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Emilio Salgari
IL CORSARO NERO
1.
I FILIBUSTIERI DELLA TORTUE
Una voce robusta, che aveva una
specie di vibrazione metallica, s'alzò
dal mare ed echeggiò fra
le tenebre, lanciando queste parole
minacciose:
- Uomini del canotto! Alt, o vi
mando a picco!...
La piccola imbarcazione, montata
da due soli uomini, che avanzava
faticosamente sui flutti color
inchiostro, fuggendo l'alta sponda che
si delineava confusamente sulla
linea dell'orizzonte, come se da
quella parte temesse un grave
pericolo, s'era bruscamente arrestata. I
due marinai, ritirati
rapidamente i remi, si erano alzati d'un sol
colpo, guardando con inquietudine
dinanzi a loro, e fissando gli
sguardi su di una grande
ombra, che pareva fosse improvvisamente
emersa dai flutti.
Erano entrambi sulla quarantina,
ma dai lineamenti energici e
angolosi, resi più arditi
dalle barbe folte, irte, e che forse mai
avevano conosciuto l'uso del
pettine e della spazzola.
Due ampi cappelli di feltro, in
più parti bucherellati e colle tese
sbrindellate, coprivano le loro
teste; camicie di flanella lacerate e
scolorite, e prive di maniche,
riparavano malamente i loro robusti
petti, stretti alla cintura da
fasce rosse, del pari ridotte in stato
miserando, ma sostenenti un paio
di grosse e pesanti pistole che si
usavano verso la fine del
sedicesimo secolo. Anche i loro corti
calzoni erano laceri, e le gambe
ed i piedi, privi di scarpe, erano
imbrattati di fango nerastro.
Quei due uomini che si
sarebbero potuti scambiare per due evasi da
qualche penitenziario del Golfo del
Messico, se in quel tempo fossero
esistiti quelli fondati più
tardi alle Guiane, vedendo quella grande
ombra che spiccava nettamente sul
fondo azzurro cupo dell'orizzonte,
fra lo scintillio delle stelle, si
scambiarono uno sguardo inquieto.
- Guarda un po', Carmaux, - disse
colui che pareva il più giovane. -
Guarda bene, tu che hai la vista
più acuta di me. Sai che si tratta di
vita o di morte.
- Vedo che è un vascello e
sebbene non sia lontano più di tre tiri di
pistola non saprei dire se
viene dalla Tortue o dalle colonie
spagnole.
- Che siano amici?... Uhm! Osare
spingersi fin qui, quasi sotto i
cannoni dei forti, col pericolo
d'incontrare qualche squadra di navi
d'alto bordo scortante qualche
galeone pieno d'oro!...
- Comunque sia, ci hanno visti,
Wan Stiller, e non ci lasceranno
fuggire. Se lo tentassimo, un colpo
di mitraglia sarebbe sufficiente a
mandarci tutti e due a casa di
Belzebù.
La stessa voce di prima, potente
e sonora, echeggiò per la seconda
volta fra le tenebre, perdendosi
lontana sulle acque del golfo:
- Chi vive?
- Il diavolo, - borbottò
colui che si chiamava Wan Stiller.
Il compagno invece salì sul
banco e con quanta voce aveva gridò:
- Chi è l'audace che vuol
sapere da qual paese veniamo noi?... Se la
curiosità lo divora,
venga da noi e gliela pagheremo a colpi di
pistola.
Quella smargiassata, invece di
irritare l'uomo che interrogava dal
ponte della nave, parve renderlo
lieto, poiché rispose:
- I valorosi s'avanzino e
vengano ad abbracciare i fratelli della
costa!...
I due uomini del canotto avevano
mandato un grido di gioia.
- I fratelli della costa! -
esclamarono.
Poi colui che si chiamava Carmaux
aggiunse:
- Il mare m'inghiotta, se non ho
conosciuta la voce che ci ha data
questa bella nuova.
- Chi credi che sia? - chiese il
compagno, che aveva ripreso il remo
manovrandolo con supremo vigore.
- Un uomo solo, fra tutti i
valorosi della Tortue, può osare spingersi
fino sotto i forti spagnoli.
- Chi?...
- Il Corsaro Nero.
- Tuoni d'Amburgo!... Lui!...
Proprio lui!...
- Che triste notizia per
quell'audace marinaio!... - mormorò Carmaux
con un sospiro. - Ed è
proprio morto!...
- Mentre lui forse sperava di
giungere in tempo per strapparlo vivo
dalle mani degli spagnoli, è
vero, amico?
- Si, Wan Stiller.
- Ed è il secondo che gli
appiccano!...
- Il secondo, sì. Due
fratelli, e tutti e due appesi alla forca
infame!
- Si vendicherà, Carmaux.
- Lo credo, e noi saremo con lui.
Il giorno che vedrò strangolare quel
dannato Governatore di Maracaybo,
sarà il più bello della mia vita e
darò fine ai due smeraldi
che tengo cuciti nei miei pantaloni. Saranno
almeno mille piastre che mangerò
coi camerati.
- Ah!... Ci siamo!... Te lo dicevo
io? E' la nave del Corsaro Nero!...
Il vascello, che poco prima non
si poteva ben discernere per la
profonda oscurità, non si
trovava allora che a mezza gomena dal
piccolo canotto.
Era uno di quei legni da corsa che
adoperavano i filibustieri della
Tortue per dare la caccia ai
grossi galeoni spagnoli, recanti in
Europa i tesori dell'America
centrale, del Messico e delle regioni
equatoriali.
Buoni velieri, muniti d'alta
alberatura per potere approfittare delle
brezze più leggere, colla
carena stretta, la prora e la poppa
soprattutto altissime come si
usavano in quell'epoca, e
formidabilmente armati.
Dodici bocche da fuoco, dodici
caronade, sporgevano le loro nere gole
dai sabordi, minacciando a
babordo ed a tribordo, mentre sull'alto
cassero si allungavano due grossi
cannoni da caccia, destinati a
spazzare i ponti a colpi di
mitraglia.
Il legno corsaro si era messo in
panna per attendere il canotto, ma
sulla prora si vedevano, alla luce
d'un fanale, dieci o dodici uomini
armati di fucili, i quali
parevano pronti a far fuoco al minimo
sospetto.
I due marinai del canotto,
giunti sotto il bordo del veliero,
afferrarono una fune che era
stata loro gettata insieme ad una scala
di corda, assicurarono
l'imbarcazione, ritirarono i remi, poi si
issarono sulla coperta con
un'agilità sorprendente.
Due uomini, entrambi muniti di
fucili, puntarono su di essi le armi,
mentre un terzo si avvicinava,
proiettando sui nuovi arrivati la luce
d'una lanterna.
- Chi siete? - fu chiesto loro.
- Per Belzebù, mio
patrono!... - esclamò Carmaux. - Non si conoscono
più gli amici?...
- Un pesce-cane mi mangi se questi
non è il biscaglino Carmaux!... -
gridò l'uomo della
lanterna. - Come sei ancora vivo, mentre alla
Tortue ti si credeva morto?...
Toh!... Un altro risuscitato!... Non
sei tu l'amburghese Wan Stiller?...
- In carne ed ossa, - rispose
questi.
- Anche tu adunque sei sfuggito al
capestro?...
- Eh... La morte non mi voleva ed
io ho pensato che era meglio vivere
qualche anno ancora.
- Ed il capo?...
- Silenzio, - disse Carmaux.
- Puoi parlare: è morto?
- Banda di corvi!... Avete finito
di gracchiare?... - gridò la voce
metallica, che aveva lanciata
quella frase minacciosa agli uomini del
canotto.
- Tuoni d'Amburgo! Il Corsaro
Nero!... - borbottò Wan Stiller, con un
brivido. Carmaux, alzando la voce,
rispose:
- Eccomi comandante.
Un uomo era sceso allora dal
ponte di comando e si dirigeva verso di
loro, con una mano appoggiata al
calcio d'una pistola che pendevagli
dalla cintola. Era vestito
completamente di nero e con una eleganza
che non era abituale fra i
filibustieri del grande golfo del Messico,
uomini che si accontentavano di un
paio di calzoni e d'una camicia, e
che curavano più le loro
armi che gli indumenti.
Portava una ricca casacca di seta
nera, adorna di pizzi di eguale
colore, coi risvolti di pelle
egualmente nera; calzoni pure di seta
nera, stretti da una larga
fascia frangiata; alti stivali alla
scudiera e sul capo un grande
cappello di feltro, adorno d'una lunga
piuma nera che gli scendeva fino
alle spalle.
Anche l'aspetto di quell'uomo
aveva, come il vestito, qualche cosa di
funebre, con quel volto
pallido, quasi marmoreo, che spiccava
stranamente fra le nere trine del
colletto e le larghe tese del
cappello, adorno d'una barba corta,
nera, tagliata alla nazzarena e un
po' arricciata.
Aveva però i lineamenti
bellissimi: un naso regolare, due labbra
piccole e rosse come il corallo,
una fronte ampia solcata da una
leggera ruga che dava a quel volto
un non so che di malinconico, due
occhi, poi, neri come carbone,
d'un taglio perfetto, dalle ciglia
lunghe, vivide e animate da un
lampo tale che in certi momenti doveva
sgomentare anche i più
intrepidi filibustieri di tutto il golfo. La
sua statura alta, slanciata, lo
faceva conoscere, anche a prima vista,
per un uomo d'alta condizione
sociale e soprattutto per un uomo
abituato al comando.
I due uomini del canotto, vedendolo
avvicinarsi, si erano guardati in
viso con una certa inquietudine,
mormorando:
- Il Corsaro Nero!
- Chi siete voi e da dove
venite? - chiese il Corsaro, fermandosi
dinanzi a loro e tenendo sempre la
destra sul calcio della pistola.
- Noi siamo due filibustieri della
Tortue, due fratelli della costa, -
rispose Carmaux.
- E venite?
- Da Maracaybo.
- Siete fuggiti dalle mani degli
spagnoli?
- Sì, comandante.
- A qual legno appartenevate?
- A quello del Corsaro Rosso.
Il Corsaro Nero udendo quelle
parole trasalì, poi stette un istante
silenzioso, guardando i due
filibustieri con due occhi che pareva
mandassero fiamme.
- Al legno di mio fratello, - disse
poi, con un tremito nella voce.
Afferrò bruscamente Carmaux
per un braccio e lo condusse verso poppa,
traendolo quasi a forza. Giunto
sotto il ponte di comando, alzò il
capo verso un uomo che stava ritto
lassù, come se attendesse qualche
ordine, e disse:
- Incrociare sempre al largo,
signor Morgan; gli uomini rimangano alle
armi e gli artiglieri colle micce
accese; mi avvertirete di tutto ciò
che può succedere.
- Sì, comandante, -
rispose l'altro. - Nessuna nave o scialuppa si
avvicinerà, senza che ne
siate avvertito.
Il Corsaro Nero scese nel
quadro, tenendo sempre Carmaux per il
braccio, entrò in una
piccola cabina ammobiliata con molta eleganza ed
illuminata da una lampada dorata,
quantunque a bordo delle navi
filibustiere fosse proibito, dopo
le nove di sera, di tenere acceso
qualsiasi lume, quindi indicando
una sedia disse brevemente:
- Ora parlerai.
- Sono ai vostri ordini,
comandante.
Invece d'interrogarlo, il Corsaro
si era messo a guardarlo fisso,
tenendo le braccia incrociate sul
petto. Era diventato più pallido del
solito, quasi livido, mentre il
petto gli si sollevava sotto frequenti
sospiri. Due volte aveva aperto le
labbra come per parlare, e poi le
aveva richiuse come se avesse
paura di fare una domanda, la cui
risposta doveva forse essere
terribile.
Finalmente, facendo uno sforzo,
chiese con voce sorda:
- Me l'hanno ucciso, è vero?
- Chi?
- Mio fratello, colui che
chiamavano il Corsaro Rosso.
- Sì, comandante, - rispose
Carmaux, con un sospiro. - Lo hanno ucciso
come vi hanno spento l'altro
fratello, il Corsaro Verde.
Un grido rauco che aveva qualche
cosa di selvaggio, ma nello stesso
tempo straziante, uscì dalle
labbra del comandante.
Carmaux lo vide impallidire
orribilmente e portarsi una mano sul
cuore, e poi lasciarsi cadere su
di una sedia, nascondendosi il viso
colla larga tesa del cappello.
Il Corsaro rimase in quella posa
alcuni minuti, durante i quali il
marinaio del canotto lo udì
singhiozzare, poi balzò in piedi come se
si fosse vergognato di quell'atto
di debolezza.
La tremenda emozione che lo aveva
preso era completamente scomparsa;
il viso era tranquillo, la fronte
serena, il colorito non più marmoreo
di prima, ma lo sguardo era animato
da un lampo così tetro che metteva
paura. Fece due volte il giro
della cabina come se avesse voluto
tranquillizzarsi interamente prima
di continuare il dialogo, poi tornò
a sedersi, dicendo:
- Io temevo di giungere troppo
tardi, ma mi resta la vendetta. L'hanno
fucilato?
- Appiccato, signore.
- Sei certo di questo?
- L'ho veduto coi miei occhi
pendere dalla forca eretta sulla "Plaza
de Granada".
- Quando l'hanno ucciso?
- Quest'oggi, nel pomeriggio.
- E' morto?...
- Da prode, signore. Il Corsaro
Rosso non poteva morire diversamente,
anzi...
- Continua.
- Quando il laccio stringeva, ebbe
ancora la forza d'animo di sputare
in faccia al governatore.
- A quel cane di Wan Guld?
- Sì, al duca fiammingo.
- Ancora lui! Sempre lui!... Ha
giurato adunque un odio feroce contro
di me? Un fratello ucciso a
tradimento e due appiccati da lui!
- Erano i due più audaci
corsari del golfo, signore, è quindi naturale
che li odiasse.
- Ma mi rimane la vendetta!... -
gridò il filibustiere con voce
terribile. - No, non morrò
se prima non avrò sterminato quel Wan Guld
e tutta la sua famiglia e dato alle
fiamme la città ch'egli governa.
«Maracaybo, tu mi sei stata
fatale; ma io pure sarò fatale a te!...
«Dovessi fare appello a tutti
i filibustieri della Tortue ed a tutti i
bucanieri di San Domingo e di Cuba,
non lascerò pietra su pietra di
te!...
«Ora parla, amico: narrami
ogni cosa. Come vi hanno presi?».
- Non ci hanno presi colla
forza delle armi bensì sorpresi a
tradimento quando eravamo inermi,
comandante.
«Come voi sapevate, vostro
fratello si era diretto su Maracaybo per
vendicare la morte del Corsaro
Verde, avendo giurato, al pari di voi,
di appiccare il duca fiammingo.
«Eravamo in ottanta, tutti
risoluti e decisi ad ogni evento, anche ad
affrontare una squadra, ma
avevamo fatto i conti senza il cattivo
tempo. All'imboccatura del Golfo di
Maracaybo, un uragano tremendo ci
sorprende, ci caccia sui bassi
fondi e le onde furiose frantumano la
nostra nave. Ventisei soli,
dopo infinite fatiche, riescono a
raggiungere la costa: eravamo
tutti in condizioni così deplorevoli da
non opporre la minima resistenza e
sprovvisti di qualsiasi arma.
«Vostro fratello ci
incoraggia e ci guida lentamente attraverso le
paludi, per tema che gli spagnoli
ci avessero scorti, e che avessero
incominciato ad inseguirci.
«Credevamo di poter trovare
un rifugio sicuro nelle folte foreste,
quando cademmo in una imboscata.
Trecento spagnoli, guidati da Wan
Guld in persona, ci piombano
addosso, ci chiudono in un cerchio di
ferro, uccidono quelli che
oppongono resistenza e ci conducono
prigionieri a Maracaybo».
- E mio fratello era del numero?
- Sì, comandante. Quantunque
fosse armato d'un pugnale, si era difeso
come un leone, preferendo morire
sul campo piuttosto che sulla forca,
ma il fiammingo l'aveva
riconosciuto ed invece di farlo uccidere con
un colpo di fucile o di spada,
l'aveva fatto risparmiare.
«Trascinati a Maracaybo,
dopo di essere stati maltrattati da tutti i
soldati ed ingiuriati dalla
popolazione, fummo condannati alla forca.
Ieri mattina però, io ed il
mio amico Wan Stiller, più fortunati dei
nostri compagni, siamo riusciti a
fuggire strangolando la nostra
sentinella.
«Dalla capanna di un
indiano presso il quale ci siamo rifugiati,
abbiamo assistito alla morte di
vostro fratello e dei suoi coraggiosi
filibustieri, poi alla sera
aiutati da un negro ci siamo imbarcati su
di un canotto, decisi di
attraversare il golfo del Messico e giungere
alla Tortue. Ecco tutto,
comandante».
- E mio fratello è
morto!... - disse il Corsaro con una calma
terribile. - - L'ho visto come vedo
ora voi.
- E sarà appeso ancora alla
forca infame?
- Vi rimarrà tre giorni.
- E poi verrà gettato in
qualche fogna.
- Certo comandante.
Il Corsaro si era bruscamente
alzato e si era avvicinato al
filibustiere.
- Hai paura tu?... - gli chiese con
strano accento.
- Nemmeno di Belzebù,
comandante.
- Dunque tu non temi la morte?
- No.
- Mi seguiresti?
- Dove?
- A Maracaybo.
- Quando?
- Questa notte.
- Si va ad assalire la città?
- No, non siamo in numero
sufficiente ora, ma più tardi Wan Guld
riceverà mie nuove. Ci
andremo noi due ed il tuo compagno.
- Soli? - chiese Carmaux, con
stupore.
- Noi soli.
- Ma che volete fare?
- Prendere la salma di mio
fratello.
- Badate comandante! Correte il
pericolo di farvi prendere.
- Tu sai chi è il Corsaro
Nero?
- Lampi e folgori! E' il
filibustiere più audace della Tortue.
- Va' adunque ad aspettarmi sul
ponte e fa preparare una scialuppa.
- E' inutile, capitano, abbiamo il
nostro canotto, una vera barca da
corsa.
- Va'!
2.
UNA SPEDIZIONE AUDACE
Carmaux si era affrettato ad
obbedire, sapendo che col formidabile
Corsaro era pericoloso indugiare.
Wan Stiller lo attendeva dinanzi
al boccaporto, in compagnia del
mastro d'equipaggio e d'alcuni
filibustieri, i quali lo interrogavano
sulla disgraziata fine del
Corsaro Rosso e del suo equipaggio,
manifestando terribili propositi
di vendetta contro gli spagnoli di
Maracaybo e soprattutto contro il
governatore. Quando l'amburghese
apprese che si doveva preparare
il canotto per fare ritorno alla
costa, dalla quale si erano
allontanati precipitosamente per un vero
miracolo, non poté
nascondere il suo stupore e la sua apprensione.
- Tornare ancora laggiù!...
- esclamò. - Ci lasceremo la pelle,
Carmaux.
- Bah!... Non ci andremo soli
questa volta.
- Chi ci accompagnerà
dunque?
- Il Corsaro Nero. Allora non ho
più timori. Quel diavolo d'uomo vale
cento filibustieri.
- Ma verrà solo.
- Non conta, Carmaux; con lui
non vi è da temere. E rientreremo in
Maracaybo?...
- Sì, mio caro, e saremo
bravi se condurremo a buon fine l'impresa.
Ehi, mastro, fa' gettare nel
canotto tre fucili, delle munizioni, un
paio di sciabole d'arrembaggio per
noi due, e qualche cosa da mettere
sotto i denti. Non si sa mai ciò
che può succedere e quando potremo
tornare.
- E' già fatto, - rispose il
mastro. - Non mi sono dimenticato nemmeno
il tabacco.
- Grazie, amico. Tu sei la perla
dei mastri.
- Eccolo, - disse in quell'istante
Wan Stiller.
Il Corsaro era comparso sul ponte.
Indossava ancora il suo funebre
costume, ma si era appesa al
fianco una lunga spada, ed alla cintura
un paio di grosse pistole ed uno
di quegli acuti pugnali spagnoli
chiamati "misericordie".
Sul braccio portava un ampio ferraiuolo, nero
come il vestito.
S'avvicinò all'uomo che
stava sul ponte di comando e che doveva essere
il comandante in seconda,
scambiò con lui alcune parole, poi disse
brevemente ai due filibustieri:
- Partiamo.
- Siamo pronti - rispose Carmaux.
Scesero tutti e tre nel canotto che
era stato condotto sotto la poppa
e già provvisto d'armi e
di viveri. Il Corsaro si avvolse nel suo
ferraiuolo e si sedette a prora,
mentre i filibustieri, afferrati i
remi, ricominciarono con grande
lena la faticosa manovra.
La nave filibustiera aveva
subito spento i fanali di posizione e,
orientate le vele, si era messa
a seguire il canotto, correndo
bordate, onde non precederlo.
Probabilmente il comandante in seconda
voleva scortare il suo capo fin
presso la costa per proteggerlo nel
caso d'una sorpresa.
Il Corsaro, semisdraiato a prora,
col capo appoggiato ad un braccio,
stava silenzioso, ma il suo
sguardo, acuto come quello di un'aquila,
percorreva attentamente il
fosco orizzonte, come se cercasse
discernere la costa americana che
le tenebre nascondevano.
Di tratto in tratto volgeva il capo
verso la sua nave che sempre lo
seguiva, ad una distanza di
sette od otto gomene, poi tornava a
guardare verso il sud.
Wan Stiller e Carmaux intanto
arrancavano di gran lena, facendo
volare, sui neri flutti, il
sottile e svelto canotto. Né l'uno né
l'altro parevano preoccupati di
ritornare verso quella costa, popolata
dai loro implacabili nemici,
tanta era la fiducia che avevano
nell'audacia e nella valentia
del formidabile Corsaro, il cui solo
nome bastava a spargere il terrore
in tutte le città marittime del
grande golfo messicano.
Il mare interno di Maracaybo,
essendo liscio come se fosse di olio,
permetteva alla veloce
imbarcazione di avanzare senza troppo
affaticare i due rematori. Non
essendovi in quel luogo, racchiuso fra
due capi che lo proteggono dalle
larghe ondate del grande golfo, coste
ripide, non vi sono flutti di
fondo, sicché è raro che l'acqua là
entro si sconvolga.
I due filibustieri arrancavano da
un'ora, quando il Corsaro Nero, che
fino allora aveva mantenuto una
immobilità quasi assoluta, si alzò
bruscamente in piedi, come se
volesse abbracciare collo sguardo
maggiore orizzonte.
Un lume, che non si poteva
confondere con una stella, brillava a fior
d'acqua, verso il sud-ovest, ad
intervalli d'un minuto.
- Maracaybo, - disse il Corsaro,
con accento cupo, che tradiva un
impeto di sordo furore.
- Sì, - rispose Carmaux, che
si era voltato.
- Quanto distiamo?
- Forse tre miglia, capitano.
- Allora a mezzanotte noi vi
saremo.
- Sì.
- Vi è qualche crociera?
- Quella dei doganieri.
- E' necessario evitarla.
- Conosciamo un posto ove potremo
sbarcare tranquilli e nascondere il
canotto fra i paletuvieri.
- Avanti.
- Una parola, capitano.
- Parla.
- Sarebbe meglio che la nostra nave
non si avvicinasse di più.
- Ha già virato e ci
aspetterà al largo, - rispose il Corsaro.
Stette silenzioso alcuni istanti,
poi riprese:
- E' vero che vi è una
squadra nel lago?
- Sì, comandante, quella
del contrammiraglio Toledo che veglia su
Maracaybo e Gibraltar.
- Ah!... Hanno paura? Ma
l'Olonese è alla Tortue e fra noi due la
manderemo a picco. Pazienza alcuni
giorni ancora, poi Wan Guld saprà
di che cosa saremo capaci noi.
Si ravvolse di nuovo nel suo
mantello, si calò il feltro sugli occhi,
poi tornò a sedersi,
tenendo gli sguardi fissi su quel punto luminoso
che indicava il faro del porto.
Il canotto riprese la corsa; non
manteneva però più la prora verso
l'imboccatura di Maracaybo,
volendo evitare la crociera delle guardie
doganali, le quali non avrebbero
mancato di fermarlo e di arrestare le
persone che lo montavano.
Mezz'ora dopo, la costa del golfo
era perfettamente visibile, non
essendo lontana più di tre
o quattro gomene. La spiaggia scendeva in
mare dolcemente, tutta ingombra di
paletuvieri, piante che crescono
per lo più alla foce dei
corsi d'acqua e che producono delle febbri
terribili e che sono la causa del
"vomito prieto" ossia della temuta
febbre gialla.
Più oltre si vedeva
spiccare, sul fondo stellato del cielo, una cupa
vegetazione, la quale lanciava
in aria enormi ciuffi di foglie
piumate, di dimensioni gigantesche.
Carmaux e Wan Stiller avevano
rallentata la vogata e si erano voltati
per vedere la costa. Non
s'avanzavano che con grandi precauzioni,
procurando di non fare rumore e
guardando attentamente in tutte le
direzioni, come se temessero
qualche sorpresa. Il Corsaro Nero non si
era invece mosso, però aveva
posto dinanzi a sé i tre fucili imbarcati
dal mastro per salutare, con
una scarica, la prima scialuppa che
avesse osato avvicinarsi.
Doveva essere la mezzanotte quando
il canotto si arenava in mezzo ai
paletuvieri, cacciandosi più
di mezzo fra le piante e le contorte
radici.
Il Corsaro si era alzato.
Ispezionò rapidamente la costa, poi balzò
agilmente a terra, legando
l'imbarcazione ad un ramo.
- Lasciate i fucili - disse a
Wan Stiller ed a Carmaux. - Avete le
pistole?
- Sì, capitano, - rispose
l'amburghese.
- Sapete dove siamo?
- A dieci o dodici miglia da
Maracaybo.
- E' situata dietro questo bosco la
città?
- Sul margine di questa macchia
gigantesca.
- Potremo entrare di notte?...
- E' impossibile capitano. Il
bosco è foltissimo e non potremo
attraversarlo prima di domani
mattina.
- Sicché saremo costretti ad
attendere fino a domani sera?
- Se non volete arrischiarvi
di entrare in Maracaybo di giorno,
bisognerà rassegnarsi ad
aspettare.
- Mostrarci in città di
giorno sarebbe un'imprudenza, - rispose il
Corsaro, come parlando fra sé
stesso. - Se avessi qui la mia nave
pronta ad appoggiarci ed a
raccoglierci, l'oserei, ma la "Folgore"
incrocia ora nelle acque del gran
golfo.
Rimase alcuni istanti immobile e
silenzioso, come se fosse immerso in
profondi pensieri, quindi riprese:
- E mio fratello, potremo trovarlo
ancora?
- Rimarrà esposto sulla
"Plaza de Granada" tre giorni, - disse
Carmaux. - Ve lo dissi già.
- Allora abbiamo tempo. Avete
conoscenze in Maracaybo?
- Sì, un negro, quello che
ci offrì il canotto per fuggire. Abita sul
margine di questa foresta in una
capanna isolata.
- Non ci tradirà?
- Rispondiamo di lui.
- In cammino.
Salirono la sponda, Carmaux
dinanzi, il Corsaro in mezzo e Wan Stiller
in coda e si cacciarono in mezzo
all'oscura boscaglia procedendo
cautamente, cogli orecchi tesi
e le mani sui calci delle pistole,
potendo cadere da un istante
all'altro in un agguato.
La foresta si rizzava dinanzi a
loro, tenebrosa come una immensa
caverna. Tronchi d'ogni forma e
dimensione si ergevano verso l'alto,
sostenendo foglie smisurate, le
quali impedivano assolutamente di
scorgere la volta stellata.
Festoni di liane cadevano
dappertutto, intrecciandosi in mille guise,
salendo e scendendo dai tronchi
delle palme e correndo da destra a
sinistra, mentre al suolo
strisciavano, attorcigliate le une alle
altre, radici smisurate, le quali
ostacolavano non poco la marcia dei
tre filibustieri, costringendoli a
fare dei lunghi giri per trovare un
passaggio, od a mettere mano
alle sciabole d'arrembaggio per
reciderle. Dei vaghi bagliori,
come di grossi punti luminosi, che
proiettavano ad intervalli dei
veri sprazzi di luce, correvano in
mezzo a quelle migliaia di tronchi,
danzavano ora a livello del suolo
ed ora in mezzo al fogliame.
Si spegnevano bruscamente, poi si
riaccendevano e formavano delle
vere onde luminose di una
incomparabile bellezza, che aveva
qualche cosa di fantastico.
Erano le grosse lucciole
dell'America meridionale, le "vaga lume" che
tramandano una luce così
vivida da permettere di leggere le scritture
più minute anche alla
distanza di qualche metro e che rinchiuse in un
vasetto di cristallo in tre o
quattro, bastano ad illuminare una
stanza; e le "lampyris
occidental" o perilampo, altri bellissimi
insetti fosforescenti che si
trovano in grandissimi sciami nelle
foreste della Guiana e
dell'Equatore.
I tre filibustieri, sempre nel più
profondo silenzio, continuavano la
marcia, non lasciando le loro
precauzioni, poiché oltre gli uomini,
avevano da temere anche gli
abitanti delle foreste, i sanguinari
giaguari e soprattutto i serpenti,
specialmente gli "jaraca", rettili
velenosissimi, che sono difficili
a scorgersi anche di giorno essendo
la loro pelle del colore delle
foglie secche.
Dovevano aver percorso due miglia,
quando Carmaux, che si trovava
sempre dinanzi, essendo il più
pratico dei luoghi, s'arrestò
bruscamente armando con
precipitazione una delle sue pistole.
- Un giaguaro od un uomo? -
chiese il Corsaro, senza la minima
apprensione.
- Può essere stato un
giaguaro, ma anche una spia, - rispose Carmaux.
- In questo paese non si è
mai certi di vedere l'indomani.
- Dov'è passato?
- A venti passi da me.
Il Corsaro si curvò verso
terra ed ascoltò attentamente, trattenendo
il respiro. Un leggero
scrosciare di foglie giunse fino a lui; era
però così debole che
solamente un orecchio molto esercitato ed acuto
poteva udirlo.
- Può essere un animale,
- rispose rialzandosi. - Bah!... Noi non
siamo uomini da spaventarci.
Impugnate le sciabole e seguitemi.
Girò intorno al tronco di un
albero enorme che torreggiava in mezzo
alle palme, poi sostò in
mezzo ad un gruppo di foglie giganti
scrutando le tenebre. Lo
scrosciare delle foglie secche era cessato,
tuttavia al suo orecchio giunse un
tintinnio metallico e poco dopo un
colpo secco come se il cane d'un
fucile venisse alzato.
- Fermi! Qui vi è qualcuno
che ci spia e che aspetta il momento per
farci fuoco addosso.
- Che ci abbiano veduti
sbarcare? - borbottò Carmaux, con
inquietudine. - Questi spagnoli
hanno spie dappertutto.
Il Corsaro aveva impugnata colla
destra la spada e colla sinistra una
pistola e cercava di girare
quell'ammasso di foglie, senza produrre il
minimo rumore. Ad un tratto Carmaux
e Wan Stiller lo videro slanciarsi
innanzi e piombare, con un solo
salto, addosso ad una forma umana, che
si era improvvisamente alzata in
mezzo ad un cespuglio.
L'assalto del Corsaro era stato
cosi improvviso ed impetuoso che
l'uomo che si teneva imboscato era
andato a gambe levate, percosso in
pieno viso dalla guardia della
spada.
Carmaux e Wan Stiller si erano
subito precipitati su di lui, e mentre
il primo s'affrettava a raccogliere
il fucile che l'uomo imboscato
aveva lasciato cadere, senza
avere avuto il tempo di scaricarlo,
l'altro puntava la pistola dicendo:
- Se ti muovi sei un uomo
spacciato.
- E' uno dei nostri nemici, - disse
il Corsaro che si era curvato.
- Un soldato di quel dannato Wan
Guld, - rispose Wan Stiller.
- Che cosa faceva imboscato in
questo luogo? Sarei curioso di saperlo.
Si levarono le fasce di lana
rossa che portavano ai fianchi e
strinsero le braccia del
prigioniero, senza che questi osasse fare
resistenza.
- Ora vediamo un po' chi sei, -
disse Carmaux.
Lo spagnolo, che era stato
stordito dalla guardia della spada del
Corsaro, cominciava a riaversi,
accennando ad alzarsi.
- "Carrai"! - borbottò
con un tremito nella voce. - Che sia caduto tra
le mani del diavolo?
- L'hai indovinato, - disse
Carmaux. - Giacché a voi piace chiamare
così noi filibustieri.
Lo spagnolo provò un brivido
così forte, che Carmaux se ne accorse.
- Non aver tanta paura, per ora, -
gli disse, ridendo. - Risparmiala
per più tardi, per quando
danzerai nel vuoto un "fandango" disordinato
con un bel pezzo di solida canapa
stretto alla gola.
Poi volgendosi verso il
Corsaro, che guardava in silenzio il
prigioniero, gli chiese:
- Devo finirlo con un colpo di
pistola?
- No, - rispose il capitano.
- Preferite appiccarlo ai rami di
quell'albero?
- Nemmeno.
- Forse è uno di quelli che
hanno appiccato i fratelli della costa ed
il Corsaro Rosso, mio capitano.
A quel ricordo un lampo terribile
balenò negli occhi del Corsaro Nero,
ma subito si spense.
- Non voglio che muoia, - disse
con voce sorda. - Può esserci più
utile d'un appiccato.
- Allora leghiamolo per bene, -
dissero i filibustieri.
Accese un pezzo di miccia da
cannone che teneva in tasca e l'accostò
al viso dello spagnolo.
Quel povero diavolo, caduto nelle
mani dei formidabili corsari della
Tortue, era un uomo di appena
trent'anni, lungo e magro come il suo
compatriota Don Chisciotte, con un
viso angoloso, coperto da una barba
rossiccia e due occhi grigi,
dilatati dallo spavento.
Indossava una casacca di pelle
gialla con qualche rabesco, corti e
larghi calzoni a righe nere e rosse
e calzava lunghi stivali di pelle
nera. Sul capo invece portava
un elmetto d'acciaio adorno di una
vecchia piuma, la quale non aveva
più che rade barbe e dalla cintura
gli pendeva una lunga spada, la
cui guaina era assai rugginosa alle
sue estremità.
- Per Belzebù mio
patrono!... - esclamò Carmaux, ridendo. - Se il
Governatore di Maracaybo ha di
questi prodi vuol dire che non li nutre
di certo con capponi poiché
è più magro di un'aringa affumicata.
Credo, capitano, che valga la pena
d'appiccarlo.
- Non ho detto d'appiccarlo -
rispose il Corsaro.
Poi toccando il prigioniero con la
punta della spada gli disse:
- Ora parlerai se ti preme la
pelle.
- La pelle è già
perduta - rispose lo spagnolo. - Non si esce vivi
dalle vostre mani e quando io
avessi narrato a voi quanto vorreste
sapere, non sarei certo di rivedere
egualmente l'indomani.
- Lo spagnolo ha del coraggio, -
disse Wan Stiller.
- E la sua risposta vale la sua
grazia, - aggiunse il Corsaro. - Via,
parlerai?
- No, - rispose il prigioniero.
- Ti ho promesso salva la vita.
- E chi vi crederà?
- Chi?... Ma sai chi sono io?
- Un filibustiere.
- Sì, ma che si chiama il
Corsaro Nero.
- Per la nostra Signora di
Guadalupa! - esclamò lo spagnolo,
diventando livido. - Il Corsaro
Nero qui!... Siete venuto per
sterminarci tutti e vendicare il
vostro fratello, il Corsaro Rosso?
- Sì, se non parlerai, -
rispose il filibustiere con voce cupa.
- Vi sterminerò tutti e di
Maracaybo non rimarrà pietra su pietra!
- "Por todos los santos!"...
Voi qui? - ripeté il prigioniero, che non
si era ancora rimesso dalla
sorpresa.
- Parla!...
- Sono morto; è quindi
inutile.
- Il Corsaro Nero è un
gentiluomo, sappilo, ed un gentiluomo non ha
mai mancato alla parola data, -
rispose il capitano con voce solenne.
- Allora interrogatemi.
3.
IL PRIGIONIERO
Ad un cenno del capitano, Wan
Stiller e Carmaux avevano sollevato il
prigioniero e l'avevano seduto
ai piedi d'un albero, senza però
slegargli le mani, quantunque
fossero certi che non avrebbe commesso
la pazzia di tentare la fuga.
Il Corsaro gli sedette di fronte,
su di una enorme radice che sorgeva
dal suolo come un serpente
gigantesco, mentre i due filibustieri si
erano messi in sentinella alle
estremità di quel macchione, non
essendo ancora bene sicuri che il
prigioniero fosse solo.
- Dimmi, - disse il Corsaro, dopo
alcuni istanti di silenzio. - E'
ancora esposto mio fratello?...
- Sì, - rispose il
prigioniero. - Il governatore ha ordinato di
tenerlo appeso tre giorni e tre
notti, prima di gettare il cadavere
nella foresta, a pasto delle fiere.
- Credi che sia possibile rubare il
cadavere?
- Forse, non essendovi di notte
che una sentinella a guardia della
"Plaza de Granada".
Quindici appiccati non possono ormai fuggire.
- Quindici!... - esclamò il
Corsaro, con accento cupo. - Dunque quel
feroce Wan Guld non ne ha
risparmiato neppure uno?
- Nessuno.
- E non teme la vendetta dei
filibustieri della Tortue?
- Maracaybo è ben munita di
truppe e di cannoni.
Un sorriso di disprezzo sfiorò
le labbra del fiero Corsaro.
- Che cosa fanno i cannoni a
noi? - disse. - Le nostre sciabole
d'arrembaggio valgono bene di più;
lo avete veduto ancora all'assalto
di S. Francisco di Campeche, a S.
Agostino della Florida ed in altri
combattimenti.
- E' vero, ma Wan Guld si tiene al
sicuro in Maracaybo.
- Ah!... Ebbene, lo vedremo quando
mi sarò abboccato coll'Olonese.
- Coll'Olonese!... - esclamò
lo spagnolo, con un fremito di terrore.
Parve che il Corsaro non avesse
fatto attenzione allo spavento del
prigioniero poiché riprese,
cambiando tono:
- Che cosa facevi in questo bosco?
- Sorvegliavo la spiaggia.
- Solo?
- Sì, solo.
- Si temeva una sorpresa da parte
nostra?
- Non lo nego, poiché
era stata segnalata una nave sospetta,
incrociante nel golfo.
- La mia?
- Se voi siete qui, quella nave
doveva essere la vostra.
- Ed il governatore si sarà
affrettato a fortificarsi.
- Ha fatto di più; ha
mandato alcuni fidi a Gibraltar ad avvertire
l'ammiraglio.
Questa volta fu il Corsaro che
provò un fremito, se non di spavento,
certo d'inquietudine.
- Ah!... - esclamò, mentre
la sua tinta pallida diventava livida. - La
mia nave corre forse un grave
pericolo?
Poi alzando le spalle, soggiunse:
- Bah! Quando i vascelli
dell'ammiraglio giungeranno a Maracaybo, io
sarò a bordo della
""Folgore"".
S'alzò bruscamente, con
un fischio chiamò i due filibustieri che
vegliavano sul margine della
macchia e disse brevemente:
- Partiamo.
- E di quest'uomo, che cosa
dobbiamo farne? - chiese Carmaux.
- Conducetelo con noi; la vostra
vita risponderà per la sua, se vi
fugge.
- Tuoni d'Amburgo! - esclamò
Wan Stiller. - Lo terrò per la cintola,
onde non gli salti il ticchio di
giuocare di gambe.
Si rimisero in cammino l'uno dietro
l'altro, in fila indiana, Carmaux
dinanzi e Wan Stiller ultimo,
dietro al prigioniero, per non perderlo
di vista un solo istante.
Cominciava ad albeggiare. Le
tenebre fuggivano rapidamente, cacciate
dalla rosea luce che invadeva
il cielo, e che si distendeva anche
sotto gli alberi giganti della
foresta.
Le scimmie, che sono così
numerose nell'America meridionale,
specialmente nel Venezuela, si
svegliavano, empiendo la foresta di
grida strane.
Sulla cima di quelle graziose
palme chiamate "asai", dal tronco
sottile ed elegante o fra
il verde fogliame degli enormi
"eriodendron", od in
mezzo alle "sipos", grosse liane che si
avviticchiano intorno agli
alberi, od aggrappate alle radici aeree
delle "aroidee", od in
mezzo alle splendide "bromelie" dai ricchi rami
carichi di fiori scarlatti, si
vedevano agitarsi, come folletti, ogni
specie di quadrumani.
Là vi era una piccola tribù
di "mico", le scimmie più graziose e nello
stesso tempo le più
svelte e le più intelligenti, quantunque siano
così piccine da potersi
nascondere in un taschino della giacca; più
oltre vi erano drappelli di
"sahui" rosse, un po' più grosse degli
scoiattoli, adorne di una
bellissima criniera che le fa rassomigliare
ai leoncini; poi bande di "mono",
le scimmie più magre di tutte, con
gambe e braccia così lunghe
che le fanno rassomigliare a ragni di
dimensioni enormi, o truppe di
"prego", quadrumani che hanno la smania
di tutto devastare e che sono il
terrore dei poveri piantatori.
I volatili non mancavano e
mescolavano le loro grida a quelle dei
quadrumani. Fra le grandi foglie
delle "pomponasse", che servono alla
fabbricazione dei bellissimi e
leggeri cappelli di Panama, o fra i
boschetti di "laransia"
dai fiori esalanti acuti profumi o sulle
"guaresme", bellissime
palme dai fiori purpurei, cicalavano a piena
gola i piccoli "mahitaeo",
specie di pappagalli dalla testa turchina;
gli "arà", grossi
pappagalli tutti rossi, che da mane a sera, con una
costanza degna di migliore causa,
gridano incessantemente "arà arà"; o
i "choradeira" detti
anche uccelli piagnoni, poiché sembra che
piangano e che abbiano sempre da
lamentarsi.
I filibustieri e lo spagnolo,
già abituati a percorrere le grandi
foreste del continente americano e
delle isole del Golfo del Messico,
non si arrestavano ad ammirare né
le piante, né i quadrumani, né i
volatili. Marciavano più
rapidamente che potevano, cercando i passaggi
aperti dalle fiere o dagli indiani,
frettolosi di giungere fuori di
quel caos di vegetali e di scorgere
Maracaybo.
Il Corsaro era diventato
meditabondo e tetro, come già lo era quasi
sempre, anche a bordo della sua
nave o fra le gozzoviglie della
Tortue. Avvolto nel suo ampio
mantello nero, col feltro calato sugli
occhi e con la sinistra appoggiata
alla guardia della spada, la testa
china sul petto, camminava
dietro a Carmaux, senza guardare né i
compagni, né il
prigioniero, come fosse stato solo a percorrere la
foresta.
I due filibustieri, conoscendo le
sue abitudini, si guardavano bene
dall'interrogarlo e di strapparlo
dalle sue meditazioni. Tutt'al più
scambiavano a bassa voce, tra di
loro, qualche parola per consigliarsi
sulla direzione da tenersi,
poi allungavano sempre il passo
inoltrandosi vieppiù fra
quelle reti gigantesche di "sipos" smisurate,
ed i tronchi delle palme, degli
"jacarandò" e delle "massaranduba",
fugando colla loro presenza
stormi di quei vaghi uccellini chiamati
"trochilidi" od uccelli
mosca, dalle splendide penne d'un azzurro
scintillante e dal becco rosso,
color del fuoco.
Camminavano da due ore, sempre più
rapidamente, quando Carmaux, dopo
un istante di esitazione e dopo
d'aver guardato più volte gli alberi
ed il suolo, s'arrestò
indicando a Wan Stiller un macchione di
"cujueiro", piante che
hanno foglie coriacee e che producono dei suoni
bizzarri quando soffia il vento.
- E' qui, Wan Stiller? - chiese. -
Mi pare di non ingannarmi.
Quasi nello stesso momento, in
mezzo alla macchia, si udirono
echeggiare dei suoni melodiosi,
dolcissimi, che pareva uscissero da
qualche flauto.
- Che cos'è? - chiese il
Corsaro, alzando bruscamente il capo e
sbarazzandosi del mantello.
- E' il flauto di Moko, - rispose
Carmaux, con un sorriso.
- Chi è questo Moko?
- Il negro che ci ha aiutati a
fuggire. La sua capanna è in mezzo a
queste piante.
- E perché suona?
- Sarà occupato ad
ammaestrare i suoi serpenti.
- E' un incantatore di rettili?
- Sì, capitano.
- Ma questo flauto può
tradirci.
- Glielo prenderò e
manderemo i serpenti a passeggiare nel bosco.
Il Corsaro fece cenno di tirare
innanzi, però estrasse la spada come
se temesse qualche brutta sorpresa.
Carmaux si era già
cacciato nel macchione avanzando su di un
sentieruzzo appena visibile, poi
era tornato ad arrestarsi mandando un
grido di stupore misto a ribrezzo.
Dinanzi ad una catapecchia di rami
intrecciati, col tetto coperto di
grandi foglie di palme e
semi-nascosta da una "cujera", enorme pianta
da zucche che ombreggia quasi
sempre le capanne degli indiani, stava
seduto un negro di forme erculee.
Era uno dei più bei campioni della
razza africana, poiché era
di statura alta, con spalle larghe e
robuste, petto ampio e braccia
e gambe muscolose, che dovevano
sviluppare una forza gigantesca.
Il suo viso, quantunque avesse le
labbra grosse, il naso schiacciato e
gli zigomi sporgenti, non era
brutto; aveva anzi qualche cosa di
buono, d'ingenuo, d'infantile,
senza la minima traccia di
quell'espressione feroce che si
riscontra in molte razze africane.
Seduto su di un pezzo di tronco
d'albero, suonava un flauto fatto con
una canna sottile di bambù,
traendone dei suoni dolci, prolungati, che
producevano una strana sensazione
di mollezza, mentre dinanzi a lui
strisciavano dolcemente otto o
dieci dei più pericolosi rettili
dell'America meridionale.
Vi erano alcuni "jararacà",
piccoli serpenti color tabacco colla testa
depressa e triangolare, col
collo sottilissimo e che sono così
velenosi che dagli indiani vengono
chiamati i maledetti; alcuni "naja"
chiamati anche "ay ay",
tutti neri e che iniettano un veleno
fulminante, dei "boicinega"
o serpenti a sonaglio e qualche "urutù",
rettile a strisce bianche disposte
in croce sul capo, e la cui
morsicatura produce la paralisi del
membro offeso.
Il negro, udendo il grido di
Carmaux, alzò i suoi occhi grandi, che
parevano di porcellana, fissandoli
sul filibustiere, poi staccando
dalle labbra il flauto, disse con
stupore:
- Siete voi?... Ancora qui...
Vi credevo già nel golfo, al sicuro
dagli spagnoli.
- Sì, siamo noi ma... il
diavolo mi porti se io farò un passo con quei
brutti rettili che ti circondano.
- Le mie bestie non fanno male
agli amici, - rispose il negro,
ridendo. - Aspetta un momento
compare bianco e li manderò a dormire.
Prese un cesto di foglie
intrecciate, vi mise dentro i serpenti, senza
che questi si ribellassero, lo
richiuse accuratamente mettendovi
sopra, per maggior precauzione, un
grosso sasso, poi disse:
- Ora puoi entrare senza timore
nella mia capanna, compare bianco. Sei
solo?
- No, conduco con me il capitano
della mia nave, il fratello del
Corsaro Rosso.
- Il Corsaro Nero?... Lui qui?...
Maracaybo tremerà tutta!...
- Silenzio, negrotto mio. Metti a
nostra disposizione la tua capanna,
e non avrai da pentirti.
Il Corsaro era allora giunto
assieme al prigioniero ed a Wan Stiller.
Salutò con un cenno della
mano il negro che lo attendeva dinanzi alla
capanna, poi entrò dietro
Carmaux, dicendo:
- E' questo l'uomo che ti ha
aiutato a fuggire?
- Sì, capitano.
- Odia forse gli spagnoli?
- Al pari di noi.
- Conosce Maracaybo?
- Come noi conosciamo la Tortue.
Il Corsaro si volse a guardare
il negro, ammirando la potente
muscolatura di quel figlio
dell'Africa, poi aggiunse, come parlando
fra sé:
- Ecco un uomo che potrà
giovarmi
Gettò uno sguardo nella
capanna e vista in un angolo una rozza sedia
di rami intrecciati, vi
sedette, tornando ad immergersi nei suoi
pensieri.
Intanto il negro si era
affrettato a portare alcune focacce di
manioca, specie di farina estratta
da certi tuberi velenosissimi, ma
che dopo essere stati grattugiati e
spremuti perdono le loro qualità
venefiche; della frutta di anone
muricata, sorta di pigne verdi che
contengono, sotto le squame
esterne, una crema biancastra
squisitissima, e parecchie
dozzine di quei profumati banani detti
d'oro, più piccoli degli
altri, ma molto più deliziosi e più
nutritivi.
A tutto quello aveva inoltre
aggiunto una zucca ripiena di "pulque",
bibita fermentata che si estrae in
notevole quantità dalle agavi.
I tre filibustieri, che non avevano
sgretolato un sol biscotto durante
l'intera notte, fecero onore a
quella colazione non dimenticando il
prigioniero; poi si accomodarono
alla meglio su alcuni fasci di
fresche foglie che il negro
aveva portato nella capanna e
s'addormentarono tranquillamente,
come se si trovassero in piena
sicurezza.
Moko si era però messo di
sentinella, dopo aver legato per bene il
prigioniero, che gli era stato
raccomandato dal compare bianco.
Durante l'intera giornata nessuno
dei tre filibustieri si mosse: però
appena calate le tenebre, il
Corsaro si era bruscamente alzato.
Era diventato più pallido
del solito ed i suoi occhi neri erano
animati da un cupo lampo.
Fece due o tre volte il giro
della capanna con passo agitato, poi
arrestandosi dinanzi al prigioniero
gli disse.
- Io ti ho promesso di non
ucciderti, mentre avrei avuto il diritto di
appiccarti al primo albero della
foresta; tu devi dirmi però se io
potrei entrare inosservato nel
palazzo del Governatore.
- Volete andare ad assassinarlo
per vendicare la morte del Corsaro
Rosso?
- Assassinarlo!... - esclamò
il filibustiere, con ira. - Io mi batto,
non uccido a tradimento, perché
sono un gentiluomo. Un duello fra me e
lui sì, non un assassinio.
- E' vecchio, il Governatore,
mentre voi siete giovane, e poi non
potreste introdurvi nella sua
abitazione, senza venire arrestato dai
numerosi soldati che vegliano
presso di lui.
- So che è coraggioso.
- Come un leone.
- Sta bene: spero di ritrovarlo.
Si volse verso i due filibustieri
che si erano alzati, dicendo a Wan
Stiller:
- Tu rimarrai qui, a guardia di
quest'uomo.
- Basta il negro, capitano.
- No, il negro è forte come
un ercole e mi sarà di grande aiuto per
trasportare la salma di mio
fratello. Vieni, Carmaux, andremo a bere
una bottiglia di vino di Spagna a
Maracaybo.
- Mille pesci-cani!... A quest'ora,
capitano!... - esclamò Carmaux.
- Hai paura?
- Con voi scenderei anche
all'inferno, a prendere per il naso messer
Belzebù, ma temo che vi
scoprano.
Un sorriso beffardo contrasse le
sottili labbra del Corsaro.
- La vedremo, - disse poi. - Vieni.
4.
UN DUELLO FRA QUATTRO MURA
Maracaybo, quantunque non avesse
una popolazione superiore alle
diecimila anime, in quell'epoca era
una delle più importanti città che
la Spagna possedesse sulle coste
del Golfo del Messico.
Situata in una splendida
posizione, all'estremità meridionale del
Golfo di Maracaybo, dinanzi
allo stretto che mette nell'ampio lago
omonimo, che internasi per molte
leghe nel continente, era diventata
rapidamente importantissima, e
serviva d'emporio a tutte le produzioni
del Venezuela.
Gli spagnoli l'avevano munita di
un forte poderoso, armato d'un gran
numero di cannoni e sulle due
isole, che lo difendevano dal lato del
golfo, avevano messe
guarnigioni fortissime, temendo sempre
un'improvvisa irruzione dei
formidabili filibustieri della Tortue.
Belle abitazioni erano state erette
dai primi avventurieri che avevano
posto piede su quelle sponde ed
anche non pochi palazzi si vedevano,
costruiti da architetti venuti
dalla Spagna per cercare fortuna nel
nuovo mondo; abbondavano
soprattutto i pubblici ritrovi, dove si
radunavano i ricchi proprietari
di miniere, e dove, in tutte le
stagioni, danzavasi il "fandango"
od il "bolero".
Quando il Corsaro ed i suoi
compagni, Carmaux ed il negro, entrarono
in Maracaybo indisturbati, le vie
erano ancora popolate e le taverne
dove spacciavansi vini d'oltre
Atlantico erano affollate, poiché gli
spagnoli, anche nelle loro
colonie, non avevano rinunciato a sorbirsi
un ottimo bicchiere della natia
Malaga o Xéres.
Il Corsaro aveva rallentato il
passo. Col feltro calato sugli occhi,
avvolto nel suo mantello,
quantunque la sera fosse calda, colla
sinistra appoggiata fieramente
sulla guardia della spada, osservava
attentamente le vie e le case,
come se avesse voluto imprimersele
nella mente.
Giunti sulla "Plaza de
Granada" che formava il centro della città,
s'arrestò sull'angolo di una
casa, appoggiandosi contro il muro, come
se una improvvisa debolezza avesse
colto quel fiero scorridore del
golfo.
La piazza offriva uno spettacolo
così lugubre, da fare fremere l'uomo
più impassibile della terra.
Da quindici forche, innalzate in
semicerchio dinanzi ad un palazzo sul
quale ondeggiava la bandiera
spagnola, pendevano quindici cadaveri
umani. Erano tutti scalzi, colle
vesti a brandelli, eccettuato uno che
indossava un costume dal colore
del fuoco e che calzava alti stivali
da mare.
Sopra quelle quindici forche,
numerosi gruppi di "zopilotes" e di
"urubu", piccoli
avvoltoi dalle penne tutte nere, incaricati della
pulizia delle città
dell'America centrale, parevano solo attendessero
la putrefazione di quei
disgraziati per gettarsi su quelle povere
carni.
Carmaux si era avvicinato al
Corsaro, dicendogli con voce commossa:
- Ecco i compagni.
- Sì, - rispose il Corsaro,
con voce sorda. - Reclamano vendetta e
l'avranno presto.
Si staccò dal muro
facendo uno sforzo violento, chinò il capo sul
petto come se avesse voluto celare
la terribile emozione che aveva
sconvolto i suoi lineamenti e
s'allontanò a rapidi passi, entrando in
una "posada", specie
d'albergo, dove abitualmente si radunano i
nottambuli per vuotare con loro
comodo parecchi boccali di vino.
Trovato un tavolo vuoto si
sedette, o meglio si lasciò cadere su di
una scranna, senza alzare il capo,
mentre Carmaux urlava:
- Un boccale del tuo migliore
"xéres", oste briccone!... Bada che sia
autentico o non rispondo dei tuoi
orecchi... L'aria del golfo mi ha
fatta venire una tale sete, da
asciugare tutta la tua cantina.
Quelle parole, pronunciate in puro
biscaglino, fecero accorrere più
che in fretta il trattore, con un
fiasco di quell'eccellente vino.
Carmaux empì tre tazze, ma
il Corsaro era così immerso nei suoi tetri
pensieri, che non pensò di
toccare la sua.
- Per mille pesci-cani, - borbottò
Carmaux, urtando il negro. - Il
padrone è in piena tempesta
ed io non vorrei trovarmi nei panni degli
spagnoli. Bell'audacia, in fede
mia, venire qui; ma già, lui non ha
paura.
Si guardò intorno con una
certa curiosità non esente da una vaga paura
ed i suoi occhi s'incontrarono
con quelli di cinque o sei individui
armati di "navaje"
smisurate, i quali lo guardavano con particolare
attenzione.
- Pare che mi ascoltassero, -
diss'egli al negro. - Chi sono
costoro?...
- Baschi al servizio del
Governatore.
- Compatrioti militanti sotto
altre bandiere. Bah! Se credono di
spaventarmi colle loro "navaje",
s'ingannano.
Quegl'individui frattanto avevano
gettate le sigarette che stavano
fumando e dopo essersi bagnata la
gola con alcune tazze di malaga, si
erano messi a chiacchierare con
voce così alta da farsi udire
perfettamente da Carmaux.
- Avete veduti gli appiccati?... -
aveva chiesto uno.
- Sono andato a vederli anche
questa sera, - aveva risposto un altro.
- E' sempre un bello spettacolo che
offrono quelle canaglie!... Ce n'è
uno che fa scoppiare dalle risa,
con quella lingua che gli esce dalla
bocca mezzo palmo.
- Ed il Corsaro Rosso? - chiese un
terzo. - Gli hanno messo in bocca
perfino una sigaretta onde renderlo
più ridicolo.
- Ed io voglio porgli in mano un
ombrello onde domani si ripari dal
sole. Lo vedremo...
Un pugno formidabile, picchiato
sul tavolo e che fece traballare le
tazze gl'interruppe la frase.
Carmaux, impotente a frenarsi,
prima ancora che il Corsaro Nero avesse
pensato a trattenerlo, si era
alzato di balzo ed aveva lasciato andare
sulla tavola vicina quel
formidabile pugno.
- "Rayos de dios"! -
tuonò. - Bella prodezza deridere i morti; il
bello è deridere i vivi,
miei cari "caballeros"!...
I cinque bevitori, stupiti da
quell'improvviso scoppio di rabbia dello
sconosciuto, si erano alzati
precipitosamente, tenendo la destra sulle
"navaje", poi uno di
loro, il più ardito senza dubbio, gli chiese con
cipiglio:
- Chi siete voi, "caballero"?
- Un buon biscaglino che rispetta i
morti, ma che sa bucare il ventre
anche ai vivi.
I cinque bevitori a quella
risposta, che poteva prendersi per una
spacconata, si misero a ridere,
facendo andare maggiormente in bestia
il filibustiere.
- Ah!... E' così? - disse
questi, pallido d'ira.
Guardò il Corsaro, che non
si era mosso come se quell'alterco non lo
riguardasse, poi allungando una
mano verso colui che lo aveva
interrogato, lo respinse
furiosamente urlandogli contro:
- Il lupo di mare mangerà il
lupicino di terra!...
L'uomo respinto era caduto addosso
ad un tavolo, ma si era prontamente
rimesso in gambe, levandosi
rapidamente dalla cintura la "navaja", che
aprì con un colpo secco.
Stava senz'altro per scagliarsi
contro Carmaux e passarlo da parte a
parte, quando il negro, che
fino allora era rimasto semplice
spettatore, ad un cenno del
Corsaro balzò fra i due litiganti,
brandendo minacciosamente una
pesante sedia di legno e di ferro.
- Fermo o t'accoppo!... - gridò
all'uomo armato.
Vedendo quel gigante dalla pelle
nera come il carbone la cui potente
muscolatura pareva pronta a
scattare, i cinque baschi erano
indietreggiati, per non farsi
stritolare da quella sedia che
descriveva in aria delle curve
minacciose.
Quindici o venti bevitori che si
trovavano in una stanza attigua,
udendo quel baccano, si erano
affrettati ad accorrere, preceduti da un
omaccio armato di uno spadone, un
vero tipo di bravaccio, coll'ampio
cappello piumato inclinato su di un
orecchio ed il petto racchiuso
entro una vecchia corazza di pelle
di Cordova.
- Che cosa succede qui? - disse
ruvidamente quell'uomo, sguainando il
brando, con una mossa tragica.
- Succedono, mio caro "caballero",
- disse Carmaux, inchinandosi in
modo buffo, - certe cose che non vi
riguardano affatto.
- Eh!... per tutti i Santi... -
gridò il bravaccio con cipiglio. - Si
vede che voi non conoscete don
Gamaraley Miranda, conte di Badajoz,
nobile di Camargua, e visconte
di...
- Di casa del diavolo, - disse il
Corsaro Nero, alzandosi bruscamente
e guardando fisso il bravaccio.
- E così, "caballero", conte,
marchese, duca, eccetera?...
Il signor di Gamara e d'altri
luoghi ancora arrossì come una peonia,
poi impallidì, dicendo con
voce rauca:
- Per tutte le streghe
dell'inferno!... Non so chi mi tenga dal
mandarvi all'altro mondo a
tenere compagnia a quel cane di Corsaro
Rosso che fa così bella
mostra sulla "Plaza de Granada" ed ai suoi
quattordici birbanti.
Questa volta fu il Corsaro che
impallidì orribilmente. Con un gesto
trattenne Carmaux che stava per
scagliarsi contro l'avventuriero, si
sbarazzò del mantello e
del cappello e con un rapido gesto snudò la
spada, dicendo con voce fremente:
- Il cane sei tu e chi andrà
a tenere compagnia agli appiccati sarà la
tua anima dannata.
Fece cenno agli spettatori di
fare largo e si mise di fronte
all'avversario, ponendosi in
guardia con una eleganza e con una
sicurezza da sconcertare
l'avversario.
- A noi, Conte di casa del diavolo
- disse coi denti stretti. - Fra
poco qui vi sarà un morto.
L'avventuriero si era messo in
guardia, ma ad un tratto si rialzò,
dicendo:
- Un momento, "caballero".
Quando s'incrocia il ferro si ha il diritto
di conoscere il nome
dell'avversario.
- Sono più nobile di te, ti
basta?...
- No, è il nome che voglio
sapere.
- Lo vuoi?... Si, ma peggio per te,
poiché non lo dirai più a nessuno.
Gli si avvicinò e gli
mormorò alcune parole in un orecchio.
L'avventuriero aveva mandato un
grido di stupore e fors'anche di
spavento e aveva fatto due passi
indietro come se avesse voluto
rifugiarsi fra gli spettatori e
tradire il segreto; ma il Corsaro Nero
aveva cominciato ad incalzarlo
vivamente, costringendolo a difendersi.
I bevitori avevano formato un
ampio circolo attorno ai duellanti. Il
negro e Carmaux erano in prima
linea, però non sembravano affatto
preoccupati dell'esito di quello
scontro, specialmente l'ultimo che
sapeva di quanto era capace il
Corsaro.
L'avventuriero, fino dai primi
colpi, si era accorto d'aver dinanzi un
avversario formidabile, deciso ad
ucciderlo al primo colpo falso, e
ricorreva a tutte le risorse
della scherma per parare le botte che
grandinavano.
Quell'uomo non era però
uno spadaccino da disprezzarsi. Alto di
statura, grosso e robustissimo,
dal polso fermo e dal braccio
vigoroso, doveva opporre una lunga
resistenza e si capiva che non era
facile a stancarsi.
Il Corsaro tuttavia, snello, agile,
dalla mano pronta, non gli dava un
istante di tregua, come se
temesse che approfittasse della minima
sosta per tradirlo.
La sua spada lo minacciava sempre,
costringendolo a continue parate.
La punta scintillante balenava
dappertutto, batteva forte il ferro
dell'avventuriero, facendo
sprizzare scintille, e andava a fondo con
una velocità così
fulminea da sconcertare l'avversario.
Dopo due minuti l'avventuriero,
non ostante il suo vigore poco meno
che erculeo, cominciava a
sbuffare ed a rompere. Si sentiva
imbarazzato a rispondere a tutte le
botte del Corsaro e non conservava
più la calma primiera.
Sentiva che la pelle correva un gran pericolo e
che avrebbe finito davvero
coll'andare a tenere poco allegra compagnia
agli appiccati della "Plaza de
Granada".
Il Corsaro invece pareva che avesse
appena sfoderata la spada. Balzava
innanzi con un'agilità da
giaguaro, incalzando sempre con crescente
vigore l'avventuriero. Solamente i
suoi sguardi, animati da un cupo
fuoco, tradivano la collera della
sua anima.
Quegli occhi non si
staccavano un solo istante da quelli
dell'avversario, come se volessero
affascinarlo e turbarlo. Il cerchio
degli spettatori si era aperto per
lasciare campo all'avventuriero, il
quale retrocedeva sempre,
avvicinandosi alla parete opposta. Carmaux,
sempre in prima fila,
cominciava a ridere, prevedendo presto lo
scioglimento di quel terribile
scontro.
Ad un tratto l'avventuriero si
trovò addosso al muro. Impallidì
orribilmente e grosse gocce di
sudore freddo gli imperlarono la
fronte.
- Basta... - rantolò, con
voce affannosa.
- No, - gli disse il Corsaro, con
accento sinistro. - Il mio segreto
deve morire con te.
L'avversario tentò un colpo
disperato. Si rannicchiò più che poté, poi
si scagliò innanzi,
vibrando tre o quattro stoccate una dietro
l'altra.
Il Corsaro, fermo come una rupe, le
aveva parate con eguale rapidità.
- Ora t'inchioderò sulla
parete, - gli disse.
L'avventuriero, pazzo di
spavento, comprendendo ormai di essere
perduto, si mise a urlare.
- Aiuto!... Egli è il Co...
Non finì. La spada
del Corsaro gli era entrata nel petto,
inchiodandolo nella parete e
spegnendogli la frase.
Un getto di sangue gli uscì
dalle labbra macchiandogli la corazza di
pelle che non era stata sufficiente
a ripararlo da quel tremendo colpo
di spada, sbarrò
spaventosamente gli occhi, guardando l'avversario con
un ultimo lampo di terrore,
poi stramazzò pesantemente al suolo,
spezzando in due la lama che lo
tratteneva al muro.
- Se n'è andato, - disse
Carmaux, con un accento beffardo.
Si curvò sul cadavere, gli
strappò di mano la spada e porgendola al
capitano che guardava con occhio
tetro l'avventuriero, gli disse:
- Giacché l'altra si è
spezzata, prendete questa. Per bacco!... E' una
vera lama di Toledo, ve lo
assicuro, signore.
Il Corsaro prese la spada del
vinto senza dir verbo, andò a prendere
il cappello, gettò sul
tavolo un doblone d'oro e uscì dalla "posada"
seguito da Carmaux e dal negro,
senza che gli altri avessero osato
trattenerlo.
5.
L'APPICCATO
Quando il Corsaro ed i suoi
compagni giunsero sulla "Plaza de
Granada", l'oscurità
era così profonda, da non potersi distinguere una
persona a venti passi di distanza.
Un profondo silenzio regnava sulla
piazza, rotto solamente dal lugubre
gracidare di qualche "urubu",
vigilante sulle quindici forche degli
appiccati. Non si udivano nemmeno
più i passi della sentinella posta
dinanzi al palazzo del Governatore,
la cui massa giganteggiava dinanzi
alle forche.
Tenendosi presso i muri delle case
o dietro ai tronchi delle palme, il
Corsaro, Carmaux ed il negro
s'avanzavano lentamente, cogli orecchi
tesi, gli occhi bene aperti e le
mani sulle armi, tentando di giungere
inosservati presso i giustiziati.
Di tratto in tratto, quando
qualche rumore echeggiava per la vasta
piazza, s'arrestavano sotto la
cupa ombra di qualche pianta o sotto
l'oscura arcata di qualche porta,
aspettando, con un certa ansietà,
che il silenzio fosse tornato.
Erano già giunti a pochi
passi dalla prima forca, dalla quale
dondolava, mosso dalla brezza
notturna, un povero diavolo quasi nudo,
quando il Corsaro additò
ai compagni una forma umana che si agitava
sull'angolo del palazzo del
Governatore.
- Per mille pesci-cani!... -
borbottò Carmaux. - Ecco la
sentinella!... Quell'uomo verrà
a guastarci il lavoro.
- Ma Moko è forte, - disse
il negro. - Io andrò a rapire quel soldato.
- E ti farai bucare il ventre,
compare.
Il negro sorrise, mostrando due
file di denti bianchi come l'avorio, e
così acuti da fare invidia
ad uno squalo, dicendo:
- Moko è astuto e sa
strisciare come i serpenti che incanta.
- Va', - gli disse il Corsaro. -
Prima di prenderti con me, voglio
avere una prova della tua audacia.
- L'avrete, padrone. Io prenderò
quell'uomo come un tempo prendevo gli
"jacaré" della
laguna.
Si tolse dai fianchi una corda
sottile, di cuoio intrecciato e che
terminava in un anello, un vero
"lazo", simile a quello usato dai
"vaqueros" messicani per
dare la caccia ai tori, e s'allontanò
silenziosamente, senza produrre il
minimo rumore.
Il Corsaro, nascosto dietro il
tronco d'una palma, lo guardava
attentamente, ammirando forse la
risolutezza di quel negro che, quasi
inerme, andava ad affrontare un
uomo bene armato e certamente
risoluto.
- Ha del fegato il compare, - disse
Carmaux.
Il Corsaro fece un cenno
affermativo col capo, ma non pronunciò una
sola parola. Continuava a
guardare l'africano il quale strisciava al
suolo come un serpente
avvicinandosi lentamente al palazzo del
Governatore.
Il soldato si allontanava allora
dall'angolo, dirigendosi verso il
portone, era armato di un'alabarda
ed al fianco portava anche una
spada.
Vedendo che gli volgeva le
spalle, Moko strisciava più velocemente
tenendo in mano il lazo. Quando
giunse a dodici passi si alzò
rapidamente, fece volteggiare in
aria due o tre volte la corda, poi la
lanciò con mano sicura.
S'udì un leggero sibilo,
poi un grido soffocato ed il soldato
stramazzò al suolo,
lasciando cadere l'alabarda ed agitando pazzamente
le gambe e le braccia.
Moko, con un balzo da leone, gli
era piombato addosso. Imbavagliarlo
strettamente colla fascia rossa che
portava alla cintola, legarlo per
bene e portarlo via come se fosse
stato un fanciullo, fu l'affare di
pochi istanti.
- Eccolo, - disse, gettandolo
ruvidamente ai piedi del capitano.
- Sei un valente, - rispose il
Corsaro. - Legalo a questo albero e
seguimi.
Il negro obbedì aiutato da
Carmaux, poi tutti e due raggiunsero il
Corsaro, il quale esaminava gli
appiccati dondolanti dalle forche.
Giunti in mezzo alla piazza,
il capitano s'arrestò dinanzi ad un
giustiziato che indossava un
costume rosso e che, per amara derisione,
teneva fra le labbra un pezzo di
sigaro.
Nel vederlo, il Corsaro aveva
mandato un vero grido di orrore.
- I maledetti!... - esclamò.
- Anche l'ultimo disprezzo!
La sua voce, che pareva il lontano
ruggito d'una fiera, terminò in uno
straziante singhiozzo.
- Signore, - disse Carmaux, con
voce commossa, - siate forte!
Il Corsaro fece un gesto colla mano
indicandogli l'appiccato.
- Subito, mio capitano, - rispose
Carmaux.
Il negro si era arrampicato sulla
forca, tenendo fra le labbra il
coltello del filibustiere. Recise
con un colpo solo la fune, poi calò
giù il cadavere, adagio,
adagio.
Carmaux gli si era fatto sotto.
Quantunque la putrefazione avesse
cominciato a decomporre le carni
del Corsaro Rosso, il filibustiere lo
prese delicatamente fra le
braccia e l'avvolse nel mantello nero che
il capitano gli porgeva.
- Andiamo - disse il Corsaro, con
un sospiro. - La nostra missione è
finita e l'oceano aspetta la salma
del valoroso.
Il negro prese il cadavere, se lo
accomodò fra le braccia, lo coprì
per bene col mantello, e poi tutti
e tre abbandonarono la piazza,
tristi e taciturni. Quando però
giunsero all'estremità, il Corsaro si
volse guardando un'ultima volta i
quattordici appiccati, i cui corpi
spiccavano lugubremente fra le
tenebre, e disse con voce mesta:
- Addio, valorosi disgraziati;
addio compagni del Corsaro Rosso! La
filibusteria vendicherà ben
presto la vostra morte.
Poi, fissando con due occhi
ardenti il palazzo del Governatore
giganteggiante in fondo alla
piazza, aggiunse con voce cupa:
- Tra me e te, Wan Guld, sta la
morte!...
Si misero in cammino, frettolosi
di uscire da Maracaybo e di giungere
al mare per tornare a bordo della
nave corsara. Ormai più nulla
avevano da fare in quella città,
entro le cui vie non si sentivano più
sicuri, dopo l'avventura della
"posada". Avevano già percorse tre o
quattro viuzze deserte, quando
Carmaux, che camminava dinanzi a tutti,
credette di scorgere delle ombre
umane, seminascoste sotto l'oscura
arcata d'una porta.
- Adagio, - mormorò,
volgendosi verso i compagni. - Se non sono
diventato cieco, vi sono delle
persone che mi pare ci attendano.
- Dove? - chiese il Corsaro.
- Là sotto.
- Forse ancora gli uomini della
"posada"?
- Mille pesci... cani!... Che
siano i cinque baschi colle loro
"navaje"?
- Cinque non sono troppi per noi,
e faremo pagare caro l'agguato, -
disse il Corsaro sguainando la
spada.
- La mia sciabola d'arrembaggio
avrà buon gioco sulle loro
"navaje"!... - disse
Carmaux.
Tre uomini avvolti in grandi
mantelli fioccati, dei "serapè" senza
dubbio, si erano staccati
dall'angolo d'un portone occupando il
marciapiede di destra, mentre
due altri, che fino allora si erano
tenuti celati dietro un carro
abbandonato, chiudevano il passo sul
marciapiede di sinistra.
- Sono i cinque baschi, - disse
Carmaux. - Vedo le "navaje" luccicare
alle loro cintole.
- Tu incaricati dei due di sinistra
ed io dei tre di destra, - disse
il Corsaro, - e tu, Moko, non
occuparti di noi e prendi il largo col
cadavere. Ci aspetterai sul margine
della foresta.
I cinque baschi si erano sbarazzati
dei mantelli piegandoli in quattro
e ponendoseli sul braccio sinistro,
poi avevano aperto i loro lunghi
coltellacci dalla punta acuta come
le lame delle spade:
- Ah!... Ah!... - disse colui che
era stato respinto da Carmaux.
- Pare che non ci siamo ingannati.
- Largo!... - gridò il
Corsaro, che si era messo dinanzi ai compagni.
- Adagio, "caballero", -
disse il basco, facendosi innanzi.
- Che cosa vuoi tu?...
- Soddisfare una piccola curiosità
che ci cruccia.
- E quale?
- Sapere chi siete voi,
"caballero".
- Un uomo che uccide chi gli dà
impiccio, - rispose fieramente il
Corsaro, avanzandosi colla spada in
pugno.
- Allora vi dirò,
"caballero", che noi siamo uomini che non hanno
paura, e che non ci faremo uccidere
come quel povero diavolo che avete
inchiodato al muro. Il vostro
nome ed i vostri titoli o non uscirete
da Maracaybo. Siamo ai servizi
del signor Governatore e dobbiamo
rispondere delle persone che
passeggiano per le vie ad un'ora così
tarda.
- Se volete saperlo, venite a
chiedermi il mio nome, - disse il
Corsaro mettendosi rapidamente
in guardia. - A te i due di destra,
Carmaux.
Il filibustiere aveva sguainata la
sciabola d'arrembaggio e muoveva
risolutamente contro i due
avversari che impedivano il passo sul
marciapiede opposto.
I cinque baschi non si erano
mossi, aspettando l'assalto dei due
filibustieri. Fermi sulle gambe
che tenevano un po' aperte per essere
più pronti a tutte le
evoluzioni, colla mano sinistra stretta contro
la cintura e la destra attorno
al manico della "navaja", ma col
pollice appoggiato sulla parte più
larga della lama, aspettavano il
momento opportuno per scagliare i
colpi mortali.
Dovevano essere cinque
"diestros", ossia valenti, ai quali non
dovevano essere sconosciuti i
colpi più famosi, né il "javeque",
ferita ignominiosa che sfregia il
viso, né il terribile "desjarretazo"
che si avventa per di dietro,
sotto l'ultima costola e che recide la
colonna vertebrale.
Vedendo che non si decidevano, il
Corsaro, impaziente di aprirsi il
passo, piombò sui tre
avversari che gli stavano di fronte, vibrando
botte a destra ed a manca con
velocità fulminea, mentre Carmaux
caricava gli altri due sciabolando
come un pazzo.
I cinque "diestros" non
si erano per questo sgomentati. Dotati di una
agilità prodigiosa,
balzavano indietro parando i colpi ora colle
larghe lame dei loro coltellacci
ed ora coi "serapè", che tenevano
avvolti intorno al braccio
sinistro.
I due filibustieri erano diventati
prudenti, essendosi accorti di
avere da fare con degli avversari
pericolosi.
Quando però videro il
negro allontanarsi col cadavere e perdersi fra
l'oscurità della via
tornarono furiosamente alla carica, frettolosi di
sbrigarsela prima che qualche
guardia, attirata da quel cozzare di
ferri, potesse giungere in aiuto
dei baschi.
Il Corsaro, la cui spada era
ben più lunga delle "navaje" e la cui
abilità nella scherma era
straordinaria, poteva avere buon gioco,
mentre Carmaux era costretto a
tenersi molto in guardia essendo la sua
sciabola assai corta.
I sette uomini lottavano con
furore, ma in silenzio, essendo tutti
assorti nel parare e vibrare
colpi. S'avanzavano, indietreggiavano,
balzavano ora a destra ed ora a
manca, percuotendo forte i ferri.
Ad un tratto il Corsaro,
vedendo uno dei tre avversari perdere
l'equilibrio e fare un passo falso,
scoprendo per un istante il petto,
si allungò con una mossa
fulminea.
La lama toccò e l'uomo cadde
senza mandare un gemito.
- E uno, - disse il Corsaro,
rivolgendosi agli altri. - Fra poco avrò
la vostra pelle!
I due baschi, per nulla
intimoriti, stettero fermi dinanzi a lui,
senza fare un passo indietro;
d'improvviso però il più agile gli si
precipitò addosso
curvandosi verso terra e spingendo dinanzi il
"serapè" che gli
riparava il braccio, come se volesse portare il colpo
della "parte baja", che
se riesce squarcia il ventre, ma poi si rialzò
e scartandosi bruscamente tentò
di vibrare la botta mortale, il
"desjarretazo".
Il Corsaro fu lesto a gettarsi da
un lato e partì a fondo, però la sua
lama s'imbarazzò nel
"serapè" del "valiente".
Tentò di rimettersi in
guardia per parare i colpi che gli vibrava
l'altro basco e quasi subito mandò
un grido di rabbia.
La lama era stata spezzata a metà
dal braccio dell'uomo che stava per
vibrargli il "desjarretazo".
Balzò indietro agitando il
pezzo di spada, e urlando:
- A me, Carmaux!...
Il filibustiere che non era
ancora riuscito a sbrigarsi dei suoi due
avversari, quantunque li avesse
costretti a indietreggiare fino
all'angolo della via, in tre salti
gli fu presso.
- Per mille pesci-cani!... -
tuonò, - eccoci in un bell'impiccio!...
Saremo bravi se riusciremo a
levarci d'attorno questa muta di cani
arrabbiati.
- Teniamo la vita di due di
quei bricconi, - rispose il Corsaro,
armando precipitosamente la pistola
che teneva alla cintola.
Stava per far fuoco sul più
vicino, quando vide precipitarsi addosso
ai quattro baschi, che si erano
radunati, credendosi ormai certi della
vittoria, un'ombra gigantesca.
Quell'uomo, giunto in così buon punto,
teneva in mano un grosso randello.
- Moko!... - esclamarono il Corsaro
e Carmaux.
Il negro invece di rispondere alzò
il bastone e si mise a tempestare
gli avversari con tale furia, che
quei disgraziati in un baleno furono
tutti a terra, chi colla testa
rotta e chi colle costole sfondate.
- Grazie compare!... - gridò
Carmaux. - Mille fulmini!... che
grandinata!...
- Fuggiamo, - disse il Corsaro. -
Qui più nulla abbiamo da fare.
Alcuni abitanti, svegliati dalle
grida dei feriti, cominciavano ad
aprire le finestre per vedere di
che cosa si trattava.
I due filibustieri ed il negro,
sbarazzatisi dei cinque assalitori,
svoltarono precipitosamente
l'angolo della via.
- Dove hai lasciato il cadavere? -
chiese il Corsaro all'africano.
- E' già fuori della città
- rispose il negro.
- Grazie del tuo soccorso.
- Avevo pensato che il mio
intervento poteva esservi utile e mi sono
affrettato a ritornare.
- Vi è nessuno all'estremità
del borgo?
- Non ho veduto alcuno.
- Allora affrettiamoci a battere in
ritirata, prima che giungano altri
avversari, - disse il Corsaro.
Stavano per mettersi in marcia,
quando Carmaux, che s'era spinto
innanzi per perlustrare una via
laterale, tornò rapidamente indietro,
dicendo:
- Capitano, sta per giungere una
pattuglia!...
- Da dove?
- Da quella viuzza.
- Ne prenderemo un'altra. Le armi
in mano, miei prodi, e avanti!...
Va' a disarmare il biscaglino che
ho ucciso; in mancanza di altro è
buona anche una "navaja".
- Col vostro permesso v'offro
la mia sciabola, capitano; io so
adoperare quei lunghi coltelli.
Il bravo marinaio porse al Corsaro
la propria sciabola, poi tornò
indietro e andò a
raccogliere la "navaja" di uno dei biscaglini, arma
formidabile anche in mano sua.
Il drappello s'avvicinava a grandi
passi. Forse aveva udito le grida
dei combattenti ed il cozzare delle
armi e s'affrettava ad accorrere.
I filibustieri, preceduti da
Moko, si misero a correre tenendosi
presso i muri delle case; percorsi
circa centocinquanta passi, udirono
il passo cadenzato di un altra
pattuglia.
- Tuoni! - esclamò Carmaux.
- Stiamo per essere presi in mezzo.
Il Corsaro Nero s'era arrestato,
impugnando la corta sciabola del
filibustiere.
- Che siamo stati traditi?... -
mormorò.
- Capitano, - disse l'africano. -
Vedo otto uomini armati di alabarde
e di moschettoni avanzarsi verso di
noi.
- Amici, - disse il Corsaro, - qui
si tratta di vendere cara la vita.
- Comandate che cosa si deve fare e
noi siamo pronti - risposero il
filibustiere ed il negro, con voce
decisa.
- Moko!
- Padrone!
- Affido a te l'incarico di
portare a bordo il cadavere di mio
fratello. Sei capace di farlo?
Troverai la nostra scialuppa sulla
spiaggia e ti porrai in salvo con
Wan Stiller.
- Sì, padrone.
- Noi faremo il possibile per
sbarazzarci dei nostri avversari, ma se
dovessimo venire sopraffatti,
Morgan sa cosa dovrà fare. Va', porta il
cadavere a bordo, poi verrai qui a
vedere se siamo ancora vivi o
morti.
- Non so decidermi a lasciarvi,
padrone; io sono forte e posso esservi
di molta utilità.
- Mi preme che mio fratello sia
sepolto in mare come il Corsaro Verde
e poi tu puoi renderci maggiori
servigi recandoti a bordo della mia
"Folgore", che qui.
- Ritornerò con dei
rinforzi, signore.
- Morgan verrà, sono certo
di questo. Vattene: ecco la pattuglia.
Il negro non se lo fece
ripetere due volte. Essendo però la via
sbarrata dalle due pattuglie, si
cacciò in una via laterale mettendo
capo ad una muraglia che serviva di
riparo ad un giardino.
Il Corsaro, vistolo scomparire,
si volse verso il filibustiere,
dicendo:
- Prepariamoci a piombare sulla
pattuglia che ci sta dinanzi.
Se riusciamo con un improvviso
attacco ad aprirci il passo, forse
potremo guadagnare la campagna e
poi la foresta.
Si trovavano allora sull'angolo
della via. La seconda pattuglia, già
scorta dal negro, non era lontana
più di trenta passi, mentre la prima
non si scorgeva ancora, essendosi
forse arrestata.
- Teniamoci pronti, - disse il
Corsaro.
- Lo sono, - disse il filibustiere,
che s'era nascosto dietro l'angolo
della casa.
Gli otto alabardieri avevano
rallentato il passo come se temessero
qualche sorpresa, anzi uno di loro,
forse il comandante, aveva detto:
- Adagio, giovanotti! Quei
bricconi devono trovarsi poco lontano di
certo.
- Siamo in otto, signor Elvaez, -
disse un soldato, - mentre il
taverniere ci ha detto che i
filibustieri erano solamente tre.
- Ah! Furfante d'un oste! -
mormorò Carmaux. - Ci ha traditi! Se mi
capita fra le mani gli farò
un occhiello nel ventre, e così grande da
fargli uscire tutto il vino che
avrà bevuto in una settimana!
Il Corsaro Nero aveva alzato la
sciabola pronto a scagliarsi.
- Avanti!... - urlò.
I due filibustieri si
rovesciarono con impeto irresistibile addosso
alla pattuglia che stava per
svoltare l'angolo della via, vibrando
colpi disperati a destra ed a
manca, con rapidità fulminea.
Gli alabardieri, sorpresi da
quell'improvviso attacco, non poterono
resistere e si gettarono chi da
una parte e chi dall'altra, per
sottrarsi a quella gragnuola di
colpi.
Quando si furono rimessi dallo
stupore, il Corsaro ed il suo compagno
erano già lontani.
Accortisi però che avevano avuto da fare con due
soli uomini, si slanciarono sulle
loro tracce, urlando a squarciagola:
- Fermateli! I filibustieri! I
filibustieri!...
Il Corsaro e Carmaux correvano alla
disperata, senza però sapere dove
andassero. Si erano cacciati in
mezzo ad un dedalo di viuzze e
voltavano ad ogni istante
angoli di case senza però riuscire a
guadagnare la campagna.
Gli abitanti, svegliati dalle urla
della pattuglia ed allarmati dalla
presenza di quei formidabili
scorridori del mare, così temuti in tutte
le città spagnole
dell'America, si erano alzati e si udivano porte e
finestre aprirsi o chiudersi con
fracasso, mentre qualche colpo di
fucile rimbombava.
La situazione dei fuggiaschi
stava per diventare, da un istante
all'altro, disperata; quelle
grida e quegli spari potevano spargere
l'allarme anche nel centro
della città e fare accorrere l'intera
guarnigione.
- Tuoni!... - esclamava Carmaux,
galoppando furiosamente. - Tutte
queste grida di oche spaventate
finiranno col perderci! Se non
troviamo il modo di gettarci nella
campagna, finiremo su una forca con
una solida corda al collo.
Sempre correndo, erano allora
giunti all'estremità d'una viuzza la
quale pareva che non avesse nessuno
sbocco.
- Capitano! - gridò
Carmaux, che si trovava dinanzi. - Noi ci siamo
cacciati in una trappola.
- Che cosa vuoi dire? - chiese il
Corsaro.
- Che la via è chiusa.
- Non vi è alcun muro da
scalare?
- Non vi sono che case alte assai.
- Torniamo, Carmaux.
Gl'inseguitori sono ancora lontani e possiamo
forse trovare qualche nuova via che
ci conduca fuori di città.
Stava per riprendere la corsa,
quando disse bruscamente:
- No, Carmaux! Mi è balenata
una nuova idea nel cervello. Io credo che
con un po d'astuzia possiamo fare
perdere le nostre tracce.
Egli si era rapidamente diretto
verso la casa che chiudeva la
estremità di quella viuzza.
Era quella una modesta abitazione a due
piani, costruita parte in muratura
e parte in legno, con una piccola
terrazza verso la cima, adorna di
vasi e di fiori.
- Carmaux, - disse il Corsaro. -
Aprimi questa porta.
- Ci nascondiamo in questa casa?
- Mi sembra il mezzo migliore per
fare perdere le nostre tracce ai
soldati.
- Benissimo, capitano.
Diventeremo proprietari senza pagare un soldo
di pigione.
Presa la lunga "navaja",
introdusse la punta nella fessura della porta
e facendo forza fece saltare il
chiavistello.
I due filibustieri si affrettarono
ad entrare, chiudendo tosto la
porta, mentre i soldati passavano
all'estremità della viuzza, urlando
sempre a
squarciagola:
- Fermateli! fermateli!
Brancolando fra l'oscurità,
i due filibustieri giunsero ben presto ad
una scala che salirono senza
esitare, fermandosi solo sul pianerottolo
superiore.
- Bisogna vedere dove si va,
- disse Carmaux, - e conoscere gli
inquilini. Che brutta sorpresa per
quei poveri diavoli!
Estrasse un acciarino ed un pezzo
di miccia da cannone e l'accese,
soffiandovi sopra per ravvivare la
fiamma.
- To'!... Vi è una porta
aperta, - disse.
- E qualcuno che russa, - aggiunse
il Corsaro.
- Buon segno!... Colui che dorme è
una persona pacifica.
Il Corsaro intanto aveva aperta la
porta procurando di non fare rumore
ed era entrato in una stanza
ammobiliata modestamente e dove si vedeva
un letto che pareva occupato da una
persona.
Prese la miccia, accese una candela
che aveva scorta su di una vecchia
cassa che doveva servire da
canterano, poi si avvicinò al letto ed
alzò risolutamente la
coperta.
Un uomo occupava il posto. Era un
vecchietto già calvo, rugoso, dalla
pelle incartapecorita e color del
mattone, con una barbetta da capra e
due baffi arruffati. Dormiva così
saporitamente da non accorgersi che
la stanza era stata illuminata.
- Non sarà certamente
quest'uomo che ci darà dei fastidi, - disse il
Corsaro.
Lo afferrò per un braccio e
lo scosse ruvidamente, però dapprima senza
successo.
- Bisognerà sparargli una
trombonata in un orecchio - disse Carmaux.
Alla terza scossa però, più
vigorosa delle altre, il vecchio si decise
ad aprire gli occhi. Scorgendo
quei due uomini armati, si alzò
rapidamente a sedere, sgranando due
occhi spaventati ed esclamando con
voce strozzata dal terrore:
- Sono morto!
- Ehi, amico! C'è del
tempo a morire, - disse Carmaux. - Mi sembra
anzi che ora siate più vivo
di prima.
- Chi siete? - chiese il Corsaro.
- Un povero uomo che non ha
mai fatto male a nessuno - rispose il
vecchio, battendo i denti.
- Noi non abbiamo intenzione di
farvi del male, se risponderete a
quanto vorremo sapere.
- Vostra eccellenza non è
dunque un ladro?...
- Sono un filibustiere della
Tortue.
- Un fili... bu... stiere!...
Allora... sono... morto!...
- Vi ho detto che non vi si farà
nulla di male.
- Cosa volete adunque da un povero
uomo come me?
- Sapere innanzi tutto se siete
solo in questa casa.
- Sono solo, signore.
- Chi abita in questi dintorni?
- Dei bravi borghesi.
- Che cosa fate voi?
- Sono un povero uomo.
- Sì, un povero uomo che
possiede una casa, mentre io non ho nemmeno
un letto, - disse Carmaux. - Ah!...
vecchia volpe, tu hai paura per i
tuoi denari!...
- Non ho denari, eccellenza.
Carmaux scoppiò in una
risata.
- Un filibustiere che diventa
eccellenza!... Ma quest'uomo è il più
allegro compare che io abbia mai
incontrato.
Il vecchio lo sbirciò di
traverso, però si guardò bene dal mostrarsi
offeso.
- Alle corte, - disse il Corsaro,
con un tono minaccioso. - Che cosa
fate voi a Maracaybo?
- Sono un povero notaio, signore.
- Sta bene: sappi intanto che noi
prendiamo alloggio nella tua casa,
finché giungerà
l'occasione di andarcene. Noi non ti faremo male
alcuno; bada però che se ci
tradisci, la tua testa lascierà il tuo
collo. Mi hai compreso?
- Ma che cosa volete da me? -
piagnucolò il disgraziato.
- Nulla per ora. Indossa le
tue vesti e non mandare un grido o
metteremo in esecuzione la
minaccia.
Il notaio si affrettò ad
obbedire; era però così spaventato e tremava
tanto, che Carmaux fu costretto ad
aiutarlo.
- Ora legherai quest'uomo, - disse
il Corsaro. - Sta' attento che non
fugga.
- Rispondo di lui come di me
stesso, capitano. Lo legherò così bene
che non potrà fare il più
piccolo movimento.
Mentre il filibustiere riduceva
all'impotenza il vecchio, il Corsaro
aveva aperta la finestra che
guardava sulla viuzza, per vedere che
cosa succedeva al di fuori.
Pareva che le pattuglie si fossero
ormai allontanate, non udendosi più
le loro grida; però delle
persone, svegliate da quegli allarmi, si
vedevano alle finestre delle case
vicine e si udivano chiacchierare ad
alta voce.
- Avete udito? - gridava un
omaccione che mostrava un lungo
archibugio. - Pare che i
filibustieri abbiano tentato un colpo sulla
città.
- E' impossibile, - risposero
alcune voci.
- Ho udito i soldati a gridare.
- Sono stati messi in fuga?
- Lo credo poiché non si ode
più nulla.
- Una bella audacia!... Entrare in
città con tanti soldati che vi sono
qui!...
- Volevano certamente salvare il
Corsaro Rosso.
- Ed invece lo hanno trovato
appiccato.
- Che brutta sorpresa per quei
ladroni!...
- Speriamo che i soldati ne
prendano degli altri da appiccare - disse
l'uomo dell'archibugio. - Del
legno ce n'è ancora per rizzare delle
forche Buona notte, amici!... A
domani!...
- Sì, - mormorò il
Corsaro. - Del legno ve n'è ancora, ma sulle nostre
navi vi sono ancora tante palle da
distruggere Maracaybo. Un giorno
avrete mie nuove.
Rinchiuse prudentemente la finestra
e tornò nella stanza del notaio.
Carmaux intanto aveva frugata
tutta la casa ed aveva fatto man bassa
nella dispensa.
Il brav'uomo si era ricordato che
la sera innanzi non aveva avuto
tempo di cenare, ed avendo
trovato un volatile ed un bel pesce
arrostito che forse il povero
notaio s'era serbato per la colazione,
si era affrettato a mettere
l'uno e l'altro a disposizione del
capitano.
Oltre a quei cibi, aveva scovato,
in fondo ad un armadio, alcune
bottiglie assai polverose, che
portavano le marche dei migliori vini
di Spagna: Xéres, Porto,
Alicante e anche Madera.
- Signore, - disse Carmaux, colla
sua più bella voce, rivolgendosi
verso il Corsaro, - mentre gli
spagnoli corrono dietro alle nostre
ombre, date un colpo di dente a
questo pesce, una tinca superba di
lago, ed assaggiate questo pezzo
d'anitra selvatica. Ho poi scoperto
certe bottiglie che il nostro
notaio teneva forse per le grandi
occasioni, che vi metteranno un po'
di buon umore addosso. Ah! Si vede
che l'amico era amante dei liquidi
d'oltre Atlantico! Sentiremo se era
di buon gusto.
- Grazie, - rispose il Corsaro, il
quale però era ridiventato tetro.
Si sedette, ma fece poco onore al
pasto. Era ritornato silenzioso e
triste come già lo avevano
quasi sempre visto i filibustieri.
Assaggiò il pesce, bevette
alcuni bicchieri, poi si alzò bruscamente,
mettendosi a passeggiare per la
stanza.
Il filibustiere invece non solo
divorò il resto, ma vuotò anche un
paio di bottiglie con grande
disperazione del povero notaio, il quale
non finiva di lagnarsi, vedendo
consumare così presto quei vini che
aveva fatto venire, con grandi
spese, dalla lontana patria.
Il marinaio però, messo di
buon umore da quella bevuta, fu tanto
gentile da offrirgliene un
bicchiere, per fargli passare la paura
provata e la rabbia che lo rodeva.
- Tuoni! - esclamò.
- Non credevo che la notte dovesse
passare così allegramente. Trovarsi
fra due fuochi e colla minaccia di
terminare la vita con una solida
corda al collo, e finire invece in
mezzo a queste deliziose bottiglie,
non era cosa da sperarsi.
- Il pericolo non è però
ancora passato, mio caro, - disse il Corsaro.
- Chi ci assicura che domani gli
spagnoli, non avendoci più trovati,
non vengano a scovarci? Si sta
bene qui, ma amerei meglio trovarmi a
bordo della mia "Folgore".
- Con voi io non ho alcun timore,
mio capitano; voi solo valete cento
uomini.
- Tu forse hai dimenticato che il
Governatore di Maracaybo è una
vecchia volpe e che tutto oserebbe
pure di avermi in sua mano. Sai che
fra me e lui si è impegnata
una guerra a morte.
- Nessuno sa che voi siete qui.
- Si potrebbe sospettarlo e poi,
hai dimenticato i biscaglini? Io
credo che hanno saputo che
l'uccisore di quello spaccone di conte era
il fratello del povero Corsaro
Rosso e del Verde.
- Forse avete ragione, signore.
Credete che Morgan ci manderà dei
soccorsi?
- Il luogotenente non è uomo
da abbandonare il suo comandante nelle
mani degli spagnoli. E' un audace,
un valoroso e non sarei sorpreso se
tentasse di forzare il passo, per
far piovere sulla città una tempesta
di palle.
- Sarebbe una pazzia che potrebbe
pagare cara, signore.
- Eh!.. Quante non ne abbiamo
commesse noi, e sempre o quasi sempre
con esito fortunato.
Il Corsaro si sedette sorseggiando
un bicchiere, poi si alzò e si
diresse verso una finestra che
s'apriva sul pianerottolo e che
dominava l'intera viuzza. Si
era messo in osservazione da una
mezz'ora, quando Carmaux lo
vide entrare precipitosamente nella
stanza, dicendo:
- E' sicuro il negro?
- E' un uomo fidato, comandante.
- Incapace di tradirci?...
- Metterei una mano sul fuoco per
lui.
- Egli è qui...
- L'avete veduto?
- Ronza nella viuzza.
- Bisogna farlo salire, comandante.
- E del cadavere di mio fratello,
che cosa ne avrà fatto? - chiese il
Corsaro, aggrottando la fronte.
- Quando sarà qui lo
sapremo.
- Va' a chiamarlo, ma sii prudente.
Se ti scorgono non risponderei più
della nostra vita.
- Lasciate pensare a me, signore,
- disse Carmaux, con un sorriso. -
Vi domando solamente dieci minuti
di tempo per diventare il notaio di
Maracaybo.
6.
LA SITUAZIONE DEI FILIBUSTIERI SI
AGGRAVA
I dieci minuti non erano ancora
trascorsi, quando Carmaux lasciava la
casa del notaio per mettersi in
cerca del negro che il Corsaro aveva
veduto ronzare nella viuzza.
In quel brevissimo tempo, il
bravo e coraggioso filibustiere si era
così completamente
trasformato, da diventare irriconoscibile.
Con pochi colpi di forbice si era
accorciata l'incolta barba ed i
lunghi capelli arruffati, poi
aveva indossato lestamente un costume
spagnolo che il notaio doveva aver
serbato per le grandi occasioni e
che gli si adattava benissimo,
essendo entrambi della medesima
statura.
Così vestito, il terribile
scorridore del mare poteva passare per un
tranquillo ed onesto borghese
di Gibraltar, se non per il notaio
stesso. Da uomo prudente però,
nelle profonde e comodissime tasche, si
era nascosto le pistole, non
fidandosi nemmeno di quel costume.
Così trasformato, lasciò
l'abitazione come un pacifico cittadino che
va a respirare una boccata
d'aria mattutina, guardando in alto per
vedere se l'alba, già non
lontana, si decideva a fugare le tenebre.
La viuzza era deserta, ma se il
comandante aveva poco prima scorto il
negro, questi non doveva essere
andato molto lontano.
- In qualche luogo lo scoverò,
- mormorò il filibustiere. - Se compare
"sacco di carbone" s'è
deciso a ritonare, vuol dire che dei gravi
motivi gli hanno impedito di
abbandonare Maracaybo. Che quel dannato
di Wan Guld abbia saputo che è
stato il Corsaro Nero a fare il colpo?
Che sia proprio destino che i tre
valorosi fratelli debbano cadere
tutti nelle mani di quel
sinistro vecchio?... Ma vivaddio!... Noi
usciremo di qui per rendergli un
giorno dente per dente, occhio per
occhio, vita per vita!...
Così monologando era
uscito dalla viuzza e si preparava a voltare
l'angolo d'una casa, quando un
soldato armato d'un archibugio e che
erasi tenuto nascosto sotto
l'arcata d'un portone, gli sbarrò
improvvisamente il passo,
dicendogli con voce minacciosa:
- Alto là!...
- Morte e dannazione! - brontolò
Carmaux, cacciando una mano in tasca
ed impugnando una delle pistole. -
Ci siamo già!...
Poi assumendo l'aspetto d'un buon
borghese, disse:
- Che cosa desiderate, signor
soldato?
- Sapere chi siete.
- Come!... Non mi conoscete?...
Io sono il notaio del quartiere,
signor soldato.
- Scusate, sono giunto da poco a
Maracaybo, signor notaio. Dove
andate, si può saperlo?
- C'è un povero diavolo che
sta per morire e capirete bene che quando
si prepara ad andarsene all'altro
mondo, bisogna che pensi agli eredi.
- E' vero, signor notaio,
guardate però di non incontrare i
filibustieri.
- Dio mio! - esclamò
Carmaux, fingendosi spaventato. - I filibustieri
qui? Come mai quelle canaglie
hanno osato di sbarcare a Maracaybo
città quasi impenetrabile e
governata da quel valoroso soldato che si
chiama Wan Guld?
- Non si sa in quale modo siano
riusciti a sbarcare, non essendo stata
scorta alcuna nave filibustiera né
presso le isole, né al golfo di
Coro; però che qui siano
venuti ormai non se ne dubita più. Vi basti
sapere che hanno ucciso tre o
quattro uomini e che hanno avuto
l'audacia di rapire il cadavere del
Corsaro Rosso, il quale era stato
appiccato dinanzi al palazzo
del Governatore assieme al suo
equipaggio.
- Che birbanti!... E dove sono?
- Si crede che siano fuggiti per la
campagna. Delle truppe sono state
spedite in vari luoghi e si spera
di catturarli e di mandarli a tenere
poco allegra compagnia agli
appiccati.
- Che siano invece nascosti in
città?...
- Non è possibile; sono
stati visti fuggire verso la campagna.
Carmaux ne sapeva abbastanza e
credette essere giunto il momento di
andarsene, onde non perdere il
negro.
- Mi guarderò
dall'incontrarli, - disse - Buona guardia, signor
soldato. Io me ne vado o giungerò
troppo tardi presso il mio cliente
moribondo.
- Buona fortuna, signor notaio
Il furbo filibustiere si calò
il cappello sugli occhi e si allontanò
frettolosamente, fingendo di
guardarsi intorno per simulare meglio le
paure che non sentiva affatto.
- Ah! Ah!... - esclamò
quando fu lontano. - Ci credono usciti dalla
città i... Benissimo miei
cari!... Ce ne staremo pacificamente nella
casa di quell'ottimo notaio,
finché i soldati saranno rientrati, poi
prenderemo tranquillamente il
largo. Che superba idea ha avuto il
comandante!... L'Olonese, che si
vanta il più astuto filibustiere
della Tortue, non ne avrebbe avuta
una migliore.
Aveva già voltato l'angolo
della via per prenderne un'altra più larga,
fiancheggiata da belle casette
circondate da eleganti verande
sostenute da pali variopinti,
quando scorse un'ombra nerissima e di
statura gigantesca, ferma presso
una palma che cresceva dinanzi ad una
graziosa palazzina.
- Se non m'inganno è il mio
compare "sacco di carbone", - mormorò il
filibustiere. - Questa volta noi
abbiamo una fortuna straordinaria, ma
già si sa che il diavolo ci
protegge, così almeno dicono gli spagnoli.
L'uomo che si teneva
semi-nascosto dietro il tronco del palmizio,
vedendo Carmaux avvicinarsi, cercò
di appiattarsi sotto il portone
della palazzina, credendo forse di
avere da fare con qualche soldato,
poi, non credendosi sicuro nemmeno
colà, voltò rapidamente l'angolo
dell'abitazione, onde raggiungere
forse una delle tante viuzze della
città.
Il filibustiere aveva avuto il
tempo di accertarsi che si trattava
veramente del negro.
In pochi salti giunse presso la
palazzina e svoltò l'angolo, gridando
a mezza voce:
- Ehi, compare!...
Il negro s'era subito
arrestato, poi dopo qualche istante di
esitazione era tornato indietro.
Riconoscendo Carmaux, quantunque
questi si fosse bene camuffato da
borghese spagnolo, una esclamazione
di gioia e di stupore gli sfuggì.
- Tu compare bianco!...
- Hai due buoni occhi, compare
"sacco di carbone", - disse il
filibustiere, ridendo.
- Ed il capitano?
- Non occuparti di lui, per ora è
salvo e basta. Perché sei ritornato?
Il comandante ti aveva ordinato di
portare il cadavere a bordo della
nave.
- Non l'ho potuto, compare. La
foresta è stata invasa da parecchi
drappelli di soldati giunti
probabilmente dalla costa.
- Si erano già accorti del
nostro sbarco?
- Lo temo, compare bianco.
- Ed il cadavere, dove l'hai
nascosto?
Nella mia capanna, in mezzo ad un
fitto strato di fresche foglie.
- Non lo troveranno gli spagnoli?
- Ho avuto la precauzione di
mettere in libertà tutti i serpenti. Se i
soldati vorranno entrare nella
capanna, vedranno i rettili e
fuggiranno.
- Sei furbo, compare.
- Si fa quello che si può.
- Tu dunque non credi possibile
prendere il largo per ora?
- Ti ho detto che nella foresta vi
sono dei soldati.
- La cosa è grave. Morgan,
il comandante in seconda della ""Folgore"",
tornare può commettere
qualche imprudenza, - mormorò il filibustiere.
- Vedremo come finirà questa
avventura.
- Compare, sei conosciuto in
Maracaybo?
- Tutti mi conoscono, venendo
sovente a vendere delle erbe che
guariscono le ferite.
- Nessuno sospetterà di te?
- No, compare.
- Allora seguimi: andiamo dal
comandante.
- Un momento, compare.
- Che vuoi?
- Ho condotto anche il vostro
compagno. - Chi? Wan Stiller?...
- Correva inutilmente il
pericolo di farsi prendere, ed egli ha
pensato che poteva rendere
maggiori servizi qui che standosene a
guardia della capanna.
- Ed il prigioniero?
- Lo abbiamo legato così
bene, che lo ritroveremo ancora se i suoi
camerati non andranno a liberarlo.
- E dov'è Wan Stiller?
- Aspetta un momento, compare.
Il negro s'accostò ambo le
mani alle labbra e mandò un lieve grido che
si poteva confondere con quello
d'un vampiro, uno di quei grossi
pipistrelli che sono così
numerosi nell'America del Sud.
Un istante dopo un uomo superava
la muraglia del giardino e balzava
quasi addosso a Carmaux, dicendo:
- Ben felice di vederti ancora
vivo, camerata.
- Ed io più felice di te,
amico Wan Stiller, - rispose Carmaux.
- Credi che il capitano mi
rimprovererà di essere venuto qui?
Sapendovi in pericolo, io non
potevo starmene nascosto nel bosco a
guardare gli alberi.
- Il comandante sarà
contento, mio caro. Un valoroso di più è un uomo
troppo prezioso in questi momenti.
- Amici, andiamo!...
Cominciava allora ad albeggiare.
Le stelle rapidamente impallidivano
non essendovi veramente l'alba
in quelle regioni, anzi nemmeno
l'aurora; alla notte succede di
colpo il giorno. Il sole spunta quasi
d'improvviso e colla potenza dei
suoi raggi scaccia bruscamente le
tenebre, le quali in un
istante si dileguano. Gli abitanti di
Maracaybo, quasi tutti
mattinieri, cominciavano a svegliarsi. Le
finestre si aprivano e qualche
testa appariva; si udivano qua e là dei
sonori starnuti e degli sbadigli
ed il chiacchierio cominciava nelle
case.
Certamente si commentavano gli
avvenimenti della notte, che avevano
sparso non poco terrore fra tutti,
essendo i filibustieri assai temuti
in tutte le colonie spagnole
dell'immenso Golfo del Messico.
Carmaux che non voleva fare
incontri, per tema di venire riconosciuto
da qualcuno dei bevitori della
taverna, allungava il passo seguito dal
negro e dall'Amburghese.
Giunto presso la viuzza, trovò
ancora il soldato che passeggiava da un
angolo all'altro della via, tenendo
a spalla l'alabarda.
- Già di ritorno, signor
notaio? - chiese scorgendo Carmaux.
- Che cosa volete, - rispose il
filibustiere, - il mio cliente aveva
fretta di lasciare questa valle di
lacrime e s'è sbrigato presto.
- Vi ha lasciato forse in
eredità questo superbo negro? - chiese,
indicando l'incantatore di
serpenti. - "Caramba"! Un colosso che vale
delle migliaia di piastre.
- Sì, me lo ha regalato.
Buon giorno, signor soldato.
Voltarono frettolosamente
l'angolo, si cacciarono nella viuzza, ed
entrarono nell'abitazione del
notaio, chiudendo poi la porta e
sbarrandola.
Il Corsaro Nero li aspettava sul
pianerottolo, in preda ad una viva
impazienza che non sapeva
nascondere.
- Dunque - chiese. - Perché
il negro è tornato? Ed il cadavere di mio
fratello?... Ed anche tu qui, Wan
Stiller?
Carmaux in poche parole lo informò
dei motivi che avevano costretto il
negro a fare ritorno a Maracaybo e
deciso Wan Stiller ad accorrere in
loro aiuto, poi di ciò che
aveva potuto sapere dal soldato che
vegliava all'estremità della
viuzza.
- Le notizie che tu rechi
sono gravi, - disse il capitano,
rivolgendosi al negro. - Se gli
spagnoli battono la campagna e la
costa, non so come potremo
raggiungere la mia "Folgore". Non è per me
che io temo, ma per la mia nave
che può venire sorpresa dalla squadra
dell'ammiraglio Toledo.
- Tuoni! - esclamò Carmaux.
- Non mancherebbe che questo!
- Io comincio a temere che questa
avventura finisca male, - mormorò
Wan Stiller. - Bah!... Dovevamo
già essere appiccati da due giorni,
possiamo quindi accontentarci di
essere vissuti altre quarantotto ore.
Il Corsaro Nero si era messo a
passeggiare per la stanza, girando e
rigirando attorno alla cassa che
aveva servito da tavola. Pareva assai
preoccupato e nervoso: di tratto in
tratto interrompeva quei giri,
fermandosi bruscamente dinanzi
ai suoi uomini, poi riprendeva le
mosse, crollando il capo.
D'improvviso s'arrestò
dinanzi al notaio che giaceva sul letto
strettamente legato, e piantandogli
in viso uno sguardo minaccioso gli
disse:
- Tu conosci i dintorni di
Maracaybo?
- Sì, eccellenza, - rispose
il povero uomo con voce tremante.
- Potresti farci uscire dalla
città senza venire sorpresi dai tuoi
compatrioti e condurci in qualche
luogo sicuro?
- Come potrei farlo, signore?...
Appena fuori della mia casa vi
riconoscerebbero e vi
prenderebbero ed io assieme a voi; poi si
incolperebbe me di avere cercato di
salvarvi, ed il Governatore, che è
un uomo che non scherza, mi farebbe
appiccare.
- Ah!... Si ha paura di Wan Guld,
- disse il Corsaro, coi denti
stretti, mentre un cupo lampo
gli balenava negli occhi. - Sì,
quell'uomo è energico, fiero
ed anche spietato: egli sa farsi temere e
fare tremare tutti. Tutti! No, non
tutti! Sarà lui un giorno, che io
vedrò tremare!... Quel
giorno egli pagherà colla vita la morte dei
miei fratelli!
- Voi volete uccidere il
Governatore? - chiese il notaio, con tono
incredulo.
- Silenzio, vecchio, se ti preme la
pelle, - disse Carmaux.
Il Corsaro pareva che non avesse
udito né l'uno né l'altro. Era uscito
dalla stanza dirigendosi verso
la finestra dell'attiguo corridoio e
dalla quale, come fu detto, si
poteva dominare l'intera viuzza.
- Eccoci in un bell'imbarazzo, -
disse Wan Stiller, volgendosi verso
il negro. - Nostro compare
"sacco di carbone" non ha nel suo cranio
qualche eccellente idea che ci
tragga da questa situazione poco
allegra?... Non mi sento troppo
sicuro in questa casa.
- Forse ne ho una, - rispose il
negro.
- Gettala fuori, compare, -
disse Carmaux. - Se la tua idea è
realizzabile, ti prometto un
abbraccio, io che non ho mai abbracciato
un uomo di color nero, né
giallo, né rosso.
- Bisogna però attendere la
sera.
- Non abbiamo fretta, per ora.
- Vestitevi da spagnoli e uscite
tranquillamente dalla città.
- Forse non ho indosso le vesti del
notaio?
- Non bastano.
- Cosa vuoi che mi metta adunque?
- Un bel costume da moschettiere o
da alabardiere. Se voi uscite dalla
città vestiti da
borghesi, le truppe che battono la campagna non
tarderebbero ad arrestarvi.
- Lampi!... Che superba idea!... -
esclamò Carmaux. - Tu hai ragione,
compare sacco di carbone!...
Vestiti da soldati, a nessuno verrebbe di
certo il ticchio di fermarci per
chiederci dove andiamo e chi siamo,
specialmente di notte. Ci
crederanno una ronda e noi potremo prendere
comodamente il largo ed imbarcarci.
- E le vesti, dove trovarle? -
chiese Wan Stiller.
- Dove?... Si va a sbudellare un
paio di soldati e si spogliano, -
disse risolutamente Carmaux. - Sai
bene che noi siamo lesti di mano.
- Non è necessario esporvi a
tanto pericolo, - disse il negro. - Io
sono conosciuto in città,
nessuno sospetta di me, dunque posso recarmi
a comperare delle vesti ed anche
delle armi.
- Compare "sacco di
carbone", tu sei un brav'uomo ed io ti darò un
abbraccio da fratello.
Così dicendo il filibustiere
aveva aperte le braccia per stringere il
negro, ma gli mancò il
tempo. Un colpo sonoro era rimbombato sulla via
echeggiando sulle scale.
- Lampi!... - esclamò
Carmaux. - Qualcuno picchia alla porta!...
In quel momento il Corsaro Nero
entrò, dicendo:
- V'è un uomo che forse
chiede di voi, notaio.
- Sarà qualche mio cliente,
signore, - rispose il prigioniero, con un
sospiro. - Qualche cliente che
forse mi avrebbe fatto guadagnare una
buona giornata, mentre io invece...
- Basta, finiscila, - disse
Carmaux. - Ne sappiamo abbastanza,
chiacchierone.
Un secondo colpo, più
violento del primo, fece tremare la porta,
seguito da queste parole:
- Aprite, signor notaio! Non vi è
tempo da perdere!...
- Carmaux, - disse il Corsaro, che
aveva presa una rapida risoluzione.
- Se noi ci ostinassimo a
non aprire, quell'uomo potrebbe
insospettirsi, temere che qualche
accidente abbia colto il vecchio e
recarsi ad avvertire l'alcalde del
quartiere.
- Che cosa devo fare comandante?
- Aprire, poi legare per bene
quell'importuno e mandarlo a tenere
compagnia al notaio.
Non aveva ancora finito di parlare
che già Carmaux era sulle scale,
accompagnato dal gigantesco negro.
Udendo risuonare un terzo colpo
che per poco non fece saltare le
tavole della porta, si affrettò
ad aprire, dicendo:
- Uh!... Che furia, signore!...
Un giovanotto di diciotto o
vent'anni, vestito signorilmente ed armato
d'un elegante pugnaletto che
teneva appeso alla cintura, entrò
frettolosamente, gridando:
- E' così che si fanno
attendere le persone che hanno fretta?...
Carr...
Vedendo Carmaux ed il negro, egli
s'era arrestato guardandoli con
stupore ed anche con un po'
d'inquietudine, poi cercò di fare un passo
indietro ma la porta era stata
prontamente chiusa dietro di lui.
- Chi siete voi? - chiese.
- Due servi del signor notaio -
rispose Carmaux, facendo un goffo
inchino.
- Ah!... Ah!... - esclamò
il giovanotto. - Don Turillo è diventato
tutto d'un tratto ricco, per
permettersi il lusso di avere due
servi?...
- Sì, ha ereditato da un
suo zio morto nel Perù, - disse il
filibustiere, ridendo.
- Conducetemi subito da lui. Era
già avvertito che oggi doveva avere
luogo il mio matrimonio colla
"señorita" Carmen di Vasconcellos. Ha
bisogno di farsi pregare quel...
La frase gli era stata
bruscamente strozzata da una mano del negro
piombatagli improvvisamente fra le
due spalle. Il povero giovane,
mezzo strangolato da una rapida
stretta, cadde sulle ginocchia mentre
gli occhi gli uscivano dalle orbite
e la sua pelle diventava bruna.
- Eh, adagio, compare, - disse
Carmaux. - Se stringi ancora un po' me
lo soffochi completamente.
Bisogna essere un po' gentili coi clienti
del notaio!...
- Non temere, compare bianco, -
rispose l'incantatore di serpenti.
Il giovanotto, il quale d'altronde
era così spaventato da non pensare
ad opporre la minima resistenza,
fu portato nella stanza superiore,
disarmato del pugnaletto, legato
per bene e gettato a fianco del
notaio.
- Ecco fatto, capitano, - disse
Carmaux.
Questi approvò il colpo
di mano del marinaio con un gesto del capo,
poi avvicinatosi al giovanotto che
lo guardava con due occhi smarriti
gli chiese:
- Voi siete?
- E' uno dei miei migliori
clienti, signore, - disse il notaio. -
Questo bravo giovane mi avrebbe
fatto guadagnare quest'oggi almeno...
- Tacete voi, - disse il Corsaro
con accento secco.
- Il notaio diventa un vero
pappagallo! - esclamò Carmaux. - Se la
continua così, bisognerà
tagliargli un pezzo di lingua.
Il bel giovanotto si era
voltato verso il Corsaro e dopo averlo
guardato per alcuno istanti, con un
certo stupore, rispose:
- Io sono il figlio del giudice di
Maracaybo, don Alonzo de Conxevio.
Spero che ora mi spiegherete il
motivo di questo sequestro personale.
- E' inutile che lo sappiate,
però se starete tranquillo non vi sarà
fatto alcun male, e domani, se non
accadranno avvenimenti imprevisti,
sarete libero.
- Domani!... - esclamò il
giovanotto, con doloroso stupore. - Pensate,
signore, che oggi io devo
impalmare la figlia del capitano
Vasconcellos.
- Vi sposerete domani.
- Badate!... Mio padre è
amico del Governatore e voi potreste pagare
ben caro questo vostro
misterioso procedere a mio riguardo. Qui a
Maracaybo vi sono soldati e
cannoni.
Un sorriso sdegnoso sfiorò
le labbra dell'uomo di mare.
- Non li temo, - disse poi. -
Anch'io ho uomini ben più formidabili di
quelli che vegliano in Maracaybo,
ed anche dei cannoni.
- Ma chi siete voi?
- E' inutile che lo sappiate.
Ciò detto il Corsaro gli
volse bruscamente le spalle ed uscì,
mettendosi di sentinella alla
finestra, mentre Carmaux ed il negro
frugavano la casa dalla cantina al
solaio, per vedere se era possibile
preparare una colazione e Wan
Stiller si accomodava presso i due
prigionieri onde impedire qualsiasi
tentativo di fuga.
Il compare bianco ed il compare
negro, dopo avere messo sotto sopra
tutta l'abitazione, riuscirono a
scoprire un prosciutto affumicato ed
un certo formaggio assai
piccante che doveva mettere tutti di buon
umore e fare meglio gustare
l'eccellente vino del notaio, almeno così
assicurava l'amabile filibustiere.
Già avevano avvertito il
Corsaro che la colazione era pronta ed
avevano stappate alcune bottiglie
di Porto, quando udirono picchiare
nuovamente alla porta.
- Chi può essere? - si
chiese Carmaux. - Un altro cliente che desidera
andare a tenere compagnia al
notaio?...
- Va' a vedere, - disse il
Corsaro, che s'era già assiso alla tavola
improvvisata.
Il marinaio non si fece ripetere
l'ordine due volte ed affacciatosi
alla finestra, senza però
alzare la persiana, vide dinanzi alla porta
un uomo un po' attempato e che
pareva un servo od un usciere di
tribunale.
- Diavolo! - mormorò. -
Verrà a cercare il giovanotto. La sparizione
misteriosa del fidanzato avrà
preoccupato sposa, padrini e gli
invitati Uhm!... La faccenda
comincia ad imbrogliarsi!...
Il servo intanto, non ricevendo
risposta, continuava a martellare con
crescente lena facendo un fracasso
tale, da attirare alle finestre
tutti gli abitanti delle case
vicine.
Bisognava assolutamente
aprire ed impadronirsi anche di
quell'importuno prima che i
vicini, messi in sospetto, non
accorressero ad abbattere porta o
mandassero a chiamare i soldati.
Carmaux ed il negro si affrettarono
quindi a scendere e ad aprire, non
appena quel servo od usciere che
fosse si trovò nel corridoio fu preso
per la gola onde non potesse
gridare, legato, imbavagliato, quindi
portato nella camera superiore a
tenere compagnia al disgraziato
padroncino ed al non meno
sfortunato notaio.
- Il diavolo se li porti
tutti!... - esclamò Carmaux. - Noi faremo
prigioniera l'intera popolazione di
Maracaybo, se continua ancora per
qualche tempo.
7.
UN DUELLO FRA GENTILUOMINI
La colazione, contrariamente
alle previsioni di Carmaux, fu poco
allegra ed il buon umore
mancò, non ostante quell'eccellente
prosciutto, il formaggio piccante e
le bottiglie del povero notaio.
Tutti cominciavano a diventare
inquieti per la brutta piega che
prendevano gli avvenimenti, a
causa di quel disgraziato giovanotto e
del suo matrimonio. La sua