Emilio Salgari



IL CORSARO NERO




1.
I FILIBUSTIERI DELLA TORTUE


Una voce robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s'alzò dal mare ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:
- Uomini del canotto! Alt, o vi mando a picco!...
La piccola imbarcazione, montata da due soli uomini, che avanzava faticosamente sui flutti color inchiostro, fuggendo l'alta sponda che si delineava confusamente sulla linea dell'orizzonte, come se da quella parte temesse un grave pericolo, s'era bruscamente arrestata. I due marinai, ritirati rapidamente i remi, si erano alzati d'un sol colpo, guardando con inquietudine dinanzi a loro, e fissando gli sguardi su di una grande ombra, che pareva fosse improvvisamente emersa dai flutti.
Erano entrambi sulla quarantina, ma dai lineamenti energici e angolosi, resi più arditi dalle barbe folte, irte, e che forse mai avevano conosciuto l'uso del pettine e della spazzola.
Due ampi cappelli di feltro, in più parti bucherellati e colle tese sbrindellate, coprivano le loro teste; camicie di flanella lacerate e scolorite, e prive di maniche, riparavano malamente i loro robusti petti, stretti alla cintura da fasce rosse, del pari ridotte in stato miserando, ma sostenenti un paio di grosse e pesanti pistole che si usavano verso la fine del sedicesimo secolo. Anche i loro corti calzoni erano laceri, e le gambe ed i piedi, privi di scarpe, erano imbrattati di fango nerastro.
Quei due uomini che si sarebbero potuti scambiare per due evasi da qualche penitenziario del Golfo del Messico, se in quel tempo fossero esistiti quelli fondati più tardi alle Guiane, vedendo quella grande ombra che spiccava nettamente sul fondo azzurro cupo dell'orizzonte, fra lo scintillio delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.
- Guarda un po', Carmaux, - disse colui che pareva il più giovane. - Guarda bene, tu che hai la vista più acuta di me. Sai che si tratta di vita o di morte.
- Vedo che è un vascello e sebbene non sia lontano più di tre tiri di pistola non saprei dire se viene dalla Tortue o dalle colonie spagnole.
- Che siano amici?... Uhm! Osare spingersi fin qui, quasi sotto i cannoni dei forti, col pericolo d'incontrare qualche squadra di navi d'alto bordo scortante qualche galeone pieno d'oro!...
- Comunque sia, ci hanno visti, Wan Stiller, e non ci lasceranno fuggire. Se lo tentassimo, un colpo di mitraglia sarebbe sufficiente a mandarci tutti e due a casa di Belzebù.
La stessa voce di prima, potente e sonora, echeggiò per la seconda volta fra le tenebre, perdendosi lontana sulle acque del golfo:
- Chi vive?
- Il diavolo, - borbottò colui che si chiamava Wan Stiller.
Il compagno invece salì sul banco e con quanta voce aveva gridò:
- Chi è l'audace che vuol sapere da qual paese veniamo noi?... Se la curiosità lo divora, venga da noi e gliela pagheremo a colpi di pistola.
Quella smargiassata, invece di irritare l'uomo che interrogava dal ponte della nave, parve renderlo lieto, poiché rispose:
- I valorosi s'avanzino e vengano ad abbracciare i fratelli della costa!...
I due uomini del canotto avevano mandato un grido di gioia.
- I fratelli della costa! - esclamarono.
Poi colui che si chiamava Carmaux aggiunse:
- Il mare m'inghiotta, se non ho conosciuta la voce che ci ha data questa bella nuova.
- Chi credi che sia? - chiese il compagno, che aveva ripreso il remo manovrandolo con supremo vigore.
- Un uomo solo, fra tutti i valorosi della Tortue, può osare spingersi fino sotto i forti spagnoli.
- Chi?...
- Il Corsaro Nero.
- Tuoni d'Amburgo!... Lui!... Proprio lui!...
- Che triste notizia per quell'audace marinaio!... - mormorò Carmaux con un sospiro. - Ed è proprio morto!...
- Mentre lui forse sperava di giungere in tempo per strapparlo vivo dalle mani degli spagnoli, è vero, amico?
- Si, Wan Stiller.
- Ed è il secondo che gli appiccano!...
- Il secondo, sì. Due fratelli, e tutti e due appesi alla forca infame!
- Si vendicherà, Carmaux.
- Lo credo, e noi saremo con lui. Il giorno che vedrò strangolare quel dannato Governatore di Maracaybo, sarà il più bello della mia vita e darò fine ai due smeraldi che tengo cuciti nei miei pantaloni. Saranno almeno mille piastre che mangerò coi camerati.
- Ah!... Ci siamo!... Te lo dicevo io? E' la nave del Corsaro Nero!...
Il vascello, che poco prima non si poteva ben discernere per la profonda oscurità, non si trovava allora che a mezza gomena dal piccolo canotto.
Era uno di quei legni da corsa che adoperavano i filibustieri della Tortue per dare la caccia ai grossi galeoni spagnoli, recanti in Europa i tesori dell'America centrale, del Messico e delle regioni equatoriali.
Buoni velieri, muniti d'alta alberatura per potere approfittare delle brezze più leggere, colla carena stretta, la prora e la poppa soprattutto altissime come si usavano in quell'epoca, e formidabilmente armati.
Dodici bocche da fuoco, dodici caronade, sporgevano le loro nere gole dai sabordi, minacciando a babordo ed a tribordo, mentre sull'alto cassero si allungavano due grossi cannoni da caccia, destinati a spazzare i ponti a colpi di mitraglia.
Il legno corsaro si era messo in panna per attendere il canotto, ma sulla prora si vedevano, alla luce d'un fanale, dieci o dodici uomini armati di fucili, i quali parevano pronti a far fuoco al minimo sospetto.
I due marinai del canotto, giunti sotto il bordo del veliero, afferrarono una fune che era stata loro gettata insieme ad una scala di corda, assicurarono l'imbarcazione, ritirarono i remi, poi si issarono sulla coperta con un'agilità sorprendente.
Due uomini, entrambi muniti di fucili, puntarono su di essi le armi, mentre un terzo si avvicinava, proiettando sui nuovi arrivati la luce d'una lanterna.
- Chi siete? - fu chiesto loro.
- Per Belzebù, mio patrono!... - esclamò Carmaux. - Non si conoscono più gli amici?...
- Un pesce-cane mi mangi se questi non è il biscaglino Carmaux!... - gridò l'uomo della lanterna. - Come sei ancora vivo, mentre alla Tortue ti si credeva morto?... Toh!... Un altro risuscitato!... Non sei tu l'amburghese Wan Stiller?...
- In carne ed ossa, - rispose questi.
- Anche tu adunque sei sfuggito al capestro?...
- Eh... La morte non mi voleva ed io ho pensato che era meglio vivere qualche anno ancora.
- Ed il capo?...
- Silenzio, - disse Carmaux.
- Puoi parlare: è morto?
- Banda di corvi!... Avete finito di gracchiare?... - gridò la voce metallica, che aveva lanciata quella frase minacciosa agli uomini del canotto.
- Tuoni d'Amburgo! Il Corsaro Nero!... - borbottò Wan Stiller, con un brivido. Carmaux, alzando la voce, rispose:
- Eccomi comandante.
Un uomo era sceso allora dal ponte di comando e si dirigeva verso di loro, con una mano appoggiata al calcio d'una pistola che pendevagli dalla cintola. Era vestito completamente di nero e con una eleganza che non era abituale fra i filibustieri del grande golfo del Messico, uomini che si accontentavano di un paio di calzoni e d'una camicia, e che curavano più le loro armi che gli indumenti.
Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi di eguale colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera e sul capo un grande cappello di feltro, adorno d'una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle.
Anche l'aspetto di quell'uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine del colletto e le larghe tese del cappello, adorno d'una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena e un po' arricciata.
Aveva però i lineamenti bellissimi: un naso regolare, due labbra piccole e rosse come il corallo, una fronte ampia solcata da una leggera ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico, due occhi, poi, neri come carbone, d'un taglio perfetto, dalle ciglia lunghe, vivide e animate da un lampo tale che in certi momenti doveva sgomentare anche i più intrepidi filibustieri di tutto il golfo. La sua statura alta, slanciata, lo faceva conoscere, anche a prima vista, per un uomo d'alta condizione sociale e soprattutto per un uomo abituato al comando.
I due uomini del canotto, vedendolo avvicinarsi, si erano guardati in viso con una certa inquietudine, mormorando:
- Il Corsaro Nero!
- Chi siete voi e da dove venite? - chiese il Corsaro, fermandosi dinanzi a loro e tenendo sempre la destra sul calcio della pistola.
- Noi siamo due filibustieri della Tortue, due fratelli della costa, - rispose Carmaux.
- E venite?
- Da Maracaybo.
- Siete fuggiti dalle mani degli spagnoli?
- Sì, comandante.
- A qual legno appartenevate?
- A quello del Corsaro Rosso.
Il Corsaro Nero udendo quelle parole trasalì, poi stette un istante silenzioso, guardando i due filibustieri con due occhi che pareva mandassero fiamme.
- Al legno di mio fratello, - disse poi, con un tremito nella voce.
Afferrò bruscamente Carmaux per un braccio e lo condusse verso poppa, traendolo quasi a forza. Giunto sotto il ponte di comando, alzò il capo verso un uomo che stava ritto lassù, come se attendesse qualche ordine, e disse:
- Incrociare sempre al largo, signor Morgan; gli uomini rimangano alle armi e gli artiglieri colle micce accese; mi avvertirete di tutto ciò che può succedere.
- Sì, comandante, - rispose l'altro. - Nessuna nave o scialuppa si avvicinerà, senza che ne siate avvertito.
Il Corsaro Nero scese nel quadro, tenendo sempre Carmaux per il braccio, entrò in una piccola cabina ammobiliata con molta eleganza ed illuminata da una lampada dorata, quantunque a bordo delle navi filibustiere fosse proibito, dopo le nove di sera, di tenere acceso qualsiasi lume, quindi indicando una sedia disse brevemente:
- Ora parlerai.
- Sono ai vostri ordini, comandante.
Invece d'interrogarlo, il Corsaro si era messo a guardarlo fisso, tenendo le braccia incrociate sul petto. Era diventato più pallido del solito, quasi livido, mentre il petto gli si sollevava sotto frequenti sospiri. Due volte aveva aperto le labbra come per parlare, e poi le aveva richiuse come se avesse paura di fare una domanda, la cui risposta doveva forse essere terribile.
Finalmente, facendo uno sforzo, chiese con voce sorda:
- Me l'hanno ucciso, è vero?
- Chi?
- Mio fratello, colui che chiamavano il Corsaro Rosso.
- Sì, comandante, - rispose Carmaux, con un sospiro. - Lo hanno ucciso come vi hanno spento l'altro fratello, il Corsaro Verde.
Un grido rauco che aveva qualche cosa di selvaggio, ma nello stesso tempo straziante, uscì dalle labbra del comandante.
Carmaux lo vide impallidire orribilmente e portarsi una mano sul cuore, e poi lasciarsi cadere su di una sedia, nascondendosi il viso colla larga tesa del cappello.
Il Corsaro rimase in quella posa alcuni minuti, durante i quali il marinaio del canotto lo udì singhiozzare, poi balzò in piedi come se si fosse vergognato di quell'atto di debolezza.
La tremenda emozione che lo aveva preso era completamente scomparsa; il viso era tranquillo, la fronte serena, il colorito non più marmoreo di prima, ma lo sguardo era animato da un lampo così tetro che metteva paura. Fece due volte il giro della cabina come se avesse voluto tranquillizzarsi interamente prima di continuare il dialogo, poi tornò a sedersi, dicendo:
- Io temevo di giungere troppo tardi, ma mi resta la vendetta. L'hanno fucilato?
- Appiccato, signore.
- Sei certo di questo?
- L'ho veduto coi miei occhi pendere dalla forca eretta sulla "Plaza de Granada".
- Quando l'hanno ucciso?
- Quest'oggi, nel pomeriggio.
- E' morto?...
- Da prode, signore. Il Corsaro Rosso non poteva morire diversamente, anzi...
- Continua.
- Quando il laccio stringeva, ebbe ancora la forza d'animo di sputare in faccia al governatore.
- A quel cane di Wan Guld?
- Sì, al duca fiammingo.
- Ancora lui! Sempre lui!... Ha giurato adunque un odio feroce contro di me? Un fratello ucciso a tradimento e due appiccati da lui!
- Erano i due più audaci corsari del golfo, signore, è quindi naturale che li odiasse.
- Ma mi rimane la vendetta!... - gridò il filibustiere con voce terribile. - No, non morrò se prima non avrò sterminato quel Wan Guld e tutta la sua famiglia e dato alle fiamme la città ch'egli governa.
«Maracaybo, tu mi sei stata fatale; ma io pure sarò fatale a te!...
«Dovessi fare appello a tutti i filibustieri della Tortue ed a tutti i bucanieri di San Domingo e di Cuba, non lascerò pietra su pietra di te!...
«Ora parla, amico: narrami ogni cosa. Come vi hanno presi?».
- Non ci hanno presi colla forza delle armi bensì sorpresi a tradimento quando eravamo inermi, comandante.
«Come voi sapevate, vostro fratello si era diretto su Maracaybo per vendicare la morte del Corsaro Verde, avendo giurato, al pari di voi, di appiccare il duca fiammingo.
«Eravamo in ottanta, tutti risoluti e decisi ad ogni evento, anche ad affrontare una squadra, ma avevamo fatto i conti senza il cattivo tempo. All'imboccatura del Golfo di Maracaybo, un uragano tremendo ci sorprende, ci caccia sui bassi fondi e le onde furiose frantumano la nostra nave. Ventisei soli, dopo infinite fatiche, riescono a raggiungere la costa: eravamo tutti in condizioni così deplorevoli da non opporre la minima resistenza e sprovvisti di qualsiasi arma.
«Vostro fratello ci incoraggia e ci guida lentamente attraverso le paludi, per tema che gli spagnoli ci avessero scorti, e che avessero incominciato ad inseguirci.
«Credevamo di poter trovare un rifugio sicuro nelle folte foreste, quando cademmo in una imboscata. Trecento spagnoli, guidati da Wan Guld in persona, ci piombano addosso, ci chiudono in un cerchio di ferro, uccidono quelli che oppongono resistenza e ci conducono prigionieri a Maracaybo».
- E mio fratello era del numero?
- Sì, comandante. Quantunque fosse armato d'un pugnale, si era difeso come un leone, preferendo morire sul campo piuttosto che sulla forca, ma il fiammingo l'aveva riconosciuto ed invece di farlo uccidere con un colpo di fucile o di spada, l'aveva fatto risparmiare.
«Trascinati a Maracaybo, dopo di essere stati maltrattati da tutti i soldati ed ingiuriati dalla popolazione, fummo condannati alla forca.
Ieri mattina però, io ed il mio amico Wan Stiller, più fortunati dei nostri compagni, siamo riusciti a fuggire strangolando la nostra sentinella.
«Dalla capanna di un indiano presso il quale ci siamo rifugiati, abbiamo assistito alla morte di vostro fratello e dei suoi coraggiosi filibustieri, poi alla sera aiutati da un negro ci siamo imbarcati su di un canotto, decisi di attraversare il golfo del Messico e giungere alla Tortue. Ecco tutto, comandante».
- E mio fratello è morto!... - disse il Corsaro con una calma terribile. - - L'ho visto come vedo ora voi.
- E sarà appeso ancora alla forca infame?
- Vi rimarrà tre giorni.
- E poi verrà gettato in qualche fogna.
- Certo comandante.
Il Corsaro si era bruscamente alzato e si era avvicinato al filibustiere.
- Hai paura tu?... - gli chiese con strano accento.
- Nemmeno di Belzebù, comandante.
- Dunque tu non temi la morte?
- No.
- Mi seguiresti?
- Dove?
- A Maracaybo.
- Quando?
- Questa notte.
- Si va ad assalire la città?
- No, non siamo in numero sufficiente ora, ma più tardi Wan Guld riceverà mie nuove. Ci andremo noi due ed il tuo compagno.
- Soli? - chiese Carmaux, con stupore.
- Noi soli.
- Ma che volete fare?
- Prendere la salma di mio fratello.
- Badate comandante! Correte il pericolo di farvi prendere.
- Tu sai chi è il Corsaro Nero?
- Lampi e folgori! E' il filibustiere più audace della Tortue.
- Va' adunque ad aspettarmi sul ponte e fa preparare una scialuppa.
- E' inutile, capitano, abbiamo il nostro canotto, una vera barca da corsa.
- Va'!



2.
UNA SPEDIZIONE AUDACE


Carmaux si era affrettato ad obbedire, sapendo che col formidabile Corsaro era pericoloso indugiare.
Wan Stiller lo attendeva dinanzi al boccaporto, in compagnia del mastro d'equipaggio e d'alcuni filibustieri, i quali lo interrogavano sulla disgraziata fine del Corsaro Rosso e del suo equipaggio, manifestando terribili propositi di vendetta contro gli spagnoli di Maracaybo e soprattutto contro il governatore. Quando l'amburghese apprese che si doveva preparare il canotto per fare ritorno alla costa, dalla quale si erano allontanati precipitosamente per un vero miracolo, non poté nascondere il suo stupore e la sua apprensione.
- Tornare ancora laggiù!... - esclamò. - Ci lasceremo la pelle, Carmaux.
- Bah!... Non ci andremo soli questa volta.
- Chi ci accompagnerà dunque?
- Il Corsaro Nero. Allora non ho più timori. Quel diavolo d'uomo vale cento filibustieri.
- Ma verrà solo.
- Non conta, Carmaux; con lui non vi è da temere. E rientreremo in Maracaybo?...
- Sì, mio caro, e saremo bravi se condurremo a buon fine l'impresa.
Ehi, mastro, fa' gettare nel canotto tre fucili, delle munizioni, un paio di sciabole d'arrembaggio per noi due, e qualche cosa da mettere sotto i denti. Non si sa mai ciò che può succedere e quando potremo tornare.
- E' già fatto, - rispose il mastro. - Non mi sono dimenticato nemmeno il tabacco.
- Grazie, amico. Tu sei la perla dei mastri.
- Eccolo, - disse in quell'istante Wan Stiller.
Il Corsaro era comparso sul ponte. Indossava ancora il suo funebre costume, ma si era appesa al fianco una lunga spada, ed alla cintura un paio di grosse pistole ed uno di quegli acuti pugnali spagnoli chiamati "misericordie". Sul braccio portava un ampio ferraiuolo, nero come il vestito.
S'avvicinò all'uomo che stava sul ponte di comando e che doveva essere il comandante in seconda, scambiò con lui alcune parole, poi disse brevemente ai due filibustieri:
- Partiamo.
- Siamo pronti - rispose Carmaux.
Scesero tutti e tre nel canotto che era stato condotto sotto la poppa e già provvisto d'armi e di viveri. Il Corsaro si avvolse nel suo ferraiuolo e si sedette a prora, mentre i filibustieri, afferrati i remi, ricominciarono con grande lena la faticosa manovra.
La nave filibustiera aveva subito spento i fanali di posizione e, orientate le vele, si era messa a seguire il canotto, correndo bordate, onde non precederlo. Probabilmente il comandante in seconda voleva scortare il suo capo fin presso la costa per proteggerlo nel caso d'una sorpresa.
Il Corsaro, semisdraiato a prora, col capo appoggiato ad un braccio, stava silenzioso, ma il suo sguardo, acuto come quello di un'aquila, percorreva attentamente il fosco orizzonte, come se cercasse discernere la costa americana che le tenebre nascondevano.
Di tratto in tratto volgeva il capo verso la sua nave che sempre lo seguiva, ad una distanza di sette od otto gomene, poi tornava a guardare verso il sud.
Wan Stiller e Carmaux intanto arrancavano di gran lena, facendo volare, sui neri flutti, il sottile e svelto canotto. Né l'uno né l'altro parevano preoccupati di ritornare verso quella costa, popolata dai loro implacabili nemici, tanta era la fiducia che avevano nell'audacia e nella valentia del formidabile Corsaro, il cui solo nome bastava a spargere il terrore in tutte le città marittime del grande golfo messicano.
Il mare interno di Maracaybo, essendo liscio come se fosse di olio, permetteva alla veloce imbarcazione di avanzare senza troppo affaticare i due rematori. Non essendovi in quel luogo, racchiuso fra due capi che lo proteggono dalle larghe ondate del grande golfo, coste ripide, non vi sono flutti di fondo, sicché è raro che l'acqua là entro si sconvolga.
I due filibustieri arrancavano da un'ora, quando il Corsaro Nero, che fino allora aveva mantenuto una immobilità quasi assoluta, si alzò bruscamente in piedi, come se volesse abbracciare collo sguardo maggiore orizzonte.
Un lume, che non si poteva confondere con una stella, brillava a fior d'acqua, verso il sud-ovest, ad intervalli d'un minuto.
- Maracaybo, - disse il Corsaro, con accento cupo, che tradiva un impeto di sordo furore.
- Sì, - rispose Carmaux, che si era voltato.
- Quanto distiamo?
- Forse tre miglia, capitano.
- Allora a mezzanotte noi vi saremo.
- Sì.
- Vi è qualche crociera?
- Quella dei doganieri.
- E' necessario evitarla.
- Conosciamo un posto ove potremo sbarcare tranquilli e nascondere il canotto fra i paletuvieri.
- Avanti.
- Una parola, capitano.
- Parla.
- Sarebbe meglio che la nostra nave non si avvicinasse di più.
- Ha già virato e ci aspetterà al largo, - rispose il Corsaro.
Stette silenzioso alcuni istanti, poi riprese:
- E' vero che vi è una squadra nel lago?
- Sì, comandante, quella del contrammiraglio Toledo che veglia su Maracaybo e Gibraltar.
- Ah!... Hanno paura? Ma l'Olonese è alla Tortue e fra noi due la manderemo a picco. Pazienza alcuni giorni ancora, poi Wan Guld saprà di che cosa saremo capaci noi.
Si ravvolse di nuovo nel suo mantello, si calò il feltro sugli occhi, poi tornò a sedersi, tenendo gli sguardi fissi su quel punto luminoso che indicava il faro del porto.
Il canotto riprese la corsa; non manteneva però più la prora verso l'imboccatura di Maracaybo, volendo evitare la crociera delle guardie doganali, le quali non avrebbero mancato di fermarlo e di arrestare le persone che lo montavano.
Mezz'ora dopo, la costa del golfo era perfettamente visibile, non essendo lontana più di tre o quattro gomene. La spiaggia scendeva in mare dolcemente, tutta ingombra di paletuvieri, piante che crescono per lo più alla foce dei corsi d'acqua e che producono delle febbri terribili e che sono la causa del "vomito prieto" ossia della temuta febbre gialla.
Più oltre si vedeva spiccare, sul fondo stellato del cielo, una cupa vegetazione, la quale lanciava in aria enormi ciuffi di foglie piumate, di dimensioni gigantesche.
Carmaux e Wan Stiller avevano rallentata la vogata e si erano voltati per vedere la costa. Non s'avanzavano che con grandi precauzioni, procurando di non fare rumore e guardando attentamente in tutte le direzioni, come se temessero qualche sorpresa. Il Corsaro Nero non si era invece mosso, però aveva posto dinanzi a sé i tre fucili imbarcati dal mastro per salutare, con una scarica, la prima scialuppa che avesse osato avvicinarsi.
Doveva essere la mezzanotte quando il canotto si arenava in mezzo ai paletuvieri, cacciandosi più di mezzo fra le piante e le contorte radici.
Il Corsaro si era alzato. Ispezionò rapidamente la costa, poi balzò agilmente a terra, legando l'imbarcazione ad un ramo.
- Lasciate i fucili - disse a Wan Stiller ed a Carmaux. - Avete le pistole?
- Sì, capitano, - rispose l'amburghese.
- Sapete dove siamo?
- A dieci o dodici miglia da Maracaybo.
- E' situata dietro questo bosco la città?
- Sul margine di questa macchia gigantesca.
- Potremo entrare di notte?...
- E' impossibile capitano. Il bosco è foltissimo e non potremo attraversarlo prima di domani mattina.
- Sicché saremo costretti ad attendere fino a domani sera?
- Se non volete arrischiarvi di entrare in Maracaybo di giorno, bisognerà rassegnarsi ad aspettare.
- Mostrarci in città di giorno sarebbe un'imprudenza, - rispose il Corsaro, come parlando fra sé stesso. - Se avessi qui la mia nave pronta ad appoggiarci ed a raccoglierci, l'oserei, ma la "Folgore" incrocia ora nelle acque del gran golfo.
Rimase alcuni istanti immobile e silenzioso, come se fosse immerso in profondi pensieri, quindi riprese:
- E mio fratello, potremo trovarlo ancora?
- Rimarrà esposto sulla "Plaza de Granada" tre giorni, - disse Carmaux. - Ve lo dissi già.
- Allora abbiamo tempo. Avete conoscenze in Maracaybo?
- Sì, un negro, quello che ci offrì il canotto per fuggire. Abita sul margine di questa foresta in una capanna isolata.
- Non ci tradirà?
- Rispondiamo di lui.
- In cammino.
Salirono la sponda, Carmaux dinanzi, il Corsaro in mezzo e Wan Stiller in coda e si cacciarono in mezzo all'oscura boscaglia procedendo cautamente, cogli orecchi tesi e le mani sui calci delle pistole, potendo cadere da un istante all'altro in un agguato.
La foresta si rizzava dinanzi a loro, tenebrosa come una immensa caverna. Tronchi d'ogni forma e dimensione si ergevano verso l'alto, sostenendo foglie smisurate, le quali impedivano assolutamente di scorgere la volta stellata.
Festoni di liane cadevano dappertutto, intrecciandosi in mille guise, salendo e scendendo dai tronchi delle palme e correndo da destra a sinistra, mentre al suolo strisciavano, attorcigliate le une alle altre, radici smisurate, le quali ostacolavano non poco la marcia dei tre filibustieri, costringendoli a fare dei lunghi giri per trovare un passaggio, od a mettere mano alle sciabole d'arrembaggio per reciderle. Dei vaghi bagliori, come di grossi punti luminosi, che proiettavano ad intervalli dei veri sprazzi di luce, correvano in mezzo a quelle migliaia di tronchi, danzavano ora a livello del suolo ed ora in mezzo al fogliame. Si spegnevano bruscamente, poi si riaccendevano e formavano delle vere onde luminose di una incomparabile bellezza, che aveva qualche cosa di fantastico.
Erano le grosse lucciole dell'America meridionale, le "vaga lume" che tramandano una luce così vivida da permettere di leggere le scritture più minute anche alla distanza di qualche metro e che rinchiuse in un vasetto di cristallo in tre o quattro, bastano ad illuminare una stanza; e le "lampyris occidental" o perilampo, altri bellissimi insetti fosforescenti che si trovano in grandissimi sciami nelle foreste della Guiana e dell'Equatore.
I tre filibustieri, sempre nel più profondo silenzio, continuavano la marcia, non lasciando le loro precauzioni, poiché oltre gli uomini, avevano da temere anche gli abitanti delle foreste, i sanguinari giaguari e soprattutto i serpenti, specialmente gli "jaraca", rettili velenosissimi, che sono difficili a scorgersi anche di giorno essendo la loro pelle del colore delle foglie secche.
Dovevano aver percorso due miglia, quando Carmaux, che si trovava sempre dinanzi, essendo il più pratico dei luoghi, s'arrestò bruscamente armando con precipitazione una delle sue pistole.
- Un giaguaro od un uomo? - chiese il Corsaro, senza la minima apprensione.
- Può essere stato un giaguaro, ma anche una spia, - rispose Carmaux.
- In questo paese non si è mai certi di vedere l'indomani.
- Dov'è passato?
- A venti passi da me.
Il Corsaro si curvò verso terra ed ascoltò attentamente, trattenendo il respiro. Un leggero scrosciare di foglie giunse fino a lui; era però così debole che solamente un orecchio molto esercitato ed acuto poteva udirlo.
- Può essere un animale, - rispose rialzandosi. - Bah!... Noi non siamo uomini da spaventarci. Impugnate le sciabole e seguitemi.
Girò intorno al tronco di un albero enorme che torreggiava in mezzo alle palme, poi sostò in mezzo ad un gruppo di foglie giganti scrutando le tenebre. Lo scrosciare delle foglie secche era cessato, tuttavia al suo orecchio giunse un tintinnio metallico e poco dopo un colpo secco come se il cane d'un fucile venisse alzato.
- Fermi! Qui vi è qualcuno che ci spia e che aspetta il momento per farci fuoco addosso.
- Che ci abbiano veduti sbarcare? - borbottò Carmaux, con inquietudine. - Questi spagnoli hanno spie dappertutto.
Il Corsaro aveva impugnata colla destra la spada e colla sinistra una pistola e cercava di girare quell'ammasso di foglie, senza produrre il minimo rumore. Ad un tratto Carmaux e Wan Stiller lo videro slanciarsi innanzi e piombare, con un solo salto, addosso ad una forma umana, che si era improvvisamente alzata in mezzo ad un cespuglio.
L'assalto del Corsaro era stato cosi improvviso ed impetuoso che l'uomo che si teneva imboscato era andato a gambe levate, percosso in pieno viso dalla guardia della spada.
Carmaux e Wan Stiller si erano subito precipitati su di lui, e mentre il primo s'affrettava a raccogliere il fucile che l'uomo imboscato aveva lasciato cadere, senza avere avuto il tempo di scaricarlo, l'altro puntava la pistola dicendo:
- Se ti muovi sei un uomo spacciato.
- E' uno dei nostri nemici, - disse il Corsaro che si era curvato.
- Un soldato di quel dannato Wan Guld, - rispose Wan Stiller.
- Che cosa faceva imboscato in questo luogo? Sarei curioso di saperlo.
Si levarono le fasce di lana rossa che portavano ai fianchi e strinsero le braccia del prigioniero, senza che questi osasse fare resistenza.
- Ora vediamo un po' chi sei, - disse Carmaux.
Lo spagnolo, che era stato stordito dalla guardia della spada del Corsaro, cominciava a riaversi, accennando ad alzarsi.
- "Carrai"! - borbottò con un tremito nella voce. - Che sia caduto tra le mani del diavolo?
- L'hai indovinato, - disse Carmaux. - Giacché a voi piace chiamare così noi filibustieri.
Lo spagnolo provò un brivido così forte, che Carmaux se ne accorse.
- Non aver tanta paura, per ora, - gli disse, ridendo. - Risparmiala per più tardi, per quando danzerai nel vuoto un "fandango" disordinato con un bel pezzo di solida canapa stretto alla gola.
Poi volgendosi verso il Corsaro, che guardava in silenzio il prigioniero, gli chiese:
- Devo finirlo con un colpo di pistola?
- No, - rispose il capitano.
- Preferite appiccarlo ai rami di quell'albero?
- Nemmeno.
- Forse è uno di quelli che hanno appiccato i fratelli della costa ed il Corsaro Rosso, mio capitano.
A quel ricordo un lampo terribile balenò negli occhi del Corsaro Nero, ma subito si spense.
- Non voglio che muoia, - disse con voce sorda. - Può esserci più utile d'un appiccato.
- Allora leghiamolo per bene, - dissero i filibustieri.
Accese un pezzo di miccia da cannone che teneva in tasca e l'accostò al viso dello spagnolo.
Quel povero diavolo, caduto nelle mani dei formidabili corsari della Tortue, era un uomo di appena trent'anni, lungo e magro come il suo compatriota Don Chisciotte, con un viso angoloso, coperto da una barba rossiccia e due occhi grigi, dilatati dallo spavento.
Indossava una casacca di pelle gialla con qualche rabesco, corti e larghi calzoni a righe nere e rosse e calzava lunghi stivali di pelle nera. Sul capo invece portava un elmetto d'acciaio adorno di una vecchia piuma, la quale non aveva più che rade barbe e dalla cintura gli pendeva una lunga spada, la cui guaina era assai rugginosa alle sue estremità.
- Per Belzebù mio patrono!... - esclamò Carmaux, ridendo. - Se il Governatore di Maracaybo ha di questi prodi vuol dire che non li nutre di certo con capponi poiché è più magro di un'aringa affumicata.
Credo, capitano, che valga la pena d'appiccarlo.
- Non ho detto d'appiccarlo - rispose il Corsaro.
Poi toccando il prigioniero con la punta della spada gli disse:
- Ora parlerai se ti preme la pelle.
- La pelle è già perduta - rispose lo spagnolo. - Non si esce vivi dalle vostre mani e quando io avessi narrato a voi quanto vorreste sapere, non sarei certo di rivedere egualmente l'indomani.
- Lo spagnolo ha del coraggio, - disse Wan Stiller.
- E la sua risposta vale la sua grazia, - aggiunse il Corsaro. - Via, parlerai?
- No, - rispose il prigioniero.
- Ti ho promesso salva la vita.
- E chi vi crederà?
- Chi?... Ma sai chi sono io?
- Un filibustiere.
- Sì, ma che si chiama il Corsaro Nero.
- Per la nostra Signora di Guadalupa! - esclamò lo spagnolo, diventando livido. - Il Corsaro Nero qui!... Siete venuto per sterminarci tutti e vendicare il vostro fratello, il Corsaro Rosso?
- Sì, se non parlerai, - rispose il filibustiere con voce cupa.
- Vi sterminerò tutti e di Maracaybo non rimarrà pietra su pietra!
- "Por todos los santos!"... Voi qui? - ripeté il prigioniero, che non si era ancora rimesso dalla sorpresa.
- Parla!...
- Sono morto; è quindi inutile.
- Il Corsaro Nero è un gentiluomo, sappilo, ed un gentiluomo non ha mai mancato alla parola data, - rispose il capitano con voce solenne.
- Allora interrogatemi.



3.
IL PRIGIONIERO


Ad un cenno del capitano, Wan Stiller e Carmaux avevano sollevato il prigioniero e l'avevano seduto ai piedi d'un albero, senza però slegargli le mani, quantunque fossero certi che non avrebbe commesso la pazzia di tentare la fuga.
Il Corsaro gli sedette di fronte, su di una enorme radice che sorgeva dal suolo come un serpente gigantesco, mentre i due filibustieri si erano messi in sentinella alle estremità di quel macchione, non essendo ancora bene sicuri che il prigioniero fosse solo.
- Dimmi, - disse il Corsaro, dopo alcuni istanti di silenzio. - E' ancora esposto mio fratello?...
- Sì, - rispose il prigioniero. - Il governatore ha ordinato di tenerlo appeso tre giorni e tre notti, prima di gettare il cadavere nella foresta, a pasto delle fiere.
- Credi che sia possibile rubare il cadavere?
- Forse, non essendovi di notte che una sentinella a guardia della "Plaza de Granada". Quindici appiccati non possono ormai fuggire.
- Quindici!... - esclamò il Corsaro, con accento cupo. - Dunque quel feroce Wan Guld non ne ha risparmiato neppure uno?
- Nessuno.
- E non teme la vendetta dei filibustieri della Tortue?
- Maracaybo è ben munita di truppe e di cannoni.
Un sorriso di disprezzo sfiorò le labbra del fiero Corsaro.
- Che cosa fanno i cannoni a noi? - disse. - Le nostre sciabole d'arrembaggio valgono bene di più; lo avete veduto ancora all'assalto di S. Francisco di Campeche, a S. Agostino della Florida ed in altri combattimenti.
- E' vero, ma Wan Guld si tiene al sicuro in Maracaybo.
- Ah!... Ebbene, lo vedremo quando mi sarò abboccato coll'Olonese.
- Coll'Olonese!... - esclamò lo spagnolo, con un fremito di terrore.
Parve che il Corsaro non avesse fatto attenzione allo spavento del prigioniero poiché riprese, cambiando tono:
- Che cosa facevi in questo bosco?
- Sorvegliavo la spiaggia.
- Solo?
- Sì, solo.
- Si temeva una sorpresa da parte nostra?
- Non lo nego, poiché era stata segnalata una nave sospetta, incrociante nel golfo.
- La mia?
- Se voi siete qui, quella nave doveva essere la vostra.
- Ed il governatore si sarà affrettato a fortificarsi.
- Ha fatto di più; ha mandato alcuni fidi a Gibraltar ad avvertire l'ammiraglio.
Questa volta fu il Corsaro che provò un fremito, se non di spavento, certo d'inquietudine.
- Ah!... - esclamò, mentre la sua tinta pallida diventava livida. - La mia nave corre forse un grave pericolo?
Poi alzando le spalle, soggiunse:
- Bah! Quando i vascelli dell'ammiraglio giungeranno a Maracaybo, io sarò a bordo della ""Folgore"".
S'alzò bruscamente, con un fischio chiamò i due filibustieri che vegliavano sul margine della macchia e disse brevemente:
- Partiamo.
- E di quest'uomo, che cosa dobbiamo farne? - chiese Carmaux.
- Conducetelo con noi; la vostra vita risponderà per la sua, se vi fugge.
- Tuoni d'Amburgo! - esclamò Wan Stiller. - Lo terrò per la cintola, onde non gli salti il ticchio di giuocare di gambe.
Si rimisero in cammino l'uno dietro l'altro, in fila indiana, Carmaux dinanzi e Wan Stiller ultimo, dietro al prigioniero, per non perderlo di vista un solo istante.
Cominciava ad albeggiare. Le tenebre fuggivano rapidamente, cacciate dalla rosea luce che invadeva il cielo, e che si distendeva anche sotto gli alberi giganti della foresta.
Le scimmie, che sono così numerose nell'America meridionale, specialmente nel Venezuela, si svegliavano, empiendo la foresta di grida strane.
Sulla cima di quelle graziose palme chiamate "asai", dal tronco sottile ed elegante o fra il verde fogliame degli enormi "eriodendron", od in mezzo alle "sipos", grosse liane che si avviticchiano intorno agli alberi, od aggrappate alle radici aeree delle "aroidee", od in mezzo alle splendide "bromelie" dai ricchi rami carichi di fiori scarlatti, si vedevano agitarsi, come folletti, ogni specie di quadrumani.
Là vi era una piccola tribù di "mico", le scimmie più graziose e nello stesso tempo le più svelte e le più intelligenti, quantunque siano così piccine da potersi nascondere in un taschino della giacca; più oltre vi erano drappelli di "sahui" rosse, un po' più grosse degli scoiattoli, adorne di una bellissima criniera che le fa rassomigliare ai leoncini; poi bande di "mono", le scimmie più magre di tutte, con gambe e braccia così lunghe che le fanno rassomigliare a ragni di dimensioni enormi, o truppe di "prego", quadrumani che hanno la smania di tutto devastare e che sono il terrore dei poveri piantatori.
I volatili non mancavano e mescolavano le loro grida a quelle dei quadrumani. Fra le grandi foglie delle "pomponasse", che servono alla fabbricazione dei bellissimi e leggeri cappelli di Panama, o fra i boschetti di "laransia" dai fiori esalanti acuti profumi o sulle "guaresme", bellissime palme dai fiori purpurei, cicalavano a piena gola i piccoli "mahitaeo", specie di pappagalli dalla testa turchina; gli "arà", grossi pappagalli tutti rossi, che da mane a sera, con una costanza degna di migliore causa, gridano incessantemente "arà arà"; o i "choradeira" detti anche uccelli piagnoni, poiché sembra che piangano e che abbiano sempre da lamentarsi.
I filibustieri e lo spagnolo, già abituati a percorrere le grandi foreste del continente americano e delle isole del Golfo del Messico, non si arrestavano ad ammirare né le piante, né i quadrumani, né i volatili. Marciavano più rapidamente che potevano, cercando i passaggi aperti dalle fiere o dagli indiani, frettolosi di giungere fuori di quel caos di vegetali e di scorgere Maracaybo.
Il Corsaro era diventato meditabondo e tetro, come già lo era quasi sempre, anche a bordo della sua nave o fra le gozzoviglie della Tortue. Avvolto nel suo ampio mantello nero, col feltro calato sugli occhi e con la sinistra appoggiata alla guardia della spada, la testa china sul petto, camminava dietro a Carmaux, senza guardare né i compagni, né il prigioniero, come fosse stato solo a percorrere la foresta.
I due filibustieri, conoscendo le sue abitudini, si guardavano bene dall'interrogarlo e di strapparlo dalle sue meditazioni. Tutt'al più scambiavano a bassa voce, tra di loro, qualche parola per consigliarsi sulla direzione da tenersi, poi allungavano sempre il passo inoltrandosi vieppiù fra quelle reti gigantesche di "sipos" smisurate, ed i tronchi delle palme, degli "jacarandò" e delle "massaranduba", fugando colla loro presenza stormi di quei vaghi uccellini chiamati "trochilidi" od uccelli mosca, dalle splendide penne d'un azzurro scintillante e dal becco rosso, color del fuoco.
Camminavano da due ore, sempre più rapidamente, quando Carmaux, dopo un istante di esitazione e dopo d'aver guardato più volte gli alberi ed il suolo, s'arrestò indicando a Wan Stiller un macchione di "cujueiro", piante che hanno foglie coriacee e che producono dei suoni bizzarri quando soffia il vento.
- E' qui, Wan Stiller? - chiese. - Mi pare di non ingannarmi.
Quasi nello stesso momento, in mezzo alla macchia, si udirono echeggiare dei suoni melodiosi, dolcissimi, che pareva uscissero da qualche flauto.
- Che cos'è? - chiese il Corsaro, alzando bruscamente il capo e sbarazzandosi del mantello.
- E' il flauto di Moko, - rispose Carmaux, con un sorriso.
- Chi è questo Moko?
- Il negro che ci ha aiutati a fuggire. La sua capanna è in mezzo a queste piante.
- E perché suona?
- Sarà occupato ad ammaestrare i suoi serpenti.
- E' un incantatore di rettili?
- Sì, capitano.
- Ma questo flauto può tradirci.
- Glielo prenderò e manderemo i serpenti a passeggiare nel bosco.
Il Corsaro fece cenno di tirare innanzi, però estrasse la spada come se temesse qualche brutta sorpresa.
Carmaux si era già cacciato nel macchione avanzando su di un sentieruzzo appena visibile, poi era tornato ad arrestarsi mandando un grido di stupore misto a ribrezzo.
Dinanzi ad una catapecchia di rami intrecciati, col tetto coperto di grandi foglie di palme e semi-nascosta da una "cujera", enorme pianta da zucche che ombreggia quasi sempre le capanne degli indiani, stava seduto un negro di forme erculee. Era uno dei più bei campioni della razza africana, poiché era di statura alta, con spalle larghe e robuste, petto ampio e braccia e gambe muscolose, che dovevano sviluppare una forza gigantesca.
Il suo viso, quantunque avesse le labbra grosse, il naso schiacciato e gli zigomi sporgenti, non era brutto; aveva anzi qualche cosa di buono, d'ingenuo, d'infantile, senza la minima traccia di quell'espressione feroce che si riscontra in molte razze africane.
Seduto su di un pezzo di tronco d'albero, suonava un flauto fatto con una canna sottile di bambù, traendone dei suoni dolci, prolungati, che producevano una strana sensazione di mollezza, mentre dinanzi a lui strisciavano dolcemente otto o dieci dei più pericolosi rettili dell'America meridionale.
Vi erano alcuni "jararacà", piccoli serpenti color tabacco colla testa depressa e triangolare, col collo sottilissimo e che sono così velenosi che dagli indiani vengono chiamati i maledetti; alcuni "naja" chiamati anche "ay ay", tutti neri e che iniettano un veleno fulminante, dei "boicinega" o serpenti a sonaglio e qualche "urutù", rettile a strisce bianche disposte in croce sul capo, e la cui morsicatura produce la paralisi del membro offeso.
Il negro, udendo il grido di Carmaux, alzò i suoi occhi grandi, che parevano di porcellana, fissandoli sul filibustiere, poi staccando dalle labbra il flauto, disse con stupore:
- Siete voi?... Ancora qui... Vi credevo già nel golfo, al sicuro dagli spagnoli.
- Sì, siamo noi ma... il diavolo mi porti se io farò un passo con quei brutti rettili che ti circondano.
- Le mie bestie non fanno male agli amici, - rispose il negro, ridendo. - Aspetta un momento compare bianco e li manderò a dormire.
Prese un cesto di foglie intrecciate, vi mise dentro i serpenti, senza che questi si ribellassero, lo richiuse accuratamente mettendovi sopra, per maggior precauzione, un grosso sasso, poi disse:
- Ora puoi entrare senza timore nella mia capanna, compare bianco. Sei solo?
- No, conduco con me il capitano della mia nave, il fratello del Corsaro Rosso.
- Il Corsaro Nero?... Lui qui?... Maracaybo tremerà tutta!...
- Silenzio, negrotto mio. Metti a nostra disposizione la tua capanna, e non avrai da pentirti.
Il Corsaro era allora giunto assieme al prigioniero ed a Wan Stiller.
Salutò con un cenno della mano il negro che lo attendeva dinanzi alla capanna, poi entrò dietro Carmaux, dicendo:
- E' questo l'uomo che ti ha aiutato a fuggire?
- Sì, capitano.
- Odia forse gli spagnoli?
- Al pari di noi.
- Conosce Maracaybo?
- Come noi conosciamo la Tortue.
Il Corsaro si volse a guardare il negro, ammirando la potente muscolatura di quel figlio dell'Africa, poi aggiunse, come parlando fra sé:
- Ecco un uomo che potrà giovarmi Gettò uno sguardo nella capanna e vista in un angolo una rozza sedia di rami intrecciati, vi sedette, tornando ad immergersi nei suoi pensieri.
Intanto il negro si era affrettato a portare alcune focacce di manioca, specie di farina estratta da certi tuberi velenosissimi, ma che dopo essere stati grattugiati e spremuti perdono le loro qualità venefiche; della frutta di anone muricata, sorta di pigne verdi che contengono, sotto le squame esterne, una crema biancastra squisitissima, e parecchie dozzine di quei profumati banani detti d'oro, più piccoli degli altri, ma molto più deliziosi e più nutritivi.
A tutto quello aveva inoltre aggiunto una zucca ripiena di "pulque", bibita fermentata che si estrae in notevole quantità dalle agavi.
I tre filibustieri, che non avevano sgretolato un sol biscotto durante l'intera notte, fecero onore a quella colazione non dimenticando il prigioniero; poi si accomodarono alla meglio su alcuni fasci di fresche foglie che il negro aveva portato nella capanna e s'addormentarono tranquillamente, come se si trovassero in piena sicurezza.
Moko si era però messo di sentinella, dopo aver legato per bene il prigioniero, che gli era stato raccomandato dal compare bianco.
Durante l'intera giornata nessuno dei tre filibustieri si mosse: però appena calate le tenebre, il Corsaro si era bruscamente alzato.
Era diventato più pallido del solito ed i suoi occhi neri erano animati da un cupo lampo.
Fece due o tre volte il giro della capanna con passo agitato, poi arrestandosi dinanzi al prigioniero gli disse.
- Io ti ho promesso di non ucciderti, mentre avrei avuto il diritto di appiccarti al primo albero della foresta; tu devi dirmi però se io potrei entrare inosservato nel palazzo del Governatore.
- Volete andare ad assassinarlo per vendicare la morte del Corsaro Rosso?
- Assassinarlo!... - esclamò il filibustiere, con ira. - Io mi batto, non uccido a tradimento, perché sono un gentiluomo. Un duello fra me e lui sì, non un assassinio.
- E' vecchio, il Governatore, mentre voi siete giovane, e poi non potreste introdurvi nella sua abitazione, senza venire arrestato dai numerosi soldati che vegliano presso di lui.
- So che è coraggioso.
- Come un leone.
- Sta bene: spero di ritrovarlo.
Si volse verso i due filibustieri che si erano alzati, dicendo a Wan Stiller:
- Tu rimarrai qui, a guardia di quest'uomo.
- Basta il negro, capitano.
- No, il negro è forte come un ercole e mi sarà di grande aiuto per trasportare la salma di mio fratello. Vieni, Carmaux, andremo a bere una bottiglia di vino di Spagna a Maracaybo.
- Mille pesci-cani!... A quest'ora, capitano!... - esclamò Carmaux.
- Hai paura?
- Con voi scenderei anche all'inferno, a prendere per il naso messer Belzebù, ma temo che vi scoprano.
Un sorriso beffardo contrasse le sottili labbra del Corsaro.
- La vedremo, - disse poi. - Vieni.



4.
UN DUELLO FRA QUATTRO MURA


Maracaybo, quantunque non avesse una popolazione superiore alle diecimila anime, in quell'epoca era una delle più importanti città che la Spagna possedesse sulle coste del Golfo del Messico.
Situata in una splendida posizione, all'estremità meridionale del Golfo di Maracaybo, dinanzi allo stretto che mette nell'ampio lago omonimo, che internasi per molte leghe nel continente, era diventata rapidamente importantissima, e serviva d'emporio a tutte le produzioni del Venezuela.
Gli spagnoli l'avevano munita di un forte poderoso, armato d'un gran numero di cannoni e sulle due isole, che lo difendevano dal lato del golfo, avevano messe guarnigioni fortissime, temendo sempre un'improvvisa irruzione dei formidabili filibustieri della Tortue.
Belle abitazioni erano state erette dai primi avventurieri che avevano posto piede su quelle sponde ed anche non pochi palazzi si vedevano, costruiti da architetti venuti dalla Spagna per cercare fortuna nel nuovo mondo; abbondavano soprattutto i pubblici ritrovi, dove si radunavano i ricchi proprietari di miniere, e dove, in tutte le stagioni, danzavasi il "fandango" od il "bolero".
Quando il Corsaro ed i suoi compagni, Carmaux ed il negro, entrarono in Maracaybo indisturbati, le vie erano ancora popolate e le taverne dove spacciavansi vini d'oltre Atlantico erano affollate, poiché gli spagnoli, anche nelle loro colonie, non avevano rinunciato a sorbirsi un ottimo bicchiere della natia Malaga o Xéres.
Il Corsaro aveva rallentato il passo. Col feltro calato sugli occhi, avvolto nel suo mantello, quantunque la sera fosse calda, colla sinistra appoggiata fieramente sulla guardia della spada, osservava attentamente le vie e le case, come se avesse voluto imprimersele nella mente.
Giunti sulla "Plaza de Granada" che formava il centro della città, s'arrestò sull'angolo di una casa, appoggiandosi contro il muro, come se una improvvisa debolezza avesse colto quel fiero scorridore del golfo.
La piazza offriva uno spettacolo così lugubre, da fare fremere l'uomo più impassibile della terra.
Da quindici forche, innalzate in semicerchio dinanzi ad un palazzo sul quale ondeggiava la bandiera spagnola, pendevano quindici cadaveri umani. Erano tutti scalzi, colle vesti a brandelli, eccettuato uno che indossava un costume dal colore del fuoco e che calzava alti stivali da mare.
Sopra quelle quindici forche, numerosi gruppi di "zopilotes" e di "urubu", piccoli avvoltoi dalle penne tutte nere, incaricati della pulizia delle città dell'America centrale, parevano solo attendessero la putrefazione di quei disgraziati per gettarsi su quelle povere carni.
Carmaux si era avvicinato al Corsaro, dicendogli con voce commossa:
- Ecco i compagni.
- Sì, - rispose il Corsaro, con voce sorda. - Reclamano vendetta e l'avranno presto.
Si staccò dal muro facendo uno sforzo violento, chinò il capo sul petto come se avesse voluto celare la terribile emozione che aveva sconvolto i suoi lineamenti e s'allontanò a rapidi passi, entrando in una "posada", specie d'albergo, dove abitualmente si radunano i nottambuli per vuotare con loro comodo parecchi boccali di vino.
Trovato un tavolo vuoto si sedette, o meglio si lasciò cadere su di una scranna, senza alzare il capo, mentre Carmaux urlava:
- Un boccale del tuo migliore "xéres", oste briccone!... Bada che sia autentico o non rispondo dei tuoi orecchi... L'aria del golfo mi ha fatta venire una tale sete, da asciugare tutta la tua cantina.
Quelle parole, pronunciate in puro biscaglino, fecero accorrere più che in fretta il trattore, con un fiasco di quell'eccellente vino.
Carmaux empì tre tazze, ma il Corsaro era così immerso nei suoi tetri pensieri, che non pensò di toccare la sua.
- Per mille pesci-cani, - borbottò Carmaux, urtando il negro. - Il padrone è in piena tempesta ed io non vorrei trovarmi nei panni degli spagnoli. Bell'audacia, in fede mia, venire qui; ma già, lui non ha paura.
Si guardò intorno con una certa curiosità non esente da una vaga paura ed i suoi occhi s'incontrarono con quelli di cinque o sei individui armati di "navaje" smisurate, i quali lo guardavano con particolare attenzione.
- Pare che mi ascoltassero, - diss'egli al negro. - Chi sono costoro?...
- Baschi al servizio del Governatore.
- Compatrioti militanti sotto altre bandiere. Bah! Se credono di spaventarmi colle loro "navaje", s'ingannano.
Quegl'individui frattanto avevano gettate le sigarette che stavano fumando e dopo essersi bagnata la gola con alcune tazze di malaga, si erano messi a chiacchierare con voce così alta da farsi udire perfettamente da Carmaux.
- Avete veduti gli appiccati?... - aveva chiesto uno.
- Sono andato a vederli anche questa sera, - aveva risposto un altro.
- E' sempre un bello spettacolo che offrono quelle canaglie!... Ce n'è uno che fa scoppiare dalle risa, con quella lingua che gli esce dalla bocca mezzo palmo.
- Ed il Corsaro Rosso? - chiese un terzo. - Gli hanno messo in bocca perfino una sigaretta onde renderlo più ridicolo.
- Ed io voglio porgli in mano un ombrello onde domani si ripari dal sole. Lo vedremo...
Un pugno formidabile, picchiato sul tavolo e che fece traballare le tazze gl'interruppe la frase.
Carmaux, impotente a frenarsi, prima ancora che il Corsaro Nero avesse pensato a trattenerlo, si era alzato di balzo ed aveva lasciato andare sulla tavola vicina quel formidabile pugno.
- "Rayos de dios"! - tuonò. - Bella prodezza deridere i morti; il bello è deridere i vivi, miei cari "caballeros"!...
I cinque bevitori, stupiti da quell'improvviso scoppio di rabbia dello sconosciuto, si erano alzati precipitosamente, tenendo la destra sulle "navaje", poi uno di loro, il più ardito senza dubbio, gli chiese con cipiglio:
- Chi siete voi, "caballero"?
- Un buon biscaglino che rispetta i morti, ma che sa bucare il ventre anche ai vivi.
I cinque bevitori a quella risposta, che poteva prendersi per una spacconata, si misero a ridere, facendo andare maggiormente in bestia il filibustiere.
- Ah!... E' così? - disse questi, pallido d'ira.
Guardò il Corsaro, che non si era mosso come se quell'alterco non lo riguardasse, poi allungando una mano verso colui che lo aveva interrogato, lo respinse furiosamente urlandogli contro:
- Il lupo di mare mangerà il lupicino di terra!...
L'uomo respinto era caduto addosso ad un tavolo, ma si era prontamente rimesso in gambe, levandosi rapidamente dalla cintura la "navaja", che aprì con un colpo secco.
Stava senz'altro per scagliarsi contro Carmaux e passarlo da parte a parte, quando il negro, che fino allora era rimasto semplice spettatore, ad un cenno del Corsaro balzò fra i due litiganti, brandendo minacciosamente una pesante sedia di legno e di ferro.
- Fermo o t'accoppo!... - gridò all'uomo armato.
Vedendo quel gigante dalla pelle nera come il carbone la cui potente muscolatura pareva pronta a scattare, i cinque baschi erano indietreggiati, per non farsi stritolare da quella sedia che descriveva in aria delle curve minacciose.
Quindici o venti bevitori che si trovavano in una stanza attigua, udendo quel baccano, si erano affrettati ad accorrere, preceduti da un omaccio armato di uno spadone, un vero tipo di bravaccio, coll'ampio cappello piumato inclinato su di un orecchio ed il petto racchiuso entro una vecchia corazza di pelle di Cordova.
- Che cosa succede qui? - disse ruvidamente quell'uomo, sguainando il brando, con una mossa tragica.
- Succedono, mio caro "caballero", - disse Carmaux, inchinandosi in modo buffo, - certe cose che non vi riguardano affatto.
- Eh!... per tutti i Santi... - gridò il bravaccio con cipiglio. - Si vede che voi non conoscete don Gamaraley Miranda, conte di Badajoz, nobile di Camargua, e visconte di...
- Di casa del diavolo, - disse il Corsaro Nero, alzandosi bruscamente e guardando fisso il bravaccio. - E così, "caballero", conte, marchese, duca, eccetera?...
Il signor di Gamara e d'altri luoghi ancora arrossì come una peonia, poi impallidì, dicendo con voce rauca:
- Per tutte le streghe dell'inferno!... Non so chi mi tenga dal mandarvi all'altro mondo a tenere compagnia a quel cane di Corsaro Rosso che fa così bella mostra sulla "Plaza de Granada" ed ai suoi quattordici birbanti.
Questa volta fu il Corsaro che impallidì orribilmente. Con un gesto trattenne Carmaux che stava per scagliarsi contro l'avventuriero, si sbarazzò del mantello e del cappello e con un rapido gesto snudò la spada, dicendo con voce fremente:
- Il cane sei tu e chi andrà a tenere compagnia agli appiccati sarà la tua anima dannata.
Fece cenno agli spettatori di fare largo e si mise di fronte all'avversario, ponendosi in guardia con una eleganza e con una sicurezza da sconcertare l'avversario.
- A noi, Conte di casa del diavolo - disse coi denti stretti. - Fra poco qui vi sarà un morto.
L'avventuriero si era messo in guardia, ma ad un tratto si rialzò, dicendo:
- Un momento, "caballero". Quando s'incrocia il ferro si ha il diritto di conoscere il nome dell'avversario.
- Sono più nobile di te, ti basta?...
- No, è il nome che voglio sapere.
- Lo vuoi?... Si, ma peggio per te, poiché non lo dirai più a nessuno.
Gli si avvicinò e gli mormorò alcune parole in un orecchio.
L'avventuriero aveva mandato un grido di stupore e fors'anche di spavento e aveva fatto due passi indietro come se avesse voluto rifugiarsi fra gli spettatori e tradire il segreto; ma il Corsaro Nero aveva cominciato ad incalzarlo vivamente, costringendolo a difendersi.
I bevitori avevano formato un ampio circolo attorno ai duellanti. Il negro e Carmaux erano in prima linea, però non sembravano affatto preoccupati dell'esito di quello scontro, specialmente l'ultimo che sapeva di quanto era capace il Corsaro.
L'avventuriero, fino dai primi colpi, si era accorto d'aver dinanzi un avversario formidabile, deciso ad ucciderlo al primo colpo falso, e ricorreva a tutte le risorse della scherma per parare le botte che grandinavano.
Quell'uomo non era però uno spadaccino da disprezzarsi. Alto di statura, grosso e robustissimo, dal polso fermo e dal braccio vigoroso, doveva opporre una lunga resistenza e si capiva che non era facile a stancarsi.
Il Corsaro tuttavia, snello, agile, dalla mano pronta, non gli dava un istante di tregua, come se temesse che approfittasse della minima sosta per tradirlo.
La sua spada lo minacciava sempre, costringendolo a continue parate.
La punta scintillante balenava dappertutto, batteva forte il ferro dell'avventuriero, facendo sprizzare scintille, e andava a fondo con una velocità così fulminea da sconcertare l'avversario.
Dopo due minuti l'avventuriero, non ostante il suo vigore poco meno che erculeo, cominciava a sbuffare ed a rompere. Si sentiva imbarazzato a rispondere a tutte le botte del Corsaro e non conservava più la calma primiera. Sentiva che la pelle correva un gran pericolo e che avrebbe finito davvero coll'andare a tenere poco allegra compagnia agli appiccati della "Plaza de Granada".
Il Corsaro invece pareva che avesse appena sfoderata la spada. Balzava innanzi con un'agilità da giaguaro, incalzando sempre con crescente vigore l'avventuriero. Solamente i suoi sguardi, animati da un cupo fuoco, tradivano la collera della sua anima.
Quegli occhi non si staccavano un solo istante da quelli dell'avversario, come se volessero affascinarlo e turbarlo. Il cerchio degli spettatori si era aperto per lasciare campo all'avventuriero, il quale retrocedeva sempre, avvicinandosi alla parete opposta. Carmaux, sempre in prima fila, cominciava a ridere, prevedendo presto lo scioglimento di quel terribile scontro.
Ad un tratto l'avventuriero si trovò addosso al muro. Impallidì orribilmente e grosse gocce di sudore freddo gli imperlarono la fronte.
- Basta... - rantolò, con voce affannosa.
- No, - gli disse il Corsaro, con accento sinistro. - Il mio segreto deve morire con te.
L'avversario tentò un colpo disperato. Si rannicchiò più che poté, poi si scagliò innanzi, vibrando tre o quattro stoccate una dietro l'altra.
Il Corsaro, fermo come una rupe, le aveva parate con eguale rapidità.
- Ora t'inchioderò sulla parete, - gli disse.
L'avventuriero, pazzo di spavento, comprendendo ormai di essere perduto, si mise a urlare.
- Aiuto!... Egli è il Co...
Non finì. La spada del Corsaro gli era entrata nel petto, inchiodandolo nella parete e spegnendogli la frase.
Un getto di sangue gli uscì dalle labbra macchiandogli la corazza di pelle che non era stata sufficiente a ripararlo da quel tremendo colpo di spada, sbarrò spaventosamente gli occhi, guardando l'avversario con un ultimo lampo di terrore, poi stramazzò pesantemente al suolo, spezzando in due la lama che lo tratteneva al muro.
- Se n'è andato, - disse Carmaux, con un accento beffardo.
Si curvò sul cadavere, gli strappò di mano la spada e porgendola al capitano che guardava con occhio tetro l'avventuriero, gli disse:
- Giacché l'altra si è spezzata, prendete questa. Per bacco!... E' una vera lama di Toledo, ve lo assicuro, signore.
Il Corsaro prese la spada del vinto senza dir verbo, andò a prendere il cappello, gettò sul tavolo un doblone d'oro e uscì dalla "posada" seguito da Carmaux e dal negro, senza che gli altri avessero osato trattenerlo.



5.
L'APPICCATO


Quando il Corsaro ed i suoi compagni giunsero sulla "Plaza de Granada", l'oscurità era così profonda, da non potersi distinguere una persona a venti passi di distanza.
Un profondo silenzio regnava sulla piazza, rotto solamente dal lugubre gracidare di qualche "urubu", vigilante sulle quindici forche degli appiccati. Non si udivano nemmeno più i passi della sentinella posta dinanzi al palazzo del Governatore, la cui massa giganteggiava dinanzi alle forche.
Tenendosi presso i muri delle case o dietro ai tronchi delle palme, il Corsaro, Carmaux ed il negro s'avanzavano lentamente, cogli orecchi tesi, gli occhi bene aperti e le mani sulle armi, tentando di giungere inosservati presso i giustiziati.
Di tratto in tratto, quando qualche rumore echeggiava per la vasta piazza, s'arrestavano sotto la cupa ombra di qualche pianta o sotto l'oscura arcata di qualche porta, aspettando, con un certa ansietà, che il silenzio fosse tornato.
Erano già giunti a pochi passi dalla prima forca, dalla quale dondolava, mosso dalla brezza notturna, un povero diavolo quasi nudo, quando il Corsaro additò ai compagni una forma umana che si agitava sull'angolo del palazzo del Governatore.
- Per mille pesci-cani!... - borbottò Carmaux. - Ecco la sentinella!... Quell'uomo verrà a guastarci il lavoro.
- Ma Moko è forte, - disse il negro. - Io andrò a rapire quel soldato.
- E ti farai bucare il ventre, compare.
Il negro sorrise, mostrando due file di denti bianchi come l'avorio, e così acuti da fare invidia ad uno squalo, dicendo:
- Moko è astuto e sa strisciare come i serpenti che incanta.
- Va', - gli disse il Corsaro. - Prima di prenderti con me, voglio avere una prova della tua audacia.
- L'avrete, padrone. Io prenderò quell'uomo come un tempo prendevo gli "jacaré" della laguna.
Si tolse dai fianchi una corda sottile, di cuoio intrecciato e che terminava in un anello, un vero "lazo", simile a quello usato dai "vaqueros" messicani per dare la caccia ai tori, e s'allontanò silenziosamente, senza produrre il minimo rumore.
Il Corsaro, nascosto dietro il tronco d'una palma, lo guardava attentamente, ammirando forse la risolutezza di quel negro che, quasi inerme, andava ad affrontare un uomo bene armato e certamente risoluto.
- Ha del fegato il compare, - disse Carmaux.
Il Corsaro fece un cenno affermativo col capo, ma non pronunciò una sola parola. Continuava a guardare l'africano il quale strisciava al suolo come un serpente avvicinandosi lentamente al palazzo del Governatore.
Il soldato si allontanava allora dall'angolo, dirigendosi verso il portone, era armato di un'alabarda ed al fianco portava anche una spada.
Vedendo che gli volgeva le spalle, Moko strisciava più velocemente tenendo in mano il lazo. Quando giunse a dodici passi si alzò rapidamente, fece volteggiare in aria due o tre volte la corda, poi la lanciò con mano sicura.
S'udì un leggero sibilo, poi un grido soffocato ed il soldato stramazzò al suolo, lasciando cadere l'alabarda ed agitando pazzamente le gambe e le braccia.
Moko, con un balzo da leone, gli era piombato addosso. Imbavagliarlo strettamente colla fascia rossa che portava alla cintola, legarlo per bene e portarlo via come se fosse stato un fanciullo, fu l'affare di pochi istanti.
- Eccolo, - disse, gettandolo ruvidamente ai piedi del capitano.
- Sei un valente, - rispose il Corsaro. - Legalo a questo albero e seguimi.
Il negro obbedì aiutato da Carmaux, poi tutti e due raggiunsero il Corsaro, il quale esaminava gli appiccati dondolanti dalle forche.
Giunti in mezzo alla piazza, il capitano s'arrestò dinanzi ad un giustiziato che indossava un costume rosso e che, per amara derisione, teneva fra le labbra un pezzo di sigaro.
Nel vederlo, il Corsaro aveva mandato un vero grido di orrore.
- I maledetti!... - esclamò. - Anche l'ultimo disprezzo!
La sua voce, che pareva il lontano ruggito d'una fiera, terminò in uno straziante singhiozzo.
- Signore, - disse Carmaux, con voce commossa, - siate forte!
Il Corsaro fece un gesto colla mano indicandogli l'appiccato.
- Subito, mio capitano, - rispose Carmaux.
Il negro si era arrampicato sulla forca, tenendo fra le labbra il coltello del filibustiere. Recise con un colpo solo la fune, poi calò giù il cadavere, adagio, adagio.
Carmaux gli si era fatto sotto. Quantunque la putrefazione avesse cominciato a decomporre le carni del Corsaro Rosso, il filibustiere lo prese delicatamente fra le braccia e l'avvolse nel mantello nero che il capitano gli porgeva.
- Andiamo - disse il Corsaro, con un sospiro. - La nostra missione è finita e l'oceano aspetta la salma del valoroso.
Il negro prese il cadavere, se lo accomodò fra le braccia, lo coprì per bene col mantello, e poi tutti e tre abbandonarono la piazza, tristi e taciturni. Quando però giunsero all'estremità, il Corsaro si volse guardando un'ultima volta i quattordici appiccati, i cui corpi spiccavano lugubremente fra le tenebre, e disse con voce mesta:
- Addio, valorosi disgraziati; addio compagni del Corsaro Rosso! La filibusteria vendicherà ben presto la vostra morte.
Poi, fissando con due occhi ardenti il palazzo del Governatore giganteggiante in fondo alla piazza, aggiunse con voce cupa:
- Tra me e te, Wan Guld, sta la morte!...
Si misero in cammino, frettolosi di uscire da Maracaybo e di giungere al mare per tornare a bordo della nave corsara. Ormai più nulla avevano da fare in quella città, entro le cui vie non si sentivano più sicuri, dopo l'avventura della "posada". Avevano già percorse tre o quattro viuzze deserte, quando Carmaux, che camminava dinanzi a tutti, credette di scorgere delle ombre umane, seminascoste sotto l'oscura arcata d'una porta.
- Adagio, - mormorò, volgendosi verso i compagni. - Se non sono diventato cieco, vi sono delle persone che mi pare ci attendano.
- Dove? - chiese il Corsaro.
- Là sotto.
- Forse ancora gli uomini della "posada"?
- Mille pesci... cani!... Che siano i cinque baschi colle loro "navaje"?
- Cinque non sono troppi per noi, e faremo pagare caro l'agguato, - disse il Corsaro sguainando la spada.
- La mia sciabola d'arrembaggio avrà buon gioco sulle loro "navaje"!... - disse Carmaux.
Tre uomini avvolti in grandi mantelli fioccati, dei "serapè" senza dubbio, si erano staccati dall'angolo d'un portone occupando il marciapiede di destra, mentre due altri, che fino allora si erano tenuti celati dietro un carro abbandonato, chiudevano il passo sul marciapiede di sinistra.
- Sono i cinque baschi, - disse Carmaux. - Vedo le "navaje" luccicare alle loro cintole.
- Tu incaricati dei due di sinistra ed io dei tre di destra, - disse il Corsaro, - e tu, Moko, non occuparti di noi e prendi il largo col cadavere. Ci aspetterai sul margine della foresta.
I cinque baschi si erano sbarazzati dei mantelli piegandoli in quattro e ponendoseli sul braccio sinistro, poi avevano aperto i loro lunghi coltellacci dalla punta acuta come le lame delle spade:
- Ah!... Ah!... - disse colui che era stato respinto da Carmaux.
- Pare che non ci siamo ingannati.
- Largo!... - gridò il Corsaro, che si era messo dinanzi ai compagni.
- Adagio, "caballero", - disse il basco, facendosi innanzi.
- Che cosa vuoi tu?...
- Soddisfare una piccola curiosità che ci cruccia.
- E quale?
- Sapere chi siete voi, "caballero".
- Un uomo che uccide chi gli dà impiccio, - rispose fieramente il Corsaro, avanzandosi colla spada in pugno.
- Allora vi dirò, "caballero", che noi siamo uomini che non hanno paura, e che non ci faremo uccidere come quel povero diavolo che avete inchiodato al muro. Il vostro nome ed i vostri titoli o non uscirete da Maracaybo. Siamo ai servizi del signor Governatore e dobbiamo rispondere delle persone che passeggiano per le vie ad un'ora così tarda.
- Se volete saperlo, venite a chiedermi il mio nome, - disse il Corsaro mettendosi rapidamente in guardia. - A te i due di destra, Carmaux.
Il filibustiere aveva sguainata la sciabola d'arrembaggio e muoveva risolutamente contro i due avversari che impedivano il passo sul marciapiede opposto.
I cinque baschi non si erano mossi, aspettando l'assalto dei due filibustieri. Fermi sulle gambe che tenevano un po' aperte per essere più pronti a tutte le evoluzioni, colla mano sinistra stretta contro la cintura e la destra attorno al manico della "navaja", ma col pollice appoggiato sulla parte più larga della lama, aspettavano il momento opportuno per scagliare i colpi mortali.
Dovevano essere cinque "diestros", ossia valenti, ai quali non dovevano essere sconosciuti i colpi più famosi, né il "javeque", ferita ignominiosa che sfregia il viso, né il terribile "desjarretazo" che si avventa per di dietro, sotto l'ultima costola e che recide la colonna vertebrale.
Vedendo che non si decidevano, il Corsaro, impaziente di aprirsi il passo, piombò sui tre avversari che gli stavano di fronte, vibrando botte a destra ed a manca con velocità fulminea, mentre Carmaux caricava gli altri due sciabolando come un pazzo.
I cinque "diestros" non si erano per questo sgomentati. Dotati di una agilità prodigiosa, balzavano indietro parando i colpi ora colle larghe lame dei loro coltellacci ed ora coi "serapè", che tenevano avvolti intorno al braccio sinistro.
I due filibustieri erano diventati prudenti, essendosi accorti di avere da fare con degli avversari pericolosi.
Quando però videro il negro allontanarsi col cadavere e perdersi fra l'oscurità della via tornarono furiosamente alla carica, frettolosi di sbrigarsela prima che qualche guardia, attirata da quel cozzare di ferri, potesse giungere in aiuto dei baschi.
Il Corsaro, la cui spada era ben più lunga delle "navaje" e la cui abilità nella scherma era straordinaria, poteva avere buon gioco, mentre Carmaux era costretto a tenersi molto in guardia essendo la sua sciabola assai corta.
I sette uomini lottavano con furore, ma in silenzio, essendo tutti assorti nel parare e vibrare colpi. S'avanzavano, indietreggiavano, balzavano ora a destra ed ora a manca, percuotendo forte i ferri.
Ad un tratto il Corsaro, vedendo uno dei tre avversari perdere l'equilibrio e fare un passo falso, scoprendo per un istante il petto, si allungò con una mossa fulminea.
La lama toccò e l'uomo cadde senza mandare un gemito.
- E uno, - disse il Corsaro, rivolgendosi agli altri. - Fra poco avrò la vostra pelle!
I due baschi, per nulla intimoriti, stettero fermi dinanzi a lui, senza fare un passo indietro; d'improvviso però il più agile gli si precipitò addosso curvandosi verso terra e spingendo dinanzi il "serapè" che gli riparava il braccio, come se volesse portare il colpo della "parte baja", che se riesce squarcia il ventre, ma poi si rialzò e scartandosi bruscamente tentò di vibrare la botta mortale, il "desjarretazo".
Il Corsaro fu lesto a gettarsi da un lato e partì a fondo, però la sua lama s'imbarazzò nel "serapè" del "valiente".
Tentò di rimettersi in guardia per parare i colpi che gli vibrava l'altro basco e quasi subito mandò un grido di rabbia.
La lama era stata spezzata a metà dal braccio dell'uomo che stava per vibrargli il "desjarretazo".
Balzò indietro agitando il pezzo di spada, e urlando:
- A me, Carmaux!...
Il filibustiere che non era ancora riuscito a sbrigarsi dei suoi due avversari, quantunque li avesse costretti a indietreggiare fino all'angolo della via, in tre salti gli fu presso.
- Per mille pesci-cani!... - tuonò, - eccoci in un bell'impiccio!...
Saremo bravi se riusciremo a levarci d'attorno questa muta di cani arrabbiati.
- Teniamo la vita di due di quei bricconi, - rispose il Corsaro, armando precipitosamente la pistola che teneva alla cintola.
Stava per far fuoco sul più vicino, quando vide precipitarsi addosso ai quattro baschi, che si erano radunati, credendosi ormai certi della vittoria, un'ombra gigantesca. Quell'uomo, giunto in così buon punto, teneva in mano un grosso randello.
- Moko!... - esclamarono il Corsaro e Carmaux.
Il negro invece di rispondere alzò il bastone e si mise a tempestare gli avversari con tale furia, che quei disgraziati in un baleno furono tutti a terra, chi colla testa rotta e chi colle costole sfondate.
- Grazie compare!... - gridò Carmaux. - Mille fulmini!... che grandinata!...
- Fuggiamo, - disse il Corsaro. - Qui più nulla abbiamo da fare.
Alcuni abitanti, svegliati dalle grida dei feriti, cominciavano ad aprire le finestre per vedere di che cosa si trattava.
I due filibustieri ed il negro, sbarazzatisi dei cinque assalitori, svoltarono precipitosamente l'angolo della via.
- Dove hai lasciato il cadavere? - chiese il Corsaro all'africano.
- E' già fuori della città - rispose il negro.
- Grazie del tuo soccorso.
- Avevo pensato che il mio intervento poteva esservi utile e mi sono affrettato a ritornare.
- Vi è nessuno all'estremità del borgo?
- Non ho veduto alcuno.
- Allora affrettiamoci a battere in ritirata, prima che giungano altri avversari, - disse il Corsaro.
Stavano per mettersi in marcia, quando Carmaux, che s'era spinto innanzi per perlustrare una via laterale, tornò rapidamente indietro, dicendo:
- Capitano, sta per giungere una pattuglia!...
- Da dove?
- Da quella viuzza.
- Ne prenderemo un'altra. Le armi in mano, miei prodi, e avanti!...
Va' a disarmare il biscaglino che ho ucciso; in mancanza di altro è buona anche una "navaja".
- Col vostro permesso v'offro la mia sciabola, capitano; io so adoperare quei lunghi coltelli.
Il bravo marinaio porse al Corsaro la propria sciabola, poi tornò indietro e andò a raccogliere la "navaja" di uno dei biscaglini, arma formidabile anche in mano sua.
Il drappello s'avvicinava a grandi passi. Forse aveva udito le grida dei combattenti ed il cozzare delle armi e s'affrettava ad accorrere.
I filibustieri, preceduti da Moko, si misero a correre tenendosi presso i muri delle case; percorsi circa centocinquanta passi, udirono il passo cadenzato di un altra pattuglia.
- Tuoni! - esclamò Carmaux. - Stiamo per essere presi in mezzo.
Il Corsaro Nero s'era arrestato, impugnando la corta sciabola del filibustiere.
- Che siamo stati traditi?... - mormorò.
- Capitano, - disse l'africano. - Vedo otto uomini armati di alabarde e di moschettoni avanzarsi verso di noi.
- Amici, - disse il Corsaro, - qui si tratta di vendere cara la vita.
- Comandate che cosa si deve fare e noi siamo pronti - risposero il filibustiere ed il negro, con voce decisa.
- Moko!
- Padrone!
- Affido a te l'incarico di portare a bordo il cadavere di mio fratello. Sei capace di farlo? Troverai la nostra scialuppa sulla spiaggia e ti porrai in salvo con Wan Stiller.
- Sì, padrone.
- Noi faremo il possibile per sbarazzarci dei nostri avversari, ma se dovessimo venire sopraffatti, Morgan sa cosa dovrà fare. Va', porta il cadavere a bordo, poi verrai qui a vedere se siamo ancora vivi o morti.
- Non so decidermi a lasciarvi, padrone; io sono forte e posso esservi di molta utilità.
- Mi preme che mio fratello sia sepolto in mare come il Corsaro Verde e poi tu puoi renderci maggiori servigi recandoti a bordo della mia "Folgore", che qui.
- Ritornerò con dei rinforzi, signore.
- Morgan verrà, sono certo di questo. Vattene: ecco la pattuglia.
Il negro non se lo fece ripetere due volte. Essendo però la via sbarrata dalle due pattuglie, si cacciò in una via laterale mettendo capo ad una muraglia che serviva di riparo ad un giardino.
Il Corsaro, vistolo scomparire, si volse verso il filibustiere, dicendo:
- Prepariamoci a piombare sulla pattuglia che ci sta dinanzi.
Se riusciamo con un improvviso attacco ad aprirci il passo, forse potremo guadagnare la campagna e poi la foresta.
Si trovavano allora sull'angolo della via. La seconda pattuglia, già scorta dal negro, non era lontana più di trenta passi, mentre la prima non si scorgeva ancora, essendosi forse arrestata.
- Teniamoci pronti, - disse il Corsaro.
- Lo sono, - disse il filibustiere, che s'era nascosto dietro l'angolo della casa.
Gli otto alabardieri avevano rallentato il passo come se temessero qualche sorpresa, anzi uno di loro, forse il comandante, aveva detto:
- Adagio, giovanotti! Quei bricconi devono trovarsi poco lontano di certo.
- Siamo in otto, signor Elvaez, - disse un soldato, - mentre il taverniere ci ha detto che i filibustieri erano solamente tre.
- Ah! Furfante d'un oste! - mormorò Carmaux. - Ci ha traditi! Se mi capita fra le mani gli farò un occhiello nel ventre, e così grande da fargli uscire tutto il vino che avrà bevuto in una settimana!
Il Corsaro Nero aveva alzato la sciabola pronto a scagliarsi.
- Avanti!... - urlò.
I due filibustieri si rovesciarono con impeto irresistibile addosso alla pattuglia che stava per svoltare l'angolo della via, vibrando colpi disperati a destra ed a manca, con rapidità fulminea.
Gli alabardieri, sorpresi da quell'improvviso attacco, non poterono resistere e si gettarono chi da una parte e chi dall'altra, per sottrarsi a quella gragnuola di colpi.
Quando si furono rimessi dallo stupore, il Corsaro ed il suo compagno erano già lontani. Accortisi però che avevano avuto da fare con due soli uomini, si slanciarono sulle loro tracce, urlando a squarciagola:
- Fermateli! I filibustieri! I filibustieri!...
Il Corsaro e Carmaux correvano alla disperata, senza però sapere dove andassero. Si erano cacciati in mezzo ad un dedalo di viuzze e voltavano ad ogni istante angoli di case senza però riuscire a guadagnare la campagna.
Gli abitanti, svegliati dalle urla della pattuglia ed allarmati dalla presenza di quei formidabili scorridori del mare, così temuti in tutte le città spagnole dell'America, si erano alzati e si udivano porte e finestre aprirsi o chiudersi con fracasso, mentre qualche colpo di fucile rimbombava.
La situazione dei fuggiaschi stava per diventare, da un istante all'altro, disperata; quelle grida e quegli spari potevano spargere l'allarme anche nel centro della città e fare accorrere l'intera guarnigione.
- Tuoni!... - esclamava Carmaux, galoppando furiosamente. - Tutte queste grida di oche spaventate finiranno col perderci! Se non troviamo il modo di gettarci nella campagna, finiremo su una forca con una solida corda al collo.
Sempre correndo, erano allora giunti all'estremità d'una viuzza la quale pareva che non avesse nessuno sbocco.
- Capitano! - gridò Carmaux, che si trovava dinanzi. - Noi ci siamo cacciati in una trappola.
- Che cosa vuoi dire? - chiese il Corsaro.
- Che la via è chiusa.
- Non vi è alcun muro da scalare?
- Non vi sono che case alte assai.
- Torniamo, Carmaux. Gl'inseguitori sono ancora lontani e possiamo forse trovare qualche nuova via che ci conduca fuori di città.
Stava per riprendere la corsa, quando disse bruscamente:
- No, Carmaux! Mi è balenata una nuova idea nel cervello. Io credo che con un po d'astuzia possiamo fare perdere le nostre tracce.
Egli si era rapidamente diretto verso la casa che chiudeva la estremità di quella viuzza. Era quella una modesta abitazione a due piani, costruita parte in muratura e parte in legno, con una piccola terrazza verso la cima, adorna di vasi e di fiori.
- Carmaux, - disse il Corsaro. - Aprimi questa porta.
- Ci nascondiamo in questa casa?
- Mi sembra il mezzo migliore per fare perdere le nostre tracce ai soldati.
- Benissimo, capitano. Diventeremo proprietari senza pagare un soldo di pigione.
Presa la lunga "navaja", introdusse la punta nella fessura della porta e facendo forza fece saltare il chiavistello.
I due filibustieri si affrettarono ad entrare, chiudendo tosto la porta, mentre i soldati passavano all'estremità della viuzza, urlando sempre a squarciagola:
- Fermateli! fermateli!
Brancolando fra l'oscurità, i due filibustieri giunsero ben presto ad una scala che salirono senza esitare, fermandosi solo sul pianerottolo superiore.
- Bisogna vedere dove si va, - disse Carmaux, - e conoscere gli inquilini. Che brutta sorpresa per quei poveri diavoli!
Estrasse un acciarino ed un pezzo di miccia da cannone e l'accese, soffiandovi sopra per ravvivare la fiamma.
- To'!... Vi è una porta aperta, - disse.
- E qualcuno che russa, - aggiunse il Corsaro.
- Buon segno!... Colui che dorme è una persona pacifica.
Il Corsaro intanto aveva aperta la porta procurando di non fare rumore ed era entrato in una stanza ammobiliata modestamente e dove si vedeva un letto che pareva occupato da una persona.
Prese la miccia, accese una candela che aveva scorta su di una vecchia cassa che doveva servire da canterano, poi si avvicinò al letto ed alzò risolutamente la coperta.
Un uomo occupava il posto. Era un vecchietto già calvo, rugoso, dalla pelle incartapecorita e color del mattone, con una barbetta da capra e due baffi arruffati. Dormiva così saporitamente da non accorgersi che la stanza era stata illuminata.
- Non sarà certamente quest'uomo che ci darà dei fastidi, - disse il Corsaro.
Lo afferrò per un braccio e lo scosse ruvidamente, però dapprima senza successo.
- Bisognerà sparargli una trombonata in un orecchio - disse Carmaux.
Alla terza scossa però, più vigorosa delle altre, il vecchio si decise ad aprire gli occhi. Scorgendo quei due uomini armati, si alzò rapidamente a sedere, sgranando due occhi spaventati ed esclamando con voce strozzata dal terrore:
- Sono morto!
- Ehi, amico! C'è del tempo a morire, - disse Carmaux. - Mi sembra anzi che ora siate più vivo di prima.
- Chi siete? - chiese il Corsaro.
- Un povero uomo che non ha mai fatto male a nessuno - rispose il vecchio, battendo i denti.
- Noi non abbiamo intenzione di farvi del male, se risponderete a quanto vorremo sapere.
- Vostra eccellenza non è dunque un ladro?...
- Sono un filibustiere della Tortue.
- Un fili... bu... stiere!... Allora... sono... morto!...
- Vi ho detto che non vi si farà nulla di male.
- Cosa volete adunque da un povero uomo come me?
- Sapere innanzi tutto se siete solo in questa casa.
- Sono solo, signore.
- Chi abita in questi dintorni?
- Dei bravi borghesi.
- Che cosa fate voi?
- Sono un povero uomo.
- Sì, un povero uomo che possiede una casa, mentre io non ho nemmeno un letto, - disse Carmaux. - Ah!... vecchia volpe, tu hai paura per i tuoi denari!...
- Non ho denari, eccellenza.
Carmaux scoppiò in una risata.
- Un filibustiere che diventa eccellenza!... Ma quest'uomo è il più allegro compare che io abbia mai incontrato.
Il vecchio lo sbirciò di traverso, però si guardò bene dal mostrarsi offeso.
- Alle corte, - disse il Corsaro, con un tono minaccioso. - Che cosa fate voi a Maracaybo?
- Sono un povero notaio, signore.
- Sta bene: sappi intanto che noi prendiamo alloggio nella tua casa, finché giungerà l'occasione di andarcene. Noi non ti faremo male alcuno; bada però che se ci tradisci, la tua testa lascierà il tuo collo. Mi hai compreso?
- Ma che cosa volete da me? - piagnucolò il disgraziato.
- Nulla per ora. Indossa le tue vesti e non mandare un grido o metteremo in esecuzione la minaccia.
Il notaio si affrettò ad obbedire; era però così spaventato e tremava tanto, che Carmaux fu costretto ad aiutarlo.
- Ora legherai quest'uomo, - disse il Corsaro. - Sta' attento che non fugga.
- Rispondo di lui come di me stesso, capitano. Lo legherò così bene che non potrà fare il più piccolo movimento.
Mentre il filibustiere riduceva all'impotenza il vecchio, il Corsaro aveva aperta la finestra che guardava sulla viuzza, per vedere che cosa succedeva al di fuori.
Pareva che le pattuglie si fossero ormai allontanate, non udendosi più le loro grida; però delle persone, svegliate da quegli allarmi, si vedevano alle finestre delle case vicine e si udivano chiacchierare ad alta voce.
- Avete udito? - gridava un omaccione che mostrava un lungo archibugio. - Pare che i filibustieri abbiano tentato un colpo sulla città.
- E' impossibile, - risposero alcune voci.
- Ho udito i soldati a gridare.
- Sono stati messi in fuga?
- Lo credo poiché non si ode più nulla.
- Una bella audacia!... Entrare in città con tanti soldati che vi sono qui!...
- Volevano certamente salvare il Corsaro Rosso.
- Ed invece lo hanno trovato appiccato.
- Che brutta sorpresa per quei ladroni!...
- Speriamo che i soldati ne prendano degli altri da appiccare - disse l'uomo dell'archibugio. - Del legno ce n'è ancora per rizzare delle forche Buona notte, amici!... A domani!...
- Sì, - mormorò il Corsaro. - Del legno ve n'è ancora, ma sulle nostre navi vi sono ancora tante palle da distruggere Maracaybo. Un giorno avrete mie nuove.
Rinchiuse prudentemente la finestra e tornò nella stanza del notaio.
Carmaux intanto aveva frugata tutta la casa ed aveva fatto man bassa nella dispensa.
Il brav'uomo si era ricordato che la sera innanzi non aveva avuto tempo di cenare, ed avendo trovato un volatile ed un bel pesce arrostito che forse il povero notaio s'era serbato per la colazione, si era affrettato a mettere l'uno e l'altro a disposizione del capitano.
Oltre a quei cibi, aveva scovato, in fondo ad un armadio, alcune bottiglie assai polverose, che portavano le marche dei migliori vini di Spagna: Xéres, Porto, Alicante e anche Madera.
- Signore, - disse Carmaux, colla sua più bella voce, rivolgendosi verso il Corsaro, - mentre gli spagnoli corrono dietro alle nostre ombre, date un colpo di dente a questo pesce, una tinca superba di lago, ed assaggiate questo pezzo d'anitra selvatica. Ho poi scoperto certe bottiglie che il nostro notaio teneva forse per le grandi occasioni, che vi metteranno un po' di buon umore addosso. Ah! Si vede che l'amico era amante dei liquidi d'oltre Atlantico! Sentiremo se era di buon gusto.
- Grazie, - rispose il Corsaro, il quale però era ridiventato tetro.
Si sedette, ma fece poco onore al pasto. Era ritornato silenzioso e triste come già lo avevano quasi sempre visto i filibustieri.
Assaggiò il pesce, bevette alcuni bicchieri, poi si alzò bruscamente, mettendosi a passeggiare per la stanza.
Il filibustiere invece non solo divorò il resto, ma vuotò anche un paio di bottiglie con grande disperazione del povero notaio, il quale non finiva di lagnarsi, vedendo consumare così presto quei vini che aveva fatto venire, con grandi spese, dalla lontana patria.
Il marinaio però, messo di buon umore da quella bevuta, fu tanto gentile da offrirgliene un bicchiere, per fargli passare la paura provata e la rabbia che lo rodeva.
- Tuoni! - esclamò.
- Non credevo che la notte dovesse passare così allegramente. Trovarsi fra due fuochi e colla minaccia di terminare la vita con una solida corda al collo, e finire invece in mezzo a queste deliziose bottiglie, non era cosa da sperarsi.
- Il pericolo non è però ancora passato, mio caro, - disse il Corsaro.
- Chi ci assicura che domani gli spagnoli, non avendoci più trovati, non vengano a scovarci? Si sta bene qui, ma amerei meglio trovarmi a bordo della mia "Folgore".
- Con voi io non ho alcun timore, mio capitano; voi solo valete cento uomini.
- Tu forse hai dimenticato che il Governatore di Maracaybo è una vecchia volpe e che tutto oserebbe pure di avermi in sua mano. Sai che fra me e lui si è impegnata una guerra a morte.
- Nessuno sa che voi siete qui.
- Si potrebbe sospettarlo e poi, hai dimenticato i biscaglini? Io credo che hanno saputo che l'uccisore di quello spaccone di conte era il fratello del povero Corsaro Rosso e del Verde.
- Forse avete ragione, signore. Credete che Morgan ci manderà dei soccorsi?
- Il luogotenente non è uomo da abbandonare il suo comandante nelle mani degli spagnoli. E' un audace, un valoroso e non sarei sorpreso se tentasse di forzare il passo, per far piovere sulla città una tempesta di palle.
- Sarebbe una pazzia che potrebbe pagare cara, signore.
- Eh!.. Quante non ne abbiamo commesse noi, e sempre o quasi sempre con esito fortunato.
Il Corsaro si sedette sorseggiando un bicchiere, poi si alzò e si diresse verso una finestra che s'apriva sul pianerottolo e che dominava l'intera viuzza. Si era messo in osservazione da una mezz'ora, quando Carmaux lo vide entrare precipitosamente nella stanza, dicendo:
- E' sicuro il negro?
- E' un uomo fidato, comandante.
- Incapace di tradirci?...
- Metterei una mano sul fuoco per lui.
- Egli è qui...
- L'avete veduto?
- Ronza nella viuzza.
- Bisogna farlo salire, comandante.
- E del cadavere di mio fratello, che cosa ne avrà fatto? - chiese il Corsaro, aggrottando la fronte.
- Quando sarà qui lo sapremo.
- Va' a chiamarlo, ma sii prudente. Se ti scorgono non risponderei più della nostra vita.
- Lasciate pensare a me, signore, - disse Carmaux, con un sorriso. - Vi domando solamente dieci minuti di tempo per diventare il notaio di Maracaybo.



6.
LA SITUAZIONE DEI FILIBUSTIERI SI AGGRAVA


I dieci minuti non erano ancora trascorsi, quando Carmaux lasciava la casa del notaio per mettersi in cerca del negro che il Corsaro aveva veduto ronzare nella viuzza.
In quel brevissimo tempo, il bravo e coraggioso filibustiere si era così completamente trasformato, da diventare irriconoscibile.
Con pochi colpi di forbice si era accorciata l'incolta barba ed i lunghi capelli arruffati, poi aveva indossato lestamente un costume spagnolo che il notaio doveva aver serbato per le grandi occasioni e che gli si adattava benissimo, essendo entrambi della medesima statura.
Così vestito, il terribile scorridore del mare poteva passare per un tranquillo ed onesto borghese di Gibraltar, se non per il notaio stesso. Da uomo prudente però, nelle profonde e comodissime tasche, si era nascosto le pistole, non fidandosi nemmeno di quel costume.
Così trasformato, lasciò l'abitazione come un pacifico cittadino che va a respirare una boccata d'aria mattutina, guardando in alto per vedere se l'alba, già non lontana, si decideva a fugare le tenebre.
La viuzza era deserta, ma se il comandante aveva poco prima scorto il negro, questi non doveva essere andato molto lontano.
- In qualche luogo lo scoverò, - mormorò il filibustiere. - Se compare "sacco di carbone" s'è deciso a ritonare, vuol dire che dei gravi motivi gli hanno impedito di abbandonare Maracaybo. Che quel dannato di Wan Guld abbia saputo che è stato il Corsaro Nero a fare il colpo?
Che sia proprio destino che i tre valorosi fratelli debbano cadere tutti nelle mani di quel sinistro vecchio?... Ma vivaddio!... Noi usciremo di qui per rendergli un giorno dente per dente, occhio per occhio, vita per vita!...
Così monologando era uscito dalla viuzza e si preparava a voltare l'angolo d'una casa, quando un soldato armato d'un archibugio e che erasi tenuto nascosto sotto l'arcata d'un portone, gli sbarrò improvvisamente il passo, dicendogli con voce minacciosa:
- Alto là!...
- Morte e dannazione! - brontolò Carmaux, cacciando una mano in tasca ed impugnando una delle pistole. - Ci siamo già!...
Poi assumendo l'aspetto d'un buon borghese, disse:
- Che cosa desiderate, signor soldato?
- Sapere chi siete.
- Come!... Non mi conoscete?... Io sono il notaio del quartiere, signor soldato.
- Scusate, sono giunto da poco a Maracaybo, signor notaio. Dove andate, si può saperlo?
- C'è un povero diavolo che sta per morire e capirete bene che quando si prepara ad andarsene all'altro mondo, bisogna che pensi agli eredi.
- E' vero, signor notaio, guardate però di non incontrare i filibustieri.
- Dio mio! - esclamò Carmaux, fingendosi spaventato. - I filibustieri qui? Come mai quelle canaglie hanno osato di sbarcare a Maracaybo città quasi impenetrabile e governata da quel valoroso soldato che si chiama Wan Guld?
- Non si sa in quale modo siano riusciti a sbarcare, non essendo stata scorta alcuna nave filibustiera né presso le isole, né al golfo di Coro; però che qui siano venuti ormai non se ne dubita più. Vi basti sapere che hanno ucciso tre o quattro uomini e che hanno avuto l'audacia di rapire il cadavere del Corsaro Rosso, il quale era stato appiccato dinanzi al palazzo del Governatore assieme al suo equipaggio.
- Che birbanti!... E dove sono?
- Si crede che siano fuggiti per la campagna. Delle truppe sono state spedite in vari luoghi e si spera di catturarli e di mandarli a tenere poco allegra compagnia agli appiccati.
- Che siano invece nascosti in città?...
- Non è possibile; sono stati visti fuggire verso la campagna.
Carmaux ne sapeva abbastanza e credette essere giunto il momento di andarsene, onde non perdere il negro.
- Mi guarderò dall'incontrarli, - disse - Buona guardia, signor soldato. Io me ne vado o giungerò troppo tardi presso il mio cliente moribondo.
- Buona fortuna, signor notaio Il furbo filibustiere si calò il cappello sugli occhi e si allontanò frettolosamente, fingendo di guardarsi intorno per simulare meglio le paure che non sentiva affatto.
- Ah! Ah!... - esclamò quando fu lontano. - Ci credono usciti dalla città i... Benissimo miei cari!... Ce ne staremo pacificamente nella casa di quell'ottimo notaio, finché i soldati saranno rientrati, poi prenderemo tranquillamente il largo. Che superba idea ha avuto il comandante!... L'Olonese, che si vanta il più astuto filibustiere della Tortue, non ne avrebbe avuta una migliore.
Aveva già voltato l'angolo della via per prenderne un'altra più larga, fiancheggiata da belle casette circondate da eleganti verande sostenute da pali variopinti, quando scorse un'ombra nerissima e di statura gigantesca, ferma presso una palma che cresceva dinanzi ad una graziosa palazzina.
- Se non m'inganno è il mio compare "sacco di carbone", - mormorò il filibustiere. - Questa volta noi abbiamo una fortuna straordinaria, ma già si sa che il diavolo ci protegge, così almeno dicono gli spagnoli.
L'uomo che si teneva semi-nascosto dietro il tronco del palmizio, vedendo Carmaux avvicinarsi, cercò di appiattarsi sotto il portone della palazzina, credendo forse di avere da fare con qualche soldato, poi, non credendosi sicuro nemmeno colà, voltò rapidamente l'angolo dell'abitazione, onde raggiungere forse una delle tante viuzze della città.
Il filibustiere aveva avuto il tempo di accertarsi che si trattava veramente del negro.
In pochi salti giunse presso la palazzina e svoltò l'angolo, gridando a mezza voce:
- Ehi, compare!...
Il negro s'era subito arrestato, poi dopo qualche istante di esitazione era tornato indietro. Riconoscendo Carmaux, quantunque questi si fosse bene camuffato da borghese spagnolo, una esclamazione di gioia e di stupore gli sfuggì.
- Tu compare bianco!...
- Hai due buoni occhi, compare "sacco di carbone", - disse il filibustiere, ridendo.
- Ed il capitano?
- Non occuparti di lui, per ora è salvo e basta. Perché sei ritornato?
Il comandante ti aveva ordinato di portare il cadavere a bordo della nave.
- Non l'ho potuto, compare. La foresta è stata invasa da parecchi drappelli di soldati giunti probabilmente dalla costa.
- Si erano già accorti del nostro sbarco?
- Lo temo, compare bianco.
- Ed il cadavere, dove l'hai nascosto?
Nella mia capanna, in mezzo ad un fitto strato di fresche foglie.
- Non lo troveranno gli spagnoli?
- Ho avuto la precauzione di mettere in libertà tutti i serpenti. Se i soldati vorranno entrare nella capanna, vedranno i rettili e fuggiranno.
- Sei furbo, compare.
- Si fa quello che si può.
- Tu dunque non credi possibile prendere il largo per ora?
- Ti ho detto che nella foresta vi sono dei soldati.
- La cosa è grave. Morgan, il comandante in seconda della ""Folgore"", tornare può commettere qualche imprudenza, - mormorò il filibustiere.
- Vedremo come finirà questa avventura.
- Compare, sei conosciuto in Maracaybo?
- Tutti mi conoscono, venendo sovente a vendere delle erbe che guariscono le ferite.
- Nessuno sospetterà di te?
- No, compare.
- Allora seguimi: andiamo dal comandante.
- Un momento, compare.
- Che vuoi?
- Ho condotto anche il vostro compagno. - Chi? Wan Stiller?...
- Correva inutilmente il pericolo di farsi prendere, ed egli ha pensato che poteva rendere maggiori servizi qui che standosene a guardia della capanna.
- Ed il prigioniero?
- Lo abbiamo legato così bene, che lo ritroveremo ancora se i suoi camerati non andranno a liberarlo.
- E dov'è Wan Stiller?
- Aspetta un momento, compare.
Il negro s'accostò ambo le mani alle labbra e mandò un lieve grido che si poteva confondere con quello d'un vampiro, uno di quei grossi pipistrelli che sono così numerosi nell'America del Sud.
Un istante dopo un uomo superava la muraglia del giardino e balzava quasi addosso a Carmaux, dicendo:
- Ben felice di vederti ancora vivo, camerata.
- Ed io più felice di te, amico Wan Stiller, - rispose Carmaux.
- Credi che il capitano mi rimprovererà di essere venuto qui?
Sapendovi in pericolo, io non potevo starmene nascosto nel bosco a guardare gli alberi.
- Il comandante sarà contento, mio caro. Un valoroso di più è un uomo troppo prezioso in questi momenti. - Amici, andiamo!...
Cominciava allora ad albeggiare. Le stelle rapidamente impallidivano non essendovi veramente l'alba in quelle regioni, anzi nemmeno l'aurora; alla notte succede di colpo il giorno. Il sole spunta quasi d'improvviso e colla potenza dei suoi raggi scaccia bruscamente le tenebre, le quali in un istante si dileguano. Gli abitanti di Maracaybo, quasi tutti mattinieri, cominciavano a svegliarsi. Le finestre si aprivano e qualche testa appariva; si udivano qua e là dei sonori starnuti e degli sbadigli ed il chiacchierio cominciava nelle case.
Certamente si commentavano gli avvenimenti della notte, che avevano sparso non poco terrore fra tutti, essendo i filibustieri assai temuti in tutte le colonie spagnole dell'immenso Golfo del Messico.
Carmaux che non voleva fare incontri, per tema di venire riconosciuto da qualcuno dei bevitori della taverna, allungava il passo seguito dal negro e dall'Amburghese.
Giunto presso la viuzza, trovò ancora il soldato che passeggiava da un angolo all'altro della via, tenendo a spalla l'alabarda.
- Già di ritorno, signor notaio? - chiese scorgendo Carmaux.
- Che cosa volete, - rispose il filibustiere, - il mio cliente aveva fretta di lasciare questa valle di lacrime e s'è sbrigato presto.
- Vi ha lasciato forse in eredità questo superbo negro? - chiese, indicando l'incantatore di serpenti. - "Caramba"! Un colosso che vale delle migliaia di piastre.
- Sì, me lo ha regalato. Buon giorno, signor soldato.
Voltarono frettolosamente l'angolo, si cacciarono nella viuzza, ed entrarono nell'abitazione del notaio, chiudendo poi la porta e sbarrandola.
Il Corsaro Nero li aspettava sul pianerottolo, in preda ad una viva impazienza che non sapeva nascondere.
- Dunque - chiese. - Perché il negro è tornato? Ed il cadavere di mio fratello?... Ed anche tu qui, Wan Stiller?
Carmaux in poche parole lo informò dei motivi che avevano costretto il negro a fare ritorno a Maracaybo e deciso Wan Stiller ad accorrere in loro aiuto, poi di ciò che aveva potuto sapere dal soldato che vegliava all'estremità della viuzza.
- Le notizie che tu rechi sono gravi, - disse il capitano, rivolgendosi al negro. - Se gli spagnoli battono la campagna e la costa, non so come potremo raggiungere la mia "Folgore". Non è per me che io temo, ma per la mia nave che può venire sorpresa dalla squadra dell'ammiraglio Toledo.
- Tuoni! - esclamò Carmaux. - Non mancherebbe che questo!
- Io comincio a temere che questa avventura finisca male, - mormorò Wan Stiller. - Bah!... Dovevamo già essere appiccati da due giorni, possiamo quindi accontentarci di essere vissuti altre quarantotto ore.
Il Corsaro Nero si era messo a passeggiare per la stanza, girando e rigirando attorno alla cassa che aveva servito da tavola. Pareva assai preoccupato e nervoso: di tratto in tratto interrompeva quei giri, fermandosi bruscamente dinanzi ai suoi uomini, poi riprendeva le mosse, crollando il capo.
D'improvviso s'arrestò dinanzi al notaio che giaceva sul letto strettamente legato, e piantandogli in viso uno sguardo minaccioso gli disse:
- Tu conosci i dintorni di Maracaybo?
- Sì, eccellenza, - rispose il povero uomo con voce tremante.
- Potresti farci uscire dalla città senza venire sorpresi dai tuoi compatrioti e condurci in qualche luogo sicuro?
- Come potrei farlo, signore?... Appena fuori della mia casa vi riconoscerebbero e vi prenderebbero ed io assieme a voi; poi si incolperebbe me di avere cercato di salvarvi, ed il Governatore, che è un uomo che non scherza, mi farebbe appiccare.
- Ah!... Si ha paura di Wan Guld, - disse il Corsaro, coi denti stretti, mentre un cupo lampo gli balenava negli occhi. - Sì, quell'uomo è energico, fiero ed anche spietato: egli sa farsi temere e fare tremare tutti. Tutti! No, non tutti! Sarà lui un giorno, che io vedrò tremare!... Quel giorno egli pagherà colla vita la morte dei miei fratelli!
- Voi volete uccidere il Governatore? - chiese il notaio, con tono incredulo.
- Silenzio, vecchio, se ti preme la pelle, - disse Carmaux.
Il Corsaro pareva che non avesse udito né l'uno né l'altro. Era uscito dalla stanza dirigendosi verso la finestra dell'attiguo corridoio e dalla quale, come fu detto, si poteva dominare l'intera viuzza.
- Eccoci in un bell'imbarazzo, - disse Wan Stiller, volgendosi verso il negro. - Nostro compare "sacco di carbone" non ha nel suo cranio qualche eccellente idea che ci tragga da questa situazione poco allegra?... Non mi sento troppo sicuro in questa casa.
- Forse ne ho una, - rispose il negro.
- Gettala fuori, compare, - disse Carmaux. - Se la tua idea è realizzabile, ti prometto un abbraccio, io che non ho mai abbracciato un uomo di color nero, né giallo, né rosso.
- Bisogna però attendere la sera.
- Non abbiamo fretta, per ora.
- Vestitevi da spagnoli e uscite tranquillamente dalla città.
- Forse non ho indosso le vesti del notaio?
- Non bastano.
- Cosa vuoi che mi metta adunque?
- Un bel costume da moschettiere o da alabardiere. Se voi uscite dalla città vestiti da borghesi, le truppe che battono la campagna non tarderebbero ad arrestarvi.
- Lampi!... Che superba idea!... - esclamò Carmaux. - Tu hai ragione, compare sacco di carbone!... Vestiti da soldati, a nessuno verrebbe di certo il ticchio di fermarci per chiederci dove andiamo e chi siamo, specialmente di notte. Ci crederanno una ronda e noi potremo prendere comodamente il largo ed imbarcarci.
- E le vesti, dove trovarle? - chiese Wan Stiller.
- Dove?... Si va a sbudellare un paio di soldati e si spogliano, - disse risolutamente Carmaux. - Sai bene che noi siamo lesti di mano.
- Non è necessario esporvi a tanto pericolo, - disse il negro. - Io sono conosciuto in città, nessuno sospetta di me, dunque posso recarmi a comperare delle vesti ed anche delle armi.
- Compare "sacco di carbone", tu sei un brav'uomo ed io ti darò un abbraccio da fratello.
Così dicendo il filibustiere aveva aperte le braccia per stringere il negro, ma gli mancò il tempo. Un colpo sonoro era rimbombato sulla via echeggiando sulle scale.
- Lampi!... - esclamò Carmaux. - Qualcuno picchia alla porta!...
In quel momento il Corsaro Nero entrò, dicendo:
- V'è un uomo che forse chiede di voi, notaio.
- Sarà qualche mio cliente, signore, - rispose il prigioniero, con un sospiro. - Qualche cliente che forse mi avrebbe fatto guadagnare una buona giornata, mentre io invece...
- Basta, finiscila, - disse Carmaux. - Ne sappiamo abbastanza, chiacchierone.
Un secondo colpo, più violento del primo, fece tremare la porta, seguito da queste parole:
- Aprite, signor notaio! Non vi è tempo da perdere!...
- Carmaux, - disse il Corsaro, che aveva presa una rapida risoluzione.
- Se noi ci ostinassimo a non aprire, quell'uomo potrebbe insospettirsi, temere che qualche accidente abbia colto il vecchio e recarsi ad avvertire l'alcalde del quartiere.
- Che cosa devo fare comandante?
- Aprire, poi legare per bene quell'importuno e mandarlo a tenere compagnia al notaio.
Non aveva ancora finito di parlare che già Carmaux era sulle scale, accompagnato dal gigantesco negro.
Udendo risuonare un terzo colpo che per poco non fece saltare le tavole della porta, si affrettò ad aprire, dicendo:
- Uh!... Che furia, signore!...
Un giovanotto di diciotto o vent'anni, vestito signorilmente ed armato d'un elegante pugnaletto che teneva appeso alla cintura, entrò frettolosamente, gridando:
- E' così che si fanno attendere le persone che hanno fretta?...
Carr...
Vedendo Carmaux ed il negro, egli s'era arrestato guardandoli con stupore ed anche con un po' d'inquietudine, poi cercò di fare un passo indietro ma la porta era stata prontamente chiusa dietro di lui.
- Chi siete voi? - chiese.
- Due servi del signor notaio - rispose Carmaux, facendo un goffo inchino.
- Ah!... Ah!... - esclamò il giovanotto. - Don Turillo è diventato tutto d'un tratto ricco, per permettersi il lusso di avere due servi?...
- Sì, ha ereditato da un suo zio morto nel Perù, - disse il filibustiere, ridendo.
- Conducetemi subito da lui. Era già avvertito che oggi doveva avere luogo il mio matrimonio colla "señorita" Carmen di Vasconcellos. Ha bisogno di farsi pregare quel...
La frase gli era stata bruscamente strozzata da una mano del negro piombatagli improvvisamente fra le due spalle. Il povero giovane, mezzo strangolato da una rapida stretta, cadde sulle ginocchia mentre gli occhi gli uscivano dalle orbite e la sua pelle diventava bruna.
- Eh, adagio, compare, - disse Carmaux. - Se stringi ancora un po' me lo soffochi completamente. Bisogna essere un po' gentili coi clienti del notaio!...
- Non temere, compare bianco, - rispose l'incantatore di serpenti.
Il giovanotto, il quale d'altronde era così spaventato da non pensare ad opporre la minima resistenza, fu portato nella stanza superiore, disarmato del pugnaletto, legato per bene e gettato a fianco del notaio.
- Ecco fatto, capitano, - disse Carmaux.
Questi approvò il colpo di mano del marinaio con un gesto del capo, poi avvicinatosi al giovanotto che lo guardava con due occhi smarriti gli chiese:
- Voi siete?
- E' uno dei miei migliori clienti, signore, - disse il notaio. - Questo bravo giovane mi avrebbe fatto guadagnare quest'oggi almeno...
- Tacete voi, - disse il Corsaro con accento secco.
- Il notaio diventa un vero pappagallo! - esclamò Carmaux. - Se la continua così, bisognerà tagliargli un pezzo di lingua.
Il bel giovanotto si era voltato verso il Corsaro e dopo averlo guardato per alcuno istanti, con un certo stupore, rispose:
- Io sono il figlio del giudice di Maracaybo, don Alonzo de Conxevio.
Spero che ora mi spiegherete il motivo di questo sequestro personale.
- E' inutile che lo sappiate, però se starete tranquillo non vi sarà fatto alcun male, e domani, se non accadranno avvenimenti imprevisti, sarete libero.
- Domani!... - esclamò il giovanotto, con doloroso stupore. - Pensate, signore, che oggi io devo impalmare la figlia del capitano Vasconcellos.
- Vi sposerete domani.
- Badate!... Mio padre è amico del Governatore e voi potreste pagare ben caro questo vostro misterioso procedere a mio riguardo. Qui a Maracaybo vi sono soldati e cannoni.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra dell'uomo di mare.
- Non li temo, - disse poi. - Anch'io ho uomini ben più formidabili di quelli che vegliano in Maracaybo, ed anche dei cannoni.
- Ma chi siete voi?
- E' inutile che lo sappiate.
Ciò detto il Corsaro gli volse bruscamente le spalle ed uscì, mettendosi di sentinella alla finestra, mentre Carmaux ed il negro frugavano la casa dalla cantina al solaio, per vedere se era possibile preparare una colazione e Wan Stiller si accomodava presso i due prigionieri onde impedire qualsiasi tentativo di fuga.
Il compare bianco ed il compare negro, dopo avere messo sotto sopra tutta l'abitazione, riuscirono a scoprire un prosciutto affumicato ed un certo formaggio assai piccante che doveva mettere tutti di buon umore e fare meglio gustare l'eccellente vino del notaio, almeno così assicurava l'amabile filibustiere.
Già avevano avvertito il Corsaro che la colazione era pronta ed avevano stappate alcune bottiglie di Porto, quando udirono picchiare nuovamente alla porta.
- Chi può essere? - si chiese Carmaux. - Un altro cliente che desidera andare a tenere compagnia al notaio?...
- Va' a vedere, - disse il Corsaro, che s'era già assiso alla tavola improvvisata.
Il marinaio non si fece ripetere l'ordine due volte ed affacciatosi alla finestra, senza però alzare la persiana, vide dinanzi alla porta un uomo un po' attempato e che pareva un servo od un usciere di tribunale.
- Diavolo! - mormorò. - Verrà a cercare il giovanotto. La sparizione misteriosa del fidanzato avrà preoccupato sposa, padrini e gli invitati Uhm!... La faccenda comincia ad imbrogliarsi!...
Il servo intanto, non ricevendo risposta, continuava a martellare con crescente lena facendo un fracasso tale, da attirare alle finestre tutti gli abitanti delle case vicine.
Bisognava assolutamente aprire ed impadronirsi anche di quell'importuno prima che i vicini, messi in sospetto, non accorressero ad abbattere porta o mandassero a chiamare i soldati.
Carmaux ed il negro si affrettarono quindi a scendere e ad aprire, non appena quel servo od usciere che fosse si trovò nel corridoio fu preso per la gola onde non potesse gridare, legato, imbavagliato, quindi portato nella camera superiore a tenere compagnia al disgraziato padroncino ed al non meno sfortunato notaio.
- Il diavolo se li porti tutti!... - esclamò Carmaux. - Noi faremo prigioniera l'intera popolazione di Maracaybo, se continua ancora per qualche tempo.



7.
UN DUELLO FRA GENTILUOMINI


La colazione, contrariamente alle previsioni di Carmaux, fu poco allegra ed il buon umore mancò, non ostante quell'eccellente prosciutto, il formaggio piccante e le bottiglie del povero notaio.
Tutti cominciavano a diventare inquieti per la brutta piega che prendevano gli avvenimenti, a causa di quel disgraziato giovanotto e del suo matrimonio. La sua