Emilio Salgari
I MISTERI DELLA JUNGLA NERA
PARTE PRIMA
L'assassinio
Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d'aver solcato le nevose montagne dell'Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l'immensa estensione di terre strette fra l'Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d'isole, d'isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di "Sunderbunds".
Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste "Sunderbunds". Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall'est all'ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
E' raro se scorgete un "banian" torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v'accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all'olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano, di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle "Sunderbunds" ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle "Sunderbunds", sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell'aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.
Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il "rubdira mandali" il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il "thug" indiano, aspettando ansiosamente l'arrivo d'un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!
Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle "Sunderbunds" meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala. Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran "dootèe" di "chites" stampato un indiano d'atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un'agilità di quadrumane.
Era un bel tipo di bengalese, sui trent'anni, di tinta giallastra ed estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco, aveva bei lineamenti labbra piene senz'essere grosse e che lasciavano intravvedere un'ammirabile dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno particolare dei settari di Siva.
Tutto l'insieme esprimeva una energia rara ed un coraggio straordinario, di cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
Come si disse, dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Grosse goccie di sudore irrigavano la sua fronte, che talvolta si aggrottava, si offuscava; il suo ampio petto sollevavasi impetuosamente, scomponendo il "dootèe" che l'avvolgeva; le sue mani piccole come quelle d'una donna, si chiudevano convulsivamente e correvano spesso alla testa, strappando il turbante e mettendo allo scoperto il cranio accuratamente rasato.
Delle parole tronche, delle frasi bizzarre, di quando in quando uscivano dalle sue labbra, pronunciate con un tono di voce dolce, appassionato.
- Eccola, - diceva egli sorridendo. - Il sole tramonta... scende dietro i bambù... il pavone tace, il marabù s'alza, lo sciacallo urla... Perché non si mostra?... Che ho fatto io? Non è questo il luogo?... Non è quello il mussenda dalle foglie sanguigne?... Vieni vieni, o dolce apparizione... soffro, sai, soffro ed anelo l'istante di rivederti.
Ah!... Eccola, eccola... i suoi azzurri occhi mi guardano, le sue labbra sorridono... Oh! come è divino quel sorriso! Mia celeste visione, perché rimani muta dinanzi a me? Perché mi guardi così?...
Non aver paura di me: sono Tremal-Naik, il "cacciatore di serpenti della jungla nera"... Parla, parla, lascia che io oda la tua dolce voce... Il sole tramonta, le tenebre calano come corvi sui bambù...
non sparire, non sparire, non lo voglio, no! no! no!
L'indiano emise un acutissimo grido e sulla sua faccia si dipinse una viva angoscia.
A quel grido, dalla capanna uscì, correndo, un secondo indiano. Era questi di statura assai più bassa dell'addormentato ed assai esile, con gambe e braccia che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio. Il tipo fierissimo, lo sguardo fosco, il corto "languti" che coprivagli i fianchi, le buccole che pendevano dai suoi orecchi, tutto insomma lo davano a conoscere a prima vista per un maharatto, gente bellicosa dell'India occidentale.
- Povero padrone, - mormorò egli, guardando l'addormentato. - Chi sa qual terribile sogno turba il suo sonno.
Riattizzò il fuoco, poi sedette accanto al padrone, agitando dolcemente un "dugbah" di bellissime penne di pavone.
- Quale mistero, - ripigliò l'addormentato con voce rotta. - Mi pare di vedere delle macchie di sangue!... Dolce visione fuggi di là...
t'insanguinerai. Perché tutto quel rosso?... Perché tutti quei lacci?
Si vuole strangolare qualcuno adunque? Quale mistero?
- Cosa dice? - si domandò il maharatto, sorpreso.- Sangue, visioni, lacci?... Quale sogno!
Ad un tratto l'addormentato si scosse; sbarrò gli occhi, scintillanti come due neri diamanti e s'alzò a sedere.
- No!... No!... - esclamò egli con voce rauca. - Non voglio!...
Il maharatto lo guardò con occhi compassionevoli.
- Padrone, - mormorò egli. - Cos'hai?
L'indiano parve che ritornasse in sé. Chiuse gli occhi, poi tornò a riaprirli, fissando in volto il maharatto.
- Ah! sei tu, Kammamuri! - esclamò.
- Sì, padrone.
- Cosa fai tu qui?
- Veglio su di te e scaccio le zanzare.
Tremal-Naik aspirò fortemente l'aria fresca della notte, passandosi più volte le mani sulla fronte.
- Dove sono Hurti ed Aghur! - chiese, dopo qualche istante di silenzio.
- Nella jungla. Ieri sera hanno scoperto le traccie di una gran tigre e questa mane si sono recati a cacciarla.
- Ah! - fe' sordamente Tremal-Naik.
La sua fronte si aggrottò e un profondo sospiro che pareva un ruggito soffocato, venne a morirgli sulle aride labbra.
- Cos'hai padrone? - chiese Kammamuri. - Tu stai male.
- Non è vero.
- Eppure dormendo ti lagnavi.
- Io?...
- Sì, padrone, tu parlavi di strane visioni.
Un amaro sorriso sfiorò le labbra del "cacciatore di serpenti".
- Soffro, Kammamuri, - diss'egli con rabbia. - Oh! ma soffro molto.
- Lo so, padrone.
- Come lo sai tu?
- Da quindici giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughe, e sei malinconico, taciturno. Una volta tu non eri così triste.
- E' vero, Kammamuri.
- Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere nella jungla?
- Non dirlo, Kammamuri. E' qui, fra questi deserti di spine, fra queste paludi, sulla terra delle tigri e dei serpenti, che io son nato e cresciuto e qui, nella mia cara jungla morirò.
- E' una donna, una visione, un fantasma!
- Una donna! - esclamò Kammamuri sorpreso. - Una donna hai detto?
Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la fronte fra le mani, come se volesse soffocare qualche tetro pensiero.
Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzio, appena rotto dal gorgoglio della fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che accarezzava l'immensa jungla.
- Ma dove hai veduto questa donna? - chiese alfine Kammamuri.- Dove mai, ché la jungla non ha che delle tigri per abitanti?
- L'ho veduta nella jungla, Kammamuri, - disse Tremal-Naik con voce cupa. - Era una sera, oh non la scorderò mai, quella sera, Kammamuri!
Io cercavo i serpenti sulle rive d'un ruscello, laggiù, proprio nel più folto dei bambù, quando a venti passi da me, in mezzo ad una macchia di mussenda, dalle foglie sanguigne, apparve una visione, una donna bella, raggiante, superba. Non ho mai creduto, Kammamuri, che esistesse sulla terra una creatura così bella, né che gli dei del cielo fossero capaci di crearla.
Aveva neri e vivi gli occhi, candidi i denti, bruna la pelle e dai suoi capelli d'un castagno cupo, ondeggianti sulle spalle, ne veniva un dolce profumo che inebbriava i sensi.
Ella mi guardò, emise un gemito lungo, straziante, poi scomparve al mio sguardo. Mi sentii incapace di muovermi e rimasi là, colle braccia tese innanzi, trasognato. Quando tornai in me e mi misi a cercarla, la notte era scesa sulla jungla, e non vidi né udii più nulla.
Chi era quella apparizione? Una donna od uno spirito celeste? Ancora lo ignoro. - Tremal-Naik si tacque. Kammamuri notò che egli tremava sì forte da temere che avesse la febbre - Quella visione mi fu fatale, - ripigliò Tremal-Naik, con rabbia.- Da quella sera si operò in me uno strano cangiamento; mi parve di essere diventato un altro uomo; e che qui, nel cuore, si sviluppasse una terribile fiamma!
Si direbbe che quell'apparizione mi ha stregato. Se sono nella jungla, me la vedo danzare dinanzi agli occhi; se sono sul fiume la vedo nuotare dinanzi la prua del mio battello; penso e il mio pensiero corre a lei; dormo e in sogno mi appare sempre lei. Mi sembra di essere pazzo.
- Mi spaventi, padrone, - disse Kammamuri, girando all'intorno uno sguardo pauroso. - Chi era quella bella creatura?
- L'ignoro, Kammamuri. Ma era bella oh sì! molto bella! - esclamò Tremal-Naik con accento appassionato.
- Forse uno spirito!
- Forse.
- Forse una divinità?
- Chi può dirlo?
- E non l'hai più veduta?
- Si, l'ho veduta ancora e molte e molte volte. La sera dopo, alla medesima ora, senza sapere il come, mi trovava sulle rive del ruscello. Quando la luna s'alzò dietro le oscure foreste del settentrione, quella superba creatura riapparve fra le macchie dei mussenda.
- Chi sei? - gli chiesi.
- Ada, - mi rispose.
E disparve emettendo il medesimo gemito. Mi sembrò che sprofondasse sotto terra.
- Ada! - esclamò Kammamuri. - Che nome è questo?
- Un nome che non è indiano.
- E non aggiunse altra parola?
- Nessuna.
- E' strano; io non sarei più ritornato.
- Ed io vi ritornai. V'era una forza irresistibile, potente che mi spingeva mio malgrado verso quel luogo; più volte tentai di fuggire e mi mancò la forza di farlo. Ti ho detto che mi pareva d'essere stregato.- E cosa provavi in sua presenza?
- Non lo so, ma il cuore mi batteva forte forte.
- Non l'avevi, prima, mai provata quella sensazione?
- Mai, - disse Tremal-Naik.
- Ed ora la vedi ancora quella creatura?
- No, Kammamuri. La vidi dieci sere di seguito; alla stessa ora comparivami dinanzi agli occhi mi contemplava mutamente, poi scompariva senza rumore. Una volta le feci un cenno, ma non si mosse; un'altra volta aprii le labbra per parlare, ed ella si pose un dito sulla bocca invitandomi a tacere.
- E tu non la seguisti mai?
- Mai, Kammamuri, perché quella donna mi faceva paura. Quindici giorni or sono, mi apparve vestita tutta di seta rossa e mi guardò più a lungo del solito. La sera seguente invano l'aspettai, invano la chiamai: non la rividi più.
- E' un'avventura strana, - mormorò Kammamuri.
- E' terribile, invece, - disse Tremal-Naik con voce sorda. - Non ho più bene, non sono più l'uomo di una volta; mi sento indosso la febbre e una smania furiosa di rivedere quella visione che mi stregò.
- Allora tu ami quella visione.
- L'amo! Non so cosa significhi questa parola.
In quell'istante, ad una grande distanza, verso le immense paludi del sud, echeggiarono alcune note acutissime. Il maharatto si alzò di scatto e divenne cinereo.
- Il "ramsinga"! esclamò egli, con terrore.
- Cos'hai che ti sgomenti? - chiese Tremal-Naik.
- Non odi il "ramsinga"?
- Ebbene, cosa vuol dir ciò?
- Segnala una disgrazia, padrone.
- Follie, Kammamuri.
- Non ho mai udito suonare il "ramsinga" nella jungla, fuorché la notte che fu assassinato il povero Tamul.
A quel ricordo una profonda ruga solcò la fronte del "cacciatore di serpenti".
- Non sgomentarti, - diss'egli, sforzandosi di parer calmo. - Tutti gli indiani sanno suonare il "ramsinga" e tu sai che talvolta qualche cacciatore ardisce porre il piede sulla terra delle tigri e dei serpenti.
Aveva appena terminato di parlare, che s'udi il lamentevole urlio d'un cane e poco dopo un potente miagolìo che poteva scambiarsi per un vero ruggito. Kammamuri fremette dalla testa alle piante.
- Ah! padrone! - esclamò. - Anche il cane e la tigre segnalano una sventura.
- Darma! Punthy! - gridò Tremal-Naik.
Una superba tigre reale, di alta statura, di forme vigorose, col mantello aranciato e screziato di nero, uscì dalla capanna e fissò il padrone con due occhi che mandavano terribili lampi. Dietro ad essa comparve, qualche istante dopo, un cagnaccio nero, con lunga coda, orecchi aguzzi, ed il collo armato di un grosso anello di ferro irto di punte.
- Darma! Punthy! - ripeté Tremal-Naik.
La tigre si raccolse su se stessa, emise un sordo brontolìo e con un salto di quindici piedi venne a cadere ai piedi del padrone.
- Cos'hai, Darma? - chiese egli, passando le sue mani sul robusto dorso della belva. - Tu sei inquieta.
Il cane invece di accorrere dal padrone si piantò sulle quattro zampe allungò la testa verso il sud, fiutò per qualche tempo l'aria ed abbaiò lamentosamente tre volte. - Che sia toccata qualche disgrazia ad Hurti e ad Aghur? - mormorò il "cacciatore di serpenti", con inquietudine.
- Lo temo, padrone, - disse Kammamuri, gettando sguardi spaventati sulla jungla. - A quest'ora dovrebbero essere qui, ed invece non danno segno di vita.
- Hai udito nessuna detonazione, durante la giornata?
- Sì, una verso la metà del meriggio, poi più nulla.
- Da dove veniva?
- Dal sud, padrone.
- Hai mai veduto alcuna persona sospetta aggirarsi nella jungla?
- No, ma Hurti mi disse d'aver veduto, una sera delle ombre sulle rive dell'isola Raimangal ed Aghur d'avere udito degli strani rumori provenire dal "banian sacro".
- Ah! dal "banian"! - esclamò Tremal-Naik. - Hai udito qualche cosa anche tu?
- Forse. Cosa facciamo, padrone?
- Aspettiamo.
- Ma possono...
- Zitto! - disse Tremal-Naik, stringendogli un braccio con forza tale da arrestargli il sangue.
- Cos'hai udito? - mormorò il maharatto, battendo i denti.
- Guarda laggiù, non ti sembra che i bambù della jungla si muovano?
- E' vero, padrone.
Punthy fece udire per la terza volta il suo lamentevole urlo, che fu seguito dalle note acute del misterioso "ramsinga". Tremal-Naik si strappò dalla cintura di pelle di tigre una lunga e ricca pistola incrostata d'argento e l'armò.
In quell'istante un indiano, d'alta statura, seminudo, armato d'una sola scure, si slanciò fuori dai bambù correndo a rompicollo verso la capanna.
- Aghur! - esclamarono ad una voce Tremal-Naik ed il maharatto.
Punthy gli si slanciò contro urlando lugubremente.
- Padrone!... pa... drone! - rantolò l'indiano.
Giunse come un fulmine dinanzi alla capanna, barcollò come fosse stato colpito da un improvviso malore, stralunò gli occhi, gettò un grido strozzato come un rantolo e piombò fra le erbe come albero sradicato dal vento.
Tremal-Naik gli si era precipitato sopra. Una esclamazione di sorpresa gli sfuggi.
L'indiano pareva moribondo. Aveva alle labbra una spuma sanguigna, tutto il volto lacerato ed imbrattato di sangue, gli occhi stravolti e dilatati enormemente ed ansimava emettendo rauchi sospiri.
- Aghur! - esclamò Tremal-Naik. - Che cosa ti è successo? Dov'è Hurti?
La faccia d'Aghur, a quel nome si contrasse spaventosamente e colle unghie sollevò rabbiosamente la terra.
- Padrone... pa...drone! - balbettò egli con profondo terrore.
- Continua.
- Sof... foco... ho corso... ah! padrone.
- Che sia avvelenato? - mormorò Kammamuri.
- No, - disse Tremal-Naik. - Il povero diavolo ha galoppato come un cavallo e soffoca; fra qualche minuto si sarà rimesso. - Infatti Aghur cominciava a ritornare in sé, ed a respirare liberamente.
- Parla, Aghur, - disse Tremal-Naik, dopo qualche minuto. - Perché sei ritornato solo? Perché tanto terrore? Cosa è successo al tuo compagno?
- Ah! padrone, - balbettò l'indiano rabbrividendo.- Quale disgrazia!
- Il "ramsinga" l'aveva annunciata, - mormorò Kammamuri, sospirando.
- Avanti, Aghur, - incalzò il "cacciatore di serpenti".
- Se l'aveste veduto il poveretto... era là, disteso per terra, irrigidito, cogli occhi fuor dalle orbite...
- Chi?... chi?...
- Hurti!
- Hurti morto! - esclamò Tremal-Naik.
- Si, l'hanno assassinato ai piedi del "banian sacro".
- Ma chi l'ha assassinato? Dimmelo, che io vada a vendicarlo.
- Non lo so, padrone.
- Narra tutto.
- Eravamo partiti per cacciare una gran tigre. Sei miglia da qui, scovammo la belva la quale, ferita dalla carabina di Hurti, fuggì verso il sud. Seguimmo per quattro ore la sua pista e la ritrovammo presso la riva, di fronte all'isola Raimangal, ma non riuscimmo a ucciderla, poiché appena ci scorse si gettò in acqua approdando ai piedi del gran "banian".
- Bene e poi?
- Io volevo ritornare, ma Hurti si rifiutava dicendo che la tigre era ferita e quindi una facile preda. Attraversammo il fiume a nuoto e giungemmo all'isola Raimangal, dove ci separammo per esplorare i dintorni.
L'indiano s'arrestò battendo i denti pel terrore e divenne pallidissimo.
- Calava la sera, - riprese egli con voce cupa. - Sotto i boschi cominciava a fare oscuro e regnava un silenzio funebre che metteva paura. Tutto ad un tratto una nota acuta, quella del "ramsinga", rimbombo. Mi guardo d'attorno ed i miei occhi s'incontrano con quelli di un'ombra che si teneva a venti passi da me, semi-nascosta fra un cespuglio.
- Un'ombra! - esclamò Tremal-Naik. - Un'ombra hai detto?
- Si, padrone, un'ombra.
- Chi era? Dimmelo, Aghur, dimmelo!
- Mi parve una donna.
- Una donna!
- Si, sono sicuro che era una donna.
- Bella?
- Faceva troppo oscuro perché potessi vederla distintamente.
Tremal-Naik si passò una mano sulla fronte.
- Un'ombra! - ripeté egli, più volte. - Un'ombra laggiù! Se fosse la mia visione?... Tira innanzi, Aghur.
- Quell'ombra mi guardò per alcuni istanti, poi tese un braccio verso di me, invitandomi ad allontanarmi subito. Sorpreso e spaventato ubbidii, ma non avevo fatto ancora cento passi, che un urlo straziante giunse ai miei orecchi. Quel grido lo riconobbi subito: era quello di Hurti!
- E l'ombra? - chiese Tremal-Naik, in preda ad una estrema agitazione.
- Non mi volsi nemmeno indietro per vedere se era rimasta là, oppure scomparsa. Mi slanciai attraverso alla jungla colla carabina in mano e giunsi sotto al gran "banian", ai piedi del quale, disteso sul dorso, vidi il povero Hurti. Lo chiamai e non mi rispose. Lo toccai, era ancora caldo ma il suo cuore non batteva più!
- Sei certo?
- Sicurissimo, padrone.
- Dove era stato colpito?
- Non vidi sul suo corpo ferita alcuna.
- E' impossibile!
- Te lo giuro.
- E non vedesti alcuno?
- Nessuno, né udii alcun rumore. Io ebbi paura mi gettai nel fiume lo attraversai perdendo la carabina e riguadagnai la nostra jungla. Credo di aver fatto sei miglia senza respirare, tanto era il mio spavento.
Povero Hurti!
L'isola misteriosa
Un profondo silenzio seguì la triste narrazione dell'indiano. Tremal- Naik, diventato ad un tratto cupo e nervosissimo, s'era messo a passeggiare dinanzi al fuoco, colla testa china sul petto, la fronte aggrottata e le braccia incrociate. Kammamuri, agghiacciato dal terrore, meditava aggomitolato su se stesso. Persino il cane aveva cessato di fare udire ii suo lamentevole urlo e s'era sdraiato a fianco di Darma.
Le note acute del misterioso "ramsinga" strapparono il "cacciatore di serpenti" dalle sue meditazioni. Alzò il capo come un cavallo di battaglia che ode il segnale della carica, gettò un'occhiata profonda nella deserta jungla sulla quale ondeggiava allora una densa nebbia, carica d'esalazioni velenose, girò su se stesso ed avvicinandosi bruscamente ad Aghur, gli disse:
- Hai udito mai il "ramsinga"?
- Si, padrone, rispose l'indiano, - ma una sola volta.
- Quando?
- La notte che scomparve Tamul, vale a dire sei mesi fa.
- Sicché credi anche tu, come Kammamuri, che segnali una disgrazia?
- Si, padrone.
- Sai chi è che lo suona?
- Non lo seppi mai.
- Credi tu che il suonatore abbia relazione coi misteriosi abitanti di Raimangal?
- Lo credo.
- Chi sospetti che siano quegli uomini?
- Sono poi uomini?
- Non credo che siano le anime dei morti.
- Allora saranno pirati, - disse Aghur.
- E quale interesse possono avere, per assassinare i miei uomini?
- Chissà, forse quello di spaventarci e di tenerci lontani.
- Dove supponi che abbiano le loro capanne?
- L'ignoro, ma oserei dire che ogni notte si radunano sotto la fosca ombra del "banian" sacro.
- Sta bene, - disse Tremal-Naik. - Kammamuri, prendi i remi. Cosa vuoi fare, padrone? - chiese il maharatto.
- Recarmi al "banian".
- Oh! Non farlo, padrone! - gridarono a un tempo i due indiani.
- Perché?
- Ti ammazzeranno come hanno ammazzato il povero Hurti.
Tremal-Naik li guardò con due occhi che mandavano fiamme.
- Il "cacciatore di serpenti" non tremò mai in sua vita, né tremerà questa sera. Al canotto, Kammamuri! - esclamò egli, con un tono di voce da non ammettere replica.
- Ma, padrone!...
- Hai paura forse? - chiese sdegnosamente Tremal-Naik.
- Sono maharatto! - disse l'indiano con fierezza.
- Va' allora. Questa notte io saprò chi sono quegli esseri misteriosi che mi hanno dichiarato la guerra: e chi è colei che mi ha stregato.
Kammamuri prese un paio di remi e si diresse verso la riva. Tremal- Naik entrò nella capanna, staccò da un chiodo una lunga carabina dalla canna rabescata, si muni di una gran fiasca di polvere e si passò nella cintola un largo coltellaccio.
- Aghur, tu rimarrai qui, - diss'egli, uscendo. Se fra due giorni non saremo ritornati, verrai a raggiungerci a Raimangal colla tigre o con Punthy.
- Ah! padrone...
- Non ti senti il coraggio bastante per venire laggiù?
- Del coraggio ne ho, padrone. Volevo dire che fai male a recarti in quell'isola maledetta.
- Tremal-Naik non si lascia assassinare, Aghur.
- Prendi con te Darma. Potrebbe esserti utile.
- Tradirebbe la mia presenza ed io voglio sbarcare senza esser veduto, né udito. Addio, Aghur.
Si gettò la carabina ad armacollo e raggiunse Kammamuri, che lo attendeva presso ad un piccolo "gonga", rozzo e pesante battello, scavato nel tronco di un albero.
- Partiamo, disse.
Saltarono nel battello e presero il largo, remando lentamente ed in silenzio.
Un'oscurità profonda, resa densa da una nebbia pestilenziale che ondeggiava sopra i canali, le isole e le isolette, copriva le "Sunderbunds" e la corrente del Mangal.
A destra ed a sinistra si estendevano masse enormi di bambù spinosi, di cespugli fitti, sotto i quali si udivano brontolare le tigri e sibilare i serpenti, di erbe lunghe e taglienti, confuse, amalgamate, strette le une alle altre in modo da impedire il passo.
In lontananza però, sulla fosca linea dell'orizzonte, spiccavano qua e là alcuni alberi, dei manghi carichi di frutta squisite, dei palmizi tara, dei latania e dei cocchi dall'aspetto maestoso, con lunghe foglie disposte a cupola.
Un silenzio funebre, misterioso, regnava ovunque, rotto appena appena dal mormorio delle acque giallastre che radevano i rami arcuati dei paletuvieri e le foglie del loto e dal fruscio dei bambù scossi da un soffio di aria calda, soffocante, avvelenata.
Tremal-Naik, sdraiato a poppa, col fucile sottomano, taceva e teneva aperti gli occhi fissandoli ora sull'una e ora sull'altra riva, dove udivansi sempre rauchi brontolii e sibili lamentevoli. Kammamuri, invece, seduto nel mezzo, faceva volare il piccolo "gonga" il quale lasciavasi dietro una scia di una fosforescenza ammirabile, da far quasi credere che quelle acque corrotte fossero sature di fosforo.
Ogni qual tratto, però, cessava di remare, ratteneva il respiro e stava alcuni istanti in ascolto, chiedendo di poi al "cacciatore di serpenti" se nulla avesse udito o veduto.
Era di già mezz'ora che navigavano, quando il silenzio fu rotto dal "ramsinga", che si fece udire sulla riva destra, ma cosi vicino, da sospettare che il suonatore si trovasse a un centinaio di passi di distanza.
- Alto! - mormorò Tremal-Naik.
Non aveva ancora terminata la parola, che un secondo "ramsinga" rispose al primo, ma ad una distanza maggiore, intuonando una melodia malinconica, quanto era brillante e viva l'altra. La musica indiana si basa su quattro sistemi che hanno un'intima relazione colle quattro stagioni dell'anno ed a ciascuno di essi viene applicato un tono e modo particolare.
E malinconica nella stagione fredda, viva ed allegra nel ringiovanire della stagione, languida nei grandi calori d'estate e brillante nell'autunno.
Perché mai quei due istrumenti suonavano così contrariamente? Era forse un segnale? Kammamuri lo temeva.
- Padrone - diss'egli, - siamo stati scoperti.
- E' probabile, - rispose Tremal-Naik, che ascoltava attentamente.
- Se ritornassimo? Questa notte non fa per noi.
- Tremal-Naik non ritorna mai. Arranca e lascia che i "ramsinga" suonino a loro piacimento.
Il maharatto riprese i remi spingendo innanzi il "gonga", il quale non tardò a giungere in un luogo dove il fiume stringevasi a mo' di collo di bottiglia. Un buffo d'aria tiepida, soffocante, carica d'esalazioni pestifere, giunse al naso dei due indiani.
Dinanzi a loro, ad un tre o quattrocento passi, apparvero molte fiammelle che vagolavano bizzarramente sulla nera superficie del fiume. Alcune, come fossero attirate da una forza misteriosa, vennero a danzare dinanzi alla prua del "gonga", allontanandosi dipoi con fantastica rapidità.
- Eccoci al cimitero galleggiante, - disse Tremal-Naik. - Fra dieci minuti arriveremo al "banian".
- Passeremo col "gonga"? - chiese Kammamuri.
- Con un po' di pazienza si passerà.
- E' male, padrone, offendere i morti.
- Brahma e Visnù ci perdoneranno. Arranca, Kammamuri.
Il "gonga", con pochi colpi di remo raggiunse la stretta del fiume e sboccò in una specie di bacino, sul quale si intrecciavano i lunghi rami di colossali tamarindi, formando una fitta volta di verzura.
Colà galleggiavano parecchi cadaveri che i canali del Gange avevano trascinato fino al Mangal.
- Avanti! - disse il "cacciatore di serpenti".
Kammamuri stava per ripigliare i remi, quando la volta di verzura, che copriva quel cimitero galleggiante, s'apri per dar passaggio a uno stormo di strani esseri dalle ali nere, i trampoli lunghissimi, i becchi aguzzi e smisurati.
- Cosa c'è di nuovo? - esclamò Kammamuri sorpreso.
- I marabù, - disse Tremal-Naik.
Infatti un centinaio di quei funebri uccelli del sacro fiume, calavano, starnazzando giocondamente le ali, posandosi sui cadaveri.
- Avanti, Kammamuri, - ripeté Tremal-Naik.
Il "gonga" spinto innanzi, e dopo una buona mezz'ora, attraversato il cimitero, trovossi in un bacino assai più ampio, completamente sgombro, che veniva diviso in due bracci da una aguzza punta di terra, sulla quale spiccava un grandissimo e singolare albero.
Il "banian"! - disse Tremal-Naik.
Kammamuri a quel nome fremette.
- Padrone! - mormorò, coi denti stretti.
- Non temere, maharatto. Deponi i remi e lascia che il "gonga" s'areni da sé sull'isola. Forse c'è qualcuno nei dintorni.
Il maharatto ubbidì sdraiandosi sul fondo del canotto, mentre Tremal- Naik, armata per ogni precauzione la carabina, faceva altrettanto.
Il "gonga", trasportato dalla corrente che facevasi lievemente sentire, si diresse, girando su se stesso, verso la punta settentrionale dell'isola Raimangal, sede degli esseri misteriosi che avevano assassinato il povero Hurti.
Un silenzio profondo regnava in quel luogo. Non si udiva nemmeno lo stormire dei giganteschi bambù, essendo cessato il venticello notturno, né le note dei ramsingo. Il fiume stesso pareva che fosse diventato d'olio.
Tremal-Naik di quando in quando, però, alzava con precauzione la testa e scrutava attentamente le rive, per nulla rassicurato da quel silenzio. Il "gonga" si arenò, con un lieve strofinìo, a un centinaio di passi appena dal "banian", ma i due indiani non si mossero.
Passarono dieci minuti d'angosciosa aspettativa, poi Tremal-Naik ardì alzarsi. Prima cosa che gli diede nell'occhio, fu una forma nera, confusa, distesa fra le erbe, ad una ventina di metri dalla riva.
- Kammamuri, - mormorò. - Alzati ed arma le tue pistole.
Il maharatto non se lo fece dire due volte.
- Cosa vedi, padrone? - chiese egli con un filo di voce.
- Guarda laggiù.
- Eh!... - fe' il maharatto, sbarrando gli occhi. - Un uomo!
- Zitto!
Tremal-Naik alzò la carabina prendendo di mira quella massa nera che aveva l'apparenza d'un essere umano sdraiato, ma l'abbassò senza scaricarla.
- Andiamo a vedere cos'è, Kammamuri, - diss'egli.- Quell'uomo non è vivo.
- E se fingesse d'essere morto?
- Peggio per lui.
I due indiani sbarcarono, dirigendosi quatti quatti verso quell'individuo che non dava segno di vita. Erano giunti ad una diecina di passi, quando un marabù si alzò rumorosamente volando verso il fiume.
- E' un uomo morto, - mormorò Tremai-Naik. - Se fosse...
Non terminò la frase. In quattro salti raggiunse quel cadavere; una sorda esclamazione gli uscì dalle labbra contorte per l'ira. - Hurti!
- esclamò.
Infatti quel cadavere era Hurti, il compagno dell'indiano Aghur.
L'infelice era disteso sul dorso, colle gambe e le braccia raggrinzate, probabilmente per lo spasimo, la faccia spaventosamente scomposta e gli occhi aperti, schizzanti dalle orbite. Le ginocchia erano rotte e insanguinate ed egualmente i piedi, segno evidente che era stato trascinato per qualche tratto sul terreno, forse quando era ancora agonizzante, e dalla bocca sbarrata uscivagli d'un buon palmo la lingua.
Tremal-Naik sollevò lo sventurato indiano per vedere in qual luogo era stato colpito, ma non trovò sul corpo di lui alcuna ferita.
Esaminandolo però meglio, vide attorno al collo una lividura assai marcata e dietro il cranio una contusione, che pareva prodotta da una grossa palla o da un sasso arrotondato.
- L'hanno stordito prima e poi strangolato, diss'egli, con voce sorda.
- Povero Hurti, - mormorò il maharatto.- Ma perché assassinarlo e in questo modo?
- Lo sapremo, Kammamuri, e ti giuro che Tremal-Naik non lascierà impunito il delitto.
- Ma temo, padrone, che gli assassini siano molto potenti.
- Tremal-Naik sarà più potente di loro. Orsù, ritorna al canotto.
- E Hurti? Lo lascieremo qui?
- Lo getterò nelle sacre acque del Gange domani mattina.
- Ma le tigri, questa notte lo divoreranno.
- Sul cadavere di Hurti veglia il "cacciatore di serpenti".
- Ma come? Non ritorni tu?
- No, Kammamuri, io rimango qui. Quando avrò sbrigato le mie faccende, abbandonerò quest'isola.
- Ma tu vuoi farti assassinare.
- Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra del fiero indiano.
- Tremal-Naik è un figlio della jungla! Ritorna al canotto, Kammamuri.
- Oh mai, padrone!
- Perché?
- Se ti accade una disgrazia, chi ti aiuterà? Lascia che t'accompagni e ti giuro che ti seguirò dove tu andrai.
- Anche se io mi recassi a trovare la visione?
- Sì, padrone.
- Rimani con me, prode maharatto, e vedrai che noi due faremo per dieci. Seguimi!
Tremal-Naik si diresse verso la riva, afferrò il "gonga" a tribordo e con una violenta scossa lo rovesciò, calando a picco.
- Cosa fai? - chiese Kammamuri, sorpreso.
- Nessuno deve sapere che noi siamo qui giunti. E ora, a noi lo svelare il mistero.
- Cambiarono la polvere alle carabine ed alle pistole, onde essere sicuri di non mancare al colpo, e si diressero verso il "banian", la cui imponente massa spiccava fieramente nella profonda tenebra.
Il vendicatore di Hurti
I "banian", chiamati altresì "al moral" o "fichi delle pagode", sono gli alberi più strani e più giganteschi che si possa immaginare.
Hanno l'altezza ed il tronco delle nostre più grandi e più grosse quercie e dagli innumerevoli rami, tesi orizzontalmente, scendono delle finissime radici aeree, le quali, appena toccano terra, s'affondano e s'ingrossano rapidamente, infondendo nuovo nutrimento e più vigorosa vita alla pianta.
Avviene così, che i rami s'allungano sempre più, generando nuove radici e quindi nuovi tronchi sempre più lontani, di maniera che un albero solo copre una estensione vastissima di terreno. Si può dire che forma una foresta sostenuta da centinaia e centinaia di bizzarri colonnati, sotto i quali i sacerdoti di Brahma collocano i loro idoli.
Nella provincia di Guzerate esiste un "banian" chiamato "Cobir bor" assai venerato dagli indiani ed al quale non esitano a dare tremila anni d'età; ha una circonferenza di duemila piedi e non meno di tremila colonne o radici che dir si voglia. Anticamente era assai più vasto, ma parte di esso fu distrutto dalle acque del Nerbudda, che rosero una parte dell'isola su cui cresce.
Il "banian" sotto il quale i due indiani stavano per passare la notte, era uno dei più giganteschi, fornito di più di seicento colonne, sostenenti smisurati rami carichi di piccoli frutti vermigli e con un tronco grossissimo, ma che ad una certa altezza era tagliato.
Tremal-Naik e Kammamuri, dopo di avere esaminato scrupolosamente colonnato per colonnato per assicurarsi che dietro non celavasi alcuno, si sedettero vicino al tronco l'uno presso l'altro, colla carabina montata, posata sulle ginocchia.
- Qui qualcuno verrà, - disse il "cacciatore di serpenti", sottovoce.
- Sfortuna al primo che giunge sotto il tiro della mia carabina.
- Credi adunque che gli esseri misteriosi che assassinarono Hurti, vengano qui? - chiese Kammamuri.
- Sono certissimo. Vedrai, maharatto, che prima di domani, noi sapremo qualche cosa.
- Ci impadroniremo del primo che viene e lo accopperemo.
- Secondo le circostanze. Orsù, silenzio ora, ed occhi bene aperti.
Trasse da una tasca una foglia somigliante a quella dell'edera, conosciuta in India sotto il nome di "betel" d'un sapore amarognolo e un poco pungente, vi unì un pezzetto di noce di "arecche" e un po' di calce e si mise a masticar questo miscuglio che vuolsi conforti lo stomaco, fortifichi il cervello, preservi i denti e curi l'alito.
Passarono due ore lunghe come due secoli, durante le quali nessun rumore turbò il silenzio che regnava sotto la fitta ombra del gigantesco albero. Doveva essere la mezzanotte o poco meno, quando a Tremal-Naik, che tendeva per bene gli orecchi, sembrò di udire un rumore strano. Lo si avrebbe detto un rombo, simile a uno di quelli che precedono talvolta i terremoti, ma assai più sordo. Tremal-Naik si sentì invadere da una vaga inquietudine.
- Kammamuri - mormorò con un filo di voce. - Sta' in guardia.
- Cos'hai veduto? - chiese il maharatto, trasalendo.
- Nulla, ma ho udito un rumore che mi è nuovo.
- Dove?
- Mi parve che venisse da sotto terra.
- E' impossibile, padrone!
- Tremal-Naik ha gli orecchi troppo acuti per ingannarsi.
- Cosa pensi che sia?
- L'ignoro, ma lo sapremo.
- Padrone, qui c'è qualche terribile mistero.
- Hai paura?
- No, sono maharatto.
- Allora sveleremo ogni cosa.
In quell'istante, sotto terra, s'udì distintamente ripetersi il misterioso rombo. I due indiani si guardarono in volto con sorpresa.
- Si direbbe che qui sotto suonano qualche enorme tamburo, I'hauk per esempio, - disse Tremal-Naik.
- Non può essere altrimenti, - rispose Kammamuri.- Ma come mai viene da sotto terra? Che abbiano il loro asilo sotto la jungla, questi esseri misteriosi?
- Così deve essere, Kammamuri.
- Cosa facciamo, padrone?
- Rimarremo qui: qualche persona uscirà da qualche parte.
- Tykora! - gridò una voce.
I due indiani balzarono simultaneamente in piedi. Cosa strana, incrediblle: quella voce era stata pronunciata così vicina a loro, da credere che la persona che l'aveva e messa fosse dietro le loro spalle.
- Tykora! - mormorò Tremal-Naik. - Chi pronunciò questo nome? Guardò attorno, ma non vide alcuno; guardò in alto, ma non scorse che i rami del "banian", confusi fra le tenebre.
- Che ci sia qualcuno nascosto fra i rami?
- Ma no, - disse Kammamuri, tremando. - La voce si udì dietro di noi.
- E' strano.
- Tykora! - esclamò la medesima voce misteriosa.
I due indiani tornarono a guardarsi intorno. Non era più possibile ingannarsi; qualcuno stava a loro vicino, ma con loro sorpresa e diciamolo pure, terrore, non era visibile.
- Padrone, - mormorò Kammamuri, - abbiamo da fare con qualche spinto.
- Non credo agli spiriti, io, - rispose Tremal-Naik. - Quest'essere che si diverte a spaventarci lo scopriremo.
- Oh!... - esclamò il maharatto, facendo tre o quattro passi indietro, come un ubriaco.
- Cosa vedi Kammamuri?
- Guarda lassù... padrone! Guarda!...
Tremal-Naik alzò gli occhi sul "banian" e scorse un fascio di luce uscire dal tronco mozzato. Malgrado il suo straordinario coraggio, si sentì agghiacciare il sangue nelle vene.
- Della luce! - balbettò, sgomentato.
- Scappiamo, padrone! - supplicò Kammamuri.
Sotto terra si udì per la terza volta il misterioso boato e dal tronco del "banian" uscì la squillante nota del "ramsinga". In lontananza echeggiarono altre note simili.
- Fuggiamo, padrone! - ripeté Kammamuri, pazzo di terrore.
- Mai! - esclamò Tremal-Naik, risolutamente.
Aveva messo il pugnale fra i denti e afferrato la carabina per la canna per servirsene come d'una mazza. D'un tratto cambiò idea.
- Vieni, Kammamuri, - diss'egli. - Prima d'incominciare la pugna, sarà meglio vedere con chi dobbiamo lottare.
Egli trascinò il maharatto ad un duecento passi dal tronco del "banian" e si nascosero dietro a tre o quattro colonne riunite che permettevano ai due indiani di vedere senza essere scoperti.
- Non una parola, ora, - disse. - Al momento opportuno agiremo.
Dal colossale tronco del "banian" uscì un'ultima nota acutissima che svegliò tutti gli echi delle "Sunderbunds". Il fascio di luce che usciva dalla sommità dell'albero si spense e in sua vece apparve una testa umana, coperta da una specie di turbante giallo.
Essa girò all'intorno qualche istante, come per assicurarsi che alcuna persona trovavasi al disotto del gigantesco albero, poi si alzò, ed un uomo, un indiano a giudicarlo dalla tinta, uscì, aggrappandosi ad uno dei rami. Dietro di lui uscirono quaranta altri indiani, i quali si lasciarono scivolare giù pei colonnati, fino a terra.
Erano tutti quasi nudi. Un solo "dubgah", specie di sottanino, d'un giallo sporco, copriva i loro fianchi e sui loro petti scorgevansi dei tatuaggi strani che volevano essere lettere del sanscrito e proprio nel mezzo vedevasi un serpente colla testa di donna.
Un sottile cordone di seta, che pareva un laccio ma che aveva una palla di piombo all'estremità, girava più volte attorno al "dubgah" ed un pugnale era passato in quella strana cintura.
Quegli esseri misteriosi, si assisero silenziosamente per terra, formando un circolo attorno ad un vecchio indiano dalle braccia smisurate, e lo sguardo brillante come quello d'un gatto.
- Figli miei, - disse questi con voce grave. - La nostra possente mano ha colpito lo sciagurato che ardì calcare questo suolo consacrato ai "thugs" ed inviolabile a qualsiasi straniero. E' una vittima di più da aggiungere alle altre cadute sotto il nostro pugnale, ma la dea non è ancora soddisfatta.
- Lo sappiamo, - risposero in coro gl'indiani.
- Sì, figli liberi dell'India, la nostra dea domanda altri sacrifici.
- Che il nostro grande capo comandi e noi tutti partiremo.
- Lo so, che voi siete bravi figli, - disse il vecchio indiano. - Ma il tempo non è ancora venuto.
- Cosa s'aspetta adunque?
- Un gran pericolo ci minaccia, figli. Un uomo ha gettato gli occhi sulla Vergine, che veglia la pagoda della dea.
- Orrore! - esclamarono gl'indiani.
- Sì, figli miei, un uomo audace osò guardare in volto la vaga Vergine, ma quell'uomo se non cadrà sotto la folgore della dea, perirà sotto il nostro infallibile laccio.
- Chi è quest'uomo?
- A suo tempo lo saprete. Portatemi la vittima.
Due indiani si alzarono e si diressero verso il luogo dove giaceva il cadavere del povero Hurti. Tremal-Naik, che aveva assistito senza batter ciglio a quella strana scena, alla vista di quei due uomini che afferravano il morto per le braccia trascinandolo verso il tronco del "banian", si era alzato di scatto colla carabina in mano.
- Ah! maledetti! - esclamò egli con voce sorda togliendoli di mira.
- Cosa fai, padrone? - bisbigliò Kammamuri, prendendogli l'arma ed abbassandola.
- Lascia che li accoppi, Kammamuri, - disse il "cacciatore di serpenti". - Essi hanno ucciso Hurti, è giusto che io lo vendichi.
- Vuoi perderci tutti e due. Sono quaranta.
- Hai ragione, Kammamuri. Li colpiremo tutti in una sola volta.
Riabbassò la carabina e tornò a coricarsi mordendosi le labbra per frenare la collera.
I due indiani avevano allora trascinato Hurti nel mezzo del circolo e l'avevano lasciato cadere ai piedi del vecchio.
-Kâlì! - esclamò egli, alzando gli occhi verso il cielo.
Trasse il pugnale dalla cintura e lo cacciò nel petto di Hurti.
- Miserabile! - urlò Tremal-Naik. - E' troppo!
Egli s'era slanciato fuori dal nascondiglio. Un lampo squarciò le tenebre seguito da una strepitosa detonazione ed il vecchio, colpito in pieno petto dalla palla del "cacciatore di serpenti", cadde sul corpo di Hurti.
Nella jungla
All'improvvisa detonazione, gl'indiani erano balzati in piedi col laccio nella dritta e il pugnale nella sinistra. Vedendo il loro capo dibattersi per terra tutto imbrattato di sangue, dimenticarono per un istante l'uccisore, per accorrere in suo aiuto. Questo momento bastò perché Tremal-Naik e Kammamuri si dessero alla fuga, senza essere scorti.
La jungla coperta di fitti cespugli spinosi e di bambù giganteschi, che promettevano rifugi introvabili, era a pochi passi. I due indiani vi si precipitarono nel mezzo, correndo disperatamente per cinque o sei minuti, poi si lasciarono cadere sotto un gruppo assai folto di bambù, alti non meno di diciotto metri.
- Se ti è cara la vita, - disse rapidamente Tremal-Naik a Kammamuri,- non muoverti.
- Ah padrone! Cosa hai fatto! - disse il povero maharatto. - Li avremo tutti addosso e ci strangoleranno come il disgraziato Hurti.
- Ho vendicato il mio compagno. Del resto non ci troveranno.
- Sono spiriti, padrone.
- Sono uomini. Taci e guardati ben d'attorno.
In lontananza si udivano le urla dei terribili abitanti del "banian".
- Vendetta! Vendetta! - gridavano.
Tre note acute, le note del "ramsinga", echeggiarono nella jungla e sotto terra s'udì cupo rimbombo di poco prima. I due cacciatori si aggomitolarono, facendosi più piccini e rattenendo persino il respiro.
Sapevano che se venivano scoperti, sarebbero stati irremissibilmente strangolati dai lacci di seta di quei mostruosi individui, che avevano di già sacrificato tante vittime.
Non erano ancora trascorsi tre minuti che s'udirono i bambù aprirsi violentemente e fra le tenebre fu scorto uno di quegli uomini. col laccio nella destra ed il pugnale nella sinistra, passare come una freccia dinanzi alla macchia e scomparire nel folto della jungla.
- L'hai veduto, Kammamuri? - chiese sottovoce Tremal-Naik.
- Sì, padrone, - rispose il maharatto.
- Essi ci credono assai lontani e corrono, sperando di raggiungerci.
Fra pochi minuti non avremo un solo uomo alle spalle.
- Diffidiamo, padrone. Quegli uomini mi fanno paura.
- Non temere, che son qui io. Zitto e sta' bene attento.
Un altro indiano, armato come il primo, passò correndo qualche istante dopo, e pur esso scomparve nel folto dei bambù.
In lontananza s'udi ancora qualche grido, qualche fischio che pareva, che anzi doveva essere un segnale, poi tutto tacque.
Trascorse mezz'ora. Tutto indicava che gli indiani, lanciati forse su di una falsa traccia, erano assai lontani. Il momento non poteva essere più propizio per fare un giro sui talloni e fuggire in direzione della riva.
-Kammamuri, - disse Tremal-Naik, - noi possiamo metterci in marcia.
Gli indiani, a mio parere, devono essere tutti dinanzi a noi e nel mezzo della jungla.
- Sei proprio sicuro, padrone?
- Non odo rumore alcuno.
- E dove andremo? Al "banian" forse?
- Sì, maharatto.
- Vuoi cacciarti là dentro, forse?
- No per ora, ma domani notte ritorneremo qui e sveleremo il mistero.
- Ma chi supponi che sieno quegli uomini?
- Non lo so, ma lo saprò, Kammamuri, come pure saprò chi sia quella donna che veglia nella pagoda della loro terribile dea. Hai udito tu, ciò che disse quel vecchio?
- Sì, padrone.
- Non so, ma mi parve che parlasse di me ed ho il sospetto che quella Vergine sia...
- Chi mai?
- La donna che m'ha stregato, Kammamuri. Allorché quel vecchio parlò di lei, ho sentito il cuore battermi con veemenza strana e ciò mi succede tutte le volte che...
- Zitto, padrone!... - mormorò Kammamuri, con voce soffocata.
- Cos'hai udito?
- Un bambù s'è mosso.
- Dove?
- Laggiù... a trenta passi da noi. Zitto!
Tremal-Naik alzò il capo e lo girò all'intorno, scrutando con attenzione la nera massa dei bambù, ma non scorse alcuno. Tese gli orecchi, rattenendo il respiro e trasalì. Un fruscìo appena distinto si udiva nella direzione indicata dal maharatto, si avrebbe detto che una mano scostava con somma precauzione le larghe e cuoriformi foglie delle gigantesche piante.
- Qualcuno s'avvicina, - mormorò egli. - Non muoverti, Kammamuri.
Il fruscio cresceva e s'avvicinava, ma assai lentamente. Di lì a poco videro due bambù piegarsi e comparire un indiano il quale si curvò verso terra, portando una mano all'orecchio. Stette un minuto così, poi si rialzò e parve che fiutasse l'aria.
- Gary! - bisbigliò egli.
Un secondo indiano usci da quei bambù, a sei passi di distanza dal primo.
- Odi nulla? - domandò il nuovo venuto.
- Assolutamente nulla.- Eppure, mi parve che qualcuno bisbigliasse.
- Ti sarai ingannato. Sono cinque minuti che me ne sto qui, cogli orecchi ben tesi. Siamo su di una falsa via.
- Dove sono gli altri?
- Tutti dinanzi a noi, Gary. Si teme che gli uomini che hanno ardito qui sbarcare, tentino un colpo di mano sulla pagoda.
- A quale scopo?
- Quindici giorni fa, la "vergine della pagoda" incontrò un uomo.
Furono scorti da uno dei nostri a scambiarsi dei segnali.
- E perché?
- Si crede che l'uomo voglia liberare la Vergine.
- Oh! L'orrendo delitto! - esclamò l'indiano che chiamavasi Gary.
- Questa notte un indiano, compagno del miserabile che osò alzare gli occhi sulla Vergine della nostra venerabile dea, è sbarcato. Senza dubbio veniva a spiare.
- Ma quell'indiano fu strangolato.
- Sì, ma dietro di lui sono sbarcati altri uomini, uno dei quali assassinò il nostro sacerdote.
- E chi è quest'uomo che mirò in volto la Vergine?
- Un uomo formidabiie, Gary, e capace di tutto: è il "cacciatore di serpenti della jungla nera".
- Bisogna che muoia.
- Morrà, Gary. Per quanto corra, noi lo raggiungeremo ed i nostri lacci lo strangoleranno. Ora tu parti e cammina dritto fino a che giungi sulla riva del fiume: io mi reco alla pagoda a vegliare sulla Vergine. Addio, e che la nostra dea ti protegga.- I due indiani si separarono prendendo due vie differenti. Appena il rumore cessò, Tremal-Naik che tutto aveva udito, balzò in piedi - Kammamuri, - diss'egli con viva emozione, bisogna che ci separiamo.
Tu li hai uditi: essi sanno che io sono sbarcato e mi cercano.
- Ho udito tutto, padrone.
- Tu seguirai l'indiano che si dirige verso il fiume e appena lo potrai guadagnerai la riva opposta. Io seguo l'altro.
- Tu mi nascondi qualche cosa, padrone. Perché non vieni anche tu alla riva?
- Devo recarmi alla pagoda.
- Oh! Non farlo, padrone!
- Sono irremovibile. Nella pagoda si nasconde la donna che mi ha stregato.
- E se ti assassinano?
- Mi uccideranno a fianco di lei e morrò felice. Parti, Kammamuri, parti ché comincia a prendermi la febbre.
Kammamuri emise un profondo respiro che pareva un gemito, e si alzò.
- Padrone, - disse con voce commossa. - Dove ci rivedremo? - Alla capanna, se sfuggo alla morte: vattene.
Il maharatto si cacciò nella jungla dietro le traccie dell'indiano, in direzione della riva. Tremal-Naik stette lì a guardarlo. colle braccia incrociate sul petto e la fronte abbuiata.
- Ed ora, - diss'egli rialzando con fierezza il capo, quando il maharatto scomparve ai suoi occhi, - sfidiamo la morte!...
Si gettò la carabina ad armacollo, diede un ultimo sguardo all'intorno e si allontanò a passi rapidi e silenziosi, seguendo le traccie del secondo indiano il quale non doveva essere molto discosto.
La via era difficile ed intricatissima. Il terreno era coperto, fin dove poteva giungere l'occhio, da una rete fitta fitta di bambù che si rizzavano ad un'altezza veramente straordinaria.
V'erano colà i cosiddetti "bans tulda", coperti di foglie grandissime, i quali, in meno di trenta giorni, acquistano un'altezza che sorpassa i venti metri ed una grossezza di trenta centimetri.
I "behar bans", alti appena un metro, col fusto vuoto ma forte ed armato di lunghe spine, ed una varietà numerosa di altri bambù conosciuti comunemente nelle "Sunderbunds" col nome generico di "bans", i quali si stringevano così davvicino, che era d'uopo servirsi del coltello per aprirsi un passaggio.
Un uomo non pratico di quei luoghi si sarebbe senza dubbio smarrito in mezzo a quei giganteschi vegetali e si sarebbe trovato nell'impossibilità di fare un passo innanzi senza far rumore, ma Tremal-Naik, che era nato e cresciuto nella jungla, movevasi là sotto con sorprendente rapidità e sicurezza, senza produrre il menomo fruscìo. Non camminava, poiché ciò sarebbe stato assolutamente impossibile, ma strisciava simile ad un rettile, guizzando fra pianta e pianta, senza mai arrestarsi, senza mai esitare sulla via da scegliere. Ogni qual tratto egli appoggiava l'orecchio a terra ed era sicuro di non perdere le traccie dell'indiano che lo precedeva, trasmettendo il terreno, il passo di lui, per quanto fosse leggiero.
Aveva già percorso più d'un miglio, quando s'accorse che l'indiano erasi improvvisamente arrestato. Appoggiò tre o quattro volte l'orecchio, ma il terreno non trasmetteva alcun rumore, si alzò ascoltando con profonda attenzione, ma nessun fruscìo gli pervenne.
Tremal-Naik cominciò a diventare inquieto.
- Cosa è succeduto? - mormorò egli, guardandosi d'attorno. - Che si sia accorto che io lo seguo? Stiamo in guardia!
Percorse ancora tre o quattro metri strisciando, poi alzò il capo, ma lo riabbassò quasi subito. Aveva urtato contro un corpo tenero che pendeva dall'alto e che erasi subito ritirato.
- Oh! - fe' egli.
Un pensiero terribile gli attraversò il cervello. Si gettò prontamente da un lato sguainando il coltello e guardo in aria.
Nulla vide o almeno nulla gli parve di vedere. Eppure era sicuro di aver urtato contro qualche cosa, che non doveva essere una foglia di bambù.
Stette alcuni minuti immobile come una statua.
- Un pitone! - esclamo ad un tratto, senza però sgomentarsi.
Un fruscìo repentino erasi udito in mezzo ai bambù, poi un corpo oscuro, lungo, flessuoso, discese ondeggiando per una di quelle piante. Era un mostruoso serpente pitone, lungo più di venticinque piedi, il quale allungavasi verso il "cacciatore di serpenti" sperando di allacciarlo fra le sue viscose spire e stritolarlo con una di quelle terribili strette alle quali nulla resiste. Aveva la bocca aperta colla mascella inferiore divisa in due branche come i ferri d'una tenaglia, la forcuta lingua tesa e gli occhi accesi, che brillavano sinistramente fra la profonda oscurità.
Tremal-Naik s'era lasciato cadere per terra per non venire afferrato dal mostruoso rettile e ridotto in un ammasso d'ossa infrante e di carni sanguinolenti.
- Se mi muovo sono perduto, - mormorò egli con straordinario sangue freddo. - Se l'indiano che mi precede non s'accorge di nulla, sono salvo.
Il rettile era disceso tanto, che colla testa toccava la terra. Egli si allungò verso il "cacciatore di serpenti" che conservava la rigidezza d'un cadavere, ondeggiò per qualche tratto su di lui lambendolo colla fredda lingua, poi cercò di farglisi sotto per avvolgerlo. Tre volte tornò alla carica sibilando di rabbia e tre volte si ritirò contorcendosi in mille guise, salendo e ridiscendendo il bambù attorno il quale erasi avvinghiato. Tremal-Naik fremente, inorridito, continuava a rimanere immobile facendo sforzi sovrumani per padroneggiarsi, ma appena vide il rettile alzarsi arrotolandosi in parte su se stesso, affrettossi a strisciare cinque o sei metri lontano. Credendosi ormai fuori di pericolo, s'era voltato per rialzarsi, quando udì una voce minacciosa a gridare:
- Cosa fai qui?
Tremal-Naik s'era prontamente alzato col coltello in pugno. A sette od otto metri di distanza, assai vicino al posto occupato dal rettile, era improvvisamente sorto un indiano di alta statura, estremamente magro, armato d'un pugnale e di una specie di laccio che finiva in una palla di piombo.
Sul petto portava tatuato il misterioso serpente colla testa di donna, contornato da alcune lettere del sanscrito.
- Cosa fai qui? - ripeté quell'indiano con tono minaccioso.
- E tu cosa fai? - ribatté Tremal-Naik, con calma glaciale. - Sei forse uno di quei miserabili che si divertono ad assassinare le persone che qui sbarcano?
- Sì, e sappi che ora farò altrettanto con te.
Tremal-Naik si mise a ridere, guardando il rettile il quale cominciava a svolgere gli anelli, ondeggiando quasi sulla testa dell'indiano.
- Tu credi di uccidermi, - disse il cacciatore, e la morte invece ti sfiora.
- Ma prima morrai tu! - gridò l'indiano, facendo fischiare attorno al capo la corda di seta.
Un sibilo lamentevole emesso dal rettile, lo arrestò nel momento che lanciava la palla di piombo.
- Oh! esclamò, manifestando un profondo terrore.
Aveva alzata la testa e s'era trovato dinanzi al rettile. Volle fuggire e fece un salto indietro, ma incespicò in un bambù mozzato e capitombolò fra le erbe.
- Aiuto! aiuto!... urlò egli disperatamente.
L'enorme rettile s'era lasciato cadere a terra ed in un baleno aveva afferrato l'indiano fra le sue spire, stringendolo in modo tale da togliergli il respiro e da fargli crocchiar tutte le ossa del corpo.
- Aiuto!... aiuto!... - ripeté lo sventurato, sbarrando spaventosamente gli occhi. Tremal-Naik con un moto spontaneo s'era slanciato verso il gruppo. Con un terribile colpo di coltello tagliò in due il pitone, il quale sibilava rabbiosamente, coprendo di bava sanguigna la vittima. Stava per ricominciare, quando udì i bambù agitarsi furiosamente in parecchi luoghi.
- Eccolo! - tuonò una voce.
Erano altri indiani che correvano sul luogo, compagni dell'infelice che il rettile, quantunque spezzato in due, stritolava, facendogli schizzare il sangue dalle carni. Comprese il pericolo che correva, e senza aspettar altro si diede a precipitosa fuga attraverso la jungla.
- Eccolo! eccolo! - ripeté la medesima voce. Fuoco su di lui! fuoco!
Un colpo d'archibugio rintronò destando tutti gli echi della jungla, poi un secondo ed infine un terzo. Tremal-Naik, sfuggito miracolosamente ai proiettili, s'era rivoltato ruggendo come le belve che egli cacciava nella jungla.
- Ah! miserabili! - urlò egli furente.
S'era strappato di dosso la carabina e l'aveva puntata contro gli assalitori che venivano innanzi coi pugnali fra i denti e i lacci in mano, pronti a strangolarlo.
Dalla canna usci una striscia di fuoco seguita da una detonazione. Un indiano cacciò un urlo terribile, portò le mani al volto e rotolò fra le erbe.
Tremal-Naik ripigliò la sfrenata corsa saltando a destra e a sinistra onde impedire ai nemici di prenderlo di mira.
Attraversò un gruppo di bambù che abbatté furiosamente e si cacciò in mezzo alla fitta jungla, facendo perdere le traccie agli inseguitori.
Corse così per un quarto d'ora; si arrestò un momento a prendere fiato sull'orlo della piantagione, poi si slanciò come un pazzo in mezzo a terreni paludosi e scoperti, solcati da innumerevoli canaletti d'acque stagnanti. Aveva gli occhi iniettati di sangue e la spuma alle labbra, ma correva sempre come avesse le ali ai piedi, saltando via gli ostacoli che gli sbarravano la via, tuffandosi nei pantani, immergendosi negli stagni o nei canali, non avendo che un solo pensiero: frapporre fra sé e gli assalitori il maggior spazio possibile.
Quanto corse, non lo poté sapere. Quando si arrestò, egli si trovava a un duecento passi da una superba pagoda, che ergevasi isolata sulla riva di un ampio stagno contornato da colossali ruine.
La "vergine della pagoda"
Quella pagoda, del più puro stile indiano, era la più bella che Tremal-Naik avesse veduto nelle "Sunderbunds". Costruita tutta in granito bigio era alta più che sessanta piedi, con una base larga quanto due terzi dell'altezza, contornata da stupendi colonnati, scolpiti con quella valentìa che distingue la razza indiana. Man mano che la pagoda saliva, andava a poco a poco restringendosi sino a terminare in una specie di cupola sormontata da una gigantesca palla di metallo, con una punta assai aguzza sostenente il misterioso serpente colla testa di donna.
Agli angoli della pagoda scorgevansi il Trimurti indiano, figurato da tre teste sopra un solo corpo sostenuto da tre gambe e, qua e colà, una moltitudine di sculture strane, curiose, rappresentanti molte figure della storia sacra degl'indiani, Brahma, Siva, Visnù, Parvadi, la sinistra dea della morte seduta sopra un leone, Darma-Ragia, il Plutone degl'indiani e molte altre divinità, nonché un gran numero di mostri spaventevoli e di teste d'elefanti colle proboscidi tese.
Tremal-Naik, come si disse, si era fermato di colpo, sorpreso di trovarsi dinanzi ad una pagoda, là dove credeva di trovare la selvaggia jungla.
- Una pagoda! - aveva esclamato egli. - Sono perduto!
Gettò un rapido sguardo all'intorno. Egli si trovava in una specie di radura d'una estensione di oltre mezzo miglio, sgombra affatto d'ogni cespuglio e d'ogni bambù.
- Sono perduto! - ripeté egli, con ira.- Se non trovo un nascondiglio, fra cinque minuti mi pioveranno addosso quei terribili uomini e mi strangoleranno.
Ebbe per un istante l'idea di ritornare indietro e di riguadagnare la jungla per nascondersi, ma vi erano più di ottocento metri da percorrere, cioè il tempo sufficiente perché gli inseguitori lo scoprissero. Pensò alle ruine che contornavano lo stagno, ma non presentavano nascondigli di sorta.
- E se salissi lassù, - mormorò egli, guardando la sommità della pagoda. - E perché no?...
Un uomo come lui, rotto ad ogni sorta d'esercizi e che possedeva una forza erculea congiunta ad un'agilità straordinaria da muovere ad invidia una scimmia guenù, era capace di issarsi fino alla cupola aggrappandosi ai colonnati ed alle sculture che collegavansi in modo da formare un'erta e bizzarra gradinata.
Si slanciò verso la pagoda, dopo d'aver disarmato la carabina e di aversela gettata dietro le spalle, stette qualche istante ad udire, e rassicurato del profondo silenzio che colà regnava, imprese l'ardita scalata.
Con una rapidità sorprendente salì su una colonna e di là si slanciò sulle pareti del tempio aggrappandosi alle gambe delle divinità, inerpicandosi sui loro corpi, posando i piedi sulle loro teste, afferrandosi alle proboscidi degli elefanti e alle corna dei buoi del dio Siva.
Cosa strana, incomprensibile, misteriosa: man mano che saliva sentivasi il cuore battere precipitosamente, le membra acquistare una forza straordinaria. Egli sentivasi come attirato da una forza irresistibile verso la sommità della pagoda, ed al contatto di quelle fredde pietre provava delle sensazioni sconosciute, inesplicabili.
Potevano essere le due del mattino, quando, dopo d'avere eseguito venti manovre aeree da far gelare il sangue ad un ginnasta e di aver corso altrettante volte il pericolo di capitombolar giù e di sfracellarsi il cranio, giunse alla cupola. Con un ultimo slancio s'aggrappò alla gigantesca palla di metallo, sormontata dalla punta sostenente il serpente colla testa di donna.
Con sua sorpresa egli si trovò ondeggiante al di sopra di una larga apertura, profonda ed oscura quanto un pozzo, attraversata da una sbarra di bronzo sulla quale trovò modo di appoggiare i piedi.
- Dove sono? - si chiese egli. - Questo pozzo, senza dubbio deve menare nell'interno della pagoda.
Abbandonò la grande palla e s'aggrappò alla sbarra guardando giù, ma non vide che tenebre; tese l'orecchio, ma il più profondo silenzio regnava sotto di lui, segno evidente che nessuno trovavasi nella pagoda. Una cosa che lo colpì fu una corda abbastanza grossa, formata d'un vegetale lucente e flessibilissimo, annodata alla sbarra e che scompariva giù nell'apertura. L'afferrò e riunendo le sue forze la tirò a sé; s'accorse subito che alla estremità v'era attaccato un corpo alquanto pesante il quale, alla trazione, ondeggiò tintinnando.
Deve essere una lampada, - disse Tremal-Naik. Ad un tratto si batté la fronte.
- Ora mi ricordo! - esclamò egli con viva emozione. - Sì... quei due uomini parlavano di una pagoda... di una vergine che veglia... Giusto Visnu, sarebbe mai...
S'arrestò e portò ambo le mani al cuore che batteva con veemenza straordinaria. Egli provava allora un'emozione analoga a quella che sentiva in quelle sere che trovavasi dinanzi alla strana visione.
Fu un lampo. S'aggrappò a quella corda e si mise a scendere nelle tenebre, quantunque ignorasse ancora dove andasse a finire e ciò che lo attendeva laggiù. Pochi minuti dopo i suoi piedi battevano su di un oggetto arrotondato, il quale mandò un suono metallico che gli echi del tempio ripeterono più volte.
Stava per curvarsi per vedere cos'era, quando un cigolìo simile a quello di una porta che gira sui cardini, giunse ai suoi orecchi.
Guardò sotto di sé e gli parve di scorgere, fra le tenebre, un'ombra che muovevasi, ma senza produrre rumore di sorta.- Chi può esser mai?
- si chiese egli, rabbrividendo.
Con una mano estrasse una pistola e l'impugnò deciso di vendere caramente la vita, se veniva scoperto, e attese coll'immobilità d'una statua di granito.
Un sospiro profondo sali fino a lui; quel sospiro lo impressionò in un modo nuovo, misterioso. Gli sembrò che gli avessero vibrato una pugnalata in cuore.
- Sono pazzo o stregato,- mormorò egli.
L'ombra si era fermata dinanzi ad una massa nera, enorme che trovavasi proprio al disotto della fune.
- Eccomi, orribile divinità! - esclamò una voce di donna che scosse Tremal-Naik fino al fondo dell'anima.
Tremal-Naik al colmo della sorpresa udì una materia liquida precipitare sul suolo e sentì spandersi per l'aria un profumo soave.
- Mostruosa gente! - pensò egli. - Eppure quell'ombra ha una voce dolce come le note del "saranguy"... E strana! tremo come se avessi la febbre. Perché?...
- Ti odio! - esclamò la medesima voce, con profonda amarezza. - Ti odio, spaventevole divinità, che mi condannasti ad eterno martirio dopo d'avermi distrutto tutto ciò che avevo di più caro sulla terra.
Assassini, possiate essere maledetti in questa e nell'altra vita!
Uno scoppio di pianto seguì la maledizione che quell'essere misterioso aveva scagliato su quegli uomini che aveva chiamato assassini. Tremal- Naik per la seconda volta fremette in tutte le membra e lui, l'uomo dall'animo inaccessibile, lui, il selvaggio figlio della jungla, lui, il "cacciatore di serpenti", per la prima volta in sua vita, si sentì commosso.
Ebbe per un istante l'idea di lasciarsi cadere nel vuoto. ma un po' di diffidenza lo trattenne. Del resto era troppo tardi, poiché l'ombra s'era allontanata scomparendo nelle tenebre e poco dopo udì il cigolìo della porta che schiudevasi.
- Ma che non possa svelare adunque questo mistero? - mormorò Tremal- Naik, quasi con rabbia. - Ma chi sono adunque questi mostri che han bisogno di vittime?
- Chi è mai questa spaventevole divinità? Chi è questa donna che viene a maledire a mezzanotte, nell'ora dei delitti, dei fantasmi, delle vendette?... Chi è questo essere, che mentre gli altri strangolano, piange? Che mentre gli altri mi fan ribrezzo, mi commuove! Che mentre gli altri han cupa la voce, l'ha dolce, soave come un'armonia celeste?...Quest'essere, questa donna io la voglio vedere, io le voglio parlare e tutto mi svelerà. Non so, ma una voce interna mi dice che questa donna io l'ho veduta altre volte, ha fatto palpitare il mio cuore, che questa donna è...
S'arrestò anelante, quasi spaventato. Una fiamma gli salì in volto e lo inondò di sudore.
- Se fosse la mia visione! - esclamò egli con voce tremante per l'emozione. - Quando m'arrampicava sul tempio io era commosso; quando scesi quaggiù io tremava. Se fosse vero?... Scendiamo.
Si lasciò calare giù e posò i piedi su di un oggetto duro e scabroso, che diede quel suono particolare dei corpi metallici e specialmente dei bronzi.
S'accorse di essere sopra alla massa nera, dinanzi alla quale la donna aveva versato quel profumo, maledetto e pianto.
- Cos'è mai questo? - mormorò egli.
Si chinò, appoggiò le mani su quella massa di bronzo e si lasciò scivolar giù, finché toccò terra. I suoi piedi sdrucciolarono su di una superficie liscia e umidiccia.
- E' qui che ella sparse il profumo, - diss'egli.- L'odore che mi sale alle nari me lo dice. Domani saprò dove mi trovo e con chi avrò da fare.
Fece sei o sette passi brancolando fra le tenebre e si aggomitolò su se stesso, colle pistole in mano, aspettando che un raggio di luce illuminasse quel misterioso tempio.
Passarono alcune ore senza che rumore alcuno turbasse il funebre silenzio che regnava in quel luogo; lassù, verso l'apertura, il cielo cominciava a rischiararsi e gli astri ad impallidire sotto i primi albori. Tremal-Naik, immobile, cogli occhi bene aperti e gli orecchi tesi, aspettava sempre con quella pazienza che è particolare alle razze asiatiche.
Verso le quattro il sole apparve improvvisamente sull'orizzonte, illuminando la grande palla di bronzo che ergevasi sulla cima della pagoda e dall'ampia apertura scese un fascio di luce. Tremal-Naik scattò in piedi, sorpreso, sbalordito dallo spettacolo che offrivasi dinanzi a' suoi occhi.
Egli si trovava in una specie di immensa cupola, le cui pareti erano bizzarramente dipinte. Le prime dieci incarnazioni di Visnù, il dio conservativo degli indiani che ha la sua residenza nel Vaicondu o mare di latte del serpente Adissescien, erano dipinte all'ingiro, circondate dai principali deverkeli o semi-dei venerati dagl'indiani, protettori degli otto angoli del mondo, abitatori del sorgon, cioè paradiso di quelli che non hanno tanti meriti per andare nel cailasson o paradiso di Siva. A metà della cupola v'erano scolpiti i cateri, giganteschi geni malvagi, che divisi in cinque tribù vanno errando pel mondo dal quale non possono uscire, né meritare la beatitudine promessa agli uomini, se non dopo d'aver raccolto gran numero di preghiere.
Nel mezzo della pagoda si elevava una grande statua di bronzo, rappresentante una donna con quattro braccia, di cui una brandiva una lunga daga e un'altra una testa.
Una grande collana di teschi le scendeva fino al collo dei piedi ed una cintura di mani e di braccia mozzate le stringeva i fianchi.
La faccia di quell'orribile donna era tatuata, le sue orecchie erano adorne di anelli; la lingua dipinta di rosso cupo, del color del sangue, le usciva d'un buon palmo dalle labbra atteggiate ad un feroce sorriso; i polsi erano stretti da larghi braccialetti ed i piedi posavano su di un gigante coperto di ferite.
Quella divinità, lo si capiva a prima vista, trasportata dalla ebbrezza del sangue, danzava sul corpo della vittima.
Un altro oggetto strano, era una vaschetta di marmo bianco, incastonata nelle lucenti pietre del pavimento. Era colma di limpidissima acqua e dentro vedevasi nuotare un pesce di un bel giallo d'oro, piccolo e che somigliava assai ad un mango del Gange.
Tremal-Naik non aveva mai visto nulla di simile.
Egli si era fermato dinanzi alla mostruosa divinità e la contemplava con un misto di stupore e di paura.
Chi era mai quella sinistra figura contornata di cranii ed ornata di mani e braccia mozze? Cosa significava quel pesciolino dorato nuotante in quella bianca vaschetta? Quale relazione avevano quei due strani simboli, coi feroci uomini che inseguivano e strangolavano i loro simili?
- Che io sogni? - mormorò Tremal-Naik, stropicciandosi più volte le palpebre. - Io non comprendo nulla!
Non aveva ancor finito, che un leggiero cigolìo giungeva ai suoi orecchi. Si volse colla carabina in mano, ma quasi subito indietreggiò fino alla mostruosa divinità, rattenendo a gran pena un grido di stupore e di gioia.
Dinanzi a lui, sul limitare di una porta dorata, stavasene ritta una fanciulla di meravigliosa bellezza, col più angoscioso terrore dipinto sul volto.
Poteva avere quattordici anni. La sua taglia era graziosa e di forme superbamente eleganti.
Aveva i lineamenti d'una purezza antica, animati dalla scintillante espressione della donna anglo-indiana.
La pelle era rosea, d'una morbidezza impareggiabile, gli occhi grandi neri e scintillanti come diamanti- un naso diritto che nulla aveva d'indiano, labbra sottili, coralline, schiuse ad un melanconico sorriso che lasciava scorgere due file di denti d'abbagliante bianchezza una opulenta capigliatura d'un castano cupo, fuliginoso, separata sulla fronte da un mazzetto di grosse perle, era raccolta in nodi ed intrecciata con fiori di sciambaga dal soave profumo.
Tremal-Naik come si disse, era vivamente indietreggiato fino alla mostruosa statua di bronzo.
- Ada!... Ada!... L'apparizione della jungla! - esclamò egli con voce soffocata.
Non seppe dire di più e rimase lì, muto, ansante, trasognato a mirare quella superba creatura che continuava a fissarlo con profondo terrore. Ad un tratto quella fanciulla fece un passo innanzi lasciando cadere a terra l'ampio "sari" di seta, orlato d'una larga striscia azzurra, fregiata di complicati disegni, che ricoprivala come un ampio mantello.
Un fascio di luce abbagliante l'avvolse, togliendola alla vista del "cacciatore di serpenti" che fu forzato a chiudere gli occhi.
Quella fanciulla era coperta letteralmente d'oro e di pietre preziose d'inestimabile prezzo. Una corazza d'oro, tempestata dei più bei diamanti del Golconda e del Guzerate, decorata del misterioso serpente colla testa di donna, le racchiudeva tutto il seno e spariva in un largo scialle di cachemire trapunto d'argento, che cingevale i fianchi; molteplici collane di perle e di diamanti le pendevano dal collo, grossi come nocciuole; larghi braccialetti pur tempestati di pietre preziose le ornavano le nude braccia, ed i calzoncini larghi, di seta bianca, erano stretti sul collo dei piedi nudi e piccini, da cerchietti di corallo della più bella tinta rossa. Un raggio di sole, penetrato da uno stretto pertugio, battendo sopra quella profusione di ori e di gioie aveva per così dire immersa la giovanetta in un mare di luce d'un fulgore acciecante.
- La visione!... La visione!... - ripeté per la seconda volta Tremal- Naik, tendendo le braccia verso di lei! - Oh! quanto è bella!...
La giovanetta si guardò attorno con smarrimento e portò un dito sulle labbra, come per invitarlo a tacere, poi camminò dritta verso di lui.
- Sciagurato! - diss'ella con ispavento. - Cosa sei venuto a far qui?... Qual follia ti trascinò in quest'orribile luogo?...
Il "cacciatore di serpenti", senza volerlo, era caduto in ginocchio tendendo le mani verso di lei che indietreggiò con maggiore spavento.
- Non toccarmi! - diss'ella, con un filo di voce.
Tremal-Naik aveva emesso un sospiro:
- Sei bella! esclamò egli con passione.
- Taci, Tremal-Naik!
- Sei bella!... ripeté il selvaggio figlio della jungla. Ella gli pose un dito sulle labbra.
- Se non vuoi perdermi, non fare rumore, - disse la giovanetta con dolce rimprovero. - Tu non sai ancora, i tremendi pericoli che ci minacciano.
- Io sono Tremal-Naik! Chi è quest'uomo che ti minaccia? Dimmelo ed io, il "cacciatore di serpenti", ti giuro che domani questo nemico sarà scomparso dalla terra!...
- Non parlare così, Tremal-Naik!
- Perché?... Senti, fanciulla: non aveva mai veduto un volto di donna nella mia jungla popolata dalle sole tigri. Quand'io per la prima volta ti vidi, agli ultimi raggi del sole morente, là, dietro quel cespuglio di mussenda, mi sono sentito scuotere tutto. Mi parve che tu fossi una divinità scesa dal cielo e t'adorai.
- Taci! taci! - ripeté con voce rotta la fanciulla, nascondendosi il volto fra le mani.
- Non posso tacere, vago fiore della jungla! - esclamò Tremal-Naik con maggior passione. - Quando tu scomparisti, mi parve che qualche cosa si staccasse dal mio cuore. Ero come ubriaco, dinanzi agli occhi mi danzava la tua visione, nelle vene scorrevami più rapido il sangue e lingue di fuoco mi salivano in volto e più su fino al cervello. Si avrebbe detto che tu mi avevi stregato!
- Tremal-Naik! - mormorò con ansia la fanciulla.
- Quella notte non dormii, - proseguì il "cacciatore di serpenti". - Avevo la febbre indosso e una smania furiosa di rivederti. Perché? Io l'ignorava, né sapeva capacitarmi come ciò accadesse. Era la prima volta in vita mia che provavo una tale emozione. Passarono quindici giorni. Tutte le sere, al calar del sole, io ti rivedeva dietro al mussenda ed io mi sentivo felice dinanzi a te; mi pareva di esser trasportato in un altro mondo mi pareva di essere diventato un altro uomo. Tu non mi parlavi, ma mi guardavi e per me era anche troppo; quei tuoi sguardi erano eloquenti e mi dicevano che tu...
S'arrestò ansante, guardando la fanciulla che teneva il volto nascosto fra le mani.
- Ah! - esclamò egli con dolore. - Tu adunque non vuoi che parli.
La fanciulla si scosse e lo fissò, con occhi umidi.
- Perché parlare, - balbettò ella, - quando tra noi v'è un abisso?
Perché sei venuto qui, sciagurato, a ridestare nel mio cuore una speranza vana? Non sai tu adunque, che questo luogo è maledetto, interdetto soprattutto a colui che io amo?
- Che io amo! - esclamò Tremal-Naik, con gioia. Ripeti, ripeti questa parola, vago fiore della jungla! E' vero adunque che tu mi ami? E' vero dunque che tu venivi ogni sera dietro il mussenda perché mi amavi?
- Non farmi morire, Tremal-Naik, - esclamò la fanciulla con angoscia.
- Morire! Perché? Qual pericolo ti minaccia? Non sono qui io a difenderti? Che importa se questo luogo è maledetto? Che importa se fra noi due v'è un abisso? Io sono forte, tanto forte che per te scrollerei questo tempio e infrangerei quell'orribile mostro, dinanzi al quale tu versi dei profumi.
- Come, tu sai questo? Chi te lo disse?
- T'ho veduta questa notte.
- Questa notte eri qui dunque?
- Sì, ero qui, anzi lassù aggrappato a quella lampada, proprio sopra al tuo capo.
- Ma chi ti condusse in questo tempio?
- La sorte, o meglio il laccio degli uomini che abitano questa terra maledetta.
- T'hanno dunque veduto?
- M'hanno dato la caccia.
- Ah! disgraziato, sei perduto! - esclamò la fanciulla con disperazione.
Tremal-Naik si slanciò verso di lei.
- Ma dimmi, qual mistero è questo? - chiese egli con furore, a gran pena frenato. - Perché tanto terrore? Che cosa vuol dire quella mostruosa figura che ha bisogno di profumi? Cos'è quel pesce dorato che nuota in quel bacino? Cosa significa quel serpente dalla testa di donna che tu hai impresso sulla corazza? Chi sono questi uomini che strangolano i loro simili e che vivono sotto terra? Io lo voglio sapere, o Ada, io lo voglio!
- Non interrogarmi, Tremal-Naik.
- Perché?
- Ah! se tu sapessi qual terribile destino pesa su me!
- Ma io son forte.
- Che vale la forza contro questi uomini?
- Farò a loro una guerra spietata.
- T'infrangeranno come un giovane bambù. Non sfidano essi la possanza dell'Inghilterra? Sono forti, Tremal-Naik, e tremendi! Nulla resiste a loro: né le flotte, né gli eserciti. Tutto cade dinanzi al velenoso loro soffio.
- Ma chi sono adunque essi?
- Non posso dirlo.
- E se io te lo comandassi?
- Rifiuterei.
- Dunque tu... diffidi di me! - esclamò Tremal-Naik con rabbia.
- Tremal-Naik! Tremal-Naik! - mormorò l'infelice giovanetta, con accento straziante.
Il "cacciatore di serpenti" si torse le braccia.
- Tremal-Naik, - proseguì la fanciulla, - una condanna pesa su di me, una condanna terribile, spaventevole, che non cesserà che colla mia morte. Io t'ho amato, prode figlio della jungla, t'amo sempre, ma...
- Ah! tu mi ami! - esclamò il "cacciatore di serpenti".
- Sì, ti amo, Tremal-Naik.
- Giuralo su quel mostro che ci sta dappresso.
- Lo giuro! - disse la giovanetta, tendendo la mano verso la statua di bronzo.
- Giura che tu sarai mia sposa!...
Uno spasimo scompose i lineamenti della giovanetta.
- Tremal-Naik, - mormorò - ella con voce cupa, sarò tua sposa, se pure sarà possibile!
- Ah! ho forse un rivale.
- No, né vi sarà alcuno tanto audace da fissare il suo sguardo su di me. Appartengo alla morte.
Tremal-Naik aveva fatto due passi indietro colle mani strette al capo.
- Alla morte!... - esclamò.
- Sì, Tremal-Naik, appartengo alla morte. Il giorno in cui un uomo poserà le sue mani su di me, il laccio dei vendicatori troncherà la mia vita.
- Ma sogno io forse?
- No, sei sveglio e colei che ti parla è la donna che ti ama. - Ah!
tremendo mistero!
- Sì, tremendo mistero, Tremal-Naik. Tra noi v'è un abisso che nessuno sarà capace di colmare... Fatalità! Ma cosa ho fatto io per essere così disgraziata? Qual delitto ho commesso io, per essere maledetta?
Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce ed il suo volto s'irrigò di lagrime. Tremal-Naik emise un sordo ruggito e strinse le pugna con tale forza da far crocchiare le ossa.
- Che posso fare per te? - chiese egli, commosso fino al fondo dell'anima. - Queste tue lagrime mi fanno male, vago fiore della jungla. Dimmi che devo fare, comanda ed io ti ubbidirò più d'uno schiavo. Vuoi che io ti tragga da questo luogo, io lo farò, dovessi lasciare la vita nel tentativo.
- Oh! no, no! - esclamò la giovanetta, con ispavento. - Sarebbe la morte per entrambi.
- Vuoi che io parta di qui? Senti, io ti amo assai, ma se la tua esistenza richiedesse la separazione eterna fra noi due, io infrangerò l'amore che nacque nel mio cuore. Sarò dannato, sarà un martirio continuo per me, ma lo farò. Parla, cosa devo fare?
La giovanetta taceva e singhiozzava. Tremal-Naik l'attirò dolcemente a sé e stava per aprire le labbra, quando al di fuori echeggiò l'acuta nota del "ramsinga".
- Fuggi! fuggi, Tremal-Naik! - esclamò la giovanetta, fuori di sé pel terrore. - Fuggi o siamo perduti!
- Ah! maledetta tromba! - urlò Tremal-Naik, digrignando i denti. Essi arrivano, - proseguì la giovanetta con voce spezzata. - Se ci trovano, ci immoleranno alla loro spaventevole divinità. Fuggi! fuggi!
- Oh giammai!
- Ma vuoi tu adunque farmi morire!
- Io ti difenderò!
- Ma fuggi, disgraziato! fuggi!
Tremal-Naik per tutta risposta raccolse da terra la carabina e l'armò.
La giovanetta comprese che quell'uomo era irremovibile.
- Abbi pietà di me! - diss'ella con angoscia. - Essi vengono.
- Ebbene, io li aspetterò, - rispose Tremal-Naik.- Il primo uomo che ardirà alzare su di te la sua mano, giuro sul mio dio che lo ammazzo come una tigre della jungla.
- Ebbene rimani, giacché sei irremovibile, prode figlio della jungla; io ti salverò.
Ella raccolse il suo "sari" e si diresse verso la porta dalla quale era entrata. Tremal-Naik si slanciò verso di lei trattenendola.
- Dove vai? - gli chiese.
- A ricevere l'uomo che sta per arrivare ed impedirgli che qui entri.
Questa sera, alla mezzanotte, io ritornerò da te. Allora si compirà la volontà dei numi e forse... fuggiremo.
- Il tuo nome?
- Ada Corishant.
- Ada Corishant! Ah! quanto è bello questo nome! Va', nobile creatura, a mezzanotte t'attendo!
La giovanetta s'avvolse nel "sari", guardò un'ultima volta, cogli occhi umidi, Tremal-Naik e uscì soffocando un singhiozzo.
La condanna di morte.
Uscita dalla pagoda, Ada, ancora commossa, col volto ancor bagnato di lagrime, ma gli occhi sfavillanti di fierezza, era entrata in un piccolo salotto coperto da stuoie dipinte e decorato da mostruose divinità, poco dissimili da quelle di già descritte. Il serpente dalla testa di donna, la statua di bronzo dal volto orribile e la vasca di marmo bianco col pesciolino rosso, non mancavano.
Un uomo era di già entrato e passeggiava innanzi e indietro con visibile impazienza. Era un indiano di alta statura, magro come un bastone, col volto energico, lo sguardo lampeggiante e feroce, e il mento coperto da una piccola barba nera ed arruffata. Portava, avvolto attorno al corpo, un ricco "dootèe", specie di mantello di seta gialla, trapunto in oro con in mezzo il misterioso emblema. Le braccia che aveva nude, erano coperte di cicatrici bianche e da bizzarri segni, che un indiano stesso si sarebbe rotto il capo senza pur decifrarli.
Nello scorgere Ada, quest'uomo si era fermato di botto fissando su di lei uno sguardo che aveva dei bagliori strani, e le sue labbra s'atteggiarono ad un riso, anzi ad un sogghigno che incuteva spavento.
- Salve alla "vergine della pagoda" - diss'egli, inginocchiandosi dinanzi alla giovanetta.
- Salve al gran capo prediletto della divinità, rispose Ada con voce tremante.
Entrambi tacquero, guardandosi fissamente. Pareva che cercassero reciprocamente di leggersi il pensiero che attraversava la loro mente.
- Vergine della pagoda sacra, - disse dopo qualche tempo l'indiano, - tu corri un gran pericolo.
- Ada fremette. L'accento dell'indiano era cupo e minaccioso.
- Dove sei stata questa notte? Mi dissero che tu sei entrata nella pagoda.
- E' vero. Tu mi inviasti dei profumi e li versai ai piedi della tua divinità.
- Dici la nostra.
- Sì, la nostra, - disse la giovanetta coi denti stretti.
- Cos'hai veduto nella pagoda?
- Nulla.
- Vergine della pagoda, tu corri un gran pericolo,- ripeté l'indiano con voce ancor più cupa. - Io ho scoperto tutto!...
Ada aveva fatto un balzo indietro, gettando un urlo d'orrore.
- Sì, - proseguì l'indiano con rabbia concentrata, - ho scoperto tutto! Il tuo cuore, condannato a non battere mai su questa terra, ha palpitato d'amore per un uomo che tu vedesti nella jungla nera.
Quest'uomo è sbarcato la notte scorsa sui nostri domini e dopo d'aver alzato la mano su di noi, d'aver commesso un orrendo delitto, scomparve, ma io lo ritrovai. Quest'uomo è entrato nella pagoda.
- Tu menti! tu menti! - esclamò la sventurata giovanetta.
- Vergine della pagoda, amando quell'uomo hai mancato ai tuoi doveri.
Buon per te che quell'uomo non ardì alzare le sue mani su di te.
- Tu menti! tu menti! - ripeté la giovanetta, smarrita.
- Ma quell'uomo non uscirà vivo di qui, - ripigliò l'indiano con gioia feroce. - Folle, ei voleva sfidare noi potenti, noi che facciamo tremare l'Inghilterra. Il serpente entrò nella tana del leone e il leone lo sbranerà.
- Non farlo!
L'indiano si mise a sogghignare.
- Chi è che s'oppone ai voleri della nostra divinità?
- Io!
- Tu? - Sì, io, miserabile. Guarda!
Ada con un movimento rapido, aveva gettato a terra il "sari", s'era armata di un pugnale dalla lama serpeggiante tinta d'un sottile veleno e se l'aveva appuntato alla gola. L'indiano da abbronzato che era, divenne nerastro.
- Cosa vuoi fare? - chiese egli, sgomentato.
- Suyodhana, - disse la giovanetta con un tono di voce da non lasciare dubbio. - Se tu tocchi un sol capello a quell'uomo, ti giuro che la tua dea perderà la sua vergine.
- Getta quel pugnale!
- Suyodhana, giura sulla tua dea che Tremal-Naik uscirà vivo di qui.
- E' impossibile. Quell'uomo è condannato: il suo sangue è già destinato alla dea.
- Giuralo! - disse Ada con accento minaccioso.
Suyodhana si raccolse su se stesso come per slanciarsi verso di lei, ma la paura di giungere troppo tardi l'arrestò.
- Senti, "vergine della pagoda", - disse egli, ostentando calma. - Quell'uomo sarà salvo, ma tu devi solennemente giurare che non l'amerai mai!
Ada mandò uno straziante gemito e si torse disperatamente le mani.
- Tu mi uccidi! - esclamò ella, singhiozzando.
- Sei l'eletta della nostra dea.
- Perché, mostruose creature, troncare sì presto una felicità appena nata? Perché spegnere sì presto il raggio di sole che inondava questo povero cuore chiuso ad ogni gioia? No, non è possibile ch'io infranga questa passione che è ormai gigante.
- Giuralo e quell'uomo è salvo.
- Sei tu dunque inesorabile? Non v'è più adunque alcuna speranza? Ma io rinnego la spaventevole tua dea che mi fa orrore, che maledii sin dal primo giorno che la fatalità mi gettò fra le vostre braccia.
- Siamo inesorabili, - incalzò l'indiano - Ma non hai tu adunque mai amato? - chiese ella, piangendo di rabbia.
- Non sai adunque cosa sia una passione infranta?
- Non so cosa sia l'amore, - disse l'inflessibile indiano. Giura, "vergine della pagoda", o io spengo quell'uomo.
- Ah! maledetti!...
- Giura!
- Ebbene!... - esclamò l'infelice con voce spenta.- Io... io giuro...
che non amerò... più quell'uomo.
Emise un urlo disperato, straziante, si portò le mani al cuore e cadde priva di sensi sulle stuoie. L'indiano ruppe in uno scroscio di risa.
- Tu hai giurato che non l'amerai, - diss'egli con satanica gioia, raccogliendo il pugnale che la giovanetta aveva lasciato cadere. - Ma io non ho giurato che quell'uomo uscirà vivo di qui. Sorridi, eccelsa divinità e gioisci: questa notte ti offriremo una nuova vittima!
Accostò alle labbra uno zuffolo d'oro e cavò un acuto fischio.
Un indiano, col laccio stretto attorno ai fianchi ed il pugnale in mano entrò, inginocchiandosi dinanzi a Suyodhana.
- "Figlio delle sacre acque del Gange", eccomi, diss'egli.
- Karna, - disse Suyodhana, - porta via la "vergine della pagoda" e veglia su di lei.
- Conta su di me, "figlio delle sacre acque del Gange".
- Quella vergine tenterà forse di suicidarsi, ma tu glielo impedirai, giacché la nostra divinità non ha per ora che costei. Se muore, morrai tu pure.
- Lo impedirò.
- Radunerai poscia una cinquantina dei più fanatici e li disporrai intorno alla pagoda. L'uomo non deve sfuggirci.
- V'è un uomo nella pagoda?
- Sì, Tremal-Naik, il "cacciatore di serpenti" della jungla nera. Va ed a mezzanotte sii qui.
L'indiano afferrò la povera Ada fra le braccia ed uscì. Suyodhana, o meglio il "figlio delle sacre acque del Gange", aspettò che ogni rumore di passi fosse cessato, poi s'inginocchiò dinanzi alla vaschetta di marmo, nella quale guizzava il pesciolino dorato.
- Padre mio, - diss'egli.
Il pesciolino che nuotava in fondo al bacino, a quella voce venne a galla.
- Padre mio, - proseguì l'indiano. - Un uomo, un miserabile, ha alzato gli occhi sulla "vergine della pagoda". Quest'uomo è in mano nostra; vuoi che viva o che muoia?
Il pesciolino si sprofondò nuotando con vivacità. Suyodhana si alzò di scatto: un sinistro lampo balenò nei suoi sguardi.
- La dea l'ha condannato, - diss'egli con voce cupa... - Quell'uomo morrà!
Tremal-Naik, rimasto solo, s'era lasciato cadere ai piedi della statua comprimendosi fortemente il cuore che battevagli furiosamente, come se volesse uscirgli dal petto. Giammai un'emozione simile aveva scosso le sue fibre; giammai aveva provato tanta gioia, nella solitaria e selvaggia sua vita fra le canne e le tigri.
- Bella! bella! - esclamava egli, senza por mente che trovavasi nella pagoda maledetta e che forse cento orecchi l'ascoltavano. - Oh! sarai mia sposa, sì, vago fiore della jungla, dovessi mettere a ferro e a fuoco questa isola, dovessi da solo cozzare coi mostri che ti hanno condannato. Uscirò di qui, ritroverò i miei prodi compagni ed allora ti rapirò, ti salverò. Essi son forti, tu hai detto, essi sono terribili, ma io sarò più forte e più terribile e farò loro scontare a caro prezzo quelle lagrime che tu, infelice, hai sparso dinanzi a me.
L'amore mi darà la forza di compiere tale impresa.
Si era alzato e si era messo a passeggiare, agitatissimo, colle pugna convulsivamente chiuse ed i lineamenti sconvolti da una rabbia concentrata.
- Povera Ada! - ripigliò egli, con profonda tenerezza. - Qual destino mai pesa su di te? Perché tu non puoi amarmi? La morte troncherà la tua vita, hai detto, il giorno che tu dovessi diventar mia sposa; ma io l'arresterò questa morte, io la infrangerò colle mie proprie mani.
Oh! svelerò sì, questo tremendo mistero e quel giorno tremino gli sciagurati che ti condannarono.
Egli s'arrestò udendo le acute note del "ramsinga".
- Maledetto istrumento! - esclamò. - Suona sempre!
Rabbrividì al pensiero che gli attraversò il cervello.
- Questa tromba annuncia una sventura, - mormorò. - Che m'abbiano scoperto o che abbiano ucciso Kammamuri?
Rattenne il respiro tendendo gli orecchi. Il suo fine udito raccolse un brusìo di voci, che sembravano venire dal di fuori.
- Cosa vuol dir ciò? Al di fuori v'è della gente. Che sieno gli indiani, gli abitanti di questi funebri luoghi?
Si guardò intorno con superstizioso terrore, ma era affatto solo, guardò l'apertura della pagoda, ma era affatto libera.
- Qualche cosa sta per succedere, lo sento, disse a voce bassa, - ma mostrerò chi sia Tremal-Naik, quando si batte.
Esaminò le cariche delle pistole e della carabina, temendo forse che una mano misteriosa le avesse levate; esaminò persino la lama del suo fedele pugnale, tinto più di cento volte nel sangue dei serpenti e delle tigri, e s'accoccolò dietro alla mostruosa statua, rimpicciolendosi più che gli era possibile.
La giornata passò con una lentezza spaventevole per l'indiano, condannato ad una immobilità quasi assoluta e ad un digiuno forzato.
Le ombre della notte a poco a poco invero i più oscuri recessi della pagoda, poi s'alzarono gradatamente verso la cupola: alle nove l'oscurità era così profonda, da non vederci ad un passo di distanza, quantunque la luna brillasse in cielo, riflettendosi sulla grande palla di bronzo dorato e sul serpente dalla testa di donna.
Il "ramsinga" non aveva più fatto udire le sue funebri note ed il brusìo era da lunga pezza cessato. Un silenzio misterioso regnava dappertutto.
Tremal-Naik tuttavia non ardiva muoversi; il solo movimento che facesse, era quello di appoggiare l'orecchio sulle fredde pietre della pagoda e di ascoltare con profonda attenzione.
Una voce segreta gli diceva di vegliare e di diffidare e ben presto si accorse che quella voce non mentiva, poiché verso le undici, quando più fitte erano le tenebre, un rumore strano, non ancor definibile, giunse fino a lui.
Pareva che qualche cosa scendesse dall'alto, seguendo la corda che sosteneva la lampada. Tremal-Naik per quanto aguzzasse gli occhi non fu però capace di distinguere ciò che fosse. Per ogni precauzione impugnò le pistole e silenziosamente s'alzò, ponendosi in ginocchio.
- Che può esser mai? - si chiese egli. - Ada, no poiché mezzanotte è ancor lontana. Che sieno quei terribili uomini?
Una vampa d'ira gli salì in volto.- Sfortuna a colui che qui entra!
Un tintinnìo metallico risuonò fra le tenebre. Era la lampada che si agitava, scossa senza dubbio da colui che scendeva dall'alto.
Tremal-Naik non si trattenne più.
- Chi è là? - gridò egli.
Nessuno rispose alla domanda, anzi il tintinnìo cesso.
- Che mi sia ingannato? - si domandò egli.
Si alzò e guardò in aria. Lassù, sulla cupola, la luna continuava a riflettersi sulla palla dorata e scorgevasi una parte della fune vegetale che sosteneva la lampada, ma nessuno essere umano v'era appeso.
- E' strano, - disse Tremal-Naik, diventato inquieto.
Tornò a rannicchiarsi continuando a guardarsi d'intorno. Passarono altri venti minuti, poi la lampada tornò a tintinnare.
- Chi è là? - ripete egli con voce stridula. - Se v'è qualcuno si faccia innanzi, che Tremal-Naik lo attende.
Nuovo silenzio. Allora s'aggrappò ai piedi della gigantesca statua, sali sulle braccia, si elevò fino a posare i piedi sulla testa ed afferrò la lampada scuotendola furiosamente. Uno scroscio di risa risuonò nella pagoda.
- Ah, - esclamo Tremal-Naik, che sentivasi invadere dalla rabbia.- V'è qualcuno che ride lassù. Aspetta!
Radunò le sue erculee forze, poi con una strappata irresistibile spezzò la fune. La lampada rovinò al suolo con un fracasso indescrivibile, che gli echi del tempio più volte ripeterono.
Un secondo scroscio di risa risuonò. Tremal-Naik si precipitò giù dalla statua, nascondendovisi dietro.
Era tempo. Una porta s'aprì ed un indiano alto e magro, riccamente vestito, con un pugnale in una mano e una torcia resinosa nell'altra, apparve.
Quell'uomo era il truce Suyodhana: una gioia infernale irradiava il bronzeo suo volto e ne' suoi occhi balenava un sinistro lampo.
Egli si arrestò un momento a contemplare la mostruosa divinità, dietro la quale stava Tremal-Naik col coltello fra i denti e le pistole in pugno poi fece alcuni passi innanzi. Dietro a lui si avanzarono ventiquattro indiani, ponendosi dodici a destra e dodici a sinistra.
Erano tutti armati di pugnale e del cordone di seta colla palla di piombo.
- Figli miei, - disse Suyodhana con un accento da far fremere, - è mezzanotte!
- Gli indiani sciolsero le corde, brandirono i pugnali e piantarono le torcie in alcuni buchi fatti nelle pietre.
- Siamo pronti alla vendetta! - risposero in coro.
- Un empio, - proseguì Suyodhana, - ha profanato la pagoda della nostra dea. Cosa merita quest'uomo?
- La morte, risposero gl'indiani.
- Un empio ardì parlare d'amore alla "vergine della pagoda". Cosa merita quest'uomo?
- La morte, - ripeterono gl'indiani.
- Tremal-Naik! - gridò Suyodhana con terribile accento. - Mostrati!
Uno scroscio di risa gli rispose, poi il "cacciatore di serpenti", che tutto aveva udito, apparve, slanciandosi con un solo salto dinanzi alla mostruosa divinità.
Non era più lo stesso uomo; pareva una vera tigre sbucata dalla jungla. Un feroce sorriso sfiorava le sue labbra, la sua faccia era truce, alterata da una collera furiosa e gli occhi mandavano sinistri baleni.
Il selvaggio figlio della jungla si risvegliava, pronto a ruggire ed a mordere.
- Ah! Ah! - esclamò egli ridendo. - Siete voi che volete uccidere Tremal-Naik?
Si vede che non conoscete ancora il "cacciatore di serpenti".
Guardate, assassini, quanto vi disprezzo.
Alzò in aria le due pistole e le scaricò, gettando lontano da sé le armi. Scaricò dipoi la carabina e l'impugnò per la canna per servirsene come d'una mazza.
- Ora, - diss'egli, - chi si sente tanto ardito da assalire Tremal- Naik, si faccia innanzi. Mi batto per la donna, che voi, o maledetti, condannaste.
Fece un salto indietro e si mise sulla difensiva, emettendo il suo urlo di guerra.
- Avanti ! avanti! - tuonò. - Mi batto per la "vergine della pagoda"!
- Un indiano, senza dubbio il più fanatico, gli si avventò contro, facendo fischiare in aria il laccio. Sia che avesse preso troppo slancio o che scivolasse, egli venne a cadere quasi ai piedi di Tremal-Naik.
La terribile mazza s'alzò e discese con rapidità fulminea percotendo il cranio dell'indiano. La morte fu istantanea.
- Avanti! avanti! - ripeté Tremal-Naik. - Mi batto per la mia Ada!
I ventitré indiani si scagliarono come un sol uomo sul "cacciatore di serpenti", che roteava come un demente la carabina.
Un altro indiano cadde, ma la carabina non resse a quel secondo colpo e si spezzo nelle mani di colui che l'adoperava.
- A morte! a morte! - vociarono gl'indiani, spumanti d'ira.
Un laccio piombò su Tremal-Naik stringendogli il collo, ma egli lo strappò di mano allo strangolatore, poi impugnò il coltello e si avventò contro la statua di bronzo salendole sulla testa.
- Largo! largo! - gridò egli, girando intorno sguardi feroci.
Si raccolse su se stesso come una tigre e saltando sopra le teste degl'indiani cercò dirigersi verso la porta, ma gli mancò il tempo.
Due corde gli strinsero le braccia, percuotendolo dolorosamente colle palle di piombo e lo atterrarono.
Egli gettò un urlo terribile. Gl'indiani in un baleno gli furono sopra come una torma di cani attorno al cinghiale, e malgrado la sua forte resistenza venne solidamente legato e ridotto all'impotenza.
- Aiuto! aiuto! - rantolò egli.
- A morte! a morte! - gridarono gli indiani.
Con uno sforzo erculeo spezzo due corde, ma fu tutto quello che poté fare. Nuovi lacci lo strinsero, e così fortemente, che le carni divennero nere.
Suyodhana, che aveva assistito impassibile a quella disperata lotta di un uomo solo contro ventidue, gli si avvicinò e lo contemplò per alcuni istanti con gioia satanica. Tremal-Naik nulla potendo fare, gli sputò contro.
- Empio! esclamò il "figlio delle sacre acque del Gange".
Afferrò con mano solida il suo pugnale e l'alzò sul prigioniero che lo guardava sdegnosamente.
- Figli miei, - disse l'indiano, - qual pena merita quest'uomo?
- La morte! - risposero gl'indiani.
- E la morte sia.
Tremal-Naik emise un ultimo grido.
- Ada! Povera Ada!
La lama del vendicatore che penetravagli nel petto, gli spense la voce. Sbarrò gli occhi, li chiuse, uno spasimo violento agitò le sue membra e s! irrigidì. Un rivo di sangue caldo scorreva per le sue vesti, disperdendosi per le pietre.
- Kâlì! - disse Suyodhana, volgendosi verso la statua di bronzo.- Scrivi sul tuo nero libro, il nome di questa nuova vittima.
Ad un cenno due indiani sollevarono l'infelice Tremal-Naik.
- Gettatelo nella jungla a pasto delle tigri, concluse il terribile uomo. - Così periscono gli empi!...
Kammamuri
Kammamuri, dopo l'avvenuta separazione, aveva preso la via che conduceva al fiume, cercando di seguire le traccie dell'indiano che lo precedeva. Però, bisogna dirlo, il bravo maharatto si allontanava dal suo padrone a malincuore, e quasi con rimorso.
Egli, con ragione, temeva che Tremal-Naik commettesse qualche pazzia, sapendo che voleva rivedere la misteriosa visione e perciò ogni dieci passi s'arrestava titubante, più disposto ad indietreggiare, malgrado il divieto, che di andare innanzi.
Come ritornare alla capanna, sapendo che il padrone trovavasi nella jungla maledetta, dove i nemici pullulavano come i bambù? Gli sembrava una enormità, una cosa assolutamente impossibile, quasi un delitto.
Non aveva ancor percorso mezzo miglio, quando si decise di ritornare sui propri passi a costo di far andare in bestia Tremal-Naik.
- Infine, - disse il bravo maharatto, - un compagno potrà servirgli a qualche cosa. Animo, Kammamuri, coraggio ed occhi aperti.
Fece una piroetta sui talloni e si diresse nuovamente verso l'ovest, non ponendo più mente all'indiano che fino allora lo aveva preceduto.
Non aveva fatto ancor venti passi, che udì una voce disperata a gridare:
- Aiuto! aiuto!
Kammamuri fece un salto indietro.
- Aiuto! - mormorò egli. - Chi chiama aiuto?
Stette in ascolto, con una mano all'orecchio: il venticello notturno che spirava dall'ovest, portò a lui un fischio acuto.
- Succede qualche cosa laggiù, - borbottò il maharatto, inquieto.- Il vento porta, chi ha gridato deve essere a mezzo miglio da qui, nella direzione presa dal mio padrone. Che assassinino qualcuno?
La paura di cadere nelle mani degli indiani era forte, ma la curiosità la vinse.
Si pose la carabina sotto il braccio e si diresse verso l'ovest, scostando i bambù con precauzione. Proprio in quell'istante echeggiò una detonazione.
Nell'udirla, il maharatto senti gelarsi il sangue nelle vene. La carabina di Tremal-Naik, che tante e tante volte aveva udito rombare nella jungla nera, la conosceva troppo bene perché potesse ingannarsi.
- Grande Siva! - mormorò coi denti stretti. - Il padrone si difende.
L'idea che Tremal-Naik corresse un pericolo, gl'infuse un coraggio straordinario.
Disprezzando ogni precauzione, dimenticando che forse gl'indiani lo spiavano, si mise a correre verso il luogo dal quale sembrava essere partita la detonazione.
Un quarto d'ora dopo giungeva ad una specie di radura, nel mezzo della quale contorcevasi un oggetto lungo lungo, sparso di macchie. Quel corpo emetteva dei sibili acuti, particolari ai serpenti, allorché sono irritati.
- To', un pitone!- esclamò Kammamuri il quale, famigliarizzato a simili rettili, non provava paura alcuna.
Stava per allontanarsi, per evitare il pericolo di venire assalito e stritolato, quando s'accorse che il rettile non era più intero e che a lui vicino giaceva un corpo umano.
Sentì rizzarsi il ciuffo di capelli che crescevagli sulla nuca.
- Che sia il padrone, - mormorò.
Afferrò la carabina per la canna, affrontò il rettile che contorcevasi rabbiosamente perdendo sangue e gli schiacciò la testa.
Liberatosi del mostro, corse a quel corpo umano che non dava più segno di vita.
- Visnù sia benedetto! - esclamò, emettendo un sospirone. - Non è il padrone.
Infatti era un indiano, quello stesso che per lanciarsi contro Tremal- Naik era caduto fra le spire del pitone. Il povero diavolo non era più riconoscibile, dopo la terribile stretta del rettile.
Era una massa di carne contorta, stritolata, inondata di sangue.
Aveva la bocca smisuratamente aperta e lorda d'una spuma sanguinosa, gli occhi fuori delle orbite, punte di ossa infrante che gli uscivano dal petto orrendamente sfondato e le membra spezzate in dieci diversi luoghi.
Kammamuri si curvò su di lui per udire se respirava ancora, ma quelle carni erano già fredde.
- Il pover'uomo non ha potuto resistere alla potente stretta, - disse.- Tanto peggio per lui: quest'indiano non può essere che uno di quelli che ci davano la caccia, poiché vedo sul suo petto il misterioso tatuaggio. Orsù, qui non c'è ormai più nulla da fare e corro il pericolo di venire scoperto.
Un leggiero strofinìo di bambù scossi, lo inchiodò sul suolo. Si piegò prontamente e si distese in mezzo alle erbe, rimanendo immobile come il cadavere che aveva vicino.
Se non era stato ancora veduto, poteva sfuggire allo sguardo di colui o di coloro che avevano smosso i bambù, essendo le canne alte.
Lo strofinìo era subito cessato, ma non bisognava fidarsi. Gli indiani sono pazienti come le pelli-rosse dell'America e spiano la preda per delle ore, anzi per delle giornate, e Kammamuri, indiano pur lui, non le ignorava.
Stette così parecchio tempo, poi ardì alzare il capo e guardare all'intorno.
Un sibilo lamentevole fendé l'aria e si senti strozzare da un laccio, che una mano abile aveva gettato attorno al suo collo.
Rattenne il grido che stava per uscirgli dalle labbra, afferrò con pugno solido la corda impedendo così che lo strangolasse e ricadde fra le erbe dibattendosi come un agonizzante. L'astuzia riuscì pienamente.
Lo strangolatore, che tenevasi imboscato dietro ad un gruppo di canne da zucchero selvatiche, credendo che la vittima fosse per spirare, balzò fuori per finirla a colpi di pugnale. Kammamuri aveva afferrata una delle pistole e l'aveva armata drizzandola su di lui.
- Sei morto! - gli gridò.
Un lampo ruppe le tenebre, seguito da una detonazione. Lo strangolatore barcollò, portò le mani al petto e cadde di peso fra le erbe.
Kammamuri gli fu sopra colla seconda pistola.
- Dov'è Tremal-Naik? - gli chiese.
Lo strangolatore tentò di risollevarsi, ma ricadde. Un getto di sangue gli uscì dalla bocca, stralunò gli occhi, emise un gemito e s'irrigidì. Era morto.
- Battiamocela, - mormorò il maharatto. - Tra poco avrò alle calcagna i suoi compagni.
Saltò in piedi e si diede a precipitosa fuga dalla parte che era venuto persuaso che il morto fosse l'indiano che lo aveva preceduto e che Tremal-Naik fosse riuscito a salvarsi.
Percorse, così correndo, più d'un miglio inoltrandosi sempre più nella jungla, procurando di mantenere una via retta per giungere alla riva del fiume e di là aspettare il ritorno del padrone che non voleva abbandonare. Era la mezzanotte, quando si trovò sul limitare di una foresta di palme da cocco, superbe piante che superano in bellezza le palme da datteri, e che una sola basta per fornire ad una intera famiglia il cibo, la bevanda e persino le vestimenta.
Il maharatto non ardì andare più innanzi; s'arrampicò su una di quelle piante e stabilì lassù il suo domicilio, sicuro di non venire assalito dagl'indiani e meno ancora dalle tigri, che dovevano trovarsi in buon numero in quell'isola.
Si accomodò sul tronco, si legò colla corda presa allo strangolatore e rassicurato dal profondo silenzio che regnava, chiuse gli occhi.
Non dormì che pochissime ore, poiché un baccano infernale lo svegliò.
Una grossa banda di sciacalli, sbucata chi sa mai da dove, aveva attorniato l'albero e gli faceva l'onore di una spaventevole serenata.
Quegli animali, poco dissimili dai lupi, che pullulano come le formiche in tutta o quasi tutta l'India, ed i cui morsi sono ritenuti velenosi, erano più di cento e facevano salti disperati, sfogando la loro rabbia con urli lamentevoli, quasi strazianti, da incutere terrore anche a chi è abituato a udirli da lunga pezza.
Kammamuri avrebbe ben voluto allontanarli con qualche schioppettata, ma la tema di attirare gl'indiani, assai più terribili di quelle bestie, lo trattenne e si rassegnò ad ascoltare il loro concerto che durò fino all'alba.
Allora poté gustare il sonno che si prolungò più di quanto avrebbe voluto, poiché quando riaprì gli occhi, il sole aveva quasi compito l'intero suo giro e declinava rapidamente all'occidente. Spaccò una noce di cocco giunta a completa maturanza, grossa quanto la testa di un uomo, la cui polpa indurita rammenta il sapore delle mandorle, ne inghiottì una buona parte e si rimise bravamente in marcia, non già questa volta coll'intenzione di recarsi alla riva, ma di trovare Tremal-Naik.
Attraversò il bosco di cocchi perdendo parecchie ore e quantunque la notte fosse abbastanza inoltrata, rientrò nella jungla piegando verso il sud e continuò a marciare così fino a mezzanotte, fermandosi di quando in quando ad esaminare il terreno colla speranza di trovare qualche traccia del padrone. Disperando ormai di scoprire qualche indizio, stava per cercare un albero su cui passare il restante della notte, quando due sordi spari, tirati a poca distanza l'un dall'altro, lo colpirono.
- To' - esclamò sorpreso.
Un terzo sparo, più forte degli altri due, s'udì.
- Il padrone! - gridò. - Questa volta non mi sfugge più!
Sospese le sue ricerche e corse verso il sud colla celerità d'un cavallo, e mezz'ora dopo giungeva in un'ampia radura, in mezzo alla quale illuminata da uno splendido chiaro di luna, ergevasi una grandiosa pagoda. Fece alcuni passi innanzi, poi ritornò rapidamente indietro riguadagnando i bambù.
Due uomini si erano mostrati all'aperto e muovevano verso la jungla, portando una terza persona che sembrava morta.
- Cosa vuol dire ciò? - borbottò il maharatto, che cadeva di sorpresa in sorpresa. - Che vengano a seppellire quel cadavere nella jungla?
S'allontanò ancor più, cacciandosi nel fitto d'un cespuglio, ma in un luogo da cui poteva vedere senza essere scoperto.
I due portatori, che riconobbe per due indiani, attraversarono rapidamente la radura, arrestandosi presso i bambù.
_ Animo, Sonephur, - disse uno dei due. Facciamolo dondolare e scagliamolo là in mezzo. Sono certo che domani mattina non troveremo che le ossa, se le tigri saranno d'umore di lasciarle.
- Lo credi? - chiese l'altro.
- Sì, la nostra amata dea s'incaricherà d'inviargli una mezza dozzina di quelle bestie. Quest'indiano è un bel pezzo di carne e abbastanza giovane.
I due miserabili scoppiarono in una sonora risata, a quell'atroce scherzo.
- Prendilo bene, Sonephur.- Andiamo, uno, due...
I due indiani fecero oscillare il cadavere e lo scagliarono in mezzo alla jungla.
- Buona fortuna! - gridò uno.
- Buona notte, - disse l'altro. - Domani mattina verremo a farti una visita.
Ed i due indiani s'allontanarono sghignazzando.
Kammamuri aveva assistito a quella scena. Aspettò che i due indiani fossero molto lontani, poi uscì dal nascondiglio e spinto da una forte curiosità, s'avvicinò al cadavere. Un urlo strozzato gli uscì dalle labbra.- Il padrone! esclamò con voce straziante. - Oh! i maledetti!
Infatti quel cadavere era Tremal-Naik. Aveva gli occhi chiusi, la faccia orribilmente alterata e in mezzo al petto, confitto sino al manico, un pugnale. Le vesti erano tutte lorde del sangue che usciva ancora dalla profonda ferita.
- Padrone! mio povero padrone! - singhiozzò il maharatto.
Appoggiò ambe le mani sul corpo di lui e trasalì come se fosse stato toccato da una pila elettrica. Gli pareva d'aver sentito il cuore a battere.
Avvicinò l'orecchio e ascoltò rattenendo il respiro. Non vi era da ingannarsi: Tremal-Naik non era ancor morto poiché il cuore debolmente batteva.
- Forse non è colpito a morte, - mormorò, tremando per l'emozione. - Calma, Kammamuri, e agiamo senza perdere tempo.
Con precauzione tolse a Tremal-Naik il "kurty" mettendo a nudo l'ampio petto. Il pugnale gli era stato immerso fra la sesta e la settima costola, in direzione del cuore, ma senza averlo toccato.
La ferita era terribile, ma forse non era mortale; Kammamuri che se ne intendeva più d'un medico, sperò di salvare l'infelice.
Prese delicatamente l'arma e lentamente, senza scosse, la estrasse dalla ferita: un getto di sangue caldo e rosso uscì dalle labbra. Era buon segno.
- Guarirà, - disse il maharatto.
Stracciò un pezzo del "kurty" ed arrestò l'emorragia che poteva essere fatale pel ferito. Ora si trattava di avere un po' d'acqua e alcune foglie di "youma" da spremere sulla piaga, per affrettare la cicatrizzazione.
- Bisogna a qualsiasi costo allontanarsi da qui per trovare qualche stagno, - mormorò poi. - Tremal-Naik è forte, un uomo d'acciaio e sopporterà il trasporto senza aggravare la ferita. Animo, Kammamuri.
Raccolse tutte le sue forze, lo afferro fra le braccia più delicatamente che poté, e s'allontano barcollando, dirigendosi verso l'est, ossia verso il fiume.
Riposando ogni cento passi per tirare il fiato e per vedere se il padrone dava sempre segno di vita, grondante di sudore, reggendosi a mala pena sulle gambe, percorse più d'un miglio e si fermo sulle rive d'uno stagno d'acqua limpidissima, circondato da una triplice fila di piccoli banani e di cocchi.
Depose il ferito su di un denso strato d'erbe, ed applicò sulla sanguinosa piaga delle pezzuole bagnate. A quel contatto un debole sospiro, che parve un gemito represso, usci dalle labbra di Tremal- Naik.
- Padrone! padrone! - chiamo il maharatto.
Il ferito agitò le mani ed apri gli occhi che roteavano in un cerchio sanguigno, fissandoli su Kammamuri.
Un raggio di gioia illuminò il suo bronzeo volto.
- Mi riconosci, padrone? - chiese il maharatto.
Il ferito fece un cenno affermativo col capo e mosse le labbra come per parlare, ma non articolo che un suono confuso, incomprensibile.
- Non puoi ancora parlare, - disse Kammamuri, - ma mi narrerai ogni cosa poi. Sta' certo, padrone, che ci vendicheremo dei miserabili che t'hanno conciato cosi malamente.
Lo sguardo di Tremal-Naik brillò di un cupo fuoco e strinse le dita strappando le erbe. Egli lo aveva senza dubbio compreso.
- Calma, calma, padrone. Ora troverò io alcune erbe che ti faranno molto bene, e fra quattro o cinque giorni abbandoneremo questi luoghi e ti condurrò alla capanna a terminare la tua guarigione.
Gli raccomando un'ultima volta silenzio e immobilità completa, batté le erbe per un raggio di trenta o quaranta passi per assicurarsi che non nascondevano alcuno di quei terribili serpenti detti "rubdira mandali" il cui morso fa, come si dice, sudar sangue, e si allontanò strisciando.
Non corse molto, che trovò alcune pianticelle di "youma", volgarmente chiamate "lingua di serpente" il cui succo è un balsamo prezioso per le ferite.
Ne fece una buona raccolta e si disponeva a ritornare, ma fatti appena pochi passi s'arrestò colle mani sui calci delle pistole.
Gli era sembrato di aver veduto una massa nera cacciarsi silenziosamente fra i bambù; aveva più la forma d'un animale, che d'un essere umano.
Fiutò a più riprese l'aria e senti un odore marcatissimo di selvatico.
- Attento Kammamuri, - mormorò. Abbiamo una tigre vicina.
Si mise fra i denti il coltellaccio e s'avanzò intrepidamente verso lo stagno guardando attentamente attorno. S'aspettava di trovarsi da un momento all'altro di fronte al feroce carnivoro, ma così non fu e giunse in mezzo agli alberi senza averlo nemmeno veduto.
Tremal-Naik era nel medesimo luogo di prima e pareva assopito, di che si rallegrò il bravo maharatto. Si mise vicino la carabina e le pistole per esser pronto a servirsene, masticò le erbe, malgrado la loro insopportabile amarezza e le applicò sulla piaga.
- Là, così va bene, - diss'egli stropicciandosi allegramente le mani.
- Domani il padrone starà meglio e potremo sloggiare da questo luogo che non mi sembra molto sicuro. Gl'indiani fra poche ore si recheranno nella jungla e non trovando il cadavere, si metteranno senza dubbio in campagna. Non lasciamoci dunque prendere così...
Un miagolìo formidabile, famigliare alle tigri, simile ad un ruggito, gli troncò la frase. Volse rapidamente la testa, allungando istintivamente le mani verso le armi.
Là? a quindici passi di distanza, raccolta su se stessa, come in atto di slanciarsi stava un'enorme tigre reale, che lo fissava con due occhi brillanti che avevano i riflessi azzurrini dell'acciaio.
Una notte terribile
Tremal-Naik, al ruggito di guerra del felino, si era subitamente svegliato, facendo un brusco movimento, come se cercasse il suo fedele coltellaccio. Il moribondo s'era rianimato come il soldato che ode lo squillo di tromba che dà il segnale della mischia.
- Kammamuri? - articolò con uno sforzo supremo.
- Non muoverti, padrone! - disse il maharatto, che fissava negli occhi la belva, sempre raccolta su se stessa.
- La ti...gre! la ti...gre! - ripeté il ferito.
- Ci penso io. Torna ad adagiarti e non prenderti pensiero per la mia vita.
Il maharatto aveva impugnata una pistola e aveva diretto la canna sulla tigre, ma non ardiva tirare, temendo in primo luogo di non ucciderla sul colpo e collo sparo di attirare l'attenzione dei nemici.
La tigre, lo si vedeva, esitava ad assalire, tenuta in rispetto dalla canna lucente della pistola, conoscendone indubbiamente i mortali effetti. Si batté tre o quattro volte i fianchi colla coda, come i gatti allorché sono in collera, emise un secondo miagolio più forte del primo poi cominciò ad indietreggiare sollevando la terra coi suoi potenti artigli senza staccare gli occhi dal maharatto che sosteneva imperterrito quello sguardo.
- Kamma...muri... la ti...gre! - tornò a balbettare Tremal-Naik, sforzandosi di sollevarsi sulle braccia.
- Se ne va, padrone. Non ardisce attaccare il "cacciatore di serpenti" ed il suo maharatto. Sta' cheto e tutto andrà bene.
Ad un tratto la tigre scattò in piedi, drizzò gli orecchi come cercasse di raccogliere qualche rumore, emise un terzo ma più basso miagolio fece un rapido voltafaccia e scomparve nella jungla, lasciandosi dietro il ben noto odore di selvatico. Kammamuri s'era pure alzato, in preda ad una forte inquietudine.
- Chi può avere spaventata la tigre? - si domandò con ansietà. - Qualcuno sicuramente si avvicina.
Si slanciò verso gli alberi ed esaminò la jungla che era distante un centinaio di passi, ma non vide alcuno.
S'affrettò a ritornare vicino a Tremal-Naik, che era ricaduto sul letto di foglie.
- La ti...gre? - chiese il ferito con voce fioca.
- E' scomparsa, padrone, - rispose il maharatto, dissimulando la sua inquietudine.
Ha avuto paura della mia pistola. Dormi e non pensare ad altro.
Il ferito mandò un sordo gemito.
- Ada! balbettò.
- Cosa vuoi, padrone?
- Ah! come... era bella... bel...la!
- Cosa vuoi dire? Chi era bella?
- Ma...ledetti... l'han...no rapita... ma... - digrignò i denti con rabbia e cacciò le unghie in terra.
- Ada!... Ad...a! - ripeté.
- Delira, - pensò il maharatto.
- Sì, l'hanno ra...pita, - continuò il ferito. - Ma... la ritro...
verò oh! sì, la ritroverò!
- Non parlare, padrone, che corriamo un grave pericolo.
- Pericolo? - balbettò Tremal-Naik, senza comprenderlo. - Chi parla di pe...ricolo? Tornerò qui... sì, tornerò, maledetti... con la mia Darma... e vi fa...rò divorare tut...ti!
Agitò le braccia con impeto furioso, roteò gli occhi, li chiuse e rimase immobile come fosse morto.
- Dorme, - disse Kammamuri. - Tanto meglio: almeno il suo gridare non tradirà la nostra presenza. Ed ora, stiamo in guardia, che la tigre forse ci spia.
Si sedette incrociando le gambe alla maniera dei turchi, si mise la carabina sulle ginocchia, si cacciò in bocca una pallottola di "betel" per combattere il sonno che lo assaliva e attese pazientemente l'alba, cogli occhi bene aperti e gli orecchi ben tesi. Passarono una, due, tre ore, senza che nulla accadesse. Nessun miagolio di tigre, nessun sibilo di serpente, nessun urlo di sciacallo rompeva il silenzio che regnava nella misteriosa jungla. Solo di quando in quando un soffio d'aria carico di pestifere esalazioni, passava sulle canne e le curvava con dolce mormorio. Le tre dovevano essere trascorse, quando una specie di fischio, potente, bizzarro, ruppe il silenzio. Era una specie di "niff! niff!" assai acuto.
Il maharatto sorpreso e un po' atterrito, s'al