ogni mattina in questa pentola"; la seconda era, perché la donna ogni mattina, sonando a Signore a una chiesa sua vicina, andava a vedere il Signore, e serrava l'uscio; sí che in quell'ora i saggi erano fatti, ed elli poteva molto bene soprasalare.
Fatte tutte queste cose, e venendo l'ora e tornando Capodoca a desinare, postosi a tavola e venendo la vivanda, come l'ebbe cominciata a mangiare, cosí il romore, le grida e le busse alla moglie in tal maniera furono che tutta la contrada corse; dicendo ciascuno la sua.
Costui avea tant'ira sopra la donna, che quasi non si sentía; se non che Buonamico giunse, e accostandosi a lui, il temperò dicendo:
- Io t'ho detto piú volte che questo vegliare, che tu fai fare a questa tua donna, è cagione di tutto questo male. E simil cosa intervenne un'altra volta a un mio amico, e se non che levò via il vegliare, mai non averebbe mangiato cosa che buona gli fosse paruta: Santa Maria! hai tu sí gran bisogno che tu non possa fare sanza farla vegliare?
Molto fu malagevole a temperare il furore di Capodoca che non volesse uccidere la moglie. Infine gli comandò innanzi a tutti i vicini che, se ella si levasse piú a vegliar mai, che le farebbe giuoco ch'ella dormirebbe in sempiterno. La donna per paura non si levò a vegliare piú d'un anno, e Buonamico poté dormire a suo senno; in fuor che da ivi ben a quattordici mesi, essendosi la cosa quasi dimenticata, ch'ella ricominciò; e Buonamico, non avendo arso il soffione, seguí il suo artificio; tanto che Capodoca ricominciò anche a risonare le nacchere; e Buonamico con dolci parole il fece molto piú certo per lo caso che tanto tempo era stato che, non vegliando la donna, la pentola sempre era stata insalata a ragione; e a Capodoca parve la cagione essere verissima, per tanto che con minacce e con lusinghe trovò modo che la donna non vegliò mai piú, ed ebbe buona pace col marito, scemando a lei grandissima fatica di levarsi ogni notte, come facea; e Buonamico poté dormire senz'essere desto da cosí grande seccaggine, come gli era il filatoio. E cosí non è sí malizioso uomo né sí nuovo che non se ne truovi uno piú nuovo di lui. Questo Capodoca fu nuovo quanto alcun suo pari; e fu sí nuovo che nelle botteghe, dove lavorò d'arte di lana, e spezialmente in quella de' Rondinelli, fece di nuove e di strane cose, come già furono raccontate per Agnolo di ser Gherardo, ancora piú nuovo di lui. E questo Buonamico fu ancora via piú nuovo, e la pruova della presente novella il manifesta.
E cosí interviene spesso di tutte le cose e massimamente sopra cosí fatti uomeni che truovono spesso di quelle derrate che danno altrui. E sono questi cosí fatti uomeni sí ciechi di loro che non credono che piacevolezza sia, se non quella che ciascuno in sé e in altrui adopera. Se io scrittore dico il vero, guardisi l'esemplo: come a uno di questi tali, o a giullari, o a uomeni di corte, che sono quasi simili, apparisce uno che con una cosa che faccia, o con un motto gli morda, o mostri me' di loro, subito pèrdono che paiono morti. Non è altro a dire, se non che si fidano tanto in loro detti e malizie e trastulli solo perché pensano nessuno sapere né fare né dire, com'eglino. Ed eglino cosí ne rimangono spesso ingannati, come tutto dí si vede; e hanno spesse volte tal derrate che si rimangono con le beffe e col danno, come fece questo Capodoca e molti altri già stati, come tutto dí si truova nelle cose moderne, e per scritture de' passati tempi.


NOVELLA CXCIII

Messer Valore de' Buondelmonti di Firenze, andando a uno corredo di Piero di Filippo, il morde con nuove parole, e Piero assai bene se ne difende.

Ancora ritornerò a un nuovo uomo raccontato a drieto in certe novelle, il quale, come che fusse novissimo e matto sciocco tenuto da gran parte degli ignoranti, dagli intendenti non nuovo, ma vecchio e savio e reo era reputato, e spezialmente in questa novelletta, la quale ebbe forte e del savio e del reo.
Fu costui messer Valore, cavaliere de' Buondelmonti, fiorentino; il quale, avendo sentito che Piero di Filippo degli Albizi di Firenze, savio e notabile cittadino e grande quanto mai avesse la sua città, avea invitato molti cittadini e forestieri a un grande convito; la qual cosa sentendo messer Valore sanza essere invitato, la mattina a desinare, come gli altri, andò al detto corredo, e portò seco in mano un grande aguto spannale; il quale giugnendo tra la brigata, e Piero, veggendolo, gli si fece incontro, pigliandolo per la mano, dicendo:
- Deh, come avete ben fatto a essere venuto a farmi onore a questo mio convito!
Messer Valore, che era in gonnella, che sempre andava senza mantello in cappuccio a foggia, avendo l'aguto in mano, che tutto il cerchio de' convitati il vedea, disse:
- Piero, io vegno per mangiar teco e con questi nobeli uomeni e per ricordarti alcune parole, che come elle ti parranno fatte, io te le dirò, credendo ti siano molto utili; e mise l'aguto sopra uno camino, sí che ciascuno il vedea. Tu déi avere letto per le croniche de' Romani che quando alcuno consolo tornava con gran vittoria sul carro trionfale, perché non si lasciasse assalire alla superbia, era messo in mezzo di due rubaldi, i quali li diceano villania, sputandoli talora nel viso e facendo altre cose assai vituperose. Fa' ragione, Piero mio, che io sia uno di quelli rubaldi e tu sia in sul carro del gran trionfo; però che, se io considero bene, tu se' il maggiore cittadino che mai fosse in questa città, e dentro e di fuori sei il piú savio che avesse questa terra per alcun tempo; se' stato in Puglia e in molti luoghi del mondo: in ogni parte se' stato reputato savissimo oltre a tutti gli altri. Sí che io non veggio che tu non sie sí alto che piú non puoi andare in su; io veggio troppo bene che tu se' nel colmo della rota e non ti puoi muovere, che tu non scenda e capolevi. Per questa cagione io t'ho recato quello aguto che tu vedi a quel camino, acciò che tu conficchi la rota; e se ciò non fai, volgendosi com'ella fa, e' ti converrà cominciare a scendere, e forse venire al di sotto.
Piero, che intendea bene il tedesco, rispose:
- Messer Valore, io mi credea che voi venisse a mangiare con questi valentri uomini per mangiare delle vivande che io dava loro, e voi sete venuto e avetemi dato delle vivande vostre, sí che io posso dire che io desino con voi istamane; ma almeno me l'aveste voi date alle frutte, che serebbono state migliori che quelle di frate Alberigo. Ma, come ch'io non sia a mezza via giunto, là dove voi mi ponete, e' mi pare che, se la rota si potesse conficcare, la libbra del ferro tornerebbe alla valuta d'oro, però che sono tanti che la vorrebbono conficcare, che 'l ferro tutto intrerrebbe in quella rota. E oltre a ciò, se pur si potesse conficcarla, serebbe fare grandissima ingiustizia a quelli che sono di sotto e nel mezzo e da lato, che vogliono ch'ella volga, per migliorare stato.
Disse allora messer Valore:
- E per lo dire che tu hai fatto incontro alle mie sciocchezze, costoro che mangiono qui con teco ti possono tenere molto da piú che io non ho detto; e pertanto sono meglio contento d'esserci venuto per la evidente pruova che nel tuo parlare hai dimostrata a tutti costoro.
E cosí l'uno all'altro dissono assai cose di sentenzia, e puosonsi a mensa. Dove mangiato che ebbono, messer Valore pigliando comiato, Piero gli disse:
- Togliete l'aguto vostro, ché io nol potrei conficcare dove dite; però che Cesare e Alessandro e molti altri nol poterono conficcare, non che io che sono un piccolo uomo: e potendolo fare non voglio, acciò che 'l mondo non perisca.
Messer Valore tolse lo aguto e disse:
- Et tu es Petrus, et super hanc petram è edificata la sapienzia; e fatti con Dio.
E cosí finirono e 'l convito e' ragionamenti.
O qual cosa è piú certa che questa rota, la cui velocità nel volgere mai non ebbe posa, e quanti re, e quanti signori, e quante sètte de' populi e de' comuni l'hanno già provato! Quanto piú si vede, meno si crede. Chi è in alto stato non pensa mai al calare; e quanto piú va in su, di maggior pericolo è la caduta. Non voglio mettere tempo in allegare le fortune degli antichi signori; guardisi pur una canzonetta che colui che la fece, ve ne mise una gran parte, la qual comincia: "Se la fortuna e 'l mondo, Mi vuol pur contastare, ec.". E non dirò come fu in cima della rota Troia, e come Priamo, e come fu grande Tebe, e come fu alta Cartagine, e 'l suo Annibale, e la setta Barchina, e l'altra; e lascerò stare Roma che signoreggiò tutto l'universo, e ora quello ch'ella tiene; e qual furono i cittadini suoi, e qual sono oggi: ogni cosa è volta di sotto e attuffata nella mota.
Che vo io cercando le cose antiche che si potrebbe dir: forse non fu cosí? diciamo di quelle che ieri vedemmo quanto volubilmente la rota mandò sul colmo re Carlo terzo, e essere re di Puglia e d'Ungheria, e come subito il mandò in alto, tanto subito o piú il volse a basso. Come condusse questa in superiore stato messer Bernabò signore di Melano, per farlo venire nella inferiore parte, là dove sanza ritegno fu disfatto. I signori della Scala come sono arrivati? I Gambacorti signori di Pisa al tempo di Carlo imperadore esser disfatti, e poi disfatto chi signoreggiò dopo loro; poi ritornare messer Pietro Gambacorti e' suoi nella signoria; e in fine essere morti e cacciati. Non è questo un fare all'altalena? non è questo un farsi certo che sempre questa rota giri? Quanti sono quelli che l'hanno provato e d'ogni stato e d'ogni condizione! non caperebbe in questo volume a raccontarli; e alcuno non pensa, purché abbia ricchezza stato o signoria. E non considera una cosa essere certa, che la ricchezza corre al suo fine, che è la povertà; lo stato ha spesse volte fine di morte o di suggezione, che gli è tolto da un altro che 'l conduce in miseria; la signoria viene infine in servitute. Adunque chi volesse vedere dirittamente, o miseri mortali, quelli è beato che non è sottoposto alle ricchezze, che non ha mai il dolore d'averle perdute; ché, come dice Dante, non è nel mondo alcun maggior dolore. Colui è beato che non ha paura di perdere grande stato, e similmente chi non ha la signoria, che non istà con sospetto e con paura di perderla, sí come rispose un filosofo a un che 'l domandò chi fosse il piú avventurato uomo d'una terra; e quelli rispose:
- Colui che tu credi che sia in maggiore miseria.
Chi notasse questo detto, e considerassi bene con gli occhi della mente, serebbe molto meglio a nascere e vivere e morire povero che nascere ricco e vivere ricco e in grande stato, con grande sollecitudine e sospetto, e poi forse nella fine vivere in miseria. Affatichisi dunque chi ha voglia di stato, o di ricchezza, che nella fine il mondo paga ciascuno della sua fatica.


NOVELLA CXCIV

Massaleo degli Albizzi da Firenze, con tre belle ragioni, morde l'avarizia d'Antonio Tanaglia suo vicino.

Non s'indugiò molto tempo Matteo di Landozzo, vocato Massaleo degli Albizzi, a fare la vendetta di Piero di Filippo suo consorto, in mordere d'avarizia un suo vicino; e questo Matteo è raccontato a drieto in una novelletta per un buono sonatore di vivuola a uno giudice della Grascia nelle carcere del Comune di Firenze. Questo Matteo fu d'una piacevole condizione; e avendo per vicino uno ricchissimo cittadino di Firenze e molto avaro, chiamato Antonio Tanaglia, e considerato tutte le sue condizioni che erano di pruova a volersi serbare il suo, e non lo partecipare né con lui né con alcun altro, pensatosi una notte, ebbe trovato uno piacevole modo di morderlo la seguente mattina; e trovatosi con lui in presenza di alquanti a sedere disse:
- Antonio mio, io ho veduto che io ho e posso avere vie meglio della tua ricchezza che non hai tu stesso.
Costui tutto spaventò, credendo forse che Matteo gli avesse o furato o tolto gran parte del suo, e affisossi nel guardarlo per veder quello che costui volesse dire. Massaleo, che vedea gli atti di costui, dice:
- Tu guati: se mi valesse dire: "che vuoi che ti costi, e farottenne chiaro?", il farei, ma serebbe predicar nel deserto; ma sanza costo alcuno (e se tu me lo volesse dare, io il rifiuto), io ti voglio far chiaro, o vogli tu o no, per farti vivere piú malinconoso che tu non vivi. Elle sono tre cose: la prima si è che della tua ricchezza tu non hai bene, né io anche n'ho bene, e qui siamo del pari; la seconda si è che tu guardi la tua ricchezza con gran fatica per non diminuirla, o per non perderla, e questa fatica non ho io, sí che in questa seconda parte io ho vantaggio da te; la terza si è che, se tu la perdessi, o venisseti meno, tu morresti a dolore, o impiccherestiti per la gola; e io n'arei grandissima allegrezza e ballerei e canterei; e in questa terza parte io starei tanto meglio di te, quanto serebbe da essere io nel Cielo Impirio e tu essere nel profondo dello abisso. Sí che vedi, quanto della tua ricchezza io ho meglio di te.
Antonio si volgea attorno, come fuori di sé, e volgeasi a quelli d'attorno, li quali tutti diceano:
- Antonio, se tu non ti provvedi, il Massaleo dice il vero con molto belle ragioni; che rispondi tu?
E quelli dice:
- Io voglio per me il mio, se io l'ho.
Dice Massaleo:
- Ben dicesti, se tu l'hai; e io ti dico che tu non l'hai né tu né io.
Costui si leva tutto bizzarro e partesi dalla brigata, brontolando verso Matteo, e andossene in casa; dove, pensando sul detto di Matteo e su le tre cose per lui dette, in sé medesimo contendea e dicea: "E par vero ciò che dice, e non è vero nulla, però che io tegno la mia ricchezza, ed elli si tiene la sua povertà; ma per lo corpo di Dio che m'ha fatto vergogna e fammi avaro, dove a me pare esser povero, anzi prodigo vo' dire. Una cosa gli farò: che una volta gli diedi bere d'un buon raspeo che io avea fatto; se io vivesse mill'anni, mai non gliene darò piú, né agli altri di questa contrada che sghignavano per invidia che hanno della mia ricchezza, ma per loro amore io m'ingegnerò da quinci innanzi di spendere meno che io potrò e di crescere il mio a loro dispetto: e ben ne potrà crepare Matteo con tutti loro".
E cosí fra sé si venne tutto un dí combattendo, e nella fine ristrettosi e dolutosene con l'avarizia, se ne dié pace; e le ragioni dette per Matteo si divulgorono per la terra per forma che, se Platone l'avesse dette, non serebbono state piú famose.
Cosí è fatta la condizione dell'avaro: che quando è punto da alcuno in simil forma, s'avvisa che quel tale il dica perché vorrebbe che gittasse via il suo, o per invidia, o per empiersene il corpo; di che per avarizia, e per non far contento colui, continuo affina in essa, e mai non si toglie fame.


NOVELLA CXCV

Uno villano di Francia avendo preso uno sparviero del re Filippo di Valos, e uno mastro uscier del re, volendo parte del dono a lui fatto ha venticinque battiture.

Uno contadino di Francia mi si fa innanzi a volere che io lo descriva in suo sottile accorgimento, il quale usò contro a uno maestro uscier del re Filippo di Valos, perché con appetito d'avarizia gli volea tòrre quello che lo re avea ordinato di dare a lui.
Avvenne per caso che regnando il detto re, e facendo il suo dimoro in Parigi, avea un suo sparviero, che di bellezza e di bontà passò tutti che nella sua Corte fossono mai, avendo e' sonagli o d'oro o d'argento smaltati tutti con gigli dell'arme reale. E venendoli volontà, come spesso incontra, d'andare a sollazzo e con questo e con altri uccelli e cani, per vedere volare, giunti in uno luogo, dove era copia di pernisi, lo sparveratore del re che lo avea in mano, gittò questo sparvero a una pernise, e lo sparvero la prese. Andando piú oltre, gittò a un'altra, e non pigliandola, che che si fosse la cagione, o villania che lo sparviere ricevesse o altro, dove solea essere tanto maniero che sempre, non pigliando, d'aria in pugno ritornava, fece tutto contrario, che egli volò in alto e tanto di lunge che lo perderono di veduta. Onde il re, veggendo questo, mandò circa otto de' suoi scudieri sergenti e lo sparveratore a seguire lo sparviero, tanto che lo ritrovassino. E cosí andorono per diverse parti, consumando otto giorni che mai niente ne poterono trovare, e ritornorono a Parigi rapportando ciò al re.
Di che il re se ne dié malinconia, come che fosse uno valoroso re, e questo fosse un nobile sparviere... tutto dí incontra.
E stando per alcuno spazio, e non essendo appresentato lo sparviero per alcuno che l'avesse preso, fece mettere un bando che chi pigliasse il detto sparviero, e rappresentasselo, averebbe da lui duecento franchi, e chi non lo rappresentasse, anderebbe al giubbetto. E cosí andò e la grida e la fama, e conseguendo per spazio d'uno mese, questo sparviero capitò nel contado di... là dove essendo su uno arbore, e 'l contadino narrato di sopra, lavorando ne' campi appiè di quello, ebbe sentito e' sonagli, e accostandosi quasi per scede, e mostrando la callosa e rozza mano, con uno allettare assai disusato, lo sparviero gli venne in mano. Al contadino, oltre al ghermire degli artigli, parv'essere impacciato; ma veduti i sonagli col segno reale, e avendo due fanciulle da marito, perché avea inteso la fama del bando, come uomo poco sperto a questa faccenda, gli parve essere mezzo impacciato; ma pur, presi i geti e lasciata la zappa, s'avviò verso la sua casa, e tagliata una cordella da un basto d'uno asino, l'attaccò a' geti e legollo su una stanga. E considerando chi egli era, e come era adatto a portarlo a Parigi innanzi la presenza del re, tutto venía meno. E com'egli era a questo punto, un mastro usciere del re, per alcuna faccenda passando dalla casa di costui, sentendo li sonagli, disse:
- Tu hai preso lo sparviere del re.
Quelli rispose:
- Io credo di sí.
Allora costui gli lo chiede, dicendo:
- Tu lo guasteresti, se tu lo portassi, dàllo a me.
Il contadino rispose:
- Egli è ben vero ciò che voi dite, ma piacciavi non mi tòr quello che la fortuna m'ha dato; io lo porterò il meglio che potrò.
Costui si sforzò e con parole e con minacce averlo dal contadino, e mai non vi fu modo; di che gli disse:
- Or ecco, se non vuogli far questo, fammi un servigio; io sono innanzi col re assai, io ti serò buono in ciò che potrò; e tu mi prometti di darmi la metà di quello che 'l re ti darà.
Il contadino disse:
- Io sono contento -; e cosí promisse.
Vassene costui a Parigi; e 'l contadino, trovato un guanto di panno tutto rotto e mandato a uno d'una terra vicina suo amico, che si dilettava... gli prestò un cappello, e pasciuto lo sparviere e incappellato, si mise la via tra gambe, tanto che con gran fatica, per portare cosa non mai usata, e perché villano avea preso gentile, giunse a Parigi dinanzi al re. Il quale, veggendolo, ebbe allegrezza dello sparviere trovato e risa assai, veggendo quanto stava bene in mano al contadino. Di che il re disse:
- Domanda ciò che tu vuoi.
Il contadino rispose:
- Monsignor le Roi, questo sparviere mi venne a mano come piacque a Dio; hollo recato il meglio che ho potuto, il dono che io voglio da voi è che mi facciate dare cinquanta o bastonate o scoreggiate.
Lo re si maravigliò, e domandò la cagione di quello che domandava. Egli lo disse: come il tal suo mastro usciere volle che io gli promettessi dargli il mezzo di quello che a vostra santa corona mi donasse; fate a lui e le venticinque a me. E come che io sia povero uomo e arei bisogno per due mie figliuole da marito d'avere altro dalla vostra signoria, io me n'andrò molto piú contento, avendo quello che io vi domando, per vedere dare a lui quello che merita, benché io l'abbia simile a lui, che se voi mi deste del vostro oro e del vostro argento.
Lo re, come savio, intese il dire del materiale contadino, e pensò con la justizia mandarlo contento, dicendo a' suoi:
- Chiamatemi il tale mio mastro usciere.
Subito fu chiamato; e giunto dov'era la presenza del re, lo re lo domanda:
- Trovastiti tu là, dove costui avea preso questo sparviere?
Quelli rispose:
- Oí, monsignore le Roi.
Disse lo re:
- Perché non lo recavi tu?
E quelli rispose:
- Questo villano non volle mai.
Lo re disse:
- Piú tosto fu la tua avarizia, per avere da lui mezzo il dono ch'egli avesse.
E 'l villano, udendo disse:
- E cosí fu, signor mio.
- E io, - disse il re - dono a questo contadino cinquanta sferzate a carni nude, delle quali, come tu patteggiasti con lui, n'hai avere venticinque.
E comanda a un suo giustiziere che subito lo faccia spogliare e mettale ad esecuzione, e cosí fu fatto. E lo re lo fece venire dinanzi a lui e al villano e disse:
- Io t'ho dato mezzo il dono e hotti cavato d'obbligo che l'avei promesso a questo rubaldo; l'avanzo non voglio guire di dare a te.
Ma dice a uno suo cameriero:
- Va', fa' dare dugento franchi a costui, acciò che mariti le sue figliuole; e da ora innanzi vieni a me quando tu hai bisogno, che sempre sovverrò alla tua necessità.
E cosí si partí il contadino con buona ventura; e 'l mastro usciere si fece di scorreggiate un'armadura, per andar piú drieto al ben proprio che a quello del suo re.
Grande fu la justizia e la discrezione di questo re; ma non fu minore cosa uscire del petto d'uno villano, anzi d'un animo gentile, si potrebbe dire, tanto degna domanda, per pagare la cupidigia di colui che mai non fu in grazia dello re Filippo, come era prima.


NOVELLA CXCVI

Messer Rubaconte Podestà di Firenze dà quattro belli e nuovi judicii in favore di Begnai.

Perché mi pare esser entrato in certi giusti judicii, e ricordandomi quanto fu diritto il judicio di Salamone verso quelle due donne che domandavono il fanciullo; e ancora avendo udito già la novella di colui che avea sognato d'avere avere due buoi dal suo vicino, i quali gli avea tolti, e 'l giusto giudice, veggendo che avea ferma la sua domanda secondo il sogno, fece venire due buoi di mezzo giorno, quando il sole piú lucea, e mandatili su per uno ponte, menando l'addomandatore con lui, mostrando l'ombre de' buoi nell'acqua, giudicò quelli essere i buoi suoi, e che quelli pigliasse; cosí racconterò in brevità quattro judicii dati per uno podestà di Firenze, chiamato messer Rubacone, venendo tutti e quattro in favore d'un semplice e nuovo uomo, chiamato Begnai.
Innanzi che questo Podestà fosse stato due mesi in officio, essendo questo Begnai su uno ponte, che allora era di legname, venendo gran fiotto di gente a cavallo dall'altra parte, fu costretto Begnai di salire su la sponda, che era di legno, non molto larga. Di che, passando la gente allato a lui, e' fu sospinto e cadde in Arno addosso a uno che si lavava le gambe, il quale se ne morí. I parenti del morto fanno pigliare Begnai a furore, e dinanzi a questo Podestà domandono che sia morto, conciossiacosa ch'egli ha morto il tale. Il Podestà, considerando il caso, come che la legge dica: "Chi uccide dee essere morto"; contastava agli accusatori. E fra l'altre cose, dicendo eglino: "Noi vogliamo il nostro onore", el Podestà disse:
- E io ve lo voglio dare, e voglio che voi vi vendichiate; e 'l modo è questo, e questa sentenzia do: che questo Begnai si vada a lavare i piedi in Arno, là dove il morto se gli lavava, e uno di voi, de' piú distretti al morto, vada su la sponda del ponte, donde cadde costui, e caggia addosso a lui.
A costoro parve avere mal piato e non sapere che rispondere, e abbandonarono la questione, e Begnai fu lasciato.
La seconda cosa fu che, essendo caduto uno asino a uno lavoratore, e non potendosi levare, il lavoratore l'aiutava dinanzi, pregò Begnai l'aiutasse di drieto; e Begnai, pigliandolo per la coda e tirandolo in su quanto potea, la coda gli rimase in mano. A quel dell'asino parendo essere diserto, ricorse al detto Podestà, e fece richiedere Begnai; e 'l Podestà di questo caso, udendo Begnai allegare che credea che la coda dell'asino fosse meglio appiccata, scoppiava delle risa. E quel di cui era l'asino, dicea:
- Io non ti dissi che tu gli divellessi la coda.
Il Podestà dice:
- Buon uomo, menatene l'asino a casa, ché, perché non abbia coda, e' porterà bene la salma.
Colui rispondea:
- O con che s'arrosterà dalle mosche?
Onde il Podestà giudicò che 'l buon uomo se ne menasse l'asino suo, e se non volesse, Begnai se lo tenesse tanto elli che rimettesse la coda, e poi glielo rendesse. Begnai rimase libero, e 'l villano se nel menò a casa sua cosí codimozzo per lo migliore.
La terza cosa fu che a Begnai venne trovato una borsa con quattrocento fiorini; e colui che l'avea perduta, andandone cercando, Begnai gli la rendeo: poi fa questione, quelli di cui era la borsa, con Begnai, e dice che vi sono meno fiorini cento. Colui risponde:
- Io te la do com'io la trovai.
Va la questione dinanzi a questo Podestà, il quale udendo, dice a chi domanda:
- Come è da credere, se costui avesse voluto far male, che te gli avesse renduti di sua volontà?
- No, - dicea colui, - e' mia erano fiorini cinquecento.
Dice il Podestà:
- Or via, io giudico che Begnai tenga questa borsa di fiorini quattrocento, tanto che tu truovi la tua di fiorini cinquecento; salvo che se tu se' contento pigliarla come te l'ha data, tu l'abbi, sí veramente che tu sodi che, se questa di fiorini quattrocento fosse d'altrui, di restituirla.
Costui se la prese e arrose il sodamento, e Begnai fu liberato.
La quarta e ultima avvenne quasi nell'ultimo del suo officio; e fu che, andando Begnai a cavallo alla fiera a Prato, quando fu verso Peretola, s'accompagnò, come incontra, con certi che erano a cavallo con donne; di che, avendo Begnai il cavallo un poco spiacevole, cominciò a gittarsi addosso a un altro in su che era una donna gravida, la quale ne cadde in terra per forma che si scipòe. Il marito e' fratelli vanno con l'accusa dinanzi al Podestà; e richiesto Begnai, comparisce dicendo che elli per sé non fu elli, anzi fu il cavallo, il quale mai non avea conosciuto, né aveali favellato. E 'l Podestà dice:
- In fé di Dio, Begnai, che tu se' un gran malfattore, tante cose ho aúte a finire de' fatti tuoi!
E voltosi a quelli della donna, dice:
- Che domandate voi?
E quelli dicono:
- Messer lo Podestà, parvi convenevole che costui abbia fatto sconciare questa donna?
E 'l Podestà dice:
- Voi udite che non ha colpa elli: e' cavalli son pur bestie; che se ne dee fare?
E quelli rispondono:
- E noi come riabbiamo la donna nostra gravida com'ell'era?
E 'l Podestà dice:
- E io voglio giudicare questa questione cosí; che voi mandiate la donna a casa di questo Begnai, e tanto la tenga che la renda gravida com'ell'era.
Udendo ciò costoro, se n'andorono, e non la mandorono a Begnai; di che elli rimase libero.
Venuto il tempo del sindacato, ebbe il Podestà assai petizione sopra le faccende di Begnai, allegando che non avea seguíto né la legge, né gli statuti del Comune. Il Podestà dicea:
- La migliore legge che si possa usare è quella della verità e della discrezione; però che la legge dice: "Chi uccide dee essere morto"; ma egli è grandissima differenza da una morte a un'altra; ché sono morti che potrebbono meritare premio, non che avere pena di morte, e sono morti che meriterebbono mille morti. E pertanto conviene che qui sia uno mezzo che pigli un'altra via che seguire le leggi; e questa via conviene che sia il discreto rettore, come che io non sia di quelli, ma per discrezione e per bene ho giudicato.
Li sindachi, udendo li judicii dati per lui, e spezialmente quelli di Begnai, dissono tutti che non meritava pur d'essere prosciolto, ma d'avere uno grandissimo onore dal Comune.
E tanto feciono co' Signori, che con li loro consigli ordinorono che 'l detto Podestà avesse uno pennone e una targa dal popolo di Firenze. E questo fu lo primo che si desse a' nostri rettori.
Volesse Dio che oggi si dessono discretamente, come per li tempi passati si davono. Allora si davano per rimunerare la virtú, oggi per compiacenza o per amistà.


NOVELLA CXCVII

Il canonaco de' Bardi fiorentino si richiama di ser Francesco da Entica, perché non volle prestare il ronzino a Aghinolfo; e messer Bonifazio da Savignano dà il judicio.

Qual fu piú nuovo judicio o piú piacevole che quello che diede messer Bonifazio da Savignano Podestà di Firenze nella presente novella contro a ser Francesco di ser Giovanni da Entica? il quale era sí trascurato che avendo a vedere una carta compiuta dal canonaco de' Bardi, per consiglio che volea da lui, e 'l detto calonaco ritornando per essa, quelli cercò tutta la casa, e non potendola trovare, dicea:
- O tu non me l'arrecasti, o io te l'ho renduta -; e in fine, non potendola avere, e dicendo la novella il canonaco alla piazza con certi a Ponte Rubaconte, da indi a un mese e' porci di Santo Antonio passando, l'uno avea una carta in bocca.
Coloro udita la novella e passando il porco, dicono:
- Quella serà la carta tua -; e seguendolo certi famigli, a gran pena la riebbono, la maggior parte morsecchiata e rotta, come quella che un mese era stata in la loro jurisdizione, ed era dessa.
E cosí si gittava ogni cosa a' piedi, e la sua porta era sempre ròsa o da cani o da porci, sí che v'era sempre l'entrata per lo buco che s'aveano fatto.
Di che, essendo costui scorto un poco per pecorino, spezialmente da' Bardi suo' vicini, Aghinolfo de' Bardi gli chiese un dí un suo ronzino da soma per andare o mandare a una sua villa. Quelli disse che non potea, però che l'avea a mandare per suoi fatti; e non disse però il vero. Di che Aghinolfo convenne ricorrere ad altrui, e accattonne uno dal calonaco suo consorto; il qual ronzino, o per soperchia fatica, o per che che si fosse, tornò guasto al detto calonaco; il perché, veggendo avere come perduto il suo ronzino, e pensando che ciò fosse intervenuto perché ser Francesco da Entica non gli avea voluto prestare il suo; e considerando quello che ser Francesco avea fatto della sua carta, e quanto era di materiale condizione, e ancora avendo singulare conoscenza col detto Podestà, pensò di richiamarsi di lui; ma prima da sé a lui gli l'andò a dire: e dicendoglilo, ser Francesco disse:
- Motteggi tu?
Il calonaco disse:
- Io dico dal miglior senno che io ho.
Dice ser Francesco:
- E qual legge hai tu trovata che dica cotesto?
E quelli rispose:
- Eci è una legge e ordine, e honne aúto buon consiglio.
Dice ser Francesco:
- Ben veggio che io non ho ancora apparato; ché io per me non la trova' mai.
Dice il calonaco:
- Volete voi dir altro?
E quelli dice:
- Che altro? deh va' in buon'ora, va'.
E colui risponde:
- Sia al nome di Dio -; e volte le spalle, ne va diritto al Podestà, e informalo di questa faccenda, e fallo richiedere per lo primo dí juridico.
Come ser Francesco si sente richiesto, dice:
- Alle guagnele! che par che dica da dovero!
E trovando Aghinolfo gli dice:
- O questa è ben bella novella che 'l calonaco si richiami di me: perché io non ti prestai il ronzino mio, dice che io gli debbo mendare il suo che tu gli hai guasto; se menda si venisse, tu gliel'averesti a fare tu.
Dice Aghinolfo:
- Se voi avete a fare col calonaco, e' me ne incresce; io non ho a mendare nulla; quando io serò chiamato, io risponderò.
Dice ser Francesco fra sé stesso: "L'uno dice male e l'altro peggio; va' abbi a fare con maggiori di te! Costoro pare che mi vogliono rubare; io venni a stare qui tra le maggioranze, poteva avere nel Canestruccio una casa per un pezzo di pane, ed era presso a' palagi de' rettori: or togli ser Francesco, va', sta' allato a' maggiori di te: Dio m'aiuti; io ho la ragione, vedremo che fia".
Venuto il dí della richiesta, e ser Francesco è dinanzi al rettore; là dove il calonaco dice ordinatamente tutta la sua domanda. E 'l Podestà dice all'altra parte:
- E tu che di'?
Dice ser Francesco:
- Che ne pare elli a voi?
Dice il Podestà:
- Sono io Podestà, o tu o io, ché tu domandi me?
A ser Francesco parve nuovo introito questo per lui, e chiese perdonanza, dicendo:
- Io vi prego che voi mi facciate ragione.
E allegando l'una parte e l'altra, ser Francesco allega uno testo di messer Bartolo da Sassoferrato. Dice il calonaco:
- Io non dico che 'l ronzino sia sferrato, anco dico ch'egli è guasto, e non che 'l ronzino, ma tutto il basto è rotto.
- Buono buono! - dice ser Francesco di ser Barbagianni, - io allego uno dottore di legge che ebbe nome messer Bartolo da Sassoferrato, e non dico di ronzino sferrato.
Dice il calonaco:
- Io vi farò ben mostrare all'avvocato mio il contrario in cotesto medesimo dottore.
Brievemente, il Podestà e 'l collaterale suo dissono e allegorono tanto in contrario del detto ser Francesco che quasi egli si credette avere il torto. E quando il Podestà l'ebbe condotto dove volea, disse che per lo migliore accordasse il calonaco o che si compromettessino in avvocati comuni; e cosí fecero. Li quali avvocati furono anco partecipi di questo piacere, e in fine feciono o di tutto o di gran parte il calonaco contento.
E cosí arrivò ser Smemora, per non rigovernare sí la carta ch'e' porci di Santo Antonio non gli l'avessin tolta; e 'l calonaco e Aghinolfo se ne goderono di questa novella piú mesi, e 'l Podestà non si stette. Ser Francesco ne rimase stordito affatto, ché fra se stesso pensava pure se questo fatto era sogno o se era da dovero; e trovato che era pur vero, e' dicea in sé medesimo: "O io non ho bene apparato, o io sono smemorato"; e quasi mai non se ne diede pace. Egli allegava al calonaco Sassoferrato, e 'l calonaco sapeva lo 'nforzato, e con quello vinse la questione.


NOVELLA CXCVIII

Uno cieco da Orvieto con gli occhi mentali, essendoli furato cento fiorini, fa tanto col suo senno che chi gli ha tolti gli rimette donde gli ha levati.

Molto fu piú avveduto un cieco da Orvieto, con gli occhi d'Argo, a riavere fiorini cento che gli erano stati tolti sanza avere andare ad alcuno rettore, o chiamare avvocati arbitri, o allegar legge o noteria. Fu costui uno che già avea veduto, e avea nome Cola, ed era stato barbiere: avendo circa anni trenta, perdé la luce, e non possendo vivere, ché povera persona era, piú col guadagno né di quella arte, né d'alcuna altra, convenne che si desse a domandare la limosina; e avea preso per uso alla chiesa maggiore d'Orvieto fare ogni mattina almeno infino a terza la sua dimora, e quivi gli era fatto per l'amor di Dio, da' piú della terra, carità, tanto che in non molto tempo gli avanzò cento fiorini, e quelli segretamente tenea addosso in uno suo borsello.
Avvenne per caso che moltiplicando costui in avanzare, molto piú che non facea con le forbicine o col rasoio, gli venne pensiero una mattina, credendo essere rimaso nella chiesa dirieto a tutti gli altri, d'andare dopo la porta e mettere la borsa de' cento fiorini sotto uno mattone dell'ammattonato; ché già avea veduto come quello spazzo stava. E cosí come avea pensato, fece, non credendo che alcuno fosse nella chiesa rimaso che 'l vedesse. Era per avventura rimaso nella chiesa uno Juccio pezzicheruolo che adorava dinanzi a santo Giovanni Boccadoro, il quale adorando, vide ciò che Cola razolava, ma non sapea lo 'ntrinseco; onde elli aspettò tanto che Cola si fu partito, e subito andò nel luogo drieto a quella porta, e guardando, vide un mattone fuori di forma mosso dagli altri, e con uno coltello quasi come una lieva levatolo suso, vide il borsello; e subito se lo recò in mano, e racconciò il mattone come prima, e con li detti danari se n'andò a casa sua, per animo di non manifestarli mai.
Avvenne per caso che innanzi che passassono tre dí il cieco ebbe voglia di sapere se il suo era dove l'avea sotterrato; e colse tempo, e andò al mattone sotto il quale avea nascoso il suo tesoro, e levandolo, e cercando della borsa, e non trovandola, gli parve stare assai male; ma pur ripose il mattone in suo stato, e malinconoso se n'andò a casa. E là pensando come in un punto avea perduto quello che a poco a poco in gran tempo avea acquistato, gli venne in pensiero acuto, come a' piú de' ciechi interviene, che egli la mattina vegnente chiamò un suo figliuolo di nove anni, e disse:
- Vieni, e menami alla chiesa.
E 'l fanciullo ubbidí al padre; ma innanzi ch'elli uscissi di casa, l'ebbe nella sua camera, e disse:
- Vie' qua, figliuol mio: tu verrai meco alla chiesa, non ti partire da me; sederai dov'io nell'entrata della porta, e quivi guarderai molto bene tutti uomeni e donne che passeranno, e terrai a mente se niuno vi passa che mi guardi piú che gli altri, o che rida, o che faccia alcuno atto verso me, e tieni a mente chi egli è: sapra' lo tu fare?
Dice il fanciullo:
- Sí.
Informato il fanciullo, il cieco ed ello se n'andorono alla chiesa, e puosonsi alla posta loro. Il fanciullo, stando attento a' comandamenti del padre, stette tutta quella mattina alla mira di ciascheduno, e in brieve e' s'accorse che questo Juccio, passando, avea affisato e sorriso inverso il cieco padre. Ed essendo venuta l'ora di tornare a casa a desinare, prima che salisse il cieco col figliuolo la scala, il cieco fece l'esamine, e disse:
- Figliuolo mio, hai tu veduto niente di quello che io ti dissi?
Disse il fanciullo:
- Padre mio, io non ho veduto se non uno che vi guardò fiso e rise.
E 'l padre disse:
- Chi fu?
E quelli disse:
- Io non so come s'ha nome, ma io so bene ch'egli è pizzicheruolo, e sta qui presso da' Frati minori.
Dice il padre:
- Saprestimi tu menare alla sua bottega e dirmi stu 'l vedi?
Il fanciullo dice di si. Il cieco levò via ogni dimoranza, e dice al fanciullo:
- Menami là, e stu lo vedi, dimmelo: e quando favello con lui scostati e aspettami.
Il fanciullo guidò il padre tanto che lo trovò alla stazzone che vendea formaggio, e disselo al padre, e accostollo a lui. Come il cieco l'udí favellare con quelli che compravono, conobbe lui essere Juccio, col quale, quando avea la luce, ebbe già conoscenza; e cosí seguendo, disse che gli volea un po' parlare da sé e lui in luogo secreto. Juccio, quasi sospettando, il menò dentro in una cella terrena, e dice:
- Cola, che buone novelle?
Dice Cola:
- Frate mio, io vegno a te, e con gran fidanza e con grande amore: come tu sai, egli è buon tempo che io perdei il vedere, ed essendo in povero stato con gran famiglia, m'è stato forza di vivere di lemosina; e per grazia di Dio e per bontà e di te e degli altri Orvietani, io mi trovo avere fiorini duecento, de' quali fiorini cento ho in un luogo a mia petizione, e gli altri ho dati in serbanza a piú mia parenti che in otto dí gli averò. E pertanto, se tu vedessi modo di pigliare questi duecento fiorini, e farmi per amore di messer Domeneddio quella parte di guadagno che ti paia convenente per sostenere e me e' miei figliuoli, io ne serei molto contento, però che in questa terra non è alcuno in cui piú mi fidassi, e non voglio che di ciò si faccia alcuna scrittura, e che niente se ne dica e che niente se ne sappia. Sí che io ti priego caramente, che che partito tu pigli, che di ciò che io t'ho detto mai per te non se ne dica alcuna cosa; però che tu sai che come si sapesse che io avesse questi danari, tutte le limosine che mi sono date mancherebbono.
Juccio, udendo costui e immaginando di potere tirare l'aiuolo anco a' fiorini cento, disse a Cola assai parole, e di tenerli credenza, e che l'altra mattina tornasse a lui e risponderebbegli. Il cieco si partí, e Juccio, preso tempo, il piú tosto che poté andò con la borsa, che ancora non avea tocca, alla chiesa, e sotto quello mattone donde l'avea tolta, la ripose: però che ben s'avea pensato ch'e' fiorini cento che Cola dicea avere a sua posta erano i fiorini cento che avea sotto il mattone riposti, ed elli, perché la faccenda degli altri cento non mancasse, andò e riposevegli.
Cola dall'altra parte immaginò che nel dire di Juccio "domattina ti risponderò" fosse da credere che per avere gli altri cento potrebbe intervenire che, innanzi che facesse la risposta, ve gli riporterebbe: andò quel dí medesimo alla chiesa, e pensato di non essere veduto, levò il mattone, e cercato sotto trovò la detta borsa; la qual subito si cacciò sotto, e rimise il mattone sanza curarsene troppo, e tornossi a casa, avendo la buona notte; e la mattina vegnente andò a udire Juccio. Il quale come lo vide, gli si fece incontro dicendo:
- Dove va il mio Cola?
Cola disse:
- Io vegno a te.
Entrati in luogo segreto, disse Juccio:
- La gran confidenza che mi porti, mi fa sforzare a fare ciò che domandi; fa' d'avere li duecento fiorini: per di qui otto dí io farò una investita di carne salata e di cacio cavallo, ch'io credo guadagnare sí che io ti farò buona parte.
Dice Cola:
- Sia con Dio; io voglio andare oggi per fiorini cento, e forse anco per gli altri, e recherottegli; fammi poi quel bene che tu puoi.
Disse Juccio:
- Va' con Dio, e torna tosto, poiché ho deliberato fare questa investita, però che messer Comes raguna per la Chiesa gran gente d'arme, e credesi che faranno capo grosso qui; e' soldati son molto vaghi di queste due cose. Sí che, va', procaccia, ché io credo farne molto bene e per te e per me.
Cola n'andò, ma non con quell'animo che Juccio credea, però che 'l cieco accecava ora l'alluminato. E venuto l'altro dí, Cola con un viso tutto malinconoso n'andò a Juccio, il quale, veggendolo, tutto ridente gli si fece incontro, e disse:
- Lo buon giorno t'incappi, Cola.
Disse Cola:
- Ben lo vorrei avere comunale, non che buono.
Dice Juccio:
- E che vuol dir questo?
Dice Cola:
- Male per me, ché dov'io avea riposti cento fiorini, non gli ci truovo, che mi sono stati furati; e quelli miei parenti dov'io avea in serbanza gli altri cento in piú partite, chi mi dice non gli ha e chi peggio; sí che io non ho altro che strignere le pugna, tanto dolore ho.
Dice Juccio:
- Questa è dell'altre mie venture, ché, dove io credea guadagnare, perderò fiorini cento o piú; ed ècci peggio, che io ho quasi fatta l'investita; ché, se colui che m'ha venduta la mercanzia vorrà pur che 'l mercato vada innanzi, io non so di che mi pagare.
Dice Cola:
- E me ne pesa quanto puote per te, ma per me me ne duole molto piú forte, che rimango in forma che mal potrò vivere, e converrammi ricominciare a fare capital nuovo; ma, se Dio mi fa grazia che mai io abbia piú nulla, io non gli ficcherò per le buche, né ad alcuna persona, se fosse mio padre, gli fiderò o darò in serbanza.
Juccio, udendo costui, pensò se si potesse rattaccare in su' cento che gli parea avere perduti, e dice:
- Questi fiorini cento che hanno i parenti tuoi, se tu gli potessi avere e darmegli, io m'ingegnerei d'accattare gli altri cento, acciò che la investita andasse innanzi: e questo facendo, potrebbe molto ben essere che innanzi che fosse molto, tu te ne troverresti duecento in borsa.
Dice il cieco:
- Juccio mio, se io volesse appalesare i fiorini cento de' parenti miei, io me ne richiamerei e serebbemi fatto ragione, ma io non gli voglio far palesi, perché io averei perduto le limosine, come si sapesse. E pertanto io gli fo perduti, se già Iddio non gli spirasse, sí che da me non isperare alcuna cosa, poiché la fortuna ha cosí disposto: come che io rimanga, io per me, veggendo la tua buona disposizione, la quale era di farmi ricco, reputo d'averlo ricevuto e d'avere in borsa fiorini duecento, come se tu l'avessi fatto, però che da te non è mancato. Una cosa farò, che io farò fare l'arte a un mio amico, se nulla mi potesse dire di chi fosse stato; e se ventura ce ne venisse, io tornerò da te: fatti con Dio, ché io non ci voglio dormire.
Dice Juccio:
- Or ecco, va' e ingegnati con ogni modo, se puoi rinvenire e riavere il tuo; e se ti venisse ben fatto, tu sai dov'io sto, se niente ti bisogna; datti pace il piú che tu puoi e vatti con Dio.
E cosí finí l'investita del cacio cavallo e della carne insalata, la qual non si fece; e 'l cieco raddoppiò il suo, e tra sé stesso se ne sollazzò un buon tempo, dicendo: "Per santa Lucia! che Juccio è stato piú cieco di me". E ben dicea il vero, ch'elli avea preso l'alluminato alla lenza, aescando cento fiorini per riavere gli altri.
E non è perciò da maravigliare, però che i ciechi sono di molto piú sottile intendimento che gli altri; ché la luce il piú delle volte, mirando or una cosa e or un'altra, occupa l'intelletto dentro; e di questo si potrebbono fare molte prove, e massimamente una piccola ne conterò. E seranno due che favelleranno insieme: quando l'uno è a mezzo il ragionamento, passerà una donna o un'altra cosa, quelli, guardando, resta il dire suo e non lo segue; e volendolo seguire, dice al compagno:
- Di che diceva io?
E questo è solo che quel vedere occupò lo 'ntelletto in altro; di che la lingua, la quale era mossa dallo 'ntelletto, non poté seguire il corso suo. E però fu che Democrito filosofo si cavò gli occhi per avere piú sottili intendimenti. Juccio dall'altra parte si dolea, parendoli avere perduto fiorini cento; e dicea fra sé: "Non mi sta egli molto bene? io avea trovato cento fiorini, e volevane anche cento, il maestro mio mi dicea sempre: "Egli è meglio pincione in mano che tordo in frasca'; e io non l'ho tenuto a mente; però che io ho perduto il pincione e non ho preso il tordo, e uno cieco m'ha infrascato; ché veramente egli ha aúto cento occhi, come li cento fiorini, a farmi questo; e' mi sta molto bene, che non mi bastava d'avere li cento, che l'avarizia mi mosse a volerne anche cento. Or togli, Juccio, che avevi comprata la carne insalata, ché ben fu vero che io comprai fiorini cento la carne del cieco, che è bene stata per me la piú insalata che io comprasse mai". E non se ne poté dar pace buon tempo; dicendo a molti che li diceano: "Che hai tu?" rispondea che avea perduto in carne insalata fiorini cento. E ben gli stette, però che chi tutto vuole, tutto perde; e lo 'ngannatore molto spesso rimane appiè dello ingannato.


NOVELLA CXCIX

Bozzolo mugnaio, essendogli mandato grano a macinare, e con la guardia d'un fante che non si partisse acciò che non lo imbolasse, fa pescare la gatta, e imbola piú che mai.

Assai meglio seppe fare in su l'altrui Bozzolo mugnaio dalle mulina degli Angetti che non fece Juccio in tenere fiorini cento trovati; però che costui, avendo voce del miglior mugnaio, e di colui che miglior macinato facesse gran tempo, e togliendosi molto bene del grano altrui, come i piú fanno, nella fine il piú coperto ladro divenne che quasi mai macinasse grano, però che, avendo quasi recati al suo mulino la maggior parte de' Fiorentini, nella fine se gli fece suoi fratelli, dividendo con loro per metà quello che gli era portato.
Avvenne per caso che Biancozzo de' Nerli, gentiluomo fiorentino, avendo mandato piú volte al suo mulino per la gran fama che di lui udiva, e sí del buon macinato, e sí della lealtà, e in fine, trovando la cosa non riuscire alle forfici, ma di male in peggio, trovando piú l'una volta che l'altra scemare la farina di quello che dovea; e andando insino al mulino Biancozzo de' Nerli piú volte, e' dice a Bozzolo che la farina gli tornava quando meno il quarto e quando il terzo, che ciò piú non potea sofferire se non lo ristorasse. Rispose Bozzolo, come i suo' pari ancora fanno:
- E non dee potere essere; ché cosí m'aiuti Dio e san Brancazio, di cui sono divoto, che lealmente fo i fatti vostri; ma nel vostro grano ha molto del vòto.
Dice Biancozzo:
- Io non so che vòto; io ti dico del pieno, e se non mi ristori, lo mi richiamerò di te.
Risponde Bozzolo:
- Fate cosí: mandateci chi che sia che 'l rechi e non si parta, tanto che sia macinato, e vederete se è mio difetto o del grano.
Dice costui:
- Or bene, tu m'hai inteso -; e vassi con Dio.
E da ivi a pochi dí ebbe a mandare a mulino, e pensossi per le parole del mugnaio mandare un suo fante che avea nome Nutino; e fatto trovare il grano, gli comandò che con esso andasse a mulino, e mai non si partisse né dalla macina, né dalla tramoggia, che avesse a casa ritornato la farina. Il fante si partí, e disse di cosí fare. Giunto al mulino, dice a Bozzolo:
- Questo grano è del tale; pregati tu lo macini testeso ché vuole che io ne riporti subito la farina.
Dice Bozzolo:
- Egli ha preso sfidanza, e io voglio lasciare ogni altra cosa per servir lui.
E messo il grano nella tramoggia, e cominciato a macinare, e Nutino postosi a sedere appresso, fu tutt'uno. E stando Nutino molto attento, vedendo Bozzolo che non potea sbozzolare come volea, come avea ordinato chiamò la Saccente, che cosí avea nome la moglie, e dice che scenda dal palco e meni la gatta, ché vuole andare a pigliare parecchi pesci. Nutino al suon della macina cominciava quasi a sonneferare; ma a quello della gatta gli uscio il sonno, e levandosi disse:
- Questo ben voglio vedere.
E cosí la donna scende d'una scaletta con una gatta legata e col guinzaglio a mano e con un frugatoio, il quale diede a Bozzolo che avea il bigonciuolo da pesci già recatosi in mano, e uscendo dell'uscio si mettono in via.
Nutino, avendo tutto considerato, dice in sé medesimo: "Non è, dovesse andare quanto grano fu mai, che questo io non vada a vedere"; e uscito del mulino, tiene drieto a costoro. Come Nutino è di fuori e segue la gatta, dentro il garzone del mugnaio, come ordinato era, s'attacca al grano di Nutino il meglio che puote; tanto che quasi avvenne come del buon cotto, ché a mezzo torna. La brigata, che su per la riva con la gatta andavono pescando, non pigliavono pesci; il mugnaio col frugatoio percoteva l'acqua, con diversi atti guatando la gatta; Nutino smemoratino tralunava; il fante del mugnaio rinsaccava. Bozzolo, poiché un pezzo ebbe menato la giumenta al torneo, dice:
- Per certo egli è mia sventura che quasi in tutto uguanno non sono uscito piú a pescare con la gatta, che io non abbia preso almeno una libbra, che gli averei mandati a Biancozzo de' Nerli; non si può piú: altra volta ci ristoreremo.
E ritorna a mulino, e dietro a lui Nutino, il quale giunto, disse:
- Come! è macinato?
Disse il garzone del mulino:
- Presso tieni il sacco -; e comincia a mettere la farina, e cosí empiendo dicea: - Mai se si rammarica di questo, ben dirò che non sia mai d'aver piú fede in persona.
Piene le sacca, e Nutino portò la farina; e giunto a casa dice:
- Per certo, se questo non è buon lavorío, mai non ne fia alcuno.
E cosí stando, el signore chiama Nutino, e dice:
- Come hai fatto?
- Signore mio, bene; ho recato farina da far fanciulli maschi.
Chiama la fante, e dice:
- Abburatta, e misura com'ella è tornata.
La fante, abburattata che l'ebbe e misurata la sera, truova le sei staia di grano esser tornate quattro di farina; e dicelo al signore. Il signore adirato chiama Nutino, e dice:
- E da fanciulli maschi questa farina? anzi è da figliuoli delle forche, che sie mort'a ghiado, ch'io credo che tu ne sia stato col mugnaio.
Nutino si scusa. Il signore dice:
- Dimmi il vero e non aver paura: partistiti tu mai dal grano?
Quelli comincia a intrefolarsi. Dice il signore:
- Di' sicuramente.
Allora il fante narra tutta la faccenda, e come la pescagione della gatta avea fatto il mugnaio; e che elli non se ne sarebbe mai tenuto che non fosse ito a vedere; e pertanto gli perdonasse; e se per partirsi dal mulino il mugnaio avea imbolato il grano, tutto il mettesse a sua ragione. Il signore si ristrinse nelle spalle, e disse:
- Ogni cosa è d'ugn'anno; vatti con Dio, ché da' furti de' mugnai non veggio di potersi mai guardare. Una cosa farò, che Bozzolo mai non mi sbozzolerà mio grano; portalo oggimai a' frati d'Ognissanti.
E Nutino cosí fece; stando ne' tempi che vennono piú attento a guardare il grano, sanza vedere pescare la gatta.
Cosí è fatta l'astuzia de' ladri, che con tutte le sottigliezze del mondo stanno avvisati di tòrre l'altrui; e se in alcuna gente è questo difetto, è ne' mugnai. Da' a peso e ritogli a peso, da' a misura, sta' a vedere e fa' ciò che tu vuogli, che è? non c'è modo niuno che non imbolino, come ciascuno ha provato e tutto dí prova.


NOVELLA CC

Certi gioveni di notte legano i piedi di una orsa alle fune delle campane di una chiesa, la qual tirando, le campane suonano, e la gente trae credendo sia fuoco.

La precedente novella fu con danno e con le beffe; questa che seguita, fu d'una nuova beffa, quanto mai fosse alcuna, e con poco danno altrui; la quale sta in questa forma. Certi Fiorentini erano a cena in una casa di Firenze, la quale era non molto a lungi dal palagio del Podestà; ed essendo tra loro in quel luogo entrata una orsa, la quale era del Podestà ed era molto domestica, andando questa piú volte sotto la mensa a loro, disse uno di loro:
- Vogliàn noi fare un bel fatto? quando noi abbiamo cenato, conduciamo quest'orsa a Santa Maria in Campo, dove il vescovo di Fiesole tien ragione (ché sapete che non vi s'incatenaccia mai la porta) e leghiànli le zampe dinanzi, l'una a una campana, e l'altra a un'altra, e poi ce ne vegniamo; e vedrete barili andare.
Dicono gli altri:
- Deh, facciànlo.
Era del mese di novembre, che si cena di notte; essendo in concordia, danno di mano all'orsa, e per forza la conducono nel detto luogo; ed entrati nella chiesa, si avviano verso le funi delle campane, e preso l'uno di loro l'una zampa e l'altro l'altra, le legorono alle dette campane, e subito danno volta, andandosene ratti quanto poterono. L'orsa sentendosi cosí legata, tirando e tempestando per sciogliersi, le campane cominciano a sonare sanza niuna misura. Il prete e 'l cherico si destano, cominciano a smemorare:
- Che vuol dir quello? chi suona quelle campane?
Di fuori si comincia a gridare:
- Al fuoco, al fuoco .
La Badía comincia a sonare, perché l'Arte della lana è presso a quel luogo. I lanaiuoli e ogni altra gente si levano e cominciano a trarre:
- Dov'è dov'è?
In questo il prete ha mandato il cherico con una candela benedetta accesa, per paura che non fosse la mala cosa, a sapere chi suona. Il cherico ne va là con un passo innanzi e due a drieto e co' capelli tutti arricciati per la paura; e accostandosi al fatto, si fa il segno della santa croce; e credendo che sia il demonio, il volgersi, e 'l fuggire e 'l gridare: in manus tuas, domine , è tutt'uno. Giugnendo con questo romore al prete, che non sapea dove si fosse, dice:
- Oimè! padre mio, che 'l diavolo è nella chiesa, e suona quelle campane.
Dice il prete:
- Come il diavolo? truova dell'acqua benedetta.
Truova e ritruova, non ebbe ardire d'entrare nella chiesa, ma d'un buon galoppo per la porta del chiostro se n'uscí fuori, e 'l cherico drietogli. E giugnendo, molta gente trovò che cominciava a chiamare il prete, dicendo:
- Dov'è il fuoco?
E giugnendo fuori, essendo domandato: "Dov'è questo fuoco, prete?" appena potea rispondere, perché avea il battito della morte. Pur con una boce affinita e affiocata, dice:
- Io non so di fuoco alcuna cosa, né chi suona queste campane; costui v'è ito (e dice del cherico) a sapere chi le suona; par che dica che gli pare la mala cosa.
- Come la mala cosa? - rispondono molti; - reca qua i lumi; abbiàn noi paura di mali visi? chi ha paura si fugga.
E avviandosi in là cosí al barlume, e veggendo la bestia, non scorgendo bene quello che si fosse, la maggior parte si tornano indietro, gridando:
- Alle guagnele, che dice il vero!
Altri piú sicuri s'accostano e veggendo quello ch'è, gridano:
- Venite qua, brigata, ch'ell'è un'orsa.
Corrono là molti, e 'l prete e 'l cherico ancora; e veggendo questa orsa cosí legata, e tirare e nabissarsi con la boce, ciascuno comincia a ridere:
- Che vuol dir questo?
E non era però niuno che ardisse di scioglierla, e tuttavia le campane sonavono, e tutto il mondo era tratto.
In fine certi che conosceano l'orsa del Podestà essere mansueta, s'accostorono a lei e sciolsonla; avvisandosi i piú che qualche nuovi pesci avessono fatto questo per far trarre tutti e' Fiorentini. E tornatisi a casa, piú dí ragionorono di questo caso, e ciascuno dicea chi serebbe stato. I piú rispondeano:
- Dillo a me e io il dirò a te.
Alcuni diceano:
- Chiunque fu, fece molto bene; ché sempre sta quella porta aperta, che non ispenderebbe né 'l vescovo né il prete un picciolo per mettervi uno chiavistello.
E cosí terminò questa novella; e quelli che l'aveano fatto, erano in un letto e scoppiavono delle risa, essendosi fatti piú volte alle finestre con gridare con le piú alte voci che aveano: "Al fuoco, al fuoco "; e quanta piú gente traea, piú ne godevano; domandando piú che gli altri in quelli di che volle dir quello, per avere diletto di chi rispondea loro.
E per ciò si dice: "Li nuovi uomeni, le nuove cose". Costoro vollono o immaginoronsi di vedere la gente armata che trae al fuoco; ché per certo chi vi pon ben mente come compariscono, e, la è cosa d'avere diletto, a vedere le nuove cappelline, le nuove cuffie e le nuove cianfarde che recano, sanza le nuove chiocciole e' nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche arme; sí che appena si conoscono insieme, sguarguatando l'uno insino in sul viso all'altro, prima che si conoscano. Ma piú nuova cosa è a vedere l'usanza e l'avarizia de' cherici, che tutte le chiese e le loro case lasciano andare a ruina prima che vogliano fare una piccola spesa. Cosí, per misertà d'un chiavistello di cinque soldi, stava la porta di questa chiesa aperta: ché molto meritava piú il vescovo e 'l prete che quelli che legarono quest'orsa alle funi delle campane, l'avessono loro legata a' coglioni.


NOVELLA CCI

Madonna Cecchina da Modena, essendo rubata, con uno pesce grosso e uno piccolo, e uno suo figlioletto, sonando la campanella... .

Questo fu un bel giuoco di questa orsa; ma questo che segue di due pesci fu con piú sustanzia. Egli è gran tempo che nella città di Modena fu una donna vedova, rimasa di poco tempo d'uno mercatante assai ricco, la quale avea nome madonna Cecchina, e con lei era rimaso un suo figlioletto di forse dodici anni. E come in tutte le terre avviene, e spezialmente oggi che le vedove e' pupilli, essendo pecore e agnelli, hanno cattivi effetti co' lupi, dove ne sono; cosí questa donna, essendogli da' gran cittadini tolto oggi un pezzo del suo, e domane un altro, nella fine perdendo, ed essendogli, si può dire, rubata una sua possessione, e non trovando avvocati a' suoi piati che la difendessono, e se gli trovava, la forza pascea il prato, mossa da una mezza disperazione, si pensò di tenere un modo cosí fatto. Ella richiese un suo amico vicino che gli dovesse piacere di farli un gran servigio, e questo era che gli accattasse una campanella, in quella forma che quelle di santo Antonio, solo per un dí, e poi tornasse da lei. Accattato questo buon uomo una campanella da chiesa, o da cui si fosse, con essa ne venne alla donna. Come la donna l'ebbe, che era di quaresima, dice all'amico:
- Mo via, io voglio che tu venga con mi e con lo mio figliuolo alla pescheria, e comperami, com'io ti dirò, due pesci, uno grande e uno picciolino; e quando gli averai tolti, metterai il picciolino mezzo in gola al grande, e con essi scoperti, che ogni uomo gli veggia, torneremo a casa; e 'l mio figliuolo averà in mano questa campanella e verrà presso a te sonandola; e io serò dall'altra parte. Se alcuno domanderà: "Che vuol dir questo?" laghe rispondere a me.
L'amico si maravigliò forte, domandando per quello che ciò volea fare. La donna rispose:
- Fa' quello che io t'addomando, e pregoti; ché ancor oggi lo saperai e sera' ne contento.
Costui dice:
- Io farò ciò che voi volete.
La donna piglia un suo mantello, e dà la campanella al figliuolo, ammaestrandolo che non sonasse, se non quando gli lo dicesse; e cosí si partirono tutti e tre una mattina, e andarono alla pescheria. Giunti che furono là, la donna guarda e dice all'amico:
- Compra quello luccio grande e compra uno di quelli pesci piccolini che sono all'altra banca.
L'amico cosí fece; e aperta la gola al luccio, gli misse dentro insino al mezzo il pesce piccolo; e dicendoli la donna in che forma lo recasse, sí che ciascuno il vedesse bene, dice al figliuolo:
- Sta' allato a costui, e non restare mai di sonare la campanella -; ed ella dall'altro lato dicea: - Andiamo a casa.
E messisi in via con questa novità mostrando il pesce, e 'l figliuolo sonando la campanella, la gente traea. Chi dicea:
- Che è questo, madonna Cecchina? che vuol dir questo?
Chi domandava in un modo e chi in un altro. A tutti rispondea ch'e' pesci grandi si mangiavano i piccolini; e cosí continuo a tutti rispose, e mai non disse altro, tanto che giunse a casa.
E avendo adoperata la voce, e 'l figliuolo la campanella, e l'amico mostrando l'esemplo, o che non fosse chi leggesse né chi intendesse, poco frutto ne seguí, se non che, fatto cuocere lo pesce grande e piccolo, sel mangiarono a desinare tutti e tre.
E questo fu a tempo ch'e' Pigli erano signori di Modena. Io credo che assai intendessono la donna, ma feciono vista di non l'intendere. Sia certo ciascheduno che chi sostiene che le vedove e' pupilli siano rubati con doloroso fine vengono a perdere il loro stato. E ben si dimostrò in questi che erano signori, ché ivi a poco tempo, perdendo la signoria, venne la terra sotto a quelli da Gonzaga.
E nota, lettore, che quasi tutte le terre venute a signore, o a distruzione, ne sono stati cagione li cittadini possenti delle gran famiglie di quelle città che facendo divisione e contese fra loro, per essere ciascuno il maggiore, caccia l'uno l'altro e rimane la signoria a pochi, o a una famiglia, e poi dopo alcun tempo viene un solo, cioè un tiranno, e caccia coloro, e pigliasela elli. Esempli ne sono assai; ma quattro ne conterò che non è settant'anni che caddono in questa ruina. Cremona che in questo modo ne erano signori li Cuncioni; Parma che la signoreggiavono li Rossi; Reggio signoreggiavano quelli da Fogliano; e Modena detta gli Pigli, come detto è. Viene per caso che in Lombardia si creò una lega, forse a fine di pigliare queste terre, tra' marchesi da Ferrara, quelli di Gonzaga, e' Visconti e quelli della Scala. Questa lega tolse la signoria a quelli signori di queste quattro terre; e poi come elle erano quattro, cosí le divisono tra loro quattro. Li marchesi ebbono Modena, quelli da Gonzaga ebbono Reggio, i Visconti ebbono Cremona, e quelli della Scala Parma: e anco poi e Reggio e Parma ha raso un altro barbiere. E ciò non avviene se non ch'e' signori contendono alle ambizione delle signorie, non curandosi di fare né ragione né justizia, sanza la quale ogni regno e ogni città viene a ruina.


NOVELLA CCII

A uno pover'uomo di Faenza è rubata a poco a poco una pezza di terra: fa sonare tutte le campane, e dice che è morta la ragione.

Simil invenzione fu quella che viene alla passata, ma molto trovò justizia piú questa; però che, essendo signore di Faenza Francesco de' Manfredi padre di messer Ricciardo e d'Alberghettino, signore e savio e dabbene sanza alcuna pompa, che piú tosto tenea costume e apparenza con onestà di grande cittadino che di signore; avvenne per caso che uno possente di quella città avea per confine una pezza di terra a una sua possessione, la quale era d'uno omiciatto non troppo abbiente; e volendola comperare e piú volte fattone punga, e non essendovi mai modo perché quello omicciuolo il meglio che potea la governava, e mantenevasi la sua vita, e prima averebbe venduto sé che quella; di che, non potendo questo cittadino possente venire a effetto della sua volontà, si pensò usare la forza. Però che, essendo una piccioletta fossa tra lui e quell'altro per confine, ogni anno quasi quando s'arava la sua, pigliava, quando con un solco e un altro per anno, un braccio o piú di quella del vicino.
Il buon uomo, benché se n'accorgesse, non ardiva quasi dirne alcuna cosa; se non che con certi suoi amici secretamente si doleva; e tanto andò questa cosa oltre in pochi anni che se non fosse uno ciriegio che trovò nel detto campo che era troppo evidente a passarlo, però che ciascuno sapea il ciriegio essere nel campo di quello omicciuolo, e' s'averebbe in poco tempo preso a poco a poco. Di che, veggendosi questo buon uomo cosí rubare, e scoppiando d'ira e di sdegno, e appena non potere non che dolersi, ma dirne alcuna cosa; come disperato, si muove un dí con due fiorini di moneta in borsa e va a tutte le gran chiese di Faenza, pregandoli e prezzandoli a uno a uno, che tutte le loro campane alle cotante ore dovessono sonare, pigliando ora disusata dal vespro e dalla nona. E cosí seguí; ch'e' religiosi ebbono que' danari, e al tempo dànno nelle campane gagliardamente, per forma che tutti quelli della terra dicono:
- Che vuol dir questo? - guatando l'uno l'altro.
Il buon uomo, come uscito di sé, correa per la terra. Ciascuno veggendolo dicea:
- O voi, che correte? O tale, perché suonano queste campane?
Ed egli rispondea:
- Perché la ragione è morta -; e in altra parte dicea: - Per l'anima della ragione, ch'è morta.
E cosí col suono delle campane gittò questo detto per tutta la terra, tanto che 'l Signore, domandando perché sonavono, e in fine, essendoli detto non saperne altro se non quello che 'l tal uomo andava gridando; il Signore mandò per lui, il quale v'andò con gran paura. Come il Signore il vide, disse:
- Vie' qua; che vuol dir quello che tu vai dicendo? e che vuol dire el suono delle campane?
Elli rispose:
- Signor mio, io ve lo dirò, ma priegovi che io vi sia raccomandato; il tale vostro cittadino ha voluto comprare un mio campo di terra, e io non gli l'ho voluto vendere; di che, non potendolo avere, ogni anno quando s'è arata la sua, ha preso della mia, quando un braccio e quando due, tanto ch'egli è venuto allato a un ciriegio che piú là non può bene andare, che non fosse molto evidente; che benedetto sia chi 'l piantò! ché se non vi fosse stato, e' s'avea in poco tempo tutta la terra.
Di che, essendomi tolto il mio da uomo sí ricco e sí possente, e io essendo, si può dire, un poverello, non sanza gran pena sostenuta e soperchio dolore, mi mossi come disperato a salariare quelle chiese che hanno sonato per l'anima della ragione ch'è morta.
Udendo il Signore il motto di costui, e la ruberia fattali dal suo cittadino, mandò per lui; e saputa e fatta vedere la verità del fatto, fece restituire la terra sua a questo povero uomo, facendo andare là misuratori, e darli di quella del possente allato a lui tanta quanta tolta gli avea della sua; e fecegli pagare due fiorini che avea speso in fare sonare le campane.
Questa fu gran justizia e gran benignità di questo Signore, come che colui meritasse peggio; ma pur, ogni cosa computata, ella fu gran virtú la sua, e la justizia del povero uomo non fu piccola, e dove dicea ch'elle sonavano per la ragione che era morta, e' si potrebbe dire ch'elle sonorono per far resuscitare la ragione. Le quali oggi potrebbono ben sonare che ella resuscitasse.


NOVELLA CCIII

Barone di Spartano, dovendo ricevere un suo castello dal Papa, molto tempo con istento è tenuto in corte; di che con un notabil detto, mordendo il Papa, è spacciato.

E questa che seguita ancora fu bella astuzia a destare chi molto avea dormito in farli ragione. E non sono molti anni passati che là verso l'isola di Cipri nacque una gran questione tra certi castellani, li quali addomandavono a uno barone di Spartano alcune castella che tenea, dovere essere loro. Di che, ingrossando la questione, l'una parte ricorse al Papa, il quale era Gregorio XI, e l'altra parte ricorse a' Genovesi, e in loro commettendo la detta questione, si misono le castella nelle mani del Papa, e che nella fine desse le castella a colui di cui elle erano. Al tutto si vide che quelli castellani alcuna ragione non aveano nelle castella del detto barone di Spartano, e cosí si diffiní. Sentendo ciò il detto barone, che per questo era andato a Vignone, attese con ogni sollecitudine e spèndio di riavere la tenuta di quelle castella, delle quali era stato fuori durante la detta questione. Il Papa, tra che la corte avea in quelli tempi assai che fare, e anco perché chi ha preso sa mal lasciare; tenne questa cosa tanto per lunga che questo buon uomo, avendo speso assai denari che avea portato, vi stette ben tre anni innanzi che potesse riavere le sue castella. Onde un dí per disperato s'andò al Papa, e disse:
- Padre santo, io sono stato qui circa tre anni per la tale questione delle mie castella, delle quali me ne spodestai, e sotto la vostra clemenza le commisi, e ancora cosí sono. Avete veduto e terminato che a me debbono ritornare, e io ho consumato tanto tempo e ancora non le posso riavere; di che io vi dico cosí, che quando io venni qui, io ci recai un sacco pieno di denari, e uno pieno di verità, e un altro pieno di bugie: quello de' danari ci ho tutto speso, e altresí quello de' veri ho tutto e speso e consumato, restami quello delle bugie, non ho altro a che por mano. Io prego caramente la vostra benignità che mi vogliate restituire le mie castella, altrimente io comincerò a spendere il sacco delle bugie, e non avrò con che tornare a casa. Vogliate adunque farmi ragione, se la domando, e a me serà somma grazia; e non vogliate che io consumi e spenda il terzo sacco, com'io ho speso quelli due, e che io mi ritorni a casa con qualche cosa.
Il Papa, udendo costui, e sentendosi trafiggere e ancora comprendendo che non avea piú che spendere, diede sorridendo certe scuse, e l'altro dí spacciò e scrisse la lettera che le castella del barone Spartano gli fossono rendute. Ed egli, tolta la lettera e preso commiato dal santo Padre, si ritornò a casa e riebbe la tenuta delle sue castella.
Grande e lunghissime sono le corti, come ch'ell'abbiano nome corti; ma maggiore è l'avarizia che le fa essere lunghe, e spezialmente quella de' cherici che mai non ispacciano, infino ch'e' danari durano, pelando i cattivelli, come credo fosse pelato costui: ché è venuto a tanto il mondo che tutte le cose che si fanno, chi ben considera, non hanno riguardo se non a' danari, a tirare a sé.
E assai cose se ne potrebbono dire, le quali serebbono tutte parole al vento; e però non voglio piú stendermi sopra la presente materia.


NOVELLA CCIV

Messer Azzo degli Ubertini nel palagio de' signori di Firenze riprende uno soldato che si duole, domandando denari, in otto dí non essere spacciato, allegando sé per lo contrario.

Molto fu piú nuova cosa quella che al presente voglio raccontare, e io scrittore mi vi trovai. Nel tempo che il duca d'Angiò passò per venire contro al re Carlo terzo, come dicea, per vendicare la eccellentissima regina madonna Giovanna; e avendo lo Siri di Cosí con Marco da Pietramala e con altri preso Arezzo, e quasi in un'ora venendo la novella a Firenze di questa presura, parendo assai dolorosa, non stette molto che venne la novella che 'l duca d'Angiò era morto; la quale fu un prezioso unguento a sanare la mortal piaga della perdita d'Arezzo. Tanto che infine al Siri di Cosí essendo dati buona quantità di denari, diede Arezzo al Comune di Firenze; il quale, non essendo morto il duca, non che l'avesse o dato o venduto, ma egli era a gran pericolo la nostra città di non perdere il suo stato.
Venuto Arezzo sotto la signoria del Comune di Firenze, i Fiorentini cercorono d'avere tutte le sue castella da certi che contro a ragione le tenevano; fra' quali fu richiesto un savio e valoroso cavaliere, chiamato messer Azzo degli Ubertini d'Arezzo, che restituisse alcune castella che del contado d'Arezzo indebitamente tenea, però che al Comune di Firenze era stato venduto Arezzo con tutte le sue castella, e con ogni sua jurisdizione. Il cavaliere, non contradicendo alcuna cosa, ma piú tosto affermando, comparí dinanzi a' Signori, dicendo:
- Signori miei, se io avesse mille ragioni contro la vostra volontà e contro la vostra intenzione, non intendo d'allegarne nessuna. Una sola cosa vi dico: io tegno cotante castella; se tutte le volete, tutte ve le do, ed ecco le chiavi, pensando di rimanere molto piú ricco e maggiore, essendo povero e ubbidendo li vostri comandamenti, che tenere ciò che io ho, o ciò che io potesse avere, contro alla vostra volontà.
Con questo principio e mezzo e fine, giammai non rimutandosi, volendo dare al Comune del suo, fu tenuto piú mesi con istento e con fatica che non potea essere spacciato, e ogni dí era in casa li Signori. E ancora, diliberandosi per loro di volere certe castella delle sue o d'Arezzo che tenea, mai non dicendo altro che fiat, ancora era tenuto per lunga, non potendosi in piú mesi spacciare e tornare a casa sua.
Avvenne per caso che un dí, essendo nel palagio de' Priori il detto messer Azzo nella sala di fuori della porta della loro audienza, uno gentiluomo d'arme caporale, che era andato a' Signori a pregarli che dovesse loro piacere di farlo pagare di denari che avea servito, come che gli fosse risposto, egli uscí fuori tutto adirato, rampognando e quasi biestemando. Di che veggendolo messer Azzo, il domandò quello ch'elli avea. A cui elli rispose:
- Come diavol che ho? ché debbo avere dugento fiorini, serviti con gran fatica e sí e sí, e sonci venuto ben quindici dí, e non posso esser pagato!
Allora disse messer Azzo:
- O, buon uomo, tu déi essere poco uso in questo palazzo; io voglio che tu sappi che io ci sono stato presso a quattro mesi, e voglio dare il mio al Comune, e non posso essere spacciato: or pensa omai chi ha piú da dolersi, o tu o io.
Il gentiluomo, udendo il cavaliere, disse:
- In fé di Dio, voi mi date buona speranza di futura pena.
Fu rapportata la parola di messer Azzo da alcuno uditore a' Signori; e brievemente uno dell'officio, forse il piú intendente, disse:
- Egli ha detto molto bene, che non ci si dà spaccio a niuna cosa; ed è un bello onore che noi facciamo stare sei mesi e un anno talora un gentiluomo per gli alberghi, e mai di cosa che abbiamo a fare non ne caviamo le mani.
Di che tutti di concordia, mossi per queste parole, si posono in cuore di non intender mai ad altro che messer Azzo, e quel soldato serebbe spacciato; e sanza pigliare alcuno respitto, l'altro dí amendue furono spacciati.
Or questa virtú ebbono le parole del cavaliere, che feciono destare chi dormía. E qual'è piú bella cosa e piú onorevole a quelli che hanno a dare judicio che spacciare le cose che vengono loro innanzi ragionevolmente? tanto è bella cosa ch'e' sudditi non vorrebbon mai altra signoria; e tanto è penosa e sdegnosa cosa a fare il contrario ch'e' sudditi vorrebbono innanzi essere sotto il diavolo dell'inferno che sotto quelli che li menano sí per lunga, che molto tempo con fatica e danno consumano, anzi che possano vedere il fine d'una loro questione.


NOVELLA CCV

Messer Ubaldino della Pila fa tanto dell'impronto con un Vescovo, che fa licenziare al Vescovo che uno suo ortolano si faccia prete, e vienli fatto.

Molto fece dell'impronto per avere da uno Vescovo il suo intendimento messer Ubaldino della Pila, il quale, secondo il vero, essendo degli Ubaldini e stando piú del tempo a sue castella, aveva allevato un garzone contadino, il quale avea tenuto per fante e per ortolano. Essendo l'un dí piú grosso che l'altro, veggendo che non era piú da perdere tempo in lui, cercò di levarlo dalle cose terrene, e con le callose e dure mane metterlo ad esercitare le cose divine; e cominciollo a fare cherico, sanza sapere quasi leggere; e quanto piú venía in tempo, meno sapea. Dopo questo, cercò di farlo prete d'una sua chiesa; e convenendo che avesse la licenzia dal Vescovo, e mandarlo a lui che lo desaminasse, lo mandò adornato quanto poteo con panni d'altro cherico; e ammonitolo che modi dovesse tenere nel giugnere, nello stare e nel partire, li diede una lettera, la quale per sua parte appresentasse al detto Vescovo. Il cherico ammaestrato, ma non che nel capo li fosse entrato, si mosse, grossolano come era, e con la lettera andò accompagnato da un altro, tanto che pervenne dinanzi al Vescovo; e come giunse, dà la lettera a messer lo Vescovo, e appena mettendosi la mano al cappuccio, disse:
- Dio vi salvi, messere.
Disse il Vescovo:
- Qual se' tu?
E quelli rispose:
- Vegno di villa.
E 'l Vescovo disse:
- Cosí mi pare -; e lesse la lettera.
Letta che l'ebbe, fece una risposta a messer Ubaldino, dicendo che si maravigliava che elli volea fare prete un montone; e ritornossi con la lettera indrieto. Messer Ubaldino ammaestrandolo di nuovo, altra volta lo rimandò a lui, il quale ancora era piú ingrossato che prima. E 'l Vescovo risponde che ciò non può fare sanza sua grandissima vergogna, e che l'avesse per iscusato. E abbreviando la novella, mandando piú volte per questa cagione, e 'l Vescovo non consentendo, però che 'l cherico, non che gli paresse da ciò, ma e' gli parea quasi piú tosto bestia che persona, in fine lo mandò a lui, pregandolo caramente per una lettera, dicendo:
"Io vi prego che ne facciate un prete chente n'esce".
Il Vescovo, udendo questo vocabolo, parve che dicesse: "Qui non si può dire di no"; e diede licenzia che se ne facesse un prete chente n'uscisse; e fu fatto prete chente n'uscío. E messer Ubaldino il mise nella sua chiesa; della quale si può dire che facesse uno porcile, però che non vi mise prete, ma misevi un porco per le spese, il quale non avea né gramatica, né altro bene in sé; ché quando dicea il pater nostro e volea dire: sicut in coelo et in terra , e quelli dicea: se culi in cielo e se culi in terra ; e altre cose strane come la sua grossezza l'avea dotato. E cosí tenne quel beneficio per messer Ubaldino, ché, quanto verso Dio, fu maleficio.
Molto n'è pieno il mondo di questi cosí fatti preti; che Dio il sa se, non sappiendo le parole della messa altramente che si sappiano se quello che celebrano è il corpo di Cristo; ma secondo la novella si potrebbe dire: "Egli è chente n'esce". E questi cotali non basta loro una chiesa, ma spesso n'hanno due o tre per uno.
E a cosí fatti sacerdoti il nostro Signore in molti paesi viene nelle mani! Grande ignoranzia è de' maggiori prelati a correre a farli sí di leggiero, e l'avarizia vuol pur che cosí sia.


NOVELLA CCVI

Farinello da Rieti mugnaio, essendo innamorato di monna Collagia, la moglie sua, sappiendolo, fa tanto che nella casa e nel letto di monna Collagia entra e per parte della donna amata Farinello va a giacere con lei, e credendo avere a fare con monna Collagia, ha a fare con la moglie.

Per dare alcuna inframessa, voglio venire in su alcune novelle d'amorazzi, assai piacevoli a cui non fossono tocchi. Nella città di Rieti fu già un giovene mugnaio, il quale ebbe nome Farinello, e avea una sua donna assai giovane che avea nome Vanna. Ed essendo costui un poco leggiadro, secondo mugnaio, perché era innamorato d'una giovane vedova di bassa condizione, sí come era elli, e anzi bisognosa che no, la quale avea nome monna Collagia, volendo mettere ad esecuzione questo suo amore piú volte si mise a richiedere la donna, profferendoli di donare due quarti di grano, li quali sono ogni quarto quasi libbre centocinquanta, però che il ruggio di Rieti è libbre seicento, e 'l ruggio è quattro quarti.
Continuando costui questa sua improntitudine di molestare la donna, profferendoli questo dono, ed ella non possendo piú resistere a tanta importunità, un giorno se n'andò a monna Vanna, donna del detto Farinello, e giunta che fu a lei, li disse come ella si venía a dolere di quelle cose che 'l suo marito ogni dí gl'addomandava, non lasciandola requiare, le quali erano fuori d'ogni onestà; narrandole a parte a parte ciò che Farinello li proffereva, dicendo di due quarti di grano. Allora monna Vanna, udendo questa donna, pensò una sottile malizia con la quale quello che 'l marito dovea fare a monna Collagia si convertisse nella sua persona; e non fu di quelle che al tempo d'oggi arebbono schiamazzato, come quando la gallina fa l'uovo, facendo sentire il loro vituperio e de' loro mariti a' vicini e alli strani, ma con uno cheto modo e benigno ricolse monna Collagia, dicendo:
- Voi siate la ben venuta; se voi volete fare quello che io vi dirò, io vi leverò questa pena da dosso; e 'l modo è questo, che cosí come elli ti richiede, cosí da' ordine qual notte venga a te, della qual tu m'informerai; e quella notte va' segretamente a giacere con qualche tua vicina, e lascerai la casa a me; e dirai che ti rechi due quarti di grano, e io te ne vorrò dare uno io, sí che fiano tre; e poi lascia spacciare questa faccenda a me.
La donna, udendo questo, e che senza perdere la sua onestà avea cresciuto il suo guadagno, pensando già che Farinello averebbe di quel che ben gli stesse, fu subito accordata; e partitasi, si scontrò in Farinello che portava una soma a macinare, e accostatosi a lei, disse:
- Io ho presto quel grano ognora che voi lo volete.
La donna pianamente li disse che, per bisogno che ella avea, li convenía fare il suo piacere; e che quella sera lo recasse e venisse a lei; e cosí fu data la ferma.
Farinello, avendo promessa di quello che buona pezza era ito cercando, considerando al macinare che avea a fare la seguente notte, quasi quel giorno al macinare del mulino non attese, ma ordinò li due quarti di grano in due sacca, per portarli la seguente notte a casa di donna Collagia; e pensò d'uno fidato compagno che gli aiutasse portare uno de' sacchi.
E cosí pensato, richiese un suo intimo amico, mugnaio com'elli, che avea nome Chiodio, che la notte con lui insieme gli aiutasse portare il suo sacco, e che 'l tenesse segreto. Era questa cosa molto differente e contraria al costume de' mugnai, però che si caricono volentieri di grano o di farina quando la tolgono altrui, ma rade volte si caricono per donarlo. Tornando donna Collagia a monna Vanna il dí medesimo, gli narroe come avea fatto patto che Farinello la seguente notte li recasse il grano e andasse a giacere con lei, e ch'ella anderebbe a casa d'una sua vicina, come informata l'avea, ed ella della casa facesse il suo piacere. Donna Vanna rispose:
- Bene avete fatto; io verroe là istasera a ordinare quello che fare voglio, e voi non vi date piú fatica -; e cosí fu fatto.
Farinello era uso di stare gran parte della notte al mulino, e se mai vi stette tutta la notte, questa fu dessa, però che dal mulino si mosse, e altrove stette tanto che tutta la consumò. Però che monna Vanna sua moglie era andata a pigliare la possessione e letto di monna Collagia, e là aspettava il suo Farinello in iscambio di quella cui elli tanto avea bramato.
Quando Farinello, avendo la ventura ritta, gli parve tempo di dare le mosse alla giumenta, dall'uno lato col suo sacco di grano su le reni, e con l'altro l'amico suo Chiodio, si misono in cammino, e giunti all'uscio della donna, lo trovorono succhiuso; pinto che l'ebbono, introrono dentro, e scaricarono le sacca. Scaricate che l'ebbono, dice Farinello a Chiodio:
- Non t'incresca di aspettarmi un pezzo; ché, se m'aspetti, a te anco potrà giovare.
Chiodio udendo questo, dice:
- Amico mio, va' e sta' quanto tu vogli, ché io non mi partirò infino a tanto che tu tornerai.
Rimaso colui, Farinello ne va verso la camera, dove era data la posta e dove donna Vanna per iscambio di donna Collagia l'aspettava. E giunto al letto al barlume, si coricò allato a lei sanza favellare o l'uno l'altro, per non essere sentiti, gittando gran sospiri, accennando pur la donna che non si parlasse, mostrando ch'e' vicini fossono da lato; e ciò facea perché Farinello non la conoscesse. E Farinello di ciò la contentò, accostandosi a lei, e usufruttando con quel pensiero con che s'era mosso, ma non quello che credea; e per non grande spazio ricolse la decima quattro volte, e nell'ultimo si levò, dicendo:
- Io vo a orinare, e torno subito.
E cosí fatto, n'andò in verso Chiodio che l'aspettava, e dice:
- Fratel mio, costei m'ha fatto molto stentare, prima che abbia acconsentito al mio volere: tu ci recasti altrettanto grano quant'io; se tu vuogli essere partefice di questo beneficio, o maleficio che sia, tu te ne puoi andare diritto nella camera, e là sanza parlare punto entra nel letto, e fa' ragione d'essere me, ché quanto io, n'ho assai per istanotte.
Udendo Chiodio questo, non fu sordo; ma prestamente va alla camera, e intrato nel letto allato alla donna in luogo di Farinello, per tre volte in poco di tempo contentò il suo disio; e partitosi, tornò a Farinello che lo aspettava, e andorono al mulino donde partiti s'erano.
E la donna, credendosi in tutto esser giaciuta con Farinello, si ritornò a casa la mattina per tempo; e donna Collagia ancora la mattina dalla sua vicina si ritornò a casa sua, là dove trovò il letto molto bene sprimacciato. Aspettando donna Vanna a casa sua dove la cosa dovesse riuscire, ed ecco Farinello che sí franco cavaliero era stato, e diceli che tutta notte s'è sentito male al mulino, e che li vada a volgere due uova al fuoco. Dice la donna:
- Elle vogliono essere sette.
Dice Farinello:
- Che vuol dir questo? io non ne voglio se non due.
Dice la donna:
- Elle vogliono pur essere sette.
E quelli dice:
- Hai tu il farnetico?
La donna risponde:
- Farneticato avrai tu.
Farinello stava come tralunato. Dice la donna:
- Traluna bene, ché tu hai bene di che; tu se' stato stanotte un pro' cavaliere, ché hai macinato sette volte; e sa' ben dove, ma non con cui tu hai creduto, ché io sono stata io, e non monna Collagia quella dove tu hai macinato istanotte sette volte; per tal segnale che, finite le prime quattro, tu ti levasti per andare a pisciare, e poi ritornasti e tre volte ancora rifacesti il giuoco; sí che io ho aúto quello da te, essendo sconosciuta, che da te conosciuta mai non ebbi. Or mi domandi l'uova, che hai aúto mal di macinato. Tu di' ben vero, ché tu hai macinato su le carni mia; della qual cosa ne se' molto tristo, e Dio tristo ti faccia, che mi credi trattare per fancella e vai donando il grano, e io n'ho donato anco un sacco io, e ho fatta migliore spesa con un sacco che tu con due. Cosí intervenisse a tutti gli altri cattivi che con vitupero fanno fallo alle loro mogli; e alle loro donne intervenisse come è intervenuto a me stanotte. Ogni volta che tu vuogli di queste derrate, sempre mi troverai presta a dartene. Sí che va', e macina al tuo mulino, e arai assai che fare; procaccia di vivere, ché n'hai gran bisogno, e non andare infarinando le vedove con la mala ventura che ti vegna.
Udendo Farinello tante cose, non sapea che si dire, se non che dicea:
- Io non so che tu ti di'; se non che 'l tu di' per non mi dare dell'uova.
- Sí che tu hai a covare; - dice la donna, - va', cova al tuo mulino, e togli quante uova ti piace, macinando come tu hai fatto istanotte.
Farinello per lo migliore pose fine alle parole, veggendo che lo aguato era scoperto fuori della sua credenza, e parveli avere molto mal fatto: l'una che non avea macinato dove credea; e l'altra che a Chiodio avea fatto macinare nel suo mulino, credendolo fare macinare nell'altrui. E andossene al mulino tutto tristo, trasognando, sanza avere mangiato dell'uova; e trovando Chiodio disse come la sua donna parea che sapesse il tramazzo di quella notte, e che per Dio il tenesse segreto, però che, s'e' parenti di donna Collagia il sapessono, sarebbono amendue a gran pericolo. E mai per ciò non li scoperse che con donna Vanna fosse giaciuto. Dappoi, essendo Farinello un po' tornato in sé, si riconciliò un poco con la donna, dicendo:
- Son io il primo che sia innamorato, o smemorato? tu hai saputo sí fare che di questo tu déi essere contenta; e io anco mi sono contentato, avendo opinione che tu fossi quella che io credea.
A me costa questo fatto molto caro, ché ho messo piú su la tramoggia che io non potea, e tu te n'hai aúto il pro: ha'mene fatto una che m'è montata piú di sette.
E cosí convenne che Farinello, per racchetare il gridare della donna, con molte parole si rabbonacciasse, e poi spesse volte consumasse il matrimonio di quelle che averebbe dormito piú volentieri; però che quando stava sanza macinare, la donna subito rimproverava le sette volte di donna Collagia, le quali li fruttorono piú che sette volte sette in poco tempo, ed elli ne divenne quasi dicervellato. E cosí ebbe fine questa novella, che monna Vanna fu pagata d'opere, e donna Collagia di grano, con la metà piú. Farinello comperò quella derrata che non volea e che non andava cercando; e Chiodio sanza costo ebbe di quella farina scambiata che era di Farinello, credendo, sempre che visse, essere giaciuto con donna Collagia.
Cosí avviene spesso a chi ha a fare con femine, però che in cosí fatti casi di simili astuzie trapassano gli uomini; e ancora pare che Amore porga a loro di nuovi ingegni e malizie. Questa donna Vanna con questa sottigliezza fece una degna opera; ché, volendole il marito mancare di lavorío alla sua possessione, trovò modo che la lavorò meglio che mai li fosse lavorata. E 'l tristo del marito non gli bastava che donna Collagia se gli avesse dato l'amor suo, pigliarlo in grandissima grazia, sí la volle vituperare col compagno, e 'l vituperato rimase elli. E mai non trovai che amore desse ad alcuno un sí degno ben gli sta come qui diede a Farinello. Madonna Vanna, adoperando bene, ebbe il contrario, però che non meritava che Chiodio giacesse con lei; ma pur seguí una cosa molto disusata, che mai monna Vanna non seppe che quelle sette volte fossono se non del marito; e Chiodio mai non seppe che le sue tre fossono con donna Vanna.


NOVELLA CCVII

A Buccio Malpanno d'Amelia è fatto credere, colicandosi un frate minore con una sua donna e lasciandovi le brache, che quelle son quelle di santo Francesco, ed egli se 'l crede.

D'altra maniera e altro inganno fu questo che viene, essendo a uno semplice marito da uno frate minore mostrata la luna nel pozzo. Nella città d'Amelia fu già uno semplice uomo, chiamato Buccio Malpanno, e avea una sua moglie che avea nome donna Caterina, d'etade di venticinque anni, assai bella e non meno cortese, e spezialmente a uno giovene frate Antonio del detto ordine, dal quale, come da suo devoto, spesso era visitata; tanto che forse, perché il marito era magretto e di poco spirito, e una cosa e un'altra, il detto frate usufruttava piú i suoi ben temporali che non facea elli.
Avvenne per caso che Buccio, avendo una notte la guardia, come spesso in molte terre interviene, il detto frate diede posta d'andare a giacere con la detta donna Caterina: e perché de' piú de' suoi pari viene un poco di caprino, elli s'avea tratto li panni lini suscidi e aveasi mutato panni lini sottili e bianchissimi. E tutto fatto, e giunto nella camera della donna, andandosi a coricare, si cavò le bianche brache e misele sul capezzale. Di che occorse per alcuno accidente che Buccio, avendo bisogno d'essere a casa, ebbe la parola dall'officiale della guardia; e giugnendo all'uscio, mettendo la chiave nel serrame, e volgendola per aprirlo, il frate, sentendo il saliscendo, subito si leva, come colui che era destrissimo e sospettoso, e aggrappato la tonaca e gli altri panni e, non accorgendosi, lasciando le brache, si gettò da una finestra non molto alta dalla via, e 'l meglio che poteo s'andò con Dio.
Buccio, giunto alla camera, s'andò a posare nel luogo suo, il quale era stato di poco sagrato; e dormito che ebbono egli e la donna, che n'aveano aúto bisogno, sí per lo vegliare della guardia e per lo vegliare del culatario, infino a dí chiaro; aprendo la finestra, e veggendo Buccio le brache sul capezzale, credendo che fossono le sue, le prese per mettersele; e guarda su la cassa, ne vide un altro paio; di che in sé pensando dice: "Che vuol dire questo? io so bene che io non porto due paia di brache"; e conosciuto che quelle del capezzale non erano le sue, le ripose in una cassa e misesi le sue.
E immaginando d'un pensiero in un altro di cui potessono essere le brache, che alla grandezza pareano state d'uno gigante, gli era intrato una malinconia che quasi non mangiava. Frate Antonio dall'altra parte, parendoli avere mal fatto di avere lasciato le brache o la trabacca che fosse, secretamente lo fece sapere alla donna, raccomandandoli le brache che avea lasciate. La donna, che niente non sapea, non trovandole, veggendo il marito cosí malinconoso, si pensò troppo bene che esso l'avesse trovate e riposte; e stava con gran timore, come ch'ella non lo mostrasse; donde, non potendo adempire quello che 'l suo devoto volea, li rispose che 'l marito l'avea trovate e ch'ella non sapea dov'ella si fosse, tanto dolore n'avea, immaginando che scusa da potere fare non avea, e aspettava la mala ventura.
Sentito il frate questo, e per lei e per lui li parve essere a mal partito. E dolutosi di ciò segretamente con un frate Domenico molto suo fidato, il quale, perché era molto scienziato e sperto, gli era data molta fede, e ancora d'anni era assai antico; a cui il detto frate Domenico diede con parole assai riprensione; e per ovviare alla infamia dell'ordine prima, e poi a quella di frate Antonio, disse alla fine:
- Or ecco, io m'ingegnerò levare questo sospetto a Buccio -; e disse a frate Antonio: - Andiamo, tanto che troviamo il detto Buccio; e lascia dire a me.
E cosí si misono in via, e tanto andorono che scontrorono il detto Buccio; e andati verso lui, frate Domenico salutandolo il prese per la mano, e guardandolo in viso, li disse:
- Buccio mio, tu hai malinconia.
Disse Buccio:
- O di che? non ho malinconia alcuna.
E frate Domenico disse:
- Veramente io il so per revelazione di santo Francesco; e per la verità io volea venire a casa tua per una reliquia che la tua donna portò a questi dí. E acciò che tu lo sappi bene, noi abbiamo una reliquia, la quale ha grandissima virtú a fare generare le donne che non menano figliuoli, e queste sono li panni di gamba del beato messer santo Francesco, le quali spesso prestiamo per questa cagione; e recandole una donna, che l'avea accattate, alla nostra sagrestia, abbattendovisi la donna tua, e sentendo la virtú loro e ch'ella era sterile, con grandissima benignità me le chiese acciò che santo Francesco gli desse grazia di fare figliuoli, com'ella desiderava; e io, considerando l'amore che io ti porto, glile prestai, e halle tenute piú dí. Ora, essendomi chieste per altre donne, ché ce ne sono assai che non fanno figliuoli, ce ne conviene pur servire ed esserne piú larghi forse che non si converrebbe; sí che io t'ho chiarito, s'alcuno sospetto avessi. E però ti prego che non t'incresca che andiamo per esse con quella reverenza che si conviene, però che sono reliquie di povertà e d'umiltà.
Detto che ebbe il frate queste parole, disse Buccio:
- Io credo che voi siate l'Angelo di Dio, che ogni cosa m'avete detto di che io dubitava, e avetemi ben chiarito ogni mio sospetto che era di male, dov'egli è sommo bene.
E cosí si misono in via, andando alla casa di detto Buccio; là dove giunti, disse il frate:
- Dov'è questa santa reliquia?
E Buccio lo menò a una cassa, dov'erano altre masserizie, e disse:
- Queste sono desse -; essendovi continuo presente la donna.
Quando il frate vede come l'ha tenute, trae fuori uno mantile di seta, e dice:
- Buccio mio, sono queste cose d'averle tenute in tal maniera? tu hai peccato mortalmente.
E prese le dette reliquie, e mettendole nel mantile della seta, cominciò a dire: De profundis clamavi , e molti altri salmi, per darli meglio a credere la bugia; e oltre a ciò li fece la confessione; e dandoli a credere che era caduto in iscomunicazione, dandoli molto bene d'una mazzuola su le spalle, lo ricomunicoe con molti ammaestramenti, li quali tutti furono in favore dell'appetito di frate Antonio, mettendo ad esecuzione come li piacque.
Il cattivello di Buccio si rimase con questa credulità, aspettando ogni dí ch'ella fosse gravida; ma ben lo poté aspettare, ché tutto il tempo della vita sua donna Caterina non fece figliuoli, ma ben se ne sforzò con frate Antonio quanto poteo. E frate Domenico con frate Antonio se ne portorono quella culare reliquia, la quale con altre donne non adoperò forse meno per li tempi avvenire che avesse adoperato con donna Caterina.
Che sperienza o che arte dirén noi che fosse questa che usò questo frate Domenico? che, essendoli dato piú fede che ad alcun altro frate di tutto l'ordine, abbandonò ogni onestà per ricoprire il defetto del suo compagno, ed eziandio del suo convento; e volendo ricoprire questo disonesto adulterio, maggiore disonestà usò contro al beato messer santo Francesco sotto il cui ordine vivea, e a cui elli intitoloe cosí venerabile reliquia; che ben potea almeno averla intitolata in qualche altro, come che male era; ma molto era il meglio che avesse tenuto con gastigamento e con sí stretta vita frate Antonio che 'l disordinato caldo li fosse attutato; ma non si vergognò di ciurmare, e di trovare una cattiva falsità, intitolando san Francesco, il quale tra quanti santi sono non truovo in alcuno mostrarsi tanto miracolosa e divina potenza quanta il nostro Signore mostrò in lui, a segnarlo delle sue preziose stimate sul santo monte della Vernia. Il quale luogo, se fosse tra gl'Infedeli, se ne farebbe molto maggiore stima che a esserci cosí presso; però che in tutto il mondo sono due luoghi superlativamente notabili; il primo tra gl'Infedeli è il Sepolcro, il secondo tra Cristiani è questo.
E questo ipocrito, piú tosto rubaldo che religioso, essendo suo frate, non si vergognò in sí vituperosa opera comporre una falsità, con tanta disonestà del beato messer santo Francesco, di cui era frate: ma a lungo andare la comperò come meritava; perché divenne lebbroso in forma che convenne si dilungasse e dall'ordine e dalla terra. E piú anni vivette con sí puzzolente infirmità, e poi morí come era degno. E fu de' miracoli che fa il nostro Signore, che questo ipocrito e vizioso frate, mostrando, con la coverta di santo Francesco, essere un uomo di santa vita, convenne che mostrasse di fuori con malattia di lebbra, la quale stava dentro del suo corpo coverta, il suo difetto.


NOVELLA CCVIII

Mauro pescatore da Civita_nuova, recando granchi marini gli mette nella rete sul letto, escene uno fuori la notte, e piglia la donna nel luogo della vergogna, e Mauro, soccorrendo co' denti, è preso dal granchio per la bocca; e quello che ne seguita.

Nuova novella di moglie e di marito è questa che seguita, e differente forse da tutte quelle che s'udiranno mai. Nella terra di Civita_nuova nella Marca presso alla marina, fu già un pescatore di piccole pescagioni, pescando con ami e con lenze e con reticelle di minore maniera; era giovane e avea nome Mauro, avendo una moglie giovanetta chiamata Peruccia. E venendo per caso un giorno che questo Mauro, essendo andato a pescare, avesse preso certi granchi marini; li quali, perché sono molto malagevoli a tenerli, avea messo in un carniere di rete; e chi ha già veduto li detti granchi, può considerare, veggendo le loro bocche, quanto sono piacevoli quando afferrano altrui.
Tornato questo Mauro con la detta pescagione in su la sera, volontoroso e di mangiare e di bere, come incontra a chi usa quell'arte, disse a Peruccia:
- Truova modo che io ceni -; e questo carniere da piede puose sul letto; e poi per poco spazio, essendo apparecchiato da cena, il marito e la moglie si posono a cena; e cenato che ebbono, volontorosi d'andarsi a posare, se n'andorono a dormire, sanza ricordarsi di muovere il detto carniere.
Di che, dormendo, quasi sul primo sonno, uno di questi granchi, sí come quelli che mai non truovono luogo, cercando de' fori donde possano uscire, e ancora rimbucarsi, uscí per la bocca del detto carniere, ed entrò tra l'uno lenzuolo e l'altro, accostatosi alla donna verso la parte dove è la bocca senza denti, forse per rimbucarsi; e la donna sentendolo, come paurosa, con la mano toccandolo per sentire quello che fosse, e 'l granchio per lo sentirsi toccare, come fanno, ristrignendosi, per lo labbro prese la detta bocca, e stringendo, fu costretta Peruccia di trarre un gran guaio. Al cui romore il suo marito Mauro si destò, dicendo:
- Che hai tu?
Ed ella risponde:
- Marito mio, io non so che fiera m'ha preso nella tal parte.
E 'l marito subito si leva, e va per lo lume e dice:
- Ov'è, dov'è? - come quando si trae al fuoco.
La donna con istrida manda il copertoio giú, e dice:
- Per Dio! guata quello che m'ha vituperata -; e con questo tuttavia forte languendo.
Mauro, veggendo il granchio, come e dove l'avea afferrata, dice:
- Per Santa Maria dell'Oreno! che uno di quelli granchi marini che iersera pigliai, è uscito del carnieri che puosi sul letto, e hatti cosí agghermigliata -; e ingegnandosi con le mani pigliare ora un piede e ora l'altro, tirava il granchio per spartirlo dalla donna; e 'l granchio, come è di lor natura, quanto piú si sentiva tirare, piú mordeva, e piú assannava, e con l'altra bocca s'ingegnava pigliare le mani di chi lo tirava; e la donna, gridando, sentiva soperchio dolore.
Ond'il marito s'avvisò di provare un altro magistero, e molto semplice; e questo fu che, chinato il capo verso quel luogo, s'avvisò con li denti troncare quella zanca la quale cosí forte molestava la donna; e come la bocca porse, per pigliare co' denti la zanca del granchio, el granchio con l'altra bocca afferra costui per lo labbro, il quale subito comincia a gridare, e la donna grida e tira, e colui grida e tira.
El gridare di Mauro era molto grande, però che rimbombava nella citerna; e quanto piú tiravano, e 'l granchio piú mordea. A questo romore quelli della casa traggono, gridando:
- Che è?
E li vicini traggono; e intrati dentro, accostansi alla camera, la quale essendo da un debole uscetto serrata, pinsono in terra, ed entrorono dentro; e domandati che aveano, dissono la cagione, come che Mauro la dicea con gran fatica, come quelli che era preso per lo labbro della bocca. La donna per vergogna, oltre l'altra pena, tirava il copertoio in su: il marito gridava però che, oltre al duolo, affogava sotto il copertoio. Quelli della casa piú baldanzosi dissono:
- Per certo noi vederemo che è questo -; e scuoprono il copertoio, e veggendo presi la moglie e 'l marito da uno granchio marino in due si diversi luoghi, si maravigliano, segnandosi con la croce; e Mauro si lamenta, e dice il meglio che puote che l'aiutino.
Era fra la brigata uno valente maniscalco, il quale disse a un suo discepolo che per le tanaglie andasse alla sua stazzone, il quale subito andato e tornato con esse, il maniscalco troncoe le bocche del granchio; delle quali tanaglie e Peruccia e Mauro ebbono gran paura, sanza la vergogna, che non fu minore. E cosí la moglie e 'l marito vituperati, furono dal maniscalco liberati dal granchio marino; il quale lasciò loro sí fatti segni e sí dogliosi che 'l marito andò piú dí con una pezzuola d'unguento sul labbro, e la donna forse si medicò anch'ella, però che buon pezzo andò a gambe aperte. E gli uomini della terra di tal novella piú tempo n'ebbono a ridere e a parlare. Ma ancora ci fu meglio, che 'l maniscalco domandò d'essere pagato, e Mauro contradiceva, allegando che si dovea pagare di ferrare, e non di sferrare. E 'l maniscalco rispondea:
- Come! o non mi debb'io pagare, quando io medico uno cavallo levandolo da pericolo di morte, o d'altro fortunoso caso? o se uno cane rabbioso, com'era questo granchio, avesse afferrato uno cavallo, e non lo lasciasse, e io facessi sí che lo lasciasse e guarisselo, non doverrei io essere pagato? - e di molte altre belle ragioni disse tanto che li diede soldi venti, come se avesse ferrato uno cavallo.
Cosí avviene spesso agli uomini trascurati, o piú tosto, si potrebbe dire, smemorati; ché, venendo costui dal mare co' granchi, li puose sul letto, e gli ne intervenne quello che ben gli stette; però che s'egli avea preso il granchio, e 'l granchio si vendicò, pigliando lui e la moglie per sí fatta maniera che quando il granchio ne fu levato dal maniscalco si potea dire, come disse Dante: "La bocca sollevò dal fiero pasto ec.". E cosí in questa vita spesso son presi gli uomini da diversi casi, e sono tanti che uomo non gli potria mai immaginare. E però non si dee alcuno fidare della fortuna però che spesse volte il morso d'un piccolo ragnolo ha morto uno fortissimo uomo.


NOVELLA CCIX

Il Minestra de' Cerchi, avendo debito e guardandosi, stando a Candeghi è preso da' messi, li quali l'aescarono con una anguilla messa in una fonte.

Ma che dirén noi della novella che segue, la quale dimostrerrà come con una anguilla fu preso alla lenza uno gentiluomo fiorentino? Il Minestra de' Cerchi fu uno uomo grasso e con corto vedere, ed era molto goloso, e sempre parea che stesse in debito. Avea uno suo luogo a Candegghi, là dove il piú si dimorava, e là stava in casa, e quasi mai non usciva fuori per paura di non esser preso. Di che avvenne che, dovendo uno avere buona quantità di denari da lui, e avendone gran bisogno, e non possendo vedere né via né modo in che maniera potesse essere pagato, trovando un dí due messi della nostra città, che l'uno avea nome Mazzone e l'altro Messuccio, disse loro se alcuno modo vedessono di pigliare questo suo debitore, e pigliassono il prezzo come a loro piacesse. Di che si tirorono da parte e pensorono in che modo il potessono fare; e dissono al creditore che dava loro il cuore di sí, ma che voleano fiorini dieci.
A colui parve mill'anni, e disse che era contento. Fatto il patto e considerato ciò che aveano a fare, eglino andorono tanto cercando a' pescatori ch'egli ebbono una anguilla viva di circa due libbre, e con questa in uno orciuolo d'acqua se n'andorono verso la Badía a Candegghi; però che sapeano che 'l detto Minestra beeva dell'acqua d'una fonte, non molto di lungi dal luogo suo, e che la sua fante a quella andava per l'acqua per lui. Onde andorono alla detta fonte, ed entro vi misono quella anguilla. Messa che ve l'ebbono, nascosamente si misono in aguato, per essere presti a quello che poi venne lor fatto. Venendo l'ora dopo desinare, andando la fante per l'acqua forse per lavare le scodelle, guardando nella fonte, ebbe veduta questa anguilla, e sforzandosi quanto poté di pigliarla, vi consumò una mezz'ora; e in fine, abbandonatala, si torna con la mezzina dell'acqua a casa; là dove, parendo al Minestra che troppo fosse stata, dice:
- Il diavol ti ci reca; che hai tu tanto fatto?
Ella risponde:
- Non gridate, ché io v'ho creduto recare una bella anguilla che è nella fonte, che è grossa come quell'asta di lancia; e credendola piú volte avere presa, ella m'è schizzata di mano, che sapete com'elle sdrucciolano.
Disse il Minestra:
- Sciocca che tu se', ella fia una serpe; onde verrebbe l'anguilla costí?
Dice la fante:
- Sia col buon anno, s'io non conosco il baccello da' paternostri! io vi dico ch'ella è un'anguilla.
Il Minestra, udendo questo, ché già se la cominciava a manicare, disse:
- Per certo, s'io dovesse essere preso, io non me ne terrei che io non v'andasse.
E tolto un bucinetto che avea in casa da pigliare passere alle buche, andò alla detta fonte e menò seco la fante, però che elli non averebbe veduto la bufola nella neve, non che l'anguilla nella fonte. E dicendo alla fante:
- Vedila tu?
Ella dice che sí; ed elli li dice come ella debbe adoperare quel bucine.
La fante, ubbidendo, in poco d'ora la tirò su nel bucine; e 'l Minestra cosí nella rete se la recò in mano dicendo: - Padella!
E avviandosi con essa verso casa, ed ecco Mazzone e 'l compagno uscire dell'aguato, e giugne e piglia il Minestra, dicendo:
- Tu non la mangerai sanza me.
Il Minestra, conoscendolo alla voce, ché poco lo scorgea con la vista, dice:
- Eja, Mazzone, che vuol dir questo?
Dice Mazzone:
- Convientene venir con noi -; ché v'erano ancora quattro berrovieri.
Il Minestra cominciò a gridare:
- Accurr'uomo, che io sono stato tradito.
Dicono i messi alla famiglia:
- Menatelo oltre a Firenze.
E tolsonsi l'anguilla loro; pregandoli il Minestra quanto poteo che 'l lasciassino e non lo volessono disfare. Elle furono parole, ché lo menorono a Firenze preso, e rassegnoronlo in Bolognana, e andorono al creditore a significarli la presa essere fatta; il quale per letizia abbraccioe e bascioe Mazzone, dicendo e domandando in che maniera l'aveano preso. Eglino gli 'l dissono. Di che, del modo ancora piú si maravigliò; e subito gli menò dove accattò fiorini dieci, e pagolli, e andollo a raccomandare per lo suo debito. E 'l Minestra, per paura di non v'essere staggito per altrui, subito trovò modo di pagare; e cosí gli costò cara l'anguilla.
Né piú né meno feciono questi messi come fa il demonio, il quale sempre sta avvisato di pescare e d'uccellare con nuove esche, e con nuovi zimbelli, e con nuove trappole per pigliare l'anime: e quanti n'ha già preso nel vizio della gola, e con l'anguille e con le lamprede, e con gli altri cibi! Ben fu preso in questo Nozzino Raúgi nostro fiorentino, che fu lasciato ricchissimo dal padre, e nella gola consumò ciò ch'egli avea, e avvolse la lampreda intorno al cappone, e arrostigli insieme, ponendogli nome il baccalare cinghiato : ma nella fine fu ben cinghiato di tanta miseria che morí miseramente. E molti altri potrei contare, che per questo vizio sono venuti in miseria e in ruine.
E notino li padri e le madri, che allevano i loro figliuoli, acciò che non li crescano in questo vizio; ché questo è quel vizio che per lo primo peccato ci ha condotto a morte, e fa altrui incorrere in molti terribili peccati e disfazione di famiglie; però che dalla gola viene lussuria, prodigalità, giuoco e molti mali; e in fine quando manca l'avere, che non abbia di che supplire all'appetito, a tutti e' mali si reca per avere danari. Se io volessi descrivere quanti e quali, non so se capessono in questo libro. E come il demonio aesca nella gola, cosí nella lussuria e nella concupiscenza carnale, cosí nell'avarizia con la moneta e con le ricchezze e stati e beni terreni; e quando li giugne alla fonte, come Mazzone giunse il Minestra, gli piglia e dagli a' berrovieri, cioè a' diavoli, che gli menino alla Bolognana, nel centro dell'abisso; e allora è pagato colui che dee avere, e al debitore è dato quello che merita.


NOVELLA CCX

Certi gioveni fiorentini, uccellando alle quaglie, andando, per ben cenare con le quaglie prese, al Pantano, luogo di Curradino Gianfigliazzi si trovorono piú là che Malalbergo.

Io non so chi arrivasse peggio, o questo Minestra, di cui sopra è detto, per volere mangiare l'anguilla presa, o certi gioveni, per volere mangiare le quaglie che aveano prese. Come è d'usanza, del mese di settembre, quelli che tengono sparviere, s'accozzano insieme e cercano diversi piani per andare uccellando a quaglie; e cosí feciono brigata, non è molti anni, certi gioveni fiorentini di buone famiglie, e uccellorono tutto un dí tra Prato e Pistoia: e avendone prese convenevolmente, deliberorono andare la sera a cena e albergo a uno luogo chiamato il Pantano, dove dimorava un gentiluomo de' Gianfigliazzi, chiamato Curradino. E cosí s'avviarono di concordia; là dove giugnendo, però che 'l luogo era affossato intorno, e valicavasi il fosso su per un'asse assai stretta di faggio, cominciorono a chiamare Curradino, il quale, fattosi dall'altra parte su la ripa del fosso, dice:
- Voi siate i ben venuti; scendete e passate su per l'asse, e' cavalli mettete a nuoto per lo fosso, ché altremente non possono passare.
Udendo costoro questo, l'uno guarda l'altro; e alla fine, essendo lor forza il giuoco, scendono e danno i cavalli a' lor fanti, e dicono:
- Mettetevi per l'acqua, e passate di là.
I fanti malvolentieri pur vi si missono; ed eglino passorono su per l'asse, che per la debolezza si piegava sí che parea ognora ch'ella si volesse rompere. Pur passati a grande stento, e quelli del ponte e quelli del guado, la raccoglienza fu grandissima, come è d'usanza de' gentiluomini; dicendo pur in fine:
- Voi starete come voi potrete; or via, mettete i cavalli qua -; e avviolli in uno casolare che era mezzo coperto di paglia e mezzo no, e disse: - Acconciateli qui -; là dove per la strettezza s'accostava sí l'uno all'altro che poteano ben mordere, ma non trarre l'uno all'altro; il tetto che era di sopra, non era tanto largo ch'e' cavalli non stessono all'aria dal mezzo in giú.
Il gentiluomo della casa dice a' fanti:
- Date lor bere, se non hanno beúto.
I fanti rispondono:
- Egli hanno aúto acqua assai.
Li gioveni delle quaglie erano continuo, com'è d'usanza, a fare governare le loro bestie, e quanto piú s'affaticavono, piú le vedeano sgovernate. Passoronsene come poterono; e avvioronsi a trovare le quaglie e pelare, per dare ordine alla cena; e venendo al fuoco per arrostirle, dissono venissono delle legne. Quivi furono recati sagginali, dicendo:
- Noi ardiamo poco altre legne.
In effetto elle si convennono arrostire co' sagginali, però che l'ora era tarda, e volendo essere andati a trovare modo d'averne, si convenía al buio passare Rubicone. Quando le quaglie furono cotte, o vero affumicate, e' furono posti a uno descaccio che tuttavia parea che fosse in fortuna, e su una panchetta che stava peggio.
- Hacci del vino? - dice uno di loro.
Dice il gentiluomo a uno della casa:
- Va', fa' del vino.
E quelli va, e preme in uno orciuolo grappoli d'uve con le mani. Dicono gli uccellatori:
- O che fa quelli?
Dice il gentiluomo:
- Io non beo altrimenti in questo tempo, ch'egli è mesi che mi mancò il vino vecchio.
Chi strigne le labbra e chi le spalle: e' convenne loro pur bere; sanza l'acqua, che era naturale secondo il nome del luogo; il pane parea di mazzero e biscotto, come se fossono in galea: egli erano bene in fortuna. E poco stettono a tavola che andorono a vedere e' cavalli, li quali parea che dicessono favole, e non guardavano meno li loro signori ch'e' loro signori guardassono loro.
Ad abbreviarla, egli stettono male quanto dire si puote. Pensorono di passare le loro pene questi uccellatori col dormire il piú tosto che potessono; e inviati a una camera, o vero cella cavata, o vivaio che vogliamo dire, scesono quattro scaglioni, e all'ultimo era un'asse che era ponte dallo scaglione alla panchetta del letto; però che nella detta camera era l'acqua alta un mezzo braccio. Passò la brigata il detto ponte, lieti come ciascun dee credere; e volendo andare alla guarderoba, tre passi in su tre pietre convenía lor fare in punta di piedi, per non toccare l'acqua; poi entrorono, quattro ch'egli erano, in uno letticciuolo che avea una coltricetta cattiva, che parea piena di gomitoli e di penna d'istrice, con uno copertoio tutto stampanato, e con ogni altra cosa da fare penitenza. E Curradino si parte da loro, dicendo:
- Fate penitenza, io son povero gentiluomo, e sto come fanno i gentiluomini; godete e datevi buon tempo.
E cosí si partí, e la brigata rimase in guazzetto. Dice l'uno:
- Dic'elli che noi godiamo? se noi fossomo ranocchi, anguille o granchi, potremmolo fare.
Dice l'altro:
- Noi fummo ben granchi a venirci, che morti siàn noi a ghiado, che ci venimmo.
Dice un altro:
- Egli è il tale che vuole risparmiare lo scotto dell'albergo; egli era ben meglio andare all'albergo al Ponte Agliana, com'io dissi.
Il quarto dice:
- E son be' risparmi i nostri; e' ci potrà costare questa venuta ancora sí cara che tristi a noi che mai ci venimmo; noi ce ne avvedremo a' medici e alli sciroppi e alle suzzacchere, che sapete quello che costono, e anche non so se noi ce ne camperemo.
E cosí tutta notte quasi non dormirono, parendo loro mill'anni che fosse dí per levarla. Uno vantaggio ebbono, che tutta notte pisciorono per la camera, e non si parea. Venuto il giorno, col canto delle botte e de' ranocchi, si levorono e uscirono del molticcio, facendo subito sellare i cavalli e chiamando i cani, e tolti gli sparvieri in braccio, dissono:
- Curradino, fàtti con Dio.
Curradino disse:
- Io v'aspetterò a desinare.
Risposono:
- Se noi verremo, tu te ne avvedrai -; e passorono il ponte, e' cavalli il fosso a nuoto; e saliti a cavallo, come se 'l diavolo gli ne portasse si dileguorono per dilungarsi dal Pantano.
E dicevano insieme tra loro:
- Non v'avessimo noi lasciati gli occhi, credendoli riavere, che noi vi ritornassimo -; e spesso si volgeano a drieto, o per vedere se dal Pantano s'erano ben dilungati, o per paura che non andasse loro drieto; e mai non ristettono che ritornorono a Firenze; affermando tutti, non che di ritornare mai al Pantano, ma stare un anno che non uscirebbono della porta al Prato.
E riempierono Firenze della gentilezza che aveano trovata, che fu ancora piú nuova che io non ho scritto.
Molto ha preso oggi la gentilezza romitana forma, però che con grande astinenza vivono quelli che sono chiamati gentiluomini, salvo che quando pigliano di ratto, e siano questi di qualunche vita sia o viziosa o scellerata, si dice: "E sono pur de' tali, che sono gentilissima famiglia"; e pare che per tale titolo e' si convenga loro usare qualunche vita piú laida sia, o non s'intende per costoro che non aveano piú che s'avessono. E cosí s'usa il verso di Dante per lo contrario: "È gentilezza dovunch'è virtute, ec.".


NOVELLA CCXI

Il Gonnella buffone vende alle fiera di Salerno stronzi di cane per galle di grandissima virtú, e spezialmente da indovinare; e come, ricevuto di ciò gran prezzo, se ne va libero.

Ancora non mi pare che certi arrivassono molto bene in volere assaggiare d'una vivanda che comperorono da uno che la vendea, come che non l'avessono a cuocere co' sagginali. Gonnella buffone, il quale di fare cose nuove non ebbe pari, come ancora in certe novelle a drieto è narrato, andando spesso per lo mondo in piú strani luoghi che potea, arrivò una volta in Puglia alla fiera di Salerno. E veggendo assai gioveni che aveano piene le borse per comprare mercanzia, s'addobbò d'una veste in forma che parea uno medico venuto d'oltramare; e trovata una scatola bassa e larga, e una tovagliuola bianchissima messa dentro, e distesala, su quella pose quasi trenta pallottole di stronzi di cane; e con questa in mano alla scoperta, e con uno de' capi della tovagliuola in su la spalla, giunse in su la detta fiera, e postosi da parte su uno desco, avendo seco un famiglio da lato, puose la detta mercanzia; e cominciando a parlare quasi gergone col famiglio, come venisse dal Torissi, fece trarre a sé diversa gente. Alcuni lo domandavono
- Maestro, che mercanzia è questa?
E quelli dicea:
- Andatevi con Dio; ella non è da fatti vostri, ell'è cosa di troppo valore, e non si fa per chi non ha da spendere.
E a cui dicea in una forma e a chi in un'altra, solo per aguzzar piú gli appetiti di quelli che erano d'attorno: tanto che certi giovani, tirandolo da parte, li dissono:
- Maestro, noi ti vogliamo pregare che tu ci dica che pallottole sono quelle.
E quelli dice:
- Voi mi parete uomeni da dirvi il vero, e non parete caleffatori, - e parlando quasi tra tedesco e latino, disse: - Quella è mercanzia che chi la conoscesse l'arebbe piú cara che tutto quello che è su questa fiera; e se voi mi vedeste quando ci venni, la recai io proprio, e non la fidai al mio famiglio.
Costoro pur domandono. Elli disse che quelle pallottole aveano tanta virtú che chi ne mangiava pur una, subito sapea indovinare: e che con gran pena avea aúto questa ricetta dallo re di Sara, che signoreggia trentadue reami d'infedeli; e perché elli spesso usava di mangiare, era venuto cosí gran signore.
Dissono i gioveni:
- Che costerebbe l'una?
Rispose il Gonnella:
- Ella non può costare quello che non sia grandissimo mercato; però che voi sapete che dice il proverbio: "Fammi indovino e farotti ricco"; e io era povero uomo, e per averle usate sto sí bene che io son ricco, e non mi manca nulla; ma perché voi mi parete gentiluomeni, io vi torrò fiorini cinque dell'una.
Ellino dissono, per amore e per grazia ne voleano quattro, e darli fiorini dodici. Il Gonnella, udendo la profferta, s'allegrò dentro, e di fuori si mostrò delle cento miglia, dicendo:
- Io non le darei ad altrui per tre cotanti.
Alla fine caddono in patto di fiorini quindici; ed elli disse:
- Fate una cosa; direte al desco che me n'abbiate dato fiorini cinque dell'una -; e cosí dissono di fare.
Il Gonnella che pensava, come malizioso, al fine, dice a costoro, perché la fiera durava tutto il giovedí vegnente:
- E ve li conviene pigliare in venerdí a digiuno tra la terza e la nona, però che è quel dí e quell'ora che 'l nostro Signore ebbe la passione; altrimente non avereste fatto nulla.
Coloro dissono di farlo; e ch'ella era leggiera cosa a fare. Ed elli tolse fiorini quindici, e diede loro quattro pallottole. Gli altri d'attorno, veggendo spacciare, udendo la fama che già era, che chi mangiava una di quelle subito indovinava, concorsono a comprare per lo miglior patto che poterono, tutti avendo la ricetta dal Gonnella di pigliarle il venerdí a digiuno, e all'ora detta; tanto che tutte e trenta le vendé circa fiorini centoventi.
Fatto questo il Gonnella, il venerdí a buon'ora col suo famiglio e con la valigia sale a cavallo; sanza dire all'albergatore che via tenesse, entrò in cammino. Venuta l'ora ch'e' comperatori desideravano, cioè di mangiare le pallottole per indovinare, due di quelli gioveni primi comperatori, volonterosi d'essere indovini, danno di morso a gran bocconi ciascuno in una, e subito l'uno sputa fuori, e dice:
- Oimè! che sono stronzi di cane, - e l'altro fa il somigliante; e subito vanno all'albergo, e domandono del medico che vendea le pallottole.
L'albergatore dice:
- E dee essere dilungato sei miglia, tanto è ch'egli andò.
- E dove?
Rispose non sapere, ma per questa via tenne. Li gioveni erano bene in gambe, cominciano a piè a camminare, e vanno tanto ratti che lo giunsono a... che era a cavallo per partirsi dall'albergo. Come giungono a lui, dicono:
- Maestro, tu ci hai venduto troppo cari li stronzi del cane; come noi gli avemmo in bocca, le sputammo.
Disse il Gonnella:
- Che vi dissi io?
- Dicesti che subito indovineremmo.
Rispose il Gonnella:
- E cosí avete indovinato -; ed essendo bene a cavallo, dà delli sproni elli e 'l famiglio e vannosi con Dio.
Li gioveni, quasi rimasi scornati, e veggendo non poter tenerli dietro, si tornano addietro assai dolenti, dicendo:
- Noi ce n'abbiamo una nostra una; egli è peggio ancor la beffa che 'l danno.
E giunti a Salerno, truovano degli altri che aveano comprata di quella mercanzia; chi s'era messo alla cerca da una parte e chi da un'altra, e chi si stava come smemorato, e ciascuno si doleva e stava scornato di sí brutta beffa. Alcuni altri, sappiendo la novella, cominciorono a cantare:
- A chi vuole indovinare, in bocca li possa un can cacare.
E cosí si rimasono i comperatori scornati per un buon tempo: e 'l Gonnella se n'andò al suo viaggio verso Napoli, là dove con via piú nuova malizia tirò a sé piú denari che non furono questi, come nella seguente novella si dichiarerà.
Io son certo che 'l Gonnella dicea poi avere guadagnato; e' si potea dire piú tosto rubato, e con grandissimo inganno e tradimento; nelle quali cose nessuno altro mai fu con sí sottile e acuto ingegno. E grande maraviglia mi pare che ne' dí suoi non trovasse chi lo pagasse del lume e de' dadi, come meritava, come che le sue erano cose da ridere a cui non toccava.


NOVELLA CCXII

D'una grande sperienza che 'l Gonnella buffone al tempo del re Ruberto fece verso Napoli, traendo da uno ricchissimo e avarissimo abate quello che mai da alcuno non fu possuto trarre; e per questo n'ebbe e dal re e da' suoi baroni grandissimi doni.

Giunto il Gonnella una volta a Napoli, andò a fare la reverenza allo re Ruberto; e là, essendo conosciuto e dal re e da' suoi baroni, al tutto si disposono di non darli alcuna roba o dono se elli non trovasse modo di farsi donare a uno abate ricchissimo e avarissimo di Napoli alcuna cosa; considerando che mai dal detto abate alcuno non poté trarre solo un bicchiere d'acqua. Il Gonnella, udendo e lo re e' baroni, per fare prova di sé, non se ne scontentò però molto. E saputo dove stava questo abate, subito pensato il modo, si vestí assai poveramente come pellegrino. E partendosi dallo re e da' baroni, disse:
- Santa corona, poiché cosí mi comandate con la vostra baronía, io vo dov'è di vostro piacere, e metterommi alla ventura.
E mettesi in via, e va in verso la Badía; e giunto alla porta, domanda dello abate, dicendo che avea gran bisogno di favellarli. Il portinaio andò all'abate, e disse:
- Alla porta è giunto uno pellegrino che dice che ha gran bisogno di favellarvi.
L'abate, ciò udendo, dice:
- Serà qualche gaglioffo che vorrà limosina -; e muovesi, e va nella chiesa, e dice: - Digli che vegna a me.
Ciò detto, e 'l pellegrino n'andò nella chiesa a lui, e inginocchioni lo pregò che lo dovesse confessare. L'abate rispose che li darebbe uno de' suoi monaci che lo confesserebbe. Il pellegrino dice:
- Padre santo, io vi prego per misericordia che voi mi confessiate voi, però che io ho uno peccato sí grande che io non lo direi, se non a persona di maggior dignità che monaco; e però contentatemi di questo; e io ve ne prego per l'amor di Dio.
L'abate, udendo costui, gli venne voglia d'esaudire a' suoi preghi per sapere che peccato fosse quello che era sí grande; e disse s'aspettasse un poco, tanto che andasse alla sua camera: e cosí s'aspettò. E stando un poco, l'abate viene vestito d'una bellissima cappa paonazza, con li cordoni di seta dinanzi e con alcuni monacelli drieto; e andato a una sedia del coro, chiamò il pellegrino, il quale subito fu presto; e inginocchiatosi a piede dello abate, cominciò la sua confessione; e fondossi sopra il peccato avea sí grande che quasi non ardiva di dirlo, e non credea che Dio mai avesse misericordia di lui.
L'abate come fanno, il confortava che dicesse sicuramente. Aliora il pellegrino dice:
- Messer l'abate, io ho una natura o condizione sí perversa, che spesse volte io divento lupo, con sí gran rabbia che qualunche persona m'è innanzi io divoro, e non so da che né donde proceda; e perché l'uomo fosse armato, cosí lo divoro come se fosse gnudo; e piú e piú volte questo caso m'è avvenuto, e come io sono per diventare lupo, io comincio a sbadigliare e a tremare forte.
L'abate, udendo costui, si cominciò tutto a cambiare, avendo grandissimo timore. Il Gonnella, che avea gli occhi d'Argo, come ciò vede, comincia a tremare e sbadigliare forte, dicendo:
- Oimè, oimè! che io comincio a diventar lupo! - e aprendo la bocca verso l'abate.
All'abate non parve scherzo; levasi in piede e fugge verso la sagrestia. Il pellegrino, come accorto, avea afferrato la cappa, e non lasciandola, sull'entrare dell'uscio della sagrestia l'abate, sfibbiandosi il cordone, lasciò la cappa di fuori, e serrossi dentro all'uscio. Gli altri monaci per la paura s'erano dileguati chi qua e chi là. Il pellegrino, messasi la cappa sotto, se ne va quanto piú puote nella Corte del re, dove avea lasciati li sua panni; e spogliatisi li panni peregrini, si vestí di quelli che piú portava, e andò nella presenza del re e de' suoi baroni, e disse in credenza quello che avea fatto, e ciò che seguíto era.
Lo re e' baroni con grandissime risa si maravigliarono della industria e sagacità del Gonnella; e lo re con tutti li baroni li donorono grandemente, sí che acquistò per la cappa dell'abate molto piú che con li stronzi di cane venduti a Salerno. E spacciate in Napoli le sue faccende, si partí, e andò a suo viaggio. L'abate, tutto stordito con li suoi monaci, credea per certo essere colui stato il nimico di Dio che in forma di peregrino era venuto a mordere la sua avarizia; e disse questa novella con alcuni, sí che pervenne alli orecchi del re. Il quale mandò per lui, e domandollo se fosse vero quello ch'egli avea udito. L'abate affermava di sí, e che veramente credea fosse stato il diavolo, e in fine soffiava e sospirava della sua cappa. Lo re e' baroni, che ciò sapeano, udendo l'abate, ne presono doppio sollazzo; e in fine credo che l'abate il sapesse, benché mai non mostrò di saperlo per non arrogere li scorni e le beffe al danno.
Molto dee essere caro a' piú de' lettori, quando si fatte beffe veggono fare agli uomeni cosí avari e spezialmente a' cherici, ne' quali ogni vizio di cupidità regna, avendo sempre gli animi per quella a dire menzogne, a fare escati, a tendere trappole, a vendere Iddio e le cose sacre. Sallo Elli medesimo, che a loro gli ha conceduti, chi sono o da che sono li piú che hanno a governo li suoi templi; ché serebbe meno male che quelli rovinassono che essere fatti ostelli di sí viziosa gente.


NOVELLA CCXIII

Cecco degli Ardalaffi, volendo correre un'asta di lancia verso li nimici facendosi guidare a Giannino suo famiglio il quale trascorrendoli innanzi, il detto Cecco pone a lui, credendo porre a' nimici.

Non fu netto il tratto che volle fare Cecco degli Ardalaffi come furono netti li tratti del Gonnella. Passando il duca d'Angiò con gran brigata di cavalieri vicino di Forlí, quando andò in Puglia contro al re Carlo della Pace, e venendo verso la terra certa gente fiorita, il detto Cecco chiamò un suo famiglio, ch'avea nome Giannino, e disseli che apparecchiasse un suo gran cavallo con le sue arme e certa compagnia d'armati. E ciò fatto, s'armò nobilemente, e salito a cavallo con la sua compagnia, e Giannino allato alla briglia, e certi con le lance molli, s'avviò verso la porta dal lato di Cesena, e uscendo di quella, perché avea molto il vedere corto, chiamò Giannino e disse:
- Mettimi il bacinetto in testa, e dara'mi la miglior lancia in su la coscia, e guidami e appressami quanto tu puoi, dove è la brigata che tu sai.
Giannino guida il cavallo, come dice, e tutti gli altri drietoli. Come si furono appressati a un trarre di balestro, dice Giannino:
- Signor mio, prendete l'asta, ch'e' nimici vi sono dinanzi a rincontro.
E ingozzata l'asta, pigliando Giannino il cavallo per le redine, dando delli sproni a un ronzino su che era, e Cecco seguendolo, essendo quasi a mezza via, avendo lasciato Giannino il cavallo, e Cecco con l'asta bassa correndo forte, credendo porre a uno di quelli cavalieri gli venne posto nel culo al detto Giannino. Il qual Cecco, credendo avere fatto un bel colpo in qualche valentre uomo, cominciò a gridare:
- O Giannino, va' per quel prigione.
Giannino dall'altra parte, sentendosi inaverato, con gran voci comincia a dolersi, e dire:
- Oimè! Cecco, voi m'avete morto.
Dice Cecco:
- Io ti dico, va' per quel prigione, che ti nasca il vermocane.
Allora Giannino con alte voci piú si duole, dicendo:
- Io vi dico che voi m'avete confitto il culo nella sella.
Cecco, come infiammato di letizia, dicea pur:
- Va' pel prigione.
E Giannino nel fine sferra l'asta, la quale nel vero tra pelle e pelle era entrata, e viene verso Cecco, e dice:
- Ecco il vostro prigione.
Ancora dice Cecco:
- Dov'è?
Giannino si dispera, e dice:
- Favell'io greco, o ècci cosí buio? io vi dico che 'l prigion vostro in cui voi avete cosí ben posto, son io; e se non fosse per mal parere, io vel farei toccare con mano; ma, perché il colpo è nel culo, non voglio.
Cecco ancora dice che ciò non potea essere, però che gli parea aver dato a uno che avea l'arme dorate.
Dice Giannino:
- Forse avev'io il culo fregiato di lucciole; io non credea che voi lo nimicasse cosí fieramente; e che se l'asta fosse cosí giunta nel mezzo, com'ella giunse da lato, io non era mai piú Giannino.
Dice Cecco:
- In fé di Dio, e' mi pare strano che ciò possa essere, io credea che tu caleffassi.
Dice Giannino:
- Io non ho da caleffare, ché mi pare mill'anni che io sappia da qualche medico se 'l colpo è cassale o no, sí che lo mi possa acconciare dell'anima.
Allora Cecco disse:
- Se tu mi guidasti in forma che ne sia seguito quello che tu di', tu stesso t'hai fatto il male: dicevat'io che tu facesse che la mia lancia ti si ponesse al culo, che appena mi pare che debba potere essere?
Dice Giannino:
- Io veggio che voi non credete ancora, ma io ne farò certo ciascuno.
E innanzi a tutta la brigata alza li panni e mostra la fedita e la sella, dove l'asta si confisse, e dice:
- Deh guardate, se questo vi pare colpo di Calaves?
Chiarito per questo modo, Cecco cominciasi a contorcere dicendo:
- Vie' za, Giannino, noi torneremo a Forlí, e io ti farò curare al medico nostro; ma a lui e a qualunche altro dirai che uno di quelli di là, correndo verso te, ti puose la lancia.
E cosí promise, ed elli lo fece curare; ché nel vero poco male avea, però che la lancia tra pelle e pelle l'avea confitto nella sella