Franco Sacchetti



IL TRECENTONOVELLE


Proemio



Considerando al presente tempo e alla condizione dell'umana vita, la quale con pestilenziose infirmità e con oscure morti è spesso vicitata; e veggendo quante rovine con quante guerre civili e campestre in essa dimorano; e pensando quanti populi e famiglie per questo son venute in povero e infelice stato e con quanto amaro sudore conviene che comportino la miseria, là dove sentono la lor vita esser trascorsa; e ancora immaginando come la gente è vaga di udire cose nuove, e spezialmente di quelle letture che sono agevoli a intendere, e massimamente quando danno conforto, per lo quale tra molti dolori si mescolino alcune risa; e riguardando in fine allo eccellente poeta fiorentino messer Giovanni Boccacci, il quale descrivendo il libro delle Cento Novelle per una materiale cosa, quanto al nobile suo ingegno... quello è divulgato e richie... che infino in Francia e in Inghilterra l'hanno ridotto alla loro lingua, e grand...so; io Franco Sacchetti fiorentino, come uomo discolo e grosso, mi proposi di scrivere la presente opera e raccogliere tutte quelle novelle, le quali, e antiche e moderne, di diverse maniere sono state per li tempi, e alcune ancora che io vidi e fui presente, e certe di quelle che a me medesimo sono intervenute.
E non è da maravigliare se la maggior parte delle dette novelle sono fiorentine... che a quelle sono stato prossima... e se non al fatto piú presso a la... e perché in esse si tratterà di... condizioni di genti, come di... marchesi e conti e cavalieri, e di... grandi e piccoli, e cosí di grandi donne, mezzane e minori, e d'ogni altra generazione; nientedimeno nelle magnifiche e virtuose opere seranno specificati i nomi di quelli tali; nelle misere e vituperose, dove elle toccassino in uomini di grande affare o stato, per lo migliore li nomi loro si taceranno; pigliando esempio dal vulgare poeta fiorentino Dante, che quando avea a trattare di virtú e di lode altrui, parlava egli, e quando avea a dire e' vizii e biasimare altrui, lo faceva dire alli spiriti.
E perché molti e spezialmente quelli, a cui in dispiacere toccano, forse diranno, come spesso si dice: "queste son favole", a ciò rispondo che ce ne saranno forse alcune, ma nella verità mi sono ingegnato di comporle. Ben potrebbe essere, come spesso incontra, che una novella sarà intitolata in Giovanni, e uno dirà: ella intervenne a Piero; questo serebbe piccolo errore, ma non sarebbe che la novella non fosse stata. E altri potran dire...


NOVELLA II

Lo re Federigo di Cicilia è trafitto con una bella storia da ser Mazzeo speziale di Palermo.

Di valoroso e gentile animo fu il re Federigo di Cicilia nel cui tempo fu uno speziale in Palermo, chiamato ser Mazzeo, il quale avea per consuetudine ogni anno al tempo de' cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovagliuola in collo e portare allo re dall'una mano in un piattello cederni e dall'altra mele; e lo re questo dono ricevea graziosamente.
Avvenne che questo ser Mazzeo, venendo nel tempo della vecchiezza, cominciò alquanto a vacillare, e non sí però che l'usato presente di fare non seguisse. Fra l'altre volte, essendosi molto ben pettinato, e assettata la chioma sotto la cuffia, tolse la tovagliuola e' piattelli de' cederni e delle mele per fare l'usato presente; e messosi in cammino, pervenne alla porta del palazzo del re.
Il portinaio, veggendolo, cominciò a fare scherne di lui e a tirargli il bendone della cuffia; e contendendosi da lui, e un altro il tirava d'un'altra parte, però che quasi il tenevano insensato; e cosí datoli la via, or da uno e ora da un altro fu tanto tirato e rabbuffato che tutto il capo avea avviluppato; e con tutto questo, s'ingegnò di portar pure a salvamento il presente, giugnendo dinanzi al re con debita reverenza. Lo re, veggendolo cosí schermigliato, disse:
- Ser Mazzeo, che vuol dir questo, che tu sei cosí avviluppato?
Rispose ser Mazzeo:
- Monsignore, egli è quello che voi volete.
Lo re disse:
- Come è?
Ser Mazzeo disse:
- Sapete voi qual è la piú bella storia che sia nella Bibbia?
Lo re, che era di ciò intendentissimo, rispose:
- Assai ce ne sono, ma il superlativo grado non saprei ben quale.
Allora ser Mazzeo disse:
- Se mi date licenzia vel dirò io.
Rispose lo re:
- Di' sicuramente ciò che tu vuogli.
E ser Mazzeo dice:
- Monsignore lo re, la piú bella istoria che sia in tutta la Bibbia è quando la reina di Saba, udendo la sapienza mirabile di Salamone, si mosse cosí da lungi per andare a vedere le terre sue e lui in Egitto; la quale, giugnendo alle terre governate per Salamone, tanto trovava ogni cosa ragionevolmente disposta che quanto piú vedea, piú si maravigliava, e piú s'infiammava di vedere Salamone, tanto che, giugnendo alla principal città, pervenne al suo palazzo, e di passo in passo ogni cosa mirando e considerando, vidde li servi e' sudditi suoi molto ordinati e costumati; tanto che, giunta in su la gran sala, fece dire a Salamone come ella era e perché quivi venuta. E Salamone subito uscío della camera e faglisi incontro; il quale la detta reina veggendo, si gittò inginocchioni, dicendo ad alta voce: "O sapientissimo re, benedetto sia il ventre che portò tanta prudenza, quanta in te regna".
E qui ristette ser Mazzeo.
Disse allora il re Federigo:
- Be', che vuoi tu dir, ser Mazzeo?
E ser Mazzeo rispose:
- Monsignor lo re, voglio dire che se questa reina comprese bene, per l'ordine e costume delle terre e de' sudditi di Salamone, esser lui il piú savio uomo del mondo; io per quella medesima forma posso considerare voi essere il piú matto re che viva, pensando che io, vostro minimo servo, venendo con questo usato dono alla vostra maestà, li servi vostri m'abbino concio come voi vedete.
Lo re, veggendo e considerando ser Mazzeo, lo consolò con parole, volendo sapere chi e come era stato, quelli tali fece dinanzi a sé venire, e corressegli e puní innanzi a ser Mazzeo, e del suo servizio gli cacciò; comandando a tutti gli altri che quando ser Mazzeo volesse venire a lui, giammai porta non gli fusse tenuta e sempre a lui facessono onore: e cosí seguirono di fare, maravigliandosi il detto del fine di sí notabile istoria, a proposito detta per un vecchierello a cui la mente già diffettava. Fu cagione questo ser Mazzeo, col suo dire, che questo re d'allora innanzi tenne molto meglio accostumata la sua famiglia che prima non tenea: ed è talor di necessità che si truovino uomeni di questa forma.


NOVELLA III

Parcittadino da Linari vagliatore si fa uomo di corte, e va a vedere lo re Adoardo d'Inghilterra, il qual, lodandolo, ha da lui molte pugna, e poi, biasimandolo, riceve dono.

Lo re Adoardo vecchio d'Inghilterra fu re di gran virtú e fama, e fu tanto discreto che la presente novella ne dimostrerrà in parte. Fu adunque nel suo tempo uno vagliatore a Linari in Valdensa nel contado di Firenze, il quale aveva nome Parcittadino. Venne a costui volontà di lasciare in tutto il vagliare ed esser uomo di corte, e in questo diventò assai sperto; e cosí spermentandosi nell'arte cortigiana, gli venne gran volontà di andare a vedere il detto re Adoardo; e non sine quare , ma perché avea udito molto delle sue magnanimità, e spezialmente verso li suoi pari. E cosí pensato, una mattina si misse in cammino, e non ristette mai che elli pervenne in Inghilterra alla città di Londra, dove lo re dimorava; e giunto al palagio reale, dove il detto re dimorava, di porta in porta trapassando, giunse nella sala, dove lo re il piú del tempo facea residenza; e trovollo fiso giucare a scacchi con lo gran dispensiere.
Parcittadino, giunto dinanzi al re, inginocchiandosi con le reverenti raccomandazioni, quella vista o quella mutazione fece il re come prima che giugnesse: di che stette Parcittadino per grande spazio in tal maniera. E veggendo che lo re alcun sembiante non facea, si levò in piede e cominciò a dire:
- Benedetto sia l'ora e 'l punto che qui m'ha condotto, e dove io ho sempre desiderato, cioè di vedere il piú nobile e 'l piú prudente e 'l piú valoroso re che sia fra cristiani; e ben mi posso vantare piú che altro mie pari, dappoi che io sono in luogo dove io veggio il fiore di tutti li altri re. O quanta gloria mi ha conceduta la fortuna! ché oggimai, se io morisse, con poca doglia verrei a quel passo, dappoi che io sono innanzi a quella serenissima corona la quale, come calamita tira il ferro, cosí con la sua virtú tira ciascuno con desiderio a veder la sua dignità.
Appena ebbe insino a qui Parcittadino condotto il suo sermone, che lo re si levò dal giuoco, e piglia Parcittadino, e con le pugna e calci, cacciandolo per terra, tante gliene diede che tutto il pestò; e fatto questo, subito ritornò al giuoco delli scacchi. Parcittadino assai tristo, levandosi di terra, appena sapea dove si fosse; parendoli aver male spesi i passi suoi, e similmente le lode date al re, si stava cosí tapino, non sapendo che si fare. E pigliando un po' di cuore, volle provare se, dicendo il contrario al re, gliene seguisse meglio, da che per lo ben dire glien'era colto male; incominciando a dire:
- Maladetto sia l'ora e 'l dí che in questo luogo mi condusse, che credendo esser venuto a vedere un nobile re, come la fama risuona, e io sono venuto a vedere un re ingrato e sconoscente: credea esser venuto a vedere un re virtuoso, e io sono venuto a vedere un re vizioso: credea esser venuto a vedere un re discreto e sincero, e io sono venuto a vedere un re maligno, pieno di nequizia: credea esser venuto a vedere una santa e giusta corona, e io ho veduto costui che male per ben guiderdona; e la prova il dimostra, che me piccola creatura, magnificando e onorando lui, m'ha sí concio ch'io non so se mai potrò piú vagliare, se mai al mio mestiero antico ritornare mi convenisse.
Lo re si lieva la seconda volta piú furioso che la prima, e va a una porta, e chiama un suo barone. Veggendo questo Parcittadino, qual elli diventò non è da domandare, però che parea un corpo morto che tremasse, e s'avvisò essere dal re ammazzato; e quando udí lo re chiamare quel barone, credette chiamasse qualche justiziere che lo crucifiggesse.
Giunto il barone chiamato dal re, lo re gli disse:
- Va', da' la cotal mia vesta a costui, e pagalo della verità, ch'io l'ho ben pagato della bugia io.
Il barone va subito, e recò a Parcittadino una robba reale delle piú adorne che lo re avesse, con tanti bottoni di perle e pietre preziose che, sanza le pugna e' calci ch'egli ebbe, valea fiorini trecento o piú. E continuo sospettando Parcittadino che quella robba non fosse serpe o badalischio che 'l mordesse, a tentone la ricevette. Dappoi rassicuratosi e messasela indosso, e dinanzi allo re si appresentò, dicendo:
- Santa corona, qualora voi mi volete pagare a questo modo delle mie bugie, io dirò rade volte il vero.
E conobbe lo re per quello che avea udito, e lo re ebbe piú diletto di lui.
Dappoi, stato quello che gli piacque, prese commiato e dal re si partí, tenendo la via per la Lombardia; dove andò ricercando tutti li signori, raccontando questa novella, la quale gli valse piú di altri fiorini trecento; e tornossi in Toscana, e andò a rivedere con quella robba gli suoi parenti vagliatori da Linari, tutti polverosi di vagliatura e poveri; li quali maravigliandosi, Parcittadino disse loro:
- Tra molte pugna e calci fui in terra, poi ebbi questa robba in Inghilterra.
E fece bene a assai di loro; poi si partí e andò a procacciare sua ventura.
Questa fu cosí bella cosa a uno re, come potesse avvenire. E quanti ne sono che, essendo lodati come questo re, non avessono gonfiato le gote di superbia? Ed elli sappiendo che quelle lode meritava, volle dimostrare che non era vero, usando nella fine tanta discrezione. Assai ignoranti, essendo lodati nel loro cospetto da piasentieri, se lo crederanno; costui, essendo valoroso, volle dimostrare il contrario.


NOVELLA IV

Messer Bernabò signore di Melano comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili; di che uno mugnaio, vestitosi de' panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate e l'abate rimane mugnaio.

Messer Bernabò signore di Melano, essendo trafitto da un mugnaio con belle ragioni, gli fece dono di grandissimo benefizio. Questo signore ne' suoi tempi fu ridottato da piú che altro signore; e come che fosse crudele, pur nelle sue crudeltà avea gran parte di justizia. Fra molti de' casi che gli avvennono fu questo, che uno ricco abate, avendo commesso alcuna cosa di negligenza di non avere ben notricato due cani alani, che erano diventati stizzosi, ed erano del detto signore, li disse che pagasse fiorini quattromila. Di che l'abate cominciò a domandare misericordia. E 'l detto signore, veggendolo addomandare misericordia, gli disse:
- Se tu mi fai chiaro di quattro cose, io ti perdonerò in tutto; e le cose son queste che io voglio che tu mi dica: quanto ha di qui al cielo; quant'acqua è in mare; quello che si fa in inferno; e quello che la mia persona vale.
Lo abate, ciò udendo, cominciò a sospirare, e parveli essere a peggior partito che prima; ma pur, per cessar furore e avanzar tempo, disse che li piacesse darli termine a rispondere a sí alte cose. E 'l signore gli diede termine tutto il dí sequente; e come vago d'udire il fine di tanto fatto, gli fece dare sicurtà del tornare.
L'abate, pensoso, con gran malenconia, tornò alla badía, soffiando come un cavallo quando aombra; e giunto là, scontrò un suo mugnaio, il quale, veggendolo cosí afflitto, disse:
- Signor mio, che avete voi che voi soffiate cosí forte?
Rispose l'abate:
- Io ho ben di che, ché 'l signore è per darmi la mala ventura se io non lo fo chiaro di quattro cose, che Salamone né Aristotile non lo potrebbe fare.
Il mugnaio dice:
- E che cose son queste?
L'abate gli lo disse.
Allora il mugnaio, pensando, dice all'abate:
- Io vi caverò di questa fatica, se voi volete.
Dice l'abate:
- Dio il volesse.
Dice il mugnaio:
- Io credo che 'l vorrà Dio e' santi.
L'abate, che non sapea dove si fosse, disse:
- Se 'l tu fai, togli da me ciò che tu vuogli, ché niuna cosa mi domanderai, che possibil mi sia, che io non ti dia.
Disse il mugnaio:
- Io lascerò questo nella vostra discrizione.
- O che modo terrai? - disse l'abate.
Allora rispose il mugnaio:
- Io mi voglio vestir la tonica e la cappa vostra, e raderommi la barba, e domattina ben per tempo anderò dinanzi a lui, dicendo che io sia l'abate; e le quattro cose terminerò in forma ch'io credo farlo contento.
All'abate parve mill'anni di sustituire il mugnaio in suo luogo; e cosí fu fatto.
Fatto il mugnaio abate, la mattina di buon'ora si mise in cammino; e giunto alla porta, là dove entro il signore dimorava, picchiò, dicendo che tale abate voleva rispondere al signore sopra certe cose che gli avea imposte. Lo signore, volontoroso di udire quello che lo abate dovea dire, e maravigliandosi come sí presto tornasse, lo fece a sé chiamare: e giunto dinanzi da lui un poco al barlume, facendo reverenza, occupando spesso il viso con la mano per non esser conosciuto, fu domandato dal signore se avea recato risposta delle quattro cose che l'avea addomandato.
Rispose:
- Signor sí. Voi mi domandaste: quanto ha di qui al cielo. Veduto appunto ogni cosa, egli è di qui lassú trentasei milioni e ottocento cinquantaquattro mila e settantadue miglia e mezzo e ventidue passi.
Dice il signore:
- Tu l'hai veduto molto appunto; come provi tu questo?
Rispose:
- Fatelo misurare, e se non è cosí, impiccatemi per la gola. Secondamente domandaste: quant'acqua è in mare. Questo m'è stato molto forte a vedere, perché è cosa che non sta ferma, e sempre ve n'entra; ma pure io ho veduto che nel mare sono venticinque milia e novecento ottantadue di milioni di cogna e sette barili e dodici boccali e due bicchieri.
Disse il signore:
- Come 'l sai?
Rispose:
- Io l'ho veduto il meglio che ho saputo: se non lo credete, fate trovar de' barili, e misurisi; se non trovate essere cosí, fatemi squartare. Il terzo mi domandaste quello che si faceva in inferno. In inferno si taglia, squarta, arraffia e impicca, né piú né meno come fate qui voi.
- Che ragione rendi tu di questo?
Rispose:
- Io favellai già con uno che vi era stato, e da costui ebbe Dante fiorentino ciò che scrisse delle cose dell'inferno; ma egli è morto; se voi non lo credete, mandatelo a vedere. Quarto mi domandaste quello che la vostra persona vale; e io dico ch'ella vale ventinove danari.
Quando messer Bernabò udí questo, tutto furioso si volge a costui, dicendo:
- Mo ti nasca il vermocan; sono io cosí dappoco ch'io non vaglia piú che una pignatta?
Rispose costui, e non sanza gran paura:
- Signor mio, udite la ragione. Voi sapete che 'l nostro Signore Jesú Cristo fu venduto trenta danari; fo ragione che valete un danaro meno di lui.
Udendo questo il signore, immaginò troppo bene che costui non fosse l'abate, e guardandolo ben fiso, avvisando lui esser troppo maggiore uomo di scienza che l'abate non era, disse:
- Tu non se' l'abate.
La paura che 'l mugnaio ebbe ciascuno il pensi; inginocchiandosi con le mani giunte, addomandò misericordia, dicendo al signore come egli era mulinaro dell'abate, e come e perché camuffato dinanzi dalla sua signoria era condotto, e in che forma avea preso l'abito, e questo piú per darli piacere che per malizia.
Messer Bernabò, udendo costui, disse:
- Mo via, poi ch'ello t'ha fatto abate, e se' da piú dí lui, in fé di Dio, e io ti voglio confirmare, e voglio che da qui innanzi tu sia l'abate, ed ello sia il mulinaro, e che tu abbia tutta la rendita del monasterio, ed ello abbia quella del mulino.
E cosí fece ottenere tutto il tempo che visse che l'abate fu mugnaio, e 'l mugnaio fu abate.
Molto è scura cosa, e gran pericolo, d'assicurarsi dinanzi a' signori, come fe' questo mugnaio, e avere quello ardire ebbe lui. Ma de' signori interviene come del mare, dove va l'uomo con grandi pericoli, e ne' gran pericoli li gran guadagni. Ed è gran vantaggio quando il mare si truova in bonaccia, e cosí ancora il signore: ma l'uno e l'altro è gran cosa di potersi fidare, che fortuna tosto non venga.
Alcuni hanno già detto essere venuta questa, o simil novella, a... papa, il quale, per colpa commessa da un suo abate, li disse che li specificasse le quattro cose dette di sopra, e una piú, cioè: qual fosse la maggior ventura che elli mai avesse aúto. Di che l'abate, avendo rispetto della risposta, tornò alla badía, e ragunati li monaci e' conversi, infino al cuoco e l'ortolano, raccontò loro quello di che avea a rispondere al detto papa; e che a ciò gli dessono e consiglio e aiuto. Eglino, non sappiendo alcuna cosa che si dire, stavano come smemorati: di che l'ortolano, veggendo che ciascheduno stava muto, disse:
- Messer l'abate, però che costoro non dicono alcuna cosa, e io voglio esser colui e che dica e che faccia, tanto che io credo trarvi di questa fatica; ma datemi li vostri panni, sí che io vada come abate, e di questi monaci mi seguano; e cosí fu fatto.
E giunto al papa, disse dell'altezza del cielo esser trenta voci. Dell'acqua del mare disse: "Fate turare le bocche de' fiumi, che vi mettono entro, e poi si misuri". Quello che valea la sua persona, disse: "Danari ventotto"; ché la facea due danari meno di Cristo, ché era suo vicario. Della maggior ventura ch'egli avesse mai, disse: "Come d'ortolano era diventato abate"; e cosí lo confermò. Come che si fosse, o intervenne all'uno e all'altro, o all'uno solo, e l'abate diventò o mugnaio o ortolano.


NOVELLA V

Castruccio Interminelli, avendo un suo famiglio disfatto in uno muro il giglio dell'arma fiorentina, essendo per combattere, lo fa combattere con un fante che avea l'arma del giglio nel palvese, ed è morto.

Ora voglio mutare un poco la materia, e dire come Castruccio Interminelli, signore di Lucca, castigò uno gagliardo contro le mura. Questo Castruccio fu de' cosí savi, astuti e coraggiosi signori come fosse nel mondo già è gran tempo; e guerreggiando e dando assai che pensare a' Fiorentini, però che era loro cordiale nimico, fra l'altre notabili cose che fece fu questa: che essendo a campo in Valdinievole, e dovendo una mattina andare a mangiare in uno castello da lui preso, di quelli del Comune di Firenze, e mandando un suo fidato famiglio innanzi che apparecchiasse le vivande e le mense, il detto famiglio, giugnendo in una sala, dove si dovea desinare, vide tra molte arme, come spesso si vede, dipinta l'arme del giglio del Comune di Firenze, e con una lancia, che parea che avesse a fare una sua vendetta, tutta la scalcinò.
Venendo l'ora che Castruccio con altri valentri uomeni giunsono per desinare, il famiglio si fece incontro a Castruccio e, come giunse in su la sala, disse:
- Signore mio, guardate come io ho acconcio quell'arma di quelli traditori Fiorentini.
Castruccio, come savio signore, disse:
- Sia con Dio; fa' che noi desiniamo.
E tenne nella mente quest'opera, tanto che a pochi dí si rassembrò la sua gente per combattere con quella del Comune di Firenze; là dove, appressandosi li due eserciti, per avventura venne che innanzi a quello de' Fiorentini venía uno bellissimo fante bene armato con uno palvese in braccio, dove era dipinto il giglio.
Veggendo Castruccio costui essere de' primi a venirli incontro, chiamò il suo fidato famiglio, che cosí bene avea combattuto col muro, e disse:
- Vien qua; tu desti pochi dí fa tanti colpi nel giglio ch'era nel muro che tu lo vincesti e disfacesti: va' tosto, e armati come tu sai, e fa' che subito vadi a dispignere e vincere quello.
Costui nel principio credette che Castruccio beffasse. Castruccio lo costrinse, dicendo:
- Se tu non vi vai, io ti farò impiccar subito a quell'arbore.
Veggendosi costui mal parato, e che Castruccio dicea da dovero, v'andò il meglio che poteo. Come fu presso al fante del giglio, subito questo fante di Castruccio fu morto da quello con una lancia che 'l passò dall'una parte all'altra. Veggendo questo Castruccio, non fece alcun sembiante d'ira o cruccio, ma disse:
- Troppo bene è andato -; e volsesi a' suoi, dicendo: - Io voglio che voi appariate di combattere con li vivi, e non con li morti.
O non fu questa gran justizia? ché sono molti che danno per li faggi e per le mura e nelle cose morte, e fanno del gagliardo, come se avessono vinto Ettore; e oggi n'è pieno il mondo, che in questa forma, o contra minimi o pecorelle, sempre sono fieri; ma per ciascuno di questi tali fosse uno Castruccio che li pagasse della loro follia, come pagò questo suo famiglio.
Assai notabili cose fece ne' suoi dí Castruccio; fra l'altre, dicea a uno, che a sua petizione avesse fatto un tradimento:
- Il tradimento mi piace, ma il traditore no; pagati e vatti con Dio, e fa' che mai tu non mi venga innanzi.
Oggi si fa il contrario, ché se uno signore o Comune farà fare uno tradimento, fa il traditore suo provvisionato e sempre il tiene con lui, facendoli onore. Ma a molti è già intervenuto che quelli che hanno fatto fare il tradimento, dal traditore poi sono stati traditi.


NOVELLA VI

Marchese Aldobrandino domanda al Basso della Penna qualche nuovo uccello da tenere in gabbia, il Basso fa fare una gabbia, ed entrovi è portato a lui.

Marchese Aldobrandino da Esti, nel tempo che ebbe la signoria di Ferrara, gli venne vaghezza, come spesso viene a' signori, di avere qualche nuovo uccello in gabbia. Di che per questa cagione mandò un dí per uno Fiorentino che tenea albergo in Ferrara, uomo di nuova e di piacevolissima condizione, che avea nome Basso della Penna. Era vecchio e piccolo di persona, e sempre pettinato andava in zazzera e in cuffia. Giunto questo Basso dinanzi al marchese, il marchese sí gli dice:
- Basso, io vorrei qualche uccello per tenere in gabbia, che cantasse bene, e vorrei che fosse qualche uccello nuovo, che non se ne trovassono molti per l'altre genti, come sono fanelli e calderelli, e di questi non vo cercando; e però ho mandato per te, perché diversa gente e di diversi paesi ti vengono per le mani al tuo albergo; di che possibile ti fia che qualcuno di questi ti metta in via, donde se ne possa avere uno.
Rispose il Basso:
- Signore mio, io ho compreso la vostra intenzione, la quale m'ingegnerò di mettere ad effetto, e cercherò di far sí che subitamente serete servito.
Udendo il marchese questo, gli parve avere già in gabbia la fenice, e cosí si partío. Il Basso, avendo già immaginato ciò che far dovea, giunto che fu al suo albergo, mandò per un maestro di legname, e disse:
- Io ho bisogno di una gabbia di cotanta lunghezza, e tanto larga e tanto alta; e fa' ragione di farla sí forte ch'ella sia sofficiente a un asino, se io ve l'avessi a metter dentro, e abbia uno sportello di tanta grandezza.
Compreso che 'l maestro ebbe tutto, fu in concordia del pregio, e andò a fare la detta gabbia; fatta che l'ebbe, la fe' portare al Basso e tolse i denari.
Il Basso subito mandò per uno portatore, e là venuto entrando nella gabbia, disse al portatore che 'l portasse al marchese. Al portatore parve questa una nuova mercanzia e quasi non volea; se non che 'l Basso tanto disse che pur lo portò. Il qual giunto al marchese, con grande moltitudine di popolo che correa dietro alla novità; il marchese quasi dubitò, non conoscendo ancora che cosa fosse quella. Ma appressatosi la gabbia e 'l Basso ed essendo su portato presso al marchese, il marchese, conoscendo ciò che era, disse:
- Basso, che vuol dir questo?
Il Basso, cosí nella gabbia, con lo sportello serrato, cominciò a squittire, e disse:
- Messer lo marchese, voi mi comandaste pochi dí fa che io trovasse modo che voi avesse qualche nuovo uccello in gabbia, e che di quelli tali pochi ne fossono al mondo; di che, considerando chi io sono e quanto nuovo sono, ché posso dire che nessuno ne sia piú nuovo di me in su la terra, in questa gabbia intrai, e a voi mi rappresento, e mi vi dono per lo piú nuovo uccello che tra' cristiani si possa trovare; e ancora vi dico piú, che non ce n'ha niuno fatto com'io: il canto mio fia tale, che vi diletterà assai; e però fate posare la gabbia da quella finestra.
Disse il marchese:
- Mettetela sul davanzale.
Il Basso dice:
- Oimè, non fate, ché io potrei cadere.
Dice il marchese:
- Mettetelo su, ché 'l davanzale è largo.
E cosí messo su, accennò a un suo famiglio che dondolasse la gabbia, e nientedimeno la sostenesse.
E 'l Basso dice:
- Marchese, io ci venni per cantare, e voi volete ch'io pianga.
E cosí, quando il Basso fu rassicurato, disse:
- Marchese, se mi darete mangiare delle vivande che mangiate voi, io canterò molto bene.
Il marchese li fece venire un pane con un capo d'aglio, e tennelo tutto quel dí su la finestra, facendo a lui di nuovi giuochi; e tutto il popolo era sulla piazza a vedere il Basso nella gabbia; e in fine la sera cenò col signore, e poi si ritornò all'albergo, e la gabbia rimase al marchese, ché mai non la riebbe.
Il marchese da quell'ora innanzi ebbe il Basso piú caro che mai, e spesso l'invitava a mangiare, e facevalo cantare nella gabbia, e pigliava gran diletto di lui. Chi sapesse la disposizione de' signori, quando fossono in buona tempera, ognora penserebbono di cose nuove, come fece il Basso, che per certo ben serví il marchese, e non andò in India per l'uccello; ma essendogli presso presso, fu servito del piú nuovo e unico uccello che si potesse trovare.


NOVELLA VII

Messer Ridolfo da Camerino, al tempo che la Chiesa avea assediato Forlí, fa una nuova e notabile assoluzione sopra una questione che aveano valentri uomeni d'una insegna.

Messer Ridolfo da Camerino, savissimo signore, con poche parole e notabil judicio, contentò una brigata di valentri uomeni di quello che domandorono sopra una questione, sí come il Basso d'un nuovo uccello contentasse il marchese.
Al tempo che la Chiesa, e messer Egidio di Spagna cardinale per quella, avea per assedio costretta la città di Forlí per gran dimora; e di quella essendo signore messer Francesco Ardelaffi, notabile signore, molti signori notabili e valentri uomeni a petizione della Chiesa erano concorsi al detto assedio; ed essendo in una parte raccolti con una questione quasi quelli che erano i maggiori del campo, e tra loro essendo messer Unghero da Sassoferrato, il quale avea l'insegna del Crocifisso, la quale è quella insegna che è piú degna che alcun'altra; ed essendo gran contesa tra loro, però che quello che avea l'insegna dicea aver caro quel beneficio fiorini duemila; altri diceano: io vorrei innanzi fiorini duecento; e tali diceano fiorini cento, e tali fiorini trecento, e chi dicea di meno e chi di piú; passando per quel luogo messer Ridolfo da Camerino, che andava provveggendo il campo, s'accostò a loro domandando di quello che contendeano; di che per loro gli fu detto la cagione, pregandolo ancora che la loro questione diffinisse, e quello che si dovea prezzare la detta insegna.
Messer Ridolfo, avendo tosto considerata la questione, fece la risposta dicendo che chi tenea che la detta insegna si dovea prezzare e avere cara duecento, o trecento, o mille, o duemila, non potea avere ragione; però che quando il nostro Signore Jesú Cristo fu in questa vita, e di carne e d'ossa, fu venduto trenta danari, e ora ch'egli è dipinto nella pezza e morto e in croce, che si possa o debba ragionevolmente stimar piú, è cosa vana, e per la ragione allegata non potere justamente seguire. Udito che ebbono tutti questa sentenzia, con le risa s'accordorono a por fine alla questione, e dissono tutti, eccetto messer Unghero, messer Ridolfo avere ben detto e giudicato.
Notabile detto e strano fu quello di messer Ridolfo, e come che paresse ostico, raccontando come disse del nostro Signore, a ragione il judicio fu giusto; e mostrò, sanza dirlo, che son molti che fanno maggiore stima delle viste che de' fatti. E quanti ne sono già stati che hanno procacciato d'essere Gonfalonieri e Capitani, e d'avere l'insegna e reale e dell'altre, solo per vanagloria, ma dell'opere non si sono curati! E di questi apparenti ne sono stati, e tutto il dí sono piú che degli operanti. E non pur nelle cose dell'arme ma eziandio di quelli che in teologia si fanno maestrare, non per altro, se non per essere detto Maestro; Dottore di leggi, per essere chiamato Dottore; e cosí in filosofia e medicina, e di tutte l'altre cose: e Dio il sa quello che li piú di loro sanno!


NOVELLA VIII

Uno Genovese sparuto, ma bene scienziato, domanda Dante poeta come possa intrare in amore a una donna, e Dante gli fa una piacevole risposta.

Questo che seguita non fu meno notabile consiglio che fosse il judicio di messer Ridolfo. Fu già nella città di Genova uno scientifico cittadino e in assai scienze bene sperto, ed era di persona piccolo e sparutissimo. Oltre a questo era forte innamorato d'una bella donna di Genova, la quale, o per la sparuta forma di lui, o per moltissima onestà di lei, o per che che si fosse la cagione, giammai, non che ella l'amasse, ma mai gli occhi in verso lui tenea, ma piú tosto fuggendolo, in altra parte gli volgea. Onde costui, disperandosi di questo suo amore, sentendo la grandissima fama di Dante Allighieri, e come dimorava nella città di Ravenna, al tutto si dispose d'andar là per vederlo e per pigliare con lui dimestichezza, considerando avere da lui o consiglio o aiuto come potesse entrare in amore a questa donna, o almeno non esserli cosí nimico. E cosí si mosse, e pervenne a Ravenna, là dove tanto fece che fu a un convito dove era il detto Dante; ed essendo alla mensa assai di presso l'uno all'altro, il Genovese, veduto tempo, disse:
- O messer Dante, io ho inteso assai della vostra virtú e della fama che di voi corre; potre' io avere alcuno consiglio da voi?
Disse Dante:
- Purché io ve lo sappia dire.
Allora il Genovese dice:
- Io ho amato e amo una donna con tutta quella fede che amore vuole che s'ami; giammai da lei, non che amore mi sia stato conceduto, ma solo d'uno sguardo mai non mi fece contento.
Udendo Dante costui, e veggendo la sua sparuta vista, disse:
- Messere, io farei volentieri ogni cosa che vi piacesse; e di quello che al presente mi domandate, non ci veggio altro che un modo, e questo è che voi sapete che le donne gravide hanno sempre vaghezza di cose strane; e però converrebbe che questa donna che cotanto amate, ingravidasse: essendo gravida, come spesso interviene ch'ell'hanno vizio di cose nuove, cosí potrebbe intervenire che ella avrà vizio di voi; e a questo modo potreste venire ad effetto del vostro appetito: per altra forma sarebbe impossibile.
Il Genovese, sentendosi mordere, disse:
- Messer Dante, voi mi date consiglio di due cose piú forte che non è la principale; però che forte cosa sarebbe che la donna ingravidasse, però che mai non ingravidò; e vie piú forte serebbe che poi ch'ella fosse ingravidata, considerando di quante generazioni di cose ell'hanno voglia, che ella s'abbattesse ad avere voglia di me. Ma in fé di Dio, che altra risposta non si convenía alla mia domanda che quella che mi avete fatto.
E riconobbesi questo Genovese, conoscendo Dante per quello ch'egli era, meglio che non avea conosciuto sé, che era sí fatto che erano poche che non l'avessono fuggito. E conobbe Dante sí che piú dí stette il Genovese in casa sua, pigliando grandissima dimestichezza per tutti li tempi che vissono. Questo Genovese era scienziato, ma non dovea essere filosofo, come la maggior parte sono oggi; però che la filosofia conosce tutte le cose per natura; e chi non conosce sé principalmente, come conoscerà mai le cose fuora di sé? Costui, se si fosse specchiato, o con lo specchio della mente, o col corporale, averebbe pensato la forma sua e considerato che una bella donna, eziandio essendo onesta, è vaga che chi l'ama abbia forma di uomo, e non di vilpistrello.
Ma e' pare che li piú son tocchi da quel detto comune: "E’ non ci ha maggiore inganno che quello di sé medesimo".


NOVELLA IX

Messer Giovanni della Lana chiede a uno buffone che faccia un bel partito: quelli ne fa uno molto nuovo: a colui non piace; fanne un altro, donde messer Giovanni scornato si parte.

Non so qual fosse piú sparuto di persona, o il Genovese passato, o messer Giovanni della Lana da Reggio, del quale brievemente dirò in questa novella. Il quale messer Giovanni, non possendo stare in Reggio, stando in Imola, ed essendo in uno cerchio di valentri uomeni, non considerando alla deformità della sua persona (ché era piccolissimo judice, e avea una foggetta in capo foderata d'indisia, che pare' l'erba luccia, ed era troglio, o vero balbo), disse a uno uomo di corte, chiamato maestro Piero Guercio da Imola, piacevole buffone e sonatore di stormenti, il quale era nel detto cerchio:
- Doh, maestro Piero, fate qualche bel partito dinanzi a questi valentri uomeni.
Rispose maestro Piero:
- Io il farò, poiché voi volete. Il partito è questo: qual volete voi pigliare delle due cose l'una, o volete che io cachi in codesta vostra foggia, o voletevi cacare voi?
Disse il maestro Giovanni quasi mezzo imbiancato:
- Io non voglio né l'uno né l'altro; fatene un altro che diletti questa brigata.
Disse il buffone:
- Io lo farò, poiché voi volete; dicendo: "Qual volete voi, messer Giovanni, quando avesse cacato nel vostro cappuccio, o mettervelo in capo voi, o volete che io vel metta in capo io?"
Messer Giovanni udendo questo, se al primo partito era divenuto bianco, a questo secondo diventò rosso e bizzarro, rimanendo scornato, dicendo:
- Mo vi nasca il vermocan, ché vui se' in brutto rubaldo di merda, e cosí di quella vi menate per bocca, ché da altro non se' vui.
Il maestro Piero con motti si difendea e dicea:
- Vo' se' judice, veggiamo a ragione chi ha il torto di noi due -; pigliandolo per lo lembo, acciò che non si partisse, però che era già in cammino; pur con quella poca di forza che avea, si spiccò e andonne rampognando; gli altri rimasono ridendo.
Cosí a messer Giovanni fu insegnato dal maestro Piero una legge che giammai piú non l'avea trovata. Cosí s'acquista spesso con gli uomeni di corte, che spesso s'entra in motti con loro, ed elli vituperano altrui; e però non si potrebbe errare a tacere, e lasciar dire un altro. Per farsi innanzi messer Giovanni, e non considerando a sé, fu beffeggiato da questo buffone con due cosí nobili partiti, come avete udito.


NOVELLA X

Messer Dolcibene, essendo con messer Galeotto alla valle di Josafat e udendo che in sí piccol luogo ciascuno ha a concorrere al diejudicio, piglia nuovamente luogo per non affogare allora.

Messer Dolcibene fu, secondo cavaliere di corte, d'assai, quanto alcun altro suo pari, e molte novelle assai vaghe e di brutta materia si possono scrivere di lui; e in questa novella, non per via di fare partito, come volea fare il maestro Piero da Imola, ma per altra forma, andando al Sepolcro con messer Galeotto e con messer Malatesta Unghero, trovò nuovo stile per dare diletto a questi due signori.
Andando adunque messer Galeotto e messer Malatesta detti, e messer Dolcibene con loro, al Santo Sepolcro, giugnendo là costoro e passando dalla valle di Josafat, disse messer Galeotto:
- O Dolcibene, in questa valle dobbiamo tutti venire al diejudicio a ricevere l'ultima sentenzia.
Disse messer Dolcibene:
- O come potrà tutta l'umana generazione stare in sí piccola valle?
Disse messer Galeotto:
- Sarà per potenza divina.
Allora messer Dolcibene scese da cavallo, e corre nel mezzo d'un campo della detta valle, e calati giuso i panni di gamba, lasciò andare il mestiere del corpo, dicendo:
- Io voglio pigliare il luogo, acciò che quando sarà quel tempo, io truovi el segno e non affoghi nella calca.
Li due signori diceano ridendo:
- Che vuol dire questo? e che fai tu?
Messer Dolcibene risponde:
- Signori, io ve l'ho detto: e' non si può essere savio, se l'uomo non s'argomenta per lo tempo che dee venire.
Dice messer Galeotto:
- O Dolcibene, lasciavi la parte del nibbio che serà maggiore segnale.
Disse allora messer Dolcibene:
- Signore, se io ci lasciassi el segnale che voi mi dite, e' non sarebbe buono per due cagioni: la prima, ch'e' ne serebbe portato da' nibbi, e 'l luogo rimarrebbe senza segno; e l'altra, che voi perdereste la mia compagnia.
Allora gli fu risposto da quelli signori:
- Per certo, Dolcibene, tu sai ben dire gli argomenti a ogni cosa; sali a cavallo, ché per certo tu hai ben provveduto -; e con questo sollazzo seguirono il loro cammino.
O questi son li trastulli de' buffoni, e' diletti che hanno li signori! Per altro non son detti buffoni, se non che sempre dicono buffe; e detti giucolari, ché continuo giuocono con nuovi giuochi. E’ non fu però questo messer Dolcibene sí scellerato che non componesse in questa andata del Sepolcro in versi vulgari una orazione alla nostra Donna che gli facesse grazia, raccontando tutti i luoghi santi che oltre mare avea vicitato.


NOVELLA XI

Alberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aúto il malanno.

Al tempo di messer Guccio Tolomei fu in Siena uno piacevole uomo e semplice, e non malizioso come messer Dolcibene. Era costui balbo della lingua, e avea nome Alberto; il quale essendo uomo di pura condizione, e usando spesso in casa del detto messer Guccio, però che 'l cavaliere ne pigliava gran diletto, avvenne che uno dí di quaresima, trovandosi messer Guccio con lo inquisitore, di cui era grande amico, compose con lui che l'altro dí facesse richiedere il detto Alberto, e quando fosse dinanzi da lui, gli opponessi qualche cosa di resía, e di questo ne seguirebbe alquanto di piacere e allo inquisitore e a lui.
Come il detto messer Guccio sí desse ordine, tornato che fu a casa, l'altro dí di buon'ora il detto Alberto fu richiesto che subito comparisse dinanzi allo inquisitore. Alberto tutto tremante, e se prima era balbo, a questo punto, avendo quasi perduta la lingua, appena poté dire: - Io verrò -; e andato a trovare messer Guccio, dicendo: - Io vi vorrei parlare -; e messer Guccio comprendendo quello che era, disse:
- Che novelle?
Dice Alberto:
- Cattive per me, ché lo inquisitore mi ha fatto richiedere, forse per paterino.
Dice messer Guccio:
- Averestú detto alcuna cosa contra la fede cattolica?
Dice Alberto:
- Io non so che s'è la fede calonica, ma io mi credo essere cristiano battezzato.
Dice messer Guccio:
- Alberto, fa' come io ti dirò; vattene al vescovo; e di': "Io fui richiesto, e appresentomi dinanzi a voi"; e sappi quello che ti vuol dire: dopo te poco stante verrò io; e lo inquisitore è molto mio amico, e cercherò dello spaccio tuo.
Disse Alberto:
- Ecco io vo, e affidomi in voi. E cosí si partí, e andonne al vescovo.
Il quale là giunto, come il vescovo il vide, con uno fiero viso disse:
- Qual se' tu?
Alberto balbo e tremante di paura disse:
- Io sono Alberto, che fui richiesto che io venisse dinanzi da voi.
- Or ben so, - dice il vescovo, - se' tu quell'Alberto che non credi né in Dio, né ne' santi?
Dice Alberto:
- Signor mio, chi ve l'ha detto non dice il vero, ché io credo in ogni cosa.
Allora dice il vescovo:
- E se tu credi in ogni cosa, dunque credi tu nel diavolo; e questo è quello che a me non bisogna altro ad arderti per paterino.
Alberto mezzo uscito di sé, domandando misericordia; dice il vescovo:
- Sai tu il Paternostro ?
Dice Alberto:
- Messer sí.
- Dillo tosto, - disse lo inquisitore.
Alberto cominciò; e non accordando l'aggettivo col sustantivo, giunse balbettando a uno scuro passo, là dove dice: da nobis hodie ; e di quello non ne potea uscire. Di che lo inquisitore, udendolo, disse:
- Alberto, io l'ho inteso; ché chi è paterino, non puote dire le cose sante; va', e fa' che domattina tu torni a me, e io formerò il processo secondo che meriterai.
Dice Alberto:
- Io tornerò da voi; ma io vi prego per l'amore di Dio che io vi sia raccomandato.
Disse lo inquisitore:
- Va', e fa' che io ti dico.
Allora si partí, e tornando verso casa, trovò messer Guccio Tolomei che allo inquisitore per questa faccenda andava. Messer Guccio, veggendolo tornare, dice:
- Alberto, la cosa dee stare bene, quando tu torni.
Disse Alberto:
- Gnaffe! non istà, però che dice che io sono paterino, e che io torni a lui domattina, e ancora non mancò per quella puttana di donna Bisodia che è scritta nel Paternostro che non mi facesse morire allotta allotta. Di che io vi prego per l'amore di Dio che andiate a lui e preghiate che io gli sia raccomandato.
Disse messer Guccio:
- Io vo là, e ingegnerommi fare ciò che io potrò al tuo scampo.
E cosí andò messer Guccio, e portando all'inquisitore la novella di donna Bisodia, ne feciono per due ore grandissime risa. E mandando lo inquisitore, innanzi che messer Guccio si partisse, per lo detto Alberto, ed elli con gran timore tornandovi, gli diede lo inquisitore ad intendere che se non fosse messer Guccio, l'averebbe arso; e ben lo meritava, però che di nuovo avea inteso ancora peggio, che d'una santa donna, cioè di donna Bisodia, sanza la quale non si puote cantare messa, avea detto essere una puttana; e ch'egli andasse e tenesse sí fatti modi che non avesse piú a mandare per lui. Alberto, chiamando misericordia, disse non dirlo mai piú, e tutto doloroso della paura che avea aúta, con messer Guccio a casa si tornò. Il quale messer Guccio, avendo condotto la cosa come avea voluto, gran tempo nella sua mente ne godeo, e senza Alberto e con Alberto.
Belle sono le inventive de' gentiluomeni per avere diletto di nuove e di semplici persone; ma piú bello fu il caso che la fortuna trovò in Alberto, essendo impacciato da donna Bisodia; e forse forse, se Alberto fosse stato uno ricco uomo, lo inquisitore gli averebbe dato tanto ad intendere che si serebbe ricomperato de' suoi denari, per non essere arso o cruciato.


NOVELLA XII

Come Alberto detto, rimenando uno ronzino restío a casa, risponde a certi, che 'l domandano nuovamente, come nuovo uomo era.

Dappoi che io ho messo mano in Alberto da Siena, seguirò ancora di dire di lui una piacevole novelletta, la quale, se la fece per senno, serebbe stata bella a qualunque savio; ma credo piú tosto fosse per semplicità. Costui, avendo bisogno d'andare a un suo luogo fuori di Siena, accattò da un suo vicino un ronzino, sul quale salendo suso, e andando insino alla porta, come là giunse, il ronzino si cominciò a tirare addietro, come se della porta avesse aúto paura, o fosse aombrato, o che si fosse posto in cuore di non volere uscire della terra. Alberto, accennandoli cotale alla trista, non lo poteo mai fare andare; ma cominciandosi a sinistrare, e Alberto avendone grandissima paura, per lo migliore discese in terra, e prese le redine, lo volse indietro e cominciollo a rimenare a casa di chi gli l'avea prestato: là dove il ronzino non ch'egli andasse di passo, ma andava sí di trotto che facea ben trottare Alberto.
E cosí arrivò per lo campo di Siena; al quale quelli Sanesi che v'erano avendo gli occhi, veggendo menare uno ronzino a mano, a gran boci gridavano:
- O Alberto, di cui è cotesto ronzino? O Alberto, dove meni tu questo ronzino?
A quelli che diceano: "Di cui è cotesto ronzino?" rispondea: "Èssi me' suo". A quelli che diceano: "Dove il meni tu?" rispondea: "Anzi mena elli me".
E cosí diede che pensare a' Senesi buona pezza, tanto che seppono l'effetto di quello che dicea; e Alberto rendé il ronzino, dicendo a colui:
- To' ti il ronzino suo, dappoi che e' non vuole che io vadi in villa oggi -; e cosí si rimase Alberto, che non andò in villa quel giorno.
Io per me credo che Alberto in questo fosse molto savio; ché sono molti che dicono: "Io vincerei pur la prova". Quando uno avesse a domare, o scorgere un suo puledro, forse è da consentire; ma vincere la prova d'un cavallo altrui, colui che si mette a questo non corregge il suo cavallo, ma piú tosto puote pericolare sé.



NOVELLA XIII

Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.

Similmente questo Alberto in questa sua terza novella, che segue, non mi pare molto sciocco; però che essendo li Sanesi, per certa guerra che aveano co' Perugini, assembrati per combattere, e 'l detto Alberto essendo a cavallo tra la brigata sanese, e bene armato, scese da cavallo, e misesi il cavallo dinanzi, ed egli stava di drieto a piede. Veggendo gli altri che v'erano Alberto stare per questa forma, diceano:
- Che fai tu, Alberto? sali a cavallo, però che noi siamo subito per combattere.
A' quali Alberto rispose:
- Io voglio stare cosí, ché, se 'l cavallo mio fosse morto, serà fatto la menda di lui; ma se io fosse morto, nessuna menda di me serebbe fatta.
E come Dio volle, la gente si recò a battaglia, dove li Sanesi furono sconfitti. Ed essendo molto addietro il detto Alberto cosí a piede, il suo cavallo fu preso, ed elli si fuggí e cogliendolo la notte in certe vie tra boschi, e traendo vento che facea sonare le foglie, gli parea avere mille cavalieri dietro; e come uno pruno il pigliava dicea:
- Oimè! io mi t'arrendo, non mi uccidere -; credendo che fossono nimici che 'l pigliassono: e cosí con gran paura e con grande affanno consumò tutta quella notte, tanto che la mattina su l'alba si trovò presso a Siena.
E giunto a Siena, come che assai avessono da pensare ad altro, pure erano di quelli che domandavono:
- Alberto, come è ita la cosa? tu se' a piede? ove è il cavallo?
E quelli rispondea:
- Egli è perduto: cosí avess'elli fatto come fe' quell'altro d'uno di questi dí, che non avesse voluto uscire fuori della porta.
Ma la cosa andò peggio per Alberto, che domandando la menda, fu detto che non era stato a cavallo come si dovea; e non la poté mai avere.
Fu savio avviso quello di costui, se gli fosse venuto fatto, ché s'averebbe levato spesa da dosso; e arebbe aúto denari, e la persona salva era ritornata a Siena. E qui si puote vedere da quanto prezzo è il sesso umano; ché d'ogni animale è fatto stima di valuta, eccetto che dell'uomo, ma di questo non si domanda menda: benché si potrebbe dire per la sua nobilità eccede tanto agli altri, e per questo non è prezzo che lo possa ricomperare. Ma ancora è piú sicuro in una guerra, e piú forte, l'uomo povero che 'l ricco; se lo ricco è preso, è menato lui e 'l cavallo per li denari suoi; se lo povero è preso a cavallo, è lasciato l'uomo, e 'l cavallo n'è menato. E questo non è altro se non che tutto l'universo è corrotto per la moneta, e per quello a ogni cosa si mette ciascuno.


NOVELLA XIV

Come Alberto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, allega con nuove ragioni piacevolmente.

Non voglio lasciare la quarta novella d'Alberto, di quelle che già udi' di lui, come che molte altre ne facesse. Avea il detto Alberto una matrigna assai giovane e complessa e atticciata, il quale in nessun modo, come spesso interviene, potea avere pace con lei; e di questo suo caso dolendosi spesse volte con alcuni suoi compagni, da loro gli fu dato questo consiglio, dicendo:
- Alberto, se tu non trovi modo d'avere a far di lei, non isperar mai di star con lei se non in battaglia e in mala ventura.
Dice Alberto:
- Credete voi cotesto?
Coloro rispondono:
- Noi l'abbiamo per lo fermo.
Dice Alberto:
- E’ serebbe troppo gran peccato! e pur s'i' 'l facesse, e venisse agli orecchi dello inquisitore, e' m'ha colto animo addosso, leggermente mi farebbe morire.
E quasi come se non vi avesse l'animo, si partí dalle parole di costoro; e da altra parte pensò di mettere il consiglio ad effetto, e nol dissono a sordo; ché un dí, essendo andato il padre fuori e la donna rimanendo in camera, Alberto sanza dire troppe parole ché male le sapea dire, venne a' fatti e in sul letto l'uno e l'altro si condussono, e fu fatta la pace, che parea una casa cheta e riposata, che prima parea tempestosa e indemoniata. Nella qual pace e amore continuando Alberto, aiutando alle fatiche del padre, avvenne un dí che l'uno e l'altro stando di meriggio a giacere, che 'l padre ch'era andato in villa, tornò in quell'ora, e andato su, trovò sul letto sprovveduti la donna e Alberto.
Alberto, veggendo il padre, si gittò alla panca lungo il muro; e 'l padre piglia la mazza del letto per dargli, dicendo: "Sozzo traditore", e quando: "ria puttana".
E andando Alberto ora in su e ora in giú, secondo come la mazza del padre si menava, e gridando e l'uno e l'altro, tutta la vicinanza trasse al romore, dicendo:
- Che vuol dire questo?
E Alberto dice:
- E’ questo mio padre, che ebbe a fare cotanto tempo con mia madre, e mai non gli dissi una parola torta; e ora perché mi ha trovato giacer con la moglie, non altro che per buono amore, mi vuole uccidere, come voi vedete.
Gli vicini, udendo la ragione allegata per Alberto, dissono il padre avere il torto; e tirandolo da parte, dissono che non era senno il suo di fare palese quelle cose che si doverriano nascondere, e fecionli credere che, conoscendo eglino la condizione d'Alberto, che egli non era salito su quel letto per alcun male, ma per molta dimestichezza, avendo voglia di dormire. E cosí si dié pace il padre, e la donna si dié pace con Alberto per la domestichezza che avea presa con lei, facendo ciascuno da quell'ora innanzi i fatti loro sí occulti e sí cheti che 'l padre mentre che visse non ebbe piú a giucare del bastone.
Buono fu il rimedio che dato fu ad Alberto a stare in pace con la matrigna, e buona fu la ragione d'Alberto, ch'elli disse a' vicini quando trassono. E cosí credo che assai (non tutte) averebbono pace co' figliastri, se elli facessono quello che costui, e massimamente quelle che son mogli degli antichi padri, come era costei, le quali, essendo giovani, voglion vegliare, e' vecchi mariti voglion dormire.


NOVELLA XV

La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d'una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che 'l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna sapea troppo bene a che fine il marchese l'avea maritata.
Avvenne che, essendo andata a marito, stette cinque anni con lui e mai alcuno figliuolo non fece; e morendo il detto judice di Gallura, la donna tornò vedova a casa del marchese: alla quale né andò incontro il detto marchese, né alcuno sembiante fece, se non come il detto caso mai non fosse intervenuto. La qual donna giunta, e credendo essere dal marchese ricevuta teneramente, e veggendo tutto il contrario, e maravigliandosi di questo, e andando alcuna volta dove era il detto marchese per dolersi della sua fortuna, e fare con lui il debito lamento, nessuno atto facea, ma volgevasi in altra parte.
Continuando questo piú dí, la giovane, desiderosa di sapere la cagione de' modi e del cruccio del marchese, impronta verso lui andando un dí, cominciò a dire:
- Potre' io sapere, fratel mio, perché tanta ira e tanto sdegno tu dimostri verso di me sventurata vedovella, e piú tosto posso dire orfana, venendomi tu meno, che altro ricorso non ho?
Ed elli, volgendosi verso lei con nequitoso animo, rispose:
- O non sai tu la cagione? e perché ti maritai io al judice di Gallura? come non ti vergogni tu di essere stata cinque anni sua mogliera, ed essermi tornata in casa senza avere fatto figliuolo alcuno?
Appena lo lasciò la donna infino a qui dire, come quella che lo intese, e disse:
- Fratel mio, non dire piú, ch'io t'intendo; e giuroti per la fé di Dio che, per adempiere la tua volontà, ch'io non ho lasciato né fante, né ragazzo, né cuoco, né altro, con cui io non abbia provato; ma, se Dio non ha voluto, io non ne posso far altro.
Cosí si rallegrò il marchese di questo, come si fosse rallegrato un altro che, dopo grande abbominio dato a una sua sorella, la trovasse poi senza difetto; e in quell'ora l'abbracciò teneramente, e amandola e avendola piú cara che mai; e maritolla poi a un messer Marco Visconti, o a messer Galeazzo. Ha detto già alcuno ch'ella fece una fanciulla che ebbe nome Joanna, e maritossi a messer Ricciardo da Camino, signore di Trevisi. E questo par che tocchi Dante, capitolo ottavo del Purgatorio, dove dice in parte:

Quando serai di là dalle larghe onde
Di' a Giovanna mia, che per me chiami
Là dove agli innocenti si risponde, ecc.

Come che sia, questa donna contentò il fratello. Vogliono dire alcuni, e io sono colui che 'l credo, che questa fosse savia e casta donna; ma, veggendo la disposizione del fratello, con le sue parole lo volle fare contento di quello che elli avea voglia, e tornare nel suo amore. E cosí si contenta l'animo di quelli che guardano pure alla utilità, e non all'onore; e questa donna se ne avvide, e diegli di quella vivanda che volea, facendolo contento con quello che pochi se ne averebbono dato pace.


NOVELLA XVI

Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s'era maritata per pulzella, e 'l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell'altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e 'l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de' Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
- Che fai tu, sventurato? vuo' tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l'apparecchiata tavola, e lasciò che se 'l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v'era, e che 'l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l'ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v'era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v'era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l'avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l'appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d'una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
- Se cotesto è, Dio ci t'ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de' Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill'anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s'accostò al mercato, fu fatto e dato l'ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de' Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s'era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a' suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l'ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s'andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d'amore l'avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l'apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de' suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che 'l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l'amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l'avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon'ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che 'l valletto l'udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d'assi l'una allato all'altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un'altra, e in un'altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l'alba del giorno, e cosí s'andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un'ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l'albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n'andò; e giugnendo all'uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l'uscio mal serrato, v'entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s'era colicato, per avventura trovò i suo' panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l'appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l'amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l'altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
- Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca' la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi'; morendo il cavallo, taglia' li la coda e quivi l'appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l'abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all'albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca' le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l'ha: - e cosí trovorono. - E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell'occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e 'l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a' comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de' matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de' vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de' Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n'incontra spesse volte e dell'uno e dell'altro, come avete udito, e peggio.


NOVELLA XVII

Piero Brandani da Firenze piatisce, e dà certe carte al figliuolo; ed elli, perdendole, si fugge, e capita dove nuovamente piglia un lupo, e di quello aúto lire cinquanta a Pistoia, torna e ricompera le carte.

Nella città di Firenze fu già un Piero Brandani cittadino che sempre il tempo suo consumò in piatire. Avea un suo figliuolo d'etade di diciotto anni, e dovendo fra l'altre una mattina andare al Palagio del Podestà per opporre a un piato, e avendo dato a questo suo figliuolo certe carte, e che andasse innanzi con esse, e aspettasselo da lato della Badía di Firenze; il quale, ubbidendo al padre, come detto gli avea, andò nel detto luogo, e là con le carte si mise ad aspettare il padre, e questo fu del mese di maggio.
Avvenne che, aspettando il garzone, cominciò a piovere una grandissima acqua: e passando una forese, o trecca, con un paniere di ciriege in capo, il detto paniere cadde; del che le ciriege s'andarono spargendo per tutta la via; il rigagnolo della qual via ognora che piove cresce che pare un fiumicello. Il garzone, volonteroso, come sono, con altri insieme, alla ruffa alla raffa si dierono a ricogliere delle dette ciriege, e infino nel rigagnolo dell'acqua correano per esse. Avvenne che, quando le ciriege furono consumate, il garzone, tornando al luogo suo, non si trovò le carte sotto il braccio però che gli erano cadute nella dett'acqua, la quale tostamente l'avea condotte verso Arno, ed elli di ciò non s'era avveduto; e correndo or giú, or su, domanda qua, domanda là, elle furono parole, ché le carte navicavano già verso Pisa. Rimaso il garzone assai doloroso, pensò di dileguarsi per paura del padre: e la prima giornata, dove li piú disviati o fuggitivi di Firenze sogliono fare, fu a Prato; e giunse ad uno albergo, là dove dopo il tramontare del sole arrivorono certi mercatanti, non per istare la sera quivi, ma per acquistare piú oltre il cammino verso il ponte Agliana. Veggendo questi mercatanti stare questo garzone molto tapino, domandarono quello ch'egli avea e donde era: risposto alla domanda, dissono se volea stare e andare con loro.
Al garzone parve mill'anni, e missonsi in cammino, e giunsono a due ore di notte al pont'Agliana; e picchiando a uno albergo, l'albergatore, che era ito a dormire, si fece alla finestra:
- Chi è là?
- Àprici, ché vogliamo albergare.
L'albergatore rampognando disse:
- O non sapete voi che questo paese è tutto pieno di malandrini? io mi fo gran maraviglia che non sete stati presi.
E l'albergatore dicea il vero, ché una gran brigata di sbanditi tormentavono quel paese.
Pregorono tanto che l'albergatore aperse; ed entrati dentro e governati li cavalli, dissono che voleano cenare; e l'oste disse:
- Io non ci ho boccone di pane.
Risposono i mercatanti:
- O come facciamo?
Disse l'oste:
- Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sí che paia gaglioffo, e vada quassú da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia parte dica mi presti dodici pani: questo dico perché, se questi che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa.
Mostrato la via al garzone, v'andò malvolentieri, però che era di notte, e mal si vedea. Pauroso, come si dee credere, si mosse, andandosi avviluppando or qua or là, sanza trovare questa chiesa mai; ed essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall'una parte un poco d'albore che dava in uno muro. Avvisossi d'andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s'avvisò quella essere la piazza; e 'l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l'uscio. Il lavoratore, sentendo, grida:
- Chi è là?
E 'l garzone dice:
- Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani.
Dice il lavoratore:
- Che pani? ladroncello che tu se', che vai appostando per cotesti malandrini. Se io esco fuori, io te ne manderò preso a Pistoia, e farotti impiccare.
Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando cosí come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che 'l potesse conducere a migliore porto, sentí urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l'aia una botte dall'uno de' lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse.
E cosí stando, ecco questo lupo, come quello che era forse per la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e cosí fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentí toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e cosí ciascuno tirando, e la botte cade, e cominciasi a voltolare. Il garzone tien forte, e lo lupo tira; e quanto piú tirava, piú colpi gli dava la botte addosso. Questo voltolamento durò ben due ore; e tanto, e con tante percosse dando la botte addosso al lupo, che 'l lupo si morí. E non fu però che 'l giovane non rimanesse mezzo lacero; ma pur la fortuna l'aiutò, ché quanto piú avea tenuto forte la coda, piú avea difeso sé stesso, e offeso il lupo. Avendo costui morto il lupo, non ardí però in tutta la notte d'uscire della botte, né di lasciare la coda.
In sul mattino, levandosi il lavoratore, a cui il giovene avea picchiata la porta, e andando provveggendo le sue terre, ebbe veduto appiè d'un burrato questa botte: cominciò a pensare, e dire fra sé medesimo: "Questi diavoli che vanno la notte non fanno se non male, ché non che altro, ma la botte mia, che era in su l'aia, m'hanno voltolata infino colaggiú"; e accostandosi, vide il lupo giacere allato la botte, che non parea morto. Comincia a gridare: - Al lupo, al lupo, al lupo -; e accostandosi, e correndo gli uomini del paese al romore, viddono il lupo morto e 'l garzone nella botte.
Chi si segnò di qua e chi di là, domandando il giovene:
- Chi se' tu? che vuol dire questo?
Il garzone, piú morto che vivo, che appena potea ricogliere il fiato, disse:
- Io mi vi raccomando per l'amore di Dio, che voi mi ascoltiate e non mi fate male.
Li contadini l'ascoltarono, per udire di sí nuova cosa la cagione, il quale disse, dalla perdita delle carte insino a quel punto, ciò che incontrato gli era. A' contadini venne grandissima pietà di costui, e dissono:
- Figliuolo, tu hai aúta grandissima sventura, ma la cosa non t'anderà male come tu credi: a Pistoia è uno ordine che chiunque uccide alcun lupo, e presentalo al Comune, ha da quello cinquanta lire.
Un poco tornò la smarrita vita al giovene, essendoli profferto da loro e compagnia e aiuto a portare il detto lupo; e cosí accettoe. E insieme alquanti con lui, portando il lupo, pervennono all'albergo al pont'Agliana, donde si era partito, e l'albergatore della detta cosa si maraviglioe, come si dee immaginare, e disse che e' mercatanti se ne erano iti, e che egli ed eglino, veggendo non era tornato, credeano lui essere da' lupi devorato, o essere da' malandrini preso. In fine il garzone appresentò il lupo al Comune di Pistoia, dal quale, udita la cosa come stava, ebbe lire cinquanta; e di queste spese lire cinque in fare onore alla brigata, e con le quarantacinque, preso da loro commiato, tornò al padre; e addomandando misericordia, gli contò ciò che gli era intervenuto, e diegli le lire quarantacinque. Il qual padre, come povero uomo, gli tolse volentieri, e perdonògli; e con li detti denari fece copiare le carte, e dell'avanzo piatío gagliardamente.
E perciò non si dee mai alcuno disperare, però che spesse volte, come la fortuna toglie, cosí dà; e come ella dà, cosí toglie. Chi averebbe immaginato che le perdute carte giú per l'acqua fossono state rifatte per un lupo che mettesse la coda per uno cocchiume d'una botte, e sí nuovamente fosse stato preso? Per certo questo è un caso e uno esemplo, non che da non disperarsi, ma di cosa che venga non pigliare né sconforto né malinconia.


NOVELLA XVIII

Basso della Penna inganna certi Genovesi arcatori, e a un nuovo giuoco vince loro quello ch'egli avevano.

Come questo giovene acquistò puramente, e con grande simplicità, le lire cinquanta, cosí con grande astuzia il piacevol uomo Basso della Penna, raccontato a drieto, in questa novella vinse a un nuovo giuoco piú di lire cinquanta di bolognini. A questo Basso capitorono all'albergo suo a Ferrara certi Genovesi che andavano arcando con certi loro giuochi; e 'l Basso, avendo compresa la loro maniera, un giorno innanzi desinare si mise allato lire venti di bolognini d'ariento e una pera mézza, ché era di luglio, considerando che dopo desinare, lavate le mani, in su la sparecchiata tavola d'arcare loro, e cosí fece. Ché avendo desinato, ed essendo con loro ragionamenti alla mensa sparecchiata, disse il Basso:
- Io voglio fare con voi a un giuoco che non ci potrà avere malizia alcuna.
E mettesi mano in borsa, e trae fuori bolognini, e dice:
- Io porrò a ciascun di noi uno bolognino innanzi su questa tavola, e colui, a cui sul suo bolognino si porrà prima la mosca, tiri a sé i bolognini che gli altri averanno innanzi.
Costoro cominciorono con gran festa ad essere contenti di questo giuoco, e parea loro mill'anni che 'l Basso cominciasse. Il Basso, come reo, si mette il bolognino sotto con le mani tra gambe sotto la tavola, dove elli avea una pera mézza: e venendo a porre a ciascuno il bolognino innanzi, quello che dovea porre a sé ficcava nella pera mézza, onde la mosca continuo si ponea sul suo bolognino, salvo che delle quattro volte l'una ponea quello della pera dinanzi a uno di loro, acciò che vincendo qualche volta non si avvedesseno della malizia.
E pur cosí continuando, cominciorono a pigliare sospetto, parendo loro troppo perdere, e dissono:
- Messer Basso, noi vogliamo mettere i bolognini uno di noi.
Disse il Basso:
- Io sono molto contento, acciò che non prendiate sospetto.
Allora uno di loro co' suoi bolognini asciutti e aridi, che non aveano forse mai tocca pera mézza, cominciò mettere a ciascuno il suo bolognino. Il Basso lasciava andare sanza malizia alcuna volta che vincessino; quando volea vincere elli, e 'l bolognino gli era posto innanzi, spesse volte il polpastrello del dito toccava il mézzo della pera, e mostrando di acconciare il bolognino che gli era messo innanzi, lo toccava con quel dito, onde la mosca subito vi si ponea, benché gli bisognava durare poca fatica, però che le hanno naso di bracchetto e volavano tutte verso il Basso, sentendo la pera mézza, e ancora il luogo su la tavola dinanzi da lui, dove di prima il bolognino unto del Basso avea lasciato qualche sustanzia; e cosí provando or l'uno or l'altro dei Genovesi, non poterono tanto fare che 'l Basso non vincesse loro lire cinquanta di bolognini con una fracida pera, onde gli arcatori furono arcati, come avete udito.
E molte volte interviene che son molti che con certe loro maliziose arti stanno sempre avvisati d'ingannare, e di tirare l'altrui a loro, e hanno tanto l'animo a quello che non credono che alcun altro possa loro ingannare, e non vi pongono cura.
Se facessono la ragione del compagno, il quale molte volte non è cieco, non interverrebbe loro quello che intervenne a costoro; però che spesse volte l'ingannatore rimane a piede dell'ingannato.


NOVELLA XIX

Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l'ha date bianche.

Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un'altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell'ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all'albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
- Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
- Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
- Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
- O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
- Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch'elle fossono altro che bianche?
L'uno de' mercatanti guatava l'altro, e cominciava a ridere dicendo che 'l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d'altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a' quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l'hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.


NOVELLA XX

Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino.

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne' quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co' discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a' famigli:
- Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
- E’ non c'è vino.
Di che dicono che 'l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
- Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell'invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che 'l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e' fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.


NOVELLA XXI

Basso della Penna nell'estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa.

Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l'ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che moría. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sí grande che la moglie non s'accostava al marito, e 'l figliuolo fuggía dal padre, e 'l fratello dal fratello, però che quella pestilenza, come sa chi l'ha veduto, s'appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch'e' suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dí di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d'uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio: "Basso, tu motteggi sempremai"; disse Basso:
- Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aúto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione.
Finalmente al notaio convenne cosí scrivere per questa volta; e cosí fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo.
Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
- Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona.
E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere:
- Oggimai, perché io muoia, me ne vo contento, ché ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d'attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morí.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua famiglia; ché sono assai che abbandonano in cosí fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita, e tale è il nostro amore che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere piú liberi.


NOVELLA XXII

Due frati minori passano dove nella Marca è morto uno; l'uno predica sopra il corpo per forma che tale avea voglia di piagnere che fece ridere.

Non fu sí canonizzata la fama del Basso di piacevolezza dopo la sua morte, quanto fu canonizzata la fama d'uno ricco contadino falsamente in santità in questa novella. E’ non è gran tempo che nella Marca d'Ancona morí nella villa un ricco contadino, che avea nome Giovanni; ed essendo, innanzi che si sotterrasse, tutti gli suo' parenti e uomeni e donne nel pianto e ne' dolori, volendoli fare onore, non essendo ivi vicina alcuna regola di frati, per avventura passorono due frati minori, li quali da quelli che erano diputati a fare la spesa furono pregati che alcuna predicazione facessono a commendazione del morto.
Li frati, nuovi sí del paese, e sí d'avere conosciuto il morto, cominciorono tra loro a sorridere, e tiratisi da parte disse l'uno all'altro:
- Vuo' tu predicar tu, o vuogli che io predichi io?
Disse l'altro:
- Di' pur tu.
Ed egli seguí:
- Se io prédico, io voglio che tu mi prometta di non ridere.
Rispose di farlo.
Dato l'ordine e l'ora, e saputo il nome del morto, il valentre frate andò, come è d'usanza, dove era il morto e tutta l'altra brigata; e salito alquanto in alto, propose:
- Que, qui . Per que s'intende Janni, per qui s'intende Joanni dello Barbaianni; non ci dico cavelle, perché vola di notte. Signori e donne, io sento che questo Joanni è stato bon peccatore, e quando ha possuto fuggire li disagi, volentiera ce l'ha fatto; ed è ben vivuto secondo il mondo; hacci preso gran vantaggio nel servire altrui, ed ègli molto spiaciuto l'essere diservito: largo perdonatore è stato a ciascuno che bene gli abbia fatto, e in odio ha avuto chi gli abbia fatto male. Con gran diletto ha guardato li santi dí comandati; e secondo ho sentito, gli dí da lavorare s'è molto guardato da' mali e dalle rie cose. Quando li suoi vicini hanno avuto bisogno, fuggendo le cose disutili, sempre gli ha serviti: è stato digiunatore quando ha aúto mal da mangiare: è vissuto casto, quando costato li fosse. Oratore m'è detto che è stato assai: ha detto molti paternostri, andandosi al letto, e l'Ave Maria almeno, quando sonava nel popul suo. Spesso ne' dí fuor di settimana facea elemosine. Venendo alla conclusione, li costumi e le opere sue sono state tali e sí fatte che sono pochi mondani che non le commendassono. E chi mi dicesse: "O frate, credi tu che costui sia in Paradiso?" Non credo. "Credi tu che sia in Purgatorio?" Dio il volesse. "Credi tu che sia in Inferno?" Dio nel guardi. E però pigliate conforto, e lasciate stare li lamenti, e sperate di lui quel bene che si dee sperare, pregando Dio che ci dia grazia a noi, che rimagnamo vivi, stare lungo tempo con li vivi, e li morti co' maglianni, da' quali ci guardi qui vivit et regnat in secula seculorum. Fate la vostra confessione ecc.
La voce andò tra quella gente grossa e lacrimosa costui avere nobilmente predicato, e che elli avea affermato il morto per la sua santa vita essere salito in sommo cielo.
E’ frati se n'andorono con un buono desinare e con denari in borsa, ridendo di questo per tutto il loro cammino.

Forse fu piú vera e sustanzievole predica questa di questo fraticello che non sono quelle de' gran teologhi, che metteranno con le loro parole li ricchi usurai in Paradiso, e sapranno che mentono per la gola; e sia chi vuole, che se un ricco è morto, abbia fatto tutti e' mali che mai furno, niuna differenzia faranno dal predicare di lui al predicare di San Francesco; però che piagentano per empiersi di quello delli ignoranti che vivono.


NOVELLA XXIII

Messer Niccolò Cancellieri per esser tenuto cortese fa convitare molti cittadini, e innanzi che vegna il dí del convito è assalito dall'avarizia, e fagli svitare.

Questo inganno che questo frate fece con coverte parole a fare tenere un uomo santo, che non v'era presso, non volle usare in sé messer Niccolò Cancellieri, cavaliere dabbene, salvo che era avarissimo. Il quale volendo coprire in sé questo vizio, nell'ultimo si penteo, e nol fece.
Questo cavaliero fu da Pistoia, uomo sperto e cortigiano, stato e usato quasi il piú della sua vita con la reina Giovanna di Puglia, e con li signori e baroni di suo tempo e di quello paese. Essendo tornato costui a Pistoia, e facendo là sua dimora, fu stimolato e pinto dalli suoi prossimani, dicendo:
- Deh, messer Niccolò, voi sete un cavaliero d'assai, se non che l'avarizia vi guasta; fate un bello corredo, e mostrate a' Pistolesi non essere avaro come sete tenuto.
Tanto gli dissono che costui fece invitare bene otto dí innanzi tutti li notabili uomeni di Pistoia a mangiare una domenica mattina seco. E cosí fatto, quando giugne al quinto dí, che s'appressava al tempo di comprare le vivande, una notte fra sé medesimo pensò e fondossi pur su l'avarizia, però che il dí vegnente dovea cominciare a sciogliere la borsa, dicendo in sé medesimo: "Questo corredo mi costerà cento fiorini, o piú; e se io ne facesse cinquanta come questo, serebbe uno: non fia che sempre io non sia tenuto avaro. E per tanto, poiché 'l nome dell'avarizia non si dee spegnere, io non sono acconcio per spenderci denaio".
E cosí prese per partito che la mattina, levato che fu, chiamò quel medesimo famiglio che per sua parte avea invitato li cittadini, e disse:
- Tu hai la scritta con che tu invitasti que' cittadini a desinare meco; recatela per mano, e come tu gl'invitasti, va', e svitali.
Dice il famiglio:
- Doh, signore mio, guardate quello che voi fate, e pensate che onore ve ne seguirà.
Dice il cavaliere:
- Bene sta; onore con danno al diavol l'accomanno; va', e fa' quello che io ti dico; e se alcuno ti domanda la cagione, rispondi che io mi sono pensato ch'io perderei la spesa.
E cosí andò il fante, e cosí fece, laonde molti dí se ne disse in Pistoia, facendo scherne al detto messer Niccolò. Il quale, essendogli manifesto, dicea:
- Io voglio innanzi che costoro dicano male di me a corpo vòto, che a corpo satollo del mio.
Io non so se questa fu maggiore cattività che quella che averebbono fatto gli svitati, quando avessono avuto li corpi pieni, che forse con grandissime beffe di lui averebbono patito quelle vivande, dicendo:
- Ben potrà spendere, e fare conviti, ché cosa sforzata pare e sempre avaro fia tenuto.
El cavaliere si rimase nella sua misertà e fuori della pena del convito, che non li fu piccola. Ebbe questo difetto, il quale nel mondo sopra li piú regna per sí fatta forma ch'egli è forse cagione delli maggiori mali che si commettono nel cerchio della terra.


NOVELLA XXIV

Messer Dolcibene al Sepolcro, perché ha dato a uno Judeo, è preso e messo in un loro tempio, là dove nella feccia sua fa bruttare i Judei.

Se nella precedente novella il cavaliere non volle ingannare altrui e mostrare sé essere quello che non era, cosí in questa messer Dolcibene mostrò e fece credere certamente a certi Judei il falso per lo vero. Come addietro è narrato, messer Dolcibene andò al Sepolcro; e come egli era di nuova condizione, e vago di cose nuove, venendo a parole con uno Judeo, perché dicea contro a Cristo, schernendo la nostra fede; dalle quali parole vennono a tanto che messer Dolcibene diede al Judeo di molte pugna; onde fu preso e menato a gran furore, dove fu serrato in un tempio de' Judei.
Venendo in su la mezza notte, essendo tristo e solo cosí incarcerato, gli venne volontà d'andare per lo bisogno del corpo, e non potendo altro luogo piú comodo avere, nel mezzo del tempio scaricò la soma. La mattina di buon'ora vennono certi Judei, e apersono il tempio, dove nel mezzo dello spazzo trovorono questa bruttura. Come la viddono, cominciano a gridare:
- Mora, mora lo cristiano maladetto, che ha bruttato lo tempio dello Dio nostro.
Messer Dolcibene, essendo da costoro assalito e preso, avendo gran paura, disse:
- Io non fui io; ascoltatemi, se vi piace: stanotte in su la mezza notte io senti' gran romore in questo luogo; e guardando che fosse, e io vidi lo Dio vostro e lo Dio nostro che s'aveano preso insieme e dàvansi quanto piú poteano. Nella fine lo Dio nostro cacciò sotto il vostro, e tanto gli diede che su questo smalto fece quello che voi vedete.
Udendo li Judei dire questo a messer Dolcibene, dando alle parole quella tanta fede che aveano, tutti a una corsono a quella feccia, e con le mani pigliandola, tutti i loro visi s'impiastrarono, dicendo:
- Ecco le reliquie del Dio nostro.
E chi piú si studiava di mettersene sul viso, a quello parea essere piú beato; e lasciando messer Dolcibene, n'andorono molti contenti, con li visi cosí lordi: e ancora procurando per lui, però che la tal cosa con gran verità avea loro revelata, il feciono lasciare.
Molto fu piú contento messer Dolcibene ch'e' Judei; però che fu molto novella da esaltare un suo pari e da guadagnare di molti doni, raccontandola a' signori e ad altri. E io credo ch'ella fosse molto accetta a Dio, e che in quello viaggio non facesse cosa tanto meritoria che quelli increduli dolorosi s'imbruttassino in quelle reliquie che allora meritavano.


NOVELLA XXV

Messer Dolcibene per sentenzia del Capitano di Forlí castra con nuovo ordine uno prete, e poi vende li testicoli lire ventiquattro di bolognini.

La seguente novella di messer Dolcibene, della quale voglio ora trattare, fu da dovero, dove la passata fu una beffa.
Nel tempo che messer Francesco degli Ardalaffi era signor di Forlí, una volta fra l'altre v'arrivò messer Dolcibene: e volendo il detto signore per esecuzione fare castrare un prete, e non trovandosi alcuno che 'l sapesse fare, il detto messer Dolcibene disse di farlo elli. Il capitano non averebbe già voluto altro, e cosí fu fatto. E messer Dolcibene fece apparecchiare una botte, e sfondata dall'uno de' lati, la mandò in su la piazza facendo là menare il prete, ed elli col rasoio e con uno borsellino andò nel detto luogo.
Giunti là e l'uno e l'altro, e gran parte di Forlí tratta a vedere, messer Dolcibene avendo fatto trarre le strabule al prete, lo fece salire su la botte a cavalcioni, e li sacri testicoli fece mettere per lo pertugio del cocchiume. Fatto questo, ed elli entrò di sotto nella botte, e col rasoio tagliata la pelle, gli tirò fuora e misseli nel borsellino, e poi gli si mise in uno carniere, però che s'avvisò, come malizioso, di guadagnare, come fece. Il prete doloroso, levato di su la botte, ne fu menato cosí capponato a una stia, e là alquanti dí si fece curare. Il capitano di queste cose tutto godea.
Avvenne poi alquanti dí che uno cugino del prete venne a messer Dolcibene in segreto, pregandolo caramente che quelli granelli gli dovesse dare, ed elli farebbe sí che serebbe contento; però che 'l prete capponato sanza essi dire messa non potea. Messer Dolcibene, aspettando questo mercatante, gli avea già misalti e asciutti, e quanto gli dicesse, e come gli mercatasse, egli n'ebbe lire ventiquattro di bolognini. Fatto questo, con grandissima festa disse al capitano che cosí fatta mercanzia avea venduta; e 'l sollazzo e la festa che 'l capitano ne fece non si potrebbe dire. E in fine, per diletto e non per avarizia, della quale fu nimico, disse che volea questi denari e che elli apparteneano a lui. Messer Dolcibene si poteo assai scuotere, ché convenne che tra le branche di Faraone si cavassono lire dodici di bolognini, dando la metade al detto capitano.
E cosí rimase la cosa che 'l prete se n'andò senza granelli dell'uno de' quali ebbe il capitano lire dodici, e messer Dolcibene altrettanti dell'altro.
Questa fu una bella e nuova mercanzia: cosí delle simili si facessono spesso, ché ne serebbe molto di meglio il mondo; e che fossono tratti a tutti gli altri, acciò che, ricomperandosi, avessono l'uno e l'altro danno, e poi gli si portassono in uno borsellino, che almeno non serebbono li viventi venuti a tanto che bandissono ogni dí le croci sopra le mogli altrui, e che tenessono le femmine alla bandita, chiamandole chi amiche, chi mogli e chi cugine; e li figliuoli che ne nascono, loro nipoti gli battezzano, non vergognandosi d'avere ripieni li luoghi sacri di concubine e di figliuoli nati di cosí dissoluta lussuria.


NOVELLA XXVI

Bartolino farsettaio fiorentino, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo, e col maestro Dino da Olena, insegna loro trarre il sangue, ecc.

La dottrina che seguita non fu meno maestrevole che quella di messer Dolcibene, la quale usoe Bartolino farsettaio, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo e con maestro Dino da Olena, ragionando d'assai cose da diletto con loro, però che come fossono scienziati, erano non meno piacevoli che Bartolino. Fra l'altre cose che costui disse a questi due medici, fu che gli domandò se sapeano come si traea il sangue al peto. Udendo li due valentri uomeni questo, cominciano ad entrare nelle risa per sí fatta forma che quasi rispondere non poteano; pur in fine dissono che no, ma che volentieri l'apparerebbono.
Disse Bartolino:
- Che volete che vi costi?
Disse il maestro Tommaso:
- Voglio che ogni volta che tu avrai male, esser tenuto di medicarti in dono.
E 'l maestro Dino disse che gli volea essere obbligato che ogni volta si volesse far fare uno farsetto non farlo mai fare per altra mano che per la sua.
Disse Bartolino allora:
- E io sono contento; state attenti, e io ve lo mostreroe testeso.
E subito fece un peto nell'acqua del bagno, il quale immantenente gorgogliando venne a galla e fece una vescica. E Bartolino come vide la vescica:
- Ora vi converrebbe avere la saettuzza e darvi entro
Quanti ne avea nel bagno, delle risa furono presso che affogati, e li medici piú che gli altri.
Io scrittore non so qual fosse meglio, o quello che promissono questi medici a Bartolino, o quello che Bartolino insegnò loro. Come che fosse, onestamente Bartolino riprese l'arte loro, che tanto ne sanno molti quanto Bartolino ne 'nsegnò loro, o meno.


NOVELLA XXVII

Marchese Obizzo da Esti comanda al Gonnella buffone che subito vada via, e non debba stare sul suo terreno; e quello che segue.

Il Gonnella piacevole buffone, o uomo di corte che vogliamo dire, mostrò al marchese da Ferrara non meno che Bartolino. Però che avendo il detto buffone commessa alcuna cosa piccola contro al marchese Obizzo, o per avere diletto di lui, gli comandò espressamente che sul suo terreno non dovesse stare; ché se vi stesse, gli farebbe tagliare la testa. Di che il Gonnella, nuovo come egli era, se ne andò a Bologna, e là accattoe una carretta, e su vi misse terreno di quello de' Bolognesi, e detto e accordatosi col guidatore della carretta del pregio, vi salí suso e ritornò in su questa carretta dinanzi al marchese Obizzo. Il quale, veggendo venire il Gonnella in sí fatta maniera, si maravigliò e disse:
- Gonnella, io t'ho detto che tu non debba stare sul mio terreno, e tu mi vieni su una carretta dinanzi. Che vuol dire questo? ha' mi tu per cosí dappoco?
E disse a' famigli suoi che 'l pigliassono a furore.
Disse il Gonnella:
- Signor mio, ascoltatemi per Dio, e fatemi ragione, facendomi impiccare per la gola, se io ho fallato.
Il signore, volonteroso d'udirlo, che ben pensava qualche nuova ragione dirsi per lui, disse:
- Aspettate un poco, tanto che dica ciò che vuole.
Allora il Gonnella disse:
- Signore, voi mi comandaste che io non stesse sul vostro terreno; di che io me ne andai subito a Bologna, e misi su questa carretta terreno bolognese, e su quello sono stato e al presente sono, e non sul vostro, né sul ferrarese.
Il marchese, udendo costui, con gran sollazzo patí questa ragione, dicendo:
- Gonnella, tu se' una falsa gonnella e con tanti colori e sí diversi che non mi vale né ingegno né arte contro alla tua malizia: sta' ove tu vuogli, ch'io te la do per vinta.
E con questa piacevole astuzia rimase a Ferrara, e rimandò la carretta a Bologna, e 'l marchese l'ebbe per da piú che prima.
E cosí con una nuova legge che niuno dottore giammai seppe allegare, il Gonnella allegò sí che a ragione il marchese non seppe contraddire, e 'l Gonnella ne guadagnò una roba.


NOVELLA XXVIII

Ser Tinaccio prete da Castello mette a dormire con una sua figliuola uno giovene, credendo sia femina, e 'l bel trastullo che n'avviene.

Piú nuova e piú archimiata mostra fece colui che si mostrò in questa novella essere femina, ed era uomo. Venendo alla novella, nel mio tempo fu prete d'una chiesa a Castello, contado di Firenze, uno che ebbe nome ser Tinaccio, il quale essendo già vecchio, avea tenuto ne' passati tempi, o per amica o per nimica, una bella giovane dal Borgo Ognissanti, e avea avuto di lei una fanciulla, la quale nel detto tempo era bellissima e da marito: e la fama era per tutto che la nipote del prete era una bella cosa.
Stava non troppo di lungi a questa uno giovane, del cui nome e famiglia voglio tacere, il quale, avendo piú volte veduta questa fanciulla, ed essendone innamorato, pensò una sottile malizia per essere con lei, e venneli fatto. Una sera di tempo piovoso, essendo ben tardi, costui si vestí come una forese, e soggolato che s'ebbe, si mise paglia e panni in seno, facendo vista d'essere pregna e d'avere il corpo a gola, e andossene alla chiesa per addomandare la confessione, come fanno le donne quando sono presso al partorire. Giunta che fu alla chiesa, era presso a un'ora di notte, picchiò la porta, e venendo il cherico ad aprire, domandò del prete. Il cherico disse:
- Elli portò poc'ora fa la comunione a uno, e tornerà tosto.
La donna grossa disse:
- Ohimè, trista, ch'io sono tutta trambasciata.
E forbendosi spesso il viso con uno sciugatoio, piú per non essere conosciuto che per sudore che avesse sul volto, si pose con grande affanno a sedere dicendo:
- Io l'aspetterò, ché per la gravezza del corpo non ci potrei tornare; e anco, se Dio facesse altro di me, non mi vorrei indugiare.
Disse il cherico:
- Sia con la buon'ora.
Cosí aspettando, il prete giunse a un'ora di notte. Il popolo suo era grande: avea assai populane che non le conoscea. Come la vide al barlume, la donna archimiata con grande ambascia, e asciugandosi il viso, gli disse che l'avea aspettato, e l'accidente il perché. E 'l prete la cominciò a confessare. La maschia donna, com'era, fece la confessione ben lunga, acciò che la notte sopravvenisse bene. Fatta la confessione, la donna cominciò a sospirare, dicendo:
- Trista, ove n'andrò oggimai istasera?
Ser Tinaccio disse:
- E’ serebbe una sciocchezza; egli è notte buia e pioveggina e par che sia per piovere piú forte; non andate altrove: statevi stasera con la mia fanciulla, e domattina per tempo ve n'anderete.
Come la maschia donna udí questo, gli parve essere a buon punto di quello che desiderava; e avendo l'appetito a quello che 'l prete dicea, disse:
- Padre mio, io farò come voi mi consigliate, però che io sono sí affannata per la venuta che io non credo che io potesse andare cento passi sanza gran pericolo, e 'l tempo è cattivo e la notte è, sí che io farò come voi dite. Ma d'una cosa vi prego, che se 'l mio marito dicesse nulla, che voi mi scusiate.
Il prete disse:
- Lasciate fare a me
E andata alla cucina, come il prete la invioe, cenò con la sua fanciulla, spesso adoprando lo sciugatoio al viso per celare la faccia.
Cenato che ebbono, se ne andorono al letto in una camera, che altro che uno assito non v'avea in mezzo da quella di ser Tinaccio. Era quasi sul primo sonno che 'l giovane donna cominciò a toccar le mammelle alla fanciulla, e la fanciulla già avea dormito un pezzo; e 'l prete s'udía russare forte; pur accostandosi la donna grossa alla fanciulla, e la fanciulla, sentendo chi per lei si levava, comincia a chiamare ser Tinaccio, dicendo:
- Egli è maschio.
Piú di tre volte il chiamò pria che si svegliassi; alla quarta:
- O ser Tinaccio, egli è maschio.
E ser Tinaccio tutto dormiglioso dice:
- Che di' tu?
- Dico ch'egli è maschio.
Ser Tinaccio, avvisandosi che la buona donna avesse fatto il fanciullo, dicea:
- Aiutalo, aiutalo, figliuola mia.
Piú volte seguí la fanciulla:
- Ser Tinaccio, o ser Tinaccio, io vi dico ch'egli è maschio.
E quelli rispondea:
- Aiutalo, figliuola mia, aiutalo, che sie benedetta.
Stracco ser Tinaccio, come vinto dal sonno si raddormentoe, e la fanciulla ancora stracca e dalla donna grossa e dal sonno, e ancora parendoli che 'l prete la confortasse ad aiutare quello di cui ella dicea, il meglio che poteo si passò quella notte. E presso all'alba, avendo il giovene adempiuto quanto volle il suo desiderio, manifestandosi a lei, che già sanza mandorle s'era domesticata, e chi egli era, e come acceso del suo amore s'era fatto femina, solo per essere con lei come con quella che piú che altra cosa amava, e per arra, levatosi, in sul partire gli donò denari che aveva allato, profferendoli ciò che avea essere suo; ed ancora ordinò per li tempi avvenire come spesso si trovassono insieme; e fatto questo con molti baci e abbracciamenti pigliò commiato, dicendo:
- Quando ser Tinaccio ti domanderà "che è della donna grossa", dirai: "Ella fece istanotte un fanciul maschio, quando io vi chiamava, e istamane per tempo col detto fanciullo s'andò con Dio".
Partitosi la donna grossa, e lasciata la paglia, che portò in seno, nel saccone di ser Tinaccio; il detto ser Tinaccio, levandosi, andò verso la camera della fanciulla, e disse:
- Che mala ventura è stata questa istanotte, che tu non mi hai lasciato dormire? Tutta notte ser Tinaccio, ser Tinaccio : ben, che è stato?
Disse la fanciulla:
- Quella donna fece un bel fanciul maschio.
- O dove è?
Disse la fanciulla:
- Istamane per tempissimo, credo piú per vergogna che per altro, se n'andò col fanciullo.
Disse ser Tinaccio:
- Deh dagli la mala pasqua, ché tanto s'indugiano che poi vanno pisciando li figliuoli qua e là. Se io la potrò riconoscere, o sapere chi sia il marito, ché dee essere un tristo, io gli dirò una gran villania.
Disse la fanciulla:
- Voi farete molto bene, ché anco me non ha ella lasciato dormire in tutta notte.
E cosí finí questa cosa, ché da quell'ora innanzi non bisognò troppo archimia a congiugnere li pianeti, che spesso poi per li tempi si trovorono insieme; e 'l prete ebbe di quelle derrate che danno altrui. Cosí, poiché non si può far vendetta sopra le loro mogli, intervenisse a tutti gli altri, o sopra le nipote, o sopra le figliuole, come fu questa, simile inganno, che per certo e' fu bene uno de' maggiori e de' piú rilevati che mai si udisse.
E credo che 'l giovene facesse piccolo peccato a fallire contro a coloro che, sotto la coverta della religione, commettono tanti falli tutto dí contro alle cose altrui.


NOVELLA XXIX

Uno cavaliero di Francia, essendo piccolo e grasso, andando per ambasciadore innanzi a papa Bonifazio, nell'inginocchiare gli vien fatto un peto, e con un bel motto ramenda il difetto.

Io uscirò ora alquanto di quelle materie e inganni ragionati di sopra, e verrò a uno piacevole motto che uno cavaliere francesco gittò dinanzi a papa Bonifazio ottavo.
Uno cavaliere valente di Francia fu mandato per ambasciador con alcun altro dinanzi a papa Bonifazio, che avea nome messer Ghiriberto, il quale era bassetto di sua persona, e pieno e grasso quanto potea. E giunto il dí che costui dovea sporre questa ambasciata, come uomo non usato a simil faccenda, domandò alcuno che reverenzia si costumava fare quando un suo pari andava dinanzi al Papa. Fugli detto che convenía che s'inginocchiasse tre volte per la tal forma. Essendo il cavaliere di tutto informato, andò il dí medesimo dinanzi al Papa per disporre l'ambasciata; e volendo fare destramente piú che non potea la sua persona, s'inginocchiò la prima volta; come che gli fosse fatica, pur n'uscío; venendo alla seconda inginocchiazione, la fatica della prima aggiugnendosi con la seconda, e 'l volere fare presto e non potere, lo costrinse a far sí che la parte di sotto si fe' sentire. El cavaliere, veggendo esser vituperato, subito soccorse, dandosi delle mani nell'anche, dicendo:
- Lascia parlare moi, che mala mescianza vi don Doi.
Papa Bonifazio, che ogni cosa avea sentito, e ancora il piacevole motto dello ambasciadore, disse:
- Dite ciò che voi volete, che io v'intenderò bene.
E giugnendo appiè del Santo Padre, con grande sollazzo il ricevette; ed elli seguío la sua ambasciata, e per averla sposta con due bocche ebbe meglio dal Papa ciò che domandò.

Molto fu da gradire il tostano rimedio di questo cavaliero, il quale, sentendosi contra il suo volere caduto in tal vergogna, subito ricorse a quello, ché altro rimedio non vi era, né piú piacevole. Altri scientifichi uomeni già sono stati, che dicendo una ambasciata dinanzi al Papa, sanza che caso sia occorso loro di vergogna, sono cascati, non sappiendo perché, in sí fatta maniera che sono penati una gran pezza a ritornare in loro.


NOVELLA XXX

Tre ambasciadori cavalieri sanesi e uno scudiere vanno al Papa. Fanno dicitore lo scudiere, e la cagione perché, e quello che con piacere ne seguío.

Non fu meno coraggioso questo ambasciadore sanese a dire arditamente la sua ambasciata dinanzi al Papa, che fosse il cavaliero di Francia.
Fu in Siena al tempo di Gregorio papa decimo ordinato di mandarli una solenne ambasciata, ed elessono tre cavalieri e uno che non era cavaliere, il quale era il migliore dicitore di Siena, quando tre o quattro volte avesse bevuto d'un buon vino prima che disponesse l'ambasciata: e non beendo per lo modo detto, non averebbe saputo dire una gobbola. E questa condizione, o natura, a me scrittore mi pare che fosse delle strane e delle diverse che mai s'udissono.
Mossonsi questi quattro ambasciadori sanesi, e andarono a Corte: ed essendo la mattina che doveano sporre l'ambasciata, tiratisi da parte all'albergo, cominciò a dire alcuno de' cavalieri:
- Chi dirà?
Disse uno di loro:
- Cioè? E chi nol sa chi dee dire? dica il tale.
Costui si cominciò a difendere, che non era cavaliere; e che, dicendo egli, era fare vergogna agli altri compagni ambasciadori, che erano cavalieri; e quella per niun modo volea fare.
Brievemente, e' si poteo ben dire di Berta e di Bernardo, che costui pinto da' tre convenne che fosse il dicitore. E col modo usato fu mandato per lo migliore vino della terra e per li confetti. Beúto che n'ebbe il dicitore tre volte, andorono a disporre l'ambasciata, la quale fu per lo scudiere tanto ben disposta, quanto altra che disponesse mai. Fatto questo, ed essendo per quella mattina dal papa licenziati, tornorono all'albergo. Ed essendo alquanto ristretti insieme, disse il dicitore a' cavalieri:
- Io non so se io dissi bene, e a vostro modo.
Dissono li cavalieri:
- Per certo tu dicesti meglio che tu dicessi mai.
Rispose il dicitore e presto:
- Per lo santo sangue di Dio, che se io avesse beúto un altro tratto io gli averei dato nel viso.
Quanto li cavalieri del detto di questo loro compagno risono, non si potrebbe dire. E 'l dicitore mostrò che, chi non ha cuore, lasciando ogni temerità, giammai non può ben dire.
E cosí è veramente, che 'l dicitore, quando parla, conviene che sia sicuro e coraggioso, però che 'l dire sempre manca per lo timore; e chi è ben pronto e ardito dinanzi al sommo pontefice, rade volte o non mai avviene che dinanzi ad ogni signore non dica arditamente.


NOVELLA XXXI

Due ambasciadori di Casentino sono mandati al vescovo Guido d'Arezzo; dimenticano ciò che è stato commesso, e quello che 'l vescovo dice loro, e come tornati hanno grande onore per aver ben fatto.

Se lo passato ambasciadore ampliava il suo dire, o la sua rettorica per bere il vino, in questa mostrerrò come due ambasciadori per lo bere d'un buon vino, come che non fossono di gran memoria, ma quella cotanta che aveano quasi perderono.
Quando il vescovo Guido signoreggiava Arezzo, si creò per li Comuni di Casentino due ambasciadori, per mandare a lui addomandando certe cose. Ed essendo fatta loro la commessione di quello che aveano a narrare, una sera al tardi ebbono il comandamento di essere mossi la mattina. Di che tornati la sera a casa loro, acconciarono loro bisacce, e la mattina si mossono per andare al loro viaggio imposto. Ed essendo camminati parecchie miglia, disse l'uno all'altro:
- Hai tu a mente la commessione che ci fu fatta?
Rispose l'altro che non gliene ricordava.
Disse l'altro:
- O io stava a tua fidanza.
E quelli rispose:
- E io stava alla tua.
L'un guata l'altro, dicendo:
- Noi abbiàn pur ben fatto! O come faremo?
Dice l'uno:
- Or ecco, noi saremo tosto a desinare all'albergo, e là ci ristrigneremo insieme, non potrà essere che non ci torni la memoria.
Disse l'altro:
- Ben di' -; e cavalcando e trasognando pervennono a terza all'albergo dove doveano desinare, e pensando e ripensando, insino che furono per andare a tavola, giammai non se ne poterono ricordare.
Andati a desinare, essendo a mensa, fu dato loro d'uno finissimo vino. Gli ambasciadori, a cui piacea piú il vino che avere tenuta a mente la commessione, si comincia ad attaccare al vetro; e béi e ribei, cionca e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino della loro ambasciata ma e' non sapeano dove si fossono, e andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si destaron tutti intronati. Disse l'uno all'altro:
- Ricorditi tu ancora del fatto nostro?
Disse l'altro:
- Non so io; a me ricorda che 'l vino dell'oste è il migliore vino che io beessi mai; e poi ch'io desinai, non mi sono mai risentito, se non ora; e ora appena so dove io mi sia.
Disse l'altro:
- Altrettale te la dico; ben, come faremo? che diremo?
Brievemente disse l'uno:
- Stiànci qui tutto dí oggi; e istanotte (ché sai che la notte assottiglia il pensiero) non potrà essere che non ce ne ricordi.
E accordaronsi a questo; e ivi stettono tutto quel giorno, ritrovandosi spesso co' loro pensieri nella Torre a Vinacciano. La sera essendo a cena e adoperandosi piú il vetro che 'l legname, cenato che ebbono, appena intendea l'uno l'altro. Andaronsi al letto, e tutta notte russorono come porci. La mattina levatisi, disse l'uno:
- Che faremo?
Rispose l'altro:
- Mal che Dio ci dia, ché poi che istanotte non m'è ricordato d'alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai.
Disse l'altro:
- Alle guagnele, che noi bene stiamo, che io non so quello che si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi' cosí fiso, sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte in questo albergo.
- Che diavol vuol dir questo? - disse l'altro. -
Saliamo a cavallo, e andiamo con Dio; forse tra via pur ce ne ricorderemo.
E cosí si partirono, dicendo per la via spesso l'uno all'altro:
- Ricorditi tu?
E l'altro dice:
- No, io.
- Né io.
Giunsono a questo modo in Arezzo, e andorono all'albergo; dove spesso tirandosi da parte, con le mani alle gote, in una camera, non poterono mai ricordarsene. Dice l'uno, quasi alla disperata:
- Andiamo, Dio ci aiuti.
Dice l'altro:
- O che diremo, che non sappiamo che?
Rispose quelli:
- Qui non dee rimanere la cosa.
Misonsi alla ventura, e andorono al vescovo; e giugnendo dove era, feciono la reverenzia, e in quella si stavano senza venire ad altro. Il vescovo, come uomo che era da molto, si levò e andò verso costoro, e pigliandoli per la mano, disse:
- Voi siate li ben venuti, figliuoli miei; che novelle avete voi?
L'uno guata l'altro:
- Di' tu.
- Di' tu.
E nessuno dicea. Alla fine disse l'uno:
- Messer lo vescovo, noi siamo mandati ambasciadori dinanzi alla vostra signoria da quelli vostri servidori di Casentino, ed eglino che ci mandano, e noi che siamo mandati, siamo uomeni assai materiali; e ci feciono la commessione da sera in fretta; come che la cosa sia, o e' non ce la seppono dire, o noi non l'abbiamo saputa intendere. Preghianvi teneramente che quelli Comuni e uomeni vi siano raccomandati, che morti siano egli a ghiadi che ci mandorono, e noi che ci venimmo.
Il vescovo saggio mise loro la mano in su le spalle, e disse:
- Or andate, e dite a quelli miei figliuoli, che ogni cosa che mi sia possibile nel loro bene, sempre intendo di fare. E perché da quinci innanzi non si diano spesa in mandare ambasciadori, ognora che vogliono alcuna cosa, mi scrivino, e io per lettera risponderò loro.
E cosí pigliando commiato, si partirono.
Ed essendo nel cammino, disse l'uno all'altro:
- Guardiamo che e' non c'intervenga al tornare, come all'andare.
Disse l'altro:
- O che abbiamo noi a tenere a mente?
Disse l'altro:
- E però si vuol pensare, però che noi averemo a dire quello che noi esponemmo, e quello che ci fu risposto. Però che s'e' nostri di Casentino sapessono come dimenticammo la loro commessione, e tornassimo dinanzi da loro come smemorati, non che ci mandassono mai per ambasciadori, ma mai offizio non ci darebbono.
Disse l'altro, che era piú malizioso:
- Lascia questo pensiero a me. Io dirò che sposto che avemo l'ambasciata dinanzi al vescovo, che egli graziosamente in tutto e per tutto s'offerse essere sempre presto a ogni loro bene, e per maggiore amore disse che per meno spesa ogni volta che avessono bisogno di lui, per loro pace e riposo scrivessero una semplice lettera, e lasciassono stare le 'mbasciate.
Disse l'altro:
- Tu hai ben pensato; cavalchiamo pur forte, che giunghiamo a buon'ora al vino che tu sai.
E cosí spronando, giunsono all'albergo, e giunto un fante loro alla staffa, non domandorono dell'oste, né come avea da desinare, ma alla prima parola domandorono quello che era di quel vino.
Disse il fante:
- Migliore che mai.
E quivi s'armorono la seconda volta non meno della prima, e innanzi che si partissono, però che molti muscioni erano del paese tratti, il vino venne al basso, e levossi la botte. Gli ambasciadori dolenti di ciò la levorono anco ellino, e giunsono a chi gli avea mandati, tenendo meglio a mente la bugia che aveano composta che non feciono la verità di prima, dicendo che dinanzi al vescovo aveano fatto cosí bella aringhiera, e dando ad intendere che l'uno fosse stato Tulio e l'altro Quintiliano, e' furono molto commendati, e da indi innanzi ebbono molti officii, che le piú volte erano o sindachi, o massai.
Oh quanto interviene spesso, e non pur de' pari di questi omicciatti, ma de' molto maggiori di loro, che sono tutto dí mandati per ambasciadori, che delle cose che avvengono hanno a fare quello che 'l Soldano in Francia; e scrivono e dicono che per dí e per notte mai non hanno posato, ma sempre con grande sollecitudine hanno adoperato, e tutta è stata loro fattura; che attagliono e intervengono, ed eglino seranno molte volte con quel sentimento che un ceppo; e fiano commendati da chi gli ha mandati, e premiati con grandissimi officii e con altri guiderdoni perché li piú si partono dal vero e spezialmente quando per essere loro creduto se ne veggiono seguire vantaggio.


NOVELLA XXXII

Uno frate predicatore in una terra toscana, di quaresima predicando, veggendo che a lui udire non andava persona, truova modo con dire che mostrerrà che l'usura non è peccato, che fa concorrere molta gente a lui e abbandonare gli altri.

Meglio seppe comporre una sua favola uno frate, del quale parlerò in questo capitolo, che non seppono comporre la loro gli ambasciadori di Casentino. Però che in una terra delle grandi di Toscana, predicandosi nel tempo di quaresima, come è d'usanza, in piú luoghi, uno frate predicatore veggendo che agli altri che predicavono, come spesso interviene, andava molta gente, e a lui quasi non andava persona, disse uno mercoledí mattina in pergamo:
- Signori, egli è buona pezza che io ho veduto tutti gli teologhi e predicatori in un grande errore; e questo è ch'egli hanno predicato che 'l prestare sia usura e grandissimo peccato, e che tutti i prestatori vanno a dannazione. E io per quello che io posso comprendere, e che io ho trovato, ho veduto che 'l prestare non è peccato. E acciò che voi non crediate che io dica da beffe, o che io faccia stremi argomenti di loica, io vi dico ch'egli è tutto il contrario di questo, ch'egli hanno sempre predicato. E perché non crediate che io dica favole, perché la materia è grande, se io averò il tempo, io ne predicherò domenica mattina; e se io non avesse il tempo, un altro dí che mi venga a taglio, sí che ne anderete contenti, e fuori d'ogni errore.
La gente udendo questo, chi mormora di qua, e chi borboglia di là. Finita la predica, escono della chiesa; la boce va qua e là; ciascuno pensa: "Che vuol dire questo?" Gli prestatori stanno lieti, e gli accattatori tristi; e tale non avea prestato, che comincia a prestare. Chi dice: "Costui dee essere un valentissimo uomo"; e chi dice che dee esser